Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Siciliani: la ragione conversazionale e la critica della
filosofia zoologica e la psico-genia di Vico – la scuola di Galatina -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Galatina).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Galatina Lecce, Puglia. Studia a Otranto,
Lecce e Napoli, dalla quale fugge dopo essere stato segnalato alla polizia a
causa delle sue simpatie liberali. Si laurea a Pisa sotto STUDIATI, stringendo
inoltre un proficuo rapporto di collaborazione con PUCCINOTTI, che influsce
molto sua filosofia. Sringe rapporti di profonda amicizia con personalità
importanti e influenti della cultura, quali: CENTOFANTI, PACINI, CAPPONI, e
BUFFALINI. Seguendo la sua vocazione, orienta i propri studi verso le discipline
filosofiche e ottenne la cattedra di filosofia nel regio liceo di Firenze.
Iniziato in massoneria nella loggia fiorentina "La Concordia.” Nominato
professore di filosofia a Bologna. Divenne docente ordinario della stessa
disciplina sempre nell'Ateneo felsineo. A Bologna tenne anche un corso di
sociologia. Qui, inoltre, strinse amicizia con CARDUCCIi, anch'egli accademico
a Bologna ed entra in contatto con FIORENTINO e SPAVENTA. Dirige la Rivista
bolognese di scienze, lettere, arti e scuole. Ne abbandona la direzione per
divergenze maturate in seno alla direzine generate, probabilmente,
dall'impostazione eclettica che S. intende dare alla rivista e che contrastava
con l'indirizzo idealistico voluto da FIORENTINO. A Bologna istitue un centro
di studi pedagogici, contribuendo all'elevazione della pedagogia al rango di
scienza. Convinto assertore della valorizzazione della persona e perciò la sua
azione educativa, per giungere alla conquista della libertà e del carattere
morale da parte del soggetto da educare, prevedeva l'intervento della famiglia
e della società. Altro sua filosofia fondamentale e il principio
dell'autodidattica che, pur non escludendo l'azione dell'educatore, mette in
primo piano il protagonismo del soggetto da educare. Ricevette onoranze e
attestati di stima da parte di molti studiosi europei e americani, mentre in
Italia la sua fama fu oscurata da giudizi negativi, espressi anzitutto da
Gentile che vede in lui un'espressione benché autonoma del positivism. Di
recente è stata rivalutata l'influenza vichiana sul suo pensiero. A lui è
dedicata la biblioteca civica di Galatina, nella quale è conservato il
"Fondo S." la raccolta, cioè, dei libri appartenuti al filosofo. A
lui è dedicato anche il Liceo di Lecce. Di formazione giobertiana, si accosta a
VICO, tentando di inaugurare una filosofia mediana -- detta della terza via --
che individua una sintesi tra opposte e differenti discipline. Dal suo punto di
vista, infatti, ogni filosofia contiene del buono e delle esagerazioni. Metodo
della filosofia mediana e dunque, quello di salvare ciò che c'è di buono della
filosofia per rigettarne le astrattezze e le esagerazioni. Con il saggio
“Zoologia filosofica” (Napoli) approde nel più ampio dibattito, ricevendo
apprezzamenti e pareri favorevoli dai più illustri scienziati internazionali.
Nel frattempo approfonde e da il suo contributo speculativo alle nuove
discipline che muovano alla ricerca di un'identità epistemologica: la
sociologia (“Socialismo, darwinismo e sociologia” (Bologna); “Teorie sociali e
socialismo” (Firenze) e la psicologia – “Prolegomeni alla psicogenia”
(Bologna). SANCTIS confere a S. la presidenza di congressi a Firenze, Venezia,
Genova, Milano, e Roma. Queste esperienze lo portano a un approfondimento
sempre maggiore della filosofia alla quale contribue a conferire un indirizzo
scientifico, positivista e ampiamente laico (v. le sue opere Rivoluzione e
pedagogia moderna, La scienza nell'educazione). “Filosofia della scienza”
(Firenze); “Il metodo numerico e la statistica” (Firenze); “Della legge
storica” (Firenze); “Della libertà ed unità organica della filosofia”
(Firenze); “Della fisiologia sperimentale” (Pisa);” “Medicina filosofica”
(Firenze); “I principi metafisici di VICO” (Firenze); “Il triumvirato:
ALIGHIERI, GALILEI, E VICO” (Firenze); Ai popoli salentini e al gonfalone di
Galatina un saluto e un augurio (Firenze); “Il criterio filosofico” (Bologna);
Critica del positivismo (Bologna); Le fonti storiche della filosofia positiva
in Italia in GALILEI (Bologna) Gli hegeliani in Italia (Bologna); La condanna
del positivismo (Bologna); Della pedagogia all’educazione in Italia (Bologna);
L’educazione (Bologna); Sul rinnovamento della filosofia in Italia (Firenze);
“La scienza dell'educazione nelle scuole italiane come antitesi alla pedagogia
(Bologna); Dei massimi problemi della pedagogia (Roma); Il sacro secondo i
dettami della filosofia (Firenze); L’nsegnamento della pedagogia (Torino);
Della pedagogia scientifica (Milano); Rivoluzione e pedagogia moderna (Torino);
Storia critica delle teorie sociali (Bologna); Fra vescovi e cardinali (Roma);
Rivoluzione e pedagogia (Torino); “L’educazione secondo i principi della
sociologia” (Bologna); Rinnovamento e filosofia internazionale (Bologna); La
nuova biologia (Milano) Le questioni contemporanee e la libertà morale
nell'ordine giuridico (Bologna). CALOGERO, Enciclopedia Italiana, Gnocchini,
L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, Gentile, Le origini
della filosofia contemporanea in Italia. Calogero. Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Invitto e Paparella, “Ri-leggere S.”
(Lecce); Capone Galatinesi illustri, Guida Biografica, Galatina, Tor Graf
Galatina, Carteggio familiar, Luceri, Centro Studi Salentini, Lecce, P. S. e
Pozzolini. Filosofia e Letteratura, Convegno Galatina Treccani L'Enciclopedia
italiana, Psicologia filosofica. SUL RINNOVAMENTO DELLA FILOSOFIA POSITIVA IN
ITALIA PROFESSORE DI FILOSOFIA NELLA R. UNIVEBSITÀ DI BOLOGNA, QlX PB0FES80BE
NEL B. LICEO DI FIBENZE, FIRENZE, G. BARBÈRA, PRINTBD IN
ITALY-;atana.Quest'opera è stata depositata al ministero d'agricoltura,
industria e commercio per godere i diritti accordati dalla logge sulla
proprietà letteraria. G. BarbI'.ra. !', (rcnuitifi TERENZIO MAMIANI DELLA
ROVERE (vedasi). Mio SiQsoR Conte. Ella è primo tra i moderni italiani a
tentare un rinnovamento della filosofia e a Lei pure spetta il vanto d' aver
continuMa e compiuta la nobile tradizione de' Galuppi, de Rosmini e de'
Giobertij della quale per fermo rimarranno durevoli tracce nella storia dd
pensiero nazionale. A chi dunque meglio che dUa, S. V. Potrei intitolare questo
mio saggio j il quale mira al fine medesimo cui Ella indirizza il suo primo
lavoro? Che se talora per quella libertà di giudizio alla quale Ella stessa
educa le nostre menti colle sue dotte scritture troverà contbaittUi in queste
pagine akuni jprincijpii da Lei propugnati non vorfà perciò reputare scemato qud
senso di schietta riverenza chcy come ai pochi sommi onde si onora U paese
nostro, le professano tutt^ i cid tori degli studi severi. Anzi novella prova
di questa larga tolleranza io m’èbbi testé, quando, colla squisita gentilezza
che in Lei è natura, Le piacque accettare V offerta di questa mia fatica. La
qualeio spero vorrà giudicare benignamente: al che mi conforta pure il ricordo
di certe argute parole ch^ Ella dicevami ima volta chiudendo un lungo
conversare circa le gravi divergenze delle diverse scuole filosofiche: «porro
unum necessarium ! coscienza e fervore nel lavoro: il resto verrà da sé. » Suo
deditissimo P. S. BiTiglìano presso Monte Senario In questo salutare
innovamento politico d'Italia cui assistiamo trepidanti, un saggio di rinnovamento
filosofico dovrebbe giugnere opportuno e gradito. Perocché se tutti oggi
andiamo ripetendo l'arguta frase d’AZEGLIO fatta ormai l’Italia, Insogna far
gl’taliani parmi sia d'uopo cercare di rifarci innanzi tutto nell'intimo di
nostra coscienza, nella radice, nella sorgente stessa d'ogni umano e civil
progresso, eh' è dire il pensiero filosofico. Andare a Roma, grazie agl’eventi
fortunati e al nostro buon diritto nazionale, non è stato guari difficile, né
sarà difficile, speriamo, potervi restare. Ma vi staremo senza dubbio
materialmente, se Roma, la vecchia Roma, il pensiero cattolico non si verrà
anch'esso riformando e svecchiando. La qual cosa certo conseguiremo per gradi e
colle arti che dovrebbe saperci dare la sapienza politica, civile e amministrativa
; ma gioverà non dimenticar mai come l' espediente più d'ogn'altro efficace e
sicuro ad opera siffatta, sia per appunto una rinnovata filosofia n bisogno di
restaurar la filosofia surse di buon'ora neir animo degl’italiani; il che
parrebb'essere un d^' caratteri speciali della storia della nostra
speculazione, sino da quando gli scrittori del Rinascimento, scosso il giogo
della scolastica, mandavan fuori i lor libri col titolo De PhilosophÙB
renovatione. Né quindi è a meravigliare se cotal necessità sia venuta crescendo
sempre più nelP animo e nella mente nostra col succedersi degli anni, tanto che
a siffatta impresa nobilissima abbiam visto provarsi gV ingegni più illuminati
e fecondi: primo fra tutti, in questo secolo, il Mamiani col Binnovamento della
Filosofia antica italiana e, poco appresso, SERBATI col Binnovamento della
Filosofia in Italia; indi il Gioberti con la Introduzione aUo studio dèlia
Filosofia, con la quale mirava anch' egli ad una restaurazione filosofica nel
nostro paese; e, per ultimo, il professore Spaventa ha procacciato volgere
anch' egli al medesimo intento le sue dotte scritture, in ispecie quella su la
Filosofia dd Gioberti. Se non che rinnovare, pel filosofo di Pesaro, altro non
voleva dire se non restaurare certi principi! e richiamare in vigore alcune
industrie metodiche de' filosofi appartenenti, la massima parte, all'età
gloriosa del nostro Risorgimento. Talché, quando Rosmini gli fece toccar con
mano i pericoli ne' quali s' era messo mostrandogli come il Binnovamento proposto
da lui conducesse diritto ad una maniera di sensismo, e' venne modificando
siffattamente le dottrine propugnate nel suo primo libro, che dopo trenta e più
anni s' é studiato nelle Confessioni d'un Metafisico d'inaugurare un novello
Platonismo, siccome forma di filosofare acconcia air indole della mente
italiana. H Roveretano poi non solo mirò a restaurar cose vecchie, ma volle
produrre altresì qualcosa di nuovo. E pur nullameno, chi guardi ben addentro
ne' copiosi e disameni volumi che seppe darci quella mente potentissima, tranne
il • problema psicologico eh' ei giunse ad illustrare in guisa davvero
originale, ogn' altra cosa in lui parrebbe invecchiata e quasi stantia. Della
stessa menda riesce offesa la Introduzione di Gioberti. Che V ardente e
generoso autore del Primo^ intendeva svecchiare (come diceva, gloriandosene,
egli stesso) le idee cardinali di quattro o cinque filosofi cristiani, il cui
sussidio e autorità invocava quasi ad ogni voltar di pagina. Non parlo qui del
rinnovamento eh' e' veniva meditando nella protologia: nella quale senza dubbio
avremmo avuto germi fecondissimi di vera e solida ristorazione filosofica, se a
queir ingegno privilegiato e supremamente italiano fosse stato pur conceduto
imprimere valore diffinitivo, forma netta e coerente, alle diverse dottrine che
con ansia febbrile andava saggiando e trasmutandosele in sangue. Per contrario
SPAVENTA, del quale abbiamo in grandissimo pregio l'ingegno e l'amicizia,
intese dare anch' egli nuovo indirizzo al pensiero italiano, ma battendo ben
altra via; la via dell'Idealismo assoluto. E studiossi d'inserirci nell'animo e
nella mente i principii dell' Hegelianismo, per due ragioni: sì perchè egli
pensa esser questo il vero e compiuto sistema di speculazione, almeno secondo
che viene interpretato da lui; e sì perchè gli è parso d'averne rintracciato i
germi in certi nostri filosofi a cominciare dal Telesio, per esempio, fino a
Gioberti. Fer noi rinnovare non vuol dir solamente richiamare, instaurare,
svegliar dalP antico, né solamente importare dal di fiiora; che sì nelF un caso
come nelr altro il rinnovamento, anziché naturale, spontaneo, autonomo,
storico, riescirebbe artifiziale, imposto, incosciente e, dirò quasi,
meccanico. Vuol dire bensì far da noi: far da noi con elementi che ci appartengano,
ma tali che serbino (ciò che più monta) ^virtù d' originalità e di verace
modernità. Vuol dire » insomma esplicare; né si può esplicare senza correggere,
compiere, inverare. Avremo sbagliato strada anche noi? Potrebb' essere! Non
saremmo i primi, e, certo, neanche gli ultimi. In qualunque modo . ci sembra
che, pure sbagliando, noi non resteremo troppo indietro fra le mummie, né
avremo corso tropp' oltre col pericolo di fiac \ card '1 collo. So ben io che i
Positivisti fan presto; ad innovar la filosofia radiandola addirittura da'
libri ^ e dandole il ben servito dalle nostre scuole grandi e mezzane, quasi
fosse un trattato di teologia dommatica. Ma costoro avrebber fatto i conti
senza Toste. £ r oste in tal caso é lo stesso pensiero, anzi la mente stessa,
dalla quale per nostra fortuna mai non riesciranno a sradicare il profondo e
sempre più acuto bisogno del filosofare: senza dir già che, s' ei riescissero
ne' loro intenti, scambio di sciogliere V intricato nodo, altro non avrebber
fatto che tagliarlo di netto; e che potessero giugnere a tagliarlo con
sicurezza ninno il crederà, pensando come la spada eh' e' ci brandiscon sul
viso non par che somigli quella del gran discepolo d'Aristotele! Accennato il
carattere generale ed il proposito del mio saggio, toccherò della sua forma e
del suo disegno. Mi si potrà chiedere: È egli cotesto vostro saggio un lavoro
di genere critico, storico, monografico, ovvero dommatico? A parlar proprio non
è nulla di tutto questo. Un lavoro d' indole dommatica, per solito, dee
racchiuder l'esigenza d'un sistema nuovo, d'una dottrina originale, se pur non
voglia esser vana ripetizione ed increscevole imitazione del passato. Ora un
novello) sistema filosofico oggi sarebbe impresa da muovere a riso, od a pietà.
Sono ormai ventidue secoli, e noi, tardi nepoti, ci andiamo pur sempre
aggirando, ivi sostanza, fra il Platonismo, e l'Aristotelismo. La qual cosa non
recherà maraviglia a chi consideri bene la storia del pensiero filosofico,
nella quale, volta e gira, non si può esser che con l' uno o con l' altro
sistema, ovvero fra l' uno e l' altro, e però con tutt' e due, se pur non
vogliamo smarrirci inevitabilmente e miseramente in una forma di scetticismo, o
di nullismo. Ai di nostri, dunque, un nuovo sistema filosofico p^rmi utopia, sogno
e, stavo per dire, ciarlatanismo. L’ingegno filosofico oggi deve assumer valore
di funzione critica rintegrativa, nella quale si faccia luogo alla concorde
attività di due forze, la storia e'1 pensiero, che vuol dire il fatto e'1 da
fare. La monografia poi, o è d'indole semplicemente storica e obbiettiva,
ovvero d' indole critica. Se storica obbiettiva, ella avrebbe a essere, dirò
così, un fedel ritratto, una perfetta immagine della mente d'un filosofo, 0 di
tutta una scuola di filosofi. Or cotesto immagini e ritratti, se da una parte
tornano inutili e infruttuosi stantechè non facciano che ripeter sott' altra
forma cose che potremmo leggere nella stessa lor fonte, dalP altra mi paion
quasi impossibili, perchè è impossibile penetrar davvero nelle intime viscere
del pensiero altrui, e farai dentro alle occulte pieghe della mente d'un
filosofo. H notissimo detto di Kant si può e devesi applicare anche qui:
quidqtUd recipUur, ad modum recipietUis recipitur. Che se poi la monografia è
di genere critico, ella riesce assai pericolosa; perchè trattandosi
d'interpretare, è pur facilissimo affibbiare agli altri quel che invece frulla
nel capo nostro; nel qual vizio intoppano, com' è noto, gli Hegeliani, sì per
la natura stessa del loro metodo, e sì per le secreto esigenze del loro
sistema. Da ultimo, un lavoro di genere puramente istorico oggi non dovrebb'
essere impresa molto ardua fra tanti libri storici che ci piovon da tutte le
parti. Basta sposare un sistema, una dottrina da farla servire qual criterio
giudicativo; basterà un po' d' acume critico, un po' di tedesco per le
citazioni obbligate a pie di pagina, e poi molta e molta dose di pazienza e di
sgobbo per raccogliere e adunar notizie e teoriche da farle servire al criterio
giudicativo che ci torna comodo. Per me l'ideale d'un buon libro, l'ideale d'un
libro serio, coscenzioso e positivo di genere filosofico, oggi dovrebb' essere,
diciamo così, una sintesi di tutt' e quattro cotesti aspetti o condizioni le
quali, guardate disgiuntamente e solitariamente, si palesan manchevoli tutte e
difettose. Ha da essere perciò, nel medesimo tempo, monografico, isterico,
critico, e anche dommatico sino a certo segno. Cotesto ideale (negozio non
molto agevole, come sanno coloro che se ne intendono e che possiedono quel che
dicesi gusto de^ lavori filosofici), non può essere un ricamo sovra una stoffa
altrui, e neanche un parto assoluto del nostro cervello; sibbene ha da essere
il risultamento di due forze combinate, come dicevo poco fa; ciò è dire della
mente di chi scrive, e di chi per avventura possa più spiccatamente
rappresentare il corso tradizionale della scienza. A questo sol patto sarà dato
pervenire al connubio fra la teorica e '1 fatto, tra la scienza e la storia
della scienza, portandole entrambe ad un fiato^ come direbbe il filosofo nel
quale io amo attingere ispirazioni. Laonde chi volesse oggi filosofare con
coscienza, dovrebbe saper costruire, come dicon gli Hegeliani (e qui dicon
benissimo); ma dovrebbe co ^ struire senza tradire, che è per V appunto il gran
guaio della critica hegeliana. Questa grave difficoltà parmi d' averla
superata, s' io molto non m' illudo, E mi pare d' averla superata, perchè il
mio libro è come la sintesi e vorre' dir la fusione razionale e organica de'
quattro aspetti quassù rammentati; e tal sarebbe la novità Cquant' al disegno e
alla forma del lavoro) alla quale vorrei pretendere, se avessi coscienza d'
aver raggiunto lo scopo. Cotesto scopo, lo veggo da me, io non ho potuto
raggiugnerlo, perchè ho dovuto costringere e rannicchiare il mio pensiero entro
un dato numero di pagine, affogando in nota molte e molte cose alle quali avre'
voluto pur dare ben altro svolgimento e fisonomia. Però chiedo un po' di
compatimento quant'al modo col quale ho incarnato il disegno, ma domando
severità di giudizio quant' alle idee. Le quali, meditate da me per tempo non
breve, sento di poter difendere contro chi vorrà farmi l’onore d' una critica
non leggiera, non velenosa, non da scuola, né da sacristia (alla quale non
saprei rispondere, né risponderò), ma d'una critica seria, onesta,
profittevole. Il Gioberti scrisse che il critico onesto e coI scienzioso deve
durar la metà della fatica spesa dall' autore nel meditare e scrivere un' opera
di scienza. |Leibnitz andava molto più in là, e richiedeva da'lettori quasi '1
medesimo lavoro sostenuto dallo scrittore. Io non pretendo, né davvero posso
pretender l' una cosa, né r altra: ma certo potrò desiderare che, chi voglia
giudicarmi con qualche serietà, debba leggere e (se oggi non fosse troppo)
meditare un po' le cose ch'io dico. 11 che ho voluto qui avvertire, perché, se
può dubitarsi che in politica esistano le cosi dette consorterie, certo é che
tra' filosofi cominciano a far capolino certe fratellanze le quali giudicano d'
un lavoro a priori, guardando solo al titolo e al nome dell'autore. Dio ci
liberi dalle fratellanze filosofiche! Esse per me, a dirla schietta, sono
altrettante Compagnie di Gesù negli ordini del pensiero e della libera
speculazione metafisica. Questo mio saggio, e l' altro che terrà dietro su'
principi della Sociologia^ non é l' espressione di nessun partito, di nessuna
setta, di nessuna scuola. Non é frutto di speculazioni e ricerche passionate,
perche io non mi sento schiavo di nessuna scuola, servo di nessun nome, né
milito sotto nessuna bandiera più 0 meno germanica, italica o francese che sia.
\Baiùmem, quo ea me cumgue ducete sequar: ecco tutto. Neanche sarebbe una di
quelle novità sbalorditole alle quali siamo avvezzi da dieci anni a questa
parte. Esso anzi è la più modesta cosa del mondo: che per quanto il titolo paia
ardito, non sarà tale per chi ripensi, come la sostanza delle dottrine eh' io
propugno non mi appartenga in modo assoluto. S'altri mi darà dell' ecclettico,
risponderò d'esser tale precisamente, ma nel profondo significato che costumava
dare il Leibnitz a questa usata e abusata parola. E se qualcuno poi trovasse,
che questa o cotesta dottrina alla quale verrò accennando non sia propriamente
dell' autore eh' io dico d' ormeggiare nel metodo e Dell'indirizzo filosofico,
tanto meglio per me. Rispondo come in un caso simile rispose egli medesimo a
certi suoi avversari: Che se finalmente non volete » ricevere questa sentenza
come di Zcìione^ mi dispiace » di darlavi come mia; ma pur la vi darò sola, e B
non assistita da nomi grandi. » € Le cose fuori del loro stato naturale non
dnrano né s' adagiano. » Vico. Non intendo scrivere la storia, e tanto meno far
la crìtica minuta del Positivismo; indirizzo che, come ognun sa, non senza
buon§ e diverse ragioni invade oggi e pervadeTa mente di molti filosofi, di
scienziati, di storici e scrittori d'ogni maniera. Altra volta m'avvenne
d'accennare alla parte debole di cotesto, diciamolo pure, sistema filosofico. E
allora parvemi, fra 1' altro, di provar questo: che il Positivismo, secondo il
concetto che se ne sono formati segnatamente i Francesi, non pur mancava di
storia, ma non può averne avuta di nessuna sorta.* Oggi poi dovrò intrattenermi
a ragionare su le dir. verse forme che il Positivismo ha preso e può prendere
in avvenire, giacché ormai comincia ad avere anch'egli una storia, per
brevissima che sia, da raccontare; e [quindi rilevare certa parentela ch'egli
ha con l'Hege'lianismo. Nel quale riscontro probabilmente meriterò anch' io,
dall' alto giudicatorio su cui siedon gli Hegeliani, la solita commiserevole
sentenza che, com'è pur [Vedi Critica del Positivismo, Bologna, Monti].
5ICILUM. 1 troppo noto, suona così: Pover'uomo, non ne capisce niente di
niente; non Im dramma di potenza speculativa, ne briciolo di nerbo dialettico!
Mostrerò, da ultimo, se . una vera forma di Positivismo, ch'io chiamerò
Filosofia Positiva italiana, sia per avventura i)ossibile; e] in qual maniera
si possa, mercè sua, pervenire a corregger r uno e compiere l’altro de' due
sistemi suddetti, accogliendo quelle parti veramente pregevoli che in essi
certamente non mancano. Comecché il Positivismo non sia ne voglia essere un
sistema, pure quant' all' origine psicologica, per così dirla, non mi sembra
eh' e' s'abbia a distinguere gran fatto dagli altri sistemi filosofici. La
ragione immediata del suo apparire parmi risegga nell' esigenza di contrapporsi
ad una forma contraria di filosofare creduta affatto erronea; e questo
filosofare in tal caso è il dommatismo metafisico. (IJom' è chiaro, cotesta in
sostanza è l'origine stessa dello scetticismo, secondo che c'insegna tutta una
storia di ventidue secoli, ne' quali affermazioni risolute souosi contrapposte
a risolute e persistenti negazioni. Il Positivista, infatti, reputa
inconcludente ogni speculazione! trascendentale. Positivismo quindi vuol dire
esigenza! della prova, esigenza, bisogno della dimostrazione; maC della prova
di fatto, della dimostrazione sperimentale. Se non che, a guardarci bene, lo
stesso Positivismo manifesta già senz'addarsene un bisogno filosofico, una
tendenza speculativa, un'attività trascendente là dove, per dirne una,
procaccia di raggiungere la così detta complessità crescente nel coordinamento
de' fatti, e nel volere imprimere forma gerarchica all'insieme delle
particolari discipline. Col che non intendo dire che il Positivismo sìa già una
metafisica; ma è per lo meno una metafisica incosciente, come un illustre
scrittore francese, non senza cert' aria di meritato rimprovero, ha detto al
Littré. Per la qual cosa paimi, che il Positivista contraddica*^ apertamente a
sé stesso quando vien su gonfio e pettoruto a dichiarar guerra sino all' ultimo
sangue contro a ogni maniera d'indagini metafisiche; tanto che la tendenza de'
Positivisti a filosofare, tendenza del resto naturalissima e necessaria,
diventerebbe atto, facoltà, vo'dire diventerebbe metafisica vera, quando
potesse avverarsi una condizione. Mi spiego subito. Io non credo offendere
anima viva osservando che fra' Positivisti irancesi sia un bel po' difficile
trovare un solo che abbia studiato con amore, per esempio, la Ragion Pura di
Kant, segnatamente la Critica dd giudizio: difficilissimo poi ritrovare uno
solo, fra'Positivisti italiani militanti ^ sotto le bandiere del Comte o meglio
del Littré, che con pari amore e spassionatezza d' animo abbia letto, per
esempio, il Nuovo Saggio di SERBATI. Prescindendo dalle mende svariate di che
non va esente il Criticismo e nemmanco il metodo psicologico rosminiano, io non
so persuadermi come, dopo aver letto e inteso a dovere lei due scritture
mentovate, si possa essere o dirsi Positivi vista, secondo il concetto volgare
che di questa parola ci ha dato e ci dà oggi chi piti ne parla. Se non che
nessuno immagini eh' io qui intenda far \ un fascio del Positivismo Francese,
del Positivismo In \ glese e, se vogliamo, anche del Positivismo Germanico; 1
benché quest'ultimo, assumendo sempre più forma di schietto e nuovo e ardito
materialismo, mostri esser già un sistema beli' e buono, checché se ne sia
detto o voglia dirsene in contrario. Ma di questo, fra poco. Quant' all' altre
due forme di Positivismo, ninno sarà che ' ignori le polemiche tanto gravi,
pacate, esemplarmente ' serene fra Mill e Littré avvenute or fa un anno. \ E
molti conosceranno le obbiezioni che quel robusto ingegno di Herbert Spencer ha
saputo muover contro certe dottrine del Comte. Chi abbia vaghezza poi di sapere
qual sia il carattere e il resultato di queste due maniere di Positivismo,
potrà innanzi tutto guardare alla forma, al fine, persino al titolo delle opere
nelle quali tale dottrina è insegnata e propugnata. Così, mentre Stuart Min ha
fatto una logica, o, a dir meglio, un ft Sistema di Logica, che potrebbe
riguardarsi addirittura \ come un contr' altare al sistema della logica
hegeliana;; il Comte, almeno nei primi volumi delle sue opere, ci ha lasciato
(chiedo perdono a tutti gV iddii della Senna) una specie di rassegna, ma di
rassegna ragionata, giudiziosa e, dicasi pure, ingegnosa, delle particolari
discipliiie, massime di quelle che a lui tormivan più familiari. Ho detto nei
primi volumi, perchè nelle opere posteriori, com' è noto, desiderando compier V
edifizio, egli ammannì un sistema di politica, un sistema di religione e d'
educazione, un sistema di morale positiva, e financo d'igiene: morale senza
principio, se pur non vogliamo appellare così certa regola di condotta eh' egli
espresse con quella brutta parola d' Altruismo: religione senza Dio, se pur non
vogliamo piegare il ginocchio e dar incenso a quella divinità chiamata il
Grand*Essere; intomo alla quale, com'è noto, il fondatore del Positivismo
francese finì per fantasticare alla maniera de' neoplatonici Alessandrini e del
FICINO. Checche ne sia, può dirsi ch'egli predicasse bene quant'a metodo, ma
razzolasse male quant'a sistema, perchè affermava, anzi esagerava nella pratica
ciò che sdegnava e risolutamente negava nella teoria e nell'ordine speculativo;
intendo il concetto dell' unità o Sistematismo nd sapere, secondo il suo
linguaggio. Da questo primo riscontro, che diremo esteriore perchè riflette la
forma generale delle opere e un po' anche il valore del metodo ne' due
filosofi, si può ai^omentare che Mill guardi la scienza sotto l'aspetto
subbiettivo, cioè come una serie di concetti, mostrando così d'aver piena
fiducia in una logipit che sia atta a risolvere un problema distinto sì cJaT
problemi e sì dal soggetto in che versano le speciali discipline/ Esiste
infatti, egli dice, una conoscerla scientifica déWuomo in quanfè un essere
intéUettude, morale e sodale, e quindi una dottrina delie cognidom détta coscienza
umana.* Agli occhi del Comte, per contrario, non esiste logica tranne che
intrinsecata con la natura stessa di ciascuna scienza. Se volete conoscere, per
esempio, la logica della chimica (egli dice), studiate la chimica. Ecco la
scienza sotto r aspetto puramente ed empiricamente obbiettivo; in quanto che
considera le cose in sé, e solamente come oggetti. Tal difiFerenza, com' è
evidente, non è lieve, massime quando tengasi conto de' risultati. Il risultato
cui giugno il Positivismo inglese è questo: la} metafisica esser possibile, ma
solo come ricerca logica,! come investigazione e analisi di concetti. Il che,
s' è| pregio nella logica del Mill per la fede eh' e' ripone nelle forze del
pensiero, è auche il suo difetto massimo, stante che siffattamente ei chiudesi
tutto nel formalismo logico, secondo che altrove mostrai.' So che il Mill se ne
vuol difendere, facendo vedere qual divario corra fra la logica formale e
quella eh' e' dice logica della verità. Ma la pecca di nominalista in lui è
chiara. Ed è chiara per chi abbia convenevolmente considerato quelle quattro
teoriche, nelle quali il filosofo inglese vuol darsi addirittura per
innovatore: intendo ' le dottrine della dimostrazione, della definizione, degli
assiomi e della induzione. In tutto questo egli è per* Vedi Stuart Mill, A.
Comte et U Pontivitme, Paris. Vedi la Ont, del Po9ÌHv. innanzi citata, VI, pag.
19. fetto Baconiano, checché ne dica egli stesso. Perocché, se la inente
ne'suoi concetti, secondo questo filosofo, è superiore ai fatti; non però cessa
d'essere un artifizio, logico, un artifizio psicologico, un intreccio a cui
nulla; d' obbiettivo potrà mai rispondere. E di qua proviene i poi un' altra
conseguenza, eh' è questa. Se nella logica la posizione di Mill riesce
evidentemente unilaterale e subbiettiva, è pur d' uopo eh' ella si manifesti
impotente anche nella scienza storica, eh' è dire nell'organamento ^ razionale
de'fatti storici. Ora se il metodo positivo giunge a legittimar 1' analisi de'
concetti e la critica delle idee, non bisognerà dire che, come esigenza
critica, ei contraddica a sé medesimo quando dichiara di non potere in alcun
modo studiare idee e concetti nell'obbiettivo lor significato? E donde questa
impotenza? Dalla natura stessa della mente, si può rispondere. Ma, s'egli è così,
la possibilità della scienza si traduce in impossibilità vera. Che poi questo
non sia e non possa essere, ne porge guarentigia sicura il processo istorioo
delle scienze tutte, e l' incessante progresso ond' elle ci dan prove luminose.
La ricerca in senso obbiettivo, adun-? que, è possibile; dove che per Mill è
addirittura impossibile. Questa è la parte debole del Positivismo inglese.; L'
errore opposto è il Jifetto del Positivismo francese. Se per Mill psicologia e
logica sono scienze che s' alimentano di sé medesime; per il positivista
francese, al contrario, elle non sono che appendici della biologia, al modo
stesso che la sociologia é come un allargamento della storia, ciò é dire una
generalizzazione del fatto istorico, ma del fatto verificato mercè la deduzione
delle leggi della natura umana. Qui, ripetiamo, la differenza è profonda. La
scienza della civil società, secondo il' Positivismo inglese, pone radice nella
così detta Etologia, li' Etologia è la vera scienza dell'uomo, egli dice. .
Essa è una generalizzazione non già verificata, ma sì primiti/vamente suggerita
dalla deduzione détte leggi della natura umana.^ Ora la funzione deduttiva, nel
Positivismo inglese, non è operazione immediata, non è operazione secondaria
alla induzione, com' è nel Positivismo francese, ma è funzione a priori, è
funzione i cui risultati vonn' esser giustificati con T osservazione, e con la
scrupolosa ricerca delle leggi empiriche. Brevemente, dunque: pregio singolare
del Positivismo inglase è il metodo deduttivo-concreto (per usar la frase di
Mill) applicato alle scienze morali in generale. Questo metodo è costituito di
due processi che si svolgono, per così dire, di fronte; non già di due parti d'
un medesimo processo, l’ una delle quali sia conseguente all' altra, com' è per
i Francesi positivisti. Per tal prerogativa massimamente parmi che il
Positivismo di Mill mostri accostarsi all' indole della filosofia nostrana, e
molto allontanarsi dal baconianismo alla maniera che questo metodo s'intende
da'più.* Carattere e pregio poi del Positivismo francese, parmi stia nel
credere alla j)ossibilità d'una filosofia come risultato di tutto quanto il
sapere umano, e quindi nel porre come inevitabile o sua condizione la necessità
della storia. L'indagine storica, il metodo di filiazione: ecco il distintivo
del Comtismo, eh' è anco il massimo suo pregio.' Contro Comtismo è facile
muovere la medesima difficoltà, quantunque in senso contrario, mossa testé
contro Mill. Se infatti è possibile una ricerca e una critica storica; perchè non
sarà possibile una ricerca logica, una critica dei concetti, come tali? Perchè
dunque negare una logica e una psicologia supef * Vedi Mill, Sy^time de
Logique. Vedi CoMTB, Pha. Pontive. Voi. V, Lez. 48". . riore alla storia?
Se non che delle due maniere di Positivismo, quella de' Francesi va piii
facilmente soggetta a contradizione; la qual cosa tiene alla doppia origine
storica per cui si distingue cotesto sistema. Parecchi scrittori francesi
infatti hanno avvertito, che ove il Comte parla di natura e di scienze fisiche,
è decisamente sensista, materialista e nominalista; mentre che ove parla di
filosofia politica e storica si mostra panteista, ma senza dar prova di quella
speculazione ingegnosa, di quella mirabile unità razionale, cui sanno poggiare,
bene o male che sia, i Panteisti moderni.' Donde tal contraddizione?
Dall'essere il Comte, } per una parte, figlio del Sensismo francese; dall'
altra ì poi figlio del Sansimonismo, che, com' è noto, è forma j grossolana di
panteismo. Per questa doppia tendenza | i Positivisti di Francia non possono
salvarsi dal cadere j nelle conseguenze d' uno de' due sistemi: materialismo, 0
panteismo. So eh' e' fan presto a difendersi dall'una taccia come dall' altra.
Ma la logica vale qualcosa più delle parole e delle calde proteste. E veramente
checché se ne possa dire, uno degli scrittori poco fa citati ha fatto toccar
con mano al Littré, che inevitabile resultato del Positivismo è il
materialismo.* E d'altra parte sappiamo, come tutti i Positivisti oggi, e
propria ' mente i Comtisti, faccian causa comune con que' della \ sinistra
hegeliana, co' quali hanno intimo legame, se-l condo che mostreremo. Ho detto
come per ragion d'origine al Positivismo francese tomi più facile inciampar
nelle contraddizioni. Ne poi^o qualche esempio. Non si vuol sapere nulla di
cause finali! Ma non è forse il medesimo Lit[Vedi Rbkocttibb, Annuairephìl Q
nell^altro . VaohbBOT, Metaphi9iq\w potive. ; Trattenim. Jakbt, Onte phiL *
Vedi Janbt] tré quegli che, mentre grida contro il principio della finalità, lo
afferma là ove dice, per esempio, l'essenza stessa della materia oi^anizzata
esser la causa prima della finalità? Eccoci in pieno materialismo, e in pieno
sistema; tutto che i Positivisti non vogliano esser detti né materialisti, né
sistematici. Ancora, io domando: se per domma del metodo positivo nulla è da
accettare che non sia guarentito immediatamente o mediatamente da' fatti;
perchè, al di là de^ fenomeni e dell' esperienza e delle leggi che se ne
traggono, voler credere in un obbietto il quale, per inconoscibile che sia, é
sempre un' affermazione della ragione? Domando: è egli atto di metodo positivo,
di critica, di ricerca, il parlare di certo grande oceano qui vieni battre
notre rive, et pour lequd nous n'avons ni barque, ni voiles, mais doni la dcdre
vision est aussi sahUaire que formUàble? È egli atto di Posh tivismo e di
ricerca che sdegni qualunque spiraglio di soprassensibile e di soprannaturale,
parlarci così d'un Infinito, comecché non se ne riconoscano tutti quelli air
tributi che il fanno tale? E se ponete la possibilità di conoscere cotesto
vostro inconoscibile per il quale dite di non aver barca né vele che bastino,
ma la cui cMaroi visione é pur tanto sàkiiare al pensiero; in che maniera non
accorgervi come tutta la storia della filosofia non altro sia stata per tutt'i
secoli scorsi fuorché una serie di risposte, per così dire, a cotesta medesima
domanda che neanche voi dite illegittima, né strana? Sarann'elle erronee tali
risposte: ne potrò convenire. Ma saran tutte errori da farne proprio tavola
rasa? Da siffatte considerazioni ci é dato trarre una conseguenza. Nel
Positivismo oggi avverasi una legge; quella legge che accompagna sempre ogni
novello indirizzo nella filosofia, eh' é dire l' opposizione nel seno % stesso
del sistema. Ecco una ragione di più per dichiarare, che dunque il Positivismo
è un sistema come tutti, gli altri ! La cagione profonda, dice il Littré, che
divide / Comte da Mill, è il punto di vista psicologico e logico nel quale s'è
messo il filosofo inglese, e la definizione reale, obbiettiva, non già formale
né psicologica, con che si presenta la scienza nel filosofo francese.^ Ora se
il Positivismo inglese è principalmente un formalismo logico, e il Positivismo
francese è essenzialmente un empirismo ! storico; ne viene di conseguenza che,
in virtiì della stessa critica positiva, noi dobbiamo riconoscer legit-^ tima
una terza forma di Positivismo, la quale sappia sebi Vedi Op. di Vico, ediz.
Predar!, pag. 762. Vedi Risposta a FINETTI] cosmologici sparsi nel LS}ro
Metafisico, e in questi attingere forza a meglio interpretare e propugnare le
applicazioni fatte dal Vico nella Sdenisa Nuova. La contraddizione, dunque,
passata dal maestro al discepolo * e il non aver saputo cogliere il principio
cosmologico del Vico, fece sì che tale polemica, nel modo ch'era sostenuta da
DUNI, apparisse inefficace e manchevole. Debole e manchevole infatti ci sembra
questa maniera di ragionare: « Voi vorreste che i primi fondatori delle nazioni
fossero stati dotati d' innocenza di costumi. Ma, caro signor censore, come
potete voi spiegare le origini dell’idolatria, la barbarie, l’immanità negli
usi delle orride loro religioni piene di duro materialismo? Come l'immanità
delie loro leggi e costumi, le cui religioni si sono per lungo tempo conservate
finanche nei tempi della maggior loro cultura, per qui tacere le origini delle
lingue, delle poesie, della frode e cose simili? Come finalmente i progressi di
tali nazioni di cui ne abbiamo le memorie troppo sicure, e non soggette alla
minime dubbiezze? Ma, giacché i monumenti e la storia degli antichissimi e de'
presenti barbari popoli sono per voi sogni, favole e delirii, perchè non ci
dite con quali altri principii, origini e progressi di cose umane debbasi
ragionare di questo mondo, degli uomini, deUe nazioni, delle tante umane
istituzioni, delle origini e progressi delle umane industrie nelle colture
delle cognizioni,alle tante maravigliose invenzioni, nei governi e polizia de'
popoli ed in tante altre maraviglie che osserviamo nel gran teatro di questo
mondo degli uomini? Come non sapete che i costumi e le leggi umane debbano
necessariamente trarre loro origine e progressi daUe idee degli stessi uomini?
Come potete negare il vario corso di tali costumi, che di grado in grado
spogliandosi del materialismo, li troviamo di fatto più puri nell' età avanzata
che nella fanciullezza di tutte le nazioni.* Io non dico che tutto ciò non sia
vero: dico * Vedi Risp. a FINETTI che DUNI, a difendere invittamente la
sentenza del suo maestro, avrebbe dovuto movere dai principii cosmologici e
psicologici, i cui germi non mancano certamente nelle opere di Vico. Gasuista
acutissimo, quanto insolente, il Finetti sorrideva a sentir elogiare e
difendere questa dottrina della Scienza Nuova; e tutto pieno d'entusiasmo
religioso rispondeva con XXIII obbiezioni cavate dai libri santi.' Quindi
esclamava: Dottrine veramente altissime ! religiosissimi e ammirevoli
pensamenti ! Tra le varie cose onde pretende il Vico di far grandemente
spiccare la divina Provvidenza, una è quel capriccioso di lui corso delle
nazioni sulle regole, diciam così, del trel II Duni andrà in estasi a tal
pensamento; e pure a me è soggetto da ridere, spezialmente quando si pretende
con à costante ternario di far spiccare la divina Provvidenza ; essendo chiaro
eh' ella rìsplende nella grandezza ed importanza de' fini e nella idoneità e
giusta proporzione dei mezzi, e non già nel far correre le nazioni pe' numeri
di tre o quattro. Un tale giuoco non sembra certamente degno dell' infinita
sapienza di Dio. » E altrove, allargando la sua critica, aggiunge: « La maniera
di filosofare inventata dal Vico è tale, che può porgere delle armi per
oppugnare la Religione. e non poco corredo a chi voglia farne uso per impugnare
e mettere in dubbio la Sacra Scrittura e la divina rivelazione....; » tanto che
paragonandolo al Boulanger, uno. degl'increduli de suoi tempi (com' egli stesso
nota), non dubita porre a riscontro le dottrine dell'uno con quelle dell'altro
per otto diflferenti capi. Com' è chiaro, FINETTI non ebbe tutt' i torti se gli
venne in grave sospetto la Scienza Nuova. Avea torto bensì nel confondere, come
ROMANO, tale dottrina del Vico difesa da DUNI, con quella de' filosofi francesi
Vedi Sommario delle oppoeizioni del Sietema Ferino di Vico alla Sacra SeriUura,
de' suoi tempi. Ed è a confessare che questo medesimo torto hann' avuto di poi
parecchi altri critici, anche viventi, laddove parlano della dottrina su lo
stato ferino propugnata nella Sdeiiza Nuova» Avvertiamo una volta per sempre
che lo stato di natura di Vico noa ci ha che vedere con quello de'
giusnaturalisti. E tornando a FINETTI, a meglio capire la maniera della sua
critica, nonché il carattere delle sue opposizioni, giova qui rammentare certe
parole, da lui stesso riferite con aria di trionfo, d'un personaggio"^
napoletano. Il quale, stato già scolare per più anni di Vico, raccontava come
il suo maestro in Napoli fosse ritenuto per uomo veramente dotto, ma che poi
fosse stimato pwsfjso a cagione delle sue stravaganti opinionL Finetti si degna
dirci d' aver chiesto a quel gentiluomo partenopeo se quando Vico scrisse la
Scienjsa Nuova fosse dotto, 0 non più veramente pazzo. ediz. Siena] ligente fu,
al pari di DUNI, PAGANO, di cui il solo nome è ricordo pietoso ad ogni anima
gentile e aperta ai sensi di libertà. Come in DUNI, così pure in PAGANO le idee
vichiane leggiamo esposte con chiarezza e facilità, ma anche con troppa
imitazione; che anzi è da confessare come in lui faccian difetto alcuni pregi
di DUNI, per esempio là dove pone questi principii: che lo stato della
primitiva barbarie non fosse generale ; che la gelosia, piuttosto che un certo
vago senso religioso, spingesse l’uomo al matrimonio; e che tra la barbarie
originaria e la barbarie medievale Vico non iscorgesse divario di sorta: il che
a noi non sembra punto vero. Ma grave errore di PAGANO è quello di volere
interpretare la storia in un senso troppo fisiologico; e questo tiene alla
efficacia che nella sua, mente esercitò la filosofia francese di quell'età. E
alla stessa cagione forse è da riferire s' ei non seppe vedere come il processo
storico non sia . né possa essere unilaterale, ma complesso, organico, dovendo
abbracciar tutte le manifestazioni e tutti gli elementi d' una data storia e
civiltà. Per le quali cose non possiamo accettare la sentenza ond' altri ha
pronunziato, che i Saggi del PAGANO siano la interpretp,zione più fedele della
Sciema Nuova: tanto piii che il Pagano, intendendo in maniera grossolana al
pari dello Stellini la dottrina del corso e ricorso, non dubita sostenere che
le nazioni tutte a per lo stesso movimento onde son rimenate alla luce della
cultura, ricadono nelle tenebre della natia barbarie. » Nel che non s'accorge
quel nobile e sventurato ingegno come il ricorso di Vico sia anche progresso, e
come il suo svolgimento abbia luogo in età diflFerente da quella in che accade
t il corso della civiltà; mentre al contrario in un medesimo popolo, per
esempio nel greco, egli vede insieme un | eorso e un ricorso storico.* Il
Pagano dunque non iscorge * Vedi PAGANO, Op. edlz. Capolagro, il modo con che
il suo maestro intese coordinare i diversi momenti de' grandi periodi della
storia eh' ei disse corsi e ricorsi storici. Non riesce a salvam dall'errore,
nel quale intoppò lo Stellini, d'ammettere una prima età storica non ferina, ma
innocente. Non sa vedere l' errore di VICO, oggi assai grave, delle catastrofi
e dei cataclismi fisici onde gli uomini furon da prima scossi e menati a
civiltà. Finalmente, come origine assoluta delle famighe ponendo il ratto delle
donne per opera degli uomini forti, non s' avvede che nelle dottrine del
maestro, più che cagione, cotesta era semplice occasione, non altrimenti che le
suddette catastrofi e cataclismi di natura. Ma è da notare che fra tanti errori
egli talora sorpassa il maestro, non che i mitologi suoi contemporanei, quando
sostiene, per esempio, che i Greci, \ quant' a mitologia, non facevano che
vestir poeticamente racconti d' origine primitivamente orientale. Né a quel
tempo erasi ancor difi'usa quella febbre, che tutti oggi invade, dell'
orientalismo indiano. E CUOCO, benché seguisse Vico nelle esagerate,
interpretazioni del suo Platone in Italia, romanzo fatto sul gusto délVAnacarsi
del Barthélemy; ne divina talora qualche idea originale come quando pone, a
dirne solo quest'esempio, un'origine spontanea anzi che comunicata e
artificiale alle manifestazioni storiche, religiose, mitologiche, poetiche e
poUtiche. Così mercé PAGANO e CUOCO, entrambi ingegnosi discepoli di Vico,
temperavasi quella dottrina del maestro che, come vedremo in altro luogo,
potrebb'essere interpretata con opposti e contrari significati. E vuoisi che
CUOCO meditasse e anche scrivesse un lavoro sulla Sdenta Nuova, ma che da sé
medesimo avesse poi distrutto, forse per que' motivi politici che sì
crudelmente gli funestaron l'animo, il quale, non meno di PAGANO, egli ebbe
pieno di carità patria. Di CUOCO in sostanza non abbiamo ne interpretazioni, né
esplicazioni del pensiero che informava la Scienza Nuova, degne d'esser
rammentiite. È bene anzi avvertire com' egli ne accogliesse alcune idee al
tutto erronee: quella, per esempio, d' un' antichissima sapienza italica,
anteriore alla romana e alla greca per cui riteneva che gli Etruschi, sparsi un
tempo per tutte le terre italiane, avessero costituito un popolo solo. Non
pertanto CUOCO dà s^ni evidenti d'avere studiato la Scienza Nuova ed essersene
giovato, chi consideri quanto egli imitasse e ripetesse le idee del Vico, ma
sempre in modo ingegnoso, acuto, geniale, sul corso della civiltà, su la co-l
stituzione di Roma e su la legislazione in universale. Chi dovea più d' ogn'
altro valersi di Vico in fatto I di principii legislativi fa il Filangieri. Il
quale, se stu• diasse le opere del nostro filosofo, e se in grande venerazione
avesse alcuni principii di lui, ce lo attesta, da una parte, una lettera del
Goethe scritta da Napoli, e dall'altra le citazioni ch'egli stesso £a e le
dottrine eh' e' non di rado toglie dalla Sdenta Nuova. Dalle opere del Vico
infatti esce luminosa la prova dell' esistenza d' un elemento universale e
assoluto nelle leggi guardate lungo il processo istorico, e per cui la
legislazione nella storia non è altro che la incarnazione dell'idea del
Diritto; della quafe egli aveva additato, come vedremo, il principio -nelr
opera sul Diritto Universale. Perciò nella Scienza Nuova avverte che la
filosofia del Diritto considera Vuomo guai ddb' essere mentre la legislazione
censi ' dera V uomo quale è per farne buoni usi neW umana società} Ora appunto
la seconda parte di questa sentenza tolse a studiare il Filangieri, e però
diciamo che la . scienza della legislazione altro non sia, chi ben guardi, '
che un' applicazione di questo concetto vichiano. E veramente, se ad applicare
ottime leggi al civile consorzio * Vedi nel Cintohi, Studi oritiei, ec. Vedi Degnità
VU. è necessaria l'esperienza; e se l'arte dello sperimento non è possibile in
siflFatt' ordin di cose tranne che mediante la storia; perocché se la storia
elevata a filosofia è atta a mostrare che i fatti legislativi, guardati nella
loro idea e nelle attinenze con altri fatti pos8on essere considerati come
altrettanti esperimenti che la civiltà va seco medesima operando: se tutto ciò
è vero, .è da concludere che l' antecedente logico della Scienea deUa
LegislcusAone sia per l' appunto la Scienea Nuova. Laonde non parmi che il
Lerminier s' apponga, dicendo FILANGIERI seguace del Montesquieu,* per la
semplice ragione che il medesimo Filangieri ebbe coscienza di non dover battere
le vie già con tanta gloria calcate dal filosofo francese, com'egli stesso ci
assicura. FILANGIERI non intese a ricercar leggi, né a descriver | costumi:
volle anzi levarsi alla teorica dei costumi e • delle leggi. Ora cotesta
teorica, come vedremo, è inutile cercarla nel Montesquieu; ed è inutile
cercarvela anche per confessione degli stessi Francesi. Ripeto quindi che la
Scienza della Legislazione, chi la guardi nella originalità del suo disegno, è
di fattura tutta italiana, e possiamo designarla perciò come una pagina
(splendida pagina in vero!) della Scienza Nuova. Ciò non pertanto è da
confessare come FILANGIERI talvolta s'accosti, forse anche troppo, al fare di
ROMAGNOSI, il cui pensiero mostra d' avere tanta affinità con la filosofia
francese. In gran parte meccanica e artificiale riesce infatti la sua dottrina
storica, alla quale si riferisce la legge ch'egli espone su le Religieni e eh'
è pure una debole imitazione attinta in Vico; 1 ma è tal legge, ch'io starei
per dirla disorganata. Filangieri è da lodare per piil conti, massime per aver
I saputo cogliere il vero di quel principio vichiano sulla incomunicabiUtà
originaria dei miti presso popoli differenti: * col che mostra d' aver
attinenze sempre piiì ' ItUroduction generai eo. Vedi Scienxa ddla Legialanone,
apffini con gli altri seguaci e imitatori d' un comune maestro e d' un
ispiratore comune, quali abbiam visto essere stati per differenti guise DUNI,
CUOCO, PAGANO. Se non che, come la tendenza alla pura imitazione eccita spesso
la critica, parimenti la critica efficace! e produttiva viene più spesso
eccitata dalla critica infeconda e negativa. Così DELFICO CIVITELLA quantunque
più volte citi Vico e ne accetti perfino al ) cune dottrine su la
Giurisprudenza romana, si presenta come negazione dì lui quando si pensi che
Vico e primo interprete critico del Diritto Romano, e dicasi pure della Storia
romana. Il dubbio critico e fecondo dell'uno su le origini di Roma e delle XII
Tavole, diventò dubbio scettico nell' altro. Egli infatti giunse a dire che la
comune opinione sulla grandezza romana devesi ridurre al solo ingrandimento de'
confini, ottenuto spesso con mezzi rei ed infami.* E se GRAVINA appoggiandosi
all' autorità di CICERONE appella Diritto per eccellenza il Diritto Romano; il
Delfico, in su lo scorcio 1 dello stesso secolo, non teme affermare che Roma,
tuttora barbara e ignorante, avea già veduto a' suoi fianchi gli Etruschi, i
Sabini, gli Umbri, celebri già per leggi e per giustizia, gli Equi e gli
Equicoli, così appellati perchè giusti. Che cosa ne fecero i Romani se non
distruggerli, piuttosto che imitarli?' Le grandi lodi poi fatte in ogni tempo
ai frammenti delle XII Tavole, egli chiamava letterario fanatismo. Il tanto
encomiato Diritto Civile riguardava come risaltato delle interpretazioni dei
Giurisprudenti e delle dispute forensi. Incertezza, arbitrio, volontà di
conservare r aristocratico dispotismo diceva essere il carattere proprio del
Diritto Romano. Che se Roma cadde, Vedi Riocrehe nU vero earattere della
Oiurttprudenxa Romana e dei \ 9uoi cultori. Firenze, Introd. non cadde perchè
oppressa dal pondo dell' estrema sua grandezza, ma per mancanza di base e
difetto di solida architettura nell'edifizio. E conchiudendo poi la prima parte
del suo libro, afferma che: (c la giustizia di Roma fu in principio quale può
essere neUa barbarie; d'indi| quale dev' essere nell' anarchia, nella
confusione delle leggi, e nella generale corruzione. Talché in ogni età al
pensiero del Delfico CIVITELLA Roma si presenta in antitesi con la ragione e
con la umanità: la giurisprudenza per lui è il fatale retaggio eh' ella ci
lasciò, e i secoli ne hanno moltiplicato le specie.* Vedremo altrove, che se
Vico fu primo a studiare con riservatezza guardinga e saviamente scettica la
storia del popolo e del Diritto Romano assai cose distruggendo accolte già e
sanzionate dall' autorità di molti secoli; non però cadde in quell' aperto e
desolante scetticismo che, uccidendo i fatti nella storia, spegne ad un tempo
la fede nell' animo di chi ne interpreta il significato, com'è appunto il caso
del Delfico CIVITELLA. Vico anzi pervenne a dimostrare, come vedremo, una legge
d' intimo progresso nelle successive manifestazioni storiche ' del diritto
romano. E questo evidentemente contraddice al dubbio scettico del Delfico. Così
può dirsi chiuso il primo periodo degli scrittori che han discorso di questa o
quella dottrina del nostro filosofo. Nel qual periodo, ciò che ha molto valore
| per noi, è la polemica fra Duni e FINETTI: il resto è lavoro d'imitazione
piii o meno fedele che solamente nel Filangieri comincia ad assumere forma d'
esplicazione ' originale. E questa tendenza imitativa, che finisce con lo
scetticismo giuridico e storico del Delfico, ci mostra poi quanto sia vera
quell'osservazione fatta da parecchi storici nostrani, che la snervata
filosofia firancese principalmente scemasse originalità agli scrittori italiani
d' allora, togliendo loro il poter discemere qual novità di principi! avesse
introdotto il Vico nel regno della scienza e della storia umana. Possiamo dire
che corra un abisso. Nell'ordine puramente speculativo ci è di mezzo il Criticismo;
e nell'ordine delle idee stori 1 che e giuridiche, come in quello de' fatti
politici, abbiamo i filosofi giusnaturalisti francesi, e la grande Rivoluzione.
Con la Scienza Nuova noi avevamo già prevenuto l'esigenza critica, dal puro
mondo dell'attività psicologica trasferendola e compiendola nel regno dell'
attività storica; e nell'ordine delle idee avevamo sorpassato al-tresì la
Rivoluzione, perchè, ammesso il processo istorico al quale, secondo la Scienza
Nuova, deon soggiacere tutti i fatti e tutte le idee, non v'è pagina in questo
libro dove non si senta la necessità, e non si tocchi con mano, per così dire,
lo scoppio d'un radicale innovamento negli ordini del consorzio civile,
politico e sociale.* Brevemente: nei tempi moderni veggiamo accadere nel nostro
pensiero quello stesso che venne verificandosi nell' età del Risorgimento. Co'
nostri vecchi filosofi noi avevamo arditamente sorpassato la Riforma, nel modo
stesso che con le nostre scuole politiche (sempre nell' ordine dell'idee) *
Nella Sociologia mostreremo che co*principii del suo Diritto C7ni-1 vende il
nostro filosofo Compie la dottrina della Socialità di Orozio, corregge i
prìncipii e quindi le consegoonze der Naturalimno speculativo e wteta/meo di
Spinoza, inrera il Natwali«mo empirico di Hobbes, contraddice al
TeoeraiÌ9wu> della scuola di Bossuet, alio Scetticismo giuridico di Bayle,
di Pascal e di Montaigne, e previene le idee principali di Montesquieaj e di
Rousseau legittimandole nel suo concetto istorico. avevamo già sorpassato le
tendenze nonché i bisogni politici di quell'età.* Col primo schiudersi del
nuovo secolo, adunque, non può non ischiudersi un periodo novello di studi
assai più severi circa le dottrine del Vico; talché V abisso fra' due secoli
poco fa accennato per noi non esiste, e in ogni modo la Scienza Nuova avrebbe
trionfato nelr animo nostro come nelle nostre menti: avrebbe trionfato nella
nostra storia civile come nel nostro pensiero filosofico, quand' anche il gran
fatto della Eivoluzione non ci avesse scosso. Ci saremmo arrivati da per noi J
forse più lenti, ma certo più securi. D segnale dunque de' nuovi studi
s'inaugura cqu coscienza più chiara sul valore delle dottrine vicinane, e tal
segnale ci è dato innanzi tutto da im poeta assai splendido nella forma quale e
MONTI, e da un poeta assai potente e insieme potentissimo prosatore quale si e
FOSCOLO. In una delle nostre più illustri Università, MONTI pronunzia quella
beUissima sentenza che poi tutti hsìn ripetuto e ripetono parlando di Vico: La
Scienza Nuova è come la montagna di Golfonday irta di scogli e gravida di
diamanti. E quindi soggiungeva: Chi amasse di chiamare a rivista le idee
generatrici e profonde delle quali si è fatto saccheggio nel Fico, tesserebbe
lungo catalogo, e nuderebbe a moUe riputa^zioni.* Ma MONTI sente la verità e
grandezza delle idee vichiane com' un poeta. FOSCOLO dà un nuovo passo e va
molto più innanzi allora che nel celebrato discorso d'apertura all'insegnamento
letterario nella stessa Università Pavese, piglia a trattare con l' usata maschiezza
d'ingegno il vasto soggetto dell' origine e dell' ufficio della letteratura;
nel quale prova insieme quant' avesse studiato le opere del nostro filosofo, e
come sotto novelle forme si possa applicarne le dot* Ferbari, Cforto augii
aeriUori Politiei italiani^ V. Monti, Proluaùme agli atudi delV Univeraità di
Pavia, MUano, trine anche nei temi letterari. FOSCOLO ha colto il valore
d'alcune sentenze psicologiche sparse nei lihri del filosofo napoletano; e da
queste appunto ei seppe trarre il concetto posto come principio fondamentale
del suo ragionamento. Egli, infatti, ricorre ai bisogni dell'uomo nel
rintracciar l’origine delle lettere; e quindi reputa necessario investigarne la
natura psicologica studiando le facoltà stesse dell' uomo.' Che poi avesse
meditato e inteso le altre dottrine del filosofo, lo mostra il modo, per dire
un esempio, con che egli discorre \ ea l'origine e su la natura della parola;
la quale, traducendo quasi lo stesso linguaggio dinVico, dice essere ingenita
in noi e contemporanea dia formazione dei sensi estemi e delle potente mentali.
Seguace del nostro filosofo anche si palesa quand' accenna fuggevolmente a
certe idee (per esempio a quelle del diritto e del dovere) le quali,
manifestandosi dapprima idoleggiate con simboli ed immagini, si snodano poscia
e parlan quasi da sé stesse nella nuda verità di ragione. Seguace altresì
quando tocca delle origini del consorzio sociale e dell'imperio civile: del che
poi egli stesso ci assicura dove, accennando a' poeti filosofi, dice che delie
verità sui principii di tutte le nazioni vedute dal VicOy egli s' è studiato
dimostrare e applicare le conseguenze alla storia dei nostri tempi} Dottrine
del Vico, finalmente, applica nel discorso su le De^cazioni nella Chioma ' di
Berenice, secondo che confessa da sé medesimo. Ma alla Scienza Nuova volge
tosto gli occhi con ben altro acume di critica il napoletano Cataldo lannelli;
la qual critica, come vedremo, esagerandosi nel Romagnosi, finisce per esser
perdutamente scettica nel Ferrari. Di tutte le opere o studi fatti su la
Scienza Nuova quella che più d'ogn' altra merita d'esser letta e me ! ditata è
appunto l' opera del modesto impiegato della • Vedi Ditearto dell’origine e deW
ufficio detta LettercUura^ nel volume deUe Lesioni Queste osservazioni hann'
anch' elle un aspetto di verità; ma se ROMAGNOSI avesse meditato la Sdevusa
Nuova con più amore e men disprezzo e meno boria a lui, del resto, tanto
naturale, avrebbe visto che Vico altro non intese dire, come vedremo, se non
quello precisamente eh' egli stesso ha detto qui assai male e senz' alcun
metodo filosofico. E perchè poi reputa impossibile la similarità de' circoli
storici? Perchè intese anch' egli, in modo volgare, come parecchi altri, il
valore di cosi fatta legge. Ei non poteva persuadersi come nella storia ci sia
ritorni e ripetizione di forma (meccanismo); ma non s'avvide che se pel Vico
nella storia ci è ripetizioni, cotesto ripetizioni non sono possibili senza
veraci innovazioni (dinamismo). Io non so capacitarmi come l' ingegno potentissimo
di ROMAGNOSI non penetrasse nell' intimo della Scienza Nuova. Non so
capacitarmi com'ei facesse una critica Certo U Romafirnosi non TÌde che se Vico
prevenne Roasseau e tutti qnei giasnataralisti dell’epoca, i quali sì
volentieri ciarlavano sa lo ttato di natura, li prevenne correggendoli, cioè
legittimando razionalmente cotesto stato natarale, col porre in opera ben altri
prineipii di psicologia e di storia cho non eran quelli de' saddetti filosofi.
debole e scucita cosi che gira sempre attorno senza mai coglier la sostanza
delle dottrine di Vico. U che senza dubbio terrà alla forma della sua
filosofia, della quale il Rosmini pose in evidenza i molti e sostanziali i
difetti, e, nonostante le calde e lunghe difese del Nova, i giudizi del
Roveretano restano pur oggi intatti e verL Romagnosi, in ima parola, non poteva
pregiar la Scienza Nuovii, perchè le sue dottrine putiscon di meccanismo.
Artificiale e meccanica è in lui la dottrina sul governo dello stato, ch'ei
paragona al cervello dell'animale. Artificiale e meccanica la dottrina dei
Tesmofori in politica e in religione; le quali per lui sono bensì strumenti
benefici al popolo, ma nelle mani dello stato. E dottrina presso che meccanica
quella de' suoi Fattori dell' incivilimento. Perfino la terminologia eh' egli
adopera ne palesa l' indole della mente e delle idee: storia naturale dei
popoli, fisiologia degli stati, funzioni meccaniche e dinamiche della società,
dinamica e meccanica morale, e simiU. Come passaggio della critica empirica e
negativa del Romagnosi alla critica scettica di FERRARI, si presenta la
traduzione e l' anaUsi che della Sdenjsa Nuova die alla Francia 6 alla eulta
Europa l' illustre Michelet. Agli occhi degl'Italiani questo scrittore ha due
grandi meriti: d' aver fatto conoscere il nostro filosofo isin dal 1827 fuori
d'Italia, e, che più monta, d'averlo fatto capire nella sua verità mercè quell'
arte facile, disinvolta e con quel fare schietto e rapido con cui,
traducendola, seppe imprimere alla Scienga Nuova forma netta e fedele. Se non
che, per quanto Michelet non sia crìtico interprete (né egli vi pretende) ma
critico espositore, non pertanto i suoi giudizi son tutti co* Si yegga la
definizione che ne dà nello Leggi dtlV ineivUimento, FERRARI ha rilevato con
molta esattezza la differenza tra Vico e ROMAGNOSI nel lihro La menu di
Romagnoti. E noE a torto poi il chiarissimo FERRI pone Romagnosi come primo
ponHvi^ta In Italia. Ved. RÌ9t. de la PhU. lud., scienziosi e pressoché tutti
pieni di verità. Eccone un saggio. Ci ha due Scienze Nuove, egli dice; ma se le
Scienze Nuove son due, la prima d' esse è insieme I r ultima parola dell'
autore; ultima quant' alla sostanza delle idee. Un'altra osservazione è questa:
carattere e intento supremo di codesta Scienza Nuova è quello d'essere una
filosofia, e nel medesimo tempo una storia dell'umanità. E un'altra riflessione
che merita sia ricordata, è la seguente: il concetto d'una perfezione
stazionaria accennata dal Vico nella Scienza Nuova e riprodottasi poscia in
tanti libri, non riappare altrimenti nella seconda Scienza Nuova. Mi giova
notare con ispedalità quest' ultimo pensiero del Michelet, per corregger la
sentenza di tutti quegl' interpreti i quali per d lungo tempo ci han detto e
ridetto che dei corsi e ricorsi entro cui Vico chiuse V umanità (per dir la
parola consacrata), ei non abbia parlato fuorché nella seconda Scienza Nuova.
Non ne ha parlato mai, in nessun libro, in veruna pagina de' suoi libri I La
stazionarietà (sia detto unU buona volta per tutte) non è concetto vichiano. Io
noi trovo esplicito, né implicito in lui; e non iscaturisce in verun modo dall'
insieme delle sue dottrine. Il concetto del corso e ricorso storico, adunque,
alla maniera volgare ch'é inteso da' più, è concetto che assolutamente ripugna
al pensiero e alle scritture del nostro filosofo. Ma non tutti i giudizi del
Michelet ci paiono ugualmente giusti. Ei non giugno a spiegar convenevolmente,
per esempio, il concetto storico del nostro filo1 sofo su la forma del governo
monarchico; tanto meno que'due principii accennati piii d'una volta nella
iScien^^a Nuova e nel DvrìUo Universale su la necessità in che può ritrovarsi
un popolo di consentire a lasciarsi governare ov' ei non sappia governarsi, e
su l' affidar l' impero del mondo alla solerte prudenza dei migUorì. Il
Michelet seppe delle opere del Duni, ma forse non potè leggerle: così parrebbe
almeno dal modo con che lo SrnuAiii. ff cita fiiggevolmente solo una volta. Se
quindi avesse conol scinto DUNI, avrebbe dato al Jus Gentium del Vico il suo
proprio valore. E s'inganna poi quand' aflFerma, che il Libro Metafisico sia la
sola scrittura, le cui dottrine non fossero state trasportate nella Scienza
Nuova, del che lo riprende giustamente il Predari. Ma il Michelet ci compensa
di cotesti erronei giudizi laddove con acume non ordinario confessa di
riconoscere nel Vico U metafisico sottile,e profondo. E poi ci dà prova sicura
d'animo spassionato e libero da ogni boria nazionale, quando, egli francese,
francamente dichiara essere Vico r antagonista per eccdlenaa del CartesianismOy
l'avversario più illuminato e più eloquente dello spirito del secolo XVIII.'
Anche quest'osservazione è d'ogni parte vera e luminosa; perocché se carattere
di quel secolo, come giustamente si crede, fu la negazione assoluta, la
negazione in tutto e di tutti, distintivo, al contrario, delle dottrine del
Vico si fu quello di tutto restaurare, e tutto affermare mercè l'opera del
metodo isterico.* E poiché siamo a parlare de' Francesi, occorre far menzione
degli altri che in quel paese, nell'epoca di che trattiamo, non reputarono
tempo perso volger la mente al nostro filosofo. E primo fira tutti il
Lerminier, * Vedi Prtncipet de la PhU. de VHiat, traduite de la Scietua Nuova
de J. B. Vieoy BruxeUes La ridazione fatta dal Michelet détte occasioce iu
Italia ad una critica del Kicci pubblicata nell’Antologia del Vieusseax RICCI
mostra come lo storico francese altro non desse alla Francia che ì frantumi
della Scienza Nuova, e per cinque diversi capi ne rileva la incompiutezza.
Oltre a questo pregio, negli articoli del Btcci re n' è un altro; l’aver posto
in chiaro, meglio forse che non facess^i il Dani, il significato della parola
Autorità^ che ne* libri del nostro filosofo non è di lieve momento, e mostra
che talora egli assume questa parola nel senso del Gius Komano come sorgiva de*
diritti pubblici e privati; talora com*effotto del consenso d’una nazione in un
dato principio; tal* altra come potestà, come potere ch*ò negazione di ragione
e di coscienza speculativa. Notiamo altresì come il Ricci è quegli, fra*
critici, che più insiste su l* ufficio del Seneualiemo nelle idee storiche delj
Vico. Ved. Art. I, pag. 85. come quegli che nelle due principali sue scritture
ne discorre sempre con entusiasmo, con amore e grande venerazione. Ben s'
appone a designar la Sciema Nuova come il monumento sublime e hieearro^ in cui
è viva la impronta delle fofrme e dei colori dd medio evo, e che fa del Vico
centro dette antiche tradizioni, e insieme precursore déUa Scienza Nuova:
talché non a torto fino dal 1829 lo considerò come il vero predecessore de'
Wolf, de' Niebuhr, e degli Hegeliani. Se non che non sempre questo dotto e
simpatico scrittore dà nel vero, come quando lo dichiara padre dell'
JEfcfewswto moderno,^ o come laddove osserva che nella storia del mondo egli
trasportasse quella di Roma. Lerminier non vide che di questa seconda istoria
ei gioV06SÌ a meglio intender la natura della prima, alle storie tutte e
perfino alla storia universale trasferendo gli elementi essenziali, originari,
universali costituenti la natura umana. Assai meglio avrebbe detto d'aver egli
trasferito la psicologia nella storia, anzi che la storia di questo 0 quel
popolo alla storia di altri, ovvero a quella di tutt'i popoli in universale.
Né, d'altra parte, il Vico intese applicare una legge alla storia in generale;
errore, come vedremo, dei Teologisti e degli Hegeliani: intese bensì applicarla
ai popoli considerati nelle individuali lor tradizioni e civiltà. Tanto meno
poi é lecito creder eh' egli ponesse identità fra' tempi eroici primitivi e' '1
medio evo: bensì è vero eh' e' vi discemesse un moto perenne di ripetizione
essenzialmente progressiva. Altrove il Lerminier, parlando del Machiavelli,
osserva come r autore* della Scienza Nuova correggesse lo spirito storico del
Segretario fiorentino, mercé una pciitica ideale e platonica. ' Questa sentenza
in parte è vera; e dico in parte, poiché si può chiedere se co' suoi principii
applicabili alla politica, il Vico abbia • Vedi Introd. gin. à VHitioire du
Droit, cap. Xm. *0p. cit. pag. 167. •
Vedi JKrt. de la Phtl, du Droit, Tom. U, pag. 102.
corretto, o non piuttosto compiuto ciò che nel Machiavelli è solamente arte
politica. Tutt' insieme dunque può dirsi, che se la critica del Lerminier non è
molto acuta né molto sicura in alcuni giudizi, ella riesce nondimeno a cogliere
con lucidezza tutta francese la natura e '1 fine della mente e deUe opere del
nostro filosofo.' Su' giudizi del Lerminier riguardanti le idee giurìdiche e
politiche di Vico torneremo in altra occasione. Qui giova notare come in
Francia, quasi nel medesimo tempo in che gli scrittori di cui abbiamo accennato
facevan conoscere il nostro filosofo, altri presero a parlame come il Gousin,
Teodoro Jouffroy, il Ballanche. Tutti ripeton le usate lodi, e qualche giudizio
del Gousin, al solito, a volerlo sottilmente esaminare, non riesce molto
esatto. Quando vuol fard credere, per esempio, che Vico, benché combattesse
Gartesio ne seguiva nuUameno la filosofia generale^* ognuno capisce com'ei si
studi attaccare al gran carro del cartesianismo perfino il Vico; quasi che, anco
a detta del francese Michelet, non ne fosse stato anzi V avversario piii
terribile. E va lungi dal vero quand' osserva, che tutto ciò che è nel Bossuet
e in Vico trovasi in Herder; quasi che si possa ignorare che Fautore della
Metacritìca contro il Kant non fosse altro che un buon sensista, il quale '
perciò non dubitava credere che dall' organismo pullulasse ogni nostro pensiero
e facoltà:^ nella quale sentenza ci conferma il suo traduttore francese il
Quinet. U Gousin poi dice il vero laddove pone l'Herder ' come compimento del
Vico quant' al concetto della natura e della efficacia che la natura dispiega
sulla storia. Ma avrebbe dovuto avvertire che s'egli è compimento * Eccone, per
esempio, una prora nella seguente arguta osserraxione: w/tico più che scettico,
con la sua critica egli comincia a riprender V andamento pacato e sereno dello
. lannelli. Il Cattaneo è come Y anello fra FERRARI e TOMMASEO. Noi non
possiamo, egli dice, studiare con profitto lo spirito umano in sé, nella sua
essenza, bensì nelle sue elaborazioni storiche, e nelle situazioni più numerose
e diverse che si possa. Però bisogna studiare il poliedro ideologico nel
fluissimo numero di sue faccey e da questo terreno tutto storico e
sperimetitàle dovrà sorgere la vera cognizione dell'uomo; la quale indarno si
cerca nei nascondigli della coscienza. Lo studio dell' individuo nella società,
l’ideologia sodale: ecco una sentenza piena di verità per cui CATTANEO si
chiarisce assennato seguace di Vico. E che egli abbia inteso il pensiero del filosofo
napoletano lo pruova l'altra osservazione su le successive trasformazioni
storiche del diritto, per cui nella Scienza Nuova a troviamo fusa la dottrina
d^l' interessi come campeggia nel Machiavello con la dottrina della ragione i
esposta da Grozio, togliendo eoa la contraddizione che divideva la storia dalla
filosofia.' » Che se anche il Cattaneo s' addolora al pensiero dei Circoli
fatali che Vico ebbe in comune, secondo lui, col Machiamipremi principii
d'umanità, PuDOR e Libbrtas, che sono il cardine della ' Scienza Nuova, e per
cui anch* il servo, anch’il bimane un bel giorno diventa uomo, personalità ?
é'* Cade col Machiavelli nd »iHema delU dué fati, V ima harharay V altra eivtU,
No, introduce nn nuovo sistems nelle due differenti fasi, Tuna tpantanea e
raltrart^faMo; e questo non è circolo fatale, identico, ma progressivo. Dice
poi che il Vico eroit que la vdonU peut eorrompre Vceuvre de la roMon. Qui
evidentemente FERRARI non ha saputo, né poteva col suo scetticismo, intender* e
comporre in organismo i principii psicologici del suo maestro. * Firbàri, Vieo
et VltaUe. Paris CiTTRinBO, nel Politeonieo. Vedi Periodico oit velli e col
Campanella, una consonanza mirabile però sa trovare fra i più recenti sistemi
umanitari e quello del Vico, agli occhi del quale la Provvidenza, con V
occasione degV interessi delle inique passioni, trae la giustizia effettuandola
gradatamente nel mondo delle nazioni. Laonde osserva come prima di Fichte,
segnatamente prima di Schelling, a lui fosse dato riguardar la ragione ' qual
facoltà che occasionalmente si sveglia nell'uman genere.' •CONTINUA IL PERIODO
DE' CRITICI E DEGLI ERUDITI. Co' suoi Studi Critici V illustre TOMMASEO segna
il passaggio al terzo periodo, e quindi ad una terza classe di scrittori che si
sono occupati di Vico. Critico e filosofo, infatti, egli stabilisce V anello
fra i puri critici e gì' interpreti filosofi negli studi riguardanti il nostro
autore: Imitazione e riproduzione, come negli scrittori del primo periodo, non
era possibile nell'ingegno versatile, duttile, acuto ed elegante del Tommaseo;
e tanto meno possibile in lui una critica scettica alla maniera del Ferrari.
Piena la mente e l'anima di fede e di profondo sentire, questo scrittore è
anche filosofo, e vi pretende. Egli ha scritto libri di filosofia; ha
interpretato, e non di rado con sottigliezza scolastica ha difeso il princìpio
speculativo del Rosmini, e propugnatolo con ardore giovanile. Nessuno dunque
può negare a quest'ingegno artistico e severo buona dose di virtù speculativa.
Sarà filosofo scologizzante, sarà filosofo più che rosminiano, ma è filosofo,
oltre che critico de' più sottili: è filosofo e critico, e, senza conNel
PoUteenico trasto, quant' a proprietà di linguaggio occupa oggi 1 primo seggio
fra i viventi scrittori del nostro paese. Nessuno meglio di lui poteva farsi a
rilevar le bellezze nella parte letteraria ed estetica delle idee del nostro
filosofo. E, facile a spigolare ne' campi altrui, anche in questo egli è andato
scegliendo fior da fiore, e ne presenta cotal mazzo che lascia scorgere l'arte
di chi n' ha fatto la scelta. Chi, prima di lui, avea saputo ritrar r indole,
per esempio, di certe composizioni poetiche del Vico, additar la possente
originalità nello stile, la selvaggia lobustezza della parola, la forma
singolare dell' ingegno, e segnatamente l' animo e tutto il carattere morale
dell'uomo? Una delle più notevoli pagine della prosa italiana, egli osserva, è
la nobile immagine di donna egregia lodata dal Vico: ed è verissimo; e vere ed
argute non meno ci paion quelle considerazioni su la storia del Caraffa, nella
quale spesso questi è dipinto non qncd era ma guai doveva essere, per meritare
le lodi di VICO. La dignità del lodatore si vendica per tal modo della
indegnità del lodato j e la lode diventa condaivna.^ Ma il Tommaseo, ho detto,
è anche ingegno speculativo, e spesso è felice nell'intravedere il vero di
certe idee filosofiche del Vico. Ecco un'acuta riflessione: Fólibio e gli
antichi deducono osscì-va^ioni generali da* fottio U MACHIAVELLI trae consiglif
Vico determina leggi. Ma le SUE LEGGI NON PANNO FORZA ALLA PRATICA, anzi egli
dice cìie l'uomo dee nelle teorie r attenersi come cavallo aìiimosoy per poi
nelle pratiche cose correr di maggior lena} Altra bella osservazione è quando
nota come da Platone egli traesse non l'idea, sì la ispirazione della sua
storia ideale. Il che mi piace avvertire col Tommaseo contro chi pretende
rimontare sino al filosofo ateniese a ripescarvi un antecedente alla Scienza
Nuova! Verissimo altresì che le due Scienze Nuove paiono entrambe due grandi
edifici secondo la medesima idea architettati: Tommaseo, Studi Critici.
Venezia, questo avverta chi ha creduto vedere nella seconda di esse non so che
stravaganze, follie o puerilità. Con salde ragioni poi contro parecchi critici
del Vico egli dimostra come nelle opere di lui si manifesti potente, vera,
chiara l'idea del progresso; perchè se aUe cose umane vide un corso e ricorso
in orbita fissa, non disse che V orbita non si potesse più e più sempre cól
volger de' tempi allargare^ E non meno della critica che riguarda per diretto
il Vico, preziose paionmi anche quelle undici appendici indirizzate ad
illuminare il testo dove il filosofo napoletano sorge principal figura: dico le
appendici sopra STELLINI, Grozio, ROMAGNOSI, FOSCOLO, sul gius sacro e sul gius
romano, su le origini sociali, su gli Sciti, Illirici, Slavi, sul Niebuhr ed
altri. Il Tommaseo vuol esser rammentato ed encomiato eziandio per un altro
lavoro speciale sul Diritto Univer1 sale,^ È un esame critico, al solito, assai
condensato e sparso di riflessioni ingegnose, d'opportuni e fedeli riscontri e
di felici divinazioni nel penetrare le idee del filosofo. Ma è pur d'uopo
confessare che se come critico nessuno può entrargli innanzi per sobrietà e
giustezza di giudizi, come filosofo non tutti sapranno accettarne ogni
sentenza. Molte interpretazioni e parecchie confutazioni eh' ei move al Vico
noi non potremmo accogUere: quella per esempio dove, accennando alla luce
metafisica del nostro filosofo, si studia vederci non pili che Tessere ideale
di SERBATI,' e T altra onde presume che dal concetto della Trinità egli traesse
l' ordinamento delle facoltà umane, e nel medesimo concetto scorgesse radicarsi
la metafisica, la morale e fin la giurispruden• fe anche di TOMMASEO quesV
altra bellissima osseryazionc: Dalle proprie averUure Vico dedusse H mondo
invecchiato: ma ^gìi medesimo ci vieta di crederlOf egli che pronunziò: mundus
enim jaTenescit adhuc; interpretazione luminosa deUa sua /rantesa dottrina
delh* legje de ricorsi, e risposta sufficiente a dà lo accusa di negare al
genere umano ogni forza (T avatuamenfo. Dizionario Estetico» ^kudi Filosofici,
Venezia mdoooxl, . l« Stwli OrUici, ] za. Sbaglio grave, dice, Taver negato la
trasmigrazione I delle civiltà da popolo in popolo innalzandovi mura di bronzo.
Errore gravissimo poi da restame scandalizzati, più che uno, mille Tommasèi,
gli par la sentenza, che dopo il diluvio gli uomini si disumanassero 1 * E qui
r illustre critico si fa forte delle censure di LAMI, di ROMANO e di FINETTI e
di tutti gli oppositori del primo periodo, co' quali dopo un secolo e mezzo par
ch'ei si trovi in pieno accordo. TOMMASEO non poteva penetrare nelle dottrine
speculative di VICO, e da quéste trarre, più che dai due o tre passi d'autori
lettini o dagli urli dell'uomo bestiale assordante l'aria e le selve, nuove
dottrine e vere su le origini dell' umanità, non discordanti oggi co' risultati
delle scienze naturali. Come si vede, con una critica sempre acuta nelle sue
osservazioni tuttoché non sempre vera ne' suoi giudizi, il Tommaseo è stato il
primo fra noi ad esprimerci '1 bisogno d' interpretare in maniera filosofica le
dottrine del nostro filosofo; ma non vi giugne, né il poteva, perchè non gliel
permettevan né le esigenze della fede tanto salda e vigorosa nell' animo suo,
né la filosofia schiettamente Kosminiana nella quale è uso attingere i
principii filosofici e i criteri metodici. Usciamo ora un'altra volta dal
nostro paese, e vediamo se nel giro degli anni di che parUamo gli studi, i
giudizi e la stima circa il nostro filosofo sian venuti sempreppiù progredendo
anche presso altra letteratura come presso di noi. L'illustre Renouvier avrebbe
stimato manchevole la sua storia della filosofia moderna ove anch' egli non
avesse accennato all'autore della Scienza Nuova. Vico, egli dice ripetendo
un'aflFermazionedel Michelet, ToMMAsio, Studi Filotojiciy Studi Gritici, Due o
tre pa$9Ì d* autori latini e H troppo reU^oto rispetto di tutu torta tradizioni
in tali togni tmarrirono tale ingegno. del CDUsin, del Lerminier, dello
JoufiFroy e d'altri francesi, ha fatto alla scienza una rivelazione nuova
creando la filosofia della storia; talché dopo la morte de' due martki suoi
compatrioti Bruno e Campanella, ei ci si presenta davvero qual rivelatore d'un
mondo nuovo.* Un' altra osservazione, di cui è bene prender nota, è quella dov'
egli afferma che, quant' a Cartesio, il Vico ebbe pieno diritto a biasimarne
l'incompiutezza del metodo, egli che, considerando come scienze la poesia, la
storia e la filologia, potè gettar -le basi d'un metodo novello supremamente
sperimentale, storico e comprensivo. Ma quali sono propriamente i principii
filosofici del Vico? Ha egli una serie di principii metafisici? Renouvier non
risponde a questa domanda, e si tiene contento nell' affermare solamente eh'
egli ama/va la metafisica di Descartes. Sarebbe questo il luogo di rammentare
il Bouchez; * ma, fra tutt' i francesi, questi è l' unico scrittore che del
Nostro abbia parlato in guisa assai meschina, tanto che a veder come lo cita e
come n' espone le idee, farebbe sospettare di non averlo letto, o che ne abbia
solamente discorso per sentita dire.«£ noi non avremmo tirato fuori il nome di
questo debolissimo filosofo della storia e tenutone conto, se nel suo libro non
si vedesse confermata certa notizia della quale giova prender nota. Citando un
vecchio periodico di Francia, Bouchez dice come le opere di Vico fossero quivi
note già sino dai primi lustri del secolo passato. I francesi dunque molto
probabilmente non ignoravano il primo libro del Diritto \ Universale e, che più
monta, neanche il secondo nel ' quale è racchiusa, com' è noto, la sostanza
della Scienza Ifuova. La qual cosa abbiam voluto qui avvertire col fine di
rinfiancare vie piii la sentenza d'alcuni critici su l'origine delle molte
affinità fra alcune idee del Vico, * RBiroinriBB,Jfaraii««Z de PhUot. moderne;
Paris et Uipsig BouoHBZ, Inltrod. è la Scietkce de VHiet, ec. Paris, e quelle
di certi filosofi e storici francesi anteriori alla rivoluzione, massime del
Tm^ot e di Condorcet. Nel tempo di cui parliamo novella traduzione comparve in
Francia per opera dell' autrice anonima del Saggio sulla formaeUme dd damma
eaftólico. E anche qui e' è progresso; perchè se la traduzione det Michelet,
come si disse, è una riduzione non molto fedele e mancante di critica, la
traduzione di che discorriamo, oltre d'esser propriamente traduzione, è poi
fornita d'un lungo lavoro su le opere e su le dottrine del Vico, pregevole
soprattutto per V analisi cui è sottoposto il pensiero del nostro filosofo.* L'
autore di questa prefazione s' accorge subito ov'è il nodo delle dottrine e del
metodo vichiano. Cotesto nodo, evidentemente, è nella distinzione e insieme
nella relazione tra il vero e il certo, tra la ragioìie e Vautoritcu^ E innanzi
tutto osserva come la parola autorità pel Vico voglia dir volontà, coscienza, 1
voce interiore, sorgente di quel conoscere ond' all'uomo non riesce additar le
ragioni scientifiche e universali. Brevemente; la coscienza è autorità anzi la
piìi grave delle autorità. La ragione poi è facoltà che giugno a dimostrar la
cosa scientificamente, e quindi produce il vero. E poiché tutto ciò che 1' uomo
dimostra è fatto da lui e però ha natura finita, ne segue che il vero debb'
essere inferiore al certo. V è pertanto differenza tra il vero metafisico e '1
vero matematico: questo è nostra fattura, e quindi è vero; quello, in vece, non
ci appartiene come nostro effetto, e in conseguenza riguardo a noi è solamente
un certo. Ora siccome conoscere vuol dire scomporre ed astrarre per cavarne gli
elementi; così di Dio non potremo aver nozione vera, ma certa, stantechè non ne
sia dato scomporre ciò eh' è essenzialmente uno, né ritrovar cause di ciò che è
causa per sé. È necessario adunque un modo nuovo di conoscere Dio; La lunga ed
elaborata prefazione a coi alludiamo si vaole scrìtta da un celebre storico
firancese, A. M., amico della traduttrice. La Seience NouveUe, trad. etc.,
Paris, e però necessaria una nuova facoltà. Questa facoltà è appunto il volere,
che si rivela col mezzo della coscienza. La nozione di Dio quindi è un fatto di
coscienza e di autorità, perchè autorità e coscienza tornano il medesimo. Ho
voluto accennar brevemente queste osservazioni non solo a mostrare che la
prefazione di cui parliamo non è da annoverarsi fra le solite ampolle messe in
fronte alle traduzioni delle opere di grandi autori, ma a far Tederò altresì
come in essa racchiudansi interpretazioni davvero ingegnose. Il traduttore poi
avverte la confusione fatta da VICO tra Zenone lo stoico al quale è attribuita
la dottrina del punto metafisico, e quel Zenone a VELIA che riguarda i corpi
siccome aggregati d'infinito numero d^ atomi o di punti. Nota essere esclurivo
di VICO quel concetto per cui si considera il corpo siccome |?wn^o metaifisico
esteso. Osserva (e qui prego gli altri critici H tener conto di tale
osservazione) che il Vico non volle né poteva respinger l' idea del progresso,
attesoché avrebbe contraddetto alla propria metafisica: le$ cercle4 doni il
entoure l’hutnanité doit nécessairement marcher en avant.^ La qual sentenza,
che cioè nel padre della scienza storica rifulga chiarissima, chi sappia
discemerla, l'idea del progresso, è sostenuta in modo splendido da un altro
francese vivente, dal De Ferron come appresso vedremo. Fra le idee originali di
Vico il traduttore pone anche questa: V uniformità originaria di civiltà appo
differenti popoli più come eftetto della comune natura e dell' unità di fine
che ne presiede allo svolgimento, anzi che come resultato di comunicazioni
dirette avvenute fira popoli diversi.' Riferisce al Vico la scoperta de' tipi
fantastici di differenti classi d'uomini contro chi non vi sapeva scorgere
altro fiiorchè personificazione di forze naturali. À lui medesimo riferisce l'
aver dimostrato storicamente il processo delle tre forme politiche generali, [
La Science Nouvdle OVli. aristocrazia, democrazia, monarchia; V aver avuto
coscienza come né l’eloquio né la civiltà latina fossero provenute di Grecia;
e, anziché divinato (come vorrebbero alcuni tedeschi), aver egli dimostrato in
gran parte i suoi principii storici, né solamente dato impulso alla presente
filosofia della storia, ma avere concorso propriamente a svolgerla, a
costituirla: al qual proposito notiamo come il traduttore giustamente
rivendichi a Vico il merito attribuito a Champollion, d' aver interI pretato e
svolto le conseguenze del celebre passo di San Clemente Alessandrino. Fa vedere
poi come in pili cose ei mirasse più giusto e più sicuro dei suoi successori
quant' alla storia del Diritto; per esempio, su la tanto vitale distinzione fra
popolo e plebe, non veduta da ! Livio, e comprovata dopo il Vico dal Beaufort e
da Niebuhr. Mostra quindi essere assolutamente nuovo il modo con che V autore
della Scienza Nuova considera e risolve la questione circa l'origine delle XII
Tavole; nel che lodiamo la forza e la maniera ingegnosa ond' anch' egli sa
difenderne la verità. Verissimo, finalmente, quel giudizio su la dottrina
risguardante Omero e i poemi omerici, accorgendosi come il Vico non intendesse
con tal dottrina negare un Omero personale che 'impresse forma esteriore ai
suddetti poemi, ma negare bensì, nel che egli ebbe ed ha ragione, un Omero che
fosse creatore de' medesimi, come vedremo a suo luogo. Tali sono i pregi di
quest'assennato lavoro critico che va innanzi alla seconda traduzione della
Scienza Nuova. Ma non vi mancano difetti; e ne cito qualche esempio. Come non
iscorger l' attinenza fra il vero e il certo di VICO? Come non veder che 1'
autorità altro non è che la stessa ragione considerata quale obbietto che propone
sé a sé medesima, essendo due termini cotesti che, come altrove diremo, van
soggetti anch'essi alla legge di conversione? Se questo avesse inteso il
traduttore, non avrebbe affermato che dell' assoluto non si possa aver nozione,
ma sentimento. Nella Ragione e jìeW Autorità del Vico egli forse ha voluto
scorgere qualcosa della Ragion pura e della Ragion pratica del Kant, ' G certo
non s' è intieramente ingannato. Ma non s' incanna egli quando si piace di
scendere a conclusioni cosi immediate col Criticismo? Che poi tanto in
metafisica quanto in geometria il punto sìsl principio d^ estensione; che però
la matematica, sia come dire, copia materiale atta a farci conoscere il tipo
immateriale eh' è appunto la r»i avverato dopo la pubUicaiione di tale storia, aTcndo
questo scrittore poeto il gran princìpio per cui la storia è aommesea {dVimpero
di leggi univeraali. Ma non è questa per l’ appunto la grande scoperta della
Scienza Nuova almeno quant*al suo principio? E tutte le leggi su la costanza
de* fatti sociali trovate da Buckle e più dal Quetulut, non sono forse
altrettante applicazioni sociali di quel princìpio? Ma prima di procedere
innanzi giova rispondere ad mia difficoltà non diffìcile, a nascer nella mente
di qualche pedante. Si domanderà: perchè insieme co' puri critici ed eruditi in
questo secondo periodo avete messo filosofi di gran nome? La risposta è facile
e chiara: primo, perchè tale è l'ordine cronologico di cotesti filosofi;
secondo, perchè costoro han parlato o accennato alle dottrine del Vico, adoperando
una critica più presto erudita e storica che filosofica. Qui non potevamo
disporre e coordinare gli autori in ragione delle opere scritte e per gli studi
eh' essi han coltivato e per la forma del loro ingegno, bensì pel valore della
critica ch'essi hanno esercitato su le dottrine del nostro filosofo. Nessuno ha
dato segno d'elevarsi ai veri prindpii di queste dottrine, non perchè non
sapessero, ma sia perchè alcuni di essi non ebbero tal fine parlando dinVico,
sia perchè non han creduto ad una filosofia ' di quest'autore. Nondimeno a
contar dai primi fino agli ultimi scrittori appartenenti a questo secondo
periodo, dallo Jannelli, per esempio, al secondo traduttore francese della
Sdenta Nuova, è evidente un progresso mercè cui la critica sul nostro filosofo,
da erudita e sto \ rica e filologica, viene assumendo gradatamente valore
sempre più filosofico; di modo che T ordine logico, in questo nostro saggio di
storia sulla Scienza Nuova, risponde perfettamente all' ordine cronologico. La
critica nel senso d' interpretazione filosofica sarà quind' innanzi il
carattere per cui si distingueranno gli autori a' quali verremo accennando nel
seguente capitolo. periodo degl' interpreti filosofi. Il terzo periodo degli
studi sul filosofo napoletano, se è vero che ha da risolversi logicamente, come
s'è detto, in una critica filosofica, doveva esser dischiuso propriamente da'
filosofi come quelli i quali, più che fermarsi alle applicazioni, costumano
anzi risalire ai principii e alle ragioni di esse. Or le ragioni e i principi!
( della Scienza Nuova giacciono sparsi, quasi germi fecondi, nelle opere latine
del nostro filosofo; e a queste vediamo accennare più spesso, e ad esse
volgersi più che ad altro la mente degli scrittori che noi verremo adunando ed
esaminando in questo terzo periodo. Primo di tutti, infatti, al Libro
Metafisico ricorre r illustre ROVERE; e, trovatovi il criterio del vero e del
fatto che è come il nodo vitale di tutte le teoriche vichiane, nel Binnovamento
dell' antica filosofia I italiana viene applicandolo a quella dottrina ch'ei
disse della hvtuijsione. Sennonché, un criterio qual è questo di valore
essenzialmente universale, come vedremo, un criterio che nelle più elevate
questioni di metafisica assume qualità e forma di principio; nelle mani del
filosofo pesarese invece piglia natura e proporzioni, per cosi dire, di norma
psicologica, o ideologica che sia: né quindi ebbe torto il Rosmini se in
cosiffatto innesto operato dal Mamiani vide annidarsi difetti non pochi, né
lievi magagne, confessate oggi tacitamente e nobilmente dall' autore delle
Confessioni d’un metafisico. Vedremo a suo luogo se quando Vico propose quel
criterio, non intendesse né punto né poco uscir da' termini della Intuizione,
come allora pensavasi '1 Mamiani.* Il quale, ove oggi tornasse a parlarne,
certo ne discorrerebbe in ben altri sensi e co' riguardi di buon platonico, più
che di filosofo naturale seguace della filosofia del comun senso, al modo che
con sì acceso entusiasmo prese a fare trentacinque anni addietro.* Del • Vedi
Del Rinnovamento della FU. antica Itah, Parijri. 1 Difatto nelle Con/esnoni
ROVERE designa il filosofo napoletano come il vero e ardito rinnovatore della
teorica delle idee, ma non dice come, non dice perchè, e non giustifica in
alcun luogo ed in vernn modo tale affermazione. Nò Teramente il poterà,
stantechè rimanente il merito a cui egli può e dee pretendere panni questo.
Primo d' ogni altro ei richiamò alla mente degl'italiani non pur la dottrina su
l'anzidetto criterio, ma eziandio alcune teorie cosmologiche sparse nel libro
De Antiquissima Itàlorum sapientia. Tale si è quella de' punti metafisici come
generatori di solidi, in quanto ci significano una forza unica che in ciascun
corpo meditiamo sotto la concezione d' un punto: tale queir altra su la
continuità che questa forza infonde a tutte cose: * tale anco la idea del
conato motore identico per tutto: tale il concetto della incomunicabilità del
moto onde ogni particola materiale si può dir che possieda in proprio il
principio motivo già ricevuto da tutto il subbietto, talché il moto sia da
ritenere per al tutto spontaneo:' tale, finalmente, l'idea della impossibilità
del vuoto assoluto, e 1' altra che il divisibile accusi r indivisibile, l'
indefinito e l' immutabile in seno alle fenomeniche e divise realtà.' Ognun
vede quanto ROVERE del Rinnovamento cogliesse giusto in queste idee
cosmologiche di VICO. Dopo trenta e piii anni però egli è ritornato a parlarne,
ma troppe cose nella nuova cosmologia scordandosi della vecchia. Ristringendoci
infatti, per ora, al concetto istorico, se dell' antico maestro invocato sei
lustri innanzi ei pur si rammenta, se ne rammenta sol per addolorarsi anch'
egli che il Vico fosse stato l' autore della dottrina Corsi e ricorsi storici
(malaugurata dottrina!) né sa darsi pace pensando come mai nella mente di quel
sommo tal gravissimo errore fosse potuto capire. Al contrario oggi egli stima
d'aver gettato le basi alla filosofia storica, mercè l' idea dell' finità
organica del mondo isterico. Ma, diciamolo con buona pace dell'illustre U sua
teorica neopIatoDìca delle idee sia diametralmente opposta a quella che, come
redremo, scaturisce dall* insieme delle dottrine richiane. Dd Rinnovamento^ ec
pai|^. 297. nomo, cotesto a noi sembra ed è un concetto assolutamente vìchiano.
Per tre fattori, infatti, dice il Mamiani, il mondo de' popoli forma unità
organica; e sono questi: 1* natura comune e perpetua negli uomini; 2 È una
relazione * Vedi negli Atti dell’Accademia di Torino, celesta, tra Kant e Vico,
della quale giova tejier conto; e abbiam voluto farlo citando le parole del
valoroso BERTINI. CONTI, pensatore profondamente cattolico e altrettanto onesto
e sincero nelle sue convinzioni, ha voluto consacrare intera una lezione alle
dottrine del I nostro filosofo nel suo Specchio della storia generale della
filosofia. Chi conosce i principi! filosofici dell' illustre ed elegante
scrittore toscano saprà indovinar subito quale esposizione egli faccia di VICO,
e sospettare in che senso ne interpreti le dottrine. Può dirsi eh' e' sia il
rovescio degli hegeliani; perchè si studia di tirar tutto dalla sua parte l' A.
della Scienza Nuova, segnalandolo naturalmente com' uno de' tanti anelli della
sua filosofia perenne. Io non istarò qui a negare ne che il Vico sia cattolico,
né che la critica del prof, pisano sia fatta male. Sarà anzi critica savia e
coerente: ma è tutto Vico della prima maniera quello eh' ei ci dà, perocché
niente vi sappia discemere che non si ritrovi più o men palesemente in
Agostino, in AQUINO, in AOSTA, e simili. Però in VICO nulla ci é di nuovo, nel
senso del filosofo samminiatese, salvo che il concetto d'una filosofia civile.
Né potrebb' esser diversamente, ammessa la maniera con che suol procedere in
tale esposizione critica appoggiandosi per lo pili in certe aflFermazioni
generali e duttilissime del nostro filosofo, qual è, per esempio, questa: Dio,
com'è U principio ddV essere, così è anche del conoscere. Quante mai
conseguenze non si potrebbero far rampollare da cosifiatto principio ! Un
giobertiano, per esempio, vi mostrerebbe com' ei si sgomitoli tutto nelle note
formolo e cicli creativi e concreativi assoluti e relativi di cui al solito
egli ha piena la bocca; dovechè un hegeliano non mancherebbe darvi pruova di
tal destrezza, da sciorinarvi sotto gli occhi a fil di logica tutta la rete
delle sue leggi dialettiche. In VICO c'è parecchie di cpsi fatte sentenze; né a
CONTI poteva riuscir difficile tirarle alla sua filosofia comprensiva. Ma egli
dice benissimo dove osserva che i prìncipii del Vico, anzi che condurre al
panteismo, lo combattono; e in ciò noi conyeniamo pienamente. Or non sarebbe
stato mestieri dimostrar come non vi condncano e conte lo possan combattere?
Consentiamo altresì col dotto scrittore in tutte quelle saggio riflessioni eh'
e' sa fare su l'indole comprensiva e storica del metodo vichiano. Ma non
sapremmo concedergli che la dottrina dei corsi e ricorsi apparisca solo nella
seconda Scienza Nuova. È quistione di fatto eh' ei potrà risolvere col ridar
un' occhiata al sommario della 1* Scienza Nuova. Farà male anche a lui cotesta
dibattuta e combattuta dottrina; ed è forse per questo ch'egli procaccia di
trovar modo a scusarne l'autore: ma, più che scusarlo, avrebbe dovuto e potuto
difenderlo. Crede anch' egli poi, erroneamente, come FERRARI, che VICO
s'ispirasse alla teorica delle monadi di Leibnitz; ma contro il Ferrari mostra,
e fa benissimo, quanto il Vico fosse lungi dal confonder la causalità con l'
identità ideale. Finalmente osserviamo che i principii ond' il Vico resiste al
Cartesianismo e che il Conti riduce a tre, sono da lui debitamente
interpretati, meno T ultimo poco fa menzionato; che Dio, cioè, essendo
principio dell' essere, è anche principio del conoscere. Accettando questa
sentenza accetta anco l' altra tanto familiare al Vico, per cui la metafisica,
la matematica e l'etica siano da Dio. Anche cotesta è afi'ermazione generale,
onde nnlla può concluderai finché non si giùnga a mostrare come precisamente
accada che quelle scienze rampollino da Dio. Per ciò medesimo accoglie e ripete
quelr altro pensiero che il sommo della certezza risegga nella metafisica;
contraddicendo cosi a ciò eh' egli stesso ana pagina innanzi aveva accettato da
Vico: la certezza somma potersi l'aggiugnere unicamente con le matematiche.
Bisogna pur confessare che con la sua critica il Conti ha lasciato il Vico dove
appunto l' avean A. CoNTf, Storia della Filotofich Firenze condotto, per
esempio, il Duni, Tlannelli, il Tommaseo, r Amari, il Rosmini e tutti
gl'interpreti filosofi cattolici. E noi non sapremmo fargliene carico: con la
sua maniera di filosofare non poteva far diversamente. Anche l'illustre
Franchi, scettico ingegnoso, onestissimo, sincero, e critico furibondo, pare
talora siasi data la pena di leggere qualche libro del Vico; e ne parla I in
due luoghi neUe sue Letture sulla storia della filosofia moderna. È noto come
il Vico più volte accenni a Bacone, nella Scienza Nuova, nel Libro Metafisico,
nel^ r Orojsiotie sugli studi, e fin nelle sue Vindicue contro gli Atti degli
eruditi di Lipsia. Lo rammenta sempre con parole amorose e riverenti,
annoverandolo, com'è noto, fra' suoi maestri. Il valoroso Ausonio reputa
esagerati cotesti elogi, massime, die' egli, quando si pensi a GALILEI. Non
possiamo qui intrattenerci sul valore speculativo di Bacone: il divario e le
somiglianze fra lui e il nostro GALILEI accennammo altrove.* Ma gli elogi del
Vico al filosofo che primo ebbe coscienza della teoria sperimentale (dico della
teoria) non dovrebbero parere esagerati a nessuno: Franchi anzi avrebbe dovuto
chiamarsene contento, se avesse badato all'indirizzo storico e però
sperimentale cui è tutta volta la Scienza Nuova. Né qui giova gran fatto
invocar l'autorità di Cartesio, dicendo ch'ei fece appena menzione di Bacone;
del Newton che noi nominò mai; del Locke che lo citò solo una volta, non come
filosofo, bensì come storico. Questa anzi è una ragione di più per apprezzare
gli elogi che ne fa VICO. Qual è il motivo principale onde r autore della
Scienza Nuova encomia tanto spesso r autore del Nuovo Organo? Questo, parmi; l'esigenza
in Bacone a dimostrar con esperimenti la verità già concepita, e quasi
preveduta col pensiero.* La ragione dunque ond' al Vico piaceva Bacone, ci
mostra com' egli sapesse intendere e pregiare la mente del filo[Vedi la nostra
memorìa su GALILEI. Bologna. Vico, Vindìeke^ nve NoUb in Ada erudiUìrvm
lAptitnna] sofo inglese. E dico intendere e pregiare, perciocché -egli non
iscorgeva nel Nìmvo Organo quel rachitico sperimentalismo che ci san vedere i
positivisti, e per cui solamente e con tanto calore costoro invocano a maestro
il conte di Sant'Alban. Di che proviene poi un'altra riflessione ; ed è che
dalla citazione di VICO testé riferita è manifesto, come gli sperimenti non
sieno la sorgiva, bensì la riproduzione, la conferma di ciò che in qualche '
maniera si è innanzi concepito; e per cui i diritti dello spiritò restano salvi
di fronte a qualsiasi forma d'empirismo. D'altra parte, poiché senza sperimenti
ciò che s'è speculato riesce al tutto sterile e vuoto, ne segue che non senza
buone ragioni nella Scienza Nuova il metodo di iilosofare del Nuovo Organo è
detto essere il metodo più accertato. Avea dunque torto il Vico nel profondere
•encomii al Gran Cancelliere? Esagerazione é il dire, nell' Autobiografia,
essere stata grande fortuna per lui aver avuto notizia del libro del Signor di
Verolamio? Ma e' é di pili. Il Franchi reputa Bacone padre di quella storia che
l' autore del nuovo Organo disse letteraria, e senza cui la storia del mondo
pare vagli come la statua* di PoUfemo priva dell' occhio. Or come va che l'
acutissimo critico non s' è accorto esser la Scienza Nuova precisamente cotest'
occhio dato dal Vico al Polifemo di Bacone? E non é ella cotesta un'altra
relazione fra' due filosofi? E non è in questa relazione appunto il motivo
degli encomii esagerati? FRANCHI parla di VICO anche a proposito del Cogito di
Cartesio. È noto come l' autore della Scieìiea Nuova, ragionando di questo
criterio, facesse menzione altresì del detto di Sosia: quum cogito, equidem
certe idem sum qui semper fui. Ne parla €ome fatto inconcusso inverso a cui le
lance dello Scetticismo, per acutissime che paiano, rimangono spuntate appunto
perchè il dubbio, essendo anche pensiero e quindi importando identità
personale, racchiude certezza. Il Franchi domanda (e nel domandare, dà segno di
stupire in che maniei'a la penna d'un Vico abbia potuto scrivere tali
enormezzel): che cosa mai ci ha che vedere il motto volgare di Plauto col
principio filosofico di Cartesio? Ma, buonissimo e valoroso Ausonio, trattasi
per T appunto di questo I La posizione Cartesiana è ella davvero un principio,
o no? È egli un vero, o non piuttosto un certo? Tra i filosofi vi è anche
MAZZARELLA, che in quest' nltim' anni ha parlato di Vico nella sua Storia della
Critica, e ne ha considerato l'ingegno critico in relazione alla critica
anteriore e posteriore all'autore della Scienza Nuova. Con la solita chiarezza
e semplicità e dirittura di pensiero egli ha saputo mostrar che cosa
rappresenti il filosofo di Napoli nella Storia della Critica: !• il disprezzo della
critica meramente erudita: 2 zioni poco fa rammentato, niun altro fra noi ha
parlato del Diritto Univermle tranne roi:rregio prof. Luchini nella sua Critica
della penalità^ condotta secondo i principii del filosofo napoletano. Egli ha
messo a riscontro ia dottrina del Nostro con le teoriche di Kant, del Bentham,
di ROMAGNOSI, di ROSSI e della Scuola toscana, e se ne dichiara seguace.
Vedremo nella «Socto^ofTtd s'egli siasi apposto nello mterpretar la teorica
della penalità dell* autore del Diritto Univtrtale, anteriori. Di fatto, porre
a fondamento della società un doppio bisogno materiale e morale, eh' è dire
l'istinto al bene essenzialmente morale e all'utile tolto nel significato di
equo-buono; dimostrar Funo anteriore logicamente all’altro e questo mostrar co'
fatti anteriore a quello per sola ragion cronologica; trame quindi il principio
giuridico ed etico d' una doppia società (soci^as veri e sodetas (squi-boni);
far consistere la natura d'entrambe in uno scambio di beni materiali e morali
fra gì' individui; porre il concetto di giustizia come proporzione onde questi
beni vonn' esser distribuiti, ri che quand' anco non esistesse un bene di
genere morale ma solo beni materiali ci avrebbe a essere ciò nullamanco una
misura secondo la quale siffatti beni devano andar ripartiti, e quindi la
necessità del medesimo concetto di giustizia anche nelle attinenze puramente
materiali fra gli uomini: presentare siffattamente la scienza del diritto, dice
il Franck, vuol dire creare addirittiu*a la filo ' sofia delie relimoni civili
e sociali, la benintesa Sociologia. Due sono perciò le regole fondamentali
dell'umana condotta che scaturiscono da'principii di VICO: operare di buona
fede rispettando la verità in tutto, ed esser utile ai propri simili.
("onvien confessare, diciamolo di passata, che ove il Franck avesse tenuto
conto principalmente di questi criterii, non avrebbe speso molte parole a
biasimare il Vico a proposito dell'esagerato concetto che questi ebbe intorno
alla carità, la quale talora, com'è noto, egli confonde con la giustizia. Altro
pregio insigne di questo scrittore è l'aver saputo cogliere i veri principii
del Diritto punitivo del ' nostro filosofo, mostrando com' egli, col tener d'
occhio nella sua dottrina non pure il colpevole ma anche i diritti e gì'
interessi della società, compia nel medesimo tempo le due opposte teoriche
penali; quella, cioè, dei sistematici platoneggianti che nel comminar la pena
mirano soltanto all' ammenda del colpevole, e l' altra degli ntilitarii e
positivisti che della parte morale non ^ sanno tener conto, ne punto, ne poco.
Ma sopra tale argomento ci rifaremo altrove di proposito. Seguitando intanto,
parmi che il pregio massimo della crìtica di questo scrittore stia nel modo col
quale considera i principiì delia politica; prìncipii che, quantunque nello
stato di germe, possiamo rintracciare nel Diritto Umversale. La politica del
Vico, egli osserva giustamente, è tutta fondata sul Diritto, ma in armonia con
la storia. Sentenza verissima e feconda, che Franck avrebbe dovuto rifletter
meglio dove censura il Nostro per alcune applicazioni eh' ei venne facendo alla
storia. Laddove il Vico, egli dice, s' accinge ad applicare il metodo allo
studio del Diritto, urta evidentemente ad un doppio scoglio; da una parte,
quand' egli chiede soccorso alla sola ragione, risica di confondere e spesso
confonde il dominio della giurisprudenza con quello della metafisica;
dall'altra poi, quando chiede aiuto alla storia, altro non fa che aggirarsi in
mezzo alle istituzioni e ai destini del popolo romano, quasiché la storia di
questo popolo fosse la storia universale. In altre parole il Franck dice così:
VICO da una parte, svapora nell'a priorismo e dà nelle astrazioni; mentre poi
dall' altra intoppa nell' empirismo. Il Franck dice benissimo. Nel filosofo
napoletano questa doppia tendenza è manifesta. Ma anziché difetto cotesto,
perché non dirlo pregio? Non é egli stesso, infatti, che non rifinisce
d'incelare il metodo vichiano appunto perché consiste nel connubio della
filosofia con la filologia, della metafisica con la giurisprudenza, della
ragione con l'autorità? Or l'esigenza d'un doppio organo, d' un doppio
strumento nel metodo, non é la condizione legittima, e propriamente la parte
vitale d' una dottrina, doveché gli errori d' appUcazione hanno valore Affatto
secondario? Il non aver poi riflettuto a questo ha fatto sì che il Franck
giugnesse ad una conseguenza non vera, dicendo che il Montesquieu, quant'al
metodo, vinca e superi il filosofo italiano. Paragoni, somiglianze, analogie,
riscontri fra questi due scrittori non sono possibili. Montesquieu non ebbe
neanche sentore àeV n metodo vichiano; ed ecco perchè l'opera su lo Spirito
ddle leggi non è una filosofia della storia, non è la Scienza Nuova, né quindi
credo che lo scrittore francese siasi ispirato né punto né poco neir italiano,
come inchinerebbero a supporre Lerminier, Carraignani, Amari ed altri. Il senso
delle storicità, come primo fra tutti osserva FERRARI, manca affatto nel
Montesquieu; e manca in lui, come tutti oggimai ritengono, il compimento
razionale filosofico; vi mancano insomma i principii, 0, per dir la parola che
usano gli stessi Francesi a tal proposito, vi manca il carattere détta
raziofialità. ^j L' ultimo libro nel quale si parli cou serietà scientifica del
nostro filosofo, è quello di Ferron, ingegnoso e abilissimo filosofo. Nessun
francese meglio dì 1 lui ha saputo cogliere il significato razionale della
Scienza I Nuova, comprenderne il metodo isterico, e pome l'autora in quel
seggio che gli spetta fra i pensatori dell' evo moderno. Tracciata la storia
dell'idea del progresso,^' egli entra a discorrer su la scienza de' fatti
storici qual' era concepita prima di VICO, sul DIRITTO ROMANO rispetto alle
dottrine di lui, su la Scienza Nuova di fronte alla critica moderna, e con
erudizione eletta, acconcia, sobria e non affollata, prende a trattare la ' Il
Canuignani dice benissimo dove affernia che il metodo del Mon ) tesqaien
rassomiglia al microscopio, in mentre che quello del Vico rende imagine del
telescopio. (Storia della FU, del Diritto) Che poi il difetto di razionalità
costituisca la parte debole deiropora del filosofa francese, è cosa ormai detta
e ridetta e provata fino dal secolo passato, e confermata sempreppifi dai
moderni. Non potendo trattenerci in questi particolari, rimandiamo i lettori al
giudizio che in proposito danno i seguenti scrittori, e che torna conforme al
nostro espresso poco fa: Duxi, Saggio mila Giuritpr. univ., FlLAKOlRRI, Se.
della Legialaz.^ lotrod. MaCKINTOSH,
Vige, nur Vétude du Droit de la nature, ec. RoTTBSKAg, Emil, Fra i moderni poi
cons. Lebminirr, Biat,^ ginér, Barkt, Hiwf. dea idéen morale» et politiquea en
France Jakrt, Hiat. ec. yol. II, pag. 516. DaFAO,^; De la méth. d*olaervation
aux aciencea mor. et poi.,. Qneit* ultimo anzi dice
mancare affatto nel Montesquìon una teorica. quistione su Tetà dell'oro, e
l'altra su T orìgine e sul valore de' poemi omerici. Il buon senso di Ferron
nel saper rilevare in siffatte quistioni il merito del nostro filosofo a me sembra
davvero mirabile. Con dirittura di giudicio intende la relazione fra il diritto
civile e '1 diritto filosofico; e con tal chiave nelle mani riesce ad
interpretar debitamente la storia ideale che l' autore della Scienza Nuova
seppe cogliere nello svolgimento del gius romano. Uno per lui è il sistema del
Vico; onde le due Scienze Nuove non sono da riguardarsi altrimenti che come
detix rédadions éCun ménte sujet: al che dovrebbe por mente il nostro Cantoni.
Ritiene egli pure che lo Champollion non discoprisse, bensì confermasse
pienamente la dottrina del Vico su la storia della scrittura, tale essendo
infatti la triplice scrittura egiziana geroglifica, jeratica e demotica.
Dimostra ch'egli prima d'ogn' altri ritrovò e compose in armonia parecchie
dottrine accettate oggi e rassodate difinitivamente dalla scienza, quali sono,
per citarne qualcuna, la formazione del dramma satirico riguardato come
sorgente d'ogni poesia drammatica, l'anteriorità del linguaggio poetico al
linguaggio prosaico, e simili. Da ultimo fa rilevare come, non contento d'
avere scoperto la legge secondo cui si vanno svolgendo nel corso isterico le
grandi civiltà nonché le forme semplici del reggimento politico, profondasse la
mente nel ricercare e determinare il carattere d' un' epoca anteriore alla
città ed alle aristocrazie feudali, epoca che costituisce appunto l'età divina.
La quale osservazione, fatta da un francese, dovrebbero oggimai
spassionatamente meditare i positivisti francesi che non rifiniscon di
celebrare la scopei'ta della legge sociologica del loro maestro! Ma nel De
Ferron incontriamo riflessioni che non ci è venuto fatto ritrovare in verun
critico. Base della città, die' egli, fondamento del formarsi delle nazioni per
r A. della Scienza Nuova non è Y istinto della sociabilità, come credevano i
giusnatnralisti suoi contemporanei. Se tale istinto può aver creato la
iaiiiiglia e le tribiì, non però basta a fondar la città, non riesce a condurre
un popolo ad una data costituzione politica. È necessaria dunque una l'orza
estrinseca, senza cui r uomo rimarrebbesi nello stato pastorale. Ora cotal
forza estrinseca e tutta naturale consiste nel fatto del successivo migrare
delle tribù da alcuni centri; nel loro successivo aggrupparsi in dati luoghi;
nel fissare lor sedi, ond' è resa possibile l'agricùltura; e finalmente) nel
fatto delle conquiste, le quali hanno virtù di creare e rendere sempre più
stabili e quasi organiche le nazioni sedentarie. Tutto questo, dice benissimo
il De Ferron, scaturisce a fil di logica dalle dottrine del Vico. Diciamolo ora
con parole nostre: l’organismo sociale, la società, è da natura; è nella
natura: l'organisiifo dello Stato, in vece, è sottoposto a processo; questo
processo tiene ad arte; ma quest' arte è fondata aqch'ella in natura. La
relazione storica, dunque, ecco il concetto del Vico che il De Ferron ha
interpretato a meraviglia., Altra osservazione assai notevole parmi questa. Non
v'è stato né v' è, die' egli, chi i;on abbia celebrato il filosofo di Napoli
qual padre della filosofia della storia; mais on se garde d'exposer sa méthode
historique, aristoteliemie, i cui principii son oggi venuti applicando, in
diverse ricerche storiche Macaulay, Michelet, Guizot.' Con queste parole il De
Ferron mostra d' aver pienamente compreso il metodo della Scienza Nuova; metodo
essenzialmente aristotelico, checché ne abbian' detto e si piaccian dire certi
hegeliani. Ed ecco perché egli s' allontana da parecchi altri critici nell*
apprezzare il concetto vichiano sul progresso; rispetto al quale consente con Y
anonimo traduttore francese, col Tommaseo, con lo Spaventa e con altri, per
citare qui ' È uno de' principii su' quali è fondata la Sociologia del Comte e
ch'eglif spesso appella contenBo, cospirazione {Coum de PhiU posity voi. V).
Sarà anche questa una scoperta del Positivista francese? Db Ferron, tre nomi
che, quantunque discordanti nel resto, convengono ciò nondimanco nel credere
che in Vico esista r idea del progresso. E a chi neghi o dubiti che cotesto
concetto ritrovasi nella Scienza Nuova, il De Ferron è pronto a rispondere:
cela parati impassible a PRIORI, car le progrès décovUe de son sy stèrne; mais
en otUre U le prodame formellemeYU} Si dirà che il Vico non vide 1' elemento,
la molla principalissima delprogresso, cioè la trasformazione dei rapporti econo
spirito. Uno de' suoi pregi, come s' è detto, è la posizione del pensiero qual
inizio di scienza indipendente da ogni qualunque autorità: ma di ciò, com' è
noto, Cartesio non può vantarsi d' essere stato primo divulgatore e sostenitore
nel regno della scienza.' Vero pregio, pregio massimo dell'autore delle
Meditazioni sta neir aver considerato come originaria virtù dell'anima
l'attività stessa del pensiero; aver posto r anima come il pensiero stesso, e
però come soggetto e obbietto.' Senonchè il pensiero per lui non era altro che
rappresentazione, e, come tale, unione a dir cosi meccanica, incosciente,
immediata di due oppositi elementi, dell'universale e del particolare,
dell'infinito e del finito. Come dunque potev' egli riuscire al vei'o
organamento del sapere filosofico, posto un fatto empirico, Dt$c et le
Cartinanimne, Introd. Franchi, St. detta FiL mod., Tol. 1, letlnrs Jaitbt,
(Euw, phiL de LeibnitZj ToL I., Introd. TrnmtiiAinf, Su ddla FU. La riforma
cartesiana, cosa arvertita presso che da tutti gli storiografi, non giunse
nuova fra noi, tanto clie la si riguardi come rinnoramento filosofico, quanto
che come reazione scolastica. ATevamo avnto già PETRARCA, poi VINCI, la scuola
Telesiana – TELESIO (si veda), poi la scuola Galileiana – GALILEI (si veda).
(Vedi Libri, HUt. de» •eienc, math., ~ PncoiiroTTi, Sl della Med,^ voi. ult.)
Potremmo dire altresì che TAconzio, come osserva giustamente il Franck [Diet,
de» »eiene. phiL) fosse stato in ITALIA il devander \ del metodo cartesiano.
Avevamo avuto anche BRUNO; e segnatamente CAMPANELLA, le cui opere non
dovettero esser del tutto ignote a Cartesio, come nota il Bitter {Hi»t. de la
phU. mod.). Ma anche qui, al solito, s* inciampica neir esagerazione quando si
vuol risalire fino a sant'Agostino a ripescar 1* antecedente del pronunziato
Cartesiano ! Nò io mi ci vo' opporre, sapendo che in quel Santo Padre e' è pur
troppo r esigenza cartesiana (Vedi per es.: De Lib. Arò., e specialmente De
Civii. Dei). Ma il valore della posizione è tanto diversa ne* due filosofi,
quanto diversi i tempi in ch*ei vissero, trattandosi ben più che di certezza
d'esistenza. Il Cousin poi, com'è noto, va fino al No»ee te ipeum di Socrate !
Contentiamoci di questo, che non è poeo: un eclettico ne potrebbe far di
peggio. • DiBOARTBS, Médit., Lettre», U II, U». Obi. répotue», I, 4. posta una
dualità empìrica? E in che maniera spiegare nel pensiero l'unione del finito
con l'infinito? Ma che davvero l' idea di Dio sia innata e a priori nella
nostra mente com' egli stesso afferma, * al modo eh' è innata, non nata, cmmcUa
l' idea di noi medesimi (ciò eh' è proprio la novità di Cartesio) è ancor cosa
da dimostrare. È ella possibile nel nostro pensiero l'idea dell'infinito
veramente detto? L'essere adegua il conoscere, dicono certi interpreti
hegeliani; e poiché nel conoscere v'è r infinito, il pensiero è dunque
infinito: ecco la novità vera di Cartesio, su la quale s' imbasa propriamente
la filosofia moderna. Ma il pensiero è egli propriamente l'essere, come si
vorrebbe darci ad intendere? Non potrebbe stare che cotesta fosse
un'affermazione arbitraria di Cartesio, fatta legittima, più che altro, dal
desiderio, nonché dall' artifiziosa interpretazione che gli hegeliani porgono
all'entimema cartesiano? Diranno non ci essere artifizio di sorta in questa
loro interpretazione. Ma non è forse egli stesso, Cartesio, il quale a chiare
note ci dice in che senso parli d'innatismo, afiermando, la natura stessa
averci fornito d'una facoltà mercé cui produceìido queUPidea possiamo conoscere
Dio?* Checché ne sia, era d'uopo rivedere, chiarire e correggere in gran parte
la posizione cartesiana del pensiero. Questo quant' al Descartes, come
iniziatore del novello indirizzo. Quanto poi agli esplicatori del
Cartesianismo, in generale, era d' uopo restituire alla scienza'' il concetto
delle cause finali invocando segnatamente lo studio della storia; porre
l'assoluto come obbietto • Descartes, Médit. 8«. Vedi nella Troinhn.
oljection9f Z" Rép,: e nella Rép. à M. Begiut. Non ignoro che nella
Meditaz. 3^ e 5" egli dice apei-tamente, Tidea di Dio essere innata in
quanto ci ^ imprenta da lui medesimo. E qoi è chiara la contraddizione tra ciò
eh* egli afferma in queste Meditazioni, e le illustrazioni ch’egli stesso ne dà
nelle Risp. alle obbiezioni poco fa indicate. Bisogna dunque levarla di mezzo
tale contraddizione; è fuori dubbio. Ma perchè pretendere di leTarla con T
identificare Dio e pensiero, facendo contro cosi a tutte lo esigenze della
metafisica cartesiana ? anziché come principio di ricerca; accomunare in un subbietto
dinamico universale tanto la costituzione del mondo fisico, quanto quella del
mondo morale; e quindi statuir le norme d'un metodo non geometrico, non
puramente psicologico, né assolutamente a priori nella, costruttura della
Scienza Prima. Questo per V appunto presero a fare il Leibnitz in Germania e,
poco appresso, VICO IN ITALIA. Non vorrei che i lettori stimassero
inconcludente il ravvicinamento di questi due nomi, e inutile e vuoto un
riscontro delle loro dottrine. Non è cotesto, intendiamoci, uno de' soliti
riscontri onde rigurgitano certi libri odierni appo cui non di rado si dà per
concreta, storica, reale un'attinenza meramente logica, o ideale che sia. Il
riscontro tra il filosofo di Napoli e il filosofo di Lipsia è tutto ideale; ma
la ragione di esso pone radice, meglio che in qualche riposta e fatai legge
dialettica, in queste due ragioni principalmente: !• nella forma e natura
stessa di lor mente: 2* nelle condizioni della filosofia del secolo XVII. E
innanzi tratto ricordo anche qui, non esser possibile dimostrare che il
filosofo italiano siasi ispirato nel filosofo ) di Lipsia ormeggiandone metodi
e dottrine, com' altri hann' affermato.' Nullamanco l'affinità fra alcune
dot[Vico ha coscienza della propria posizione specalativa, e scientemente
opponevasi alP esagerazioni ed errori cui ruppero le diverse direzioni e scuole
nate dair indirizzo cartesiano. £gli conobbe lo opere di Spino}^, di Locke, di
Malebranche, e Tisi oppose. Quant'a Spinoza, cfr. Op. voi. QnanV a Locke,
Quant'al Malebranche, INon è dunque niente vero ciò che è stato affermato da un
hegeliano che il Vico, posto eh* abbia speculato, speculasse incosciamente e
senz" alcuna relazione alla storia della scienza. * In tutte le suo
scritture ne rammenta il nome appena appena due volte a proposito, non già di
qualche dottrina filosofica, ma delle controversie fra Newton e Ldbuìtz. Una di
queste citazioni è nella seconda Sa meth,, ec, Leibnitz, Meth, nova ditte,
dpcend. juritpr,, P. II, § 29. Amendne si presentano al pubblico con questioni
di metodo; ricerca degl* ingegni veramente grandi, anziché da filosofi pedanti
e scolastici, come si crede. ' Nella Ragion degli Hudi v' ha i criteri per lo
studio della ginrisprndenza. *
Vedi quant' al Leibnitz Mimoire» de VAeadfmie de Berlin^ voi. I,art. 1. ' Leibnitz, Xouv. Et», . il sustrato della Scienza Nuova, si
che vede svolgersi cotale idea anche attraverso gli antichi poemi. Quant' alla
fisica poi, alla res extensa di Cartesio, agli atomi fisici del Gassendi,
contrappongon gli (domi di sostanza, gli atomi metafisici,^ i punti, i momenti
metafisici e lo sforzo impedito nell'essenza stessa dell'universo.' Per questa
medesima ragione entrambi parlano linguaggio somigliante circa la natura delle
matemati-i che. Di fatti contro Cartesiani e Hobbesiani Leibnitz mostra la
inefficacia di siffatte scienze nelle indagini propriamente filosofiche, e al
di là del calcolo aritmetico e geometrico crede esserci luogo ad un altro e più
rilevante calcolo che tiene all' analisi delle idee; stantechè nella sostanza,
die' egli, ci abbia sempre qualcosa d' infinito.' La medesima insufficienza del
metodo geometrico scorge anche il Vico in più luoghi delle sue scritture; e lo
reputa difficile, anzi impossibile alla mente del metafisico.^ Col che essi
anticipano alcune idee di Kant in proposito. * Lbibnits!, %ff. noìit;. etc,
Vico, Risp. 1« al GiomaU de' Letterati, L* affinità de*dne filosofi, come si
vede, è mirabile anche nel linguaggio: punti metaJUici, conato («VTf^i'X^'av)
tramezzante la potenza e Tatto (Lbibkitz, Op.), 0, come direbbe il Vico, la
Quiete e il Moto; per cai la matteria, anziché passiva, ò per entrambi una
forza viva. Anche i punti matematici per entrambi non sono che simboli de*
metajitici; e i punti jieiei per tutt'e due riescono indivisibili, ma solo in
apparenza. La ragione poi ond*essì adoperano la parola punto è la idedesima; ed
è, che il punto racchiude infinito numero di relazioni. Finalmente si potrebbe
dir propria anche del Vico la nota sentenza del Leibnitz: eonatue e*t ad motum,
ut punctum ad epatium; e pel Vico vedi nelle Risposte al Oior. de* Lett.). In
omnibu» èubetantiis aliquid eet infiniti; unde fit ut a nobie per/ecte
intelligi potint sciite notionee incompUtfr, qualee eunt numeromm, figurarumj
aliorumque hujuemodi modorum a rebus animo abstractorum. Lkibxitz, Op., Vedi
neW Autobiografia, AìtroY e dice che la matematica è la più certa di tutte le
scienze, perchè prova per cause [De Antiq, Ital.), ma il metodo di essa riesce
esiziale, sterile e pericoloso quando si voglia adoperare nelle altre
discipline (Risp, a Gaeta), disastroso poi nella fisica, neir educazione degT
ingegni (/&»', passim), utile solamente neir ordinare anziché nello
scoprire (De Antiq., Ital. Entrambi poi riconoscono in Dio le stesse primalità:
potenza, volontà, intelligenza;* e se nell'uno troviamo il principio che Dio
creando non possa produrre altro che il migliore e il più perfetto de' mondi,
in Vico tale dottrina si lascia argomentare, come vedremo, dall' insieme delle
sue dottrine. Quant' alla storia, V un d' essi riconosce un progredire continuo
nel tutto, e la possibilità del regresso nelle parti;' dovechè l'altro, meglio
determinando e dimostrando cotal concetto, pone la dottrina dé*c(/rsi e ricorsi
storici, in cui sono racchiuse le idee di progresso e regresso, governati da
una medesima legge. Che se è stato detto esser d'uopo risalire, meglio che al
celebre Discorso del Bossuet, alla metafisica del Leibnitz per ritrovare un
concetto spe! culativo che fosse come il vero antecedente della filosofia della
storia, s'è detto giusto; atteso che veramente il filosofo di Lipsia, col
sommettere al principio della ragion sufficiente l' ordine delle cose fisiche e
morali, dischiuse la via alla dottrina del Determinismo universale, perocché
tutto per lui si annodi nel mondo, tutto si corrisponda, tutto armonizzi. In
Vico veggiamo questa medesima esigenza; ma nello stesso tempo ne troviamo la
correzione. Perciocché se anche per lui il passato è gravido del presente, al
modo stesso che il presente partorisce il futuro; non tutto però nel mondo
delle nazioni é avvinto a leggi fatali e cieche, perché nel regno dello spirito
vi è agli occhi suoi la ragione, v' è pur la libertà, sicché tutto il processo
isterico per l'Autore della Scienza Nuova non é altro, in sostanza, j che la
soluzione del problema della libertà, sia che tu la consideri negl' individui,
sia che negli Stati. Dinanzi alla mente d'entrambi, dunque, risplende chiara la
legge della continuità nel giro de' fatti umani e storici. Né si creda che l'
affinità fra ^ i due filosofi non si Lribnitz, MonaU., Op., ediz. Erd., Vico»
De Univ. Jur, Idem, Theod., 8. * Idoin, eod., 8. lasci scorgere altresì nelle
contraddizioni e non di rado anche nelle strettoie fra cui gi resta impigliata
la coscienza religiosa. Ei cominciano a scrivere innanzi d'aver fissato,
determinato e organato le proprie idee; di modo che, se l' uno fin quasi ai
quarant' anni, fino alla comparsa delle Meditazioni,* va fluttuando non libero
da incongruenze, l’altro va tentennando fino alla terza edizione della Scienza
Nuova. Onde non è a meravigliare se tutt' e due si contraddicano quant' al
concetto di creazione; perchè, se V uno ponendo la moltiplicità delle monadi
come primitiva ed esistente per necessità metafisica, dice nullamanco esser Dio
quegli che sceglie r ottimo fra i mondi, e immagina delle monadi create par des
fidgurcUiotis continudles dalla divinità; l'altro poi, stabihto il criterio
della conversione in senso metafisico, non dubita parlarci del miracolo della
creazione, e dell'annullamento del mondo! Quanto aiprincipii, in generale, si
palesano entrambi eclettici; ma è d' uopo intenderci nell' applicar loro
cotesto nome. Sono eclettici appunto nel significato e nel valore che lo stesso
Leibnitz dav' a tal voce; nel qual valore ci confermerebbero molte sentenze del
Vico. Sono eclettici, io dico, non perchè raccolgano in un tutto ciò che si
presenta come vero squadernato ne' differenti sistemi, eh' è precisamente il
fiacco e volgare eclettismo sfornito d' ogni originalità; ma sì perchè,
aggiugnendo anch'essi qualche altra cosa di proprio, riescono a comunicare
novello impulso a tutti gli ordini delle scienze. Rispetto alle fonti del
conoscere, o fondamenti del sapere, alla doppia sorgente vichiana del vero e
del certo risponde ' Meditationea de cognitionet veritate et ideiti f 1684.
Lribnitz, Monad,f Vedi questa sentenza del Leibnitz nelle Lettre* à Rémond de
Montmort, edlz. Erd., e ne* Nouv, £»»., Hb. I. Nel Vico poi troviamo molte
affermazioni del tenore seguente: Chi ai trae fuori da questi prineipii, guardi
clC ei non traggati fuori deìV umanità, E eh* egli poi sia eolettico in questo
senso, anziché nel significato voluto dal Cousin, dal ristica e popolare col
suo concetto della monade. (La FU. di Oiohertif ) Più chiaro e più accoucio di
tutti sembraci il modo col quale il Chalibosus pone relazione fra' successori
di Leibnitz. Kant, egli osserva, col concetto della cosa in s?, col noumeno,
nega Leibnitz; la scuola di Jacobi con r ide& d* un contenuto razionale
accessibile solo al sentimento, s' oppone all'idealismo critico di Kant, e nel
medesimo tempo all'idealismo subiettivo di Fichte; mentre la scuola di Herbart
col realismo delle monadi e col realismo psicologico, si oppone all'idealismo
obbiettivo e assoluto di Schelling e di HegeL (Willm) Questi due gruppi
rappresentano un doppio svolgimento del pari esclusivo del concetto moMen
fortunato del Leibnitz il Vico non ispiegò grand' efficacia in Italia,
nettampoco in Europa, per le ragioni ormai dette e ridette da' suoi critici ed
espositori. Ma anche in questo gioverebbe guardarci dal cadere in esagerazioni.
Posta la storia della Scienza Nuova da noi tracciata, nessuno, crediamo, vorrà
più oltre dubitare che l'azione del filosofo italiano fosse stata nulla, così
ne' suoi contemporanei, come ne' suoi seguaci. Legami intimi, vincoli
speculativi necessari, storici, nou vi sono; e quindi è inutile cercarvi
continuità e processo veramente detto. GENOVESI e GALLUPPI, per dire un
esempio, tuttoché non ignorassero, in ispecie il primo, le opere di lui, scrissero
non pertanto come s' egli non fosse esistito al mondo mai. Verso il sesto
lustro del presente secolo, in quella che co' seguaci di Hegel comincia a
declinare il moto filosofico originale di Germania, e in Francia come in
Inghilterra odonsi i primi rumori del Positivismo, vedemmo come anche fra noi
si cominciasse a sentir più acuto il bisogno al filosofare. E cosi il Mamiani
(il Mamiani del Rinnovamento), e quasi nel medesimo anno il Rosmini, si provano
a rannodar gli anelli della nostra tradizione filosofica, ma con efficacia
assai lieve. E dico lieve, perchè, quantunque ella ingagliardisse vie più col
crescer degU anni e col succedersi de' nostri filosofi, non pertanto pretendere
di stabilire in essa tradizione un vero processo ed una continuità logicamente
progressiva, a me sembra vana impresa e, fino a certo punto, anche infruttuosa.
Giova ripeterlo: a voler rintracciare alcun filo di cotesta tradizione in
maniera positiva, ciò è dire storica, né soltanto ideale, io per me non iscorgo
altra via tranne quella che noi abbiamo, anziché percorsa, additata; intendo la
via che dal Vico ci mena ai nostri ultimi filosofi, ma per mezzo de'
giusnatuoadologico; ma vi ò certamente un progresso fra 1 rappresentanti del
primo e qaelli del secondo. Vedi per le notizie particolari di questo periodo
fllotollco tedesco il Barohoc dr Ponhoem, Hìh, de la Phil. depuU UibnitK
juMqu'à Hegel. BuuLE, Hi9t. de la PhU,, voi. Vili. ralisti, de'sociologisti,
de'critici e degli storici attraverso i tre differenti periodi già discorsi.
Altre vie ci saranno, io lo so; ma tutte artifiziali, tutte pericolose, tutte
vuote 0 rigonfie de' soliti riscontri ideali che agli occhi dello storico e del
critico positivo valgono fin' a certo segno. Con la qual cosa non è a credere
che noi pretendiamo dare alla filosofia italiana caratteri e prerogative eh'
ella non ha, né può avere di fronte a quella di Grermania. Il professore
Spaventa osserva, che la filosofia italiana non costituisce processo, né
assomiglia, per così dire, ad un filo che si sgomitoli necessariamente e
razionalmente, com' é quello che in organismo vivente e palpitante annoda l'
Idealismo critico con l' Idealismo assoluto, mercé l'Idealismo subbiettivo di
Fickte e l'Idealismo obbiettivo di Schelling: non é, in somma, unevolturìone strettamente
logica, un dispiegamento serrato, compatto, e come chi dicesse inquadrato e
chiuso tutto in sé medesimo com' una severa dimostrazione geometrica. Il
professore di Napoli dice benissimo. Questo oggi dicon tutti; e questo medesimo
ripetiamo anche noi. Solamente chiederemmo: non potrebbe stare che cotesto
filar compatto e processuale; che coteste filiamoni seriali, com' ha detto lo
Spencer ai Positivisti francesi; che, in somma, coteste annodature organiche,
considerate (già s'intende) nell'ordine istorico, fossero per avventura
altrettante immaginazioni del nostro cervello, meglio che relazioni di fatto a
cui ci spinga la ragione, meglio che attinen/ie concrete in cui ci confermi la
storia? Annodamenti, giunture, articolazioni intime formano di certo il pregio
massimo della Scienza; costituiscono r essenzial condizione del sistema; sono
la vita della ragione, avvisata come funzione filosofica e metafisica. Ma si
vorrà dire che tutto ciò sia anche pregio e condizione vitale ove dall'ordine
astratto e teoretico e individuale si discenda in quello delle applicazioni e
della storia, per esempio ad un periodo storico nel quale ci sia dato assistere
all'opera svariata di molti ingegni, al lavoro molteplice di più menti fra loro
diverse per infinito numero di condizioni, condizioni differenti per luogo,
tempo, educazione, carattere individuale, e civiltà? È egli pregio, di grazia,
o non più veramente difetto il prendere un dirizzone e andare sino in fondo
diritto come fil di spada? E dov'è, dunque, la necessaria moltiplicità di
direzioni, e quella ricchezza d'aspetti differenti, e quella varietà di vedute
e di metodi e dottrine in cui risiede, a dir proprio, il moto e l' essere e la
vita feconda della storia? I quattro filosofi di Germania costituiscono, come
dire, una mente sola, un sol pensiero; formano quasi un sol uomo che svolga e
determini la propria attività: e, in effetti, come un sol uomo essi hanno
saputo filar sillogismi e tesser la scienza cosi da comporre, sto per dire, una
catena salda e compatta di soli quattro anelli.* Per contrario la filosofia
italiana non ci pone sott' occhio nulla di simile. Ella non è un processo, o al
più è un processo distratto, rotto, saltellante, fatt'a pezzi e a bocconi, Qual
relazione mai tra VICO e GALLUPPI? tra GALLUPPI, SERBATI e GIOBERTI? tra
GIOBERTI e lo scettico Fer? fra Ausonio critico radicalissimo, e il
cattohcissimo Conti? fra il neoplatonico ROVERE e il severo storico BERTINI ?
fra' nostri Hegeliani e i nostri redivivi Tomisti? Riconosciamo francamente i pregi
del periodo filosofico germanico; e non meno francamente riconosciamo i difetti
della nostra moderna filosofia considerata sotto r aspetto storico. Ma ci si
permetta una confessione, ed è che noi saremmo tentati a scegliere più presto
questi difetti, anziché que'pregi; per la semplice ragione accennata poco fa,
che gli uni, nella mancanza d'unità e d'un'euritimia stecchita e geometrica, ci
presentano il fecondo moto * Ecco come il Remnsat riduce quasi a forma
geometrica V andamento progressivo del pensiero germanico, o meglio, de*
quattro filosofi in discorso: L* idea^ dice Kant, non prova che «d «fe««a:
l’idea^ ripigìiè Firkte^ produce Veuere: Videa, soggiunte Schelling^ riproduce
V e«itcrc: V idf^, eondwe Hegel,, > Vetsere. (De la Phil. ÀUem,) del fatto
istorico, dovecchè gli altri, nell' evoluzione serrata e compassata di loro
speculazioni, ci traggono e e' incatenano allo spirito dommatico, esclusivo,
unilaterale del filosofare, e perciò medesimo racchiudon la morte del pensiero
appunto perchè presumon di chiudere il circolo dello stesso pensiero. Non
dimentichino gli amatori de' periodi storici filati e serrati, come la storia
della scienza e delle grandi età, presso cui rifulse più splendido il pensiero
filosofico, stia tutta contro di loro. Si rammentino che nell' età gloriosa del
Rinascimento in Italia cotesto filar sottile di speculazione, cotesto fitto
annodarsi di più scuole e stringersi e allacciarsi di più filosofi
impersonandosi quasi in un sol filosofo, non ebbe luogo. Non ebbe luogo, checché
se ne dica, nel più celebrato periodo che ci presenti la storia del pensiero
umano, il periodo della filosofia greca, né prima né dopo Socrate; ma in esso
il critico vede una moltiplicità sempre più crescente e feconda da' primi
Ionici agli ultimi Stoici, agli ultimi Scettici, agU ultimi Neoplatonici,
tuttoché quelle scuole così differenti si fossero succeduta sotto l' impero
d'una legge universale, storica e psicologica insieme. Questa legge conforme
alla quale si venne svolgendo il pensiero speculativo nelle scuole greche,
possiamo trovarla accennata dal Laerzio (come hanno osservato il Brandis e il
Ritter) là dov^egli afferma che presso quei popolo la filosofia sMniziò con la
nozione d*una pluralità^ indi venne progredendo con quella d* un' assoluta um'rà,
e appresso cercò di stabilire una relazione fra' due concetti. E questi
caratteri, in generale, ci additano veramente la scuola ionica e pitagorea, la
scuola eleatica e poi quelle d'Anassagora e d'Empedocle; ma sempre in maniera
esclusiva, grossolana, oggettiva e naturale. La comparsa di Socrate segna un
ricorto della medesima legge, ma con ben altro significato e indirizzo
razionale. Accanto a lui vediamo sorgere la Sofistica: il che vuol dire che,
oome in ogni ritorno istorico, nel 2fi periodo della filosofia greca ha luogo
un doppio lavoro di demolizione e di ricostruzione; l'uno rappresentato da'
Sofisti» l'altro da' Socratici. Ond'è che la sofistica né vuol esser avuta in
dispregio, come' fanno alcuni fra'quali il Ritter, e nemmanco esagerarne il valore
e l'importanza isterica secondochò fanno altri, per esempio l'Hermann, col
porre i Sofisti a capo d'un periodo novello di filosofare. Nella storia del
pensiero greco (passaggio al 2o periodo), tanto vale un Sofista, quanto un
Socratico; appunto perchè se la negazione del primo non è annullamento di
speculazione, l'affermazione del secondo non Un vincolo storico, reale,
positivo, cosciente, lo troviamo fra Platone e Aristotele. Al di qua e molto
più al di là de' due luminari non ci ha che relazioni ideali, gran numero delle
quali è, piò che altro, l'effetto della critica armeggiona di certi
storiografi; essendo già note le spostature a comodo che son venute mulinando
certe fantasie hegeliane dietro l'esempio del maestro, ponendo, per dime una,
dopo la scuola Zenoniana d' Elea quella d' Eraclito, con aperta smentita della
storia, de' fatti, della cronologia e de' dati storici più sicuri, e
considerando Socrate, per dirne un'altra, come logicamente posteriore ai
Sofisti, mentre è noto .come il gran figliuolo dell'umile Fenareta fosse loro
contemporaneo! Rammentiamoci che cotesti lambicchi e distillatoi, cui si
pretende sottoporre la storia, non ti può dir neanche posizione sistematica,
ovvero esplicazione organica d'nn dato ordln d' idee. Ma la ricostmzione
rappresentata da Socrate è essenzialmente psicologica ed etica, non più
naturale, empirica ed estrinseca; stantechè in loi, come incontra in ogni
ricorto ttoricOf ripetesi il carattere della pluralità oggettiva (però come
eoncetH, i quali importano la coscienza), e quindi in Platone ed Aristotele si
ripetono, ma trasflgorati, gli altri due caratteri. Platone infatti pone V
unità assoluta in 8Ò, mentre che Aristotele si studia ritracciare una relazione
fra quella mmo e il moluplieet sforzandosi di levare il dissidio fra 1*
immanenza deU*a8ffoInto nel mondo, e la permanenza del mondo neir assoluto
avvisato in sé stesso. Dopo il *i0 la Log, d^Ari»U^ T. U, 19^. ' n Barchou de
Penho^ln dice anche lui non di rado, come il Boullier, qualche enormità tutta
francese. Per esempio questa, che Cartesio, Spinoza e Malebranche formino una
mrd4>nlmn icuofa^ e una ntf^itm dot' trino/ Vedi Op. cit., p. 101.
discredere ad ogni processo istorico nel pensiero filosofico? Tutt' altro!
L'esigenza del processo, in tutto, non è meno salda e men vivace nella nostra,
che nella vostra mente. In noi non sistematici assoluti eli' è piii vera, più
legittima, più pratica, positiva: ecco la nostra pretensione. Sarà puerile o
troppo ardita cotesta pTetensione: ma, fra tante pretensioni che c'è al mondo,
e delle quali si mostrano cotanto ricchi gli annali della filosofia, non ci
potrà capir anche questa? Un processo nel pensiero filosofico, tanto nella
storia universale come ne' suoi differenti periodi e sin nelle diverse scuole
d'un sol periodo, ci ha da essere; e ci ha da essere appunto perchè la storia,
anche agli occhi nostri, è sempre l'opera d'un disegno. Ma poiché
l'incarnazione di cotesto disegno non è soltanto effetto di pensiero
incosciente, ma è la risultante di condizioni molte, svariate, complesse per
numero e complicate per natura, fra cui signoreggiano le intuizioni, prevalgono
i sentimenti, primeggiano le tendenze istintive; ne seguita che il processo non
può manifestare, come si pretenderebbe, una forma squisitamente organica e
seriale, Ei debb' essere incompiuto, com' avviene d' ogn' altro fatto storico.
Or s'egli è incompiuto, non bisognerà pur compierlo? E chi potrà compierlo, chi
potrà integrarlo fuorché il pensiero che lo studia e sommette alla propria
speculazione? Un processo dunque ci ha da essere; ma ha da essere insieme
obbiettivo e subbiettivo, storico e speculativo, essendo l' opera combinata non
già dalla nostra fantasia, com' è vezzo di certi storiografi che annodano, per
esempio, Cartesio e Kant co' fili ch'ei sanno maestrevolmente rimaneggiare a
tutto lor profitto, bensì r opera combinata fra il pensiero che fa, e il
pensiero che, facendo, vede, scopre e progredisce e sale sempre più in su.
Spieghiamoci meglio. Non si tratta di combinare fra loro le diverse menti de'
filosofi d'un dato periodo: si tratta di combinar tutto il periodo, o, per lo
meno, i risultati di tutta la speculazione d' un dato periodo filosofico, con
noi medesimi, cioè con la nostra mente, co' bisogni della presente
speculazione. Nel primo caso, plasmando a nostra immagine e simiglianza una
data serie di dottrine e di filosofi, la storia sarebbe fatta da noi: nel
secondo, invece, ella sarebbe fatta mercè una doppia forza, in virtù d'una
doppia leva; cioè da sé stessa, e anche da noi. Non è quindi la storia, la
storia come storia, quella che possa e deva render compatto organando appuntino
il processo; il quale perciò non può esser costituito nella sua forma organica
da più scuole e da più menti considerate queste alla maniera d'una scuola od'
una mente; bensì dev'esser fatto tale da chi, venendo dopo, è deputato a
raccoglierne l'eredità. Se non fosse così che cosa ne seguirebbe? Ne seguirebbe
che per nessun miracolo al mondo sapremmo salvarci da questa conseguenza: che,
cioè, la storia della scienza s' identificherebbe, si compenetrerebbe con la
scienza stessa;* e quindi per inevitabil necessità dovremmo giungere ad uno di
questi due corollari: credere, cioè, o che il sapore filosofico 1' avremmo oggi
beli' e conseguito, o che noi conseguiremmo giammai, essendo indefiniti i
limiti della storia. Dimodoché dovremmo, com'è evidente, imbrancarci o con gli
Hegeliani, ovvero co' Positivisti. E, se co' primi, non avremmo torto
dijicantar su tutt'i tuoni d'aver già piantato le colonne d'Ercole; né, se co'
secondi, c'inganneremmo menomamente nel predicare illusorie le speranze d' un
sapere propriamente scientifico e metafisico. La condizione dunque del processo
istorico del pensiero filosofico non istà nell'esserci fUicusione e continuità
ne' suoi rappresentanti: basterà che ci sia svolgimento e progresso, e quindi
vincoli ideali ove sieno impossibili gli storici; i quali non di rado è impresa
ben vana il cercare, non potendo esistere, o, pur esistendo, non * È questo,
coni* è noto, ano de* dommi supremi deU* Hegeliauismo, (Tedi Hrocl, Logique) e
del Positivismo, tuttoché il significato ne sia diverso.Vedi CoirrB e Littbì
nelle Op. innanzi citate. sarebbero che eccezioni. Anche noi quindi crediamo
che nella storia della filosofia c'è attinenze; ma aggiungiamo che c'è anche
salti: e se c'è attinenze e salti, la conseguenza (conseguenza buona solamente
per noi, anziché per gli aggomitolatori e sgomitolatori de' periodi storici) è
questa, che una critica è necessaria; necessaria una critica filosofica atta a
scoprire le une, e colmare gli altri. Tornando ora al proposito, nella storia
della filosofia italian«r ci è salti, per esempio, fra BRUNO e VICO, fra VICO e
GALLUPPI, fra GALLUPPI e SERBATI e GIOBERTI: ma non ce ne maraviglieremo per
ciò, sapendo che se questo non è pregio, non può dirsi nemmanco difetto. Poiché
il punto, ad ogni modo, sta nel vedere se tomi possibile scoprirvi una
progressione ideale; e questa per appunto debb' esser l'opera concorde de'
viventi filosofi, e il frutto d' una storia saviamente critica. Nulla infatti è
inutile nella storia della scienza, e tantp meno in quella della filosofia.
Agli occhi dello storico spiegano egual valore tanto il moto speculativo
attuatosi dal Leibnitz ad Hegel, quanto quello che, pur con varietà
d'indirizzi, è venuto effettuandosi fra noi da VICO a GIOBERTI Nello svolgersi
di*questi due periodi filosofici potremo verificare una gran legge; la legge
medesima che presiede alla storia generale del pensiero filosofico. Mi spiego
subito e in brevi termini, anticipando un' idea che altrove giustificherò.
Platonismo e Aristotelismo sono due parole di significato altamente comprensivo
per la storia della filosofia occidentale. Non solamente elle racchiudono una
legge che ritrae la natura del processo isterico della filosofia, ma cotesta
lor legge è anche principio, un principio d'indole teoretica. Non v' è infatti,
né v' è stato filosofo, il quale non si possa dir seguace dell' uno o dell'
altro indirizzo, ovvero d'entrambi, ma accordati e accostati insieme in uno de'
tanti modi tentati e ritentati già fino da antico, a contare da CICERONE a
BOEZIO, da BOEZIO a BESSARIONE, e dagli altri molti che nel Rinascimento si
provarono in simili accordi, fino al Rosmini. D'altra parte chi pigli per poco
a filosofare con serietà scientifica anziché da burla, come par che vogliano
fare oggi critici e positivisti, non può a meno di non riconoscer nelle cose un
fondamento assoluto. Ora tal fondamento assoluto non può esser posto tranne che
in uno di questi tre modi: o nel senso dell' idea platonica, o nel significato
della categoria aristotelica, ovvero in una terza maniera nella quale tomi
possibile un accordo fra l'esigenza dell'uno, e quella dell' altro indirizzo.
Qual debba esser la natura di tale accordo e come porlo in opera, diremo altrove.
Qui giova avvertire che siffatta legge non solo racchiude il nodo, per così
dire, della storia della filosofia, tanto guai-data neir insieme del suo
svolgimento universale quanto nei suoi particolari periodi, ma costituisce ad
un tempo la vera scienza della storia del pensiero speculativo, appunto perchè
forma il triplice aspetto sotto cui può esser considerata in sé medesima la
mente del filosofo nella soluzione del problema metafisico. Si dirà per
avventura che cotesta maniera di considerare la storia del pensiero filosofico
sia merce hegeliana? Può darsi che in apparenza la si dimostri tale. Ma fin
d'ora avvertiamo che cosiffatto principio è superiore all' hegelianismo stesso,
in quanto costituisce il criterio col quale potrà esser giudicato il valore
speculativo di quel sistema. Tornando al proposito, posto il Cartesianismo,
Leibnitz e Vico non potevan essei-e, e nel fatto non sono, né puri platonici,
né puri aristotelici. Essi bensì ci esprimono il conato verso un accostamento
scambievoli dei due indirizzi; tale essendo il valore della loro universalità,
e di quella sintesi confusa ond' inaugurano, come avvertimmo, i due periodi
moderni della filosofia tedesca e italiana: i quali perciò, rappresentando
l'analisi, costituiscono il lavoro a cui necessariamente conduce quella
sintesi. Invero dopo Leibnitz in Germania e dopo il Vico in Italia, la
filosofia assume, tanto nell'uno quanto nell'altro paese, il vecchio contenuto,
ma sotto novelle forme: da una parte, la filosofia fondata nel sentimento, e l'idealismo
assoluto; dall'altra, lo psicologismo scolastico, e l'ontologismo: indirizzi
più o meno esagerati del platonismo e dell' aristotelismo. E lasciando qui de'
due aspetti vieti della filosofia germanica e dell'italiana, le due forme che
in esse addimostrano più spiccata originalità rassomigliano quasi a due
correnti che riescono a due punti fra loro opposti e contrari, e sono la
filosofia ctisiologica, e quella dell'assoluta identità. Se nella prima vi è,
come s'è detto, processo e continuità di sviluppo; nella seconda non manca già
un carattere comune tra i suoi propugnatori, n Teismo fra noi è venuto
assumendo evidentemente forma sempre più netta, meno impacciata, men
grossolana; perchè se il concetto religioso, per dime un esempio, agli -occhi
di GALLUPPI e di SERBATI e di GIOBERTI costituisce un elemento essenziale
nell'organamento del loro sistema, la rdigion civile di cui ci parla ROVERE, è
una parola com' un' altra; una parola che non dice nulla, o pochissimo; e pure
ha fatto e fa tanto comodo all' autore ! Questo processo e questo risultato
della filosofia itaUana è come una risultante di più forze: fra cui è da notare
innanzi tutto r educazione storica tradizionale e cattolica, la forma e natura
speciale dell'ingegno italiano non così facile, come dissi, a dar negli
estremi, e segnatamente gl'influssi della stessa filosofia germanica. Queste ed
altre cagioni partoriscono il movimento filosofico in Italia nel nostro secolo.
Il pensiero filosofico nostrano (e qui han ragione gli Hegeliani) è venuto
promosso, eccitato dal pensiero germanico; a quel modo, potremmo dire, che le
diverse forme di filosofia del nostro Risorgimento vennero eccitate dal sùbito
risvegliarsi della filosofia greca e platonica; da' comAatori arabi e
aristotelici delle scuole di Padova, di Bologna, di Firenze. Il Criticismo
esercita grande Zone sili GALLUPPI; e le tre forme dell'Idealismo gern/anico,
subbiettivo obbiettivo ed assoluto, spiegano alla lor volta influssi potenti,
immediati sul Gioberti e sul Rosmini, come ci dimostrano la Protologia del
primo e Ja Teosofia del secondo, e anche in gran parte sul Msaniani. Ma se è
vero, com' è verissimo, che i nostri filosofi han procacciato d'ormeggiare i
Tedeschi, e questi sono valsi ad eccitare in quelli piìi gagliarda la virtù speculativa;
è altrettanto vero che gì' Italiani mai non cessaron di combattere le
pretensioni sistematiche assolute del Germanismo; e questo è un altro carattere
comune che li distingue. Si può dire, in somma, che il pensiero italiano sia
venuto affilando le armi nella fucina dello stesso avversario: ecco tutto. Di
chi sarà il trionfo? Chi canterà gl'inni della vittoria ? Parliamoci tondo e
netto. Il trionfo dell' Ontologismo e del Neoplatonismo, come ci è dato da'
nostri filosofi, è un' illusione; ma non sarà meno illusione il trionfo dell'
Idealismo assoluto. Noi dunque non faremo festa ne all' uno ne all' altro, né
batteremo le mani alla vittoria del Grermanismo né dell'Italianismo, per la
semplice ragione che in siffatt' ordin di cose le credute vittorie ci paiono
sogni di menti ammalate. Queste due scuole, queste due filosofie (ci sia
permesso stringerle entrambe sotto due concetti o indirizzi distinti) ci
rappresentano la speculazione ardita del nostro secolo; ma per opposte ragioni
si dilungano entrambe dalla castigatezza della sintesi ontologica,
discostandosi in pari tempo dalla severità del metodo istorico e psicologico.
Sennoncthè, oggi segnatamente, chi ben le guardi, elle cercano allearsi e
compiersi a vicenda, giusto perchè rappresentano e riproducono anch'esse
l'antica lotta fra r Aristotelismo e il Platonismo, tanto in sé stessa e nel
loro insieme, quanto nelle loro particolari divisioni, esprìmendoci perciò il
bisogno perenne e crescente di quell'accordo sperato sempre, ma non attinto
mai. Questo panni, dunque, tutto il significato del loro svolgimento; e questo
mi sembra il problema alla cui soluzione elle s' affaticano da un secolo e
mezzo a questa parte. Non è egli giusto quindi affermare che chi spera nel
trionfo assoluto dell'una su l'altra spera invano, e chi s' affida in certi
accordi e temperamenti in sostanza esclusivi e unilaterali non ispera peggio?
Citiamone un esempio. Il Gioberti dello Spaventa, lavoro (checché se ne dica
dagli hegelianissimi) d'una potenza critica veraramente singolare fra noi dopo
i libri del Rosmini, nelle intenzioni dell' autore dovrebb' essere un accordo
tra la filosofia italiana, e la così detta filosofia moderna Europea. Lasciando
stare quel moderna e molto piii Y europea (frase, la quale a me rammenta quella
che han su la punta della lingua i Pontefici di Roma quando costoro menan vanto
de' creduti e desiderati dugento milioni di cattolici), io chiederei, se il
fare assorbire à quel modo eh' egli ha fatto il filosofo italiano dal filosofo
tedesco, sia da dirsi accordo, o non più veramente un solenne trionfo del
secondo sul primo, e quindi '1 trionfo assoluto del divenire sul creare? ¥*
allora dov'è mai l'accordo fra le due filosofie? Un accordo, come suona la
parola, è necessario, ed è razionale; che posta l'analisi, posto il lavoro
analitico di quel doppio indirizzo, una sintesi ne dovrà sgorgare di necessità.
E il fatto stesso ce ne porge prova e guarentigia. Il Mamiani, l'autore delle
Confessioni^ ha pronunziato, fira le altre, questa gran verità: d'aver egli concluso
e chiuso, fra noi, un periodo filosofico nel quale egli stesso, con GALLUPPI e
con SERBATI e con GIOBERTI, è venuto cogliendo allori molti, e ben meritati.
L'À. delle Confessioni ha detto benissimo: ha chiuso davvero un periodo; ma
solo ha dimenticato avvertirci che in esso egU ha chiuso anche sé medesimo. Chi
consideri infatti il suo neoplatonismo, per quel tanto che contiene di
correzione verso gli altri nostri filosofi, l'illustre Pesarese ha merito
grande; ma avvisato in sé stesso cotesto neoplatonismo, specie quant' alla
parte psicologica, è già morto in sul nascere. E doveva esser così, almeno per
chi voglia ammettere che la storia della filosofia non possa esser ripetizione
inutile e infruttuosa di teoriche trascendentali. D'altra parte l'Hegelianismo,
checché se ne voglia dire, ha oggimai esaurito la propria vitalità con lo
scindersi nello tre note scuole di destra, sinistra e centro. Oggi dunque non è
impossibile raccorre i frutti di così lungo, di così ostinato lavoro, e di
lotte e contrasti e discussioni infinite attuatesi nei due paesi, appo cui l'
ingegno europeo serba piii acconcia e vigorosa virtù speculativa. A tale
impresa hann' influito efficacemente i nostri hegeliani, r opera dei quali
riguardata stòiicamente, io non dubiterei chiamarla provvidenziale. Nelle mani
di questo infaticabile artefice che appelliamo storia, i nostri hegeliani sono,
mi si lasci dir così, un istrumento, un mezzo, acciocché nel possibile accordo
delle due filosofie abbia a trionfare il vero. Più che apostoli e messia e
predicatori della buona novella, com' essi medesimi si piaccion segnalarsi, sia
col tradurre le opere di Hegel, come fa VERA (si veda), sia col modificarne e
interpretarne le dottrine, come fa SPAVENTA (si veda), e' mi paion la
condizione imprescindibile, efficace, perché il pensiero filosofico possa
innovare sé stesso nella pienezza d' una coscienza speculativa chiara, intima,
vivace, sceverando dal vero quel carattere arbitrario di costruzioni dommatiche
il quale accompagna i pronunziati dell' Idealismo assoluto. L' Hegelianismo é
cosa nostra: lo ha detto SPAVENTA (si veda); ed é verissimo. Ma é cosa nostra
in quanto è anche un assoluto realismo; realismo obbiettivo nel vero senso
della parola, non già campato a mezz'aria, com'è quello di Hegel, il quale
perciò usurpa, non legittima il significato della obbiettività. Ripetiamolo: se
la filosofia ha bisogno d'innovarsi esi i stro \ ica. i diventando positiva e
razionalmente positiva, tale esi genza del pensiero italiano e tedesco, pia che
dal nostro cervello, ha da scaturire dalla stessa ragione istorica Osservando
lo svolgersi di queste due forme del pensiero filosofico moderno, è facile
accorgersi com'elle assomiglino (ci si permetta un paragone) al cammino di due
linee le quali, partendo lontane fra loro, nondimeno si vadano accostando
sempreppiù. L'una s'è mossa prima dell' altra; e assai più spedita e più rapida
ne' suoi passi e difilatamente ha percorso assai più lungo tratto che non abbia
guadagnato la seconda. Questa poi s' è mossa dopo, e spesso è venuta sviando e
svagando per più e diverse ragioni; ma, non altrimenti che ne' fenomeni
elettrici d'induzione, passo passo ne ha sentito gì' influssi, e le si è venuta
più e più avvicinando. Un punto di coincidenza, dunque, fra queste due linee
convergenti è necessario; ma la grave difficoltà sta nel trovare cotesto punto.
Usciamo di figura. Se i due periodi filosofici nel dischiudersi per opera di
Leibnitz e del Vico mostrano, come vedemmo, cert' affinità spontanea e
incosciente, è pur mestieri che cotest' affinità s'abbia da palesare altresì
nel loro chiudersi; ma s' ha da palesare cosciente, riflessa, e quindi
promossa, eccitata, ricercata e partorita dalla stessa ragione come funzione
filosofica. E pensiero moderno debbe aver coscienza di tale affinità: né può
averla se non la cerca; né può cercarla efficacemente se non la pone. Ninno si
meraTigli se fra* vari indirìzzi moderni della filosofia noi qui non abbiamo
tenuto conto altro cbe della speculazione tedesca, e dell* italiana. L'
ingregno inglese procede sempre a un modo, ne da due secoli A questa parto ò
mai uscito dalle orme segnategli dal suo Bacone, e poi dal Locke, da Hume e
dalla Scuola scozzese. Spencer e Mill ce *1 dicono chiaramente; ne* quali
filosofi è pur chiaro un progresso rispetto ai loro antecessori, ma è un
progresso monotono, omogeneo. L’ingegno francese poi, dopo le grandi tracce
lasciategli dal Cartesianismo, si è svolto sempre fra il Sensismo eil un
acquoso Spiritualismo; né la scuola eclettica, i cut ultimi rappresentanti oggi
fan tanto onore alla Francia, ha nulla di veramente originale. )£ una bella
eccezione in quel paese la scuola e gli studi iniziati dal Main^de Biran. Se
dunque originalità di Italia e Glermania, madri d'ogni grande filosofia e
dìvinatrici delle più ardite concezioni metafisiche, per necessità isterica
hann'a risalire alle loro primitive sorgenti moderne, Leibnitz e VICO; ma
risalirvi (intendiamoci) con tutta quell'opulenta ricchezza che a noi porge il
lavoro di specukzione compiutasi nello spazio di due secoli. Il trionfo ha da
esser comune, perchè comune, quantunque diviso, è stato il lungo lavoro. Se non
fosse cosi, la conseguenza, per le menti che con ansia febbrile e con ignorati
e crudeli tormenti ma con altrettanta fede si travagliano invittamente nella
ricerca d'ogni parte spinosa della verità, sarebbe dura davvero, sarebbe
sconfortevole. E la conseguenza è, che la storia sarebbe un' ingiustizia:
ingiustizia altrettanto manifesta e insopportabile, quanto inesplicabile.
Ancora: se questi due periodi, queste due filosofie di cui si parla, non
avessero quelle attinenze e quel valore e quel fine che noi diciamo, elle
assomiglierebbero a due forze distratte, inconsapevoU, naturali, sciolte da
ogni legge, libere da ogni ragione; sì veramente che le analogie e le
differenze e l'intero loro svolgimento sarebbero tutte cose accidentali,
estrinseche, meccaniche, fortuite, e perciò stesso empiriche, perciò stesso
inesplicabili, perciò stesso insignificanti, non altrimenti che que' riscontri
ingegnosi ma vani, ma inconcludenti, che alcuni storici sanno scorgere fi-a la
storia d'un popolo, e quella d'un altro, fra la China, per esempio, e l'Europa,
tra Confucio e Pitagora, fra il Celeste Impero e il Teocratismo papale, come fa
il nostro FERRARI Or noi domandiamo alla coscienza di tutti gl'indefessi
indagatori del vero; domandiamo alla coscienza degli amici sinceri e de’sinceri
nemici della filosofia : È egli mai possibile speculazione oggi è possibile, è
d' uopo ricercarla, quantunque sotto forme diverse e con risultato e valore
differente, nell* ingegno tedesco e italiano. So che gli Hegel ianissimi
sorrideranno di gran cuore a queste parole. Ma io qui vo’restringermi a
chiedere, se da quarantanni a questa parte fuori d’Italia ci sìa stato filosofo
che possa reggere al paragone dell'ingegno del Rosmini, miracoloso per acutezxa
speculativa. che la storia, massime la storia del pensiero filosofico, abbia da
essere, o un' opera cotanto ingiusta, ovvero un artifizio cotanto sterile,
infruttuoso e meccanico? Concludo per ciò che riguarda il nostro filosofo
nonché la seconda parte del nostro lavoro. Si è detto e si dice che il Vico non
ispiegò efficacia di sorta nel soQ. secolo. E poi s' aggiunge che, quand' ei
venne scoperto (e fu vera scoperta) noi già l' avevamo sorpassato. Sarà vera V
una cosa e l' altra. Ma gli uomini grandi e ì grandi ingegni, se vogliamo stare
all' osservazione di Mill, i quali per difetto di favorevoli occasioni non
poteron lasciare traccia alcuna di sé nella loro età, spesso sono stati di gran
valore per i posteri.* Tale per noi è Vico; e tale si é pure la sua Scienza
Nuova. S'ei nulla valse pe' nostri padri (il che non è vero), vale moltissimo
per noi. Solamente in lui potremo rannodar gli anelli della nostra tradizione
scientifica: in lui ricongiugnere il nostro Rinascimento col nostro moderno
Risorgimento. Per andare avanti debitamente, come suona il motto volgare, è d'
uopo dare un passo indietro: Chi vuol salire, pigli V aire. Se questo é vero,
se questo é necessario in tutto; non sarà altrettanto vero, altrettanto
necessario in filosofia? Con sifi'atti intendimenti noi prendiamo ad
interpretare il principio filosofico della Scienza Nuova. L' acuto Littré lia
detto benissimo: Tout annonce gu'on ne verrà plus aucune grande éruption
métaphysigue, comparàble à celles qui otit signaU Vére moderne depuis
Descartes, et qui ont abouti à HegeV Ma la conseguenza vera non è quella che ne
trae il positivista francese, bensì quella che ne ricaviamo noi: e tal
conseguenza é la necessità di critica, la necessità di ritomo critico su la
feconda speculazione degli ultimi grandi filosofi, e quindi la necessità d'un
accordo fra essi. ' St. Mill.
SytL de Log., LiTTRi, Princ de Phtl. Poeit., Pré/,,
pag. 59, Paris, 1868, Il concetto della Scienza e '1 concetto del Criterio si
richiamano a vicenda, poiché non si può determinar l'uno senza additare nel
medesimo tempo il significato dell' altro. La prova più facile e megUo
convincente di tale affermazione ci è data dalla storia della filosofia; non
v'essendo sistema, non dottrina filosofica, nella quale que' due concetti non
rispondan fra loro per caratteri comuni, e per note affini ed omogenee. E
poiché applicare il criterio vai come imprimere forma al conoscere, onde poi
risulta il metodo; è naturale che, tanto l' idea della scienza, quanto quella
del criterio, abbiano a racchiudere altresì la nozione del metodo. Se non che,
scienza metodo e criterio sono tre concetti dipendenti dalla soluzione d' un
medesimo problema, del problema della conoscenza: nel quale perciò si radica
propriamente, direbbe il Trendelemburg, l' ultima differenza de' sistemi. Sono
dunque tre aspetti diversi, sono tre diverse determinazioni d'un medesimo
subbietto; le quali noi non possiamo definire, ma espUcare, stanteché la
definizione, secondo il detto di CAMPANELLA, sia come la conclusione e quasi l'
epilogo della scienza stessa. Nel circolo della riflessione infatti la mente,
ripiegandosi in sé medesima si compie, si pone, si determina, cioè si
definisce; e si definisce perchè si è venuta esplicando; e con r esplicarsi
mostra col fatto che cos'è mai l’intendere, quali vie abbia percorso, e con che
guarentigie si possa pervenire ai risultamenti più sicuri del sapere. Nondimeno
ci è cose che noi potremo sapere fino da ora; voglio dire le condizioni del
sapere. In che mai dobbiamo fondare la scienza? In che porre i limiti del
sapere metafisico? I più de' filosofi, com' è noto, si fanno tosto a
rispondere: « su la natura e sul valore dell'uomo stesso. » Ma il punto è
precisamente questo: qual' è mai la natura, qual è il valore dell' uomo ? La
risposta più seria e positiva a tale domanda, se non vogliamo perderci nelle
solite ciance trascendentali, panni questa: che l'uomo, l'uomo quale ci è dato
da' fatti e dalla storia, non l' uomo concepito sotto forma di spirito del
mondo {der WéUgeisf), non sia tutto, e nemmanco nulla: di che ci porgono
guarentigia nel medesimo tempo la coscienza, l'esperienza e la ragione. Ora se
questo è vero, due conseguenze n'emergono innegabili; la prima, che la scienza,
tolta nel significato di sapere metafisico, non può esser né propriamente
negativa, né propriamente assoluta; la seconda, che non si può esser
sistematici e dommatici, non essendo noi tanto fortunati da possedere una
formola assoluta entro cui mostrar chiusa la ragione ultima e propriamente
essenziale delle cose. Ma diremo perciò che il filosofare altro non possa
essere fuorché una pura e semplice ricerca sfornita di qual si voglia
risultamento metafisico che sia positivo, sicuro, determinato?' Che se anche
per noi filosofia suona ri' Homo quia neque nthU e«(, neqite omnia^ nee nihil
percipit, nec in,' Jinitum, De sntiqaiss. Italoram sapientia, Filosofo
dommatieo e filosofo nttematioo a$8oluto per noi suona il medesimo, anche
ammesso che un sistema possa esser costruito per sola Tìrtù di ragione, e
innalzato (se fosse possibile) ad evidenza matematica, secondo che pretendon
gli Hegeliani. Il dommatismo volgare, teologico, fondandosi in un principio
estrinseco alla ragione, è da ripudiarsi per difetto; ne conveniamo. Ma il
dommatismo sistematico de* metafisici assolati col pretender troppo, anzi
tutto, non è da ripudiarsi per eccesso ? Différiscon ne' mezzi infinitamente,
io lo so; ma il risultato è il medecerca e amor di sapere, nondimeno è ricerca
effettiva, è ricerca non solo atta a raccogliere il fatto, ma tale che sia un
fare altresì ella medesima, cioè una funzione critica, ma efficace, positiva,
attuale, come può e debb'essere dopo il Kant; funzione quindi capace non già a
rimandarci al futuro, cioè ai risultati della storia, sibbene a saperci dire
qualcosa anc' oggi su' grandi e terribili problemi di nostra esistenza, del
mondo, della vita, della società. Se la scienza è possibile, come alcuni,
positivisti cominciano a credere,* non vuol essere in qualche maniera attuale?
Poiché, giova bene ripeterlo anche qui, un possibile che mai non esca dalla
nuda possibilità, in realtà non è alti*o che un impossibile! È da dire perciò
che tanto V idealista assoluto o l'ontologista Giobertiano, i quali in una
formola, tuttoché diversissima, ti assommano la ragione d'ogni umano e divino
sapere, quanto il positivista e il puro critico che ogni sapere metafisico
dichiarano impossibile, escano tutti dal positivo, perchè chiudon l'indagine, e
spengono siffattamente ogni bisogno critico nel pensiero. E così neir uno come
nell' altro caso, la mente si rimane impigliata in un' affermazione
supremamente dommatica: dommatica positiva (sistematica) nel primo, dommatica
negativa (esclusione della metafisica) nel secondo. Or la filosofia intanto può
assumere forma e valore di speculaziope positiva, in quanto riesce a schivare
non pure il donmiatismo (il sistema assòluto propriamente detto), ma eziandio
l'assoluto positivismo (scetticismo, nullismo metafisico). Fra questi contrari
il filosofo che Simo, perchè Tano con la credenza e l'altro con la
dimostrazione presamono darci tutto il vero. Entrambi quindi negano 1* attività
speculatÌTa; il primo la nega dichiarando la ragione impotente, il secondo la
nega reputandola esauribile anzi esaurita e soddisfatta. Che nel]* insieme
delle dottrine del Vico non vi sia pretensione di gUtema propriamente detto,
Tabbiam visto riportando alcune parole della Conchu. del Libro MetaJUieot e
meglio si può vedere laddov*egli accenna ai dommatici del suo tempo ch'erano i
Cartesiani. De Antiqui^, etc., Vedi la Conclus. dell'ultimo libro del Taine
suìV Intelliyenza, voglia esser davvero positivo, sa di non esser dommatico; ma
poi sa qualche altra cosa. Egli sa di non poter esser mai dommatico, non mai
sistematico assoluto. Sa di non saper tutto, e, che più monta, può giugnere a
conoscere la ragione per cui deve ignorare qualche cosa. È il caso del sapere
del non sapere, appunto perchè se ne ha coscienza. E non è ignoranza cotesta?
mi si dirà. Sì, certo, è ignoranza: ma è ignoranza dotta, direbbe il Cusano.
Tre ci sembrano adunque le condizioni, tre i caratteri precipui del filosofare
che voglia riescire seriamente e razionalmente positivo; e sono questi: La
speculazione filosofica non può esser fondata sopra elementi che non siano
sperimentali, ma di esperienza intema ed esterna. Tutto è processo, genesi,
attività nel pensiero; stantechè tutto in lui sia generato, tutto edotto mercè i
dati sperimentali. Né questo vuol dire sensismo, psicologismo grossolano,
nettampoco materialismo ed empirismo, come potrebbe parere a tutta prima;
perocché non per nulla ne' ricchi annali della moderna filosofia esistono, chi
voglia meditarli sul serio, i Nuovi Saggi del Leibnitz, la Critica della Ragion
pura e quella sul Giudizio di Kant, il Nuovo Saggio del Rosmini, e qualche
altro libro di questo genere, ma non certo d' egual valore. Fatti dunque
(ripetiamo anche noi co' Positivisti) e leggi de' fatti; ma, aggiungiamo, la
ragione anche degli uni e dell'altre. La filosofia non meriterà titolo di
positiva, dove pretenda procedere scompagnata dall' altre scienze, e far da sé.
Come nella soluzione de' grandi problemi queste non bastano a sé stesse,
parimenti non v' è ragione a credere che anche quella da sola non abbia a
soggiacere alla medesima condizione. Che se mossa da antico orgoglio presuma
d'essere scienza di tutto, per ciò appunto eli' abbisogna di tutto; abbisogna
di tutt'i fatti, di tutta r esperienza, del concorso di tutte quante le sfere e
discipline dell' lunana enciclopedia. Il perchè non si può dire in modo
assoluto esser la metafisica quella che generi le scienze; vecchia pretensione
del teologismo che ci ricaccerebbe nel più fitto medio evo: ma neanche si può
aflFermare esser le scienze quelle che, come altrove notammo, possano di per sé
sole partorire la filosofia. A due patti la funzione filosofica riesce
positiva: quando sia generata dalle scienze, e quando, generata che sia in qual
si voglia modo, possa e sappia come ogni produzione organica viver da sé, e far
vivere. Non è dunque vero che all'altre discipline ella porga principii e
dispensi metodi e partecipi criteri. Riceve anzi dal di fuori tutte queste
cose; ma per legittimarle, organarle, ricrearle: il che non può esser
riconosciuto dal positivista conseguente a sé stesso, senza ch'egli inciampichi
in contraddizioni per quanto evidenti altrettanto inevitabili. Il terzo
carattere, conseguenza da' due primi, è questo; che concepita così la filosofia
di fronte alle altre scienze, ella riesce positiva, ma non però cessa di
possedere un valore metafisico. Diventa metafisica, non metafisica teologica,
né metafisica a priori e tutta d'un pezzo; orditura dialettica ideale
somigliante a rete d' acciaio che stringa, affoghi e strozzi tutto ciò che
tocca o ricopre. Diventa bensì metafisica atta a costruire sé stessa, ma in
quanto costruisce anche le scienze; in quanto, in somma, é attività filosofica
d'un' attività anteriore, dell'attività scientifica, sperimentale, molteplice,
essenzialmente analitica e particolare. Non é quindi lecito confondere, né
identificare queste due sorgenti d'attività, sia riducendo la prima alla
seconda, sia facendo che questa venga tutta assorbita in quella. Evidentemente contraddiremmo
ad un fatto; contraddiremmo al bisogno potente in ogni tempo, in ogni luogo per
la speculazione. Perocché non è possibile (per dirla con le memorabili parole
di Kant) che V uomo rinunei alla metafisica, come non rinunzia cMa respiratone
anche con la paura di respirare uri aria malefica. Queste condizioni che noi
poniamo alla ricerca filosofica sono, quanto semplici, altrettanto positive.
Non è a dirsi eh' elle precludano e arrestino in modo alcuno la funzione
critica, secondo che incontra tanto ai nemici d'ogni sistema, quant’ai
sistematici assoluti. Nel determinare infatti la natura e '1 fine della
scienza, i primi ci dicono: « non bisogna tentar l’impossibile prefiggendoci '1
fine di conoscere VinconoscìbUe, l’assoluto. Ecco posta al sapere una
condizione essenzialmente negativa, perchè contraddice alla natura stessa del
pensiero e dell’attività critica.* I secondi poi, cioè i sistematici,
sostengono che la scienza non solo può e deve attingere r assoluto, ma ha da
ridurlo trasparente così da adequarlo, da conoscerlo sicuti esty altrimenti vai
come nulla conoscere.* Ma se cotesto conoscere (metafisicamente) il tutto,
fosse un bel sogno; non ne verrebbe che nulla * I poBitWisti credono anch* essi
no fatto il bisogrno specalativo; e come fatto noi negano. Ma dopo aver
distinto quel che in esso ?* ha di permanente, cioè la presenza perpetua
dell'infinito nollo spirito, da ciò che è transeunte, eh' è dire 1* inutile
sforzo a risolverò problemi per se medesimi insolubili, sogrgiungono : e Se
l'Assoluto è qualche cosa, non può essere che una realtà. Ora og^ni realtà si
conosce mercè l'esperienza, la quale, del resto, non potendosi applicare
all’assoluto, ci fa piombare In un circolo senza uscita. Dunque la metafisica e
una fase tratmtorta dello spirito umano (Littré, Prineip. de Phtl. Posiu
Prófac.) Innanzi tutto domandiamo, se condizione permanente del fatto, che nel
caso nostro è il bisogno della speculazione, ò la presenza nel pensiero d'un
infinito, non sarà appunto per ciò possibile una ricerca metafisica?
Quant'all'inutile sforzo poi non approda fondarsi nella storia, non potendo in
siffatt' ordin di cose indurre legittimamente dal passato al futuro.
Finalmente, quant'al circolo senz'uscita, osserviamo che l'assoluto è reale,
realissimo, ma non di realtà sensata e tangibile; e non è vero che ogni realtà
non si possa altrimenti conoscere se non per l'esperienza; errore capitale del
Positivismo. Queste ed altre risposte han dato al Littré i medesimi francesi,
specialmente Janet, Caro, Vacherot, Rénouvier, Pillon, Reville, Laugel. A noi
piace rammentargli un'altra bella sentenza d'un filosofo poco fa citato non
certamente benevolo ai matefisici: Una metajinca è tempre enttita e tempre
eneterà nell* umanità^ perche etto ì inerente alle invettigagioni della ragione
umana che epecìda. Kant, Critica ddUi Ragion Pura^ noli' Introd. alla 2.* odiz.
Niente ni conosce te tutto non ti conotce. SPAVENTA, Lex. di FU. Vrba,
specialmente nell' /n6 resultato d'azioni e reazioni fra il mondo fisico e
quello dello spirito, e quindi d' una doppia serie di leggi, naturali e
psicologiche, modificate dalle diverse, attribuendogli caratteri e valore non
propri: avrete falsato la natura delle scienze; le avrete confuse; ne avrete
guasta V ìndole, turbando cosi tutta r economia razionale del sapere. Questa
dottrina, essenzialmente psicologica e quindi razionalmente positiva,
contraddice, com' è evidente, alla distribuzione enciclopedica de* sistematici,
per esempio a quella del Gioberti e di Beerei; e nel mentre racchiude i pregi
della classificazione de* Positivisti inglesi e francesi, ne corregge insieme i
difetti. Ma i pregi e la verità d* un criterio ordinativo non può vedersi altro
che nelle sue diverse applicazioni, nelle •quali non possiamo intrattenerci.
Solo notiamo che tal dottrina ò un* interpretazione de* principi! psicologici
del nostro filosofo, come vedremo. * T. BuCKLS, History of OivUiMation in
England . fa benissimo. Ma nella sua dottrina cotal distinzione à
un'inconseguenza. La costituzione d'una scienza muove dalla ragione: la
evoltmone di essa, per contrario, è frutto della storia. Or se F una cosa non è
V altra, è da concludere che la scienza è superiore alla storia. Perchè dunque
compenetrarvela? D'altra parte, non è punto vero che, vuoi nella genesi ideale
o psicologica delle scienze, vuoi nella lor genesi storica, procedasi dalla
parte al tutto, dal semplice al composto, dal rudimentale e irreducibile al
complesso, come vogliono i Francesi. È vero bensì che dal tutto si va al tutto,
cioè dal tutto iniziale al tutto attuale, o, come direbbe lo Spencer in suo
linguaggio, dall' omogeneo slVeferogeneo,^ La genesi storica del sapere,
infatti, rassomiglia quella della società stessa: nella quale dapprima i poteri
dello Stato, per esempio, anziché distinguersi fra loro, formano un potei'e
unico; e, anziché individui liberi, vi esiste un solo individuo. Parimenti le
scienze forman dapprima una scienza; uno le possiede, uno o pochi le insegnano,
come uno è quegli che comanda. Però diciamo che la genesi storica di esse procede
per tre momenti (vecchio concetto aristotelico) cioè: Sintesi iniziale e
confusa, poi Analisi, e poi Sintesi finale. Nel primo di cotesti momenti non s'
ha una data serie di scienze, come dice il positivista francese. S' ha bensì
tutte le scienze, ma fomite d' un carattere comune ; il qual carattere sta nel
comporre il sapere traendone le ragioni da tutt' altra fonte che non è Y
intimità stessa dello spirito. In questo primo momento, in somma, [La legge
secondo cui Spencer chiarisce la sua teorica del progresso con tanta sapienza
ed erudizione da lasciar maravigliata la mente d*ogni lettore, si potrebbe
applicare benissimo alla genesi delle scienze intesa storicamente. Egli, come
8*ò detto, non ha fatto quest'applicazione. Ma ci è da sospettare che, facendola,
rieacirebbe incompleta, com’è incompleto il principio su cui è basata. Il
procedere daW omogeneo alV eterogeneo è davvero un processo: ma è processo che
non risolve, mancandoci un terzo momento necessario a compiere il primo e 1
secondo. Oltre questo difetto, il principio di Spencer ha l’altro di non esser
nuovo, anzi vecchissimo, perchè risale ad Aristotele: *Aft 70?^ sv tw iffS^C
\jncf.p^st To vfpÓTtpov, De An. II, m. lo spirito è, come dire, fuori di sé,
nella natura, nelr autorità, e quindi la scienza è quasi indotta; ma tale
induzione dapprima è affatto empirica, naturale, grossolana, divina, direbbe il
Vico. Nel secondo momento ci ha distinzione, analisi, astrazione: e qui la
mente, accostandosi a sé medesima, deduce. Nel terzo, finalmente, il pensiero
possiede sé stesso, perchè possiede l'altro: egli é filosofia perchè è scienza;
ed è scienza vera perchè è filosofia. Ci è dunque rispondenza, ci è armonia fra
la genesi ideale e la genesi stòrica della scienza, non già compenetrazione,
come vorrebbe Comte. Anche noi quindi crediamo in una legge di successione
nell'attività del pensiero; né respingiamo una disposizione gerarchica e
genealogica del sapere. Ma né r uua è assoluta filiazione, né 1' altra è
composizione organica e compatta sì che le scienze che seguono altro non possan
essere fuorché semplici appendici di quelle che precedono. È vero: il pensiero
nella storia assume innanzi tutto forma teologica. £ quando accada eh' egli
abbia carattere metafisico, il suo contenuto sarà sempre di natura mitologica,
religiosa, tradizionale, rivelata, essendo sempre un prodotto d' autorità.
Appresso riveste forma naturale; stanteché sorgano le scienze le quali,
svolgendosi com' elementi particolari del papere, si vanno liberamente
determinando con metodo appropriato a ciascuna di esse. In un terzo periodo,
finalmente, piglia forma complessa e insieme universale come nel primo; toa non
più sotto forma teologica, né metafisica ed a priori, bensì filosofica; appunto
perché è deputato a raccoglier la ricca eredità accumulatasi negli antecedenti
periodi. Or se è vero, come dicemmo, che il pensiero è superiore alla storia
tuttoché emerga dalla storia, non è men vero che la speculazione riflessa
trascende anch'olla le scienze, comecché dalle scienze sia venuta germogliando.
CJondanniamo dunque, anche noi, la metafisica che si presenta com' elaborazione
teologica riflessa. Condanniamo, per dirla col Littré, quel punto di vista
metafisico eh' è trasformaeiane del punto di vista teologico. Ma potremmo
condannare quella metafisica eh' è insieme critica e inveramento del punto di
vista positivo? In altre parole, condanniamo rìsolutamente la metafisica fatta
a priori; ma non meno risolutamente neghiamo che la terza fase^ il terzo stato
della scienza, abbia da esser positivo nel senso che i Francesi tolgon questa
parola. Lo staio positivo de' Gomtiani, afferma un giudice non sospetto, non è
che un'ignoranza confessata della causa: an avowed ignoring of cause
àltogether^ Ed è veramente così. L'attività riflessa della ragione intanto
giugno ad esser funzione critica feconda e profittevole, in quanto riesce a
superare il positivo mediante il positivo. Or è tejnpo d' interrogare il nostro
filosofo. Che cosa ci lascia indurre Vico tanto riguardo al concettx) della
scienza in generale, quanto rispetto alla costituzione e coordinamento delle
umane discipline? Rifacciamoci da questo secondo punto. Ei non parla di formolo
dommatiche, né d'alberi genealogici. Anzi ci avverte come in certo senso la
metafisica abbia da esser subordinata aUa fisica; la quale dà per vero ciò che
sperimentalmente possiamo imitare} Sennonché qui è da far piìi osservazioni.
Una scienza è indipendente nel metodo e autonoma nel processo. Questo è il
nostro pensiero. Ma potrebb' esser ' Sprncrb, The daasif. of The Scienc,, De
Anttq. hai, Sap,^ nella Condunone, Si dirà che per lai la scienza tovrana sìa
la teologia: ed è t ero; ma è sovrana solo in quanto è la piil oerta. Ora il
eerto nelle sue dottrine non è il vero, ciò ò dire un prodotto di ragione,
bensì un effetto di persuasione, un prodotto di natura empirica inseritoci
nell* animo dall* autorità. Quanto egli poi si mostri avverso alle
scompartÌEioni sistematiche delle scienze, vuoi nel senso pontivteta, vuoi nel
senso metajUieo dommatico^ può vedersi là dove con sottile ironia parla de'
Cartesiani (dommatici del suo tempo) i quali unum Metaphyeicam «Me docent qua
notte indubium det verum^ et ab eOf TAKQUiM a fontr teeunda in aUa» teientiae
derivari.»,, quare metaphyeieam eeterie »eientu9 fundo»^ euique 9uum aatedere
exietimant. anche tale nelle sue ultime conclusioni? No, certo: stantechè
queste, essendo di natura universale, hann' a dipendere dal lavoro, anziché
d^una, di tutte quante le umane discipline. Più ancora: potrebb'ella dirsi
indipendente rispetto alle condizioni logiche e formali? Nettampoco: se così
fosse, tornerebbe impossibile l'unità della enciclopedia. Finalmente si
potrebbe osservare, con Spencer, che a sapere se i corpi esistano la fisica non
abbisogni nuli' affatto della metafisica. Ed è vero. Ma evidentemente cotesta
notizia, più che razionale, è notizia empirica. Or bene, quando il fisico
volesse darsi dimostrazion razionale del soggetto o della materia eh' egli ha
fra mano, e cod legittimare il postulato onde move il suo pensiero, non diverrebbe
per ciò solo un filosofo? Diverrebbe, io credo. Nel processo della scienza,
dunque, v'ha un momento nel quale il fisico, od altri che sia, non può far a
meno della speculazione metafisica. Se a tal esigenza egli sappia e possa per
avventura soddisfare da sé, tanto meglio: vuol dire che, oltre d' esser fisico
e fisiologo e geologo e simili, egli è anche filosofo. Ma ov' egli non senta
questo bisogno, con che diritti e ragioni disco)ioscere ogni valore alla
ricerca filosofica? Il vincolo che tutte aduna e stringe le scienze son le
norme logiche ; la necessità logica che scaturisce dall' intima costituzione
dello stesso pensiero. Intesa quindi come logica, la filosofia precede e
accompagna le sfere diverse del sapere; ma, in quant'è metafisica, ella tien dietro
ad esse, e ne é il risultato finale. E anche in ciò siamo Aristotelici. Mei.,
Tal si è pure la sentenza del Vico. In questo senso egli afferma che ninna
geienta bene incomineia »e dalia mektfieiea (logica) non prenda i prineipii;
perchè ella ì la eeienna che ripartieee alle altre i lor propri eoggetti; e
poichi non pud (in quanto metafisica) dare U 9W>, dà loro immagini del euo.
Onde la Geometria ne prende U punto e V dieegna; VArUmetiea V uno, e *l
moltiplica; la Meccanica il conato, e V attacca ai corpi. (Risp. al Oiomale
de^Lett.) In queste parole parmi chiaro T ufficio della filosofia, in generale,
rispetto alle altre scienze. Filosofia è logica. Veniamo al concetto della
scienza; ma gioverà fare innanzi tratto un' osservazione storica. Dicemmo com'
Vico sia tra Cartesio e KAnt, vuoi storicamente, vuoi teoreticamente. Posizione
puramente psicologica è quella del primo; puramente logica e psicologica quella
del secondo, la cui dottrina perciò molto acconciamente è stata detta Idealismo
crìtico, o Criticismo ideale. Nella posizione cartesiana, avvertimmo anche
questo, il pensiero non è altro che un fatto: la coscienza trascendentale di
Kant poi tiene doppio rispetto; è una e molteplice, è diflferenza e
medesimezza, in quanto importa il doppio elemento formale e materiale nella
cognizione. Ora, per quanto diverse, queste due posizioni han comune un
carattere; quello d'esser solitarie, astratte, puramente suhbiettive, e quindi
insufficienti; nel che ci confermerebbe, s'altro mancasse, il resultato puramente
speculativo cui pervennero le scuole diverse inaugurate da que' due filosofi.
L' analisi della Ragion pura alla fin fine a che mai riesce? A metterci in
guardia dell'assoluto di ragione, rilevandone i paralogismi e le antinomie, e
facendoci assistere scontenti e umiliati a quell'inutile ideale che ci rende
immagine, a dir cosi, dell' acqua di Tantalo: per cui s'è detto che l'autore
del Criticismo, sempre per quell' esigenza d' un ideale rimastogli in tronco,
scambio di chiudere, apri anzi le porte ad una varietà di scetticismo, come
osserva il B. Saint-Hilaire: nel che tutti convengono, perfino Hegel, il quale
appunto con l'idealismo obbiettivo e assoluto cercò soddisfare aU'
insoddisfatto bisogno della Ragion pura.^ Cartesio poi dove psicologia, metafisica
e simili. Come logica eli* è scienza madre, in quanto è universale condizione
d* ogni disciplina. Che poi in senso di metafisica debba riguardarsi come
risultato finale, ci è avvertito dnl medesimo filosofo dove accenna alla
relazione ch’ella ha, per esempio, cou la geometria: Geometria e Metaphy$iea
mum verum tMccipity et aecepttun (e però elaborato) in iptam Metaphynctim
refundit. De Antiq.y Giusta quindi, per tal motivo, l’accusa fatta al
criticismo dallo stesso B. Saint-Hilaire: Kant a voulu /aire une revolution} il
na guère en/anté qu'iine anarokie plue fatale. Log. d' Axist., Pref. si riduce
egli? Alla necessità d' invocare il solito Deus ex machina, tornatogli
insufficiente il criterio delPevidenza e deir idea chiara e distinta; senza dir
già eh' egli medesimo annunziava il Cogito qual semplice ritrovato atto a
soddisfare il bisogno di sua mente, non già pel fine d' insegnare agli altri un
metodo a ben governare il pensiero: seulement (son sue precise parole) de faire
voir en quelle sorte fai tàché de conduire la mienne. Nella posizione di Vico,
per contrario, è schivato nel medesimo tempo tanto il fatto empirico di
Cartesio, e quindi V indirizzo dell' ecclettismo e di quel timido spiritualismo
che da lui hann'oggi redato i Francesi, quanto lo scetticismo al quale pur
tiene aperto il fianco il criticismo, nonché quella serie di posizioni che,
nate da Kant, riescono all' Idealismo assoluto. Con qual mezzo? Con un mezzo
semplicissimo. Col criterio del vero e del fatto; ma elevato a dignità e valore
di principio. L'osservazione che Vico fa a Cartesio è, quanto agevole,
altrettanto efficace. Neanche gli scettici dubitano di pensare, egli dice: essi
aifermano solo che del pensiero non si possa avere scienza, bensì cosdensa} Ora
il pensiero cartesiano è un eerto, non già un vero; quindi ha natura di segno,
d'indizio certo (rsxfxyj/jtov), della cui certezza ninno al mondo non ha mai
saputo né voluto dubitare. Di qui si vede come la sua posizione speculativa non
istia già nell'aflFermare una verità di fatto, sì nell' indagarne l'origine, la
genesi, la guisa: cioè nel far la critica del vero che appare alla coscienza,
perché sdre est tenere genus seu formam qua res fiat. E si vede come il
criterio vichiano del fare il vero acchiuda una dottrina schiettamente aristotelica,
eh' è dire la ragion vitale di quel* Yed. le bello riflessioni del Rsnottvzkb
in proposito. EnsaU de Oritiqne generale^ toni. Il, part. 3. ' I difetti che
nella posizione Cartesiana scorge il nostro filosofo gli abbiamo già riferiti.
GIOBERTI non s'ingannava nel dire che Oarteno non ebbe il menomo sentore de*
teeori che n acchiudono nel SUO Cogito. (Protol. VOLTI) l'artifizio logico
secreto, naturale, onde la mente nel discorso rinviene il medio termine. La
mente sa perchè fa: AtTtov Sort vójfjffef >? i^épytia} Or di cotesta
attività occulta, superiore ed essenzialmente eduttiva, sensisti, scettici,
empirici, positivisti non hanno coscienza. Essi ignorano cogikdionis causs€e,
seu quo poeto cogitalo fiai^ * ilTTff ff9.ittpòit OTt ra ?ov«p£i ovra tiQ
ivspysiav àva'^òiJLstfx gUjOtcxerai. Airtov 5'ò?i vónii^ >j èvipynx. ÌItt'
$5 ève py e loti >i Sxivafii^' xa« Antiqui^. ItaLf Anch' egli quindi è
scettico la sua parte: e debb' essere, in forza del suo medesimo criterio.
Ritiene infatti che, quantunque la mente conosca sé stossa, ignora nondimeno la
propria genesi: Dutn «e mens cognoscttp non facit; et quia non /acit^ neacit
genvs quo «e cognoscit. Con la qual sentenza potrebbe sembrare cb'ei cada in
contraddizione con sé stesso; ma riflettendo che la mente che «» conotce qui ya
intesa non come facoltà, bensì come potenza (della qual distinzione ragioneremo
appresso), la contraddizione si dilegua. Così pure è da intendersi quell'altra
sentenza ove dice che l'occhio Tede le cose, e pur non vede sé stesso; che a
veder so medesimo egli abbisogna d'uno specchio; e però chiama insufficiente
l'idea chiara e distinta di Cartesio. Dal tutt' insieme quindi possiamo
argomentare tre conseguenze: 1° Che la posizione del Vico non è né dommatica nò
scettica, ma essenzialmente critica; e Critica del vero per eccellenza egli
definisca, ricordiamolo anche qui, la metafìsica: 2» Che a pervenire al sapere
scientifico non basti il eerto, il fatto, l'indizio, nò il criterio che il vero
sia il fatto; ma è d'uopo che cotesto criterio sia levato anche a principio:
3" Che a Ini non manca il nuovo pensiero, il nuovo Cogito reoo bum, come
vorrebbe Spaventa; anzi possiede chiara l'esigenza, per lo meno, della critica
psicologica, bastevole a prevenire il Kant. Dico esigenza, perché il problema
critico a lui si presenta sotto 1' aspetto isterico, ciò che forma la sua
novità; e avvertimmo come V aspetto storico importi già r esigenza psicologica.
Se poi si vuol dire che a lui manchi il Cogit*» nel significato di mediazione
assoluta e però di perfetta trasparenza deWesaercf Spaventa ha ragione. Ma
questo per noi, anziché difetto, é pregio grandissimo. E qui il filosofo di
Napoli é tanto dappresso a quel di Kcenisberg, quant' altri non s' immagina.
Dommatici e sistematici, hegeliani e ontologisti cattolici, unisconsi ad una
voce nel battezzare scettico l'autore del Criticismo. Perciò gli Hegeliani
credono compierlo dicendo, che la ragion pratica ò siffattamente collegata con
la Ragion Pura, che la prima in sostanza non sia altro che l' incarnazione, il
complemento della seconda, ma che questa di per sé stessa inevitabilmente meni
allo scetticismo. Io non vo' negar tutto questo. Osservo solo che due sono i
grandi concetti di Kant: che non si possa giungere al vero sistema, alla
dottrina propriamente dommatica^ che, ciò non Non si può ridire il mal governo
che s' è fatto e seguita a farsi del criterio vichiano. In molti libri
leggiamo: criterio del vero è il fatto; e da tutti è stato inteso • 0 in modo
materiale ed empirico, ovvero in significato trascendentale e assoluto. Se così
fosse, quel filosofo avrebbe consacrato, da una parte, ogni sorta d'empirismo e
di materialismo; e dall' altra avrebbe fatto ragione ad ogni maniera di
panteismo. La formula vera, la vera posizione della scienza e del pensiero, per
lui, non è questa: Criterio dd vero essere il fatto; bensì quest' altra: La
conversione del vero col fatto. Fra la prima e la seconda ci è un abisso
addirittura. E per veder cotesto abisso e ritrarsene, è mestieri penetrar
Bell'insieme delle sue dottrine con la luce del medesimo principio. La chiave
di volta d' ogni positiva speculazione, e quindi il vero Deus intus adest della
mente di questo filosofo, e però il bandolo a strigar tanti nodi che
avviluppano il suo pensiero, è appunto cotesto criterio, secondo che noi lo
interpretiamo. Il criterio ha da esser egli un segno, un indizio del vero, 0
piuttosto un primo vero? Ha da esprimerci un dato, un fatto, o pur V essenza
del vero, la condizione originaria e trascendente del conoscere? Intendendolo
al primo modo, la scienza tornerà impossibile, e trionfa lo scetticismo;
perocché non ci salveremo dal noto circolo eh' è questo: per conoscer la
ostante, non si cada nollo scetticismo, appunto perchè egli non crede che il
non esser sistematici Teglia dire essere scettici addirittura. (V. Critica dtUa
Ragion Pura) Per me la riyoluzione operata dal filosofo prussiano nel regno
della speculazione, cioè quanta alla natura del sapere, sta tutta qui. Il Vico
in ciò lo prevenne: almeno era su la medesima strada. Quindi può dirsi che
entrambi condannino le due posizioni esclusiye del Si^temaH^mo e dello
Soetticinno. verità è necessario il criterio; e per ayer il criterio è
necessaria la verità. Pigliandolo poi nel secondo modo, difficilmente
schiveremo un sistema esclusivo e dommatico. Il vero criterio, dunque, ha da
esser Tuna cosa e l'altra; indizio e principio. Come indizio, come postulato
atto a conquider lo scetticismo e inaugurare la scienza, e' consiste nel porre,
come si è detto, il fatto qual criterio del vero; né e'' è altra via. Come
principio, sta nel porre, dall'una parte, la conversione del vero cól fatto, e
dall'altra, come appresso mostreremo, la conversione del fatto nd vero,
applicandolo all' essere e a tutte le categorie dell'essere. Or in questa
seconda forma assume egli davvero natura di principio? Di certo, l'assume;
giusto perchè importa l'essenzial condizione dell'essere stesso. Ma non
anticipiamo. Abbiam detto che di questa dottrina del Vico s' è fatto mal
governo. Mostrammo già come primo fra tutti ne discorresse il Mamiani, e, poco
appresso, SERBATI. Giova qui riassumer le ragioni della controversia fra' due
filosofi. Il Mamiani accogliendo questo criterio, come si disse, osserva che
con esso il Vico non intende propor nulla che esca da' termini della intuinone
(secondochè allora diceva l'A. del Rimiovamento), ma considerare in essa, oltr'
a' caratteri universali, alcune doti più particolari, col fine di proferire a
un tempo medesimo il criterio della certezza, e '1 criterio della scienza. In
altre parole egli dice: col suo criterio il Vico intende guardare non pure al
formale della cognizione, ma eziandio al materiale obbiettivo.* Tutto questo è
vero; ed è verissimo che, tranne la natura fisica e quella degli atti del mondo
estemo, tutt' altro pel filosofo napoletano sia produzione del pensiero,
com'avviene dell'algebra e della geometria. È fuori dubbio altresì che il
criterio per lui non pure ha da esser segno del vero, ma anche principio. « Nee
ulla »ane alia patct via qua eeepticit re ipaa convelli poétit, niti ut veri
criterium 9Ìt id ip»um fecitte* t De Antiquisi, Ttaì, • ìiAìttAVif Rinnovdm,
ec, Sennonché FA. del Rinnovamento non vide allora ciò che avria potuto e
dovuto veder oggi V A. delle Confessioni. Non vide che l'aspetto originale di
tal dottrina non istà nel riguardare il criterio vichiano qual semplice segno
ed inizio di scienza, ma qual principio, qual legge dell'essere stesso in
universale. Laonde non avendone còlto altro che il significato psicologico,
accadde che alla possente lima di Rosmini non poteva tornar guari difficile
ridurre in polvere cotesto criterio al modo che maneggiavalo il Mamiani.' Se
non che è da confessare come neanche il Rosmini dal canto suo valesse a cogUere
né la dottrina in discorso né quella parte di vero che, con altrettanta verità
quanto calore, propugna il Pesarese. È noto che il criterio pel Rosmini ha da
essere un principio, e dev' esprimere la verità prima, l'essenza della verità.
Or qual è l'essenza del vero? Eccotelo ricorrere al solito rifugio àeW Ente
idmle! Ma se cotesta potrà dirsi condizione di conoscenza, non però é principio
di scienza, criterio del sapere per via di scienza. Che cosa potrà insegnarci
mai con la sua vuotaggine l'essere possibile? l^ou è dunque cotesto il criterio
di cui parlava il Mamiani, e tanto meno quello del Vico. Non potendo indugiare
in minute osservazioni sul modo con che il Rosmini interpreta la dottrina di
che parliamo, osserveremo solamente che sapere il vero, pel filosofo di Napoli,
non é solo un conoscere il vero, come vuole il Rosmini, ma è porre, è fare, é
creare il vero; altrimenti per nessun miracolo al mondo giugneremmo ad averne
notizia. Conoscere per Vico non RosMiKT, Rinnovami, ddla FU. in Ttalia, Milano.
Gioverebbe Ieg(?ere in questo copioso volarne del Roveretano qnel lungo
capitolo e que* prolissi cementi nonché quelle sette conseguenze che la invitta
dialettica Rosminiana seppe cavare dal criterio secondochè intendevalo il
Mamiani. A lui bastò congegrnare, al solito, una di quelle sue tavole sinottiche
nelle quali ei dimostra di quanta e qual vena analitica fosse ricca la sua
mente, per metter Tavversario col suo criterio accanto ad Elvesio, ad Epicuro e
ad altrettali! Ved. Tav. Sinottica (WSitt. FU.j intomo al criterio della
cert&ma^ voi. è vedere, non è patire, non è semplicemente apprendere. È
vedere, patire, apprendere, appunto perchè il pensiero è essenzialmente un
conoscere. In una parola, se il vero non si conosce facendolo, non si conosce
nuU'aifatto; non s'intende.* Quand' è infatti che diciamo di pensare? Giusto
quand'abbiamo idee. Avere idee importa cólligere dementa rei; ex quibus
perfecHssime exprimatur idea. Il vero è l' idea, ma l' idea innanzi che sia
tale: è l'idea germe, l'idea potenza, la stesso spirito in potenza, il pensiero
non per anche attuatosi come tale: in una parola è il senso che si leva a
dignità d' intelletto. Raccolta l' idea, fatta l'idea, cioè dispiegatasi la
meìite, eccoti il vero-fatto. Mi si domanderà in che maniera il Vico chiami
esterni gli elementi onde risulta l'idea? Perchè, rispondo, l'eduzione
dell'idea suppone la formazione del concetto; e il concetto suppone una serie
di atti induttivi che appresso determineremo. Tutto ciò è come estemo all'idea;
è condizione, non causa del suo processo. Senonchè col raccorre gli elementi
esterni la mente pone qualcosa di proprio: pone se stessa come pensiero;
diventa ella stessa le cose; diventa tutte le cose. Ond' è agevole vedere come
il criterio del Vico sia il principio del metodo geometrico, che per lui,
ricordiamoci,, suona genetico. Mi spiegherò con un esempio. Come si hanno gli
assiomi, le verità prime e necessarie, secondo i positivisti? Mercè 1'
esperienza, risponderebbe il Mill. L' assioma che due rette non cTiiudono
spazio [Leggere è raccogliere gli elementi della tcriUura onde le parole tono
composte; con V intendere è COLLIORBB elbmbnta RBI, KX QUIBUS PRRrBCTis-31VA
RXPRIMATOR IDRA. Donde è lecito conghietturare che gl’antichi itttliani
conveniseero in queeto pensiero : Vbrum rssr ipsuv factum.» Qual è cotesto fatto?
È il pensiero, il vero-fatto: perchò ricevuto, indotto, raccolto, e anche
edotto dalla mente. In tale questione il nostro filosofo, contro il solito, non
manca di chiarezza. Egli infatti dice: e AUora il vero 9Ì converte col /atto,
quando trae il 9uo essere dalla mente d^ lo eonoece; HI QDOD YERUM 00GNO8CIT0R
SUUM K8SR A MBNTB HABBAT QUOQaR A QOA cooKosci'TOR.» De Antiqui^,, De Origine
et ventate Scientiaruni.. Sgorga immediate dall'esperienza. Che se
apparentemente si origina dal pensiero, cotesto pensiero in tal caso non è
altro salvochè una ripetizione dell'esperienza : è r immaginazione che allarga
i limiti del fatto. Ma questa, evidentemente, se è una maniera di sapere, non è
il vero conoscere; perchè cotesto conoscere non sarebbe una mia fattura, sibbene
imitazione, copia dell'esperienza. Che cosa, invece, vi direbbe il Vico a tal
proposito? Direbbe: non istate a immaginarvi due rette portevi già dall'
esperienza e poi prolungate all'infinito: fatevele da per voi medesimi coteste
rette. Ma come farle ? Generandole entro voi, per voi stessi, con elementi
sperimentali; e così, più che l' immagine del fatto, avrete la vera
definizione, e però la genesi del fatto. Concepite il punto come prolungato
verso un altro punto: eccovi la linea. Or se due rette hanno in comune due
punti, potrann'elle chiudere spazio? Non potranno. Questo precisamente è il
vero-fatto, il vero da me stesso fatto, da me stesso prodotto, da me stesso
generato.* Per non chiamare il vero fattura di nostra mente, il Roveretano si
puntella nel solito argomento de' caratteri della verità: immutabilità,
assolutezza, eternità, necessità, università e simili. Ma ci sarà lecito
chiedere Men« humana eontinet dementa verorum quce digerere et eomponere
poMt'ti et ex quibu$ dUpontU et compoeitie, exittit verum quod demoiutraiU
{teientice) ut demontiratio eadem ae operatio «i/, et verum idem ao faetum.
> Ve Antiq.f cap. Ili, 4. Né Yale che SERBATI, chiamando in soccorso lo
stesso Vico, dica, questi elementi esser le idee e coteste idee crearti ed
eccitarti da Dio negli animi degli uomini. Per questa frase VA., della Scienza
iVuova è stato battezzato Malebranchiano ! Ma come non vedere che in quel luogo
il filosofo intende parlare del senso dato a questa dottrina da coloro che
eteogitarono tali locuzioni, le quali ei non accetta perchè non sempre accetta
il significato delle parole latine, come osserva lo stesso Rosmini a proposito
del verum e del factum f Bastino queste parole: e Par, igitur eet ut qui ha»
loeutione* excogitarint, ideas in hominum animi* a Deo oreari exeitarique eunt
opinati, Fa meraviglia che il Rosmini non siasi accorto come quattro righe più
giù l’autore contraddica apertamente a Malebranche {Malebranckii doctrina
arguitur): e come, se fosse vera V interpretazione eh* ei ne dà, il Vico
avrebbe sciupato addirittura il senso verace e originalissimo del suo criterio.
una proposizione d' Euclide serba ella questi ed altrettali caratteri perchè ve
li abbia inseriti la mente di Euclide come tale, o non piuttosto il pensiero
medesimo, il pensiero in quanto è identico appo tutt' i pensanti, identico
nelle sue leggi essenziali, identico nelle condizioni logiche originarie? Nella
proposizione 4 -j 4 = 8 havvi necessità. Perchè? Perchè lo stesso pensiero ne
ha messo gli elementi. Ma perchè vien fiiora 8 e non 10? Precisamente perchè ci
abbiam posto il 4 -h 4: cangiate questo, e avrete cangiato anche quello. E
perchè serberà egli un valore universale tanto da non parer fatto né d' ieri né
d'oggi, né intuito solamente in Francia o in Australia, nell' età della pietra
ripolita 0 nel bel mezzo del secolo XIX? Appunto perchè il pensiero è anch'
egli necessario, universale nelle sue native condizioni in ciascun individuo
che in qual si voglia tempo o luogo sia capace di pronunziar 4 -f 4. Le
critiche dunque che altri potrebbe trarre dal RoHmini là dov' ei si studia d'
interpretare a suo modo la mente del Vico rispetto al problema del conoscere,
tornano tutte vane, tutte manchevoli. Ma veniamo al più sodo. Il criterio del
nostro filosofo si porge altresì come il fondamento più saldo della dottrina
della prova. Nel conoscere per cause, egli dice . seguendo lo schietto
Aristotelismo, sta la vera scienza: il che si riduce al medesimo criterio della
conversione del vero col fatto.* Che cos' è in sostanza il provare per cause?
Al solito è un raccoglier gli elementi della cosa.* Provar dunque per cause, e
convertire il vero col fatto, suona il medesimo. Un esempio. Il principe
Alberto, dice St. Mill, morirà. Perchè? Non perchè tutti gli uomini (egli
risponde) sian mortali ; si perchè tutti quelli a me noti e che son vissuti, *
« Probare per cauMaat e/Jhere eat, Effecttu eH verum quod eum facto
eonvertitur. (De Antiq. }TCx>j, ri x fitriy^o^Tx ti ^caviac, ntpi aiTcaec
xxt ^px^i sVtiv, if o^xpi^ivripa^, -il dn'koìjvripaiy {Mttaph.\,\), Or questo
precisamente ò U metodo che il Vico, certo in modo assai confuso, esitante,
arruffatissimo, adopera nelle sue ricerche; nò quindi il De Ferron s' ò apposto
male nel dichiararlo, come vedemmo, metodo essenzialmente aristotelico. * Dice
anzi così: H mio criterio i in me aeeieurato daUa eeienga Hi Dio, eiCl fonU e
regalia dT ogni vero. (Risp. II al Oior. de^Lett.) eh' ella non possiede, ma
che pur va con infinito processo e per gradi accostando sempre più. Talché
quando sentiamo il metafisico teologista e Tontologista affermare la scienza
divina essere norma e regola dell' umano sapere, mostrando credere con ciò
d'averne contezza vuoi per virtù d'un rapido volo d'intuito, vuoi per notizia
chi sa come e da chi graziosamente rivelataci, e' non dicon nulla di serio,
nulla di positivo addirittura. Per affermar tutto questo con tanta sicurezza,
non dovremmo possederla cotesta scienza? Non dovremmo anzi dominarla e
rimaneggiarla a nostra posta così come l'agrimensore fa del suo compasso? Norma
vera, norma che noi dominiamo davvero, norma già nota al mondo prima d'ogni
altra, semplice, evidente, inconcussa, è per l'appunto la matematica. Della
quale l'A. della Scienza Nuova, non altrimenti che Leibnitz, GALILEI, BOEZIO,
CICERONE, Aristotele, Platone, Pitagora, è grandemente innamorato, e sempre ne
parla, e sempre con passione viva ne esalta i pregi* La contraddizione ch'altri
vede nel porre ch'ei fa qual modello del sapere or la scienza divina or la
matematica, è affatto apparente. Che nell'un caso parla, o intende parlare,
deìVidea massima della scienza, della scienza divina, la quale altro non potrà
essere salvo che la perfetta conversione del Vero col Fatto, la compenetrazione
assoluta dell'oggetto col soggetto. Nell'altro, invece, discorre non già
dell'idea massima, bensì d'un tipo, d'una forma che, più d'ogni altra
accostandosi alla prima, più fedelmente la esprima e la rappresenti. Tal si è
per appunto la matematica. Tipo infatti del sapere squisitamente razionale per
lui è la scienza dell'astratta quantità; tant'è vero che Dio stesso, die' egli
in suo linguaggio, non altrimenti opera nel mondo delle forme reali, di quel
che faccia il matematico nel mondo delle figure.* Questo parmi '1 significato
più acconcio da dare Ved. Risp. n al CHorn. de' LetU, § IV. a tal sentenza del
Vico se non vogliamo farlo cadere in aperta contradizione con seco medesimo;
non già che Dio e la sua scienza abbian da esser davvero norma immediata,
origine e sorgente del sapere umano 1 È un paragone, è una figura e nulla più.
E poiché intende a questa maniera la scienza divina, perciò riesce a salvarsi
dagli estremi cui per vie diverse rompon l' idealista assoluto e il teologista
ontologo. Pel primo scienza umana e scienza divina son tutt'uno: pel secondo ce
n' è tal divario quanto fra il finito e V infinito. Se non che Rosmini e
Gioberti nelle opere postume, ormeggiando gli aprioristi, pongono anch'essi
medesimezza fra V una e Y altra scienza, distinguendo solamente, specie il
Rosmini, la materia dalla forma, e questa reputando identica, e quella diversa
nelle due scienze.* Ma, s'egli è così, divario essenziale non ci è, né ci può
essere; stanteché l'essenziale nel conoscere, più che nella materia, stia nella
forma. Invece secondo la dottrina del Vico può dirsi, che se tra l'una e l'
altra scienza non corra assoluta identità, non vi possa esser nemmanco assoluta
difi'erenza. Il pensiero divino conosce, perché raccoglie gli elementi; e nel
raccorli reci' meivte li pone. Il pensiero umano va raccogliendoli anche lui, e
nel raunarli idealmente li pone. E tale veramente appare la sua sentenza là
dove osserva che il conoscere umano si discerne dal divino quanto il solido dal
piano, quanto 1' effige in rilievo dal monogramma. SERBATI, Teosofia^ GIOBERTI,
ProtoUy Altra difficoltà, secondo alcuni critici, sarebbe questa. Se vero
sapere è il sapere per cagioni, se conoscere Tal produrre, se pensare è fare;
com* è possibile arere scienza dell* assoluto senza farlo, senza produrlo?
Conoscere Dìo a questa maniera non è un assurdo? anzi una bestemmia, a detta
del medesimo Vico? Per tutta risposta io to* riferire alcune sue parole le
quali racchiudono, panni, il significato sincero di sua mente, checché ne possa
dire in contrario egli stesso: (Hist. ) E altroTO, parlando del perìodo della
filosofia greca, dice il suo processo esser e eon/orme au déveloj^ment
iiUelìeetuel de Vhofinne, don» Vindividu eomme dan» Veipèoe, ear la
civili»ation tend toujour» de la circonférence au oenlre, periodi storici
perchè la materia si presta a tal fine, come farebb'egli, il Ritter, a rilevare
e ponderare acconciamente i caratteri delle differenti scuole e sistemi senza
il sussidio d'una norma anteriore e superiore alla storia? Eccoci ricascati
nella solita necessità d'un criterio che valga ad imprimere forma razionale
alla storia: senza di che lo storico potrà esser pregevole per erudizione,
prezioso per esattezza storica, saggio e conscienzioso per fedeltà critica, ma
non per questo avrà valicato i confini dell' empirismo. Tale è il Ritter fra
gli storici contemporanei della filosofia. Egli è critico savissimo, checché ne
dica la scuola di Hegel. È interprete coscienzioso, indipendente, scrupoloso,
accuratissimo; ma non è filosofo. A lui fa paura il dommatismo; fa paura il
sistema nella interpretazione istorica: e non ha torto. Ma non si può essere
storico filosofo senz* esser dommatico e sistematico? Il gran pregio di Ritter
sta nel carattere d' indipendenza eh' ei dà alle differenti scuole. Ma un
principio sopra cui s'incardini la sua critica, e gli porga ragione di tale
indipendenza, a lui manca assolutamente. 11 criterio mercè cui lo storico potrà
render utile lo studio della storia ed elevarla insieme a dignità scientifica,
sta neir interpretar la successione e la genesi e le attinenze de' sistemi filosofici
ponendo in opera il criterio delle tre posizioni che noi abbiamo accennato.
Queste tre posizioni (e altre non sono possibili) invocate a chiarirci nel
magistero della critica e della interpretazione della storia, non costituiscon
già un criterio empirico, né un criterio d' indole eclettica; tanto meno un
criterio dommatico, sistematico, ricostruttivo. Non è criterio empirico, perchè
non sono i fatti storici (e nel caso nostro i fatti storici sono i sistemi
filosofici) che lo partoriscano, 0 lo spieghino; ma egli stesso è che spiega la
comparsa delle^differenti scuole e dottrine filosofiche nel regno della storia.
Non è poi criterio eclettico perchè non iscaturisce dalla storia, né da'
sistemi; anzi ci fa capaci d' interpretar V una e giudicar gli altri senza
esser sistematici: sentenza che per taluno avrebbe faccia di paradosso, ma non
è.* Finalmente il nostro criterio non è sistematico, perchè non isgorga dalle
viscere stesse di alta metafisica, né quindi importa ombra di necessità
dialettiche, a priori, metafisiche. Ma qui dobbiamo intenderci con gli storici
hegeliani. Qual è il criterio storico di Hegel? È il principio stesso cella sua
filosofia; V identità assoluta. Una infatti per lui è la filosofia, uno il
sistema; e le dottrine particolari non altro che forme diverse d' un medesimo
contenuto. 11 dommatismo sistematico nella storia de' si* La H;nola del Cousin
scimmiottando Hegel, com'è noto, Terrebbe far germinare la filosofia dalla
storia, o considera perciò come elementi organici necessari, aempiici e
irriducihili solo quattro sistemi; Sensismo, Idealismo, Scetticismo,
Misticismo. Da questi fa risultare la storia d'ogni tempo e ln)go; o da essi
medesimi vuol far germogliare la filosofia: La teoria deve emergere dalla
storia. [Court ec. Ber.) Or 80 la storia in ogni grand’età e in ogni periodo
filosofico presenta qne soliti qiattro demetiti organieif ne segue che la
teoria, dovendo pullulare appuiÉo da essi, altro non potrà esser che un accozzo
eterogeneo e, meglio che un eclettismo, un sincretismo. Se gli elementi infatti
sono contraddittorìi ed eterogenei, non dovrà esser tale altrosì l’insieme che
ne verrà fuom V Che se per tale accozzo è mestieri d* un criterio, eccoci tosto
fuori della storia; e allora non sarà altrimenti vero il gran domma che la
teoria abbia da emerger dalla stessa storia. Altro difetto di Cousin è, che
iella sua divisione non trovan luogo parecchi sistemi, come per es. il
Critclsmo, e Y Idealismo assoluto: 1’uno perchè non è sistema, e nemmanco
icetticismo; l'altro perchè, sotto il riguardo psicologico, sarebbe l’ unione
di due sistemi, secondochè avverte egli stesso. Inoltre non giunge a determinar
nettamente la fiinzione dello Scetticismo nella storia, e distinruerla dalla
funziono che esercita il Misticismo, il quale definisce, le eotf> ds
désespoire de la raièon humaine: quasi che il secondo fosse un atto legativo
cosciente, com'è il primo, e non già positivo in qnanto che imprta fede,
contemplazione, sentimento e simili. Finalmente chi non vorrà legare p^li
Eclettici che il Misticismo, il Sensismo e lo Scetticismo siaio da riguardarsi
come altrettanti sistemi V Ecco a che mena un criteri) erroneo su la divisione
e genesi de' sistemi filosofici. Non s' intende h storia, e poi si precipita
senza rimedio in una teoria affatto sincretici e però assurda. La storci della
filosofia mani/estaf ne* vari sistemi che sono apparsi, una sola i medesima
filosofia che ha percorso diversi gradi, e prova che i prineipii particolari di
ciascun sittema non sono che parti d’un solo e medesimo utto. > (Hbgel, Log.
Introd. trad. Vercu Wilmx, stemi non potrebbe risaltare più evidente, più
rigoroso, più universale, più assoluto. Noi innanzi tutto neghiamo
risolutamente che le vario dottrine non possan essere altro fuorché momenti
diversi d* una filosofia. Dov'è identità di contenuto, a dirne un esempio, fra
Idealismo e Materialismo? Tra Teismo e Panteismo naturale o ideale che sia? Ci
vuol davvero la pupilla lincea degli hegeliani a vedere, o meglio, a travedere
siffatte ideatità di contenuto ! D' altra parte, se posta la evoluzione della
idea 0 contenuto dello spirito ne seguita (come dicono) che la filosofia ha da
esser identica alla storia: non è egli codesto un principio degno d' un
eclettico francese? Non è la negazione più aperta, più schietta del progresso
in filosofia, meno, s'intende, epoca memoranda in che con la sua bacchetta
d'acciaio il gran negi-omante del Nord ebbe diffinitivamente segnato e chiuso
in perpetuo il circolo della filosofia? S'egli è così, la dottrina ^é* circoli
e de' ricorsi storbi che il Vera dice esser l' errore madornale della Sdenzii
NuovOj per me sarebbe anzi una conseguenza logica, immediata, inevitabile dell'
Hegelianisrao, almeno quant' al pensiero speculativo.* Hi9t., voi. IH). La
successione istorica de' sistemi perciò riesce identica a quella delle
determÌDazioui logiche della Idea: il perchè in fondo a tuttM sistemi non si
occulta altro che un medesioo oontenuto. Chi consideri bene le dottrine e
applichi con acciiiatezza le esigenze del metodo vichiano alla storia de'
sistemi, si accorgerà tosto corno nella filosofia, guardata storicamente, ci
abbia da esser moIiipUcità di momenti, e, che più monta, diversità di
contenuto; del che /a storia dt'Ila filosofia greca, come accennammo porge
splendido esempio. Ma, si badi, ciò non toglie punto che ci abbia da esser»,
come di fatto ci è, differenze di forma. Se i ritomi e i rieorgi «tarici nm
importassero anche in filosofia un contenuto nuovo pur occultato sotto vecchia
forma, che cos' altro sarebbe la storia del pensiero filosofico salvo che an'
og;,Mo8a e sterile ripetizione d'un medosiuio uggiosissimo spettacolo'? Nella
storia de' sistemi, più che in altre, il moto e lo svolgim4Qto storico non
somiglia ad una linea retta, come dicono alcuni, e mmmanco ad un circolo, come
pretendono altri. La storia della filosofia 3 linea retta e circolo
insiememente. È linea retta, chi guardi al contenuto; ed è poi circolo, chi
consideri la forma, cioè la parto meccanica do' fatti; giacche la storia, lo
dicono e lo credon tutti, ò fornita alch'ella del suo Un' altra osservazione
contro gli Hegeliani poiché ci calza. Se V ingegno filosofico (quello, ben
inteso, degl' imperturbabili e severi negromanti in filosofia) racchiude in sé
tanta virtù e tal vena architettonica da costruire con lavorio tutto a priori
il sistema della scienza dell'essere e del conoscere; la conseguenza parmi
chiara, irrepugnabile: ed é che la storia della filosofia non potrà non
riescire affatto inutile e insignificante. A che sciupar tempo, a che sprecar
la nostra attività critica a studiar ne' bozzetti piii o manco smorti e melensi
e sconci e abortivi che ci presenta la storia, se abbiamo già dinanzi agli
occhi in marmo vivo e quasi palpitante il Davide e '1 Mosè? Dicono: « Noi
invochiamo la storia de' sistemi, é vero, ma per semplice guarentigia del
sistema: la invochiamo com' una riprova di fatto, com' una conferma
sperimentale.... » Conferma di che? Della costruzione a priori,^ Dunque codesta
vostra costruzione è una congegnatura inefficace! D' altra parte, se il sistema
giace ascoso e beli' e apparecchiato nella storia e non fa che germinare da
essa, in questo caso non sarà inutile la vostra costruttura ideale, a priori?
Brevemente, una delle due: La costruzione a priori del sistema é ella assoluta?
Dimque è faccenda inutile la storia de' sistemi. Il sistema giace egli beli' e
apparecchiato nella storia? Dunque inutile ogni alma meccanismo. Ora dunque per
noi il pensiero fllosofico ò daTvero progressivo; è progressivo sul serio;
progressivo noi verace senso della parola progresso, appunto perchè si svolge
anche, e sopratutto, nel suo contenuto. £ qui, com* è chiaro, noi rispetto agli
Hegeliani siamo addirittura a:rU antipodi; e non è altrimenti il nostro povero
don Giambattista quegli che non ebbe la fortuna (sic) di scoprire la gran Ugge
dd progredire della utnanità, ma è proprio il loro Hegel cui toccò la sventura
(abbiano pazienza!) di non conoscerla, anzi di negarla cotesta legge; o almeno,
riconosciutala da Talete, Tha poi negata a tutt*i secoli avvenire, condannandoli
senza scam(H> a ruminare eternamente la medesima formola metafisica! Il
concetto del vero prògre99o è concetto propriamente impossibile nella mente
degli Hegeliani, come vedremo nella Sociologia. MiOHKLiT, Exam, Crit, de la
Mèi. d'Arisi., Paris] nacchìo architettonico dialettico a priori. Nel primo
caso voi sarete altrettanti Dii; e noi non v'intendiamo, perchè confessiamo di
non esser capaci d' intendere un linguaggio e un pensiero sovrumano. Nel
secondo poi sarete eclettici, o positivisti; e noi vi superiamo. Non v'è
scampo. Se la storia de' sistemi ha da servire di per sé sola a darci la
filosofia; se, d'altra parte, la congegnatura a priori ha da essere assoluta e
tutta d'un pezzo: come legittimarle entrambe? perchè invocar la necessità
d'entrambe? Intendo l'eclettico che, non sapendo rinvenir filo d' energia
speculativa ne' bisogni intimi del suo pensiero, viene a chieder soccorso alla
storia. Intendo non meno il positivista che con le mani sotto le ascelle tutto
aspetta dalla storia appunto perchè non ha briciol di fede nelle native forze
della ragion filosofica, e sorride agli sforzi ne' quali nobilmente altri si
prova. Ma come potrò intender gli hegeliani che invocan la storia nel momento
istesso che vantano la singoiar pretensione di costruir l' edifizio scientifico
a priori rifacendosi dal tetto ? Che cosa dunque è da concludere? Precisamente
r opposto di ciò eh' essi pretendono: che ne la storia contiene il sistema, né
la mente può costruirlo e dedurlo a priori. Né induzione, al solito, né deduzione
neanch' in quest' ordin di cose. La possibilità d' una dottrina metafisica può
germinare dall' azione combinata delle due forze; dalla storia de' sistemi
interpretati a dovere, e dalla energia intima del pensiero speculativo. Or
tutto ciò potrebb' egli esser possibile, se questo pensiero non fosse ad un
tempo e dentro e fuori della storia?* Schmidt divìde la storia de’ sistemi
filosofici morendo dal concetto della filosofia elio per lui è teienza del
fondamento ultimo del nottro pentierOf e delV a$§oluto, E poiché cotest'
obbietto si può concepire in tre gaise, cioè obbiettivamente, sabbio ttiv
amente e neirun modo e nell* altro riconoscendoli entrambi come identici, però
ne deduce 1’opposizione de* sistemi, e la divisione della storia. La prima e
più generale divisione è questa; 1» filosofia grreca; 2o filosofia nuova avanti
Kant; S*" filosofia Il nostro criterio non è niente di tutto questo. Non è
empirico, non è eclettico, non è sistematico, non è dommatico. E positivo, e
razionalmente positivo. Ed è tale perchè piglia di mira non già i sistemi
propriamente detti, anzi le posizioni ultime, più semplici, irreducibili del
filosofare, squadrandole sotto doppio rispetto; sotto il rispetto della
scienza, e del suo oggetto. Le posizioni possibili dell' ingegno filosofico, di
fronte al sapere metafisico, dicemmo esser tre: !• impossibilità della
metafisica (Scetticismo); 2» sua attualità (Sistema beir e compiuto); 3» sua
possibilità (Critica). Anche tre, dicemmo, le posizioni del suo oggetto, cioè
le possibili soluzioni del problema metafisico. Dunque tre han da essere i
sommi generi sotto cui la storia può venir adunando, disponendo, ordinando le
dottrine, gì' indirizzi, i metodi, le esigenze speculative formanti le specie e
sottospecie, le recente dopo Kunt {St, della FU.). Innan^ù tutto questa è una
diTisione essenzialmente sistematica, e riesce alla filosofia dell* identità:
il che solo basterebbe a condannarla. Il concetto inoltre nel quale è fondata •
è superlativamente esclusivo; tanto cbe rimaui^on fuori del corso isterico
interi periodi di speculazione occidentale, per non parlare della filosofia
orientale. Così precisamente egli tratta, per esempio, la scolastica: la quale,
tuttoché non si possa dire speculazione metafisica, non però cessa d'essere 8peéulazione,quantunque
in servigio della teologia e del domma. K poi, come mai dalla filosofia greca,
con un salto più che mortale, si piomba a Cartesio? Dov* è qui, non dico la
verità, ma la realtà del processo storico della filosofia? Un'altra domanda. Schmidt
pone Videntìtà come contrassegno del 8^ periodo della filosofia. Ma, con qual
diritto, con che verità qualificar tutt* i filosofi di cui egli parla nel suo
S"* periodo col carattere dell* identità? Come si vede, lo Schmidt cade
nel1’ a pr»art«mo hegeliano, ma senza far pompa de* grandi pregi di Hegel.
Tranne V opposizione fra' sistemi, nonché la triplice maniera onde in essi è
concepito l'assoluto, ei confessa dì non saper altro per via a priori di
concreto, di particolare circa la storia delle scuole e delle dottrine
filosofiche: doveccbò Hegel non pnr move dalla logica, come s'ò detto, e dalle
alture logiche procaccia dedurre i sistemi ed i momenti della storia, ma più
ancora li costruisce; li costruisce indipendentemente dalla storia. Il metodo
dello Schmitd, quindi, avrebbe una parte accettabile, un aspetto vero; che,
cioè, r indagine storica, per lui, non riescirebbe un di più affatto inutile,
come in sostanza dovrebb' essere per Hegel. Se non che cotesto bel pregio
svanisce, tostraf«, appresso il vero metafinoo. Or questa genesi a cui egli
accenna, si applica evidentemente tanto al processo delle scienze, quanto a
quello della filosofia; e, di più, risponde appnntìno alla storia e al processo
ideale de' metodi. I metodi per lui sono ìtq;V Induzione^ il Sittogiemo, il
Sorite. {De Antiquiee.) È bene avvertire com'ecfli, discorrendo del Sorite^
sbagli nell'attnbuire a Socrate quella forma. d'induzione cui allude nel Libro
metafìtico; e non meno sbaglia, come osservammo, quando chiama sillogistico il metodo
aristotelico. Ma questi, com' ò chiaro, sono sbagli di storia, inesattezze di
fatto, non già di dottrina. Ciò che importa è che sin nel Libro metaJUico egli
sa scorgere un vincolo, un processo, e quindi un progresso fra le tre posizioni
metodiche del pensiero: Induzione, Dedazione, Eduzione, rispondenti alla storia
delle scienze, come a quella della filosofia. Giova perciò intenderci bene. L'
Induzione, per lui, è un artifizio sintetico, ma d'indole empirica; ondo la
mente non facendo che raccogliere, adunare, procede dall'effetto alla causa, e
quindi è analisi, diremmo, sintetica. (Inductio, pioura ànalytica; Stllooismus,
stntrtioa. Ved. De Conet, PhUologim) Il Sillogismo invece è un artifizio
deduttivo, è ainteei analitica per cui la mente procede dalla cagione
all'effetto; ma è incerto nel euo procedimento e però inetto a scoprire {De
AntiquÌ9$., cap. II, VII, 4). Questo è quel metodo eh* ei condanna ne'
Cartesiani, ed è quel 9ÌUogi»mo debole oÌ79iv'/ì^ i7uXXo7(7]txo; che Aristotele
biasimava in Platone (>lna/. Poet.,!,) Finalmente il Sorite, per lui, è
tutt' altro di ciò che ne dice la logica ordinaria. II Sorite non è, a dir
proprio, nò sintesi, né analisi. Non è analisi sintetica che dall'effetto ealga
alla cagione, e nemmeno è sintesi analitica che dalia causa eeenda all'effetto.
Invece è funzione che oofuxitena caute con caute: Qui utitcb borite gauss ab
oaussis, ouiqur proxiMAif ATTBXIT. {De AntiquÌ89„ De certa /acultate eciendi, )
Perciò il Sorite essendo la funzione sillogistica nella forma pid compiuta,
presuppone e racchiude in sé l'analisi e la sintesi, la deduzione e
l'induzione, e di fronte a queste debb* esser superiore e posteriore. Dunque la
funzione discorsiva che egli appella Sorite e che pone nel terzo momento della
storia Se tutto questo che noi siamo venuti sin qua discorrendo è vero, quale
ne sarà la conseguenza? Sarà che tanto nella storia deUa filosofia, quanto nel
succedersi de' sistemi, il progresso non è, come ci predicano i positivisti,
un' illusione de' filosofi di mente ammalata e nebulosa, ma un fatto storico e
psicologico ad un tempo; una storica e psicologica necessità. I diff'erenti
sistemi, ci dicono i filosofi deW avvenire^ possono conferire al progresso non
come cagioni determinanti, ma come semideale de* metodi, non è altro che il
processo ednttiro di cai altrove abl)iaino discorso. Neir annodar cau»e con
carne sta V invenzione del termine medio, e perciò la conversione dd vero col
fatto. Se non che talora anche in ciò egli si contraddice ! ifferma, per es.,
che V analisi (la qaale abbiam visto essere per lui posteriore alla sintesi, e
però, come artifizio deduttivo, posteriore ali* induttivo), sia il metodo
puramente critico de* Cartesiani; e non senza ragione lo condanna, perchè
esclusivo e solitario. Ma più volte poi dice esser tale anche il Sorite; cioè
un artifizio puramente critico e analitico. {De AnUqxUss,^ Ds Nos. Temp. Stud. Jiat,, Argum. RUp, i*
al Glor. de' Lett., § IV. - /?« Oonst. PhiloL, Sec. Se.
Nuo.) Ma non abbiam vist ) com'egli medesimo ponga il Sorite dopo Vlnduzimie
che è analisi-sintetica, e dopo il Sillogismò che è sintesi-analitica? Come,
dunque, se è posteriore e superiore, potrà esser non altro che pura critica e
pura analisi, e perciò anteriore e inferiore? Non è contraddizione palpabile
cotestaV A levar di mezzo siffatti controsensi, bisognerà stare alla
definizione eh' ei medesimo ne porge del Sorite: funzione che concatena cause
con ca«we, non già effetti con causcy o eause con effetti. Ella compenetra,
come dicemmo, in un medesimo circolo l'analisi e la sintesi, l'artifizio
induttivo e '1 deduttivo]. fe insomma il nwtodo ch'egli sposso appella
geometrico (Risp. al Oior. de' LcU.). È, ripetiamo, il metodo ednttivo,
genetico, il quale non è geometrico in quanto debba essere tolto cosi com' è
dalla matematica, ma nel senso che dalla geometria s'ha da pigliar la
dimostrationCf cioè la guisa per far la scienza. Lo dice egli stosso; non
m^hodus geometrica^ sed demonsb'otio. E dopo ciò auguriamoci che alcuni suoi
crìtici non vorranno maravigliarsi più oltre ch'egli abbia voluto appellar
geometrico il metodo proprio della sua Scienza Nuova! {i^ Se. JVuo.). Uno de'
continovi lavori di questa scienza d dimostrare FIL PILO.... lo spiegarsi delle
idee umane . Concludendo: Col porre la genesi psicologica de* metodi e '1
processo isterico delle tre funzioni metodiche, il nostro filosofo ci ha dato
insieme la dottrina su la genesi positiva delle scienze, secondo l'interpretazione
che noi altrove abbiamo accennato (p. 230), e sopra questa legge si modella
eziandio la storia ideale della filosofia^ com'egli dice, o la storia naturale
de' sistemi JUoéoJtci. Sono germi cotesti, io lo veggo; ma germi fecondissimi.
plici condizioni del progredire; cioè com' errori che si combattano, e che nel
combattersi a vicenda si correggano. La contraddizione qui è palpabile; e non è
la prima né l'ultima nella quale intoppino i positivisti. I sistemi filosofici
non sono che errori, e pur si correggono ! Ma, so correggonsi, in clie maniera
saran tutti un errore? È possibile correzione senz'una parte di vero? Or se
racchiudon parte di verità, certo non avrebbe a parere impresa disperata
poterli assommare; per la semplice ragione che se la mente umana è quella che
ha potuto partorirli e poi di mano in mano correggerli, ella medesima potrà
venirli adunando in organismo, nel che, come si disse, è necessario un criterio
superiore/ Abbiamo detto esser triplice il processo delle cose governato da un
medesimo criterio, il quale perciò assume valore di principio: la Conversione
del vero col fatto. Ora il primo processo a cui è d' uopo fare cotesta
applicazione è appunto la storia, perocché lo spirito nasce nella storia, e la
fa. E poiché nel medesimo processo isterico é racchiuso il processo psicologico
il quale n' è il fondamento più immediato in quanto é la I sistemi si
combattono, è vero: essi rappresentano il transito a verità; e anche questo è
verissimo. Ma ciò fanno non tanto perchè sono errori, non tanto perchè lottano,
qaanto perchè racchiudono in sé medesimi un elemento di speculazione e perciò
di verità metafisica. In una parola, essi lottano, ma non per distruggersi a
vicenda, sì per legittimarsi, e compiersi. Giova ripeterlo anche qui:
Positivismo e Idealismo assoluto mancano del vero concetto del progresso nella
storia de' sistemi. L* uno considerandoli come produzioni fantastiche della
mente, crede che poco alla volta essi finiscano per divorarsi a vicenda senza
verun incomodo degli spettatori; dovecchò l'altro, avvisandoli come organi e
vegetazioni d' una medesima pianta, nega loro ogni ulteriore progresso giunto
che sia a vedere sbocciato quel fiore nel quale sono contenuti in atto rami,
fronde, foglie, tronco e radici della pianta. Questo fiore, si sa, non può
essere altro che la filosofia dell'identità. Ora a me pare che, se hegeliani e
positivisti vorranno per poco tenersi conseguenti a sé stessi, la storia della
filosofia agli occhi loro non potrà essere altro che un caput mortuum; sempre
per la solita ragione, che gli uni hanno intera fiducia nella costruzione
ideale della metafisica, mentre gli altri non ne hanno punto, anzi la negano.
Caput mortuuml nò più, né meno. La logica è inesoraWle. stessa nostra
coscienza, perciò la prima applicazione di quel principio riguarda la genesi
psicologica. Ma, innanzi tutto, che cosa ci dice la storia della psicologia
rispetto al problema psicologico? Capitolo Quarto. platonismo e aristotelismo
nel problema psicologico. Il nodo al quale per ragioni più o manco immediate si
rappicca la soluzione de' piii vitali problemi delle scienze morali, e stavo
per dire anche quelli della metafisica, è il problema psicologico, che un
moderno filosofo ha giustamente appellato problema generatore.^ La psicologia
segue anch' ella una legge cui vediamo soggiacere ogn' altra parte della
filosofia. Pigliando a considerare il problema psicologico sotto l' aspetto
teoretico, ci accorgeremo tosto della possibilità d' una doppia soluzione, che
si riferisce a due sistemi fra loro opposti e contrari: i quali sistemi, per
quanto si voglian fregiare di titoli vistosi e facciano pompa di nomi pili 0
meno appariscenti, ci rivelano sempre alla fin fine l'esigenza del
materialismo, ovvero quella dello spiritualismo. Se pigliassimo poi a guardare
il medesimo problema sotto r aspetto isterico, sarebbe agevole il vedere come
quelle due soluzioni mettan capo a' due maggiori filosofi dell'antichità,
Platone e Aristotele, ne' quali s'imbatte sempre la mente dello storico quando
meno se '1 crede. Che se oltr' ai due massimi filosofi di Grecia togliessimo ad
esame anche la teorica psicologica degl' insigni rappresentanti della sapienza
cristiana. Agostino ed AQUINO, i quali non fanno che ormeggiare i due Fichte,
Doetrine de ki Seienetf trad. Grimbl^t,] greci quanto le necessità del domma
comportavano, avremmo beli' e fissato l' obbietto e determinato i confini della
critica intorno alle principali soluzioni date sul problema in discorso, e
fors'anco avremmo tirato le somme linee d' un intero disegno isterico della
scienza psicologica fino all' età del Rinascimento^ I quattro filosofi
menzionati comprendono in germe tutte le posizioni psicologiche possibili, meno
una; meno quella, cioè, che, nulla serbando di filosofico e di psicologico, si
riduce tutta a negozio di biologia, come vorrebbero certi moderni fisiologisti.
Nella storia della filosofia, infatti, avviene quel medesimo che in ogn' altr'
ordin di cose morali: le prime tracce dello sviluppo, i germi del processo,
come germi, s'annidan tutti nelle origini. Nelle origini la virtù spontanea e
divinatrice dell' ingegno emerge vigorosa e potente così che basta ad
alimentare i' attività analitica di più secoli, ed eccitar 1' ansia e '1
bisogno speculativo di più e più generazioni. Le origini . riflesse della
speculazione occidentale pongono lor prima radice nel pensiero greco; massime
in quel perìodo in cui Platone e Aristotele rappresentando, per così dire, 1'
analisi in cui sdoppiossi e ingagliardì la sintesi socratica, giungono a toccar
l'apice della riflessione metafisica sotto duo forme distinte; distinte
nell'idea, diverse nella forma e anco nello stile, ma atte ad integrarsi e
compiersi a vicenda. Il vivente storico inglese della Grecia ha detto che la
speculazione europea, nonché gran parte dell'orientale, altro non sia stata in
sostanza fuorché un commentario intricato e perpetuo de' due massimi filosofi.
A compiere il concetto avrebbe potuto •e dovuto aggiugnere che in cotesto
commentario, in cotest' analisi, tanto più evidente appare il progresso, quanto
più intenso é lo svolgersi delle dottrine, e più fitto e più variato il
succedersi delle scuole. Chi dunque pigliasse a far la storia critica del
Platonismo e dell'Aristotelismo, e' sarebbe già in grado di far la storia della
filosofia: in cui lo scetticismo avrebbe quella funzione e queir ufficio che
gli spetta; ufficio senza fallo assai rilevante, ma, come dicemmo, di semplice
strumento più che d' artefice; funzione di mezzo, d' espediente, d'incentivo
piii che d'elemento vitale della scienza. Se infatti v' ha cosa nella quale
consentano appieno i due massimi filosofi, è questa: che il concetto del
sapere, del sapere per via di scienza, debbasi appuntare neir universale,
stante che dall' universale possa emergere unicamente la possibilità della metafisica.
Ecco perchè tale possibilità è già beli' e dimostrata, s' altra prova mancasse,
dal fatto storico, dalla storia della filosofia. Ecco perchè lo scetticismo,
siane qualunque la forma, è distrutto, o meglio, è ridotto al suo legittimo
valore, dall'esistenza atessa e dallo svolgimento cui son venuti soggiacendo il
Platonismo e l'Aristotelismo. Ed ecco perchè, ripetiamolo, questi due grandi
sistemi racchiudono un significato supremamente comprensiva per due rispetti
diversi, l'uno storico e l'altro teoretico, e per due diverse ragioni altrove
accennate. Sul carattere precipuo del Platonismo ci sarebbe a sperare che né
critici, né storici qund' innanzi avessero a discutere più oltre. Volumi in
foglio scrissero antichi e riscrissero moderni, sia per determinare il concetto
platonico del Bene, sia per isgroppare que' tanti viluppi su la natura delle
idee, sia per ispecificar l' attinenza peculiare fra esse e Dio, o per
lumeggiare il processo della dialettica e chiarir la forma verace del metodo
filosofico platonico, o, finalmente, per additare il rapporto fra '1 pensiero e
l' obbietto sovrassensibile di esso. Pare che i più oggi consentano a ritenere,
il distintivo platonico star nella teorica dell' esemplarismo, e quindi nella
dottrina (vera o no che sia) delle idee avvisate oom' eteme conoscibilità, e
com^ eterne e assolute specie delle cose, 11 che tanto più avrebbe a parer
vero, in ^Ytìov wjTTioòc To (zé^iov (iTxpct^ityt/y.) iS\tntv. Tm. Cfr. quanto
che il punto attorno a cui s'aggira la critica dello Stagirita sta tutta qui:
Videa non pure esser Buperiore alle cose, ma tutta al di là e tutta al di fuori
delle cose. Né le tre scuole d' interpreti che hanno a capo Herbart Hegel e
Bitter, e che in Germania oggi dividonsi '1 campo della critica sul significato
essenziale e speculativo de' dialoghi platonici, dissentono guari intorno a
cotesto particolare, quantunque tutt' e tre riescano a dissidii profondi nell'
applicar la critica non tanto erudita, quanto d'interpretazione filosofica.
Difficoltà pili gravi porge l’Aristotelismo; col qual nome intendo abbracciare
tanto Aristotele, quanto la interminabile tratta de' suoi commentatori. Queste
difficoltà senza fallo tengono all' indole stessa della dottrina aristotelica,
all'esser eUa, per così dire, bifronte, racchiudendo i germi di due contrarie
ed opposte direzioni speculative: cosa che, ove non fosse universalmente
riconosciuta, basterebbe a comprovarcela, s' altro mancasse, la critica che
neanc' oggi ha smesso e certo mai non ismetterà la speranza di porre in accordo
lo Stagirita con sé medesimo. Eertanto, riconosciuta l' ambiguità e r
indeterminatezza del sistema aristotelico nonché il difetto d' impasto omogeneo
in parecchie sue teoriche; considerato come Aristotele uscito del tirocinio
platonico dovea serbare, come serbò evidenti, alcune tendenze già inseritegli
nell' animo dalla viva e potente e drammatica parola di chi seppe concepire e
scrivere il Protagora e '1 Filébo; tenuto conto sopratutto dell'opposizione
gagliarda e severa ch'ei mosse contr'al maestro; e, finalmente, considerato lo
svolgersi così vario, così intricato, così opposto ne' suoi resultamenti cui r
Aristotelismo andò «oggetto attraverso civiltà diverse, tempi diversi, luoghi
divedi : non avrebbe a parer Stallbacm, ne* ProUgom, al Parmenide di VELIA,
SERBATI, Aritt. eep. ed esam.f Introd. Zkllbr, DeU^ espogiz. aritt, della fil,
di PUxtone, c. rV. Tbbndelsnburo,
Plut. de id., Mabtik, Éhui. mr le Tim., Àrgom, CousiN, Du vrai, du beau et du
bien, loz. IV. troppo ardito T argomentare, come dal tatt'
insieme delle sue teoriche, in ispecie dalle tendenze molteplici degli esegeti
d'ogni età, cotest' indirizzi devan essere tre, meglio che due. De' quali
indirizzi noi chiameremo il primo ip&rpsicólogko; il secondo. Triturale
oàempirico; e il terzo medio, ovvero aristotelico-platonico propriamente detto.
Dal significato stesso di queste parole, ognuno s'accorgerà come il nostro
criterio diflferenziale, e la divisione riguardante gì' indirizzi della dottrina
aristotelica nonché le diverse esegesi a cui elle conducono, sia per noi
principalmente di natura psicologica; e non può non esser tale. Aristotele,
infatti, non cessando d' essere Aristotele, è anche mezzo platonico. Un
criterio diflFerenziale, dunque, circa le dottrine de' due filosofi, non
potrebb' essere attinto in altra sorgente salvo che in quella della psicologia,
dove appunto riluce piii netto il dissidio, checché ne dica il Ravaisson,* tra
i due filosofi della Grecia. D' altra parte cotesta nostra divisione non solo
si porge come criterio a discemere e giudicar le diverse scuole aristoteUche,
ma ci somministra modo altresì per valutare l' esplicazione storica del
Platonismo al lume di quel terzo indirizzo che noi pensatamente abbiamo
appellato medio. 11 quale, se con gli altri due l' abbiam detto aristotelico,
non è meno platonico perciò. Cotesto indirizzo medio, infatti, non è
originario, ma secondario. Non è nato fatto, ma capace di farsi, di generarsi,
d'assumere fattezze proprie e fisonomia sempre più individuale e spiccata nel
corso della storia. Però più d'uno storico della filosofia ha paragonato 1'
Aristotelismo e '1 Platonismo a due fiumi che risalgono verso due sorgenti
diverse; e meglio avrebber detto due correnti distinte d' un medesimo fiume, le
quali, scorrendo, sempre più si rimescolano e conifondono per entro a un
medesimo alveo. Nelr Aristotelismo quindi ci è il Platonismo, o meglio ci *
E9$ai de Ifitaph, d' ÀrUt, Tom. I, Introd. p. Y. è germi di due maniere di
Platonismo, legittimo e spurio. Il Platonismo spurio in sostanza è Arabismo; e
la cagion prossima, X origine immediata di esso non risale già alla dottrina
platonica, come altri ha creduto cogliendo a frullo qualche sentenza qua e là
sparsa ne' dialoghi del filosofo ateniese; ma risale al medesimo Aristotele; e
ciò per due diverse ragioni. La prima delle quali, come ha osservato un
illustre storiografo,* si radica nell'opposizione che lo Stagirita ingaggiò
contro il maestro; e questa, più che cagione, noi diremmo sia stata occasione,
incentivo alla dottrina averroistica. La seconda poi vuoisi riferire, come
toccammo, all'indeterminatezza e ambiguità della stessa dottrina aristotelica
su l'intelletto; tant' è vero che Alessandro d' Afrodisea, intendendolo in
parte sotto l'aspetto empirico, potrebbe aver fatto più sdrucciola, per parte
sua, la strada all'Averroismo.' Se dunque tale è l'Aristotelismo di fronte al
Platonismo, si può dire che, ove altri pigliasse a far una storia compiuta del
primo conforme al criterio che noi diciamo, farebbe anche la storia del
secondo, cioè del Platonismo vero, del Platonismo legittimo, appunto perchè
nell'uno e' è, anche 1' altro, ma corretto, o a dir meglio, compiuto per più
d'un rispetto.' Ora che i tre indirizzi non siano per avventura tre fantasie del
nostro cervello, potrebb' apparir manifesto dalle sentenze diverse che noi
potremmo agevolmente venir adunando nel medesimo Aristotele, se potessimo,
anche a far bella mostra di peregrina ma non difficile erudizione, ingolfarci
in esami di esegesi minuta e particoleggiata, e se il Rosmini non avesse già,
meglio che * Renan, Averrhoé» et VAverr.^ pag. 42. * Ravaisson, Bonghi parlando
della metafisica d'Aristotele osserva, c^ tutti qtianti % »Ì9temi fino a
Carteno ei »% »ono tpecehiati dentro^ e ci hanno jwù o meno riconoeciuto il
proprio vieo, (Lett. al Rosm., Trad. della Metaf.i). Nourisson dice fino a
Leibnitz. {Tabi, de» progrU, ec., 2* ediz, 1S59 nella Condu$,) Perchè non dire
fino ad Hegel addirittura? ogn' altri, posto in sodo con maniera davvero magistrale
r esistenza nello Stagirita de' due primi indirizzi. Ma una prova più chiara
potrebbe averla chi guardasse al modo con che sonosi venute svolgendo e
diramando e poi intricando e vie più ravviluppando fra loro le varie scuole
aristoteUche non solo per tutte quelle dieci età che il nostro Patrizi
distingue nella storia degli esegeti aristotelici, ma eziandio per tutto il
periodo che corre dall' epoca del Rinascimento fino agli ultimi critici
tedeschi hegeUani e non hegeliani, Michelet, Pranti, Zeller, Trendelenburg. Da
Teofrasto, per eserapio, a Stratone di Lampsaco incomincia a prevalere di già r
indirizzo naturale, pigliando forma sempre più empirica di guisa che si
potrebbe dire non v'essere stacco assoluto fra questo indirizzo aristotehco, e
quelle scuole che vi tenner dietro, segnatamente l'Epicurea e la Stoica.* 11
Nominalismo del medioevo che SERBATI più acconciamente appellerebbe Bealisfno
aristotelico, nonché il naturalismo d'alcuni peripatetici, ci palesano anch'
essi l' indirizzo empirico. ' I Positivisti, finalmente, credono anch' essi
oggidì potersi agganciare allo Stagirita, ne in verità avrebbero gran torto se
troppo facilmente non dimenticassero come accanto all'Aristotele positivista ci
sia un Aristotele filosofo anzi metafisico propriamente detto. D'altra parte,
il Neoplatonismo e più l'interminabile serie dei commentatori arabi o
arabeggianti che smarrivansi in quella grossolana forma di panteismo
])sicologico annidatasi nella dottrina dell'intelletto agente così balordamente
interpretata in Aristotele, non ci palesano schiettissimo l'indirizzo
iperpsicologico? Fra questi estremi quanto evidente nella storia al[Ravaisson.
SERBATI, ArUu eiip. ed etam.y Introd. Roussblot, Étud^ tvr la Phil. dan» le
moì/en àgef l» Saint-RinÌ Taillak> DntB» Seot Erigene et la Phil, Seolwtt.,
CousiN, Fragni, de PkiU du fnoyen Age, [trettanto necessaria in teoria è la
posizione mediana. Ella si studia porre nn accordo fra l'esigenza fondamentale
del Platonismo, e quella dell' Aristotelismo; fra l'uniTersale in sé, e Y
universale anche nel mondo. Se non che è facile vedere come questa posizione
abbia a rendere immagine, diremmo quasi, del ferro magnetico il quale senza
posa oscilla fra mezzo al polo positivo e al polo negativo. Tale davvero è l'
indirizzo medio, un ferro magnetico: per cui non è impresa agevole stabilire,
per esempio, se certi realisti e certi nominalisti dell' evo medio, de' quali
il Rosmini con l' usata pazientissima industria andò scovando più e diverse
famiglie, sLin da dichiararsi aristotelici meglio che platonici. L' indirizzo
medio nelle dottrine filosofiche, massime parlando di Platonismo e d'
Aristotelismo avvisati nel loro svolgimento istorico, spicca per questo
contrassegno: d' esser la molla maestra, per così dire, del progresso nello sviluppo
del pensiero speculativo. Or s'egli è tale, non debb' esser rappresentato da
que' filosofi che Pretendono alcuni storici ctie il nominalismo non dlfForìsca
punto dal Concettualismo (per es. il Cocsin, (Euvres cT Abelardo Introd., in
ciò confutato meritamente da SERBATI, Atìm, ec.) Meno a?7entato degli altri il
Roverotano si contenta designare il secondo com* una gpecie del primo. E sia
pure. Ma se fra Tun sistema e T altro non fosse alcun diyario, dovremmo porre
in un fascio, non diciamo con quanta verità, i nomi di Roscellino, di Guglielmo
di Champeaux e d'Abelardo? Per noi la differenza delle tre direzioni
filosofiche medievali è precisamente quella che esiste fra le tre posizioni
dell' universale rispetto alle cose: ante rem, in re, poH rem. Non dico già che
tra Nominalismo e Concettualismo corra quel medesimo divario che pur troppo
intercede fra essi presi insieme, e quella specie di Realismo per cui si
distingue, 'per es., Anselmo d* Aosta. Ma la differenza è pur evidente,
essendoci differenza, parmi, tra V ammettere e 'I negare Vunivenalenel
concetto. Checche se ne dica, la scuola di Roscellino è nominale pura. Quella
di Guglielmo di Champeaux è schiettamente realista. Ma un barlume di vero
progresso nella scolastica traluce nel concettualismo. Esso ci rappresenta,
almeno compera possibile in quell'età e in quelle condizioni della scienza,
l'indirizzo aristotelico medio. Il Concettualismo è tanto superiore al
Nominalismo, quanto Io spirito all'esperienza, -le idee ai fatti, il senso al
pensiero. Il Rimuaat e il Nouritaon han saputo rilevare a meraviglia i meriti
di questo indirizzo nel periodo scolastico. (Abìlakd, Tahleaux de» progrì») la
critica non radamente finisce per battezzare con titoli diversi e disparati e
talvolta anche opposti, non altrimenti che gli zoologisti adoperano riguardo a
certe specie zoologiche le quali, in via di formazione specifica, non possiedon
per anche caratteri netti, spiccati e ben determinati? Tal si è agli occhi
nostri, per dire un esempio, Afrodisio; il quale, tuttoché meritasse titolo di
secondo Aristotele, ninno però vorrà dichiarare schietto aristotelico. S'egli
infatti, combatte la dottrina atomistica degli Epicurei nonché quella delle
forme seminali degli Stoici, é questa una buona ragione perché non sia detto seguace
dell' indirizzo aristotelico empirico. E, inoltre, se contro Avveroé piglia a
corregger la dottrina dell' intelletto possibile, ciò dimostra com' ei non sia
nuli' afiatto un iperpsicologista, e per la stessa ragione non é a confondersi
co' puri platonici. Che se, finalmente, opponendosi allo stesso Aristotele
procaccia dimostrare come la specie anziché nell'individuo sia nel pensiero,
con ciò si manifesta chiaramente seguace dell'indirizzo mediano. L' Afrodisio
dunque, se potessi designarlo così, sarebbe il concettualista per eccellenza
fra gli esegeti ellenici, e quindi potrebbe rappresentarci l'antecedente ideale
del Concettualismo mediqevale. Egli per primo nella storia dell' Aristotelismo
ci esprime il bisogno d' accordare le due opposte direzioni aristoteliche,
restando egli stesso aristotelico, e però non arabo, né sensista. Si potrebbe
facilmente dimostrare, se qui fosse luogo, che il medesimo indirizzo ci esprime
e la medesima funzione esercita san Tommaso nel medioevo; talché nell'età medioevale
AQUINO rappresenta ciò che l' Afrodisio fra' primi commentatori greci.* *
Parlando d’AQUINO BONGHI dice: Quello che m'ha fatto molto maravigliare, e di
cui non mi $on reso cofUo pienamentef come •' accordi in tanti luoghi coW
A/roditeo^ tema perft citarlo mai, ìé accordo ^ tale che non pud ewer casuale.
(LeU. al Rosm.) È vero, AQUINO non conoscerà che di nome rAfrodisio. Lo
conosceva per mezzo d’Averroé; eppure tanto spesso trovasi d'accordo con lui
neir inAltri esempi più spiccati potremmo averli nel Rinascimento; esempi di
filosofì che a tutta prima non paiono stare né di qua ne di là. Tali per noi
sono, a dime questi, PORZIO, ZABARELLA, LAGALLA, CASTELLANI; e non esiteremmo
annoverarvi anche il Sessano, come quegli che finì per combatter l'Averroismo e
dar molto da pensare a' seguaci dell' indirizzo empirico fra' quali in cima a
tutti siede il Pomponazzi * Che se il Patrizzi e più FICINO, fra gli altri, si
palesano schietti neoplatonici, cotesto lor platonismo non va certamente
confuso con l'Arabismo. Anche noi crediamo che certi Platonici e certi
Peripatetici arabeggino la lor parte, e tanto s'assomiglino fra loro quanto due
gocciole d'acqua. Ma perchè pretendere porli in un mazzo? La lor mente muove da
sorgive diverse; così che, interpretando a lor modo Aristotele e Platone, gli
uni spesso vaporano, come s' è detto, in una forma confusa di panteismo
psicologico, in mentre che gli altri svolazzano sì da restare immersi e
balordicci in mezzo agli splendori d' un misticismo il quale se non è panteismo
poco ci corre. Arabismo quindi non è Platonismo; 0, se si vuole, è i) fiacco, è
il grossolano Platonismo venuto fuori, come to^tommo, attraverso la critica
male interpretata d' Aristotele contro il suo maestro. Se dunque la storia
dell'Aristotelismo è lì pronta a mostrarci incarnate nelle sue scuole tre
diverse tendenze, ciò vorrà dire più cose. Vuol dire che queste tre tendenze
debbono esistere, ma esistere come in germe nelle dottrine e nella mente stessa
del Caposcuola. Vuol dire terpretare il JUo$ofo, che davvero tale consenso non
può esser ccituale. Quale n' è, dunque, la ragione? BONGHI non ne avrebbe fatto
le meraviglie se avesse pensato eh* eran tutt' e due nel medesimo indirizzo,
nelr indirizzo aristotelico mediOf per quante possano esser le differenze.
Molti filosofi italiani, che d'ordinario sono mossi iu fascio con POMPONAZZI 0
con gli schietti averroisti ovvero co' puri platonici (come appunto NIFO) a noi
paion seguaci più o mono spiccati dell'indirizzo medio, quando siano
interpretati con benignità di giudizio, e senza le traveggole d'una critica
sistematica. ch'elle hann'a distinguersi e sdoppiarsi e correre il palio del
processo istorico. E vuol dire, perciò, che a questo ior successivo
distinguersi ha da presiedere una legge di progresso che per passi lenti, ma
sicuri, valga a ricondurre r analisi alla verità della sua sintesi primitiva.
Aristotelismo e Platonismo, ripetiamolo, non sono a dir proprio due filosofie;
né sono due serie di filosofi gli Aristotelici veri ed i veri Platonici. Sono
ben due filosofie que’due commenti così opposti fra loro e contrari, che,
fondandosi in un concetto b empiricamente naturale o esageratamente
iperpsicologico del pensièro, vennero fabbricandosi col succedersi de' secoli,
con l'incalzarsi de' filosofi, e con 1' avvicendarsi delle scuole. Non
seguiremo perciò, a questo proposito, la sentenza del Buhle, del Bitter, del
Renan tb d' altri storici che altro divario non sanno scorgere, fra'
peripatetici del Rinascimento, se non quello eh' è possibile riconoscere fra'
commentatori d' un medesimo caposcuola. Come confonder ACHILLINI con PORZIO? e
PORZIO con NIFO? e NIFO con ZABARELLA e con GONTARINI? e tutti questi con
ZIMARA e con altri di simil tenore? Il criterio innanzi stabilito ci può far
comprendere perchè mai tutti quelli che han sempre sospirato un accordo fra l'
uno e l' altro sistema, risentano piii dell' indirizzo platonico anziché dell'
aristotelico; e perchè accanto a BESSARIONE, a PICO Mirandolano, al citato
Gontarini, al MAZZONI, e a tutti gli altri che credono toccar col dito il
vagheggiato accordo, non manchino i Donato, i Folieta. i Buratella che reputino
pazzia cosiflFatto accordo. I primi ci dimostrandoci fatto che nell'Ari[Una
prora estrinseca che fra il Platonismo e l’Aristotelismo primitivi non V* è,
masdme in certi ponti di metafisica, divario sostanziale, potrebb* esser tolta
dalla maniera ond' Aristotele conduce la crìtica inverso alla fllosofia del sno
maestro. Lo Scbleiermacher Tha chiamata critica da maestro di scuola: e, per
alcuni rispetti, non a torto. Zeller infatti ha mostrato ad evidenza come il
discepolo stiracchi non di rado il maestro per meglio abbatterlo. Ved. Op. cìt.
trad. da BONGHI specialmente nel Cap. iV. stotelismo c'è il Platonismo, e però
l'indirizzo medio; i secondi poi che nello Stagirita ci ha i germi delle altre
opposte e contrarie direzioni. Un accordo è possibile; ma non fatto a maniera
^meccanica e per sovrapposizione, come si pensano certi viventi neoplatonici
col trasferire all'un filosofo ciò che si crede faccia difetto all' altro, e
dando per esempio ad Aristotele l' idea platonica, e a Platone il concetto
della Juva^c? o della ytvevii aristotelica. Il discepolo ha pur egli la sua
idea, cgme al maestro non manca la virtù del fatto e il valore dell'esperienza.
L'accordo quindi è opera della storia; ed è r opera travagliosa della critica
rintegratrice. La quale, rotondando le sporgenze e ammorbidendo le angolosità
che pur troppo si lasciano scorger ne' due filosofi, li modifica, li rimpasta,
li trasfonde 1' uno nelr altro e li trasfigura siffattamente che ci scompaian
dagli occhi Aristotele e Platone, senza che perciò abbia a scomparire ed
estinguersi quell'eterna e vivace esigenza cui levossi il pensiero indoeuropeo
fin da' primi momenti della sua riflessione speculativa e metafisica.
Ripetiamolo anche qui. Il risultamento finale dell'Aristotelismo e del
Platonismo non è già il trionfo dell'uno su l'altro, od al contrario. È il
trionfo d'entrambi, per una ragione altrove rammentata a proposito delle due
moderne filosofie. E que' critici che tanto sudano e s' arrovellano a mettere
in trono vuoi un Aristotele passato attraverso i lambicchi d'una critica
infedele ed eunuca, vuoi un Platone rimpannucciato co' cenci d'un troppo vieto
tradizionalismo, negano, senz' addarsene, la storia. Negano la storia, perchè
disconoscono gran parte del lavoro storico già compiutosi per opera degli
esegeti ellenici, arabi, alessandrini, latini, italiani del Risorgimento. Reca
marayiglia davvero il pensare come in questa maniera di critica incappino
perfino, parlando d'Aristotele^ gli hegeliani più assennati quando affermano,
per esempio, che aìVidea topra le cose di PlaUme AnstoteU SOSTITUÌ Videa delle
coae^ o la forma. Basterebbe già la parola 909Htu\ a far cangiare ftsonomia,
non pure airAristotelismo e al Platonismo, ma a tutta Premesse queste
considerazioni generali, veniamo alla quistione psicologica. U problema
psicologico al quale si connette ogn' altro, è quello che risguarda la
relazione fra V anima e '1 corpo. Se cotesta relazione interviene fra mosso e
movente, per usare l' antico linguaggio, s'ha l'indirizzo platonico; il quale
j>wò trovar riscontro con la posizione iperpsicologica della esegesi de'
commentatori averroisti. Se è relazione di potenza e Aleuto, pigliando l' atto
come determinazione o semplice la storia della scienza. B tal si è infatti il
linguaggio tenuto nella ìot critica da Hegel, dal Michelet, dal Franti, dallo
Zeller, ne' quali attingono ispirazione i nostri hegeliani. Ma dicendo che
Aristotele sostituì oc, non sembra che lo Stagìrita abbia inteso di negare
addirittura V idea platonica? Giacché a poter sostituire bisogna innanzi
negare; e per mettere qualcosa, è d^uopo averne levato qualche altra. Ora il
vero si è che Aristotele, oltre la specie come predicabile, il che costituisce
proprio la novità sua di rimpetto a Platone, riconosce altresì la specie
separata^ la specie in sé, là forma in sé, spoglia di materia. La qual forma in
sé (s Zi poi aurvj x^-^' aur^fv vj uo^^tj) è altrettanto chiara in
Aristotele,'quanto la forma mista alla materia (ùtgjùti^jvvj (uterà rrì;
vItiq). lì divario fra* due ftlosoft perciò non risguarda la prima, vo* dir la
specie per eccellenza, ma si la seconda, cioè la cosa contenente la specie. Di
che si vede come per lo Stagirita, oltre l'insieme de' due elementi (to au
voXov) ci sia ben altro ancora. Al di là del to' slSoz sv fn uXv), infatti, vi
ha l'essere, vi ha la ragion delle cose, tÒ tìSo;, (Ved. Metaph.). Intanto, che
cosa ti fanno i critici hegeliani ? Essi pigliano quel che loro toma comodo.
Pigliano il to' oùvoXov, e il resto considerano come un caput mortnumj o
sentenziano: Ècco qua il vero Aristotele! Che sia l'Aristotele del loro
cervello, è chiaro, né vi cape ombra di dubbio. Che sia l'Aristotele che ci
porge la storia, lo neghiamo risolutamente; né ci mancherebbe modo a darne
dimostrazione, se questo fosse il luogo. Si dirà che quel caput mortuum sia
come il Deus ex machina dì Cartesio? una contraddizione? Innanzi tutto potrebbe
stare ch'ella non fosse tale: e tale infatti non la reputarono i nostri vecchi
critici del Rinascimento, né tale è creduta oggi da' massimi e più severi
interpreti moderni, qual è Trendelenburg in Germania, SERBATI in ITALIA,
Ravaisson e B. SaintHilaire in Francia. Checché ne sia, la critica seria e
feconda starebbe appunto nel levar di mezzo la contraddizione, ma senza negare
nò radiare in Aristotele l'esigenza platonica; se no, risicheremo d'incespicare
nel solito scoglio, quello cioè di far la storia zoppicando, e far camminare la
macchina con una sola ruota. Nessuno de' quattro critici poco fa rammentati,
fra' moderni, e neanche fra gli antichi il nostro Simone Porzio per esempio,
avrebbero detto, né dicono, sostituì. Avrebbero dette aggiunse, a/mpìè,
eon-ewT, iiirern, t' simili. modificazione della potenza, avrai la posizione
empirica dell'Aristotelismo, il cui rappresentante più logico, più originale
nell' età del risorgimento dicemmo essere il Pomponaccio. Se cotest' attinenza,
per ultimo, è quella di forma e di matefia, ma intesa in maniera che la prima
tuttoché rampolli dalla seconda non però sia come assorbita da questa e ne
dipenda in modo assoluto, ma anzi la superi, la informi di sé e basti ad
alimentarsi di sé medesima; in tal caso avremo una terza posizione, la cui
esigenza é pur manifesta in Aristotele, e nella quale pone radice la soluzione
più acconcia del problema psicologico. L' indirizzo iperpsicólogico, nome che
d' ordinario scambiasi con l'altro di platonico, ha natura deduttiva, e
costituisce il metodo degli spiritualisti di tutt' i tempi: nelle cui mani la
psicologia assorbe siifattamente la fisiologia, da ridurla alle umili
condizioni di sem.plice appendice della prima. L'indirizzo aristotelico
empirico ha natura puramente induttiva; ed é il metodo de'mateiialisti d'ogni
età, nonché di certi moderni biologisti e positivisti, agli occhi de' quali la
scienza dell' anima é com' un' ultima pagina, una modesta appendice della
fisiologia, ovvero una specie d'enumerazione, come direbbe Hegel, di ciò che é
l'anima, di ciò che in lei avviene, di ciò eh' ella opera. * L' indirizzo
medio, finalmente, facendo giusta parte e ragione tanto alla psicologia quant'
alla fisiologia, interpreta il rapporto fra la potenza e l' atto col sussidio
del metodo genetico; e così giugno a salvare ad un' ora medesima i diritti
dello spirito e quelli della materia. A siffatto risultamento ci mena la
critica e la storia delle differenti soluzioni date a quest' arduo problema.
Rifacciamoci brevemente dal Platonismo. Il concetto psicologico del gran
figliuolo d' Aristone, se é parso profondo a molti in quanto che mira, come
direbbe Cousin, a congiugner la natura intelligibile * Phil, de VEnprit, trad.
VERA, con la materiale maritando due mondi opposti nell'anima razionale e
sensitiva [cf. Grice, The power structure of the soul], pur nullameno e' riesce
manchevolissimo chi pensi come anima e corpo al filosofo d’Atene
s’affacciassero dislegati, scissi, e solamente appaiati così fra loro com' il
nocchiero col suo naviglio.* Nessun vincolo secreto, adunque, nessun nodo, né
ombra di processo nelle funzioni psicologiche pel padre del Platonismo.' Di qua
proviene che per lui la mente, vivendo d' una vita superiore, non abbisogna, a
dir proprio, di pareli^; il pensiero essendo già per sé stesso un discorso con
sé medesimo: Sto^UyaSat^ Perciò stesso una divisione razionale e organica degli
atti psicologici teoretici nella dottrina platonica è impossibile: laonde
quant' all' essenza propria e specificante l' anima, piuttosto che generarsi,
si compone; o, come osserva acconciamente un acuto scrittore, si raccozza, non
si esplica.® Il concetto psicologico dunque del primitivo Platonismo é tanto
incompiuto, quanto incompiuto si palesa quello della sua cosmologia, nonché l'
altro delle relazioni fra il mondo e gli etemi paradigmi. Il processo
psicologico é assai meglio determinato neir Aristotelismo. Ed é tale in grazia
della dottrina dell'entelechia, e della relazione fra la materia e la L' anima
uriiana è formata alla stessa maniera dell* anima del mondo. {Tim., trad.
Coubin) È qualcosa d' intermedio fra il mondo sensibile e V idea. (Zeller,
Eapo»tx. arìatotelica della jUoBofia platonica) * Di qui la celebre definizione
dell* uomo alla quale han fatto e fauno buon viso tutti gli spiritualisti:
Avro^f tu toO» (Tw^aro; OLpy^ov (àjÀo'koyTntTafisv «vO^owttov govai etc. Ved.
nel Primo Alcib.f 51. • Chaigkbt, De la Paycologie de Platon^ Paris, Ved. nel
Soph,, trad. del Cousin, La classazione accennata nella Repub. si riferisce
agli atti morali; e lo stesso può dirsi dell'altra simboleggiata nel mito
poetico del Fedro. Solo nel Teeteto havvi un principio di divisione teoretica
delle funzioni psicologiche, ma anche questa manchevole. • BONQHI, Storia del
concetto deWAnipia neUe varie scuole antiche e del medio-evot, nei Saggi di FU,
Civile^ Genova' Arist., 2)« i4»., : W\j'/ri sanv «vtc>«x*** **^/'**'''*'
arà^y.roc yuTtprou Sovy.jjLH Zwvj'v j^^ovto?. forma. Tale anche dove si
rifletta al valore che Aristotele porge al senso come rappresentazione com'
elemento essenziale del pensiero,* nonché all'ufficio eh' egli attribuisce
all'immaginazione (>3stxaT«a) come facoltà mediana fra senso e ragione;*
anticipando così la dottrina su la relazione che il Kant stabilì fra questa
facoltà e le altre due estreme funzioni dello spirito. Con queste idee
fondamentali, checche ne dicano coloro che col B. Saint-Hilaire non rifiniscono
d'incelare la psicologia platonica," Aristotele creò la psicologia come
scienza indipendente dalla biologìa, gettando insieme le basi della
zoopsicologia che, nelle mani segnatamente del Darwin e dell' Agassiz, oggi
comincia ad assumere dignità e significato razionale. Ecco dunque uno degli
esplicamenti, una delle correzioni dell'Aristotelismo verso il Platonismo neU'
àmbito delle ricerche psicologiche. Nel Timeo Platone riguarda l'animo qual
moto originario e spontaneo fàuToxtv»Toc); Aristotele, meglio avvisandosi,
estende siffattamente cotal virtii da riferirla altresì all' animale.^ E
questo, senza dubbio, fu un passo gigantesco. Ma se nel filosofo di Stagira vi
ha passi cCoro ad ogni pie sospinto, non per questo vi manca la scòria. La sua
psicologia, come quella del suo maestro, è manchevole ; ed è manchevole, perchè
riesce tale altresì la costituzione della sua cosmologia. Il sistema
dell'universo per lui è quasi una catena di cui gli anelli principali '
rappresentati dalla forma e dalla materia, dalla potenza e dall'atto (5uvx/:xtc
ed ivtpyéia), si ripetono, s' ingradano e moltiplicano viepiù col distendersi
di essa. * Akist., Ve An.f lib. I, cai). L ^ * Idem. Ta y.iv ovv e*trìvì rò vokjtcxov
«v toìc (por.vróÌ9fia9t voti. De An., B. SAnrr-HiLAiRK, Tmité de VAme^ Introd.
* Abist., Melaph. X. * Intendiamo accennare a* due princìpii intemi che per
Aristotele costituiscon r essere e sono anzi Tessere; a differenza degli altri
4no ntemi che ne costituiscono i Jimiti. (Meutph. ) È una scala in cui per moto
continuo, dallo stato di sonno e di stupore, la potenza s'aderge al più alto
grado dell'attività pura. In cotesta relazione trovasi precisamente la materia
corporea di fronte agli esseri vegetabili e sensitivi; il vegetabile e '1
sensitivo rimpetto all'essere intellettivo; e T intellettivo inverso agi'
intelligibili.' Ma in che risied'egli cotal passaggio? Tutto ciò che agisce non
può non essere un ente in atto, cioè la specie che operando sopra un ente
potenziale vien così traendolo dal nulla.' La forma dunque che germoglia dalla
materia è davvero il passo d^oro nella cosmologia aristotelica; come il
passaggio empirico e al tutto materiale e puramente generativo dall' uno all'
altro, n' è la parte inaccettabile ed erronea. La potenza non movesi da sé per
intima energia, ma solo in virtii del movente, della forma. Il potenziale, in
una parola, non giugne all'attualità, salvo che per mozione d'un attuale.* Or
com'è possibile che la potènza riesca anteriore all'atto, se in realtà è sempre
un atto quello che ha da movere il termine correlativo ? Che se l'atto è
antecedente alla potenza e la precede altresì di tempo; ^ non è egli chiaro che
cotesta potenza abbia a riescire affatto vuota e sterile e infeconda, posto eh'
ella abbisogni sempre d' un atto che la tragga ad atto? • Ma c'è di più. Se
l'originalità d'Aristotele risiede neir aver visto l' elemento formale
intrhisecarsi col materiale ; e la forma in quanto reale costituire perciò la
sostanza (ouVJa); e questa esser non altro che processo. V? fuo-c;, wTTff rin
trvvtyjia XavOoévscv to' TtsBóptov aur&ìv xat tÒ ^ttjoy wOTi/Owv ««TTt'v. Hi»U Anim.f Vili. Arist., Metaph., De Oenerat.
Aninu. O ffTTÌv VI xcv)}(7(; «V Tw xtv>jTw, Stj'koy'
i'»Ts\éyr^siwc, 7ivj(T5a£ rt): la parte fiacca di sua dottrina, invece sta
nell'aver posto, com'ho toccato, medesimezza di natura, fra le due supreme
determinazioni degli enti nell'ordine delle sensate realtà, onde poi accade che
rimanga difettosa tutta la cosmologia. La potenza avvisata in sé medesima è
Sivafii^, In quanto fluisce verso l'atto è tvspysia. In quant'è atto, stato,
riposo, stasi, è 5VT«>ex«ta. In quanto poi transigi ad atto novello ripiglia
valore d' Bvspyùv., e così di seguito. Il moto (KlvYiTit:), il conato^ come
direbbe il Leiljnitz, il conato 0 lo sforzo, come direbbe il Vico, costituisce
l'essenza di tutti questi tennini diversi; in lui s'incentrano potenza ed
atto;* il perchè formando fra loro continuità, compongono un sol ente capace di
passare attraverso stati o momenti in sé stessi diversi per intrinseca
eccellenza. La produzione si fa sempre nella medesima specie, ed all' univoco.
* Or se cotest' appunto è la natura del passaggio, non è egli chiaro che le
cose devan liescire identiche nella sostanza? Non é chiaro che, ov' elle
progrediscano, cotesto lor progresso altro non sarà che trasformazione, ninno
potendo affermare che trasformarsi vai progredire ? E s' é così, a qual fine e
con che ragioni mover critica al maestro, nella cui dottrina il mondo non è che
parvenza, fenomeno, ombra vaniente e passeggera? Nella dottrina cosmologica
aristotelica, dunque, il pròcessus è al tutto apparente. Apparente e fallace la
spontaneità e r intrinseca attuosità delle forze. Né AQUINO ebbe torto d'
affermare, contro gli arabeggianti dell'età sua i quali così appunto
interpretavano Aristotele, che una forma sostanziale novella mai non appare, *
"iÌTxs \sins70n TO 'key^Biv slvxc xat ivépystav xat fivj 9* ecyae,
Metaph,, Mrtaph. ove la vecchia non isparisca; e che la generazione, concepita
qual moto continuo e come incessabile trasformazione d' un subbietto identico,
renda le forme novelle affatto accessorie e accidentali.' Se quindi il genie
possente d'Aristotele seppe scorgere e dimostrare una delle grandi leggi della
realtà, vo' dir la continuità tra forma e materia (tò (ruv-^sf), la relazione
intima fra la ^uvaj^xì; e r £VTf>èX5*«» P^rò il profoudo concetto della
£V5/>7sia; non però giunse a vedere quell'altra condizione, non meno
imprescindibile della prima, la quale seguendo una vecchia frase pitagorica
potremmo appellar legge ddV intervallo {StitTTviiia), I medesimi pregi e le
stesse manchevolezze nella sua psicologia. L' uomo è tu vo>ov: dunque è
materia e forma ad un'ora medesima. L'anima intellettiva, quindi, è atto. E la
potenza di quest'atto? È il senso.... Lasciando le induzioni favorevoli che si
potrebbero fare circa tal dottrina d'Aristotele interpretando il concetto del
senso ch'ei chiama generale, si potrebbe domandare: in che sta la relazione, e
qual' è mai la natura del passaggio fra' due -termini? Se ci è continuità, in
che maniera il senso può diventar ragione, l'esteso inesteso, la materia
pensiero? Se poi non v'.è continuità (né ci può essere una volta eh' ei
medesimo invoca la mente dal di fuora^), com' è che alla fin fine si ritrovan,
por cosi dire, sovrapposte le tre anime che sono anch' elle forma e materia,
atto e potenza? Trendelenburg e Rosmini, fra gli altri, han messo a nudo, com' è
noto • Summa e fe bene arvertire come gli storiografi hegeliani, imbattendosi
in questa dottrina Aristotelica, credano scoprir le Indie e vi s'aggancino
tenacemente, senz'addarsene ch'ei s'agganciano, anziché al vero e genuino
Aristotele, ad nn tronco arabo ! E' non s'accorgono come già da sette secoli
siano stati mlnerati da quel modesto fraticello che, primo e meglio d' ogn'
altri, mise a nudo le magagne dell' Averroismo ove dimostra Averroè
peripatetiofn philotopJUm depravatore Ved. Opusc. Contra AverroytUy; e nella
Somma q. LXXIX. * Aribt., Or Gerterot, Anim., questo sconcio aristotelico. L'
un d' essi non capisce in che maniera lo Stagirita interrompesse la serie
preclara, e però si studia correggerlo facendo che la mente in potenza (tw
Travra 7£vsf cor*»;), ma anche potenza del corpo (d^jv^im tow jw/xaro;).' E
nello stesso metodo fu poscia ormeggiato da parecchi filosoh del Rinascimento:
da quelli segnatamente che tra V anima e '1 corpo introdussero un' attinenza di
causalità reciproca, stante clie la natura partorisca la forma in quanto é
potenza anch' ella, ma potenza attuosa; e la forma (juinci rigeneri e ravvivi
la materia in quanto la compie. Se non che il Tomismo, scordando spesso
l'ottimo indirizzo d'Aristotele, tìgge gli occhi nella materia, e in questa
presume riporre talora la ragione e '1 principio dell' individualità. Errore
del quale secondo alcuni storici tornerà sempre vano il voler difendere il
dottore Angelico, quando si consideri che la materia, perchè si ' Idem, eoci.,
XG: educitur e potentia imtterice. Ved. ueirOp. cit. del RAyAiSHUN, porga qual
principio d'individuazione, ha pur bisogno d'esser determinata, suggellata,
segnata: or da che cosa mai può esser ella improntata sadvo che dalla forma?
ciò che formava appunto il nòcciolo della opposizione degli Scotisti.* Del buon
indirizzo aristotelico inoltre si dimentica san Tommaso dove, rasentando
l'aristotelismo emJ)irico, si mostra così titubante su la verace natura del
senso, che la potenza per lui non è così piena e così feconda come pur
domanderebbe la produzione dell'atto; e quindi sente necessità di chieder
sussidio a un lume piovutoci addosso non sai dir come * Io qui non intendo
propugnare la teorica sa T indìvidnazione di san Tommaso. Son anch' io del
parere che gli Scotistl non aressero poi tatt* i torti neir opporrisi, perchè
davvero non mancano sentenze nel Tomismo che debbano andar soggette ad una
critica severa. Ma fa meraviglia il pensare come non tutti che ne han parlato
siansi dati cura d' interpretare con benignità siffatta dottrina; e più
meraviglia il vedere come r abbian trattata male anco i più versati nella
filosofia scolastica e nello studio deir Àquinate, qual* ò, per esempio, lo
Jourdain che tanto nel 1® quanto nel 2* voi. Dell’opera poco fa citata, si
mette a sfatar l’Angelico AQUINO (si veda) in modo poco serio per le
contraddizioni nelle quali secondo lui, cade 1* autore della Somma, e per V
inanUà con che tratta siffatta questione. Si dice e si scrive che il principio
d* itulividwuione per TAquinate stia nella materia; e se davvero fosse così,
non s* avrebbe torto a dargliene biasimo. Ha, a voler interpretare con
dirittura di giudizio la dottrina tomistica, non è proprio e sempre la materia
quella in cui è da riporsi tal principio, slbbene ciò che in un ente ha ragione
di primo subbietto. Ecco le parole deirAquinate: Ulud qntodtenet rationem primi
tubieeti, est oausa individuationie et divieionin tpeciei in euppoeitis. E
qual' è questo primo «ubbietto t Est id quod in alio recipi non potesL Or le
forme separate, per ciò che non ponno esser ricevute in altro, hanno ragion di
primo subbietto; però s'individuano; e però In et« tot »unt epeeies, quot eunt
individua, (Ved. De nat. materia, e 8.) Or la materia è ella principio di
distinzione? Si, certo: ma in quanto e sin dove ha funzione di primo subbietto.
Nella dottrina tomistica, dunque, il principio d' individuazione non sarebbe nò
la forma né la materia, ma or l'una or l'altra secondo che quella o questa
esercita funzione di primo subbietto. So che i dubbi non per questo si
diradano, né gli oppositori cessano. Ma io, ripeto, non difendo in tutto tal
dottrina, sibbene chiarisco la interpretazione da darsene, e la critica da
fame. Vedi in proposito le lettere dell' egregrio Aless. Bbrntazzoli assai
dotto nella filosofia d’AQUINO: Di un ulteriore e definitivo esplicamenio ddla
FlIoHofin /tcnlasttra ec, Bologna, ISCl. né perchè,* invocando così un atto
immediato di creazione. Se l'anima è forma, atto puro, potrebbe esser generata
dal corpo? Non potrebbe, risponde AQUINO: ciò eh' è immateriale è impossibile
che rampolli per via di generazione; la quale non è altro, a dir proprio, che
trasformazione. Ma potrebb' esser fatta della sostanza divina? Tanto meno;
perchè questa non è che un atto purissimo.' Eccotelo dunque anche lui all'
intervento del solito DetAS ex machina; alla necessità d' un atto peculiare di
creazione ex niMlo, Or non vi sarebb'egli altra via al nascimento dell'anima
fuori di queste due, generazione o creazione estranea e divina? CJom'è evidente
l'A. della Somma (non altrimenti che l'A. della OUtà di Dio risguardo a
Platone) eredita, co' grandi pregi, anch' i difetti della dottrina
aristotelica. Il concetto della individuahtà è concetto capitale nella storia
della psicologia. È propriamente la radice prima onde pullula, chi ben guardi,
tutto il pensiero moderno filosofico, politico, religioso. La teorica della
individuazione, perciò, è l' addentellato più acconcio per cui, nella storia
delle soluzioni riguardanti il problema psicologico, il medioevo, segnatamente
il Tomismo, si congiugne con l' età e co' filosofi del Rinascimento. Non
ostante i pregi e i meriti grandi che l'Aquinate può vantare verso
l'Aristotelismo e più verso il Platonismo, la sua dottrina doveva esser
corretta mostrando che il principio d' individuazione non istà, a dir proprio,
nella forma, né tampoco nella materia, ovvero nell'una o nell'altra secondo la
ragione del primo suòbietto. Meglio ponendo il problema psicologico si dovea
mostrare che 1' anima è individuale non perchè informi una materia, ma sì
perchè, materia ella medesima, diventa forma; perchè l' anima si fa coscienza;
perchè la coscienza empirica attinge valore d'autocoscienza e di libero
pen[Summa, !• 2», CXI, art. 2: impre9no divini luminii in noòw, refidgentia
divincB cIoritoiM in anima, • Summa] siero, nel cui regno non v' ha materia e
organismo che lo spirito non vinca e sorpassi, né fantasma o immagine eh' ei
non superi e sottoponga a sé stesso. Ora produrre, o almeno compiere cotal
dimostrazione in maniera positiva ponendola sotto novelli punti di luce, non
era possibile senz' il concetto della storicità, essendoché appunto in seno
alla specie, in seno al comune e alla moltiplicità appaia e si determini e
spicchi vie più la nota della differenza, tuttoché cotal differenza germogli
nelP individuo, e sempre per natia virtù dell' individuo. A tal' opera
spiegarono grand' efficacia innanzi tutto i nostri filosofi del Risorgimento.
Altrove mostreremo come in tal' epoca si riproduca il medesimo triplice
indirizzo della scolastica, ma con esigenza ben diversa, perché la storia è
tale artefice che mai non ricopia sé stessa. Qui notiamo solamente che nel
medioevo le tre tendenze aristoteliche, le quali abbiamo appellato
iperpsicólogica, empirica e media, riproducono nel Risorgimento l'esigenza del
Realismo, del Nominalismo e del Concettualismo, ma trasformandola. Se per
queste tre scuole la ricerca filosofica versava su la natura dell' universale
dapprima, e poi, massime con r Aquinate AQUINO, su la natura del medesimo
universale ma in relazione col particolare (principio d' individuazione); per i
filosofi del Rinascimento, in vece, ella risguardava in modo precfpuo la natura
intellettiva dell'anima, nonché il rapporto fra il pensiero e l'organismo. Essi
modificano profondamente tanto il Platonismo quanto l' Aristotelismo; così che
alcuni, specie quelli che rappresentano r indirizzo medio, non intendono
ristringere l'intelletto nel puro senso, ma lo allargano si che, 'ricollegando
il problema psicologico al problema cosmologico, si sforzano di rannodar
l'anima in quanto intelligente con la natura in quanto intelligibile.* * Noi
avremmo buono in mano a dimostrare, se qai fosse luogo, che r indirizzo medio
aristotelico nel Rinascimento fa rappresentato, sebbene in maniera incerta e
assai confusa come portava il carattere di quelIl Rinascimento apparecchiava la
moderna psicologia, ma non la costituiva. E non la costituiva perchè il
problema psicologico non può ricevere acconcia soluzione quando sia troppo
confinato nelle pure indagini psicologiche. V'era, per esempio, chi studiavasi
di pro* vare V immortalità dello spirito e chiarire le ragioni e i modi ond' il
pensiero nel suo operare s' addimostra indipendente dal corpo. E v' era poi chi
facevasi ad invocare il sussidio de' soliti influssi divini come fanno
anc'oggi, a tre e quattro secoli di distanza, i nostri neoplatonici. Or io non
dirò che il problema su' destini dello spirito possa esser risoluto così
facilmente quant' altri s' immagina. Dirò che alla psicologia potrà dirivare
qualche sprazzo di luce non già mostrando (inutile tentativo!) che l'anima sia
indipendente dal corpo, ovvero che Dio faccia piovere il suo influsso su r
intelletto arzigogolando in che guisa lo irraggi, lo il^ lumini e lo riscaldi;
ma procedendo per altra via; procedendo per una via men soggetta alle angustie
dell'empirismo, 0 meno aperta alle facili speculazioni dell' a priorismo. Se
Dio influisce, comunque si voglia, su l'anima, altro ei non potrà fare che
modificarne l'operazione: cangiarne la natura non può davvero. Che se, d' altra
parte, si giugno a dimostrare l' indi-pendenza dal corpo, non per questo s'
avrà dimostrato ch'ella sia proprio immortale, se pure non vogliamo r età, da
parecchi filosofi; fra' quali notiamo il Contarini, PORZIO, ZABARELLA, VIO, SPINA
(si veda), SCAINO (si veda) fra gì' interpreti, 0 anche SESSANO. Il quale,
nella forma ultima da lui data alla dottrina 8U r anima, si può dire che si
rannodi con AQUINO e perciò anche con TAfrodisio; onde BONGHI ha detto
benissimo affermando che, nell' interpretare Aristotile, il Sessano segue
appunto il commontatore greco {Meta/, rf'Arwt., Leti, ed Roam.). Questi ed
altri vecchi nostri filosofi andrebbero studiati, interpretati, e naturalmente
anche corretti secondo il criterio che abbiamo appellajto medio. Specialmente
andrebbe studiato il povero Nìfo cosi malconcio e sfatato dal nostro collega
Fiorentino: al quale il Franck, del resto, ha saputo dire che il Sessano non
pure fu il piò, Maggio metafisico del suo tempo, ma, più ancora, che il
Pomponazzi trovò appunto nel Nifo un contraddittore imbarazzante, e d'una
grande autorità. (Joum, dee Sav. Magg. 1869.) acconciarci alla celebre quanto
inutile distinzione del Pomponazzi dell'Io fisico e dell'Io intellettivo, e
dell' anima propriamente mortale e impropriamente immortale! Al pili potremmo
giugnere a dir questo; che r anima non finisca così come finisce il corpo, cioè
disgregandosi e trasformandosL. Ma cotesta soluzione non è affatto negativa?
Tutt' insieme dunque la speculazione del Rinascimento, per quanto riguarda il
problema psicologico, era piuttosto negazione anziché affermazione: negazione
del medioevo, e apparecchio a novelle affermazioni. Neanche il Pomponaccio, il
più schietto seguace dell' indirizzo aristoteUco naturale^ potrebb' esser detto
materialista nello stretto senso della parola. Il significato vero del suo
libro su la immortalità, diciamolo di passata, è quello di porre sott' occhio,
da una parte, le magagne delle viete dimostrazioni su la natura, e sul fine e
su r origine dell' anima; e manifestare, dall' altra, il bisogno di prove più
salde, e però la necessità in cui trovavasi il pensiero filosofico di tentare
ben altre soluzioni, e schiudersi altre vie. Qual' era una di queste vie? La
durata dello spirito, come personalità, doveva esser indagata nella medesima
essenza e costituzione intima del pensiero. £ a tal fine che cos' era
necessario? Era necessario lo studio del processo isterico; appunto perchè
l'intima costituzione del pensiero si rivela da sé medesima nello svolgimento
della vita dello spirito; e la vita dello spirito è appunto la storia. In altre
parole: era necessario vedere per via di fatto, cioè col processo storico, come
l' essenza dello spirito tutta nelP esser egli un conato, un'attività profonda
che sempre più si estrica da'viluppi di natura e di sé stesso; che sempre più
si determina in sé, e si compenetra con la natura e con sé medesimo; e come per
siffatta qualità egli sia capace di trascender la natura, di sorpassare
l'organismo, di superare anche sé medesimo, pur rimanendo sempre una
personalità. Ed eccoci pervenuti alia conclusione dove in questo capitolo
desideravamo giugnere, e per la quale abbiam dovuto fare sì lungo giro da
risalire fino alla doppia sorgente storica del concetto psicologico. Se per più
e diverse ragioni ne il Platonismo né l'Aristotelismo primitivi non pervennero,
in generale, a determinare il vero concetto dello spirito quantunque ne
apparecchiassero gli elementi da secoli molti, il che non è poco; se i due
massimi rappresentanti della filosofia cristiana, tuttoché introducessero due
nuovi concetti in siffatta questione, non però giunsero a salvarsi da
incongruenze manifeste; se, da ultimo, cop lo sdoppiarsi dell'Aristotelismo nel
Risorgimento fu messa a nudo la fallacia delle vecchie posizioni, l'insufficienza
d'im argomentare fiacco e barcollante esprimendoci così l'esigenza di prove
novelle in siffatte indagini: è chiaro come all'uscire del medio evo importasse
rannodare i quattro concetti attorno a' quali vennero travagliandosi per sì
lunghi secoli co' lor proseliti i quattro filosofi cui siamo venuti accennando,
correggerli, esplicarli, compierli, e statuire una dottrina positiva circa la
genesi psicologica. In altre parole: importava accettar l'esigenza psicologica
platonica risguardante il connubio del doppio mondo sensato e razionale: ma
occorreva anche correggerlo mercé il concetto della triplicità intima,
originaria cui poggiò, primo fra tut^i. Agostino. Importava altresì accettar r
esigenza aristotelica del processo psicologico, e nel medesimo tempo modificare
profondamente e trarre a maggior compimento il concetto della generazione
psichica dello Stagirita mercè il concetto di creazione; il che tentò fare, e
lo fece da par suo, AQUINO (si veda): ma più ancora importava correggere il concetto
creativo de' Tomisti e de' filosofi cristiani, in generale, cancellando in esso
queir immediatezza divina eh' è un dato di fede anziché di ragione, avvisandolo
invece com' essenzial condizione dello spirito. Questo, possiamo dire, si
studiaron di fare tutt' insieme parecchi filosofi italiani de| Rinascimento, o
per lo meno ne sentivano la necessità. ^ Nessuno vi riesci compiutamente, per
la ragione qua ^ dietro accennata, d' aver voluto ristringer tale ricerca ^^
negli angusti confini della psicologia. Ad essi mancava un altro grande
concetto. Mancava un'altra posizione, per cui si distingue infinitamente il
Rinascimento dal tempo moderno. Mancava l'esigenza di riguardare il pensiero
innanzi tutto come genesi psicologica, e questa genesi psicologica poi
considerare qual fondamento immediato della genesi storica. Però non è da
meravigliare se alla scuola de' nostri politici facesse difetto la vera nozione
del diritto sopra cui si puntella unicamente la scienza politica, nonché il
concetto vero della individualità, senza cui non può sorgere né perpetuarsi lo
Stato libero. Né fa meraviglia se i teologi assorbissero il gius nella morale,
e se una riforma religiosa allora non potesse fra noi essere effettuata nelr
ordine civile, comecché fosse già in gran parte penetrata nella mente de'
nostri filosofi. Mostrammo come il Vico si colleghi col Cartesianismo; e
dicemmo che co' nostri filosofi del Risorgimento ei si congiugne logicamente,
più che per le quistioni metafisiche, per la ricerca psicologica. In lui si compie
la posizione cartesiana, e si riproducono e ringiovaniscono i vecchi principii
improntati del sentimento della viva realtà. Vi é dunque un' attinenza ideale,
vi é un legame logico tra la posizione di VICO, della Scienza Nuova, e quella
de' filosofi del Risorgimento. Alla ricerca psicologica nuda, astratta,
empirica e subbiettiva, deve tener dietro necessariamente la ricerca informata
alla esigenza della storicità. Ecco perchè a ricostruire la storia del pensiero
italiano non avremmo guari bisogno né di Cartesio né del Cartesianismo, se non
fosse per alcune questioni cosmologiche e ontologiche. Egli si ricongiugne co'
filosofi del Rinascimento in tre modi, come nel prossimo capitolo mostreremo;
ma di più li trascende infinitamente, perchè se è vero che nel medio evo il
pensiero filosofico riponeva l'essenza dello spirito, a così dire, furori di
§è, mentre nel Rinascimento, attraverso forme diverse, inchinava a riporlo
sotto di se; è naturale che, col sentire la necessità del processo istorico,
novello sentiero egli avesse a dischiudersi, rintracciando quell'essenza nel
seno stesso dello spirito siccome centro e insieme processo della storia. Gli
storici della filosofia italiana, ripetiamolo anche qui, non potranno far a
meno, quando voglian discoprire un vincolo ideale fra le due epoche, di questa
relazione alla quale siamo venuti accennando, e su la quale ci rifaremo più
riposatamente in luogo più acconcio. ORGANISMO E PROCESSO PSICOLOGICO.
{Fxmdamenio razionale del processo istorico.) I punti sostanziali ne' quali
possiamo stringer la dottrina psicologica, seguendo le orme del nostro
filosofo, son questi: !• Concepire in maniera compiuta e vera la natura della
facoltà psichica in generale. 2« Distinguere nelle funzioni psicologiche due
processi, conoscitivo e operativo, ma formanti unico organismo, unico circolo.
Riguardar gli atti psicologici come una moltiplicità di funzioni distinte e per
sé stesse irreducibili; ma nondimeno determinate e recate in atto dalla virtù
d' unico principio originario. Finalmente, porre siccome base razionale e
immediata del processo istorico lo stesso processo psicologico. Col primo di
questi concetti il nostro filosofo si collega dirittamente con Aristotele, e
con gli Aristotelici del Rinascimento seguaci dell' indirizzo medio; e nel
medesimo tempo corregge, in ordine alla psicologia, quel vecchio domma del
falso Aristotelismo e del malinteso Platonismo che suona così: niente moversi
da sé, che non sia mosso. Col secondo e col terzo imprime forma razionale e
organica alla scienza dello spirito tanto contro Averroisti e Neoplatonici che
troppo distaccano i due elementi onde risulta V ente umano, quanto contro
quegli Aristotelici empirici che, troppo affogando r uno neir altro, finiscono
per confonder la sfera della psicologia con quella della biologia: ma, sì nel
primo come nel secondo caso, egli serba Y esigenza psicologica platonica che
dicemmo consistere nella distinzione dei due elementi, nonché V esigenza
aristotelica la quale riguarda il processo nelle funzioni psicologiche. CJon
gli stessi concetti onde corregge nella quistione psicologica il Platonismo e
l'Aristotelismo, previene l' esigenza del Criticismo intomo al doppio ordine
della Ragion teoretica e della Ragion pratica, e insieme la invera e la compie.
Col quarto concetto, finalmente, imprime significato razionale e positivo al
fatto storico, e crea la Scienza Nuova. Innanzi tratto intendiamoci sul metodo
acconcio a simili indagini. Tommaso Buckle osserva che i filosofi, parlando su
la natura dell'anima, non sanno pigliar le mosse altro che o dalle sensazioni,
o dalle idee; riuscendo così, nell'un modo e nell’altro, ad un metodo
solitario, astratto, inefficace, inconcludente.* Sennonché egli stesso, il
Buckle, non giugno a salvarsi dal primo difetto. 11 suo metodo isterico,
differente dal deduttivo inverso raccomandato dal Mill, é addirittura un metodo
empirico; onde inciampa in quel sensismo ch'egli condannando vorrebbe causare.
Checché ne sia, l'osservazione é degna d'un * HUtory of Civilization in
England]. positivista inglese; e noi, pur correggendola, non dubitiamo farla
nostra. A schivare infatti tanto le conseguenze d'un gretto empirismo, quanto
le arditezze d'un magro e sfumante idealismo, è forza movere non dal fatto
della sensazione, eh' è cosa estrinseca e quasi sopravvenuta allo spirito, e
nemmanco dalle ideej le quali in sostanza non sono, per noi, fiiorchè
produzioni di lui; ma da lui stesso; dallo stesso spirito in quanto pensiero.
Bisogna movere, in somma, dal centro, anziché dalla circonferenza; dalle facoltà,
ma dalle facoltà concepite quali sono in realtà, cioè come funzioni. A tal uopo
è necessario adoperare un metodo che non escluda, ma che sappia includer le
esigenze di tutt' i metodi; empirico, naturale, sperimentale, psicologico
astratto, fisiologico, e simili. In una parola, è necessario il metodo
genetico; il quale, rispetto alla psicologia, è ciò che il metodo eduttivo è
rispetto all'ordine del conoscere.' * Il metodo col qnale i Positiristi
presamono di far la scienza psicolosrica è al tutto empirico e artificiale; ma
qui non intendo porre in nn fascio psicologi positÌYisti inglesi e francesi,
com*ha fatto il Vacherot. {Betf. de» Deux MondeSf die.) Spencer, Mill e Bain
stimano che la psicologia è superiore, indipendente dalla biologia, precisamente
come la deduzione è indipendent-e e superiore air induzione pel Mill, e come la
Sociologia è indipendente dalla storia tanto pel Mill quanto per lo Spencer. I
Francesi, al contrario, facendo della Psicologia una semplice appendice della
Biologia, non sanno concepir r nna senza 1’altra. lì ri'y a point de p9yeolog%e
en déhors de la biologie. (LiTTRÉ, A. Oomte et St. Mill) Tale anche è per la
deduzione rispetto air induzione, la psicologia rispetto alla storia, la
Dinamica rispetto alla Statica Sociale. Sennonché, qualunque ne sia la
differenza, le due scuole intoppano in due errori diversi; nel formalismo
empirico Tuna, e nel materialismo Tal tra: e così entrambe rendono impossibile
la scienza della psiche. Rifacciamoci brevemente dagP Inglesi. Qual debb* essere,
secondo St. Mill, il fine della psicologia? Non altro che la ricerca diretta
delle ntceeeeioni mentali, (Sjfét, de Log,) E quaV è la legge più semplice, più
generale cui si riducono i fenomeni psichici? Quella àéiV anaoeiazione delle
idee; la grran legge osserrata da Hume. [La PhU. de Hamilton) Innanzi tratto si
può osservare: La legge dell’associazione è legge empirica, e quindi ò un
fatto: ma qual n'è la ragione? Senza questa ragione potreste uscire
dall'empirismo? st. Mill non ispiega cotesto fatto, ma 1’accetta dair
esperienza. Altro difetto gravissimo, conseguenza del primo, è questo; che Il
metodo genetico applicato alla ricerca psicologica attinge valor positivo e
insieme razionale, quando la legge d* associazione nou racchiude necessità
psicologica di sorta. È una legge men che empirica, e può mancare. Dunque una
notizia scientifica circa la natura psicologica, per lui, è impossibile. Più
ancora: il prodotto ddV anaociaziowi è un fatto «t* generi»: egli stesso ne
conviene. {DUaertation and DiicuMiona) Or bene, come spiegare cotesto 9ui
generi» con la pura legge d’associazione? Ci ò qui rispondenza, ci ò
proporzione tra l’effetto e la causa? Finalmente, come spiegare con la semplice
associazione il gran fatto della coscienza f Bisognerà dunque concludere che la
legge, la quale St. Mill dice esser la più semplice e generale fra tutte quelle
d' ordine psichico, importi qualche altro fatto anteriore, 0 irreducibile. La
psicologia contemporanea inglese quindi cade nel formalismo empirico. E se riesce
a distinguer la psicologia dalla biologia e dalla storia (eh* è il suo pregio),
non riesce a trovare fra V una e le altro vincolo di sorta. Tocchiamo ora della
scuola psicologica de’ Positivisti francesi. Il Littré riguarda la psicologia
qual semplice appendice ed applicazione della biologia; e vuol quindi trattarla
con metodo analogo. Ma fa una distinzione acuta e ingegnosa di cui giova tener
conto, perchè forma la sua stessa condanna. Egli pone un divario profondo tra
la facoltà e il suo prodotto. Logica, ideologia, psicologia (egli dice) non si
distinguon menomamente dalla biologia quando siano avvisato come funzioni; ma,
guardate nei lor prodotti, se ne differenziano in infinito. Parimente il
linguaggio, come facoltà, è faccenda biologica; ed ha la sua ragione in una
delle circonvoluzioni anteriori del tessuto cerebrale, secondochè ci assicuran
oggi gli sperimenti fisiologici: ma, come grammatica, se ne discosta per grand*
intervallo, o nou ci ha che veder niente con la biologia. Che cosa rispondere?
Rispondiamo, troppo antica e troppo vera esser oggimai la sentenza
aristotelica, che tra la natura della causa e quella dell' effetto non possa
esserci divario essenxiaie. Or negli esempi quassù arrecati il divario
essenziale e* è: gli st>essi positivisti non ardiscono dubitarne. Come
dunque spiegarlo cotesto divario? È egli possibile spiegarlo senza riconoscer
la differenza fra le due scienze non solo quant' a’ prodotti psicologici, ma
anche quant*alle facoltà? Como funziono il linguaggio non appartiene egli anche
al quadrumane? Ora in forza di che cosa riesce tanto profondamente diverso il
risultato nel bimane che ha pur comune col quadrumane la funzione? Si dirà in
forza dell' unione, del numero, dell* attrito nella specie, nella società? Ma
non vivono in società anche alcune famiglie di quadrumani? Eppure quella
funzione non ha dato, e mai non darà il risultato che pur dovrebbe! Àncora: se
il prodotto fosse tant^ diverso dalla facoltà solo per ragion dell'
associazione e del contatto, che cosa ne verrebbe? Che 1* uomo sarebbe fornito
di qualità e doti essenziali non per so stesso, cioè non perchè individuo, ma
per altri e da altri, cioè perchè membro della società. Or tutti sanno che la
£eicoltà della parola, cosi intimamente annodata col pensiero, non e dote
accidentale ìn& eÈsenziffova;i^«i!l; \iytxaiy to xvpiov in fvTf>f;i^sta
jctc. (Id. Eod.) È Vachu in aetu degli Aristotelici del Risorgimento segnaci
deir indirizzo medio, per esempio ^del Gontarini, come aTrertimmo. RàTAiBSOX,
Métaplu d'Aritt.,. psicologica. Lo spirito è essenzialmente processo, è
generazione, ma non trasformazione. Non va dalla parte al tutto, come avviene
delle combinazioni meccaniche; ma dal tutto al tutto, dal tutto potenziale al
tutto attuale, dal di dentro al di fuori, da una sintesi originaria e confusa,
ad una sintesi analizzata. Voglio dire che il processo psicologico s'inaugura
non già con questa o cotesta facoltà, anzi con tutte le facoltà. Le quali
perciò non sono funzioni determinate e specificate sin dalla loro origine, ma convengon
tutte nell'essere altrettante potenze, e, come tali, formano unica potenza
originaria, eh' è conato essenziale, sforzo incessante.* Che cosa sia questo
conato, si vedrà nell' altro capitolo. Qui dobbiamo considerar le facoltà
psicologiche come ce le presenta il fatto, cioè come una moltiplicità di
funzioni. Che cos'è la facoltà psicologica? È un passaggio dalla potenza all'
atto. Ella ci esprime la pronta necessità di fare, di determinarsi, d'
attuarsi; e quindi vuol dire facilità, prontezza, solerzia, agevolezza di
fare.' Or la facoltà intanto significa pronta e spontcmea solerzia di fare, in
quanto fa il proprio obbietto; in quanto si fa come funzione; in quanto si pone
come [Anche in ciò la psicologia somiglia alla fisiologia, ma non tì si
confonde. L’organogenia s' inaugura, meglio che con uno, con tutti gli organi
ad un tempo. Per esempio i centri primitiTi multipli del sistema nervoso, che
la microscopia ci pone sott* occhio, chiarisce e conferma quest' assunto. Cfr.
Vulpian, Physìologie gfn. et comp. du syaL nere. LhittS, SyH. New.
cerebro-spinale. Glkibbrrg, Intinto e Libero cwbitrio trad, del Langillotti,
Nap. Oonatum uni menti attrihuimu»f quce libero arbitrio prcedita pottH
BUB8TARB.... eoque pacto potett motitm subsistrre et stare in conato [De
Univ.). Ne* corpi e* è moto, secondo il concetto cosmologico del Vico, ma nell*
animo e è moto e eoncUo: o meglio, il moto qui assumendo natura di conato è
moto del moto, e quindi è aetw in actu. Expedita seu expromtn f'iciendi
solertia (De Antiquisn, TtaU Sap.^ . Facoltà suona anche proprietà, ma
proprietà cosciente: distinzione confermataci dal comun linguaggio che
attribuisce la proprietà alle cose, ma predica dell* nomo \h facoltà. Vedi le
belle riflessioni dello JouFPRoy in proposito {^filang. Phil., ed. Bruxelles
attività: FacuUaùes sunt eorum, quce fadmus. Ecco il concetto psicologico piìi
originale di VICO (si veda). Il germe di questo concetto è schiettamente
aristotelico; ed è la chiave ond' egli, anticipando la moderna psicologia,
preveniva il Fichte, e insieme ne correggeva V esagerazione. Dunque la facoltà
posta come funzione psicologica che fa sé stessa in quanto fa il proprio
obbietto, è il ' passo d'oro del Libro Metafisico. Ad esso rispondono altri due
che troviamo nel Diritto Universale e nella Scienza Nuova; e tutt'e tre
riescono a comporre l'organismo del processo psicologico. Tale organismo,
infatti, parmi racchiuso in queste due sentenze: !• che r uomo è innanzi tutto
SensOy appresso Immaginazione e quindi Ragione: 2*» che l'uomo è un Potere, un
Volere e un Conoscere potenzialmente infinito. ÀRlST. De an. DoTe stanno, a mo*
d'esempio, i colori, i sapori, gli odori, il tatto? Se il senso è facoltà, ne
segue che tu in sostanza hai a far i colori nel vedere, tu i sapori nel
guastare, tu i suoni nelP udire, tn gli odori nelr annusare, tu stesso il
freddo e '1 caldo \iel toccare. Nam si «enatu facultates sunt, videndo colore»,
sapores gustando, sono» nudiendo, tangendo frigida et calida rerum facimua. {De
Antiquisa) Parimenti con le immagini e con le rappresentazioni la yirtù
fantastica partorisce il proprio obbietto, e si fa; di modo che scegliendo il
meglio di natura ed elevandolo a valore di tipo, a questo vien conformando V
opera d* arte. De medio lectam
{formam) ttupra fidem extoUunt, et ad eam auos heroaa con/ormant. (Ibi, 2.) E la memoria, potenza che rifa e penetra so medesima, non
potrebbe rifarsi e penetrarsi ove innanzi non si fosse fatta; ne quindi può
esser quella magra e sterile ritentiva di che ci parlano i sensisti. L'
intelletto è facoltà anche lui, perchè col determinarsi viene a geminarsi nel
giudizio, e perciò vede; e vede, perchè occhio dell' intelletto è il giudizio:
Judicium eat oculus intellectu; né potrebbe intellettivamente vedere, se non
intendesse; nò intendere, ove anch'agli, al solito, non facesse il proprio
obbietto. Intellectus verna faeultaa
est, quo quum quid intelligimua, id verum facimua, . In
tutto questo il Vico ormeggia Aristotele. Per es. la visione, secondo lo
Stagirita, è Vatto dd colore; l'udito è V aUo del auono. (Ravaisson Metaph, d^
Ariat., Aeist. De An.) Il primo di questi due principii è evidentemente
aristotelico, perchè dall* ou^SvitTiq al voù^, com' è noto, ricorrono parecchi
gradi e sfumature componenti tutte un unico processo: ^ója, ^àvTacr|ua, se V
Intelligenee^ Lauoel, Probi, de V Atne, Litthé, Revue de Phil. Potit. Consulta
anche le op. «it. di VuLPiAN e di Lhuts. dell' immaginazione, cioè all'
intendimento, nonché il passaggio dall'intendimento alla ragione? Fra il
termine sensato dell' intuizione e '1 fantasma e' è un abisso. Un abisso tra il
fantasma^ tra il fantasma anche salito ad universale poetico^ ed il concetto. Un
abisso ancora fra il concetto, e la nozione, l' idea, V universale propriamente
detto. Bisogna credere, perciò, che dall' un gruppo all'altro di funzioni
psichiche non esista continuità, ma transito; non passaggio immediato, ma
intervallo. Or bene, come, altro che per miracolo, l' una facoltà potrebbe
trasformarsi nell'altra? Non è dunque la facoltà che si trasforma e diventa; ma
è lo spirito che si forma, che si determina nel multiplo e mediante il multiplo
delle facoltà. Laonde attraverso e al disotto a questa multiplicità di
funzioni, è mestieri supporre una facoltà madre che, come facoltà deUe facoltà
compia i diversi passaggi e intervalli, e sia come il principio dinamico
dell'organismo psicologico. Ma di questo faremo parola nel prossimo capitolo dove
ricercheremo la genesi del processo psicologico. Seguitiamo. Quel che s'è dettò
del processo conoscitivo, dicasi pure del processo operativo e pratico dell'
organisriio psicologico. Una medesima legge governa tanto la genesi del
conoscere, quanto quella dell'operare. I diversi gradi e momenti del processo
operativo rispondono a' diversi gradi e momenti del processo conoscitivo.
L'operare infatti è determinato dal conoscere per necessità tutta psicologica.
Come dunque potrebbe non riprodurre la medesima legge? Il processo pratico
suppone il teoretico, stantechò la funzione yolitiva, alla quale si riferisce
ogn' altra facoltà d'ordine operativo, sia funzione essenzialmente secondaria.
Accenneremo qui i diversi passag^ di questo processo secondo i tre gruppi (no««ey
oeU«,^oMe) additatici dal Vico; ma ci ristringeremo a notarne i difTerenti
gradi seguendo l'ordine ascensi vo, tuituraU e, per cosi dire, cronologico. L
a) Istinto fisiolooigo. Risponde alla Sensazione; anzi è la sensazione stessa,
ma sotto l'aspetto riflesso, attivo, comecché incosciente. In esso quindi si
ripeton le medesime condizioni, non altro essendo fuorché unità incosciente e
confusa fra Vagente e'I motivo dell'azione. Additato così con fuggevoli tocchi
il doppio aspetto onde risulta il processo psicologico, potremo intendere ormai
quella dottrina del nostro filosofo a cui più di una volta venimmo alludendo
nelP abbozzar la storia della Scienza Nuova: dico la dottrina del Vero e del
Certo, che ha riscontro con V altra della Bagione e ddVAidorità, 11 vero è
produzione di Ragione; il certo è produzione d^ Autorità,^ Ma come nelP ordine
conosci[Istinto uitano (il poste del Vico nel sao primo grado empirico). Si
ripeton le condizioni della Percezione sensata. I due termini qui cominciano a
distingaersi; ma VigUnto non è por anche desiderio. L'istinto anche qui è
immohile, è cieco, e pnr nonostante è umano. Ed è umano principalmente perchò
non può rimanere istinto^ ma dehb* esser superato dal desiderio, dee diventar
desiderio. e) Dbsidebio. ~ Risponde alla Rappresentazione, e n' è l’attività.
Il motivo dell* azione è determinato, particolare. Quindi fra questo motivo e r
agente havvi necessità empirica, immediatezza. d) Passignk. Risponde ai primi
gradi deirimmaginazione, e, come questa, è mobile e varia; e perciò è meno
indeterminata che non sia il desiderio. Il Desiderio è uno,' la Passione ha più
forme. L'obbietto che la determina non è il particolare, e neanche il generale.
Appartiene al-r individuo considerato non come individuo, ma com' elemento di
società. Segna dunque un passaggio; il passaggio dal desiderio al libero
arbitrio. II. e) LiBRRo ARBITRIO. L* obbietto è generale, astratto; perciò è
più mobile della Passione, e quindi costituisce il passaggio dalla necessità
empirica alla necessità razionale (libertà volgarmente intesa). Risponde alla
Immaginazione imitatrice e riproduttiice eh* è tuttora schiava della natura; al
modo istesso che il libero arbitrio è dominato da un motivo tuttora eteronomo.)
Dbtkrminazionk (passaggio del libero arbitrio alla Libertà).Risponde, più che
all'Immaginazione (combinatrice), alle varie forme dell' Intendimento. Varietà
d* obbietti. g) SuK DIVBRSR POBMB {contrarietàf contraddizione j dezione).
Anche qui ha luogo un processo come neU* Intendimento. L* elezion razionale non
ò più libero arbitrio, ma Libertà. ) Libertà. È determinata dalla Ragione:
perciò importa la necessità razionale. Libertà quindi è dovere appunto perchè è
ragione. Ma può tornare ad una delle tre forme d'arbitrio, stantechè la
necessità, ond'è signoreggiata, sia necessità morale. ») Personalità. È
l’Autorità che si converte con la Ragione. È il risultato del processo
psicologico, e rappresenta il circolo delle facoltà perchò le suppone tutte, e
le contiene in atto. 1& dunque la circonferenza, cioè rio pienOf attuale.
Qual n*è il centro? (Vedi nel Gap. seg.) * n concetto à^ÀtUorità è una delle
idee cardinali dell'opera sul Piritto UniversaJle. Noi' qui ne parliamo per
incidenza; perchè questa tivo è mestieri che il vero si converta col fatto,
così nelr ordine pratico il certo fa d'uopo che si converta col vero. In altre
parole, se il processo teoretico guardato psicologicamente è una conversione
del vero col fatto; il processo operativo, al contrario, guardato storicamente,
è una conversione del certo col vero. La relazione che Vico pone tra il vero e
'1 Certo, somiglia quella che nell'Aristotelismo tiene la forma verso la
materia, ma considerata nel processo isterico. Risponde altresì alla relazione
eh' egli medesimo scorge tra la filologia e la filosofia. La filologia porge i
placiti dell' umano arbitrio (placita humani arbitri); la filosofia indaga i
principii necessari di natura (necessaria naturcey Perciò][aiferma. La
Filosofia contempla la Ragione onde viene la Scienza del Vero: la Filologia osserva
l’Autorità deW umano Arbitrio onde vien la Coscienza del Certo.^n Or la
Ragione, producendo il dottrina dovendo esser considerata principalmente sotto
T aspetto istorico (nel che sta tutto il suo pregio e la sua norità), dovrà
quindi formare oggetto d' interpretazione e dì studio nella Sociologia. Qui
dobbiamo avvertire solamente che, quantunque i siguiiìcati della parola
Autorità pel Vico sian diversi (Autorità polìtica, religiosa, monastica,
incononiica, civile e simili) nullameno tutte le specie d'autorità, chi
interpreti bene la sua mente, hanno d' aver per fondamento originario queir
An^ontò alla quale, propter rerum novitateìn^ ei volle dare un titolo nuovo, e
V appellò AUCTOttlTAS NATURALIS, ACCTOEITAS ì>tATURMj[De Univ. Jur., XCI).
PerciÒ la definisce: Humana: natura: proprietae. Perciò non dubita chiamarla
divina. Perciò la designa come T unità vivente delle tre funzioni costituenti
l' ordine pratico psicologico: noBsCf velie, posse. Perciò, finalmente, la dice
Suitas; e la Suitas nell'uomo vale, per lui, ciò che in Dio VAseitas. Vedremo
altrove esser questa una dottrina originale onde l'autore della Scienza Nuova
prevenne la moderna filosofia del Diritto. Del che niuno de' critici di cui
parlammo ha avuto sentore, tranne il Carmignani e l'Amari; ma l'uno, come
dicemmo, ne parla superficialmente, e l'altro in senso tutto cattolico e
tradizionale. De Constantia Jurispr., Proem., Sc. Nuova, Si noti qui, a
maggiore schiarimento del metodo vichiano, che la Filosofia è quella che
contempla, e la Filologia quella che ossava. Secondo il nostro linguaggio,
quella deduce, e questa induce. Or la Scienza Nuova non fa propriamente l'una
cosa, né l' altra. Essa pone in opera entrambe cotoste funzioni, e le
couipenctra in una terza che dicemmo essere il ma),àstoro eduttivo. vero^
costituisce il processo della coscienza; in mentre che r Autorità, producendo
il certo e legittimandosi nella ragione, forma il processo dell'autocoscienza,
e partorisce il concetto della personalità (Proprietas sui; Suikis). Sotto l'aspetto
isterico, perciò, l'Autorità è il libero arbitrio che diventa libertà, e quindi
Ragione: sotto l'aspetto psicologico è lo stesso libero arbitrio già divenuto
ragione. Ond' è che come il certo non è il vero ma una parte del vero così V
Autorità non è Ragione, ma è partecipe di ragione. Che cosa è da concludere da
tutto ciò? Che il processo pratico, riguardato psicologicamente, comincia là
ove finisce il teoretico. Questo, infatti, s' inaugura col senso, e, sempre più
ascendendo, si risolve nella ragione. Quello, invece, move dalla ragione
avvisata come semplice colioscere, e, transitando pel volere, finisce nel
potere; ma nel potere divenuto già attività concreta, piena, reale, vivente,
stantechè il libero volere importi la ragione. Che se tra conoscere ed operare,
fra coscienza e autocoscienza, 0 (per usare il linguaggio del nostro filosofo)
tra Ragione e Autorità, fra il Vero e il Certo e tra filosofia e filologia
havvi un processo; è necessaria, è inevitabile una conversione fra' due
termini. Dunque 1' Autorità devesi poter elevare a dignità di Ragione; al modo
istesso che la ragione operativa debbe aver coscienza di sé medesima anche come
ragion conoscitiva. Or che è ella mai cotest' Autorità convertitasi in ragione
se non l'autocoscienza? E non è appunto quest'Autorità autocoscente quella che,
assolvendo l' uno e l' altro pro' Ut autem VBRUM constai RATiONE, ita criltuu
nititur auotoritate, vd noHra $en»uum quat dicitur aUTO^i'a, vel aìtorum
dicti», qua in tpeei^e dicitur AUOTORlTAS, cx quorum alterutra naicitur
PRRSCASIO. Sed ipta auctoRITA8 e«t ^ar» ^rwofrfam RATiONis. {De Univ. Jur.y
Proloq.) Vedi le diverse applicazioni del Vero e del Certo. Il primo scolare
del Vico. Emanuele Dani, come arrertimmo, fin dal secolo passato colse giusto
in questa dottrina del suo maestro, massime quant* al valore e alla relazione
de' suddetti concetti. (Tedi Saggio di Oiuriprndenza Unirrr^aU, ed. cit., p.
CVIII). cesso, costituisce l'essere veramente umano (universale)? E che cos' è
l' ente umano, che cos' è VHumaniiaSj per cui l'individuo è davvero individuo,
subbietto veracemente universale, fuorché la personalità? E che cos'è la
persona se non queir unità vivente e operante del triphce diritto originario
(tutèla^ dominio e libertà) nella quale s' incarna e s' impersona la triplice
funzione del Potere, del Volere e del Conoscere?* Col concetto su la relazione
fra il processo conoscitivo e '1 processo operativo dell'organismo psicologico
Vico non solo previene l' esigenza Kantiana del doppio ordine di ragione, ma,
che più monta, la supera. La previene distinguendo la Ragion pura (Batio) dalla
Ragion pratica (Autoritas). E dovea distinguerla, perchè i due processi
conoscitivo e pratico, tuttoché formanti unico organismo, hanno, come s' è
visto, origine, natura, e andamento diverso. La supera poi, in quanto che
scorge la conversione (ripetiamolo) non pur fra l'una e l'altra ragione, ma
eziandio nell'una e nell'altra guardate ciascuna in sé stessa. Come processo
conoscitivo la Ragione dee convertirsi con sé stessa; e non potrebbe, ove non
divenisse anche Autorità. Come processo pratico l'autorità non potrebbe neanch'
ella convertirsi con sé medesima, s' ella stessa non divenisse Ragione. Li
altre parole: il conoscere non potrebb' esser vero conoscere, ove non fosse un
processo, una conversione de' tre gruppi di funzioni teoretiche innanzi
discorse. L'operare non sarebbe vero operare, se anch'egli non fosse una
conversione de' tre gruppi delle funzioni operative. Finalmente il processo
conoscitivo De Univ. Jur. Di qui nasce il concetto del gitu e della libertà
secondo le dottrino Yichiane, come altrove mostreremo. Ma già i lettori
prevedono qnal uso noi saremo per fare di cotesta dottrina nelle questioni
polìtiche, giuridiche, religiose e pedagogiche. Posto il concetto àdV Auctoritcu
naturalU^ e dell’Autorità in generale come particeptf RaHonUy cioè come facoltà
che devesi convertire con la Ragione, ognuno saprà argomentare qual valore
giuridico abbian per noi r autorità politica e 1’autorità religiosa nelle
teoriche sociologiche. e'1 processo operativo non sarebbero tali, ove non
fossero essi stessi una conversione tra se medesimi. Così il circolo è
compiuto; e così rimane sbandita ogni maniera di dualismo e di formalismo nel
regno della psicologia. Or la mancanza di processo è precisamente il tarlo che
rode le dottrine del Kant. Posto il noumeno come un'incognita, posta la
conoscenza com'una specie di combaciamento meccanico anziché come processo
dinamico del fatto con l'idea e della materia con la forma; non poteva non
chiudersi ogni via per intendere il fenomeno, e salvarsi dal cadere in quella
specie di scetticismo metafisico del quale altrove toccammo (p. 238). Senza
esempio nella storia della filosofia egli dimostra la necessità di certe
condizioni superiori all' esperienza nel fatto del conoscere. Ecco la massima
sua gloria. Ma non perviene a spiegar cotesto fatto, perchè non giunge a
risolvere il dualismo tra la sensibilità e l' intelletto col discoprirne il
germe comune eh' egli stesso )ion dubita chiamare sconosciuto. D'altra parte,
dal disegno della Critica della Ragion Pura egli trae quello della Critica
della Ragiofi Pratica, Nell'una move dal senso, e, attraverso l' intendimento,
giugne alla ragione. Nelr altra tiene un cammino opposto, perchè dal concetto
di libertà scende nelle facoltà inferiori. Or 1' errore non istà, certo, in
questo cammino, in questo circolo; ma piuttosto nell' aver interrotto cotesto
circolo. Donde avrebbe dovuto partire nell' organar 1' edifizio della Ragion
Pratica ? Precisamente da quel punto ove' pon termine la Ragion Pura, Egli
invece fa un salto; salto mortale; perchè voltando le spalle alla ragion pura
(né poteva altrimenti), si basa nel concetto di libera causalità.* Ov' è dunque
il processo fra l' un ordine e l' altro? Ov' è r unità, r organismo del circolo
psicologico? Nella distinzione Kantiana e' è del vero. Ed è che la Ragion Pura
è facoltà passiva in quanto ha per Kant, Crit, de la Raiaon Aire, Tissot. >
Idem, Crit. de la Maieon Pratique, termine il fenomeno, tuttoché s' addimostri
attiva nel concepire e disporre e costruir questo fenomeno mediante quella
mirabile tela delle categorie. La Ragion pratica, al contrario, è profondamente
attiva, stanteche con r atto del puro volere ella ponga il noumeno^ Se non che
il grand' uomo non vide che né la Ragion pratica è assolutamente attiva, né la
Ragion pura è assolutamente passiva. Il conoscere, certo, serba carattere di
passività; non altrimenti che V operare ha carattere d' attività. Ma sono tali
in modo relativo. Sono tali, cioè, in quanto T ordine pratico sopravviene a
compiere il teoretico, non già nel senso che nel secondo abbiasi a conseguire
ciò eh' è riescito impossibile nel primo, vo'dir la* posizione del noumeno. Che
cos'è infatti cotesto noumeno nell'ordine pratico? Perchè la Ragion pratica s'
ha da porre qual puro volere, cioè com'un fatto a priori? Insomma, che cos'è
questo rolere che vuole sé stesso? A tal grave quesito il Criticismo non
risponde, checché ne abbia detto poco fa uno della scuola della Morale
Indipendente che in ciò crede poter ormeggiare il filosofo prussiano. Che anzi,
se la legge morale procede dalla libertà come volontà indipendente e superiore
a qualsivoglia motivo, cioè come autonomia che trascenda ogni eteronomia; è da
confessare che un principio siffatto è condizione ni tutto subbiettiva, e
quindi sorgente mutabile appunto perchè assolutamente libera. Un atto assofuto
di volere, il volere come volere, io non l'intendo. Non intendo il voglio
perchè voglio^ giusto perchè non capisco un atto che sia razionale e insieme
scisso e quasi staccato dalla ragion pura. Brevemente: non intendo una Ragion
pratica che non sappia né possa convertirsi con la Ragion teoretica.'' Se la
radice del [Kant, Orìt, de la liaison Pure, Orit, de la Raiaon Pratique,
Secondo Kant la Ragion pura, oltr'esser fornita dell’uao tpeculiiivoy ha
eziandio un tntereaae pratico; il quale consiste semplicemente dovere sta nel
sapere; la volontà di sua natura sarà sempre una funzione secondaria, non mai
primaria: si che, ove nel processo istorico si svolga da sé, in tal caso ella
si determina non già come libertà, ma come potere, come desiderio, come
passione, come libero arbitrio. Laonde se il filosofo prussiano sente la
necessità d' un reale nel suo formalismo critico, cotesta necessità per lui non
può racchiudere il vero concetto del dovere, perchè importa una tendenza cieca.
Non è dunque un atto etico veramente detto, ma un bisogno assolutamente
empirico. Dal che si vede agevolmente non essere al tutto vero ciò che
aflFermano due serie di critici rispetto alla natura de' due ordini di ragioni
poste dal Criticismo. Alcuni credono esserci contradizione perchè, mentre Ja
Ragion pura è indirizzata solamente (tuttoché con artifizio formale) a regolare
V esperiènza, la Ragion pratica, invece, è destinata a ricostruire, a
costituire; e costruisce mercè la posizione del noumeno, del libero volere,
reintegrando siffattamente i postulati distrutti nell'ordine teoretico. Altri
pensano, fra quali Spaventa, che la contraddizione non istia già fra le due
Ragioni, ma in ciascuna d'esse. Per noi è vera l'una e l'altra sentenza, ma in
questo senso; che la contraddizione del Criticismo non istà, come abbiam detto,
nel porre due sfere diverse di ragioni; due ordini di processi psicologici, ma
si nel non aver risoluto nessun de' due. La contraddizione esiste non pure in
ciascuna delle due sfere, ma anche tra l'una e l'altra ad un tempo; con la
differenza, che nell' un caso eli' è essenziale, dovechè nell'altro è
secondaria. Togliete quella, e avrete insieme levato questa. Togliete il
dualismo e '1 formalismo nella Ragion pura, avrete parimente riparato al
formalismo e al dualismo della Ragion pratica. Perciò sommettete a processo nel
determinaref non già ne) eogtituire la Ragion pratica. La Ragion pura pratica
»i eoHituiace da «2. Ecco il grave difetto del kantismo nell’ordine morale. FU,
di Kant e «uà relaxione coUa FU, /tal., Torino, Puna e 1' altra, e avrete
schivata la contraddizione; e invece delle Idee sulla Storia Universale idee
che paion come disorganate, avrete l'organismo della Scienza Nuova.Or la
contraddizione, che per tre divers^e maniere offende il criticismo, potrà
essere tolta unicamente quando dalla dualità, onde non si potè liberare il
Kant, sappiasi risalire all' unità sua. Qual sia questa radicale unità da cui
move, ed alla quale ritoma il processo psicologico, diremo fra poco. Torniamo a
Vico. La Ragion pratica, l'Autorità, VAuctoritas naturalis^ che per lui
costituisce la base del processo pratico in tutt'e tre i momenti in che questo
si svolge, non è già un primo staccato da un altro primo al tutto formale, ma è
un secondo che si converte con un primo^ e per tale conversione formano
entrambi, anziché dualità irresoluta, unidualUà, Per l'Autore della Scienza
Nuova la ragione, in quanto ragione, è una non due,^ Non due perciò le sorgive
onde rampollano i ragionamenti; bensì Il significato della storia per Kant si
riduce a questo. Come gli uomini si son costituiti in società per ischivar la
guerra, cosi tutt* i popoli tendono a stabilirsi in federazione universale
{Idée de eeque pourrait ètre Vhiètoire universelle dana le» vuee d^n eitoyen du
monde). La P sentenza è un errore degno degli Hobbesiaui: la 2" è
un'utopia la quale partorisce 1’altra della Pctce universnlcf e V altra ancora
d* una Chiena filoeofica il cui fine dovrebb' esser quello di sorvegliare alla
morale del genere umano (Vedi nella Relig, dana lee lim. de la raiwn).
Sennonché è impossibile spiegar la stona col porne V origino in una condizione
accidentale, in una necessità euipirica qual' è appunto la guerra. II fatto
isterico può essere spiegato col risalire alle leggi psicologiche, e scoprirne
il processo. Or poteva egli, il Kant, prefiggersi tal fine s* ei non seppe
levare il dissidio fra le due Ragioni e mostrarne la conversione V Da ciò anche
dipende quel proporre, air attuazione del progresso, mezzi affatto artiflziali
com'è la federazione universale, la chiesa filosofica, e simili. « Con lo
apiegarai delle umane idee^ i fatti, i diritti e le cose umane si andaron
sempre più dirozzando, prima dalla acrupoloaità delle auperatìzioni, poi dalla
aolennità degli atti legittimi e dalle angustie delle parole, finalmente da
ogni eorpìdenxa; per ridursi al loro puro e vero principio che è loro propria
aoatanza. Or qual è questa aoatanza propria, qual è questo principio vero e
puro àe^ fatti e de' diritti umani^ eh' è dire dell' ordine pratico? È la
aoatanza umana, la noatra volontà determinata dalla noatra mente con la Forza
del Vrbo che ai chiama Coscienza. {Prima Se. Nuova) due le maniere del ragionare.
Di fatto, se lo spirito in quant' è conoscere (Batio) produce il vero e dà la
scienza; e in quant' è operare (Auctoritds) produce il certo e cosi esplica e
conferma la prima, ovvero la prenunzia e Y anticipa ; ne viene che tra Y ordine
teoretico e Y ordine pratico una conversione è necessaria. In che risiede r
intima natura della volontà? Intelletto e volontà, nelr ordine psicologico
spontaneo, hanno radice comune: per cui se r atto del volere non è propriamente
atto d' intendere, e nondimeno lo sforzo d' intendere: è lo stesso conoscere,
ma in quanto si realizza come Ragione universale, come operare umano, autonomo,
razionale. La ragione dunque è facoltà di conversione per eccellenza ; e quindi
lo spirito dee conformarsi al naturale ordin delle cose. E che è mai il
naturale ordin delle cose? È la Datura, l'essenza, il valore, l' essere stesso
delle cose.* Ora, conformarsi all'essere delle cose, non vuol dire convertirsi
con lui, diventar lui? Col concetto d' ordine adunque il Vico determina la
natura non del solo conoscere ne del solo operare, ma la natura d' entrambi;
cioè della Ragione vivente e concreta; della Ragione comune, universale,
imiana. La quale, supponendo già il concetto d'ordine, cioè dire supponendo il
processo Qpnoscitivo, importa anche il processo operativo come risultato
necessario dell' essenza umana. Con/ormatìo eum ipso ordine rerum e$t et
dicitur batio. {De Univ, Jur.^ Proem.j ) Questa con/ormatio mentis suppone già
il processo conoscitÌTO, e quindi il criterio della Convernone del vero col
fatto. Ella dunque è risultamento delle funzioni teoretiche, e insieme
principio delle funzioni pratiche. È la sostanza umana determinata con la Forza
del Vero. Rosmini nella FU. del Diritto fa la critica del concetto d* ordine
com' è inteso dal Vico. Il Finetti area fatto lo stesso fin dal secolo scorso
nelle sue polemiche col Dnni e col Concinna. {De Prineip. Jur. ) Ma né V uno nò
1* altro s*è accorto come la facoltà, che per Vico dee conformarsi air ordine
naturale, non sia il puro conoscere e neanche il solo operare; cioè non la
Ratio e nemmanco VAuetoritas, ma la Ragione per eccellenza, la Ragione in
quant' è risultato finale e quindi princìpio del doppio processo psicologico. £
la ragione, insomma, in quanto è conversione essenziale con la natura, con la
storia, con lo Stato, col supremo suo fine, e della quale il Duni dice che dove
Concludiamo quant' al processo pratico. La ragion pratica non contraddice alla
teoretica. Intanto eli' è pratica, in quanto è comando; ma è comando della
ragione fondata nel concetto del fine razionale, che vuol dire d' un fine il
quale iraponesi come legge, e perciò come imperativo. Cotesto fine imperante,
manifestato o imposto dalla ragione (e tutto ciò per noi è ragion pratica),
inevitabilmente importa la necessità etica, il cui soggetto è la volontà: ond'
è che tra la volontà e il suo fine, eh' è appunto il bene morale, òorre una
sintesi necessaria. Che se l' imperativo per Kant è la stessa volontà in quanto
è libera da ogni movente particolare e d'ogni particolare interesse; anche per
noi cotesto imperativo è il volere libero da ogni qualunque motivo, meno da
quello che scende dalla ragione, o per mezzo della ragione; ma di quella
ragione pura o conoscitiva la quale, essendo il vero convertentesi col fatto,
intende e legittima il fenomeno. Fra lei e’1 noumeno non esiste un abisso, com'
è pur troppo pel Criticismo. E in questo senso non ha torto Hegel d'affermare
che libertà è ragione, e ragione è libertà. Il motivo dell' azione, infatti, è
intrinsecato con la ragione; scaturisce non già dall' estemo, come incontra
nelle azioni di natura meccanica, ma dall' intemo. L'agente dunque è
razionalmente libero; e però è liberamente necessario. Il perchè se una sintesi
necessaria annoda il volere col suo fine, è pur mestieri che la volontà si
converta con la ragione, e produca la virtù. Così nella sfera pratica, non
diversamente che nella teoretica, il criterio è sempre il medesimo: la
conversione del vero col fatto, eh' è dire della legge con la volontà. E poiché
la legge neir ordine etico partorisce il dovere, e la volontà nelr ordine
giuridico produce il diritto; perciò accade che la Morale, nella dottrina del
nostro filosofo, deve stare al Diritto cosi come il vero sta al fatto, come la
Ra-non c'^ uniformaziont,, non e'? ragione, (Vedi noi Saggio di Giuritprw denzn
Umvermle^ .> gione air Autorità. Sono due sfere di fatti diversi; due ordini
di scienze differenti per origine, e per applicazione. Il Diritto non
iscaturisce dalla Morale, ne tampoco la morale puo emerger dal Diritto. Se cosi
fosse, l'una di queste scienze annullerebbe l'altra, assorbendola. Esse dunque
non s'identificano, ma si convertono.* Tal si è, come rapidamente l'abbiamo
descritto, l'organismo psicologico ne' suoi elementi e nella sua natura. Ma
quest' organismo può e debb' esser considerato riguardo a due soggetti, che
sono l'individuo e la specie, cioè dire psicologicamente e storicamente.
Nell'individuo ci è dato studiarlo, come chi dicesse, nella condizione statica,
cioè nel suo equilibrio, nella sua compiutezza, a cagione delle mutue relazioni
onde i due processi richiamansi a vicenda. Psicologicamente, infatti, il
pensiero inaugura, determina e compie il processo pratico. Lo inaugura come
senso in quanto eccita il potere: lo determina come rappresentazione,
immaginazione, intendimento che sveglia e sprona il volere: lo compie,
finalmente, come ragione, la quale costituisce l'essenza stessa della libertà.
La Ragione dunque è l'atto, la forma dell'Autorità; come l'Autorità è la
potenza e la materia della Ragione. Io voglio ed opero perchè conosco: né per
altro potrò conoscere se non perchè debbo operare. La ragion del volere pone
sua radice nel conoscere ; come la ragione e '1 fine del conoscere altro
potrebb' esser che Y operare. Chi vuol conoscere per conoscere è un mezz' uomo.
E la scienza per la scienza è frase ch'io non intendo, come non la intendeva
nemmeno Aristotele.^ I due processi, adunque, ne' quali si sdoppia e determina
l' organismo psicologico nell' individuo, s' importano a vicenda, e tutt' insieme
compon• Sotto il rapporto psicolosrico può dirsi, come più d*una volta arverte
il nostro filosofo, che ex Rottone Auctontas ipm orta ett. (De Univ. Jur.) * Rayaisson, Em, 9ur la Mitaph. ec.
gono un sol circolo. In questo circolo per 1' appunto sta
l'autogenesi dello spirito. Al contrario nella storia, che vuol dire nella
specie avvisata come un individuo attraverso il tempo, l'organismo psicologico
ci è dato considerarlo quasi in via di formazione, cioè sotto il rapporto
dinamico, e perciò nelle condizioni del movimento. Avviene infatti' in
quest'ordin di cose quel che la scuola di Lamarck pensa del REGNO ZOOLOGICO.
Nell'organismo compiuto, nel mammifero, ci è tutta la scala zoologica, ma in
atto; al modo istesso che nelle differenti specie d'organismi inferiori abbiamo
l'organismo perfetto, ma come squadernato nella successione seriale de' diversi
momenti del suo sviluppo. Se questa dottrina, secondochè altrove diremo, non è
al tutto vera in ordine alla storia naturale, è verissima nella storia umana.
La condizione statica non può verificarsi nell' ordine de' fatti, massime de'
fatti storici. Nel regno della realtà, anziché quiete ed equilibrio, tutto è
moto incessante, sviluppo, attrito, disequilibrio perpetuo: onde la Statica
sociale de' Sociologisti non è che un' astrazione del pensiero. Il processo
psicologico adunque, avvisato staticamente, è tipo, è realtà compiuta, alla
quale c'innalziamo scrutando la natura dell'individuo, investigando le leggi
della psicologia. Un processo psicologico in via di formazione non è altrimenti
Statica, ma Dinamica. Ora il processo psicologico è r atto, il tipo del
processo isterico; e quindi vana impresa è il pretendere d' imprimer ÌForma di
scienza alla storia, senza porvi a fondamento immediato la psicologia. La
storia non fa che ripeter la psicologia; ma al modo che la circonferenza ripete
il centro. Che è mai la circonferenza fuorché lo stesso centro considerato,
direbbe il Gioberti, fuori di sé? Tal è la specie rispetto all’individuo; tal
si é pure la storia di fronte alla psicologia.* Ciò che nell' una si compie *
Vedi le belle riflessioni del Noubisson in proposito. (La nature humainef Ess.
de Fsycol. appliquée, Paris) attaraverso lunghi secoli, nell' altra, cioè nell'
individuo, s' assolve attraverso una serie d' anni e di differenti età. E ciò
che sono i secoli per la storia e gli anni e le diverse età per l' individuo,
sono per la coscienza attuale que' diversi momenti necessari aftinché ella
possa recare in atto la doppia fimzione del conoscere e dell' operare. Ma per
quante sian le differenze, la legge è sempre una; non essendo possibile che le
note essenziali alla specie manchino ai membri, manchino agli elementi di essa,
ciò è dire agP individui.* Perciò nella storia tanto il processo teoretico
quanto il processo pratico s'inaugura cod come nell' individuo. U senso, lo
vedremo in altro luogo, sale a ragione attraverso le funzioni intermedie
dell'immaginazione e dell'intendimento. Il potere, l'istinto (il che verificheremo
nella sociologia) assume valore di Ubertà mercè la successione delle moltiplici
forme cui soggiaccion le passioni e le determinazioni del libero arbitrio, e
siffattamente crea il Diritto e lo Stato. Così la storia è una correzione lenta
ma incessante, ma progressiva di due forze che mai non posano, Autorità e
Rag^ne. La molla occulta del[Ce qui
9e paage dan» Vévolvtion 4e Vindividu est la tacine de ce qui se passe dans
VévoìuHon de Vétte eoUectii*. (Littbé, PatoUs de Phil.
Posit.) Ognan vede che questo principio non è, come ci dicono i Positivisti di
Francia, una loro invenzione peregrina. È uno de* concetti fondamentali della
Scienza Nuova; ed è insieme la correzione del Comtismo, per la ragione più
volte rammentata che la psicologia pel Vico non iscatnrìsce dalla storia, ma è
anzi la storia, cioè la scienza istorica quella che dee tórre a modello, a
criterio la psicologia. * Tutte le opere del Vico sono una dimostrazione
continua di quésto concetto. Lasciando delle facoltà d* ordine conoscitivo,
basta meditare le diverse forme attraverso cui procede VAutotità, per vedere
come davvero ella sia potenzialmente ragione. Vi è progresso, per dime un
esempio, fra le tre forme d* autorità monasHcOf economica e eivUe (De Univ.
Jut.); e vi ò progresso nella storia dell* autorità considerata nelle diverso
maniere del reggimento politico {Ptima Se, Nuova Sec. Se. Nuova) Scoprire la
conversione dell' Autotità con la Ragione, è una delle sue principali esigenze,
e quindi uno de' precipui aspetti della Scienza Nuova. r umano progredire,
infatti, sta nella faticosa conversione d' entrambe. Perchè sé la storia è la
vita del genere umano,* il processo di questa vita, lo svolgimento di
quest'organismo altro non potrà essere fuorché il ridursi di quella dualità a
valore d' unità. Il processo istorico adunque non fa che ripetere, ma sotto
forme sempre diverse, il processo psicologico: talché se la psicologia, come ha
detto il Michelet, é quasi la storia in miniatura, cioè la storia come
raccolta, adunata e quasi concentrata in un sol punto; la storia alla sua
volta, secondo l'osservazione altrove accennata del Cattaneo, altro non sarà
che la psicologia stessa in più vaste proporzioni, e sotto aspetti molteplici e
svariatissimi. Ma quel punto, quel centro (ripetiamo la figura), vai tutta la
circonferenza; vai più che la circonferenza. Se la psicologia infatti nasce
dalla storia, chi vorrà dire che la prima non possa essere altro fuorché una
semplice appendice della seconda? La psicologia è superiore alla storia, come
il presente è superiore al passato. E le leggi psichiche sono anteriori a
quelle del fatto istorico, al modo istesso che il criterio e la norma, in
generale, sono anteriori alla materia interpretata e giudicata.' Perciò dice
che il suo libro è anche nn». JUotoJia deW autorità {Sec. Se. Nuova) atta a
ridurre a leggi certe V umano arbitrio di ma natura incertÌ9»imo. * Vita generila humani Hiètoria est, [De Univ.
Jur.) * Il Taine dice benissimo dove osserva che la pttyeologìt «« à ehaque
départentent de l’hintoire humaine ce que l^i physiologie generai^ e»t h la
phyaiologie partictdiire. de ehaque esplce ou doAèe animale. {De Vlntelligence, Pref.) Che oggi la psicolog^ia debba esser condizione
essenziale alla scienza del fatto storico, ninno è che ne dubiti. Ma la
questióne ò ben altra, e di ben altro valore che non crede il Taine. Come s' ha
da considerar la psicologia rispetto alla storia, e perciò r individuo rispetto
alla specie'? Ecco il punto! Predicarci la necessità della psicologia nella
indagine del fatto storico è un bel nulla, se innanzi tratto non si stabilisca
qual relazione corra fra le due scienze. Mi spiego subito. Se Io svolgersi
delle concezioni religiose, delle creazioni artistiche e letterarie e delle
scoperte scientifiche in un dato periodo istorico e presso un dato popolo non
sono in realtà altro che un’applicazione, un caso particolare di quelle medesime
leggi che in ogn'istante regolano lo svolgimento psicologico di ciascun nomo;
brevemente, se il fatto storico H nostro filosofo non pure colse, ma dimostrò
la relazione tra r uno e l’altro ordin di fatti, e fece quel che non giunsero a
fare i nostri platonici e aristotelici del Rinascimento; ciò che non fece tutto
il Cartesianismo; ciò che dopo di lui non seppe fare il Criticismo in ordine
alla storia; ciò che non han fatto, né sanno fare i Positivisti e gli Idealisti
assoluti; i quali trascendono il positivo perchè disconoscono la difficile arte
de' confini nella scienza del mondo e della storia. Alla sua mente lampeggiò il
vero concetto dell' ente umano: il concetìo àeW individuo universale vivente,
concreto, reale; e sotto doppia forma venne applicando il suo massimo criterio
della conversione del vero col foHo nel conoscere, e del certo col vero nell'
operare. Recò in atto quindi non una, ma due grandi leve, la psicologia da una
parte, e la critica de' fatti storici dall'altra; la filosofia e la filologia;
e perciò un a priori di natura puramente psicologica, e un a posteriori
indagato pazientemente con oculata osservazione: e così gettando le basi del
vero metodo storico razionalmente positivo, riesci a comporre la scienza dello
spirito. Però Storia e Psicologia non sono due cose, ma una. Esse formano la
vera scienza dello spirito, quando sian portate ad un fiato, com' egli dice con
significantissima frase. Ecco il grande valore della Sdensfa Nuova, per quanti
possano essere i suoi difetti nella forma, nel disegno, nelle conclusioni,
nelle applicazioni. Lo dichiara egli stesso: il mio saggio è wrxR filosofia deW
umanità. Perchè filosofia? non è che un'applicazione delle lejrgi psicologiche:
ne viene che nella psicologìa solamente possiamo ritrovare il criterio, il
principio, la teorica da applicare nella intorpretaziono del fatto isterico.
Dnnqne? Danque (mi par chiaro) la psicologia è anteriore, e superiore alla
storia. Or io non so davvero come siffatta conseguenza possa accordarsi
co'princìpii di Taine, specie con quello ond'ei ci dichiara, che il fatto della
coscienza non è altro che vm fantamna metajinco! Il problema storico è problema
psicologico: lo sappiamo anche noi da un secolo e mezzo a questa parte. Quel
che non sappiamo è il modo col quale il valoroso estetico francese potrà
giugnere a risolvere cotesto problema col suo Positivismo. perchè ne inve^iga
le coffionV Or le cagioni immediate e positive del processo istorico, non
s'hann' a radicar tutte nel processo psicologico, eh' è, dire nella natura
umana? Volere investigar le ragioni della storia nonché i principii della
sociologia invocando la dicdeUica immanente détta Idea come fan gli Hegeliani,
ovvero r opera della Provvidenza immediata come fanno Ontologisti e Teologisti;
è uscir dalla Storia, dalla natura umana, dalla psicologia; ed è rendere il
processo storico un processo affatto meccanico e arbitrario. Un principio
estrinseco e superiore che non emerga dalle viscere stesse della storia, ma che
alla storia si sovrapponga e s'imponga, che cosa dee produrre? Da una parte,
meccanismo, e arbitrio dall'altra. Ed è anche un uscir dalla storia, dalla
psicologia e dalla natura umana, queir invocare i soU fatti siccome leggi
empiriche riferendole a cagioni tutte estrinseche, tutte mutabiU tutte acddentaU,
come sono il clima, la razza, l'educazione e cento e mille condizioni esteriori
e secondarie di cui ci parlano i positivisti e i filosofi dell’avvenire. Il
fondamento razionale positivo del processo istorico dunque è l'organismo
psicologico, ma ravvisato come processo. Questa precisamente è l' esigenza più
legittima, la condizione più salda del metodo istorico che scaturisca dalle
opere, dalle dottrine, dalla mente del Vico. Metodo isterico è anch'esso metodo
genetico, metodo eduttivo. E metodo genetico vuol dir metodo essenzialmente
psicologico. Ne segue perciò che la legge isterica delle tre età -divina,
eroica, umana), pone sua ra[Ved. Prim, Se Nuav.y Le tre/any o stati del
Positvismo francese non sono che un fatto, una legge empirica, non la ragione,
non il principio delia storia. Lo confessa lo stesso Littré; il quale perciò
avendo visto la necessità di correggere e compiere anche in questo il maestro,
alle tre fasi del Comte sostitoisce le cinque forme di civiltà calcate sopra
altrettante facoltà psicologiche. (Vedi A. Comte et la Phil, Pont.) Cosi il
Littré ritoma a VICO, cioè al concetto psicologico, quantunque sbagli nella
scelta della strada. dice non già in un fatto parHccHare quale sarebbe il
nascere, il crescere ed il perire dell'individuo, come vedemmo pretendere VERA,
ma sì neljo stesso organismo, nello stesso circolo delle funzioni psicologiche.
Ciò che dunque è processo teoretico e pratico deUe facoltà e quindi conversione
del vero col fatto e del certo col vero nell' individuo; nella specie, nella
comunanza civile, assume forma e valore d' organismo e di processo isterico.
Ecco perchè nello svolgimento della storia e delle diverse civiltà, lo stato,
la fase, o (secondo il linguaggio del Vico) V età divina ritrova sua ragione
intima, immediata, nel predominio ed esplicazione deUe due funzioni elementari,
empiriche e naturali, che sono il Senso ed il Potere. La fase eroica per
contrario, è l’incarnazione del volere e dell' Immaginazione. E, finalmente la
fase umana è V attuazione e quindi il trionfo e la signoria della Ragione
spiegata, la quale neU' ordine della vita civile, politica e sociale si traduce
nel trionfo della libertà. La storia dunque è un organismo come la psicologia;
e quindi le leggi psicologiche sono il criterio interpretativo principale del
fatto isterico. Questo è il vero concetto della VoUcer Psycólogie per VA. della
Scienza Nuova. Dove sta il difficile? Appunto nel far cotesti interpretazione;
appunto nelr applicare le leggi psicologiche alla storia. In tale applicazione occorre
schivare (come vedremo in Sociologia) que' due gravissimi errori ne' quali
rompono Hegeliani e Positivisti: cioè l'universalismo nel comporre la filosofia
della civiltà, e il particolarismo e '1 determinismo nel fissarne le leggi. Due
perciò sono le condizioni razionali per la scienza della storia: V applicare al
fatto isterico le leggi psicologiche; ma applicarle, non già all' umanità, come
fanno i seguaci di Hegel, bensì a' popoli, alle schiatte, alle tradizioni: 2
tener conto delle mille cagioni estrinseche ed irraziouaU che in modi
infinitamente diversi e molteplici turbano lo svolgimento della storia; ond'
emerge la necessità, ripe* tiamolo, della psicologia e della crìtica storica
nello stabilire i principii deUa filosofia dello spirito. Or cotesto metodo,
oltreché nelle dottrine metafisiche, anche nelle teorie storiche e sociologiche
risulta logicamente, come vedremo, dallMndirizzo medio dell'Aristotelismo
rappresentatoci, ne' tempi moderni, dalla Sdenta Nuova. Nella Scienza Nuova, e
perciò nel metodo isterico e psicologico del Vico, abbiamo la condanna più
severa e la confutazione di fatto degli estremi indirizzi aristotelici
rinnovatisi in questo secolo per opera dell' Hegelianismo e del Positivismo nel
regno degli studi storici e sociologici. Ma qual è la genesi e quindi la
teleologia del processo psicologico? That is the question! Re la genesi e
teleologia psicologica. Lo spirito ha le sue leggi come la natura; ed è anch'
egli un organismo come la natura. Perciò dapprima è Sintesi iniziale, come si
disse, poi Analisi, poi Sintesi finale. Spencer direbbe che l' organismo
psicologico procede dall' omogeneo indeterminato, all' eterogeneo; e
dall'eterogeneo (avrebbe dovuto aggiungere;, fa ritomo all' omogeneo, ma all'
omogeneo determinato e universale. Fin qui abbiamo studiato la psicologia nel
fatto. Movendo da una dualità empirica, cioè dal senso che iniziando il
processo teoretico s' eleva a dignità d'intelletto, e A^X potere che preludendo
al processo pratico assume valore di libera volontà, abbiamo sorpreso
l'organismo psicologico nel momento stesso dello sviluppo, dell'analisi,
dell'eterogeneità, della diflFerenza e moltiplicità delle sue funzioni. Or è d'
uopo rimontare all'origine psicologica. È d' uopo ricercar la cellula madre di
quest'organismo. È d'uopo investigare il centro di questo cìroolo, la sintesi
origìiiaxia di quest'analisi che a noi porge la coscienza. La genesi dello
spirito vuol esser guardata in tre modi, sotto tre forme, per tre fini diversi:
psicologicamente, logicamente, ideologicamente. La Psicologia studia lo
spirito, ma in quanto è un multiplo di funzioni, d’operazioni, di facoltà. La
Logica studia lo spirito, ne ricerca le funzioni psicologiche, ma in quanto
producono, generano, partoriscono. L' Ideologia, finalmente, studia anch' essa
lo spirito, ne indaga le funzioni psicologiche, ma guardandole ne' lor prodotti
generali La Logica dunque siede in mezzo all' una e all' altra scienza. Ella
studia non altro che relazioni: studia le relazioni fra la causa e l'effetto, le
attinenze tra la forza e le sue produzioni, e quindi raccoglie leggi
universali, attinenze necessarie, poiché se lo spirito si differenzia appo
gl'individui per attività ed energia di potenza e per moltiplicità di
risultati, non differisce menomamente per le leggi alle quali dee soggiacere
ciascun individuo. La Logica è universale, obbiettiva; e quindi indipendente
dal soggetto, non altrimenti che la matematica. Or queste tre scienze che r
analisi immoderata delle scuole ha ridotto a frantumi, non sono che tre aspetti
d'un medesimo subbietto: d'un subbietto, cioè, avvisato P come forza e potenza:
come atto e risultato; finalmente come potenza in quanto diventa atto, e però
come relazione dell' un termine verso l'altro. Psicologia, dunque. Logica e
Ideologia dovranno condurci ad una medesima conseguenza nel problema su la
gencHi psicologica. Nel processo psicologico dicemmo esserci un primo ed un
ultimo atto. Questo primo e quest'ultimo atto, anziché facoltà, come pretendon
gU Spiritualisti, anziché semplici condizioni psicologiche riducibili alla fin
fine alle funzioni biologiche, come ci predicano i Positivisti,* sono invece
facoltà delle facoltà. E son tali per[Per esempio Mill [cf. Grice, “More Grice
to The Mill”] {La PhU, de Hamilton, trad. CazeUes). H. Taink (2>«
VintelUgence). che runa d' esse è originaria, e V altra è complementare; perchè
la prima è potenza, e la seconda è atto: perchè, in somma, quella è T Io in
quant' è coscienza primitiva, e questa è V Io in quant' è pienezza di
personalità, auto-coscienza. Or è mestieri ammettere che la coscienza, in
quant' è facoltà détte facoltà, esista dapprima come potenza originaria;
preesista com’energia irreducibile; preceda come atto che sia tutto, e nulla; e
vaglia quindi a costituir la natura stessa di quell'ente che nella scala
zoologica diciamo ente umano, E innanzi tratto, s'egli è vero che le fimzioni
psicologiche convengon tutte nell'essere un conato di natura essenzialmente
teleologica, è d'uopo che, attraverso a tutte e in fondo a ciascuna, si occulti
un atto rudimentale, radicale, comune, essenzialmente generatore, contenente
universale e indeterminato del doppio processo psicologico teoretico e pratico.
D' altra parte, se il fatto ci addita una dualità empirica, concreta ed
elementare, cioè il senso e il potere; ne viene che queste due facoltà, sia che
le si guardino nel loro obbietto e natura, sia che nel fine cui sono
indirizzate, ci rappresentino due opposti, ci esprimon due contrari; e, come
tali, abbisognano d'un soggetto comune in cui (secondo l'esigenza
dell'Aristotelismo) elle sussistano originariamente. La duaUtà empirica e, per
così dirla, sensata, ci rimena infatti $ui una dualità superiore e
trascendente, la quale a sua volta non può non essere altresì unità, unità
confusa, unidualità anteriore, e della quale possiamo dire ciò che Aristotele
afferma delle parti avvisate in riguardo al tutto. Se la parte potenzialmente e
cronologicamente precede il tutto; attualmente e logicamente il tutto dee
preceder la parte.* ^Xou xai >f uX>i TT^c ouVtac" Jtar' «vT«Xj;^tiav
5' u^7«/oov 5«aXxtBivroi y(/.p x«t* £vTi>JX«*av «(T']at. (Met.) Ecco la
ragiono (sia detto di passata) onde la Psicologia differisce in immenso dalla
Zoopsicologia, checché ne dicano il Darwin, V Agassiz, il Vogt ed altrettali.
Neir ordino zoopsicologico la dualità empirica del »etuo e dell' i»Hnto esiste;
ed è unità confusa, è unidualità: ma riman sempre tale, sempre Questo tutto
originario, quest' unità la quale anche come primigenia è numero, cioè
unìdualità e però facoltà déHe facóUà, è ciò che con antica ma significativa
parola il Vico suole appellar mente, mens.^ Alla medesima conseguenza ci
conduce la logica e r ideologia. Rammentiamoci della dottrina su la conoscenza.
Se neir ordine del conoscere il fatto è il dato, il fenomeno, ciò eh' è posto,
la cieca percezione; insomma, ciò che non può esser conosciuto di per sé
stesso: il vero, per conta'ario, è l’elemento ideale, astratto, vuoto, formale,
a priori; ma a priori in quant' origina immediate dal seno stesso del pensiero.
In che sta, dunque, il nello stato potenziale: mentre neir ordine psicologico,
cioè umano, ella diventa atto, numero, e quindi il Senso e il Potere vi
assumono anche valore di sentimento e di coscienza. Se dunque è così, chi vorrà
credere che quella dualità sia puramente animale come nella Zoopsìcologia ? Se
fosse tale, non dovrehhe restar sempre la medesima, come incontra nel soargetto
zoopsicologico? Dunque (la conseguenza parmi chiara) quella dualità nell’ente
umano deve importare qual cos'altro che non sia puro Senso, né puro Istinto. *
Quel che latinamente egli chiama men« cmimi è essenzialmente pensiero; e
pensare per lui è manifestare sé a sé medesimo: Mens cogitando se extbet {De
AsUiqHÌ9.). Or la mente è principio unico di tutte le facoltà: principium unum
Men»; e I’occhio di lei é appunto la ragione: eujw oculua Ratio {De Univ.
Proem.). Dunque ciò eh' è di là e dentro e dietro a quest' occhio eh' é la
Ragione, é appunto la MenU; la quale perciò è anteriore a tutti i gradi, a
tutti i momenti del processo conoscitivo. Se non che lo spirito, in quant'ò
menUf vede anch'essa; altrimenti come si farebbe a dirla mente? Ma allora
soltanto ella disceme, allora soltanto é oechiof e perciò era visione, quando
diventa ragione epiegata, e quindi processo teoretico. Per intender meglio il
significato della mente, ricordiamoci del »ene%u intemtu, del eennu eui, della
eoecienta, cwn-eeientia, di cui egli parla in più luoghi delle sue scritture.
In ispecie è da riflettere quando afferma, la coscienza essere insieme univereale
e particolare; e il senso intimo, individuaUt e insieme comune, fi da
riflettere dove accenna ad una facoltà naturale e epontanea ond' é fornita la
eomuiune natura degli uomini. È da riflettere, finalmente, e specialmente, ove
parla di certi giudizi istintivi eh' egli chiama giudizi fatti sknza
bifles8I0NK. (Vedi Prim. e See. Se Nuow% passim.) Or di sotto a questo
linguaggio esce chiara una conseguenza; la necessità, cioè, di riconoscere
come, attraverso a tutte le diiferenti forme psicologiche, esista un punto
centrale onde s' irradiano e dove si riconducon tutte le funzioni dello
spirito. Quest'esigenza psicologica nel Vico parmi evidente per ciò che s* è
detto, e per ciò che ancora diremo. conoscere? Nella conversione de' due
elementi. Intendere è legere; e legere è cdligere dementa rei, cioè coUigere il
vario sensato, il fatto. Questo fatto dunque vien raccolto e innalzato a
dignità di vero e quindi ad unità, appunto quando la mente, generando sé
stessa, conosca insieme la guisa onéPtma cosa è fatta. Or in cotesta genesi
hawi un intimo vincolo per cui V eiFetto è anche causa, e la causa eflFetto; ed
è questa quella tal funzione eduttiva onde la ragione, annodando cause con
cause, e però convertendo il vero col fatto e viceversa, rintraccia il medio
termine, e fa la scienza. Se intanto il conoscere è un atto di sintesi ond'il
vero è forma, predicato, categoria, ma non per anche attributo e però
cognizione, mentre il fatto è materia e parvenza fenomenale; ne segue, esser
davvero una grande scoperta della moderna psicologia quella fatta dal Kant e
legittimata in gran parte dal Rosmini, ma presentita dal nostro filosofo; che,
cioè, pensare sia essenzialmente giudicare.* Che cos' è infatti il giudizio
fuorché il predicato assumente forma evalore d'attributo? Dunque, anziché nel
cogliere il puro vero, o nell'apprendere il puro fatto il giudizio risiede nel
concetto. Ma che è egli mai il concetto salvochè la conversione del vero col
fatto, considerati questi com' elementi essenziali nella sfera dell'intendimento?
Ora, tornando al proposito, comecché il vero e '1 fatto, convertendosi,
generino il concetto e quindi il giudizio, e col giudizio facKant, Orit. de la
Raùon Pure. Log, Tra»cend., BosMiin, Nuo, Sagg, L' atto del conoscere ò m'rtò
di vedere il tutto di eitueheduna omo, e dì vederlo tutto ineieme^ ehi tanto
propriamente tuona intblliobri, e allora veramente ueiam Tintblletto. (Vedi
Lett. al Sotta.) È agevole scorgere, por tutto ciò che abbiamo detto qui e
altrove, quanto in Vico sia chiara Tesigeriza kantiana deirunirà eintetica
detTappereezione, non che quella della percezione intellettiva Rosminiana, e
meglio ancora (per qaèl che diremo), V altra del Sentimento fondamentale. Ma in
grazia del suo criterio, al solito, si può riuscire a schivare il tubbiettiviemo
e il formaliemo dell'uno e delPaltro filosofo adoperando il metodo deduttivo.
cian possibile ad un tempo la coscienza e l'esperienza; nuUamanco, a
somiglianza delle funzioni ond' essi rampollano, restan sempre una dualità, ma
dualità originaria; stantechè non potendo T uno emerger dalP altro, né r altro
dalF uno, debbano coesistere entrambi nella coscienza. Se non che, una dualità
originaria non è forse un assurdo? Senza dubbio, un assurdo. Dunque è
necessaria certa unità iniziale, intima, primigenia, appo cui 1 vero e il fatto
sussistano germinalmente come in grembo ad una sintesi confusa. Alla medesima
conclusione potrebbe giugnere chi pigliasse a guardar Y intero processo logico,
cioè le funzioni teoretiche tanto nel lor movimento, quanto ne' lor risultati.
Percezione, Giudizio e Sillogismo son tre gradi, tre momenti, tre forme
distinte d'una medesima funzione eh' è la Mente.^ Nella percezione la Mente si
manifesta come unità immediata appo cui oggetto e soggetto sian tuttora
confasi. Nel giudizio, invece, predomina l'analisi, la differenza; perchè i
termini standovi fra loro di fronte l'un r altro e quasi irresoluti, avviene
che la mente debbasi palesare come dualità. Ma poiché il giudizio importa
necessariamente un ritorno sopra sé stesso, e questo ritomo appunto costituisce
il sillogismo; accade che in questo ritomo, nel sillogismo, la mente si palesi
come unità e dualità in atto, come triplicità attuale, come mente spiegai'a. Or
se l’organismo logico e l'ideo-logico son anch'essi un processo non altrimenti
che l'organismo psicologico; se il risultato finale di cotesto processo, la
funzione terminativa di cotest' organismo è • € Tre» mentit operationes:
Pkroiptio, JUDIOIDM, Batiooinatio. Tribua artilM diriguntvr: Topica, Critioa,
Mbthooo. {De AntiquUe.? aavT6)v, Met.). E s'aggira poi attorno alla seconda,
cioè al senso e all' esperienza, perchè dee verificar la prima, cioè dove
inverare il principio, o, eh' è il medesimo, dee convertire il vero col fatto^
il voù; potenziale con l'esperienza. Perciò il voù; attuale è la conversione
per antonomasia, massime quando assuma valore di Ragione, Perciò stesso la
scienza, diciamolo anche una volta, non può essere un magistero deduttivo,
nettampoco un artifizio meramente induttivo. * e Metaphtfatei enim claritat eadem
eat numero ae illa lueÌ9 quam non nin per opaca cogno»eimu». Si enim in
clathratam fenestram qua lucem in aedee tuimittitf intente ac diu intueari»;
deinde in eorpue omnino opacum aciem oculorum eonpertae; non lucem «ed lucida
ckuhra tibi videre videaria. Ad hoc imitar metaphtfeieum verum illustre c«(,
nullo fink ooNOL0Drr(TR, NTTLLA FORMA disorrnitur; quia est infìnitìim omnium
formorum principium: phy9Ìea mtnt opaca, nempe formata et finita in quibu»
metaphyeid veri lumen videmue (De Antiquie) Come si vede, anche in ciò il Vico
non fa che inverare l' Aristotelismo. Che in Aristotele infatti ci sia il
concetto del Noùc potenziale come noi l' intendiamo, e però anziché passivo,
come parrebbe, sia fornito anch' egli d' attività stantechò possieda un oggetto
somigliante alla luce che fa essere in atto i colori, si può vedere dalla
seguente sentenza: xa la mente in potenua d'Aristotele, 2** V ettere ideale di
SERBATI; ma levando 1 difetti che certo non mancano nelle loro dottrine.
Difetto d'Aristotele, come avvertimmo, ò la mente che vien difuora. Difetto del
Bosmini, poi, è V immobilità originarla e la presenza non legittimata del suo
Ente poetibile dinanzi alla mente. Anche per noi la mente vien di fuori; ma
questo di fuori è la natura in generale. È un di fuori nel senso eh' ella serba
intimi vincoli con la natura e col sensibile, e sorge per virtù propria, ma col
mezzo del sensibile. Tal si è l'interpretazione che potremmo dare a questa
celebre frase aristotelica, nò ci mancherebbero testi in proposito per confermarla;
tanto la natura non può essere intelligibile in quant' ò semplice realtà, ma in
quant' è potenza attuosa, conato, processo, divenire. Or in che maniera
potrebb' esser tutte queste cose ove non includesse una legge, un ritmo, una
misura, una forma di moto, un moto ordinato? Che s'ella è per sé stessa
intelligibile in quanto che esplicandosi mostra sé medesima e si fa intendere;
evidentemente non potrebbe fai-si intendere ove non importasse tre condizioni,
ciò è dire un principio, un mezzo, ed un fine. Se dunque la natura è potenza
attuosa e quindi per sé stessa intelligibile, ha da essere
altresì))otenzialmente intelligente. E sarà intelligente attuale ove quelle tre
condizioni siano insieme compenetrate in unità: quando, cioè, il principio sia soggetto,
il fine oggetto, il mezzo relazione. Che cos'è dunque lo spirito nell'atto suo
radicale, nel suo momento originario? È soggetto, oggetto e relazione:
pensante, pensato e pensiero. Però l' intima sua struttura è insieme dualità e
unità, difi'erenza e medesimezza, e quindi, come si disse, triplicità; ma
triplicità sotto forma di sintesi iniziale e confusa. Ne segue perciò che l'
intuito, la mente, il NoJ; potenziale altro non possa essere, per noi, fuorché
il momento istesso in che la natura diventa pensiero; il momento per cui
l'anima attinge forma e sostanza d'intelletto. Ora il primo pensiero non
potrebb' esser triplicità, non potrebb' esser sintesi primitiva, quando non
fosse l’intelligibile divenuto altresì intelligente. Dunque la Mente è la natura
incarnatasi come individuo; l'intuito è l'individuo che, trascendendo sé
medesimo, assume valore di coscienza. più che interpretazione somigliante ne
dettero alcuni aristotelici del Rinascimento, fra cai meritano d* esser
menzionati PORZIO e ZABARELLA come quelli che considoramno la luce
intelligibile quasi di8»eminata tuHle /arme materiali^ e Dio come influente sa
V irUdletto potnbihf non in quanto intéUigente, ma solo in quanto
intelligibile. (Vedi SERBATI, Peieol,, Ddle Sentenze de' FU Rinnooam.) Possiamo
dire perciò che cotesto Noù? potenziale ci renda immagine della testa di Giano.
Con una delle sue facce ccrtesto Giano guarda al processo della sostanza;
guarda alla natura in quanto piglia valore d'individuo: dovechè con l'altra
inaugura, geminandosi, il processo psicologico, del quale son due forme
essenziali il processo sociologico, e il processo storico. Se non che,
lasciando per ora del processo della storia e della sociologia, importa notare
come dalla costituzione primitiva del pensiero, secondochè noi l'abbiamo
designata, emergano, fra le altre, alcune conseguenze risguardanti l'essere
individuale, l'origine e'I fine dell'anima. lUfacciamoci dalla prima. La
triplicità originaria, o, eh' è il medesimo, il secreto vincolo fra oggetto e
soggetto, costituisce la radice prima della individualità, e però il fondamento
cardinale della libera determinazione. Se infatti il N^uc potenziale è due cose
e non una, cioè mente e luce, ne segue che in quant'è niente è soggetto; e come
soggetto non può non esser reale, moltiplioe, diverso, individuale: in quant'è
luce, poi, è oggetto; e come oggetto deve serbar carattere indeterminato,
comune, universale. Ora il concetto di persona risale appunto al connubio di
questi due elementi primitivi. E invero, come mai l' individuo potrebb' esser
individuo se non fosse oggetto, fornito perciò della nota d'universalità? E
come, d'altra parte, potrebb' esser davvero universale ove non fosse nello
stesso tempo un soggetto concreto, vivente, particolare? Il particolare è il fatto;
e al pari del fatto e' sarà vero, quando assuma valore universale, non
ismettendo d'esser particolare. Similmente l'universale è il vero; e al pari
del vero sarà un fatto, quando rivesta, anche come universale, natura di
particolare. La conversione del particolare e del generale non può farsi che
nell'origine stessa del pensiero. Or se tutto ciò è indubitato, come potranno
salvarsi dall'errore più esiziale all'umano consorzio, eh' è l'annuilamento del
vero concetto di persona, tutte quelle diverse famiglie di filosofi che altrove
riducemmo ai due indirizzi estremi dell’Aristotelismo? Gli aristotelici
empirici e naturalisti e positivisti, infatti, distruggon la personalità perchè
negano il Nou; potenziale come diverso dal senso; perchè lo riducono al senso.
Ma la distruggono altred gP iperpsicologisti antichi e moderni, cioè gli
Averroisti e gli Hegeliani: i primi perchè separando i due elementi credono il
soggetto abbia a partecipare deir oggetto posto fuori e sopra dell'individuo; i
secondi perchè fanno assorbir l'individuo entro a quell'oceano immobile e
sconfinato, ch'essi addimandano Spirito Universale. La quale affinità di
risultati non avrebbe a recar meraviglia, chiunque sappia come la dottrina
dell'in^eZZ^^ agente, e l'altra non meno speciosa dello Spirito Vniversàlej
rappresentino, sotto forme diverse di speculazione, l’iper-psicologismo
aristotelico. Da questa prima conseguenza poi nasce una seconda di massimo
rilievo. Posto il Noù; potenziale non già come passivo, anzi come fornito
originariamente d'attività spontanea in quanto che nella sua nativa
indeterminatezza è pur determinato da un oggetto; si riesce a schivare così
quell'errore supremo a cui rompono, per vie diverse, i suddetti filosofi
seguaci de' due opposti indirizzi aristotelici, e che riflette i destini
dell'anima e dell'umana personalità. Se infatti nella mente, nel NoJc
potenziale risiede la ragione della individualità e quindi la radice prima
della personalità, ne segue che lo spirito, essendo coscienza originaria e
quindi soggetto superiore all'organismo, non può, tuttoché sgorgato
dall'organismo, finire così come finisce la funzione organica. Se l'organismo,
come dicemmo, è numero che diventa unità, o meglio, unione d'indole dinamica, è
chiaro com'ei non possa altrimenti finire, salvo che disgregandosi e
trasformandosi. Il suo fine è semplice ritomo; è ritomo propriamente detto: il
suo progresso è regresso nel significato di monotono rifacimento. Per contrario
lo spìrito è unità e numero sin dal momento ìstesso eh' egli è pensiero. Dunque
non può altrimenti finire fuorché attuandosi vie piii e compiendosi come
individuo, come coscienza, anziché annullandosi come tale per vivere in grembo
all' universale d' una vita che non é vita. Il suo finire non significa
ritornare, ma persistere. 11 suo progredire non è regredire, ma incessante
determinarsi. Non è insomma un monotono rifarsi, un ripetersi come la specie: é
uà perpetuo farsi: un perpetuo rinnovellarsi dell' individuo in sé, e per sé
medesimo. Che sia così, ce ne fa capaci l’essenza stessa del finito, delle
forze, della natura. Perché, davvero, se la natura é conato essenziale, non
verrebbe evidentemente a contraddire a sé medesima ov' ella non superasse il
senso e, trascendendo il fantasma, non se ne distaccasse rendendosene indipendente?^
* A questa maniera di prora intende accennare Platone dove afferma che r
immortalità non è nò un eato di cui saremmo felici ore ci toccasse, nò una
aperanM della quale è pur bollo lusio^^are noi medesimi: x3c).oV 7a/9 o'
xtv'Tuvoc, X3tì jr^vj rà roiavra tò^mp ffTroé^scv eaurù. {Fed.^ ed. Stallbanm)
Che se altri ci chiedesse notizia su la pecnliàr forma della nostra esistenza
sovramondana e sul modo con che il NoJ; attuale sarà unito coll’assoluto, noi
risponderemmo francamente di non ne saper nulla. WpoaithOfW razionalmente
poA/etVo, in siffatta quistione in che consiste? Consiste in ciò; che il Noù;
attuale, in quanto pienezza di coscienza e di personalità, finisco di necessità
neir Assoluto, cioò finisce col non finire; e quindi il soggetto j>of«»ùifmeiUe
tn/ìntro, qual si è appunto lo spirito, non può finire come finiscon gli altri
soggetti finiti, i quali finiscono appunto perchò non sono propriamente
aoggeui. Orda cotesto pentivo si dipartono tanto coloro che nella soluzione di
siffatto problema ci vogliono dar troppo, quanto quegli altri che finiscono col
non darci nulla addirittura. Escon dal positivo razionale o fecondo, per cadere
nel dommatico tradizionale, i Teologistt col loro inferno, paradiso,
purgatorio, eternità delle pene, e che so io. Escon parimenti da questo
positivo, per cadere neira priorinno dommatico e sistematico e nel Nullismo,
gli Hegeliani con la teoria dell* individuo accidentef fenomenico e
pataeggiero, £d escono finalmente dal positivo gli stessi Positivisti per
cadere nel negativo, sia che dicano col Littré esser davvero impossibile
indovinar nulla intomo a siffatto problema, sia che affehnìno col Feuerback di
saperne ogni cosa quando sia risoluto co* principii dello schietto
materialismo. 31a sopra questo tema ci rifaremo altrove. Qui ci basti d'aver
accennato ad una maniera non troppo usata di provare la immanenza necessaria
della personalità come coscienza individuale. Questo quant'al destino
dell'anima umana. Che cosa potrà dir la filosofia positiva nuant' all' origine
sua? Tutto nell'ordine psicologico move dal senso; ma nulla non può nascere per
ragion del senso. Se lo spirito è essenzialmente pensare e giudicare, e quindi,
come s' è detto, luce metafisica, intuito, mente e però triplicità; ne
conseguita ch'ei nasce a sé stesso, ch'ei genera sé stesso come pensiero. Ecco
il vero significato dell'innatismo, dell'idee innate, dell' innate facoltà.
Questa conclusione, circa l' origine psicologica, contraddice, al solito, tanto
al Materialismo che non sa elevarsi più oltre delle pure leggi meccaniche,
quanto a quell'astratto e nebuloso Spiritualismo che, incapace di scendere nel
regno de' fatti, non sa penetrare nell' esperienza, ed alimentarsene. Però la
filosofia positiva, nel problema su l' origine del soggetto psicologico, non
vuole, non può accettare il principio della trasformazione della materia come
pretendon gli aristotelici empirici rappresentati oggidì dagli Hegeliani di
parte sinistra; e non può del pari accettare il principio (pur ridotto a forma
squisitamente razionale e metafisica) d'una creazione estrinseca, immediata,
superiore, secondoché stimano, il tomista, il teologist^, l' averroista, il
neoplatonico, r ontologista. Dottrine ipotetiche entrambe, elle non sanno
reggere al martello della critica. La prima riesce insufficiente a spiegare il
fatto del penciero: la seconda torna inutile a legittimarne la natura. Tra il
senso e l’intelligenza ci ha intimo nesso ; ma ci ha da essere pure
indipendenza e diversità. Anche qui si verifica ciò che ha luogo attraverso a
tutti i differenti gradi della scala de' sommi generi cui si riducon le forze
di natura: si verifica, vo'dire, quella doppia legge che altrove appellammo
della continuità ideale^ o degl' intervalli reali, Havvi continuità perchè,
posto il senso, posta la natura, è possibile, anzi è necessario l'intelletto:
si che può dirsi che dall'uno scaturisca l'altro. Ma ci è pure intervalli,
perocché se l'intelletto germina dal senso, o meglio nel senso, non per questo
potrà esser lecito confonderlo col senso. Ci spiegheremo brevemente. Dicemmo
come l'esigenza massima, il principio che qualifica l’Aristotelismo sia quello
che si riferisce alla relazione tra la potenza e Tatto. Gli Aristotelici
empirici (per esempio gli Hegeliani di parte sinistra), ci dicon che la potenza
diventa atto; e, applicando siffatto pnncipio alla psicologia col fine di
determinare l' attinenza fra l'anima e '1 corpo, affermano che l'anima debba
rampollare dal corpo in forza della leggQ del diventare. Che cos' è per essi il
diventare? È il to 7$ vo? tolto in significato al tutto empìrico e
sperimentale; il quale perciò vuol dire trasformazione, generazione,
ripetizione e quindi passaggio incessante (attraverso infinito numero di forme)
d'un soggetto identico, d'un fondamento universale ma concreto e sensato, qual
è appunto la Materia.^ Gli Aristotelici iperpsicologisti poi (fra' quali sono
d'annoverarsi gli Hegeliani di destra), ci dicono an' È questa la teorica
propugnata, come altrove toccammo, da* moderni Materialisti tedeschi. Essa,
com' è noto, è rappresentata dal Feuerbach, è divulgata e sostenuta con
incredìbile superficialità dal Di' BUchner (Foror ei Matth-e, trad. Gamper,
Leipzig Science et Nature etc trad. Delandre, Paris), ed è applicata dal
Moleschott alle scienze fisiologiche. Ho appellato Arùtoteliei empirici questi
moderni materialisti usciti dal fianco sinistro doirHegelianismo, perchè
davvero considerati st>orlcamente e* non fanno che svolgere l’indirizzo
naturale deirAristotelismo. Bel qual fatto hanno coscienza essi medesimi,
segnatamente il Moleschott, il più ingegnoso fra tutti, quando afferma che
Vunion de laphilosophie et de la acience ne e^eH rialieée qu'une foie don»
ArÌ9tote, {La Oirculation de la Vie, Paris) Ora s'intende agevolmente comò pel
Moleschott questo connubio della Filosofia con la Scienza nella mente dello
Staglrita si compiesse tutto a scapito della metafisica. Aristotele, egli dice,
è conoscitore delle .opere d* arte, degli uomini e degli animali [Ibi).
Evidentemente il dotto fisiologo riconosce in Aristotele l'autore d'una
Rettorica, d' una Storia degli animali, e degli otto libri su la Politica. Ma
perchè dimenticar r autore della Ptieologia, della iSi'HoywKca, dell' £Wea e
segnatamente della Metafisica t Non è vero dunque che l’Aristotelismo de'
Positivisti, do' Materialisti e degli Hegeliani di sinistra è addirittura
falso, erroneo, mutilato storicamente o teoreticamente V ch'essi che ìsl
potenza diventa atto; ma il loro diventai^e, anziché grossolana ed empirica
trasformazione, è, per cosi dire, un' addizione ideale, cioè posizione e
contrapposizione, determinazione, individuazione progressiva, ma d' un soggetto
unico, universale, intimo, trascendente, assoluto, eh' è appunto l' Idea.^ Ora
il soggetto del diventare, tanto per l'empirismo quanto per l'iperpsicologismo
aristotelico, cioè tanto per la sinistra quanto per la destra hegeliana, è
sempre uno, sempre identico a sé stesso, chiamisi Idea, chiamisi Materia. Ecco
dunque la ragione per cui ne' risultati, massime nella soluzione del problema
psicologico, le due scuole s' accordano a meraviglia. Di fatto, l'anima per gli
uni na^e dalla materia, è materia, e finisce nella materia: per gli altri nasce
in virtù dell' idea, è l' idea, e finisce nell'Idea. Qual è dunque il fine
supremo dell'anima? Non altro che un ritomo, un estinguersi nell' Idea, o nella
Materia: ecco tutto. L'intima parentela tra il Positivismo e l’Hegelianismo non
potrebb' esser più evidente I Seguaci dell' indirizzo medio dell'
Aristotelismo, a noi pare che l' interpretazione legittima della sentenza
aristotelica in discorso non sia questa, che cioè la potenza diventi atto; ma
quest' altra, che la potenza passi ad essere atto. Se non fosse così, tutto
affogherebbe sotto il pesante domma dell'identità assoluta, né vi sarebbe
differenza di contenuto fra le cose in generale, e nemmanco fra il senso e
l'intelletto in particolare. Or se questo fosse, anziché progresso avremmo
processo; e ' La materia e la forma, la pot&Ma e V atto, la forma e il
contenuto, non ooetitHÌacono altro che due momenti deWIdea, (Hbgsl, Log., Vedi
anche neir Introd. di VERA) L’Idea perciò s’occulta eeaenxialmenu in entrambo i
momenti; con questo semplice divario, che nell* atto essa è piìi determinata,
più individuata, più enudeata (direbbe con parola significantissima Vittorio.
Imbriaui) di quel che non sia nella materia e nella potenza. Dunque, io
concludo, la difTerenia non istà nel quali, ma nel qoaktvm; e perciò diventare
non altro Tale, a dir proprio, che traeformanL Ecco il punto di coincidenza de*
due estremi indirizzi aristotelici; ed è pur quello nel quale per logica
necessità debbono consentire (checché se ne dica) la destra e la sinistra
Hegeliana. quindi monotonia, eterno e indefinito cangiamento di forme. Tutto
quindi si ridurrebbe ad un meccanismo materiale, ovvero ad un meccanismo
ideale; e leggo universale del mondo sarebbe o la necessità empirica e
fisiologica, ovvero la necessità dialettica: fatalismo cieco nell' un caso come
nelF altro. Invece l' essenza del processo cosmico per noi, come vedremo, sta
nel canato secondo eh' è inteso dal Vico. Ma come il conato potrebb' esser
conato ove non includesse l' intervallo, la diversità vera, cioè la diversità
di contenuto? Conato è passaggio nello stretto senso della parola (irjìpytx
otTf)>?;); è transito, non trasformazione; eduzione (edu* dio entis ad
a4ium) ma eduzione intrinseca, e quindi conversione del fatto ìid vero, cioè
dire conversione della potenza nell’atto, creazione intima, creazione
spontanea. La potenza dunque recasi ad atto non in quant' è potenza, ma in
quanto cessa d' esser potenza, e passa ad esser atto; cioè in quanVè potenza
feconda. E come potrebb' esser feconda (tò ^warov), ove non fosse privajsfione
(«rrf/jvjTc;)?» Or tutto ciò, come sarebb' egli possibile senza la doppia
condizione della continuità ideale e dell'intervallo reale? Torniamo all'
assunto. L' intelletto nasce dal senso: è vero. Ma forse che nascere vài
risultare? Se così fosse, r intelletto non essendo altro che un risultato,
starebbe rispetto al senso così oomQ precisamente nella storta del chimico sta
un sale rispetto agli elementi onde risulta, cioè all' acido e alla base. Or
questo (chi noi ' Questo è il senso che noi diamo al principio aristotelico
della pn«astone. {Metaph.) Anziché principio negativo^ la pr«ea«ira posto oggimai
nella sua massima evidenza sopratutto da Rosmini. A niuuo è lecito dubitare
della necessità d’una forma oggettiva originaria nella sfera de* fatti
psicologici. Con salde ragioni il Kant ha dimostrato, contr*ogni maniera
d'empirismo psicologico, che lo spirito intanto pensa in quanto giudica; e più
ancora Rosmini ha posto in chiaro che lo spirito giudica appunto perchè è
toggeito e oggetto insiememente. Vedi Nuo. Saggio passim. Rinnowm, Psicologia,
Introd, alla FU.) I difetti della teorica Rosminiana li accenneremo in
quest'altro capitolo. Qui osserviamo che in tale dottrina il filosofo italiano
si ricollega con AQUINO (si veda), e, chi volesse andare più in su, anche con
Alessandro Afrodiséo, e quindi con Aristotele. Nello Stagirita infatti ò chiaro
questo principio: NotjtvÌ ^i in iTÌpcK. do. Ma nemmanco è presupposta al corpo,
come dice lo stesso Platone, 0 piovutagli addosso dal di fuori e dall'alto in
certo mese e in certo momento della vita intrauterina, come affermano tomisti e
teologi, senza dirci ne come né perchè: e tanto meno potrebb* esser venuta
fuora e venir fuora qual risultamento di leggi meccaniche e fisiologiche.
L'anima è creata; o, per dir meglio, l'anima crea sé medesima per una legge
profondamente dinamica che si confonde e compenetra con l' essenza stessa della
natura e del finito. Perciò alla domanda, se fra l'anima e '1 corpo come fra il
sentire e l'intendere oi è salti ed abissi, rispondiamo subito che sì; ma tosto
aggiungiamo, che, a colmare cotesti abissi e varcare cotesti salti, né la
psicologia positiva ha punto bisogno d' invocar l’atto immediato d' un deus ex
machina, né r ideobgia ha mestieri d' un a priori che, dardeggiando all' anima
il raggio dell' intelligibile sovramondano, svegli ed ecciti in essa la virtù
dell' intelletto. Questo, e solamente questo, noi potevamo dire 'quant' alla
genesi e quant' alla teleologia dell' anima umana, puntellandoci unicamente su
la natura dell' atto essenziale, dell' atto radicale onde vuol esser costituito
il pensiero. La psicologia non sarebbe famMndoèi bel bello diventa
miracolosamente intelletto, ignorando cosi o facendo le Tlste d'ignorare gli
studi profondi e le parti accettabili deUa psicologia Rosminiana; sì serva
pure: noi non istaremo a perderci ranno e sapone. Ma non sarà certamente villania
il dover dire di lui con Aristotele: uoeo; yixp f^fw o toiowtoc y, toéoùtoc
'A^ril davvero positiva, non sarebbe razionalmente positiva, quand' ella
presumesse di risolvere diffinitivamente, donimaticamente, sistematicamente
questi due problemi, che non senza ragione Leibnitz appellò terribili. Ella
deve saper contraddire a due estremi opposti e contrari. Da una parte dee
contraddire allo Spiritualismo e al materialismo; dall'altra al positivismo.
Dee contraddire al volgare spiritualista e al materialista, perchè entrambi
pretendono, tuttoché per vie e risultati assai diversi, d'aver risoluto in
maniera invincibile cotesto doppio problema, mentre nel fatto l'un d'essi
disconosce il valore intimo, l'autonomìa dell'anima, e l'altro finisce per
impugnanie perfino l'esistenza. Deve poi contraddire al Positivismo, perchè
questo, al solito, non volendo sapere di siffatti problemi, ne dichiara
impossibile tal soluzione, e quindi inutile il parlarne. Il filosofo seriamente
positivo può fare qualcosa di più che non sappia il Positivista. Ma confessa di
non saper giugnere fin dove, con volo icario e fatale, sanno spingersi
materialisti e spiritualisti, empirici e tradizionalisti, hegeliani di destra
ed hegeliani di sinistra, mistici e ontologisti. I principìi della psicologia
positiva che abbiamo interpretato nell' autore della Sdenza Nuova ci possono
far capaci di determinare siffattamente la genesi e la teleologia dello
spìrito, da chiuder l'adito allo scetticismo e al nullismo. Il che non dovrebb'
esser poco, anzi dovrebb' essere moltissimo, agli occhi almeno di coloro che
modestamente sanno e voglion riconoscere i confini del pensiero umano. Abbiam
visto come la genesi del processo psicologico sia essenzialmente genesi
teleologica. Ella dunque ci vieta d'essere scettici per sistema, ci vieta
d'esser nuUisti circa il sapere metafisico. Se il mondo della natura e quello
dello spirito, come altrove toccammo, sono processo e conversione, stantechè il
primo sia numero che volge ad unità e il secondo unità che, in sé medesima
attuandosi, divien numero; anche l’assoluto, serbando medesimezza di legge, ha
da esser non altro che conversione, processo, mediazione. È dunque possibile
che la mente penetri in qualche maniera nel regno delle realtà metafisiche. Ma
se la legge è comune, sarà pur tale il contenuto? Agli occhi del modesto
indagatore del vero la metafisica è la scienza de' confini. Or questi confini
appunto ignorano tanto i Neoplatonici quanto i Neoaristotelici per opposite
ragioni. Di fatto anche qui, e sopratutto qui, navighiamo fra Scilla e Gariddi:
siamo fra que'due soliti estremi, come si disse, in che travagliasi '1 pensiero
filosofico fino da' tempi in cui sovraneggiarono i due grsmà'' istitutorì déW
uman genere, come il vivente filosofo berlinese non dubita chiamare Platone ed
Aristotele.' Qual è, in generale, l'esigenza e quindi '1 distintivo de'
Platonici e del Neoplatonismo di tutte l'età nell'afifermar l'assoluto? È il
propugnare la conoscenza immediata e primitiva dell' obbietto metafisico,
qualunque ne sia 1' ampiezza, il grado, il valore dell'intùito. Qual è, invece,
l'esigenza degli Aristotelici e del Neoaristotelismo? È il * 1|I0HIL«T, Metaph,
d'ArUL. mantenere la mediatezza del conoscere metafisico, ovvero menomarla cosi
da renderla inefficace, e talora persino affatto negativa.' I metodi de'
Neoplatonici nelP attinger l'assoluto ' In armonia con le idee accennate già
nel Gap. Ili di questo secondo libro sa la storia generalo del pensiero
filosofico, noi togliamo in sig^nificato largo le parole Neo-platonismo e
Neo-aristotelismo. In esse comprendiamo più e differenti scuole di filosoft. E
quindi non sono soltanto filosofi Neoplatonici gli Alestandrini o quelli àeXht
scuola Toscana « od altri simili tra' filosofi cristiani. Filosofo neoplatonico
è chi, pur modificando il Platonismo, ne sorbi, come notammo, due esigenze, di
cui 1’una ò p9Ìeologtea e 1’altra è tnetaJUica. La prima consiste nel porre un*
attinenza primitiTa, e quindi una connessione originaria Tra la mente e
l'obbietto metafisico. Secondo tal criterio, fra* neoplatonici andrebbero
annoverati parecchi filosofi arabeggianti, avvegnaché per ragione isterica ei
risalgano, come toccammo, allo Stagirita. La seconda esigenza poi risiede nel
riguardar le idee siccome entità aottanxialmente eaemplatrici; il che
costituisce davvero il distintivo del Platonismo in generale. Or le diverse
famiglie o varietà di platonici e di neoplatonici possono esser coordinate,
nella storia della filosofia, secondochè queste due posizioni si presentano più
o meno modificate. Per iVeoameoCetùn poi intendiamo qne'filosofi che
contraddicono, in generale, ali* anzidetta esigenza psicologica e metafisica. E
poiché il Platonismo, come dicemmo e come avverte il Barthélemy Saint-Hilaire
{Phif9. d*ÀrÌ9t., Pref.), si riproduco e si trasforma in Aristotele non pure
quanto alla filosofia ma eziandio quanto ad ogni altra sfera di scibile, cosi
noli' Aristotelismo è d’uopo saper rintracciare i germi del triplice indirizzo
speculativo da noi altrove accennato, massime deirindirìzzo mediof nel quale
unicamente è possibile rinvenir la correzione del Platonismo e
dell’Aristotelismo. Ripetiamolo anche qui: tutta la storia del pensiero
filosofico occidentale consiste nelJo svolgimento fecondo e svariatissimo di
questi tre indirizzi; ciò ò dire nella lotta perenne delle due estreme
posizioni, e nel trionfo lento e faticoso, ma immancabile, della posizione
mediana. Se questo è vero, ne segue (almeno per chi serbi alcuna fiducia nel
progresso della ragion filosofica) che se nessun filosofo oggi può dirsi od
essere un puro platonico od un puro aristotelico, tutti invece dobbiamo essere
e dirci neoplatonici, o neoarìstotelici, ovvero seguaci del terzo indirizzo; il
quale, sia storicamente, sia teoricamente, vien fuora tostochè sian dati i due
primi. Noi non possiamo intrattenerci sopra questa materia e corredar di prove
isteriche tale assunto, essondo ben altro il compito del nostro lavoro. Ma
riteniamo per sicuro che una storia particolare 0 generale della nostra
scienza, la quale non sia condotta con silEatti criteri, altro alla fin fine
non potrà esser che un lavoro d* intarsio, come tanti se ne vedono, ovvero un
arbitrio sistematico, dommatico e fftntastico dairnn capo ali* altro. (Vedi
tutto ciò che abbiamo discorso a tal proposito ( potranno differir nella forma
più o manoo arbitraria con che ci è data la dottrina delP immediatezza. Ma
tutti ci palesan lo stesso difetto: l'esser dommatici, Tesser sistematici;
poiché tutti trascendon T esigenza d'un positivo e fecondo psicologismo. L'
esagerazione di cotesto indirizzo è rappresentato da chi presume conseguir la
notizia dell' assoluto con la ragione, ma con la ragione che si lasci guidar
dalla fede, e sorreggere dal sentimento. Con siffatta maniera di speculazione
noi non ci abbiamo che vedere. Essa ci rappresenta quella posizione metafisica
che altrove appellammo DommcUismo empirico. Dobbiamo dunque rifiutarla. E
dobbiamo rifiutarla, sia perchè in sostanza ella riesce a negar la speculazione
trascendente, ùa perchè s'oppone alle condizioni più elementari della scienza
Le altre forme di Neoplatonismo afferman l'immediatezza dell' oggetto
metafisico ponendo l' intùito, ma l' intùito che legittima sé stesso in quanto
che, assumendo virtù riflessa, diventa ragione. Secondo tale indirizzo appunto
è venuta svolgendosi la speculazione italiana nel moderno periodo della nostra
filosofia. Talché noi dovendo, come richiede l'indole stessa del nostro lavoro,
tener conto non pur della ragion teoretica, ma eziandio della ragione isterica,
verremo accennando alla dottrina di Rosmini, Gioberti e Mamiani, che ne sono i
più legittimi rappresentanti. Rifacciamoci dal primo come quegli che per ragion
cronologica e per valore di speculazione va innanzi a tutti. A SERBATI s' é
voluto dar titolo d' idealista piatonico. * Con egual ragione altri potrebbe
dargli titolo di realista aristotelico. Il Roveretano corregge davvero il
neoplatonismo nella ricerca psicologica; ma v' è un punto vitale nel quale,
come si vedrà, ei si palesa più che ne* È un titolo in gran parte sbagliato.
Quelle eh' ei dice propriamente idee per lui sono eeemplari delV eetenxa
inteUigibiUf non' già eeemplatrici per «è medeeime, {ArieU E«p. ed eeam,,
Pref.) Come dunque ò idealista platonico ? platonico. Con ingegno potentemente
analitico, temprata alla severa speculazione d' Aristotele e dell’Aquinate egli
ha dimostrato ciò che in modo assai vago eran venuti affermando gli
aristotelici su la necessità d^ una forma oggettiva nella mente. Ma egli non si
contenta dell'essere in quanto essere: lo dichiara altresì immobile,
immutabile, obbiettivo, inalterabile, se^nplice, uno, immescibile, infinito^
necessario, insussistente, ideale} Ecco il puntello ond' egli s' augura di
spiccare il volo inverso ali Assoluto. Ma innanzi tutto guardiamo tale dottrina
sotto il rispetto psicologico eh' è appuntò il tema precipuo del presente
capitolo. Col porre l'Essere come oggetto primitivo della mente, e col
dichiararlo fornito del carattere d' universalità, il Rosmini taglia i nervi,
come dicemmo, ad ogni maniera di sensismo, e nel medesimo tempo corregge il
Criticismo: lo corregge non già mondandolo (com' ei si vanta) della magagna
della subbiettività di cui non sa neppur liberare sé medesimo, bensì
dimostrando quant* inutile fardello sia quella moltitudine di categorie originarie
ond' il Kantismo si distingue fra' moderni sistemi di filosofia. Ecco ciò che
forma l'onore della psicologia rosminiana. * Ma qual è il suo difetto? È il non
aver indagato fino alla più fonda radice quel eh' egli stesso appella il
minimum della cognizione; e quindi l'aver fatto pesare su l'obbietto originario
un ingombro di note e d'attributi cotanto copioso, da fargli smarrire affatto
il carattere dell' originarietà. E, davvero, cotest' oggetto è egli ideale?
Dunque è già beli' e determinato. Ór come un obbietto determinato potrà
esercitare fun-[PAGANINI mostra 1’affinità fra SERBATI od AQUINO quant'alla
teorica del lume intellettivo. {Sagg. 9opra «an Tomm, éC Aquino e t7 Roeminif
Pisa) Vedi Rinnovam. Ptieologia, Nuo. Sagg. SPAVENTA ha pasto in sodo questo
gran merito del filosofo italiano di fronte al Criticismo nel prezioso opuscolo
altrove citato so la ' FUo9ofia di Kant e la tua relazione con la FUotoJia
Italiana, Torino. 2Ìoni di Primo psicologico? Non verremmo cosi a turbare e
confonder l'ordine primitivo della conoscenza col riflesso? Dunque Y essere
ideale nell'organismo della psiche, anziché Primo psicologico, sarà il Primo
logico. Quanto poi air attributo della infinità, egli ha ragione dove aflerma
con san Tommaso, la natura del soggetto dover partecipare a quella
dell'oggetto: e quindi se a questo appartiene il carattere della infinità, non
si vede perchè non debba appartenere anche a quello. Or s' egli è cosi, è
dunque infinito il pensiero? Lasciamo agli hegehani cotesta innocua pretensione
finché non ce n' abbiau dato valide e serie dimostrazioni." Se, inoltre,
cotal forma innata è immobile, immutabile, immescibUe e inalteràbile, perciò
non le sarà dato moversi di per sé stessa. Ella si move bensì, ella diventa, ma
in virtù d' una determinazione, in forza d' un' oppliccunone. Chi recherà ad
atto cotest' applicazione? La [SPAVENTA ha ragione: « V errore di SERBATI non ì
il fare ddV eteere come eeeere il primo eeientijico o logico, ma di fame jil
primo peiedogieo: non U primo pensabile, ma il primo eonoeeibUe, » (Le prime
categorie della Log, di Hegel, negli Aui dtUa B, Accad, di Nap.) SERBATI stesso
prevede questa grave difficoltà, e tenta rispondere in più modi riparando al
solito arsenale delle distinzioni; ma questa volta con assai poca fortuna.
{Peieologia) In altre opere, e anche nel Nuo, Sag., avea chiamato infinito il
pensiero, non però eotto tuui gli aepeUi. Ma un inAnito di cotesta foggia chi
vorrà accettarlo? La creduta infinità dell* oggetto primitivo non ò infinità,
ma indeterminatezza, E di fatto la nota epeeijicante della Ittee metaJUiea^
secondo la sentenza di VICO (si veda) altrove riferita è appunto la
indeterminatezza, la potenzialità, ma la potenzialità non vuota e subbiettiva
de’ AQUINISTI AQUINO e de* Peripatetici, bensì piena, feconda, oggettiva,
essendo nella sua essenza un eonato. Or se questo ò il carattere dell* oggetto,
e se la natura del soggetto ha da rispondere a quella della sua forma, ne
seguita che alreggette indeterminato dee far riscontro una facoltà d*indol6 somigliante.
Ma che cos*ò un pensiero indeterminato nel suo oggetto salvo che un essere
potenzialmente infinito, un subbietto che tendit ad infinitum, come lo deRnisce
lo stesso VICO? Dunque 1* indeterminatezza è il carattere precipuo della luce
metafieiea, tuttoché in so stessa ella sia determinata In quanto che non cessa,
ripetiamo, d’essere un oggetto; mentre che la potenzialità feconda è il
carattere del pensiero inteso come soggetto. S. 2Ì ragione. Or bene, la ragione
non vi potrebb' essere mossa tranne che da sé stessa, ovvero dal senso. Dal
senso, no; che saremmo sempre impigliati in una forma più 0 meno schietta di
sensismo, dal quale indirizzo il filosofo di Rovereto rifugge ad ogni patto.
Dunque da sé stessa. Ma, si può chiedere: muovesi ella da sé in quant' è
soggetto, ovvero in quant' é oggetto? In quant' è soggetto, no. Un soggetto
spoglio di forma è una pò* tenza vuota; è la pura potentia, la purafaeultas
degli scolastici: e come tale riesce incapace d'esercitar funzione di Primo
psicologico. Movesi dunque siccome oggetto; movesi in quant' è luce
fnetafisica. Or come si potrà movere s' ella é immobile, immutabile,
immescibUe, iikiZterabile? Da ultimo, il difetto che in tale indagine egli ha
comune con parecchi altri aristotelici, e pel quale vuol esser segnalato come
neoplatonico, risguarda l' origine di cotesta forma ideale. Donde mai cotal
luce? Piove dall' alto, 0 piuttosto rampolla dal basso? Non dall'alto, non
dall' assoluto in maniera diretta, egli risponde; nettampoco dal basso, cioè
dall'esperienza. Rosmini qui ha ragione: nessuno, crediamo, vorrà fargliene
carico. Donde e come, dunque, ella viene? ' • Vedi Antropologia. Sistema
FUotofieo, p. 82. ' Bisogna confessare che nel punto più vitale delle sae
dottrine, eh* è Torigine dell* obbietto primitiro della monte, questo filosofo
fu sempre titubante anche ne* suoi lavori postumi. In alcune opere
evidentemente 8* accosta a san Tommaso, dove dice, per esempio, che Tessere
ideale è un cotal raggio ddla divinità, il quale noi tftdremmo in modo ineffabile
identijì earai con etaa quando ci si potesse disvelare la divina e$»enMa.
(Atto. Sagg., vol. II.) Altrove ritiene che la forma intellettiva non ci abbia
che vedere con Dio; e • dove pur ci fosse un* attinenza, difficilmente (egli
sogin»?"®) ci salveremmo dal panteismo. {FU. dd Diritto, voi. II, p. 195.)
E con tutfaO questo el non dubita alTermare, additando la nota scappatoia della
distinzione tra forma reale e forma idecUe, che Dio si comunica al pensiero
idealmeìUe, non già realmente ! Ma che cosa ò mai, e come avviene cotesta
eomunieagione ideale f Che 8*ella è possibile, come, in tal caso, potrete
salvarvi dal panteismo ideale? Il Rosmini parla chiaro (Teoeojia, su la
Partecipazione del divino nella inteUigmza) ove dice che 1* essere iniziale
della mente e 1* estere divino sono addirittura identici. Dunque non v* è
scampo: o egli non riesce a salvarsi dal panteismo, ovvero deve attribuire all'
obbietto della mente la 11 Rosmini crede potere attinger la notizia dell'
assoluto ponendo in opera alcuni espedienti, per esempio il processo d'
dimincunone, d' intcgrcmone e slmili. Ma sopra qual fondamento si basano
cotesti processi? Appunto sul concetto dell'Essere ideale. Da cotesto concetto
egli stima possibile trar gli elementi a comporre quello dell' obbietto
metafisico. Perciò dagli attributi dell' ente ideale vuol concludere a quelli
dell' essere in sé: perciò dal simile vuol procedere al simile. Or cotesto è un
processo senza processo: è un processo apparente, illusorio, perchè dal simile
non si procede al simile, ma si è nel simile. D' altra parte, per isquisiti che
si voglian supporre i metodi eh' egli adopera a tal proposito, mai non avverrà
che gli attributi dell' ente ideale possano porgere quelli del reale. In che
maniera convertir le note d'assolutezza, d'universalità e d'infinità, che son
proprie dell'uno, con quelle dell'altro? E dove e come poi andare a ripescar
l'attributo della realtà? Checché se ne dica, a tale domanda ei non risponde, o
ricasca nel ginepraio delle viete argomentazioni scolastiche. E mentre crede
compiere o correggere il celebrato argomento di sant'Anselmo, non s' accorge il
grand' uomo come restino tuttora incrollabili le gravi difficoltà affacciate
dal Criticismo. Pur non ostante egli reputa negativa l' idea di Dio. Or come
negativa se ci avete saputo disasconder tante peregrinità a questo riguardo? E
s'ella é davvero negativa, non siamo già nel Positivismo? E se non é
assolutamente negativa, perchè non è tale? perché non può esser tale? nota
della realtà alla maniera del Gioberti. In altra opera postuma {Ari9t, Etp, ed
etam,) le titubanze non iscemano; perchò quantunque modifichi in alcune parti
la sua dottrina l’essere nondimeno ^W si prosenta sempre come ideale^ e crede
confermar la propria sentenza con r autorità d'Aristotele. Dalla prima ali*
ultima opera del Rosmini, dunque, il problema su la conoscenza s’aggira sempre
nelP equivoco tra il Primo pticologieo 6 il Primo logico; ne qnindi crediamo
che l’Idealismo Rosminiano siasi di mano in mano accostato air Ontologismo del
Gioberti, come pensa il eh. FERRI (Est. tur VHist. de la Phil. en Italie) La
guisa ond^ il Boveretano crede poter penetrare nel mondo metafisico non
sarebbe, a parlar proprio, un processo, una mediazione. Nessuna conversione
sarà mai possibile fra due termini simili appunto perchè fra questi, ripetiamo,
non è possibile un intervallo. £ dato ci sia cotesto intervallo, è poi
necessaria una continuità ideale; la quale, unzichè per comunicazione dell'
oggetto, com’egli pensa, avviene per eduzione per parte del soggetto. Né è
maraviglia eh' ei non abbia visto tali necessità, chiunque pensi come la
filosofia di SERBATI partecipa a quel difetto che, come altrove notammo, è il
verme pia micidiale che roda il kantismo. Tutto in lui sembra immobile, freddo,
sterile come il suo ente ideale. Psicologia, ideologia, cosmologia, storia,
diritto, politica e religione, nel loro insieme, paion quasi altrettanti
organi, anziché un organismo, perocché uiun soffio vitale imprima forza e
movimento a tutte queste membra. A lui, in somma, fa difetto l’esigenza del
processo. Eppure air A. del Nuovo Saggio non sarebbe mancato il fondamento
positivo sopra cui avrebbe potuto innalzar r edifizio della psicologia, e
apparecchiare cori la soluzione d'alcuni problemi cosmologici. Avrebbe avuto
una gran chiave nella sua teorica sai Sentimento fondametìicde, intomo a cui
nessuno, dopo Aristotele, ha saputo discorrere con eguale acume e accuratezza,
come saggiamente osserva il Ferri.^ Ma neanche in questo ei potè pervenire a
disascondere quel secreto vincolo che in seno all'unità primigenia del Noù;
potenziale annoda [Però Gioberti non a torto rassomigliò ad uno ttaUauUe il
sistema Rosminiano. La forma stessa del suo iugesrno mostra cotal difetto. Kcco
perchè non gli fa dato cogliere, come accennammo il valore del metodo Tichiano.
Ecco perchè altra lllosoila della storia agli occhi suoi non dovrebb* esser
possìbile, fuorché quella d* Agostino, del Bossuet, dello Schlegel, del De
Maistre. Non altro concetto sociologico, salro che quello della società divina
naitirale. Non altra cosmologia che quella del Tomismo. Non altra fisiologia e
patologia, tranne che quella de* Tocchi vitalisti. . la visione ideale, la
percezione empirica, nonché il sentimento fondamentale.' I difetti del Rosmini
prese a correggere GIOBERTI; ma die neir esagerazione. In maniera invitta egli
mostrò la fallacia della posizione dell' ente ideale, ma cadde nell’arbitrario
anche lui quando ingolfossi nel mare magno del suo intùito. Se infatti havvi
dottrina psicologica la quale più spiccatamente contraddica al criterio della
conversione, e quindi all' esigenza metodica aristotelica della Sdema Nuova, è
appunto quella del Neoplatonismo che con entusiasmo senza pari, con ingegno
mirabile e con vena fecondissma di speculazione egli prese ad innovare fra noi
con anima ITALICAMENTE generosa. A nessun italo oggi potrebb’esser lecito
disconoscere i grandi meriti del filosofo subalpino: a nessuno i benefizi
grandissimi che in età assai triste sepp' egli operar nella mente e nell'animo
di tutti con le sue scritture. ' fi noto come per SERBATI sia U tentimeruo
intimo e perfettamente uno che uniece la eeneitività e V intelletto. {Nuov.
Sagg. ; Ariet.). Ma in che maniera poi accordare questa sentenza con
quell’altra ove dice, la ragione eeeer quella che unieee il eentibile e V
intelligibile f {Pncologia). L* anità de* due elementi qui sarebbe posteriore,
mentre sarebbe ante^ riore la dualità, e quindi, come dualità primitiva,
inconcepibile. Il che ci è confermato da lui stesso dove afferma, la vitione
ideale non aver relazione di torta con la percezione empirica, {Antropologiaf
C. VILI). Ora a me pare che il Sentimento fondamentale avrebbe potuto porgrersi
a lui come base d* una dottrina psicologica razionalmente positiva, quando
avesse pigliato a considerarla come unità Iniziale, come sintesi originaria del
doppio elemento della conoscenza: il che non apparisce in alcun luogo delle sue
scritture. Che cos*è, infatti, il Sentimento fondamentale f te V atto onde V
anima vivifica il corpo, {Antropohf.), Or bene, checché se ne possa dire,
cotesta evidentemente è psicologia neoplatonica, e però tutt' altro che
positiva. Invece per noi il Senso fondamentale ha natura di conato, e quindi
rappresenta, anzi incarna il momento in che la vita, la ^uvauc; biologica,
superando so medesima, passa ad assumere anche valore di pensiero. In altre
parole: l'anima pel Rosmini è energia primordiale, ò una originariamente (Ibi,
e. IX); ma è una come anima, non già come anima e corpo, come vita e pensiero.
E con questo difetto, eh egli ha comune co' platonici e con sant'Agostino come
v^emmo, contraddice evidentemente all'indirizzo medio arittoulico secondochè
noi lo intendiamo. Ma chi è oggimai che vorrà propugnare sul serio la sua
teorica psicologica tuttoché sia da accogliere e svolgere non pochi principii
della sua Protologia? ^ Fra le molte e gravi obbiezioni mosse contro V
ontologismo giobertiano, noi ci restringeremo a ripetere quella semplicissima
affacciata poco fa contro il Rosmini, e che con assai più ragione s' attaglia a
GIOBERTI. Come oggetto primitivo del pensiero, la formula dell' Etite creante è
un oggetto determinato, sia che si tolga a considerar la natura de' suoi
membri, sia che la specie di relazione che li rannoda in organismo. In che
maniera dunque può essere inizio, principio della genesi psicologica? Anziché
il minimum del pensabile, qui s' avrebbe il maximum del conoscibile. Or s' egli
é così, la scienza, io chiedo, sarà ella generazione, conversione, eduzione, o
non più veramente copia, imitazione, ritratto d' un vero che non ci appartiene?
La posizione dell'Intuito giobertiano è dunque arbitraria, ipotetica,
oscurissima, come primo d'ogn' altri ebbe a mostrare lo stesso SERBATI. Perciò
la formula non può essere riguardata, secondochè pretendon gli ontologisti,
come sorgente d' ogni scienza, criterio d' ogni scibile, fondamento d' ogni
dimostrazione, come Primo ed Ultimo del pensiero. Il Nov; degl’ontologisti
italiani è la vecchia dottrina dell' Intelleito agente^ ma passata attraversò
la scolastica, e ricorretta dal pensiero filosofico cristiano. È r
IntelligibiHtà, la VerUà di sant'Agostino, ma determinata, concreta, reale. È
la Reminiscenza platonica, ma fatta viva, presente, parlante al pensiero. Egli
dun* Ved. il nostro opusc. Introduzione allo ttttdio delle acìenxe naturali e
ttoriche, Firenze, Celiini, Ved. GIOBERTI e il Panteismo, Lucca. Dopo il
GIOBERTI di SPAVENTA è impossibile difendere l’intuito del filosofo di Torino:
se ne persuadano gli ontologisti. Noi accettiamo la sua critica: ma chi ?orrà
accettar le conseguenze eh «i ne trae, o la relazioni eh' egli pone fra Io
Ctisiologismo, in generale, o l’Idealismo assoluto? Anche qnant*al concetto
creativo della /Vo(o/o^ fra Tuno e r altro sbtema, come avvertimmo, corre un
abisso. ' « que è r esagerazione del Platonismo. È un iperpsicologismo avente
il suo primo puntello nel catechismo, né può quindi essere accettata dalla
ragion filosofica positiva.* Sennonché gli ontologisti si fan forti, come
accennammo, della celebre sentenza vichiana su la rispondenza fra r ordine
logico e Y ordine ontologico." Il nostro filosofo non parla d' ordine
logico e ontologico, ma sì d' un Primo logico, e d' un Primo Vero Me[Qui
abbiamo inteso accenDare alla dottrina deir Intuito come ci è data nelle prime
opere di GIOBERTI. Ognuno sa che nelle scritture pòstnme egli Tiene talora a
modificarla sì che s* accosta a SERBATI, o meglio, ad AQUINO. Per esempio,
dice: {De Univ, Jur. Da questo lemma è agevole argomentare che Dio è Primo, sia
che tu lo consideri come essente, sia che come conoscente. Qui non v* ha luogo
ad interpretazioni. Ma vi è il lemma VII che dice: Itaque Primum Verum
Methaphysieum et Primum Verum Lo ' gicum, unum idemque esse. Qui la critica
interpretativa è necessaria, perchè qui la contraddizione con l' insieme delle
altre sue dottrine è pur troppo evidente. Se la rispondenza cai allude il
nostro fosse da interpretarsi come pretendono ontologisti e nooplatonici, olla
contraddirebbe alla dottrina del conoscere e del metodo; la quale in siffatte
ambiguità dee prevalere nel pensiero del critico, come quella che costituisce
propriamente l’originalità di VICO. Se dunque in forza del suo criterio la
scienza debb’esser frutto d’uno s?olgimonto riflesso e di ricerca e di critica
essenzialmente eduttiva, parmi evidente come il rapporto fra r ordine delle
cose e quello delle idee, anziché di corrispondenza originaria e di
parallelismo primitivo, abbia da essere invece di rispondenza derivata, e di
parallelismo riflesso. In una parola: cotesto parallelismo,cotesta equazione,
non è un principio, è un risultato. Nel che 11 fliosofo di Napoli, com* era da
sospettare, interpreta ed invera il beninteso Aristotelismo, perchè è lo stesso
Aristotele quegli che osserva come la radice di tutti gli errori de' Platonici
sia per l'appunto la confusione dell'ordine logico con l'ordine dell'essere, e
però delle causo reali dell'essere, con lo cause formali della scienza: KW ou
TtdvroL o€a tu \6yù» zjporepoiy xaì tVì oÙTc'a vipÓTspx^ {Metaph.). tafisico,
considerandoli entrambi come unum idemque. Siamo dunque nel panteismo? ovvero
in una dottrina neoplatonica? Intendiamoci. Qual debba essere per lui il Primo
psicologico, s' è visto. Or quali han da essere, in armonia con le sue dottrine
psicologiche, il primo logico e '1 Primo ontologico? Il Primo logico sarà, né
vi cape dubbio, un principio mediato, risultante, secondario, cioè posteriore
al Primo psicologico. Se infatti il processo della psiche s' attua ingradandosi
in pili gruppi di facoltà componenti fra loro un organismo; e se il processo
conoscitivo importa una serio di leggi atte a governare le diveree funzioni,
che vuol dire le facoltà stesse avvisate in relazione co' loro prodotti
(rappresentazioni, fantasmi, concetti, nozioni, idee, giudizi ec.); avviene che
come, data una funzione, è già beli' e dato logicamente il suo prodotto e
quinci una serie di leggi che ne regga lo^'svolgimento; così, posto il Primo
psicologico, non potrebbe a verun patto mancare il Primo logico. Ora se il
Primo psicologico è V essere indeterminato, eh' è dire il Nov; potenziale, in
quant' è luce metafisica; quale sarà il Primo logico? Non altro che l’essere
nella sua prima determinazione riflessa: l'essere in quanto ideale; il quale
perciò suppone, sotto il riguardo cronologico, il sensato reale, il fatto;
stantechè il senso, come toccammo, resti incluso nel circolo psicologico.
L'ente ideale adunque è un primo: qui ha ragione SERBATI. Ma è anche un ultimo;
uUimo psicologico, e primo logico. Al qual proposito giova notare che ove il
Roveretano avesse riguardato a questa maniera 1' Ente possibile, non sarebbe
caduto nell'aperta contraddizione di considerar l'essere come ideale^ e come
immobile ad un tempo; stantechè se in quanto è luce metafisica, cioè in quanto
originario ei non può non essere indeterminato, come ideale invece è
mobilissimo, essendo già beli' e determinato, e come tale ci esprime lo stesso
moto della facoltà, la facoltà in quanto è funzione. Quale sarà intanto il
Primum Verum Metaphysicum? Posto il primo logico e quindi '1 processo della logica
e r orditura de' concetti, il lavoro speculativo della mente non può ad altro
pervenire fuorché ad uno di questi due risultati: o air essere indeterminato
riflesso qual è, per esempio, l’indeterminato secondo eh' è posto
dall’Hegelianismo quasi chiave di volta dell'edifìzio dialettico; ovvero all'
essere determinato mercè Tartifizio del metodo compositivo sintetico, d'
integrcurìone; voglio dire, all'essere pieno, all'essere fornito delle note più
eminenti o delle primalità cui sappia poggiare il pensiero speculativo soccorso
dall'esperienza. Ora il Primo vero metafisico al quale accenna Vico non può
esser l' ente indeterminato inteso come luce metafisica, perchè questa, essendo
essenzialmente indeterminata, cioè indeterminata per necessità di natura in quant'è
oggetto primitivo della mente, è quindi un Primo psicologico anrichè
metafisico. Non può esser neanco l' Indeterminato così detto dialettico al
quale, come voglion gli Hegeliani, per un' assclida e subitaifiea astrandone si
levi la mente e vi si estingua, e in grazia di siffatta estinzione scoppi la
prima scintilla dialettica. E non può essere, sia perchè cotesto Indeterminato
contraddirebbe al con* cetto che il Vico ci porge dell'assoluto, sia perchè,
frutto d'un lavoro onninamente astrattivo, manca necessariamente d'ogni
condizione d'obbiettiva e metafisica sussistenza. Se dunque non è l'
indeterminato né come luce metafisica né come posto dall'astrazione, che eoe'
altro sarà fuorché l' ente concepito come determinato nelle sue primalità
essenziali, l’ente trascendente, il Nosse-Velle-Posse infinUum? Sennonché, per
metafisico che sia cotesto essere, ninno vorrà dirlo reale. Donde trarre
siffatta determinazione? Forse da un intuito primigenio? Ipotesi! Dal regno de'
fatti e della ' Il Primo Hegeliano, dice Spaventa, ò queUo che non ha altra
denominanione che di non averne alcuna, {Ddle prime Categ. della Log. di Hegti,
Hbqil, Log., trad. VERA) esperienza? Impresa vana! Dalle viscere dello stesso
pensiero per astrazione assolila e subitanea? Illusione! D' altra parte,
tuttoché entità ideale, non per questo sarà lecito credere che il Primo
metatìsico abbia da essere assolutamente astratto, poiché come determinato,
cioè come concepito e costruito dalla mente, è pur mestieri eh' e' risponda ad
una realtà. Egli dunque è metafisico ma non per questo può cessare d'essere
identico al primo logico. Perchè? Perchè da questo appunto lo trae la virtù
speculativa. Vico dunque ha ragione: il primum verum metaphysicum è unum
idemque col primum logicum, giusto perchè il pensiero vien costruendo l'uno
mediante l'altro. Brevemente: egli è metafisico, perchè ha valore obbiettivo;
ed è poi unum idemque con l' essere logico e però col Primo psicologico, perchè
non è, a dir proprio, una realtà, quantunque per necessità metafisica abbia un
riferimento alla realtà. Ma qui si può chiedere: dunque il Primo metafisico non
sarà egli né assolutamente reale, né assolutamente ideale, né obbiettivo, né
subbiettivo? Precisamente così. Non è l'una cosa né l'altra, ma è r una e l'
altra insieme, stantechè sia potenzialmente infinito. E poiché come infinito
potenziale non è perfetta conversione di sé con sé medesimo, però fugge, quasi
diremmo, sé stesso. EgU è, in somma, un essenzial conato; e come tale non può
non riferirsi necessariamente ad una realtà, e in questo senso possiede natura
metafisica. Dico necessaria tale oggettività, perchè il Primo metafisico,
quando sia determinato dal pensiero speculativo, non è altro che la stessa
triplicità psicologica, ma riguardata nella sua universalità. Che cos'è mai
cotesta triplicità universale? È mentalità in sé, è dialettica in sé, è
oggettività in sé. Ella dunque non può esser considerata nell' individuo, ma
fuori dell' individuo, in un soggetto appo cui le primalità dell' essere si
convertano e compenetrino: il che è davvero impossibile nell' individuo, come
quello che non è il pensiero (voùc) ma la facoltà del pensiero (vouc ^wa^ust)
secondo la sentenza aristotelica. Se il Primo metafisico, inoltre, fosse
indeterminato, non avrebbe alcun opposto, quantunque serbasse distinzione come
oggetto di pensiero. Al contrario éoncepito come determinato, e' tosto diventa
obbiettivo ; e così da Primo vero metafisico assume virtù di Principio
metafisico. Or che cos' è questo principio metafisico? Che cos'è la realtà alla
quale ei si riferisce? È l'Assoluto: ma l'Assoluto che è davvero assoluto, come
appresso mostreremo. ÀR1ST., De An.t li, iv. Cfr. anche la Metaph. Secondo
l'interpretazione che noi qui abbiam dato alla sentenza del Vico 8i può dire
che il Primo Metafisico, essendo il vero in attinenza col realtf sia il fatto,
cioè il fatto del pensiero speculativo, il fatto della scienza che convertesi
col Vero assoluto, il quale, come vedremo, è il primo fatto per eccellenza.
Accade perciò che il Primum Verum Metaphysicum debba riguardarsi come anello di
congiunzione fra la Logica e la Metafisica; ond'ò che fra queste due scienze,
anziché esserci quella mediazione Hegeliana la quale in sostanza ò una
compenetrazione assoluta, ci è invece conversione; e la conversione esprime non
già identità nella difTerenza, ma identità e insieme differenza. Vi è, in altro
parole, medesimezza di legge, di forma, e qnìndi continuità ideale; ma ci è
pure differenza, differenza essenziale, differenza di contenuto, e però
intervallo retde. Ecco perchè il Vico, svecchiando un principio aristotelico,
afferma: « Qìullo eh* è metafisico in quanto contempla le co»e per tutti i
generi delV eteere, la steesa è la logica in qwanto considera le cose jìer
tutti i generi di eignificarle. Questa relazione fra la Logica e la Metafisica
fu dal nostro filosofo incarnata sotto forma simbolica nella IHpiniura ; e
nell' Introduzione alla Scienza Nuova la venne determinando nel concetto del
M(»ndo DILLE Menti r di Dio. Menti pensiero spirito, e perciò Psicologìa Logica
e Ideologia, come vedemmo, formano tutt*un processo. Un processo ha da essere
anche l’Assoluto. Ma le Menti e Dio formano anch' essi un processo, un
organismo, un Mondo: in quanto che fra que'duo termini ci ha da essere
conversione. Questo tutto organico lo dicemmo proceeto ideale per parte del
primo termine, cioè delle Menti, nel senso che ha da essere mediazione
razionale, conoscitiva. Perciò Primo vero metafineo e Principio metafinco.
Logica e Metafisica, Menti e Dio, compongono un Mondo; un Mondo superiore a
quello della Natura nonché a quello dello Spirito, inteso questo come sviluppo
isterico, come storia che è Vita Humani Qeneri, Dal tutt' insieme quindi si
vede come il suo Primo Vero metafisico non sia nient' affatto una vuotaggine, un’entità
formale e puramente astratta. È la sua luce metafieica^ non già indeterminata,
anzi determinata mediante sé stessa; determinata mediante il processo eduttlTO.
È il risultato estremo del Noùc attuale e Veniamo al vivente rappresentante del
Neoplatonismo in ITALIA. L'illustre ROVERE ha visto la necessità d'imprimere
novella forma e rigor logico alla dottrina platonica della conoscenza,
modificando la teorica di GIOBERTI, e correggendo quella del Rosmim'. A
spiegare perciò l'elemento universale del pensiero ei si raccomanda alla solita
àncora di salvezza, l'Intuito del l'Assoluto, ma con l’interposmone delle idee;
le quali per lui somiglierebbero quasi ad altrettanti spiragli ond'alla mente
lampeggia la Divinità. Tutto ciò, del resto, non toglie eh' egli abbia da
ammettere doppio ordin di conoscenze, percezioni e intellezioni, assai diverse
fra loro e pur fra loro collegate per via di rappresentansia. Ma non potendo
intrattenerci a riassumer le ragioni sopra cui si regge cotal dottrina, ci
ristringiamo a far poche osservazioni guardandola segnatamente sotto l'aspetto
psicologico. Due ne sembrano i difetti principali: l’nvocare l'intuito
dell'Assoluto nello spiegar l'elemento universale della conoscenza; 2** non
dimostrare per che mai ragioni l' ordine delle percezioni abbia a rispondere a
quello delle intellezioni. Se ne l'intellezione, come vuole il Mamiani, può
rampollare in modo alcuno dalla percezione, uè questa ci ha che vedere con
quella tuttoché entrambe devano esser congiunte in armonia; la dottrina
psicologica del rifleASo; epilogo della scienza psicolo^^ica, e però Defìnwione
e Principio della Metafisica. Or la luce in quant’è oggetto del Noù; potenziale
no! la dicemmo metafitioa perchè, quantunque superiore al sensOf è nondimeno
po9ta da natura, ò originaria, e quindi essenzialmente obbiettiva. La
conclusione dunque parmi chiara: Primo pticologico, Primo logico' e Primo vero
metaJUioo non sono tre entità ruote e formali, giuochetti d'astrazione,
indovinelli da algthritiij come direbbe lo stesso Vico, ma sono tre anelli
d’una medesima catena, tre momenti dinamici d* una medesima energia
essenzialmente obbiettiva. Questa (per concludere contro i Neoplatonici
ontologisti) parmi V interpretazione più acconcia del rapportoche il filosofo
di Napoli pone fra il /Vìnto logico e’1 Primo vero metafisico, e quindi fra
l’ordine logico e l’ordine ontologico. Ogn' altra non riescirebbe a salvarlo
dalle contraddizioni col proprio metodo, e tanto meno poi dalle incongruenze
con la ragion filosofica positiva. Pesarese parrebbe, come ad altri è parsa,
una specie d'alcliimia. Per quanto diverse, le percezioni e le intellezioni
hann'a convergere si da appuntarsi quasi due raggi in un centro comune, cKè V
unità sostaiìzUàe dello spirito. Or non è questo precisamente ciò che da
ventidue secoli va chiedendo il pensiero filosofico: come mai, cioè, se
diverse, elle compongono fra loro unità? Abbiamo un intùito di qua, e un
intùito di là: la percezione che avvertendo un termine estriìiseco lo apprende
siccome forza, e la visione, l'intùito ideale^ che con T interposizione delle
idee coglie l'Assoluto. Non siamo già in una forma di dualismo psicologico che
fu ed è sempre la pietra d^nciampo d'ogni fatta platonici? Non abbiamo qui
sott' occhio Y etemo e gravissimo difetto del Neoplatonismo, la mancanza di
processo? Oltre l’alchimia (col dovuto rispetto al grand' uomo) qui veggiamo
una macchina a doppio retaggio: senso e concetti, esperienza e luce divina,
fatti e Assoluto splendente cui lo spirito inerisce con marginale adesione, e
per via di contatto spiìituale. Chi fa tutto ciò? Come avviene tutto ciò?
L'illustre di Pesaro ci dice e ripete a sazietà, che fra l'ordine delle
intellezioni e quello delle percezioni ci ha corrdaeione ordinata e continua,
rispondenza puntualissima^ squisitissima armonia. E sta bene: chi non è
scettico sistematico non penerà gran fatto a riconoscere e sentire cotesta e
ben altre armonie. Ma quel che ignoriamo, e pur vorremmo sapere, è appunto il
motivo di cotesta squisita rispondenza. Or questo motivo, non ci è, o almeno è
impresa non molto agevole rinvenirla nelle Confessioni d*un metafisico Perocché
s'io ho da coglier l'Assoluto mercè l'idee, o, meglio, se è l’Assoluto quegli
che ha da comunicarmele Mamiaki, Con/ftioni d'un mttaJUieOf Idem, eo: € come
avvenga che ad una data pereenone rieponda una daUx idea? non già
graziosamente, anzi inevitabilmente, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che la
ragione onde questa 0 cotesta percezione ha da rispondere a quella o
quell'altra intellezione, in altro non si potrà occultare fuorché in un vieto
occasionalismo, od in una vieta e grossolana armonia prestabilita. Non v'è
scampo. No' parecchi cangiamenti cai è andata sogrgetta la mente del Mamiani,
sol una dottrina è rimasta immutata nelle sue scrìttnre, e della quale ei si
loda più d* una volta. È la dottrina su la percezione, che il nostro egregio
amico prof. Ferri dichiara bellissima. Bellissima sarà: ma è altrettanto salda?
Forse che Ano SERBATI con r acuta lama della sua crìtica non la ridusse a
polvere nel suo Rinnovamento f Intendiamoci bene. La percezione del Mamiani non
è senso, e nemmanco, a dir proprio, giudizio. Che cos*ò dunque? È e im intuire
V atto involto nella 8en9axione die congiugne in uno due termini^ oggetto
eentiio e avvertito come fortOy e soggetto tentenìe. » {Oonfeasionif ;
Meditazioni Carte»). Or bene, che è egli mai cotesto intuire? Quar è la natura
intima di quest'atto? È difficile averne risposta ben determinata. L'animn,
dice il Mamiani più d*una volta, è dotata d^una veduta it^eriore di ti
medeaimaj e questa interior veduta è quasi occhio mentalcf pupilla spirituale,
anteriore al fatto della percezione. Che cos* è, di grazia, cotest oeeAio,
cotesta pupilla, cotesta veduta interiore f È forse un giudizio? No, risponde:
che alla funziono giudicativa devq andare innanzi la percezione. {Confeenoni).
Che cos*ò dunque? Per quanto altri voglia andar ricercando no' copiosi volumi
di questo Neoplatonico, mai non gli verrà fatto ripescarne risposta. Ora a noi
pare che tal veduta interiore di si altro non possa essere tranne che un
ritorcersi, un geminarsi primitivo, e perciò un insieme d'oggetto e di
soggetto, una triplicità iniziale, uu giudizio. Sarà giudizio sui generis; sarà
giudino fcUto stnxa riflessione come direbbe il Vico; ma, in sostanza, ò
giudizio. Se dunque è tale, non importa un oggetto? Or quale sarà l'oggetto
dell' infmor veduta, cioò la luce di queir occhio, dì quella pupilla t V Ente
possibile no, certo: e il Mamiani con dialettica stringente e per quattro
differenti capi s' accinge a far minare dalle fondamenta la teorica rosminiana,
e in parte vi riesce. Che cosa dunque sarà? A quel che ne pare, neanche qui
egli risponde. E, checché possa dirne, certa cosa è che so l'anima è davvero
dotata d'una interna veduta (la quale perciò è logicamente anteriore alla
percezione), a spiegar questa non si può prescindere da quella. Se la cosa
infatti non procedesse così, in che maniera la percezione verrebbe capace di
trascendere i limiti del puro sensato ? Brevemente: l' Io non percepisce, V Io
non avverte un termine esteriore siccome /orsa, senza eh' e' /)ereept«ca e
avverta so medesimo. Or che cos' ò il percepire sé stesso, tranne che un atto
giudicativo ? Dunque anteriormente al fatto della percezione (com' ei la
intende), ci ha da Se non che, la più fresca novità delle Confessioni è r
intuizione dell'Assoluto; quindi la invitta prova che ne scende, secondo ROVERE
(si veda) Mamiani, su l'esistenza di Dio; quindi la salda costituzione a priori
della Metafisica. Innanzi tutto: se cotesta intuizione non è altro fuorché una
semplice contiguità, un' adesion marginale del pensiero con l'Assoluto, non è
chi in essa non sappia ravvisare quel toccamento spirituale de* Yecchi
Neoplatonici, dottrina rinverdita, quindici anni avanti '1 Pesarese, dall'illustre
neoplatonico Pomari. Vero è che la sentenza la quale a tal proposito
risulterebbe dall'insieme delle sue dottrine potrebb' esser questa: che il suo
intùito non sia già un atto originario, potenziale, essenziale, bensì tutt' un
ordine d' intuizioni per quante potrann' esser le idee attraverso alle quali
avvien che traspaia l' Assoluto. Or s' egli è così (né sappiamo dir davvero s'
e' sia così), perché aflFermare più d'una volta, esser necessaria, inevitabile
uxìl intuizione perenne e immediata délV Etite sortitaci da natura e dalla
essenza dd nostro spirito? * Se l' intuizione dell'Assoluto é un atto
essenziale, come potrebbe non esser primitivo? E s' egli é primitivo, non è a
reputarsi anteriore logicamente alla percezione? In sostanza, se l’Assoluto é
quegli che ^presenta al pensiero, e' s'ha a mostrare fino dal primo atto della
mente; la quale perciò sarà mente, sarà penessere qualcos'altro che ne sìa la
vital condizione. Evidentemente r acuta pupilla speculativa del Pesarese non
s’è profondata nolla natura di siffatta condizione. E puro con quest* alchimia
e' non dubita credere d* avere una buona volta composto in armonia 1* antica
lotta fra Platonismo ed Aristotelismo ! ' ROVERE dice: « balena con evidenza V
intuito cT una poeitiva, immota ed universale realtà^,, indeterminata e
inqualiJiiMta e perciò oeeura e non deecrivibile, > {Meditaz, Carte».) Non è
egli cotesto V ohbiette intelligibile colto dall* intùito, nulla interpoeita
creatura, di che parlano, per esempio, i seguaci di sant* Agostino, e, fra
questi, il Fornarì? (Ved. VelV Armonia Univ.). Meditai, Cartee, Questa
sentenza, come ò chiaro, è in aperta contraddizione con quell'altra onde il
Mamiani afferma e ripete, nulla non v'esser nolla sua dottrina d'innato, nulla
di primitivo. Vedi Riep, al eig, dott, Akt», Brentazzoli, Bologna] siero, solo
in grazia di chi le sta dinanzi. Ora se il yero, metafisico o no che sia, non è
fatto dalla mente, ma da essa ricevuto, evidentemente il Neoplatonismo di
ROVERE viene a contraddire alla dottrina psicologica del Vico, rompe contro
alle severe obbiezioni mosse al Gioberti, e massimamente soggiace a quella
grave difficoltà che Aristotele oppose al suo gran maestro circa la inu* tilità
deir esperienza e de' fatti e delle percezioni, posto che il vero e l'universale,
in che risiede propriamente la scienza, debba ne' suoi principii derivarci
dall'alto e dal di fuori, meglio che dal didentro/ Se non che, ingegno
elegantissimo e ricco di vena poetica, questo filosofo spesso indovina. Talora
infatti sembra non esser l'Assoluto quegli che determina e significa se
medesimo nelle idee; bensì la mente stessa la quale, generando cotesto idee,
determina idealmente, esprime e significa l' Assoluto : tanto che non sarebbe
altrimenti lo splendor divino che penetrando quasi attraverso gli esilissimi
spiragli delle idee ne promoverebbe l'intùito, ma la stessa virtù riflessa ne
verrebbe argomentando r esistenza e la natura per necessità eduttiva. Ora solo
* AbisTm M«iaph.y Mamianì potrebbe dire: il mio intiiito sta in ciò, che ogn*
idea, avendo a significare per propria natura un obbietto, debba importare un'
enistenza etema, ed una $peciaU determinazione ddVente aMolìtto e infinito.
Accettiamo anche questa posizione. Che cosa ne Terrà? Poiché gli obbietti
tignijiecuiei dallo idee non potranno esser altro salvo cho determinazioni ad
intra o determinazioni ad extra delr assoluto, sorge la necessità di spiegare
se 1* intuito s* appunterà verso le une, meglio che verso le altre. Stando alla
dottrina della maboinalb ADS8I0NR e del toecawtento epirituale, V intuito, non
essendo un atto penetrativo, coglierebbe le seconde anzi che le prime: e
quindi, innanzi ogni altra determinazione dell* assoluto, dovrebbe afferrar
quella dell* atto creativo. Or se questo è vero, parmi evidente come la dottrina
del Mamiani su la conoscenza non si discosti neppur d*un apice, quanValla
sostanza, dalla dottrina di Gioberti, il quale non ha mai preteso che il suo
intùito abbia da essere un atto penetrativo. Ma il termine esterno, il sensato
(egli dirà) si ha per via di percenone, Ad un acuto Qiobortiano qui non
tornerebbe guari difAcile cogliere l’autore delle Oonfe99ioni in aperta
contradizione con so medesimo. Nelle Con/e99Ìoni è sempre T Assoluto quegli che
s'affaccia ed eccita e promovo lo spirito al pensiero, e solo in qualche luogo
(per per cotesta via egli avrebbe potuto correggere il Gioberti, e riconoscere
insieme la parte di vero che è pur nelle dottrine Rosminiane. Solo per cotesta
via avrebb'egli inverato il Platonismo, e dischiuso fra noi un periodo novello
di speculazione feconda, razionale, positiva e, che più rileva, conseguente
alla storia della scienza. E solo per cotesta via non sarebbe incappato nella
incoerenza di porre l'assoluto come uiroOt^tc, e in un'ora medesima dichiararlo
oggetto d'intùito. Perocché se con l'analisi delle idee ci è dato risalire per
logica necessità fino a cotesta uttotsjc;, a me pare che una dottrina
psicologica 0 ideologica, la quale invochi '1 sussidio d'un intuito, sia un
fuor d'opera addirittura. Con ciò stesso avrebbe corretto il valor
rappresentativo delle idee, eh' è r altra originalità cui pretende il
Neoplatonismo di ROVERE. Quale attinenza è mai fra l'idea e l'ideato? Non
quella di somiglianza come han creduto balordamente i Malebranchiani, egli
risponde; ma si quella d'una vera e propria significazione. Eccolo dunque anche
qui, senza addarsene, alla famigerata wa/jo^ix platonica tanto invocata da
Gioberti nella sua prima maniera di filosofare. Nel che il Pesarese, anziché
progredire, è rimasto molto indietro all' autore della Protólogia nella quale,
com' é noto, il concetto della piOiSi; rivelasi improntato d'una forma novella,
e, fino a certo segno, originale. Ma lasciando stare del regresso e dello
scadimento notevolissimo che nella specuhizione italiana ci segnano le
Confessioni d' un metafisico ove si ponga a riscontro lo dottrine del ROVERE
(si veda) Mamiani coll’ultima forma cui s' era levato r ingegno potentissimo
del Gioberti, è bene qui accennare un'ultima osservazione su l' attinenza che
il pesarese pone fra le intellezioni e il loro obbietto) fa trasparire la nuora
tendenza cni allodiamo. Ma noU* opuscolo dì risposta ni BONATELLI (si veda)
(Bologna) questa tendenza è pid chiara, tuttoché manifestata foggevolmente e
forse Inconsapevolmente. Dico inconsapevolmente perchè nelle Meditazioni
rinnovate e* ricasca nella solita presenaialità, nella tolita marginale
ndenone^ come ci attestano le sentenze qna dietro riferite. Le idee importano
il divino, egli dice; poiché non sono fuorché altrettanti simboli, altrettante
significazioni dell' Assoluto. Se questo è vero ne segue che, in quanto simboli
e segni, elle non avran valore infino a che cotesti simboli non siano intesi e
interpretati. Macome la mente potrà giugnere ad intendere e interpretare
siffatti segni? Mercé l'ordine delle percezioni. Or bene, se l' idea non basta
a significar sé medesima né a farsi intendere da sé, evidentemente per noi
ell'é come un chiaror confuso, vago, indeterminato, insignificante, e quindi al
tutto inutile alla scienza. D' altra parte, se l' ordin delle percezioni é di
sua natura cosiffattamente limitato da essere incapace a darci r universale, non
potrà non riescire anch' egli d'ingombro inutile alla mente. Si dirà di poter
superare il fenomeno e attinger la scienza mercé il connubio dell'ordine
percettivo con l'intellettivo? Questo é per l'appuntò ciò che pretende il
Mamiani. Ma, se eoa fosse, non vedremmo ad assomigliare il regno della scienza
e delle idee a quello di natura e delle fisiche efficienze, ove se a due
cavalli non vien fatto di tirarsi dietro un carro vi potranno benissimo riescir
quattro? Mamiani afferma non dimostra la platonica 7ra/)0Tc«: afferma, non
dimostra la platonica xotvwvèa. E per tutta dimostrazione ci annuns^ia che
l'idea é significativa, perché? perché havvi un obbietto nel quale debb' ella
necessariamente terminare.Or in che modo legittima egli cotesto obbietto? Lo
legittima, come s' é visto, dichiarandolo presente^ ponendolo presente! Questo
é proprio il nocciolo magagnato del Neoplatonismo. La preserunalUà
dell'Assoluto è un'ipotesi, un'affermazione arbitraria: ecco tutto.Corte
dottrine di ROVERE ci ricacciano addirittura fra i Plotino, i Proclo e gli
Ammonio, appo cai facilmente troverebbe riscontro il sno concetto del Bene. E
chi pigliasse poi a rovistare attentamente nelle antiche scuole, per esempio
nel vecchio e anonimo autore della Teologia (Rayaibson), potrebbe ritrovar più
che un germe della dottrina sn \*influxu$ divintu che neir Arabismo e anche
nella Sco[Concludiamo. Noi abbiam dovuto fare una critica rapidissima del
Neoplatonismo italiano considerandolo segnatamente sotto l'aspetto psicologico,
perchè i tre filosofi di cui abbiamo toccato ci rappresentano le posizioni più
serie, le forme principali ond'il Platonismo crede attinger l'obbietto
metafisico. Rosmini è il meno dommatico, il meno arbitrario, il piii positivo e
quindi il meno platonico fra tutt' i platonici. Egli pecca nel porre l' essere
della mente come ideale; e lo sbaglio di siffatta posizione vale a spiegarci le
contraddizioni in cui spesso ha inciampato nella psicologia, nonché le gravi
manchevolezze nel suo disegno ontologico su le tre forme dell' Essere. Assai
piii di SERBATI pecca GIOBERTI nella dottrina psicologica affermando l'essere
come reale e, che più monta, come recde determinato. Non meno di GIOBERTI e di
SERBATI pecca ROVERE ponendo cotesto reale come infinito in se, e come presente
al pensiero mercè l' interposizione delle idee. Si direbbe dunque che il
Neoplatonismo italiano, in questi tre filosofi, abbia progredito su la via
dell' a priorismo e dell' iperpsicologismo. Essi han dato tre passi, ma
indietreggiando sempre più; perchè con l'esagerare l'esigenza platonica han
trascurato l' esigenza aristotelica, tuttoché ciascun d' essi abbia creduto d'
aver impresso oggimai un accordo definitivo fra' sistemi de' due vecchi
filosofi. L'ultimo segnatamente, il Mamiani, mostra d'aver progredito assai più
di SERBATI e di GIOBERTI in questa via. Sotto certi rispetti, infatti, il
Neoplatonismo del Pesarese par che confini col Teologismo: talora anzi vi si
confonde, chiunque ripensi a quelle cinque differenti maniere (oltre la sesta
della comunione ideale ond' abbiamo parlato) mercè cui egli stima debbansi
attuare gV influssi divini. E Dio che crea l' anima, e la fa esistere. Ma è
anche Dio che le fa intendere presentandosi a lei attraverso le idee. È Dio che
le fa ammirare il bello, e incarnarlo. È Dio che lastica tien luogo del
processut.Vedi lo stesso Rayaisson. Vachebot, Hi8t, critique de VÉcole
d'^Alexandrie, T. II, iv.) le fa operare il bene e la virtù. Che più altro? È
Dio perfino che, disponendola ineffabilmente, la eccita, la trae all'adorazione.
È proprio il regno di Dio su questa nostra terra 1 E Y illustre Mamiani
potrebbe oggi ripetere le pietose e calde parole del Malebranche: 0 Dieu!
exaucez ma prière, après que vous Vaurez formée en mai! Capitolo Ottavo,
continua lo stesso argomento. {Critica del NeoarigtoteUsmo), Notammo come il
principio del conoscere metafisico immediato ponga radice, per dirla con le
parole di Hegel, nel rapporto d' un nesso primitivo ed essenziale fra il
pensiero e T Assoluto, fra il soggetto e T oggetto/ Àbbiam visto come il
Neoplatonismo italiano moderno propugni questa connessione sotto tre forme più
o manco razionali; e come abbia quindi a tornare assai difficile al Rosmini, e
molto più al Gioberti e al Mamiani, li potersi difender dair accusa di
panteismo ideale. Gli estremi si toccano anche qui. Con la teorica dell'
intuizione e deir immediatezza i nostri Neoplatonici riescono, checché se ne
dica, a' risultati cui perviene la dottrina della mediazimie propugnata dagli
altri nostri viventi filosofi, seguaci caldissimi dell'Idealismo germanico.
Dicemmo qual sia la doppia esigenza onde il Neo-platonismo si divaria dal
Neo-aristotelismo quant'al conoscere metafisico. Per la natura istessa di
questa doppia esigenza avviene che, come nel primo, cosi pure nel secondo indirizzo
sono possibili più forme, più maniere, più metodi, sia che si tolga di mira il
modo con che si crede poter attinger l'assoluto, sia che il risultato ultimo a
cui si potrà giugnere. Non « Hegel, Log. volendo tener conto di quella vieta e
volgar maniera di mediatezza che, quantunque sotto aspetti differenti, fa
sempre un salto mortale quando presuma levarsi dall'effetto alla causa e dal
dato alla condizione del dato; possiamo ridurre a due le forme più generali e
comprensive di tal mediazione. Esse, al solito, risalgono a que' due estremi in
che dicemmo sdoppiarsi r Aristotelismo: perchè anche nella quistione metafisica
il primo di cotest' indirizzi ci è oggi rappresentato dal Positivismo e dal
Materialismo; l'uno affermando, nulla mai non potersi conoscer di metafisico, e
l'altro innalzando a dignità d' assoluto la stessa materia, senza legittimarne
menomamente il concetto. Il secondo poi vuol essei^e anch' egli avvisato sotto
doppio rispetto, potendo assumere due forme che, per due differenti ragioni,
rivestano entrambe carattere iperpsicologico. Si può infatti mantener la
posizione d' un. immediato irradiamento per virtù d'un principio superiore,
generale e comune e s' ha uq indirizzo averroistico; il quale, benché
storicamente sìa come un virgulto sbocciato nel giardino dell'Aristotelismo,
può siffattamente svolgersi e grandeggiare, come nel fatto è avvenuto, da
toccarsi e talora confondersi col Neoplatonismo. Ma, d'altra parte, può
assumere forma squisita di scienza, e s' ha, come ne' tempi moderni, una delle
tre maniere dell'Idealismo germanico appellate subbiettiva, obbiettiva,
assoluta. Sennonché è da notare come fra tutt'i sistemi quello dell'assoluta
identità serbi '1 distintivo d'esser naturalismo e ipei-psicologismo insieme, e
racchiudere, co' molti pregi, i moltissimi difetti dell'uno e dell'altro
indirizzo. In metafisica l'Hegeliano è iperpsicologista. Perocché quantunque
non attinga l' assoluto per opera d' un intuito e d'un'immediata visione più o
meno spiccatamente neoplatonica, dice e crede mostrare di poterlo cogliere
quasi d'assalto, come toccammo, cioè per stibitanea ed assoluta astraeione dd
pensiero puro. Dice e crede mostrare di poter dedurre a tìl di logica la
dialettica che per lui costituisce la chiave di volta d' ogni scibile e d' ogni
ordine di realtà.. Anch' egli dunque trascende; e però anch' egli vizia
l'esigenza d'un positivo e severo psicologismo. Ma, oltreché iperpsicologista,
l'Hegeliano è anche naturalista. Checche se ne dica, la sua logica obbiettiva,
la dialettica intrinsecata e compenetrata con la stessa metafisica, non è altro
alla fin delle fini che imitazione e ripetizione della stessa natura, delle
stesse leggi di natura, tuttoché ridotte al grado più universale e squisito di
trasparenza ideale, pura, assoluta, per cui la forma costituisce lo stesso
contenuto, e viceversa. Il perché se l'Idealismo assoluto, come altrove
notammo, è stato detto con felice espressione esser l’àlgebra dd naturalisino,
con altrettanta verità può dirsi essere un' algebra della psicologia, del
pensiero e delle idee; tanto che ci sarà lecito designar come indovinello
d'algebristi (direbbe Vico) quell'assoluto che gli Hegeliani con miracolo non
mai visto fanno venir fuora dalle nebbiose alture della dialettica. Possiamo
dunque affermare che Positivisti e Idealisti assoluti oggi rappresentino gli
estremi indirizzi dell' Aristotelismo. E queste due forme neoaristoteliche,
tuttoché fra Joro si differenzino toto cedo nel metodo e nel concetto della
scienza, nuUameno si toccano ne' risultati, massime in quello risguardante il
valore e '1 destino dell' umana personalità. Chi tien conto della necessità d*
ìndole tutta fisiologica ed empirica secondochò è intesa da' positivisti e da*
niaterìalisti, e della necessità tntta dialettica ideale assoluta com'è
concepita dagli Hegeliani, tosto 8* accorgerà d' un* altr’ attinenza fra queste
due tendenze della moderna speculazione. Il dinamismo noli* essere, nelle cose,
nella scienza e nella storia, sparisce cosi per 1* una come pet 1* altra
dottrina. Meccanismo ideale, come dicemmo, e meccanismo fisiologico e
materiale: necessità logica e formale, e necessità empirica e meccanica; ecco
tutto. Oggi dunque potremmo affermare dell'una e dell'altra scuola ciò che
Aristotele diceva de' pittagorìci e de' platonici: 'A).Xa yiyovi roì
fiscBrifixrcx. To?c vvv >j ^tXoao^ia {Metaph.) Cosi Hegeliani e Positivisti,
come avvertimmo nella Introduxione, tuttoché movano da due punti Uh loro
interamente diversi ed opposti, riescono pur nullamanco fid una medesima legge.
E come al Platonismo primitivo tenne dietro la scuola di Rifacciamoci da'
Positivisti, i quali, ove discoiTono intorno al problema del conoscere
metafisico, non mostrano quella serietà scientifica della quale non pertanto
vanno lodati quando parlano de' principi! metodici da applicarsi alle scienze.
Quant' al problema d'una realtà metafisica e' non sofirono d'esser messi in un
fascio con gli scettici sistematici e co' nullisti; e, davvero, non han torto.
I Positivisti infatti ci parlano d' un Inconoscibile. Dunque essi confessano V
esistenza d' un obbietto trascendente. Ma come legittimano cotest' obbietto?
Come ne determinano l'idea tosto che ne parlano? I Positivisti francesi ne
discorrono, ci piace ripetere anche qui la frase, come d' un oceano immenso
doni la daire vision est amsi salutaire que formidable.* I Positivisti inglesi
poi ci porgono un concetto più determinato di cotesto Deus àbsconditus,
àicenàoìo potenza, forzc^ di cui V universo è simbolo e manifestazione} Il
positivista francese qui, com' è evidente, s' addimostra pili positivo, 0
meglio, più negativo dell'inglese, e quindi più timido, più circospetto, più
scettico di di Speusippu cbe radiò addirittara il numero ideale (yortroc,
sc^yjtcxo;) sostitueodoTì il nunioro sensibile appunto perchè queir idea come
astratta e generale parevale cosa inutile (Arist. Metaph,, Rataibbon,
i!^>eu9ippe); parimente oggi Positivisti e Materialisti, in luogo dell*
/iea, pongono' II Fatto e la Materia; e cosi mentre negano V Idealismo
assoluto, mostrano d'arer con osso doppia ed intima relazione, una storica e
l'altra teoretica. La storia del pensiero filosofico progredisce, non v'ha
dubbio: ma anche nel progredire si ripete. Ecco qua -una prova, chi vuol
vederla. E. LiTTBi, A, Comte et la Phil. Poeit. Per quanto negativo, nullameno
questo concetto del Littré su V Assoluto è una correzione deir idea del Orand'
Eetere intorno alla quale con tanta vuotaggine avea finito per arzigogolare
Comte. Spencer, Firft Prìnci^ee^ Alcune idee di questo scrittore su V obbietto
metafisico superano quelle di St. Hill. L’Autore del Sietema di Logica parla
del soprannaturale, come notammo in altro luogo, da schietto formalista, senza
poterlo quindi legittimare in altra guisa che per empirica credenza. (Ved. A,
Comte et Le Potitivitme) La relatività del eonoecere per lui non è, a dir
proprio, quella di Spencer, e neanche quella de* Positivisti francesi. Vedi il
novero eh* egli stesso fa de’diversi modi con che può intendersi la relatività
della conoscenza nella PhiL de Hamilton, ed. cit. e. I. fronte alla scienza: ma
le contraddizioni in che restano entrambi avviluppati son le medesime. Anch'
essi infatti, i Positivisti, obbediscono e rendono omaggio al bisogno
speculativo che punge ed eccita continuo il pensiero filosofico, stantgchè non
solo riconoscono la realtà d' un oggetto trascendente, ma lo determinano, lo
pongono, lo specificano in qualche modo. Che cos'è, per esempio,
l'Inconoscibile onde ci parla l'illustre Spencer? È il fondo occulto delle
religioni, e insieme l'estremo termine a cui riescono le scienze. Le religioni
pongono tale obbietto per virtù d'istinto: le scienze lo subiscon per legge del
proprio svolgimento. Tra fede e ragione, perciò, non v'è antagonismo:
l'Inconoscibile n'è l' obbietto comune. Conciliarle dunque è possibile, tosto
che s'abbia diffinito le idee madri onde scienze e religioni sono inviluppate.
E poiché le une in sostanza Aon fanno che riconoscere ciò che le altre
contengono ed esplicano istintivamente, ne segue che lo spirito umano' per
mezzo della scienza perviene là ond' egli stesso era partito con la fede, cioè
all'Inconoscibile. Il pensiero del filosofo inglese è chiaro e spiccato, ma non
altrettanto vero. Innanzi tutto: perchè le religioni e molto più le scienze non
potranno pervenire a render conoscibile in alcun modo l' Inconoscibile di cui
pur confessate la realtà? Forse che tale impossibilità, ripetiamolo, non
contraddice apertamente all'attività critica del vostro pensiero speculativo,
alla stessa esigenza del vostro metodo critico e positivo? Non dubitate
affermarlo esistente cotesto Inconoscibile. Giungete anzi a determinarlo come
forza di cui l’universo è manifestojsnone. Or bene perchè non dare un altro
passo? Perchè non ispecificar l'attinenza eh' è tra l'Inconoscibile e '1
conoscibile? In altre parole, domandiamo: col porre i termini, non siete già
nella necessità logica di mostrarci in qualche maniera la relazione di essi,
dirci quale attinenza interceda per avventura tra la forjsfa e la sua
manifestazione, quale sia il vincolo che annoda insieme la potenza e l'universo
onde quella potenza è simboleggiata? Brevemente: siete qui in una forma di
panteismo, o di teismo? Il Positivista non risponde; e pur dovrebbe: dovrebbe
se davvero amasse mostrarsi ed esser positivo. Inoltre, l'Inconoscibile onde
move la fede, e Finconoscibile cui giugno la scienza, dice lo Spencer, sono una
cosa. Ma perchè? Perchè col prodotto confondere due facoltà fra loro diverse?
L'Inconoscibile della fede incontra un limite invalicabile in questa o cotesta
intuizione particolare in cui l'Assoluto è compreso dal sentimento religioso
appo un dato popolo, e presso una data civiltà. L' Inconoscibile delle scienze,
invece, è l' inconoscibile di ragione; e, come tale, non può restare
perpetuamente indeterminato, pel solito motivo che, ove rimanesse cosi
necessariamente, l' indagine positiva annullerebbe sé stossa; e annullerebbe sé
stessa perchè r esigenza critica non sarebbe altrimenti un' esigenza invitta,
naturale, un irresistibile e crescente bisogno speculativo. Ora se il contenuto
della fede è condizionato ad una forma speciale; se per la natura stessa della
funzione psicologica ond' ei rampolla riman chiuso e quasi cristallizzato nella
particolarità d'un sentimento: perchè, domandiamo, voler condannare alla
medesima sorte l’Inconoscibile delle scienze? Perchè così inesorabilmente
pretendere di segnare i confini alla ragione ponendo limiti all' attività del
pensiero speculativo, eh' è pur la forza più libera dell'universo? Non è anch'
ella, cotesta, una forma di dommatismo? 11 PositiTÌsto dirà: tosto che voi
pigliate a determinare Vlitcono9cihile, siete già beli e uscito dalla scienaa^
e cadrete nella metafisica. verissimo: questo accade, e questo appunto deve
accadere. Altrove mostrammo come ciascuna scienza, come tutte le scienze, riescano
inefftcaci nel tentare la soluzione di certi problemi, segnatamente nel
determinare il concetto dell’Assoluto. Il Positivista che è tutto scienza e
solamente scienza, da una parte ha paura della speculazione, mentre dall* altra
sente il bisogno di determinare in qualche modo cotesto assoluto, e lo
determina, per esempio, alla maniera di Spencer o del [Concludiamo quant' a’
Positivisti. Il Positivismo gallico rispetto al conoscere metafisico ci dà un
Immenso indeterminato; un Incondizionato reale, il positivismo inglese poi,
facendo un altro passo, determina vie più cotesta ignota realtà, e giugne ad
affermare che le forze, la materia, il movimento, la vita e l'universo non
siano fuorché simboli e rappresentazioni. Altre affermazioni d'altre maniere di
Positivismo che pongano T assoluto senza penetrar nel regno della metafisica^
io non conosco;ne, a dir vero, sono possibili.* Littré con offesa apertissima
della logica. Ora, chi non voglia offendere non pur la logica ma neanche il
hnon senso, e insieme salvarsi dalla contraddizione, dove altro può penetrare,
uscendo dal regno delle «ctetue, fuorché in quello della tiietajUiea^ ma della
metafìsica intesa non già come scienza/>rtma, anzi ultimaf Determinare in
qualche modo la Potenza di cui r universo è manifestazione; specificaro questo
Immento formidàbile e pvr •alutare oltre cui non sa penetrar rocchio dello
Scienze ma della cai realtà nessuno che abbia mente sana potrà dubitare;
cotesta impresa, diciamo, non è né impossibile nò puerile, altro che per gli animi
volgari, incuranti e stupidi. La relatività nel conoscere non ò muro di bronzo;
non è oceano assolutamente sconftnato. Il conoscere metafìsico è possibile; ma
ò possibile come aesolato e come relativo insiememente. È a«eolutOf nel senso
che salva il pensiero dal nullismo metafìsico; ed è relativoj nel senso che non
istringe la mente entro la rigida catena d* una formola sistematica. Se intanto
ò vero, come dice Spencer, che tra V Inconoscibile delle religioni e V
Inconoscibile delle scienze non esiste antagonismOy no viene che, fra gli altri
fini, la speculazione metafisica debba pre» figgersi anche questo: trasformare
la fede, interpretar la credenza, porre a nodo il germe delFidea che pure si s
voi ve attraverso le produzioni mitiche, superare il sentimento riducendo
l'immaginazione a ragione secondochò richiede il processo psicologico, e
siffattamente porgere guarentigie sperimentali all'inveramento della scienza
mercè le applicazioni storiche in generale. In questa rapida critica su la
tendenza metafisica del Positivismo non abbiamo tenuto conto dell' Umanismo di
FRANCHI, e del suo Dio ddV Umanità che nega il Dio detta Bibbia {Razionalismo
del popolo, Ginevra), e neanche del Fatto della vita, àeW Istinto ài cui parla
FERRARI {Filosofia della Hivol.), perchè non ci paion concetti scrii, né degni
di critica seria. Quando s' è detto che il Dio Umanità^ che la Vita della
storia con tutte le sue leggi non sono che due fatti i quali perciò abbisognan
d'una spiegazione, s'è detto tutto. Ora a cotesta qualsiasi spiegazione non
sanno e non vogliono accostarsi questi due arditissimi scrittori per paura
della metafisica; e però non sono positivisti, L' uno è critico, non
Criticista, com' egli pretenderebbe giacOr bene, la filosofia positiva, la
speculazione razionalmente positiva, accetta, deve accettar l' una e V altra
posizione de' Positivisti inglesi e francesi, perchè ci rappresentano entrambe
uno sforzo di metafisica, perchè sono entrambe un preludio alla metafisica. Se
non che esse sono una metafisica incosciente, una metafisica negativa, perchè
sentono ma non soddisfano l'esigenza speculativa. Come dunque soddisfare
all'esigenza davvero positiva nella speculazione trascendente? Evidentemente
bisognerà appagarla superando il negativo, superando quel sazievole non so,
quel non mi preme sapere quel non si può sapere che ad ogn' istante e con
incredibile noia ci ripetono i Positivisti, ma nel medesimo tempo restare nel
positivo. E qual è il positivo in metafisica? Lo dicemmo già, e lo ripetiamo:
schivare gli estremi; perocché il nemico mortale della positività metafisica
son le colonne d'Ercole del tutto sapere, e del nulla sapere metafisico. Se
quindi la vera filosofia positiva ha da accettare quel che il Positivismo ci dà
e nel medesimo tempo superarlo in forza dello stesso metodo positivo, deve
accogliere l' esistenza che il crìticista, il vero Kantiano affinchè sia tale,
dehb' esser tutto d*un pezzo, dero accettare anche i sommi pronunziati della
Ragion Pratica, Ausonio dunque è un puro critico, un critico sottile, è il
doctor mbtilissimwi de* dì nostri, abile scaltri mai a trovare il pel neir uovo
neMibri altrui, ma non così nel dare una dottrina, una teorica propria, fosse
pur la teorica del giudizio. FERRARI invece è scettico sistematico
meravig^lioso nell’accatastare erudizione come nel distrugger sistemi, ma
nullista in metafisica al pari d’Ausonio. Costoro perciò son fuori d’ogni forma
di platonismo e d'ogni forma d'Aristotelismo; e se ne vantano; e se ne
gloriano: e si sortano pure! Ma non sono fuori della storia, chi sappia che
cosa voglia dire storia della scienza e della filosofia. FRANCHI e FERRARI
hanno esercitato fra noi quella funzione, parte benefica e parte malefica, che
viene esercitando lo scetticismo in certi dati periodi storici; funzione al tutto
negativa, ma necessaria. Ma la storia dovrebbe insegnar loro due cose: che il
l)Ì80gno speculativo è uu gran fatto, e che la possibiltà d' una metafisica
positiva non è un sogno. A questi critici e scettici, di cui fra noi oggi non è
penuria, opponiamo un dilemma invincibile do) BERTINI su la possibilità di
rintracciare un principio metafisico. (Ved. La\ FU, Greca prima di Socrate,
esposiz, storicocritica) d' un* ignota realtà in quanto è Potenza e virtù dell'
universo, ma legittimarla. Così il metodo positivo, assumendo valor critico e
razionale, non più sarà l'esagerazione d'uno de' due estremi indirizzi
dell'Aristotelismo, ne contraddirà'altrimenti alla sua posizione media, anzi
varrà a confermarla, ad inverarla, ad esplicarla sempre più.* L'opposto indirizzo
del Neoaristotelismo dicemmo esser THegelianismo. L'Hegeliano si oppone al
Neoplatonico, perchè non accetta veruna sorta d' immediatezza nel conoscere
metafisico. Si oppone al Positivista e ad ogni maniera d' empirismo, perchè non
può accoglier la nozione d' un assoluto portoci dalla coscienza volgare,
empirica o dommatica ch'ella sia. Qui egli ha pienamente ragione. Ma qual è la
sua via? Qual è il suo metodo? Dov'egli mira? L'abbiamo detto: l'Hegeliano
riconosce l' assoluto, ma lo riconosce ponendolo, facendolo;e lo legittima per
necessità tutta dialettica. Lo pone e lo fa non perchè ci è, anzi perchè ci ha
da essere; e per ciò nessuno potrà dire eh' e' ci sia prima che il pensiero
s'accinga a farlo. Di qui una conclusione singolarissima: Tutto ciò che esiste,
è anteriore a quello per cui virtù solamente egU è possibile e reale! Ma non
anticipiamo. Che cos' è dunque l'assoluto per i neoaristotelici
iperpsicologisti? Là risposta non è sì facile per noi quant' avrebbe da essere
per loro. L' Assoluto è il Tutto: è l' assoluta e immanente relazione: è la
relazione della relazione: lo Spirito. E così pure ?a in forno T affermazione
del Littbì: c qui e»t mitapKyne»«n, iCe»tpa9 po9ÌiivÌ9U; qui ett
positiwtefn'ett pa$ métaphyiieien (Princip, de Phil. Ponit. par A. Comte, Préf.
d^un ditdple) Noa senza ragione un nostro acutissimo hegeliano (Dr Mris, Dopo
la r^aureOf voi. I.) chiama Hegel V ArÌ9ioule moderno. Ma qual ò proprio V
Aristotole rappresentato dal filosofo di Stoccarda V Ecco il punto! U nostro
valoroso e carissimo professore, questo Oariholdi deW Hegdianimno come altrove
r abbiamo chiamato, non ammette che un solo Aristotele, il suo Aristotele!
'L'assoluto, dice un fodol ripetitore di Hegel, non è questo o quello, r
identità o la differenza, ma il tutto nella differenza e neil' unità tua, E il
conoscere assoluto poi sta nel porre i termini, nel mostrar Sennonché, in
cotest' assoluta relazione, in cotesto centro eh' è anche circonferenza, è pur
d'uopo cominciare. Da qual parte rifarci? Qual è il Primo? Eccoci nel cuore
dell' Hegelianismo: nella più alta e nascosa fortezza dove già da un pezzo la
breccia è stata ajiertaper opera degli stessi tedeschi, massime dal
Trendelenburg. All'assoluto, essi dicono, si perviene solo per medicunone. Ma»
cotesto lavoro di mediazione, come s'inaugura e perchè? A siffatto processo va
innanzi un momento d' assóltUa e subitanea astrazione} Col subitaneo astrarre
il puro pensiero pone. Che cosa? Pone Vinse, l'Essere, o meglio
l'Indeterminato. L'indeterminato non è soggetto né oggetto; non è pensante né
pensato: ma è qualcosa oltre cui non si può andare, e senza cui nulla non sarà
mai possibile, e mercè cui tutto sarà attuabile: l' idea assoluta, l' etema
nozione {der ewige Begriff.y Ecco Vàbsólute Prius, il Vero primo, e però il
vero Fatto.* La prima osservazione che qui sorge spontanea è la seguente.
Cotesto Indeterminato è cosiffatto, che non si può nemmanco pensare: perocché
ove accanto a lui fosse come s* oppongano fra loro, e come e perchè, opposti,
si concilino. (Vkba, Introd, alla Log. di ffegel). ~ 1/ assoluto, dico un altro
Hegeliano, non è Tldea, non la Natura, non lo Spirito, ma è VldeaNatura-t^rito;
la rdoMÌone dtlla relaztotie; VindifferenMa differenxiata indifferentemente
(Spaventa, Le», di FU.) Il vero abeolute Priue è 1* attività, il pensiero, lo
spirito: non TEnte che come puro essere è PremppoHo cominciamento; ma il
Ponente, vero Principio, che ò lo Spirito. FiL. di GIOBERTI. SPAVENTA ne
chiarisce il pensiero cosi: Io mi levo aU^eeeere per una riaoluMtone immediata
f per un'auoluta a$trazione. {Le Categ. della Log, di ffegd). Hrgbl, Log, voi.
I, Jntrod. L* Indeterminato per SPAVENTA è il È proprio uno scherzo, un
indovinello da algebristi ! Dunque, mi si chiederà, nel ^an sistema è egli
ripudiato V elemento della differenza? Tutt* altro. 611 Hegeliani anzi in ogni
lor libro, in ciascuna lor pagina s* affannano a mostrare e giustificar co*
fatti cotesta legge tanto necessaria air organamento della dialettica. Ma
quanto i Gesuiti non s’arrapinano anch^essi a parlarci di libertà di pensiero e
di coscienza? K pure chi non sa come la libertà vera per costoro sia la
schiavitù al Sillabo e al Domma, per cui la ragione è libera solo in quanto è
assorbita dalla fede? Tal si è il diverso per gli Hegeliani: un fuor d* opera.
E* ne parlan sempre, ma alla fin delle fini poi si trovano ingoiati nelr
identico. L'alterità che scorge Hegel nel suo pensierpuro è (ripeto la sua
frase) ineffabile e assolviamente vuota. Or una differenza assolutamente vuota
non è forse indifferenza, cioè non differenza, identità, vuotaggine
addirittura? E dato ci sia cotesta differenza, sarà ella di natura metafisica,
o non piuttosto logica? E una differenza non metafisica, domanderò, sarà ella
vera differenza o non più veramente semplice distinzione? Ecco la ragione per
cui l'Idealismo assoluto non può riescire a dimostrare l'oggettività della
conoscenza, e salvarsi dal pretto formalismo ond' è tutto magagnato. Che se poi
la gran pretensione sta nel volerci dare la scienza assoluta, e 'sarebbe
d'uopo, ripeto, che la logica, proprio come logica, fosse la metafisica; talché
col far l'una si farebbe anche l' altra, e così potrebb' esser risoluto l'
arduo problema dell' oggettività. Invece il più valoroso de’nostri Hegeliani
come rispond'egli a questo proposito? Se n'esce pel rotto della cuffia dicendo.
Tale oggettività non d un problema logico: la logica ami la presuppone,
(SPAVENTA) La presuppone? Mi par di sognare! Se dunque è così, la conseguenza
chiara come il sole, almeno per noi imbarbogiti sempre più nella vecchia logica
aristotelica, sarà questa: che la logica, grande o piccola che sia, subbiettiva
od obbiettiva che si voglia, non sarà e mai non potrà esser quella che ci si
vuol dare ad intendere, la chiave, cioè, del grand' edlfizio, il fondamento a priori
dell'enciclopedia, la vera metafisica del conoscere. Nò qui vale invocar la
Fenomenologia qual propedeutica atta a dimostrare 1’oggettività, come fa' lo
stesso Spaventa. Cotesta invocazione anzi è una ragione di più per dichiarar la
logica degli hegeliani una tela di ragno. Perchè se la Fenomonalogia ha da
esser la propedeutica necessaria della Logica, il processo a priori e assoluto
nel costruire la scienza diventerà una parola [LIB. H. della nuova loj^ica, s'
è provato a schiacciarlo. Ci è riescito? Un vizio magagna tutta la logica
hegeliana, dice anch' egli; ed è vizio d'origine, in quanto che pone radice
nelle viscere stesse del momento astratto, e propriamente nel concetto
dell'Indeterminato. L'Indeterminato è un equivalente comune dell' Essere e del
Non-essere, dell'Idea e del pensiero, dell'astratto e dell'ASTRAENTE. Di fatto,
che cosa mai sono cotesto Essere e cotesto Non-essere? Ei son cosa
indeterminata; ma non sono lo stesso Indeterminato. Se fossero, la difiFerenza
tornerebbe davvero impossibile (difetto radicale dell'Idealismo obbiettivo
dello Schelling), perchè avrebbe a sgorgare dall'identità. Che se non fossero
la stessa cosa, tornerebbe impossibile il contrario, cioè l'identità. Essere e
Non-essere, dunque, sono un medesimo, è vero, ma solo in quanto indeterminati,
non già in quanto indifferenti. Essere e Nulla sono lo stesso, ma non come
essere e Nulla. Una prima osservazione potrebb' esser questa. Se tra r Essere
e'1 Nulla havvi identità e diiferenza; idenYuota di senso, an a priori che non
è a priori, e perciò un* ironia, come dlcovamo poco fa. Ancora: se la Logica in
cotesto processo a priori ha da pretuppoire la Fenomenologia, ne segrue che
l’una di queste due scienze non potrà essere altro che imitazione, ripetizione,
copia, copia anche ridotta al grado supremo di trasparenza ideale, ma sempre
copia deir altra; e quindi s'intoppa nella solita conseguenza, che cioè la
conge?natura dialettica hegeliana, anziché una metafisica, sarà un pretto
formalismo, un assoluto soggettivismo. Che se la Logica prewpponendo
necessariamente la Fenomenologia non può non essere altro che una copia
trasparentissima di questa, non sappiamo dir davvero che cosa gli Hegeliani
avranno da opporre al metodo di certi Teologisti i quali pigliano a discorrere
della natura di Dio appoggriandosi nelle leggi psicologiche, ricopiandole,
ripetendole e trasportando così la psicologia nella teologia. Del resto, sul
significato e sul fine e sul valore della Fenomenitlogiat i seguaci di Hegel,
com*è noto, navigano pur troppo in opposte correnti neir interpretar la mente
del maestro. È d' nopo dunque che innanzi tutto e s’accordino fra loro e ci
sappian dire se la Logica sia davvero la scienza madre, la scienza davvero o
priori, ovvero abbia da presupporre qualcos'altro dinanzi a sé. In entrambe i
casi le difficoltà saranno insormontabili. * Spatbmta, Le prime Categ, ecc.
loc. cit. tità perchè entrambi indeterminaéi, e differenza perchè entrambi
indifferenti; io domando: cotesto indifferente non è già di per sé stesso un
indeterminato, cioè non differente, cioè non determinato? Dìinqne Isl
differenza di cotesto indifferente è una parola com' un' altra; un pio
desiderio: perocché, ripetiamolo, se l'indifferente è irrélativo, sarà per sé
stesso irrazionale, sarà il nulla, sarà il nulla addirittura: quel nulla che,
come dice il Vico, non può cominciar nulla, e nulla terminare: vuotaggine, e
voragginel Ora piuttosto che dirlo un absclide Prius cotesto Indeterminato, non
vuol esser anzi ritenuto come un vero capui mortuum, incapace a costituir la
scienza perchè incapace a far cominciare il pensiero?" Sennonché il
Professore di Napoli, nel corregger V Hegelianismo, par che voglia uccidere il
verme velenoso procacciando mostrare che il diverso ponga radice nel Nulla, ma
nel Nulla inteso non già com' essere purissimo, astrattissimo, scioperato,
bensì come astraente, come NuHa-pensiero il quale, perciò, non cessa né può
cessare d' esser pensiero. Or bene, l' illustre uomo così non risolve, ma
sposta la grave difficoltà del Trendelenburg. Egli riesce a mettere un po'di
calcina alla breccia, è vero; ma senz'addarsene poi n' apre un' altra non meno
fatale della prima, perché l' intrusione del diverso è sempre lì duro a
chiedergli ragione di sé. Infatti, s'egli considera l'Essere come un in sé, e
considera come un in se anch' il Non-essere; non v' è nessuna ragione al mondo
perchè non abbia da riguardare anche come un in se il connubio de' due termini.
Intanto che cosa fa il dotto filosofo ? Giusto nel momento che s' hann' a
decider le sorti della logica obbiettiva, giusto nell' istante supremo RÌ9p, al
Oiom, de* Leti., T, IL. Si dirà: è indeterminato anche il vostro intelli^bile,
la {«ce metafisica del vostro filosofo. Verissimo, io rispondo: ma tra il
nostro indeterminato e quello degli Hegeliani corre tanto divario, quanto fra
un oggetto posto da natura, e quello colto d'oMatto; fra T oggetto originario
intuito, e r oggetto afferrato por risoluzione astrattiva. Veggasi quel che s*ò
discorso nella sezione in cui la logica dee poter rivestire natura e valore di
metafisica, egli cangia bruscamente posizione, e invoca il pensiero, invoca 1'
astraente, invoca l’astrazione, e cosi dileguatasi a un tratto V obbiettività,
ci fa divagare nel mondo delle pure forme, ed eccoci di bel nuovo ricacciati e
ravviluppati per entro alle fitte maglie della tela di ragno! Dunque (mi si
chiederà) a voler penetrare sul serio nel regno metafisico, nel mondo delle
Menti e di Dio con metodo razionalmente positivo, chg cosa è da fare? Il da
fare è manifesto: bisognerà che il connubio de' due termini, cioè il divenire,
sia quel medesimo che sono cotesti suoi termini, dal cui annodamento esso dee
pullulare. In altre parole, bisogna eh' e' sia da sé, che sia per sé, che sia
mediante se. Fa d' uopo, insomma, che r Essere (ripetiamo volentieri la bella
frase del Trendelenburg) sia dialettico, ma dialettico davvero, non da burla;
dialettico nel verace significato della parola, e quindi atto a moversi da sé
medesimo, anche senza il vostro pensare, anche fuori del vostro pensare. Cosi
gli Hegeliani potrebbero schivare qualvogliasi intrusione; e così (e solamente
così) potrebbero conseguir quella che tanto essi desiderano, la scienza
assoluta. Ma questo non ha fatto Hegel; e questo non ha fatto Spaventa benché
con tanto acume siasi adoperato a rammendar lo strappo micidiale che con
abilità di grande maestro ha saputo operare il dottissimo Trendelenburg nella
logica hegeliana. E perciò il sistema delF identità assoluta è, e resterà in
perpetuo, come é stato appellato nella stessa Germania, il monismo del pensiero
(monismi^ des Gedenkes). Abbiam detto che l' impossibilità di mostrare il
principio della difierenza nel regno della logica fa sì che il passaggio al
mondo della natura si manifesti arbitrario, illusorio, fallace. L'idea logica, dice
VERA, è la Idea cieca, l’Idea senza coscienza né pensiero, la nuda possibilità:
in somma é l'Idea, ma non l'Idea dell' Idea. In cotesta imperfezione logica sta
proprio la ragione del passaggio alla natura, e quindi la sua legge, e la sua
necessità.* Dunque, in altre parole, perchè r inderminato è indeterminato,
perciò diventa determinato ; perchè è possibile, perciò diventa reale; perchè è
privazione, perciò h posizione. Eccoci alla tt-ostc? aristotelica. Ma dicemmo
che la privazione non è negazione, non è vaga e astratta indeterminatezza, non
è pretta potenzialità, ma energia, principio positivo, e potenza feconda (to'
^uvarov). Or l’idea dell’Idea di cui parla VERA, è qualcosa d'assolutamente
potenziale e d'indeterminato; è una possibilità logica, il to' ev^e^opevov, non
già il tò ^uvktov, e quindi, meglio che principio positivo, è negazione d'ogni
principio. Come dunque principia e fa principiare? Come passa e fa passare?
In-, somma, com'è che diventa?* * Hegel, Log., Introd. n divenirey osserra il
medesimo traduttore, compie la a/era ddV E98ere e del Non-esaerey e forma ti
passaggio alla sfera ptù concreta dell' Idea, dove per novelle addizioni V
Essere e il Non-essere diventanoy o meglio son divenute qualità, quantità,
essenza. (Log..) Ma come fatte, da chi Jhtte e perchè fatte coteste novelle
addizioni? Data la sfera dell* Essere, del Non-essere e del Divenire, si passa
tosto e necessariamente alla sfera concreta del medesimo e del diverso... Ma
come si passa? Chi vi dà il diritto d'affermare cotal passaggio? Torniamo a
domandarlo: siamo qui fra* contraddittori, ovvero fra* contrari? Siamo fra nn
termine posto ed un altro opposto, o non più veramente fra il puro pensiero e
il soggetto determinatissimo e vivente che dicesì naturai Per quanto si faccia,
la sola relazione logica e la sola necessità logica torneran sempre inefficaci,
e però Hegel (secondo la severa critica dello Stahl) non giunge mai ad un mondo
reale. Egli passa dal puro pensiero alla Natura perchè? Perchè l'uno dee negare
sé stesso ponendo l'altro, l' opposto. Ora il carattere dell'opposto, della
Natura, non è la realtà, la sostanzialità, la causalità (attribuiti già allo
stesso pensiero puro), ma è la negazione dell'essere sostanziale, reale,
causale. Che cosa dunque rimane alla Natura? La semplice determinazione del
tempo e dello spazio (Ved. Enciclop). Or per qual ragione si dovrà ammettere
che questa natura estesa e temporanea debba esistere attualmente, che, cioè,
sia reale e non semplicemente pensata come estesa e temporanea, socondochè ci
accade ne' sogni? L'opposto del pensiero puro è la Natura solo come temporanea
ed estesa: ma per aver 1' opposizione forse che non basta pensarla come tale?
L^ Idealismo oggettivo di Hegel (conclude lo Stahl) non è meno di quello
soggettivo di Fichte un puro mondo di sogni: Tunica differenza ì che vi manca
ehi sogna, » {FU. del Diritto. A. quest' ultimo e severo giudizio dello Stahl
ci piace qui aggiungere quello d' un altro Parlando dell'Idealismo assoluto non
possiamo dispensarci dall' accennar poche cose, quant' occorre al nostro
proposito, sul suo organamento generale, e su le sue relazioni storiche col
Platonismo e con V Aristotelismo in generale. Gli Hegeliani riconoscono che il
mondo si svolge per una legge interna anziché per un caso o per necessità
ineluttabile e geometrica, come pensano gli Spinozisti ne' tempi moderni, e
come pensavano gli Epicurei in antico. L' Hegelianismo racchiude una grande
idea; l'idea del processo, che vuol dh-e d'un fine da conseguire con pienezza
di coscienza, di libertà, di razionalità. L'Idealismo assoluto, quindi, anziché
cieco meccanismo e fatalismo ineluttabile, parrebbe un essenziale e profondo e
universale dinamismo. Ma eccoci al punto 1 Al di là della natura, ci si dice, è
l' Idea che per ogni conto è indeterminata e potenziale: al di qua poi ci é lo
Spirito, eh' é l' Idea dell' Idea. Ora abbiam visto come la Natura non si possa
movere per l' Idea, perchè ninno potrà mai dare quel che non possiede. Tanto
meno poi si potrà movere per lo Spirito, perchè lo Spirito vien posteriore alla
natura, e le si sovrappone. Ck)me dunque movesi cotesta Natura? Per necessità
logica. E quale è il fine, quale il motivo ond'é spinta, eccitata, illuminata?
La razionalità. Or non è ella cotesta una forma di fatalismo cieco e geometrico
che, quant' a' risultati, non si divaria né pur d'un apice dallo Spinozismo?
Qual differenaotoreTole scrittore su* difetti sostanziali deiridealismo
assoluto. « Non 9% pud leggere Hegel tenxa chieder9Ì ei ragioni ttd terio.
Spesso cade ntl fatalismo y nella personificazione, e, leggendolo, par
d’assistere alla /ormatone d’una mitologia, alla genesi di un mondo che
somiglia qtuilo degli Gnostici, in cui avviene che le idee piglino corpo,
marcino^ e subiscano le piti svariate vicende. (SoBRRERt M^langes rf* Histoire
religieuse). A proposito della Logica hegeliana poi ci sembra notevole questa
sent-enza d*ano che se ne intende, e che per il solito è temperatissimo ne’suoi
giudizi: Higd n’a pas renouveU la seience, comme Venthow situme de ses
disciples Va parfois prodanU; il Va dénatwée, malgri les avertissements de
Kant, et en la faisant la premiare des seiences, ou pour mieux dire la seuU
scienoe, U Va tuée, (I. Babthìlkmt Saikt-Hilaibie Logique d^Arisiote, GL,
Pré&ce.) za, infatti, fra la necessità dialettica e la necessità
matematica, fra lo Stoico l’ Epicureo lo Spinoziano e l’Idealista assoluto
fuorché la coscienza, in quest' ultimo, della razionalità, eh' è dir la
coscienza e la trasparente visione di cotesta superiore, arcana, invincibile,
ineluttabile necessità?^ Quanto poi alle sue relazioni storiche, notammo già
come r Hegelianismo distinguasi da ogni altro sistema per la«pretensione di
volerli tutti accordare e tutti compiere e tutti inverare. E poiché guardando
al modo generale onde si suol determinare il fondamento assoluto delle cose,
tutte quante le soluzioni metafisiche possono esser rimenate ai due indirizzi
del Platonismo e deir Aristotelismo, così gV Idealisti assoluti, con la
dottrina delia Idea e quindi del metodo dialettico, reputano d'esser finalmente
pervenuti ad accordare l'esi[Nò Tale che alcuni fra i più intelligenti
Hegeliani^ stimando dMnterpretar meglio la mente del maestro, riguardino i tre
momenti del processo assoluto, nonché i tre termini del gran sillogismo, come
in un sol momeìUo^ cioè nella loro immanenza, nell'attuale ed assoluta
relazione, vomire nella immanenza àeWIdea della Natura e dello Spirito dandoci
così a credere che cotesta non è altrimenti la metafisica della Idea immobile e
irrigidita, e neanche della Mente, e tanto meno poi dell* Ente, ma si la
metafisica Tera perchè metafisica dello spirito. Con l’aggiugnere al concetto
del processo e del reale divenire quello dell’immanenza, panni che le
difficoltà, anziché scemare, crescano. Fra que*tre momenti e que*tre termini,
infatti, una relazione caueale è ineyitabile, essendo verità troppo antica ed
altrettanto irrepugnabile, che la catua ì per la tua e$9enta avanti V effetto
(Twv yàp fiéd^v^ wv coriv l5« xt etrj^oirov xae' o/BOTfjOov, ocva^xacov givat
tÒ zrpórspoy airtov t«5v /xct' auro. Arist., Metapk.). E questo principio
rlbadiscon oggi per Tia sperimentale tutte le scienze naturali e fisiche,
mostrando ad evidenza come la natura fisica, nello svolgimento cosmico, preceda
alla comparsa del regno vegetale, il vegetale (secondo alcuni) all'animale, e
air animale rumano. Come dunque persistere a farci erodere aW immanenza del
ternario f Come scaldarsi tanto per darci ad intendere che V Idea i insieme
Natura e Spirito e che la Natura è insieme Idea e Spirito f È metafisica
positiva cotesta? o non più veramente un abuso di logica nonché un'ingiuria ai
pronunziati più sicuri della moderna scienza di natura? L'opposizione più
salda, più seria, più invitta all' Idealismo assoluto la fanno oggi le
discipline sperimentali. R pure gli Hegeliani non se ne accorgono! Felicissimi
loro! genza metafisica dell' uno, con quella dell'altro sistema. Or è in questo
preteso accordo eh' ei si palesano iper-psicologisti per doppio rispetto.
Osservammo come uno de' massimi concetti dell' Aristotelismo sia quello del
moto; fondamento e sintesi di tutte le categorie, ou xoivóv. Metaph. TóSe yy.p
rt tÒ f^soóiievov >? Si xcvyjaiC} ov. Phys,, * Twv a^à^ffwv Z"» e)
xévvjo'cc); oX>) ^%p ri zapi fVT£(ai (TXSìpi? ÒLV^p7)T0Lt. Melaph.y ' Tal è,
per esempio, il ciottissimo Felice Raraisson, il quale, segnatamente nel 2**
yolame dell* opera che noi più Tolte abbiamo citato, si mostra critico assai
poco benigno verso le teoriche platoniche nel porre a riscontro la Dùdettiea e
la Metajitùsa, E di questo difetto è stato giustamente ripreso dagli stessi
francesi fra* quali Janet. {ÉhuL tur la DialecHque dant Platon et dans Hegel,
Paris) come nota lo Zeller, che le idee abbiano da esser lo stesso che i
sensibili; onde poi la conseguenza su l'inutilità di ciò che Aristotele chiama
sensibili etemi, la facilità di rilevare T assurdo delle essente separate,^ il
rimprovero su la necessaria vacuità degli eterni parodigmi, e la irrisa e,
certo, ridevole mitologia delle idee come reminiscenze d' un' altra vita.* Ora
il Platonismo espostoci da Aristotele arieggia, per più rispetti, al sistema
dell' assoluta identità: di guisa che ov' altri desiderasse elementi per una
severa confutazione della dottrina hegeliana, dovrebbe intendere Platone così
come lo intese il suo celebre discepolo e come lo stesso Platone si rivela
talvolta nel Parmenide e nel Sofista, e saperne quindi ritrarre gli assurdi.
Anche nel Platonismo passato per la trafila dello Stagirita si può dire esser
la logica quella che crea il mondo, essendo la nozione, il generale, Punita
indeterminata che pone il multiplo. Fra il finito e l'tw/ìnito, fra l' Ente ed
il Non-ente, fra 1' Uno e V Altro (rauToi, 5dÌ7spoy) nou ci ha chc uu rapporto
di natura logica; sia che si parli di fx^juviacc, sia che di fisOf^ic, ovvero
d'una relazione intima ed essenziale emergente "Ere Sol^iisv av aSiivarov
ywpc'c stvae tìj'v ouT^av xai OH VI o\J7iOL' wt7« ctw; «y ac cosai ovacat t»v
apxyfAOiTta'» oZdOLi X^P**"^ suv. Metaph, Quanto al vaJore della critica
Aristotelica cons. lo Zbllkb {Eapo•inone arittotelica ecc.). Vedi anche
Tbendblbkbubq come intende i n^ùròc àpt^fAoi {PleUonU de idei» et numerie
doetrina ex Ariet. iUtutrata, Lipzia, Stillbaum, Prolog, in Parmenide di VELIA,
ove tocca dell* esposizione aristotelica. !. Simon, Étnd. tur la Théodieée de
Platon et cT Artet, Cuosiir, note al Tim. dorè Platone è difeso dall* accusa
riguardante la causa finale. Jacqitks, Thior. dee Idée* réfutiee par Ariet,
Lkvbano, De la Critique et Ice Idéee Platonicienne» par Ariat. au premier liv.
de la Métaph. Lrclf.bc, Penniee de Platon preceduti da una Hist. abrégie du
plaumieme, Oggimai dunque le interpretazioni e la difesa in favore di Platone
sono tante e così evidenti, che la crìtica aristotelica è ridotta ai suoi
legittimi confini. Molte obbiezioni Aristotele andò cercando col lumicino; ma
alcune reggono e reggeranno contro ogni forma di Platonismo come altrove
toccammo, e come vedremo meglio nel prossimo capitolo. dalla natura stessa
delle idee secondochè appare nel Parmenide di VELIA. Non è questo il luogo per
dire qual possa essere il significato sincero di questo celebre dialogo e quale
il metodo più acconcio onde vuol essere interpretata la mente di Platone.
Ripetiamo che per lo Stagirita, come per alcuni critici francesi, sembra che il
filosofo Ateniese rimonti all' assoluto mercè gli artifizi dell' astrazione,
dispogliando le cose de' lor caratteri individuali, risalendo gradatamente a'
rispettivi prototipi, e giugnendo così al minimo della realtà, cioè al generale
che per sé stesso è cosa indeterminata e vuota.*Ora, dare al Platonismo cotesto
valore tornava comodo al discepolo per meglio combattere il maestro; ed era
altresì naturale, atteso che il metodo adoperato da Aristotele, anziché
iperpsicologico ed astratto, come dicevamo, si palesa essenzialmente
psicologico, sperimentale, induttivo nell'ampio significato di questa parola,
per cui la sua metafisica riesciva al massimo delle realtà eh' è l'Atto puro.
Così ciò che per questi interpreti è il minimum pel malinteso Platonismo, è il
maximum pel beninteso Aristotelismo. Questo fa oggi l'idealismo assoluto, ma il
fa con quella ricchezza d'espedienti, come giustamente osserva r illustre
traduttore di Hegel, e con quella possente vena di speculazione, che sanno dar
venti e più secoli di storia e di profonda attività filosofica. L' Hegeliano
condanna il metodo aristotelico, lo dice empirico, e si studia invece di
seguire e compiere il metodo dialettico dell'autore del Parm^enide; ma nel
fatto non fa che perpetuare la vuota posizione del Sofista in quanto che col TÒ
ov di questo dialogo, che è precisamente il suo Indeterminato, e' si riman
sempre nelle secche della logica. Rayaisson. Vera, V Hegelianifime tt la
PhUoBopkie. Ma è poi davvero Y Indeterminato la posizione del Sofista? È egli
tale forse r«»«er« che ì realmente e aaeolvUamejUe : rw travre^wc ovt«? {Soph.)
L'Idealista assoluto non riesce al minimum platonico, è vero: ma comincia dal
minimum dell'essere, perchè salendo di slancio, come dicemmo, air
Indeterminato, coglie immediatamente (es egreift) l'In -sé {dans ansich) che è
Nulla ed Essere, e poi con metodo dialettico e generativo egli viene
sgomitolando, a così dire, ogni cosa con ritmo costante, immutabile,
invincibile, matematico, monotono, per indi riuscire al medesimo punto onde era
mosso per l' innanzi. E con ciò pensa d'aver conseguito il vantato accordo fra
l’Aristotelismo e il Platonismo, mentre in realtà ad altro non riesce che ad
una forzata compenetrazione e meschianza del melenso e indiscerniljile tò cv
con quel Noùc immobile, solitario e tutto chiuso entro sé stesso di cui
Aristotele parla nel XII libro della Metafisica. L'Hegeliano quindi é
iperpsicologista per doppio conto. Egli incarna, esplica logicamente e compie
mirabilmente uno de' due indirizzi estremi dell' Aristotelismo, e insieme
interpreta il Platonismo con una critica che somiglia non poco a quella d'
Aristotile. Concludiamo. Abbiam visto come la forma di mediazione onde i
Positivisti mostrano d'aver coscienza dell' Assoluto sia contraddittoria. Essi
protestano di non saper nulla, di non poter nulla sapere di metafisico; ma nel
fatto confessano un nescio quid, la realtà d' un obbietto trascendente. Lo
confessano in maniera empirica, e si contraddicono anche qui, perché,
dichiai'andolo Inconoscibile, negano così l' esigenza più vivace della ricerca,
negano il metodo positivo, negano la critica severa e feconda. Positivisti,
Critici, Scettici o com’altrimenti si chiamino cotesti filosofi déW avvenire,
non hanno e non vogliono aver fede nell' indagine d' un sapere metafisico. Essi
dunque condannano sé medesimi, il proprio metodo, la ragione e la storia della
scienza, poiché non fanno che perpetuare un aristotelismo fiacco, empirico,
unilaterale, impotente, negativo. Ad un opposto resultato riesce il
neoaristotelico iperpsicolggista. L'idealista asBolnto dice di conoscer
l'Assoluto, d'intenderlo nel senso più stretto di questa parola, perchè lo fa
solo in pensandolo, e ripensandolo il rende a sé stesso trasparente. Chi
conosce Bram è già Bram, dice il filosofo indiano. Chi giugne a pensar Dio,
l'infinito, ci dicon gl'Hegeliani, egli è già Dio, è già l'infinito. Ma il modo
con che pervengono a pensarlo, il processo di mediazione, non è processo, non
procede, non cammina, ma sé in sé rigira, direbbe l'ALIGHIERI, poiché riman sempre
nel mondo del più puro pensiero, del subbiettivismo, in quel letto di Procuste
appellato formalismo logico, come dell' Hegelianismo dice un illustre scrittore
vivente di Germania.' Cotesto processo quindi é una mediazione bugiarda, perchè
non é vera e legittima conversione. Quell'ombra, dunque, di dottrina
metafisica, quel vano conato di conoscenza trascendente che ci porgono i
Positivisti col confessare la realtà d'unDews absconditus ci rappresenta una
delle forme costituenti la prima |)0sùnone speculativa; la quale perciò, chi
guardi alla legge istorica aristotelica secondo cui si svolve il pensiero
filosofico, s'addimostra tutt' altro che positivo, in quanto che ci rappresenta
l'esagerazione del Dommciismo empirico. La dottrina hegeliana poi neir attingere
a modo suo l' Assoluto e nel determinarlo, ci rappresenta invece la seconda
posizione speculativa, ed è l'esagerazione del processo deduttivo, in quanto é
dommatismo sistematico assoluto; e neanche questo merita nome di positivo. I
Neoaristetelici moderni, dunque, sia che per necessità di sentimento e d'
opinione e d'istinto pongano l' Inconoscibile, sia che a furia di speculazione
trascendentale pongano l'Indeterminato come un absdute Prius, partono
dall'ignoto; partono dall' impensabile. Essi movono dal buio, o riescono al
buio: talché rassomigliano a que' filosofi di cui parla Aristotele, i quali
fanno nascer tutte cose dalla notte: ol * CoLEBBOOKE, PhiL dea HindotUf Ess.
II. Gbbvihub, Hìh, du IHx*Neuviéme SihUe, Paris. fx vuxTo'c 7fvvo3vTic. Perciò
i Neoaristotelici, s' appellinQ Hegeliani o Positivisti, meritano, comecché per
ragioni diflFerenti, il titolo di filosofi della notte; mentre i Neoplatonici
con le vantate visioni, intuizioni, splendori, irradiamenti e influssi divini,
ben ci figurano i filosofi del giorno e della luce. Il positivo nel conoscere
metafisico non istà nella immediatezza de' Neoplatonici, e neanche nella
mediazione de' Neoaristotelici. In che dunque vuol farsi consistere? Re LA
RICERCA DELL'ASSOLUTO SECONDO LA RAGION FILOSOFICA POSITIVA, altrove notammo
come l’essere s' incarni e sostanzii ne'tre processi, ideale^ naturale,
istoricO'Sociologko: e come il Vico, a significare l'indipendenza di ciascuno e
insieme la comune legislazione, siasi ben apposto nel chiamarli a Mondo delie
Menti e di Dio^ Mondo della Natura^ Mondo dello Spirito. Avvertimmo altresì che
le scienze le quali studiano lo spirito in sé stesso indipendentemente dallo
svolgimento isterico, si adunan tutte nelle tre discipline fra loro distinte
eppur connesse in unico organismo, i cui tre momenti, per così esprimerci, sono
il primo psicologico, il primo logico e’1 primo vero metafisico. Ora il
processo ideale è la dialettica; la quale volendo essere avvisata sotto doppio
rispetto, ideologico e metafisico, è davvero, come l'han sempre designata i
Platonici ed i neo platonici, una scala; ma una scala a doppio congegno; una
scala ascensiva e discensiva, come direbbero certi viventi critici francesi
nell' interpretare il Parmenide di Platone,' In qnanto ascensiva, è ideologia;
e V ideologia, se non avesse alcun valore dialettico, altro non sarebbe che una
serie di norme logiche e un cumulo di leggi e d'attinenze onninamente formali.
Essa dunque rappresenta il processo eduttivo. Questo processo muove dal Primo
logico, e riesce al Primo vero metafisico; e vi riesce col mezzo delle idee
(ntpi iSé(av) che sono il medio per eccellenza, lo strumento pili acconcio, più
legittimo, e perciò la prova razionalmente positiva per potere attinger la
notizia dell'Assoluto. In quanto poi la dialettica è discensiva, è metafisica;
ed è metafisica perchè, giunti, come accennammo, al sommo della scala, il Primo
vero metafisico assume valore di principio metafisico che è anch'egli .processo
e conversione con sé e col fuori di sé. In Vico é abbastanza chiara l'esigenza
di questo doppio rispetto della dialettica laddove, nella simbolica Dipintura
della Scienza Nuova, pone il pensiero e l'essere come formanti un organismo, un
sol mondo, il Mondo delle Menti e di Dio. Vedi per es. Jankt, Étude »ur la
Dicdectìque ecc., ed. cit. p. Vaoherot, HÌ9t. critique de VÉcole (TAlex.^
NoCTRlsSOir, Expo8Ìtion de la Théorie pUUonieienne de$ idée», PftHs, Simon,
HìH. de VÉcole d'Alex. Perchè le idee tornino fruttuose han d' avere un valore
dialettico. Cons. a questo proposito Plat., De Rep., Sop}i.\ Abist., Metaph.,
Proclo, Comm, in Parm. Il metodo dialettico beninteso risale, secondochò
notammo, a Socrate, come quegli che trasferi tale parola dagli usi della vita
(^ta'kéyt'jBxL^ eonvereare), agli usi della scienza. Però dialettica, nel suo
razionale significato, indica la convenione della mente, vuoi con sé medesima,
vuoi con altro. Vico intende a meraviglia tale origino istorica, nonché
Tapplicazione speculativa alla scienza, laddove afferma: V ordine delle umane
cote i d* ouervare le cote SIMILI, prima per ISPIROASSI, dipoi per provabr; e
ciò prima con V ESKMPLO che ti contenta d* una coea^ finalmente con V INDUZIONE
che ne ha hi' eogno di piò: onde Socrate, padre di tutte le eitte de*filo9ofi,
introdueee la Dialettica con l’Induzione che poi compiè Aristotele col
eillogiemo eJte rum regge senza un universale, {Se, Nuo.) Veggasi quel che
abbiamo discorso quant* al metodo. Ricordiamoci che per noi la metafisica non ò
sdema aeedlmUi, bensì Il nodo gordiano della filosofia, e però la chiave della
metafisica, son le idee. Se il lettore ha badato al processo e alla genesi
psicologica che assai fuggevolmente venimmo tratteggiando, avrà potuto indurre
qual sia e qual debba essere, secondo V esigenza del filosofare positivo, r
origine e la natura delle idee. Coteste idee non sono entità puramente formali,
né puri concetti dello spirito. Non sono essente sparate, almeno quelle intomo
alle quali (come usava dire GALILEI) possiamo discorrer noi umanamente; e però
non sono sostanze esteriori, come Aristotele interpreta i napaStiyyiotrx del
filosofo Ateniese. Non sono concetti innalzati ad universalita determinata ne^
quali col chiudersi il circolo dell' essere si esauriscano ed assolvano le
ragioni delle cose, com' è per gl'Idealisti assoluti. Non sono, a dir proprio,
le cose stesse nelle assolute lor qualità. E, finalmente, non sono quasi
altrettanti simboli, o spiragli attraverso cui si affaccia al pensiero
l'Assoluto. Le idee costituìscono il prodotto del processo psicologico. Elle
dunque sono una fattura di nostra mente: son la mente stessa, direbbe Vico, ma
la mente in quanto è Magione spiegata. Ecco le idee umane, sul cui svolgimento
s'imba&a tutto l'edifizio e tutto il valore della Scienza Nuova.* Mcienxa
ddP à»9oIìUo in quanto è Critica del Vero. Però accettiamo anche qui la
sentenza che costituisce, diremmo, la chiave dell* indiriuMo medio dell*
Aristotelismo. Per Aristotele la Metafisica è «ciennadeU^AatolìUo; e questa
scienza dell'Assoluto è anche logica, logica in «2, logica in quanto considera
l'essere »n «è, realmente: to' sgw ov xai x^/^'^l^v. {Metaph.): il che consuona
con la sentenza di Vico riferita altrove: Quello che è metafiaica in quanto
contempla le cote per tutti i generi delV e»aere, lo tteseo è la logica in quanto
considera le coee per ttUti i generi di Bignifienrle. Col pensiero d’Aristotele
poi rinverga il concetto del suo maestro. Platone, come ò noto, appella
filosofi quelli a’ quali ò dato asseguir la notizia di ciò che è costante e
assoluto (^cXóaoooc jiasv oc toù àcc xxT« rauToè wc«i»tw; e;^ovTo; 5«và^«ovi
SfxnrtfrOxt. Bep.y). A prima giunta parrebbe che nella dottrina delle idee il
Vico fosse un filosofo arciplatonico, ma non è. La dialettica platonica, intesa
in un certo senso, non può menomamente prescindere, come osserva il Simon,
dalla dottrina della reminiscenza: La euppreseion de la remini»cenee en
peycologie ut la négation de la dialectique et de la tkéorie de» idée. Ma se le
idee sono il moto stesso e lo stesso esultato della energia psichica, e, come
tali, chiudono il circolo della natura e dello spirito, non però chiudon sé
stesse, anzi dischiudonsi, e col dischiudersi ci mostrano di lor natura un
intimo riferimento all' Assoluto. Se r uomo, lo spirito, secondo la nozione del
nostro filosofo, non è, a dir proprio, Y infinito attuale e nemmanco r attuale
finito, ma una potenzialità infinita, una potenza che tendU ad infinitum, ne
seguita che anche, le idee, sue determinazioni, voglion esser fomite del doppio
carattere della finità e della infinità, sia che le si considerino nelle intime
lor attinenze organiche, sia che nella lor solitaria immanenza. Dunque l'idea è
genm, è forma metaphysica, e, come tale, somiglia alla forma del plasticatore,
anziché a quella del seme. Ma anche come genere, anche come forma metafisica l'
idea è finita e infinita: finita in ampiezza e universalità; infinita in
perfezione.' Però tiene del finito, in quanto che un' idea non è l'altra; e
tiene poi dell'infinito, perchè è). Or la dottrina psicologica del Vico,
secondo che noi siamo Tennti interpretandola, contraddice ad ogni platonica
reminiscenza, ad ogni maniera d’intùito iperpsicologico; anzi non mancano
luoghi ne^qaali egli condanni questa dottrina. (De Univ.j'ur.) Quanto alla
scienza e alla virtù, dice esser cose che hisogna edurle dalla mente e
dairanimo come fa T ostetrico (De Coruu PhiL, e. I). Non è poi nniraffatto
platonica nò quant’alla natura, né quant’all’origine delle idee, perchè le
idre, per lui, non sono gli eterni veri (essenze separate ed esemplatriei)^ ma
sono entità che significano l'assoluto in quanto si riferiscono a ]uì [De
Univ.). Non sono quindi appreso direttamente, ma fatte. Vedi, per es., quel che
dice sul generarsi de* generi e delle forme metafisicke, le quali a nostris
pueris primulum bua spontk «xpZtcantur. E ciò non pertanto gli hegeliani V han
battezzato o seguitano a battezzarlo per platonico sviscerato ! Neil' altro
capitolo vedremo fino a qnal segno e per qual ragione egli possa meritarsi
questo titolo. Forma» intelligo metaphysioas (pice a physieis ita diversce
sunti « forma plaatm a forma seminis. Plastce mim forma dum ad eam quid
fermatur, manet idem et semper formato perfeetlor; forma seminis, dum quotidie
se esplicai, demutixtur ae perjicitur magie: ita ut formfn pkysicct sint ex formis
metaphysieis formatw {De Antiq.). Vedremo fra poco qual valore abbia
quest'ultima sentenza. Genera esse formas, non amplitudine, sed perfezione
injìnitas. l'altra e, sotto certo rispetto, tutte le altre. La legge
dialettica, dunque, è la stessa legge universale dell' essere; legge di
conversione; legge d'alterità e di medesimezza. Sennonché cotesta conversione
ideale non è semplice opposizione, e neanche compenetrazione, conciossiachè la
ragione dell'un termine non istia solamente nell'altro. Il dialettismo si
radica, non già nelle idee come opposte fra loro o come generate, ma, innanzi
tutto, nel soggetto che le genera. Un'idea non è universale perchè perfetta, ne
perfetta perchè universale. E non è finita perchè infinita, né infinita perchè
finita. Questo è l'errore delle dialettiche a priori che, levando a principio
l' opposizione per r opposizione, riescono ad un pretto meccanismo ideale. Un'
idea è infinita, o finita, principalmente per sé, e anche per l' àUra. Se
dunque la lor conversione non è equazione, né semplice opposizione, ne
conseguitano due cose: V ch'elle non chiudono il circolo; 2*" eh' esse
importano l' ideato nella pienezza di sua realtà. Si vorrà supporre che anche
cotesto ideato sia un'idea? un'idea madre? E allora avrà luogo il medesimo
discorso, e saremo sempre daccapo. Si vorrà giugnere all'idea dell'essere mercè
i soliti lambicchi de' raffinamenti e assottigliamenti astrattivi? E avremo la
nuvola, non Giunone! Certo, l' idea dell' essere non è come le altre, finita
nell'ampiezza, bensì infinita, universale; ma è vuota, è vacua, né altro è
capace di dare fuorché yffi'kÒLi evvoiaf. Ella comprende tutto, ma non
racchiude nulla: è un Primo logico, non già un Primo vero metafisico. Dunque
vuol esser determinata; stanteché debba cessar d' essere infinita per
universalità, e assumer valore d'idea infinita per perfezione. L' ascensione
dialettica perciò è incalzata dallo stesso principio della conversione; e la
mente deve posare in quell'ideato che, a dir proprio, sia un ideato dialettico,
ciò è dire conversione piena, assoluta, vivente, reale. 1 Generi f dice il
Vico, aono non per univer»alità, ma per perfezione inJiniH: e questo eeeere U
brieve e vero 9en§o del lungo e intricalo F€tnn&' Se r idea è infinita non
per ampiegm ma per_perfmone, perciò non va confusa col concetto; al modo nide
di Platone; e questo intendimento doverti dare alla famosa Scala ddle Idee onde
i Platonici pervengono alle perfeUianime ed eteme (Bisp. I, al Oiom. De’
Lett.). Quanto al brieve e vero senso del Parmenide toccheremo più giù. Dove
poi Vico dice: Genera esse formasy non amj^itudinef sed ptr/ectione injinitas^
tosto SOggiugne: et quia injinitas in uno Deo esse. Come va intesa questa
sentenza? In quanto le idee possiedon carattere dMnfinità e d* assoluta perfezione,
elle sono in Dio; e sono in lui perchè forman tutte assoluta unità, e assoluta
totalità: unitotalità. Lo avea detto GALILEI che non era un metafisico: Le
idee, perchè inJinitCf sono una sola ndV essenza loro e nella mente divina
(Op., ed. Albóri, Dial. de* Mass. Sist,). Ha in quanto possiedon Tubo e r altro
carattere, elle si producono e rìseggon nello spirito, nel pensiero; sono il
pensiero; e sono finite e infinite perchè tale è, ripetiamo, la natura stessa
dello spirito, cioè potenzialità infinita. Ne viene perciò che, ove le idee
fossero infinite in atto, non potrebbero essere altresì finite. E dove fossero
solamente finite e puramente universali, sarebbero forme vuote e astratte, e
però, contraddicendo air intera dottrina psicologica del nostro filosofo,
cadremmo nel pretto sensismo. Or le idee, le nostre idee, non sono infinite e
perfette perchè siano lo stesso Dio o pertinenze di Dio, ovvero spiragli ond’ei
s’afikccia al pensiero, come dice il Mamiani col suo linguaggio tinto di certo
color poetico; ma son tali perchè tale per T appunto è il soggetto che le
partorisce; il quale perciò, mediando sé stesso come potenziale infinito, deve
per necessità eduttiva concludere alla notizia dell’Assoluto. Di qui nasce che
le idee non possono essere infinite di fatto, e ce *1 dice egli stesso: enim
vero ista genera nomine tenue infinita, homo enim ncque nikil est, ncque omnia.
Quare nee de nihilo nisi per aliquid negatum, neo de infinito, nisi per negata
finita cogitare potest. Ai enim omnis triangulus habet angulos cequales duobus
rectis. Ita bene: sed non id miìU infinitum verum, sed quia habeo trianguli
formam in mentGot imprcssam, cujus hanc nosco proprietatem, et cu mihi est
archetypus ceteroruh. Fatta dunque l’idea, tosto in essa io riconosco, non già
l’infinito, ma il carattere della infinità: hanc proprietotem nosco. Per questa
proprietà essa diventa un archetipo, diventa una misura {archetypus ceterorum);
e come archetipo e misura ella, per me, è un assoluto; e così è vero, che Vuom
tende a farsi regola deW universo,che vuol dire tende a farsi assoluto. E qui
toma acconcio il riconfermare quella relazione che tra le opere di Vico altrove
procacciammo chiarire. Nella Scienza Nuova Tuomo è regola e misura in tre
maniere, secondo i tre momenti dello svolgimento isterico; 1° nella fase 0
stato divino, per credenza e per sentimento; 2« nella fase eroica, per
arbitrio, forza, potere, volere; 3 nella fase umana, per magistero logico e
scienziale, cioè per la ragione spiegata,^eT le idee {idee umane). Ecco dunque
una prova novella che ci mostra come la Scienza Nuova, anziché contraddire al
Libro metafisico, lo esplichi e lo legittimi sempreppiù, al modo istesso che
questo riassume le ragioni metafisiche di quella. istesso che l'intendimento,
secondochè mostrammo, non è da confondersi con la ragione. Tanto Videa quanto
il concetto sono una dualità, perchè T una e l'altro sono conversione,
giudizio, e però medesimezza e distinzione. Ma la dualità dell' idea è l'
universalità e \2l perfezione; dovechè quella del concetto è l' estensione e la
comprensione. Nel concetto come vedemmo, ci è sempre un'orma del fantasma; e
nell' idea v' è sempi-e un' orma del concetto^ cioè il comune, l'universale. Or
chi dirà che il concetto abbia carattere d'infinità solo perchè sia comune e
universale?* Il circolo, a mo' d'esempio, in quanto è universale, è concetto;
ma in qijanto racchiude la nota essenziale ond' e' si discerne da ogn' altra
nozione, è quello che è; è perfettissimo; è infinito; e così lo pensa Dio come
l'uomo. Si vero id contendane etse injinitum gentu (cioè che i tre angoli d*aii
triangolo rettilineo siano eguali a due retti, eh' è l'esempio riferitopoco fa
dallo stesso Vico), quia ad eum trianguli archettfputn accommodari innumeri
trianguli po«8unt, id tibi habeant per me licet; nam vocabulum iÌ9 lubens
condono, dum ipti de re mecum eentiant. Sed enim perperam loquuntur, qui
decempedam dixerint injinitam, quod omne extenaum ad eam normam metiri poannt,
> {De Antiq.) ' Galileo nota stupendamente questo privilegio del pensiero là
dove distingue V intendere extensive dair intendere intensivCf confermando così
la dottrina di Vico. Vintenèive del filosofo pisano è il perfettamente^ com*
egli stesso dichiara. Ora v* ha cognizioni, egli dice, le quali, guardate sotto
il rispetto della inteneìtà e della perfezione, agguagliano le di-rine neUa
certezza obbiettiva^ perchè con essa arriviamo a comprenderne la nec€99Ìtà
sopra la quale non par che posta essere sicurezza maggiore, {Dial. de' Mass.
Sist,j) Gli esempi co' quali GALILEI procaccia chiarire tale idea, son tolti
dalla matematica; e la matematica, anche per lui, è una fattura della mente; e
però la certezza e la necessità ond'ei parla scaturisce immediatamente dalle
leggi stesse della psicologia. So che il Neoplatonico neanche qui si darà pace,
ed opporrà la solita inTitta necessità di certi yeri che, vada o Tenga il
pensiero, sono e saran sempre quello che sono. A questa difficoltà ahhiamo già
risposto. Il due e due fan quattro (direbbe un neoplatonico alla Maminni) gli è
un vero assoluto e necessario, né io posso pensare il contrario; dunque T*ha in
lui qualcosa che non m' appartiene; e però,o è Dio, o è pertinenza di Dio.
Nient' affatto! Io non posso pensare il contrario; ed è yerissimo: ma perchè
non posso pensarlo? Perchè non posso contraddirmi; ecco la ragione immediata.
Il regno della logica non è il regno Or se tale è l’organismo delle idee, è
impossibile che il pensiero partorisca e generi un'idea laquale sia infinita
così nelF ampiezza come nella perfezione. Se potesse, e' già sarebbe V infinito
in atto. Se potesse, egli, col farsi, già sarebbe un fatto. Ma così non si
contraddirebbe? Non annullerebbe sé stesso anche qui? La conseguenza, dunque,
parmi chiara: il pensiero, questo nostro pensiero con tutto il suo ^contenuto, non
possiede l' essere, non è l'essere, non si compenetra con r essere. Questa
invincibile manchevolezza d' essere, questa insuperabile impotenza d' essere,
come ci si rivela? quand' è che ci si rivela? Precisamente nella stessa
impossibilità d'afferrare e fermare il pensiero nell'o/to. Ed è impossibile
poter cogliere e fermare quest'atto, appunto perchè lo spirito, pensando, è già
un atto, è già faUo (actum). Or se non è atto, non ci ha da esser r atto ? Io
penso l'essere; io son l'essere: eppure non sono la realtà dell'essere! Dunque
la stessa impossibilità a dedurlo come tale, mi dà il diritto a concluderne la
realtà. Il che accade per una ragione detta e ridetta, che, cioè. Essere e
Pensiero non sono l' uno in due (come direbbe lo Spaventa), non sono l' identico
nel diverso, ma sono il due in wwo, sono piuttosto il diverso nell’identico. E
qui ci è dato scorgere sempre più nettamente V errore degl’intuitisti e ie^
mediatisti. Cotestoro, come vedemmo, voglion rintracciare la ragion
dell'assoluto e dell' infinito nel pensiero, e ricorrono ad espedienti opposti
e contrari. Gli uni ci dicon che la mente colga immediate l’Assoluto; gli
altri, che lo faccia. Ora chi dice di vederlo, per me, sogna ad occhi aperti; e
senz' addarsene resta impaniato nel panteismo. Chi poi dice di farlo, sogna
anche lui e, per di più, diverte la doli* arbitrio. E perchè poi non posso
contraddirmi? Giusto perchò lo stesso pensiero è quello die nel due e due fan
quattro pone gl’elementi e le condizioni del giudizio: le quali io non potrei
negare, senza distruggere il mio stesso pensiero. Se potessi, ne verrebbe che
io farei, e non farei: cioè /arci il nulla t gente con indovineUi da
algebrista, e finisce per immergersi nel nulla: talché anniillando cotesto
assoluto, la sua deduzione riesce davvero ad \m3i bestemmia. Il neoplatonico s'
affida ad un intùito; e così esagera l’impotenza in cui è il pensiero d' esser
l’essere. Il neo-aristotelico hegeliano, al contrario, s'affida a sé stesso; e
così esagera la potenza del suo pensiero adequandolo all' essere. Entrambi
dunque deducono; ma l'uno appoggiandosi neh' obbietto intuito, o nell’Ideato
presente al pensiero; l’altro,movendo dsàll’indeterminato cólto o posto per
astrazione immediata e subitanea. Illusione l' immediatezza dell' uno! illusione
e arzigogolo logico la mediatezza dell' al trol Non intùiti, ne posizioni a
priori: non immediatezza, né mediatezza, ma conversione, ma processo del
pensiero con l'essere. Le idee non sono r Assoluto significativo, l' ente in
quanto sigtii/ica, in quanto presenta sé stesso al pensiero:' ma é lo stesso
pensiero quello che per sé medesimo é significativo dell'Assoluto, in quanto é
Bagione spiegata. Brevemente: se r idea è mezzo, eli' è il pensiero, ma è il
pensiero in quanto rappresenta l'Ideato, non già l'Ideato in quanto s' affaccia
al pensiero. Or qui si compie nella sua vera forma la funzione eduttiva.
Parlando della genesi e classificazione delle varie discipline dicemmo, le
scienze eduttive ridursi ad una sola, ed esser la filosofia. La filosofia s'
intrinseca con tutte le scienze; e però é anch'olla induttiva e deduttiva la
sua parte. Ma anch'essa é autonoma, anch'essa è trascendente, e come tale è di
natura eduttiva; poiché non cessando d'alimentarsi de' tesori adunati dalle
altre discipline, nondimeno sa e può trovare alimento in sé stessa, e per sua
propria virtù. Se le idee infatti hanno lor fondamento in natura, nessuna
funzione basterebbe * Hine adeo impiat euriontatit notandi, qui Deum Optimum
Maximum a priori probare ttudeiU: nam tantundem ettet, quantum Dei Deum «e
/aoere, et Deum negare, quem quixrunt. (Vico, De Antiq.) ROVERE, Lett. al DoU.
BrentoMMoUf 424 DILLA DOTTBiNA ulosoiioa. [lib. n. a scioglierle da' viluppi
delle sensate apparenze, ove la stessa mente non sapesse pai*torirle. Tra il fantasma
e l'idea, tra la forma metafisica e la fisica^ c\ è quel medesimo intervallo
esistente fra il senso e la ragione. Or tuttoché le idee pongan radice nella
natura e si muovano in questa, nondimeno con lieve soccorso del senso elle
possono esser generate dalla mente, poiché a concepir r idea del circolo, o
meglio, a fissare il concetto del circolo nella nota che costituisce la sua
perfezione e trasformarla in idea o forma metafisica, non v' ha mestieri di
prolungati lavori d'astrazioni e di generalizzazioni. La mente perciò nel
concepirle fa altrettanti giudizi eduttivi. Il giudizio eduttivo è diverso,
così nella forma come nel contenuto, dal giudizio induttivo, e dal deduttivo.
Il suo carattere specificante dicemmo radicarsi innanzi tutto nella relazione
de' suoi termini, e quindi nell' origine dell' attributo. L' attributo non è
dato dal fatto; e però non è sintetico a posteriori. Non è ricavato dal
soggetto e applicato al soggetto stesso come parte del suo contenuto; e quindi
non è di natura analitica. Non è ripetizione del medesimo soggetto; e quindi
non è identico. Il giudizio eduttivo serba in' Se pensare, come altrove
mostrammo, è giudicare, e giudicare è un atto di conversione in quanto che
convertire è scorger la medesimezza e la differenza ad un tempo; ne viene che
il giudizio è la sintesi di due elementi, convertione del vero col fattOf
sintesi della medesimezza generica (vero) e della diversità specifica (fatto).
Ora guardando alla funzione speciale onde la mente forma concetti e giudizi, ricavammo
esser tre i sommi generi a cui essi potranno rimonarsi, e li appellammo
induttivi, deduttivi, eduttivi. Questa divisione è essenziale, perchò si fonda
principalmente nella differenza del contenuto de’ giudizi, e perchò dà origine
alle tre funzioni metodiche. Si fonda dunque su la dottrina della conoscenza e
della scienza, e perciò è razionale e cpmpiuta. L'atto del giudicare, Infatti,
ò sempre identico nella sua forma logica, poiché è sempre una conversione al
pari del concetto ond' emerge; ma differisce nel contenuto, ed ecco r origine
delle tre differenze di giudizi. Tutte quelle innumerevoli distinzioni e classi
e divisioni e suddivisioni di atti giudicativi fatte da Aristotele sino al Kant
e a SERBATI, sono spartizioni secondarie, le quali riguardano l' estensione, la
quantità, la relazione, la forma e l'indole de' giudizi; ma riescon tutte
incompiute. dole essenzialmente sintetica, e però sgorga dallo stesso pensiero
per virtù e necessità eduttiva. Ma qual sorta di sintesi è cotesta? Non è sintesi
a priori nel senso de' Neoplatonici, perocché l'obbietto non è dato da nessun
intùito o visione trascendentale. Non è sintesi nel senso dell' Idealismo
assoluto e del criticismo, perchè r obbietto non è posto per mera legge
dialettica, e neanco per non so qual cieca necessità subbiettiva. Il giudizio
eduttivo è un vero atto sintetico, un atto sintetico trascendentale per
eccellenza perchè l'attributo non è nel soggetto, e nondimeno è posto dal
soggetto. Qual è l'oggetto di questa sintesi trascendentale? È appunto ciò che
le forme metafisiche possiedon di comune. È ciò che nel concetto e nelle
determinazioni ideali scopriamo d' infinito, non già nell'ampiezza, ma sì nella
perfezione. La funzione eduttiva dunque è funzione dialettica, dialettica
ascensiva. Perciò eduzione delle idee non vuol dir la pura e semplice
generalizzazione delle qualità dell'essere: vuol dire accrescimento dell'
essere; vuol dire concentramento dell' essere nella [I griudizi iintetici a
priori di Kant non sono propriamente apriori, ma si riducono a giudizi
analitici. Il processo conoscitivo è, per dir così, nna catena, gli estremi
della quale sono due sintesi, e però due forme di conversione; l’una di esse è
originaHay e l'altra finale. Quella precede, come si disse, ogni riflessione, e
costituisce il primo psicologico, l’unidualità primitiva; la quale, facendo
possibile la formazione de' concetti mercè il processo psicologico, toglie
queir apparente petizion di principio tra la necessità per cui ogni giudizio
deve importare il concetto, e la necessità ondMl concetto debb' essere un atto
giudicativo. La sintesi finale poi riesce al Primo vero metafieico^i] quale
devesi convertire col Principio metafisico. Avviene perciò che la sintesi
originaria sia costituita dal pensiero e dal suo obbietto che è l’essere in
quanto indeterminato; e però è sintesi naturale essendo posta dalla stessa
natura. La sintesi finale per contrario, ha per oggetto 1’essere determinato
ideale, e determinabile in quanto reale; e )»er ciò è sintesi superiore alla natura
essendo prodotta dallo stesso pensiero. Queste due sintesi dunque sono due
giudizi d'indole sintetica, ma diversissimo n'è il contenuto; per la ragione
che, se nel primo d'essi l'obbietto è posto da natura, nel secondo è posto
dalla stessa mente. sua idealità. Or se tale è la natura di questa funzione
accade che il principio ond' ella è governata non possa esser quello d'
identità, di repugnanza, di causa e simili; stantechè qui non si tratti di
logica formale la cui materia è costituita, in generale, da' giudizi deduttivi,
ne di logica induttiva, i cui giudizi riposano sul principio di causalità e di
sostanza empiricamente intesi. Se il fine della logica formale sta nel fissar
le norme del ben pensare, e il fine della logica induttiva nel porgere i criteri
a fruttuosamente sperimentare; è chiaro esser necessaria una logica la quale
sappia ritrovare il vero facendolo, se pure s' ammette che la metafisica abbia
da essere una critica del vero. Ed è chiaro altresì esser necessario un
principio che sappia guidarci nel processo di siffatta critica, il qual
principio è appunto, come altrove toccammo, quello della conversione. Or questa
funzione eduttiva, di natura essenzialmente dialettica, non va dall'effetto
alla causa, né dalla causa all' effetto: non va dalla sostanza alla
determinazione, né dalla determinazione alla sostanza. Le idee non sono
effetti, non sono risultati, né determinazioni dell'Assoluto. Se così fosse,
come sarebbe possibile il transito dialettico? Il passaggio dialettico
(nopsisi) è solamente possibile dov'è possibile medesimezza e differenza; dov'è
possibile intervallo e continuità; dov'è possibile, insomma, conversione di
termini. I termini in quest' ordine di cose, da una parte, sono le idea, la
Eagiotie spiegata; dall' altra sono le stesse idee, le stesse forme
metafisiche, ma in quanto concludono nel loro ideato, neir ideato come
Principio e Mente reale, nell' ideato che basti a sé stesso (ro^izavov),
nell'ideato che nulla suppone, ma che si pone (ro ocvuttoOstov). Intanto la
ragione, tuttoché secondo le leggi altrove notate del processo psicologibo
debba mover dalla natura e dal senso, nondimeno, come tale, è caussa sui
(suitas); e l' effetto di tal cagione è la scienza, le idee, le quali, in
quanto forme metafisiche, si riferiscono all'Assoluto. E cotesto Assoluto alla
sua volta è Caussa sui (Aseitas), ma è anche cagione del mondo in quanto è
mente; e l'effetto di tal cagione è lo spirito, non già come Ragione spiegata,
come Nove, come attualità, ma come virtualità, potenza, materia, natura,
conato. Ora questa evidentemente è conversione, e quindi è sintesi eduttiva. Ed
è tale in quanto procede da causa a causa, in quanto concatenando caussas
caussis le annoda e distingue ad un tempo, perchè in realtà le s'immedesimano e
si distinguono anche fra loro. Il perchè, se da una parte qui abbiamo le idee,
le forme metafisiche, la ragioìie spiegata, la coscienza, il vero; mentre
dall'altra abbiamo r Assoluto, r Assoluto in quanto è mente, in quanto è la
Mente, in quanto è il Fatto per eccellenza; in una parola, se da una parte
abbiamo quel che VICO (si veda) dice le Menti, e dall'altra Dio: ne viene che
in questo Motido delle Menti e di Dio, in quest’organismo del pensiero con r
essere, il passaggio dall' un termine all' altro non è processo deduttivo, né
tampoco induttivo, ma è processo essenzialmente eduttivo, perchè anche qui ha
luogo la conversione del vero col fatto, cioè la conversione delle Menti con
Dio, della logica con V ontologia, dell' ideologia con la metafisica. Sarà un'
alchimia anche questa ? Potrebbe stare. Ma chi ben la consideri, anziché
un'alchimia, scorgerà in essa il fondamento della prova legittima, vera,
positiva intorno all'Assoluto. Le tre ordinarie maniere d’argomentare
resistenza di Dio furon ben cento volte dimostrate deboli, incompiute, fallaci,
per la solita ragione che, non racchiudendo processo, mancano perciò di valore
propriamente dimottratico. Il cosi detto argomento ontoìogicOf per es.,
qaalanque ne sia la forma datagli da Anselmo d’AOSTA, Cartesio, Malebranche, Fénelon,
Leibnitz, Gerdil, SERBATI, GIOBERTI, ROVERE e simili, non può concludere alla
realtà assoluta, perchè, comunque e' si squadri, ha sempre nn valore deduttivo.
Gli argomenti poi dettiyì«ico, moralcf ootmologieOf sono sfomiti d* ogni rigor
di prova razionale, in quanto che si riducono alla forma induttiva, la quale,
in tal caso, racchiude nna petizion di principio. Laonde se la deduzione move
da un /ntùtto, siamo nella ipotesi; e la scienza non può accettar le ipotesi
come principi], tnttochò se ne possa e debba giovare È dunque vero, è verissimo
che l' uomo da sé e con la propria mente faccia Dio. E lo fa dapprima col
senso, poi con r immaginazione, da ultimo con la ragione. Col senso lo vede
immediatamente nella natura, lo sente nella natura. Con l'immaginazione lo vede
attraverso alla natura, ma lo sente in sé medesimo. Con la ragione lungo il suo
processo come d'altrettanti mezzi. Se poi muove da un Indeterminato f siamo nel
formalismo psicologico, nell* arbitrio logico, e però si riesce agi* indovintUi
da algebristi, l’una forma di deduzione perciò non dimostra, cbè anzi invoca
appunto l'Assoluto per dimostrare: T altra invece dimostra troppo, e perciò non
dimostra nulla. Dunque l’argomento eduttivo o della eonveraionef che noi
contrapponiamo a qualunque forma di deduzione e d* induzi one, è prova
legittima, stantechè racchiuda il vero termine medio, il vero m«szo tra il
mondo e l’Assoluto. Il solo Trendelenburg ha parlato d' una forma di prova
ch’ei chiama argomento logico, il quale potrebbe avere alcun riscontro col
nostro. Ma non poche sarebbero le difficoltà nelle quali intoppa il dotto
tedesco, chi guardi al concetto del moto ch’ei pone a capo delle categorie.
Neil* ordine psicologico noi moviamo dal vero che per necessità eduttiva si
converte col Fatto: e ne ricaviamo che cotesto FaUo non è già moto, anzi
pensiero per eccellenza, mentalità assoluta. Or bene s* e* fosse moto, corno
saria possibile una conversione f E mancando la possibilità della conversione,
come farà, l’illustre autore delle Bioerche Logiche, a salvarsi dal pericolo
d’un vuoto formalismo? Giova qui rispondere ad un'obbiezione. Si dirà: cotesto
vostro peregrino argomento, in somma delle somme, si riduce ad una forma d*
induzione. Dall' effetto, andate alla causa; dal particolare, al generale;
dalla determinazione, alla sostanza; dal finito, all'infinito. Brevemente, dal
mondo salite a Dio, sia che consideriate la natura, sia che lo spirito, ovvero
le idee. Rispondo: induzione pura o semplice, 'no; ma processo induttivo: il
quale, compiendosi nel processo eduttivo, assume quindi valore d'argomento
razionalmente positivo. Dio, a parlar proprio, non è pura sostanza, causa,
essere infinito solitario; nò il mondo è pura qualità e determinazione, puro
effetto, puro finito posto dall'infinito. Se Dio fosse cagione semplicemente
presa, il mondo (l'effetto) ne sarebbe l'atto. Se fosse sostanza, il mondo ne
sarebbe la modificazione. Chi ci salverebbe dal panteismo? Se poi fosse
infinito ut «ie, perchè, domanderò io, se basta a so stesso ha da porre il
finito ? Dio è tutte queste cose, infinito, causa, sostanza e simili, ma è
tale, perchò principalmente è idea, pensiero, mentalità. Or non è anch' egli
mente e pensiero l’universo? L’argomento della conversione, dunque, non va dal
mondo a Dio, non procede dall’effetto alla causa (ohe non procederebbe
davvero), ma va, ma procede da causa a causa annodandole insieme. E le annoda,
perchò serbano medesimezza e diversità; le annoda, perchè adopra il mezzo delle
idee; le annoda, perchò educe le idee, e perchò queste idee converte con
l’ideato. Un’ultima osservazione che avrei dovuto fare già in altro luogo: meIo
vede nelle sue stesse idee, perchè lo fa come idea; e così r uomo (ripeto la
bella frase di GIOBERTI) giunge a rendere a Dio la pariglia. L'idea dell'Assoluto
ha anch' egli i suoi annali ne' diversi momenti della storia e del processo
psicologico. Ma nel far cotest'idea, e proprio quando l'abbiam fatta, noi
somigliamo a quell'artefice che s'affatica e suda e si travaglia nell'
incarnare il tipo che gli splende dinanzi alla fantasia, mentre la stessa
natura potrebbe offrirglielo vivo e palpitante nella infinita ricchezza delle
sue creazioni. Novello e arditissimo Prometeo, il pensiero del filosofo non
abbisogna d' alcuna scintilla: la scintilla della vita s' agita già vivissima
nell'opera stessa delle sue mani. Perocché quando il pensiero abbia prodotto
l'idea dell'Assoluto, e' tosto s'accorge d'aver prodotto quello che già e' era,
quello che è il Fatto per eccellenza, e che non può esser fatto perchè di sua
essenza è il Fare, E così pure ci accorgiamo di far Dio con la scienza e con l'
attività riflessa, solo perchè è egli innanzi tutto che fa noi come potenza,
perchè siamo potenza, perchè siamo termine del suo atto. * glio tardi che mai.
GIOBERTI accenna una sola volta (quant’io sappia) al metodo eduttivo, e lo fa
consistere nell* andare dal particolare al particolare, dal generale al
generale (Protei). £ precisamente la funzione deduttiva come la intende, per
esempio, Miìl. La eduzione di GIOBERTI f com* ò eTìdente, non ci ha t;he vedere
con la nostra. ' Questa precisamente è la facoltà della quale, come dice
Cartesio, ci ha saputo fornire la stessa natura, e con la quale noi, produeendo
Videa di Dio, conosciamo Dio. (2Ve ossiano forme dell" infinito, e
disponendole le conosce, e in questa sua cognizione le fa, e questa cognizione
d' Iddio è tvMa la ragione della quale l’uomo /m una porzione per la sua parte,
E poiché l'Ente è assoluta conversione del Vero col fatto interno (Generato) e
col Fatto propriamente detto (Mondo), ne viene che debb’essere altresì
conversione come pensiero e come forza, come Causa e Mente, appunto percJiì
unica causa quella che per produrre l’effetXo non% ha di altra bisogno; come
quella la quale contiene dentro di sì gli elementi delle cose che produce, e li
dispone, e sì ne forma e comprende la guisa, e comprendendola manda fuori
l’effetto, (Ved. liisp. al Giom. de' Leu.). Per quanto questo lingruaggio possa
sembrar vieto e coperto di muffa scolastica, nullameno tornerà agevole all'accorto
lettore potervi scorgere come in germe la soluzione positiva del problema
metafisico. In queste tre usate e abusate parole. Vero, generato e fatto,
abbiamo, per così dire, i tre punti ne' quali s* imperna e gira il processo
idealo che, considerato in se proprio, costituisce la dialettica discensiva.
Qui è la sostanza, com' è noto, e, sto per dire, il nocciolo della teorica
cristiana, ma ^levata al supremo valor razionale e speculativo oud'è capace: ed
è il fine (chi ben consideri la storia della filosofia cristiana e non
cristiana, ortodossa ed eterodossa) a cui par che convergano insieme e riescano
il Platonismo e l'Aristotelismo nello differenti loro forme isteriche.
Sennonché si badi a non pigliar come ripetizioni vano certe analogie e
somiglianze di H Vero dunque è l'essere; e cotesto essere-vero non sarebbe
tale, ove, anziché identità sostanziale deiTessere e del conoscere, anziché
assoluta unità e assoluto monismo, non fosse invece un' essenzial dualità e
^nità, essenzial conversione del soggetto con l’oggetto, e quindi medesimezza e
differenza attuale. Qui dunque, innanzi tutto, il nostro filosofo corregge
Aristotele come quegli il quale disconosce una condizione eh' è l'interna
necessità della stessa natura dell'Assoluto. Lo Stagirita pronunzia: ecTTtv
>j vó>?o"ec vovìtso; vó/jtc?. Ma fo^c che l' eccellenza del pensiero
starà nel pensar solamente sé come sé, e non anche sé come altro? Una Visione
veggente Sé stessa non ^ un atto sterile e solitario? Vedere non è anche
operare? Pensare non è generare? Ov'è dunque il gran linguaggio, che qui il
Vico potrebbe aver con altri filosofi. Mi spiego subito. Per sant'Agostino, per
es., intelligibilità e realtà si compenetrano insieme, e danno luogo alla
natura assoluta formando così il Vero-EnU fVed. SolU?(T«oc proprio in sé, e s'
avvilirebbe: Tò 9st6xarov Y.ot.1 to' rifxtwTatov vote, xa/ ou fAsra^aXXci *
«t;;^«t/90v 7à/9 ^ /x£Ta6o>KÌ. Metaph. pensiero aristotelico della facoltà
che pone il proprio obbietto e se ne distingue ? E perchè, mai non applicarlo anche
all' Atto, e soprattutto all'Atto?* U Essere-Vero dunque è mestieri che sia
anche Verbo, anche Fatto intemo, anche Generato. Che cos'è il generato? Non è
luce metafisica, non è oggetto indeterminato e primigenio posto da natura, come
nella genesi psicologica; ma è luce e colori, è oggetto determinatissimo,
perchè è insieme la natura e ciò che è sopra alla natura. È dunque il diverso,
il diverso dell'identico; al modo istesso che il vero è l'identico del diverso.
Perciò è l'intelligibile che, mentre adequasi con l' intelligente, se ne
distingue. Perciò è il pensante che, convertendosi col pensato, è pensiero, e
quindi è in sé medesimo il trinuno. Se dunque l'Assoluto è generazione e
dinamismo interiore, per ciò stesso è Mente: prindpium unum, Mens. Or come
potrebb' esser mente senza esser cagione, attività, energia,e quindi idea,
possibilità, relatività, infinità, moltiplicità ideale? Ma se qui il nostro
filosofo corregge l'Aristotelismo, invera nel medesimo tempo il Platonismo. Il
Generato del Vico, in quanto è termine di generazione ad intra, è appunto la
benintesa idea platonica. Cote$ta idea platonica non è assoluta Unità, né
assoluta Moltiplicità. Ma, si badi: il difetto metafisico dell* Aristotelismo
non è tale che 1* annnlli e distrugga addirittara, ed è appunto per questo che
Aristotele non potrà esser mai in etemo, né un idealista assoluto, nò un
positivista, anzi così egli si presenta come una confutazione parlante deir
Hegellanismo, e del Positivismo. Voglio dire in sostanza che il principio metafisico
dello Stagirita non è, propriamente parlando, erroneo, ma incompiuto; e però è
tale che corregge benissimo sé stesso. In che modo? Se l’Atto ha da esser
davvero quello che dice Aristotele, ne viene che, metafisicamente e
logicamente, è impossibile un Actu» pwru» ab^olute. Gli Alessandrini se ne
accorsero; e questo è precisamente e principalmente il lor merito di fronte air
Aristotelismo. La verità della Scuola d'Alessandria e dell’antico neoplatonismo
sta chiusa in questo poche parole: [0,in ptaiix JfiTai Twv ci^wv xarà to tv
caurw voitjtov o' vou?. Vod. Proclo in Parm. Lo stesso dicasi, come vedremo,
del Platonismo; e così può affermarsi che Tesigenza della correzione, nel
concetto metafisico deU'ano o dell* altro sistema, sia reciproca. in sè. Non è
l'identico, ne il diverso. Non è il moto, ne la quiete. È dunque l'una e
l'altra cosa ad un tempo istesso. È dunque il tò E?a/yv>?; senza cui ella
riescirebbe affatto inintelligibile, e assurda; e quindi ci significa il
momento nel quale è insieme numero, senza cessare d'esser altresì unità
essenziale: talché costituendosi centro e circonferenza ad un tempo, rende
siffattamente possibile l'accordo de'contrari. E tale accordo sarà possibile a
questo sol patto: che il momento sia non pur la Nó»Ttc vóvjTswc dello
Stagirita, ma eziandio Mente, e perciò Mente e Verbo, Vero e Generato, e quindi
fornito della virtù onde lo fa ricco il filosofo Ateniese. Così interpretando
il to' E^otéipvvjc (senza confonderlo col fjura^y.l'kety che sarebbe confonder
la condizione col condizionato, il Generato col Fatto), non verremo a
contraddire al contenuto degl’altri dialoghi, massime al Sofista ove la natura
dell'assoluto ci è determinata come pensiero, come mente, e perciò come
pienezza di vita e d'assoluta realtà.' FICINO traduce 1* 'E^ai^vvj^ per
momentum indimduum; mii in questa parola e* è qualcosa di più, esprimendoci
propriamente l’istantaneo; ed ecco perchè Platone lo dice di natura mirabile e
etrana: ^ tUTcc aroTróf tc^. Partn., , E; 157, B. * *AjO ouv ìttì to' (xxoTTtìv
TOUTO, sv w tÓt' av ety?, ots fiSTa^dXktfj Tò TToìov 5vi; To' e^at^vyj?. rò
ydip i^at^vrjc Toeòv^j ti Jfocxf a^juatvecv wce? «xatvou ^«TaSaXXov sìq
ixoirspov, ov yxp i'A ye Tov io-Tavai sttùtoì in asTa^séXXst, ou5'«x tkj;
kiwitsoì? xtvovfx«v>ic «TI fj.tr OL^iWti' àW Tn i5at^v«c auT>j fvtriz
oironóz Ttf iyìndBrirat jExcTa^u tt^C xiv>jo'««c rt y.olI «rTOCTEwc, iv
XP^'*^} orjSsvi ouTa, xat te; TavTvjv 5vì xai e'x TauT>JC to rs
xtvov'jEXffvov fjitra^oiWsi ini tò éo-Tavai xa« tò écTOc «Vi tÒ xivelo'dae.
Kcv^uvsùst. Kat to ?v 5v7, etnsp «a"Tv?x/ Te xat xivjÌTat, /xsTa6a^^oi av
if éy.drtpOL' fjLÓvwi ydp av outo? àp^ÒTSjoa Trotot'y»* /xeTa6a).>ov 5'
sfat^vvjf /xsTaéai^ft, xac ot£. /xsTa€a»e£, ev ou^evt XP'^'^V *^ ^^^'j ou5«
xtvofT* av tòts, ou5' àv ^rxirt. (Parm. 156., d.) * Te 9:; TO 7t7vwTXJCvì5 to
yiyvtàTìLsv^^ai fCt.TS noinuoc I Tra^o;:^ àfifòrspov; -^ to' asv 7ra3-/?aa to'
^s 5aT£^ov; ì^ ttzvTCCTra^tv ou5sTg/30v ouJiTfi^ov TOUTwv ^fTaXau/Savsev*
(Soph.) ^ ' Té dai itpò% Atò;; wc a^>J'9'wc x«vT7Ttv xat ^w>jv xat
>/'vxiQv xa* ^^óv>70'iv tJ paSi(ùi 7re£j3>jo"ò|txjOa t« TravTsXw;
«?vti /x>: Ma se r Idea è il Generato, e quindi rispetto al vero è il
diverso dell'identico tò jts^oov, ciò nondimeno ravvisata in sé medesima ella è
un possibile; e, in quanto possibile, è anche il medesimo d' un altro diveiso.
Poiché se di sua natura eli' è possibile, deve importare una moltiplicità
opposta, estrinseca, reale, determinata; deve necessariamente importare il
diverso, il quale sia tale, non solo di fronte all'ofóro, cioè rispetto al
Generato, ma anche in sé stesso tò aXXo. E se non includesse cotesto diverso?
Se non l'includesse, finirebbe d'esser possibile, e negherebbe sé stesso.
Perciocché un possibile, il quale non si potesse mai recare ad atto,
evidentemente sarebbe un impossibile addirittura, o al più un possibile
infecondo e fantastico. Laonde, poiché il generato é infinita idealità, e
quindi infinita possibilità, però devesi necessariamente convertire col fatto:
é si converte in quanto lo fa; si converte in quanto lo pone. VICO (vedasi)
dunque ha detto giustissimo: Il vero si converte ad intra col generato, e ad
extra col fatto. Or che cos'è mai cotesto fatto? È anch'egli il diverso
dell'identico, il diverso del generato; ma é il diverso in sé proprio tò
a).Xo), il mondo. Poiché quantunque il fatto e il generato sono moltiplicità,
nonpertanto l'uno é, moltiplicità reale, e 1’altro ideale; talché se la prima
si 7r«/oetvac, innari K^v aiiro ^>j5s (ppovelv ùWoi (rtfj.'^òv zat oiytov
voùv oux f §e twv 7r/)afg&)v xa^' coìpidrMv xac à.'k'kri'Koìv xotvwvta
navrot^^v yavTa^ópsva no'kXd yatvff^at Ixa^Tov. Qui pare che r idea 8i divida,
si rompa, si spezzi nella moltiplicità fenomenalef e costituisca il positivo
del fenomoDO, ma nella forma inadoquatadeir estensione: e siamo quasi all'idea
hegeliana che passa ad tsaer natura, che si contrappone nella natura, che
jiiventa natura. Perciò la metessi de’platonici mostra sempre un carattere di
passività anzichò di attività, appunto perchè viene di su, mentre dovrebbe
partire di gii, ed estrinsecarsi per opera e virtù del Fatto in quanto è
infinita potenzialità. Questo carattere passivo della metessi platonica si
scorge anche, e non dovrebbe, nel Parmenide di VELIA: tÒ elvat ^Wo 7t eTTtv ri
p.:'0s5'C ouTicz; ^era ^povoìj 70Ù Tra/oovTOff. La metessi dunque spiegherebbe
troppo; perchè il nesso tra l'idea e la cosa verrebbe ad esser cotanto
immediato, da non farci discernere fra 1'una e l'altra nessun divario
essenziale; e così avremmo l’identità come essenziale, e la diversità come
fenomenale. Or se l'Assolato, perchè davvero sia tale, ha da ossero innanzi
tutto una conversione di sé con sé stesso, deve risultare indivisibile e
imparabile nella sua stessa moltiplicità infinita: e se il mondo ha da essere
anche lui una conversione di so con sé, ne segue ch'egli debb' essere
essenziale moltij^icità, moltiplicità in sé, diversità in sé; tanto che l'unità
progressiva, che in lui s’agita e vive e spicca sempre più ne'diversi gradi
della realtà cosmica, sia ben altra cosa dell'unità che dimora in seno
all'assoluto. Dunque il vero che si converte col fatto, cioè per parlare la
lingua degl’ntologisti l'infinito che pone il finito è anche finito, ma non si
confonde per vorun modo con lui. E non può, per queste duo semplicissime
ragioni: perchè, se cosi fosse, ne'due termini avremmo una ripetizione
sostanziale inutile, e quindi potremmo cancellar l'uno o l'altro addirittura, e
così finirebbe per aver ragione il panteista; e perchè un infinito avrebbe a
partorire-, produrre o porre un altro infinito, e cosi negherebbe sé medesimo.
D'altra parte, se il fatto devesi convertire con sé medesimo facendosi vero,
cioè facendosi infinito essendo potenMialità in/inUaf non per questo si potrà
credere eh'ei si possa identificar con lui, pelle due ragioni detto poco fa.
Dunque stiamo contenti al quia ! né identità oMolutaf nò aseotuta diversità, ma
conversione. E però le idee platoniche non sono da intendersi né come
7ra/9a^u7/xaTa, né come vov}^KTa, secondo che vogliono due schiere
d'interpreti. Se fosse così ne verrebbe, nel primo caso, che Vid^a
dovrobb'esser presente alla cosa in maniera, che questa, tanto nella sostanza,
quanto nel movimento, tanto nella materia, quanto nella forma, dipenderebbe
onninamente dalla prima, ed altro non sarebbe fuorché una semplice sua copia; e
allora non avremmo bisogno d'un Dio artefice, non del SnfAioxjp'yoi del Timeo,
non del deus ex macchina dall'ontologista, né della magna Idea degli Hegeliani.
Nel secondo caso poi r idea sarebbe un termine del soggetto, ma un termine,
dirò così, meramente soggettivo: somiglierebbe quindi, anzi 8areb))e
addirittura pretare in modo razionale e positivo l'intuizione religiosa del
Ternario cristiano. La cognizione immediata e divinativa, in questo e in ogn'
altr' ordine di conoscenze, previene, come V ombra la persona, i portati della
speculazione metafisica. Così prima ancora che la Scuola d' Alessandria si
profondasse nelle ardite e vaporose elucubrazioni su la triplice ipostasi
Plotiniana, il mistero della Trinità alberga di già nella coscienza popolare
siccome oggetto d' intuizione, e cominciava a rivestir forma e valore dommatico
mercè la Riflessione teologica. L' assoluto è uno e trino; è trinuno: e noi
ormai lo sappiamo.* Ma è egli un trino ipostatico? E qual n'è l'essenza?
L'assoluto importa tre ipostasi: ecco il mistero, ed ecco la fede.^ Quanto a
determinarne l' essenza, la speculazione occidentale, anche sotto forma di
speculazione teologica, non poteva non interpretare le divinazioni altrettanto
spontanee quanto ricche e feconde della coscienza orientale essenzialmente
religiosa, con l'inV inteìligìbile del Dio aristotelico, con l’intelllgrente
formerebbe identità essenziale; e allora le idee non sarebbero essenzialmente
relative quali appunto sono richieste dall' economia del sistema platonico, e T
esigenza vera e giusta della metafisica platonica sparirebbe. Dunque cotesto
idee plaioniche come s'hanno da intendere? Le idee platoniche sono T'Egac^v;?
stesso, ma concepito come essenzialmente relativo &\VaUro, ma iiValtro non
già come tò trspoif puro, assoluto, bensì come 70 ìrspov in quanto abbia un
riferimento necessario al rò àWo, A questa maniera non è altrimenti vero che,
accettando le idee platoniche, debbasi accettare altresì la dottrina dell'
avajtzvYiTcCt come han detto certi critici moderni: e neanche si è costretti ad
accettarla> nelle forme nuove ond' è stata presentata da' moderni
neoplatonici, dal Malebranche fino al Mamiani. « SiMOX, ffitt. de l’Ecole
d'Alex. Il tre è il numero che assolve tutte le condizioni della perfeziono, ed
è perciò che tutto è definito del tre: to' Tràv y.(xt to Travra rof; TùtTiTt
(fìptfTTat (Arist. De Coelo). Vedi le belle riflessioni di GIOBERTI sulla
Trinità considerata razionalmente {FU, della Rivelaz.., XVIII) e di ROSSI
(Regno di Dio naturale, ecc. li Studi di Zocehif) ' Prendiamo la parola tpostcm
nel significato:' istiano non già nel senso neoplatonico e alessandrino.
dirizzo, al solito, dell' Aristotelismo e del Platonismo. Il peripatetico
nominalista ripone la divina realtà ed essenza nelle triplicità di persone, e
riguarda l' unità come un puro nome. Tre sostanze indipendenti e separate, ma
congiunte in unità mentale. Perchè congiunte? Perchè fomite d' egual potere, d'
egual volere, d' egual conoscere. Il realista platonico, per contrario, vuol
far consistere l'essenza divina nella realtà in quanto è unità determinantesi
nella triplicità di persone. Agli occhi del primo, dunque, l' Assoluto è il tre
in uno: agli occhi del secondo è l’uno in tre: ecco la lotta interna della
riflessione teologica del medioevo. Ora giusto perchè questa riflessione è di
natura teologica e dommatica, avviene eh' ella non supera, non può superare il
sentimento, né trascender l'intuizione, né solvere il mistero, né
disimpacciarsi dall'aperta contraddizione. Laonde Nominalisti e Realisti vecchi
nuovi, avvegnaché discordi nella maniera di determinare l' essenza del Ternario
cristiano, non sanno rimuoversi d'una linea dall'insegnamento dommatico su l'
unità assoluta nella separazione delle tre persone. Se il ternario cristiano,
in quanto germina dall'intuizione rehgiosa, è come l'immagine anticipata della
ragione, in esso deve acchiudersi un vero che la ragion filosofica dee saper
disvelare, correggere e legittimare. Questo vero non risguarda già l'unità
nella triplicità ipostatica: riguarda il trinuno assoluto, l'assoluta
triplicità considerata, come abbiamo toccato, nella medesimezza di subbietto.
Perocché l' unità di sostanza mai non tornerà conciliabile con la pluralità di
persone; e se così non fosse, il panteista avrebbe già trionfato nel regno
della scienza, né io davvero so dirmi che cosa mai potrà rispondere il sottile
teologo all'arguto hegeliano, il quale pretende precisamente questo: che la
diversità delle persone non dimostri nuli' affatto la pluralità delle sostanze.
Il perché pigliando alla lettera il domma della Trinità, la teologia cattolica
non si salva dal precipitare nel tenebroso vuoto dell' assoluta identità. Il
contenuto del ternario cristiano adunque ci significa le tre primalità del
conoscere, del volere e del potere, ma nella relazione del vero che,
convertendosi con sé medesimo, diventa generato, e, come generato, come verbo,
è infinita idealità e possibilità del Fatto. Interpretandolo così accade che
l'intuizione religiosa, generatasi per leggi inerenti allo stesso processo
psicologico, rinverghi col concetto metafisico a cui può elevarsi la ragion
filosofica positiva; e quindi può dirsi che, come la religione è il preludio
naturale e necessario alla filosofia, di pari modo la speculazione metafisica
sia la interpretazione critica e Tinveramento delle intuizioni spontanee e
comuni della coscienza religiosa. Il cristianesimo è la religion razionale per
eccellenza, e con essa oggi chiudesi il corso e ricorso delle creazioni
propriamente mitologiche e delle grandi rivelazioni e divinazioni religiose. Ed
è razionale perchè è in sé medesima processo, e svolgimento. Che se anch' ella
come tutte le manifestazioni della storia é un processo, é mestieri applicare
ad essa la universal legge storica e sociologica della Scienza. Guardata
infatti nella sua storia ideale, anche la religione é innanzi tutto divinay
indi eroica, appresso umana. E giugne ad essere umana quando la forma siasi
potuta elevare a cotal grado di trasparenza, che il simbolo palesi da sé
medesimo l'idea, e il mito siasi venuto elaborando così che rac[Non poco 8*
illudono perciò quo' filosofi ohe, come il Cusano fra gli antichi e il Rosmini
fra i moderni, si sforzano d'applicare a Dio il concetto delle categorie col
fine di spiegarsi in qualche maniera il mistero della Trinità. Io potrò
intendere il Cardinal di Cusa dove mi dice che Unitcu, Iditas e Identità siano
quasi i tre momenti dialettici interiori dell’assolato. R potrei forse
intendere il Roto retano quand'ersi studia mostrarmi che Realtìk^ Jdeaìità e
Moralità sieno le tre forme in che si determina l'essere. Ma come intenderli
quando il primo d'essi afferma che Vvnità è il Padre, Vegtiaglian Ma il Figlio
e la connessione lo Spirito, e quando il secondo applica alle tre persone
quelle sue tre sparute /orm« ontologiche f chiuda un vero metafisi(X) o morale
che sia. Or se è tale il valore del sentimento religioso nello svolgimento
isterico della civil società, perchè dirlo morbo della mente, fiacchezza della
coscienza volgare, abberrazione della fantasia? Se dunque la ragion filosofica
vorrà attingere anche qui forma razionalmente positiva, ella vi potrà giugnere
a questo sol patto; che il concetto metafisico ond' è capace, non abbia a
contraddire in modo assoluto ai portati della coscienza religiosa. £ se la
religione dal canto suo vorrà essere anch' ella positiva e razionale e perciò
rispettabile e santa, potrà essere tale a questo sol patto; che sappia porgersi
alla ragion filosofica siccome riprova e guarentigia, tuttoché di natura
istintiva ed empirica, ai pronunziati della speculazione metafisica. Anche qui
regna la gran legge del concorso di forze combinate, e del loro corrispondersi
tanto necessario alla eccellenza del risultato. E in tal caso religione e
filosofia, serbando entrambe valor positivo e medesimezza di contenuto,
formeranno un criterio al cui lume potrà esser giudicata ogn' altra filosofia e
religione. Una critica religiosa che si diparta da questo principio, sarà
critica infeconda ed erudita, com' è quella de' Teologisti cattolici, ovvero
critica esiziale e sistematica com' è quella de' mitologi hegeliani. Tal si è
precisamente il nostro concetto metafisico rispetto al ternario cristiano, che
è il mistero piii comprensivo cui abbia saputo elevarsi la coscienza religiosa.
L'uno è correzione dell'altro, al modo istesso che questo è, per così dire,
guarentigia sperimentale del primo.' * Qui abbiamo dovuto accennare solamente
al simbolo della Trinità, ma nella Sociologia mostreremo di proposito come la
dottrina del Vico su la natura ed origine del mito in generale, sia fondata
anch'ella nelle leggri del processo psicologico, e quindi racchiuda il concetto
e la necessità della interpretazione morale nell'ordine delle intuizioni
religiose, e mitologiche; deHa qual necessità il Kant, dopo Vico, ebbe assai
chiara coscienza {Rdig, daiu le» lini, de In raiton). Ora ciò che qui preme
osservare questo: s^ col concetto metafisico del nostro filosofo si può
acconciamente interpretare il simbolo del ternario cristiano, ne scendono due
Concludiamo. Se è vero che la metafisica è scienza non assoluta ma dall'
assoluto, stantechè sia possibile attinger notizia razionalmente positiva circa
il fondaconseguenze: P che il Libro Metafisico f nel quale troviamo depositato
il germe del concetto riguardante il procesto ideale, sia intimamente collegato
con la Seiema Nuova, appo cui la teorica sul mito (superiore sotto più
riguardi, come vedremo, a quella de* mitologi e filologi Tiventi), non è che
un' applicazione della sua dottrina psicologica, della quale noi ahbiamo svolto
i tratti principali: che interpretando col suo concetto metafisico il simbolo
cristiano, in generale, e, in particolare, quello del ternario, si viene a
contraddire in modo serio e positivo al panteismo. Anche per gli Hegeliani il
mistero della Trinità, come ogn' altro mistero, shnboleggia una verità
filosofica. (Heobl, Phil. de VEaprit, ItUrod. del Vera); nel che siamo
perfettamente d'accordo. Ma l'interpretazione alla quale costoro sottopongon la
simbolica religiosa, anziché legittimare in qualche maniera la credenza
elevandola a significato filosofico, l'annullano addirittura, perchè la rendono
assai più inintelligìbile e paradossastica ch'ella stessa non sia come
credenza. Idea, Natura e Spirito: Padre, Figlio e Spirito Santo! Ma che cosa ci
ha che veder la Natura? Non è egli questo precisamente ìl vecchio concetto
degli Alessandrini, di Plotino, che pretende ritrovare nel Parmenide di VELIA
le tre famigerate ipostasi dell' Unità, del Multiplo, e dell’Unità-multiplo,
riponendo quest'ultimo appunto nell'anima e nella natura V (Enn., tBoulliet).
L' interpretazione davvero potitiva e non già fantastica del contenuto
religioso, non deve e non può contraddire al simbolo (almeno per quel tanto che
esso contiene di filosofico), perchè contraddirebbe alla stessa ragione. Or
quest' elemento di verità, contenuto germinalmente nel simbolo cristiano,
riguarda per appunto il ternario considerato in sé; riguarda il ternario
assoluto, il ternario com'è richiesto dall'esigenza metafisica positiva, e non
già il ternario trasportato anche nel processo della natura, e nello
svolgimento della storia. Questa enorme confusione fanno i Teologi, e la fanno
anche gli Hegeliani con la lor teorica e critica della simbolica cristiana. Che
cos' è il Dio che eeende nella natura? Che cos'è il Figlio che si parte dal
Padre per umanar»if Che cosa mai sono il popolo eletto, i profeti, gl'ispirati,
il mondo latino-cristiano? E che cos' è la Idea che dall' astratta mansione
dialettica scende anch' ella e passa mediandosi nella natura e penetra nella
storia? Che cosa sono \6 funzioni storiche speciali de' popoli privilegiati,
àQ* privilegiati personaggiy del mondo cristiano-germanico? L' Hegolianismo è
davvero una contraffazione del più grossolano Cattolicismo! ò una mitologia
anche lui! E quanti punti di contatto anche in questo, e specialmente in
questo, con la dottrina sociologica dei Comtiani! VERA ha detto bene: il
positivismo i una contraffazione dell’Hegelianismo. E noi alla nostra volta
crediamo dir benissimo (col permesso dell' illustre traduttore) che r
Hegolianismo è una contraffazione evidente del cattolicismo. Ma di ciò basti:
ce ne rifnrorao altrove più riposatamente. mento e la ragion delle cose; se è
vero, d'altra parte, che il significato esteriore della storia della filosofia
occidentale sta nella lotta fra il platonismo e l’aristotelismo, mentre il
significato interno ed essenziale di essi risiede nella correzione vicendevole
de' due estremi indirizzi aristotelici in quanto concorrono al trionfo
dell'indirizzo medio: ne viene che nel concetto del processo ideale e nella
relazione de' tre termini costituenti la dialettica discensiva che abbiamo sin
qui rapidamente interpretata nel nostro filosofo, trovasi non pure il risultato
e insieme l' inveramento delle tre posizioni unicamente possibili in metafisica
delle quali altrove toccammo, ma l' inveramento altresì della doppia esigenza
deU'ùZga platonica e della categoria aristotelica. Trovasi la correzione, come
ci sarà dato meglio vedere fra poco, del Dio platonico previdente e
provvidente, e dell' immobile Dio aristotelico che nulla vede, nulla prevede e
niente provvede nel mondo. E per tutto ciò troviamo l'accordo fra il principio
della medesimezza che prevale nel padre della Dialettica, e'I principio della
diversità che predomina nel padre della Metafisica. Cìotesto accordo per noi è
vero accordo, è vera conciliazione, appunto perchè, come dicemmo, è vera
correzione: correzione dell'Idea, dell'essenza che, pur sparata, dovrebb' esser
l' essenza della cosa: correzione dell' Ji^o il quale, non ostante l'assoluta
immobilità sua, dee muovere il mondo come causa finale. Quest'accordo e questa
correzione trovano lor saldo fondamento nel criterio della Conversione, elevato
a dignità di Pilicipio metafisico. E questo medesimo principio metafisico può e
deve assumer natura, come si disse, di principio speculativo, di norma, di
criterio essenzialmente isterico, universale e comprensivo, a poter saggiare e
acconciamente ponderare la verità delle soluzioni che intomo al problema
metafisico han dato le diverse scuole, e le differenti filosofie. Se ci fosse
dato fermarci in siffatti riscontri storici, non sarebbe guari difficile
mostrare come in esso trovi correzione, per dir qualche esempio,
1’Alessandrinismo; il cui rappresentante, Plotino, interpretando erroneamente
il metodo dialettico di Parmmide di VELIA e abusando dell' Unità parmenidea,
non potè coglier la ragione del vincolo che insieme annoda i suoi differenti
generi del sensibile, co' suoi generi dell'intelligibile, e siffattamente sfumò
nell'iperpsicologismo platonico pur credendo d' inverare l' Aristotelismo.
Questo vincolo e questo passaggio non potè scorgere l'ingegno profondo
d'Erigena con l'ardito concetto della yuVic e con le quattro diverse maniere
onde per lui s'attua la Natura; poiché giunto all'assoluta essenza, com'è noto,
ei se ne ritrasse invocando in sussidio la teologia rivelata. Né il Cusano, per
citare un esempio del rinascimento, tuttoché con mirabile acume giugnesse a
cogliere il concetto àéìT alteritcLS e delle determinazioni dell'Assoluto,
bastò a dedurre acconciamente e necessariamente l'attinenza verace onde il
mondo è a Dio congiunto,' e anche lui finì con intender l'atto creativo al modo
che è posto dalla coscienza religiosa. Tanto meno l'arditissimo BRUNO puo imbroccare
nel segno, con la dottrina de' tre intelletti, quant' all'attinenza tra
l'intelletto divino e l'intelletto che tutto fa; e quindi sfumò in quel suo
naturalismo che potrebbe dirsi un aristotelismo cui manchi il concetto
dell'Atto in sé. Né il Campanella giunse ad applicare in maniera dialettica le
sue tre primajità psicologiche all' Assoluto,' come il Vanini non superò guari
la dottrina della natura e della forma de' peripatetici. Nello Spinoza poi,
meglio che dialettica, ci è meccanica e geometria; poiché il concetto della
sostanza unica' è negazione della tripli* Simon, BUt. Haubiau, PhU. Sool. '
Nio. DB Cusa, DicU. cU Pot§e9t. * Bbono, Dial., De Prine.j oc. Camparblla,
MetapKt SpurosA, £th.t I, n. U, cita e d' ogni processo intimo e dinamico nelP
Assoluto; onde il pensiero, che è uno de' due modi universali della sostanza,
riesce, con evidente assurdo, molto piii che non sia la medesima sostanza. In
opposizione alla sostanza spinoziana sta la monade del Leibnitz. Ma se nel
concetto monadologico del filosofo di Lipsia vi è una divinazione originale che
la scienza moderna è venuta semprepiii confermando, voglio dire il concetto
dinamico, niun vincolo razionale e dialettico esiste tra la gran Monade e T
universo delle monadi, come altrove dicemmo.' E per toccare finalmente de'
moderni, niuno, tranne gli adepti, vorrà creder sul serio che Hegel col suo
ternario assoluto ci abbia dato un concetto metafisico positivo. Egli anzi ha
cancellato aftatto il concetto della conversione ad intra^ riducendo siffattamente
il dinamismo ideale ad un ideale meccanismo; talché il processo geometrico
della Sostanza spinoziana avrebbe più d' un' attinenza col processo formale e
dialettico dell'Idea hegeliana. Alla vera nozione del processo ideale non sono
pervenuti poi né GIOBERTI, né SERBATI. Il principio ctisologico del primo è
senza dubbio un processo, come vedremo fra poco: ma, appunto perchè processo,
non dovrà supporre forse un altro processo anteriore, e superiore? La
dialettica giobertiana é Una dialettica a metà; e il creatore del filosofo
subalpino è troppo accosto al suo concreatore, alla sua iitBì^ic^ al suo
Intelligihile relativo che, coni' egli dice, è l' Idea redw^ata, V Idea per
soìiificata; talché potendovisi facilmente confondere, non poteva àgli hegeliani
riescir guari difficile tirarlo all' Idealismo assoluto.' Il Rosmini
finalmente, col concetto dell' ente iniziale e comunissimo determi[Vedi ciò che
abbiamo discorso del Leibnitz e se^. Gioberti, FU, ddla Rivdaz. Al GIOBERTI
manca e deve mancare, come vedremo fra poco, il vero concetto della dialettica;
e Io confessa egli medesimo là dove si prova a distinguere una dialettica
interiore, ed una dialettica esterna (Protologia) nantesi nelle tre forme
dialettiche, non è giunto, e non poteva giugnere neanch' egli a sciogliere e
poi rilegare il vero nodo dialettico. Com'è possibile un processo fra quelle
sue tre forme? Com'è possibile la distinzione categorica reale del suo essere?
Le cose discorse ci menano a due conclusioni quanto chiare, altrettanto irrepugnabili:
P L'assoluto è il vero che si converte ad intra col generato, e ad extra col
Fatto: dunque la posizione del Fatto è razionalmente, liberamente necessaria: 2
U Fatto è V aUrOj è il diverso: ed è tale per doppio rispetto; come termine
^05^0, cioè come fatto semplicemente detto, e come fatto che si fa; come
sostanza e come causa: dunque il fatto è estemo al Generato, è indipendente da
lui, non come termine posto, bensì come Fatto che s'invera, come Fatto che si
converte con sé stesso e perciò nel vero; insomma come sorgente perenne
d'attività. Diciamolo in altre parole. Dio crea il mondo in quanto lo pone; e
il mondo, in quanto è posto come fatto, si crea. 11 mondo, adunque, appunto
perchè ha natura di Fatto, appunto perchè ha natura di altro sotto gemino
aspetto, è insieme posizione e creazione. È posizione, in quanto è termine di
conversione con l’altro, ciò è dire con Dio: ed è creazione, in quanto è
subbietto di conversione con sé e per sé medesimo. Perciò se il Fatto non è
creato ma è postOy ne viene eh' egli ha da essere il vero pònente, il vero
creante sé medesimo. SERBATI, Teotojia. La parola ponzione è brutta, io Io
veggo; ma qui non saprei come dire dÌTersamento per non restare avviluppato
negli equivoci ed esagerazioDi in che sono caduti gli ontologisti con l’uso ed
abaso deUa parolA Il mondo nel processo cosmico ci si presenta sotto tre
aspetti. Riguardato come Fatto, egli è in Dio. Riguardato qual fatto che
s'invera e converte con sé stesso, è fuori di Dio. E, finalmente, considerato
qual Fatto che si converte col vero nel regno della storia e della psicologia,
non si può dir propriamente eh' e' sia fuori di Dio né in Dio, ma Dio è in lui:
é in lui nel senso che il mondo è pensiero, scienza. Ecco la correzione e
insieme l'accordo del dualismo e del panteismo. Non vi é unica ed assoluta
sostanza: né vi sono due sostanze poste empiricamente. Vi è bensì una dualità
formante unità: vi é due sostanze formanti organismo. ertaMÌ4me. Nel g^reco non
ini pare ci sia una voce che possa rendere il concetto: anzi non ci può essere^
chi consideri come al pensiero ellenico manchi r idea alla quale accenniamo.
Tra l’Atto puro e la dateria prima deir Aristotelismo non ci è vincolo nel
signifioato di potìnofu; ma t* è solamente relazione di finalità, perchò VAtto
non pone, ma attrae; e attrae la materia in quanto essa è jiotoiua, cioò in
quanto è opi^i; e però in quanto nelle cose Tiene inserito il deeiderio con
perpetua in/ueion% che è 1’interpretazione erronea de’vecchi aristotelici e
antiaristotelici (Rjlvaisbok, Metaph, ec. Neanche nel Platonismo ci è V idea
della posizione, e quindi nò pur la parola che vi risponda; essendo noto come
pel filosofo d’Atene la materia sia anche eterna e al tutto indipendente
dall'ùlea, cioè un'assoluta recettività, iimeno intendendo Platone come si fa
d'ordinario: nò poi la fii9t^i^ e la yLl^junii come toccammo, bastano ad
esprimerci il concetto della conversione. Il pensiero ellenico dunque non
pervenne a determinar nettamente l'attinenza originaria, non finale tra
l'indeterminato e l'Idea, tra l’infinito e il finito, tra la forma e l'Atto; e
quindi non riusd, com'ò noto, a superare il dualismo. Ora trascendere il
dualismo è uno degl’aspetti e però uno de'fini della lotta fra il platonismo e
l’aristotelismo. L'alessandrinismo tenta superarlo, ma evapora nel concetto
dell'identità assoluta: e però neanche presso gl’alessandrini sarebbe facile
trovare nò il concetto, nò la parola che significhi '1 vincolo originario tra
il mondo e Dio. Gli Hegeliani usano anch'essi, fra le altre non meno brutte, la
parola poeizione, che anzi costituisce il lor pane quotidiano. Ma pell'
Hegelianismo poeizione vale determinazione, medùizione, compenetrazione; e
perciò, checché ne dicano, esprime un rapporto di natura, per cosi dire,
meccanica e formale. La nostra posizione è diversa dalle loro quanto il nostro
generato dalla loro Idea; quanto la nostra convereione dalla loro
contrappoeizione^ negazione, med̀tzione e che so io. fe inutile avvertire che
le parole bara, asa, vasàb della letteratura ebraica, esprimon tutt'altro
concetto di quello che noi intendiamo significare colla parola poeizione.
Quest'organismo è vita, non è morte fqueet' organismo è profondo dinamismo, non
è meccanismo. Ed è vita e dinamismo, perchè non è monismo assoluto; non è
monismo inintelligibile, assurdo, esiziale alla scienza come alla civil
società. E qui ci corre il debito di rendere giustizia alla mente straordinaria
di GIOBERTI, e correggere nel medesimo tempo la sua formola ctisologica.
Anch'egli è tal pasta d'ingegno che si svolge e s'allarga e s'invera e si
corregge; ma non per questo si contraddice. La novità della protologia non stà
nel concetto del creare inteso come divenire, secondochè vorrebbe Spaventa. Se
così fosse, egli, in verità, non avrebbe detto nulla di nuovo; come nulla di
nuovo dice nella Introdu' jrìone col rinverdire l’idea della creazione. La
novità vera, la nuova esigenza del filosofo subalpino sta nel concetto della
concreojgione, com'ei suol dire; della cancrecunone intesa non già come
fxsOf5«; dell'Idea verso il mondo e rispetto al mondo, ma si del mondo verso r
Idea, e rispetto all'Idea. Perciò l'ontologismo giobertiano va corretto; va
fatto più conseguente con sé stesso: e, scambio della celebre formola dell'Ente
creante l' Esistentey è forza porre la formola metafisica di VICO (vedasi)
nella quale è racchiuso quel vero e compiuto dialettismo che r ardente
scrittore del primato anda sempre cercando con ansia febbrile, e non trovò mai:
cioè il vero che, convertendosi ad intra ed generato si converte anche ad extra
col fatto. La sua formola teleologica, poi, vuol essere anch' ella corretta; e
invece d'aflFermare che l’esistente ritoma alV ente (prima maniera), o che
l’esistente concrea Venie concreando se stesso j è d'uopo dire che il Fatto si
converte nel vero e col vero, e perciò si crea, e perciò si fa divino. Il
concetto ctisolo^'oo di GIOBERTI della prima maniera (e dico marnerà per dir
forma nello stiluppo, non già diversità di contenuto nella sua dottrina, come
Terrebbero gli Hegeliani), sta nel presentar V’atto creatiro siccome prodaconte
T esistenza in quanto la individua.
Nella IntroMi si chiederà: la seconda forinola, la formola cosmologica
esprimente il vero concetto della creazione, cioè il fatto che si converte nel vero,
esiste ella in VICO (vedasi)? Esiste, io rispondo, per chi la sappia ritrovare,
e dedurre; e dedurla e trovarla è negozio agevolissimo. Come la si deduce?
Considerando con accuratezza la sua formola metafisica. Quando egli pone il fatto
siccome termine di duzione il creare suona, a dir proprio, individuare. Che
cosa in£atti ò r individuo? È l’dea pasMta dalla potenza alTaUo. Qui t;* ò dol
neoplatonismo, e anche buona doso di panteismo. Della prima maniera altresì è
queir afTermare con tanta sazietà che l’uno crea ti mi«ltiplof e che ii
tntdtiplo ritoma aU^tmo: concetti yaghi,
indeterminati ed erronei che ci fanno pensare a Proclo e a Plotino. Se GIOBERTI fosse rimasto qui, non sarebbe stato ingegno
potente ed essenzialmente correttivo di sé medesimo. Non sarebbe stato ingegno
progressivo, fecondo ed esplicativo. Ma se nella protologia fosse giunto al
concetto del divenire, più che esplicarsi e si sarebbe data la zappa su' piedi;
si sarebbe codtradetto: sarebbe passato
dal bianco al nero, dal no al sì, da Dio alla Idea, e siffattamente sarebbesi
mostrato ingegno leggiero, pensatore sghengo e anche un pò vanesio. Era egli
tale T ingegno di GIOBERTI? Lo dica chi può! Dunque l'A. della Protologia, se
per nostro conforto fosse vissuto, non sarebbe divenuto Hegeliano; anzi avrebbe
inaugurato novello periodo filosofico in Italia conforme all'indole di nostra mente; ciò che non ha
fatto, e non poteva faro MAMIANI. FERRI ha detto benissimo: la teconda JUoaofia
di GIOBERTI {che racchiude non già un nuovo 9Ì9tema, eibbene uno epirito
nuovo)^ inaugura un altro periodo, la cui aorte i rieeronta al futuro Hist. E
davvero, se fosse vissuto, ci avrebbe dato un Btnnovn mento filosofico, al modo
stesso che ci dìo il rinnovamento civile col quale inaugura la nuova ITALIA, e
del quale Cavour, dovremmo esserne ormai convinti, non fece che attuare il
programma. Ciò non pertanto anche nella protologia si scopre l'uomo vecchio,
VintuitUta, e però il neoplatonico schietto. Non dubita affermare, per esempio,
che Videa pone il finito, e 8i COMUNICA): che le idee formino in Dio una gela,
la quale 9Ì «quaderna e pa^aa dalV
as9oluto ed relativo merde l’atto della
creazione: che l’infinito attuale e l’infinito potenziale, anziché due cote,
formino una sol cosa, ma sotto doppio aspetto: e che l'infinito potenziale non
è né il finito né 1’infinito, ma la sintesi di essi, non {scorgendo il
grand'uomo come finitò, e infinità potenziale non siano già due cose, ma due
aspetti d’un medesimo subbit'tto, ciò è dire il fatto in quanto è alterità
verso il Generato, e verso se stesso. Or le contraddizioni da cui bisogna
salvare Gioberti nella sua seconda maniera di filosofare sono queste, non
quelle che ci veggon gli Hegeliani. E bisogna salvamelo appunto, per liberarlo
dalle tracce d’iper-psicologismo, di neo-platonismo, d’alessandrinismo,
d'arabismo e d'hegelianismo che pure
contiene. conversione col Generato, cioè il Fatto come Fatto, come
posto; con ciò stesso ei ci dà questo Fatto come subbietto che essenzialmente
si converte con sé medesimo; cioè come creante sé, come autogenito, come
conato, E come poi ritrovarla cotesta formola? La ritrova chi abbia occhi in
fronte; cioè leggendo la Scienza. La quale è per l'appunto un'applicazione di
essa, ma è un'applicazione al mondo de'
fatti umani, eh' è dire d'ima parte, d'un genere, del sommo genere del fatto.
Che cos'è il certo che diventa vero? Che cos'è l’autorità che a grado a grado
assume forma e valore di ragione? Che cos'è la filologia che diventa filosofia?
Che cos'è la storia, l'uomo, lo spirito che dalla fase divina passa alla fase
eroica, e dall'eroica all'wwana. Che cos'è il pensiero, la Mente che è Senso poi Immaginaeione e poi
Ragione? Taluno potrebbe dire: di cotesta formola VICO (vedasi) non fece
applicazione al mondo della natura. Neanche questo è vero. E non vero, perchè
non solamente quest'applicazione ci è dato dedurla, al solito, dal suo
principio metafisico, ma, che più rileva, ei n'ha lasciate tracce
visibilissime, germi assai fecondi ne'suoi principii cosmologici, come vedremo appresso. Torniamo
al proposito. Dato alla creazione il significato e il valore che noi diciamo,
ne vengon fuora parecchie conseguenze le quali verremo accennando man mano. La
creazione non è, per parte di Dio, né una deduzione, per dir così, né
un'induzione. Per dedurre il mondo, egli dovrebbe cavarlo da sé: assurdo
grossolano. Per indurlo, poi, dovrebbe cavarlo da una materia preesistente,
ovvero dal nulla. Una materia preesistente senz'alcuna idea, un ricettacolo
indeterminato, come lo concepisce il platonismo, riesce inintelligibile, e ci
lascerebbe in pieno dualismo. Dal nulla come tale, nel che sta il concetto
balordo dal pietoso credente, tanto meno. Si dirà esserci la potenza Vedi a questo
proposito quel ohe abbiamo discorso nel Cap.
V del Ub. U. infinita attuale? Benissimo: quest'Atto ha da esser
Oenerato; e, in quanto è Generato, pone il fatto, educe il fatto per necessità
razionale, e quindi per legge di conversione. Se dunque lo educe per necessità
intima e razionale, veggiamo scaturire una seconda conseguenza, ed à che un
mondo particolare, contingente e d'ogni parte finito e mutabile e scorrevole,
senz'altra necessità fuorché quella d'un
beneplacito divino, contraddice apertamente alla ragion filosofica positiva,
nonché ai risultati sicuri della moderna scienza fisica, geologica,
cosmologica, astronomica. Se il mondo, anche in sé medesimo, é una conversione
di sé con sé stesso, non può non esser necessario nella sua esplicazione e
nelle sue leggi, appunto perché essendo termine di conversione d'una causa eh' é mente, debb'essere anche
lui causa, mente, razionalità. Il mondo, in somma, é posto razionalmente.
Dunque l’atto col quale Dio pone cotesto mondo é liberamente necessario, e
necessariamente libero. Dicemmo qual relazione corra fra libertà e ragioue. Se l’atto
volitivo guardato nella sna radice, secondo la legge del processo psicologico,
non è altro in generale che uno «/orso
(Tintenderef cotesto sforzo, che in noi ò impedito perchè essenzial conato, nell’assoluto
non può aver luogo, e quindi è speditissimo. £cco il fondamento della necessità
della creazione. Ma la sapienza infinita! si dirà: chi ne misura gli abissi?
Lasciamo gli abissi: qui la faccenda è chiara, perchè ce ne porge guarentigia
la psicologia: gl’abissi ci sono, pur troppo, ma non qui; e qui ci sono, perchè ce Than messi l’ignoranza,
il pregiudizio e l’immaginazione. Nò si creda che togliendo a Dio la libertà
anche quella a n«oem(ate natura, ella rimanga distrutta altresì nell’uomo.
Innanzi tutto non è vero che si tolga a Dio U libertà; anzi gli si dà la
libertà vera, dal momento ohe si concepisce come vera e compiuta ragione. L’uomo è ^rt»eep«rous.
Non v'è dunque destino: il destino è la natura e la ragione; e appunto perchè
il destino è natura, perciò è lungi d'esser cieca necessità. Tutto quindi è
provvidenza nella mente di VICO (si veda), perchè tutto è creazione, attività
intima, profonda, spontanea si nel mondo fisico, e rì nel morale; né senza
ragione volle metterla in cima alle sue discor verter La provvidenza agl’occhi
suoi apre e chiude il circolo della
scienza, non meno che il processo della storia. Ella perciò è innanzi tutto
naturale e divina, appresso eroica, da ultimo umana. La provvidenza umana è la
stessa ragione, la quale non può non essere libertà: essa dunque importa
pienezza di responsabilità. La provvidenza è il primo de'tre grandi principii,
0 sensi comuni dell’umanità: ed è
altresì l'ultimo corollario della mente
del filosofo. La provvidenza dunque è principio e fine della storia
umana, al modo istesso eh' è dedica e conclusione della scienza. E anche quest’altra:
ab ipta rerum humatuxrum natura. De
Oon$t, Philel Il coDCotto di Vico
è concetto aristotelico; e così infatti 1‘Afrodìsio interpreta la neceasìtà
Jinea e naturale d'Aristotele. Ved.
NooBI8S0N, De la UberU et du
Haaard, E$8a% sur
Alexandre d'Aphrodina» ec. Paris
Ved. Tavola delle Diteoverte nella Seien»a Perciò chiama il soo libro una
teologia civile e ragionata della Prowedema divina Se.; e più d' ana volta si
dà Tanto d'aver prodotto una nuova dimostrazione, una dimostrazione di fatto
ittorieo circa l’esistenza di Dio. Che cor'
ò questa dimoetratione di fatto ietoricot t! la provvidenza in quanto è Fatto, in quanto è creazione. et il Fatto che si
converte con so stesso, e mostra quel che è, quel che contiene, quel che
debb'essere; e così, mostrando sé stesso, mostra anche Dio. Perciò la
provvidenza non ò Dio che si mostra, Dio che interviene; ma ò il mondo delle
nazioni che attuandosi, che creandosi e edébrando così la propria ìvatwra, si
mostra sensatamente, e si manifesta come
termine di conversione. Indi è che la
provvidenza per lui non può essere un argomento induttivo dimostrante
l'esistenza di Dio, appunto perchè ella nel mondo, anziché effetto, ò una
causa. Questa sua dimostrazione di /atto ietorico, dunque, è una forma dì
eduzione, non già di semplice induzione: col che confermiamo anche una volta la
natura del metodo vichiano. Ora se questo è il significato significato davvero nuovo e originale del
concetto della prowidenaa n^U' A. della scienza, n concetto ctisologìco
inteso al modo che noi lo interpretiamo nel nostro filosofo, si presenta come
il risaltato del mondo moderno. È la vita stessa della scienza moderna: è il
gran secreto della filosofia positiva: ed è l'esigenza massima della Sdenea.
Chi non Faccetta, deve negare il presente,
dee dare una smentita alla storia; e sarà condannato a indietreggiare
sino al medio evo, per non dir già sino alla Grecia. La formola cosmologica del
nostro filosofo corregge e trascende, anche in questo, il neoplatonismo
italiano moderno, ponendo non è a merarigliare s’egli in ciò sia stato franteso
e interpretato assai male, come vedemmo, da certi saoi critici. JOMMELLI
(vedasi) e il primo ad osserrare che
nella scienza tale concetto può intendersi in dne sensi; e l’acato archeologo
napoletano non s’ingannata. Talora infatti sembra che la provvidenza, per VICO
(vedasi), abbia a consistere solamente nell’azione di Dio. È la provvidenza,
per dirne un esempio, che eccita Atejo Capitone e Lahtone; il primo nella gdoèa
e tenace cuttodia de^ vecchi diritti, e il secondo nel propugnare interprc tOMioni tempre nuove
affindii la romana ffiurieprudenMa potetèc evtdgerai. De Univ,
Jur,. La provvidenza egli invoca per iepiegare la rapida e univereale
comporta del Cristianesimo merco la civiltà romana; la quale perciò altro scopo
non avrebbe avuto nel mondo, fuorché quello di schiuder la via all’idea
cristiana. Or tutto ciò contraddice all’esigenza del suo metodo, ed è in aperta opposizione colla
sua dottrina metafisica. Lo stesso religiosissimo JOMMELLI (vedasi), il quale
del resto non avea nò punto né poco subodorato il valore della filosofia del
suo maestro, non dubita affermare, che se per prowidenxa nella scienza vuole
intendere eolo l’axione di Dio eugli uomini, Mora non pare che n faccia altro che una lemone di
teologia poco neeeeearia ai Cattolici,
ami ai Crietiani e a tutti gli eneeri ragionevoli. Provvidenza dunque, per VICO
(si veda), vuol dire natura. Provvedere è fare, è creare, ò attuare. Dunque è
incessante e vivace conversione del fatto nel vero. Per lui quindi è prowidenxa
l’itetnto, laddove, parlando dell’origine della
parola 2ex, dice che gl’uccelli
nidificano pretto le fonti. De Vniv. Jur.
provvidenza il pudore, onde procede la frugalità, la temperanza, la
giuttÌMia, e simili De Contt. Juritpr.,
I[I). È provvidenza la storia della poesia, e le false religioni. E provvidenza
la forma monosillabica delle lingue. È provvidenza lo teoppiar de’primi tumulti deUe plebi nella terza età del tempo oscuro.
È per provvidenza rebut iptit dietantibut che le religioni cominciano a venire
in dispregio. È prorvìdenn rebut iptit
dietantibut, l’origine dell’arte della guerra e della pace. fe provvidenza che
le Centi Minori apprendano dalle Centi Maggiori; ed è provvidenza la templieità e naturalcMM Oud*ò condotto il corto ddC umanità Se..a nudo le magagne del concetto
creativo del Teologismo, nonché dell' Hegelianiamo e del Positivismo: che vuol
dire, al solito, corregge i due estremi
del filosofare, iperpsicologismo ed empirismo. Di fatto che cos' è per
l'Hegeliano la creazione? È l’identico in guanto si differendo. Dunque non è
vera creazione, svolgimento, processo; ma ripetizione ritmica e, come dire,
inquadrata sovra un medesimo fondo che è la Idea. Pel Positivista il moto, la
vita e l' essere
delle cose non
è che trasformazione di forze,
o di materia; trasformazione fisica, meccanica,
biologica; determinismo affatto meccanico, affatto accidentale, affatto cieco.
Dunque anche per lui la creazione è ripetizione monotona d'un identico
subietto. Colla formola cosmologica del nostro filosofo, inoltre, si giugne a
conciliare le esigenze legittime del teismo e del panteismo sulla natura del
mondo. Nel Panteismo vi è un'affermazione
giusta e ragionevole; ma vi è pure una negazione iriragionevole, erronea
ed esiziale. L'affermazione risguarda lo svolgimento d'un principio interno e
divino nel mondo, e nella natura. La negazione poi riguarda un'efficienza
sovramondana, che come intelletto amore e potenza ponga il mondo e la natura, e
sia presente al mondo e alla natura. Il Teismo grossolano e volgare
contraddice al Panteismo col porre l'efficienza
sovramondana; ma non sa intendere per nulla il divino della natura; non capisce
il divino anche nel mondo. L'affermazione del Panteismo è l'esigenza
dell'Oriente, e, in parte, dell'Occidente; della scuole jonica, eleatica,
pitagorea, stoica, alessandrina; poi delle grandi intelligenze d'.Erigena, di
BRUNO, dello Spinoza; ed è anche l'esigenza
dell'hegelianismo. L'affermazione poi del Teismo beninteso, è
principalmente un portato della speculazione occidentale, perchè è l’esigenza
profonda della metafisica platonica, e della metafisica aristotelica. Panteismo
e Teismo, dunque, oggi sono di fronte; perchè essendo pervenuti entrambi al più
alto grado di speculazione, ci porgono due forinole nette, chiare, spiccate:V essere,
il non-essere e il divenire, da una
parte. Il vero, il generato e il fatto, dall'altra. Or l’affermazione, r
esigenza ragionevole del panteismo è inclusa nella formula cosmologica di VICO
(vedasi), e, che più importa, vi è anche corretta. L'affermazione e l'esigenza
ragionevole del teismo, poi, trova correzione e inveramento nella formola
metafisica dello stesso filosofo. Quant'alla parte negativa,
cotesti sistemi sono da ripudiarsi entrambi. Se il teismo ignora il vero
concetto di natura e però disconosce il divino e perciò stesso disconosce la
creazione autonoma del mondo; il Panteismo, alla sua volta, disconosce la vera
natura di Dio, e perciò disconosce la vera natura dell'uomo, e cosi viene a distruggere
la grandezza e l'eccellenza dell’umana personalità. Se intanto la
creazione è un processo, cioè dire il fatto
che si converte nel vero, si può domandare: in che maniera s' attua cotesto
processo? In altre parole: come avviene che la creazione diventa provvidenza?
Il modo con che s'attua la creazione potrà dircelo solamente l’esperienza: ce
lo potran dire le scienze di natura, e le discipline storiche in generale. Ma
anche nella soluzione del problema cosmologica
sbagliano, tanto quelli che tutto vogliono indurre, quanto quegli altri che
tutto pretendono dedurre. Oggi non è permessa una dottrina cosmologica
empirica; e tanto meno è permessa una cosmologia che, fabbricata a priori, si
rimane campata a mezz'aria. La filosofia cosmologica potrà attinger valore
positivo e razionale ad un sol patto; che, cioè, il pronunziato generale
ch'ella potrà fornire alle scienze le
quali si travagliano intorno alla ricerca delle leggi da Mill appellate
empiriche, sia del pari, o possa essere, il risultato complessivo e finale
delle scienze stesGiastissime qaiodi le parole d*aii valoroso sorltlore moderno.
(Tttt ùonire le panthéitme que tou» eeux
qui retUM ^i>rit de la vrai grandéur de l’homme doivent
»e riunir et eombattre (Tooqukvillk, De
la VemoeraHe, Paris) se. La metafisica positiva altro non sa darci, salvo che
la legge della conversione come principio della essenzial costituzione del fatto.
Quant’al modo poi, ella non sa, ella non può assegnar né regole ritmiche, né
tricotomie a priori di nessuna sorta. Che se anche qui per avventura è
possibile un accordo e una rispondenza tra la speculazione del filosofo e l’osservazione induttiva e deduttiva dello scienziato, in
verità non si cerca di meglio. In cosiiFatto accordo si avrà la guarentigia più
sicura dell'ottimo indirizzo cosi dell'una come dell'altra sfera di scibile. Se
il Fatto à il diverso, non solo considerato qual termine di conversione col generato,
ma anche avvisato in sé stesso, avviene che, nel convertirsi con sé medesimo,
e' debba manifestare varietà di momenti
e passaggi e transiti, e quindi intervalli e tjontinuità nell’esplicazione
delle sue forze. Vuol essere insomma, ripetiamolo, un vero processo, che è dire
svolgimento, conversione, creazione, anziché una serie di semplici
trasformazioni e d'increscevoli rimutamenti di forma. Vuol esser quindi un
passaggio incessante ed essenzialmente dinamico dalla potenza all'atto,
dall'omogeneo all'eterogeneo, per usare anche qui la frase di Spencer,
dall'indeterminato al determinato, e però dal genere alla specie, e dalla
specie all'individuo, per finire nell'individuo capace d'essere o di
rappresentare insieme nella sua virtù il genere e la specie. Tre sono i sommi generi
del processo cosmico; e altrettante le fermate o, per così dire, i momenti
dell'attività creatrice. Tre sono dunque
i processi speciali e differenti attraverso a cui il Fatto si fa, e che
potremo appellare fisico, orgor nicOf e storico-sociologico
od umano; e tre sono quindi gli anelli della gran catena; Forza, Vita e
Pensiero. Fra questi tre processi ci ha differenza e medesimezza, e però
intervalli e continuità: ma né questa continuità è di natura materiale, né
quell'intervallo é un semphce passaggio alla
maniera che lo intendevano e lo intendono, come notammo, gli
aristotelici empirici, ed i moderni materialisti. Fra il processo fisico e il
processo organico, per esempio, ci è continuità ideale, e quindi intervallo
reale; stantechè non sia la Forza che diventi Vita, né la Vita che diventi
Pensiero, ma è la forza che passa ad esser vita, e la vita pensiero. E nel
pensiero compenetrandosi non già
sovrapponendosi od assomandosi le prime,
abbiamo nel medesimo tempo r attuazione della forza, e della vita. Il passaggio
quindi, come accennammo, non è semplice trasformazione, ma è transito, è
passaggio nello stretto senso della parola (iyipyetò: aTi>>i;), eduzione eductio entìs ad actum y e perciò creazione. Se intanto nel
passaggio vi ha intervallo, cotesto intervallo non è egli davvero un salto che fa la natura?
L'intervallo superato dalla stessa natura è precisamente la conversione del fatto
nel vero; è r energia creativa; è il vero passaggio dal nulla all'essere, dalla
potenza all'atto: ed ecco il significato della creazione ex nihilo. Dunque
l'intervallo per noi non è come altrove toccammo quel che per gli antichi era
i) diastema e il cenon; negazione, vuoto,
nulla. È anzi pienezza d'essere, attuosità vivace, conato (to Juvarov), perocché ci rappresenta il momento
in cui la continuità ideale tende a diventar reale. Ai due capi della catena
poi vedemmo esserci due intervalli; psicologico l'uno, e metafisico l'altro. U
primo dicemmo potersi superare mercé la dialettica ascensiva, poiché qui il fatto,
già convertitosi con sé medesimo e perciò
divenuto forza vita e pensiero, si converte quinci col vero, eh' é dire
col primum verum metaphysicum: mentre il secondo é superato dall'essere stesso
colla dialettica discensiva, secondochè ci addimostrano la formola metafisica e
la formola cosmologica di VICO (vedasi). Queste sono le due leggi universali, o
meglio, le due condizioni dell'attività creatrice di natura. In virtù di esse
é possibile una scienza cosmologica
razionalmente positiva, poiché in esse sta il nodo di que'dibattati e YÌtali
problemi sulla generazione, sulla genesi spontanea, sull'origine delle specie.
Né il Platonismo, né l’Aristotelismo, né alcuna dottrina che risalga a queste
due sorgenti, ci potranno dar mai questa doppia legge. Nell'uno fa difetto il
concetto del processo; nell'altro questo processo, ripetiamolo, è passaggio empirico>
meccanico, generativo, ovvero logico e formale. Ammessa quindi la legge
dell'intervallo nell’attività creativa di natura, verremo capaci di correggere
il vieto concetto cosmogonico del teologismo e dell'empirismo. Il vecchio
naturalista contro il teologista pronunzia, che natura non fadt saltum. A
salvare il deus machina il teologo risponde, che natura fadt sattum; e questi salti per lui sono
altrettanti atti immediati del Demiurgo. Ora la verità non istà dall'una, né
dall'altra parte. Naturalisti, sperimentalisti, deterministi, positivisti hanno
ragione a non credere ai salti; ma non ha torto il teologo se dice che la
natura procede per creazioni ed atti creativi diversi. Il positivo qui dove
sta? Neil'accettar l' una e l' altra affermazione, e correggerle entrambe. La natura, certo, non fa salti; non
v'essendo ragione perché ella non proceda continua nella ricchezza e fecondità
delle sue produzioni Ma eccoci al punto Questa continuità continuità
materiale, fisica, sensata ha luogo
entro la sfera. Ma anche in questa dottrina Aristotele potrebb essere difeso,
chi lo interpretasse benignamente. Se
pel Platonismo il divenire e il generarsi, ha
luogo per l’essenza, pell'idea che attua la cosa e la scorge e la
determina; per Aristotele, al contrarlo, l’indeterminato procede al tUterminato
qucdUativo per sua propria energia. Fra i molti passi che potrei addurre mi
contento di questo che si legge nella Metaph.:
Uòrtpov ouv iv^i
tic (Ttfatpa uxpot.
raqSi Xf oixiu
vK^pct TOtc oXcvdouC} i 01»
J* av
aoTf iytyvexoy ti
ovtwc tJv, róSt
ri; àXXa tÒ Toióv^c
vrifjLaivtiy róSt Sé
xai (upurixivov oux
tf(r7(v, àWà trotcì xac'
7evvà ex totJ^s
rotov^s • xat
orav 7«vv>30i7, Ìt^i ro$t
rotòvBt. È nna prova di
più, come si vede,
della possibilità di rintracciare e
dimostrare
nell'Aristotelismo, anche in
siflbtta ricerca, r indirizzo
medio della speculazione filosofica
contro gì* interpreti
empirici e contro gì*
iperpsicologisti che il
generarsi delle cose
in Aristotele traggono
in due e
contrarie sentenze opposite d'una
specie, d'un genere, d'un ordine, anziché nel passaggio dall'uno all'altro. Se
così non fosse, la natura non sarebbe guari natura, non sarebbe creazione,
sibbene ripetizione sazievolmente monotona d'individui. E non meno ragione ha
il teologo o il neoplatonico che sia, nel pretender che la natura procede a
salti; ma non ha niente ragione a predicarci essere il demiurgo, proprio lui,
quegli che la fa saltare. È ella stessa, è la stessa potente e feconda natura
che si muove. E si muove per qualcosa che non sopraggiugne dal di fuora, anzi
sgorga dal di dentro. Cosi, e solamente così, è possibile l'autogenesi del mondo.
Chi non sia disposto ad accettarla, romperà senza rimedio contro Scilla, o
Cariddi; che vuol dire contro uno de'due soliti estremi. Come intanto
s'inaugura, come si svolge e come s’assolve egli il processo cosmico? Dell’attività
creativa ne'diversi momenti del processo cosmico, se l’attività creatrice di
natura è una conversione del fatto nel vero,
ella non può esplicarsi altrimenti che per gradi, per momenti diversi, e quindi per intervalli
e per continuità ideale. Il processo cosmico, dunque, è universale. Ed è universale principalmente perchè, secondo la
frase di BRUNO, racchiude in sé, quasi circolo più ampio altri piccoli circoH,
il triplice processo fisico, organico e sociologico. Così la legge che governa
il tutto come le parti è sempre la stessa: è la gran legge del trasformarsi e
del rintegrarsi perpetuo, progressivo, incessante delle forze universali e
comuni di natura. Perciò è il numero che
[lIB. H. sempre più volge ad unità; è l’indeterminato, l’omogeneo,
l'indefinito (tò uopiiTòv) che procede al determinato,
all'eterogeneo, al perfetto (tò
TsXitov). Se tale dunque è la natura di quest'universal movimento che
dispiegasi nel tempo, in che maniera potrebb'esser un incessante cangiar di
forme e di fenomeni? Se cosi fosse, quest'universo sarebb'egli un cosmos o non
più veramente un increscevole ed eterna monotonia d'apparenze fenomenali,
ovvero un caos? La legge del processo cosmico dunque è legge di creazione; è
legge di coixyersione, anziché di semplice trasformazione. Col processo fisico
si genera la forza; e la forza è subbietto omogeneo, sintesi confusa, numero e
unità generale, unitotalità vaga e indeterminata. Cotesto processo fisico
si sdoppia nel processo organico nel
quale si genera la vita; e la vita è numero, eterogeneità essenziale, essenzial
dualità -- vegetale e zoologica. Nel processo
storico-sociologico, finalmente, SI GENERA LO SPIRITO, il pensiero; ed è un
ritomo all'unità, ma come triplicità. La forza quindi si converte nella vita,
come la vita si converte nel pensiero. Unità, dualità, dualunità: Forza,
Vita e Pensiero. Ecco il processo
cosmico, ed è sempre il fatto che si converte nel vero, perocché è sempre il
conato, il medesimo, che si fa diverso per intervallo. Come intanto. È il
vecchio principio per cui si distingue l’indirizzo medio aristotelico
nella dottrina sulle forze fisiche,
organiche ed organizzate: *H $i fxJffi^
ffivyet tÒ aTrci^ov
* to fiiv
yoip anstpov otTtlsq,
Si «vece «s( K^Ttt
TsXoc (I>e (7en.
an.). E più chiaramente ancora:
'Aft yàp
€v Tw efslivii
vppxst xo upOTspov De An..La scienza moderna non ha
fatto e non fa che confermare questo principio aristotelico; ed è quel medesimo
pronunziato che Spencer considera siccome chiave del processo cosmico. Ma
avvertimmo già l’aspetta manchevole delle dottrine dell’illustre scrittore inglese;
che, cioè, se il processo cosmico è davvero una creazione, è forza che
nella sua natura altro non possa essere che uua teleologia, un processo
essenzialmente teleologico, a partire dall'etere, dalla materia nebulare
indeterminata, e scendere giù giù fino all'atto estremo, alla forza che diciamo pensiero. Questo dato vitalissimo manca a
Spencer nonché ai Positivisti e, come vedremo, a' naturalisti
Darwiniani. E pure, chi ben rifletta, è un concetto essenzialmente
poeitioo^ perchè è un fatto.rivelasi la prima conversione del fatto? In altre
parole: in qual modo s'inaugura l'attuosità creativa dell'universo? La natura
comincia con l’esser conato. Ella dunque comincia come sintesi iniziale e
confusa: ella s'inaugura come materia metafisica Vico, De Antiqui^. La nuiteria metafisica alla qaale
più voite accenna confasimente VICO (vedasi) e che SERBATI, come toccammo, non
interpreta convenevolmente, ò neill/ordine cosmico e naturale ciò che
nell'ordine psicologico ò la luce tnetaJUica. Nel passaggio, nell’intervallo in
generale, ha luogo nn novello conato, eh' è il momento creativo, il parto
a/orno impedito della natura; e quindi
racchiude qualcosa d’intimo, d’universale,
di metafisico, d'iperfisico, di soprassensibile. Ecco perchè talora in VICO (vedasi) nonv'ha
divario nelle parole conato, momentOf
t/orto impedito, luce meta/i»
nea^mcUeria metaJÌ9Ìca,virtue^vi», dvvxfJLi^y
«vT«).ffXJeav, e simili. Però è facile incontrarvi qualche sentenza di
questo tenore: Lux metaphyeica §eu eduetio virtutum in actue conatu
gignitur. Perciò se si vuole
interpretare a dovere la sua mente, il valore della parola conato, nella quale
pone radice la novità della cosmologia vichiana e leibniziana, è questo: che il
conato per lui sia il principio concreto, reale, vivente della natura: che sia
perciò relazione la qual comprenda e annodi in organismo vivente i tre
processi, e per cui risulti come la molla
secreta deir intero Proceeeo
eoemólogico, È la relazione concreta, e reale del fatto col vero; cioè
del fatto che, in quanto divereo in sé, diventa Vero. In una parola, è la eoetanxa della natura, come fra
poco vedremo, e perciò è Vdpx^ xivKj
Tcwc d'Aristotele (AfetopA) ma corretto profondamente, e però trasfigurato e
legittimato, stantechè non sia altrimenti un principio di movimento
ipercosmìco, ma nn principio
essenzialmente eoemico, essenzialmente naturale; e perciò è lo stesso
movimento che, in quant'è motOf si
rivela come autogenito. GIOBERTI che ha un senso storico divinativo tutto suo
nel saper cogliere in certe sentenze l'aspetto originale d’una dottrina, non
dubitò scrivere che la teorica de'punti e del i eoncUo di VICO (vedasi) ì il perno del tuo eietema; aggiungendo che
per questa parte egli è arietotelico e platonico ad un tempo Protol.. Che la
dottrina del conato sia il perno della sua cosmologia, nessun dubbio; ma la
cosmologia non è la sua metafisica. È dunque il perno, è la molla della sua
formola eoemoloffica, non già della sua formola metafiica: il perno di questa
seconda è ben altro. Che poi in questo egli sia aristotelico e platonico
insieme, è vero; ma è tale in quanto
corregge, trasforma e compie i due filosofi, e perciò in quanto li accorda. Nel
platonismo il concetto del conato, al modo che è inteso da VICO (vedasi), non
ci è, e non ci può essere, come si può ricavare da tutti que'luoghi ne'quali
siamo venuti accennando rapidamente a quel sistema. Può esserci, e vi è di
fatto in Aristotele, ma confuso e indeterminato cosi che non si lascia riconoscere facilmente. Al qual proposito mi
sia qui lecita nn* osservazione storica. Ma se la natura comincia coll’esser
conato, appunto perchè conato ella dev'esser riguardata sotto doppio QualcQDo
potrebbe confondere questo conato del filosofo napoletano colla monade
leibniziana, o, pegfifio, col1’
?pe$(? aristotelica. Lasciamo
della prima perchò ne dicemmo qualcosa in altro
luog^o. Qnant'al secondo osserro che tra Voptl^ii dello Stagirita e il conato àe\ nostro
filosofo, ci è profondo divario. Accennammo già qualcosa riguardo alr aspetto
esagerato della «aiMo y!iMi2«
d'Aristotele. L'ó^e^cc certamente
è designato da lui qual moto 9pontaneo; e basti per tutti questo passo:
Kcvftrac yoLp to' xivouufvov t?
òpiysrat^ xat 17
xévTio'c; rtc opsl^ti t»spytia.
{De Xn,)! Ma ò poi veramente tale,
voglio dire essenzialmente spontaneo cotest’opegi^ d'Aristotele? Non sarebbe
più tosto un residuo del maestro passato nella mente dello scolare? Aristotele,
avvertimmo, rompe la terie predara in due modi; col1'intdllgibUe venuto di
/uorOf BvpstOiv, e colla causa finale,
cioè, col dender€tb%le [70 òptxTÒv
xat to' voutÓv).
Luce per ribtelligenza, dunque, e calore pella volontà vengon
d'altronde; e però chi determina tanto il peneiero, quanto la tendenna, è il
pensiero divino. Eih, Eud.. Ora dunque 1*opeHc'c per Aristotele non può esser
davvero spontaneo, se no si contraddice. E tant*è vero che la natura per lui
non ò propriamente attiva per so, che non mancò, fk'a' vecchi aristotelici, chi
pigliasse a dimostrare come in Aristotele,
in forza del suo medesimo sistema, debba aver luogo la causa efficiente.
Se Dio infatti ò canea finale^ per ciò stesso ha da essere anche canea
efficiente; tanto pare ad Ammonio, il primo a dare tale interpretazione, che
Aristotele dove mettersi in accordo con Platone (Yed. Rayaisson). Dunque l’ops^i^ noir Aristotelismo ò ?^e^cc non per essenza propria, ma in grazia
d’un determinante estrinseco, d’un’infiuenza
eeteriore; la quale influenza non essendo stata chiarita nettamente nella sua
natura dal filosofo di Stagira, ha fatto e fa si che molti i quali si studiano
d’interpretarlo benignamente, credano d'aver buono in mano per assumerne le
difese, e fino a certo punto riescono ad aver ragione. Sennonché il vero
concetto dell'o^sHcc, che
in parte risponda al conato di VICO (vedasi) e
rappresenti perciò r indirixMo medio in siffatta questione, sarebbe da riporre
piuttosto nella nozione di svipyna
aTf>>i:, la quale è appunto attiva per sé, ò attiva per virtù
propria, essendo ciò che esiste in potenza, ma in quanto s'avvia all'atto; e
s'avvia per sé medesima, non per un
altro; s'avvia e procede per propria essenza: 'O^óc ttQ
ouTiav {Metaph.) In altre parole è ciò che, imperfetto, non ha il fine in so
stesso, e quindi lo cerca. E lo cerca non perchè ne sia attratto (platonismo 0
aristotelismo platonico), ma k1 perchè ne ha bisogno. E se lo cerca e ne
abbisogna, vuol dire che questo fine non potrà essere un'illusione addirittura.
Perciò Aristotele determina il concetto del moto cosi: Twv apy.^£Mv eiv «tt/ taipoc
ov^sjMca tjXoc, àWà
t«v tapi To TsXo;. {Metapk.). Ci slam voluti intrattenere
un momento su questo particolare non solo per chiarire il concetto di VICO
(vedasi) sul conato ma anche por mostrare l’attinenza ch'esso ha col concetto
del rispetto. Anche del primo cosmologico possiamo dire qael che dicemmo del primo
psicologico: egli è una testa di Giano; ha due facce. Il conato adunque è due
cose, non una: è punto e momento (cf«7ft*i^ v) materia e moto, estensione e
forza: ma e punto e momento di natura metafisica che vuol dir di natura
potenziale, virtuale, soprassensibile, semplice, indivisa, universale. In altre
parole, il conato e attuosità concreta e reale; ma non è, a dir proprio, né
moto, né estensione, bensì virtii di moversi, e d'estendersi: e come virtù,
come potenziaUtà, esso in generale é un soggetto identico. Punctum et momentum
unum sunt, e quindi é nel medesimo tempo numero e unità, dualità e unità,
polarità originaria, e perciò é unitotalità originaria, concreta, universale.
Ora il conato in quanto é punto, materia, cioè in quant' é soggetto potenziale,
recettivo, indeterminato, omogeneo, indefinito e indefinibile, é il ro Ssrspov;
è la wa/xcc come pura capacità; in somma
é il fatto semplicemente detto; il fatto in quanto è termine di
conversione dialettica coi Grenerato. Al contrario, in quanto é momento, ciò é
dire materia e moto, estensione e forza, to'
Strtpov e to' notilo e però to warov, é il fatto in quanto è termine di
conversione cosmologica; è il fatto in quanto é conversione di sé con sé
stesso; e quindi é sostanza semplice,
sostanza universale, sostanza indivisibile in sé, ma divisa nelle cose
che sostiene. Brevemente: il conato, guardato come puro fatto, cioè come termine posto, é potenza in potenza,
come direbbe Aristotele (^uvfltfii;
^uvot^n); guardato invece come termine che si pone, come soggetto che si
fa, egli, per dirla con le significantissime parole di VICO (vedasi), é for/pa
che si fa dentro moto aristotelico, il
quale, inteso a doTere, nono tale quale d’ordinario Tiene interpretato dagli
hegeliani. £ ci siamo trattenuti anche perchè quest'ultimi non abbiano a
pigliare il concetto del conato per Vopt^i^ giacché nel conato del nostro
filosofo non ci è necessità dialettiche, nò relaiioui di finalità come neiriperpsicologismo
aristotelico fecchio e nuOTo. Il conato di VICO (vedasi) non è propriamente VEatcre, nettampoco il
NoH-ctnrc; dunque non sarà nemmanco U Divenire: ecco tetto.di sè medesima:
perchè? precisamente perchè SFORZARSI È UN CONVERTIRSI IN SÈ STESSO; 0 perciò è sostanza che si sforsa a mandar
fuori le cose. Che il ùonato nel concetto vlchiano sìa la sostanza delle cose e
costituisca perciò il nerbo della sna formola cosmologica, si pnò rìcaYare agevolmente da queste sentenze. Che
cos*è la sostanza? Sattanza, in genertf
d ciò eke »ta 9otto e
90$tiene la eoaa; indivitibile indivisa nelle cote eh* ella fottiene, e
$oUo le dìvite cote, quantunqtu disuguali, vi §ta egualmente, Risp. al Giom. de
Lett,. Questa deflnizione non ha che vedere colla definizione spinoziana: id
quod existit a te et per «e. Sono entrambe definizioni nominali, e però vere o falso flnchò non se
ne faccia applicazione. Dal modo con che applicolla Spinoza, venne fuora il suo
panteismo acosmico geometrizzato, con quella lunga sequela d’assurdi che
ognuna conosce. VICO (vedasi) 1’applica
al fatto in quanto si fa vero, non già al vero che si converte col generato; e
perciò riesce a schivare ogni maniera di panteismo. Infatti egli dice: Quello che i moto ne*corpi particolari,
neiVunivereo moto non è; perchè V’universo non ha con ehi altro possa mutar
vicinanze. Dunque è una forza OHB fa
DRNTBO DI sà MBDESiifo: questo in s^ stesso sforzarsi, ì uno in sa strsso
convertirsi. Ciò non pud eseere del corpo, perchè ciascuna parte del corpo
avrebbe a rivoltarsi contro di sè medesima. Onde questo sarebbe tanto, quanto le parti dd corpo si replicassero.
Dunque, dico io, IL CONATO non è dd OORPO, ma deU* UNI
Visse del corpo. Tutto ciò è
chiarito e confermato da quest'altra sentenza; Virtus est extensi, e perciò
prior extenso est, soUicet inextensa. De
Antiq.. E spiegando altrove il valore di quest’ultimo concetto, dice: Io mi
servo eie* vocaboli di virth e di potetaa appunto come se ne servono i meeeaniei, appo i quali sono voci
oelebratissime: con questo perciò di vario; cA' essi (parla de’Cartesiani seguaci detta dottrina
meccanica) V’attaccano ai corpi particolari, ed io dico esser dote propria e
sola dell’universo. Risp. al Oiom. De’ LeU., E tornando al suo concetto gradito
del conato, dice plh aperto: Nel mondo vero e reale vi ha un che invisibile che
produce tutte le cose. Ancora: Uno è lo
sforzo delC universo, prrob2 dell’univrrbo:
ed è l’indivisibile centro cui non è lecito trovare nell’universo esteso, e cAe
dentro le linee deUa sua direzione tutti i disuguali pesi sostenendo con egual
forza, tutte le partieo' lari cose sostiene insiememente ed aggira. Questa è la
sostanza che si SFORZA mandar fuori le cose. È impossibile commentare queste sentenze. Ci vorrebbe un capitolo per parola;
e alla fin fine poi non riesciremmo che ad una freddura, ad una ripetizione
fiacca e sbiadita. Bisogna dunque farle soggetto di meditazione severa,
tramutarsele in sangue, e col loro sussidio interrogare! fenomeni e le leggi
del mondo sensibile. Posti intanto questi principi! cosmologici, ecco alcune
norme metodiche pella filosofia della natura
e delle scienze naturali: In fisica si trattano le cose per termini di
eorpo t di moto; in m^afisioa trcUtar si debbono per qudli di sostanza e di
conato, E come U moto non è altro
realmente che eorpo, cosi il conato altro realmsnU non sia che sostanza, L’altro
domma metodico riSe questo è il cardine della cosmologia del nostro filosofo,
le conseguenze e le applicazioni che se
ne traggono riescono supremamente feconde, positive, originali in tutte
quante le sfere delle scienze di natura, dalP’astronomia alla fisiologia, dalla
meccanica celeste alla zoologia e alla zoopsicologia. Noi non possiamo
intrattenerci in queste applicazioni, e ce ne duole. Ci ristringeremo ad
accennarne qualcuna, e rilevarne l’aspetto originale; e innanzi tutto quella
risguardante la dottrina del Cronotopo.
Se la sostanza cosmica è una, indivisibile e divisa nelle cose a cui sta sotto
egualmente per diseguali che queste siano, i modi essenziali e primigenii in
che ella si determina, sono lo spazio e il tempo puri: punto e momentOj virtus
extendendi e virtus movendi. Sennonché la virtii d' estendersi, logicamente, va
innanzi alla virtù del moversi, al contrario di ciò che pensa il GIOBERTI (vedasi); poiché, al solito, se il
fatto come diverso in sé vuol essere un processo autonomo, avviene che la prima
forma di conversione, la prima individuazione cosmica, debb'essere il punto che
divien momento; debb' esser la virtù d'estendersi che si gemina, e assume
valore di virtù motrice. Perciò la sostanza in quant'è virtus extendendi,
inquant'é pura capacità, è V’altro, è il diverso, è il fatto come posto, e però
è lo spazio infinito, la cui prima determinazione è ciò che domandasi etere da’moderni.
In quanto poi è virtus movendi, cioè atto, diverso gniardante lo stadio delle
leggi fisiche ò questo: L’unica ipoteti cioè finzione speculativa per la qwd
dalla MetaJUica ndla Fisica discenda giammai ti po99a, netto le matematiche; e
che il punto geometrico eia una SOMIOLIANZA del metafieicOf dot della sostanza;
e ch’ella aia coea che veramente t, ed i indivisibile; che ci dà e sostiene
distesi uguali con egual /orza: perche per le dimostnxzioni di BONAIUTI Galilei
ed altre piene di meraviglittf le disuguaglianze quanto si vogliono grandi,
ritirandoci al lor principio indivisibile, cioì ai puntiy tutte si perdono e si
confondono., ti appena bisogno d’avvertire che colla sua dottrina cosmologica
ei non fa che interpretare ed elevare ad altezza metafisica positiva l’esigenza
del metodo galileiano. Nelle lor relazioni ideali BONAIUTI Galileo e VICO
(vedasi) si richiamano a vicenda. (Ved. il nostro Disc. DanU, Galileo e Vico,
Firenze, Celliul). L'esistenza dell’etere od abaro (come con ragione vuol chiamarlo
il nostro valoroso e valente Colonnello Pozzolinì) che per i fisici è una in
$èj 0 Fatto ohe si fa, la sostanza è il cominciamento originario, autogenito
della natura, e perciò indipendente da Dio. Ed è affatto indipendente da Dio
nel suo svolgimento, e però nelle sue leg{2p, appunto perchè, come fu mostrato,
Dio pone il mondo non già come attuale, anzi come potenziale. Perchè dunque il
punto diventa momento? Per necessità della propria essenza: vo'dire perchè è
diverso in se; perchè è sformarsi che è uno in sé stesso convertirsi. Se
adunque come materia il conato è confusione, impenetrabilità, pura capacità;
come virtù di moversi, invece, è cominciamento d'ordine, inizio di cosmos
finteli'atomo, nelP’esteso metafisico il quale, essendo medesimezza e differenza
in atto, rappresenta perciò la prima dualità in cui forza e materia formano un
medesimo subbietto. ipoteti della quale non possono in yenin modo prescindere,
nella fonnola cosmologica di Vico, invece, assume valore di teti. Essi non
sanno dir che cosa sia quest'eeere. Noi sanno oggi e noi potranno saper mai:
perchè? Per la semplice ragione ch*ei trascende la mente: e la trascende in
quanto che riguarda un’attinenza della sostanza come potta, non già della
sostanza come causa, come forza. Perciò riguardando il dato della creazione, ne
Tiene che, por intendere questo dato in qualche maniera, bisognerà filosofare;
e per filosofare in modo serio e positivo e razionale bisogna ricorrere alla
formoUi cosmologica del nostro filosofo. Non V’è scampo: o questa formola,
oppure il concetto inintelligibile, grossolano e balordo d’una materia
concepita qual ricettacolo assoluto e generativo d’ogni cosa: eh' è
propriamente (chiedo perdono a tutti i materialisti e meccanicisti vecchi e
nuovi) un concetto da cretini! Dunque il cronotopo non è, come pretendono i
Leibniziani, la successione e coesistenza di punti e di momenti; teorica al
tutto empirica la quale non ispiega nulla di nulla, perchè non addita la
ragione della coesistenza. Non si può dir nemmeno pertinenza deir Assoluto in
quanto ì l’Idea ad extr(h Videa come potnbUità infinita (GIOBERTI, ProtoU,
Sagg. Ili); ì° perchè non s'intende che cosa mai sia codest'Idea ad extra; 2
perchè s*ella è pottihilità infinita, come tale appartiene al Fatto, il quale
in quanto conato è precisamente un' infinita po$9ÌbilitiL Non è poi relazione
tra U finito e linfinito (FoRNABi, DeW Arm. Univ. DiaL I) perchè, se così
fosse, dovendo i termini partecipare alla natura della relazione, ci avrebbe a
essere spazio e tempo anche nell' infinito! Finalmente non è la prima e
immediata esistenza detta Idea (SPAVENTA, Mem, mi Tempo e tulio Spazio, negli
Atti dell'Accad. di Nap.), perchè l’Idea è incapace di rivestire spazialità e
temporalità per le ragioni altrove accennate. Dunque che cos'è cotesto
cronotopo? È precisamente il conato; Abbiamo detto che l’atomo è l'esteso
metafisico. Esso dunque è la compenetrazione del punto, e del momento: è il
punto divenuto momento; è la virtù d'estendersi che s'estende in quanto si
move. Neil'atomo perciò, neir esteso metafisico, trova pienissima applicazione
il pronunziato di VICO (vedasi): ptmctum et mofnentum unum sunt In altre
parole: che cos'è l’atomo? È l’estrema realtà (non astrazione) cui possa
poggiar la mente. Dunque è la prima realtà onde move la natura. Anche in seno
all'atomo quindi si dee verificare ciò che i fisici oggi riconoscono in molti
fenomeni; il principio della polarità. L'esteso metafisico è un'essenzial
dualità; è forza e materia in atto; è la determmazione originaria, autonoma della
doppia virtii estensiva e motrice. Dunque è la prima conversione del fatto, in
quanto il fatto è un subbietto diverso in sé. Perciò è il primo momento della
creazione propriamente detta: il momento solenne in cui la forza, nascendo
nella materia (non dalla materia), si crea.'ma il conato in qnanto ò polarità
essenziale, essenzial dualità. È la sostanza stessa del mondo in quanto ha una
doppia faccia: estensione e forza; wirhu extendendif e virtù» movendi. Ora se
il conato è un subietto essenzialmente duplo^ essenzialmente polare, ì moderni
fisici non possono, non debbono menomamente ripudiarne il concetto, che anzi
accettandolo, giungerebbero a spiegare più d'una loro ipotesi. Chi dunque dice
fona, dice ereazione: ecco il rero dinamismo, il dinamismo positi?o. Perciò
erra tanto il materialista grossolano quando afferma ch/D la forza naaea dalla
materia, o ne sia una pura e semplice determinazione; qnanto il dinamista puro
(Hibn, Cotuiquence» phil. et mHaph. de la Thirmodinamique, Paris) che pretende
concepire la fona anteriore alla materia! La forza Don nasce dalla materia, o
per la materia. La forza si pone, e perciò si crea nella materia. Il suo
nascere è creare nel Tero senso della parola; è uscire ex nihilo, E qual è il
nulla f Il nulla del filosofo cattolico, no: cotesto nuUa ò impossibile, perchè
ò inconcepibile. Dunque è la materia, ma la materia considerata come puro
Fatto, come pura capaciti, come possibilità. Platone la diceya ricettacolo, e
diceva benissimo. Dov'errava? Errava gravemente nel determinare il modo con che
nel contenente sorga il contenuto. È precisamente l’errore del materialista
moderno. La forza, dice questi, suppone la materia. Certamente! ma non ò pnra e
semplice trae/ormanane o modiJicoMione o qualità di materia. La materia in qnanto
diventa forza è conato: e perciò (ripetiamolo) ò intervallo già superato; ò
atto propriamente detto, e Se intanto l'atomo è an'essenzial dualità, in esso è
l'esigenza dell'altro atomo, delle molecole, del corpo, dell'organismo atomico.
Ma ecco tosto nn dilemma: o l'atomo è semplice, o è composto. È egli semplice?
Dunque non può dare il composto. È egli composto? Dunque richiede il semplice.
Dilemma seriissimo, davvero. L'atomo non è l'una cosa ne l'altra; o, più
veramente,, è r una cosa e l'altra insieme. Se l'atomo, è conato, momento in
cui la materia e la forza si compenetrano; come dirlo semplice? come dirlo
composto? Pertanto se l'atomo è conato, perciò racchiude l'esigenza degli altri
atomi. Dunque? dunque l'atomo non ha figura in quanto è un esteso metafisico,
ma ha figura in quanto si marita e si converte con altro atomo: la figura è un
risultato. Or se l'atomo è virtii d'estensione che si attudij avviene che, come
tale, e' debba essere attrazione: e s'egli è virtii di moversi in atto, avviene
altre che, come tale, e'debb'esser moto essenzialmente rotatorio} Se dunque
1'atomo in quanto conato è insieme identico e diverso, perciò è in sé, e fuori
di se; è per sé, e anche per l’altro; abbisogna dell'altro. Per questa comune
proprietà gl’atomi ci rendon quasi immagine delle idee platoniche, la cui vita
sta nell'essere essenqaindi è atto naovo, atto creatÌTo. Eccoci al miracolo!
sento grridarmi. Precisamente al miracolo: ma gli è nn miracolo essensialmente
naturale, unlversaie, necessario; e per consegnenza non ò miracolo. Se dunoue
VeaUto metafinco è la forza in quanto si genera nella mcUeriiif ne viene cne
VaUnno ha da essere tutt*altro che inerte. Anzi è la materia, è l’etere, è
l’abaro, è quel quid nebulare primitivo che, da unità indeterminata, passa ad
essere anche forza, profonda energìa in cui e per cui sMnaugura il Prooeeeo
fieieo. Se così non fosse, io domando, come farebbe il chimico ad intender le
leggi deir affinità? E se così non fosse, la moderna dottrina delTatonicità non
andrebbe in fumo? Questo è il moro etemo e continuo dell’Aristotelismo, cagione
d'ogni moto, il quale perciò non può non ettere un moto circolare nello epaxio
{Phye,, Vili, ix), e come tale è moto naturale d'un elemento eempliee du non ha
contrari {De Cod., I, li). Al motore motto bisogna sostituire il conato. E il
moto circolare non avente contrari bisogna darlo all’essenza stessa dellatomo,
dell’eeteeo metafisico. Ecco una delle correzioni vitali della cosmologia
aristotelica richieste logicamente daU'indirimco medio. zialmente relative.
L'atomo qaiadì, in quanto è medesimezza, è attrazione; in quanto è medesimezza
e diversità, è rotazione e circolarità. Dunque può dare origine al moto per
induzione e rivoluzione, che à moto secondario e derivato. Or questa legge si
verifica in una lunga serie di fenomeni; luce, elettrico, calorico, magnetico.
Si verifica ne'grandi coi*pi dell'universo. Perchè non dovrà verificarsi
altresì, e principalmente, in seno alla stessa vita intima degl’atomi?
Attrazione e rotazione, dunque, riduconsi ad un sol fatto primitivo,
universale, assoluto. Il conato è moto essenzialmente rotatorio; e quindi è la
sorgente prima d'ogni e qualunque forma di moto. La legge di rotazione perciò è
legge universale; ed è la sostanza stessa cosi delle grandi, come delle piccole
masse: Questo in se stesso sforearsiy è uno in se stesso convertirsi.* Le
conseguenze di questa dottrina cosmologica sono evidenti, originali,
modernissime. n vuoto è un assurdo; perchè è un assurdo il nulla. Esiste dunque
l’universo infinito; ed è tale non come mondi, ben^i come conato, come sostanza
universale determìnantesi ne'due attributi essenziali della spazialità e
temporaneità pure. È un assurdo il moto comunicato, perchè è un assurdo che la
forza si rompa, si scinda, si divida: senza dir già che, se è vero che la forza
debb'essere anche materia, la comuniccmone del moto importerebbe la
compenetrazione e insieme la inerzia degli atomi, ciò che costituisce un doppio
assurdo. È uYi ' Ved. a questo proposito la bella Mem. di POZZOLINI (si veda)
{Indumone delU forte finche, Bologna), Baudrimoni, Atomologie e le tre Memorie
eu la atrtUtura cUi* Corpi. Bordeaux * Ved. la Mem. su la Legge univeraale di
rotazione del nostro amico prof. Bàrbera, della quale accettiamo in gran parte
la dottrina perchè ci sembra un'applicazione rigorosa de*principii cosmologici
di VICO (vedasi). Di BARBERA merita esser letto il discorso stupendo su Newton
e la Filoeofia Naturale Napoli. La memoria poco fa citata di POZZOLINI, come
questi due saggi del BARBERA, sono i primi segui d'una riforma seria delle
scienze astronomiche e della filosofia naturale in Italia. Abibt., PAy«., Tiii.
assurdo che il moto universale cominci e finisca, poiché è un assurdo che il
mondo, che è pur egli necessario come termine di conversione dialettica abbia
principio e fine. È un assurdo un impulso primitivo impresso da Dio alla
materia, ciò che è l’esigenza illegittima del fiacco Peripatetismo,
dell'Aristotelismo platoneggiante: perciò assurda e gratuitamente ipotetica la
base nella quale s'appoggia la teorica newtoniana sull’origine del moto. È un
assurdo che la materia diventata forza, ciò è dire l’atomo, tomi ad esser pura
materia; perciò assurdo che la forza cessi d'esser quella che è nella sua
essenza, e che si sperda, che decresca, o si menomi in qual si voglia modo.
Sono dunque un assurdo, sono indovinelli da algebrisH quei conti e racconti di
certi facili calcolatori matematici che, come il teologista e il millenario,
segnano già ne'secoli futuri la fine e lo spegnimento della terra. Ne'loro
problemi essi dimenticano che la forza è creazione: e dimenticano troppo
facilmente, che creare vuol non dire annullamento. Il conato adunque, è il vero
motore immobile e mobilissimo dell'universo; è l'universo stesso in quanto è
infinita potenzialità; è l’àpxrì xcv)ic intrinsecato, essenziato con l'universo
stesso. Come tale l'universo procede di numero in numero, secondo la frase di
Bruno, svolgendosi come mondi nelle successioni, e perciò è infinito nel tempo;
e come tale anche l'universo, come il pensiero nel formarsi il concetto
dell'Assoluto, rende a Dio la pariglia. Cosi il principio cosmo' LìtìQUB, Le
premier moteur et la nature dame le tyetòme tTArietote Paris. V. a questo
proposito con che assennatezza crìtica Barthélemy Saint-HUaire dÌMOm sula
cosmologia aristotelica (PAyttgiM trad, en /rangaie et aceompagnie dCune
paraphraee et de note» perpetueUe», Paris, Introd. V. L) Cosi resta
lesrittimato il concetto sull’Universo e sullo Spaaio del filosofo nolano. Egli
pone Io spazio come infinito e però infinito anche l’universo che è nello
spazio [DeW Infinito Univereo e Mondi, DinL I.) L’unverso certamente ò inAnito,
ma, ripetiamo, ò tale in quanto è eonaio; e così pure lo spazio. Perciò Mondo,
Universo, Spazio ec., sono infiniti nella successione, che tuoI dire nella lor
potenzialità. logico, o meglio, il Primo cosmologico di VICO (si veda), in
mentre che corregge la cosmologia de'Platonici e degli Aristotelici, condanna
ad un tempo quella de’neo-aristotelici empirici e degl'iperpsicologisti, legittimando
r esigenza de'meccanici e de'dinamisti, de'Cartesiani e de'Leibniziani, che
vuol dire della materia e della forza. I moderni cosmologi avran fatto
moltissimo quando avranno ridotto ogni fenomeno ad un ultimo fenomeno. Essi
così dimostreranno, o meglio, verificheranno la divinazione aristotelica. Ma si
dovrà arrestar qui la cosmologia razionalmente positiva? No, certo. U suo
grande problema sta nel dimostrare (e dimostrare non vai mostrare) come
quest'ultimo e irreducibile e universal fenomeno, sia precisamente la sostanza
stessa delle cose, la vita stessa degli esseri, la vita dell'universo che Vico
rassomiglia ad una fiumana onde sgorga acqua sempre nuova e perenne: H(BC est
vita rerum, fluminis nempe istar quod idem videtur, et semper alia atque alia
aqua profluit} Se il Processo fisico s' inaugura col conato in quanto è un
esteso metafisico e risolvesi coll'estrinsecazione della forza nel seno stesso
della materia; ne viene che tal debba essere altresì il corpo nella sua
sostanza; È inutile mostrare come il concetto del nostro filosofo sul Conato
sia una correzione del conato leibniziano. Mostrammo già raffiniti tra Leibnltz
e VICO (vedasi). Colla dottrina del conato questi filosofi ci rappresentano
entrambi r indirizzo medio dell’aristotelismo negli studi cosmologici. Ma il
nostro supera quel di Lipsia, perchè il suo conato è essenzialmente un e«(e«o
reale, metafisico, non già fenomenico, ed apparente. Questo concetto manca
assolutamente nella monadologia, Gens, il LoYR {Essai sur l’identité de» agentt
qui produigent ec., Paris Obovr {Correlation de» force» phi/9Ìque§, trad.
Moigno. E. Saiqry {E8»ai»nrVunité de» phenomène» nature!», Patìs) A. Sroohi
{Unità ddle forze fiticke ec. Roma), Dr BoocHRPORif [Du principe generale de la
PhU. naturale, Paris. A. Obuyrb Principe de PhU, Phyeiqtte ec. De Antiqui»».
Gom* è evidente, è il concotto fisico dell’indirizzo medio aristotelico: La
vita universale della natura non conosce riposo, nò morte: Kac toOto flèOxvarov
xac an'auTrov xinapytt roi^ ouTtv^ otov ^a)>j Ttc ouffa toì; fxivtt
^uvio-tùtc notvtv. Phy»., Vili, i. S. 8f forza attuata; monodinafnia; e però
sorgente perenne di forze fisiche, meccaniche, chimiche, dinamiche. L'atomo è
sfornito di centro, perchè è centro egli stesso. Il corpo lo possiede cotesto
centro; ma è di natura ideale, e perciò rende immagine dell'universo stellare
nel quale il centro non è in alcun luogo, e pure è dappertutto, il moto nel
corpo è monotono; è un’etema produzione di forza; e questa forza non è, a dir
proprio, LA VITA (cf. Grice, “Philosophy of Life”). Però è un conato onde
l’analisi delle forze omogenee e de’comuni agenti di natura tende ad elevarsi
alla sintesi; ed è lo sforzo del numero che volge ad unità. Or la necessità di
questo conato non importa egli un altro intervallo? Il centro dunque si
manifesta nel vegetabile LOGICALLY DEVELOPING SERIES GRICE, e s'inaugura il
mondo degl’organismi. Posto il processo fisico, la forza, nata già nella
materia, qui nasce in sé stessa, qui rinasce, qui si rinnova, e qui è vita. Ma
neanche il vegetabile, a dir giusto, possiede un centro reale. Dunque il
vegetabile non è vita, bensì passaggio, e quindi strumento di vita. Il processo
fisico perciò trae seco il processo geologico; e la genesi della forza importa
la genesi della terra. Il processo geogenico alla sua volta importa il processo
organico -- vegetale e animale -- e quindi il processo paleontologico, entro
cui si vengono accumulando e sovrapponendosi cento e mille faune e flore. Dalla
roccia cristallina non istratificata e non fossilifera alle più recenti
produzioni geologiche; dal jeriodo antizoico al post-pliocene e all'attuale,
rivelasi tutto un processo di forza. È il fatto che si fa come forza, ma in
quanto è altresì conato alla vita. Dall’epoca eotoica nella qaale s’annunzia la
prima aara vitale, e molto più dair epoca paleozoica alla oenozoiea e da questa
all’età potiUrxtarifi quaternaria, accade che col processo fisico e g^logico si
marita il processo paleontologico, e così ci si manifesta la continuità della
vita attraverso le forme organiche passate o presenti. Or se tutto ò processo e
conversione e perciò successione costante di fatti regrolati da lejrgi
necessarie ed immutabili, ne viene che i cataclismi, riferiti a cagioni
ipercosmiche, contraddicono evidentemente alla ragion filosofica positiva, nò
l’ha interpretazione benigna ed ingegnosa della critica teologica che sappia
legittimare la cronologia mosaica ed il racconto biblico. Ma a Ma come avviene
egli il passaggio del processo fisico air organico, e quindi il passaggio della
forza alla vita? Avviene per legge di conversione; la quale perciò, supponendo
r intervallo, importa la differenza. S'invocano, al solito, anelli intermedi
nel r^no vegetabile. Ma forse che il vegetabile rappresenta il transito
eflFettivo tra il minerale e l'animale? SMnvocf no analogie esteriori fra certi
minerali e certe piante. Ma forse che accanto alle analogie non sorgono
diflFerenze profonde? S'invoca la eterogenesi, e se ne traggono disparate
illazioni secondo il sistema che si vuol propugnare, come se la generazione
spontanea possa soggiacere a dimostrazione noi non ci ò permesso intrattenerci
intomo a questa particolarità. Solamente ci preme d’aTfertire che il concetto
del procetio^ nella Geologia e nella storia naturale, forma oggi l’onore di
Lyell e Darwin. Ma se la Scienza Nuova ò la dimostrazione, o, per lo meno,
l’esigenza del processo istorico, in essa è racchiusa la verità della moderna
geologia e zoologia. Quando VICO (vedasi) dice che i fllosoA prima di lui
avefaii ricercato Dio, la scienza, il divino nel mondo della natura e non per
ancho in quello della storia, ei s'ingannava. La vera scienza di natura, in
generale, sta nel conoscere principalmente due cose: i il doppio processo
geogenico e organico paleo-zoologico, in modo affatto sperimentale; 2*
nell’annodarli entrambi in guisa razionale col processo storico. Or la scienza
di natura condotta a questa maniera è posteriore a lui, essendo nata e
cresciuta principalmente sotto gl’occhi de' due dotti inglesi poco fa
mentovati, mentr' ei non faceva che inaugurarla prevenendone i grandi
risultati. E questi insigni risultati preveniva non già producendo scoperte
geologiche, zoologiche e paleontologiche, ma incarnando i^el processo de’fatti
umani l’esigenza del metodo storico, e gettando i germi d’una dottrina
cosmologica nella quale è racchiusa la necessità del processo universale, e, iu
questo, la necessità del triplice svolgimento fisico, organico e storico. I
vecchi naturalisti pretendeno rintracciare argomenti in favore della continuità
reale fra questi due processi, notando la struttura mirabUe e squisita, per
es., deirArragonite cotanto affine a quella d’uno de’più elementari vegetabili;
come se nel cristallo la composizione semplice, uniforme, immobile cosi nel
tutto come nelle parti e senza centri ne’suoi nuclei ed elementi, avesse che
vedere col composto organico più rudimentale! Il fatto della eterogenesi è
tuttora un’ipoUsi, e probabilmente resterà sempre tale nel campo della
osservazione, ma è ten nella mente del filosofo. Gl’eterogenisti s'affaticano a
dimostrare coi fatto ciò che già di per so stesso ò fatto! La genesi spontanea,
appunto perchè tale, non è un fenomeno di trasformazione d’indole meccanica
della /orna alla vita: essa importa già un transito, e quindi un intervallo.
Come Per la medesima legge avviene il passaggio dal vegetabile all’animale. È
vecchio il pregiudizio per cui si è creduto che Tun ordine d'esseri si
congiunga all'altro col digradarsi del processo superiore, e col perfezionarsi
deU'inferiore. Il pesce si congiugne coll'anfibio; gl’anelli zoologici
inferiori s’annodano co’vegetabili superiori, e simili immaginazioni. Oggimai è
d'uopo raccomandarci alla paleontologia, e alla geologia. Queste scienze ci
additano un processo quasi parallelo ne'due ordini in che viene sdoppiandosi la
vita sin dalle sue origini primitive. Il processo organico dunque non può
danque potrà esser possibile in tal caso una prova sperimentale seria e
irrepugnabile? Ti sono parecchi sperimenti, io lo so. Ma come fatti? Quante e
quali cautele sono state adoperate? La questione della genesi spontanea ò mal
posta. E poiché il naturalista non ò in grado di porla diversamente di quel che
fa, sarà quindi necessario abbandonarne la soluzione ad altro metodo, ad altra
maniera d’investigazione. In somma è una questione essenzialmente filosofica:
si diano pace i travagliati seguaci di Pasteur e di Poullet! Neir epoca
j9aZ«oltKeaapparÌ8con le grittogame superiori: indi, nell'epoca nuéoUtica le
piante conifere: appresso, nell’età oenoUtica le fanerogame; e, finalmente,
nell’età antropolUica, o meglio pott-terxiarta, si manifesta la flora attuale.
Ecco qui un processo nella flora primitiva. Il medesimo reggiamo nello
svolgimento della fauna. Co* più modesti tipi vegetabili s’accompagnano i più
bassi tipi zoologici negli strati inferiori che ci rappresentano l'età
originaria; e, nella medesima epoca negli strati superiori veggiamo lu prime
forme di pesci, accanto alle quali appariscon le grittogame. Colle conifere
appaiono i rettili; e negli strati superiori additatici dal periodo eenolitico,
appariscon gl’uccelli. Ai rettili ed agl’uccelli, dappresso alle fanerogame
teugon dietro e si manifestano le forme inferiori de’mammiferi; e negli strati
superiori del perìodo terziario si rivelano le primo tracce del regno umano.
Alla flora attuale poi s’accompagrna l’attuale FAUNA. Il processo riesce
evidente anche qui, e il riscontro ne'caratteri generali, nella flsonomia e
nell’insieme delle relazioni geografiche e biologiche, toma evidentissimo.
Vegetabile e Animale, dunque, sono due correnti, per cosi dirle, che movon da
una medesima sorgente. Elle si rassomiglian nella semplicità ed omogeneità
delle forme primitive; e tal riscontro è più spiccato in ragione che il
panteologista ascende verso il centro comune. Sennonché il processo nella serie
GRICE LOGICALLY DEVELOPING SERIES zoologica è assai più compatto e variato; lo
svolgersi è più rapido, e l'attuarsi di questo svolgimento è più intricato
quanto più ci accostiamo alle recenti formazioni. Tal è, per es., lo sviluppo
che ci palesano gl’articolati e i vertebrati, a differenza del modo con che si
vanno svolgendo le classi de’vermi, de’molluschi, de’celenterati,
degl’echinodermt non esser di natura essenzialmente polare. Il vegetabile e
l’animale ci rappresentano incarnata la legge universale della dualità; la
quale movendo dalF unità sintetica iniziale – il vertice della V della vita --
e confusa e passando pell’analisi, riesce ad una sintesi concreta, determinata,
analizzata. La vita è vita in quanto si diversifica: è vita in quanto
s’etereogenizecu^ Ma dov'è la radice primitiva ond'emerge questa doppia scala
in cui e per cui la forza, incarnandosi, diventa vita? Non si discerne cotesta
radice: non si verifica; né si può verificare. Fin negli strati primigeni dell'età
archeolitica vi è tracce di vita animale e vegetale. Dunque il fatto,
r’osservazione, ci pone sott'occhio una dualità. Ma una dualità originaria,
ripetiamolo anche qui, non è un assurdo? Dunque l'analisi, il fatto, suppone
già una sintesi rudimentale, in cui sia germinalmente contenuta la doppia forma
di vita vegetale ed animale. Or questo comune stipite, che con felice
espressione un illustre vivente naturalista ha chiamato unità astratta, o non
esiste come realtà sensata, ovvero, esistendo, non può essere, a dir proprio,
ne vegetabile, né animale, ma l'una cosa e l'altra insieme. ALICE MUSTARD GRICE
S' ella é una realtà, è destinata a scomparire dal regno della vita, appunto
perché non é forza né vita. S'ella é una realtà, sarà un soggetto di natura
indeterminata, fisica e organica ad un tempo. In essa la forza diventa vita; e
quindi, più che anello di continuità reale, ci rappresenta una continuità
ideale; e perciò coll'intervallo reale ci significa la virtù e l'efficacia del
conato, Ved. H. SpBircRR, E$$ay$ $ei€ntifìe, polUicalf (md 9peeulativef ed.
cit. Veramente ingegnosa è l’analisi che quest’autore fa circa il modo con che
avviene il procetso zoologico il quale egli talora chiama |7roee««o di
di//erenziafzione: e non meno ingegnosa è quella sul processo geologico,
etnologico e paleontologico. Jl difetto sta neir applicare la sua legge al
processo èoeiologieOf dov* egli evidentemente abusa delle analogie estrinseche
col. mondo zoologico. Si vegga, per dirne una, come considera il fatto de’fili
telegrafici che abcompagnauo sempre le vie ferrate, in relazione a certe leggi
biologiche degl’organismi zoologici inferiori. VoQT, Le lib. del diritto
universale, e segnatamente nella storia delle cinque età del tempo oscuro;
dalla quale storia risulta la legge storica e sociologica che, portata a pii
largo sviluppo, costituisce la scienza. Noi consacreremo apposito capitolo
intorno a questa teorica del tempo oscuro perchè in essa troveremo il
fondamento legittimo della sociologia davvero filosofica e positiva. L’altro
strumento poi che VICO (vedasi) ha fra mano e sa maneggiare in guisa che non ci
ò dato nò pur sospettare alla lontana, costituisce propriamente la parto
geniale, originalissima del suo metodo storico; ed ò quella che noi dicemmo di
natura psicologica, e che di fironte alla prima serba indole a priori; ma è un
a priori positivo, positivissimo, perchè di natura psicologica. Ella in somma
cojitltuisce, se cosi potessi esprimermi, un lavoro mentale da geologo, da
paleontologo. Se infatti lo spirito dell'uomo in una data epoca storìca
somiglia, vorre dire, ad una caverna ossifera, bisogna studiarlo analizzandolo,
anatomizzandolo, decomponendolo. Perciò è necessario dimenticar noi stossi, e
lavorare attorno ad esso in modo tutto ideale dÌ8cendendo da questa no$tra
umana ingentilita naturaf a queUe affatto fiere ed immani, U quali oi affatto
negato d’immaginare, e eolamente a gran pena ci i permeeeo cT intendere, Se.
Breremento: bisogna aver presenti noi stossi, ma nel medesimo tempo
dimenticarci: bisogna etordire ogni eeneo «T uwtanità -- sono sue parole -- e
ridurei in uno etato di eomma ignoranjta di tutta l’umana e divina erudizione.
Questo è precisamente ciò eh egli dice portare ad un fiato il vero e il certo,
la filosofia e la filologia. Questo è il metodo istorico davvero positivo, che
è propriamente metodo di natura eduttiva. E questo dovrebbero mediterò ed
applicare i nostri sazievolissimi predicatori di certi metodi storici e critici
che al postutto riduconsi ad un meschino empirismo I perciò medesimo è scienza
del presente, scienza dell’oggi, e, fino a certo segno, anche del domani. Ma
senza quella filosofia che non le è incorporata ma ch'ella presuppone
necessariamente, cotesta scienza non sarebbe niente di tutto ciò. Posta infatti
la doppia formola metafisica e cosmologica, i cui germi giaccion nel libro
metafisico; posta segnatamente la gran legge del processo cosmico, ella è
davvero un poema, è un gran poema, un poema sul serio, ma un poema sui generis.
Perchè? Per questa ragione principalmente: perchè è una storia naturale della
umanità nell'uomo: perchè in lei si scruta l'originaria formazione dell'ultimo
sommo genere; perchè eli'è la celebrazione solenne dello spirito che si crea
nel regno stesso della vita; perchè è la creazione parlante, vivente, reale del
pensiero ch'esce dal caos delle forze brute fisiche, meccaniche, biologiche;
perchè, insomma, rivela il fatto che, convertitosi con sé stesso come forza e
come vita, ora convertesi col vero come pensiero. Ecco l'originalità della filosofia
di VICO (vedasi). È una filosofia d'una grandezza e d'una potenza, sto per
dire, titanica ! un pensiero nuovo, nuovissimo, anche dopo due secoli I La
Scienza, dunque, rappresentandoci la genesi del processo storico e sociologico,
fra le altre cose pronunzia, legittima, compie e insieme corregge il
darwinismo. Una delle degnila sulle quali è innalzato il suo grandioso edifizio
è lo stato ferino dell'umanità; cagione certamente non puerile delle dispute e
delle sètte de'ferini e degli antiferini surte fra noi, come toccammo, sotto
gli occhi del Papa e de’cardinali nel bel mezzo del secolo passato. Il suo
problema dunque è il gran problema ond'è agitata e mossa la scienza odierna. È
lo stesso problema che, con significato assai pili comprensivo, assai più razionale,
assai più sintetico e profondamente sintetico, agita e muove sotto gli occhi
nostri la filologia, la zoologia, la geologia, la paleontologia,
l'antropologia, la sociologia, la filosofia e la storia del diritto, la
filosofia e la storia delle arti, la filosofia eia storia delle religioni, come
saggiamente ha detto Fèrron. Il suo problema quindi si collega con quello
stesso di Lamarck, Couvier, Saint-Hilaire, Herbert, Mathew, Omalius, Halloy,
Rafinesque, Schaaffausen, Hooker, de'viventi naturalisti, de’viventi filologi,
de'viventi mitologi, e degli storici d'ogni maniera. Nella scienza infatti il
processo storico-sociologico nasce, sorge o si produce nel processo zoologico;
ma nasce, sorge o si produce creandosi. Dunque il bestione, l’uomo ferino, per quanto
ferino e bestione vogliasi immaginare, importa già un intervallo. Come ci si
rivela egli cotesto intervallo? In altre parole: com'è che s'inaugura il
processo istorico? Com'è che s'inizia il regno dell'umanità? Al solito
s'inaugura con la gi an legge delle polarità, ma nel medesimo individuo:
s'inizia colla legge della dualità, ma nella coscienza stessa dell'individuo.
Ciò che nell'ordine psicologico è senso e intelligenza, potere e volere.
Autorità e ragione; qui, nell'ordine sociologico e storico, è libertà e pudore:
ecco i due principii éC’umanità; principii essenzialmente sociologici. Lo stato
ferino per VICO e GRICE è an fatto accidentale, ed è accidentale perchè non è
universale; ma questa dicemmo essere un’aperta contraddizione in che cadde tanto
VICO, se non GRICE, quanto il suo discepolo DUNI (si veda). Ed ò
contraddizione, perchè fa contro non solo ai suo principip cosmologico, ma
anche all’esigenza stessa del suo metodo, fe-una delle contraddizioni duoque
dalla quale ei pì libera da so medesimo. Nessuno prima di VICO impreme valore
ed importanza storica a questi due iftm o principìi d’umanità. Grozio, per
citare un esempio, parla anch’egli del pudore; ma non sospetta nò la necessità
sociologica e storìca di questo fatto, nò il significato psicologico di questa
tendenza, e però non ne fa uso di sorta'. Dt Jwr. M. et paeitf Disse la libertà
madrt di qualsivoglia diritto civile; ma perchè madre? Citiamone un altro
esempio. Anche l’accademia parla de’due beni. Pudore e OiuetÌMÌ€L, che Giove imparte
agl’uomini Protag., ed. Cousin: ma pella filosofia dell’accademia tale tendenza
ò partecipata, è comunicata, mentre per VICO è affiatto naturale.
Pell’accademia riiman»tà si manifesta nella CVttèt, nella iSepubò^tca; dovecbè
Qual valore, infatti, qual significato hanno queste due parole nella mente del
nostro filosofo? Considerate sotto il rispetto storico e sociologico, pudore
libertas non sono idee, concetti, nozioni, astrazioni; sono bensì condizioni
efficienti originarie, intime, spontanee, istintive di nostra natura. Sono i
due principii che principian l’umanità nell'uomo; principii ch'ei pone quasi
geni tutelari alle porte della storia e delle cose umane. Sono facoltà, ma
facoltà involute, potenziali; stantechè l’obbietto d’esse non sia per anche fatto,
noh sia per anche elaborato. Perciò sono giudizi, ma, al solito, giudm sentUij
come direbbe egli stesso; giudm fatti senza riflessione. Sono dunque tendenze
primigenie, sono esigenze autogenite; e però ci rappresentano anch'elle ima
sintesi confusa, entro cui si racchiude infinita virtù esplicativa. Qual è
infatti il principio d'ogni socialità? Qual è la radicedella socialità? £ il
concetto stesso d' umanità. £ come si determina, come s’esplica dapprima questa
tendenza innata e originaria ad umanarci? Appunto col gemino sentimento del
pudore e della libertà Questa originaria dualità costituisce la natura stessa
dell'uomo, giacché l’ente umano intanto è animale umano, in quanto non è una
cosa, ma due: (ùov fiU7Ttxoy, e (wov ttoXctcxov. £d egli è tale fin dalla sua
prima origine, questa essendo pell'appunto la invitta necessità del processo
iper-zoolo per VICO ò originaria, tanto che si manifesta anche nello stato di
natura: il quale perciò, come altrove accennammo, non ò quello do'
giusnaturalìsti. Fra la ReptMdiea del filosofo ateniese, quindi, e la SeienMa,
anche per questo rispetto t*è un abisso, checche ne abbiano detto o possano
dime certi hegeliani. Per questa medesima ragione non ò da confonder
menomamente l’uomo ferino della scienza, con gl’uomini selvaggi di cui parlano
tanto spesso gl’antichi, segnatamente r A. della RepubUica, Aristotele,
CICERONE e simili. una posizione affatto diversa, a cui bisogna por mente.
HumaniUu ett hominU hominum juvandi affedio, De Conti, JurUprudenHt, Sed ex
latiori genere humanitatie heie a nobU aoupta a duobue prineijnù ootMtal,
pudori et libebtatk. gico, e della legge di conversione: rèbus ipsis
didantìbus. Or qual è la relazione che stringe insieme i due Principii
d'umanità? È quella medesima che, posto il processo isterico e sociale,
congiugne in armonia la società di ragione, Societas Veri, e la società
dell'utile, Societas qui boni. È appunto la relazione che corre fra il certo e
il vero, tra la forma e la materia. Ma se questa dualità di principii
inauguratori dell'umanità nell'uomo è originaria, accade che, appunto perchè
originaria, debba rivestir forma d'unitotalità e d'incosciente unità. Or come
potrebb' essere unità ove, al solito, non serbasse natura di conato? Pudore e
Libertà quindi sono un conato; sono dualità e unità insieme; sono perciò
triplicità. Se non che, questa triplicità non è inaugurazione del processo
psicologico teoretico, bensì pratico; non del processo conoscitivo, bensì
operativo. E dunque una triplicità originaria di natura pratica, empirica,
istintiva, e dee quindi serbare, nel medesimo tempo, valore psicologico e
sociologico. L'ente umano adunque è di sua natura un soggetto essenzialmente
relativo. Egli è in un'ora medesima in sé stesso, e anche nell'oZ^ro: è sé
stesso, e insieme debb'essere anche l'altro. Egli insomma, ripetiamolo, non è
una, ma due cose in sé stesso: uomo e cittadino. E dovendo esser tale fin Qai
risiede, come Tedremo, la condanna della dottrina sociologica del positivismo,
e della confusione eh ella fa tra la storia e la sociologia, tra la sociologia
e la psicologia, tra la psicologia e la biologia, nonché l’erroneo concetto
della statica toeiale de’positivisti. De Univ. Jwriè PrineiptOj Ex vi ip$iu9
humanct natura de duobu$ hit HumanitcUit prineipii» di«8eramìt$f ^orutn unum,
ceu forma, erit Pudor, alterum, vduti matebia. erit LiherUtf, {De CoMt, Jur.)
Trasportando questo concetto dall'ordine sociologico a quello delle idee e
della scienza, possiamo affermare che in tal modo VICO pone nella stessa
coscienza, nello stesso individuo, la distinzione, oggi vitalissima, tra la
morale e’1 diritto – H. P. GRICE moral justice, politico-legal justice --,
salvando così l’autonomia d'entrambe queste discipline. Perciò nò la morale può
dedursi dal diritto, come farine i giusnaturalisti hegeliani e positivisti, nò
il diritto dalla morale, come usan fare i teologisti e, in generale, i filosoft
dell’accademia. Di queste cose discorreremo nella Sociofogicu dall'origine sua,
fin da che apparve naturale, sdvaggio, ferino bestione; perciò in lui il pudore
è conato, stantechè col conato incofninciò in esso a spuntare la virtù
dell’animo, Per la stessa ragione è tale anche la Libertà, la quale è conato
proprio degl’agenti liberi, onde que’giganti si ristettero dal veezo cT andar
vagando pella gran sélva della terra, e s’aweisearono ad un costume ttdto
contrario, Ma se la relazione che annoda i termini di questa originaria dualità
è quella che corre tra la forma e la materia in generale, avviene che il pudore
sia logicamente anteriore alla libertà, e la libertà, alla sua volta, sia
cronologicamente, empiricamente anteriore al pudore. See, Scienza Idtmf eod,
Perciò dice che il pudore l U primo antiehitnmo principio d’umanità. Sec. Se, E
gaardADdo agl’effetti di questo sentimento, osserva che il pudore arreeta la
vaga venere origina la eocictà matrimonÌ€i!e, donde emerge la soeietà Prim.
Se.; e come inizia la società, così pure inventa la religione: Pudor inventar
religionie. De Conti. Jur. Additando poi la priorità logica del pudore di
fronte alla libertà, dice: Pudor euetoe jurie naturalie De Univ. Jur,; «Tura a
pudore oria, ad pudorem redeunt, et a contemplatione nata, in contemplatione
poetremo deeinunt Ihi, OC Vili: Pudor omnie divini kumanique Jurie parene Ihi,
GIV: Pudor Jurie naturalie /one e. Ili: Pudor exoitator virtutie. Il senso di
libertà, poi, assume dapprima nna forma affatto empirica e naturale; assume
forma di potere poeee di volere sfornito di ragione, d'arbitrio, di passione;
e, come tale, riesce cronologicamente anteriore al pudore nò potrebb’esser
diversamente ammessa la relazione intima fra il processo zoologico e il
processo storico. L'anello vero perciò fra questi due processi, l’anello reale
fra i due mondi, òr «OMO stesso; ma l’uomo considerato come un poro poeee
potenza, potestà naturale. Sennonchò cotesto ò un momento indiscernibile; è un
intervallo che tosto ò superato, e il potere già diventa voUre e il volere
diventa oonoeeere sempre per la solita legge del rehue ipeie diotantUnu,
àéìVipea rerum natura. Libertà e pudore quindi son come le due facce del conato
umano: l’una ò intima, secreta, individuale; l’altra ò sensata, estrinseca, e
perciò di natura essenzialmente sociologica. Or come tale la libertà ò il primo
punto di tutu le eoee umane Se.; e perciò ex libertate eommereiay ex eommereiie
humanitae excuUa, De Conet, Jur,) E poichò ò una condizione primitiva, perciò
la dice dote proprissima dell’uomo: NihU hcmini magie proprium quam oo2imto; ed
essendo proprissima proj>rM(o^va del filosofare, quanto le forme negative. Ogni
maniera di speculazione soccorre al progresso e alla ricostruzione della
metafisica, a contare dalla piiì grossolana affermazione dommatica, alla
negazione del più volgare ed em])irico pirronista; dalla più ardita formola
sistematica, al più sottile sofisma dello scetticismo sistematico. Ma neanche
qui ci poteva esser concesso dimostrare, senza trascendere i confini del nostro
disegno, il modo con che in mezzo allo svolgersi de'due estremi indirizzi siasi
venuto incarnando e pigliando quasi persona l'indirizzo medio. Mostrare insomma
come le forme positive della metafisica siansi venute svolgendo, sarebbe stato
lavoro di storia, e di crìtica: al modo istesso che sarebbe stato lavoro di
esposizione far vedere la monotonia con che si sono succedute le forme negative
del filosofare. Solamente ci fu mestieri accennare come nell'età moderna, dopo
le divisioni del Cartesianismo nel quale ripetesi, con elementi di novella
speculazione, la vecchia sintesi aristotelica, l'indirizzo medio ci sia
rappresentato dal Leibnitz in Germania, e, più spiccatamente, da VICO in
Italia; e come ne' tempi a noi piii vicini siansi ripetuti gli estremi, e si
ripetan tuttora sotto novelle forme, così nell'uno come nell'altro paese. È
iper-psicologismo il neoplatonismo italiano moderno: ma forse che sarà meno
iperpsicologismo il sistema jdeir assoluta identità? È empirismo e nullismo
metafisico il positivismo di Francia ed il materialismo di Germania: ma sarà
meno empirismo lo scetticismo sistematico di FERRARI e certa ibrida forma di criticismo
di FRANCHI e il nullismo metafisico de'nostri filosofi dell’avvenire? Vedi qael
che altrove abbiamo discorso circa le forme negative e le forme po»Uìve del
filosofare e circa la storia della filosofia in generale. Lo scetticismo non è
da pigliarsi a gabbo, come par che facciano tutto giorno dommatici e
sistematici. La sua funzione storica ha grande importanza, essendo quasi la
molla efficace, tuttoché negativa, del progresso in filosofia, né y*,ha periodo
storico in cui lo scetticismo non accompagni sempre lo STolgrersi del
dommatismo. Il dommatismo è syariatissimo nelle sue forme, e quindi possiede
una storia. Lo scetticismo invece è immobile, è immutabile; e questo è insieme
il suo pregio, e la sua condanna. Perciò lo scetticismo non ha né può avere una
storia, appunto perchè non importa un processo; e non è processo appunto perchè
è negazione. L’arma dello scettico infatti è sempre identica a sé stessa. Nel
nostro Ausonio rivive Enesidemo, e nel nostro FERRARI vi è tutto Sesto
Empirico. Chi si voglia quindi provare o siasi provato, come il Bissolati (Ved.
Tntrod. alle fgtituxioni Pirroniane^ Imola), a fare una storia dello
scetticismo, altro non fa, altro non potrà mai fare, salvochè una rassegna, un
racconto monotono e sazievole d'argomenti identici. L'esigenza scettica, il
metodo teettieOf potrà benissimo cangiare i punti di m«(a, come fann'oggi gli
schietti positivisti, ma la sostanza rimane e rimarrà sempre la stessa. Invece
l’esigenza dommatica è un fatto al pari dell'esigenza scettica: ma ò un fatto
che si muove; è un fatto che sì fa. Hegel ripete Platone, e ripete Erigena; ma
non è nò Platone, né Erigena. ROSMINI ripete Aristotele o AQUINO, ma non è né
Aristotele, né AQUINO. GIOBERTI ripete Malebranche, ma non è nient'affatto
Malebranche. FERRARI anch'egli ripete. Ripete Sesto Empirico. Ma come lo
ripete? Facendone la fotografia! Ora se il dommatismo conta una storia essendo
un processo storico, e lo scetticismo n'é al tutto sfornito, com'è possibile
che il trionfo stia pel secondo anziché pel primo? La funzione storica dello
scetticismo dunque è necessaria, essendo »na ruota della macchina; ma badisi a
non confonder la macchina con la ruota, ciò che costituisce appunto l'errore di
chi spera (vana speranza!) nel trionfo definitivo del pirronismo. Se non che,
lasciando di Leibnitz e del moto filosofico d'Alemagna, peculiar proposito del
nostro saggio e quello d'additare la correzione e l’inveramento delle due
estreme tendenze (scettica e dommatica) che nascono e rinascon parennemente
nella storia, e che oggi, assunta forma pia conseguente e razionale,
s’addimandano Positivismo e Idealismo assoluto. Il fondamento di tal correzione
e '1 criterio di siffatto inveramento, per ciò che spetta al nostro paese, pone
radice nelle dottrine del filosofo napoletano, interpretate e ricercate con
metodo critico rintegrativo. Ma, a far questo, che cosa era d' uopo mostrare
innanzi tutto? Era d'uopo mostrare la possibilità di rinvenire in lui cotal
fondamento. In altre parole, era d'uopo mostrare se in lui per avventura fosse
alcuna originalità di speculazione razionalmente positiva: il che ci parve
opportuno innanzi tutto far vedere in maniera indiretta e per via storica,
abbozzando una storia de' critici e degli espositori delle dottrine vichiane.
Che poi davvero esistano in lui germi d'originalità metafisica, r abbiam
chiarito nel secondo libro di quest'opera, interpretando le sue teoriche con
una forma di critica che scaturisce logicamente dalla stessa triplice
paiiizione de'periodi ne'quali abbiam diviso quel nostro saggio istorico. Se
pertanto un rinnovamento del pensiero filosofico italiano è necessario e
inevitabile perchè richiesto dalla ragion filosofica positiva, perchè domandato
dall'esigenza del sapere moderno, e perchè imposto dalle rinnovate condizioni politiche,
civili, religiose del nostro paese; si domanda: come innovarci? introducendo
forse il Positivismo, o perdurando nello Scetticismo? Evidentemente
contraddiremmo all'indomabile istinto verso la scienza: contraddiremmo al
bisogno sempre più acuto e profondo di nostra ragione: negheremmo la ragione.
Vorremo innovarci seguitando a dirci ed essere iperpsicologisti? In tal caso
dovremo accettare due condizioni: costruire la scienza con la ipotesi, con Va
priorismo; e disconoscere i limiti del pensiero e della scienza stessa, dando
così alla ragione un valore dommatico, sistematico, assoluto, anziché critico e
positivo. Chi vorrà oggimai accettare siffatte condizioni? Dunque Positivismo e
Idealismo assoluto, negazione assoluta di sistema e assoluto sistematismOy son
le colonne d’Ercole che la moderna Francia e la moderna Germania ci vogliono
imporre: esse non ci appartengono, e a noi sarà lecito abbatterle, non per vana
horia nazionale, ma si per necessità di ragione. Forse che un rinnovamento in
senso hegeliano non ha ormai fatto fra noi le sue prove per quindici anni, per
vent'anni? Non è stato favorito con ogni guarentigia di libertà? Non è stato e
non è rappresentato così nel privato come nel pubblico insegnamento? E pure
l’Idealismo assoluto, almeno quant^alla peculiare esigenza che lo distingue,
cioè come Sistema delP identità assolata non ci è passato in sangue, ne poteva;
e nonostante gli sforzi nobilissimi di egregi scrittori, egli è rimasto
ne'libri, e rimarrà ne' libri. Altrettanto impossibile riesce un rinnovamento
dsL positivisti. Piii deir Hegelianismo il Positivismo è stato accarezzato,
favorito per ogni verso, predicato privatamente, talora persino officialmente.
Ma gF ingegni severi vi han reagito, vi reagiscono; e l’infinita moltitudine di
que' filosofanti che han su le labbra cotesto nome pomposo e bugiardo, è lungi
dall' averne ponderato il valore, le conseguenze, le applicazioni. Rinnovamenti
di cotal genere, dunque, sono impossibili fra noi: e' non sarebbero legittimi,
coscieuti, naturali, autonomi, efficaci, intimi, storici.Vogliamo finalmente
ritentare un rinnovamento d'iperpsicologismo da ontologisti neoplatonici?
Resteremmo quel che pur troppo siamo stati, e siamo: non andremmo avanti;
torneremmo indietro. Se dunque la necessità del nostro innovamento filosofico
deve poter germinare dalla passata speculazione, noi dobbiamo rintracciarne gli
elementi nelle opere e nella mente di chi è capace di rappresentare non pure il
passato, ma, più ancora, il presente e l’avvenire. È d'uopo attingere
ispirazione nelle opere e nella mente di chi può soddisfare l’esigenza positiva
e l’esigenza ideale del sapere, ma correggendole entrambe. È d'uopo invocare
gl’auspici di chi, incarnando il medio indirizzo della speculazione, valga a
rannodarci colla nostra tradizione scientifica, e collo svolgimento dell'intera
storia della filosofia. Chi potrebb'esser questi, fra noi, salvo che l’autore
della Scienza? Ecco l'addentellato piii sicuro e tutto nostro, dal quale è
mestieri s'inauguri il presente rinnovamento filosofico italiano. Ma,
nell'invocame gli auspicii, noi dobbiamo interpretarlo colla coscienza del
sapere moderno: noi dobbiamo correggere anche lui; e correggendo, lui
correggeremo poi stessi, e gli altri: correggeremo il neoplatonismo, l'
hegelianismo, il positivismo. Brevemente: se rinnovarci è suprema necessità, di
tal necessità è d'uopo aver pienezza di sentimento e di coscienza storica.
Abbiamo dunque bisogno d'una base per muoverci, d'un punto a cui mirare, d'un
segno per orientarci, d'una guida tutta nostra in cui la nostra mente riconosca
sé medesima. Chi potrebbe risponder meglio a cosiffatta esigenza tranne colui
che seppe concepire il sublime per quanto rozzo e incompiuto disegno d'una
scienza? Il nostro quesito adunque era semplice e chiaro; ed è questo: Come
penserebbe il nostro filosofo ov'ei tornasse a vivere in mezzo a noi, nelle
nuove condizioni politiche, sociali, religiose, co'nostri nuovi bisogni, con le
nostre nuove tendenze? In altre parole: come farebb'egli a risolvere oggi, col suo
stesso metodo, i grandi problemi della scienza? La risposta riguardante i
problemi speculativi, è nella seconda parte del presente libro. La risposta poi
che concerne i problemi d'ordine storico, politico, religioso e pedagogico, la
daremo nella Sociologia. È che sia questa per l'appunto l'esigenza del suo
pensiero; che sia questa la necessità del nostro Rinnovamento, ce ne porge
guarentigia e conferma la storia, e il modo con che s'è venuto attuando e
svolgendo il nostro pensiero filosofico. Noi non possiamo intrattenerci a
lumeggiare in qualche maniera cotesto svolgimento. Non possiamo rilevarne i
caratteri, ritrarne la necessità ne'passaggi, e dichiararne il progresso ne'
differenti periodi, dando così forma determinata e compiuta al nostro assunto.
Questo faremo quando che sia con apposito lavoro, di cui abbiamo già in pronto
la materia. Ma accennare di volo al risultamento del nostro pensiero senza por
tempo in mezzo, è cosa che possiamo fare anche ora; tanto piii, che tal
risultamento, chi ben guardi, traesi facilmente dalle cose discorse in piii
luoghi del nostro libro. La storia della filosofia italiana, dunque, a noi
sembra doversi dividere in tre difiFerenti periodi, de'quali stringiamo in
pochissimo i caratteri e le tendenze peculiari: Primo Periodo
(Scolast%c(hteologico), S'inaugura con Boezio Severino (Marciano Capella,
Cassiodoro ec), e finisce con Tommaso (Tomisti e Scotisti inclusive).Vi è chi
col Gioberti divide la storia della filosofia italiana in cinque epoche Ved.
Prìmnto, ed.; e v'è chi la divide in quattro età, cominciando dal VI sec avanti
Cristo Babtolom I M RS, Dici, den teienc philot. Divisioni di cotal fatta
evidentemente peccano d'eccesso, in quanto che abbracciano più e diverse
civiltà, e però non riescono ad imprimere valor razionale e forma omo^renea
allo svolgimento del nostro pensiero fllosoftco. La storia della filosofia
italiana s’inaugura quando il popolo di Roma, cessando, secondo il detto di
Hegel, d’essere essenzialmente umanitario e univertale, comincia ad essere
italiano. Il suo cominciamento amare il concetto del metodo, cioè la industria
induttiva, ma ne' fatti d'ordine fisico sensato, e in parte filologico ed
erudito. L'indirizzo medio perciò s'inaugura con ricercare e determinare il
metodo, non già coll'edificare un sistema. Questo è il lor merito comune; e
questo è anche il loro difetto, stantechè manchi ad essi la nozione compiuta
del mesi pretende imprimere ralore a tutta la storia, quando s’interpreta, cosi
com’es8Ì fanno, la scuola platonica toscana, e le si vuol dare quel valore
ch’ei le danno. Un altro esempio sono gli studi di Spaventa su Bruno e su
Campanella: studi bellissimi e pieni di vedute profonde dall’un capo all’altro,
e come monografie noi H accettiamo, e ne caviamo il nostra prò: ma com’elemento
di storia generale, la Agnra e la Asonomia di Bruno, per esempio, ò delineata
siffattamente, che quando siamo al significato della storia generale della
filosofla, si toccan con mano lo Gonsognense sistematiche e parziali della
critica monografica. In una parola io; voglio dir questo: la monografia ò boli
e buona, ò supremamente utile, ma è sommamente pericolosa; perchò se come
studio monografico ella può esservera, come parte, com’elemento di storia pu^
riescire falsissima. Altrove noi proveremo largamente e con esempi mostrani
tale assunto. todo com'è applicato oggidì da metafisici. Se non che l'indirizzo
medio nel rinascimento ci può esser più convenevolmente rappresentato da
que'filosofi che, travagliandosi attorno alla questione dell’anima intesa come
problema puramente di psicologia filosofica, fanno ad un tempo ogni sforzo per
interpretare con benigna critica la dottrina dell’inteletto possibile e
dell’inteletto agente e fra questi, come altrove notammo, van rammentati NISO
(si veda), PORZIO (si veda) (il quale non è nient'affatto un seguace di
POMPONAZZI (si veda), come pretende il nostro collega FIORENTINO (si veda),
ZABARELLA (si veda), CASTELLANI (si veda), ed altri di simil valore. Costoro
sorpassano i confini del senso; trascendono in parte la modesta indagine della
psicologia filosofica introducendo la ricerca cosmologica, e rannodano così il
problema dell'anima intelligente coll’altro della natura intelligibile. Nessuno
ha I pensato a rilevar nettamente questo aspetto, e segnalare questa tendenza
tanto evidente in parecchi filosofi di quell'età. E pur ci sarebbe tanta mèsse
damietere, i quando non fossimo signoreggiati dalle prevenzioni sistematiche
dell’accademia, o dell’idealismo di Hegel. Ma l’eterogeneità, il contrasto,
l’opposizione cresce sempre più. Da una parte ella s’esagera, per esempio, con
ZIMARA (si veda), CESALPINI (si veda), VANINI (si veda) e simili; i quali
rappresentando, diremmo quasi, una mischianza di naturalismo e d'
iper-psicologismo, palesano la fiacchezza del LIZIO: dall'altra poi s’esagera
con que'filosofi che presumon d'interpretare convenevolmente il LIZIO e
l’ACCADEMIA, mentre arabeggiano la lor parie; e tali per esempio, sono LAGALLA
(si veda), LICETO (si veda) ed l’altri di simil fatta. È l’accdemia toscana, è
il naturalismo di POMPONAZZI (si veda), è l'arabismo di PADOVA che si
prolungano pur sempre svigoriti e indeterminati. Bruno e Campanella
rappresentano anch'essi debolmente l’accademia e il lizio, ma per una ragione
assai diversa. L'esigenza della psicologia filosofica, razionale, propria del
rinascimento, nei due arditissimi frati assume ben altro valore, e si allarga a
sistema; e così vediamo i due estremi modificarsi di guisa, che Bruno e
Campanella ci paion quasi filosofi moderni, e modernissimo Galilei BONAITUI rappresentante
dell'indirizzo medio nella scienza fisica, in quanto ci esprime assai
vivacemente l'esigenza induttiva nelle discipline sperimentali. BRUNO (si
veda), CAMPANELLA (si veda), e BONAIUTI (si veda) Galileo Galilei, infatti, non
ripetono Aristotele del Lizio e Platone dell’ACCADEMIA, e neanche intendono ad
accordarli. Essi piuttosto tendono a correggerli, e credono correggerli, come
altrove mostreremo, in tre diverse maniere. Perciò non a torto il filosofo
nolano è riguardato oggi siccome antecedente isterico di Spinoza; il filosofo
di Stilo è ritenuto come antecedente di Cartesio; e di Galilei BONAITUI viene
invocato da'positivisti come uno ùe'padri del positivismo, secondo che ci han
fatto grazia dirci Comte ed Littré. Or tutto questo sarà vero; sarà vera
cotesta novità ne'tre filosofi: ma sarà vera nel senso che a tutti e tre manchi
qualcosa. Essi ci rappresentano, vorre’dire, tre esigenze solitarie, esclusive
e quasi inorganiche. In CAMPANELLA, per esempio, vi è il concetto della
COSCIENZA e della storia; ma non vi è quello dello spirito come storia. In
BRUNO vi è il gran concetto della natura; ma è un concetto sifl'attamente
annebbiato e indeterminato che riesce affatto irrelativo, e nulla non ha né
dietro, né avanti a sé. Talché con l'avere affermato che la prima causa dove
essere insieme efficiente, formale e finale, e'si chiarisce seguace, non già
d'Aristotele del LIZIO, come vuole Michelet, ma dell'indirizzo naturale
dell'Aristotelismo del LIZIO. Il metodo di BONAIUTI Galileo Galilei, finalmente,
é quello che dove’essere; un processo induttivo e critico, ma solamente
applicato allo studio delle leggi fisiche. D'altro canto il filosofo di PISA ha
grandissimo valore quando si pensi com'egli, riducendo le leggi di natura
fisica o meccanica a fenomeni piÌL 0 manco generali, giugnesse a scacciare dal
regno degl’agenti naturali ogni fantasia astrologica del falso Aristotehsmo
LIZIO (“Only he wrote his own horoscopes!” – Grice): ma chi dice eh' e'pervenne
a darei Métaph, us ipsis dictantibus. Però non più individui predestinati; non
più famiglie, né razze privilegiate. Non più popoli eletti – i galilei: ma
privilegio dell'intelligenza, ma trionfo della libertà in ogni senso e sotto
qualunque forma, nella famiglia, nello stato, nella chiesa, nella scuola, nella
società. Dunque, formola suprema della vita e della storia, della natura e
della speculazione, de'fatti e delle scienze e di Dio stesso: la conversione
del vero cól fatto, e del fatto col vero. Il terzo periodo della nostra
filosofia ci rappresenta l’età umana: rappresenta l'età delle idee, l'età della
ragione spiegata. Quale sarà dunque la conclusione? La conclusione è
chiarissima. Questo terzo periodo importa l'esigenza, la necessità d'un
rinnovamento: racchiude l'esigenza e la necessità d'una filosofia razionalmente
positiva. La sintesi confusa del primo periodo si ripete anche nel terzo; ed
ecco le contraddizioni evidenti, manifeste, grossolane, talvolta puerili di
VICO (vedasi). La medesima sintesi veggiamo ripetersi ne'nostri ultimi filosofi
dell’accademia; ed ecco le contraddizioni di SERBATI (vedasi), ecco i
contro-sensi di GIBERTI (vedasi), ecco l’incongruenze dell’accademia di ROVERE
(vedasi). Ma cotesta sintesi tien dietro ad un'analisi, tien dietro all'analisi
del rinascimento. Dunque, tuttoché erronea, ella già segna un progresso. Perciò
le contraddizioni dei nostri filosofi si risolvono di per sé medesime; si
risolvono e correggono per necessità storica: le risolve e corregge la storia
ella stessa; rebt4S ipsis dictantibus. In altre parole, il terzo periodo è un
ri-corso, dice l’Autore della Scienza Nuova; è un ri-corso d'uà corso, cioè un
ri-corso del primo periodo. Ma cotesto ri-correre non è già un semplice
ri-petersi, bensì é un ri-petersi che si rinnova necessariamente, ciò è dir
razionalmente: ecco la ragione del suo verace progredire. Quale é dunque il
problema che la storia del nostro pensiero filosofico tende a risolvere? È
sempre l'antico, l'antichissimo problema, or divenuto novissimo: la correzione
e l'accordo della doppia e vecchia esigenza naturale e iper-psicologica,
empirica ed a priori, positiva e ideale. Quale n' è poi il risultamento? È il
trionfo dell'indirizzo medio; è Finveramento successivo, progressivo e
razionalmente necessario di tale indirizzo; ed è quella perennis philosophia di
Leibnitz la quale non è fatta, ma si fa, e sempre più si farà. H. P. Grice: If
philosophy generated no new problems, it is dead. Abbiam detto che in questa
terza età la ragione sommette l'autorità, trionfa dell' Autorità, e la riduce
ne'suoi giusti confini. Or nell'ordine de'fatti che cosa veggiamo? Ci è dato
osservare (noi fortunati la medesima legge. Il grande spirito nazionale trionfa
di Roma; riduce a ragione l'Autorità; la fa ragionevole. E questo gran fatto
accade anch'egli per necessità e provvidenza storica: rebus ipsis didantìbus.
Accade senz'av vedercene; accade senza grandi rumori; accade senza grandi
strepiti guerreschi; accade senza i temuti fiumi di sangue. Evidentemente il
pensiero filosofico italiano è provvidenziale I Egli è già penetrato nella
gloriosa ma altrettanto ardua, altrettanto spinosa e travagliosissima età
umana! La legge de'tre periodi, che noi abbiamo a fuggevolissimi tocchi
tratteggiato ne'suoi caratteri essenziali e differenziali, non è, al solito,
una legge dia-lettica, non è legge a priori, non è legge sistematicaj non è
legge organica nel significato che vorrebbero darle gli Hegeliani. È una legge,
ripetiamolo, essenzialmente storica e psicologica: e la necessità a cui ella è
informata, anziché dialettica, è anch'essa di natura storica e psicologica. Non
è dunque una tricotomia ideale, dialettica, logica e trascendentale applicata
alla genesi del nostro pensiero filosofico; ma è una divisione risultante dal
fatto stesso della storia, e qì è confermata dalla genesi delle funzioni
psicologiche. Interpretando così la storia della filosofia italiana, il nostro
rinnovamento speculativo non pur si presenta come un'esigenza della ragion
teoretica, ma come un profondo bisogno altresì della ragione storica, I fini
perciò a' quali potrà e dovrà pervenire lo storico della nostra filosofia
saranno questi: 1"Egli così avrà dato forma razionale al movimento
filosofico del pensiero italiano, a contare dalle sue proprie origini fino ai
dì nostri: Avrà legittimato la scolastica e la riflessione teologica facendole
servire entrambe allo svolgimento isterico del nostro pensiero filosofico. Avrà
schivato le pretensioni esclusive, l’interpretazioni erronee, infedeli e
parziali degli storiografi hegeliani che altro non veggono, sì nella nostra
come nell’universale storia della filosofia, fuorché il trionfo d'un
aristotelismo o d'un platonismo interpretati, rimaneggiatie rimpastati a tutto
lor comodo e favore: Potrà giustificare la rinnovata filosofia positiva
italiana correggendo l'arabismo vecchio e nuovo, correggendo il vecchio e’1
nuovo positivismo, legittimando la vera esigenza platonica e la vera esigenza
aristotelica, e dimostrando col fatto il progresso nel corso del nostro
pensiero filosofico mercè il trionfo dell'indirizzo medio. Finalmente potrà
porger modo alla storia politica, alla storia civile e alla storia letteraria
del nostro paese d' attingere significato razionale e razionalmente positivo,
elevandole a dignità filosofica legittima. Fuori di questi principii è impresa
vana pretendere d'imprimervalore scientifico alla storia del popolo italiano.
FILOSOFI CHE DI PROPOSITO O PER INCIDENTE TRATTANO DELLE DOTTRINE DI VICO
Giornale de’Letterati oT Italia, Osserrazioni al De antiqtuissima italomm
sapìentia, Venezia, Clbbioo, JBihl anL e mod. Concinna, Originia futidamenta et
capiUi prima JurÌ9 Naturalie. Padova, Romano, Difeta storica delle Leggi Oreche
venute a Roma contro l’opinione di Vico, Napoli, Lettere evi terno principio
della Scienza Nuota ec. Napoli, Ganassoni, Memoria in difesa dd principio dd
Vico tu l’origine delle XII Tavole. Opasc. del Galogerà. RoOADEl, Saggio del
diritto pubblico o politico del regno di Napoli, DdV antico stato de’popoli
d’Italia Cistiberina. Vedi anche ColanOELO, Biblioteca analitica ec. Diamo qui
tale indice tanto in servigio e compimento della storia e della critica fatta
nel primo libro sn gli scrittori che parlano di Vico, quanto per ehi amasse di
ripetere i medesimi studi, e far le medesimo ricerche da noi fatte. D’alcuni di
questi autori, come aTrertìmmo, non ahhiam creduto prezzo deir opera far cenno;
d'altri poi non abbiam potuto, segnatamente d’alcuni venuti alla luce quando la
prima parte del nostro lavoro era già in corso di stampa, come per esempio del
Qalatio, del D§ luca, del Sarchi, traduz. del saggio ì Mstafisieo, del Laurent
e di qualcun altro. Tutti gli’abbiam letti o consultati o studiati secondo che
richiede non solo il proposito di questa nostra opera, ma piti ancora quello
della seconda che pubblicheremo intorno ai prineipii della sociologia. Non
abbiam potuto.leggere gl’articoli di Wotf e dell' Or««t, la Prefatiom del Wsbsr
alla trad. della Sdenta Nuovuy ì Fogli $parsi del QOichet e gli scritti di
MUller e del Cauer; ma ne abbiam dato giudizio traendone notizia da fonti
sicure. Disporremo qnest'indice, quant'ò possibile, secondo l’ordine
cronologico, affinchè sia fatto più chiaro il pensiero a cui è informato il
presente lavoro. Laui, Novelle Letterarie, Firenze. Vedi pure nelle note al
Meursio. FlKETTi, De PrineipiU Jurx$ Naturce et Oentiam adver$tu Bòbbeatum,
Pu/endorjium, Woljium et alio. Venetiis, Bettinellus, Sommario dell’opposizioni
del Sistema ferino di Vico alla Sacra Scrittura. La faUità dello stato ferino:
appendice al diritto di natura e delle OentU E. DuNi, Op., edi?. completa per
cura di Gennarellì. Roma Scienza del Coetume. Saggio sulla giurisprudenza
Universale. Origine e progressi del Cittadino di Roma. BuoNAFEDR, Istoria
critica del diritto di Natura e delle Genti: la ediz. E fatta a Perugia in sa
lo scorcio). Stbllini, Opera omnia. Padova, specialmente nell'Opera, Do Ortu et
Progressu morum. M. Delfico CIVITELLA, Ricerche sul vero carattere della
giurisprudenza romana de’suoi euUori. Napoli Pagano, Op. Capolago. I Saggi
PoliHei sono pubblicati in Napoli. Cuoco, Platone in Italia. Milano,
FiLANGiBBl, Scienza della legislazione. Firenze, Monti, Prolusione agli studii
ddV Università di Pavia. Milano, Foscolo, Discorso dell’origine e dell’ufficio
della letteratura. Vedi nelle lezioni d'eloquenza, ediz. di Napoli, WoLP, nel
Museum der Alterthumwissenschafi. Berlino, Orblli, Vico e Niehuhr. Museo
Svizzero, Anonimo, Dell’antichissima sapienza degl’italiani, versione dal
latino. Milano, Silvestri, Iannblli, Sulla natura e necessità della Scienza
delle cose e delle Storie umane. Napoli, Anonimo, nell’Indicatore di Gottinga
COLANOELO, Saggio d’alcune considerazioni sulla Scienza nuova di Vico. Napoli,
RoifAGKOSi, Osservazioni sulla scienza nuova. Weber, traduzione della Scienza
Nuova. Lipsia, G. Db Cbsarb, Sommario delle dottrine di Vico, compilato
sull’ediz. della scienza nuova fatta dallo stesso Vico e pubblicata nell’ediz.
dello stesso saggio in Napoli. Gallotti, Principii «T una Scienza Nuova di
Vico, prima edizione pubblicata dall'autore riprodotta e annotata. Napoli, CHE
TBATTANO DEL VICO Michelet, Prineìpca de la PkiloBophic de VHUtoìre, traduits
de la Scienza Nuova, Paris; ripubblicata colle altre opere a Bmzelles Ricci,
nell’Antoloffia del Vleussenx, Firenze, studio critico sulla tradazione fatta
da Michelet). lìivitta Enciclopedica f Fascicolo (art. sa la tradazione di
Michelet). LBBXiinEB, Initoduction generale à VBittoire du droit. Paris
Bietoire de la Philotophie du droit. Bruxelles. Ballanchb, Opere. Paris,
JouFFBOY, Mélangea Philo$opMqu€$. Bruxelles CousiK, Oaurs ec, 2« serio, Paris
Introductxon b. VHieioire de la Phil.f Lea, II, T. Maviani, Rinnovamento della
Filonofia antica italiana, Paris, L. T. (LniQi Tonti), Saggio sopra la Scienza
Nuova di Vico, Lugano, PREDABI, Op. di Vico con traduzioni e commonti. Milano, Bravette,
Febbabi, Op. di Vico ordinate ed illustrate coW analisi détta MenU di Vico ec.
Milano, Società Tipografica, Édit. compllte dee oeuvre de Vico, Paris, Vico et
r Italie. Paris, Eeeai sur le principe et le$ limites de la Philoeophie de
VBittoirt Paris, Joubert Vico et VItcdie (nella Recue dee Deux ^fond€9,
Cattaneo, Vico e l’Italia, nel Politeniico. St. MrLL, Sifithne de Logique,
RosviNT, Il Rinnovamento della Filosofia in Italia propoeto dal Conte Terenzio
Mamiani della Rovere, Milano Vedi pure nella Filo•ofìa del Diritto, e nella
Filosofia politica.) G98CHEL, Zerstreute Bldtter, nella Rivista
Giuridico-filosofica. SchlousSingen, A. Cosmc, Lettera a Mill (vedi Littrì,
Comte et la Philosoplie Positive, Paris, loLA, Studio su Vico e sulla filosofia
della Storia, letto nell’Accade-mia filosofica di Sassari, Torino Maviani,
LrUere intomo alla filosofia del diritto. Napoli, Mancini, Intorno alla
Filosofia del Diritto, Lett. al conte Terenzio Mamiani. Napoli, Re.kouvieb,
Manuel de PhU, moderne. Paris Gioberti, IiUrocU allo studio della Filosofia.
Losanna, ToMMAsio, Stridii critici, Venezia, Studii filosofici, Venezia,
BonCHEZ, Jntrod, à la Science de VHist, Paris, Anonimo, La Science nouvélle par
Vico, trad. par Tautear de Tessa! sur la formation da Dogme Catholiqae. Paris,
Della Valle, Saggi exdìa Scienza della storia, ossia Santo della Seiema Nuova
di Vico.Napoli, Eocoo, Elogio storico di Vico. Napoli Farina, Storia (L’Italia,
narrata al popolo italiano. Firenze, Poligrafia italiana, Prefazione. S.
Centofakti, Una Fortixola logica della filosofici della storia, Pisa, TomiASào,
Notizie sulla vita e sull’opere di Vico. Vedi nell’edizione della Scienza Nuova
fatta a Milano dal Silvestri F. CARyiGNANl, jStona deUe origini e de’progressi
della Filosofia del Diritto, Lucca Mancini, Intorno alla nazionalità come
fondamento del Diritto delle Genti. Torino Ondes Begqio, Introduzione ai
principii deUe umane società, Genova, Vannucci, Storia antica d’Italia,
Firenze, Marini, Vico al cospetto, Napoli MUller, Vico Oleine ^c^/ten
Neuhrandehurg. BouLLiKR, Hlst. de la Phil, CartUienne, Paris Poli, Manuale
della Storia della Filosofia del Tenncmann, Milano. A. De Carlo, Istituzione
filosofica secondo % principii di Vico, Napoli, Giani, DeW unico principio e
deW unico fine dell’universo Diritto. Oper.a di Vico tradotta e commentata coir
aggiunte d’appendici relative alla materia dell’opera stessa. Milano, Della
eguàU autorità e naturale amicizia di tutte le scienze. Milano Caubr, nel Museo
tedesco Amari, Critica d’una Scienza dille Legislazioni comparate, Genova,
Tipografia de’Sordo-Muti, FORNARi, Dell’armonia universale, Napoli; Firenze,
Faonani, Ddla neeessità e ddT uso della Divinanione tettifieata dalla Scienza
Nuova di Vico. Alessandria, Ristampata a Torino. CHE TRATTANO DI VICO GIOBERTI,
Protoloffia, Ediz. del Massari (Saggio ITI), B. ll&zzARELLA, La Critica
dtUa Scienza. Genova, tipi Lavagnino, Spavrnta, Carattere e sviluppo della
JUoBoJia itàliajut d IL Periodo de' critici e degl’eruditi Continua il periodo
de' critici e degl’eruditi. Periodo degl’interpreti filosofi Continua il
periodo degl’interpreti filosofi. Conseguenze. Forma della mente, e carattere
delle opere di Vico. Valore della nostra critica.) Vico, Leibnitz e il
Cartesianismo delle due moderne filosofie, Germanica e Italiana i
INTERPRETAZIONE DELLA DOTTRINA FILOSOFICA. Preambolo Dottrina della scienza e
del criterio IL Del criterio e del metodo nella scienza Òtà Posizione e critica
del Principio speculativo n Platonismo e l’Aristotelismo nel problema
psicologico Organismo e processo psicologico. Fondamento razionale del processo
storico. Genesi e teleologia psicologica. Del conoscere metafisico. Critica de’
moderni Neoplatonici. Vin. Continua lo stesso argomento. Critica del
Neoaristotelismo: Positivismo ed Hegélianismo, Su la ricerca dell’Assoluto
secondo la Ragion filosofica positiva Del Principio metafisico Sul moderno
concetto della Creazione e della Provvidenza Xn. Deir attività creativa
ne’diversi momenti del Processo cosmico XnL Darwinismo, Scienza Nuova e Sociologia.
Idea sulla Storia della Filosofia Italiana Indice degl’Autori che di proposito
o per incidente trattano delle dottrine di Vico operazione immediata, per
operazione mediata, e^non potrebbe non rieecire, per e non potrebbe rietcire,
quel certo Jiloeofoy per certo, quelfloeofo. tuo*dirc, per vo^ dire. Crieto
quel centro maeeimo, por Cristo, qvidl centro massimo, jUosofia fisiologica,
per Jìlosofia etisologica, assommano la ragione, per assommano le ragioni,
T&g. Firtz, per iVr««.v. 13. degVim-, ponderabili suW esistenza, per degV
imponderabili e dell’esistenza. Sft^rji vrr(xpx,tt to, per fyi?:?? V7ra^;^«e
to'. Sovsifiit, per juva/xee. tovto, per toùto. Jiaviafjperxat
Jtavoiat;.7rauTt, per Travri. affermazione promessa, per affermazione promossa,
ù^iirpòi, per wc irpò^. x**^' auTvJv, per xar' auTvjy. Avto7s tv, per Auto yt
to. Sovo^iisi Zwki'v s^'V' ^®^ SvvdfjLii ^w>7v ?yovTOf.. rsOo^tov, per
fAi9óptoy. tfivafjicf, per Svvafiig, TdJ ^9vzx 7tvgG'5a, per to' nuvroc
yiviaOxAi.. altro potrebb* essere, per altro non potrtbV essere.. e perciò era
visione, per e perciò visione. aXXov «^eu/xaTOtiv, per aXXwv a?to/iaTwv.
tololtyi?, per Tuvxng. gL Tra/DOff ta, p«r Tra^ou^ca. che le fa iìUendere, per
che la fa intendere. di coglierne concetto, per di coglierne il concetto. es
egreift, per es ergreift, dans an sich, per das an sich. Jtvoljixffovt, per
^vva/X8VG(. e s^ avvilirebbe, ^r e* s* avvilirebbe. ytuVe?, per f^J7t(.
/*v?5>j, per iit$è. ^a£va-5ae, por yaevjo'^'at. rxpoi^vy' |xaTa, per
7ra^a?£t7fAaTa. del Dio aristotelico, con; per del Dio aristotelico che con,,
y. 40, in due e cantra- rie sentenze apposite, per in due apposite e contrarie
sentenze yjppxsi ro,v^r vnapxst to. to (^trepov, per TO 5«UTe/)0v. to' rra^Xo,
per tÒ oiWo, dell’atonicità/dell’atomicità,, creare vuol non dire/creare non
vuol dire; ci son addate/ci son additate; e correggendo, lui/e correggendo lui;
chi, davvero, ragion teologica/che, davvero, la ragion teologica. Pietro
Siciliani. Siciliani. Keywords: la psico-genia di Vico, ateneo felsineo,
l’unita organica della filosofia, zoologia filosofica, psicogenia, “I principii
metafisici di Vico”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siciliani” – The
Swimming-Pool Library. Siciliani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sidonio: la ragione conversazionale
dell’implicaturis – inplicatura Lewis/Short -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Sidonio Appolinare – follows a political career. He writes a number
of letters in which he makes reference to philosophers and philosophical
issues. He claims, for example, that Cleante di Assus bites his nails. Grice:
“Implicature is a natural thing in Roman. You have -plicare, you add
in-plicare, and then you conjugate!” – Keywords: inplicatura, implicatura,
implicature, disimplicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sidonio” –
Sidonio.
Luigi Speranza -- Grice e Signa: la ragione
conversazionale della ruota di Venere – la scuola di Signa – filosofia
fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Signa). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Signa, Firenze, Toscana. Insegna
retorica (“ars dictaminis”) a Bologna e Padova. Vive ad Ancona, Venezia,
Bologna, Padova, e Firenze. Tra i saggi più significativi si ricordano il
saggio storico “L’assedio d’Ancona” (Viella, Roma), il “Bon Compagno”; “Rethorica
novissima”; “Scacchi e il “Libellus de malo senectutis et senis”, nel quale,
con spirito arguto, prende in giro le affermazioni di Cicerone che idealizzano
la vecchiaia”; la “Rota Veneris” (Salerno), un saggio di epistolo-grafia
amorosa; “Liber de amicitia”; “Ysagoge Boncompagnus; “Tractatus virtutum”; “Palma
Oliva Cedrum Mirra Quinque tabulae salutationum”; “Bonus Socius e Civis Bononiae. Garbini,
Roma, Salerno, Gabrielli, Le epistole di Cola di Rienzo e l'epistolografia,
Archivio della Società romana di storia patria, Gaudenzi, Sulla cronologia delle
opere dei dettatori bolognesi da S. a Bene da Lucca, Bullettino dell'Istituto
storico italiano, G. Manacorda, Storia della scuola in Italia, Palermo, Tateo, Enciclopedia dantesca, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su ALCUIN, Ratisbona. Wight: S.'s charter doctrine (Bologna), in:
Medieval Diplomatic and the 'ars dictandi', Scrineum. Keywords: Cicerone, “ars
dictaminis” – o rettorica --. Bon Compagno da Signa. Signa. Keywords: rota
veneris – erotica – ermafrodita – erma: mercurio, afrodita, venere,
afrodisiaco. Luigi Speranza, “Grice e Signa” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Silio: la ragione conversazionale a Roma – la
maledizione di Dione – Scipione come Ercole – il sacrificio dell’eroe – filosofia
veneta – la scuola di Padova -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto.
Vilosofo italiano. Padova, Veneto. Avvocato, console, pro-console de principato
romano. Muore in Campania. Figli: Lucio Silio Deciano. Console, Proconsole in
Asia. Noto semplicemente come S. Italico è anche un poeta, avvocato e politico
romano, autore dei Punicorum libri XVII, il più lungo poema epico latino
pervenutoci. Abbiamo notizie di lui da una lettera di PLINIO il Giovane a
Caninio RUFO, nella quale parla della sua morte. Il nome ‘Asconio’ porta a
ritenere che e legato alla gens patavine. Altre brevi informazioni ci vengono
da TACITO e da Marziale. Di Marziale, S. è il patrono e sappiamo che opera nel foro
come avvocato difensore, probabilmente già al principato di CLAUDIO. Secondo
Plinio, nel principato di Nerone, dove esercitare anche l'avvocatura d'accusa,
ovvero la delazione vera e falsa per il favore del principe. Il beneficio che
ne tratta e il consolato ordinario. Con la caduta e morte di Nerone, in
quanto amico di Vitellio, S. partecipa alle trattative di questi con il
fratello di Vespasiano, Tito Flavio Sabino, che è a Roma con il figlio di
Vespasiano, Domiziano. S. è pro-console in Asia Minore agl’ordini di VESPASIANO.
Testimonianza è un'epigrafe ad Afrodisia, che riporta il suo nome completo. Allo
scadere del mandato pro-consolare S. si ritira dalla vita politica attiva
dedicandosi agli studi e alla stesura del suo “Punicorum libri”. Nel Libro
III vi è un riferimento al titolo di "Germanico" assunto da Domiziano
e Marziale saluta l'opera nel IV libro degl’epigrammi. Anche a causa dello
stato di salute aggiorna a Campania, dove compra la villa di CICERONE, il suo
modello di oratoria, e la terra che custodia la tomba di VIRGILIO, di cui è un
estimatore e ai cui stilemi si rifà abbondantemente nel corso dei Punica. Durante
il principato di Domiziano, ha la paterna soddisfazione di vedere nominato
console il figlio Lucio Silio Deciano, anche se Marziale e Plinio ci informano
che, peraltro, dove subire la perdita del figlio minore. In Campania, provato
da un male incurabile, si lascia morire di fame alla maniera del Portico. S. scrive
i Punica, poema storico, anche se secondo una parte della critica il testo è
incompiuto, in quanto si ipotizza un progetto originario in XVIII libri,
parallelo alle dimensioni degl’annales d’ENNIO. La tomba di Virgilio al
chiaro di luna, con S., dipinto di Wright. I Punica sono la più lunga epica romana
che ci sia pervenuto. Racconta la guerra punica dalla spedizione d’Annibale in
Spagna al trionfo di SCIPIONE dopo Zama. La disposizione annalistica
testimonia la sua volontà di ricollegarsi alla III decade di LIVIO, ne recupera
la cornice architettonica del modello. Colloca dopo il proemio il ritratto di
Annibale e chiude, come LIVIO, con l'immagine del trionfo di Scipione. I Punica
è concepita quale continuazione ed esplicazione dell’Eneide virgiliana. La
guerra d’Annibale è, di fatto, vista come la continuazione di Virgilio,
originata dalla maledizione di Didone contro ENEA, mentre dal poema virgiliano
S. restaura la funzione strutturale dell'apparato mitologico, anche se lo
stravolgimento anti-frastico della provvidenza virgiliana è sostituito da un'EPOPEA
dal finale rassicurante. PLINIO ha delle riserve sulle capacità di S., lo
ritiene più antiquario che artista per il suo gusto per le ricostruzioni
minuziose. Lo stile sembra influenzato dal gusto del tempo:
"barocco", scene macabre unite al modello epico mitologico, con BANALI
RIFLESSIONI ETICHE. L'opera, comunque, risulta frammentaria, poiché dà più
importanza ai particolari piuttosto che non all'unità dell'opera stessa.
Quindi, lo scritto di S. è importante soprattutto per la quantità di
informazioni storiche e mitologiche piuttosto che per la sua poesia. S. in
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. S., in Treccani.it –
Enciclopedie, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su Sapere.it, De
Agostini. Pollidori - Postilla a S., su gionni altervista.org. Giarratano, S.
in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Epist.
III, 7. Patavino: cittadino di Padova (dal latino Patăvium, nome della città di
Padova. Marziale. Vinchesi, Introduzione, in Le guerre puniche, BUR, Milano, Occioni,
S. e il suo poema, Firenze, Monnier, Vinchesi, Introduzione, in Le guerre
puniche, BUR, Milano. S. su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giarratano, S. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, S. su sapere.it, Agostini. S., Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica. Silio Italico, su ALCUIN, Ratisbona. S., su Musisque Deoque; S. su
PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. S., open MLOL, Horizons
Unlimited, S., Open Library, Internet Archive. S. su Progetto Gutenberg. V · D
· M Poeti epici antichi Portale Antica Roma Portale Biografie
Portale Letteratura Categorie: Poeti romani Avvocati romani Politici
romani, Poeti, Consoli imperiali romani. S. has a career in politics before
retiring to his villa near Napoli where he pursues his interests in philosophy.
He is a follower of the Porch, and admired by Pliny Minore. S. is a philosopher of the Porch.. S. adopts Virgil's
basic concept of seeing in the Punic War a fateful step on the road to Rome's
greatness, pre-ordained and hence supported by the divine. In his epic,
however, S. goes further than Virgilio had done in trying to illustrate how the
actions of the great Romans of the period, such as Marcellus or Scipione -
reveal that harmony between pre-destination and CHOICE which is demanded by the
philosophy of IL PORTICO. Romans like Marcello or Scipione remain loyal to the
ancient values of Rome, which are unknown (and naturally totally foreign) to
the antagonist Hannibal. S. shows both Scipione and Hannibal as trying to
emulate ERCOLE, that hero whom philosophers from both IL PORTICO and IL CINARGO
present as the archetype of a man whose unceasing endeavour and striving make
him able to attain perfection through his own efforts. The Roman ERCOLE is,
moreover, an important figure in popular religion and in Flavian principate
ideology. In S.’s epic only one of the two claimants is Hercules’s legitimate
successor: Scipione, whose individual striving for perfection is sub-ordinate
to the summum bonum (OPTIMVM) of serving Rome, and thus in harmony with the
universal order in which Rome has its divinely given place. By applying the
doctrine of fate of IL PORTICO to explain the tradition of Rome's heroic past
with its many Republican memories S. establishes a meaningtul connection
between that tradition and the state of the principate in which he himself lives.
S.’s aim is to prove that a classicising frame of mind with its orientation
towards the legendary past of Rome leads to an affirmation, instead of a
rejection, of contemporary reality. Tiberio Cazio Asconio Silio Italico. Keywords:
SCIPIONE, l’eroe nudo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silio, and the labours
of Ercole” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Silio.
Luigi Speranza -- Grice e Silla: la regione conversazionale della ta
meta ta physika -- Roma – lascuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Apellicon, a member
of the Lizio, acquires an extensive collection of the works of Aristotle and
Teofrasto that had once belonged to Neleo, della Scessi. S. takes the
collection away from him and transports it to Roma, where TIRANNIO (si veda) is
put in charge of sorting it out and looking after it. Grice: “Tirannio saw a
bunch of books which where obviously on physics. ‘And what are these?’ A bunch
of books piled after those about physics. ‘I don’t know. I call them ‘the books
that come after the books on physics’ – ta meta ta physika.” Lucio Cornelio Silla Da Wikipedia, l'enciclopedia
libera. Disambiguazione – "Lucio Silla" rimanda qui. Se stai
cercando altri significati, vedi Lucio Silla (disambigua).
Disambiguazione – "Silla" rimanda qui. Se stai cercando altri
significati, vedi Silla (disambigua). Disambiguazione – Se stai cercando
l'opera di Händel, vedi Lucio Cornelio Silla (Händel). Lucio Cornelio Silla
Console e dittatore della Repubblica romana Ritratto di Silla su un denario
battuto da suo nipote Quinto Pompeo Rufo Nome originale Lucius Cornelius Sulla
Nascita Roma Morte Cuma Coniuge Giulia Elia Clelia Cecilia Metella Dalmatica
Valeria Messalla Figlida Giulia Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Metella
Fausto Cornelio Silla Fausta Cornelia Silla Lucio Cornelio Silla da Valeria
Cornelia Postuma GensCornelia PadreLucio Cornelio Silla Questura Pretura
Propretura in Cilicia Consolato Proconsolato in Asia Dittatura Lucio Cornelio
Silla Nascita Roma Morte Cuma Cause della morte cancro Etnia Latino Religione Religione
romana Dati militari Paese servito repubblica romana Forza armata Esercito romano
Grado Dux Guerre Guerra giugurtina Guerre cimbriche Guerra civile romana Prima
guerra mitridatica Battaglie Battaglia dei Campi Raudii Assedio di Atene
Battaglia di Porta Collina Battaglia di Cheronea Battaglia di Orcomeno
Comandante di Esercito romano Altre cariche Dictator voci di militari presenti
su Manuale Lucio Cornelio Silla (in latino Lucius Cornelius Sulla Felix,
pronuncia classica o restituta: ˈluːkɪʊs kɔrˈneːlɪʊs ˈsʉlla ˈfeːlɪks, nelle
epigrafi L·CORNELIVS·L·F·P·N·SVLLA·FELIX; Roma – Cuma) è stato un militare e
dittatore romano. Lucio Cornelio Silla naque a Roma da un ramo della gens
patrizia dei Cornelii caduto in disgrazia. La motivazione è rintracciabile: un
quadrisavolo di Silla, Publio Cornelio Rufino, nonostante fosse stato console,
dittatore in data imprecisata e avesse celebrato il trionfo sui Sanniti, fu
espulso dal Senato perché possedeva più di dieci libbre di argenteria in casa. Il
figlio di Rufino, Publio Cornelio, fu nominato flamen Dialis, posizione di
massima importanza in ambito religioso, ma i cui obblighi lo escludevano di
fatto dalla vita politica.[4] Questi fu il primo a portare il cognomen Sulla. Nelle
sue Memorie, Silla stesso scrive che il primo Sulla fu il flamine, facendo
derivare la parola dal nome della Sibilla: infatti Publio Cornelio, figlio del
sacerdote e bisavolo di Silla, aveva consultato i Libri sibillini per decidere
se celebrare i primi ludi Apollinares; questo tentativo di nobilitare il
cognomen non rispetterebbe però un'antica usanza romana. Tradizionalmente,
infatti, il cognomen descriveva un tratto della famiglia che lo portava: in
questo caso, mentre Rufinus richiamava la capigliatura rossa della famiglia,
Sulla derivava da suilla, «carne di porco», e alludeva alla pelle chiara e
cosparsa di lentiggini. Nonostante il cambiamento del cognomen, la reputazione
della famiglia non migliorò e i successori del flamine non ricoprirono cariche
superiori a quella pretoria. Il bisavolo di Silla, Publio Cornelio, fu
unitamente praetor urbanus e peregrinus e, come già detto, indisse i primi
Giochi di Apollo. Avvicinandosi all'età di Silla le informazioni scarseggiano:
del primogenito e nonno di Silla, omonimo di suo padre, si sa che fu pretore in
Sicilia, mentre il secondogenito, Servio, ricoprì la carica in Sardegna. Del
padre, Lucio Cornelio Silla, si sa ancora meno: è probabile che non fosse il
primogenito di Publio e che fu amico di Mitridate il Grande, per cui potrebbe
essere stato promagistrato in Asia o membro di una delle numerose delegazioni
che venivano frequentemente inviate in Oriente. Ebbe due mogli: la seconda,
matrigna di Silla, era decisamente doviziosa. Gioventù Busto virile detto
Silla, copia del 40 a.C. ca. di un originale dell'età augustea, marmo, alt. 47
cm. Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek (in Roma, Palazzo Barberini, collezione
privata). La scultura e identificata con Silla ma, considerata la datazione
(incerta), si può dire che probabilmente non lo ritrae. Poco si sa della
fanciullezza di Silla. Ci rimane solo una leggenda, secondo cui, poco dopo la
sua nascita, una donna lo vide in grembo alla nutrice e le disse «Puer tibi et
reipublicae tuae felix» (Il fanciullo [sarà] fonte di gioia per te e per lo
Stato).Certo è che il crollo del prestigio condizionò la situazione economica
della famiglia, descritta così da Plutarco: «οἱ δὲ μετ’ ἐκεῖνον ἤδη ταπεινὰ
πράττοντες διετέλεσαν, αὐτός τε Σύλλας ἐν οὐκ ἀφθόνοις ἐτράφη τοῖς πατρῴοις.
γενόμενος δὲ μειράκιον ᾤκει παρ’ ἑτέροις ἐνοίκιον οὐ πολὺ τελῶν, ὡς ὕστερον
ὠνειδίζετο παρ’ ἀξίαν εὐτυχεῖν δοκῶν. σεμνυνομένῳ μὲν γὰρ αὐτῷ καὶ
μεγαληγοροῦντι μετὰ τὴν ἐν Λιβύῃ στρατείαν λέγεταί τις εἰπεῖν τῶν καλῶν τε
κἀγαθῶν ἀνδρῶν· «Καὶ πῶς ἂν εἴης σὺ χρηστός, ὃς τοῦ πατρός σοι μηδὲν
καταλιπόντος τοσαῦτα κέκτησαι;» I suoi di Rufino discendenti, fin dal primo,
condussero una vita mediocre e Silla stesso fu allevato in una situazione
patrimoniale niente affatto invidiabile. Da adolescente abitava in casa d'altri
e pagava un affitto basso; questo gli fu rinfacciato in seguito, perché
sembrava aver raggiunto una fortuna superiore al merito. Si dice che, dopo la
campagna in Libia, quando si faceva bello e si vantava, uno dei boni gli si
rivolse con queste parole: «E come potresti essere meritevole di lodi tu, che
ti sei ritrovato tante ricchezze senza che tuo padre ti abbia lasciato niente?»»
(Plutarco, Sull., 1, 2; trad. di Lucia Ghilli) Il biografo greco
probabilmente esagera, perché Silla non crebbe nella povertà più assoluta: era
ricco agli occhi del plebeo, ma povero agli occhi del nobile, una posizione
assimilabile a quella di cavaliere. Nonostante l'ambiente modesto in cui visse,
a Silla fu impartita un'ottima educazione, degna delle sue origini patrizie:
gli furono insegnati la letteratura latina e greca, il diritto, la retorica, la
filosofia e l'arte e fu impregnato dei valori tradizionali del mos maiorum. Con
questi strumenti, Silla poteva certamente rivaleggiare con i più eruditi della
sua epoca, ma per ottenere una carica gli serviva il denaro. La speranza
di ricoprire una magistratura sembrò svanire quando, verso l'età in cui indossò
la toga virilis, il padre Lucio morì senza lasciargli nulla in eredità. Silla,
che godeva di un reddito annuo di 9000 sesterzi, nove volte maggiore rispetto a
quello di un operaio, ma decisamente umile per un aristocratico, prese a
frequentare i sobborghi dell'Urbe, che poco si addicevano a un patrizio, e
personaggi ambigui come mimi e istrioni, per cui scrisse anche alcune atellane.
Secondo Plutarco, in occasione delle bevute con i suoi amici plebei Silla, la
cui immagine è passata alla storia come severo dittatore, mostrava il suo lato
migliore: «ἀλλ’ ἐνεργὸς ὢν καὶ σκυθρωπότερος παρὰ τὸν ἄλλον χρόνον, ἀθρόαν
ἐλάμβανε μεταβολὴν ὁπότε πρῶτον ἑαυτὸν εἰς συνουσίαν καταβάλοι καὶ πότον, ὥστε
μιμῳδοῖς καὶ ὀρχησταῖς τιθασὸς εἶναι καὶ πρὸς πᾶσαν ἔντευξιν ὑποχείριος καὶ
κατάντης.» «sebbene fosse attivo e
più accigliato per il resto del tempo, non appena si buttava nella mischia e si
metteva a bere cambiava del tutto, tanto da diventare gentile con mimi cantanti
e ballerini, dimesso e propenso ad accogliere ogni richiesta.» (Plutarco,
Sull.; trad. di Lucia Ghilli) Ormai pronto al matrimonio, Silla sposò una
certa Ilia, che potrebbe corrispondere a una Giulia, sorella di Lucio Giulio
Cesare e Cesare Strabone Vopisco, o una Giulia minore, sorella di Gaio Giulio
Cesare, Sesto Giulio Cesare e Giulia maggiore, moglie di Gaio Mario, o più
probabilmente si tratta di un errore di Plutarco, per cui la figura di Ilia
coinciderebbe con Elia, la seconda moglie di Silla, di famiglia plebea e di cui
non si sa altro che il nome. In ogni caso, da Ilia Silla ebbe la sua prima
figlia, Cornelia, e il primo figlio, Lucio, che morì infante.Ad ogni modo, il
legame matrimoniale non gli impedì di intrattenere relazioni extraconiugali:
coltivò una relazione omosessuale con l'attore Metrobio, un amore giovanile che
portò con sé fino alla morte, così come continuò a frequentare i circoli di
buffoni. Amò anche la facoltosa Nicopoli, liberta più vecchia di lui e sua
amante, che, quando spirò, lasciò al giovane Silla una grande eredità. Nello
stesso periodò morì anche la matrigna, da cui Silla ereditò un'altra ingente
somma di denaro.Fu probabilmente così che Lucio Cornelio Silla, nato da una
famiglia decaduta, poté intraprendere la sua carriera politica: l'inizio della
sua Felicitas. Esordi della carriera e opposizione a Mario Lo
stesso argomento in dettaglio: Guerra giugurtina e Guerre cimbriche. Silla e nominato
questore di Gaio Mario, del quale era cognato avendo sposato la sorella minore
della moglie di Mario, Giulia, nel periodo in cui questi stava assumendo il
comando della spedizione militare contro Giugurta, re della Numidia. Questa
guerra si protraeva ormai., con risultati addirittura umilianti per l'esercito
romano, tenuto in scacco dalle forze di questo piccolo regno africano. Alla
fine Mario, riuscì a prevalere, soprattutto grazie all'abile e coraggiosa
iniziativa di Silla, che riuscì a catturare Giugurta convincendo il suocero
Bocco e gli altri familiari a tradirlo e consegnarlo ai Romani. La fama che
gliene derivò gli servì da trampolino di lancio per la carriera politica, ma
provocò il risentimento e la gelosia di Mario nei suoi confronti. Difatti Silla
continuò a servire nello Stato Maggiore di Mario fino all'elezione al consolato
di Quinto Lutazio Catulo, di antica famiglia aristocratica come lui, e infine
passando nello Stato Maggiore di quest'ultimo nella difficile campagna condotta
in Gallia contro le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni. Silla si
distinse anche in questa occasione, aiutando il console Quinto Lutazio Catulo e
Mario a sconfiggere i Cimbri nella Battaglia dei Campi Raudii, presso Vercelli.
Al suo ritorno a Roma, Silla riuscì a farsi eleggere pretore urbano, e i suoi
avversari non mancarono di accusarlo di aver corrotto all'uopo molti degli
elettori. In seguito fu assegnato al governo della Cilicia, regione situata
nell'odierna Turchia. Si assistette a un avvenimento storico per quell'epoca.
La Repubblica romana e il grande Impero dei Parti vennero a contatto in modo
del tutto pacifico. Una delegazione inviata dal sovrano parto, Mitridate II, si
incontrò sulle rive dell'Eufrate con il pretore Lucio Cornelio Silla,
governatore della nuova provincia di Cilicia. Dopo l'anno di pretura, Silla fu
inviato in Cappadocia. Motivo ufficiale della sua missione era il porre di
nuovo sul trono Ariobarzane I. In verità egli aveva il compito di contenere e
controllare l'espansione di Mitridate, che stava acquisendo nuovi domini e
potenza non inferiori a quanti ne aveva ereditati.» (Plutarco, Vita di
Silla) La missione di Silla, procuratore della Cilicia, nel 96
a.C., quando incontrò un satrapo dei Parti presso Melitene (futura fortezza
legionaria). Rovine di Aeclanum, la città del Sannio irpino conquistata
da Lucio Cornelio Silla. Questo primo incontro fissò sull'Eufrate il confine
tra i due imperi. Una curiosità di quell'incontro fu che Silla cercò, anche in
quella circostanza, di affermare la preminenza di Roma sulla Partia, sedendosi
fra il rappresentante del Gran Re e il re di Cappadocia, come se desse udienza
a dei vassalli. Una volta venuto a conoscenza dell'accaduto, il re dei Parti
fece giustiziare colui che lo aveva così maldestramente sostituito all'incontro
con il comandante militare romano. Ecco come racconta l'episodio Plutarco. Silla
soggiornava lungo l'Eufrate, quando venne a trovarlo un certo Orobazo, un
parto, quale ambasciatore del re degli Arsacidi. In passato non c'erano mai
stati rapporti di sorta tra i due popoli. Tra le grandi fortune toccate a
Silla, va ricordata anche questa. Egli fu infatti il primo romano che i Parti
incontrarono, chiedendo alleanza e amicizia. In questa occasione si racconta
che Silla fece disporre tre sgabelli, uno per Ariobarzane I, uno per Orobazo e
uno per sé, e li ricevette mettendosi al centro tra i due. Di questa situazione
alcuni lodano Silla, perché ebbe un contegno fiero di fronte a due barbari,
altri lo accusano di impudenza e vanità oltre misura. Il re dei Parti, da parte
sua, mise poi a morte Orobazo.» (Plutarco, Vita di Silla. Silla lasciò il
Medio Oriente e rientrò a Roma, dove si unì al partito degli oppositori di Gaio
Mario. In quegli anni la Guerra Sociale era al suo culmine. L'aristocrazia
romana si sentiva minacciata dalle ambizioni di Mario che, vicino alle
posizioni del partito popolare, aveva già retto il consolato per 5 anni di
seguito. Nella repressione di quest'ultimo moto di ribellione delle popolazioni
italiche alleate di Roma, Silla si mise particolarmente in luce come brillante
e geniale stratega, eclissando sia Mario sia l'altro console Gneo Pompeo
Strabone (padre di Gneo Pompeo Magno). Una delle sue imprese più famose fu la
cattura di Aeclanum, città degli Irpini, ottenuta incendiando il muro di legno
che difendeva la città assediata. Come conseguenza, ottenne per la prima volta
il consolato, insieme a Quinto Pompeo Rufo. Occupazione militare di
Roma Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana. Silla,
assunta la carica di console, ricevette poco dopo dal Senato l'incarico di
governare la provincia d'Asia. Durante il governatorato organizzò una nuova
spedizione in Oriente e combatté la prima guerra mitridatica. Si lasciò
tuttavia alle spalle, a Roma, una situazione assai turbolenta. Mario era ormai
vecchio, ma nonostante ciò aveva ancora l'ambizione di essere lui, e non Silla,
a guidare l'esercito romano contro il re del Ponto Mitridate VI. Per ottenere
l'incarico, Mario convinse il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo a fare
approvare una legge che sottraesse a Silla la guida, già legittimamente
conferitagli, della guerra contro Mitridate e gliela attribuisse. Appresa
la notizia Silla, accampato in quel momento nell'Italia meridionale in attesa
di imbarcarsi per la Grecia, scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro
testa, marciò su Roma. Nessun comandante, in precedenza, aveva mai osato
violare con l'esercito il perimetro della città (il cosiddetto pomerio). La
cosa era talmente contraria alle tradizioni che Silla esentò gli ufficiali dal
parteciparvi. Spaventati da tanta risolutezza, Mario e i suoi seguaci fuggirono
dalla città. Dopo avere preso una serie di provvedimenti per ristabilire la
centralità del Senato come guida della politica romana, Silla lasciò di nuovo
Roma, e riprese la strada della guerra contro Mitridate. Guerra contro
Mitridate in Oriente Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra
mitridatica. Mitridate (oggi al museo del Louvre). Approfittando
dell'assenza di Silla, Mario riuscì a riprendere il controllo della situazione.
Con il sostegno del console Lucio Cornelio Cinna (suocero di Gaio Giulio Cesare),
ottenne che tutte le riforme e le leggi emanate da Silla fossero dichiarate
prive di validità e che lo stesso Silla fosse ufficialmente dichiarato «nemico
pubblico» e costretto perciò all'esilio. Insieme, Mario e Cinna eliminarono
fisicamente un gran numero di sostenitori di Silla, e furono eletti consoli
Mario morì pochi giorni dopo l'elezione e Lucio Valerio Flacco fu nominato
consul suffectus al suo posto, mentre Cinna rimase a dominare incontrastato la
politica romana, essendo rieletto console negli anni successivi. Nel
frattempo Silla si era recato in Grecia, dove portò alla caduta Atene. Il
comandante romano vendicò quindi l'eccidio asiatico di Mitridate, compiuto su
Italici e cittadini romani, compiendo un'autentica strage nella capitale
attica. Silla proibì, invece, l'incendio della città, ma permise ai suoi
legionari di saccheggiarla. Il giorno seguente il comandante romano vendette il
resto della popolazione come schiavi. Catturato Aristione, chiese alla città
come risarcimento del danno di guerra, circa venti chili di oro e 600 libbre
d'argento, prelevandole dal tesoro dell'Acropoli. Poco dopo fu la volta del
porto di Atene del Pireo. Da qui Archelao decise di fuggire in Tessaglia,
attraverso la Beozia, dove portò ciò che era rimasto della sua iniziale armata,
radunandosi presso le Termopili con quella del condottiero di origine tracia,
Dromichete (o Tassile secondo Plutarco). Con l'arrivo di Silla in Grecia le
sorti della guerra contro Mitridate erano quindi cambiate a favore dei Romani.
Espugnata quindi Atene e il Pireo, il comandante romano ottenne due successi
determinanti ai fini della guerra, prima a Cheronea, dove secondo Tito Livio
caddero ben 700.000 armati del regno del Ponto, e infine a Orcomeno.Mappa dei
movimenti delle armate romane, prima e durante la battaglia combattuta presso
Cheronea Mappa dei movimenti delle armate romane, durante la battaglia
combattuta presso Orchomenos Contemporaneamente, il prefetto della cavalleria,
Flavio Fimbria, dopo aver ucciso il proprio proconsole, Lucio Valerio Flacco, a
Nicomedia prese il comando di un secondo esercito romano. Quest'ultimo si
diresse anch'egli contro le armate di Mitridate, in Asia, uscendone più volte
vincitore, riuscendo a conquistare la nuova capitale di Mitridate, Pergamo, e
poco mancò che non riuscisse a far prigioniero lo stesso re. Intanto Silla
avanzava dalla Macedonia, massacrando i Traci che sulla sua strada gli si erano
opposti. Quando Mitridate seppe della sconfitta a Orcomeno, rifletté
sull'immenso numero di armati che aveva mandato in Grecia fin dal principio, e
il continuo e rapido disastro che li aveva colpiti. In conseguenza di ciò,
decise di mandare a dire ad Archelao di trattare la pace alle migliori
condizioni possibili. Quest'ultimo ebbe allora un colloquio con Silla in cui
disse: Tuo padre era amico di re Mitridate, o Silla. Fu coinvolto in questa
guerra a causa della rapacità degli altri comandanti romani. Egli chiede di
avvalersi del tuo carattere virtuoso per ottenere la pace, se gli accorderai
condizioni eque. Appiano, Guerre mitridatiche) Dopo una serie di
trattative iniziali, Mitridate e Silla si incontrarono a Dardano, dove si
accordarono per un trattato di pace, che costringeva Mitridate a ritirarsi nei
confini antecedenti la guerra, ma ottenendo in cambio di essere ancora una
volta considerato «amico del popolo romano». Un espediente per Silla, per poter
tornare nella capitale a risolvere i suoi problemi personali, interni alla
Repubblica romana. Si racconta che Silla, prima di tornare in Italia, ebbe un secondo
incontro con ambasciatori del re dei Parti, i quali gli predissero che «divina
sarebbe stata la sua vita e la sua fama». Allora Silla decise di tornare in
Italia, sbarcando a Brindisi con 300.000 armati.Il ritorno a Roma, la dittatura
e le liste di proscrizione Lo stesso argomento in dettaglio: Proscrizione
sillana. Possibile ritratto di Silla (copia di un originale, oggi
conservata presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen). L'identificazione è
stata avanzata dall'archeologo tedesco Klaus Fittschen. Quando fu raggiunto
dalla notizia della morte di Cinna, nell'84 a.C., lasciò l'Oriente e si mise in
marcia verso Roma, ottenendo l'appoggio, tra gli altri, del giovane Gneo Pompeo
Magno. Dopo un periodo iniziale di stasi delle operazioni militari, nel
novembre dell'82 a.C. Silla ottenne la vittoria decisiva sconfiggendo nella
Battaglia di Porta Collina un grande esercito costituito dalle legioni della
fazione dei populares e dalle agguerrite truppe sannite al comando di Ponzio
Telesino. L'esito di questa battaglia fu determinato in modo risolutivo
dall'azione del futuro triumviro Marco Licinio Crasso che al comando dell'ala
destra sbaragliò le forze nemiche, mentre Silla era in grave difficoltà
sull'ala sinistra. Subito dopo la battaglia, essendo morti entrambi i
consoli, Silla fu eletto dittatore[56] a tempo indeterminato dai comizi
centuriati con la Lex Valeria de Sulla dictatore: i suoi poteri comprendevano
il diritto di vita e di morte, la possibilità di presentare leggi, di
effettuare confische, di fondare città e colonie, di scegliere i
magistrati. Fu sulla base di questi poteri che Silla realizzò
un'articolata serie di riforme, che, nelle sue intenzioni, dovevano risolvere
la crisi in cui si dibatteva da decenni lo Stato romano. Divenuto padrone
assoluto della città, Silla instaurò un vero e proprio regno del terrore,
mettendo al bando e dichiarando fuori legge (prima proscrizione) tutti gli
oppositori politici, offrendo ricompense a chi li avesse uccisi. I più colpiti
furono i cavalieri, che erano sempre stati ostili a Silla e che presero potere
grazie alla riforma del proletariato: ne furono uccisi 2.600 e i loro beni,
messi all'asta a prezzi irrisori, finirono nelle tasche dei Sillani. Il
giovane Gaio Giulio Cesare, come genero di Cinna, fu costretto ad abbandonare
precipitosamente la città, ma ebbe salva la vita grazie all'intercessione di
alcuni amici influenti, soprattutto della cugina Cornelia, figlia di Silla, e
del marito di lei Mamerco Emilio Lepido, princeps senatus. Silla annotò poi nelle
proprie memorie di essersi pentito di averlo risparmiato ("e sia, lo
risparmierò, ma vi avverto, in lui vedo mille volte Mario", frase citata
in Svetonio, Vita di Cesare, edizioni Laterza), viste le ben note ambizioni
politiche del giovane. Una vittima delle sue proscrizioni, con una morte
particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano, del quale si
racconta che fosse decapitato da suo cognato Catilina anche se, in un frammento
delle Storie, Sallustio non menziona Catilina nel descrivere la morte: a
Gratidiano, dice, «la vita era sfuggita da lui pezzo per pezzo: le gambe e le
braccia gli sono state spezzate e gli occhi cavati». La circostanza che
l'uccisione avvenisse presso la tomba di Catulo ha fatto pensare gli storici
che si trattasse non di una semplice crudele vendetta ma di un vero e proprio
sacrificio umano rituale per pacificare un antenato morto, riprendendo l'uso di
sacrifici umani a Roma, documentati in tempi storici da Andrew Lintott, seppure
da 15 anni fossero stati vietati. Il nuovo ordine Ormai rimasto senza
vere opposizioni, Silla attuò una serie di riforme tese a mettere il controllo
dello Stato saldamente nelle mani del Senato, allargato per l'occasione da 300
a 600 senatori. La nomina a senatore fu resa, inoltre, automatica al
raggiungimento della carica di questore, mentre prima era demandata alla scelta
dei censori. Per evitare l'accumulo di poteri si stabilì un limite minimo di
età per le varie magistrature: trent'anni per i questori, quaranta per i
pretori, ecc. Il potere dei tribuni della plebe fu inoltre fortemente
ridimensionato: le loro proposte dovevano essere approvate preventivamente dal
Senato e il loro diritto di veto limitato. Il potere giudiziario fu restituito
al Senato, sia per i reati più gravi sia per le cause di corruzione che la
riforma graccana aveva demandato ai cavalieri. In definitiva tutte le sue
azioni erano animate dall'intento di restituire al partito aristocratico il
controllo della città. Introdusse inoltre la legge per cui i vincitori di corone
militari di grado pari o superiore alla civica sarebbero stati ammessi di
diritto in senato indipendentemente dall'età, questo fu il motivo per cui Gaio
Giulio Cesare all'età di vent'anni ebbe accesso al Senato. Il ritiro dalla
vita politica Cronologia Vita di Lucio Cornelio Silla Nasce a Roma a.C.nominato questore di Gaio Mario fine
della Guerra Giugurtina legatus di Mario nella Gallia Ulteriore legatus di
Quinto Lutazio Catulo nella Gallia Ulteriore sconfigge i Cimbri nella Battaglia
dei Campi Raudii (Vercelli) eletto pretore urbano governatore della Cilicia comandante
nelle Guerre Sociali consolato insieme a Quinto Pompeo Rufo e successiva
occupazione di Roma e messa fuori legge di Mario spedizione in Medio Oriente
contro Mitridate VI del Ponto .messo fuori legge da Mario ritorna a Roma e la
occupa con la forza per la seconda volta eletto dittatore consolato insieme a
Quinto Cecilio Metello Pio 79 a.C.si dimette dal consolato e si ritira a vita
privata muore per cause naturali in Campania nella sua villa di Cuma Nella sua
veste di dittatore a vita Silla venne eletto console per la seconda volta
Cresceva intanto l'insofferenza verso gli eccessi compiuti dai suoi uomini. Un
suo liberto fu denunciato in un processo, e sconfitto grazie alle arringhe del
giovane Cicerone. Silla, sorprendendo tutti, l'anno successivo decise di
abbandonare la politica per rifugiarsi nella propria villa di campagna, con
l'intento di accingersi a scrivere le proprie memorie e riflessioni.
Quando si ritirò a vita privata, pare che attraversando la folla sbigottita uno
dei passanti si mise a ingiuriarlo. Silla si limitò a rispondergli, beffardo:
«Avresti avuto lo stesso coraggio a dirmi queste cose quando ero al potere?. E
alla fine, personaggio dall'indole spietata e ironica allo stesso tempo,
confidò ad uno dei suoi amici: «Imbecille! Dopo questo gesto, non ci sarà
più alcun dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere]» Plutarco
nelle Vite parallele lo rappresenta come il vizio, narrando che fosse
circondato da una variopinta corte di attori, ballerini e prostitute, fra cui
un certo Metrobio, e che gli dei per punizione lo fecero ammalare di lebbra.
Dopo aver terminato le sue riforme, si ritirò a vita privata. In compagnia di
questa allegra brigata, Sulla Felix fino all'ultimo respiro, morì probabilmente
di cancro. Lasciò vedova e incinta la sua ultima moglie, Valeria Messalla, che
qualche mese dopo partorì una figlia, Cornelia Postuma. Com'era allora
d'uso presso i potenti di Roma, lui stesso dettò l'epitaffio che aveva voluto
s'incidesse sul suo monumento funebre: Nessun amico mi ha reso servigio,
nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno.»
Conseguenze dell'operato politico di Silla I problemi politici e sociali che
avevano portato alla guerra civile non erano però affatto risolti. Silla aveva
ristabilito l'ordine oligarchico in virtù della forza derivatagli dagli
eserciti, al cui appoggio avrebbero ricorso sia i sostenitori sia gli avversari
del nuovo corso da lui instaurato. Da Silla in poi la vita politica e civile
dello Stato fu perciò condizionata pesantemente dall'elemento militare:
disporre di un esercito da usare contro gli avversari e, se si rivelasse
necessario, contro le stesse istituzioni romane, divenne l'obiettivo principale
dei più ambiziosi capi politici che aspiravano al potere. Il sistema
costituzionale romano uscì distrutto dalla guerra civile. E l'esempio di Silla
trovò presto un imitatore d'eccezione proprio in un uomo che aveva idee opposte
alle sue: Giulio Cesare. Matrimoni e discendenza Silla si sposò cinque
volte: Giulia, chiamata anche Ilia. Probabilmente una parente di Giulio Cesare,
si sposarono e lei morì., probabilmente di parto. Ebbero una figlia e un
figlio: Cornelia, che fu madre di Pompea Silla, terza moglie di Giulio Cesare.
Lucio Cornelio Silla, che morì giovane. Elia, da cui non ebbe figli. Clelia, da
cui divorziò con l'accusa di sterilità. Cecilia Metella Dalmatica. Si sposarono.
Ebbero due figli e una figlia: Fausto Cornelio Silla. Gemello di Fausta,
questore Fausta Cornelia. Gemella di Fausto, madre di Gaio Memmio, console
suffetto Lucio Cornelio Silla. Morì giovane poco prima della madre.Valeria
Messalla. Si sposarono e fu l'ultima moglie di Silla, che morì nello stesso
anno. Ebbero una figlia: Cornelia Postuma. Nata alcuni mesi dopo la morte del
padre, si presume sia morta prima dell'età da matrimonio. Note Esplicative ^
Chiamata anche Ilia Le figure di Giulia/Ilia ed Elia potrebbero
coincidere (vd. infra). Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard; contra Keaveney,
secondo il quale deriverebbe da sura, «polpaccio»; cfr. Quintiliano, Inst.).
Noto anche semplicemente come Silla, nome che probabilmente deriva dalla
corruzione della grafia originaria del suo cognome (SVILLA). Il cognome
aggiuntivo (in latino agnomen) Felix fu aggiunto quando già era al termine
della carriera, a motivo della sua quasi leggendaria fortuna come condottiero.
Plutarco, Sull., 1, 1; Sallustio, Iug., Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard;
Telford, Brizzi; Hinard Brizzi Livio, Brizzi; Hinard Hinard; Telford, Livio Brizzi;
Hinard; Keaveney Brizzi; Hinard; Appiano, Mith. Plutarco, Sull.; Brizzi;
Hinard; Keaveney Per maggior informazioni sul busto e la sua storia si rimanda
ai seguenti link: The General Publius Cornelius Scipio Africanus?, su
ancientrome.ru. The General Publius Cornelius Scipio Africanus?, su
ancientrome.ru. Keaveney Hinard Sallustio, Iug., Hinar; Keaveney Brizzi;
Keaveney Brizzi; Hinard, suppone anche la partecipazione a un'associazione
bacchica; Keaveney Brizzi; Hinard; Keaveney Plutarco, Sull., Brizzi; Hinard;
Keaveney Telford, Brizzi; Hinard Plutarco, Sull.; Brizzi; Hinard Hinard Plutarco,
Sull.; Hinard 2003, p. 21; Keaveney Sheldon Livio, Periochae ab Urbe condita
Piganiol Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna Livio,
Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche Plutarco, Vita di
Silla, Appiano, Guerre mitridatiche Appiano, Guerre mitridatiche, Appiano,
Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di Silla, Floro, Compendio di Tito Livio, Livio,
Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche, Plutarco, Vita di
Silla, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Plutarco, Vita di Silla Appiano,
Guerre mitridatiche, Appiano, Guerre mitridatiche, Livio, Periochae ab Urbe
condita libri, Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, Velleio Patercolo,
Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, Livio, Periochae ab Urbe condita
libri, Livio, Periochae ab Urbe condita libri Appiano, Guerre mitridatiche Velleio
Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, Per ulteriori
informazioni: ancientrome.ru/art/artworken/img. La carica di dittatore non era
stata ricoperta da alcun politico romano l'ultimo dittatore era stato Gaio
Servilio Gemino. Appiano, Guerre civili Lucio Cornelio Silla, romanoimpero. In
principio ci fu Silla. È noto che egli fu modello a Cesare per tanti aspetti
del suo agire, dall’uso spregiudicato di un esercito ormai politicizzato alla
marcia su Roma, dalla dittatura (sia pure a tempo indeterminato, e non
perpetua) al mantenimento dell’immissione dei neocittadini italici in tutte le
tribù; così, anche in campo storiografico è difficile concepire la genesi dei
commentarii di Cesare senza il precedente sillano": Zecchini Giuseppe,
Cesare: commentarii, historiae, vitae, Aevum: rassegna di scienze storiche,
linguistiche e filologiche: Milano: Vita e Pensiero, Plutarco, Vita di Silla
Dufallo, Basil John Ciceronian oratory and the ghosts of the past. University
of Michigan: UCLA. Bibliografia Fonti antiche Appiano, Guerre civili, in Storia
romana (versione inglese) Appiano, Guerre mitridatiche, in Storia romana.(QUI
la versione inglese Internet Archive. Dione Cassio, Storia romana. versione
inglese. Floro, Flori Epitomae Liber primus (testo latino) . Tito Livio, Ab
Urbe condita libri, Periochae (testo latino) . Tito Livio, Periochae (testo
latino), in Ab Urbe condita libri Plutarco, Vita di Silla, in Vite parallele.
QUI la versione inglese Plutarco, Le Vite parallele di Plutarco, volgarizzate
da Marcello Adriani il Giovane, a cura di Francesco Cerroti e Giuseppe Cugnoni,
traduzione di Marcello Adriani il Giovane, III, Firenze, Le Monnier, Plutarco,
Lisandro; Silla, introduzione di Luciano Canfora, traduzione e note di
Federicomaria Muccioli (per Lisandro), introduzione di Arthur Keaveney,
traduzione e note di Lucia Ghilli (per Silla), con contributi di Barbara
Scardigli e Mario Manfredini, Milano, BUR. Quintiliano, Institutio oratoria.
Sallustio, Bellum Iugurthinum. Strabone, Geografia, XII. QUI la versione
inglese Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri QUI la
versione latina. Velleio Patercolo, Historiae Romanae Ad M. Vinicium Libri Duo
(testo latino) .QUI la versione inglese. Fonti storiografiche moderne Giuseppe
Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di Roma. La vicenda umana e politica
del principe orientale che ha avuto il coraggio di opporsi all'imperialismo di
Roma, Roma, Newton Compton, Ernst Badian, Lucius Sulla: The Deadly Reformer,
Sydney, University Press, Giovanni Brizzi, Storia di Roma, I: Dalle origini ad
Azio, Bologna, Patron, Giovanni Brizzi, Silla, prefazione di François Hinard,
Roma, Rai-ERI, Jérôme Carcopino, Silla o la monarchia mancata, traduzione di
Anna Rossi Cattabiani, introduzione di Mario Attilio Levi, consulenza storica
di Federico Ceruti, Milano, Rusconi, Hinard, Silla, traduzione di Anna Rosa
Gumina, Il Giornale, Roma, Salerno, Keaveney, Silla, traduzione di Katia
Gordini, Milano, Bompiani, André Piganiol, Le conquiste dei Romani, traduzione
di Filippo Coarelli, Milano, Il Saggiatore, Rose Mary Sheldon, Le guerre di
Roma contro i Parti, Traduzione dall'inglese di Pasquale Faccia, Gorizia, LEG,
Lynda Telford, Sulla: A Dictator Reconsidered, Pen et Sword, Voci correlate
Catilina Gens Cornelia Console romano Dittatore romano Pretore (storia romana)
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Cornelio Silla Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Mario Attilio Levi, SILLA, Lucio Cornelio, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Silla, Lucio Cornelio, in Dizionario di
storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ernesto Valgiglio, Sulla, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Ernesto Valgiglio,
Sulla, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Lucio
Cornelio Silla, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Lucio
Cornelio Silla / Lucio Cornelio Silla (altra versione), su Goodreads.
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L. Cornelius Sulla, Sylla, su noctes-gallicanae.org. Mario e Silla, su
janusquirinus.org. Predecessore Console romano Successore Gneo Pompeo Strabone,
Lucio Porcio Catone con Quinto Pompeo Rufo Lucio Cornelio Cinna I, Gneo
OttavioI Gneo Cornelio Dolabella, Marco Tullio Decula80 a.C. con Quinto Cecilio
Metello Pio Appio Claudio Pulcro, Publio Servilio Vatia IsauricoII V D M
Plutarco Antica Roma Portale Biografie Portale
Ellenismo Portale Storia Categorie: Militari romaniMilitari del II
secolo a.C.Militari Romani del II secolo a.C.Romani Morti Nati a Roma Morti a
Cuma Lucio Cornelio Silla Consoli repubblicani romani Dittatori romaniSenatori
romani Cornelii Auguri Tresviri monetales Governatori romani dell'AsiaPersone
delle guerre mitridatiche [altre] Gamerra Mozart, Attori ATTORI Lucio
SILLA, dittatore TENORE GIUNIA, figlia di Cajo Mario, e promessa sposa di
SOPRANO CECILIO, senatore proscritto SOPRANO Lucio CINNA, patrizio romano amico
di Cecilio, e nemico occulto di Lucio Silla SOPRANO CELIA, sorella di Lucio
Silla SOPRANO AUFIDIO, tribuno amico di Lucio Silla TENORE Guardie. Senatori,
Nobili, Soldati, Popolo, Donzelle. La scena è in Roma nel palazzo di L. Silla,
e ne' luoghi contigui al medesimo. Altezze reali Lucio Silla Altezze reali Non ommetteremmo
la possibile diligenza per sperare, che il presente spettacolo rimeritar
possa il generoso gradimento delle aa. vv. rr. Degnatevi perciò di riguardarlo
con quella benignità, di cui ne abbiamo tante prove, ed animati da tal lusinga
con profondissimo ossequio ci protestiamo di aa. vv. rr. divotiss. obbligatiss.
servitori Gli associati nel Regioducal teatro. Gamerra /Moza Argomento Son
note nell'istoria le inimicizie di Lucio Silla, e di Mario. È palese altresì il
modo con cui il primo trionfò del suo emulo. Non può a Silla negarsi il vanto
di gran guerriero felice in tutte le sue marziali intraprese. Ma co' la
crudeltà, coll'avarizia, co' la volubilità, e co' le dissolutezze adombrò la
gloria del proprio valore. I molti suoi amori lo caratterizzarono per uomo
celebre nella galanteria, quanto glorioso nell'armi, e questa inclinazione,
come ci assicura Plutarco, gli fu compagna fino nell'età sua più avanzata.
Lucio Cinna, da esso innalzato a sommi onori co' la promessa di secondarlo, e
d'assisterlo, celò poi contro di lui sotto le sembianze dell'amicizia un odio
il più implacabile. Aufidio tribuno, menzognero adulatore, fu quello, che
precipitar facea Silla negl'eccessi i più vergognosi. Fra l'incostanza,
l'avarizia, e la crudeltà, che lo dominavano, era soggetto talora a quei
rimorsi, che non si allontanano da un core, in cui per anche non si sono
affatto estinti i lumi della ragione, e gl'impulsi della virtù. Odioso a tutta
Roma lo resero le stragi, l'usurpatasi dittatura, la proscrizione, e la morte
di tanti cittadini, ma degna fu d'ogni encomio la volontaria sua abdicazione,
per cui cedette le insegne di dittatore,
richiamando in Roma tutti
i proscritti, e anteponendo
all'impero, e alle grandezze la tranquillità d'una
oscura vita privata. Dall'istoria non meno rilevasi, che la famiglia dei
Cecili fu sempre affezionatissima al partito di Caio Mario. (Plutarco in Syll.)
Da tali istorici fondamenti è tratta l'azione di questo dramma, la quale è per
verità fra le più grandi, come ha sensatamente osservato il sempre celeste, e
inimitabile sig. abate Pietro Metastasio, che co' la sua rara affabilità s'è
degnato d'onorare il presente drammatico componimento d'una pienissima
approvazione. Allorché questa proviene dalla meditazion profonda, e dalla
lunga, e gloriosa esperienza dell'unico maestro dell'arte, esser deve ad un
giovane autore il maggior d'ogni elogio. Atto primo Lucio Silla ATTO PRIMO
[Ouverture] Molto allegro (re maggiore) / Andante (la maggiore) Archi, 2 oboe,
2 corni, 2 trombe, timpani. Scena prima Solitario recinto sparso di molti
alberi con rovine d'edifizi diroccati. Riva del Tebro. In distanza veduta del
monte Quirinale con piccolo tempio in cima. Cecilio, indi Cinna. Recitativo
CECILIO Ah ciel, l'amico Cinna qui attendo invan. L'impazienza mia cresce nel
suo ritardo. Oh come mai è penoso ogn'istante al core uman se pende fra la
speme, e il timor! I dubbi miei... ma non m'inganno. Ei vien. Lode agli dèi.
CINNA Cecilio, oh con qual gioia pur ti riveggio! Ah lascia, che un pegno io
t'offra or che son lieto appieno, d'amistate, e d'affetto in questo seno.
CECILIO Quanto la tua venuta accelerò coi voti l'inquieta alma mia. Quai non
produsse la tua tardanza in lei smanie, e spaventi, e quali immagini funeste
s'affollano al pensier. L'alma agitata s'affanna, si confonde... CINNA Il mio
ritardo altro motivo asconde. Tutto da me saprai. CECILIO Deh non t'offenda
l'impazienza mia... Giunia, la cara, la fida sposa è sempre tutt'amor, tutta
fé? Que' dolci affetti, ch'un tempo mi giurò, rammenta adesso? È 'l suo tenero
core anche l'istesso? CINNA Ella estinto ti piange... 6 / 52
www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto primo CECILIO Ah
come?... Ah dimmi! Dimmi: e chi tal menzogna osò d'immaginar? CINNA L'arte di
Silla per trionfar del di lei fido amore. CECILIO A consolar si voli il suo
dolore. (in atto di partire) CINNA Deh, t'arresta. E non sai, che 'l tuo
ritorno è così gran delitto, che guida a morte un cittadin proscritto? CECILIO
Per serbarmi una vita, ch'odio senza di lei, dunque lasciar potrei la sposa in
preda a un ingiusto, a un crudel? CINNA M'ascolta. E dove, di riveder tu speri
la tua Giunia fedel? nel proprio tetto Silla la trasse... CECILIO E Cinna
ozioso spettator soffrì?... CINNA Che mai solo tentar potea? Pur troppo è vano
il contrastar con chi ha la forza in mano. CECILIO Dunque, nemici dèi di
riveder la sposa più sperar non poss'io? CINNA M'odi. Non lungi da questa
ignota parte il tacito recinto ergesi al ciel, che nelle mute soglie de'
trapassati eroi le tombe accoglie. CECILIO Che far degg'io? CINNA Passarvi per
quel sentiero ascoso, che fra l'ampie rovine a lui ne guida. CECILIO E colà che
sperar? CINNA Sai che confina col palazzo di Silla. In lui sovente da' fidi
suoi seguita fra 'l dì Giunia vi scende. Ivi sovente alla mest'urna accanto del
genitor, la suol bagnar di pianto. Continua nella pagina seguente. Atto primo
Lucio Silla CINNA Sorprenderla potrai. Potrai nel seno farle destar la speme,
che già s'estinse, e consolarvi insieme. CECILIO Oh me beato! CINNA Altrove co'
molti amici in tua difesa uniti frattanto io veglierò. Gli dèi oggi render
sapran dopo una lunga vil servitù penosa la libertà a Roma, a te la sposa. [N.
1 Aria] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CINNA
Vieni ov'amor t'invita vieni, che già mi sento del tuo vicin contento gli alti
presagi in sen. Non è sempre il mar cruccioso, non è sempre il ciel turbato,
ride alfin, lieto e placato fra la calma, ed il seren. (parte) Scena seconda
Cecilio solo. Recitativo accompagnato Andante (sol maggiore) / Allegro /
Andantino / Allegro / Adagio Archi. CECILIO Dunque sperar poss'io di pascer gli
occhi miei nel dolce idolo mio? Già mi figuro la sua sorpresa, il suo piacer.
Già sento suonarmi intorno i nomi di mio sposo, mia vita. Il cor nel seno col
palpitar mi parla de' teneri trasporti, e mi predice... Oh ciel sol fra me
stesso qui di gioia deliro, e non m'affretto la sposa ad abbracciar? Ah forse
adesso sul morir mio delusa priva d'ogni speranza, e di consiglio lagrime di
dolor versa dal ciglio! 8 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772
Atto primo [N. 2 Aria] Allegro aperto (fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni.
CECILIO Il tenero momento premio di tanto amore già mi dipinge il core fra i
dolci suoi pensier. E qual sarà il contento, ch'al fianco suo m'aspetta, se
tanto ora m'alletta l'idea del mio piacer? Scena terza Appartamenti destinati a
Giunia, con statue delle più celebri donne romane. Silla, Celia, Aufidio, e
Guardie. Recitativo SILLA A te dell'amor mio, del mio riposo Celia, lascio il
pensier. Rendi più saggia l'ostinata di Mario altera figlia. E a non sprezzarmi
alfin tu la consiglia. CELIA German sai, che finora tutto feci per te. Vuò
lusingarmi di vederla cangiar. AUFIDIO Quella superba co' le preghiere, e coi
consigli invano sia che si tenti. Un dittator sprezzato, che da Roma, e dal
mondo inter s'ammira, s'altro non vale, usi la forza, e l'ira. SILLA E la forza
userò. La mia clemenza non mi fruttò che sprezzi, e ingiuriose repulse d'una
femmina ingrata. In questo giorno mi segua all'ara, e paghi renda gli affetti
miei. O 'l nuovo sol non sorgerà per lei. CELIA Ah Silla, ah mio germano per
tua cagione io tremo, se trasportar ti lasci a questo estremo. Pur troppo, ah
sì pur troppo la violenza è spesso madre fatal d'ogni più nero eccesso. Atto
primo Lucio Silla SILLA Da tentar che mi resta, se ostinata colei mi fugge, e
sprezza? CELIA Adoprar tu sol devi arte, e dolcezza. S'è ver, che sul tuo core
vantai finor qualche possanza, ah lascia, che da Giunia me n' corra. Ella fra
poco da te verrà. L'ascolta forse sia che una volta cangi pensier. SILLA Di mia
clemenza ancora prova farò. Giunia s'attenda, e seco, parli lo sposo in me. Ma
non s'abusi dell'amor mio, di mia bontade, e tremi, se Silla alfine inesorabil
reso favellerà da dittatore offeso. CELIA German di me ti fida. Oggi più saggia
Giunia sarà. Finora una segreta speme forse il cor le nutrì. Se cadde estinto
lo sposo suo, più non le resta omai amorosa lusinga. I preghi tuoi cauto
rinnova. Un amator vicino se d'un lontan trionfa, il trionfare d'un amator, che
già di vita è privo, è più agevole impresa a quel, ch'è vivo. [N. 3 Aria]
Grazioso (do maggiore) / Allegretto / Grazioso Archi. CELIA Se lusinghiera
speme pascer non sa gli amanti anche fra i più costanti languisce fedeltà. Quel
cor sì fido e tenero, ah sì quel core istesso così ostinato adesso quel cor si
piegherà. (parte) 10 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart,
1772 Atto primo Scena quarta Silla, Aufidio, e Guardie. Recitativo AUFIDIO
Signor, duolmi vederti ai rifiuti, agl'insulti esposto ancor. Alle preghiere
umili s'abbassi un cor plebeo. Ma Silla, il fiero terror dell'Asia, il vincitor
di Ponto l'arbitro del senato, e che si vide un Mitridate al suo gran piè
sommesso, s'avvilirà d'una donzella appresso? SILLA Non avvilisce amore un
magnanimo core, o se 'l fa vile, infra gli eroi, che le provincie estreme han
debellate, e scosse, un sol non vi saria, che vil non fosse. In questo giorno,
amico, sarà Giunia mia sposa. AUFIDIO Ella sen viene. Mira in quel volto
espresso un ostinato amore, un odio interno, un disperato duolo. SILLA
Ascoltarla vogl'io. Lasciami solo. (Aufidio parte) Scena quinta Silla, Giunia,
e Guardie. SILLA Sempre dovrò vederti lagrimosa e dolente? Il tuo bel ciglio
una sol volta almeno non fia che si rivolga a me sereno? Cielo! tu non
rispondi? Sospiri? ti confondi? ah sì, mi svela perché così penosa t'agiti,
impallidisci, e scansi ad arte d'incontrar gli occhi tuoi negli occhi miei.
GIUNIA Empio, perché sol l'odio mio tu sei. SILLA Ah no, creder non posso, che
a danno mio s'asconda sì fiera crudeltà nel tuo bel core. Hanno i limiti suoi
l'odio, e l'amore. Atto primo Lucio Silla GIUNIA Il mio non già. Quant'amerò lo
sposo, tanto Silla odierò. Se fra gli estinti l'odio giunge, e l'amor, dentro
quest'alma che ad onta tua non cangerà giammai, egli il mio amor, tu l'odio mio
sarai. SILLA Ma dimmi: in che t'offesi per odiarmi così? che non fec'io,
Giunia, per te? La morte il genitor t'invola, ed io ti porgo nelle mie mura
istesse un generoso asilo. Ogni dovere dell'ospitalità qui teco adempio, e pur
segui ad odiarmi, e Silla è un empio? GIUNIA Stender dunque dovrei le braccia
amanti a un nemico del padre? E ti scordasti quanto contro di lui barbaro
oprasti? In doloroso esiglio fra i cittadin più degni languisce, e more alfin
lo sposo mio, e chi n'è la cagione amar degg'io? Per tua pena maggior, di novo
il giuro, amo Cecilio ancor. Rispetto in lui benché morto, la scelta del
genitor. Se l'inuman destino dal fianco mio lo tolse per secondare il tuo
perverso amore ah sì, viverà sempre in questo core. SILLA Amalo pur superba, e
in me detesta un nemico tiranno. Or senti. In faccia di tanti insulti io voglio
tempo lasciarti al pentimento. O scorda un forsennato orgoglio, un inutile
affetto, un odio insano, o a seguir ti prepara nell'Erebo fumante, e tenebroso
l'ombra del genitor, e dello sposo. GIUNIA Coll'aspetto di morte del gran Mario
una figlia presumi d'avvilir? Non avria luogo nell'alma tua la speme ché
oltraggia l'amor mio se provassi, inumano, di che capace è un vero cor romano.
Atto primo SILLA Meglio al tuo rischio, o Giunia, pensa, e risolvi. Ancora un
resto di pietade sol perché t'amo ascolto. Ah sì meglio risolvi... GIUNIA Ho
già risolto. Del genitore estinto ognora io voglio rispettare il comando;
sempre Silla aborrire, sempre adorar lo sposo, e poi morire. [Aria] Andante ma
adagio (mi bemolle maggiore) / Allegro / Adagio / Allegro Archi, 2 oboe, 2
corni, 2 trombe. GIUNIA Dalla sponda tenebrosa vieni o padre, o sposo amato
d'una figlia, e d'una sposa a raccor l'estremo fiato. Ah tu di sdegno, o
barbaro smani fra te, deliri, ma non è questa, o perfido la pena tua maggior.
Io sarò paga allora di non averti accanto, tu resterai frattanto coi tuoi
rimorsi al cor. (parte) Scena sesta Silla, e Guardie. Recitativo SILLA E
tollerare io posso sì temerari oltraggi? A tante offese non si scuote
quest'alma? E che la rese insensata a tal segno? Un dittatore così s'insulta, e
sprezza da folle donna audace?... E pure, oh mio rossor! e pur mi piace!
www.librettidopera.it 13 / 52 Atto primo Lucio Silla Recitativo accompagnato
Allegretto (do maggiore) / Allegro assai Archi. SILLA Mi piace? E il cor di
Silla della sua debolezza non arrossisce ancora? Taccia l'affetto, e la superba
mora. Chi non mi cura amante disdegnoso mi tema. A suo talento crudel mi
chiami. Aborra la mia destra, il mio cor, gli affetti miei, a divenir tiranno
in questo dì comincerò da lei. [N. 5 Aria] Allegro (re maggiore) Archi, 2
oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. SILLA Il desìo di vendetta, e di morte sì
m'infiamma, e sì m'agita il petto, che in quest'alma ogni debole affetto
disprezzato si cangia in furor. Forse nel punto estremo della fatal partita mi
chiederai la vita, ma sarà il pianto inutile, inutile il dolor. Andante (fa
maggiore / la minore) Archi, 2 oboe. Scena settima Luogo sepolcrale molto
oscuro co' monumenti degli eroi di Roma. Cecilio solo. Recitativo accompagnato
Andante (la minore) / Allegro assai / Andante / Presto / Adagio Archi, 2 oboe,
2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CECILIO Morte, morte fatal della tua mano ecco le
prove in queste gelide tombe. Eroi, duci, regnanti che devastar la terra,
angusto marmo or qui ricopre, e serra. Già in cento bocche, e cento dei lor
fatti echeggiò stupito il mondo. E or qui gl'avvolge un muto orror profondo.
Continua nella pagina seguente. Atto primo CECILIO Oh dèi!... chi mai
s'appressa? Giunia... la cara sposa?... Ah non è sola; m'asconderò, ma dove? Oh
stelle! in petto qual palpito!... qual gioia!... e che far deggio? Restar?...
partire?... oh ciel! Dietro a quest'urna a respirar mi celo. (parte) Scena
ottava S'avanza Giunia col séguito di Donzelle, e di Nobili al lugubre canto
del seguente: [N. 6 Coro e arioso] Andante mosso (mi bemolle maggiore) Archi,
2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CORO Fuor di queste urne dolenti deh
n'uscite alme onorate, e sdegnose vendicate la romana libertà. Molto Adagio (do
minore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti. GIUNIA O del padre ombra diletta se d'intorno
a me t'aggiri, i miei pianti, i miei sospiri deh ti movano a pietà. Allegro (mi
bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe. CORO Il superbo,
che di Roma stringe i lacci in Campidoglio, rovesciato oggi dal soglio sia
d'esempio ad ogni età. Atto primo Lucio Silla Recitativo accompagnato ... (mi
bemolle maggiore) Archi. GIUNIA Se l'empio Silla, o padre fu sempre l'odio tuo
finché vivesti, perché Giunia è tua figlia, perché il sangue romano ha nelle
vene supplice innanzi all'urna tua sen viene. Tu pure ombra adorata del mio perduto
ben vola, e soccorri la tua sposa fedel. Da te lontana di questa vita amara
odia l'aura funesta... (esce il séguito) Scena nona Cecilio, e detta.
Recitativo CECILIO Eccomi, o cara. GIUNIA Stelle!... io tremo!... che veggio?
Tu sei?... forse vaneggio? Forse una larva, o pur tu stesso? Oh numi!
M'ingannate, o miei lumi?... Ah non so ancor se a questa illusion soave io
m'abbandono!... Dunque... tu sei... CECILIO Il tuo fedele io sono. [N. 7
Duetto] Andante (la maggiore) / Molto allegro Archi, 2 oboe, 2 corni. GIUNIA
D'Eliso in sen m'attendi ombra dell'idol mio, ch'a te ben presto, oh dio fia,
che m'unisca il ciel. CECILIO Sposa adorata, e fida sol nel tuo caro viso
ritrova il dolce Eliso quest'anima fedel. GIUNIA Sposo... oh dèi! tu ancor
respiri? CECILIO Tutto fede, e tutto amor. GIUNIA E CECILIO Fortunati i miei
sospiri, fortunato il mio dolor. GIUNIA Cara speme! Atto primo CECILIO Amato
bene. (si prendon per mano) Insieme GIUNIA Or ch'al mio seno caro tu sei
m'insegna il pianto degl'occhi miei ch'ha le sue lagrime anche il piacer.
CECILIO Or ch'al mio seno cara tu sei m'insegna il pianto degl'occhi miei ch'ha
le sue lagrime anche il piacer. Atto secondo Lucio Silla ATTO SECONDO
Scena prima Portico fregiato di militari trofei. Silla, Aufidio, e Guardie.
Recitativo AUFIDIO Te l' predissi, o signor, che la superba più ostinata saria
quanto più mostri di clemenza, e d'amor? SILLA Poco le resta da insultarmi
così. Risolvi omai. Morir dovrà. L'ho tollerata assai. AUFIDIO L'amico tuo
fedele può libero parlar? SILLA Parla. AUFIDIO Tu sai, ch'eroe non avvi al
mondo senza gli emuli suoi. Gli Emili, e i Scipi n'ebbero anch'essi, e di sue
gesta ad onta il glorioso Silla assai ne conta. SILLA Pur troppo io so. AUFIDIO
Tu porgi nella morte di Giunia a rei nemici l'armi contro di te. D'un Mario è
figlia, e questo Mario ancor ne' propri amici vive a tuo danno. SILLA E che far
deggio? AUFIDIO In faccia al popolo, e al senato sia l'altera tua sposa. Un
finto zelo di sopir gli odi antichi la violenza asconda. Al tuo volere chi
s'opporrà? Di numerose schiere folto stuolo ti cinga. Ognun paventa in te
l'eroe, ch'ogni civil discordia ha soggiogata, e doma e a un sguardo tuo trema
il senato, e Roma. Continua nella pagina seguente. 18 / 52
www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo AUFIDIO
Signor del comun voto t'accerta il tuo voler. La ragion sempre segue il più
forte, e chi fra mille squadre a supplicar si piega? Vuole, e comanda allorché
parla, e prega. SILLA E se l'ingrata ancora mi sprezza, e mi discaccia al
popolo, al senato, a Roma in faccia? Che far dovrò? AUFIDIO L'altera non
s'opporrà. Quell'ostinato core ceder vedrai nel pubblico consenso del popolo
roman. SILLA Seguasi, amico il tuo consiglio. Oh ciel!... sappi... io ti scopro
la debolezza mia. Quando le stragi, le violenze ad eseguir m'affretto è il cor
di Silla in petto da più atroci rimorsi lacerato, ed oppresso. In quei momenti
fieri contrasti io provo. Inorridisco, voglio, tremo, amo, ed ardisco. AUFIDIO
Quest'incostanza tua, lascia, che 'l dica, i tuoi gran merti oscura. Ogni
rimorso della viltade è figlio. Ardito, e lieto il mio consiglio abbraccia, e
suo malgrado la femmina fastosa costretta venga a divenir tua sposa. [Aria]
Allegro (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. AUFIDIO Guerrier, che
d'un acciaro impallidisce al lampo, a dar non vada in campo prove di sua viltà.
Se or cede a un vil timore, se or cede alla speranza, e qual sarà incostanza se
questa non sarà? (parte) Atto secondo Lucio Silla Scena seconda Silla, indi Celia,
e Guardie. SILLA Ah non mai non credea, ch'all'uom tra 'l fasto, e le grandezze
immerso tanto costasse il divenir perverso. CELIA Tutto tentai finor. Preghi,
promesse, e minacce, e spaventi al cor di Giunia, sono inutili assalti. Ah mio
germano immaginar non puoi come per te... SILLA So quel, che dir mi vuoi. Silla
non è men grato a chi per lui anche inutil s'adopra. In man del caso se pende
ogni successo, il proprio merto, all'opere non scema contrario evento. In
questo dì mia sposa Giunia sarà. CELIA Giunia tua sposa? SILLA Il come non
ricercar. Ti basti, che pago io sia. CELIA Perché l'arcan mi celi, e perché non
rischiari un favellar sì oscuro? SILLA (Perché in donna un arcano è mal
sicuro.) Il mio silenzio or non ti spiaccia, e m'odi. Te pur sposa di Cinna in
questo giorno io bramo. CELIA (Oh me felice!) Lascia, ah lascia, ch' a Cinna,
il tuo fido amico io rechi così lieta novella. Il labbro mio gli sveli alfin,
ch'ei solo è il mio tesoro, e che ognor l'adorai come l'adoro. (parte) SILLA Ad
affrettar si vada in Campidoglio la meditata impresa, e la più ascosa arte
s'adopri, onde la mia nemica al talamo mi segua. Ah sì conosco, ch'ad ogni
prezzo io deggio il possesso acquistar della sua mano. Rimorsi miei vi
ridestate invano. (parte con le guardie) Atto secondo Scena terza Cecilio
senz'elmo, senza mento, e con spada nuda, che vuole inseguir Silla, e Cinna,
che lo trattiene. CINNA Qual furor ti trasporta? CECILIO Il braccio mio non
ritener. Su' passi del tiranno si voli. Il nudo acciaro gli squarci il sen...
(in atto di partire) CINNA T'arresta. Ma donde nasce questa improvvisa ira tua?
CECILIO Saper ti basti, che prolungar non deggio un sol momento il colpo...
CINNA E il tuo periglio? CECILIO Non lo temo, e disprezzo ogni consiglio. CINNA
Ah per pietà m'ascolta... svelami... dimmi... oh ciel! Que' tronchi accenti...
que' furiosi sguardi... le disperate smanie tue... gli sforzi d'involarti da
me... l'esporti ardito a un cimento fatal... Mille sospetti mi fan nascere in
sen. Parla. Rispondi... CECILIO Tutto saprai... CINNA No, non sarà giammai, ch'
io ti lasci partir. CECILIO Perché ritardi la vendetta comun? CINNA Sol perché
bramo che dubbiosa non sia. CECILIO Dubbiosa non sarà. CINNA Dunque tu vuoi per
un ardire intempestivo, e vano troncare il fil di tutti i meditati disegni
miei? Giunia rivedi, e quando amar per lei di più devi la vita incauto corri ad
un'impresa ardita? Più non tacer. Mi svela chi furioso a segno tal ti rende? Atto
secondo Lucio Silla CECILIO L'orrida rimembranza in cor m'accende novi stimoli
all'ira. Odi, e stupisci. Poiché quest'alma oppressa della mia sposa al fianco
trovò dolce conforto alla sua pena, dal luogo tenebroso allontanati appena
aveva Giunia i suoi passi, un legger sonno m'avvolse i lumi. Oh cielo! D'orrore
ancor ne gelo! Ecco mi sembra spalancata mirar la fredda tomba, in cui
l'estinte membra giaccion di Mario. In me le cavernose luci raccoglie, e 'l
teschio per tre volte crollando disdegnoso, e feroce sento, che sì mi grida in
fioca voce: «Cecilio a che t'arresti presso la tomba mia? Vanne, ed affretta
della comun vendetta il bramato momento. Ozioso al fianco più l'acciar non ti
penda. Ah se ritardi l'opra a compir, che l'ombra invendicata di Mario oggi
t'impone, e ti consiglia, tu perderai la sposa, ed io la figlia.» Recitativo
accompagnato Allegro assai (re minore) / Presto Archi. CECILIO Al fiero suon
de' minacciosi accenti l'alma si scosse. Il sonno da sbigottiti lumi
s'allontanò. M'accese improvviso furor. Strinsi l'acciaro, né il rimorso piede
io più ritenni, ma 'l reo tiranno a trucidar qua venni. Ah più non
m'arrestar... CINNA Ferma. Per poco dell'ira tua raffrena i feroci trasporti.
Ah sei perduto, se in te Silla s'avvien... 22 / 52 www.librettidopera.it G. De
Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo CECILIO Paventar deggio d'un tiranno
gli sguardi? Un'altra mano trucidarlo dovrà? Non mai. Mi veggio intorno ognor
la bieca ombra di Mario a ricercar vendetta; e degl'accenti suoi ad ogn'istante
or ch'al tuo fianco io sono mi rimbomba all'orecchie il fiero suono. Lasciami...
CINNA Ah se disprezzi tanto i perigli tuoi, deh pensa almeno, che dalla vita
tua pende la vita d'una sposa fedele. Oh stelle! E come per così cari giorni...
CECILIO Oh Giunia!... oh nome!... Il sol pensiero, amico che perderla potrei,
del mio furore ogn'impeto disarma. Ah corri, vola per me svena il tiranno... Oh
numi, e intanto al mio nemico accanto resta la sposa?... ahimè!... chi la
difende... ma s'ei qui giunge?... Oh dio! Qual fier contrasto, qual pena,
eterni dèi! Timore, affanno, ira, speme, e furor sento in seno, né so di lor
chi vincerà! che penso? E non risolvo ancora? Giunia si salvi, o al fianco suo
si mora. [N. 9 Aria] Allegro assai (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2
trombe, timpani. CECILIO Quest'improvviso tremito che in sen di più s'avanza,
non so se sia speranza, non so se sia furor. Ma fra suoi moti interni fra le
mie smanie estreme, o sia furore, o speme, paventi il traditor. (parte)
www.librettidopera.it 23 / 52 Atto secondo Lucio Silla Scena quarta Cinna, indi
Celia. Recitativo CINNA Ah sì, s'affretti il colpo. Il ciel d'un empio se il
castigo prolunga, attenderassi, che de' tarquini in lui gli scellerati eccessi
sian rinnovati a nostri tempi istessi? CELIA Qual ti siede sul ciglio cura
affannosa? CINNA Altrove Celia, passar degg'io. Non m'arrestare... CELIA E
ognor mi fuggi? CINNA Addio. CELIA Per un istante solo m'ascolta, e partirai.
CINNA Che brami? CELIA (Oh dèi! Parlar non posso, e favellar vorrei.) Sappi,
che il mio german... CINNA Parla. CELIA Desìa... (Ah mi confondo, e temo, che
non mi ami il crudel.) Sì, sappi... (Oh stelle! In faccia a lui che adoro
perché mi perdo? Oggi sarà mio sposo, e svelargli non oso?...) CINNA Io non
intendo i tronchi accenti tuoi. CELIA (Finge l'ingrato!) Or che dubbiosa io
taccio non ti favella in seno il cor per me? Che dir poss'io? Pur troppo ne'
languidi miei rai questo silenzio mio ti parla assai. Atto secondo [Aria] Tempo
grazioso (sol maggiore) Archi, 2 flauti. CELIA Se il labbro timido scoprir non
osa la fiamma ascosa per lui ti parlino queste pupille per lui ti svelino tutto
il mio cor. (parte) Scena quinta Cinna, indi Giunia. Recitativo CINNA Di
piegarsi capace a un'amorosa debolezza l'alma non fu di Cinna ancor. Ma se da
folle s'avvilisse così, no, non avria la germana d'un empio usurpatore il
tributo primier di questo core. Giunia s'appressa. Ah ch'ella può soltanto la
grand'opra compir, che volgo in mente. Agitata, e dolente immersa sembra fra
torbidi pensier. GIUNIA Silla m'impone che al popolo, e al senato io mi
presenti; l'empio che può voler? Sai ciò, che tenti? CINNA Forse più, che non
credi è la morte di Silla oggi vicina per vendicar la libertà latina. GIUNIA
Tutto dal ciel pietoso dunque speriam. Ma intanto alla tua cura io lascio
l'amato sposo mio. Deh se ti deggio il piacer di mirarlo, poiché lo piansi
estinto, ah sì per lui veglia, t'adopra, e resti al tiranno nascoso.
www.librettidopera.it 25 / 52 Atto secondo Lucio Silla CINNA A me t'affida, non
paventar su' giorni suoi. M'ascolta, ai padri in faccia e al popolo romano Silla
sai ciò, che vuol? Vuol la tua mano. Con il consenso lor la violenza
giustificar pretende. Il suo disegno tutto, o Giunia, io prevedo. GIUNIA Io son
la sola arbitra di me stessa. A un vil timore ceda il senato pur, non questo
core. CINNA Da te, se vuoi, dipende Giunia un gran colpo. GIUNIA E che far
posso? CINNA Al letto segui l'empio tiranno ove t'invita, ma in quello per tua
man lasci la vita. GIUNIA Stelle! che dici mai? Giunia potria con tradimento
vil?... CINNA Folle timore. Deh sovvienti, che ognora fu l'eccidio de' rei un
spettacolo grato a' sommi dèi. GIUNIA S'è d'un plebeo pur sacra fra noi la
vita, e come vuoi, che in sen non mi scenda un freddo orrore nel trafiggere io
stessa un dittatore? Benché tiranno, e ingiusto, sempre al senato, e a Roma
Silla presiede, e di sua morte invano farmi rea tu presumi. Vittima ei sia, ma
della man dei numi. CINNA Se d'offender gli dèi avesse un dì temuto la libertà
non dovria Roma a Bruto. GIUNIA Ma Bruto in campo armato, non con una viltade
della latina libertade infranse la catena servil. No, non fia mai ch'a' dì
futuri passi il nome mio macchiato d'un tradimento vil. Serbami, amico, serbami
il caro ben. Deh sol tu pensa alla salvezza sua. Della vendetta al ciel lascia
il pensier. Atto secondo Recitativo accompagnato Allegro (si bemolle maggiore)
/ Andante Archi. GIUNIA Vanne. T'affretta. Forse lungi da te potria lo sposo
per un soverchio ardir... l'impetuosa alma sua ben conosci. Ah, per pietade,
fa', che rimanga ad ogni sguardo ascoso. Digli, che se m'adora; digli che se
m'è fido serbi i miei ne' suoi giorni. A te l'affido. [Aria] Allegro (si
bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. GIUNIA Ah se il crudel
periglio del caro ben rammento tutto mi fa spavento tutto gelar mi fa. Se per
sì cara vita non veglia l'amistà da chi sperare aita da chi sperar pietà?
(parte) Scena sesta Cinna solo. Recitativo accompagnato Vivace (re maggiore)
Archi. CINNA Ah sì, scuotasi omai l'indegno giogo. Assai si morse il fren di
servitù tiranna. Se di svenar ricusa Giunia quell'empio, un braccio non
mancherà, che timoroso meno il ferro micidial l'immerga in seno. Atto secondo
Lucio Silla [N. 12 Aria] Molto allegro (fa maggiore) Archi. CINNA Nel
fortunato istante, ch'ei già co' voti affretta per la comun vendetta vuò, che
mi spiri al piè. Già va una destra altera del colpo suo felice e questa destra
ultrice lungi da lui non è. (parte) Scena settima Orti pensili. Silla, Aufidio,
e Guardie. Recitativo AUFIDIO Signor, ai cenni tuoi il senato fia pronto. Egli
fra poco t'ascolterà. D'elette squadre intorno numerosa corona ad arte io
disporrò. SILLA L'amico Cinna non ignori l'arcano. Il suo soccorso è necessario
all'opra. Ah che me stesso più non ritrovo in me! Dov'io mi volga della crudel
l'immagine gradita mi dipinge il pensier. Mi suona ognora il caro nome suo fra
i labbri miei, e tutto parla a questo cor di lei. AUFIDIO Io già ti vedo al
colmo di tua felicità. Della possanza usa, che 'l ciel ti diè. Roma, il senato,
e ogn'anima orgogliosa or che lo puoi fa', che pieghin la fronte a' piedi tuoi.
(parte) Atto secondo SILLA Ah sì, di civil sangue inonderò le vie, se Roma
altera alle brame di Silla, oggi s'oppone; ho nel braccio, ho nel cor la mia
ragione. Giunia?... Qual vista! In sì bel volto io scuso la debolezza mia... ma
tanti oltraggi? Ah che in vederla, oh dèi! il dittatore offeso io più non sono;
de' suoi sprezzi mi scordo, e le perdono. Scena ottava Giunia, Silla, e
Guardie. GIUNIA (Silla? L'odiato aspetto destami orror. Si fugga!) SILLA
Arresta il passo. Sentimi per pietade. Il più infelice d'ogni mortal mi rendi,
se nemica mi fuggi... GIUNIA E che pretendi? Scostati, traditor! (Tremo,
m'affanno per l'idol mio!) SILLA Ah no, non son tiranno come tu credi. È
l'anima di Silla capace di virtù. Quel tuo bel ciglio soffrir più non poss'io
così severo... GIUNIA Tu di virtù capace? Ah, menzognero! (in atto di partire)
SILLA Sentimi... GIUNIA Non t'ascolto. SILLA E vuoi... GIUNIA Sì voglio
detestarti, e morir. SILLA Morir? GIUNIA La morte romano cor non teme. SILLA E
puoi?... GIUNIA Sì posso pria d'amarti, morir. Vanne, t'invola... SILLA
Superba, morirai, ma non già sola. Atto secondo Lucio Silla [N. 13 Aria]
Allegro assai (do maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe, timpani. SILLA
D'ogni pietà mi spoglio perfida donna audace; se di morir ti piace
quell'ostinato orgoglio presto tremar vedrò. (Ma il cor mi palpita... perder
chi adoro?... svenare barbaro, il mio tesoro?...) Che dissi? Ho l'anima vile a
tal segno? Smanio di sdegno; morir tu brami, crudel mi chiami, tremane, o
perfida, crudel sarò. (parte con le guardie) Scena nona Giunia, indi Cecilio.
Recitativo GIUNIA Che intesi, eterni dèi? Qual mai funesto e spaventoso arcan
ne' detti suoi? Sola non morirò? Che dir mi vuoi barbaro... ahimè! Che vedo?...
lo sposo mio?... che fu?... che avvenne?... Ah dove sconsigliato t'inoltri? In
queste mura sai, che non è sicura la tua vita, e non temi di respirar
quest'aure comuni a' tuoi nemici? In quest'istante il tiranno partì. Tremo...
deh, fuggi... Ah se dell'empio il ciglio... CECILIO Giunia, il tuo rischio è 'l
mio maggior periglio. GIUNIA Deh per pietà, se mi ami, torna, mio bene, ah
torna nel tenebroso asilo. Il rimirarti qual martirio è per me! CECILIO Non
amareggi il tuo spavento, o cara, il mio dolce piacer. 30 Atto secondo GIUNIA Piacer
funesto, se a un gelido spavento abbandona il mio cor. Se de' tuoi giorni
decider può. T'ascondi. Ah da che vivo no, che angustia simile... CECILIO Sola
vuoi, ch'io ti lasci in preda a un vile? So, ch' al senato in faccia il reo
tiranno con violenza ingiusta al talamo vuol trarti, ed io, che t'amo restar
potrò senza morir d'affanno lungi dal fianco tuo? Se invano un braccio, un
acciaro si cerca per svenare un crudel, ch'odio, e detesto, quell'acciaro, quel
braccio eccolo è questo. GIUNIA Ahimè! Che pensi? esporti?... Correr tu solo a
un periglio estremo?... CECILIO Tu paventi di tutto, io nulla temo. Frena il
timor, mia speme, e ti rammenta, ch'una soverchia tema in cor romano esser
puote viltà. GIUNIA Ma il troppo ardire temerità s'appella. Ah sì ti cela, né
accrescere, idol mio, nel tuo periglio nuove cagion di pianto a questo ciglio.
CECILIO Eterni dèi! Lasciarti, fuggire, abbandonarti all'empie insidie, all'ira
d'un traditor, ch'alle tue nozze aspira? GIUNIA E che puoi temer, se meco resta
la mia costanza, e l'amor mio? Deh corri, corri donde fuggisti. Al suo dolore,
a' suoi spaventi invola il cor di chi t'adora; se ciò non basta, io tel comando
ancora. CECILIO E in questo giorno correndo se al tiranno io mi celo, chi
veglia, o sposa, in tua difesa? GIUNIA Il cielo! CECILIO Ah che talvolta i
numi... GIUNIA A che ti guida cieco furor? Ad onta de' miei timori ancor mi
resti a lato? Partir non vuoi? Corro a morire, ingrato. Atto secondo Lucio
Silla CECILIO Fermati... senti... Oh dèi! Così mi lasci, e brami?... GIUNIA I
passi miei guardati di seguir. CECILIO Saprò morire, ma non lasciarti. GIUNIA
(Oh stelle! Io lo perdo. Che fo?) CECILIO Cara, tu piangi? Ah che il tuo
pianto... GIUNIA Ah sì per questo pianto per questi lumi miei di speme privi.
Parti, parti da me, celati, vivi! CECILIO A che mi sforzi! GIUNIA Alfine
lusingarmi poss'io di questo segno del tuo tenero affetto? Che rispondi, idol
mio? CECILIO Sì tel prometto. GIUNIA Fuggi dunque, mio bene. Invan paventi, se
di me temi. Ah pensa, pensa, che 'l ciel difende i giusti, e ch'io d'altri mai
non sarò. Di mie promesse dell'amor mio costante ch'aborre a morte un traditore
indegno, sposo, nella mia mano eccoti un pegno. Recitativo accompagnato Allegro
(mi bemolle maggiore) Archi. CECILIO Chi sa, che non sia questa l'estrema
volta, oh dio? ch'al sen ti stringo destra dell'idol mio, destra adorata, prova
di fé sincera... GIUNIA No, non temere. Amami. Fuggi e spera. Atto secondo [N.
14 Aria] Adagio (mi bemolle maggiore) / Andante (do minore) / Adagio (mi
bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CECILIO Ah se a morir mi chiama il
fato mio crudele seguace ombra fedele sempre sarò con te. Vorrei mostrar
costanza cara, nel dirti addio ma nel lasciarti, oh dio! Sento tremarmi il piè.
(parte) Scena decima Giunia, indi Celia. Recitativo GIUNIA Perché mi balzi in
seno affannoso cor mio? Perché sul volto or che lo sposo io non mi vedo
accanto, cade da' rai più copioso il pianto? CELIA Oh ciel! sì lagrimosa sì
dolente io t'incontro? Al suo destino quell'anima ostinata alfin deh ceda e
sposa al dittator Roma ti veda. GIUNIA T'accheta per pietà. CELIA Se in duro
esiglio cade estinto Cecilio, a lui che giova un'inutil costanza? GIUNIA (A
questo nome s'agghiaccia il cor.) CELIA Tu non mi guardi, e il labbro fra i
singhiozzi, e i sospir pallido tace. Segui i consigli miei. GIUNIA Lasciami in
pace. CELIA Bramo lieta vederti. Il mio germano oggi me pur felice render
saprà. La mano mi promise di Cinna. Ah tu ben sai, ch'io l'adoro fedel. Più non
rammento i miei sofferti affanni se sì cangiano alfin gli astri tiranni. Atto
secondo Lucio Silla [Aria] Allegro (la maggiore) Archi. CELIA Quando sugl'arsi
campi scende la pioggia estiva, le foglie, i fior ravviva, e il bosco, il
praticello tosto si fa più bello, ritorna a verdeggiar. Così quest'alma amante
fra la sua dolce speme dopo le lunghe pene comincia a respirar. (parte) Scena
undicesima Giunia sola. Recitativo accompagnato Andante (re minore) / Molto
allegro Archi. GIUNIA In un istante oh come s'accrebbe il mio timor! Pur troppo
è questo un presagio funesto delle sventure mie! L'incauto sposo più non è
forse ascoso al reo tiranno. A morte ei già lo condannò. Fra i miei spaventi,
nel mio dolore estremo che fo? Che penso mai? Misera io tremo. Ah no, più non
si tardi. Il senato mi vegga. Al di lui piede grazia, e pietà s'implori per lo
sposo fedel. S'ei me la nega si chieda al ciel. Se il ciel l'ultimo fine
dell'adorato sposo oggi prescrisse, trafigga me chi l'idol mio trafisse. 34 /
52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto secondo [N. 16
Aria] Allegro assai (do maggiore) Archi. GIUNIA Parto, m'affretto, ma nel
partire il cor si spezza. Mi manca l'anima, morir mi sento né so morire. E
smanio, e gelo, e piango, e peno. Ah se potessi, potessi almeno fra tanti spasimi,
morir così. Ma per maggior mio duolo verso un'amante oppressa divien la morte
istessa pietosa in questo dì. (parte) Scena dodicesima Campidoglio. S'avanza
Silla, ed Aufidio seguìto dai Senatori e dalle Squadre. [N. 17 Coro] Allegro
(fa maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni. CORO Se gloria il crin ti cinse di mille
squadre a fronte or la temuta fronte qui ti coroni Amor. Stringa quel braccio
invitto lei, che da te s'adora. Se con i mirti ancora cresce il guerriero
allor. Atto secondo Lucio Silla (compar Giunia fra i senatori) Recitativo SILLA
Padri coscritti, io che pugnai per Roma, io, che vinsi per lei, io che la face
della civil discordia col mio valore estinsi. Io che la pace per opra mia
regnar sul Tebro or vedo d'ogni trionfo mio premio vi chiedo. GIUNIA (Soccorso,
eterni dèi!) SILLA Non ignorate l'antico odio funesto e di Mario e di Silla. Il
giorno è questo in cui tutto mi scordo. Alla sua figlia sacro laccio m'unisca,
e il dolce nodo plachi l'ombra del padre. Un dittatore, un cittadin fra i gloriosi
allori altro premio non cerca a' suoi sudori. GIUNIA (Tace il senato, e col
silenzio approva d'un insano il voler?) SILLA Padri già miro ne' volti vostri
espresso il consenso comun. Quei, che s'udiro festosi gridi risuonar d'intorno
son del pubblico voto un certo segno. Seguimi all'ara omai... GIUNIA Scostati
indegno! A tal viltà discende Roma, e 'l senato? Un ingiurioso, un folle timor
l'astringe a secondar d'un empio le violenze infami? Ah che fra voi no, che non
v'è chi in petto racchiuda un cor romano... SILLA Taci, e più saggia a me porgi
la mano. AUFIDIO Così per bocca mia tutto il popol t'impon. SILLA Dunque mi
segui... GIUNIA Non appressarti, o in seno questo ferro m'immergo. (in atto di
ferirsi) SILLA Alla superba l'acciar si tolga, e segua il voler mio. Atto
secondo Scena tredicesima Cecilio, con spada nuda, e detti. CECILIO Sposa, ah
no, non temer. SILLA (Chi vedo?) GIUNIA (Oh dio!) AUFIDIO (Cecilio?) SILLA In
questa guisa son tradito da voi? Del mio divieto e delle leggi ad onta tornò
Cecilio, e seco Giunia unita di toglier osa al dittator la vita? Quell'audace
s'arresti! GIUNIA Incauto sposo! Signor... SILLA Taci, indegna, ch'omai solo
ascolto il furore. (a Cecilio) Al novo sole per mia vendetta, o traditor,
morrai. Scena quattordicesima Cinna, con spada nuda, e detti. SILLA Come? D'un
ferro armato, confuso, irresoluto Cinna tu pur?... CINNA (Oh ciel, tutto è
perduto; qualche scampo ah si cerchi nel cimento fatal!) Con mio stupore col
nudo acciaro io vidi Cecilio infra le schiere aprirsi un varco. La sua rabbia,
i fieri minacciosi occhi suoi d'un tradimento mi fecero temer. Onde salvarti da
quella destra al parricidio intesa corsi, e 'l brando impugnai per tua difesa.
SILLA Ah vanne, amico, e scopri se altri perfidi mai... Atto secondo Lucio
Silla CINNA Sulla mia fede signor riposa, e paventar non déi. (Quasi nel fiero
incontro io mi perdei!) (parte) SILLA Olà quel traditore, Aufidio si disarmi.
GIUNIA Oh dio! Fermate! CECILIO Finché l'acciar mi resta saprò farlo tremar. SILLA
E giunge a tanto la tua baldanza? GIUNIA (Oh dèi!) SILLA Cedi l'acciaro, o
ch'io... CECILIO Lo speri invan. GIUNIA Cecilio, o caro. CECILIO Ad esser vil
m'insegna la sposa mia? GIUNIA Deh, non opporti! CECILIO E vuoi?... GIUNIA
Della tua tenerezza una prova vogl'io. CECILIO Dovrò? GIUNIA Dovrai nella mia
fede, e nel favor del cielo affidarti, e sperar. Se ancor mio bene dubbioso ti
mostri, i giusti numi, e la tua sposa offendi. CECILIO (Fremo.) T'appagherò.
Barbaro, prendi! (getta la spada) SILLA Nella prigion più nera traggasi il reo.
Per poco quest'aure a te vietate respirar ti vedrò. Fra le ritorte del
tradimento audace tu pur ti pentirai, donna mendace. Atto secondo [N. 18
Terzetto] Allegro (si bemolle maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. SILLA
Quell'orgoglioso sdegno oggi umiliar saprò. CECILIO Non lo sperare, indegno,
l'istesso ognor sarò. GIUNIA Eccoti, o sposo, un pegno, ch'al fianco tuo morrò.
SILLA Empi la vostra mano merita sol catene. Insieme GIUNIA Se mi ama il caro
bene lieta a morir me n' vo. CECILIO Se mi ama il caro bene lieto a morir me n'
vo. Insieme SILLA Questa costanza intrepida questo sì fido amore tutto mi
strazia il core tutto avvampar mi fa. GIUNIA E CECILIO La mia costanza
intrepida il mio fedele amore dolce consola il core né paventar mi fa. www.librettidopera.it
39 / 52 Atto terzo Lucio Silla ATTO TERZO Scena prima Atrio, che
introduce alle carceri. Cecilio incatenato, Cinna, Guardie a vista, indi Celia.
Recitativo CINNA Ah sì tu solo, amico ritenesti il gran colpo. Eran non lungi
al Campidoglio ascosi gli amici tuoi, gli amici miei. Seguito volea da questi
infra le schiere aprirmi sanguinoso sentier. Ma la prudenza il furor moderò. Di
tanti a fronte che far potea cinto da pochi? Il cielo novo ardir m'ispirò. Gli
amici io lascio, tacito il ferro io stringo, e in Campidoglio m'avanzo.
Allorché voglio vibrare il colpo, in te m'affiso. Il ferro nella man mi tremò.
Nel tuo periglio gelossi il cor. M'arresto, mi confondo non so che dir. Quasi
il segreto arcano, il tiranno svelò. Ma il suo comando, che di partir m'impose,
la confusione e il mio dolore ascose. CECILIO Giacché morir degg'io morasi
alfin. Sol mi spaventa, oh dèi! la sposa mia... CINNA Non paventar di lei.
Entrambi io salverò. CELIA D'ascoltar Giunia men sdegnoso, e men fiero mi
promise il german. CECILIO Giunia al suo piede? E perché mai? CELIA Desìa di
placarne lo sdegno. CECILIO Invan lo brama. CINNA Odimi, Celia. È questo forse
il momento, ond'illustrar tu puoi con opra sublime i giorni tuoi. CELIA Che far
degg'io? 40 / 52 www.librettidopera.it Gamerra / Mozart, 1772 Atto terzo CINNA
M'è noto a prova già tutto il poter, che vanti sul cor di Silla. A lui
t'affretta, e digli che aborrito dal cielo, in odio a Roma, se in sé stesso non
torna, e se non scorda un cieco amore insano l'eccidio suo fatal non è lontano.
CELIA Dunque il german... CINNA Incontrerà la morte se non s'arrende a un tal
consiglio. CECILIO Ah tutto, tutto inutil sarà. CELIA Tentare io voglio la
difficile impresa, e se aver ponno le mie preghiere il lor bramato effetto? CINNA
La destra in guiderdone io ti prometto. CELIA Un così dolce premio più animosa
mi fa. Me fortunata, se fra un orror sì periglioso, e tristo salvo il germano,
e 'l caro amante acquisto. [N. 19 Aria] Allegro (si bemolle maggiore) Archi,
2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CELIA Strider sento la procella né risplende amica
stella pure avvolta in tanto orrore la speranza coll'amore mi sta sempre in
mezzo al cor. (parte) Scena seconda Cecilio, e Cinna. Recitativo CECILIO Forse
tu credi, amico che Celia giunga a raddolcir un core uso alle stragi, e che
talor di sdegno ingiustamente furibondo, ed ebro fe' rosseggiar di civil sangue
il Tebro? www.librettidopera.it 41 / 52 Atto terzo Lucio Silla CINNA So quanto
Celia puote su quell'alma incostante, e Giunia ancora forse placar potria co'
le lagrime sue... CECILIO La sposa mia a qualche insulto amaro invan s'espone.
Un empio, un inumano non si cangia sì presto. Onde abbandoni il sentier del
delitto ch'ei suol calcar per lungo suo costume, ci volle ognor tutto il poter
d'un nume. Ah no più non mi resta né speme, né pietà. L'afflitta sposa ti
raccomando, amico. In pro di lei vegli la tua amistà. Del mio nemico vittima,
ah no, non sia. Nel di lui sangue vendica la mia morte, e 'l mio spirito
sdegnoso nel regno degl'estinti avrà riposo. CINNA Ogni pensier di morte si
allontani da te. Se il cor di Silla contro al dovere, e alla ragion s'ostina,
sulla propria rovina, ne' suoi perigli estremi quell'empio solo impallidisca, e
tremi. [N. 20 Aria] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe.
CINNA De' più superbi il core se Giove irato fulmina, freddo spavento ingombra,
ma d'un alloro all'ombra non palpita il pastor. Paventino i tiranni le stragi,
e le ritorte, sol rida in faccia a morte chi ha senza colpe il cor. (parte) 42
/ 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart, 1772 Atto terzo Scena
terza Cecilio, indi Giunia. Recitativo CECILIO Ah no, che il fato estremo
terror per me non ha. Sol piango, e gemo fra l'ingiuste catene non per la morte
mia, per il mio bene. GIUNIA Ah dolce sposo... CECILIO Oh stelle! Come tu qui?
GIUNIA M'aperse la via fra quest'orrore la mia fede, il mio pianto, il nostro
amore. CECILIO Ma Silla... Ah parla. E Silla. GIUNIA L'empio mi lascia... Oh
dio! Mi lascia, ch'io ti dia... l'ultimo addio. CECILIO Dunque non v'è per noi
né pietà, né speranza? GIUNIA Al fianco tuo sol di morir m'avanza. Che non
tentai finor? Querele, e pianti, sospiri, affanni, e prieghi sono inutili omai
per quel core inumano che chiede o la tua morte, o la mia mano. CECILIO Della
mia vita il prezzo esser può la tua man? Giunia frattanto che mai risolverà?
GIUNIA Morirti accanto. CECILIO E tu per me vorrai troncar di sì be' giorni...
GIUNIA E deggio, e voglio teco morir. A questo passo, o caro, m'obbliga, mi
consiglia l'amor di sposa, ed il dover di figlia. Atto terzo Lucio Silla Scena
quarta Aufidio con Guardie, e detti. AUFIDIO Tosto seguir tu déi Cecilio i
passi miei. CECILIO Forse alla morte... parla... dimmi... AUFIDIO Non so.
CECILIO Prendi, mia speme, prendi l'estremo abbraccio... GIUNIA (ad Aufidio)
Rispondi... oh ciel! AUFIDIO Sempre obbedisco, e taccio. CECILIO Ah non
perdiam, mia vita, un passeggero istante, che ne porge il destin. Parto, ti
lascio, e in sì tenero amplesso ricevi, anima mia, tutto me stesso. GIUNIA Ah
caro sposo... oh dèi! Se uccider può il martoro, perché vicina a te, perché non
moro? CECILIO Quel pianto, oh dio! Ah sì quel pianto non sai come nel seno...
Ahimè! ti basti, o cara sì ti basti il saper, che in questo istante più d'un
morir tiranno quelle lagrime tue mi son d'affanno. [N. 21 Aria] Tempo di
minuetto (la maggiore) Archi. CECILIO Pupille amate non lagrimate morir mi fate
pria di morir. Quest'alma fida a voi d'intorno farà ritorno sciolta in sospir.
(parte con Aufidio, e guardie) Atto terzo Scena quinta Giunia sola. Recitativo accompagnato
Allegro (do maggiore) / Andante / Allegro / Adagio / Presto Archi, 2 flauti, 2
trombe. GIUNIA Sposo... mia vita... Ah dove, dove vai? Non ti seguo? E chi
ritiene i passi miei? Chi mi sa dir?... ma intorno altro, ahi lassa non vedo
che silenzio, ed orror! L'istesso cielo più non m'ascolta, e m'abbandona. Ah
forse, forse l'amato bene già dalle rotte vene versa l'anima, e 'l sangue... Ah
pria ch'ei mora su quella spoglia esangue spirar vogl'io... che tardo?
Disperata a che resto? Odo, o mi sembra udir di fioca voce languido suon, ch' a
sé mi chiama? Ah sposo se i tronchi sensi estremi de' labbri tuoi son questi
corro, volo a cader dove cadesti. [N. 22 Aria] Andante (do minore) / Allegro
Archi, 2 flauti, 2 oboe, 2 fagotti. GIUNIA Fra i pensier più funesti di morte
veder parmi l'esangue consorte che con gelida mano m'addita la fumante
sanguigna ferita e mi dice: che tardi a morir? Già vacillo, già manco, già moro
e l'estinto mio sposo, ch'adoro ombra fida m'affretto a seguir. (parte)
www.librettidopera.it 45 / 52 Atto terzo Lucio Silla Scena sesta Salone. Silla,
Cinna, Celia e Senatori. Recitativo SILLA Celia, Cinna, non più. Roma, e 'l
senato di mia giustizia, e del delitto altrui il giudice sarà. CINNA Più che
non credi di Cecilio la vita necessaria esser puote. CELIA I giorni tuoi... la
disperata Giunia... il suo consorte creduto estinto, e alle sue braccia or
reso. SILLA So ch'ognor più l'odio comun m'han reso. Ma un dittator tradito
vuol vendetta, e l'avrà. Stanco son io di temer sempre, e palpitar. La vita
agitata, ed incerta fra un barbaro spavento è un viver per morire ogni momento.
CELIA Ah speri invan, se speri fra un eccidio funesto, e sanguinoso trovar la
sicurezza, ed il riposo. CINNA La furiosa Giunia correre tu vedrai ad assodar
le vie di querele, e di lai. Destare in petto può de' nemici tuoi quel
lagrimoso ciglio... SILLA Vedo più che non pensi il mio periglio. Amor, gloria,
vendetta, sdegno, timore, io sento affollarmisi al cor. Ognun pretende
d'acquistare l'impero. Amor lusinga. Mi rampogna la gloria. Ira m'accende.
Freddo timor m'agghiaccia. M'anima la vendetta, e mi minaccia. De' fieri
assalti in preda, alla difesa accinto, di Silla il cor fia vincitore, o vinto?
Continua nella pagina seguente. Atto terzo SILLA Ma l'atto illustre alfine
decider dée, s'io merto quel glorioso alloro, che mi adombra la chioma, e
giudice ne voglio il mondo, e Roma. Scena settima Giunia con Guardie, e detti.
GIUNIA Anima vil, da Giunia che pretendi? Che vuoi? Roma, e 'l senato nel
tollerare un traditore ingegno è stupido, e insensato a questo segno? Padri
coscritti innanzi a voi qui chiedo e vendetta, e pietà. Pietade implora una
sposa infelice, e vuol vendetta d'un cittadino, e d'un consorte esangue
l'ombra, che nuota ancora in mezzo al sangue. SILLA Calma gli sdegni tuoi,
tergi il bel ciglio. Inutile è quel pianto. È vano il tuo furor. De' miei
delitti della mia crudeltade a Roma in faccia spettatrice ti voglio, e in
questo loco di Silla il cor conoscerai fra poco. Scena ottava Cecilio, Aufidio,
Guardie, e detti. GIUNIA (Lo sposo mio?) CINNA (Che miro?) CELIA (E quale
arcan?) CECILIO (Che fia?) SILLA Roma, il senato e 'l popolo m'ascolti. A voi
presento un cittadin proscritto, che di sprezzar le leggi osò furtivo. Ei, che
d'un ferro armato in Campidoglio alle mie squadre appresso tentò svenare il
dittatore istesso. Continua nella pagina seguente. Atto terzo Lucio Silla SILLA
Grazia ei non cerca. Anzi di me non teme e m'oltraggia, e detesta. Ecco il
momento che decide di lui. Silla qui adopri l'autorità, che Roma al suo braccio
affidò. Giunia mi senta e m'insulti, se può. Quell'empio Silla quel superbo
tiranno a tutti odioso vuol che viva Cecilio, e sia tuo sposo. GIUNIA E sarà
ver?... Mia vita... CECILIO Fida sposa, qual gioia... qual cangiamento è
questo? AUFIDIO (Che fu?) CELIA (Lodi agli dèi.) CINNA (Stupito io resto.)
SILLA Padri coscritti, or da voi cerco, e voglio quanto vergò la mano in questo
foglio. De' cittadin proscritti ei tutti i nomi accoglie; ciascun ritorni alle
paterne soglie. CECILIO Oh, come degno or sei del supremo splendor fra cui tu
siedi! GIUNIA Costretta ad ammirarti alfin mi vedi. AUFIDIO (Ah che la mia
rovina certa prevedo!) SILLA In mezzo al pubblico piacer, fra tante lodi,
ch'ogni labbro sincer prodiga a Silla, e perché Cinna è il solo, che infra
occulti pensier confuso giace, e diviso da me sospira, e tace? Fedele amico...
(vuol abbracciarlo) CINNA Ah lascia di chiamarmi così. Per opra mia tornò
Cecilio a Roma. In Campidoglio per trucidarti io corsi, e armai non lungi di
cento anime audaci e la mano, e l'ardir. Io sol le faci a danni tuoi della
discordia accesi... SILLA Tu abbastanza dicesti, io tutto intesi. CELIA (Dolci
speranze addio!...) 48 / 52 www.librettidopera.it G. De Gamerra / W. A. Mozart,
1772 Atto terzo SILLA La pena or senti d'ogni trama ascosa. Celia germana mia
sarà tua sposa. GIUNIA (Bella virtù!) CECILIO (Che generoso core!) CINNA E
quale, oh giusto cielo, mi s'accende sul volto vergognoso rossor? Come
poss'io... SILLA Quel rimorso mi basta, e tutto oblio. CELIA (Me lieta!) (a
Cinna) Ah premia alfine il mio costante amor. Della clemenza mostrati degno, e
di quel core umano la virtù, la pietade... CINNA Ecco la mano. SILLA Qual de'
trionfi miei eguagliar potrà questo, eterni dèi? AUFIDIO Lascia, ch'a piedi
tuoi grazia implori da te. De' miei consigli, delle mie lodi adulatrici or sono
pentito... SILLA Aufidio, sorgi. Io ti perdono. Così lodevol opra coronisi da
me. Romani, dal capo mio si tolga il rispettato alloro, e trionfale; più
dittator non son, son vostro uguale. (depone l'alloro) Ecco alla patria resa la
libertade. Ecco asciugato alfine il civil pianto. Ah no, che 'l maggior bene la
grandezza non è. Madre soltanto è di timor, di affanni, di frodi, e tradimenti.
Anzi per lei cieco mortal dalla calcata via di giustizia, e pietà spesso
travìa. Ah sì conosco a prova che assai più grata all'alma d'un menzogner
splendore è l'innocenza, e la virtù del core. Atto terzo Lucio Silla [N. 23
Finale] Allegro (re maggiore) Archi, 2 oboe, 2 corni, 2 trombe. CORO Il gran
Silla a Roma in seno che per lui respira, e gode d'ogni gloria, e d'ogni lode
vincitore oggi si fa. GIUNIA E CECILIO Sol per lui l'acerba sorte è per me
felicità! CINNA E SILLA E calpesta le ritorte la latina libertà. TUTTI Trionfò
d'un basso amore la virtude, e la pietà. SILLA Il trofeo sul proprio core qual
trionfo uguaglierà? CORO Se per Silla in Campidoglio lieta Roma esulta, gode
d'ogni gloria, e d'ogni lode vincitore oggi si fa. librettidopera G. De Gamerra
Mozart AttoriAltezze realiArgomento Atto [OuvertureScena AriaScena AriaScena
AriaScena Scena Aria] Scena AriaScena Scena Coro e arioso Scena Duetto Atto
Scena Aria Scena Scena AriaScena AriaScena AriaScena AriaScena Scena AriaScena
AriaScena AriaScena AriaScena Coro Scena Scena TerzettoAtto Scena AriaScena
AriaScena Scena Aria Scena AriaScena Scena Scena FinaleBrani significativi
Lucio Silla BRANI SIGNIFICATIVI D'Eliso in sen m'attendi (Giunia e
Cecilio) Dalla sponda tenebrosa (Giunia) Fra i pensier più funesti di morte
(Giunia) Fuor di queste urne dolenti (Coro e Giunia) Parto, m'affretto (Giunia)
Pupille amate (Cecilio) Se lusinghiera speme (Celia). Grice: “At Oxford they
put you down. “That IS an original interpretation of Silla’s behaviour – but of
course you would need to challenge Mommsen’s objection,” my tutor said, righly
assuming that I had no idea Mommsen had an objection!” -- Silla. Keywords:
Mommsen. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Silla”. Silla.
Luigi Speranza -- Grice e Sillo: la ragione conversazionale e il voto al
divino -- Roma – la scuola di Crotone -- filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorean, cited by
Giamblico. The sect being very reluctant to take an oath – invoking ‘il divino’
in vain – Sillo refused to take one, and just hand over money.
Luigi Speranza -- Grice e Simbolo: la ragione conversazionale della
filosofia di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) – Filosofo italiano. Along with two
other philosophers by the names of Ieroteo and Maxximiniano, he persuades
Giuliano to pave the floor of Hagia Sophia with silver. However, the story is
doubted, as is the existence of these three philosophers. Grice: “It amuses me that the name of this
Italian philosopher is identical with an artificial language invented by J. L.
Austin, Symbolo!”
Luigi Speranza -- Grice e Simichia: la ragione conversazionale dell’élite
di Crotona e la sua diaspora -- Roma – la scuola di Taranto -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto,
Puglia. A Pythagorean, cited by Giamblico. “This is the diaspora from Crotona –
as if we would have an Oxonian diaspora, provided the mayor of Oxford deems us
elitists!” – ‘or the gown elitist towards the town, but surely Boris Johnson
never saw himself as gown!’ – Grice.
Luigi Speranza -- Grice e Simioni: la ragione
conversazionale degl’amanti – filosofia veneziana – la scuola di Venezia –
filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Fiosofo veneziano. Filosofo veneto.
Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Tra i principali studiosi di PIRANDELLO (si
veda), inizia la sua attività politica militando nelle file del socialismo. Venne
espulso dal partito per indegnità morale. Collabora con l’United States Information
Service. Si trasfere a Monaco di iera per approfondire gli studi per poi
ritornare a Milano. Leader di un collettivo operai-studenti, mentre lavora alla
Mondadori, fonda il collettivo politico metro-politano milanese. Teorizza lo
scontro aperto, e si considera il progenitore delle brigate rosse. Insieme a
circa settanta persone, tra cui componenti del collettivo ed elementi del
dissenso, partecipa al convegno di Chiavari nella sala Marchesani, adiacente la
pensione Stella Maris, nel quale un gruppo di partecipanti dichiara la propria
adesione ad una visione politica. La data di questo convegno viene da taluni
considerata come la data di nascita delle brigate rosse. Altri affermano che la
formazionesia nata con il convegno di Pecorile (Reggio Emilia). L'ultima
attività, prima di passare alla completa clandestinità, a compe come redattore
di "Sinistra proletaria", l'ultimo dei quali riporta in copertina uno
sfondo rosso con disegnato al centro un cerchio nero attorniante le sagome di XIV
mitra. Fonda la scuola di lingue Hyperion, la quale secondo alcuni ha la
funzione di una vera centrale internazionale. Si afferma che e anche il capo
del Super-clan, organizzazione nata da una costola delle brigate rosse. Si insere
nella vita cittadina, ricominciando a frequentare gl’ambienti progressisti e divenendo
vicepresidente della fondazione Pierre. E proprio quale accompagnatore di Pierre,
e ricevuto da Giovanni Paolo II in udienza
privata. Si avvicina al buddhismo tibetano. Si apparta nella campagna di
Truinas, nella Drôme, dove geste un B et B. Craxi, alludendo alla esistenza di
un grande delle brigate rosse (l'eminenza grigia ipotizzata da alcuni che
dall'estero avrebbe guidato, come un burattinaio, molte delle azioni sul suolo
italiano), dichiara che costui poteva essere cercato tra quei personaggi che
avevano cominciato a fare politica con noi e poi sono scomparsi, magari sono a
Parigi a lavorare per il partito armato, frase che venne da molti ritenuto
indicasse come grande proprio lui. L'organizzazione di sinistra extra-parlamentare
Lotta Continua lo accusa di essere un confidente della polizia e in contatto
con i servizi segreti.. Durante la fase iniziale di Mani pulite, e accusato da LARINI
di essere il grande, accuse respinte da lui che le ritenne parte di un'azione
contro Craxi, vista la comune militanza nel socialismo. Hyperion e realmente
una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi
segreti? Ferrari, In teleselezione dalla
Francia gli ordini ai italiani? Corriere della Sera. Entrambi gli edifici sono
proprietà della curia Il convegno di
Pecorile in Anni di Piombo. Il nucleo storico delle brigate rosse. E morto il
misterioso grande, La Tribuna di Treviso, Fratini, Hyperion: scuola di lingue
chiacchierata, ANSA, repubblica cronaca news/caso
moro_il_bierre_franceschini moretti una_spia riduttivo si sentiva_lenin. Dalla
lotta al buddhismo, in Critica Sociale, Anni di piombo Superclan Hyperion
(Parigi) Venezia Anni di piombo. Corrado Simioni. Simioni. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Simioni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza-- Grice e Simmaco: la ragione conversazionale del console
filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of
considerable wisdom, also a consul. Quinto Aurelio Simmaco.
Luigi Speranza -- Grice
e Simoni – la scuola di Caprese -- filosofia italiana – Luigi Speranza Caprese). Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Caprese, Toscana. Antenato: Simone de Buonarrota.
Nome: S. Grice: “Some call him Michelangelo, but that’s rude!” -- See the study of Buonarroti’s Moses by Freud,
“filosofia” Michelangelo Buonarroti. CDisambiguazione – Se stai cercando
altri significati, vedi Michelangelo Buonarroti il Giovane, Michelangelo
(disambigua) e Buonarroti (disambigua). Pietro Freccia, statua di
Michelangelo, piazzale degli Uffizi a Firenze. Michelangelo Buonarroti, noto
semplicemente come Michelangelo (Caprese, 6 marzo 1475[1] – Roma), è stato un filosofo
italiano -- pittore, scultore, architetto e poeta italiano. Daniele
da Volterra, Ritratto di Michelangelo Autoritratto (?) come Nicodemo,
Pietà Bandini Michelangelo, disegno di Daniele da Volterra Soprannominato
"Divin Artista" e definito "Artista universale", fu
protagonista del Rinascimento italiano, e già in vita fu riconosciuto dai suoi
contemporanei come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi[3]. Personalità
tanto geniale quanto irrequieta, il suo nome è legato ad alcune delle più
maestose opere dell'arte occidentale, fra cui si annoverano il David, il Mosè,
la Pietà del Vaticano, la Cupola di San Pietro e il ciclo di affreschi nella
Cappella Sistina, tutti considerati traguardi eccezionali dell'ingegno
creativo. Lo studio delle sue opere segnò le generazioni artistiche
successive dando un forte impulso alla corrente del manierismo. Nome
Nelle fonti coeve, Michelangelo è chiamato in latino Michael.Angelus (la firma
dell'autore sulla Pietà vaticana è MICHAEL.A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS]) e
in italiano Michelagnolo, come risulta dalla biografia del 1553 Vita di
Michelagnolo Buonarroti scritta da Condivi, suo discepolo e collaboratore. Lo
stesso Vasari lo chiamava Michelagnolo e il nome rimase tale fino alla metà
dell’Ottocento. Il cambio in Michelangiolo prima e la successiva
italianizzazione in Michelangelo poi, avvengono tra l’800 e il ‘900.
Benché tra le nuove generazioni si sia affermata la versione moderna, a Firenze
resiste la variante ottocentesca di Michelangiolo nel parlato degli anziani e
nella denominazione di luoghi simbolo della città (viale Michelangiolo,
piazzale Michelangiolo, Liceo Classico Michelangiolo, ecc.). Biografia
Gioventù Origini Il ricordo del padre sulla nascita di Michelangelo Michelangelo
Buonarroti nasc a Caprese, in Valtiberina, vicino ad Arezzo, da Ludovico di
Leonardo Buonarroti S., podestà al castello di Chiusi e di Caprese, e Francesca
di Neri del Miniato del Sera. La famiglia è fiorentina, ma il padre si trova
nella cittadina per ricoprire la carica politica di podestà. S. è il
secondogenito, su un totale di cinque figli della coppia. I S. di Firenze
fanno parte del patriziato fiorentino. Nessuno in famiglia ha fino ad allora
intrapreso la carriera artistica, né l'arte meccanica (cioè un mestiere che
richiedeva sforzo fisico) poco consona al loro status, ricoprendo piuttosto
incarichi nei pubblici uffici. Due secoli prima un antenato, Simone di
Buonarrota S., è nel consiglio dei cento savi e ha ricoperto le maggiori
cariche pubbliche. Possedeno uno scudo d'arme e patronano una cappella nella
basilica di Santa Croce. All'epoca della nascita di S., la famiglia
attraversa però un momento di penuria economica. Il padre è talmente impoverito
che sta addirittura per perdere i suoi privilegi di cittadino fiorentino. La
podesteria di Caprese, uno dei meno significativi possedimenti fiorentini, è un
incarico politico di scarsa importanza, da lui accettato per cercare di
assicurare una sopravvivenza decorosa alla propria famiglia, arrotondando le
magre rendite di alcuni poderi nei dintorni di Firenze. Il declino influenza
pesantemente le scelte familiari, nonché il destino di S. e la sua personalità:
la preoccupazione per il benessere economico, suo e dei suoi familiari, è una
costante in tutta la sua vita. Già alla fine di marzo, terminata la carica
semestrale di Ludovico Buonarroti, tornò presso Firenze, a Settignano,
probabilmente alla poi detta Villa Michelangelo, dove il neonato venne affidato
a una balia locale[6]. Settignano era un paese di scalpellini, poiché vi si
estraeva la pietra serena, da secoli utilizzata a Firenze nell'edilizia di
pregio. Anche la balia di Michelangelo era figlia e moglie di scalpellini.
Diventato un artista famoso, Michelangelo, spiegando perché preferiva la
scultura alle altre arti, ricordava proprio questo affidamento, sostenendo di
provenire da un paese di "scultori e scalpellini", dove dalla balia
aveva bevuto «latte impastato con la polvere di marmo»[9]. Nel 1481 la
madre di Michelangelo morì; egli aveva soltanto sei anni. L'educazione
scolastica del fanciullo venne affidata all'umanista Francesco Galatea da
Urbino, che gli impartì lezioni di grammatica. In quegli anni conobbe l'amico
Francesco Granacci, che lo incoraggiò nel disegno[6]. Ai figli cadetti di
famiglie patrizie era di solito riservata la carriera ecclesiastica o militare,
ma Michelangelo, secondo la tradizione, aveva manifestato fin da giovanissimo
una forte inclinazione artistica, che nella biografia di Ascanio Condivi,
redatta con la collaborazione dell'artista stesso, viene ricordata come
ostacolata a tutti i costi dal padre, che non la spuntò però sull'eroica
resistenza del figlio[10]. Formazione presso il Ghirlandaio
(1487-1488) Michelangelo, San Pietro da Masaccio, 1488-1490 circa. Penna e
sanguigna su carta. Staatliche Graphische Sammlung, Monaco. Nel 1487
Michelangelo finalmente approdò alla bottega di Domenico Ghirlandaio, artista
fiorentino tra i più quotati dell'epoca[10]. Ascanio Condivi, nella Vita
di Michelagnolo Buonarroti[11], omettendo la notizia e sottolineando la
resistenza paterna, sembra voler enfatizzare un motivo più che altro letterario
e celebrativo, cioè il carattere innato e autodidatta dell'artista: dopotutto,
l'avvio consenziente di Michelangelo a una carriera considerata "artigianale",
era per il costume dell'epoca una ratifica di una retrocessione sociale della
famiglia. Ecco perché, una volta divenuto famoso, egli cercò di nascondere gli
inizi della sua attività in bottega, parlandone non come di un normale
apprendistato professionale, ma come se si fosse trattato di una chiamata
inarrestabile dello spirito, una vocazione, contro la quale il padre avrebbe
inutilmente tentato di resistere[12]. In realtà sembra ormai quasi certo
che Michelangelo fu mandato a bottega proprio dal padre a causa dell'indigenza
familiare[13]: la famiglia aveva bisogno dei soldi dell'apprendistato del
ragazzo, al quale così non poté essere data un'istruzione classica. La notizia
è data da Vasari, che già nella prima edizione delle Vite (1550)[14], descrisse,
appunto, come fu Ludovico stesso a condurre il figlio dodicenne nella bottega
del Ghirlandaio, suo conoscente, mostrandogli alcuni fogli disegnati dal
fanciullo, affinché lo tenesse con sé, alleviando le spese per i numerosi
figli, e convenendo assieme al maestro un "giusto et onesto salario, che
in quel tempo così si costumava". Lo stesso storico aretino ricorda le sue
basi documentarie, nei ricordi di Ludovico e nelle ricevute di bottega
conservate all'epoca da Ridolfo del Ghirlandaio, figlio del celebre
pittore[10]. In particolare, in un "ricordo" del padre, datato 1º
aprile 1488, Vasari lesse i termini dell'accordo con i fratelli Ghirlandaio,
prevedendo una permanenza del figlio a bottega per tre anni, per un compenso di
venticinque fiorini d'oro[10]. Inoltre in elenco di creditori della bottega
artistica, al giugno 1487, è registrato anche Michelangelo dodicenne[10].
In quel periodo la bottega del Ghirlandaio era attiva al ciclo affrescato della
Cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella, dove Michelangelo poté certamente
apprendere una tecnica pittorica avanzata[15]. La giovane età del fanciullo
(che al termine degli affreschi aveva quindici anni) lo relegherebbe a mestieri
da garzone (preparazione dei colori, riempimento di partiture semplici e decorative),
ma è altresì noto che egli era il migliore tra gli allievi e non è da escludere
che gli fossero affidati alcuni compiti di maggior rilievo: Vasari riportò come
Domenico avesse sorpreso il fanciullo a "ritrarre di naturale il ponte con
alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che
lavoravano", tanto che fece esclamare al maestro "Costui ne sa più di
me". Alcuni storici hanno ipotizzato un suo intervento diretto in alcuni
ignudi del Battesimo di Cristo e della Presentazione al Tempio oppure nello
scultoreo San Giovannino nel deserto, ma in realtà la mancanza di termini di
paragone e riscontri oggettivi ha sempre impossibilitato una definitiva
conferma[16]. Sicuro è invece che il giovane manifestò un forte interesse
per i maestri alla base della scuola fiorentina, soprattutto Giotto e Masaccio,
copiando direttamente i loro affreschi nelle cappelle di Santa Croce e nella
Brancacci in Santa Maria del Carmine[15]. Un esempio è il massiccio San Pietro
da Masaccio, copia dal Pagamento del tributo. Condivi scrisse anche di una
copia da una stampa tedesca di un Sant'Antonio tormentato da diavoli: l'opera è
stata recentemente riconosciuta nel Tormento di sant'Antonio, copia da Martin
Schongauer[6], acquistato dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, in
Texas[17]. Al giardino neoplatonico (1488-1490) Copia da Cesare
Zocchi, Michelangelo giovane scolpisce la testa di fauno, Studio Romanelli,
Firenze Molto probabilmente Michelangelo non terminò il triennio formativo in
bottega, a giudicare dalle vaghe indicazioni della biografia del Condivi. Forse
si burlò del proprio maestro, sostituendo un ritratto della mano di Domenico,
che doveva rifare per esercizio, con la sua copia, senza che il Ghirlandaio si
accorgesse della differenza, "con un suo compagno […]
ridendosene"[18]. In ogni caso, pare che su suggerimento di un altro
apprendista, Francesco Granacci, Michelangelo cominciò a frequentare il
giardino di San Marco, una sorta di accademia artistica sostenuta economicamente
da Lorenzo il Magnifico in una sua proprietà nel quartiere mediceo di Firenze.
Qui si trovava una parte delle vaste collezioni di sculture antiche dei Medici,
che i giovani talenti, ansiosi di migliorare nell'arte dello scolpire, potevano
copiare, sorvegliati e aiutati dal vecchio scultore Bertoldo di Giovanni,
allievo diretto di Donatello. I biografi dell'epoca descrivono il giardino come
un vero e proprio centro di alta formazione, forse enfatizzando un po' la
quotidiana realtà, ma è senza dubbio che l'esperienza ebbe un impatto
fondamentale sul giovane Michelangelo[15]. Tra i vari aneddoti legati
all'attività del giardino è celebre nella letteratura michelangiolesca quello
della Testa di fauno, una perduta copia in marmo di un'opera antica. Veduta dal
Magnifico in visita al giardino, venne criticata bonariamente per la perfezione
della dentatura che si intravedeva dalla bocca dischiusa, inverosimile in una
figura anziana. Ma prima che il signore finisse il giro del giardino, il
Buonarroti si armò di trapano e martello per scalfire un dente e bucarne un
altro, suscitando la sorpresa ammirazione di Lorenzo. Pare che in seguito
all'episodio Lorenzo in persona chiese il permesso a Ludovico Buonarroti di
ospitare il ragazzo nel palazzo di via Larga, residenza della sua famiglia[19].
Ancora le fonti parlano di una resistenza paterna, ma le gravose necessità
economiche della famiglia dovettero giocare un ruolo determinante, infatti alla
fine Ludovico cedette in cambio di un posto di lavoro alla dogana, retribuito
otto scudi al mese[19]. Verso il 1490 il giovane artista venne quindi
accolto come figlio adottivo nella più importante famiglia in città. Ebbe così
modo di conoscere direttamente le personalità del suo tempo, come Poliziano,
Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, che lo resero partecipe, in qualche
misura, della dottrina neoplatonica e dell'amore per la rievocazione
dell'antico. Conobbe inoltre i giovani rampolli di casa Medici, più o meno a
lui coetanei, che diventarono negli anni successivi alcuni dei suoi principali
committenti: Piero, Giovanni, poi papa Leone X, e Giulio, futuro Clemente
VII[19]. Un altro fatto legato a quegli anni è la lite con Pietro
Torrigiano, futuro scultore di buon livello, noto soprattutto per il suo
viaggio in Spagna, da dove esportò modi rinascimentali. Pietro era noto per la
sua avvenenza e per un'ambizione pari almeno a quella di Michelangelo. Tra i
due non correva buon sangue e, una volta entrati in contrasto, durante un
sopralluogo alla cappella Brancacci, finirono per azzuffarsi; ebbe la peggio
Michelangelo, che incassò un pugno del rivale in pieno volto, rompendosi il
naso e avendo deturpato per sempre il profilo[20]. In seguito alla rissa,
Lorenzo De Medici esiliò Pietro Torrigiano da Firenze. Prime opere
(1490-1492) Michelangelo, Madonna della Scala, marmo, 1491 circa. Casa
Buonarroti, Firenze. Al periodo del giardino e del soggiorno in casa Medici
risalgono essenzialmente due opere, la Madonna della Scala (1491 circa) e la
Battaglia dei Centauri, entrambe conservate nel museo di Casa Buonarroti a
Firenze. Si tratta di due opere molto diverse per tema (uno sacro e uno
profano) e per tecnica (una in un sottile bassorilievo, l'altro in un
prorompente altorilievo), che testimoniano alcune influenze fondamentali nel
giovane scultore, rispettivamente Donatello e la statuaria classica[19].
Nella Madonna della Scala l'artista riprese la tecnica dello stiacciato,
creando un'immagine di tale monumentalità da far pensare alle steli classiche;
la figura della Madonna, che occupa tutta l'altezza del rilievo, si staglia
vigorosa, tra notazioni di vivace naturalezza, come il Bambino è assopito di
spalle e i putti, sulla scala da cui prende il nome il rilievo, occupati
nell'insolita attività di tendere un drappo[21]. Michelangelo,
Battaglia dei centauri, marmo, 1492 circa. Casa Buonarroti, Firenze Di poco
posteriore è la Battaglia dei centauri, databile tra il 1491 e il 1492: secondo
Condivi e Vasari fu eseguita per Lorenzo il Magnifico, su un soggetto proposto
da Agnolo Poliziano, anche se i due biografi non concordano sull'esatta
titolazione[22]. Per questo rilievo Michelangelo si rifece sia ai
sarcofagi romani, sia alle formelle dei pulpiti di Giovanni Pisano, e guardò
anche al contemporaneo rilievo bronzeo di Bertoldo di Giovanni con una
battaglia di cavalieri, a sua volta ripreso da un sarcofago del Camposanto di
Pisa. Nel rilievo michelangiolesco però viene esaltato soprattutto il dinamico
groviglio dei corpi nudi in lotta e annullato ogni riferimento
spaziale[22]. Michelangelo e Piero de' Medici (1492-1494) Il
Crocifisso di Santo Spirito (1493 circa) Nel 1492 morì Lorenzo il Magnifico.
Non è chiaro se i suoi eredi, in particolare il primogenito Piero, mantennero
l'ospitalità al giovane Buonarroti: indizi sembrano indicare che Michelangelo
si ritrovò improvvisamente senza dimora, con un difficile ritorno alla casa
paterna[19]. Piero di Lorenzo de' Medici, succeduto al padre anche nel governo
della città, è ritratto dai biografi michelangioleschi come un tiranno
"insolente e soverchievole", con un difficile rapporto con l'artista,
che era di appena tre anni più giovane di lui. Nonostante ciò, i fatti
documentati non lasciano alcun indizio di una rottura plateale tra i due,
almeno fino alla crisi dell'autunno del 1494[23]. Nel 1493 infatti Piero,
dopo essere stato nominato Operaio in Santo Spirito, dovette intercedere coi
frati agostiniani in favore del giovane artista, affinché lo ospitassero e gli
consentissero di studiare l'anatomia negli ambienti del convento, sezionando i
cadaveri provenienti dall'ospedale del complesso, attività che giovò
enormemente alla sua arte[19]. In questi anni Michelangelo scolpì il
Crocifisso ligneo, realizzato come ringraziamento per il priore. Attribuito a
questo periodo è anche il piccolo Crocifisso di legno di tiglio recentemente
acquistato dallo Stato italiano. Inoltre, probabilmente per ringraziare o per
accattivarsi Piero, dovette scolpire, subito dopo la morte di Lorenzo, un
perduto Ercole[19]. Il 20 gennaio 1494 su Firenze si abbatté una violenta
nevicata e Piero fece chiamare Michelangelo per fare una statua di neve nel
cortile di palazzo Medici. L'artista fece di nuovo un Ercole, che durò almeno
otto giorni, sufficienti per fare apprezzare l'opera a tutta la città[24].
All'opera si ispirò forse Antonio del Pollaiolo per un bronzetto oggi alla
Frick Collection di New York. Mentre cresceva lo scontento per il
progressivo declino politico ed economico della città, in mano a un ragazzo
poco più che ventenne, la situazione esplose in occasione della calata in
Italia dell'esercito francese (1494) capeggiato da Carlo VIII, nei confronti
del quale Piero adottò un'impudente politica di assecondamento, giudicato
eccessivo. Appena partito il monarca, la situazione precipitò rapidamente,
aizzata dal predicatore ferrarese Girolamo Savonarola, con la cacciata dei
Medici e il saccheggio del palazzo e del giardino di San Marco[6]. Resosi
conto dell'imminente crollo politico del suo mecenate, Michelangelo, al pari di
molti artisti dell'epoca, abbracciò i nuovi valori spirituali e sociali di
Savonarola[25]. Il frate, con le sue accalorate prediche e il suo rigorismo
formale, accese in lui sia la convinzione che la Chiesa dovesse essere
riformata, sia i primi dubbi sul valore etico da dare all'arte, orientandola su
soggetti sacri[19]. Poco prima del precipitare della situazione,
nell'ottobre 1494, Michelangelo, nella paura di rimanere coinvolto nei
disordini, quale possibile bersaglio poiché protetto dai Medici, fuggì dalla
città di nascosto, abbandonando Piero al suo destino: il 9 novembre venne
infatti scacciato da Firenze, dove si instaurò un governo popolare[19].
Il primo viaggio a Bologna (1494-1495) San Procolo (1494-1495) Per
Michelangelo si trattava del primo viaggio fuori Firenze, con una prima tappa a
Venezia, dove rimase poco, ma abbastanza per vedere probabilmente il monumento
equestre a Bartolomeo Colleoni del Verrocchio, dal quale trasse forse
ispirazione per i volti eroici e "terribili"[26]. Si diresse
poi a Bologna, in cui venne accolto, trovando ospitalità e protezione, dal
nobile Giovan Francesco Aldrovandi, molto vicino ai Bentivoglio che allora
dominavano la città. Durante il soggiorno bolognese, durato circa un anno,
l'artista si occupò, grazie all'intercessione del suo protettore, del
completamento della prestigiosa Arca di san Domenico, a cui avevano già
lavorato Nicola Pisano e Niccolò dell'Arca, che era morto da pochi mesi, in
quel 1494. Scolpì così un San Procolo, un Angelo reggicandelabro e terminò il
San Petronio iniziato da Niccolò[27]. Si tratta di figure che si allontanano
dalla tradizione di primo Quattrocento delle altre statue di Niccolò dell'Arca,
con una solidità e una compattezza innovative, nonché primo esempio di quella
"terribilità" michelangiolesca nell'espressione fiera e eroica del
San Procolo[28], nel quale pare abbozzata un'intuizione embrionale che si
svilupperà nel famoso David. A Bologna lo stile dell'artista era infatti
velocemente maturato grazie alla scoperta di nuovi esempi, diversi dalla
tradizione fiorentina, che lo influenzarono profondamente. Ammirò i rilievi
della Porta Magna di San Petronio di Jacopo della Quercia. Da essi attinse gli
effetti di "forza trattenuta", data dai contrasti tra parti lisce e
stondate e parti dai contorni rigidi e fratturati, nonché la scelta di soggetti
umani rustici e massicci, che esaltano le scene con gesti ampi, pose eloquenti
e composizioni dinamiche[29]. Anche le stesse composizioni di figure che
tendono a non rispettare i bordi quadrati dei riquadri e a debordare con le loro
masse compatte e la loro energia interna furono motivo di suggestione per le
future opere del fiorentino, che nelle scene della Volta Sistina citerà diverse
volte queste scene vedute in gioventù, sia negli insiemi, sia nei particolari.
Anche le sculture di Niccolò dell'Arca devono essere state sottoposte ad
analisi da parte del fiorentino, come il gruppo in cotto del Compianto sul
Cristo morto, dove il volto e il braccio di Gesù saranno richiamati di lì a
breve nella Pietà vaticana. Inoltre Michelangelo rimase colpito
dall'incontro con la pittura ferrarese, in particolare con le opere di
Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti, come il monumentale Polittico
Griffoni, gli espressivi affreschi della cappella Garganelli o la Pietà del de'
Roberti[27]. L'imbroglio del Cupido (1495-1496) Rientrato a Firenze nel
dicembre 1495, quando la situazione appariva ormai calmata, Michelangelo trovò
un clima molto diverso. Nella città dominata dal governo repubblicano di
ispirazione savonaroliana erano nel frattempo rientrati alcuni Medici. Si
trattava di alcuni esponenti del ramo cadetto che, per l'occasione, presero il
nome di "Popolani" per accattivarsi le simpatie del popolo,
presentandosi come protettori e garanti delle libertà comunali. Tra questi
spiccava Lorenzo di Pierfrancesco, bis-cugino del Magnifico, che era da tempo
una figura chiave della cultura cittadina, committente di Botticelli e di altri
artisti. Fu lui a prendere sotto protezione Michelangelo, commissionandogli due
sculture, entrambe perdute, un San Giovannino e un Cupido dormiente[27].
Il Cupido in particolare fu al centro di una vicenda che portò di lì a poco
Michelangelo a Roma, in quello che può dirsi l'ultimo dei suoi fondamentali
viaggi formativi. Su suggerimento forse dello stesso Lorenzo e probabilmente
all'insaputa di Michelangelo, si decise di sotterrare il Cupido, per patinarlo
come un reperto archeologico e rivenderlo sul fiorente mercato delle opere
d'arte antiche a Roma. L'inganno riuscì, infatti di lì a poco, con
l'intermediazione del mercante Baldassarre Del Milanese, il cardinale di San
Giorgio Raffaele Riario, nipote di Sisto IV e uno dei più ricchi collezionisti
del tempo, lo acquistò per la cospicua somma di duecento ducati: Michelangelo
ne aveva incassati per la stessa opera appena trenta[27]. Poco dopo,
tuttavia, le voci del fruttuoso inganno si sparsero fino ad arrivare alle
orecchie del cardinale, che per avere conferma e richiedere indietro i soldi,
spedì a Firenze un suo intermediario, Jacopo Galli, che risalì a Michelangelo e
riuscì ad avere conferma della truffa. Il cardinale andò su tutte le furie, ma
volle anche conoscere l'artefice capace di emulare gli antichi facendoselo
spedire a Roma, nel luglio di quell'anno, dal Galli. Con quest'ultimo, in
seguito, Michelangelo strinse un solido e proficuo rapporto[27]. Primo
soggiorno romano (1496-1501) Arrivo a Roma e il Bacco (1496-1497) Michelangelo
accettò senza indugio l'invito a Roma del cardinale, nonostante questi fosse
nemico giurato dei Medici: di nuovo per convenienza voltava le spalle ai suoi
protettori[30]. Arrivò a Roma il 25 giugno 1496. Il giorno stesso il
cardinale mostrò a Michelangelo la sua manutenzione di sculture antiche,
chiedendogli se se la sentiva di fare qualcosa di simile. Neppure dieci giorni
dopo, l'artista iniziò a scolpire una statua a tutto tondo di un Bacco (oggi al
Museo del Bargello), raffigurato come un adolescente in preda all'ebbrezza, in
cui è già leggibile l'impatto con la statuaria classica: l'opera infatti
presenta una resa naturalistica del corpo, con effetti illusivi e tattili
simili a quelli della scultura ellenistica; inedita per l'epoca è
l'espressività e l'elasticità delle forme, unite al tempo stesso con
un'essenziale semplicità dei particolari. Ai piedi di Bacco scolpì un fauno che
sta rubando qualche acino d'uva dalla mano del dio: questo gesto destò molta
ammirazione in tutti gli scultori del tempo poiché il giovane sembra davvero
mangiare dell'uva con grande realismo. Il Bacco è una delle poche opere
perfettamente finite di Michelangelo e dal punto di vista tecnico segna il suo
ingresso nella maturità artistica[31]. L'opera, forse rifiutata dal
cardinale Riario, rimase in casa di Jacopo Galli, dove Michelangelo viveva. Il
cardinale Riario mise a disposizione di Michelangelo la sua cultura e la sua
collezione, contribuendo con ciò in maniera determinante al miglioramento del
suo stile, ma soprattutto lo introdusse nell'ambiente cardinalizio dal quale
sarebbero arrivate presto importantissime commissioni. Eppure, ancora una volta
Michelangelo mostrò ingratitudine verso il mecenate di turno: a proposito del
Riario fece scrivere dal suo biografo Condivi che era un ignorante e non gli
aveva commissionato nulla[32]. Pietà (1497-1499) Michelangelo,
Pietà, 1497-1499, marmo. Basilica di San Pietro, Città del Vaticano. Grazie
sempre all'intermediazione di Jacopo Galli, Michelangelo ricevette altre
importanti commissioni in ambito ecclesiastico, tra cui forse la Madonna di
Manchester, la tavola dipinta della Deposizione per Sant'Agostino, forse il
perduto dipinto con le Stigmate di san Francesco per San Pietro in Montorio, e,
soprattutto, una Pietà in marmo per la chiesa di Santa Petronilla, oggi nella
Basilica di San Pietro[33]. Quest'ultima opera, che suggellò la
definitiva consacrazione di Michelangelo nell'arte scultorea - ad appena
ventidue anni - era stata commissionata dal cardinale francese Jean de Bilhères
de La Groslaye, ambasciatore di Carlo VIII presso papa Alessandro VI, che
desiderava forse adoperarla per la propria sepoltura. Il contatto tra i due
dovette avvenire nel novembre 1497, in seguito al quale l'artista partì alla
volta di Carrara per scegliere un blocco di marmo adeguato; la firma del
contratto vero e proprio si ebbe poi solo nell'agosto del 1498. Il gruppo,
fortemente innovativo rispetto alla tradizione scultorea delle Pietà
tipicamente nordica, venne sviluppato con una composizione piramidale, con la
Vergine come asse verticale e il corpo morto del Cristo come asse orizzontale,
mediate dal massiccio panneggio. La finitura dei particolari venne condotta
alle estreme conseguenze, tanto da dare al marmo effetti di traslucido e di
cerea morbidezza. Entrambi i protagonisti mostrano un'età giovane, tanto che
sembra che lo scultore si sia ispirato al passo dantesco "Vergine Madre, Figlia
di tuo Figlio"[34]. La Pietà fu importante nell'esperienza artistica
di Michelangelo non solo perché fu il suo primo capolavoro ma anche perché fu
la prima opera da lui fatta in marmo di Carrara, che da questo momento divenne
la materia primaria per la sua creatività. A Carrara l'artista manifestò un
altro aspetto della personalità: la consapevolezza del proprio talento. Lì
infatti acquistò non solo il blocco di marmo per la Pietà, ma anche diversi
altri blocchi, nella convinzione che - considerato il suo talento - le
occasioni per utilizzarli non sarebbero mancate[35]. Cosa ancora più insolita
per un artista di quei tempi, Michelangelo si convinse che per scolpire le
proprie statue non aveva bisogno di committenti: avrebbe potuto scolpire di
propria iniziativa opere da vendere una volta terminate. In pratica
Michelangelo diventava un imprenditore di sé stesso e investiva sul proprio
talento senza aspettare che altri lo facessero per lui[35]. Rientro a
Firenze (1501-1504) Passaggio per Siena (1501) Nel 1501 Michelangelo decise di
tornare a Firenze. Prima di partire Jacopo Galli gli ottenne una nuova
commissione, questa volta per il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini,
futuro papa Pio III. Si trattava di realizzare quindici statue di Santi di grandezza
leggermente inferiore al naturale, per l'altare Piccolomini nel Duomo di Siena,
composto architettonicamente una ventina di anni prima da Andrea Bregno. Alla
fine l'artista ne realizzò solo quattro (San Paolo, San Pietro, un San Pio e
San Gregorio), spedendole da Firenze fino al 1504, per di più con un uso
massiccio di aiuti. La commissione delle statue senesi, destinate a nicchie
anguste, iniziava infatti a essere ormai troppo stretta per la sua fama, in
luce soprattutto delle prestigiose opportunità che si stavano profilando a
Firenze[36]. Rientro a Firenze: il David (1501) Michelangelo,
David, 1501-1504, marmo. Galleria dell'Accademia, Firenze. Nel 1501
Michelangelo era già rientrato a Firenze, spinto da necessità legate a
"domestici negozi"[37]. Il suo ritorno coincise con l'avvio di una
stagione di commissioni di grande prestigio, che testimoniano la grande
reputazione che l'artista si era conquistato durante gli anni passati a
Roma. Il 16 agosto del 1501 l'Opera del Duomo di Firenze gli affidò ad esempio
una colossale statua del David da collocare in uno dei contrafforti esterni
posti nella zona absidale della cattedrale. Si trattava di un'impresa resa
complicata dal fatto che il blocco di marmo assegnato era stato precedentemente
sbozzato da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino nel 1476, col
rischio che fossero state ormai asportate porzioni di marmo indispensabili alla
buona conclusione del lavoro[38]. Nonostante la difficoltà, Michelangelo
iniziò a lavorare su quello che veniva chiamato "il Gigante" nel
settembre del 1501 e completò l'opera in tre anni. L'artista affrontò il tema
dell'eroe in maniera insolita rispetto all'iconografia data dalla tradizione,
rappresentandolo come un uomo giovane e nudo, dall'atteggiamento pacato ma
pronto a una reazione, quasi a simboleggiare, secondo molti, il nascente ideale
politico repubblicano, che vedeva nel cittadino-soldato - e non nel mercenario
- l'unico in grado di difendere le libertà repubblicane. I fiorentini
riconobbero immediatamente la statua come un capolavoro. Così, anche se il
David era nato per l'Opera del Duomo e quindi per essere osservato da un punto
di vista ribassato e non certo frontale, la Signoria decise di farne il simbolo
della città e come tale venne collocata nel luogo col maggior valore simbolico:
piazza della Signoria. A decidere di questa collocazione della statua fu una
commissione appositamente nominata e composta dai migliori artisti della città,
tra i quali Davide Ghirlandaio, Simone del Pollaiolo, Filippino Lippi, Sandro
Botticelli, Antonio e Giuliano da Sangallo, Andrea Sansovino, Leonardo da
Vinci, Pietro Perugino[39]. Leonardo da Vinci, in particolare, votò per
una posizione defilata del David, sotto una nicchia nella Loggia della
Signoria, confermando le voci di rivalità e cattivi rapporti tra i due
geni[40]. Confronto tra il profilo del Louvre e il profilo
scultoreo di Palazzo Vecchio conosciuto come l'Importuno di Michelangelo[41]
Contemporaneamente alla collocazione del David, Michelangelo potrebbe essere stato
coinvolto nella realizzazione del profilo scultoreo inciso sulla facciata di
Palazzo Vecchio conosciuto come L'Importuno di Michelangelo. L'ipotesi[41] su
un possibile coinvolgimento di Michelangelo nella creazione del profilo si
fonda sulla forte somiglianza di quest'ultimo con un profilo disegnato
dall'artista, databile agli inizi del XVI secolo, oggi conservato al
Louvre.[42] Inoltre il profilo fu probabilmente scolpito con il permesso delle
autorità cittadine, infatti la facciata di Palazzo Vecchio era costantemente
presieduta da guardie. Quindi il suo autore godeva di una certa considerazione
e libertà d'azione. Lo stile fortemente caratterizzato del profilo scolpito è
vicino a quello dei profili di teste maschili disegnati da Michelangelo nei primi
anni del XVI secolo. Quindi anche il ritratto scultoreo di Palazzo Vecchio
dovrebbe essere datato all'inizio del XVI secolo,[43] la sua esecuzione
coinciderebbe con la collocazione del David[44] e potrebbe forse rappresentare
uno dei membri della suddetta commissione.[45] Leonardo e Michelangelo
Leonardo dimostrò interesse per il David, copiandolo in un suo disegno (sebbene
non potesse condividere la spiccata muscolarità dell'opera), ma anche
Michelangelo fu influenzato dall'arte di Leonardo. Nel 1501 il maestro da Vinci
espose nella Santissima Annunziata un cartone con la Sant'Anna con la Vergine,
il Bambino e l'agnellino (perduto), che "fece maravigliare tutti
gl'artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono due giorni d'andare a
vederla gl'uomini e le donne, i giovani et i vecchi"[46]. Lo stesso
Michelangelo vide il cartone, restando forse impressionato dalle nuove idee
pittoriche di avvolgimento atmosferico e di indeterminatezza spaziale e
psicologica, ed è quasi certo che l'abbia studiato, come dimostrano i disegni
di quegli anni, dai tratti più dinamici, con una maggiore animazione dei
contorni e con una maggiore attenzione al problema del legame tra le figure,
risolto spesso in gruppi articolati in maniera dinamica. La questione dell'influenza
leonardesca è un argomento controverso tra gli studiosi, ma una parte di essi
ne legge le tracce nei due tondi scultorei da lui eseguiti negli anni
immediatamente successivi[47]. Ampiamente riconosciute sono indubbiamente due
delle innovazioni stilistiche di Leonardo assunte e fatte proprie nello stile
di Michelangelo: la costruzione piramidale delle figure umane, ampie rispetto
agli sfondi naturali, e il "contrapposto", portato al massimo grado
dal Buonarroti, che rende dinamiche le persone i cui arti vediamo spingersi in
opposte direzioni spaziali. Nuove commissioni (1502-1504) Tondo
Taddei Tondo Doni Il David tenne occupato Michelangelo fino al 1504,
senza impedire però che si imbarcasse in altri progetti, spesso a carattere
pubblico, come il perduto David bronzeo per un maresciallo del Re di Francia
(1502), una Madonna col Bambino per il mercante di panni fiammingo Alexandre
Mouscron per la sua cappella familiare a Bruges (1503) e una serie di tondi.
Nel 1503-1505 circa scolpì il Tondo Pitti, realizzato in marmo su commissione
di Bartolomeo Pitti e oggi al Museo del Bargello. In questa scultura spicca il
diverso rilievo dato ai soggetti, dalla figura appena accennata di Giovanni
Battista (precoce esempio di "non-finito"), alla finitezza della
Vergine, la cui testa ad altorilievo arriva a uscire dal confine della
cornice. Tra il 1503 e il 1504 realizzò un tondo dipinto per Agnolo Doni,
rappresentante la Sacra Famiglia con altre figure. In essa, i protagonisti sono
grandiose proporzioni e dinamicamente articolati, sullo sfondo di un gruppo di
ignudi. I colori sono audacemente vivaci, squillanti, e i corpi trattati in
maniera scultorea ebbero un effetto folgorante sugli artisti contemporanei.
Evidente è qui il distacco netto e totale dalla pittura leonardesca: per
Michelangelo la migliore pittura è quella che maggiormente si avvicina alla
scultura, cioè quella che possedeva il più elevato grado di plasticità
possibile[48] e, dopo le prove a olio non terminate che possiamo vedere a
Londra, realizzerà qui un esempio di pittura innovativa, pur con la
tradizionale tecnica della tempera stesa con fitti tratteggi incrociati.
Curiosa è la vicenda legata al pagamento dell'opera: dopo la consegna il Doni,
mercante molto attento alle economie, stimò l'opera una cifra
"scontata" rispetto al pattuito, facendo infuriare l'artista che si
riprese la tavola, esigendo semmai il doppio del prezzo convenuto. Al mercante
non restò che pagare senza esitazione pur di ottenere il dipinto. Al di là del
valore aneddotico dell'episodio, lo si può annoverare fra i primissimi esempi
(se non il primo in assoluto) di ribellione dell'artista nei confronti del
committente, secondo il concetto allora assolutamente nuovo della superiorità
dell'artista-creatore rispetto al pubblico (e quindi alla
committenza)[49]. Del 1504-1506 circa è infine il marmoreo Tondo Taddei,
commissionato da Taddeo Taddei e ora alla Royal Academy of Arts di Londra: si
tratta di un'opera dall'attribuzione più incerta, dove comunque spicca
l'effetto non-finito, presente nel trattamento irregolare del fondo dal quale
le figure sembrano emergere, forse un omaggio all'indefinito spaziale e
all'avvolgimento atmosferico di Leonardo[50]. Gli Apostoli per il Duomo
(1503) Il 24 aprile 1503, Michelangelo ricevette anche un'impegnativa con i
consoli dell'Arte della Lana fiorentina per la realizzazione di dodici statue
marmoree a grandezza naturale degli Apostoli, destinate a decorare le nicchie
nei pilastri che reggono la cupola della cattedrale fiorentina, da completarsi
al ritmo di una all'anno[47]. Il contratto non poté essere onorato per
varie vicissitudini e l'artista fece in tempo a sbozzare solo un San Matteo,
uno dei primi, vistosi esempi di non-finito[47]. La Battaglia di Cascina
(1504) Copia del cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo,
eseguita da Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall
di Norfolk Tra l'agosto e il settembre 1504, gli venne commissionato un
monumentale affresco per la Sala Grande del Consiglio in Palazzo Vecchio che
doveva decorare una delle pareti, alta più di sette metri. L'opera doveva
celebrare le vittorie fiorentine, in particolare l'episodio della Battaglia di
Cascina, vinta contro i pisani nel 1364, che doveva andare a fare pendant con
la Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo sulla parete vicina[47].
Michelangelo fece in tempo a realizzare il solo cartone, sospeso nel 1505,
quando partì per Roma, e ripreso l'anno dopo, nel 1506, prima di andare
perduto; divenuto subito uno strumento di studio obbligatorio per i
contemporanei, e la sua memoria è tramandata sia da studi autografi sia da
copie di altri artisti. Più che sulla battaglia in sé, il dipinto si
focalizzava sullo studio anatomico delle numerose figure di "ignudi",
colte in pose di notevole sforzo fisico[47]. Il ponte sul Corno d'Oro
(1504 circa) Come riporta Ascanio Condivi, tra il 1504 e il 1506 il sultano di
Costantinopoli avrebbe proposto all'artista, la cui fama iniziava già a
travalicare i confini nazionali, di occuparsi della progettazione di un ponte
sul Corno d'Oro, tra Istanbul e Pera. Pare che l'artista avesse addirittura
preparato un modello per la colossale impresa e alcune lettere confermano
l'ipotesi di un viaggio nella capitale ottomana[51]. Si tratterebbe del
primo cenno alla volontà di imbarcarsi in un grande progetto di architettura,
molti anni prima dell'esordio ufficiale in quest'arte con la facciata per San
Lorenzo a Firenze[52]. Il progetto per il tamburo di Santa Maria del
Fiore (1507) Nell'estate 1507 Michelangelo fu incaricato dagli Operai di Santa
Maria del Fiore di presentare, entro la fine del mese di agosto, un disegno o
un modello per il concorso relativo al completamento del tamburo della cupola
del Brunelleschi[53]. Secondo Giuseppe Marchini, Michelangelo avrebbe inviato
alcuni disegni a un legnaiolo per la costruzione del modello, che lo stesso
studioso ha riconosciuto in quello identificato con il numero 143 nella serie
conservata presso il Museo dell'Opera del Duomo[54]. Questo presenta
un'impostazione sostanzialmente filologica, tesa a mantenere una certa
continuità con la preesistenza, mediante l'inserimento di una serie di
specchiature rettangolari in marmo verde di Prato allineate ai capitelli delle
paraste angolari; era prevista un'alta trabeazione, chiusa da un cornicione
dalle forme analoghe a quello di Palazzo Strozzi. Tuttavia questo modello non
fu accolto dalla commissione giudicatrice, che successivamente approvò il
disegno di Baccio d'Agnolo; il progetto prevedeva l'inserimento di un massiccio
ballatoio alla sommità, ma i lavori furono interrotti nel 1515, sia per lo
scarso favore ottenuto, sia a causa dell'opposizione di Michelangelo, che,
secondo il Vasari, definì l'opera di Baccio d'Agnolo una gabbia per
grilli[55]. Intorno al 1516 Michelangelo eseguì alcuni disegni
(conservati presso Casa Buonarroti) e fece costruire, probabilmente, un nuovo
modello ligneo, identificato, seppur con ampie riserve, col numero 144
nell'inventario del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore[56]. Ancora una
volta si registra l'abolizione del ballatoio, a favore di un maggiore risalto
degli elementi portanti; in particolare un disegno mostra l'inserimento di alte
colonne binate libere in corrispondenza degli angoli dell'ottagono, sormontate
da una serie di cornici fortemente aggettanti (un'idea che sarà successivamente
elaborata anche per la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano). Le
idee di Michelangelo non furono comunque concretizzate. A Roma sotto
Giulio II (1505-1513) Ricostruzione ipotetica del primo progetto per la
tomba di Giulio II (1505) La tomba di Giulio II, primo progetto (1505) Fu
probabilmente Giuliano da Sangallo a raccontare a papa Giulio II Della Rovere,
eletto nel 1503, gli strabilianti successi fiorentini di Michelangelo. Papa
Giulio infatti si era dedicato a un ambizioso programma di governo che
intrecciava saldamente politica e arte, circondandosi dei più grandi artisti
viventi (tra cui Bramante e, in seguito, Raffaello) nell'obiettivo di
restituire a Roma e alla sua autorità la grandezza del passato
imperiale[47]. Chiamato a Roma nel marzo 1505, Michelangelo ottenne il
compito di realizzare una sepoltura monumentale per il papa[57], da collocarsi
nella tribuna (in via di completamento) della basilica di San Pietro. Artista e
committente si accordarono in tempi relativamente brevi (appena due mesi) sul
progetto e sul compenso, permettendo a Michelangelo, riscosso un consistente
acconto, di dirigersi subito a Carrara per scegliere personalmente i blocchi di
marmo da scolpire[58]. Il primo progetto, noto tramite le fonti,
prevedeva una colossale struttura architettonica isolata nello spazio, con una
quarantina di statue, dimensionate in scala superiore al naturale, su tutte e
quattro le facciate dell'architettura[58]. Il lavoro di scelta ed
estrazione dei blocchi richiese otto mesi, dal maggio al dicembre del
1505[58]. Particolare dell'ipotetico profilo della montagna da
scolpire come un Colosso, Casa Buonarroti, 44 A[59] Ricostruzione
ipotetica del primo progetto per la tomba di Giulio II (1505)[57] Secondo il
fedele biografo Ascanio Condivi, in quel periodo Michelangelo pensò a un
grandioso progetto, di scolpire un colosso nella montagna stessa[59], che
potesse guidare i naviganti: i sogni di tale irraggiungibile grandezza facevano
parte dopotutto della personalità dell'artista e non sono ritenuti frutto della
fantasia del biografo, anche per l'esistenza di un'edizione del manoscritto con
note appuntate su dettature di Michelangelo stesso (in cui l'opera è definita
"una pazzia", ma che l'artista avrebbe realizzato se avesse potuto
vivere di più). Nella sua fantasia Michelangelo sognava di emulare gli antichi
con progetti che avrebbero richiamato meraviglie come il colosso di Rodi o la
statua gigantesca di Alessandro Magno che Dinocrates, citato in Vitruvio,
avrebbe voluto modellare nel Monte Athos[51]. Rottura e riconciliazione
con il papa (1505-1508) Durante la sua assenza si mise in moto a Roma una sorta
di complotto ai danni di Michelangelo, mosso dalle invidie tra gli artisti
della cerchia papale. La scia di popolarità che aveva anticipato l'arrivo a
Roma dello scultore fiorentino doveva infatti averlo reso subito impopolare tra
gli artisti al servizio di Giulio II, minacciando il favore del pontefice e la
relativa disposizione dei fondi che, per quanto immensi, non erano infiniti.
Pare che fu in particolare il Bramante, architetto di corte incaricato di
avviare - pochi mesi dopo la stipula del contratto della tomba - il grandioso
progetto di rinnovo della basilica costantiniana, a distogliere l'attenzione
del papa dal progetto della sepoltura, giudicata di cattivo auspicio per una
persona ancora in vita e nel pieno di ambiziosi progetti[60]. La
targa che a Bologna ricorda il soggiorno di Michelangelo del 1506 e la fusione
della perduta statua di Giulio II benedicente (1506-1508) Fu così che nella
primavera del 1506 Michelangelo, mentre tornava a Roma carico di marmi e di
aspettative dopo gli estenuanti mesi di lavoro nelle cave, fece l'amara
scoperta che il suo progetto mastodontico non era più al centro degli interessi
del papa, accantonato in favore dell'impresa della basilica e di nuovi piani
bellici contro Perugia e Bologna[61]. Il Buonarroti chiese invano
un'udienza chiarificatrice per avere la conferma della commissione ma, non riuscendo
a farsi ricevere nonché sentendosi minacciato (scrisse «s'i' stava a Roma penso
che fussi fatta prima la sepoltura mia, che quella del papa»[61]), fuggì da
Roma sdegnato e in tutta fretta, il 18 aprile 1506. A niente servirono i cinque
corrieri papali mandati per dissuaderlo e tornare indietro, che lo inseguirono
raggiungendolo a Poggibonsi. Rintanato nell'amata e protettiva Firenze, riprese
alcuni lavori interrotti, come il San Matteo e la Battaglia di Cascina. Ci
vollero ben tre brevi del papa inviati alla Signoria di Firenze e le continue
insistenze del gonfaloniere Pier Soderini («Noi non vogliamo per te far guerra
col papa e metter lo Stato nostro a risico»), perché Michelangelo prendesse
infine in considerazione l'ipotesi della riconciliazione[61]. L'occasione venne
data dalla presenza del papa a Bologna, dove aveva sconfitto i Bentivoglio: qui
l'artista raggiunse il pontefice il 21 novembre 1506 e, in un incontro
all'interno del Palazzo D'Accursio, narrato con toni coloriti dal Condivi,
ottenne l'incarico di fondere una scultura in bronzo che rappresentasse lo
stesso pontefice a figura intera, seduto e in grande dimensione, da collocare
al di sopra della Porta Magna di Jacopo della Quercia, nella facciata della
basilica civica di San Petronio.[61] L'artista si fermò quindi a Bologna
per il tempo necessario all'impresa, circa due anni. A luglio 1507 avvenne la
fusione e il 21 febbraio 1508 l'opera venne scoperta e installata, ma non ebbe
vita lunga. Poco amata per l'espressione del papa-conquistatore, più minacciosa
che benevolente, fu abbattuta in una notte del 1511, durante il rovesciamento
dalla città e il rientro temporaneo dei Bentivoglio[61]. I rottami, quasi
cinque tonnellate di metallo, vennero inviati al duca di Ferrara Alfonso
d'Este, rivale del papa, che li fuse in una bombarda, battezzata per dileggio
la Giulia, mentre la testa bronzea era conservata in un armadio[62]. Una
parvenza di come doveva apparire questo bronzo michelangiolesco possiamo averla
osservando la scultura di Gregorio XIII, ancora oggi conservata sul portale del
vicino Palazzo Comunale, forgiata da Alessandro Menganti nel 1580. La
volta della Cappella Sistina (1508-1512) Lo stesso argomento in
dettaglio: Volta della Cappella Sistina. La volta della Cappella Sistina
(1508-1512) «Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare
un'idea completa di ciò che un uomo è capace di raggiungere.» (Johann
Wolfgang von Goethe) I rapporti con Giulio II rimasero comunque sempre
tempestosi, per il forte temperamento che li accomunava, irascibile e
orgoglioso, ma anche estremamente ambizioso. A marzo del 1508 l'artista si
sentiva sciolto dagli obblighi col pontefice, prendendo in affitto una casa a
Firenze e dedicandosi ai progetti sospesi, in particolare quello degli Apostoli
per la cattedrale. Nell'aprile Pier Soderini gli manifestò la volontà di
affidargli una scultura di Ercole e Caco. Il 10 maggio però un breve papale lo
raggiunge aggiungendogli di presentarsi alla corte papale[63]. Subito
Giulio II decise di occupare l'artista con una nuova, prestigiosa impresa, la
ridecorazione della volta della Cappella Sistina[64]. A causa del processo di
assestamento dei muri, si era infatti aperta, nel maggio del 1504, una crepa
nel soffitto della cappella rendendola inutilizzabile per molti mesi;
rinforzata con catene poste nel locale sovrastante da Bramante, la volta aveva
bisogno però di essere ridipinta. L'impresa si dimostrava di proporzioni
colossali ed estremamente complessa, ma avrebbe dato a Michelangelo l'occasione
di dimostrare la sua capacità di superare i limiti in un'arte quale la pittura,
che tutto sommato non sentiva come sua e non gli era congeniale. L'8 maggio di
quell'anno l'incarico venne dunque accettato e formalizzato[64]. Come nel
progetto della tomba, anche l'impresa della Sistina fu caratterizzata da
intrighi e invidie ai danni di Michelangelo, che sono documentati da una
lettera del carpentiere e capomastro fiorentino Piero Rosselli spedita a
Michelangelo il 10 maggio 1506. In essa il Rosselli racconta di una cena
servita nelle stanze vaticane qualche giorno prima, a cui aveva assistito. Il
papa in quell'occasione aveva confidato a Bramante l'intenzione di affidare a
Michelangelo la ridipintura della volta, ma l'architetto urbinate aveva
risposto sollevando dubbi sulle reali capacità del fiorentino, scarsamente
esperto nell'affresco. Nel contratto del primo progetto erano previsti
dodici apostoli nei peducci, mentre nel campo centrale partimenti con
decorazioni geometriche. Di questo progetto rimangono due disegni di
Michelangelo, uno al British Museum e uno a Detroit. Ignudo
Insoddisfatto, l'artista ottenne di poter ampliare il programma iconografico,
raccontando la storia dell'umanità "ante legem", cioè prima che Dio
inviasse le Tavole della Legge: al posto degli Apostoli mise sette Profeti e
cinque Sibille, assisi su troni fiancheggiati da pilastrini che sorreggono la
cornice; quest'ultima delimita lo spazio centrale, diviso in nove
scompartimenti attraverso la continuazione delle membrature architettoniche ai
lati di troni; in questi scomparti sono raffigurati episodi tratti della
Genesi, disposti in ordine cronologico partendo dalla parete dell'altare:
Separazione della luce dalle tenebre, Creazione degli astri e delle piante,
Separazione della terra dalle acque, Creazione di Adamo, Creazione di Eva,
Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, Sacrificio di Noè, Diluvio
universale, Ebbrezza di Noè; nei cinque scomparti che sormontano i troni lo
spazio si restringe lasciando posto a Ignudi che reggono ghirlande con foglie
di quercia, allusione al casato del papa cioè Della Rovere, e medaglioni
bronzei con scene tratte dall'Antico Testamento; nelle lunette e nelle vele vi
sono le quaranta generazioni degli Antenati di Cristo, riprese dal Vangelo di
Matteo; infine nei pennacchi angolari si trovano quattro scene bibliche, che si
riferiscono ad altrettanti eventi miracolosi a favore del popolo eletto:
Giuditta e Oloferne, Davide e Golia, Punizione di Aman e il Serpente di bronzo.
L'insieme è organizzato in un partito decorativo complesso, che rivela le sue
indubbie capacità anche in campo architettonico,[65][66] destinate a rivelarsi
pienamente negli ultimi decenni della sua attività[67]. Il tema generale
degli affreschi della volta è il mistero della Creazione di Dio, che raggiunge
il culmine nella realizzazione dell'uomo a sua immagine e somiglianza. Con
l'incarnazione di Cristo, oltre a riscattare l'umanità dal peccato originale,
si raggiunge il perfetto e ultimo compimento della creazione divina, innalzando
l'uomo ancora di più verso Dio. In questo senso appare più chiara la
celebrazione che fa Michelangelo della bellezza del corpo umano nudo. Inoltre
la volta celebra la concordanza fra Antico e Nuovo Testamento, dove il primo
prefigura il secondo, e la previsione della venuta di Cristo in ambito ebraico
(con i profeti) e pagano (con le sibille). Creazione di Adamo[68]
Montato il ponteggio Michelangelo iniziò a dipingere le tre storie di Noè
gremite di personaggi. Il lavoro, di per sé massacrante, era aggravato
dall'insoddisfazione di sé tipica dell'artista, dai ritardi nel pagamento dei
compensi e dalle continue richieste di aiuto da parte dei familiari[6]. Nelle
scene successive la rappresentazione divenne via via più essenziale e monumentale:
il Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre e la Creazione di Eva
mostrano corpi più massicci e gesti semplici ma retorici; dopo un'interruzione
dei lavori, e vista la volta dal basso nel suo complesso e senza i ponteggi, lo
stile di Michelangelo cambiò, accentuando maggiormente la grandiosità e
l'essenzialità delle immagini, fino a rendere la scena occupata da un'unica
grandiosa figura annullando ogni riferimento al paesaggio circostante, come
nella Separazione della luce dalle tenebre. Nel complesso della volta queste
variazioni stilistiche non si notano, anzi vista dal basso gli affreschi hanno
un aspetto perfettamente unitario, dato anche dall'uso di un'unica, violenta
cromia, recentemente riportata alla luce dal restauro concluso nel 1994.
In definitiva, la difficile sfida su un'impresa di dimensioni colossali e con
una tecnica a lui non congeniale, con il diretto confronto coi grandi maestri
fiorentini presso i quali si era formato (a partire da Ghirlandaio), poté dirsi
pienamente riuscita oltre ogni aspettativa[64]. Lo straordinario affresco venne
inaugurato la vigilia di Ognissanti del 1512[67]. Qualche mese dopo Giulio II
moriva. Il secondo e terzo progetto per la tomba di Giulio II
(1513-1516) Lo stesso argomento in dettaglio: Tomba di Giulio II.
Mosè (1513-1515 circa) Nel febbraio 1513, con la morte del papa, gli eredi
decisero di riprendere il progetto della tomba monumentale, con un nuovo
disegno e un nuovo contratto nel maggio di quell'anno. Si può immaginare
Michelangelo desideroso di riprendere lo scalpello, dopo quattro anni di
estenuante lavoro in un'arte che non era la sua prediletta. La modifica più
sostanziale del nuovo monumento era l'addossamento a una parete e
l'eliminazione della camera mortuaria, caratteristiche che vennero mantenute
fino al progetto finale. L'abbandono del monumento isolato, troppo grandioso e
dispendioso per gli eredi, comportò un maggiore affollamento di statue sulle
facce visibili. Ad esempio le quattro figure sedute, invece che disporsi sulle
due facciate, erano adesso previste in prossimità dei due angoli sporgenti
sulla fronte. La zona inferiore aveva una partitura analoga, ma senza il
portale centrale, sostituito da una fascia liscia che evidenziava l'andamento
ascensionale. Lo sviluppo laterale era ancora consistente, poiché era ancora
previsto il catafalco in posizione perpendicolare alla parete, sul quale la
statua del papa giacente era retta, da due figure alate. Nel registro inferiore
invece, su ciascun lato, restava ancora spazio per due nicchie che riprendevano
lo schema del prospetto anteriore. Più in alto, sotto una corta volta a tutto
sesto retta da pilastri, si trovava una Madonna col Bambino entro una mandorla
e altre cinque figure[61]. Tra le clausole contrattuali c'era anche
quella che legava l'artista, almeno sulla carta, a lavorare esclusivamente alla
sepoltura papale, con un termine massimo di sette anni per il
completamento[69]. Lo scultore si mise al lavoro di buona lena e sebbene
non rispettò la clausola esclusiva per non precludersi ulteriori guadagni extra
(come scolpendo il primo Cristo della Minerva, nel 1514), realizzò i due
Prigioni oggi al Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle) e il Mosè, che poi
venne riutilizzato nella versione definitiva della tomba[69]. I lavori vennero
spesso interrotti per viaggi alle cave di Carrara. Nel luglio 1516 si
giunse a un nuovo contratto per un terzo progetto, che riduceva il numero delle
statue. I lati vennero accorciati e il monumento andava assumendo così
l'aspetto di una monumentale facciata, mossa da decorazioni scultoree. Al posto
della partitura liscia al centro della facciata (dove si trovava la porta)
viene forse previsto un rilievo bronzeo e, nel registro superiore, il catafalco
viene sostituito da una figura del papa sorretto come in una Pietà da due
figure sedute, coronate da una Madonna col Bambino sotto una nicchia[61]. I
lavori alla sepoltura vengono bruscamente interrotti dalla commissione da parte
di Leone X dei lavori alla basilica di San Lorenzo[52]. Michelangelo e
Sebastiano del Piombo In quegli stessi anni, una competizione sempre più accesa
con l'artista dominante della corte papale, Raffaello, lo portò a stringere un
sodalizio con un altro talentuoso pittore, il veneziano Sebastiano del Piombo.
Occupato da altri incarichi, Michelangelo spesso forniva disegni e cartoni al
collega, che li trasformava in pittura. Tra questi ci fu ad esempio la Pietà di
Viterbo[70]. Nel 1516 nacque una competizione tra Sebastiano e Raffaello,
scatenata da una doppia commissione del cardinale Giulio de' Medici per due
pale destinate alla sua sede di Narbona, in Francia. Michelangelo offrì un
cospicuo aiuto a Sebastiano, disegnando la figura del Salvatore e del
miracolato nella tela della Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery
di Londra). L'opera di Raffaello invece, la Trasfigurazione, venne completata
solo dopo la scomparsa dell'artista nel 1520[71]. A Firenze per i papi
medicei La facciata di San Lorenzo (1516-1519) Il modello ligneo del
progetto di Michelangelo per San Lorenzo Nel frattempo il figlio di Lorenzo il
Magnifico, Giovanni, era salito al soglio pontificio col nome di Leone X e la
città di Firenze era tornata ai Medici nel 1511, comportando la fine del
governo repubblicano con alcune apprensioni in particolare per i parenti di
Michelangelo, che avevano perso incarichi d'ordine politico e i relativi
compensi[72]. Michelangelo lavorò per il nuovo papa fin dal 1514, quando rifece
la facciata della sua cappella a Castel Sant'Angelo (dal novembre, opera
perduta); nel 1515 la famiglia Buonarroti ottenne dal papa il titolo di conti
palatini[73]. In occasione di un viaggio del papa a Firenze nel 1516, la
facciata della chiesa "di famiglia" dei Medici, San Lorenzo, era
stata ricoperta di apparati effimeri realizzati da Jacopo Sansovino e Andrea
del Sarto. Il pontefice decise allora di indire un concorso per realizzare una
vera facciata, a cui parteciparono Giuliano da Sangallo, Raffaello, Andrea e
Jacopo Sansovino, nonché Michelangelo stesso, su invito del papa. La vittoria
andò a quest'ultimo, all'epoca impegnato a Carrara e Pietrasanta per scegliere
i marmi per il sepolcro di Giulio II[72]. Il contratto è datato 19 gennaio
1518[73]. Il progetto di Michelangelo, per il quale vennero eseguiti
numerosi disegni e ben due modelli lignei (uno è oggi a Casa Buonarroti)
prevedeva una struttura a nartece con un prospetto rettangolare, forse ispirato
a modelli di architettura classica, scandito da potenti membrature animate da
statue in marmo, bronzo e da rilievi. Si sarebbe trattato di un passo
fondamentale in architettura verso una concezione nuova di facciata, non più
basata sulla mera aggregazione di elementi singoli, ma articolata in modo
unitario, dinamico e fortemente plastico[74]. Il lavoro procedette però a
rilento, a causa della scelta del papa di servirsi dei più economici marmi di
Seravezza, la cui cava era mal collegata col mare, rendendo difficile il loro
trasporto per via fluviale fino a Firenze. Nel settembre 1518 Michelangelo
sfiorò anche la morte per una colonna di marmo che, durante il trasporto su un
carro, si staccò colpendo micidialmente un operaio accanto a lui, un evento che
lo sconvolse profondamente, come raccontò in una lettera a Berto da Filicaia
datata 14 settembre 1518[75]. In Versilia Michelangelo creò la strada per il
trasporto dei marmi, ancora oggi esistente (anche se ampliata nel 1567 da
Cosimo I). I blocchi venivano calati dalla cava di Trambiserra ad Azzano,
davanti al Monte Altissimo, fino al Forte dei Marmi (insediamento sorto proprio
in quell'occasione) e da lì imbarcate in mare e spedite a Firenze tramite
l'Arno. Nel marzo 1520 il contratto fu rescisso, per la difficoltà
dell'impresa e i costi elevati. In quel periodo Michelangelo lavorò ai Prigioni
per la tomba di Giulio II, in particolare ai quattro incompiuti oggi alla
Galleria dell'Accademia. Scolpì probabilmente anche la statua del Genio della
Vittoria di Palazzo Vecchio e alla nuova versione del Cristo risorto per
Metello Vari (opera portata a Roma nel 1521), rifinita da suoi assistenti e posta
nella basilica di Santa Maria sopra Minerva[72]. Tra le commissioni ricevute e
non portate a termine c'è una consulenza per Pier Soderini, per una cappella
nella chiesa romana di San Silvestro in Capite (1518)[76]. La Sagrestia
Nuova (1520-1534) Lo stesso argomento in dettaglio: Sagrestia
Nuova. Sagrestia Nuova Il mutamento dei desideri papali venne causato dai
tragici eventi familiari legati alla morte degli ultimi eredi diretti della
dinastia medicea: Giuliano Duca di Nemours nel 1516 e, soprattutto, Lorenzo
Duca d'Urbino nel 1519. Per ospitare degnamente i resti dei due cugini, nonché
quelli dei fratelli Magnifici Lorenzo e Giuliano, rispettivamente padre e zio
di Leone X, il papa maturò l'idea di creare una monumentale cappella funebre,
la Sagrestia Nuova, da ospitare nel complesso di San Lorenzo. L'opera venne
affidata a Michelangelo prima ancora del definitivo annullamento della
commissione della facciata; dopotutto l'artista poco tempo prima, il 20 ottobre
1519, si era offerto al pontefice per realizzare una sepoltura monumentale per
Dante in Santa Croce, manifestando quindi la sua disponibilità a nuovi
incarichi[72]. La morte di Leone sospese il progetto solo per breve tempo,
poiché già nel 1523 venne eletto suo cugino Giulio, che prese il nome di Clemente
VII e confermò a Michelangelo tutti gli incarichi[72]. Il primo progetto
michelangiolesco era quello di un monumento isolato al centro della sala ma, in
seguito a discussioni con i committenti, lo cambiò prevedendo di collocare le
tombe dei Capitani addossate al centro delle pareti laterali, mentre quelle dei
Magnifici, addossate entrambe alla parete di fondo davanti all'altare.
L'opera venne iniziata nel 1525 circa: la struttura in pianta si rifaceva alla
Sagrestia Vecchia, sempre nella chiesa di San Lorenzo, del Brunelleschi: a
pianta quadrata e con piccolo sacello anch'esso quadrato. Grazie alle
membrature, in pietra serena e a ordine gigante, l'ambiente acquista un ritmo
più serrato e unitario; inserendo tra le pareti e le lunette un mezzanino e aprendo
tra queste ultime delle finestre architravate, dà alla sala un potente senso
ascensionale concluso nella volta a cassettoni di ispirazione antica. Le
tombe che sembrano far parte della parete, riprendono nella parte alta le
edicole, che sono inserite sopra le otto porte dell'ambiente, quattro vere e
quattro finte. Le tombe dei due capitani si compongono di un sarcofago
curvilineo sormontato da due statue distese con le Allegorie del Tempo: in
quella di Lorenzo il Crepuscolo e l'Aurora, mentre in quella di Giuliano la
Notte e il Giorno. Si tratta di figure massicce e dalle membra poderose che
sembrano gravare sui sarcofagi quasi a spezzarli e a liberare le anime dei
defunti, ritratti nelle statue inserite sopra di essi. Inserite in una nicchia
della parete, le statue non sono riprese dal vero ma idealizzate mentre
contemplano: Lorenzo in una posa pensierosa e Giuliano con uno scatto repentino
della testa. La statua posta sull'altare con la Madonna Medici è simbolo di
vita eterna ed è fiancheggiata dalle statue dei Santi Cosma e Damiano
(protettori dei Medici) eseguite su disegno del Buonarroti, rispettivamente da
Giovanni Angelo Montorsoli e Raffaello da Montelupo. All'opera, anche se
non continuativamente, Michelangelo lavorò fino al 1534, lasciandola
incompiuta: senza i monumenti funebri dei Magnifici, le sculture dei Fiumi alla
base delle tombe dei Capitani e, forse, di affreschi nelle lunette. Si tratta
comunque di uno straordinario esempio di simbiosi perfetta tra scultura e
architettura[77]. Nel frattempo Michelangelo continuava a ricevere altre
commissioni che solo in piccola parte eseguiva: nell'agosto 1521 inviò a Roma
il Cristo della Minerva, nel 1522 un certo Frizzi gli commissionò una tomba a
Bologna e il cardinale Fieschi gli chiese una Madonna scolpita, entrambi
progetti mai eseguiti[76]; nel 1523 ricevette nuove sollecitazioni da parte
degli eredi di Giulio II, in particolare Francesco Maria Della Rovere, e lo
stesso anno gli venne commissionata, senza successo, una statua di Andrea Doria
da parte del Senato genovese, mentre il cardinal Grimani, patriarca di
Aquileia, gli chiese un dipinto o una scultura mai eseguiti[76]. Nel 1524 papa
Clemente gli commissionò la biblioteca Medicea Laurenziana, i cui lavori
avviarono a rilento, e un ciborio (1525) per l'altare maggiore di San Lorenzo,
sostituito poi dalla Tribuna delle reliquie; nel 1526 si arrivò a una
drammatica rottura coi Della Rovere per un nuovo progetto, più semplice, per la
tomba di Giulio II, che venne rifiutato[72]. Altre richieste inevase di
progetti di tombe gli pervengono dal duca di Suessa e da Barbazzi canonico di
San Petronio a Bologna[72]. L'insurrezione e l'assedio (1527-1530)
Copia dalla Leda e il cigno di Michelangelo, alla National Gallery di Londra Un
motivo comune nella vicenda biografica di Michelangelo è l'ambiguo rapporto con
i propri committenti, che più volte ha fatto parlare di ingratitudine
dell'artista verso i suoi patrocinatori. Anche con i Medici il suo rapporto fu
estremamente ambiguo: nonostante siano stati loro a spingerlo verso la carriera
artistica e a procurargli commissioni di altissimo rilievo, la sua convinta
fede repubblicana lo portò a covare sentimenti di odio contro di essi,
vedendoli come la principale minaccia contro la libertas fiorentina[77].
Fu così che nel 1527, arrivata in città la notizia del Sacco di Roma e del
durissimo smacco inferto a papa Clemente, la città di Firenze insorse contro il
suo delegato, l'odiato Alessandro de' Medici, cacciandolo e instaurando un
nuovo governo repubblicano. Michelangelo aderì pienamente al nuovo regime, con
un appoggio ben oltre il piano simbolico. Il 22 agosto 1528 si mise al
servizio del governo repubblicano, riprendendo la vecchia commissione
dell'Ercole e Caco (ferma dal 1508), che propose di mutare in un Sansone con
due filistei[72]. Il 10 gennaio 1529 venne nominato membro dei "Nove di
milizia", occupandosi di nuovi piani difensivi, specie per il colle di San
Miniato al Monte[72]. Il 6 aprile di quell'anno riceve l'incarico di "Governatore
generale sopra le fortificazioni", in previsione dell'assedio che le forze
imperiali si apprestavano a cingere[77]. Visitò appositamente Pisa e Livorno
nell'esercizio del proprio ufficio, e si recò anche a Ferrara per studiarne le
fortificazioni (qui Alfonso I d'Este gli commissionò una Leda e il cigno, poi
andata perduta[76]), rientrando a Firenze il 9 settembre[72]. Preoccupato per
l'aggravarsi della situazione, il 21 settembre fuggì a Venezia, in previsione
di trasferirsi in Francia alla corte di Francesco I, che però non gli aveva
ancora fatto offerte concrete. Qui venne però raggiunto prima dal bando del
governo fiorentino che lo dichiarò ribelle, il 30 settembre. Tornò allora nella
sua città il 15 novembre, riprendendo la direzione delle fortezze[72]. Di
questo periodo rimangono disegni di fortificazione, realizzate attraverso una
complicata dialettica di forme concave e convesse che sembrano macchine
dinamiche atte all'offesa e alla difesa. Con l'arrivo degli Imperiali a
minacciare la città, a lui è attribuita l'idea di usare la platea di San
Miniato al Monte come avamposto con cui cannoneggiare sul nemico, proteggendo
il campanile dai pallettoni nemici con un'armatura fatta di materassi
imbottiti. Le forze in campo per gli assedianti erano però soverchianti e
con la sua disperata difesa la città non poté altro che negoziare un trattato,
in parte poi disatteso, che evitasse la distruzione e il saccheggio che pochi
anni prima avevano colpito Roma. All'indomani del ritorno dei Medici in città
(12 agosto 1530) Michelangelo, che sapeva di essersi fortemente compromesso e
temendo quindi una vendetta, si nasconde rocambolescamente e riuscì a fuggire
dalla città (settembre 1530), riparando a Venezia[77]. Qui restò brevemente,
assalito da dubbi sul da farsi. In questo breve periodo soggiornò all'isola
della Giudecca per mantenersi lontano dalla vita sfarzosa dell'ambiente
cittadino e leggenda vuole che avesse presentato un modello per il ponte di
Rialto al doge Andrea Gritti. La sala di lettura della Biblioteca
Medicea Laurenziana Lo scalone nel vestibolo della Biblioteca Medicea
Laurenziana La Biblioteca Medicea Laurenziana (1530-1534) Il perdono di
Clemente VII non si fece però attendere, a patto che l'artista riprendesse
immediatamente i lavori a San Lorenzo dove, oltre alla Sagrestia, si era
aggiunto cinque anni prima il progetto di una monumentale libreria. È chiaro
come il papa fosse mosso, più che dalla pietà verso l'uomo, dalla
consapevolezza di non poter rinunciare all'unico artista capace di dare forma
ai sogni di gloria della sua dinastia, nonostante la sua indole
contrastata[77]. All'inizio degli anni trenta scolpì anche un Apollino per
Baccio Valori, il feroce governatore di Firenze imposto dal papa[72]. La
biblioteca pubblica, annessa alla chiesa di San Lorenzo, venne interamente
progettata dal Buonarroti: nella sala di lettura si rifece al modello della
biblioteca di Michelozzo in San Marco, eliminando la divisione in navate e
realizzando un ambiente con le mura scandite da finestre sormontate da mezzanini
tra pilastrini, tutti con modanature in pietra serena. Disegnò anche i banchi
in legno e forse lo schema di soffitto intagliato e pavimento con decorazioni
in cotto, organizzati in medesime partiture. Il capolavoro del progetto è il
vestibolo, con un forte slancio verticale dato dalle colonne binate che cingono
il portale timpanato e dalle edicole sulle pareti. Solo nel 1558
Michelangelo fornì il modello in argilla per lo scalone, da lui progettato in
legno, ma realizzato per volere di Cosimo I de' Medici, in pietra serena: le
ardite forme rettilinee e ellittiche, concave e convesse, vengono indicate come
una precoce anticipazione dello stile barocco. Il 1531 fu un anno
intenso: eseguì il cartone del Noli me tangere, proseguì i lavori alla
Sagrestia e alla Liberia di San Lorenzo e per la stessa chiesa progettò la
Tribuna delle reliquie; Inoltre gli vennero chiesti, senza esito, un progetto
dal duca di Mantova, il disegno di una casa da Baccio Valori, e una tomba per
il cardinale Cybo; le fatiche lo condussero anche a una grave
malattia[72]. Nell'aprile 1532 si ebbe il quarto contratto per la tomba
di Giulio II, con solo sei statue. In quello stesso anno Michelangelo conobbe a
Roma l'intelligente e bellissimo Tommaso de' Cavalieri, con il quale si legò appassionatamente,
dedicandogli disegni e composizioni poetiche[72]. Per lui approntò, tra
l'altro, i disegni col Ratto di Ganimede e la Caduta di Fetonte, che sembrano
precorrere, nella potente composizione e nel tema del compiersi fatale del
destino, il Giudizio universale[78]. Rapporti molto tesi ebbe, invece, con il
guardarobiere pontificio e Maestro di Camera Pietro Giovanni Aliotti, futuro
vescovo di Forlì, che Michelangelo, considerandolo troppo impiccione, chiamava
il Tantecose. Il 22 settembre 1533 incontrò a San Miniato al Tedesco
Clemente VII e, secondo la tradizione, in quell'occasione si parlò per la prima
volta della pittura di un Giudizio universale nella Sistina[72]. Lo stesso anno
morì il padre Ludovico[72]. Nel 1534 gli incarichi fiorentini procedevano
ormai sempre più stancamente, con un ricorso sempre maggiore di
aiuti[79]. L'epoca di Paolo III (1534-1545) Il Giudizio universale
(1534-1541) Giudizio universale Cristo, dettaglio del Giudizio
universale L'artista non approvava il regime politico tiranneggiante del duca
Alessandro, per cui con l'occasione di nuovi incarichi a Roma, tra cui il
lavoro per gli eredi di Giulio II, lasciò Firenze dove non mise mai più piede,
nonostante gli accattivanti inviti di Cosimo I negli anni della vecchiaia[79].
Clemente VII gli aveva commissionato la decorazione della parete di fondo della
Cappella Sistina con il Giudizio universale, ma non fece in tempo a vedere
nemmeno l'inizio dei lavori, perché morì pochi giorni dopo l'arrivo
dell'artista a Roma. Mentre l'artista riprendeva la Sepoltura di papa Giulio,
venne eletto al soglio pontificio Paolo III, che non solo confermò l'incarico
del Giudizio, ma nominò anche Michelangelo pittore, scultore e architetto del
Palazzo Vaticano[72]. I lavori alla Sistina poterono essere avviati alla
fine del 1536, per proseguire fino all'autunno del 1541. Per liberare l'artista
dagli incarichi verso gli eredi Della Rovere Paolo III arrivò a emettere un
motu proprio il 17 novembre 1536[72]. Se fino ad allora i vari interventi alla
cappella papale erano stati coordinati e complementari, con il Giudizio si
assistette al primo intervento distruttivo, che sacrificò la pala dell'Assunta
di Perugino, le prime due storie quattrocentesche di Gesù e di Mosè e due
lunette dipinte dallo stesso Michelangelo più di vent'anni prima[79]. Al
centro dell'affresco vi è il Cristo giudice con vicino la Madonna che rivolge
lo sguardo verso gli eletti; questi ultimi formano un'ellissi che segue i
movimenti del Cristo in un turbine di santi, patriarchi e profeti. A differenza
delle rappresentazioni tradizionale, tutto è caos e movimento, e nemmeno i
santi sono esentati dal clima di inquietudine, attesa, se non paura e sgomento
che coinvolge espressivamente i partecipanti. Le licenze iconografiche,
come i santi senza aureola, gli angeli apteri e il Cristo giovane e senza
barba, possono essere allusioni al fatto che davanti al giudizio ogni singolo
uomo è uguale. Questo fatto, che poteva essere letto come un generico richiamo
ai circoli della Riforma Cattolica, unitamente alla nudità e alla posa
sconveniente di alcune figure (santa Caterina d'Alessandria prona con alle
spalle san Biagio), scatenarono contro l'affresco i severi giudizi di buona
parte della curia. Dopo la morte dell'artista, e col mutato clima culturale
dovuto anche al Concilio di Trento, si arrivò al punto di provvedere al
rivestimento dei nudi e alla modifica delle parti più sconvenienti. Una
statua equestre Nel 1537, verso febbraio, il duca d'Urbino Francesco Maria I
Della Rovere gli chiese un abbozzo per un cavallo destinato forse a un
monumento equestre, che risulta completato il 12 ottobre. L'artista però si
rifiutò di inviare il progetto al duca, poiché insoddisfatto. Dalla
corrispondenza si apprende anche che entro i primi di luglio Michelangelo gli
aveva progettato anche una saliera: la precedenza del duca rispetto a tante
commissioni inevase di Michelangelo è sicuramente legata alla pendenza dei
lavori alla tomba di Giulio II, di cui Francesco Maria era erede[76].
Quello stesso anno a Roma riceve la cittadinanza onoraria in
Campidoglio[76]. Piazza del Campidoglio Piazza del Campidoglio in
una stampa di Étienne Dupérac (1568) Paolo III, al pari dei suoi predecessori,
fu un entusiasta committente di Michelangelo. Con il trasferimento sul
Campidoglio della statua equestre di Marco Aurelio, simbolo dell'autorità
imperiale e per estensione della continuità tra la Roma imperiale e quella
papale, il papa incaricò Michelangelo, nel 1538, di studiare la
ristrutturazione della piazza, centro dell'amministrazione civile romana fin
dal Medioevo e in stato di degrado[76]. Tenendo conto delle preesistenze
vennero mantenuti e trasformati i due edifici esistenti, già ristrutturati nel
XV secolo da Rossellino, realizzando di conseguenza la piazza a pianta
trapezoidale con sullo sfondo il palazzo dei Senatori, dotato di scala a doppia
rampa, e delimitata ai lati da due palazzi: il Palazzo dei Conservatori e il
cosiddetto Palazzo Nuovo costruito ex novo, entrambi convergenti verso la
scalinata di accesso al Campidoglio. Gli edifici vennero caratterizzati da un
ordine gigante a pilastri corinzi in facciata, con massicce cornici e
architravi. Al piano terra degli edifici laterali i pilastri dell'ordine
gigante sono affiancati da colonne che formano un insolito portico
architravato, in un disegno complessivo molto innovativo che rifugge
programmaticamente dall'uso dell'arco. Il lato interno del portico presenta
invece colonne alveolate che in seguito ebbero una grande diffusione[80]. I
lavori furono compiuti molto dopo la morte del maestro, mentre la
pavimentazione della piazza fu realizzata solo ai primi del Novecento,
utilizzando una stampa di Étienne Dupérac che riporta quello che doveva essere
il progetto complessivo previsto da Michelangelo, secondo un reticolo
curvilineo inscritto in un'ellisse con al centro il basamento ad angoli
smussati per la statua del Marc'Aurelio, anch'esso disegnato da
Michelangelo. Verso il 1539 iniziò forse il Bruto per il cardinale
Niccolò Ridolfi, opera dai significati politici legata ai fuorusciti
fiorentini[72]. La Crocifissione per Vittoria Colonna (1541) La
copia della Crocifissione per Vittoria Colonna di Marcello Venusti Dal 1537
circa Michelangelo aveva iniziato la vivida amicizia con la marchesa di Pescara
Vittoria Colonna: essa lo introdusse al circolo viterbese del cardinale
Reginald Pole, frequentato, tra gli altri, da Vittore Soranzo, Apollonio
Merenda, Pietro Carnesecchi, Pietro Antonio Di Capua, Alvise Priuli e la
contessa Giulia Gonzaga. In quel circolo culturale si aspirava a una
riforma della Chiesa cattolica, sia interna sia nei confronti del resto della
Cristianità, alla quale avrebbe dovuto riconciliarsi. Queste teorie
influenzarono Michelangelo e altri artisti. Risale a quel periodo la Crocifissione
realizzata per Vittoria, databile al 1541 e forse dispersa, oppure mai dipinta.
Di quest'opera ci restano solamente alcuni disegni preparatori di incerta
attribuzione, il più famoso è senz'altro quello conservato al British Museum,
mentre buone copie si trovano nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda
e alla Casa Buonarroti. Inoltre esiste una tavola dipinta, la Crocefissione di
Viterbo, tradizionalmente attribuita a Michelangelo, sulla base di un
testamento di un conte viterbese datato al 1725, esposta nel Museo del Colle
del Duomo di Viterbo, più ragionevolmente attribuibile ad ambiente
michelangiolesco[81]. Secondo i progetti raffigurava un giovane e
sensuale Cristo, simboleggiante un'allusione alle teorie riformiste cattoliche
che vedevano nel sacrificio del sangue di Cristo l'unica via di salvezza
individuale, senza intermediazioni della Chiesa e dei suoi
rappresentanti. Uno schema analogo presentava anche la cosiddetta Pietà
per Vittoria Colonna, dello stesso periodo, nota da un disegno a Boston e da
alcune copie di allievi. In quegli anni a Roma Michelangelo poteva quindi
contare su una sua cerchia di amici ed estimatori, tra cui oltre alla Colonna,
Tommaso de' Cavalieri e artisti quali Tiberio Calcagni e Daniele da
Volterra[79]. Cappella Paolina (1542-1550) La Conversione di Saulo,
dettaglio Nel 1542 il papa gli commissionò quella che rappresenta la sua ultima
opera pittorica, dove ormai anziano lavorò per quasi dieci anni, in
contemporanea ad altri impegni[79]. Il papa Farnese, geloso e seccato del fatto
che il luogo ove la celebrazione di Michelangelo pittore raggiungesse i suoi
massimi livelli fosse dedicato ai papi Della Rovere, gli affidò la decorazione
della sua cappella privata in Vaticano che prese il suo nome (Cappella
Paolina). Michelangelo realizzò due affreschi, lavorando da solo con faticosa
pazienza, procedendo con piccole "giornate", fitte di interruzioni e
pentimenti. Il primo a essere realizzato, la Conversione di Saulo
(1542-1545), presenta una scena inserita in un paesaggio spoglio e irreale, con
compatti grovigli di figure alternati a spazi vuoti e, al centro, la luce
accecante che da Dio scende su Saulo a terra; il secondo, il Martirio di san
Pietro (1545-1550), ha una croce disposta in diagonale in modo da costituire
l'asse di un ipotetico spazio circolare con al centro il volto del
martire. L'opera nel suo complesso è caratterizzata da una drammatica
tensione e improntata a un sentimento di mestizia, generalmente interpretata
come espressione della religiosità tormentata di Michelangelo e del sentimento
di profondo pessimismo che caratterizza l'ultimo periodo della sua vita.
La conclusione dei lavori alla tomba di Giulio II (1544-1545) La Tomba di
Giulio II Dopo gli ultimi accordi del 1542, la tomba di Giulio II venne posta
in essere nella chiesa di San Pietro in Vincoli tra il 1544 e il 1545 con le
statue del Mosè, di Lia (Vita attiva) e di Rachele (Vita contemplativa) nel
primo ordine. Nel secondo ordine, al fianco del pontefice disteso con
sopra la Vergine col Bambino si trovano una Sibilla e un Profeta. Anche questo
progetto risente dell'influsso del circolo di Viterbo; Mosè uomo illuminato e
sconvolto dalla visione di Dio è affiancato da due modi di essere, ma anche da
due modi di salvezza non necessariamente in conflitto tra di loro: la vita
contemplativa viene rappresentata da Rachele che prega come se per salvarsi
usasse unicamente la Fede, mentre la vita attiva, rappresentata da Lia, trova
la sua salvezza nell'operare. L'interpretazione comune dell'opera d'arte è che
si tratti di una specie di posizione di mediazione tra Riforma e Cattolicesimo
dovuta sostanzialmente alla sua intensa frequentazione con Vittoria Colonna e
il suo entourage. Nel 1544 disegnò anche la tomba di Francesco Bracci,
nipote di Luigi del Riccio nella cui casa aveva ricevuto assistenza durante una
grave malattia che l'aveva colpito in giugno[72]. Per tale indisposizione, nel
marzo aveva rifiutato a Cosimo I de' Medici l'esecuzione di un busto[76]. Lo
stesso anno avviarono i lavori al Campidoglio, progettati nel 1538.
Vecchiaia (1546-1564) Gli ultimi decenni di vita di Michelangelo sono
caratterizzati da un progressivo abbandono della pittura e anche della
scultura, esercitata ormai solo in occasione di opere di carattere privato.
Prendono consistenza invece numerosi progetti architettonici e urbanistici, che
proseguono sulla strada della rottura del canone classico, anche se molti di
essi vennero portati a termine in periodi seguenti da altri architetti, che non
sempre rispettarono il suo disegno originale[79]. Palazzo Farnese
(1546-1550) La facciata di Palazzo Farnese A gennaio 1546 Michelangelo si
ammalò, venendo curato in casa di Luigi del Riccio. Il 29 aprile, ripresosi,
promise una statua in bronzo, una in marmo e un dipinto a Francesco I di
Francia, che però non riuscì a fare[76]. Con la morte di Antonio da
Sangallo il Giovane nell'ottobre 1546, a Michelangelo vennero affidate le
fabbriche di Palazzo Farnese e della basilica di San Pietro, entrambe lasciate
incompiute dal primo[72]. Tra il 1547 e il 1550 l'artista progettò dunque
il completamento della facciata e del cortile di Palazzo Farnese: nella
facciata variò, rispetto al progetto del Sangallo, alcuni elementi che danno
all'insieme una forte connotazione plastica e monumentale ma al tempo stesso
dinamica ed espressiva. Per ottenere questo risultato accrebbe in altezza il
secondo piano, inserì un massiccio cornicione e sormontò il finestrone centrale
con uno stemma colossale (i due ai lati sono successivi). Basilica di San
Pietro in Vaticano (1546-1564) Progetto per la basilica vaticana
nell'incisione di Étienne Dupérac Per quanto riguarda la basilica vaticana, la
storia del progetto michelangiolesco è ricostruibile da una serie di documenti
di cantiere, lettere, disegni, affreschi e testimonianze dei contemporanei, ma
diverse informazioni sono in contrasto tra loro. Infatti, Michelangelo non
redasse mai un progetto definitivo per la basilica, preferendo procedere per
parti[82]. In ogni caso, subito dopo la morte dell'artista toscano furono
pubblicate diverse stampe nel tentativo di restituire una visione complessiva
del disegno originario; le incisioni di Étienne Dupérac si imposero subito come
le più diffuse e accettate[83]. Michelangelo pare che aspirasse al
ritorno alla pianta centrale del Bramante, con un quadrato inscritto nella
croce greca, rifiutando sia la pianta a croce latina introdotta da Raffaello
Sanzio, sia i disegni del Sangallo, che prevedevano la costruzione di un
edificio a pianta centrale preceduto da un imponente avancorpo. Demolì
parti realizzate dai suoi predecessori e, rispetto alla perfetta simmetria del
progetto bramantesco, introdusse un asse preferenziale nella costruzione,
ipotizzando una facciata principale schermata da un portico composto da colonne
d'ordine gigante (non realizzato). Per la massiccia struttura muraria, che
doveva correre lungo tutto il perimetro della fabbrica, ideò un unico ordine
gigante a paraste corinzie con attico, mentre al centro della costruzione
costruì un tamburo, con colonne binate (sicuramente realizzato dall'artista),
sul quale fu innalzata la cupola emisferica a costoloni conclusa da lanterna
(la cupola fu completata, con alcune differenze rispetto al presunto modello
originario, da Giacomo Della Porta). Tuttavia, la concezione
michelangiolesca fu in gran parte stravolta da Carlo Maderno, che all'inizio
del XVII secolo completò la basilica con l'aggiunta di una navata longitudinale
e di un'imponente facciata sulla base delle spinte della Controriforma.
Nel 1547 morì Vittoria Colonna, poco dopo la scomparsa dell'altro amico Luigi
del Riccio: si tratta di perdite molto amare per l'artista[72]. L'anno
successivo, il 9 gennaio 1548 muore suo fratello Giovansimone Buonarroti. Il 27
agosto il Consiglio municipale di Roma propose di affidare all'artista il
restauro del ponte di Santa Maria. Nel 1549 Benedetto Varchi pubblicò a Firenze
"Due lezzioni", tenute su un sonetto di Michelangelo[72]. Nel gennaio
del 1551 alcuni documenti della cattedrale di Padova accennano a un modello di
Michelangelo per il coro[76]. La serie delle Pietà (1550-1555
circa) La Pietà Bandini La Pietà Rondanini Dal 1550 circa iniziò a
realizzare la cosiddetta Pietà dell'Opera del Duomo (dalla collocazione attuale
nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze), opera destinata alla sua tomba e
abbandonata dopo che l'artista frantumò, in un accesso d'ira due o tre anni più
tardi, il braccio e la gamba sinistra del Cristo, spezzando anche la mano della
Vergine. Fu in seguito Tiberio Calcagni a ricostruire il braccio e rifinire la
Maddalena lasciata dal Buonarroti allo stato di non-finito: il gruppo
costituito dal Cristo sorretto dalla Vergine, dalla Maddalena e da Nicodemo è
disposto in modo piramidale con al vertice quest'ultimo; la scultura viene
lasciata a diversi gradi di finitura con la figura del Cristo allo stadio più
avanzato. Nicodemo sarebbe un autoritratto del Buonarroti, dal cui corpo sembra
uscire la figura del Cristo: forse un riferimento alla sofferenza psicologica
che lui, profondamente religioso, portava dentro di sé in quegli anni. La
Pietà Rondanini venne definita, nell'inventario di tutte le opere rinvenute nel
suo studio dopo la morte, come: "Un'altra statua principiata per un Cristo
et un'altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non
finite". Michelangelo nel 1561 donò la scultura al suo servitore
Antonio del Francese continuando però ad apportarvi modifiche sino alla morte;
il gruppo è costituito da parti condotte a termine, come il braccio destro di
Cristo, e da parti non finite, come il torso del Salvatore schiacciato contro
il corpo della Vergine quasi a formare un tutt'uno. Successivamente alla
scomparsa di Michelangelo, in un periodo imprecisato, questa scultura fu
trasferita nel palazzo Rondanini di Roma e da questi ha mutuato il nome.
Attualmente si trova nel Castello Sforzesco, acquistata nel 1952 dalla città di
Milano da una proprietà privata[84]. Le biografie Nel 1550 uscì la prima
edizione delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori di
Giorgio Vasari che conteneva una biografia di Michelangelo, la prima scritta di
un artista vivente, in posizione conclusiva dell'opera che celebrava l'artista
come vertice di quella catena di grandi artefici che partiva da Cimabue e
Giotto, raggiungendo nella sua persona la sintesi di perfetta padronanza delle
arti (pittura, scultura e architettura) in grado non solo di rivaleggiare ma
anche di superare i mitici maestri dell'antichità[85]. Nonostante le
premesse celebrative ed encomiastiche, Michelangelo non gradì l'operazione, per
le numerose scorrettezze e soprattutto per una versione a lui non congeniale
della tormentata vicenda della tomba di Giulio II. L'artista allora in quegli
anni lavorò con un suo fedele collaboratore, Ascanio Condivi, facendo
pubblicare una nuova biografia che riportava la sua versione dei fatti (1553).
A questa attinse Vasari, oltre che in seguito a una sua diretta frequentazione
dell'artista negli ultimi anni di vita, per la seconda edizione delle Vite,
pubblicata nel 1568[85]. Queste opere alimentarono la leggenda
dell'artista, quale genio tormentato e incompreso, spinto oltre i propri limiti
dalle condizioni avverse e dalle mutevoli richieste dei committenti, ma capace
di creare opere titaniche e insuperabili[79]. Mai avvenuto fino ad allora era
poi che questa leggenda si formasse quando ancora l'interessato era in
vita[79]. Nonostante questa invidiabile posizione raggiunta dal Buonarroti in
vecchiaia, gli ultimi anni della sua esistenza sono tutt'altro che tranquilli,
animati da una grande tribolazione interiore e da riflessioni tormentate sulla
fede, la morte e la salvezza, che si trovano anche nelle sue opere (come le
Pietà) e nei suoi scritti[79]. Altri avvenimenti degli anni cinquanta Nel
1550 Michelangelo aveva terminato gli affreschi alla Cappella Paolina e nel
1552 era stato completato il Campidoglio. In quell'anno l'artista fornì anche
il disegno per la scala nel cortile del Belvedere in Vaticano. In scultura
lavorò alla Pietà e in letteratura si occupa delle proprie biografie. Nel
1554 Ignazio di Loyola dichiarò che Michelangelo aveva accettato di progettare
la nuova chiesa del Gesù a Roma, ma il proposito non ebbe seguito[76]. Nel 1555
l'elezione al soglio pontificio di Marcello II compromise la presenza
dell'artista a capo del cantiere di San Pietro, ma subito dopo venne eletto
Paolo IV, che lo confermò nell'incarico, indirizzandolo soprattutto ai lavori
alla cupola. Sempre nel 1555 morirono suo fratello Gismondo e Francesco Amadori
detto l'Urbino che lo aveva servito per ventisei anni[72]; una lettera a Vasari
di quell'anno gli dà istruzioni per il compimento del ricetto della Libreria
Laurenziana[76]. Nel settembre 1556 l'avvicinarsi dell'esercito spagnolo
indusse l'artista ad abbandonare Roma per riparare a Loreto. Mentre faceva sosta
a Spoleto venne raggiunto da un appello pontificio che lo obbligò a tornare
indietro[72]. Al 1557 risale il modello ligneo per la cupola di San Pietro e
nel 1559 fece disegni per la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini,
nonché per la cappella Sforza in Santa Maria Maggiore e per la scalinata della
Biblioteca Medicea Laurenziana. Forse quell'anno avviò anche la Pietà
Rondanini[72]. Porta Pia a Roma (1560) Porta Pia Nel 1560 fece un
disegno a Caterina de' Medici per la tomba di Enrico II. Inoltre lo stesso anno
progetto la tomba di Giangiacomo de' Medici per il Duomo di Milano, eseguita
poi da Leone Leoni[72]. Verso il 1560 progettò anche la monumentale Porta
Pia, vera e propria scenografia urbana con la fronte principale verso l'interno
della città. Il portale con frontone curvilineo interrotto e inserito in un
altro triangolare è fiancheggiato da paraste scanalate, mentre sul setto
murario ai lati si aprono due finestre timpanate, con al di sopra altrettanti
mezzanini ciechi. Dal punto di vista del linguaggio architettonico,
Michelangelo manifestò uno spirito sperimentale e anticonvenzionale tanto che
si è parlato di "anticlassicismo"[86]. Santa Maria degli Angeli
(1561) Santa Maria degli Angeli; praticamente del progetto di
Michelangelo sono visibili solo le volte Ormai vecchio, Michelangelo progettò
nel 1561 una ristrutturazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli
all'interno delle Terme di Diocleziano e dell'adiacente convento dei padri
certosini, avviati a partire dal 1562. Lo spazio della chiesa fu ottenuto con
un intervento che, dal punto di vista murario, oggi si potrebbe definire
minimale[87], con pochi setti di muro nuovi entro il grande spazio voltato del
tepidarium delle terme, aggiungendo solo un profondo presbiterio e dimostrando un
atteggiamento moderno e non distruttivo nei confronti dei resti
archeologici. La chiesa ha un insolito sviluppo trasversale, sfruttando
tre campate contigue coperte a crociera, a cui sono aggiunte due cappelle
laterali quadrate. Console dell'Accademia delle Arti del Disegno Il 31
gennaio 1563 Cosimo I de' Medici fondò, su consiglio dell'architetto aretino
Giorgio Vasari, l'Accademia e Compagnia dell'Arte del Disegno di cui viene
subito eletto console proprio il Buonarroti. Mentre la Compagnia era una sorta
di corporazione cui dovevano aderire tutti gli artisti operanti in Toscana,
l'Accademia, costituita solo dalle più eminenti personalità culturali della
corte di Cosimo, aveva finalità di tutela e supervisione sull'intera produzione
artistica del principato mediceo. Si trattava dell'ultimo, accattivante invito
rivolto a Michelangelo da parte di Cosimo per farlo tornare a Firenze, ma
ancora una volta l'artista declinò: la sua radicata fede repubblicana doveva
probabilmente renderlo incompatibile col servizio al nuovo duca
fiorentino[79]. La morte La tomba di Michelangelo in Santa Croce A
un solo anno dalla nomina, il 18 febbraio 1564, quasi ottantanovenne,
Michelangelo morì a Roma, nella sua modesta residenza di piazza Macel de' Corvi
(distrutta quando venne creato il monumento a Vittorio Emanuele II), assistito
da Tommaso de' Cavalieri. Si dice che fino a tre giorni prima avesse lavorato
alla Pietà Rondanini[79]. Pochi giorni prima, il 21 gennaio, la Congregazione
del Concilio di Trento aveva deciso di far coprire le parti "oscene"
del Giudizio universale. Nell'inventario redatto qualche giorno dopo il
decesso (19 febbraio) sono registrati pochi beni, tra cui la Pietà, due piccole
sculture di cui si ignorano le sorti (un San Pietro e un piccolo Cristo
portacroce), dieci cartoni, mentre i disegni e gli schizzi pare che fossero
stati bruciati poco prima di morire dal maestro stesso. In una cassa viene poi
ritrovato un cospicuo "tesoretto", degno di un principe, che nessuno
si sarebbe immaginato in un'abitazione tanto povera[76]. Le solenni
esequie a Firenze La morte del maestro venne particolarmente sentita a Firenze,
poiché la città non era riuscita a onorare il suo più grande artista prima
della morte, nonostante i tentativi di Cosimo. Il recupero dei suoi resti
mortali e la celebrazione di esequie solenni divenne quindi un'assoluta
priorità cittadina[88]. A pochi giorni dalla morte, suo nipote Lionardo
Buonarroti arrivò a Roma col preciso compito di recuperare la salma e
organizzarne il trasporto, un'impresa forse ingigantita dal resoconto del
Vasari nella seconda edizione delle Vite: secondo lo storico aretino i romani
si sarebbero opposti alle sue richieste, desiderando inumare l'artista nella
basilica di San Pietro, al che Lionardo avrebbe trafugato il corpo di notte e
in gran segreto prima di riprendere la strada per Firenze[89]. Appena
arrivata nella città toscana (11 marzo 1564), la bara venne portata in Santa
Croce e ispezionata secondo un complesso cerimoniale, stabilito dal
luogotenente dell'Accademia delle Arti del Disegno, Vincenzo Borghini. Si
trattò del primo atto funebre (12 marzo) che, per quanto solenne, venne presto
superato da quello del 14 luglio 1564 in San Lorenzo, patrocinato dalla casata
ducale e degno più di un principe che di un artista. L'intera basilica venne
addobbata riccamente con drappi neri e di tavole dipinte con episodi della sua
vita; al centro venne predisposto un catafalco monumentale, ornato di pitture e
sculture effimere, dalla complessa iconografia. L'orazione funebre venne
scritta e letta da Benedetto Varchi, che esaltò "le lodi, i meriti, la
vita e l'opere del divino Michelangelo Buonarroti"[89]. L'inumazione
avvenne infine in Santa Croce, in un sepolcro monumentale disegnato da Giorgio
Vasari, composto da tre figure piangenti che rappresentano la pittura, la
scultura e l'architettura[89]. I funerali di Stato suggellarono lo status
raggiunto dall'artista e furono la consacrazione definitiva del suo mito, come
artefice insuperabile, capace di raggiungere vertici creativi in qualunque
campo artistico e, più di quelli di qualunque altro, capaci di emulare l'atto
della creazione divina. Arma Stemma Blasonatura Cimiero D'azzurro a
due cotisse d'oro, e il capo d'Angiò cucito, abbassato sotto un altro capo
d'oro, caricato di una palla d'azzurro marcata di un giglio d'oro in mezzo alle
lettere L. X. per concessione di papa Leone X. Un cane uscente con un osso in
bocca. Rime Frontespizio delle Rime, edizione 1960 Un sonetto sulle
fatiche alla volta della Sistina, copiato in bella e con uno schizzo autografo
Da lui considerata come una "cosa sciocca", la sua attività poetica
si viene caratterizzando, a differenza di quella usuale nel Cinquecento
influenzata dal Petrarca, da toni energici, austeri e intensamente espressivi,
ripresi dalle poesie di Dante. I più antichi componimenti poetici datano
agli anni 1504-1505, ma è probabile che ne abbia realizzati anche in
precedenza, dato che sappiamo che molti suoi manoscritti giovanili andarono
perduti. La sua formazione poetica avvenne probabilmente sui testi di
Petrarca e Dante, conosciuti nella cerchia umanistica della corte di Lorenzo
de' Medici. I primi sonetti sono legati a vari temi collegati al suo lavoro
artistico, a volte raggiungono il grottesco con immagini e metafore bizzarre.
Successivi sono i sonetti realizzati per Vittoria Colonna e per Tommaso de'
Cavalieri; in essi Michelangelo si concentra maggiormente sul tema neoplatonico
dell'amore, sia divino sia umano, che viene tutto giocato intorno al contrasto
tra amore e morte, risolvendolo con soluzioni ora drammatiche, ora ironicamente
distaccate. Negli ultimi anni le sue rime si focalizzano maggiormente sul
tema del peccato e della salvezza individuale; qui il tono diventa amaro e a
volte angoscioso, tanto da realizzare vere e proprie visioni mistiche del
divino. «Di giorno in giorno insin da' mie prim'anni, Signor, soccorso tu
mi fusti e guida, onde l'anima mia ancor si fida di doppia aita ne' mie doppi
affanni[90].» Le rime di Michelangelo incontrarono una certa fortuna
negli Stati Uniti, nell'Ottocento, dopo la loro traduzione da parte del grande
filosofo Ralph Waldo Emerson. La tecnica scultorea di Michelangelo
Schizzo esplicativo per cavatori con blocchi e misure, Casa Buonarroti Da un
punto di vista tecnico, Michelangelo scultore, come d'altronde spesso accade
negli artisti geniali, non seguiva un processo creativo legato a regole fisse;
ma in linea di massima sono comunque tracciabili dei principi consueti o più
frequenti[91]. Innanzitutto Michelangelo fu il primo scultore che, nella
pietra, non tentò mai di colorire né di dorare alcune parti delle statue; al
colore preferiva infatti l'esaltazione del "morbido fulgore"[92]
della pietra, spesso con effetti di chiaroscuro evidenti nelle statue rimaste
prive dell'ultima finitura, con i colpi di scalpello che esaltano la
peculiarità della materia marmorea[91]. Gli unici bronzi da lui eseguiti
sono distrutti o perduti (il David De Rohan e il Giulio II benedicente);
l'esiguità del ricorso a tale materiale mostra con evidenza come egli non
amasse gli effetti "atmosferici" derivati dal modellare l'argilla.
Egli dopotutto si dichiarava artista "del levare", piuttosto che
"del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo
di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era
come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito
egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le
più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi
personaggi[91]. Studi preparatori Studio per un dio fluviale nel
blocco di marmo, 1520-1525, British Museum Il procedimento tecnico con cui
Michelangelo scolpiva ci è noto da alcune tracce in studi e disegni e da qualche
testimonianza. Pare che inizialmente, secondo l'uso degli scultori
cinquecenteschi, predisponesse studi generali e particolari in forma di schizzo
e studio. Istruiva poi personalmente i cavatori con disegni (in parte ancora
esistenti) che fornissero un'idea precisa del blocco da tagliare, con misure in
cubiti fiorentini, talora arrivando a delineare la posizione della statua entro
il blocco stesso. A volte oltre ai disegni preparatori eseguiva dei modellini
in cera o argilla, cotti o no, oggetto di alcune testimonianze, seppure
indirette, e alcuni dei quali si conservano ancora oggi, sebbene nessuno sia
sicuramente documentato. Più raro è invece, pare, il ricorso a un modello nelle
dimensioni definitive, di cui resta però l'isolata testimonianza del Dio
fluviale[91]. Col passare degli anni però dovette assottigliare gli studi
preparatori in favore di un attacco immediato alla pietra mosso da idee
urgenti, suscettibili tuttavia di essere profondamente mutate nel corso del
lavoro (come nella Pietà Rondanini)[91]. Preparazione del blocco Il
Giorno, dettaglio Il Crepuscolo, dettaglio Tondo Pitti, dettaglio
Il primo intervento sul blocco uscito dalla cava avveniva con la
"cagnaccia", che smussava le superfici lisce e geometriche a seconda
dell'idea da realizzare. Pare che solo dopo questo primo appropriarsi del marmo
Michelangelo tracciasse sulla superficie resa irregolare un rudimentale segno
col carboncino che evidenziava la veduta principale (cioè frontale) dell'opera.
La tecnica tradizionale prevedeva l'uso di quadrati o rettangoli proporzionali
per riportare le misure dei modellini a quelle definitive, ma non è detto che
Michelangelo facesse tale operazione a occhio. Un altro procedimento delle fasi
iniziali dello scolpire era quello di trasformare la traccia a carboncino in
una serie di forellini che guidassero l'affondo via via che il segno a matita
scompariva[91]. Sbozzatura A questo punto aveva inizio la vera e propria
scolpitura, che intaccava il marmo a partire dalla veduta principale, lasciando
intatte le parti più sporgenti e addentrandosi man mano negli strati più
profondi. Questa operazione avveniva con un mazzuolo e con un grosso scalpello
a punta, la subbia. Esiste una preziosa testimonianza di B. de Vigenère[93],
che vide il maestro, ormai ultrasessantenne, accostarsi a un blocco in tale
fase: nonostante l'aspetto "non dei più robusti" di Michelangelo,
egli è ricordato mentre butta giù «scaglie di un durissimo marmo in un quarto
d'ora», meglio di quanto avrebbero potuto fare tre giovani scalpellini in un
tempo tre o quattro volte maggiore, e si avventa «al marmo con tale impeto e
furia, da farmi credere che tutta l'opera dovesse andare in pezzi. Con un solo
colpo spiccava scaglie grosse tre o quattro dita, e con tanta esattezza al
segno tracciato, che se avesse fatto saltar via un tantin più di marmo correva
il rischio di rovinar tutto»[91]. Sul fatto che il marmo dovesse essere
"attaccato" dalla veduta principale restano le testimonianze di
Vasari e Cellini, due devoti a Michelangelo, che insistono con convinzione sul
fatto che l'opera dovesse essere lavorata inizialmente come se fosse un
rilievo, ironizzando sul procedimento di avviare tutti i lati del blocco,
trovandosi poi a constatare come le vedute laterali e tergale non coincidano
con quella frontale, richiedendo quindi "rattoppi" con pezzi di
marmo, secondo un procedimento che «è arte da certi ciabattini, i quali la
fanno assai malamente»[94]. Sicuramente Michelangelo non usò
"rattoppamenti", ma non è da escludere che durante lo sviluppo della
veduta frontale egli non trascurasse le vedute secondarie, che ne erano diretta
conseguenza. Tale procedimento è evidente in alcune opere non finite, come i
celebri Prigioni che sembrano liberarsi dalla pietra[91]. Scolpitura e
livellatura Dopo che la subbia aveva eliminato molto materiale, si passava alla
ricerca in profondità, che avveniva tramite scalpelli dentati: Vasari ne
descrisse di due tipi, il calcagnuolo, tozzo e dotato di una tacca e due denti,
e la gradina, più fine e dotata di due tacche e tre o più denti. A giudicare
dalle tracce superstiti, Michelangelo doveva preferire la seconda, con la quale
lo scolpire procede «per tutto con gentilezza, gradinando la figura con la
proporzione de' muscoli e delle pieghe»[95]. Si tratta di quei tratteggi ben
visibili in varie opere michelangiolesche (si pensi al viso del Bambino nel
Tondo Pitti), che spesso convivono accanto a zone appena sbozzate con la subbia
o alle più semplici personalizzazioni iniziali del blocco (come nel San
Matteo)[91]. La fase successiva consisteva nella livellatura con uno
scalpello piano, che eliminava le tracce della gradina (una fase a metà
dell'opera si vede nel Giorno), a meno che tale operazione non venisse fatta
con la gradina stessa[91]. Rifinitura Appare evidente che il maestro,
nell'impazienza di vedere palpitare le forme ideate, passasse da un'operazione
all'altra, attuando contemporaneamente le diverse fasi operative. Restando
sempre evidente la logica superiore che coordinava le diverse parti, la qualità
dell'opera appariva sempre altissima, pur nei diversi livelli di finitezza,
spiegando così come il maestro potesse interrompere il lavoro quando l'opera
era ancora "non-finita", prima ancora dell'ultima fase, spesso
approntata dagli aiuti, in cui si levigava la statua con raschietti, lime,
pietra pomice e, in ultimo, batuffoli di paglia. Questa levigatura finale,
presente ad esempio nella Pietà vaticana garantiva comunque quella
straordinaria lucentezza, che si distaccava dalla granulosità delle opere dei
maestri toscani del Quattrocento[91]. Il non finito di Michelangelo
Non-finito nella Pietà Bandini Una delle questioni più difficili per la
critica, nella pur complessa opera michelangiolesca, è il nodo del non finito.
Il numero di statue lasciate incompiute dall'artista è infatti così elevato da
rendere improbabile che le uniche cause siano fattori contingenti estranei al
controllo dello scultore, rendendo alquanto probabile una sua volontà diretta e
una certa compiacenza per l'incompletezza[96]. Le spiegazioni proposte
dagli studiosi spaziano da fattori caratteriali (la continua perdita di
interesse dell'artista per le commissioni avviate) a fattori artistici
(l'incompiuto come ulteriore fattore espressivo): ecco che le opere incompiute
paiono lottare contro il materiale inerte per venire alla luce, come nel
celebre caso dei Prigioni, oppure hanno i contorni sfocati che differenziano i
piani spaziali (come nel Tondo Pitti) o ancora diventano tipi universali, senza
caratteristiche somatiche ben definite, come nel caso delle allegorie nelle
tombe medicee[96]. Alcuni hanno collegato la maggior parte degli
incompiuti a periodi di forte tormento interiore dell'artista, unito a una
costante insoddisfazione, che avrebbe potuto causare l'interruzione prematura
dei lavori. Altri si sono soffermati su motivi tecnici, legati alla particolare
tecnica scultorea dell'artista basata sul "levare" e quasi sempre
affidata all'ispirazione del momento, sempre soggetta a variazioni. Così una
volta arrivati all'interno del blocco, a una forma ottenuta cancellando via la
pietra di troppo, poteva capitare che un mutamento d'idea non fosse più
possibile allo stadio raggiunto, facendo mancare i presupposti per poter
portare avanti il lavoro (come nella Pietà Rondanini)[96]. La
personalità Lo stesso argomento in dettaglio: Aspetti psichici nell'opera
di Michelangelo. Una delle versioni del ritratto di Michelangelo di
Daniele da Volterra La leggenda dell'artista geniale ha spesso messo in seconda
luce l'uomo nella sua interezza, dotato anche di debolezze e lati oscuri.
Queste caratteristiche sono state oggetto di studi in anni recenti, che,
sfrondando l'aura divina della sua figura, hanno messo a nudo un ritratto più
veritiero e accurato di quello che emerge dalle fonti antiche, meno
accondiscendente ma sicuramente più umano[89]. Tra i difetti più evidenti
della sua personalità c'erano l'irascibilità (alcuni sono arrivati a ipotizzare
che avesse la sindrome di Asperger[97]), la permalosità, l'insoddisfazione
continua. Numerose contraddizioni animano il suo comportamento, tra cui
spiccano, per particolare forza, l'atteggiamento verso i soldi e i rapporti con
la famiglia, che sono due aspetti comunque intimamente correlati[89].
Michelangelo si autoritrasse forse come pelle senza corpo nel Giudizio universale
Sia il carteggio, sia i libri di Ricordi di Michelangelo fanno continue
allusioni ai soldi e alla loro scarsità, tanto che sembrerebbe che l'artista
vivesse e fosse morto in assoluta povertà. Gli studi di Rab Hatfield sui suoi
depositi bancari e i suoi possedimenti hanno tuttavia delineato una situazione
ben diversa, dimostrando come durante la sua esistenza egli riuscì ad
accumulare una ricchezza immensa. Basta come esempio l'inventario redatto nella
dimora di Macel de' Corvi all'indomani della sua morte: la parte iniziale del
documento sembra confermare la sua povertà, registrando due letti, qualche capo
di vestiario, alcuni oggetti di uso quotidiano, un cavallo; ma nella sua camera
da letto viene poi rinvenuto un cofanetto chiuso a chiave che, una volta aperto,
dimostra un tesoro in contanti degno di un principe. A titolo di esempio con
quel contante l'artista avrebbe potuto benissimo comprarsi un palazzo, essendo
una cifra superiore a quella sborsata in quegli anni (nel 1549) da Eleonora di
Toledo per l'acquisto di Palazzo Pitti[89]. Ne emerge quindi una figura
che, benché ricca, viveva nell'austerità spendendo con grande parsimonia e
trascurandosi fino a limiti impensabili: Condivi ricorda ad esempio come fosse
solito non togliersi gli stivali prima di andare a letto, come facevano gli
indigenti[89]. Questa marcata avarizia e l'avidità, che continuamente gli
fanno percepire in maniera distorta il proprio patrimonio, sono sicuramente
dovute a ragioni caratteriali, ma anche a motivazioni più complesse, legate al
difficile rapporto con la famiglia[96]. La penosa situazione economica dei
Buonarroti doveva averlo intimamente segnato e forse aveva come desiderio
quello di lasciar loro una cospicua eredità per risollevarne le sorti. Ma ciò è
contraddetto apparentemente dai suoi rifiuti di aiutare il padre e i fratelli,
giustificandosi con un'immaginaria mancanza di liquidi, mentre in altre
occasioni arrivava a chiedere la restituzione di somme prestate in passato,
accusandoli di vivere delle sue fatiche, se non di approfittarsi spudoratamente
della sua generosità[96]. La presunta omosessualità La tomba di
Cecchino Bracci nella basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma, realizzata su
disegno di Michelangelo Diversi storici[98] hanno affrontato il tema della
presunta omosessualità di Michelangelo esaminando i versi dedicati ad alcuni
uomini (Febo Dal Poggio, Gherardo Perini, Cecchino Bracci, Tommaso de'
Cavalieri). Si veda, ad esempio, il sonetto dedicato a Tommaso de' Cavalieri -
scritto nel 1534 - in cui Michelangelo denunciava l'abitudine del popolo di
vociare sui suoi rapporti amorosi: «E se 'l vulgo malvagio, isciocco e
rio, di quel che sente, altrui segna e addita, non è l'intensa voglia men
gradita, l'amor, la fede e l'onesto desìo.[99]» Sul disegno della Caduta
di Fetonte, al British Museum, Michelangelo scrisse una dedica a Tommaso de'
Cavalieri. Molti sonetti furono dedicati anche a Cecchino Bracci, di cui
Michelangelo disegnò il sepolcro nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. In
occasione della morte prematura di Cecchino, Buonarroti scrisse un epitaffio
(pubblicato la prima volta solo nel 1960) dalla forte ambiguità
carnale[101]: «La carne terra, e qui l'ossa mie, prive de' lor begli
occhi, e del leggiadro aspetto fan fede a quel ch'i' fu' grazia nel lecto, che
abbracciava e 'n che l'anima vive.[102]» In realtà, l'epitaffio non dice
nulla su tale presunta relazione tra i due. Del resto, gli epitaffi di
Michelangelo furono commissionati da Luigi Riccio e da questi retribuiti
mediante doni di natura gastronomica, mentre la conoscenza tra il Buonarroti e
il Bracci fu solo marginale[103]. I numerosi epitaffi scritti da
Michelangelo per Cecchino furono pubblicati postumi dal nipote, che però,
spaventato dalle implicazioni omoerotiche del testo, avrebbe modificato in più
punti il sesso del destinatario, facendone una donna[104]. Le edizioni
successive avrebbero ripreso il testo censurato, e solo l'edizione Laterza
delle Rime, nel 1960, avrebbe ristabilito la dizione originaria. Il tema
del nudo maschile in movimento è comunque centrale in tutta l'opera
michelangiolesca, tanto che è celebre la sua attitudine a rappresentare anche
le donne coi tratti spiccatamente mascolini (un esempio su tutti, le Sibille
della volta della Cappella Sistina)[100]. Non è una prova inconfutabile di
attitudini omosessuali, ma è innegabile che Michelangelo non ritrasse mai una
sua "Fornarina" o una "Violante", anzi i protagonisti della
sua arte sono sempre vigorosi individui maschili. Nel 1536 o 1538 è da
collocarsi il primo incontro con Vittoria Colonna. Nel 1539 la donna rientrò a
Roma e lì crebbe l'amicizia con Michelangelo, che la amò (almeno dal punto di
vista platonico) enormemente e su cui ebbe una grande influenza, verosimilmente
anche religiosa. A lei l'artista dedicò alcuni tra i più profondi e potenti
componimenti poetici della sua vita[100]. Il biografo Ascanio Condivi
ricordò anche come l'artista dopo la morte della donna si rammaricava di non
aver mai baciato il viso della vedova nello stesso modo in cui aveva stretto la
sua mano. Michelangelo non prese mai moglie e non sono documentate sue
relazioni amorose né con donne né con uomini. In tarda età si dedicò a
un'intensa e austera religiosità[100]. Le fonti su Michelangelo
Ritratto di Michelangelo nella seconda edizione delle Vite di Vasari
Michelangelo è l'artista che, forse più di qualunque altro, incarna il mito di
personalità geniale e versatile, capace di portare a termine imprese titaniche,
nonostante le complesse vicende personali, le sofferenze e il tormento dovuto
al difficile momento storico, fatto di sconvolgimenti politici, religiosi e
culturali. Una fama che non si è affievolita coi secoli, restando più che mai
viva anche ai giorni nostri. Se il suo ingegno e il suo talento non sono
mai stati messi in discussione, nemmeno dai più agguerriti detrattori, ciò da
solo non basta a spiegarne l'aura leggendaria, né sono sufficienti la sua
irrequietezza, o la sofferenza e la passione con cui partecipò alle vicende
della sua epoca: sono tratti che, almeno in parte, sono riscontrabili anche in
altri artisti vissuti più o meno nella sua epoca. Sicuramente il suo mito si
alimentò anche di sé stesso, nel senso che Michelangelo fu il primo e più
efficace dei suoi promotori, come emerge dalle fonti fondamentali per ricostruire
la sua biografia e la sua vicenda artistica e personale: il carteggio e le tre
biografie che lo riguardarono al suo tempo[85]. Il carteggio Nella sua
vita Michelangelo scrisse numerose lettere che in larga parte sono state
conservate in archivi e raccolte private, tra cui spicca il nucleo collezionato
dai suoi discendenti a casa Buonarroti. Il carteggio integrale di Michelangelo
è stato pubblicato nel 1965 e dal 2014 è interamente consultabile online.
Nei suoi scritti l'artista descrive spesso i propri stati d'animo e si sfoga
delle preoccupazioni e i tormenti che lo affliggono; inoltre nello scambio
epistolare approfitta spesso per riportare la propria versione dei fatti,
soprattutto quando si trova accusato o messo in cattiva luce, come nel caso dei
numerosi progetti avviati e poi abbandonati prima del completamento. Spesso si
lamenta dei committenti che gli volgono le spalle e lancia pesanti accuse
contro chi lo ostacola o lo contraddice. Quando si trova in difficoltà, come
nei momenti più oscuri della lotta con gli eredi della Rovere per il monumento
sepolcrale a Giulio II, il tono delle lettere si fa più acceso, trovando sempre
una giustificazione della propria condotta, ritagliandosi la parte di vittima
innocente e incompresa. Si può arrivare a parlare di un disegno ben preciso,
attraverso le numerose lettere, teso a scagionarlo da tutte le colpe e a
procurarsi un'aura eroica e di grande resistenza ai travagli della
vita[107]. La prima edizione delle Vite di Vasari (1550) Nel marzo del
1550, Michelangelo, quasi settantacinquenne, si vide pubblicata una sua
biografia nel volume delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e
architettori scritto dall'artista e storico aretino Giorgio Vasari e pubblicato
dall'editore fiorentino Lorenzo Torrentino. I due si erano conosciuti
brevemente a Roma nel 1543, ma non si era instaurato un rapporto
sufficientemente consolidato da permettere all'aretino di interrogare
Michelangelo. Si trattava della prima biografia di un artista composta quando
era ancora in vita, che lo indicava come il punto di arrivo di una progressione
dell'arte italiana che va da Cimabue, primo in grado di rompere con la
tradizione "greca", fino a lui, insuperabile artefice in grado di
rivaleggiare con i maestri antichi[85]. Nonostante le lodi l'artista non
approvò alcuni errori, dovuti alla mancata conoscenza diretta tra i due, e
soprattutto ad alcune ricostruzioni che, su temi caldi come quello della
sepoltura del papa, contraddicevano la sua versione costruita nei carteggi[107].
Vasari dopotutto pare che non avesse cercato documenti scritti, affidandosi
quasi esclusivamente ad amicizie più o meno vicine al Buonarroti, tra cui
Francesco Granacci e Giuliano Bugiardini, già suoi collaboratori, che però
esaurivano i loro contatti diretti con l'artista poco dopo dell'avvio dei
lavori alla Cappella Sistina, fino quindi al 1508 circa[108]. Se la parte sulla
giovinezza e sugli anni venti a Firenze appare quindi ben documentata, più
vaghi sono gli anni romani, fermandosi comunque al 1547, anno in cui dovette
essere completata la stesura[108]. Tra gli errori che più ferirono
Michelangelo c'erano le disinformazioni sul soggiorno presso Giulio II, con la
fuga da Roma che era stata attribuita all'epoca della volta della Cappella
Sistina, dovuta a un litigio col papa per il rifiuto a svelargli in anticipo
gli affreschi: Vasari conosceva i forti disappunti tra i due ma all'epoca ne
ignorava completamente le cause, cioè la disputa sulla penosa vicenda della
tomba[109]. La biografia di Ascanio Condivi Non è un caso che appena tre anni dopo, nel
1553, venne data alle stampe una nuova biografia di Michelangelo, opera del
pittore marchigiano Ascanio Condivi, suo discepolo e collaboratore. Il Condivi
è una figura di modesto rilievo nel panorama artistico e anche in campo
letterario, a giudicare da scritti certamente autografi come le sue lettere,
doveva essere poco portato. L'elegante prosa della Vita di Michelagnolo
Buonarroti è infatti assegnata dalla critica ad Annibale Caro, intellettuale di
spicco molto vicino ai Farnese, che ebbe almeno un ruolo di guida e
revisore[107]. Per quanto riguarda i contenuti, il diretto responsabile
dovette essere quasi certamente Michelangelo stesso, con un disegno di
autodifesa e celebrazione personale pressoché identico a quello del carteggio.
Lo scopo dell'impresa letteraria era quello espresso nella prefazione: oltre a
fare d'esempio ai giovani artisti, doveva "sopplire al difetto di quelli,
et prevenire l'ingiuria di questi altri", un chiaro riferimento agli
errori di Vasari[107]. La biografia del Condivi non è quindi scevra da
interventi selettivi e ricostruzioni di parte. Se si dilunga molto sugli anni
giovanili, essa tace ad esempio sull'apprendistato alla bottega del
Ghirlandaio, per sottolineare il carattere impellente e autodidatta del genio,
avversato dal padre e dalle circostanze. Più rapida è la rassegna degli anni
della vecchiaia, mentre il cardine del racconto riguarda la "tragedia
della sepoltura" (l'interminabile iter per la tomba di Giulio II),
ricostruita molto dettagliatamente e con una vivacità che ne fa uno dei passi
più interessanti del volume. Gli anni immediatamente precedenti all'uscita
della biografia furono infatti quelli dei rapporti più difficili con gli eredi
Della Rovere, minati da duri scontri e minacce di denuncia alle pubbliche
autorità e di richiesta degli anticipi versati, per cui è facile immaginare
quanto premesse all'artista fornire una sua versione della vicenda. Altra
pecca della biografia del Condivi è che, a parte rare eccezioni come il San
Matteo e le sculture per la Sagrestia Nuova, essa tace sui numerosi progetti
non finiti, come se con il passare degli anni il Buonarroti fosse ormai turbato
dal ricordo delle opere lasciate incompiute[108]. La seconda edizione
delle Vite di Vasari (1568) A quattro anni dalla scomparsa dell'artista e a
diciotto dal primo lavoro, Giorgio Vasari pubblicò una nuova edizione delle
Vite per l'editore Giunti, riveduta, ampliata e aggiornata. Quella di
Michelangelo in particolare era la biografia più rivisitata e la più attesa dal
pubblico, tanto da venire pubblicata anche in un libretto a parte dallo stesso
editore. Con la morte la leggenda dell'artista si era infatti ulteriormente
accresciuta e Vasari, protagonista delle esequie a Michelangelo svoltesi solennemente
a Firenze, non esita a riferirsi a lui come al "divino" artista.
Rispetto all'edizione precedente appare chiaro come in quegli anni Vasari si
sia maggiormente documentato e come abbia avuto modo di accedere a informazioni
di prima mano, grazie a un forte legame diretto che si era stabilito tra i
due. Il nuovo racconto è quindi molto più completo e verificato anche da
numerosi documenti scritti. Le lacune vennero colmate con la sua frequentazione
dell'artista negli anni del lavoro presso Giulio III (1550-1554) e con
l'appropriazione di interi brani della biografia del Condivi, un vero e proprio
"saccheggio" letterario: identici sono alcuni paragrafi e la
conclusione, senza alcuna menzione della fonte, anzi l'unica citazione del marchigiano
si ha per rinfacciargli l'omissione dell'apprendistato presso la bottega del
Ghirlandaio, fatto invece noto da documenti riportati dallo stesso
Vasari[109]. La completezza della seconda edizione è motivo di vanto per
l'aretino: "tutto quel [...] che si scriverrà al presente è la verità, né
so che nessuno l'abbi più praticato di me e che gli sia stato più amico e
servitore fedele, come n'è testimonio fino chi nol sa; né credo che ci sia
nessuno che possa mostrare maggior numero di lettere scritte da lui proprio, né
con più affetto che egli ha fatto a me". I Dialoghi romani di
Francisco de Hollanda L'opera che da alcuni storici è stata considerata
testimonianza delle idee artistiche di Michelangelo sono i Dialoghi romani
scritti da Francisco de Hollanda come completamento del suo trattato sulla
natura dell'arte De Pintura Antiga, scritto verso il 1548[110] e rimasto
inedito fino al XIX secolo. Durante il suo lungo soggiorno italiano,
prima di tornare in Portogallo, l'autore, allora giovanissimo, aveva
frequentato, intorno al 1538, Michelangelo allora impegnato nell'esecuzione del
Giudizio universale, all'interno del circolo di Vittoria Colonna. Nei Dialoghi
fa intervenire Michelangelo come personaggio a esprimere le proprie idee
estetiche confrontandosi con lo stesso de Hollanda. Tutto il trattato,
espressione dell'estetica neoplatonica, è comunque dominato dalla gigantesca
figura di Michelangelo, come figura esemplare dell'artista genio, solitario e
malinconico, investito di un dono "divino", che "crea"
secondo modelli metafisici, quasi a imitazione di Dio. Michelangelo diventò
così, nell'opera di De Hollanda e in genere nella cultura occidentale, il primo
degli artisti moderni. Caratteristiche fisiche Nel 2021 il paleopatologo
Francesco M. Galassi e l'antropologa forense Elena Varotto del FAPAB Research
Center di Avola, in Sicilia, hanno esaminato le scarpe e una pantofola
conservate a Casa Buonarroti, che la tradizione ritiene appartenute al genio
rinascimentale, ipotizzando che l'artista fosse alto circa 1 metro e 60[113]:
un dato concorde con quanto sostenuto dal Vasari, il quale nella sua biografia
dell'artista sostiene che il maestro fosse "di statura mediocre, di spalle
largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo. Opere Lo
stesso argomento in dettaglio: Opere di Michelangelo. Opere letterarie Rime di
Michelangelo Buonarroti raccolte da Michelangelo suo Nipote, in Firenze,
appresso i Giunti, 1623. Rime di Michelangelo Buonarroti il Vecchio, con il
commento di G. Biagioli, Parigi, presso l'editore in via Rameau nº 8, 1821.
Rime e lettere, precedute dalla vita dell'autore scritta da Ascanio Condivi,
Firenze, Barbèra, Le rime di Michelangelo Buonarroti, a cura di Cesare Guasti,
Le Monnier, Firenze, 1863. Le lettere di Michelangelo Buonarroti, a cura di
Gaetano Milanesi, Le Monnier, Firenze, 1875. Die Dichtungen des Michelagniolo
Buonarroti, a cura di C. Frey, Berlino, 1897 Edizioni moderne: Rime,
Prefazione di A. Castaldo, Roma, Oreste Garroni Editore, 1910. Le rime e le
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Poesie, Prefazione di Giovanni Amendola, Lanciano, Carabba, 1920. Le rime,
Prefazione e note di Foratti, Milano, R. Caddeo, 1921. Lettere e rime, per cura
di Guido Vitaletti, Torino, SEI, 1925. Le rime, Introduzione, note e cura di
Valentino Piccoli, Collezione Classici Italiani, Torino, UTET. Rime, a cura di
Gustavo Rodolfo Ceriello, Collana BUR, Rizzoli, Milano, 1954. Rime, a cura di Enzo
Noè Girardi, Laterza, Bari, 1960. Il carteggio di Michelangelo, edizione
postuma di Giovanni Poggi, a cura di Paola Barocchi e Renzo Ristori, 5 voll.,
Firenze, S.P.E.S., 1965-83. Rime, premessa, note e cura di Ettore Barelli,
Introduzione di Giovanni Testori, Milano, Rizzoli, 1975; Fabbri Editore,
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De Agostini, 2015. Rime, a cura di Matteo Residori, Introduzione di Mario
Baratto, con un saggio di Thomas Mann, Collana Oscar Classici, Milano,
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Montagnani, Garzanti, Milano, 2006. Le rime di Michelangelo, a cura di Marzio
Pieri e Luana Salvarani, La Finestra Editrice, Trento, 2006, ISBN
978-88-880-9771-8. [riproduce l'edizione delle Rime stampate a Firenze nel
1623] Rime, a cura di T. Gurrieri, Collana Classici, Firenze, Barbès. Rime, a
cura di Paolo Zaja, Collana Classici, Milano, BUR-Rizzoli, Canzoniere, a cura
di Maria Chiara Tarsi, Biblioteca di scrittori italiani, Milano, Guanda, Rime e
lettere, A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Collezione Classici della
letteratura europea, Milano, Bompiani, 2016, ISBN 978-88-452-8291-1. Omaggi
Michelangelo è stato raffigurato sulla banconota da 10.000 lire italiane dal
1962 al 1977. Film e documentari cortometraggio - Rolla e Michelangelo di
Romolo Bacchini (1909) documentario - Michelangelo di Kurt Oertel (1938)
documentario - Il titano, storia di Michelangelo di Kurt Oertel (1950) film tv
- Vita di Michelangelo di Silverio Blasi (1964) lungometraggio - Il tormento e
l'estasi di Carol Reed (1965) documentario - Michelangelo: The Last Giant di
Tom Priestley (1966) documentario - The Secret of Michelangelo di Milton
Fruchtman (1968) film tv - La primavera di Michelangelo di Jerry London (1990)
cortometraggio - Lo sguardo di Michelangelo di Michelangelo Antonioni (2004)
documentario - The Divine Michelangelo di Tim Dunn e Stuart Elliott (2004) film
tv - Michelangelo Superstar di Wolfgang Ebert e Martin Papirowski lungometraggio
- Michelangelo - Infinito con Enrico Lo Verso (2018) film lungometraggio -
"Il peccato - Il furore di Michelangelo" di A. Konchalovsky Opere
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2021, ISBN 978-88-6039-536-8. ^ La notizia è ricordata in una nota del padre.
Nella nota è riportata la data 6 marzo 1474, la mattina «inanzi di 4 o 5 ore».
Secondo il calendario fiorentino era l'anno 1474, mentre nella notazione comune
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italiani del XV secolo Architetti rinascimentaliArtisti di scuola
fiorentinaPittori italiani del RinascimentoPoeti italiani trattanti tematiche
LGBTPersonalità celebrate nel calendario liturgico luterano[altre]. Michelangelo
Buonarroti Simoni. Keywords: the theory of everything. Refs.: “Grice e Simoni.”
Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simoni: la ragione
conversazionale degl’ ‘eretici’ reazionari italiani – gl’acuti – i nobili – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Studia
con BENDINELLI e PALEARIO, due umanisti in dore d’eresia. Il secondo fine sul
rogo a Roma. Legge sostenuto dal padre e dal patrizio veneziano MOCENIGO e peregrina
nei maggiori studi d'Italia: Bologna, Pavia, Ferrara, e Napoli. Si laurea a Padova.
Diversi ma tutti autorevoli i suoi professori: da MAGGI a CARDANO, da BOLDONI a
BRASAVOLA. La sua formazione e di stampo del LIZIO, come s'insegna nello studio
padovano, con una forte esigenza razionalistica che ha riflessi nel campo
religioso, tale da mettere in dubbio l'immortalità dell'anima e a creare
sospetti di eresia tra i professori e gl’studenti di quella università. Con
questa preparazione, S. fa ritorno a Lucca, dove scrive saggi di argomento
filosofico. Lucca ha vissuto un periodo concitato d’aperti conflitti
sociali e poi di tentativi di riforme politiche, portate avanti dal
gonfaloniere BURLAMACCHI e dal circolo di filosofi riuniti intorno a VERMIGLI. Quando
ritorna a Lucca, quella fervida attività è già stata spenta dalla reazione
cattolica guidata da GUIDICCIONI, ma certo quelle idee di riforma circolano
ancora sotterraneamente, e forse lui stesso le ha già raccolte durante i suoi
trascorsi nelle diverse università da lui frequentate. Sta di fatto che è chiamato
dall’autorità lucchesi a dare spiegazioni sulle proprie opinioni. Per tutta
risposta non fidandosi troppo delle sue forze, cerca la salvezza con la fuga. Munito
solo di un cavallo e dei propri risparmi, dopo aver preso commiato dalla
famiglia, fugge, accompagnato da un servitore, alla volta di Ginevra. Negl’atti
ufficiali della repubblica di Lucca, la sua condanna per eresia si formalizza. A
Ginevra, patria del calvinismo, si forma una numerosa colonia di emigrati
italiani e tra questi non pochi sono i lucchesi. La comunità italiana è
inserita in una propria chiesa e S. vi ha l'incarico di catechista. Preso a
benvolere dall'influente teologo BEZA, ottenne di insegnare filosofia: un
incarico dapprima senza compenso, poi retribuito insieme con la nomina a professore.
Anche il padre Giovanni si stabilì a Ginevra. In quello stesso periodo gli
venne aumentato lo stipendio, ottenne un alloggio gratuito e, nell'accademia è istituita
appositamente per lui la cattedra. Pubblica saggi. Presso Crespin apparve
il suo “In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum
cadunt commentarius unus” è il commento al “De sensu et sensibilibus” di
Aristotele. In esso define la verità filosofica -- una premessa tipica del
lizio padovano ma poi cerca di dimostrare che la ragione, indagando la natura,
può giungere al divino, rivelando le verità di fede. In tal modo, sostiene che
anche ogni questione ha natura razionale e, qualora sorgano contrasti, la
ragione è in grado di comporli, indicando la via da seguire per una corretta
interpretazione. Una conseguenza, seppure non esplicita nel commento, della
prevalenza della ragione sulla fede, è che il dogma espressione della
tradizionale sub-ordinazione della ragione alla fede non ha motivo di esistere.
Il suo LIZIO che poco concede alla teologia si conferma con i successivi
commenti all'Etica Nicomachea e al De anima, mentre S. condusse una lunga e
dura polemica contro il filosofo Schegk. Questi, proprio all'opposto del S. usa
argomenti tratti dalla scolastica per dimostrare la realtà della teoria, allora
caldeggiata in ambienti luterani, della ubiquità del corpo di Cristo. S.
risponde con argomenti di carattere fisico dimostrando l'irrealtà di tale
assunto. Un olo corpo fisico non può che occupare, nello stesso tempo, un unico
spazio determinato. Anche Cristo, in vita, e soggetto alla legge naturale. Dopo
la morte, Cristo mantenne soltanto una natura divina. Non è sostenibile l'idea
che il divinopossa mutare una legge naturale in legge trans-naturale o
sovra-naturale. Ente perfetto e primo motore immobile come lo delinea
Aristotele il divino agisce sulla natura unicamente attraverso la sua
perfezione che indirizza al bene gl’esseri naturali. Il suo carattere
collerico e l'alta considerazione che ha di sé lo porta a una lite clamorosa
con BALBANI, un altro lucchese. Durante il matrimonio della figlia di questi, S.
lo copre d'insulti, con grave scandalo delle autorità di Ginevra, che fanno
imprigionare S. e lo espulsero dall'accademia. A nulla valsero le suoi scuse
presentate -- è del resto probabile che la severità del consiglio e del
Concistoro ginevrino e motivata anche dalla freddezza e dallo suo spirito
d'indipendenza dimostrato che pure si dichiara calvinista in materia di
religione. Tuttavia BEZA gli mantenne ancora la sua amicizia e lo forne di una
lettera di raccomandazione con la quale si dirige alla volta di Parigi. A
Parigi ottenne una buona accoglienza. I calvinisti qui chiamati ugonotti sono
ancora tollerati e le lusinghiere referenze gli fanno ottenere una cattedra di
filosofia al collège royal, dove le sue lezioni ottenneno subito un grande
concorso di pubblico. Come scrisve a BEZA, alle sue lezioni assistevano sei o
settecento uomini barbati, dottori, professori, et altri di robba lunga, preti,
frati, giesuiti et altra simil razza d'uomini. Si ha congratulazioni di RAMO,
che volle incontrarlo e lo chiama “felicissimum et praestantissimum ingenium
italicum”, non però quelle del collega CHARPENTIER, che teme che fosse stato
mandato da Ginevra per turbare questa scuola. Sa che la sua permanenza a Parigi
è precaria. Il nome di Ginevra mi nuoce più che il nome di ugonotto -- né puo
valere molto la protezione del cardinale COLIGNY, passato al calvinismo. Rifere
di aver rifiutato offerte sostanziose da parte cattolica per insegnare in loro
collegi, a prezzo di una sua conversione, e di attendersi un prossimo editto che
affronta il problema della convivenza tra cattolici e ugonotti. Un editto
effettivamente ci e, emanato da Carlo IX, con il quale si proibe ai protestanti
l'insegnamento pubblico. Così, perduti anche i suoi saggi che gli furono
sequestrati, e costretto ad abbandonare la Francia. Si apre un nuovo
periodo di difficoltà. Non potendo insegnare a Ginevra, cerca di ottenere un
incarico a Zurigo e a Basilea, sollecitando in tal senso altr’emigrati italiani
come l'editore PERNA e il filosofo umanista CURIONE, ma invano. I sospetti di
anti-trinitarismo che gravano sul suo conto, da quando fa visita nel carcere di
Berna all'eretico GENTILE poco prima che
questi venisse giustiziato, e il recente scandalo provocato a Ginevra non
agevolavano il suo inserimento nelle élite filosofica delle città
svizzere. Ottenne bensì una raccomandazione da BULLINGER per un posto di
insegnante a Heidelberg, ma anche qui rimane poco tempo. La sua amicizia con
l'anti-trinitario ERASTO, il suo a LIZIO senza compromessi dal nulla, nulla si
crea, sostenne in una pubblica lezione, cosicché anche Cristo era stato creato
dal divino Padre e il suo carattere spigoloso gl’alienarono ogni simpatia e
dove riprendere la via di Basilea. Ottenne una cattedra straordinaria di
filosofia a Lipsia. Se puo fregiarsi della stima d’Augusto I, non eguale
considerazione ottenne dai suoi colleghi, che fanno gruppo a sé e lo isolarono.
Non si perde d'animo. Molto popolare tra gli studenti per la vivacità delle sue
lezioni e lo spirito critico che infonde negl’allievi, fonda, all'interno
dell'Università, un'accademia sul modello umanistico italiano, battezzandola degl’acuti.
Degl’acuti, entra a far parte un gruppo di suoi studenti. Le discussioni
dovevano vertere sulla interpretazione di passi del LIZIO i filosofi così
raggruppati intorno a lui dettero ben presto dello spirito critico e dell'idea
di esser superiori agl’altri, che il vivace professore finisce per insinuare
nei loro animi. Pasquinate anonime contro un professore, e un litigio clamoroso
tra questo e S., iniziano una serie di incidenti che ha termine con la
soppressione degl’acuti. La soppressione degl’acuti, decisa dal senato
universitario, testimonia i difficili rapporti intercorrenti tra l'università e
lui, che per altro in città era reputato ospite illustre, professionista
affermato e ricercato, uomo di mondo e di cultura dalla posizione prestigiosa,
che gode della stima e del rispetto dei suoi concittadini, e la cui fama
oltrepassa la frontiera del paese che gli dava ospitalità. Infatti, oltre a
insegnare filosofia e ad avere allievi anche illustri, come il prìncipe RADZIWIŁL,
esercita la professione medica, vantando clienti di riguardo. Pubblica il suo saggio
filosofico più originale, la “De vera nobilitate”, dedicato ad Augusto I. La
vera nobiltà è la virtù (ANDREIA) dell'anima umana, la quale è intesa alla
maniera del LIZIO, come forma del corpo. La virtù dell'anima è perciò
strettamente legata alla particolare costituzione del corpo, trasmessa
nell'individuo di generazione in generazione dal seme del padre, che
costituisce la causa efficiente del singolo essere. Non per nulla da ‘genere’ deriva
‘generoso’. Se pure non ogni nobile è generoso, chi è generoso è considerato
nobile. Le differenze sociali tra gl’uomini e le conformazioni dei loro corpi
sono egualmente corrispondenti per necessità naturale. La natura vuole infatti
fare diversamente il corpo dei liberi da quelli dei servi. Questi robusti e con
deformità necessarie al loro particolare utilizzo. Quelli diritti e belli,
perché non desti tali fatiche, ma alla vita civile. L’educazione svolge una
funzione per la formazione dell'uomo, ma resta inferiore a quella naturale. Di
due uomini, di diversa estrazione sociale ma educati allo stesso modo, il
nobile risulta meglio formato, in quanto la natura lo ha costituito di una
materia superiore. L'educazione ha lo stesso effetto della medicina. Fa recuperare
la propria condizione di salute, ma non può migliorarla oltre il limite fissato
dalla natura. Viene da sé che le famiglie nobili d’Italia diano lustro
alla nazione italiana, formando l'élite della società civile sotto l'aspetto
culturale e politico. Questo avviene nella nazione italiana, di antica civiltà in
sostanza. Presso i barbari non può esistere nobiltà. Il barbaro e giustamente
detto servo per natura e in quanto servo non porta in lui nessuna virtù,
essendo nato per servire sotto una tirannia e non in un regio e civile governo.
La virtù dei nobili non possono consistere nell'accumulare ricchezze, ma essa e
ugualmente attiva e pratica. E la virtù civili del politico, che si occupa del
benessere dei cittadini, quelle del medico, che si occupa della salute degl’individui,
del fisiologo, che studia la natura e infine del metafisico, che studia le cose
divine. Queste ultime, insieme alla virtù della contemplazione, è però meglio
riservarle nella vita che ci attende dopo la morte, quando quei problemi
saranno facilmente risolti. Queste cose sono irrise dai politici, tra i quali,
non tra gl’angeli, si discute di nobiltà. Nel frattempo, è opportuno dedicarsi
alle cose di questo mondo ed essere utili alla società degl’uomini. Si loda
Socrate il quale, trascurate le altre parti della filosofia, coltiva quella
sola che era più adatta ai costumi degl’uomini e alle istituzioni civili. Che
la vera nobiltà si debba esprimere nell'attività pratica e civile è ribadito
più volte. La nobiltà spunta fuori dalla società civile, non dalla solitudine e
la virtù spirituale, come quelle mostrate dai mistici e dai contemplativi,
non e virtù nobile propria dell'essere umano. Questa virtù discende direttamente
dal divino e perciò non derivano da generazione spermatica naturale del padre,
non sono frutto della carne e del sangue il fondamento della vera nobiltà e non
essendo ereditarie non puo essere considerata virtù nobile. Naturalmente, ai innobili
non possono essere affidati incarichi di responsabilità nel governo della
società, ma al più solo l'esercizio di magistrature minori. Derivando dal
sangue la nobiltà, non si può diventare autenticamente nobili attraverso
conferimenti onorifici, anche se concessi d’un sovrano mentre, al contrario, un
autentico nobile non può essere privato della fama e dell'onore, perché in lui
opera sempre quella forza e quell'efficacia naturale ricevuta dai suoi antenati.
Dopo questa applicazione dei principi del LIZIO al vivere civile e al governo
dello stato, che deve essere affidato a chi per natura fa parte degl’ottimati,
si dedica a trattare temi propriamente medici. Appare a Lipsia il suo “De
partibus animalium” ove descrive la conformazione del feto, la “De vera ac
indubitata ratione continuationis, intermittentiae, periodorum febrium
humoralium”; l'”Artificiosa curandae pestis methodus” ; la “Synopsis brevissima
novae theoriae de humoralium febrium natura” -- temi di drammatica attualità, a
Lipsia, investita da un'epidemia di peste. Ottene il permesso di
esercitare la professione medica all'interno dell'università, pur senza
ottenere, oltre quella straordinaria di filosofia, anche una cattedra di
medicina. Presenta ad Augusto I una proposta di riforma universitaria. S'indica
la necessità di una maggiore cura nell'assunzione dei professori, che dovevano
dimostrare non solo di possedere la necessaria scienza, ma anche capacità
didattiche. Dovevano anche essere obbligati a tenere un maggior numero di
lezioni s'imponevano multe ai professori inadempienti mentre la durata
dell'anno accademico venne prolungata. Particolare cura dedica
all'insegnamento. Dovevano tenere lezioni V professori, tra i quali un chirurgo
che avrebbe tenuto esercitazioni di anatomia e fatto dimostrazioni pratiche di
cura delle diverse affezioni. La qualità dell'insegnamento teorico anda migliorata.
Ritene che corressero troppe affermazioni dogmatiche, che sarebbero dovute
essere verificate dalla pratica e dal rigore della dimostrazione dialettica. A
questo proposito opina che avrebbe giovato un'accurata conoscenza delle opere del
LIZIO. Non mancano poi critiche severe sull'attuale andamento a Lipsia. I
rettori sono scelti grazie alle loro aderenze, si promuovevano studenti
immeritevoli, vi è scarsa pulizia, la farmacia universitaria è mal tenuta. Tali
proposte e simili critiche non potevano che alimentare ancor più l'ostilità dei
colleghi. Egli non sembra preoccuparsene. La stima dell'Elettore Augusto si
mantene immutata, se lo fa nominare Professore di filosofia e lo promuove a suo
primo medico personale. Avvenne tuttavia che, su sollecitazione della chiesa
luterana, la quale prepara una confessione di fede che in particolare tutti
funzionari e gl’impiegati, a vario titolo, dello stato avrebbero dovuto
firmare, l'elettore pretese tale sottoscrizione anche dal professor S.,
ottenendone un netto rifiuto. Racconta lo stesso S. che, avendo rifiutato
costantemente di sotto-scrivere quella che i teologi sassoni denominarono
Formula di Concordia, il Principe Elettore rivolge il suo sdegno contro di me. Al
che S. decide di andarsene e, nonostante l'Elettore cerca d'impedirlo, da
l'ultimo saluto a quelle popolazioni. Si trasfere a Praga, dove venne assunto
quale medico personale di Rodolfo II. Tale incarico e il carattere cattolico
dell'Impero di cui era ora suddito rendeva necessario un chiarimento sulle sue
posizioni religiose, poiché è nota la rottura avvenuta a Ginevra con i
calvinisti e a Lipsia con i luterani. S. si adegua facilmente alla nuova situazione
e abiura pubblicamente le passate convinzioni, ritratta quanto nei suoi scritti
poteva esservi di eretico e abbraccia formalmente il cattolicesimo. Si tratta
di una scelta di convenienza, seppure comprensibile nel clima torbido delle
persecuzioni e dell'intolleranza. Lo scrive lui stesso all'amico Selnecker, un
teologo luterano. Confesso di aver abiurato, anche se non avrei voluto farlo
neppure a costo del mio sangue. Di tale mio atto altri comunque sono i
responsabili. In nessun altro modo avrei potuto infatti salvare la mia vita,
quella di mia moglie e dei miei figli che speravo di poter condurre con me. La
moglie muore poco dopo e i tre figli rimasero affidati a Lipsia al nonno
materno. Io, un italiano perseguitato a causa della religione luterana,
dichiarato nemico della patria, esposto per decreto del senato all'agguato di
sicari. E ricorda la sorte di chi non si è piegato a compromessi. I che vidi
con questi occhi il Paleologo, esule per causa di religione, condotto su
richiesta del legato pontificio dalla Moravia a Vienna, e di qui trascinato in
catene a Roma (si sente dire che ormai è stato crudelmente arso sul rogo), io
che sono circondato da ogni parte da infinite difficoltà e pericoli di ogni
genere, che cosa avrei dovuto fare? Questa lettera non venne agl’occhi dei
gesuiti, che vantarono il successo ottenuto con la presunta conversione del
filosofo famoso, il quale avrebbe promessoa dir lorodi collaborare nella lotta
agl’eretici. La loro soddisfazione non dovette però durare a lungo, o forse
essi stessi credettero poco alla conversione del S., se lo storico gesuita SACCHINI
puo qualificarlo di miserabile uomo che in disprezzo di ogni religione sprofonda
nell'empietà, mentre tra i protestanti BEZA, alla notizia della sua
conversione, commenta di essere sempre stato convinto che l'unico divino è in
realtà Aristotele, del Lizio. Monau, dopo aver ricordato i suoi continui
trascorsi da cattolico si è fatto calvinista, da calvinista anti-trinitario, da
anti-trinitario luterano, e ora di nuovo papista. Lo stratteggia da uomo
profano ed empio, come indicano sia i suoi costumi, sia i suoi discorsi, sia
tutta la sua vita. Forse egli stesso sente di essere circondato da un clima di
diffidenza se non di disprezzo, perché prende la risoluzione di lasciare le
terre dell'impero per trasferirsi in Polonia. Sembra che sia stato un
altro italiano, BUCCELLA, medico personale del re Stefano Báthory, a
raccomandarlo come medico della corte di Cracovia. BUCCELLA, di fede
anabattista, gode di notevole considerazione, né la sua fama d’eretico gl’aveva
pregiudicato l'esercizio della professione in quella Polonia che era ancora un
paese tollerante. Il prestigioso incarico e la fama stessa di cui da tempo gode
gl’apre le porte della migliore società. Riprese a pubblicare alcuni saggi: la “Disputatio
de putredine” è una confutazione, sulla scorta di Aristotele del Lizio, delle
teorie d’Erasto, mentre la “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et
generosi domini a Niemsta” è una relazione sulla morte di un borgomastro. Sulla
malattia di quest'ultimo torna nel “Simonius supplex” insieme con una delle solite
polemiche che lo videro ora opporsi al medico di SQUARCIALUPI. Una nuova svolta
nella sua si verifica con la malattia e
la morte del re Stefano. Báthory si sente male nel suo castello di Grodno, e
nel consulto tenuto da BUCCELLA e da S. emersero serie divergenze. BUCCELLA giudica
molto grave le condizioni di Stefano. S. ritenne che non ci è nessun pericolo.
Due giorni dopo le condizioni del re si aggravarono e i due medici si trovarono
d'accordo nell'imporre un salasso al re ma in contrasto sulla dieta. S. e
favorevole a fargli bere del vino, che BUCCELLA intende invece proibire.
Nemmeno nella diagnosi si trovarono d'accordo. Per BUCCELLA, il re soffre di
asma. Per S., d’epilessia. Sopravvenne una nuova grave crisi e il re perde
conoscenza. Pur giudicando molto gravi le sue condizioni di salute, S.
rassicura i circostanti, perché, a suo dire, non c'è ancora pericolo di morte.
Appena pronunzia queste parole che il re spira. Lascia il castello e non volle
assistere all'autopsia, sostenendo che è inutile, poiché l'epilessia “ab
infernis partibus ducit originem” e non lascia tracce nel cadavere. Coordinata
da BUCCELLA, l'autopsia è effettuata da Zigulitz, che accerta una grave
alterazione dei due reni. La ri-cognizione dello scheletro di Báthory conferma
che la morte avvenne per de-generazione renale, uremia e calcolosi. Cracovia:
chiesa di San Francesco pubblica a sua difesa lo “Stephani primi sanitas, vita medica,
aegritudo, mors” che e violentemente contestato dal “De morbo et obitu
serenissimi magni Stephani” scritto da Chiakor su ispirazione di BUCCELLA. La
polemica prosegue a lungo, coinvolgendo altr’amici di BUCCELLA, e degenerando
in insulti e attacchi sulle convinzioni filosofiche dei due protagonisti. Contro
S., tra gl’altri, e indirizzato l'opuscolo “Simonis Simoni lucensis, primum
romani, tum calviniani, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei
summa religio”. Alla fine, Sigismondo III ri-conferma BUCCELLA nella carica di
medico curante, escludendo S. da ogni incarico di corte. Da allora, le
notizie su lui si fanno scarse. Pur senza avere incarichi ufficiali, mantenne
una ricca clientela e gode della considerazione di Rodolfo, dei principi Radziwiłł, di Pavlowski e
dei gesuiti, dai quali si fa ri-ilasciare un salva-condotto per rientrare in
Italia e recarsi a Roma. Precauzione necessaria, con i suoi trascorsi: una
precauzione maggiore e però quella di rinunciare al viaggio. La sua vita
agitata ha così fine a Cracovia, come lo ricorda la lapide posta sulla sua
tomba nella chiesa di S. Francesco. La data di nascita si deduce dalla lapide
sepolcrale, poi andata distrutta in un incendio, posta nella chiesa di S. Francesco,
a Cracovia, nella quale era scritto che il Simoni «ultimum diem clausit III.” Il
testo della lapide è in S. Ciampi, Viaggio in Polonia, Queste notizie biografiche
si apprendono da saggio di S., “Scopae, quibus verritur confutation”. Per
secoli gli storici discuteno del luogo della sua nascita. Verdigi, “S. filosofo
e medico”, Madonia, “S. da Lucca”; Lucchesini, Come scrive egli stesso: S., “Synopsis
brevissima” Madonia, S. da Lucca, Tommasi, “Sommario della storia di Lucca”; Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese”; Fabris, “La filosofia di S.” n Verdigi, S.,
S. S. a Teodoro di Beza, in Pascal, Da
Lucca a Ginevra, e in Verdigi, S. S. a Beza, in Verdigi, S., Madonia, S. Pierro,
La vita errabonda di uno spirito einquieto. S. S. S., “Simonius supplex” in Madonia, S. da Lucca, Firpo, Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese. Il paleo-logo
e decapitato in carcere e il cadavere
arso pubblicamente a Roma, nel campo de' fiori. Firpo, Alcuni documenti sulla
conversione al cattolicesimo di un eretico lucchese; Sacchini, Historia
Societatis Jesu, in Verdigi, S., Beza, lettera a Gwalther, in Pascal, Da Lucca
a Ginevra, Monau, lettera a Crato, in Caccamo, “Eretici italiani” Pierro, La
vita errabonda di uno spirito inquieto. S., Madonia, S. da Lucca. Altre saggi:
“In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt
commentarius unus” (Geneva, Crispinum); “Commentariorum in Ethica Aristotelis
ad Nicomachum, liber primus” (Geneva, apud Ioannem Crispinum); “Interpretatio
eorum quae continentur in praefatione Simonis Simonij Lucensis, Doct. Med. et
Philosophiae cuidam libello affixa, cuius inscriptio est: Declaratio eorum quae
in libello D. D. Iacobi Schegkii, et c.” (Geneva, Crispinum); “Phisiologorum
omnium principiis Aristotelis De anima libri III” (Lipsiae, Võgelin); Anti-schegkianorum
liber I, in quo ad obiecta Schegkii respondetur, vetera etiam non nulla,
dialectica et phisiologica praesertim, errata eiusdem, male defensa et excusata
inculcantur, novaque quam plurima peiora prioribus deteguntur” (Basilea, Perna);
“Responsum ad elegantissimam illam modestissimamque praephationem Schegkii, cui
titulum fecit Prodromus antisimonii”; “Ad amicum quendam epistola, in qua vere
ostenditur, quid causae fuerit, quod responsum illud, quo maledicus, et multis
erroribus refertus Schegkij doctoris et professoris Tubingensis liber plene refellitur,
nondum in lucem prodierit” (Pariggi, in vico Jacobaeo); “De vera nobilitate” (Lipsiae,
Rhamba); “De partibus animalium, proprie vocatis Solidis, atque obiter de prima
foetus conformatione” (Lipsiae, Rhamba); “De vera ac indubitata ratione
continuationis, intermittentiae, periodorum febrium humoralium” (Lipsiae, Bervaldi);
“Artificiosa curandae pestis methodus, libellis duobus comprehensa” (Lipsiae,
Steinmann); “Synopsis brevissima novae theoriae de humoralium frebrium natura,
periodis, SIGNIS, et curatione, cuius paulo post copiosissima et accuratissima
consequentur hypomnemata; annexa eiusdem autoris brevi de humorum differentiis
dissertatione. Accessit eiusdem Simonis examen sententiae a Brunone Seidelio
latae de iis, quae Jubertus ad axplicandam in paradoxis suis disputavit” (Basilea,
Perna); “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et generosi domini a Niemsta”
(Cracovia, Lazari); “Disputatio de putredine” (Cracovia, Lazari); “Commentariola
medica et physica ad aliquot scripta cuiusdam Camillomarcelli SQUARCIALUPI nunc
medicum agentis in Transilvania” (Vilna, Velicef); “Simonius supplex ad
incomparabilem virum, praeclarisque suis facinoribus de universa republica
literaria egregie meritum Marcellocamillum quendam Squarcilupum Thuscum Plumbinensem
triumphantem”; “Pars in qua de
peripneumoniae nothae dignitione curationeque in domino a Niemista, de subiecto
febris, de rabie canis, de starnutamento, de infecundis nuptiis agitur” (Cracovia,
Rodecius); “D. Stephani primi Polonorum regis magnique Lithuaniae ducis vita
medica, aegritudo, mors” (Nyssae, Reinheckelii); “Responsum ad epistolam
cuiusdam G. Chiakor Ungari, de morte Stephani primi”; “Responsum ad Refutationem
scripti de sanitate, victu medico, aegritudine, obitu, D. Stephani Polonorum
regis, Olomutii, Scopae, quibus verritur confutatio, quam advocati Nicolai
Buccellae Itali chirurgi anabaptistae innumeris mendaciorum, calumniarum,
errorumque purgamentis infartam postremo emiserunt (Olomutii, Milichtaler); Appendix
scoparum in N. BUCCELLAM, Sacchini, Historiae Societatis Iesu” (Antverpiae, Nutii);
Ciampi, “Viaggio in Polonia” (Firenze, Gallett); Lucchesini” (Lucca, Giusti); Tommasi,
Sttoria di Lucca” (Firenze, Vieusseaux); Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese” -- Rivista storica italiana, Cantimori, “Un
italiano a Lipsia” Studi Germanici -- Pierro, La vita errabonda di uno spirito inquieto,
Minerva, Torino; Caccamo, “Eretici italiani” (Firenze, Sansoni); Firpo, “Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese S.”, “Annali
della Scuola normale superiore di Pisa, Madonia, Rinascimento, Firenze, Sansoni, Madonia,
Il soggiorno in Polonia, in «Studi e ricerche I», Verdigi, Lucca, Tiraboschi su
S., in Biblioteca Modenese, Modena, Ciampi,
Viaggio in Polonia, Lucchesini, Della storia letteraria del Ducato lucchese, Tommasi, Sommario della storia di Lucca, su S. Antischegkianorum liber I. S., De vera
nobilitate; S/ Artificiosa curandae pestis methodus. Simone Simoni. Simoni.
Keywords: nobilitaà, eretici italiani. Luigi Speranza, “Grice e Simoni” – The
Swimming-Pool Library. Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simonide: la ragione conversazionale e la
filosofia sotto il principato di Valente. la filiale dell’Accademia – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A member of the Accademia, well known for living a principled and
disciplined life. He is, unfortunately, accused of involvement in a plot
against the prince VALENTE (si veda). S.’s
refusal to betray any secret lets to him being burnt alive.
Luigi Speranza -- Grice e Sini: la ragione
conversazionale e la filosofia del segno – la scuola di Bologna -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Bologna).
Filosofo romagnuolo.
Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Sini; especially his
“I segni dell’anima,” since this is, in a nutshell, what my philosophy has been
all about: the signs of the soul!” Studia
a Milano sotto BARIÉ e PACI, con il quale si laurea. Insegna ad Aquila e Milano.
Membro per del Collegium phaenomenologicum di Perugia, della Società filosofica
italiana e socio dei Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e lettere. Insignito
per una sua opera del premio della presidenza del consiglio dello stato italiano.
Collabora al Corriere della Sera e la Rai. Dirige per Versorio la collana
"Pragmata", membro del comitato scientifico del festival La Festa
della Filosofia. Premiato da Milano con l'Ambrogino d'oro. Con Grice, tra i
primi a segnalare all'attenzione l'importanza della teoria del segno di Peirce.
Propone un filone di ricerca sulla convergenza dei percorsi di Peirce e
Heidegger sul filo dell'ermeneutica benché la sua formazione didattica fosse di
orientamento prevalentemente fenomenologico. La sua proposta teoretica si
concentra sul tema della scrittura e sulla centralità dell' abecedario come
forma logica della filosofia nella lingua del Lazio. In “Figure
dell'enciclopedia filosofica” rende conto della radicalità del gesto istitutivo
di LUCREZIO e della nascita della filosofia romana in modo da illuminare la
genealogia della nostra civiltà e le figure del suo destino. Questo saggio si
misura con nodi problematici e profondi della nostra cultura. Si mostra la
verità del gesto filosofico di LUCREZIO nel tratto tecnologico dell’abecedario
che trasforma la relazione al mondo in cosità – “de rerum natura”. La pratica
del concetto, infatti, in-forma il paradigma dell'oggettività – “in rerum
natura” -- e traduce la sterminate antichità dell'umano all'interno dell'ambito
crono-topico della visione logica elaborata dalla scansione dell’abecedario del
mondo con la conseguente nascita del tempo e del sapere storico. All'educazione
mitologica dei corpi dei uomini si sostituisce l'educazione dei animi nella ri-mozione
delle qualità sensibili della vita vissuta. Prima operazione di ingegneria
genetica che comporta sia la nascita del soggetto morale nella paideia del bio-politico
-- come Nietzsche intuisce -- sia il conseguente destino nichilista rivelato
dal dis-incanto. Ma l'intreccio, che dalla pre-istoria conduce ai nostri
giorni, rinvia al desiderio e all'iscrizione originaria che danza nelle figure
del sesso e della morte. La soglia così dischiusa, annunciata dalla verità
analogica dell'evento mimato nella generazione, permette il passaggio del
movente desiderante nel desiderio di vita eternal. L’ACCADEMIA e la logica
disgiuntiva hegeliana rappresentano i due poli più rilevanti di questa
consapevolezza lancinante. Addirittura, tutta la filosofia dell’ACCADEMIA è
probabilmente da pensare come la domanda più alta e profonda che sia mai stata
posta alla sapienza di BACCO. E così,
dagli ominidi alla società dell'informazione, sul filo delle pratiche che ne
circoscrivono le traiettorie, la trama del senso transita al SEGNO disegnando
le co-ordinate del nostro tempo e il predominio della visione scientifica e
delle sue figure che dileguano la consistenza dell'inter-soggetivito,
profilando nel rituale pubblico del potere finanziario, e nella conseguente
imposizione dell'universalità oggettiva, un paradosso costitutivo che nasconde
nuove e positive opportunità ancora tutte da scoprire -- e attualmente
mascherate dalla deleteria mercificazione imperante. Delineando nuove occasioni
di senso, le figure dell'enciclopedia invitano a sognare più vero, vale a dire
ad abitare la conoscenza filosofica nell'esercizio dell'evento del significato
nella concretezza delle sue pratiche. Ethos di una nuova scrittura della
soggezione del mortale al desiderio, nell'apertura al transito della vita.
Approfondisce la questione del logos -- parola, ragione -- e della tecnica
facendo del primo il fondamento ultimo, della seconda l'essenza. Una posizione
di rilievo e in controtendenza all´interno del panorama di questa specifica
area della filosofia. Altre saggi: “I greci” ((Accademia di Belle Arti,
Milano), “La funzione della filosofia” (Marsilio, Padova); “La fenomenologia”
(Nigri, Milano); “Storia della filosofia” (Morano, Napoli); “Il pragmatismo
(Laterza, Roma); “Segno” (Mulino, Bologna); “Passare il segno” (Saggiatore,
Milano); “Kinesis: saggio d'interpretazione (Spirali, Milano)”; “Il metodo”
(Unicopli, Milano); “Parola e silenzo” (Marietti, Genova); “Segni dei animi” (Laterza,
Bari); “Segno ed immagine” (Spirali, Milano); “Segni dei uomini” (Egea, Milano):
“L'espressione e il profondo” (Lanfranchi, Milano)”, Etica della scrittura (Il
Saggiatore, Milano, Mimesis, Milano); “Pensare il Progetto” (Tranchida, Milano);
“Filosofia teoretica” (Jaca, Milano) Variazioni sul foglio-mondo. Peirce,
Wittgenstein, la scrittura” (Hestia, Como), “L'incanto del ritmo” (Tranchida,
Milano Filosofia e scrittura (Laterza, Roma); “Scrivere il silenzio:
Wittgenstein e il problema del linguaggio” (Egea, Milano); “Teoria e pratica
del foglio-mondo (Laterza, Roma-Bari) Gli abiti, le pratiche, i saperi (Jaca,
Milano) Scrivere il fenomeno: fenomenologia e pratica del sapere (Morano,
Napoli) Ragione (Clueb, Bologna) Idoli della conoscenza (Cortina, Milano La
libertà, la finanza, la comunicazione (Spirali, Milano) La scrittura e il
debito: conflitto tra culture e antropologia” (Jaca, Milano); “Il comico e la
vita” (Jaca, Milano); “Figure dell'enciclopedia filosofica. Transito verità” (Jaca,
Milano), “L'analogia della parola: filosofia e metafisica; La mente e il corpo: filosofia e psicologia; Origine
del significato: filosofia ed etologia; La virtù politica: filosofia e
antropologia; Raccontare il mondo: filosofia e cosmologia; Le arti dinamiche:
filosofia e pedagogia La materia delle
cose: filosofia e scienza dei materiali (Cuem, Milano); “La verità e la vita” (Ghibli,
Milano) Del viver bene: filosofia ed economia (Cuem, Milano); “Distanza un
segno: filosofia e semiotica” (Cuem, Milano); “Il gioco del silenzio (Mondadori,
Milano); “Il segreto di Alicia” (AlboVersorio, Milano); “Eracle al bivio:
semiotica e filosofia” (Bollati Boringhieri, Torino); “Da parte a parte.
Apologia del relativo (ETS, Pisa) L'uomo, la macchina, l'automa: lavoro e
conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto (Boringhieri, Torino) L'Eros
dionisiaco (Versorio, Milano); “Figure d'Occidente” (Versorio, Milano); “La
nascita di Eros” (Versorio, Milano); “Spinoza” (Time, Milano ); Redaelli, Il
nodo dei nodi. L'esercizio della filosofia” (Ets, Pisa); “Il filosofo e le
pratiche. In dialogo con S. (E.Redaelli,
BrovelliCrippa, Valle, Redaelli),
Milano, CUEM. Comerci, Filosofia e mondo. Il confronto di S., Milano, Mimesis. Cristiano, La filosofia di S.: semiotica ed
ermeneutica (Milano, Mimesis) Collana
Pragmata, in AlboVersorio, Cfr. Copia archiviata, su unimi). Logos e techne,
tecnologia e filosofia, S. Noema, Treccani Enciclopedie o Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Nòema la
rivista di filosofia diretta da Fabbrichesi e S., su riviste. Archivio S. il
luogo ove i materiali relativi ai corsi di S. ed altro ancora. Lectio
Magistralis di S. su La Différance, Arcoiris TV, Riflessioni sul Senso della
Vita. Intervista di Nardi, Riflessioni
Collana Pragmata, Versorio. Carlo Sini. Sini. Keywords: segno, da Lucrezio a
Cicerone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza Grice e Siracusa: FILOSOFIA
SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola – la ragione conversazionale del tutore di
filosofia del principe ai bagni di Pozzuoli – la scuola di Siracusa -- filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Grice: “We know
William is from Ockham but we call him Ockham, not William; similarly,
Alcaldino is from Siracusa, and I call him Siracusa!” Vissuto vicino alla corte degl’Hohenstaufen. Studia
a Salerno. Si cimenta negli studi di filosofia, raccogliendo attorno a sé una
serie di seguaci. Quindi, in seguito alla conclusione del corso regolare degli
studi, e scelto per fare da insegnante filosofia presso la stessa scuola
salernitana. Divenuto uno dei più stimati filosofi della scuola, e chiamato
alla corte d’Enrico VI, che nel frattempo è entrato in possesso del regno di
Sicilia, ed e assunto come filosofo del sovrano. Dopo la morte d’Enrico,
divenne il filosofo di lui figlio,
Federico II, che lo rese degno di confidenza e apprezzamento. Fra gl’attività
legate ai saggi filosofici, scrive e un saggio sui bagni minerali di Pozzuoli,
il “De balneis puteolanis”. In questo poema filosofico rimato vengono descritti
con precisione il luogo, le qualità e le virtù dei suddetti bagni. Scrive
inoltre II opere nelle quali celebra le gesta d’Enrico VI e Federico II. “De triumphis
Henrici imperatoris de his quae a Friderico II imperatore praeclare ac fortifer
gesta sunt”. Panvini di S. Caterina Salvatore De Renzi, Panvini di S. Caterina,
Biografia degl’uomini illustri della Sicilia, Ortolani, Napoli, S. De Renzi, “Storia
documentata della scuola medica di Salerno” (Napoli). Alcaldino di Siracusa. Siracusa.
Keywords: i bagni di Pozzuoli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siracusa” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Sirenio: la ragione conversazionale del
‘libero’ arbitrio – la scuola di Brescia. filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Insegna a Bologna. Altri
saggi: De fato, Venezia, Ziletti. H. P. Grice, “Sugar-gree”, free fall and freedom, in
Actions and events. Sirenio. Keywords: libero arbitrio, contingetia,
possibilitas, necessitas, ‘secundum philosophorum opinionem” fatum, casum, il
fato, il caso -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sirenio” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Siro: la ragione conversazionale dell’orto a
Napoli – Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo italiano.
Napoli, Campania. S. founds a fililale of L’ORTO at Napoli. VIRGILIO attends it, as does
ORAZIO. L’ORTO enjoys a great success, as S. succeeds in attracting a number of
influential followers. VIRGILIO lives in the casino of L’ORTO -- but the
subsequent fate of The Garden is unknown.
Luigi Speranza -- Grice e Sisenna: la ragione conversazionale dell’orto
romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He achieves acclaim as a historian.
Cicerone suggests that S. is a member of L’ORTO, ‘but not a very consistent
one.’ Lucio Cornelio Sisenna.


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