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Sunday, January 14, 2024

GRICE ED ARIO -- H. P. GRICE (M. A. LIT. HUM.) E LA STORIA DELLA FILOSOFIA ROMANA ANTICA

 

Ario Didimo


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Ario Didimo (Ἄρειος?Arius Didymus) è stato un filosofo romano, insegnante di filosofia d'Ottaviano.


Ario era un cittadino di Alessandria d'Egitto

Ottaviano lo stima talmente tanto che, dopo la conquista d'Alessandria, dichiara di aver risparmiato la città solo per il bene di Ario.[1] 

Secondo Plutarco, Ario suggere ad Augusto di giustiziare Cesarione, il figlio di Cleopatra e Giulio Cesare, con le parole οὐκ αγαθὸν πολυκαισαρίη ("non è bello avere troppi caesari"), un gioco di parole basato su un verso di Omero.[2]

Ario, come i suoi due figli Dionisio e Nicanore, avrebbe insegnato filosofia ad Ottaviano.[3] 

Ario Didimo viene spesso citato da Temistio, il quale afferma che Ottaviano lo considera meritevole quanto Agrippa.[4] 

In Quintiliano[5] si scopre che Ario scrive o insegna anche retorica.[6] 

Si tratta probabilmente dello stesso Ario Didimo la cui Vita era nella parte finale mancante del libro VII delle Vite di Diogene Laerzio.[7]


Ario Didimo viene solitamente identificato con l'Ario i cui saggi vengono citati a lungo da Stobeo, e che sintetizzano lo stoicismo, la scuola peripatetica ed il platonismo.[8] 

Il fatto che il nome completo sia Ario Didimo lo sappiamo grazie ad Eusebio, il quale cita due lunghi passaggi della sua visione stoica di Dio; la conflagrazione dell'universo; e l'anima.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Plutarco, Ant. 80, Apophth.; Cassio Dione, li. 16; Giuliano, Epistles, 51; comp. Strabone, xiv.
  2. ^ David Braund at al, Myth, history and culture in republican Rome: studies in honour of T.P. Wiseman, University of Exeter Press, 2003, p.305. La frase originale era οὐκ αγαθὸν πολυκοιρανίη "ouk agathòn polukoiranìe", cioè "Non è bello avere troppi capi" o "il regno di molti è una brutta cosa" (Omero, Iliade II, v. 204). In greco "polukaisarie" è una variante di "polukoiranie". "Kaisar" (Cesare) sostituisce "Koiran(os)", che significa "capo".
  3. ^ Sventonio, Augustus, 89.
  4. ^ Temistio, Orat. v., viii., x., xiii
  5. ^ Quintiliano, ii. 15. § 36, iii. 1. § 16
  6. ^ Comp. Seneca, consol. ad Marc. 4; Eliano, Varia Historia, xii. 25; Suda
  7. ^ Richard Hope, 1930, The book of Diogenes Laertius: its spirit and its method, pag 17.
  8. ^ Inwood, B., (2003), The Cambridge Companion to the Stoics, pag 32. Cambridge University Press
  9. ^ Eusebio, Praeparatio Evangelica, xv. 15, 18, 19, 20.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arthur J. Pomeroy (ed.), Arius Didymus. Epitome of Stoic Ethics. Texts and Translations 44; Graeco-Roman 14. Atlanta, GA: Society of Biblical Literature, 1999. Pp. ix, 160. ISBN 0-88414-001-6.
  • B. Inwood, e L.P. Gerson, Hellenistic Philosophy. Introductory Readings, 2ª edizione, Hackett Publishing Company, Indianapolis/Cambridge 1997, pp. 203–232.
  • Fortenbaugh, W. (Editor), On Stoic and Peripatetic Ethics: The Work of Arius Didymus. Transaction Publishers. (2002). ISBN 0-7658-0972-9

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