Grice e Virgilio:
la ragione conversazionale e la leggenda d’Enea a Roma – la scuola d’Andes -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pietola).
Filosofo romano. Filosofo italiano. Pietole, Borgo Virgilio, Andes, Mantova. Publio
Virgilio Marone Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto
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Publio Virgilio Marone Publio Virgilio Marone[1][2], noto semplicemente come
Virgilio o Vergilio[3] (in latino: Publius Vergilius Maro[1], pronuncia
classica o restituta: [ˈpuːblɪ.ʊs wɛrˈɡɪlɪ.ʊs ˈmaroː]; Andes, 15 ottobre 70
a.C.[1] – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.[1]), è stato un poeta romano, autore
di tre opere, tra le più famose e influenti della letteratura latina: le
Bucoliche[2][4] (Bucolica), le Georgiche[2][4] (Georgica), e l'Eneide[2][4]
(Aeneis). Al poeta viene attribuita anche una serie di componimenti
giovanili, la cui autenticità è oggetto di discussioni accademiche, che si è
soliti indicare nel complesso come Appendix Vergiliana (Appendice
Virgiliana).[1] Virgilio, per il senso sublime dell'arte e per
l'influenza che esercitò nei secoli, viene considerato il massimo poeta di Roma,[1]
nonché l'interprete più completo del grandioso momento storico che, dalla morte
di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e dell'Impero ad opera
di Augusto.[1] L'opera di Virgilio, presa a modello e studiata fin
dall'antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e sugli
autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua Divina Commedia,
nella quale Virgilio funge anche da guida dell'Inferno e del
Purgatorio.[2] Biografia Immagine giovanile del poeta Virgilio, di
profilo e con la corona di alloro, di autore ignoto. A differenza di altri
poeti latini, sono molte le notizie giunte fino a noi, da fonti dirette o da
testimonianze indirette, in merito alla biografia di Virgilio. La nascita
Casalpoglio, zona di Castel Goffredo, possibile luogo di nascita di Virgilio[5]
Il poeta nacque ad Andes, un piccolo villaggio sito nei pressi dell'antica
città di Mantua (odierna Mantova), nella Gallia Cisalpina (abolita ed annessa
all'Italia proprio durante la sua vita), il 15 ottobre del 70 a.C. da una
benestante famiglia di coloni romani, figlio di Marone Figulo, un piccolo
proprietario terriero, arricchitosi considerevolmente con l'apicoltura,
l'allevamento e l'artigianato, e di Màgia Polla, figlia a sua volta d'un facoltoso
mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta in passato. Andes
(dalla radice etimologica and- che indica il cammino ad anse di un corso
fluviale) era il nome celtico del borgo sulla riva destra del fiume Mincio ove
nacque il Sommo Poeta, borgo che, rientrato nel feudo dei Canossa che ivi
costruirono l'importante pieve, nel medioevo mutò il nome in Pletule. Suo
padre, a quanto riferito, apparteneva alla gens Vergilia - di scarsa
attestazione all'infuori di sole quattro iscrizioni rinvenute nei pressi di
Verona (3) e dell'odierna Calvisano (1), che suggerirebbero pure una sua
parentela con la gens Munatia[6] -, mentre sua madre alla gens Magia, d'origine
campana.[7] Il biografo Foca lo definisce "vates Etruscus" e le
origini etrusche vengono confermate dallo stesso poeta nell'Eneide: "
Mantua dives avis....ipsa caput populis: Tusco de sanguine vires" (E. X,
201 ss.). Il nome Marone (in latino Maro) deriverebbe dalla carica
politica etrusca di maru.[8] L'ubicazione esatta del borgo natio del Vate
è stata oggetto di controversie; tuttavia, stando all'identificazione più
accreditata facente capo agli studi dei più eminenti filologi classici e
studiosi della tradizione virgiliana[senza fonte], esso corrisponderebbe al
borgo di Pietole, in prossimità delle acque del Mincio, nelle vicinanze di
Mantova, nome assunto nel corso del Medioevo, divenuto poi, in tempi recenti,
"Pietole Vecchia" per distinguerlo da "Pietole Nuova"
venuta a formarsi tra Sette e Ottocento in prossimità della strada Romana, a
due chilometri dall'antico borgo natale sito in prossimità del fiume; il borgo
natio del Poeta ha ripreso alcuni anni fa l'antico nome celtico Andes ed è
divenuto, nel 2014, con la fusione dei comuni di Virgilio e Borgoforte, una
frazione del comune di Borgo Virgilio. L'attuale Pietole corrisponde dunque a
Pietole Nuova. La fama dell'antica Pietole come luogo di pellegrinaggio e
venerazione, poiché fu considerato sin dai primi secoli dopo la morte il borgo
natale del vate e "profeta di Cristo", è testimoniata da Dante
Alighieri nella Divina Commedia (Purgatorio, XVIII 83) e dalle opere di
Giovanni Boccaccio e di altri scrittori[Chi?]. Altri studi[5] sostengono invece
che il corrispettivo odierno dell'antica Andes vada ricercato nella zona di
Casalpoglio, frazione di Castel Goffredo[9][10][11][12], così come anche per il
comune di Calvisano è stata avanzata l'ipotesi d'una sua identificazione col
luogo di nascita del poeta, sulla base anche di un'iscrizione recante il nome
della gens paterna nei suoi pressi[13][14] (si vedano in tal senso gli studi e
le ricerche effettuate dal filologo ed accademico inglese Robert Seymour Conway[15][16][17][18]).
Secondo altri[chi?], corrisponderebbe all'odierno Redondesco, comune situato a
ovest di Mantova, lungo l'antica strada romana Postumia. Analisi sul toponimo
sembrano confermare questa ipotesi[senza fonte]. La formazione e l'avvicinamento
all'epicureismo Virgilio frequenta la scuola di grammatica a Cremona, poi la
scuola di filosofia a Milano, dove si avvicina alla corrente filosofica
epicureista grazie a Sirone e infine la scuola di retorica a Roma. Qui conobbe
molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere.
Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando
eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell'epoca. Lo
studio dell'eloquenza doveva fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la
conquista delle varie cariche politiche. L'oratoria di Epidio non era certo
congeniale alla natura del mite Virgilio, riservato e timido, e dunque
quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti, nella sua prima causa come avvocato
non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò Virgilio entrò in una crisi
esistenziale che lo portò, non ancora trentenne, a spostarsi dopo il 42 a.C. a
Napoli, per recarsi alla scuola dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone per
apprendere i precetti di Epicuro[19]. La crisi e la confisca dei
possedimenti agricoli Le colonne terminali della via Appia nei pressi
della casa dove, secondo la tradizione, Virgilio morì. Gli anni in cui Virgilio
si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre
civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di
quest'ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l'uccisione di Cesare (44 a.C.) in una
congiura, e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi
(Bruto e Cassio) dall'altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.).
Egli fu toccato direttamente da queste tragedie come testimoniano le sue opere:
infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi
mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma sembra che, grazie
all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno,
Mecenate e dunque lo stesso Augusto), Virgilio sia riuscito (almeno in un primo
tempo) ad evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli con la famiglia e
in seguito, nel 38 a.C., si fece assegnare da Mecenate un podere in Campania
come risarcimento per le proprietà perdute ad Andes. In Campania avrebbe
terminato le Bucoliche e composto le Georgiche, dedicate all'amico Mecenate,
che Virgilio frequentava. Virgilio entrò dunque nel circolo del
"primo ministro imperiale", che raccoglieva molti letterati famosi
dell'epoca. L'avvicinamento ad Augusto Il poeta frequentava le tenute
terriere di Mecenate, che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella e in
Sicilia. Attraverso Mecenate, Virgilio conobbe meglio Augusto. Divenne il
maggiore poeta di Roma e dell'Impero e le sue opere poetiche furono introdotte
nell'insegnamento scolastico da Quinto Cecilio Epirota ancor prima della sua
morte, verso il 26 a.C. Dopo il 29 a.C. il poeta iniziò la stesura
dell'Eneide, e tra il 27 a.C. e il 25 a.C., l'imperatore Augusto richiese a
Virgilio degli estratti del poema in corso di stesura. Nel 22 a.C. il poeta
lesse ad Augusto alcune parti dell'Eneide, tra cui quasi sicuramente, il
celebre VI libro[20][21]. L'ultimo viaggio in Grecia e la morte La
Tomba di Virgilio a Napoli Virgilio morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C.
(calendario giuliano), di ritorno da un importante viaggio in Grecia, forse per
ricevere alcuni pareri tecnici sull'Eneide[21]. Secondo alcuni biografi fatali
furono le conseguenze di un colpo di sole, ma non è l'unica ipotesi
accreditata. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di
studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto dell'Eneide,
perché, per quanto l'avesse quasi terminata, non aveva fatto in tempo a
rivederla[22]: i due però consegnarono il manoscritto all'imperatore, cosicché
l'Eneide, pur recando tuttora qua e là evidenti tracce di incompiutezza,
divenne in breve il poema nazionale romano.[23] I resti del grande poeta
furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora
visibile, nel quartiere di Piedigrotta. L'urna che conteneva i suoi resti andò
dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: (LA)
«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura
duces» (IT) «Mi ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita, ora
Napoli mi conserva; cantai pascoli [le Bucoliche], campagne [le Georgiche],
comandanti [l'Eneide][24]» Opere Appendix Vergiliana Lo stesso
argomento in dettaglio: Appendix Vergiliana e Storia della letteratura latina
(31 a.C. - 14 d.C.). Un primo gruppo di opere, la cui autenticità e la
partenità restano ancora oggi oggetto di dubbi, vengono generalmente indicate
con l'appellativo di Appendix Vergiliana; tale appellativo è stato coniato per
la prima volta dall'umanista Giuseppe Scaligero nel 1573[20][25]. Alla
spicciolata (Catalepton);[25] La focaccia (Moretum); Epigrammi (Epigrammata):
che comprendono le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus),
Elegiae in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il
livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il compleanno
(De die natali), La fortuna (De fortuna), Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De
se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De
Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii experientia, Le
quattro stagioni (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu
solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera
Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus). L'ostessa (Copa) (solo secondo
il biografo Servio);[25] Maledizioni (Dirae); L'airone (Ciris);[25] La zanzara
(Culex);[25] L'Etna (Aetna);[25] Storia romana (Res romanae), opera solo
progettata e poi abbandonata. Opere autentiche Lo stesso argomento in
dettaglio: Bucoliche, Georgiche, Eneide e Storia della letteratura latina (31
a.C. - 14 d.C.). Bucolica, 1481 Queste tre opere si distinguono dalle
precedenti, in quanto composte sicuramente dal poeta latino[20].
Bucoliche (Bucolica): composte tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una
raccolta di dieci componimenti detti "ecloghe" o "egloghe"
di stile perlopiù bucolico e che seguono il modello del poeta siciliano
Teocrito.[26] Le Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono dunque
costituite da dieci egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini, Titiro e
Melibeo. Melibeo è costretto ad abbandonare la sua casa e i campi, che
diverranno la ricompensa di un soldato romano. Titiro invece può restare grazie
all'influenza di un potente (forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia,
come Asinio Pollione); la seconda egloga contiene il lamento d'amore del
pastore Coridone, che si strugge per il giovane Alessi; la terza egloga è una
tenzone poetica fra due pastori, svolta in canti alternati detti amebèi; la
quarta egloga è dedicata a Pollione ed è la celebre profezia circa la nascita
di un puer il cui avvento rigenererà l'umanità; la quinta è il lamento per la
morte di Dafni, il "principe dei pastori" (Elio Donato); nella sesta
il vecchio Sileno canta l'origine del mondo; nella settima Melibeo racconta la
gara di canto tra due pastori; l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è
dedicata ad Asinio Pollione; la nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si
canta un esproprio di terre definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri)
e la decima è dedicata a Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e
Pollione furono tre potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il
poeta aveva forse sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle
proprie terre perdute durante l'esproprio. Georgiche (Georgica): composte a
Napoli in sette anni (tra il 37 a.C. e il 30 a.C.) e suddivise in quattro
libri. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull'arboricoltura (in
particolare della vite e dell'olivo), sull'allevamento e sull'apicoltura come
metafora di un'ideale società umana.[27] Ciascun libro presenta una
digressione: il primo le guerre civili, il secondo la lode della vita agreste,
il terzo la peste degli animali nel Norico, il quarto libro si conclude con la
storia di Aristeo e delle sue api (questa digressione contiene la famosa favola
di Orfeo e Euridice). Secondo il grammatico tardoantico Servio, nella prima
stesura delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio
Gallo ma, caduto questi in disgrazia presso Augusto, Virgilio avrebbe concluso
l'opera in modo diverso. L'opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente
di uno dei più grandi capolavori della letteratura latina e l'espressione più
alta dell'autentica e vera poesia virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo
e Varrone. Eneide (Aeneis): poema epico composto forse fra Napoli e Roma, in
dieci anni (tra il 29 a.C. e il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera
monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un'Iliade latina, fu
il libro ufficiale sacro all'ideologia del regime di Augusto sancendo l'origine
e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa
narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il
poema rimase privo di revisione, e nonostante Virgilio prima di partire per
l'Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in
caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell'imperatore.[28] Nel XV
secolo il poeta Maffeo Vegio compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè
il tredicesimo libro a completare la vicenda narrata nel poema virgiliano.
Virgilio nella cultura successiva Monumento a Virgilio Piazza Virgiliana,
Mantova. Mantova, Piazza Broletto, statua di Virgilio in cattedra[29] La
fama del vate dopo la morte fu tale che egli fu considerato una divinità degna
di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un
secolo dopo), che acquistò la villa e la tomba di Virgilio, istituì una
celebrazione in memoria del Mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di
ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò anno per anno nei primi
secoli dell'era volgare, diventando un punto di riferimento importante
soprattutto per il popolo napoletano che vide in Virgilio ("Vergilius")
il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la
vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere e ossa), conservati nel sepolcro da
lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il
potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le
divinità pagane venissero dimenticate, di Virgilio si mantenne comunque intatto
il ricordo, e le sue opere furono interpretate cristianamente. Egli
divenne in particolare un simbolo dell'identità e della libertà politica di
Napoli: fu per questo che nel XII secolo i conquistatori normanni, col consenso
interessato della Chiesa di Roma, consentirono ad un filosofo e negromante
inglese di nome Ludowicus di profanare il sepolcro di Virgilio con lo scopo di
rimuovere e asportare il vaso con le sue ossa, al fine di indebolire e
sottomettere Napoli al potere normanno distruggendo l'oggetto di culto che era
la base simbolica della sua autonomia. I resti di Virgilio furono salvati dalla
popolazione che li trasferì all'interno di Castel dell'Ovo, ma in seguito
vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad opera dei Normanni. Da allora i
napoletani ritennero che il potere protettivo del Poeta verso la città fosse
vanificato. Il ricordo di Virgilio però, soprattutto nel popolo
napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la tradizione colta,
con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione popolare, inteso come
uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene. Di tale
interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende che hanno come
sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto per citarne
una, quella che lo vede costruttore del Castel dell'Ovo magicamente edificato
sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto solo quando
la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda
la creazione e l'occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una
riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia
vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e
dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt,
cancelliere dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il
Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli).
Durante l'Alto Medioevo Virgilio fu letto con ammirazione, il che permise alle
sue opere di essere tramandate completamente. L'interpretazione dell'opera
virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell'allegoria: al poeta fu infatti
attribuito un ruolo di profeta di Cristo, sulla base di un brano delle
Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe
riportato l'età dell'oro e identificato per questo con Gesù. Virgilio
venne quindi rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia
(Purgatorio, canto XXII, vv. 67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la
propria guida attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio. «O de li
altri poeti onore e lume, vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m' ha
fatto cercar lo tuo volume.» (Inferno, Canto I, 81-83) Da Dante al
Rinascimento Georgica, Libro IV, 497. Illustrazione di François Gérard in
un'edizione del 1798 La presenza di Virgilio è costante nello svolgimento della
letteratura italiana. L'eco della sua poesia risuona sovente nelle opere dei
nostri più grandi scrittori. Per Dante Alighieri, l'Eneide diviene
modello di alta poesia, fonte di ispirazione di tanti suoi versi. È vero, egli avverte
il fascino anche di altri grandi autori del passato, di "Omero, poeta
sovrano" di " Orazio satiro", "Ovidio",
"Lucano", e poi "Tullio e Lino e Seneca morale" (Inferno,
4, 102 e passim) ma è Virgilio la sua guida, Virgilio "l'altissimo
poeta" (ibid.,80). Dante riconosce la grandezza morale, il peso del
pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell'umanesimo
classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il primo umanista
della nostra letteratura: un discepolo di Virgilio, al di là del pensiero
medievale.[30] Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di partecipazione
al dolore universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso morale di
adesione al cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra. Egli si
accosta al mantovano non solo per capire "come l'uom s'eterna", ma
anche per perfezionare lingua e stile. Con diversa e più moderna
sensibilità si avvicina a Virgilio un cultore degli studia humanitatis come
Francesco Petrarca. Il dolore umano alla scuola del poeta antico trova innumerevoli
rivoli per elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui deriva l'amore
per le belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero, da lui l'arte
della perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come vuole de Sanctis,
"la dolcissima delle lingue".[31] Intuisce e tramanda ai posteri i
più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano nell'anima, vive a lui
unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne salutato come il nuovo
Virgilio, modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca tra i più grandi
lirici di tutti i tempi. Nell'Umanesimo è ancora Virgilio, unitamente a
Cicerone, l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria linguistica.
Con il ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui confluisce
l'antica e, nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo. La
lingua latina per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata
nella nostra letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per
miracolo forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il
Pontano scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate
a Virgilio: Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in
cui si celebra la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle
Georgiche, ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice
Virgilio, viene ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in
latino. Della riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene
a giovarsi, ma anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo
Sannazaro, considerato il "Virgilio cristiano" per il suo De Partu
Virginis, nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa,
piena di fluidità e di malinconia. Non si può non parlare della Fabula di Orfeo
del Poliziano: Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono il loro dramma
d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Riporta altresì a Virgilio
quella sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola
del giovane Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso
di vaga malinconia delle ombre virgiliane della sera.[32] Ancor più
determinante è l'influsso di Virgilio nel Rinascimento. Il volgare, assurto a
piena dignità letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai
grandi scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso.
L'Incoronazione di Virgilio, parte di un ciclo di affreschi
settecenteschi sull'Eneide a Palazzo Pianetti, Jesi L'Eneide non poco
contribuisce a portare l'Orlando Furioso alle più alte vette della poesia
rinascimentale e l'Ariosto tra i più grandi artisti del tempo. Qui Cloridano e
Medoro ritrovano il fascino, l'umanità di Eurialo e Niso a rappresentare un
sentimento alto come l'amicizia, nobile come la fedeltà; e molte analogie si
possono trovare nella caratterizzazione dei guerrieri uccisi nel sonno dalle
due coppie. Angelica vive all'unisono con la natura che la circonda, ama le
cose semplici e umili, effonde intorno un sentimento virgiliano di pace, di
serenità, appena velato di malinconia. Per non riferire di altri temi comuni ai
due poeti: l'amore, la giovinezza, l'eroismo, la religione della vita, la
rappresentazione dell'animo umano in tutte le sue variazioni. E si arriva
a Torquato Tasso, che da Virgilio eredita finezza e musicalità del dire. Le
ingenue parole di Aminta, allorché descrive il primo sbocciare di un amore
nuovo nella favola pastorale che da lui prende il nome (atto I, scena II),
riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati, ninfe, pastori,
boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana malinconia. Il candore di
Galatea torna a risplendere nella delicata figura di Erminia, che si desta al
"garrir" degli uccelli tra alberi e fiori mentre "scherzan"
con l'onda al suon di "pastorali accenti" (Gerusalemme liberata, VII,
5 e 6, passim). Al pari di Didone, Armida, creatura piena di mistero riscopre
l'umanità nel dolore e nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta commozione la
fiera Clorinda. Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza per il quale
molti hanno ritenuto la Liberata il poema italiano forse più vicino
all'Eneide[33], già a partire dall'incipit (il verso canto l'armi pietose e il
capitano richiama immediatamente il virgiliano arma virumque cano). Al
sommo poeta latino sono intitolate l'Accademia Nazionale Virgiliana e il Liceo
Classico di Mantova. Il Liceo, fondato nel 1584, è tuttora considerato uno dei
più prestigiosi licei classici d'Italia. La leggenda virgiliana Come
stretto amico di personaggi di potere e di grandissima influenza come
l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio Pollione e del
ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo leggende medioevali di scarsa o nessuna
attendibilità, il grande poeta avrebbe potuto beneficare in molti modi la città
di Napoli in cui tanto amava risiedere. I suoi biografi medioevali
infatti ci narrano che fu Virgilio a proporre all'imperatore di costruire un
acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei pressi di Serino, nell'Irpinia) che
servisse questa e anche altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia.
Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per Napoli una rete di pozzi e
fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache e
complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario
scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna "Grotta di
Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come "Grotta di
Virgilio". Infine, Virgilio, essendo grandemente appassionato di
divinazione e del mondo della religione in generale (come si nota dalle sue
opere letterarie), avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in
marmo, una maschile e allegra, l'altra femminile e triste, sulle mura della
città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un
presagio casuale fausto o infausto (una sorta di innocua cefalomanzia minerale)
per i cittadini di passaggio. Con le modifiche fatte in epoca aragonese,
le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma
andarono poi perdute a causa della distruzione del complesso. Come
riportano i suoi più antichi biografi, Virgilio aderì al neopitagorismo,
corrente filosofica e magica allora molto diffusa nelle colonie della Magna
Grecia, in particolare a Neapolis, una delle poche poleis magnogreche che dopo
la conquista romana aveva conservato la sua vita culturale genuinamente
ellenica. In quanto filosofo neopitagorico e mago gli sono attribuite
diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione della città di
Napoli che tanto amò, secondo alcuni biografi medievali e rinascimentali.
Omaggi A Virgilio sono intitolate le Virgil Fossae sulla superficie di
Plutone[34] e il Museo Virgiliano a Borgo Virgilio.[35] Letteratura Le
ultime ore di vita del poeta sono raccontate da Hermann Broch nel romanzo La
morte di Virgilio, dove il protagonista, sentendosi prossimo alla morte,
avrebbe voluto bruciare l'Eneide non perdonandosi di averla lasciata
incompiuta. Virgilio è uno dei protagonisti di Un infinito numero, romanzo di
Sebastiano Vassalli. Lo stesso autore ha reso il poeta protagonista di uno dei
racconti che compongono la raccolta Amore Lontano. Nel romanzo del 2024 I
demoni di Pausilypon di Pino Imperatore Virgilio agisce nelle vesti di
detective. Videogiochi Nella serie Devil May Cry, si trova un chiaro
riferimento a Virgilio: Vergil, fratello del protagonista Dante e antagonista
principale della saga. Note Virgilio, in Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 21 marzo 2018.
Virgilio Marone, Publio, in Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2004-2006. URL consultato il 21 marzo 2018. ^
Virgìlio Maróne, Publio, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Le opere di Publio Virgilio Marone:
"Bucoliche", "Georgiche", "Eneide", in
m.oilproject.org. URL consultato il 21 marzo 2018. Davide Nardoni, La
terra di Virgilio, in Archeologia Viva, N.1/2, gennaio-febbraio 1986, pp. 71-76.
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sottostanti è scolpito: "+ Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Partenope. Cecini pascua, rura, duces" e "+ Millenis lapsis annis
D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis septemq(ue) sequentibus illos /
uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus / Laudarengus honestis
moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit qua(m) conspicis ede(m). /
Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius alter
eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta." ^ Augustin
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Maleuvre, che presenta le ipotesi sull'assassinio di Virgilio da parte
dell'imperatore Augusto. Parco della Tomba di Virgilio Sito della
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Virgilio in un mondo disorientato Archiviato il 3 ottobre 2015 in Internet
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lucreziani, e, quindi, della filosofia dell’orto. Nato presso Mantova, muore a
Brindisi. Studia la filosofia dell’orto sotto SIRONE. In “Catal.” prende
congedo dalle muse per volgersi verso la scuola di SIRONE affinchè la filosofia
gl’insegni a liberare la sua vita dalle passioni. Esprime il proponimento di
dedicare alla filosofia il resto dell’esistenza. Nel “Ciris,” esaltando di
nuovo l'insegnamento dei filosofi dell’ORTO, manifesta l'intenzione di
filosofare sui fenomeni celesti. L’influsso dell’orto è esplicito nelle “Georgiche.”
L' “Eneide", invece, nella escatologia, dipende dalle correnti orfica e pitagorica
– di CROTONE --, mediata, si erede, da Posidonio, dal quale si fa derivare
le rappresentazioni dell’età dell'oro e dello sviluppo della civiltà umana e
alcune teorie d’impronta del PORTICO. Agl'interessi di psicologia
filosofica si collegano quelli naturalistici. In una ecloga, Sileno espone
una cosmogonia. Nelle "Georgiche" prega le muse d’interpretargli una
serie di fenomeni naturali. Nell’ “Eneide” Iopas tratta di problemi
naturalistici. Fa parte dell' “Appendix Vergiliana” il poemetto
"Aetna" sullo cause e gl’effetti di queso volcano -- del quale sono
incerte la paternità e la data. Fra i filosofi ai quali è stato attribuito
il "Aetna", trovano adesioni soprattutto V. e LUCILIO, l’amico di SENECA. Per
le teorie scientifiche particolari, l’autore dell'"Aetna" si serve
principalmente di Posidonio e ciò spiega l’affinità dell'"Aetna" con
le "Questioni Naturali" di Seneca che provengono dalla stessa
fonte. Per la filosofia, V. mescola ecletticamente elementi svariati e non
fusi, perchè espone dottrine del portico, dell’orto-lucreziane e inoltre
eraclitei, democritei, ecc. Grice: “It is interesting to study Virgil as the
author of what at Oxford we call “Beowulf,” an heroic narrative of origin. But in the history of
philosophy, -- and the history of Roman philosophy under the principate,
specifically, it was the exegesis of “Eneide” that we only have with Beowulf
when it comes to Tolkien and the monsters! On the other hand, the Roman aristocrats find
in “Eneide” a fabulous source for their even more fabulous philosophisings! My
favourite is Macrobio’s “Saturnalia” – it fits a gentleman’s pocket – but there
are others. The idea is to produce a didaskalia, i. e. a way to deal with
conceptual notions or philosophical concepts as we study one line or other from
“Eneide” as we did at Clifton! However false, the philosophy behind Virgilio comprises
not only a physical theory (natural philosophy) – the theory of the three ages
– but a full moral theory – and one of philosophical psychology. The
Eurialo/Niso episode is an interesting one as a re-creation of the old
Achilles-Patroclus topos that has fascinated even Plato and the author of
“Maurice,” i. e. E. M. Forster. Usually, you won’t find Virgil listed in any
manual on Roman philosophy, but you should. It is fascinating also to trace the
influence, via Alighieri in “Commedia” down to Mussolini, where there were few
exhibitions of the Mostra della Revoluzione Fascista that would fail to quote
from Enea. Note that the iconography – and I don’t mix the effeminate one by
Flaxman, but the fascist one – helped!”. Publio Virgilio Marone – He spent some
time in fellowship with a Garden community in Naples headed by Siro. He appears
to have been a particular favourite of Siro, inheriting the villa upon his
death. The extent to which the Garden influenced his poetry has long been
debated. Approdato a Cuma, Enca consulta la
Sibilla nell'antro presso il tempio di Apollo e la prega di guidarlo negli
Inferi. La Sibilla accetta, ma l'eroe deve prima procurarsi il ramo d'oro da
offrire in dono a Proserpina e dare sepoltura a un compagno morto durante la
sua assenza dalle nasi. Dunque, Enea porta alla Sibilla il ramo d'oro, trovato
nel bosco grazie all'aiuto di Venere, e celebra i funerali di Miseno. Giunta la
notte, e compiuto il sacrificio propiziatorio alle divinità infernali, inizia
il viaggio verso gli Inferi, e l'eroe varca, con la Sibilla, la soglia
dell'Averno. Essi attraversano il vestibolo, pieno di mostri e simulacri di
mali e malattie, e arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove appare Caronte,
il traghettatore infernale.tra i quali spicca la figura di Marcello. Infine,
Enea e la Sibilla varcano la porta d'avorio e ritornano alla luce.libro 6
dell'Encide: la Sibilla cumana e la discesa agli inferiEneide: analisi Libro 6 Cuma
e la Sibilla nel Libro 6 dell'Eneide Lapio po de i praga da pala, le da di ad
ge di and in al pre fite di Oli, nd e alce e esca cabr sua discendenza. In
questa parte si distinguono le fasi di un vero e proprio percorso iniziatico:
rispettare gli ordini di un sacerdote, la Sibilla dare prova della pietas
celebrando i riti trovare il ramo d'oro da donare a Proserpina, per poter
entrare negli Inferi. Enea viene assistito dalla madre nel recupero del ramo,
mentre la Sibilla lo aiuta nel viaggio verso gli Inferi. La catabasi è
preceduta da due rituali: le esequie di Miseno, e il rito propiziatorio agli
dei inferi. Questi riti sottolineano la sacralità dell'impresa. La differenza
fra la catabasi di Odisseo e quella di Enca sta nel fatto che quella di Odisseo
non è altro che l'ennesima avventura ai confini della realtà, mentre l'eroe
virgiliano intraprende un viaggio religioso per assecondare i voleri del
Fato.Gli Inferi nel Libro 6 dell'Eneide Celebrati i rituali, Enea e la Sibilla
entrano nel regno dei morti. Predominano le descrizioni dell'Aldilà, ma
l'attenzione si sposta sull'eroe nel momento in cui entrano in scena personaggi
a lui collegati. Per esempio, gli incontri con Palinuro e Didone permettono al
poeta di dare spazio ad Enca e alla sua umanità. Il passo delinea la concezione
virgilianadell'Oltretomba: un luogo in cui le ombre si aggirano rimpiangendo la
vita perduta, e in cui i giudici infernali, Minosse e Radamanto, assegnano la
dimora definitiva nel Tartaro alle anime malvagie, nei Campi Elisi ai beati.Dal
Tartaro ai Campi Elisi nel Libro 6 dell'Encide un bivio: a sinistra la Sibilla
mostra ad Enca il Tartaro, dove sono puniti gli empi, e poi lo conduce a
destra, verso la città di Dite. Dopo essersi purificato, Enea afligge sulla
porta delle case di Plutone il ramo d'oro, come dono a Proserpina. Poi prosegue
con la Sibilla verso i Campi Elisi. giovane Marcello, il giovane adottato da
Augusto ma morto precocemente, rappresenta un omaggio alla casa di Augusto, ma
nello stesso tempo sfuma in immagini di morte la visione trionfalistica del
destino di Roma. pitagorismo, l'orfismo, lo stoicismo. Nella parte finale del
libro, in ogni caso, domina l'esaltazione delle glorie romane, del periodo
augusteo e della missione civilizzatrice e ordinatrice di Roma. L'orgoglio di
appartenere a un popolo vincitore non impedisce a Virgilio di condannare la
guerra e di celebrare i valori della pace della concordia. Completata l'analisi
e il riassunto del libro 6 dell'Eneide, ti potrebbero interessare altri
approfondimenti dei poemi epici di Virgilio e Omero. UUPI^
(9 ■HI Bott. Ccdare
'Ranjoli MI m
Ili DI VIRGILIO ^
PADOVA R. Stilb. Tipo-Litografico P. Prosperini
1900 J^y/f,SOÌ.Ì /^^-i:t--Cant (i4)
; il qunle verso ci è rischiarato di queste parole del commento di
Servio t" Aìiiùinì Jooìs sìgnxim lapide m s ilice m put(werunt esse
». Tuttavia, anche dopo T invasione dell' antropomorfismo greco, gli dèi
romani con- servamno questo loro carattere vago ed astratto ; essi non
riuscirono mai ad assumere a^ìì occhi dei loro adoratori una
individualità vera e pro- pria, una ]»ersonalità ben definita, cosicché
ad ogni preghiera ed invoca- zione si fai^evano i>recedere formole
ambigue come : sire Deus sive Dea, sin* fetiuna :i^':-, ^ q*.::i: es-ere essenzialmente
un male: e T anima dal princi- ;^1: '" l'ù:, -d •?-^>^re perei'»
es>enzialmente un Wne È naturale che, ■rri. s:~-i.:::. or line di
idee, la religione consistesse nella i ktrì/ìc/izìone iell'iz :..i
j::e»i:inte !a mortificazione del corpo. — In seguito, in uno -'^:o :^:•
:;;±lc p.ù avanzato, nel .juale si verificò che un capo puniva, in rune
iella giiisii/ia, l'infrazione volontaria della legge, il dolore apparve
=r::'VL.e :I «nisiijo dovuto alla legge violata. E allora si potè formare
il e: ::•>;:•: della divinità giusta, che vt^n-ìica la colpa,
inrliggendo una ani- mecii rnr-jrzlonata, ossia un dolore E la religione
consistè nel ^vx/d^ '-*//v all^i inesrrabile esiirenza di ui.ì tale
pers^-^nifioazione oltremon- djkLA iella giustizia. In pari tempo, per la
osser>'a2ione, che il «lolore, ossia la punizione, si veritlcava anche
nei n«^n c»:»lpevoli, si dovette, affine di lib-erarr* in qualeKe
m'>io il conceno religioso fondamentale dalla con- trai iizione,
rl.orrere allo spediente, suuigerito anch' ^l-S'-*^ da una osser-
vaziorie di fatto, del peccato originale. — 1 ni ultimo, avendo il
progresso d»rLl' incivilimento reso più mite l'animo e fat:o preiiominare
il sentimento della benevolenza e del perdono, la carità divenuta
coscienza dell' uomo, fu da tf^>so fH-rtata in dio : e insieme alla
carità, la re«lenzione e U per- d:no, invece della riprovazione e del
casii^ro senza scampo E ne venne la religione, non totalmente servile, ma
in parte figliale, drlla conversione per mezzo del jr:n'r,r'r:,t'o
inspirato dall'amore del bene, e dimostrato colla so:ye^^'nza pas-iva
rassegnata dei patimenti, e coli' applicazione vo- 1 anuria di essi d
, TalL al.'r»ra:.'ìati in utia sintesi grand: sa che soio la mente
del tìh>- - :.» p::'« avvi>are. i «juiutro gradini penarsi
attraverso i seioli del sen- ti ini^nt.» reli*n>so. I e irutteri dt-l
primo periodo sono evidentissimi nelle pn..;itive reli-rivoi italiche, e
nella relii:iv»ue rv»mana, la quale non per- dette mai il eamtt-re
cup*.> e tenebroso che aveva in oriirine A differenza de! {- p Io
i:re« o, cLe ciclo e terra aveva s;iputo accornuuiire nella sua b ti i \
e ri itrnte fantasia, il popolo romano non eMn? mai alcuna familia- rità
coi propri d- i. che per lui fun^no sempre un oi:getto di sp;ìvento. ai
•{i vii Tu -in • n- lì pu'» avvicinarsi cbe tnMiiatido. : alla «uiale fa
eoo il detto •li Servio '.*"/«/if- .*'/ e\«'./i .s-'.tf : / ./' et
f>\(:!0 -^^^ ^» ta 15 Non
diverso concetto della religione doveva avere il più grande degli epici
latini, il quale, amiamo ripeterlo, per natura, per abitudini, per
sentimenti era portato ad essere l' interprete più fedele e più sincero
della religio patrum. Per fermo, nel sentimento religioso che circola
attraverso i poemi virgiliani, si possono anche riscontrare diversi
caratteri propri di uno stadio più evoluto della religiosità: tale il
concetto di una sanzione oltremondana dell' operare umano, svolto
ampiamente nel canto sesto del- l' Eneide ; tale ancora il dualismo tra V
anima, considerata come il prin- cipio del bene, e il corpo, considerato
invece come principio del male, che si appalesa pure nel canto sesto, e
che noi esamineremo a suo luogo, studiando le manilestazioni del pensiero
platonico in Virgilio. Ma questi elementi nuovi non informano di sé
stessi il sentimento religioso domi- nante, non fanno parte della
convinzione intima del poeta, e sono dovuti più che altro all'influsso di
nuove idee, venute da paesi stranieri. (ili dèi di Virgilio hanno
una potenza illimitata, della quale usano ed abusano a loro piacere.
Tutto quanto avviene nel mondo, non è che un eftetto della loro volontà.
Essi presiedono a tutti i fenomeni naturali (4) e a tutte le azioni umane
(5) ; essi possono rivolgere il corso delle leggi ordinarie di natura, e
scatenare i venti (6), suscitare le tempeste (7) e i terremoti (8; ,
cambiare gli uomini in virgulti (9) , mutare una intera flotta in tante
Nereidi oceanine (10), fornire ai mortali armi intan- gibili (11)
accrescere o togliere loro la forza e il coraggio (12), predire il futuro
direttamente (13), o per mezzo di profeti (14 , o per mezzo dei Penati e
dei morti (15) o per mezzo dei più vari portenti (16). Del modo onde
impiegano la loro potenza, essi non devono render conto ad alcuno : « sic
placitum » dice Giove nel narrare a Venere i futuri destini di Enea (17);
ìì Coelestium vis magna iubet)) dice Aletto a Turno per costringerlo e
ripigUare la guerra (18) t me jussa Deàm cogunt (19) », « sic Dii
votuistis (20) » « ubi primum anntierint superi (21) t, dice ad ogni
tratto Enea, e in codeste frasi secche e recise è sintetizzato tutto il
cieco dispotismo degli dèi. L' uomo è lo schiavo della divinità, e
nulhi può fare, nulla può ten- tare se gli dèi non lo assistono : « Hea
nihil invitis — esclama Enea — fas quetnqitatn fidere Diois (22)». Non
solo, ma allorché essi si rivelano- contrari è empio e sacrilego ogni
tentativo di resistenza: Infelix, quae tanta animum denientia
coepit ? Non vires alias, conversaque numina sentis? Cede Deo
(23). È questo V ammonimento che Enea rivolge al forte Darete,
atterrato e vinto dal vecchio Entello, cui gli dèi avevano ispirato un
ardore sovru- mano. Quando la divinità ha mostrato con segni non dubbi di
essere / 16 ostile, unico
scampo è la morte ; tal pensiero è espresso nel lamento di Anchise,
colpito dai tristi presagì di Giove : Facilis jaotura
sepulcri. Jampridem invisus
Divis, et inutilis aonos Demoror, ex quo me Divùm pater atque hominum
rex Fulminis afilavit ventis, et contìgìt igni (24). Né la potenza illimitata di cui godono codeste
divinità è sempre ri- volta a fin di bene ; tutt' altro. Crudeli,
vendicative, gelosissime delle pro- prie prerogative, esse non si piegano
alle preghiere e alle implorazioni, ma perseguitano senza posa e in tutti
i modi gli infelici che si attira- rono i loro sdegni ingiustificati.
Contro V ira dei celesti non v'ha scampo, non V* ha speranza, non giova
la purificazione dell' anima mediante la mortificazione del corpo, non la
soddisfazione ad un concetto astratto di giustizia, che essi sono ancor
lungi dal personificare, non il pentimento che essi non sono capaci né di
comprendere né di inspirare. Con questi detti risponde la Sibilla alle
preghiere dell'infelice Palimiro, cui era impedito di traghettare
l'Acheronte, perché privo, senza sua colpa, di sepoltura : « donde, o
Palimìro, tanto funesto desiderio? Tu insepolto vedrai le acque Stigie e
il tremendo fiume delle Eumeneidi ? e contro il divieto ne var- cherai la
riva ? Cessa di lusingarti che i voleri degli dèi si pieghino pre- gando
(25) », E così grida il re Latino al valoroso Turno, che per difen- dere
il patrio suolo dall' invasore troiano aveva iniziata una guerra sa-
crilega contra omina e contra fata Deàm : Ipsi has sacrilego
pendetis sanguine poenas miseri. Te, Turno, nefas, te triste
manebit Supplicium; votisque Deos venerabere seris (26). E la
vendetta venne pe '1 misero Turno, terribile e senza scampo ; che, mentre
teneva testa da vero eroe ad Enea, cui lo scudo di Vulcano ren- deva
intangibile, sente scemare ad un tratto l'usato vigore, i tristi pre-
sagi di Giove lo colpiscono, gli vacillano sotto le ginocchia; e ad Enea,
che imbaldanzito lo incalza, gitta in faccia quel grido tanto naturale e
straziante: e non mi atterriscono le tue feroci parole, o uomo crudele;
gli Dei mi atterriscono, e Giove che mi è nemico (27). Ac velut in
somnis, oculoa ubi languida pressit Nocte quies, nequidquam avidos
extendere cursus Velie videmur, et in mediis conatibus aegri
Succidimus: non lingua valet, non corpore notae Sufficiunt vires, nec
vox, aut verba sequuntur : Sic Turno, quaqumque viam virtute
petivit Successum Dea dira negat (28). 17
Spossato, atterrito, implorando salva la vita nel nome del vecchio
padre, il re dei Rutoli cade sotto i colpi ingenerosi del pio Enea:
Ast illi solvuotar frigore membra Vitaque cum gemitu fugìt
indignata sub umbras (29). Questi esempi credo possano essere
sufficienti per dare un' idea esatta del modo onde nei poemi virgiliani è
concepita e descritta l'azione della divinità; molti altri potremmo
citarne, come quello di Palinuro sacrificato dagli dèi per sfogare su un
capo almeno Tira concepita su molti (30); e la spaventosa descrizione
delle Arpie, delle loro ire e delle loro feroci imprecazioni (31); e il
racconto di Diomede intorno ai castighi inflitti dagli dèi a quanti
avevano combattuto sotto le mura di Troia (32); e le tremende profezie
svelate dal veggente Proteo ad Aristeo perseguitato dairira di un nume
(33); e la tetra descrizione della peste cagionata da Tisifone (34). Ma
l'esempio più convincente e caratteristico della ferocia degli dèi ci è
otìerto da Giunone, il cui odio per la nazione troiana in genere, e per
Enea in ispecie, costituisce tutta la macchina che muove VEneide. In che
cosa consiste infatti l'intreccio del poema? Nei dissidio tra Venere e
Giunone, la prima deile quali protegge il figlio Enea in ogni sua
impresa, mentre la seconda cerca di impedire ch'egli venga in Italia a
compiere il volere dei fati. Dopo un sèguito di favolose avventure, nelle
quali cosi Tuna che T altra delle due dee mettono in azione tutti i mezzi
che sono in loro potere per riuscire nel proprio intento, la vittoria
defi- nitiva rimane alla dea dell' amore, e cosi finisce il poema che è
tutto com- penetrato del sovrumano, e in cui gli uomini non figurano che
come de- boli stromenti nelle mani degli dèi. Ma quaP è la causa
dell'odio di Giu- none? Ce lo dice il poeta stesso nel principio del suo
racconto: Nec dum etiam causae irarum, saevictue dolores
Exciderant animo; manet alta mente repostum ludicium Paridis, spraetaeque
injuria formae, Et genus in visura, et rapti Ganimedìs honores
(35). Ma se tanto puerile e tanto meschina è la causa, terribili
però ne sono gli eff'etti; poiché, come dicemmo, lo sdegno di Giunone non
ha limiti. Uatrox Juno (36), aeternum servans sub pectore vulnics (37),
la Juno saevissima (38) Quam nec longa dies, pietas nec
mitigat ulla (39) col suscitare spaventose tempeste, col favorire da
prima l'amore, poi gli sdegni disperati di Didone, coir eccitare le dame
troiane a bruciare le navi, col mandare la terribile Aletto a suscitare
la discordia e la guerra 2 r
18 fra i Latini, coirorcitare Turno a far impeto sui Troiani
mentre Enea è lonlano dal campo, col far rompere al re dei Rutoli gli
accordi del pros- simo duello, non si stanca di frainiorre ostacoli e
procurar danni al di- scendente di quel Priamo che sprezzò la sua
bellezza, al concittadino di quel Ganimede che In da Gìoa'c prrferito
alla figlia sua Ebe. Terribili specialmente sono le imprecazioni che V
ira insoddisfatta le fa uscire dal- l' animo: i|nando, ad esempio, vide
Enea che lieto cominciava a fabbricarsi le case sulle sponde sicule «
stette, pimta da acerbo dolore; poi, scrollando il capo, versa fuori dal
j>etto tali parole: Ahi! razza abominata, e destini dei Frigi contrari
ai nostri! Forse che poterono soccombere nelle campa- gne Sigee? forse
Troia ^\ì avvolse nelle sue fiamme? essi trovarono una via ili
scampo fi-ammezzo agli incendi e agli eserciti nemici. Ma io eredo 4'he
la mia divinità, stanca aitine soggiaccia, ovvero io. satura di odi. mi
acc|ui(1ai *> (40). Poiché air odio suo irla forte rontro Enea,
si aggiunge anche la gelosia della propria potenza, il timore di
iliminuire nella venerazione degli uo- mini, la rabbia di vedersi vinta —
essa, la moglie di (jiove — non solo da una imniiirtale. Venere, ma anche
da un semplice mortale che Venere protegge. Cosi, quando vede Enea
approdare in Sicilia, esclama: ViiU'or ab Aenea. Quoti si mea
numina non sunt Magna satis^ duliiteia liaud ei iniziano i htdi
noren^ftiale-s indetti da Enea per onorare il padre. Cloanto riesce ad
ottenere la vittoria facendo questo vóto alle divinità del mare :
e^o hoc candtntem in litore taurum Constituam ante aras, voti reus,
extaqiie sals«iS Porriciam in fluctns. et vina lùiuentia fundam S\l
Qui non si tratta che di una semplice promes>a : ma poco più
innanzi, narrando il poeta la partenza della flotta troiana alla volta
d'Italia, cosi descrive il sacrificio col quale Enea cerca propiziarsi
gli dèi del mare : opoIo romano era chiamato a compiere nella
storia del mondo: l'autorità religiosa do- veva ben guardarsi dall'
intralciarla. Questo concetto è espresso chiara- mente nei versi — an«'or
oggi pi eni di significato per il popolo italiano — coi quali Turno
rimprovera la vecchia Calibe, sa«Nrdotessa di Giunone, che voleva
spingerlo alla guerra: Cura tibi, Divùin eflìgies et tempia
tiieri: Bella viri pacein^ue re-^ant, quìs bella merenda ^93
. § ó. — Se gli antichi commentatori, rnn le loro
interpretazioni alle- goriche dell' E/ieif le. avevano fatto dire a
Virgilio una infinità di corbelle- rie, che non gli eran mai {»as>ate
per la mente, non s'erano perO> ingan- nati nel ritenere che il poeta
avesse voluto dare un significato allegorico alla sua narrazione della
venuta di Enea in Italia. Infatti è facile com- prendere — per «juanto
compreso da pochi — che il viaggio fatale del- l' eroe troiano dalle
coste dell'Asia Minore alle terre italiche, altro non significa che V
introduzione nel Lazio di nuovi culti e di nuove diNinità venute
dallOriente: fatto importantissimo, avvenuto in tempi assai lon- tani, e
per il quale l'antica religione romana era rimasta profondamente
trasformata. Quest'allegoria traspare evidentissima da tutta V Eneide, e
semhra che il poeta n^niesimo, con accenni frequenti, abbia voluto to-
gliere ogni possibile dubbio intorno ad essa, (iià dal primo libro egli ha
cura dì farci sapere che l' impresa di Enea è voluta dai destini 1). e
che il compito dell'eroe è di trasportare i propri dèi nel Lazio r2) :
nel secóndo è il morto Ettore che c (:»v. preparandosi alla fuga
.^ dalla patria, il primo pensiero di Enea è
quello di affidare alle pure mani di Anchise le cose sacre ed i patri
numi (4); giunto a Creta, sono le slesse ef'pges sacrae diimm ed i
PJirigii penales che gli compaiono du- rante il sonno e lo scongiurano a
non fermarsi oltre su quelle spiaggie. ed a procedere arditamente verso
l'Esperia, dove saranno le loro sedi (5, Durante tutto il fatidico suo
viaggio Enea — che somiglia più un sacer- dote che un guerriero — non si
mostra tanto preoccupato di conquistare un regno, quanto dì ottenere un
asilo per i propri dèi: u io non domando altro che un posticino {sedem
exiguam) per ripom i miei Penati » dice egli al re del Lazio ((>) ; e
quando è giunto al conspetto della Sibilla, si alìVetta a farle conoscere
che non è venuto a chiedere regni non dovu- tigli, ma soltanto un luogo
sicuro per i suoi numi erranti: da, non indebita posco Regna
nieis fatis, Latio considero Tencros, Errantesque Deos agitataque numlna
Trojae ^7). Ma Tallegoria ci sembra tanto evidente, che crederemmo
inutile insi- stervi oltre. Fin qui il nostro studio è stato
unicamente rivolto a porre in lue(^ quei caratteri della religione di
Virgilio che corrispondono all'indole del- l' antica religione romana ;
per rendere compiuto il nostro quadro doh- hiamo dunque esaminare anche
questi elementi nuovi, che s'infiltrarono assai presto in essa, e, pur
lasciandole un fondo tutto proprio e partico- lare, l'accostarono
sensibilmente alle altre religioni dei popoli antichi, e specialmente dei
Greci. LMntroduzione del culto e degli dèi greci in Roma ha cause
diverse, prima delle quali Y uso di ricorrere ai Libri sibillini, che
provenivano da Gergis (rèpytc , ed erano stati portati a Roma sotto
Tarquinio il Superbo (8). La conservazione e l'interpretazione di codesti
libri fu affidata ad \\n collegio speciale di sacerdoti, i (juali,
da due che erano all' epoca dei re, ' s'accrebbero a poco a poco
fino a raggiungere sotto l'impero il numero di quindici, e furon detti
perciò Quindiceminri sacris faciundis. Quando avvenivano fenomeni
straordinari, come pestilenze, terremoti, inoncL^- zioni, ecc., o prodigi
affatto nuovi, non contemplati nei libri pontificali, lo Stato ricorreva
solennemente al consiglio di codesti sacerdoti, i quali, dopo aver
consultato i libri loro affidati, prescrivevano le relative cennio nie di
preghiera e di purificazione. Siccome poi i libri sibillini
raccomandavano il culto degli dèi del lon* paese d'origine, così d'allora
in poi accanto al Romanus ritus si eblie il Graecus ritus, e accanto agli
antichi dèi italici le divinità dell' Olimpo greco, che finirono col
sovrapporsi quasi completamente ai primi. 4
i i 38 ^ Questa
mescolanza di riti e di divinità possiamo agevolmente riscon-
trarla anche nella religione del massimo fra gli epici latini. Insieme
ai .*. dii patrii indAyetea^ appartenenti all'antichissimo ciclo degli
dèi romano- f sabini, quali Giano, Pico, Vesta, Pilumno, Romolo,
Fauno, Silvano, il suo '; Olimpo contiene anche quegli dèi che, per
contrapposto, eran detti dii ^, peregriìii o novemsédes ; vale a
dire divinità greche ed orientali come » Febo, Apollo, Cibele,
Bellona, Latona, Mercurio. Vulcano, Venere, (giunone -' Cerere,
Proserpina, Plutone, Esculapio (9); e infine divinità greche identi-
ficatesi poi con divinità italiche, quali Saturno, Nettuno, Artemide (=
Diana in Aventino) ed Ercole (= Hercules domesticus o Mars). Il culto che
nei L poemi virgiliani è reso a tutte queste divinità, varia naturalmente
col va- \ riare dell'origine loro ; cosi, mentre gli dèi greci sono
onorati secondo le (; norme del rito greco, agli dèi patri è
serbato l'antico rito romano. I primi hanno auree statue, pompe
solenni e templi di marmo dalle colonne di : bronzo e dalle porte
istoriate in oro ed avorio (10), i secondi conservano invece la
primitiva agreste semplicità : Vesta non ha altra imagine che " il
sacro fuoco, alla cui conservazione vegliano assiduamente le vergini
sacerdotesse ; Fauno è ancora rappresentato da un semplice t
oleaster foliis amaris », al quale i marinai salvati dalle onde solevano
atta(rcare i loro doni e le spoglie votive (11); il dio Tevere è adorato
nella sacra quercia, al cui tronco i guerrieri appendono le armi e le
exuriae (spoglie) dei nemici uccisi \V2). Insieme agli dèi ed
ai riti, anche Tantropomorfismo greco è penetrato largamente nella
religione virgiliana, togliendole, o, a dir meglio, attenuan- dole (luel
carattere incerto e nebuloso che vedemmo provenirle dalla astrat- tezza
propria delle antiche divinità italiche. Né poteva essere altrimenti;
prima di tutto perchè in Roma Tantropomorfismo s' era imposto alla ima-
ginazione di tutti fino dal tempo dei Taniuinj, poi perchè il poeta non
avrebbe potuto rinunziare al grande vantaggio, clie gli proveniva dal va-
lersi di divinità dotate di forma e passioni umane. Per tal modo, gli dèi
che Virgilio fa soprassedere agli avvenimenti svolgentisi nelFEneide,
sono, in fondo in fondo, gli stessi di cui Omero s' era servito
nell'Iliade e nel- r Odissea. Essi hanno un corpo simile in tutto e per
tutto a quello dei semplici mortali, con le identiche qualità e bisogni
ad esso inerenti : vi è la sola differenza che tali qualità sono portate
ad un grado sovrumano, cosicché anche quando gli dèi scendono in terra- e
cercano nascondersi sotto spoglie mortali , il suono della loro voce, il
loro portamento, la loro statura, la loro bellezza, il scintillare degli
occhi, ne svelano agevolmente Torigine divina. Quando Iride, deposto
Tabito e l'aspetto di dea, cerca persuadere le donne troiane a bruciare
la flotta che doveva condurle in Italia, la vecchia Pirgo, nutrice di
Priamo, si accorge subito che sotto -- l'apparenza della matrona Beroe
era nascosta una dea, e grida alle compagne :
89 Non Beroe vobis, nou haec rhaeteia, matres, Est
Dorycii coniux. Divini signa decoris, Ardentesque notate oculos; qui
spiritiis illi, Qui vultus, voeisve sonus, vel gressus eunti (13)
E quando la dea Venere appare ad Enea sotto V aspetto e V armi di
vergine cacciatrice spartana, e gii chiede con mentita voce se avesse
veduta alcuna delle sue sorelle, V eroe troiano risponde senza esitazione
: Nulla tuarum audita railii, neque visa sororum (quam
te raemorem ?) virgo: namque hand tibi vultus Mortalis, nec vox hominem
sonat. dea certe : An Phoebi soror? an nimpharuin sanguinis uua?
(14) Ed è curioso notare come, nei poemi di Virgilio, V
antropomorfismo non si restringa agli dèi venuti dalla Grecia, ma si sia
esteso persino a quelle antiche divinità romane, le quali, nella loro
originaria astrat- tezza ed immaterialità, sembravano le più restie ad
assumere forma umana. Il deus Tiberinus era uno dei numi più vetusti e
rispettati fra il popolo romano, che lo considerava come il protettore
naturale del patrio suolo, il genius loci simbolizzante in sé stesso l'
origine, le vicende e la gloria di Roma : suo unico simulacro era, come
vedemmo, T umile quercia, alla quale i soldati vincitori appendevano
divotamente le spoglie dei vinti ne- mici. Or bene, anche il dio Tevere
ha assunto neir Eneide veste, forma voce umana, che lo fa rassomigliare
in tutto ad un dio dell'Olimpo greco : uscendo di tra i pioppi dell'
amena sua corrente, egli si presenta ad Enea in sembianza di vecchio,
e eum tennis glauco velabat amictu Carbasus, et crines
umbrosa tegebat arundo ; Tum sic affari, et curas bis demere dictis
(15'. Come per le qualità fisiche, così anche per le qualità morali
gli dèi somigliano in tutto e per tutto agli uomini : essi nutrono nel
loro animo passioni, desideri e sentimenti al pari di ogni mortale, ma
con una forza ed una intensità di gran lunga superiore a quella umana. I
loro odi, i loro amori, le loro gelosie, le loro vendette, che hanno
tanta parte negli avvenimenti umani, sono riprodotte da Virgilio sulla
falsariga di Omero, (lai quale il poeta mantovano ha mutuato tutto il
macchinismo mitologico. Ciò è tanto evidente, per chi abbia una certa
conoscenza dei poemi virgiliani che sarebbe affatto inutile ci
dilungassimo a mostrarlo. Noteremo sol- tanto che esagerarono quei
critici i quali vollero scorgere nella mitologia virgiliana una serietà
ed una moralità di molto superiori a quella ome- rica (10).
4»' Ch*:? Li ma-gior rispetto del i)4)polo latino verso gli
dèi, la sua inatr- j:- r»- izrtivirà, e il pn»}j:r^^>so stesso
compiuto dalla ragione umana in otto s^ci I: di riflessione, «li >tudi
e di ricerche, «ìovesJ^ero spingere il nostro j toeta a d^ire una
ve>te più severa e più casti^jata alle antiche favole > • .
«n-ire sul >uolo ell»-nni«*o. è cosa naturale, confermata anche
dall'esame •i-i p» «-uJ iVià nr-i tempi di poct) anterit>ri al poeta,
codeste favole sem- ! /.iVAi... :i: più sfa«NÌate, assurde, immorali, e
contro di esse protestava - .rrjicaiiit-ritt- il più trrande dejrli
oratori romani: u nec enim multo aì)- -:!:•' :. r:i — es^Uma ej:li, «lopo
aver esposto i giudizi dei tilosofi sulla di- vi:.:-^ — >unt ea, quae
poetarum vocibus fusa ipsa suavitate nocuerunt, ,'iì et ira
inrI:ìmiiiatos et libidine furentis induxeruut deos feceruntque. r.:
ri:r;m hèUa. pro«-lìa, pugnas, vulnera videremus, odia praeterea. dis-
-i.a. -i:^ or.iia.s, ortu>. iiiteritus. «|uerellas. lamentationes. effusas
in •:n.::: intrriiiprrantia libidines. aduUeria, vincula, cum humano
genere con- ^ r\i lvd> iiiortaii'[Uè ex iLimurtali procrea tos » 17).
Ma. come abbiam ve- I :r . C:- eri'iie non aveva la natura timida e
profondamente religiosa di Vìrjil:?. né s'era accinto come lui ad
un poema epico il cui fine era di r. :.r. iurre i Romani ali"
aritica religiosità, e la cui materia si trovava già :r: -è -ie tu'ù
.libine divina: lo stesso pn»tagonista del poema è figlio di una dea,
jr Vrrnere, ol.e s«..ntratasi con Anchise sulle falde dell'Ida,
s'era congiunta P e n lui: Latino padr»- dì Lavinia e re del Lazio,
è figlio del dio Fauno S tr iella n:r*f:i Mari, a (IS). Ma questa
semidivinità di Enea e di Lavinia. % »^: ->:.•" nifi
n«^'lia tradizione, era necessaria al poeta non solo per aver 5
n. io i; L':;>t:n. are le favolose imprese del primo e l'aiuto che a lui
con- ^ c-rÌLO jl. dèL lua aiii'he per dimosti*are ai Fiomani
derivati dal matri- • !..?:.!• 'l-l prÌMio **olIa sfonda, la loro
origine divina, e con ciò in- ^ iiirli ad es.>ere più
religiosi. Fra i guerrieri italici che scendono in guerra 1^ *
:.::♦.» re-enit» troiano, i più devono la loro nascita al connubio di un
« Iemale con rialclie divinità : Turno ha per avo il dio Pilumno
e per nia- ^ dre li dea Venilia li») Messapo è tìglio di
Nettuno (2l>), Cecolo fu gene- \ rat • da Vulcano tra le greggi
e trovato nel fuoco -21), Ebaio da Telone i è dil!a iiinra
Seb»'tidr' ;.^2) : il leggiadro Aventino è tìglio del dio Ercole e
i -Il.i >^acerd-te>*>a Rea. la quale Furtivum parta sul»
luiuìnis edìlit aurati, Mivta l>n» imilior ;
41 ed anche in questo caso il nostro poeta non fa che
servirsi di una tradì- zione antichissima, colla quale può giustificare
la prima sconfitta ecc. ecc. 50 (4) Sulle
condizioni della religione romana verso il finire della repubblica e
sulle cause della sua decadenza, vedi G. Boissier - La Belìgìon Bomaine,
Paris, 1884, Voi. I, pag. 37-63. Joachin Marquardt - Le eulte chez les Bomains, Paris, 1889,
Voi. I, pagg. 69-87. C. Schmidt - Essai hìstorique sur la Società civile
dans le monde Bo- main et sur sa transformation par le Christianisme,
Strasbourg, 1853, pagg. 116-144. E. Havet - Lo Chrhtìanisme et ses
orìgines, Paris, 1873, Voi. II, C. XI. (5) Tito Livio - Ab urbe condita- L. VI, 42; X, 6-9.
La prima legge per la quale anche al popolo fu aperta la via al
sacerdozio, fu la lex Licinia (389-367); vennero poi la lex Ogulnia
(454—300) e infine la lex Domitia (650=104). (6) Zeller - Beligion und
Phìlosophie bei den Bomern. Berlin, 1872 (Vortrage und Abhandlungen, pag.
93 e seg.). (7) Cfr.
Asìnaria, II, 1, 11. Persa, II, 3, 1, ecc. (8) Cfr. Cicero - De
Divinatione, II, 50; 1, 58. Ennius - Telamo (Ribbeck, pag. 44)
(9) Com' è noto, la notizia della traduzione, ora perduta, fatta da Ennio
della Storia sacra di Evemero, ci è data da Cicerone nel De nat. deoi\ 1.
I, C. 42 « gwae ratio maxime tractata ab Euhemeì'o est, quem noster et
interpretatus et secutus est praeter ceteros Ennius 9, Dei brani della
storia di Evemero sono riportati da Lattanzio, Justit, 1, 11, 17 e seg.;
le maggiori notizie su di lui si trovano in R. de Block - Euhèmère son
Ihrre et sa doctrine, Bruxelles, 1876. Quanto al poema di Epicarmo, esso
è citato da Varrone nel De lingua latina V, 65. (10) Una prova, fra
le tante, degli eilettì prodotti in Roma dal diffondersi della Storia
sacra di Evemero, ci è data da questo passo di Cicerone, De nat. deor. Ili,
19: « An Amphtaraus erit deus et Trophonins ? Nostri quidem publicnni,
cum essent agri in tìoeotia deorum immortalium excepti legi" censoria,
negabant immortali^ esse ullus, qui aliquando homines fuissent*.
(11) Varrone, che consacrò il suo libro sulle Antichità divine a ia,r
conoscere gli antichi riti^ all'ignoranza dei quali attribuiva la
decadenza della religione romana, chiamava poi assurde le favole che si
raccontavano sugli dei, e confesssava che il culto romano era mal fatto^
e che non sarebbe più tale se egli potesse rifarlo; cfr. S. Ago- stino,
De civitate dei, IV, 31. Per Lucilio, vedasi il modo con cui egli giudica le
re- ligioni popolari nelle sue satire XV, 2; ed. Miìller, Lipsia,
1892. (12) Com' è noto, Cicerone era augure, ed a tale suo officio
teneva moltissimo, facendo feilelmente la guardia alla porta dei templi.
Con tutto questo egli non si fa scrupoli di combattere recisamente, nel
suo trattato sulla divinazione, l'opinione di coloro che credevano
possibile una scienza dell'avvenire, ne vuol permettere che la
superstizione sia posta sotto la protezione della filosofia. Nel trattato sulla
Natura degli Dèi si mostra titubante, incerto, né sa giungere ad una
conclusione recisa; tan- toché non a torto vi fu chi ai nostri giorni
credette sorprendere, in codesta assenza di conclusioni formali, una
prova di ateismo (Cfr. Boissier, Op. cit.. Voi. I, pag. 56). Nelle
lettere familiari, che ce lo mostrano nella vita privata, di religione non
ia quasi mai parola. I discorsi politici e giudiziari sono per contro
tutti compenetrati di religiosità, e ne vedremo più avanti la
ragione. (13) In questa esagerazione cadono quasi tutti gli autori
sopra citati, specie il Marquadt (loc. cit, op, cit) (14)
Epist. ad famil., V, 16. (15) Ad. Att,, ì, 3. (16j
Cicero. Act, in C Ve7rem, IV, 35. 51 (47) Cfr. Havet,
op. cU., pag. 77 e segg. (18) Vedcsi specialmente la Pro lege
manilia, (quelle In Catilinam, ([uelle contro Verre, già ricordate, ecc.
ecc. (19) Plutarco — Le vite degli uomini illustri, trad. G.
Pompei, Cremona, 4824, Voi. Iv, pas;. 488. (20) Ab urbe cond.
1. XXVII, 37; XXXI, 42; XXXIX, 22; ecc. (21) Vedi fram. del 1.
XXXII. (22) De rer. nat. III, v. 7. (23) Lentulo, il
complice di Catilina, credeva agli oracoli della Sibilla; cfr. Ci- cero
In L' Calilinam orat^ ieri., 5. Siila, che aveva rubato i tesori del tempio di
Delfo, portava sempre con se una piccola ima'^ine di Apollo che baciava di
tempo in tempo; cfr. Plutarco, Siila, Voi. VI, pa?. 490, Mario eonduceva
sempre con sé la profetessa Marta^ nella quale aveva grande fiducia e
dietro ordine della quale sacri- ficava; cfr. in Plutarco la vita di
Mario. Vatinio, che affettava incredulità per gli auspici, e\ oca va
segretamente i morti e immolava loro dei fanciulli; cfr. Cicerone, In
Vatin,, 6. Quando apparo qualche meteora, quando qualche statua divina ha
sudato, quando qualche rumore misterioso s*è fatto sentire sotto terra o
nel cielo, il terrore invade tutti, e per ordine del Senato si consultano
ì libri della Sibilla e gli auspici; cfr. Cicerone, De Divinatione I, 28
e II, 66. Le superstizioni funebri dominano spe- cialmente tra gli
sventurati. Lucrezio ce li fa vedere, nelle ansie e nelle sofferenze
(leiresi^lio, affrettarsi a sacrificare ai mani e immolare pecore nere là ove
il caso li ha condotti; cfr. De rer^ nat- III, n. 8. Quanto a Cicerone,
vedemmo già com'egli attribuisse la propria guarigione agli dèi e
incaricasse la moglie di ringraziarli. (24) Per verità, al tempo di
Cesare e di Cicerone, le matematiche pure ed appli- c^itct la fisica, la
scienza musicale, la meccanica, l'astronomia, la geografia, la storia
naturale ecc. si trovano ormai ad uno stato soddisfacente di sviluppo. Ma
oltreché molto delle verità più alte, come ad esempio il movimento della
terra intorno al sole, erano ancora al puro stato di ipotesi non
dimostrate, s'aggiungeva anche che coloro che nella loro gioventù avevano
potuto compiere una buona educazione scientifica, dimenticavano poi ogni
cosa; cfr. a tal proposito Polibio, IX, 24, e Cicerone De Re- publica I,
40, e Academica II, 39. Per convincersi poi a qual punto di imperfezione
era ancora la cosmologia e l'astronomia, basta leggere le considerazioni di
Lucrezio .sugli antipodi, le dimensioni del sole, la durata dei giorni e
dello notti, le fasi della luna ecc.; cfr. De rer. nat. I, 4056, V 563, V
694, e 730. (25) Che Ottaviano fosse grandemente superstizioso, è
cosa risaputa (cfr. Sve- tonio, Ang. 90, 94); ma ciò non implica che
fosse anche religioso nel vero e proprio senso della parola. Antonio lo
acculò di aver parodiato in modo così turpe durante un banchetto l'Olimpo
degli dèi, che Giove aveva abbandonato il Campidoglio per sottrarsi a
quella vista. Lo stesso Svetonio narra che, avendogli una tempesta di-
strutta Tarmata navale, adirato cacciò Nettuno dal tempio (Ang, 46, 70).
(26) Kpist. 1. I,
IV. (27) Tilo Livio XXIV. 22 (28) Id. XLIII, 43.
m) Id. X, 40. (30) Id. I, 4. (34) Id. XXVII, 23, (32)
Id. XXIV, 44. 52 M. (1) Georg. I, 338-350.
(2) Id. 498-502. (3) Georg. Il, 533-335. (4) En. III. 408-409.
(5) En. Vili, 102 e segg. (6) Id., 185-489. (7) Sulla
religione romana, vedasi, oltre le opere a;ià citate del Boissier, del
Marquardt, dello Sehmidt, dello Zeller e dell' Ha vet, anche Bouché —
Leclerecq, Les Ponti fes de rancieìine Rome. Paris, 1871; e, dello stesso, il
Manuel des ìnsliiU' tlons romaines. Paris, 1866. Preller, !.£s dkicv de
/' ancienne Rome, Paris. 1855;
Friedlaender — DarsCellungen nus der Sittengeschìchle Roms, Leipzig, 3
voi.; Inscriplìonum iMinarum amplissima collectio pubblicato a Zurigo
dal- l' Creili pei due primi volumi e dall' Hcrzen per il terzo; le
Inscriptiones regni Neapoletani pubblicate a Zurigo dal Mommsen ; io mi
sono anche servito di uno splendido e comprensivo riassunto della
religione romana, fatto dal Boissier in Remie de V histoire des religions,
1881, pagg. 209-323. (8) En. Vili, 678-681. (9)Id., II,
682-684. (10) Id., VII, 72-78: vedasi anche Vili, 678-681 :
Hinc Augustns agens Italos in poelia Caesar Cum patribus,
populoque, penatibus et magnis dis, Stans celsa in puppi : geminas cui
tempora flammas Laeta vomunt patriuinqne apei-itur vertice sidus.
tll) Georg. II, 140-142. (12) Cfr. Properzio III, 22-20;
Zeller, op. di. p. 6: Preller Hamisvke Mytholo- gie, 2 ed. p. 218.
(13) Cfr. Diogini d'Aliearnasso PcojiatxYj 'ApxatoXoyia, II, 19.
(14) En. Vili, 640-641. (15) Quando gli Arvali sacrificavano
due pecore alla divinità protettrice del luogo, pronunciavano queste
parole . Infatti, mentre i primi indirizzavano i loro inni a Giunone, a
Minerva, a Giano^ a Lucetins (Giove,; i secondi non cantavano che le
imprese di Ercole; ora il canto che Virgilio pone in tM>ccg^. : li
Massarani — yei parentali di Virgilio, Mantova, 1883, paicg. i9 e
seguenti. i 59 (17) f}(* Nai. Deor,
I, 16. (18) En. X, 76. (19) Eh. vii, 45-50.
(20) En VII, 691. (21) Id. 678-680. (22) Id.
733-35. (23) Id. 655-663. (24) En. I, 254-2:)6. (25) En. IV, 912 Giunone è
detta cara Jovis coniux ; cfr. iinclic XII, 829. (26) En. XII, 806 uUerius
tentare veto. (27) En. X. 2. (28) Eru VII,
761-782. (29) En. XII, 831-832. (30) En. X, 111-113.
(31) En. XII, 140-141. (32) Id. 142-45. (33) Cfr.
il C. Ili, 8 4. (35) En^ 402-406. (36) C II, 8 3.
(37) Uiad. XIV, 346-351. Y] pOL xal àyxàg Ijiapxs Kpóvou nal^
if^v Tiapixomv Totoi 8' uno x^à)v Sìa qpiiev vsoOijXéa «oIt}v,
Xa)xóv ^'IpoVìevxa t8è xpóxov vj8' ftàxivO-ov Ttoxvòv xal {iaXaxóv, Sg
ìtcò x^^^'^^C &'+io' èspYsv. xqi ivt Xegaoi'hjv ènl 8è vscyéXr^v
Sooavxo xaXrjv xpuoeCrjv. (38) A'n. I, 71-75. (39) Per tutte queste
notizie cl'r. A. Gabrielli. Sulla IV egloga di Virgilio. Mantova, 1883. (40)
1. II. l41) 1. II. (42) V. Ogereaii. Easai sur le système
philosophique des Sloicìens — Paris, 1885. C. III. (43) Gabrielli, op. cit.; i>er
vedere quale diffusione avesse codesta leggenda in Italia, cfr.
Ccnsorinus, De die natali, 17. Sugli anni e i //ja^^ne /wt'fwe* dell'eglog,
IV cfr. De Romanorum anno saec ad Very. eclg. IV nc^li Archivi di
Filologia del- l' Henghelmann. (45) En. VI. 65-66.
(46) /d, 69-71. (47) Id. 72-76. (48) Riguardo ai
carmi sibillini cfr. le opere già citate. (49) Completo magno anno,
omnia si/dera in ortus suos redire et referri rursus eodem motu. Quod si
est idem st/derum motus, necesse est ut omnia qiiae fueiunt habeant
iteratiorwm. (50) Cfr. Compareti, op. ci/., C. VII; ed ancora
Schickedanz: Unde VirgiUus 60 argumentum quartae
eclogae hauseriU Servest. 1761 ; Frcj'mullcr: Die messiani- sche
Weùsagung in Vergils Edoga IV, McUeii, 1852. (51) Sì confrontino i
vorsi 10-45 con (lucsto frammento del carme dclhi 2»ibilla cumana.
Cum Deus ab alto llegem dimittet Olympo Junc terra omniparens
friictas mortalibus aegris Reddet inexaustos frumenti, vini,
oleÌQUc; Dulcia tunc mellis diffundent pocula coeli, Et niveo
latices erumpent lacte suaves. Oppida piena bonis, et pinguia eulta
vigebunt, Nec gladios metuet, nec belli Terra tumultus, Verum pax
terris florebit omnibus alta. Cumque lapis Agni per montes gramina
carpent. Permistique simul Pardi pascentur, et Hoedi ; Gum Vitulis
Ursi degent, Armenta sequentes Carnivorusque leo praesepia carpct uti
bos: Cum pueris capient somnos in noctc Dracones, Nec laedent,
quoniam Domini manus obteget illois. (52) Si confrontino ancora i
versi 10-45 dell'egl. IV, con queste parole di Isaia (C. XI) * Ei erit
justUia cingulum lumborum e.jus ; ei fides cinclorìum renum ejus.
liabitablt lupits cum agno, et pardus cum hoedo occubabil et leu et ovis
simul morahantur, et parvulm mbiabit eos. VltuliLS et ursus pascentur :
s'unuI requiescent catuli eorum ; et leo quasi bos comedet paleas. Et
delectabilur infaìia ab ubere supeì' foramine aspidis ; et in caverna
regulì, qui ablactatus fuerit. manuin sua mittet. Non nocebunt et non
occident in universo monte sancto meo; quia repleta est terra scientia
Domini, sicut aqtuie maris aperientes ». (53) Cfr. Comparetti, op. cit. C. VII; Evangelicher
Kalender. 1862, pan- i7-5o. (54) Vedasi il saggio veramente geniale
di G. Negri « I Ricordi di Marco Aurei in eie Confessioni di S- Agostino»
in Meditazioni vagabomie, Milano, 1897, pa- gina 97-427.
L' CPICUPEISMO § \' L'Epicureismo e la religione —
Rapporti storici tra la religione e la filosofìa- — 1/ opinione dei
critici e dei commentatori sull'epicureismo di Virgilio. % 2- L'Egloga
VI. — Essa non esprime principi epicurei, e nemmeno eiiipednilei o stoici
— E una contamina tìo di vari sistemi. § 3. L' imitazione lucrezi-tna in
Vi^ gilio — La prima età del mondo e l'uomo primitivo — La descrizione
dt'l la iieste e il gruppo plastico di Venere e Vulcano. % 4- Lo spirito
scientifico nella filosoBa epicurea — Credute aspirazioni di Virgilio a
conoscere le cause dei fenomeni — Gli effetti della superstizione. § 5.
L'ultimo argomento —Virgilio non fu epicu- reo nemmeno in gioventù —
Conclusione. I 1. — riiica fra le sètte filosofiche
deirantirhitii. la scuola di Epicuro esclude nel modo i)iù assoluto la
religione, nega ogni sorta di miracoli, e bandisce il sovrannaturah* che
l'ignoranza e la paura avevano cui loi^ato nel seno dei fenomeni. La
strana dottrina psicologica della i^pO-rfyy;,, nhe pure ha un fondo
indiscutibile di verità, aveva bensì costretto il (ilosofo d'Abdera ad
ammettere un Olimpo di dèi immortali, ma essi non hanno alcun potere sul
mondo e sugli uomini, sono formati da una semplice successione di imagini
prive affatto di consistenza, e vivono riligati negli spazi intercosmici
{intermundia). dai quali non potrebbero uscire per la diversa natura
degli atomi che li compongono. Quindi riiomo min ha nulla da temere e
nulla da sperare da codeste vane ombre senza cor|)0, che non possono
togliergli (jnello che l'epicureo considera il mas- simo dei beni: la
libertà dello spirito. In modo ben diverso intendeviino razione divina le
altre scuole, che si disputavano nel mondo rintien la direzione degli
animi. La dottrina del Portico, ad esempio, era venuta, col suo mal
definito panteismo, a giustificare ogni più volgare supersti- zione, e ad
ammettere nel mondo una incessante azione divina, una rnn- tinua
provvidenza, un perpetuo miracolo ; lo stoico, al pari di ogni altro
pagano, credeva alla fatalità, alla predestinazione e persino agli oracoli
e alla scienza augurale. Lo stesso può dirsi della filosofia platonica,
la quale, mistica ed ascetica già neirorigine. aveva accentuato aiici^r
più 1 J i
J i 62 questi suoi
caratteri passando attraverso la speculazione degli Alessan- drini, ed
era giunta al punto di accettare non solo, ma di giustificare col
ragionamento filosofico l'ermetica e la magia. L'epicureismo soltanto era
recisamente nemico di ogni religione, qualunque essa fosse : poiché ogni
religione deve, dal più al meno, poggiare su quelle idee di provvidenza,
di creazione, di miracolo, di solidarietà fra il mondo e dio, che il
seguace d' Epicuro esclude nel modo più assoluto, u Ce n' est donc pas
sans rai- son — diremo anche noi col Guyau — que le nom d'epicurien
devint rapidement synonyme d'incredule et d'irréligieux ».
Dato questo carattere della filosofia epicurea, era possibile che il
mite Virgilio, iJ cantore del pius Aeneas, il ristauratore dell'antica
religione romana, il poeta religioso per eccellenza, accordasse il
proprio assentimento alle dottrine di Epicuro? Assolutamente no; a meno
che non si voglia ammettere che nell' animo suo fosse tale il distacco
tra i principi filosofici e le credenze religiose, da poter negare in
filosofia ciò che credeva in re- ligione. Ma questa ipotesi sarebbe
assurda e priva di ogni fondamento. Tutta la storia del pensiero umano ci
dimostra che uno strettissimo le- game ha sempre unito la religione e la
filosofia; ed anche al giorni no- stri, se nel campo teorico i loro
domìni sono stati divisi, nel campo pra- tico delle coscienze individuali
esse continuano a rimanere strettamente, invincibilmente unite. Questo
legame che unisce la religione e la filosofia è al tempo stesso positivo
e negativo : è positivo in quanto Tana e l'altra soddisfano al bisogno
imprescindibile dell'anima umana di possedere la realtà superiore, l'
unità suprema delle cose ; negativo, o, dirò meglio, di esclusione, in
quanto la seconda sostituisce a poco a poco la prima nella esplicazione
delle verità superiori. Ed infatti, considerata storicamente, la
religione non è altro, secondo la definisce il Réville, che « la
determina- zione della vita umana, per il sentimento di un legame che
unisce lo spi- rito umano allo spirito misterioso, di cui egli riconosce
la dominazione sul mondo e sopra sé stesso, ed al quale ama sentirsi unito
» ; la filosofia invece, considerata pure sul terreno strettamente
storico, è la ricerca li- bera della verità superiore nel mondo e
nell'uomo sulla base delle cono- scenze acquisite in generale e deir
osservazione della natura umana. La religione deriva dal sentimento
spontaneo che l' uomo ne ha, e che egli interpreta senza rifiessione e
senza metodo, sotto la direzione preponde- rante delle facoltà
imaginative ; la filosofia deriva dal bisogno che l'uomo prova di
correggere con formule razionali le ispirazioni del sentimento :i). Dove
la prima pone il piede, la seconda deve ritirarsi ; ed è soltanto quando
la filosofia si acconcia alle forme ed ai simboli della tradizione
religiosa, traducendo nel linguaggio tradizionale le sue idee e le sue
spe- culazioni, che l'una e l'altra possono trovarsi d'accoido sul
medesimo terreno. Ciò avvenne infatti nel pitagoreismo, nel platonismo,
nello stoi- cismo, nel giudaismo alessandrino ; ma non, come vedemmo
nella dot- 63 trina d* Epicuro. Quindi per noi
la questione dell' epicureismo di Virgilio è già a priori risolta:
essendo profondamente religioso, il nostro poeta non poteva essere al
tempo stesso epicureo. Ma non cosi l' intendono tutti coloro che, nei
tempi antichi e nei moderni, si occuparono in qual- che modo delle
opinioni dei grande mantovano. « Se fra tante verità stoiche non
avessi errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano ». Queste
parole, che Fabio Pianciade Fulgen- zio pone in bocca allo stesso Virgilio
nel suo De continentia Virgiliana, riassumono, si può dire, l'opinione
generale dei grammatici e dei commen- tatori antichi e moderni intorno ai
principi filosofici professati dal nostro poeta. Non tutti codesti
illustratori sono certamente d' accordo nel consi- derare le dottrine
stoiche come il fondamento della filosofia virgiliana ; anzi a questo
riguardo le divergenze sono parecchie, inclinando alcuni per lo
stoicismo, altri per il platonismo, altri per il neo - pitagorismo, altri
infine, e con maggior ragione, per l'eclettismo stoico - platonizzante.
Ma si trovano poi tutti meravigliosamente uniti nelP affermare che Vir-
gilio, tra il candore immacolato delle sue dottrine spiritualistiche, non
seppe andar esente da qualche piccola macchia di queir epicureismo che fu
sempre la filosofia degli spiriti ribelli. Questa, ripeto, è Y
opinione generale degli illustratori di Virgilio ; ma ben più recisa è a
tal proposito l'opinione volgare. Come osserva lo stesso Heyne nel suo
celebrato commento, « vulgo prò Epicureo haheri solet Virgilius » (2). E
cosi è infatti. Oggi ancora i più credono che il nostro poeta abbia non
solo accordato spesse volte facile «orecchio alle ttjntazioni delle
dottrine epicuree, ma che sia stato un epicureo vero e proprio, un
seguace convinto e deciso, sebben mite, del grande pensa- tore
d'Abdera. Scevri da ogni idea preconcetta e da qualsiasi
preoccupazione filoso- fica e religiosa, che turberebbe la necessaria
serenità della ricerca, noi ora dobbiamo domandarci : quali sono le
origini storiche ed i fondamenti reali di questa, che non chiameremo la
leggenda dell' epicureismo virgi- liano ? Lasciando completamente da
parte Y opinione volgare, che non potrebbe avere la più lontana
giustificazione nei documenti storici e let- terari che ci sono rimasti,
io credo che l'origine prima dell'opinione dei commentatori risieda in
quel noto paragrafo della P. Virgilii Maronis ri/a di Tiberio Claudio
Donato, nel quale si parla appunto degli studi e delle opinioni
filosofiche di Virgilio. Il paragrafo dice precisamente cosi: « Audivit a
Syrone praecepta Epicuri : cuius doctrinae socium habuit Va- rium.
Quamvis diversorum Philosophorum opiniones libris suis inseruisse de
animo maxime videatur, ipse tamen fuit Academicus : nam Platonis sententias
omnibus aliis praetulit » (3). L' antichità medesima del passo, r
autorità sempre concessa al suo autore, non potevano in certo qual modo
non suggestionare critici e commentatori, così da convincerli che
à 64 qualche traccia degli insegnamenti di
Sirene doveva necessariamente trovarsi nelle opere virgiliane, prima
ancora di averne ricavato la prova dall'esame spassionato di esse. Non
c'è quanto mettersi a studiare un autore con idee preconcette, per creder
poi di vedere confermate ad ogni momento e nel modo più indiscutibile
quelle medesime idee! Ma ci sono veramente, o nelle Bucoliche, o
nelle Georgiche o nel- V Eneide degli elementi filosofici di indole tale
da poter giustificare in modo positivo questa opinione tanto
universalmente diffusa? Vediamolo. I 52. — 11 primo luogo
che quasi tutti i commentatori sono concordi nel chiamare prettamente
epicureo, è l'egloga sesta, nella quale il mi- tico Sileno canta T
origino degli uomini e delle cose. Ed è tanta la loro sicurezza intorno
alla natura di questo passo, che molti fra essi, ed anche dei
modernissimi, non dubitano di veder raffigurato in Sileno Te- picureo
maestro di Virgilio, Sirene, e nei due fanciulli Virgilio stesso e il suo
condiscepolo Varo (1). Non v'ha dubbio che i concetti espressi in
quest'egloga, e la melodia soavissima dei verei che li accompagna, e la
pittura giocondamente serena colla quale incomincia, possono spiegare
sufficientemente l'illusione in cui sono caduti i commentatori. Il
vecchio padre di Bacco, gonfie le vene pe'l gran vino bevuto, seria
procul ca- piti delapsa, se ne giace dormendo in un antro. Lo vedono due
fanciulli, che il vegliardo avea spesso lusingato colla speranza di
rallegra^-li con un canto, ed unitisi ad Egle, Naiadum pulcherrima, lo
legano coi serti, gli impiastricciano la fronte e le tempie di sanguigne
more e lo costrin- gono a cantare. Ed egli, dolum ridens^ fra l'esultanza
dei Fauni, delle piante e delle fiere, incomincia il suo canto narrando
: uti magnum per inane coacta Semina terrarumque animaeque
marisquc fnissent, Et liquidi simul ignis; ut liis exordia primis
Omnia, et ipse tener mundi concreverit orbis; Tum durare sohnn, et
discludere Nerea ponto Coeperit, et rerum paullatim sumere formas;
Jamque novum terrac stupeant lucescere solem Altius at) e specialmente
dal Trezza (7), che di- svelò la profonda moralità inerente air
epicureismo, mostrandone Y ec- cellenza fra di tutti i sistemi filosofici
antichi, io credo affatto inutile sfatare un' accusa che ormai può solo
essere accettata dalla credulitii stolta dei volghi. (Hi è certo che fra
i seguaci di Epicuro vi furono molti che si fecero schermo delle sue
dottrine per condurre una vita scio- perata ed immorale; ma oltreché non
bisogna mai chieder conto ad una dottrina dalle conseguenze illegittime
che le passioni umane possono de- durne (8), e' eran pure tra gli
epicurei uomini forti ed eletti, che. ispirati ad un alto ideale di
dignità umana, liberi dalle umilianti tirannie celesti, sapean trarre una
vita virilmente austera nella serena contemplazione del vero.
Ma a completare l'illusione, vengono infine i primi versi del canto
di Sileno, che più sopra abbiamo riportato. L' origine del mondo, il suo
lento progressivo conformarsi, Y iniziarsi dei fenomeni tellurici, il
sorgere delle piante e degli animali, tutto è narrato in cotesti versi
senza il benché minimo accenno ed una azione qualsiasi della divinità,
senza la più piccola allusione al sovrannaturale : ogni cosa ha principio
dai semina^ ogni cosa che esiste non è che 1' eftetto del loro
accozzamento magnun per inane. Ora non é questa appunto la dottrina
d'Epicuro, secondo il quale tutto nasce, si forma e muore per un puro
aggregarsi e dissolversi di atomi nel seno del vuoto infinito, senza che
gli dèi, relegati negli spazi intercosmici, quasi famiglia di monarchi
spodestati, possano mai interrompere l'addentellato delle leggi immanenti
ed eterne di natura? Sembra evidentissimo ; anzi, ad avvalorare sempre
più questa opinione, si aggiunge anche la circostanza che nei versi sopra
citati apparisce ma- nifesta ed innegabile Y imitazione del massimo fra
gii epicurei romani. Lucrezio. È proprio infatti d(»ir orazione
lucreziana quel semina del verso :V2, che Lucrezio usa tanto spesso per
significare gli atomi, quel liquidus ignis del verso ;53, queir anima che
é adoperata nel verso 32 in luogo di aer^ e che ci ricorda subito come
per Lucrezio l'anima umana sia composta degli stessi atomi levigati e
sottili che compongono l'anima (9): è decisamente lucreziano quel maguiim
per inane del verso 31 m che ci richiama tosto
la concezione atomistica delV estensione pura, del vuoto entità reale,
inteso cioè come il luogo dove i corpi materiali, e quindi estesi,
possono trovar posto (10); - bia di epicureismo. ( onìineiani il
no.stro poeta non avesse creduto di aggiungerne altri che distruggono
completamente il significato dei primi, avrebbe dimostrato, almeno in
questa parte, di seguire in tutto le idee già espresse dal grande poeta e
filosofo latino. Ma sembra che Virgilio si sia proposto, nelle opere sue,
di togliere con una mano ciò che con l'altra concedeva; sembra che abbia
voluto, con (juesto continuo ondeggiare fra i due poli opposti della
filosofia, far perdere ai lettori ogni traccia del modello cui
s'inspirava, e dissipare non solo ogni giustificato sospetto di
professare dottrine men che ortodosse, ma anche di condividere una
qualunque teoria filosofica determinata. Questo vedemmo già, e vedremo
meglio proseguendo nella nostra ricerca; per ora possiamo averne una
prova indubbia nei versi che stiamo esaminando. Egli infatti prosegue il
suo racconto così : Prinius ab aetherio venit
Saturnus Olympo Arma lovis fugiens, et res^nis exiil ademtis. Is
gcnus indocile ac dispersimi montibiis altis Conposuit, legesque dedit,
Latiumque vocari Maluit, his quoniam hUuissot tutus in oris. Aurea
quae perhibent, ilio sub rtge fecerunt Saecula: sic placida in^pulo^ in
pace regebat. Qui la tradizione ha ripij^liato il sopravvento,
imponendosi alla scienza ed alla ragione che prima sombravano prevalere :
il poeta, quasi spaven- tato del soverchio suo ardire, rìtv>rna ad
adagiai-si nelle braccia morbide del mito, e canta il regno paradisiaco
di Saturno, che fuggito air Olimpo viene in Italia, ed accolto
iv^pitalmente da Giano, ammaestra il popolo noir agricoltura, ne corregge
il vivere selvaggio, trasfonde in esso abitu- dini di ordine, di moralità
e di lavoro, iniziando cosi il periodo felice deir età dell' oro. Tali ci»se
narrava la leggenda, assai diffusa nel popolo tra i tilosofi e i
letterati (^J'i); tali, e non diverse, sono per Virgilio le prime storie
della terra ancor giovane. Ce lo dice in modo egualmente esplicito in un
altro punto delle sue opere, e cioè sul finire della seconda Georgica
(23), ove descivendo con frasi idilliche la vita beatrma i poemi
virgiliani, credo possa esser tale da indurci a rispondere negativaviieiite
a una simile domanda. Non v' ha dubbio: dove il soprannaturale si
mescola ed incombe con tanta forza sul mondo, dove le potenze
dispoticb.vì d:::j»^:-i- >i «^zzarla a sua po-ìta. ivi non può ♦---ere
uè ^l'iiiio -si'» il»^ in uu moiAo «o-ì s-^j-^:: • airinij»erió di
volontà oliraniondane. ^ la -«i^-nz;! '\^V.\ «livin tzioriM e d»:'i riti:
studiarsi di penetrare nel pen>i»ro r:jcere all'ii^m'.» ii.^n«Mchiato
e treuiani^r s-.tt»> la verga inesorabile del di«j. K tale ir.faiti.
Lis-:iando da [«arte gli inse-juanienu con- tenuti nelle Georgiche, che
>ono più che altro una meo»: Ila di precetti pratici comuni a pirito
super>tizio>o di cui è imlHrvuto, egli manifesta di quando in
«{uando certe, sia jiur vaghe, a^jirazi^.ni a cono- scere la vera natura
delle cse. e specialmente i m»ti dt i coi-pi cele>ti. le ecli-,^i del
sole e le fasi della luna, le inondazioni, i terremoti, i ful- nn'ni ed
altri simili fenomeni naturali, che colpendo i»er la loro apparente
irregolarità o per la lon» grandio>ità le menti incolte degli uomini
primi- tivi, dovevano maggiormente giustificare la credenza
dell'intervento divino nella produzione loro. Di questa cres, lunaenue
labores: Uride trcmor terris: qua vi maria alta tumescant Obijcìlma
ruptis, rur^iisque in se ipsa residant: Quid tantum Oceana i^roperent se
tingere soles Hìberni; vel ti tre versi, pure delle Georgiche, che
riassumono, quasi direi, commentano e giustificano i versi
antecedenti: Felix, qui [mtuit rerunj cognoscere causas,
Attiue metiis omnes, éì inesorabile fatum Subiecit pedibus, strepi tu
mine Acheroiitis avari I (iO) Non v* ha commentatore che, cfiuiìto
a questi due luoghi, non si faccia un dovere di avvertire ctie in essi è
contenuta Teco distinta degli inse- gnamenti di Sirene, citando anche a
maggior conferma i versi lucreziani dai quali il secondo è palesemente
imitato (11); non v'ha critico che si rispetti, il quale, trattando così
ù\ passaggio delle opinioni filosofiche di Virgilio, non citi questi due
luoghi come una prova indiscutibile delle sue tenden>:e
epicuree. Ora tali conclusioni sarebbero giustissime, ed io per
primo le sotto- scriverei a piene mani, riconoscendo che almeno in questi
due passi le traccìe delle dottrine epicuree sono di una innegabile
evidenza, se non vi si opponesse un ostacolo addirittura insormontabile :
vale a dire gli stessi versi che seguono roi^i il primo come il secondo
dei due luoghi, versi che non solo ne infirmano il primitivo valore, ma
conferiscono loro un significato camplctamente, recisamente contrario.
Infatti, al primo dei due passaggi citati seguono immediatamente questi
versi : Sin, Ims ne pomm natm-ae accedere partes, Ffigidiis
obstiterit circum praecordia sanguis; Rura mìhi, et ridili placeant in
vallibus amnes; FI amina ameni silvasqiie ìn'^iorius! 0, ubi campi,
85 Spercheosque, et virginibus bacchata
lacaenis, Taygetal o, qui me gelidìs in vallibus Haemi Sistat, et
ingenti ramorum protegat umbra! {ììk Al secondo seguono
immediatamente questi : Fortunatus et ille, Deos qui novit
agrestes, Panaque, Silvanumque senem, Nymphasque sorores! lllum non populi fasces, non
purpura regum Flexit, et infidos agitans discordia fratres Aut
coniuratio ecc. ecc. (i3)
Veda ora il lettore spassionato come la citazione integrale dei
passi virgiliani, indispensabile per riprodurre con tutta fedeltà il
pensiero del poeta, muti di punto in bianco Y aspetto della cosa ; veda
ora con quanto fondamento i versi sopra citati, uniti a questi ohe ne
sono il sèguito naturale, possano essere interpretati come un'aspirazione
a cono- scere la vera natura delle cose, a liberarsi dalle visioni
torbide delPoltre- tomba e dal timore degli dei ! Poiché,
alla fin fine, qual'è il significato dei versi che stiamo esa- minando?
che cosa intese di esprimere con essi il nostro poeta? Sem- plicemente il
contrario di quanto intendono i commentatori. È certamente una bella
cosa, dice Virgilio, penetrare i segreti della natura, conoscere le cause
dei fenomeni che atteriscono la nostra imaginazione, apprendere le leggi
che regolano i movimenti degli astri, i terremoti, le inondazioni ; ma io
non mi sento da tanto. Io preferisco trascorrere la mia vita nella beata
ingenuità del povero agricoltore, sotto la santa protezione dei vecchi
iddii trasmessimi in sacro deposito dagli avi, ammirando le eterne bel-
lezze della natura esteriore, senza guastarmi la pace dell'animo e la
tran- quillità della coscienza con ricerche pericolose e con verità
inquietanti. Tuttavia, anche intesi in questo modo, si potrebbe
sempre obiettare che il nostro poeta non nasconde la propria ammirazione
per coloro che, con lo studio della natura, avevano saputo liberarsi dai
gioghi celesti, e giustifica la preferenza data alla religione soltanto
colla mancanza del suo coraggio e la tardezza del suo ingegno {/rigidus
circum pr^aecordia sangxiis\ e che quindi può ritenersi ugualmente verace
Topinione comune intorno alPepicuroismo dei due passi. L' obiezione
sarebbe giustissima nella prima parte, ma assolutamente falsa nella
conclusione ; e per dimo- strarlo sarà duopo fare alcune considerazioni sul
sentimento religioso degli antichi, che ci riveleranno la vera ed intima
natura dei versi vir- giliani. Come abbiamo ripetutamente
osservato^ le religioni antiche e la re- ligione romana più d'ogni altra,
hanno un carattere triste e cupo, che 86 induce
facilmente neir animo del divoto tutti i terrori della più cieca
superstizione. Quelle mille potenze sovrannaturali disseminate per la na-
tura, quella schiavitù continua al loro capriccioso dominio, quella cura
incessante di antivederne il volere, quella attenzione sempre desta di
scongiurarne le ire, dovevano rendere piena di ansie e quasi insoppor-
tabile la vita. « EJisognerebbe conoscere - dice il Guyau - tutti i
pensieri che assalgono a' nostri giorni ancora un' anima superstiziosa,
per com- prendere quale poteva essere la vita dei superstiziosi d' altri
tempi, al- lora che la superstizione era garantita ed incoraggiata dalla
religione stessa, faceva parte delle credenze dello stato, e che Cicerone
stesso bri- gava per ottenere il titolo di augure (13). Ora, a tal
riguardo, noi al>- biamo per fortuna un documento assai importante di
quei temi>i, vale a dire il trattato di Plutarco sulla Superstizione.
Plutarco, testimonio non sospetto e degno di fede, ci fa un quadro assai
fosco delle ansie e dei terrori suscitati negli animi dalla
superstizione, che egli chiama « ma- lattia ripiena di passioni » « viltà
servile » « piaga delle coscienze » « fuoco che divora T anima » e
definisce cosi : « quale sia la natura della super- stizione ci dimostra
la voce greca «siotdaiiiovfa che altro non significa clie aver paura
degli dei, ed è una affannosa opinione, e imaginazione che impaurisce,
atterra e consuma T uomo, il quale ben crede che esistono gli Dei, ma
dispensatori di dolore e di sventure ». Per tal modo, mentre chi non
solca il mare non teme le tempeste, chi non è soldato la guerra, chi non
esce di casa i ladri, ecc. * cohii invece che ha paura degli dèi teme
tutte le cose, la terra, il mare, Taria, il cielo, le tenebre, la luce, la
fama, il silenzio, i sogni i ; mentre ciascuno può sfuggire ai propri
affanni, il superstizioso non può sottrarsi alla sua paura né di giorno,
né di notte, e neppure colla morte; e mentre l'empio, caduto in disgrazia
o in ma- lattia, ricerca le cause del suo male e vi pone rimedio, il
superstizioso, credendosi castigato dagli Dei, si spaventa, si dispera, e
non vuol nem- meno provvedere a sé stesso per non disobbedire alla
volontìi divina. Che più *? (c Cagione di gran gioia sogliono essere agli
uomini le solennità delle feste e i sacri conviti, che si celebrano nei
templi, Tessere ammesso alla religione, le misteriose cerimonie dei
sacrifizi, le preghiere, le ado- razioni.... Ma il superstizioso ben
vorrà, ma non può star lieto... Tutto pallido e smorto nel volto pur si
corona, sacrifica insieme e trema di paura, e con voce tremante porge
preghi a Dio, e con la mano mal ferma sparge fumi e incensi. Insomma,
mostra esser vano il detto di Pitagora, che noi diventiamo migliori
quando andiamo a Dio; perchè non mai i superstiziosi sono più in pessimo
stato e malavventuroso, che quando entrano nei templi degli Dei, come se
fossero covi di orsi, ripostigli di serpenti o caverne di mostri marini
». In questo modo, continua Plutarco, avviene che molti supei-stiziosi,
mirando la quiete e la libertà di spirito di cui godono gli empi, non
solo li invidiano e desiderano poter ridersi m
come loro dei terrori religiosi, ma giungano persino a farsi
deliberatcìmente increduli ». (14) Questa eloquente e vivace
pittura degli effetti della superstizione nella società greco-romana,
getta un fascio di luce sui v*.tsì che stiamo esaminando ; nei (inali
diremmo quasi di sentire — se !ion temessimo di cadere in un enorme
anacronismo — Teco distinta dellu ultime parole di Plutarco. Vi è la sola
dilTerenza che, mentre lo storico e moraliata arreco descrive gli effetti
dalla superstizione sull'animo degli altri, il poeta latino esprime gli
effetti che essa produce sul proprio ; e mentre il primo ci parla di
superstiziosi che si davano addirittura in brar-cio alla inrredu- lità,
il secondo si limita a manifestare la propria ammirazione per gli spiriti
forti che sanno affrontare la luce del vero, e gìttarsi sotto i piedi i timori
religiosi, il fato inesorabile, gli strepiti dell'avaro Acjieronte ; ma
aggiunge subito che egli non si sente capace di fare altrettanto. Che poi
la religione di Virgilio fosse una vera e propria superstizione, nel
senso che Plutarco dà a questa parola, l'abbiamo a lungo dimastnito: come
pure mostreremo a suo luogo quanto fosse viva nel nostro poeta la
(mura della morte e la preoccupazione della vita futura. Ben diverso dal
vero è adunque il significato che si dà universalmente a ^piesti
famosissìnii versi; i quali, in fondo in fondo, non diversificano mollo
per la loro na- tura da quelle subitanee ribellioni alla tirannia degli
(U'i, che stndirimmo più indietro (15). Soltantochè in questo caso ci
troviamo dinanzi mi uno stato d' animo assai più complesso ed interessante
; là non si trattava che di Sfratti vivaci e quasi incoscienti, tosto
repressi; qui invece la ri- bellione è meno fugace e più meditata ;
quelli erano sempliri moti pas- sionali, questi invece racchiudono un
vero e proprio raere sue: le Bucoliche rappresenterebbero il primitivo
indirizzo epicureo, VK- neide Y indirizzo mistico platonico e quasi
cristiano, le Georgiche il ponte di passaggio tra Y una o Y altra
dottrina. In uno studio sul sentimento poetico in relazione con
Tarte, l'Aloardi descrive col suo stile imaginoso e fiorito questo
preteso mutan«ento av- venuto nelle opinioni filosofiche di Virgilio : «
invaghitosi da giovane della I filosofìa d' Epicuro, la cantò nella
ammirabile Egloga di Sileno. anchV^di ricalcando con pie gentile le
franche orme di Lucrezio : poscia guardando con più delicato studio la
natura, si tolse da quella agitazione vertiginosa degli atomi, si accostò
a Platone, si rivolse a quel non so che di più spi- rituale, che gli fece
cantare nella Eneide lo stupendo canto dei Morti e dei Nascituri, nel
quale si rivela una confusa idea della immortalità del- l' anima. Respirò
gli effluvi balsamici che una corrente arcana rei ava neir aria del
nascente Impero, e prestando orecchio airantico carme delle Sibille
vaticinò un nuovo ordine di cose più apertamente dei Profitti di Giuda ;
e forse fece tesoro dei concetti Bacchici, che innestati negli drtiei,
nelle feste di Eleusi e nei Baccanali, ivano sviluppando e purificando r
idea di Dio e della seconda vita » (2). Il Boissier è ancora più pi eriso
nel descrivere questi diversi atteggiamenti dell'anima di Virgilio. Egli
esamina successivamente i tre poemi virgiliani, e trova nelle Bucoiiclie
la spensieratezza, 1' assenza di patriottismo e di religione propria dei
se- guaci di Epicuro, nelle Georgiche le incertezze di un' anima che sta
per abbandonare, non senza qualche rammarico, le dottrine fino allora
se- guite, nelYEneide tutti i caratteri del poeta che milita senza
esitazioni sotto le bandiere della filosofia platoneggiante (:3). Questa
nuova versione, oltre schivare gli scogli della logica, può anche
sembrare a tutta prima abbastanza seducente, e non del tutto priva di
sicuro fondamento. Piace raffigurarci il nostro poeta, già tanto assorto
negli artifizi della forma e K I
90 nelle cure dello stile, approfondirsi anche negli
alti problemi della scienza filosofica, e rivolgerli ed agitarli
incessantemente nell' animo suo, cosi da abbandonare dopo lunghi dubbi V
opinione da prima formatasi per abbrac- ciarne poi in modo definitivo un'
altra che gli sembrava più vera e più giusta. E d' altro canto, 1' aver
egli avuto per primo maestro di scienza filosofica r epicureo Sirone, V
aver frequentato nella sua gioventù la com- pagnia di Cornelio Gallo e di
Asinio PoUione; Tessersi più tardi stac- cato da essi e stretto invece di
più intima amicizia con Cesare Ottaviano, di cui interpretò d'allora in
poi le idee di restaurazione religiosa e mo- rale: l'aver infine passata
la seconda parte della sua vita nella solitudine campestre, paiono
rendere sempre più valida questa ipotesi. Ma la prova più convincente,
secondo i critici, ci sarebbe data come vedremo dall'in- dole stessa
intrinsecamente assai diversa dei tre poemi ; che nella gaia amabilità
delle Bucoliche, nell' assenza di ogni preoccupazione politica e
religiosa, nelle pitture soavemente idilliche che le infiorano, sembra
quasi riflesso quel sentimento epicureo della natura, che nasce dalla
contem- plazione serena di essa, non turbata dalla visione dolorosa di un
ideale impossibile a raggiungersi; nella severa mestizia delle Georgiche,
nel lieve sotho di religiosità che le attraversa, negli accenni frequenti
alla incre- dulità da una parte e alla fede dall'altra, sembra vedere
rappresentato r uomo che tentenna ancora fra due dottrine radicalmente
opposte, ma accenna già a piegare per una di esse ; mentre infine nel
freddo mistici- smo che pervade da un capo all' altro il poema d' Enea,
tu vedi un animo ormai tutto compenetrato della potenza infinita degli
dèi, tutto dedito a conoscerne i voleri e piamente obbedirli.
Ora, questa supposta prova è tanto convincente quanto si vuol far
credere dai commentatori ? Io per fermo non vorrò escludere la esistenza
dei caratteri che distinguono fra loro i poemi virgiliani; credo però di
appormi al vero affermando che tali caratteri difierenziali non derivano
da una diversità fondameatale di concetti filosofici, e tanto meno accen-
nano ad una evoluzione successiva del nostro poeta dal campo dell* epi-
cureismo a quello dello spiritualismo stoico, platonico e pitagoreo, ma
sono un eff'etto necessario della natura diversa dei componimenti
poetici, e del diverso scopo propostosi dal poeta per ciascuno di essi e
infine della diversità del modello seguito. Cantando nelle Bucoliche —
dietro r ispirazione della ridente musa teocritea, e col solo
intendimento di spe- rimentare le proprie forze giovanili nel più tenue
dei componimenti poe- tivi — la vita primitiva, tranquilla, spensierata
dei pastori e dei loro ar- menti, il nostro poeta non poteva, senza
contraddire alle leggi più ele- mentari dell'arte, usare quella maggiore
gravità di stile e di argomenti che adopera nelle Georgiche, componimento
didattico e scientifico per ec- cellenza, intessuto degli insegnamenti di
Esiodo, di Democrito, di Seno- fonte, di Aristotile, di Teofrasto e di
Catone il censore, e composto, dietro 01 il
consiglio di Mecenate, col proposito di richiamare i suoi ccmcìttadini alla
sana vita dei campi e alle pratiche della romana religione^ da cui
s'erano venuti allontanando : e così nelle bucoliche come nelle
TTeorgiche non avrebbe potuto introdurre quel soffio di gelido
misticismo, 4Ut^llH continua preoccupazione del divino, quella tetraggine
farisaica di riti t? di formule — per usare una espressione del Trezza —
che vedemmo essere caratteristica dell' Eneide; poiché questo è poema
religioso nel [ùù puro senso della parola, composto sulla guida di Omero
con triplice seoiJO politico religioso e morale, per narrare ai Romani
rimmi^rrazione delle nuove divinità elleniche ed il loro assorbimento da
parte delle itiiliebe, per ricordare a' suoi poco di voti concittadini la
loro origine divina ed il modo con cui dovevano comportarsi rispetto agli
dèi. Dimostrata per tal modo la insufficienza di questa prova, cade
anche il valore delle altre più sopra ricordate, le quali, se ben si
guardi, pog- giavano più che altro sulla validità di quella or ora
esaminata. CosicchfV pure ammettendo che col crescere degli anni e col
maturarsi della rifles- sione s'aumentasse nel nostro poeta quella sua
naturai disposi/Joiir allo spiritualismo, rimane però esluso nel modo più
categorico che durante la sua gioventù abbia militato sotto le bandiere
di Epicuro. Ripojtan- doci dunque alla conclusione esposta nel principio
di (jnesto paragrafo, «noi siamo autorizzati a conchiudere che in nessun
luogo delh? sue opere il poeta mantovano manifestò principi di carattere
epicureo, e che quindi, per quanto si può dedurre da questi soli
documenti rimasti, egli non ap- partenne, né poco né molto, alla scuola
d'Epicuro». 3sr O T E § i. (i)
A. Reville - Prolégomènes de V hìst. des relig, - Paris, 1881, p, :)i e
460. (2) Il solo Dante, che pure conosceva
tanto bene le opere vir^iliaDo, mostra di andare esente dall'errore
comune. Ciò prova prima di tutto col non aver collocato Virgilio nel
sesto cerchio dell' Inferno, ove sono « Con Epicuro tutti i suoi seguavi
Che r anima col corpo morta fanno » (C X. 14-15) ; in secondo luogo, ed h
prova ben più importante, col pigliarlo a guida per quella prima parte
dell' allei^órìco suo viaggio, in cui l'anima, pur rimanendo in ragione
umana, purifica se stessa e d rende degna della visione beatificante. Il
Comparetti, nella sua splendida opera su Virgilio nel medio evo (V. I, p.
293>l crede ciò dipenda dal fatto che Dante cono- sceva assai poco la
dottrina epicurea, come appare dal C. IV, del Conviio, e come si può
desumere dal fatto che egli non conosceva il De Natura Deorum^ unico
libro dal quale avrebbe potuto averne notizie sicure. Lasciando pur da
parte i molti ar- gomenti che si potrebbero opporre a questa opinione, io
osservo soltanto che ii Com- paretti stesso, nella pagina precedente,
aveva notato che Dante doveva avere pure conoscenza delle diffusissime
leggende medioevali intorno all'epicureismo viri^iliano, «Poiché - dice
il Comparetti - c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta
latino si fosse grandemente accostato ai princìpi cristiani, ma c'era anche
nuella che egli come pagano fosse caduto in più d' un errore,
singolarmente epicureo. Questo si accordava con la sua biografia che lo
presenta come discepolo di un epicureo, e anche col fatto, perchè
realmente princìpi di indole epicurea, com'è naturale in im poeta lii
quella età in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i Romani, non
uianeano nelle sue opere >. Dunque, io dico, se anche allora come oggi
Virgilio passava agli occhi di tutti per un semi-epicureo, Dante dovè avere
un qualche motivo più forte ftie non la sua ignoranza dell'epicureismo
per allontanarsi in modo cosi indubbio dal sentimento universale. Sia
come si sia, le ultime righe del passo citato ci provai uo se non altro
come uomini dottissimi possano essere trascinati dalle creilenze comuni
ad errori grossolani, che un esame oculato delle fonti varrebbe a ^orreggere^
Come vedremo più innanzi. (3) Cfr. Gotti. Heyne - P. Virgilim
Maro varietale lectionis et perpetua adito* tallone illustratus - Ed.
tertia - Lipsiae, 1803 V. I, p. XC. nota. (4) Tib. Claudii Donati -
De P. Virgilii Maronis vita. C. XIX, 79 : in Heyne, voi. I.
'M § 2. (I) Cfr. ad es. il commento
di Giuseppe Arcangeli. Riferendomi alle considera- zioni che verrò
facendo più avanti, le quali sfatano completamente questa assurda
interpretazione, osservo per ora che assai difficilmente Virgilio avrebbe
potuto deci- dersi a raffigurare in un vecchio eternamente ubriaco, per
quanto semidio, il suo an- tioo maestro, che Cicerone ci fa conoscere
come ottimo uomo ed amicissimo suo ,1 f. Ihf fin, II, 35, e Div. VI,
II). là) V. 3Ì-40. (3) Vedi aggiunta alle Note.
k\) Constant Martha - Le poème de Liccrèce - Paris. 1873 5)
La morale d' i.piciire - Paris, i878. .6) Studi Increzioni -
Torino, 1896 Voi. L (7) Lìici'ezìo - Firenze i870; e Epicuro e V
epicureismo - Firenze, 1877. (8) Lo dice anche il Manzoni, nella
Morale Cattolica, C. VII. i9) De rer. nat, 1, III. 131 e seg.; VI,
451-494; V, 715, ecc. (10) Id. I. 349-417. anche Cfr. la dotta
dissertazione del Giussani intorno alla questione dell* inane, spatium,
locus, vacuum secondo Lucrezio, in Studi lucreziani 1, p. 21-26.
(II) De rer. nat. e la lunga nota del Giussani, op. cit., I. p.
39-56. (12) V, 416-498. (13) 803 segg. (14)
Id. V. 416-498 la lunga nota del Giussani, I, p, 77. (15) Id. V.
440 : dissimilis formas varìasque figuras. (16) Id. V, 454 e la
nota del Giussani. (17) Id. V, 443-448. La plastica descrizione del
coniectus material. (18) Univers. 5: Inter ignem et terram aquam
Deus animamque posuit. Anche Tmc. V, 1-19. (19) Cfr., per
avere una idea dal modo erroneo con cui è intesa, Schaper, Die sechste
Ecloge des Vergilius, In lahrbh f, class, PhiloL, 1878, p. 77. (20) T. Zeller - La philosophie
des Grecs (trad. Boutroux) Paris, 1882, Voi. IL p. 122-279.
(21) Cfr. Zeller. Die Philosophie der Griechen - Leipzig. Voi. IV, p.
575-576, nob 3, dice così riguardo a Posidenier : Posidenius, von seinen
Vorgàngern abwekherJ nur so viel leeren Bauni au^ser der Welt annehmen
wolte, als die Welt bei ihrer Auflosung durch die Ekpyrosis nóthig habe,
E riguardo agli altri Stoici loc. cit, p. 1897-188. Atielten dieStoiker
ein Leeres ausser der Welt schon desshalb fùr nóthig, wcil die Welt sonst
bei der Weltvcrbrennung Keinen Raum bàtte, in den sie sich iiuflosen
konnte, und sie glaubten dasselbe unbegrenzt setzen zu mùssen, weil deni
Unkorperlichcn und Nichtseienden weder cine Greuze, nodi sonst eine
Bestimmtheit ;iukommen konne. (22) Ogereau F. Le sisteme
philosophique des Stoiciens. Paris, 1885 C, II, (23) Vedi C. Ili §
2. 95
§ 3. ii) ii e segg. (2) L. V, 603 e
segg. (3) En. V[, 603 e segg.; Lucr. Ili, 953 e seg'4. i\)
En. XI J, 101-Ì02; Lucr; III, 288 e segg. (5) En. IV, 530 e Lucr.
Ili 298-99. (6) Georg. Ili, 242-45, Lucr. I 42 e segg. e anche
Arìst. Ifktor. Anien. VI, 18; e Lucci EpisL 108. (7)
323-335. (8) I, 159 e segg. (9) II, 335-345.
(10) V. 4i5 e segg. (11) 793-794. (12 80.3-804.
(13; 815-819. (li) Per tutte queste ed altre notizie, cfr. Max
Muller - Nouvelles études (k MythoLogìe - Paris, 1898, pagg.
35-102-175-178-199 ecc. (15) Zeller. Op. ci7. V. I, pagg. 77-99.
'16) C. G. Igino - Fabularum lìber, Basilea, 15-35. (17) Cfr.
Georg, I, 322-325; En^ I, 94: IV, 667-668; V, 228 ecc (18) Georg,
II, 343-45- (19' V, 922 e segg. (20) Giussani, op. cìt. Voi.
I, pagg. 268-284. E' un commento a Lucr. V, 1026, ovi? è narrata appunto
l'origine del linguaggio. L'A. fa un confronto fra le teorie di Pla- tone
ed Epicuro intorno a questo problema, e pone in luce come quest'ultimo
abbia divinato concetti e teorie scientifiche modernissime.
(21) 314-325. (22' Cfr. Macrobio Sai. I; P. Vitt. De orìg.
gent. Bom, I ecc. (23) 513-540. (24) VL 1088 -
fine. (25) VI, 58-66; 71-81 ecc. Nel V combatte invece coloro che
vedono un segno della mente e della volontà divina nel sistematico
coordinamento delle parti del mondo, nella regolarità delle leggi che lo
governano, nella razionalità dello sviluppo delFu- mano
incivilimento. (26) Georg. Ili, 440. (27) Id.
550. (28) 552-558. (29) 494-495. (30)
495-508. (31) 525-.S20. (321 513. (33) En. VIII,
370-406 (34) 387-393. 4
i 1 ì 96 4 (35)
394. (36) 404-40G. (37) Lucrezio, Milano 1887, p.
125. (38) I, 29-40. (39) Op. cit. p. 135. §
4. (1) De rer. nat, I, 63. (2) Diog. L. X, 82. A
proposito degli dèi volgari, Epicuro diceva: 'Aaspfjg fi'oOy. 6
Toùg T(3v 7coXX(5v Bsoùg àvapffiv, àXX'6 xàg tc5v tioXXcSv 5óS*C ^«ofC
wpoodicxov (D- L., X, 123). (3) Cfr. Carlo Giambelli, DelC
Epicureismo di Virgilio (in Album Virgiliano p. 87-98). Per vedere quanto
sia diffusa la credenza nell'epicureismo di Virgilio, cfr. il Trezza {V
Epicuro e il Lucrezio) e il Giussani, op, cit, IV, p. 114 e 116. (4)
Ea. I, 740-746. (5) e, 62 e segg. (6) Eglog. Ili,
40-41. (7) Cfr. Heyne, op. cit. V. I, p. 66-67. (8) En,
VI, 850-51. (9) Georg. II, 475-482. (10) Id.
490-92. (11) III, Et metus ille foras praeceps Acherontis agendus -
Punditus huma- nam vitam qui turbat ab imo - Omnia suffundens mortis
nigrere, negus ullam - Esse voluptatem puram liquidamque relinquit-
(12) Georg. II, 483-489. (13) Id. 493 e segg.
(14) Guyau, op. cit. p. 64. (15) Plutarco - Della
Superstizione, in Opuscoli Morali, trad. Marcello Adriani, Firenze 1820;
V. II, p. 471-493. (16) Cfr. C. I, § 3. Anche Cicerone De Fin I,
60, e Guyau, op. cit. p. 63 e s^g. ì 5.
(1) Guyau, op- cit. p. 15. (2) Nella rivista La filosofia
delle scuole italiane, anno I, disp. I. (3) Boissier, op. cit. p.
211 e segg. LO STOICISMO 1. La filosofia
a Roma — L'amore alla filosofia nel secolo di Augusto; Orazio — La scuola
del Portico. § 2. Lo stoicismo e la tradizione religiosa — La dottrijui
stoica deir anima del mondo in Virgilio — L' intelligenza degli animali. § 3.
Con- seguenze morali — Umanità e cosmopolitismo — L'avversione alla
guerra ncìlo stoicismo romano e in Virgilio. § 4 I doveri verso se stessi
— Il saggio Mh Georgiche secondo la dottrina degli stoici — Disprezzo
delle ricchezze e degli onori — Amore alla fatica e alla povertà — Il
vizio — Il suicidio. § 1. — Racconta Cicerone, nel De
Legibus (1), che un certo Gellio, pro- console romano nella Grecia,
trovandosi ad Atene, rimase stordito e me- ravigliato delle lunghe
discussioni dei filosofi intorno alla questione del sommo bene: e
credette suo dovere riunirli tutti, eccitandoli a finirla una buona volta
con codeste interminabili dispute, ed assicurandoli che, qua- lora non si
fossero mostrati ostinati e decisi ad azzuffarsi per tutta la vita, la
cosa si sarebbe potuta facilmente combinare ; egli poi, da parto sua,
prometteva di fare del suo meglio perchè V accomodamento riuscisse. Lo
scrittore latino aggiunge maliziosamente che l'ingenuità del proconsole
suscitò il riso universale. E non torto; tuttavia codesto grazioso
aneddoto può farci conoscere, meglio di qualunque trattato, la poca
attitudine dei Romani alle sottili astrazioni, e il modo onde essi
intendevano la filoso- fia. Propensi più al fare che al dire, e ad
apprezzare ogni cosa secondo la sua pratica utilità, codesta scienza era
rimasta loro per lungo tempo affatto sconosciuta, ne, per vero, ne avevan
mai sentita la mancanza: e soltanto al principio del secolo 111 A. C,
quando la dominazione romana si estese sulle colonie greche dell' Italia
meridionale, cominciarono a pe- netrare in Roma, insieme alle favole e
alle rappresentazioni drammatiche, gli insegnamenti della sapienza greca.
Più tardi, anche i filosofi greci %\^ la quale è solo privilegio degli
uomini (Xoytxà ;;(T)a) e degli dèi (f)). Virgilio non mostra di essersi
scostato nemmeno per questa parte dalla dottrina degli stoici; cosicché,
sebbene anch' egli creda ch(? i bruti siano dotati di anima al pari degli
uomini, come ci manifesta nell'episodio dei vitelli che muoiono nei lieti
prati : ( 104 Et dulces
anìmas piena praesepia reddunt (iO). e come ci fa conoscere molte
volte parlando delle api, e dei loro ìnotm aniiìiorum (11) dei loro
contusos animos (12), e tnstabiles animos{ìd); e dei loro re i
quali Ingentes animos angusto in pectore versant (14) ;
e del modo con cui quando pungono tanùnas in vulnere po7iuntn if));
sebbene anch' egli conceda agli animali sentimenti e passioni al pari
degli uomini, come prova la descrizione che egli fa dell' ira delle api
(16) e dello spavento da cui sono prese alcune di esse durante i
combatti- menti (17) e dell' allegria dei bestiami dopo la pioggia (18) ;
sebbene in fine ammetta che gli animali possano compiere azioni tali che
sembrano suggerite dalla intelligenza, come nel commovente episodio del
cervo ad- domesticato di Silvia, che, ferito da Ascanio, nota
intra tecta refugit Successitque gemens stabulìs, questuque
cruentus Atque imploranti similis tectum omne replevit (19);
tuttavia egli si dà cura di avvertirci che non si tratta né di
ragione né di intelligenza, ma solamente di istinti, di t ìiaiuras qitas
Tuppiter ipse addidìt » (20). Col qual vocabolo « natuì^as » egli traduce
esattamente il xi Tipffixa xaxà cpóaiv (21) con cui gli stoici solevano
indicare le tendenze primitive proprie degli animali. E trattando nel
primo delle (jeorgiche in qual modo l' agricoltore possa presagire ex
imbri sole et aperta se- rena, gli insegna la maniera con cui gh alcioni,
i ciacchi, i falchi, le ci- vette e i corvi manifestano V approssimarsi
del bel tempo ; ed aggiunge di non credere affatto che ciò derivi dal
possedere tuli animali una in- telligenza superiore a quella assegnata alla
loro specie : Haud eguideni credo, quia sit divinltus illis
Ingenium, aut rerum fato prudentia maior (2i), ma solamente,
seguendo anche in ciò una credenza assai conmne tra i pitagorici i
platonici e gli stoici (23), dalla diversa densità degli elementi, dell'
aria in special modo, che muta gli istinti dei loro animi : Verum,
ubi tempestas, et coeli mobilia huinor Mutavere vias, et Jupiter uvidus
Austris DenJ^et, erant quae rara modo, et quae densa, relaxat:
Vertuntur speries animorum, et pcctora motus Nun alios,
alios, dum nubila ventus agebat, J Concipiunt: liinc ille aviiim
conceotus in agris, ^ Et laetae pecudes, et ovantes gutture corvi
(24). ^ Vi è però un punto nel quale sembra che il nostro poeta si
scoEti '[ alquanto dall'opinione fin qui seguita, ed inclini a
concedere ai bruti quella intelligenza che prima aveva negata ; ed è sul
finire del canto de- \ cimo, ove Mezenzio, dopo aver fatto prodigi
di valore ed essere stato già- j Temente ferito ad una coscia,
vedendosi portare innanzi il cadavere esangue ì deir unico figlio,
si rianima di novello ardore e preparandosi a combattere ; rivolge
al preferito cavai di battaglia quella splendida apostrofe, che non j
possiamo trattenerci dal citare integralmente : Rlioebe, diu,
res si qua diu mortalibus ulla est, i Viximus: aut hodie Victor
spolia illa cruenta, i Et caput Aeneae referes, Lausique doloruni
;i Ultor eris mecum : aut, aperit si nulla viam vis,
Occumbes pariter : neque enim, fortissime, credo, lussa
aliena pati, et doniinos dignabere Teucros (25) i Questo discorso,
che presupporrebbe in chi l'ascolta una intelligenza j simile a
quella di chi lo profl'erisce, ha fatto arricciare il naso ai soliti
commentatori (2()), per i quali Tirragionevolezza degli animali è un
dogmii su cui non è nemmeno permessa la discussione ; e lo stesso
Heyne ha ^ cura di avvertirci a questo punto che « displicuit haec
ad equam suuni | Mezentii ovatto venustioribus nostra aetate »
(27). Tanto più che nel j canto seguente Virgilio sembra confermare
questa sua nuova opinione, descrivendoci il cavallo Aethon, che
segue piangendo il cadavere di Pai- * laute, suo signore:
Post bellator equus, positis insignibus, Aetlion It
lacrimans, guttisque humeetat 8:randìbus ora (28) Che realmente il
nostro poeta, dopo aver negato T intelligenza a tutti gli animali, anche
a quelli che, come le api, sembrano possederla nel I modo più
indubbio, voglia ora concederla soltanto ai cavalli ? I due passi' ora
citati non sono tali per fermo da autorizzarci ad ammetterlo. Poiché il
discorrere dei guerrieri ai loro cavalli è cosa che occorre assai fre- ]
quente cosi negli antichi poemi eroici come nei più moderni poemi
ca- vallereschi; senza che con questo i loro autori abbiano avuto nemmeno
la lontana idea di atferniare la ragionevolezza degli animali. Quanto al
nostro poeta, egli dovè manifestamente ispirarsi all' Iliade d' Omero,
ove spesse volte così Ettore come Achille rivolgono la parola ai loro
de- strieri (29); ed è pure una seiiiplice imitazione omerica quel pianto
del s 10(3 cavallo di
Palhinte, che ci richiama subito alla mente i cavalli di Achille
piangenti la morte di Patroclo (30 . Ma, oltre a tutto ciò, non è forse
na- turale e comune anche fra noi questo amare e rivolgere la parola a
bruti e perfino a cose inanimate cui ci sentiamo fortemente affezionati ?
Pos- siamo dunque concludere senza tema di errare che Virgilio, seguendo
la opinione degli stoici, non ammetteva la ragionevolezza in nessuna
sorta di animali. L'esposizione ohe nel sesto canto
dell'Eneide (31) fa Anchise della dottrina stoica dell' anima del mondo,
è ancora più ordinata e precisa di (luella che vedemmo nelle Georgiche.
Il vecchio padre di Enea, comincia prima di tutto col rivelare al fìgliuol
suo T esistenza di quel fuoco etereo universale, che compenetra ed
informa il cielo e la terra, la luna e gli astri : Principio
coelum ac terras, camposqiie liquentes, Lucentemquc globuin Lunae
Titaniaque astra, Spiritus intiis alit; Poscia gli insegna
come quest' anima ugualmente diffusa sia il « prin- cipio di universale
attività )> (xò tioioùv), per rapporto al quale tutto non è che
passivo, e il principio dirigente (f^rej^ovtxóv) che domina e governa
tutti gli esseri : totamque infusa per artus Mens ai^it
it molem, et nìa'^no se corpore miscet. Viene quindi a ricordargli
come questo fuoco divino non sia soltanto un semplice pensiero
ragionante, che si limita a combinare e comparare delle nozioni ; esso
non è né l' idea delle idee, né il pensiero dei pensieri, ma piuttosto un
i ragione seminale, uno auspnaTixòv Xó^ov Svia toO tlóoiìou (:t2):
Inde hominuni pecudumqiie genus, vitaeqiie volantum Et quae
marmoreo fert nionstra sub aequore pontus Per questo modo adunque
gli esseri animati dovranno contenere in sé stessi una scintilla dell'
ignea essenza divina : Igneus est ollis vigor et coelestis
origo Semini bus- Certo che, per quanto sufficientemente
definita, questa esposizione della dottrina stoica non ha quella
determinatezza che pur sarebbe ne- cessaria per rendere in tutta la sua
interezza il pensiero dei filosofi dello Sfoci . Qui non é fatta menzione
né dei due principi attivo e passivo, cioè qualità e materia, né degli
elementi e della loro uguale divisione in at- i
107 tivi e passivi, né dei modi onde gli elementi attivi
combinandosi lulLi massa sostanziale le danno unità, qualità, vita e
movimento; ne insointnu di tutti gli altri presupposti teorici da cui gli
stoici facevano disceiiilere per deduzione logica la loro dottrina,
concatenandola in un tutto forte- mente organico e vitale. Ma, come
vedemmo, è carattere proprio lirllo stoicismo romano di rifuggire da
tutte le astrattezze della metafìsica, da tutte le minuzie della
dialettica, per ritenere di una data concezione filo- sofica soltanto
quello che poteva esservi di veramente importante e di pratico. Poiché i
Romani non avevano ricercato nello studio della filosofia un divertimento
dello spirito o la soddisfazione di una oziosa curiosità, ma le avevano
chiesto dei princìpi di condotta, delle regole per vivere e per morire,
delle norme sul modo di contenersi rispetto a sé stessi, ai propri
simili, alla divinità. Ora, le linee assai generali e sintetiche — oltre
le quali io non credo si estendesse molto la cognizione di nessuno dei
Romani che seguivano le dottrine del Portico — colle quali Vir^^àlio ci
riproduce la dottrina dell' anima del mondo, sono più che sufficienti per
cavarne quelle conseguenze morali, che sono per lui come per i suoi
compatriotti tutto ciò che vi ha di veramente serio nella filosofia.
(JtuiU sono adunque queste conseguenze morali? L'amore versoi propri
simili, r austerità verso sé stessi. I 3. Che la dottrina
panteistica degli stoici dovesse persuadere ^^H uomini ad amarsi ed
aiutarsi a vicenda, ad osservare nei loro mutui la]»- porti i precetti
della giustizia, della carità, della benevolenza, a conside- rarsi tutti
come uguali e fratelli anche oltre gli artificiali confini della città
delki nazione, è cosa che, sebbene negata da certi storici della
filosofia, a nessuno potrà sembrare strana, e che fu infatti da essi pro-
fessata fino ab antiquo, prima ancora che gli Esseni, Filone ebreo *■
ito- sela il cristianesimo 1' adottassero e la bandissero, con si scarso
frutto, alle genti. Quella essenza divina uniformemente trasfusa per il
mondo, dalla quale ogni essere è derivato; (juel «legame interno i>
(sips^io^) che unisce fra loro tutti gli esseri particolari e fa dell'
universo, ad ogni ma-* mento della sua esistenza, un tutto coerente e
simpatico, un insieme le cui parti cospirano neir azione reciproca
universale, doveva necessaria- mente spingerli a proclamare per primi, e
con tanta energia, l' universale fraternità ed uguaglianza degli uomini.
E mentre Platone, nel quinto libro della sua Repubblica (1), ammette
soltanto la fratellanza di tutti i Oreci, escludendone i Barbari,
Plutarco, riferendo le dottrine di Zenone, dirà più tardi : « Noi non
siamo divisi per nazioni e per città, aventi ciascuna la sua giustizia
particolare ; noi siamo l)ensì tutti compatriotti e concit- tadini,
viventi una medesima vita sotto una medesima legge, come un
\ r ^^ 108
greggie immenso retto da un solo governo >> (•2). Il mondo è per
gli stoici una città universale, governata dalla diritta ragione, e in
cui tutti pos sono venire ammessi ; nò importa V essere greco o barbaro,
uscito di stirpe reale o nato in condizione servile, ma basta essere un
uomo. « Umis omnium parens
— dice Seneca — mundus est, sive libertini hahentur, sive servi, sive
exterarum /lomines * (8). Tutti
questi generosi sentimenti, che si possono riassumere in due sole parole
« umanità » e « cosmopolitismo » e che ci riempiono di ammi- razione per
i seguaci di Zenone di Cizio, possono anche riscontrarsi, pro- fusi nella
più larga misura, nelle opere del grande poeta mantovano, già inclinato
ad essi per la natura mite, gentile, affettuosa deir animo suo. Nessuno
di quei sentimenti altruistici che nobilitano il cuore umano, e
costituiscono il fondamento primo della moralità sociale, manca di
trovare un* eco sincera nelT animo di Virgilio. Sensibile a tutte le
miserie che affliggono la umana famiglia, per ogni dolore ha una lacrima,
per ogni sventura una parola di conforto ; sembra che egli abbia assunto
per sua impresa quel noto verso dì Monandro, tradotto da Terenzio :
Homo sum, humani nil a me alienum puto (4] ; sono uomo, e
quante cose nobili e belle ha il pensiero e Y opera umana prodotte,
quante affezioni dolorose o liete ha la natura umana in sé ac- colte, in
quelle io consento. Enea, sbalzato dalla tempesta sulle spiagge di
Libia, e venuto al tempio di Cartagine, scorge dipinte sulla mura di esso
le battaglie Ilia- che, che la fama aveva già divulgate per il mondo
intero. Colpito e com- mosso dalla pietà di quei ricordi, si volge al
fido Acato, e : Quis jam locus, inquit, Adiate, Quae regio'in
terris nostri non piena laboris? En Priamus ! Sunt liic etiam sua praemla
laudi ; Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt. Solve
metus : feret haec aliquam tibi fama salutem (5). In questi versi,
mirabili per arte e per affetto, è espressa la compas- sione che piange
sulle umane miserie, da qualunque parte esse vengano, qualunque sia il popolo
che le subisce. Ed alla commiserazione segue poi un altro sentimento
umanissimo, la misericordia. Poiché la soave Elisa, la quale pure ha
tanto amato e tanto sofferto, sopraggiunge a soccorrere gli sventurati,
ricordando che i dolori sofferti le insegnano ad aiutare gli infelici
: Quare agite, o tectis, juvenes, succedite nostris. Me
quoque per multos similis fortuna labores Jactatam, hac demum voluit
consistere terra. Non ignara mali miseris succurrere disco (G).
109 In questi due versi, dei quali — come dice il
Canna — uno è un gemito, r altro una consolazione : Sunt
lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt, Non ignara mali miseris
suocurrcre disco, in questi due versi sono espressi due dei più nobili
sentimenti che le- gano l'uomo al proprio simile. Del quale vincolo che
deve affratellare il mondo in una sola immensa famiglia, sono espressione
più evidente que- sti versi di Ilioneo, che racconta g^ Didone le
traversie dei profughi troiani : Quod genus hoc Iio.ninum ?
quaeve hunc tam barbara morelli Permittìt patria? hospitio prohibimur
arenaci Bella cient, primaqiie vetant consistere terra. Si genus
humanum et mortalia temnitis arma; At sperate Deos, memores fanJi aUjue
nefandi (8). Nella dolorosa meraviglia, nella profonda indignazione
con cui Ilioneo narra questo fatto di uomini che non ospitano ed aiutano
altri uamini colpiti dalla sventura, per quanto stranieri, poveri e
sconosriuli, unzi li respingono brutalmente dalle loro spiagge, il
cosmopolitismo degli stoici, il sentimento della universale fratellanza
umana sono espressi nel modo più chiaro, e sembrano poi sintetizzati iu
quel verso della regina dei Cartaginesi : Tros Tyriusque mihi
nullo discrimine agetur (9). Ma una delle più belle manifestazioni
della umanità di Virgilio, è r avversione profonda, decisa, assoluta che
egli, appartenente' al popolo più bellicoso del mondo antico, nutre per V
arte omicida della guerra. Noi esamineremo con una certa larghezza questa
avversione di Virgilio per la scclerata insania belli, coni' egli la
chiama (9), pei'chè con ciò il nostro poeta seppe non soltanto farsi
interprete del vero ispirilo della filosofia del Portico, ma anche
preannunziare in certo modo la posi/ione che qualche secolo più tardi lo
stoicismo doveva prendere contro la guerra ed i suoi ministri.
Già prima di Virgilio, Dicearco aveva scritto un libro sulla
Distru- zione degli uomini, nel quale si dimostrava come la guerra
recidesse maggior numero di esistenze di tutti gli altri fiagelli presi
insieme (in). Lo stesso Cicerone, quantunque cerchi di giustificarla, non
sempre riesce a comprimere quei sentimenti umanitari e civili, che lo
studio della sa- pienza greca avevano sviluppato neli' animo suo ; ed
allora, posta da canto ogni esitazione, condanna severamente come
filosofo ciò ch+^ aveva prìina ^usiitìoato come cittadino
romano e come uomo politico. A tutti sono noti 1 ^;ioi sdegni generosi
per la barbara distruzione di Corinto, che furono rviiardati come
rammenda onorevole di Roma alla Grecia, maestra del ^lUi-re umano ('21 ).
Nelle sue orazioni contro Verre, egli si commuove >jK'Sso per le
crudeltà commesse dai soldati nelle battaglie. • Il popolo ivmano non può
più resistere )> — esclama a«l un certo punto — non dirò ai
sollevamenti, e alle resistenze armate, ma ai pianti, alle lacrime, ai
ge- miti delle popolazioni » {V2). Ma tutte queste erano proteste assai
timide, olle non potevano scuotere alcuno. Soltanto verso la fine del secolo
d'Au- gusto e sotto il regno di Tiberio e di Nerone, lo stoicismo sorgerà
corag- giosamente, in nome della fratellanza umana, contro le guerre e le
carne- (ìoìne. Seneca il retore, nelle sue Controcersiae, ha contro la
guerra delle lungiìe invettive, nelle quali il suo stile, di solito cosi
artificioso e imbel- lettato, ac(iuista un calore ed una vivacità
insolita. La guerra è per luL una cosa crudele e riprovevole, la cui
origine si deve sempre ricercare nelle più bieche passioni umane: «ecco
due eserciti di fronte; dai due lati le colline si coi)rono di cavalieri,
il terreno è seminato di corpi, e spa- risce sotto la moltitudine dei
cadaveri e di coloro che li spogliano. Se si domanda (juaF è la causa che
spinge in tal modo V uomo contro l'uomo (poiché gli animali non si fanno
tra loro la guerra; e anche se la facessero, tali costumi non
converrebbero alla specie umana, che è fatta per la pace e si accosta
alla natura divina) e quale malattia crudele, quale furore, ([uale
traviamento spinge voi, che siete una sola famiglia e un solo sangue, a
versare il sangue gli uni sugli altri; quale fatalità o quale caso
funesto ha messo in voi un simile delirio, si dovrà dire che è per
innalzare delle tavole ove segga un popolo intero? o perchè la casa
rifulga d'oro? e tutto ciò può valere dunque tali fratricidi »
(18). Seneca il filosofo segue a questo riguardo le orme del padre
; egli ha in orrore la guerra, e la persegue con tutti i suoi anatemi ;
ad Alessandro, che nelle scuole era preso come il modello del genio della
conquista e della forza distruttiva, ei contrappone Ercole, V ideale
stoico, il dio della forza che fa il bene (14,. t Se l'umanità ascoltasse
la voce del sapiente — esclama — comprenderebbe che essa non ha affatto
bisogno di sol- [ dati » (15). Queste ultime parole di Seneca sembrano
preludiare a quel il dissidio allora latente, ma che di necessità
doveva scoppiare più tardi, tra [ i filosofi da un lato e gli
ufficiali deir esercito dall' altro. Di questo dis- l sidio ò
rimasta un'eco nelle Satire di Persio, Tallievo di Anneo Cornuto,
f- e il più rigidamente stoico dei poeti latini. Egli cerca di sfogare il
proprio i disprezzo per gli uomini di spada, che in quel governo
essenzialmente mi- { litare rappresentavano la classe più numerosa,
più forte e più temuta, ac- cusandoli di puzzare di caprone :
t. r Hic aliquis de gente
hircosa centurionum (ìé) tu e di avere le varici
: Dixeris haec iiiter varieosos centuriones (17). I
centurioni, dal canto loro, si facevan beffe di codesti Arcesilai dalle
barbe lunghe incolte, dai visi pallidi e dagli abiti a brandelli, che
cumini navano per le vie di Roma mormorando sentenze. Ma la querela fini
miì- lamente per i filosofi; poiché Domiziano, comprendendo quanto
pericolo potesse venire da codesti uomini, che screditavano il mestiere
deli^' anni e predicavano la virtù, la pace, la fratellanza, ordinò
fossero cacciati tutti da Roma (18). Virgilio non condanna la
triste belliim, la larrinvìbile belium, come spesso la chiama (19), in
virtù di astratte considerazioni filosofiche o po- litiche, uè per i
danni materiali che le ultime guerre disastrose, e parti- colarmente le
guerre civili, avevano arrecato alla patria. No: è la delica- tezza deir
animo suo che lo spinge a commoversi tutto ed indignarsi \h\^ vanti allo
spettacolo delle bestiali passioni che le horrida bella scatenano, delle
stragi umane che arrecano, delle tante vite che recidono sul fiore, dei
dolori e delle ansie che portano ai padri, alle madri, ai figli dei com-
battenti. Le dottrine largamente umanitarie dello stoicismo non avevano
fatto che rendere ancora più vibrante e sijuisita codesta innata
sensibilità d' animo. Cosicché, prima di accingersi a narrare una guerra
o a descri- ve! e una battaglia, quando t bello dal signum ranca cruentum
òue- Cina • (20), il suo pensiero corre sùbito trepidante ai dolori e
alle eaiiie- ficine imminenti: Dicam horrida bella;
Dicam acies, actosque animis in funera rec:es Tyrrhenamque maiium,
totamque sub arnia coacta llesperiam i21j ; e a quel pensiero
increscioso si sente commuovere di pietà, anclir per i nemici: «Ahi,
quante stragi sovrastano ai miseri Laurenti! padre Tevere» quanti scudi e
cimieri e corpi di prodi travolgerai sotto le tue onde {t})^ >» Poiché
sembra che egli stesso sperimenti nel proprio animo le anguseie dei
miseri genitori, i cui figli stanno per esporsi ai tremendi pericoli
della battaglia; e ci rappresenta le madri, che ai primi rumori di
guerra Vota metu duplicant propriusque periclo It timor,
et major Marti jam appan^t imago (23). E (juando la guerra é già
decisa, e la colonna dei combattenti, av- volta nella polvere e
lampeggiante d' acciaio, s' allontana giù giù in fondo alla pianura, egli
non le dimentica quelle povere madri, che, ferme sulle
1 I I ^ '
l 4 112 mura deserte
della patria, seguono con gli occhi, forse per Tultima volta, i figli
allontanantìsi : Stant pavidae in muris matres, oculisque
sequuntur Pulveream nubem, et fulgentes aere catervas (2i).
Ed è col richiamargli al pensiero la vecchia madre, quella madre
che non vive che per V unico suo figlio, che Niso tenta sconsigliare V
amico Eurialo dal seguirlo in quella generosa e temeraria impresa, che
doveva costare la vita a tutt' e due : Neil inatri miserae
tanti sim causa doloris; Quae te sola, puer, luuitis e matribus
ausa Prosequitur, magni nec moenia curat Acestae (25).
Preso da una brama ardentissima di lodi, Eurialo non si lascia
smuo- vere da questa esortazione dell' amico, e vuole a tutti i costi
essergli com- pagno. Ma prima di accingersi a partire, è il pensiero
della vecchia madre che gli si affaccia angoscioso alla mente; ed a lulo,
che gli andava pro- I mettendo ogni sorta di premi, egli risponde che di
un dono solo lo pre- gava : consolasse la derelitta madre sua, che
egli lasciava di tutto ignara ■i I e senza addio, perchè non avrebbe
potuto sostenerne le lacrime; ed è I I tanto spontaneo il suo
discorso, tanto pieno del più tenero affetto filiale. '^ j che giustifica
pienamente la commozione di lulo e il pianto dei Dardani 1 .^ ;
ascoltanti (26). ' j : Ma dove Virgilio raggiunge veramente la
perfezione, dove l'animo suo ' j t aperto a tutti i i)iù nobili
sentimenti, dove la delicatezza del suo sentire » i i e la soavità
dell' arte sua ci si rivelano sotto la luce più viva e più bella,
j. '. ' è nei discorsi die egli pone in bocca ai padri e alle madri dei
combat- I ! tenti. Tra questi discorsi, è per me addirittura
insuperabile il commovente j ; addio di Evandro a Pallante, che
parte con Enea per la guerra. Il vecchio ; ; * re, inexpletnm
Idcrìinnns, e baciando convulsamente la destra dell'unico .! :
figlio, dopo aver sospirato T antica gagliardia che gli avrebbe permesso di
* i non staccarsi mai da quel dolce abbraccio e di essere a fianco del
figlio : anche fra i travagli della guerra, con frasi brevi, rotte,
in cui si sente ! •• quasi direi Tansimare del suo petto agitato,
rivolge agli Dei quella splen ; \ dida sua invocazione, riboccante
d' amor paterno : si numina vestra Incoluiiiem
Pallanta inihi, si fata reservant, Si visurus eum vivo, et vcnturus in
unum, Vitam oro: patiar quemvis durare laborcra. Sin aliquem
infandum casuin, fortuna, minaris, Nunc, nunc liceat crudelcm obrumpere
vitam, 113 Dum curae ambi^uae, duin spes incerta
futuri, Duin te, care puer^ mea sera et sola voluptas, Complexu
teneo: gravior ne nuncius aures Vulneret (27). Quando
finalnaente, accese dair insani Martis amore (28j, le schiere nemiche si
urtano, e la battaglia incomincia, sembra che qualche volta l'animo del
poeta si lasci trascinare dalle reminiscenze omeriche air en- tusiasmo
de' bei colpi dati e ricevuti, delle morti eroiche, dei discoi-si fe-
roci; ma è cosa che dura poco, poiché il cuore ripiglia subito il suo so-
pravvento sulla rettorica, ed il vero, il miserando spettacolo del campo
di battaglia gli si para innanzi in tutta la sua cruda realtà,
et gemitus morientum, et sanguine in alto Armaque, corporaque, et
permixti caede virorum Semianimes volvuntur equi (29); e non
può trattenere le lacrime: (a al iter, qaiin •l«rlia corrente, ma si
renda d^no con Tiissiiluo lavoro di quelli tVlioiui ohe s* ac«ompa«:na
sempre alla virtù; poiché : labùr omnia vìneit
laiprobus, et Juris urgens in rebus egcstas 13 - Ma jjiuuto r
inverno, può finalmente godere il frutto delle sue lunghe fatiche in
onorato riposo; allora celebra i giorni festivi, liba a Bacco steso neir
erba attorno a un gran fuoco, si esercita nella ginnastica e nel ^^^m^
bersaglio, mentre : dulces pendent circum oscula nati: Casta
pndi'-ìtiain servat dotnus 'U. Ria.ssumendo, T agricoltore
rappresentatoci da Virgilio nelle Georgi- che ha più che evidenti in sé
stesso tutti i caratteri del sapiente degli stoici : impassibilità alle
passioni, disprezzo per gli onori, le ricchezze, le lodi, venerazione per
gli dèi. austerità nei costumi, assiduità al lavoro, frugalità, amore
p«'i figli e per la famiglia. Attribuendo all' agricoltore tutte queste
qualità, il nostro poeta si è certamente scostato dal vero; ma se ciò può
costituire un difetto agli occhi del critico letterario, per noi non è
che una prova novella degli intenti educativi che animavano il poeta, e
del ti/xj ideale che gli servi di guida nella descrizione. 11 vero
sapiente, dice anche Orazio, « è colui che passa davanti ai mucchi
d'oro senza volgere gli occhi » tl5); colui che, il giorno in cui la
^ fortuna s' invola. « restituisce senza rammarico ciò che essa aveva
coii- fc.. cesso, e avviluppandosi nella propria virtù, sposa
volentieri, senza dote, |r la povertà onesta » (!(>;.
Ma non è soltanto nella pittura della vita agreste che il nostro
poeta ci appalesa il suo entusiasmo e la sua adesione ai princìpi morali
dello stoicismo; poiché, come dicemmo, della rigidità stoica sono tutte
compe- netrate cosi le (leorgiche come V Eneide. Quindi — lasciando da
parte per il momento lo studio dello spirito misogino profuso nei
homo est qiiem graphics Terentianus exprimit Chremes: homo sum ec€. »*
Cfr. G. Canna, Della umanità di Virgilio, Torino, 1883. (5) En. I,
4(50^64. (6) M. 627-m (7) Id. 539-41 (8) hi
574. (9) Eìh VU, 4i)t (10) Cict^ro, l>e Ofnai.^. U,
ù- iììì Cfr. Havet, op. di., Voi- II, p. 113 e segg.; e Cicerone,
De Officiis, II, 8. (12) Or, IIL 89- {13} Cfr. Controvm'sme, II, IX, p. 117-119;
p. 128, 23; VII, XXI, p. 225, 28. (14) De, lìfiicfìvìis, l 13; e
ancbu f.ucano, X, 20. (15) EpiMoip, Xi\ 15^ Firenze,
1"17. aa) Salirae, III,
77. 127 (17) Id. V, 189. (18) Cfr.
Nisard, Kludes de moeurs et de critique sur les poè'tes latins de la
décadence, Paris 1888, Voi. l, p. 236 e segg. (19; En. VII, 640; Vili, 29
ecc (20) En. XI 474-75. (21) En. VII, 41-45.
(22) En, Vili, 537-40. (23) Id. 555-56. (24) Id.
592-93. i2o) En. IX, 216-218. 26) Id. 283-302. (27)
En. VIII, 574-583. (28) En, VII, 550. (29) En. XI
633-635. (30) En. II, 612. (31) En. X, 281-283.
(32) En. II, 368. .33) Ibid. .390. (34) En. V[I,
635-36; Vili, 8, e(5C. (.35) En XI, 215-217. (36) Ibid. 191-92. (37) En. IX,
474-99. (38) En XI, 148-181. (39) Ibid. 110-113.
(40) En. I, 291-296; è degno di nota il fatto che questi versi si trovano
proprio al principio del poema, nel quale poi si narreranno tante
battaglie. (1) Per non dilungarmi troppo in un argomento
(ihe non è l'oggetto di questo studio, ho qui dovuto riassumere in poche
parole e assai imperfettamente una delle dottrino più complicate e sottili
dello stoicismo. L'uomo nasce buono per natura, di- cono gli stoici ; ma
come avviene dunque che la maggior parte degli uomini non sono virtuosi ?
Perchè, rispondono essi, la società li deprava. Questa risposta non fa
che portare indietro il problema; infatti, se la società deprava l'individuo,
è apparente- mente perchè essa stessa è malvagia, ma in realtà la società
non può esser tale che perchè gli individui che la compongono sono essi
stessi malvagi. La contraddizione è evidente, e gli stoici cercarono di
toglierla invocando un' altra nigione : le tendenze naturali, essi
dicono, sono sane e dirette verso il bene, ma la loro intensità non ha,
prima dell'esercizio, quella giusta misura e quella perfetta sicurezza che la
virtù esige. Il giovine ha ricevuto dalla natura un ardore che lo porta
ad affrontare il pericolo, ma la sua inesperienza fa sì che egli non
misuri con sicurezza la natura del pericolo ohe egli affronta, che il suo
slancio impetuoso lo trasporti alla collera e alla temerità. All'Ogereau
(op. cit- p. 111-18) pare che così la questione sia ri- solta; ma io non
sono dello stesso avviso. Poiché, questa debolezza \\e\Y assentimento
128 che precede V atto, e questo eccesso nello
sviluppo della tendenza, costituiscono per gli stoici la passione, il cui
complesso dà il vizio; quindi sì verrebbe a concludere che r uomo nasce
malvagio, contrariamente a quanto gli stoici stessi ammettevano.
(2) Epistole, passim. (3) Georg, II, 458-474 i\ 495
fine. (4) Secondo gli stoici, Tuomo perfetto è un saggio che
s'ignora XeXt|d^€ oó(fO€. Seneca però, molto tempo più tardi,
comprendendo come assai difficilmente si avrebbe potuto capire che un
uomo possa essere felice senza sentire di esserlo, modificò la dottrina
primitiva dicendo che non è il saggio stesso che s'ignora, ma solo colui
eh' è sul punto di divenir saggio {Epist. 76, 9). (5j Georg. I, 121-24.
(6) Georg. II, 61-62. (7) Georg. I, 311-320, (8)
Ibid. 320-21. (9) Ibid. 322-3Ì. 10) Georg I,
150-51- (11) Ibid 197-98. (12) Ibid. 198-203.
(13) Ibid. 145-46. (14) Georg. II, 523-524. (15)
Cfr. Carmina li, II; III, XXIX; IV, IX, (16) Id. in, III ecc.
(17) En. Vili, 102 e segg.
(18) Georg. IV, 125-148. (19) En. Vili, 364-0.
(20) Cfr. Epist. I, XVIII, 96; II, II, 141-145, 205 ecc. (21) Georg. IV, 132-33.
(22) En. Vili, 407-413. (23) Cfr. L'Epicureismo, p.
79-80. (24) En. X, 501-502. (25) Ibid. 503-505.
(26) En III, 56-57. (27) Cfr.
le Controversiae II. IX, p. 117, 17, 119; p. 128, 23; p. 120, 21. Vi si
trova, ad esempio, questa sentenza : « I ricchi hanno molti vizi, il più grande
dei quali è di non amare » ; e più avanti : « povertà, come tu sei poco
compresa! > ; vYj)^
l'altra la re- stringe (pena-Xo'JiiTi). (36) En. XII,
601-603. (37) En. IV, 475.
(38) Ibid . 595-96. (39) Ibid
697. (40) Ibid 643-47. (il) En. II, 653-6.
(42) En. IX, 493-94. (U)
En. X, 681-82. (44) En.
VI, 434-436 e segg IL PLATONISMO
§ i. Lo stoicismo platonizzaute — Cicerone e la filosofia romana — L'eclettismo
di Seneca. § 2. Il concetto pessimistico della vita umana — L'ascetismo e
lo spiri- tualismo — Il carattere di Enea — Il disprezzo dell* amore e il
significato del libro IV dell' Eneide, g 3. Il misoginismo negli
scrittori ascetici e in Virgilio — La preoccupazione dell'oltretomba —
Gli dèi infernali e le apparizioni dei morti, g 4. La credenia della vita
futura a Roma e lo scopo del libro VI dell'Eneide — Critica dell^
interpretazioni comuni e di quella del Warburton — Le fonti dell' inferno
virgiliano — Il limbo, sua vera origine e significato — Il Tartaro e r
Eliso — L' inferno filosofico e le due porte d' uscita — § 5 Conclusione.
I 1. Dicemmo nel capitolo precedente che il nostro poeta, per la
na- tura stessa dell' animo suo e per i suoi propositi di riforma morale
e re- ligiosa, sentivasi spinto irresistibilmente verso quello
spiritualismo mistico, che era allora rappresentato dalla filosofìa del
Portico. Dicemmo ancora che nel suo passaggio dal mondo greco al mondo
romano lo stoicismo aveva subite profonde modificazioni, dovute in parte
alla diversità del- l' ambiente, in parte al mutato spirito dei tempi, in
parte all'indole stessa dei filosofi che l'avevano primi insegnato in
Roma. Cosicché, durante i suoi cinque secoli di vita attiva e rigogliosa
tale dottrina ha attraversato tre diversi periodi nettamente distinti l'
uno dall' altro : il primo è rappresentato da Zenone di Cizio, Cleante
d'Assos, Crisippo di Soli, Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia e
Antipatro di Tarso, ed ha il suo centro esclusivo in Atene; il secondo da
Panezio di Rodi e Posi- donio d'Apanea, che ebbero ambidue lunghe e
frequenti relazioni con la società romana; il terzo da Seneca, Cornuto,
Musonio Rufo, Epitteto, Marco Aurelio, ed ha la sua sede principale in
Roma. Di questo terzo periodo, che si designa più propriamente col nome
di stoicismo plato- nizzaute, Virgilio può essere considerato come
l'antesignano e il pre- cursore. Qual' è adunque il carattere
che distingue dalle precedenti Y ultima fase dello stoicismo ? Ce lo dice
chiaramente il nome stesso col quale 132
suol essere designato : una maggiore immistione di quegli elementi
platonici che avevano già cominciato ad infiltrarvisi per opera di
Panezio e di Posidonio, e che si trovano tutti, più o meno sviluppati,
nelle opere del massimo fra gli oratori latini. Poiché la storia della
filosofia romana - chi ben la osservi - presenta questo
particolarissimo carattere : che cioè, tolto il breve periodo in cui le
dottrine di Epicuro sembrano pre- valere, essa segue fedehnente nel suo
svolgersi il primo impulso datole da un uomo solo. Cicerone ; le cui
opere formano, a cosi dire, il perno su cui s' aggira tutta la filosofia
posteriore, da Sestio a Marco Aurelio, da Fabiano ad Apuleio. Ciò è
dovuto, secondo me, non soltanto al fatto che Cicerone fu il primo a
scrivere dei veri e propri trattati di filosofia, creando un linguaggio
filosofico che non esisteva, ma anche all'essersi la filosofia romana
ristretta sempre più nel campo della morale pratica. Ora, se nelle
questioni teoriche le divergenze tra le diverse scuole erano grandi,
nelle applicazioni morali il loro accordo era quasi completo ; perchè,
come sempre avviene, mentre nelle prime poteva sbizzarirsi libe- ramente
il genio speculativo dei filosofi, nelle seconde esso doveva di necessità
conformarsi alle norme generali imposte dal sentimento popo- lare. Il
quale sentimento andava appunto orientandosi sempre più verso quello
spiritualismo dualistico che preparava la vittoria definitiva del
cristianesimo, e che Cicerone aveva attinto dalle opere del sommo filo-
sofo greco. Non è, per fermo, difficile impresa il separare dall'
organismo - poco solido invero? - della filosofia ciceroniana, quei germi
platonici che poi dovevano prendere tanto sviluppo nel primo e secondo
secolo dell'era volgare. Secondo Cicerone, dio ha composto l'uomo di due
principi as- solutamente opposti r uno air altro : e cioè di un corpo caduco
e di una anima incorruttibile ed eterna ; « se l' anima - egli dice - è
il cuore o il sangue o il cervello, postochè così è corpo, perini col
rimanente del corpo : se è fuo%\\ si estìnguerà : se è armonia si
dissolverò Nulla è nell' a- ninia di misto e di concreto e neanche
di umido, di aereo, di igneo : come non v'è nulla, nella natura di
queste cose, che abbia potenza di memoria, d* intelletto, di pensiero, o
che ritenga il passato, pre- vegga il futuro, e possa abbracciare il
presente: le quali sono facoltà divino. Xè si troverà mai donde possano
derivare le anime se non da dio. Per la qual cosa, checché sia ciò che
sente, che sa. che vuole, che vive, è celeste e divino, e deve di
necessità essere eterno. E dio stesso, quale da noi s' intende, non può
concepirsi in altro uumìo. se non come una mente libera sciolta,
segre^rata da ogni concretezza mortale, tutto sen- ziente e movente, e
dotata di moto sempiterno « (1) Il coi-po rappresenta dunque il principio
del male, il carcere tenebroso nel quale T anima - principio del bone
- è im])rigionata ; quindi V uomo deve studiarsi di tenere separata il
più possibile V anima dal corpo, e considerare la morte
133 non come una sorte temibile, non come la fine della vita,
ma come una liberazione, come il cominciamento della vera esistenza. «
Separare il corpo dair anima non è altro che imparare a morire. Per cui,
credi a me, pensiamo il più che si può a dividerci dai corpi ; vale a
dire, avvezzia- moci a morire. Questo, anche durante la vita terrena,
sarà qualche cosa di simile alla vita celeste ; e quando, sciolti da
questi lacci, saremo tra- sportati colà, verrà meno ritardato il corso
agli animi. Poiché quelli che si lasciarono sempre soggiogare dai lacci
del corpo, anche quando si trovan disciolti vi giungono più tardi; come
avviene di coloro che stet- tero molti anni in catene. E quando poi
giungeremo colà, allora si che finalmente vivremo. Poiché questa vita è
pur troppo una morte; ed io avrei, se volessi, di che lagnarmene > (2).
Ma quale sarà la condizione di queste anime dopo il loro distacco dal
corpo? Conserverà ciascuna la propria individualità distinta, o
torneranno a confondersi con l' anima universale ? Imprenderanno anch'
esse il loro viaggio attraverso i regni mitologici di Acheronte, o
voleranno nella sfera del fuoco purissimo per attendervi Tecpirosi
? Su questo punto anche Cicerone come tutti gli antichi, da
Socrate a Epitteto, si mostra incerto e dubbioso. Tuttavia, se la
saggezza ari- stocratica degli stoici sembra attrarlo qualche volta, raffigurandogli
una specie di senato ultramondano ove soltanto le anime elette dei
sapienti possono trovar luogo, assai più spesso egli sembra prestar orec-
chio a quei racconti favolosi, che il grande filosofo greco aveva primo
raccolti dalle labbra del popolo e ridotti a dogma nel Fedone. Neir ul-
tima parte del De Senectute, egli mostra di non credere che V immorta-
lità sia privilegio di pochi eletti, come pretendeva Crisippo, ma destino
di tutti gli uomini : « perchè il saggio muore con tanta serenità, e gli
altri con tanto terrore ? Perchè colui che vede più distintamente e più
lontano, conosce di andare ad una vita migliore, mentre l' altro ha la
vista troppo corta e nulla scorge al di là . . . Io ho messo il corpo di
mio figlio sul rogo funebre; egli avrebbe dovuto riporvi me; ma il suo
spi- rito non m' ha abbandonato, s' è soltanto ritirato in un soggiorno
nel quale sapeva che io T avrei raggiunto. È sen}brato che io sopportassi
la mia sventura con fermezza; invece sofi*ersi molto, ma mi consolai
pen- sando che la separazione non sarebbe stata lunga tra noi due »
(3). Queste parole, nelle quali parrebbe d'intendere .gli insegnamenti di
un Padre della Chiesa, non sono le sole che accennino alle dottrine
platoniche della seconda vita. Nel Sogno di Scipione, ad esempio,
troviamo espressa in questo modo la dottrina della purificazione delle
anime : « l' anima si involerà tanto più presto verso la dimora ond' era
discesa, quanto più essa si sarà elevata al di sopra del corpo nella vita
terrena, e quanto più se ne sarà staccata contemplando le cose celesti.
Ma le anime che si sono date ai piaceri del corpo facendosene schiave, e
che, trasportate 134 dalle passioni, ministre
della voluttà, violarono le leggi degli dèi e degli uomini, quando siano
sfuggite dal corpo errano miserabilmente intorno alla terra, e non
ritornano al cielo che dopo lunghe espiazioni » (4). Potremmo
continuare ancora nelle citazioni, ma sarebbe affatto inu- tile, perchè
nei brani che siam venuti riportando è più che evidente l'im- pronta di
quel dualismo platonico, che vedremo poi dispiegarsi con tanto vigore
nelle opere degli stoici delP ultimo periodo. Certo che in Cicerone,
natura scettica e positiva se altra mai, codeste corse nei campi nebulosi
dello spiritualismo voglion essere giudicate in un modo tutto
particolare. Esse non sono che atFermazioni teoriche, tesi brillanti che
V autore sem- bra aver scelto per esercizio di eloquenza ; mentre invece
sulle labbra di Seneca, di Epitteto, di Marco Aurelio acquistano una
vivacità, un ca- lore di convinzione, che ci rivelano come non siano più
semplici eserci- tazioni rettoriche, ma debbano aver avuto non poca
efficacia nella pra- tica della vita. Ed è questa forse la ragione per
cui essi possono sem- brare agli occhi dei più veri e propri innovatori,
piuttosto che continua- tori di un indirizzo già esìstente nella
filosofia romana. Questo strettissimo legame che unisce i filosofi
romani come tanti anelli di una medesima catena, ci era necessario rilevarlo
per poter me- glio comprendere quale posto occupi in essa il Mantovano, e
quale fosse, a cosi dire, il clima filosofico che lo circondava. Vissuto
quando era ancor viva nella più eletta società romana Tammirazione per i
libri del nobilis Panaeti, come Orazio stesso lo chiama (5), e per le
dotte e bril- lanti dissertazioni dell' oratore arpìnate, morto poco
prima che vedesse la luce uno dei più attivi, dei più popolari, dei più
geniali tra i filosofi romani, Lucio Anneo Seneca, il nostro poeta si
ricollega per un lato allo stoicismo eclettico del secondo periodo, e per
l'altro preannunzia il sor- gere di quell'indirizzo spiritualistico i cui
germi s'andavano già matu- rando nell'animo delle popolazioni. Non è a
credere però che Virgilio si conformi in tutto e per tutto agli impulsi
che gli venivano dall' am- biente. La sua fibra delicatissima d'artista,
l'ingenua e sincera religio- sità che domina in ogni suo pensiero, la
solitudine stessa in cui trascorse gran parte della sua vita, dovevano
scostarlo tal poco dall' indirizzo filo- sofico dei suoi contemporanei e
successori. Per prepararci a cogliere questo lato originale del pensier.
di Virgilio, vediamo quale fosse il ca- rattere predominante dei due
sistemi filosofici, che da Cicerone a Marco Aurelio tendono a stringersi
sempre più in intimo accordo. Per quanto i Romani fossero portati
di lor natura aireclettismo, per quanto sul terreno delle applicazioni
morali divenisse più agevole un accordo tra le diverse tendenze del pensiero,
pure il combinare tra loro due sistemi originariamente così opposti come
lo stoicismo e il plato- nismo, era tale impresa che nemmeno un filosofo
romano poteva acciii- gervisi senza correre il pericolo di inceppare ad
ogni piò sospinto nelle r L.
135 più stridenti contraddizioni. Poiché - chi ben guardi -
la scuola del Por- tico è nel suo fondo una delle più rigidamente
materialistiche e raziona- listiche che la storia della filosofia ricordi
: dio, la ragione, V anima umana, l'anima del mondo, le qualità delle
cose, le passioni, il vizio, la sapienza, il sommo bene, tutto insomma
ciò che esiste ed agisce è ma- teria. « Et qiiocl fu et quod facit corpus
e.s7» dice Seneca (6); ed a tal grado di ridicola esagerazione era giunto
il materialismo degli stoici, che sostenevano pei*sino essere gli anni, i
mesi, i giorni tante entità mate- riali. Se adunque nulla esiste fuori
della materia, se tutto avviene per una semplice trasformazione di essa,
se la divinità stessa è materiale e compenetrata nel mondo, ne viene di
conseguenza che la vita terrena è sola e vera vita, che non esiste un «
al di là » dove la virtù ed il vizio abbiano una sanzione divina, e che Y
uomo può giungere per propria vo- lontà a rendersi uguale a dio. Tali
infatti sono le norme ed i princìpi fondamentali dello stoicismo; e con
essi la natura era ristaurata nella multiforme unità delle sue leggi
immanenti ed eterne, era tolto ogni antagonismo che smezzasse il mondo
fra i sensi e le idee, fra la materia e lo spirito, fra T esperienza e la
trascendenza. Questa falsa dualità della vita era invece propria e
caratteristica della filosofia platonica, che Gaetano Trezza ha
magistralmente sintetizzato in queste poche parole : « Platone spostò il
mito dalla fantasia nella ragione; le idee fattrici, universali, eterne,
costituivano la realtà verace; la vita era reminiscenza d' uno stato
uranico anteriore agli organi del corpo, una perenne ascensione verso le
idee ; V uomo dee slegarsi dai sensi come da catena dolorosa, per tornare
alla piena libertà delle idee. Il corpo è una tomba, il mondo prigione
delle anime piovute, per desiderio improvvido di peccato, a macularsi
quaggiù, abbandonando le convivenze serene della Psiche cosmica; il
termine della vita è fuor della vita, il presente un lungo gemito di
sepolti che tentano di spezzare le custodie del tempo e sottrarsi
all'ignominia dei sensi • (7). Fra lo stoicismo e il platonismo
Topposizione era dunque assoluta, e un accordo non sarebbe stato
possibile, se non qualora Y una o Y altra delle due scuole avesse
volontariamente sacrificato alle esigenze della lo- gica la massima parte
delle proprie dottrine. Questo non avvenne. I filo- sofi romani, troppo
intenti per un lato nel conformare alle mutevoli cir- costanze i loro
precetti di morale pratica, e poco esperti dalP altro nelle sottigliezze
della dialettica, non sembrano accorgersi nemmeno della dispa- ratezza
dei due sistemi, e si servono indilTerentemente ora dell' uno ora
dell'altro, riuscendo così al più babelico dei sincretismi. Nessuno degli
stoici del terzo periodo ne va esente ; nemmeno Y anima delicata e pen-
sierosa di Marco Aurelio (8). Ma quello che più d'ogni altro incespica
nelle contraddizioni, quello in cui il dire e disdire sembra diventato,
quasi 186 direi, un male organico è appunto
l'iniziatore di codesto nuovo indirizzo dello stoicismo, Lucio Anneo
Seneca. Questa continua contraddizione ci si appalesa persino nelle
cose più insignificanti. Seneca disprezza quei filosofi della cattedra
{cathedrarii philosophi (9):, i quali nella vita pratica smentiscono le
belle massime che insegnano agli altri con tanta eloquenza ; ma poi, dal
canto suo, non si comporta diversamente. Egli possedeva trecento milioni
di sesterzi (sessanta milioni di lire), che pare avesse ammucchiato coli'
usura e coi denari dei proscritti, e dei quali sapeva valersi assai bene,
circondandosi di tutti gli agi della vita, arredando le proprie ville
cultius quam natii- ralis icsus desiderat, e invitando gli amici a
sontuosi banchetti, nei quali si beveva del vino piìi vecchio di lui
(10); contuttociò egli non si fa scru- polo di predicare continuamente 1'
amore alla vita povera ed austera, lo sprezzo per le ricchezze, le
voluttà, gli onori, e di rimproverare i ricchi per la loro ambizione e
ghiottoneria (11). La dottrina stoica dell' ugua- glianza di tutti gli
uomini, doveva spingerlo a cercare seguaci in ogni classe di persone;
invece, per quanto egli proclami che non v'ha distin- zione fra schiavi
liberi e cavalieri, e che la virtù si trova più facilmente nella capanna
del povero, e che tutti possono aspirare alla sapienza [V2 , ha cura di
sciegliere i suoi discepoli fra i giovani della più ricca nobiltà, fra i
letterati e i cittadini più potenti (13). Coi quali poi sa essere di una
larghezza, di una indulgenza davvero meravigliosa, trovando modo di
giustificare non pure le ricchezze, il lusso, V ambizione, ma persino V
u- briachezza (14). E se qualcuno gli rinfaccia di essere incoerente, allora
risponde con invidiabile disinvoltura : « hoc, malignissìma capita et
optimo cuique inimicissima^ Platoni obiectum est, óbì'ectum Epicuro,
obiectum Zenoni-, omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent,
sed quemadmodum esset ipsis vicendum. De virtute, non de me loquor, et
cum vitiis convicium facio, in primis ìueis facio : cum potuero^ vivam
quomodo oportet (15). È proprio il ragionameto di padre Zappata t
Del resto, se tutto ciò può rivelarci la natura intima dell' uomo,
non ci scuopre ancora quello stridente contrasto di princìpi filosofici
di cui più sopra parlavamo. Per ricercarlo dobbiam portarci sul terreno
stesso della discordia, al cospetto di quei problemi che stoici e
platonici consi- deravano e risolvevano in modo affatto opposto. E qui
sembra proprio che neir animo di Seneca esistano due distinte
personalità, continuamente in lotta tra di loro (16). Alcune volte è il
materialismo degli stoici che prevale nell'animo suo; ed egli ne espone i
princìpi con una rigidezza e una precisione di formule, che non possono
lasciare alcun dubbio intorno al suo pensiero : « totum hoc, quo
continemur, et unum, est et deus: et sodi sumus eius et membra » (17) ; «
omne hoc quod vides, quo divina atque hiimana conclusa simt, unum est:
membra sumus corporis 137 "inagrii ^^ (18).
Né egli s'arresta davanti alle estreme conse^ruenze di tale dottrina:
siccome tutto ciò che esiste è materia, così per lin sono mate- riali
anche il tempo, la virtù, la benevolenza, l' amore, V ira, V invidili, la
malvagità (10). Perfino il bene è un corpo, e lo dimostra con nueslo la*
gionamento : « placet noslris, quod bonum est, corpus essf\ quìi f/utnl
honum est, facil, qaidquid facit, corpus est; quod bonum est, prof test,
faciat autem aliquid oportet, ut prosit; si facit, corpus est ^ (20).
Altre volte, per contro, è lo spiritualismo dualistico del filosofo
att^niese che s' impadronisce del suo pensiero ; allora divide la
filosofia njUurciìe in due parti, una che tratta delle cose materiali, T
altra delle spirituali (21). e con lo stesso calore di convinzione con
cui altrove aveva diniostnito che il tempo, la sapienza, le virtù, i vizi
sono entità corporee, nra invece si sforza di provare che non possono
essere se non iniorporee (22). Anche riguardo alla natura della divinità,
in cui erano tanto discordi la teologia stoica e quella platonica, il
nostro filosofo dà prova del wuo sin- cretismo. Talora, seguendo
rigorosamente il panteismo di ZtMn>ne e di Cleante, identifica la
divinità col mondo, colla natura, colla ragione, col destino e colla
provvidenza; ìì quid est deus? Quod vides lotum e quod non rides totum^^ (23 ; ^^
quid est deus ? Dioina ratio; mens Hìiityersi:
animus ac spiritus mundio (24). Questa divinità, non essendo che una pura
astrazione, è impersonale e indefinita; quindi T nomo rum deve né
temerla, né amarla, né rivolgerle preghiere, né otfrirle sacrifizi (25),
Ma quando il freddo razionalismo de' suoi maestri non può più servirgli
per consolare gli afflitti o dar ammaestramenti agli amici, allora
abbandona il dio rotondo della scuola per appigliarsi al dio personale di
Platone : e questo dio egli descrive come padre e creatore, che vede ogni
nostro aito, che assiste ad ogni nostra impresa, che nell'infinita sua
bontii ascolta ed esaudisce le preghiere degli uomini (20). Del resto, a
lui sembra im- portar poco che questa divinità sia personale o
impersonale, ragiono co- smica destino comune ; Seneca é a tal riguardo
un indifferente, e lo mostra presentando tutte le diverse ipotesi, senza
sapersi dt/cidere per alcuna : « id actum est, mihi crede, ab ilio
quisquis formaior universi fuit, sive ille deus et potens omnium, sive
incorporalis ratio ii/f/entium operum artifex, sice dicinus spiritus per
omnia maxima aequali inlen- tione difffcsus, sice fatum et immutabilis
causarum inter .se cohaeren- tium series • (27). Ma dove
l'incoerenza di Seneca e dei suoi seguaci raggiungo ra- stremo limite
dell'assurdo, è nella questione della vita futura VA iniatti su questo
punto i princìpi fondamentali delle due scuole conducevano a conchiusioni
affatto opposte e irreconciliabili. Poiché se V anima è materiale, come
sostenevano i primi stoici, essa dovrà puie assogettiirsi alle condizioni
della materia e perire insieme col corpo ; se invece è spi- rituale, come
insegnava Platone, essa sarà incorruttibile ed eterna. Ora,
138 gli stoici roinaoì ammettono beosi che T anima
rappresenti un qualche cosa di divei-ìso dal corpo, anzi di opposto al
corpo, ma quando si tratta di decidere se essa è mortale o immortale e di
determinare quali siano le condizioni della seconda vita, si mostrano
indecisi, irresoluti, e ora ani mettono V inuaortalità ora hi negano, ora
sembrano accettare i dogmi incerti dì Crisippo, ora i favolosi racconti
di Platone. In questo punto Virgilto, pur cadendo nel resto in
alcuna di quelle contradLlizioiii die lino ad ora abbiamo rilevato in
Seneca, si mostra assai più coerente dei suoi succetison, e si stacca
anche dai filosofi che l' ave- vano preceduto. Avendo ai-cettato il
principio platonico della spiritualità deiranima, egli arcetta anche la
dottrina dell'immortalità e le leggende ruitolo^iclie suir oltretomba ; a
descrivere la quale ha consacrato uno dei canti ^^ più belli e più
drammatici del suo divino poema. Noi faremo oggetto di lunt^o esame
questa parte tanto interessante del pensiero di Virgilio, che i
commentatori hanno intorbidato con ogni sorta di ipotesi ìissurde. Prima
però dobbiamo vedere con quali caratteri ed in qual mi- sura il pensiero
platonico si sia trasfuso in Virgilio, e per che modo il nostro poeta si
rieoUeglii agli stoici platonizzanti delF ultimo periodo. I
V*. Come abbiamo veduto, la filosofia di Platone spostando V inte- resse
umano dal di qua al di là della tomba, induceva a considerare il uiòudo e
resistenza come un qualche cosa di provvisorio e di sfuggevole, conìc un
breve e doloroso intervallo che corre dalla nascita alla morte, e
jireludia alla vera vita, la vila eterna. «Tutto questo tempo - dice So-
crate - che trascorre (ìalF inFanxia alla vecchiezza, non è ben piccolo
in eimlronto del tcnii>o lutto intiero? E non credi tu che tutto
ciò che è immortale debba preoccui>arsi non di questa corta
misura di tempo, ma di tutta la durata?» (Ij. (Questo senso
della provvisorietà, se mi si permette il vocabolo, della vita umana, era
affatto estraneo non soltanto al vero spirito pagano, tutto inteso a^di
interessi iminein'f^. Stolto, dunque, colui che in questa condizione si
gonfia, si travaglia e si lamenta, di- menticando come sia piccolo il
tempo in cui deve soffrire i> .. . . . « Le cose del mondo girano
continuamente, e su e giù, di eternità in eternità.,.. Già la terra ci
cuoprirà tutti ; e poi anche la terra si trasformerà ; e poi anche quello
in cui si sarà così trasformata si trasformerà air influito. Ma chi pensi
air incalzante ondeggiamento di queste trai^irormazioni e mutazioni e
alla loro rapidità, disprezzerà davvero of^ni cosa mortale » ('2), Il
sentimento di amarezza sconsolata che tras]»are da queste rifles- sioni
di Marco Aurelio, la soave Musa virgiliana V aveva già espt esso due
secoli prima e con non minore intensità. Alcune volte sono semplici e
fugaci accenni, che sembrano nubi passeggiere noir animo sereno del poeta
: « o Rebo, siam vissuti lungamente, se può dirsi che alcuna cosa duri
lungamente tra i mortali I » ; « Tutte le cose per volere dei destini
cadono in peggio, e cadute ritornano indietro » (4), ecc. Ma più spesso
sono vere e proprie esclamazioni di scoraggiamento, che ci rivelano in
qual conto Virgilio tenesse la vita umana e le cose terrene:
Insere, Daphni, piros ; carpent tua poma nepotes. Omnia fert aetas,
animum quoque : saepc ego lunps Cantando puerum memini me condere
soles. lam fugit ipsa: lupi Moerim videre priores (S). Tutto
adunque si porta T età, pei^sino la memoria, persino la voce: e mentre
noi ci aggiriamo in questo mondo di parvenze, l'ug^^e Irrepa- bile il
tempo: Sed fugit interea, fugit irreparabile terapus Singula
dum capti circumvectamur amore (fi) : e a questi velasi sembrano
far eco le parole di Seneca, rhe in modo non diverso concepiva la vita
umana : t labunt fiumana ac {ìuunt, neque ulla pars vitae nostrae tam
obnoxia aut tenera est, quam quae mn- xinie placet » (1). Fugge adunque
il tempo, e nel l'uggire si trasporta i
140 seco ogni giorno un brandello delle nostre illusioni, e
ci avvicina sempre più agli acciacchi della triste vecchiezza e alla
morte inesorabile : Optima quaeque dies niiseris mortalibus
aevi Prima fugit: subeunt morbi, tristisque senectus Et labor et
durae rapit inclementìa mortis (8). Seneca, che fra tutti i poeti
romani mostra una specialissima predi- lezione per Virgilio, al quale
sentivasi maggiormente vicino per idee, aspirazioni e sentimenti, riporta
nel suo trattato sulla brevità della vita questi versi del Mantovano, e
li commenta poco più avanti cosi « Praesens tempus brevissi'mus esl, adeo
qmdeni, utquìbusdam nullum videatxir; in cursu enim semper est fluii et
praecipilatur ; ante desinit esse quam venit, nec niagis moram patitur
quam mundus aut sidera, quo- rum inrequieta semper agitatio numfiuam in
eodem vestigio nianet » (9). Ma tale, ad ogni modo, è il volere di dio,
che determina a ciascuno dei mortali le durata del soggiorno in questo
carcere terreno, e fissa il giorno della morte. Così infatti dice Giove
al tìglio Alcide : (/ Stat sua j^uique dies: breve et irreparabile
tempus Omnibus est vitae : sed famam extendere factis. Hoc virtutis
opus. Troiae sub moenibus allis Tot nati cecidere deum ; quin occidit
una Sarpedon, mea progenies. Etiam sua Turnum Fata vocant, metasque
dati pervenit ad aevi (IO). Non altrimenti Socrate, nel proemio del
Fedone, spiega ai suoi di- scepoli che r uomo è lo schiavo degli dèi, e
che egli deve quindi rima- ' nere come a guardia in questo mondo, per
tutto il tempo che gli im- ) mortali hanno stabilito di
lasciarvelo. l La vita corporea, la vita dei sensi non è adunque la
vera vita, ma \ piuttosto un doloroso periodo di espiazione e di
castigo, in cui la scin- I tilla di essenza divina, che costituisce
T anima dell' uomo, si trova per " così dire oppressa,
contaminata dalFinvolucro corporeo che la imprigiona, j Stretta in
questo carcere, l'anima nostra non può giungere al possesso ^' di
quelle realtà assolute che sono le idee divine, le quali, possedute in
una vita beata anteriore, le sono rimast * impresse soltanto come un
vago e lontano ricordo. Essa quindi deve accontentarsi di conoscere quelle
apparenze o fenomeni che offre la sensazione : fra queste ombre, proiet-
tate nel fondo della caverna terrestre dal sole che illumina le realtà
in- visibili, trascorre la vita umana, lusingata di conoscere il vero, e
agitata dalle passioni che le derivano dal' contatto col corpo:
141 Igneus est olii vigor et coelestis ori^^o
Seininibus, quantum non noxia corpora tardant, Terrenique
hebetant artus moribundaque membrii. ^ Hic metuunt cupiuntque;
dolent gaudentque: ne^iuc auriis Despiciunt clausae teuebris et
carcere cocco (11)^ j Lo spiritualismo ascetico di Platone c'è
tutto i questi versi, e Tnii- tagonismo esistente fra 1' anima e il
corpo, tra lo spirito e la materia è , espresso nel modo più
chiaro. Anche per Platone il corpo i? un cieco car- cere (12), che
impedisce all'anima di conoscere la veritu: «sino a che noi abbiamo il
corpo e V anima nostra è commista con sitfatto malanno (TotdoTou xaxoD),
uon c' è verso che si venga mai in adeguato possesso di quello che
desideriamo, eh' è, aftermiamo, il vero; perche cisiscun pia- cere e
dolore, come fornito d'un chiodo, la inchioda al rorpo e la con- ficca e
la fa corporea, inducendola a credere che quelle cose siano verti che il
corpo dice tali » (13). Né questo disprezzo per tutto ciò che ò senso e
materia, è meno evidente in Seneca, in Epitteto. in ^lareu Au- relio, e,
in generale, negli ultimi stoici ; i quali usano spesso, rife- rendosi al
corpo, le medesime espressioni - cieco carceie, tenebri!, mem- bra
corruttibili - qui adoperate da Virgilio. Si considerino, ad est^mpio,
queste parole che Seneca rivolge alla sconsolata madre di Metilio : a
ftaec quae vides ossa cìrcum nobis, nervos et obduciam culetn ruUuìnque
et ministras nianus et cetera quibus involuti sunius, vinnUa
miimorum tenebraeque sicnt; obruitur Jiis animus^ effocatur, injhitar,
ttrcetnr a reris et suis in f(dsa coniectus ; omne itti cum hac carne
grave cer- tamen esl^ ne abstrahatur et sidat ; nititur ilio, tende
dimìssus est: ibi illum aeterna requies inanet e confusis crassisque pura
ac liqtuda n- sentem w (14). Data adunque questa netta
separazione tra il principio spirituale^ divino, immutabile, e il
principio materiale, umano, caduco, diss^olubile, la morte non può essere
se non ciò che la definisce Socrate, vale a dire « la liberazione
dell'anima dal corpo, e l'esser morto..., il fai-si da parte il corpo di
per sé liberato^ dall'anima, e lo stare a partt* T anima, libe- rata dal
corpo, di per sé * (15). Infatti, anche per Virgilio la morte è se-
parazione dell' anima dal corpo ; e con ciò egli si contrappone risoluta-
mente ad una delle credenze più diffuse e più tenaci fra il popolo l'o-
mano, il cui persistere - anche dopo il diffondersi della filosoJia - ci
ò rivelato dalle cerimonie dei funerali : e cioè la credenzn che nelle
tombe sopravvivesse insieme coir anima anche il corpo. Quando Didone
vede Enea fuggente sulle navi, così impreca: Scquar atris
ignibus absens; Et, quum frigida mors anima seduxerit artus,
Omnibus umbra locis adero (16). 142 Quando la
sorella di Giove, addolorata dalla lun^a e straziante agonia della
infelice regina di Cartagine, vuol liberarla da quelle pene, spedisce
Iride, Quae luctantem animain nexosque resolveret artus (17).
Quando V invidioso Drance insulta il re dei Rutoli, questi gli ri-
sponde cosi : Nunquam animain talem dextra hac - absiste moveri
- Amittes; habitet tecum, et sit pectore in isto (18). E qui
mi fermo con gli esempi, perchè sarebbe affatto inutile conti- nuare nella
dimostrazione di una cosa che traspira evidentissima da tutti i poemi
virgiliani. Cerchiamo piuttosto di vedere quali conseguenze tra- esse
seco questo dualismo assoluto tra Y anima e il corpo. Siccome F a- nima è
considerata come un principio essenzialmente buono, perchè di origine
divina, e il corpo come principio cattivo, perchè di origine umana, è
naturale che la vita terrestre, la quale risulta dal connubio delP una
coir altro debba essere considerato come un male, e infelicissimo il
giorno della nascita e felice quello della morte. , e che Marco
Aurelio, con accento quasi cristiano, sconsiglierà più tardi con queste
parole: «è proprio dell'uomo amare coloro che lo ofleiiduno; ciò farai se
ti verrà in mente che sono tuoi simili e che fanno il male per ignoranza
e senza volerlo, o che, fra breve, e tu ed essi morrete >> (2H;. Lo
stesso avviene nel drammatico episodio che occupa tutto lo splen- dido
libro quarto. Anche ivi sembra che il suo cuore si sia riscalduto della
più umana delle passioni, per quella dolce e appassionata li^^ura di
donna che è la regina di Cartagine; ma è un /a//o passeggiero. Al primo
avvertimento che gli giunge dagli dèi, egli dimentica come per incanto
tutti i giuramenti d'amore, tutti i benefizi ricfìvuti, tutte le gioie
provate, e se ne va freddo, impassibile, indifTerente ai richiami
disperati di Didone, la cui sventura riusciva a commuovere non soltanto
gli dèi pagani (29), ma strappava le lacrime tanti secoli più tardi persino
ad uno dei santi maggiori della Chiesa, Agostino (30). I critici
letterari hanno giudicalo con severità questa glaciale freddezza di Enea,
rimproverando a Virgilio di essere per tal guisa rimasto inferiore a
tutti i poeti che descrissero in qualche modo le passioni amorose, da
Omero ad Apollonio, da CatuUu ad Ovidio. dall'Ariosto al Tasso, dal
Racine al Voltaire (31). E non a torto: davanti air onda calda e generosa
di passione che erompe dal cuon^ della regina fenicia, davanti ai
benefìci ed alle gentilezze ond' essa avea ricolmo r uomo che amava. Enea
ci appare non soltanto un indifTerente. ma an- che un ingrato. Virgilio
avrebbe potuto fare di lui un personaggio più vivo, più simpatico, più
umano, pur conservandolo rispettoso verso gli dèi e obbediente ai loro
comandi: la pietà non esclude T amore, i doveri della religione e della
patria non escludono i doveri della riconoscetis'.a verso chi ci ha
beneficato. Quando Mercurio, mandato da Giove, investìsre (invadit) Enea
con i suoi aspri rimproveri, imponendogli di partire Im- mediatamente per
l'Italia, il duca troiano non ha un pentimento, non mia ribellione, non
un rimorso : 1 s
146 aspectu obmatuit amens, Àrrectauque horrore comae,
et vox faiicibus haesit Ardet abire fuga, dulcesque relinquere
terras, AttODÌtus tanto monìtu imperioque deorum (3i); e
subito decide di partire, appigliandosi al meno nobile degli spedienti :
la dissimulazione e la Tuga segreta. Ma T innamorata regina presente la
sventura che sta per colpirla {quis f altere i)Ossit aniantemì), e
correndo forsennata tome Baccante per la città, rivolge ad Enea quella
sua lunga apostrofe^ che è un \-\.^vo gioiello di spontaneità e di
verità, un capolavoro di eloquenza caldu e sentita, in cui tutti i moti
di un cuore innamorato si succedono nel modo più naturale. Ci basti
riferirne una parte: Me ne fugisf Per ego has lacriiuas dextramque
tuam te, (Quando aJiud mihi jam miserae nihil ìpsa reliqui
Per cuniiiibia nostra, per inceptos hymenaeos, Sì bene uuid
de te merui, fuit aut tibi (luidquaoi Diilci,' meiim : miserere
domus labentis^ et istam, Oru, ai qiiis adhuc precibus locus, exne
mentem. Ttì proptur Libycae gentes Nomadumque tyranni
Odere: inftinsi Tyrii; te propter eundem Exstìnctuà pudor,
et, qua sola sidera adibam, Fama priur; cui me moribundara deseris,
hospes? Hoc solurn noiiiea quoniam de conjuge restat.
Quid moror^ im mea Pygmalion dum moenia frater Deitniat, aut
(-aptam ducat Gaetulus Jarbas? Saltelli sì '|ua mihi de te suscepta
fuisset Ante fu^am ^itboles; sì quis mihi parvulus aula
Luderel Aeiieas, qui te tameu ore referret, Nun eqiudein
oiunino capta ac deserta viderer (33). L'arte sublime di Virgilio
ci si rivela tutta in questo squarcio im- niortak^ di pousìa, che. ;dla
distanza di due millenni, ha ancora la virtù di commuovere (luaisiasi
animo gentile. Ma non si commuove Enea: ei tiene iitiiiioto lo sfjuardo
sugli avvisi di Giove, e terminate le fervide pa- role di Elisa,
ris|»onde con glaciale fredde/za, dicendosi memore dei bene- tìzi
rici'vuti, nejj^ando dì aver mai pensato di partire furtivamente (questa
è una bugia!) e di lU'er mai fatto promesse di matrimonio : « se il
destino sofferisso che io vive.ssi secondo il mio talento - egli aggiunge
- e com- piessi ì miei destini di piena volontà, innanzi tutto onorerei
la città di Troia e le amate ceneri de' miei : le alte case di Priamo
rimarrebbero, e con le mie mani avrei fondata ai vinti troiani una
Pergamo risorta. Ma ora il Grineo Apollo mi nomando di dirigermi alla
grande Italia; le sorti di Licia mi comandarono di pensare all' Italia.
Ivi è l'amor mio, ivi la mia t47 patria {hic
amor^ liaec patria est). 8e I*> rocche ili Càrtsigine tratfen^ront^ te
Fenicia, e V aspetto di una dttii di Libiti ha per te va\ihe7//A\. ptTchè
dunque tu hai invidia che i Teucri fenriìno le loro sedi sulle fniìtrade
d'Ausonia? Anche a noi è permesso di proracciaroi regni stranieri..,.,
uniscila adunque di conturbare me e te con le tue querimonie: non a mia
voglia vado in traccia d'Italia» (84). Virgilio, dt^bbiatu confessarlo,
avrebbe potuto facilmente raddolcire V asprezza eccessiva di queste pa-
role, pur mostrando il suo eroe incrollabile noi proposito di andarsene:
l'arte sua se ne sarebbe di molto avvantairtriatu. Poiché non v'ha una
parola, in tutta la risposta di Knea, cfie non sia un irisulto ai più
delicati sentimenti d'amore: quel rinfacciare a Didone di non aver mai
fatta una promessa di matrimonio; quel ringraziarla freddamente e quasi a
malin- cuore dei benefizi ricevuti; quel ricordarle che, anche ove gli
dei non avessero comandato altrimenti, egli non si sarebbe fei-mato a
Cartagine; la mal celata ironia di quell' accenno alla diversità della
loro schiatta e dei loro gusti; e, infine, la dura imperiosità delle
ultime parale, ^em- brano tante lame di acciaio con cui il nostro eroe si
diverta a trafij^- gere il cuore della sventurata regina.
Tuttociò getta sul protagonistfi dell' Knetde una luce supremamente
antipatica, che s' accresce durante 11 seguito dell' episodio, e
raggiunge addirittura il disgusto nell' ultima parte di eii^so. La fiotta
troiana, stac- catasi nottetempo dalla spia;j^'ia, naviga a piene vele
nel mezzo del golfo, fendendo le onde agitate dall'Aquilone. Dalla riva
un bagliore sinistro si proietta sulle navi fuggenti: è il rogo sul quale
abbrucia T infelice rp^ gina di Cartagine. Ma quelle fiamme non dicono
nulla al cuore di Enea : egli non ne imagina nemmeno la causa, e
j)rosegue injpassihìle il suo viaggio, senza che mai un pensiero delT amante
abbandonata ven^a a commovergli l'animo. È bella, è verosimile, è umaiia
questa inditrerenzat No; e di essa fu fatto giustriinrtue rimprovero al
iio.stro poeta. «Non si concepisce affatto - dice il Tissut - la
freddezza di Enea ; egli ha inteso le iìnprecazioni di Bidone, egli ha
assistito alla sua disperazione, e le fiamme del rogo non lo avvertono
che la regina di Cartagine sN"' data la morte. Lungi dall' avere i
presentimenti profetici delle passioni^ egli non sospetta nemmeno ciò che
gli animi più indifierenti divinano senza fa- tica. Che Virgilio non
abbia fatto parlare Enea fìavanti a' suoi compagni in questa circostanza,
la riflessione mi spiega questa riserva necessaria : ma che Enea rimanga
inseuBibile allo spettacolo che colpisce i suoi sguardi, non si riesce a
spiegare tanta imlilTerenza. Teme egli per av ventura di offendere gli
dèi iisioltando la voce della pietà t Confessiamolo senza sotterfugi: il
principio di questo libro lascia molto a desiderare, Virgilio poteva
conciliare facihnenti^ il rispetto delle convenienze, gli ar- tifici
dovuti al carattere delTeroe, con la pittura dei movimenti naturali.
Euripide, Racine o Fénélon avrebbero detto a un dipresso. - La cansa di
io 148 ceduto incendio è sconosciuta ai
Troiani, ma il loro duce comprende anr*he troppo il fatale mistero; le
fiamme che rischiarano l'orizzonte sono quelle del rogo della regina,
egli lo sa, e distoglie da esse il suo sguardo con un dolore misto di
spavento. Tuttavia, dominando se stesso, rimane silenzioso davanti ai
suoi compagni; egli non sembra occupato che degli ordini di Giove. Ma il
suo cuore soffre uno strazio crudele; malgrado i comandi del re dell'
Olimpo, egli si rimprovera la morte di Dìdone : e, rivolgendo dal profondo
dell' animo un addio alla %ittima del- l' amore, implora per lei a Venere
il soggiorno dei Campi Elisi. Ah, Bi- done! se tu avessi potuto leggere
nella sua anima prima di ascendere l'altare del sacrificio, forse avresti
consentito a vivere, almeno non saresti discesa senza qualche
consolazione nel regno delle ombre. - Con queste precauzioni così
semplici, si sarebbe anche evitato di lasciar va- gare su Enea dei
sospetti che contraddicono all'idea che il poeti ha voluto darci del suo
eroe» (ilo). Ma queste lacune e questi difetti del carattere di
Enea, per quanto giustamente rimproverati dalla crìtica, sono tante prove
che avvalorano il nostro asserto. Se Virgilio, poeta vero e grande,
artefice insuperabile di tipi profondamente umani, pittore efficacissimo di
sentimenti e di pas- sioni, ha creduto conferire al protagonista del suo
maggior poema co- desto carattere ascetico e contemplativo, contrario
alle esigenze dell'arte, ciò significa che esso corrisponde ad una
particolare ed intima disposi- zione dell'animo suo. Poiché del
personaggio di Enea egli non aveva inteso di fare una semplice creazione
artistica, ma un modello di uomo virtuoso e perfetto, nel quale fossero
rispecchiate tutte quelle virtù che i suoi concittadini avrebbero dovuto
studiarsi di imitare. Sarebbe inutile seguire Enea in tutte le
vicende del suo viaggio fatale. Solo negli ultimi canti del poema, che sì
svolgono sulle terre italiche, e^li accenna ad acquistare maggior vita ed
energia; ma il fondo del suo carattere rimane sempre il medesimo. Poiché,
non è proprio caratteristico tutto quel suo battagliare e cospargere il
Lazio di stragi e di rovine, e impadronirsi delle terre altrui, per
rapire il fidan- zato a quella povera Lavinia, che non aveva mai né vista
né conosciuta, e alla quale non rivolge mai né una parola nò un pensiero?
Anche a questo riguardo furon mossi molti rimproveri a Virgilio. Il
Voltaire, dopo aver rilevato come Turno raccolga tutte le simpatie del
lettore, a danno del protagonista, giungeva persino a proporre un
rimaneggiamento del poema, in cui la situazione dei personaggi è affatto
mutata, ed Enea, in luogo di essere il rapitore di Lavinia, né diveiUa il
vendicatore (36). Ciò r avrebbe roso iiidubbianiente più umano e
naturale. Questa scialba figura di asceta più che di soldato, questo
spirito contemplativo che non ama, non s' adira, non si vendica, sembra
vivere in un altro mondo ove tacciano le passioni e lo spirito può
liberarsi in tutta la sua purezza; ■■ >1 ^ ^i.
149 ma la vita terrena egli la disprezza, e la subisce
come un pesante far- dello, e anela staccarsene il più presto possibile :
«Quale si iiin [augurata vaghezza di veder la luce hanno quelle
sciaurate?» domanda attonito^ vedendo la schiera delle anime che dovranno
ritornare nei corpi mortali: e, questa domanda, in cui si sente alitare
un soffio gelido di ascetismo, ci richiama tosto, alla mente le parole
che un altro personaggio platonico e troppo virtuoso, il Goffredo del
Tasso, rivolge ad Ugone, che ^ì\ mo- stra, fra le sedi dei pii guerrieri,
la sua: Quando ciò Ha ....... il mortai laccio
Sciolgasi ormai, se al restar qui m*è impaccio (37). E
veniamo ora al secondo punto, al disprezzo di Virgilio per Taniore
sensuale e la donna. Che V ascetismo, condannando tutto ciò che avvìnce r
anima al corpo e distrae lo spirito dalla contemplazione delle cose
divine, inspirasse agli uomini T orrore più profondo per l'amore dei
seirsì. è cosa che certamente non potrà sembrare strana. Se v' ha una
passione che più affetti il senso, la materia, la carne, e quasi le
simholi/ggi in sé stessa, questa è certamente la passione d' amore,
contro coi gli asceti antichi e moderni lanciarono i fulmini più infocati
della loro eloquenza. Tra questi è naturalmente il 6ommo filosofo
ateniese. Egli condanna se- veramente la voluttà, e dice che essa non
pure è malvagia per i mali che può trar seco, ma è anche riprovevole in
sé stessa, ■ perchè ci fa malamente godere». Egli consiglia a tutti la
più rigida castità, e predica una purezza di costumi che a quei tempi e
in quella societtt doveva sem- brare, egli stesso lo sente, cosa strana
ed impossibile (38). Tutto ciò si trova anche nelle opere di Virgilio,
cominciando dalle stesse BucoHclie, il cui genere poetico può sembrare
per verità il meno adatto alla espres- sione di tal sorta di dottrine.
Nelle Bucoliche V amore è descritto dai lamenti degli innamorati come una
passione cui non è postiibile re sistere : Omnia
vincit umor, et nos cedanios amori (39), come triste divinità
generata nelle più selvaggie contrade, tra le più bar- bare genti :
Nane scio, quid sit Amor; duris in ootibus illum Aut Tmaros,
aut Rhodope, aut cxtromi Garamantes Nec generis nostri puerum nec
sanguinis edunt (40), -^"-•t- ' '^
I. 150 Esso sconvolge iV un
sùbito V animo e la mente degli uomini, trasci- nandoli al delirio ed
all'errore: Ut vidi, ut perii, ut me inalus abstulit error
(41), facendo loro provare le pene più crudeli e riducendoli l^en
tosto a com- pleta rovina: r .Ileu, heu, quam pingui
macer est milii taurus in arvo! Idem amor exitium pecori
pecorisquo magistro (42), f spingendoli da ultimo ai
più nefandi delitti, e inducendo persino le madri a macchiarsi le mani
nel sangue dei figli : Saevus amor docuit gnatorum sanguine
matrem Commaculare manus: crudelis tu quoque mater; Crudelis mater
mai^is, au puor improbus iile? tesso Bahellieo porco corre precipitoso,
ed aguzzò i denti, e scava col piode la terra, frega le coste ad un
albero, e qua e là indura gli omeri alle ferite» (lf>). Lo stesso
dicasi delle puledre, del 9. gennai acre lupò^ti/n atqae cfinuììi*, delle
filynces Bacchi rariao^ dei paurosi cervi, e, intìne, del toro, che
l'agricoltore dovrà tener lontano dalla giovenca, perchè Carpit...
vires paulatim, urit^ue videndo Femina, nec uemorum patitur
mcininissc, n&. herbae (^7). Ma tutta questa esagerata
descrizione degli t^tletti dell'amore sui bruti, non serve al nostro
poeta che come pret*'S4to pt r vt air poscia a dipingere coi più neri
colori le tristi conseguenze die e^sio ha sugli uo- mini. E infatti,
saltando rapidamente dal sabeUica:^ a^m alla i^perìe uLiiana, egli si
domanda : Quid juveuis, magnurn cui vorsat in ossibas \%m\\\
Durus amor? La descrizione che precede lascia agevolmente
iinsigitmre quale duhba essere la risposta : Ncinpo abruptis
turbat^i iiroj^llis . Nocte natat cacca sorui freta; iiucm super
ìn^en* Porta tonat coeli» et scopulia illi^a rcclanuuìt Aequora;
noe aiiscri possunt revocare par^iut^^a, % Nec nioritura super crudeli
fuaere virgo Ctti). Né Virglio s'è accontentato di descrivere in
una maui*!ra cosi gene rale e, (]uasi diremmo, teorica, i mali e le
sciagure cIjl' trae sero l'ar- dore della carne. Egli ha anclie voluto
porre sotto gli occhi de* suoi con- cittadini un esempio concreto, che
servisse loro ^ Ipse ante alios pulcherrimus ouines Infert se
socium Aeneas, atquc agmina jun^it : Qiuilis ubi bibernain Lyciain
Xanthique fluenta Deserit, ac Delum' maternaui invisìt Apollo,
Instaiiratque clioros, mixtiquc alturia cìrcum Crctcsque Dryopesque
fremunt pictique Agathyrai ; Ipse jugis Cynthi graditur, molliquo
fluentom Fronde premit crioem fingens, atque implicat auro; Tela
sonant humeris Haud ilio segnior ibat Aeneas ; tantum egregio decus
enitet ore (50). Del resto, Virgilio ci fa conoscere lo scopo che
lo muove in un'altra maniera, e cioè coi rimproveri che ora questo ora
quello dei personaggi rivolgono ad Enea per la sua effemminatezza. Così
Mercurio, il dio alato, lo chiama da prima servitore di femmine^ poi
addirittura pazzo (51); larba, nella sua preghiera a Giove, lo dipinge
come un Paride con cor- teggio di eunuchi, mitrato alla Meonia il mento e
profumata la chio- ma (52) ; e la fama va descrivendo ai popoli i due
innamorati in questo modo : Nunc hiemem Inter se luxu, quam
longa, fovere, 1^ KegQorum immeniores turpique cupidine captos
(53). Ma in Enea, come abbiam veduto, codesto amore è una cosa
affatto superficiale e passeggiera, che sparisce come per incanto al
primo avver- timento degli dèi. È in Bidone che esso è causa di
irreparabili sciagure. i ^^Plllipi —
.^--- -- ..^..^^^...^^^^ . , u|j.iiiju|,|ij,,j|jppaj||pppp
153 trascinandola prima all'abbandono dei suoi doveri di regina,
poi al di- sonore, e infine al suicidio. Avanti della venuta di Enea,
essa ed H suo popolo non avevano altra cura che la prosperità della nuova
patria, e Virgilio si sofferma di proposito - per far risaltare il
contrasto - a d. La stessa Didone « lieta s' aggirava tra i suoi sudditi,
incoraggiando le opere e il futuro seggio del regno ;.... dava ordini e
leggi, distribuiva il lavoro in giuste parti, e traeva a sorte le fatiche
e le opere • (54). Ma al [giun- gere di Enea sembra che un vento di sventura
si riversi sopra cotk-sto popolo laboVioso e felice. Innamoratasi
follemente del duce troiano, Tm- /'elix Dido non pensa più che a
soddisfare la propria passione ; cosicché i Cartaginesi, sviati dalle
continue feste, privi di direzione e di consiglio, abbandonano l'impresa
iniziata con tanto entusiasmo, e anneghittisroiio neirozio. Frattanto i
nemici rumoreggiano minacciosi ai confini, ed i re \ affricani,
delusi nelle loro speranze, si preparano alla vendetta. i Tutte le
pene, tutti i sussulti, tutte le ansie che possono far palpitare \
un cuore di donna follemente innamorata, tutte le febbri che possono
scori- \ volgere i suoi sensi eccitati, sono descritte nello
splendido libro quarto con una evidenza e una precisione, che ci rilevano
ancora* una voHa in Virgilio il psicologo finissimo, oltreché l'artista
insuperabile; ma le tinte alquanto cupe ed esagerate ond'egli colorisce
la sua descrizione, la cata- strofe con la quale finisce, il sèguito
fosco che essa ha nei iuycnteìi campi (campi del pianto), ove la
miserrima Dido si dispera ancora tra quegli infelici quos
durus amor crudeli tabe peredit (55), tutto ciò ne rivela, sotto
l'artista e lo psicologo, Tasceta che vuol ammo- nire l'umanità a fuggire
le lusinghe della carne, descrivendone al vivo i mali ed i pericoli, il
moralista severo che condanna l'amore quando è pura febbre dei sensi, non
patto sancito dalle leggi e dalla religione. «Prima del matrimonio tu
devi serbarti puro il più possibile dai piaceri corporali i dirà più
tardi Epitteto (56) ; e molti secoli prima Platone, ri- formando nelle
sue Leggi la legge reale, condannava il marito che teneva in sua casa una
concubina, «anche quando questa concubina è una schiavai.
Didone non è moglie, ma soltanto amante, e amante doppiamente
colpevole in quanto ha rotto il pegno di fedeltà giurato al defunto
.Sicheo. 1 154 É questo il
suo unico, il suo imperdonabile errore; ed è appunto il ri- morso di
violare la giurata fedeltà coniugale, che le dà forza di resistere fino
all'ultimo agli assalti disperati delF amore. Agnosoo veteris
vestigia flainmae. Sed mibì vel tellus optein prius ima dehiscat,
Vel Pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras, Pallentes umbras Èrebi,
noctemque profundam, Ante, pudor, quam te violo, aut tua jura resolvo
(58)* Ma r impeto della passione e il malanimo di una nemica
divinità la travolgono alfine : nella spelonca ove s' era rifugiata, sola
con Enea, per ripararsi dal temporale suscitato da Giunone, il gran
delitto si compie : lUc dies primus leti primusque malorum
Causa fuit (59); ed allora, quasi per nascondere ai propri occhi la
vergogna dell' aver vio- lato le leggi del pudore, essa cerca di illudere
sé stessa, di diminuire U propria colpa chiamando u matrimonio » il nodo
che la unisce ad En^i: Cooiugium vocat: hoc praetexit uomine culpam
fCO)/ Ma questo non è che un inganno di peccatrice conscia di tutta
l'e- normità del proprio peccato, e da questo momento Virgilio Y ha già
giu- Iflicata e condannata. Solo da ultimo sembra che ei voglia perdonare
V in- felice regina; ed è precisamente quando ce la descrive nel regno
delle ombre, insensibile ai lamenti e alle proteste di Enea, tutta
assorta nel ricambiare l'amore dello sposo: Tandeiu corripuit
sese, at(iue inimica refugit Ili nemus umbrìferum; coniux ubi pristinus
illi Rcspondct curis, aequatque Sycliaeus aiiiorem (61).
§ \\. — (Juesta arcigna severità, questo austero disprezzo per le lusin-
ghe della carne e dei sensi, doveva generare inevitabilmente un senti-
mento di odio e di avversione per colei che dell'amore è la partecipe
necessaria e la ministra principale: la donna. Lo spirito misogino è
infatti una delle caratteristiche più spiccate della età di maggiore
ascetismo; ■^s — w,«-i--r-^-
155 dove trovai'e, ad esempio, maggior violenza di invettive
contro la donna che nei Padri della Chiesa e in tutta la letteratura
sacra e profana del- l' età di mezfo ? Eppure Cristo aveva cercato di
dittbndere tra ì suui se- guaci un più alto concetto della dignità
femminile, e la religione cristiana, sebbene accusasse Eva del primo
peccato, venerava in Maria la salvatrice del genere umano. Ma era
inevitabile che la morale ascetica del cristia- nesimo, contraddicendo alle
stesse sue massime di fratellanza e dì amore, dovesse condurre all'odio
più intransigente contro la donna: «chi predi- cava - dice il Frati - il
distacco assoluto dello spirito umano dalie vanità terrene, trovava nella
donna il più forte ostacolo; poiché in essa sono rappresentati tAti i più
potenti vincoli che legano Tuomo alla vita, e per essa r uomo commette i
maggiori peccati » (1). Chi non conosce la lunga e roboante apostrofe
contro la donna di Giovanni Boccadoro t «i nel yesto secolo, si discusse
a lungo e con tutta serietà se la donna aveva o non aveva un'anima
(4)! Lo stesso misoginismo noi possiamo trovarlo in quei filosofi
pagani^ le cui dottrine spiritualistiche ed ascetiche prepararono nel
mondo antico la vittoria del cristianesimo. Platone mostra di avere della
femmina un concetto non molto diverso da quello dei Padri della Chiesa :
vedendo nu giorno alcune donne che piangevano una loro compagna defunta,
esclamò; u il male s'attrista perchè il male è partito» (5); e nella sua
Repntibiica, volendo tracciare il quadro di un^ scapigliata società
denÉOcruiica, ci mo- stra, come supremo assurdo, lo schiavo che rifiuta
obbedienza al padrone e la moglie che pretende d'essere uguale al marito
(tJ). Gli stoici romani dell'ultimo periodo sono anch'essi molto severi
verso la gentile compagna dell' uomo, e non le risparmiano i più acri
rimproveri, u Tania qmmlam demcnlia lenel - dice Seneca - ul sibi
conlumeliu/ìi (ieri puleni ponine a tnuliere; quid re/eri quam fiabeaìil,
quod leclicarim habeniem, quam oneralas aures, qua?n laxani sellami aeque
impiruiìen^ aìiimal est^ et^ nisi scienfia accessil ac malia erudilio,
f'eimm^ CHpidifatujìi tnvimli- utviò-» (7). Quanto a Virgilio, egli si
ricongiunge anche per questo lato a (luelhi corrente ascetica che,
originatasi in Grecia coji Socrate e Pla- tone, passando attraverso alle
scuole d'Alessandria e allo stoicismo pla- tonizzante dell'impero romano,
sbocca da ultimo nel gran mare del mi- sticismo cristiano. La sua
avversione per i piaceri della carne e per tutto i
156 ciò che vincola in qualche modo T anima al corpo,
non poteva non con- durlo al misoginismo; e se in lui cercheremmo invano
le apostrofi vio- lenti degli asceti cristiani o l'altero disprezzo di
Platone e (Ji Seneca, tro- vare mo però, e specialmente nell' Eneide, un'
inimicizia decisa per colei che induce l'uomo al peccato.
Dello spirito misogino di Virgilio abbiamo già avuti alcuni
recentis- simi esempi: vedemmo come egli, mirando ad un fine più alto,
ammonisca r agricoltore a tener lontani i tori dalle giovenche, «poiché
la femmina consuma loro a poco a poco le forze, e li strugge al solo
mostrai*si »; ve- dtimmo come i due soli suicidj che avvengono
nell'Eneide siano di donne. Aggiungiamo ora che così Amata come Bidone
sono ^inte al suicidio per aver sacrilegamente posto ostacolo alle
imprese di Enea, volute ed aiutate dagli dèi; che tanto l'una (jome T
altra si uccidono dopo aver dnto spettacolo di furori spaventevoli, che
il poeta ha cura di indicarci come propri soltanto della donna,
chiamandoli wue feniìneae (8) e dimo- strando furens quid f emina possit
(9); e che infine, trasgredendo alla verità storica, egli ha voluto far
morire la moglie di Latino d' una morte pili infame di quella che la
tradizione narrava; poiché, secondo Fabio Pittore, Amata sarebbe morta
non col laccio ma d'inedia (10). Altra cir- costanza che ci pone sotto
gli occhi il misoginismo virgiliano, è il fatto che di tutte le
traversie, di tutte le sventure subite dal condottiero dei Teucri nella
sua lunga e dolorosa odissea, è causa diretta o indiretta la doimii. La
leggenda omerica aveva già indicato una femmina, Elena, come Foiigine
prima della rovina di Troia. Seguendo accuratamente la via se- gnata da
questa tradizione, Virgilio fa risalire a femminili ambizioni
insoddisfatte Todio implacabile di Giunone, causa di tutte le sventure di
Enea: Nec dum etiain causae irarum^ saevique dolores
Exciderant animo; manet alte mente repostum Judicium Paridis, spraetaeque
injuria formae (H); di più, è una femmina quella Bidone che,
avvincendo Enea nelle sottili ujaglìe d'amore, mette in perìcolo
l'impresa d'Italia voluta dai fati; sono femmine quelle matrone troiane
che, eccitate da Iride, urlando e schia- mazzando incendiano con tizzoni
ardenti la flotta di Enea per impedirgli di partire dalle contrade
sicule: At matres attonitac iiionstris, actaeque furore
Conclamant, rapiuntqiie focis penetralibus ignem: Pars spoliant
aras, frondcm ac virgulta, faces(iue Conjiciunt: furit immissis Vulcanus
habenis Transtra per, et remos et pietas abiete puppes (12);
v^^if^Z7;^r^'^r^ ^rr -^-^^-^^^^-^ - ,-^^y.--^yr^?-T.-> l -» i
^M.y,^..v^.v. i H^ » iuyy4. ' j ! ^gtPU ' «. - 157
ed è ancora per colpa di una donna, 1^ fìglia di Latino, che tutto il
Lazio è sconvolto da quella lunga e sanguinosa guerra che occupa tutti i
sei ultimi canti del poema: Gau8a mali tanti coniux iteram,
liospita Teucris, Externique iteruiu thalami (i3). Ma vi è un
ultimo episodio, assai caratteristico, che ci mostra nel modo più
evidente quale concetto e quale stima avesse il nostro poeta del ^sso
gentile. È T episodio della vergine guerriera Camilla, che armata di
tutto punto, combatte con virile coraggio per la difesa del proprio paese
(14). Nata fra le orride balze e i dumi dei monti solitari, nudrita con
lacte ferino, educata fin da bambina ai più rudi esercizi maschili, a
maneg- giare il giavellotto e la fionda, ad inseguire le fiere per le
selve, la figlia di Metabo serba l'animo insensibile alle dolci lusinghe
dell'amore; « in- vano molte madri tirrene agognarono averla per nuora»,
perchè Camilla sola contenta Diana Àeternum telorum et
virgiaitas amorem intemerata colit Ma Virgilio non si lascia
convincere da questa apparente virilità di Camilla. Antifemminista deciso
- come oggi si direbbe - egli vuol anzi dimostrarci che, per quanto
virilmente educata, la donna rimane sempre donna, vale a dire un essere
volubile, leggero, amante delle frivolezze e delle vanità. Poiché è
questo il concetto che egU ha della donna, e ce lo esprime chiarameiile e
seccamente in quella breve sentenza: Varium et mutabile
semper Femina (15), « la femmina è un essere vario sempre e
mutabile »; la qual sentenza ci appare tanto più ingiustificata e brutale
inquantochè è riferita a quelPap- passionata Bidone che dimostrò
coll'esempio di essere ben più ferma nel proprio amore dell' uomo che l'
avea sedotta. Tornando dunque all' episo- dio di Camilla, s'aggirava tra
le file troiane un tal Cloreo, la cui splen- dida armatura frigia
luccicava da lungi; aveva le gambiere alla barbarica, la veste purpurea,
l'arco e l'elmo d'oro, e teneva annodato con aureo fermaglio il croceo
manto e la giubba di lino. Lo splendore di questo acconciamento - che il
poeta descrive con una ironica minuziosità e uno sfoggio malizioso di
yezzeggiativi che non sfuggi nemmeno ai più antichi commentatori (16) -
attira l'attenzione di Camilla, la quale, quantunque abituata dal padre a
sprezzare i vani adornamenti e a coprirsi di una 1
158 semplice pelle di tigre, sente iicciMulorsi tutta
dal capriccio donnesco, dalla feraniiuile vjighezza {/emàfeo atnore) di
adornarsi di quell'auree vesti- menta. Ma fio fu causa duihi sua rovina:
che, mentre era tutta intenta ad inseguire Cloreo, non cunmflosi che di
lui e delle sue belle vesti, Anmte, còlto il destro, le vibra V asta
sotto la scoperta mammella e la ferisce a morte: Labi tur
exanguis; laEniatur frigida leto Lumina; lairptirous qnùndam color
ora reliquit..... Vitrtque mm gemitìi fui^lt indignata sub umijras
(i7). Ci si potrebbe obbiettare che il misoginismo virgiliano non è
affatto una coiise^Lieoza dei principi morali del poeta, perchè nella
società romana la donna ora sempre stata coiisidei'ata come un essere
inferiore, e tenuta quasi in Ktato di schiavitù. Ma questo non è se non
uno dei tanti pre- giudizi che pesano sul popolo romano, e traggono
origine da una imper- fettissima conoscenza delle sue abitudini, dei suoi
costumi, della sua edu- cazione. Chi si limltaase a prendere in esame la
legislazione romana, sarebbe indotto realmente a credere che la
condizione della donna doveva essere assai ini elice; ma cbij lasciando i
testi delle leggi, si facesse a stu- diarne la vita, si accorgerebbe che nella
società romana la donna occu- pava un posto eguale, se non superiore, a
quello da essa occupato nella società tnodenia. lu nessun popolo antico,
e meno di tutti nel greco, la madre di famiglia fu tenuta in maggior
stima, più circondata di riguardo e di venerazione delia matrona romana.
Tra le pareti domestiche essa è veranieute regina, rispettata dal marito,
venerata dagli schiavi, dai clienti e dai iìgli; ba parte
neiramunnistrazione del p^atrimonio*e nel governo della casa, compie i
sacrifizi, custodisce l'altare dei lari, le imagini degli antenati e il
tesoro domestieo. Fuori della casa il potere delle donne si va esten-
dendo sempre più; esse avevano il diritto di riunirsi in associazione, e
sotto Eliugaliab giunsero pei^ino a formare un niccolo' senato
(senacidum) con attribuzioni speciuli. È nota a tatti la grande influenza
che esse eser- cì tiu^ono durante tutto T impero: bastava entrare nelle
grazie di qualche donna delFainstocrazia per essere sicuri di fare una
brillante carriera; Seneca stesso ottenne la questm^a per gli intrighi di
una sua zia (18). Ma la corjsuguenza tli gran lunga più importante
che trae seco l'op- posizione tra r anima e il corpo, tra il princìpio
spirituale e il principio materiale, è la continua preoccupazione della
vita futura. Ed è, del resto cohseguenza naturalissima. Se la vera
esistenza non è quella che si con- duce quaggiù, ma quella che si vive
nelle regioni del sovrasensibile, se la vita terrena non è che un
transito doloroso preliijliante la vita eterna deiroltretomìKU ove
rauiiuti (ìcvt^^ purificarsi di tutte le macchie contratte neirimmoiidu
connubiu dei curpuj l'uomo deve sentirsi continuamente
i5d oppresso dal pensiero di codesta esistenza oltremondana
di dolere o di beatitudine, e dal desiderio di squarciare i veli che la
nascondono :il suo sguardo. Platone ci offre per primo l'esempio più
caratteristico di qnL^sUi preocoupazione dell'oltretomba^ che trasfusasi
molti secoli più tnnlì nel cristianesimo, alimentò le tetre e spaventose
visioni degli asceti delT cU\ di mezzo. In ben quattro luoghi delle opere
platoniche il probabili^ st;ìto delle anime dopo la morte del corpo offre
argomento di lunghe rirmbe al sommo filosofo greco; e in tutti quattro
questi luoghi la desrrì/inne della vita futura, ormeggiando pur sempre le
credenze popolari e filosi illclir più diffuse, è fatta in modo
sensibilmente diverso. Il che ci provn am quale inquieta sollecitudine,
con quale ansia non mai soddisfai hi lu sguardo di Platone cercasse di penetrare
i paurosi misteri dolln vita futura. I Romani, popolo grave e
riflessivo per natura, avevano coni infoiato assai presto a prestar fede
alla persistenza della vita dopo la morto: ti- I cerone, nelle sue
Tusculane, si compiace di constatare che questa crr- denza aveva origini
antichissime nella storia di Roma (19). Tuttavìa, sic come essi credevano
da principio che nella tomba persistesse Fani ma in sìenie col corpo, e
che i morti fossero tutti buoni e felici {manes=\*\ìnin), così il problema
della seconda vita non li preoccupava gran fatto. Mm do poche, per i
continui rapporti con l'Egitto, con la Grecia e con FElrurìa, penetrarono
anche in Roma le fosche visioni della fantasia orientale v h' tragedie di
Sofocle e di Euripide da un lato, i testi di Platone dallaltro, ebbero
diffuso le leggende greche del Tartaro e dell'Eliso, la paura ru-
pei*stiziosa degli inferni cominciò a turbare la mente dei Romani. I
tnisì come io le ho esposte, non s'addice ad uomo di mente; ma però rhe
o questo' ó qualcosa di simile succeda delle anime nostre e delle loro di
inni e, poiché mostra che l'anima nostra sia immortale, ciò, mi sembra,
s'addire; e vale il pregio d'arrischiarsi a crederlo; poiché é bello il
risiilo, *■ ^1 deve con simili credenze fare come l'incantesimo a sé
medesimi» ,^i) Questi terrori divennero alla fine tanto
intollerabili, che La(i*e/ja cercò liberarne i suoi concittadini,
dimostrando loro che l'anima iinri e incorruttibile, ma si spegne insieme
col corpo, e che quindi niilla ah 160 biamo a
temere dopo la morte. Ma se la calda parola del poeta della natura potè
avere, come vedemmo, larga eco nelle anime delle persone cólte sul finire
della repubblica, perdette ogni efficacia collo stabilirsi deir impero. I
tempi di più in più tristi favorivano V ascetismo, reli- gioso, e la
preoccupazione della vita futura tornò ad agitare la cupa fan- tasia di
quel popolo di oppressi. Plutarco, che pure aveva combattuto con tanta
copia di argomentazioni la dottrina epicurea sulP annienta- mento dopo la
morte (22), ci ha lasciato una preziosissima testimonianza degli spaventi
superstiziosi che suscitava l'oltretomba in quei primi due secoli deir
èra volgare. « La morte - egli dice - è la fine della vita di tutti gli
uomini, della superstizione non già ; ma passa oltre a' termini del
vivere, facendo più lunga la paura che la vita, e congiungendo c/>n la
morte una imaginazione di mali estremi; ed allorché viene al riposo, si
persuade che ricomincino altri travagli da non aver mai fine. S' aprono
le profondte porte di non so che Plutone dio dell' inferno, e vanno
discor- rendo fiumi di fuoco, e si distende insieme la corrente, e
profonda riviera di Stige, s'ammassano d'ogni intorno tenebre ripiene di
mille e mille apparizioni dì spiriti, ed anime rappresentatrici di
imagini orrende alla vista, e voci pietose a udirsi, e sonvi molti
giudici, e tormentatori e pro- fondi abissi, e caverne colme d'infiniti
mali. E cosi la miserabile super- stizione che scampò in vita il castigo
d' Iddio, non se ne accorgendo si fabbrica aspettazione di mali
inevitabili di morte, ninno dei quali si ri- trova nell'empietà»
(23}. Questa preoccupazione dei mali inevitabili di morte, questa
triste fantasia di tormenti e di tormentati, di profondi abissi e di
spiriti ge- menti, ci è facile riscontrarla nei poemi virgiliani, e più
di tutto nel canto sesto dell'Eneide. Noi studieremo nel paragrafo
successivo la con- figurazione deir inferno virgiliano, la distribuzione
che vi è fatta dei premi e dei castighi, l'intento che mosse il poeta a
comporre codesto tragico canto della morte, il modello che gli servi di
guida; per ora ci basti trarre in luce - a prova del nostro asserto - il
carattere fosco e terribile che domina in tutta codesta
descrizione. E invero, Virgilio non è rimasto inferiore al filosofo
ateniese ed ai tragici greci nel descrivere coi più oscuri colori le
domos Ditis vacuas et inanta regna (24) ; e noi non dobbiamo stupirci se
il libro sesto dell'E- neide, letto avidamente dai Romani, ebbe per primo
effetto di spingerli a preoccuparsi sempre più dello stato delle anime
dopo la morte e servi più tardi ai Padri della Chiesa per rieccitare nei
fedeli il timore dell'in- ferno (25). Fino dai primi versi, prima ancora
che il suo eroe discenda negli abissi, il nostro poeta comincia ad
assumere quel tono cupo che lo accompagnerà durante tutta la descrizione.
Siamo alle grotte del lago d'Averne, non lungi da Pozzuoli in Campania,
in cui la fantasia dei po- poli italici riponeva da tempo l'apertura dei
regni infernali. Questa ere- li] J Wypm! il ^W
^|>|y)||y^^B^>^- 161 denza era
diffusissima e durò fino alla completa caduta del paganesimo, per quanto
Lucrezio avesse cercato con ogni sforzo di distruggerla (26). II luogo è
bello e ridente, ma Virgilio lo dipinge in modo ben diverso :
Spelunca alta fuit, vastoque immanis hiatu, Scrupea, tuta lacii
nigro nemorumque tenebris: Quam super iiaud ullae poterant impune
volantes Tendere iter pennis: talìs sese halitus atris Faucibus
effundens supera ad convexa ferebat (27). Enea e la sibilla, fatti
allontanare i profani, s'inoltrano nella pau- rosa caverna, non senza che
prima la sacerdotessa abbia esortato il com- pagno a munirsi di tutto il
suo coraggio, e che il poeta non si sia rivolto agli dèi « delle tacite
ombre e dei luoghi dove vastamente regna la silen- ziosa notte », per
ottenere il permesso « di palesare le cose sepolte nel profondo della
terra e involte nella caligine ». Giunti sulla soglia deirin- ferno, i
più orrendi mostri si avventano contro i due sotterranei pelle- grini: il
primo è Orcus, il dio personificante la morte stessa, il dio che più
d'ogni altro empieva di terrori la mente dei Romani. Esso era rap-
presentato in tutte le forme più spaventose : ora appariva come guerriero
armato che dà al morente il colpo di grazia; ora gira silenziosamente per
i luoghi abitati, picchiando a tutte poj^e ; ora volteggia per Tarla, de-
mone notturno, librandosi sulle immense ali nere (28). Dopo Orcus ven-
gono le personificazioni di tutti gli altri flagelli umani : i pallidi
morbi, la triste vecchiezza, Io spavento, la fame, la povertà, lerribiles
oisu far- mae; poi la morte, la fatica, le voluttà, le furie, la guerra,
e infine la Discordia demens, Vipereum orinem vittis innexa
cruentis. E non basta ancora; accanto a queste figure allegoriche,
prodotto di una età più evoluta, Virgilio pone a guardia dell' inferno
tutti i mostri deir antica mitologia omerica, come i Centauri, i Titani,
le Gorgoni, le Ai-pie, r idra di Lerno, horrendwn strìdéns, contro cui
invano si slancia Enea, per trapassarla con la spada. Frattanto sono
giunti al tremendo fiume, al tartareo Acheronte, « simbolo - dice il
Preller - di tutti i ter- rori e di tutte le paure che inspira il mondo
sotterraneo, tantoché gli Etruschi diedero il nome di Acherontica a tutta
quella parte della loro letteratura sacerdotale che tratta delle anime
dei morti e del loro culto » (29). Li trasporta all'altra riva Caronte,
il terribile nocchiero noto a tutti i popoli antichi, spaventosamente
pallido ed irsuto : Portitor lias orreodus aquas et flumina
servat Terribili squalore Charon: cui plurima monto Canities
inculta jacet; stant lumina flamma; Sordìdu» ex humeris nodo dependet
amictus, ";^f^rjP^-»F!^j ^ 165
cuor della notte, in forme sempre strane, gigantesche, paurose :
cosi Tornbra di Creusa appare innanzi agli occhi del marito maggiore della
nota figura (nota major imago); quella dì Sicheo è ingigantita in modo
meraviglioso nel pallido aspetto {ora modis atloltens pallida miris);
quella di Ettore è in forma ancor più paurosa^ e par di sentire un fre-
mito di raccapriccio nella de^s^Tìzione che ne fa Enea : « Eni l' ora in
cui la prima quiete comincia ]>er gli stunclil mortali, e gratissima
serpeggia per dono degli dèi. Quand' ecco il mestissimo Ettore parve mi
apparisse dinanzi, e spargesse largo piantn, stra.scinato come un tempo
dai carri, e lordo di polvere sangui nule uta, e traforato dalle correggi
e i piedi ri- gonfi. Ahimè, com'era ridotto! quanto cangiato da queir
Ettore che tornò vestito delle spoglie d* Achille, o dopo lanciale le
Frìgie fiamme sulle navi dei Greci! Aveva squallida la barba, e i capelli
raggrumati nel sangue, e coperto di ijuelle ferite che innumerevoh
ricevette sotto le paterne mura». Altre volte le Lar%a- dei defunti
assumono formo di lu- gubri uccelli, che vagando nel cupo della notle
perseguitano coi loro urli lamentevoli i miseri mortali. È questo il
destino dei morti Etoli, che riempiono di terrore le ni (4:J).
Poiché sarebbe inconcepitale che una qualsiasi divinità del mare, del
fuoco, della terra o del cielo, fosse pure Hiove o Saturno, avesse T au-
dacia di rompere un giuratjientu l'atto sulla testìnmnianza degli dèi
del- r inferno : Cocyti stagna alta vides, Slydamque
pahideni, Di cuius jurare tiiiieat et fallerc niuneii ili di tutte
le altre divinità, poiché il loro cuore è incapace di alcun hentimento di
perdono : I ^1 IJi i pPH
^ 166 manesque regemque
tremendiim, Nessciaque humanis precibiis. mansuescere corda (45).
Una delle [n\x terribili tra le divinità infernali che ci sono
ricordate nei poemi virgiliani, è la pallida Tisipfione^ la maggiore
delle tre Furie. Essa risiede ordinariamente nella parte più profonda
dell'inferno, in quel recìnto circondato da tre girbni di mura e dal
Flegetonte, in cui scontano le loro pene i più scellerati tra i
peccatori. Ivi, « impugnando un flagello, con una mano percuote i rei
schernendoli, e con la sinistra aiTUotfindo orridi serpenti, chiama il
feroce stuolo delle sorelle » (46). Perù questa officio è ben lungi dal
bastarle ; a quando a quando essa abbandona i morti regni per
precipitarsi sulla terra, a portarvi lo spa- vento e il dolore: ila
squallida Tisifone, sortita alla luce dalle tenebre dello Stìge.
incrudelisce ; essa conduce davanti a sé i morbi e la paura, i e ogni
giorno più alto sorgendo, leva T ingordo capo » (47). Altra terribile
\ divinità infernale è quella che Giove manda a Giuturna, la dea delle
sorgenti e dei fìuniij per annunziarle la morte imminente del
fratello : « dicesi essere diu' maledizioni chiamate Dirne, che la orrida
Notte generò ad un parto con la Tartarea Megera, e V avvinse con uguali
serpenti, e Fanno di ali sventolanti. Queste appaiono innanzi al trono di
Giove e ' ^ sulla soglia de! re tremendo, e incutono spavento ai poveri
mortali, se ' talora il re de^di dèi minaccia morte orribile, e
malattie, ed atterrisce • con guerra cittìi colpevoli » (48). All'
apparire dell' orrendo mostro, Giu- turna comprende che la propria
potenza di dea è resa ormai inutile, e * Turno noti tt^nta più
nemmeno di difendersi dagli assalti di Enea: Tlle membra
novus solvit formidine torpor; Arrectaeque horrore comae, et vox faucibus
haesit. Ma di gran lunga più terribile e spaventosa di tutte è la
pestis aupera Aleelo^ le cui geste occupano buona parte del libro settimo
(49). Essa am:i y le tristi guerre, le ire, le insidie, i notevoli
delitti > ; ed è tanto orrenda che non soltanto la temono i mortali,
ma « tino lo stesso padre Plutone la odia, fino le sue Tartaree sorelle
odiano un tal mostro: in tanti aspetti si trasmuta, tanto ne è orribile
la figura, tanti serpenti spaventOfsaraente le pullulano intorno ». Il
suo genio malefico non ha contini, e Giunone, che s'è rivolta a lei per
far insorgere il Lazio con- tro Enea, le enumera con compiacenza tutte le
arti infernali di cui può disporre : ; per scendere « fra le ombre
crudeli », a « soffrirvi i inali e- stremi » (52) ? Aveva ben
ragione il severo poeta della Natura : gli uomini, imagì- nando una
continuazione della vita oltre la vita, s'erano illusi di risol- vere il
tormentoso problema della* morte ; ma non avean lat to che ren- dere
ancora più paurosa quella che è la fine naturale ed inevitabile di ogni
organismo vivente. 168 I 4. — Se noi ci facciamo
a considerare la catena degli avvenimenti che costituiscono il poema di
Enea, potremo accorgerci facilmente che il libro sesto non ne rappresenta
un anello necessario ; la discesa del con- dottiero troiano neir inferno
non è per nulla indispensabile allo svolgi- mento dell' azione, né la fa
procedere di un passo. Anche T episodio del- l' amore di Bidone, ad
esempio, può sembrare a tutta prima affatto inu- tile alla trama del
poema; ma esso era invece indispensabile per dar modo al poeta di esporre
in forma drammatica e succinta, secondo i più savi criteri dell'arte, gli
antefatti dell'azione. Eppure, il libro sesto è per avventura uno dei più
belli, dei più succosi, dei più finiti che la musa virgiliana abbia
dettato; e lo stesso poeta mostrò di esserne pienamente soddisfatto,
leggendolo come saggio e come primizia all'imperatore ed a' suoi
famigliari, che l'ascoltarono ammirati e commossi. Quale intento speciale
persuase .dunque Virgilio ad innestare al suo poema codesto splendido
canto dei morti e dei nascituri ? Furon molte le ipotesi e le
interpretazioni avanzate a tal proposito dai commentatori d'ogni età e d'
ogni paese, e noi fra breve sottoporremo ad esame alcuna di quelle che
hanno ancora maggior sèguito e possono sembrare più fondate. Prima però
sarà necessario esponiamo brevemente V ipotesi nostra, per dimo- strare
poi, al confronto dì essa, qujinto abbiano le altre di erroneo o d'
incompleto. IVr quanto la credenza nella vita futura fosse assai
antica e diffusa tra ì Romani, pur tuttavia essa n^n riuscì ad assumere
per codesto po- polo - come, in generale, per tutti i popoli antichi -
una forma chiara e ben determinata, se non dopo la vittoria definitiva
del cristianesimo. Prima di questo tempo, le leggende sulla seconda vita
avevano un carat- tere rtuttuante eii incerto, evi assumevano aspetti
speciali di età in età, da individuo ad indivìduo Da principio i Romani
credevano che nella tomba continuassero a vìvere insieme f anima ed il
corpo ; e questa cre- denza, rivelataci dalle cerimonie funebri e dalle
iscrizioni delle tombe, persìstette tino a quando tiiron distìnti neir
uomo due elementi opposti, la cui separazione dà luogo alla morte. Sì
credette allora che soprav\i- vesse soltanto una parte del corpo, la
parte più pura più leggera ed im- uiatMÙale. vale a dire T anima, e che
tutte le anime si riunissero insieme nel cenine dt Ha torni. Fino a
questo punto, si ora sempre creduto che i in rei f'^ssoro buoni e puri
('(#t\N' e ttì-ittcs): ma dopAohè. per le vicende p.V.ìtìche, si feoero
più intimi i IciTìnii che univano Roma alFEtruria, i R^:!ii:ii
v'Miìiluciaroiio a cre^lelv al pari do^li Etruschi che i morti fos-
Sfr-> oru ìeli, ma!erì/ì, amatiti dol sui::;ie e delle stragi. Una
iscrizione lar'.riu n.va .i::;e più aiì:>ii.\ reo.i qa-.^stt frase
significativa « iiìortum E n:*n è a credete c':ie, a ii.ar.o a man
• ciu- ju-.-ste nuove credenze a: : ivi:: ^ r.up^:i-::i Isi. le ai.ti.^he
sc^iìuwrissvr^ : per quanto assoluta- Ite
mm^^^^T"^^^^ ' ' ™i»i"*""^^^^^WHm»wp
"n « inerite con t radei ito
ri e, essa con ti mi aro no del pari a vivere le une a e evinto alle
altre, generando non poca incertezza e confasione. Cosi acL'auto ai
mane^* si ebbero le tarme etl ì lemure^\ spiriti malici, mostruosi, ven-
dicativi, a placare i rtnali si cele])ravui>o, durante le notti del nove,
un- dici e tredici maggio, speciali «'eriinonie teriebro^^e, descritteci
mi unta- mente da Ovidio (2), Si continuò a versare tazza di sangue
tepido e vi* sceri di animali uccìsi sulle tombe dei morti, ci'ede!ido li
amassero, ed a compiere tutte le altre cerimoiue funebri, clje
tlinotavano il persistere delle primitive superstizioni. Si continuò pnre
a cistruire nel centro delle c*tà il mMndiis, oiifrlnato dalla credenza
che le anime dei defunti si I riunissero nel centro della terra. Era esso
una fossa circolare a forma di cielo rovesciato, il cui fondo era
chiuso da una grossa pietra {lapis ma- j naiis), che si riteneva la porla
del regno sutlerraneo. Questa pietra ve- niva tolta tre giorni ogni
anno (^H a^josto, 5 ottobre e 8 novembre) affin* che gli spiriti
potessero uscire ìiberamentie e vagare per la terra ; quindi codesti tre
giorni eran passati in religiosa contemplazione ed era interrotto j
qualsiasi affare importante di fiimiglia e di Stato (:])* Quandi» alla fine
co- ' minciaroim a dit!bn Cicerone, come vedemmo, sembra inclinare
per la soluzione platonica, sebbene qualche volta si sottermi con
compiacenza sui dogmi aristocratici di Crisippo; Marco Aurelio è tutto
compenetrato dal concetto materiali- , stico del continuo
disciogliersi e trasformarsi degli elementi, quantunque egli pure
accenni talvolta ad una esistenza posteriore alla morte (5); Epitteto non
si mostra meno incerto, ora parlando con convinzione della vita futura e
dell'inferno, ora burlandosi delle leggende popolari sul Oo- cito e
l'Acheronte (li). Ma quello che più d' ogni altro appare incerto e
titubante fra le due ipotesi contrarie è, anche in questo caso, Lucio An-
neo Seneca, il cui eclettismo molti tra gli storici della filosofia
ancora si ostinano a negare. Seneca è il più prossimo ai tempi di
Virgilio, giacche nacque circa due decenni dopo la morte del poeta ; vai
quindi la pena di esaminare un poco più partitamente quale fosse il
pensiero, ..dato che riusciamo a scuoprirlo) di codesto filosofo intorno
alla immortalità deir anima. Chi, aprendo a caso il libro
Della consolazione a Marcia, s'imbat- tesse a leggere il capitolo XIX,
crederebbe senza dubbio di aver a che fare con un filosofo rigidamente
epicureo. Ecco infatti con quali esorta- zioni e con quali ragionamenti
Seneca cerca di consolare la madre del defunto Metilio : « E che mai,
dunque, ti commove o Marcia? fc^se che tuo figlio sia morto, o che non
sia vissuto più a lungo? Se ti addolori perchè è morto, avresti dovuto
dolerti sempre, poiché sapevi sempre che doveva morire. Pensa che un
morto non è afflitto da alcun male; clie 171
tutte quelle cose che ci rendono spaventoso V inforno ^ono una fiaba
; che ai morti non sovrastano né tenebre, né carcere, ne fiumi ardenti
di ' fuoco, né acque d'oblio, né tribunali e peccatori, né nuovi tiranni
in quella libertà tanto larga. Con tali favole i poeti si burlarono di
noi t? ei turbarono l'animo con vani terrori. La morte é lo svolt^iniento
e la fine di tutti 1 dolori, più in là della quale i nostri mali non
vanno: essa ci pone in quella tranquillità nella quale giacevamo prima di
naiàcere. Se alcuno sente compassione dei morti, la senta pure di chi non
e nato. La morte non é né un bene né un male, poiché può essere ben.' o
male sol- tanto ciò che è qualche cosa, ma ciò che non é nulla, ed o^'ni
cosa riduce al nulla, non può sottoporci ad alcuna sventura. Intatti 1
mali ed i beni vertono intorno a qualche materia ; non può essere
trattenuto dalla for- tuna ciò che venne rilasciato dalla natura, né pUit
es^en^ intolice colui che non è niente. Tuo figlio valicò i confini
dentro i quali V uomo serve ; lo accolse una profonda ed eterna pace ;
egli non è più assalito dalla paura della povertà, nò dalla cura delle
ricchezze, ne dygli eeriiamecjti della libidine, che prende gli animi all'
esca del piacere : non è toccato dalla invidia della felicità altrui, né
oppresso dalla sua ; uè le sue pu- diche orecchie vengono straziate da
parole villane; non vede alcuna sventura, né pubblica né privata; non
pende atfannoso dair evento del futuro, che sempre inclina al peggio.
Infine, egli si fermò là dove nulla lo scaccia, dove nulla lo spaventa».
Ma chi volesse da fiuestu brajio eloquente trarre la conseguenza che
Seneca non credeva atTatLo nella vita futura, e condivideva a tal
riguardo le dottrine scettiche di Epicuro, si ingannerebbe a partito ;
basti infatti considerare fiueste parole che, con uguale calore di
convinzione, egli rivolge all'amint Lucilio: « t'rnne il ventre di nostra
madre ci tiene nove mesi, apparei-chìandoci non a sé ma al luogo nel
quale slam dati alla luce, quando siamo preparati e capaci di trarre il
respiro e crescere, cosi per tutti > il tempo cite corre dalla
fanciullezza alla vecchiaia noi siamo come nel ventre della natura. Altro
nascimento, altro stato ci aspetta : noi non possiamo ancora sof- ferire
il cielo, se non dalla lunga. Tu devi attendere con sicurezza V ora in
cui r anima partirà dal corpo, perocché é l' ultima del corpo non del- l'
anima Quel giorno che tu temi come ultimo, è nascita e comincia*
mento di vita perpetua. Abbandona dunque l'errore che ti opprime, e
non dubitare » (7). L'opposizione tra questi due brani è tanto grande,
che maggiore non si potrebbe imaginare: ciò che il primo nega, il secondo
afferma. E questo si può riscontrare ad ogni pie sospinto nelle opere del
tragico e filosofo latino, dalle epistole alle consolazioni, dalle
operette morali alle questioni di natura. Io credo che nessnn filosofo,
da Talete ai nostri giorni, si sia mostrato più titubante e più indiù
semplice colla interpretazione che jj noi abbiali! data. L'
ingtigno paradossale del Warburton si è acconten- ttato di
accumulare analogie su analogie, alcune delle quali molto sten- tate,
senza teoer conto delle cundizioni del tempo e dell' ambiente, e senza
nemmeno soffermarsi davanti ad una obbiezione, che pur doveva r
presentargijsi facile alla mente. 1 misteri erano spettacoli religiosi che
si I» compievano nel più assoluto segreto ; a pochissimi era
permesso 1' assi- stervi, ed anche questi pochi dovevano
assogettarsi a lunghe prove pre- K» p:iratorie e promettere di non
rivolar mai nulla di quanto avevano ve- ^ duto. Ohi avesse osato
violare il se2reto dei sacri misteri era ritenuto empio, e punito
mi piti tremendi castighi (11). Noi conosciamo già ab- bastanza la
profondità e la sincerità del sentimento religioso di Virgilio, il suo
rispetto per i voleri degli dèi, la sua scrupolosa timidezza nelF ob-
bedire a tutti i più minuti precetti della religione, per negare reìcisa-
mente che egli avesse pensato a trasgredirli in modo così palese; e que-
sta obbiezione avrebtie ilovuto avere tanto maggior valore per il War-
hurlon^ in quanto, secondo la sua stessa interpretazione, Virgilio ha
col- locato Teseo e Piritoo n^\ più profondo del Tartaro appunto perchè
col- pevoli di fòsserei hitrusi nei niislen e di averne violato il
segreto. Se il libro quarto dell' Eneide è uno dei più drammatici
canti del- l' amore che la letteratura antica abbia lasciato, il libro
sesto, conside- rato come Oliera letteraria, è senza dubbio il più bel
canto della morte che sia uscite da fantasia di poeta avanti V immortale
visione di Dante ^ Alighieri. I mistici racconti della Nekya omerica, gli
esametri artifìiiosi dì Apollonio, le pitture esagerate dei^oeti
latini della decadenza, non possono certo competere con la splendida
descrizione virgiliana del viaggio sotterraneo di Enea, Ma il lìt)ro
sesto non vuol essere guardato soltanto sotto il rispetto artistica :
come il poeta intese con es6o di in- dicare lo stato delle anime nella
vita d'oltretomba e di far opera più di moralista e di credente che di
letterato, così si deve giudicarlo innanzi tutto quale complesso di
opinioni e di dottrine, quale opera filosofica e religiosa. E sotto
questo riguardo il suo pregio appare molto minore. Già gli antichi
commentatori avevano osservato che T inferno virgiliano, pur rivelando la
profonda sapienza del poeta, appare molto oscuro, confuso, non condotto
sopra un piano ben detìnito; e Servio ci ricorda che molti eruditi
avevano composto trattati speciali, oggi 'perduti, intesi a chiarirne le
difììcoltà e spiegarne le contraddizioni (12). La critica moderna ha
i mi wi ,m. 175 posto maggiormente
in luce questi difetti, giustificandoli col fatto chf? a Virgilio mancò
il tempo di completare e limane il stio poema. Io non credo che
questa sia Y unica causa delle oscurità e delle con- traddizioni che si
notano nel libro sesto. Se anche il poeta avesse avuto la ventura di poter
dare l'ultima mano airripera sxhì, codesto in- certezze sarebbero
ugualmente esistite, poiché tragtrono origine più che tutto dalla
diversità dei materiali su cui il libro se.sto ì* costruito. Assai
diversamente da Dante — cui la religione offriva un coniples-so di dogmi
precisi, già entrati nel consentimento univei-snle — Virgilio non poteva
attingere con sicurezza né alle credenze dei contemporanei, uè ai dogmi'
della religione nazionale: dacché, come vedemmo, le prime enmo molto
incerte, e la seconda, se pur conosceva gli dei dell' inferno, Orcus,
Dis- Pater, Larunda, Mania ecc., non ammetteva in origine una sanzione
ol- tremondana dell'operare umano. E neppure avrei ibo potuto aflìdarsi
com- pletamente alla descrizione del regno delle ombre, quale si trovava
nel libro undecimo del poema di Ulisse. Troppo primitivo, troppo
semplice, troppo rimoto dal sentimento dei contemporanei eia T inferno
omerico, per poter servire ad un poeta latino dell'ultimo secolo avanti
("risto. Hi- manevano le rappresentazioni mitiche della vita futuni
che Platone aveva esposto con tanto splendore di forma nel Gorgia, nel
Fedro, nella Ile- pubblica e nel Fedone : ma la loro estrema
complica'^ione e Je pro- fonde vedute filosofiche sulle quali erano
intessute, obbligavano il poeta a servirsene con molta cautela e soltanto
in parte. Virgilio si vide quindi costretto a mod(^llare il proprio
inferno su tutti questi elementi di origine e di natura diversa,
togliendo dalla reli- gione nazionale taluna delle antiche divinità
sotterranee, dalla Nekya omerica alcuni episodi e molti personaggi
mitoUf^^^iri, e dai dialoghi pla- tonici la distribuzione generale
dell'inferno, il concetto della purìHca/Jone e della metempsicosi;
conformando poi il tutto a quelle idee più gene- rali del Tartaro,
dell'Acheronte e dell'Eliso che il teatro e ìa filosofia greca avevano
rese ormai comuni trft i suoi eoncìttatlini. Dobbìanio ora meravigliarci
se il pensiero del poeta non appare sempre limpido, sem- pre coerente a
sé stesso, e se la descrizione i^roef^de alquanto dilagata ed incerta?
Codesti difetti erano una conseguenza naturale del modo onde il libro
sesto era composto ; nò Virgilio avrebbe potuto evitarli, per ;!
quanta cura ed attenzione avesse posto nell' unificare quei disparati
ma- teriali. • Tuttavia, le incoerenze e le contraddizioni
sono più dei particolari che della disposizione generale, poiché ben
definito, corno i'rn. Ijreve ve- dremo, era il concetto che dirigeva il
poeta nel distribuire i premi e le pene. L'inferno virgiliano si divide
in tre regioni: i! Tartaro, F Eliso, e una regione che per ora chiameremo
intermedia, non j^er il luogo che essa occupa, ma per la condizione delle
anime ivi raccolte. Esso è posto -i^k?:'
176 nelle viscere della terra, e circondato nove volte dall'
Acheronte o Stige (et novi'es Styx interfasa coèrcet (13) ), il quale a
sua volta si getta nel Cocito (omnem Cocyto eructat arena (14) ). L'
Eliso poi è trascorso dal fiume Eridano, e il Tartaro è circondato dal
Piriflegetonte, o semplice- mente Flegetonte, fiume di fuoco :
rapidus flainmis ambìt torrentibus amois Tartareus Phlegethon,
torquetqae sonantia saxa (15). Come si vede, T idrografia dell'
inferno virgiliano, pur ispirandosi a quelle di Omero e di Platone, è
assai diversa da esse e conforme alle idee non molto definite che se ne
aveva ai tempi del poeta. Per Omero il soggiorno dei morti è posto agli
estremi confini del mondo, vale a dire sulla spiaggia occidentale
dell'Oceano, il gran fiume che lambisce tutt"* in- torno il disco
della terra: fjépt xal veqpéJLig x8xaX'j|X|iévoi ' où5é zox'
aÙTOùg yjéXtoc cfaéOtov xaxaSépxsxat axxiveoffiv, oOd-' ÒTióx' àv
oxsixTÌ^^ '^pòc oùpavòv daxspóevxa, oOy 5x' òtv à;^ i%i y*^*^ *'^'
oOpaviO-ev iipoxpduTjxat, dXX' irJ. vOg àXof^ xixaxai fistXorot ^poxorotv
(16); « in quel luogo è la sede del popolo dei Cinimerj, nascosti
nel buio e nella nebbia. Giammai il sole splendente li guarda dall'alto
co' suoi raggi, né quando trascorre pe'l cielo stellato, nò quando si
volge dal cielo vei'so la terra, ma una triste notte circonda sempre
questi popoli infelici». Su co- deste spiaggie si alza una rupe
smisurata, ai piedi della quale si urtano tra loro, per gettarsi insieme
nell'Acheronte, due fiumi: il Cocito, che è un ramo dello Stige, e il
Piriflegetonte. Il sistema idrografico di Platone è assai più complesso:
al disopra della cavità coperta di nebbie nella quale vivono gli uomini,
si stende una regione di meravigliosa bellezza e splen- dente di luce
purissima; al di sotto di tale cavità si aprono baratri im- mensi e laghi
e stagni percorsi e collegati tra loro da quattro fiumi, Y O- ceano,
l'Acheronte, lo Stige e il 4Mriflege tonte, i quali si gettano con foce
distinta in un gran foro che trapassa da parte a parte la terra, detto il
Tartaro, quindi, come per un sistema di pompe, risalgono alla superficie,
formando tre di essi i fiumi terrestri, e il quarto, il Flegetonte, le
cor- renti di lava (17). . Virgilio, staccandosi da Omero e
da Platone, ha collocato l'apertura dei regni infernali nelle grotte del
lago d'Averne, in Campania; e conciò ha voluto seguire una credenza assai
antica e diffusa tra i popoli italici, credenza che originatasi dai
fenomeni vulcanici frequenti in codesto paese. 177
persistette lìuo oltre il «luarto secolo deirèra vol^^are (18). In fondo
a co- deste grotte è il vestibolo di-ir inferno, difeso da vari mostri
mitologici, quali le Seille, le Gorgoni, le Arpie, i Centauri ecc., e da
altri mostri tulti alla tragedia, i (inali non sono se non allegorie o
fantasmi dei mali che precodoiio o segnouo la morte: la vecchiezza, la
fatica, la povertà, le malattie, i piaceri illeciti^ hi guerra, la
discordia, lo spavento e il pianto, Nel mezzo del vestibolo stende i suoi
rami e le annose braccia un olmo smisurato, al quale s'attaccano i vani
sogni. Oltre la soglia s'apre la vìa che conduce al varco d'Acheronte,
sulla cui sponda s' accalcano, numerose come le fo«jflìe che cadono
d'autunno, le anime dei defunti: u madri e sposi, e salme di magnanimi
croi, che hanno compiuta la loro vita: faneinlll, vergini innuptae e
giovani posti sui roglii sotto gli occhi dei padri ». Noc- chiero è il
mitìi'o Caronte, ancora sconosciuto ad Omero, ma che più tardi divenne
assai popolare in Grecia, in Etruria (il C/'Oriui dei sarco- laghi
etruschi), e quindi in tutta Italia {19). Virgilio ce Io rappresenta come
un vecchio orribilmente squallido, seti cruda rirùfìsque senectus, dalla
liarba foltn, bianca ed irsut^ì, coperto da un lurido manto annoi lato
sulle spalle. Egli accoglie nella su;t nera barca, per trasportarli nlT
ultra riva soltanto coloro che ebbero sepoltura, respingendo irosumente
coi remo le anime degli insepolti^ che devono attendere cent" anni
prima dì essere accolte. Dall'altra parte dello Stige comincia il vero
inferno, che si divide» come sopra vedemmo, in tre distinte regioni; su
codesta spiaggia, tutta fangosa e coperta di canne, sta sdraiato un altro
mostro mitologico, figlio di Tifaone ed Echidna: Cerbero, il cane dalle
tre teste e dalla coda di drago, che fa rintronare co' suoi latrati il
baratro infernale. La prima delle tre regioni che s'incontra appena
varcato io Stige è quella che denominammo intermedia, e che ora possiamo
chiamare sen* se* altro il limbo, su! principio del quale Minosse giudica
le anime dei de- funti, determinando a ciascuna il luogo di ^,spia/jone.
K qui ci si rivela sùbito r Intento che mosse Virgilio a descrivere la
vita d'oltre sepolcro; egli si atlretta ad avvertire che in codesta
seconda vita i dolori e le gioie non sontJ distribuite a caso, ma secondo
un rigoroso criterio di giustizia: .rossima allo Htige, é
occupata dai bamlnni « cui T im- matura moi-te staccr> dal seno della
madre e dalia dolce vita», da quelli che furono ingiustamente condannati
[ler talso delitto e dai suicidi. La seconda è tutta contornata e
nascosta da una folta siepe di mirtfj, e si chiama CamiJO delle Lacrime,
nel quale s'aggirano silenziosamente *H|uelU » ,).l . ■py l
. l l^.. ^ 178 che un amore infelice con cruda
morte consunse; gli affanni non li ab- bandonano nella stessa morte ».
Fra costoro, oltre a molti personaggi mi- tologici, il nostro poeta ci
mostra anche T infelice regina di Cartagine, che davanti alle lacrime di
Enea rimane « più insensibile della dura selce o di un Marpesio macigno».
Nell'ultima parte hanno loro sede guerrieri famosi, che palleggiano
ancora le armi e salgono sui carri di battaglia: Enea vi scorge le ombre
dei compagni morti in difesa della patria, dei Greci uccisi sotto le mura
di Troia, e infine lo straziato simulacro di Dei- fobo, il cui episodio è
assai più commovente di quello di Elpenore de- scritto da Omero (21).
Tutte queste ànime che Virgilio ha radunate nella prima parte del suo
inferno, non sono sottoposte a pena alcuna; tuttavia esse traggono una
esistenza supremamente lugubre e monotona in code- ste tristi abitazioni,
prive di sole e di luce. Donde ha tolto Virgilio codesto suo
concetto di una regione inter- media fra il Tartaro e l'Eliso, tra
l'inferno e 1 beati regni? •Questa è la domanda che si son sempre posta
dinanzi i commentatori, senza che al- cuno sia mai riuscito a darle una
risposta soddisfacente. Delle ipotesi ne furono avanzate molte. Il Warburton,
ad esempio, afferma che Virgiho non ha inteso descrivere se non la prima
parte dei misteri di Eleusi, nella quale si facevano appunto comparire le
anime dei neonati; ma noi vedemmo già quale valore possa ragionevolmente
attribuirsi a codesta interpretazione. 11 Boissier crede invece che il
poeta siasi ispirato a quella frase della descrizione platonica
dell'inferno: t Di coloro che appena nati morirono, o vissero sol breve
tempo, altre cose ne riferì, che ora non è il caso di ricordare»
(t>2): ma a noi sembra molto dubbio il vedere in codesto rapido e
breve accenno T origine del complesso limbo virgiliano. Ad ogni
modo, la questione è di tanta importanza teologica e storica che merita
di essere attentamente considerata. Com'è noto, i teologi cat- tolici
designano colla parola « limbo » la prima parte del regno d' oltre-
tomba, nella quale hanno sede le anime di quei defunti che sono escluse
dalle }?ioie del cielo senza essere condannate ai tormenti dell' inferno;
esso si divide in limbus Patram nel quale si trovano i giusti pagani, e
in ligiìlìits inlanihon nel (juale sono posti i fiinciuUi morti senza
aver rice- vuto il battesimo. Quanto al limbo dantesco, anch'esso è
popolato d'2/i- fanti. dì Icmttìine ^ ài n'n\ e posto sul lembo superiore
(il prww cerchio che raffisso ci^//ìc) di queirimmenso imbuto costituito
da nove cerchi digradanti e man mano restringentisi fino al centro della
terra, che è Tin- lerno di Dante (li\). Ora ^'li storici delle religioni
- non certo i teologi cattolici - sono o^^gimai concordi nel ritenere che
la prima idea del limbo cristiano sia derivaUi appunto da codesta
rej:ione intermedia dell'inferno ili Virgilio: poiciiè c»^sì la parola
limbo come il luogo che essa designa, non solo non si trovano mai
accennati da nessuno degli altri scrittori pagani, ma nemm»'no dai Padri
dei primi secoli della Chiesa. ÌFino a 179 S.
Tommaso il soggiorno dei morti non si concepiva che diviso in luogo di
dannazione e luogo di premio, e la voce latina limbus era adoperata per
significare la parte estrema o V orlo di un vestimento, o il lato
esteriore più vicino air estremità di un cerchio o di qualsiasi figura
rotonda. Quindi non si trova alcun accenno al limbo né nella Sacra
Scrittura né nei Libri delle Sentenze di Pietro Lombardo; e la discesa di
Cristo a quello che fu poi il limbo si esprimeva colle parole generiche
descendit ad in/eros. Lo stesso S. Agostino non pone ancora gradazione
alcuna fra la felicità e la dannazione, quindi insegna che i fanciulli
morti senza battesimo non solo sono privati della gloria celeste, ma
anche condannati eternamente, benché sottomessi a minori tormenti:
damnatio mitissima et tolerabi- lior (24). Per poter
risolvere in modo definitivo la questione dell'origine del limbo
virgiliano, noi crediamo si debl)a anzi tutto separarla in due que-
stioni distinte; e cioè, da chi sia stato tratto il nostro poeta a
collocare suir orlo dell' inferno le anime dei fanciulli, degli innocenti
condannati, dei suicidi, delle donne morte per amore e dei guerrieri
uccisi in bat- taglia; quale criterio affatto nuovo nella storia delle
religioni antiche r abbia indotto a privare codeste anime cosi dei
supplizi del Tartaro come delle gioie dell' Eliso. Riguardo al primo
problema, un esame attento del- l' inferno omerico ci ha fermamente
convinti che la collocazione del limbo virgiliano trae origine da Omero.
Quando Ulisse, disceso sulle spiaggie desolate dei Cimmerj, vuol far
apparire davanti a sé le ombre dei de- funti, scava una larga fossa
vicino alla rupe ai cui piedi s' inabissano il Cocito e il Flegetonte ;
quindi riempie la fossa di miele di acqua di vino e di farina, chiamando
ad alta voce le anime dei trapassati. Non appena ha terminata la sua
invocazione, « ecco sorgere dall' Èrebo le pallide ombre dei morti
: vùp,(pat x' Y](^so( X8 TcoXóxXTjTof X8 Y^povxs^
iiapd-evtxaC x' àxaXal veoirevd'éa d-up-òv Ixouoat, 'izoXXoi 8'
oòxòt'isvot '/jxX%i\pZQ\.'^ éyX^^TÌ^^^» fivSpe^ àpTjfcpaxot ps^poxcoiiéva
xetixe' lyio^'^^Z' oli nokXoi TCSpl '^ò^po^ àcpo(xft)v àXXoO«v 9X\oz
V807i80tig lax^' ip-i 8è yiXmpò^ déog ijpetv (25). Queste anime che
si presentano prime ad Ulisse, sono duncpie a un dipresso le stesse che
si presentano ad Enea appena entrato nel vero in- ferno, vale a dire le
stesse che popolano il limbo virgiliano : « giovanette appena maritate,
giovani non ancora ammogliati, vecchi che molto hanno sofferto, vergini
ancora acerbe che hanno nell'animo una sciagura recente (d'amore), e
molti guerrieri feriti dalle bronzee lance e uccisi in battaglia colle
armi ancora insanguinate». Omero, com'è noto, non fa distinzione
180 alcuna nel suo inferno tra luogo di castigo e luogo di
premio; le anime dei morti vi si aggirano tutte alla rinfusa, tutte
ugualmente addolorate della loro condizione e rimpiangenti la vita: « Non
cercare di consolarmi della morte, o glorioso Ulisse - esclama Achille; -
io amerei piuttosto servire qualche contadino povero e con scarso
alimento, che regnare su tutti quanti i trapassati » (26). Tuttavia, se
le prime ombre che compaiono ad Ulisse sono appunto quelle dei fanciulli
e delle fanciulle, delle donne morte per amore, dei guerrieri uccisi in
battaglia, non è forse naturale il supporre che esse abbiano la loro sede
vicino alla porta delF Èrebo, vale a dire sul lembo dell'inferno?
Ma la questione del luogo non ha, alla fin fine, che una importanza
relativa. Omero non fa parola della condizione di codeste anime, mentre
Virgilio ha immaginato per esse una maniera speciale dell'esistenza d'ol-
tretomba; è qui che si manifesta l'originalità del pensiero di Virgilio,
ed è qui che si appalesa tutta l'estensione del suo intento morale e
politico, col quale soltanto può risolversi la dibattuta questione. Molti
critici e commentatori hanno acerbamente rimproverato il poeta latino per
aver escluso dalle gioie dell'Eliso tutte codeste anime, le quali, per
cause no- bilissime indipendenti dalla loro volontà, s'erano divelto anzi
tempo dal corpo: « che cosa si può immaginare di più ributtante e di più
scan- daloso ~ esclama con enfasi il Bayle - del castigo cui sono
sottoposte codeste piccole creature che non hanno ancora commesso alcun
peccato, e della pena di coloro la cui innocenza fu oppressa sotto la
calunnia?» (27). Ma questi rimproveri sono ingiustificati, e traggono
origine dall'ignoranza dell'altissimo fine sociale che animava il poeta.
La condizione dei fan- ciulli e, in generale, dei figli di famiglia, era
lungi dall' essere felice presso il popolo romano, perchè in nessun altro
paese del mondo la patria pò- testas era così assoluta e spinta alle sue
estreme conseguenze come in Roma: a nulli alti sunt hmnines - confessa lo
stesso Gaio - qui talem in filios sioos habe^it potestatem qualem nos
liabemus » (28). La legge concedeva al padre un potere assoluto di
disposizione sopra i suoi figli, potere che non cessava se non colla
morte; egli era autorizzato ad esporli, a venderli e persino ad
ucciderli. La pratica crudele e snaturata di esporre i fanciulli era
assai diffusa tra i Romani, ed aveva grande- mente affievolito nel loro
animo i sentimenti della natura e della morale; si esponevano gli aborti,
i bambini malaticci e quelli nati in un giorno di pubblica sventura {dies
ater). Cosi Svetonio ci ricorda che furono esposti tutti i fanciulli nati
nel giorno della morte di Germanico (29). Quanto al vendere i propri
figli, Diocleziano fu il primo a proibirlo con apposita legge ; e
dobbiamo poi venire fino agli imperatori cristiani per veder trattata di
parricidium Y uccisione d' un figlio (30). Virgilio non poteva non
commuoversi davanti a codesta triste condizione di cose, non poteva non
preoccuparsi dell'onta o del danno che ne derivava alla
Pi^^^''— ^ 181 patria. Pensò quindi che
nulla sarebbe stato più efficace a ravvivare i ?^ enti menti e gli
istinti naturali dei genitori, a spingt^rli ad aver cura dei tigli, del
mostrar loro che i fanciulli morti in tenera età non vanno al Tartaro —
che il suo animo giusto e mite non V avrebbe consentito — ma nemmeno all'
Elìso, come potevano su^rgerirgli il suo cuore e la cre- denza comune,
bensì in un luogo intermedio di et». In tiuutìlo oiFioio che a Radamante
attribuisce il poeta, si appalesa ancora una volta il fine che lo indusse
a descrivere la vita futura; il qual fine si rivela pure nella qualità
dei malvagi che ivi sono sottoposti ai più tremendi castighi.
Ed infatti, non è stato sufficientemente posto in luce come tutte
le colpe pujiite nel Tartaro, sono quelle che si riferiscono al vivere
sociale, ed erano più particolarmente proprie della società romana. I
dannati che Virgilio pone neir abisso infernale si possono dividere - a
nostro giudizio - in sette categorie. La prima è costituita dagli atei,
da tutti coloro che furono irrivrrenti o ribelli agli dèi, sia assaltando
V Olimpo, sia arrogan- dosi onori divini, sia imitando le folgori di
Giove. Questi sono tutti eroi mitologici, che il poeta latino ha tolto in
gran parte dair epico greco, come pure ha imitato da Omero i supplizi a
cui codesti rei sono sotto- posti (^i^t). Appartengono alla seconda tutti
coloro i cui delitti, pur es- sendo dannosi alla morale e alla società,
non cadono sotto la diretta san- zione delle leggi umane: perciò il poeta
ha voluto mostrare che tutti quegli sciagurati che in vita odiarono i
loro fratelli, o maltrattarono i propri genitori, o ordirono frodi ai
clienti, o godettero egoisticamente delle ricchezze accumulate, senza
farne parte ai legittimi eredi — e di questi colpevoli maxima turba est —
se in vita non possono essere pu- niti dagli Uomini, ricevono però dopo
morti il giusto castigo dagli dèi. La terza, p**r contro, e composta da
coloro che furono condannati a morte per adutteiio: ponendoli nel
profondo del Tartaro, Virgilio ha inteso 183
ammonire che codesto crìmine, anche se punito colla più terribile
delle pene umane, non sfugge per questo al massimo dei castighi divini.
Viene quindi la categoria di coloro che non ebbero vergogna di tradire la
fede giurata ai loro padroni, o che suscitarono guerre scellerate e
fratricide. Il ricordo delle guerre civili appena sopite doveva
presentare assai nu- merosa la loro schiera agli occhi del poeta; il
quale, accennando in altra parte dell'Eneide al regno di Plutone, mostra
infatti tra essi CatUina t appiccato ad un rovinoso macigno, tutto
tremante all' aspetto delle Furie » (34). Ai traditori seguono gli empi,
tra i quali è Teseo, condan- nato a rimanere eternamente assiso, e
Flegia, che grida senza posa ai peccatori che lo circondano :
Dibcite justitiain moniti, et non temnere Divos. Questo
ammonimento di Flegia, che provocava i frizzi mordaci di quello spirito
bizzarro che fu Paul Scarron /35), costituisce un' altra delle dif*
fieoltà che i commentatori non hanno mai saputo risolvere: non è per-
fettamente inutile e fuor di luogo — osservano essi — il gridnre che im-
parino la giustizia e il rispetto verso gli dèi ad infelici che non
possono più sperare perdono ? Ma quando si voglia riconoscere il Hne che
in- dusse il poeta a descrivere la vita d' oltretomba, si comprenderà lo
scopo di codesto ammonimento, che è rivolto ai cittadini romani non ai
dan- nati senza scampo. Fanno parte della sesta categoria quelli che
vendet- tero la patria a prezzo d' oro, sottoponendola ad una odiosa
tirannide, e quei magistrati e dominatori che trasgredirono alle leggi da
essi mede- simi pubblicate. L' ultima è costituita dagli
incestuosi. L'Eliso è una vasta e ridente regione, trascorsa da due
llumì, T Eri- dano e il Lete, e tutta a boschetti, valli, colline e verdi
praterie; ha co- stellazioni proprie, un proprio sole che la illumina di
purpurea luce e ditìfonde un più spirabil aere (largior aetlier) per
quelle liete cam])agne. Come nel Tartaro sono puniti i delitti che più
nuociono al vivere sociale, cosi neir Eliso ricevono il premio adeguato
quelli che con la loro virtù recarono maggior vantaggio alla patria e
alla società. Già Y oratore ar- pinate aveva detto nel suo sogno Sogno di
Scipione^ che « a tutti coloro i quali avranno conservata, aiutata e
accresciuta la patria è riservato un posto nel cielo, dove essi
trascorrono una esistenza beata ed eterna; perchè nessuna delle cose
terrene è più accetta a Colui che governa tutto il mondo, di quei
consigli e compagnie di uomini ragionevolmente rac- colti, che si
chiamano nazioni; per la qual cosa i rettori e dìfensari di esse, dopo
morti ritornano in cielo » (36). Ed infatti Virgilio ha riunito nelle
beatas secles gli antichi legislatori, i fondatori di città, quelli che
soffersero ferite combattendo in difesa della patria, i sacerdoti die
sei)- pero conservarsi casti, coloro che scopersero e insegnarono agli
uomini l-ll'lp" [ 184 I
le arti e le industrie, i poeti che cantarono la religione, la patria, la
I virtù, e quelli che beneficarono in qualsiasi modo i propri simili,
ren- P; dendosi degni per tal modo della loro riconoscenza. Essi
non hanno una !* sede fissa neir Eliso, ma s' aggirano per valli e
per riviere, raggruppan- 'r' dosi secondo le proprie inclinazioni,
e - conforme alla credenza degli antichi - dilettandosi di quelle cose
stesse che avevano maggiormente i amate in vita. Così i poeti si
riuniscono a banchettare sull'erba, cantando •; inni giocondi di
vittoria; i guerrieri trascorrono invece il loro tempo tm f, i
carri, le armi ed i cavalli, poiché qiiae gratia
curruum Armorumque fuit vivis, quae cura nitentes Pascere equos^
eadeiu sequitur tellure repostos. E qui finisce il vero e
proprio inferno, V inferno tradizionale colle sue gioie e i suoi
tormenti, con la sua separazione di puniti e di pre- miati, con i suoi
mostri mitologici, co' suoi personaggi leggendari. Ora incomincia invece
l'inferno filosofico, che non solo è affatto diverso dal primo, ma che
col primo è in assoluta contraddizione. Fino ad ora noi siamo riusciti a
rischiarare tutte le oscurità che rendevano difficile la lettura di
questo canto, richiamandoci costantemente al palese intento morale che
aveva guidato il poeti nell'opera sua; ma giunti a questo punto dobbiamo
confessare che nessuno sforzo di critica sagace varrebbe a togliere lo
stridente dissidio che esiste tra la prima e la seconda parte del libro
sesto, perchè esso deriva appunto da quella disparatezza di fonti cui più
sopra abbiamo accennato. E infatti, due inferni distinti vi hanno
nel libro sesto : il primo, che il poeta fa percorrere da Enea, è
costruito per la maggior parte sulle leggende popolari della Grecia e di
Roma; il secondo, descritto da An- chise ad Enea, è tolto interamente
dalle fantasie filosofiche degli Orfici, di Pitagora e di Platone, ed ha
per fondamento le dottrine dell' anima del mondo, della purificazione e
della metempsicosi (37). In questo se- condo inferno le condizioni delle
anime sono ben diverse dal primo : do- poché r anima umana — che, come
vedemmo, è costituita dalla mede- sima essenza eterea dell' anima del
mondo e della divinità — s'è separata dal pesante involucro che la
imprigionava, essa deve purgarsi di tutte le macchie e le corporee
lordure (corpot^eae pestes) contratte nel suo lungo connubio colla
materia terrena. La purgazione può avvenire in diversi modi, a seconda
della maggiore e minore profondità di codeste macchie, vale a dire
secondo che codeste anime furono più o meno asservite alle cupidigie e ai
piaceri del corpo. Alcune di esse vanno errando qua e là in balia dei
venti, altre sono immerse nell' acqua, altre purificate col fuoco :
r ^r l'il io
%m * exercentur poenk, vctenimque malortim
Supplicia expedunt. Aliae panduEitur jnaties Suspcnsae ad ventos: alìis
mh piTfìk vasto Infectum eluitur scelus, ani exiiritur igni:
Qiiisque suos patimur manes. Fin qui T imitazione platonica è
evidentissima, nò occorre ci ter* miamo a dimostrarlo, poiché tutte
queste dottrint^ si possono trovare lar- gamente esposte nel Fedone nella
Repubblica e nel Timeo . Riguardo poi al quisque suos patimur 7nanes, ì
commentatori non sono per anco riu- sciti a mettersi d' accordo. Alcuni,
come il Ladewig, considerano i nianes come spìriti usciti dal corpo,
ancora tutti impressi dei vt^stigi ilella ma- teria e quindi soggetti
alle prove dolorose delle catarsi ^18j ; altri inten- dono per manes le
Furie o gli altri minori dèi infernali, esecutori delle sentenze
pronunziate da Minosse, altri infine i maligni fantasmi dei de- funti,
che sotto la guida della terribile dea Mania tormentano le anime. Noi
crediamo invece che con codesta frase il nostro poeta abbia inteso
alludere al genio o demone particolare, che, secondo la dottrina plato-
nica, ci accompagna durante tutta la vita quale testimonio delle nostre
opere, e durante la morte quale ministro dei castighi divini (39).
Quando adunque, dopo un lun^^o volger dì amil, le anime si sono
lavate dalla macchia congenita fconcretam labem) ed è riUiveJmto puro il
sentimento celeste e la scintilla del semplice fuoco divino (aethermm
sensum atqice aurai Simplicio ignem), dio le chiama tutte intorno a sé,
perchè tornino ad informare nuovi corpi. Prima però esse sono costrette a
bere una certa quantità di acqua del fiume Lete, affine di perdere ogni
ricordo della vita passata ed aver va)=rhej!;za di ritornare sulla terra.
Il fiume Lete scorre in una parte remota dell' Eliso, lungo una stretta
valle (reducta valle) coperta di boschi silenziosi : sulle sponde di esso
Enea scorge infatti una grande moltitudine di popoli e di genti, che
diffondono tutt' intorno un lieve ronzio t come nei prati, ove le api nei
giorni sereni deir estate posano su vari fiori e s' aggirano intorno ai
candidi gigli w. Secondo i miti esposti dal filosofo ateniese neUa
visione d' Er di l'am- pilla, le anime purificate, prima di bere IVac^na
del Lete, dovevano pre- sentarsi dinanzi a Lachesi, una delle tre Moire,
figlia della Necessità, la quale gettava loro dinanzi le sorti delle
anime e ogni fatta modelli di vita. Ciascuna poteva scegliere a suo
talento quella che più le piacesse; cosi r ignoto soldato di Pampilia
viena duri cent'anni, avvegnaché questa sia la misura della vita umana
affinchè scontino decupla la pena del lor peccato» (41). Virgilio ha se-
guito anche in questo il filosofo greco : egli infatti stabilisce cosi la
du- rata della vita oltremondana: Has oinnes, ubi mille rotam
volvere per annos, Lethaeiitn ad fluvium deus evocat agmine magno :
Scilicet immemores, supera ut convexa revisant Rupsus, et incipiant in
corpora velie reverti. Però non deve intendersi, come fanno i più,
che tutte le anime siano assogettate a questo lungo periodo di purgazione
; secondo la dot- trina platonica, qui seguita da Virgilio, alcune di
esse, quelle cioè che uscirono dalla terra incontaminate e pure, senza
nulla trar seco delle nequizie del corpo, sono inviate senz'altro aéreis
in canipis latis del- r Eliso, ove rimangono poi eternamente. Questo ci
sembra il vero e V u- riico senso delle parole di Anchise :
per amplum Mittiuiur Elysium, et pauci laeta arva tenemus;
mediante questa interpretazione, che si ricollega strettamente
alle dot- trine ascetiche esposte qui ed altrove dal poeta, e da esse
logicamente deriva, si risolve una delle maggiori difficoltà dell'
inferno filosofico di Virgilio. E infatti, se tutte indistintamente le
anime fossero assoggettate ud un periodo millenare di purgazione, come
potrebbesi spiegare la pre- senza di Anchise, morto da poco tempo, nelle
sedi dei beati ? Ed ora che conosciamo il sistema della vita futura
esposto nella se- conda parte del libro sesto, ci riuscirà facile il
comprendere quanto esso sia diverso dall'altro esposto nella prima. In
quello le ombre dei morti sono traghettate nell'inferno da Caronte,
giudicate da Minosse e asse- f 18
gnate paa-te al Limbo, parte all'Eliso, parte al Tartaro, ove ad
ogni de- litto corrisponde una pena proporzionata; in questo non esistono
né regni sotterranei, uè fiumi, né nocchieri, uè giudicij né separazioni
di colpevoli maggiori o minori, ma tutte le anime vengono divise in
pure ed impure, e le prime sono inviate al cielo le seconde purgate
tielì'aria, neir acqua o nel fuoco. Nel primo le anima conservano integro
il ricordo della loro esistenza terrena, con tutti gli affetti e gli odi,
i sentimenti e le passioni che le avevano agitate in vita; nel secondo
esse non i^ein- brano avere né il ricordo dell' esistenza passata, né il
presentimento del- r esistenza futura, e sfilano indifferenti e
silenziose dinanzi ad Enea, senza nemmeno mostrare di riconoscere il
capostipilo della loro schiatta. Neir inferno tradizionale Y espiazione è
eterna, né potrà mai cessare per quanto sia grande il castigo e sincero
il pentimento ; in quello iilosoHcu la purificazione dura per tutte le
anime indistintamente nulle anni, tra- scorsi i quali esse sono pure e
ricominciano una novella esistenza. Quindi mentre nel primo é posta
l'immortalità deiranijna, nel secondo è negata: poiché ivi non si tratta
più di una medesima esistenza che si prolunga eternamente al di là del
sepolcro, ma di una serie di esistenze nuove e distinte, che ricominciano
ogni volta da capo. Avrebbe dun(iue^ potuto il nostro poeta togliere queste
stridenti contraddizioni ? Dissimularle foi^e, ma farle scomparire del
tutto no, per quanta cura, jn^r i[uanta arte, per quanto studio vi avesse
posto. Esse sono, lo ripetiamo, una conseguenza necessaria del modo onde
il libro sesto è stato composto, e si trovavano nelle credenze medesime
dei contemporanei. 1 ijuali dovevano meravi- gliarsene assai meno di noi,
perché ciascuno poteva scoprirle nel fondo stesso della propria coscienza
(42). Siamo giunti così alla fine del viaggio sotterraneo di Enea e
della sibilla. Le ombre dei futuri eroi di Roma ^mo passate
silenziosamente davanti al figlio d'Anchise, ultima fra tutte T omlira
dolorosa del giovine Marcello. Più nulla ormai rimane da vedere o da
conoscere al principe troiano, quindi i due solitari pellegrini s*
avviano per torniire supemun ad lumen. Due sono le porte dalle quali si
può uscire dal soggiorno dvi defunti: una é tutta di corno, l'altra di
candido avorio. Dalla prinia sor- tono le ombre veritiere, dalla seconda
i sstgni tailaci che ingannano i mortali ; Enea e la sibilla escono per
quet' ultima. Sunt geminae Sommi portae; quiirnm ultera
fertur Cornea, qua veris facilis datar e\itus iiiuiirìs; Altera
candenti perfecta nitens elciilianto; Sed falsa ad coelum mittunt
insoiniiKi nianes. His ubi tum natum Anchìses una'iuc Sil;yl1am
Prosequitur dictis, portaque emittìt ebiirniu 188
Perchè Virgilio ha fatto uscire il suo eroe dalla porta d'avorio?
Forse per slgniticare che ciò che Enea aveva creduto di vedere non era
che un vano sogno, e che quindi tutto quello che è narrato in questo
libro è una pura finzione ? La maggior parte dei commentatori - quando
non preferiscono tacere, come fanno il Ladewig, il Rota, l'Arcangeli,
ecc. - accettano questa seconda interpretazione, giustificandola con
argomenti più meno ingegnosi. Servio, ad esempio, che è sempre fisso nel
suo concetto della grande sapienza di Virgilio, commenta cosi questi
versi : « Phùiologia vero hoc loco habet. Per portani comeam oculi s igni
fi- cantar, qui et cornei sunt coloris, et duriores coeteris membris :
nani frigus non aentiunt : sicut etiam Cicei^o dicit in libris de natura
deo- rum. Per eburneam vero portum os signifhatur a dentibus. Et
scimics quia quae loquimur, falsa esse possunt : ea vero quae videmxis,
sine dubio vera sunt. Ideo Aeneas per eburneam emittitur portam »
(43). Il Warburton, naturalmente, ritrova in questi versi una nuova
conferma alla sua interpretazione favorita, asserendo che « con la prima
porta d' a- vorio Virgilio vuol esprimere la realtà di una nuova vita
futura, e con la seconda le rappresentazioni enigmatiche che se ne faceva
negli spet- tacoli dei misteri : cosicché le visioni che ebbe Enea erano
fallaci non in quanto fosse falso il dogma della vita futura, ma perchè
ciò che egli vide non avvenne realmente negli inferni, bensì nel tempio
di Cerere» (44) Il P. De la Rue, nel suo diligente commento, afferma
senza tanti pream- ì)oli che « cuin igitur Virgilius Aeneam eburnea porta
emittit, indicai profecto, quidquid a se de ilio inf'eriorum aditu dictum
est^ in fabulis esse numerandum » (45). Noi non possiamo
ammettere che tale sia realmente il significato ri- posto di questi
ultimi versi. Virgilio era troppo grande artista per chiu- dere in un
modo così meschino il canto più splendido del suo poema immortale. Ma
oltre che poeta sommo, Virgilio era anche un credente sincero, un caldo
patriota, un buon cittadino : questa ci sembra la con- clusione più
sicura di tutto il nostro studio. Egli non credeva soltanto alla realtà
di una vita oltremondana di premio o di castigo, ma voleva anche che
codesta credenza fosse condivisa dai suoi contemporanei, per- chè aveva
compreso la grande efficacia morale che poteva esercitare su di loro. Il
libro sesto è insieme T espressione e il prodotto di questi suoi
convincimenti. Quindi le due porte d'uscita vogliono essere riguar- date
come un semplice ornamento poetico, suggeritogli, qui come altrove, da
una diftusissima tradizione mitologica, contenuta già in questi vei*si di
Omero, che ha quasi letteralmente tradotti: fio'.al Y^P "f®
TtùXai àjisvrjvc5v eIoIv dvefpcav. ai [lèv Y^p xspdeoot xexsóxaxat, al
S'èXé^avxu x(5v 0^ [lèv x' 6X0-0)0. 5la :ip'.oxoO èXé^avxog,
im ot il 5tà ^laì^ì* xtpawv iX*(i>3*.
ìHpat^t, § 5. — Terminata cosi la nostra lunga ricerca,
crerìiamo affatto inu- tile rlafìSurnerne i resultati generali, per
stabilire a quale delle scuoio che allora fiorivano nel mondo romano il
nostro poeta siasi maggior- mente accostato. Più volte abbiamo avuto
ocrasiorte di accennarlo, spe- cie in tiuesl' uUiuia parte dell'opera; né
il lettore che ci abbia seguito pazientemente fin qui avrà desiderio di
sentirlo ripetere. Quindi, anziché dilungarci in un inutìltì e pedestre
lavoro di riassunto, stimi amo miglior cosa chiarire le ultime difficoltà
che potessero esser rimaste nella mente dei lettori, richiamando a tal
uopo i punti più importanti della ricerca. Distrutta da prima la
secolare e diftusissima credenx.a che faceva di Virgilio un timido
seguace della scuola epicurea, noi dimostrammo poscia com' egli si
ricolleghi invece a q^4|^ corrente mistica e teologica^ che nella storia
del [^easieru fìlosolico sì^Mtrappone direttamente alla coi~ rentc
scientìfica e positiva rappresentata dalF epicureismo (1). E come ai
tempi del nostro poeta era lo stoicismo che raccoglieva sotto le sue in-
segne gli spiriti più bisognosi di appoggiarsi al sovrauJiaturale. più
ligi al passato, più iedeli alle tradizioni religiose, cosi le dottrine
tilosofìche di Virgilio sono tutte improntate air antica sapienza del
Portico. Ma lo stoicismo romano era ben diverso dal primitivo
stoicismo greco. Emigrando da Atene a Roma, le dottrine di Zenone e di
Cleante s erano protondameiUe trasformate sotto f intìusso del nuovo
ambiente e dei nuovi bisogni spirituali che s' andavano via via maturando
nel seno della società romana. Non il materialismo panteistico dei primi
stoici/ non il loro rigido determinismo, non le loro astrusità
dialettiche, si bene i dogmi spiritualistici ed ascetici del grande filosofo
ateniese potevano corrispondere ad un clima storico, nel quale già
lampeggiavano i primi bagliori di quella profonda rivoluzione delie
coscienze che fu il cristia- nesimo. Ed infatti la storia della fìlosotia
romana è caratterizzata da un sempre maggiore sovrapporsi del pensiero
platonico sul tronco delle dot- trine stoiche, che timido ancora in
Posidonio e in Panezio^ diventa poi evidentissimo in Seneca, in Epitteto,
in Marco Aurelio. Virgilio, di poco anteriore a Seneca e vissuta
quando era ancor viva nel mondo romano V ammirazione per ì libri di
Parje:vrapparsi cosi completamente all'antica religione romana, da
cancellare quei caratteri À I
f 192 particolari, che le
derivavano dalla natura stessa dei popoli onde aveva avuto l'origine. E
codesti caratteri sono ancora più manifesti in Virgilio, spirito
essenzialmente romano, educato e vissuto nelle gloriose memorie del
passato, al culto delle quali voleva anche ricondurre i suoi con-
cittadini. Sembrerà per avventura a taluni che noi abbiamo
esagerato non poco neir attribuire a Virgilio una fede sincera ed
oggettiva in quei pre- sagi divini, in quei miti ingenui, in quelle
divinità chimeriche, in quelle apparizioni notturne di defunti, che hanno
tanta parte nei poemi virgi- liani. «Il macchinario mitologico
dell'Eneide — ci osser%'ava Gaetano Negri — è cosi artifizioso e così
voluto, che mi pare proprio impossibile il vedervi l' esposizione di una
fede vera. Il Manzoni sì negli Inni sacri C~ crede davvero a quello
che dice, Virgilio mi pare un credente in man- canza di meglio. E
il meglio non doveva spuntare se non quel giorno in nix Y uomo
cominciasse a comprendere che la spiegazione della natura non sta nel
sovrannaturale, ma, bensì, nella natura stessa, e sapesse dare a tale
idea uno svolgimento razionale; cosa che Epicuro, il quale ne aveva avuto
il presentimento, non poteva fare, e che non divenne pos- sibile se non
quando si abbandonò il concetto geo e antropocentrico del- l' universo
> (3). A questa obbiezione noi abbiamo già risposto, laddove
dimostrammo i come Virgilio fosse uno spirito essenzialmente,
profondamente religioso, e come le prime impressioni della sua
giovinezza, Y educazione ricevuta, la vita trascorsa fra le ingenue
popolazioni dei campi, le quali conserva- vano integro il patrimonio
dell' antica religione, tutto insomma dovesse contribuire a fare di lui
un credente sincero nei miti del paganesimo. La nostra coscienza di
uomini moderni, educata al metodo severo della cri- tica, resa scettica
da venti secoli di vittorie scientifiche, si ribella a cre- dere che
codeste favole, sempre assurde e spesso immorali, potessero ac-
CDj4liei*e anche per un istante il consenso dei più. Ma noi dobbiamo
astrarre da ogni sentimento nostro per trasportarci col pensiero a
codeste ct:*i di profonda ignoranza, quando la scienza, ristretta a poche
verità malcerte, doveva abbandonare una parte immensa dell' inesplorata
natura ailMmpero di potenze sovrannaturali. In questo modo soltanto riusciremo
a romprendere come il nostro poeta potesse credere in Giano bifronte,
nelle Ninfe sorelle, nelle ire di Giunone, nelle folgori di Giove, nei
pre- sugi divini, nella scienza augurale, e in queir insieme di leggende,
di for- mule, di riti e di superstizioni, che, per qualche secolo ancora,
doveva appagare pienamente gli istinti superstiziosi delle popolazioni
italiche. Poiché non dobbiamo dimenticare che presso nessun popolo,
in nessun pnese le tradizioni religiose erano conservate con maggior
tenacia e circon- (liite di maggior venerazione che in Roma. Si
continuavano a cantare gli antichi inni sacri [ad es. i Saliorum carmina)
anche quando erano divenuti '\^r ^ ^ • ^ - -^^^^^^ .- ^ »
-^.'?-f^»f»5r'pi«^5« •^-^r^r;yvfT^ ^v ' -^ ' T »' v^^>^r/Jt^j era
questo il dilemma che, nella sua rude franchezza, il popolo romano sem-
brava aver gittate in faccia ai filosofi greci quand' essi, piena la
niente di speculazioni ardite, avevano abbandonato le spiagge ormai
deserto del Pireo per risalire le bionde correnti del Tevere. La scuola
d' Epicuro, fedele alle dottrine del maestro, aveva continuato a
combattere la ^super stizione ; ed era sparita. La scuola del Portico
invece, animala da nn singolare ardore di proselitismo, più affine nel
suo panteismo naturali- stico alle religioni popolari, potè non solo
accordarsi con esse, ma raf- forzarle anche nella loro debolezza senile
con una apparenza di ^n untiti- cazione scientifica; e divenne la
filosofia officiale del mondo romano. 11 dio rotondo di Cleante, l'anima
dell'universo, il fuoco artista (tgnis ar- tificiosus) fu per tal guisa
il Giove pagano o principio della vita : Cerere una parte del fuoco
divino penetrata nella terra; Nettuno una parie pe- r
194 netrata nel mare, e cosi via via. Le leggende
assurde o immorali della mitologia furono spiegate e giustificate con
allegorie fìsiche, e la divina- zione, gli oracoli, gli auspici,
legittimati con ogni sorta di argomentazioni filosofiche (5).
Ma se l'accordo era possibile e facile tra i princìpi fondamentali
dello Stoa e i dogmi più vetusti della religione romana, non era così per
quelle dottrine platoniche che vedemmo penetrare in larga vena nello
stoicismo romano; poiché se esse non s'opponevano direttamente alle
credenze popolari, rappresentavano però uno stadio ben più evoluto del
sentimento religioso. Infatti, mentre nella religione romana la divinità
è conc+'pita come una potenza cieca ed inclemente che si deve placare
coi sacrifici, la teologia platonica invece è tutta compenetrata del
concetto, che tu poi cristiano, dell' origine divina dell'anima, e della
giustizia di dm ; per tal modo la religione non consiste già nel placare
i sognati fu- rori celesti, ma nel purificare l'anima mediante la
mortificazione del corpo, e nel soddisfare alle esigenze di codesta
personificazione oltre- mondana della giustizia. Non era dunque possibile
che questi concetti tanto disparati avessero a conciliarsi fra loro,
perchè una conciliazione non sarebbe avveimta che col sacrificio di ciò
che di più intimo e di più t aralteristico aveva l' antica religione. E
come d' altro canto il naturale pro^^edire dei tempi aveva aperto le
coscienze dei più ai nuovi orizzonti spirituali, cosi la religione
filosofica e la religione popolare, quasi for- mazioni psicologiche
indipendenti, seguitarono a coesistere V una accanto air altra neir animo
dei Romani, fino a che il cristianesimo trionfante non ebbe distrutto
ogni rudere del passato pagano. Questo fatto, per quanto possa
sembrare strano, non deve tuttavia meravigliarci. La psiche umana è un'
unità naturale, in cui le produzioni veccliie persistono lungamente
accanto alle nuove, sebbene fra loro repu- gnanti, per il grado maggiore
di resistenza acquistato dalle prime: essa quindi presenta sempre, in
qualsiasi momento della sua storia, quella molteplicità varia e discorde
degli elementi costitutivi che si può riscon- trare in tutte le altre
unità naturali. Ma è nei popoli eminentemente con- servatori, quale fu il
romano, è nei momenti in cui si stanno maturando le più grandi
rivoluzioni morali e religiose, quale fu il cristianesimo, che la
coscienza umana accoglie in sé stessa maggior contrasto di sentimenti e
di idee : e Virgilio, che appartenne a quel popolo e visse in quel mo-
mento, ce n'ha offerto un esempio in massimo grado suggestivo. Nell'a-
iiimo suo l'antica religione degli avi e le correnti nuove del pensiero
fi- losofico — che contenevano in germe la religione dei nepoti — occupano
un posto nettamente separato, né sarebbe possibile riempire V abisso pro-
fondu che le divide. Come conciliare, ad esempio, le mille potenze del
suo politeismo antropomorfico, col dio unico ed incorporeo che chiama le
anime dei puri alle sponde del fiume Lete? e i commerci impudichi
^p^ ^^m 195 degli dèi
con 0ì iioniinì. le toro ire, le loro vendette, col concetto altÌB-
siiììo di una divinità infinitamente buona e perfetta i e le imprecazioni
afjli dèi perchè riversino ogni male sui propri nemici, col pietoso coni-
pianto per gli stessi neinicì caduti in hattaglia? e la pratica
scrupolosa del sacrifìcio, col concetto della divinità giusta che premia
i buoni e pu- nisce i malvagi ? e le frei|uenti alter mozioni della
implacabilità degli dèi, col concetto della sanzione oltremondana dell'
operare umano? Sono due mondi, due ten^^-ì-n\^' -r»-*^ •^ y^.v ;
yvT^.y "^'^'y'''^,^g"y L ! ^ ^ ■* » * * ^ ^ r ^ -'*^ '^
isroTE 8 1. (1) 71m«cu/., I, 27, e
II. (2) TuscuL, I, 30. (3) Catone, che è il personaggio
del dialogo, parla qui dì suo tiglio; ma è mani- festo che Cicerone,
facendolo parlare cosi, pensava alla propria figlia defunta. (4)
Cfr. il frammento del 1. IV de fìepvòlica conservato da Macrobio.
(5) Orazio, Carmina, I, 29: Nobilis libros Panaetì, (6)
Epist- 117. Sul materialismo degli stoici, vedasi: C. A. Brolén, De
philosophìa L. i4. Senecae, Upsaliae, 1880, p. 46 e sogg.; e anche F.
Lange, Hisioire du maleiia' lisine, Paris, 1879. (7) Ho
voluto riportare le parole del Trezza, perchè mi parve che assai
difficil- mente io avrei potuto riassumere in cosi poche parole, e con
tanta chiarezza e fedeltà, tutto il succo del pensiero platonico. Pel
resto ci siamo serviti deli* opera notissima del Fouillée (Paris, 1869) e
dei Manuali dello Zeller, dell' Ueberweg (Gi'undriss der Geschkhte der
Philosophie, Berlin 1882) e del Fiorentino (Napoli 1887, j). 51-63)
(8) li Negri ha rilevato, con l'abituale acutezza, le profonde
contraddizioni che esistono nel pensiero di Marco Aurelio (op. ciL, specialmente
le pagg. 121, 127, 141). Quanto a Cornuto, Musoriio Rufo, Seneca ed
Epitteto abbiamo intenzione di dimostrarlo per disteso in uno studio cui
stiamo da tempo meditando. (9) De brevitate vitae, C. X. ♦
(10) Ad Gallionem de vita beata, C XVil. (U) Cfr. Epist., XVU, ex, CXXIV,
XXIIl XC, XCV, ecc. (12)
Epist. XLIV, LXXI7, XXXI, ecc. (13) Tutti i discepoli di cui ci fu
conservata memoria, quali Lucilio, Sereno, Ne- rone, ecc. appartenevano
alla nobiltà. (14) Epist. V; de tranq, animi, XVII, ecc.
(13) De vita beata, XVIII; si vedano anche i C. XIX, XX e XXI.
(16) Lo Zeller sostiene che Seneca non fu eclettico, ma soltanto si
spinse fino agli estremi confini dello stoicismo, senza però varcarli
[Phil ite?- Griech,, III, 1, p. 628). A noi sembra che questa volta il
genialissimo storico della filosofia sia caduto in un grave errore, il
che apparirà dal seguito della nostra dimostrazione, e ancor meglio da
quel no^stro studio sugli stoici platoni zzanti, che più sopra abbiamo
preannunziato. Riguardo alla filosofia di Seneca, oltre al Brolén già
citato, si confronti: Holzherr - Der philosoph L. ^, Seneca, Rastatt,
1880; Burgnìann - Senecas Theologlae in ihrem Verhalinss zum Stoicismus
und zum Christenthum, Berlin, 1872; Schmidt - Essai historiqìie sur la
societé civile dans le mond Bomain et sur sa transformation
-T^ jr 198 par le
II, VII, V, ecc. (24) Quaest. nat,, proL 13 e II, 45; De benef, IV,
7 e VI, 23; De ot, V; Epist. 1, 3; 49, 41; ad Helv. Vili; IX; XX,
ecc. m) De benef, IV, 2; Epist, 58, 26; 31, 3; 53, 11; 59, 14,
ecc. m) Ad Helv. X; de vita b. II; ad Marc. XVI; de Benef V, 16;
IV, 26; II, 30; Epht- 18, 12; 25, 4; 26, 8; 73, 10; 77, 12; 94, 42; ecc.
Il Buri^mann, in op. cit, p. 43, non credo che Seneca si sia allontanato
dalla dottrina stoica riguardo alla nAura dulia divinità; ma è opinione
insostenibile. (27) Cons, ad Ilelviam, VII! Del resto, l'eclettismo
di Seneca si può desumere dallo sue stesse dichiarazioni: poiché ora si
proclama rigido seguace de^H stoici {EpiM. 8i), 1), e loda le loro
dottrine (ad Helv. XII; de Geni, li; de olio I), ora invece dice di non
consentire in tutto alle loro teorie (Epist. 80; 33; ecc.; de Olio mp^
III; de vita b. IH; Brev. vit. XIV ecc.), che in parecchi luoghi combatte
aper- lamente (Epist. 59, 7; 83, 8; 85, 1; 113; 117, 6; ecc.).
8 2. (1) Repubblica, lib. X. (2) /
ricordi. II, 17; V, 23; IX, 28. (3) Eneide, X, 861. {%}
Georg. 1, 497-498. Seneca dice : omne futurum incertum est et ad
deteriora cerlius. Ad Marc. XXIII. (5) Eglog. IX, 50-54. Ecco
la traduzione di questo passo, che può offrire qualche tliflinjlt-i
d'interpretazione: «0 Dafni, innesta ì peri; i tuoi nepoti ne
raccogliepaniio le frutta. Tutto la età si porta, persino la memoria
(animum quoque) ; mi ricorda oh*^ fanciullo io cantava spesso, finché i
lunghi soli tramontassero. Ora tante can- zoni dimenticai; la voce essa
pure si dileguò da Meri: i lupi lo videro primi t. Al- ludesi qui all' intercalare
comune, per cui dicesi che si perde la voce quando i lupi vedono noi
prima che ce ne accorgiamo. (6) Georg III, 284-285. (7)
De brevitate vitaé, XII. iB) Georg. III, 66-68. (9) I versi
surriferiti sono riportati da Seneca nel C. IX; il brano che qui ci-
tiamo è tolto invece dal capitolo successivo- Wp=^'^
■'•-•it-'sr.-^c:. 199 (iO) En, X, 467-472; si
cfr. V Apologia di Socrate, III. ove Piatone esprime l'i- dentico
pensiero. (li) En. VI, 730-734. (12) Fedone, VI.
Avvertiamo fin d'ora che per le opere platoniche ci serviamo della
traduzione del Bonghi (Roma, Bocca). (13) Fcd., XI e XXXIII.
(14) Ad Marciam, XXIY; ed anche Episi. 65, i2; ecc. (15)
Fed., IX. (16) En., IV, 384-386. 1 Romani erano tanto formalisti,
che continuavano a ripe- tere le antiche formule e seguire gli autichi
riti, anche quando non fossero pia con- formi alle loro nuove opinioni.
Virgilio ce ne offre un esempio caratteristico: sebbene egli non presti
più fede all'antica credenza che faceva sussistere nel sepolcro l'anima e
il corpo uniti, tuttavia, descrivendo i funerali di Polidoro, ha questa
espressione: animamqiie sepulcro comjiimus (III, 67), che si riferisce
appunto all' antica credenza, ed è in piena contraddizione con le sue
dottrine sulla vita futura. (17) En. X. 467-468. (18)
En. XI, 408409. (19) De brevitate vitae, XII. (20) En.
Vi, 719-721. (21) Gaetano Negri - Rumori mondani, Milano, 1894, il
saggio: « 11 Fedone e l'immortalità dell' anima* pagg. 213-275.
(22) Havet - op. ciu, voi. Il, p. 201. Da queste considerazioni noi
escludiamo, na- turalmente, la poesia filosofica vera e propria, quale,
ad esempio, quella di Lucrezio. (23) Cfr. Malfilatre - Le gènte
de Virgile, Paris, 1810, Voi. I, prefazione. P. F. Tissot - ludes sur
Virgile, compare avec tous les poètes épiques et dramatiques des anciens
et dts modemes, Bruxelles 1826, Voi. I,
specie a pag. XCIX e segg. Boissier - op cu. Voi. I p. 220-262.
(24) En. II, 735-36. Per maggiore brevità d'ora innanzi verrò citando,
riguardo al carattere di Enea, solo quei passi non altrove
riportati. (25) Fedone (trad. Meini, Roma, 1887) p. 119 e
151. (26) Fedone, p. 114. (27) En. II, 575-588.
(28) / Ricordi, VII, 22 (29) En. IV, 690 e segg.
(30) S. Agostino - Le confessioni, lib. I, op. I, 66. (31)
Tissot - op. cit.. Voi. II, p. 102-338. (32) En. IV, 279-282.
(33) /6irf., 314-330. (34) Ibid., 333-361. (35)
Tissot - Ètudes sur Virgile, Voi. II, p. 363-365 (36) Cfr. Essai
sur le poème épique, p. 3. (37) Tasso - Gerus. Lib., C. XIV.
(38) Cfr. Havet, op. cit., V. 1, pag. 235 e segg. (39) Eglog.
X, 69. (40) Eglog. Vili, 43-45. (41) ìbid. 4J.
(42) Eglog. HI, 100-101. 200 (43) Eglog.
Vili, 47-50. (44) En. IV, 412, (45) Georg. Ili,
242-2U. (46) ItM, 245-254. (47) Ibid., 215-216.
(48) Ibìd,, 258-263. (49) En,
I, 697 fine; IV, 129 e segg. (50) En. IV, 14H50. (51)
Ibid., 266; 562. (52) Ibid. 215-217 : ille Paris, cum semiviro
comitatu - Maeonia merUum mitra crinemque madentem - Subnixus*
(53) /élrf., 193-194. (54) En. I, 427-434; 507-512.
(55) En. VI, 442. (56) Epìtteto - Manuale, XLVII.
(57) Havet - op. cit.. Voi. l p. 235. (58) En. IV,
24-27. (59) Ibid., 169-170 (60) Ibid., 172.
(61) En. VI, 472-475. 8 3. (1)
Lodovico Frati - La donna italiana, Torino, 1899, p. 107. (2) S. Joau Chrys. - Ser in
decollai. S. Jo. Bapt. (3) Orig. in Math. (4) Traggo queste notizie da un libro di P. Viazzi -
La lotta di sesso, Palermo, 1900, p. 27 e segg. (5) Cfr. L.
Frati, op. cit, C. VIII. (6) Cicerone ha tradotto questo passo
nella sua Republica, I, 43. (7) De const' sapientis, C XIV.
(8) En. VII. 341-345; per la descrizione dei furori di Amata cfr. ibid^
357-378; (9) En. V, 6. (10) Dice l'Heyne, voi. Ili, p.
173; * Hanc adeo mor lem praetuUt poeta histo- riarum fidei, qua apud
Seimum Fablus Piclor, Amata inedia se interemisse tra- diderat t.
(11) En. 1,25-28. (12) En. V, 610-685. (13) En.
VI, 93-94. (14) En. AI, 445-484 e segg, (15) En. IV,
569-570. (16) Dice infatti THeyne, III, p. 619: « liene autem
Servius: - sane armorum longa descriptio eo special, ut in eorum
vupididatem merito Camilla videatur esse succensa. - Sciiicet elsi virili
animi femirui, tamen a cultu et omalu intactam mentem non habuit*.
L.
rT,-V^-yy^^,è77T'-^,yy^^r:^^7y;?V^y^^ 201 j
(17) En. XI, 8ia-819. i (18) Cons. ad Helv, XIX. Per la condizione della donna a Roma vedansi: 6.
Bois- 5 sior, op, ciLj Voi. II, p. 192-239; Gide - Étude sur la condition de la
femme, Paris, :i p. 98 e segg.; Marquardt - La vie privée des Romains,
Paris, 1892, Voi. I, C. I e II. ^1 (19) Cicero
- Tusculane, I, 12. ! (20) Plauto - Captivi V, 4, 1. j
(21) Fedone (trad. Bonghi), LXlII. (22) In Opuscoli morali,
il trattato: Non poleì'si vivere felicemente secondo ■ Epicuro, (trad. M.
Adriani, Firenze, 1820). (23) In Op, mor,, il trattato sulla
Superstizione, p. 471-493. (24) En. VI, 269. (2o) Cfr. S.. Ambrogio, De
Sancto Sptr, II, 5, 36. Quanto alla
impressione de- stata fra i Romani dal 1. VI, vedasi Boissier, op. cìt.,
p. 299 o seg. (26) De re^\ nat„ VI, 740. \ (27) En. VI,
237-241. I versi che veniamo citando in seguito, sono tolti dallo
stesso libro, fino ai v. 637. , (28) Preller, op. cit. P.
VII. C. I. (29) Preller, ibid, ; si vedano anche ivi le notizie su
Caronte. \ (30) En^ Vili, 243-246. (31) Ibìd.,
666-670. (32) En, X, 641-642. (33) En. 11,268 e segg.
Circa la credenza neirapparizione dei morti, diffusissima ' in tutto il
mondo antico, si cfr. Friedlaender, op, cit. v. Ili, p. 640 e segg.; e
Cice- rone, Tusc. I, 12-16. (34) En. II, 770-fine. (35) En. Ili,
40-49. . (36) Ibid., 147-175. » r\ (37) En. IV, 351
353. (38) En. I, 353-.356. (39) En. V, 721-740.
^40) Orelli - Inscript. lai. amplissima collectio, 4775. (41) Corpus inscript lat. (pubbl. dall'Accademia di
Berlino) Voi. II, n. 4429. (42) En. XI, 271-274. (43)
En. XII, 816-817. (44» En. VI, 323-324. Si abbia presente che per
Virgilio il vocabolo numen si- gnifica sempre potenza divina; vedasi a
tal proposito il diligentissimo studio di R. Dietsch, Theologumenon
Virgilianorum particula, off, Grim. 1853, p. 3-12. (45) Georg. IV,
469-470. Riguardo all' implacabilità degli dèi infernali, vedasi ancora
ihid. 505; En. VI, 370-376. ^46) En. VI, 570-573. L,
VII, lo7 - 4 Xp'bL^Tt'JC 54 "càg tttiv a^i^rijv (/J^'jxàs) |idv5V
(litt8Lat|iéviiV titxpì -rfje ixwjp(;>aE(tì^)i, Per la
rinesti^me pncrale, vedasi Ogereau, p OH e seg^4, (5Ì Cfr Negri,
op. ciL p- I2i, ovo si dinn>strit che il lìoiKctto doli' iminurtal ita
deir anima sembra assente dal pensiero di Man'o Aurelio- Si consideri però
^[ue^sta frase dei Fiicordi, IV, 14: * 'EvuTiéaTT^; «g lispag.
^RvaqpavtaH^a'g xtp x^^^^ì'^^^'^^ jidtUttìv (tì) EpicL fimer^. li,
6; HI, i:). (7) Ep'tsL C. II. Tutta «luesta lunga lettera è aiia
fervida diaiostranìoiic della immortalità dell anima. (8)
Epist XXIV. (9) En. VI, 852-85^. A proposito del carattrre
i^enerale del popolo ronjano e della letteratura latina, vedasi : G.
Michant, /.f? genie latin, Paris, 1900, p. 9-62. Cosi il Brurietiòre, nel
(luinto volume dei suoi EHules crUh/ues definisce come so^ date la
letteratura francese- (10) Cfr Mallilatre, U gmk de Virgik, Parigi,
1810, Voi- IV, p- 2^.^-261 : e William Warbiirton, The dinne legalion of
}foses ecc* Londra, !7'iH-176.^, Voi. II parte 4, tll) Ed
infatti, ora tanto il ti moro di erodesti va*^he notizie ci giunsero
circa le cerimonie che s in Porfirio, fk antro Ni/rnpharum, C. 6,
20- (12) Nel proemio al L VI ; ed. Venezia 1536. {ìli) Gfiorg
IV, 480; En. VI, 4;{n* Sali" idrografia dell" inferno vìrsjiMano
molto disputarono i commentatori, fra cui ii Cerdanus, il Ruaens, l'
lleyne e A. Jario Viaggio di Enea all' In fé?- no e agli Eli»i secondo
Virgilio,' Napoli, 1831; la con- clusione più coiunnc è die dal T
Acheronte derivi lo Stige a da questo il Cogito; ma uno studio attento ci
jiersiiase ohe Acheronte e Stille sono per ViriciUo una stessa
eoaa* (14) En. VI, 297, (15) Fldd. 5.H0-551,
(16) Odiss, XI, 14-19, e X, 510 e segg. (17) Ft^dom, LIX - LX
- LXI ; cfr anchi.^ op, di. p. 246 e segg. (181 Cfr Tito
Livio, XLXIV, 12; Lucrezia», /> rer- naL Vi, 7V0; script NtapoL,
3571, (19) Cfr, Kruger - Charnn undThanatos, Ciiarlottenhurg,
1866. (20) En^ VI
431^433. (21) Odiss. XL 51-80. (32) lìoissier, op. dU voL 1,
p* 289. nota; lìepnJM. p. 498, trad. Ferrai-
castighi, elle pochissime ed assai n compievano nei misteri.
Si veda il limpido riassunto fattone dal Negri,
MoHimaen, /n- fe. i.Ma j m ^ . — -^ .
mmmmmff^ 303 (23) Cfr. r opera dottisiiima del
P, Bottagisio - il Limbo daiUesco, Padovii^ 1898, (14) S^ Asost. -
Ep. 18tì, 27, (25) Odiss. XI, 38-43- Questi versi sono [*ogtÌ tra
parenUiit nelle edizioni crìti- che, perchè ritenuti di funiiazione
posteriore, come in generale tutti i ]uoy;lii in cui é accenna ad una sanzione
oitremoDdana dell' operare umano, i quali Sìuao da at- tribuirsi alla
poesia teosofica e teologica- Ad o^^ni modo, l'aggiunta non è posteriore
ai sec. V a. C, quindi rimane il valore della nostra alferuiazione. Cfr- la
lettera del Luechesini al Mìcalì Sopra alcuni luoghi deli' Odis^ìm che si
credono spuni, mìV Antologia del Vieusseux, t YIU, 22 p- 133, 1822; e
Coinparetti - Die Strafe des Tanialus navh Pimiar in Pkìhlogm, voL XXX IL
disp. %, n- VIIL (26) Od'm. 487- V91. (27) Cfr
MaUllatrc, op- cir, IV, p- 238 e aegg. (28) Gai US - lìulii^ I,
53. (29) Svetonio - Cai-, 5. f30) Cfr. 1* Marquardt -
Iji vie privée des Bomaineàj Paria, 18ii2, VuL 1, p. I. (31) Eepuò,
p. 497; Gorgia p- 524 (trad- Ferrai); En. VI, 540^ (33) Erh VI,
577-579 ; in questo modo, e non altrimenti, vogliono essere inter-
pretati questi versi, i quali si potrebbero volgere in prosa cojii : * ipse
Tariarus bis tantum desceìidU In profundum^ et sub umbì^as extendUur^
quantm est prò- speclus ìtidn mi aethereum cotti olympum^
{%%] Uifxd^ Vili, 1*5; Esiodo, Teogon. 720, laov oùpctvóc ic ànò t^^j
Fedone^ 410 B - 11^ E. (33) Cfr. Odiss- XI, 304. 57(5
ecc. (34) Nella descrizione dello scudo di Vulcano, En. VOI,
6d8-tìfì9- (35j Nella sua Eneide traveslie, parodiando questi versi
lEìi. VI, ùfiì),
esclama: Celle sentence est borine et beile - Mais en Enfer de quol
si^rl-eilef (36) De RepuòL 1. VI, 3; e anclie Tiisc. 1. I, tO. (37 j II
Winson mi suo Les religions avtuelks^ Paris, 1888, p, XI II. dice che la
teoria esposta da Virgilio nei versi che stiamo esaminando è quella dei;li
Indiani. Nul invece abbìamarte di essi riproduce la dottrina stoica
deiranima dei mojido; e diinostrei-emo ora che la seconda parte s'ispira
direttamente alle dottrine platoniche. (38) Cfr- 0* Trezza -
Lum^esw^ Firenze, 1876, p. 123. rwta^ mi Platone - liepubblka, L-
X, C- XVI, 621; Fedone, p- *07 d. (40) HepubbL, ibld. C. XIV e
XV. (41) BepubòL, ibìd. XIII, 6M (42) Cfr, a tal
proposito le osservazioni del BoisBÌer, op. cU., Voi. h p- 298-299.
(43) Ad Am. VK 898. ed. Parigi, !600, p. 448. (44) William
AVaiburton, op. ci7„ loc* cit; Malfilatre, op. clL^ loc cit (45) C.
Ruaeus, op. di.. Voi II, p. 459- (46) (kiiss. XIX, o():l-5fi7.
Questa tradizione era stata riprodotta anche da Ovidio, Orazio, Cicerone-
%\ confronti il gindizioso comm. dell'Heyne ad Aen. VI, 894 e seg. IV, p-
260- i :*i)4 (1) E'
comparsa di questi ultimi giorni un'opera di E. Disa, Le previsioni del
tempo da Virgilio ai di nostri (Torino, Bocca, 1900) nella quale l'A. dice, a
propo- siU» degli insegnamenti contenuti nelle Georgiche, che Virgilio «
ebbe incontestabil- mente il senso scientifico del metodo sperimentale,
ebbe quell'acuto e potente conce- pinii^ntn che, dati i mezzi, giunge a
grandi scoperte» (pag. 22); e riporta quindi il giiidi/Ì4> di due
moderni scienziati francesi, secondo i quali il nostro poeta avrebbe
intuito le leggi delle tempeste (fissateselo da pochi anni coli' aiuto del
telegrafo, degli stromeuti e degli Osservatori), e le leggi organiche del
Darwin sulla evoluzione degli organismi mediante la selezione (pag.
49-2J). Addirittura!..... Scevri da qualsiasi ido- latria, noi abbiamo
potuto vedere quale sia realmente il senso scientifico di Virgilio.
Notiamo frattanto che allo stesso Disa non è sfuggito che gli insegnamenti di
Virgilio, non mno dovuti ad intuizioni sue proprie, ma attinti in parte
alla sapienza volgare propria de' suoi tempi, in parte alle opere greche,
come dimostrò primo l'Orsini, e più lardi l'Eichofif, il Ribbeck, il
Knuche, il Morsch, e come Servio aveva già mostrato net suo commento.
(2) Cicerone - Accademica, II, 3. 0] É questo un brano di una
lunga e splendida lettera che l'illustre critico e filosofo ci scriveva
dopo aver lette le prime tre parti del nostro lavoro. Egli vorrà
perdonarci se il desiderio di far conoscere almeno una piccola parte -• non
laudativa - del suo scritto, ci ha indotti a portare nel dominio
pubblici» ciò che era destinato a rimanere nell'ambito di una semplice
corrispondenza privata. (4J Cfr. la Prefazione alla trad. francese
dell'opera più volte citata del Preller, p. X-XI. (5)
Cicerone - De nat. deor., II, 22 e 28; Zeller - Philos. dcr Griechen, III,
ì, mi e 1 1
INDICE ANALITICO Prefuionfl daU'A. .,,.,..,„. Pàg
V1I=XI1 Inì[iorUnza delia pfcsente ricerca, VII- — Deficienza
degli studi antichi e moderni sulla lìlosolia di Virgilio, VIIL —
Metodo ed estensione del nostro lavoro, X- — Noie:^ XU- PAFte I. ^
I.^ KEIiIOIONE pag. 1-&7 § 1- -- Le eondiiioni della relipone
romana ai tempi dì Virgilio e le riforme di Augusto, i- — Poca
sincerità dei lettcriitì suoi colìaìioratori, 5- 5 % — La
religiosità di Virgilio, 6* — la lui rivive Tantica religione romana con
tutti ì suoi caratteri, 8* § 3- ^ Segue della religione romana in
Virgilio, 13* — Cru- deltà e dispotismo degli dèi, 15- — Ribellioni al
loro volere, 19. I 4» -^ Il rituale romano in Virgilio, fi. ^
Funerali e sa- criliii, 23.— Spirilo pratieo della religione romana,
34- S 5* ^ L'allegoria dell' Eneide, 36- — I libri sibiiliai e
l'ele- mento greco asiatieo nella reiigione di Virgilio, 37- —
L'antropomorfismo e la moralità degli dèi, 38. — L'e- gloga IV e il
cristiauesimo di Virgilio, kX Note: Ai g 1, 49- — Al ^ 2, o2 - Ai t 3,
53- - Al § 4, 5S. — Al I 5, m^ Pvrlfl II. — i^'EFXCITBmSMO ■
61-91 § 1. — L'epicureismo e la religione, 61- — Rapporti
storici tra la religione e la filosofiate^ -^ L'opinione dei cri-
tici e dei commentatori suUepicureismodi Virgilio, 63. § !!, —
L'egloga VI, 64- — Essa non ei^prime principi epi- curei e nemmeno eni
pedoelei o stoici, tki. — E" una eoniaminaiio di vari sistemi,
70. g 3. — L'imitazione lucrexiana in Virgilio, 70. — La
prima età del mondo e l'uomo primitivo, 71. — La descri- zione
della peste e il gruppo plastico di Venero e Vulcano, 77 §4-
— Lo spirito scientifico nella filosofìa epicurea, 81- — - Credute
aspiraKionì di Virgilio a conoscere le cause dei fenomeni, 8t. — Gli
effetti della superstizione, 85- ^
206 § 5. — L'ultimo argomento, 88. — Virgilio non fu
epicureo nemmeno in gioventù, 90. — Conclusione, 9i. Note: Al § 1,
93. — Al § 2, 94. — Al § 3, 95- — Al § 4, 96. — Al § 5, 96.
Fartd in. - LO STOICISMO pag. 97'124 § i. — La filosofia a
Roma, 97. — L'amore alla filosofia nel secolo di Augusto: Orazio, 98. —
La Scuola del Portico, 100. § 2. — Lo Stoicismo e la
tradizione religiosa, 101. — La dot- trina stoica dell'anima del mondo in
Virgilio, 101. — L'intelligenza degli animali, 103. § 3. —
Conseguenze morali, 107. — Umanità e cosmopoliti- smo, 107. —
L'avversione alla guerra nello stoicismo romano e in Virgilio, 109.
§ 4, — I doveri verso sé stessi, il5. — Il saggio delle Geor- giche
secondo la dottrina degli stoici, 116. — Disprezzo delle ricchezze e
degli onori, 118. — Amore alla po- vertà, 119. - Il vizio, 121. — Il
suicidio, i22. Note: Al § 1, 425. - Al § 2, 125. - Al § 3, 126. -
Al % 4, 127. f arte IT, — IL PLATOITISMO i 131-186 § 1.
— Lo stoicismo platonizzaute, 131. — Cicerone e la filo- sofia romana,
132. — L'eclettismo di Seneca, 134. ì 2. — Il concetto pessimistico
della vita umana, 138. — L'ascetismo e lo spiritualismo, 140. — Il
carattere di Enea, 144. — Il disprezzo dell'amore e il significato
del libro IV dell'Eneide, 149. !? 3. — Il mìsoginismo negli
scrittori ascetici e in Virgilio, 154. — La preoccupazione
dell'oltretomba, 158. — Gli dèi infernali e le apparizioni dei morti,
163. g 4. — La credenza della vita futura a Roma e lo scopo
del libro VI dell'Eneide, 168. — Critica delle interpre- tazioni
comuni e di quella del Warburton, 172. — Le fonti dell* inferno
virgiliano, 174. — Il limbo, sua vera origine e significato, 177. — Il
Tartaro e l'E- liso, 181. — L'inferno filosofico e le due porte
d'u- scita, 184. I — Conclusione 189- Note: Al §
1, 197. - Al § 2, 198. - Al § 3, 200. - Al § 4, 202. - Al § 5, 204.
1 I Publio Virgilio Marone. Virgilio.
Keywords: catabasi. Luigi Speranza, per il Play Group di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Virgilio.


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