Grice ed Alminusa: all’isola – l’implicatura conversazionale dei nobili siciliani – filosofia siciliana – la scuola di Catania -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catani, Sicilia. Grice: “Cutelli is like Hart, a jurisprudent, rather than a philosopher!” Si laurea a Catania. Un saggio e il “Patrocinium pro regia iurisdictione inquisitoribus siculis concessa”. Vuole escludere dal "privilegium fori" numerosi delitti come la resistenza a pubblico ufficiale, ed omicidio anche tentato. Altro saggio: “Codicis legum sicularum libri quattuor” dove manifesta un'idea di politica amministrativa che mira a creare un centro unificatore e un ministro superiore, cui fosse affidato il compito di amministrare e dirigere la monarchia, ottenendo il rilancio economico, la riduzione delle spese e il riequilibrio del conto fiscale. Si reca a Napoli. Acquista il feudo di Mezza Mandra Nova. Altro saggio: “Catania restaurata”. Altro saggio: “Supplex libellus.”Acquista il feudo di Alminusa e il borgo già creato da Giuseppe Bruno, figlio del fondatore Gregorio, per atto del notaro Pietro Cardona di Palermo. Ad Aliminusa dota la chiesa di Santa Anna e stabilisce un legato di maritaggio di dieci onze l'anno in favore di una figlia dei suoi vassalli, come si scorge dal suo testamento redatto innanzi al notaio Giovanni Antonio Chiarella di Palermo. Acquista il feudo di Cifiliana. Il suo testamento rivela la volontà di destinare una parte dei suoi possedimenti alla fondazione di un collegio d'huomini nobili in cui si dovesse studiare filosofia: il Convitto Cutelli, o Cutelli.A Catania gli sono dedicati una piazza sita sul percorso della centrale via Vittorio Emanuele II e il Liceo Classico "Mario Cutelli". Dizionario biografico degl’italiani. Una utopia di governo. La formazione dell'élite in Sicilia tra Settecento ed Ottocento. Il "Collegio Cutelliano" di Catania, in "Quaderni di Intercultura". Conte di Villa Rosata. Conte Mario Cutelli di Villa Rosata e signore dell’Alminusa. Alminusa. Keywords: i nobili, i nobili siciliani, homosocialite, boys-only, male-only, Convitto Cutelli, élite filosofica, all-male establishment, Oxford as non-co-educational – the coming of Somerville! – Grice’s play group as an all-male play group, the idea of nobilita, nobility. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alminusa” – The Swimming-Pool Library.
Grice
ed Alopeco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Lugi Speranza
(Metaponto). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di
Pitagora”), Alopeco was a Pythagorean.
Grice ed Altan: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del soggeto -- simbolo,
valore – ermeneutica antropologica – la scuola di San Vito al Tagliamento –
filosofia friulana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito al Tagliamento). Filosofo friulano. Filosofo
italiano. San Vito al Tagliamento, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Altan; he is
of course an anthropologist and not a philosopher, although his first rambles
were on Croce and philosophy as synthesis of history! – but then I lectured on
Peirce’s misuse of ‘symbol,’ and Altan, not a philosopher, just like Peirce was
not – repeats the mistake – Welby should possibly know better – Grice: “Altan
fails to explain why the Romans felt the need to borrow ‘symbolum’ from the
Greeks, and never return it!” Grice: “The examples in Short and Lewis for the
Roman use of ‘symbol’ are extravagant – Peirceian almost!” – Grice: “Altan’s
point is that a ‘soggeto,’ to communicate via ‘logos’ with another ‘soggeto’ in
a colloquium, must rely on this or that symbol, which means that he must rely
on this or that ‘valore’ – and unless you share those values, you don’t quite
grasp the implicatum in the use of the symbol.” Nato da un'antica famiglia friulana. Uno dei massimi
esperti di antropologia culturale. Destinato dalla famiglia alla carriera
diplomatica, si laurea in giurisprudenza a Roma. In Albania durante la
seconda guerra mondiale, partecipa alla resistenza, militando nel partito d'azione.
Dopo le vicende belliche, conosce CROCE (si veda) grazie a cui fa il suo
ingresso nel panorama culturale italiano. L'incontro con CROCE, avvicina la
sua filosofia all'idealismo crociano ed allo spiritualismo etico, come
testimoniano i suoi saggi di questo periodo. Trascorre quindi dei periodi di
studio e di ricerca a Vienna, Parigi e Londra, dove si accosta pure
all'antropologia e all'etnologia. Grazie all'influsso di MARTINO (si veda),
CANTONI (si veda) (di cui e anche assistente volontario) e Tentori, si dedica
all'antropologia secondo un approccio che non si basi esclusivamente sulla
ricerca sul campo e l'etnografia ma che fa soprattutto ricorso alla filosofia.
Influenzato pure da Malinowski, si oppone allo strutturalismo, aderendo
successivamente al FUNZIONALISMO nonché a un marxismo mediato dalla scuola
francese degl’Annales. Insegna antropologia culturale alla Facoltà di
Filosofia di Pavia, Trento, Firenze e Trieste. Organizza a Roma un convegno di
antropologia della società complessa. Vive tra Milano e la sua villa a Grado.
Sulla base della sua iniziale formazione in filosofia del diritto nonché della
sua vasta conoscenza filosofica generale, dopo una fase di ricerche sulla
fenomenologia del simbolo, volge la sua attenzione verso i metodi applicati
all'analisi semiotico, quindi si dedica allo studio dei comportamenti e dei
valori che lo hanno poi condotto ad approfondire, da una prospettiva
storico-culturale e con una visione alquanto critica, la dimensione identitaria
degl’italiani. A. cerca di far capire sia all'opinione pubblica che ai
politici italiani l'importanza e la necessità di dare al loro paese una
religione civile, come la degl’antichi romani. In questo progetto, vanno
inserite alcune fra le sue opere come La coscienza civile degl’italiani e il
manuale di Educazione civica. Si dedica allo studio delle basilari
componenti simboliche dell'identità etnica italiana – specialmente friuliana --
, concentrandosi, a tale scopo, sulla categoria dell'ethnos, individuandone ed
analizzandone cinque principali componenti: I l'"epos" -- cioè, la
memoria storica collettiva; II l'"ethos" -- cioè, la sacralizzazione
di una norma e di una regola in un valore) III il "logos" -- cioè, il
linguaggio interpersonale e la conversazionale; IV il "genos" -- cioè,
l'idea di una comune discendenza: la ‘gens’ degl’antichi romani -- ed V il
"topos" -- cioè, il SIMBOLO di una identità collettiva comunitaria
stanziata su un dato territorio – come il Friuli -- allo scopo di trovare una
possibile soluzione razionale, dal punto di vista dell'antropologia, ai
conflitti tra i vari etno-centrismi. Altre saggi: “La filosofia come
sintesi esplicativa della storia. Spunti critici sul pensiero di CROCE e
lineamenti di una concezione moderna dell'Umanesimo” (Longo e Zoppelli,
Treviso); “Pensiero d'Umanità. Sommario breve d'una moderna concezione
speculativa dell'Umanesimo” (Bianco, Udine); “Parmenide in Eraclito, o della
personalità individuale come assoluto nello storicismo (Udine); “Lo spirito
religioso del mondo primitivo” (Saggiatore, Milano); “Proposte per una ricerca
antropologico-culturale sui problemi della gioventù” (Mulino, Bologna); “Antropologia
funzionale” (Bompiani, Milano); “La sagra degl’ossessi: il patrimonio delle
tradizioni popolari italiane nella società settentrionale” (Sansoni, Firenze);
“Personalità giovanile e rapporto inter-personale” (ISVET, Roma); “Le origini
storiche della scienza delle tradizioni popolari” (Sansoni, Firenze); “Atteggiamenti
politici e sociali dei giovani in Italia” (Mulino, Bologna); “I valori
difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche in Italia”
(Bompiani, Milano); “Comunismo e società” (Mulino, Bologna); “Valori, classi
sociali, scelte politiche” (Bompiani, Milano); Manuale di antropologia
culturale. Storia e metodo” (Bompiani, Milano); “Modi di produzione e lotta di
classe in Italia” (Mondadori, Milano); “Tradizione e modernizzazione: proposte
per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (Campo, Udine); “Antropologia.
Storia e problemi” (Feltrinelli, Milano); “La nostra Italia: arretratezza socio-culturale,
clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi” (Feltrinelli,
Milano); “Populismo e trasformismo. Saggio sull’ideologie politiche”
(Feltrinelli, Milano); “Per una storia dell'Italia arretrata” (Monnier,
Firenze); “Una modernizzazione
difficile. Aspetti critici della società italiana” (Liguori Editore, Napoli); “Soggetto,
simbolo e valore. Per un'ermeneutica antropologica” (Feltrinelli, Milano); “Un
processo di pensiero” (Lanfranchi, Milano); “Ethnos e Civiltà. Identità etniche
e valori democratici” (Feltrinelli, Milano); Italia: una nazione senza
religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta” (IEVF-Istituto
editoriale veneto friulano, Udine); “La coscienza civile degli italiani. Valori
e disvalori nella storia nazionale” (Gaspari, Udine); “Religioni, simboli,
società: sul fondamento umano dell'esperienza religiosa” (Feltrinelli, Milano);
“Gl’italiani”: Profilo storico comparato delle identità nazionali europee” (Mulino,
Bologna); “Per un dialogo fra la ragione e la fede” (Olschki, Firenze); “Le
grandi religioni a confronto. L'età della globalizzazione (Feltrinelli,
Milano); Identità etniche, Una religione civile per l'Italia d'oggi, emsf. biografie/
anagrafico.asp?d=328 Il crogiolo, archive. web/ emsf.rai/biografie/ anagrafico ?d=328;
“L'esperienza dei valori”, “Identità etniche e valori universali” archive./ /http://emsf.
biografie/anagrafico.as Modelli concettuali antropologici per un discorso inter
disciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in: Psicoterapia e scienze
umane, polser.wordpress.carlo-tullio-%altan-modelli- concettuali- antropologici-per-un-discorso
-interdisciplinare-tra-psichiatria- e-scienze-sociali-in- psicoterapia- e-scienze
-umane -Citazioni «Per la destra l'antropologia è roba per selvaggi; la
sinistra pensa solo all'economia; altri sono ancorati a schemi anglosassoni,
che vedono le strutture politiche come realtà a sé», da un'intervista
rilasciata a Rumiz e pubblicata in La secessione leggera, Roma, Riuniti, Cfr.
il saggio autobiografico: C. Tullio-Altan, "Un percorso di pensiero",
Belfagor. Rivista di varia umanità, nonché il testo autobiografico Un processo di
pensiero, Lanfranchi Editore, Milano, Cfr. U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di
Antropologia. Etnologia, Antropologia Culturale, Antropologia Sociale,
Zanichelli, Bologna, voce A. 772.
Cfr.//controluce notizie-old-html/giornali/a 14n03/18-culturaecostume- altan.htm Cfr.//segnalo/ TRACCE/ NONPIU/ tullio-altan
Frutto di questo nuovo programma di ricerca, e peraltro la monografia Lo
spirito religioso nel mondo primitivo.
Cfr. A. Rigoli, Lezioni di etnologia, Renzo e Reau Mazzone editori, Ila
Palma, Palermo, Cfr. Fabietti, Remotti, cit.
Fra cui Catemario, Cardona, Galli, Lanternari, Musio, Remotti, Rigoli, Satriani,
Tentori. Cfr. Tentori, Antropologia
delle società complesse, Armando, Roma. Da un punto di vista storico, è da
ricordare come l'antropologia culturale ha origini giuridiche. Invero, molti
dei maggiori antropologi della seconda metà Professore sono giuristi o,
quantomeno, avevano una formazione giuridica. Ciò fondamentalmente è dovuto al
fatto basilare per cui nessuna società umana è priva di una qualche forma di
diritto, anzi tutte le istituzioni sociali hanno una imprescindibile dimensione
giuridica; cfr. Fabietti, Remotti, "Antropologia giuridica". Cfr. Ignazi, "Populismo e trasformismo
nell'analisi di A.", il Mulino. Rivista di cultura e politica. Angioni,
"A.: un antropologo "anti-italiano". Familismo amorale e
clientelismo tra i mali del Paese", in: Il Sole 24 Ore, Cfr. Enciclopedia delle scienze
filosofiche in. Cfr. A., "La dimensione simbolica
dell'identità etnica", Finis e Scartezzini,
Universalità e differenza. Cosmopolitismo e relativismo nelle relazioni tra
identità e culture, Angeli, Milano. Qui,
per regola, si intende una norma, in genere non necessariamente codificata,
suggerita dall'esperienza o stabilita per convenzione o consuetudine, spesso in
riferimento al modo usuale di vivere e di comportarsi, sia individualmente che
collettivamente; cfr. A. Ethnos e
civiltà. Identità etniche e valori democratici, Feltrinelli, Milano -- nonché i
ricordi di Galimberti e di Massenzio comparsi su La Repubblica e reperibili
all'indirizzo Cfr. pure Rigoli, A., Un
processo di pensiero, Lanfranchi, Milano; A. "Un percorso di
pensiero", Belfagor. Rassegna di varia umanità, Ferigo, di A., Metodi
& Ricerche. Rivista di studi regionali,
Atti del Convegno Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una
riflessione su A., Udine-Aquileia, i cui sunti sono stati pubblicati, Candidi,
sulla rivista Italia Contemporanea. Fascicolo speciale dedicato ad A. della
rivista Metodi & Ricerche. Rivista di studi regionali. L'antropologia italiana. Laterza, Roma; Alliegro,
Antropologia italiana. Storia e storiografia, SEID, Firenze, A., C. Signorelli,
"A proposito di alcune critiche: dibattito A.-Signorelli", in Rivista
della Fondazione Italiana dei Centri Sociali, Roma; Forniz, "Il Palazzo A.
in S. Vito al Tagliamento: dimore illustri nel Friuli occidentale", in
Itinerari. A. su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario
biografico dei friulani. Nuovo Liruti; Istituto Pio Paschini per la storia
della Chiesa in Friuli. Biografia su
feltrinellieditore. Biografia, su blog.graphe. Convegno in memoriam, su qui. uniud.
Ricordo biografico, su contro luce. Filosofia Sociologia Sociologia Categorie: Antropologi italiani Sociologi
italiani Filosofi italiani Professore, San Vito al Tagliamento Palmanova Accademici
italiani Studenti della Sapienza Roma Professori dell'Università degli Studi di
Pavia Professori dell'Università degli Studi di Trento. Carlo Tullio-Altan.
Altan. Keywords: soggeto, simbolo, valore – ermeneutica antropologica, Croce,
filosofia come sintesi, Velia, la porta rossa di Velia, fascismo, ideologia
politica italiana, ideologie politiche italiane, simbologia, simbolismo,
ermeneutica, mercurio, ermete, mercurio, humano, uomo, umanesimo, Altan e
Passolini, Palazzo Altan – Altan nobile friulese, il conte Carlo Tullio-Altan –
la etnia friulese, ‘friulese, non italiano’ – dizionario biografico dei
friulesi – friul – la lingua friulese – la base romana – la occupazione romana.
Aquileia – i friulesi durante il fascismo – contro il friulese, italisazzione –
Altan e la resisenza – etnia e italianita, -- romanita ed italianita –
friulesita -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Altan” – The
Swimming-Pool Library. Altan.
Grice ed Alvarotti: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale retorica – la scuola di Padova – filosofia
padovana –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Nacque nell'antica famiglia nel palazzo di famiglia in contrà
Sant'Anna. Il padre e archiatra di Leone X. Insegna semiotica a Padova e studia
a Bologna sotto Pomponazzi (si veda) Alla morte di Pomponazzi, ritorna a Padova
dove insegna fino al decesso del padre; dopo di ciò dove occuparsi attivamente
della sua famiglia. A questo periodo risale la composizione che verranno
pubblicati da Barbaro con il titolo di dialoghi
filosofici: Dialogo d'amore”, “ Dialogo della dignità delle donne”; “Dialogo del
tempo di partorire delle donne” e “Dialogo della cura famigliare”; due dialoghi
lucianei “Della usura” e “Della Discordia”, seguiti da quello “dialogo delle
lingue” e da “Dialogo della retorica” e infine quello “Delle laudi del Catajo,
villa della S. Beatrice Pia degli Obici e quello Intitolato Panico e Bichi.
Questi dialoghi sono le opere più note di A., nonostante siano stati pubblicati
a sua insaputa e non siano mai stati riconosciuti, e hanno avuto decine di
ristampe. C’e anche un “Dialogo della vita attiva e contemplativa” che
non venne però inserito nei Dialogi per motivi tuttora sconosciuti. Degl’infiammati,
amico di Tasso, si occupa della revisione della Gerusalemme liberata. Autore
della Canace, pubblicata a Venezia,
tragedia che da seguito a un'accesa polemica tra l'autore e
Cinzio. In seguito intervenne anche nella polemica tra lo stesso Cinzio e
Pigna a proposito dell'”Orlando furioso” e del romanzo come genere letterario.
Si trasfere a Roma dove divenne amico di Caro. Tornato a Padova compose i “Discorsi
Su Alighieri”, “Sull'Eneide”; “Sull'Orlando furioso” e il “Dialogo della
istoria.” Fautore di un classicismo ancor più estremo di quello del vicentino
Trissino, cui rimprovera di aver tratto dalla storia e non dalla mitologia il
soggetto della sua Sofonisba. Conformemente all'uso greco e, naturalmente, nel
pieno rispetto delle unità aristoteliche, si ispira all’Eroides ovidiane per la
Canace. Sepolto nella Cattedrale di Padova negl’avelli degl’Alvarotti.
Nell'andito della porta settentrionale gli venne eretto un monumento ad opera
di Campagna. A Opere tratte da' mss. originali, Forcellini, Venezia,
Occhi, A., in Trattatisti, Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi, Cammarosano, La
vita e le opere di A., Empoli, Tipografia R. Noccioli; Bruni, A. gl’infiammati,
in Filologia e letteratura, Bruni, Sistemi critici e strutture narrative, Ricerche
sulla cultura fiorentina del Rinascimento, Napoli, Liguori, Fano, Notizie
storiche sulla famiglia e particolarmente sul padre e sui fratelli di A., in
Atti e memorie dell'Accademia di Padova, Padova, Randi; Fano, A., Saggio sulla
vita e sulle opere, Padova, Drucker; Floriani, I gentiluomini filosofi. Il dialogo
culturale, Napoli, Liguori; Fiorato, Fournel, Il “camaleonte” e il “cuoco”. A.
e la critica del romanzo, in « Schifanoia », Jossa, Rappresentazione e
scrittura. La crisi delle forme poetiche rinascimentali, Napoli, Vivarium; Jossa,
Verso il barocco. A. e Borromeo: tra retorica e mistica, in Aprosiana, Pozzi, Le lettere familiari d’A., in
«Giornale storico della letteratura italiana » Pozzi, La critica fiorentina fra
Bembo e Speroni: Varchi, Lenzoni, Borghini, in M. Pozzi, Ai confini della
letteratura. Aspetti e momenti di storia della letteratura italiana,
Alessandria, Edizioni dell'Orso, Sperone Speroni, volume monografico di «
Filologia veneta », Padova, Editoriale Programma, TreccaniEnciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Camillo Guerrieri Crocetti, Sperone Speroni, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Sperone Speroni, su sapere, De Agostini.
Luca Piantoni, Sperone Speroni, in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Sperone Speroni, su Liber Liber. Opere di Sperone Speroni, su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Sperone Speroni,. Audiolibri di Sperone
Speroni, su LibriVox. Michele Messina, Sperone
Speroni, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 97
DIALOGO DELLE UNGVE. I NT ERLttC VTO R I, Tìembo l
Lazaro, Cortegwo , Scolte, 1 Lafcari, Perette. odo dir,mcffer Lazaro, che
la Signoria di Vettetia iìb\é condotto a legger greco, la» tino nello jìudto di
Padoua:è ite ro qucUot Lai. Monfignorp. BtM. Che prouificnc è lauo* fira:Ls z.
Trecào feudi d'oro. SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo ne
lettere, cr con li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe» roche mnonsòbuomonifjuno
della uojìraprofcfiiioue t che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato :
eoa le buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà no la uìta loro
pot(erc s <£r nude; cerne fono ite per Io puf* fitojrì allegro etìandia con
lo jìudioj^rglijiudkfidi pa doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero
iquale tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^ the egli ui bifognerà
fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difi* àtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare ,
quanto adunai infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina. Ikhe fare
nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati* carni, cr con le uofbre
bieuoli fatiche operar gloria in uoi,et in
aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba pregato Dommcdio^hc mi du grattaci
occajìosc una N uotd DIALOGO me ut concia:
patti catdtopmow di Kd.RU per ztr* LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam ritti
che mfTuno a* è ^op^ etw / M g" S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m*
CT MU fi hLnU Éfee«W»e«^ è Aium» fi fattamente , f, prtri n***rrL«i
Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £ feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe m
fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif <U« ,fenr icWi delolw&tectwto altre f
^«"f* frtae:>£ di <pdk<dtre ne il deh «e W4,«
DELLE LINGVE. t)g può recare il parlar bene attamaniera del uolgo.
Bem. 1*2$ è ben uero,cbe tanto più uolontieri fi dotterebbe iin parar lalingua
grecarla latina, che la Tofcanaì quan to di quc^a quelle altre due fono più
perfette, er più ca* re. ma che la Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn* te lo
direi j parte per non èrebugia,parte per non parer dbauer perduto tutto quel
tempo,che prender udii in ap prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per
quel* lo che io n'oda dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan to o poco
meno fiata la li Genna>ua.LAT.A me pare, quando m guardo, che talefia la
uolgar Tofcana perù* fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero*
che la uolgar e non ì altroché la latina guatla^? corrot U boggimai dalla
lunghezza del tempo, o dalla forza de barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual
cofa gli italiani, U quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon
gono,o fono fcnzagiudiw, non dtjcerncndo tra ytcU lo , chcè buono, crnon buono
io priui in tutto d'inge- gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde
quthììauuiene,che noi ueggiamo auucnire di alcuna human* compietene :la quale
fiemadi uigor natura* le nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m m ilfuo
corpo , quello in flemma cornate , che rende lo buomo da pocoì^r nelle proprie
operatimù il fa ef= fere conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud- rebbe
dare per legge ad ogn'uno :a uolgariilncn parla- re latinamente , per non
diminuir la riputatione di me- ■ fìa lingua diurna: a letterati, che mai da
loro, fe non . cojbrtìti di alcuna ncceftità , non fi parlale volgare U i
atta D I A L O C O Si maniera de gli ignorantùacciocbel
uclgo arrogante ton Vcfiempio&r autoritàde grandi huamini , no» preti*
iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta rei & ai arte
ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef* (er haxaro , qui tranoi ditene il male
che uoi tioiete di ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche fe- ce Vanno
pacato mejfer Romolo in quejia città ; il quale orando pubbcamente,con tante ,
er taliraghni biafimo total lingudAordfujbc innanzi bareitolto d'effer mor to
famiglio di Cicerone, per batter bene latinamente par iato : che uiuer bora con
quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se io crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi
Padova , che la lingua latina fuffe cofa da feguitare , er da fuggir U Tofcana
; 6 io non u onderei a legger latino, ofbcrc* rei che delle mie letttoni paco
frutto fe ne doueffe piglia* re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t
giudicarei,cb'ef$i man zafferò d'intelletto ,non fapendodtilmgueretra pnnei*
pij perfe noti , strale conclufioni : il quale difetto non ha rimedio niffuno .
Onde io tti dico , che pia toflo «or* retjiper parlare , comeparlaua Marco
TuUio latino , che effer papa Clemente . Costig, Et io cono* feo di motti
kuomini , che per effer mediocri Signori , fi (ontentarebbono d'effer muti, già
non dico che iofta una didaeSo numero -.ma dico bene dicob con uofbra grati* ,
poi che il affitto è dal mio poco intetiettojo non tiedo per qual ragione debba
Ibuomo apprezzare la Un gua greca , ne la latina > che per f aperte
[prezzare , mi* tre, er corone, che fe ciò fujjfc, flato ferebbe di maggior
égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene , er di Ci* terone:
DI1IB LIKGVt 99 cerone : che non è bora f imperio, & il Papato
, EhmbJ Non creggiate , etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt lingua latmadi
Cicerone, la quale era commune a lui t cr gli altri Romani : ma mfieme con le
parole latine e* gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu*
propria y ertoli d'altriita quale tanto più ecceUentt dee riputar fi d'ogni
mondana grandezza, quanto aWal* tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o
perforte,out a quella delle feienze monta. [anima nofira non con altre: ali,
che con quelle del fuo ingegno ,%r della fua indù* foia . Io fo nuUa per
rifletto a quegloriofi : ma qudpo* coccio nefo delle lingue, non lo cangierei
al Marche* fttodi t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio,
ckeuoicrcggiate>cbe molti de Senatori, vde Confala* ri di Roma , non che
tutta la plebe coft latino parlale » come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu
fu Rem* obligata,èic alte vittorie di Cefare. Onde io difli,ty />£>= n
dicodinuouo , che più i)limo,& ammiro U linguaio» tino, di ciccronctcbe
[imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del la qual lingua parlarci al predente
>non tantoperfodhfa* re aldiftderio di quefìo gentiluomo da bene, quato per
che io fono obligato di farlo.ma otte uoificte,non fi con* «iene , ée altri che
uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra' mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli
farebbe («ih» toprofontuofo. Bem, Quejlo ufficio dilodar Ulingu* latina per
molte ragioni dee effere mjbro ; parte per ef» fergiàdejlinatoad infegnarla
pubicamente : parte per ejferltpiu partigiano che non fono io , il quale non
tifli* no cotante: fi che però io difèregi la uolgare Tofana : n $ cr
DIALOGO <jr a tcbe io non la prepofi fe non ad un
Mirebefatoyoue ■ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo . Dunque
a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt to iUa ]xngui,atta quale il
nome uoflro,cr la fama uofhra è grandmane obligata: cr con quello buongentilbuo*
ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò di confeffire d'bauere
anzi dello feemo, che nò, per udir uoi ragionar della fua ecceUenZd.L AZ.Et io,
poi che UO lete cofi ; uolontieri la loderò , con pitto di potere ìnfìe*
inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri* ZA che uoi (babbiate
per mule. B e m. San contento : mi fu ilpatto communc,cbe quaio uoi
uituperarete; io pofa fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo
dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin gua latina,
rendendouila ragione perche io la preponga, atta fignark del mondo ; ma finire
non neramente, tanto ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren
do fìcuro , che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai efferle molto più amico
, che uoi non fiete al prefente al* Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi farete
da* poi. bora io uoglio per lamia parte , che qual bora cofi direte,cbe io non
intenda , interrompendo il ragionamen to,poffapregarui, che la chiariate. Laz.
So» con* tento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine cimio,cbt
quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli Muti animali, in quejl'una
principalmente ci difcoliiamo da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un
(al tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic. Dunque fe cofi
è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé DELLE LINGV
bruti , il qu*k parto ì er fcriuerà meglio. Per la cofa chiunque ama
d'ejfer kuomo perfettamente , ceti o= giti Audio dee cerare 'dì parlare , er
fcriuere perfetta* mente : er chi ha ucrtìi di poterlo fare , ben fi può dire *
ragione lui effer tale fra gli altribuomini,quali fatigli buomini iftcfc per
ricetto alle tejiie . qua! tutti di parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini
quafi uguabnè* te j appropriarono. Onde le loro lingue uègono adefur
qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci (anno diuerfi per eccellenza dalle
barbare^ dalle irratioitaU creata re. Et è hi drittoiccnciofta cofa che tra
poeti volgari ufi tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag*
guagliarft a virgdio,ad Homero, ne tra foratori a De= molibene,oaì\ùrco Tullio,
Lodate quaiouoltte il?c trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne
egua Upò>ne inferiori troppo nicini li facciate alli antichwn- Zi da loro
tanto lontani li lrouerete,cbe tra quei rifares- te cft d'annoverarli . Hcra no
ucglio nominar d'un in n* no i jeriffori Greci, et Latini di
gradcjcccllòta,cb'io «3 ne Marci a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle
due copie. troucrajii a cofloro in altra lingua alcun paref di" rò di
memai no fono di fi rea uoglia,ej fi fW/to.cbe leg* gelido i lor uer/i er
Icrationi Icro^on mirallegri . tutti gli altri piacer iMtigU altri diletti,
fejìcgiuochijuoni, caulinno dietro a que^uno.ne dee b«omo merauigliar fene,però
the gli altri folazzifono del corpo jet quello è dell'animo . onde quanto
èpiunobile cofa rinteflettodel Jen/o, tante è maggiore et più grato quejlo
diletto di tut* ti gli altri. Coki. Beri iti credo ciò ebe dicete iperoche
qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del nojbro Boccaccio, hnorno certamente
di minor fa\na t che Cice- rone nmè,Ìo mi fento tutto cangiare : majìtmamente
leg genda quelli di Rujlico,&- d' Alibechrf Akthiel, di Pc ranella,^ altre
cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di chi le legge , cr fanno fagli a lor modo
, Ver tutto ciò io non direi ioutr buomo arguire f eccellenza d'alcuni lingua :
più lofio credo U natura de le cofe deforme bd= vere uirtà d'immutare il
cerpo,er la. mente di chi legge. B e m. Qucjìo nò,ma la facondia è fola,o
principale c#> gtone di far in noi cofi mirabili effati. ey elicgli fìa ti
ue rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò, ey il Boc* caccio mnthofcanoiv non
faranno quefti miracoli, dunque meffer Lazaro dice il «ero, quando di idi
effetti pone la cagione nelle lingue . JM i non proua per qucjìo tafua ragione
non fi doucr imparar altra, lingua , che U Istmo, i ej la greca : perocbejc la
nofha volgare froggi= di no» è dotata di co fi nobili autori: già
nonècoftimpof: fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco meno ecc cl- ienti di
Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella Ungi wAgare,qualifono cofloro
nella greca,ty nella la* lina. Lai. Quando cgliamtcrra , che la hngtu hoU
gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes rUy i [noi Xìemoflbcni
iOÌlhoraconpglierò che ella fia cofa da imparare , come è bora la latina , ©-
lagreca . Ma qucjìo mai non farà: conciona cofa che la lingua non lo patifee
per efjer barbara ,fi come ella è ; er non capace ne di numerose di ornamento .
Che fe que quat* tro,non che altri, rinafeejfero un'altra uolta, © con l'in-
gegno. pgm,e con {"industria mcdefima,con la quale grecami" te cr
ùtinmente poetarono cr orarono , parlaffero er feriueffero uoìgmncte^i no
[{irebbero degnidel nome foro . Non uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no*
mi non declinabili, i utrbifetrzA coniugatone , cr /f nzd participio ;er tutta
finalmente fetxtd niffuna bontà* CJ* meritamente per certo:
contiofiaa>fa,cbe per quello che io n oda dire da fuoifeguaci , la fua
propria perfettionc eofftc nel dilungarfi dalla lamaìneUaquale Miele par* ti
dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione mi tajje di biafmurla,
quejìofuo primo principio , cioè/co* farfi dalla latina,* ragione dùneflrdtìua
dcSafua pravi* tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte d'bauer battuto la origine,e
taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt cipalmente,piu che odiarono li
Komam t cioè da fracefv, tt da Provenzali : da quali non pur i nomi,i uerbi, ©*
gii tduerbi di leim torte anebora deh" orare,*? del poeta* refiderittò. O
gloriofo linguaggio . nominatelo come ni piacevole che italiano nòn lo
chiamiate s effendo uenm to tra noi d'oltre il mare , 0* di Ila daUdpi } onde è
chtufc f [Un : che gii non è propria de Frane* fi la gloria, che fiatine fiano
inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata ncMlmperiodiRomain quamainon
uennein Italia ttatiom niffuna fi barbara,?? «>fi primi dtbumanità, Hwwi
> Goffi , Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro* pheo , non ni lafcùffe alcun
nome , o alcun nerbo de pi» eleganti, ctìeUababbiaifj mi diremmo ibe Hoig<o»
mente parlando poffa nafeere Cicerone, o Virgilio i Ve rmente fequejhkngM fujjc
colonia delklatina ;non oferei DIALOGO «/era
eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m óiftinti canfufione di tutte
le barbarie del mondo.nelqui k Cbioi prego Dio che mandi ancbora li fu*
difcordia ; U quale sparando una par oh daU altra , er ognun* di loro mandando
alla propria fua regione ; finalmente ri* mmga a queHapouera Italia il fuo
primo idioma : per lo quale non meno fu merita dalle altre prouincie ; che te
muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte tofe uolgari,??
guadagnato pimi d'baucre affai in per Aere di fìudiarlexb'egli è meglio non
lefdpere che faper termi quante uolte per mia disgratia rìbo alcuna ueduta
iltrettante meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és ridtpenfando fra me quale fu
già, er quale è bora li Un* gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT noi uedranogUmai
Cicerone } o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno Schiumi , che Italiani
uolgari ; faluo fe per gioco non fi dirà in quel modo, che iferui fanno ri lor
Re ; er i prU gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi Cicerone, Morder
Turchi pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò parlando una uolu con un mio amico,
che moto ben sin tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo udir dire , chi Auicenna
banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con nofceumo efferfuenon tutto
iWinuentione delle cofa quanto allo fide , ndquale di gran lunga auanxaua tutti
gli altri fcrittori di quella lingua , eccetto quelbde l'Ai* corano. Dunque
come proportioneuobncntc Auicenm fi direbbe Marco Tullio fi-agli Arabi ;cofi
confeffodi.* vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè morto il Virgi* Ito
uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio. dipmto. Ma il buono
cr il nero Virgilio , ìlquale , k* f dando fornire da canto, dotterebbe rbuomo
abbraccia* re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f Homero ; cr facendo
altramente fimo a peggìor conditione, che non fono gli oltramontani, li quali
esaltano cr riucrijcono fommamentek nojìralmgua Latina ;er tanto ne ap* prendono,
quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe pare in loro fuffe al difio ;
mirendo certo che di breue k Gcrmmia,et kGallia produrrebbe di molti ueri
Virgilif Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er uergogna del nojiro
pocogiudicio)non fokmcnte non l'honoriamoynaa guì* ftdiperfone feditiofe tutta
uk procuriamo di cacciarla della fuapdtrkìzr in fuo luoco far federe
queffaltra-Ael U quale ( per non dir peggio ) non fi fa patria, ne nome. Cori,
A me pare meffer Lax<iro,che le uofbre ragia mperfuadano dltruia non parlar
mai uolgarmente :U qulcofd non ft può far e, fatuo fenon fifabric&ffetmd
nmua città* k quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi parUfjefe non latino .
Ma qui iti Bologna chinop. par.* laffe uolgare t non barebbecbil'intcndeffi ,ey
pareb* be un pedante; ìlquale con gli artigiani fitceffe il TwI* Ho fuor di
propofito . L a z. Anzi uoglio , che cofi come per U granari dì quelli ricebi
fono grani d'ogni manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre biade fi fata- te , dtUe
quali altre mangiano gli buemini , altrele be* fliediqueUa caja;cofi fi parli
diuerjamente bor lati* no , bar uolgare , oue er quando è mejlieri . Onde fe
Ibuomo è in piazza , in uiSa , o in cafa col uolgo , co* contadini, co' ferui,
parli uolgare, cr non altramente : ma DIALOGO ma nelle [cole
delle dottrine er tra i dotti, oue pofii/cmo Cr debbiamo effer huominifu
bumano,eioè Ittino il ra* $jonamento.cr altrettanto fia detto della
fcrittura:k* quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la elettrone latina, «taf
imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide* rio di gloria ; la quale mal ci
può dar quella lingua , che «acque , er crebbe conia nofbra calmiti* fj
tuttauia fi tonfava con krouina dinoi.'B & m. Troppo afpr amen \e acculate
qucfta innocente lingua: la quale pare che molto più ui fu in odio : che non
amate la lattina er k greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di lodar quel* k
principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo il cafo,mtuperare; bora
bautte fatto in contrario: quelle non bauete lodatoci quella una fieramente ci
biafimate; et per certo a gran tcrto: peroebe ella non è punto fi bar tarara,
ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci bauete dipinta, che fe la
origine di lei fu barbara da prùt ciptoi non uolete uoi che in ifyatio di
quattrocento o cin* qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia? per certo
fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac dati uennero ad babitarc in
Italia, farebbero barbari: le perfone , i coflumi ,ryk Imgualoro farebbe
barbara : lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa , quantunque manfueta,
er bumana fi potrebbe dir barbara fe l'erigi* ne delle cofefuffe bafìate di
recar tcro quefìa infame de» nominatione . Confcffo adunque k lingua
nojtramaterz tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta di molte er
diuerfe uocijnomi,uerbi t ZF altre parti dora tione ile quali primier amenti da
prone ©* mie natani d e 1 1 v l i H o v i. ro^ in Italia
iiffemirutcpid cr artificiofa cura denojìn prò genitori in fime raccolje : er
ad m fuono , ad uru nor* md , dà un ordine ft fittamente compofe , ebe c$i
ne/or* «uro» qttctk imgtu, k quale bora è propria nofha,cr tion d'alai,
imitando in quefìo ld madre nofbd natura: U qudle di quattro elementi diuerfi
molto fra loro per qua» liti , er per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti
, er più nabli i che gli clementi non fono , imaginatcui, mefi fer UXtro , di
uedere [imperio , k dignità, le ricche zc , le dottrine , er finalmente le
perfone , er la lingua £ Italia in forza de barbari in maniera , che il trark
lor Me mani fu cofa quafi imponibile : ttoi non vorrete m uerc al mondo
imercantarie ifiudiarc! parkre uoicuo fb-i figliuoli ì Ma kfckndo da parte
[altre cofe t parla* rete latino, cioè inguifa,cbe no it intendano iBolognefi;
o parlante in maniera ch'altri intenda,^ rif^odat Dan qut una uolta il parkr
uolgarmente era fona in ìtalk ; ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi
dice > di quella faxa , er neceflita torte , er l'inéujìria detUfud
lingud.Zt co/ì come nel principio del mondo gli fcuouii- mdaUefiere fi
difendevano fuggendo,®- uccidendo few za altro; bor paffundo pia oltre a
beneficio er ornamene to deUd perfona ci uefiiamo delle lor petit: co/ì da
primi, d fine follmente d'effere intefi da chi regnata , perlaM* mo uolgdre :
bord a diletto,er a menarla del nojbo no* me parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O
egli farebbe me* g(io che fi rdgiondffe latino : non lo nego ; ma meglio }w
febbe anebord , che i barbari mai non baueffero prefa, ne dibatta [Udii i cr
the l'imperio dì Komafuffe du- mo DIALOGO tato in eterno, Dunque
fendo altramente., àie fi dee fa* re f uoglùtm morir il dolore! réiar mutolii V
non par* tar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì Le afe, i feinpi/jCr
finalmente ogni artificio moderno, i difegni, i ritratti di metallo er di marno
non fono da e\ fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però habitare tri ho fchi f
non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc , nanfa* criccare , non adorar Dio i
bafla a rfciwwo mffer L*= zaro mio caro, che egli faccia ciò che egli fa, er
può fa* re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, & mmonifco
ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er Utina, quelle abbracàe,queHehabbia
career con l'aiu* to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no ha
partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm po P w ui uuò dtre, farà alcuno
perauentura,cui ne na* turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì
auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me* vUouolgare, ée latino
inunfeggetto, rjmuna ma* ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi
vedete le cofe latine del Petrarca , cr del Boccaccio, & ^tagliatele aUc
loro uolgarUi quelle niuna peggiore iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda
capo confei» & ammonifeo noi meffer Lazaro , [cratere er parlare Unno ,
comequetio che $ai meglio jatuete& parlate latino , che non uolgare : tua
ira gcntilhuomo, il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro
nlcanentollrmgedfar altramente , olir amente confi* dio • cf /scendo altramente
nmfolmente non muerett l^ Q mrato,m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,&
parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ; ouetnalamentc
fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe a dottiparimentc,cr indotti Ne
làperfuadaTtloquen* tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com pontre
uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo della lingua moderna, è in alcune
materie poco meno nu torrefa, &■ di ornamenti capace delia grecai della
fd=» ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le profe il lorfluffo
di orationeje lorjigure,ey le loro eie* gonfie di parlare, rcpetitioni,
conucrfioni } complefiioni cr altre tai cofe-per le quali uon è forfe t come
credetegli uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono diuerfr. Torte
del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn* nella Lima, ey nella
tbojcana . Se meffer tataro ci ne* gaffe quefio: io li dcm4ndercì,onde è
adunque ^che le cen to noueUe non fono beUe egualmente,™ ifcnettt delVe trarca
tutti parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che egli dkeffe niuna or ottone ,
niun uerfo tbofeano non ef* fer più brutto, ne piti bello dell'olir o,w per confeguen*
te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o neramente con feffarebbefra le
molte compojìtioni uolgari alcuna più, alcuna meno clegóte et ornata demolirà
trouarfhla qual cofa non farebbe cojj, quando eUefuffero del tutto priue
dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore io negai k lingua moderna
bauer infe numero, ne orno* ' mentore confonantia,w lo nego di nuouo, non per
ejbe rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc Thmmo,fttt za punto faptr fonare
ne camburro , ne tromba, jolo che gUoiama mito, per la loro fpiacciiokzxa,
pttogùtdi* care ure non effere firomcnti atti tifare hamtmU , ne Mo ;
coft udendo, formando per me mcdefimo que* fte parole uolgari , alfuomdi
ciafeunadi loro feparat*. tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente affai
bene comprendo , che diletto poffanorecare agli orecchi de gii afeokanti le
profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è, che queflogiudicianon Uhi ogrìuno
t ma colora foUmcn te , i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti , er de
i titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue eri/io giunte alcune
natii de Turchi, udire in quelle mi tornare di molti fbramenUi dei quale nel
più. fpkceuole, nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co loro,
che non fono ufi Se dclkie fìtalit , pareua quella una dolce muftea ndtrettanto
fi puodire della numero? fità dett'omianc , er delnerfo di quefta lingua.
Alcuna ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*« (4 er mcn
brutta fa CtmdeR'altrayna quella infe è tur* mania?? mufm di tamburri,anzi
d'archibufì e di falco* netti , che introna altrui [intelletto, er fere,??
(ìroppia fi fattamente , che egli non è pw atto a riceuere impref* Clone di
pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape* rare. Per la qual cofa chi non ha
tempora «erta di food* re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee
fare o* tiofo , che por mano a i tambum traile campane delia volgare:
imitandoieffempio di PaUadede quak-per non fi dilìorcere ttelk faccia
fonandogittò uia la piuaji che era data inuentrice va' fu a lei più gloria il
partirla da .f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che non fu utile
a mrfia il ruoglterla , a 1 fonarla, , onde ne perdette
DELLE I.IHGVI, IOJ perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore
quéprinùm tiebi Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd nicrjjHow
udendo con /fatto trappaffar la hr uita : er àie noialtri pojìeriori habbiomo
fatto dellahriii forza titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà
altrui quelli violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria fu a loro
l'ejjlr folerti nelle miferie : ma biafmc,crfcor* noianatltrijhora che liberi
femojl dar ricette &con jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della
ncjìra utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare : altro non
effetido quefla ìmgua ualgarc , che uno iv.ditio dimojlratiuo della ftruitù che
gli Italiani Guerreggiane do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo
fo= ro tri argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice) Rampare gran
quanta di danari di cuoio cotto col cerno di fan Marco, er con quelli fcjlcntò,
tj uùifc laguerrai cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace
hmeffero continuato a prendere quella moneta, ejrafar h digiorno in giorno più
bclla,tj dimiglior ccramegià farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara
fc alcu* no ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento ,fa* eeffe del
cuoio the foro ; non farebbe egli pazzo coftuiifì ueramtnte . Ma noialtri, cui
mancando iltheforo lati* no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolga*
re ; quelli non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he étto nonne conofee ,
«e tocca , ma uenutone fatto di ri* courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia
conferiamo : crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo* ro, er
l'argento di Roma , diamo ricetto alle reliquie di O tutta
DI A I O G O iultta labarbariadehnondo. Cori. A me paremef* fer
Lazaro,che quello non fu ne lodar la lingua Latin*, ne uitupcrar la uolgareyna
più tojlo un certo lamentar fi drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco
fruttile >ft t cofi è molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non vi
uedo partir ttobntieri. L a z. Varui che"! bufimo di quefta lingua fta
poco, quando io congiungo ilnafcimen to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0'
del nome latinai CT l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel* letto
tgi'a me non laudante in que&a maniera , per far* mi piacere . Cor t. Citi
non giudico biafmo-ma me* Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer
quella, di cui non può Ihuómo parlare y tacendo larouìna di Rem, che fu capo
del mondo . cr che quello fta ucro ì poniamo che non i Barbari, ma i Greci
Ib^ejfcro disfatta,cr che da indi In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un
biaft* mrefte la lingua Àttica iperoebe tufo di lei fuffe con- giunto alla
frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato fujfe,no finb be fulaguafta ,ma riformata
l'Italia .perche non fola* mente non biaftmerei il disfacimento di quejio
imperio, ma loderei Dio che lui batte ffc uoluto ornare di linguag già
conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag giare il danno Sbatter perduta la
lingua, che la libertà ì L A z. Si fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu
fbuamo,o franco,ofoggettOì fempremai è huomo , ne da ra più d"huomo ima li
lingua Latinaha uirtudiftre di buomini Dei, cy di morti , non che di mortali che
ftamo, immortali perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma* pò , efee/t
dijìefe per tutto , è gii guajìo ; m U memori* dm IQ< J detta grZdexza di hà
conferita* neUhijhrie ai Saltijlh, CT di Limojura ancora, durerà fin cbe'l deh
fi mal uerauzr altrettanto fi può dire delF imperio^- della /w* gita de Greci.
Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà le p molti fccoli non l'ba,cb'io
credala bijùria arerai latinawne Greca, e Latinayna come l'bifiorid ch'èttà èi
laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i fempre mai (tome alcun due)
testimonio del tempo , luce della ucriù, utta della memora , maefko della ima
d'altrui, crnnoucUamento dell'antichità. Lat. Voiditeilucro no effer propria
qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La Une,non che altra lingua ne fa partecipe
, ma percioebe tutte l h,)lorie Gre. he , & Latine non hanno battuto tal
pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme compoje alcuno hitomo
eloquente ; fendo perfette quelle die lingue. Onde gli animali di KomaM quali
lenza aiu no ornamento , ccnfanplki , er anclwra rozze parole, narrammo gli
auenimenti di lei , non durarono molti an* ni m di hro fi parlerebbe ; fe altro
fcrùtore,quafidaco paltone molfo, non ne faceffe parola. Dunque fe quelli il
tempo ha fato dtuenir nulli , li quali affai doueuam ha* tur di elegantia ,
effeuio ferini latinamente , bar che}* dell btjhrie uolgart ì cui ne naturale
dolcezza di lingua, ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far care , ne
gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben bene in che coft confitta la
foauit* della lingua, cj-dcUe parole latine , er la barbara jbiaceuotezza deRe
uM* gari , anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza, grandìfiÒM numero
di nomi, participi Latini con O 1 Lro toro ftrana prowntidtione, le più
mite mi fuortd.no non fo che Bcrgamtfco nel capo : àkrdtant ù fogliano forcai
ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una fimilc ielle uolgari la
nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di proferire.
hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori' Ù concijtor iole non è giudice competente
del fuow , CT degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota k
Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni però Bergamafcd : ne perche
tdefidgiudicdta^iumdo ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto , hiueda
letto in Ouidio , lAida Re più falere lodare Io Ridere delle cannucae di Vdth
che kfoautù deUd cetra fApal Ìo. C o r t. Ecco io fon contento diconfejfxrui ,
chele crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi \nì due , per
qual cagione la imncrofiù , ej confotidnza delle ordtioni, er de uerft di
queftd lingua chiamale ma ftutarcbàuft : condofucofd che i gran mdejlri di con'
tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non mùfamo canto , o
mottetto,cbe le parole di lui nofiano Sonetti , o Casoni uelgari.qucflo è pur
fegno che i no» fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è,
gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto, CT quella delle profe, cr
de' uerfi una cofa medefimam suite fono,& diuerfe , onde non fotmente delle
coft malgari , ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con fi , c>~
mottetti t della cui barmonix generabnente sinica 4c ogni oreccbia;pcroche
quali fono ifaporidUa lingua, fj a gli occhi , CT di ndfo i colori , & gli
odori , tale i il J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor
tutura, etfenzd jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia ccuotc,cl
dijjikceuole.Mail numero,?? -Ubarmonk dei l'or ationc,&- del uerfo latino,
nonè altroché artifìcio* fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe , fecondo
labrt uitì , er li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk che noi altri
cbimkmopicdi, onde mi fioratamente carni m dal principio atta fine il utrjb ,
<cr loratione . er fono dìdiuerfe maniere quefìitai piedi , facendo i loro
pafii lunghi,®- corti, tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo- do, er c beWarte
quelli inficine adunare fi fattamète,cht iten disordino fra fc ftefiijna tuno,
atfaltroyt? tutti in* ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma*
teric alami piedi fono qujfi peculkrhetfra lor piedi qua li meglio,quali peggio
s'accompagnano al loro ukggio i CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne,
no bauen do riguardo ne atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit tende di
ragionare i uerfì,^ torationifue nafeono zop* pe,CT non dourebbe nutrirgli: et'
di queftd eotal melodia non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei
altreft poffmto formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro*
faianonfodireperquairagione fiammerofa chiama* ta,fe Hbuomo in lei non
s'accorge,o non cura ne di fpon* dei,ne didattili , ne di trocbei,ne danapejU,
er finabnè* te diniuna maniera di piedi : onde fi moue l'oraitone bea regolata
. Veramente quefìa nuoua befìia di profit uol* gare,o èfenza piedi, er
fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha quelli dijpetie diuerfe molto dati* Greca , er
dalla La* ima : er per confeguente dì coft fatto animale , come di tncftro
<t cafo creato ,oltrdticojlume,a- l'ùitentione di O 3 egli 6%ni buono
inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte , ne faenza . iuerfi neramente,
inquanto fon fatti iundiàfìl libc t rion.paionoin tutto priui di piedi, che
lefllibe in loro hanno luogo , rj- nfficio di piedi : ma in quanto qneUc cotal
poffono effer lunghe , er breui a lor uoglia; m ti non.d'trò che fia diritto il
lor eaUefaluo fe M ojìgnor non Jkeffelc rime effer fabpo^gio de uerfi , rbe zìi
fi* ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual ofa non itti par itera ;
pcroche , per quelle ch'io n'oda dir; le rime fono pia tefìo come catena del
Sonetto&aUa Cannone; che piedino nunì, di uerfi loro, et tanto uoglio che
ne fu detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello che fe ne può
ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie jìacr troppa forf?, (e
aUaerefenza Monfignore firn guarderà : il quale meglio di me conofe , er
piton'ame* rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt mcrì,come
fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa no riha lafua parte, er m
à>e modo la fi babbix , per ef fere affé facile da uedere,ma lontana dal
noftro propos nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan* zi
confidando quello effer itereche ne dicelie , non tan* to perche fa uero, quoto
perche fi ueda ciò che nefegm io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi
dttem patena che nò-, effer però anchora affi picchia , er fot* tile uerga la
quale non haappieno fioritolo che i frutti prodottile ella può fare: certo non
per difetto della ni tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre;
ma p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col tiuorono abaftazam
aguiftt dipianta feludggiajn quel medeftmo deferto , atte perfe a
nafctre cominciò, fenzai vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni
, che le fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi morire . Etfeque primi
antichi Romani foffero fiati jì negligenti in colature la Latina , quanto 4
pullular co* tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu* td fi
grande ; ma cfii,* grafi di ottimi agricoltori, lei pri* interamente
tramutarono da luogofdudggioadomeftU co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli,
rt maggior frut ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo* ro
(ambio lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol* mente detratti dalla Greca :
li quali fóltamente inguift le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al
tronca che boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin* di nacquero in
lei que fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e - hquetiza-con quel numero,??
con qucU ordine ifltffo, A quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua
natura > quanto d'altrui artificio aiutata , fuol produrre ogni Un* gua . Perochel
numero nato per magiflero di Tbraft* macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate
finalmente fc* ce perfetto . dunque f Greci , er Latini huominì pi» foUeciti
alia coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al* U nofka j noi; trouarono in
quelle fe non dopo alcun tmpo,cr dopo molta fatica , ne leggiadria:, ne numero
i già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue* mo tanto , che bafìì ,
neSa uolgare ; ne quindi de prcn» der Ihuomo argomento a [brezzarla , come uil
cefa , er dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa* rtbbt meglio dk
fu >z? none una fa Ilota, per lo paf* o 4 /fife, fato , cr fa
Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè uerrà, che (f altra tinta
eccellenza fia la volgere dotatd, che [e per effer e a wfhi giorni di ninno
flato s crmen gradita ,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e* ra gii
grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani mi non douea kfeiar fermare
le radici furi ultra lingua nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU
la Hebrea , Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre miffe Àouer effere al
mondo fola una lingua t ej non più » anele [ertueffero , ey parkfjero li
mortali , cr aiterebbe #f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra
U lìngua Thofcani , cr quella con uofbre ragioni efìirpare del inondo, uoi
parlarefle etiandto cantra li "Latina , & U Greca . benché <j:«/f a
pugna ftefìtn 'crebbe non fo* lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra
Dio: ilquale ab eterno diede per legge immutabile ad agni co fa creata non
durare eternamente ; ma di continuo duna in altro fiato mulxrfi: bora
duanzando,et bora diminuì* do fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon
rìno* ttarjt. Voi mi direte } troppo indugia boggitìtai la perfet* tione della
lingua, materni : er io ui dico che cofs è,come dite imitale indugio non dee
far credere altrui effer co* fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui
può fif eerto lei douerfi lungo tempo godere la fua perfezione , quarhora egli
auuerrà ch'eUafe l'babbia acquiftata. Che cofì usici la natura : la quale ha
deliberato, che qual or* ber tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla
inuecebìe, ZTfs muoia : er in contrario , che quello duri per molti ami , il
quale lunga Ragione bar a penato a far fronde. Sarà adunque U nofira lingua in
conferuarfì la fua dota» ti perfettione lungamente difidcrata , ey cerati*
lìmite forfè dd alami ingegni ; fi quali , qmnì o tnen fàa'&ttenfe
dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi» dijjìcìtmcntr le fi k/ei< no «/ciré (fella
memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della noftré vergogna >effendo uenuta in
Italiainfieme con la rovi* wa di lei . Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra
folertia , cr del noflro buono or dimenio : che , cofì come uenenda Enea dt
Troia in Italia ad bonor fi recò lafcìare fcrìtto in un certo trofico drizzato
da lui,queUe cjfere (lato fe armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci
puooffere l'hauer cofa in Italia tolta di mano a coloro, che noitolfero di
libertà . virtifinabnente^itando effer uolcfti maligno, più toflo douerfì
adorar daRe genti il So le orientc^c l'occidente: la lingua Greca&
"Ldtinagii effer giunte ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar
tafoUmente tj ingk>flro:ouc quanto fio, difficile cof* Imparare a parlare :
ditelo uoi per me,cbe non ofate dir cofa latinamente con altre parole, ebe con
quelle di Ciee reme . Onde quanto parlate, uferiuete latino non è al* tro,che
Cicerone trafyoflo più tofio da ebarta a Siria , ebedamaterka materia : benebe
queflo non è fi uofhro peccato , che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj
maggiori , er migliori di me i peccata però non indegno difeuft , non
poffendofarfi altramente . Ma quejìepo* che parole dette da me cantra U lingua
latina per land gare non difiiper uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto bene
difenderebbe ejucjla lingua nouette chiper lei far uolcjfedifféfa : quando a
lei non mancOttK cuore , ne or* mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore
che cofUetniatc dì dir maledeUa lìngua lattina ; cernie fe eU U f 'offe k
lingua del uoflro Sant o di Padoua : alla quale è ditanto conforme, checome
quella fu dipcrfimagin ui uaUctàfantitÀè cagione che bora pofla in un taberna*
colo di criHallo fu dalle genti adorata; cofi quejU degna reliquia del capo del
mondo R orna , guaflo er corrotto fià molto tempo , quantunque boggimai fredda
crfecca fi taceu inondimene fatta idolo dalcune pqcbeeyjuper jlieiofe per folte
, colui da loro non è Cbrtfìiano tenuto t the non l adora per Dio . lAa
adoratela a uojb-ofetmo, fola che non parliate con effo ki. er «olendo tenerla
in tocca cofi morta come è, firn lecito di poterlo fare : ma parlate tra uoi
ciotti le uofhe morte Latine parole ; er d noi idioti le noflre uiue
uolgari,con la lingttd che Dio ci dteiejafitte in pace parldre.BE ti .
Doueuate, per ag* Quagliarla compitamente alla lìngua del j 'anta , foggion*
gere qualmente torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì Uo le fono degnLcr
pretioftftimi tabernacoli ; onde ki co tuie cofa beata riuerìamo,et
incbìniamoMa per certo ne lma,nt [altra non mcritaua che la tenejìe per
morta-fi* perando tutt'horanewrpi nofìri et nei 'anime quella fa* httc,qnefla
utrtutez con tutto ciò lodo fommamente la no fha lingua uotgare,cioè Thofcana ;
aceìoebe non fta al* arno che intenda della uolgare di tutta italia : Thofcana
dicojion la moderna, che vfa il nolgr hoggidi ;ma fanti eamde fi dolcemente
pariamo il Petrarca tj il Boccac ào:rhe la lingua di "Dante fente bene^et
fyeffo più del lo bardo,chc del Tbofcanoì tt oue è Thofcam, è più toflo Tbofrdiìo
di contado,ehe di città. Cunque di quella par* h,quella lodo,queÙa vi perfuado
apparare, ebequantm que ella nenfugiunta aìlafua uera perfettione, ella non
dimeno le è gii uenutafi preffo ; che poco tempo ut è 4 uolgere ; oue poi che
arriuata farà ; non itibito punto , che quale è nella Grecaci nelk Latina,
talefia in lei us- ti di far uiitere altrui mirabilmente dopò la tnorte, cr «I
Ibora fi k uedremo mi fare dimoltinon tabernacoli, m*t tempi;, V ultori : alla
cui uìfitatione concorrerà, da tutte, le parti del mondo brigata di fpirii i
pellegrini j che le fi ranno lor tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut.
Dime quefeiouorrò bene fcriuere uolgarmète, couerramitòr nare anafeer Tbof^ano!
Bem. Kafcer nò ma fìudìar Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer
Lombar do,che Fior ent ino i per oche Tufo del parlar Thofcobog gidiètanto
cÓtrario dUe regole della buona lingua ibo /tini, che piti nuoce altrui e
ffernato di quella prpuincia. cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì ma
wn può effer Thofca per natura cr per arte B E v. Difficilmente per
certo^ffendoTujanza,che per lughe% za di tempo è quafi ccnuertita in natura,
diuerfa in tutto dalTarte,Onde,eome cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi
tediuienebuon Cbrijìiano, arpia crede in Cbrijh chi mila credcua,q'ianto fu
battexata ; cofì qualunque tton è nato Tbofcano più meglio imparare la buona
lingui Tbofcana , cfie colui non fa , il quale da fanciullo in fu, fempremai
parlò peruerfamente Thifcano . Cort. Io , the mai non nacqui,ne fludiai
Tbofcano , male pofjò rivendere alle ucftre parole ; mndimmo 4 me pare.cbe
DIALOGO piti fi cormengd col uofho Boccàccio il parlar
Fiorenti* no madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde eglipotreb he effcr molto
benebbe huomo nato in Milano,fenza b4 Ucr mai parlato alla maniera Lombarda,
meglio appren ieffe k regole deUa buona lingua Thofcana,cbe nanfa* rebbe il
Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park lombardo boggidì,crdiman
d^matàmparle,etfcrìud regolatamente Thofcano meglio , e? pi» facilmente del
Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al* trainane a tempo antico
per bene parlare Greco,& Ld t ino, farebbe (iato meglio nafeere
Spagnuolo,cbe Komai HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem. Quefìotw: perche h
Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual tnevtc in ogni perfona pure,et non
contaminate dSk bar borie dell'altre UnguexT coft bene fi parlauadalpopolo per
le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata. Onde egli fi legge di
Theophrafìo , che fu tun de lumi della Greca elcquenza,effendo in Atbene,*Ue
parole ef fer fiato giudicato foreftiere da una pouera feminetta di contado . Cojt.
lo per me non fo come fi fila quejì* coja; ma fi ui dico , che douendo Studiare
in apprendere dama lingua ; più tcflo uoglio imparar la Latina c h Greca, che
la uolgar : la quale mi contento ihauer por* tato con effo meco dalla cuna
& dotte fafcie t fenz* eer* caria altramaite , quando tra te prefe , quando
tra uerft degliauttorìThofcaniB i m. Cofi facendo ucifcriue* rete, et parlante
a cafo,non per ragione: peroebe nium altra lìngua ben regolata a tltalkfenon
queu n ma,di cui vi parlo , Cosi, Almeno dirò quello che io baucrò
BELI, I t I M fi T li HI in cuore et Io jludìo che. io porrei in
wfik&parolctte di qucfh et di quellofi lo porrò in trottare et dijporrc i
con cotti del? animo mioionde fi Aerina la uitadellafcrittura: che male giudicò
poterfi ufare da noialtri a figafkttre i nofìri concetti qucUalingtia, Thofca,
o Latina ch'ella fi fu.U quale impariamo,®- effercàiamo non ragionando tra noi
i nojbi accidenti ,ma leggendo gli altrui, QueSa d di notori chiaramente fi
uede in un giouane Vadouano di nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che
talhoracon mol- to (indio, che egli ui mette , akutid coft componga atU manieri
del Petrarca , er fld lodato dulie perfone* non» dimeno non fono da pareggiare
i Sonetti, er le Canzo* ni di lui atte fu* comedie , le quaUnelldfua lingua
natk Mturabnente,<cr damma arte aiutato par che gli efebi* no della bocca:
non dico però che huomo farina ne Vada uano , ne Eergdmafco ; mt uoglio bene ,
che di tutte le lingue d'Italia paliamo accogliere parole,?? alcun mo* do
didire, quello tifando cornea noipiacaji fdttMcntti ehe'l nome non fi difcordi
dal uerbo > ne l'adiettro dalfo? Slantiuù; la qual regola di parlare fi può
imparare in tre giorni, non tra grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed
gentilhiiommnon ijìudiando , maginocattdo er ritów do , fenza alcuna fatica »
er con diletto de difcepoli , cT de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa
guift di fiudio bajtaffe altrui a far cofa degna di laude,®- dt me* r duiglu,
ma egUftrebbe troppo leggera cofa il farli e* terno per fama, er d numero de
buoni er lodati lentia* ri in picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che egli
non è. Btfognageuù^uomamio caro, uolèdo andar e f> perlemmì,w per le
bocScdeUe perfonedel monda, lungo tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m
fé flclfo } difa di ù** Mammona degli huomintjudar & agghiacciar più
wltetct quanto altri itungii , et dùT* me a tuo Agio . pmr /urne , &
mgghure .Cor t. Contatto ciò muffirebbe faalcofail diuemr ghrwfo j cucaltrc
bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne dite Hot mef (er Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof:
Hon- fenorèi che (i «o/ìr a JcntetEci ponga fine die nojhrt M L a z. Cote/io
non/Vò w, cb'w uorrei éetditfen (oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt
tra (ora, « cùct» d«ettt ^guìfa diregno partito , pw ^«ofmm- *erorà#ro
kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem Memi contro aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU
mente dati 'amor denutriti lavale douete amare, er riuerire fapra ogm cofa , ma
daltodw che uoi portate 4 ùue&a lingua uolgare,che mncendo,utncerete il
miglior- «JiWtijidgmafdo del quale prende dmodo argomento impararla
, a «ti*** • L A C"»^* fM ^ totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi
opra* tecomr*ULatùia,v la GrecaM wMra lingua «olg** refi M«> CT fi 4mua.
Cobi. MWigmw . ne i rwilaretóe giorti Kwer me debole combattitore, & gii
itinco«e& battagltadianzi Stinti conmeffer Lazaroì tauttonta, &
dottrina Kotfro ledili ambedue mfiane mi datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco
qualpm. perche, non ttokndo mjfer Lazmcongwar con ejjo *. - meco <t
difendermi^ ego uoifrgnor Scolare, che con fi lungo I '.kntìo, cj fi
attentamente ci bauete afcoltatUcbe baimdo alcuna arma,con la quale noi mi
poetate aiuta* re, fiate contento di trarla fuori per me,che poi che <jue«
fla pugna non è martak,potete entraruifenza pma^ac cofiandoni a quella parte,cbe
piti ui piace: benché più to fio ui douete accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct
oue è gloriai' effer uintodacofi degno auuerfarìo.S c no u Gcntffbuomo io non
parlifìnhcra,pcrocbe io non japed che m dire , non effendo mia profetatone lo
fatato delle linguema uolontieri afcoltati bramando , CT fperando pur
d'imparare. Dunque bauenda a combattere m difejtt d'alcuna uo&ra ftntenza
> non ui pojfendo aiutare , to ui coniglio , che fenzame combattiate; che
eghè meglio per uoi il combatter foh,che da perfona accompagnato* la quée, come
inejperta deformi , cedendo in fui prin- àpio della battagli ui dia cagione di
temere , Cf fard dare al fuggire. Corteo. Con tutto ciò ,fe mipo* tete aiutare
, che a pena credo che fia altramente } fendo fiato ft attento al nvfìro
contratto , aiutatemi , che io uc ne prego ,faluofe non jprexzate tal queBione,
come uil cofa, (jdift poco ualore, che non degniate di entrare in campo con
cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di parlar di materia , di che ti Bembo al
prefente , cr altra uoìtail Peretta mio precettore inficine conme})er Lrf*
fcari con non minor fapienz*, che eleganza ne ragionò ì troppo mi degnarei,jei
fapefii, ma di ognicvja tufo poco, cr delle lingue niente, come queiio, che
della tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere , CT dsfo togfM Lati* B I
A L o e o tu. Unto follmente importi i quanto baflaffe per farmi
intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U quali,per tjueUo che io
noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU ni,ma barbari: della uolgare non parb;cbe
di fi fatti Un* guaggì mai non feppi,ne maìcurdidifapercjdlua ilmio Fado nano ;
del quale, dopo iilatte delia nutrice, mi fu il uolgomaeSlro . C o r t. Tur a
wi cor.ucrrà diparlare, fenm altro, quello almeno,cbe ri apparale àd vcreito,
eydal Lafcari ; liquali cofi fauuinente ( ceree mi dite) parlarono intorno a
qucUa mai erid .Scaoi, Poche cofe delle infmite,che a tal materia
pertengono,puo im» parare > in un giorno , chi non le afcolta per impa*
rare; penfando che non b'tfogni imparare , Beh. Dit ene almeno quel poeo , che
ut rimafe neUi memòrid} che a mefic caro [intenderlo . Laz, Volentieri in tal
cd/o udirò recitare lopenione del mio macibro Peretta il quale, auiiegna
cheniuna lingua fapeffe dalla Manto' ima infuori; nondimeno come huomo
giudiciofo, er ufi rade uoltc a ingannar fi , ne può bauer detto alcuna cofi
eo'l Ldfcorixbe Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui adùqu e, chefe niente ue ne
ricordatdlcuna cofa delfuo paffuto n gionamentonon ni flagrane diriferire.S c h
o l, Cofi ft faccia , poi che iti piace ; che anzi uogUo effer tenuto
ignorante,cofa dicendo non canofeiuta da. mei ebedifeor tc/e rifiutando que
prieghi^be deano effermi common* fomenti, ma ciò fi faccia conpatto, che cornea
me non è bonore il riferirui gli altrui dotti ragionamenti ', cofi il tacere
alcuna parali , li quale dailbora in qua mi fu «« fcit4detitt memoria t
nonmifia ferino a vergogna. Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t purche dicU
te. Se ho L. L. "ultima itolta che mcjfer Lafckari uen* ne di Trancia in
Italia j fondo in Bologna , oueuolontie ri habkaua i cr tuffandola il
Perttto,come era ufo di fu re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato
con ef* fo lui , lo dimandò meffer Lafcbari, Vofira cccelienza macflro Piero
mio caro,chc legge quejYamoiP e k. Si* gnor mio io leggo i quattro libri della
Meteora d'Anito tele, L asc. Per certo bella lettura è la ucshra: ma come fate
d'cjpofitorìt Per, De latini non troppo bene ; ma alcun mio amico m'ha feritilo
duna AkffandrO. Lasc. "Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte
le doppo Arinotele : ma io non credeua che noi fapefìe lettere greie . P b ».
Io t'ho Uttno,non greco. Lasc. Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc.
Perche io giudico Aleffandro Apbrodifco greco come c, tanto diuerjo da fé
medejìmo , poi che latino è ridotto, quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo
potrebbe efjer che uero fuffe : ma io non uifaceua differenza , anzi pai faua ,
che tanto mi doueffe gwuare la lettione latina , cr uolgare(fe uolgttre fi
ritrattale Aleffandro)quàto a gre ci la grecai con quefia jperanza incominciai
a jiudiar fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut* te latino, che
non Chabbiate del tutta, ma per certo la noe jka dottrina farebbe il doppio,^
maggiore, cr mr^/io* re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto da
uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro lejpoje. Per. Per qual
cagione ,'Lajc, Verciocht piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole
jo* P no DIALOGO no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa
fud Ungiti, che nel* l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come
nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco, per douer far fi più
facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no ragioncuok,anzi difconuencuole, non
ifcemandof pun* to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe meglio,
et più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa lamente pbibfopbu,cbc non
farebbe , dando opera alla, grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per
quefla ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Gre* co ; ma follmente
il uolgare Mattonano ; a" con quefo phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in
feruigio di cbi uerri doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA , quanti ne fono
greci,cjr latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo* ni fi deffe a fare
uolgari : forfè i buoni phibfopbantiff rebbom in numero affai pia jbefii,che a
di noétri non/o* iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se, O non
u intendono uoiparlate con ironia. Peb. Anzf parlo per dire il nero ; er conte
buomo tenero deU'honor degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi , cofì
pre* f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi guardi,cbe io fu
pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift* deri di priuarne chi nafeeràdoppo
me. La s c. Volon* ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo* tu
conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelli* gibile. p e r.
DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi quella età generalmente in ogni fetenza fon
men dotti, et di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e centrati
dome icondofu copi che molto meglio , & DELIE LINGVt, 114
pia fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot* trina trouaU , che
trovarla] da fe medcfimo ? La st. Che fi può dire altrove non che indiamo
diw.ée in peg- giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le quéi
mia ne n'ha, er ofo dire la principale , che noi aM modeniuiuiamo uhiirnogran
tempro, confinando la mi glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua
agli anticbi.epcr dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe nione,che
lojludio della lingua Greca, cr Latinaji* ca gione dell'ignoranza: che fc'l
tempo , che intorno ad effe perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido
phihfophiaipcr* auetitura Feta miderna generarebbe quei piatovi, ry quelli A
rifloteh , che proda eua Cantica . M<i noi tim più che le canne,pentitiquafi
Shauer UfcUto la cuna,ey efierhuemini diuemti , torniti un altra uoita
fanciulli, altro non facciamo dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe imparare
a parlare chi hiino,chigreco,cs akuno(ccme Dio utiolc) Tofano : li quali anni
finiti,?? finito con ef= fo loro quel uigore,zr quella prontezza , la quale
natu* ralmente /«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora procuriamo
difarcipbilofopbi, quando non ftamo atti al Ufheculatione delle cefe . Onde
feguendo l 'altrui giudi* ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna
Yilofo fa , che ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat=
to,quaiitunquefato d' artificio f fimo dipintore , non può efier del tutto
fintile all'idei ; cofi noi,benche forfè per al tezza d'ingegno nofamoputo
inferiori a gli antichi ! 0* dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto
lungi > ì m po fiati fuiati dietro aUefaucle dcUe parole colera final*
p i mente n I A LOGO mente mitwnopHklophando
m^UakunACofié^ emiendodcemnw knojtra mduUru. Lasc. Dm IJcljhdiodeUe lingue nuoce
altrui finalmente, co* Itici ditele fi dee f^kieivb? 9t% AnjA JW/i far
deismo per taire , che d ogni coja per tutto Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se.
Come wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó d-reWe- uiihuorc diphilofopbare
wlgarmenteta-fenxa bauer cogmtionedellalingua Greca, er UHM Vt% fiLrfupur che
gli autori Greci,V Latmifmduceffe* rou dlani, Lasc. Tinto farebbe fruire
Anftoff ledi line** Grw tn umbri* ; fatto trafbmtareun MMCKfi unaolm di un ben
colto horUceUojn un bo* C CQ di pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A
ai tre (ballcòe da queRe di aueU lìngua Volgare Per. Io bo per ferra*!* le
Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi* ta er r ibJww, come U Kòmma , cr 1 Atemefefma
d'un medino wforr.rt d« mortoli^ un fine ccnungm dici* formatele io non
uorreiebe uoine parlato come di coLdaUa natura prodotte ; effendo fatte ,cr
regolate dallo artifìcio delle perfone a beneplacito loro, non pian*
^Jmih^io^mimcemiAv^. ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi
«uekJtatomMoytttro le parte delmndo una cofa mdefum ^nondimeno, perciò
che diuerfi huomm fono didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcn*
te , la qitaU diucrfttà, er confufìane delle uoglìe mortali
degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque non na* fcono k ''»g" e pw
f e medefme, a giàfadi albergo <fber he ; quale debbolc,w inferma nella fua
fyetic,qu*kfaif<t ^rrobufla, etatU meglio aportarlafommsdinofbi kit mani
concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo dal uo ter de" mortali, Per
la qualcofa , cofi come fcn%a mutarfi di co!ìume,o di natione, il Trandofo,et
l'lngle{e,non pur il Qfccojy il Romano, fi può dare a philefophare , coft eredo
ebe la fua lingna natia poffa dir iti compiutamente communicare la fua
dottrina. Dunque traducendof; a no flri giorni la pbilofophia jeminata dal nofìro
Arrotile nebuoni campi tf Atbene, dilegua Greca in uolgare,ciò farebbe non
gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile àueniffejna farebbe fi di kntam
propinqua, V di for e* {licra > cbe etU è y cittadina (fogni prouinàa . Et
forfè in quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc cofe orientali ano* yroutile porta
alcun mercatante d'india in ìtalia,oue meglio perauentura fon ccnofciute,cr
tratMc,cbe da co loro non fono the olirà Umore lefeminorno > er ricolfc* ro;
fnnihnente le fpeculaticm delnofko Arrotile cidi* ucmbbono più famigliarle non
fon lwra-&' più faci* mente farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare
al* cuna dotto Imomo le riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo* no atte
afìgmficarc diuer fi concetti , alcune i concetti di dotti,alcune altre de gli
indotti, la. Greca ueramente Un to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr
quelle fignijicd re,natura ifieffxjio banano prouedimeto pare che ihab bu
formata : er fe credere non mi miete , credete abne* P 3 f» no d
Platone , mentre ne parla mljuo CrrfiRo . Onde ci fi può dir di tal lingua. ,
che (piale è il lume a colori , tale di i fu alle dijcipkne ifenza il cui lume
nulla itcdrcbbc il ivijiro bumano intelletto; mi in continua notte d'ignoran
tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad Arijìo tilt, CT alla ucriùycbc
lingua alcuna del mondo{fu editai fi uoglia) non pojfa hauer da fe jlcjfa
priuilegio di fignifi care i concetti del nollro animo >ma tutto confìtta
nello arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di pbilofo* phia con parole
Mamouane,o Milane fi inoligli può ef* /tv difdetto a ragione ; pia òe difdetto
gli jìa il pbibfa* pbarc,or l'intender la cagion delle cofe, nero è,cbe,per*
ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia jc non greco & latino
sgià credimi che far non pojfa aU frinente : cr fain di uiene ebe follmente di
co/e tuli, er algori uolgarnun'e parla, orferiue la nofhra eti Et co m: i
corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con alcuna uerghsita per
riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri mhleri della diurna philofophia più tojlo c5
le lettere del l'altrui lingue, che con li tiiua uoce di queila noBra mo* icrn
a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei» to da molti, ninno
ardtfcediripigliarb . Ma tempo forfè pochi anni apprejfo uerrà ebe alcuna buona
perfona non meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto mer* catantia : cr
per giouare aUdgente , non curando dell'oc dio,ne della inuidia de litterati ,
condurrà d'altrui lingua dia noilra le gioie, ryi frutti delle feicntie j le
quallibo* r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc, Veramente ne di
fama , ne di gloria fi curerà , chi uvrrà prender la imprefa di portar k
philofophk dati* lìngua £-A tbene nella Lombarda : che tal fatica itow,cr
bufi" mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò , per fa Doniti dc/k ic/j<,ttM
non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U prima ne dica male,poco da
pei mille, er mille altri lode. ramo,tt benediranno ìlfuoj\udio,queUo
ritenendogli che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale , togliendo di mo* rir per
la fallite degli buomim ,fcbernito primieramen* te,bujmato,cr trucifìffo
d'alcuni tippocriti.hcra alla fi ne da chi! conof<e,come iddio, et Saluttor
noflro ft ritte rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo uoftro
buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta Mefia : il quale , Dio
uogliacbefta fintile* quello che anebora affrettano li giudei; acciò che
berefia cofi itile mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti le .
Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che non ut fate a di noflri
il Redentore di quejla lingua uoU gare f P e r. Perche tardi ccnobbi la ucritk
;er a tari* po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere. Lasc. Cofi
Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg* giite;faluofe,comè fanno i maliticft,
queQovicco no bU fonate , ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le ragioni dk
nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb* ha dirle per ifberxare
icrnonè cofi eoft éffiàle U co* gnition delle lingue ; che bucino di meno che
di me* diocre memoria , er fenz* ingegno ueruno , non le pcfft imparare :
quando non pur a dotti , ma d forfennati Atbenicft , er Romani, folea parlare
eloquentemente Cicerone,?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio P 4
«tfnif «inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU le dite lingue t non
per grandezza d'oggetto ; ma) olamen, te perche aUo lludio delle parole contri
la naturale meli nxtione del nojlro bumatio intelletto ci riuolgiamoul qua le
difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde diurna perfetto , non
contenta d'efferc altroue piegato , otte ornando la lingua di parolctte er di
dande refli uas ttd Li nofbra mente . Dunque dal contrailo che è tnttauid tra
la natura dell'animi , er trai cojlume del nojlro jlu* dio,dipende la
difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de* gna neramente non d'wuìdktma d'odio:
non di fatica 3 mt difajlidio : er degna finalmente di douere effere non ap
prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non è cìboma fogno , er
ombra deluero cibo delTinteUetto . V a s c , Mentre noi piatiate cofi , io
imaginaua di ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin Unguabm* barda udirne
parlai e tra loro ogni tùie maniera di gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre
tali per fané, con certi fuoni,<cr con certi accenti, i più noiofi , er
ipitt {brani, che mai udijii alla tòta mia . In quejlo mezzo , mi fi paraua
dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po veramente di rontagniuolo
piangendo , er lamentando^ i' Arijlotih,cbe difprezzando lafua
eccellcnzatbautft fediate condotta , et minacciando di non twlre fior piti in
terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere : ilquale ifeufandofi
con effo lei „ negaua d'bauerU offefa giamai : fempremai bauerla amata , er
lodata ne me* no che borreuolmente batterne fcritto , o parlato men* tre egli
luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae no ncVergomafco , er mentire
chi dir uolcffc aUranvm te : olla qui uifione diftderaua che noi mfujHe
prefetste. •P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei tetto non douerfi U
pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc con ogni linguai (ho ualorc
effàhaffc : quefiofarfi an# a gloria , che a ucrgogm di hi . la quale (e non fi
(degni Stergare negli intelletti Lombardi , non fi dee ancb$ (degnare (Teff, r
tratta daHU br lingua : l'Indù , la Srtf tbia,CT f Egitto,cue babitaua fi
uokntieri,produrrc gc* ti cr parole molto pi.i jkane e pi» bai bare, che non
fono bora le Mantouanc , er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio tkU Ungua greca,® 1
latina bauer quaft delnoflro mondo crftf ciato ; mentre hv.cmo non curando di
faper , che fi dica } nanamente fnok imparare a parlarci & lafciandof Intel
letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar* in ogni ct4,m ogni prouincid,
cr in ogni babùo effer (emprcnai ma cofa medeftma ; Lupaie , cefi cerne
uolonticrifa fuz arti per tutto l mcndc,non meno in tcrra,cbc in cielo; cr per
effer intenta aUa produttione delle creature rationa* Unon fifeorda delle
irratiotitlii ma con eguale artifìcia genera noi,er t bruti animaliicofi da
ricchi parimentc,et peneri huommi , da nobili , er «ili perfone con ogni Un*
glia, greca , latina , hebrea , cr lombarda , degna d'ef*
fere&-conofcittta,cr lodata . Gli auge Hypcfci er tre be(ìie terrene d'ogni
maniera,bora con un (uovo, ho* u con altro fenza dijìintione di parolai loro
affetti f già (icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu* no con
la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu* re,cr i linguaggi efferc
fiati trottati ma ajaltite teUa n* turala quahicome diumd,cbe etk è)non ha
mefticri iti mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra, gecioée
abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti , manife\ìando (un Ultra ifecreti dei
cuore , più facilmente canfeguias no la noflra propri* fe liciti ; laquale è
pefìd neUmtcU tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per
confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u* fare da mortali , la
quale con più agio apprtndemo: er €omemeglio farebbe itatele foffe fiato
pofiibilc) Chaue re un fol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato
da gli huomiri,cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et ragioni neUamaniera ,
ebemen fi fcofladatta natura : k qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo
:ey a tempo-,quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et étrotavto barri
detto al mio maeflro Anjlotilc ideila etti eleganza goratione poco mi i urarei
, quando fènza ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui
mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne , ma per bauer bene in atto
intefo<bcne pérldtOi&benclcrit to di tei : la verità trouata da hi,
tadifpofitene, cr Cor* dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare
eflerfua propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu* tomento di uoce
: il nome falò di lui difeampagnato dalla ragione ( quanto a me ) ejjere di
affai piatola auttoritd, a lui fiore , fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer
uelef* fc Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani f noi libri tramuta
incluùm i '.inguaiarne glibcbberoi greci = mentre greci gli jludu iurta . li
quai libri con ogni iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta
non Athcniefi ima philofophiicr con quefìa riftojl* mi farci pai-tito da
lui . L a s c. Di'fe pure , CT diff derate aè che uolete j m i io Jprro , òe a
di uoftri non utdrete Arijhtik fitto minare. Per. "Perciò mi doglio
delhmiferaccnditione di quefli tempi moderni, ne quali fi finiti non ad ejfer,
mt a parer fauio : che ohc fola una liti di ragione in qualnnque linguaggio può
con du ne alla cogniimedeìh iteriti ; quella da canto lafdi ta , ci mettiamo
per jìrada,ti quale in eff. tto tanto ci dfc lunga dal noftrofme {quanto altrui
pare , che ni ci metà uicini ; che affai credemo d'alcuna cofa faperc , quando
, fenza conofeerc la natura di ki:pofi mio dire in che mo- do In nominali
Cicerone, Plinio, tmctfo, cr Virgili» tra latini fcrittori ;cr tra greci
Platone, Arijhtile t De mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici parolctte fan-
noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn giujx , che dir lingua
greca , C latina par dire lingua di ulna , cr che la lingua uclgarc fa una
lingua inhu* man* , prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for* fe non
per altra rdgione , faluo perche qucftunx da fanciulli , cr fina jhidio
imperimi) ; oue a quel* laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue ,
lequali giudichiamo più conuenirji con le doArine , che non fanno le parole
della E «griffa , cr del batte f* ino con ambidue tai facramentii la quale
feioccaop* penione è fi fiffanc gli animidc mortai, che molti fi fanno a
credere , che a douere farfi philofophi bxjti lo* rofapcrefriuere , cr leggere
greco fenza più : non aU tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile , aguija
difolkt* to in cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti
con lui mfiemefuffc corretto a entrar loro neWinteSct* tea fargli propbeti:
onde molti n'ho già vedutiti miei giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni
fdcnza,con* fidundofi folamentc neUacognition della lingua , bmm hauuto
ardimento di por mano afuoi libri , quelli a guifa de gli altri libri
d'bumanità publicamtnie ponendo . Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di
Grecia par rebbe opra, perduta fi per la indegniti della linguaicome per
l'angujHa de' termini, dentro a quali col fuo Ikguag gioè r'màiiufahtaha,
uanaiflimando l'imprefa dello Jciuere , er delparlare in maniera, ebe non
[intendano , li iìudiofi di tuttol mondoMa quello che non è fiato ue* duto da
meìfpero douer uedere (quando che fia) chi no* /ceni dopo mc&r 4 tempo t
che le perfone certo piti dot' te t ma meno ambitiofe delie brefenti ,
degneranno £ef* jer lodate nella lor patria, femy. curar fi, che la Magna, c
.diro fìrano paefe riticrifca i lor nomi ichefela forma delle parole , onde i
futuri pbibfopbi ragioneranno, er fermeranno delle fetenze, farà commune alla
plebe, tin* iellato , er il fentimento di quelle farà proprio de gli a* autori,
V jiudiofi delle dottrinerò quali hanno ricetto, noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S
c a ol.Gw sapparcccbiauamcffer LafcariaUarijj>ojla,quando fo* prauenne
brigata di gentillniomini, che ueniuano a uifì* tarb, da quali fu interrotto
[incominciato ragionamene toipercbc faktati [un [altro con prameffa di tornare
al* tra uoltajl Peretto,et io co lui ci partimmo. Cojteg. Co fi bene mi
difendere con [annidelmacftro Peretta che DELLE UNCVt.
"9 che l'I por mano alle uojire , farebbe cofdfuperfbd per- ii <M
cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno a quefìamate rid fulfe iiojìra profetane >
nondimeno io mi contento, ée uì tacciate: ma del foccorfo preftatcmi.partt dd
Tdii tariti di coft degno philofophofdrte dette rdgionUnte* dettelo ue ne muto
immite grdtici&uiprometto, che perfinire ilfdjìidio dello imparare a
parlare con le Un gue de' morti; feguitando il coniglio del maeflro Perei*
tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere Romam,parlar Ko mano , 0-fcriutre Romano
: V * uoì meffer L4Zaro, cornea perjona d'altro parere,predico,che indarno tcn*
tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in ltdlidktwjhra Un* gua Latina, cr dopo la
totale réna di tei , fottcuM* terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu
huo mojhefojlcnere ue la poteffext chiuque atta rumasi pofe>aguifd di
Polidamante fu oppreffodalpefoi feoM, cUgìdce del tutto , rotta parimente dal
principio et dal dal tempo; quale Aéletd, o qual gigante potrà uantarft ii
rQtmWne a me parere a uofbri fritti riguardose ne uogliate far
pruoua-xonftderando chel mètro jerme* re latino non è altroché mandare
ritogliendo per que» fì'auttore , cr per queUo,bora un nome, bora un ucrbo,
hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo ,/e noi fperate (quafmuouo
Efculapio) che il porre mjir.ne cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU; non
ui accorgendo , che nel cader ^ dififuperbo edificio, una parte diuenne
poluerej? un'altrd dee effer rotta (« più pczzdt quali uolcre in uno ridurre,
farebbe cofdim* paRibik Jenzd , 'he molte fono dell'altre parti , k quii r ' '
ruiwfe timafè in fondo delmucchio , o mudate daltempo ,Hen fon trottate d'dkwno:onde
minore,cy men ferma rifarete lafabrica , ch'eUa non erida prima : cr uettendoui
fatto di ridur lei alla fu* prima grandezza ; mai non fa acro, (he «01 le ditte
Inferma, che antkaincte ledicrono que" fn'mi buoni architetti, quado mona
la [abbicarono: anzi oucfoleua effer la fala, farete le camere , cmfjnddrete le
pori e , cr delle jineftre di lei } que&a alta , quell'altra baffa
nformarete: iuifode tutte , £r intere rifugeranno tefue mmtglie , onde
primieramente s'i&unwaua il pa* lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce
del Sole alctt fiato di trijlo uento entrerà , che fari inferma la flanzd,
finalmente fari miracolo più, che httmano prottadimen* fo il rifarla mai più
cguale,o fintile a quetTantic^ejfen* do mancata (idea, onde il mondo tolfe
l'effempio di edì* ficatU . perche io ui etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler
faruifmguUre dagli altri buominh affaticandoti uana* mente fenz4prouolhro ì
& 1 d'altrui. Lai. Perdonate* migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle
parole delmiomacftro perettoUqualenonfolainentenon rie» faua,eome
Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi bt* puntava d'effere a farlo sforzato ;
dtftdcrando macia, neUd quaUfenzA l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò* b
}ludiare,& farft perfetto in ogmjaenzaJa quale ope nione io non hudo, ne
uitupero , perche quello nonpofa fo,quejlo non uogUoìdico follmente non effere
Hata he* ne intefa da uoimde la deUberatione uoiìra non hauerk origine ne
de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del maejiro Pe* retto :m àalm&ro appetita ì
hqmlefeguite quanta n'aggrada, che altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag-
gio, the io tenga , è più lungo cr piti fatkofo del «oSroì ptraftenttar* non
fjajluanoiO'd fine delk magioni* ti a buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi
condur* ù , B £ m, Mefier LdZaro dice il uero,& u\ggiungù cbe'l Peretta in
qucll'hota{comefime pare) attuto del le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et
altre /imi li fetente. Perche po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT cofì bene poteffe
pbilofopbareil contadino, come il gen (fl/7«o»io,er il Lombardo, come il
Romano; non è però the in ogni lingua egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^
tonciofiacofa che fra loro luna frn pia et meno dotata de gli orn ament i della
profa, er del uerfojbe taUra non è. ha cjualcofafu tra noi difputata da prima,
fenZftjar p< role deBe dottrinexT eome albera ui difìi,cofi uì dico di
nuouoìche fe uoglia ut urna mai di comporre o canzoni; c noueUe al modo uoiìro,
cioè in lingua , che fia diuerft dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli
Petrarca,oilBoccac tioyper duentura noi {irete buon cortigiano, ma. poeta,o
oratore non mai. Onde tmto diuoifi ragionerà,ej fare* te conofeiuto dal mondo,
quanto k usta uidurerà, ey no più ; < ociofta che la uofbra lingua RotiMiw
hébk uerti tt forili piutoBogratiofo, cheghriofo. Dialogo della
rhetorica. Valerio, Brocdrio, Soranzo. A l. Horrf mentre, che noi
ridiamo,?? giuochiamo o Bro cardo Jl Cardinale Don Her* cole col Friuli, e col
Nauagc* ro,w cafa de lambafciador co t armi, dieno effere a quejlion* dijputado
fra loro detta nojìra mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej duole loro il no*
fbro tardare, perche a me pare, cbcfenz* indugio niuuo noi andiamo a
trouarlikqual cofajhieri diferainful par tir fi da lorojagionduamo diàouer
farext quello, fenoli penaltrofi atmeno t percbe il soràio fludiofifìimo gioua
ne,©" no bene ufo difoler perder te fuegiornate,delfm iffer co noi coglier
poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU l.tZZo.'B r o. Io ho openiane*
cbeiefferprefente a loro dotti ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t
cht «Ut nojbri fludij mal fi confaccia k questo dijputata.per chepiutofìo
configlierei,chefra tui,cofa parlando, (he ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta
giornata* t /ìa la co/a, qtule il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww
di, che iol iQnabbi t di tutto cuore moferfi, et offero hoggi, (ytuttauia. Val.
Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi
uotenticrifijeguarà. S o a. Forfè accettando le uoihre offerte farò tenuto
profontiwfo; ma a mio danno non io fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a
phdojopbi io fbc cular rimettendo,dcUa ulta ciuile,nolha humana profef*
fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo uiuci* mìe nonfoUmcnte la bontà
de cojlumi col morahnete o* per ore , ma il parlar beat a beneficio ddl'haucre.
, delle ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt qua! cofa perauen* tura è utrtu non
mcn bella infe jlefi^omen gicucuole al li bumankjJeUa prudenza, &
detkgwfiitUi ma in m* siero difficile do poter effer'apprefdst effercitata da
noi tbenuUdpiu.lo ueramente quato ho di tempo, cr dOnge gtìo uohntmi tutto dono
dllo jìudio dell' eloquenzdMcbc faccio $arte leggendo, parte •fcriuende ; er
quei precetti tdempicndo^he Cicerone,ey Quintiliano con meli* cu ra lìudivrono
d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò nuU k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm. ,
rj legga quanto io mi troglker ciò è, perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar
te loro fono infittiti i e7$<$é uolte (òche io m'inganno) f uno aSdkro fi
contradice : io giudico , Cicerone tfferc fitto oratore moka miglior , che
Rbetore:fì come quel* b,cbe meglio parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4 di
quejlty , io fono in dubbio fe Torte Oratoria deSd Un* pia Latina fi conuegno
con Poltre lingue , jbetuimaitc con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel
quale io ho opinione che a dilettare alcunmamnconico , mutando il Boccaccio
gualche noueUéft pojfafcriuere fenzdpm co fa ueramente ditterfa dalle tre guifh
dicduje .; le quali da latini fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro
arte Rhetowa fi nominarono . Do quejH adunque, rydaah* <C tri tdi
dubij, che di continuo mi s'aggirano neu"inte n etto t infm bor j. non ho
trottato chi mi fuiluppi ; che di miti , che io n'ho pregati più mite , a tale
manca ilfapere, a U le il modo dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni cofa
da uoifapuU con bcUo, er difereto ordine [lete ufo.* tidiragionare.
percbe,hora, che uaipottte,io ttiprego, che de precetti di cotale arte, quanto
a uoi pare , che mi fu lecita di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala
Cerio egli è il nero quel che uoi dite , cheli Khetorica è buoni parie di
nojtra iuta cmU ; fenZA là quale rima* " ne mutola ogniutrtu : ma ella è
cofa da ogni parte infini* t a , er è difficile parimente il tronarui cofi il
principio , come il fine , quindi ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi libri
parlandone , mai non ne parla in un modo : come e Adunque pojiibile che
dWimproiafo in un giorno, tale& Unti arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc.
Quejìo è cofi imponibile m lo dimanda il Stronzo, ma alprc* ferite tf una parte
dì Uì , er fu la parte che uoi uorrete, famìgliarmente parlando , è ben degno
che'l campiacia* te. Vai. Io per me in quanto poffo pronto fono d do* uerU
piacere > dicale? chiede ciò che a lui piace,ch'io ne ragioni. S o
tL.Miodifiderio farebbe da principio face» doro/, (fogni fua parte infmo afta
fine mformareùkbe ef* fere non potendo , ditejni almeno una cofa , cioè,chefetf
do ufficio decoratore il perfuader gliafcoUanti dilef tando,infegnando,rj
mouédo,ìn qual modo di quefìi tre, più conueneuole affarte fua con maggior
laude dife, re* chi ad effetto il fua diftderio .Val. Molte cofe in foche
parole mi domandate; onde io comprendo j che piu fapete dcSa Khctortca, che non
ui atunza imparar* ne. La quefiione è bellif?ima,aMa quale non terminando* me
dijputondo rifonderò. Voiopporecchiateuinonfo* Unente od udire , ma a
contradire : cr cefi ficài il Bro cardo, il cui parere nella preferite materici
perauentura farà diuerfo dal mio. B r oc. Senza altramente poi* faruijl mio
parere fi è, cbe'l diletto fta U uertu deKord* tione,onde ella prende la
bcttezzd,zr U forza d perfua* derechìl accolta : che poflo cafo che f Oratore,
quanto è in lui,habbia uirtu £mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon gli accidenti
, dalli quali impedito non può fornire a fuo ufficio. Ciò fono U bruttezza del
corpo fuc,U dijpropor tion della itoccj.i mala fama del fuo cliente , h
dtshonc* fladclla confa , cr finalmente la (lanchezza de glt audi* tori, li
quali lungamente fiati attenti alle parole de gli auuerfarij ,fchùà fono
daffofcoltare : fenza che il fuo nome altrui ad ira , a mifericordia , o ad
altro affit « to coUle, dee effere co/a non sforzala, ej per confe* guente
noiofa 5 ma fornmamente piaceuole a quel cotale, cui egli muoue , ©"
jojpmge . Segno ueggiamo , che A precettori dell'arte non bafiando il darci
tonofeereinge nerale in qual modo lOratorfia poffentt di comoue* re li noftri
affètti idiflintamentc quali fiata i coflumi de ighuani , uecebi nobili , itili
, ricchi, c poueri cidi* moftrano : itile nature de i quali con bell'arte
tantedet* to lor motùmento uomo cercando dtaccommodare . Dettinfegnare non parlo
, che non ha il mondo la mag* gior pena, che [imparare mal mtontieri.quefìojàoe
grìwto , che fi morda, fofferc fiato fanciullo , cr f>l* fb io,per quel
ch'io prono al prefente mczo vecchio Jì co me io fono ; che mai non odo il
Koinojne leggo Bartolo, c Bili) (il che faccio ognigiorno per compiacere a mio
fière ) ch'io non bclìemmi gii occhigli orecchilo ingc* gno fflio,©" lo
uitamia condannata innocentemente afa ucr cofa imparare, che mi fio noia il
faperhMdarm adu que iinfegnare , 0" dì moucr non dilettando ci fatichi**
uno i zi dilettando fenza altro(quanta è la forza del com piactre)ftasno
polenti di perfuader gliafcoltantitripor* tondo U difiato tintoria non per
forzarne quali merito di ragione, ma come gratta a noi fatta da gli afcoltanti,
per quel diletto, che nelle menti di quelli fuol partorire Torà* tione ben
compojìd, ©" bea recitata, E f ucr amete quella ì buono Oratore , il quale
parlando £ alcuna cofa princi palmcntcnon con U confa trattata , fi come fanno
ì philo fophi,mo con tarbìtrio^ol nuto&col piacere degli au*
ditori,tenta,cr procura dì convenire,qucUi allcttando in maniera , che
altrettanto dì gioia rechi loro loratione la otte eUamoue, ©" infegna,
quanto fare ne la ueggiamo mentre ci lo adorna per dilettare . er queSio è
quanto mi par di dire nella prefente materia . Val. No» pen* pie dtcofi tatto
ifbedirui dalla imprefa già cominciata, the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle
meglio non diflm* guendo, nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò polla,
adunque egliè meflicri che in qnefla confa medefì* ma argomentiate altramente
:ilche fatto, perche al So* rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa
bello ordine mofhrarete in che modo, er per qual uia prò udendo coté uicà del
dilettar gli afcoltanti poffa acquifiarft f orario)» uotgare : che a tal
fineife io non ntingaa mìgli udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon le
ragioni, per le quali fi può Koftrar chiarantnteipet fetto Oratorcdilettandopiu
che tnfcgnxndo,omouenda ti fttóttfficio adempire: te quai ragioni , {Indiando
dejfet brieue,perche a uoi pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt rai di tacere
s ma fé mi o Scròto, cotanto difiderate (fòt lèderle, er ciò ut pare che molto
bene al fatto uojiro per Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri
incornili darò i quindi ti principio prendendo j che la Rhetoriat non è
étro,cbe un gentile artificio d'acconciar bene, & leggiadramente quelle
parole , onde noi buominifignifi* marno Um (altro i concetti de nofìri cuori.
Diremo adu que, che le parole nafeono al mondo dalla bocca del noi* goderne i
colori dulie herbe ì ma il Grammatico <fWf O * rator famigliare t quafi
fante di dipintore,queBa decada* Cr polifcctonde il macjlro della Khetorka
dipingendo U ucritiyparlit er ori a fuo modo. Che cofi come col pendei 10
materiale t uolti, er i corpi delle perfonefa dipingere 11 dipintore la
natura imitando, che cefi fatti ne generò s cofi k lingua decoratore con lo
flilc delle parole bora in Senato , bora ingiudkio , bora al uotgo parlando ,
ci ritragge la ueritÀ ila quale proprio obietto delle dottri* ne fyecuUtiuejwn
altroue che nelle fcboleg? tra pbilo* fophi corniciando ; finalmente dopo alcun
tempo d grufi pena con molto fludio impariamo .Ut è il nero, che coji come a
ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il ueder>ni,fn Za Altramente hauer
contezza de miei coltumi, o lunga* «ente con effo meco domfkarf: » dipingendo
l'artefice DIALOGO miffabra cofa di me.faluo U ejhrema
mixfuperficie,nota agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a bene orare in o* giù
materia ball<i ti conofecre un certo no /o che detta tic ritk che di
continuo ci jia innanzi fi come cofa , ti quale ne i nofìri aitimi naturalmét e
difaperk itftderofi , fin di principio uoik imprimer Domenedio , Può bene
effere, tyfbefic uolte adiiuenc che la ignoranti* del uutgo f 0« rotore
afcoltando,colga in f cambio cotale effigie dipinta, lei ifìimando U uerità ;
non altr umente per anenturd>chc l'idolatra plebeioje dipinture^- le
0atttc,nojkc buma* ne operationi s f accia fuo Dio, er come Dio le riuerifed*
Può anche ejfere che Foratore ori a fine d'ingannar le. perfonerfando loro ad
intendere, che'lfuo diffegm fìa il uero,non del nero ftmilitudìne ; nclquat
cafo quello coM lejnon ofìante il fuo ingegno merauigtivfo, meritarebbe, che fi
sbandiffe del mondo itydift fatti oratori fi deono intender le parole di chi
biafima la Khetorka ; cioè colo ro che ad altro fine la effercùancyhe
tindulìria ciuile no U fermò. La qual cofi no pur a lci,ma a qualunque altra
più honoreuole,et utile arte è tra noi,facilmente intrauit ne.Uora al propofito
ritornado, certo per le cofe già det te, in qualche parte no fìa difficile il
giudicare la queflian coiiiweiittJ , percioebe Cinfegnare , il quale è jtrada
alla uerità propriamente parlandolo è cofa da Oratore; piti tofto è opra diUe
dottrine fpectdatitte; le quali fono fden Ze non di parole , mi di cofe , parte
dìuine , parte prò* dotte dadi natura . Kelìa adunque che noi tteg giamo quale
ufficio f ìa più proprio deli" Oratore trai ddstta* re, zi d mouere , fi
mamme , che innanzi tratto; un COROLARIO inferiamo ; cioè , conciofia
cofi chel perfetta Oratore tuie fappia,qual parli ; e quale in fegna tale imm
par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo intelletto^ che non fa nidla 3
fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per Unto fempremai in ogni età rari furono
non pur li buoni ma i mediocri Oratori ; ertili nofìri fono ronfimi ino* gm
lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il faper bene U miti, ma ii pxrcr
difaperk , Hor di quejìo non più i er aUe l te del diletto, & del mouimento
conferiate che io ini riuolga . Certo,nattfrabnente parlando,ogni dilet*
tofièiHomnentojna. in contrario , fiando ne itcrmini di quella arte , ogni
Oratorio mouimento è diletto; concio», fu cofi che'l perfetto Oratore muoue
altrui non per fcr za , er con uìoknx.4 , in quel modo che noi mouiamo le cofe
graia aRinju , o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai muoue ha cotifome
affindination del fm affetto : U* <jiol cofa non può effer , che non glifia
altra modo pù* ce«oJr ,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi come dian* Xt io
diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte. «•mutamente le dijhofitioni degli
ascoltasti : i cui affet» ti col mutamento della fortuna, rj degli anni fono u*
fati di ttarùrfi ifalxo , accioebe tomfeenda il buon». Oratore otte pieghino k
pacioni de petti lpro,iui col ut* gore delle parole (indie , ©" f enti dì
ritirarli. Et per «r (o ,fèl mouimento rhetorico fuffe Saltra maniera } ogni
mgenua perfona come sforzata , ty tiranneggiata dal* f Oratore mortalmente
Codiarebbe : ne pofp credere che ninna Kepublica , bene o male ordin.it*, fol
che tJU tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei* SI 4 Urft
in una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi gijbr-ttiiZr le leggi loro di
dominar stttgegniffro . Re* jta a dirut in qttal inoliti diletti tal mcwmai ù,
er onde uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo partorii fcc
i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co* taitofe paiono alquanto
più pkfcefoWie . ck orione , tttttauia egli è hello ilfaperlt; miggiormenle Se
alla ma tem di che partiamo , grandemente fon pt t'inaiti . Mi deUa prima
brievemente miefbedirò : Che fi come i^di* pintore, or il poeta t dite artefici
il? Oratore fmbùnti , per diletto di noi fanno tterfì , er imagim di diuerfe
mi* nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud liete *po/i i't buono
Oratore nm folamente con le [accie, con gli ornamentici co numeri, ma ad ira,
ad odio or ai inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen te
mai non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no pianga con effofeco ilftto
mah;non per tanto eonfideran io con che gentile artificio ci dipingefp il poeta
l'amor fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie tà,non
pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual cofa non dee parer
merauiglia a chi per troppa aUegrez ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare .
E ti uero che una tallettione è polènte di più, or meno commettermi, fecondo
che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t ma in ogniguifa più mi è
agrado il lagrùnnr con virgi* Ito , die non è Under con klartkle : Md tornando
oSl* rottone ,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli l 'aranti
pudendo il fuono coniteniente alfuo morfoji le* uifufo i er filta tanto fin che
fbwmor perturbato fi rifolitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii
nr! Iwcgo jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet* lòtte
ntoffo udirà alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal to piacere sfoga il cédo f
cbe k complelìione naturale , o altro tirano accidente gli tiene accefo
nell'animo ; il quat piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk*
ceuole ,et noiofa moltOtcbc non diletta ,fe non per queU4 conformiti eb'è tra
lci,ty l'affetto deWafcoltanteila quaì cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm
giornata i « comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé méte fìn'mmojfi
ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii mente park ndo,taipmere non diletto, nw
mournié to ft& nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe non « fi
(àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti* to dinar zi nel conformar fi
aWaffctto nedtkttaua(concia fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non
buone ) pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in pothe parole fe ne
doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto di l mouimento è coni un rifo nato
innoinondi uerà atte* fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final»
mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì motti,kfcntemie,k
figurej colori,k elettione, il nume» rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord
delkmateria, et al quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr dino
dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo* no cofe tutte quante per
far natura fommamente pìaeeuo li i nelle quali di continuo non altramente fuol
compiacer fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni , er de colorì materiali fi
dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera tutetà tnatetà m poco o
Brocardo , mentre ancora ( benché di kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del
cominciato ragiona" mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max
fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in- dire eiòy che ante
pare di poter dire con uertta de gli *f* fettig? de movimenti di quelli: perciò
cheto ho per fera ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co movere
, ma £ acquetar le procelle , che neUe parti pia bajfe de nofbri animi , Ora ,
fottìo , er la màdia (uenti contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi
coautore; 0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma mi principio del
fio fermane jnutando foratone, chefe Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati
prigioni. E k il Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend re ,
può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom vittima , che male adopera
lo [uà fetenza > quafi medico , che auelena gl'infermi ; o è di farlo
corrette , fendo coft mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel* f
oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto fargli jentire
dell'altro efìremo contrario , La qual cofé auegnadio che ver afta , non per
tanto, uolgarmente par landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore
ìt cominoiter gii jifeta , fecondo il qual modo di faueUare fece il Soranzoùfua
dimanda :percìocbe il mouimento èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache la
quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j* tori orano apnc non
d'acquetare , ma di commouere gli af cattanti. Io iter amen te per una terza
ragione, ho api mone , che ali Oratore {hu portegna d commouere , che
tacqm^ tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente
turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete dogUaffettì t queUimmua
> a'fofp'tngaìche grandifiima noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri
animi» qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4 role in unahor^che
inmolti anni utrtuofanentc uiuen* do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho
. Hor ne* dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci ittita della
uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr gli affètti è operatione piti ,
ometto aU 'Oratore bonore* itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe
il mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il
defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli A* thenkfi i maio non uedoebe
egli fiatale, confideranno the Foratore nel trattar de gli affitti , ponga
mente pili tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba ,òealkr4 gione,cuifola
tocca di temperarne . Ma pojìo cèfo che eofi }ìa , come mi dite , io ho per
fermo , che cofi come per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del
foratore a gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri td.nw opinione , cr di
nero Jhntlitudwe,fmelcmentc k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani
fuolgene rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu: eonciofia cofa
che U uirtù è un buono babito di cofiunù , ilqualencn con parole in ijlantejnu
con penfieri,or con opre a lungo andare ci guadagmmo . Wrf accioche non
creggute che U buona arte Rhe* torica di tutte Urti reinajia una eerta
buffonariadd far ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cu* cina
cimi la^imigliarono) noi douete fapere, che dd numero dcu"arti,altre fono
piaceuolij^ altre utili : quelle fono le utili, le quali communementc nominiamo
mecanke: delle piaceuolt parte Im uiriù di dilettar l'animo , parte il cor» po
delle perfonew parlando più chiaramente pjrte il feti fojparte la mente fuol
dilettare. La dipintura,et la rnufì* Citigli occhiagli orecchi'; gli
unguentari} ,il j;<j/ó i! cww co, li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza
del c.ddo Ino, tutto l corpo con magHìerio piaceuolc,fono tifali di con*
fortareittu te artiche Ciiìtdletto dlcitano,qvMtù al prò pofito fi conuiene ,fono
due ; cioè Khetorica cr Voefta: le quali , muegnadio che altramente che per gli
orecchi paffando, non peruegnano aU\ntelletto, nondimeno per* ciò fono da effer
dette intctkttudi, che elle fono arti deU le parole, ijkometi deltinteuettoi
con li quali figmfìchia tao lun tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del
la «o£rc,cr de fuoni è la mufìca, con la quale annoucran* do igrauijzr gli
acuti } quegli in manier4 tempriamole diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono
infieme a generar thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo* «c,CT
diletta mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot* fia fono artifici] delle noci
de gli huomini, nocome gratti C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in
quanto elle fonfegni delTinteUetto , quelle accordando fi fatta' mente, che ne
nefea. una confonantia, U quale,metapho* riamente parlandola primi Khetori
alnumero mufteo dflimighandola , numero anch'effa fu nominata: fcnxA d qital
numero,non è oratione la erottone; er col qml nu* imo ogni mlgarttet inerudite
ragionamento più hauer nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben
uolcrlo mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir* mifiimo , è fondato il
dìfcorfo di tutu Urte oratori* ) c mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada
noi ci faccia* tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen tia
quanto egliè grande, non è altro che cinque membra, CT non piu,cìoè parlando
latinamente jnttentione,difj>o* fttione, elocutione, attiene, CT memoria .
Infra le quali, finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte , quafì fuo
cuora effe anima la chiamafihnon crederei di men* tire: dalla quale,non
chealtrojl nome proprio della eh* quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et
per certa la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per tengono
: le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U erottone } ma la terza , per
quel chefuona il uocabob ,i propria parte delle parole , le quali non à cafo ,
ma eoa giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate* gna che la
elocutionc fia un terzo membro della chqitett tia , iiuerfomolto da primi duci
nondimeno ella è fuo membro fj principale , che netta ifleffa elocutione nuoti*
inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annoue* rare.
etctoè,perciochenon ciafehedma elocutione è or* toru,anxi in ogni linguaggio
«vite fon k paroltjequali ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile
per* fona mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co' famigliari parlandoci
guarderebbe di proferire: etguar derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi
che un tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe ufato di conuerfaram
le parole gUruromte dfikhcbia fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe
mdefi* me <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe gli decenti
loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark è «-ti/few: it quale folo,o primo fa
Orator lOrat ore. Et ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né"
Rbeto ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più toflo di
prudenti , cr accorti huomini , che di eloquenti Oratori Job il [ito Me parole
è tutta Ixrte Oratoria: onde tutu è k quejìione del dilettare , del mettere ,
cr AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono frutti cCinuentione
, le cui parti fon proemio^arrattone, diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr
epilogo; cofi il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione. "gorfe
io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine, CT le greche uà
mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di* teua pur dianzi > non difecrnendo
frale parole* come io U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot
cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali fion curando k cofe grani,
che aUedottrmepertengono, follmente deUeamorofe con nouellettt , cr con rime fi
dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo ardi* ti in tentar le
fetenze^ pochi fono,crfeit&t fama ; CT fi anticbiycbel ngionarne co'
uocaboli loro , per la loro UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono ,
fareb* he opri perduta . Io uermente qualunque wua in uece ài njtrationcii
amftrmdtme.cr di confutarne, diui* [mento, confirmamento , cr dif ermamente
dicefii , me tnedefìmo tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol perei m
marna* ebe in qudparte Sortitone fidjc intra. topcr to per ragionarne,
potrebbe effcrcbe io r,d fcorclifii . F, v adunque mn mule iìrkorrere a
forrejìicri, le cuiuoci intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando i
Latmìi quatt dd padri Grechi le dottrine,?? le parole prendendo , ferono lor
priuitegio di poter tffer Ro>w« ne cornetti in lor feruigio le adoperarono
.Val. Infitto a qui uoi non ufajle parola , che alcun uolgare a* fiottandola fe
ne douefa merauigUd re: ; ma procedendo pinoltrit uoi incaperete in concetti
che ragionandone, a volere efiere intefo , uifid meflieri di proueder di «dei*
toh, che a gli orecchi di Italia fi confacciano un poco meglio , che t Latini
non fanno , B k o c. Ragionando con efio uoi netti prefente materia , la cui
mente di gran lunga lentie parole preuiene , non ho paura di doucr dire ucabolo
che peregrino to ejitjlimiaie . Val. kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi
pochi, & con jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene > habbiate
tolto a parlare: nientedimeno io tri configlio, che cenquetTammo , er in
epteimodonefautUiate, che mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno*
untine ragionafte; laqualcofa perauentura auerrà t perciochtl Soranxo
Mgentifiimo gnardatort de ho* fhi detti , quelli in uno raccoglier k , CT
raevUì , non pò* irà fare che moki just amici diftderofi di novità , non ne
faccia partecipi .So% Certo m fui partir di Vincgia mio germano mefier
eteronimo grettamente mi co * mandò , che mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni
cofa^he h giudicaci notabile, ne lo donefit auifare, er botte fot* to
infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft DIALOGO tmbit
r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um* ito ì Papi,ctgflmpcrddorì.B boc.
Ben conofeo meffar Gieronimo,atk prefenza dd quale ne paroline oprc,fe non
elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp foche fare ilpotrejle)
farcjìe bene , detto che io xrihébk mia opinione,queUa jlelfa con altro jìilc
di feri uere,che non V udite dame; che una coft è il pastore prk «diamente,??
dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro, i lor fmuere altrui d
perpetudmemork de paffati ragio- namenti .r?ncl aero ,fcciò hauefii penfato
*thor , the fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì tojio non r|
fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper' tengono,*? foprd tutto
il porle inficine, con heUo or« ime ckfcheduna afuo luogo dijliutamctc
efbticareèfat tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio errai
neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se otte io pen fitte
hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt di tutta l'arte oratoria (che ch'io
nefappk) Ifaermcnte- parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini
frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^ che al fitto
mffroccwengonojwieucmente percorrerò: coft ài un tratto pagarò il debito del
dmer dirui mia opi Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo
Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar dirómpili faggio nocchiero
di me kfeiando k cura di do utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito
ritorni do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e U mauere effer
due opre d'muentione * conciofiacofa che quoto motte il proemio,®- [epilogavamo
infegtia la tur rottone, ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in
meglio mi* openione,cr cofa a coft proportionando j a me pare di douer direbbe
impegnare propriamente alia dijj>oft* tiene portegna ; tome in contrario k
confufion delle co* fe ci partorifee ignoranti* , Adunque [empremai col mo
lamento la àutentione, et con k dijfccfitione Cuifegnare > dm il dilettoci
che parliamo , con lafua madre clocutio* ne,forma,',a' aita dell'eloquenza,
meritamente accampi gnarerao. Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O
rotore confìderatcg? a tre jìiU ucnendo,cioè che tre mo di di dbrejuna aU
"altro con mijura agguagliatilo, io li con giungo in maitiera,cbe la ciufa
giudicale , cui è proprio la grattiti dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa
deli beratiua coljuo }Ul bajfo,& minuto alla dtfbofitìonc, cr aUo
infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua medio* cremente trattata.aUa
elocutione,et al diktto,dirittamctt ttfta ribadente. Le quai cofe m cotal modo
difpoéìe,pro cedendo più oltra facilmente fi può concludere , che cofì come tra
le parti d oratìone la elocutione è la prima , CT k caufa dimojiratiua è k più
nobiie,ct più capace d'opti ornamento , che d'altre ducnonfono&glifìili del
dtre, l'I più perlettto,zx più uirtuofo è il medmera ilquale non è auarojx
prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto, ma altero , non audace, ne
piiftUxiìimo, ma ualorofo; non kfciuojte (lupido, ina temperato ,coful diletto
oratorio al mouimento , ey affmfegnare è ben degno , che fi pre* ponga . Però
ueggiamo non fempre mauere,o magnar Voratore > ben quello ijleffo per ogni
parte ioratione, in ogni cauja con parole elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu
K le te non contento del diletto
delle parole , per raddoppiar* ne il piacere*? compitamente addolcirne ,r icone
ai ge* flo^dff 'attiene detoratione condimento, cr mele , er Zucchero
foauifiimo degli orecchi, et degli occhi nojìri,
X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen de in gwi/rf la uertù
deli'oratu ne , che ella è nuUajcn* %ieffa;la quale fentenza da Dcmojlhene data
, E/cIn* lìt fuo auuerfmo poco appreffo con bcllaproua ci con' fermò i mentre
leggendo a KhodianiU oratione di De* tnojlhene , marauigliandofi gli
afeoitanti, bebbe a dire Ueramente m^rauigliofa effere Hata la oratione, effoDe
tnojlhme recitandola iquafi dire mlejle,Cattentioncdel recitatore potere
feentare ,cr accrescer forza aU'oratio* tic j er in maniera da fe mcdeflma
tramutarla che non pa rejjè pia d'ejfa. Val. inu jrc&cfori/ Soranzo
eonfentd^ cbedikttattdopiu, che infegnando, omoitcndopcrfuadd la oratione,egli
difetta d'intendere con quat ragioni con tra la mente di Cicerone gli
protiarcfe , che la caufa de* mofìrattua fiapiu nobile dell'altre due ,0-che
defliliil migliore fia il mediocre : ef per certo da due colali pre* ìmffe più
tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide re U queflion dijbutota. ErOc. Qui
dfbcttaud,che inter rompere le mie parole ì fendo certo,chcctò io difii dcUd
tanfi dmoflratiua , cr delio Me mediocre Subitamente
rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo» che ragionata di cotai
cofe con mufemplice narrattone, cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun*
gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per* imicretCW k tre fwM
d'erottone m maniera che atta in ucn l^O ucntione il mouimentonelkcdufa
giuàicìak t conlo jUl graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio ne
Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul tintamente ti diletto
ali a docutioue, nettd caufa demojìra tiut con lo Ihlc metano propriamente
fmferiffe Al qud* le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini , effere
flato offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi cari laqual cofafe
eofi è(cbe certamente è cofi)uoi me de fimi per una ijleffa ragione
argomentando k oratoria. tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua , alle
altre due partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo nercte;cbs no
è honejlo ilbncn col ti ijlo agguagliarexia. il tuono al buono,etal migliorejl
miglior fliie,fwfe-,c<t« fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee
pareggiai, M a de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del diletto fi
èfauellato a bajlàza. Dunque alle caufe ucnen* 4o>come io dilUjtoji ridico
di nuouo, che la caufa demo* fìratiudè laputborreuole , la più perfetta , la
più difficì le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due: la qual
cofa mentre io tento di dimofirarui , io iti prega, che non guardando alh fama
de gli faritlori detta Kheto rka , poniate mente atta uerka : la quale da
ragione aiti* tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co* fa è il
parlar di quejla arte , le ucne fue , ifuoi membri » l'offa, i ncrui , er la
carne fud dnnoaerdndo, parten* do: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con
Itrd* gioii! operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen* te al uolgo ,
àgiudteio , d Senatori , <fteìUaUettando,cr mouendo iti che non faccio ai
prefente orje una uol* Ri U U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t
ubìdiendo,a mio padre , la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a liti*
ganti. Hot di quefio non più, et al propoftto ritorniamo. Io ucrmentc le tre
caufe oratorie per li lor fini, per Ufo ro ufficij,et per te loro materie 3 con
diligenza confiderai dojia pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm fta
infra tutta la principdled cui fine è koncflà; U cui ma teria è uertù^cr il cui
ufficio è il dilettar ^intelletto,®- di ien fare ammonirlo. Quindi nacque il
coflunte nella Re publica Atbeniefe , publicamente ognanno queicittadi* ni
lodare,iquali fortemente per la br patria combattei dojfuffero flati ammazzati.
La quale annua aratiom (fe A Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti
lorojut to in un tempo le madrij padri,® le mogli confolaua he nignamente 5 ma
ifrate&j figliuoli,®- i «ipoteche dop* po lor rimaneuano , a douer quelli
imitare , ®- farfì loro fintili mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo
ìeua dir Cicerone , ninna guifa d'or ottone potere efferne più ornila nel
dire,ne più utile alle Kep.di quefia una,di mojìr attua : i cui precetti bornio
uertu non folamente di farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con
bella arte ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non amene ; con effe
qudifpeffe fiate guerre mgiuBe perfm demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor
gliimtocen* ti offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente peruuentura
più, che io non debbio , uà comparando fra loro le tre caufe oratorie ; il che
faccio, perche io difidt* ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre
flaper contradire: mi ambiiue col uojìro ingegno il mio difetto adempiendoci
parte in parte k mie parole d$in guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t
etfra me jìeffo confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di
Demollkene,fomm<mentc daWattion dependente Jbofer minima openione,cbe nelle
caufe deliberatine, cr guidi* cidi molto più opri la natura decoratore, cr
della mate rid,cbe non ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di*
mojhratiud,neUd quale kggendo,non è men bella U ora» tione , che recitando
iperò ueggiamo mediocri Oratori bene informiti delle ciudi materie , cr aiutati
dattattio* ne, tj dalla memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par htre affai
bene : che in té cafi dalle cofe trattate nafeono in noi le parole ; le
qualiconcordate con li concetti deffa nimo , ne riejce queUa barmonia, che fa
3upir chi l'afols td.Verk qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori, che non
curado della uaghezza delle parole efqmftte, ad alcune altre non coft beUe,ma
proprie molto» cr di gran forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando ,
ci debbiamo appigliare : ma nella caufa dimoflratiua è ine* flierinon foLonente
di concordare le parole a i concetti^ ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente
ddunare, chepa* re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :&
quelle ijìefji parole bor raddoppiare , er replicarle pia mite jhora a
contrari) eògiungerlc ; imitando la projpet tùia de depintori,iquali molte
fiate il negro al bianco oc* compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et
più ilhi* (Ire cifimojbri lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua* te fono
puro artificio, ma in mdniera difficile, che dWitn* prouifo poter lodare, o
uituperare eloquentemente, farette opra miracolosa. E* il uero che nell'altre
due cdU* f edema uolta tutta betta, er tutti ornata ua emulando U oratione ;
cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij i il quali proemij ; benché primi fi
proferivano , nondimeno ft come co/c più oratorie,et di «tàggìor magiflerio,
gli ut timi fono > che fi compongono : cr li quali Marco Tullia Cicerone,
padre, cr principe degli ebquéù douédo orda rc,di parolai» parola bnparaua^ 4
memoria gli fi man dalia. Adunque può bene efjer,cbe le due guife, Senato* riae
giudicale ftano agli fotimmi pi» neceffarie di que* &a terza
demo\bratiua;et che da loroifi come prime che fi trattarono ) Thiftd , Corace ,
o altro antico Qra ore l'arte Rbetorica i'infegnaffe di generare ima lepiuuot
te quel , ch'è ultimo per origine,àuenta primo in perfet* rione j fempremai
neUbumxne oper adoni, iui è »wg* gior l'artificio , oueil bìfogno è minore :
eonciofiacofa, che nei bifognila nojlra madre Naturaper fe fola, da niund arte
aiutata è tenuta diprouederne.Naturalmente con le xmpe, O* «> danti pugna t
Orfeo" fi L ione ; & U damma con U preSexx.* del cor/o /ho fifotragge
aU fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ; nj la Ragna tef* fendo fi pr xura
di nutricar ji una noi buominicrea'ure ciuilicontaiutodeUe parole, mefU
cfegnideU'inteUet* to , con gli amici dell' auenir configliamo ; a"
raffrenai* dole mani delTìrdccndia minijìre,hor dar.entcid noi prefenti ci
difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo. Poco adunque miai caft ci
puoinfegnar l'artificio ìfc non dijponere , er ordinare U inueiuione naturale ì
ma mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui ti a k parole , le cofe col
loro ordine , CT col /j(o /cw ro jóro puro artificio : il <jMd!e /cmiiufo
nefk «afwa <fc/» le due prime , cr dafl 'indujlria nudrito divenne grande »
CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età , fi fc in* tiero.et
perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi lira la buona confà
demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le altre
due pia inferiori f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che v.ei
kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon laudate, erbiafunato cln
le perturba ;et ne confglidel* k Kepttblicc la libertà, la pace , er la giuda
guerra con /ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U cerati .
Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di DemoBbcne,neUe Verrine &
Antonimie di Cicerone,, riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le
caufe 0* ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando , ofo di* rcj che le
due prime fono il fenfo del tatto , fenzà le quili non nafceua,ne uiuerebbe la
oratione : ma la caufa demo flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce
->che fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del* Maitre iutnon èpofjcnte
dipcruentre . Sia dimando m buono buomo pien d'eloquenza,?? d'ingegnojlqudle u*
feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX «e/ig.1 a Harfi in
Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*. gli accu[a,o difcnde,ecco un tale
amocato , che uendc al uolgo lefue parole :fe delibcra,non fendo parte deUs Re
publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli , er jiafua uita otiofa ì
non ueramentc , ma di continuo con lajua penna nella caufa
danofìratiuabiafìttmdùtty R 4 lo* toltitelo Ufua eloquenza effercitara
. La qttat cofa non per odio>o per premio , ma per itero dire facendo jn po*
co tempo non follmente da pari fuoijma da /ignori, et da regi (ari temuto,??
Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh t{! lente (fe non m'inganna lafimiglianza)è il
ritratto del* t Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun* quefì è,einon
può efferefe non grand'bmmo,ondc ante pare , che quefìa caufa demofkatiaa tale
fid alla fenato* ria,w giudidale, quali fono le dignità ecclefiafticbe aUe
grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t qnejieper propria
indufbia acquisiamo . er ro/ì come un ^articolar gentWhuomo fatto Papa è
adorato da (noi /ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa demofbra tiua
cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se nitore non degnarebbeno di
guardare. Ncn per tanto jon de uegnaxbe neff altre due cavfe i parlaméti
aratori) per li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi de*
moflratiue,non è difficile il giudicare. Perciò che ifog* getti di quelle due
fon cofe trance pertinenti parte alla uita della perfona , parte aUo Hata della
Kepublìca : wt4 quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare ,
folmente gli altrui nomi, cr memorie , d*ogn'm(orno di tode,z? biafimi ita
dipìngendo . Adunque , cofì come il tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici
in camifeia co le coltella affilate , è affetto non men grato per le ferite
typel ftngue , che fta il combattere a giuoco esercitato da fehermidoricon
artificiomerauighofo ,caft te caufe ciudi altrettanto per le materie trattate fono
ufate di di* Iettarne , quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del dire ne
recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come dmziio dicetu)cbein Senato,
& in giudkio i medio* tri Oratori uolontieri affidino , out il difetto
dell'arte col [oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz m le
orationi demofkdtiue ( fi come ancora i poemi ) /e «ori fon cofd perfetta,non è
chi degni ne d'udire, ne di He ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd
demojbati Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi , &
correggeteli. Val. Può ben effer, che quel ck'è detto bdjlì al diletto^ alìd
ciuf a demollratiua , ma non balli a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre,
fiete obli' g<rto di (duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po tria
parlare de gii ornamenti^ delle fomcdcldirt,o' dello flil mediocrexoneicfìd
cofd che L ebcutionc è quei k punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto,
cf con lo jìil mediocre kbltondcaufd demofhriìiua fa de* compdgnata da me : mi
qucflaè opra d'altro ingegno, et tfdlìriindufhridrcbedetli urna , fenza che ciò
farebbe uri njcir fuori di quel proposto , interno di quale pideque al
Soranxo,cbeiofaueUaffc, Sor. Come Brocdrdo, è fuor di propofito il ragionar
dello fìile , con effol quale Urationc genera in noi il diletto,cbt al
mouimento,r? d l'infegnate facete proua di proferìref Broc. Ocià
ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo, cr non Cm* tendo come io deurei i per
la qua! cofa in ogniguifd io ho ragion di tdeere, Val, Ecco Brocardo noi
conferii' tìamo,che'l parlamento de lìili,quando a uoipiace,in ah trofempo fi
diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete) infegnatene ài che nwùera ì O' quai
precetti o fermando, IL TOSCANO ORATORE [cf. Grice, “The Oxonian philosopher”]
in ciafcheduna delle tre cdufe,pof* fa ornarli di quel diletto , il qual
impreffo ne noftri annui ne perfuade a douerfarc a fsto modo :che con ul patto
noi rijbemdefìe alia qucjìian del SorM^o. Bnoc, Guardate che d dbrcofa non
m'induciate , che la lingua Tofcana tri faccia battere in difbctto,cbe molte
co/è puh tio beUe,cr nobili molto, quando fon fitte ; la cui origine è
ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a feo* tari di medefima,per
fare ogni amo urta anatomia di cor pi bitmani,cj in quelli uedera,oue er come
notte meft ne portino le nojìre madri,®' portati cipartortfconojio fon men care
te belle donne,che elle fxmo agli idioti , che té fccreti non fanno : però dite
ficur amente, che'l parlamen toma cominciato farebbe nuUa.fe in tal fmeiton
terminaf fe. B r oc. Vorrò pofeia , che minfegnate an * àie noi i udiri madidi
perfuadere , con li quali , benché molto taoff.-ndano.me al prefente fignor
ergiate sfor, %ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc. Per certo fi ,
percioebe attendendo aSe mie panie , noi iatparsrete quel? ijteffa ignoranza ,
che in mollami con moka indultria , er con poco honore la mia fcioccbexzA mha
guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo da dtre nonfono altro,che la
bidona de i miei dudij; con effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor.
ogni punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con U quali brutti er
uih{came diccjie)diuenti atto a far bel* la la or ariane italgare. Adunque
incominciate ,(euci me am.tte, CT quanto più facilmente potete ,diclmtr atemi
il itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil cofa fìe Udopra-e
ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno
ingegno par 110 fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con animo
d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin da primi anni dijìierando altra
modo di parlare, cr di fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c
que* /io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da o* giù
mlgare)quanto a fine chc'l nome mio co qualche latt de tì-a ifamofi fi
tiumeraffe;ogn 'altra curapofipojìa,aU(t tettiott del Petrarca~,ey delle cento
Nouelk , confommo fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non
pochi meft per me mede fimo effercìi atomi , ultimamente da Dio infbirato,
rkorfi al noftro Mefjer Tripbon Ga* brieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi,
Cr intefi per fett amente <]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no*
tar mi doueffe,hauea trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro buon paére
primieramente mi fece noti i uocabolipci mi die regole da conofeere le
declinationi-,et coniugationide nomi , er uerbi Tofcani : finalmente gli
articoli j prono* ttiij participif,glì aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di*
fiìntmentc mi dichiarò : tanto , che accolte in uno le co* fette imparate , io
ne compofi una mia grammatica : con la quale fcrìuendo, io mi reggeua : in
maniera,che in po* co tempo il mondo m'hebbe per dotto , ty tienimi anche* ra
per tale. Sor. infmhcra non dite cofaxbe ci peti* tiamo ^udirla icr cofifbero
the dek'auanzo atterrà ,fe colmaefko,eycon gli autori antedetti d'impararlo ut
configliajle . Bkoc. Dunque al rimanente ucnendo , poi che a me parue ieffer
fatto un foknne grammatico, DIALOGO tonfberanzagrandijlima
di ekfcheduno,cbe miconofce m , io ini diedUlfar uerfiiaUbora pieno tutto di
numeri, ài fententie,pr di parole Vetrarcbefcbe ì er Boccaccia* ne, per certi
anni feicofe amici amici marauiglhfe . po* fck parendomi,ehe la mia uena
iincmtinckffe afeccare ipcrcioebe alcune uoìtemi mancaua i uocabott , er non
battendo che dire in dmerfi fonetti , uno ifleflò concetto mera venuto ritratto
) a quello ricorfì , chefe il mondo boggidi ; er congraudifiima diligenza feì
un rimario , o vocabolario «algore: nelqualeperàlphabeto ognipa* rok,cbegk
ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy tra di ciò in un altro libro i modi
loro del deferiuer le co* fegiorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura,
jberan* Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che ne parolaie con* tetto non
ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro non me nefuffero effempio.
Vedete uoi boggimai <t qual haffex&t dijeefi ; er È» che Bretta prigione
, cr con che Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui , che io non
u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom biàut foro)ogni lor cofa
cofi latina come uolgarc trafeor fb i cr ueggendo le foro cofe latine per rifletto
alle To* fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite ttircperciocbe
a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien temente uarie arti poetiche, er uarie
arti oratorie corre fpondcfferczrcbe il Petrarca,et il Boccaccio le lor uol
garifapcndo , ma le latine (colpa o" agogna de tempi loro) ignorando ,
tante bene Tofcdnamente fcriueffero; quanto male latinamente poetarono; er
orarono. Perk qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer
Triphone, Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U tino mi
richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale mcttendomijon giunto a tale
} cbe io ueio il male^non lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua
dir* miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c m,&fiper ben kfua
lingua,et in contrario il non [aper- ta latina, benché Torte tenefje, fu
cagione difarbgran* de neffuna , ma neSaltra molto manco , che mediocre .
UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4 di nojhri U città di
Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non ha poeta, ne oratore pare al Bembo
gentiluomo Vini* tiano . A dunque potuto barebbe il Petrarca con Virgi* fc,cr
con Cicerone far fi tal oratore,®- tal poeta latino, quale U Bembo col
Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti to Tofcano : la qualcofi non emendo
auucnuta ,/cgno è t óc in due lingue ha due arUi però il Petrarca con l'arte
fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef* fomentre egli fcrifjh
nella fualingua Tofcana. Conftr* mauamiaopenione iluedere ogni giorno alcuni
buomi* ni pur Tofcani latrati , er digrand^ima fama , li quali tolti dal
Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir gilio imitando faceuan uerfi
uolgari ; li quali mezzo tré volgari,®" latmi,parimentc a volgari,?? a
latini jpiace* nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t
afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio parere, er con
giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon* fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la
rimo,o delfuo loco mouendolx fileiubro gran parte di quella formami* gare ; che
i latini , er loro arte naturalmente ékonfee . qualcoft fi pronai ia in quel
tempo , quando (q&tfì nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare
ìhe roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef* futa, itone degnai
appropriar fi. Mouemianchora <t douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa
il quale contri i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce
Agli orecchi , ne men leggiadro nel caminare , di qual jì uttol dcgliantiévAc
quaipiedi poco appreffo perauen* tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni
, er effe* rienze predette , a primi jludif tornai ; er aU'bora , oh tra'l
continuo ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U quakofa perfe fola fenza
altro artificio può partorire di gran bene ) con maggior cura di prima ponendo
mente «fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io tredeua) al poetai
all'oratore pertinenti ; le quali,poi che uokte,che tal faccia, brieuemente ui
cjblicarò. Pria meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey penfando,
ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk re, tutte eleganti , mi fu auifo
di ritrouarle ; er quelle in modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua ,
che col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette , er molte , In frale quali
( qttafifìeUe per lo jereno dimezzami* te ) nluccunto alcune poche , parte
antiche , ma di uec* Metz* non difaiaceuole s buopo , unquanco ,fouentc : parte
mghe, er leggiadre molto, le quali, quafi gemme belle agli occhi di
cufcbeduno,folamente digentiti , & alti ingegni fono adoprate : quali
fòno>gioia, fpeinejrai, dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le
quali mm lingua erudii* non parlerebbe , ne ferimebbe k mano. Ci
maio, fé gli orecchi noi cofcntiftero. L ungo farebbe ti co Uriti
dijimtamète tutti i uerbiigli aducrbijxt l'altre parti doratione> che fanno
illumini juoi iter fuma una co fa non tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di
la bora il corpo, hard Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor lo
(ìdrc,hor ltifdegno,horla pietà,bor la etàfmfinalmé te bar uiua 3 bor morta
deferiuendo, ty magnificando, k più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente
ogni cof<t dell'altrui Uocifuote adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t tj
tetto d'oragli occhi folitfìelletZapbiro, nido cr alber go d'amore de
guancie,bor neue et rofe,bor latte cr fuo co; rubini i labri , perle i dentista
gola cr 1/ petto , bora moria , bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle
ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl rimanente, che è ntols to,pcr tioi medefsmi
oficru&rete. Hor venendo alia ora* tiotte, mila quale quejlo raro buomo le
parole, che io ui lodai co bella arte ua coponendojifguardado alla copia, io
m'accotfi che bauedo detto Una mlta litme,fitoco,cate ftajdilcttOjdoloreft
altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel Sonetto no ridiceuajna in lor loco
raggio,luce,fp lèaorei fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre,
pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta ua di reppticare. Oltra
di ciò io comprefrxbe egli *<naM di contraporr e i cantrarif& a quelli i
propri) affetti, cr le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di ftderauddella
difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura correjpotidcndo)ì,ufciuafuora il
contètOicbejente 1 gn'u noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma ueramaiteqicHx
cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre uff tan diligenza
offeruata , che té contrari], crtaiuod, quafi (ili della fua telajn teffendo U
ormone fono ordì* te in manieri , che ne afare per U fhrettezza, ne troppo
motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni par* te (tanno
mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior uertu , quanto men della profa
i noBri uer(t uotgart atte lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma perciò
che nei la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi deriamojni
farma,et fine determinato, cifrai quale non fpetie, è mefiierì di fiatubrr. la
qualcofa non è altro che'l numero ( cofi il cbiamorno gli antichi ) del qual
numero hoggipromifì , gt incomìnàai , ma non compiei di par* Urui. accioche
piena informatione d'ogni mio jtudio por tiatCyitoi douete [opere che'lnoftro
numero fi come quel lo demolire lingue : propriamente è mifura della gra&ez
ZA del utrfo : le cui parole ben dijpojte , er ben termi* nate a Urotanto , er
più piacciono a&'inteUetto quanto ti fuono, quanto lauoce, quanto
ilntouerdeUdperfona t CT de piedi de baRatori , er de muftei gli occhi , er gli
orecchi fuol dilettare . Onde io giudico al tempo antico forfè in Prouen%a,o in
Skika,queimedeftmi, che erano mujìci cr danzatori, effere flati poetiiiquati
pareggiati do i lor uerftai balli , aicami,ejafuoni, borfonettì bor canx,one,et
hor ballate i lor poemi fi nominarono. E* l'I «ero che altramente mifurauano i
uerft foro i latini, er altramente noi uolgari li mifurìamo:quelli, in fillabe
d l ui dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie ne feceuatmk
quali infteme adunate norie mifure,cr uà rie forme di numeri (piedi dicono li
fcrittori) iombi,tro cheì,fboiidci,dattili , er mapcfti ne uaiimnoa rùtfcirc :
con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro', et ttmerajfero. Ma
noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi nore arte, a 1 con più ragion
mijuradofrutto eguale ala. tini finalmente ne riportiamo,percioche non curando
del la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane dclc, quelle
in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete to de gliafcoltanti rendono
intiera la claufula,cr in ucr< fo ne la cpnuertcno . il quai modo da
mifurjrc è ccffyu* ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa, ro'.e
di cuifon parti , fccma,o rompe nel meza : ma ne lor. luoghi co lorofuoni&r
intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai
cofe non fin* no forfè i Latóri , o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee
randa IcfUabe non come patii di dittionc , ma inquanto brietii, cr iti quarti
lunghe , troncando col loro /««ae- re le parole , cr non parole tendendole ,
fanno numeri , (he non fon numeruna pagi, o braccia , o altra cofa cou
lemifurante la oratione , non altramente, chefe ella M* fe\unafuperftcic ben
continua , cr di un ptzzo /c/o : nel qual cahjpejfe mite quello <t Latini
fuole auuenire men- tre efii fondono i ucrfi faro,, he a Latini , cr a noi con
li cantori adiuienc-J quali concordando le parole al/e note, fenza curar de
lignificanti, fan barbarifmi nonfoppor* tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la
volgare fcan* fioncfiapuro numcro,tai:to , àie fole undici fdlabe , co» munqttc
infoile fe adunino , facciano il uerfo Tofcano; ma è meltìeri in ntmeràdolc
anziché all'ultima fi peruc* gna^lquuuoinfa la quarta a in fu k fefia, o infila
otta S ua Ua fèdere; ouerkogkcndo lo fpirko,fdcilmenlònfmo al fine ci
conduciamo. Bifogna adttque che la quartajafe* (ìa,& la ottaua fiUaba fu
ecft piana, in maniera , che k uocegia faticata comodamele uifiripofi,et
adagie.Verò non è uerfo , Voi ch"m rime fparfo afeohate il f nono ; ne
quelk.Voi Min rime fparfo il fuono afcoltate.ma bene è bello, & buon uerfo
con tutti gli altri di quel Sonetto , Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono
. Forfè direte co yual ragia da poeti udgm la undecima fiRaba(quafì Fu* M delie
colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per termine, oltre al quale non fi mettejje f
A che rijpondo , che cofi uolfero i primi padri del uerfo di quefla lingua ; li
quali per auentura mal poteuano accommoiarlo a fuoni,a con* tà& <* balli
lom fi più oltra lo diflendeuatto , o è più to* iìocbe'lnojhronerfo Tofcano
allhora è uerfo perfetto, quando egli è giunto alla rima. Adunque perche più
fo* Ilo ft conducete a perfetti: ne , di fole undici fillabe, alla più
lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter farft più brieue : er col
conftglio di chi l'afcolta , alcuna folta con cinque, mafouente con fette
fiUabe mtieramat te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei dir delk rima , ma
non ho tempo da ragionarne iperò paffando alla prò fa , nofhra propria materia,
nella quale [e egltu'hanume ro alcuno ; noi il togliamo dal uerfo,ty in lei lo
trappian turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già dette fi può coeludere
che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo Ito appunto i medefmi che noi
trouiamo nel uerfo, fc non che! uerfo ripofando in fu le quattrojinfu le fei,o
in fu le vttofue ftltabe^ neUe undici terminando , ha più certi, r pi» noti ifuoi numeri che U profi non hainéSa
quale farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata alqua to in fui quarto
paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer» maffc . Dunque in qual moda iti dirò
io cbe'l boccaccio fuggendo iluerfo, loratione deUe fue Cento noueUe sin*
gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher Zo , ne io l'ho prefa
perche io mi uantidi confumark, Z7 condurk k buon fine ; ma aecioche conofeiate
quali , er quanti infm horafiano jlati i miei Budip & di che piccia k
utilità ; doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi hoggidl,fè non altro , fi
almeno di meglio fpcndere il uo* flro tempo,che io il mio
ncnfeppifarejmpararete a mie fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole,
le quali ufi il Boccdccio,et'4i cui dunzi ui ragionai,hor k kr co pofitkmejbora
i fini de alcune ckufuk, hor le materie del le NoKeifo ninna cofa mi fi paraua
innanzi che numero* fa s cioè compita,®- da ogni parte perfetta non mi pareffe
di ritrouark.E' il ucro cheper diuerfe cagioni ciò auue* nir giudicaudtCr hor
natura, & bora arte lo cfiftimaua ; C per dirui ogni cofa, hor con gli
orecchi del corpo,hor con la mente deh" intelletto di cofì credere mi
configli** uà . La elegantk , er antichità de uocaboli , co ì loro
fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di diletto defiderofe , compitamente
addolcivano , La proprietà, er trasktione, k natura d'alcune cofe perfettamente
aU [intelletto rapprefentando ,fenz<t modo mi diUttauano. Tanno anebora in
unaltraguifa numerofe le fue Nouek te i pari, ifmili , er i contrariai quali fi
come è loro na* ' tura, alcune stolte in alcune ckujule pienamente corre*
$ x fyondcndofìjiel paragone acquetandomi , non poteuano non contentarmi
. Per U qud ragione ,a me par tua di po- ter dire gli au uenbnenti di Pinnuccio
, cr di Nicotofaji Spinelloccio , er del Ceppa di Cimone , di Salabetto , di
Mibrogiuolo , er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad ingiuria , er cafo a
cafo totalmente quadrando, le ter no uelk far numerofe. Kmneroja altrcfi
poliamo dire la o* rationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo imbratta, oue
la bellezza iella uaUe dette donne,la greffezza di Fero» do, la uanttà dinudana
Lifctta, la cofcjUonedi Ser Ciap pettetto, «r finalméte la mortalità di Firenze
ci è deferite ta,ft fattamente , che più altra non fi defidcra : parla an*
ebora in alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna del Mazza, hor lafuoccra di
Arriguccio , bar la moglie di quel di Cbinzica,®- dice o>/fr,er parole in
maniera al la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la ritraggono; quello
Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0 mo dipintore co colorile con
l'arte fua no potrebbe adont bfare. M a il numcrofo,di che ubo detto fin
qui,pche può effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri
pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui , bene è cofa da farne fltma
, er ebeà trottare quel, che cerehia* mo facilmente r.e può guidare,?? far lume
: però, pajjan do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU
le claufaie,come douemo , armiamo . Dette quali due cofe, l'una
nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero* fa U 'altra è fontana del mmero,et
d'ogni bene che fa par fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla
fontana, quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare , er in effetto è cojì, che
torrione delle noucìle è talmente coìnpofli , che chi hi orecchie non
inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU U tiene di perfetto , er di numcrefo: la
cagione oltre a queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie , ma
[intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan* tunque uolte
ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos ro adunatele ne aftra. ne aperta la
lorofabrica ne rie fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt mero
è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd le : alla qaale\fu fi
intento il Boccaccio , che alcune uolte uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli
uidc , o minti di kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe
8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li co* portò, &U cefi
cane dalle parole ben compojle,frafe medefme alcuna uolta per k profa
deUe\nouclle nafeono verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati
dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì oratione parte
graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati dipulkhre . con effo i quali U
Boccaccio non più a cafo t per natura delie parole, ma cv leggiadro
artificio ua te gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP fra i
termini delle Icr claufule compitamente acceglièdo, 1 quài mauri
moderando la oratione,et la vaghezza del torfqfuo con piaceuolì intoppi
foauanente a frenando , hamio uertù non fokmente di dilettarne , ma dì giouar*
ne,che in quelmodo , che la dejhezza della perfona con lapofjanza congiunta, le
mftre forze fa gròtte fe^ mi defbuamonel difender fi pi» ficuro, ey neUo
fendere più itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume ri
rfceofflprfgriirtrf è più cara ad udire ; cr <J»« concrfft ,
cb'ellafignifica, con maggiore efficaci* ci fuol imprimer neWinteSetto . Forfè
affrettate ch'io ue li nomini t cr che in trocbei,iambi 3 dattiÙ , CT piedi
colali latinamente parlàdogli uì dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei
acrfo,ouc nafeono, er onde li prende toratione,non fon nomati , ne figurati 3 neRa
profa , oue cfiìfon peregrini, quai figure , quai nomi può toro dare che ne
ragiona ì Adunque a luoghi dotte efii albergano conducendotti, et quafì muto
additandogli , il rimanente al uofbrofiudio co metterò. Ma itoi deuete fapere
che enfi come la compofì tion della profa è ordinanza delle noci delle
porole,ccfj i numeri fono ordini delle fiUabe loro i con U quali dilet* tondo
gli orcchbi, la buona arte oratoria incominciamoti tinua, er finifee la oratone
: percioche ogni cUufula co* me ha principio cofi ha mezp , cr fine, nel
principio fi M mouendo, cr afeende meUnezo quafi fianca dalla fati* cacando m
piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\ fine per acquetarfi. Hora in quoti
luoghi deUa fua uia di qua dal fine debbia pofarfì l'oratione,et quote fiUabe
dal principio fta totani la prima paufa, no è precetto che nel comanàixt
comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo; ft perche la profa uttók effer
liberajonde il numero no le è legamela compimento ; fi per fuggire ilfafiidio
ycbe co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci recar eh be loratione :
fi anchora perche afententie.er affètti di* jfrari,partinteruaUi diparole non
fi couengono . Che fe'l nerfonon fallidifce , ciò odimene perche ì fuo numero è
puro numero , cr quafi muro della fua fabrica ; il male [mattato con altri
numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co» trurifcr d'ognintorno di
rime,d'tpitbeti,& di figure di* pinto perde il colore, maggiorméte che
molte mite il fin del ucrfò è principio , et talhor mezo della fentcn%a i ma
nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa role iperò abondando ài
dipintore farebbe operaaffet* tata,nm dilettevole jet oratoria,ma ridienti,
puerile . Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para* gonandok,
concluderemo mi medefima oratione per di ucrfe cagioni poter effer numerofa ,
cr non numero fi , perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole ÙSfóme , €7
mal compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* ., rij.ct quei fimili fan
fonorajtta afyra molto lorationezr la caporione elegante [beffe fiate guafla il
ucrfox? non uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta ben capane le
parok non bette, cr dura wka belle malamcn te ua componendo 5 et può occorrere
che cofì come nella mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^ k no bua ik,o
per ufanza , per arte fono tra loro concordi ì cefi ì pari>i fnmliw i
contrari} , cofe tutte per lor natura ben rifonanti,qualche uolta co uoce
a$ra,ty àfforme, qual, che uolta feioce mentc^ & a bocca aperta ua e
faticando U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm /<*
perfettamente compofta , quafi fiume del proprio cor p dppagandofi,nonfi cura
non cht digìugere al fine,m di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non
le mancale, continuamente tutta firn uita eminareb* be . però a numeri ricorriamo,
lìquali attrauerfando I4 (tratte pkccxoinmtc con Infinge , cr con uezzi ariti*
' £ 4 jre* f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino , er non ualcn do
la cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal fio grado,con violenza
tarrefìino. Sor. Qae/fd leg gede nwnerideUa profauolgarepar molto incerta , er
confufa nondOìinguendo otte, quando, & quante fiate dì qua dal fine debbia
fermarli Toratione ; ne con quai pie* di cammì,o a qual termine fi conduci per
ripofarfi . Md che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er affetti di*
fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero che nella profa
pitiche neluerfi,un medefimo numero fta delle cofe,ct delle parole tBxoc.
BrieuementerìjbS derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia zi
detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona ioui,hebbi a dire, che mufico
ponedo infieme le mei gra tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc
campuceua a gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii
tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa , s'ingegna di dilettare. Adunque egli
è ufficio d'oratore dir parole non solamente ben rifonanti, mamtctligibìli } ey
a comete ti signiftcati correfhonientì, chc si come nei ritraiti dì Titiano, oltra
il diffegno, la fimiglianzà confideriamo(et fendo tali(fi come sono veramente) che
i loro essempij pie namente ci rapprefentìno, opra perfetta, eydilui degni gli
efiiflìmiamo > co fi ancora nell’oratione conia teflura delle parole, con i
loro numeri , er con la loro concinnità tintentionifigrìfìcate paragoniamo:
procurando che le parole pronunciate si pareggino alla sentenza, et co quel lo ORDINE
[Grice, “Be orderly”] le significhino , che [ha notate la mente. Ver la qual
cofafe i concetti sono gravi, le parole a dover loro rifondere deano farjì di
fiUabe>cbe U lingm peni alcjua to nel PROFERIRLE [Grice, UTTER]; fiano
jpefiiiripofi , ey non s’mdugie il finire ìil contrario nelle parole jo' nella SENTENZA
piace* uoliueggofare a BOCCACCIO (si veda), w altrettanto pofimo dir degl’affetti.
Perciocke i colerici con parole udibili, e prcjìe molto, mu imanm conicipi gramentc
y agguaglun= do conle parole ?humor e, sono da esser PRO-NUNCIATI: che
tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non pc ngd mente alla
Uinghezz^o BREVITÀ (Grice, “Be brief, avoid unnecessary prolixity [sic]) loro
,f, che piedi [e ne cempongd ; nondimeno nci prouiamo ogni giorno , che in
cffefUabe con pia tcmpo, et più dffrdn; entefi prò fc.ifconoleconfoiuntii bclciiocaliìion
fanno, llke Da te considerando,alcund tic Ita nelle canzoni ; er nella ce*
mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f léffe rime molto
dfprc, non per dltrofaluo perche al feg getto di che pdrhatdyi^ro molto, er
priuo aitato d'u- gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro non
uuole, che dilettarne,!* l’oratore dilettando ci per» fuade ; però è
mefticrìche le parole decoratore totalmente si confacciavo a CONCETTI
SIGNIFICATI, er che i ntmte ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo, et il fin
fuo.uada <t paro col mezo, et col principio della SENTENZA, ikhe de uersi
non adiviene, i cuinumsri non da concetti deWinttì IcttoTtiaddbdUifunm acanti
fon dependenti, El efuin* di uiene, cbe I PERFETTI ORATORI SONO RARI IN NUMERO piu,chc
i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo obligati d lor numeri, et
però il uerso paia oprat Uberto fd&digrmdifiimo magislerio ; nondimeno
certieffm do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol to lo
penfari(ifufo,fufo i . fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU orecchi guidati A
mezo,ey al fine facilmente con esso lo ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la
profa,laquale dilet tondo er pervadendo congl’orecchi,- con Cintetiettcr, fumo
oblìgati di misurare; guardando sempre che te parò le nonfian più corte, opiu
lunge della SENTENZA SIGNIFICA fa : che ciò effendo, troppoo fcura, o troppo
fredda riufei rcbbcTcratione. Sono adunque i fuoì numeri meno [enfi Mùtua affé
più nobiliiun po più Uberi, ma non men certi di quei del uerfo i manon appare
Uhr certezza, albergando neUe SENTENZA <>kquai sono cose intellettuali.
E< ofo dirc, che cq/ì come più perfetta è la muficddelletre uod the deUe
due; come mchoraè pm perfeita U dipintura de più coìori s che non è queUa de
pockixojììa prefa, nel* hi quale agl’orecchi ci all'inteUetto fi cecorda la
lingua è oratione più numerosa del uerfome la Ungua, ctgl’orecchi aiue sole
membra del nostro corpo t sono usate dì co Uenirsi Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti
fmhorA in PETRARCA (si vda), et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er con quel
frutto che uoi uedete; ne me ne pento del tutto, fyeràdo che i mici errori funo
altrui occafione di dauer bene opcrareia me nmgii, tiquale auezxo a fallire
appe na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor. Seti uojbro fallo è fi
picciolo che uoi peniate a uederb, fiate certo che agli altrui occhi fe
totalncte imtiféile^e rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe
flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno ronzammo che bafìi, nÓ
lo difcernc:ct(che è peggiorai taddlme diuerttà non puo affiffarfinel fuo
fbkndorc. Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m* (fra ignoranza ha
prìmlegio di potarmi giouare infogni domiaicana cofa,non ktentteociofa. B«oc.
Hohijono gli mori onde io mi trotto impacciato; ma tutti nafcono daìiaradiccji
che dianzi ui RAGIONAI [conversazione e ragione]: cioè, che torte lati tu
deh"orare>o- dei poetatela diverfa dalla Toscani, tìqttakerrore
doterebbe effer e a cufchedtmo manifejliffimo. quindi or gomento^bek mie
lunghe, zrpueriliof fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri, deUa
cui l’armonia k mie orecchie s di miglior [nono difi* derofe, compitamctite non
fi contentano. Sor. Deffrf m<t ierk de numeri poco baurete dafaueUare, fe a
lombi, er 4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te MISURE LATINE
knojira prof a uolgarefi pojfafar numero fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè
fri ueder. Sor. Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti
tametriin quefla littgua, dando loro quei piedi^nde itati tiifono ujatidi
cammare-.pofckaUa profawnendo, con quei medefmi in altra guifa dijpofli
faticarci dinumerar la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc<
caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo, per le loro-orme uenendo
procuriamo difeguitarli , con* tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non
fecondi,ma terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat (io, mentre io
era d'opinione che k nojbra arte oratoria, cr poetica, attro non foffè che
imitar loro ambidue; prò fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che
tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione, ry dal di* fw dclfhonore, chcfa
ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do non Mn fcffe che CICERONE (si veda)
in alcun libro àeUdfud arte orato rid, cotdlguifa difludio da Carbone
adoprdtcgrandemé tefuol bùftmare; lodando aWmcontro il tradurre cCun4 ìingua
iti un'altra i poemi, er la ratiomdcpiufamofrXa* qual cofa(per uero dire) ionon
bo fatto fin qui dubitarti do per le ragioni antedette, che la. fententia
fritta da CICERONE (si veda) delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non fi
effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no fendo ofo di
effercitarmi, molti mefi fono'uiuuto otiofo et fél Valeriononmi conftglia t non
fo che farmine Waue* iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare Soranzoì '
perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii* dete IL RAGIONAMENTO principiato;
il cui fine ( fc il difide* rio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano
parecchie yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìeh percbe di quei di Soranzo
non mièrimafo chefauellaretcbe batte" do detto per quii ragioni, fecando
me,il diletto fta la air* tit de![ordtione,zT la eattfa demoftratiud, inquato
io poj fo, foprd t 'altre effahttd, olirà di ciò della forma deWcf ferrite*
> che tiene Umondo hoggìdì , zrde numeri quel io n intendo, er quanto io
dubìto ragiona tom,o bene, c male che io ne parlafiijo pretendo ibaucr rifpofìo
4* Idcjueflìone ifahofe io non entraci tra quei PRECETTI INFINITI [Grice:
“Conversational maxims – how many? Ten: a decalogue!”] precetti infiniti H far
proemij, di narrare J argomentare, er di epi \ogar rATaratìone, o a fitte, ake
figure , a GL’ORNAMENTI DEL DIRE, o dltattione, odUa memoria mi riuoglie(fe, o
de* gl’afctti, o de flati dipintamente uifaueUajìi. ìlebe fare ttonfaperei s'io
nolefti, ne dotterei fe io fdpef.ifendo cofa mnpertmente, a fuori al tutto di
qucl propojìto, tutor no al quelle fcìlsoranzo la fita dimanda. Val. Vc&t
tdrtìi farebbe qucUadeS Oratore, feragionando fuor di propofito dilcttajfe in
maniera che chi ludiffe noi difeet neffe. B eocar. Alita cofa è IL PARLAMENTO
[PARABOLA] àeWQra* torc,cj -altra è quello del KhetorcSun diletta,®- l'altro
infegnaj bench'ìo fia rhetore atto meglio a dovere irnpa rarc, chc IN-SEGNARE.
Val. Almeno rttinfegnarete rìfho dere a gli argomenti d'alcuni grandi, i quali
confcffcmdo {quel che noi dite ) la Rhetorica essere arte, U quale ne nofkri
animi piacere,®- gratta partorifea figuentementt non àmie utrtit , maperuerfa
adulatione fi fanno lecito di chìmxrU,<£r,come uirìo di makguifajei
fbandifeono delle Republiche. Bkoc. Dell’ACCADEMIA parlateci quale inperfonadi
Socrate jtonper uer dire,ma Polo,®- Gcr già tettando, coquello animo bìafimò U rhetorica,
che altra uolta a Trafimacho, et Glaucone fe leuar Fingiuftì f i'i . Che cofì
come fecondo lui, a cittadini , ey guardiani delle republiche è neceffaria la
muftea, arte più ditette uole che utile, cofi a medefmi è buona cofa tmparare
et teffercitarfì nella rhetorica, gioia s cr ditetto dell’inteletto. Ma
accioche molto bene ilmio intento dpprendid* te , Koi douete fipcre che i sentimenti
degl’animali{ da i qualicomeda cose più note, è bé fatto che il nofhro efìent
pio prciidiitmo) inféntcndo gli obietti loro, fe buoni fono s'allegrano, ® fe
rcì,cioè àamofì alle ulti loro, fono ujati di contriftarft. Adunque, come ti
cane ha piacere di ue deregr fiutare, etmngiare cibo che lo conferma li di
fbiuciono tema-zzate, cofì tamente di fapere defidcroft ji dtletta del uero, cr
ilfaljb, cofa contraria al fdo difiderio, twjommmenteper sua natura abbonda :
er per c erto quale è il cibo càio Homaca, tale è k uerità all’intelletto} ma
la bugia è il veleno che lo difhrugge: cr d'immortale die nacque, peggio che
morto fa divenirlo. Hora & (enfi tornando, cetto l'huomo è animale pia
gentilefco, et di na tura migliore che le bcHie non fono ,il quale foUeuato dai
LA BRUTTURA DI BRUTTI ad altro attende , che ad empiexfi U gold, er molte fkte,
per uedere una. dipintura, udire una muflcafaniettfete pdtifcejoglknda anzi
dipafeer gli occhi, er gl’orecchi, non jenzA damo della perfona, the di uuundcm
MeridlineUa cucina ingnfftrfi. Laqml cofd,fì carne è uera de fentimetiicofi ha
luogo nell’inteìlct to,alqmle fimilméte dee ejfer tecitojafckndo il uero che b
mtrica.akuna uoìta per dilettar fupoter gujiare il pk ceuole. Nclqual cafo
perauentura il noftrohumino intel letto è più dttànOytbe humano,percioche
inquanto bum* no cioè nudo d'ogni dottrinaci <f imparare difìderofo,cor re
al uero che'l fatiama co uerft,et co profeper fuo dilet to fcherzando fimile è
molto alle inteMigèzeJe quali non per faper più ch'elle sappiano, ma per fokzzo
fotta d pì« di,miradofi,fono uaghe di riguardarne. Che }e noi forno FILOSOFI,
tali a noi fono k Retorici et k poefid quali i frutti dUe tduole de fgnoriìlt quali
dopo ceni quando fon fatiji Cùpiacendo al pakìo } alquanti per gentilezza ne ma
giano-Mi d coloro che gii no fono, et fon perfarfì FILOSOFI, ledue arti
predette fono i fiori che innanzi d i frutti JeRe fcienze, ù miti loro di
fruttare difiderofe^uafi pia ta k primauera, fi dilettano di fiorare. Aluotgo
poi che non fa mJkjte fa péfier di ftpere^tpur i parte delk rc piètica,
pub\ka,loratiani,et U rime fon tatto l cibori tutto l fi-ut ta deUd fui tàa .
li qttd «oìgo non Ktutndo «irti didige rir ìefcknzejzT mfm prò conuertirk,de
hro odori* cr delle toro finulitudmi gli Oratori afcoltandofuokiippat
gdrfyo'coft ume,et mantienft, Dunque io non uedo per quul cagion k Rhetor icet
debbufbanda fi delle Repiéli che, fendo arte che baper fubietto te nojhre
bumane opt rttionkonde hanno origine le Republkhe: che bauegn<t dio che
Foratore con ragioni probabili, cr anzi ùiccrte che nòidilettando, cr
pervadendo giudichi , cr regga le diali operationii nondimeno fommamente è di
con* mcndaretCr dbauer cara la fua folertiaxkfla quale le co fawflre
perfettamente, zrproprimente, m quel moda che a loro effèrt fi conukne,fono
trattde&r còfiderate. Quejlodko prefupponedo che uoifappiate(ikhe è noto ad
ognuno)cbe l'huomo e mezzo teagf animali, cr fui* tcUigenze , però comfee fe
(ìeffo in un modo mezzana tra la fcienza,ebe egli ha de Brutti, cr ti fede,
onde egli adora Domenedio, Il qual modo non è amo che openio* ne generata dalla
Rbetorka, con U quale il uohrfuo » Cr faitrtuka parenti, cr amici, neUafua
patria ciuil* mente uiuendojee curar di corregger cxbe}e una opera medefima in
uarij tempi dalle leggi cktadinefcbe,hor uie tata,<er hor comnandata può
effer aitio,®- uirtà-ragio* ne è bene che k nollrc Republkhe, non <k faenze
dima firatiue, uere,^ certe per ogni tempojma con Rhetori* che opmiotìiuariabih^rtramutabiìi(,qual
fontopre,^ U kggi nojhre)pr udentemente finn gouermte. Vero Sa erate dannato a
torto dell'ignoranza de giudici , abbi* DIALOGO dendo
dUaopinione della fin patrìd,uolontieri fi fe incori tra alla inortc:U quale,
pbilojophicamente argomentane do,come iniqua,?? mgruffc peiujoue tentar di
fuggire. Etne! uc ro,comc il pinlofopbo ufo di intender nuTaltrd cofa filno
quelk, che per li fenfi uenendogli ua ad dlber gare neffbitcUeitOjtMto men
crede, quanto più fa cojj il medcfimo,ufo aVopre della natura,laquale eterna co
leg g'e eterna,ct mconiutabilc ijuoi effetti produce,makmcn te può effere atto
algouerno deRa Repubtica: le cui leggi per boneHe cagioni battendo ricetto a
tempi , a hogbi % dUa !<tiht4,dUefttefoize,ct 4Wakm,fyeffc fiate da (tv. di
altro mutano fornu&fembiahte; però ji creaiìo i magi- iìrati, li quali non
altramente reggano lorotbc effe noi Sono adunque le legginon acri dei, quali
fono la natura,. CT rinteUtgéze,nu fono idoli da quelli ijlefii adorate poi che
fon fatte,che con loro arti le fabricaroiio.'Però è ben fatto,che con faenza
non necefforia, ma ragioneuole,no pcrfctta,ma aìl'cffer loro perfettamente
correfyondente, foratore , di cui parliamo, kèbia cura di conferuarle : chefe
il noBro intelletto intendendo fi fa fimile alla cofi intefa, come può effer
àie Thnomo auczzo a contemplar hfutìanza, er le maniere de bruttifi confacela
col xege giment o della, città f più toflo c da credcre,quel che ogni giorno
ueggiamo, che quejlo tale al fio fapcrfimiglim- dofi,udda cercado k}'olitndme,w
in quella phiiofipbM do (ìfepelifca. li contrario fa Foratore, la cui arteji
cui gouerno,i cui cafìumi, er le cui parole fono cofe propria, mente
ciuadinefcbe,non credutc,non japutenu perfuafe co maggior dMtatione di qtfeUa,
che k fciéza dnnojh-a tìwt det altre cofe più biffe , cr meno a noi pertinenti
ci 4pporta:che maggior dtlettatione è il ueder jokmentc, o fenz4 <tiiro,udir
parlare tino amico da noi amato,*®- ha* vuto caro,che ttedtrc,udire,gttjiare ,
er toccare tuttele befìic del mondo : con k quàl dilettatone perfttadcndo^
gloria,®- (tinte afuoi cittadini fuolgcnetar loratcre t non altramente, che co
i dilpttt carnati gli mimali fenz* ragione generUo l un labro, facciano intera
k toro fpt eie . che altro non fendo k nójìra gloru , che openione, che hanno
gli huomini dell'altrui fenno cr ual/orejagio* nt è bene, che k
Khetoricótartipcio delle ciuHiopcnioni, fenza altramente philofophare , de
nofiri nomi k par* torifea,, Quatito adunque è più nobile,®- più amabtlco* fa
del generar de figliuoli latterà gloria frutto (temo della uirtii,per k quale,
a Dio ottimo mafiimo ueramen* te ci afiimigliamo, tanto è più utile aUa
Kepublica labuo ita arte oratoria di qualfi ueglk fetenza , che delle cofe
de&ttnatuxt. con ragioni infallibili puQacquijlar fi k no* iira mente .
VoLadunque Soranzo ( che già è tempo , che t ttoi riuotga il parlare,®- in
(otMx , cerne 4.a mi ì incominciò } continuate Imtprcfa , ® alloflu* dio
detfelpquentia, che fi per tempo tentajìe , bora, che già ne è tempo , con
tutto i[ cuore donai cut , cr confa* crateui, Conofco per. mote pruouc il ualor
dello ingegno uoftroal quale benché fio, attoafapere, ®- operare ogni coft,che
a gentiluomo pertenga , nondimeno ,fea fan* biantidellaperfonajcjìimoni
dell'anima, fi dcedarjede, conftderando la figura deUafacck,et del corpo uopro
, i mouùnenti di queko,U leggiadria defk linguaja uoce,ei T i fìait {fianchi
piati tutti di molto &mta , chiaramente compri do uoi c/Jir nato 4 cfowere
effer oratore,il quale neUa wo« firn Rep,tra Scnatori,e tragittici acculiate
,et deliberi* tc,o nella corte di Roma tra letterati uiuendo,pcr diletto Ìel
mondo,ccn grandilf ma uojbra ghria,bkfimando^ lodando componiate CT fermiate,
quale bo fperanza che mi farete, fe accompagnando co la natura la indujhriajn
quella parte riuctgtrete la mfte, oue tti chiama U uojìrd neUd x contentandola
d'effer buomo,le cofebumanehua mattamente curaretc,ey apprezz&ctejche
ejfendo ima* gine e finuglknxa di Dio, ben può bajlam che la uojìra fetenza fia
una nobile dipintura,deUa medefma turiti dì tettante la ttoflra mcnte,m quel
modo che de ritrattimi* terialifiwl dilettar fi U ttijìa. Che fe l'anima
rationalefor Iftdjef uitd de noflri corpi, è immortale intelletto ( il che
hoggiXambafciadot Contarmi col Cardinale »Cf cogli akri,fì come io ttimo,a
ncluderanno > creder debbiamo t che'l itero cibo,cbe la nutrica, fia non
faenza mortale da\ mi in terra aequijìdta, ma alatm cofa diurna conuenìéte ti f
ito efferrJcUa quale alia gran menfa di Dio eipafcìd* moticlparadifo.
ryurtqueintalcafofolamentea dilettar (intelletto fludiaremo t rt
impararmoMpingendo con le parole la ucritk daquale liberi fatti dalla prigìo
della cor* tte,in propria forma uede,et confèpla la mjlra méfe.Mi polio
cafo(cbe Dio noi uoglia)che la ragione fta cofa hit mana,come noi ftamojaqual
najca uiua,et inora con effo noijcertofuo ufficio dee effere ildifeorrere
hunanamen» tejetqueUo principalmente confidcrare, ebefìconuiene éUa bumanità,
torte oratoria adoprando,con la quale in I^ff tjue (là uita ciuSe,lemfìre
Immane opcratiotà moderi» mo,et reggiamo. Ef per certo conte i colori
materiali^* do fermine luoghi loro , mandano a gli occhi Fmagini, per lo cui
mezo ti a>nojciamo,coft il itero dcUa naturai di Dio,m>n mfejìe([o,chenon
poliamo , ma nell'ombra delle noBre opinioni contentiamo di Acculare: le quati
(pitto piti ne dilett<tno t t<tnto più douemo credere che fio* nofmtli
altiero, oue è npojh il piacere , che neramente ne fa felici. Ma acciò che
neU'tmparar cr effercUar U Khetorica,queUo a uoi che a me auate, non intrauegtiai
appigliateti intieramente a configli di Meffcr Tripbon Gabric&c,nmuo
Socrate diquefìa etile cui uiue parole bene ìntefe da uoi,piu dì bene
u'apportaraimo in un gior* nojolo,che a me non fece in due mefi la lettion del
Boc* caccio ,col rimario ch'io ne carni . Qjufìinon men corte fe,che dotto
uohntieri il fentiero^h'à buono albergo co* duce con diligenza Hi moftrark con
quello uno il Petrar ca V il Boccaccio leggendo } non pur le ciancie da me of*
feruate,(y notate, ma i fecreti dettate laro mi ben notf a mlgarUfacihnente
penetrarcte: imparando in qualma do latinamente, cr grecamente parlando 3 queUi
imitiate, CT loro fintile diuctitiatc . il quale M. Tripbonefebora fufic in
Bobgna s me certamente dagli errori del mìo paf fato ragionamento, et il
Valerio dalla fatica del fuo fuiu ro,perauentttra hbcrarebbe , terminando la
quejìione in manierarne poco,o nulla uauanzarcbbe da dubitarci!} tanto uoi
udirete il Valerio , ilquale fi puodirluidopà UUal cuiparere(che dianzi io
dicefii) io ui conforto che iààttentate. Vai. Ricordini.maca alcuna cosa. Keywords:
“Dialogo della lingua”--. Speroni degli Alvarotti. Speroni degl’Alvarotti.
Alvarotti. Keywords: retorica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alvarotti” –
The Swimming-Pool Library.
Grice ed Amaduzzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Savignano sul Rubicone – filosofia romagnese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Savignano di Romagna). Filo


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