Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Musatti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’erote collettivo
– filosofia fascista – filosofia del ventennio – Gruppo universario fascista – la
scuola di Dolo -- la scuola di Venezia -- filosofia veneziana -- filosofia
veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Dolo). Filosofo italiano. Dolo, Venezia, Veneto. Grice:
“Musatti reminds me of Malcolm, “Tonight I had a dream,”” – Grice: “Musatti has
explored the implicatures of ‘who’s afraid of the big bad wolf?’, which comes
strictly from Grimm – this is a rhetorical question – and Grimm is implicating
that nobody should!” -- Ccesare luigi eugenio musatti. Tra i primi che posero le basi della psicoanalisi, in
Italia. Nato a Dolo, sulla riviera del Brenta, nella Villa Musatti a del
nonno paterno in cui i parenti erano soliti trascorrere la villeggiatura.
Figlio di Elia, ebreo veneziano e deputato socialista amico di G. Matteotti, e
della napoletana Emma Leanza, non fu né circonciso, né battezzato -- durante le
persecuzioni razziali si procura un falso certificato di battesimo dalla
parrocchia di Santa Maria in Transpontina di Roma -- e non professa mai alcun
credo religioso. Frequenta il liceo Foscarini di Venezia, poi si iscrive
dapprima alla facoltà di Scienze dell'Padova per il corso di Ingegneria, e
immediatamente dopo alla facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea in
filosofia. Dopo la laurea, si iscrisse per due anni al corso di Matematica
della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali di Padova, ma non
sostenne esame alcuno. A diciannove anni fu chiamato a Roma per il
servizio di leva. Dopo un periodo di addestramento a Torino, e mandato al
fronte come ufficiale, con impegni marginali. Finita la guerra tornò a Padova
per terminare gli studi. Sulla cattedra di Psicologia Sperimentale c'era
Vittorio Benussi, allora chiamato per chiara fama a insegnare a Padova
dall'Graz. Si laurea in filosofia e l'anno successivo divenne assistente
volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale. Benussi si uccise con il
cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle
mani di M. e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi
divenne sua moglie. Il suicidio di Benussi fu scoperto da Musatti, il quale
però lo nascose per paura di ripercussioni negative sulla psicologia italiana
in una situazione di fragilità e precarietà accademica, sottoposta a pressioni
da parte sia del regime fascista, con le sue istanze gentiliane, che della
Chiesa Cattolica. Negli anni ottanta M. rivelò che Benussi s'era suicidato, non
era morto a causa di un malore. Musatti divenne direttore del Laboratorio
di Psicologia dell'Padova. Porta in Italia la Psicologia della Forma con
importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la
psicologia della Gestalt, divenne il primo studioso italiano di
psicoanalisi. Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi,
introdotta in Italia da Benussi, approdò alla psicoanalisi, sulla quale tenne
il primo corso universitario italiano. Il corso si tenne presso a Padova. Divenne
allora uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani della
psicoanalisi. Nell'Italia le teorie di Freud non erano state accolte bene né
dalle Università, né dalla Chiesa cattolica, a causa dell'ideologia culturale
gentiliana assunta dal fascismo. La Società psicoanalitica italiana venne
limitata anche dalle leggi razziali fasciste che colpirono i membri ebrei della
società. Benché non fosse ebreo (poiché figlio di madre cattolica), e
allontanato dall'insegnamento a Urbino e declassato ad insegnante di liceo. Nominato
professore di Filosofia al Liceo Parini di Milano. Si ritrova con L. Basso, Ferrazzutto e altri vecchi socialisti
con l'intento di creare un partito erede del Partito Socialista Italiano; ebbe
l'incarico di trovare denaro per una prima organizzazione e di allacciare
rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti lavorò anche durante la
guerra. Nel periodo dell'occupazione nazista, fu tratto in salvo dall'avvocato
Paolo Toffanin, fratello diToffanin, che lo aiutò a trasferirsi a Ivrea, ospite
dell'amico Adriano Olivetti. Con il suo sostegno fondò un centro di psicologia
del lavoro. Ricoprì anche l'incarico di direttore della Scuola Allievi
Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati.
Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte
francese. Ottenne all'Università degli Studi di Milano la prima cattedra
di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia. Vi insegnò per venti anni. A Milano ebbe il periodo più florido
della sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano le sue lezioni. M. fu
il leader del movimento psicoanalitico italiano nei primi anni del dopoguerra.
A quel periodo risale il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi.
Divenne direttore della “Rivista di psicoanalisi”. Presidente del Centro
Milanese di Psicoanalisi fondato da Franco Ciprandi, Renato Sigurtà e Pietro
Veltri, che gli verrà intitolato dopo la sua morte. Nel 1976 è diventato
curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa
Editrice Bollati Boringhieri di Torino. Vecchiaia La località a lui
dedicata Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui Il pronipote di
Giulio Cesare, che gli fece vincere il Premio Viareggio. Fu eletto per due
volte consigliere comunale di Milano nella lista del PSIUP e fu anche
consulente del Tribunale dei Minori del capoluogo lombardo. Sostenne sempre la
pace, il progresso dei lavoratori, l'emancipazione femminile ed i diritti
civili. M. era ateo, come ebbe a dichiarare in più occasioni, l'ultima
delle quali in uno dei martedì filosofici del Casinò di Sanremo. Muore nella
sua abitazione di via Sabbatini a Milano. L'indomani dopo una cerimonia laica
di commiato celebrata in forma strettamente privata, la sua salma e cremata a Lambrate. Le sue ceneri sono
tumulate, secondo le sue ultime volontà, nel cimitero comunale di Brinzio, località
in cui era solito trascorrere i periodi di vacanza. Il suo archivio è
conservato presso l'Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana
dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il comune di Dolo ha
ribattezzato la sua località natale Casello 12 località M. e gli ha intitolato
il locale istituto professionale. Musatti e il suicidio di Benussi Anche
dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio, non parla mai
volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso di
Dolo emerge un'intervista. Nell'intervista M. confessa di sognare a volte che
in una caserma dei carabinieri in cui viene tradotto, il commissario lo
interroga sulla morte di tre sue mogli (si sposò quattro volte), decedute
tragicamente, e di Vittorio Benussi. A fine colloquio il militare lo intima di
confessare di aver ucciso il maestro per prendere la cattedra di psicologia.
«Io gli rispondoprosegue Musatti, da buon psicoanalistache sicuramente nel mio
subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il
commissario, che non capiva nulla di subconscio, decide: “Mi spiace professore,
ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario,
perché si tratta di delitti commessi più di cinquant'anni fa, e quindi sono
prescritti!”». ‘Cesare’ è un riferimento al pro-zio M., medico pediatra,
uno che aveva visitato il piccolo, nato settimino. ‘Luigi’ e il nome del bonno
materno (L. Leanza, morto in carcere, partecipa alla rivolta anti-borbonica); ‘Eugenio’
e il nome di un altro pro-zio paterno, lo storico Eugenio Musatti; Musatti.
Forse la psicoanalisi è nata e morta con lui. Il nome allude alla fermata della
tranvia Padova-Malcontenta-Fusina che il nonno, presidente della Società Veneta
Lagunare, odierna ACTV, aveva fatto aprire per raggiungere più agevolmente
Venezia. Musatti IX-XIII. Archivio dell'Università degli Studi di
Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di Lettere e filosofia, Padova,
Carriere scolastiche della Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali,
Opuscolo del Centro Milanese di Psicoanalisi, a cura del Comitato Direttivo,
redatto da L. Ambrosiano Capazzi Gammaro Moroni, Reatto, Schwartz, M. Sforza, Stufflesser,
Milano Per una storia del Centro
Milanese di Psicoanalisi Chiari, Seminario presso il Centro Milanese di
Psicoanalisi Cesare Musatti, Milano Freud,
Opere (Torino, Boringhieri); S. Giacomoni, Cerimonia privata per M., la
Repubblica, è consultabile sul
dell'Aspi, all'indirizzo web AspiArchivio storico della psicologia
italiana, Università degli studi di Milano-Bicocca. D. Mont D'Arpizio, Vittorio
Benussi, Padre della psicologia padovana, in La Difesa del popolo, Mille anni
di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza
di Firenze, Mia sorella gemella la
psicoanalisi, 1Pordenone, Edizioni Studio Tesi,Luciano Mecacci, M. voce
dell'Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Il contributo italiano
alla storia del pensiero. Ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana. Saggi: “Analisi del concetto di realtà empirica” (Solco, Città di
Castello); “Forma e assimilazione,” in: Archivio italiano di psicologia,
“Elementi di psicologia della testimonianza” (Rizzoli, Forma e movimento” (Ferrari,
Venezia, da: Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Gl’elementi
della psicologia della forma, Gruppo Universitario Fascista, Padova, Trattato
di psico-analisi (Boringhieri, Torino); Super io individuale e Super io
collettivo (Olschki, Firenze); Condizioni dell'esperienza e fondazione della
psicologia” (Universitaria, Firenze, Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e
incursioni nel mondo delle immagini (Boringhieri, Torino); Svevo e la
psicoanalisi (Olschki, Firenze); I rapporti personali Freud-Jung attraverso il
carteggio, Olschki, Firenze, Commemorazione accademica, Olschki, Firenze Nino
Valeri, Olschki Firenze, Il pronipote di Giulio Cesare, Mondadori Milano A
ciascuno la sua morte (Olschki, Firenze); Hanno cancellato Livorno (Olschki,
Firenze); Mia sorella gemella la psicoanalisi (Riuniti, Roma). Una famiglia
diversa ed un analista di campagna, Olschki, Firenze, Questa notte ho fatto un sogno, Riuniti, Roma,
Chi ha paura del lupo cattivo?, Riuniti, Roma, Psicoanalisti e pazienti a
teatro, a teatro (Mondadori, Milano); Leggere Freud, Bollati Boringhieri,
Torino, Curar nevrotici con la propria auto-analisi, Mondadori, Milano:
Geometrie non-euclidee e problema della conoscenza, Aurelio Molaro, prefazione
di Mauro Antonelli, Mimesis, Milano,Treccani Enciclopedie oIstituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. siusa.archivi.beniculturali, italiana di Cesare
Musatti, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. Cesare
L. Musatti. Cesare Musatti. Musatti. Keywords: erote, Gruppo Universitario
fascista, il collettivo di Jung, l’ego e il noi collettivo Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Musatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Musonio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del Musonio di Gentile -- Roma – la scuola di Bolsena -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Bolsena).
Filosofo italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Esercita un forte influsso sui contemporanei. Di
famiglia equestre dell’etrusca Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di
filosofo l’invidia di Nerone. Segue Rubellio Plauto nell'Asia Minore
e lo incoraggia a togliersi la vita quando Nerone lo condanna a
morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto in
occasione della congiura di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros
nelle Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni
parte.Verosimilmente richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di
Vitellio si une ad una ambasceria del Senato presso Antonio Primo per perorare
la causa della pace fra i suoi soldati, ma senza successo.Quando Vespasiano
assunse il potere, M. accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale
delatore e falso testimonio nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse
dalla prima espulsione dei filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per
la seconda volta ; però Tito, che già lo aveva conosciuto, lo richiamò
dopo la sua assunzione al trono. In seguito mancano notizie su di lui, ma da
una lettera di Plinio il Giovane sembra che non fosse più in vita. Non risulta
che abbia composto e pubblicato scritti, anzi sembra che si sia servito
soltanto dell’insegnamento orale, del quale, però, rimangono frammenti
abbastanza numerosi. Essi comprendono 19 brevi apoftegmi conservati da
Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; altri apoftegmi e trattazioni
filosofiche relativamente ampie raccolti da Epitteto nel suo insegnamento-È e
trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; esposizioni o lezioni
che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte più estesa dei frammenti.
È verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si è già ricordato
e che si deve ritenere la fonte più importante dello Stobeo. Un’altra è
Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente Valerio Pollione
da Alessandria, vissuto sotto Adriano) compone Memorabili di Musonio, ma non ne
restano tracce. È giudicata falsa una lettera di Musonio a un certo Paneratide.
Le concordanze che si sono osservate tra i frammenti di M, e il Pedagogo di
Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o alla dipendenza di questo da uno
scritto di Lucio o alla derivazione di ambedue da una fonte più antica. Della
forte azione di Musonio sui contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari,
tra i quali si ricordano (oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio
il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo
scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni romani, come Plauto, Sorano e Minicio
Fundano. M. si avvicina ai cinici nell’assegnare alla filosofia finalità
radicalmente etico-pratiche, accetta spunti dell’ascetismo dei crotonesi. Ma
nel complesso dipende dal Portico con influssi posidoniani. Nel sno
insegnamento non trascura le esercitazioni logiche e i frammenti toccano
argomenti di fisica, ma ciò che vi è detto degli dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato. Invece riporta al Portico
l'affermazione della necessità universale, che equivale alla teoria del fato.
Però l'interesse di M. si concentra sulla funzione pratica della filosofia, che
è assolutamente necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta dai filosofi
dai Cinargo) gli uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale
dev'essere prestata dalla filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle
donne non meno che agli uomini. La filosofia però è identificata alla ricerca e
alla realizzazione della virtù, per conseguire la quale non vi è necessità di
molti discorsi, nè di molte teorie. Inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore
importanza dell’insegnamento o del discorso. Siccome la natura ha posto in ogni
uomo i germi della virtù, se il discepolo non è stato corrotto, una breve
dimostrazione è sufficiente per fargli riconoscere i principi etici
giusti. Ciò che soprattutto importa è che maestro e discepolo uniformino
la loro condotta ai propri principi. Si comprende che M. si interessasse in
primo luogo della formazione etica degli scolari. Nell’insieme, la morale
di M. si conforma alle dottrine tradizionali del Portico. Occorre distinguere
ciò che è e ciò che non è in nostro potere. Ora da noi dipende soltanto l’uso
delle rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male,
dalle quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi
l'intenzione quale atteggiamento interiore della volontà. In la volonta, se è
retta, consiste la libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende
da noi e perciò rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci
all’ordine necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca.
Soltanto la virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è
indifferente. Però, per rafforzare la volontà, M. ritene necessario, oltre
l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè,
essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare
ambedue. In generale raccoman, avvicinandosi ai filosofi del Cinargo, la vita
semplice e conforme alla natura e accoglie dai crotonesi, il divieto dei
cibi carnei. Oltrepassando le opinioni di molti antichi filosofi del portico,
esige una vita morale severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la
limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti
di Musonio rivelano un’anima nobile e retta, appassionata per il bene e guidata
dal desiderio di educare gli spiriti, ma a queste doti non corrisponde il
valore scientifico degli insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto
mediocri e privi di originalità. Inoltre non si può trovare nelle sue parole
l’espressione di una visione della vita vibrante di dolore e di amore simile a
quella di Seneca. Gaio Musonio Rufo. M. (Volsinii) è un filosofo
romano. Frammento di papiro (P. Harr.Col.), con parte di una
diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in
Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso
Plinio il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia
(presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad
Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei
confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e
figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era
comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens,
e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di
un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o
gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza
tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio
Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato
da Roma in via precauzionale da Nerone, M. lo segue in Asia. Due anni dopo giunge
l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,
in concomitanza della congiura di Pisone,
e mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros,
inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrità morale
e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati
da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a
GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra
civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo
episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in
pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era
teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si
impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli
ambasciatori M., di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti
dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati
con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò
fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava
chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo
stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente
stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad
intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso
non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria
dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora Musonio Rufo
attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Sorano con una falsa
testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle
delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di Sorano
e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando
contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta avanti con
tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso allora di ri-aprire
il processo tra M. e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani di
Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei
magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era,
infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale.
Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto
aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a
Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente.»
Più tardi M. riusce a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata
dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto
da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli
altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fa uccidere
Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio minore si
apprende che egli non era più in vita. Si proclama suo discendente il
poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario,
sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non
lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si
ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di
cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono
intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per un problema” “Su chi
nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le donne dovrebbero
studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei
figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare la
filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un principe
deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo perseguirà
qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono appropriati
per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine principale del
matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della filosofia?” “Ogni
bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna obbedire ai propri
genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior viatico per la vecchiaia?”
“Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo
stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta una questione iniziale,
poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo
figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il
medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica
si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto
rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano, inoltre, frammenti
minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in
numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che
potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di
Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo abbastanza da
rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un aneddoto in Elio
Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione).
Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. M.
rappresenta, con Epitteto, Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più
significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi
corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo
tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero
radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente,
cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti. Il ruolo
della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più utile,
in quanto ci persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere sono un
bene, e che né la morte, né la povertà, né il dolore sono un male; quindi
questi ultimi non sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da sola ci
impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il
filosofo si occupi di studio della virtù. La persona che afferma di studiare
filosofia deve praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche
altra attività, perché la filosofia è più importante e più difficile da
comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di
altre abilità, le persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro
anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che
impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come
conoscenza teorica. Piuttosto, M. insiste sul fatto che la pratica è più
importante della teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più
efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a
vivere senza errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può
aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di
vivere virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico
esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilità senza errori. In una delle sue diatribe, si
racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve
proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo,
utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è
proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la
giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per
possedere autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità,
capacità di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore
e deve essere privo di errori. La filosofia, sosteneva M., è l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re
aderisse ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere
umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima
richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al
freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro,
all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo M.. L'opposizione di M. alla vita lussuosa si estendeva
alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso
desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. M. condanna tutti questi atti
sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali finalizzati
alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia l'adulterio
come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio contro
natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere vergognoso è vile
nella sua mancanza di autocontrollo. M. difende l'agricoltura come
un'occupazione adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o
all'insegnamento di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio
sottolineano l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha
sottolineato che ciò che si mangia ha conseguenze significative. Crede che
padroneggiare il proprio appetito per il cibo e le bevande fosse la base
dell'autocontrollo, una virtù vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e
rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo
non ci dà alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo
supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre
il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo
scopo quando lo digeriamo, non quando lo gustiamo. M. sostenne la sua
convinzione che le donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica
degli uomini con i seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle
donne lo stesso potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione
è buona o cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli
stessi sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i
sessi condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe.
Quarto, le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità
con essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle
azioni nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse M., è
altrettanto appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino
come vivere onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ 1305:
«Figlio di Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e
stoico, vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti
altri. Ci sono anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui
ad Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo
eccesso di libertà e ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che
portano il suo nome e anche le lettere. Epistole. Di origine etrusca: cfr.
Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Pittau, “Dizionario della lingua
etrusca (DETR), Dublino. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14.
Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, Girolamo, Chronicon, a. 2095:Titus
Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c),
inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e M.. Cameron, Avienus or Avienius?, in
"Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik". L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense:
sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento
in cui M. parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecia al bando del suo maestro. Nella diatriba Lucio
riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi,
che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. -- nell'edizione
Hence. Una delle due è una lunga lettera scritta da M. a Pancratide sul tema
dell'educazione dei suoi figli. Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re
dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La
maestà è caratteristica del re che incute timore reverenziale, la crudeltà di
quello che ispira paura» (in Stobeo, IV 7, 16). A differenza del suo allievo
Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, M. sottolinea l'interdipendenza
tra anima e corpo. Questa visione, del tutto coerente con il panteismo stoico,
non è estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; Nussbaum, The Incomplete
Feminism of M., Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic
Experience and Sexual Ethics in Ancient and Rome, Nussbaum and J. Sihvola,
Chicago. Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hence (Lipsia,
Teubner); Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, Yale classical studies. Dillon, M. and Education in the Good Life: A Model of
Teaching and Living Virtue. University Press of America. Laurenti, Musonio,
maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. Berlino, de
Gruyter, King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. Create Space. DOTTARELLI,
M. l'etrusco. La filosofia come scienza di vita” (Roma, Annulli). Musònio Rufo,
Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M., su Encyclopedia of Philosophy. Opere
di Gaio Musonio Rufo, su Open Library, Archive. VDM Stoicismo. Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Filosofi romani Filosofi del II
secoloRomani del II secoloStoici[altre] Grice e Tito – La clemenza di Tito –
“Titus M. Rufum philosophy revocat. Amico di Musonio. Grice e Galba. Grice e
Nerone – Grice e Vespasiano. Gaio M. Rufo, figlio di Capitone e degli stoici di
maggior grido in quell'età, e uno di quelli che si guadagnarono un maggior
numero di seguaci per l'efficacia del loro insegnamento. Plinio Secondo
infatti, lodando le virtú singolari del suo amico Artemidoro, assicura che per
esse ei merito che a C. M. ex omnibus omnium ordinum adsectatoribus gener
adsumeretur. E di Volsinio, in Etruria. Ma non si può dire se fosse nato sotto
Claudio o sotto Caligola. Benché sia più probabile la seconda supposizione. Appartenne
all'ordine equestre. L'incontriamo la prima volta in Roma, quando ne è mandato
in esilio da Nerone in quella serie di condanne che segui alla sventata
congiura di Pisone. A lui, come a Verginio Flavo, celebre maestro di retorica,
nocque, secondo Tacito, claritudo nominis nam Verginius studia iuvenum eloquentia,
Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Tre anni innanzi era nell'Asia Minore
presso Rubellio Plauto, insieme con un altro filosofo, Cerano,il quale non si
trova nominato in altro luogo. Sicché è probabile che egli non tornasse in Roma
se non dopo la morte di Rubellio, per seguire il quale aveva dovuto lasciar
Roma, quando a Rubellio per ordine di Nerone convenne ritirarsi in Asia. Se,
adunque, il nostro M. poté essere il filosofo di Rubellio Plauto, del quale
vedremo con che ardore proseguisse lo stoicismo, la frase di Tacito ci dice che
egli dove esercitare in Roma l'insegnamento pubblico. Le relazioni avute con
Rubellio, che al dire di Tacito, omnium ore celebratur, e quei due anni
consecutivi d'insegnamento pubblico, devono avergli fruttato la claritudo
nominis che fu madre del suo esilio Nerone nella scoperta della congiura
pisoniana trova tra i congiurati più d'uno della setta stoica, come Seneca, a
quanto pare, e Lucano. Ed era naturale che anche M., l'antico maestro ed amico
del suo odiato Rubellio, lo stoico che suscita tanta ammirazione intorno a sé e
trasfondeva in tanti il suo entusiasmo, siccome apparisce da quel che ne dicono
Tacito e Plinio il giovane, facesse nascere nell'animo di Nerone sospetti e
timori e fors'anche invidia. Musonio, cacciato da Roma, e da Nerone relegato
nell'inospitale isola di Giaro, tra le Cicladi. E quivi dimora fino alla morte
di codesto imperatore. Ma neppur li si rimase dall'insegnare. Giacché
Filostrato, testimonio, in verità, non sicuro, ci fa sapere che in quell'isola
accorrevano a lui da ogni parte, e da uno dei frammenti conservatici da Stobeo
si scorge che in Giaro era alla scuola di Musonio il compilatore di quella
specie di 'Azurnusycuata, donde gli estratti musoniani di Stobeo sarebbero
tolti. A Giaro si rese benemerito dell'isola, dove non s'era mai vista
dell'acqua, ed ei seppe trovare una fonte. Per vedere la quale Filostrato
afferma che al suo tempo si visita ancora quell'erma isola. Quanto tempo vi
rimane si può precisare da un luogo del suo discepolo Epiteto; dove si ricorda
un detto di lui relativo alla morte di Galba, dal quale risulta che M. e già a
Roma sotto questo imperatore. Sicché molto probabilmente vi sarà tornato alla
morte di Nerone. Non altrimenti dello stoico Elvidio Prisco, cacciato anche lui
da Nerone e tornato a Roma all'avvento di Galba
all'impero. A Roma, M. si trovava durante il breve impero di Vinelio poicho 1 Potia Coria, sli api
basiatori to riti Tao qua dio qui (o in pa la da i, partando gravi Guasti l'ambasceria
è rimasta famosa; giacché le parole, onde ce la descrive Tacito, colpiscono una
delle debolezze più ridicole che si possano rimproverare ai filosofi: quella di
far della filosofia fuori di luogo. Grave il danno prodotto dai Flaviani fuori
della città. Il popolo, levatosi in armi, vuole uscire in massa contro gl’assalitori.
Tra poco scope terribile la guerra civile. Si convoca il Senato. E questo
sceglie dei legati, che si rechino ai duci di quell'esercito, per persuaderli
pel bene della repubblica alla concordia e alla pace. Tra i primi inviati c'è
uno de' più fervidi e sventurati stoici di quest'età, Aruleno Rustico, allora
pretore. Ma egli e i compagni, venuti da Ceriale, furono accolti assai male. Egli
anzi ferito. Il che eccita più che mai gli animi del popolo: auxit, dice Tacito
invidiam super violatum legati prae-torisque nomen propria dignatio viri. E
quest'offesa recata a un uomo di tanta riputazione della sua setta. non dovette
essere l'ultimo dei motivi che spinsero quindi Musonio a mischiarsi con gl’altri
legati, che andarono da Antonio. Ma già non deve parere strano, che un uomo
cosi illustre, cosi rispettato al tempo suo, e che sapeva di essere ammirato e
di poter contare sull'efficacia della sua nobile parola, s'inducesse a
confidare in questa per calmare gl’animi dei soldati, dimentichi perfino del
più sacro diritto delle genti. Sarebbe stata forse la prima volta che M. parla
a una moltitudine. Anche le Vestali si fecero apportatrici d'una lettera di
Vitellio ad Antonio. Pure non si può non sorridere leggendo in Tacito che
Musonio coeptabat permixtus manipulis, bona pacis ac belli discrimina disserens,
armatos monere. Id plerisque ludibrio, pluribus taedio: nec deerant qui
propellerent propulsarent-que, ni admonitu modestissimi cuiusque et aliis
minitantibus omisisset intempestivam sapientiam. Ci si sente Tacito
ammiratore del vecchio Agricola, anche in quelle considerazioni che l'aveva
sentito più volte a fare circa il suo amore per la filosofia - ultra quam
con-cessum Romano ac senatori; anche nell'avere conservato soltanto ex
sapientia modum: e pare che goda a metterci innanzi lo spettacolo comico e
pietoso della fatuità d'un filosofo fanatico. Ma sotto i colori aggiunti da
Tacito si scorge chiaramente un quadro, che è eloquente testimonianza
dell'atteggiamento morale e sociale di questo stoi-cismo: nei seguaci del quale
vedi l'anima piena di fede, ardente degli apostoli. In Musonio non c'è l'uomo
speculativo inesperto della vita, ma un'anima infiammata da profonde idealità,
non comprese dai molti. Un'anima compagna a quella dei martiri coetanei della
religione novella. Sotto la pretura d'un altro illustre stoico, Elvidio Prisco,
dopo il trionfo di Vespasiano, M. si riaffaccia nella storia di Roma. E questa
volta con un atto, che gl’attira l'ossequio di tutti gl’onesti. Era costume del
tempo, come sotto l'imperatori violenti, di darsi al mestiere di accusatore,
cosi sotto l'imperatori miti di dare addosso agli accusatori che più avevano
spadroneggiato. Chi non ricorda il commovente processo di Barea Sorano, che occupa
gli ultimi capitoli degli Annali di Tacito? In quell'imperversare contro tutti
i virtuosi che Nerone vedesse in Roma, mentre Marcello Eprio assale Trasea
Peto, Ostorio Sabino citava Barea Sorano a scolparsi dell'amicizia, che nel suo
proconsolato in Asia aveva mantenuta con Rubellio Plauto e delle speranze
sovversive sparse in quella provincial. E ne trascinava in Senato anche la
giovane figliuola Servilia, che, mossa dall'angustia del suo cuore filiale,
s'era indotta a consultare gli astrologi sulla sorte del padre (delitto anche
questo agli occhi di Cesare, che ci vedeva sotto trame e propositi ribelli di
novità). Invano il padre proclamava l'assoluta innocenza della sua Servilia: e
accorreva verso di lei per abbracciarla, ma i littori frappostisi glielo
impedivano.Venuta la volta de' testimoni, fra essi si fece a deporre contro il
padre, suo discepolo, e la figlia, che a lui s'era rivolta per il responso
desiderato sulla sorte del padre, quel malvagio stoicastro di Publio Egnazio
Celere, vecchio antenato di Tartufo, e che già conosciamo. Quantum
mise-ricordiae, dice Tacito, saevitia accusationis permoverat, tantum irae P.
Egnatius testis concivit. Ma Sorano e Servilia dovettero morire; e Tartufo ebbe
il solito compenso dei delatori: denari ed onori — benché Tacito un po'
ingenuamente conchiuda che « dedit exemplum praecavendi quo modo fraudibus
involutos aut flagitiis commaculatos, sie specie bonarum artium falsos et
amicitiae fallaces ». Dopo d'allora i professori di filosofia avrebbero dovuto
diventar tutti fior di galantuomini; il che veramente non pare.Ma tra gli
Egnazii per fortuna c'è sempre un Musonio. E Musonio, anni dopo il turpe fatto,
ri-staurato con la vittoria di Vespasiano il regno della giustizia, sorse a
vendicare la morte del compagno Sorano. Simile al suo sciagurato Rubellio oltre
che nella misera fine, nel desiderio di avere presso di sè un filosofo, che gli
facesse da mentore, quasi dottrina vivente. Musonio adunque assali Publio Egnazio
Celere, accusandolo di falso testimonio contro Sorano. Mentre Elvidio Prisco si
apprestava a fare altrettanto contro Eprio Marcello, accusatore di Trasea. Nota
Tacito, che con l'accusa di Musonio pareva si rinfocolassero I vecchi odii
delle delazioni. Ma che nessuno tuttavia poteva far nulla che giovasse a
salvare un accusato cosi vile e cosi apertamente reo: quippe Sorani sancta memoria; Celer professus
sapientiam, dein testis in Baream, proditor corruptorque amicitiae, cuius se
magistrum ferebat. Quel giorno però in cui fu presentata l'accusa, si stabili
che se ne trattasse il di seguente: e l'aspettativa era grande. Ma, entrato poi
Muciano in Roma e tradottosi ogni potere in mano sua, si disviò e rinviò anche
il processo di Egnazio, e non fu ripreso che al principio dell'anno seguente un
giorno che presiedeva il senato il figlio dell'imperatore, Domiziano.Egnazio fu
condannato all'esilio, e Sorano vendicato. Sorani manibus satisfactum, dice
Tacito, con onore di Musonio, il quale parve a tutti che fosse venuto a capo di
un'opera di giustizia. Vi fu chi ambitiosius quam honestius tentò la difesa
della spia: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio subpeditavit. Questa
condanna fu un trionfo dello stoicismo, e poté sembrare per un momento che
un'aura più propizia incominciasse per i suoi seguaci, grazie al governo mite
di Vespasiano. Ma poco dopo, sappiamo da Dione che essi furono da questo
imperatore per consiglio di Muciano cacciati tutti da Roma. Tutti, ad eccezione
di M., risparmiato forse per l'amicizia personale che lo stringeva, secondo
Temistio, a Tito. Si vede le ragioni di questo bando generale dei filosofi a
cui Muciano, secondo Dione, avrebbe indotto Vespasiano (che pur tanto favori la
cultura) sitofino alla morte, che non si può dire quando sia avvenuta. Ma pare
che fosse morto da un pezzo quando Plinio il giovane scrive al padre
raccomandandogli l'amico suo e genero di Musonio, Artemidoro, e ricorda
l'affetto misto di ammirazione che egli quantum licitum est per actatem, aveva
portato al filosofo etrusco. PLINIO, Epist. Lo ZELLER dice soltanto verosimile
che il Gaio M. di q. 1. sia il noto filosofo stoico. Ma il contesto della
lettera a me non pare che lasci alcun dubbio. Sur A, s.v.(3) TAcioo lo dice “Tusci
generis”; Ab excessu; e TUpprvóv FILOSTRATO,Vita Apoll. Ma SuIDA precisa anche
la città, confermata da un'iscrizione relativa al poeta Rufio Festo Avieno
discendente di Musonio e anch'esso Volsiniense: Corpus inscript. latin., VI,
587. Cfr, anche Epigramm. Anth. lat. (Burm.). Infatti la frase di PLiNIo,
Epist. et M., socerum eius (sc. Artemidori), quantum licitum est per aetatem,
cum admiratione di-lexi deve far pensare che Musonio fosse innanzi negl’anni
quando Plinio era ancora giovane; che perciò intorno all'80 avesse una
cinquantina d'anni. Zeller pone l'anno di nascita di lui tra il 20 e il 80 d.
C.TAc., Hist., III, 81. (1) Ab excessu, XV, 71. Cfr. DIoNE-SIFILINO, LXII, 27.
SUIDA (s. v.) dice: 8iàNépwvos dvoupsitar (cioè è ucciso: ma questo è certo un
errore). Da un frammento d'una lettera di GIULIANO l'Apostata, riferito da
Suida, si ricaverebbe che quando Nerone bandi Musonio, questi occupa una
pubblica carica aTe-jé?eto Bapüv = murorum curator erat; ed. Bernardy). Ma non
è chiaro se il frammento di Giuliano si riferisca al nostro Musonio, o al Musonio
vissuto sotto Gioviano, a cui si riferisce l'art. seguente di Suida. Тас., Аб
ехсеззи, XIV, 59. Ma forse è una stessa persona con lo scrittore di questo nome
ricordato da PliNio tra le fonti della Nat. Hist. A torto l'HALM (nell'Index
historicus, s. v. Coeranus nella sua ediz. di Tacito) sospetta che sia da
sostituire Cornutus nel detto luogo Ab exc.; perchè la lezione è sicura; e
d'altra parte Cornuto in quel tempo era in Roma. Su Cornuto, maestro di Persio
e Lucano, v. per ora MARTINI, De L. Ann. Cornuto, Lugd., Bat.;ZELLER;
TEUFFEL-SCHWARE, Roem, Litter.-Gesch.; e PAULY-WIssOwA, Real-Encyclopidie s. v.
Il Lipsio al cit. loc. di Tacito sospetta che il Coeranus dovesse con lieve
mutazione di lezione identificarsi con quel Claranus, condiscepolo di Seneca,
di cui questi parla nell'epist. 66. Ed invero la probabile data di questa
lettera (Hu-GENFELD) e il dirsi in essa
che Seneca aveva riveduto cotesto Clarano post multos annos combinano con
l'anno 63, nel quale ei si sarebbe trovato con Rubellio in Asia. Ma nè anche di
Clarano s'avrebbe altra notizia. Ab exc. A questo tempo si può riferire la
notizia di EPITETo (Diss.) di un rimprovero dato a Trasea Peto, che avrebbe
detto voler egli morire la vigilia di quel giorno, in cui gli sarebbe toccato
di lasciar Roma.TU ODU aUTÕ POSSOS SiTEV; El uéy d5 PapÚTEpOr ¿xTErA, TIS i
Mapia tÃsextorisi si d'ós xoupótepor, tis ool déduxev; aù d618i6 pelerãy
apxsiolesTỘ Siouévo. Quando Musonio tornò, Trasea e morto. Quanta incertezza ci
sia intorno all'autore dei frammenti musoniani di Stobeo, comunemente
attribuiti a quel CLAUDIo PoLLIoNE, che secondo SUIDA (Moudúvos) avrebbe scritto
appunto degli anourquoveú para Mouraviou vedidi thy puyny pains au Epaxévos pE
X.T.?, STon.Cir. WENDLAND, JULIANI epist. in Rhein. Mus., XIII, 24, Froste.,
Vita Apoll., VII, 16.Tutti gli altri luoghi di Filostrato in cui si nomina un
Musonio, si riferiscono a un altro Musonio, di Babilonia, cinico EPITETO (Diss.) dice: POÚpO TIS ElEYE,
l'álßa aparèvros,8t Noy Movoi o MóJHOE dOEia; "O 8à, Mi yap dyú ool tot',
egn, añò l'arßaнатвохейава, оть проова б хосноє діохвіто. Il concetto di Calba
accennato in questo passo M. non avrebbe potuto averlo se non a Roma, dopo
essere steto da lui richiamato ed averne sperimentato il governo assai mite
inconfronto del precedente. ZELLER cita anche (come il MoNasEN, Ind. plin.)
Tac., Hist. Ma questo luogo non proverebbe. È un evidente errore quello di Girolamo,
all'anno M. philisophum de exilio revocat/ Giacché nella cacciata Musonio fu
eccettuato, e rimase sempre in Roma sotto Vespasiano.Il CHRIST, Gesch. d.
griech. Litter., Nördlingen, dice che Musonio torna in Roma sotto Trajano! -Molto
probabilmente allora era morto. TAc., Hist., IV, Hist., III,
80,Tac., Hist. Miscuerat se legatis... ». Egli non era dunque propriamente
un legato.prodie tot, il vole di grinto rogu latativo. Bai minciava
sompre Era stato consul suffectus sotto Claudio nel 52; e apparteneva
forse alla famiglia Servilia (Ephem. Epigr.). Sua figlia infatti si chiamava
Servilia. Crimini dabatur amicitia Plauti et ambitio conciliandae provinciaead
spes novas. Tac. O 8è On MOÚTAOS Eri uE to duxopaurig nal xpipara Nai tudE EraßEpostquam
pecunia reclusa sunt. di Tac.. Barea Sorano dovette volgersi allo stoicismo
dopo il 52, perchè in quest'anno lo vediamo (TAc., Ab exc.) autore di quel
senatoconsulto (Pul-NIo, Ep., e SvEr., Claud.) in cui si decretavano le insegne
pretorie e 150 milioni di sesterzi a Pallante. Chi consideri il modo onde
Plinio parla di quel S. C., uno stoico non avrebbe commesso un tale atto;
mentre poi TAcITo, Ab excessu, dice che Cicerone volle distruggere la virtù
stessa, virtutem ipsam excindere concupivit, con l'uccidere Trasea e Sorano.(4).
Tum invectus est Musonius Rufus in P. Celerem, a quo
Baream Soranum falso testimonio circumventum arguebat. Tac., Hist. Il nome d'Egnazio, come
s'è visto più su, rimase tristamente celebre come sinonimo di delatore e
traditore vilissimo. Lo dimostrano le frequentiallusioni di Giovenale. Justum
officium [Nipperdey) explesse Musonius videbatur • Tac., Hist., IV, 40. Per la
condanna della spia cfr. DIONE-SirIL., e lo ScHoL. di Giovenale ad Sal., I, 33.
- TAcrro, l. c., continua: • Diversa [da quella di Musonio] fama de Demetrio
Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quum honestius
defendisset Ma è da sospettare che Tacito abbia confuso il Demetrio cinico,
onorato da tutti gli stoici migliori del tempo (cfr. Ab exc.), col Demetrio
causidico, delatore di Nerone, ricordatodallo ScuoLIAsTE di Giovenale, ad Sat.,
Tac., 1. c. DIoNE-SIFIL., LXVI, 18.(5) Orat. XIII, 178.SvEr., Vesp. ingenia et
artes vel maxime fovit ..Epist., III, 11. Le lettere del lib. III di Plinio
devono essere state scritte tra il 101 o il 102, secondo il MouMsEN, Zur Gesch.
d. junger. Plinius, nell' Her. mes, III, 1869, p. 40 (v. lo stesso studio con
aggiunte nella Biblioth, de l'école des hautes étude, trad. par Morel, Paris,
Franck, Sulla vita di Musonio non v'è che la vecchia Dissertatio de M. R. di NIEUWLAND,
ristampata innanzi a C. M. R. Reliquiae et apophthegmata, cum ann. ed. F.
VENHUIZEN PEERLKAMP, Harlemi, e uno scritterello del REINACH, Sur un témoignage
de Suidas relatif à Mus. R., in Comples rendus de l'Acad. des inscriptions et
belles lettres. Rufo
(si veda). Tito Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo. Keywords: Etruria. Luigi
Speranza, “Grice e Musonio”, The Swimming-Pool Library. Musonio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Mussolini: la ragione conversazionale e la storia della filosofia di Lamanna – la
scuola di Dovia di Predapio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Dovia di Predapio). Filosofo italiano. Grice: “I was thinking of Hitler,
when I was callled to the arms. It was only later that I added M. to my
thoughts!”-- Dovia
di Predapio, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. QUADERNI
DELL'ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA. CARLINI, LA FILOSOFIA DI M. ISTITUTO
NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA, ROMA, tipografia del Senato di Bardi Ci
proponiamo di mettere in rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora
studiato della personalità del nostro duce: il sua ‘filosofia,’ quale si
può desumere da’ suoi atti. In verità, i biografi di lui, indagando il
periodo della formazione della sua personalità, non hanno trascurato questo
lato. Discepolo di Nietzsche è definito anche recentemente. Egli
stesso riconosce in Pareto un altro suo maestro; e tutti [Il
presente studio vuol essere soltanto un saggio, anzi una semplice
indicazione di un aspetto della personalità del duce: aspetto implicante
svariati e importanti problemi del pensiero fascista. Per uno studio più
ampio giover moltissimo la nuova, accurata, edizione de’ suoi scritti a
cui s’è accinto l’editore Hoepli. M. ricorda il periodo della sua vita e
della storia italiana da lui vissuta vertiginosamente, e aggiunge. Molti
discorsi e scritti sono legati al movente che li provocò : sono di
circostanza ». L’editore, anch’egli, dice che l’edizione « conterrà tutto ciò
ch’è destinato a lassare alla storia, nella forma originaria più ampia:
eliminati, quindi, i discorsi dei quali esiste solamente il riassunto ».
Ci sia permesso di esprimere l’augurio che accanto a questa edizione fatta per
il gran pubblico si trovi modo di raccogliere anche gli scritti minori o
frammentari, i quali sono talvolta, per lo studioso, più preziosi di
quelli maggiori e più elaborati: oltre di che il desiderio della compiutezza
non sarà mai soverchio per conoscere un uomo di così ricca e singolare
personalità. I riferimenti vengon dati qui alle edizioni correnti degli
Scritti e Discorsi, la maggior parte nell’edizione Alpes. La prima
-parte di questo studio (qui riveduta e appena ampliata in alcune note)
uscì su la Nuova Antologìa » del 1°
gennai» 1934. Nuova è l’A ppendice.sanno che nell’elenco bisognerebbe
mettere Renan, Sorci, e molti altri, ai quali, anche se non vanno tra i
filosofi nel più stretto significato della parola, non si può
negare il merito di avere influito, più o meno efficacemente, anche
std movimento del pensiero speculativo nell’ultimo Ottocento o ai primi di
questo secolo: nel periodo, appunto, della formazione mentale e
spirituale di M.. E come non aggiungere qui il nome di Marx, e di
Prudhon, e di Stirner, e non ricordare la letteratura che fu comune,
in quel tempo, a tutti coloro che guidavano il movimento socialista
e s’ispiravano alle opere, allora divulgatissime, degli apostoli della
rivoluzione? Tempo, quello, di rivoluzioni sociali, alimentate anche da un
pensiero filosofico e religioso che lavorava nel loro seno nascostamente.
Positivismo e anticlericalismo tingevano, allora, l’atmosfera, abbuiando più
che chiarendo ; ma nel buio, nel tramonto delle idee che avevano
governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e là lampi di nuove idee e
forze spirituali. Era una continuazione e imo sviluppo, in fine, della
rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, ch’è nel fondo
ancora del pensiero e della vita contemporanea, non ostante le critiche e
revisioni a cui è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo
occuparci: se ci mettessimo in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo,
si, avere la soddisfazione di veder sorgere e ingrandire la
personalità e mentalità di M. lungo una linea di coincidenza con il
movimento della storia, sì che il <( fenomeno )) di lui verrebbe illustrato
e spiegato, dal lato almeno delle idee, del tutto naturalmente. Si potrebbe,
ad esempio, per la parte filosofica, rifarsi al bergsonismo, al
pragmatismo, all’influsso esercitato su tutti i campi della cultura dal
nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare li dentro anche il pensiero
di M.. E per la parte riguardante il problema religioso, similmente: citare
tutti i documenti che alla fine del secolo scorso e nel primo decennio di
questo accennavano già ad una considerazione più rispettosa, più
intelligente, dei valori spirituali contenuti nella fede religiosa; e ricordare
la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano sepolti e obliati, in
quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la guerra
mondiale. E via via. Ma per questa via noi non vogliamo metterci,
perché essa ci condurrebbe, sì, a spiegare il fenomeno M. », ma il (( fenomeno », appunto,
il (( fenomeno storico » : non quello che c’è di proprio suo, nel suo pensiero,
in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti. Invece, noi
proprio a questo vogliamo guardare. Noi ci poniamo, dunque, questa
domanda : c’è, in M., un germe di pensiero che da rm punto di vista filosofico,
anche nel più rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza
per originalità e capacità di ulteriori sviluppi? E c’è in lui, nel suo
atteggiamento verso la questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad
una possibilità di rinnovamento di idee e sentimenti, anche in
questo campo di secolari, anzi millenarie, lotte e discussioni? >{s >{s
La nostra intenzione è di essere, per quanto è possibile, obiettivi,
e di tenerci dentro all’argomento, non sconfinando in altri campi : di trattare
la questione, come si dice, tecnicamente. Non eviteremo neppure la
pedanteria delle citazioni, dove saranno necessarie. E cominciamo,
secondo la vecchia buona norma scolastica, dal dubbio. Non può ben risolvere le
questioni, disse Aristotele, se non chi, prima, ha dubitato, veduto
il prò e il contro. Il dubbio a metodico », in questo senso, è,
come si vede, ben più antico di Cartesio. Il (( contro » è buono ognuno
ad addurlo : Mussohni è un politico, non è un teoretico, un elaboratore
di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in
quella storia peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di
Aristotele, (fi Cartesio, di Kant e di Hegel. Senza un tal carattere
teoretico, che fa della filosofia una scienza, la quale, come ogni altra
scienza, ha il suo vero significato in una storia sua propria, nella
storia della filosofia stessa, senza un tal carattere e valore del
pensiero, non si può parlare di filosofia. Il temperamento M.ano è,
anzi, all’antitesi di ogni atteggiamento speculativo: tutto volto
alla realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per dirigerli e
dominarli. Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e ideologie
(a questo volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna
traccia nel suo pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha
detto una volta, sia pure per buon umore, ma tradendo, in fondo,
una sua convinzione, che i filosofi
risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne imo
solo nella realtà della vita )). La filosofia gli sa di scuola », di dottrine e dottrinari, con
relative cattedre e ristrettezze mentali e d’animo. Onde ha sempre
consigliato i giovani di (( rapidamente assimilare », ma (( di espellere non
meno rapidamente » la cultura universitaria. L’intelligenza è buona cosa, ma
deve essere adoperata (( per fare la critica del socialismo, del
liberalismo, della democrazia » : per illuminare le menti, dal punto di
vista fascista, su i problemi della vita contemporanea. Se no, se
l’intelligenza fosse impiegata a criticare (( tutto ciò che di criticabile vi è
in un movimento così complesso come il movimento fascista, allora io
vi dichiaro schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo
squadrista che agisce » {Discorso alVAugusteo). In conchiusione: il suo
interesse è puramente pratico; anche se stima e promuove la cultura,
compresa in (juesta la filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è
sempre per le conseguenze e ripercussioni politiche, non mai per il
valore del pensiero in sé e per sé. Similmente si deve dire per il
problema religioso. M. è un laico, un purissimo laico. Della religione
comprende e sente il lato umano e storico in generale: no» ha mai
lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s’e guardato
accuratamente dall’entrarvi anche quando l’occasione gli veniva offerta
naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la
prima volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del
Parlamento. È vero che si deve a lui la distruzione in Italia della
Massoneria, e la Conciliazione col Vaticano. Ma queste imprese non furono
da lui eseguite, e di fatto giustificate, con ragioni che non fossero
essenzialmente politiche e sociali. E se pure si ha da concedere qualche valore
religioso alla invocazione di Dio, essa non va più in là di una fede in
un principio del tutto indeterminato, troppo più vicino al vago principio
di una fede di stile mazziniano, che a quello ben definito, preciso e
impegnativo, del Cristianesimo, anzi del Cattohcismo. Senza dire che,
anche per la parte, diciamo così, pratica, nessun uomo sembra più alieno
dall’atteggiamento ascetico e mistico proprio delle anime veramente e
profondamente religiose, che 0 si ritirano dal mondo, 0 nel mondo
vogliono vivere solo per onorare e amare Dio. Qui il seguace di Nietzsche )) si rivela
senz’alcuna ombra di dubbio e di possibili cavilli: la morale del
Fascismo da lui fondato è tutta un’esaltazione di principii
fondamentalmente pagani, come già molti hanno messo in rilievo. Tutte
queste cose sono state dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre
somiglianti. Se non che, proprio perché sono facili a dire, e sono state
dette facilmente, sorge in ognuno spontaneo il sospetto della loro
superficialità, e quindi, poiché la superficialità è sempre falsa, della
loro non verità. Il discorso vale, in primo luogo, per quella
concezione puramente teoretica della filosofia, come di una scienza
avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre studioso di filosofia sa che,
se pur c’è mai stata una tale aridità (non, certo, nei veri filosofi, nei
maestri), tutta la speculazione contemporanea è diretta contro di essa.
Chi definisse la filosofia come lo sforzo supremo d’impadronirsi delle
ragioni della vita, definirebbe quel ch’è il segreto del filosofo moderno, il
tormento profondo del suo pensiero e della sua vita stessa. Segreto e
tormento, del resto, che non è una prerogativa di colui che noi
chiamiamo filosofo )) ; ma è
prerogativa e gloria dell’umanità pensante, di cui la storia della
filosofia è soltanto la documentazione, ed i singoli grandi filosofi sono
soltanto gli esemplari più cospicui, F, sono per questo, anche, i più
grandi educatori del genere umano (1), È negli scolari e passivi
ripetitori che la filosofia, svuotata della vita che l’animò, diventa sistema,
dottrina, astrazione, metafisicheria: e contro di essa, allora, ben
vengano che son salutari i motteggi ed i sarcasmi. Alle altre
scienze si può perdonare se si astraggono dalla vita (coine, se no, far
della fisica e della matematica?): alla filosofia, no, E non astrarsi
dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato soltanto negativo. Bisogna
viverci dentro, prima di filosofarci su {primum vivere), o, piuttosto
(ché il prima e il dopo son modi di dire volgare), bisogna vivere e
pensare insieme, con intensità di vita e insieme con profondità di
pensiero. (I) Nel discorso su la Conciliazione, alla Camera, M.,
parlando della riforma Gentile, disse :
Io credo che, più che la filosofia, è interessante la storia della
filosofia, e più ancora della storia della filosofia, la vita dei
filosofi :^il conoscere come hanno lottato, come hanno sofferto, come si
sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è altamente
educativo per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito
». Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al
pensiero si offrono soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo.
E noi risponderemo raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi
di neanche supporre che l’abbia perduto M.. Il quale deve essere persuaso
più degli altri che fa la miglior politica colui che non ne fa affatto:
che bada a far l’ingegnere, se ingegnere; il professore, se professore; il
poeta, se poeta; il manovale, se manovale: ciascuno, a far bene il suo
dovere, nella famiglia e nella società, nella sua arte o vocazione
o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco fargli dire che tutti gli
uomini di pensiero abbiano come unico argomento da svolgere la critica del
socialismo e del liberalismo, l’apoiogia del Fascismo. Immaginate se la già
enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte) letteratura sul
Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni in piccoli o
grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlmne
d’intelligenza e tengono una cattedra all’Università o nel movimento
della pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del
discorso su accennato. È quest’altro, invece: che nessun uomo di
pensiero, che si senta italiano, può disinteressarsi dei problemi che sta
vivendo e agitando il Fascismo nel mondo; così come nessuno scienziato, e
sia pure un cultore del calcolo infinitesimale, può disinteressarsi
dei problemi che riguardano la vita e il valore dell’uomo. Tanto
meno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di esigere
che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita poUtica e morale, si
trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e
sociali. In Italia c’è un gruppo di giovani dalle menti educate
alla filosofia che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell’universo materiale in
ogni punto s’incentra la realtà del tutto, tanto più questa
considerazione vale per l’universo spirituale: i problemi della filosofia
hanno tutti un’intima connessione con la vita ed una immancabile
risonanza nell’azione, ma non tutti l’hamio in modo manifesto ed
immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal rapporto è immediato ed
evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo trova soltanto alla
fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano i più lontani dalle
questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via
soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la
filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale,
morale e religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che
parevano del tutto alieni. I problemi della filosofia si
illuminano e ravvivano l’un l’altro, e nessuno ha luce e vita per sé.
Essi si debbono, come si dice con termine tecnico, mediare fra loro.
Prenderne uno, esclusivamente, separato dagli altri, è precludersi la via a
intenderlo veramente. Questa, forse, è anche la ragione della
insoddisfazione che ci resta delle molte teorie avanzate, pur da uomini
d’ingegno e di dottrina, su lo Stato fascista e su i problemi da esso
suscitati. La superiorità di M., invece, non soltanto come uomo politico,
ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che hanno nello
Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo, vogliamo
essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obbiezioni, concediamo senza
fatica che nella specificazione delle varie forme dell’attività
umana (non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni),
filosofo, propriamente, è colui che più degli altri persiste
nell’atteggiamento critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui
problemi della vita e della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo
nessuna diflicoltà a presentare la nostra tesi nei termini più modesti: l’interesse
predominante dello spirito M.ano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in
lui è vivissima la consapevole esigenza anche del valore del pensiero in sé e
per sé, della considerazione della vita sub specie aeternitatis,
propria della filosofia e della religione. Ma spingiamo la nostra
tesi anche un po’ più in là: l’esperienza della vita e del mondo storico,
da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche al suo pensiero
una nota di originalità potente, della quale è possibile uno sviluppo in
sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono, tuttavia, da
dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l’interesse confessato per
la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni religiose,
sin dalla prima giovinezza, quando leggeva La morale dei positivisti
dell’Ardigò e la Storia della filosofia del Fiorentino, e più tardi,
quando scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su
Giovanni Huss, un abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i
documenti ci mancano quasi del tutto, non giova insisterci. Le
prove, invece, abbondano ne’ suoi scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto
che il Fascismo <( non è soltanto azione, è anche pensiero » ; e che,
pur rinunciando a formule e schemi, il Fascismo
pena la morte 0 , peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di
dottrine », le quali (( non saranno, non devono essere delle
camicie di Nesso che vincolino per l’eternità, ma devono costituire una norma
orientatrice » ! E nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel
periodo più intenso Vedi nel discorso commemorativo del Luzzatti (30 marzo
1927) l’accenno a le verità eterne, senza di che la lotta dell’uomo
contro l’uomo, di tutti contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel
tramonto di ogni civiltà». Arnaldo scrisse: Egli ha saputo ricondursi
alle grandi verità divine che resìstono all’urto dei secoli». E Benito
commenta: Con queste parole, Arnaldo dimostrava di conoscere le intime e
tormentate battaglie e vicende del mio spirito » {Vita di Arnaldo).
deH’azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse presto una (( filosofia
del fascismo », e aggiimgeva;
Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti
non significa disarmare, ma irrobustire, rendere sempre più
cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione di causa sono
sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio
mazziniano : Pensiero e Azione ». L’anno seguente ( Gerarchia », n. 3)
forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento
idealistico italiano: Questo processo
politico è affiancato da un processo filosofico: se è vero che la materia
è rimasta per im secolo su gli altari, oggi è lo spirito che ne
prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da
quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio
ritorna, s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». In
pieno Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa
professione di idealismo: ((Voi socialisti siete testimoni che io non sono
mai stato positivista, mai, nemmeno quando era nel vostro partito.
Non solo per noi non esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo
annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo
esiste, nient’altro esiste: né voi, né quest’aula, né le cose e gli
oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell’universo,
il (juale esiste in (pianto io lo penso e solo nel mio pensiero,
non indipendentemente dal mio pensiero. È l’anima, signori, che è ritornata »
{Discorsi dal banco di deputato, pag. 118: questo è del 1“ dicembre
1921). L’accenno al problema gnoseologico, alla centralità del
pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è il punto
che più interessa qui; l’adesione all’idealismo è data sopratutto, io
credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor
oggi presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo
chi scrive, giustamente) che il carattere gnoseologico predominante
nell’idealismo, mentre non arriva a dar ragione di quella ch,’è la realtà
oggetto dell’esperienza comune e delPindagine scientifica, nello stesso
tempo impoverisca e disperda in schemi logici (la dialettica) rintimità
della vita spirituale e il senso del mistero, del Trascendente, in essa
implicato. Di queste difficoltà M. non sembra inconsaper vole,
come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al Congresso degli
scienziati. Qualche volta mi sono
posto dinanzi al fatto scienza, per vedere la mia posizione personale, la
posizione del mio spirito di fronte a questo fatto: prima di tutto per
definirlo. La mia definizione non dico che sia quella esatta, e potete anche
respingerla, se la trovate inesatta, oppure insufficiente: credo che sia
Pindagine e il controllo dei fenomeni che cadono sotto la nostra
sensibilità e sotto quella degli strmnenti che noi possiamo adoperare...
Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo diciannovesimo ha
fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c’è dubbio che la
scienza tende al massimo fine; non c’è dubbio che la scienza, dopo
avere studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il
perché. Il mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa
arrivare a spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di
mistero, una parete chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una
sola parola: Dio. Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra
scienza e fede. Queste sono polemiche di venti o trent’anni fa. La
filosofia ha il suo campo, quello dello spirito. Vi è una zona riservata
alla meditazione dei supremi fini della vita. Quindi, la scienza parte
dall’esperienza, ma sbocca fatalmente nella filosofia e, a mio avviso, solo la
filosofia può illuminare la scienza. Il testo, forse preso da nn
resoconto stenografico, non deve essere stato riveduto; ci siamo permessi
qualche ritocco. Il problema è troppo grave e complesso per discuterne
qui, tanto più che, come s’è detto, res sub judice adhuc est. Ma i
termini di esso sono ben quelli posti da M.: il mondo della conoscenza e
della scienza è (juello dell’esperienza sensibile (così come il mondo
della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà);
il problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti
gli altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema
filosofico cb’è insieme un problema religioso. Si comprende,
quindi, il tono diverso del discorso tenuto il 26 maggio 1929 al
Congresso dei filosofi: rivendicato il merito del Fascismo per i valori
dello spirito e della cultura; e riaffermata la sua convinzione su
l’importanza della filosofia cbe, se fatta in mezzo alla vita
contemporanea, (( serve ad animare gli orientamenti pratici dell’azione
quotidiana », riconosce cbe c’è un lamento generale, in Italia e fuori, perché
l’arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza : Siamo in im periodo di transizione,
siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo affaticati
da problemi di ordine empirico materiale... D’altra parte, io penso che la
grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche tempo
avremo una grande filosofia, ima grande poesia, una grande arte. I materiali
per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo ». Quali
sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere
una nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di
Mussohni? Comincia di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento,
perché, mancando accenni più espliciti, dobbiamo servirci più d’induzioni che
di dimostrazioni. Ci soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti
che permette di arguire, con sufficiente approssimazione, quale sia
la sua intenzione. Anzitutto è chiaro che una parte almeno di quei
materiali deve essere costituita da quanto di meglio possono offrire i
principali indirizzi del pensiero filosofico contemporaneo. E però la mente
corre, in primo luogo, a quelle correnti dipensiero che anche in Italia
ebbero grande divulgazione al principio del secolo, e alle quali
anche M., in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la formazione
della sua mentalità : vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo e il
pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non
essere stato mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior
cautela per non presentarlo, quindi, senz’altro, coirne un idealista.
Questo binomio, o dilemma che dir si voglia, vale meglio per la
generazione, cresciuta subito dopo, esclusivamente dentro l’atmosfera
dell’idea- Jismo italiano. M. s’è formato, in un primo tempo,
dentro il clima mentale europeo; e però non è stato mai positivista
perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di cpiella critica del
positivismo che veniva eseguita, pm* dentro di esso, dagl’indirizzi di
pensiero ora ricordati. I risultati principali di quella critica ftuono
questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi
intellettualistici del determinismo scientifico e del pesante grossolano
positivismo, a sfondo materialistico, ma ravvivata dal senso della novità
e della creazione, per cui il fenomeno si presenta sempre come qualcosa
di singolare; il primato dell’intuizione che meglio di tutte le analisi
concettuali coglie l’intimità delle cose e quella vita della
coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere lo slancio vitale
che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche
dell’azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo
inserendovi l’evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo,
questo, per mettere in rilievo (e d’altronde appartiene alla cultura filosofica
corrente) quanta "vivacità e freschezza di idee fossero contenute in
tale mo- Quaderni vimento di pensiero, che contribuì come nessun
altro mai nella storia delia filosofia a dileguare dalle menti
secolari abitudini scolastiche, a render più agile e penetrante
Tin- telligenza, a dar vita nuova alla cultura, a far sentire la
superiorità dell’azione su un pensiero astrattamente speculativo. Ma
neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le deficienze di
quel movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo, restava
preso nell’orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi dominante.
Il contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova
scienza fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo
materialistico. Ma fuori di H non potè e non può andare: quando,- già nei
fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d’ordine metafisico,
di quelle verità eterne )) che
reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita deU’uomo, riuscì ben misera
cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e molto più del
pragmatismo. Quell’intuizionismo conchiudeva in una svalutazione,
non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma
della stessa vita cosciente, ridotta a un
fluire » evanescente, a cui soltanto la mirabile arte dello
scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di quel vuoto
ed e ffim ero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare buon
viso? L’azione per l’azione è come l’arte per l’arte: una
frivolezza. L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del
pensiero che la illumina e guida, diventa il principio di un
volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo aU’idealismo
italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa nostra, per
cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto, d’un
tratto, l’Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico
contemporaneo), ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto
più materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussohniana
abbia assor- l»ito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente
originale e duraturo quest’idealismo: Vacuto senso storico dei problemi e
la concezione spirituale della vita ( 1). Anche qui, anzi qui a
maggior ragione, dobbiamo resistere alla tentazione di allungare il nostro
studio con citazioni di pensieri e di atteggiamenti M.ani, che balzano alla
memoria in folla. I suoi scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti
rivelatori del suo orientamento mentale così nelle grandi questioni
internazionali come nel più modesto travaglio intorno ai dati della statistica,
sono ben vivi e presenti al pensiero e al cuore di ogni italiano,
anche se la riflessione comune inclini a trasvolare su i particolari per
coglierne e sentirne l’animazione del tutto. Piuttosto, fermiamoei un momento
per determinare i limiti entro i quali quei prineipii dell’idealismo
trovano un’eco nella mentalità M.ana. La questione (ripetiamo ancora una
volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa non ancora da
lui dichiarata e definita: sì che si corre il rischio di sembrare che si
voglia sostituirsi a lui nell’interpretazione del suo pensiero, ovvero
(peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del
nostro meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque,
fissare questi punti, a nostro avviso, di fondamentale divergenza del
pensiero M.ano da quello idealistico. In primo luogo, la sua lontananza
dalla concezione idealistica in quanto questa è ispirata ad un
assoluto storicismo che erige metafisicamente la Storia al signifieato e
valore dell’Assoluto. Questa metafisica, che si risolve in un panteismo storico », non è, ci sembra. Come
espressione estrema della sua adesione all’idealismo si debbono considerare le
prime pagine dello scritto La dottrina del Fascismo. nella convinzione di M..
Il quale, giustamente, per quanto riponga tutta la dignità dell’uomo e
della storia nel valore spirituale, ha troppo preciso e sicuro il
senso della finitezza deU’umano: del limite che, mentre potenzia il
pensiero e l’azione dell’uomo, ne delinea insieme esattamente i confini. In
altri termini, egli ha una concezione più veramente storica della Storia.
Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza da quella specie
di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come
residuo deU’hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere
fondamentalmente razionalistico. In questo punto. M., se non
c’inganniamo, tradisce il carattere schiettamente cattolico della sua
mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c’è, meglio che sia quello
religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si passa, quindi, ad
una considerazione apparentemente opposta alla precedente: l’idealismo è
troppo umanistico )>: il suo
razionalismo affievolisce e smorza nell’uomo l’impulso aUa lotta e al
sacrificio, l’anehto del futuro, il senso <( pericoloso » della vita,
l’audacia dell’iniziativa e il gusto dell’eroico. Nell’uno come
nell’altro caso l’uomo è agito dalla Storia, dallo Spirito Universale, da
una dialettica » che per ((
deificarlo )) istrada ogni sua azione e pensiero lungo una legge
impersonale che ha la rigidezza del fato (1), e lo spersonalizza. All’i
mm anentismo, storico o razionalistico, manca una parola magica: la fede. Se la
usa, ne storpia il significato. La storia non è un itinerario
obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende » (Discorsi della
rivoluzione). Proprio per questo, poi, essa non può esser lasciata in
balìa di se stessa, secondo che vorrebbe la crociana religione della
libertà». Di qui la necessità dello Stato, e degli
Stati. Pronunziare questa parola, tuttavia, è presentare il problema più
arduo e assillante per l’attuale coscienza contemporanea. M. lo sente, lo
dichiara. Ci è venuto, a questo problema, lentamente: Nella gioventù io non credevo affatto: avevo
inutilmente invocato il nome di Dio » (Ludwig, Colloqui). Invece, già
afferma: Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il
coraggio ai suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini
religiose, può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di
Federico Florio». (Popolo d’Italia»). Non si può compiere nulla di
grande se non si è in stato di amorosa passione, in stato di misticismo
religioso » [Discorso alla Scissa di Milano). Fede dell’uomo in se
stesso? E fede del fascista nell’idea stessa del Fascismo? Certamente, anche
questo. Può » gli domanda Ludwig
(pag. 224 di Colloqui) un discepo'lo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede?
». M. gli risponde: In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa». E in
Gerarchia» [Viatico): Il Fascismo vince e vincerà finché conserverà
quest’anima ferocemente unitaria e questa sua religiosa obbedienza,
questa sua ascetica disciplina. Fede, dimque, non relativa, ma assoluta
». Ma l’assolutezza di questa fede nell’Idea esclude la fede
propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La fede in se
stesso, che direbbesi meglio fiducia »,
se non ha da essere mero calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere
alimentata da una forza superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa?
Al filosofo idealista questo sembra un problema insolubile: o si ha fede
nelle proprie forze, egli dice, e si può procedere all’azione ; ovvero nelle
proprie forze non si ha fede, e allora nasce la sfiducia e l’inattività.
Il dilemma, come sono tutti i ragionamenti fatti a fil di logica, è
troppo semplice: lo spirito umano è molto più sottile e complicato di
ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo se dal pensiero di M.
possiamo ricavare qpialche luce. Qualche volta egli ha accennato a
un processo interiore come a fonte comune così della politica come dell’arte.
Alla prima mostra del Novecento italiano disse: Ieri sera, dopo avere
attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato
il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto
di meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la
politica e l’arte? Quale tra il politico e l’artista? È possibile di
stabilire una gerarchia fra queste due manifestazioni dello spirito
umano? Che la politica sia un’arte, non v’è dubbio. Non è, certo,
una scienza. Nemmeno mero empirismo. È, quindi, un’arte. Anche
perché nella politica c’è molto intuito. La creazione politica, come
quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione subitanea. A
un certo momento l’artista crea coll’ispirazione, il politico con la
decisione. Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi
inseguono un ideale che li pungola e li trascende. Egli prosegue
domandandosi se la guerra e il Fascismo abbiano lasciato tracce nell’arte
: Il volgare direbbe di no perché, salvo il quadro A noi, non c’è nulla
che ricordi e ohimè! fotografi gH avvenimenti trascorsi o riproduca le
scene delle quali fummo in varia misura spettatori o protagonisti. Eppure
il segno degli eventi c’è. Basta saperlo trovare. Questa pittura, questa
scultura, diversifica da quella immediatamente precedente in
Italia. (1^ Sembra in contraddizione, ma non Io è, la dichiarazione: Fra
tutte le professioni la più affine al mio spirito è quella dell’ingegnere
» (Saluto agli elettrotecnici, 25 settembre 1926). Ha un suo
inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina
interiore. Questa disciplina
interiore » è, dunque, un punto di coincidenza della pobtica e dell’arte,
e risulta da un’elaborazione lenta
e una divinazione subitanea ». La politica, l’azione, non è (( mero
empirismo ». Parlando del Luzzatti, disse : (( Egli aveva navigato
per tutti i mari e negli oceani dello scibile umano, senza cadere nelle
secche dello scetticismo e della negazione, perché egli credeva
fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio ideale ».
Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v’ha dub bio,
schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice; <( Il
giornalista diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a
vedere le cose non più sotto l’aspetto cinematico della contingenza, ma
in quello della trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i
problemi originari; quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un
atroce dolore sulla cima, si sente come liberato dagl’impacci che lo legavano
alla pianura e respira oramai nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il
giornalismo del quotidiano finisce e comincia la poesia. Poesia
dell’amore e della morte; della speranza e della rassegnazione; della vita
terrena e del di là seducente e consolatore. La precedente (( discipbna
interiore » consiste, dunque, in questo (( liberarsi » da ogni esteriorità,
vivere <( nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne »,
cercarsi (1) Coloro che ancor oggi seguitano a invocare un’arte
fascista», hanno meditato abbastanza queste parole? Il discorso termina
con una considerazione su l’arte che non ha nulla da invidiare, per finezza e
senso d’interiorità, alle Estetiche oggi più celebrate; Io guardo e dico:
questo marmo, questo quadro mi piace. Perché mi allieta gli occhi, perché
mi dà il senso dell’armonia, perché quella creazione vive ed io mi sento
vivo in lei, attraverso il brivido che dà la comunione e la conquista
della bellezza ». alla radice del proprio essere sino al punto in cui
all’a a- spetto cinematico della contingenza » subentra (( quello
della trascendenza. Lì la poesia s’incontra con la Religione.
L’immagine più divulgata di M., anche all’estero, è quella di una potente
e fiera e intransigente volontà: egli è un dominatore ». Chi non ricorda il motto: agli amici, tutto il bene, ai nemici
tutto il male possibile » ?. I Colloqui del Ludwig hanno ancor più
divulgato il senso suo della
solitudine interiore, e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini
fatto di compassione e di disprezzo. Trascendenza, ch’è anche (s’intende!)
immanente, come senso morale e religioso, aU’uomo. In questo significato
si parla ^immanenza nel discorso su La Riforma legislativa (12 maggio
1928, al Senato): E vengo allo Statuto. Bisogna intenderci, onorevoli
senatori... Siamo sul terreno dell’archeologia o della politica? 0, se volete,
siamo sul terreno dell’immanenza o su quello della contingenza? Si è mai
pensato che una costituzione od uno statuto possano essere eterni e non invece
temporanei? Immobili e non invece mntevoli? Di immanente, onorevoli
senatori, di eterno, non vi sono che le leggi religiose. Il decalogo, ad
esempio, è immanente: dieci articoli che vanno bene per tutti ì popoli,
per tutte le altitudini, longitudini e latitudini ». Il Bescson, nella sua opera recente, Les deux soiirces de
la morale et de la religion, dice: Nous n’irons pas jusqu’à dire qu’nn
des attributs du chef endormi au fond de nous soit la férocité. Mais il
est certain que la nature, massacreuse des individus en méme temps que
génératrice des espèces, a dù vouloir le chef impitoyable si elle a prévu
des chefs. L’histoire tout entière en témoigne.
Cosi egli ha, in certo modo, spiegato e inquadrato il principio
nietzschiano della volontà di potenza »,
facendone un principio della vita politica. Cfr. M. in Colloqui: a La tendenza
all’imperialismo è ima delle forze elementari della natura umana, appunto
come la volontà di potenza. Io non posso avere amici, io non ne ho. Ludwig gli
chiede quando egli si sentì più solo: da giovane, fra i suoi compagni di
partito, ovvero oggi ch’è il Duce del Fascismo? Oggi, disse egli senza
esitare. Ma anche prima: in fondo, fui sempre solo. Vedi
specialmente il Preludio al Machiavelli (in Gerarchia», maggio 1924). Ma,
di disprezzo, soltanto, egli dice (Colloqui), l’nn per cento. Questo
è l’uomo e il mondo guardato da un lato. Ma M. ne eonosce anche un altro
: eccolo. Egli (Arnaldo) fu un buono-,
il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo conciliarsi
con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del proprio
dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale
gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può
essere scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita:
questo dà la misura della vera grandezza di un’anima! Rimanere buoni,
malgrado tutto. Il buono non si domanda mai se valga la pena: egli
pensa che vale sempre la pena. Soccorrere un disgraziato, anche se
immeritevole; asciugare una lacrima, anche se impura; dare un sollievo
aUa miseria, una speranza alla tristezza, una consolazione alla morte:
tutto ciò significa non considerarsi estranei aU’umanità, ma partecipi
— carne e ossa — di essa : significa tessere la trama della simpatia, con
fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono migliori »
{Vita di A.). Siamo, dunque, passati d’tm tratto, da Nietzsche a Tol-
stoi? L’apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra. Il principio
nietzschiano s’è venuto trasformando nell’animo e nella mente di M. in un
principio d’interiorità spirituale, che liberando l’uomo da ogni
interesse mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà
la forza di dominarlo; ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine
di se stesso, gli fa scoprire la sorgente eterna d’ogni valore
spirituale, la quale è, in fine, anche, la fonte segreta della sua forza
e azione nel mondo. Ciò ch’è grande nell’uomo, diceva Zarathustra, è
Tesser egli un ponte, non già una mèta. Questa nota superumanistica )), come superamento del mero
umanismo, Cfr., 611 questo punto, Appéndice, II. è ben rimasta in M.. Così
come lo spirito di spregiudicatezza mentale, Tantifilisteismo,
rantidemocratismo, l’avversione alla
vita comoda » e l’istinto
guerriero > 1 . Ma egli non può più essere persuaso di quel
baccanale dell’Io in cui si risolve l’anticristianesimo del
Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa
dell’umanità. Il Titanismo, ancbe senza i fulmini più di nessun Giove, si
abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la
coscienza di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole
ancbe la coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua
azione. Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è
falso. Il che non fa meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero
critico, esaurire le ragioni della vita e della fede? Se tale esaurimento
riuscisse alla filosofia e alla riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con
essa scomparirebbe anche la vita. È misticismo, questo? Si, è
misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al filosofo illuminista, non ha
fatto paura ad un filosofo come Bergson. C’è misticismo e misticismo, del
resto: anzi, innumerevoli misticismi C’è quello buddistico e c’è quello
del Nietzsche (ch’è, anch’esso, un misticismo, per quanto opposto
all’altro). C’è un misticismo pagano e un misticismo cristiano: il Bergson
ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e della
religiosità. C’è un misticismo protestante e c’è un misticismo cattolico:
questo secondo è il meno mistico di tutti. Coinè la pensa M. in
questo punto? Lasciamo a lui la parola. Arnaldo era im credente, ma non
com’egli disse nell’ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista —
credente in un Dio generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito,
Cosmo, Essenza; ma in Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della
Terra, e nel suo Figliuolo che un giorno premierà nei regni ultraterreni
le nostre poche virtù, e perdonerà, speriamo, i molti difetti
legati alle vicende della nostra vita terrena » {Vita di A.). Questa, la fede
di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo : (( Tutto quello che fu
fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai liberato dalla
materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale e
universale di Dio. Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a
entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il
nostro assunto: che il problema filo- Nei Colloqui del Ludwig, dopo di
aver accennato alla possibilità di una soprannaturale apparizione»,
aggiunge: Negli ultimi anni si è in me rinsaldata la fede che vi possa
essere una forza divina nell’universo. Urìstiana? Divina, ripete egli con un movimento della
mano, che lasciò la mia domanda in aria. Gli uomini possono pregare Dio
in molti modi: si deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo.
Quella forza divina nell’universo » non
è in arnionia col principio d’interiorità puramente spirituale da noi
precedentemente posto. L’oscillazione spiega anche la sua ammirazione, su
tutti i Dialoghi di Platone, per il
sublime » Fedone, la cui prova dell’immortalità dell’anima dopo di
averne esposto acutamente i punti centrali —reputò incatenante, consolatrice,
perfetta... di un’evidenza assoluta » (vedi Nota su l’immortalità del-
Panìma, in Gerarchia). Così anche l’antitesi cristiana-divina potrebbe far
supporre un’incertezza che, certamente, non è nel pensiero di M.. 11
quale s’è espresso altrove diversamente. Parlando Per il settimo annuale della
fondazione dei Fasci (28 marzo 1926), disse: Il sacerdote di quella religione
che è dei nostri padri e nella quale crediamo, ha consacrato
sessantasette gagliardetti dei vostri gruppi». Negli stessi Colloqui del
Ludwig, ritornando su un argomento discusso già in Senato nel discorso
per la Conciliazione, è ribadita, sì, la sua opinione che, se il cristianesimo non fosse giunto nella
Roma imperiale sarebbe rimasto una setta sofico e quello religioso
sono tra i problemi più vivi nel pensiero e ueU’animo di M.. E crediamo
di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della
seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte
sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero
nuovo e originale si domanderà, e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti
in questo diciam pure così —
spiritualismo fascista? La risposta non può esser dubbia: lo
spiritualismo M.ano è orientato verso un principio di pura interiorità,
in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della filosofia e della
religione, dell’arte e della vita sociale-politica, della scienza e della
storia lunana. Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a rigor di
termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e ebraica » ;
ma, egli dice, si deve aggiungere che
tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima l’impero, poi la nascita di
Gesù, e finalmente Paolo apinodato a Malta e giunto qui. Sì, certo, così
era predestinato da una Provvidenza che dirige tutto. Forse più
caratteristica di tutte è la dichiarazione seguente: Il cupi» dissolvi
non appartiene alla religiosità dei ruraR italiani. Il contadino italiano non
si angustia troppo, per sapere se l’inferno c’è o non c’è. EgU si mette
in regola per il caso che ci sia, e basta» [Tempi della rivoluzione
fascista). D cupio dissolvi non è, certamente, del misticismo M.ano : ed è del
tutto giusto che tale religiosità dei
rurali è perfettamente italiana ». La Sarfatti l’ha giudicato bene:
Austero e rude, malgrado i suoi sporadici tentativi di rivolta, è in fondo un
cattolico asceta-guerriero » [Dux). Qui non si deve costruire: si dovevano
soltanto indicare i mate- riaU » e
il punto di vista » che, presumibilmente, nel pensiero di Musso-
Rni, potranno servire alla filosofia da lui auspicata. Chi desiderasse
una prova ulteriore della origiuaRtà e fecondità deRo spiritnaRsmo
mnssoR- niano, potrebbe confrontarlo, ad esempio, con queRo deU’ultimo
Bergson, il forse anche il dovere: ché, quando il filosofo si
avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il
rischio di sbandarsi. È, bensì, vero che la filosofia pervade tutta
la vita, tutti i campi della realtà; ma, cosi considerando le cose, il
filosofo si trova riportato al livello di ogni uomo, e non sempre,
allora, egli può competere con gli altri per ampiezza e ricchezza di vita
e di esperienza. Ma lasciamo andare la questione dei diritti e dei
doveri. Sta di fatto che questo saggio, per quanto voglia esser modesto,
non può terminare qui: non si può trattare del pensiero di M. senza
almeno un cenno al suo capolavoro. Il capolavoro di M. è lo Stato
fascista, il quale è, bensì, un’opera di creazione politica, ma è
tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben
consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo
cercato di ricostruire dianzi sulla base de’ suoi scritti e delle sue
dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere
di aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi
esposta precedentemente. In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi
dovremmo far vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo
Stato fascista chi si pone da un punto di vista filosofico e religioso
diverso da quello del suo creatore; e in secondo luogo, passando al lato
positivo, che in tale creazione politica agiscono quegli stessi motivi
originali di interiorità e senso della trascendenza che noi abbiamo
indicati prima come posizione peculiare del suo atteggiamento
mentale quale, anch’esso, fa leva sugli stessi principi
fondamentali dell’interiorità e della trascendenza. Ma, mentre nel
filosofo francese tale interiorità oscilla fra biologismo e psicologismo,
essa si pone nell’italiano, passato attraverso l’idealismo, con la
possibilità (non vogliamo dir di più) di una determinazione più pura. E
similmente si dica per il Dio bergsoniano. Le differenze si riflettono,
poi, anche nella diversità di concepire la funzione dello Stato, tanto
dal lato sociale, quanto da quello della storia in generale. e spirituale
in rispetto a tutti i problemi della realtà e della vita. Come
premessa comune a entrambi i lati del problema cbe qui si presenta,
bisogna far attenzione a questo fatto: die noi ora passiamo a considerare
!’(( uomo » non più nella sua intimità e interiorità, in quella
solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e
politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo
storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di
ogni giorno. La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo
mondo; la sua personalità egli la deve costruire come individualità
cbe ha un significato e xm valore essenzialmente sociale; egli ha
qui per giudice, non più Dio direttamente, ma il mondo della storia e
della civiltà umana. L’uomo del senso comune, ch’è spesso anche l’nomo
del buon senso, può trovare motivo di diffidare, anzi di sorridere, di
ogni spiritualismo che non tenga conto di una tale condizionalità : che
parli di nn’interiorità che si consuma dentro se stessa senza prodursi
nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai realizzare
una spiritualità pura, incorporea. Invece, lo spirito umano ha bisogno del
corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali: bisogna
far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per
questo la questione economica non è nna questione spirituale anch’essa:
l’animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l’animale non
ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il
vestir panni e le altre necessità della vita, si presen- (1) Le
filosofie neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo- fra la
metafisica e la lirica sono perniciosissime per i piccoU cervelli (ilarità). Le
filosofie neospiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al
palato... ma bisogna digerirle!... (ilarità) ìì: M., nel primo discorso
parlamentare (Discorsi dal banco di deputato). tano, non come cose a cui
pensa la natura o il caso, ma come risultato della sua libera attività,
del suo lavoro e ingegno; è per l’uomo, in quanto la società gli rende
possibile la sua vita, che il lavoro è, oltre un diritto, xm dovere: un
dovere sociale. Ma, d’altra parte, è pure ovvio che la spiritualità
della questione economica esprime soltanto la condizione umana di quella
spiritualità più profonda che l’uomo trova nella sua pura interiorità ; e
che scambiare la questione economica con la questione morale, come fece il
socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi
con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po’
troppo lunga; ma essa era necessaria per spiegare nel modo più breve
la nostra insoddisfazione per tutte le teorie fin qui addotte su lo Stato
fascista. Preghiamo, con piena sincerità, il lettore di non sospettare
che si abbia noi la pretesa di possedere il segreto di quella teoria.
Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare che innanzi all’opera di M. ci
sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche gli altri confessassero
questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista s’è scritto oramai una
biblioteca, fra l’Italia e l’estero. E naturale che gli scritti migliori siano
quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di prim’ordine per
cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che avviene nei
commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia', c’è
qualcosa che, dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella
poesia e nell’arte si può dar la colpa alla critica che non arriva mai a
tradurre in concetti l’intuizione sentimentale. Qui, nell’opera politica di M.,
a noi sembra che la colpa sia dei teorici che restano al di sotto del
punto centrale in cui lavora il suo genio creatore fra problemi di azione e di
pensiero che costituiscono la sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche
cenno più esplicito. La letteratura su accennata può dividersi in opere di
economisti, di giuristi, di politici, di filosofi. I discorsi
fatti in generale sono, necessariamente, sempre un po’ vaghi. Ma noi qui
abbiamo un interesse ben determinato, e non abbiamo nessun dovere di
allontanarci da esso per entrare nella discussione dei particolari. A
cominciare, quindi, dai filosofi, dichiariamo che una filosofia capace di
penetrare in ciò che ha di più singolare lo Stato fascista non esiste
ancora. I filosofi che ne hanno fin qui parlato (e alludiamo non soltanto
agli itahani, ma anche agli stranieri), s’indugiano ancora in posizioni
che M., anzi la storia guardata dal punto di vista fascista, s’è lasciato
dietro le spalle. Ad esempio : c’è chi è ricorso allo Hegel per
dimostrare ch’egli è il vero precursore della nuova civiltà del
mondo inaugurata dal Fascismo. Non c’è bisogno di molta dottrina
per far osservare che nel secolo intercorso fra lo Hegel e il Fascismo
sono avvenute queste cose fondamentali; la critica fatta allo spirituahsmo
idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da una parte, e
del liberalismo dall’altra; e poi la critica, che già corre per il mondo,
del Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le
ragioni di richiamare quello spiritualismo astratto alla base
materiale-economica per intendere il concreto mondo storico e agire in
esso. Il liberahsmo ebbe altrettanta ragione di non volerne sapere di quel
teologismo, perché quel che a lui premeva era la libertà dell’uomo, e
però dell’individuo vero e reale. Oggi il Fascismo ha superato, per
parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non soltanto l’astrattezza ed
erroneità dello hegelismo, ma anche l’angustia mentale (ch’era una astrattezza
ed erroneità opposta) comune al marxismo e al hberalismo. Come ritornare, dopo
questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora, ricominciamo da Platone e da
Aristotele! QÙRnto inchiostro versato in questi anni per dimostrare che
non c’è Hbertà senza autorità; che l’individuo s’identifica con lo Stato;
che economia etica e politica sono la stessa cosa; che la sovranità dello
Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto fuori di sé, ed
altrettali filosofemi caratteristici della filosofia hegeliana! La quale
risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in un
processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l’Assoluto
metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i
concreti problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non
intendiamo, con questo, di dire che tanto inchiostro sia stato versato
inutilmente. Tutt’altro! È stato del tutto opportuno, per rinfrescare la
memoria delle persone colte e per dirozzare la mente degli ignari su
quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo e della
civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni
sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per
cogliere questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che
veramente dànno il nuovo senso
dello Stato », contenute nel discorso del Duce all’Assemblea quinquennale
del Regime. Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione
stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e
altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista?
Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le
vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C’è un concetto che
ritorna frequentemente in tutte le definizioni : quello della personalità
dello Stato, come di una personalità superiore che assorbe, o deve
assorbire, quella inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta
poca riflessione per accorgersi che quello Stato è una formula, una
realtà anonima, una personalità che è tale soltanto nel senso in cui si parla
di (( persona » in giurisprudenza quando si vuol dire di un ente o
istituto che ha un riconoscimento dalla legge ed è (1) Son riportate
e illustrate in Appendice, V. Quaderni soggetto » di diritti. Ossia, è una
personalità ehe è il massimo della impersonalità. La personalità, inveee, dello
Stato fascista consiste in questo: che c’è un Capo, una personalità e
volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la complessa vita
statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo politico-giuridico
con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità, resta come un
presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare, perché,
appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica e
politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della
coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da M. nel suo Preludio al
Machiavelli) (1). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che
l’ordine e la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante,
così il Fascismo pensa che per uno Stato forte e capace di contar
qualcosa nella determinazione della storia mondiale, quel che più conta è
la volontà e capacità di chi siede al governo, dirige e determina la via
da seguire. In quella volontà si debbono organizzare tutti i voleri,
in quella personalità debbono prender corpo tutte le gerarchie, classi e
categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione. Gerarchie, classi
e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del corpo politico,
sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato, espressa in
sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo e alla massa
altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di
autorità? Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica
che per dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare
ugualmente bene l’opposto. M. non s’è mai indugiato in tali esercitazioni
: dichiarando che la libertà è un
mezzo, non un fine » ha risolto la questione perentoriamente. Questo
è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare
un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici
stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione
della Storia, e non s’è ancora accorto che la Storia la fa non
l’individuo isolato con la sua astratta libertà, ma l’individuo in quanto
volontà e libertà organizzata in quell’organismo spirituale che è
lo Stato. Sono gli Stati che decidono del mondo storico-sociale,
non gl’individui come tali: così come sono gli eserciti che determinano
la vittoria, non i soldiati singolarmente presi (1). Stato etico )), si dice: e questo, si
aggiunge, almeno questo, è pure un concetto di marca schiettamente
hegeliana. Per cui, dall’altra parte, si protesta: eccoci tornati, col
Fascismo, alla (( morale di Stato )), alla
morale governativa » : quale aberrazione filosofica e morale ! Se
non che, anche qui, non si può raccomandare abbastanza di non perdersi in
queste discussioni, e di attingere direttamente alla fonte delle parole e del
pensiero di M.. Prendiamo un passo:
Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista,
perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di
rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe
lo Stato se non avesse im suo spirito, una sua morale, che è quella che
dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire
dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla
quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta e del disprezzo. Lo
Stato Fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è Cattolico, ma
è Fascista, anzi sopra- Nella silenziosa coordinazione di tutte le forze
agli ordini di uno solo, è il segreto perenne di ogni vittoria » {Tempi
della rivoluzione fascista, pag. 166). Non basta, dunque, dire con
Tidealismo che il mondo storico è una creazione dell’uomo. Bisogna
aggiungere; deU’uomo organizzato nella società, e in primo luogo in quella
forma più potente di società h’è lo Stato fascisticamente inteso.
3tutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattoli-
cismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi,
sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola
» (1). Vediamo di non cambiargli le carte in tavola. Contro una
Chiesa che, movendo dal principio di esclusivo monopolio nella direzione delle
coscienze, tende a tener per sé, come si dice nel linguaggio scolastico
(del tempo in cui si faceva questione fra Papa e Imperatore per il
governo del mondo), tutto (( lo spirituale », e a lasciare allo Stato la
sola cura dei beni materiali: contro tale Chiesa M. adduce, di pieno
diritto, la rivolta della sua coscienza, del suo senso di Capo di uno Stato
moderno, che sa di governare degli uomini liberi e non già un
gregge, di guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già
di essere un sentplice amministratore di beni, ed afferma il carattere
spirituale dello Stato e il fondamento morale che sostiene la sua
autorità di Capo. Ma da questo al concetto che risolve il problema
morale nel problema dello Stato, c’è un molto rispettabile intervallo,
anzi xm abisso, che a noi non risulta in alcun modo che M. abbia mai
tentato di varcare. Stato unitario, totabtario : tutto nello Stato, per
lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla contro di esso. E può
essere diversamente data la nuova concezione fascista? Come in guerra
tutte le forze materiali e spirituali della Nazione vengono organizzate,
senza residuo, per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato fascista
ha bisogno di tutte le forze, fisiche, morali e intellettuali, de’ suoi
cittadini per vincere quella più grande battaglia che determina il posto di uno
Stato nel mondo e il corso della storia stessa. Discorso aUa Camera
per Gli accordi del Luterano. (2)
Io considero la politica come una milizia o combattimento (Tempi
della rivoluzione fascista). Il Fascismo non vuole, dentro Quindi nulla,
di quanto l’individuo può dare, sfugge all’interesse dello Stato
fascista: la sua ctdtura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la
stessa sua coscienza religiosa. Ma questo non implica un assorbimento » del-- l’individuo nel
senso che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità ! Tutt’altro : lo Stato
fascista ha ogni interesse, anzi, a potenziare la personalità fisica e
morale dell’individuo, a sollecitarne la libera iniziativa, a trar
profitto dalla sua vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra, anche
dalle sue ambizioni e dalle legittime aspirazioni al benessere e
agli agi materiali. Non, dunque, che sia erronea la così detta
identificazione dell’individuo con lo Stato; ma, presentata in quella dialettica
astratta, non dice nulla di positivo, e può condurre, ripetiamo, anche a dire
il contrario ( 1). Così, per la questione economica. Stato corporativo,
sì, certo : è un caposaldo dello Stato fascista, che qui si lascia
di nuovo dietro le spalle il socialismo e il liberalismo insieme.
Ma se da questo si vuol dedurre che l’originalità e importanza dello Stato
fascista sia tutta in questo punto, nell’aver immessa una coscienza statale » nel giuoco degli
interessi lo Stato, la lotta: vuole, anzi, Tarmonia e la
collaborazione. Ma nel confronto con le forze estranee sente che la vita è un combattimento continuo,
incessante », da accettare con grande
disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza necessaria » {Per il
settimo annuale della fondazione dei fasci). Non si tratta di mera coincidenza
o non coincidenza della volontà deU’individuo con quella dello Stato, ma
di un processo che si può ben chiamare di educazione dell’individuo per
opera dello Stato fascista : La
politica è l’arte di governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare,
educare le loro passioni, i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi
d’ordine generale che trascendono quasi sempre la vita individuale perché
si proiettano nel futuro ». L’individuo, infatti, non educato politicamente,
tende a evadere continuamente: tende a disubbidire alle leggi, a non
pagare i tributi, a non fare la guerra: pochi sono coloro — eroi o santi
— che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato » (Preludio al
Machiavelli), Sul concetto di Stato fascista come Stato educatore, ved.
Appendice, pag. 55. materiali che governano l’economia di un
Paese, c’è l’evidente pericolo di fare del Fascismo un’antitesi, sì, del
comuniSmo e bolscevismo, ma su lo stesso piano. In somma: economia,
etica, politica sono, bensì, legate indissolubilmente nello Stato
fascista, ma non per questo l’una è la stessa cosa dell’altra. E
veniamo, infine, alla tanto dibattuta questione religiosa. Stato confessionale?
No, certo: si è detto e ripetuto. Allora, Stato superconfessionale » ? Sì, certo,
nell’ovvio senso in cui, negandosi che sia confessionale, si vuole
pure affermare la sua religiosità. La religiosità, si ha ima grande
premura di aggiungere e ripetere a sazietà,
immanente ». Non ha detto il Duce: (( tutto nello Stato, nulla
fuori dello Stato »? Ma la conseguenza, al solito, è tratta troppo
facilmente, con una argomentazione che, per voler esser troppo profonda,
resta alla superficie della questione e del pensiero di M.. Il quale non
ha mai sognato di fare della religione una questione meramente politica. Dal
dire che lo Stato fascista ha estremo interesse a coltivare la
coscienza religiosa della Nazione; a dire che, quindi, è lo Stato
stesso che crea quella coscienza e ne è l’arbitro, ci corre quel
solito intervallo o abisso che M. non consta abbia tentato di
abolire. Ancora una volta ! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da
esibire, e non pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti
del pensiero M.ano. Ci limitiamo a esibire dei (( materiali » e dei punti di vista », quali possono essere
rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo
: quella teoria (( immanentistica » è in accordo con ciò che consta del
pensiero e dell’azione mus- soliniana? Abbiamo addotto sufficienti
documenti in precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il
contrario. Diciamo meglio e di più: quel che consta è un’impostazione
del problema politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di
sviluppi nell’avvenire della coscienza politico-religiosa, non soltanto
degli Italiani, ma dell’uomo semplicemente, in universale. C’è un
fatto: che lo Stato ha affermato la sua assoluta sovranità nel mondo
dello spirito storicamente considerato ; e contemporaneamente la Chiesa
ha rinunciato a entrare più nelle questioni interne allo Stato e nelle
competizioni, di qualsiasi specie, fra gli Stati. Le due sfere si sono,
per la prima volta dacché esistono, delineati e definiti esattamente, per
lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con questa reciproca
delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto : quindi né
assoggettamento della sovranità dell’uno all’altra, né separazione nel
senso che l’uno non voglia saper nulla dell’altra. Lo Stato fascista,
proprio perché è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini
bergsoniani, ci sono due fonti, o si dica due punti di vista, della vita
morale e religiosa dell’uomo, a seconda che questa si consideri nella
realtà sociale-politica della storia, ovvero in quella interiorità dell’uomo e
della personalità ch’è la sua spiritualità pura. Abbiamo spiegato a
sufficienza, dianzi, che questi due punti di vista non si escludono, anzi
sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo Stato fascista può,
dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti,
quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi
fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per
il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo
quegli stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza
all’autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo.
Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza
religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che pon termine a un
dissidio rimasto, secondo Fespressione di M. stesso, come una spina
confitta nel profondo dell’anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da
guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più
vasto e profondo: liberata dagl’interessi politici, accostarsi
sempre di più alle coscienze nella pura interiorità, parlare ad
esse un linguaggio più intelhgibile e persuasivo, rinnovare nelle menti
e nei cuori i motivi di quella fede che fece la sua grandezza in altri
tempi, anzi in ogni tempo. Solo per questa via alla conciliazione fra
essa e lo Stato potrà seguire l’altra fra essa e il pensiero moderno. ILa
Sarfatti {Dux) riporta dal giornale repubblicano, Il pensiero romagnolo », una buona parte di
uno studio giovanile di M. su La filosofia della forza, nel quale
sono riassunti i motivi della sua ammirazione per il Nietzsche, e insieme
quelli del suo dissenso da tale filosofia. I primi si risolvono nella
concezione attivistica della vita come creazione di nuovi valori
spirituali: Questa volontà di potenza,
che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o artistici o
sociali, dà uno scopo alla vita. Creare! Ecco la grande redenzione dai
dolori, e il conforto della vita. Il superuomo — ecco la grande creazione
nitciana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al
solitario professore di lingue antiche nell’università di Basilea questa
superba nozione? Forse il taedium vitae: della vita quale si svolge nelle
odierne società civili dove l’irrimediabile mediocrità trionfa. E
Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale; ma a un
ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno creduto le
generazioni passate ». Che il Nietzsche non abbia esposto
sistematicamente la sua filosofia, non importa: Ciò che v’è di caduco, di sterile, di
negativo in tutte le filosofie, è precisamente il sistema: questa costruzione
ideale, spesse volte illogica e arbitraria. L’avversione al sistema
», nel senso scolastico di una dottrina chiusa nel cerchio di astratte
definizioni e di procedimenti puramente razionali, dà, per lo meno
estrinsecamente, il carattere più originale della filosofia
contemporanea. Il punto veramente debole della concezione nitciana
è, invece, quello colto sin da allora da M., là dove posto il
principio che l’istinto di socievolezza
è inerente alla natura stessa dell’uomo », onde non si concepisce un individuo che
possa vivere avulso dall’infinita catena degli esseri », nota la
contraddizione in cui fatalmente doveva aggrovigliarsi il Nietzsche, il quale
(c sentiva la fatalità di questa che potrebbe dirsi legge della
solidarietà universale, sì che per uscire dalla contraddizione il
superuomo, l’eroe nitciano, dall’interno scatena la sua volontà di
potenza aH’esterno... Ma, o il superuomo è unico, e non ubbidisce a
leggi; o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale, e allora
rientra nella mandria. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la
società rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d’artificio Anche
l’anticristianesimo nitciano è veduto nel suo significato più positivo e, in
fine, contingente: Per comprendere questo feroce anticristianesimo nitciano,
dobbiamo esaminare alcun poco il mondo interno del Nietzsche. Egli
era profondamente antitedesco. La gravità teutonica e il mercantilismo
inglese erano ugualmente indigesti all’autore di Zarathustra. Forse il suo
anticristo è l’ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania
feudale, pedante, cristiana ». Il volumetto Giovanni Huss, il
veridico (Roma, Po- drecca e Galantara) è una buonissima monografia
di carattere schiettamente storico. L’intenzione anticlericale vi è aggiunta
nella Prefazione, e qua e là incidentalmente, e in ogni modo non oltrepassa il
limite doveroso del rispetto verso il Cristianesimo: verso di questo,
anzi, è evidente una sincera simpatia. Ancora ima volta Huss si difende dall’accusa
di eresia. Egli non si proponeva che la purificazione del clero
dagli elementi che lo demoralizzavano... Stridente antitesi! Mentre
i prelati alti e bassi della chiesa non miravano che ad arricchire, e
talvolta lasciavano in retaggio ai figli e ai nepoti ricchezze favolose,
l’eretico Huss, come il Cristo, null’altro lascia alPinfuori di alcuni
poveri indumenti. Huss non aveva solo predicato, ma anche praticato, e
come San Francesco d’Assisi aveva sposato coram populo, madonna Povertà.Gli
eretici parlano in nome del popolo e al popolo. È un ritorno al Vangelo,
eh’essi vogliono: un ritorno alla vita povera, ma solidale, delle prime
comunità cristiane. Non cosi, tuttavia, i seguaci di Huss, che (( superarono in
barbarie la Chiesa di Roma » : essi si ispirarono a Jehova, (( non al
mite apostolo di Nazareth.
Ispirazione, dunque, questa dominante nel volumetto su Huss, da
riformatore, e però morale, e in fine religiosa. La religiosità,
tuttavia, è concepita e sentita al di fuori di ogni dogma: Cosi [con
l’eresia di Huss], la storia della progressiva liberazione del genere
umano dai ceppi delle credenze dogmatiche non subisce di secolo in
secolo soluzione di continuità. Dal senso vivo d’interiorità (ch’è il
senso stesso della individualità e personalità puramente spirituale)
deriva, per contrapposto, tanto più vivo quello dell’esteriorità e del
dominio meditato della volontà sul mondo in cui l’uomo deve agire.
Negli scritti e discorsi di M. si accenna più volte ad un tale senso
della vita interiore, ch’è, poi, la fonte prima del problema filosofico e
religioso. Già nel 1914, fondando Il Popolo d’Italia», scriveva: Non
tutti i miei amici d’ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti ribelli
si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente, liberissimo,
personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun altro ». E nel
1929 (Su gli Accordi del Laterano », alla Camera) : (( Ecco che io mi son
trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare
le vene e i polsi di un uomo. E non potevo chiedere consiglio a chicchessia:
solo la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe
meditazioni ». Nei momenti più solenni l’uomo si sente solo: solo
con se stesso e con Dio ((( Cosi Iddio mi assista nel condurre a termine
vittorioso la mia ardua fatica »). Il Barnes {Gli aspetti universali del
Fascismo), scrive : È questa
l’attitudine di M. innanzi ai problemi pratici della vita: una profonda
coscienza del bene e del male, un infinito senso di responsabilità... Ne
deriva una continua autocritica ed un automartirio che, se non fossero la
sua fede, il senso di dovere verso la sua vocazione, il suo coraggio
morale, lo spingerebbero verso una vita contemplativa. Sant’Ignazio di Loyola,
e non Napoleone, è la figura spirituale che può essere compagna a M.
». Tenendo presente quanto abbiamo notato dianzi sul rapporto fra il
senso d’interiorità e quello del dominio della volontà sul mondo
esteriore, è facile vedere sino a qual punto colga giusto Fosservazione
del Barnes. Il paragone coglie un aspetto della personalità del Duce che
andava messo in rilievo contro chi vede di quella soltanto il lato
esteriore, l’atteg- giamento
napoleonico », del conquistatore o dominatore, o meglio, per dirla
con parola corrente e più vicina all’idea, del
realizzatore ». Ma quell’aspetto, separato dall’altro, vien fuori
deformato. Il senso d’interiorità è in M. anche la fonte segreta della
sua forza di volontà. In conchiusione, M. è una sintesi nuova che assorbe
e trasfigura interamente i vecchi termini in contrasto. Che cosa ci
pongono di fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in
arretrato di 50 anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le
fantasie dei positivisti : fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più
pericoloso del pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del
positivista. Tutto il processo di rinnovazione spirituale delle nuove
generazioni è a loro ignoto » [Nel quinto anniversario della fondazione dei
Fasci). Idealismo è il termine generale più acconcio a comprendere il
movimento della filosofia contemporanea sorto contro il positivismo che
aveva dominato la cultura europea nel periodo precedente a quello a cui M.
accenna. In quanto antipositivista, il pensiero M.ano si può hen
definire idealista. Che i fatti non si intendano senza l’attività del
pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio spirituale, è
verità messa in gran luce dall’idealismo contemporaneo, svoltosi poi in svariate
direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una parte, dalla
diversa valutazione del positivismo criticato; e dall’altra, dalla diversità di
significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima parte, la
critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo, l’esigenza
di concretezza, il senso della realtà dell’esperienza lunana (conoscitiva
e pratica): l’idealismo è andato d’accordo, qui, col positivismo nella
tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per ìa seconda,
l’atteggiamento generale dell’idealismo è stato per una rivalutazione dei
principii religiosi, di cui l’illuminismo aveva fatto troppo buon mercato :
senza di essi, infatti, neppiure s’intende il valore morale della vita e
il dovere del sacrificio per gl’ideali che fanno grande l’uomo. Ma,
poi, non sempre l’idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso
di concretezza del mondo dell’esperienza; dall’altro, il senso veramente
religioso della vita spirituale. I/idealismo assoluto, in modo
particolare, viene oggi criticato da entrambi i lati, ed è questa la ragione
per cui gli si oppongono, da una parte, correnti di pensiero più
vicine ai problemi dell’esperienza e della scienza, e dall’altra lo schietto
spiritualismo. Questi problemi, interni all’idealismo, sono presenti, sia
pure germinalmente, anche nel pensiero di M., sopratutto nelle pagine in
cui espone le idee fondamentali della Dottrina del Fascismo, che ora
passiamo ad esaminare. (( Come ogni salda concezione politica, il
Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina
che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita-e
vi opera dal di dentro. Ha, quindi, una dorma correlativa alle
contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la
eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si
agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà
senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna
agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere
e la sua vita. Non c’è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente
concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si
svolge in ima costruzione logica, o si raccoglie in una visione o in una fede
». Quaderni [Si noti, nel primo
passo, il rapporto posto fra la contingenza o realtà della storia, in cui vive
l’uomo, e U valore universale del pensiero che la illumina. Ivi si
accenna anche all’altro problema del rapporto fra il pensiero e
l’azione: o, come meglio si vede nel secondo passo, tra filosofia e fede
religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità, in un sistema
concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e diventa,
così, principio di vita e di azione]. Così il fascismo non s’intenderebbe
in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito,
come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse
alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico.
Il mondo per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla
superficie, in cui l’uomo è un individuo separato da tutti gli altri e
per sé stante, ed è governato da una legge naturale che istintivamente lo
trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L’uomo
del Fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe
insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione che
sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per
instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di
spazio; una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di
sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte,
realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo )).
[Il a modo spiritualistico )) di concepire e sentire la vita è qui
esposto con tutta chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso
un principio anche di fede religiosa? Come, infatti, richiedere
all’individuo l’abnegazione di sé e la rinuncia ai suoi interessi, alla
vita stessa, senza una fede trascendente?] (( Dimque, concezione
spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione del secolo
contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento.
Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né
pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le
dot* trine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori
dell’uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo.
Il Fascismo vuole l’uomo attivo e impegnato nell’azione con tutte le sue
energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono,
e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta, pensando che
spetti all’uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando
prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale)
per edificarla. Così per l’individuo singolo, così per la nazione, così
per Fumanità. Quindi l’alto valore della cultura in tutte le sue
forme (arte, religione, scienza), e l’importanza grandissima dell’educazione.
Questa concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione
etica. E investe tutta la realtà, nonché l’attività umana che la
signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al
mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini
morali. La vita, perciò, quale la concepisce il fascista, è seria,
austera, religiosa. Il Fascismo è una concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto
nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una volontà
obiettiva, che trascende l’individuo particolare e lo eleva a membro
consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime
fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha
inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima
di tutto, un sistema di pensiero », [Innegabilmente, questo spiritualismo
è d’ispirazione schiettamente religiosa. Ma e questo è un punto di
capitale importanza per l’intelligenza della religiosità immanente allo
spiritualismo caratteristico della dottrina fascista — non vuole che il
senso religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l’attività
dell’uomo e la sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito
d’iniziativa, audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di
quest’attivismo, si dice nel passo ora riferito, sono tutte quelle che
pongono il centro della vita fuori dell’uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le
forme di panteismo. Il Cristianesimo non è panteismo: e però — salvo
in alcune interpretazioni e manifestazioni secondarie — non nega la
volontà e l’attività, e può, anzi, rinvigorire il senso morale della vita
col dare un valore assoluto anche al dovere di sacrificare la vita stessa
per un ideale puramente umano come quello della Patria. Non si scordi che
è proprio del Cristianesimo il concetto della vita come milizia. Il
cristiano, infatti, pone, bensì, il suo Dio oltre di sé, trascendente, ma
non fuori di sé: lo trova nella più profonda interiorità della sua stessa
vita spirituale. Queste considerazioni, da noi aggiunte, non paiono
in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito. La loro
conformità, anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente che
il Fascismo, non solo non è soltanto (( un sistema di governo », ma non è
neppure soltanto un sistema di
pensiero » : è anche, come s’è veduto innanzi, una fede (1)]. (( Il
Fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non è quello che è
se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nei gruppo familiare
e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le
nazioni Questo principio della fede basta a differenziare l’agnosticismo
religioso da quello areligioso di origine positivista. Dio non è, certamente,
oggetto di conoscenza. Ma non per questo la sua esistenza è ipotetica! Mettiamo
qui questa considerazione per chiarire il significato di talune espressioni di
M. in altri scritti. Nello scritto che stiamo esaminando, Dio, infatti,
vien definito, a scanso di equivoci, come volontà: oggetto, dunque, di
fede, non di conoscenza (intesa, questa, nel senso della scienza). Si
badi, però, di non cadere in un altro equivoco EQUIVOCO GRICE su la
parola oggetto » : la volontà non
è mai oggetto, e la volontà di Dio, a cui s’ispira l’uomo religioso, vien
sentita, amata e. seguita, nella pura interiorità della coscienza, che
poi si manifesta nell’azione. Fcollaborano. Donde il gran valore
della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme
del vivere sociale. Fuori della storia l’uomo è nulla ». [L’uomo
non può vivere la sua vita di azione, e realizzare in sé i più alti valori
umani, fuori della società, ossia fuori del mondo storico in cui la sua vita
si trova, di fatto, inserita. Questo è, evidentemente, il
significato della proposizione: Fuori della storia l’uomo è nulla».
Il problema deH’immortalità dell’anima è, qui, fuori causa. E sarebbe,
reputiamo, fraintendere il pensiero di M. interpretare queste parole come
l’affermazione di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto
(1), cbe risolvesse tutto l’uomo, senza residùo, nel mondo della
storia]. Perciò il Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a
base materialistica, tipo secolo xviii: ed è contro tutte le utopie e le
innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la felicità su la terra,
e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a un certo
periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano.
Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo
fluire e divenire. Il Fascismo politicamente vuol essere una dottrina
realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si
pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono la propria
soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare
nel processo delia realtà e impadronirsi delle forze in atto ».
[Parole d’oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della
storia e dei problemi, sempre concreti e determinati, che l’uomo d’azione
si trova innanzi]. Anti-individualistica, la concezione fascista è per
lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con quanto si
disse a pag. 19.CARLINI lo Stato, coscienza e volontà universale delFuomo
nella sua esistenza storica. Il liberalisnio negava lo Stato
nell’interesse deH’individuo particolare: il Fascismo riafferma lo Stato
come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà dev’ essere
l’attributo dell’ uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a cui pensava
il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa
essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo
nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla
di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato.
In tal senso, il Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e
unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo
». [Già a pag. 37, abbiamo chiarito in quale significato, a nostro
avviso, va intesa l’eticità dello Stato fascista, e la sua totalitarietà.
Non si tratta, dicemmo, di un assorbimento e svuotamento della personalità
spirituale dell’individuo! Si tratta, invece, del contributo che
l’individuo, col suo lavoro e con la sua cultura, può e deve dare
ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e spirituale dello
Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero di M.
l’allargare il significato dell’affermazione : nulla di umano o spirituale esiste, e
tanto meno ha valore, fuori dello Stato », sino a fargli dire che nello
Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che nulla
esiste fuori dello Stato. L’esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione
(1)]. ^ Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul
socialismo, stri sindacalismo, su la democrazia, ecc. Prendiamo nota di
alcuni punti soltanto, che giovano all’intelligenza Questo diciamo in relazione
ad una possibile interpretazione diver^ gente, di un umanismo teologico»,
secondo quanto si notò a pag. 20. della peculiarità dello Stato fascista, da
noi precedente- mente accennata, e su la quale torneremo fra poco.
Il Fascismo, si dice, è un’idea che nel
popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e
quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di
tutti coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare
una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione
spirituale, come una coscienza e una volontà sola...: moltitudine
unificata da un’idea, ch’è volontà di esistenza e di potenza: coscienza
di sé, personalità ». Nel sentimento nazionale, infatti, si esprime la
coscienza e volontà di tutti come una stessa coscienza e una volontà
sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal trovare la sua vera
e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel sentimento
nazionale essa resta — e potrebbe restare per secoli — allo stato
potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza
all’atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch’è
personalità: personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del
governo, la cui volontà prende corpo, per mezzo della disciplina, nei
gerarchi (1), e giù (1) Gerarchia^, come si sa, è il titolo della
rivista da lui fondata nel 1920, Si vegga, ivi. Stato, antistato e
fascismo: Che cosa è lo Stato? Lo Stato vien definito conte Vincamazione
giuridica della nazione. La formula è vaga. Lo Stato è anche questo, ma
non è soltanto questo. Senza volere elencare tutte le definizioni che del
concetto di Stato furono date, nei secoli, dai (Cultori delle scienze
politiche — il che sarebbe inutile e prolisso — mi pare che lo Stato
possa essere definito come un sistema di gerarchie. Lo Stato è alle sue
origini im sistema di gerarchie. Quel giorno in cui un uomo, fra un
gruppo di altri uomini, assunse il comando perché era il più forte, il
più astuto, il più saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o
per forza ubbidirono, quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di
gerarchie, semplice e rudimentale allora, com’era semplice e rudimentale
allora la vita degli uomini agli albori della storia. Il Capo dovè creare
necessariamente un sistema di gerarchie per fare la guerra, per rendere
giustizia, per giù sino alia massa popolare. Soltanto in questo
modo, a noi sembra, si può parlare della personalità delio Stato:
riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di questo modo di vedere è
data da quanto segue nello scritto di M., dove dice che (( non è la
nazione a generare io Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà
al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi
un’effettiva esistenza ». Il diritto di una nazione — si aggiunge
a questa esistenza, ossia all’indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una volontà
politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una
sorta di Stato già in fieri ». sic Stato fascista è Stato
educatore. Esso (( non si può limitare a semplici funzioni di ordine e
tutela, come voleva il liberalismo ». E non è semplicemente un meccanismo
giuridico, o economico: sia pure come corporativismo. Lo Stato fascista è forma e norma interiore, e disciplina
di tutta la persona: penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo
principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità
civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uotno
d’azione come del pensatore, dell’artista come dello scienziato. Il
Fascismo, insomma, non è soltanto datore di leggi e fon-
amministrare i beni della comunità, per ottenere il pagamento dei
tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il soprannaturale. Ma in
tutti i casi lo Stato si estrinseca in un sistema di gerarchie, oggi
infinitamente più complesso, adeguatamente alla vita ch’è più complessa in
intensità e in estensione. Ma perché le gerarchie non siano gerarchie morte, è
necessario ch’esse fluiscano in una sintesi: che convergano tutte ad uno
scopo a. Questo scopo è, certamente, una volontà comune, ma impersonata
soprattutto nel Capo, e via via nei gerarchi da lui
dipendenti. datore d’istituti, ma educatore e promotore di vita
spirituale. Vuol rifare uon le forme della vita umana, ma il contenuto,
l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e
autorità clie scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata »
(1). (1) Cfr. Per il settimo annuale della fondazione dei Fasci-.
Voglio correggere gl’italiani da qualcuno dei loro difetti tradizionali. E li
correggerò... Se mi riuscirà, e se riuscirà al Fascismo di sagomare così
come io voglio il carattere degli Italiani, state tranquilli e certi e
sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre
mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà ».
E Alle genti della Liguria (1926) diceva: Noi governiamo il popolo
italiano con assoluta purezza d’intenti. Non siamo mossi da stupide
vanità e da ridicole ambizioni. Non ci consideriamo i padroni, sibbène
gii educatori di questo popolo che merita e avrà un sempre migliore
destino ». Il motto M.ano Fare di
tutta la propria vita tutto il proprio capolavoro », comprende, dunque,
nel suo programma, in quanto uomo di governo, anche quel capolavoro, a
cui egli attende assiduamente, di educare
rifare la coscienza del popolo italiano. Poche pagine, scritte
quasi occasionalmente. Egli si preparò con la lettura del Machiavelli, e
di alcuni, pochi, scritti su lui:
Ho riletto attentamente il Principe e il resto delle opere del
grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per leggere tutto ciò che si
è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli ». Quanto si è
scritto su Machiavelli! Si vegga il Vil- lari, la letteratura citata
nella celebrata sua opera, e tutto quello che s’è scritto dopo sino a
oggi. Il problema dell’interpretazione e valutazione del Principe è ancora
un problema aperto: e si fa, sembra, più ardente e attuale ogni
giorno. Apparentemente, M. non dice nulla di nuovo, come dichiara
egli stesso. Si pone questa domanda :
A quattro secoli di distanza che cosa c’è ancora di vivo nel
Principe? ... Il valore del sistema politico del Principe è circoscritto
all’epoca in cui fu scritto, quindi necessariamente limitato e in parte caduco,
o non è invece universale e attuale? ». La risposta si compone di due parti:
la prima constata che, essendo la politica l’arte di governare gli
uomini, il suo elemento fondamentale è l’uomo; la seconda stabilisce, con
opportune citazioni, (( l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della
natiura umana. Per questa preparazione si veggano i manoscritti diM. esposti
alla Mostra della Rivoluzione. Per runa e per l’altra parte è facile
addurre che quello era stato osservato e detto da altri molti. Si trova
già in Aristotele, ad esempio, questo pensiero: che l’uomo di
governo (il politico », egli diceva), dovendo procurare il bene dei
governati, deve conoscere profondamente la psicologia, perché soltanto
così può fare (( i cittadini buoni e obbedienti alle leggi ». E quanto al
pessimismo di Machiavelli (che traduce nel campo politico la concezione
cristiana della originaria malvagità della natura lunana), altri
l’avevano notato. Napoleone l’aveva condiviso in pieno. E tuttavia queste
poche pagine, nella loro scheletrica forma, hanno una strana malia: hanno
il fascino delle verità semplici ed elementari. Il prof. Casella,
deirUniversità di Firenze, ha recentemente curata una edizione nuova, riveduta
su codici, del Principe (Libreria d’Italia, Milano), e in fondo al
volume ha posto le interpretazioni di Ugo Foscolo, di Giuseppe Ferrari,
di Francesco De Sanctis, di Alfredo Oriani e di Benito M.. Perché
mai il valente critico ha sentito bisogno di aggiungere all’eletta
schiera (basta il De Sanctis a illustrarla) anche M.? Si potrebbe
rispondere che, mentre gli altri si diffondono su l’aspetto storico, su quello
estetico, su quello scientifico o politico nel senso angusto della parola
(il F errar! e l’Oriani ne fanno una critica spietata, fuori luogo
infine). M. ha lasciato da parte il superfluo e l’incerto, ed ha fissato il
punto essenziale del famosissimo trattato. La risposta è giusta, e
potrebbe bastare, per chi si contenta di quello che le poche pagine
dicono effettiva- Non si vuol comprendere come superfluo l’aspetto
storico, né quello estetico: ma sì vuol dire soltanto che l’essenziale,
quello intorno a cni tanto ancora si disputa, non è lì. mente. Ma,
se uno le legge con gli occhi vorrei
dire di M., ci trova dentro, in iscorcio, tutto un mondo di pensieri,
ignoto agrinterpreti precedenti: ci trova dentro un Machiavelli quale soltanto
un uomo come M. poteva vedere, e ha veduto. Un Machiavelli guardato alla
luce del nuovo concetto che dello Stato ha il Fascismo. M. non ha avuto
né tempo né voglia di chiarire la differenza fra la dottrina del Machiavelli,
così come si presenta nel Principe, e la dottrina fascista. Differenza
enorme! abisso incolmabile! Meglio: colmabile con tutta l’esperienza
sociale, politica e morale, dei secoli intermedi. Manca, infatti, nel
Principe l’esperienza del passaggio dalla politica italiana del tempo
delle Signorie a quella europea delle grandi Monarchie nazionali,
dei governi assoluti e dei principi riformatori; manca la rivoluzione
francese con la rivendicazione dei diritti dell’uomo, e la conseguente
rivoluzione liberale ed economica attraverso tutto il secolo scorso. Manca, per
chi bene intende il valore del termine, tutto il contenuto spirituale
dello Stato fascista, nettamente. E tuttavia, in questa lontananza di
secoli e in questa vuotezza di contenuto dello Stato machiavellico, M. ha
pur veduto in fondo al Principe le due sole cose- che lo fanno ancor oggi
un monumento di sapienza politica incomparabile, per le quali ha resistito alia
diversità dei tempi e dei climi mentali, e resisterà ancora. L’una
è i’iunanità pura, la laicità, come carattere fondamentale della vita
politica e dello Stato moderno ; l’altra è la forma caotica, anarchica,
amorale, in cui si presenta Fumanità come massa, come popolo non ancora
educato alla vita politica, non ordinato e guidato dallo Stato e da un
Governo. Nei Colloqui M. ricorda il motto di HegeL per cui il popolo
è queUa parte della nazione che non sa quello che vuole ». Quello
che M. sottintende è il contenuto spirituale che dà egli stesso allo Stato
machiavellico. Quella laicità non ignora il problema religioso (e
neppure Machiavelli, in verità, l’ignorava); quel Principe, ch’è
Stato e Capo di governo, per quanto trascenda con la sua autorità la
massa, non è estraneo a essa: non è un despota, una volontà arbitraria,
che, affidandosi all’astuzia, alla forza 0 al caso, s’impadronisca della
massa cittadina e senza scrupolo la maneggi, quasi materia da plasmare
per suo solo gusto o interesse particolare. Il Capo è volontà che
in sé illumina e potenzia la volontà oscura e fiacca della massa, e
personifica nella personalità propria le aspirazioni e le virtù dei
migliori che costituiscono la tradizione più degna e viva della nazione.
Egli si sente responsabile innanzi a Dio e al mondo intero.
Soltanto così lo Stato fascista può diventare ima potenza che s’inserisce
nella storia e concorre allo svolgimento della civiltà umana. Incontestabile
merito del Fascismo è di aver datO' aglTtaliani il senso dello Stato.
Tutto quello che abbiamo fatto e che vi ho riassunto, scompare di fronte
a ciò che abbiamo fatto creando lo Stato. Per il Fascismo lo Stato
non è il guardiano notturno, che si occupa soltanto della sicurezza
personale dei cittadini: non è nemmeno un’organizzazione a fine puramente
materiale, come quello di garantire un certo benessere e una relativa
pacifica convivenza sociale, nel qual caso, a realizzarlo, basterebbe un
consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica
pura, senza aderenze con la realtà mutevole e complessa della vita dei
singoli e di quella dei popoli. Lo Stato, cosi come il Fascismo lo
concepisce e l’attua, è un fatto spirituale e morale, poiché concreta
l’organizzazione politica, giuridica, economica della na¬ zione; e tale
organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione
dello spirito. Lo Stato è ga¬ rante della sicurezza interna ed esterna,
ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo
così come fu dai secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella
fede. Lo Stato non è solamente presente, ma è anche passato e, sopra
tutto, futuro. È lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite
individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui
gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. È lo Stato
che educa i cittadini alla virtù civile; li rende consapevoli della loro
missione; li sollecita all’unità, armonizza i loro interessi nella giustizia;
tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto,
nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare delle tribù alla
più alta espressione di potenza umana che è l’Impero; affida ai secoli i
nomi di coloro che morirono per la' sua integrità e per ubbidire alle sue
leggi; addita come esempio, e raccomanda alle generazioni che
verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio, o i geni che lo
illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono
le tendenze dissociatrici e centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società
nazionali volgono al tramonto ». {All’assemblea quinquennale del
Regime). Abbiamo già notato (pag. 33) che queste parole dànno <(
il senso dello Stato, creato dal Fascismo, meglio di tutte le teorie che
si attardano ancora nei vecchi schemi della scienza politica. Ora ci
domandiamo: che cos’è questo senso dello Stato che il Fascismo, M., ha
creato nella coscienza degl’italiani, e come s’inserisce nella
nostra tradizione politica? È forse un’apparizione casuale, che può
esser, quindi, anche effimera? Che non sia tale, credo che basti a
dimostrarlo il fatto che M. stesso sente il Fascismo come una
continuazione e uno sviluppo dell’opera iniziatasi col Risorgimento : Il
Risorgimento non è stato che l’inizio, poiché fu l’opera di troppo esigue
minoranze ». {Messaggio per Vanno nono ». Il che non porta alla
conchiusione che il problema del Fascismo sia lo stesso di quello
del Risorgimento : Io penso che
una rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi
storici di un popolo. È una rivoluzione il Risorgimento perché
affrontò il problema capitale dell’unità e deU’indipentlenza italiana;
rivoluzione è quella fascista che crea il senso dello Stato e risolve,
man mano che si presentano, i problemi che il passato le ha lasciato ».
(Stt gli Accordi del Laterano, alla Camera). Qui è già indicata la
differenza: il Risorgimento ebbe per scopo l’indipendenza e l’unità della
nazione, e creò lo Stato italiano come affermazione di tale indipendenza e
unità nazionale. Lo Stato, qui, è ancora una forma, un mezzo per un
contenuto diverso da essa: non è il problema dello Stato per se stesso.
Pure, dopo la costituzione dell’unità nazionale, quando nel 1876 venne la
Sinistra al potere, non mancò tra gli uomini della vecchia Destra chi
avvertì che lo Stato è qualcosa più di una forma meramente estrinseca, e
pose sin d’allora il problema in termini abbastanza vicini a quelli
in cui l’ha posto M.. Si vegga, infatti, il volumetto pubblicato dal
Gentile col titolo: Francesco Fiorentino: Lo Stato Moderno e le polemiche
liberali (De Alberti, Roma). In esso è riportato il concetto che
dello Stato ebbe Silvio Spaventa :
Lo Stato per me è la coscienza direttiva, per cui una
nazione sa di essere guidata nelle sue vie, la società si sente sicura
nelle sue istituzioni, i cittadini si veggono tutelati negli averi e
nelle persone. Nello Stato, adunque, avvi giustizia, difesa, direzione.
Questa direzione fa dello Stato quello che è oggi lo Stato moderno: lo
Stato, il quale dirige un popolo verso la civiltà; lo Stato, il quale
non si restringe solamente a distribuire la giustizia ed a difendere la
società, ma vuole dirigerla per quelle vie che conducono ai fini più alti
dell’umanità ». E lo stesso Spaventa altrove: Quanto all’autorità e forza dello
Stato, ho riflettuto molte volte sopra le accuse e i lamenti che si sono
fatti di questa eccessiva forza ed autorità; e mi sono domandato: siamo
noi uno Stato forte davvero? Abbiamo fatto l’unità d’Italia: credete che
questa unità sia già forte da resistere agli luti dei secoli? Machiavelli
diceva che gli Stati nuovi che sono deboli. 6Ì perdono. Ora la forza e
autorità vera degli Stati consiste, oggi più che mai, nel rappresentare
veramente ed efficacemente gl’interessi comuni: nel dirigere, come
dicevo, la società nelle sue vie, non a prò di questa o quella classe, di
questo o quell’uomo, sihbene di tutti. Voi siete adoratore dello Stato?
Sì, io sono adoratore dello Stato. Quando viviamo in un’epoca, dove tutto
si distrugge, poeo o niente si edifica, la fede nella patria e la
fede nella solidarietà lunana, la fede in qualche cosa che non sia
solamente il nostro miserabile egoismo, questa fede io la credo
necessaria e salutare per il mio paese. Fiorentino elabora e svolge ampiamente
il concetto spaventiano. Dirigere
non è manomettere, non è violentare, non è distruggere. Dato uno Stato che
sappia e che voglia, è impossibile che non manifesti la sua
coscienza; e manifestandola, è impossibile che non comprenda, non
unifiehi, non indirizzi la coscienza nazionale pei gloriosi sentieri
della civiltà universale. O forse, per ovviare a questa legittima
intromissione dello Stato, si vorrebbe che non fosse altro che vuota
forma, destituito di autorità, non avente una finalità propria? Oggi lo Stato
è fatto mezzo all’individuo, come anticamente l’individuo era mezzo
allo Stato. La verità consiste nella conciliazione di sì opposte
sentenze. Lo Stato tutela ed assicura l’individuo, e come tale è mezzo; ma egli
esige dagl’individui il sacrificio degli averi, della vita, e qui
dimostra e fa valere la propria finabtà. Di che riluce la varia misura in
cui stanno i due termini nel vicendevole rapporto: lo Stato può
richiedere il sacrificio dell’indivìduo; ma non viceversa. Onde tra le
due esagerazioni, dello Stato antico e di quello concepito dagli uomini di
Manchester, la prima rasenta il vero più della seconda » (pag. 41 e segg.).
E anche nel Fiorentino l’idea si anima nel sentimento sino a raggiungere
quello che M. chiama il senso dello Stato: (( Che qualcuno, attirato da
vecchie, astratte e straniere dottrine, si ostini a negare perfino
la Quaderni IV, 5. realtà dello Stato; ovvero
ne ammetta imo vacuo di ogni attività, privo di ogni efficacia, ciò non
mi storna dall’in- vitta fede che ho nel fato della storia, e
specialmente della storia nostra. Dov’è lo Stato? chiedono costoro;
chi lo vede? Per le vie non s’incontrano se non individui: lo Stato è una
fimzione, una idea astratta. Poveri a noi, se non fossero reali se non le
cose sole che si vedono e si toccano! Neppure la provincia, neppure il
comune si vedono: non si vede neppure la vantata libertà degl’individui,
quella in grazia di cui s’impugna la realtà dello Stato. La libertà,
quando si traduce in fatti (ed allora soltanto si vede), non è più
libertà, ma forza, semplice forza. Se non restiamo immersi nella
stupidità della vita animalesca, lo dobbiamo appunto a questo qualcosa
d’invisibile e intangibile, contro cui a torto ci ribelliamo. Ma non si vede
proprio lo Stato? Non si avvertono le sue funzioni? Il contrario è anzi
la verità. Oveché ci voltiamo. 10 Stato, quasi atmosfera spirituale, ci
accerchia e compenetra: non un atto solo della nostra vita veramente
umana gli sfugge, né per questo cessa di esser libero: che libertà non
significa arbitrio. La mente dello Stato delibera nel parlamento; il suo
criterio giudica nei tribunali ; la sua volontà si compie nei gabinetti dei
ministri ; 11 suo braccio colpisce con la forza dei suoi eserciti.
Dai merlati bastioni egli assicura le frontiere delle sue terre,
dalla tolda delle sue navi protegge le coste delle sue marine. All’ombra della
sua bandiera, simbolo della sua potenza, i cittadini, ovunque essa sventoli, si
sentono protetti e sicuri; e quando quella potenza è minacciata, tutti
sentono nella coscienza l’offesa di quella minaccia, tutti il
bisogno ed il dovere di rintuzzarla: né v’ha sacrificio che arresti
quest’impeto generoso e concorde, fosse anche quello della propria
persona, È forse una finzione chi fa tutto questo? O non è il più pieno e
attuoso ideale? E questo ideale, che accende gli entusiasmi delle moltitudini,
guida pure i propositi dell’uomo di Stato » (pag. 46 e segg.). Il
senso della vita politica, dello Stato, l’Italia l’Iia ereditato da Roma. Le
durissime esperienze durante l’evo medio e moderno invasioni e predomini
di genti straniere, lotte senza fine fra comuni e signori italiani o fra
potenze che venivano qui a decidere le loro questioni per l’egemonia
mondiale — hanno raffinato e approfondito quel senso come in nessun altro
popolo. Di qui sono usciti in ogni tem,po i primi maestri della storiografia
politica, del diritto, delle teorie intorno allo Stato. Il Fascismo,
riprendendo il problema della Destra, riprende il problema della nostra
tradizione millenaria più che secolare. Resta, tuttavia, ancora una
questione: constatato che, ciò che M. chiama il senso dello Stato, ha un
precedente prossimo in alcuni pensatori del Risorgimento, quale, poi, è la
differenza tra il senso ch’egli rivendica come creazione propria del fascismo,
e quello di tali vecchi liberali? Dopo quanto si è accennato a
pag. 33, la nostra risposta non può essere che questa: per quanto quei
pensatori si avvicinino al senso fascista dello Stato, questa realtà
dello Stato svanisce o in un’affermazione generale della realtà di
ogni ideale che stringa gl’individui in una comunità di vita spirituale,
ovvero nell’astrattezza della pura forma politica dello Stato:
astrattezza, alla quale uomini come lo Spaventa e il Fiorentino si
sforzano di dare un’anima e una vita nel loro sentimento profondamente
patriottico. Si rileggano i passi addotti. Lo Stato è, per essi, una
coscienza direttiva, che ha la realtà stessa del comune e della
provincia, salvo che comprende e promuove tutte le forme della vita
civile di un popolo e la tutela della sua indi- pendenza. Esso compie
tale sua funzione per mezzo dei suoi organi legislativi, esecutivi,
giudiziari, militari. È, dunque, lo Stato quale (( organismo giuridico-politico
», lo Quaderni Stato Costituzionale », che qui si ha presente. In
esso si dovrebbe esprimere quella
volontà comune », che supera la volontà dei singoli solo perché è cosi
definita. Ma tale comunità » si
prestò troppo bene a quella interpretazione democratica, per la quale, non
essendo essa, in realtà, la volontà concreta di nessuno in particolare, e
non essendo d’altronde facile constatarla per tutti, potè diventare la
volontà della maggioranza. Che è il baco roditore del liberalismo, anche
di quello più tenacemente attaccato all’idea della forza e autorità dello
Stato. Di qui, anche, la frigidità di questo Stato. L’individuo lo
sente fuori di sé, e ha bisogno infatti di persuadersi di dovergli
obbedire. Questo accade sempre che l’autorità si presenti nella forma
soltanto di una legge » : di una
legge che non sia ima persona viva, alla quale ci leghi il sentimento di
amore e di devozione. L’uomo religioso, che la sa, istintivamente, più
lunga del filosofo razionalista, sia pur questi un Emanuele Kant, non
ammette un imperativo categorico,
una legge morale, che non sia l’espressione di una volontà superiore, di
Dio. E similmente, il fanciullo che non ha bisogno di persuadersi
dell’autorità del padre e della madre, perché quell’autorità è per lui
cosa viva, la sua stessa vita attuale e condizione del suo avvenire.
Il senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato, e sta
creando, è questo sentire nello Stato la forma più alta, più ricca e
concreta, della nostra esistenza e personalità storicamente determinata in
quella famiglia, società, patria o nazione, in cui Dio (altri dica il
destino) ci ha fatto nascere. Ognuno a un posto ch’è di comando e
insieme di obbedienza. Ognuno con una responsabilità ben determinata: a
cominciare da chi dirige tutti gli altri. Mondo di personalità, dove
soltanto la persona è legge concreta alla persona. Soltanto in
questo modo, l’individuo può dare tutto se stesso, pènsiero e azione,
intelligenza e volontà, interessi materiali e spirituali, la stessa vita,
per quella che si dice (( la causa comune ». Soltanto così, lo Stato si
può porre come educatore, nel senso più grandioso della parola:
ch’è il senso stesso dello Stato a cui, se non erriamo, va la mente di M. S’intende
che questo senso dello Stato trova un’espressione eccezionalmente persuasiva
nella personalità di un Capo di Governo come M.. Ogni altro dovrebbe
(oltre le qualità personali che impongono autorità per se stesse) poter
dire come lui: Io ho una vasta esperienza che mi ha reso possibile
conoscere la psicologia delle masse, e di avere quasi una sensibilità tattile e
visiva di quello che le masse vogliono, pensano in un determinato momento » (La
funzione storica del sindacalismo fascista). E però, anche: Se qualcuno
attentasse alla nostra indipendenza o al nostro avvenire, egli non sa
ancora a quale temperatura io porterei tutto il popolo italiano! Non sa a
quale temperatura io porterei la passione di tutto il popolo italiano,
quando fosse insidiata nei suoi sviluppi la Rivoluzione deUe Camicie Nere
» (Discorso di Livorno, 1930). E già Nel quinto anniversario della fondazione
dei Fasci: Si dice: voi governate con la forza... Ma la forza è il
consenso. Non vi può esser forza se non c’è consenso, e il consenso non esiste
se non c’è la forza. Governare significa sentire nel proprio cuore
battere il cuore di tutto il popolo ». Governo forte è, dunque, queUo
che persuade, ha l’intimo consenso dei governati; ed ha questo consenso
perché la sua volontà è forte, s’impone per se stessa, non per una legge
anonima, astratta. Qui è esplicitamente definito il senso fascista dello
Stato, che non è forte solo perché fa, semplicemente, rispettare la
legge. Nella conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo accennato
all’idea (potremmo dire, Faugurio) che la conciliazione fra lo Stato e la
Chiesa, avvenuta per opera di M., segni il principio, non soltanto di
una nuova concezione, veramente religiosa, dello Stato moderno in
generale, ma anche di un possibile rinnovamento della Chiesa Cattolica
nel senso di una più generale conciliazione fra essa e il pensiero moderno.
Ma, poiché l’autore di questo scritto può, giustamente, essere in
sospetto per la sua provenienza dalla filosofia neoidealistica italiana, che
non è ortodossa, è bene, penso, che il lettore senta anche la parola di
persona proveniente, in questo punto, dal campo opposto. Ecco,
dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto occasione di citare il
volume Gli aspetti universali del Fascismo, con prefazione di M., il quale
assicura che (( il Barnes è preparato al suo compito: conosce il
Fascismo nella sua elaborazione dottrinale e nelle sue
realizzazioni pratiche. Egli non è un filosofo di professione ; ma,
poiché di una filosofia non poteva far a meno per il suo argomento,
professa di aderire alla filosofia che oggi combatte l’idealismo per un ritorno
all’(( incomparabile dottrina )) di S. Tommaso: Io penso che il
neoscolasticismo sia, preso nella sua totalità, la più vitale scuola
filosofica dell’Europa odierna, e quella che più di ogni altra sia capace
di assimilare quanto di veramente importante vi sia nelle altre scuole,
contribuendo, cosi, allo sviluppo del progresso filosofico » (pag. 25). E
per essere più sicuro di interpretare bene questa dottrina, si è rivolto
a un professore di teologia dogmatica della Pontificia Università Gregoriana di
Roma, il quale lesse il suo manoscritto e lo aiutò a rendere il testo più accurato nella sua
parte filosofica )). Si può, dunque, stare tranquilli. Si noti che
il libro del Barnes è stato pubblicato prima della Conciliazione: il che
fa onore alla sua perspicacia, come ora diremo. Che dice, dunque,
il libro del Barnes? Esso è stato, in parte, scritto con lo scopo di
dimostrare che il Fascismo non è incompatibile con gl’insegnamenti della
Chiesa cattolica, e sopratutto che i principii fondamentali della Chiesa,
nei riguardi della natura e finalità di uno Stato, sono interamente e
veramente consoni a quelli che ha abbracciato quel gruppo di fascisti che
rappresenta, di fatto, la corrente principale di questo movimento. Questa
è, secondo me, l’idea centrale, il fulcro del movimento fascista: l’assoluto
disdegno di ogni materialismo, di ogni teoria naturalistica dello Stato,
siano esse del tipo professato da Maurras o da Marx o da Hegel, da Rousseau e
dagli altri innumerevoli filosofi pullulati non appena la cultura
cessò di avere le sue radici nel pensiero cristiano... Io non esagero.
Questa è, secondo me, l’origine della Rivoluzione fascista, che può
essere generalmente definita una furiosa rivolta contro le varie forme di
materialismo che dall'epoca della Rinascenza pagana hanno chiaramente
dominato la nostra civiltà. Che il Fascismo, nella sua dottrina, sia
contro il materialismo, e però sia su una linea dì spiritualismo, non saremo, certamente,
noi a porre in dubbio: ci sono troppe esplicite dichiarazioni, su questo,
di M. stesso. Ma che dalla Rinascenza a oggi la filosofia moderna
non sia altro che materialismo, è, questo, un paradosso che non ha
bisogno di confutazione: si presenta da sé come un errore evidente. E
sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere l’accusa proprio
contro la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando che, se ce
n’è una che sostenga la (( teoria naturalistica dello Stato », è
quella. Noi non abbiamo nessun interesse, qui, a metterci in
discussione col Barnes per la sua filosofia. Anzi, l’interesse maggiore
per noi è proprio il fatto che siamo agli antipodi nel modo di pensare, e
tuttavia (e questo è un fatto che ha estremo interesse per tutti)
concordiamo nelle con- chiusioni. Dopo, dunque, aver constatata la
consonanza dei prin- cipii fondamentali della Chiesa cattolica con i
principii fondamentali del Fascismo, il Barnes soggiunge: « Non si deve,
per questo, ritenere il Fascismo legato necessariamente all’ortodossia. Questo
oramai è per me chiaro e vi sono molti italiani, fascisti, che
rigetterebbero energicamente una simile affermazione. Con loro, l’intera e
forte scuola dei neoidealisti e Gentile ripudierebbero questa teoria. Se io
avessi posto questa distinzione avrei meglio chiarito la portata
universale del Fascismo. Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi
principale: io rimango convinto che il Fascismo, non solo sarà il mezzo
per conciliare il disaccordo tra Chiesa e Stato in Italia; ma farà sì
che, sotto il suo sforzo, sia possibile alla Chiesa assimilare la cultura
moderna. Io ritengo che le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei
riguardi della Chiesa. Sono d’opinione che il risorgere
dell’ortodossia col Fascismo, affermerà vittoriosa questa tendenza.
Lai Chiesa dovrà allora convincersi di non esser più una rocca
chiusa, e, nell’assimilare la cultura moderna, dovrà perdere ogni sua
diffidenza verso di questa e riassumere, ancora una volta, le direttive
della cultura umana moderna. Alla huon’ora! Dunque, le conseguenze del
Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa, perché costringe la Chiesa
cattolica a rinnovarsi, a mutare il suo atteg- giumento verso la cultura
moderna. Possiamo, allora, accettare anche questa conchiusione del
Barnes: «Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il principio di
una nuova sintesi politica e culturale, in cui. prendendo a paragone
un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che ecclesiastica
rappresenterà i fuochi. Questa è una profezia, e solo il tempo potrà
dimostrare se io abbia o no ragione » (ivi). Come la pensa il
nostro Duce in proposito? Non è troppo azzardato, noi crediamo, di
supporre che egli la pensi, per l’appunto, cosi, o in un modo vicino a
questo. Lo si può arguire anche dal fatto che — per quanto egli
distingua fra credenti e praticanti (« partecipare al culto è affare
personale »: Colloqui) — pure non esclude che un fascista possa essere
cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele Bianchi: «Voglio
anche ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva strenuamente
combattuto per un decennio sotto i duri simboli delle verghe e della
scure, volle cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle
speranze, della millenaria religione del popolo italiano. E di Arnaldo: «
Egli era un cattolico convinto e praticante, ma altrettanto convinto e
fermissimo Mi ci) Ripetiamo: la polemica filosofica non c’interessa qui.
Ma ognuno vede la contraddizione, in cui cade U Barnes, nel suo giudizio
su il pensiero e la, cultura svoltasi dal Rinascimento ai nostri giorni. Quando
la Chiesa si sarà rinnovata egli
aggiunge cesseranno di esistere le
menzogne contenute nel neoidealismo e nel modernismo, e questi sistemi
non saranno, in complesso, più ricordati che come sintomi della rivolta,
come strumenti del periodo di transizione. Sino a quel eiomo.
dun-qne. sembra che le menzogne del neoidealismo e del modernismo abbiano
vnsj loro ragion d’essere e verità degna di molto rispetto. lite
della Rivoluzione e difensore dei legittimi diritti dello Stato» (Fifa,
pag. 58). Il problema, infatti, non è un problema cbe si possa
risolvere su la carta: è un problema di fede, oltreché di pensiero; e va
vissuto dall’individuo nella sua pura interiorità, prima ancora che dibattuto
fra i due maggiori istituti storici quali lo Stato e la Chiesa. Pa Il
senso d’interiorità Positivismo, idealismo e spiritualismo Il Preludio a
Machiavelli . . 58 V. n
senso dello Stato Il problema del Caltolicismo In his history of philosophy for
‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. –
The history goes smoothly up to Kant. The third volume is about M.. He is the
only philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into
FASCISMO, which is odd seeing that his main source is M.’s own entry for
‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a status. The third
volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to
end with M.. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello stato’ – we
are talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is in ruins –
and although he plays with the ‘socialist state’ he does not consider it within
the realm of the proper history of philosophy when he talks of French
illuminism. So his concern is wht the idea of the state in the liberal party –
the philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from
the other. And there is competition. Also, as he notes, liberalism lies in that
the ‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so
that liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With the socialist state,
the problem is the opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea
of an endless dialectic among the classes. So how does M. reconstruct all this.
He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel,
the student would be more prepared! M.’s idea of the state is Hegel’s – it is
the NAZIONE-STATO. While M. speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means
the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the
sum of its individui. Individui come and go – but the state remains. The state
becomes governo. M.’s prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower
down the rhetoric, but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen
as proposing this new or novel idea of the state (after la rivoluzione
fascista) with a Kantian approach. Since L. has only read Kant seriously, he
applies Kantian categories here: M.’s fascist state gives each individual
POSITIVE freedom – to be a slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to
command. L. quotes from CICERONE to the effect that it is obeying the law that
makes us free. The emphasis is constantly on the azione or prassi, which is
understandable since the pupils are supposed to learn about philosophy. So
where is the dotttina? M. is candid about this. When ‘I all started it’ I did
not know where I was going. It was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the
editorial. During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF
THE SPIRIT OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a
government (polizia, politeia) established. But M. accepts castes in society.
Even the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be
allowed to worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it
targets the male – virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a
privilege. Ths is interesting because this is conceived after the temporary
successes in Africa – M. romano e africano – and before the problems of the
second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION.
The seeds are in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of
state, which only provides negative freedom, anyway, and where the initial
conditions are unequal. Lo stato
fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only
party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if
some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations
are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, M. does
so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official
voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the
lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and
indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is
catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the
stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each
member – as the stato comunista or socialista would not!” Tra gli scritti di M. figurano, in ordine di pubblicazione: Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, New
York, s.n., 1904. L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore
evangelista Alfredo Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du
peuple" di Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904. [Testo
di una conferenza tenuta a Losanna per commemorare la Comune di Parigi,
conosciuto anche col titolo di Dio non esiste, col quale viene a volte
ristampato] La filosofia della forza. Postille alla conferenza dell'on. Treves,
Predappio 1908. Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo, pronunciato
nel diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di Classe, 1910.
Claudia Particella. L'amante del cardinale, romanzo pubblicato a puntate su
"Il Popolo", Trento, 1910. Il Trentino veduto da un socialista. Note
e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911. La mia vita, Roma, Editrice
Faro, Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913. [pubblicato nella
collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato intento di suscitare
nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana», fu
dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del Concordato del 1929,
scomparve dalle biblioteche e dalle librerie] La guerra per la libertà e per la
fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di Benito M. con l'aggiunta delle sue ultime dichiarazioni
dopo le dimissioni da direttore dell'Avanti, Firenze, Nerbini, 1914. Il mio
diario di guerra (1915 - 1917), Milano, Imperia, 1923. My Autobiography, New
York City, Charles Scribner's Sons, 1928 [pubblicato inizialmente a puntate sul
Saturday Evening Post e poi in volume nello stesso anno il libro, scritto come
opera di propaganda per i lettori americani, è stato scritto in realtà
dall'ambasciatore statunitense Richard Washburn Child, il quale viene riportato
come "traduttore", insieme a Luigi Barzini con materiale fornito da
Margherita Sarfatti e con la possibile collaborazione di Arnaldo M. . Il libro
vide la sua prima traduzione italiana solo nel 1971 come La mia vita, da non
confondersi con La mia vita dal 29 luglio 1883 al 23 novembre 1911 spesso
ristampato e riportato abbreviato con lo stesso titolo] La dottrina del
fascismo Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo d'Italia, 1932. Scritti e discorsi
di Benito M., 12 voll., Milano, Hoepli. Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo
d'Italia. Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano,
Mondadori, 1944 ( versione digitalizzata.). Memoriale del nord del duce,
(scritto tra il 1944 e il 1945, mai pubblicato) Opera omnia di Benito M., 44
voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice Firenze, poi Volpe Roma.
Bertoni, Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Forlì, Cartacanta. ^
Sulla questione della meta finale di M. la comunità scientifica è tuttora divisa fra
sostenitori di una possibile "fuga in Svizzera" e coloro che invece
ritengono che M. avesse altri scopi
immediati. ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio Lepre,
La storia della repubblica di M. ; Salò: il tempo dell'odio e della violenza,
1ª ed., Mondadori. «Svanita ogni speranza di trattare, cercò la salvezza
personale nella fuga. In questo non si comportò diversamente da come si erano
comportati Vittorio Emanuele III e Badoglio l'8 settembre, perché lasciò gli
uomini che gli erano rimasti fedeli senza ordini e senza guida. Visto, infatti,
dall'interno, con gli occhi degli uomini che gli erano più vicini, il
comportamento di M. non appare dissimile
da quello di Vittorio Emanuele III così come è stato descritto da Paolo
Puntoni» ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e
morte segreta di M., 3ª, 1981, Mondadori Dal capitolo "Il tiranno è
morto", premettendo i seguenti fatti all'epilogo) Occorre cominciare
appena un poco più indietro, nel momento in cui M. – spinto da un cupo demone – si avvia con
passi esitanti e già guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà,
prima dell'altra, la sua vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur
sempre cominciata nelle battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile
rispetto e dei suoi e della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto
dell'uomo potente su bilance inesorabili, M. sceglie di cadere da vile, ingannando,
moralmente uccidendo coloro che gli sono ancora rimasti fedeli, pur nella
certezza della fine imminente. Va stancamente, miserabilmente verso il nord,
mezzo inclinato alla fuga in Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi che
ode attorno a sé, per "l'ultima battaglia" in Valtellina: e rivolge
nel pensiero non la forte accettazione del fato che si compie, ma i cavillosi
punti della sua difesa di domani, quando – come spera – potrà ancora allineare
fiumi di logore parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse galleggiare
indefinitamente sullo scontro degli opposti giudizi, come il sargasso immobile
tra il turbinare delle correnti. È disposto a tutto, anche al cappotto tedesco,
anche a tradire chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi fascisti, i suoi
ministri, persino Claretta: e finge irresolutezza fin dal momento della
Prefettura di Milano, la sera del 25 aprile, non perché sia davvero incerto tra
la morte e la vita, ma perché – ancora una volta – è incapace di dire
"andiamo" e preferisce che lo dicano altri, che la cosa "nasca
da sola", perché ha forse già in mente altri articoli "del tempo del
bastone e della carota", destinati ad illustrare come questi nuovi passi
che sta facendo siano colpa di questo e di quello, di cardinali e militari, di
traditori e servizi segreti, di tutti, meno che sua» ^ Il colonnello
statunitense Lada Mocarski, in un rapporto scritto per conto dell'Office of
Strategic Services riguardo un'inchiesta da lui condotta sugli ultimi giorni
del dittatore, afferma invece che «nessuna prova circa le intenzioni e i piani
di M. è stata raggiunta durante
l'indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i
movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le
condizioni di fatto cambiavano». Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il
Duce, in Corriere della Sera Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco.
Infauste sponde", in M. . Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori.
«Imbruniva quando una colonna di automobili lasciava la prefettura e usciva da
Milano, la città in cui ormai tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i
tedeschi, gli alleati. Doveva fuggirne per evitare il peggio. Già quella sera,
a tarda ora, si apprese che le auto fuggitive avevano raggiunto Como ^ Fra i molti, da Renzo De Felice, in diverse
opere, e Denis Mack Smith in M. . ^ Palla, p. 15. ^ cit. D. Mack Smith, Storia
d'Italia, Laterza, rectius Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi. Giorgi Giorgi De
Giorgi Grimaldi, La cattedra che M. non
ebbe, in «Storia Illustrata» n. 271, giugno 1980, p. 6. ^ Pier Mario Fasanotti,
Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza,
Vicenza M., Benito, in The Columbia Encyclopedia, New York, Columbia University
Press, 2008. ^ B. M., Opera Omnia. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 31 e 36. ^
L'esistenza di una relazione sentimentale non trova riscontri univoci. È invece
accertata presso la maggior parte delle fonti la sua influenza
nell'avvicinamento di M. al marxismo. ^
La teoria dell'equilibrio economico in Vilfredo Pareto, in Ztl Macerata.. ^
Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito M., su books.google.it, Arnoldo
Mondadori Editore M. più tardi
dirà[senza fonte] di essersi iscritto alla Facoltà di Scienze sociali di
Losanna, ma non vi è riscontro documentale. Gentile, Le origini dell'ideologia
fascista, Bologna, Il Mulino. ^ Furono diffuse notizie inattendibili sul suo
frequentare le università di Zurigo e di Ginevra (quest'ultima falsa notizia è
riportata nella biografia ufficiale della Sarfatti), mentre è vero che
nell'estate trascorse due mesi all'università di Losanna. ^ Mack Smith. ^
Monografie verbanensi, su verbanensia. «Nel giugno del 1904 ottiene il permesso
di lavoro annuale, e in quello stesso anno succede a M. come corrispondente dalla Svizzera del
giornale italiano «Avanguardia Socialista»» ^ Mack Smith, 1981, p. 24. ^ B. M.,
La mia vita, p. 136. ^ Nel 1908, Benito M. in Riviera, su sanremonews.it. ^ R. De Felice,
M. il rivoluzionario, cit., pagg. 49 n.
5 e 52. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario, cit., pag. 57. ^ Trento, italiana, si trovava nel territorio
dell'Impero austro-ungarico. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di M.
., in LaValsugana.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5. ^ Lo
sfratto di un italiano dall'Austria, in La Stampa Questa l'interpretazione di
(DE) Hans Woller, Ante portas. M. in
Trient 1909, in Regionale Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi
tutto. Scritti in onore di Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie
Risse, Carlo Romeo, Vienna-Bolzano, Folio . ^ Antonio Mambelli, Archimede
Montanelli nella vita e nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì, 1938.
^ El violín de M. (in spagnolo).. ^
Benito M., L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno M., Il Trentino
veduto da un socialista - note e notizie (PDF), a cura di Giuseppe Prezzolini,
Firenze, Casa Editrice Italiana. Sul
rapporto Nenni-M. si veda: Duilio
Susmel, Nenni e M. mezzo secolo di
fronte, Rizzoli, Milano, 1969; Nicholas Farrell, Giancarlo Mazzuca, Il compagno
M., Rubbettino, Catanzaro, 2013; Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, M. e Nenni amici nemici, Minerva Edizioni,
Bologna, 2015. ^ A. Spinosa, M. . Il fascino di un dittatore, Mondadori,
Milano, Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag]. ^ Quello
scatolone di sabbia che unì M. e Nenni.
^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario,
Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino. Sull'argomento vedasi
anche: Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia,
Roma, Editori Riuniti, 1976. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ I quattro avrebbero poi
dato vita al Partito Socialista Riformista Italiano. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario. In realtà
il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel XIII congresso del
1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso regionale socialista
romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in vari altri ambienti
fin dal 1904, compreso un attacco M. ano
. ^ cfr. Alfonso Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del
riformismo italiano, in Avanti! . ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa
italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, M.
il rivoluzionario cit., pag. 188. ^ Cfr.
Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, ,
Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino, 1965. ^ Luciano Lucci, M.
partecipa alla "Settimana rossa”,
ma senza convinzione 10 giugno 1914, su alfonsinemonamour.racine.ra.it. ^ M. propose il 27 luglio 1914 uno sciopero
generale insurrezionale nel caso dell'entrata italiana nel conflitto. Vedi Leo
Valiani, Il partito socialista italiano nel periodo della neutralità, Milano, .
^ Stando alle dichiarazioni di Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
274-75 e 286-87. M. interventista: l’espulsione dal PSI, su
fattiperlastoria.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Valerio Castronovo
et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 248. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
229-236. ^ M. interventista e la
cacciata dal Partito Socialista Italiano, su vanillamagazine.it. URL consultato
il 21 dicembre 2023. ^ Cfr. Antonio Spinola, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, 1989.[manca il numero della pagina]. ^ Claudio M., Grande
guerra, la verità su M. interventista,
«Corriere della Sera. ^ Scrive Renzo De Felice: «Secondo Filippo Naldi,
direttore del Resto del Carlino, alle prime spese per il giornale fecero fronte
alcuni industriali di orientamento più o meno interventista o, almeno,
interessati ad un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison),
Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi
(armatori)». Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Einaudi, p. 277. ^ M. resterà alla direzione del Popolo d'Italia
fino al novembre 1922, quando verrà nominato Presidente del Consiglio. ^ Vd. la
relazione della Commissione d'inchiesta sul caso M. in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 684-88. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario cit.,
pagg. 276-77 e il "Rapporto Gasti" presentato alle pagg. 723-37, in
particolare pagg. 732-33. ^ Massimo Novelli, l giovane M. al soldo della Francia (PDF), in La Domenica
di Repubblica Nel fascicolo "Corrispondenza, b. 1, fascc. 17, fotografie
1" del fondo "Treves" conservato presso la Fondazione di studi
storici "Filippo Turati", è presente una ricca corrispondenza
sull'episodio. ^ Piero Treves, Ma perché quel giorno non infilzò M. ?, La
Stampa, 30 giugno 1992, pag. 19. Anche in: Piero Treves, Scritti novecenteschi,
Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 182-184. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, cit. ^ Renzo De Felice, M. il Rivoluzionario cit., pagg. 321-22. ^ Da cui
sarà tratto il libro Il mio diario di guerra. ^ a causa di ciò ricevette un
anno di licenza di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo rientro in
ospedale allo scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di M. Benito di Alessandro, matricola 12467 D.M. di
Forlì in M. il rivoluzionario. Alla
morte del Senatore Giuseppe Tusini, il Duce inviò un telegramma di condoglianze
alla famiglia dove citava con riconoscenza il suo intervento chirurgico
risolutivo all'Ospedale di Ronchi di Soleschiano. Cfr. P. Marogna, Giuseppe
Tusini, Archivio italiano di chirurgia Vedi anche: AA. VV., Studenti al fronte,
LEG (GO). ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Mondadori. Smith, 1981, p. 54. ^
Ludwig, Colloqui (1932), pag. 50. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158. ^ Pini, M.. ^
Sebbene alcuni abbiano recentemente sostenuto ipotesi differenti sulle cause
del congedo, attribuendolo a condizioni generali di salute non buone legate a
malattie infettive, la presenza di tali patologie è stata negata dal referto
autoptico relativo al cadavere di M. . ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 353. ^ In una
lettera dal fronte ad Ottavio Dinale dell'11 settembre 1916 M. mostrava già di aver voglia di modificare il
sottotitolo del giornale. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 405-6, 687 e
734. La spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve fondo del 1º
agosto 1918 dal titolo Novità... ^ Grandi, Le origini, pag. 52. ^ Alessio
Altichieri, Le cento sterline che M. intascava dalla "perfida Albione", 6
ottobre 2009.. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie, riportò le
parole che M. gli fece pervenire nonché
le proprie conclusioni: «"Mobiliterò i mutilati di Milano, che
spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una
manifestazione di strada contro la guerra". E fu di parola, i fasci
neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi». ^ (EN) Benito M. was MI5's man in Italy., articolo del The
Times, del 14 ottobre 2009. ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 353-56. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario cit.,
pagg. 414-15. Mack Smith Un rapporto
della stessa sera della Polizia di Milano indicava circa 300 presenti, compresi
giornalisti e curiosi. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 504. ^ Chiurco,
vol. I, pag. 22. ^ O.O., vol. XIV, pp. 88, 102-133. ^ Vd. la relazione di
Giovanni Gasti in Renzo de Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 520-21. ^ O.O., vol. XVIII, pag. 201. In un fondo dal
titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei Fasci non abbiamo
preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la
responsabilità morale dell'episodio. ^ Mack Smith, 1981, p. 65. ^ O.O., vol. XIII, pag.
231. ^ O.O., Felice, pag. 727[Non è chiaro di
che libro si parli]. ^ La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano
stati deliberati, nelle riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di
diverse centinaia di volontari. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario Carteggio Arnaldo-Benito M.,
. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 572. ^ È interessante il modo con cui Giuseppe
Ungaretti - all'epoca corrispondente da Parigi per «Il Popolo d'Italia» - visse
gli arresti di M. e Marinetti del 18
novembre 1919. Il poeta, molto preoccupato, cercò d'organizzare una
manifestazione a Parigi in favore degli arrestati. Racconterà Ungaretti in
un'intervista del 1933: «Nel ’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo
i lavori della Conferenza della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli
italiani si radunavano in un grande albergo dove era stabilita la delegazione
italiana. Non rammento con precisione la composizione della delegazione
italiana. Credo Nitti o Tittoni al posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se
fra le carte di S. Ecc T. si troveranno forse un giorno una mia lettera in cui
gli dicevo che avesse fatto bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale,
delle schede e dei portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che
avrebbe vinto per forza o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere
di avvertirvi che rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di
fare attenzione ai mali passi! Vi furono in quel periodo degli arresti a
Milano. Organizzai allora una specie di Manifestazione in difesa degli
arrestati alla quale aderirono tutti gli intellettuali più in vista di Parigi
alla testa dei quali si misero gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà,
Aragon, Breton, Tristan Tzara, ecc., che erano quelli che facevano più chiasso.
Avevamo intenzione di invadere l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli
avrei bucato la pancia. Ma poi non se ne fece nulla perché gli arrestati
vennero rilasciati (Intervista di Alfredo Mezio ad Ungaretti, «Il Tevere»,
17-18 luglio 1933. Su questa vicenda si veda anche F. Pierangeli, Ombre e
presenze. Ungaretti e il secondo mestiere, premessa di E. Giachery, Loffredo,
Napoli 2016, p. 86; lettera di M. a
Soffici del 2 dicembre 1919, in G. Ungaretti, Lettere a Soffici 1917-1930, a
cura di P. Montefoschi e L. Piccioni, Sansoni, Firenze; Ungaretti e M.. Più
pacati furono i toni usati in quell'occasione da M. che nel dicembre 1919 cercò di tranquillizzare
il suo corrispondente parigino: «Carissimo, Marinetti è in libertà. Tutto bene»
(Biglietto inviato da M. ad Ungaretti,
Vita d'un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1986, p. 910). ^ Per
tutta la vicenda vedi Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 573-77. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario cit.,
pag. 544, pag. 590 e sgg. ^ O.O.. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario , M. il fascista - La conquista del potere,
Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi
esplicitamente ricattatorie, vd. M. il
rivoluzionario cit. pag. 354 e M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 45. ^ M. Drago, Allievi
marescialli nelle forze armate. Teoria ed esercizi per la preparazione alla
prova di preselezione dei concorsi, Alpha Test,. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario. ^ Emilio Gentile, E fu
subito regime: Il fascismo e la marcia su Roma, Gius.Laterza et Figli Spa. ^
Andrea Leccese, Inciucio forever: La costante del trasfmormismo nella politica
italiana, Armando . ^ Giolitti aveva esplicitato la sua intenzione di avere con
sé i "patrioti" e i "partiti nazionali" il 1º aprile 1921.
Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pag. 64. ^ La lista di associazioni che aderirono al
blocco è consultabile in Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Dal
Corriere della Sera del 1º gennaio 1922. ^ Dall'8 aprile al 14 maggio risultano
105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^
Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Torino, 1965. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pag. 111, 138. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 151. ^ O.O., vol. XVI, pagg. 241 e 297. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 222. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure
preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta
degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Per i
pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem pagg. 222-24: Lo sciopero
generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del Lavoro è stato la nostra
Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente battuti. ^ Enzo Biagi, Storia
del Fascismo cit. ^ Amendola, Una battaglia Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7. ^
Mack Smith, 1981, p. 87. ^ Antonino Repaci, vol. II, pagg. 125 e 132. ^ M. stesso asserisce, nel discorso di insediamento
in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300 000. ^ Secondo
Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i
fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che
"al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ Renzo
de Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pag. 358. ^ Secondo Renzo De Felice la parte destrorsa del
fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di ispirazione
nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente
parlamentarista. Vd. M. il fascista - La
conquista del potere cit., pagg. 365-66. ^ Paolucci, pag. 240. ^ cfr. "Il
Parlamento è morto". Discorso pronunziato alla Camera dall'on. Filippo
Turati il giorno 17 novembre 1922 sulle Comunicazioni del Governo, in
"Critica Sociale. ^ Vedi anche Atti Parlamentari, Camera dei deputati,
Discorsi, XXVI legislatura, Tornata. ^ Rendo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Bianchi,
Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n. 1601 (G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui (PDF)..
^ Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pagg. 524 e 535. ^ Italo Scotti, Bollettino di informazioni costituzionali e
parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera dei deputati: I - La Costituente
fascista (PDF) (archiviato dall'url originale il 4 novembre 2013).. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista
del potere. ^ "The
Italo-Greek Crisis." Economist London, England: 356+. The Economist
Historical Archive, 1843-2012. . ^
Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pagg. 561-62. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pagg. 557-570. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 563. ^ Regio Decreto Legge . ^
Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere anche Prassi italiana di diritto internazionale - I casi
della prassi Visani, La conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni
del 1924, Fratelli Frilli Editori, 2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei
fatti di cronaca riguardanti risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A.
nelle carte dell'ACS provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e
dalla stampa coeva Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale
furono 18 e i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, M. prassi politica e rivoluzione sociale, e.f.c.
Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice, furono
"centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il deputato
Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione, ma anche
alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e Raimondo
Sala) cfr. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 583. ^ Fin dalla presa del
potere M. e il Governo tentarono di arginare la violenza
squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere soprattutto
Alessandro Visani, La conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del
1924, Fratelli Frilli Editori, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione
di Giovanni Sabatucci. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani,
op. cit.[Manca numero di pagina]. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p.
146, come particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla
scheda elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito
scelto, e soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si
riferiva infatti alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in
incognito dei partiti di minoranza avessero volontariamente spinto i più
ingenui elettori del blocco nazionale a scrivere sulle schede "Viva M. !",
una pratica che avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa. ^ Renzo
De Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pag. 563 n. 2. ^ ibidem. ^ Si veda il resoconto stenografico
della seduta, Camera dei Deputati. ^ Così chiamata in richiamo alla secessione
della plebe ai tempi della res publica romana i quali si riunirono
sull'Aventino. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pagg. 620 sgg. ^ La morte di Matteotti
infatti sarebbe stata causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita
al prelevamento da parte degli squadristi. ^ Scheda biografica di Matteotti, su
treccani.it. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., p. 622. ^ Ibidem, pag. 646; Renzo De
Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista, Einaudi Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag 703. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 701. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice,
'M. il fascista - La conquista del
potere. ^ Indignatissimo il settimanale della sinistra fascista Impero scriverà
un pezzo intitolato Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava M. di far "di tutto per portarsi sul terreno
della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Per i
varii articoli giornalistici del fascismo intransigente contrario al
moderatismo M. ano vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.. ^
Ibidem, pag. 715. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ R. De
Felice, M. il fascista, Einaudi, . ^
Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti, testo integrale di
Benito M. del 3 gennaio 1925 su
Wikisource. ^ Dopo il delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e
fascisti propendevano per l'idea secondo cui M. dovesse "mettersi a disposizione della
giustizia". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. Col
discorso ha inizio il regime dittatoriale fascista, data confermata dallo
stesso M. nel libro "Storia di un
anno: Il tempo del bastone e della carota", Mondadori (in Opera Omnia). Renzo
De Felice, M. il fascista - La conquista
del potere. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere . ^
Renzo De Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista In particolare " La
Giustizia.", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" e
"Il Popolo". ^ Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Soveria Mannelli, Rubbettino Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri
fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un gruppo di squadristi si
lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici
pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento". Sforza,
Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia
illustrata: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la
Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno"
egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente
dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma
le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta
allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro
espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese,
Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento
apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi
fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di
un isolato". ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a M., Per pochi
centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un'inchiesta segreta
fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'interno,
conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i
risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della polizia".
^ Renzo De Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Mack Smith. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascista. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo la presa del
Ministero e molte squadre vennero ricreate dall'ambiente farinacciano
provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce di
ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso M. . Cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascistacit In occasione delle violenze di Firenze M., riunendo il Gran consiglio del fascismo il
giorno 5, fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento
immediato di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse
non hanno più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna
giustificazione storica e politica. . ^ Aniante. ^ Arpinati Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascista. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C. ^ Matteo di
Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea . ^ G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un
Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, . ^ InStoria - Mafia e Fascismo.. ^ Non è
da escludersi tuttavia che Cucco fosse stato trascinato in una vera e propria
trappola politica, poiché egli - essendo dell'area farinacciana - era
notevolmente inviso a M., che proprio in quel periodo stava "epurando"
i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia
Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979. ^ Sospetti di affiliazione mafiosa
restarono, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit. ^
Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato
perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere
invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Caruso, op.
cit. ^ Ibidem. ^ La mafia e la crociata del prefetto Mori..Non è vero che la
mafia dei salotti impone a M. l'allontanamento di Mori. È vero viceversa che
i suoi modi hanno allarmato Roma; che M. ritiene il problema liquidato e che può ora
liquidare il liquidatore". ^ DDI. ^ Graziotti Smith. ^ Regio decreto. ^
Legge Re, regina, reggente, principe
ereditario e primo ministro. ^ Sergio Romano, Vademecum di storia dell'Italia
unita, Rizzoli, Milano, . ^ Enzo Biagi, Amori, Rizzoli il patto fu siglato e
firmato. Salata riporta che nel protocollo della sigla fu concordato che il
patto avrebbe portato la data del 7 giugno, indipendentemente dalla data della
firma, un atto espressivo della volontà del governo. Vedi Francesco Salata Il
patto M., ^ Francesco Salata, Il patto M.,
Mondadori, Salata, Il patto M., Mondadori L'origine del sistema pensionistico
italiano va comunque fatta risalire, legge con l'istituzione di una «Cassa
Nazionale di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai», con
contributi su base volontaria. ^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuß, la
moglie e i figli erano ospiti di M. presso una sua residenza balneare. ^
All'origine dell'incidente di Ual Ual, Salvatore Minardi, , S. Sciascia
(Caltanissetta). ^ R. De Felice, M. il
Duce ^ A tale accordo si fa riferimento in Langer, William L. (a cura di) An
Encyclopaedia of World History, Houghton Mifflin Company, Boston. ^ R. De
Felice, M. il duce. ^ Del Boca Ministero
per la Guerra, Relazione dell'attività svolta per l'esigenza A.O., Istituto
Poligrafico dello Stato, Roma, , allegato n. 76. ^ Del Boca, p. 193. ^ Per un
quadro completo quadro sull'uso sistematico delle armi chimiche sul fronte
Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas di M., Il fascismo e la guerra
d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca, p. 196. ^
Del Boca. ^ Del Boca Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ F. Cardini e R.
Mancini, Hitler in Italia. Dal Walhalla a Ponte Vecchio, maggio 1938, Bologna,
Il Mulino. ^ È il caso per esempio del prefetto Cesare Mori. ^ Per un primo
approccio sull’origine, motivazioni e caratteristiche del diffuso consenso che
il fascismo riscosse dagli intellettuali italiani si veda, ad esempio, A.
d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino ; G. Belardelli,
Il Ventennio degli intellettuali, Laterza, Roma-Bari ; A. Tarquini, Storia
della cultura fascista, Laterza, Roma-Bari. ^ A proposito dell'adesione di
Giuseppe Ungaretti al fascismo, ed in particolare al suo rapporto con M., si
veda: Robert S. Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il
fascismo, Guida, Napoli; Filosofia fantastica. Prose di meditazione e
d’intervento, a cura di Carlo Ossola, UTET, Torino; L. Piccioni, Vita d'un
poeta, Rizzoli, Milano 1970, p. 66; W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti,
Camunia, Milano Guida, Ungaretti privato. Lettere a Paul-Henri Michel, Pensa
multimedia, Rovato-Lecce. Copia
archiviata, su laltraverita.it... ^ Allocuzione "Vogliamo
anzitutto".. M. e il papa .. ^ Copia archiviata, su
anpi.it..ilmanifesto.it /25aprile/02_25Aprile /9502rs14.01.htm in Internet
Archive. A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della
cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo
sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale. Comandante
delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato della
caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già comandante del
settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec, Majdanek, Sobibor
e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già comandante di
Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a gas, poi ucciso
dai partigiani. Benito M., MEMORIA
SEGRETA DI M. SULLA CONDOTTA DELLA
GUERRA, Schede tecniche aerei militari italiani e storia degli aviatori, su
alieuomini.it. ^ Si veda Pietro Badoglio (L'Italia nella seconda guerra
mondiale), che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da M. durante un loro colloquio. ^ Dalle colonie
inglesi, e in particolar modo dall'India, giunsero migliaia di soldati, che non
era stato possibile mobilitare precedentemente. ^ Già a Capo Spada venne
affondato un incrociatore italiano e alcune navi italiane furono affondate da
un attacco aereo nel porto di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ebbe a
Capo Matapan, una delle più gravi sconfitte nella storia della Marina. ^
Alfassio Grimaldi, U., Bozzetti. [i. e. millenovecentoquaranta il giorno della follia. Italia: Laterza. ^
Ciabattini. ^ Ciabattini. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese.
^ Renzo De Felice, M. l'alleato,
Einaudi, Ciabattini Ciabattini. ^ Ciabattini M. e il re avevano un colloquio privato due volte
alla settimana, il lunedì e il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro
della Real Casa. Iniziati, gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al
, per ventuno anni. Ciabattini. ^
Ciabattini Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse Ardeatine). ^
Benito M., Memoirs, Weidenfeld et Nicolson, London. Il testo si trova anche
qui: MEMOIRS, su oudl.osmania.ac.in. Franco o Francesco Maugeri, su
digilander.libero Cicchino, Saverio Polito e il viaggio di Rachele a Rocca
delle Caminate su historyfilesnetwork. ^ Marco Riscaldati, DAL GRAN CONSIGLIO
AL GRAN SASSO I 50 terribili giorni che videro l’Arma protagonista, in
Notiziario storico dell'Arma dei carabinieri. ^ Sandro Russo, M. prigioniero a Ponza, su Ponza Racconta. ^ Cfr.
Fabrizio Montanari. Nenni-M., amicizia impossibile, in Quotidiano on line
24emilia.com. ^ L'8 febbraio 1943, alla vigilia del suo compleanno, Nenni fu
arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour, in Rue de la Franze n.13, nella Francia
di Vichy (cfr. Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra: agenti, collaboratori
e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Nenni,
Intervista sul socialismo italiano, Laterza). Venne condotto prima a Vichy e
poi fu rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes per circa un mese (cfr. Enzo
Santarelli, Pietro Nenni, UTET, Il 5 aprile venne consegnato dai tedeschi a due
carabinieri alla frontiera del Brennero, probabilmente su richiesta di M., che
così lo salvò dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti. Condotto
nel carcere romano di Regina Coeli, Nenni fu poi confinato nell'isola di Ponza.
^ Cfr. Arrigo Petacco, La Storia ci ha mentito, MONDADORI, che riporta degli
appunti che il Duce scrisse durante il crepuscolo di Salò. ^ La grande storia,
Rai Tre. ^ Di Michele, Vincenzo,, L'ultimo segreto di M., Felice, M. l'alleato: la guerra civile, Torino, Einaudi. La
Provincia autonoma di Lubiana era stata annessa all'Italia nel 1941. De iure,
continuò a essere considerata tale fra paesi dell'Asse fino alla fine del
conflitto. Ovviamente, tale annessione non era considerata legittima dagli
Alleati. ^ Renzo De Felice, M. l'Alleato, tomo II, Einaudi. ^ Il Teatro
Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente colpita dai
bombardamenti alleati. Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith Operazione Sunrise,
Mondadori. ^ Mack Smith, "La
ragione offerta (in cui è difficile scorgere un qualsiasi senso logico) fu lo
shock subito nell'apprendere che i tedeschi erano scesi a patti senza
informarlo". ^ Per l'intera vicenda, cfr. Fabio Andriola, Appuntamento sul
lago e Carteggio Segreto Churchill M., SugarCo. ^ Mack Smith, . ^ Secondo, fra
gli altri, Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione,
Milano), Leo Valiani (Tutte le strade conducono a Roma, Firenze) e Silvio
Bertoldi (La guerra parallela, Milano 1996), M. avrebbe appreso il 25 aprile della decisione
del CLNAI di giustiziarlo. Secondo Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e
democrazia cristiana, Milano, ), che però è fonte isolata, avrebbe proprio
confidato questa valutazione. ^ Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e
Carteggio Segreto Churchill M., entrambi per i tipi della SugarCo. ^ Pier Luigi
Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo: la fine di M., ed. MondadoriChe a
seguito dell'armistizio aveva per decreto luogotenenziale assunto tutti i
poteri costituzionali. ^ Comandante del Corpo Volontari della Libertà ^
Raffaele Cadorna, Milano, La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, . Per la
sintesi del vasto relato del generale, si è fatto riferimento a Ray Moseley (M.,
Taylor Trade Publications). Audisio, In nome del popolo italiano, Edizioni
Teti. ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano.. Fondazione ISEC - cronologia
dell'insurrezione a Milano.. ^ Vincenzo Costa L'ultimo federale, il Mulino.
Sempre secondo Costa, nell'attentato partigiano erano morti cinque soldati
tedeschi della Propaganda Staffel e due popolane milanesi. Una trentina fra
civili e militari germanici erano i feriti. ^ Giorgio Pisanò, Storia della
guerra civile in Italia, fotografie Fra i molti testimoni, era presente anche
il giornalista Indro Montanelli. ^ L'autopsia effettuata sul corpo di M..,
Controstoria. ^ Filmati e foto d'epoca girati a Piazzale Loreto - Milano e
all'obitorio.. ^ Tettamanti Franco, , commando a Musocco Rubata la salma del
duce, in Corriere della Sera. Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa, Guerra
civile. Casini Editore, Santarcangelo di Romagna collana Frammenti di storia. ^
Come ravvisabile ad esempio nel discorso pronunciato da M. a Milano. ^ Domenico Venturini con prefazione
di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere per l'incremento della Letteratura
fascista. Dante Alighieri e Benito M. . Roma, Casa Editrice Nuova Italia Gervaso,
Il dito nell'occhio, Rusconi. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi .. ^ Copia
archiviata, su cssem.org. Baioni. Risorgimento in camicia nera. Studi,
istituzioni, musei nell'Italia fascista. Roma, Carocci, . ^ Brano tratto da La
Dottrina del fascismo, di Giovanni Gentile e Benito M., ( cfr.(archiviato
dall'url originale il 30 marzo 2009).), sviluppata sin dal 1929, inserito
nell'edizione de L'Enciclopedia Italiana: «Regimi democratici possono essere
definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di
essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora
irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi
re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Il
fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale
dell'egualitarismo politico e l'abito della irresponsabilità collettiva e il
mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere
diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai
margini dello stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una
'democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria.» ^ Emilio Gentile, La
Grande guerra e la rivoluzione fascista, su treccani.it. «Ateo militante negli
anni giovanili, quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione
all’interventismo e l’espulsione dal Partito socialista, M. era rimasto ateo, anticlericale e pagano, e
tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva all’indomani
della sconfitta» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la rivoluzione fascista,
su treccani.it. «Pochi mesi dopo, nell’agosto, M. inneggiava all’impero spirituale del
cristianesimo «che non ha territori, ma ha ancora un’idea nella quale si
raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi sulla faccia della terra»: «È
un impero che conta oramai la sua vita a millenni. Sui flutti agitati della
storia è ancora la barca del divino ebreo Gesù quella che galleggia meglio di
tutte le altre»64. E un mese dopo, M. ripudiava l’anticlericalismo e
l’anticattolicismo» ^ Fonte: Corriere della Sera M. rubacuori. Ha avuto 15 amanti".. ^ M.
Sarfatti The Life Of Benito M. scaricabile. ^ Mimmo Franzinelli, Il duce e le
donne. Avventure e passioni extraconiugali di M., Mondadori, Luzzatto, Così il
Duce distrusse la famiglia segreta, su archiviostorico.corriere.it, Archivio
storico del Corriere della Sera.Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, su
archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della Sera. Zeni, La
moglie di M., Trento, Effe e Erre, Serri, Claretta l'hitleriana, Longanesi Bertotto,
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Mussolini. Mussolini. Keywords: tea with Mussolini. Refs.: Luigi Sperana,
“Grice e Mussolini.” Mussolini.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mustè: la ragione conversazoinale e l’implicatura
conversazionale nella filosofia dell’idealismo italiano – il dialogo di Socrate
e il dialogo di Gentile – la scuola di Roma – filosofia romana -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Flosofo italiano. Roma, Lazio. Laurea in
filosofia con la tesi, “Marx,” borsista dell'Istituto italiano per gli studi
storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di ricerca, collaborando
con Gennaro Sasso. Redattore della “nuova serie” della “Rivista trimestrale”.
Consegue il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza. Lavora alla
"Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici"
dell'Università "La Sapienza" in qualità di “Segretario e Curatore
dell'archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di
Storia della filosofia. Insegna a Roma. È membro del Consiglio
scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la
Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con
l'Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana
e Croce e Gentile. La cultura italiana e l'Europa. Ha diretto la rivista
"Novecento". Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra
cui: "Giornale critico della filosofia italiana", "Annali della
Fondazione Gramsci", “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse
riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: "Giornale
critico della filosofia italiana", "La Cultura", "Studi
storici", "Filosofia italiana". Nel è stato nominato dal Ministero dei beni
culturali Segretario del "Comitato nazionale per il bicentenario della
nascita di Bertrando Spaventa". Dal
al ha insegnato Ermeneutica
filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università
Antonianum. Ricerche Le sue ricerche si sono rivolte alla storia della
filosofia italiana, con contributi dedicati all'idealismo e al marxismo. Per
quanto riguarda l'idealismo italiano, ha indagato i momenti e le figure
fondamentali (sino al profilo complessivo) e le premesse nella filosofia
dell'Ottocento, specie in relazione al pensiero di Vincenzo Gioberti
(soprattutto con il libro su La scienza ideale). Di particolare interesse gli
studi su Bertrando Spaventa e le monografie su Omodeo e Croce. Ha dedicato
saggi e ricerche al pensiero di Antonio Gramsci e ad altri momenti del pensiero
marxista italiano: del è la monografia
su Marxismo e filosofia della praxis, che ricostruisce la storia del marxismo
italiano da Labriola a Gramsci. Sono noti i suoi studi sul pensiero politico
nell'Italia contemporanea, con particolare riguardo alle figure di Rodano,
Balbo, Noce. Ha approfondito lo studio dell'opera di Marx e in generale
la storia della filosofia tedesca tra Hegel e Nietzsche. Particolare
attenzione ha poi rivolto (con il libro
su La storia e con altri scritti, tra cui quelli sull'evento e sulla
teoria delle fonti) alle questioni specifiche della teoria della storiografia.
Metodi Conduce l’indagine teoretica in stretta relazione con gli studi di
storia della filosofia e di storia della storiografia, in generale nell’ambito
della storia delle idee, adottando un metodo storico-critico che spesso
privilegia l’uso di fonti archivistiche e di documentazione inedita. Il suo
metodo cerca di coniugare l'analisi strutturale delle opere filosofiche con la
ricerca filologica sulle fonti e sulla tradizione dei testi, con particolare
riguardo ai processi di lungo periodo della filosofia italiana moderna e contemporanea. Saggi:“Storiografia”
(Mulino, Bologna); “Croce, Morano, Napoli
Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino,
Bologna); “Carteggio Croce-Antoni, Mulino, Bologna Politica e storia in Bloch,
Aracne, Roma La scienza ideale. Filosofia e politica” (Rubbettino, Soveria
Mannelli, Franco Rodano. Laicità, democrazia, società del superfluo, Studium,
Roma Grice: “’superfluo’ is possibly one of the most unsuperfluous words in the
Italian philosophical dictionary – cf. “I was in New York, which was black
out.” -- Gioberti, Il governo federativo” (Gangemi Roma) – nazione e stato
federale – federazione, governo federativo -- Rodano, Cristianesimo e società opulenta,
Edizioni di storia e letteratura, Roma, Il giudizio sul nazismo. Le
interpretazioni -- La storia: teoria e metodi, Carocci, Roma, La filosofia
dell'idealismo italiano, -- Grice: “filosofia” is superfluous here, seeing that
idealism already ENTAILS philosophy!” -- Carocci, Roma, Croce, Carocci, Roma
Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi” (Aracne, Roma); “La
prassi e il valore -- la filosofia dell'essere” Aracne, Roma “Filosofia della
praxis” Viella, Roma); “In cammino con Gramsci, Viella, Roma. L'ermeneutica, in
«Rivista trimestrale», Il problema del mondo nel «Tractatus» di Wittgenstein,
in «Rivista trimestrale», Le fonti del giudizio marxiano sulla rivoluzione
francese in «Annali dell'Istituto
Italiano per gli Studi Storici», L'orizzonte liberale di Dahrendorf, in
«Critica marxista», Sturzo e il popolarismo – POPOLARISMO -- nel giudizio, in
Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari, Croce e il problema del
diritto, in «Novecento», Metodo storico e senso della libertà” “La storiografia
crociana, in «La Cultura», Omodeo. Il pensiero politico, in «Annali
dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», Libertà e storicismo assoluto:
per un'interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra
tradizione nazionale e filosofia europea, Riuniti, Roma, “La società civile
democratica, in «Novecento», Sul
giudizio politico, in «Novecento», Il marxismo politico nell'interpretazione di
Noce, in «Poietica», Gioberti e Cartesio, in Bibliopolis, Napoli, Comunismo e
democrazia, in La democrazia nel pensiero politico del Novecento” (Aracne, Roma);
Guido Calogero, in «Belfagor», Gioberti e Leopardi, in «La Cultura», Verità e
storia, in «Storiografia», “La morale”, Rosmini e Gioberti. G. Beschin e L.
Cristellon, Morcelliana, Brescia, Il destino dell'evento nella nuova storia”
francese, in «La Cultura», Carattere e svolgimento delle prime teorie estetiche
di Croce, «La Cultura», Liberalismo
etico e liberismo economico, in Croce filosofo liberale, -- cf. Grice, “Do not
multiply liberalisms beyond necessity: ‘liberalismo semiotico’” – Grice: “Muste
is very witty in distinguishing between liberalism and liberrism!” Reale, LUISS
University Press, Roma, La teoria della storia in Croce, in «Giornale critico
della filosofia italiana», L'idea di “Risorgimento” in Gioberti, in «Quaderni
della Fondazione Centro Studi Noce», Il significato delle fonti storiche, in
«La Cultura», La storia: teoria e
metodi, in «History and Theory», Il passaggio all'anti-fascismo di Croce, in
Anni di svolta. Crisi e trasformazione nel pensiero politico della prima età
contemporanea, Sciullo, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alterità e principio del
dialogo in Calogero, in L'idea e la differenza. – principio dialogo – il noi --
Noi e gl’altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo, M.P.
Paternò, Rubbettino, Soveria Mannelli Il principio del nous nella filosofia di
Calogero, in «La Cultura», La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di
Garin. Atti del Convegno di studi, Vacca e Ricci, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Gioberti, in Il contributo italiano alla storia del pensiero.
Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Lo
storicismo italiano nel secondo dopoguerra, in Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Il problema della libertà nella filosofia di Scaravelli, in «La
Cultura», La libertà del volere nella filosofia di Croce, in Filosofia e
politica. Cesarale, M., Petrucciani, Mimesis, Milano, Il senso della dialettica
nella filosofia di Spaventa, in "Filosofia italiana", apr. Storia, metodo, verità, in «La Cultura»,,
Gentile e Marx, «Giornale critico della filosofia italiana», Togliatti e Luca,
«Studi storici», Gentile e Socrate, (Grice: cf. caricature of Gentile as
Aristotele in ‘La scuola d’Atene”) -- in La bandiera di Socrate. Momenti di
storiografia filosofica italiana nel Novecento, Spinelli e F. Trabattoni,
Sapienza Università, Roma, Gentile e Gioberti, «La Cultura», Gramsci, Croce e
il canto decimo dell’Inferno di Alighieri, «Giornale critico della filosofia
italiana»,, Spaventa e Gioberti, «Studi storici»,, La presenza di Gramsci nella
storiografia filosofica e nella storia della cultura, «Filosofia italiana»,
Dialettica e società civile. Gramsci “interprete” di Hegel, «Pólemos. Materiali
di filosofia e critica sociale», Marx e i marxismi italiani, «Giornale critico
della filosofia italiana», La “via alla
storia” di Ginzburg, in Streghe, sciamani, visionari. In margine a Storia
notturna di Ginzburg, Presezzi, Viella, Roma, Filosofia e storia della
filosofia nella riflessione di Sasso, «Filosofia italiana», Opere Sapienza
Roma. Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici, su lettere uniroma1.
Intervista sulla storia della "Rivista trimestrale" Intervista di M.
su Croce del //diacritica/ letture-critiche/lo-
storicismo-di-croce-e-la-morte-della- metafisica-intervista-a- M. Socrate e
Gentile. Se consideriamo i libri custoditi presso la biblioteca personale di Gentile,
troviamo, a proposito di Socrate, soprattutto opere di autori italiani, con
alcuni dei quali da tempo era in corrispondenza: oltre le vecchie versioni di Ferrai
(Padova), vi figurano le edizioni dell’Apologia curate da Acri (riproposta da
Guzzo) e da Manara Valgimigli (Bari); le opere di Giovanni Maria Bertini (fra
cui l’edizione di Senofonte), che, come si dirà, avevano occupato la critica di
Bertrando Spaventa; quindi i libri che via via, nella prima metà del secolo,
erano apparsi in Italia: quelli di Zuccante, che Tocco aveva presentato alla
Reale Accademia dei Lincei, poi quelli di Covotti, Mignosi, Labriola, Banfi,
Levi, Brocchieri. Ma a proposito di
Socrate, Gentile utilizzò anche altri mo- menti della storiografia filosofica
italiana, appoggiandosi, per esem- pio, ad alcuni testi dello storico del
cristianesimo Alessandro Chiap- pelli e del romanista Pascal. Se allarghiamo lo
sguardo oltre i confini nazionali, i riferimenti principali rimangono quelli di
Zeller (a cui si era prevalente- mente richiamato Spaventa), ma anche di
Gomperz e di Tannery. Di Zeller, Gentile possede i primi due volumi
dell’edizione Mi piace ricordare che la ricerca su libri, opuscoli e
periodici posseduti da Gentile 1 può ora essere svolta online sul sito della
Biblioteca di Filosofia della Sapienza di Roma, grazie al lavoro di
digitalizzazione del catalogo compiuto sotto la direzione del dott. Gaetano
Colli: cfr. Colli. Anche il catalogo dei corrispondenti dell’archivio di
Gentile (custodito presso la “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici”
a Villa Mirafiori) è consultabile nel progetto “Archivi on-line” del Senato
della Repubblica. italiana della Filosofia dei Greci curata da Mondolfo;
e di Tannery conservava la seconda edizione, di Pour l’histoire de la science
hellène, che la moglie Erminia aveva donato, con dedica, al figlio Giovannino.
A Zeller, come si sa, dedicò un ampio necrologio nel quale elogiò la sua opera
di storico criticandone tuttavia i princìpi neokantiani2; e avvicinandovi, ap-
punto, i nomi di Tannery e quello, «così geniale», di Gomperz. Proprio a
Gomperz, d’altra parte, aveva fatto un più che positivo riferi- mento nella
prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, dove parlò
di un «concetto equivalente al mio, che nella storia della filosofia si
riassuma tutta la storia dell’umanità»4; e, nella lunga recensione che nel 1909
dedicò al Socrate di Zuccante, ne parlò come di «uomo di gusto», sia pure privo
del «bernoccolo del filosofo», assumendone soprattutto la critica della
testimonianza di Senofonte. Gentile si trovò di fronte, fin dalla giovinezza,
due modelli inter- pretativi, tra loro, per altro, connessi. In primo luogo le
pagine che Ber- trando Spaventa aveva dedicate a Socrate, dapprima discu- tendo
sulla “Rivista contemporanea” la memoria torinese di Giovanni Maria Bertini
Considerazioni sulla dottrina di Socrate6, poi nel grande corso sulla filosofia
italiana, dove aveva aggiunto, come appendice, lo Schizzo di una storia della
logica, nel quale riprendeva il tema socratico7. Il secondo riferimento è
Labriola, la cui memoria su La dottrina di Socrate era stata ripubblicata da
Benedetto Croce per l’editore Laterza. Per quanto, in maniera caratteristica,
nel discorso preliminare del all’edizione degli Scritti filosofici di Spaventa,
si limitò a un breve cenno alla discussione con Bertini8, e anche nella
Prefazione al Gentile. Bertini. Ma la memoria, a cui Spaventa si riferisce, era
stata presentata in una seduta. Poi in Bertini. Da una lettera a Spaventa, si
apprende che l’articolo di Bertrando era solo il primo di una serie di scritti
socratici, che poi non realizzò: cfr. Spaventa La filosofia italiana nelle sue
relazioni con la filosofia europea, in Spaventa Gentile Gentile e Socrrate
volume Da Socrate a Hegel mancò di entrare nel merito della questione9, è da
ritenere, per le ragioni che si vedranno, che l’influenza spaven- tiana pesasse
in maniera determinante nella sua prima lettura di Socrate. Spaventa confuta
l’interpretazione di Bertini, cercando di definire i rapporti, da un lato, tra
Socrate e la filosofia antica, e, d’altro lato, tra Socrate e la filosofia
moderna. Per tale confutazione, si era appoggiato al capitolo hegeliano delle
Le- zioni sulla storia della filosofia e all’opera di Zeller, ma anche, per
deter- minare i caratteri generali del pensiero greco, alla traduzione francese
di Claude Joseph Tissot della Storia della filosofia di Heinrich Ritter10.
Tuttavia, la lettura di Socrate risultò ben diversa da quanto quei libri
potevano suggerirgli. Possiamo dire, in breve, che se per Hegel è Parmenide il
vero iniziatore della filosofia, perché ha sollevato il pensiero alla massima
astrazione dell’essere11, per Spaventa la filosofia inizia propriamente con
Socrate, che ha scoperto la dimensione del “concetto”, superando il naturalismo
immediato della precedente vita greca. La critica a Bertini si appuntava su
questo aspetto. Per Bertini, di fronte all’attacco dei sofisti, Socrate aveva
restaurato l’ethos greco, sal- vandolo dalla dissoluzione. Per Spaventa, le
cose andavano diversa- mente. Non solo Socrate non aveva restaurato la vita
greca, ma le aveva inferto «il vero colpo di grazia» (La dottrina di Socrate,
in Spaventa), ponendo un nuovo principio, quello della «soggettività
universale»: caratterizzata la filosofia presocratica come indistinzione
immediata di pensiero ed essere, Socrate aveva inaugurato l’antitesi dei due
termini, senza tuttavia trovarne l’unità e la sintesi, e anzi la- sciando al
pensiero moderno questo compito ulteriore. I sofisti, dun- que, lungi
dall’essere dei distruttori, si presentavano quali profondi innovatori, anche
se il loro soggettivismo era piuttosto un individuali- smo, fermo alla
dimensione naturale ed empirica dell’individuo. So- crate trasformava, con la
dottrina del concetto, questo individualismo in un autentico, universale
soggettivismo: «in questo senso» – scriveva Spaventa – «Socrate e Cartesio, che
che ne dica il professor Bertini, si rassomigliano». Spaventa Parmenide,
Hegel [Ritter Cfr. Hegel Ma soprattutto, per il riferimento a Da questo
punto di vista, Socrate non appariva affatto come un fi- losofo pratico o
morale, ma come un filosofo schiettamente teoretico. Più precisamente, il
carattere della sua filosofia veniva indicato in un radicale formalismo.
Bisogna prestare attenzione all’uso che Spaventa fece di questa espressione,
per certi versi anticipando i temi della sua riforma della dialettica.
Formalismo significava che Socrate, scoprendo il principio nuovo della
«soggettività universale», lo riconosceva solo nella forma, nell’attività dialogica
della ricerca della verità, in quanto presupponeva, alla maniera di tutto il
pensiero antico, il contenuto og- gettivo e naturale: se per i moderni,
scriveva, la soggettività è non solo «universale» ma «assoluta», «il puro
rapporto del pensiero a se stesso», per Socrate «non è già il soggetto che
determina l’essere oggettivo, ma l’essenza oggettiva delle cose che determina
il soggetto». La visione moderna – per cui, come si chiarirà nella riforma
della dialet- tica, il pensiero è negazione determinante dell’essere -- appariva
qui rovesciata, nel senso che l’essere si delineava come il cercato, come la
verità ideale del soggetto. Questa tesi del formalismo era quella vera- mente
decisiva nell’interpretazione di Spaventa, poiché a essa veni- vano ricondotti
tutti i temi della riflessione socratica: l’induzione, il dialogo, l’ironia, e
poi soprattutto l’ignoranza, interpretata come con- sapevolezza della mancanza
di verità del soggetto, quasi come ammis- sione del limite storico della
propria posizione. E ancora, l’eudemoni- smo socratico diventava (seguendo qui
i Magna moralia) l’assenza del concetto del Bene e, quindi, la sua
identificazione con l’utile. Infine, ed è un altro aspetto di rilievo (e qui la
fonte era in parte aristotelica in parte hegeliana), mancava in Socrate la
psicologia, cioè la cognizione della parte irrazionale dell’individuo, delle
passioni: la sua soggettività «universale» non riusciva a cogliere né il
contenuto del concetto né la base irrazionale dell’individuo, restando sospesa
tra il particolare e l’universale e non potendo intravedere la sintesi e
l’unità tra i due momenti, cioè l’autentica realtà e immanenza del concetto.
Nella memoria su La dottrina di Socrate, con la quale vinse il premio della
Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Labriola non citò mai
lo scritto di Spaventa, ma certo ne riprese [Si veda per questo aspetto Mustè
La dottrina di Socrate, in Spaventa. Gentile e Socrate 43 almeno un paio di
aspetti14. In primo luogo riprese la tesi del formali- smo, a cui dedicò la
parte centrale dello scritto e che anzi sviluppò fino alle conseguenze estreme,
mostrando come «il suo di Socrate sapere è pura esigenza» e «quello che egli
cerca deve ancora trovarlo» (Labriola). In secondo luogo, insisté sulla
mancanza in Socrate di ogni notizia di psicologia, con accenti e motivi molto
simili a quelli che Spaventa aveva adoperato nella polemica con Ber- tini. Ma
certo mutava il quadro complessivo dell’interpretazione, anzi tutto per la
scelta, molto radicale, di affidarsi esclusivamente o quasi alla testimonianza
di Senofonte, non attribuendo, scriveva, «a Socrate nessun principio, massima,
o opinione che non sia, o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata
da Senofonte»; poi per il fatto che la tesi spaventiana del formalismo serviva
ora a recidere i rapporti tra Socrate e la tradizione filosofica presocratica
(ibid., 555), superando il problema stesso che aveva animato la discussione tra
Spaventa e Bertini. Per Labriola, Socrate non era affatto un filosofo: «Socrate
come semplice filosofo – scriveva – è un parto d’immagina- zione» (ibid., 569);
e tanto meno poteva essere considerato come «il creatore del principio della
soggettività», neanche di una soggettività «universale» come quella di cui
Spaventa aveva parlato. Al contrario, la figura di Socrate era ricondotta a due
linee fondamen- tali di lettura, tra loro convergenti: da un lato il processo
di sviluppo della religione greca, dove Socrate aveva inserito l’idea della
divinità «come intelligenza autrice e reggitrice del mondo», riuscendo per
questo «a isolare la sfera morale dalla naturale; d’altro lato, in relazione
agli studi che allora conduceva per «una storia dell’etica greca» interpretò
Socrate come concreta espressione della crisi della storia greca, come
l’emergere di una colli- sione tra forma della tradizione e volontà
dell’individuo: per cui, sorge nell’individuo «il bisogno di rifarsi da sé
quella certezza» che l’opinione comune ha smarrito, tornando a porre, con
l’esercizio del dialogo, le[ L’interpretazione di Labriola è stata analizzata
da Cambiano, Il Socrate di Labriola e la storiografia tedesca e da Spinelli,
Questioni socratiche: tra Labriola, Calogero e Giannantoni che si leggono
rispettivamente nel primo e nel terzo volume di Punzo3, Spinelli ricorda
opportunamente un breve quanto penetrante articolo di Giannantoni, Il Socrate
di Labriola, apparso nel supplemento di “Paese sera”. Tra gli altri studi, mi
limito a ricordare Cerasuolo, e le lucide osservazioni di Poggi domande
induttive sulla definizione, sul «cosa è» la giustizia, la virtù, la santità.
Per certi versi, Labriola seguiva la linea interpretativa di Spa- venta, ma ne
modificava la prospettiva, calando Socrate non più nel centro problematico
della storia della filosofia ma in quello della vita religiosa e sociale del
mondo greco. A prescindere dallo sviluppo peculiare che ebbe nella memoria di
Labriola, la tesi spaventiana del formalismo di Socrate restò alla base delle
prime riflessioni di Gentile. Già nella tesi di laurea su Rosmini e Gioberti –
dove il problema principale, sulle orme di Donato Jaja, era quello
dell’intuito, e quindi della profonda differenza tra l’intuito ro- sminiano
dell’essere puro e quello, platonico ma soprattutto prove- niente da
Malebranche, delle idee determinate e formate (Gentile) – i riferimenti a
Socrate risentono della discussione di Spa- venta con Bertini. Lo si vede,
soprattutto, nella nota che inserì per di- scutere la memoria di Aurelio
Covotti Per la storia della sofistica greca. Studi sulla filosofia teoretica di
Protagora (pubblicata nel 1896 negli “An- nali” della Regia Scuola Normale
Superiore di Pisa), dove, criticando le interpretazioni di Wilhelm Halbfass e
di Theodor Gomperz, ribadì la necessità di distinguere l’individualismo empirico
di Protagora dal soggettivismo di Socrate, pur sottolineando la sua distanza
dal kanti- smo, mancando ancora in Socrate «il concetto del pensiero come pro-
duttività» (Gentile). Una lettura, questa, che trovò poi uno sviluppo più
organico nella recensione al Socrate di Zuccante, dove criticò
«l’interpretazione soggettivistica» di Protagora, che l’autore aveva dato,
insistendo piuttosto sul rapporto con Demo- crito: con riferimento a un
articolo di Victor Brochard, affermò anzi che la tesi dello storico francese
andava «rovesciata», perché non Demo- crito aveva appreso da Protagora i
princìpi della gnoseologia sofistica, ma viceversa questo, Protagora, era stato
«scolaro» di quello, di Democrito (Gentile). Questo tema del rapporto tra
Socrate e Protagora era d’altronde essenziale nell’equilibrio del libro, perché
tanto Rosmini che Gioberti avevano appunto confuso i due momenti
(l’individualismo e il soggettivismo), lasciando oscillare la figura di Socrate
tra Protagora e Platone: «il Gioberti» – spiegava Gentile Gli articoli di
Brochard vennero ristampati in Brochard (ma si veda la 4° edizione ampliata,
Paris, con l’introduzione di Delbos). Gentile e Socrate 45 «come il
Rosmini, non conosce altro soggettivismo che il falso antro- pometrismo protagoreo»,
e perciò, aggiungeva, si vede costretto a tro- vare in Socrate Platone,
«altrimenti del maestro di Platone non si fa che una ripetizione di Protagora»
(Gentile). Alla maniera di Spaventa, insomma, il soggettivismo di Socrate non
andava confuso né con l’individualismo di Protagora né con la successiva
dottrina pla- tonica delle idee. Questo atteggiamento spiega anche la presenza
di Socrate nel saggio su La filosofia della prassi, dove, per dimostrare che
Marx aveva assunto il concetto della prassi dall’idealismo, e non dal mate-
rialismo, chiamò in causa il «soggettivismo di Socrate», facendo dell’antico
filosofo greco il primo idealista, anzi il primo teorico della praxis: perché,
spiegava Gentile, Socrate non concepiva la verità come un bene formato da
trasmettersi, ma come il risultato di un «personale lavorio inquisitivo», cioè
del dialogo e dell’arte maieutica: «il sapere – concludeva – importava per
Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva costruzione, una continua
e progressiva prassi» (Gentile). Altrove scriveva che il merito di Socrate
«consiste appunto nel superamento di quella dualità di volontà e intelletto,
che è presup- posta così dal determinismo come dal concetto del libero
arbitrio»: e arrivava ad affermare che, se avesse approfondito questo aspetto,
sa- rebbe stato condotto «al concetto hegeliano dell’unità di libertà e ne-
cessità razionale» (Gentile). Di questa singolare definizione di Socrate come
primo idealista, Gentile darà una spiegazione, nei Discorsi di religione,
quando dirà che, con Socrate, «la filosofia acquista coscienza del suo
carattere idealistico», anche se questa co- scienza «si oscurerà tante volte
nel corso del suo sviluppo storico»: e quasi per dare un esempio di tale
oscuramento, ricordava l’«idealismo ancora naturalistico» di Platone e
Aristotele, che aveva ricompreso l’intuizione socratica nel realismo del «mondo
delle idee» e in quello di «Dio, forma o atto puro, o pensiero del pen- siero. .
Questi primi riferimenti, in larga parte ispirati dalla posizione di Spaventa,
cominciarono a complicarsi negli anni appena successivi, quando Gentile iniziò
a elaborare la filosofia dell’atto puro, e quindi, bisogna aggiungere, ad
approfondire la distanza tra dialettica del pen- sato e dialettica del pensare,
tra pensiero antico e pensiero moderno. Un preludio della successiva lettura di
Socrate può essere indicato, d’altronde, nella lunga recensione al
Socrate di Zuccante, dove Gentile, richiamandosi implicitamente (senza mai
citarla) alla posizione di Spaventa, chiarì due aspetti fondamentali della pro-
pria interpretazione. In primo luogo, in un passaggio di particolare im-
portanza, rielaborò e chiarì la tesi del formalismo socratico, definito appunto
come la sua «gloria». Scrisse infatti: la verità è che la ricerca socratica è
prevalentemente umana, perché l’uomo coi sofisti era venuto al primo piano
della speculazione, segna- tamente nella rettorica. E lo stesso tentativo di
sollevare a scienza la rettorica, operato dai sofisti, ne mette a nudo
l’essenziale formalismo, e fa sentire il bisogno di quella più schietta e più
concreta scienza dello spirito, che Socrate persegue col suo motto divino:
conosci te stesso. Qui è la radice dell’unità del suo interesse speculativo,
teorico, e del suo interesse morale, pratico: qui anche la radice del
formalismo spe- culativo e morale, a cui s’arresta lo stesso Socrate. Il quale
supera la forma rettorica con l’affermazione del contenuto della rettorica
(giusto, ingiusto ecc.): ma di questo contenuto non definisce altro che la
forma: il concetto come universale, non intravveduto da nessuno dei filosofi
precedenti: il concetto di ogni cosa (logica) e il concetto stesso del giusto
(morale). In che consiste il valore di questa scoperta, che è la gloria di
Socrate (Gentile). In secondo luogo, stabilito il senso del formalismo
socratico, Gentile chiariva il significato della scoperta logica di Socrate,
affermando che si trattava non solo, e non tanto, della scoperta del concetto,
ma del «concetto del concetto», della «essenza dello spirito»: se i filosofi
prece- denti sempre avevano adoperato concetto e definizione, ora Socrate
sollevava il pensare a «pensiero del pensiero», conferendo agli uomini una
«seconda vista», quella della schietta universalità. Grazie a Socrate, il
pensiero diventava, per la prima volta, oggetto di sé stesso, sostituendosi
all’orizzonte della natura: e questo, oltre quello più limitativo dell’assenza
di un contenuto assoluto, era il carattere del suo formalismo, inteso appunto
come considerazione della forma logica in sé stessa. Negli scritti di questo
periodo, l’accento cominciava a battere con più forza sulla continuità tra
Platone e Aristotele, perché – scriveva – «con Aristotele [non] si fa un passo
avanti» rispetto al metodo trascen- dente di Platone (Gentile). Non solo
infatti, come precisò nella prolusione palermitana su Il concetto della
storia della filosofia, Platone aveva «trasformato» il concetto socratico in
«idee eterne e immobili, puro oggetto della mente»; ma iniziò a riportare la
filosofia di Platone alla fonte eraclitea e soprattutto a quella parme- nidea,
che ai suoi occhi costituiva il vero approdo del Teeteto e del So- fista:
«Platone» – scriveva – «non vide mai altro che l’essere immobile e realmente
immoltiplicabile, tal quale l’essere (fisico) degli Eleati. Qui si doveva
arrestare una filosofia ignara della natura dello spirito». Più che Socrate,
dunque, la filosofia di Platone in- contrava, con la teoria delle idee,
l’essere di Parmenide, superando in esso anche la primitiva lezione di Cratilo.
Fu nel primo volume del Sommario di pedagogia che il giudizio su Socrate
cominciò ad assestarsi. Gentile vi si soffermò in due diverse parti dell’opera:
in primo luogo, nella sezione su L’uomo, a proposito dei concetti; in secondo
luogo, nella parte terza, su Le forme dell’educazione. Il capitolo che dedicò
al «merito di Socrate sco- pritore del concetto» finì per risultare piuttosto
singolare. Riconobbe a Socrate il «merito straordinario» di avere affermato «il
carattere uni- versale del vero» (Gentile); ma subito aggiunse che quel con-
cetto non era poi il vero concetto, il conceptus sui, ma una forma che,
conseguita per via induttiva, con «un processo di generalizzazione», era
piuttosto irreale, astratta, lontana dalla concreta determinazione del mondo:
offrì insomma del concetto socratico una lettura singolar- mente negativa,
quasi rappresentandolo nella figura degli pseudocon- cetti o finzioni che,
nella Logica e nella Filosofia della pratica, Croce aveva teorizzato. Di più,
in un capitolo successivo, affermò che il concetto socratico, «base
dell’erronea teoria platonica e aristotelica del concetto», presupponeva la
scissione tra teoria e pratica: ne- gando dunque a Socrate proprio quel merito
che, come abbiamo osser- vato, gli aveva riconosciuto nel saggio su La
filosofia della prassi. La considerazione trovava uno sviluppo rilevante, come
si diceva, nella terza parte dell’opera, dove Gentile poneva la figura di
Socrate all’origine del concetto di «educazione negativa», collocandolo sulla
stessa linea che, nell’epoca moderna, avrebbe prodotto la «possente» opera di
Rousseau. A questo principio dell’educazione negativa, Gen- tile tornava a
rivolgere un elogio, perché capace di implicare «l’imma- nenza del divino
nell’uomo» e dunque di anticipare lo
spi- rito di libertà di Rousseau: ma anche qui osservava che Platone
aveva convertito la maieutica socratica in un innatismo delle idee, come
un ritorno dell’anima «a quella pura cognizione originaria che ella si reca in
sé dalla nascita». Una critica, d’altronde, che si legava all’idea, sostenuta
ancora nei Discorsi di religione, secondo cui il pen- siero antico non poté mai
accedere al problema morale, perché privo del principio stesso della volontà
(Gentile). In tutta la prima fase della sua riflessione, Gentile tenne fermo il
Socrate di Spaventa, cioè la tesi del formalismo e della scoperta della
soggettività universale, via via innestandovi i motivi essenziali nella propria
filosofia: così, nell’Introduzione alla filosofia parlerà di So- crate come del
«primo grande martire degl’interessi più profondi dell’uomo e della sua nobiltà
e grandezza» (Gentile), come di colui che, con il Nosce te ipsum, aveva vinto
l’antico naturalismo e sco- perto la «concezione umanistica del mondo»; e nella
più tarda Filosofia dell’arte arriverà a svolgere il motivo spaventiano (e
labrioliano) della mancanza di una psicologia in Socrate nella tesi, ben più
radicale, dell’assenza del sentimento e, in generale, del principio dell’arte
in tutto il pensiero antico (Gentile). Ma la trasforma- zione essenziale e
decisiva avvenne certamente nelle opere più siste- matiche dell’attualismo, in
modo particolare nel Sistema di logica, quando Socrate, come ora vedremo,
acquistò il volto più complesso di fondatore del logo astratto: che era uno
svolgimento dell’idea, comun- que presente in Spaventa, che proprio in lui, in
Socrate, e non in Par- menide e nei filosofi presocratici, andava indicato
l’autentico inizio della filosofia occidentale. Nella Teoria generale, dove il
problema fondamentale era quello dell’individuo e dell’individualità, si faceva
più nitido il quadro dell’intero sviluppo della filosofia greca, ponendo al
centro del natu- ralismo quella che definì «la disperata posizione di
Parmenide» (Gen- tile 1959b, 107), quintessenza dell’intero mondo mitico e
presocratico e carattere della «seconda natura» delle idee, stabilita da
Platone. Tra Parmenide e Platone, Socrate appariva come colui che aveva operato
«la netta distinzione tra genere e individuo», non riuscendo certo a trovare la
sintesi tra i due momenti, ma lasciando aperta, con il suo formalismo, tanto la
via platonica tanto quella aristotelica. Di fronte a entrambi, a Parmenide e a
Platone, Socrate era delineato come colui che «scopre il concetto come unità in
cui concorre la va- rietà delle opinioni»: affermazione di grande
significato, Gentile e Socrate
perché, almeno in senso formale, indica una rottura dell’intero natu-
ralismo antico, un presagio – se così può dirsi – della sintesi e della vera
individualità, che solo il pensiero moderno, osservando il con- cetto come
conceptus sui e come autocoscienza, arriverà, dopo il cri- stianesimo, a
compiere. Però, come si diceva, solo nei due volumi del Sistema di logica, la
figura di Socrate acquistò una nuova luce e un più preciso significato,
all’interno della dialettica del logo astratto e del logo concreto. Possiamo
dire che il punto centrale della considerazione delle forme storiche del logo
astratto è proprio il passaggio da Parmenide a Socrate, che è poi il passaggio
dal naturali- smo antico alla logica del pensiero pensato, inteso come momento
eterno e insuperabile del logo. Il punto socratico è quello fondamen- tale, se
non altro perché, superando la posizione, disperata e assurda, di Parmenide,
Socrate pone, nel concetto universale, l’intero circolo del pensiero antico,
che in Platone (con la teoria della divisione) e in Aristotele (con la teoria
del sillogismo) troverà solo uno sviluppo coerente e un adeguamento.
All’altezza della dottrina del logo astratto, Gentile segnava con meno forza,
rispetto ai testi precedenti, il distacco tra So- crate e Platone, ma indicava
con molta più forza la differenza tra So- crate e Parmenide. È vero che, in un
passaggio non privo di ambiguità, disse che Parmenide rappresentava «il fondatore
della logica dell’astratto», colui che «per primo cominciò a intendere in tutto
il suo rigore il concetto del logo quale presupposto del pensiero» (Gentile).
Ma subito precisò che tale fondazione del logo era in verità una negazione del
pensiero, perché il suo essere, privo di determina- zione e di differenza, è in
realtà mancanza di pensiero, il nulla del pen- siero, il semplice immediato: e
per Gentile, così come per Spaventa, non è l’essere di Parmenide a segnare
l’inizio della logica, come acca- deva in Hegel, ma il concetto universale di
Socrate. È con Socrate in- fatti, come ripete più volte (concordando, per
altro, con quanto Croce aveva sostenuto nella Logica), che «nasce formalmente
la scienza della logica» (Gentile), che viene posto non «l’immediato essere
astratto», ma la «mediazione», il «rapporto tra soggetto definito e predicato
onde si definisce», per cui, concludeva, «l’astratta identità dell’essere
naturale di Parmenide e di Democrito qui è vinta». E altrove Croce. chiariva: «la logica comincia
propriamente con Socrate, quando l’es- sere spezza la dura crosta primitiva
della immediatezza naturale, in cui s’era fissato nelle concezioni degli Eleati
e degli Atomisti, e si me- dia nella forma più elementare possibile del
pensiero: identità che sia unità di differenze» . Nel concetto socratico, nella
definizione, è già tutta la logica antica, che troverà nella dialettica
platonica e nel sillogismo aristotelico solo uno sviluppo necessario. Più
precisamente, Socrate diventa, nel Si- stema di logica, il fondatore della
logica dell’astratto, che non si esprime più nell’assurda immediatezza di A
(essere naturale), ma nel rapporto A=A, che indica il principio d’identità e
l’intero «circolo chiuso», come lo definì, del logo astratto: rapporto che è
già rapporto di pensiero, perché il primo A si distingue dal secondo A,
generando la figura del giudizio, sia pure di un giudizio analitico e
definitorio. Così, il passaggio (che impegnò il secondo volume dell’opera) dal
logo astratto al logo concreto indicava anche il merito e il limite della
posizione socra- tica, il suo elogio e la sua critica: perché il «circolo
chiuso» che Socrate aveva fondato, immettendo l’uomo nella regione del
pensiero, era pur sempre un circolo, una mediazione e un movimento, e perciò
inclu- deva, sia pure in maniera inconsapevole, il riferimento del pensato al
pensare, dell’astratto al concreto. Lo includeva, come spiegò, nella forma
«mitica» di tutto il pensiero antico, non ancora come «pensa- mento del logo
astratto nel concreto», ma viceversa come «pensamento del logo concreto
nell’astratto» (Gentile). La lettura del momento socratico sembrava così
compiuta nei ter- mini fondamentali. Ma negli ultimi mesi della sua vita,
Gentile delineò una intera storia della filosofia, che doveva fare parte della
collana «La civiltà europea» della casa Sansoni, e di cui riuscì a scrivere
solo la prima parte, fino a Platone. Di questa opera, che è stata pubblicata a
cura di Bellezza, ci rimane, tra le carte del filosofo, l’in- dice dell’intero
lavoro (che si sarebbe dovuto concludere con la consi- derazione di Varisco,
Martinetti, Croce e Gentile stesso) e il manoscritto di un «prospetto» che si
riferisce alla parte successiva e non scritta sulla filosofia antica, fino alla
sezione terza, che avrebbe dovuto occuparsi di epicurei, stoici, scettici,
accademici e neoplatonici. Archivio della “Fondazione Giovanni Gentile per gli
Studi Filosofici”, manoscritti pubblicati. Gentile e Socrate 51 In questo
ultimo scritto sulla filosofia antica, Socrate diventava ve- ramente il centro
dell’intera considerazione, lo snodo decisivo tra na- turalismo e metafisica.
Più chiara e conseguente risultava, in primo luogo, la ricostruzione della
filosofia presocratica. Le due figure prin- cipali di questa epoca, Parmenide
ed Eraclito, rappresentavano due aspetti complementari della medesima
intuizione della natura e del cosmo, priva della luce del pensiero: nell’essere
di Parmenide, che è lo stesso fuoco di Eraclito fermato nel suo eterno ardere,
si riassume il peccato capitale della prima filosofia greca, che ora Gentile
definiva come «misticismo» (Gentile), come «intellettualismo» e «for- malismo»,
cioè – spiegava – come il primo esempio di una filosofia «che fa lavorare il
cervello, ma lascia, si può dire, vuoto e inerte il cuore». E tutto il
successivo atomismo, soprattutto in Demo- crito, gli appariva come l’esito
naturale di tale originaria assenza del pensiero, che finì, come doveva finire,
nel «pretto materialismo», dove «il pensiero è identico alla sensazione». S’intende
perché, nella linea che già era stata di Spaventa, Gentile riservasse parole di
elogio alla sofistica: a Protagora, come a colui che scopre «il tarlo se- greto
che rode questo essere a cui pur tutto, per chi pensa e ragiona, si riduce», e
che costituisce, dunque, tanto l’autocritica in- terna quanto il logico
compimento del naturalismo eleatico; e soprat- tutto a Gorgia, che scopre «la
potenza della parola», di quell’elemento attivo e umano che l’essere di
Parmenide non poteva includere né spie- gare: una potenza, quella della parola,
che rappresenta l’emergere di un nuovo mondo, di cui «non siamo più soltanto
gli spettatori, ma vi facciamo da attori». Sono i sofisti, perciò, che
«preparano Socrate e tutta la filosofia del logo che ne deriva», che «rendono
possibile la scoperta di questo nuovo mondo». E il capitolo su Socrate, come si
diceva, co- stituisce il cuore di tutta l’interpretazione che qui Gentile
proponeva del pensiero antico. A differenza di Labriola, anzi tutto, e in parte
an- che di Spaventa, Gentile mostrava di privilegiare nettamente il Socrate di
Aristotele, considerando inattendibile la descrizione di Senofonte, che ne fa
«un troppo bonario e grossolano pensatore», e in fondo anche quella di Platone,
che nei dialoghi presenta «un Socrate idealizzato e platonizzante»: «il Socrate
storico – scriveva – non è il Socrate platonico». «Più attendibile» dunque
Aristotele, pur «ne’ suoi cenni sommari», perché in Aristotele emerge-
rebbe la vera fisionomia di Socrate, autore di una sola ma fondamen- tale
scoperta, quella del concetto, o meglio della definizione e del giu- dizio, cioè
del pensiero: non il termine, ma il giudizio, «quel giudizio che come atto del
pensiero rivolto all’essere naturale Parmenide e i seguaci suoi avevano dimostrato
impossibile». Così Socrate compie il
«passo gigantesco», «trova il pensiero», e «il pensiero, per la prima volta, si
viene a trovare alla presenza di se stesso: di se stesso nell’oggetto che può
conoscere, e conosce».. Per questo, e solo per questo, Socrate rimane per
sempre «il modello da imitare» per ogni filosofo successivo, come «una delle
incarnazioni più splendide dell’ideale umano, se umanità vuol dire, come vide
So- crate, pensiero». La preferenza che Gentile accordava alla fonte
aristotelica derivava, d’altronde, da un lungo percorso, che aveva trovato
nella discussione con Zuccante un punto di particolare chiarezza. In quella oc-
casione, appoggiandosi ad alcune analisi di Gomperz e soprattutto di Joël,
aveva definito i Memorabili come l’opera «più sciagurata uscita dalla penna di
Senofonte: pesante, monotona, tutta infarcita di banalità e di vere caricature
dello spiritoso e malizioso dialogo socratico» (Gentile), soprattutto per la
tendenza ad attribuire a Socrate «una specie di prammatismo», eliminando
quell’elemento «logicistico» che per Gentile ne costituiva, invece, il tratto
saliente. Di conseguenza, aveva rifiutato l’intera impostazione di Labriola,
che aveva as- sunto il «Socrate senofonteo» come la pietra di paragone di ogni
altra testimonianza. Non si può tacere che, in tale uso delle fonti, si celava
una certa tendenziosità e forse qualche equivoco. Anzi tutto, come è facile
osservare, il richiamo ad Aristotele era, in verità, un riferimento quasi
esclusivo ai passi della Metafisica su Socrate come «fondatore della filosofia
concettuale» e «scopritore dell’universale» (Maier), con una larga
sottovalutazione di quanto, nella fonte aristotelica, rinviava alle dottrine
etiche e morali. Anche la contrappo- sizione fra la testimonianza aristotelica
e quella senofontea, seppure giustificata da un dibattito interpretativo allora
in corso (si pensi alle 18 Si ricordino, a questo proposito (soprattutto con
riferimento a Labriola, il cui scritto è definito «il migliore studio italiano
sull’argomento», e a Joël), le osservazioni di Calogero nella voce Socrate del
dell’Enciclopedia italiana. Gentile e Socrate diverse letture di
Döring e di Joël), trascurava i possibili legami che alcuni autori, come
Heinrich Maier o Georg Busolt, avevano stabilito tra i passi socratici di
Aristotele e i Memorabili senofon- tei19. Si trattava, insomma, di una
semplificazione del ben più arduo problema delle fonti socratiche, ma di una
semplificazione necessaria affinché, nel discorso di Gentile sulla filosofia
antica, emergesse in piena luce il posto assegnato a Socrate, come iniziatore
della logica e superatore del precedente naturalismo. Dunque Socrate appariva,
nelle pagine che ora Gentile vi dedicava, come la rappresentazione vivente
della scoperta del concetto come giudizio, e a questo principio del logo
andavano ricondotti tutti gli aspetti della biografia. Socrate fu, pertanto, il
maggiore dei Sofisti (Gentile), perché convertì la parola di Gorgia nella nuova
«fede nel pensiero», restituendo a quel mondo umano, che pure i sofi- sti, con
la loro opera distruttiva, avevano scoperto, il pregio dell’uni- versalità e
della verità. Questo era il senso dell’ironia e del dialogo: il dialogo,
possiamo dire, si superava nel logo, e si risolveva in esso, per- ché, come aveva
chiarito Platone nel Teeteto, era in verità un monologo, «un interno dialogare
della mente con se stessa» (ibid., 170), dove il concetto unico e universale
costituiva il presupposto e la mèta, l’inizio e la fine, dentro cui i
dialoganti, lungi dal distinguersi, si unificavano come simboli di un solo
ritmo logico. Certo Gentile riprendeva lette- ralmente l’indicazione
spaventiana del «formalismo socratico», ma in certo modo, come ora vedremo, ne
metteva piuttosto in rilievo l’aspetto positivo, schiettamente logico, rispetto
alla costru- zione successiva di una metafisica, culminante nell’opera di
Platone. «Formalismo» significava, perciò, visione formale del concetto e del
giudizio, fede nella forma del pensiero, non ancora fissato in un tra-
scendente mondo delle idee. Per molte ragioni non potrebbe dirsi che Gentile
trasformasse la fi- gura di Socrate in quella di un precursore dell’attualismo,
come per esempio era accaduto, a proposito di Gesù di Nazareth, ad Omodeo o a
Ruggiero: la sua prosa si manteneva più sobria, [Si ricordi la netta
affermazione del Maier, che risale all’edizione di Tubinga del Sokrates: «debbo
confessare che mi riesce incomprensibile come mai si siano potute dare tanta
importanza e tanta fiducia alle sue [di Aristotele] scarse osservazioni» (Maier)
controllata, ma certamente tendeva ad assegnare a Socrate un valore unico in
tutto l’orizzonte della filosofia antica20. Il «formalismo» indi- cava un
merito, non un difetto. E in tutto il capitolo sull’«essere come concetto», ne
sottolineò l’importanza, senza mai indicare il limite della visione socratica.
Limite che emerse piuttosto nelle pagine successive, quelle sull’«essere come
idea», dove, per spiegare il passaggio a Pla- tone, accennò pure al «problema
centrale di Socrate», consistente nel «dualismo da vincere» tra il mondo umano
e il mondo naturale, tra il concetto e l’esperienza, perché – scriveva –
Socrate «non aveva saputo dir nulla di quella natura che ci sta davanti, in cui
si nasce, si vive e si muore, e con cui all’uomo che pensa per concetti rimane
pur sempre da fare i conti» (Gentile). Era necessario segnare il limite di
Socrate, per offrire una spiegazione del passaggio successivo, quando il suo
«formalismo» ripiegò in una compiuta metafisica, tornando di fatto al naturalismo
e al mito eleatico dell’essere immutabile. E il lungo capitolo sull’«essere
come idea», che copre quasi la metà della parte scritta dell’opera, costituisce
in effetti una delle pagine più importanti, e in fondo drammatiche, che Gentile
abbia composto negli ultimi giorni della sua vita. Parlò di «un nuovo abisso, che
si de- lineava tra Socrate e Platone, come quello che aveva diviso la filosofia
umana di Socrate da quella naturalistica che lo aveva preceduto; e ne preparò
l’analisi con una sottile considerazione delle scuole socrati- che minori,
culminante nella figura di Euclide, che «proveniva dall’eleatismo» e che per
primo, inaugurando l’opera che sarà di Pla- tone, «trasferiva il concetto o
universale socratico dalla mente dell’uomo nella realtà in sé. Di fronte al
dualismo irri- solto di Socrate, tornava, fin da Aristippo o Teodoro, il vento
gelido della vecchia cultura, che riempiva il «formalismo» di un contenuto
antico, quello della natura, della trascendenza, del realismo. Platone stesso,
in fondo, compì questa opera necessaria, appoggiandosi ai suoi veri maestri,
l’«eracliteo Cratilo» e Parmenide, e ab- batté «la barriera tra l’umano e il
divino», innalzandovi sopra quell’edificio possente che è la metafisica.
All’analogia tra Socrate e Gesù, Gentile aveva fatto riferimento nella
recensione a G. Zuccante, Socrate. Fonti, ambiente, vita, dottrina (Gentile).
Per Omodeo, il rinvio è a Omodeo; per Ruggiero, al primo volume di Ruggiero
Gentile e Socrate Quando, in una decina di pagine di forte intensità, entrò
all’interno di questo meccanismo, e cercò di spiegare con più precisione il
passag- gio che si era consumato dal formalismo di Socrate alla metafisica di
Platone, Gentile non mancò di osservare che la «soluzione» che la dot- trina
delle idee aveva dato al «problema» di Socrate, unificando ciò che nel maestro
si conservava diviso, era in fondo fallimen- tare, perché metteva capo a un
nuovo e più duro dualismo, quello che si apriva tra eraclitismo ed eleatismo:
due anime – scrisse – inconciliabili: né Platone riuscì più a mettere una a
tacere, come in qualche modo erano riusciti a fare Parmenide ed Era- clito e lo
stesso Socrate. Il poderoso sforzo da lui tentato di strin- gere insieme le due
opposte esigenze pur nella forza indomabile dell’energia con cui esse
reciprocamente si escludono, non potrà non fallire. La vicenda post-socratica
delineava dunque la storia di un falli- mento; e di un fallimento, bisogna
aggiungere, che aveva un prezzo elevato per la filosofia: perché l’idea di
Platone altro non era che l’es- sere di Parmenide («dire idea – scriveva – è lo
stesso che dire essere») e il dialogo, che Socrate aveva coltivato come ricerca
sogget- tiva della verità, si irretiva nella dialettica oggettiva delle idee
trascen- denti, dell’essere, nella «dialettica consistente nella relazione che
hanno le idee in se stesse», in «dialettica oggettiva, che è norma e fine della
soggettiva» Gentile parlava bensì di conquista del pensiero platonico, di
progresso, ma in tutta la sua pagina circolava l’impressione del regresso e
della decadenza, del passo indietro, della chiusura metafisica. Impressione che
si fece nitida nel brano in cui, mettendo a diretto confronto i due filosofi,
Socrate e Platone, affermò che il primo, di fronte all’antico naturalismo,
aveva scoperto il pen- siero come «relazione», «soggetto, predicato e loro
relazione», mentre l’altro quella relazione aveva ricondotta «in un’idea
suprema», unica e universale, e perciò l’aveva annientata e assorbita
nell’ordine ogget- tivo dell’essere che nega e dissolve il pensiero:
«quest’idea – spiegava – pel fatto stesso che totalizza la relazione,
l’annienta; perché l’idea delle idee, essendo unica, è irrelativa». E dunque
metteva capo all’«unità massiccia, immota, morta, che è tutto un blocco, da
prendere LA BANDIERA DI SOCRATE o lasciare. Proprio come l’Essere
eleatico. Pare pensiero, e non è. Che era una critica della metafisica
platonica e, al tempo stesso, il più alto riconoscimento a Socrate: il quale
restava, così, al centro di questa storia, come una possibilità inesplosa
dell’antico, che solo il pensiero moderno, dopo il cristianesimo, avrebbe
ripreso e realizzato. Nota bibliografica BERTINI, “Considerazioni sulla
dottrina di Socrate.” Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Opere
varie. Biella: Amosso. CERASUOLO.“Il “Socrate” di Labriola.” In La cultura
classica a Napoli. Napoli: Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Classica
dell’Università degli Studi di Napoli. BROCHARD, Études de philosophie ancienne et de
philosophie moderne. Paris: Alcan. COLLI.
Biblioteche di filosofi nella biblioteca di filosofia della Sapienza romana.”
Culture del testo e del documento. CROCE, Logica come scienza del concetto
puro, Bari: Laterza. DE RUGGIERO, GUIDO, Filosofia del cristianesimo, Dalle
origini a Nicea. Bari: Laterza. GENTILE Recensione a Zuccante, Socrate. Fonti,
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filosofia italiana del Risorgi- mento. Firenze: Sansoni. Sistema di logica come
teoria del conoscere. Firenze: Sansoni. La filosofia di Marx. Firenze: Sansoni.
Teoria generale dello spirito come atto puro. Firenze: Sansoni. Storia della
filosofia (dalle origini a Platone), a cura di V.A. Bellezza. Firenze: Sansoni.
La religione. Firenze: Sansoni. Gentile e Socrate. La riforma della dialettica
hegeliana. Firenze: Sansoni. La filosofia dell’arte. Firenze: Sansoni. Introduzione
alla filosofia. Firenze: Sansoni. Sommario di pedagogia come scienza filosofica.
Firenze: Sansoni. Spaventa. Firenze: Le Lettere. HEGEL, GEORG WILHELM
FRIEDRICH, Lezioni sulla storia della filosofia. Firenze: La Nuova Italia. Lezioni
sulla storia della filosofia (vol. II). Firenze: La Nuova Italia. Scienza della
logica. Roma-Bari: Laterza. LABRIOLA,“La dottrina di Socrate secondo Senofonte
Platone ed Aristotele.” In Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell’educa-
zione, a cura di L. Basile e L. Steardo. Milano: Bompiani. MAIER, Socrate. La
sua opera e il suo posto nella storia. Firenze: La Nuova Italia, ed. or.
Sokrates: sein Werk und seine geschichtliche Stellung. Tübingen: Mohr. MUSTÈ,
“Il senso della dialettica nella filosofia di Bertrando Spaventa.” Filosofia
italiana. OMODEO, Gesù e le origini del cristianesimo. Messina: Princi- pato,
POGGI, STEFANO, Introduzione a Labriola. Roma-Bari: Laterza. PUNZO Labriola.
Celebrazioni del centenario della morte. Cassino: Edizioni Dell’università
Degli Studi di Cassino, RITTER, Histoire de la philosophie ancienne, 4 voll.,
traduit de l’allemand par C.J. Tissot. Paris: Ladrange, SPAVENTA. Lettere,
scritti e documenti pubblicati da Benedetto Croce. Napoli: Morano, SPAVENTA,
Opere, a cura di Gentile. Firenze: Sansoni. Marcello Mustè. Mustè. Keywords:
la filosofia dell’idealismo italiano, popolarismo, governo federativo,
democrazia, kratos – natoli, il potere – un concetto di kratos – dirrito, il
principio politico, liberalismo, partito liberale italiano, comunismo, il libero economico, il libero etico, libero
politico, ri-sorgimento italiano, liberta del volere, “Gentile e Socrrate” --
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mustè” – The Swimming-Pool Library.


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