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Tuesday, December 6, 2011

I modelli di Narciso



"I modelli di Narciso"

A Genova

Tag: Autoritratto, Italia.

Approda alla Galleria d'Arte Moderna di Genova, dopo l'esordio - la scorsa primavera - nella sala delle Reali Poste alla Galleria degli Uffizi, una selezione dell'importante collezione di

Raimondo Rezzonico

-- costituita da ben 297 autoritratti di artisti contemporanei, acquisita di recente dalla Soprintendenza di Firenze per arricchire la celebre raccolta di autoritratti del più importante museo italiano.

Le opere degli Uffizi, cronologicamente in sintonia con le collezioni della Galleria genovese, saranno allestite, nelle sale dell’ultimo piano, in dialogo con alcuni dipinti già esposti permanentemente.

Saranno in mostra dall'11 ottobre

50 opere

-- tra dipinti, disegni e fotografie --

selezionate all'interno della collezione.

Non essendo semplice la scelta in un nucleo di opere cosi ampio e importante, il curatore dell'edizione fiorentina

*****Antonio Natali******,

nonché direttore degli Uffizi di freschissima nomina, ha voluto privilegiare la qualità, la notorietà degli artisti e la cronologia.

Si potranno ammirare gli autoritratti - specchio degli stati d'animo e dell'interpretazione di sè - nell'arco di un secolo, di molti maestri internazionali, tra i quali

Afro

Giacomo Balla

Joseph Beuys

Francesco Clemente

Giorgio De Chirico

Achille Funi

Antonio Ligabue

Oscar Kokoschka

Fernand Leger

Mario Mafai

Henry Matisse

Giacomo Manzu

Guido Peyron

Francis Picabia

Michelangelo Pistoletto

Ottone Rosai

Georges Roualt

Gregorio Sciltian

Scipione

Mario Sironi

Giulio Turcato

Emilio Vedova

Victor Vasarely.

L'artista sceglie se stesso come modello.

E ritraendosi accetta il gioco analitico che ognuno, con diversi gradi di competenza, praticherà sulla sua carne viva.

La postura del corpo, lo scatto del volto, i lampi degli occhi, l'attitudine affettiva, il corredo d'oggetti.

Tutto sarà della sua effigie passato al vaglio.

E l'esercizio d'una lettura introspettiva godrà di mille varianti, venendosi in esso a sommare le peculiarità psicologiche dell'artista e quelle dell'esegeta.

Alla curatela di Antonio Natali, si affianca la "personalizzazione" dell'edizione genovese della mostra proposta da Maria Flora Giubilei, direttore dei Musei di Nervi, con l'allestimento progettato dagli architetti Giulio Sommariva e Danilo Cafferata.

Accanto agli autoritratti di

Filippo De Pisis

Felice Carena

Guido Marussig

Arturo Tosi

Ferruccio Ferrazzi ed

Aligi Sassu

-- documentati nella collezione Rezzonico, compariranno le opere della Galleria d'Arte Moderna, frutto di un'accurata politica d'acquisti attuata alle Biennali di Venezia e alle piu' importanti mostre nazionali nel periodo tra le due guerre.

Si potranno "rileggere" contestualmente anche gli autoritratti di artisti prevalentemente liguri -

Giovanni

Antonio Orazio e

Tullio Salvatore Quinzio,

Alberto Helios Gagliardo,

Antonio Giuseppe Santagata,

Giulio Monteverde,

Federico Maragliano,

Donato Altamura

-- per ricordarne alcuni - già esposti in permanenza nel museo genovese, cui si deve un'attenzione particolare nell'acquisizione di tutto ciò che documenta l'artista, la sua carriera e il suo fare all'interno dello studio (dagli archivi cartacei agli arredi, ai cavalletti, alle tavolozze, ai pennelli, colori, strumenti e cosi via).

Sarà inoltre l'occasione per segnalare al pubblico due nuove donazioni alla Galleria d'Arte Moderna di Genova.

Gli autoritratti di

Egidio Oliveri (1911-1998) e di

Severino Tremator (1895-1940).

L'acquisizione della Collezione Rezzonico da parte della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, con i suoi 297 autoritratti è quella numericamente più cospicua dai tempi in cui il Cardinal Leopoldo de' Medici (1617 - 1675) dette vita alla collezione dei ritratti d'artista.

Una collezione che, per volere di Cosimo III (1642-1723) e con l'impegno di Filippo Baldinucci (1625-1696), ricevette nel 1681 un rinnovato impulso grazie a una sistematica catalogazione, in vista della collocazione agli Uffizi nell'anno successivo.

Altro importante contributo arrivo' nel 1981.

In occasione delle celebrazioni per i quattrocento anni della Galleria, l'allora direttore Luciano Berti invitò i maggiori artisti del secolo, o i loro eredi, a donare un proprio autoritratto.

Nello stesso anno arrivarono nelle stanze del museo centoquindici autoritratti e altrettanti nel biennio che segui.

E' del settembre 2005 la delibera che ha permesso l'acquisizione di questo corpus di 297 opere di maestri del Novecento che compongono la collezione di autoritratti di Raimondo Rezzonico, interessante anche per la varietà delle tecniche e dei supporti rappresentate (oli, disegni, stampe e qualche fotografia; tele, tavole, coppi, pvc e carte) a testimonianza delle sperimentazioni esercitate dagli artisti durante il secolo scorso.

La mostra - già curata nella prima edizione dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale fiorentino con il sostegno dell' Associazione Amici degli Uffizi e della Provincia di Firenze nell'ambito delle manifestazioni de "Il Genio Fiorentino" - e' oggi organizzata a Genova dall' Assessorato alla Cultura - Settore Musei del Comune e dalla Direzione della Galleria d'Arte Moderna con la collaborazione del partner istituzionale Bagliani Immobiliare di Genova e una sponsorizzazione tecnica di Rai Teche, Istituto Luce, Tecnomare e Progress Fineart.

Uno stereotipo diffuso vuole lo Stato totalmente assente dal mercato dell'arte, per nulla interessato ad accrescere con acquisti mirati il suo patrimonio.

Questo non è vero o almeno non e' vero se riferito ai musei del Polo fiorentino. Negli ultimi dieci anni le collezioni statali della città si sono arricchite di opere d'arte per un valore complessivo di 37.208.881 euro.

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I modelli di Narciso (Firenze)

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Sito

Galleria d'Arte Moderna - Genova

Scritto: da LuisB

Thursday, December 1, 2011

Emma Vecla

Speranza


Espectáculos
La opereta se dio en el Colón con gran desempeño de Matthias Hausmann y Benjamin Bruns

Notable puesta de "La viuda alegre"
01.12.2011 |
Por Carlos Ernesto Ure

Ficha técnica:

"La viuda alegre", opereta en tres actos.

Libro: Víctor Léon y Leo Stein.

Música: Franz Lehár.

Cantantes: Solveig Kringelborn, Matthias Hausmann, Lyuba Petrova, Benjamin Bruns, Reinhard Dorn, Norberto Marcos, Carlos Ullán, Gustavo Zahnstecher, Ernesto Bauer, Natalia Lemercier, Alejandro Meerapfel, Oriana Favaro, Rosemarie Klingenhagen, Marisú Pavón, Leonardo Estévez y Ariel Ramos.

Iluminación: Roberto Traferri.

Vestuario: Mini Zuccheri.

Escenografía: Michael Yeargan.

Coreografía: Rodolfo Lastra.

Régie: Candace Evans.

Ballet (Lidia Segni), Coro (Peter Burian) y Orquesta Estables del Teatro Colón (Gregor Bühl).

El martes 29, en el teatro Colón.

Fue decididamente magnífica la producción de "La viuda alegre", que el Colón presentó en la última función de su temporada lírica.

No sólo tuvo un marco escenográfico de bellísimos lineamientos "art nouveau", diseñado en 2001 por el estadounidense Michael Yeargan y criteriosamente iluminado por Roberto Traferri, sino que contó también con un vestuario de finísimos y elegantes diseños elaborado por Mini Zuccheri y una propuesta de muy ingenioso armado en sus pasos de comedia.

Residente en Nueva York, Candace Evans plasmó en efecto un esquema teatral singularmente aceitado y de atrayente dinámica.

Ajustada en desplazamientos y entradas, meritoria en ritmos, detalles y prolijos juegos actorales, su régie no dejó vacío alguno y se constituyó junto con los demás factores visuales en uno de los sostenes fundamentales de toda la representación.

BAILES Y CORO

Con coreografía creada por Rodolfo Lastra, vistosa, siempre lúcida y ceñida a la naturaleza ágil de la estupenda opereta de Franz Lehár, el cuerpo de baile estable, preparado por Lidia Segni se vio disciplinado y con figuraciones esbeltas, al tiempo que el coro de la casa, cuyo titular es el maestro vienés Peter Burian, mostró grata sonoridad, flexibilidad y homogeneidad (no fueron obviamente de su responsabilidad, sino del concertador, sus innumerables desencuentros con el foso).

Es que lamentablemente Gregor Bühl (¿quién podría explicar la contratación para el podio del teatro Colón de un director tan mediocre?) brindó una versión realmente burda de esta indiscutible obra maestra del repertorio ligero, traducción que osciló entre el circo y la antimusicalidad.

LOS CANTANTES

En el cuadro de cantantes solistas, las dos sopranos principales exhibieron voces pequeñas, de audición por momentos dificultosa.

La sueca [noruega] Solveig Klingenborn (Hanna Glawari) expuso además cierta rigidez y una ostensible opacidad en la zona central, mientras que la rusa Lyuba Petrov (Valencienne) exteriorizó llamativamente progresiva debilidad en el sector agudo.

En otros papeles, Marisú Pavón (Zozó), Rosemarie Klingenhagen (Praskowia) y Alejandro Meerapfel (Kromow), al igual que Norberto Marcos (Vizconde Cascada), Ernesto Bauer (Bogdanowitsch), Carlos Ullán (Raoul de St. Brioche) y Leonardo Estévez (Pritschitsch) se desempeñaron con corrección.

El veterano bajo Reinhard Dorn (Barón Mirko Zeta) realizó por su lado una impagable encarnación histriónica de su divertido personaje, igual que Gustavo Zahnstecher (Njegus).

Pero los intérpretes más destacados de la noche fueron sin duda el barítono austríaco Matthias Hausmann (Conde Danilo Danilowitsch), quien además de buena desenvoltura escénica, demostró estilo, sobriedad y tersa y esmaltada línea lírica, y el tenor alemán Benjamin Bruns (Camille de Rosillon), que acreditó metal franco, de excelente legato y depurada emisión.

Fueron desde ya de primer nivel su romanza "Wie eine Rosenknospe" y la categoría del fraseo en el dueto "Sie sind eine anstsndage Frau".

Emma Vecla

Speranza

"La viuda alegre" en el Teatro Colón

"La viuda alegre" de Franz Lehár cerró la temporada lírica 2011 del Teatro Colón dejando una muy interesante sensación.

Sensación que puede ser felicidad, por la grandeza de esta música que no deja y nunca dejará de conmoverme.

O tal vez sorpresa, ya que a lo largo de los tres actos la producción fue creciendo de manera irrenunciable logrando una impactante puesta del Colón.

O también orgullo, por sentir a la hora del aplauso final que el objetivo se cumplió con creces, de la manera esperada, profesional e inteligentemente.

“La viuda alegre" de Franz Lehár relata la vida de una afortunada viuda y el intento de sus paisanos de mantener el dinero en el principado encontrándole un buen marido.

Su estreno en Viena, el 30 de diciembre de 1905, fue de gran éxito y en la actualidad es una de las obras más importantes e interpretadas del género.

En el Teatro Colón "La viuda alegre" se había presentado en tres ocasiones hasta hoy.

En 1955 y en 1974 la obra salió a escena con su versión en castellano y recién en el año 2001 se presentó en su idioma original, el alemán.

Esta última producción fue la que el Teatro Colón repuso para la presentación actual, con un importante y suntuoso diseño de escena que lleva la marca de Michael Yeargan.

Gran reconocimiento para este hombre que ha delineado una foto de época de comienzos del siglo pasado en cada acto con sus escenografías centradas en el "art nouveau" y que la Directora Candace Evans utilizó de forma impecable en su debut como "regie" en el Colón y en donde estuvo a la altura de un teatro que se encuentra entre los más reconocidos del mundo.

Evans hizo y deshizo con su puesta pero nunca perdió la línea, es acaso lo principal que uno pide a un "regie", seguir un lineamiento y no claudicar en su concreción.

Cuando no hay lógica en los pasos que se van dando es cuando comienza el principio del fin, muchos directores de escena se han enfrentado al repudio del público por no respetar una línea.

Evans demostró no solo ésto, sino que también detalló cada paso del coro y el ballet, llevándonos por momentos a un festival para la vista.

Ese orgullo del que hablaba al tratar de definir la sensación ante esta nueva producción del Colón... orgullo por sentir a la hora del aplauso final que el objetivo se cumplió con creces, de la manera esperada, profesional e inteligentemente.

¿Qué decir de la música?

Lehár logró con "La viuda alegre" un conjunto de grandes melodías de fácil audición, es una obra llena de hallazgos musicales y momentos inspirados.

Números populares, bailes regionales, una trama romántica principal y otra trama cómica secundaria hacen de "La viuda alegre" un verdadero modelo de opereta ligera.

La música fue interpretada de manera precisa por la Orquesta Estable del Teatro Colón bajo la dirección del maestro Gregor Bühl.

En escena los cantantes no solo cumplieron con su rol principal sino que llevaron adelante una actuación muy interesante que le dio vida a cada personaje y mantuvieron la acción sobre todo en el segundo y tercer acto.

Cuando se trata de interpretar piezas de humor es muy importante la continuidad y agilidad de los "sketchs" y esto se fue logrando a medida que pasaban los minutos y se instalaba la confianza en el escenario.

La soprano noruega Solveig Kringelborn llevó adelante el papel de Hanna Glawari, una interpretación con ciertos altibajos.

Su voz nunca logró un vibrato igualado teniendo graves problemas de volumen, es de rescatar su interpretación de la "Canción de Vilia" del segundo acto, pero lamentablemente falló en el final de la misma dejando una sensación ambigua con respecto a su rendimiento.

Mathias Hausmann fue el Príncipe Danilo.

El barítono, cuya extensión vocal es estable y su timbre cobra una gran notoriedad, deleitó con su actuación que fue brillante de principio a fin.

La soprano rusa Lyuba Petrova se puso en la piel de Valencienne resultando impecable en todas sus intervenciones.

Su voz de un timbre fino nunca sufrió complicaciones, manteniendo su tesitura y vibrato a lo largo de toda la obra.

Brillante el tenor Benjamin Bruns como Camille de Rosillon, inolvidable el dueto "Mein Freund, Vernunft" junto a Lyuba Petrova y su interpretación de la canción "Wie eine Rosenknospe".

Por otra parte el bajo Reinhard Dorn cumplió de buena manera con el rol de Mirko Zeta.

El Coro Estable del Teatro Colón, que tiene gran relevancia en la obra, como siempre sonó sublime y riguroso, luciéndose la mayoría de sus integrantes más allá del canto y llevando a cabo coreografías muy bien creadas por Candace Evans y Rodolfo Lastra.

La música e interpretación de la obra de Lehár, salvo pequeños detalles, estuvo acompañada por la calidad de la producción, dejándome esa sensación de felicidad ante la grandeza de la creación de Franz Lehár y de los intérpretes que la ejecutaron.

"La viuda alegre" en el Teatro Colón dejó múltiples e interesantes sensaciones.

Quizá la que comprenda el orgullo y la felicidad sea la sorpresa, y no porque el Colón no nos tenga acostumbrados a producciones importantes sino porque lo mejor que nos puede pasar es no perder la capacidad de sorprendernos...

Y eso sucedió en el estreno de una nueva puesta de "La viuda alegre" en el Colón y que sirvió de cierre de la presente temporada lírica.

Excelente puesta, gran trabajo del Ballet Estable, impecable diseño de vestuario de Mini Zuccheri, grandes interpretaciones de los solistas y una Orquesta viva en manos de Gregor Bühl hicieron de esta presentación una delicia para los sentidos, sin dejar de lado los guiños de humor adicionales a la obra... Palabras en castellano y la utilización de temas de nuestra actualidad en los "parlandos" generaron la complicidad y despertaron sonrisas en los espectadores.

Tal vez sea sorpresa esa sensación con la que me fui del Teatro Colón ya que a lo largo de los tres actos la producción fue creciendo de manera incontenible.

Brillante en el conjunto, sencillo en las formas e impactante en su totalidad.

Sí, fue sorpresa la sensación que dejó "La viuda alegre" en el Teatro Colón.

Alejandro César Villarreal

Emma Vecla

Speranza


MUSICA
El Art Nouveau, en todo su esplendor
Crítica. “La viuda alegre”. La opereta de Lehár, en una lograda producción escenográfica.

01.12.2011 | Por Sandra De La Fuente

Opera “La viuda alegre”

Con la reposición de La viuda alegre que se había presentado en 2001, el Colón cerró su temporada de ópera.

Aún sin querer hacer de la necesidad virtud, un primer reconocimiento se torna inevitable.

Si en aquella oportunidad las exquisitas actuaciones encabezadas por Thomas Allen y Frederica von Stade pudieron dejar los logros escenográficos un tanto relegados en la consideración crítica, hoy, con un elenco bastante más modesto, esa misma escenografía tal vez pueda recobrar su merecido primer plano.

No hay mal que por bien no venga.

En el clásico pero atractivo decorado, la organicidad vibrante del Art Nouveau lo ocupa todo, desde el primer hasta el último acto, en las oficinas de Pontevedro, en el jardín de la mansión de Hanna y, por supuesto, en el salón del Maxim’s.

La escenografía de Michael Yeargan, pertinentemente iluminada por Roberto Traferri, refleja con ese marco Belle Epoque el esplendor y decadencia de la gran burguesía europea.

El espacio está manejado con rigurosa economía.

Los vistosos números de baile y los diferentes movimientos corales no sólo tienen espacio generoso para desarrollarse, sino también recovecos donde agruparse para crear ritmos atractivos visualmente.

Sin embargo, la directora de escena estadounidense Candace Evans no consigue sacar total provecho de esta economía, y son muchos los momentos en los que mantiene estático y en pesada -y apretada- línea al coro, mientras el cuerpo de bailarines derrocha geometría con gran agilidad y espíritu festivo.

Evans tampoco parece haber dedicado demasiada energía al delineamiento de los personajes que, al igual que el coro, parecen en todo caso cincelados con el trazo grueso de la parodia y librados a su propia suerte.

Del elenco de cantantes despunta muy claramente el barítono austríaco Mathias Hausmann, el Danilo de esta producción, con voz de buen cuerpo y un timbre precioso que nunca suena forzado, en línea con una actuación de elegancia natural.

En cambio, Solveig Kringleborn, la soprano escandinava que canta el rol de la viuda Hanna Glawari, tiene un registro desparejo, con un amplísimo vibrato en los agudos e ínfima proyección en las notas graves.

Pero no hay que descartar que la expresión de Kringleborn se resintiera en su intento de sobreponerse al volumen de una orquesta que, dirigida por el alemán Gregor Bühl, sonó bien sincronizada internamente, pero poco atenta a las necesidades de un elenco de voces más bien pequeñas.

Sin contar con una necesaria adecuación dinámica del cuerpo orquestal, la soprano Lyuba Petrova en el papel de Valencienne, el tenor Benjamin Bruns en el de Camille, el barítono Norberto Marcos y el tenor Carlos Ullán, Vizconde Cascada y Raoul de Saint Brioche, y el resto de los comprimarios sonaron un poco apagados.

Incluso el potente bajo Reinhard Dorn -simpatiquísimo Mirko Zeta- pareció tener alguna dificultad para sobreponerse, en el principio, al conjunto instrumental.

Tuesday, November 29, 2011

Emma Vecla

Speranza

Martes 29 de noviembre de 2011 | Publicado en edición impresa.Clásica / Recomendado

Vuelve la más alegre de las viudas
Con la opereta de Franz Lehár -que invita al pleno disfrute y regocijo-, se despide la temporada lírica del Colón

Por Pablo Kohan | Para LA NACION
.
Vistosa y colorida es la propuesta de la directora de escena Candance Evans.

Foto: Gentileza Teatro Colón

Pícaro, simpaticón, dicharachero, el paseandero cruzaba la cordillera en ambos sentidos y la felicidad estaba ahí, al final del trayecto, porque una chilena o una cuyana lo aguardaban en las celebérrimas dos puntas del camino.

Y, a pura cueca, podemos imaginar a las dos muchachas muy similares una a la otra, es decir bonitas, jóvenes y querendonas, con un vaso de chicha la una, con un buen tinto la otra.

Ahora bien, si el paseandero fuera el operómano del Colón, es difícil que pudiera cantar que en las dos puntas de la temporada 2011 lo aguardan dos muchachas parecidas.

Hermosas y atractivas sí, pero igualitas no.

Para nada.

Después de todo, allá lejos, aunque no haga tanto tiempo, en el extremo inicial del camino, estuvo "El gran macabro", de György Ligeti, ya no importa que en versión reducida y poco venturosa.

En esta punta, la que tendrá lugar a partir de hoy, una viuda alegre le sale al encuentro que, a todas luces -o, más propiamente, sonidos- le ofrece otro tipo de compañía.

Mordaces, y sin faltar a la verdad, podríamos recordar que ambas son obras escénicas del siglo XX y escritas por compositores húngaros.

Pero, en concreto, de una a la otra, se extiende una distancia, en términos musicales, idiomáticos y estéticos, definitivamente inconmensurable.

Son Jekyll y Hyde, son la tundra siberiana y el Sahara ecuatorial.

Recordemos que "La viuda alegre", de Franz Lehár, es una de las más celebradas operetas vienesas de todos los tiempos, con todos los sabores y los colores que ello implica, a años luz de las búsquedas, los planteos -y también los sabores y colores- de la que es, para muchos, la más notable ópera de la segunda mitad del siglo pasado.

Con todo, estas enconadísimas adversarias, la ópera de vanguardia y la opereta vienesa, representantes de dos posturas artísticas radicalmente enfrentadas, no necesariamente deben plantear el mismo tipo de dilema a quienes a ellas se exponen.

Todo pasa por no pretender peras del olmo y por saber distinguir, entonces, que ambas, cada una en su lugar y con sus peculiaridades, son maravillosas.

En este sentido, todo pasa por sacarse de encima esa innecesaria mochila cargada de preconceptos.

No es tan difícil, claro que no, y, con la actitud correcta, se pueden admirar, y profundamente, las osadías, las ideas y los planteos de Ligeti y, por otra parte, meterse en el mundo de Lehár para terminar silbando bajito y feliz la melodía de ese vals que, qué duda cabe, es una verdadera joya.

"La viuda alegre" es una opereta, un género dramático emparentado con otros muchos espectáculos escénicos en los que se combinan teatro y música.

El diminutivo del término hizo (mal)entender, durante larguísimo tiempo, que era un campo menor, apenas una especie de ópera pequeña o devaluada.

La opereta, como un género satírico y ciertos planteos críticos, nació en París, a mediados del siglo XIX.

Viajó hacia el Este y en la Viena imperial fue recibido por compositores como Johann Strauss, hijo, que mostraron muchas destrezas para otorgarle un perfil diferente.

Sin lugar a dudas, son "El murciélago", de Strauss, y "La viuda alegre", las operetas que más historia y permanencia han logrado.

La obra de Lehár, la que, a partir de hoy, seguramente, habrá de concitar multitudes en el Colón, fue estrenada en los estertores de 1905.

Hasta entonces, Lehár había producido una decena de títulos sin mayor fortuna.

Pero la historia del Conde Danilo y Hanna Glawari, una viuda abundante en juventud, bellezas y dineros, cautivó al público, tal vez, no tanto por su argumento -una típica comedia de enredos con final feliz que no escapa a las convenciones que proliferaban en el mundo de la opereta-, sino por una música deliciosa que remata con un vals que, floreándose en el final del espectáculo, mareó y cautivó a aquellos vieneses.

Obvio, el hechizo sigue con vida y, desde entonces, es imposible no igualar a "La viuda alegre" con ese vals.

Muchos de quienes van a ver esta obra, los porteños incluidos, quizás acuden sólo para poder escucharlo en vivo y en directo.

Serán siete las funciones que se ofrecerán de la opereta de Lehár y han sido convocados dos elencos diferentes.

El primero de ellos, que tendrá a su cargo las primeras cuatro representaciones, está conformado por Solveig Kringelborn, Mathias Hausmann, Lyuba Petrova, Benjamin Bruns y Reinhard Dorn en los papeles principales.

El segundo, para las últimas tres, incluye a Leonora Del Río, Luciano Garay, Natacha Tupin, Carlos Natale y Gustavo Gibert.

La dirección será siempre de Gregor Bühl y la puesta en escena es de Candance Evans.

Puede ser que, para algunos, y no sólo desde la adhesión a la estética de El gran macabro, sino también desde el amor a Wagner, Mozart o Bizet, La viuda alegre no sea sino un espectáculo poco pretencioso, un tanto nimio.

La argumentación que indica que sobre gustos no hay nada escrito es totalmente aceptable.

Pero también es real que en la construcción de la subjetividad entran cuestiones de jerarquías culturales y no es la adhesión férrea a esta postura la mejor consejera.

Dicho de otro modo, dejemos las comparaciones ociosas de lado y seamos capaces de disfrutar de una obra escénica admirable.

La mayoría de los lectores de estas líneas, en realidad, no necesitan de esta recomendación, por supuesto.

SIETE FUNCIONES, ANTES DEL FINAL

Esta noche, a las 20.30, se llevará a cabo la primera función de La viuda alegre. ?El resto de las presentaciones se realizarán el viernes 2, a las 20.30; el domingo 4, a las 17; el miércoles 7 y el sábado 10, a las 20.30, y el cierre está previsto para el domingo 11, ?a las 17. Más información: www.teatrocolon.org.ar

Monday, November 28, 2011

Emma Vecla: The Vienna-Milan connection

Speranza

La viuda alegre en el Colón de Buenos Aires
Gustavo Gabriel Otero | Buenos Aires

El Teatro Colón de Buenos Aires presenta a partir del martes 29 de noviembre una nueva producción escénica de La viuda alegre (Die lustige Witwe) de Franz Lehár, con dirección escénica de Candace Evans, escenografía de Michael Yeargan, vestuario de Mini Zuccheri, iluminación de Roberto Traferri y coreografía de Rodolfo Lastra.

"Gregor Bühl dirigirá a la Orquesta y el Coro (preparado por Peter Burian) del Teatro Colón y concertará un elenco formado por Solveig Kringelborn y Leonora Del Río, 'Hanna Glawari', Mathias Hausmann y Luciano Garay , 'Conde Danilo', Lyuba Petrova y Natacha Tupin, 'Valencienne', Benjamin Bruns y Carlos Natale, 'Camille de Rosillon' y Reinhard Dorn y Gustavo Gibert, 'Mirko Zeta'."

Actuarán, además, Norberto Marcos, Carlos Ullán, Ernesto Bauer, Natalia Lemercier, Alejandro Meerapfel, Oriana Favaro, Leonardo Estévez, Rosmarie Klinghenagen, Gustavo Zahnstecher, Marisú Pavón, Mariana Crespo, Silvia Grün, Laura Beccaceci, María Laura Domingo, Graciela Bertotti, Marta Desperés y Ariel Ramos.

Emma Vecla

Speranza

“Amo esa época”
Entrevista. Candace Evans. Habla la directora de escena de “La viuda alegre”, en el Colón.

27.11.2011 | Por Federico Monjeau

El Teatro Colón cierra la temporada lírica con La viuda alegre , de Franz Lehár, que subirá el martes con dirección musical del alemán Gregor Bühl y régie de la estadounidense Candace Evans.

Se trata de uno de los títulos más amados de la opereta vienesa y el primer gran éxito de Lehár.

La obra se estrenó en 1905 en Viena y su ambientación es parisina.

Tiene un libreto de Víctor León y Leo Stein basado en la comedia El diplomático de Meilhac.

La bella Hanna Glawari (Anna Glavari, Emma Vecla) acaba de heredar la fortuna de su difunto esposo, el único banquero del principado de Pontevedro (Montenegro, en la vida real).

Anna será asediada por decenas de pretendientes, mientras que el gobierno de Pontevedro, a fin de evitar la bancarrota, mandará su propio aspirante (el conde Danilo Danilowitch) para que la fortuna no caiga en manos extranjeras.

Evans se atuvo a la ambientación original.

“Primero que nada -explica a Clarín en su camarín-, la obra fue escrita en 1905, algo bastante sorprendente, ya que por esa época no era común una conducta tan liberal entre hombres y mujeres."

"Hice de hecho cambios temporales en otras obras, pero hay veces que es más sencillo ir hacia atrás y ver la historia. "

"En este caso, uno piensa: ¡Qué audacia! Yo amo esa época. Me parece excepcional."

"¿Cuál es su aporte personal? Mi formación tiene tres niveles. Empecé mi carrera como cantante de ópera y como bailarina. En un momento tuve que hacer una elección, y me di cuenta de que la mejor opción era el teatro, ya que me permite poner el baile y el canto juntos, y esto es la ópera."

"Lo que caracteriza mi trabajo es el movimiento escénico; no sólo danza, sino desplazamiento en general."

"Por ejemplo, cuando Hanna hace su ingreso en la fiesta del Barón Mirko-Zeta, todos los hombres están detrás de ella, formando casi una coreografía."

"Por otro lado, veo el coro como una forma en movimiento."

"¿Cuál es el teatro ideal para “La viuda...”?"

"Un gran escenario como el Colón o uno más pequeño como el del estreno en 1905?"

"El Colón es un teatro muy grande, sin duda, pero si uno piensa... ¿qué ópera se escribió para un teatro tan grande? Ninguna. No sé... deberíamos pensar en alguna de gladiadores."

""La viuda" es una obra muy alegre, y para la alegría no hay medida."

"Tal vez en algunas piezas con pequeñas emociones y situaciones íntimas, un escenario tan grande puede volver las cosas más difíciles."

"De todas formas, justamente por eso es que yo quiero movimiento, porque es lo que tiende a ocupar la escena."

"En la opereta, ¿los cantantes se toman las cosas tan en serio como en una ópera romántica?"

"Más en serio todavía, le diría."

"Por causa de los diálogos. Muchos cantantes de ópera les temen a los diálogos."

"Por lo general, cuando un cantante mira con desprecio a la opereta, es porque le teme."

"No es por el tema, supuestamente menor, ya que hay muchas óperas que son tan livianas como una opereta. Es el miedo a hablar."

"Por lo general tiende a hablarse muy rápido, o bien de manera rítmicamente muy cuadrada: ta-ta-ta-ta-taaa, ta-ta-ta-taaa."

"Ante esa situación, mi trabajo con el cantante es decirle: ‘No, así no. Haz la línea, pero en tus propias palabras’."