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Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z C CA

 

Luigi Speranza -- Grice e Carchia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ars amandi – signi d’amore – erotico del bello – comunicazione degl’amanti primitive – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia romana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosfo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I once joked that if I’m introduce dto Mr. Poodle as ‘our man in eighteenth century aesthetics, the implictum is that he ain’t good at it! Not with Carchia: because (a) Carchia is a serious philosopher (b) he conceives aesthetics alla Baumagarten, having to do with communication (“nome e immagine”, “interpretazione ed emancipazione”) and with not just the aesthetis qua sensus – but its truth value (“immagine e verita,” “l’intelligible estetico”) – a genius! On topc, my favourite piece of his philosophising is on the torso del belvedere as representing the ‘rhetoric of the sublime’!” Si laurea a Torino sotto Vattimo con la dissertazione “Il Linguaggio”. Insegna a Viterbo e Roma. Studioso di filosofia antica, traduttore. Opere: Orfismo e tragedia; Estetica ed erotica; Dall'apparenza al mistero; La legittimazione dell'arte; Arte e bellezza; L'estetica antica, ecc. Si è anche occupato, di arte e comunicazione dei popoli 'primitivi' e di artisti contemporanei quali Savinio, Sbarluzzi e Lanzardo. La casa editrice Quodlibet raccoglie le sue opere postume. Rusce ad immaginare la filosofla, a porla in immagini -- nel solco della filosofia italiana dall'Umanesimo a Vico. Minima immoralia. Aforismi tralasciati nell'edizione italiana (Einaudi, 1954), Milano: L'erba voglio); Comunità e comunicazione (Torino: Rosemberg et Sellier); prefazione e cura di Henry Corbin, L'imâm nascosto, Milano: Celuc, 1979; Milano: SE); Orfismo e tragedia. Il mito trasfigurato, Milano: Celuc); Estetica e antropologia. Arte e comunicazione dei primitivi, Torino: Rosemberg et Sellier); Erotica. Saggio sull'immaginazione, Milano: Celuc) L'intelligibile (Napoli: Guida); Dall'apparenza al mistero. La nascita del romanzo, Milano: Celuc); Il mito in pittura. La tradizione come critica, Milano: Celuc); cura di Arnold Gehlen, Quadri d'epoca. Sociologia e estetica della pittura moderna, Napoli: Guida) Retorica del sublime, Roma-Bari: Laterza); Il bello (Bologna: Il Mulino); Interpretazione ed emancipazione. Torino: Dipartimento di ermeneutica); introduzione a Karl Löwith, Scritti sul Giappone, Soveria Mannelli: Rubbettino); “La favola dell'essere. Commento al Sofista” (Macerata: Quodlibet); Estetica, Roma-Bari: Laterza); L'estetica antica, Roma-Bari: Laterza); L'amore del pensiero, Macerata: Quodlibet); Nome e immagine (Benjamin, Roma: Bulzoni); Immagine e verità. Studi sulla tradizione classica, Monica Ferrando, prefazione di Sergio Givone, Roma: Edizioni di storia e letteratura, Kant e la verità dell'apparenza, Gianluca Garelli, Torino: Ananke, introduzione a Walter Friedrich Otto, Il poeta e gli antichi dèi, Rovereto: Zandonai. L’immaginazione come orizzonte nomade della conoscenza. Produttività e trascendentalità dell’immaginazione nella critica del giudizio. L’immaginazione senza immagini. La notte delle immagini, il ricordo, la memoria. L’immaginazione come autotrasparire dell’apparenza rappresentativa. Naturalismo simbolico e simbolica naturale. Angelologia. Alighieri: spiritus phantasticus e alta fantasia. Gemellarità dell’immaginazione gnostica. L’immaginazione speculativa. Simbolismo e imagismo. Il fantastico come ideologia. Il romantico. L’immaginazione come dimora del padre. Demone e allegoria. La forza del nome. Icona e coscienza sofianica. Mistica. Mimesi e metessi. La nuova accademia: l’estetico. Paradigma, schema, immagine. OVIDIO (vedasi). Arte amatoria. Chi peregrin nell’amorosa scuola Entra, me legga, se vuol esser dotto. Non usansi senz’arte e vele e remi; Non senz’arte guidar si puote il cocchio; Non senz' arte si può reggere Amore. Ben sapeva condurre Automedonte Co’ focosi, destrieri il caiiro, e Tifi r Sedea maestro \sair emonia poppa. Ne’ mister} d’ Àmot me fece esjperto Venere bella, e ben dirmi poss’ io D’Aniore un altro Tifi e Automedonte. Ch^ ei sia crude!, noi niego » e spesse volte Contro me stesso si rivolta; pure Egli è fiinciullo, e l’immatuTa' etàde Atta si rende al fren. Docile e mite Rese Chiron l’ impetuoso^ Achilie Automédonte, figlio di Dioreo,fu il Cocchierò d*lAchille, Tifi condusse gli Argonauti in Coleo sul- la nave Argo, che qui dicesi emonia, perchè era su <mella Giasone figlio del Re di Tessaglia, e perchè la Tessaglia si chiamala Emonia dal monte Emo. Chirone figliuol di Fillira fu il Precettore d’A’^ chille^il qual nen chiamato ^acides fia Eaep suo Avo, Col dolde suon della canora cetra^ Ed ei, che fu il terrore e lo spavento De^suoi compagni spessore de’nemici. Dicesi che temesse il vecchio annoso; E quelle mani, che dovean un giorno Gettare a terra il forte Ettor, porgea, Quando Chirone le chiedea,alla sferza. Ei fu d’ Achille, io son d’ Amor maestro; L’uno e 1^ altro è fanoiul feroce, e traggo L’ un e r altro da Diva i suoi natali Come r aratro il toro, e come il freno Doma il cavai focoso ; io cosi Amore Render placido voglio ancor che il petto Con r arco mi ferisca, e con la face Tutte ro’ abbruci le midolle e T ossa. Quanto più Amore hammi ferito ed arso. Tanto più voglio vendicarmi . Apollo, Non io, ché mentirei, dirò che appresi < Da tl» quest’ arte, o che fui reso dotto Dal canto degli .augelli A me non Clio, Né le Sorelle sue, come al Pastore Della valle d’ Ascrea, compatver mai ; Me un lung’ uso feMstrutto ; e fè pròstate Air esperto Poeta . <Ió cose vere Canto:Madre d* Amor.^, siimi propizia. Gite lungi j o Vestali., e voi Matrone, Che i piè celaté sotto lunga veste. J3Ì Achilie uccise Ettore al assedio di Troja Achille nacque dalla Dea Tetide, Amore dalla Dea Venere, a Mentre Esiodo, cugino e quasi contemporaneo nero, pascolava in Elicona le pecore di suo pa* dre ^ fu dalle Muse condotto al fonte Ippocrene, e Col hefer 4i quell* acqua divenne Poeta, Come seguir sensa periglio Amore Si possa, eA i concessi furti io canto; Nullo i miei carmi chiuderan delitto. Tu, che novel nell’ amorosa schiera Entri soldato, le tue cure volgi Prima a trovar de’ voti tuoi 1’ oggetto. Indi a farlo per te amoroso, e infine Onde lunga stagìon 1’ amor si serbi. È questo il modo, è questo il campo, in cui Scorrere il nostro cocchio debbo ; è questa Del corso nostro la prescritta meta. Or che il tempo è propizio, or che si puote Andare a briglia sciolta, una ne scegli, Cui dir tu possa ; a me tu sola piaci. Questa dal Ciel non già pensar che scenda. Ma qui trovar la dei con gli occhi tuoi. Onde tender le reti al cervo debba. Sa bene il caccìator, e non ignora La valle, ove il cignal s’asconde: i rami L’ UGcellator conosce, onde si gettano 61 ’incauti augelli, e al pescator son note L’acque, che maggior copia hanno di pesci. Tu, che d^on lungo amor cerchi materia. Impara i luoghi, ove frequenti veggonsi Le vezzose donzelle . Io non ti dico, Che dar le vele ti fia duopo al vento. Né córrer lunga e faticosa strada. Perseo dall’Indie ne condusse Andromeda, E .Paride rapì di Grecia Eléna. Ma in Roma, in Roma ritrovar potrai Fanciulle, che in beltà portino il vanto Più che del Mondo in altra parte . Come Gargaro, Castello sul monte Ida era celebre V abbondanza delle sue biade, e Metinna, Città nek» V Isola di Lesbo, per V abbondanza d^ suoi vini. La gargara contrada abbonda in biade» In uve la metinnia » in pesci U mare» In augei il bosco s e còme nell* Olimpo Splendono stelle; così in Roma ammiransi Amabili Fanciulle: qui sua sede Pose del grand’ Enea la bella Madre. Se a nascente beltà ti porta il genio» Tenera donzelletta eccoti innante; Se già formata giovine desideri» Mille ti piaceranno » e fian costretti A rimaner sospesi i voti tuoi; Che se a te figlia più matura e saggia Piaccia » ne avrai, mel credi, un folto stuolo. De’ portici pompeii all’ ombra i lenti Pàssi rivolgi, allor che Febo i campi Dall’erculeo Leon saetta ed arde, O a quel che adorno de’ più scelti marmi Da lontani paesi a noi venuti, LaMadre aggiunseindonoa’don delFigHo.(8) Nè quello lascerai » ohe tragge il nome Da Livia, ornato delle pinte tele De’Pittori più celebri ed antichi; Uno de'piU dtliziosi Portici di Roma ora cer^ tornente ^uet di Pompeo . Giaceva questo in vicinanza dtl suo Veatro, « i Romani lo frequentavano moltis'^ simo in tempo d* estate, OTTAVIANO (si veda) sotto il nome d’Ottavia fabbrica un portico in vicinanza del Teatro da lui dedicato a Marcello figlio della medesirrsa e però dice il Poeta, che la Madre, cioè Ottavia, a^iunse il dono del portico al don d^figlio, cioè al Teatro a lui innalzato d’OTTAVIANO, R questo il portico che Livia moglie d* Augusto fabbricò nella Via sacra ; ne fa menzione Svetonio, e vien riputato da Strabono uno d^più be’ monumenti di Roma, Visiterai pnr anco i Inoghi, dove (io) In atto di far strage de’ Consorti Effigiate son P empie Danàidi; E il lor Padre crudel, che nudo tiene L’acciajo micidial nell’ empia destra; Nè il Tempio oblia, u’ Venere la morte Plora del caro Adon, nò il giorno Sabbato Sacro al culto giudeo • Sarà tua cura A’xneiifitìcì templi esser presente Della liniger’ Iside ; seconda I voti questa Dea delle fanciulle» Che desian donne diventar, coni’ essa Lo fu di Giove ^ Fra i clamori alterni Del Foro strepitoso ( e chi mai fede Prestar ci puote ? ) Amor rivolta trova Atto alle fiamme sue pascolo ed esca. In quella parte ove s’innalza al cielo L’ onda d’Appio » che giace appiè del Tempio Di ricchi marmi adorno, a Vener sacro Prigioniero d’ Amore è 1 ’ Avvocato, Il portico d’Apollo palatino fabbricato da Au^ gusto in una parte della sua casa era adornato di fiin^ ts immagini rappresentanti la strage^ che de*pro- prj Mariti fecero le Danaidi per comando di Danna loro padre. Si adorala Iside figlinola d*Inaco in Menfi Città d^Egitto, donde furono trasportati in Roma i suoi sacrificj . Fu questa amata impudicamente da Giove, il quale la cangiò per timor di Giunone in una Giovenca j e poi la restitm agli Egiziani nella sua pri^ stina forma . B^la e i suoi sacerdoti andavano coperti di lino e però si chiamava linigera. APPIO – il primo filosofo romano -- Censore conduce V acqua nel Foro di Cesare; e d’architettura d* Archelao fu ivi innalzato a Venere un Tempio, che per somma fretta poi rimase imperfetto. Che attento alla difesa altrui, se stesso Guardar non sa • Oh quante volte, oh quante In quel loco gli manca la favella, E deir amor che V agita ripieno, Non della caiìsa altrui, ma della propria S’occupa solo ! Dal propinquo Tempio Ride la Dea di Pafo, e il difensore Trasformato veder gode in cliente. Ma più che. altrove ne'curvi Teatri Troverai da far paghi i voti tuoi: Ivi mille bellezze lusinghiere Si oifrìranno al tuo sguardo, e tal potrai Per stabile passion scegliere, e tale Onde Tore passare in gioco e in festa. Come frequente la formica in schiera Vanne al granajo a far preda di cibo; E come Papi in olezzante suolo Volan sul timo e sopra i fior ; le culte Donne in tal modo in folto stuolo assistono Agli scenici ludi * È cosi grande il numero di questo, cho sospeso Mille volte rimase il mio giudizio. Non a’ Teatri per mirar, soltanto, Come per far di lor superila mosffa Vanno non senza del pudor periglio. Tu questi giochi strepitosi il primo, ROMOLO, instituisti; allor che il ratto NeW anno del mondo 3a3i. fabbricò Romolo nei monte Palatino una Città o sia Fortezza, che dal suo nome chiamò Roma. Per accrescere il numero dei Cittadini ^ aprì un asilo fra il Palatino e il Campi* doglio, in cui si ricevevano i Servi fuggitivi^, i De* hitori y i Malefici . Siccome i Popoli confinanti, e per conseguenza i Sabini nor volevano con tal gente col* Segui delle Sabine Ancor non marmi^ E non tappeti ornavano i Teatri, Nè il palco vago era per piote tele; Ivi semplicemente allor far posti I virgulti eie foglie, che recava II bosco palatino, e non si vide Decorata la scena allor con V arte Sopra i sedili di cespugli infesti Assistea il popol folto, uhe all’irsuta Chioma di fronde sol cingea corona Col cupid’occhio ognuno intanto nota Quella, che far desia sua preda, e molti Pensieri nel suo cor tacito volge. Mentre d’agreste flauto il suono muove Grottesca danza, ed il confuso plauso Ferisce il ciel, ecco che il Re dà segno Onde alla preda sua ciascun sì volga. Rapido il proprio loco ognuno lascia, Fanne co’ gridi il suo desio palese, E le cupide mani addosso slancia Sulle Vergin d’insidie ignare, come Fogge la timidissima Colomba Dall’ Aquila, e de’ Lupi il fiero aspetto Agna novella ; di spavento piene Volean cosi le misere Sabine De’ rapitori lor schivar gli amplessi; Ma da Ogni patte senza legge inondano^ Ninna serba il color, che aveva innante; ' ' a z lòcar U lor Donne, Romito gli ' inoitò insieme con Ì 0 sorelle,'7e moglie e le figlie a unof spettacolo, che fe^ce* ìebrare in onore del Dio Conso, ossia di Nettuno^ € comandò d* suoi Romani che cigscun ri rapiste fr0 quelle femmine una Consòrte. Tutte assale il timore ^ e in Tarj modi: Questa il petto peroote^ il crin si straccia; Quella riman priva di sensi ; alcuna Non {>er il duol fa proferir parola; Altra la cara madre appella invano; Chi quale statua immobile rimane; Chi fugge, e chi di grida il cielo assorda. Ma le rapite Oiovani condotte Son via, qual preda geniale e cara. Dì pudico rossoj tinsero molte Le delicate guance, e vìe più piacquero. Se troppa ripugnanza alcuna mostra, £ seguir nega il suo compagno, questi La porta fra le sue cupide braccia, E si le dice: a che d’amaro pianto Da begli occhj tu versi un fiume? teco Sarò come alla Madre è il Genitore. Romolo, fu il primiero a’tuoi soldati Vera recar felicità sapesti; Se tal sorte goder potessi anch’io, > Io pur non sdegnerei esser soldato. Però da quell’esempio anco a’dì nostri Trovan le Belle ne’Teatri insidie.. D’esser presente ognor cerca e procura ^ Alle corse de’rapidi destrieri. Di gran popol capace il ;Circo augusto Molti a te rechei!à comodi ; d’ uopo ^ Onde spiegare i tuoi pensieri arcani Non avrai delle dita ; nè co* cenni Intendere dovrai. Franco t’assidi, Che ninno il vieta, alla tua donna accanto. Quanto più puòi t’accosta al di lei fiaheo\ lE procura che il loco a.nzi ti sforzi A toccarla, quand’eUa ancor non ! voglia. Onde seco parlar cerca materia, E da’ discorsi pubblici incomincia. Quando i cavalli appariranno, tosto Di chi sieno richiedi, e quello, a cui Dirige i voti suoi, tu favorisci; Macon frequente pompaallor che giungono Le statue degli Dei, fa plauso a Venere Quale a tua Diva tutelar. Se mai Della tua bella sulla veste cada Polve, la scoti con la mano, e fingi * Scoterla quando pur netta si serbi; E sollecito ognor prandi motivo Da leggiere cagion d’esserle grato. Se la sua veste strascinasse, pronto Sii tosto a tòrla dalP immonda terra; Per cosi tenui cure avrai in mercede, Ch^ ella poi soffrirà, che le sue gambe Tu possa riguardar. Sia tuo pensiero, Che quei, che sono assisì al vostro tergo, ^ ginocchi al di lei dosso, Non le rechin molestia. I lievi ufBcj L^alme fiscili adescano: fu a molti Util Fa ver con destra man composto Il coscino, agitar con piccol foglio Il volubile vento, e saper porre Sotto tenero piè concavo scanno. Farà la strada al nuovo amore il Circo, Solevano I ROMANI portar per ih Circo le Statue degli Dei e degli Uomini sommi, quando ivi davano lo spettacolo della corsa de^ Cavalli 0 d^ altri giochi'. V* era fra aueste Statue ancor quella di Venere, cui vuole il Poeta che si faccia un gran plauso* Si veda la seconda Elegia del Libro III, degli amori scritti dgl modesimo Autore E la sparsa nel foro infausta arena Ivi pugnò spesso il Fanciul di Venere, £ chi andò per mirar altri piagato, Ferito pur rimase. Ah quante volte Mentre un la lingua a ragionar discioglie^ HoWà. la mano, tiene il libro, e cerca II; vincitore del proposto premio. Il .volatile strai senti nel seno, Gemè piagato, e accrebbe pregio al gioco! fu bello il mirar quando con pompa Solenne Cesare introdissse il primo (i 5 ) Non avvezze a pugnar in finta guerra E le persiche navi e le cecropie! Da questo e da quel mar vennero allora Giovani vaghi, amabili donzelle, E la Città racchiuse immenso mondo. Fra tanta turba di leggiadri oggetti Chi non tigvò da far paghi i suoi voti? Oh quanti e quanti a forestiero laccio Porsero il piè! Ma Cesar s’apparecchia (Cesare Augusto fece presso il Tevere rappre sentore una battaglia navale detta Ncumachia. Intro^ dusse in questa a combattere le flotte che Marc* An-^ ionio aveva raccolte contro di lui nell* Oriente ^e le navi ateniesi denominate Cecropie da Gecrope primo Re d* Atene y che seguirono il partito di M. Antonio^ Furono queste armate navali vinte tutte da Azio, e servirono nella Neumachia d’un brillante spettacelo a futta Roma. OTTAVIANO destinò una spedi^àon per V Oriente contro Frante, e vi mandò il suo Nipote Cajo nato da Agrippa e da Giulia. Marco Crasso e Publio suo figlio avidi delle ricchezze de* Parti intrapresero contro i medesimi una guerra, in cui furono poi essi miseramente trucidati con undici Legioni . Per far a Cesare un encomio, dice ora il Poeta, che deve Cajo riportar vittoria di que* popoli, e riacquistar la ^ne romane da loro tolte Crassi. Già il restò a sog^ogar del Mondo inter#^ E già Taltiino Oriente è nostro ancora. La pena avrai dovuta, o Parto audace, £ voi godete, ombre deaerassi estinti, E con voi godan le romane insegne Di barbarica destra a ragion schive. Ecco il vindice vostro, ognun racclama Invitto Duce nelle schiere prime; Giovin sostiene perigliose guerre Quasi invecchiato fra le stragi e Parmi. Deh non vogliate, o timidi, il valore Dagli anni loro argomentar de’Numi; E la virtù ne’Cesari preepee. Degli anni Suoi più assai rapido sorge Celeste ingegno, e mal tollera Ponte D’una pigra dimora. Era bambino Ercole allor che ì due serpenti oppresse. Ed èra in fasce pur degno di Giove. O Bacco^otu che ancor fanciullo sei, (18) Essendosi Giove innamorato perdutamente d^Alc^ mena, si presentò a lei vestito delle sembianze d*An^ fitrione suo maritoy quando questi trovavasi alla guerra di Tehe.Da Giove e da Alcména nacque Ercole, che fu allevato in Tirinta Città in Marea vicina ad Argo, e però fu detto Tirinzto . Intenta per ciò la gelosa Giunone a vendicarsi delP infedeltà di Giove, suscitò contro d* Ercole due serpenti ; ma egli li uccise valorosamente, benché fosse di tenera età, Bacco armato, d^ una lung^ asta, e seguito da Ufi esercito d* Uomini e di Donne, corse intrepido nel* VOriente,e soggiogò quVpaesi che allor tutti,si comprendevano sotto il nome d* India . Essendo quelV asta così acuta, che imitava la conica figurai del Pino, fu detta dagli antichi Poeti il Tirso, giacché Thirza ià lingua ebraica nuW altro significa, se non se un ramo di Pino^ •Intrecciavano le Baccanti sul tirso V uve e i pampini cotk P edera p perché Bacco insegnò affli Qoanto fosti mai grande allor che i tuoi Tirsi dovè temer l’India domata!' E tu prode Garzon sotto gli auspiej (ly) Del Padre, Tarmi tratterai vincendo. Sotto un nome sì chiaro aver tu dei I primi erudì menti, e come il Prence (ao) uomini la maniera di coltivar la vite . Alcuni Eruditi poi fChe ricercan la moralità nelle favole ^ pretendono che dipìngasi sempre giovine questo divino coltivator della vigna ^perche gli uomini si rendon col vino in lor vecchiezza amorosi e lascivi, come lo furono in gioventù,. Mons„ de Lavaur con molti altri, i quali hanno^ attentamente 'considerato le imprese di Bacco e l* etimologia stessa del Tirso, porta verisimilmente opinione y che sia questa favola tratta in origine da que^libri della sacra Scrittura, che parlano di Mosè. e di JVoè, Si rivolge il Poeta a Cajo,che fu adottatò figlio da Cesare Augusto. Romolo dalle tre Tribù, nelle quali aveva di^ stribaito il popolo romano y raccolse per ciascheduna cento uomini, che fer nascita, per ricchezze, e per altri pregi ^^^no i più riguardevoli. Furono questi chiamati Cavalieri y perchè trascélse quésoli, che fesser meritevoli d* un Cavallo, su cui dovean combattere in difesa di lui ; e si distribuirono in tre Ceti* turie, che conservando il nome delle Tribù, dov*erano sfate raccolte, si chiamavano é/e^Rammensi da Romolo, dei Tasienzi da Tazio Re dé Sabini, e dei Laceri Lucomone JRe d'Etruria, che fu, come dicono., il fondatore della Città di Lueca . Da Tarquinio Prisco, e da Servio Tullio vennero in seguito accresciati di numero y senza mutar però il nome di Cen* iurte ; esercitarono poi varie luminose incombenze ; e JU'denominato il loro ordine Senatus Seminarium, perchè in esso scieglievansi i Senatori • i 5 . Lu* Jglio facevano i Cavalieri ogni anno splendidamente in lor rassegna, mentre dal Tempio dell’Onore, che era situato fuori della città, andavano al campìdo* coronati d* ulivo, cinti d^ una purpurea veste det- Or de’Giorani sei, sarai col tempo L’oroamento miglior do'rccchj Padri. Vendica ofFesi i tuoi fratelli, e i dritti (ai) Del Genitor sostieni: della Patria £ Padre 6 Dlfensor Parcne ti cìnse; Ed or che l’inimico i regni invola, Cruccioso alla vendetta egli t’invita. Scellerati di lor saran gli strali. Pietà e Giustizia i tuoi vessilli, e Parrni Della causa miglior sostenitrici. ' ta trabea, t assisi sopra i loro cavalli . 0 §ni cinque anni poi appena giunti al Campidoglio, scendevano da Cavallo, e presolo per mano lo guidavano avanti al Censore ivi assiso sopra una sedia curale ; ed egli comandava di ritenere il Cavallo, se bene aveva il Cavaliero adempiuto a suoi doveri ^e di venderlo, se aveva malamente eseguito le sue incombenze. Leg^ geva il Censore in tale occasione il catalogo de^ Cavalieri yC si chiamava il Principe de* Giovani o della Gioventù quello che era da lui nominato il primo ; e ciò non perchè fossero attualmente tutti gióvani, ma perchè lo fàrono nella prima istituzione^ e perchè Veta giovanile si estendeva pressò i Romani fino a quarantacinque anni. Principe de’Senatori o del Senato ne*primi tempi della Repubblica si chiamava quello che il primo tra*Sena- tori viventi era stdto Censorey poi quel che dal Censore fosse stato nominato ili primo nel leggere il catalogo d^ Senatori y e nell\ anno dalla fondazione di Roma quel, che dal Censore era riputato degnissimo. (al) Pompeo y domato il Re Tigrane y costrinse gli Armeni a ricevere da* Romani in segno di servitù i Rettori. Si liberarono essi da un tal giogo y ma Cajo li obbligò nuovamente a soffrirlo, e vendicò in tal guisa i dritti d*Augusto y che dal Senato e dal Po^ polo romano fu per mezzo di Valerio onorato del luminoso titolo di Padre della pAt<‘ia, ^ (^a) I Parti tentavano di farsi padroni delV Ar- mersia Ora il mio Duce alle latine aggiunga L*eoe ricchezze. E voi j Cesare e Marte, Entrambe Padri soccorrete il Figlio, Che in difesa di Roma espon sua vita; Come già Marte^or tu, Cesar, sei nunie Ecco raugurio mio; tu vìncerai; Sciorrò co’ carmi allora il voto ; degno* Tu allor fatto sarai d’alto poema. Porrai le squadre in ordinanza, e all’ armi Co’ versi miei 1 ’ esorterai: tenaci Di me nel tuo pensiero i detti imprimi. 11 petto forte de’ Romani, il tergo (24) Io canterò de’ Parti, e l’inimico Telo, che vibran dal cavallo in fuga. Mentre tu fuggi, o Parto, e cosa al vinto, Oude sia vincitor, tu lasci ? Il tuo .Marte recò finora infausto augurio. Dunque quel dì verrà, Cesare, in cui Tu di natura la piò amabìl opra Di lucìd’ oro adorno andrai tirato Da quattro^ candidissimi cavalli ? Or mal sicuri nella fuga i Regi Partici andranno innanzi, il collo carco Dì pesante catena • Insiem confusi Giovani lieti e tenere Donzelle, D* un’insòlita gioja il cor ripieno, Mireran lo spettacolo gradito. " Se una di quelle a te richiegga i nomi Di que’ Re, di que’ monti, di que’ fiumi, (a3) Fu Cesare Augusto ascritto in aita fra i Dei, $d ebbe perciò onori diHni. ’ (a4) Avevano i Parti in ' costume di guerreggiar fuggendo, ed anzi si rendevano formidàbili, mentre ^ibravan le lor saette^ da wjt cavalle rivoltp in fuga. Di que* paesi 9 a tatto ciò' rispóndi; £ non richiesto ancora il; tutto narra, E le cose puf anco a te mal note. Cinto di canna il crin l’Eufrate è questo, (aS) 11 Tigri è quel colla cerulea chioma. Ecco gli Armeni^, e Perside che tragge (a6) Da Perseo il nome suo ; nell’ achemenie Valli questa Città si giacque . Il nome Dirai di questi e di que’Re, se il sai, O almen 1 ’ adatta . L’imbandite mense Facile danno ed i conviti accesso, Ove da far contenti i tuoi desiri V’ è cosa anc’ oltre i vini: ivi sovente Calcò di Bacco l’orgogliose corna Con le tenere mani il bel Cupido, Di cui se intrise sien 1 ’ ali nel vino Più non puote fuggir: grave s^ asside; Tu umide penne, è ver, veloce Scote. Ma non vola per questo, anzi novelli Desta incendj nelP alme, che dal vino Sono disposte e rese atte al calore. Ogni atra cura e molce e fuga il vino; Allora il riso ha loco ; allor l’abietta Mendica gente pure il capo innalza; Fuggon le cure, il duci ; le crespe fronti Vengono liete ; e la si rara in questi Tempi semplicitade i più secreti Pensier dell’alma svela, che il Dio Bacco UEufrate ed il Tigri, avendo, secondo Vo^ pinione d*alcuni, la lor sorgente nei Monti armenii si prendono qui dal poeta per li principali fiumi del» V Armenia, (a6) Persìde è una famosa città, che vuoisi fab.-» bracata da Perseo figlio di Danae nelle valli persiar ne, dette achemtiiie dal Re Achemene Ogni mistero svela e l’arte infrange De’ Giovanetti il cor ivi ben spesso Rapiron le Fanciulle ; Amor nel vino Fu foco a foco unito • Ma non troppo A lucerna ti fida ingannatrice; Mal nella notte, e fra i bicchier ricolmi Della beltade si può far giudizio. Allo splendor del giorno, a cielo aperto Paride rimirò le Dive allora Che alla Madre d* Amor disse: tu vinci L’ una e 1 ’ altra in beltà, Venere bella. S’ asconde nella notte ogni difetto; Ad ogni vizio si perdona, e allora Ogni donna sembrare alPuom può bella; Consulta il di guai gemme e quali lane, Tinte di tìria porpora, sien atte A fsLjp bella la faccia e il corpo ^ Come Io delle Donne numerare il ceto Di non ardua conquista ? E assai maggiore Dell’ arene del mar . Come di veli Di Baja. i lidi narrerò coperti. E per calido zolfo acque fumanti? Riportando talun ferito il petto Da queir.onde, non son, ( come racconta La fama ) dice, salutari ognora. Ecco di Cinzia suburbana il tempio Ì ayl Alludesi al pros^erhio latino in vino veritas. Baja in Campania, o com'oggi dicesi in ter-^ ra di Lavoro i era un amenissimo Castello^ che con- teneva entro di se degli ottimi bagni caldi, e alcuni laghi in cui rrnvigavan gli antichi con diverse barche variamente dipinte, sulle quali facevano ancora de^ gli allegri conviti. Questa Dea, che si chiama Lucina in Cielo, Eeate neW inferno, e Diana in terra, ha ancor fra Silvestre» ed ecco ì conquistati Regni. Perchè vergifte ella è » perchè ella in odio Ave d’Amor gli 8tijali,.al popol diede» £ mai sempre darà mille ferUè. Fin qui Talia sopra ineguali rote Come tu debba scer T amato oggetto» E dove tender t’insegnò le reti. Della tua Bella onde adescare il cére Preparo or io delF arte opra speciale. Uomini» voi chiunque » e donde siate, Porgete al mio parlar docili menti» E le promesse mie ptopizj udite. Tosto nell’ alma tua scenda la speme Di conquistarle» e vincitor sarai; gli altri nomi quello di Cinzia » perchè essa ed Apoi* lo nacquer nelVIsola di Deio » ov^ è il Monte Cinto. I popoli del Chersoneso » o com* ora chiamansi » della Crimea » le immolavano gli ospiti ivi spinti dalle tempeste, he femmine romane » dopo Vavere ottérsuto ciò che htamavun co" voti, andavano a* d*Agosto con le. faci ardenti in mano, e la corona eul capo\ al Tempio suhurbano di questa Dea situato in Arì^ eia. Quivi frequentemente i Sacerdoti succedevano gli uni agli altri » mentre, non godevano di questa di* gnità solamente gV ingenui, ma se la contrastavano anche i servi e i fuggitivi in una guerra particola* re » in cui chi riportava la vittoria, otteneva a un tempo stesso il Sacerdozio » che apprezzavano come un Kegno. Una tal Dea peraltro y quantunque sten* desse dal cielo per godere del suo Pastorèllo Endimione » fu sommamente gelosa della propria pudici* zia, giacché trasformò in Cervo Atteone \ perchè osò di guardarla quando era nuda in un bagno. (3o) Talia è quella Musa » che presiede principale mente a* Canti piacevoli e amorosi. Dice OVIDIO che dia insegnò sopra inegnali rote ec. alludendo al diè stico latino » il di cui Esametro ha » com* è noto ^ sA piedi, e cinque il Pentametro^ Ma intanto tender dei T insidie: prima Gli augelli taceran di primavera, Le cicale in estate, e il can d^Arcadia Incontro a lepre prenderà la fuga, Che dolcemente Femmina tentata A Giovine resista ; e quella ancora Tu vincerai, che ti parrà ritrosa. Come il piacer furtivo è grato alF Uomo, £ grato alla Donzella . Asconde questa Le brame sue, T nomo le cela invano; Ma se tu possa* vincerla una volta, Preverrà con le sue le tue preghiere. Ne’ molli prati al suo Torello accanto La giovenca muggisce ; e la Cavalla Col suo nitrir fa lusinghiero invito Al cornipede maschio . In noi pkt forti^ Ma non però cosi furiosi, sono Gli stimoli d’ amor i lodevol fine Ha la fiamma delP Uomo. A che di Biblì Ricorderò, che d’ un vietato amore Arse pel suo Fratello, e pon un laccio Vendicò da se stessa il suo misfatto? Non, come Figlia dee,Mirra amò il Padre,( a^ BiUi nata da Mileto e dalla Ninfa. Gianczf, amò perdutamente Canno suo fratello. Siccome non Ve riuscì di renderlo à sitò riguardo amoroso ^ si die in preda a un pianto così dirotto ( se si presti je e al libro IX. delle Metamorfosi ) che fu convertita VI un fonte yo( se si crede al libro presente ) si prò-- curò ella etessa con un laccio la morte. Avendo Mirra concepito un immenso amore per Cinìra suo padre, gli fu posta in letto da me nutrice in luogo della consorte. Accortosi Cinira del fallo, tentò di uccìderla } ma essa fuggì bay ove fu cangiata in albero, e diede alla luce il bellissimo Adone, che fU V ‘unico frutto d un st fu nesto incestuoso accoppiamento. E oppressa ora si cela in chiasa scorza: Delle lagrime poi, che dal suo tronco Odoroso essa elice ^ ungiam le membra. Che s^ban quteste stille il primo nome, Del frondos’Ida nelVombròse valli. Era forse la gloria e la delizia Deir armento un Torel candido, solo Negro segnale avea fra corno e corno: Una sol f^u la maccbìa, e latteo il resto. Questo bramaron sostener sul tergo Le giovenche ginosie e di Canea. Oodea di farsi adultera Pasifae (34) Del Toro., e'nel ano ooj geloso sdegno Nutria contro le amabili giovenche: Io cose note canto; e ciò non punte Creta negar, quantunque siai*iqendace. Creta, cui son cpnto Città soggette. Con r inesperta man ; Pasifae ali Totro Dicesi recideste or verdi frondey S 1 Or r erbe tenerissime de’ prati.2 Erra compagna dèli’st>nentOì,;e invano- Del maiitoy pensier T arresta j vinto. Era Minos da-un hove ^ A rche* tu vesti, . Donna, preziose spoglie ? Il tuo Diletto Mà è un mont 0 ^ Creta ; nè deéù qui còn^ fondere cpl Monta, Ida^ pqiaao, ope seguii la famgsa lite fra Venere y Pallade e Óit^none. (34) Sdegnata Venere contro il Sole y perchè Vavea fatta sorprèndete da^*Numi det letto con Marte ffe* à che Pasifae figlia del .medesimo, e moglie di Mi-» nos Re di Creta, ^ innamorasse ardentemente d* un Toro. Essendosi questa racchiusa in una Giovenca di legno coitmtta da Dedìdà y si congiunse col Toro diletto, e diede al Sole, in nipote il celebre Minotaio- To, che fu ucciso da Teseo nel famoso làbcrkito» Di tai ricchezze non conósce il pregio. Mentre vai di montano armento io traccia, A che giova lo specchio, a che le chiome. Lassa, adornar si spesso ? Ah I presta fede Pare allo specchio 4 che bovina forma Ti nega ; invan veder sulla tua fronte Desideri le cornac Se ti piace ' Minos, a che un adultero ricerchi P E se brami ingannarlo, a ché noi fai Con un Uomo? Per boschi e per foreste Oià la Regina, il talamo lasciato, ^ Vanne quasi fiaccante, a cui furore Spiri P aonio Dio . Oh quante volte La giovènca «rivai con volto iniquo Mirò, e fra se, perchè tu piaci, disse, Al mio Signor ? Ve^com^* in facciala lai* Scherza sull’erbe tenere, ed esulta,, E tài fóIlié/-non dubito non credai ^ Per lei decenti: mentre in suo pensiero: Volge tai còse, ordina che sia tolta* Dal gregge immenso, è immeritevol venga Al curvo giogo strascinata, o vuole Di snperstizion sacrai * fra-l’are Vittima cada;!e nella fi^ta dtwtr^ Gode tener .le.:.viscero fumanti -Dell’uccisa rivai. AHI quante voke ? Gon le uccise rivaV placando i NUìiii, ^ Disse, tenendo'visceri\-'piacete Al mio Dilettov e quante volte ancora Chiese in Europa èsserconversa e in Io, Europa figlia di Agenorg Re di Fenicia, ^ éorella di Cadmo, era dotata di^ sorprendente^ bellezza. Aree Giòvo per Ui. di un amore così violento, aS Che questa è una Giovenca, e quella ìMotso' Premè d’ un Bovo . Fè le strane voglie Paghe Pasifae ascosa in lignea vacca, Onde il parto alla luce uscì biforme. Se sapeva piacere ad un sol uomo^ (36) E foggia di Tieste il turpe amore D’ Atreo la Sposa, non avrebbe Febo Il cammino sospeso in mezzo al corso, E rivoltato il carro, i suoi destrieri Mossi incontroairAurora. Anco la Figlia, Che i purpurei capelli involò a Niso, Coprì del corpo suo le parti estreme Con la sembianza de’ rabbiosi cani. thè trasformatosi in Toro, la portò sul suo dorso in quella parte di Mondo, che dal nome della medesu ma si chiama Europa. Io y o Iside fu, come Si è detto al numerò ii. epnoertita dallo stesso Giove in una Giovenca. Erope moglie d* Atreo giacque con Tieste fra^ tello del medesimo, e nacquer da essi due figlj, che avendo Atreo dati a mangiare al lor padre medesimo in un convito, il Sole per celare un tanto misfattò tornò indietro, e corse incontro aWAurora. Scilla, figlia di Niso Re di Megara s^ inva^ ghì di Minos Re di Creta, che le assediava la pa^* trìa, e a lui recò il purpureo capello del padre, dal qual dipendevano i fati di quella Città. Essa fu jj^i disprezzata harharamente dalV ingrato Minos, e fu, secondo le metamorfosi, cangiata in uccello. Vi fu però un^altra Scilla figlia di Eorci, la quale, avendo bevuto un^acqua per lei avvelenata da Circe, venne subito trasformata in un mostro, la di ciS parte inferire era simile a quella di un Cane. Con-^ eepì la medesima tanto orror di sé stessa, che si get>» tò in un golfo del mar di Sicilia, che ha preso da ^ella il suo nome» Ovidio ha qui confuso fseste due Il Figliuolo d^Atieo, che in terra e in mare Di Marte e di Nettuno evitò V ira. Cadde vìttima poi della Consorte. Chi di Creusa sull’inìqua hamma Non sparse il pianto, e sulla Strage orrenda Che fe* de’proprj figli un* empia Madre ? Frivo degli occhi pur pianse Fenicio, (4o) E voi, oarallì spaventati, il vostro Agamennone è veramente figlio di Filistene, ma da Ornerò^ e da tutti gli antichi poeti gli vien dato per padre Aireo suo aco come un personaggio più celebre» Fu dichiarato Agamennone per le sue mira^ bili imprese il Re deTle di Grecia, e per tradimento di Clìtennestra sua moglie ucciso da Egisto, dal quale era ella amata impudicamente, Giasone j abbandonata Medea, sposò Creusa figlia di Creonte Re di Corinto, Medea per vendicarsi di tafe infedeltà, f^ strage di due teneri fanciulli nati da lei 4 da Giasone, e ridusse con fuoco ariifi- doso in cenere ì* infelice Creusa e tutta la famiglia e la Reggia di Cleonte, (40) Furono tratti gli occhi a Fenicio figliuol d^A^ mintore, perchè una concubina del padre Vaccusò falsamente d'acerle tolto Vonore, Ricuperò egli la vista per i farmaci a lui apprestati da Chirone, il qual gli die poi in custodia il giovine Achille, con cui andò aWassedio d,i Troja, Ippolito figlio di Teseo disprezzo Vamorosa corrispondenza che gli esibì Fedra sua matrigna, Sdegnata ella fieramene di ciò, disse al padre, che le aveva il medesima insidiato V onestà ^ e Teseo lo abbandonò al furor di Nettuno, Essendo per ciò comparso un orribil mostro marino^ mentre Ippolito se ne andava sul suo, carro lungo la spiaggia del mare, i cavalli per lo spavento preser la fuga, marciarono il legno in pezzi ^ e trucidarono miseramente il lor Cgxìdottii^o, > Condottier tracidaste.E perchè» o Pinco, Gli occhi tu togli agPinnpcenti figlj ? Ah che la atessa ^eaa. il tuo delitto Un dì vendicherà. Tali infortunj ^ Da uno sfrenato aq^or trasse sorgente Delle lubriche donpe . Ornai t’ affretta, £ non temer di ritrovar contrasto Nelle Donzelle ; appena, una fra molte * Ne incontreraiepe. a te neghi vittoria. E r indulgènti e, le ritrose pure lì Goì^qu esser pregata; pna ripulsa I Non ti spaventi ^ è questa ingannatrice. iMa perchè ingannatrice Y ognor pip grata INuova per esse voluttà riesce. |E l’alma loro adescan facilmente |l novelli amatori ..'Il vici^ campp Ci sembra più .ijber^^so,^0 il gregge altrui Vedi che a parte sia della Padroni Ov, Arte (Tarn. b Fineo figlimi Agenore Re Arcadia yO come ad altri piaqe, di Tracia, o di Paflagonia y sposò Cleopafi^a figlia di Bqrea, e‘. n*ehbe due figli. O sia che questa morissero che fosse da lui ripudiata y prese il medesimo in moglie Arpài ice, e cornane dò, che fossero ioltìr gli occhi a* due figlj della sua prima eoniorte, perché temè che aiiesjser avuto un illecito commercio con Ija novella sua sposa. Fu da Borea vendicata V innocenza do* nipoti con Vacciecof- mento di Fineo, e Giunone e Nettuno gli mandarono sulle mense le Arpie y che a lui macchiavano turpemente quelle ‘ vivandé y che non mangiavano essa stesse De’ nascosti consiglj, e de’ piaceri Suoi più segreti. Con promesse e prieghi Corrompi la sua fi; tutto otterrai, Quand’ ella voglia, e non ti sia contraria, Dalla facil. tua Bella • Il tèmpo scelga. Come i Medici sogliono, propìzio. Onde il tuo amor nel dodi cor le infonda. Ella il tuo amor le infonderà nel core, Quando per lieti eventi andrà giuliva Come lussureggiare in pìngue campo ' Suole la biada. Quando r alma è scarca Dalle pallide cure, e lieta esulta. Si spande allora, e dà facile accesso ÀH’arti lusinghevoli d’amore. Mentre fra i neri affanni involta visse " Troja, con V armi si difese ; e lieta (43) Il cavai di soldati e insìdie pieno Àccolèe entro le mòra. Ancor si tenti, £ non rimanga inyendicata, quando Si dorrà, chè riceve ingiuria e scorno Dall* impudica Amante del Marito. La punga a sdegno la fedele Ancella, Quando col pettin mattutin compone Gl* indocili capelli, ed alle vele. L’ ajuto aggiùnga anco de’ remi, e dica, Sospir seco tràehdo, in bassa vocè: Tu noli potrai, cred’io » come si merta. Rendergli la pariglia. Allor le parli Di te con detti insinuanti, e.giuri Che tu brugi per lei d’immenso amore. Mentre il tempo è propizio, ella s’ affretti Alludesi al cavallo di Ugno ^cht il perfido Sinone introdusse pien di soldati in Troja, quando tra assediata da* Greci» Virgilio Endde IÀh»lÌ»v» Che non cadan le vele, e cessi il vento. Come sì scioglie il gel, V ira, indugiando^ Si dilegua così. Forse mi chiedi. Se la servente innamorar ti giovi ? Tai cose ammesse, il rischio é manifesto^ Una rende V amor più diligente, L’ altra più tarda e meno attenta: questa Alla Padrona sua ti serba in dono, Quella a se stessa • esito dipende Dalla fortuna, che quantunque arrichì Agli audaci ^ a te do fedel consiglio. Che d’ un’ impresa tal lasci il pensiero. Non per scoscese perigliose strade Andrò, nè, duce me, verrà ingannato Alcun Giovine amante * Ma se poi, Mentre riceve e assiduamente porta L’innamorate cifrerà te non solo Per la sua fedeltà piaccia, com’ anco Per la beltà del corpo ; allor procura Della Padrona in pria il possesso, e ch’indi Questa la segua: l’amoroso gaudio Non dall’ Ancella incominciar tu dei* Se all’arte mia si crede, e i detti miei Non portano pel mar rapaci i venti, Questo consìglio mìo nell’alma imprimi: Non mai tentar 9 se non compisci l’opra» Se a parte ella verrà del tuo delitto. Non la temere accusatrìce • Invano Invischiato l’angel tenta la fuga. Nè riesce già uscir dalle allentate Reti al cinghiale • Il pesce all’ amo colto Si scota invano ; tu la premi e assedia. Nè la lasciar, se vincitor non sei. Se a una colpa comune ella soggiace, Non temer tradimenti ; a te saranno Note della Padrona opre e parole. Se cauto celerai 1’ accusatrice. Sempre, contezza avrai della tua Amica. Folle è colui che in suo pensier si crede òhe sol debban del cielo osservar gli astri Della terra il cultore ed i nocchieri. Non a’ campi fallaci ognor sì debbe Cerere abbandonar, nè alle tranquille*^ Cerulee onde del mar la curva prora. Ah 1 che non sempre assicurar ti puoi Il cor di vincer delle Belle; spesso Ciò s’otterrà, se il tempo sìa propìzio. Se deir Amica il natalizio giorno (44) (44) Era presso gli Antichi in gran venerazione il giorno natalizio: e gli Amanti celebravano ‘ con feste e con doni quello^ in cui eran nate le Donne che ama^ vano . Si dee preferir certamente questa lieta costui manza a quella che hanno adottato i Messicani e i Cinesi, i quali riguardano un tal giorno come infausto e doloroso . Alcuni di essi invece di ricevere con acclamazioni di gioja la nascita d^ un figlio, gli rispondono ai suoi primi singulti, mio figlio tu sei venuto al mondo per soffrire \ soffri ^ e t’acquieta . Si fab- hrican altri di buon^ ora la tomba, e vanno ogni giorno a renderle omaggio come al termine consolator é d^.lor giorni . Non poco influisce, a dir vero, un tal uso a fomentare il barbaro costume d^ uccidere i proprp figli in un popola ^ il guala non gli Ottimi suoi libri classici illustrati dall* immortai Confueio e con le savissime leggi, su cui ha stabilito il suo pacifico Impero, cerca di rendersi virtuoso ed illuminato. Èra presso i Romani nel suo pieno vigore P uso delle visite e de* doni nel principio dell* anno, il qua- le incominciava anticamente col mese di Marzo, le di cui Colende eran consacrate al Dio Marte . Cele- hravand in Roma nel primo giorno d*un tal mese alcune feste dette matronali in memoria della pace Ricorra, o le Calende che seguito Abbiaa quelle di Marte, a Vener piace, O sia che il Circo sì rimiri adorno, Non come in altre età, di statue lievi. Ma per le spoglie ivi de i Re deposte, L’ opra differirai: sovrasta allora Con le piovose Plejadi P inverno; Allor nella marina onda s’immerge Il Capro tenerello ; allora giova Deporre ogni pensier . Chi al mar s’afSda Del lacero naviglio appena puote 1 miseri campar naufraghi avanzi. Tu se in quel dì incominci, in cui si vide che le Sabine avevano appunto in tal di stabilita fra i loro SpoH, ed i loro Padri, i quali volevano con V armi vendicare il ratto delle medesime . Le persone maritate avevano solamente diritto a queste feste / ed OraT^io nell* Ode ottava del Libro III. si scusa, perchè vi prende parte anch? egli, essendo celibe. Siccome il mese d* Aprile è sacro a Venere, e suc^ cede a quello di Marzo dedicato a Marte, dice il Poeta che Venere gode che abhian le sv^e Calende seguito quelle di Marte per alludere alVamorosa cor^ rispondenza che ella aveva coi Dio della guerra . Le Ihnne e le Matrone romane facevan nelle Calende d*Aprile gran festa a questa lor Pea tutelare ; e gH Amanti contribuivano alle medesime con le donazioni. Non vuole il Poeta, che si studino i Giovani per adescar le Donne nel lor giorno natalizio, nel principio dell* anno, e in occasione de^trionfi celebrati nel Circo, perchè essendo le medesime allora occupate in adornarsi, incontrerebbono qiiP gravi pericoli, che sono qui espressi con l* allegoria dell* Inverno, e con quella delle Plejadi e del Capro, le quali stelle sorgon sull* orizzonte nel mese d* Ottobre, che è un tempo pieno di pioggia e di tempeste, e perciò non propizia a* Naviganti.. Scorrer sanguigno umor la flébìl Allia Per le piaghe latine, o in quello in cui Torna la festa settima, che è sacra Al Palestin siriaco, e in cui s’ astiene Ognun dalla fatica, avrai mai sempre Culto superstizioso al di natale Delia tua Bella ; pur funesto giorno Sia quello, in cui tu offrir dono le debba; Ma a te lo rapirà, se tu gliel nieghi, Che a Femina mancar non puote 1’ arte Per carpir le ricchezze a Giovin caldo. Del Mercante il Garzon verrà discinto Alla vogliosa ed avida Padrona, E porrà le sue metti in vaga mostra, Mentre tu giungi, e al fianco suo t’assidi. Essa ti pregherà, che tu le osservi Per additarne il prezzo ^ e liberale Ti sarà di preghiere e ancor di baci, Perchè le compri, e giurerà contenta D’ esserne per molt’ anni, e che non puoi Comprarle cosa che le sia più accetta. Se poi ti scusi che non hai denaro, Ti chiederà il tuo nome, e turpe fia Per scusa addur, che tu firmar noi sai. Rinasce poi, quando le fa bisogno, A ih. Agosto ebbero i Romani una sconfitta da* Galli sul fiume Allia non lontano da Roma, onde come infausto e di pessimo nome fu condannato un tal giorno . Crede il Poeta, che debbano i Giovani onorare il dì natalizio delle lor Belle, e vuole che intraprendano V amorose loro conquiste 0 in que malinconici tempi qui figurati sotto il giorno alliense, CUI aman le Donne d* esser rallegrate, o in que^giorni festivi simili a* sabbati giudaici, ne* quali non è alle medesime permesso 4 * occuparsi in alcun lavoro. Che dell* offerte natalizie il giorno Rìeda y e di pianto sa bagnare il volto Per la supposta perdita di pietra. Che le orna 1’ orecchio . D’altre cose L’ uso ti chiedrà, che date poi Renderle nega ; tu le perdi, e invano Speri per ciò che grata ti si mostri. No, quando avessi dieci lìngue e dieci Bocche, io già non potrei dell’ impudiche Donne n^^rare le sacrìleghe arti, li guado tenti un ben vergato foglio; E della mente tua la prima volta Sia nunzio ; le carezze, e le parole, Che imitino il linguaggio d’ un Aliante Rechi, e fervide aggiungi anco preghiere. Donò da’prieghi mosso a PriamoAchille Di Ettor l’esangue spoglia; e Iddio sdegnato A voci supplichevoli si piega. Prometti pur, che nuocer già non ponno Mai le prorjaesse ; ognun può farai ricco Con semplici parole. La speraD 2 $a Data una volta, lungo tempo dura: C' inganna, è ver, ma Diva utile è a noi. Se liberal con lei fosti di doni, Avrà ragion d* abbandonarti ; quello, Che già le desti, è suo, nò può timore Di perdita nutrir . Ognor tu devi Achille dc^ aper ttraseinato tre volte intorno alle mura di Troja il corpo d* Ettore da lui ucciso alV assedio di quella Città y lo rese finalmente y 0 a dir meglio, lo vendè\ a- ^Priamo Padre del, medesimOy che prostrato a* suoi pièdi > lo pregava di ciò caldamente^ Exanimumaue amo oorpns vendebat Achillea. 1 Virgil Finger di dar quel che non desti; spesso Fu deluso così di steril campo II credulo Padron • Così, perdendo A perder segue il giocator, nè lascia Per questo il gioco ; e il lusinghiero dado Nelle cupide mani agita ognora. Questa è Tiinpresa, e qui il Valore è posto; Ascolta ; senza doni il suo cor tenta La prima-volta, ancor che ì doni apprezzi; Se lor liberal ti sia, 8«^rallo Ognora. Vada dunque il tuo foglio, ma vergato Con detti lusinghieri ; della Bella La mente esplori,*e primo il caihmin tenti. Cidippe ingannò un pomo, in bui rincue Note leggendo, fu di queste preda. O Giovani romani, io vel consiglio. Deh coltivate le bell’ arti ; solo Non utili Saran per la difesa ' De^ paurosi Rei ; ma dalla forza Del facondo parlar, vinta la mano A voi daran col Giudice severo. Con lo scelto Senato, e ilPopol folto Ancor le culte amabili Donzelle. Da Zea una delle Isole Clclàdì andò Acanzio in Deio per assistere a* sacrifici di- Diana, che là si celebravano splendidamente. Ivi ei concepì uìà^ immenso amore per Cidippe, ma non ardiva di chiederla in is- posa . Stette molto tempo dubbioso nello scegliere lin mezzo per appagare la sua passione ^ ma in lui ces^ sarono i dubbj quando intese che vigeva in Deio una legge, per cui restava concluso tutto ciò che si diceva nel tempio di Diana ; è però gettò a* jùedi della sita Bella un pomo y in cui erano scritti i versi seguenti* Juro tibi sane per mystica sacra Dianae He Ubi venturam comitem sponsamque futuram: Ascosa V arte resti, e da principio Non sii eloquente. Da’vergati, foglj Vadan lungi parole aspre e ricerche. Chi mai, se non. di senno affatto privo» In tuono volgerà declamatorio . ; Alla tenera Amica il suo discorso? Oh quante volte fu giusta cagione Di grave sdegno un foglio ! 1 detti tuoi Meritin fede, e adopra usati accenti» Ma sempre, lusinghieri » onde l,e sembri^ D’udirti ragionare . Se ricusa, Di ricevere il foglio, e sena’ averlo, . Letto a te lo rimandi » |a speranza Però non t’abbandoni » e,il mio consiglio, Serba in memoria, II. collo al giogo piega Il Giovenco difficile col tempo» E a soffrir s’ammaestra il lento freno Col tempo anco il Cavallo. Un ferjreo anello Dal cootinao nso si consuma » e il vomere* Dal continuo rivolgere la terra Che del sasso è più duro? e che più molle ' Avvi dell’ onda ? eppure il duco sasso Dall’ onda molle vieu scavato . Ancora» Se sii costante» vincerai col tempo Penelope med^sma: » A vero»,, Caddero al suolo le trojatie.^muri^» Ma pur caddero alfin 1 ìtiglj tuoi, Leggerà anch’ oasa » e non darà risposta» Cui tu non debbi violentarla: solo Fa che ognor legga lusinghieri accenti» £ di risposta alba sarà cortese A ciò che l^sse ; a gradi e con misura Succedefansi questi ufficj ; Forse / Verrà da. prima A tc foglio dolente», à a Con cui ti pregherà, che r amoroso Linguaggio cessi ; nia desia il contrario Entro il suo core, e vuol che tu prosegua. Continua danque;e alfin resi contenti Saranno ì voti tuoi . Quando supina Vien trasportata sulle molli piume. Fingendo indifferenza, ti presenta Della Padrona alla lettiga ; e canto, E in cifre ambigue quanto puoi favella. Onde qualchfe importuno udir non possa Il vostro ragionar 7 Sé’ volge il piede Negli spaziosi portici, tu quivi Trattienti fin eh* ella^ vi fa dimora. Or la precedi ed or la segui a tergo: Or lento movi il passo, ed or t* affretta. Nè d^ inoltrarti iU ntezzb alle colonne Abbi rossor, nè di sederle al fianco. Non ne’ Teatri senza te si trovi, E segnai póVti al teigo, onde la vegga. Giacch* ivi il puoi, contemplala, e le dici Quanto brami co’segni è con lo sguardo. Alla saltante applaudisci l e sii Favoirevole a quei che rappresenta Personaggio amoroso . S* ella sorge, Sorgi ; e ti assidi pur, s’ ella s’assida; £ a suo ^piacere il tèmpo tuo consuma. Ma non volere innanelìare il crine Coiì’càldo ferro, e con lUordacè pomice ' Stropicciarti le gambe ; il che tu lascia A’molli Sacerdoti di Cibale. Oj9e, o Vesta, che ancor dicevi Rea yC la Dea Buona, è Madre degli Dei, e si chiama Cibale ; perche nel monte Gibele dU Frigia U furono la prima Beltà negletta agli uomini conviene: Vinse Teseo; Afianna » e la rapio Disa.doroo le<t;onipie, il cria scompQsto;( So) Arse pe}*:FiglÌQ:Fe.drtt., ed era incolto; Cura e deli^^ia. della Dea ;d’. Amore . Fu Adon,:che fra le selve i di traeva. S’ann^grin pur le membra al marzio Campo, Ma si^o monde, e monda sia la ve8te.(Si) Aspra non sia la lingua, e netti sieno.i Dalla lug^e i denti; il mobil».piede . > Non nuoti ih larga pollo ;^*ed ìne6perta i>olta kelel^ati i sacrificj » T suoi Sacerdòti" éràtio ew.- nuchi, e ogni giorno,ger comparir moftdi, si raschia^ van membra, t Ari^nay figlia del Re Minos, s’innamorò perdutamente di Teseo, che fu da* Greci mandato con al- tri giovani in Creta per esser divorato dal Ii/Iinotauro~, Etsa gV insegnò la maniera d*'uscir dal làbérinto quàn^ do avesse ucciso quel mostroe in compagnia di dra sua sorella s*.iifcamminò con. VAmante^ che dpmato il Minofauro y tornava in Grecia vittorioso . Teseo chi nel viaggio orasi gik invaghito di Fedra ^ lasciò bar-' Caramente in Nasso Arianna, .e andò con la sorella Ì2i Atene sua patria . Ivi questa dioonne, come si è detto, amante d*Ippplito nato da Tesele da Ippolita Regina duello Amaz%oni. Venere amò ardehtemente Adone ^figlio di Cinirq, e di Mirra, quantunque vivesse continuamente né^ boschi intento a caccksre le fiere. Pianse ella amaramert’^ te perchè questo giovinetto fu ucciso da un cinghiale^ e nony avrebbe mai reso a Proserpina, se Giove non comandava', che per otto mesi avesse Venere il possesso d* Adone, e per gli altri quattro sei godesse Proserpina. Nel Campo martió d facevano in Roma alcuni giochi, pe*quali i giocatori si snudavano interamente, « si dngevan le membra con degli unguenti, che rendeano a* medesimi nera la pelle Forbice non ti renda il crin deforme t Ma da maestra iuan^ ti sia recisa E la chioma e la barba i $enza macchie Sian r unghie, nè soverchinoi le dita; Nelle concave nari non si scorga Alcun pelo; nè esali nn tris^to fiato* - ' La bocca; e il naso non rimanga olfeilO „ Da che il fetido becco ognora sape^ ' A lasciva Fanciulla il resto lascia, £ alla bardassa . Ma già Bacco òhiama Il vate suo: soccorre ei pur gli amanti; E, la fiamma che learde ei favorisce. Furente errava la creten.^ Ppnna Pcjr di Nasso ignota arena, Che flagellano ognor T onde dei mare» Ella coperta con discinta veste Come nel sonno, nudo il pjede e sciolte Le crocee chiome, al sordo mar si volge;. E bagnando di lagrime le gote, Teseo chiama in alto suòli: grida, E in un piangea la mìsera, ma in lei Era tutto decente ; nè men bella Fu di lagrime aspersa « di dolore. Mentre di nuovo con le man fa ingiuria Al delicato petto, a che fuggisti t É cosa fia.di me, perfido? dice^ Di me che fia, ripete ; e intanto il lido De* cìtnbali e de’timpani p^cossi' Da un* attonita mano il suono assorda. Quando Arianna si vide aèhandonata nell* sola di Dfasso^si diede in preda all* ultima dispera^ sùone . Bacco ivi accorso con le Baeeànti e Cón Sileno, sfio pedagogo, la prpse in sposa y e collocò la. di hi chioma in Cieìp prenQ ad 4 rtur ^t \ v.t Ca<l’ ella al suolo 4a timor sorpresa; Le mbucaa le iparole ; e piik pon scorro Per le;geliAe} oppresse membra il sangue. S’ appreesan ile ^eoauti^ U<cfia disciulto^ Ed opQO;i liéyl 3iltiri soiio Previa turbo del DiOi*;£coo sul dorso D* uo< pasciuto asinel V ebrio Sileno Carico d’ anoi.y^^che :si reggo appena, E profiumo aspirare>i )brevi crini. Meiìftr eglit seguei'le! Saeeanti, e queste Lo cfaiadianp /oggende ; l’inesperto . Cavaliere il qjUadrtipedo, suo si^za. Deir aaiào orecchiuto al capo scorre, E a terra cade: i Satiri griderò; Sorgi V deh sorgi y o Padre . Intanto giunge 11 Dio ^ che d’ uva al carro adorno accoppia Le tigri, a ouircoh le dorate briglie 11 freno regge, • Partì: Teseo, e insieme D’ Arianna, fa voce ed il dolore. Tentò tre volte di fuggir, ma invanoy Chè il timor la trattenne, e inorridita Tremò qUal steril spiga al vento,e com# Leggiera canna in umida palude; Allora il Dio le disse: * ogni timore, Cretease 'Donna, dal tuo cer disgombra; In me tu* vedi un più fedele amante; Di Baceo anzi sarai la dolce sposa. Tu spazierai nel ciel ; la tua corona Lucida stella in ciel sarà di scorta Air incerto Nocchiero in suo cammino. Di^se, e dal carro scese, onde non debba Seatir paura delle tigri, e il piede Sulla docil arena impresse Torme. Eapilla poscia, e se la strinse al seno> Chè tentato avria id van forgi! contralto^ Mentre fonile a un Dio tutto si rende. De’suoi segnacr imen cantd una parte, L’altra ripetè in alto snon gli evviva. Cosi al letto nuziale il 0io 4 la Sposa ' Furon guidati^ e s’annoSdaro insieme. Quando tu sederai con donna a mensa, E di Bacco a te offerti i doiii siedo, > Tu a Bacco,èa‘*NunJi che^han fa cena in euri Porgerai voti, onde (dal Vrn non venga Offeso il capo ’ tuo ; Quivi* tu puoi ‘ ‘ Con ambigue parole a lèi far iloti’ " ; I segreti del cor, ma per6^in modo ' Che ben s’ accorga esser a lei dirette. Potrai tu ancor con gocmole di vino Teneri accenti esporre, onde conosca, Ch’ ella assolnto ha nel tuo core impero. Co’ tuoi s’incontrin jgli oocbi suoi,<ed il fòco Che t’arde il sené, a lei foccian palese; Parla talora col silenzio il volto. Procura il primo di rapir la tazza. In cni bevv’ ella, e dove i labbri impresse. Bevi tn pur: qualunque il cibo sia Bichieder dei, che tocco avrà col dito; E mentre il chiedi, a lei strìngi la mano. Volgi i tuoi voti pure, onde tu piaccia Della Bella, al Marito . Assai ti puoto * Util recar, se a te sia fatto amìcoi Se dai la legge al bere, a lui la mano Solevano i Rfìmarù appena posti a mensa eleg^, gere il maestro della cena y che da Orazio {lib. i.od^ 9. ) li chiama il Taliarco\ Prescriveva il medesimo U leggi del convito e la manieM di^ becere y'e ordi^ Ce^i, e riponi dal tuo capo tolta La corona sul suo. Sia a te inferiore, Egual sia pur, si serva in tutto il primo; E seconda parlando il suo linguaggio. Col Telo d’amistà tessere inganno È vìa sicura e frequentata, pure Non è senza delitto. 11 Talìarco Ancor che troppo generoso appresti I moltiplici vini e le vivande; £ benché creda di dover più assai Veder di quel che fu ordinato, certa Avrai nel ber da noi legge e misura. Onde la mente e il piè si serbin atti A’ loro ufficj: d’ evitar procura Gli alterni detti e gV ingiuriosi accenti, £ vìe più ancor se sien dal vin prodotti; E troppo faeil non indur la mano napa alle Polte Commensali che ognuno, bevuto il suo bicchiere di pino, proponesse qualche amena que^ stione . Auguravansi spesso tanti anni quanti bicchieri di vino bevevano, e spesso ne bevean tanti quante e- ran le lettere che formapano il nome della Beliamo deW Uomo insigne, a cui facevano un tale onore . Se molti erano gli anrd augurati, o se molte erari le leU tere componenti il nome della persona in onore di cui heveano ; mescepano allora il vino in una tazza assai grande, e compensavan così i molti bicchieri che apreb’^ ber doputo puotare . Era poi in uso al termine della mensa il vibrare in aria con le due prime dita i semi d* una mela fresca: si credepano fortunati in amore quando toccapan con quelli il soffitto della camera ov*era apparecchiata la tavola^ e si riputavano infe* ìici quegli amanti, che non li facean sorgere a queU V altezza, De^moÙi altri giochi ^ che i Romani usa^ vano in queste circostanze, non ne è a noi perve^ nuta che un* oscura notizia A perigliosa rissa. Al suol trafitto Euritone cadéo, perchè soverchio Bebbe i vini apprestati. A* dolci scherzi Atta è la mensa e il vìu: 8*hai bella voce^ Non ricusa cantar ; salta s’ hai molli E pieghevoli braccia ; e finalmeute S’hai doti onde piacer, piaci. La vera Ebrietà nuoce ^ può giovar la finta. Balbetti in tronco suon l’astuta lingua^ Onde di ciò che tu ragioni, o fai Oltra ’l dovere, il vino sol s'incolpu Augura alla Padrona ed al Marito Una notte felice ; ma per questo Fa tacito nel core opposto voto^ Tolta la mensa, allor che i Convitati Saranno per partir, tra lor ti mischia ; ( La turba e il loco ti daran T accesso ) A lei che fogge t’ avvicina, e il fianco Le premi dolcemente, e il piè col piede •. Abbia ora il conversar libero campo, E tu lungi, o pudor rustico, vanne. Che la fortuna e Venere propizj Sono agli audaci. De’ precetti nostri Or r eloquenza tua non abbisogna; Principia pur che ben sarai facondo. Imitare il linguaggio dell’ amante Debbi, e mostrar d’ aver ferito il core; E onde ti presti fede ogni arte adopra.. Ardua impresa non è 1’esser creduto. {Sii^ ElurUone è quel Centauro^ che reso caldo dab vino y tentò nelle nozze dì Piritoo di rapire Ippoda»^ mia: Teseo lo percosse perciò così fortemente, che fw costretto y.come dice Ovidio nelle Metamorfosi, cu vo^ nàtar V anima e il vino Mentre Donna non v’ha, che sè non stìmi^ Sia, quanto imn^agìhar ài può, deforme. Atta a piacer ; e aémprè inver non epiace. Quante vòlte in^amor chi sol fingendo Incominciò, d’ un vera amòr fu preda! Siate indulgenti pur, vezzose Donne, «Con questi menzogner, se voi bramate Che in sincerò si cambi un falso amore. Con accorte lusinghe ora si tenti Di guadagnar le Belle, come Tacque Sa penetrar la sottoposta riva. Deh non t’incresca ora lodar la faccia, Ora i capelli, i lunghi è ì rotondetti Diti, ed il breve piè. Le più ritrose E le più caste godono alle lodi Della loro bellezza ; e son pur grate ^T innocenti Vergini i anzi il primo È la beltà d* ogni lor cura oggetto. Percliè tuttora di rossor la faccia Tingon Palla c Giunca volgendo iti mente Le frigie selve ed il fatai giudìzio f L’augel sacro a Gìunon le penne ostenta (56; Se tu le lodi ; e le nasconde allora Che tacito le miri» Anco il destriero. Quando contrasta il rapido cammino. Péllade e Giunone ^vergognandosi d^essere stc^ te da Paride giudicate .met^ belle di Venere, tentare Tono di ripagare una tate infamia col procurare n questa Dea vincitrice del Pomo tutti que*danni, eh% sono resi ormai cèlebri' da' Virgilio e da Omero z Manet i^ha Bueat# repo^tuiu' Judicium Faridis spretaeqtte ipjuria fbrmae. VIRGILIO (si veda), Eneid. I Paooni ^(hrisi ^li at^elH di Giunone, pospr che solcpano'essLHinàfe ibìqarroidi fonta Dea*, 4» Gode vedersi il crine adorno, e il collo Accarezzato. Franco pur prometti, E tutti chiama in testimonio i Numi, Che alle promesse pedon facilmente Le tenere Donzelle. Su dal Paltò D*un spergiuro amator Giove si ride, £ comanda che sien per l’aria spersi I giuramenti dagli eolii venti. Solea per l’onda stigia a Giuno il falso Giove giurar ; utile è un tale esempio. Giova de^ Numi resistenza e giova Che noi pur la crediamo ; incenso e vino Lor su gli antichi focolari offriamo: No, non è ver che una secura quiete! A letargo simil gli occupi; i Numi Veggon r opere nostre. Innocua vita Si tragga adunque ; ad altri il suo si renda; Sii religioso in consesrYar la fede, Stia la frode lontana, ed abbi ognora Vacua la dostra* dalle stragi. Solo È permesso ingannar, se siete saggi, Le donne impunemente. Abbi rossore D’ogni altra frode pur, ma non di questa. Le ingannatrici inganninsi, che sono La maggior parte di profana stirpe; Cadan ne* lacci, cbt^ da lor far tesi, l^àrrasi che restasse un di l’Egitto ^ DelFacqua a* campi salntevol privo Per ben nov*anni ; allor che al Re Busiri Trasio si fece innante, e mostrò come Possa Pira placar di Giove il sangue D^un ospite; la vittima tù il primo Sarai di Giove, a lui disse Busiri, Ed ospite darai Pacqua all’ Egitto. Falarìde cosi nell’ infocato Toro arder fè le membra di Perillo, E T infelice autore il primo empiéo L’opera sua. Fu 1’uno e l’altro giusto^ Nè vi puote esser mai legge più equa Di quella y che a morir l’autor condanna Del tormento inventato. La tradita Donna si dolga che col proprio esempio Spergiurando s’ingannan lé spergiuro Meritamente. Utili a te saranno Le lagrime; con queste anco il diamante Ti ha dato ammollir. Fa, se lo puoi^ Che di pianto bagnate ella rimiri Le guancie tue; se il pianto a te non scende, Che non si versa sempre a grado nostro^ Tu con la mano inumidisci il cìglio. Chi mai alle dolci parolette i baci Saggio non mischierà ? S’ ella ricusa Darli, tu li rapisci,In prima forse Combatterà ; di scellerato il nome Avrai da lei; ma pur ella desia Pugnando che la vinca. Sìa tua cura, Che da' rapiti baci i tenerelli Labbri non sian offesi, o non si dolga Che furon duri. Quei che i baci tolse. Se il resto non procura, è degno invero Di perder ciò che a lui fu dato. Quanto Perillo fabbricò un Toro di bronzo, e lo dor nò a Falaride crudelissimo Tiranno de'Grigeati in Si cilia, perchè collocandolo pieno di rei sopra il fuo* co ) potesse intendere d^ lamenti simili a' muggiti de'booì. Falaride accettò il dono y e volle che subito w entrasse Perillo per incominciar da lui il proposto esperimento» Mancò a far paghi dopo i baci i voti! Ciò non pador, rusticità s’appella. Benché si chiami forza, è questa grata Alle donzelle ) che amano sovente Esser forzate a dar quello che giova. 1 piaceri d’amor, se sian rapiti, Gode la Donna, e la franchezza ha il premio. Ma quella che poteva esser forzata. Ed intatta rimase, ancor che in volto Mostri allegrezza, ha mesto in seno il core. Soffrir violenza Febe e la sorella, Ma fu grato ad entrambe il rapitore. La donzella di Sciro ìnsiem congiunta Con l’emonio Guerrier, favola è invero Nota, ma degna pur d’esser narrata. Dopo la lite della valle Idea Per la lodata sua bellezza il premio Già la Diva avea dato. A Priamo giunta Dall’ opposta regio Deaera la nuova, E già viveva nell’ iliache mura Come un’argiva sposa. I Greci”tutti Castore e Pollice rapirono le due sorelle Febe e ilavra, che Leucippo padre delle medesime aoea date in spose a Ida e Linceo, Venere per premio del Pomo da lei ottenuto, promise a Paride Èlena moglie di Menelao ^ e Pa^ rìde la rapì, e la condusse in Troja sua Patria. Siacome i TVojani ricusarono di render Piena Greci ^ che la richiescr più volte, questi intrapresero contro quelli un formidabU assedio. Tetide adendo inteso, che il suo figlio Achille sarebbe morto se andava al* la guerra di Troja, per assicurargli la vita lo mandò in abiti femminili a Licomede Re di Sciro. Ivi s’innamorò perdutamente di Deidamia Princi* possa reale, ed ebbe dalla medesima in figlio il ce* Icóre Pirro. Deir offeso marito avean giurato Di vendicar V oltraggio, e fero allora D^'un sol uomo il dolor causa comune. Se noi forzava^ le materne preci. Eterna infamia coprirebbe Achille, Perchè con lunga veste ascose Tuomo., Che fai, nipote d^Eaco ? Non sono Atte a filar le mani tue la lana. Con arte ben diversa ora tu dei Volger la mente alla palladia gloria. A che questi cestelli ? Il braccio tuo Deve portar lo scudo; e in quella destra. Per cui un giorno cadrà Ettore, io veggo Or la conocchia ? Del filato stame I fusi carchi getta, e Pasta impugna. Un letto sol la Vergine reale E Achille accolse ; ed ivi ella conobbe Che di femmina avea solo la gonna. Con la forza fa vìnta ; almen sì crede; Soggiacere alla forza a lei fu dolce. Quando soverchio s’affrettava Achille, Che altr’armi avea che la deposta rocca. Spesso gli disse: per pietà t’ arresta. Qual valore or dov’è ? Perchè trattieni Con lusinghiera supplichevol voce Li’autore,o Deidamia,di tua sconfitta? Di pudico rossor copre la gota. Se dee la donna far la prima offerta, lilla Tè grato il soffrirs*altri incomincia. Ah I nella sua beltà troppo si fida Quel giovine, che aspetta che primiera Ella lo preghi. Deve sempre 1* uomo Essere il primo ad accostarsi a lei; Ju uom le sue preci esponga, e le sue r Riceverà cortesemente. Fréga Che ti voglia accordare il suo possesso; Ella ha piacer d’ esser di ciò pregata. Fa lor palese il tuo desio, che Giove Supplichevol si fece ognora innanzi AlF antiche Eroine, e non fanciulla Offrì preghiere, benché grande, a Giove. Ma se t’ accorgi che alle tue preghiere Si fa vie più superba, allora l'opra Abbandona, ed il piè rivolgi altrove. Molte amano chi fugge ^ ed odian quello Che troppo le frequenta; impara dunque A non tediarle. Nè chi prega sempre Dee del delitto palesar la speme, Ma sotto il manto d’ amistà velato insinui Amor. Con questo mezzo vidi Deluse rimaner ritrose e fiere Donzelle, e divenir T amico amante. Non dee il nocchier, che le marine spume Solca soggetto alla solare sferza, Candido avere il volto, e pur disdice Al cultore de* campi, chfe rivolge Col vomer curvo, e con pesanti rastri Le dure zolle, e per te turpe fia Candide aver le membra, che il tuo crine Cerchi adornare del palladio ulivo. Sia pallido ogni amante ; è questo il suo Proprio color ; tinto di questo il volto Sarai creduto infermo. Fra le selve Pallido errò per Lirice Orione, Giops, Mercurio, e Nettuno furono henisd* mo accolti in casa d* Iréo uomo assai povero* Avendo questi domandato medesimi un figlio, che non dovesse ad alcuna donna la nascita, i tre Ospiti di- E per ritrosa Najado fu Dafni Pallido L^almà discopra il volto Estenuato ; nè a schifo; avrai di pórre Sulla nitida ^chioma un pìcòiol manto. Le cure ^ il duolo ^ le vegliate notti. Che origin traggon dà nn Violento amore, I Giovanetti estenuai! ; non tf incresca Comparire infelice, se tu brami Di far paghi-ì tuoi voti,'onde ognun dica Che ti rimirà: è (Questi unWeto amante. Mi dorrò fbrsè, 0 pur' ti farò dk>ttò A usar rarti pt^rmessé e le vietate? Ah che amicizia è fè^^on^nòmf vani i Lodar quella, che adori, al tuo ^compagno, E perigliosa imprésa, ché se crede Alle tue Iodi, gli verrà vaghezza D'entrar nél posto tuo. L'atto rea prole Non cercò profanai* d-Achillé 11 letto vini hagnàti^no della ptopHa ofina la pelle del Toro da lui ucciso per Viàrio loro in cidoy é assicurarono che da mtella nascerebbe un fanciullo: JVé nacque infatti Orione ^ che fu un ottime Cacciatore. Non si sa chi sia Lirico da lui: amata Vedansi le note faU te a questo libro dal Ckier Néiruio.^ Dafni figlmel di Merèurio rtacque in Sicilia, ed k VAutore de^virsi buìieeliei. Amando egli una' Ninfa, da cui era ^matà egualmente, ottenne dal Cielo, che divenisse cieco chi di loro oiolasse il primo la fede giùtata,Immemore Dafni del voto fatto, j* mnémo rò d^ uha ritrosa Nomade, e divenne cieco. Quando i Romard soffrivano qualche incorno^ do di sai ute, si coprivano il capo con un piccol maa- to da loro iifè/to Piu li alani. Patroclo nipote d^Attore € figlio di Mentàpo fu amicissimo Achille. Non cercò Fedr^ di sedar T amico. Di Teseo Piritoo ;aè in altra guisai [ Pilade la consorto af«(ò à' Oreste, Che come Fcho Palla ^ od il tuo O Tindaro,gemeUo amò ia suora^ Ma non sperato rionofvatì spesson J Sìmili esempi, se non spe^ri ancora ; Veder spuntar dal tramarisco i pomi, E in mezzo al huine ritroTare,il mele. . Quello che è turpe :giova > e ognun ricerca Il piacer proprio > che divien più grato. Se altrui costa dolor . Do^e, 8 !:intese Scelleraggin piA grande ? Pel nemico Non debhi .amante: paventar .soltanto, Ma fuggir dei, se vuoi viver, sicuro,; . Quei che credi fedeli, e siimi amici. Il Fratello, il Cognato,, ed il diletto ; Compagno temi ; questa tufba tutta;, ; Vera ti recherà cagion d^ angoscia. Già toccavo la meta ; ma diversi. Sono cosi delle Fanciulle^ \i i ’u Che varj mezzi ancora usar si 4enno, Piritoo e Teseo concepirono V uno per Poltro una stima si f^rànde, ohe giurarono di non àhhan^\ donarsi giammai, o itifMi si prestarono vicendevole mente soccorso in tutte U occtìrrettoo^ Pirotop ^ querie tunque frequentasse taaasa di Teseo, limita sèmpre la sua beneoolenaa per Fedra a* sentimenti d* amìci"\ aia e di stima.Pilade figliuolo di. Strofa ^ ehbé per Oreste un*amicizia con sincera^ ^le.nonjo abbandonò nel- le più pericolose circostanze a rischio di perder anche la vita. Castore e Polluce figli di Tindaro amaron la lor sorella Elena con quell* amore, con cui debbono i fratelli amare le sorelle. Per adescarle. Non la stessa terra Ogni cosa produce ; atta alle viti £ questa ; quella vuol gli olivi ; e in altra Lussureggian le biade. I nostri affetti Varian come nel mondo le figure. Piegar si sa chi ha senno ad ogni umore; E come Proteo, si farà nell’ onde ( 67 ) Sottile ; ed or sarà leone, ed ora Àlbero 9 ed or cinghiale irsuto. I pesci Altri si piglieran col dardo, ed altri Con r amo ^ e alcuni ancor saranno tratti Àir ampie reti con la corda tesa. Nè giova ad ogni età lo stesso modo; La vecchia cerva scorgerà da lungi Le insidie . Se s’accorge l’ignorante Che tu sii dotto, e ardito una modesta, Si porranno in difesa, onde avvien spesso Che quella che di darsi a un uom d’ onore Ebbe temenza, fra gli amplessi vili Giaccia d’ un servo . Parte avanza ancora. Parte ebbe fin dell’ opra intrapresa ; Fermo qui tenga l’ancora il naviglio. Arte ^am. c Proteo figliuol di Nettuno era un Dio mari-^ no, che si solwa cangiare in ^alsivoglia forma y e di qui ha origine il proverbio: Proteo mutabilior. I3ite e ridite lodi al delio Nome: La desiata preda è alfin caduta In queste reti. A’versi miei ramante Lieto conceda rigogliosa palma; Al Vale ascreo ed al meonio Omero (i) Son Dreferito. Tal di Priamo il figlio (a) Con la rapita^ a Menelao consorte Trionfante spiegò le bianche vele Dair armifera Amìcla, e tal pur era Il Vate ascreò è Esiodo ^ e ph si è veduto al» V annotazione 5 del Lib, /. perchè gli venga dato uts tal nome. Critei de, ad onta della custodia che ne aveva Vargivo Creonte^ senza divenir moglie d*alcuno^ divenne madre d^un figlio, che chiamò Meletigene dal jwmt Me]e«^ in vicinanza del quale parton. Si sa, che essendo Melesigene accieeato, fu soprannominato Omero, perchè i Cumani chiamavan con tal nome tutti i ciechi ; ma non si sa se questo inimita» ìfil Poeta dicasi meonio perchè Meone fosse suo pa» dre, o perchè da Meone Re de^Lidj fu poscia adot» tato in suo figlio. Paride figlio di Priamo rapì Elena moglie di Menelao nella Città d*Amicla, donde la condusse trionfante in T^oja sua patria Pelope allox che te vinta traeva Sul carro peregrino, o Ippodamia: Perchè, o giovin t’afFretti ? in mezzo alPonde Naviga il tuo naviglio, e lungi è,il poxto Più dt quello ché bramo* A te non’basta Che tratta t’abbia la fanciulla innanzi Io tuo poeta: presa fu con l’arte; Con l’arte ancora conservar si debbe. Non vi bisogna già niìnor virtude Perchè non fu^gan^ritroVatè: è quella Opra del caso, e questa sol delParte. Siimi propizio, o Amore, e Citerea; E tu, Er^tp pur V qhe* il ncfme pqrti ': D’Àmor, m’assisti» pra a cantar m’accipgo Enomao Re Elìde e^ di Pisa senti coloy, ohe sarebbe eglt-uodid nel ygiorno^ da avesse presoi in isposa la sua figlia Ippodan^a^ Per allontanare dalla medesima à molti giovani, che ambivano d'acquistarsi una 5 I belici fttnóiulia in con^ sorte, gV invitò tutti un giorno a far ^secè il gioco d'una corsa, col patto che. sarebbe^ irpmancabilmente trucidato chi fosse rimasto vinto da lui, e che do-^ vesse > chi aveva la fortuna di vincerlo^ sposare Ip-> podamia. Pelope fu vincitore con Vajnto di bfirtilo, a cui promise, che. nella prima notte de^ suoi sponsali gli avrebbe in ricompensa accordato }L dolce possesso 4dla sposa novella. Immernorè egli però della data parola, e del segnalato servigio a lui reso ^ con^ dusse sul carro vincitore in trionfo la bellissima Ip- podamia, e quando Mirtilo gli richiese Vadempirnento delle sue lusinghiere promesse, lo gettò barbaramente in .mare. Da EpMT«, che in greco idioma significa Amo-, re, ha preso il suo nome la Musa Erato. Fu essa, madre di Tamita ^ che cantò il primo di tutti i versi^ amorosi, ed a lei si attribuisce da alcuni greci ùom-^ mentatòri V invenzion della Éiusica c del BaUf^ Cose stupende: con qual arte Amore Tener si possa io vi dirò, bench’ abbia In Vasto mondo ei di vagar diletto. Egli è leggiero, © doppio p^rta al tergo * OrdÌB‘'*di'jpènbo, Onde' riniporgli legge È difiScfr impresa. Àvea'aMa fuga DelP ospito Mibos ckiusa Ogni via, (5) Ma ntì'àmdace sentier trovò con Tali. Poiché Dedalo chiuse il Minotauro, Giustissimo Minos, disse, abbia £ne Ora'il’mio esilio, ed il paterno suolo 11 ceder mio riceva. Io non potei. Perseguitato ogUór da iniqui fati, Vivore in patria, almen morir vi possa. Se a me ricusi un tal favor, che sono Carico d*anni ^ lo concedi al figlio, E se al figlio .noL vuoi ^ lo dona al padre. Queste e molt^ altre ancor cose dicea, • Ma a lui Minos hón permettea il ritorno. Di sua eVentura cèrto», a se medesmo Allor Dedalo disse, hai tu materia Onde mostrar Pingegno; e terra e mare È in poter di Minos: e mare e terra Or ci vieta la foga ; a me rimane Il cammino del ciel ; questo si tenti l^tdato, come già si è accennato, fabbricò irs Creta il celebre Labirinto, in cui fu racchiuso il Sfinoiaiiro. A^endògli' Minos vietato d* uscir da quel^ ' io' f non trovò altro mezzo per ritornare alla patria y se non se di fabbricar dell* ali congiungendo insieme varie penne d* aòcelii, ed accingersi in tal guisa a ' 'Volar per il cielo in compagnia d'Icaro suo figlio. Questi per altro innalzò troppo il suo volo, e preci^ pkò miseramente in quel mare, che prese da lui ii nome Icario. Sommo Giove, perdona ^ questa impresa: DelP Empireo stellato non aspiro Già le sedi a toccar ; sol questa strada Onde fuggir dal mio Signor mi resta* Se Io stìgio sentiero a me si mostri, 10 r onde stigie varcherò • Debh’ ora I dritti rinnovar di mia natura. I mali aguzzan 1* intelletto. E quando Si avrebbe dato fà che un uom potesse Premer le vie del cielo.? In ordìn vario Dispon le penne, che per V aria sono 11 remo degli augelli ; e unisce insieme Con del ritorto Un 1’ opera lieve. Con cera al foco sciolta insieme accoppia Le parti estreme ; e già della nuov’ arte Era venuta la fatica a fine; Ma intanto che trattava e penne e cera. Rideva il figlio, ignaro che quell* armi Sarian la sua difesa al tergo unite. Con tal naviglio, a lai diceva il Padre, Si può alla Patria far ritorno ; in questa Guisa fuggir Minos, che ogni altra chiude Fuor che T aerea via « Tq che lo pupi, Con questa ch’io inventai arte novella^ Fendi gli aerei spazj ; ma la vista Della Vergin tegea, e del compagno Calisto i Licaone Ra d* Arcadia ^ è soprannominata Tegea, da una Città di tal nome soggetta alV impero del padre della medesima. DaU V illecito commercio, che ebbe essa con Giope, diede alla luce un figlio chiamato Arcade, e fu da Giunone per ciò tra^ormata in Orsa ad oggetto di ven* dicarst deW infedele suo sposo ^ il quale la collocò in oielo fra le stelle col nome, che ancor oggi conserta, d’Orsa Maggiore. Di Boote Orion cinto di spada Tu dei fuggir • Con V apprestate penne Mi segui ; io ti precedo, e sia tua cara Batter^ V isteasa via ; da rae guidato Incolume sarai, li’aeree strade Se calcherem troppo vicini al Sole, Al suo caler si scioglierà la oera; Se al mar propinqui batterem le pennei Da’ vapori del mar saran bagnate. Spiega il tuo voi fra ^1 Sole e il mare; i venti Pur anco temi, o figlio ; e all’ aure in preda Dà le tue vele allor che sian propizie. Mentre in tal modo V istruisce ^ ài figlio Il lavoro dispone, e mostra come Muover lo debba: in guisa tal la madre La pennuta ammaestra inferma prole. L’àJe poi di sua man per se costrutte Accomoda al suo tergo, e nel novello Cammin timido libra, in aria il - corpo.. Allor che al volo si accingeva, al figlfo Diò molti baci, e le paterne gnauce Furon di calde lagrime bagnate. Sorgea sul piano un colle assai minore Del monte, e quivi V uno e l’altro corpo Si diede in preda a perigliosa fuga. Mentre le penne sne Dedalo move. Quelle osserva del figlio, e ognor sostiene In aria il corso Icaro si diletta Del novello sentiero, e ornai deposto Orione figlio Ireo ( annot.) Untò di dare un disonesto assalto alla casta Diana ; ma essa lo fece uccìdere da uno scorpione, e poi mossa a pietà lo trasmutò presso a Boote in una costellazione fatta a guisa di spada Ogni timor con arte audace vola Più ibrtemente. Un che insidiava a’ pesci Con la tremula canna, alzato il guardo, Li vide in ariane abbandonò P impresa. Già da sinistra avean passato Samo, E Nasso e Paro e Delio al clario Dio Sommamente gradita ^ ed alla destra Si lasciar dietro Labioto, e Calìnna Per selve ombrosa, e Stampaglia di guadi Feraci in pesci cinta, allor che il figlio Temerario con troppo incauto ardire Spiegò senza ìL suo duce in alto il volo* S’allentano i legami ; al Sol vicina Liquefassi la cera, e i .tenui venti Male sostengon le commosse braccia. Dal sommo cielo spaventato il guardo Rivolse al mare, e dal timor già sorta Si offro al suo sguardo tenebrosa notte. Si liquefò la cera, e i nudi braco! Dibatte ; trema ; e ìnvan ricerca il modo Di sostenersi *« Cadde, e o padre, o padre Gridò cadendo, via son tratto, e T onda Cerulea chiuse al suo parlare il varco. Ma Pinfeiice Padre.(ah non più padre!) Icaro, grida, Icaro, dove sei? Sotto qual asse voli ? Icaro grida, £ nuotanti sul mar mira le penne Copre P ossa la terra, è prende il mare Il nome suo • Minos già non poteo D’ un uoni frenarle penne,ed io m’accingo Un Nume alato a trattener? S* inganna Cfii fa ricorso all’ arti emonie, e appresta Dalla tenera fronte del cavallo Lo svelto a forzalppomane. Non Verbe ( 7 ) Pon di Medéa far viv*?re l’amore; Non 1 Tharsfejj^ncàntesmi . Se potesse Una tal'arte ptolàligàrto, avria ' Medea Giasbn', Cfrcfe teénto Ulisse . ( 8 ^ Nè i pallidi apprestati* éill%*dónzelle F'iTtri* Valséro { aU’alrne Son nòcivi, Ed inspirai) farot .'Ogni delitto Vada put lungi ; se attti essere amato, Amabile ti- ttióstraf I a: ciò^ nTort giova * Solo’ le^ menibtk àlve'r’by^^ e là-faècia. ^ Sii pur Nireó tfaro^ ^11’ aiitibd^ Omero ; ' ^. t L ; >(Q^^àevano gli an tichi, e fra questi ancora Pii- nio ea Aristotile, che si potesse còncìliar l*amore per mezzo éAl^lppòinsLne, cioè di qtàel pézzetté rotondo di carrie .nera ^ che han\ sulla, fronte iì cavalli nati di fres^qp, Jfa Mars^ figlio^^efia/venefica Circe^^ t^aj- ser l a lo ro orig ine i M ar si. Abitarono questi popoli m lidlia non fontani,àa Uòma ^e Jfùrorio~reputati, èc- celleràPneWarte dellc^ ' niagìq:,iÌÌe«/èa \e Circe fdronp dii^ ihsiAni Ma^he ^ je insieme due a^passioriaté 'mài. cohisposte dmànii\ poicHè 'fiorì pótérono có'loro magici incanti trattenere Ùiasoné\d Utisse i che amavano tèneramente, t Filtri preparati dalle Maghe, eran composti di fichi salvatici ^ éP uòva e di penne di civetta, di * sangue e di. pòlfnone di ranocchie, e d*os5Ì di cani e 'di serpenti'Sventrati. Lèggasi ài Libro quinto V Ode 'd*Orazio cprìlró Canidia. Nireo], nafo dd Aglajd e dal Re Cecrope, andò alt*assedio di Trojq ; e vien da Omero nel Li-* hro secondo dell*Iliade lodato per la sua sorprenden^ te bellezza. Ercole amò sommamente Ila figliuol di ‘Teodamahte, c lo condusse con se, quando navigò alla volta di Coléo. MetltP era iri viaggio lo mandò un giórno ad attinger Vacq.ua dal fiume Ascanio nel’» la Misià ma essendo ivi disgraziatarkente caduto^ han finto i poeti, che fosse rapito dalle Nufadi Dea de*fiumu O il tenerello un giorno Ila rapito Dalle callide Najadì: se brami Conservarti Y amor della toA donna, E non vederti abbandonato, aggiogni Deir alma i preg) alla beltà del corpo. È la beltade un ben caduco e frale, Che con gli anni decresce, e a un fisso tempo Fugge mai seiupre • Le violette^ e i gigij Non fioriscono ognor;Ia spina, ^ cui Colta la rosa sìa, rigida viena*,^ ^ ' Vago garzon, i tuoi capelli un giorno Verranno bianchi, e il corpo tuo le rughe Ti solcheranno . Formati ed aggiungi Alla beltade un animo che ^uri: Sol ei riman fino agli estremi roghi* Ni sia rultima ina cura con Farti Ingenuo Padornarlo ^ e di due lingua Renderlo dotto . Non fu bello Dlisso, Colisse t figlia, come credono alcuni, delVO* etano e dì TeHde, accolse cortesemente il naufrago Ulisse nell* ìsola Ogigia, ov* essa regnala. Dimorò questi per sette anni con la Ninfa suddetta, da cui ebbe varj figli, e poi fu costretto a dividersi da lei per comando de*Numi, quantunque non lasciasse elìa alcun mezzo intentato per ritenerlo sempre appresso di se. Reso Re dei Traci detto odrisio perchè cornane dava alla Traqia nazione degli Odrini, e sitonio^ perchè anticamente la Tracia ^si chiamava Sithon, fu ucciso da Ulisse e da Diomede, mentre andava con un esercito in soccorso di Troja. D* ordine de*suoi Troiani si portò Dolone ad osservar gli andamenti dell*armata de* Greci ; ma incontratosi con Diomede td Ulisse, che pure osservavano la condotta del cam^ po Trojano, svelò a*meiesimi, dopo d*aver preso Vim^ punita y tutte le più segrete determinazioni de* suoi concittadini. Volendo egli poi per premio i cavalli emonj d*Achille, fu ba^aramente trucidato da Ulio^ se e Diomede uccisori di Reso Ma facondo ; c per lui ferito H petto Portar* r equoree Dive. Oh quante volte Di sua partenza si lagnò Calisso^ E dicea che non atte erano a* remi L’onde del mar! Oh quante volte udire Bramò di Troja i casi, ed ei sovente Narrò lo stesso con diversi modi I Stavan sul lido insiem, quando la bella Calisso ehiese la dolente istoria Del Duce odrisio; ed ei con tenue verga ( Mentre a caso la verga in man teqea ) Finge Popra richiesta in sull’arena. Questa» le^disse, è Troja (e fe’sul lido I muri) . È questo il Simoe,e queste fingi Che« sieno le mie tende . Il campo osserva (E intanto lo disegna) che col sangue Sì sparse di Dolon, quando gli emonj Cavalli scaltro d’ involar procura. Fur del sìtenio Reso ivi le tende; In questa uotte da i deitrier rapiti ^ Fui strascinato . Dipingea più cose, Ma improvvisa del mar onda furiosa Via trasse Troja, e col suo Duce ancora . Le trinciere di Reso. Allor la Diva, Vedi quai nomi s’inghiottiron Ponde^ £ vuoi che al tuo cammiò sieno propizie? Ardirai dunque di fissar tua speme In fallace fij^ura? e più del corpo Altro tu non avrai solido e degno? L’accorta compiacenza a noi concilia Gl’ animi, ma l’asprezza e le severe Parole contro noi muovon lo sdegno. Si ha in edio lo sparvier, perchè tra V armi Traggo sua jriU, e i lupi che assalire Hanno in costume il timoroso gregge. Mite è la rondinella, e innocua vive Dall’insidie dell’uomo ; e l’alte torri Abita là colomba a lei gradite. Vadali lungi le liti e i detti amari; Con soavi parole amor si nutre. Stia la discordia tra marito e moglie; Si faggan questi, e credano a vicenda Di difender lor dritti • Ciò conviene Alle tnògli/che ognor funesta dote Recan di lìti . Il dolce suono ascolti Degli • accenti bramati ognor V amica; Legge non havvi per gli amanti ; in loro^ Ìj amore è legge • Parolette grate Reca, e dolce lusinga à lei 1’ orecchio. Onde alla vista tua lieta si faccia. Non io d^ Amor maestro a’ ricohì parlo. Che chi pnote donar > dell’ arte mia Non abbisogna • Chi quando a lui piace, Prendi j può dir, non manca mai d’ingegno. Cedere a Ini dobbiam, che più gradito Sarà dell’opra nostra. Il vate io sono J>e’ poveri, dhe ognor povero amai. Dar doni non poteva, e diei parole. Cauto ognor sìa povero amante, e tenga La lìngua a freno, e soffra quel che un ricco Non soifrirebbe . l^el ponsier mìo torna, Che irato aia di delia mia Bella feci Al crine oltraggio . Un tale sdegno ah quanti Giorni mi fe’ passar pallidi e tristi I Noi credo, e noi compresi, che la vesta Io le stracciassi allor, ma lo diss’ ella, £ comprarne altra a me fu d’ uopo. O voij Che avete ingegno, del Maestro vostro Fuggite il fallo, e né temete i danni. J8ia la guerra co’ Parti, e ognor la pace Con l’Amica diletta'. Usa gli scherzi, E tutto quel che favorisce Amore. Se a te che l’ami, docil non si mostra Qual vorresti e cortese, il suo rigore So^ri costante, e diverrà benigna. La forza usando, il curvo ramo frangi, Che con dolcezza addirizzar potevi. Varcasi 1’ acqua cón pazienza, e malo Vìnconsi i fiumi, se pigliar tu tenti Contrarie Tonde rapitrici k nuoto. I numidi leon, le fiere tigri Pan le lusinghe mansuete e miti; Ed al rustico aratro la cervice / A poco a poco sottopone iJ toro. Dell'arcade Atalanta e chi più fiera. Mostrossi mài? Eppur quella crudele Soggiacque anch’essa al mèrito d* un uomo, Narra la fama, Melamon piangesse, Sotto un arbor giacente all’ombra, spesso Suoi tristi casi e la crudel Fanciulla. Spesso* portò le ingannatrici reti Sul vinto collo, e con spietato ferro L’arcade Atalanta, figlia di Jasio o d’Aban^ te, fu un.’eccellente cacciatrice,e si fe* compagna di Diana per consertare illibato il candore della sun verginità, Finta essa p<ù dalla fedele e lunga servitù prestatale da Meleagro o da Melanione, si abbando^ nò finalmente in braccio ni medesimo, ed ebbe in fi^ glio il celebre Partenopeo, Sono tra loro cod diverse le memorie .a- noi lasciate dagli antichi scrittori riguardo a Melanione 0 aid Atalanta, che è impossibile il dar de’ medesimi «Hit distìnta notizia Uccise spesso i barbari cinghiali. L’arco teso d’Ileo soffri piagato, Ma conoscea più ancor 1’ arco d’ Amore. Non vo’che armato le menalie selve Tu salga, e che le reti al collo porti; Hò già t’impongo il petto alle vibrate Saette espor • Dolci più assai saranno, Se udir mi vuoi, dell’ arte mia le leggi. A lei che è ripugnante, ognora cedi; E vincitore partirai cedendo. Eseguisci fedel ciò eh’ ella impone: Biasma Quello che biasima, ed approva Quel che le piace, e il suo parlar seconda. Di rider ti ricordo al riso suo. Di piangere al suo pianto, e i moti ancora A suo piacer del vento tuo componi. Se giocale nella man P eburneo dado Agita, tu ancor l’agita, e lo getta (14) Oltre il gioco de* dadi era presso i Romani in uso quello dclVAlìosso detto da loro Talut, che con^ sistema in piccoli quadrati d*osso j ne* quattro lati de* quali erano notati separatamente i numeri uno, tre, quattro, sette. Doleva pagar senza lucr^o una mone^ ta chi avesse gettato l* uno, che chiamatasi Ganis o Òanicula. Guadagnata sei monete e ciò che ateta perduto nel gettare il Cane chi scoprita la parte op* posta all* uno ^ cioè il sette che ateta il nome di * Yenns o Gons,* ne guadagnata tre chi gettata il Seniofper cui intendetasi il tre, e quattro chi ates^ se rappresentato U Ghio, che esprimeva il numero quattro. Si rileva da**latini Scrittori che fu VAliosso giocato anche ditersamente ; ma basta per la chiara intelligenza di questi versi U sapere che erano i Cani dannosi ^ mentre esprimevano l* ano ^per cui si dote^ va senza lucro pagare una moneta. Il Gioco, ohe rasfvmbra a guerra, è, come facilmente ri QQtnprew* dp ^ qugllo degli Scacchi, In modo cV«lIa vinca. L’Àliosso Se trae, farai in maniera cbe la pena Non soffra d’ ^sser vinta, e tuoi saranno Sempre i dannosi cani ; e s’ ella' pone Opera a gioco « che rassembri a guerra, Fa cbo perisca dal nemico vinto Il tno soldato. Sulle verghe steso Tieni r ombrello, e, nella densa folla Per dove idee passare, il varco l’apri; Vicino al letto non t’incresca porre Lo scanno, e fai piede dilioato togli E riponi la scarpa .iDei sovente. Benché ti prenda orror, della Padrona L’algente,mano riscaldare al seno. Non creder turpe, henchè a te rassembri. Con destra ingenna sostener lo specchio, Se a lei ciò piacerà. Chi ’l fiero sdegna Otaneb.della matrigna in domar mostri. Che ora è nel Ciel, ohe primo egli sostenne. Si crede, tra Ife joniche Fanciulle Che tenesse il cestello, e che filasse Rnstiche lane . Si l’Eroe tirinzio Servi all’impero d'una Bella ; or dnnqne Dubiti di soffrir ciò eh’ei sofferse? Se ti comanda esser presente al Foro -Previeni 1’ ora del comando, e sempre ^eoU ' mnst valorosamente ( Annoi.) tutu s mostriyche contro di lui suscitò la tua rnatngna Giunone, e sostenne sulle sue spai- ad Atlante affa- incarico. Innamoratosi egli poi dH)n- '‘iff reale della Lidia, vestì abiti femi- mh, e m qualità d’ancella iella medesima filò vilmente l»inne con quella man valorosa, con cui per le rmrabilt sue gesta s’ era colmato di gloria. Ne partirai più tardi • Se ^t* impoiàfe Di gire in altro loco’, ogni altra cura Lascia da parte, corri ^ uè la turba '' LMutrapreso cammìti trattenga, e còma ‘ Servo, sé vuol, tu Taccompagna a Casa- Tolte le mense, e^già sorta^ la liOtte; > Se fosse in villa,*e tf dicesse: vr<eni> Col piè premi la via, se manca il eocebiò, Che Amor odia gl’inerti . Il btiitasoosò Tempo nè la Canicola assetàtai ^ ' n / Nè per scaduta nòve il sentìev biénco - p’ ostacolò ti aien ^ Simile a gòfei/ra * ^ E r amore, da cui vadano lungi ' I codardi . Nò, sotéo tali itìsegné* II timid’ uòmo guerreggiar tiòu' debbe* La notte, il verno, disastrose strade, ' ’ Dolor cocenti, e ogni altr’aspra fatica Racchiudono que’mòlli ttccampaihetttli* Di pioggik dalle untole tìiscioitu'^ Ben spesso intrisa avrai la -veste,-è‘Spesso Gelato giacerai sul nudo suolo." Dicesi che dì Cinto il'Nume' nu giorno (i 6) Pascesse le ierée vacche d’ Admeto, £ s’ascondesse in umil capanna.' A chi non converrà ciò che coriTenné ‘ Apollo, che dicesi i/-Nuine- 4 ì'Cinto fper^hè ( Ànrvot. 1^9. del Lib, /. ) nacqueove giace 4 in tal monte y sentì il pin, intenso, dolere ^ quanda Giove fulminò Esculapio di, lui figlio, perchè faceva rivivere i morti con V ajuto della -Medicina. Per veti^ dicenrA pertanto in qualche maniera d* una tale ingiur- ria, egli uccise i. Ciclopi y che fabbricavano le saette a quel Nume supremo, il quale lo spogliò per ques to della divinità, e lo costrinse a pascolar le vacithe 4 * Admeto Re de* Ferei in te staglia^ A Febo ? O ta, che in lungo amor ^impegni, Il fasto lascia • Se un cammiii seeuro £ facil ti si nega, e se alla porta Ritrovi impedimento, allor t’insinua Dal precipizio d’ùn aperto tetto, O da ascoso sentier d’ alta finestra. Lieta ne fia, quando del tuo periglio Intenda la cagion ; di certo amore Sarà per la tua Bella un grato pegno. Spesso potevi dalla tua Diletta Star lontanerò Leandro, ma varcavi ( L’ onda del roar, perchè le fosse noto L’ amante core • Guadagnar l’ancelle Non abbi a vile, e in special modo quella. Che sarà favorita, e ancora i servi. Non temer d’ avvilirti: ognun saluta Col proprio nome, e alle lor destre umili, Ambizioso, d'unir cerca la tua; Ma al servo che ti prega ( è lieve spesa) Porgi piccoli doni, ed in quel giorno Pure air ancella, in cui restò ingannata Leandro amò Con tal forza Ero Sacerdotessa di venere, che spesse volte varcò VEllesponto per visi^ tarla. Essa accendeva Una fiaccola sopra una torre, affinchè potesse il suo Amante camminar piu sicura^ mente, e quando intese, che era il medesimo misera^ mente annegato, si diede in preda aW ultima dispe-* razione, e slanciossi intrepida nel mare, Ai q di Luglio celebravasi in Roma splendi--^ damente una festa, a cui concorrevano le Servé‘ ve^ stile a Matrone romane, in memoria delV util servii gio che avevano esse in tal giorno prestato alla Pu^ tria. Ecco ciò che ne dice il Macrohio, Post Urbe in captam, cum aedatus esset gallicus motus, res vero publica esset ad tenue reducta, Finìtimi opportuni- Da veste maritai gallica truppa, E che pagò d’ un folle ardire il fio. Ti fida a me ; fa tua la plebe, e sempre Sia fra (juesta V ascierò, e quel che giace Sulla porta del Talamo . Io non voglio Che ricchi doni appresti alla Padrona; Piccioli sian, ma convenienti e accorti. Mentre è ferace il campo, e mentre i rami Piegan pel peso di mature frutta. Porti fanciullo in un cestel gli agresti Doni, e dir ben potrai che da una villa Suburbana ti vengano, quantunque tatem invadendi romani nominis aucupati praeferant sibi Postlmmium Livium, Fideoatiam Dictatorem, qui, mandatis ad Senatum misis, postalayit, nt si yelleut reliquias suae ciyitatis manere, matres fa* Hiilias sibi et yirgines dederentur . Cumque Patres esseat in ancipiti deliberatione suspensi, ancilla nomine Phìlotib teu/ Tutela, poilicita est se cum cae- teris ancillis sub nomine Dominarum ad hostes ita- ram: habituqae matrnm familiat et yirginum sumpto, hostibas cum prosequeatium lacrjmis ad iidem dolorii iogestae sunt. Quae cum a Livio in castris di- stributae faissent, viros plurimo vino proyocarunt, diem fbstum apud se esse simulantes. Quibus sopo- ratis, ex arbore caprifico, quae castris erat proxima, signum Romania dederunt, qni oum repentina incursione snperassent ; memor beneficii Senatus, omnet ancillas manu jùssit emitti, dotemque eis ex publico fecit, et ornatum quo tunc erant usae, gestare cou- cesfit, diemque ìpsum Nonas Gaprotinas nuncupa- yit ab illa Caprifico, ex qua signum yictoriae coe- perunt, sacrificiumque statuit annua solemnitate ce<- lebrandum, cui lac, quod ex Caprifico manat, propter memoriam facti praecedentis adhibetur. Questa è la fedele esposizione del fatto, d cui non pare che si uniformi il Poeta Tu gli abbi compri nella laera via. ( 19 ) Rechi pur Tu ve » e le aastagne care Un giorno ad Amafilli, e che ora a vile Parehè dono legger avrebbe anch* esso, Co’t^rdi pure e con ghirlanda mostra Che memor vivi della tna padrona. Si compra turpemente con tai mezzi D’orbo vecchio l’affetto, e la speranza Di godere i suoi beni. Ahìperan qnelli Che Così vii disegno a donar move. E che ! t’insegnerò teneri versi Io diluviar Fa me lo credi, i carmi Non ton molto graditi ; e benché Iodi Ottengano talor, maggior lusinga Han gli splendidi doni: Un ricco piace Ancor che nato in barbara contrada. Questa è per vero dir l’età dell’oro^ Giacché con Voto compransi gli onori, Criacchè con V oro piegatisi le Belle. Se tu medesmo con le Mute, Omero, Venga privo di doni, ab ! tu seaeciato Sarai di casa. Di fanciulle dotte ^ Havvi turba rarissima, ed un’altra. Che sé reputa tal benché ignorante, L’une e l’altre s’encomino co’versi^ Che ottengan dal lettor lodo pel suono Facile e lusinghiero \ a queste e a quelle Tenue e da aVersi a vii sembrerà dono In loro onore vigilato carme. ^ Usa in maniera ché V amica ognora VendéQasim Ronia ogni torta di frutti e d*al^ tri generi nella Via sacra, che acquistotti un tal nóme, perchè furono ivi conclusi con gran^ sagrifizf i patti fra Romolo e Tazior A far ti preghi quel che util ti sembra, E che far già volevi. Se promessa Abbi ad alcun de’ Cuoi' la li ber Cade, Fa pur elisegli la chiegga alla padrona. Se ta rimetti al servo il suo delitto,^ Se le catene sue dure disciogU, ; Te ne sia debitrice. ^ A lei la •gloria> A tediatile venga. Sul:tuo eore Mostra ohe elFabbia un prepotènte impèro^ Ma illesi serba ognora i dritti tuoi. Tu che nutrì desio della tua cara ' ^ ^ Consfetvarti V amor, fà oh’ ella pensi Che tu getonito sei di sua Heltade.* Se le sue menàbra in vtiria veste avvolga, Le sii largo (U lodi, e se le doe ' . Cinge, dirai che accrescono i suoi Veazi. Se poi s* adorna con aurata veste, * Dille che più splendente èli’è dell’ oro. Se prende la pelUcela, e tu T approva; * Se la tomita lieve, allora, esclama ' Che, desta incendj, e con ièmmes^a voce Pregala che schivar proeuii il. freddo. Sia il orine in duo diviso, oppur da oaldo Ferro ritorta, tu dirai: mi piace. Di lèi, se.danai, ammirerai le,braccia, Di lei, ^ canta, 1* armoniosa voce,. ' E a lei dimostra con dolèntii note^ Perchè fpresto diè fine, il tuo scontento. Loda gli abbmcciamenti,:e in suon piètoso E querulo ie mostra con KJUéiI foraa ..Presso i Homani eruno cortamente i servi in una condizione sì miserache (^iputavansi fortuna^- a, quando i padroni per un effetto di^somma cUmon^n accordavano loro la liberty, ^ -, D’insolita jilaowrfe: il. cor t’inonda. Gon questi- un4incoc che-|}iù. violenta Foss’ ella di Medusa ^ e indite: e giusta (ai) Dìvetrài.co», l’ ansante,* Sia .tua cura - Di non sembrane -iagantiatore ; e il volto Kon distrugga i tnoi> detti. Ascosa Térte Giova j e svelata la vergogna apporta, E Ii^ tfe. 00» ragiOp j toglie per. sempre. Spesso Sotba l’ÌAu)tjnA0tì,( iiti quella bella Parte dall’sanitOf,-^ cui vosaeggia Priva Del purpureo, lioór ; rieolnta » quando Il freddo,«cura la?f»reiuej ed era il «aldo La soioglie,). Pìncostante. aere d cagione Di languore, alle-metubra,* Elhi^pur viva Sana, masO'.inat giaceja-in, letto in ferma. Soffrendo. ..drd tmaligqogciol V Infinstoi La tua pìetade:;ecP AQt^ctW> palese Sia alloca .alla fanqiullaj^ fi getta il aenae Di ciO .cbe mieter, debbi, a larga falce.' Nè del liingaauo mal poja',ti, prenda^, E faccia» le tue man cid che permette. Te rimiri piangente, ed i .tuoi baci: Non r.inore«qa;S<^l-Ìr,;'flon arse labbia, Beva il tàO ;piantp,. 4 Ì» .ciel voti farai. Ma ognor,.palesi,,e di narmr: ti .piaccia Be» spesso,fausti' sogni..:Àn| sua'magione Guida la-ivacohiarella, che con ?ìolfo iaa) (ai) ]ffedasa figlia di Forci^'ed ufl'a delle tre Gorgoni, incontrò-lo tdogn» di Minerva, perché à prestò all’ impudiche iooglie, di Nettuno • nel Tempio della medesima* Questa Dea le trasformò^ pertanto i capelli in serpenti, e fece si che fosse convertito in -sasso chiunque ardiva di riguardarla. (ìa) ponducivàn gli antichi le vecchiarelle nello àuse d^gV frifermi, affinché con le lor preghiere di Purifichi la stanza e insieme il letto, E con tremola man T ova le rechi. Di tua premura avrà cosi 1* amica Kon dubbj segni, e con tai mezzi molti Far dalle Belle istituiti eredi. Ma deir inferma per soverchia cura Deh non volerti procacciar lo/sdegno; Àbbian tuoi dolci uffioj il lor confinej Non le vietare il cibo ; il tuo rivale, • E non la destra tua* pòrga la tazaa Colma de* succhi amari. Or che n^ll* alto ^ Del mar solca la nave, usar non dei Lo stesso vento, con cui già dal lido Le vele hai sciolto. Mentre Amor va errando Novello ancor, con Taso forza acquisti; Stabil verrà, se lo saprai ' nutrire. Ebbe vitel le tue carezze il toro, Che or è de'tuoi timori oggetto, e Talbore, Sotto cui posi, un di fu tenue ^etga. Nasce povero d'acque il fittnré, e forza Acquista nel suo corso, e dà Ogni parte Gli vien tributo di novello umore. S’accostumi con te, che nulla puote Più di tal cosuetudiue giovarti. Mentre l’adeschi, a te grave* non sia Di soffrire ogni tedio • Abbia te sempre Dinanzi al guardò ; ognor tuoi détti ascólti; La notte e il di le pinga il volto tuo* Ma quando poi sicura avrai fiducia Di poter esser ricercato, allora Scacciassero Sa quelle, gli spettri. Epicuro deve soffrire i rimproveri degli Stoici, e VOratore Eschino quei di Demostene, perchè avevano le lor madri Ulk simile impiego che riputavasi vile Vanne pur lungi, che la cura sua Sarai benché lontan . Prendi riposo; Ciò che s’afBda al campo riposato Bende ei ben generoso e l’arsa terra Bey e l’acqua del ciel. Finché pxesente Fa a Filli Demofonte, il di lei seno Senti mediocre amor, ma in vasto incendio Arse allor che le vele ci diede^’ venti. Mentre vivea lontan l’astuto UÌìsse Penelope soffriva cura mordaeCr Tu ti dolesti pur, Laodamla, Lontan Protesilao. Brieve tardanza £ mai sempre sicara. Allevia il tempo 11 dolor dell’assenza ^ e dal pensiero e dà loco a nuovo amor 1’ assente* Mentre tu, Menelao, stavi lontano Fillidt, figlia di lÀcurgo He di 'Tracia, rice* Vè cortesemente nella Reggia e nel letto il naufrago Demofoonte figlw di Teseo. Quandi egli partì per % Città d* Atene ., colera chiamato dalla cupidigia di regnare, le diede parola di ritornarsene a lei dentro un mese . Aspettò Fillide lungo tempo il suo caro sposo, e poi afflitta e disperata per la tardanza di lui, si tolse da se stessa crudelmente la vita. È noto il verace affetto che aoea Penelope pet Ulisse suo spesole però si può facilmente comprendere quanto fosse vivo il suo dolore per la lunga dimora che fece fi medesimo alV assedio di Troja. ^uS^ Laodamia amo sì ardentemente Protesilao detto in latino Phyllacides daFilaco.4uo avo, che fu sempre occupata dal più vivo dolore mentre era esso al- V assedio di Troja, e fece far del medesimo dopo la sua morte, una statua di cera, che ogni notte pone- vasi nel letto quando vi andava a dormire. Menelao trovavasi in Vreta, ove .l* aveano richiamato i suoi affari, quando Paride di lui confi- mcpte gli rapì la bellissima E.lena pia consorte Sulle piume giacer sole non volle Siena, e nella notte al caldo seno l)eir ospite fu striata. E chi mai puote Di ciò nutriremo Menelao, stupore? Solo partivi, e nel medesmo tetto Era la moglie e T ospite. In custodia T,ii folle le colombe al. falco fidi, Ed al montano lupo il pieno ovile? Siena non ha colpa, e non commise L’adultero delitto ; ei fece quello Che tu faresti, e che farebbe ognuno. Ad esserti iiifedel la donna sfórzi^.j Se il tempo e il loco a lei concedi. Quale Oonsiglio ella usò mai se non il tuo? Che dovea far ? Il suo marito è lungi, Ed un amabil ospite presente, E giacer sola teme in vacuo letto. Ciò a Menelao era noto. Io dal delitto Siena assolvo ; usar volle di quella Libertà, che il marito a lei concesse Cortese c umano. Non così feroce Flavo cinghiai si mostra in mezzo all’ira Contro i rabidi cani, allorché il dente Fulmineo rota, nè così lionessa Che a’cari figli suoi porga le mamme, Nè da piè ignaro vipera calcata ; Coni’ àrde e mostra 1 ’ agitata mente Donna che la rivai trovi nel letto Del suo consorte: e corre, e dà di piglio Al ferrò e al foco, e ogni decor deposto, Rassembrà una Baccante. La spietata Medea nel sangue vendicò de’figlj fay) Vedaii V annotaz. del Lib Del marito il misfatto ^ ed i violati Dritti di sposa. Àltr^empia genitrice, Mirala in rondinella trasformata. Or di sangue macchiato il petto porta. Tali delitti sciolgono V amore Meglio composto e più costante ; e cauto Gli dee r uomo fuggir, gli dee temere. Nè ad una sola donna io ti condanno; Portin migliore augurio i sommi Dei ! Così rigida legge appena puote Seguir sposa novella. Abbiano pure Loco gli scherzi, ma celar ti piaccia Sotto furto modesto il fallo tuo. Da cui già non voler cercar la gloria. Altra non mai conosca i doni tuoi; Nè prefigger tu dei 1 * ora medesma Agli amori furtivi, e in un sol loco Condur le belle, onde non le sorprenda La donna tua ne’ noti nascohdiglj ; E quante volte scrìvi, i fogli osserva; Che molte leggeran più assai di quello Che tu loro scrivesti. Amante offesa Move bene a ragion Tarmi, e sovente Come a lei desti, a te di duol dà causa. Mentre il figlio d'Atréo fu d’ una sola (29) Ov. Arte d^am. d Progne figlia di Pandìone, e moglie di Teseo ^ fu dagli Dei cangiata in Rondine, perchè vendicane dosi deW ingiuria recata da Teseo a Filomena di lei sorella, uccise Iti suo figlio ^e lo apprestò al Padre barbaramente per cibo, Agamennone rapì Criseide figlia di Crise cerdote d*Apollo, il quale in abiti sacerdotali si portò inutilmente dal medesimo per ricuperarla j tolse Bri* seide ai Achille ; e condusse poi in Grecia Cassandra Contentò e pago, quella visse casta. Ma per i vìej del marito poi Divenne infame. Inteso avèa che Crise, Le fasce in capo e il lauro in man portando, Ottener non potè 1* amata figlia. Inteso avea il tuo ratto, il tuo rossore, O Briseide, e per quai turpi dimore Fosse la guerra prolungata. Queste Cose la fama a lei narrava. Vide Con gli occhi prhprj poi la figlia stessa Di Priamo: vincitor fosti ad un tempo E preda, o Agamennon, della tua preda. Nel cor, nel letto ricevè ella poscia Il figlio di Tieste, e vendicossi Così de’falli del marito infido. Gli amori tuoi tener cerca nascosti. Ma se fian noti e manifesti, sempre Però li nega, nè ti mostra allora Nè più sommesso o più giocondo: reo Ti fa ria ciò scoprir. Novelle prove Le dà deir amor tuo. Queste il sostegno Son della pace. La tua prima amante Fa che di ciò non abbia unqua contezza. Havvi chi la nociva erba consiglia Santoreggia di prender; ma ciò stimò Atro veleno. Mischian altri il pepe Nel seme dell’ortica, e nell’ annoso Vino tritano il callido pilatro., figlia di Priamo, la qual fu a luì concassa nella di* Vision della preda. Clitennestra sua moglie, e figlia di Tindaro non potè reggere a tanta infedeltà, e /?«- rò accolse nel letto Egisto figlio^ di Tieste, da cui ' { Annotaz.) uccidere il suo marito. La Dea che sul ombroso Érice monte Ave il suo tempio, no, soffrir non puote Che siau forzati i suoi piacer. Si prenda Pure il candido Bulbo che a noi manda La Città di Megara, e la salace Erba che cresce ne’giardini. L’ova, L’imetto mel, del pin le acute noci Si prendan pur. Perchè alla medie’ arte, Erato, or tu ti volgi f II cocchio nostro Debbe più da vicin toccar la meta. Tu che celavi per consiglio mio Poc* anzi i tuoi delitti, or altra strada Batti, e per mio consiglio i furti scopri. Nè di volubil già merto la taccia: Non col medesmo vento i passeggieri Porta la curva nave ; ora si corre Col tracioBorea, ed or con Euro, e spesso Dal Zeffiro si fan goiihe le vele, Talor da Noto. Osserva come in cocchio L’auriga ora le brìglie allenta, ed ora Frena con l’arte i rapidi cavalli. Compiacenza servii le rende ingrate, E amor senza rivale illanguidisce. Se la fortuna sia propizia, Talme Divengono lascive, e faci! cosa Venere aveva un magnifico Tempio in Sicilia sul monte Erice, donde fu detta firicina., Sotto il nome di Bulbo iniendonsi tutte^ le radici rotonde come agl) e cipolle, che i Romani facevan venire dalla Città di Megara fabbricata da Alcatoo figlio di Pelope. {jòi) Il vento Borea f spirando a Settentrione, vien qià dette treicio perchè la Tracia è più settentrional della Grecia y e dell* Italia, Euro spira da Levante [ Zeffiro da ponente, e Noto da Mezzogiorno, Non è serbare in mezzo allieti eventi IL cor tranquillo. Come lieve foco, Che perduto abbia a gradi il suo vigore, Ascpndesi, e nell’ ultime faville La cenere biancheggiale se v’unisci Zolfo, Testinta fiamma manifesta, E a splender torna il consueto lume; Così ove pigra e torpida si giaccia L’alma, destar cop forti e lusinghieri Stimoli è d’uopo in essa allor Tamore. Fa che di te paventi: ognor riscalda L’intiepidito core, e impallidisca Al, solo udir che tu infedel le sia. Oh quattro volte e quante io non so dire Felice quei, di cui si lagna offesa La sua fanciulla, e che giugnendo annunzio D’un tal delitto alle sue triste orecchie Cade, e il color le manca e la favellai Ah foss’io quello, a cui furente straccia Il crine ! ah foss’ io quello a cui con l’unghie Sgraffia le gote, che or piangente mira Or con bieco ciglio, e senza cui Vorria, ma non può vivere ! Se chièdi Il tempo, onde di te la lasci offesa Lagnarsi, io ti dirò: sia questo breve. Perchè lo sdegno suo forza maggiore Con dimora soverchia non acquisti. Con le tue braccia il bianco collo cingi^ E piangente nel tuo seno l’accogli; Asciuga co* tuoi baci il . pianto suo, E i piaceri di Venere concedi A lei che piange. Già la pace è fatta; Con questo mezzo sol cessa lo sdegne. Se feroce divenga, e a te rassembri Veramente nemica » allor le chiedi Un dolce amplesso, e la vedrai placata. Ivi déposte Varmi è la concordia^ £d in qael loco » a me lo credi, nacque La tenera amistade. Le colombe. Che già fecero guerra, i rostri insieme Dolcemente congiungono ; di quelle 11 mormorio son voci, e son carezze. Fu il mondo in prima una confusa mole; Non ordine regnò, non vi fu legge ; £ stelle e terra e mar solo una faccia Mostravan ; sulla terra il ciel fu posto E fu dal mar la terra circondata, £ diviso cessò l’inane caos. Presero ad abitar le fiere allora Entro le selve ; a star gli augelli la aria; £ s’ascosero i pesci entro dell* onde. L’uomo errò allor ne^aoUtarj campi. Ma rozao 9 inerte corpo, e senza genio* T'u il bosco la sua casa ; il cibo l* erba; Lie frondi il letto ; e già per lungo tempo Visser fra loro sconosciuti. Dicesi, Che le feroci loro alme piegasse La dolce voluttà. Lo steiso loco Abitarono insiem Tuoibo e la donna; Non da maestro furon fatti dotti Di ciò che dovean far ; Venere loia La dolce opra compì senz’arte alcuna. Trova da amar Paugel dolce compagna, E in mezzo all’acqae pur con chi s’accoppj Non manca al pesce. Il maschio ainato segue La cerva, ed il serpente a’dolci inviti. Della femmina cede. Insiem congiunta La cagna al can s’annoda. Il suo montone Soffre lieta Tagnella; la giovenca Gialiva è col torello, e la stizzosa Capra 1’immondo becco non disdegna. Parenti le cavalle i maschj segnono Per lungo spazio, e varcan fino i fiumi Che li tengon divisi. A che più tardi ? T’affretta dunque, e alla sdegnata porgi Il bramato sollievo; questo calma L’atroce suo dolore, e questo vince I succhi d’Esculapio • Il fallo tuo Dei con ciò cancellar, tornarle in grazia. Mentr’ io cantava queste cose, Apollo apparve » e mosse dell’ aurata lira Col pollice le corde • In man tenea L’ alloro, di cui cinta avea la chioma; ^Queir ammirando vate allor mi disse: O de’ lascivi amor maestro, guida 1 tuoi scolari alfine al tempio mio; Ivi sta incisa la famosa legge, Che conoscer se stesso a ognuno impone. Amar solo potrà prudentemente Quegli che se medesmo appien conosce, E alle sne forze sa adattar Tìmprese. Procuri che la Bella ognor Io guardi Quel cui Natura diè leggiadra faccia. Si mostri spesso con le spalle ìgnude Chi candide ha le membra ; parli pure Quei che lo fa soavemente, e canti, E beva quel che a bevere e a cantare Con arte apprese, ma non mai interrompa Alludtd al Tempia consacrato in Delfo ad Apollo ove era scritta a caratteri à* oro qaest^ aurea legge: nosco te ipiam L’altrui discorw P eloquente, e in mezzo Al ragionar non reciti importuno I suoi carmi il Poeta . In questa guisa Febo i^egnomnii, e. voi di Febo adesso Seguit^e i precetti. Ah no ! non ponno Mancar di fe gli oracoli d’ Apollo. Or son chiamato a più'vicini oggetti. Chi sagace amerà ; chi la nostr’ arte In uso saprà porre f avrà vittoria. Non sempre i campì rendon con usura Le biade seminate, e a dubbia n^ve, Non sempre fausto è il vento. Ah! sono brevi I piaceri d’ amor, lunghe le pene. Onde Amante a soffrire il cor disponga: Quante in Ato son lepri, e quante in Ibla Pascolan api, quante olive accoglie II verd' arbor di Palla, • quante il lido Del mat conchiglie ; tanti son gli affanni Che soffrenti in amor, tanti gli strali Jlal felo intrisi che ci passan V alma. A te diran che usci fuora di casa Quando con gli occhi tuoi forse la vedi. Ma creder dei che uscì, che vedi il faUo. Mella notte promessa a te la porta Forse chiusa sarà ; soffri, e le membra Riposa e adagia sull’immonda terra. Mendace ancella forse in tuon superbo Dirà; perchè le nostre porte assedjf Cortese e supplichevole stropiccia Il limitar della crudel Fanciulla, ^ E al capo tolte ivi le rose appendi. Quando vorrà, t'appressa, e quando il vieta Tu vanne lungi. Uomo non dee sincero Di sua presenza far soffrir la noja. Digitized by Google 8o Non sempre con ragion ti potrà Jirer A me fuggir costui non è permesso* Non creder turpe di soffrir ingiurie, Nè d* esser dalla tua Bella battuto, Nè sul tenero piè d’imprimer baci. Ma a che mi fermo nelle tenui cosef Or subietto maggior m’agita l’alma. Io canterò prodigj ; il volgo attonito Ascolti i detti miei, mi sia propizio. A difficile impresa ora m’accingo. Che nel difficil sol glòria si merca. Dall’arte una si chiede ardua fatica. Soffri il rivai pazientemente ; teco Starà vittoria, e n’otterrai trionfo. Non già un mortai, male pelasghe querce(33) Ti dieron tai precetti . Ah i iio, non puote Dir r artè mia di ciò cosa maggiore. Farà un cenno amoroso al tuo rivale, E tu lo soffri ; sctiverà, e t’ astieni Dal toccar le sue carte ; e venga e tomi Senza le tue doglianze ove le piace Con legittima moglie usi il marito Quest’indulgenza pure, alior che notte Le tenebre distende, e il sonno regna. Non io, Io debbo confessar, non sono In quest’arte perfetto. E che far deggiof Io de’ precetti miei minor mi trovo. Io soffrirò che, me presente, un segno Si faccia alla mia Bella, e il freno all’ira Io potrò por ? Ah mi ricordo ancora ^3) Fabbricarono i Pelasgi un Tempio dedicalo a Giovò, in vicinanza del quale era situato un bosco di querce, da cui davano le colomba risposta umana Che il suo marito nn di le diede un bacio, Ed io del bacio a lei feci querela; Abbonda il nostro amor di crudeltade. Non una volta sol mi fu nocivo Un vizio tal ; piti dotto invero è quello Per cui, lieto il marito, in casa ingresso Hanno altri amanti. Ma saria più grato L’esser di questo ignari. Ah lascia dunque D’amore i furti ascosi, onde non fugga Dal vinto labro, confessando i fallì, Lungi il pudor. Deh risparmiate, o amanti. Di sorprender colpevoli le amate. Schetzino pur, ma almeno a se medesme Perauadan che il fer’ solo in parole. Sorprese, in esse pel rivai maggiore Si fa r affetto ; e dove egual la sorte Fa di due, 1* uno e Paltro son costanti La causa in sostener del danno loro. Favola iu tutto il elei nota si narra: Venere e Marte dagP inganni presi Pur di Vulcan. Ferito il petto avea Marte per Vener da un apaore insano, E divenuto di guerriero amante. Nè rustica o difficile mostroàsi (Non v’è di questa Diva altra jpiù molle) Venere al suppliéhevole Gradivo (34). Oh quante voltè la lasciva risé ^ da Marte si Marna Gradivo da apa/vav, ehe si^ grufiea in greco linguaggio vtbraziorfe d'AVta. Aven^ do Giooo preeijntaio Vulcano in Lenno 'per 1 la defar-^ mità del suo corpo, si tuppè questo misero Diojin tal caduta una gamba ^ e così divenendo zoppo ^ di^ canne ancorst mSgiortncnU deforme. Sa ^ Di Valcano pei piedi e per le mani Nere e incallite pel lavoro e il foco. Contraffaceva pur di Marte in faccia Sempre piena dì grazie il suo marito^ Ma solean ben celare i primi amplessi, E coprian col pudore il fallo loro; Ma il Sol che tutto vede ( e chi ingannare 11 Sol può maif ) fece a Vulcan palesi L’ opre della Consorte • Ah quai ne porgi Funesti e perigliosi, o Sole, esetuplit Perchè del tuo tacere a lei non chiedi Un dono, eh* avrebb* ella il tuo silenzio Potuto compensare in mille modi. Vulcan sopra e d’intorno adatta al letto Un* invisìbil rete, e finge a Lenno Di far viaggio: a’ noti abbracciamenti Tornan gli amanti, e nudi entrambe sono Ne^ lacci avvinti. Quegli i sonimi Dei Convoca, e fanno L prìgiohier di loro Vago spettacol. Potè appena il pianto Venere allora trattener sul ciglio; Non alla loro nudità potere Oppor la mano, e non coprir la faccia* Uno de’ numi allor ridendo disse: O fortissimo Marte, in me que’ lacci Deh trasferisci pur^ se ti son gravi. Nettuno, appena per le tue preghiere Ebbero i prigionier le membra sciolte. Chela Dea in Pafo, e Marte andonne in tracia. £cco,o Vulcano, il tuo profitto: in prima Celavano il Ipr fallo ; or senza freno Lo commetton, fuggito ogni pudore. Sovente, o stolto, confessar dovrai Che tu dj^rasd da pazzo, e già ( la fama Karra.) dell’ira tua ti aei pentito* Quest’ io vietai. La 6glìa dionea (35) Or vieta a voi di tender quelP insidie Ch’ ella stessa soffrì. Nè voi cercate Por ne’ lacci il rivai, nò legger quello Che vergato ha^la bella in cifre arcane. Faccian questo (se lor piace) i mariti Che legittimi rese e T onda e il foco. (36) Io'di nuovo, raffermo: in queste carte Nulla vietato dalle leggi chiudo» Nè a pudica Matrona i nostri scherzi Recano ingiuria. Chi a’profani i riti Osò di Cerere svelare, e i sacri Misteri nati nella tracia Sanio f Non nel' silenzio per coprir gli arcani Gran; virtude abbisogna è colpa grave Però dir'qnfello che (tacer si dehbe^ t Ben a. ragion da Tantalo «loquace Venere, sepondo alcuni, eifbe in madre Dio^ ne 9 e però si chiama la Figlia dionea. (36) Solevano i Romani nelle nozze solenni offerii re alla Sposa V acqua ed il foco \ 'perchè pensavano che si genesUts^ il tutto dall* umore -e dal icàhre ^ ed anzi lavatiri^ Inacqua f stessa i piei^ Sposa ed alla Sposo^ ', I I Sagrifiz) di Cerere t)ea delle biade, ehe furono, secondò Dtodoro, ' inventati Heltà' Samotrd» eia, si celelfravanà dagli aw^ìd con tal \ segretezza g che acqmdurono il nome di mister Tqntalo, figlio della Ninfa Piote, palesò agli uomini le' supreme, determinazioni, che si manìfesta^^ reno scambievolmente gli Dei in un Convito, cui fu ammesso e^i*pare.da^Giolve.,peTiitaleiempH-^ tà joacpiatO riell^ infermo, iOfl^ à cofitidftaeqMate,cfudar^ io da una barbara fape, e^ chè è,eireondatò dàìVacqua e da diversi ' phmi, ékà fuggono àgnor shp'suòl Idìlli i^qmndo *viol*pré*a'^ arsene Fuggono i pomi; o all*assetato labfo L'acqua mai sempre. Citerea comanda In special modo di tener celate Le sacre cerimonie. Io v’ammonisco Che alcun garrulo'a quelle non s’accosti* Se sepolti non restano fra’cesti I mister] di Venere, se i bronzi Per furiose percosse non risuonano, Usi abbiam noi pih moderati, e in mòdo* Che si voglion però tenére ascosi. / Quando le vesti Venere depone, La nudità con la sinistra copre. Nella pubblica via spesso 1 * ugnella. Si unisce al suo compagno, e la fanciulla^ Da tal oggetto altrove il guardo volgew Atto è il talamo chiuso a’furti nostri E a non mirar ciò che la veste > ascóndo* i Non le tenebre noi, ma nube opacUi ì; Cerchiamo, e i luoghi ove 1’ aperta luce - Minor risplenda. Fin d’allor ché il tetto Non difendea dal Sol, non dalla pioggia, £ dava il cibo e in un la quercia albergò. Gli uomini non gustar’ palesemente. I piaceri di' Venfet ma negli antri ^ ' • f i ne^bosqhi; cosi dell’onestade * i preudea cura quella ro^sza gente** \ Ora gli atti si celebraa notturni,, £ nulla più si compra a caro prezzo Che di poter’ parlar: or le donzellò Ovniique cercherai solo onde dica Qiinsla ancora fo. nostra, ed onde .posniA ^ Mòsttktla ò' dito, e &r ohe sia deb vol^, ' Dc^^b li pòssèsso^tuòVfev;òIa ^ r.«r. poco «iwiihe ^ini «dolSP* aU>Ì, Òose che nègherebbono accadute* £ di favori vantatisi non veri ; E se invàn di toccar, cercare il corpo. Cercano àlmen d’offenderne P onore, Che le accusi la fama ancor che caste. Chiudi, o custode rigido, le porte ; Guarda la tua fanciulla, e cento spranghe A’durissimi stipiti ora opponi. Cosa havvi di sicuro in faccia a questi Adulteri di nome, che creduti Esser desian ciò che tentare invano ? Parchi in parlar noi siam de’veri ainori^ E fedelmente ognor tenghìam celati Col velo deP mistero 1 furti nostri. Deh non voler rimproverar giammai Di nati^ra i difetti alle donzelle. Che fù dissinìularli utile à molti. ^ Perseo che al piè portò le gemìn’ ali (3g), Tlon del color d* Andromedà lagnossi. Comparve a tutti Andromaca maggiore D’ uim giusta statura, ed Ettor solo iXèrcurió adatfò *U idi Ud ambedue i piedi di J^érseo^ iluo amiiéo y e fi^ió di Danae e di Giope, de qu§$iix AndrovaeduslegaiOKyad uno scoglio per ra'deillcNeTcìdi,^e,\c]^pe, che dovea^esser dioorata da Ceto mastro marin^,,perchè Cassìope, madre della medesima ebèè la vanagloria di dire ^ che la sua fi-* glia vinceva > ir^ bellezza le stesse Nereidi, Mosso Perseo a pietà, della' sventurata donzella, uccise il mostro col jmrgli. davanti agli cicchi la testa di Me^ dusa f è dopo d^aveHa in tal guisa saLveta da un tanto pericolo y V ottenne in isposa, he mai le riìf fàpciÒ[ suo fosco colori, essendo ella nata in Etiopia, " Andromaca è figlia di Elione . Re di Tebe e mo* glià di Ettore j il qual chiamava medìo^e la sua statura quantunque fosse veramente sproporziqnatq. Mediocre la dicea. Quel che or ti lembra Darò a soffrir, deh soffri; e verrà uà giorno Che lieve impresa ti sarà il soffrire^ Mentre ogni pena raddolcisce il tempo. Nuoyo arboscel che in verde scorza cresce^ Cade, se vento placido lo scote ; Ma indorato dal tempo arbor diviene. Resiste a* fieri Noti ^ e alfin s’ adorna, Degl* innestati fratti. Un giorno spio Paò la bruttezza cancellar del corpo,^, £ sempre il tempo fa sembrar minore Ogni difetto. L* inesperte nari Mal da principio pon soffrir 1* odore Della pelle del toro, ma dalTuso Dome non più risentono mólestia. I vizj ricoprir con dolci nomi Fa di mestier: bruna chiamar si debbo Quella che piùehe pece ha negro il sangue» Se ha gli occhi loschi, a Vener l!as 8 omiglia^^ E se bianchi, a Minerva. Sia 9 Ì scarna, Che appena in piedi sostener si possa. Gracile la dirai. Nana rassembri, E tu svelta la chiama, e piena quellf .,. Che è turgida oltremodo g, e asconder tenta. Col bene non lontano il vizio ognora. Gli anni mai non cercar, nè sotto quale \ Consol sia nata: al rigido Censore. Tai cure lascierai. Maggior riguardo . Usa per quelle che passate il fiore Hanno di giovinezze » e i più bei giorni, Non si sa paacepire corno Ooidio chiami loschi gli occhi di Venere, quando essa fu lodata da Pari^ de. Dubitano alcuni pertanto y che nelF originale la^, ' ripe si 4tiba leggere leu invece di peU» E cui incomincia a incanutir la chioma* .Utile è questa o più matura etade, 0 giovani ; e aarà ferace in biade Questo campo » ed arar però si debbe. Mentre gli anni il permettono e le forze, Soffrire la fatica. Ah già la curva Vecchiezza con piè tacito s’accosta! O il mar co’ remi solchisi, o la terra Col vomere, o s^impugnin Tarmi fiere, O si usi il fianco, T opra, e la forza Con le fanciulle^è questa una milizia, E con ciò pur s’ accumulan ricchezze. S’ artoge a ciò che la prudenza in loro Maggior sempre delT opere risiede, E l’esperienza sol può far maestro. San compensare dell’ etade i danni Con la mondezza, e in opra e studio ed arto Pongon per ricoprir la tarda etade. Come più brami accarezzarti sanno In mille guise ; in più diversi modi Pittor non puote colorir le tele. Non irritata voluttà per loro Si gode, e danno e gustano il piacere; 10 se non è scambievole Tho in odio, E però fuggo de’garzon P amore. Odio il furor di quella che il concede. Perchè a darlo è forzata, e pensa solo All’ ntil proprio. A me non è gradito 11 piacer che mi dan sol per dovere; Da questo io violentier le donne assolvo. Godo ascoltar le voci che il diletto Mi palesin di loro, e di frenarmi Mi preghino ora, ed or perchè mi affretti. Godo di rimirai languidi gU dicchi . Della mìa bella, che mi dica: è assai. Questi favor natura non concede Air inesperta gìoventCì ; si godono Quando il settimo lustro ornai si compie. Chi soffre sete, il nuovo mosto beva; Di vecchio vin ricolmo a me s’ appresti Vaso che sotto i Consoli vetusti Sia fabbricato. Al sol resiste vecchio Il platano, ed offesi i nudi piedi Sono da’nuovi prati; e chi potria Ad Elena preporre Ermione? Altea (Era forse miglior della sua madre ? Se tu t’ accosti a una noi^, giovin bella, £ sii costante, avrai degna mercede. Già riceve i dae.amanti il conscio lètto; Fuof delle chiuse porte ora rimanti, O Musa ; senaa te sapran ben essi Trovar di che occuparsi, chè lor porge Amore i mezzi. Il valoroso Ettorre (4a) Di cui fu il brando a Troja util cotanto, Giacque pur con Andromaca, ed Achille Con la lirnessia giovine rapita, Allorché dal nemico affaticato Prese ristoro sulle molli piume. Da quelle man di frigio sangue tinte Ricevevi, o‘Brhcide, le carezze, E perciò forse à te più assai gradito Fu alla vittfice destra unir tue meuibra. (4 A Ermione è figlia della famosa Elena moglie di Menelao, (4a) Achille # aseedìafa la Città di Lirnesso, uccise barbaramente Minete marito della bella Briseide^ che si prese egli stesso in isposa, e che dal noma 4 M(k iiMk Pàtria soprannominata iÀtuwia Di Venéfe i piaceri » a me lo credi, Non SI deniio affrettar; ma a lunghi torsi Berli. La donnà, se vedrai diletto Che abbia d’èsser toccata, a te non freni Pudore allora inopportuno. Gli occhi Suoi scintillar d*'un tremulo splendore Mirerai, come dalle liquìd’ onde ^ Riflette il Sole i suoi splendidi raggia. ^ Udrai nn lamento e uh dolce mormorio^ Gemiti grati, ed amòtose note. Quando thtte le Vele avrai spiegate, Tu abbandonar non dei la tua diletta. Nè preceder ti debbe ella nel corso. Correte insieme alla prescritta meta. Che il piacer vostro diverrà perfetto. Se giacerete a un tempo stesso vinti. Queste leggi seguir dovete quando A voi concessi siano 02 ] tranquilli, Nè ad iin furtivo oprar timor v* astringa. Quando Tindugio è mal sicuro, allora Tutti forzar si denno i remi, e il fianco Premere del cavai d’acuto sprone. L’opra è condotta al fin. Giovani grati, A me la palma concedete, e il crine Odoroso cìngetemi di mirto. Non presso i Greci Podalirio tanto Fu per la medie’ arte in pregio, Achille Per il valore, e Nestor per pi'udenza; Non fu Calcante così esperto e grande Nel conoscer le viscere, nè Ajaco Nel maneggio dell’armi, e Automedonte Nel condur cocchj ; compio sono espCito E grande nell’amor. Me celebrate, Uomini tutti ; a me si dian le lodi; Nel mondo intero il nome mio ti canti. L* armi io vi porsi come già Vulcano Le diede a Achille. Or con tal doni voi Vincete pur, com’egli vinse un giorno; Ma chi col brando mio potò le fiere Amazzoni atterrar, sopra le vinte Spoglie scriva: Nason ci fa Maestro. Le tenere fanciulle a m^ le preci Ecco che porgono, onde lor cortese Sia de’ precetti miei. Ah t sì, sarete Cura primiera de* futuri carmi porsi contro lo guerriere donne A’ Greci 1’ armi ; or dare a te le deggìo^ Pentesilea, e alle Amazzoni seguaci. Ite alla guerra uguali, e vincan quelle Cui son propizi Venere e il Fanciullo, Che in tutto il mondo ha di volar diletto. Giusto non era il combatter nude Contro gli armati ; e vincerle per voi. Uomini, turpe mi sembrava. Alcuno Dirà fra molti: perchè aggiunger cerchi 11 veleno alle serpi ? e perchè in preda Lasci alle lupe rabide 1’ ovile? Di poche il fallo non vogliate in tutte Diffonder ; pe’ suoi merti ogni Donzella Considerar si dee . Se Menelao Ha di dolersi d’ Elena cagione^ Pentesilea Regina delle Amazzoni andò contro i Greci in soccorso d^ Trojani,e fu dopo varie glo^ riose azioni uccisa da Achille. Sotto il nome di Greci P intendono però- dal Poeta quegli uomini, che cingono a conquistare le donne qui figurate sotto il nome di Amazzoni. Vedasi V Annotaz, 5 q del Lib. I. e l*Annotaz, ueuSdelldb.If. Ved. Vannot. 38 del Lib. /. eVannot. ao del Lib. II. £ se di Clitennestra i rei costami SoQ gravi ad Agamennon ; se d’Ecleo Il figlio scese co* cavalli vivi. Dalla spietata Enfile^ tradito, Vivo egli stesso a Stige^havvi pur anco Penelope che pia serbossi e fida Al suo marito, benché senza lei Due lustri errasse, e per due lustri ancora Passasse i giorni suoi sempre alla guerra. Protesilao rimira e la consorte, Che, come narran, pria degli anni suoi Vide Testremo fatele scese a Dite Ombra indivisa del marito . Mira La Sposa pegasea dall’empia sorte Anfiarao figlio di EcUo ed eccellente indovino ^ ascose in un luogo segreto per non esser costretto a portarsi alla guerra di Tebe, in cui sapeva di do-* ver certamente morire* Eri file sua moglie allettata da un aureo monile promessole, da Polinice, insegnò a questo ov'egli sfava, celato* 4 n 4 à pertanto Anfiarao forzatamente alla guerra^ ma appena giunse in Tebe, gli si spalancò sotto i piedi la terra, e rimase in quella sepolto.Penelope è V esempio deWamor con fugale* Si conservò essa sempre fedele al suo sposo Ulisse, ben* che vivesse egli lontano da lei per lunghissimo spa* zio di tempo, e benché fosse ella continuamente assediata da mille fervidi amanti. Protesilao andò aneW egli all*assedio di Troja, e fu il primo tra Greci, che vi perdesse la vita poi che Ettore lo ferì mortalmente, nientre scendeva dal* la sua nave. Desolata Laodàmia sua moglie da una tale sventura, ottenne con le sue lagrime da* Numi di poter veder V ombra del suo amato consorte, e neWabbracciarla morì* Soffriva Admeto una malattia coà grave, che secondo la risposta dell* oracolo ^ era necessario per salvargli la vita^ che un uomo o una donmft^ morisse Admeto liberare, onde famoso Rese il suo nome . Evadne a Capaneo Disse: m* accogli ; il cener nostro insieme Si confonda ; e slanciossi in mezzo al rogo; È la Virtude d’abito e di nome Femina, nè stupore è, se propizia Si mostra e favorisce al sesso suo. La nostr’arte però queste non chiede Alme sublimi 9 e con minori vele Naviga il legno mio • Per me soltanto S’imparano a trattar amor lascivi. Io insegnerò in qual modo amar si debba La donna, che non face ed arco scote Sempre crudeli ; agli uomini quest’armi Nuoccìon più parcamente 9 io ben lo vedo: Gli uomini più spesso ingannano di quello^ Che ingannin noi le tenere fanciulle; E poche troverai, se cerchi, xee Di perfido delitto. Il traditore Giason Medea lascia già madre 9 e in braccio Gittossi ad altra sposa. Oh quante volte Per te 9 Teseo 9 Arianna abbandonata (io) per lui4 Alceste sua moglie^ che dicesi sposa pagasea dalla città di Pagasa in Tessaglia, volle essa stessa liberar gen^osamente il caro suo spoeo, ed incontrò con intrepidezza la morte. Quando Eoadne intese che era stato ucciso a/« la guerra di Tebe il caro suo sposo Capaneo ^ conce» pi nell’animo un dolor sì fiero ^ che corse valorosor mente a morire sul rogo dell* estinto consorte. (8) Adoravano i Romani la Dea Virtù vestita in abiti femminili. Annotaz. 89 del Lih. /Arianna fu da Teseo abbandamata {Annoi. So. del lÀb» I. ) nell*isola di Nasso j e però avrà te» muto gli Augelli marini provenienti da quella pcffte di mare, in cui viaggiava il suo perfido amante la solitaria t sconosciuta riva Temè gli auge! marini ! E perchè Filli Calcò per nove volte il sentier stesso. Cerca, e perchè, la chioma lor deposta, Piansero Filli le dolenti selve. L’Ospite, che concetto ha di pietoso. Porse la cauta e il ferro alla tua morte, Misera Elisa. E che I narrar vi deggio Delle vostre sventure io la sorgente? Voi non sapeste amar ; mancò in voi l’arte, Mentre con l’arte solo amor si eterna. Sariano ignare ancor, ma Cìterea Vuol che per versi miei sien fatte dotte. Mentr’ella stessa innanzi al mio cospetto Si fermò, e disse: di qual fallo mai Si fecer ree le misere fanciulle. Che inermi si abbandonano agli armati? Tu con gemini libri bai resi questi Nell’arte esperti ; or co’ precetti tuoi Tu devi ancora ammaestrar le donne. SteSicoro ohe in pria cantò i delitti Impaziente FUlide per la lontananza del suo Demofoonte eorse per nooe volte al lido, dà cui do^ vetfa egli passare nel ritorno ; e alfine disperata cd afflitta per la tardanza di lui ( Annoi, a 3 del Lib, li.) si tolse da se stessa crudelmente la vita. Le fabbricarono i suoi parenti un sepolcro, in vicinanza di cui nacquer degli alberi, che in un certo tempo, secondo quello che han scritto i poeti, deposte le lor foglie, piangevano la morte della medesima. (la) Enea, che vien soprannominato il Pio, di^ sprezzando Vamore, che è il nome proprio di Didone, fu causa cVella si precipitasse sulle fiamme ohe ardevano la eittà e la reggia di Cartagine. Stesicoro siciliano è un poeta lirico ^ che doto-' Sto ne* suoi versi Elena detta tersnoea dal castello ìa D* Elena, poi con più felice lira Disse le lodi sue. Se V indol bene Io tua conobbi, no ^ non sei capace offender Tamorose e culle donne. Per fin che vivi a te tal grazia chieggo. Disse, e di mirto (poiché avea le chiome Di mirto ornate quando a me comparve ) A me una foglia diede e poche bacche. Ricevuti i suoi doni, io mi sentii Invaso dal suo nume, e Paer più puro Splendermi intorno, e facile l’impresa Comparirmi al pensier. Mentre l’ingegno E desto, a me i precetti richiedete, Che a voi, donne, ascoltarli ora è permesso Dal pudor, dalle leggi e da ogni dritto. Siate memori ognor della ventura Vecchiezza, e per voi il tempo ozioso mai Non passerà. Scherzate ora che lice, Nè si consumi invano il fior degli anni, Che come 1 onde fuggono veloci. Tornar non puote alla sorgente il fiume. Tornar non puote la passata etade. Cadete dunque, che trascorre il tempo Con frettoloso piè, nè lieto mai Come il primiero siede. Or bianco miri Questo stelo, su cui già in prima vidi Io rosseggiar le viole, e questa spina Grata al c^pe mi porse un di corona. Stagion verrà che tu, che "fchivi adesso L’amante, fredda e abbandonata in letto cui, nacque y perche^ da essa ebbe erigine la rovina di Troja. Ma i fratelli della medesima, Castore e Polluce Vacciecarono crudelmente ; ed ei per ricuperare la sta, fu costretto a comporre un poema in sua lode» Digitized by Google Giàf&ttsi vecchia giacerai. Notturna Rifsa non fia che la tua porta atterri, Nè sul mattino troverai di rose II limitar della tua casa asperso. Misero me ! come corrotti presto VeggoDsi i corpi dalle rughe, e, come ^ Langue ih nitido volto il color primo! Quei che sul capo tuo bianchi capelli Si miran* or,che fin da’di più acerbi Giuri che furon tali ; ah che ben tosto Si spargeran per tutto il capo. Méntre (i 4) La sua spoglia sottile il serpe lascia. Ringiovanisce ; e rinnovando i cervi Le corna, non rassembrano^ mai vecchi. Fuggon senza speranza i nostri beni; Cogliete il fior, che se non colto vegna, Cadrà miseramente. A questo aggi ungi Che fan più breve giovinezza i parti; Invecchia il campo per continua messe. Non di vergogna a te, Cinzia, fu causa Il latmio Endimion, nè già doveo Per il rapito Cefalo arrossire I Serpenti si spogliane ogni anno della luto scorza* I Cervi cangiano ogni anno le qorna ; ma ne * rimangono privi se sian castrati mentre le hanno de~ poste, e più non le varifino, se soffrano una tale ope* razione phma di deporle. Impiegano i medesimi cin^ que o sei anni nel crescere, e però tioono’ solamente circa trentacinque o quarànta anni, ttd ortta di tutte * le fuoole, che gli antichi hanno scritte sulla lunga ìor vita. Buffon nella sua Storia naturale. Cinzia ( Annoi, del Lih, I. ) scendeva dal cielo per godersi Endimione, che qui dicesi latmio per^ chè s^ascondeva ifi Latmo spelonca del monte, di Caria. S* innamorò la rosea Aurora di Cefalo figlio di Mercurio, e però lo rapì « Prgcri sua moglie La rosea Diva. Adori si lasci a parte, Tuttor di pianto a Vetieré^ cagione, Com’ebb’olla Antonia, cotii* ébbe Enea ? Seguite" tiiir P esémpid delle Dive, O bellezze tóót^aK, é a^ desiosi ' UomìAì noilitìegate il favor vostro.: Siano essi ingannatori ; e che perdete? Mille vi godan pur<;‘tutto rimane Nello stato pritòiér. Gon Fuso il ferro* Si consuma e la‘ pietra ; in Vói non pudte Cosa alcuna peirir, ricever danno. Chi ^vieterà cW dal vicino lùme*^ Il lume non si prenda ? e chi nel vasto Seno del mar V onde serbar procura? Tu mi dirai che non convien che a un uomo Si dia la donna in preda ; ma che perdi Altro che l’acqua che ricever puoi? Non vogliono i mìei carmi o la mia vocb» Al libero dell* uom commercio esporvi^ Ma vietanvi temer le cose inani; Non posson soffrir danno i doni vostri. Me un’aura lieve, mentre siamo in porto» Spìnga, che,al soffio dì più forte vento Sono per cominciar maggior viaggio. Dalla cnltura io do princìpio. Il vino Ceneroso dan sol le calte vigne, £ sol né’campiVcoltìvatì miri Lussureggiar le biade. £ la bellezza Dono del cielo, e come ah vien superba OQ.Arteà'am. e La Dea Venere éhhe à(jL Arichise il figlio Enea, e da Marte la figlia Anmónia, Bastano . tàli esemp) per provare che ella permise a molti di possederla . Digitized by Google pJbeU^z<i ogui danpa 1 1Ja «ran parte Di voi prirs rù^.A quf»to 4ouo. . Con U coltura la beiti ai 4CqWti Cile si perdo nfgfct^ ^ apci^r cjio eguale A gueili fosse dpU'idalia Diy*., Se Io prische fasullo, il corpo Joì;a Non coti custodirò ^ se gli autieri Uomini incolti vissero, se cinse; Pesante gonna.AndroiMCjayìo non yeggo>(f 9 ) Bagjon 4i,,ayiglia^I es^SA d’un rezzo, Guerrier fu^^mpgli^. Fprsé a Ajace incontro Adorna andap dpvea la sua consorte, (ao) Se a Ini la^ pflle .poi di sette bovi Servia di veste ? Ne^ primieri tempi Rozza regnò semplìcitade, e immense Ricchezze Roma del soggetto mondo Ora possiede. Osserva quale adesso \ Sia,il OampidogUo, e gual no’giorni andati^ E dovrai dir c]lie,fa d'un altro Giove. Ventre dicesi idalia dal monte Idale in Cif^ro a lei consagrato, Andromaca fa moglie A*Ettore Capitano deU VArmata Uroijana, Annótàz, 89 del Lih, li. (ao) AJaae figli^di Telamone è oelebràto daOm'e^' ro nella sua Iliade come uno piu valorosi Prine^ che andarono all*assedio di Trofa. Sposò egU an*an^ cella nominata Teemessa; e però dice Or ozio Movit Ajacem Telamone natura ’ Fórina captiTflB Dominuin Teemessa. La Curia fu anticamente, secóndo F’arrone, distribuita in due parti, in una delle quali custodi^ vano i Sacerdoti le cose diwine, ’e neWaltra tratta^ vano i Senatori le cose umane. TaaUr fu un Re de Sabini così accorto 9 che seppe ottener da Rpmelaiina parte del Regno dopo d*aver perduto un'atroce bai» taglia. La Curia, che di tanto ora' rasaembra Concìlio degna, fu di Tazio a’tempi Di rozza paglia intesta. Qoe'palagi- Ch# ora risplendon sacri a Febo e a’Ooci; Che furon maì^ se non pascolo un giorno Agli aratori buoi f Piacciano ad altri Le cose antiche ; io meco stesso godo D’essere in questa età nato conrorme A’ miei costumi, non perchè si tragga Dalle vìscere cieche della terra 11 dutil oro, o perchè venga a noi Scelta conchiglia da diverso lido; Nè perchè i monti facciansi minori Per i marmi scavati ^ o perchè altere * Sorgano moli ove giaceva il mare; Ma perchè regna or la cultura, e a’nostri Tempi rusticitade agli avi antichi Cara non giunse. non fate carchi 1 vostri orecchi di preziose pietre, Che in mar lo scolorilo Indìan raccoglie; Nè comparite già gravi per Toro Tessuto sulle vesti, onde ben spesso Le ricchezze cercate e le rapite. Dalla mondezza noi sìam vinti. Il crine Si disponga con legge; un pettin dotto R dona e toglie a suo piacer bellezza. Non r ornamento stesso a tutte giova; Quello scelga ciascuna, in cui più splende^ E si consigli col fedel suo specchio. Chiede una lunga faccia che sul capo (za) OTTAVIANO (si veda) fabbrica nel suo palazzo un Tempio consacrato ad Apollo Palatino. 1 Duci ^ a* quali ^ dim cesi sacro il palazzo medesimo, sono Augusto e Tim bario, mentre quegli vi nacque, e questi vi abitò» loe Siati ben divisi non velati i crini; Così avea Laodàmia le chiome adorne* Voglion le piene e ritondette guance^ Che della &onte sul confin vi lasci Piccol nodo onde veggansi, gli orecchi, D’an*altra il orin flagelli ambe* le spalle,^ Quale al canoro Apollo allor che in mano Piglia la lira. Come Pagi! Diana Altra gli .abbia legati, alLor che al bosco Peiseguita le fiere pau^ròse. Convien che questa abbia i capelli gonfj; £ strettamente quella il crine implichi* Altra s’adorni in guisa tal la ehioma,^ Che alla cilleuia cetera assomigli; Questa V increspi in modo ohe rassembri Onda marina. Numerar non puoi Quante sulla ramosa elea sian ghiande. Quante in Ibla sian api, e quante fiere S’ascondano nell’alpi, io pur non posso A te narrare le diverse fogge Di dar la legge al crin, mentre ogni giorno Ne sorgono novelle. A molte giova Che sia negletto: crederai che il capo Quelle jerì s^ornasser, che con nuova Cura testé si pettinar’la chioma. Studia con l’arte d’imitar Natura. Era Jole così, quando la vide Mercurio inventò la Lira fatta a gedsa di te» staggine, e questa dicesi cillenia ^ perchè egli nacque nel monte Cillene in Arcadia, Se Ooìdio tornasse a vigere in questo secolo, dorrebbe certamente veder con Rubilo che le nostre Dame seguono con la massima esattezza i suoi proietti nell* adornarsi i capelli. Amò Èrcole ardentemente Jole figlia di Eu» riio, il qual rìcue/ò di dargliela in isposa, quoMtun» Ercole ; presa la cittade » e disse: lo ramo; e tal Pabbandonata ; donna Quando sai carro sosteneala Bacco» E i Satiri gridare: evviva » evviva. Quanto in favor della bellezza vostra Fu Natura indulgente» o donne I Voi In mille modi ricoprir potete Z vostri danni. Invan noi ci asix^ndiamò; Cadono per 1’etade i capei nostri Come le foglie allor ebe Borea soffia. Con le germanicb’ erbe asconder pnote (aS) La donna la canizie » e può con Parte Miglior del vero altro cercar colore. Vanne la donna con la chioma folta f 'glUVaotsu solennemente proméssa, frritmto gli pertanto da una tal negativa, debellò la Città d^Occatia » 09 e questi regnava » e gli rapì la sua diletta denteila. :(a&) si sa veramente auali si fossero quell^er- he germaniche ^ del di egù amore eUrattivo compone- vano gli antichi un medicamento » col quale i capelli bianchi si riducevan neri o biondi. Si Sono però, trovate a’ nostri tempi molte ricette, ohe compensano largamente una tal mancanza. Cosi se i capelli sìan bianchi, si posson ridut neri col far uso d*una pomata, a cui siasi aggiunto una piccola porzione di nero d*aoorio ben macinato » oooero di sughero bru- glato unito all’azzurro di Berlino. Resta pm assai difficile di ridurli biondi » se non si vogUono adoperar polveri d^amido leggiermente torrefatte. La miglior ricetta che si può per quest* effetto accennare » é la seguente: si faccia una forte liscioìa di cenere di sarmenti ; vi si unisca una piccola quantità di radice di brionia e di celidonia; si faccia il tutto bollire; ed in fine vi Raggiunga altra più piccola pdtr- zione di zafferano dell* Indie, di fiorì di stecaae e di ginestra. Si coli per tela, e si laoino con una tal acqua piu volte i capélli. fOft Per i compri capelli, e col denaro In mancanza de* saoi porta gK altrou Nò il coidprar ciò palesemente teca Ve^ogna i noi vediam che son venduti D* Ercole in faccia e del virgineo coro. (a6) Che dirò della veste f Oro ed argento 10 non ricerco ^ o che rosseggi tinta La lana in tiria porpora. Se mille A prezzo più leggier vi son colori,,, É qual è dì follia segno piò espresso Che di portar sul corpo i propr} censìf Ecco il color delFaria allor che searca Si rimira di nubi, e il tepid*au8tro Non apporta la pioggia: eccone un altro Simile a te che sostenesti nn giorno Come si narra, e Frisse ed Elle quando Fuggir* le frodi d* Inoe. Imita questo 11 cernleA mare ^ da ciò traggo Il proprio nome, e di tal veste 10 credo Si coprisser le Ninfe. Altro è simile (28) Si rUeva di qui, che in faccia mi Tempia fMrtcata in onore d'Èrcole e delie Muse, avevano i Romani una bottega 9 in cui vendei ansi i capelli. ' (a^) Frisso ed Elle figli dì Adamante Re di Tebe fuggir dalle frodi d* Inoe loro matrigna, salirò no' sopra il montone ornato del Vello d^oro^ che Mercurio diè in dono a Nefale madre d^ medesimi. Frisso fu da quello felicemente portato in Coleo, ma Elle'precipitò in quel mare, che prese da lei il nome d^ Ellesponto. Con ^esta favola vuol però dire il Poe* ta 9 che era presso i Romani in uso ( e lo è pure cd di nostri ) il colore che si assomiglia a quello dell* oro^ -Essendo il giovinetto Croco impaziente di poe* cedere Snùlaoe sua dUetta amante 9 fu trasformato in un fiore che dicesi volgarmente ZefBivano, o che da lui Ica preso il nome di Croco. £t Grocam ia parros yersam cum Smilace flore». Ovid, Metam. TOS AI Croco, e qàaiido accoppia i Ittraihbsi Destrier, con cròcea reste pur' si rela La rugiadosa Dea. Di'Pafo a’mirti ' Questo assomiglia, e quello alle purpuree Amariste, alle rose biancheggianti (29) Uno‘^ ed tin altro aÈa'straniera grue. Le ghiande tuè ti sod pure, o Ainarilli, Nè ri tnancanr le mandorle, e il suo nome Diede alle lane per la eera. Quanti Fiori produce la norella terra ~ Allor che fugge iUpìgro rCrnò, e stilla Gemme la rite ^ tanti beo la lana Color dirersi, e quello scei tu dei> Che col tuo rolto Si confà. Ogni reste Non conriene a ciascuna. I neri ammanti- Fan risplender le bianche. Assai più. bella firiseide, allor che fu rapita, apparre, Perchè le membra accolse in negra reste*. Odora alle brune donne il color bianco: E tu piaceri, o di Oefeo, ( 5 o) In bianca resta allor che di Serifo Passeggiar! le rie* Io diei consiglio Che del capro il fetor sotto V ascelle Non passi, e che non sian per duri peli Aspre le gambe,. Ma non io già deggio Delle caucasee rupi le £snciulle Far dotte, o quelle che di Caico misio ÀmaUsta è una gemma, il di. oui colore è- quasi simile a quel della porpora. La figlia di Cefeo à Andromaca: avrà essa probabilmente passeggiai per le vie di Serifo > perchè è questa una piccola Isola del mare egeo, nella quàU fu edueato Perseo suo liberatore. Gli abitatori del monte Caucaso furore antica-- menteiCome lo sono tuttora, ferocissitni. FI Caico-è unfiu^ me della Frigia e della Lidia ^ che proviene dalla JS/Lsia. Bevano all*onde. Che non siano i denti V*ammonirò per hidblenza foschi, E che si lavin sul mattin 1 ^ guanoe Con man dell’onda aspersa. Voi sapete Pjocacciarvi il candor con distemprata Cera; e con Parte divien rossa quella. Cui non colora il sangue suo la. faccia: Voi con Parte il confin nudo del ciglio Fate ripieno, e voi con tenue pelle Ricoprite talor |e vere gote. Stropicciar gli occhi poi non è vergogna Con la cenere tepida „ o col crocb Che nasce presso te, lucido . Cinno. (3a) Tengo un libretto picciolo, ma grande ^ Opra per il pensiero, in cui i rimedj - Qià v’insegnai per la bellezza vòstra Con felice successo adoperarono le Dame Ro^ mane la cera distemprata per far fianca la peUe ; e con faUe^ ti Adopera ancora in questi tempi dalle nostre Dame . Ecco il modo di prepararla: ad una parte di cera bianca di Venezia si uniscono otto parti d* acqua, a cui si aggiunge una piccola porzione d*alcali vegetale y e si di^cioglie il tutto finché non si abbia una sostanza consimile al latte* he Dame ro^ mane solevano ancora adornare co* colori, e riempire co*peli ben disposti quello spazio ài pelle nuda che é fra il ciglio e il sopracciglio, s ! • Il le •apercìlium magaa faligine tinctum « Obliqua producit acu. Giovenale. Dalla Cilicia che è irrigata dal fasme Ciano fa» cevano esse venire il zaffarono ed altre céneri atte a purgar gli occhi dagli umori soverchp; e a renderli per cònseguenza maggiormente^vivaci. Ha scritto Opì- dio un piccolo libro de medicamiue faciei quale inségna alle Donne tutti i rimedj, che possono contri» buire a far bella la lor faccia e le loro membra. Quindi riparo alla figura offesa Cercate, che non è per gli usi Vostri Inefficace Farte mia. L’apiaìite Non miri apertamente i vasi esposti. Che Tarte ascosa giova alla beltade. A chi non spiaceria mirar sul volto Stendere quella feccia, e lentamente' Cader pel peso suo nel caldo seno? Quàl dall* immonda lana dell* agnella €2 Fahhricavasi in Atene con In lana sudicia e molle un medicamento che i Greci chiamavano Etipo. Le Donne facevano uso di questo per mollificare le ulceri di qualche delicata lor parte. Vedasi Diosco* ride y Plinio il Mattioli nel suo erbario ; che ne parlano a lungo, ed insegnano la maniera di fabbri^ cario, ' Non d può accennare qui il modo, con cui prepa^ radano gli antichi i midolli della Cerva yper averne un composto atto a far bianchi i denti, era i molti medicamenti che hanno per quesV effetto inventati i nostri Chinùci, ci piace di riportar qui la polvere, V oppiata i e le spunghe ; di^ cui dà Mons, Beaumé la ricetta nella sua Farmacia, Ad un*oncia di pomice, di terra sigillata^ e di corallo rosso s*aggiunga mexz*oncia di sangue di Dra^ go, un* oncia e mezza di cremar di tartaro^ se ne fac^ da una polvere sottilissima, e vi si unisca una pie- cola porzione di garofani e di cannella. Per compor quindi V oppiata > si prenda un* oncia della polvere suddetta, due once di lacca rossa da Pittori, quattro di mele di Narhonne, due di siroppo di more ; a queste ù uniscano due gócce d* dio essen-- ziale di garofani, e si avràr un* oppiata, che S4^à opportuna, come la polvere, a ripulire, imbianchire, e preservare i denti da molti incomodi. Una stessa virtà hanno le spunghe preparate, e intrise in una tintura fatta con lìfibre quattro a^ua, in cui abbina hoUUo quattVonce di legno del Bras^* Daraiìne ing^rato odòrè- il 'sugo estratta^ Benché da Atene a noi si mandi t Inverò^ Lodar non so cl^ alla presenza altrui Della cerva i midolli insìem mischiati Piglinsi, e che palesemente i denti Si faccian netti* Utili alla beltade Sono. tai cose, ma deformi troppa Agli occhi nostri* Molte cose fatte Piacciono, e turpi son mentre si fanno» Le statue di Mirone opre famose, Furono inerte peso e dura massa, Per farsi anello, Toro in pria si frange, E quelle vestì, onde vi fate adorne,, Furon. sordide lane* Era aspro marmo,. Mentre erano a scolpirla intenti, quella Statua nobile in cui Venere nuda Trae fuor dall* onde gli umidi capelli. Fa che pensar possìam che dormi allora Che tu Vadornì, Io lusingl>ieTa forma Sarai mirata se alla tua cultura le, tre dramme di cocciniglia soppesta, e quattri) di alume di rocca . Quando queste spunghe si sono, imbevute d* una sufficiente quantità d* una tal tintura, si fanno asciugare, si pongono per alcune ore nello- spirito di vino, a cui siasi aggiunte una porzione di- olio di cannella y di garofani,.e di spigo ec.; quindi si spremono, e sì conservano per valersene al bisogno, ih vaso di Oetre ben ehiuso. Mirone discepolo d^ Ageladé seppe formare in bronzo còsi perfettamente le statue, che Petronio dite aver egli compreso nel bronzo V anima degli uomini e delle bestie Alludesi alla famosa statua di PrassiteU, che rappresenta Venere nuda neW atto d^ uscir dal mora. Fu questa collocata in Roma nel Tempio di Bruto Callaico insieme col Colosso di Marte pvesso - il Circeo ffaminio Diligente darai T ultima mano. Del talamo le porte ben raccbiudi. Perchè vuoi far^ palese un’opra rozaaf Molte COEC' ignorar gli uomini danno. Di. cui gli ofiendón molte, se non copri Ciò, che et d’uopor di tener, celato. Vedi quelle che pendono^ da un culto> Teatro aurate statue, a osserva bene Qual lieve foglia il legno lor ricopra.. Ma come quelle al popolo* non lice Veder ae non sien poste in vaga mostra^ Così se non elea gli uomini lontani, Non si procuri d’acquistar bellezza. Non vieteiò cbe al pettine abbandoni Palesemente 1 tuoi capelli, quando Scender potran per tutto il tergo aspersi. Di non esser procura allor molesta, • Ne aciorre spesso le mal calte chiome. Sicura sìat quella che il crin t’adorna; Odio colei che le ferisce il volto Con l’un ghie liCi con rapito ago le punge 1 ( braccia Allor d’ancella là detesta. Le tocca il capo, e sull’odiate trecce* Col piaotn suo scende mischiato il sangue* Quella che il capo.ha.quaai calvo,ipoDga^ Sulla porta il oustode, o della Dea Gibele al ten^pio ad adornar si vada. ’ CibéU aveva in Roma un Tempio, in cui non potevano aver gli uomM V accesso: 4 Sacra Bona maribas non adeunda Des. Tibullo, Insinua pmttauio Ovidio con questa frase Me Donne di non pettinarsi alla pretenza^ degli uomini^ se non so» Mli i ìorq capelli fui annunziato airimprovviso un giorno A una -donzalla; e torbida i non suoi Velò capelli. Uo tal ro 88 or > ricopra La faccia alle nettiicbe, e questa^ infamia Fra le particele Nuore abbia soggiorno. Turpe è Tarmento senza corna, e turpe Senza gramigna è il campo, Tarboscello Senza le foglie, e senza i crini il ^apb» Non-vennero ad udire i miei precetti Semele, Leda ^ o la sidonia donna Che via portò pel tnar fallace Toro, O la tua sposalo Menelao, cW chiedi Bene a ragione, e che a ragion si tiene 11 Rapitor Trojano^Ecco una turba Di belle donne e dì deformi a un tempo ( Ahi sèmpre il ben dal male è snperato ! ) Che chiède i miei precetti, ma non tanto Cercan questi le belle, e men dell^rfe Procurano rajoto. Han quelle in dota Beltade senza Parte assai possente. Quando tranquillo è il mar, sicuro bessa^ Il nocchier dal lavoro, e mentre è gonfio Si asside, e in opra pone ogni socConk). Rara è beltà che senza macchie Sia; Le cela, e i vizj del tuo jcorpo ascondi Semeie figlia di Cadmo He di TeÒe e.madre^ di Bacco, Leda figlia di Tindaro, e sorella di Ca- stare e Pollice, Buropa figlia di Agenore He di Fenicia ove giace la città di Sidone, da cui élla vieti detta Sidonia, furono dotate d’una tal bellezza, che innamorarono vivamente lo stesso Giove, il quale non^ ebbe à vile di prender per esse le più strane sem^ hianze. Queste con Elena mogUè 'di Menelaosi pro» ^ pongono qui dal Poeta, come eiélnpi troppe rari dì: perfetta bellezza. Quanta più puoi'« Se di statura breve Tu sei, t’assidi, onde seder non sembri Allor che in piedi stai. Se oltre misura Però lo fo^si^ allor ti porca, e ascondi Con le vesti su’piedi un tal difetto. Quelle che sono gracili e minute Debbon di grossi drappi ornarsi, i quali Sciolti cader si lascin dalle spallo. Tocchi il suo corpo con purpurea verga Chi è pallida ; e chi è nera abbia ricorso Al fario, pesce. Un piò lungo e deforme Sottu candida alunda pgnor si celi, Nè secche gambe .sciolgansi da lacci. È certo, gU onticfd aoéoano de* medicamenti, co* quali ti coloravan la faccia ^, benché non d sappia di qual natura^ quelli si fossero . Il belletto > che si usa pretentemente è composto di rosso e di biancone sarà forse pià efficace di quel che adopra* vano le Daàte romane. Si è per qualche, tempo im-^ piegata Cernita il magistero di Bismuto^ detto altrimenti bianco di spanna com« quello, che avendo un leggiero color d’incarnato, era pià analogo aHa pelle ; ma sì l’una che l’altro anneriscono e guastano la carnagione, mentre tutte le calci metallici^ riprèndono una parte del loro flogisto, e, si ripristinano Si è pertanto sostituita alla cerussa ed al bismuto la pomata di spermàceti^e l’olio di mandorle dolci, unendovi una porziànè di falco'biancò finissimo. Col talco bianco ùmilmente barico,della parte coloranto de* fiori di Cqrt^mfi j a,,cui si aggiungono poche gocce di olio di Beri, per renderlo pastoso è molle, si compone il roiso y che ancor chiamasi-rosso di porto- gallo o roSso'vegetale. Il /arto pesce é il Coccodrillo y degl* interiori e della sterco del quote sh servivano i Homani e(f i Greci per fare un composto atto a render bianca e splendida, lo pellé. X’Alauda b una pelle moUissiuia, Tenue eoscm conviene ad alte spalici E se il petto sìk turgida, il circondi Fascia, e lo stringa. Se le dità pin^ui^ E scabre T ùnghie avrai, allor di rado Accompagna congesti i detti tuoi. Chi grave dalla bocca esala oddte ' Digiuna mai non parli ^ e dalla bocca Deir uom stia lungi. Negri, e troppo grandi Se i denti siéno, o in non belFordin natii Massimo il «iso allora apporta danno. Chi ^1 crederiaMiC donne apprendon pure Le. maniere del ti80,'e in qùesta parte Nuovo per lor procacciano òtnatoeùto. Non troppo-larga apri la bocca, e brievi Sian le pozzette in ambedne le. gote, E le radiche ognor copra de’denti L’estremità de’labbri, e non bisogna. Affaticar con smoderato riso . Il fianco, mentre deve ancor nel riso. - Dar proprio, delle donne urf dolce sùono'. V’ è pur chi in mille guise il volto- Con male acconce risa*, ed altra credi Piangere allor che tutta allegra ride$ Quella tramanda un, rauco suono ; e stride Cosi inamabilmente, che ^assembra ; Asìnella che ragli, allor che intorue s 5 Alla macina gira.^E'do Ve l’arte ^ Non giugno ? Coù decòro itnpajfan ) A lacrimare, e come, e qhandò sembra, ^ Loro opportune. E che dirò di quelle. Che niegano agli accenti intera forma, E fan con studio balbettar la linguaf ^ Credon che sia lìa grazia ancor nel viziò^. E pronunciano mal varie paròle^ rrii E con arte studiata altre ne lasciano. A tutto ciò, che ben giovar vi puote^ Ponete cura, e con femineo passo Imparate a portare il corpo vostro^ Havvi nel portamento anco il decoro. Con cui si fan fuggir, con cui si allettano Gii uomini ignoti. Muove questa il fianco Con arte, ed ondeggiar lascia le gopne Air aure in preda, e stesi i piedi porta Con maniera superba. Altra cammina Qual deir umbro marito la consorte (4o). Rubiconda, e con piede in dentro volto rapassi move smisurati •y in q^uesto Serbisi, e in altro pur giusta misura» Rustici ha questa i moti, e troppo quella^ E molli e ricercatk LMraa* parte Della spalla, e r estrema ancor del braccio Di nuda, onde chi posto è al manco lato Veder la possa. -Hi special modo a voi Gioverà che qual neve avete bianca Ina pelle. Quando questa io mira, sem-pr^ Sulla spalla scoperta i bacci imprimo. Col dolce suon della canora voce Fermàr le navi più spedite al corso Le Sirene* del mare iniqui mostri. Condanna OVIDIO (si veda) a ragione come rozze le mogli degli Ultori popoli forti e a un tempo stesso /«- voci f che abitarono in Italia sul monte Appennino, I>c Sìrerse sono tre barbari mostri che dimorarono nel mar di Sicilia, Col suon lusinghiero deWarmoniosa lor voce'allettavano queste in tal maniera i naviganti, che si lasciavano essi predar facilmente. Ulisse per evitare un tanto pericolo, chiuse con la cera ^^^cchie suoi compagni^ e si legò strettamente'^ M albero della na^e ^da cui si disciolse dopo jia Udite qneste, se medesmo sciolse DalParbor della nave, e con la cera Chiuse Ulisse accompagni ambe le orecchie. È lusinghiero il canto . Le fanciulle Apprèndano a cantar ; la voce a molte Senza bellezza conciliò gli affetti. Cantino quel che udirò ne’ marmorei Teatri f ed or versi costrutti in metro Niliaco; e culta femina tenere Sappia per mio giudizio or nella destra 11 plettro, ed or con l’altra man la cetra. Il tracio Orfeo con la sua lira mosse Le fiere, i sassi, le paludi stigie, Ed il triforme Cane . O della madre Giusto vendicatore al canto tuo Cortesi i sassi fabbricar’ le nlura. Benché sia muto, il pesce ( è nota al mondo Favola) al suon del arionia lira sentito il dolce cànto di quelle . Le donne imparino dunque a cantare,se ooglionsi conciliare, come dice Otfidio, P qmore degli uomini, E!ran famigliari a* Romani le canzonette ame^ rose, e spesso lascile, ahe si cantavano in Egitto, ove scorre il celebre fiume Nilo, Orfeo nato in Tracia da Apollo e da Calilo • pe col suono armonioso della sua Lira fece sì che gli corressero dietro per ascoltarlo, gli alberi, i sassi, i fiumi, e le beloe feroci: Quand* egli intese la morte d* Euridice sua moglie, scese con la lira all* Infernot e con quella intenerì talmente gli Dei infernali, che a lui la restituirono, purché non ardisse di riguar-- darla prima d’uscir dall’Inferno, Non p9té l* amo^ toso consorte obbedire a tal legge, e però ella dovè involarsi a suoi sguardi subito ch^ ei la mirò Anfione figlio di Giove e d’Antiope indusse le pietre col suon della Lira a fabbricar le mura della città 4i Tebe. Picesi vendicator della madre, perchè. Si fe* pietoso . Anco a toccare impara Con Tana e l’altra man le dolci corde Del Salterio ; son atte a cari scherzi Di Callimaco a te smn noti i carmi. Quelli del eoo Poeta, e quei del tejo Vinoso Vecchio. A te Saffo sia nota (Son più degli altri i carmi suoi lascivi) E quel per cui viene ingannato il padre Del servo Oeta con la callid’ arte. Del tenero Properzio i versi leggi, O quei di Gallo, o quei del buon Tibullo, O i velli insigni per le bionde fila insieme fratello Leto la vendicò dall’ingiurie, che recatale Ideo di lei marito y col trucidarlo nel letto y ove lo sorprese con Dirce sua concubina y a cui pure tolse la vita. Atwne nacque in Metinna, e fu im eccellente Po&^ ta lirico, e nel tempo medesimo un ricco mercante. Ufosid alcuni suoi comùttadini dal desiderio di godere delle sue ricchezze fissarono di gettarlo in mare, mentre egli se ne tornala alla patria. Accortosi di ciò Arione cantò intrepidamente una canzonetta, ed un-' Delfino, allettato da una sì dólce melodià, Vaccai^ se sulle sue spalle y e lo portò in Tanaro promontorio della Laconia, Accenna ora Òoidio i Poeti che piacevano ai suoi tempi, e per lo stile e per le materie galanti, come a* dì nostri piacciono Ariosto, Passo, Guaritù, è Metastasio ec. Fiteta fiorì a* tempi d*Alessandro Magno per li suoi' versi elio^afici, e dicesi eoo Poeta y perche Coo /if ia sua patria. Anacreonte nacque in TeJo, e scrisse mol^ te canzoni veramente leggiadre in onore del buon vino, delle donne y e del giovinetto Batillo. Terenùo compose una commedia, in cui il padrone, ed il fratello sono ingannati da Geta asti^^ to lor servitore. one Àttacino cantò ne* suoi versi la spe^ dizione in Coleo degU Argonauti. Il vello d* oro, che j ii 4 Che far fanesti, ó Prisso ^ alla tua aaara Cantati da Varrone, q il pio Trojano Di coi non y’ha nel Lazio opra più chiara. Ma forse un dì con 'questi andrà conginnto H nome nostro, nè i miei scritti in Leta Saran dispersi/Dirà aldino: leggi, I culti versi del maestro nostro^ Con cui poteo far dotti uomini c donne.^ Fra’suoi tre libri che hanno infronte scritto II titolo d* amor 9 scegli que^ verai t Che legger tu potrai con docil bocca Più mollemente ; oppur con ferma voco, Canta P Eroìdi, ignota opera agli altri Ch’egli compieo. Ahi cosi piaccia aFebo^ Pel corno a Bacco insigne/ ed allò Muse, Numi che son propizj a noi Poeti. Chi dubitar potrà ch^ìo la fanciulla Non voglia al ballo istrutta, onde poi toltq Il vino dalla mensa » ella le braccia Volga in composte ed ordinato moto? Amansi i danzator che della scena Sonò spettacol, perchè san con arte: V Saltare y e con decoro. Io mi vergogno Di doverla ammonir di tenui cose, _ questi ivi andarono a conquistare, fu funesto ai Elle sorella di Frisso y perchè ella, come si è accennato y cadde miseramente in mare, mentre il Montone ador^ no d* un tal vello la portava insiem col fratello ih Coleo,, Tl pio Trojsno h, come è noto y Enea, sulle aùoni del quale ha scritto Virgilio quell* aureo Poe» ma che porta il nome d* £aeidb. OVIDIO (si veda) fra l*altre sue opere annovera ancora ire libri d* Elegie intitolati gli Amori, ed un libro - intitolato V ^roidi, perchè comprende ventuno lettere amorose y che fa scrioère scambievolmente dagli Eroi all’Eroine^ e dalfEroioe agli £roi. P’istruirla a gettare or l’aliosso, £ a conoscer de’ dadi anco il valore. Or tre numeri getti, ed ora accorta Pensi qual parte segua acconciamente E qual richieda. Canta in finta guerra (5o) Muova i soldati, che da duo assalito Nemici uno perisce. Il Re sorpreso Senza la sua compagna ^ si difenda Da se medesmo, e f’emulo ritorni Per lo stesso seotier.' La tasca è aperta^ E ornai son sparse le pulite palle; Quella che prendi sol muover tn dei. Ravvi un: gioco diviso in tante parti (Sai Quanti numera mesi il luhric^anno. Breve tabella prende da ogni parte (S3)- Tre tenni pietre, e il vincere consiste Nel disjpor queste in una dritta Mille giochi vi SOI» che turpe fia A una donzella d* ignorar ; col gioco Si può l’amore conciliar. Leggiera Fatica è appreodero a giocar ; maggiore Opra é il compmrre allora i suoi costumi. Non sappum Diramente per qual ragione si~ éovesse procurare tempi, in cui vivcóa Ovidio di gettar tre numeri nel gioco d^ Dadi. 5 •S£r»/erÌjco»o questi versi al gioco degli Scacchi. (Si) questo un gioco, di cui non possiam dare tucuna notula. Sembraci f che sia questo il gioco, che r pure * dell» Dama. Alludeu (d gioco del Filetto, che . or gioeano' nule campagne i ragazzi. Così b decaduto un gioco - 0^ formava la delizia delle Dame romane, e coi» aecaderanno ancor quelli che si hanno in pregio a‘ dk nostri, ® ' Mentre s’applica al gioco, incanti siamo, E i reconditi sensi alloc dell’ alma Facoiam palesi. Ci deforma il volto ^ j Il cieco sdegno, e sono ognot col gioco Il desio del guadagno, le .pontese, » 11 sollecito duol, le stolte tìsse.^ j Rinfaccìansi i delitti ; di clamori * V aere risuona, e in sno favor s’invocano Gl’ irati Dei. Non v’ è fede nel gioco Il qual co’ voti non divìen secondo; Vidi le gote ognor molli di pianto: Da voi che amate di piacere all’uomo, Giove tenga lontan questo delitto. Diè la pigra natura allo fanciulle Silaili giochi ; ad altri pii sublimi S* applica l’ uom: per lui sono il paleo» I dardi, 1 ’ armi, le veloci palle; E il cavallo costretto a gire i^^no. Voi non acosf^il’-campo.o'ra gelata Vergin, nè voi sulle sue placid’ onde j Porta il toscano fiume* Ah ! voi potete Gire all’ ombre pompeje, anzi vi giova 1 Quando i destrier del Sole ardono il capo H Paleo i urto strumento fatta a guisa Jt trottola, eoi quale giocaoano i fanciulli romani fa- tendalo con una sferza girare intorno. Nel Campo Marzio si esercitavano » romani in tutti que’giuochi cU potevano «P^* renderli valorosi guerrien. Era ivi ta Vergine dalla fanciulla che ne scopri la sorgente, ed in quella si lavavano i giratori le di polvere e di sudore. Il Tevere e qui detto fannie tascsno, perchè dall’Appennino la Toscana nel f<u-t il siSo corso alla wta di tioma. Annoi, q. del fàh. I, ^ Alla vergin celeste. I sacri a Febo (5^) i’alagi visitate ; egli sommerse In alto mar le paretonie navi. I monumenti ancor» che fur costrutti» Dovete frequentar, da Ottavia e Livia Una suora del Ehjce, altra consòrte, E quelli pur del valoroso Agrippa, Che ha cinto il capo di navale onore. Della menfitica Iside agli altari Siate frequenti, ov^ ardesi P incenso, E ne’luoghi cospicui a’tie teatri. Di caldo sangue le macchiate arene Ite a mirare, e la prescritta meta. Rapido intorno a coi si volge il cocchia. Quel che si cela ò ignoto, e ciò che è ignoto Nessun desio risveglia ; è lungi il frutto Se manca il testimone a un bel sembiante. Benché nel canto superi Tamira Dicé con OVIDIO (si veda) ancora VIRGILIO (si veda), che Apollo nella guerra Azziaca prestò il suo soccorso ad Augu^ sto y il quale aveoagli innalzato un ternpio nel pro^ prio palazzo . Apollo in conseguenr^a, ^Hcondo questi poeti, sommerse le navi egiziane deste paretonie da Paretonio città marittima d*Egitto, che Pompeo avem va armate contro d*Augusto. Ved^i l*annot, 8 e g del Libro /. Augusto decorò A grippa suo generò della Corona navale dopo d^aver debellato Pompeo ^ ed innalzò al medesimo un portico y che fu chiamato il Portico d’A^rippa. Annoi, li del Lib, /. Dice Sirabone che giacevano tre superbi Teatri in vicinanza del Campa Marzio. Fu Tamira un poeta tragico che ardì con la sua lira di provocare le stesse Muse ^ credendosi a quelle superiore nella dolcezza del cantoma\dalle medesime fu vinto, ed in pena della' sua arrogwiza gli furono tolti gli occhi. Ed Àmebeo, sarà priva d’ onor« L’ ignota cetra» Se di Coo il Pittore Vener ritratta non avesse^ immersa Sare^bbe ancor nelle mailne spume. £ che ricercan maggiormente i sac^i Poeti che la fama ? E questo il fine Cui tendon tutte le fatiche nostre. Fur de’Numi e de'Re delizia un giorno. 1 Poeti, ed immensi ottener premj I cori antichi* Venerando allora, £ d’ una santa maestà ripieno Fu questo nome, ed ebbero sovente Larghe ricchezze. Ennio che il suo natale Trasse ne’monti calabresi, degno Si fé’ d’esser unito al gran Scipione. (6i) Or giaccion senza onor Federe, e il nome Ha d’inerte colui, che i sacri studj Cari alle Muse a coltivar s’accinge» Giova cercar la fama, e chi d'Omero Contezza avrebbe, se in obblió sepolta Ateneo^ Plutarco ed altri parlano con somma lo^ de d*Amebeo ateniese, perchè sonava eccellentemen- te la cetra, Apelle nativo di Coo dipinse Venere nel- ratto di uscire dalVonde marine \ ed Augusto coliocè una tal pittura nel Tempio dì Cesare suo Padre, ÉrUiio è tra i Latini un poeta che si può da- gV Italiani paragonare a Dante. Ennius ingenio maximus, arte xudis. Owd. Trist, Ub. IL EL I, Fu egli, nativo di Rudia in Calabria, e visse sommamente caro a Scipione Affricano il vecchio, ed a molti altri insigni Cavalieri romani. Morì in età di anni settanta, e dicevi che fu collocata la sua statua di marmo nel sepolcro degli Scipioni. Cicerone ^ro Archia Peata, così parla di ciò: Garas fuit Af- iiricano superiori ngster Ennius ; itaque in tepulcro ScipioQum putatur is esse constitutus e marmore. L'Iliade o^ra imxnortal foase rimasa? ^ Chi Danae conosoiata avr^a, se ascosa (6a) Posse étata mai sempre^ e «e già vecchia' Si fo8a''ella lacchiusa eptro la torre? Utile è a voi, bèllé e vezzose donne, Di porre oltre le soglie il vago piede< La lupa a molte agnello insidie tende Per predarne una, e sopra molti augelli Vola 1 Augel dj Giove. Il volto mostri Sposa_ leggiadra ^1 P®poI<>> o fra molti Un solo appéna rimai^rà sua preda. In ogni loco ove si tro^, attenda Sempre a piacere; ed abi>ia special cura Di sua bellezza. Puote in ogni incontro Sempre molto la sorte. Getta l’amo, Chè in quel gor^o, ovemen lo pensi, il pé^co t alor SI trova . Erran sovente indarno Per boschi montuosi i cani, e il cervo Cade fra’ lacci, mentre uinn l’insegne. D Andromeda l^ata a un duro scoglio Il niTPf far, che a un uom piacesse Il pianto sue ? ài cerca spesso un uomo Ne funerali del marito ; i crini Sciolti portar conviene, e sian la gote Di lagrime bagnate . Ma fuggite Gl, uomini che d’aver le ^mbra adorne hi fanno un pregio ; della lor beltade Vanno superbi, e portano le chiome Con ricercata simmetria, disposte. Ciò che dicono a vói, dissèro a m{llé; D’ uno in un altro àmot Tàgando vanno, Senza restarsi in dmha "parte mai. Che d’un tal uomo effeminato, a cui Forse molti non mancano amatori. Dee fer la donna ? 11 crederete appena. Ma credetelo pur, Troja' àncor ferma Starebbé,se di Priamo avesse ih uso\ Posto gl* insegnamenti . H'a^yi di quelli Che sotto il mantó di fallate amore V’assalgono, e tiòèrcan coh‘ tai mezzi Vergognosi guadagni . Ntìn la chioma Per il liquido nardo nitidissima ^ V'inganni, o breve fascia con cui stringa Le pieghe della veste ; nè v’ illuda Toga che sia di tenue,fil tèssuta; O anel con cui s’adorni uno o più. dita. Chi fra questi è più colto, è forse un ladro, E d’ amore arde per la ricca veste. Gridano spesso le spogliate Donne; Il mio a me rendi, e il suon per tutto il foro Rimbomba, e s’ode ; a me deh rendi il mio. Tu da tuoi templi d’oro adorni miri Con le femmine d’ Appia indifferente, Venere, queste lìti, Ancor vi sono Pessimi nomi'pei^'non dubbia, fama-. Priamo iruinuava «’ tuoi Trojatti di rtrtdtr àoeva nella via appia tomo al quale abitarono molte donne sacrifici che queste rendevano a quella lor lare, consistevano in prestar liberante tl lor corpo alle voglie sfrtnatt desìi uomm Iwrnnio E molte che rimasero ingjinnatp Da molti amanti, or d’ un egual delitto Si trovan .ree. Dalle quetele altrui; Imparate a; temer le^ vostre ; chiusa, Sia mai sempre la porta ad uom fi^lace. Donne ateniesi, uon prestate fade (j66)‘ A Teseo ancor, che giuri In testimonio Come invocolli nn giorno, i Numi invoca. Tu del delitto, oJDemofonte, erede. Di Teseo più non meriti credenza, Perchè ingannasti Fillide . Se molto A te pròmetteran, loro prometti j Con eguali parale . So di doni, Ti siano liberali, lor concedi I promessi piacer, ma se gli nìeghi II dono ricevuto, ancor potrai. La fiamma estinguer deUa vìgil Vesta, Rapir da’templi dTside gli arredi, E air uom porger T. aconito mischiato Con la trita cicuta«tll mio desire, Mi spinge ora a ;fcenarmi, e: tu ritieni. Musa, le brìglie: nè le mosse rote * Ti dian.terror» Tentino in prima il guado Ov..Arte d-am. Teseo abbandoni Arianna in Nassa, Demofe^nte non serbò a Fillide la premesti^ di ritornarsene a lei dentro due mesi, Con questi versi vuol significare il poeta che è capace di commettere ogni sceUeratezza quella don~ na, che nega il favor suo a quegli uomini da* quali ha ricevuto de^ doni, Riputavasi in fatti da* Romani un enorme delitto il rapire il fuoco custodito dalle Vestali, o i .sacri arredi del tempio d’Iside; e da ogni nazione si è creduto sempre colpevole colui che porge alVuQmo /^aconito con la cicuta, cioè il vet^no. Xrli scritti fogli, e T inviate cifre Riceva accorta ancella . Apprendi e vedi Dalle stesse parole che tu leggi, Se finga, o par se son sinceri i prieghi. Dopo breve dimora ognor rispondi^ Mentre, se è bre;i^e, è stimolo agli amanti. Deh non prometti al giovin che ti prega D’ esser docile mai, ma in duri accenti Non.gli negar ciò che dimanda . Tema E speri a un tempo^ e ognor che tu il licenzi Sia minore il timor, maggior la speme. Scrivi culto parole e consuete, Che un famigliare stil più eh’ altro piace. Ah quante volte arse per dólci note II cor di dubbio amante, e fu nociva Una barbara lingua a bella Donna! Benché voi siate nell’onor perdute. Tutte le cure vostre or son dirette A ingannate i Mariti . Idonea mano D’esperto giovin, di fidata ancella Rechi le dolci lettere, e tai pegni Non sian fidati ad un novello amante. Vidi ben spesso impallidir le donno Per tal timore, e vìvere i lor giorni Miseramente in sehìavitudin dura. Perfido è quei ohe tali doni serba. Che qual fulmine etnèo sono in sua mano. Si può tener, se al vero io non m’appongo, Lungi la frode con la frode ognora; Contro gli armati impugnar 1 ’ armi, logge Nissuna vieta . A imprimer sulla carta S’accostumi la man diverse cifre. Ah ! peran quelli contro cui vi deggio Avvertir di tal cose. In foglio mondo La risposta si scriva, onde non sembri Da due mani vergato . Al suo diletto Scriva la donna, .come un uòmo amante Scrive air amata » ed usi V uom V opposto. Ma da lieve materia innalzar V alma Ora a me piace a più sublimi cose, E le vele spiegar gonfie dal vento. Opra è del volto i rabidi trasporti Saper frenar: candida pace all* nonio Convien come alle belve ira crudele. Si fan per Tira tumide le guancie; Vengpn nere le vene, e inocchio splende Più truòemente del gorgòueo ‘fòco. Vanne lungi da 'metromba importuna^ Disse’Pallade ^ allór che il volto suo (*^0) Mirò )iel fiume . Se voi iii mezzo all’ ira Riguardate lo specchio ^ alcuna appena liistinguére pbtm W figura. ' Nè dannosa a Voi supérbr^^ facòià j TurgidJ il voltò ; có^ be^nigiii sguardi Deèsi a^es9ar 1 ’ amóre ‘J Odiahio ( e voi Già 1 fó^cre((efé che. ìie siete esperte) ‘ I fasti inambderatl^e spesso chiude Deir odio 1 sómi taciturna faccia. / Guard^ ^uel che ii mira, e ùi olle mente Sorrmi 'a^ueì cjhe rid^ e se à te un cenno §ia . Gorgoni étart t^e mostri \^enimente orribili per ìaHesta circonddia di serpi, e per Vocchio spaven^ tegole che ateoanò in: mezzo alla fronte . Chi fissava occhi in faccia*'alle medesime, rimaneva di sasso, Pallàde / sécorido^alcuni y gettò via la tromba, perdhè ^s’accorse chè ih sonarla si faceva troppo gòHf^ la faccia. ‘ ' Con tai preludj il favcitilletlo Amor» Pose i rozzi da parte, e diè di piglio A! dardi acuti della sua faretra. Vadan lungi da noi le donne meste; Ajace ami Tecmessa t noi sol puote Tener ne’lacci suoi lemina allegra.Non fa giammai che a voi porgessi preci, O Andromaca o Teome^sa, onde a me foste O r una o Valtra amiche. Appéna posso Creder che in letto maritar giaceste, Quando, a crederlo astretto io son da^iiglL Fprse ad Ajace la dolente sposa ‘ Avrà detto: mia luce, e gli altri accenti, Cari agli uomin|^ tanto f £ chi mai Vieta, Applicar gravi esempli a tenni cose, E di guerrier non paventare il npmef Cento soldati a questo^ il Duce esperto Diè a regger cop la vite,|è a quello cento Cavalieri, e lasciò'T altro in custodia ^ Delle l^andiere A; qual vedete impresa Atti noi siamo ; e^nel suo posto'o^gntipo ^ Venga locato. Un ricco a voi dia doni^ ' Vi sia propizi o, il Giudice, e ; il facondo ‘ Difenda i dritti vostri .'|loi poeti, Donp possiam far solo di carmi. 3a più degli altri amare il coro nostro; Andròniaca dopo ìa rnòrté ^&toré amato sud sposo, r dopo V incendio di-Trofa-fpssssò for i rn i s uns nm ti alle nozze di Pirro ^ e però vìsse con ^uosto/s^ssai malinconicà. Teemessa, moglie di Ajace, er^ una schiava y e però, secondo Ovidio y. doveva aver sempre Vanirne occupato da una grave, tristezza Da/ Comandante solevansi affidile^cento sol- dati al Centurione il quale aveva per sua insegna U 9 ramo di vite. Uua grata beltà cott ampie lodi Sappiamo celebirare, e va fainoso Dì Nemesi per noi, di Cinzia il nome. E dove nasce, e dove muore il Sole Conobbero Licori., e chieggon molti Chi sia Corinna nostra. Aggiungi a questo Che son T insidie ignote a" sacri Vati, Che giova V arte nostra a^ lor costumi. Kpa ambiziosa voglia, e non desio D’aver ci punge. Noi sprezziamo il fòro E son graditi a noi V ombra ed il letto. Facili amiamo ognor con certa fede, £ in vasto incendio, il nostro core abbrucia. Con placid’arte docile T ingegno Facciamo, e ben s’adattano co nostri Studj i postumi. A* Vati aonj, o donne. Siate indulgènti, che gl^inspira un Nume,. E lor son fauste le pierie uive. Ci agita un Dio.; abbiam col Cièl commercio;. Ci vien lo spirto dall* eteree sedi. Chiedere il pre^o è scelléra^in grande Ad ottimo Poeta. Oh me infelice. Che scelle raggio tal piti non si teme Dalle jauciulle • ALmen dissimulate, Nè vi fate veder tosto rapaci. No, non cadrà nella prevista rete Un novèllo amatore . Il Cav^aliero Nemesi è amata a celebrata da Tibullo, Cia zìa da Properzio, tdcori da Gallo, a Ovidio ha^da^ to ne^ suoi versi alla propria amante il nome, di Corinna. Le Muse si chiamavano le Dive pierie, 0 per^ chi abitarono nel monte Pierio in Tessaglia, o perche vinsero e trasformarono in gazze le figlie di Pierio.Non reggerà T indomito cavallo Al par di quello che già al freno è avvezzo* Nè lo stesso sentier batter tu dei Per adescar la verde gìoventude, E le menti già stabili per gli anni QuelP inesperto, che la prima volta Sotto si pone all’amorose insegne. Che preda nuova nel tuo letto giacque. Te sol conobbe, e a te sia unito ognora; Si cìnga d’ alte siepi una tal messe. Schiva d’aver rìvjaì;ta vincerai, S’ei r amor suo con altra non divide; 1 regni e amor non vogliono compagni. Quel che invecchiò nell’ amoroso agone. Con prudenza amerà, saprà soffrire Ciò che invan soffrirla guerrier novello. Non frangerà le porte, e non furente Fiamma v’ applicherà. Non dell’ amata Farà con 1’ unghie ingiuria al delicato Volto ; e non straccerà della Fanciulla Le vesti, e non le proprie ; e per dolore Non svellerassi i crini • Questi eccessi Convengon solo a’ Giovanetti acerbi Caldi per poca età, per troppo amore. Tranquillo ei soffrirà la cruda piaga; Qual face inumidita a foco lento Abbrucìerassì, o quale in giogo alpestre Fresco ramo reciso: è quest’amore Più certo, è quel più breve e più fecondo. Con sollecita man cogliete i pomi Che fuggon. Tutto ormai s* insegni; schiuse Son le porte al nemico ; e siate fide Mentre ingannate altrui. Facil Donzella Puote mal conservare un lungo amore. Sla la ripulsa rara » e venga sempre Da lieti scherzi accompagnata • Giaccia Alla porta nrosteso, alto gridi: Porta crudele ; e molte cose umile Faccia 9 e molt^ altre minaccioso. Il dolce Noi mal soffriam ; ci sana il succo amaro; Pere spesso la nave » e fausto ha il vento. Ecco perchè non amansi le mogli; Seco stanno i mariti a grado loro. Chiudi la porta 9 e in aspro suon TuBciero Gli dica f entrar non puoi ; escluso, in seno Di lui per te si desterà l’amore. Deh riponete i rintuzzati brandi; Con gli acuti si pugni, ch^ io con l’armi Mie già non temo d’ essere assalito. Mentre ne^ lacci un amator novello Cade, gli fa sperar xhe del tuo letto Solo godrà ; poscia il rivai conosca E i divisi piacer ; senza quest’ arte Amor illanguidisce • Il generoso Destrier,se venga dal suo career schiuso. Corre velocemente, se il preceda Altri nel corso, o se lo segua . Estinto Ancor che sembri l’amoroso foco Con nuova ingiuria si riaccende, ed io, Lo deggio confessar, soltanto offeso Nutro r amor . Non troppo manifesta Sia la causa del duolo ; e ansioso creda L’amante che maggior fia ancor l’offesa Di quello che gli è noto ; ed or l’inciti L’aspra custodia di fallace servo, n geloso rigore or del marito; E men grato il piacer senza contrasto Èeiichè tu sii di Taide più. }asciya, Fingi timpri ; e ancor che per la porta Meglio il possa introdar, fa eh’egli venga Dalla finestra, e nel tuo volto i segni Mostra di Donna da timor sorpresa» Venga l’ancella frettolosa, e dica: Ah siam perduti 111 trepido Garzone Allora ascondi; col timor si debbe Mischiar piacer sicuro, onde 1’apprezzi» Come il marito accorto e il vigli servo Si possano ingannare i’avea taciuto Tema una Sposa il suo Consorte^ e viva Certa che altri la guarda ; è ciò decente; Vuol ciò il padoi:, la legge, e F equitade. Chi soffrirà che custodita sii Tu, che or la verga del Prétor redense? Odiose vuoi ingann^kT, miei sacri carmi» T’ osservio puro occhi miglior di quei Ch’ebbe il guardiano d’io, sii risoluta, £ tesserai l’inganno E puote invero Chi t’ ha in custodia a te vietar che scriva Se non si vieta a te di gire al bagno? E se potrà, de’tuoi segreti a parte, Terenzio da il nome di Taide ad una donna lasciva, che forma la parte principale della sua Commedia intitolata /^Eunuco. Parla qui il poeta delle donne schiave y che divenivano libere quando il Pretore aveva toccato al» le medesime il capo con una vèrga detta yindiqta, e che occupavano nelle case delle Matrone Romane unposto corrispondente a quello delle nostre Cameriere. (Giunone diede, cento occhi ad A^go custode d'io, perchè potesse soddisfare esattamente al suo incarico, ma il Dio Mercurio Pàìsdpì col suono del* la lira, e gli recise la testa Recar V ancella i foglj ricoperti Nel caldo seno da una larga fascia^ O nasconderli avvinti infra le gambe, O sotto i piedi f Se a tè ciò il custode Vieti, P ancella porgerà le spalle Di carta invece, e porterà su queste li^amorose tue cifre impresse. Un foglio Con fresco latte scrìtto inganna 1’ occhio^ Con la polve l’aspergi del carbone, £ legger lo potrai • Del paro inganna Lettera pura in cui sia stato scritto Con la punta del lino inumidito, E le note ‘segrete incise porta . Intento Acrisie a custodir la Figlia, In opra pose ogni più esatta cura: Eppur col suo delitto il fece eli’ avo. E che fa il Custode, se cotanti Sono in Roma Teatri, e se a suo grado Non mancano a^dì nostri degli inchiostri sìrw^ patiei y che superano ne^loro effetti la virtù degli antichi. Con un^ oncia di Ut or girlo y e cinque d^ace» to stillato si fa un composto, che chiamasi aceto di Satarno. Con questo si scrioe sulla carta bianca, e quando è asciutta non si scorgono in alcun modo i caratteri. Si sparge quindi sopra la carta una piccola porzione d’un liquore fatto con un’oncia d’or pigmento e due once di calce viva sciolta nell* acqua ; éd allora compariscono i caratteri d*un coloraperfet’- tamente nero. Il calore e la luce coloriscono altresì i caratteri scritti con alcune soluzioni metalliche allungate con Vacqua, cioè con quella dell’oro, dell’argento, e principalmenie del bismuto. La tintura di galla è pure ì^n inchiostro simpatico, purché si faccia passar sopra di essa una qualunque marziale dissoluzione, Annota (a del lÀb. Presente Può rimirar le corse de* destrieri f Quando nel tempio d’Isi assister puote Al concerto de sistri, e p^pte in altri Lochi ella gire » ove l’ingresso poi È vietato a’ compagni ? Se da’ templi Della Dea Buona può fuggir gli sguardi D’ogni uom fuor di quel eh’ ella desia f lyientre il Custode fuor del bagno serba Gli abbigliamenti della sua Padrona, Se può mrtivo nel; sicuro bagno Celar 1* Aàotante ? Se ove 1’ uopo il chiegga Per finto morbo giacerà 1’amica O se per vero, a lei cederà il letto? Quando la chiave adultera col suo Medesmo nome cosa far c’insegna^ Nè sol la porta dà il bramato ingresso? S’inganna pur con molto vin la cura Di vigile Custode, ancor che colte Vengan l’uve nell’aspro ispano giogo. Vi sono ancora i farmaci che al sonno Aggravan le pupille quasi vinte Dalla notte letea • Nè mal trattiene La non ignara ancella l’importuno Con le tarde delìzie, end’ ella possa Star col suo vago quanto più le piace. Che far tante parole, e cosi lievi .Gli uomini non potevano interpénire nel Tenu» pio d'Iside, quando le donne celebravano le sue fo» ste col serbarsi, almeno apparentemente, easte per molti giorni, Era agli uomini vietato V ingresso nel Tem» pio della Dea Buona o sia di Cibele. Denota il Poeta il vin poco generoso, che i Romani facevano venire dalia Laleiania in gna provincia di Spagna Porger precetti, se con picciol dono Si corrompe il Custode ? A me lo credi. Gli Uomini e i Dei guadagnansi co’doni, £ i doni placan pur lo stesso Giove. Che farà il saggio, se de’ doni ancora Gode lo stolto ? Ricevuti i doni, Si farà muto anco il marito istesso. Per tutto Panno guadagnar si debbo Una volta il Custode, e quelle mani Che un di vi diede, vi darà sovente. Feci querela, e l’ho ferma in pensiero Che temer si dovessero i compagni; Nè diretta soltanto all’ uomo è questa. Se credula sarai, carpirann’altre 1 tuoi piaceri, e avrai cacciato il lepre Per esse. Quella, che t’appresta il letto, E che officiósa a te concede il loco. Giacque più. volte, a me lo credi, meco. Nè troppo bella sia l’ancella tua; Sovente meco fe’della padrona Ella le veci. Ah ! dove ora mi lascio Io stolto trasportar ? Perchè contrasto Col petto inerme contro il mio nemico, Ed io da me medesmo mi tradiscof Come pigliar si debba al cacciatore L’auge! non mostra y ed a’ nocivi cani Come inseguirla non la cerva insegna. L’ utll vostro mi piace: io fedelmente Vi spiegherò i precetti, ed alle donne Di Lenno io porgerò contro il mio fato Lè Donne di Lenno in una notte, uccimo i loro mariti, e però Ovidio sotto il nome di tende quelle che con gli uomini sono troppo severe Sà Da me stesso il coltello. Ahi fate in modo ( Ardua non è V impresa ) che crediamo D’ esser amati, mentre ogutìno crede Farcii ciò che desia. La donna miri Con infocato sguardo il fido amante, Tragga dal sen sospir profondo, e chiegga Perchè sì tardi venne. Aggiunga il pianto, E finga gelosia della rivale, £ gli percota con le mani il volto. Tosto vivrà sicuro, e nel suo petto Facile nutrirà per te pietade, E dirà fra se stesso: ah si consuma Questa per me d*amore i e specialmente Se lo specchio consulta, e colto sia, D’innamorar ei penserà le Dee. Ma a te chiunque sii, grave disturbo Non arrechin le ingiurie, e sbigottita Non ti mostrar, della rivale il nome Allor che ascolti, e facile credenza Non presta aMetti altrui. Ah quanto nuoccia Il creder facilmente, a te lo dica Quello che adesso narrerò di Proori. Scorre vicino del fiorito Imetto A’ be’ purpurei colli un sacro fonte. Di cui le sponde ognor fan grate e molli Verdi cespnglj . Ivi non alta selva Procri figlia d’Eretteo Re Atene per sos- petto di gelosia si portò segretamente nelle selve e né boschi ad osservar Cefalo figlio di Mercurio, sua Sposo, ed ottimo cacciatore . Mentre egli prendeva riposo in un ombroso colletto, essa celandosi dietro alle siepi, mosse disgraziatamente le foghe degli alberi» Credè Cefalo che s’ascondesse fra quelle una fiera y e però vi scagliò una saetta che gli uccise la sua dìletta consorte. Un l^co forma; gli arboscelli l'erba Ricoprono, e un soave odore esalano II rosmarin, l’alloro, il negro mirto. Non il tenne citiso, il colto pino, E il fragil tamarisco ivi già manca^ E non folto di foglie il busso. Scosse Da dolci aeffiretti « e da salubre Aura treman le foglie mnltiformi, £ le cime dell^ erbe. Ama la quiete Cefalo. Abbandonati i servi e i cani. Ivi stanco il Garaon spesso s’adagia; Solea cantar: mobil auretta, vieni Onde t’accolga nel mio seno, e allevj Il cocente càlor. Le intese voci Da un malaccorto far recate intere Alle timide orecchie della moglie. Tosto che Procri il nome adì dell’aura, Qnal fosse uua rivale, a terra cadde; Ammutolissi pel dolor ; nel volto Impallidid^ come le tarde foglie. Se colte sieno dalle viti l’uve. Sogliono impallidir dal verno offese, O i maturi cotogni, i di cui rami Piegansi, o le corniole ancor non atte A* cibi nostri. Tosto che; rinvenne. Straccia dal petto suo le tenui vesti. Con V unghie impiaga le innocenti guance. Jndugie non conosce, e qual Baccante Mossa dal J'irso, furibonda vola Per le pubbliche vie, sparsa i capelli. Ma già vicina, in una valle lascia I suoi seguaci ; intrepida e furtiva Nel bosco con piè tacito s’innoltra. QuaPera il tuo consiglio, allor che stolta O Procri, t’ascondeyi ; e quale ardore NelPattonito séno allor ti corset Già tu pensavi di sorprender l’aura Qualunque fosse, e di mirar co’proprj Occhj P infedeltà del tuo Consorte. Quivi d’esser venuta ora Rincresce; Or la rivale di mirar ti piace, Ed or ti penti opposti affetti in seno Destan tumulto. A creder la costringe ( Che quel che tenie ognor crede l’amante ) L’accusatore, il loco, il nome. Quando SulP erbe vide impresse Torme umane, Balzolle il cor nel pauroso petto. Già T ombre brevi aVea il meriggio strette, E in spazio egual giaceva l’Occaso e l’Orto, Allor che di Mercurio il figlio Cefalo Dalle selve ritorna, e T innainmate Guance delTacque di quel fonte asperge. O Procri, tu t’ascondi ansiosa ; ei giace Sull’ erbe consuete, e vieni disse, ZefHro fucile, o molle curetta vieni. Quando conobbe il dolce error del nome, AlT infelice il cor tornò nel seno, E il primiero color sul volto suo. S’alza, movendo il corpo e move ancora Le frondi circostanti ; e fra le braccia Va per gittarsi del marito Mosso Credendo quel rumor da qualche belva, Imprudente la man slancia sull’arco. Ed ave i dardi già nella sua destra. Infelice che fai? non è una fiera, rw Deponi ì dardi.... Oimè la tua consorte Dalle saette tue giace trafitta. Oh me infelice i eéclamà ; in petto amico Vibri il tuo dardOi o sposo. Ah che fa sempre Da te questo trafitto! Io pria del tempo La morte trovo « noa offesa almeno Da un rivale .^h farà ciò la terra, Ov* io riposi, a nae cara e leggiera. Fra quest’aure ^ che odiai sol per un nome. Già spazierà il mipspirto.. oh Dio!•• vacillo. Mi chiuda i lumi quella destra amata. Le membra moribonde egli sostiene Nel mèsto seno, e la crudel ferita Con le lagrime asperge^ Ella già spira, E la bocca del misero marito Lo spirto accoglie che dal petto incauto Deir infelice, Porcri alfine eeala. Ma sul sentier si torni. lo debbo adesso Agir palesemente, onde il naviglio Indebolito tocchi i porti suoi. Ch’io ti scorga a conviti aspetti forse, e ch’io ti guidi in questo pure attendi? Non t’affrettar; vien tardi, e già sia posta La lacerna i e decente i passi volgi. Grato è a Vener Findugio, e molto giova. Benché bratta tu sii, sembrerai bella, che coprirà la notte i tuoi difetti. Prendi co’ diti il cibo; havvi pur l’arte nel modo di cibarsi; con l’immonda mano cerca non ungerti la faccia; nò mangiar prima in casa, ma t’astieni dal farlo allor che avrai mangiato meno di quel che il ventre tuo capè, e tu brami. Paride, se veduto avesse Elena cibarsi avidamente, avria per lei nutrito sdegno, e detto fra se stesso: Ah fui ben stolto nel rapir costei! Meno disdice a donna il ber, che Bacco £ di Venere il figlio uniti vanno. Sì beva pur fin che il permetta il capo, E Talma e ì piè siaxi atti a loro nfficj, nè raddoppiati sembrinti gli oggetti. Donna che giaccia per soverchio vino, £ turpe, e di soffrir merta ogni assalto. Sparecchiata la mensa, è gran periglio cadervi per il sonno; in mezzo a quésto Molte si soglìon far cose impudiche. Io di stender più innanzi i^niiei precetti Sento rossor. La figlia dionea Mi disse: utile è a noi quelPòpra ìstessa che in se desta vergogna. A voi si sveli. Donne, ogni fatto. I varj atteggiamenti Noti vi sien, che a tutte non conviene la medesma figura. Tu che sei pel volto insigne, giacerai supina quella che ha bello il tergo, il tergo mostri. Recava Melanion sulle sue spalle le gambe d’Atalanta; se sian belle. Si dee imitare allora un tale esempio. Porti il cavai pìccola donna ; avéa statura immensa la tebana sposa; Suirettoreo cavai però non giacque. Quella che può mostrare un lungo fianco prema con le ginocchia il letto e alquante ritorca la cervice chi le membra Ha giovanili, e senza macchie il seno mentre l’uomo sta in piedi, ella corcata giaccia obliqua sul letto nè già turpe Credete scioglier qual Baccante il crine. XeSpoifk tsUoa 4fl4rQmcé mQglk E ondeggiando i capei, piegate il collo. Tu pure, a cui la pronuba Lucana macchiò il ventre di rugh, imita il l’arte Quando combatte sul cavai fugace, Ben mille son di Venere le foggie, ma la piò facil, di minor fatica È quella, in cui semisupina giace Sul destro fianco, I Tripodi febei, O il cornigero Ammon cosa piò vera Non conteran di quel che or la mia Musa- se Parte, che ci costa un lungo studio, merita fè, credete, ancor che i carmi Nostri eccedano forse ogni credensà Venere abbrugi le'midolle e l’ossa delle donne, e sia caro ad ambedue Lo scambievol piacer. Un mormorio dolce, e parole lunsinghiere e grate non manchino, nè tacita si stia in mezzo ascari scherzi unqua la donna, tu, cui d’amor negò natura il gaudio, finger lo devi con mendace suono; Lucina è un nome di Giunone, la quale presiede a matrìmon) ed apparti, i Greci dopo d^ a^er ointo i Persiani nella battaglia di Platea, levarono una decima suUe spoglie per fare un Tripode d’oro eonsagrato ad Apollo, Ateneo lo chiama il tripode della verità perchè si ritrovavano verissimi gl’oracoli di questo dio, Ammone è un soprannome di Giove, Quinto Curzio fa menzione del magnifico Tempio che gli fu edificato nella Libia, La sua statua avea la figura d’a- liete, e però si chiama cornigero Ammone. Dava essa de certi oracoli a chi la consultava, ed era a guisa d’un automa, che crollava la testa per additare a sacerdoti la strada, che dovean fare quando la portavano in processione. Ben infelice e miseranda donna È quella, che a sa stessa ìnntil tragga unutile pèr l’uomo i giorni suoi. Mentre e#ò fingerai, che non ti scofira Cerca, é col moto, fin con gl’occhi stessi procura d’ingannar. Faccian palese un frequente respiro e dolci accenti quello che giova. Termini novelli Sa la donna inventare in quegristanti quella, che chiede dopo il gaudio i doni, non sia molesta almen con le preghiere. Nè il pieno giorno introdurrai nel talamo chè giova a voi tener del corpo vostro molte cose celate. Ha fine il gioco. È tempo ornai di scendere da’Oigni che sul collo guidaro il nostro cocchio, e come fero i giovanetti un giorno, così la turba delle donne scrìva sulle spoglie, Nason ci fu maestro. Gianni Carchia. Keywords: ars amandi, erotica, il bello, la comunicazione dei primitivi, Ovidio, arte amatoria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carchia” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cardano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del valore civico di Melanippo -- Caritone -- the tasteful Milanese maschi – prospero – scuola di Pavia – filosofia pavese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pavia). Filosofo pavese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “I’m sure Cardano does not mean chance by aleae! It’s a Roman notion, not an Arabic one!” Grice: “Cardano is a fascinating philosopher, but then so is I [sic]!” Grice: “My faavourite philosophical topic by Cardano is what he calls, well, his Italian translators call – recall that Italian philosophy is written in the ‘learned’! – ‘gioco d’azzardo’, ludo alaea – which is what conversation is – what is conversation is not a game of azzardo? But Cardano also refutes all that Malcolm says about ‘dreaming,’ never mind Freud – Italians are obsessed with a male sleeping: Rinaldo, Tasso, Botticelli (“sleeping Mars”), not to mention the search for the Etruscan equivalent to ‘oneiron,’ the god – one of my most precious souvenirs is a little medal of Cardano: not so much for his very Roman nose (charming as it is) but for the backside, which represents Oneiron, indeed, aong the ladies!” Poliedrica figura del Rinascimento. Riconosciuto come il fondatore della probabilità, coefficiente binomiale e teorema binomial. A lui si deve anche la parziale invenzione dell’ implicatura e della serratura, della sospensione cardanicache permette il moto libero, ad esempio, delle bussole nautiche ed è alla base del funzionamento del giroscopioe della riscoperta del giunto cardanico. Animos scio esse immortales, modum nescio. So che l'anima è immortale, ma non ho capito come funzioni la cosa. Figlio del nobile Fazio, un giurista esperto nella matematica tanto da essere consultato da da Vinci su alcuni problemi di geometria.  Fazio conobbe a Milano la vedova, madre di tre figli, Chiara Micheri (o de Micheriis) di cui s'innamora iniziando con questa, che vive con la famiglia del defunto marito, una relazione clandestina che porta al concepimento di un quarto figlio. Per non essere coinvolto nello scandalo prega un suo amico di Pavia, il patrizio Isidoro Resta, affinché assumesse Chiara come governante nella sua casa. Prima che lei partorisse, i suoi tre figli morirono quasi contemporaneamente di peste e lei tenta allora di abortire, senza riuscirci, del nascituro che ebbe il nome di Gerolamo e che lasciò scritto nella sua autobiografia. Dopo che mia madre tenta senza risultato dei preparati per abortire, vengo alla luce a Pavia. Come morto, infatti, sono nato, anzi sono stato strappato al suo grembo, con i capelli neri e ricciuti. Il bambino contrasse la peste dalla sua balia, che ne morì, e fu allevato da altre nutrici. E trasferito a Milano dal padre che anda ad abitare con lui solo quando ha solo sette anni, età in cui prese ad accompagnare il padre nei suoi viaggi d'affari. Essendo delicato di salute, si ammala gravemente. Solo dopo una lunga convalescenza poté riprendere a viaggiare con il padre dedicandosi nel frattempo agli studi di filosofia, nei quali ha modo di eccedere per le sue doti quando puo iscriversi a Pavia e Mantova per studiare filosofia, contrariamente ai desideri del padre che avrebbe preferito avviarlo agli studi giuridici.  Lasciata Milano in preda alla peste e sconvolta dalla guerra francese, si trasfere a Padova e si laurea a Venezia. E oggetto dell'astio che molti tutori hanno nei confronti di quello tutee geniale ma dal carattere scontroso e talora offensive. Sono poco rispettoso e non ho peli sulla lingua, soprattutto mi lascio trascinare dall'ira, al punto che poi mi dispiace e me ne vergogno. Riconosco che tra i miei vizi ce n'è uno molto grande e tutto particolare: quello di non riuscire a trattenermianzi ne gododal dire a chi mi ascolta ciò che gli risulta sgradevole udire. Persevero in questo difetto coscientemente e volontariamente, pur sapendo quanti nemici da solo mi abbia procurator. Nel frattempo a Milano e morto il padre che ha regolarizzato la sua convivenza sposando la madre del filosofo.  Non potendo tornare a Milano per l'epidemia e la guerra, prese dimora a Piove di Sacco. Esercita la sua professione a Gallarate. Ottenne la cattedra per l'insegnamento della filosofia presso le scuole Piattine di Milano, dove aveva insegnato anche il padre. La sua fama di esperto dottore si accrebbe per aver risanato alcuni membri della famiglia Borromeo. Dovette rifiutare alcuni incarichi di prestigio perché non retribuiti fino a quando e ammesso nel Collegio dei medici di Milano. Accetta di ricoprire la cattedra di filosofia a Pavia, rifiutando le offerte che gli venivano reiterate dal papa Paolo III. Cura, con esiti positivi, l'arcivescovo di Edimburgo John Hamilton, malato d'asma. Intuì probabilmente la natura allergica della malattia proibendo a Hamilton di usare cuscini e materassi di piume. Per aumentare la sua fama volle fare l'oroscopo all'arcivescovo e al re, e lesse nelle stelle un futuro radioso per entrambi. Hamilton fu impiccato quasi subito dai riformatori. Il re muore di tubercolosi. Rifiuta le prestigiose e ben retribuite offerte del re di Francia e della regina di Scozia.  Colpito da un doloroso avvenimento riguardante il figlio Giovanni Battista, medico anche lui, che, nonostante gli avvertimenti del padre, aveva voluto sposare una donna povera e di cattivi costume. Per necessità economiche il figlio coabita dai parenti della moglie avviando una convivenza caratterizzata dalla nascita successiva di tre figli e da continui litigi dovuti anche alle infedeltà della moglie che egli decise di uccidere, con la complicità di una serva, facendole mangiare una focaccia avvelenata con l'arsenico. Arrestato subito per uxoricidio, il figlio confessa il delitto e dopo un veloce processo, nonostante la difesa con tutti i mezzi messa in atto dal padre, fu condannato alla decapitazione. Gerolamo, convinto che la durezza della condanna fosse dovuta all'invidia dei suoi colleghi, per sfuggire alle malevole voci che lo accusavano di intrattenere rapporti illeciti con i suoi tutee, si trasfere a Bologna. Venne ulteriormente amareggiato dalla condotta scapestrata del figlio Aldo che lo diffama per tutta la città e che arriva a derubarlo così che il padre dovette denunciarlo alle autorità che espulsero il figlio dal territorio bolognese. A questa disgrazia si aggiunse inaspettata la notizia che si stava preparando contro di lui un'accusa di eresia tanto che il cardinale Giovanni Morone gli consigliò di lasciare il pubblico insegnamento della filosofia. Questa misura prudenziale non valse però a salvare Gerolamo che fu arrestato per eresia assieme al suo tutee Rodolfo Silvestri che non volle abbandonare il tutore. Non si conoscono le accuse che gli erano rivolte dall'Inquisizione. Tuttavia si era distinto per una certa imprudenza nei confronti della Chiesa, governata dal severo Papa Pio V, per aver compilato un oroscopo di Gesù, la cui vita così sarebbe stata decisa dalle stelle, scritto l'encomio di Nerone, persecutore dei cristiani, e soprattutto per i suoi confidenziali rapporti con i circoli protestanti frequentati dal suo tuteei, dal genero e dall'editore e tipografo dei suoi libri. Nonostante le testimonianze a suo favore di quasi tutti i suoi tutee, C. fu messo in carcere e poi agli arresti domiciliari sino a quando la Sacra Congregazione tramite l'inquisitore di Bologna gli impose la professione dell'abiura prima in forma grave (de vehementi) coram populo e successivamente in forma meno infamante (coram congregationem). Si sottopose docilmente alla abiura promettendo in una lettera a papa Pio V di non insegnare più pubblicamente filosofia (la cattedra all'università gli era stata intanto tolta) e di non pubblicare altre opere.  Lasciata Bologna Cardano si trasfere, sotto la diretta protezione di Pio V, a Roma dove fu ben accolto ma gli fu negata una pensione che gli fu invece assegnata da Gregorio XIII che era stato suo tutee a Bologna..E ammesso al Collegio romano. Si dedica alla composizione della sua autobiografia De vita propria. Il punto focale della sua filosofia è il concetto rinascimentale di “uomo universale" che dà alla sua ricerca della verità un contenuto enciclopedico. Scrive più di duecento opere che solo in parte furono pubblicate nel XVI secolo e che, altrettanto parzialmente, confluirono nei dieci volumi della monumentale “Opera omnia” dove si trattano temi di metafisica, omosessualita, mascolinita, il machio, il maschile, la medicina, scienze naturali, matematica, astronomia, scienze occulte, tecnologia. Egli, che si occupa anche della interpretazione dei sogni, della chiromanzia, della numerologia, del paranormale rende difficile distinguere nella sua filosofia il contenuti moderno del sapere dalle tradizioni metafisiche e magiche del passato. Vuole arrivare a una sistemazione unitaria della molteplicità dei saperi così che la nostra incerta conoscenza eviterebbe la confusione se potesse discendere dall'uno ai molti. Ma questo obiettivo, di origine neo-platonica, sfugge però all'uomo il quale allora è preferibile che occupi il suo intelletto in quei campi dove riesce, quasi come un dio creatore o ‘genitore’ – o ingegnero, a fare le cose. Questo avviene nell’aritmetica che si incarna nell'esperienza in un rapporto astratto-concreto la cui definizione ancora non è in grado di elaborare  Dopo aver analizzato nel “De subtilitate” i molteplici principi delle cose naturali e artificiali, si rivolge allo studio di tutto l'universo e delle sue parti (De rerum varietate), che concepisce come legate da sim-patia (attrazione) e anti-patia (repulsione) fra gli astri e l'uomo) e connessioni che consentono al filosofo, che conosce il linguaggio della natura e gli effetti degli influssi astrali sulla vita sessuale umana, di compiere quei "miracoli naturali" che sono le magie, di elaborare previsioni astrologiche e di stendere gli oroscopi delle religioni come quello dedicato a Cristo.  Il contributo in matematica  Noto soprattutto per i suoi contributi all'aritmetica, pubblica le soluzioni dell'equazione cubica e dell'equazione quartica nella sua “Ars magna”. Parte della soluzione dell'equazione cubica gli era stata comunicata da Tartaglia. Successivamente questi sostenne che C. aveva giurato di non renderla pubblica e di rispettarla come di sua origine. Si avvia così una disputa che dura un decennio. C. sostenne di averne pubblicato il testo solo quando era venuto a sapere che il Tartaglia avrebbe appreso la soluzione dalla voce dal bolognese Scipione del Ferro. La soluzione di Tartaglia, pur essendo successiva a quella di Scipione Dal Ferro (comunque mai pubblicata), risulta essere indipendente da questa. La soluzione della equazione cubica è detta comunque di C.-Tartaglia. L'equazione quartica venne invece risolta da Lodovico Ferrari, un tutee di C.. Nella prefazione dell'“Ars Magna” vengono accreditati sia Tartaglia che Ferrari. Nei suoi sviluppi delle soluzioni occasionalmente si serve del concetto di numero complesso, ma senza riconoscerne l'importanza come invece saprà fare Bombelli. Nell'ambito della scienza medica, l'esempio di Vesalio, che negli stessi anni aveva contestato l'anatomia galenica, spinse C. a definire Galeno un cattivo interprete di Ippocrate. Le sue critiche a Galeno erano comunque presentate come parte integrante di un tentativo di recuperare una tradizione ancora più antica e, si presumeva, più autentica. Fu il primo a descrivere la febbre tifoide. Venne invitato in Scozia a curare l'Arcivescovo di Sant'Andrea che soffe di asma probabilmente d'origine allergica. Seguendo i precetti di Maimonide riusce a guarirlo utilizzando delle cure modernissime per l'epoca: eliminare piume e polvere e mantenere una dieta controllata. Al ritorno dalla Scozia si ferma a Londra, dove incontrò il re d'Inghilterra per il quale redasse un oroscopo secondo il quale prospetta Edoardo VI una lunga vita seppure turbata da alcune malattie. La sua fama di si diffuse in Inghilterra tanto da interessare Shakespeare che nella "Tempesta" rappresenta un personaggio molto simile a C. ed inoltre una prova della sua perdurante popolarità può essere vista nel fatto che un’edizione del suo ‘De Consolatione’ è proprio il libro che Amleto tiene in mano quando recita il suo celeberrimo monologo ‘Essere o non essere’. De subtilitate e il libro che Amleto tiene in mano all'inizio del secondo atto, quando Polonio gli domanda cosa stia leggendo e lui risponde: "parole, parole, parole". Progetta inoltre svariati meccanismi tra i quali:  la serratura a combinazione; la sospensione cardanica, consistente in tre anelli concentrici collegati da snodi, in grado di ospitare una bussola o un giroscopio, garantendo la libertà di movimento dello strumento; il giunto cardanico, dispositivo che consente di trasmettere un moto rotatorio da un asse a un altro di diverso orientamento e viene tuttora usato in milioni di veicoli. Ma pare fosse già conosciuto, anche se porta il suo nome perché appare nella sua opera De Rerum Varietate  in una illustrazione navale. L'invenzione di questo tipo di giunto in realtà risale almeno al III secolo a.C., ad opera di scienziati greci come Filone di Bisanzio, che nella sua opera Belopoiika lo descrive chiaramente. Egli dette svariati contributi anche all'idrodinamica. Sostene l'impossibilità del moto perpetuo, con l'eccezione dei corpi celesti. Pubblica anche due opere enciclopediche di scienze naturali che contengono un'ampia varietà di invenzioni, fatti ed enunciati afferenti all'occultismo e alla superstizione: il De Subtilitate e successivamente il De Varietate. Introdusse la griglia cardanica, un procedimento crittografico.A Cardano è attribuito anche il gioco rompicapo descritto nel De subtilitate, ma probabilmente risalente a un periodo più antico, chiamato Gli anelli di C.. Altre opere: Della sua vita avventurosa e molto travagliata, rimane testimonianza nella sua autobiografia. Ebbe spesso problemi di denaro e per cavarsela si dedicò ai giochi d'azzardo per i quali ha una vera passione di cui si pente. Così ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro. (zeugma – segnato da ‘dilapidare’ – denaro, dilapidare il suo tempo, dilapidare la sua reputazione. Pubblica un saggio sulle probabilità nel gioco, “De ludo aleae” che contiene la prima trattazione sistematica della probabilità, insieme a una sezione dedicata a metodi per barare efficacemente. Oltre alla produzione dialettica, di carattere più strettamente filosofico sono invece il De subtilitate e il De rerum varietate, ampie raccolte delle sue osservazioni empiriche e delle sue speculazioni occultistiche.  Della sua produzione filosofica sterminata possono considerarsi come le opere più importanti:  De malo recentiorum medicorum usu libellus, Venezia (medicina). Practica arithmetice et mensurandi singularis, Milano. Artis magnae sive de regulis algebraicis liber unus (conosciuta anche come Ars magna), Nuremberg. De immortalitate. Opus novum de proportionibus. Contradicentium medicorum. De subtilitate rerum, Norimberga, editore Johann Petreius (fenomeni naturali). De libris propriis, De restitutione temporum et motuum coelestium; De duodecim geniturarum -- commento astrologico a dodici nascite illustri. De rerum varietate, Basilea, editore Heinrich Petri. Fenomeni naturali. De signo. De causis, signis, ac locis Morborum. Bologna. Opus novum de proportionibus numerorum, motuum, ponderum, sonorum, aliarumque rerum mensurandarum. Item de aliza regula, Basilea (matematica). De vita propria. Proxeneta  (politica).  Metoscopia libris tredecim, et octingentis faciei humanae eiconibus complexa, Liber de ludo aleae, postumo (probabilità). Le sue opere vennero raccolte e pubblicate a Lione  in 10 volumi. L’Encomio di Nerone. A lui è dedicato il cratere lunare Cardano e un asteroide. È intitolato a lui l'Istituto  "G. C." della sua città natale, nel cui cortile interno è posta una scultura che rappresenta il giunto cardanico, nonché infine l'omonimo collegio universitario pavese.  La blockchain "Cardano" (ADA) prende il suo nome, in quanto basata su un approccio scientifico e matematico. Della mia vita. Somniorum synesiorum omnis generis insomnia explicantes (Basilea). tti del Convegno, Castello Visconti di San Vito, Somma Lombardo, Varese ed. Cardano); Università Bocconi. Equazione di terzo grado"  Il Rinascimento. Omeopatia e allergie, Tecniche Nuove); Cardano, Edizioni Cardano, Il Prospero della "Tempesta”  somiglia tanto a Cardano in Corriere. La tecnologia scientifica, in La rivoluzione dimenticata: il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli Editore); Il libro della mia vita, Cerebro editore); Della mia vita, Alfonso Ingegno, Serra e Riva editori, Milano). La formula segreta. Il duello matematico che infiammò l'Italia del Rinascimento. ileae, per Ludouicum Lucium); “De propria vita” (Milano, Sonzogno). Lugduni, sumptibus Ioannis Antonii Huguetan et Marci Antonii Ravaud. Aforismi (Milano, Xenia). Palingenesi. Dizionario biografico degli italiani. Il filosofo quantistico. L’avventure di Cardano, filosofo e giocatore d'azzardo (Bollati Boringhieri, Torino Edizione); “La mia vita” (Milano, Luni). Che sfortuna essere un genio. Indice delle Opera omnia Volume 1  Frontespizio  Lettera dedicatoria  Praefatio  Vita C. per Gabrielem Naudaeum  Testimonia  Elenchus generalis  Index librorum tomi primi  Previlege du roy 1De vita propria. De libris propriis. De Socratis studio. Oratio ad I. Alciatum Cardinalem sive Tricipitis Geryonis aut Cerberi canis. Actio in Thessalicum medicum. Neronis encomium. Podagrae encomium. Mnemosynon. De orthographia De ludo aleae  De uno Hyperchen. Dialectica Contradictiones logicae Norma vitae consarcinata, sacra vocata Proxeneta De praeceptis ad filios De optimo vitae genere De sapientia De summo bono De consolatione Dialogus Hieronymi Cardani et Facii C. ipsius patris Dialogus Antigorgias seu de recta vivendi ratione Dialogus Tetim seu de humanis consiliis Dialogus Guglielmus seu de morte De minimis et propinquis Hymnus seu canticum ad Deum De utilitate ex adversis capienda De natura Theonoston seu de tranquilitate Theonoston seu de vita producenda Theonoston seu de animi immortalitate Theonoston seu de contemplatione Theonoston seu hyperboraeorum historia De immortalitate animorum De secretis De gemmis et coloribus De aqua De vitali aqua seu de aethere De aceti natura Problemata Se la qualità può trapassare di subbietto in subbietto Discorso del vacuo  De fulgure De rerum varietate De subtilitate In calumniatorem librorum de subtilitate (Archivio)  Indice rerum De numerorum proprietatibus Practica arithmeticae Libellus qui dicitur, Computus minor Ars magna Ars magna arithmeticae  De aliza regula Sermo de plus et minus Geometriae encomium Exaereton mathematicorum De proportionibus Operatione della linea Della natura de principii et regole musicali De restitutione temporum et motuum coelestium De providentia ex anni constitutione Aphorismorum astronomicorum segmenta septem In Cl. Ptolemaei de astrorum iudiciis De septem erraticarum stellarum qualitatibus atque viribus. De iudiciis geniturarum De exemplis centum geniturarum Geniturarum exempla  De interrogationibus De revolutionibus De supplemento almanach Somniorum synesiorum Astrologiae encomium Medicinae encomium De sanitate tuenda Contradicentium medicorum De usu ciborum De causis, signis ac locis morborum De urinis Ars curandi parva De methodo medendi De cina radice De sarza parilia Disputationes per epistolas liber unus De venenis In librum Hippocratis de alimento commentaria In librum Hippocratis de aere, aquis et locis commentaria In septem aphorismorum Hippocratis commentaria In Hippocratis coi prognostica commentaria In librum Hippocratis de septimestri partu commentaria Examen aegrorum Hippocratis Consilia De dentibus De rationali curandi ratione De facultatibus medicamentorum De morbo regio De morbis articularibus Floridorum libri sive commentarii in Principem Hasen Avicenna  Vita Ludovici Ferrarii Vita Andreae Alciati De arcanis aeternitatis  (Archivio) Politices seu Moralium liber unus Elementa Graeca inventione De naturalibus viribus De musica Artis arithmeticae tractatus de integris (Archivio) 10.8Expositio Anatomiae Mundini In libros Hippocratis de victu in acutis commentariaIn libros epidemiorum Hippocratis commentaria De epilepsia De apoplexia De humanis civilibus successionibus (Paralipomena)  De humana perfectione (Paralipomena) Peri thaumason seu de admirandis Paralipomena De dubiis naturalibus (Paralipomena) De rebus factis raris et artificiis  humana compositione naturalium De mirabilibus morbis et symptomatibus (Paralipomena) De astrorum et temporum ratione et divisionibus Paralipomena De mathematicis quaesitis Paralipomena Historiae lapidum, metallicorum et metallorum (Paralipomena) Historiae animalium Historiae plantarum De anima De dubiis ex historiis (Paralipomena) De clarorum virorum vita et libris (Paralipomena) De hominum antiquorum illustrium iudicio. De usu hominum et dignotione eorum, tum cura et errore. De sapiente (Paralipomena.  De vita propria. De libris propriis. De Socratis studio. Oratio ad I. Alciatum Cardinalem sive Tricipitis Geryonis aut Cerberi canis. Actio in Thessalicum medicum. Neronis encomium. Podagrae encomium. Mnemosynon. De orthographia. De ludo aleae. De uno. Hyperchen. Dialectica. Contradictiones logicae. Norma vitae consarcinata, sacra vocata. Proxeneta. De praeceptis ad filios. De optimo vitae genere. De sapientia. De summo bono. De consolatione. Dialogus Hieronymi Cardani et Facii Cardani ipsius patris. Dialogus Antigorgias seu de recta vivendi ratione. Dialogus Tetim seu de humanis consiliis. Dialogus Guglielmus seu de morte. De minimis et propinquis. Hymnus seu canticum ad Deum. De utilitate ex adversis capienda. De natura. Theonoston seu de tranquilitate. Theonoston seu de vita producenda. Theonoston seu de animi immortalitate. Theonoston seu de contemplatione. Theonoston seu hyperboraeorum historia. De immortalitate animorum. De secretis. De gemmis et coloribus. De aqua. De vitali aqua seu de aethere. De aceti natura. Problemata. Se la qualità può trapassare di subbietto in subbietto. Del vacuo. De fulgure. De rerum varietate. De subtilitate. In calumniatorem librorum de subtilitate. De numerorum proprietatibus. Practica arithmeticae. Libellus qui dicitur, Computus minor. Ars magna. Ars magna arithmeticae. De aliza regula. Sermo de plus et minus. Geometriae encomium. Exaereton mathematicorum. De proportionibus. Operatione della linea. Della natura de principii et regole musicali. De restitutione temporum et motuum coelestium. De providentia ex anni constitutione. Aphorismorum astronomicorum segmenta septem. In Cl. Ptolemaei de astrorum iudiciis. De septem erraticarum stellarum qualitatibus atque viribus. De iudiciis geniturarum. De exemplis centum geniturarum. Geniturarum exempla. De interrogationibus. De revolutionibus. De supplemento almanach. Somniorum synesiorum. Astrologiae encomium. Medicinae encomium. De sanitate tuenda. Contradicentium medicorum. De usu ciborum. De causis, signis ac locis morborum. De urinis. Ars curandi parva. De methodo medendi. De cina radice. De sarza parilia. Disputationes per epistolas. De venenis. In librum Hippocratis de alimento commentaria. In librum Hippocratis de aere, aquis et locis commentaria. In septem aphorismorum Hippocratis commentaria. In Hippocratis coi prognostica commentaria. In librum Hippocratis de septimestri partu commentaria. Examen XXII. aegrorum Hippocratis. Consilia. De dentibus. De rationali curandi ratione. De facultatibus medicamentorum. De morbo regio. De morbis articularibus. Floridorum libri sive commentarii in Principem Hasen (Avicenna). Vita Ludovici Ferrarii. Vita Andreae Alciati. De arcanis aeternitatis. Politices seu Moralium. Elementa Graeca. De inventione. De naturalibus viribus. De musica. Artis arithmeticae tractatus de integris. Expositio Anatomiae Mundini. In libros Hippocratis de victu in acutis commentaria. In libros epidemiorum Hippocratis commentaria. De epilepsia. De apoplexia. Paralipomena. De humanis civilibus successionibus. De humana perfectione. Peri thaumason seu de admirandis. De dubiis naturalibus. De rebus factis raris et artificiis. De humana compositione naturalium. De mirabilibus morbis et symptomatibus. De astrorum et temporum ratione et divisionibus. De mathematicis quaesitis. Historiae lapidum, metallicorum et metallorum. Historiae animalium. Historiae plantarum. De anima. De dubiis ex historiis. De clarorum virorum vita et libris. De hominum antiquorum illustrium iudicio. De usu hominum et dignotione eorum, tum cura et errore. De sapiente. Melanippus and Chariton Italy Greek athletes Lovers separator. Hieronymus the peripatetic says that the loves of youths used to be much encouraged, for this reason, that the vigour of the young and their close agreement in comradeship have led to the overthrow of many a tyranny. For in the presence of his favorite a lover would rather endure anything than earn the name of coward; a thing which was proved in practice by the Sacred Band, established at Thebes under Epaminondas; as well as by the death of the Pisistratid, which was brought about by Harmodius and Aristogeiton. "And at Agrigentum in Sicily the same was shown by the mutual love of Chariton and Melanippus - of whom Melanippus was the younger beloved, as Heraclides of Pontus tells in his Treatise on Love. For these two having been accused of plotting against Phalaris, and being put to torture in order to force them to betray their accomplices, not only did not tell, but even compelled Phalaris to such pity of their tortures that he released them with many words of praise. Whereupon Apollo, pleased at his conduct, granted to Phalaris a respite from death; and declared the same to the men who inquired of the Pythian priestess how they might best attack him. He also gave an oracular saying concerning Chariton - 'Blessed indeed was Chariton and Melanippus, Pioneers of Godhead, and of mortals the one most beloved. M/M: Chariton and Melanippus, Blessed Pair: Athenaeus, Deipnosophistae. Like the Athenian couple Harmodius and Aristogeiton, the couple Melanippus and Chariton are also seen as symbols of political freedom. Felix et Chariton et Melanippus erat, mortalium genti auctores coelestis amoris. εὐδαίμων Χαρίτων καὶ Μελάνιππος ἔφυ, θείας ἁγητῆρες ἐφαμερίοις φιλότατος. Athenaeus, Deipnosophistae; Tr. into Latin by Iohannes Schweighaeuser Chariton et Melanippus were blessed;  Pinnacle of holy love on earth. ATHENAEUS MAP: Name: Athenaeus Works: Deipnosophists    REGION  4  Region 1: Peninsular Italy; Region 2: Western Europe; Region 3: Western Coast of Africa; Region 4: Egypt and Eastern Mediterranean; Region 5: Greece and the Balkans BIO:  Timeline: Athenaeus was a scholar who lived in Naucratis (modern Egypt) during the reign of the Antonines. His fifteen volume work, the Deipnosophists, are invaluable for the amount of quotations they preserve of otherwise lost authors, including the poetry of Sappho. ROMAN GREEK LITERATURE  ARCHAIC; GOLDEN AGE; HELLENISTIC; ROMAN; POST CONSTANTINOPLE; BYZANTINE:M/M: Melanippus and Chariton, Two Lovers of Freedom Athenaeus, Deip.  Like the Athenian couple Harmodius and Aristogeiton, the couple Melanippus and Chariton are also seen as symbols of political freedom. ut ait Heraclides Ponticus in libro De Amatoriis. Hi [Melanippus et Chariton] igitur deprehensi insidias struxisse Phalaridi, et tormentis subiecti quo coniuratos denunciare cogerentur, non modo non denuntiarunt, sed etiam Phalarin ipsum ad misericordiam tormentorum commoverunt, ut plurimum collaudatos dimitteret.   ὥς φησιν Ἡρακλείδης ὁ Ποντικὸς ἐν τῷ περὶ Ἐρωτικῶν, οὗτοι φανέντες ἐπιβουλεύοντες Φαλάριδι καὶ βασανιζόμεναι ἀναγκαζόμενοί τε λέγειν τοὺς συνειδότας οὐ μόνον οὐ κατεῖπον, ἀλλὰ καὶ τὸν Φάλαριν αὐτὸν εἰς ἔλεον τῶν βασάνων ἤγαγον, ὡς ἀπολῦσαι αὐτοὺς πολλὰ ἐπαινέσαντα. Athenaeus, Deipnosophistae; Tr. in to Latin by Iohannes Schweighaeuser. According to The Lovers by Heraclides of Pontus, [Melanippus and Chariton] were caught plotting against Phalaris. Even when they were tortured to provide the names of their accomplices, they refused. Moreover, their plight moved Phalaris’ sympathy to such an extent that he praised them and released them. ATHENAEUS  MAP:  Name:  Athenaeus Works:  Deipnosophists REGION 4 Region 1: Peninsular Italy; Region 2: Western Europe; Region 3: Western Coast of Africa; Region 4: Egypt and Eastern Mediterranean; Region 5: Greece and the Balkans BIO:  Timeline: Athenaeus was a scholar who lived in Naucratis (modern Egypt) during the reign of the Antonines. His fifteen volume work, the Deipnosophists, are invaluable for the amount of quotations they preserve of otherwise lost authors, including the poetry of Sappho.  ROMAN GREEK LITERATURE  ARCHAIC; GOLDEN AGE; HELLENISTIC; ROMAN; POST CONSTANTINOPLE; BYZANTINE. KrisArmodio, che viene riparato dal braccio sinistro del compagno più adulto. Quel gesto inavvertito o solo genericamente descritto dalle letture critiche, tese più che altro alla considerazione dei principali contenuti politico-encomiastici del gruppo si fa segno leggibile invece di una categoria interiore trasversale a tutte le epoche e alle geografie e tanto presente nello spirito antico quanto nel nostro: l'omoaffettività. Un uomo della fine del VI secolo a.C., chiamato Aristogitone, che aveva affrontato un rivale, oggi potrebbe chiamarsi Marco, Francesco o Giovanni, e compiere un medesimo atto, allungando poi un braccio come uno scudo su altri Armodio, dai nomi di Mario, Alessandro e Franco, per la reciprocità, l'attaccamento, il calore e il mutuo soccorso che il sentimento di essere in due sempre realizza. Quel gesto del braccio, inventato da Nesiotes e Kritios, fissa dentro un modello di valore civico per la retorica libertaria il segno di un amore.  Armodio e Aristogitone tirannicidi ateniesi Lingua Segui Modifica Armodio e Aristogitone (in greco antico: Ἁρμόδιος, Harmódios e Ἀριστογείτων, Aristoghéitōn) furono gli ateniesi tirannicidi che cercarono di porre termine al potere personale della famiglia di Pisistrato.   Statua di Armodio e Aristogitone, Napoli. Copia romana di originale greco perduto Sono noti come "i tirannicidi" per antonomasia, che assassinarono il tiranno di Atene Ipparco, ma vennero a loro volta uccisi dal fratello di costui, Ippia.  AntefattoModifica Pisistrato riuscì nel 534 a.C., dopo vari tentativi (meno riusciti) negli anni precedenti, approfittando delle tensioni che laceravano la città di Atene, ad assumere su di essa un potere personale. Pisistrato fu un tiranno,[1] prese il potere con la forza, ma, a giudizio unanime degli storici, fra i quali Erodoto, Tucidide e Aristotele, non ne abusò per modificare le istituzioni di cui la città disponeva e governò più da cittadino che da tiranno.  Quando morì, i suoi figli Ippia e Ipparco gli succedettero. Ippia, il figlio maggiore, tese a continuare nella politica paterna, mentre Ipparcoebbe un ruolo minore nella tirannide, ma l'atteggiamento del regime mutò profondamente in seguito alla fallita cospirazione.  I fatti si svolsero a quattordici anni dalla morte di Pisistrato. Tucidide racconta che a far scattare la messa in atto della congiura vi furono motivi personali di tipo sentimentale. Ipparco s'invaghisce del giovane Armodio che, secondo quanto racconta lo storico Tucidide, "era allora nel fiore della bellezza giovanile", dal che si deduce che doveva avere 15 anni. Armodio era l'eromenos(giovane amante) di Aristogitone, descritto da Tucidide come "un cittadino di mezza età" - probabilmente aveva 35 anni - e appartenente ad una delle vecchie famiglie aristocratiche.  Le relazioni sessuali fra un uomo più anziano (l'erastès) e un giovane non erano di costume sanzionate ad Atene ed altre città greche, sebbene tali rapporti non fossero omosessuali nel moderno senso della parola, ma pederastici. Certe relazioni erano governate da severe convenzioni, e le azioni di Ipparco per cercare di rubare l'eromenos di Aristogitone erano un deciso affronto alle regole (Tucidide dice aspramente che Aristogitone "era il suo amante e lo possedeva").  Armodio rifiutò Ipparco e raccontò ad Aristogitone cos'era successo. Ipparco, rifiutato, si vendicò ottenendo che la giovane sorella di Armodio fosse esclusa dalla cerimonia di offerta alle feste Panateneeaccusandola di non essere sufficientemente nobile. Questa offesa fu così grande per la famiglia di Armodio che egli decise di assassinare, con la complicità di Aristogitone, sia Ippia che Ipparco e rovesciare la tirannia.  L'uccisione di IpparcoModifica Il piano - che doveva essere portato a termine con pugnali nascosti nelle corone di mirto cerimoniali - coinvolgeva anche un certo numero di cospiratori, ma vedendo uno di questi salutare amichevolmente Ippia il giorno fissato, i Tirannicidi pensarono di essere stati traditi ed entrarono subito in azione, senza rispettare l'ordine che si erano dati. Riuscirono così ad uccidere Ipparco, pugnalandolo a morte mentre stava organizzando le processioni delle Panatenee ai piedi dell'Acropoli, ma perirono per mano delle guardie del tiranno senza scatenare ribellioni.  Aristotele, nella Costituzione degli Ateniesi, tramanda una tradizione che vede la morte di Aristogitone avere luogo solo dopo una tortura volta alla speranza che questi indicasse il nome degli altri cospiratori. Durante la sua agonia, personalmente sovrintesa da Ippia, questi finse benevolenza affinché egli tradisse i suoi cospiratori, sostenendo che la sola stretta di mano del tiranno sarebbe bastata per garantirgli la salvezza. Nel ricevere la mano di Ippia si dice che Aristogitone l'abbia criticato per aver stretto la mano dell'assassino di suo fratello, al che il tiranno cambiò immediatamente idea e lo uccise sul posto.  Allo stesso modo, una tradizione dice che Aristogitone fosse innamorato di una etera dal nome di Leaena(leonessa) che era ugualmente tenuta in tortura da Ippia - in un vano tentativo di costringerla a divulgare i nomi degli altri cospiratori - finché questa morì. Si diceva che era in suo onore che le statue ateniesi di Afrodite furono da allora accompagnate da leonesse [secondo Pausania].  L'assassinio del fratello portò Ippia a stabilire una dittatura ancora più severa che fu molto impopolare e che venne rovesciata, con l'aiuto di un esercito proveniente da Sparta, nel 510 a.C. Questi eventi furono seguiti dalle riforme di Clistene, che stabilì in città la democrazia.  La fama successivaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Gruppo dei Tirannicidi. La mitologia successiva venne così ad identificare le figure romantiche di Armodio e Aristogitone come martiri della causa della libertà ateniese, e divennero noti come i Liberatori (eleutherioi) e Tirannicidi (tyrannophonoi). Secondo scrittori successivi, ai discendenti di Armodio e Aristogitone furono concessi privilegi ereditari come la sitesis (il diritto di mangiare a spese pubbliche al palazzo del governo cittadino), l'ateleia (esenzione da certi doveri religiosi), e la proedria (posti in prima fila a teatro). Visto che non si sa se Armodio abbia avuto discendenti (è inverosimile che li abbia avuti anche Aristogitone), questa potrebbe essere un'invenzione seguente, ma illustra la loro fama postuma. La storia d’Armodio e Aristogitone, e come venne trattata dai successivi scrittori greci, è dimostrativa dell'attitudine nei confronti dell'omosessualità al tempo. Sia Tucidide che Erodoto dicono che i due erano amanti senza commentare il fatto presumendo la familiarità dei loro lettori con tale pratica sessuale istituzionalizzata senza trovarvi stranezze. Per esempio, il politico Timarco è perseguito per ragioni politiche per il fatto che si è prostituito. L'oratore che lo difende, Demostene, cita Armodio e Aristogitone, così come Achille e Patroclo, come esempi degl’effetti benefici delle relazioni omosessuali. Con la celebre spiegazione di Cornelio Nepote, nel mondo greco vienne chiamato tiranno chi è signore di una città precedentemente libera Voci correlate Omosessualità militare nella Grecia antica Omosessualità nell'Antica Grecia Pederastia greca Tirannide Aristogitone e Armodio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Armodio e Aristogitone, su Enciclopedia Britannica. La storia d’Armodio e Aristogitone. Da: Projet Androphile.  Portale Antica Grecia Portale Biografie Portale LGBT PAGINE CORRELATE Ipparco (tiranno) tiranno di Atene, figlio di Pisistrato  Ippia (tiranno) tiranno di Atene, figlio di Pisistrato Leena di Atene etera ateniese --se Sive Œconomia omnium Operum Hieronymi Cardam, forum. Signum t prifixum, ea denotat, qui modo in Iuccm prodeunt. PHILOLOGICA, Logica, Moralia.Vita propria, Libet. Ephemerus, de Libris proprii». SPe|[)K De Libris propriis, eoruaaquevfu.exeditRovilliji.  ltMriijs De Libris propriis et eorum usu, ex  edit. Henricpetr. V Aeca De Socratis (ludio. Oratio ad Cardinalem Alciatum,  (ive  Tricipitis  Geryonis, aut Canis Cerberi. In Theffalum Medicum, Attio secunda. Encomium  Neronis. Encomium  Podagri.  Mneroofynon. De Orthographia. De  Ludo  alel. DIALETTICA. Contradictiones logici. De  Vno. Hyperchen. Norma viti confarcinata.facra  vocata.  Proxeneta,  feude Prudentia  ciuili. De  Priceptis  ad filios. De Optimovitx genere, De Sapientia. De Summo bono. De Consolatione. Dialogus Hieton. Cardani, et Facij Cardam patri».  Dialogus Antigorgias, feu De retta vivendi ratione. Diaiogus Tetim, feu De humanis confiltii. Dialogus De morte, feo Guglielmus. De Minimis et propinquis. Hymnus, feu Canticum ad Deum, Moralia quidam, Physica. Vtilitate ex adversis capienda. De Natura, Thconofton de Tranquillitate. Dialogus de Vita producenda, feu Thconofton Thconofton. dc  Animi  immortalitate.  Thconofton feu de Contemplatione.  MTheonofton  seu  Hyperboreorum.  De Immortalitate  animorum. De Secretis. De  Gemmis,  et coloribus.   De Aqua. Dc Vitali aqua, seu  aethere. De Aceti natura. Problematum  fc&ionesfcptcm. Discorso del Vacua. Se la qualita puo trapaliare di subbietto in subbietto. Dc fulgure. Physica. De subtilitate. Aftio prima in Calumniatorem librorum dc Subtilitate. DcKcrum varietate. Arithmetica, Geometrica,  Mufua. t 1 A E Numerorum  proprietatibus, Pradtira  Arithmetica. Computus  minor. Artis magnx, sive de Regulis Algebraicis. Liber Artis  magnx, five  quadraginta  capitulorum, Si quadraginta quxftionum. De Aliza regula. Sermo de plus  fcminus. Exxreton mathematicorum. Encomium Geometnx. Operatione della linea, De Proportionibus numerorum, motuum, ponderum, f onorurm, Delia natura deprincipij, e regolo  Muficali. AJlronomica, AJlrologica, Onirocritica, DE Reftitutione temporum et motuum cacleftium. De Prouidentia ex anni conftitutionei Aphorifmotum Aftronomicorum fegmenta feptem. Commemarij in Ptolcmxum, de  Aftrorum  judiciis. De  feptem  Erraticarum  ftellarum  viribus. De  Interrogationibus. De ludiciis geniturarum. De Exemplis cdhtum geniturarum. Liber duodecim genurarum. De Revolutionibus. De fupplemento Alraanach. Somniorum Synefiorum libri. Medicinalium  primus. Ncomiutn Medicini, De Sanitate tuenda. Contradicentium Medicorum Ubii duo, olim' impreffi, nunc audtiores. Contradicentium  Medicorum  Libri  o&opofteriores,  nunc  primum in lucem emergentes. Medicinalium fecundus.  LVfu ciborum. De Causis, Signis, ac locis morborum. De Vrinis. Ars curandi parva. De Methodo medendi, fettiones tres priores.dempta quarta que Confilia quidam  continebat, fuo loco redituta.  De Radice Cina- De Cyna radice, seu de Decodis magnis. De Sarza parilia.  De Oxyinelicis usu in plcuritide. De Venenis Commentarij  in librum  Hippoc. de Alimento. Medicinalium  tertius. Commentarij in librum Hippocr. De Aere, aquis, et locis. Commcntarij in Aphorismos Hippocratis. Conclufiones de Lapidibus Galeni in  explicatione Aphorifmoru. Apologia ad Andream Camutium. Commcncarij in lib. Prognofticorum Hippocrati. Medicinalium quartus  et poliremus. Commentarij  in  lib. Hippocr. De Septiroeftri partui   Examen  agrorum  Hippocr. in Epidem. Lonliha varia partim  edita,  partimhaidenusanecdota. Opufcula  Medica  lenii  ia, (eu  de  dentibus   De  Dentibus, liber cjuintus, seu de morbis articularibus. Floridorum s ive Comtnent. in Principem Hazen.Vita Ludovici Ferranj, et Alciaci. Miscellanea, ex  Fragmentis, et Paralipomenis: L fragmenta.  EArcanis xternitatis,tractatus. Politica, seu Moralium, Laber vnus. Elemehta lingua: Grscx. De Inventione.V.  t De Naturalibus viribus, traftatus. De Musica. De Integris, traftatus Arithmeticus. Expositio Anatomix Mundini-Commentarij in libros Hippocr. de Viftu in acutis. Commentarij in duos libros priores Epidem.Hippocr. De Epilcplia, traftatus. De Apoplexia. PARALlFOMENON Itbri. De humanis ciuilibus fucceffiombus. De humana perfectione. HI. tn«o', feude Admirandis.De dubiis naturalibus, De rebus faftis raris, et  artificits. M.S. De  humana compolitione naturalium. De mirabilibus  morbis  Stfymptomatibus. Deaftrorum et temporum  ratione et divisionibus. De mathematicis quxlitis. Historix lapidum, metallicorum et metallorum. Hiftorix  animalium. Hiftorix  plantarum. De anima. De dubiis ex hiftoris. De clarorum virorum  vita  Selibris. De hominum antiquorum illuftrium judicio. De vfu hominum, et dignotione eorum, tum cura Sc errore. De sapiente. Hieronymus Cardanus. Hieronimo Cardano. Gerolamo Cardano. Keywords: masculinity, machio – maschile, Prospero, De signo, De signis, de Casis, signis, ac locis Morborum, ten volumes of “Opera omnia” analytic index – he wrote about almost everything – including logic, dialettica, metafisica, psicologia, anima, fisionomia, same-sex, he criticised Galenus for not realizing the distinction that at 14, a puer becomes an adolescent – his oeuvre is being examined in masculinity studies – masculinity Italian, Bolognese masculinity. He claimed that Bolognese males were ‘tasteful’ and underrated compared to Milaenese or Florentine males – he lived all over the place – he had many tutees, whose names survive – he was possibly paranoid – Silvestri was his best known tutee –analytic index of “Opera Omnia” --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cardano” – The Swimming-Pool Library.

 

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