Luigi
Speranza -- Grice e Damocle: la ragione
conversazionale e la spada e la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide, a Pythagorean.
Grice: “Not to the confused with the infamous one with the sword.” Damocle.
Luigi
Speranza -- Grice e Damone: la ragione conversazionale all’isola con Fintia -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. A Pythagorean.
According to Giamblico di Calcide, when Dionisio di Siracusa condemns D.’s
friend, Fintia di Siracusa, to death, Fintia asks for time to arrange his
affairs, saying D. will stand hostage for him while he is away. Dionisio is
amazed when D. agrees to the arrangement, and even more amazed when Fintia duly
returns at the end of the day to accept his punishment. Dionisio is so impressed
that pardons Fintia, and asked the pair join their sect – but they turned him
down. Damone.
Luigi
Speranza -- Grice e Damostrato: la ragione conversazionale e i paradossi dei
filosofi -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. D., or Demostrato. Roman senator. A historian as well as an authority
on fish and fishing. Said to be, like Grice, particularly interested in
paradoxes and is regarded by some other philosophers as a philosopher. Demostrato.
Damostrato. Keyword: paradox. Luigi Speranza, “Grice e Damostrato: le paradossi
dei filosofi” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza -- Grice e Damotage: la ragione conversazionale e diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico di Calcide. Grice: “In the old days,
surnames were not felt to be necessary; but then, with a first name (if not
Christian) like ‘Damotage’ – would YOU care?”. Luigi Speranza, “Grice e
Damotage” – per il gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Dalmasso:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della giustizia nel
discorso – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese. Filoofo
lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “Dalmasso is what at
Oxford we call a ‘derivative’ philosopher, and at Cambridge a ‘Derrideian’! But
he’s written some original work too, mostly as editor, as in “La passione della
ragione” – he has also explored ‘discourse’ in terms of ‘rationality’ and
‘fairness’ – In my model, both conversationalists are symmetrical, so questions
of unfairness do not apply! I took the inspiration from Chomsky!” – Si laurea a
Milano. Insegna a Calabria, Roma, Pisa, e Bergamo. Membro della Societa
Italiana di Filosofia Teoretica. Studia Derrida, ha commentato “La voix et le
phénomène” e “De la grammatologie (Jaca Book). Comments on “L’offerta obliqua”
e “Passioni” --Dai problemi del soggetto del discorso e della genesi del segno nel
dibattito sul nichilismo i suoi interessi si sono rivolti alla ragione in
rapporto all'etica e Hegel. Pubbllica in Oltrecorrente, di Magazzino di
Filosofia. Altre opere: Hegel, probabilmente. Il movimento del vero (Milano:
Jaca).Hegel e l'Aufhebung del segno, Chi dice io. Chi dice noi (duale).
L’implicatura del noi duale. Razionalità e nichilismo, Jaca, Milano, La
passione della ragione. Il pensiero in gabbia. La politica dell’imaginario, la
verita in effetti. La sovranita in legame. Etica e ontologia: fatto, valore,
soggetto, l’interosoggetivo. Il tra noi. Di-segno – la giustizia nel discorso. Hegel
e l’Aufhebung del SEGNO. L'implicatura del noi duale. L’intreccio fra sapere
e ragione Il tema della filosofia di D. riguarda la domanda originaria.
Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin dall’inizio
della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo e di dominio
dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su sé stessi che
si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali e
più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’interiorità nella sofistica e in Platone, l’anima
(animatum) ha funzionato come principio originario in una forma diversa
che il dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie
non solo immediate e speculari, il logos (la ragione), il noein come conoscenza
e misura di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista
tutto il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero
tardo-antico, a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita
come il luogo e il venire a coscienza del rapporto con lo stesso “nous,”
cioè con il formularsi dell’originario (uno, bene o atto che
sia). Grice e D. scelgono di leggere Bradley e Hegel. Scelta motivata
da loro interessi di ricerca, ma anche, più ampiamente, dall’attualità
di un linguaggio che è in grado di riformulare questioni sull’assetto
moderno del sapere e sul soggetto – e l’intersoggetivo -- di tale sapere.
Su un ‘noi’ duale, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo di due anime. Sapere su di un noi duale è comunque
per Hegel un sapere sulle strutture di un noi duale chi, che sono in grado
di formulare una domanda originaria. Il testo, di cui Bradley
propone alcune note essenziali di commento, riguarda i paragrafi
dalla “Psicologia razionale”della Filosofia dello Spirito contenuta
nella edizione dell’Enciclopedia. A differenza dell’“antropologia”,
in cui due anime sono considerate come l’aspetto immediato della
vita dello spirito (le due anime considerate come il sonno dello spirito,
problemi del rapporto delle due anime con I due corpori, questioni del
sonno, della veglia, delle sensazioni ecc.) la Psicologia non è scienza
delle due anima, ma scienza del sapere intorno alle due anime, cioè
scienza veramente tale, nella sua portata concettuale. Per Bradley e
Hegel, ‘scienza’, Wissenschaft, ogni scienza, e soprattutto quella
scienza massimamente rigorosa che è la filosofia (‘regina
scientiarum) è scienza sempre di secondo grado: scienza che controlla e
che ha come oggetto la sua stessa genesi. La filosofia e la regina
scientiarum, la scienza che misura il negativo rispetto al suo assunto
e al suo stesso metodo, scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del
suo stesso sapere e di comprendere il rapporto dinamico, generativo
e mai astrattamente “speculare” o reflessivo delle due anime, in cui la inter-conoscenza
si costituisce. Così, nel caso del testo commentato da Bradley, i contenuti
della psicologia sono curiosamente tutti diversi da quelli che nell’assetto
della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si aspetterebbe da
una psicologia del tipo elaborato a Oxford dai Wilde lecturer in ‘mental
philosophy”: Stout, -- cf. Prichard – cit. da Grice, “Intention and
dispositions”. La psicologia filosofica o razionale non è scienza delle
leggi delle anime o psichai, ma del movimento generativo delle leggi
delle anime o delle psichai. I testi che sono oggetto del commento di
Bradley sono, come Bradley nota, estremamente difficili. Prima di cominciare
Bradley fa qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale
nella lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti
di vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”, nel
nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per i ‘tuttee’.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, due anime: mittente e recipiente. Questioni, dette altrimenti,
di sintonizzarsi con il testo che, per quanto riguarda il metodo
filosofico di Hegel, non può essere altro che ripercorrere l’elemento
generativo del significato di ciò che Hegel explicitamente communica.
Senza di questo incessante ripercorrimento a livello della genesi
del testo, il suo ‘segnato’ posse appare incomprensibile o appiattito.
Appiattito come su di una superficie, in modo che il gioco delle interpretazioni
del tutee, anche nel caso si tratti di studioso molto qualificato, tende
spesso a sbizzarrirsi in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere
ideologico-metafisico. Il minimo comun denominatore è la perdita
del nesso fra il segnato di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo
di tale segnato. Così si può separare perfino il concetto di negativo
dal concetto di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo
incomprensibili entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente,
anzi malessere spesso diffuso anche nel commento di Bradley. Iniziamo
la lettura partendo dalle prime righe. Lo spirito si è determinato
divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè la verità di
quella totalità semplice e immediata e di questo sapere. Adesso
il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da quel contenuto,
non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è sapere della
totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva, ma intersoggetiva. ll
problema del rapporto fra il sapere e la ragione inaugura qui il dibattito
sulla scienza della psiche. L’intreccio fra sapere e ragione inizia a
dipanarsi nel paragrafo seguente: L’anima è finita nella misura
in cui è determinata immediatamente, cioè determinata per natura.
La coscienza è finita nella misura in cui ha un oggetto. Lo spirito
è invece finito, “insofern ist endlich,” nella misura in cui esso, nel
suo sapere (in seinem Wissen) non ha più un oggetto, ma una determinatezza,
nel senso che è finito per via della sua immediatezza e — che è la stessa
cosa — perché è soggettivo, è cioè come il Concetto. Lo spirito è finito
nella misura in cui esso, nel suo sapere, non ha più un oggetto, ma una
determinatezza. Lo spirito sembra essere quell’attività in grado di
contenere e controllare l’intreccio fra la ragione e il sapere,
anche se ora solo nella forma dell’immediatezza. L’intreccio si organizza
su due poli: la ragione e il sapere. Essi si implicano reciprocamente.
A seconda che si consideri come concetto la ragione o il sapere.
Qui è indifferente ciò che viene determinato come concetto dello spirito
e ciò che viene invece determinato come realità o “Realität” di questo
concetto. Se infatti la ragione assolutamente infinita, oggettiva,
viene posta come concetto dello spirito, allora la realità è il sapere,
cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a essere considerato
come il concetto, allora la realità del concetto è questa ragione e la
realizzazione (Realisierung) del sapere consiste nell’appropriarsi
della ragione. La finitezza dello spirito pertanto consiste in
ciò: il sapere non comprende l’Essere in-sé-e-per-sé della sua ragione.
In altri termini: la ragione non si è manifestata pienamente nel sapere.
C’è un dislivello dunque strutturale con la ragione che funziona nel
sapere. Dislivello strutturale che per i greci era invece costituito
dal rapporto fra il sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata
come realtà del sapere o come realtà della ragione, si costituisce e funziona
per Hegel come un farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e
verginità dell’origine è introvabile. La questione di un sapere
dello/sullo spirito si articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere
dello spirito è sviluppo (“Entwicklung”) nella misura in cui la sua esistenza,
il sapere, ha entro se stessa l’essere — determinato in sé e per sé,
cioè ha per contenuto, “Gehalte,” e per fine, “Zweck” il razionale,
“Vernunftige.” L’attività di trasposizione è dunque puramente e soltanto
il passaggio formale nella manifestazione e, in questa, è ritorno
entro sé, “Rückkehr in sich.” Nella misura in cui il sapere, affetto
dalla sua prima determinatezza, è soltanto astratto, cioè formale, la
meta dello spirito è quella di produrre il ri-empimento oggettivo, “die
objective Erfüllung hervorzubringen,” e quindi, a un tempo, la libertà
del suo sapere. In questo testo il movimento del sapere e il suo saperne
si articola come questione della conoscenza dell’originario. Tale
questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà. L’avventura
dello spirito che è sempre un appropriarsi, un far proprio, qui, e secondo
la radicalità della sua struttura, funziona come appropriarsi del sapere
e coincide con l’avventura della libertà. Il cammino dello spirito
consiste pertanto nell’essere spirito teoretico, cioè nell’avere
a che fare con il razionale nella sua determinatezza immediata, e di
porlo adesso come il suo. Il cammino consiste innanzi tutto nel liberare
il sapere dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere
soggettiva la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e
per sé determinato come sapere entro sé, e poiché la determinatezza
è posta come la sua, quindi come intelligenza libera, il sapere
è volontà, spirito pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso
formale. Il sapere a un contenuto che è soltanto il suo. Esso vuole immediatamente,
e adesso libera la sua determinazione di volontà dalla soggettività e
l’intersoggetivita che la condiziona come forma unilaterale del proprio
contenuto. In tal modo gli spiriti divieneno come spiriti liberi,
nel quale è rimossa quella doppia unilateralità. Lo scorcio teorico fornito
in questo paragrafo merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza
accennato alla cornice della psicologia filosofica o razionale come progetto
scientifico: scienza delle anime che si pone come scienza dei fattori generativi
delle anime. Il percorso dei spiriti che si sforzano di conoscere
se stessi, che tentano di comprendere l’esperienza della lor libertà,
che nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come
storia, in queste pagine prende la via della psicologia come scienza
della libertà. Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi
di sé. La strategia hegeliana implica che l’originario, per i soggetti
(l’intersoggetivo) e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto
di questo appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e di suoi soggetti come etico, pratico, i soggetti del sapere
si dibatteno «in una bi-lateralità»: la rappresentazione che i soggetti
fano di sé come suoi e l’immediatezza di tale rappresentazione. Le
libertà dell’anime è pensabile come lo spiazzamento in cui i soggetti
del sapere conosceno il loro essere fatto, nonostante e attraverso
il loro co-fare (co-operare) impossibilitato a cogliere l’identità fra
sé e le loro immagini. Questa divisione e dislivello interno che è
l’impossibilità di cogliere l’origine del proprio costituirsi è per
Hegel l’Intelligenza (cf. H. L. A. Hart, su Holloway, “Language and
Intelligence” – Signs). Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione
e tale dislivello vanno ad occupare il posto della classica opposizione
fra il dentro e il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità
concreta dei due momenti — vale a dire, immediatamente, di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e di essere immersa
nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col proprio
ricordo —, è intuizione. Il cammino dell’Intelligenza sta proprio
nel battere in breccia l’opposizione fra il dentro e il fuori. Le
intelligenza, quando ricordano inizialmente l’intuizione, poneno
il contenuto del sentimento nella propria interiorità, nel loro proprio
spazio e nel loro proprio tempo. In tal modo il contenuto è immagine,
liberata dalla sua prima immediatezza e dalla dualità astratta rispetto
all’altro soggetto, in quanto essa è accolta nella dualità del noi. Questo
battere in breccia, visto dal punto di vista dell’intelligenza, è l’immagine.
L’intelligenza possiede dunque le immagini. L’intelligenza è il
Quando e il Dove dell’immagine. L’immagine è per sé “trans-eunte”,
nomade, da una anima ad altra anima, e
l’intelligenza stessa, in quanto attenzione, è il tempo e anche lo spazio,
il Quando e il Dove, dell’immagine. L’intelligenza però non è
soltanto la co-scienza e l’esserci delle proprie determinazioni,
bensì, in quanto tale, ne è anche i soggetti e l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza,
perciò, l’immagine non è più esistente, ma è conservata inconsciamente.
Nell’Anmerkung dello stesso paragrafo Hegel inaugura la metafora del
pozzo notturno per definire il funzionamento dell’intelligenza
come un luogo in cui sono conservate immagini e rappresentazioni che
l’intelligenza stessa non conosce. Hegel prosegue la sua indagine
attraverso una sorta di tiro incrociato fra intuizione ed immagine,
mettendo in azione uno stile agostiniano alla “De magistro” d’AGOSTINO.
Anche la nozione, classica, di “re-praesentatum,” il rappresentato, entra,
ricompresa e ripensata, come dall’interno, nel movimento produttivo
dell’intelligenza. La nozione di “memoria,” come stato
temporario totale, è anch’essa ripercorsa, nella sua struttura classica,
come movimento attivo e imprendibile, funzionante nell’intelligenza
e produttiva di essa, in una svolta decisiva del paragrafo. L’intelligenza
è la potenza che domina sulla riserva di immagini e IL RAPPRESENTATO che
le appartengono. Essa è quindi congiunzione e sussunzione libera
di questa riserva sotto il contenuto peculiare. L’intelligenza si
ricorda ed interiorizza in modo determinato entro quella riserva,
e la plasma immaginativamente secondo questo suo contenuto. Essa
è quindi fantasia, immaginazione SIMBOLIZZANTE, allegorizzante o
poetante. Questa formazione immaginativa più o meno concrete,
più o meno individualizzate, e ancora delle sintesi nella misura in
cui il materiale, in cui il contenuto inter-soggettivo conferisce
un esserci a IL RAPPRESENTATO, proviene dal trovato, “dem Gefundenen,”
dell’intuizione. Passività, evidenza, sorpresa di fonte al darsi originario
delle cose riguarda perciò per Hegel un movimento che ha come suo elemento
lo scenario dell’inte-rsoggetività. Il trovato dell’intuizione, incontro,
evidenza, accoglienza della realtà è pensabile in un registro che è
già una traduzione, un ‘trans-latum.” È nel registro di una traduzione (“trans-latum”)
che nel percorso di questo testo di Hegel, di una traduzione (trans-latum)
del fuori nel dentro e viceversa, che si può avvistare ciò in filosofia
si chiama realtà. Quando l’intelligenza, in quanto ragione,
parte dall’appropriazione dell’immediatezza trovata entro sé, cioè
la determina come un “universale”, ecco allora che la sua attività razionale
procede dal punto attuale, “dem nunmehrigen Punkte,” a determinare
come essente ciò che in essa si è sviluppato in auto-intuizione concreta,
procede cioè a rendere se stessa essere, cosa, il reale. L’intelligenza
stessa così si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Quando è attiva
in questa determinazione, l’intelligenza si estrinseca, “aussernd,”
produce, “produzierend,” intuizione. E fantasia che si esprime in un
“SEGNO” -- “ZIECHEN machende Phantasie,” token-making fantasy – fantasia
che fa SEGNO, fantasia che SEGNA.—L’intelligenza e fantasia che SIGNI-fica. L’intelligenza
esiste in quanto fantasi. Tesi non immediatamente prevedibile nel
dispositivo, intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui
pure spinge, con rigorosa necessità, questa analisi scientifica delle
anime. Una anima, A, SEGNA, l’altra, B, passivamente CAPISCE. Questo testo di Hegel innesca consapevolmente
una polemica ed anche una ri-formulazione metodologica radicale
nei confronti della tradizione empirista, dei sensisti, di Condillac
e degli ideologues. Attraverso le scorribande dell’intelligenza
fra sapere e “SEGNO” (ZEICHEN – inglese ‘TOKEN’ --, la fantasia che fa SEGNO,
la fantasia che SEGNA –SIGNI-FICA), scienza e realtà, attraverso e al di là
della dialettica fra il positivo e il negativo, fra i soggetti e la
verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza è il suo atto. Esistere
non è l’immediatezza di un che rispetto a se stessi, ma è l’atto in
cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza si rapporta a se
stessa. La fantasia è il punto centrale in cui l’universale e
l’essere, il proprio e il trovato, l’interno e l’esterno – cf. Bradley,
relazione interna, relazione esterna -- sono perfettamente unificati. Le
sintesi precedenti dell’intuizione, del ricordo ecc., sono unificazioni
del medesimo momento, tuttavia si tratta pur sempre di sintesi. Solo
nella fantasia l’intelligenza non è più come il POZZO indeterminato
e come l’universale, bensì è come singolare, cioè come inter-soggettività
CONCRETA nella quale l’relazione è determinata sia come essere sia
come universale.L’intelligenza è inte-rsoggettività concreta solo nella
fantasia con-divisa. Tale questione è chiarita dal seguito della stessa
Anmerkung. Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del proprio e dell’interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determina a verità anche il contenuto. Nell’ “Anmerkung”
successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta decisiva nel
percorso che qui ci interessa: In particolare bisogna ancora
rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto interno
a immagine e a intuizione, e ciò viene espresso dicendo che essa lo determina
come essente, non deve sembrare sorprendente l’espressione secondo
cui l’intelligenza si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Il contenuto
dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e lo è altrettanto
la determinazione che essa gli conferisce. L’immagine prodotta
dalla fantasia è inter-soggettivamente intuitiva, mentre è NEL SEGNO
(ZEICHEN, inglese‘token’) che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità – “eigentliche Anschaulichkeit.” Nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’essere. L’immagine
solo nel “SEGNO” (Zeichen, token) è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente
è coglibile come “SEGNO” (Zeichen, token), non come dato, come dono. Dato e
dono non sono pensabili. Ma neppure sperimentabili nella forma della
presenza, cioè in un darsi -- che, in termini hegeliani, è la materia
dell’intuizione. Essi sono già trascritti nel contenuto interno dell’intelligenza,
cioè come un SEGNO (Zeichen, token). L’elemento imprendibile, enigmatico
della conoscenza è IL SEGNO (Zeichen, token) e non il dato, il dono. Nella
struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio, il non nostro
sovrasta e spiazza nella forma di IL SEGNO (Zeichen, token), non nella forma
del dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una RA-PRESENTAZIONE
-- rappresentazione autonoma -- “selb-ständiger Vorstellung,” e di
una intuizione, la materia dell’intuizione è certo innanzitutto un
qualcosa di accolto, di immediato e di dato – “ein aufgenommenes,
etwas unmittelbares oder gegebenes” -- per esempio il colore della
coccarda e affini. In questa identità però l’intuizione non ha il valore
di RA-PRESENTARE -- rappresentare positivamente e di rappresentare
se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro. Essa è un’IMMAGINE che
ha ricevuto entro sé una RA-PRESENTAZIONE -- rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, IL SUO SEGNATO. Questa
intuizione è il SEGNO (Zeichen, token). L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO (Zeichen, token). Tale forma ha una
struttura che coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza
sembra funzionare in una deriva di cui IL SEGNO (Zeichen, token) costituisce
una sorta di cerniera, snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata.
L’intuizione che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato
e di spaziale -- “gegebenes und raumliches” -- una volta IMPIEGATA COME
SEGNO (Zeichen, token) riceve la determinazione essenziale di essere
soltanto come intuizione rimossa. Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò
la figura più autentica dell’intuizione, che è un SEGNO (Zeichen,
token), è di essere un esserci nel tempo: un dileguare -- “Verschwinden”
-- dell’esserci mentre l’esser ci è. Inoltre, secondo la sua ulteriore
determinatezza esteriore, psichica, la figura più vera dell’intuizione
è un essere-posta dall’intelligenza, esser-posta che viene fuori dalla
naturalità propria, antropologica, dell’intelligenza stessa: è il
tono, “Ton,” cioè l’estrinsecazione riempita dell’interiorità annunciantesi.
Il “tono” che si articola ulteriormente in vista del rappresentato determinate
è il dis-corso –dis-cursus – general principles of rational discourse -- e un
sistema del discorso è la communicazione – CO-MUNIO. In questo ambito il
“tono” conferisce a una sensazione, una intuizione e un rappresentato
un *secondo* (duale) esserci, più
elevato dell’esserci immediato. In generale conferisce loro un’esistenza
che ha valore nel regno dell’attività rappresentativa – che RA-PRESENTA.
Questo progetto hegeliano di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore
radicale approccio alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione,
in quanto funzionante come SEGNO (Zeichen, token), riceve la determinazione
essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa – “ZU EINEM
ZEICHEN GEBRAUCHT WIRD, DIE WESENTLICHE BESTIMMUNG NUR ALS AUF-GEHOBENE ZU
ZEIN. In questo esser rimosso, tolto-conservato dell’intuizione sta
l’origine dell’intelligenza. La negatività di cui essa è fatta si intreccia
strutturalmente alla nozione di tempo. L’intuizione non è dominabile
da due soggetti se non nella forma del dopo, un dileguare dell’esserci
mentre esserci è. Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione,
l’intreccio fra il dentro e il fuori si esprime nel “tono,” suono articolato.
Il tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il
discorso --“Rede”, inglese ‘Read’ -- e il sistema del discorso è la lingua
-- Sprache, inglese ‘Speak’ -- e la communicazione – COM-MUNIO. A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato all’espressione, IL VERBUM – LA LOQUENZA --
la parola, al logos in quanto vivente pronunciato, DETTO -- dictum –
cf. indice, segnalato, segnato. Come nel “Cratilo” di Platone, anche in Hegel
l’espressione come SEGNO è centrale nella vita dell’intelligenza, ma di
una centralità che occupa il luogo di un movimento originario ed imprendibile. Per
un commento critico ed esplicativo dei paragrafi della «Psicologia»
nella sezione sullo «Spirito soggettivo», anche per ciò che concerne
le fonti di Hegel e la saggistica relativa, cfr. La «magia dello spirito»
e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia dello spirito
soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini e Associati.
Uso la recente traduzione di Cicero (Enciclopedia delle scienze filosofiche
in compendio, Milano, Rusconi) che ritengo puntuale ed avvertita
delle questioni poste dal testo, nonostante la discutibilità di alcune
soluzioni su cui per altro pesa in certa misura la resistenza ad abbandonare
traduzioni familiari e consolidate. “Hegel e l’Aufhebung del segno.” L’intreccio
fra sapere e ragione Il tema di questo colloquio riguarda la domanda
originaria. Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin
dall’inizio della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo
e di dominio dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su
sé stessi che si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali
e più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’«interiorità» nella Sofistica e in Platone, l’anima
ha funzionato come principio originario in una forma diversa che il
dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie non solo
immediate e speculari, il logos, il noein come conoscenza e misura
di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista tutto
il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero tardo-antico,
a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita come il luogo e il
venire a coscienza del rapporto con lo stesso nous, cioè con il formularsi
dell’originario (Uno, Bene o Atto che sia). Scelgo di leggere
Hegel. Scelta motivata da miei interessi attuali di ricerca, ma
anche, più ampiamente, dall’attualità di un linguaggio che è in grado di
riformulare questioni sull’assetto moderno del sapere e sul soggetto
di tale sapere. Su un io, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo dell’anima. Sapere su di un io è comunque per
Hegel un sapere sulle strutture di un chi, che è in grado di formulare
una domanda originaria. Il testo, di cui intendo proporre alcune
note essenziali di commento, riguarda i paragrafi della “Psicologia”,
sezione della “Filosofia dello Spirito” contenuta nella edizione
dell’ “Enciclopedia.” A differenza dell’ “Antropologia”, in cui l’anima
è considerata come l’aspetto immediato della vita dello spirito
(anima considerata come il sonno dello spirito, problemi del rapporto
dell’anima con il corpo, questioni del sonno, della veglia, delle sensazioni
ecc.), la Psicologia non è scienza dell’anima, ma scienza del sapere
intorno all’anima, cioè scienza veramente tale, nella sua portata
concettuale. Per Hegel scienza – “Wissenschaft” -- ogni scienza, e soprattutto
quella scienza massimamente rigorosa che è la filosofia, è scienza
sempre di secondo grado: scienza che controlla e che ha come oggetto la
sua stessa genesi. Scienza che misura il negativo rispetto al suo assunto
e al suo stesso metodo, scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del
suo stesso sapere e di comprendere il rapporto dinamico, generativo
e mai astrattamente speculare, in cui la conoscenza si costituisce.
Così, nel caso del testo che stiamo per commentare, i contenuti della
psicologia hegeliana sono curiosamente tutti diversi da quelli che
nell’assetto della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si
aspetterebbe da una psicologia in senso moderno e scientifico. La
psicologia non è scienza delle leggi della psiche, ma del movimento generativo
delle leggi della psiche. I testi che sono oggetto del mio commento
sono, come è noto, estremamente difficili. Prima di cominciare vorrei
fare qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale nella
lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti di
vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”,
nel nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per gli studenti.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, autore e lettore. Questioni, dette altrimenti, di sintonizzarsi
con il testo che, per quanto riguarda il metodo di lavoro di Hegel, non
può essere altro che ripercorrere l’elemento generativo del significato
di ciò che Hegel dice. Senza di questo incessante ripercorrimento a livello
della genesi del testo, il suo significato risulta inevitabilmente
incomprensibile o appiattito. Appiattito come su di una superficie,
in modo che il gioco delle interpretazioni del lettore, anche nel caso
si tratti di studioso molto qualificato, tende spesso a sbizzarrirsi
in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere ideologico-metafisico.
Il minimo comun denominatore è la perdita del nesso fra il significato
di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo di tale significato..
Così si può separare perfino il concetto di negativo dal concetto
di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo incomprensibili
entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente, anzi malessere
spesso diffuso anche nei commenti «professionali». Iniziamo la
lettura partendo dalle prime righe del par. 440. Lo spirito si è determinato
divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè la verità di
quella totalità semplice e immediata e di questo sapere. Adesso
il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da quel contenuto,
non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è sapere della
totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva. ll problema del
rapporto fra il sapere e la ragione inaugura qui il dibattito sulla
scienza della psiche. L’intreccio fra sapere e ragione inizia a dipanarsi
nel paragrafo seguente: L’anima è finita nella misura in cui è
determinata immediatamente, cioè determinata per natura.
La coscienza è finita nella misura in cui ha un oggetto. Lo spirito
è invece finito (insofern ist endlich) nella misura in cui esso, nel
suo sapere (in seinem Wissen) non ha più un oggetto, ma una determinatezza,
nel senso che è finito per via della sua immediatezza e, che è la stessa
cosa, perché è soggettivo, è cioè come il Concetto. Lo spirito è finito
nella misura in cui esso, nel suo sapere, non ha più un oggetto, ma una
determinatezza. Lo spirito sembra essere quell’attività in grado di
contenere e controllare l’intreccio fra la ragione e il sapere,
anche se ora solo nella forma dell’immediatezza. L’intreccio si organizza
su due poli: la ragione e il sapere. Essi si implicano reciprocamente
. A seconda che si consideri come concetto la ragione o il sapere.
Qui è indifferente ciò che viene determinato come concetto dello spirito
e ciò che viene invece determinato come realità – “Realität” -- di questo
concetto. Se infatti la ragione assolutamente infinita, oggettiva,
viene posta come concetto dello spirito, allora la realità è il sapere,
cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a essere considerato
come il concetto, allora la realità del concetto è questa ragione e la
realizzazione (Realisierung) del sapere consiste nell’appropriarsi
della ragione. La finitezza dello spirito pertanto consiste in
ciò: il sapere non comprende l’Essere in-sé-e-per-sé della sua ragione.
In altri termini: la ragione non si è manifestata pienamente nel sapere.
C’è un dislivello dunque strutturale con la ragione che funziona nel
sapere. Dislivello strutturale che per i greci è invece costituito
dal rapporto fra il sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata
come realtà del sapere o come realtà della ragione, si costituisce e funziona
per Hegel come un farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e
verginità dell’origine è introvabile. La questione di un sapere
dello/sullo spirito si articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere
dello spirito è sviluppo – “Entwicklung” -- nella misura in cui la sua
esistenza, il sapere, ha entro se stessa l’essere, determinato in sé
e per sé, cioè ha per contenuto, “Gehalte”, e per fine, “Zweck -- il razionale.
“Vernunftige.” L’attività di trasposizione
è dunque puramente e soltanto il passaggio formale nella manifestazione
e, in questa, è ritorno entro sé – “Rückkehr in sich.” Nella misura
in cui il sapere, affetto dalla sua prima determinatezza, è soltanto
astratto, cioè formale, la meta dello spirito è quella di produrre il
riempimento oggettivo – “die objective Erfüllung hervorzubringen”
-- e quindi, a un tempo, la libertà del suo sapere. La via della psicologia
come scienza della libertà In questo testo il movimento del sapere e il
suo saperne si articola come questione della conoscenza dell’originario.
Tale questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà.
L’avventura dello spirito che, hegelianamente, è sempre un appropriarsi,
un far proprio, qui, e secondo la radicalità della sua struttura, funziona
come appropriarsi del sapere e coincide con l’avventura della
libertà. Il cammino dello spirito consiste pertanto: nell’essere
spirito teoretico, cioè nell’avere a che fare con il Razionale nella
sua determinatezza immediata, e di porlo adesso come il Suo; in altre
parole: il cammino consiste innanzi tutto nel liberare il sapere
dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere soggettiva
la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e per sé determinato
come sapere entro sé, e poiché la determinatezza è posta come la sua,
quindi come intelligenza libera, il sapere è volontà, spirito
pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso formale: ha un contenuto
che è soltanto il suo: esso vuole immediatamente, e adesso libera la
sua determinazione di volontà dalla soggettività che la condizionava
come forma unilaterale del proprio contenuto. In tal modo lo spirito
diviene come spirito libero, nel quale è rimossa quella doppia
unilateralità.6 Lo scorcio teorico fornito in questo paragrafo
merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza accennato
alla cornice della Psicologia hegeliana come progetto scientifico:
scienza della psiche che si pone come scienza dei fattori generativi
della psiche. Il percorso dello spirito che si sforza di conoscere
se stesso, che tenta di comprendere l’esperienza della sua libertà, che
nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come storia,
in queste pagine prende la via della psicologia come scienza della
libertà Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi di
sé: la strategia hegeliana implica che l’originario, per il soggetto
e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto di questo
appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e del suo soggetto come etico, pratico, il soggetto del sapere
si dibatte «in una doppia unilateralità»: la rappresentazione che il
soggetto fa di sé come suo e l’immediatezza di tale rappresentazione.
Anticipiamo. La libertà è pensabile come lo spiazzamento in cui il
soggetto del sapere conosce il suo essere fatto, nonostante e attraverso
il suo fare, impossibilitato a cogliere l’identità fra sé e la sua immagine.
Questa divisione e dislivello interno che è l’impossibilità di cogliere
l’origine del proprio costituirsi è per Hegel l’Intelligenza.
Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione e tale dislivello
vanno ad occupare il posto della classica opposizione fra il dentro e
il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità concreta dei
due momenti — vale a dire, immediatamente, di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e di essere immersa
nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col proprio
ricordo —, è intuizione. La centralità della parola nella vita dell’intelligenza
Il cammino dell’Intelligenza sta proprio nel battere in breccia l’opposizione
fra il dentro e il fuori. L’intelligenza, quando ricorda inizialmente
l’intuizione, pone il contenuto del sentimento nella propria
interiorità, nel suo proprio spazio e nel suo proprio tempo In tal modo il
contenuto è immagine, liberata dalla sua prima immediatezza e
dalla singolarità astratta rispetto ad altro, in quanto essa è accolta
nella singolarità dell’Io in generale. Questo battere in breccia, visto
dal punto di vista dell’intelligenza, è ll’immagine. L’intelligenza
possiede dunque le immagini. L’intelligenza, dice Hegel, è il Quando
e il Dove dell’immagine. L’immagine è per sé transeunte, e l’intelligenza
stessa, in quanto attenzione, è il tempo e anche lo spazio — il Quando e
il Dove — dell’immagine. L’intelligenza però non è soltanto la
coscienza e l’Esserci delle proprie determinazioni, bensì, in quanto
tale, ne è anche il soggetto e l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza,
perciò, l’immagine non è più esistente, ma è conservata inconsciamente.
Nell’Anmerkung dello stesso paragrafo Hegel inaugura la metafora del
POZZO notturno per definire il funzionamento dell’intelligenza
come un luogo in cui sono conservate immagini e rappresentazioni che
l’intelligenza stessa non conosce. Hegel prosegue la sua indagine
attraverso una sorta di tiro incrociato fra intuizione ed immagine,
mettendo in azione uno stile agostiniano alla “De magistro”. Anche la
nozione, classica, di rappresentazione entra, ricompresa e ripensata,
come dall’interno, nel movimento produttivo dell’intelligenza.
La nozione di memoria è anch’essa ripercorsa, nella sua struttura
classica, come movimento attivo e imprendibile, funzionante nell’intelligenza
e produttiva di essa, in una svolta decisiva del paragrafo 456.
L’intelligenza è la potenza che domina sulla riserva di immagini e
rappresentazioni che le appartengono; essa è quindi congiunzione e
sussunzione libera di questa riserva sotto il contenuto peculiare.
L’intelligenza si ricorda ed interiorizza in modo determinato
entro quella riserva, e la plasma immaginativamente secondo questo
suo contenuto: essa è quindi fantasia, immaginazione simbolizzante,
allegorizzante o poetante. Questa formazioni immaginative
più o meno concrete, più o meno individualizzate, sono ancora delle
sintesi nella misura in cui il materiale, in cui il contenuto soggettivo
conferisce un Esserci alla rappresentazione, proviene dal Trovato
(dem Gefundenen) dell’intuizione.Passività, evidenza, sorpresa di
fonte al darsi originario delle cose riguarda perciò per Hegel un movimento
che ha come suo elemento lo scenario dell’interiorità. Il trovato dell’intuizione,
incontro, evidenza, accoglienza della realtà è pensabile in un registro
che è già una traduzione. È nel registro di una traduzione che nel percorso
di questo testo di Hegel, di una traduzione del fuorinel dentro e viceversa,
che si può avvistare ciò in filosofia si chiama realtà. Quando
l’intelligenza, in quanto ragione, parte dall’appropriazione dell’immediatezza
trovata entro sé, cioè la determina come Universale, ecco allora che
la sua attività razionale procede dal punto attuale (dem nunmehrigen
Punkte) a determinare come essente ciò che in essa si è sviluppato in
autointuizione concreta, procede cioè a rendere se stessa Essere,
Cosa. L’intelligenza stessa così si fa essente, si fa Cosa. Quando
è attiva in questa determinazione, l’intelligenza si estrinseca
(aussernd), produce (produzierend) intuizione: è fantasia che si
esprime in segni (Zeichen machende Phantasie). L’intelligenza esiste
in quanto fantasia… Tesi non immediatamente prevedibile nel dispositivo,
intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui pure spinge, con rigorosa
necessità, questa analisi «scientifica» della psiche. Questo testo di
Hegel innesca consapevolmente una polemica ed anche una riformulazione
metodologica radicale nei confronti della tradizione empirista,
dei sensisti, di Condillac e degli ideologues. Attraverso le
scorribande dell’intelligenza fra sapere e segno, scienza e realtà,
attraverso e al di là della dialettica fra il positivo e il negativo,
fra il soggetto e la verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza è il
suo atto. Esistere non è l’immediatezza di un che rispetto a se stessi,
ma è l’atto in cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza si
rapporta a se stessa. La fantasia è il punto centrale in cui l’Universale
e l’Essere, il Proprio e il Trovato, l’Interno e l’Esterno, sono perfettamente
unificati. Le sintesi precedenti dell’intuizione, del ricordo
ecc., sono unificazioni del medesimo momento, tuttavia si tratta
pur sempre di sintesi. Solo nella fantasia l’intelligenza non è più
come il pozzo indeterminato e come l’Universale, bensì è come Singolare,
cioè come soggettività concreta nella quale l’autorelazione è determinata
sia come Essere sia come Universalità. L’intelligenza è intelligenza
di un individuo, di un singolo, è soggettività concreta solo nella fantasia.
Tale questione è chiarita dal seguito della stessa Anmerkung:
Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del Proprio e dell’Interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determia a verità anche il contenuto. Nell’Anmerkung
successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta decisiva nel
breve percorso che qui ci interessa: In particolare bisogna ancora
rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto interno
a immagine e a intuizione — e ciò viene espresso dicendo che essa lo
determina come essente, non deve sembrare sorprendente l’espressione
secondo cui l’intelligenza si farebbe essente, si farebbe Cosa. Il
contenuto dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e
lo è altrettanto la determinazione che essa gli conferisce.
L’immagine prodotta dalla fantasia è solo soggettivamente intuitiva,
mentre è nel segno che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità (eigentliche Anschaulichkeit); nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’Essere. L’immagine
solo nel segno è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente è coglibile
come segno, non come dato, come dono. Dato e dono non sono pensabili, ma neppure
sperimentabili nella forma della presenza, cioè in un darsi (che, in termini
hegeliani, è la materia dell’intuizione). Essi sono già trascritti
nel contenuto interno dell’intelligenza, cioè come segni. L’elemento
imprendibile, enigmatico della conoscenza è il segno e non il dato,
il dono. Nella struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio,
il non mio sovrasta e spiazza nella forma del segno, non nella forma del
dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una rappresentazione
autonoma (selbständiger Vorstellung) e di una intuizione, la materia
dell’intuizione è certo innanzitutto un qualcosa di accolto, di immediato
e di dato (ein aufgenommenes, etwas unmittelbares oder gegebenes) (per
esempio il colore della coccarda e affini). In questa identità
però l’intuizione non ha il valore di rappresentare positivamente
e di rappresentare se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro.
Essa è un’immagine che ha ricevuto entro sé una rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, il suo significato.
Questa intuizione è il segno. L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO. Tale forma ha una struttura che
coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza sembra
funzionare in una deriva di cui il segno costituisce una sorta di cerniera,
snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata. L’intuizione
che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato e di spaziale
(gegebenes und raumliches) una volta impiegata come segno riceve la
determinazione essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa.
Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò la figura più autentica
dell’intuizione, che è un SEGNO, è di essere un Esserci nel tempo: un
dileguare (Verschwinden) dell’Esserci mentre l’esserci è.
Inoltre, secondo la sua ulteriore determinatezza esteriore, psichica,
la figura più vera dell’intuizione è un essere-posta dall’intelligenza,
esser-posta che viene fuori dalla naturalità propria (antropologica) dell’intelligenza
stessa: è il tono (Ton), cioè l’estrinsecazione riempita
dell’interiorità annunciantesi. Il tono che si articola ulteriormente
in vista della RAPPRESENTAZIONE determinata è il discorso, e il sistema
del discorso è la lingua. In questo ambito il tono conferisce a sensazioni,
intuizioni e rappresentazioni un secondo Esserci, più elevato dell’Esserci
immediato: in generale conferisce loro un’esistenza che ha valore
nel regno dell’attività rappresentativa. Questo progetto hegeliano
di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore radicale approccio
alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione, in quanto funzionante
come segno, «riceve la determinazione essenziale di essere soltanto
come intuizione rimossa (zu einem Zeichen gebraucht wird, die wesentliche
Bestimmung nur als aufgehobene zu sein). In questo esser rimosso,
tolto-conservato dell’intuizione sta l’origine dell’intelligenza.
La negatività di cui essa è fatta si intreccia strutturalmente alla nozione
di tempo. L’intuizione non è dominabile da un soggetto se non nella
forma del dopo: «un dileguare dell’Esserci mentre Esserci è».
Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione, l’intreccio fra
il dentro e il fuori si esprime nel tono, suono articolato, “Ton”. Il
tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il discorso
(Rede) e il sistema del discorso è la lingua (Sprache). A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato alla parola, al logosin quanto vivente
pronunciato, detto. Come in Platone, anche in Hegel la parola è centrale
nella vita dell’intelligenza, ma di una centralità che occupa il luogo
di un movimento originario ed imprendibile. Per un commento
critico ed esplicativo dei paragrafi della psicologia nella sezione
sullo spirito soggettivo, anche per ciò che concerne le fonti di Hegel e
la saggistica relativa, cfr. Rossella Bonito Oliva, La «magia dello
spirito» e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia
dello spirito soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini
e Associati. Uso la recente traduzione di Vincenzo Cicero (Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio, ed. 1830, Milano, Rusconi)
che ritengo puntuale ed avvertita delle questioni poste dal testo, nonostante
la discutibilità di alcune soluzioni su cui per altro pesa in certa misura
la resistenza ad abbandonare traduzioni familiari e consolidate.
Anmerkung. Anmerkung. Grice: “There’s something otiose about the ‘faciendi
signum’ of the Romans, why not just ‘signare’?” – Who or what ‘makes’ the sign
of a dark cloud (=> rain)?” “While it seems natural enough to say that a
dark cloud is a sign of rain,it or
better, that a dark cloud signs *that* it may rain, I wouldn’t say that the
cloud “MAKES” anything --. Grice: “It’s sad that Hegel’s Latin wasn’t that good
– the Romans used ‘signare’ (Italian ‘segnare’) much more than they did use
‘significare’. “With all my love and kisses” “You used to sign your letters
‘with all my love and kisses” – Sam Browne --. Horatio Nicholls – aka as
something else. Gianfranco Dalmasso. Keywords: la giustizia nel discorso, sign-make,
fare segno, fare segno a se – zeichen Machen, to sign versus to signify -- Bradley,
Hegel, io, noi, intersoggetivo, Hegel on Zeichen, zeichen-machende fantasie” –
zeichen-interpretand fantasie” -- “l’implicatura del noi duale” “il tra noi” –
la prossimita del tra noi -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dalmasso”, per il
gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Dalmasso.
Luigi Speranza -- Grice e Dandolo: la
ragione conversazionale e ’implicatura conversazionale della Roma pagana,
filosofia romana – Carneade e compagnia – scuola di Varese – filosofia varesese
– filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Varese). Filosofo
varesese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Varese, Lombardia. Grice: “I
love Dandolo; you know why? Because he was an amateur, not a professional; I
mean, he was a country gentleman and an earl, so if he philosophised it wasn’t
for the colour of the money! Plus, he owned a lovely ‘palazzo,’ which I would
call ‘villa’! Neoguelfo. Figlio dal conte Vincenzo e Mariana Grossi. Il padre era
esponente della Municipalità di Venezia, ma dopo il trattato di Campoformio,
con il quale si sancì la fine della Repubblica, dovette esulare in Francia.
Venne in seguito nominato da Napoleone senatore del Regno italico e conte. Fu
anche governatore civile della Dalmazia. Passa quindi un'infanzia assai
agitata; fu cresciuto da una "cameriera disattenta" e poi sballottato
per vari collegi. Si laurea a Pavia. Passa alcuni anni girando per l'Europa e
conducendo una vita mondana. In questo periodo venne a contatto con
illustri personalità culturali politiche dell'epoca. Venne sospettato dal
governo austriaco di aver partecipato alle congiure degli anni precedenti, e
per questo fatto rientrare in modo coatto in Italia (senza tuttavia essere
perseguitato). In Italia, si dedica ampiamente alla filosofia, e sposa la
sorella di Bargnani; uno dei cospiratori mazziniani. Morta la sposa affida ad
un amico i figli. Sposa la contessa Ermellina Maselli, da cui ebbe altri due
figli. I primi due figli presero parte alle Cinque giornate e ad altre
operazioni belliche e lo stesso Tullio fu uno dei principali autori della
rivoluzione e capo della rivolta varesina (scoppiata in concomitanza con quella
di Milano), ma a Roma, durante la difesa della repubblica di Mazzini, Su figlio
muore e l’altro rimase gravemente ferito. Questo evento tocca molto Tullio che
tuttavia, pur dovendosi prendere cure molto onerose del superstite, continua
comunque i suoi studi di filosofia. Sui due figli raccolse un gran numero di
documenti, memorie e storie pubblicati in “Lo spirito della imitazione di Gesù
Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescent:
corrispondenze di lettere famigliari: riicordi biografici dell'adolescenza
d'Enrico e d'Emilio D., Milano). Un filosofo che fece delle critiche alla sua
attività fu Tommaseo, ma risultò essere piuttosto duro ed aspro, tanto da
scrivere. “Fin da giovane scarabocchiò librettucci compilati o piuttosto arruffati.
Né di quelli che scrisse dal venticinque al cinquantacinque sapresti quale sia
il più decrepito e il più puerile. Ma fece due opere buone, un figliolo che
morì valentemente in Roma assediata da Galli vendicatori delle oche; e un altro
figliolo che scrisse la storia, e direi quasi la vita della Legione Lombarda
capitanata da Manara, libro di senno virile e d'affetto pio.” I suoi saggi
trattano gli argomenti più vari: dalla pedagogia all'autobiografia, da quelli
di carattere storico a quelli religiosi. Molti di essi sono schizzi letterari e
filosofici o riguardano descrizioni di viaggi, città e munomenti. Inoltre,
scrisse molto intorno alla storia romana antica, alla nascita del
Cristianesimo, al Medioevo e al Rinascimento, pubblicando anche molti discorsi
e documenti inediti. Più che ad un contributo critico, mira a dare
un'informazione non faziosa per una migliore conoscenza del passato. Questi
suoi scritti storici sono molto diversi fra di loro. In alcuni predilige uno
stile aulico, mentre in altri un tono popolare e facile; trattando ora gli
argomenti con approssimazione ed ora dando al racconto la coinvolgenza di un
romanzo. Altre opere: “Roma”; “Napoli” (Milano); “Firenze”; “Torino”; “La
Svizzera”; “Il Cantone de' Grigioni” (Milano); “Prospetto della Svizzera, ossia
ragionamenti da servire d'introduzione alle lettere sulla Svizzera); “La
Svizzera considerata nelle sue vaghezze pittoresche, nella storia, nelle leggi
e ne' costume”; “Venezia”; “Il secolo di Pericle”; “Schizzi di costume”, “Il secolo
d'Augusto”; “Semplicità” (o rapidi cenni sulla letteratura e sulle arti”; “Album
storico poetico morale, compilato per cura di V. de Castro” (Padova); “Reminiscenze
e fantasie. Schizzi letterari, Peregrinazioni. Schizzi artistici e filosofici (Torino);
Roma e l'Impero sino a Marco Aurelio” (Milano); “Firenze sino alla caduta della
Repubblica”; “Il Medio Evo elvetico”; “Racconti e leggende”; “La Svizzera
pittoresca, o corse per le Alpi e pel Jura a commentario del Medio Evo
elvetico; “I secoli dei due sommi italiani Dante e Colombo; “Il Settentrione
dell'Europa e dell'America nel secolo passato; “L'Italia nel secolo passato; Il
Cristianesimo nascente; La Signora di Monza. Le streghe del Tirolo. Processi
famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavati dalle filze originali
(rist. anast., Milano); Il pensiero pagano ai giorni dell'Impero. Studii, Il
pensiero cristiano ai giorni dell'Impero. Studii; Il pensiero pagano e
cristiano ai giorni dell'Impero. Studii; “Monachesimo e leggende. Saggi storici;
“Roma e i papi. Studi storici, filosofici, letterari ed artistici, Il secolo di
Leone Decimo. Studii, Lo spirito della imitazione di Gesù Cristo esposto e
raccomandato da un padre ai suoi figli adolescenti (corrispondenza di lettere
famigliari). Ricordi biografici dell'adolescenza d'Enrico e d'Emilio Dandolo,
Milano); “La Francia nel secolo passato, “Corse estive nel Golfo della Spezia; Il
secolo decimosettimo, Ragionamenti preliminari ed indici ragionati degli studi
del conte Tullio Dandolo su Roma pagana e Roma cristiana pubblicati ad annunzio
e prospetto dell'opera, Assisi (estr. da
Stella dell'Umbria); “Ricordi di D.”; “Lettera a D. Sensi. Indice della
materia, Assisi); “Ricordi”; “Ricordi inediti di G. Morone gran cancelliere
dell'ultimo duca di Milano, a cura di D., Milano; Alcuni brani delle storie
patrie di Giuseppe Ripamonti per la prima volta tradotti dall'originale latino
dal conte T. Dandolo, Il potere politico cristiano. Discorsi pronunciati dal
Ventura di RaulicaR. P., a cura di Dandolo, Milano); “Vicende memorabili narrate
da Alessandro Verri precedute da una vita del medesimo di Maggi, a cura di D.,
A. F. Roselly de Lorgues. Ricordi, primo e secondo periodo, Assisi. di Guerri,
direttore delle Civiche raccolte storiche di Milano. Colloqui col Manzoni, T. Lodi (Firenze). Treccani,
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiano. LA
FILOSOFIA ROMANA. Nei primi secoli della repubblica i romani non diedersi
pensiero di filosofia. Appena ne conobbero il nome. Intenti da principio a
difendersi, poi a consolidare la loro dominazione sui popoli vicini, la loro
saviezza fu figlia della sperienza e d'un ammirabile buon senso affinato dalle
difficoltà esteriori in mezzo a cui si trovarono collocati, e dal godimento di
un'interiore libertà, le cui procelle incessanti valevano ad elevare ed
afforzare gli animi. Volle taluno che le instituzioni del re Numa non andassero
digiune di pitagorismo. Gli è da credere piuttosto, avuto riguardo all'ordine
cronologico, che Pitagora attignesse nelle dottrine sacerdotali del secondo re
di Roma qualcuna delle sue teoriche intorno la religione. Allorchè i
romani strinsero i primi legami co' greci delle colonie italiche e siciliane,
non credettero di ravvisare che leggerezza mollezza e corruzione in que' popoli
i quali a ricambio qualificarono i romani di barbari. Sul finire della prima
guerra punica fu resa nota ai vincitori la letteratura drammatica de greci; e
vedemmo Livio Andronico ha per primo tradotto tragedie, le quali cacciarono di
scanno i versi fescennini, i giuochi scenici etruschi e le informi atellane.
Ennio, oltre ai componimenti poetici di cui facemmo menzione, voltò in latino
la storia sacra di Evemero, scritto ardito, inteso a dimostrare che gli dei
della Grecia altro non erano che antichi uomini dalla superstizione
divinizzati. I romani non videro nelle ipotesi del filosofo che un oggetto di
mera curiosità. Non erano ombrosi come gl’ateniesi, non avevano peranco
sperimentato qualc’azione efficace la filosofia esercitar potesse sulla
religione. Accolsero del pari con indifferenza la sposizione poetica che del
sistema dell’ORTO loro presenta LUCREZIO. Germi sono questi gettati in terreno
non preparato ancora à riceverli. La conquista non tardò a dischiudere
colla Grecia più facili mezzi di comunicazione. I conquistatori trasportarono
in patria schiavi tra’ quali vi avevano non filosofi, ma retori e grammatici; e
loro fidarono l'educazione de' proprii figli. L'introduzione degli studii
filosofici in Roma risale alla celebre ambasceria di Carneade accademico,
Critolao peripatetico, Diogene stoico. Avidi di brillare e lusingati
dall'ammirazione che destavano in un popolo non avvezzo a sottili
investigazioni, quei tre fecero pompa di tutta la profondità e desterità della
loro dialettica ad abbagliare la romana gioventù che loro s'affoltava intorno,
incantata di scovrire usi dianzi ignorati della parola. I magistrati s'adombrarono
di cotesto subitano commovimento. I vecchi Se. natori armaronsi di tutta
l'autorità delle prische costumanze per respingere studi speculativi, che teme
vano come pericolosi e disprezzavano come futili. CATONE il censore ottenne che
si allontanassero tosto dalla romana gioventù i retori che davano opera a
distruggere le più venerate tradizioni e a smovere le fondamenta della morale.
I sofismi di Carneade, il quale faceva pompa della spregevole arte di sostenere
a piacimento le opinioni più contraddittorie, forne a Catone plausibili
argomenti di vituperarlo. Sicchè i primordi della filosofia furono
contrassegnati in Roma da sfavorevoli apparenze. Il rigido censore non prevede
che, un secolo dopo, quella filosofia che aveva voluto proscrivere, meglio
approfondita e meglio conosciuta, sarebbe il solo rifugio del suo pronipote
contro le ingiurie della fortuna e la clemenza di GIULIO CESARE. Non possiamo
trattenerci dal simpatizzare con que’ vecchioni, i quali opponevano al torrente
da che avvisavano minacciata la patria lor capegli canuti e la loro antica
esperienza, evocando a respignere pericolose novatrici dottrine la religione
del passato e le tradizioni di seicent anni di vittorie di libertà
divirtù. Ma se a codesto spontaneo sentimento tien dietro la riflessione,
saremo costretti di riconoscere che a rintuzzare il progresso della
filosofia ed anco de sofismi di Grecia, il senato mal si appose con quel
suo violento procedere. Tutto ciò che è pericoloso racchiude in sè un principio
falso che è sempre facil cosa scovrire. Affermare il contrario sarebbe
muovere accusa al divino, quasi ch'ella con innestare il male nella
conoscenza del vero avesse teso un laccio all’umana intelligenza. Convien
dunque adoperarsi a dimostrare la falsità delle opinioni perniziose,
non proscriverle alla cieca, quasi rifuggendo esaminarle conscii
dell'impossibilità di confurtarle. Sì ardua impresa rispondere agli
ateniesi sofisti? o sì difficile dimostrare che quelle loro argomentazioni
pro e contra lo stesso principio di morale erano assurde? O sì
temerario lo appellarsene, ne' cuori romani, a’sentimenti innati del vero e del
giusto, il risvegliare in quelle anime ancor nuove sdegno e disprezzo per
teoriche, le quali, consistendo tutte in equivoci, dovevano vituperosamente
cadere dinanzi la più semplice analisi? Catone anda altero dell'ottenuta
vittoria. Gli ambasciadori ateniesi furono tosto rimandati. Per un secolo
ancora severi editti, frequentemente rinnovati, lottarono contro ogni nuova
dottrina. Ma l'impulso è dato, nè poteva fermarsi. I romani conservarono
impresse nella memoria le dottrine dei sofisti. Era poi e riguardarono la
dialettica di Carneade non tanto come un sistema che conveniva esaminare,
quanto come una proprietà che stava bene difendere. Giunti ad età provetta nel
bivio d'abbandonare ogni speculazione filosofica o di disobbedire alle leggi, sono
tratti a disobbedire dalla loro inclinazione per le lettere, passione la quale,
dacchè è nata, va crescendo ogni dì, siccome quella che ha riposte in sè
medesima le proprie soddisfazioni. Gl’uni tennero dietro alla filosofia nel suo
esiglio ad Atene. Altri mandarono colà i loro figli. I capitani degl’eserciti sono
i primi a lasciarsi vincere apertamente da questa tendenza generale degli
spiriti. L'accademico Antioco è compagno di Lucullo. Catone il censore cede
egli stesso, a malgrado delle sue declamazioni, alla seduzione dell'esempio, ed
assistè alle lezioni del peripatetico Nearco. SILLA fa trasportare in Roma la
biblioteca d'Apellico di Teo. CATONE d'Utica allorch'è tribuno militare in
Macedonia peregrino in Asia a solo oggetto d'ottenere che Atenodoro, filosofo del Portico, abbandonasse
il suo ritiro di Pergamo e si conducesse a dimorare con lui. Pure gl’spiriti
che con siffatto entusiasmo s'abbandonarono alle filosofiche investigazioni non
trovavansi da studii anteriori preparati ad astratte speculazioni. Ne avvenne
che la filosofia penetra in coteste menti dico come in massa e nel suo insieme.
Ma non s'indentifica col rimanente delle loro opinione. La sua efficacia è nel
tempo stesso più gagliarda e mento continua che in Grecia. Più gagliarda nelle circostanze
importanti nelle quali l'uomo trascinato fuori del circolo delle sue abitudini
cerca appoggi, motivi d'agire, conforti straordinarii. Meno continua perchè, se
niun evento tnrbava l'ordine abituale, ella ridiventava pe’ romani una scienza,
piuttostochè una regola di condotta applicata a tutti i casi della vita
sociale. Che se non iscorgiamo in Roma individui che a somiglianza dei sapienti
della Grecia consacrassero alla filosofia esclusivamente il loro tempo. Non ci
appare nè anche, ad eccezione di Socrate, che i greci abbiano saputo trarre
dalla filosofia quegli efficaci soccorsi che invigorivano gli illustri
cittadini di Roma in mezzo ai campi, nelle guerre civili, tra le proscrizioni,
allora suprema. I romani si divisero in sette. Effetto della maniera
d'insegnamento di cui i retori greci usavano con essi. Per la maggior parte
schiavi od affrancati, dovevano costoro, qualunque fosse il loro convincimento
o la loro preferenza per queste o quelle dottrine, studiarsi di piacere a' padroni;
ond'è che chiaritisi come una tale ipotesi respignesse colla sua severità o
stancasse colla sua sottigliezza, affrettavansi di sostituirne altra più accetta.
Tali sono i risultamenti della dipendenza. L’amore stesso del vero non basta ad
affrancare l'uomo dal giogo. S’egli non abjura le sue opinioni, ne cangia le
forme; se non rinnega i suoi principii, li sfigura. Allorchè a questi
retori schiavi succedettero i retori stipendiati, le dottrine diventarono
derrata di cui itanto per greci trafficarono, e della quale per
conseguenza lasciarono la scelta a' compratori. Le varie sette non trovarono
in Roma uguale favore. L'epicureismo benchè in bei versi esposto ed insegnato
da Lucrezio, vi fu dapprima respinto, non la sua morale di cui bene non si
conoscevano ancora i corollarii, quanto per la raccomandazione che faceva
d'attenersi ad una vita speculativa e ritirata, aliena non meno da fatiche che
da pericoli. Gli è questo difatti il principale rimprovero che fa Cicerone alla
filosofia epicurea. I cittadini d'uno stato libero non sanno concepire la
possibilità di porre in dimenticanza la patria, perciocchè ne posseggono una; e
considerano come colpevole debolezza quell'allontanamento da ogni carriera
attiva, che sotto il dispotismo diventa bisogno è virtù di tulli gli uomini
integri e generosi. L'epicureismo ebbesi per altro un illustre seguace; nè qui
vo' accennare d'Atlico, che senza principii senza opinioni fu bensì amico caldo
e fedele, ma cittadino indifferente e di funesto esempio, avvegnachè sotto
forme eleganti insegnò alla moltitudine ancora indecisa e vacillante come
chicchessia può accortamente isolarsi e tradire con decenza i proprii doveri
verso la patria. Il romano di cui intendo parlare è Cassio che fino
dall'infanzia si consacrò alla causa della libertà, e rinunziando ai piaceri
alle dolcezze della vita, non ebbe che un pensiero un interesse una passione,
la patria. Fu centro della cospirazione contro Cesare; e dolendosi di non potere
sperare in un'altra vita, muore dopo avere corso un arringo continuamente in
contraddizione colle sue dottrine. Le sette di Pitagora, di Aristotile, e
di Pirrone incontrarono a Roma ostacoli d'altra maniera. La prima, per una
naturale conseguenza del segreto in cui si avvolse fino dal suo nascere,
contrasse affinità con estranie superstizioni; perciocchè uno degli
inconvenienti del mistero, anche quando n'è pura l'intenzione primitiva, è di
fornire all' impostura facile mezzo d'impadronirsene. Nigido Figulo è il solo
pitagorico di qualche grido che abbia fiorito in Roma. L'oscurità aristotelica
ebbe poche attrattive per menti più curiose che meditative. L'esagerazione
pirronista per ultimo ripugna alla retta ragione de’ romani. Il platonismo che
ancor non era ciò che di. venne due secoli dopo per opera de' novelli
platonici. Lo scetticismo moderato della seconda accademia, e lo stoicismo
furono i sistemi adottati in Roma. Lucullo, Bruto, Varrone sono platonici. Cicerone,
a cui piacque porre a riscontro tutte le varie dottrine, inclina per
l'indecisione accademica. Lo stoicismo solo fu caro alla grand'anima di Catone
Uticense. “Non possum legere librum Ciceronis de Se. nectute, de
Amicitia, de Officiis, de Tusculanis Quæstionibus, quin aliquoties exosculer
codicem, ac venerer sanctum illud pectus aflatum celesti Qumine. ERASM. in
Conviv --. M. Tullio adotta egli per convinzione i sistemi filosofici della
nuova accademia, o diè loro la preferenza perchè più propizii all’oratore in
fornirgli arme con cui combattere i proprii avversarii! Corse grand' intervallo
tra un Cicerone ambizioso, e un Cicerone disingannato. Ciò che pel primo era
oggetto subordinato a speranze a divisamenti avvenire, diventa pel secondo un
bisogno del cuore, un'intensa occupazione della mente. Ei pose affetto alle
dottrine del platonismo riformato; e a quelle parti della morale in esse
contenuta di cui si tenne men soddisfatto, altre ne sostituì fornitegli dallo
stoicism. E propriamente ecclettico, od amatore del vero e del buono ovunque lo
riscontrava. Ad imitazione di Platone pose in dialoghi i suoi scritti
filosofici. Per eleganza di stile ed elevatezza di concetti non cede al
modello. Per chiarezza e per ordine lo vince. Ne cinque libri, De finibus,
intorno la natura del bene e del male si propose una meta sublime; la ricerca
cioè del bene supremo; in che cosa consista; come si consegna; ove dimori. Tu
cerchi però inutil mente in quelle pagine da cui traluce tanta sapienza
plausibile soluzione del quesito. Gli antichi ingolfandosi in cotali disamine
faceano ricerca di ciò che trovare non potevano; chè gli è impossibile che il
bene supremo rinvengasi in ordine di cose che necessariamente è imperfetto.Verità
che il Vangelo ci rese ovvia insegnandoci come la felicità sognata dai gentili
pel loro saggio non sia fatta per uomo mortale, essondechè stanza le è
riserbata imperibile sublime. In che cosa consiste il sommo bene? Ecco di
che venivano continuamente richiesti i filosofi. Epicuro ed Aristippo
rispondevano, nel piacere; Jeronimo, nell'assenza del dolore; Platone, nella
comprensione del vero, e nella virtù che ne è conseguenza; Aristotile, nel
vivere conformemente alla natura. Cicerone associa le sentenze di Platone e
d'Aristotile, e si appose meglio di quanti nell'arduo arringo l'avevano
preceduto. Dalle più elevate astrazioni sceso ad argomenti che si
collegano co' bisogni e co' vantaggi dell'uomo, M. Tullio si propose nelle
Tusculane di cercare i mezzi adducenti alla felicità. Cinque ne noverò; il
dispregio della morte; la pazienza ne' dolori; la fermezza nelle varie prove;
l'abitudine di combaltere le passioni, e finalmente la persuasione che la virtù
dee unicamente cercare premio in sè stessa: e la dimostrazione di cotesti
assiomi si fa vaga, sotto la penna del filosofo, di tutte le grazie
dell'eloquenza. All'Anima, egli scrive, tu cercheresti inutilmente un'origine
terrestre, perocchè nulla in sè accoglie di misto e concreto; non un atomo
d'aria d'acqua di fuoco. In cotesti elementi sapresti tu scorgere forza di
memoria d'intelligenza di pensiero, valevole a ricordare il passato a
provvedere al futuro ad abbracciare il presente? Prerogative divine sono queste,
nè troveresti mai da chi sieno state agli uomini largite, se non 'da Dio. È
l'anima pertanto informata di certa quale sua singolar forza e natura ben
diverse da quelle che reggono i corpi tutti a noi noti. Checchè dunque in noi
sia che sente intende vuole vive; divina cosa certo è cotesta; eterna quindi
necessariamente esser deve. Nè la divinità stessa, quale ce la figuriamo,
comprenderla in altra guisa possiamo, che come libera intelligenza scevra
d'ogni mortale contatto, che tutto sente e muove, d’eterno moto ella stessa
fornita. L’anima umana per genere e per natura somiglia a Dio. “Dubiterai
tu, a veder le meraviglie dell'universo, che tal opera stupenda non abbiasi (se
dal nulla fu tratta, come afferma Platone) un creatore; o se creata non fu,
come pensa Aristotile, che ad alcun possente moderatore non sia data in custodia?
Tu Dio non vedi; pur le opere sue tel rivelano: così ti si fa palese
dell'anima, comechè non vista, la divina vigoria, nelle operazioni della
memoria nel raziocinio nel santo amore della virtù.” I discepoli d'Epicuro,
commentando, esagerando ciò che vi avea d'incerto d'oscuro nei principii del
loro maestro. l'universo nato dal caso affermarono, negarono la provvidenza,
piegarono all'ateismo. Tullio si fa a combatterli nel suo libro Della natura
degli Dei. Le lettere antiche non inspiraronsi mai di più sublime
eloquenza. Vedi primamente la terra, collocata nel centro del mondo,
solida, rotonda, in sè stessa da ogni parte per interior forza ristrella; di
fiori d'erbe d'arbori di messi ammantarsi. Mira la perenne freschezza delle
fonti, le trasparenti acque de' fiumi, il verdeggiare vivacissimo delle rive,
la profondità delle cave spelonche, delle rupi l'asperità, delle strapiombanti
vette l’elevazione, delle pianure l'immensità, e quelle recon. dite vene d'oro
e d'argento, e quell' infinita possa di marmi. Quante svariate maniere
d'animali! quale aleggiare e gorgheggiar d'uccelli e pascere d'armenti, ed
inselvarsi di belve! E che cosa degli uomini dirò, che della terra costituiti
cultori non consentono alla ferina immanità di toruarla selvaggia, all’animalesca
stupidità di devastarla, sicchè per opera loro campi isole lidi mostransi vaghi
di case, popolati di città! Le quali cose se a quella guisa colla mente comprendere
potessimo, come le veggiamo cogli occhi; niune in gettare uno sguardo sulla
terra potrebbe dubitar più oltre che esista ia provvidenza divina. “Ed
infatti, come vago è il mare! come gioconda dell'universo la faccia! Qual
moltitudine e varietà d'isole é amenità di piani, e disparità d'animali,
sommersi gli uni nei gorghi, gnizzanti gli altri alla superficie, nati questi a
rapido moto, quelli all’imobi, lità delle loro conchiglie! E l'acre che col
mare con: fina qua diffuso e lieve s'innalza, là si condensa e accoglie in
nugoli, e la terra colle piove feconda; e ad ora ad ora pegli spazii trascorrendo
ingencra i vento ti, e fa che le stagioni subiscano dal freddo al caldo loro
consuete mutazioni, e le penne de' volatori sostiene, e gli animali mantien
vivi.” 5 Giace ultimo l'etere dalle nostre dimore disco. stissimo, che il cielo
e tutte cose ricigne, remoto confine del mondo; per entro al quale ignei corpi
con maravigliosa regolarità compiono il loro corso. Il sole, uno d'essi, che
per mole vince di gran volte la terra, intorno a questa s'aggira, col sorgere e
il tramontare segnando i confini del giorno e della notte; coll'avvicinarsi e
il discostarsi quelli delle stagioni; sicchè la terra, allorehè il benefico
astro s'allontana, da certa qual tristezza è conquisa; pare che invece insieme
col ciclo ši allegri allorchè torna. La luna, che a dire de matemateci, è più
che una mezza terra, trascorre pe' medesimi spazii del sole, ed ora
facendoglisi incontro; ora dipartendosi, que' raggi che da lui riceve a noi
trasmette; ed avvengonle mutazioni di luce; perciocchè talora postasi innanzi
al sole lo splendore ne oscura; talora nell'ombra della terra s'immerge e
d'improvviso scompare. Per quegli spazii medesimi le stelle che denominiamo
vaganti girano intorno a noi e sorgono e tramontano ad uno stessso modo; il
moto delle quali ora è affrettato ora s'allenta ora cessa; spettacolo di
cui altro avere non vi può più ammirando e più bello. Tiene dietro la
moltitudine delle non vaganti stelle, delle quali sì precisa è la reciproca
giacitura, che si poterono ad esse applicar nomi di determinate figure. “E
tanta magnificenza d'astri, tanta pompa di cielo, qual sano intelletto mai
potrà figurarsele surte dal raccozzarsi di corpi qua e là fortuitamente? Chi
potrà credere che forze d' intelligenza e di- ragione sprovvedute fossero state
capaci di dar compimento a tali opere delle quali, senza somma intelligenza e
robusta ragione, ci sforzeremmo inutilmente di comprendere, non dirò come si
sieno fatte, ma solo quali veramente sieno?” Dopo d'avere additato virtù e
religione siccome scaturigini del bene, maestre di felicità, dopo d'avere
spaziato pegli immensi campi d'un'alta e confortevole metafisica, dopo di avere
falto tesoro negli insegnamenti della greca filosofia di ciò ch'essa mise in
luce di più puro e sublime intorno l'anima e Dio; argomento degno della gran
mente di Cicerone era la felicità, non più studiata e ricercata pegli
individui, ma per le nazioni; ed a sì nobile soggetto consacrò i suoi trattati,
in gran parte perduti, Della repubblica e Delle leggi. Nei frammenti che ce ne
restano scorgiamo essersi il filosofo serbato fedele al suo assioma favorito: -
nella giustizia divina contenersi l'unica sanzione dell'umana giustizia.
u Fondamento primo d'ogni legislazione, egli scrive, sia un generale
convincimento che gli Dei sono di tutto arbitri, di tutto moderatori; che
benefattori del. l'uman genere scrutano che cosa è in sè stesso ogni uomo, che
cosa fa, che cosa pensa, con quale spirito pratica il culto; sicchè i buoni
sanno discernere dagli empii. Ecco di che gli animi voglionsi compene. trati,
onde abbiano la coscienza dell' utile e del vero.” Ma se M. Tullio della virtù
della felicità delle leggi ravvisava nella religione le scaturiggini, la
religione voleva che santa e pura fosse, onninamente sgombra dalle supestizioni
dalle credulità, da che vituperata miravala. A tal uopo dettò l'aureo trattato
De divinatione, nel quale usò d'un argomentare nel tempo stesso seyero e
faceto, con abbandonarsi in isferzare la credulità e la sciocchezza a'voli più
opposti della sua proteiforme eloquenza. Capolavoro di Cicerone è il
libro Degli Officii, ossia de' doveri morali degli uomini in qualunque
condizione si trovino essi collocati. I Greci ebbero costume di spaziare troppo
ne' campi delle filosofiche astrazioni; le loro dottrine trovarono meno facile
applicazione a' casi pratici della vita, perchè sovraccaricate di vane
disputazioni, oppurtune più spesso a trastullare l'imaginazione, che ad
illuminare l'intelletto. Tullio grande e saggio anche in questo volle spoglia
la sua filosofia di quell' ingombro, e ricondussela alla più semplice e precisa
espressione degli inculcati doveri. 6 Cicerone (scrive- a proposito del libro
degli Officii un critico tedesco) fu dotato di luminosa intelligenza di
rello giudizio di gran. de altività, doti opportunissime a coltivare la
ragione, a fornirle argomento d' incessanti meditazioni. Ma Cicerone non possede
lo spirito speculativo che si richiede a poter ben addentrarsi ne' primi
principii delle scienze: il tempo venivagli meno a minute indagini, la sua
indole stessa fare non gliele poteva famigliari. Uomo di stato più che
filosofo, le scienze morali lo interessavano per quel tanto che gli servivano a
rischiarare le proprie idee intorno ad argomenti politici. Vissulo in mezzo a
rivoluzioni, quali traversie non ebbe egli a sopportare ! Niun politico si
trovò mai in situazione più propizia per fare tesoro d'osservazioni intorno
l'indole della civile società, la diversità de' caratteri, l'influenza delle
passioni. Pure cotesta situazione sua stessa era poco alla a fornirgli opportunità
d’approfondire idec astralte o meditare sulla natura delle forze invisibili, i
cui visibili risultamenti s'appalesano nell' umano consorzio. La
situazione politica in cui M. Tullio si trovò collocato improntò la sua morale
d'un carattere speciale. Gli uomini dei quali ed a’ quali ragiona sono quasi
sempre della classe a cui spetla d'amministrare la repubblica: talora, ma più
di rado, rivolgesi agli studiosi delle lettere e delle scienze. Per la
moltitudine de cittadini hannovi bensì qua e là precetti generali comuni
applicabili agli uomini tutti; ma cercheresti inutilmente l'applicazione di
que' precelli alle circostanze d'una vita oscura e modestà. Caso invero
singolare! Mentre le forme del reggimento repubblicano raumiliavano l'orgoglio
politico con dargli a base il favore popolare, i pregiudizii dell'antica
società alimentavano l'orgoglio filosofico, con accordare il privilegio
dell'istruzione unicamente a coloro che per nascita o per fortune erano
destinati a governare i loro simili. In conseguenza di questo modo di vedere i
precetti morali di Cicerone degenerarono sovente in politici
insegnamenti. Coi trattati “Dell' amicizia” e “Della vecchiezza” M.
Tullio a confortevoli meditazioni ebbe ricorso onde ricreare la propria mente
dalla tensione di più ardui studii e dagli insulti della fortuna. E veramente
che cosa avere vi può sulla terra di più dolce e santo d'una fedele amicizia?
Che cosa vi ha di più dignitoso e simpatico d'una vecchiezza onorata e felice?
Cice, rone in descrivere quelle pure e nobili dilettazioni consulto il proprio
cuore: beato chi trova in sè stesso l' inspirazione e la coscienza della virtù!”
Ricerca Mitologia romana narrazioni mitologiche dell'antica Roma La mitologia
romana riguarda le narrazioni mitologiche della civiltà legata all'antica Roma,
e può essere suddivisa in tre parti: Periodo repubblicano: nata nei primi
anni della storia di Roma, si distingueva nettamente dalla tradizione greca ed
etrusca, soprattutto per quanto riguarda le modalità dei riti. Periodo
imperiale classico: spesso molto letteraria, consiste in estese adozioni della
mitologia greca ed etrusca. Periodo tardo-imperiale: consiste nell'assunzione
di molte divinità di origine orientale, tra le quali il Mitra persiano,
sincretizzato nel culto del Sol Invictus. Il mito di Romolo e Remo Natura
dei primi miti romaniModifica È possibile affermare che i primi romani avessero
miti. Detta in altro modo: finché i loro poeti non entrarono in contatto con
gli antichi greci verso la fine della Repubblica, i romani non ebbero storie
sulle loro divinità paragonabili al mito dei Titani o alla seduzione di Zeus da
parte di Era, ma ebbero miti propri come quelli di Marte e di Fauno. A
quell'epoca i romani già avevano: un sistema di rituali ed una gerarchia sacerdotale
ben definiti; un insieme molto ricco di leggende storiche sulla fondazione e
sviluppo della loro città che avevano per protagonisti degli umani ma vedevano
anche interventi divini. Prima mitologia sulle divinitàModifica Il modello
romano comportò un modo molto diverso di definire il concetto di divinità
rispetto a quello greco che ci è noto. Per esempio se avessimo chiesto ad un
antico greco chi fosse Demetra, avrebbe probabilmente risposto raccontando la
famosa leggenda del suo folle dolore per il rapimento della figlia Persefone da
parte di Ade. Al contrario un romano antico avrebbe risposto che Cerere aveva
un sacerdote ufficiale chiamato flamine, che era più giovane dei flamini di
Giove, Marte e Quirino (la Triade arcaica), ma più anziano dei flamini di Flora
e Pomona. Avrebbe anche potuto dire che era inserita in una triade con altre
due divinità agresti, Libero e Libera e avrebbe anche potuto elencare tutte le
divinità minori con funzioni specifiche che la assistevano: Sarritor (il sarchiatore),
Messor (il mietitore), Convector (il carrista), Conditor (il magazziniere),
Insitor (il seminatore) e altri ancora. Così la mitologia romana arcaica,
almeno per quello che riguardava gli dei, era costituita non da storie, ma
piuttosto da complesse interrelazioni reciproche tra dei e uomini e all'interno
della sfera umana, dall'una parte, e della sfera divina dall'altra. La
religione originaria dei primi romani venne modificata in periodi successivi
dall'aggiunta di numerose e conflittuali credenze e dall'assimilazione di gran
parte della mitologia greca. Quel poco che sappiamo della religione romana
arcaica lo conosciamo non attraverso fonti contemporanee, ma grazie a scrittori
tardi che cercarono di salvare le antiche tradizioni dall'abbandono in cui
erano cadute, come lo studioso del I secolo a.C. Marco Terenzio Varrone. Altri
scrittori classici, come il poeta Ovidio nei suoi Fasti, furono fortemente
influenzati dai modelli ellenistici e nei loro lavori impiegarono spesso miti
greci per riempire i vuoti della tradizione romana. Prima mitologia sulla
"storia" romanaModifica In contrasto con la scarsità di materiale
narrativo arrivatoci sugli dei, i Romani avevano una ricca fornitura di
leggende quasi storiche sulla fondazione e sulle prime fasi dello sviluppo
della loro città. I primi re di Roma come Romolo e Numa avevano una natura
quasi interamente mitica ed il materiale leggendario può estendersi fino ai
racconti della prima repubblica. In aggiunta a queste tradizioni in gran parte
indigene, fin dai tempi antichi materiale tratto da leggende eroiche greche
venne inserito in questo blocco originario, facendo diventare, ad esempio, Enea
un antenato di Romolo e Remo. L'Eneide e i primi libri di Livio sono le
migliori fonti esistenti per questa mitologia umana. Divinità
romaneModifica Ulteriori informazioni Si propone di dividere questa pagina in
due, creandone un'altra intitolata Divinità romane. Dèi greci e romaniModifica
La pratica rituale romana dei sacerdoti ufficiali distingueva nettamente due
classi di dèi, gli dèi indigeni (di indigetes) e i nuovi dèi (di
novensiles). Gli dei indigeni erano gli dèi originari dello stato romano
e i loro nomi e la loro natura erano rivelati dai titoli degli antichi
sacerdoti e dalle feste fissate sul calendario; trenta dèi di questo tipo erano
onorati con feste speciali. I nuovi dèi erano divinità più tardi i cui
culti vennero introdotti nella città in periodi storici, di solito in una data
conosciuta e in risposta a una specifica crisi o a una determinata necessità.
Le divinità romane arcaiche includevano, oltre agli dèi indigeni, un insieme di
dèi cosiddetti specialisti i cui nomi venivano invocati nel corso di diverse
attività, come la mietitura. Frammenti di antichi rituali che accompagnano tali
azioni come l'aratura o la semina rivelano che in ogni fase delle operazioni
veniva invocata una divinità specifica, il cui nome derivava sempre dal verbo
che identificava l'operazione stessa. Tali divinità possono essere raggruppate
sotto la definizione generale di dei assistenti o ausiliari, che venivano
invocati a fianco delle divinità più grandi. Il culto romano arcaico, più che
essere politeista, credeva a molte essenze di tipo divino: degli esseri
invocati i fedeli non conoscevano molto più che il nome e le funzioni e il
numen di questi esseri, ossia il loro potere, si manifestava in modi altamente
specializzati. Il carattere degli dèi indigeni e le loro feste mostrano
che i Romani arcaici non solo erano membri di una comunità agreste, ma amavano
anche combattere ed erano spesso impegnati in guerre. Gli dei rappresentavano
chiaramente le necessità pratiche della vita quotidiana, secondo le esigenze
della comunità romana a cui appartenevano. I loro riti venivano celebrati
scrupolosamente con offerte ritenute adatte. Così Giano e Vesta custodivano la
porta e il focolare, i Lari proteggevano i campi e la casa, Pale il pascolo,
Saturno la semina, Cerere la crescita del grano, Pomona i frutti, Consus e Opi
la mietitura. Tavola illustrata degli Acta Eruditorum raffigurante divinità
romane Anche Giove supremo, il signore degli dèi, era onorato perché recasse
assistenza alle fattorie e ai vigneti. In una accezione più vasta egli era
considerato, grazie all'arma del fulmine, il direttore delle attività umane e,
per mezzo del suo dominio incontrastato, il protettore dei Romani durante le
campagne militari oltre i confini della loro comunità. Rilevanti nei tempi
arcaici furono gli dei Marte e Quirino, che venivano spesso identificati. Marte
era il dio dei giovani e specialmente dei soldati; veniva onorato a marzo e a
ottobre. Gli studiosi moderni ritengono che Quirino fosse il protettore della
comunità in armi. A capo del pantheon originario vi era la triade
composta da Giove, Marte e Quirino (i cui tre sacerdoti, o flamini,
appartenevano all'ordine più elevato), insieme a Giano e Vesta. Questi dèi nei
tempi arcaici avevano una individualità molto ridotta e le loro storie
personali non conoscevano matrimoni e genealogie. Diversamente dagli dei Greci,
si riteneva che non agissero come i mortali e così non esistono molti racconti
sulle loro imprese. Questo culto arcaico era associato a Numa Pompilio, il
secondo re di Roma, che si credeva avesse avuto come consorte e consigliera la
dea romana delle fontane e del parto, Egeria, spesso considerata una ninfa
nelle fonti letterarie successive. Tuttavia, nuovi elementi vengono
aggiunti in un periodo relativamente tardo. Alla casa reale dei Tarquini la
leggenda ascrive l'introduzione della grande triade capitolina di Giove,
Giunone e Minerva, che occupò il primo posto nella religione romana. Altre
aggiunte furono il culto di Diana sull'Aventino e l'introduzione dei libri
sibillini, profezie di storia mondiale, che, secondo la leggenda, vennero
acquistate da Tarquinio alla fine del VI secolo a.C. dalla Sibilla
cumana. Divinità straniereModifica L'assorbimento degli dèi dei popoli
vicini avvenne quando lo stato romano conquistò il territorio circostante. I
Romani generalmente garantivano agli dèi locali dei territori conquistati gli
stessi onori degli dèi caratteristici dello stato romano. In molti casi le
divinità di recente acquisizione venivano formalmente invitate a trasferire la
propria dimora nei nuovi santuari di Roma. L’oggetto di culto rappresentante
Cibele venne trasferito da Pessinos in Frigia e accolto con le dovute cerimonie
a Roma. Inoltre, lo sviluppo della città attraeva stranieri, a cui era
consentito mantenere il culto dei propri dèi. In questo modo Mitra giunse a
Roma e la sua popolarità tra le legioni ne fece diffondere il culto fino in
Britannia. Oltre a Castore e Polluce, gli insediamenti greci in Italia, una
volta conquistati, sembra che abbiano introdotto nel pantheon romano Diana,
Minerva, Ercole, Venere e altre divinità di rango inferiore, alcune delle quali
erano divinità italiche, altre derivavano originariamente dalla cultura della
Magna Grecia. Le divinità romane importanti venivano alla fine identificate con
gli dei e le dee greche che erano più antropomorfiche e assumevano molti dei
loro attributi e miti. Principali divinità romane Animali Lupo Picchio
Sirena Strige Dèi e dee Abbondanza:
personificazione dell'abbondanza e della prosperità nonché la custode della
cornucopia Abeona: protettrice delle partenze, dei figli che lasciano per la
prima volta la casa dei genitori o che muovono i loro primi passi. Adeona:
protettrice del ritorno, in particolare di quello dei figli verso casa dei
genitori. Aequitas: l'origine, il principio ispiratore di matrice divina, del
diritto. Aeracura: dea ctonia e della fertilità Aesculanus: divinità romana
protettrice dei mercanti e preposta alla coniazione delle monete Aio Locuzio:
dio dell'avvertimento misterioso, avvisò Roma dell'invasione dei Galli
Alemonia: dea della fertilità per cui le si dedicavano dei sacrifici per avere
figli, ma era anche responsabile della salute del bimbo nel ventre materno. Era
infatti lei che si occupava del suo nutrimento mentre viveva nel corpo della
madre, garantendo quindi altresì la salute del corpo della madre Alma: colei
che portava la vita Angerona: dea del silenzio o dei piaceri, protettrice degli
amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla
tristezza Angizia: divinità ctonia adorata dai Marsi, dai Peligni e da altri
popoli osco-umbri, associata al culto dei serpenti Anguana: una creatura legata
all'acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa Anna
Perenna: dea che presiedeva il perpetuo rinnovarsi dell'anno Annona: un'antica
dea italica, dea dell'abbondanza e degli approvvigionamenti Antevorta: dea del
futuro, presiede alla nascita dei bambini quando sono in posizione cefalica
Attis: paredro di Cibele, il servitore autoeviratosi, che guida il carro della
dea. Aquilone: dio del vento del nord Aurora: dea dell'aurora Auster: dio del
vento del sud Averna: una dea della morte Bacco: dio della follia, delle feste,
del vino, dell'uva, dell'ebrezza e della vendemmia Barbatus: dio a cui si
rivolgevano i ragazzi non solo perchè facesse crescere copiosa la barba, ma
anche per non tagliarsi quando ci si liberava di essa con una lama piuttosto
affilata Bellona: dea che incarna la guerra Bona Dea: antica divinità laziale,
il cui nome non poteva essere pronunciato, dea della fertilità, della
guarigione, della verginità e delle donne Bonus Eventus: una delle dodici divinità
che presiedevano all'agricoltura e concetto di successo Bubona: dea protettrice
dei buoi Candelifera: dea romana della nascita Caligine: dea della nebbiosa
oscurità primordiale, generò dapprima Caos, poi, Notte, Giorno, Erebo ed Etere
Caos: dio del caos primordiale Cardea: dea della salute, delle soglie e cardini
della porta e delle maniglie, associata anche al vento Carmenta: dea
protettrice della gravidanza e della nascita e patrona delle levatrici Carna:
dea con il compito di proteggere gli organi interni, in particolare dei
bambini, e più in generale di assicurare il benessere fisico all'uomo Cerere:
divinità materna della terra, dell'agricoltura, del grano, della fertilità, dei
raccolti e della carestia Cibele: dea della natura, degli animali e dei luoghi
selvatici. Clementia: dea della clemenza e della giustizia Cloacina: dea
protettrice della Cloaca Maxima, la parte più antica ed importante del sistema
fognario di Roma Concordia: spirito dell'armonia della comunità Conso: divinità
del seme del grano, dei depositi per la sua conservazione, dei granai e degli
approvvigionamenti Cupido: dio dell'amore divino, del desiderio sessuale,
dell'erotismo e della bellezza Cunina: dea della tenerezza, protettrice dei
lattanti, che veniva supplicata a lungo quando il pargolo era insonne e non
faceva dormire, o quando aveva la febbre, o male al pancino Cura: dea della
vita e dell'umanità Dea Tacita: dea degli inferi che personifica il silenzio
Devera: una delle tre divinità che insieme a Pilumnuse Intercidona proteggevano
le ostetriche e le donne in travaglio Diana: dea della Luna, delle selve, degli
animali selvatici, delle giovani fanciulle vergini e della caccia, custode
delle fonti e dei torrenti Disciplina: personificazione della disciplina
Discordia: dea della discordia, del caos e del male Dis Pater: dio del
sottosuolo Domidicus: dio che guida la casa sposa Domizio: dio che installa la
sposa Dria: dea che assicurava un buon flusso esente da dolori nelle
mestruazioni Edulica: dea spesso invocata perché alla madre non mancasse il
latte Edusa: dea che provvedeva a far provare al bambino il desiderio della
semplice acqua Egeria: dea romana delle fontane e del parto Epona: dea dei
cavalli e dei muli Ercole: dio del salvataggio Erebo: dio ancestrale
dell'oscurità, le cui nebbie circondavano il centro della Terra Esculapio: dio
della medicina Etere: dio dell'aria superiore che solo gli dei respirano
Fabulinus: dio che insegna ai bambini a parlare Falacer: dio del Cermalus
(un'altura del Palatino) Fama: personificazione della voce pubblica Fascinus:
incarnazione del divino fallo Fauno: dio dei pascoli, delle selve, delle
foreste, della natura, dei campi, dell'agricoltura, della campagna e della
pastorizia Favonio: dio del vento dell'ovest Febo o Apollo: dio del Sole, delle
arti, della musica, della profezia, della poesia, delle arti mediche, delle
pestilenze e della scienza Fecunditas: dea della fertilità Felicitas: divinità
dell'abbondanza, della ricchezza e del successo, presiedeva alla buona sorte
Ferentina: dea dell'acqua e della fertilità Feronia: una dea romana della
fertilità di origine italica, protettrice dei boschi e delle messi, celebrata
dai malati e dagli schiavi riusciti a liberarsi Febris: dea della Febbre,
associata alla guarigione dalla malaria Fides: personificazione della lealtà
Flora: dea della primavera e dei fiori Fontus o Fons: dio delle fonti Fornace:
dea del forno in cui si cuoce il pane Fortuna: dea del caso e del destino
Furie: personificazioni femminili della vendetta Furrina: dea delle acque Giano:
dio dei bivi, delle scelte, dell'inizio e della fine Giorno: dea del giorno
Giove: re degli dei, dio del fulmine e del tuono Giunone: regina degli dei, dea
della donne e del matrimonio Giustizia: personificazione della giustizia
Giuturna: dea dei corsi d'acqua dolce del Lazio Insitor: dio della protezione
della semina e degli innesti Inuus: dio del rapporto sessuale Iride: dea
dell'arcobaleno e messaggera degli dei Iuventas: dea della giovinezza
Jugatinus: dio che unisce la coppia in matrimonio Lari: spiriti protettori
degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon
andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale Laverna:
protettrice dei ladri e degli impostori Levana: dea protettrice dei neonati riconosciuti
dal padre Libero (Liber): dio italico della fecondità, del vino e dei vizi
Libertas: divinità romana della libertà Libitina: divinità arcaica romana,
incaricata di badare ai doveri ed ai riti che si tributavano ai morti e che
perciò presiedeva ai funerali Lua: dea a cui erano consacrate le armi dei
nemici sconfitti Lucina: dea del parto, salvaguardava inoltre le donne nel
lavoro Luna: personificazione della Luna Luperco: dio protettore della
fertilità Lympha: dea che influenzava l'approvvigionamento idrico Maia: dea
della fecondità e del risveglio della natura in primavera Mani: anime dei
defunti. Esse talvolta venivano identificate con le divinità dell'oltretomba
Manturna: dea che teneva la sposa a casa Marìca: divinità italica. Ninfa
dell'acqua e delle paludi, era signora degli animali e protettrice dei neonati
e della fecondità Marte: dio della guerra violenta Matres: divinità femminili
dell'abbondanza e della fertilità Mefite: dea delle acque, invocata per la
fertilità dei campi e per la fecondità femminile Mena (21°figlia di Giove): dea
della fertilità e delle mestruazioni Mors: personificazione della morte
Mercurio: messaggero degli dei, dio della velocità, dell'astuzia, delle strade,
del commercio, dei messaggi, dei viaggiatori, dei ladri, dell'eloquenza,
dell'atletica, delle trasformazioni di ogni tipo, della destrezza e della
farmacia, protettore dei messaggeri, dei ladri e dei viaggiatori Minerva: dea
dell'intelligenza, delle tattiche militari, della tessitura e delle arti
casalinghe Mitra (Mithra): dio delle legioni e dei guerrieri Muse: 9 divinità
delle arti Mutuno Tutuno: divinità matrimoniale fallica Nemesi: dea della
vendetta, dell'equilibrio e del castigo Nettuno: dio del mare, dei terremoti,
dei maremoti, delle piogge, del vento marino, delle tempeste e della siccità
Notte: dea della notte Numeria: dea italica della matematica, preposta al conto
dei mesi del parto Nundina: dea che si occupava della purificazione dei nuovi
nati Opi: dea della terra e dispensatrice dell'abbondanza agraria Orco: dio
degli Inferi Ore: dee delle ore Ossilao: dio che si doveva occupare che le ossa
dei bambini crescessero sane e robuste Palatua: dea del Palatino Pale: dio
degli allevatori e del bestiame Partula: dea del parto, che determina la durata
di ogni gravidanza Pax: dea della pace Pavenzia: dea che si occupava di
proteggere i bambini dagli spaventi improvvisi Pellonia: divinità che faceva
scappare i nemici Penati: spiriti protettori di una famiglia e della sua casa
ed anche dello Stato Pertuda: dea che consente la penetrazione sessuale
Picumnus: dio della fertilità, dell'agricoltura, del matrimonio, dei neonati e
dei bambini Pietas: dea del compimento del proprio dovere nei confronti dello
Stato, delle divinità e della famiglia Pilunno: dio protettore dei neonati
nelle case contro le malefatte di Silvano Plutone: dio della morte e degli
inferi Pomona: dea dei frutti Potina: dea che si occupava di accompagnare il
bimbo nello svezzamento Portuno: dio dei porti e delle porte Postvorta: dea del
passato, presiede la nascita dei bambini quando essi sono in posizione podalica
Prema: dea che tiene la sposa sul letto Priapo: dio della fertilità maschile
Proserpina: dea dei fiori e della primavera Providentia: personificazione
divina dell'abilità di prevedere il futuro Psiche: dea delle anime,
personificazione dell'Anima gemella, ossia l'amore umano e protettrice delle
fanciulle Pudicizia: dea romana della castità coniugale Quirino: dio delle
curie e protettore delle pacifiche attività degli uomini liberi Robigus: dio romano
della ruggine del grano Roma: dea della patria e della città di Roma Rumina:
dea delle donne allattanti Salacia: dea dell'acqua salata e custode delle
profondità dell'oceano Salus: personificazione dello stare bene, della salute e
della prosperità Sanco: dio protettore dei giuramenti Saturno: titano del tempo
e della fertilità Securitas: personificazione della sicurezza Silvano: dio dei
boschi Senectus: dio della vecchiaia Sogno: dio dei sogni Sole:
personificazione del Sole Sol Indiges: antica divinità solare Sol Invictus:
antica divinità solare Somnus: dio del sonno e padre dei sogni Soranus: dio
solare infero Speranza: dea della speranza Statano: divinità che aiutava i
bimbi ad avere forza sulle gambe e quindi a camminare speditamente Statulino:
dio che era accanto ai bambini nel muovere i primi passi perché non cadessero
donandogli la stabilità Sterculo: dio inventore della concimazione dei campi e
degli escrementi Stimula e Sentia: dee che, negli adolescenti, affinavano i
sensi ed i ragionamenti, curandone l’intelligenza ed il raziocinio, li
rendevano consapevoli e gli insegnavano da un lato l’indipendenza e dall'altro
l'onere dei loro doveri Strenia: simbolo del nuovo anno, di prosperità e buona
fortuna Subigus: dio che sottomette la sposa alla volontà del marito Summano:
dio dei tuoni e dei fenomeni atmosferici notturni Terminus: dio dei confini dei
poderi e delle pietre terminali Tellus: dea romana della Terra e protettrice
della fecondità, dei morti e contro i terremoti Tiberino: dio delle sorgenti e
del fiume Tevere Trivia: dea della magia, degli incroci, degli incantesimi,
degli spettri e protettrice degli incroci di tre strade ed era la potente
signora dell'oscurità, regnava sui demoni malvagi, sulla notte, sulla Luna, sui
fantasmi e sui morti, associata anche ai cicli lunari rappresentava la Luna
calante. Era invocata da chi praticava la magia nera e la necromanzia Uterina:
assistente alla puerpera nel momento delle doglie che aiutava a superare il
dolore delle doglie Vacuna: patrona del riposo dopo i lavori della campagna.
Divinità di ampio utilizzo, ma soprattutto riconosciuta e invocata per la
fertilità, legata alle fonti, alla caccia, e al riposo Vaticano: dio la cui
funzione era assistere i neonati nel loro primo vagito Veiove: protettore dell'Asylum,
il bosco sacro di rifugio che si trovava nella sella del Campidoglio Venere:
dea della bellezza, dell'amore e del desiderio Verità: dea e personificazione
della verità Vertumno: dio della nozione del mutamento di stagione e presiedeva
alla maturazione dei frutti Vesta: dea del focolare, della casa e del cibo Vica
Pota: dea della vittoria e della conquista Victoria: dea della vittoria e dei
giochi Viduus: dio minore, deputato a separare l'anima dal corpo dopo la morte
Virginiensis: dea che scioglie la cintura della sposa Viriplaca: dea romana che
"placa la rabbia dell'uomo" Virtus: divinità del coraggio e della
forza militare, la personificazione della virtus (virtù, valore) romana
Volturno: dio del fiume Volturno e patrono del vento caldo di sud-est Volupta:
personificazione del piacere sensuale Vulcano: dio del fuoco, della metallurgia
e dei vulcani, protettore dei fabbri Festività Lo stesso argomento in
dettaglio: Festività romane. Consualia Fontinalia Fornacalia Lupercalia
Nettunalia Parentalia Saturnali Primavera sacra Floralia Località -- Averno
(lat.Avernus) Campidoglio Cariddi Lete Palatino Stige (lat.Styx) Personaggi,
eroi e demoniModifica Almone - eroe Anteo - eroe Ascanio - eroe Caca - demone
Caco - demone Camene - demoni Camerte - eroe Caronte - demone Cidone e Clizio -
eroi Clauso - eroe Clelia - eroe Curiazi - eroe Didone - personaggio Egeria -
demone Enea - eroe Ercole - eroe Eurialo e Niso - eroi Evandro - eroe Fauna -
demone Fauno - demone Feziali - eroe Flamini - personaggi Galatea - demone
Lamiro e Lamo - eroi Laride e Timbro - eroi Lavinia - personaggio Lica - eroe
Luca - eroe Marica - demone Messapo - eroe Murrano - eroe Numa Pompilio - eroe
Orazi - eroi Pallante - eroe Pico - demone Pontefice massimo - personaggio
Publio Cornelio Scipione Psiche - personaggio Ramnete - eroe Rea Silvia -
personaggio Remo - eroe Reto - soldato Romolo e Remo - eroi Salii - personaggi
Salio - eroe Serrano - eroe Sibilla - personaggio Tagete - demone Tarquito -
eroe Terone - eroe Tirro - personaggio Turno - eroe Ufente - eroe Umbrone -
eroe Venulo - eroe Vestali - personaggi Volcente - eroe PopoliModifica
Aborigeni Equi Latini Marsi Messapi Rutuli Sabini Troiani Volsci. Ferro e
Monteleone, Miti romani. Il racconto, Torino, Einaudi, 2010. Anna Ferrari, Dizionario
di mitologia, Torino, Utet, Voci correlate Religione romana Sacerdozio
(religione romana) Numen Mitologia Mitologia etrusca Mitologia greca Dodici dei
(religione romana) Quirino (divinità). Portale Antica Roma Portale
Letteratura Portale Mitologia Ultima modifica 5 ore fa di Pulciazzo
PAGINE CORRELATE Lista di divinità lista di un progetto Dèi Consenti dodici dèi
principali della mitologia romana Triade arcaica Wikipedia Il Conte
Tullio Dandolo. Tullio Dandolo. Dandolo. Keywords: storia della filosofia
romana – ambasceria di Carneade – e tutto il resto! -- “Il secolo di Augusto”;
“Roma e l’impero fino a Marc’Aurelio” “Corse estive nel Golfo della Spezia”;
roma pagana “indici ragionati degli studi del conte Tullio Dandolo su Roma
pagana” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dandolo” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Daniele: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale numismatica – scuola di San
Clemente – filosofia rimenese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (San Clemente). Filosfo
san-clementino. Filosofo riminiano. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. San
Clemente, Rimini, Emilia-Romagna. Grice: “Daniele is an interesting
philosopher, if you are into numismatics, his pet topic!” Figlio di Domenico e
Vittoria De Angelis, studia a Napoli, dove frequenta gli intellettuali della
città. Entra in amicizia con vari studiosi tra cui Genovesi, Cirillo, ed
Egizio. Cura un'edizione delle opere di A. Telesio, illustre filosofo
cosentino, lavoro che gli procurò l'interesse di intellettuali di giornali
letterari dell'epoca, specialmente per l’epistola dedicatoria e la vita del
Telesio filosofo in purgato latino. Cura la pubblicazione le “Opuscoli” di Mondo,
che era stato il suo primo maestro, premettendovi una dotta prefazione di tutte
le veneri e la grazie pellegrine dell’idioma toscano, che merita gli elogi di
Zanotti. Pubblica le nuove “Orazioni” latine di Vico, ch’erano state lette da
quest’altissimo ingengno mentre filosofava sull’eloquenze e la colloquenza alla
Regia Univerista. Publicca la l’aureo romanzo de Longo – que sembra dettato
dall’amore, reso in volgare da Caro, con deliziosa e spontanea gracia, faciendo
un dono preziossimimo agli ananti della toscana favella – corredandolo di una
dotta prefazione escritta con ammirabile purita di lingua. A San Clemente cura le
proprietà della famiglia. Si dedica al studio dell’antico e agli studi della
classicità acquisendo documentazioni – collezione epigrafica -- e creando una
collezione di oggetti antichi legati al territorio di San Clemente. Pubblica una
critica ad alcuni studi sulle storia di Caserta (“Crescenzo Espersi Sacerdote
Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni, un ufficiale di artiglieria
napoletano”). Il marchese Domenico Caracciolo lo fa richiamare a Napoli dove
entra nella segreteria di Stato. Riordina la raccolta delle leggi e dei diplomi
dell'imperatore Federico II. E nominato "regio istoriografo", carica
che era stata di VICO (si veda) e di Assemani. Alla carica era associato un
sussidio economico. Pubblicò Le Forche Caudine illustrate (Napoli), lavoro che
gli permise di entrare all'Accademia della Crusca. Ricoprì nella Reale
Accademia di Scienze e Belle Lettere, creata da Ferdinando IV, la carica di
censore per le memorie delle classi terza e quarta. Riceve l'incarico di
sistemare la biblioteca della Collezione Farnese, in seguito confluita nella
Biblioteca di Napoli. Divenne uno dei 15 soci dell'Accademia Ercolanese, dove
cura la pubblicazione degli studi su Ercolano e Pompei. Suo malgrado anzi fu
coinvolto, a causa della sua vicinanza con gli intellettuali vicini alla
repubblica, nei fatti che successero dopo la caduta della Repubblica
partenopea. Perse tutti gli incarichi e di conseguenza torna agli amati studi.
Pubblicò un saggio di numismatica, Monete antiche di Capua, con la descrizione
delle monete capuane di cui sei inedite. Sotto Bonaparte, riottenne le sue
cariche e l'anno dopo divenne segretario perpetuo dell’Accademia di storia e di
antichità e fu nominato direttore della Stamperia Reale. Fu anche socio
dell'accademia Cosentina, della Plautina di Napoli, e dell'Accademia Etrusca di
Cortona. Altre opere: “Antonii Thylesii Consentini Opera” (Napoli); “Crescenzo
Esperti Sacerdote Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni” (Napoli) – una
lettera sotto un falso nome in cui dimonstra la vera origine di Caserta --; “Le Forche Caudine illustrate” (Caserta) –
dove stabilisce il vero luogo ove furono piantati que’ gioghi sotto cui passarono
le vite legion romane, provando con compoisoa e ben adattata erudizioone, chef
u la Valle d’Arpaia, contro l’opinione di Cluvero, Olstenio, e di altri eruditi
di chiaro nome --; “I Regali Sepolcri del duomo di Palermo riconosciuti et
illustrate” (Napoli) – imprese anche ad illustrare le tombe de’ re di Sicilia.
Rispende in questa la purita della lingua, e la ‘erudizione piu estesa, che
possa desiderarse tanto nella patria storia degli antichi tempi,, quanto in
quella del medio evo -- “Monete antiche di
Capua” (Napoli) dove interpreta le
antiche monete di Capua gia pubblicate fino al numero di dodici, ne pubblica
altre sei del tutto ignote agli eruditi; e nel fine dell’opera tratta in un
erudite discourse del culto di Giove, di Diana, e di Ercole presso i Campani.
Opera inedita: Ricerca storica, diplomatica, e legalle sulla condizione feudale
di Caserta; Vita e Legislazione dell’Imperatore Federico II, “Codice
Fridericiano” contenente tutta la legislazione di Federico. Propurca l’onoro di
iiverine region storiografico, segretario perpetuo dell’accademia ercolanese e
l’accademia della Crusca.– che le merita membro della Crusca – Vita ed opuscoli
di Camilo Pellegrino il giovane; Topografia dell’antica Capua illustrate con
antichi monumenti; Il Museo Casertano. “Cronologia della famiglia Caracciolo di
Francesco de Pietri” (Napoli). Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Danilele epigrafista e l’epigrafe
probabilmente sua per la Reggia di Caserta,La collezione epigrafica del Daniele
a Caserta; Una pagina di storia dell’Anfiteatro Campano, Francesco Daniele: un
itinerario emblematico, in classica a Napoli, La famiglia Daniele e i suoi due
palazzi in San Clemente di Caserta: note genealogiche ed araldiche, descrizione
degli edifici superstiti e ipotesi e proposte per la loro corretta
attribuzione”; Daniele e lo studio del mondo antico” -- Lettere di Francesco
Daniele al principe di Torremuzza”; “Lettera di Francesco Daniele a Giovanni
Paolo Schultesius, Lettere di Francesco Daniele al dottor Giovanni Bianchi di Rimini”
Pseudonym: ‘Crescenzo Esperti’.
Francesco Daniele. Keywords: filosofia antica, roma antica, filosofia
romana, l’antico in Roma antica, l’antico, idea dell’antico, ercolano, pompei,
collezione farnese, palazzo Daniele, San Clemente, Caserta. Opera di Mondo, A.
Telesio. “Regio Istoriografo,” carica cheera state di Divo e di Assemani,
Giove, Diana, Ercole, Campania, le vinte legion legion romane, l’origine di
Caserta, A. Telesio, filosofo. Mondo, filosofo, opuscoli. Romanzo di Longo reso
in volgare da Caro, vita di Talesio, orazioni sull’eloquenza di Vico, valle
d’Arpaia, gioghi, re di Sicilia. Numismatica romana studio della
monetazione romana Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni A questa voce o
sezione va aggiunto il template sinottico {{Coin image box 1 double}} La
numismatica romana studia la monetazione romana, cioè l'insieme delle monete
emesse da Romae dal suo Impero dalla prime emissioni di monete fuse, delle
monete romano-campane sino alla fine dell'Impero Romano. Articolazione
della materiaModifica monetazione romana repubblicana monetazione imperatoriale
monetazione imperiale monetazione provinciale La monetazione repubblicana
comprende monete dalle prime emesse da Roma sino alla guerra civile. La
monetazione imperatoriale comprende monete emesse nel periodo delle guerre
civili, dai vari generali in lotta in virtù dell'imperium posseduto. Alcuni
studiosi non accettano questa categoria ed includono queste monete in quelle
repubblicane. La monetazione imperiale romana comprende monete emesse
dalla nascita del principato fino alla fine dell'Impero romano. La
monetazione provinciale invece tratta di quelle monete che sono state emesse da
colonie ed alleati di Roma. Si tratta principalmente di monete sussidiarie o di
monete emesse dagli imperatori romani utilizzando tipi che fossero meglio
compresi da popolazioni di lingua greca. Spesso queste monete sono indicate col
termine di coloniali. Una volta erano anche chiamate Greche imperiali. I
punti più rilevanti nella monetazione romana sono l'emissione del denario nel
III secolo a.C., l'emissione dell'antoniniano da parte di Caracalla nonché lo
studio del sesterzio vero e proprio veicolo di propaganda dell'antichità.
Sono anche fondamentali le riforme monetarie di Augusto, Caracalla, Aureliano e
Diocleziano. Classificazione delle monete romane
repubblicaneModifica Antonia 1; Syd. Craw. 364/1b Pompeia 1; Syd.;
Craw. 235/1a Per le monete repubblicane uno dei riferimenti più usati è il
testo di Babelon (Description historique et chronologique des monnaies de la
république romaine vulgairement appelées monnaies consulaires) pubblicato in
due volumi nel 1885-1886. Nel testo viene utilizzata la suddivisione proposta
da Eckhel: monete fuse monete romano-campane monete anonime, senza
cioè l'indicazione del magistrato responsabile dell'emissione monete divise per
gens. All'interno della gens le monete sono catalogate in ordine cronologico.
Le monete vengono quindi indicate con l'indicazione delle gens ed un numero
progressivo: ad es. Claudia 6, Pomponia 1. La Description di Babelon è stata
ristampata. Altri lavori più moderni sono quello di Sydenham e quello di
Michael H. Crawford, che elencano le monete in ordine cronologico. Il
lavoro di Crawford è il più recente sulla monetazione repubblicana. Nell'elenco
delle monete il primo numero indica il monetario mentre il secondo numero indica
la singola moneta. Sydenham, E.A.: Coinage of the Roman Republic
Crawford, Roman Republican Coinage. Quest'ultimo lavoro è considerato il
migliore attualmente esistente Bisogna anche citare due studi
particolari: Campana, La monetazione degli insorti durante la guerra
sociale, l'unico studio approfondito su questo tema, che riporta anche il
corpus completo e lo studio dei coni. Thurlow, B. - Vecchi I.: Italian Aes
Grave and Italian Aes Rude, Signatum, and the Aes Grave of Sicily, sulla
monetazione fusa in Italia e Sicilia. Classificazione delle monete romane
imperiatorialiModifica Non esistono pubblicazioni specifiche che classifichino
le monete di questo periodo. Si usano sia testi sulle monete repubblicane che
testi sulle monete imperiali. Alcuni dei testi sono già stati analizzati
per le monete repubblicane e sono: Babelon, E.: Monnaies de la République
Romaine, che usa la divisione per gens. Sydenham, E.A.: The Coinage of the
Roman Republic, che usa una suddivisione cronologica e si ferma grosso modo al
36 a.C. Crawford, M. H.: Roman Republican Coinage. Altri testi, che riguardano
anche la monetazione imperiale sono: Cohen H. Déscription Historique, un
testo che riguarda le monete dell'Impero Romano e che il più usato per
classificare le monete imperiali Roman Imperial Coinage (a cura di Mattingly e
Sydenham). Classificazione delle monete romane imperialiModifica I testi di
riferimento per la monetazione imperiale sono i "Cohen" ed il
RIC. Cohen: Déscription Historique des Monnaie frappées sous L'Empire
Romain, comunemént appelées Médailles Imperiales. Riguarda le monete
dell'Impero Romano e che il più usato per classificare le monete imperiali.
Ovviamente ormai molte delle informazioni contenute sono diventate obsolete.
Copre le monete emesse Le monete sono ordinate prima cronologicamente per
Imperatore, poi per l'ordine alfabetico della scritta al rovescio. Questo
ordine, certamente poco scientifico, comunque permette di identificare
abbastanza rapidamente la moneta. Roman Imperial Coinage, Nove volumi a cura di
Mattingly e Sydenham -- è lo standard di riferimento per le centinaia di libri
e cataloghi di collezioni su questo periodo. Mommsen: Die Geschichte des
römische Münzwesen - Berlin Tr. fr.: Histoire de la monnaie romain. Paris
(Ristampa Graz Ristampa Forni) Burnett:
Coinage in the Roman World,London: Seaby, Sutherland, Roman Coins Harl:
Coinage in the Roman Economy Thomsen, Early Roman Coinage: a Study of the
Chronology, 3 voll., Copenaghen, Repubblica Babelon, Description historique et
chronologique des monnaies de la République Romaine vulgairement appelées
monnaies consulaires, 2 voll., Paris, Rollin et Feuardent (ristampato da
Forni). Alberto Banti, Corpus Nummorum Romanorum. Monetazione repubblicana,
Firenze, Banti editore, Gian Guido Belloni, La moneta romana. Società,
politica, cultura, Firenze, NIS, 1993. Gian Guido Belloni (a cura di), Le
monete romane dell'età repubblicana. Catalogo delle raccolte numismatiche,
Milano, Comune di Milano, Crawford, Roman Republican Coinage, London, Cambridge,
Crawford, Roman Republican Coin Hoards, London, Royal Numismatic Society,
Sydenham, The Coinage of the Roman Republic, New York (Durst). ImperoModifica
Alberto Banti, I grandi bronzi imperiali, Firenze, Banti, Cohen, Description
des Monnaies frappées sous l'Empire Romain, II ed. Paris, H. Mattingly - E.A. Sydenham (et al.), Roman
Imperial Coinage, Londra, Montenegro, Monete imperiali romane, Con valutazione
e grado di rarità, Torino, Montenegro edizioni numismatiche, Seaby, Roman
Silver Coins, Second edition, 4 voll., London, B.A. Seaby, 1967-71. David R.
Sear, Roman Coins and their Values, Millennium edition, 3 voll., London, Spinx,
Monetazione romana Monetazione romana Monetazione fusa Monetazione
romano-campana Monetazione romana repubblicana Monetazione imperatoriale
Monetazione imperiale Monetazione provinciale Monetazione bizantina Monetazione
italiana antica Collegamenti esterniModifica Sito con le immagini delle monete
repubblicane ed imperiali, su wildwinds.com. Introduction to Roman Coins by The
Museum of Antiquities on the University of Saskatchewan, su usask.ca. Risorse
numismatiche on line. Università di Bologna, su numismatica.unibo. Rassegna
degli Strumenti Informatici per lo Studio dell'Antichità Classica: Fonti
numismatiche, su rassegna.unibo.it. Portale Antica Roma
Portale Numismatica Ultima modifica 2 anni fa di Messbot PAGINE CORRELATE
Numismatica studio della moneta e della sua storia Monetazione romana
repubblicana monetazione di Roma repubblicana Roman Imperial Coinage
catalogo britannico delle monete romane di età imperiale Wikipedia Il Daniele.
Keywords: implicatura numismatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Daniele” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dati: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ELEGANTIOLÆ – scuol
di Siena – filosofia sienese – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Siena). Filosofo sienese. Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Siena, Toscana. Grice: “Dati is a good one if you are into Ciceronian
rhetoric as given a running commentary by an unknown philosopher from Siena! –
But mind, he also wrote, like Shropshire, on the immortality of the soul!” Noto per il suo manuale di grammatica Elegantiolae.
Erasmo lo loda come uno dei maestri italiani di eloquenza. Nato da una agiata
famiglia senese, passò la maggior parte della sua vita a Siena. Studia con
Filelfo. Dopo aver insegnato per qualche tempo a Urbino, torna in patria e
insegna retorica. E nominato segretario di Siena. Altre opere: Elegantiolae.
L'Isagogicus libellus pro conficiendis epistolis et orationibus fu stampato per
la prima volta a Ferrara da Andrea Belfortis. Elegantiae minores; “Opusculum in
elegantiarum precepta cum Jodoci Clicthovei Neoportunensis et Jodoci Badii
Ascensii commentariis; “Ascensii in epistolarum compositionem compendium”;
“Sulpitii de epistolis componendis opusculum”; “Tabule in Augustino Datto
contentorum index”; “Francisci Nigri elegantie regularum elucidatio”;
“Magistratum Romanorum nominum declaratio”; “Ortographie regularum Ascensiana
traditio. De grecis dictionibus apex ex Tortellio depromptus.” “Augustini Datii
Senensis opera (Siena) – include diciassetteopusculi: I piu importanti sono:
“Oratium libri septem”, “Fragmenta senensium historiarium libris tribus;
“Isagogicus libellus pro conficiendis epistolis et orationibus” ristampato
“Elegantiarum libellus”. Le Elegantiolae, ristampato ocon cari titoli, era
considerato "il manuale par excellence". Sirve da base per i
“Rudimenta grammatices” di Perotti. Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, “Plumbinensis Historia”, Firenze, Sismel
Edizioni del Galluzzo. Vedi Bandiera, “De laudibus eloquentiae”. BOpSTr .
JULLgi I et o=w zxt ri (yauM^ -zn j r J * cm (jflV<3 VSTINI DttTI Senensis
Ifagogi? cus libellus in ELOQUENTIAE PRECEPTA ab JPvnbrea b«= mini ctyriftof
eri filium f eliciter incipit/ 8 Rebimu giam bufeumaplcnfcKviiris i etiam
bifertiflimis perfuafiitum be- v ', t v tvr, mum artem quepiam in bicebo non .
^«,'<$•/ J nuliam abipifcu y fi veteru fectatu vef 6 tigia/optia fibi quifcp
feper ab imita bum propofueriFTNecj^ eni qui biutius I.M» CICERONE lectione
veriatus fit,n5 m bicebo/et ornatus et copiosus esse poterit. Na et fjorribiora
cre= i,•.»>>brius cofectati l ipfi qucqp anbi ieiuni et inculti fi ant
neceffe eft. 4j Lectitati igitur micfyi CICERONE volumina Cque ELOQUENTE
parentem appellaueri) - j pauca anotatioe bigna vifa fut. iquibus fi vtemur 41
vulctanufermoneaipernati/ab eloquetiamrroxi i s i mius.accebemus/ v PRECEPTVM I
varietati/comutati onio vt ftubeamus/ t d Seb cu ib i primis quirc| abmouebus
fiti quob rfyetor ille biligetittimus et inlignis abmobu orator sabius Quitilianus
be oronis partibus bicere cofueuit.J Meq; eni leges fut oratoru / quaba velu- .
tiiniu.atihj Kceflitdtecoltitute; ncc roaaiignibus < L -v* GI-NEVIEVM; vt
i&cm bicebat)plebifl ve fcitis.Tancta [vt ifta PRECEPTA. feb vti in ftatuis
picturis pozmatibus ccte= rif^ita quocgin exornaba viri eloquentis oratione
plurimum feper roboris ac vcnuftatis r;abuit varietas . &tc$Cquob bici
ibfet) tenenbu cauenbucj illub est antc omni ainears vlla bicebi u fieri poteft
fTe vibeatur. Hec igitur lex prima fit comutafionis varietatiTaj/qua erubitoru
aures nobiffi cile iubicet. ilHoc iajtar iacto fubaireto /per pauca beitfps
fcritan C 7>vnorea amicc fuauilhme qae et fi ron femper^ vt plurimi m tamen
l; is rationitus titi feruar.ba erunt t fcb iam nofiri ialti' tuti ita nafcetur
exorbium. (JBecunbum preceptum be fitu fuppofiti/ verbi etappctti i oratione;
^Jplcrua; enim qui oratorie artis fforibussc faleratis. Vtaiu Ove ibis
ftufccntkotratnu vulgataci gramaticorum confuetubinem bamna= tcsi quob in calce
abiolute orationis locari cofue uitiib illi potms coaptantinicioi quob oir.ne
tibi exemplo erit manifeftms. £cis plena orationer a conltaretribus partitus.
qucb SUPPOSITVMCvteorum ipforum vocabulis vtar)quob verbu/ quob APPOSITVM
vocant. Diciit igitur nramatici {SCIPIONE afiicanus telcu A l.aitf; £gin«ri,
ciwticrie vcro L r h 1 r l eloquii bemines couerfo potius vtuntur orbine. Al-*—
a liarttjacune lcipio africanus &eleuft.illi.'M/r. CICERONE (si veda)
vtitur famuiariter. p4cntulo.no8 vero.'p«le^ *f'**T tulo. CICERONE farmliarir vtitur.
Quib? tf^'J*t-r me exeplis patere arbitror appofitum prirnu 1 owr^V^ * >
tione/fuppofitu mebiul nouiflmuiverolocu ver^^ bu tenere.([Seb et u quib Cpro
graraaticor5 «•*. A; re)poft appofitu fitum eriti ib iitio oratioms poi^J^
L-Scncr^^. ras. Ligurgus conbibit fancttflimas legcs lacebc* *~i awu^yfc.
monis. Lacebemonis fanctillimasIecreB ligursr..^*- <*, e ~3 aus
conbibit.mulfag; cofimili ratione* ~pao„tfi^c, i !*.l.*-«*«_i k igitur pieruncj
principioappomturi hppoiitutnf^/ mebiojline vei bum.vtanopagu folon. fclammuBf™
primu coftituit vbi granwtici bicut j fol5 primus, coltituitanopasum. {[Ceterum
biueriis orttmcv feus i et iocis tollocabe fut partes pro aunum iu*r7 " a
^ fW do j quob quibem folo vfu coparatur ^ a*A PERCEPTUM III be abuerbioru fitu
|*r^ lam vero be abuerbiisC que funt veluti abiecjjftc verb?rum)5id poteft pauW
vbi uia lpci A effeivfei bemu aptius congruere vifa tuerint«mos bo in
principioJmobo in finelmobo intenecta m< ter vti ucg.qua in re biligeti
vtenbuin est conhho Seb prope verfcum frequetius per venuftam rebbunt oratione.
vt fabius maximus ante alios fortiter atcj animofe pugnauit.C.lehus fcipioe
fami hanfume vtebatur. Qementiflimus ceiar l?umiti= teHcjngfcebat. Nunc vero ab
rehqua . {jQuartu preceptum be prepofitionu/et integrarum pferumaj
orationuiteriectioet inter NOMEN SUBSTANTIVVM et abiectiuum; PROPOSITIONES
pcrpulcf;rc intcr fobftafiua at q abiectiua nomina interiiciutur.vt feraci in
agro ornatiflimo in loco.maximas ab res.fyanc ob caufam. iuftis be caufis .
aliacji l;uiufmobi complura Ncc prcpofitionea folum (kb alia pretcrea eiufc»
mobi nuncfumemus eyempla. Maxima i rep. biligentia. magna in parentes pietas
increbibilis m omnes ciues obferuantw.fummain l;oftes hbera PRECEPTVM V be
fmedecticne genis fiuora iter buos nominatiuos/et ecotra. 7Ktq etiarn
pulcf;crriinu i iter buos cafus / puta nominatiuo e buos/ahquib cotmue pomtur.
Vt om »ia reip.iura coftates miljtum ammi.macma fces < i» f m leratorum
fyominum flagitiaf Bcouerfo etia cofti tuta ac trafpolita oratio piurimu exornah
Vtl?u ius daritubo viri.fyuius qmrites auctoritate locif Ci VI PRECEPTU
beabiectiuorufituf Venufte etiam pieruqj precebit abiectiuum nome fubft4tiuum.
Vt tua bigmtas«optimavirtus»biui »u igemuin.exquifitaboctrina*Magni ehirefert/
quo ioco quecg bictio iita fit. quob teftatur BOEZIO (si veda) in iis
comontariis l quos in ariftotelis librum cofcripfit.vbi et CICERONE et VIRGILIO
(si veda) ponit exepla BOEZIO autem ipsius fyec verba fut Sfenim c£tum ab
copositionem orationis fpectaf/ maximum bif f ert l quo VERBA ET NOMINA
predicationis sue ordine proferantur. Multum enim itereft in eo quob f* A ait
CICERONE^bb9ncteamctiamnaturapeperit-'volutas exercuit/fortuna fcruauit ita
bixiffe vt biz J ; ctum eft/an lta ab Ijanc te amentjam peperit naf u +4 £ j ^
raiexercuitvoluntasiieruauitfortuna* jSicei'im>>' » minor elt fetentie
magnitubo. minuf^ in ealucet _^.^ v ib quob fi fic coponatur emmet i et fefe
vel nolentib«s i^ominum aunbus/aifqj patefacit « Rurius quoqi bicit Virgduis
pactqj iponere moremipo^ iuilfet feruaffe metrum li ita bixifiet l moreq?
imponere paciifeb elt bebilior fonus* nec eo lctu ver fus ta preclare vt uhc
compojitue oiceretur* quod ibera non eft apub byalcticos . ljcc BOEZIO . Nuc
aorciiqua; <J Septimu preceptu bc fitu ncgatiue bictionisf Negatiua
bictioapte i calceoratioms ponitur» Vt preitanticrem te vibi nemi :em. Scipicne
clario= re m bellicis laubibus iuenies nemincm.Tua er= ga me BENEVOLENTIA tuo
in me aimo gratius e ni= cbil.gui tearoenti js amet.' fyabes nemine (jfpctauu
preceptu be pouellcns ante pof= fefnonem fitu/ S8D et polleffor ate
poifeffione. Vt opti viri bi uitie. preftantis viri virtus.prubetifumi fyominis
confilium; dHonu prcceptu bc vlu gerunbiuorum nominu pro gerunbus; CXVIQ vero
pull?i-ms.'§ £i pro gerunbiis que appellant vtamur gerubiuis nominibus. 7Kc
trjs tu e prifciani exempiu . Veni ca amabi virtutem/ vcni amabe virtutis
caufa.gra gerebi bella t geren= borum bellorum gratia.ab amplexaba virtute ma
gis.qi ab amplexabum virtute. Que vna preceps tio optima eft.crebraq? cius apub.M.T.aLolqj
cloquetes viros tuit cbleruatio; {fPecimu preceptu be congruentia nominis
relatiui $kruq, cum consequente/. Nunc aatem mu!ta confkiam. quc li biligeter
ab uertensmb pavu ornatus ktino cobucent elo= quio.Seb ib micfci imprjmis
aniabuertenbu vibe tur,'vtquom tna luerint^antccebesJ cofeques/ et eorum mebiu
relatiuu nomeifr fitib confequens/ vel l?ominis / vel rci cuiulpiam propriu
nome.' re LATINV cofequeti femper cogruat.ftlioquin no LATINA ORATIO fit ( fcb
a boctiUimorum fyominu consuetubine longe ahena, frhas poteft cum aiterutro
conuenire fi ncn con cquatur propi ium ncmen. Qua rem facile exempla
beclaratiet prifcoru auctoritafes coplures. CICERONE primo TVSCVLANARV
quefhonum.btubio fapietie que pl ia bicitur. Et fexto be rep. contilia - cetuigj
fycmmu mre fcciati; que dujtates appellantur. Mq lteru i cx illis lem= piternis
ignibus/ que vcsfytera etfteliasnucus ett.s.Saluftii quoq; llluo tritum cft,
Eftiocus in carcere quob tullianu appellatur/inuncrabilia h netufiis cobicibus
ib genus iucnias.Hcc ib e ara= maticeartis vitiumiquobquibam Ljnari littcraru
arbitrantur.Seb et nos ahquio exemplorum af fe ramus predarum est CICERONE
opus(qui cato ma ior bicitur.nam quob CATONE MAGGIORE bicitur /non ia= tinc
profertur. Confiiniliter vrbis vifcenbus con ilcr.bu eft i qui iut ciucs.
pcrbiti vin cx vrbibus pellenbi funt /que eft ciuitatum pernities fentina
Sebecoris. Plerunq* igitur relatiuum nomen cura eo concors eft quob fequitur/
CjVnbccimu preceptum be cogruentia in cafu ex trib^/eoru buoru que proximius
iugutur^ Illub quoqj fpectabum efttNam cum tria exiftant qaorum vnum relatiuum
lit nome;frequetihime coram buo in eiufbem cafus exitu conuemut/ na vt exempli
caula bicam aliquib Si quis l?unc fer monem protulerit l liber in quo be
virtutc agitur preclarus eft .rectius atqj ornatiusbicitur;in quo hbro be
virtute agitur/predarus eft. Concorfcant nantj eobem cafu ex tnbus buo llla que
maion vi cinitatc iuncta funti ahub lterum exemplum ^u^ iulcemobi fit* Qaias
mifif*i htteras ab mc locubc f jerunt. Sermoce queaubifas no eftmeust Qua
exiftirras bemoftI;eIs orationem /cfcJ^ms elt. atq Ijuius fermonis crebru
muenii e potens apub vetercs vfum.M.T.officioru pricnoi quorum autcm offinorum
precepta trabutur ea quancy p« tincant ab finem bonoriu Virgihus Maro m ene
ibc/ vrbcm quam ftatuo veftra elu Terentius in i bna/poltl^ac quas faciet be
integro comebi.s fpec tanbc an exigenbe funt vobis prius.Ibem.populo vt
placcrcnt quag f ecilfet fabulas* Ibem, quaa t r creois cffc \)islno funt vere
nuptie. $tcj eiufrao bi fermo plurimum exornat; (JDuobcc.mu preieplum t e
auxefi potxti ucrum cum per; 3D c.ucxj oigmlfimu cft annotatu. vt quom pofi=
tiud€<auger^ velimus normnaivtnsper prepofi f um aecebdt.Gcero m cpjftola ab
cunonemkui z cai us eque fisiet teriocunbus . Ibcm be oratore p r;m o.perboati
quite frater ilhviben folet.Tere. in eunucr;o. perpulc^ra irebo bona fyaub nof
tns fi miha.nam pergratum vaibegratum fignifrcatM in cratione Jepibe p crfonat;
(jTrebecimu PRECEPTVM XIII be fuperJatmis cum multo/longe/et §; PST fupcrlatiuis
/inulto/ioge/et qj abuerbia pre ponimus ibqj fepenumero pei pulcl;ru viberi fo^
let. Vt longe amatilfnnus veftri.mulfo ommu foituanllmus-St acjo tibi q-maxias
gratias (JJDerimumquai tum preceptum be com parati uis cum multo / aut longc .
GOMPAratmis vero vel multo vel fonge p poni Jblet. Vt mfticia multo predarior
eft ceteris vir tutibus.8t Socrates loge aliis pfyis fapientioi } (jDecimuquitu
preceptu be quibufba noibus quc agrecis prpfecta/bccfinatiorie mutant, ({ILLVD
nequacp omifc;'imus,'q> quom nomina quepiam funt profccta a grecis tertie
fiex.onis d obiiquos cafus fjabentia qui rectum bperanttf» tini oratores
rrequentifume calibus ac.uf tiuis il= lorum quibufbam immutatis fmgunt ahamm be
dinationum nomina et genus feruant . qualiafut poematum EMTYMEMANTVM o ELIPSIIM
elegantus ctlampaba^aue a plerifg?tertia flettione pro ferutur poema ENTYMEMA
/beipbin/ ELIPSIS as lapas . fyanc tu obleruationem biligenter manba memorie/
(TDecimu fextu preceptu vteleganferoftebemus quippam nobis eife/iocubu/ vtilc/
vell) Onestus et ettevaibgenus; JXuo aut volumus oftebere nobis aliquiD jocti
bu/^oneftum/vtile eftei batiuis cil verbo vtimur fum/es/elt fubltatiuoru/ quoru
illa abiectiua fut Mi(ne ab exeplis bilceba^quib aiiub iignif icat l?«e res
raicfy locunbitati eft JcJ bec res eft micfy iocubVlbemc$ l lpfe micfyitue
littete fuerut gaubioquob elt ab gaubium vel gau&iu micfyi attulerut.
Predara vrbis ebificiaciuibusbecorifunt. Vitia bsbecon ful viris Jibeft bebecus
pariut viris beq ceteris colimriiratione; ([Decimufeptun preceptu be af ricio
et af Fiaor» <l k. m «#"» Vevbum aftido Jet pulcfyru eft/et late
patet.nam afficio te voluptate ibciit tibi voluptate affero. M i icio te
fyonore lbeft facio tibi Ijonoi em et te fycno ro.aff <cio te laubibus
l&efi tc laubo. affkio te pro bro lbelt vitupero te . afficio te comobis
lbeit tibi ccnioba facio.afficio cabauera fepuftura lbcft caba uera
icpelio.T^if icio inimicos miuria tbeft facio i iunam mimicis, 7\tq fimihter
affiaor bolore lbe boleo.af ficior gaubio ibeft gaubeo. aificior vere? cubia
ibelt verecunbor. Latiilimacj eftlmius ver= bi vlurpatio.Nec tum lateat tc/af f
icerc bifponere ficjmficare.Hinc eft plauti iflub/ viua vos magis arficit.Neq}
cnim fme optimis caufis ta l&ta / tao; bilfula fit eius verbi SIGNIFICATIO
feb be i?oc latis; Cj PRECEPTVM be tum vel et «jeminatis . (jxviii > Non eit
aute ignoranbu cp i\ ouo/ aut plura buotus Cquob perraro vfu velt)paritcr fe
l;abuennt.' vtri<$ tum bictiomm prepcnemus.Qoicb Iiqueat exemplo.Par
eftin.C. lelioboctrina/ ac virtus. qitacj dt eius viri pvobitasitata quoc| ett
eius fci= entia, tunc lf lenbibe / ac rccte bixcrim . C. lcfius vir tum boitus
e/t/ tum probus •Itibemcji magna ineit.M.C.ieiiotum virtus/ tum etiam boctrina
C« ivltus p..uMnu tu iaute/tu reru icietia valet OTub iterum exemplum»
tfyemiftocks tum confilio polletin vrbams rebus/tui beliicss negociis viribus
atcg animi magnitubine f ioret . Stc eni tatum oftebit in rebus vrbatiis effe
cofiiium cjtj in beilicis magoif ubinem animi <$ tum geminatum pofitu
eft*Seb eanbem quoqj vim fyabet .jeminata et coiuctiua Virgiliusi eneibe.MuItum
xlle et ter tis iactatus et alto. ibe profecto fignat.'eneas t tum pelagi /tum
terrarum labores perpeffus eft.7?vfri canus fuit figularis et vir et imper.ator
l lbem Qy> vult« africanus magnus extitit tum vir tuntfmpe i-ator ; (J
Preceptu be cu et tu (JxixQi fi buo contra nequaty paria futi (eb aheru mi= bus
complechtur /alteru vero magisiita etficiens bum eft* vt quob leuius exiftit
locemue pnus/at= cj ei cum bictione preponamus.quob aute grauius valibmf$.'ib
pofterius politum/ tu bictio pre= cebat.Qoiob patefaciemus exemplis Gielius
amat SCIPIONE propterea <$ eu boctum cognouit fyominem/et fempzr virum
optimum/ quob poItremu vefyemSter ab amorem impellit. quare ita oratio eft
inftituenba« G. lelius amat lcipionem tu ob boctrina eius tu propter virtute.
ita virtus in fyac bemuoletia pius mometi fyabet. JPvtqj ibem lta ubixerim.Gu
oes. fortunati funj qui bene. viuwt» -I tum perbeati qui omnia befetfit / et
virtute iblaui coplectuntur, Ijos na<$ pofteriores multo beatio= res elfe
conltat.Si quis fuperius mo aliatam preccptiorem intellexerit.l;ec. M. Ciccro
lmpnmis i requeter vfurpat.£x quo iiiub.'cum cmnibus co fulenbum eft/tum lllis
qui armis politis ab lmpe ratoris fibem conf ugiunt. SIGNIFICAT enim fumctibus
ab lmperatores/et lefe bebetibus multo ma= gis confulenbum elle.$ttc| m catone
maiorc nura ti fele aicbat Iceuola. CATONE MAGGIORE cum ceteraru re= rum
perfectam fapientiam/tum q> nug> fuerit jlli feneaus gra uis . kb be
f,flc re faiia/ (JVtquapia laubari aut vituperari oporteat, xx lam vcro
explicanbum clt qua ratione quapiam perfonam/ autlaubari/ aut vituperan
oporteati quob ab bccorem iermoms pertineat .riam it trj= f anam polfe f icri
coperimus ex monumehs litte-'rarum.li cnim velim oftenbere.M.catonem fjabe
remagnamvirtutemicum verbofum/es/elti ita comobiflime f iet,Marcus cato vir eft
magna virtu te, M.cato vir eft magne virtutis.M.cato vir cft magnua
virtute»popuio pfyilofoptus fuit preftas igemo/vel preftatis igemi.'vel
preftanti ingenio. mulier eclara morib^/claroru moru. 1 claris mori
b^wregregiojaiibc egregie, iaufys egrcgia laube Se* iliub prius magig poetaru
eft. poftremu ve~ ro fplenbibiffimum et perpolitum,ffiriltoteUs clt fcietie
copia pbiio Coplug^exquifita boctrinai vir a ctrimo isenio ! Quob qu.beCvt
bifertfcus pri fcianus inquit )hcjmficatariftotele fcbentem facntie copiam* ac
qui l?abeat esqaifitam ooctrmam cetcra cj confimiii ratione. Cluob quibcm
ttulus qelius confcntirc vibetur in noc, ac, bft erura vjf fut befectio quebam
ifeb ca ttifa / vforpat** ab elo quentiffimis viris/ac darilhmis oratonbui. qut
et vobis quocg vtenbum fit ; fTDc accufatiuis etablatmis participioru locum
tenentibus infimtim verbi. <[xxi. flT& VI participioru cum accufatim
calus ie« pe tum ablatiuilocum tenet mfmitiui verbi. J?wt feluftianum illub,
nam et priufc* iopias colulfott vbi coolulueris mature facto opus elt.bt tere»
tianu Mius gliceriumalioqueflamicam pamptjui lam iam inquit muentum tibi curabo
1 ec abOujs* tumtoumpamlpilum.Omnian5c|iUay colulto/; facto inventuiabbuctu
cofulcreyfactre/ luemre/ aooucere befignat. veru frequeter l?is ratiombus
abltluoru cafibus vtutur l accuktiorum perraro? 4jDe ijoc nomie opus cu variis
cafibus. .xxiiv %quomam*eMa»ne quo>eft©ou8 •«»»«, i • v metione iiteHigen&um
elt / opus eft micfyi ^ac re i fignif icare me egere Ijac re.feb ib variis
caubus m cu folet Nam etiam opus cft micfy tua opera/nominabi cafu«'et tue
opere/et tuam operam/ et tua operaJeb ljoc poftrcmu ornatius eft 'z totum ora
torium.Cetens rationbus poete pctius / fyyftcris •grap^icj vtuntur,tloa autem
queca precip imus vt cocrncfcamus a veteribus vfurpata eifoecg vtamur.quecam
veroM cognofcamus lolum.i^am rpus eft miclpi l;anc rcm/ nun§ oraior oicit i feb
fcacre? (Jpe comutafione abitctiui tt fubftantiuj' in vqcc geuere et calu.
ijxxiiii O uib illub.^ncne puldjerrirr.u cTt .' vt quom fcuo ncrowa alterum
abiectiuum /alterii lubftatiuu co bem cafus cxitu proferri cebenf)vtfrpe
crcberrimccfCquocarno tertia abiecfiui nominis voce que cli neutra i vim iubitaf
j'ui trafferamus/et fubftan tiuu iliub prius cafu collccemus geitiuo.quob vt
Irequts e ciubitis atqs bifertis vir;s. ita quog erit excmplo manileitiuB. Mam
quom muitam vir lu tem bicturus fum i li «nultcm virtufis loco eius 9 taiionis
pofuero / multo protukrim vcouftius» «Multu pecunie eni fignificatmulta
pccunia.pl ummi &nm t f limmas vra»quife anmi tltt qiiis aimus quib rei que
res quib cause. que causa. ftlia quocp lta permulta. Seb amabuertenbum efl/q,
fi genitiuus ille casus singularis fuerit.toti itera orationem fiogulariter
exponere bebemus, Bi pluralisipmraliter. Naqi (exempli caufa)mul tu pecunie
ibcft multa pecunia / fingulari numero atconfcramultum pecuniarum figmfieat
multas pecuuias. Similis <* eft ct aliorum ratio. vt muls tum roboris/fingularem^plurimum
virium/plu rale quocj fabet fignif ication€. Et abverbia quoc$ nonnulla eanbem
vim retinenfc prefertim vero buo l?ec/parum et fatis.Nam paru fepientie lbeft
parua fapiifia.fatis virium ibett fufficietes vires, 8t nifyil quog fiue nomen/
fiue abuerbium ht . m canbem fepe obferuantiam eabit, Hec igitur ^ac^ Vt
gemioanbum eft epitl?eton fequentibus. substtantivis aut econtra» <£ Quonia
aute figula fyc fere iueftigamusiib quoa oignum cognitione ctti vt cum buo
meminen= nius nomina fubftantiua/ quorum vtrio; ibem epitfyeton abicienbum efU
vt abiectiuum ipfum pri cipiocollocemus<et fequentibue fubftantiuis / vel
tumgeminatum/velbuplicatum^tpreponamus Bxempli vero caufa ef i erantur»
CICERONE verba. $fricanus singularis *t vir ct imperatori quob eft afrixanus
ficujlaris vir z figularis iperafor .ppter magoa el boctoris auctoritatem/et
vrbis/ eft pro pter magnam auctorif ate ooctoris et propf er ma= gna
auctontafena vrbis^predarus/etrailesyet ci= uis iliuftns/tu vir/tu pfyus
optimus/tum pafrie foefefor/tum gubernatcr/iuftus/etrex/ etiubex» Coniumliacj
eobcnmobo fe fyabeot. Seb et fepe= numcro contra co&em orbine vni
fubftatiuo pre ; pcfito buo aoiectiua/aut plura beferuiunt.8xcm= pia funt que
nunc conftituam. Vir tum bonus fu temperatus.imperator et callibus etfortis,
iubex etiteger et foflers. owamefa ciuifafis tum mulfa tum predara. alia fu
ipfe coniecta. Non nungj» ef buo lubftitiua ita fe r^bent vt alterum vim fuam
vbi$feruef actueaf ur/ alferum quafi qugbam ofc tineat abiectiui nommis iocu/
ef eiusfugafur of= ficio.&uale eft illub VIRGILIANOprimo eney, mo lemqi et
montes infuper altos impofuit. ac fi bicat molem montuoiam impofuit. Cauenbum
eftne ab fyoneftate naturacj oilcebamus.' ac ii bixerit ca uenbum ne a naturali
Ijoneftate bifcebamus. Scb tibi f)ec fatig finf/ (jpe extremis fupinis/pro
gerubiis accyfafjui eafus, xxv. -.^iSzb m qotfi i;iftonam texens biceborum
fenem nectami lta quecg patefecerim vtlefemicfy forte quabam obtulennt. Ceterum
no ignoranbum effe vibetur,vt ipfc arbitror>xtrema fupina pleruncj ornate/ac
peruenuite fignif icare gerunbia accufatiui cafus ao bictione prepofita, Vt res
biii icilis crebitu ibeft ab crebenbum. miferabilis vifuibeft ab vibenbum.
iocunba aubitu ibeft ab aubienbum fuauis guftu ibeft ab guftanbum .permulta fimili/
ac pari ratione fe fyabent/ {£ De exafperatione orationis permutationem
fuperlatiui cum abiectione abuerbii fuperiafcjui ab mobum / vel in primis»
(fNec ib te amice lateatM quomfuerit fuperlas tiuum quobpiamburius/afperiufcj
et fuperiatiue fignificanbum fit l vt pro fuperlatiuo poutiuum afferamus.' et
ei aptum abuerbiuro fuperlatiuum apponamus.Nam maxime memorabiie hciausi eft
memorabiliffimufacinus» Maxime rarum genus fyoimieft ranflimu genus fyominum»
Seb ab mobum/et in primis / poiitiuis abiucta vi fermc eabem retinet. Vt abmobu
memorabile facinusi vel inprimis rarum genus ^ominum i ^Txxvii . vt quepiam
mebiocritet «ut vetyementcr ia ubabimus/ I Jb aute nequaqj filetio preterierim.
Vt fi que qui virtutcro fyabeat v lim mebiocriter faubare i bica (exempli
caufe) perides virtute preftas princeps erat atfyenisfvelmulta predara
gelferat. Trjcmisftocles rebus geftisfloruit. Sin velim vefycmenttr ac plurimu
iaubare abiiuam gloria fiue faubem^z caufam laubatiois calu genitiuo coftituta
Perides (Vtibem exemplu aga)virtutis gloria preftans a= tfyenis
daruit.'tl)emiftodes geftarum rerum laube emicuit. £ict{. M .antoniuS preffabat
ELOQUENTIA mebiocriter huoatur ac fere exditer. L . Craflus efoquetijgforia
excelluit ve^emetiffime laubatur Seb tu pro tui ingenii bcnitate oebucitof (C
Luotiens SINGULARIS ET PLURALIS numes rus connedutur* viciniori relpobebu i
ibecj Ht jn oiueriis generibus; QuotiesCquob ipfe quot| teftatur gramaticus fer
uius")Ggularis etpfuralis numerus ccnnectutur/ refponbemus viciniori.
Virgi.primo cnei,'r;ic il lius arma V>ic currus fuit.no aute fuerut.Teren.
in anbria J amatiu ire amoris reintegratio e.xeno= pfyotis belitie mee
fut.fyoftes eorucj exercitus pro perabit.atcg ita frequlius obferuat*.ibe f it
I biuer fis gencribj.na fiue niafculinu"/ fiuc f eininu e. vici no
refpoDgmus. vt vir atcy mlier optia ab me venit Intelligitur naq? optimu effe
viru et optima mut here que vemnt. Verum fi plurali numero ve.'i= mus vtiteb
mafculinu trifire nece fe eft. vt vit et mulier leti properant.T^vlexaber et olipias
clari es Ittterunt? TxxixToperepretium eft. Opereptetiu eftCquob peruenuftum
eJft)ficmif icat mo vtile efteimobo neceflanuimo locubu i mobo laubabile.i^tq*
is SIGNIFICATIONIBVS NOMINIS veteres vlurpant/ {J»xx.v.frui. Frui quapiam
reieft fructu/ fme vtilitate veJ vc^ luptatem percipere ex ea. vt cum bixerit
quis ocio fruor, pre fe f erre. JPre f e f erre ahquib eft verbis *ut ibiciif
quibufba ib oftenbere/et quobamobo confiteri/vt. M. cato pre fe f art
gramatica.lelius pre le f ert hberalitate fyz vuit oftenbere <$ i f fe fit
iiberalis; Rat.one fyabere. tiaticncm babere eft refpectu fyabere. feb(vt
planius xpona)fyabere rationem alicuius rei eft rem conliberare. vt fyabeo
ratione temporum loci per fonaru eftea ratione oia coplecti / et conhberve/ {JjTxxiii
.Complector anuno» t Hanc r em animo mcnteej complectcr l ibeft tflat rem
conhbero et voluof n animo esse. In animo est / SIGNIFICAT IN ANIMO IjabeQ.a
aimus mictyeft/ibeftvolojj . CeKtum micfyi efti Certum eltmicf)i libelt
beliberat»m ct oecrefum/ v«I bejjberaui et becreui. Profequor? Profequor te
fyonore ioeft te fconero» Profequbr te laube ibeft te laubo • profequor te
probro ibeff vifupero f e.profequor te amore ifceff amo te/ Benemereri;
Eenemerltus [um be rep, ibeft beneficium i illam confuli.benemereribearoicifl/eft
cpnferrein arai cos beneficia* «^sxxviu.eque» Eque pro ita.'ac pro vel/afc| pro
vf vel quafi orni tilfime ponutur.exemplum cft eque te laubo ac ci ceronemj
^xxxix .Haub lecus Haub pro non/ fecu9 pro aliter venufte in eabem oratione continue
fe Ijabet vt feaub fecus fetio atcj f u ibeft fentio ita ficut tu/ (l*h9*
coparatioo Igcp pofitiui MdnficJ et pulcljre coparatiui prb pofitiuis ponu tur.
Vtalexanber macebo corpus babebat imbes cilliusiquob imbeciliufismficat.
Satiriinlcele» vefyemetius inuefyuntuWquob eft vefyemeter., Dar e rem vitio /
vel laubi . Do tibi fyanc rem vitio lbeft vitupero te be bac re. bo laubi ibcft
laubo. bo crimini ibelt crimmor; De fubiuctiuo loco inbicatiui.'et illiua pro
l)uius temporibus; Seb nec illub quibem negligenbu elUfubiuctiuus mobus pro
inbicauuoiz ujius tempora pro i?uius temponbus interbu l?aub illepibe ponutur.
vt ve Jim fepe pro volo.et gercrem pro gerebam bilexe rim pro bilexi.feciuem
pro feceram. fuerit gratu pro gratum erit.feccris pro facies.Ib oim multo
ornatiffimui li cportunis locisagatur . quob vbi factitanbum fit. 7 peritorum
aures facile ceiebunt. Quaobrem exercitatio abfybeba e non mebiocris que omniu
magiftroru precepta fuperat.Quob fi quis nouerit grecas litterasiei quob mobo
explis cauimus non bif f icile perfuabetur ; (fxliii . Partim l>ominu et
eius abuerbii geminatione/ partim ^oruinu venerant perfepe bicitur.Et.^v. gelio
tefte eft ibem quob pars Ijominu ibeft quib» Ijomincs^nampartiminfyocloco
abuerbiunj elt neqj indinatur cafus fine.St cum partim fyominu bici poteft
lbeft cunVquifcuiba fyomimbus et quafi cum quabam parte fyominu.Seb l?oc tame
cft fple bibiuskum in oratione iterum fuerit abbitum vt eft illub.M, T.in
epiftolis.nam qui iftinc veniut pirtim te fuperbum effe bicunt/quob nicfyl
refpo teas/partim cotumehcfuyqj malerefponbeas. 8t qui ciuitatibus perfunt
partim nobiles funt/par^ tim populares.quob elt aliqui nobilesfunt aliqui
populares]> ^TxJiiii. Decimus quifc|; (f Xb ett optimum eognitu/ g»
becimufquifcj} eft vnus ex numero benario . ficut millefimufquifqs elt vnus ex
numero millenario.fyinc cft illub cefa ris in commentariis eognofcit no
becimuquec| ee reliquu militem fine vulncre.quo exeplo vti per= pulcljru eft vt
vix becimufquifc$ remafit fme vul neremtaliconfjictuf ifxl v. Quotu fquifqj ;
Q.uorufcquifqf I;omo eft ibelt quot fyomines. Quotufquifcg rrnleB ibeft quot
milites; /Txlvi.PercJ cu positivo Per§ vna bictio bumtaxat puleljerrime
pottiuis abiucutur nominib^ vt percj> boctus pr/ilofopfyus \t p per $ bonus
amicuS/ ^Jxlvii^lias geminatu locom tcnet mobo abuerbii» Cuibillub.
nunquiblepibiffime vfurpamus/vt i oratione eabem iterum alias vfurpatum /locu
ops tmeat mobo abuerbii.Quale pffet fi quis Dicat oes l^omines eobem ferme nati
fut ingenio alias qui bem ribet/alias vero lacrimatur. omes item riues alias
boni alias mali.nuq» eifbe fut monbuaf {fxlviiulnire caftra. M. Tfaitrjonius
iuit i caftra multifariam bicitur.' M.Tfatfyonius caftra petiuit in caftra
profecrus thik ab caftra cotulit . fe in caftra recepitife ao ca« ftra
perbuxit» 4jxftx7Vim'nti annos natus. Hic fyabet viginti annos. quob veteru
cofuetubine bicitur cotra pebagogam opinionem/aliiftg rationibus bicitur.J;ic
vixefimu anu attigit.agit /bec^it vicefimu anu etatis. vigiti anos natus eft.3?
^oc poftremu magis oratori couemtf {Q
£loquetia laborare CICERONE laborat eloquentia. CICERONE (si veda) in
eloquentia tera pus cofumit. tempus in eloquentia coterit. in eloquentia operam
pomt. ba^eloquentie operam. etate in eloquentia cdiumit. In ftubiu incubit
eloquetie. £t> alia oe&uc pro tuo iuUciof {TIi«Habeo/teneo I?anc rem
memoria. Habeo ^anc rem memoria non minus vfit ate bici tur ' q> fyabeofiue
teneo Ijancrem memorie.teneo ^ac re memoria /f;uius rei memoria fyabeo; fljii .
Voluptatis me capit obliuio. Obliuiff or voluptatis vel cuiufcun^ alterius rei»
vcluptatis me capit oMiuio.St ibem verbu cu ceteris iunctu nommibus fignificat
biuerfa/cofimis h orbine vt capit me facietas ciuitatis ibeft capit tne Jjoim
obiu vel tebium; dJui. Contineo me ruri/vel in vybe^ VIRGILIO (si veda) incolit
ciuitate l)cc perpulct)re bicitutcum teneo/ vel etiam cum cotineo verbo«vt
virgjtuxtfc continet. Virgi.tenet fefe
in vrbe; 41 liiii. Prefer et pre venufte oftentaf aliquam rcm aliam
anfeceifere. Si quis velit offefare aliqua rem alia
antecellere/ «t vltra illa valerc i venufte ib bicitur / vei per actufatim
prepofita preter / vel cu pre ablatiuo prc= polita. Vt cefar preter ceteros
rebus bellicis polje bat» vel pre cetcns pollebat; IjIvXelius efacili igenig
vcl facilff mis moribus natus. Lejios ftabs faciles mmsj ; vd f acilcm naf
uram/ I ornatius bicitur Jelius eftleui ingenio natus ( vel
faciiimusnatusmoribus . Scipio natus eftt rifti ingenio.
Stbereliquiscofimiiitcr; iTIvi. Valeo/polleo cu ablatiuis. Valeo et polleo
verba et fplenbiba fut.' et latiffime patcnti x ablatiuo iuguntur.fyoc pacto, ;
7>vureliu& auguftinus plurimuingenio valuit. ijypocrateai ingenii
bonitate poUebat.Mitnbates memoria cb ruit vel poUuit.M.cato in ciuitate plurimu
aucto ntate pollebat; (jlvii.Clareofpolfum. Clareo et poffum verba eabe ferme r
atione fe gabent. cHgo apub bominum cefarem multum (iue poffum fiue
clareotomate et IplenbiOe bicitur^ apub bominum ceferem plurimum mea ciaret
auctoritas.fyortenfius rhultum poteftin senatu ornatius multum fyortenfii in
fenatu poteit aurtori tas .que potj{fimu jGgmficat eam opimonem que eftapub
ijomines be alicuius viri preftantia . que vulgo et trita cofuetubine reputatio
nuncupatur* Sum batiuo iunctfi tyabere SIGNIFICAT et quobamo poffibere; Geterum
ib perbelium eft.Sft rnidji apub te fibea ibeft tu abfyibes micfyi fibem. quob
eft accuratius abuertenbum.nam plerumtj foiet fum es e verbil batiuo iuctu/u
SIGNIFICARErjabere.' et quobammobo pollibere. Vt e micfyi pecun/aiett cefari rnagna
po teltas liue pietas^ilJub befignatme pecuniam i^a= bere.fyoc rjabere cefare
magna poteftate. Cuius cq. Ititutiois crebra apub prifcos et bilertos viros ct«
leruatio cit. Recorbor fyanc rera.fyec res micbi in mentem venit. Ejo recorbor
r;ac rem potius § l)uius rei bicitur. Jst ibem bicitur ljuius rei me fubit
recorbatio.fyec res micr;i ln mentem venit lbeft micr;i occurrit i vel mict)i
fuccurrit/quobpoltteinum minus vfi= tatebicitur? {T Ix.Prefto antecelio
aliquabo cu accu? fatiuo aliquanbo cum ablatiuo.' Prefto et anf ecelloCque
venuftefonant verba>li= quabo batiuo aliquabo acculatiuo perpulcfyre iun
guntur cum acceflione ablatiuoru eius rei cuius e preftatia. Vt ego prefto tibi
ingenii acumine.flo. preceilit petru acumine ingenii.equus preltat afi= no
velocitate curfus? flhi. De frequetatiuis verbis loco primitiuorum/ £>cpe
numero f requetatiua verba que appellaf ur pnijuuuorw verboru a quibus
traxerunt origine" SIGNIFICATIONE retinet.prefertim fi prima illa
afpe*riora f uerit. vt coiecto pro conutio.mafo pro maaeo.imperito proimpero .
amplexor proamplector. ct alia itcm pcnc inumcrabilia fi quabo etia verbi
arpcritas vlla cotingat,'quob erubitorum iu bicio nunc berelinquimus? De et bis
mutant» Dc jttepofitio verbis abiccta pcrfepe cofraria mu<= tat fignificationem
vt prccor ct beprecor cotrana lut^ortor ct befyortor, Nonuno) lbcm bie eff icit
vt fuabeo biffuabeo Quauis in iifoem vtfbto nonu^ auget perpotius cj vim
coinutetj flixiii . Gx ct be aplificatSx ct 6e vejjementer ampiiticat, Vt exoro
.' quob ab ex ct oro bebuctu fignif uat ipetro ? Tere.in a%
gnatavtbetoro/vixc|ibexaro . iQxiiii.Suaoco perfuabeotfacio perficio, Sic et
fuabco fignificat oratoris off icium quob I benebico,atc* perfuabco bencbixiffc
fignif icat quii cft oratoris f inis,ibeft impeteo atc$ obtineo, vnbe et crebro
non folum fuabeo/ feb etiam perfuabeo£ beb i acio etperficio explorata funt;
{fixv.De abuerfatiua bictionePfurimuetiam fermonem ac oratione exornat ab
uerfatiua bictio quag? ibicatiuo iucta, duob vbicj CICERONE feruauit aliiqs fcocfiffimi*
feb I; uwe cx cmplum fit.Qua§ tc ante I;ac tiJigeba.' nuc tame cbfmgnkrem
vir^ufem veI;emiterabmiror. J\)a tha funt que quobam fibi orbine luicem
iugutur. quoru prius ac leuius e biligere i pcftremum ab^ mkotlqixob
ve!?en.es^ac precipuuiet eoru mebiu ofcleruo quoi> cft vencror /et colo . cx
quo obfer uanfiam et reuerentiam fignificat.Seb itcrum ali u5 exemplu quancp
miclji fint omniu amicoru io cunbe iittreitue tame iocubiflime fuerut.Seb ct
pro Umen polt §uis raro collocamus. Vt qu*n§ micfji anfe ^ac carus eras,'feb ct
nuc pi ofecto a riffimus^es; {jJxvuHonfolum y febetia* verurnetia/ verumquoq?»
7Kb fjec jll* buo orationem pcruenufta rebbut fibi inuiccm
correfponfcentia.quoi n alteru eft non fo lum/Cucnon mobo /fiue nontantu l
alteru efebetiam/ vel veruetia/vel loco etia pofito quoqj/ et
aliquibusintenectis.quoru ommu exempla fub= necta* fyec miciji res n^n folum
grafa eft kb etiam iocubatMtAntonjus non rrtobo ciceronis crat ini
micus/vcruetiam Ijoftis patne*M Catoncn folu ingenio pollebatifeb etiam vurtute
florcbat pluri mu ftlexanber no foium reliqua vrbem iubegiti is veruquo? ipf u
romanii iperiu cogitabat attigere. Tametcji. £t fic etiam tam et $ fibi
correfponbe-f . vt tam cara micfy patria efMcj tibi iocuba vita ( ieb facile
ttt te boc mteUijes r (Jlxviii.cgoipfe pro erjomet? Pro eoautem <$ ceteri
exprimere cofueuere pros nominibu» abbentes vclteveimet fyllabicasaoicctiones.
CICERONE potius lbem eiiicitljoc pionomine ipfe/ipfa/ipfum; quob illarum fcre
abiectionu locu optinet. Vt egoipfe magis q> egomet.tf Ieipfe 1 nosipfiivt
nucp lecus fenSbo U, {Jlxix.De mccum et mc cumf K\i* <ft abiectio puldjra.
Vt m?cum ipfe cogitafc fem.etfyoc vt mecum fit vna bictio. Item me cum
ipfeviccre.quombuefuntbictunes. Vt familiarinte couerlatione et (imiiw
ornateexprimemns; Seb fi tibibicebu «rt tu micfy familians es.'orna tius oicit
ego te vtor f aiiianter,Tu rnify amicus es .ego te amico vtor. Tu micty es
magifter iorna tius ego te vtor magiltro, 830 tecu f requeter ver for.frequeT
mify tecu e cofuetubo.que fepe couer= fatione SIGNIFICAT Tecu magna amicitia
ljabeo . magnamicfy tecu est amicitia, 8t ita aiia per murta.Vtfit inicfyi cu
oib malis viris iimicitie.na recti= us bixcrimus iimicitic pluraii numero/cp
ficjfari. (Jjxxi .£3id)iJ cii cdparatiuis. Seb neutra vox nid;il ac potiffimii
in comparati = uis nominibus tu femim rebbit oratione.tu ma= lcuiina. Vt
nici;il cft J>oc fyomie melius/f ere ibi | vt nulius jtjomo eit l;oc fyomine
melior. Kityii l;ac virgine eft formofius .' quaft nulla virgo fyec virgi ne e
formoficr,£t i ceteris aliquabo confimiliter; iflxxii, Munus pro officio/et
coumiliter partes; Munus pro officio ornatiffime bicitur, V t l?oc e nmici
munua ibdtamici officiu,Funa;or boni viri munere^ferme ibi cft facio boni vin
offjciu.Seb et partes plurali numero confimilem l;abet SIGNIFICATIONEM, vt mee
partes lut lbeft officiu me vel perf inet ib rae; (flxxiii»Caueo cum ablatiuo
fignificaf pro uibeo»cu accusativo vito ac f ugio. Caueo verbff etfi fepe
fignifccat prouibeo. vt tu eft lege perornate accuiatiuo iuctu pro vitol fugio
vfurpant eloquentes viri, vt turpis viri/ m genui cauent mores/ "% Memini
cu accufatiuo/ fttqui et memini rectius ac vfitatius iugitur accu fatiuo §
gcuitiuo vt inenani plaiocis fapiectiant» Virffi.inbuc. Stnumerosmemi fimeteverbainer«m
. nec miru f. in iis que funt potius folute orationis. Vir.ma.ois aff eram
teftimonium que" non folum poetam egregie erubitum* ieb et rfceto hce
artis vbic| obferuat.ffimu f mffe conftat. Penitet ibeft parum vioetur. Penitet
me qmcquib f igmf icet notif umu" «f t l feb et paru vibetur vfarpat
auctores et t reftates boc= trina vin» t ^,, .. Vaco cum batiuo/attenbo cu
ablatiuo vacuumeffe.( Scb ibem perfepe verbum vanis coftructiombus cofitum/baub
eabem retinet SIGNIFICATIONIS vrau Vaco buic rei.'eft attenbo l?uic tei.vaco
r,ac re.'eft W re fum vacuus I et ornatilfimu eft, vt bom vin 4nt opera vt
perturbatiombus vaceut ibeft Iiberi et vacui fintr. Deaiabuerto etaiabuerfio.
flmiabuerto ibeft fore vibeo/et quobamobo mtelIicto Ht aiabuerto coftructu cu
acculatiuo m presofita/ibemfibi vult <$ punio.Vt pleutippus ai= abuertit in
feruum platonis lbeft pumt platoms (cruum.cix quo aiabuerfio pumtione quabam no
nuq> llii: p c x<i fa Q c ^ oa tiuo et accufatie n cm mebiante ab. 7Ktc$
iterfi ref ero tibi l)ac rem ibfft narro tibi fyac rem.feb refero ab fenatum/
refero ab popula Jtjac rem ibeft pono f?anc rcm confultationem populi vel
fenatus.Qui vfus verbi eius apub fyyftoriaru fcriptores frequctiffime eft. Dare
litteras tibi/vel ab te. Quib varii quoq? cafus /eibem verbo fepe coniun=
tii/nom magnam aclonge biuerfam vim f>abeV Quale eft bo bibaculo ab cefarem
litteras . Nam bantur bibaculo beferenti / vt cefari rebbatab que mittuntur
littere.Sas igitur leQtt CeIar.Bibaca= fus quibem velut tat Ilarius befert. Na
qui fert Iras/confueuit tabellarius appellari.Verum ne quib buius nunc ignores
bare lras fignifkat fcri= feerefeu mittere Jitteras/ <X Jx*x.
Vuas/binas/trinas/Iras/pro vna buabus t tribus ve epiftolis bicim us/ Nec tef
ugiat q> pro epiftola bicimus litteras plus rali numero.Necobftatpoetarum
cofuetubo £t pro vna epiftola bidmus vnas litteras.Na ib no= me vnus.a.u -cu
iis que pluralit' folu Iflectuntnr plurale" quo<# retiet natura* Vt vne
nuptie vne bi geivaa menia .8tCvtabpropofitu rebea)pro bua bf epiltolis
bicitnus ite binas littcras ino aut buas pro tribus cpiftolis ternas i non
autem trcs. pro quatuor quaternas. £t que beinceps funt rehqua cofimili ratione
proferentur; (JJxkk i . inf mitiua oratio pro conc iunctiua peruenufte ponitur.
Inf initiua oratio pro coiunctiua pergjpulcfyra eft, V t volo te ab me
Icribere.cupio te atfyeuas proh cilci . £t ib teretianu quib facere te in fyac
re velim ficmif icat eni quib velim quob tu in f;ac re facias. velim ciues omes
vnanimes efle ibclt q> vnanimes fint et cocorbes.Seb fjoc tibi fit cocinnius
vt nullum fit ambigui iermonis bifcrimen, neq? eni omnino rcctum iit/fi quis
oicatvoio te me amare « g> uis pleruqi lb fuppofitionis lccum r;abcat l quob
1 i lmtiuum veibu mimebiatius precellent. vt puto pyrrfyu romanos vmcere poffe
ibilt crebo cp roma ni poffot vincere pyrrfjum, kb ib pro viribus ca= ueat
orator.St quob mobo prcceptum eratbe coniuctiua atcg mf initiua oratione
precipue in abfola tis verbis<vel vbi alteri calui i uerit abiecta
propositio feruanbum fit. vt vofo te amari a ine; {£ l.\xxn.£x vel £ pro a vel
ab. Ex vel e propofitiones pro a vei ab/et fepe et pers ©rnate ponutur. vt
aubiui ex maionbj nris pro i maiqnb$ nris.accepi ex patre tuo vel e patre tuo
Cluero ex te et a te.'quob eft te confulo/et te intsr rogo. Quob abuerteiet
vlui trabe. De pro/Ioco in et fecunbujm Pro ornate ponitur loco in et fecunbii
. Vt pro ro ftris .ibeft in roftris.pro tribunali ibelt in tribuna h. et alia .
pro viribus tuis ib eft fecunbum tuas vires.pro tui ingenii bonitate.pro virili
tua. et similia/ Sub ia compofitione aut dam/aut biminute fignificat/ Sub
copofita aut clam aut biminute fignif icat vt fubrnouit me permeno ibeftdam et
occulte.fubi^ rafcor tibi quob eft pauiulum irafcor. Mor emgererc complacere
obfequi SIGNIFICAT. Moremgerere perornatum verbum complacere fignificat/atqj
obfequi vnbe moriger a.um. quob a morofo quob bif Lcilem fignificat i et a
mojrato quob inftitutu fignificat plurimu biff ert? Confequor pro exprimoj
Confequor pro exprimo pulcfyemmum eft.Non poflu ego verbia cofequi ibeft
exprimere . Iitferis cofequi ibeft per lras explicare. Metuo timeo multis
cafibu3 coniunguntur. "V* Metuoettimeo verba aliquanbo tnultis cafibus
ab.unguntur, Metuit CICERONE a.p.dobio fibi extre mu
periculum,Tim«omicl?iabfternortem Ncn nun$ abfolute ponutur folo batiuo liicta
. vt me= tui papl?iIo- papfyili vite timeo, kb fyc eft poUus poeticus^fus/
{]Txxxviii.8uabo pro fio/et efficior. Suabo pro fio et ef i icior ornatum
vfitatumcp eft, Vt dcero euafit eloqu€tiffimus.ftriftoteles euafit fumus
pf;ilofopr;uB, cefar vero euafit inciitua imperator.St bz ahis quogj
fimiliterf. Fore futurum cffe. Fore f utura femper l?abet fignificationem . et
eft ibem <$ futurum ee.M.G. be eratore tertiolibro loquensbe fyortenfio, Que
quibem eortfioo omis bus iftia laubibusi quas tuaorationecomplexup es
excelletiore fore. 8tcraffusforebicisinquit/ ego vero effe iam mbico; {£xc Quib
Iter bimibiu z bimibiatu itereft Quib inter bimibium et inter bimibiatum inter
fit nofce perutile e.Cum enim bimibiatu fit quafi in partes buas biuifumi
nifiaiiquibbiuiuim fit/ bimibiatum non poteftbici.&imibiu veroappella tur
no q> ipfu biuifu fit/feb q ex bimibiato pars al tera eft .Hd jgitur recte
bixerit quis pco fetentta/ VARRONE Cvtait.ft.gelius I noc.ae)bimibiulJ fcrum
Iegi.bioiibiam fabulam aubiui. feb bimibia tu libru i bimibiata fabula recte
quis bixerit. quia &imi:<iatumCex caufa)bigitum appellamus. feb al
terufram parte bimibiu.Quob eft accurate bilige^ tercg afpicietibum. Interfum
et prefum quib bifferut; Plurimii aute cobucit vcbis itelligcre que fut no=
minu bif feretie/ac verborum bilcrimma 8a quoq res miru imobu oratione
exornabat. Vt fi quis nouent quib bifferut prefum/et ir terfum interfe
verba.'puJcfjerrime bicet.M.C.publicis negociis «on interf uit folum .'fcb pref
uit . quoru illub figni ficat comitem effe alicuius rei.fjoc vero buce>
^[xcii.Confiteor profiteor gratulor gaubio Egonon folum cofiteor/quob eft per
vimifeb tti am profiteor quob qmbe eft fpote.St apub Mar. Tulliu peifepe tibi
gratulor micfyi gaubeo. gau bemus nobis* gratulamur aliis cj> abepti funtali
qua bona/; -4jxcui*#vgo ref ero fyabeo bebeo; Bt tibi ago gratia quob quibem
eft verbis.Refero gratias quob eft re et factis. Habeo gratiam quob efti animo.
Debeo gratia'vbialiqua obligationis vis ceroitur.Etite alias opiniones Jjis
fimries? -rf {Jxciiii«Hec res mi\)i cobucit.bono tc i;ac re. Optimu cft non
ignorare nominu bii i erentias vt ct vberior et ornatiot nra rebbatur oratio.
l?cc res micfji conbucit* elt lbcrn q> mic^i rcs fyec vtiiis eft St quob ceten
pleruqj bicunt/ bono tibi f>ac temi pulcfyrius bicitur ac Iplebibius bono tc
I>ac re* Vt miles nauali corona bonatus e!t«Sabinos romani
ciuitatebomuerut/quobeftciuesfecerunt quob ite bicut labinos romani I ciuitate
acceperuntf {£xcv* Prepofitio que iolet abiungi nomini pulcfyrius
vcrboabiungiturJnterbu vcro prepofitio/que nominj ac cafui pre== ponitur l
pulc^rius venuftiuicg vcrbu preceltent in quibufba verbis. Ooiale cTt Ii quis
bicat co ab Ul vt bicat potius abeo te. etloquor ab te/ potius afioquqr te.Cebit
bc vita.'becebit vita. ccbit ex Iju manisrebus' excebit rebus fyumanis£t in
aliis quibulbi cofimihter. Minus abuerbium. Minus abuerbium quaq» fepc iiapii
icat nonnu^ tame cu pofitiuo iunctu cotrane SIGNIFICATIONIS comparatiuu
bemostrat. Vt Teretianu lllub p^ebria^ nemo fuitirinus incptus'pto prubentior.
etne^ aio elt tc minus formoius lbeft beformior 4 et fic be alus coitmilibus; 2
o ^JxcviuQoiib inter becem annos et becem annis intereft Quotiens multos aut
bies autannos bicimus per accufatiuuiitelligimusiuge teporis curriculu efife
£ere cotinuu Seb per ablatiuu SIGNIFICATVR annoru fiuebieruiteriectio
intermifiioi. Quare( vt ait marcellus^optates rectms acculatio vtibebent
fiquibem ab fecuba fortuna attineat, In fereft jgitur ita li quis bixmtJbece anos
i re militari verfa tus (uia ltaibece annis bebi opera rebus bdlicis ;
4jxcviii»Corbi eft, Corbi l?cmo etia flexibiliteir corbi l;ominu(vt pri fcianus
Iquit, Dgificat iocubus fci.bo ficut et fru= gi.Seb iatiusUnca fetetia;
Marcellus dpinatus e. Dicit eni corbi eft ibeft animo febet* Nam fyec res mid^i
corbi eft ibeft placet* Teren.in abria ^n ti bi l?e nuptie fut corbi CICERONE
be perfecto oratore flumealiis verboru voiubihtas corbi eft . £t LUCILIO probe
beclarat cu iquit.St quob tibi ma gnopere corbi eft* y micl?i vefyemeter
bifplicet^ {[xcix.De Tatifpei:. Tantifper qucb quafi eft tambiu Qrnaf e poft
febepofcitbum» quobfermeeftfconec Vtillub Terentianum in ^eauto.Tantiiper meum
bici te yolo.'bum qucbtebignumefaqias. i 8gotantiIper magna voluptate afficior/
bu apub te viuo? {jC.quib Iter Delecto et oblecto itercft. Tu micl?i earus
es.ego te amo.tu mil?i iocunbus es.ego te bclecto.feb belecto ct oblecto non
fimilis ter ffruuntur» Nam bicimus belect.it me rjec res. feb oblecto me ac re.
belectabat Socrate vite intes gritas. Pitfyicus fefe virtute et loctnna
obiecta= baUego me oblecio ruri/ JGuFero banc re facuVmobefte moberate/equo
animo Fero fyacre pacietor feu patienti animo/fplebibiusr bicitur .'ego f>ac
ref acilepafior .et mobefte fero/z moberate/ct equo almo.Ecotra SIGNIFICANTIA
abuer bia grauiter/acerbe/egre/molefte/et iiquoaimo. Ijec micfyi iocuba rcs
e.fyec res placet micl;i,et que molefta eft/bifplicet; <£C.ii.be Affero.et
bolef micfjiffero comunilTimu verbu ilet quo mulfis locig vti poffumus.Secuba
fortuna affert micf» vofup tate ibcft mc bclectat. Tsbuerfa f ortuna af f ert
mi= cf;i bolore ibeft bolet mitfyu Nabicimus z fyec res milji bolet ibeft boleo
fyac re.feb rebeo vnbe bigref fus fu. liftere tue afferut micip abmiraeione
lbeff eftitiut vt abmirer. affcrsteftioniu ibeft teftifica= ris z ita bifperfa
e z vaga fjuius verbi fignif icatio/Ciiibe perinbe cu afcg vel ac
poftpofitaPennbe omatiffime poftuiat poit fe ac / vel atqj ct totu fimul
perinbeae vei atqp fyabet eabem vnn quam vt tanquam, vt CamiJlus perinbeatcp
oim fapietiffimus.et cfjerea perinbeac foret eunuci^us et be l?ac re fatis r;ec
bicta fint fyactenusf {7Ciiii.be Coco» Coeo nonlolum abfofutum cft/ feb nonnuqj
per= uenufte cafu fyabet accufatiuu . Coeo focietate tecu Et ijinc cft lilub»
7K* gelii in noc aube pitagora/ beqf cius conforte ♦ quobouifcg familie
pecunieq? Ijabebat / in mebium babant i et coibatur focietas infepatabilts,
Sebeobem cicero pacto aiiquanbo eft eo verbo vfust. De Mille fyoim in finguiari
numero NiHe fyominum fingulari numcro SIGNIFICAT mifc le fyomines.mille militu
interiit fyoc eft mille milites interierunt» mille militu vulneratum eft ib cft
millc vuinerati funt milites.ibcg ornatu/vfita= tumqj eft}L_-Primis» Primas
SIGNIFICAT etia ordinem quob nome sequitur secundus et tertius .et beinceps
alia eiufbem or binis nomma.tame multociens fignificat pricipa le . vt fyic eft
noftre ciuitatis vnus omniu primus li t per fe fignif icat optimu.,feb ib
poftrenjij in caro e vfuora torum. De interbicoInterbico fibi I?ac re; et non fjanc
rem»vt int«-bi= co tibi aqua et igni*plinius fecunbus in epiftolis caret rcge
iure'quibus aqua et igni iterbictu eft/ {1 GviihCXue noia ornate
fincopanturHunc vero ab reliqua neq; eni iuitus omiferim q que nomina ab numeru
fpectat in eoru plurahbs genitiuis lincopa efficiunt«ibqj cum vfitatum eft/ tum
ab exornabam pertinet oronem»vt mille numum potius <$ mille numoru*mille
benariu mille aureum*et totmilia argentu . et ita be reliquia et in ijenitruis
omnium nom mu fecunbe beclmatj on>s frequenter eff iciunt IjGixyCitra
cgtenariu ef poft vigemriugi minor numerus maiorem eleganter precebit/mebiante
coniunctionef Ssb prokm fcribentes /et foluta orone in nomini fcus lolu numeru
et mefura [ignificanhbus l atqj in numeroru nominibus eam plerunq; feruarnus cofuetubinem
et citra cetenarrum numeru ii qua bo poft vigenariu buo numeri comemoranbi fut/
vt eoru minor precebat et maior fequatur vt i)ic e vnu et virjinti annos
natus»buos et tricjit^ anos iz viximus. tres et quabraginta anos nauigaui . qua
tuor et quiquagmta annoru confurrfi etatem, ieb vltra ccntenariu/et citra
vigenarium tritu ac vul garem Jeruamus morem et SERMONEM. 4jGuob aute ficut buo
be viginti nonnuqj» bicimus/ et buo be triginta.'ita et buobeuigefimo > et
buobetrigefi= n;o nunif citu eit, feb no quibem eft in frequenti oratorum vlu/
Inbies et inoiem . Quib inbiss i none pulcfyerrimus fermo eV ac fig nificat per
lingulos bies/et quotibie i feb cu quo= bam incremento, vt tua inbies accrefcit
virtus.in= bies fyomines fapiunt.ftultorum fjominum mbies accrelcit mfamiatfeb
Qum bicitur inbiem eft termi nus beputatus/ {Mpxi . Vt in ve* bis actione aut
PASSIONE SIGNIFICAT ib^ vanetati ftubenbum. In vet bis tam actior.em q>
PASSIONE figmficatibus confiberare bcbemus varias vocum lnflectioncs / atcjj exitus
. et mcbo fyns mo illis vti pro auriu iu bicio.vt fuere pro
fuerut.amaruntproamauerut vibere pro viberiit.norim pro nouenm.triupfya=
rantpro triupfyauerant.et be aliis quocj! eobemo, 3eb ne quib fiat cotra
gramatice artis preceptioes fyac via prpwbcnbum eit; .oe Cluin. auin particula
quomo increpet/ vel exortetur i quom5 item confirmet et quomobo interroget iib
fatis exploratum eft . feb nos ea pulcfarrirne vtimur.'cum bi cimus.'nonpoffu
quin gcftia.no pof fum quin boleam.no poffum quin abmirer. figni f icat enim f
ere me non pofle continere* g> non &> leam,et ita be cetens
confimiliter. rftxiii.be Locus eft vel Multum aut nicljil loci eft ljuic rei .
Quib inWnone preelarum eft vfu.locus eft l?uic rei.multum loci eft gaubio.
plurimu loci eft trifc quillitati.et terencianus bauus.nicfyl loci e fegni
cie.'fignificant eni fyec omniai vel oportere nos le tari/vel tranfqutflos
effe* vel voluptatibus afficii vel oo negligetes ac fegnes ee« et fic in i
aliis fyuiulmobi<JOdiu.be Magnopere et fimmbus. NonnucJ verobuo nominaCfiue
prepofitione ab= bita/fiue non>nius abuerbii vim retinet.vt mag nopere pro
valbe. maximopere pro plurimu.miorem lmobupromaximcmiruinmobu promi
rabiliter.etjtem mirabu inmobum. ^Jpxv .be In primis et fimilibus. Seb ablatiui
cafus / fme cum comercio prepofitio nis fiue (tne eo vim Ijabent abuerbii vt in
primis fignificat zm precipue ac prefertim.et ib^vi gr cci bicut)ibuerbiu
ipfum(fi lta appellabu eft) perornate nomimbufiugitur.vf in primis fapiens.ipri
«ijs erubitus.Seb nc a propolito bifgrebiar^pau<is mterbu pro paucu/multis
pro multumt Veru J^ccaliojoco pportunius illoijCxvLbe ©ent cu noie magiffratus
fiuc iperii Ilic etiam rnobus optimus eft+vt li quis bicturus dt qucmpia homine
aliqucm ^abcrc magiftratunj vcJ i?qnore/feu ipcriu vt ex noie l;onoris eiufmoi
et gero geris verbo pulcljerrima coftituat ordne. ^oc pactoi^ic eft rome
cSfuLrome cofulem gerit. ita cofimiliter imperatorem gerif . principem
gewt.pKetorem gerit et alia cofimiliter ab ijofcc eni viros remm cura et
abminiftratio pertinet. Cxviitbz intcrlcg«nbumyet fimilibus. Vfitata et
perpulcijra eft fermois oratio/vt geru^ bioruaccufatiuis prcpofita
lterfignificct tempus imperfectuinbicatiui vcl fubiunctiui mobi vel al terius
ct bu particulam vt interabuianbu ^oftes offenbi.'J?oc eltbum ambulaKcm
interlcgcnbum vibebas t ibeft bu legeres . £t fic pro varictate per [onarum ita
cxponenbum cft vti mobo explicaui mus.fcSicferuius in buc. vir. Interagenbum ib
rft bum agis.l;onefta locutip fi bicamus intercenabu \)oc fum locutus ib eft
bum cenare Ijoc locutus fu. 4jCxviii.De in pro erga vef cotra. In pro erga ct
c5tra pulcfyerrima e accufatio pree pofita. Vt meusinte animus.mea mte
beniuol.n tia.vbicj enim fignificat erga . luucnalis muefyt in bomicianum.
CICERONE ljabuit orationcm in CATILINA ibi eni contra SIGNIFICAT.
Deappnme.?7ypprime pro valbe recte apponitur noibus.que? abmobum be imprimis
fupenus bictum eft.vt VIRGILIO .apprime nobiha res.appnme vtilis.St ita
beaiusfimilibus. 4j_QiKf Vt res apte coi ungitur abiectiuis polielliuis. Rec
nomen latum / bif i ufumc| eft. feb eo pulcijer rimcvtimur cum abiectiuis
poffefliuis nomini' biis/ et prefertim J?uiufmobi. vt cu bicitur res bel Iica,
res bomeftica.refpublica. res familiaris. re« nwlitaris.Et be fimilibus
paritct. De preftolor. Vt aliq veluti fignanba mftituam preftolor vei" bum
plerumcj poete accufatiuo iungunt. CICERONE connectit batiuo. Vt quem
preftolariB.'* preftoior iol?anni^. J^vffentior,tio . Impartior .tio . 2V Multa
funt verba quibus per eaoem SIGNIFICANTIA et pafliua vtimur voce et
actiua,et(vt omittam p e nc innumerabilia; ciceio frequeter m r;is buobus mobo
actiua mobo paffiua voccm vFurpat. s£,enti or et affentioi vbicg eabem
coftructicnis forma. et impartior /et Ipartio.in ceteria autem ifc fii mult©
unus. Vfu venif. Vfu venit ornatiff ime pro contingit ponitur. VSVRPATIO ET
VSVRPARE. VSVRPATIO ET VSVRPARE VSVRPATIO ET VSVRPARE non lta intelligi
bebentifis cut mrifcofuJti vtunfur. fe6 VSVRPATIONEM orato? rcs frequetem usum
nominat/ et VSVRPARE in frequenti usu fyabere. Deficit cum accufatiuo. Hec res
me befirit ib eft beeft micr;i Ijec res» vi bc= f icit me bies. vita cpprimum
mortales beficit f ep beficio bac re magis poetarum eft. Omnis pro omnes. Nunc
aute ne ea que perutilia funty i ornatiffima omittamus. intellicjenbu eft quoque
nominatertie bcclinationiB ta nominatiuu q> genitivu singulare fyabet
fimiies i prefertim Ji gewtiuus pluralis in ium esiuerit ecru frequtter
accufatiuus pluralis in is terminari folet raro in es . vt grnnis pro oes
mortalis promortaks.manispromancs, fimifc terCvt ipe quog? teftatur priftianus
Ji es et is ternu nantiareperiuntur. vt f ortis et i ortes partiset partes
pontis et pontes. io rebquis rarius ib fit que est poetaru veniaf. De pofrnbie.
CXucbam abucrbia funt que epiftolis maxime con ctruut.ficut propebiem/
cjprimu/cito/cofeftim/ et poftribie. quob multi ignari htttram / et grammatice
artis expartes exponut poft tres bies . ieb tuCnc eobcm bucaris errore)crebe
poftribie fignis fkare poftero bie/eteopacto. M.C.accepitto alii crubitiffimi
virij. Primu /beinbe / prctcr a£ ab /1)oc /poftrcmum fttfi quis multa referre
velit.'pro prima rt ponai erimu vcl primowtiuuj eni in vfu eft, profecute
oeinbe velfecunbo loco.protcrtia/ preterea. vel pro tcrtio loco.pro quarto
Cquob perraro accibit) ab hoc vr prcterea vcl quarto loco.in calceipoltre mo/
vd poftrcmu/ vel bemum.at igitur l?uiurce= mobi exemplu. tria fut que magna
micin af i erut voluctate.primuenicf optimuamicu nartuslu beibe aute cj>
finguiare tua crga mefepe tefohcans beiuoletia poftremu vero /q> tc icolume
mteliexir. be orbine fyaru coniu n= ctionumeni autem/vero» &ua in re ib
quocg abuertenou eft/g> fres inueni= nras coiuctiones recto atcp vfiiato
orbine.que funt eni/aute/et vero. feb tuipfe tyec oia ac multo plu= ra raule
cogncueris.^fi CICERONE Lriptai et in primis eius epiftolas lect»tabis. Mcmorie
pro s ifum eft. Memone prohtu ficmat fcnptu eft. multa enita= lia ornatiffime
vfurpantur vanis cu fignificatus, vt memorie trabere.mabare fcriptis.mabare
litteraru monumetis.quoru fermc omniueabe vis eft feb manbare memorie aliub
fibi vibetur velle. Falht me bcc rcs. Fallo verbu tritu eft apub CICERONE f
aliit mc r;ec rcs bicimus.fallit te fpes.quob e fruftratur et beci p it. Miflu
f acerc . Miffu facere ib e bimitterc venuftu et ornatu eft, nam miffam Ijanc
rem f acio fignif icat bimitto xl= lam rem. Hc quibem» $bf;uc et in eabem
oratione buc f;ee particule/ne et quibem/pulcfyerrjme futifi quis f uerit ilhs
rec te vfus. nam cum ponuntur femper aut aliquib bictum cit( aut mentc ib
concipitur vt ne aubmi cT quibem.fignificat euira Q exempli caufa) non folu non
vibi feb neqj ctiam aubiui . Item aliub exemplum pfylofopijie ftubia bemocritus
n5 mobo n5 intermittit ;Ieb ne remittit quibem.reaiittere na<| pfyiam cft
remiffius pfyilofopfyari? .be orbine pluriu fine coiunctioc Scb ea quoq?
abljibeba biligetia elt q> li quabo plura ponimus preferti
finecopulatioeCqui articuius eft et fi ibi vibeatur fignificare quob
vefyemetius fonat magis coilocetur i calce.vttua virtus lauba ba probaba e.na
probaba eft rnagis q> fit ai mbicio Magitratus biligere/amare/colere
oebemus. pro bau3mios virosomnesf; omines verentur./ obseruat abmiratur quc
turpia / obfcena i tetra ; f cba fut.'ea fugere et afpernari bebemua. virtutis
offi= cju fuma laus efr.na l?abet officiu accelfione actio nis. (JSeb i l?iis
quoq? orbo quibe fpectanbus eft q> fi tria quoru buo parte aliqua
ugnificenti tercis um lit communius^ib prof ecto plcrumoj bebet in f ine
collocariinili fe fyabuerit qucbam generis mo bo.tunc enim ecotra fit quob nunc
liquibo ac pers fpicuo patcf accre exemp{is«ac prioris quibe excm plu cft.oms
in abipifcenba virtute cura/opera/bi- iigentiaiponenba e. eft eni cura
confilium animi, opera corporis i bihgentia vtrumqjcomplectitur. Item
inrepublica plurimum i&uftrie/laboris/ te poris ponen&u eft,#smicos
confilio I viribus opera abiuuare bebemue. Cylterius nof a exemplafut l ion
lunt per fc rcs comobe ex eten&e bjuicie/tjo norcs/voluptates comobum eni
generislocum beiinct cuius fpecies funt multe.puta quas mobo nuirerauimus. Atg
item animalia queqjV fyoines Ieones;equi/bcnu vibetur appetere . feb vUamc|
resfele fyabeat. Ii multa fint,' quobpluriseft/ bc= bet poni m finc.iam ab alia
prccebamus. Qanfquis,' vtvt i vbiubi, Multocicns gcminatio in quibulbam tam
verbis infinitis q> abucrbiis tanti valet quati i& nome fel' ct cuncg.
vt quilquis pro quicuncg, quotquot prQ quotcug. quatufquatus pro quantulcucj»
qualif= qualis pro quaiifcuqj. vtut pro vtcuqj, vbiubi pro vbicunq?. ct ib
abucrte biligenter/ vi . ^vcccbit. ^ccebit proabbitur/§ vfitatum cfttam
pulcfyer= rimum vibcri bcbet. vnbe et acceffio abbitioncm fignat. vf ab meas
miferias mictji acccbit bolor ib eft abbitur. Conf ibo, Cofibo non ficut quiba
arbitraf ur( nefcio quo pac to)ftruit J,13 iugitur aiias catio ahas ablatio
cafui n et in fyiis potiffimu verfatur que ab animum fpertant. vt confibotua
virtute/ tuafyumanuatef tuo confilio. et lbem be aliis fyuiufmobi. Crebo pro
cornitto. Crebo quocg pro comirto ornatiffimum eft. vt crc bo tibi confiLa mea.
crebo tibi granbem pecumam et fic be aliisr/ C^rahbismaior vel minornaftu
0ranbe abiectiuu nomen pvoh vel etati conuemt vel pecunie. pecunie exepla fupra
pofuimus. leb l?ic grabior neftorc vibetur ib § vibetur qi ncltore vincat etate
et atecebat. r;ic tit graoisnatu/ajrabife fimus natu SIGNIFICATIO geuu fjonine
/ atcj atmo--bu fene.St quia be natu facta meeioi maior natu otnatifiie ficmif
lcat feniore ficut mior natu ib eft, be Parentfyefi. {J. iuniore/ Infuper^aubi
Hepiba fit interposita nonnuncp in oratione /atcpinteriecta parentljefis .
vtbebifti ab meCque mea eft fumma voluptas fuam fimas lits teras. omnes amicos
(nifi ialloOpJurimum abmi ror.fcire velim exte (ea nacg eftamicorum cofuetubo)
quib nuperin caufa.M. Tfaitoniiegeris et iti bemum (repostulante) noftraram
Jjuiufmobi oratione interpositionibus alpergatrtus. be Incrcbuit, Hecres apub
me lerebuit/et fere %nif icat ab au res perueit^et REI NOTITIA SIGNAT. Vt nos
nefcire quib feicemus» Nefcio t)ac re.ignoro/ preferif me f ugif me. la= tet
me. fyuius rei nefcius fum.ignarus fu.jpec res fcietiam meam f ugitf. Reliquu
eft^pro reff at. Hoc refiquu e i& eft reftaf /perpulcfyre / et magno
euornatu lbem fignificaf /exemplu eft.omnia tibi ctnatura et fortuna
tribuitreliquii eff t vt bene et iaubabmter viu?S/. Vulgo ib e vbiql Rumor e
vulgo/ibeft vbiql et comunifer&icifur et ornatus fermo eftf
{J^Cxlv.^vccipere pro au&ire et cognofcere ccipere pro au&ire et
cognofcere peruenufte bititur. Vtacccpirumoribus quor uel certus auctor acccpi
ljolm fama/ que certoauctore cotietur.acce pi nuciis it enuciatioibus.quos
nutios z qui mit ti affert.accepi litterisquas plerucj abaicis accipi mus.et I
aliis cofimilibus lodsf (ffjxlvuHike Ijofce })*keProno% articularib|
bemoftratis cofucuerut ora tores abbere ce a&jectione i iis cafib^ qui i
f.bcfiuut tupljonie ca\vtl?iice fyofce tafce pro jjis fycs feas/ mn V-'
CfCxlviibe tranftatione fyuius pi-epofitiomscum cp* PREPOSITIO que preponi
fofet / poftponitur ecum fi fi jnif icantia eabem manet . et in quibufc bam
juibem femper. que funt mecum tecu fecum nobifcum vobilcum . in quibufbam qupqj
non feper, vt qui cum/quo cumV quibus cu/ te proptet ac etiam propter te lbem
fignificant. et fic quibus cum « t cun quibus • et in iis potiffimum ea
prepofmonum tnnflatio fit que wb enumeramus. Clam prepolitio potius cp
abuerbium» Clam plerumq? prepofitio eft.et nonnuncj abuerbium* (eboratores
PREPOSITIONEM potius accipiunt ;fiue iugatur ablatiuo vt prifcianusfetiti i;ue
accufatiuo/ quobopinatur bonatus* vtclamme prcfectus eft ib dt me nelciente/
iJjCxlix.Cora et prepofitio et abuerbium» Coram cum accetu in prima lillaba
prepofttio eft et quib fignif lcet nemo eft qui nclciat.cum accetu vero in
vltima fillaba abuerbium pulcfyerrimum eft SIGNIFICAT vt ita
bicam)prefentialiter. quo frequentiflime viriboctivtuntur – vt apud CICERONE
.cupio tecum coram iocari ib eit prefentiali ter.etiam coram tecum loquor. De
abuerbusin. I. et. V.befinetib. Multa abuerbia in.I.exiftetia etiam I ipfis
epifto lis pulefyerrima funt.feb i;ec imprimis ruri vefpe ri/bomiybelli.
Multaitem ino fero/ Icrio/ conlulto poftremo/falfo/merito.precario. Cetera vero
in eobem exitu beunentia ljaub in frequenti funt vfu oratoru» i n v vero non
multa funt biuicuius SIGNIFICATIO MANIFESTA EST. Ioterbiu/quob eft quafi infra
mebii bid temcus.£t noctu pto nocte.quob magis nome e. Vnbe biu noctucg
bicimus; (jXluNullus pro nom Hullus «li.um.n6nu§ pro non.prefertim fum /es cft
verbo abiuncto.vt nullus fum.ibefi interii. ref pu.nulla eft (quau non eft
lbeft extmcta eft. Ibc| ornatiffimu f uerit. Preftofum.ib e affum vel appareo.
Preftomm SIGNIFICAT affum. et f ere appareo . et Dc ibem abuerbiuj eiufbem
verbi moois omnibus ac temponbus peruenufte conuectitur i m eabem qua mobo
pofuimus SIGNIFICANTIA vt prefto micfyi fuit feruus tuus vrbe ingrebienti / lb
eft affuit. ([Cliii.Licet micfyi bono vito efleivel bonum viriun. Licet micfyi
bonu virum effe et licet micfy bono vi ro elfe vtrumcj latine atcj vf ltate
bicitur. Seb goftering magis oratoriu est. Pcirpetuu et Iperpetuu aouerbia?
Perpetuu et imperpetuum abuerbia pro eobe po s niitur ' et eis f requeter
vtimur. Deuindo proobligo» Deuincio verbum cum pulcfyerrimum e.tum pre cipue
eplis congruit SIGNIFICAT et beuincio oblis go / et bevinctus obligatus / ficut
et fepe obnos xius quobnonloiumtritomore SIGNIFICAT tquoo notu eft. febetiam
beuincturm. Collocare apub aliqui beneficiu. Collocare apub alique benef irium
eft alicui benefi cium facere, vt apub gratos viros beneficium col iocafti
(IClvii.Gratificor» <5ratif icor libi fyanc rem predare vfurpaf ur / prp
gratumfacjo» ([Clviii.De "inbulgeo et ignofco. Jnbulgeo fane verbum eft
aptiffimum et fplenbis bi ornatus. quob et batiuo iungitur t et f erme
\ignificat bo operam, at(j ita reponitur ♦ vt fyie nis mio fomno inbulget. ib
eft nimis bormit mmio d bo inbulget / lb eft nimis comeoit . be aliis con
fimili pacto. H Inbulgere quafi concebere eff verbum luxurielam quanbam Mignans
clemetia tt in&uicjentem paretem appelfamus/ leniore er= ga Iiberos
mgenio.quare z ab ignofco piurimum biffert.eft enim ignofco parco.ibeit bo
venia.fme excufatum fcbeo.ignofco tibiifiquibCexepu cauz faJabmifens lceleris .
inbulgeo vero i vt multa a= cpre impune queas. quorum verbgrum bifcrime i>il
^entifFime conliberabum eft/ TANTVS QVANTVS Tantus. ta.tum. et quantus eobemobo
fefyas bent in 01 atione vt raro alterum abfgaltero pona tur. vt cor.cio l?ec
tanta eftiquata ante^ac vn§ fu it.tnbuis micl?i tantu quantum necagnofco / nec
postulo tdntum in te eft bocfrine quantum 1 boc= tilfimo fo 7 et effe viro;
iI_Clx T a»a qualis? Taliff et qualis alterutru creberrime ponitur* ra ro
vtrucj. vt teie iolemus fentire bonu viru/et fub Bitelligimuf quale biximus.z
ecotra.orator eilfu ftris qualis alter nuilus reperitur. veru l?ec be f)is
htiBt ^LClxi. Vel pro eciam, tVel pro etiam particula I multis locis rectiffime
congruit.vtfyambal fuit imperator velomnium primus.tua eximia virtua vt tearoem
velmaxie impeliit. ([CytVfrforj » Verfor verbfi ifl f requetiffio e vTtt veteru
ac oifer toiu foofni . perbif f nlaqj e eius verbi fignif icatia ac beno variis
poteftrationib? expoi.vt ego verfori Iraru ftubio ib l bo opera lraru ftubio.
virt us circa bifficile versatur ib e virtus i bifficiii cofiftit. ver famur in
tenebris ib est f ere fumus ac viuimus et quasi stamus in tenebris etCquob est
exemplis superioribus beciaratum) buos fibi plerumq? ac fre qnetius casus
postulat. nam aut accusativo vingi tur/precoata circai aut ablatiuo in
precebete. na cu acanatiuo vt ante f unbu verlari.ab porta ver= fabatur pcrraro
bicta funt. fcb queabmobu cetens rebus oibus { ita buie f uma abfybenba e
biiigetia, ^QQUiii . 8niuer o Sinaute HonnuS oue particule ornatiOime
coiunguntur, quarum eabem fit vtriul* f ignificatio. vt enmero nam pro explenba
SENTENTIA altera bumtaxat Juffi cere poterat et similiter finautem cauia
conplenbe fentencie. eo in loco aute patticula nullam omnino vim l?abet. 1m eni
per le iignif icat feb h/ trClxiiii.&ttoab. auoabypro quoufq;/et pro
quabo/no minus ornate ponnur^ latine.vt volo in vrbe effe/ quoab tu rebeasa .
ita in plenfc* locis conlimihter accipi poteft. Sufci pere. Sufcipere no
folum(quob tritug vulgatufcg vfus fyabeOfignificat quob eft fuper fe accipere
et quo= bamobo abbucere aliquibi feb etiam perornate po= fitum in epiftolis
cemmenbatum Ipabere. vt fu£ci= pit cicercnem cefar in fuis rebus abuerfis . que
vticj poftremaugnificatio /r/aub^quaqKfi quisin= fpiciat accuratius)a priore
illa afiena eft. Positivo abiucta negatio cotrarii politiui pleruqj vim tenet.
Optima quocj ratio eft vt pofitio cuipiam abiun = cta negatio cotrarii poifiui
virn ac SIGNIFICATIONEM twneat. feb non ita plene / tamen et accurate lilam
expleat.cuius rei exempla fubiciamus . r;ic vir eft J;aut improbus. SIGNIFICAT
enim i ere fyuc lpomine prolum potius q> imprcbum effe jfyabenbum . et pr;us
^aub igncbilis.r;iftrio non illepibus.miles co inftrenuus.ciuis fjaub malus.Nam
in iis/eo= rumc| fimilibus rectius atcjj vlitatius bicitur qua bo vis laubis
cuiufbam eit. feb quafi biminute/ et quafi btf raubate laubis. Peto r;anc rem a
te CLuob gramatici bicunt peto te r; ac rem /ornatius nec minus latir. e bici
queat * peto banc rem a te et ibplutimum ciceip m epiftoJis cofueuit. ConHdoY
pro pereo. Conficior paffiua voce crebro vfitatu e pro eo f e= re quoo e
pereo.vt confectus fu ibeft columtus vt vir lops ac mifer
.'fame/fricjore/bolore coficitor. fic anis etate et ftubio conficitur, ac
merore Jbbo? re/fenio cofectus.et be aliis fic per mulf is? ^JOxix ftblatmi tu
participioru tfl alioru peruenuftam rebbut orationS ftblatiui cafus no
participioru folu/veruecia om niu alioru in orone percodne ponutur.prcfet tjm
fi qua f uerit fignificatio teporis » et be participiis quibe mariif eftu eft,
vtregnante octauiano cefaref parta eft vniuerfo orbi pax * quafi qua tempeftate
regnabat octauianus cefar et aliub bioniiio firas cufis tyranum
gerente/grauifuma inficilia bella fut gefta.ibeft jn quotepore fyracufanoru
bionifc? us tyranus erat* ([Beb eobe quocj rao alia que bam fe babet nomitaa
.maxime fi bignitatu ct 1)0noru extiterit. vtcornelio et galba cbilibus
curilibp acte fut in tfyeatro f abule. Quiba abbut partid pium exiftenubus.IeO
nos profybemus l quob ab vcnuftate oratiois n5 pertiet abbi oportere . et iU
fcipionc conlule peni beuicti funt. Icipione imperatore euerfa eft numantia .
jpt reliqua eiufmobi panter. (JCIxx.be geitiuis cu pofieffiuis pronoibus
Licetetia ta Ljramatice q> oratorie genitiuos quo rumcuqt cafualm cu
pcffeffiuis quocuq; cafu proJa tis coiugere. qucb ct priftianus trabit . vf mea
ca venit/rt celeroru amicorum.meuagrum et mar ci anfonii populati funt.tuo
amico ac fratris gra= •iificare.tuu.r; imperatorem fectare et coriolanum p
ncfter ac frains amice. fua ille confibit et ciuiu pruoentia./C tqj lta
figuratur conftrucfio in omnibus pdifeff:ui3.pinc terentianum illub meo prefi
bjoatq^ofp.ti. ^e nominatiuo poffeffiuo cu gemtiuo poffefibris.Ibq? penitus
mfpidenbu fit/quaboqj etiam bifcre=. tioms leu abubancie cuiufbam caufa folet
abbicu genitiao poffefforis et nominatiuus pofieffiuus vt fuus eft.C.cefaris
mcs ib tlt eius et no alterius fuus ticiifilius fjeres teftamento conftitutus
eft. fuus( vt ipfe quocj pnftianus exponit>b bifcrctio ne eius pertinet qui
fecubum leges fuus non ciU ib eft fub poteftate patris legittimi non eft . fuus
autem pro vnius cuiufq? proprie accipitur, quob ipfum apub viros
eloquentiffimos freques eft. Quibbiftatbie quartoetbie.quatfa. Qit quartaC vt
nonius marcellus eciam teftis eft) et bie quarto non ibem fignificant . feb
mafculino genere preter itu tempus befignatur f eminino f ututum . quob vef
uftiffimi tamen aliter protuleriit vt fic bit quarto pro eo e quob aliter
nubiufqrtus bicifur .'nubiuftertius.^et ltibe be aliis. Qm ib infere inter tua
ca et tui ca feci» Tua caufa fcci/et tui caufa feci ( ne pretei veteru et
boctorem cofuetubinem aliquib ef f iciamus ine ter fefe fyaub mebiociiter
bifcernutur . nam tui ca bicimus/fiquib eiabquem fermonem vertimus
preftiterimus. vt tui caufa a& antonii caftra prof e ctus quob eft tuenbi
tui gratia. kb tua caufai cum tuaQ vt ita bixerim) contemplatione aliquib
alteri preftiterimus vt tua ca»fratris tui caufa egi/ ^JXHxxiiii,be bif f
erentia intcr gcnis tiuos primitiui et pofieffiui . £t quia aliquib be lis que
ab poffeffionem fpectant locuti lumus i fyaub ab re f uer it bif f erentia
illam ptof erre in mebium .que intcr genmuos priuKi= ui eft ct poffelliui. vt
mei tui fui noltri et veftri. qua tibem pulcfyerrime pnfcianus exponit . vox
na<$ eft eabem .at vis ipfa longe biuerfa.cu genitP uus pnmitiui fimplicem
fignificat poffeifionem. potfeffiui vero bupliccm» vt mci amicus ibe meu3
amicus . feb mei filii amicus bupjicem poifefiione continet alteram meam in f
ilio alteram filii i ami co. quo cc fubiecimus/ne cum ornafum requiri= mus4
verboru vim icjncremus ipfam/atq? in errorem quepiam iguorater incibamus feb
nunc institutum prosequamur. C|xi.v. in mentem venit. Hcc res mic*?i in mttem
venitbicitur. et cum ge= nitiuo l;uius rei mid?i m mttem venit. nec micfyi curc
eft an j:ro nominatiuo geriitiuus pofitus eft, vt uq; veto ncn iolum poete feb
etiam. M. ricero vfurpauit; fJClxxvi.be teporu c6mufatione t Oratcr;s(f:cut et
poete^perfepe prefentibus tepo ribus vtuntur pro pretetitis . nonnucj et pro f
u= turis. veru lb quioe muitorarius . feD cotra fyaub crebro fit.nifi forte
incp verbum/ quob fufuri temporis eft / preteriti foco vel prefentis
accipiamus. Seb muita que fuper fyiis bici polfut/in aliub quo 9 tempus
ieruamus; 4j0xxvii.>3imilis genitiuo et plenus batiuo. Similis et plenus
nomina Cquorum prius batiuo iugitur 4 postrerius etia ablatiuo)oratores vt
pluri mu/ac fere femper genitiuo iugunt. vtfimilis'es !"uoru
maioru.bignitatis et of ficii es plenus» no» nuq» vero(feb perraro)pr«feruntur
cu superioribus cafibusj. Vt fubiuctiuis imprdtiua verba iunguntur. Sepenumero
ctia maioris SIGNIFICANTIE causa vel ornatissime imperativis subiunctiua verba
iugutur quob CICERONE fepe ef ficere folebat. quale e iliuO cu = va vt vir fis.
et aliojoco fcrxbens ab f ilium eff ict etiaboravtexcellas. Curri
WcenatuWprabetur. Decurritur fpaciu/cenatur rijombus l pranbetutultu Wcoftmilj
aq? pulcf;errime bicuntur/ <£ixxx. Vt trafitiua verba abfokte prof cruntur»
fltqf vt abfoluta iterbu vcrba obliquis cafibus iun gutuWita trafitiua quocp
iicet nonunqua non folu pro gramaticoru more/feb etia pro oratoru cofue tubie
abfolute prof eratur .preferti vcro ili qua fu passio cu ACTIONE IPSA
SIGNIFICATVR qualia illa fat. Lugeoinbeo metuo. que cum transitiva funt inunc
abolute proferutur. Dc terminatis m bunbus. due I bubus excut noia ; no ta
fimilitubine significat Cquob pleng arbitratur) § abubatia quabam potius ac
vefyemetius.vt gliabubus no ta cjioriati fimilisiq» abunbe feie vefjementerqi
ef feres.Qua opinione eloquetiu ateji qSerubitifumoru fcominu vbicg teftimoniis
coprobata/tu quoqj firmiter ara pfectere.na(vtalios omitta)7?vulus gelius
auctor probatiffimuf ex fnla quotj boctiffimi appoftinaris letabu5us
bicitur^qui logo atcg sbubati errore efu et tu quocj eiftem vtere nominibus. De
Fretus Fretus.ta.ui.icerte originis ablatlo iuctu pultfyer nmu eft.'et ugmficat
fere confilu atej munitu. vt vra fyuanitate f rcius . vra fapieuU J i:on mea
vir tute fretus. Certicrefacere Certiore facere vfitate atcj frequenter in
epistolis vsurpatur. na facio te be i$ac re certioremUb e tibi figmfico l;ac
re.et fepilfime velim me be tua vali tubine facias certiorem; Habeo. Habeo
varia coftructione figuratu plurimu orna tus Ipet.vt bene fyec res fc l)et.'qucb
e fere vt ita bi ca\'ftat bene fyec res.et ita bene fyeo me . et cu participiis
bene me fyabes rebeo rure et cotrariu ab uerbiu similiter ei verbo iugitur quob
eft maie; /plxxxv.be participiis f uturi temporis. Participia fepenumetQ i
uturi temppris ornatiffime vfurpantur vt scripturus fum ab SCIPIONE (si veda)
litteraa. quoo eft fere bebeo scribere . etaliub.' tu ab ebes cras iturus
eslquafi ire bebes. CICERONE (si veda) e atfyeas profecturus ib e bebet
atfyenas proficifci. plautua in ciprum traiecturus eft ( fere eftnauigarebcbet
in cipru.quob ibcirco ita expofuimus quoniam is pi-opne nauigare / is
tranfmittere t is folucre ei» locum fignificat vnbe prof icifcimur is bemu tra=
iicere biciturl g> eubem befignat qui rate vebitur. vt CICERONE (si veda)
soluit atfjemsiet in afiam traiccitt(f/e= ru ab propofitu rebeubum eft . illa
igitur particis pia quc a verbis manant palliuis et naffiue quoqj cxponi bebent
vt cuius infons animus e/mulctaa bus non cft ib e mulctari et puniri non bebct
. fon tes accufanbi funt ib e accufari bebent.vir flagicio fusefttrubebus
incarccremibe coiicienbus jn vi cula . 8t alia reliqua exponatur / vt fupra
biximus{JjMec tame negauerim qui eorunbem participi oru alia quoqj ratio fit
feb ea nos mobo profequi mur iprefetiaru/que venuftius eloquiu rebbant/ Repeto
Qoiib repeto ^none perpulcfyre ponitur.fi quib ei accefferikneq; batiuus
foluscafus/feb etiam abla= tinus.vt jepeto fjanc rem memoria/ quobnon te neo
memoria figaifieat. vt permulti extimat feb *< H •podus meoria voluto^t
rcmifcor /et quasi oblmi oni trabitu rurlu lueftigo meoria»l;oc nos vii vei bo
ornatiffie poterimusiquonia ecbe z veteres eic quetiffimi f requeter vfi iut*
l;k illub be ORATORE CICERONE (si veda) libro. cogitanti mkl)i /ac memoria
repete ti et africanus a neuio accufatus / tnbuno plebis <% ab antfyioctjo
pccunia accepilfet / comcbiffimc to verbo vsus rnemoria (mquit) quintes repeto
^unc bie fyobiernu effe*'quo Ijanibale penu iimitif tmu fyuic imperio vici in
africa l et perpetua pace vobis/ac victoriam peperi infeparabile» veiu cap= tus
ingenti voluptate longius in af rica verbis re f erebis progrelfus
furcuquaobrem «b veltru inititutura ref erat k oratiof. Promori; bieobireymorte
oppe tereet fimilia,' pro viaere aute vita agere/ be gere ctatetn / etfimilia
ornatebicimus/ Optimu factii fuerit l ne eifbe aut mobis oratiosis/aut verbis
vtamur* eKquob inicio bicimus) varia plurimu probat oratio et ti veluti
quibufba fiofculis afpergitur vt pro morivbie obire /mort«m oppcterc anima
expirare / vitabecebere] ani ma efflare/ vita befugi^ rebus fyumaqis excebere
ex vita migrare/res beferere fyuanas i exii e be vitalnwtc? pbireiextremum
claubere bie; interire i i occibere cdfimiliacg* et iteru pro viuere vitam age
re begereetatem/ Vtlu&oluou.Ticet viuo vita &icimus et coniimilia»
St(ne figillatim cucta coplectar)illu& fcoc loco ani mabuertenbum iitiq
ficut fepe bicimus lubo lubu pugno pugnaiferuio feraitutemiboleoy &olore^et
fimilia.' ita et inter&u viuo vitamVviuo miferam feu felixe vitam, vt fi
quis bixerit qui expe&ita fu«= erint virtuteconfecuti, / ii viuentbeatam/
etimor = talem vitam.et qui predaru certamen certaucrit/ a mphffimis bonabitur
muueribus . £t quob &e va riis bicimus orationis mobis l i& ipfu be
fingulis partibus intelligebu lit, vt pro oro rogo/ precor obfecro/ pro quafi
pene ferme.reliqua tuipe coiec U} <JClxxxix, Ib genus, Ib genus pro eius
generis C quo& fere simile nomen expnmiOpulcfyre et vfitate bicitur vt
multa funt ib genus monftra. be multis ib genus rebus locutus eft.'quob e fimilibus.et
ita in alns^ {JClxc, Sx fcntencia, 8x fentencia quafi fecunbum votuntaf em et
prof= perc • vt gefta rcs eft cx fcntentia . quob eft prout optabamus.et tibi
i& vecit sententiat et muftis iuiocis confirniliter. “Inferre”. Inferre
iiurii quali iniuria facere . manus iferre alicui eft alique pulfare, impetu j
quepia facere iit quepia cu ipctu et quafi vi aboriniet jrruere. “Dare veniam.
“Dare veniam” pulcfyerrimu efticrnofcerectlicetia coneebere; 3°vt> 'nicio
ctatis Ijabui te amicu.amicicia micr;i tc cum eft a teneris annis/a paruulote
primis ctatis temporibue* a tenerisCvt greci bicut) vnguiculis
abincunabilisipfis.etijuiutmobi. {jQtuuei etaspuicfyerrime abolefccnciam
SIGNIFICAT. F«.rire f ebus. Fcrire f ebus opfame atcp optimis caufis ex feriali
um cofuetubine fignificat f ebus coponere vt per= fepe ictum fcu
pcrcuffufcbus/eft conftitutum/ ct compo fitum. Hft micbi nomc fcipioni £ft
miclji nomefcipioni.fcipioni cognome africa= no f uit.cui paojo troiano nome c
ct lic be reliquig batio cafu perulitate ac puldjerrime bicitur .que eabe z
aliis quoij mois bicutur.£ frequetius m6s fueeriores apub eloquetiffimos et
boctiffimos vi= rosioucnies. ^iunt t f ertur bicitur. i» Cum tritum vcrbu
volumus ©ftenbere Aet quob in ore populo e.' vtimur vel iperfonali fertur / vel
perfonali verbo aiunt Jet nonuncj biritur . et eis fi gulis/ vt preponimus.'
etraro ita.' feb interoii. q> exempla fcuiufmobi lut . nam firenesCvt
aiui)fur bi bwbemus aure tranf ire. et item na ita f ertur vt nulcfc tuta ut
fibes. item fyaub turpe e( vt biutur) tum ultuanbi be grabu beiici. Mebiam
fuper noctem, onuq> ita bicimus nocte luper mebiam vigilaui rous quob e
vltra mebia nocte vigilauinius. ibcj z f taias ipfeteftatuWetquorubam
vetcrumpro= fcut auctoritis. Tenbo. Contra sermone tuu tebo lb e reiponbeo tibi.
y licut et tenbo cotra iter iib e tibi occurro feb fyc fyaub i frequenti vfu
oratorum inuenies. Aacte. Macte /magis aucte.et eft glorie et laubis fermo,' et
plerucj ablatio iiigitur.vt macte virtute elto.ib 9 et poete vfurpat/et
fcriptores fyiftoriara* etbe= mu oratores ipfi. qui lermo C vt multi erubitilu=
rai trabunt)a facris bebuctus elt. 7Kb expiicanbu locum tue genus gentile ac
patnum effingimus. duoties alicuius explicaturi fuaius/iiue genus/ I sive
locu/getuWc patriu nome effingimue. qucb quifecuBeffccerit/fortaffelatine
locutus fit;febil lepibe penitus/atc| Ibecore. vt qui fuent a firacu= fis
oriubus/no be ciracufis bicebul J? firacufanus no be atl;els<f?
atfjemefis.et fic be aliis. atcj i gc= nerifc^ /ac familiis nos no be cu abltio
vtimur(vt muiti l feb ibc nome effidmus vt no bc ftauris f$ luurus . r 6 ite be
grecis fcb grccus non bc catufis feb catulus.non be batis feb batus . Qua qmbe
a reib mento afferebu fitl quob pliniusipfeaiebat/ q> beriuationes no fyabet
firmas regulas . fcb exeunt/tcrminaturc| vti ipfis autonbus placet fic a
tfyaurotfyauru/tfyaureu^ttfyaurinu bjcimus» et quoe nos romanos bicimus^ bicut
greci romeos» guos nos cartfyaginefes ^iUi cartfyiboneos vocantt &qb in
enfis valatq as fi ab loca pertinent frequetiores terminationes sunt. vt
albanenfis vero nenfis dufiuua .' taretinus /lacebcmonus .'eiracutas
nus^arpinas.iftlii quoc| funt eorube nominu exitus.feb 11 frequetiori vfu
celebratur.quob ibe ct in quibufba aliis fit«que mq a generis noibj fluxcre
neqj loci vllius. vt tcrecianus cremes/ platoicuB gigesifocraticus
gorgias.queoia a propriis profecta lunt/atcj origine traxerc. feb que alia fyac
bc re^ici pQiTuUtuipe coQitatione coplectere. Conoi\ Conorrjanc rcm optimc ac
peruenufte oirimuB, prefertim fi bifficilior fit.'et arbua. quo pacto cice ro
fepe vtebatur. vt oe pcrfecto oratorci maguum opus ct arbuum brute ccnamurf {[
CCi«{3tubco» Et ftubeo fi quib ftubiofius effecturi fumus coiam
accufatiuopulc^crrimc iuncjitur. “Defibero”. Dcfibero vcrbu pulcfyerrime
pofitfi e . na cu befis beriu fit abfetiu reru perfepc bicimuf befibcro amo re
tuu quafi tu no mc amas.bcfibcro tua prubetis anWquafifis iiipies.et ltem bc
alns; ijCCiii . complector C5plcctor perbiff ufu e/atcj ornatu verbu.prefer= ti
vcro aiiquibus abiecus/ Jjac roe.vt te amore/at q beiuof ecia coplector /pro te
amo» cogitatione co plecfcr .'qucb e cogito.z lb e aiificut facultatecofe
quor/eft rei ipfius; Degerubjuiflf Illub ignoranbu non tltiq gcrubiuuar mobus
ab omni verbo fimili procratur / fi quanbo nobis fo ret eo opus . vt cantanbo
rumpitur anguia ib eft bum cantatur l vt ait feruius et alio in loco acti^ uc
bictum eft* cantanbo tu illum it> cit bum canis. ib efficere atqj vfurpare
oratores queunt/ (] CCv^be quarto p retoriet quartu pretor Putat nonulli
nicfjil itereifeiu quis bixent quarto pretor / ct quartum prefor / et (ic be
aliis. feb magna e certe bra/vt.M.varro teltis e.na quarto pretor locu
figmficat/et tres anteactos. quartum vero befignat tpus .Caue igitur biligenter
ne per= pera fjifce vtaris ronibj.ne ofuib eotra veteru/ at cp eloquetiu
roore/cofuetubinecj faciamus. quare terciu coful/ac tertio cdlulno
ibefignificatt {JCCvi.Kuri effe» £eb ne plura iH f equar(na infinita pene «iu
fmob precipi poflut)ib tene memoria q? no irure effe/feb ruri ee bicimus.quob
cu f eftus popeius affirmat tum terecius cdprobat.aif ei ruri fe cotinebat/
Quaobrem u qua reliqua fut.'paucis ex^ e^.amus Nam cu pro coficiebis epiJfoIis
I)ee potissimu atligerimus si salutatioms formuia/ ac regula ibu um nonaruqj
obferuatione patef eceri .' iure l;uic p aruo inftituto fine ac mobum
ftatuerini/ 4/C Cvii.Vale Salue» Vale igitur ac falue verba pro VARRONE /et
omnium boctiifimorum virorum (entencia ibem fignif icare vibentur, Quibus nos
alias in faluta0 aiias in execranbo vtimur ex quo terenciann iliuc» 2. valeant
qui inter nos bifdbiu volut /ac cu= piunt mortuis quoqj et qui mortaliu vita
beccffes runt^ quibus nullam fyuiufce Iucis optare lalu.e polfumus,'nonuncj
vale bicimus. CE?t veterea quobam eifoe ibem verbu pro mori bicebat^quafi
nicfyil araplius viuentibus fibi cu mortuis futuru elfet t et imperpetuu iam ab
eoru afpectu bifcebes rent.Nam neg? valet llli nec| falui effe polfunt ob eabem
rem abbut nonulii bene f eliciteng abuerbta aut fi qua alia funt euumobi
fiemihcatie. Veruta= meninepiftolisipfisvaiein finebicere cofueuis mus ab^ vlla
abuerbii acceflione^ perinbe ac amicis vite falute ac f eligitate exoptemuf.
Quib igitur vale fibi querat.' quo ve illo pacto vtebu fit nofcef Ct G
Gviii.bico tibi lalute iubeo te faluere, Pro falute aute piemc| nos bicimus
falutem bico et fi quefalutare cupimus 4 batiuo cafu aptifume appofucnmus» vt
vaie et cefari bic falutem . T^lia quo(j erit faiutanbi ratio.vt iube fcipioncm
faluere quob eft fcipionem faiuta . iSiam ille mobus vi quabam befiberii
cotinet . ct pro antiquoru more et confaetubine inf initiuus mobus in alium
tranf mutatur vt iubeo te faluerc ib eft lalue . iubeo te gaubere pro gaube;
^JCCw.Meo noie vel meis vcrbis, t {Tp ro mea ex paif e. Quob vero alii ex mea
parte bicuntl mulfo quibe ornatius bicitur vel meo noie vel meis verbis/
calebis/nonis/et ibibus» Quota aute cuiuicuqj mefis biem velimus mtellr
gereicalebis/ nonis/ibibus ve notamus.necj quib illi fibi velitinuc expiicare
cofiliii eft.feb quo pacto bicamus figulorum mefium bies.' et quomofco ab eis
nominatione fufcipiat . cpobrem intelligebu elti primis/ primu cuiufqi mt fis
biem/ calenbaru appellatione vocari . fecunbu quas nonarum bies coftituitur .
ef in aliis quibe mefibus feptima luce Marcio/Maio lulio/Octobri.in aliis autem
qui» ta/Ianuario/ Februario/yvpnli lunio / 7\ugus fto/ Septembri/ nouebri
/Decembri. J^tc| omne« ii bies qui cdlenbas et nonas intercefferint*' nonarum
cognominatione cefentur. vbi et numerum meminenmus ac nonas ipfas.et ille
ablatiuo con ftruuntur. fjee accufatiuo. Seb internumeranbu etprepoftero vtemur
orbine^et nonarum biem conumerabimus .' atnonisexactis/ proximosocio bies . ib
quocjt in quolibet menfe ibuum umiitter cognominatione fignincabimus* fcb pari
rone tu orbis/tu anumerationis.reliquos veroeius mefi» (quotquot fuperf
ueriObies calebaru appeliatione notabimus. que hxturiJacpYcximi fut mefisi neeg
orbinis/necp numeratiois roeimutate. 7>vt ib om nc exeplo iiluftrabu iSitqf
martius nobis exeplo. cuius curriculu vno ac trigefimo bit coficitur .pri tna
ltaqj bies halenbe erut mahi.fecunba fexto no nas marcii tercia quito nonas.
quarta qnartono nas . quita ttrcio nonas . fe.\ta no bicitur fecunba nonasifeb
pribie nonas.et lta be lbibus at^ fcalcn lsfeptima bieg none erunt marcii .
octaua octavo ibus marcii .nona feptio ibus mattii becima fex to ibus
marcii.vnbecima quito lbus . ouobeum quarto ibus. tribecima terno ibus .
quartabeciina pribie ibus quitabecima ibus erunt marcii.febecia bccimo leptimo
halenbas aprihs. quoniam is me fis proximum fequitar.beamafepnma beamofrx to
halenbas april.g. becima octava bccimcquinto halerbas/becima nona becimo quarto
halebas. vi ccfuna becimotertio kalcbas. vicefimapt ia buobe* cimo calenbas.
vicefimaiecunba vnbecimo calebas viceiimatertia becimo calenbas, vicefima
quarta nono calenbas vicefima quinta / octauo calenbas. Viceuma fexta feptimo
caienbas . Vicefima fepn= ma lexto cahnbas. Viceiima octaua quinto ca« lenbas.
Vicelima nona quarto calenbas . Trice frnia tertio calebas. Tricefima prima et
nouifiim/i i J pribie fcalebas aprilis.In ceteris omibus eabefer 3 uaoa eit
ratio bieru, Dieru autem numerus f;aub fe lateatgui in propmtu eft cmnibus/
4jCCsi ♦ P^ibie kaienbas,'pribie, nonas,'pribie ibus. Pribie aute
fcalenbas/pnbie nonas/pribie ibus et «t fignificat quob vetuftiffimi bicebant
biepriftini pro abuei bio quob fignif icat bk priftino. et iic per vetuitomore
biecraf tini / et biequitiet biequinto umiliter pto abuerbio, Veru nos prifcam
nimis et Ipombiore vetuftate vbicf f ugere ac vifere bebt mus, #vc bene et
preclare cefar preciperc Folebat/ ta§ fcopulu fic f ugienbu ee iaubitu /atq
ifoles ver fcum; <L Pro genitis aate ihenfiu rectius pof= felfiua nomina
finxerimus. vt pto ijalebis marcii fic uenuftxus bixerimus halebas martiaf z
ita apri les/maias / lunias /iulias /ac quitiles auguffas feu
fextiks/ieptembrias, et itaianuarias/ fcbruarias g> autem m haknbis/nonis
ibibuiq abiatiuo cafu iugimus.' jbcm poifimus in accufatiuu tranfferre et ab
preponer e feb ib iignificst tempus fere biu= turnu, vt ab bccimu kalenbas
februarii bebiiti ab me litteras . ego vero ab ocfauu ibus lanuarias ao te
fcripferam^abet enim vim tejs»f»e*4^vel:;emen twem fyocpofterjus; fc> J 4 1
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frpi » Grice: “Dati is into ‘elegance’ but he is also into ‘regulae’, which are
a bit like my maxims – my maxims can be exploited for ‘effect’ – and those are
the types of rules that Dati is interested. Sadly, his philosophy has been
interpreted as that of a mere linguist or grammarian prescribing on how to
write letters! But he surely was a pre-Griceian who is looking for ‘rational’
pragmatic reasons to the effect of a most effective, yet ‘elegant,’
communication. Many examples can be philosophical: ‘women are women’, ‘war is
war’. ‘Women are women’ is not meant as a substitutation for Parmenides’s law,
x = x. Such an utterance would be, “Every thing is identical with itself.” “War
is war” is different in that ‘war’ is uncountable, and we can keep the singular
‘is’ of Parmenides’s law, x = x. But why do we consider ‘War is war’ a
tautology? Because it is the exemplification of ‘x = x” – Now, some
philosophers claim that ‘war is war’ – or Parmenides law, for that matter,
isn’t not a ‘patent tautology’, since it needs to be formalized in the
predicate calculus, and the predicate calculus is not decidable, i.e. there is
no algorithm for its interpretations which render its formulae tautologous.
Augustinus Datus. Augustinus Dathus. Agostino Dati. Keywords: ELEGANTIOLÆ,
retorica, grammatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dati” – The Swimming Pool
Library. Dati.


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