MATTEO BARTOLI CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA E DELLE LINGUE SORELLE m*fV**»ITjl 01 Tèoi** • m>T » ■ *w«w <33 fl «WWW TIPOGRAFIA VINCENZO BONA TORINO - VIA MARIO GIODA, 3 ISTITUTO DI FILOLOGIA MODERNA S.D.L. I. UNIVERSITÀ DI TORINO Facoltà di Magistero PROPRIETÀ LETTERARIA _ é + , *1 • # ▼ . « . A A lv < si ') : -« V' ? \àn tGW e » r 1 K* I . V Torino — Tipografia Vincenzo Bona - Via Mario Gioda, 3 — 1936-xjv. C A RATTE RI FON I LAMENTAR I DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA E DELLE LINGUE SORELLE (') Sommario. — Ia- lineile del si e il tipo fiore. Innovazioni di età romana (§§ 1-3), innovazioni di età romanza (§§ 4-6); innovazioni di età ignota (§ 7). — Caratteri fondamentali della nostra lingua nazionale (§ 8) e delle lingue sorelle (§ 9). — Risultati (pag. 93). Quali sono i caratteri fondamentali della nostra lingua nazionale? A questa domanda si è cominciato a rispondere più di sei secoli fa con una breve definizione: l’italiano è Ja lingua del ri. La definizione era, in fondo, esatta per quei tempi ( 2 ), ma oggi le lingue letterarie del sì sono parecchie: sono l’italiana, la spagnuola, la portoghese, la catalana e anche l’enga- dinese ( 3 ). Sicché il sì è tutt’altro che un carattere «inconfondibile», come si direbbe oggi, della nostra lingua nazionale. Un’altra risposta a quella domanda è stata data molto più tardi, nella prefazione di una grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani ( 4 ). Questa risposta, di mezzo secolo fa, era suggerita da una osservazione fone¬ tica, che si vede da questo confronto : da una parte, fl nel latino fiòs, flòrem, e anche nel romeno Jloare, nel francese fieur, nello spagnuolo fior ( 5 ) e così pure nel portoghese c nel cata¬ lano; nel provenzale Jlour e ncH’engadincse fiur; dall’altra, fj ( 6 ) nell’italiano fiore. Cioè, l dei nessi fl, pl c bl c divenuto j in quasi tutta Italia, c si è conservato / nelle altre lingue npolatine e nei loro dialetti e anche fuori del mondo neolatino ( 7 ). Sicché j per l sarebbe un carattere della nostra lingua e di quasi tutti i nostri dialetti. Ma cotesto carattere si può dire fondamentale? Alla definizione clas¬ sica di « lingua del sì» è mai preferibile una definizione che dica per esempio: la lingua del tipo fiorei O del tipo Fiorenza? Concediamo che questa o altre simili definizioni di carattere fonetico hanno un sapore più « scientifico » che la definizione di lingua del sì. Ma appunto perché fonetiche, appunto perché si limitano a un episodio, per 7 ° MATTEO BARTOLI [ 4 ] così dire, della storia della lingua e dei dialetti italiani, coteste definizioni sono poco atte a caratterizzare un linguaggio. Nelle pagine che seguono mi propongo sopra tutto di rilevare e descri¬ vere due altri caratteri della nostra lingua c dei nostri dialetti. Inoltre accen¬ nerò a qualche carattere delle altre lingue neolatine e dei loro dialetti. Il compito non è dunque lieve, ma oggi disponiamo per queste inda¬ gini di due strumenti validissimi : gli atlanti linguistici e le raccolte abbon¬ dantissime di testi dialettali che si possono dire paralleli ( 8 ), quale c per esempio la Parabola del Figliuol Prodigo. Degli atlanti linguistici ho utilizzato — oltre ai materiali raccolti e ordinati finora per PAtlantc linguistico italiano ( 9 ) — l’Atlante italo-svizzero, i due atlanti della Corsica, quello della Francia e quello della Catalogna ( IO ). Anche quanto alla Parabola ho potuto usare materiali editi e inediti: quelli per l’Italia ("), per la Romenìa ( I2 ) c per la Penisola iberica (* 3 ) sono in buona parte inediti; quelli per la Francia ('■>) tutti editi. Il testo latino della Parabola — più esattamente, quello della Vulgata (Luca XV 11) ( 15 ) — contiene, fra altre, le seguenti parole e forme: pater (nei versetti 22, 27, 28; vocativo 12, 18 c 21), patris (17), patri (12 e 29), patrem (18 e 20), fdius (13, 19 ccc .), frater (27 c 32); manum (22) c pedes (22); ventrem (16), collutti (20); vitulum (23, 27, 30), porci (16), haedum (29); manducabant (16) -emus (23), epulari (23, 24, 32), saturaci (16), devo- ravit (30), consumassel (14) ; pascerei (15), saginatum (23, 27, 30) ; — panetti (17), James (14), -e (17); v . . . . . vivendo (13), revixit (24 c 32); santtm (27); iunior (12) c senior (25) ; mortuus trai (24 c 32 ), pereo (17), perierat (24 c 32), occidite (23), -isti (30), occidit (27); indiate (22), stolam (22), calceamenta (22), anulum (22); interrogavi!. (26) e respondens (29), dixit (12 ccc.), vocari (19 e 21), -avit (26), rogabal (28) ; abiit (15), profectus est (13), egressus (28) e introire (28), venit (20 c 27), veniret (25), appropinquarci (25); reversus (17); accurrens (20), cecidit (20), surgam (18), surgens (20); hic (17) e ibi (13); ecce (29); longe (20); semper (31) c nunquain (29), iam (21) c adirne (20), cito (22); quanti (17) e tot (29); nano (16) e omnia (31), omnibus (13), multi (13); — abundant (17) ed egere (14); ego (17), me (12 e 31), miài (12 c 29), mecum (31), meus (18 ecc.) ; tu (31), te (18 c 21), libi (29), tuus (19 ccc.); is (27 ecc.), ille (28 ecc.), hic (24, 30), se (17), suus (16 ecc.); qui (25), quae f. (12), quid (26); suiti (19 e 21), es (31), est (13 ecc.), sunt (31); crai (24 ecc.), esset (20), esserti (26), esse (26); habuit (11). Si badi alla qualità e alla quantità di queste parole e forme, c si pensi che esse ricorrono anche negli atlanti linguistici. Ciò vuol dire che per t5l CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 7' ciascuna di tali parole e forme latine (quasi un centinaio) conosciamo fin d’ora le corrispondenti dialettali di numerosissime ( ,6 ) località. Vero è che nella Parabola si legge, per es., « adolescentior filius » (ver¬ setto 13) c «filius eius senior» (25). E nel questionario del nostro Atlante troviamo: «io sono suo figlio» (num. 1432); e in quello dell’Atlante fran¬ cese: «quand mon fils sera grand» (573). Cioè, le parole e forme latine della Parabola non sono e non possono essere identiche alle parole e forme italiane e alle francesi dei questionari degli atlanti. Ed è vero che le tradu¬ zioni della Parabola sono più o meno « fedeli », c alcune sono molto infe¬ deli. Ma, anche con queste risene, resta sempre vero che oggi possiamo uti¬ lizzare per le questioni e questioncelle che vedremo diverse migliaia ( l6 ') di espressioni dialettali di tutta l’Europa neolatina. \ 1 . — Per bene intendere uno dei due caratteri fondamentali della lingua e dei dialetti italiani è necessario vedere prima quattro serie di voci. Queste: fasi anteriori (latine) seriori (romane) Iberia( 17 ) Gallia( l8 ) Italia ( I9 ) Dacia ( 2 °) I) FRATER germànus : hermano FRÈRE FRATELLO FRATE II) CUM apud : CON prov. ab CON CU III) ILLE ipse : EL IL esso EL IV) DIES ILLE dies illa : EL DIA LU DIE IL DI ziua 1 Le fasi germànus, apud, ipse, dies illa (cioè diex femin.) sono posteriori alle fasi latine frater ecc. e anteriori alla fasi frère, fratello eco. Queste ultime saranno qui chiamate innovazioni d’età romanza (cfr. § 4) e ger¬ mànus, apud ecc. innovazioni d’età romana La fase romana della I serie ( germànus ) è diffusa particolarmente nella Penisola iberica, quella della li serie {apud) nella Gallia, quella della III {ipse) nell’Italia, è l’ultima nella Dacia. Ebbene, è notevolissimo il fatto che gli esempi della terza serie sono, come vedremo, molto più numerosi che quelli delle tre altre serie. In altri termini : le innovazioni romane sono molto più numerose nella lingua e nei dialetti italiani che negli altri linguaggi neolatini. Questo fatto si può constatare per cs. ( 2I ) nelle traduzioni della Para¬ bola del Figliuol Prodigo. Le cause del fatto saranno cercate più tardi (§ 8). Ora vediamo più da vicino i quattro dpi. I) ■ fasi innovazioni • latine : romane : Iberia Gallla Italia Dacia FRATER germànus hermano FRÈRE FRATELLO FRATE EGERF. f oliere : fallar manquer mancare a duce lipsìi Stampo in corsivo il nome della regione che ha le innovazioni, e in maiuscoletto i nomi delle altre. 1 — M. Baktoli. 72 MATTF-O BARTOLI rei Quelle otto parole si leggofio nelle traduzioni dei versetti 14 e 27 della Parabola : « facta est fames valida in regione illa et ipse coepit egere » ; « frater tuus venit ». Le fasi germànus ( 22 ) c /altere ( 23 ) sono diffuse da un capo all’altro della Penisola iberica. Le traduzioni della Parabola nelle lingue spagnuola, portoghese e catalana, e in diversi dialetti di queste lingue ( 24 ), danno queste voci : portoghese • spagnuolo catalano irmào hermano germà fallecer e fallar fallar fallar Queste fasi romane si trovano anche in altre aree, fuori della Peni¬ sola iberica, ma si può sempre dire, con piena sicurezza, che oggi quelle fasi sono diffuse molto di più nelflberia che in altre aree. Similmente possiamo dire che la fase frater ( 23 ) è mollo più rara nel- l’Ibcria clic in ciascuna delle tre altre regioni dell’Europa neolatina. Oppine è sparita completamente dall’Ibcria. La fase egere non ha lasciato nessuna traccia, che si sappia, in nessun linguaggio neolatino. Né ci consta che essa sia mai giunta nella Penisola iberica. La quale ha anche il tipo romanzo mancare (catal. mancar), ma esso è molto più raro in quella Penisola che nell’Italia o nella Francia. Si badi bene a questi rapporti ( 2l5 ), perché nelle pagine che seguono incontreremo diversi rapporti analoghi, c ne parleremo più brevemente. Su *faminem, percontàre, qttaerere e salire vedi § 7. II) fasi innovazioni latine: romane : Iberia Gallia Italia Dacia CUM apud con ab con cu VOGARE nominare — nommer — — Nei versetti 19 e 21, « dignus vocari filius tuus ». E nel v. 31 : « tu semper mecum es ». Ciò che.si c detto or ora (figura I) delle fasi frater ed egere, germiìnus cfallere, vale analogamente per le fasi latine cum e vogare, per le fasi romane apud ( 27 ) e nominare ( 28 ). E ciò che si è detto (fig. I) del tipo mancare vale per ital. chiamare, rom. chiema(re), spagn. ILimar, nel significato di « nominare» (cfr. § 2, II). Alle arce di cum c apud assomigliano quelle di alcune altre coppie. Si confrontino: dare e donare ( a 9 ) : « date anulum in raanum eius » (versetto 23) ; frane. donnez, di fronte a ital. date, rom. dafi, spagn. dad. [ 7 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, ECO. 73 Qt'AE c qui: «portìoncm substantiac quae me continui» (v. 12); frane. qui. Cfr. ital. che, spagn. que, rom ce. Sicché il francese ha, in questo caso, l’innovazione, e per cs. l’italiano la fase anteriore: cfr. § 2 (II). L’area di nominare assomiglia a quella di subtedares, posteriore a calcea- menta ( 2 9*) : «date anulum in manum eius et calceamenta in pedes cius » (v. 25) ; frane, soulier. Cfr. specialmente rom. incàlfàmint e spagn. calzado. fasi latine : innovazioni romane : I BERI A Gallia Italia Dacia ILLI -OS ipsi ELLOS EUX essi ei ECCE eccum — — . ecco — Nel vers. 12: «et divisit illis substantiam». E nel v. 29: «ecce tot annos servio tibi ». Le fasi ipsi ( 3 °) ed eccum ( 3I ) c così le altre fasi romane che saranno rac¬ colte in questo terzo gruppo sono diffuse in Italia molto di piii che nelle tre altre regioni dell’Europa neolatina. Oppure mancano in queste. Viceversa le corrispondenti fasi latine, illi ecc. e anche le corrispon¬ denti fasi romanze, come frane, voici ecc., sono molto più rare nell’Italia che in ciascuna delle tre altre regioni. Oppure mancano in quella. 1. Vediamo prima le coppie la cui storia è simile a quella di ille e ipse : appropiare c vicinati ( 3 *) : « quum veniret et appropinquare! domiti » (v. 25), con le varianti « venisset et appropiassct » ; ital. si avvicinò. Cfr. spe¬ cialmente frane, s'approcha, romeno se apropiè e § 4 (I). interrogare e quaerere : « vocavit unum de scrvis et interrogavi^ » (v. 26), con la variante « quaerebat » : ital. chiese. Cfr. romeno intrebà c § 4 (II). mettere e mandare ( 33 ): « misit illum in villani suam» (v. 15): ital. mandò. Cfr. rom. / rimise c § 4 (I) nemo e -ùnus ( 34 ) : « nemo illi dabatp (v. 16); ital. nessuno. Clr. rom. nimeni. 2. Alla storia di ecce ed eccum assomiglia poi quella delle coppie che seguono : dixit e dissit ( 35 ) : ital. disse. A questa fase romana è successa una in¬ novazione romanza: con s da ss: cfr. § 5. caederk con uccidere, come legere con colligere ( 3 <>). Anche queste due innovazioni romane, occidere e colligere, sono più diffuse in Italia che altrove. Per occidere (37) vedi il v. 27 « occidit pater tuus vitulum saginatum»: ital. uccise. Cfr. frane, tuer c spagn. inalar: § 4 (I c li). Per colligere, il v. 13: « congregati omnibus», con la variante « col- lcctis»; ital. raccolto. Infine -vertere e -tornare ( 3 8 ) : «in se autem reversus» (v. 17); ital. ritornato. In questo gruppo entra anche la fase -ea da -eval (-ebat) : vedi § 7. 74 MATTEO HARTOLI f8] ■IV) fasi innovazioni latine: romane: Iberia dies ille e dies illa : . el dia PROFECTUS EST C dxiXÌt SC \ - Galua Italia Dacia lu die ( 39 ) il di zitta — — se àuse Si tratta più precisamente dei significati che vediamo nel versetto 13: « non post multos dies... profectus est in regionem longinquam ». La fase dies ille è anteriore a dies illa ( 40 ). Non ci consta se quella fase sia giunta nella Dacia. Certo è clic ci è giunta l'innovazione dies illa. e che questa è oggi molto più diffusa in dialetti romeni che in altri ( 4I ), Anche della fase profectus est dobbiamo dire che non ci consta se essa sia mai giunta nella Dacia. Ne ha lasciato tracce in altre aree neolatine. L’innovazione romana duxit se ( 42 ), attcstata in questo significato, è oggi più estesa nella Dacia che nelle tre altre regioni neolatine. In queste essa c stata sopraffatta da innovazioni ulteriori, cioè romanze, (piali ital. parli, frane, parti, spagn. fui. Alle aree della coppia dies ille c dies illa. si assomigliano diverse altre. La Parabola ci dà queste due: jam C magis -, « iam non sum dignus » (vv. 19 e 21): rom. mai. Cfr. spagn. ya. . pater è tata (43): « dixit adolcsccntior ex illis patri: Pater...» (v. 12 ) e similmente v. 18. Per tutte e due queste forme cioè per \significati di « padre » e « babbo» e sim., la lingua e i dialetti romeni hanno talli e sim.; nessuno ha conservato riflessi di pater, patrem ccc.’e Sim. Lo stesso vale per il dal¬ matico di Veglia c di Ragusa (44) e per alcune, parlate dell’Italia meridio¬ nale ( 43 ). Cfr. it. padre e babbo, c similmente nelle altre lingue e nei dia¬ letti neolatini. La storia della coppia profectus èst c duxit se assomiglia a quella di regio e terra: «in regionem longinquam» (v. 13): rom. fard. F, anche a quella di cantabo c volo cantare (45 ) : roin. voiu merge «andrò» (cfr. § 2, IV). 2. — I tipi che ora vedremo si possono dire il rovescio di quelli del paragrafo precedente: ' fasi innovazioni latine: romane: Iberia I) (cOM)EDEREmanducclre: comer II) meum meu: mio III) , ibi illicillac: al li IV) incipere (com)initidre: comenzar Gallia manger mon ■ là commencer Italia Dacia mangiare ( 4é ) mancale) mio meu (i)vi acolò cominciare ÌNCEPE(re) Cioè, la fase latina del primo tipo, edere, è conservata nella Penisola iberica, la seconda (-M, - n ) nella Gallia, la' terza nell’Italia (ibi, con le innovazioni illic e illac) e la quarta nella Dacia. [i)| ' CARATTERI KONnVMESTAU IÌEMA MNC.IA NAZIONALE ITALIANA, F.CC. 75 * # «« * k 4 • | » Ebbene, gli esempi <Jel terzo tipo sono — come si può constatare per es. nelle traduzioni della Parabola del FigliuoJ Prodigo (vedi la nota 21*) — molto più rari che quelli dei .tre altri tipi. Cioè, le fasi latine, anteriori alle romane, sono molto più rare nella lingua e nei dialetti italiani che negli altri lin¬ guaggi neolatini. Di più, le innovazioni romane raccolte in questo paragrafo si trovano tutte quante in Italia c per contro solo una parte di esse si trova nell’ima o nell’altra di quelle tre regioni. Sicché il risultato a cui si giunge in questo paragrafo armonizza col risultato che si è veduto nel paragrafo precedente e anche con quello che si vedrà nel seguente. I) I berta Gallia Italia Dacia comedere manducare : comer munger mangiare^ 0 ) manca (re) vitulus vitellus : becerro veau vitello vi(el La fase comedere e cosi altre fasi latine che saranno raccolte in questo primo gruppo si trovano solo nell’Iberia o sono molto più frequenti in questa regione che in altre. Non ci consta se siano mai giunte nella Dacia. Le corrispondenti fasi romane, quali manducare ( 47 ) e vitellus sono più rare nella Penisola iberica che altrove, oppure sono sparite da quella regione. Le fasi come begerro ( 4 ®) sono più diffuse nell’Ibcria che in altre regioni o mancano in queste. Le arce di comedere c manducare assomigliano a diverse altre, fra cui alle arce delle coppie seguenti : ante (■* 9 ) c ab ante ( 5 °) ; quella fase è conservata specialmente nello spagn. antes c nel port. ante(s). Cfr., per l’innovazione^ ital. avanti, frane. avant, rom. (in)aitile. facies ( 5 *) c facia (sj) ; cfr. da una parte port. face, spagn. haz, c dal¬ l’altra ital. faccia, rom. fafiì, frane, face. mecum c curri me (53); «tu sempcr mccum es» (v. 31). Quest’innova¬ zione si vede specialmente ncll’ital. con me c frane, aree moi. La fase mecum si è conservata più a lungo ncll’Ibcria, dove nacque spagn. conmigo, cioè la confluenza di curn me c di mecum. E i tipi sintattici vidit illum c illuni vidit. Nel versetto 20 si legge: «quurn autem adirne longc essct, vidit illum pater... et osculatus est euin ». Cfr. spagn. violo sii padre... y le besó, port. 0 pai avistou-o... e beijou-o. E la fase seriore ncll’ital. lo vide, nel frane, (il) le vit, rom. il vàgà. La storia di vitulus (5-*) e vitellus è simile a quella delle coppie seguenti: nolebat c non volvbat (v. 28). Cioè, come vitulus è sparito (o è rimasto in qualche area isolata) così è avvenuto anche di nolebat, sostituito da non volebal : cfr. ital. non voleva, frane, ne voulail pas, rom. riti vreà. saginatus c ingrassatus ( 53 ) ; « vitulum illum saginatum » (w. 23, 27, 30). La fase saginatus è rimasta soltanto in aree isolate dcll’Ibcria ( 5 ®). Cfr. ital. grasso, ingrassato, frane, gras, rom. ingrdsat. i 76 MATTEO BASITOLI « II) — Ibcria Gallia Italia Dacia meum meu : mio mon mio meu VOCARE clamare : llamar — chiamare cinema Nel versetto 26: «vocavit unum de servis». Cfr. § 1 (II). La fase meum e così altre fasi latine che vedremo sono conservate sol¬ tanto nella Gallia oppure sono più diffuse in quella regione che nelle tre altre. Non consta se siano mai giunte nella Dacia. — Di vocare non è rimasta oggi ( 57 ) nessuna reliquia nei linguaggi neolatini. Le corrispondenti fasi romane, quali meu c clamare, sono oggi più rare nella Gallia che in ciascuna delle tre altre regioni. Un giorno clamare p ) nel significato che si c veduto ora, era diffuso da un capo all altro della Francia. Le innovazioni romanze quali appeler sono più diffuse in quella regione clic nelle tre altre. Come la finale di meum (v. 18), cioè -m o più esattamente -n, anche quella di suutn (Vv. 16 e 20) si è conservata: frane, son ( s8+ ). La Parabola ci d«à poi alcuni esempi di -t ( 59 ) : dixit (vv. 12, 21, 22, 27, 29, 31), habuit c habebat (v. 11) e frane. di(s)t e avait. Più complicate sono le vicende della finale di filius: frane. Jils. La storia di meum c meu assomiglia a quella delle due coppie seguenti : qui e (]tie: « filius tuus lue, qui devoravit substantiam » (v. 3°)' frane. qui, di fronte a ital. che, spagn. que, rom. ce. Il caso inverso (innovazione nel francese e conservazione nell’italiano) si vede nella storia di quae (§ 1, II). -HOC e istud -m ( 6o ) : «interrogavi! quid lutee essent » (v. 26), con la variante «quid vcllct hoc esse», cfr. prov. aiss-o ( ecce hoc: vedi la figura I\ !, frane, ant. co (onde ce) , ital. ciò e questo, spagn. aqu-esto, rom. ac-est. Con la coppia vogare, clamare (c frane, appeler) vanno le coppie se¬ guenti (cfr. § 4, II): . - . dixit e dixet; questa fase, cioè con 1 e da t breve, si e consci vaia luori della Gallia: ital. disse, rom. gire, port. disse. Il francese ha innovazioni ulteriori: di(s)t. post c depost ( 6l ) : «non post multos dics» (v. 13): spagn. despues, ital. dipoi e dopo, rom. dupli. quot c quanti -os ( 6l ) : ital. quanti, rom. crifi, spagn. cuantos. E cluere e audire ( c r): ital. udire, rom. anzi [re), spagn. oir. domus c casa ( 6 <) : «quum venirct et appropinquaret domui *.(v. 25); ital. c spagn. casa, rom. casti. Anche frane, cltez, nel v. 17: « in domo patris mei ». invenire c afflare ( 6 5 ) c frane, trouver : « pericrat et inventus est» (vv. 24 c 32) : spagn. es hallado, rom. se afa, pugliese r-e akkjatu. IH) Iberìa Gallia Italia Dacia olii là là lì acolò (qui)vi ibi illic Mac illoc : CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINCILA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 77 [»] Queste forme si trovano nelle traduzioni del versetto 13: « profectus est in regioncm longinquam, et ibi dissipavi! substantiam ». Le forme italiane ( 66 ) vi, ivi e quivi sono le poche reliquie neolatine di ibi. Come is è stato sopraffatto da ilio, così o similmente ibi ha ceduto il suo posto a illic, illac, illoc ( 6? ), quasi interamente. La Parabola ci dà anche un altro esempio per questa figura: esso si può rappresentare brevemente con la coppia illa ed ella. Si tratta, dunque, dell’i breve in e chiuso (&*). Ecco le aree della coppia -illa ed -ella, onde eccutn illa ecc. : Iberìa Gallia Italia Dacia -illa ed -ella: aqu-ella celle qu-ella ac-ela K-ILLA Queste forme c altre simili, da -illu ed -eliti, si leggono per cs. nei w. 14 c 15: «in regione illa», « regionis illius»; anche nel v. 12: «adole- scentior ex illis », « divisit illis ». L’i dei tipi illa e illu si è consenato in ampie aere dell'Italia meri¬ dionale, compresa la Sardegna. Fuori di queste arce, dalflberia alla Dacia, attraverso l’Italia settentrionale, si estende l’arca dell’innovazione e. L’n altro esempio ancora, per questa figura, è la coppia agrestis e silvaticus ( b 9 ), ma questa manca alla Parabola. IV) Iberia Gallia Italia Dacia ( c “ Jt ) incipere (com)initidre: cementar commencer cominciare ( 7 °) ìncepe(re) osculare basiàre : besar baiser baciare La fase incipere ( 7i ) c così diverse altre fasi latine che saranno raccolte in quest’ultimo gruppo sono conservate soltanto nella Dacia oppure sono molto più diffuse in quella regione clic nelle tic altre. — La fase osculare e altre che vedremo non hanno lasciato nessuna reliquia nei linguaggi neolatini. Né consta che siano mai giunte nella Dacia. Le corrispondenti Ausi romane, quali initiàre e basiàre, non vi sono giunte, oppure ne sono sparite o sono molto più rare nella Dacia che in cia¬ scuna delle tre altre regioni. E le corrispondenti innovazioni romanze, quali romeno sàrulare « ba¬ ciare » ( 7 *'), si trovano soltanto in quella regione o vi sono molto più diffuse che nelle tre altre. 1. — La storia della coppia incipere c initiàre assomiglia a quella delle coppie seguenti : Tipo meu e meo. Cioè quell’u è conservato nel romeno meu e cotesto 0 seriore si s ede nell’ital. c spagn. mio c nel frane, moti. Più esattamente : l’u breve, tonico e atono, si è conservato (? J ) nella Dacia e anche in un’altra area, meno estesa, che occupa una parte dell’Italia meridionale c centrale, com¬ prese le tre isole. Per l’u tonico la Parabola ci dà l’esempio di super c supra (§ 1, III), onde sopra: romeno asupra; ital. sopra, spagn. c provenz. sobre. 7« MATTEO BARTOl.l [12] Tipo Mini cd ad me (73). Si tratta del mi hi tonico, non del mihi atono, di cui nel § 6 (II). In alcune versioni romene del versetto 29 si legge: « mie nici o data nu mi- ai dat un ied », cioè: a me non mi hai dato mai un capretto. Al rom. mie corrisponde dunque Filai, a me, e cosi il frane, à moi c lo spagn. a mi ( 7 -t). illi c ad illum. La storia di questa coppia è simile a quella di mihi e ad ine. La fase illì, o più esattamente -illui (75) ( s i conserva nel rom. -Idi: cfr. tatà-lui , nel significato di «patri»: « dixit patri» (v. 12). Cfr. ital. e spagn. al, frane, au, cioè ad illum. * . Simile è la storia di illius e de illum (76) « in domo patris» (v. 17) ; romeno tatù-lui, da -illuius, ital. e spagn. del, frane, du. hic con ecce hic ed eccum ltic : « hir fame pereo » (v. 17). La fase me, più tardi Ilice e sim., si conserva nel rom. ice e aici c anche ncll’ital. ci (76 ). L’innovazione ecce hic si vede nel frane ici, cd eccu hic nello spagn. aqui e nell’ital. qui. pereo con peresco c rètro : «fame porco» (v. 17). Cfr. da una parte rom. pier e dall’altra spagn. perezeo, ital. perisco, frane, péris. Poi i tipi sintattici : filius MEUS con meus filius ( 77 ) ; « fili us meus » (v. 24) c così « filius tuus » (19, 21, 30), « patrem meum» (v. 18) : rom. fiul meu ccc., ital. mio figlio ccc. filius iste con iste filius. La Parabola ci dà, a rigore, « filius tuus hic » (v. 32), che in alcune versioni romene è tradotto così:fui tùu acesta (accanto ad acest fu al meu, v. 24) ; cfr. ital. questo tuo figlio, spagn. este tu hijo, provenz. aquel tou fils. mortuus erat con erat morluus : « filius meus mortuus erat » (vv. 23 c 31): cfr. rom. mori erà, di fronte a ital. èra morto, spagn. era muerto, frane. élait mori. E infine questa coppia : haedus e capnttus (v. 29) : quella fase è conservata in aree romene c in altre meno estese ( 7 8 ) : rom. ied ; ital. capretto, spagn. cabrilo, frane, chevreau (da -elio). 2. — La storia della coppia osculare, basiiire (e romeno sùrutare) assomiglia a quella delle coppie che seguono: esse, essere: « interrogava quid hacc csscnt» (v. 26), con la variante «quid vcllet hoc esse»; ital. essere, frane, ette, spagn. set. Simile è la coppia -ari c -illum esse. (79) : cfr. «dignus vocari filius tuus» (vv. 19 c 21), ital. esser chiamalo, spagn. ser llamado, frane, etre appelé. indurre, vestire ( 8o ) : « induite illum » (v. 22) : ital. vestire, spagn. vestir, frane, revèlir. ■Q.UE, et ( 8l ) : « dixitque ci filius» (v. 21 e così v. 27), c cfr. l’inizio di molti versetti (12-6 ecc.) ; ital. e, frane, et, spagn. e edj\ sed, magis ( 8 *) (v. 30) ; ital. ma, frane, mais, spagn. mas. Inoltre junior, il le magis juvenù: spagn. el mas joven, provenz. lou mais jouine, c similmente ital. il più giovane. 11 romeno ha un’innovazione ulte¬ riore: c-el ( 8 3 ). E la nota coppia cantabo c cantare habeo ( 8 3-) : frane, irai ecc.: §4 (II Infine il tipo ad cantare ( 8 -*) : « misit illum in villani suam ut pasceret porcos» (v. 15); cfr. ital. a pascolare, spagn. a pacentar, frane, à garder. CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, KCC. 79 [ 1 3 ] 3 . — Nei due paragrafi precedenti sono raccolte parecchie delle inno¬ vazioni romane che si vedono nella Parabola. In questo paragrafo trove¬ ranno posto le rimanenti. Esse spettano ai tre tipi che seguono: fasi innovazioni latine : romane : Ibcria Gallia Italia Dacia I) ROGARE precàre : ROGAR * prier pregare RUGA (RE). li) DORMIS dormi : DUERMES DORS dormi dormi III) IIABERE tenére : tener AVOIR tenere AVERE Concentriamo la nostra attenzione sulle fasi linguistiche dell'Italia. Sono precàre, dormi, tenére, cioè tutte c tre le innovazioni. Per l’opposto, cia¬ scuna delle tre altre regioni ha una sola innovazione : la Penisola iberica tenére, la Gallia precàre, la Dacia dormi. Sicché, anche da questo paragrafo si giungerà al risultato clic le inno¬ vazioni romane sono molto più diffuse in Italia che in ciascuna delle tre altre regioni. Vediamo più da vicino la prima figura: area laterale aree intermedie area laterale Iberia Gallia Italia Dacia (««-•) ROGARE precàre : rogar prier pregare RUGA(RE) ILLIC illac : ALLI là là — DUCERE minàre — emmener menare ADUCE(RE) Le innovazioni romane precàre ( 8s ), Ulne ( 86 ), minàre (® 7 ) e altre che vedremo mancano nelle aree laterali o sono meno diffuse in queste che nelle arce intermedie. Si tratta, più precisamente, dei significati, che vediamo nei w. 28, « cocpit pater rogare illuni»; 13, «in regionem longinquam, et ibi dissi¬ pava substantiam » ; 23, « adducite vitulum saginatum ». La fase rogare, nel significato che si è veduto, è anteriore a precàre, come ci insegnano la geografia delle aree ( 87 ‘), e anche, ma meno chiaramente, la cronologia dei testi. Le aree delle innovazioni romane illac c minàre sono simili alle arce di altre innovazioni. Si confrontino: adhuc e in hanc hòram ( 88 ) : « quum autem adhuc longc esset» (v. 20). Le.voci neolatine di ambedue i tipi presentano diverse difficoltà ( 8S ). Ma nel caso nostro basta constatare che l’Italia e la Gallia hanno l’innovazione in hanc hòram c che questa c documentata. Le forme della Penisola iberica, spagn. aun e port. ainde, partono in ultima analisi dalla confluenza di adhuc con hanc (hòram) c altre voci simili. ferre e porlàre (® 9 ) : «proferte stolam primam » (v. 22); ital. portate, frane, apportez. 2 — M. Bartoli. 8 o MATTF.O BARTOU [»4] laetare e gaudére ( 9 °) : <> gauderc oportcbat» (v. 3 ì); ital. goder (seia). frane, se réjouir. prooul e longe ( 9 *) : « quum adhuc longe cssct» (v. 20); ital. lungi e lontano, frane, loin. E saturare c salutiate (9 2 ) : « cupiebat implere ventrem suum de si- liquis» (v. 16), con la variante «saturare»; ital. satollare e frane, souler. Infine la ben nota ( 9 * ) coppia magis e plus: ital. il più (giovane) e frane. le plus ; di fronte a spagn. el màs, rom. cel mai. II) aree occidentali aree orientali o pireneo-alpine o appennino-balcaniche : I BERI a Gallia (Ladinia) ( 93 ) Italia (Dalmazia) Dacia (dorm)js -is -is (dorm)i -i -i I Pirenei e le Alpi costituiscono, in certo modo, l’ossatura, la « spina dorsale » di quelle aree occidentali, come gli Appennini e i Bali ani delle orientali ( 9 4 ). La fase dormi e così le altre innovazioni romane che ora vedremo mancano nelle aree occidentali oppure vi sono meno diffuse che nelle orientali. La Parabola ci dà diversi esempi che assomigliano alla coppia dormis e dormi: « tu sempcr mecum cs » (v. 31), « habuit duos lilios» (v. 11), « cum amichi meis» (v. 29). Si confrontino: tipo dormis : spagn. estàs, dos hijos, mis amigos, frane, es, deux fils, mes amis. Similmente nella Ladinia: engadin. te-ais, dus figls, meis cumpoins. tipo dormi : ital. ( 95 ) sei, due figli, i miei amici; rom. ei, doi fii, prieteni(i) mei. Slmilmente nella Dalmazia preveneta : vcglioto sai, doi feti, i mi amate. Con la storia della coppia dormis e dormi è intimamente connessa ( 9 6 ) quella delle coppie est ed este, sunt c suntu. Si confrontino prima le fasi seguenti : .SUNT ! \ N sunti ■suntu sun sunu Cioè la fase est diviene da una parte es (cfr. § 2, II) e dall’altra este . C’.osì da SUNT vengono sun e suntu . E dalla confluenza di sun con suntu nasce sunu . Tutte queste fasi ricorrono nelle traduzioni dei versi 13, 14, 20, 24, 27, 32 per est e nel v. 31 per sunt. Le innovazioni este c suntu si vedono in diverse arce orientali : romene (97), dalmatiche ( 9 8 ) c altre (99). Meno diffusa è la fase sunu , da cui ital. sono . Le fasi es e sun spettano alla figura III. Alla coppia est ed este assomigliano le coppie hic e ilice ( ,0 °), illic ed illice e simili. Anche queste innovazioni, con -e c con - i , si vedono in diverse aree appennino-balcaniche. CARA ITERI FONDAMENTALI DELLA LI.Ni.LA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 8l [>5] tipo hic: frane. j'( IO0+ ). Da ecce-hic : frane, tei, non però ital. ci ( 101 )- Da eccu-hìc: spagn. aqu-i, ital. qu-i. tipo ìlice e hici : rom. ice, aici c anehe ital. ci (vedi la nota 76*). Da eccu- hìce : ital. ant. qu-ice, veglioto éaìko. Da hoce: logudor. in-oge. Da eccu-hoce : rom. c-oace, vegl. kafik. A questa figura spettano inoltre le coppie ehe seguono: ille e ipse ( io2 ) : « occidisti illi vitulum saginatum » (v. 30); ital. ad esso , rom. pentru dinsul. tipo illac ed eccu(m) Mac (*° 3 ) : ital. colà e romeno colò (da - illoc ). meus e Me meus ( io 4 ) : cfr. « eum amieis meis# (v. 29), che abbiamo veduto or ora; spagn. mis (amigos), frane, mes, di fronte alfital. i miei, rom. -i mei. La Ladinia ha ambedue le fasi meus e Me meus, c la Dalmazia preve¬ neta solo la fase italiana : veglioto i mi. super e supra ( I0 5) : spagn. e provenz. sobre, ital. sopra (e in alcune par¬ late sopre), rom. asupra e spre. venter ille c venter Ma, cioè il femminile di venter ( ,ov ) : spagn. el vientre, frane, le ventre, ital. il ventre, ma ital. merid. la ventre, rom. vintrea. La coppia meum e meu (§ 2, II) spetta anche a questa figura, perché la finale di meum (-h) si conserva anche nel catalano. Su pl e pj ( ,o6 ), mene, lene, sene c pantex, vedi § 7. Ili) aree continentali: Gallia (Ladinia) Dacia HABERE HABERE HABERE arce mediterranee: Iberia ( Sardegna) Italia (Dalmazia) tenere tenére tenére iiabere Chiamo arce mediterranee le due penisole neolatine del Mediterraneo, con le loro isole, c aree continentali la Gallia c la Dacia, con la Ladinia ( It>7 ) e la Dalmazia prevencta ( Iu8 ). La fase tenére, nel significato che vedremo, e altre innovazioni romane non sono giunte nelle arce continentali o vi sono meno diffuse che nelle mediterranee. Per la coppia habere c tenére si veda anzitutto il primo versetto della Parabola: «homo Imbuii duos filios », con la variante « habebat » ( Io8+ ); inoltre il v. 14: « coepit egere», con la var. « esurire », cioè il tipo «aver fame»; c ancora <« abundant panibus » (v. 17), cioè «hanno pane in abbon¬ danza»; c infine «peccavi» (vv. 18 e 21), cioè «ho peccato»: spagn. tenia dos hijos ecc. A questa figura spettano inoltre le coppie seguenti: audire e sentire ( ,0 9 ): «audivit symphomam» (v. 25). Ambedue le fasi sono diffuse in Italia c nella Penisola iberica: ital. udì c sentì, spagn. oyó c sinlió. meus e rnius: rom. meu e frane, mieti; ital. e spagn. mio. Sulle coppie esse e stare, habebat c -ibat, vedi § 7. 82 MATTEO, BARTOL1 [*6] 4 — Le innovazioni clic vedremo in questo paragrafo e nei due seguenti sono posteriori a quelle raccolte prima i quattro tipi che seguono: latino Iberia 1 ) rispondere: contestar II) Quanti -os: cuantos III) re-: . RE- IV) et: e, y ci paragrafi, precedenti. Confrontiamo Gallia • Italia Daria RÉPONDRE RISPONDERE R.VSPUNDe(RE) combien quanti caji ré- ri- , ‘ RE- ET .E si . Nella prima serie la Penisola iberica .è meno conservativi chq le tre altre regioni : la voce latina respondf.ns della Parabola (versetto 29) è tradotta, in parecchie versioni della Penisola, con le forme Contestando, ,-ant, contestò, en contestarlo e simili; in altre, con respond{i)endo, responent, por respuesta c sim: Nella seconda serie la regione più innovatrice è la Gallia, nella tei za l’Italia, nella quarta la Dacia. Le innovazioni contestar, conibien, ri-, si -— come pure le altre elio saranno raccolte in questo paragrafo e nei due seguenti — non sono attcstate nel latino ( I09+ ), c le chiamaremo innovazioni romanze. Alle aree di contestar, combùri, ri- c si assomigliano quelle di altre inno¬ vazioni romanze, che subito vedremo. Ma fin d ora è da rilevare un fatto importante, che è stato notato altrove (”°) c ora sarà confermato: le inno¬ vazioni romanze del terzo tipo (italiano ri-), sono molto più tate che quelle di ciascuno dei tre altri tipi. In altri termini: la lingua e i dialetti italiani sono molto più conservativi che gli altri linguaggi neolatini, nel senso che le innovazioni romanze Sono molto più numerose in questi che in quelli. Le capsc di questo fatto saranno cercate più avanti (§ 9)- P ra passiamo alla raccolta delle singole innovazioni. I) *, Iberia Gallia Italia Dacia respondere : contestar répondrf. rispondere ràspunde(re) prope : cerca (cfr. figura II) (§ 1, III) aproape I,e innovazioni contestar, cerca c altre che vedremo si trovano solo nella Penisola iberica o vi sono molto più dilluse in questa regione che nelle tre, altre. Per l’opposto le fasi latine corrispondenti, respondere, prope c altre, sono, sparite interamente o in gran parte da quella penisola. La fase Prope è dileguata anche da diverse arce della Gallia e dell Italia. - Sicché la storia di respondere è assai diversa da qucHa di prope. Ma i due tipi hanno questo in comune: che le fasi romanze contestar c cerca e altre che saranno raccolte in questo paragrafo si trovano soltanto nella Penisola iberica o vi sono difiuse più che nelle tre altre regioni. Al posto dell’-ì di illi, « dixit illi» (vv. 27, 31 ; 18 e 21) la Penisola ibe¬ rica ha oggi e, in ampie arce: spagn. le c port. Ihe. — Su spagn. mi, ti, si per lat. me ecc. vedi § 5. [[7] ' CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 83 Nel versetto 16, «de siliquis... et nemo illi dabat », molte traduzioni hanno nadie se las daba, cioè con se per «illi» ( uo+ ). E nel v. 15 « ut pascerci porcos*: para que apacentase, para apascentar ( II1 ). Si veda poi questa serie (cfr. § t, III): approdare: « quum venire et apropinquare domui » {v. 25), con la variante « appropiasset » ; spagn. se acercó. juvenis: « adolesccntior » (v. 12) con la variante «iunior»; spagn. mozo, pori; mofo. porcus: «ut pascere porcos» (v. 15); spagn. e port. cerdos (“*). E infine le voci che seguono e che abbiamo già incontrate nei §§ 1 (IH), 2 (I) e 3 (I) : Colligere: spagn. junior, catal. ajuntar. interrogare: spagn., port., catal. preguntar ; ma cfr. § 7. occidere: spagn., pori., catal. matar. saturare: spagn. hartar, port ./urtar. vitulus: spagn., becerro, port. begerro. II) . Iberia Galha quanti -os: cuantos combini filios: • * hijos enfant s * * . * * t Le fasi combien c enfants (" 3 ) e le altre fasi romanze che raccoglieremo in questo secondo gruppo sono molto più diffuse nella Gallia che nelle tre altre regioni o mancano in queste. Per contro le corrispondenti fasi latine, quanti -os, filios ecc., mancano oggi in ampie aree della Gallia. E la fase filios è dileguata anche in altre aree. Alcune delle fasi antiche di questa figura hanno lasciato varie reliquie in testi antichi francesi e provenzali e anche in dialetti odierni. Sono reliquie molto notevoli, ma nel caso nostro importano meno che le innovazioni cor¬ rispondenti, c si troveranno facilmente nei repertori e nelle altre pubbli¬ cazioni che saranno citate di volta in volta. Oltre alle voci della lingua nazionale francese, menzionerò quelle del provenzale (vedi la n. 18). — Le innovazioni che mancano a questo linguaggio c si trovano per contro nel francese saranno omesse in questa raccolta. La Parabola ci dà in primo luogo un esempio che rappresenta una serie non breve (” 4 ): « portionem substantiac» (v. 12), con la variante « partem»: quasi tutta la Gallia dice oggi, in questo caso, parile e partida. Poi uno degli esempi di re- seriore: « implcrc ventrem » (v. 16); frane, c prov. remplir. E il tipo ne-pas ( ne-point e sim.) per non : « nolcbat introire » (v. 28) ; frane, e prov. ne-pas. Poi la serie che segue : anulus (" 5 ): frane, bague, prov. baga. cadere (? l6 ) : frane, tomber, prov.. toumbar. exire (v. § 7): frane, c prov. sortir ( ,I7 ). Italia Dacia quanti cÀri (v. § 7) (v. figura IV) <4 MATTEO BARTOU 1.8] MULTI ( ,l8 ): « non post multos annos » (v. 13); frane, beaucoup de, prov. beoucop de. nemo (v. 16): frane, personne, prov. persouna ( u8+ ). post ( n 9 ): « postquam omnia consummassct » (v. 14 e anche v. 13); frane, après, prov. apres. semper ( ,2 °) : «tu semper mecum cs » (v. 31); frane, e prov. toujours. E infine queste voci che abbiamo già vedute a suo luogo: audire (§ 3, III): frane, e prov. entendre. colligere (i, III): frane, rassembler, prov. rassemblar. interrogare (2, III): frane, dmander, prov. -ar. prope (figura I): frane, e prov. près. Ili) Iberia Gallia Italia Dacia re-: re- ré- ri- e re- re- ( ,21 ) ibo : ire irai andrò ’ (vedi la fig. IV) Le innovazioni ri- (di rispondere) e andrò ( ,22 ) c altre innovazioni romanze che vedremo in questo terzo gruppo si trovano soltanto in Italia o sono più diffuse nella nostra regione che nelle tre altre. Per l’opposto, la fase latina re- è sparita da ampie arce italiane ( ,23 ). E ibo (e ire habeo) anche da altre arce. Con ibo e andrò armonizzano le coppie seguenti : krater e ital .fratello ( I2 «) : cfr. rom .frate, Iran c.frère, e la coppia ad e ital. da: «ibo ad patrem meum » (v. 18) c « venit ad patroni suum » (v. 20). Cfr. spagn. ire a mi padre c anche ire de mi padre, rom. la ( I2 5 ). Nel versetto 17, «ego autem hic fame porco», diverse traduzioni ita¬ liane danno: muoio della fame ( 126 ), cioè con l’articolo; cfr. spagn., fr., rom. de. IV) Iberia Gallia Italia Dacia et: e (y) et e fi ibo: ire irai (vedila fig. Ili) poi merge ( ,27 ) La fase voi merge c le altre innovazioni romanze che saranno raccolte in quest’ultimo gruppo si trovano solo in aree romene o sono molto più diffuse in queste clic in altre aree neolatine. Le corrispondenti fasi anteriori, come et ccc., sono sparite da aree romene. E quelle come ibo (ire habeo) anche da altre aree. Altre ancora, come dicere (vedi più avanti), sopravvivono anche nel romeno. Le innovazioni romanze che spettano a questa figura sono molto nume¬ rose, ma io mi limiterò a quelle che vivono anche nel romeno di Mace¬ donia o nel romeno d’Istria (vedi le note 12 c 20), e delle innovazioni dette fonetiche dirò molto brevemente in una nota ( I28 ). La Parabola ci dà alcuni esempi di rom. din e din tre per lat. de, nei vv. 19 e 26, « unum de mercenariis* c « unum de servis », e nel versetto 16 « implcrc ventrem de siliquis ». CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 85 r*g] Al posto di pedes nel versetto 22, « calceamenta in pedes eius», il romeno ha creato per tempo la forma picior, che in fondo è un diminutivo di pedes (« 29 ). Poi si veda il tipo volo facere, rom. voiu sàfacà (« 3 °) : « coepit egerc » 14, « cupiebat implere» 16, « nolebat introire », 28: incepù sà Jie in lipsà, dorià sa umple, nu voià sà inlre. Infine questa serie : amicus (« 3 «) : « ut cuin amicis meis epularer » (v. 29) : rom. prieleni. collum (*32) : « cecidit super collum eius » (v. 20) : rom. gài. dicere (« 33 ) : rom. spune(re). ct'RRERE : « accurrens » (v. 20), con la variante « cucurrit »: rom. alergànd. filius: « duos filios» (v. 11): rom . feciori. JUVENIS (« 3 +) « adolesccntior » (v. 12), con la variante «iunior»: rom. cel mai tinàr : cfr. § 2, IV (2). longe (§ i, III): rom. departe. semper : «tu semper mecum cs » (v. 31): rom - dauna. servire: «tot annos servio tibi » (v. 29): rom. slujesc. 5. — Le innovazioni romanze che saranno raccolte in questo paragrafo si possono raggruppare in due serie: I . — Conservazione in Italia: cfr., per cs., Pe di vivendo c Ve dell’ital. vivendo di fronte a spagn. visdendo, frane, vivant e rom. ( trà)ind. II. — Conservazione in un’altra delle tre regioni dell’Europa neola¬ tina: cfr. per es. I’f. di jmplere e IV del romeno umple(re) di fronte a frane. emplir, spagn. henehir, ital. empire ed empiere ( I35 ). Ebbene, gli esempi del primo tipo sono più numerosi che quelli del secondo. Il quale rapporto armonizza con quello che abbiamo veduto nel paragrafo precedente e anche col rapporto del seguente (§ 6). Ecco ora le due serie : I. — Conservazione in Italia. Più precisamente: le fasi latine raccolte in questa prima serie si conservano solo in Italia oppure sono molto più diffuse nella nostra regione che nelle tre altre. Le fasi romanze corrispon¬ denti hanno aree molto diverse. Alcune di quelle fasi, come per cs. frane. voiciy spagn. he aqui, rom. iatà (tutti col significato che vediamo nel ver¬ setto 29: «ecce tot annos servio tibi), sono diffuse ciascuna in una di quelle tre regioni. Altre innovazioni, come per esempio il tipo no per non (* 3 <>) si trovano in tutte e tre: spagn. no, frane, ne, rom. nu. Altre ancora in due di esse : spagn. c prov. entrar (cioè la caduta di -e) ; di contro al frane, enlrer c al rom. intra, accanto a intrare(a). Le innovazioni fonetiche di questo gruppo sono molto numerose. Sarà bene limitarsi a quelle che nella Parabola hanno almeno due esempi per ciascuna, nel senso che subito sarà chiarito. Per i riflessi di e breve c tonico la Parabola ci dà questi esempi : vivendo (versetto 13), ventrem (v. 16), semper (v. 31). QucH’e è conservato in italiano (vivendo, ventre, sempre), meglio che nelle lingue sorelle : cfr. spagn. viviendo, vientre, siempre, frane, ventre (con a), rom. (trà)ind, vintre (« 37 ). 86 MATTEO BARTOLI [20j Per l’-E la Parabola ci dà, oltre a inlràre (v. 28) che abbiamo veduto ora, anche implère (v. 16) e habère : cfr. « coepit egcre » (v. 14), con la variante « necessitatem habcre ». — Per l'-o non ho esempi. Tale non è vivendo, perché quest’o si consena, oltre che in Italia, anche nella Penisola iberica. Né citerò l’-o di dopo : ben c vero, ed è notevole, che quest’o conserva l’o di latino depost, di fronte a rom. dupà e spagn. despues, ma sarebbe un esempio isolato, fuori dei limiti di questa raccolta. Quanto alle consonanti la Parabola ci dà questi esempi di cc, nn, ll ridotti a c, n, l: lat. occidere (vv. 23, 27, 30), peccavi (18 e 21), annos (29), in illa (14): ital uccidere, peccai, anni (‘ 3 ®), nella; cfr. specialmente rom. ucide(re), ani, acela. Al d latino e italiano di audivit (v. 25) e vidit (v. 20), udì e vide, contra¬ stano lo z del romeno ( auzì e vdzù) e il dileguo in ampie aree pireneo-alpinc (cfr. §§ 3 e 6) : spagn. oyó, vió e simili. E alle fasi latine me, tè, se, e alle nostre quasi identiche rispondono le forme romene mine, line, sine (§ 7), e le spagnole mi, ti, si: cfr. spagn. conmigo (vers. 31), contra ti (vv. 18 e 21), en si (v. 17); rom. cu mine, in sine. Al lat. habebat, più tardi aveva(t), risponde poi il tipo avea; cioè il secondo v si è dileguato, per cause ignote e in diverse aree : oltre a rom. aveà cfr. frane, avait c spagn. -ia. Infine si veda questa breve serie di voci che abbiamo incontrate nel § 2 (IV) e nel § 4: colligere : ital. raccogliere ; cfr. per es. frane. rassembler; eccum : ital. ecco; frane, voici ecc. (v. retro) ; occidere: ital. uccidere; frane, tuer, spagn. mutar; QUAERERE: ital. chiedere; frane, demander, spagn. preguntar. II. — Per questo gruppo la Parabola ci dà solo due esempi: L’uno è quello che abbiamo veduto: implère. È da aggiungere che alcune tracce di quest’-ÈRE si vedono anche in aree non romene: per es. portogli. enefter. L’altro esempio si trova nel versetto 18 (e similm. nel v. 20): « ibo ad patrem meum»; cfr. spagn. ire a mi padre (e anche ire de mi padre); ital. da, rom. la, frane, chez ; Io spagnuolo conserva questo ad meglio che non lo conservino le altre lingue romanze. Cfr. § 4 (III). 6. — Le rimanenti innovazioni d’età romanza che ricorrono nelle traduzioni della Parabola spettano ai tre tipi seguenti: Iberia Gallia Italia Dacia I) illis: LES leur loro . LE II) -p-, super b, sobre b, sobre P, SOPRA P, ASUPRA III) FAMES: HAMBRE FA MI NE FAME FOAME carestia -r- carestia • • * Questi tre tipi assomigliano a quelli del § 3. Assomigliano, non sono identici, perché cotcstc figure non sono e non possono essere rigidamente geometriche e simmetriche. [a.] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA, ECC. 87 Nel I tipo l’Italia e la Gallia innovano più che l'Iberia e la Dacia, nel senso che subito vedremo. Nel II tipo l’Italia e la Dacia consertano. Nel III l’Italia e lTbcria innovano. Ebbene, è notevolissimo il fatto che gli esempi del II tipo sono, come ve¬ dremo, più numerosi che quelli del I e del III messi insieme; cfr. § 3 e nota 163. Vediamo le singole figure e cominciamo con questa: I) area laterale arca intermedia area laterale Iberia Gallia Italia Dacia illis: les le tir loro e gli le ( t38t ) L’innovazione illorum (’ 39 ), al posto di illis, è attestata in età romanza. Si tratta del significato che vediamo nel versetto 12 : « divisit illis substan- tiam ». Le traduzioni della Parabola danno il tipo illis per l’Iberia e la Dacia, e ambedue i tipi, illis e illòrum, per l’Italia c la Gallia: ital. loro e in diversi dialetti gli e simili. Le aree della coppia illis e illòrum assomigliano a quelle della coppia dies e diurnum (* 39 ) : cfr. spagn. dia c rom. zi, di fronte a ital. dì e giorno e frane, jour. * » * • # * * * * * * « • t II) arce occidentali aree orientali o pircneo-alpine o appennino-balcaniche Iberia Gallia (Ladinià) Italia (Dalmazia) Dacia b b *b p p P sobre sobre sur sopra saÒpra ASUPRA d d d T T T sadollar sadoular saduller SATOLLARE SATOIL SÀTUL La fase latina -p- di super c supra e così le altre fasi latine che entrano in questa figura sono sparite dalle arce occidentali, oppure vi sono molto più rare che nelle orientali. Per l’opposto le innovazioni corrispondenti, quali b c d, per -p- c -r-, sono molto più rare nelle aree orientali che nelle occidentali. La riduzione di quel -p- e -r- a b e d sono esempi di lenizionc della sorda intersonantica ('-* 0 ). La Parabola ci dà qualche altro esempio della stessa innovazione : con -T-,. vitulus -ELLUS, (2, I), ital. vitello, rom. vifel (da *vt ititi) ; con la lenizionc (d) prov. cedei, calai, bedell. Simili sono le aree delle serie che seguono : videre: ital. vedere e rom. vede (re), di fronte a spagn. ver e frane, coir. Cioè quel -d- e sim. sono molto più tenaci nelle aree orientali che nelle occidentali^ 88 MATTEO BARTOIJ [22] lat. pane(m) : ital. pane, rom. pane; spagn. pan, frane, pain. Cioè quell’ -e e altri e atoni dileguano nelle aree occidentali ('*')■ -a(v)i: ital. e rom. -ai, di fronte a spagn. e frane, -i (ai). La Parabola ce ne dà un esempio: peccavi (w. 18 e 20). mihi: ital. e rorrt. mi, spagn. e provenz. me: «da mihi substantiam » (v. 12). Diversa è la storia del mihi tonico (§ 2, IV). e(g)o: rom. èu, it. io, di fronte all’accento di spagn. yo, e provenz. you (v. 18). homo: ital uomo, rom. om; spagn. hombre c frane, homme ; queste due forme sono estratte da spagn. hombres e frane, hommes, cioè homines. st'M : ital. sono c rom. sin/, di fronte a spagn. sor e frane, suis. Cioè la nasale di lat. sum si è conservata ( I,z ) nelle aree orientali meglio clic nelle occidentali. erat: ital. era e rom. erà; spagn. estaba e frane, était. Cioè, qualunque sia l’origine di questa forma francese, ciò che importa nel caso nostro è la conservazione di eraI nelle aree orientali. Sull’// di super e supra vedi § 2 (IV). Ili) Iberia Gallia Italia Dacia FAMES (cfr. § 7) : HAMBRE FAMINF. FAME FOAMETE e carestia e carestia Queste voci si trovano nelle traduzioni del versetto 14:0 fatta est lames valida in regione illa». Cfr. § 3, III. La Parabola non ci dà altri esempi per questa figura. 7. — Parecchie innovazioni che ricorrono nelle traduzioni della Para¬ bola richiedono un discorso a parte. Si tratta d’innovazioni che le nostre informazioni attuali non ci permettono di assegnare senz’altro alla età romanza o alla romana. Consideriamo, per es., la coppia velle c quaerere: spagn. c pori, querer, logudor. kérrere, di fronte a tose, volere, frane, vouloir, romeno mere. Quel¬ l’innovazione, nel significato di «volere», è attestata nel latino? A questa domanda, e a tante altre che si riferiscono alle voci raccolte in questo paragrafo, non possono rispondere con sicurezza i ricchi materiali raccolti e ordinati dalla redazione del Thesaurus ( I43 ). Se un giorno la risposta sarà affermativa, la innovazione quaerere si potrà mettere tra le innovazioni di età romana del § 1 ; se negativa, in quelle d’età romanza del § 4. Per intanto, prudenza vuole che cotesto quaerere sia relegato in quest’appendice. Lo stesso vale per le coppie che seguono : esse e stare ( I44 ): «tu semper mccum cs * (v. 31): frane, es e rom. ei c e\ti ; di fronte a ital. sei e stai, spagn. estas. exire c salire ( *45) : « pater ergo illius cgrcssus » (v. 28), con la variante «exivit»: spagn. salió e port. sali. interrogare e percontàre : « interrogavi! (cum) qui haec csscnt » (v. 26) : spagn. preguntó e similmente nel portoghese c nel catalano. [23l CAR-\rrERl FONDAMENTALI DELLA LINCI A NAZIONALE ITALIANA. BCC. 89 venter e panlex ( Mf> ): « implere ventrcm suum de siliquis» (v. 16); ital. pancia e ventre, rom. pantere e vintre. Anche le seguenti innovazioni, fonetiche e morfologiche, sono sup¬ poste o sono attestate solo in esempi malsicuri : pl e pj : un piacet per placet si trova in un’iscrizione latina della Grecia ( I47 ), cfr. ital. pieno c riempire, di fronte a rom. plin e umple(re), frane, plein e remplir. filius e Jiliolus (* 4 8 ) : « habuit duos filios » (v. 11) ; « fili, tu semper mecum es» (v. 31); ital. figlio e figliuolo. habebat e -ibat i 1 * 9 ) : ital. aveva -ia, spagn. tenia; di fronte a rom. area e frane, avait. — Il dileguo del -v- è «normale* solo nel romeno. ante e *antius ( 15 °) : ital. anzi. fames c *famiuem -item (’S*) : spagn. Iiambre e rom. foamete. longe e *longitanus : ital. lungi e lontano. Si noti che l’area di lungi è meno ampia che quella del frane, loin, e per l’opposto l’area di lontano è più ampia che quella di lointain: cfr. § 1 (III). manus: il tipo la maria e le mane ricorre in alcune aree appennino-bal- caniche ( I51 ). A lat. me, tè e se il romeno risponde con mine, line e sine, dalle fasi mene, lene, sene, che si odono in diverse altre arce appennino-balcaniche ( l52 ). Infine ricordiamo il tipo spagn. r/uiero à una, cioè l’« accusativo con a»; cfr. «vocavit unum de servis» (v. 26 e similm. 19); spagn. a uno ( I52+ ). 8 . — Nelle pagine che precedono sono descritti due caratteri fonda- mentali della lingua e dei dialetti italiani. L’uno involvc le innovazioni che si possono dire d’età romana (§ r ) e si può formulare così : le innovazioni d’età romana sono molto più numerose nella lingua e nei dialetti italiani che negli altri linguaggi neolatini. L’altro carattere spetta per contro alle innovazioni d’età romanza (§ 4), che sono viceversa molto più rare nella c nostra lingua e nei nostri dialetti che nei linguaggi fratelli. Quali sono le ragioni di questi rapporti? Si tratta di rapporti non solo numerici ma anche cronologici c arcali, c perciò avranno luce dalla storia delle « aree » in questione, che vuol dire, nel caso nostro, dalla storia d'Italia delle altre terre figlie di Roma. Cominciamo con le innovazioni di età romana e vediamo prima questa figura : Gallia MEUM manduc dre initidre Iberia Italia Dacia meu ^— meu —► meu EDERE manduc dre —*■ manduc dre initidre ■*— initidre INCIPERE Dall’Italia, cioè dal centro maggiore dell’Impero, sono irradiati prima i tipi latini MEUM, edere, incipere, poi anche i tipi romani meu, manducare, initidre (§ 2). UWV*A«ITA 01 TéAlMé FACOLTÀ Ot MAGISTERO «Timi M MUNII MMEftftji 9«I8 0" MATTEO BARTOU [*4] Come si vede, tutti e tre questi tipi d'innovazioni si trovano in Italia, e solo due sono giunti in ciascuna delle tre altre regioni : manducare e initiUre nella Gallia, ini tiare e meu nelTIberia, meu e manducare nella Dacia. Ora domandiamoci perché le innovazioni romane siano più numerose in Italia che nelle tre altre regioni, e perché le reliquie antichissime quali meum, edere e incipere siano più numerose in ciascuna di quelle tre regioni che in Italia ( I53 ). Si possono dare due risposte. La prima è che le innovazioni romane sono state suggerite in massima parte da linguaggi preromani d’Italia: dall’osco c dall’umbro ( I54 >, dal greco ( 155 ), dall’etrusco ( ,5f> ) e da altri ancora. E l’altra risposta è una norma areale ( I57 ), che si può formulare così: Le innovazioni sono di nonna più numerose nell’area di partenza (nel caso nostro l’Italia) che nelle aree d’arrivo. Viceversa le corrispondenti fasi anteriori (nel caso nostro meum ecc.) restano più a lungo in queste che in quella. Dicevo di norma. Se ne eccettua sopra tutto il caso in cui quelle inno¬ vazioni siano sopraffatte nell’area di partenza da innovazioni ulteriori. Questo caso eccezionale non c il caso nostro. Infatti le innovazioni ulteriori, cioè romanze, sono molto rare in Italia; molto più rare che in ciascuna delle tre altre regioni (§§ 4-6). Ora passiamo all’altra domanda: Perché le innovazioni romanze sono più rare nella lingua e nei dialetti italiani che negli altri linguaggi neo¬ latini ? Per rispondere esaurientemente a tale questione bisognerebbe prima risolverne un’altra : quella sulle cause di tali innovazioni. A cotesta questione, che è molto ardua, tentano di rispondere sopra tutto (’ 58 ) due dottrine: l’una è la nota dottrina ascoliana■ dei substrati e l’altra una dottrina che si può chiamare dei superstrati. Di ambedue si parlerà nel paragrafo seguente. Intanto ci basti avvertire clic nel caso nostro, cioè per le cause delle innovazioni romanze, la dottrina dei substrati prero¬ mani è molto meno valida che la dottrina opposta. Infatti, nessuna o quasi nessuna ( I5 ®’) tra le molte innovazioni romanze, raccolte nei §§ 4-6, è stata causata dai linguaggi di substrati, c parecchie sono state suggerite, in modo più o meno palese (* 59 ), dai linguaggi degl’invasori e dei conquistatori del¬ l’Impero e dei loro successori. Il che vuol dire sopra tutto dal franco e da altri linguaggi germanici ( l6 °), dall’arabo ( ,61 ), da linguaggi slavi ('"-) e da altri. Ora, è ben vero che anche alcune terre d’Italia hanno subito l’influsso di linguaggi germanici e altre quello dell’arabo e altre ancora quello di linguaggi slavi. Ma è altrettanto certo che tutti questi linguaggi hanno lasciato echi ben più frequenti e più risonanti nei linguaggi della Francia, delle Spagne e della Romenìa, che non in quelli dell'Italia. [* 5 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELI A LINfll'A NAZIONALE ITALIANA, ECC. <U Sicché, se le innovazioni romanze sono in buona parte gli echi di lin¬ guaggi germanici, dell’arabo e di linguaggi slavi, non fa meraviglia che esse innovazioni siano più rare in Italia che nella Francia, nelle Spagne c nella Romenìa. 9 . -— Tutti sanno che lo spagnuolo è diverso dal francese c che questo è diverso, anzi diversissimo dal romeno. Ma quali sono poi le ragioni di queste differenze? Quali sono i caratteri ( ,, ’ ì ) che distinguono fra loro quelle lingue? Per rispondere a tali questioni è bene avere sott’occhio un’altra tolta le seguenti serie, che abbiamo vedute nel § i e nel § 4: fasi latine I). FRATER II) CUM III) ’dies ILLE e innovazioni romane Iberia Gallia germdnus : germanus frater a[>ud : cum apiid dm illa : ijies illf. dies ille Italia Dacia FRAT-ER FRATER CUM CUM DIES ILLE dies illa , 1 ) respondere — contestar rf.spondere RESPONDERE RESPONDERE • 2) QUANTI e -OS — CUANTOS Combùri QUANTI QUANTI 3) ET . . - ET ET ET ( SÌ Cioè, le innovazioni caratteristiche delle lingue c dei dialetti della Peni¬ sola iberica sono germdnus c contestar. E le innovazioni caratteristiche della Gallia a pud e combien, e quelle della Dacia dies illa e fi. I tipi germanus , apud c dies Ulti sono — si badi bene — più antichi, e di molto, che i dpi contestar , combien, si. Ora. vediamo ciò che dicono la nota tesi ascoliana dei substrati ( l64 ) e la tesi opposta che si può chiamare dei superstrati ( ,6s ). La prima dice che la causa della differenza per cs. fra lo spagnuolo c il francese e il romeno sta, in ultima analisi, nella differenza fra l’iberico, il gallico c il daco. E la tesi contraria dice, come si è ora accennato, che la differenza fra quelle tre lingue romanze viene piuttosto da quella tra i lin¬ guàggi dei conquistatori arabi, germanici c slavi e dei loro successori. Sicché, la tesi dei substrati parte da linguaggi di popoli vinti e quella dej superstrati da linguaggi di vincitori. La prima rimonta all’evo antico: à età anteriori o contemporance alla romanizzazione. E l’altra all’evo medio: allo sfaceli) dell’Impero e alla storia degli Stati sorti su quelle rovine. Ebbene, qualcuno dirà che in tali discussioni, come in tante altre, la verità sta «nel mc2zo ». Non c così. Gli esempi dei tipi I-III, cioè delle innovazioni di età romana, sono molto più rari che quelli dei tipi 1-3, di un’età seriore, romanza; cfr. § 1 c § 4. Ora, i substrati (di età preromana) si possono supporre Appunto per i pochi tipi I-III; c i superstrati (di età romanza), per i molti tipi 1-3. 9* MATTEO BARTOU [ 26 ] Per chiarire tutto questo consideriamo un esempio. La definizione che si dà talora del francese è che questa lingua risulta dalla fusione di tre elementi principali : del latino del gallico e del franco. Ora, questa defini¬ zione dcv’esser precisata con due aggiunte. L'una è che l’elemento gallico è il meno forte dei tre. E l’altra è che l’elemento latino non solo è il più forte, ma è notevolissimo perché conserva reliquie preziose di una latinità antica, anteriore alle innovazioni romane, come si è veduto al § 2. Le considerazioni analoghe valgono per le lingue e i dialetti neolatini della Penisola iberica c della Dacia. Vedi qui avanti l’aggiunta al § 2. I principali risultati di queste indagini si possono comprendere nei riflessi della forma latina cantatum, che sono i seguenti : Iberia Gallia Italia Dacia ineriti, e coutr. innovazioni romane : cantala cantalu cantalu cantata » » : cantato cantato cantato — » romanze : canta(d)o ( l66 ) cantad (prov.) — cantal chanté (frane.) Cioè alla fase latina cantatum ( If>7 ) è succeduta prima la fase cantati1 (cfr. 2, II: rneu per meum), che c irradiata dall'Italia centrale ( ,68 ), ed è giunta fino all’Atlantico e al Ponto. Poi cantato (§ 2, IV), da ignoti centri d’irradiazione, si è diffuso nella Gallia, nell’Italia settentrionale c centrale c ncll’Iberia. Cosicché in tutto l’Impero, in quanto vi si parlasse la lingua dei Re¬ ni a n i, risonò prima il tipo cantata, c piti tardi anche il tipo cantato. Per questa ragione di ordine arcale c per un’altra di carattere cronologico le fasi cantala c cantato le abbiamo chiamate romane (§ 1). Alle fasi romane sono poi succedute le fasi cantad(o), chanté e cantal, che si possono dire fasi romanze (§ 4). Si osservi che l’Italia non solo ha conservato la fase cantato ma anche cantata. Questa echeggia ancor oggi, dopo tanti secoli, in ampie arce appen¬ niniche, cioè dell’Italia centrale c meridionale, comprese tutte c tre le sue isole. Ora, trasportiamoci nella età in cui la fase cantato era ancora viva dal¬ l'Oceano all’Adriatico. In queste aree e in quella età si udivano anche voci come sete c rosso, che stanno a lat. sitim c russum come cantato a lat. cantatum. Ma rosso, sete, cantato, c così aveva per habebat (§ 5) c tante c tante altre fasi simili clic cosa sono mai? Sono latine o clic altro? Sono italiane, qualcuno potrebbe rispondere. Ma è più esatto dire che sono appunto romane ( ,69 ). Sono romane piuttosto che italiane, ma si può aggiungere che assomigliano alle italiane molto più che a voci di qua¬ lunque altra lingua. CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LIMOLA NAZIONALE ITALIANA, ECO. 93 [ 27 ] Questi rapporti si possono vedere meglio nella figura che segue e che sarà l’ultima. I beria fasi latine (§ 2) : -f- innovazioni d’età romana (§1): — » » romanza (§ 4) : + substrati preromani (§ 8) : iberico superstrati (§ 9) : arabo Il segno + indica la maggior frequenza: per es., le fasi latine sono più numerose nell’Iberia, nella Gallia e nella Dacia che nell’Italia. Le fasi latine, quali edere, incipere, meum, sono più rare in Italia che in ciascuna delle tre altre grandi regioni dell’Europa neolatina. Per l’opposto, le corrispondenti romane, quali manducare, miliare, meu, abbondano più in Italia che altrove (§§ 1-3). Le innovazioni ulteriori, cioè romanze, quali spagn. contestar, frane. combien, romeno si, al posto delle fasi latine respondere, quanti, et, sono molto più rare in Italia che in ciascuna di quelle tre altre regioni (§§ 4-6). Le innovazioni romane sono state suggerite sopra tutto dall’osco, dal- 1 umbro, dal greco c da altri linguaggi dell’Italia preromana e romana (§ 8). Le lingue neolatine della Penisola iberica, della Gallia t della Dacia sono caratterizzate dall’azione dei diversi substrati c superstrati, ma più di questi che di quelli (§ 9). 1 er tutte queste ragioni la nostra lingua è la più vicina alla fase romana: è la più romana fra le lingue sorelle, e la meno romanza fra le lingue romanze. Gallia Italia Dacia + — + — ' + — -f- — + gallico osco-umbro ccc. daco germanico — slavo (•) U abbreviature usate in queste pagine sono in massima parte quelle adottate dal Meycr- Luebke nella nuova edizione del suo Romanisches Etymol. Woerterb., 3* ediz., Aidclberga 1 <135, pp. xv-xxxiti. Poche le aggiunte c le modifirazioni : AI.C.. — Alias /ingnillir de Calalunya per A. Griera, Barcellona 1923 sgg. ALI'.IC. = Aliante linguistica-etnografico italiano della (ionica di Gino Bottiglioni, Pisa 1933 sgg. ALMA. = Archivimi lalinitatis Medii Aevi, consociata rum academiarum auspiciis conditimi, digesserunt J. H. Baxter, C. H. Beeson, P. Thomas, L. Nicolau d’Olwcr, V. L’ssani. F. Lot editor. Parigi 1925 sgg. Archivio = Archivio glottologico italiano, fondato da G. I. Ascoli c ora diretto da Matteo G. Battoli, Pier Gabriele Goidànich e Benevenuto A. Terracini, Torino 1873 sgg. Arhiva = Arhiva, re vis LA de istorie, filologie si cultura romàneascA din Iasi, 1B89 sgg. Atti del HI Congr. = Atti del III Congre.no internazionale dei linguisti (Roma, settembre 1933), Firenze 1935. Introduzione = M. Barloli, Introduzione alla neolinguistica (Principi, scopi, metodi), Firenze- Ginevra, Olschki, 1925. Lòfstedt = binar Lofstcdl, Philologischer Konirnentar zur Peregrinatio Acthcriae, Untcrsuchungcn zur Geschichtc der lateinischen Sprache, Uppsala igu. RI-.VV.» = il Roman. Et. I Vlb. citalo or ora. v. = versetto della Vulgata (vedi la nota 15). ZRPh. = ^eibchri/t f. roniQn. Philologie, Halle 1876 sgg. 94 MATTEO BARTOU [ 28 ] (’) Cioè dal punto di vista di Dante. È noto che nel De Vulgati Eloquenlia (Libro I, cap Vili 3) egli mette gli «Sclavoncs» con popoli germanici, «Teutonico», Saxones, Anglicos». e dice che « quasi praedicti omnes io affirmandn respondent ». Ciò non fa meraviglia. In un'ampia area slava, vicina alle Venezie, si ode effettivamente quel tipo d'affermazione : ja, con un a più o meno labializzato. Gli altri Slavi dicono da. tak, ano. M? Dante non poteva sedere tutto il mondo slavo, dalla sua «Sedia* presso Tolmino. Né gli poteva esser noto tutto il mondo neolatino, del quale egli conosceva solo tre lingue letterarie, e quelli che le parlavano o le scrivevano erano da lui disisi in questo modo: * alii oc, ahi oil, alii si affirmandn locuntur, ut puta Yspani, Franci et La¬ tini. * Ora, dicendo « Yspani «, egli intendeva i popoli che • meridionali.» Europe tenent partem occidcntalem. a lamicnsium filobus incipiente» ». Ed è noto dir i Catalani dicevano nell’Evo Medio oc, come i Provenzali, e cosi dicevano o scrivevano diversi poeti di lingua d’oc in altre regioni della Penisola iberica. (*) Nella questione «se il ladino sia una lingua o un dialetto* resto sempre fermo nell'opi- nione che ho manifestata più volte; vedi il Ginrn. slot, della leller. italiana EXIX 392 sg. e special- mente la Grammatica storica della lingua ital. di YV. Meycr-Lucbke, nuova ediz., curata da me, Torino, Chiantore, 1927, pag. 4. Cfr. sopra tutto Archino XXIII 409-444 (Battisti), 320 e 321, XXIV 164, XXVI 125-7 e 255. ( 4 ) Cfr. la prefazione del Meyer-Ilucbke alla sua Italica. Gramm., Lipsia :8go, pag. 1, dove egli parla a rigore di cl, ma intende piuttosto /il. Cioè, alla domanda quale sia la caratteristica fonetica dell'italiano egli risponde che tale è />/ da fi! : cfr. nota 106. (*) lai spagn. firn passa per una delle « voci introdotte tardi *. Non ri credo e rimando per ora alle recenti ricerche del Menéndcz l’idal e del Fouchè (cfr. RI.R. LXVI ug e 120) e del Meyer-Luebke, * Die Schicksalr des lateinischrn l im Romanischrn », Berichte dell'Accademia sassone delle scienze, Lipsia 1934, voi. 86 (2), pp. 62 e 63. (*) Ila Jj si è poi venuti a diversi riflessi palatali, come /, » c altri ; vedi specialmente il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie di G. Rohlfs, Halle e Milano 1932 sgg., pp. 9 e 79, e qui avanti la nota 65. (’) Cotesto I. si è conservato, ad es.. in diverse voci del neogreco e del serbo-croato, venute dal «latino» e anche dal veneto antico: cfr. intanto Scritti vaiii di erudizione e di critica in onore di lì. Renier. Torino 1912. pag. 994, nota. Per esempio, è più probabile che il neogr. rpkùxxog • fiocco* venga dal veneto antico che non dal latino o dal romeno. Altrimenti pensa G. I’a-scu, Rumati. Elementi in dea Balkansprachen, Ginevra 1924, pag. 49. (*) Sull'utilità dei testi paralleli vedi Archivio XXI 7 e 45; cfr. ALMA. IV 122 (Migliorini;. (*) Vedi sopra tutto i cenni di Gius. Vidossi nel meritorio Essai de hibliographie de giographie linguistique gioitale, di Jos. Schrijnen, Nimcga 1933, pp. 73-77. E quelli dello stesso Vidossi ncl- l’ Archivio XXVI 157, 158 e 264. (*•) Vedi le sigle nella lista delle abbreviature (nota 1). ( ,l ) Per le versioni edite vedi sopra tutto la nota bibliografia del compianto Salvioni: «Bi¬ bliografia delle versioni dialettali italiane della Parabola del Figliuol Prodigo*, in appendice alle Versioni aUssandro-tnonferrine e liguri della Parabola del Figliuol Prodigo, tratte dalle carte di Ber¬ nardino Biondelli, memoria di Carlo Salvioni, nelle Memorie dell’Accademia dei Lincei, 1918, pp. 729-789. — Le versioni inedite ini sono state favorite dagli egregi colleglli Vittorio Bertoldi, Ugo Pei.lis, Manfredi Porena, Felice Rimondimi e Gius. Vattova, che le ebbero da loro allievi e allieve. Ringrazio di nuovo e loto corde. (**) Delle versioni edite ho utilizzato in primo luogo quelle pubblicate dal compianto Gartner e dal Tiktin nei loro noti manuali e la Bibbia del 1692. Poi le versioni pel romeno d'Istria, pub¬ blicale da Sextil Puscariu, Studi istroromdne in colaborare cu M. Battoli, A. Belulovici fi . 4 . Byhan, voi. Ili (1929), pp. 236-8. — Molte altre versioni romene mi sono state cortesemente procurate da diversi colleghi dell’Università di Cluj (Gian Domenico Serra e altri), ai quali rinnovo i miei più cordiafi ringraziamenti. ('*) Mi Sono state favorite dagli eminenti-maestri Américo Castro, Amóri Ghiera e J. Lem; de Vasconcf.llos e dal giovane ed egregio collega Giovanni Maria Bertiki. Molte grazie, di nuovo. [29] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINCI A NAZIONALE ITALIANA,' EOO. 95 ('*>. Vedi i cenni bibliografici del compianto Suchicr, nel Grundrìss del Groeber; 2* ediz.. pag. 768. — Ho ponilo utilizzare la » Collection des versions de la Parabole de l'befani Pro- digue », pubblicate da un anonimo in Mlmoires de la Sociètl royale des antiquaires de FraAce, Voi. VI 1 1824 • ’( ,s ) In tutte queste pagine mi atterrò al testo delia Vulgata e vi aggiungerò alcune variami della versione Afra. Di questa versione, conservata nel Codice K, della Biblioteca -Nazionale di Torino, vedi intanto i cernii nella mia In Irrida.- tane , pag. 22 c nell* Archivio XXI 17 e 24 sgg. Sul latino 'della Bibbia si vedano ora le sintesi di F. Lot in ALMA. VI 125-8 e le indagini di Jos. Schrijnen, in Revue des'Itudei latina 1934, pp. 96-116; cfr. Archivio 11 . cc. ed ora Rivista dì filai, •e d'istn. class. LX|I (1934), PP- 9'’5 (Sùsr fc Terracini). ’ (’*) Chfi volesse fare il computo «preciso» delle località donde provengono le traduzioni della Parabola Veda la Bibliografia del Salutoni (citata nella nota fi) e la notizia bibliografica del Suchicr (nota 14). Sul numero delle località esplorate per l’Atlante linguistico italiano e altri atlanti linguistici si veda il Bollettino dell'Atlante linguistico italiano, Anno I (1933), pp. 5, 81, 86. ('**) Molto meno fortunati sono gli storici delle tradizioni finpolari, delle arti figurative e di altre creazioni. Ma gli scopi e i metodi seguiti da quegli studiosi sono sempre più simili ai nostri: vedi ora Alti /// Congr., pp. 412-428. (”) * NelTIberia è inclusa, s’intende, la Catalogna. Ma la lingua catalana si unisce o piut¬ tosto si univa alla provenzale meglio che alla castigliana » : vedi Archivio XXI 55 e cfr. sopra tutto ciò che Silvio Pellegrini dice c cita, con giudizio sicuro e sereno, nello stesso volume, pp. 147 c 148. — All'espressione Iberia preferisco, nel testo, quella di Penisola iberica, ma nelle tabelle userò /beria, per ragioni tipografiche: il nome Penisola iberica richiederebbe troppo spazio in quelle tabelle c sarchile anche poco simmetrico. In alcuni rasi ho adottato anche il termine « Spagne «, che TAscoli usava talora per designare tutte c tre le Nazioni di quella Penisola. (**) Col nome Gallia intenderò sempre la Gallia transalpina, e vi comprenderò tutto il ter¬ ritorio transalpino di lingua letteraria francese: si vedano le serene e limpide pagine di W. v. Wartburg, Évolution et structure de la langue francaisc, Lipsia 1934. pp. 237-242. Talora (§ 2, II: 5 1, III) avrò occasione di citare alcune parole provenzali, e mi atterrò alle varianti che si trovano nel l’ocabulaire franfais-provenfal di S.-J. Honnorat, Dignc 1848. — Sulle varie questioni della * separati!ni des deux langues gallo-romane* * si veda il volume ora citato del Wartburg . PP- 54 ' 7 > c ,lna memòria dello stesso Wartburg, citata dal Marouzeau, L'Amile fihilol., VII 212. (’•) Col nome Italia intenderò la Penisola, sino al displuvio, con tutte e tre le sue isole: su questo concetto e altri simili ( italiano , italico ecc.) si veda ciò che è detto e citato nelT.-lrcAir/o XXVI 35 (n. 205), 41 (205), 259 e 260. — Sulle divisioni dcW Italia dialettale cfr. intanto ibidem XXIV 66, XXVI 129 (n. 10); a pag. 128, nota 2, ultima riga, leggi L'Italia dialettale V 131. (**) Sui nomi Dacia, Romenìa e romeno vedi la rivista Studi rumeni diretta da C. Tagliavini, voi. I, pp. 21 e 22. — Nel § 2 (IV) c nel § 4 accennerò al dialetto romeno d’Istria e a quello di Macedonia. Per il romeno d'Istria mi atterrò di norma all’opera del Pugcariu, citata nella nota 12. Per il romeno di Macedonia, all’opera altrettanto fondamentale di Th. Gapidan, Aromdnii, Dia• lectul ammiri, studiti linguisti, opera premiata de Academia romàna cu prcmiul Statului, Bu¬ carest 1932. (’*) Su questi concetti e altri simili ( romanico, Romania ecc.), si veda il saggio • Riflessi slavi di vocali labiali romane e romanze... » nel volume Jagic-Festschrjfl :, Sbornii u slavu V. Jagica, Ber¬ lino 1898; e anche « Romania e ’Pm/tavla *, negli Scritti curii Renier (citati nella nota 7), pp. 981 e 988; Archivio XX 174. XXIV 67; Stadi albanesi II 71 e IV 2ti. ( ,,v ) Anche per es. nelle traduzioni della nota novella della raccolta Papanti: vedi la Biblio¬ grafia del Salvinni, citala nella nota 9. — Sull’utilità elei limiti convenzionali in simili indagini si veda Archivio XXV’ 48 (n. 126). (’*) Cfr. Archivio XXI 56 (nota ai). (**) E derivati: tir. Wartburg III 390. Egli crede che nel fCuria di Kovigno, « panzanas c sim., viva un lat .fallita. Ma quella voce va piuttosto con l'ital .fotta, deverbale da -ere\ vedi ibid. ili 928 (nota 12). «6 MATTEO ilARTOU [30] (* 4 ) In queste indicazioni e nelle altre analoghe ini limito e mi limiterò a menzionarcele lingue scritte. Più precisamente: cito e citerò soltanto le parole c forme che vivano, oltre che nelle lingue scritte, anche in ampie aree dialettali, come sarà indicato di volta in volta. («) A 1 S. 13, REW.» 3485. Wartburg III 767 e 768. (*•) Rapporto di spazio e di tempo: per es., quest’arca è più estesa che quest'altra; questa fase i- p i ù antica che quest'altra. — Sulla cronologia relativa vedi Arditilo XXI 53 (n. al. A pag. 54 (n. 9) era da stampare: la sicurezza o la precisione. (*’) Vedi Introduzione, pp. 33, 105 e 106 e ora specialmente lo studio di A. Graur « ab, ad t afiuti et rum cn latin de Gaule », nel BS 1 .P aris XXXIII (19321. pp. 323-298. Anche ALMA. V 99 e 103 (A. Thomas). Al Graur sono sfuggite le ricerche recenti di H. F. Muller A Cronology (citato nella nota 79), pp. 54-65; ma cfr. Emèrita II 378, n. 2 (Gl. Zeppa de Noi va). ( Js i AIS. 80, Archivia XXV 34, ZRPh. XI.IX 338 sg. (»•) ALC. 659-662, ALEIC. 244. Archivio XXI 15 e 154, Wartburg III 14 c 137. ( s “ ' Cfr. Thesaurus III 132 (riga 6). ALF. 1252. — Il romeno ha pure inerì! tomi lite (singnl.), di cui il Bultetin del Rossetti, I 34 (Byck e Graur). (*») Cfr. Introduzione, pp. 68 e 107. Aggiungi Jcanneret (citata nv\YArchivio XXI 3), pp. 147 e 148; P. Taylor, The Latinity of thè liher hisloriae Francorum, New York 1924, pag. 121; e una pubblicazione di G. L. Trager, citata nella RFE. XX 206. Anche ALL. XI 389 c 393. (■ 1 1 Oltre ai noli studi del Koehler, ALL. V 20 e Vili 225, vedi Archivio XXI 23 e Wartburg III 202. (»*) ALMA. IV 15 e 16. (**) AIS. 11, ALEIC. 361. ALF. 469 c 470, Archivio XXI 29. (» 4 ALF. 1665, Archivio XXI 32. (**; Archivio XXI 30. (**i Di colligrre e anche cogmscere, consuete, confierire vedi le attestazioni raccolte nell'Archivio XXI 41. (*’) Cfr. Lòfstcdl § 19 (n) e pag. 359; ZRPh. LI G38 e 639 (Breuer). ('•) Archivio XXI 51. (**) Lungo i Pirenei: ALF. 727. Cfr. Wartburg III 105. ( 40 i Cfr. Introduzione, pp. 29, 73, 87: Archivio XXI 23, 78 e 79; Richtcr, Iicitràge I, pag. 147 (4); Wartburg III 72. ( 4I > Per l'Italia vedi AIS. 336: dies ilio vive oggi, oltre che nella Sardegna, anche nelle Puglie, nella Lucania (7361 e nella Campania (682). Cfr. l’ALC. del Griera agi e 631. — Inoltre si vedano le reliquie di la di nella Crestomazia del compianto Monaci, § 399 (anche al mini. 145, 4). Anche nelle Venezie si aveva un giorno la di: cfr. Vidossi neiV Archeografo triestino 1914, pag. 50. (**) Vedi Densusianu I § 88. (*») ALL. XIII 154-6 (Hcracus), REW.» 8596. ( * 4 A Veglia IIiota e a Ragusa tetti : vedi intanto l’edizione tedesca del mio Dulm. II 459. ( 4> 'i AIS. 5: cfr. ALF. 1003. ( 4St ) Cfr. Kr. Sandfeld, Linguistic/ue balkanit/ue, Parigi 1930. (**) Cfr. ciò che è detto c citato nell'Ardmrio XXI 78. — E ALF. 806-9. REW.» 5292. ( 41 ) L'opinione del Meillet sulla lotta fra ODMSDBIUt e manducare è simile a quella del Lòf¬ stcdl § 27 (9) ed i* contestata neWArchivio XXV 34. nota 12: cfr. XXI 78 c 154. — Vedi anche GrS. IV 89 (T. Papahagi). RI.R. LXV 326 (Griera e Dauzat). Le fasi latine conservate nella Penisola iberica sono stale raccolte in buona parte da G. Scholz, nella sua dissertazione citata qui avanti (nota 841. (*•) ALF. 1354. (“) Si trova in una variante del versetto 15: « proiecit se ante...». (*•) ALF. 398, Archivio XXI 22. (**) In una variante del versetto 20. ( 52 j ALF. 566, Wartburg III 357. CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINGUA NAZIONALE ITALIANA. ECC. 97 L3i] »•) ALF. 864. Archivio XXI 78. (“I ALF. 1354. ZRPh. LI I 74. '*•) ALF. 463, Archivio XXI 78, Densusianu I 666. i s "i Non lo trovo in nessuna delle versioni della Parabola. Cfr. REW.* 750(1. (") Cfr. REW.* 94283. (*•) Cfr. Thesaurus III 1253 I) specialmente nelle righe 50 (porcellus •clamavi! ad se suos parente* •) e 68 (amieos ad prandium clantabaO ; ALEIC. 224 e 3G8. I***) Vedi |(. indagini recenti e mollo meritorie di Elise Richter, Reitràge zur Gtschichtc dee Rimanimeli, Parte I. Chronologische Phonctik des Franzòsischcn bis zum Ende des 8. Jahrhunderts, Halle 1934 (Beihefte. 82), § 42. 1 *•) Sul dileguo di -/ e di -v vedi, oltre a ALL. Il 42 e 43, le indagini indicate nc\VArchivia XXI 77. XX 11 I 644 (Terracini) c in RLiR. IX 233 (Devoto). F. il volume ora citato della Richter, § 47. (““ REW.* 4553, Archivio XXI 76 e 154. (“) AIS. 262, ALEIC. 506, ALF. 40. IL). V 125 e 126 (Schia/Iìni), REW.* 6684. RLiR. VI 184-9 (Nicbolson); Salonius (citato in Archivio XXI 4), pag. 223; Studi altari. II 19. (•*) AIS. 50, ALF. 1513. Archivio XXI 86, Lofstedi § 5, 8. ■ (**) ALEIC. 117. 232, 234, ALF. 4G5 e 466. "* ALEIC. 358, ALF. 276 e 801. Sul frane, chez e il prov. a kn dt vedi ora G. Miliardo!. Philologie, Litici alme et Lrnguistiqur romana , Parigi 1933. pp. 52-4. (•*) Archivio XXI 14 e 85, Gialla XX 124 (Goldhrrgrr, ZRPh. Eli 69 (Rohlfs); ALF. 1341. (**) Il Canelln e il D'Ovidio (Archivio IX 95) si accordavano • dichiarando Vini non popo¬ lare. come del resto anche il suo uso molto scelto lo nu ora ». Non trovo quella forma in nessuna versione. Né si può dire che viva in dialetti la maniera ivi compreso o simili. Sulla frequenza di quivi nella l'ita Aulita vedi A. Schiaffali. Tradizione e /roccia (citato nella 11. 153!, pag. 142, n. 25. L'ital. settentr. gè va con filai, ci: vedi la nota 76*. L'amico Fouché (RI.R. LXV 390) è, questa volta, male informato. 1”) ALF. 741, Archivio XXI- 39. (‘"1 ALF. 208. Cfr. la nota 72. i,•• 1 Archivio XXI 75. 76, 156; REW. 3 7922. (•* la- fasi latine conservate solo nella Dacia «ino raccolte in buona parte da G. Scholz, nella dissertazione citata qui avanti (nota 84' . 7 “) ALF. 311-3, Archivio XXI 73. Carlo Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige. Firenze 1931, pp. 99 c 114 e ID. II 289. REW. 3 2079. 4353, 4440. (’*) La fase incifrere é, alla sua volta, un’innovazione di fronte a empisse, cfr. Lòfsledt § 24 (2). ”*) Sulla coppia osculare e kasiàre vedi Archivio XXI 82: AIS. 67 e ALEIC. 136. Per la fase salutare vedi Densusianu in GrS. II 20 e Pu^cariu in 1 )R. IV 1357. (’*) Conservato, non • restauralo •: vedi Archivio XX 137 e 138 c cfr. ora Ridurr, lìcitrdge I $ 26 e § 27; sulf-u, § 27 C (ultimo capoverso). — Sul romeno vedi Mise. Hnrtis 918 e cfr. spe¬ cialmente Romania LV 469-475 (Puscariu e Graur). ( ,3 I Archivio XXI 74. ( ,4 ) Il testo latino dice: • nunquam dedisli mihi... • (versetto 29) e • occidisti illi* (30). Non dice mihi nunquam dedisli né il li occidisti , le quali costruzioni sono da tradurre così: a me non desti e per lui ammazzasti: c questo appunto sarebbe il contrasto tra il figlio maggiore c il minore. ( ,s ) Vedi il volume del valoroso giovane Dimitrie Gàzdaru, Descendentii dcmonstrativului latin n.LE in limita ramimi, lasi 1929. 11-5 e 31-4: GrS. V tgo (Densusianu), RFil. II 327.334 e 335 (Procopovici). (’") Cfr.. oltre ad ALL. VII 477 Woelfilin), anche Gioita XXII 13 (Kroll). ( ,4 M Vedi Introduzione, pag. 26: REW.* 4129 (2). (”) AIS. g, 13, ALF. 572. Archivio XXI 17. XXVI 145, Arhiva XXXV 187-190. (*•) ALC. 352, ALF. 273; vedi anche gli indici di II). 1 , II c IX. MATTEO BARTOU 98* 132] (**) Archivio XXI 17 c 42 r specialmrntc H. F. Mullrr, A Chrònologjt of Vulgar Latin, Halle 1929 (nella, collezione Beiheftc, Voi. 78), pp. 74-80. * < . (*•) Archivia. XXi 48 0 156, XXVI 12; cfr. ALF*, 394, I)R. VII 68. (Pop). (**) ALF. 515, Archivia XXI 83, Gioita XXI 131 (Runes), XXII io fc 271 (Krol|), Lèfstcdt 87 « 3 ' 5 - (•*) ALF. 799, ALL. XIII 204 e 205 (Hey), Archivio XXI 83. (*’) Vedi G:\zdaru, op. cit. (nota 75), pag. 57. Sul tipo in a qua e in illa aqua vedi, per es.. Archivio XXI 74 e 75. Nella terz’ultima riga, invece di apa, leggi aprì. Aggiungi Wartburg, Eoolution (citato nella nota 18), pp. 31-3. Non ho potuto studiare le pubblicazioni di G. Guillaume c R. Paul, di cui parla il Grilur nel liullctin del Rossetti I 113-6. C**) Cfr. H. F. Muller, .-I Chronology (citato nella nota 79). pp. 69-74. (**) Cfr. i noti esempi come dare ad manducare, nel Thesaurus I 359 (61-7) c ALMA. V 99 (A. Thomas). (** + ) Cfr. la dissertazione di GUnthcr Scholz, Rumdnisch u. Spanìsch. Line vergleichendc Fcst- stcllung dcr Eigenlumlichkciten beidcr Sprachen, Lipsia 1929. — Sulla norma delle aree late¬ rali vedi ora Archivio XXVI 2-10, XXVII 4 c gli Atti d. Ili Congr., pp. 420 e 423-6. (") Sul rapporto cronologico tra rogare e precare vedi la nota 87 T . Quanto al significato cfr. Lòfstedt, pp. 40 e 41. E la glossa rogane deprecarci nel Glossario di Rcichrnau (cfr. Archivio XXI 6), 718. E anche il Corpus Gloss. VI s. v. rogare. (**) La fase ILUC è anteriore alla fase illac, nel significato di «illic», come UBI è anteriore a unde. nel significato di «ubi»; cfr. Introduzione, pag. 27. E ALF. 741. C 7 ) GrS. IV 143 e 144, VI 79, REW.* 5585. Per minare in altri significati vedi, ALMA. V t 4 t, ID. V 86 (Belli). ( ,,+ ) La fase ROGARE si conserva in aree laterali (Ibcria e Dacia) e precare si vede per contro in arce intermedie (Italia c Gallia). Sulla norma delle aree laterali vedi la nota 84*. (**) NcU’Evangelo di Giovanni, II 10, la Vulgata dice: • tu autem servasti bonum vinutn uscjue adhuc ». F, l’Afra ha invece di questa parola: « in Itane horani *. — Cfr. AIS. 38, ALF. 438, ALC 688. ( ,,+ ) Studiate da G.-G. Nicholson in RLiR. VI 152-172. (*') Archivici XXI 87, Lofstedt 20 (4). (•*) Si notino le glosse laeti... gaudentrs (Corpus Gloss. IV 107, 15) e laetitia gaudiurn (ibid. 359 > >)• Nel Glossario di Reichenau si trova gauiaia laetatis , dunque l’ordine inverso del solito: cfr. Archivio XXI 6. Nella Vulgata (Luca I 44) si legge: • exultavit in gaudio infans in utero tnco»; c nell’Afra: sin laetitia». Cfr. IO. Ili 297 (Gualzata). (*') Cfr. procul longe nel Glossario di Reichenau, lutili procul non longe 965; similmente nel Ciorpus Gloss.; anche lire procul non longe; ne procul ( hiaut longe. (•*) Archivio XXI 74. (’’*) La coppia magis e plih è uno degli esempi tipici che mostrano le differenze tra le scuole dei neogrammatici, dei neolinguisti e dei glottosofi: vedi Krjbcr. XII 118 e 1 tg, Ar¬ chivio XXI 54 (n. 4), Studi albanesi II 23-5 e 36-8 (anche 18 e 29). Cfr. Ernout-Mcillct s. v. magia c REW.* s. v. plus. (•*) La Ladinia spetta per altri rispetti alle arce orientali: cfr. intanto la nota 3. (•*) Sui termini appennirur-balcanica c appenninico vedi Giornale stor. delta letler. Hai. LXIX 392 c 393 c Archivio XXVI 128, nota 2. Nell'ultima riga di quella nota leggi L'Italia dialettale V 131, invece di 3. — Sulla caduta di -s vedi le citazioni della nota 59 e Archivio XXVI 128, n. 6. ("I esattamente: toscano. — Vedi ancora AIS. 53, 649, 712, 733, 825, ALC. 773, ALEIC. 20; ALF. 396 e 301, RLiR. IX 266 c 267 (Bottiglioni). E la Crestomazia del Monaci § 274. ( M ) Krjlter. XI 145. (* 7 ) Nel romeno di Macedonia, oltre alla forma e(a)ste, si odono c si leggono sintu, sdutti, sitilo, .ululo, suntu: vedi Capidan, Ammanii (citato nella nota 20), pp. 484, 488 c 489. [ 33 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA UNO DA NAZIONALE ITALIANA, ECO. 99 (**) teglia aveva sant per «è» e per *(cssil sono* (vedi il mio Daini. Il 220), e Ragusa ri Ir e sani, sunt (ibid. 270). Cfr. anche Dalm. I afta e II 397. (’■ AIS. 38, 668. 714 e 715. — Dalm. I 282 e 283. (“*> Cfr. Archivio IX 94 (D’Ovidio), DR. VI 303 (Pu-cariu), Eniout-Meillet, s. w. -ce, hic, HI ' : GStLi. LXIX 379; Richter. Brilràge I § 48 B; ALF. 704. (i° oi J Vedi specialmente E. Richtcr, Heilràge I § 48. ( 101 ) Vedi Introduzione, pag. 26; RJEYV.* 4129 (2). (los. Vedi specialmente gli studi del Procopovici nella sua RFil. I. pp. 310-324, II 333. Cfr. Meyer-Luebke III 68-71, REW. 4541. (***) ALE. V 20, Densusianu I § 78. Lbfstcdt pp. 123 e 124. (>»«) AIS. 24, ALF. 38 e 572. (* 06 ( Nel versetto 20: • crcidit super coìlum *, con la variante • supra collum *. In molle tra¬ duzioni si legge ni callo, in nessuna sul collo. In questi casi ricorriamo agli atlanti c ad altre fonti: cfr. 11 ). IV 129 (Schiaffimi. Per le forme latine vedi Archivio XXI 11, Ciotta XIX 98 (Prcllwitz). (***) Vedi Introduzione, pp. 29, 45, 73; AIS. 128. Notevole la vòntra in Valle Antrona: vedi N. Nicolet, Der Dialekt des Antronalalcs '(ZRPh., Beiheft LXXIX), § 158. Il romeno ha anche le varianti vintrà e finirà, di cui nel Iìultetin del Rosetd, I 21 e 36 (Byck e Graur). f 10 ";, Come è noto, i tipi pl (e cosi tiL e fu) e cl (e cosi iil) danno /il ( bl e fl ) ’c kj ( gj ) nel romeno e cosi negli elementi romanici dell'albanese. Ora importa rilevare il fatto che queste con¬ dizioni si avvertono anche in testi antichi dell'Italia meridionale e pure in parlate odierne degli Abruzzi. Per i lesti antichi cfr. intanto la Crestomazia del Monaci, §§ 238-248. Quanto ai riflessi abruzzesi vedi il recente studio del Meyer-Luebke su L (citato nella nota 5), pp. 46 e 47: e cfr. GStLi. LXIX 390 (n. 2) e LXXII 163. • (*•’) Cfr. la nota 3. ( ,0 *) Si confrontino le arce della toppia basilica ed ecclesia: questa innovazione è giunta dal Mediterraneo, nell'Albania e anche nella Dalmazia: cfr. l’articolo * Le Tre Basolche di Ra¬ gusa c la coppia basilica ed ecclesia• nel Volume in onore di Milan ReSetar (Zbornik...), Ragusa di Dalmazia 1931. (“i" ('Vedi sopra tutto gli studi della Seifert nella RFE. XVII (1930), pp. 233-276,345-3811 e nell AR. X\ III 121-8 c 391-414. Cfr. Arthioie XXI 31. La coppia Habere e tenére ricorda quella di habena e retinacula (ibid. 81). • (!»•), Vedi H. F. Muller, A Chronology (citato nella nota 79), pag. 93. ( ,0,t ) Nei Miniti convenzionali adottati dal Thésaurits. Cfr. VVartburg, Evolutian (citato nella n. 18)', pp. 55-7 e ZRPh. LIV 673 (Friedwagner). ( ll °) Vedi Arfhivio XXI 84 e 90-2. ’ • . , ( ll0+ ) Su cotesto se (darselo, spagli, ani. dargelo) vedi le indagini del Cucrvo, citate dal Doureiez, EUmenls de linguistique romane, 2 éd.' refondue et coiuplétée, Parigi 1923, § 371 ; cfr. GGr. a I. pag. 910, ( ,u ) Cfr. Battisti, Po fiali e.Lingue, pp. 109 e no.' ( ll N Vedi ora le ricerche di C. C. Rice, citale in Romania LVI 1 I 618; cfr. ALF. 1061. . (“*) Sui vari significali di infantai cfr. ALL. VII 97-102 (Funck) e ZRPh. LIII 294 (Spitzer). ( ,I4 ). Il rapi*irto fra (la) /tari e partir è simile a quello fra e(f) e abrille, in quanto pari ed e hanno minor corpo che partic c aheille, e sono • infirmati » da vari omonimi, come (le) pari. Su alieille è superfluo ricordare le pagine che vi ha dedicate lo Gilliéron, e sarà utile rimandare piuttosto a ciò che il Terracini ha scritto r\c\VArchivio XX 151-163, intorno a quell'opera e ad altre di Lui. ' (»'») Cfr. ALC. 109.' ( 1I4 ) Si tratta del versetto, 20, dove leggiamo: * accurrens ccridit super collum cius». Masi vedano piuttosto le risposto ai questionari degli atlanti : ALEIC. 375-7, 379-381, ALF. 1911 c 1912. (**’) Vedi VVartburg III 297 c cfr. 331 (a proposito di extra). • (»•) AIS. 708, ALEIC. 119, ALF. 120. (tu*) Vedi le indagini molto meritorie di IL Rhcinfclder (citate dal Mcycr-Lubke, RF.YV.*, s. v.), pp., 76 c 77. fOtì MATTEO BARTCJM (34) ( ,w ) ALF. 4 g. ( ut ) ALEIC. 201, ALF. 1318. l 1 * 1 ) Pii! esattamente rd-, il quale 0 rappresenta un • e indistinta» c labializzata. (***) Cfr. ALC. 104. ALEIC. 345. ALF. 28 e 29, AStNSpr. 163. pag. 312 < Dauzat e Rohlfs). REW.* 120 1 (sub. 412), RLiR. Vili 331-354 (Markun). ( IS> ) Vedi Edward Schlatter « The developmcnt of thè vowel of thè unaccented initiai svllabe in Italiani, nelle Transaclitms dell'Accademia di Wisconsin, XVII (1913): c Meyer-Luebke nella ZRPIi. LV 293-307. (“*) Vedi AIS. 13, ALF. 1826. ( m ) Vedi ora DR. VII 478 noia (Pu-carìu). RLiR. IX 271 (Bottiglioni 1 sf cfr. Dalm. I 289. E ALF. 276. ( m ’ Cfr. per es. il tipo pupi, moro de la fame, nella rivista Afiulia 1913, pp. 29-35. •Similmente in diverse altre regioni dell'Italia meridionale (Calabrie. Abruzzi. Sardegna), in quasi tutta 1 Italia settentrionale e nella Ladinia transalpina. ( ,,T ) na ultimo in DR. V 477 (Dai covici) e GrS. IN' 87 (T.Pa pahagi). ( 188 ! La Parabola ci dà alcuni esempi di a davanti a nasale : rom. fidile 0 pane » c móna « mano > : vedi le recenti indagini di E. Petrovici c I. D. Tic&loiu, delle quali parla il Rosetti nel suo Bul- lelin, I 1 16-121. — Poi -L- in r: cer «cielo, vreà « vole(v)a » (cfr. ID. VI 237). Inoltre d e r davanti i : zi • di ». zise « disse », auzì • udì », ed/i • quanti », ili « ti ». (“’) RFil. I 38 (Skok); cfr. AIS. 163, ALF. 1012. ( 130 ) Vedi specialmente gli studi drl Sandfeld e cfr. Tagliavini nella rivista Sludi rum. Ili 151. ( ,s, ì AIS. 733, ALF. 38, 1388. 1389. GrS. IV 90 (T. Papahagi). ("*) AIS. 118, ALC. 516, ALF. 328. (>**) ALC. 641. ( m ) AIS. 51, ALF. 722, REW.* 4G42. ('*•) ALF. 1144-6, Archivio XXI 17. ('“) Vedi per es. ID. II 42 e 43 (Toppino), IV 148 e 187 (Malagoli). [ 1J7 I Vedi sopra tutto gli studi del Fouché in RLR. LXIII 215-246 e di E. Riclitcr, Beilràge I §■§ ito e 146. Inoltre gli Alti del III Congr. pp. 179-181 (Burger, Jurct, Roqucs, Wecrcnbeck); cfr. Unii . pag. 423 (nota); anche L'Allude fihilol. VI 204. (***' Cfr. AIS. 309, ALF. 212. (****) Gftzdaru. op. cit. (nota 75), § 24. {’*" ALL. II 41 (Geyer) c Archivio XXI 16. — Cfr. ALF. 761. (***’’) Nel Thesaurus mancano esempi sicuri di lat. diunium col significato di « giorno». Clr. REW. 2700, Wartburg III 105. (***) Archivio XX 135, XX\’ 186 (nota), XXVI 30; Aihiva XXX 3 30 e 31 (lordali); Battisti, Popoli e lingue 132-5; Richtcr, Beilràge I §§ 5, 94, 106, 108 c specialmente 118-124. f 1 * 1 ) Sulle reliquie di -t nello spagnuolo antico vedi le belle pagine del Menéndez Pidal in RFE. XX 347-352. (“*) O «restaurata», dalla finale di suoi: DR. VII 360 (Petrovici e Skok). Cfr. ALC. 773, ALF. 500, RLR. LXV 328 (Griera e Dauzat), RLiR IX 265 (Bottiglioni). ('**) Cfr. Introduzione, pag. 72. Sono particolarmente grato al doti. U. Knociit. che ha compulsato per me parecchi scaffali del Thesaurus. Ringrazio anche l'eminente direttore della redazione del Thesaurus, il prof. J. B. Hofmann, che ha informato e diretto il doti. Knocht in quelle faticose indagini. — Cfr. A. Graur • Mots reconstruits et mots attestici», nel Bullelin del Ro- selti, II 11-20; Emèrita II 378 (CI. Zeppa de Nolva). E anche Krjber. XII 131; Introduzione, Pag- 99 - ( 144 ) Cfr- Introduzione, pp. 24 e to8; Bourciez, ÉUments de linguist. romA § 233; Liifstcdt, pag. 146 (nota 3) c Wartburg III 246 c 17. ( m ) Sono attestati, con significati più o meno sicuri, salire per «ire* c exsillre per «exire»; vedi Lòfstcdt, pag. 268. E REW.* 7540. [ 35 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA UN QUA NAZIONALE ITALIANA. ECO. (>••! AIS. 128, ALEIC. 289. — Si confronti ancora GrS. V 15C (Dcnsusianu), RI.iK IX 0 r, e 97 (Pop). C* 7 ) Gialla XX 160 (Althcim). ( M,) AIS ; 9 ’ ALF 573 . Archivio XXI, 33, RLiR. IX 307 (Tagliavini), Wartburg III 520 . f 14 *) Vrdi Io studio di A. Schiaffila in ID. V 1-31. (“”) Archivio XXI 13, ID. Il 294 e 295 (Gamillscheg c Merlo), RLiR. VI 172-182 (Ni. cholson). * ( ul ) DR. VII 477, nota (Tujcariu) e Wartburg HI 407 e 408. ( ,5I+ ) AIS. 148. Cfr. Bollettino dell'Atlante, I tu. (“*) Arhiva XXXV 186 e 187 (I. Iordan) c Krjbcr. XI ita. (’“*) Vedi ora l’articolo di G. Bottiglioni «Particolarità sintattiche dei dialetti corsi » nella rivista Corsica amica e moderna, Anno I (1932). E Arhiva XXXV 183 e 184 (I. Iordan). - Sul romeno vv 8lÌ S ‘ ud! dd Pu,cariu e del Tagliavini, del Dcnsusianu e dello Spitzer. citati nell’Archivio 7 .SS A,"; J dr -.° ra Rm ' ,a Ù,0Hca Vo1 ’ IV ['934)1 pp. 6.-3 ( Puscariu c Rosetti). 1 1 Alfredo Schiaffim, Tradizione e poesia nella prosa d’arie italiana dalla latinità medievale a ■ Boccacc>n - Genova 1934, pag. 195, dice: . Le fasi antiche del francese e del portoghese in cui spesseggia ... maniera par.icolare la disposizione (che giudichiamo antica) soggetto-oggetto-verbo non trovano certo esatto riscontro nell’italiano antico, il quale rappresenta meglio il comune statò linguistico romanzo.. In altri termini: l’italiano, e particolarmente l’ilaliano amico, rappre¬ senta più fedelmente la fase romana che non la rappresentino il francese e il portoghese. *- Ma, a proposi lo della disposizione «verbo e soggetto*, non consento con ciò che lo SchiafTìni dice, a patf. 139» di apfnirve prima la gloriosa danna. ( lj4 i \edi Archivio XX\ I 3(1 e 37 (n. 215) e ora specialmente Devoto «Contributo alla icona del sostrato osco-umbro», nella RLiR IX (19331, pp. 229-245. (■“) Vedi lo studio di E. H. Slurtevant « Inllucnce of Greek on Yulgar Latin, e la critica el Nehring in (.lolla XVI 233 e 234. Inoltre gli studi recenti di cui informa il Marouzeau, L’Année p nlologique \ Il 194 (Gonralves) e 203 (Friedmann). Inoltre Archivio XXVI 33 (n. 196), RLiR. IX 234 (Devoto e Pasquali); 256 (Rollili), 283 (Wagner). ( ,4 *) Archivio XXVI 127. (“Ì Sulle altre norme areuli vedi le recenti informazioni in Alti III Congr., no. 410-22H ('") Cfr. Archivio XXI 93 (nota 14). (“ ,+) U l, ' niziom ' delle sortlr intersonantiche (§ 6, II) è irradiala dalla Gallia transalpina come si può arguire dalla cronologia dei lesti (cfr. ora E. Richter. Beitrdge I, §§ 118-124) e dalli geografia delle aree: vedi la noia .40 e Studi alba,,. II 26 c 27. Perciò quella lenizione non si può staccare dalla lenizione celtica, cioè si deve studiare con questa: vedi Introduzione , pag. 90. I 164 ( Ir. Studi albanesi II 18. Sui calchi vedi ora la comunicazione del Dcanovic’ \R XVII (1933). ( ,M ) Sugli elementi franchi nel francese vedi specialmente Wartburg. Évolulion, pp. 48-50 - E vedi gli studi citati r vagliati in RLiR. Il 25-98, IX 288-303 e ID. IV 226 (n. 3). Sulla Ilo- mania germanica del Gamillscheg vedi la sua auloretensione nella ZFSL. LIX (1935). (>*>) Vedi ora A . Steiger . Comribución d la fonètica del hispano-àrabe y de los arabismo, en el ibero-rominico y el siciliano», nell’un XVII della REE. (,932). Cfr. AStNSpr. .64. pag. 3,6 (Rohlfs); c ihid. 163, pag. 159. ( 14S i Sugli clementi slavi del romeno sono da ricordare le indagini molto insistenti di Ilic Barbulescu ; ma cfr. Tagliavini nella rivista Studi rumeni IV 191-4. E lo studio fondamentale di Ih. Capidan, Eltmcnlul slav in dialectul aromón . Bucarest 1925. ( ,4 \) Cfr. intanto la comunicazione «Fatti caratteristici della romanità della Penisola ibe¬ rica., negli Atti del I Congresso Nazionale di studi romani, Roma 1928, pp. 391-5. |> cr il ro¬ meno: «La spiccata individualità della lingua romena» nella rivista Studi rimimi. Voi. I (1927) pp. 20-34: Marius \ alkhoff, Lal\jn, Romaans, /tormenti, Amsterdam 1932; Mcycr-Lurbke, « Rumà- nisch und Rimaniseli», in Memori ile dell’Accademia romena, 1930, e go-lL. .1. 1 Pu.cariu, con lo 102 MATTEO SARTO!.! [ 36 ] stasso titolo, « Rumin. u. Roman.*, nell’AStNSpr. 1C4, pp. 209-22. In ambedue quei discorsi ge¬ melli si trascura il fatto elle è messo in rilievo nel § 6 di questo saggio. Ma ciò non toglie nulla, s’intende, alla mia venerazione per quel mio maestro insigne c alla tnia stima per quel mio valo¬ roso condiscepolo. — Per il francese, oltre al breve cenno negli Studi rumeni I 34, vedi il vo¬ lume citato del Wartburg. Évohition, pp. 227-230. (*“) Sugli elementi gallici del francese vedi specialmente Wartburg. lìvolution, pp. 15-21 c gli studi da lui citati di J. Jud, E. Kleinhans e H. Pedersen. Vedi le recenti informazioni bibliografiche neWArchivió XXVII 11 c 12, dove sono da rilevare le comunicazioni di G. Devoto, L. Gòbi, Q. Merlo, G. Millardct, G. Rohlfs e M. L. Wagner, nella RLiR. IX 176-382; cfr. Mac- carrone ibid. VI 26. Vedi anche AStNSpr. 161, pag. 314 e 319 (Bertoldi e Rohlfs); c gli studi del Meyer-Lùbkc citati nella nota 5. ("») I termini substrato e sufrerstrato sono certamente meno armoniosi che « sostrato* c • sopra¬ strato », ma io preferisco i primi due perché sono più facilmente intelligibili, di qua e di là dalle Alpi, e anche perché PAscoli stesso, che ha creato si può dire la dottrina dei substrati, diceva più spesso substrati che * sostrati ». — Ma lasciamo queste c altre qucstioncclle simili (cfr. Archivio XXVI 32, n. 189), e badiamo a questioni più sostanziali. Importa rilevare il fatto che l’Ascoli non aveva dimenticato i superstrati, né gli adstrati (cfr. Marius ValkhofT, op. cit. nella nota 163) : vedi Archivio XXII 129 (n. iti); cfr. XXI 90-2. Vedi ancora, per età più recenti, RLiR. IX 374 (Migliorini) e la nota 160. (■••) L’innovazione del tipo contado è sorta in età romana, ma non a Roma, né in altra arca dell'Italia centrale e meridionale: vedi la nota 158*. ( ,,T ) Le fasi cario e cantatutn sono alla loro volta posteriori alle fasi cano e cantum. («••) Vedi Studi albanesi II 19 e Archino XXVI 127. (**•) Più tardi (cfr. Wartburg, Évolution, pag. 51), per es. qui a Torino e anche a Parigi, si è giunti alle fasi contado, sede c pure a rodela ♦ rotella », onde poi a Torino cantò c a Parigi elianti, e cosi seti e uff (soi f ), mela e unitile. Ebbene, si può dire che un giorno a Torino e a Parigi si è parlato una specie di veneto ! Questo non è un paradosso: è una verità che si deve tener presente (piando si studiano i testi medievali dcllTtalia settentrionale, c se ne parlerà un’altra volta.’ (Per un’ovvia ragione tipografica mi contento d’indicare la lunghezza delle vocali stampate • in corsivo : per cs., grrmdnus, ma fratf.r, con I’a lunga. Non dimentico che le fasi come’ germtlnus sono di età romana (§ 1) c che proprio in quell’età la quantità latina cominciò ad alterarsi: cfr. ora E. Richtcr, Beitràge I §§ 21 e 74). [ 37 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINCEA NAZIONALE ITALIANA, Eri. I03 La composizione tipografica delle pagine che precedono è stata com¬ piuta un anno fa. Dopo tale ritardo, indipendente dalla mia volontà, trovo da fare le aggiunte che seguono. Ad § 1 . — Le ampie aree dialettali, a cui si accenna nella nota 24, si vedono, oltre che nelle versioni dialettali della Parabola, anche c sopra tutto negli atlanti linguistici: cfr. le note 1 e 9. A questi ho rimandato di volta in volta, per ciascuna delle parole c forme che hanno le aree più ampie. Mi sarebbe stato molto facile menzionare le numerose varianti dialettali, ricopiandole dagli atlanti e dalle versioni della Parabola. E in loro vece mi sono limitato a citare le corrispondenti voci tipiche, quali si trovano nelle lingue lette¬ rarie. Questo può sembrare un procedimento meno « scientifico » che quello di registrare tutte quante le varianti dialettali, ma esso significa piuttosto sobrietà e maggior chiarezza. Si confronti ciò che Jacob Jud consiglia ragionevolmente nella rivista Vox romanica, Anno I (1936), pag. 155. Anche quanto alle voci e forme delle lingue letterarie mi sono imposto un limite: ho menzionato soltanto le parole e forme che hanno le aree più ampie. Per es., dei riflessi di lat. interrogare e quaerere ho ricordato a suo luogo (§ 1 III) soltanto il romeno intreba(re) c l’italiano chiedere ; e dell'innovazione romanza * demandare (§ 4 II, non attestata nel significato di «interrogare»), solo il francese demander\ c di percontàre (§ 7), solo lo spagnuolo preguntar. Mi sono contentato di queste poche voci tipiche, perché l’area del rom. intre- ba(re) è molto più ampia che le aree delle reliquie di interrogare nelle Gallie e nell’Ibcria, c così l’it. chiedere è molto più diffuso che le reliquie di quae¬ rere nelle Gallie, e il frane, demander molto più che l’it. domandare. Senonché, in tal modo e con cotesti limiti, gli esempi menzionati in queste pagine — e similmente quelli raccolti nella comunicazione sul dal¬ matico, sul sardo c sul ladino all’ultimo Congresso di studi romani — pos¬ sono sembrare troppo scarsi, in rapporto all’« importanza delle conclusioni », come mi hanno osservato due amici, concordemente e francamente. Ma in realtà non si tratta di esempi, né scarsi né abbondanti ; non si tratta di escrqpi scelti, più o meno arbitrariamente : si tratta di raccolte complete, o che vogliono essere tali, nei limiti del possibile. Dico: nei limiti del possibile. Più precisamente, in questo lavoro (cfr. Ar¬ chivio XXVII 207, n. 34) mi sono limitato ai concetti che ricorrono nella Parabola del Figliuol Prodigo c ad un tempo negli atlanti linguistici. Le versioni dialettali della Parabola hanno il difetto che ho notato (pag. 71) e altri ancora, ma sono di gran lunga preferibili, nel caso nostro, alle altre versioni dialettali, per cs. a quelle della nota novella del Decameron, rac¬ colte da Giov. Papanti, e anche a quelle del « Miracolo delle noci », pubbli- i«4 MATTEO UARTOLI t3»J cate da Ciro Trabalza. Sono di gran lunga preferibili, e per due ragioni. L’una è che la Novella e il Miracolo sono stati tradotti quasi soltanto in dialetti italiani, c per contro la Parabola anche in numerosissimi altri lin¬ guaggi del mondo neolatino e in altri ancora: cfr. le nn. 11-6. L’altra ragione è che la Parabola supera, per la qualità e la quantità delle voci c forme che vi ricorrono, c la Novella e il Miracolo, e altri testi tradotti nei dialetti. Nella Parabola ricorrono, per es., nomi di parentela {pater, patris, patri , patrem e pater vocat. ; filius, frater), di parti del corpo ( collutti , manum, pedes, ventrem ), di animali ( haedum, porci -os, vitulum ), qualche numerale {unum, duos), molti e diversi pronomi (vedi pag. 70) e altri concetti, che importano molto nel caso nostro e mancano interamente o quasi in quei testi. § 2. — Le reliquie di fasi antiche latine tipo inciperf. — cioè fasi ante¬ riori alle innovazioni attestate in latino (tipo corrispondente initiàre) — sono più abbondanti nella Dacia che nelle tre altre regioni dell’Europa neolatina. Questo fatto si intrawede nel § 2 ed è stato dimostrato a suo luogo: Studi rumeni 1 22-7 c Archivio XXI 72-9; cfr. XXVII ito, a proposito dcl- l'Ibcria, che c meno conservativa, per questo rispetto. L’egregio collega Rosetti (vedi raggiunta alla nota 12) mi comunica cortesemente che nel romeno c frequente il modo erà mori (§ 2 IV’ 1 ). Nelle versioni dialettali ro¬ mene trovo ambedue i modi : mori erà c anche l’innovazione erà mori. Non è possibile decidere con sicurezza quale dei due modi predomini, ma ciò non importa al caso nostro: importa piuttosto constatare che in questa c nelle altre coppie menzionate nel § 2 (IV) l'innovazione è molto più rara nella Dacia che in ciascuna di quelle tre altre regioni. § 3 c cfr. § 6. — Il contrasto fra i linguaggi neolatini dell’Occidente pireneo-alpino da una parte e quelli dell’Oriente appennino-balcanico dall’altra fu studiato più volte: vedi Archivio XXVI 128, nota 2; M. L. Wagner nc\VArchivio storico sardo 1907, pp. 375 e 376; I. Siadbei «Le latin dans l’Empire d’Oricnt », ncWArhiva XXXIX (1932), pp. 6-20; ma sopra tutto W. v. Wartburg, nello studio « Die Ausglicdcrung der romanischen Sprach- ràume », che è uscito ora nella gjeitschr. da lui diretta, Voi. LVI (1936), pp. i-jS, con sette cartine. Vedi anche la nota 163. § 4. — Si badi che la fase lat. respondere si conserva anche in dialetti delle Spagne, accanto a contestar. Similmente la fase latina et si conserva in dialetti romeni, re- in dialetti italiani, quanti in provenzale. L'innova¬ zione si c sorta nel romeno, non nel « latino volgare » della Dacia, c così le innovazioni ri-, combien, contestar sono sorte nell’italiano, nel francese, nello spagnuolo: l’ipotesi che siano esistite in latino le fasi *sic col signifi- [ 39 ] CARATTERI FONDAMENTALI DELLA LINCILA NAZIONALE ITALIANA, ECC. ,0 5 Reato di « et », * quomodo bene per « quanti », * contestare per « rispondere » è infondata. E nulla ci autorizza a credere che l’it. ri- continui senza inter¬ ruzione il ri- che è più o meno saldamente documentato nel latino. Insomma, le innovazioni si, ri-, combien e contestar, c così le altre innovazioni raccolte nei §§ 4-6, sono di età che si può dire romanza. Alla nota 19. — Il valoroso c caro amico Th. Capiclan mi ha poi favorito un'ottima versione della Parabola nel romeno di Macedonia. Inoltre il Gapidan, l'egregio collega Al. Rosetti e il dott. Th. Onciulencu hanno cortesemente riveduto tutta la parte romena di queste pagine, c non si sono limitati a correggervi le inconseguenze ortografiche (fra a e f c sim.) : vedi le aggiunte al § 4 e alle note 164 e 165. 15. — Dei recenti studi sul latino cristiano, promossi dallo Schrijnen c dalla sua scuola molto meritoria, si riparlerà debitamente a suo luogo. 16. — Vedi anche, a proposito dcìV Atlante linguistico romeno, le importanti notizie di Sevcr Pop in OR. VII 59-61. 97. — Aggiungi Romania 1.1 X 468 e 469 (Roques). 39. — Archivio XXI 99. 41. — AR. XIX 8 (M. L. Wagner). 49. — VKR. VI 3 (Wagner). 58*. — Archivio XXIII 670, n. 17 (Terracini). 109*. — Su quei supposti « confini » cronologici (cioè fra Ialino e neolatino !) vedi ora Ar¬ chivio XXVII 98. 114. — Sull’o monimia vedi ciò che dice il Wartburg, Évolution, pag. 914, c gli studi da lui citati dello Cìilliéron e del Roques, e quelli dello Skok nella rivista Casoftis ftro moderni Jilologii, XII-XVI (1996-30). 140. — Sulla lenizionc delle sorde intersonantiche, anche Archivio XXVII 106 (n. 40). 160. — La Romania germanica del Gamillscheg è studiata anche da Wilhelm Bruckner, in Vox romanica I (1936), pp. 134-6. 161. — VKR. VI 989-994 (Wagner). 169. — Archivio XXVII 105. 164 e 165. — Sulle varie questioni dei s u b s t r a t i vedi ancora le citazioni, fico c cantra, ncl- VArchivio XXVII 104 (n. 96), OR. VII 317 e 318 (Capidan e Procopovici) c specialmente le in¬ dagini dell'insigne e venerando Maestro Meyer-Luebke nclIMrc/u» di Brandi e Rohlfs, Voi. 166, pp. 50-68. — Il valoroso amico Capidan mi osserva giustamente che alcune poche fra le innova¬ zioni di età romanza (§§ 4-6) possono rimontare, in ultima analisi, anche a substrati: cfr. Archivio XXVII 100 c 104 (n. 27). io6 MATTEO B ARTO LI [40] INDICE DELLE VOCI E FORME MENZIONATE PIÙ DI FREQUENTE ad § 5 II, ad mi c ad illuni § 2 iv 1 , ad coniare § 2 IV* audire § 2 n, § 3 ni, § 4 11 -b- § 1 in*. § 5 1, § 9 colligere § I III*, § 4 1 c u, § 3 l cum § 1 li, § 2 I, § 9 de illuni § 2 IV, de servai § 4 IV, de fnsl § 2 n dlcere § 4 iv, dixit § 1 ni*, § 2 11 dies § 6 1, dies ille e dies illa § 1 iv, § 9 e breve tonico § 5 1, -e § 5» § ® n -ibat § I III*, § 5 ». § 7 . § 9 ecce -um § 1 ni, § 2 IV 1 , § 3 ", § 5 1 esse § 2 rv*, § 7, sum § 6 it, est § 3 n, sani § 3 n, eroi § 6 li et § 2 iv, § 4 iv, § 9 Jìlius § 1 1, § 4 11 e iv, § 7 hic § 2 iv 1 , § 3 11, hoc § 2 11 i breve in e chiuso § 2 n e ni, § 9 ille -a § I in, § 2 111 e iv*, § 3 II, iU(u)i c ad illum § 2 rv 1 , § 4 1. iUis c -orum §61, vidi! -illum (enclit.) § 2 1 interrogare § 1 ili 1 , § 4 I e n, § 7 longe § 3 1, § 4 IV, § 7 -m § 2 11, § 8, § 9 mi § 5 1, § 7, mecum § 2 1, mihi § 2 iv, r 6 11 incus § 2 IV 1 , § 3 11 e ili, meum § 2 lì, § 8, nàta § 3 111 non § 2 1, § 4 11, § 5 1 occideie § 1 in*, § 4 1, § 5 1 quaerere § 1 in 1 , § 5, § 7 quanti -or § 2 II, § 4 H, § 9 rtsfmndire § 4 I e ni, § 9 saturare c saluti- § 3 I, § 4 *> § ® 11 sempre § 4 n e iv, § 5 I -t- e -tr- § 6 n, § 9, -I § 2 11 velie § 7, cantare volo § 1 iv, § 4 iv, nolibat § 2 1 venter § 3 n, § 5 1, § 7 titillili -ellus § 2 I, § 4 1. § 6 n. • t »'.H > 1 «v
Tuesday, June 24, 2025
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