COMPENDIO DELLA GRAMMATICA GENERALE FILOSOFICA... Francesco Corradini Digitized by Google < COMPENDIO l'I DELLA GRAMMATICA GENERALE FILOSOFICA REDATTO DALLAS. FRANCESCO CORRADINI PADOVA COI TIPI DEL SEMINARIO 1852 Digitized by Google JVB. Gli Autori, dei quali specialmente mi sono giovato alla redasione di questo Compendio, furono : Francisci Sanctii Miner- va. — I. L. Bumotif, Méthode pour étudier la langue grecque, Métbode pour étudier la langue latine. — J. H. R. Prompaault, Gnmnaire vaìaonnée de la kngoe'latniB. « Ad. Aéfniar» Le jardÌD de racines grecques etc. — Gaspare Selvaggi, Grammatìea generale filosofica. "B sigari di Porto-reale. — Baausée, Gramm. Gai. — CÀi eitìcoii rdatÌTi deU*£BiBGlopedia franeeee. Unfeni^ nittm. I4 ffodie iffjliiiaifflnì jg», «fpoilune lalfolta oone eenipn ad illiiainn» li eoo fatte alle lipgw tìewidie ^tea • latina. Digitized by Google INTRODUZIONE ALLA GRAMMATICA GENERALE FILOSOFICA J. I. Sua definizione, possibilità^ oggetto j /ine ^ utilità. i.° Ljb grammatica generale filosofica è T esposizione e lo sviluppo delle leggi universali del linguaggio articolato, ossia la scienza delle forme integrali di ogni lingua. a.** La sua possibilità si deduce dal fatto, che tutte le lingue, senza al- cuna eccezione, possono voltarsi le une nelle altre, alle volte anche lette- ralmente. Questo fatto è innegabile, c una verità che ne suppone delle al- tre: a) ì grandi complessi di parole chiamali lingue devono essere composti di elementi della stessa natura, quantunque variamente modificati ; b) que- sta uniformità di elementi suppone negli uomini uniformità di bisogni, di relazioni, di pensieri, di affezioni, di appetiti; e per conseguenza uniformità di organi e di facoltà intellettuali, sensitive e appetitive, nonché uniformità di circostanze o condizioni, per le quali passarono, passano e passeranno gli uomini nella vita fisica, intellettuale e morale; in breve unità di natura nella specie umana. Dunque in tutte le lingue vi sono di fatto modi unifor- mi a manifestare esternamente i pensieri ; dunque un sistema di le^gi uni- versali applicabili a tutte le lingue, cioè una grammatica generale filosofica è possibile. 3. " L'oggetto di essa è la lingua, ossia l'orazione, il discorso, in ciuanto è manifestazion dei pensieri in parole; perciò essa è appoggiata alla logica pura ed è una parte della logica applicata. 4. ° Il fine di essa à la maggior possibile perfezione della facoltà intel- lettuale in ciò che risguarda la lingua ossia la manifestazion dei pensieri con parole. 5. " Quindi la sua utilità', soprattutto a) pcrcUè è un pratico esercìzio di logica; perchè addestra a rettamente b) manifestare con parole i pensieri; c) formare e giudicare le grammatiche particolari ; d) imparare ogni lin- gua; e) giudicar puranche le anomalie di ogni lingua e scrittore. §. a. Sue parti. La lingua, ossia l'orazione, il discorso consta di parole. In ogni parola si devono considerare due elementi : il materiale che consiste nei suoni e nel vario loro aggrupparsi; e il rappresentativo che consiste nella intui- zione o nozione o idea significata dai suoni stessi. Nella parola mater 1 suoni m, a, < ec, le due sillabe ma e /er, l'accento suU'a ec. sono l'elemento materiale ; la nozione di madre è l'elemento rappresentativo. Perciò la grammatica generale filosofica si aividc in due parli ; la prima che tratta dell'elemento materiale delle parole, la seconda che tratta del loto elemento rappresentativo. > Digitized by Google PARTE I. tWLL* BLIMBITO PATBAIALB DILLft WàWOUL (. S. Piranlt cm Mtatei ^tMt9.énuiiU, L'elemento materiale delle parol.e ($. a.) abbraccia i.^ i suoni, cio^ a) vocali e ò) coosoDanti ; a.^ il vario loro aggrupDamcDto o congiuogi- meoto, doé e) le tilUbe e d) le parole; 3.^ le tnornm^oni èlM mbiieoiio per quello oongiangimento, cioè é) raccento e /) la quantità* §, 4* i"** tMoni € loro dwiàom» Quando il fiato movendo dai polmoni esce a semplice respiro, non prò* duce alcun suono determioato, articolato. Ad ottener ciò è mestieri eh* esso van^ eoBTenieiitaBenta aaodificato dalla parti dèli* organo focaia. Quella parti che direttamente e attivamente contriboiicooo alla aiprcttiona dai moni sono la labbra, la lingua, i denti a il palalo. Finché non si ha che la sola emissìon della voce con un'apertura di boc- ca differentemente graduata, si han a) le vocali: quando invece Temission della voce è interrotta dal vario gioco delle labbra, della lingua, dei denti a del palato, si hanno 6) le coitxoiianti. Questa distinzione dei suoni ò ap- poggiata alla aalara dalrorgano mala. §. S. a) Fcoalif iMHimfi a oqnrete. 1." Le vocali (^wyfisrra, vocales) son cinque: a, a se la bocca si apre tutta verticalmente; e, 0 ae un po' chiudendosi allargasi orizzontalmente ; ^ s aa a nea i p j ii ilnlhhiiiM aiieiiiiitiliiilii leggenaanta-la aiaiaallei o la ugualmente rinchindandoii li afiolondi$ l^ a la piè il rinterri a,airatandi allungando le labbra. K facile il vedere che la bocca si chiude gradualmente passando dalKa alTe c dallV airiy ch'essa si chiude ognor più arrotondando e allungando le labbra per passare alPo e all'u; di maniera che le cinque vocali, nell'or- dine laespoito, formano una fi|p^e di gamma eufonico cominciando dall*a nel anano il pià aparto a unniaando oall*n nel anono il più malto» can- giando però, par eoA dlra^ d*iilnnnantasiona nal paanggio dalla ird priaM alle due ultime. * * a.'' Le vocali cosi considerate si chiamano naturalif perchè pronunciate senza sforzo alcuno colla semplice emission della voce sotto una convenien- te apertura della bocca. Dicoosi invece aspirate, quando la loro pronunzia- siona è acoompagnau da nno dono dalla foce che le fa nicira con «ugw gior finica dalla gola. L'aspirasiona oriynari aa w nla fii carnata dalla rideaza degli organi e soprattutto dall'inpalo dell'afiallo i in leanito In sanzionata dalPuso. L'aspirazione può accompagnare qualunque delle vo- cali: ayioQy halo; exaaro?, herus^ (cpo^t nihìl^ o^o{, honos; u5wp humus (Tu iniziale in greco ò sempre aspirato). Segni dell'aspirazione furono presso i Greci anticamente poi (') e il digamma eolico presso i Latini Vìu f . 6. h) (^momomtà, i.° Se la emission della voce ò interrotta dal vario gioco delle labbra, della lingua, dei denti e del palato, si hanno le eonsonanii ($. 4*)> ^ 4 Digitized by Google i 5 lerrompendosi Teniission della voce non 8Ì può aver suono-, dunque tulle le consonanti hanno bisogno di una vocale a cui appoggiarsi, insieme con cui render suono, donde il loro nome {a^y.ptùvay consonantes). a. Se la emission della voce è interrotta dal vario gioco delle labbra, risultano le labiali ir, f*, 6, p, m,- se dal vario gioco della lingua coi denti, risultano le linguo- dentali t, v, c/, t, n; se finalmente dal vario gioco delia lingua col palato, risultano le linguo-palataìi y, )c, \, p, a, c, /, r, s. Sono queste le undici consonanti primitive ; delle quali 4 6Ì dissero liquide per la notevole loro scorrevolezza X, /a, v, p, l, m, n, r; T altra fu detta sibilan- te a; 5° Anche le consonanti possono essere, al pari delle vocali, accompa- gnate dalla aspirazione ($. 5. n. 2."): aspirando le labiali si ottiene ^,ph. fi V y aspirando le linguo-dentali th^ aspirando le linguo>paIataU eh. Delle liquide il p iniziale ed il secondo p in mezzo a parola è sempre aspi- rato; le altre, compresa la sibilante, non soffrono aspirazione. 4. ° Le lettere chiamate dai grammatici doppie non sono che abbrevia- zioni di scrittura, non già suoni primitivi; abbreviazioni che si devouc sempre analizzare (4»spf, ire; isYS, T€: X:^cStgS3 z è let- tera greca). 5. ^ Il conoscere la natura e rondine delle consonanti è utilissimo in ogni lingua, per non dire ch'é il fondamento di ogni grammatica; perchè da ciò dipende la loro afGnità o ripulsione, mutazione o assimilazione, slm- })atia o antipatia, compensazione ec. ; in breve da ciò tutte le le^gi della eu- bnia. Cosi p. es. nel latino e specialmente nel greco Tarmonia od eufonia il supremo princìpio grammaticale in ciò che risguarda le forme. §, 7. 2° Aggruppamento dei suoni e sua d'utinzione. O 81 aggruppano insieme vocali con vocali, vocali con consonanti, pro- nunziandole sempre con una sola emissione di fiato; e si hanno c) le silla- be: oppure si aggruppano vocali con vocali, vocali con consonanti , pro- nunziandole con più emissioni di fiato; e si hanno d) le parole. $. 8. c) Sillabe. 1." La sillaba (ouv e Xa/A^avco, ant. Xo/So) prendere insieme) è un grup- po d^ vocali e di consonanti variamente combinate che si proferiscono eoe una sola emissione di fiato. S*è un gruppo di più vocali dicesi propriamente dittongo i se di vocali e consonanti dicesi particolarmente sillaba. " Uni sola vocale non (a dunque sillaba? Le sillabe di una sola vocale sono im- propriamente chiamate sillabe, come impropriamente l'unità vien chiamati numero, per estensione di significato. a.° Il dittongo (St^^OYYo;, da ^ii e (p^òyfot; due suoni) è la riunione di due vocali proferite con una sola emissione di voce. La prima di queste vo cali dicesi prepositiva y la seconda soggiuntiva. — I dittonghi sono di du( maniere: o per crasi (mescolanza), quando le due vocali si combinano, pei cosi dire, chimicamente di modo che ne risulta un terzo suono diverso da due componenti, benché alfine; p. es. Moùoa, Atvetas, 4>ol^oc, Aetna^ poe na: o per sineresi (aggruppamento), «quando pronunziandosi si sentono di stintamente le due vocali, p. es. auTo's, euyevTjg, Aurora^ Eurus. In queste secondo caso però Tuna delle due vocali (ora la prepositiva, ora la soggiun tiva) oscura sempre Taltra: da ciò in seguito i dittonghi improprii (0,17, w] Paholizion dei dittonghi {core in italiano per cuore li— Talora per dieresi Digitized by Google (se|>arazione) si scioglie il dittongo in due sillabe, specialmente ia per soccorrere il ritmo dei versi, Xtì^oc per XtJ^oi, Mutai per Mutai» In alcune liogue vi sono trittonghi e quadrittongbi. S.** aufie filiilM ooil dette birtioditBieiite (d; nulla creditno do- ver onemre m un t o mptMo delb gnoMBietMe gencnle; 4|imtiiiic|ac me- ritino spedali osservazioni nette mmnMtache oarliceltri per eiò che ab- biam detto al $. 6. n. 5.» j, 9. d) Parole. * » * Ia paiob può definini un grappo A sillabe proferite con tante emif- sioni di fiato, quante sono le sillabe cbe la compongono. I suoni (voèati e consonanti) sono gli elementi delle sillabe 7. e 8.); le sillabe tono ^ elementi delle parole: e siccome anche una sola vocale può chiamarsi sil- laba (§. 8. n. ]."), così una sillaba sola può far parola. Perciò secondo il numero delle sìllabe le parole sono o monotiUabe^ o poluiUabe cioè duUUa- 6e, tritiUabe ee. e.** È coca degna S om eiraii e n e come Tnco in tutte le lingue contne^ trasporta, aumenta, elide i suoni nelle parole; appoggiato sempre al prin- cipio della eufonia, che esclude Vhiaitu e la cacofonia, studiandosi che To- razione scorra armoniosa. Quindi le %ure grammaticali cioè di Ietterei di cui le principali sona: a) la mfitaUti o trasposizione, p. es. negli aumenti temporali dei verbi Ineipienli.per f come pcirreo, imp. sppcmov e non ^«'ptirroy, in porrigo per pfwwo. h) il pleonasmo o soprabbondansa, il quale quando ba luogo ìn^ princi- pio della parola dicesi prostesi o protesi (ante-apposizione) come in àitaq per iràj, gnatus per natusj quando ha luogo in mezzo diccsi epentesi (im- missione) come in 'XafzjSGévM per "kct^àvtù, frango per frago^ quando final- mente ha luogo alla fine delle parole dicesi parasite (adtMssamento), oonw i datiri plorali poetici degrimpOTidllabi greci, il » efeleuMtco, oc. e in Mi» no admittier per c) Vaferest o troncamento al principio delle parole, p. es. aberri Vn per apcTT] eoT«, pbrie metum per depone; la sincope o troncamento nel mezzo, p. es. irarpo; per warepo?, perictum per periculum (e comprende puranche tutte le contrazioni tanto comuni presso i Greci); l apocope o troncamento ella fine delle parole, p, es. tsdn' s^^sv per nana i^rsv, fecuU per pe- enlil. {. 10. 5.« Jiedi^ioanoiie dà ntom pel loro «^ivppamtiito. Ogni parola è monosillaba o polisillaba (J. 9. n. i.**); quindi è circo- scritta e cosi sussiste da se. Or siccome nel pronunziarle (le polisillabe) non li mi compitare, cosi fii d'nopo che le fHlabe die la compongo!» il aggruppino intorno t un centro, in quella guisa cbe le qualità nella iofllli^ xa. Qoecto centro nelle parole sta in quella sillaba, la cui vocale cresce di forza o di tempo in paragone delle altre sillabe : se creece di Ibrxa abbiaaao e) Vaee§ntùi se di tempo abbiamo f) la quantità, 11. e) Accento, L*Meiifc (oceentaf, mi etmUm tó»o?, itpootùìia) contiiw nell'ap- peggiare ptU fbrtCBMnte la foce lopra una cillaba in ptrtgone delle altre. Digitized by Google 7 Da quanto abbiam dello (J. io.) non vi può esser parola senza accento (soltanto alcune n»onosillabe sono enclitiche perdendo l'accenlo re, <^tte ec); questo accento proprio delle parole diccsi fonico o nativo; esso è 1 accento acuto. a,** L' accento così consideralo è opera della natura nsicamente inevila- bile e necessario all'esistenza individuale delle parole; altrimenti si compi- terebbe, non si parlerebbe. La sillaba poi sede deiraccento fu destinata dal- Tarbitrio ; ma poi confermata dall'uso cessò di essere arbitrarie. 3. * Questa impronta messa dalla natura e dall'arbitrio sulle parole i cosi forte e indeleoile, che anche in mezzo alla monoionia e airisocronisro) delle sillabe compitale ossia staccate le une dalle altre, la mente dell'udita re raccoglie tacitamente dentro da sè intomo all'accento queste membri sparte, le raccozza e ricostruisce le parole, e poi le frasi stesse e i periodi. 4. ° Appena conosciuta questa preziosa proprietà dell'accento, 1 uomo v si è appiglialo e lo adoperò a variare il significalo delle parole variand» l'accento: p. es. to' xa>.dv il bello, to KaAov la fune; còncido e concido. 5. " Nella lingua greca e latina l'accento non oltrepassa l'antipenultimi sillaba, nella francese non oltrepassa la penultima, nell' italiana e nell' in glese va al di là. Da questa varia sede dell'accento nasce un'altra sua prò prietà, quella cioè di contribuire all'armonia, perchè ordinando le parolt variamente accentuate, l'udito non é gravato da monoionia, ma invece pia cevolmente solleticato dalla succedcvoie diversità dei suoni or piìi, or menr forti; donde il ritmo poetico e il numero oratorio. 6° L'accento tonico o nativo è lino solo, Vacuio (n. i.''), perchè appog giandosi più fortemente la voce sopra una sillaba in paragone delle altre la voce stessa sempre si eleva. Ma quando il variar dell'accento variò pu- anche il significato delle parole e fu trovala la scrittura, per soccorrere a- l'ignoranza s'inventò il segno dell'accento ('). A questa tenne dietro Tii- venzìone degli altri accenti e segni rispellivi, cioè del grave (') e del cv- conflesio (^). — 1\. grave si mette in luogo dell'acuto quando la sillaba av.- centuala é, come in icot/xiQv e xa>,d^, l' ultima della parola e funesta paroli deve, nel pronunziarsi, congiungersi con quella che segue, o in breve è ii mezzo alla frase : p. es. d xoXò; iroefxiQv, d Troc/xTÌv d xaXd?. Siffatto cangia mento dell'acuto in grave avverte, non già di abbassare la voce sulla sillab. che n'è marcata; ma di darle una elevazione di voce minore di quella ch< le si darebbe se avesse l'acuto. — • Il circonflesso non è che una composi zione dell'acuto e del grave, come apparisce dalla stessa sua forma: perei) esso eleva ed abbassa la voce sulla medesima sillaba, e quindi questa sillabi deve necessariamente avere due tempi, deve essere cioè o un dittongo • nna lunga (§. 8. n. a." e §. la. n. a."). Il circonflesso corrisponde adunqas alla moderna appoggiatura nel canto, la quale prima si eleva e poi s.' ab- bassa o di mi tuono o di mezzo tuono o anche di più lungo intervallo sulla medesima nota. — Anche da tale analisi chiaramente apparisce che l'iccen- to tonico è uno solo, l'acuto, in quanto che se la voce si eleva sopra una data sillaba, è forza che rispettivamente si abbassi sulle altre. 7.° Oltre l'accento tonico nativo proprio di ogni parola, evvi un altro accento, nativo pur esso, proprio delle frasi , il quale determina la vocale della parola ove si posa un po' più la voce e serve alla distinzione delle parli del periodo ed alla chiarezza nella declamazione: questo si può chia- mare accento enfatico, perchè dà forza c precisione alle frasi , distinguen- done gl'incisi e i commi, e fa tutta l'orazione chiara e luminosa racco- gliendola intorno a sè come i raggi nel centro. Questo accento enfatico è assai vario, perchè, come osserva Cicerone (Orai. $. 17.), vocis mutationes Digitized by Google 8 ioiidem tunt, quot animorumy qui maxime voce commoventur: quindi baf?i un tuono od accento per interrogare, un altro per pregare, un altro per co- mandare, per minacciare, per lusingare ec. In quanto Taccento enfatico pa- lesa i seniimeoti del cuore, potrebbe più propriamente chiamarsi accento «rti^M» FtHmrate ootrtUbm éMxmuatB ì accento poetico che b Mntin il ritao dd verao» ànfaectiUù oratano che b spicene il aumero nella elo- quenza. Ma tutti qncÉti oltiiiii •coentl loiio oggetto delPaité dediiMIorli; c batti ra?erli aceeonati. {. la. /) Quantità. Conclusione deUa L Parte. « i.** La qnanthà eooiiste odh doitta di mia tillalia rìfpetto alle altre. Cieetone poi nota (Orat. {. 56.) che questa durata nei piedi j^oetiei eoa |u6 aver luogo che io tre naniere: Per eaim ^tti adftìoffiir od numeros jartitur i/o, ut necesse sii partem pedts aut aequalem alteri partii a ut al- erò latito^ aut tesqui eue majorem : ita jit aequalu dactjlis, duplex jam- Hs, sexquiplex paeoni. Ecco le tre categorie che io lé comprendooo tutti iCbtto i piedi greci e latini. a.* Rehtivamente alla ipiantitlt le voeaK che ponono fermar sillaba pre> ìe astrattamente si divisero in hnri (s* o), lunghe (17, » e tutti i dittonghi rreci e latini), ed ancipid (a, c, u e tutte le vocali latine). Posto quindi che a durata della lunga sia =s 1, la durata della breve sarà =r -f, e perciò due >revi eguali a una lunga. Ciò rende ragione di molte licenze poetiche. 3. ° Se la lunghezza e brevità delie sillabe sia naturale o artificiale, è tosa dispuuta fra i grammatici. A noi sembra che sia artìiieiate a) perché ,iiD coooscinta o ammessa in tutte le Hngne; ft) perchè ansi le lingue se- i^itiche mancavano di segni vocali, i quali nrmiero stati necessari! dove cadeva la distinzione della breve dalla lunga ; c) perché i segni delle due Irnghe greche sono di formazion più recente (tj =3 ts, s 00); d) e con loi, oltre Cicerone (Orat. §. 56. e 5-;.) convengono tulli i filologi nell'ani- aeltere brevi le vocali naturali ($. 5.), io quanto che stabiliscono il piinel- tio che le radid d! una lingoa sonò tutte monosillabe e con una vocale cnpre hreye. 4. ** Raccogliendo iioanio abbìam detto sulle vocali, conosciamo che ogni 'ocale è naturale o aspirata (§. 5.), acuta^ grave o circonflessa (§. 11. " i. 6.°), e in ciascheduno poi di questi slati è o breve o lunga : quindi ogni vocale aveva 10 tinte diverse di suono. Ora posto che si formi ona scala «ufonica delle vocali, quesU potrà esser ^lia io graffi. H se n<n suppo- Sismo che le diTetse tinte di ciascheduna vocale sieno ordinatamente diroo- iMtn questa ioahi e che tutti i gradi sieno eguali lira loro» il passaggio dal> Tarn alKaltro grado sarà appena sensibile e sarannovi dei punti estremi nei qual le vocali si toccheranno. Così p. cs. il suono più basso àeìVa potrà a malapena distinguersi dal suono più allo dell' e. Lo stesso avverrà di ogni altra vocale rapporto a quella che la segue immediatamente ($. 5. n* i.^h quindi k sosutnnoni di voesll» che ricorrono ri di frequente nelle parole composte e disrlviite, n spiegano per tal modo eòo tutta laciGtà. 5. ° Presao i moderni, se vi ha qointità, essa non è che una conseguen- za dell* accento, perché la posa, forza ed elevazione di voce nella sillaba accentuata fa parer brevi le rimanenti sillabe. Ma questa si dee calcolare come quantità naturale, diversa dalPartificiale, che sola generalmente si co- nosce con questo nome : per cui si può stabilire che i Greci e i Iiatini avea- no misure prosodiache <fi numero e di quantità; noi abhhuno misure pro- sodiache di numero^ noto di quantità. Digitized by G f? 6.° CoDcbiuditmo questa 1. Parte. L'elemenlo materiale delle parole ab- braccia i'^) i SDODÌ, vocali e consodanti secondo le varie nani dell^organo vocale che attivamente e direttamente contribuiscono all'espressione dei suoni stessi. Le vocali sono naturali p aspirate -, le consonanti labiali, linguo- dentali, linguo-palatali , con un* aspirata per ogni classe; a.") T aggruppa- mento dei suoni, donde le sillabe e le parole. Le sìllabe sono dittonghi se risultanti da sole vocali, o sillabe propriamente dette se risultanti da vocali e consonanti. Le paròle sono o monosillabe o polisillabe, e soflrono contra- zioni, trasposizioni /aumenti, elisiodi; 5.^) le modiflcasioni dei suoni pel loro aggruppamento, cioè 1* accento e la auantilà. L'accento è uno solo, Tacuto, che secondo i casi prende il nome di grave e circonflesso; dì più è tonico, enfatico, estetico, secondochè appartiene alla parola, alla sentenza, o air affetto. La quantità è triplice, eguale, doppia, sescupk; fa le vocali brevi o lunghe; è artificiale. -—'Esaminato cosi 1 elemento materiale delle parole, passiamo ad esaminarne Telemento rappresentativo. PARTE II. DBLL^ ELEMENTO BAPPAESEUTATI^O DELLE PABOLE. j. i3. Disi'mzion^ tra il valor subbietiivo e il formale delle pai ole. - • j." In questa II. Parte si devono considerar le parole nel loro elemento rappresentativo (§. a.), cioè in quanto esse sono segni delle nostre intui- zioni, nozioùi od idee. Le parole sono il rappresentatore ; le intuizioni, no- zioni od idee sono il rappresentato: Tuno deve equivalere alPaltro. 2° Qualunque parola considerata nel suo elemento rappresentativo ha due* valori, l'uno tubbksttivo o di radice^ l'altro formale o di suffisso e i«- flessione. — Per esempio ar-are, etr-atilis, ar-alor^ ar-alio^ ar-atrum, ar- vum ec. sono altrettante parole le quali hanno a) la sillaba invariabile ar che e8prin>e d*una maniera assoluta ed astratta il concetto di arare; b) una terminazione che varia secondo i diversi rapporti squali modificano la stes- sa nozione: are, abilu, ator te. Dicasi Io stesso del greco Xu-ta (sciolgo), Xu-otj, "Xu-To's, >.u-Ttxo?, \u-Tpov cc. Quella prima sillaba invariabile chiamasi radice (radix)-, le altre sillabe o lettere aggiunte diconsi suffissi {suffixus da tufftgere, sub/tgere), ì quali poi variamente s inflettono nei varii numeri • e casi dei nomi, nei varii modi, tempi, numeri e persone dei verbi. — - La radice dà il valor ju6òie/<ivo, cioè assoluto, generalissimo, inalterabile: i suffissi colle loro inflessioni danno il valore formale^ cioè relativo, partico- lare, variabile. — Il valor subbiettìvo potrcbbesi paragonare a una quantità algebraica o, la quale, rimanendo in sé stessa inalterabile, viene variamente modificata dalle varie forme sotto cui si presenta: 3.*^ Posto che l'uomo abbiasi formate molte radici, non potrebbe per questo manifestare i'proprii pensieri modo da esser inteso dagli altri, perchè il pensiero c sempre determinato e il valor subbiettivo o di radice nella sua generalità c inoeterroinato. Nella genesi del linguaggio c nella filologia propriamente .detta tornerà utilissimo il considerare il valore sub- biettivo delle parole: nella grammatica invece si dee considerarne il valore (ormale; ecco perchè abbiam chiamata la grammatica (§. i. n. i.")4a scien- za delle forme integrali del linguaggio. 3 Digitized by Google ' 1.* Le '|Mfol«> <0Bo segni del penfiero; il,rappresentatore dett Moifi. lere al rappr«ieDtito'(||. ih r."*) ; il Hngoag^ dMiqiia deve foddiifiìiN a tutte le tunzioni ed esigenze del peofiero..te Oiò ippoggiana la diriaiaaa di questa II. Parte in III. Seziotii: a) Piima fuazioD del pensiero è il concetto, cioè psicologicamente le nozioni delle cote mediante no.te e qaUilà coaumi, e logicamente le nasioni dal parlìooiafa aal faoafiUs i coqaeiti aa|NraMÌ ailaraaa^iata dioooal tav- mioì ; i tanvioi daaqoe esprimono le nozioni,>«la m dira son nomi, a yaiti • di «aitenza o di pradiMlD t là 1. 8esioD^ dim^pM^tfatlaffà dai iioiii laUa** lìrì e aggiuntivi h) Seconda fanzion del pensiero è il giudizio, mediante coi paragonati fra loro, due o più concetti, se ne determinano i rapporti di convenienza j> di diiaoDTanlattia : i giudiaii che dallo stato vantala paiMo aB'artieolalo dioonti proDOfiaioaMS la propbsiziooi risultano di tre tannini» doè aoggetlQ, juredicato oa attrHiDlb, e aagne di afiarmaziona o Mjj|ttione. Il soggetto ad n predicato ih quanto sono nomi o sostantivi o aggifintivi appartengono alla I. Sezione; alla II. Sezione dunque non resta che trattare dei mezzi onde il linguaggio esprime le relazioni, cioè delle preposizioni e dei ca/i, del segno di affermazione o negazione, della copula» cioè del verbo, BonchA dall' afirar^u» cobm aoa medineasioaei a .finalaseBla j^}^^ imm^notù in quanto equivalgono ad uba piroposSziona doè ad nn giudizio. ' c) Terza fuosiaii del pensiero è il raiiocinio, cioè Tatto della ujBnte, onde si deducono glodizii da antecedenti ^ìodizii: i raziocioii dunque non hanno luogo senza giudizii e senza coocettij constano di ?arii giudi zii posti so un certo ordine. I raziocinii dunque ordinando e connettendo fra^loro miM %ì m Muìì , «epaoias che siano, col liaguasgìo^costitoiaooóo II Steanlbt la in. Sezione dunque deve trattate oél iAMri^ con eni defeaai OfdflHM« oonnetter fra loro i varii termini, cioè le varie- parti dal diaaaraa^ vàa a difa ' dalle congiunzioni^ della, tintasii e della costruzione. - a.° Cosifatta divisione apparirà più esatta e ragionevole qualor si rifletta che il disQorso è una traduzion del pensiero; il pensiero è una serie di atti interni della mente i quali hanno per ometto le cose colle loro qoaliti^ le frianeBi ddle eòae e i gìudieil aapra A aa a < iafi Da^ ferdliiaaiaino della oa- gnialoiii aeqoiiiate. Quéste tre operaibsl daÓfe MDleisgCiiipoodoBO da «Mi parie alla otiniii daM*alini •U*4»aiieDe. Natura l*egica o Papuiero ' Oraziooe , SoitaDsa — Qoalitè. 0ef||[elti — Predioati. teaiaiitivi — * Aggiasthl. Spazio — Tempo— Moto Relazioni — GiodiziK Preposizioni— Casi— Ver- —Causa ed Bffettoec: " bi e Avverbii — Interie* • ••'•« aioBi. Ordine ed Armonia del- Basiocinii — Metodo -Coi^iunzioni— Sintassi — la Natura. « . —Scienze. Costruzione— Discorao. m • * * 5.* La divisione eomana a )|ttte fe.gramBMtiohe particolari in p«rti del discorso variahìU ^oittuitiv^ aggfiantifi^ verbi, participii) ed in parti tii^tf- TÌahili (awerbii, preposizioni, cooginmioiii,* intaneatom }^ te utile pel me- todo didat^y aoB è jctrto filòsofi!». Digitized by Google 1 1 4." La grammatica generale filosofica si appoggia bensì alla logica pura, ma è propriamente una parte della logica applicata ($. i. n. 3.' ). Là logica . applicata considera il pensiero nelle sue condizioni empiriche; la condizio- ne empirica universale più costante ed estesa del pensiero è la cognizione; si ha cognizione di un oggetto quando sia determinato : la determinazione si compie nelle quattro supreme classi o categorie, nella qualità , nella qualità, nella relazione e nella modalità. Il discorso deve dunque soddisfa- re anche a queste esigenze del pensiero ; esse costituiscono le varie modifi- cazioni dei termini ^ delle parti del discorso : fcsse pure devono essere og- getto d'una grammatica generale filosofica. — Di più in esse, oltre là con- dizione empirica del pensiero, devonsi calcolare le condizioni empiriche dell'uomo parlante, quali sono principalmente Io stato di società in cui egli trovasi, TaiTetto e la passion che lo domina, T impeto dir^i quasi istintivo di uguagliar col discorso la celerità del pensiero, tàlvolta le credenze religio- se ec. SEZIONE I. DBI SOSTANTIVI B DEGLI AGGIUNTIVI- §. i5. Dei Nomi ingenerale. I nomi sono termini che esprimono i concetti e le noEioni (nojco, no/io, • nome/I^- in greco ovofia dalla stessa radice vdo;, yvc'u o Tvùfzt). Si hanno concetti o nozioni delle sostanze e dei lor predicati; ì nomi quindi altri sono sostantivi ed altri aggiuntivij II I. Articolo comprende due cioè (o) delle varie specie dei sostantivi, h) delle loro modificazioni di numero e di genere. Articolo L Dei Nomi Sostantivi . §. 16. a) Farìe specie dei sostantivi . I nomi sostantivi sono a) personali 0 realr^ b) concreti od astratti^ c) appellativi cioè generici; o proprii cioè individui. 2° In primo luogo per far uso del dono delia parola bisognano tre con- ' dizioni, 1) una persona che parli, a) una persona che ascolti, 3) una per- tona o una cosa di cui si parli. I nomi sostantivi che significano la persona che parla, la persona che ascolta e la persona di cui si parla, diconsi nomi sostantivi personali {ego^ tu^ ille^ e^ra, cu, e'xsTvo;): quelli poi che indiòano le cose di cui si parla, chiamansi nomi sostantivi recdi iarhos^Jlos^ TreXa^o;, /^^(óv). Questa prima distinzione dei sostantivi è appoggiata alla esterna empirica condizione dell'uomo che parla; al sentimento che ha l'uomo della propria dignità e natura, per cui vuol distinguersi dalle cose che lo • circpndano; allo stato naturale di società^ io cui trovasi l'uomo, per cui concepisce le persone come capaci e le coie {res) come incapaci di diritti. Non vi ha lingua che non abbia questi nomi; segno che cosi vuole la nata- fa e l'esigenza del pensiero e quindi del discorso. I nomi personali son detti dai grammatici pronomi^ denominazione impropria: o) perchè sono ▼eri nomi appellativi o generici (n. 4*°)) essendo applicabili a tutte le per- sone che parlano, che ucoltaDO, e di cui li parla; se generici^ nqn possono Digitized by Google Il • cmMi ftaft Ittbgo di tii:ikro nome e moÌM meno di mn nóme proprio; .e) ptrebè se pronomi, imbMo equivalenti ai nomi, si potrebÌMm 4*Mt in' ogni caso sostituire; cosa eTidentemente impossibile. — I grammatici dicono ancora che tutti ì nomi, tranne i ptrtgnali, sono di terza persona» Dunque le cofije sono persone ? É na assarao. I nomi dunque che non sod ' perMH^^ ragionevole chiaaMrK avttIL Questa flJia danoiBinaziooe si ori* ^M'qWe^Bitroe penonali dei mU dia aono le tteMar «oìai p€namdi e pei reali (f. 36.). ' • ' Z° Sostantivi concreti òhiamiano quelli che esppmono una <;o<;tan:^a realmente esbtente colle sue proprietà e caratteri, quantunque talora dalia mente considerata nella sua -generalità (concetto), come per es. hic homo, homoj ^tt àfv!^oc, to òs'v^pov. Astratti per lo contnurio chiamiamo quei so- itainlij tofciiKÉftMmwiu le c^Htà dalkraoaiaBse, fl«B*/toii»e iaeraMTaHe a»- iliji<ll>^ii>tMl«iìiiie, si bene come da ease separataaMiile conddaftley ffàèA come sussistenti da sè indipendentemente dalle sostanza: Gli astratti sono il prodotto deir analisi, i concreti dell* analisi e della nntesi. Anche questa seconda divisione è appoggiata dunque alla natnra dell'uomo, cioè alle sue iacoltà; è confermata poi dal fatto, perchè non v' ha lingua che non abbia «pesta maniaia di urini • fiimaiw SI, perchè Itnotno vfve prinfa di senso; éba-dà l*ÌBtiiiiioiie ael partìoolare, ' deli* iadÌYidao; quindi poi si ottieiie II eanoreto piresa la paróla^ nella aoa massima estensione : gli astratti sono invece di forroazion più recente, per- • chè V intelletto si sviluppa dopo il senso, perchè è più facile considerare un albero, un fiore ec. anche nella loro generalità (concreto^, di quello che aeparatamante eantidérare la araiidezza dell* albero, la bellezza del fiore: ' questa pià reeaMe -fcraMiaiao «gli astraili è comproTatadal lallo, paraM qoan talli -i sostantm atinM sono derivali^ non prinativi (magnitudo da Magnus, aequitas da aequiUf ou^iveca da ouSsv, a^avaoia da a^avaroc). Per le stesse ragioni la minorè o maggior copia degli astratti in i^a lingua comprova la minore o maggior coltura 'Scienti ficà del popolo che la parla ; anche in ciò la lingua va di pari passo, con la 'filosofia ; anche in ciò la lìn- fgoà dlTaaia un monumento tlarien. ^ 4^^ fi genere è una elasse • eni riduciamo più indivìdui par ligione del- . la oeaiunanza delle loro qualità : sostantivi generici adunque p (ipptUaììfi son quelli che significano una natura comune annoiti individui (Aomo, ani- mai); propri! invece soti quelli che esprimono una natura individua (De- mosthenet. Cicero). Perciò i primi sono segni dei concetti generati, i se- • eéttdi èri- eeaealit singolari* Boamaaclie^pielta tas^^ iitaatiyi è appog|;iata alla natntm oel pensiaio, alla uuum m ^ fM jh t Mi m i- . aaaione (jquùmtkà) ; tanto è naturale, ahe non v*;lia Magafc ahe non abbia questa sorta di nomi. — La quantità nei concetd si considera nella inten- sitèt e nella estensione^ siccome suoi modi o relazioni, à) L'intensità o com- prensione è il numero delle qualità o note; b) Vestensione o rfera è il nu- mero degU individui contenuti nel concetto; c) rnna.sta in ragieae iiifersa dell'alba. I sostaaliTi gafwrm e a^ofM^i Mlintto dirattaaiaale riatan» sità, indirettamente TeelaasioBe; afiiic^Vrcfui o jlfpiprni^^ te rèstensione e indirettantale 1 ihiensità. S.^ La natura non presenta ohe individui: perchè dunque i nomi pro- prii sono in piceolianmD numero in paragone degli appellativi, e ciò'in tutte le li ogae;? — l'érchè se ad «>gni inuividuo si avesse voluto dare un nome ptt0fffÌl^à)-U maimÉia-^BÒa baerebbe a ttato; b) gli organi siasridallÉ ttf eyjw trebbeyo modificarsi a tanta wilsiaw difesse, guanti furono, iSl|»^i;i^pb^iff^ , e) la liagna aoif si eaaipniMkfebbe dai poaiari» Digitized by Google perchè gli uomloi passano; ogni città, ogui famiglia avrebbe nomi dififercnti, i quali non durerebbero che una sola generazione ; che però i nomi proprii di persone non entrano nella massa comune delle lingue nei dizionarii filo- logici ; d) perché infine cosi richiede la perfettibilità delle umane facoltà (intelletto, facoltà del generale); senza nomi appellativi non vi sarebbero oè verità, né proposizioni generali ( principii), non vi sarebbero né sistemi, nè scienze. §. 17. b) Modificazioni o accidenti dei tostantivi. li/umero e Genere, i.» Il pensiaro dev'essere detertninato (5. i^. n. 4-°): determinato per- ciò .il concetto, prima funzion del . pensiero ; determinato il sostantivo, ei- pression del concetto. La prima legge di determinazione è la quantità, che comprende la unità, la pluralità e l'universalità. Prima modificazione di ogni sostantivo nel suo valore formale (J. i3.) il numero, #ingo/are (unità), plurale (pluralità, universalità), {numerus singularisy pluraìis^ api&ftò'c svc- xo'c, wXìj&uvTiKO?) ; modificazione consistente nella differenza del suffisso ap- posto alla radicale {miua^ musae^ Xo'yos, >.OYOt). I suffissi adunque a, oe, 05, 01 equivalgono ad altrettanti aggiuntivi di estensione che determinino la unità, pluralità o universalità ($. ai.). — Alcune lingue .hanno un terzo suffisso particolare per le' cose o doppie in natura, come le mani, gli occhi (lingua ebraica), o doppie per accidente, due rose, due palazzi (sanscrito, greco); questo terzo numero fu detto duale {Mxoi): è piuttosto un lusso, che un bisogno. — Il concetto singolare è unico in sé stesso e nella sua espressione ; perciò i nomi proprii di lor natura non hanno il plurale,*8on sempre segni di un solo individuo. Se si trovano nel plurale (i Ciceroni, i Firgiiii)t non dinotano l'individuo, ma il carattere dell' individuo che può eaaere comune a niolti , son veri nomi appellativi (i Ciceroni cioè gli ora- tori, i Firgilii cioè ì poeti epici). — Ogni lingua ha delle anomalie nel nu- mero : appartiene alle grammatiche particolari Tenumerarle e ricercarne le . ragioni. a.* La seconda legge di determinaKÌone è la qualità; questa viene espres- sa dagli aggiuntivi ($. 18. e ig.). Peraltro l'uomo seppe schivare il sover- chio numero degli aggiuntivi, tentò di adeguar col discorso la celerità del pensiero, e con una leggiera modificazione al valore formale dei sostantivi giunse a determinarne una qualità, vale a dire la distinzione del sesso. Ecco la seconda modificazione dei sostantivi, il genere, maschile a femminile (genuSf masculinum, femininum; yévQt;, apasytKo'v, ^TjXuìcav), fondata 6\x\ fat- to naturale, necessaria al linguaggio, vantaggiosa per la sua brevità (se no, doveasi aggiungere mas o femina), ottenuta con facile modo, variando cioè alcun poco i suffissi: dominus, domina^ leo, leaena^ò Secirorisc, ri hécmoiva\ d Xsù)», T) 'kéawi . Da questi esempii si scorge che i sufGssi^ us, o, otijc, »v equivalgono all' aggiuntivo di comprensione mas, e i suffissi a, aena, otva, euva equivalgono all'aggiuntivo di comprensione /emina. — Ma e per tutto ciò che non ha sesso? Le lingue classiche e alcune moderne adottarono il genere neutro cioè difetto, privazione di genere (jieutrum, ouSflTcpoy, cioè né maschile, nè femminile), con una modificazione formale tutta propria, distin- ta dalle altre due : templum, ioyov. .3. " Ragione vorrebbe che le forme maschili e femminili si usassero per tatto ciò che ha sesso; la neutra per tutto ciò che tion ha sesso. Questo pe- rò non avvenne sempre ( mancipium schiavo e schiava, mensis, caverna ,• TÓ Kopaotov U fanciullina, d nóXs/xo; la guerra, rj ^upa la porta): le «tesse Digitized by Google i4 * • * • anomalie in italiano, ia francese ec Perché ciòP Perchè a) i popoli han Ceitto le lingue, e i popoli non sono tìlosoii, come quelli che operano per al- fetto, per bisogno, per passione, cose tutte che non danno luogo a troppo, raponare; 6) pejrcbè la primitiva ignoranza, adottando il panteismo, ani- mava anche tutti gli esseri inanimati; c) per analogia di forme. — Quan- tunque però questa applicazione dei generi alle cose prive di sesso oppon- gasi alla ragione, pure ha i suoi vantaggi : la stretta relazione che la diver- sità dei generi introduce tra i sostantivi e gli aggiuntivi ; i tropi che na- scono coll'animare le còse inanimate; la varietà che generano nelPorazione, e la concordanza che produce simmetria, come si vedrà nella sintassi, fan- no si che lungi dal recar poia al discorso, gli danno un legame, una grazia, un^evidenza che non sarebbe senza di essi. Una lingua preita filosofica che parlasse solo alla ragione, non sarebbe lingua umana-, escluderebbe Tafletto e ia passione; bandirebbe feloquenzaf la poesia, il culto del cuore che certo non è meo sublime del culto della ragione. Spesso peraltro T ellissi rende ragione dei generi applicati alle cose inanimate ($. aa. n. a.**). — Per le stesse ragioni occorrono nelle lingue altre anomalie, come p. es. nomi di genere commune (masch. e femm., propriamente aggiuntivi), di genere epi- ceno (doppiamente communi) che hanno una sola forma pei due generi, no- mi eterocliti ec, a cui si aggiungono gì' irrep;olari, difettivi^ sovrabbondanti ec. ; i quali tutti formano oggetto delle grammatiche particolari. — Non ci fermeremo nemmeno a parlare delTaltra modificazione subita dai sostantivi, per cui si vestirono di forma atta ad esprimere aumento o diminuzione tan- to in buona, quanto in mala parte ; donde le forme accrescitive e diminuti- ve j vezzeggiative e peggiorative con tutte le loro suddivisioni: vero lusso delle lingue, introdottovi ncITepoche dell* incivilimento e della squisitezza di gusto; oggetto, non che della grammatica, dell'arte oratoria e poetica. A noi basti l'osservare che i sostantivi non sono per sé capaci né di aumen- to, oè di dimiousione {SubstarUia^ dice Aristotele, non recipit magis et mi- nus) ; le sole qualità ne sono capaci (Suscipiunt Qualia magis et minus). Che però i sostantivi diminutivi, accrescitivi ec. nel valor subbiettivo rap- presentano la sostanza e nel valore formale la qualità, iochiudono in sé so- •tanti^o e aggiuntivo come i verbi concreti (§. ag. n. a.") inchiudono in sé il verbo astratto e il predicato (to' av^^eóiriov homunculusy to' ay^pft>iro^ptov homuncio). Perciò l'aumento o diminuzione affetta propriamente, come so- stantivi, i soli astratti in quanto esprimono una qualità (ebrius dà ebrietat^ ebriosus accr. dà ebriositasy procax accr. dà procacitaà). 4.° I nomi personali di prima e seconda persona non hanno forma par- ticolare pel genere, non essendo bisogno indicarlo, perchè colui che parla e colui che ascolta si veggono scambievolmente : era necessario peraltro in- dicarlo nella terza persona, che per lo più è assente. :•■ . ' . Aeticolo n. iS^l^fÈt' I^ci Nomi Aggiuntivi. .^-^ ■. $.18. Aggiuntivi in genere e lor divisiones* • • Gli aggiuntivi o aggettivi (adjectiva, epitheta, bici^cto, parole che ti ap- pongono softaotivi) esprimono i predicati delle sostanve ($. i5.); e ser- vono quiùdi a determinare il concetto nella (|uaruà e cfuantità. Perciò tutti gli aggiuntivi si comprendono nelle due classi a) aggiuntivi di intensità o comprensione, b) aggiuntivi di éttinsione (j. 16. n. 4.''). I primi compren- , Google i5 dono anche il pronome rélativo e le proposUioni incidenlii i secondi V ar- ticolo. Anche questo Arficolo dunque comprenderà due a ciascheduno dei quali se ne aggiungerà un altro come appendice. 19. a) ìéggiuniivi di intensità o comprensione ^ e loro modificazioni di genere, numero e gradi, 1." Gli aggiuntivi di intensità o comprensione espriifiono tutte le qualità delle sostanze, qualità essenziali e accidentali, interne ed esterne, identiche, analoghe, diverse. Per essi dunque si può giungere fino all'ultimo grado di delerroinazion del concetto nella qualità, fino all'individuazione dell'ente: mentre l'intensità o comprensione del concetto (§, 16. n. 4>^) espresso col sostantivo (p. es. homo) non'basta sempre a pienamente determinarlo, oc- correndo, di limitarlo più o meno {p. et. homines dodi) , come non basta spesso nemmeno la sola distinzione*del sesso mediante i generi (§. i<]. n. a."): gli aggiontivi di (Araprensìone la completano. Bssi comprendono tutti quegli aggiuntivi che dai grammatici chiamansi (qualificativi e posses- sivi. Gli -aggiuntivi adunque di comprensione efano un bisogno e in quanto esprimono le qualità delle sostanze e in quanto determinano il concetto - nella sua categoria di qualità e servono da secondo termine nei giudizii. La esistenza di tali aggiuntivi in tutte le lingue è un fatto che prova questa esigenza del pensiero e quindi del discorso. a.** Gli aggiuntivi non si prendono mai sostantivamente; vi si sottinten- de sempre un sostantivo, p. es. V Onnipotente., cioè Dio. — Gli altri |)0Ì 1/ vero, il bello, il buono ec. sono anomalie delle lingue derivate, che nacquero da qualche forma regolare della lingua madre non ammessà nelle lingue de* rivale, ma ritenuta solo nel significato con una forma non corrispondente al modello : p. es. verum, sott. negotium ; tó xocXdv, sott. icpesTfAou Vi sono peraltro aei nomi (come quelli di dignità e prgfessione, aedilis, tribunus, vexìllarius) che nella loro origine erano aggiuntivi, e poi coli' uso e eoo la ellissi, che domina in tutte le lingue, si tennero per sostantivi. 3." Talvolta un aggiuntivo é modificato da un altro {vero divoto): l'ag- giuntivo modificante è un avverbio. I Greci e i Latini spesso adoperavano avverbialmente la forma neutra degli aggiontivi: Dutce ridentem Lalagen amabo. Dolce loquentem (Graz.); Chi non» sa come dolce ella sospira, £ come dolce parla e dolce ride (Petr.). Ecco nuovamente (d, a.'') l'influenza delle lìngue madri sulle derivate: influenza che produce bensì delle anoma- lie; ma tali, che lungi dal deturpar l'orazione, la rendono più peregrina, dignitosa, elefante, danno ai pensieri maggil)re energia e colla ellissi aiuta- no l'impeto di chi parla. Abbiamo trattato degli Avverbii dopo i Verbi (§. 38. n. 1.*') per le ragioni che ivi indicheremo. Il cenno qui fattone dimo- stra che gli awerbii propriamente servono a modificare gli aggiuntivi, cioè SODO, come Harris li chiama, attributivi di attributivi. 4-° Ragion vorrebbe che gli aggiuntivi di comprensione non subissero le modificazioni del genere e del numero: in natura le qualità come ine- renti alle sostanze non hanno nò l'uno, nò l'altro. Perchè dunque in molte lingue subirono siffatte modificazioni? — a) Perchè la qualità compie l'es- pression del concetto determinandolo e però si considera ragionevolmente come identica colla sostanza a cui si attribuisce (p. es. populus.romanus, o Koman\) \ solo esprimiamo talvolta con due parole un concetto, perche non possiam sempre avere una sola parola che vi corrisponda TV. sostantivi ge- nerici e individui {. 16. o. ^.^ e S.°); 6) perchè forse nell antica rozzezsa le stesse qualità accidentali si reputarono esiensiali ossia costitutive la so- Digitized by Google 1$ ttinza; c) per analogia coi sofi(aoti?i. Anche in ciò peraltro ci sono gli •testi vantaggi notati aT §. 17. n. 3." 5." Ragionevoli poi sono le altre modificazioni degli aggiuntivi di com- prensione colle' forme accrescitive ^ diminutive ^ vezzeggiative, peggiorati- ve {ivi)'. — Tutta poi loro propria ed esclosiva è la moidiBcazione dei cosi detti gradi di comparazione. Ora paragonando le persone o le cose fra loro possono osservarsi tre casi: a) uguaglianza {Orazio è perfetto nella forma del verso Urico, (guanto Firgilio nella forma dell' epico^ Farrone era dotto) ; b) superiorità o inferiorità relativa {Catullo è vià tenero di Properzio, me- no di Tibullo) ; c) superiorità o inferiorità assoluta ( Cicerone fu eloguentit simOy 0 il più eloi^uente tra i Homani). Il primo si disse aggiuntivo positivo { positivuSf òexncovy aTrXoGv, ànóXuxov); il secondo comparativo (comparati- vusy ai>7Xf cTtxov) ; il terzo superlativo {superlativus, ÙTtep^&xixòv). La deno- minazione di positivo non è propria che grammaticalmente, cioè in quanto r aggiuntivo sotto auella forma serfe di posizione o tetpa per formare gli altri due gradi . Del resto qualunque aggiuntifb di comprensione, purché sia suscettivo del grado di comparazione (V. sotto n. 6.°), anche nel positivo soppone il confronto, e perchè positivo poi inchiudc l'egaaglianza. La pro- posizione Farrone era dotto suppone il confronto tra Varrone e gli altri più o'meno ignoranti; di più inchiude il confronto e raffermazion di ogoa- glianza coli* unità (per cosi esprimermi) del valore morale, in modo che supposta una scala di cento linee le quali segnino lo sviluppo ed incremen- to aelle facoltà intellettuali, e convenuto che giunto questo sviluppo ed in- cremento alla centesima linea T uomo si chiami c/ot/o, avremo l'unità del valore morale. Più hrcvemente non sono Glosofìca mente capaci di gradi se non quegli aggiuntivi che esprimono le proprietà esterne dell'ente, non già quelli che esprimono le interne secondo il linguaggio dei Metafìsici: in quantochò le proprietà interne costituiscono l'essenza dell'ente, e L'essenza è auello che è, né può mai aver gradi ; invece le proprietà esterne sono Tac- cidcnte e l'accidente ò variabile, — In c^uesto nedetimo senso si devono in- tendere la superiorità o inferiorità relativa ed assoluta espresse dal compa- rativo e dal superlativo. Le lingue classiche aveano forme particolari per questi due gradi (icov, cov; toro;, 17, cv: TSfO^, a, ov; raTo;, 77, ov: ior, ius^ issimus, a, um)\ le hanno anche alcune lingue moderne: sono forme como- dissime, perché ellittiche; raisomiglianó alle potenze a cni si elevano le quantità algebraiche. 6. " Gli aggiuntivi circolare, quadrato, triangolare ec. esprimendo qua- lità interne, essenziali e perciò inalterabili non ammettono gradi: alcuni aggiuntivi peraltro di tal classe li ammettono, p. es. ragionevole. In questi l'aggiuntivo à usato, non nel senso proprio, ma nel senso metaforico ; è un modo ellittico: così più o meno ragionevole equivale a più o meno confor- me alla ragione. $. ao. Del Pronome relativo e della proposizione incidente equivalente ad un aggiuntivo di comprensione, t.° La catara del pronome relativo o aggettivo congiuntivo (oCi ii'> 0; qui, quae, quod), e della proposizione incidente da esso formata, apparirà chiaramente dagli esempii . Kiportiamo i soliti delle grammatiche ^eca e lati na: xot; y^tàfiax, olg i-^tù equivale a y^p-OÀ rolt xexnj/xfivot; : aire^ave IV Tfò ita^amtùfiaxt w Ìicoìtìoèv equivale a l'v tw napairvtiixaxt itCLp auTOÙ ^inoirjfiévtù ; quam quisque norit artem, in hac se ^xerceat equivale a quis- que te exerceat in arie sibi nota populo ut placerent quas fec'uset fabula» Digitized by Google •7 equivale a ut placerenl populo fabulae a se Jactae. In luiii questi csempii trattasi di un aggiuntivo sciolto in una proposizione incidente: nel seguen- te esempio è sciolto invece un caso di apposizione: Itaque alii civei^ ne co- gnascereniur, capìtihus ohvolutis^ a carcere ad palum atque ad necem ra- piebantur, alii securi ferìehantur; quorum ego de acerbissima morte crude- lìssimoque cruciatu^ quum eum locum tractare coepero, dicam equivale a securi feriebantur acerbissima morte crudelissimoque cruciatu a me dicen- diSf quum eum locum tractare coepero. — Da tutti questi esempii chiara- mente deducesi che: a) Ogni aggiuntivo di comprensione ed ogni caso di apposizione posso- no sciogliersi in una proposizione incidente legata al soggetto della propo* sìzione principale per mezzo del pronome relativo; b) Questo avviene quando vogliasi o far rilevare ed evidentemente ri- marcare una qualità del soggetto, o precisare il soggetto stesso provveden- do alla chiarezza, o talvolta ornare lo stile; c) Ogni proposizione incidente equivale ad un aggiuntivo o ad un caso di apposizione, e si lega al solo soggetto della proposizione, non già a tutta la proposizione. £ con formola più generale: il pronome relativo colla pro- posizione incidente sta invece di un aggiuntivo di comprensione applicabile ad un sostantivo corrispondente; oppure: il pronome relativo scioglie io una proposizione incidente tutti gli aggiuntivi di comprensione. — Questo é il vero aspetto, sotto il quale devesi in una grammatica generale conside- rare il pronome relativo: preso isolatamente, a sè, è privo di signitìcato; bisogna considerarlo complessivamente con la proposizione incidente ch'es- so forma; e allora si conoscerà molto più esalta la denominazione di ag- gettivo congiuntivo dalB^W dai grammatici moderni: sotto questo aspetto di aggettivo può subire le modificazioni di genere e di numero; in molte lingue peraltro è indeclinabile. a." Ogni proposizione Incidente col pronome relativo può sempre re- stringersi in un aggiuntivo? Teoricamente si può; non però sempre prati- camente, perché gli aggiuntivi equivalenti non sono tutti in uso. ■ ai. è) Aggiuntivi di estensione. 1.° Gli aggiuntivi di estensione servono a determinare il concetto nella quantità. A questo scopo non basta nel sostantivi la modificazione del nu- mero (§. 17. n. 1."): infatti il numero singolare può esprimere tanto il con- cetto singolare di un individuo, quanto il concetto universale del genere; ed il numero plurale può esprimere tanto il concetto particolare di alcuni, parecchi, molti, pochi ec, infine di più individui, quanto il concetto uni- versale di tutti gli individui compresi in un dato genere. Era perciò neces- sario déterminare i concetti nella quantità col mezzo di altre parole che non fossero né sostantivi, né aggiuntivi di comprensione ; cipè con aggiun- tivi di estensione. ^° Ora la quantità comprende Tunità, la pluralità e Funiv^rsalità; per- ciò avremo aggiuntivi di estensione individuale^ particolare o parziale, e universale, a) Gli aggiuntivi di estensione individuale sono o determinati (ouTOf, hic)t o indeterminati (ti?, aliquis). b) Cosi j^li aggiuntivi di esten- sione parziale sono o determinati (òuci), Tpec?, To'aoi óoot, duo, tres, tot quot\ o indeterminali (Tcve^, aliquot). c) Gli aggiuntivi di estensione universale esprimono la universalità o collettivamente (ot av^poicoi iraoot, 0 XolÒ^ iràc, omnes hominem, cunctus populus), o spicciolatamente ed a scelta («xaaroc, ooTt?, qu'uque, quicumque), o negativamente (ptjòet?, ou5eif, nemo, nullus). Digitized by Goegle >8 Digli addotti «tempii é ftdle lo ioorgtra la aatm degli aggiootlfi di etisniioaey • din à) cbe esai nolla •ggiungono alk eeóprensione del sostantivo, ma soltanto la applicano o a un solo, o à più,o a tutti gria-. difidtti; b) che era lor naturale la modificazione del numero; subirono poi anche quella del genere per Tanalogia col sostantivi e cogli aggiuntivi di comprensione; c) cbe necessariamente, beocbè implicitamente, esprimono i gradi di comparazione appaoto perchè tono aggiuntifi di ertemioDe cioè di qnanlitày e la tfuastilà è ciò che ammette il più e il meno, anmento • decremento, quindi sempre ub rapporto coli* unità principio dal nomerò o della quantità: cosi p. es. la proposizione pochi filosofi negarono la spirU tualitfi deWanima suppone necessariamente la comparazione coi molti fi- losofi che la ammisero: ciò ha grande analogia coi grado positivo degli ag- giuntivi di comprensione esprimenti le qualità esterne dell'ente ($. 19. n. 5."); quindi si può stabilire, che gU aggiootÌTÌ di ettenaiona indifiduata aoao di grado positivo, quelli di ettaofiooa paraiale tono di grado comparativa^ • quelli di esteotione nniveraale tono 4m. grado superlativo; e) per ciò atai- so assai pochi di questi aggiuntivi assumono le forme grammaticali C0m> parative e superlative (§. 19. n. S.''), essendo già tali per natura. 4.° K facile anche lo scorgere che gli aggiuntivi di estensione abbrao- ciaoo quelli che diti grammatici si chiamano generalmente pronomi, e eoa • BMoo iuesaMa deooasioazione aggetiiyi dimoitra^it nifmertUi^ oafdùM 904 di più anche Vartteolù in quelle lin^a cbe 1* hanno ammeuo. ^ $. aab LartictÌQ è un agf^ntàvo di ttUnttMU. l," Gli aggiuntivi di estensione unwertale superiormente considerati ($. al. a. a/') servono ad acprimara tanto il lofiun; i^uanto romna dagB flcolattici liuUa ìa mona i/dtmro^ taid gH aùmm). Se inviDoè ccnaidariaaM la natura dell*arlico/o, chiaramente .Teoiamo clf etw aiprime la sola esten- sione universale generica, Vomne: così p. es. le due proposixioni gli uomini sono mortali, Vuomo e- mortale^ sono idenlicHe coiraitra tutti gli uomini so- no mortali. Perciò Varticolo ha questo di proprio che esprime ii genere co- me ridotto ali* unità. e, per cosi esprimermi, individoalizxato; esprìme la aoaione generica come una formoia algebraica. Ne deriva jpomcha 4ha Porfieofe non » può propriamente premettere èha a aoctantivi generici, non mù a sostantivi proptii o individui, a meno che per figura questi sostantivi proprii non si cangino in generici esprìmenti il carattere della persona, p. es. f Orazio toscano cioè Petrarca, o a meno che per ellissi fra T articolo e il sostantivo proprio non si ometta un sosianiivo generico facile a sottinten- darsi, p. es. il Petrarca doè il poeta Petrarca. Cosi si vede coma 0 sostali- tifo gsnarìco» a cui si premette l'articolo, possa essere specificato ad cndie siagolariBiatn dalle condizioni del luogo, del tempo e del contesto del di^ corso: p. es. 8opt>òneodosi che si parli d*ona corsa nel circo romano antico dicendosi il popolo applaudì s* intende il popolo romano ec. — Che però si può dire essere Variicolo (apS^pov: d, tj, to') un aggiuntivo di estensione ge- nerica, modificabile dalle condizioni del discorso ad esprìmere la specie ed andia glMndividni. a.* L'articolo va sof^getto a tanta ccaesioai Bell*aso^ che ssaiènuio struggere Tesposta taona. Ne accenniamo quanta hastano a saiogliara qual- unque difBcoltà. — Amor che a cor gentil ratio s apprende: qui Amor è personificato, sostantivo proprio. — Perché diciamo il sole^ la terra^ il A>, I Pirenei ec. ? Per ellissi, figura dominante in tutti gF idiomi, e direi auasi necessaria per la brevità che conviene colla rapidità del pensiero e pel ri* • ■> *« »9 sparmio di noioie ripetizioni: infatti i suddetti modi stanno per T astro det- to *o/e, i7 pianeta detto terra, il fiume Po, i monti chiamati Pirenei. Siffatte ellissi rendono spesso ragione dei generi, non in quanto siensi applicati alle cose inanimate, ma in quanto siasi applicato l'uno piuttosto che Paltro: cosi p. es. in latino Tiberis, Trebia, Sequana sono mascolini pel nome generico fluviuSf pel generico mensis sono pur mascolini i nomi dei mesi ; invece pei nomi generici terra o regio^ insula^ urÀj, arbor sono femminili Aegy- ptui, Troas; Cypru»^ Samos; Athenae, Corinthus; pomus, pyrus ec. 3.° Che deesi dire delle lingue prive deirarticolo, com*e la latina? Per soddisfare al valor dell'articolo esse si aiutano con altri aggiuntivi, col con- testo delle frasi, colla natura del pensiero ec. $. a3. Conclusione di questa l. Sezione. In natura vi sono sostanze e qualità: la logica ne fa i soggetti e i pre- dicati dei giudizil o delle proposizioni, la grammatica ne fa nomi sostantivi ed aggiuntivi. I sostantivi sono personali o reali, concreti o astratti, gene- rici o individui. Gli aggiuntivi sono di comprensione o di estensione: ì pri- mi servono a determinare il sostantivo nella qualità, i secondi nella quan- tità; determinazioni che non si aveano pienamente nei sostantivi mediante le modificazioni del genere e del numero. A queste modificazioni per ana- logia si sottoposero anche gli aggiuntivi. Il valor subbiettivo dei nomi so- stantivi ed aggiuntivi sta nel loro significato generale, astratto, immutabile; il loro valore formale sta nelle varie inflessioni per esprimere i numeri, i generi, gli accrescitivi, i diminutivi, i gradi di comparazione ec. Così la grammatica ha soddisfatto alla prima funzion del pensiero, al concetto; determinandolo puranche nella sua qualità e quantità; non però nella relazione e modalità, e ciò perchè non può esservi relazione che fra due concetti, la modalità è pur essa una relazione, e tutte le relazioni non si possono esprimere con le parole se non mediante due termini o mediante proposizioni cioè giudizii espressi con le parole. Ecco il passaggio alla II. Sezione, nella quale la grammatica dee soddisfare alla seconda funzion del pensiero, al giudizio. SEZIONE II. DELLB PBJ POSIZIONI, DIT CASI, TERBI, AVVERBI! C IKTERUZIOTTI. $. a4. Divisione di questa II. Sezione. 1.° Acquistata la cognizione delle sostanze e delle lor qualità (sostan- tivi e aggiuntivi ), la mente passa a confrontarle fra loro per conoscerne le relazioni e affermarne poi la convenienza o disconvenienza . L*orazione soddisfò anche a queste nuove esigenze del pensiero esprimendo le relatio' ni mediante le preposizioni ed i casi; e Vaffermazione di convenienza o di disconvenienza mediante il vefboy a cui appartiene anche Vawerbio come sua modificazione; e finalmente mediante V interiezione in quanto equivale ad una proposizione : quindi i III. Articoli di questa II. Sezione, Digitized by Google to * * > àmùono I. §, 2b, Delie relationi e (lei modo di offrimorle, i.^Mtmwmé a wpfKWfto ch^ paiit ti> wacttS •tabilitii — Jume ciò cli« fi ha di C4WUiDe nel ▼•rio o nel BollMlioet e oonproodo coti aiiebe le tra «econdarìe ottogorie distiola dai Bietafisici (fi aottaoza « aocidaMo, causa ed eflìetto, azione e reazione. La relazione è fisica^ inieUetiuale e mo- rale: si acquista prima la oogDÌiioiie delle relazioni fiiicbe^ |»oeci« delle in- tellettuali e morali. uJ* La relazione espressa con le parole suppone sempre due termini, uno mteoadeote ed ano eonaegnente; quindi in grammatica si può dira oh* ogni lUMBO ili quale suppone, richiama q esige un altro nome per formare un peosìeroi entra nella olaiae delle relazioni. Al biaofoo di maoilestara lo relazioni in questo ampio significato tutte le lingne BUno nwidiafatlt sa diie maniere a) colie preposiiioni, b) coi cnjì. $. 96. a) Dette pvponitieiii; 1.* Lm ftwfmmhm {piNupontio, spossate) sono particelle del diaeoito che servono ad esprìmere le relazioni. Ora le prime relazioni che si osser- vano e quindi si conoscono dairuomo sono le fìsiche. Tutti gli oggetti ester» ni si percepiscono nello spazio e nel tempo^ poi in moto od io quiete. A que- sta categoria di relazioni appartiene anche il numero ma il numero (a dil- fereoÀ dell* spazio, del tempo e del molo a. a.*) ha «a rapporta tempre coftante, invanabikt nnico, quello eoU*iiii»lA^ per ani ad -eiprimera il nu* OMTo non è necesaario ehe un solo termiaei; eaaendoehA Valira dall'aasf^ comechè eguale sèmpre a sé stessa , si sottintende. Il numero perciò viene espresso dagli aggiuntivi di estensione ($. 31.): e qui non resta ora a ve. dere se non come le preposizioni servano ad esprimere le relazioni di spa- sio^ tempo e moto. a.** I limiti dello apasio eooo il luogo doè II pmito occupato da nn cor- po (sv, in); il Mio cioè la posiziona di nn corpo ralativamento all'altra (uirap, utro', super, sub; irpd, s'frc, ante, post^; la distanza cioè la lontananza o r intervallo tra un corpo e Taltro (irapa, fxsxà, prope, procul)-, il termine cioè il punto oltre cu! cessa lo spazio (cc^P^ tenus). — I limiti del tempo sono il principio o il momento (and, ab)iìo durata (st'c, in^ $(a, per); il 0^y£h usque). hà dorata cóotta del piaMiià^ dal ptltm»9 a del mura, quiacu fe praposizioifi it^ in; «póc« p*'sà, ante, post — I limiti del aMto stanno nei ponti della spazio o nello spailo finito: la cessazione o negazio- ne del moto nella quiete. Perciò la quiete o stato in luogo (ev, in): il moto da luogo (ex o e^, a»rd, e, ex, o, ab); il moto a luogo (et?, irpd?, in, ad); il moto per luogo ($ta, aW, per); limite dove cessa il moto, la quiete di nuovo (xarcì, ad, in). — £ facile lo scorgere che, siccome il moto può mi^ snrani o rapp r e rantarii eoi tempo o colla apaaio» eoli* talora la mede i i a m pra p oilàioni che espnoMMa I npparti dallo ipaaia a dal tampa^ etpiiaMiao poranche quelli dal moto. 3.^ Tutte queste relazioni fisiche sono poche rispetto alle intellettuali e morali. Ora siccome sarebbe stata opera laboriosissima e di sòverchio peso alla memoria rassegnara una preposizione parUcolare ad ogni singola delie 31 possibili reUzioni ; così ruotno, con la face deiranalogia^ applicò alle rela- zioni intellettuali e morali le medesime preposizioni che inventò per le re- lazioni fisiche (in animo esse^ in animum inducere ec). 4." L*uomo ha fatto ancora di più: con una certa vaga trascendente inef- fabile analogia espresse un indefinito numero di rapporti tanto fisici, quanto intellettuali e morali con alcune date preposizioni. Queste presso gritaliani sono di^ da: pre&so i Latini ed i Greci abbiam propriamente i casi cor- rispondenti, genitivo, dativo e ablativo {§. 38. n. 4>") (peraltro a questa classe si possono riferire le preposizioni aò, i/i, per, ady ev, et^, irpd?, arco, Zia). — Molti tentarono, ma indarno, di ridurre ad una formola generale gl'indefiniti rapporti espressi da sifTatle preposizioni. — La natura di que- ste preposizioni sta in ciò, che per ben determinare la relazione cui esse esprimono, è necessario enunciare ambedue i termini , T antecedente e il conseguente (p. es. c/i, abito di può esserQ di soldato, di panno, di gala, cT inverno ec. ; cf inverno può essere stagione^ giorno^ freddo^ camera ec). Invece la natura delle rimanenti preposizioni sta in ciò, che esprimono una relazione determinata ma gfinerìm , la quale per «tssere u specificata o sin- golarizzata ha bisogno del solo secondo fermine (p. es. i^erio, v^rto ìa Fran- cia^ verso Parigi, il rapporto è sempre di direzione). 6." Dal fin qui detto raccogliamo a) che o^i preposizione iadicando una relazione sta necessariamente fra due termini, quindi è sempre prepo- sta ad un termine, donde il suo nome; 6) che la preposizione è priva di valore formale ed ha solo il valor subbiettiVo, il quale, una volta aetermi» nato, resta sempre lo stesso in mezzo alla varietà dei due termini. 6. " I grammatici distinguono le preposizioni semplici (di, a, da ec.) dalle composte (appiè, allato ec); le seconde si chiamano più rettamente modi o frasi preposizionali — ' Sostengono di più esservi preposizioni usate come avverbiì: ma in questi casi non v'ha che ellissi del secondo termine: yikaaai de icàoa rept và^tov (Omer.); cioè tutta la terra rise intorno {alt ar- mata): la forma è analoga alla latina: ad Festae. — Parimente v'ha ellissi quando trovansi due preposizioni di seguito: candeliere per sopra Taltare, cioè ^atto per porsi sopra Vcdtare. — Finalmente le preposizioni coogiun- gonsi coi verbi semplici e formano verbi composti roodifioandoli con uo va- lore formale analogo al proprio loro significato. S- ^> ^) ^^'i generale. i." I casi sono il secondo modo, con cui si ha soddisfatto al bisogno di esprimere nell'orazione i rapporti . Abbiamo già veduto che al valor sub- biettivo delle parole si aggiungono dei suffissi o delle inflessioni, e che me- diante questa varietà di terminazioni costituenti il valore formale si espri- mono il genere, il numero, T accrescitivo, il diminutivo, i gradi di compa- razione ec. dei sostantivi e degli aggiuntivi, e ciò per non moltiplicar pa- role ad ogni esigenza del discorso. Ora in alcune lingue si diedero ai nomi varie altre desinenze per esprimere le relazioni. Queste desinenze, termi- nazioni, inflessioni o suffissi apposte al valor subbiettivo dei nomi per esprì- mere le relazioni chiamaronsi ca^i {casus^ mtàonq). 7. '^ Da questa doppia maniera di esprimere i rapporti o con le preposi- zioni o coi casi nascono tre combinazioni di lingue: a) lingue che hanno soli casi, come la basca, la peruviana; h) lingue che hanno sole preposi- zioni, r italiana, la francese; c) lingue che hanno e preposizioni e casi, la greca, la latina. Digitized by Google mi . . I.* Vmwmmm&'dm mm poie una grand» diflertns» Ai Ik llii|iièdit li Imum «MMwi • <|iMlle éht mo, ttwHU fingue ool omì, h loro forno tieho tanto 90I fottanttfo oho Mt^ageiontivo frano il che L*uoo paò atpa^ rarsi dairtltro, e che possono essere allogati ovunque li chiama Teleganza, il numero e T armonia dello stile senza produr confusione; laddove nelle lingue che ne son prive le parti delPorazione devono essere disposte secon- do l'ordine analitico de\\e idee: le prime soifrooo trasposizioni; le seooode o aationa o anai rara. Parlalo pift Wii Hiin anto di do a p p afik tt a aOa UL .SmÌooo. . 4*** Il naaMTO poi da casi è vario nello vario lingaat noi iiiwintffn quelir delle lingue elassiche. I casi in latino sono sei: nominativo^ accusa- tiva genitivo, dativo, ablativo e vocativo^ il greco non ha l'ablativo. Il no- niioativo si diste ca^o retto come se fosse una retta perpendicolare, gli altri casi obliqui come se declinasserp da questa retta perpendicolare ; e appaoto da questo dooUoaro dal nato rotto la forìo doi cail otpoota aott» gr aan ari oIm la dotta MnMpoat (id^). §k a8b Dm ead in ptaréuÀwm. * i,° lì nominativo {nominativus^ ovofiooTtxij, òp^vi, sù^sìa) nella sua Her» ■sa nativa ofpviaio um éoèiaaia lndipoiMÌHita m natura o ■dl'otaalaais id^ latti il.aoaùoaiivo Boo é nat aaliotdmaio ad aleana. part*del diNono, ami lo domina tatto 1 ono Iona gif aggiuntivi a prenderò lo medesimo ano ior- me' pei generi e pei numeri, obbliga il verbo a vestir le ine forme perso- nali, fa da soggetto nelle proposizioni, regge il verbo, senza esso non vi sa- rebbe né proposizion, nò discorso. Perciò il nominativo si può chiamare la forma nativa ai od sostantivo che sta alla testa delle proposizioni e ne reg- go lo parti aonta e iwr o rotto da aloooa.iB aiia. n.^'T'.àa ^pnation fica* grammatici ao il nonutiativo na na caao o no. Xo- 80 ha una terminazione sua particolare ; è il oaso non è che una termina* alone. — Ma il nominativo non è altro che la materia a formar ^li altri casi. Ciò non avviene che in pochi sostantivi imparisillabi; del resto la ra- dicale é aempre modificata anche nel nominativo da un particolare fuC* fino. * . 3. * II nominétivo ofprimr mw relazione? dempco fonsa dobbio; omo ne è anzi il primo termine: Toro h duttili^ CiceroM tcrìtàe mok§,«fn% Orazio nette tue satire sferzò i vizii sono tre proposizioni che ci presenu- no le relazioni metafisiche di sostanza e acciaente^ causa ed effetto, azione e passione. Perciò il nominativo potrebbesi definire quella forma particola- re che assume il sostantivo quando esprime il primo termine del rapporto e o me soggetto diOa propotisioea in d lpea d wito da ogni parto doll*Of«nOBO o Molatovo di urne. 4, " Dalla dau definizione scorgen facilmente in che gli altri casi diffe- riflcano dal nominativo. Infatti Vaccusativo (accusativus, aÌTiaTtxti) è quel- la forma particolare assunta dal sostantivo come secondo termine di un rapporto in quanto è oggetto della proposizione dipendente o da un verbo transitivo o aa una preposizione. — Il genitivo {genitivus, Y^'ucig) e datàfù {dativus, ^oxix-n ) premo i 6roQÌ, e il genitivo, datilo o ahUlim (aUoliviit) pMmo i Laliai sono altrettanto foono partioolari amante dai sostantivi co- me leeoodi termini di un rappotto in quanto sono dipendenti o dai verbi non transitivi o dalle preposizioni. Le relazioni espresse da questi tre casi sono identiche con quelle espresse dalle preposizioni italiane di, a, da (§, a6. n. relazioni di namero indefinite benché analoghe, per cui si Digitized by Google tentò ìnraDo di ridurle ad una forinola generale. Osserviamo ancora che i Greci hanno preposizioni che reggono l'accusativo, il genitivo e il dativo; i Latini non hanno preposizioni che reggano il genitivo e il dativo, ma so- lamente l'accusativo e Tablativo. 6. ° Finalmente il discorso ammette una relazione fra la persona che parla e quella a cui si dirige la parola : siffatta relazione viene espressa col vocativo {vocativus^ ìcXtjtixt}'). U vocativo dunque è quella forma particola- re del sostantivo ch'esprime la relazione fra la persona che parla e la per- sona o cosa personificata a cui e di cui direttamente si parla: Infandum^ regina^ juhes renovare dolorem : 0 Jons Blandusiae ec. — Da ciò facilmen- te deducasi che dei nomi personali il solo nome di seconda persona ou) può avere il vocativo (§. 16. n. ^°); e di lor natura noi possono avere i nomi di prima e terza persona. — Il vocativo molte volte viene soppresso o perché espresso antecedentemente o perché facile a sottintendersi. — Nel- le lingue classiche la forma del vocativo é per lo più identica con quella del nominativo. 6° Confrontando adesso tutti questi casi col nominativo si vede che il nominativo é sempre il primo termine del rapporto, gli altri casi ne sono il secondo e perciò suppongono sempre il nominativo: che il nominativo é indipendente da qualunque parte dell'orazione, gli altri casi dipendono o dall'una o dall'altra : che il nominativo regge, gli altri son retti. 7. ^ Siccome gli aggiuntivi di comprensione e di estensione subirono le modificazioni del genere e del numero per analogia coi sostantivi (§. 19. 4'% §' 3 1. n. 3.^ b); cosi per la medesima analogia subirono puranche le modificazioni dei casi in quelle lingue che li hanno ammessi, e perciò nella materialità delle forme s'identificarono coi sostantivi {muUos viros do- ctos)t donde la concordanza che produce simmetria, che fu accennata al §. 17. n. 3.^ e di cui si parlerà nella III. Sezione. 8. ° Finalmente ecco due mezzi affatto diversi per esprimere le relazio- ni; le preposizioni a solo valor subbiettivo senza valore formale (§. a6. n. 5."}, e i casi a solo valore fortnale. ; ÀHxrcoLO II. Dei Verbi ed Avverbii . • §. 39. a) Dei Verbi in generale e lor divisione. i.° VomOy albero^ monte^ mortale^ fronzuto^ aìto^ ìtbro di Tullio^ amore verso i figli ec. sono o altrettanti concetti espressi con sostantivi e aggiun- tivi, o relazioni ma v^ghe indeterminate: in tutto ciò nulla più vi sarebbe della semplice appercezione. È necessario dunque un atto della mente che congiunga insieme i varii concetti e i termini delle relazioni : questo é il giudizio^ cioè Tatto con cui la mente, confrontati fra loro due o più con- cetti, ne afferma la convenienza o disconvenienza. Il giudizio manifestato colle parole dicesl proposizione^ la quale consta necessariamente di tre ter- mini, soggeiiOy predicato e copula. Il soggetto grammaticalmente dicesi so- stantivo, il predicato aggiuntivo, la copula verbo. Non resta a parlar che dell'ultimo, il verbo dunque (veròum, p7Ì/:xa), quasi la parola per eccellenza, senza cui é impossibile una proposizione e quindi un' discorso, è quella parte dell'orazione che esprime l'atto con cni la mente attribuisce un pre- dicato ad un soggetto, di cui simultaneamente afTerma la esistenza. In que- sto senso il verbo in tutte le lingue non è che uno ($. 35. n. 1.") essere Digitized by Google {nm^ tini ) : a«B v'ha propiii i ot che poMa br «Ma di aw » wpiatiB • tottìatMOi La foa aatofa obaqaa è qaalla di le^ara il 9o^^eno col predi- aato gemwJiéata, ai titnu pte; per aai la dvaaM aai noflmì wlw attratto. a.^ L'amore di bravitii per adeguar col discorio la rapidità del pensiero e in pari tempo Tarnoro alla varieià per e?itare la noia ba congiunto iosìe ne in una sola ptfoh il faièa aeinila eoi pradioato: p. et. maarv eqa ifai a 9à wmw n mmamUy wmn ad asMr pmmèB aa. Ciò apparisce chieriiniH piana I Latini 4) ael Y«dbo posfuni, dove haTfi la fMÌaa pai dì po<is aas- aiiasia eoi verbo tìun in tutti i modi, tempi, nnmerì e persone; 6) nel per- ntfo, piuccheperfetto e futuro-passato di tutti gli altn verbi doc-uì docu- èram, docu-ero eo. : nei verbi greci c) in fit, i quali sono sensa dubbio di formazione più antica dei barìtoni; e d) nei snifissi al futuro e aU*aoristo dei bariioDi fieMi en a eoi ae. Qmiì fmi ioao ttiti abiaMi t mtn H m opposizione al verbo aittatlo. — 8a aaé ai mni fatti «otti i varlé oooereli possibili, dò è perchè o non n*è iorto il bisogna, o l'iodala della* lingaa non rha comportato, o Torecchio non Tha approvato. 3. ° Da tutto ciò conseguita o) che in tutte le lingue, tranne il verbo astratto, essere^ tutti gli altri verbi sono concreti; b) che tutti i verbi con- ertti possono sciogliersi nel verbo astratto eu9re e nei predicato in essi ria- diinio; c) che questo pfadieaio in ani tlodiliiao aairaaaliii aha ta aa 1^ aesse deve sempre rap pr es entarsi aid participio; d) die il verbo è la pina ptineipale del dwcorso, sioeoBia ^fnéNa eba enimiia il gindiaia deUa aaola, aenta cai non vi sarebbe discorso. 4. ** Notiamo peraltro che siccome il verbo astratto, nello stesso tempo in cui attribuisce un predicato ad un soggetto, afferma pnranche l'esistenza dello stesso soggetto; cosi qualora non abbia dopo di sé un predicato, ma d trovi aolo ndui propodsmie, è par eiia un vobo aoBcrelo die riaabiode il predicala adAMlfes p» ea. Dio è equivtle a Dio è adiltiilti lo che ripatad ddle due seanenti pro'posizioni oaifie« gentet coiiiiiilini 9tm PeBW,«lfe ad tiiam suo paUtoU mit&dm aapitiKia (Cic). $. 3o. Modificazioni dti vtrbi in gtMrak. Il vdor aobbiettìvd dd verbo astratto esMn sta iieil*atlnbnire un pre- dicato ad un soggetto» U valor sabbiettivo del verbo concreto sta nella si- gnificazione del predicato unificati col valor iubbiettivo del verbo astratto. — Il valore formale sì del verbo astratto come del concreto sta nelle forme svariate che assumono i numeri, le penoRei i Umpi^ i modi Seco le nodi- ficaziooi che dobbiamo esaminare. {. Si. P^H$ a JBfnmri dd ffril • ■ 1.^ I verbi nelle proposizioni possono avere per soggetto o persone o còse: i primi diconsi veroi penonaliyi secondi verbi rea/i, di cui tratteremo al j. 36. ~ Ora per ciò che riguarda i verbi personali, siccome le persone son Ue ($. 16. n. a.^), 00^ a rendere determinato il verbo era necessario davaaira dl*ÓBa della dna: 0 tiilifa H veri» d*«aa tan^ termi ati a Ba di&Mta fer dae^adana periaaa ia aiada dia oab vi fotse biM|Ba di preuellervi ogni volu il nome personale; oppure dare al verbo nna sola desinenza per tutte le persone distinguendole col premettervi ogni volta il nome personale. La prima maniera fa adottata dalle lingue classiche e da varie moderne; la seconda da pareocbie moderne: la prima ba sulla seconda Digitized by Gopgle i vantaggi della brevlià « varietà e privazione dì (quella noiosa monotonia che deriva dalle ripetizioni c snerva il discorso. E ammirabile soprattutto la lingua latina per avere conservato in tutte le persone le radici aei nomi personali sanscriti m, s, tranne solo in alcuni tempi la prima persona singolare. Nella greca si osserva lo stesso con maggiore irregolarità nei ba- ritoni, con minore irregolarità nei verbi in /^t, le cui antiche terminazioni, come quelle del presente eolico del verbo essere èit-yiiy ìoai^ evtt, ci presen- tano le consonanti fi, 7, t radicali dei nomi personali /aoù, aoG, tou. Gli stessi vantaggi derivano dalla difTerenza delle terminazioni nei numeri, che si distinsero analogamente ai sostantivi; per Io che i Greci adottarono anche il duale. — Ecco le due prime forme che modificano il valore subbiettivo del verbo, donde i due primi valori formali, persane { persoli aej T^awza) e numeri, forme personali e forme numerali. Mediante queste due lorroe avviene a) che un solo verbo concreto costituisca iina proposizione completa , vale a dire inchiuda in se determinatamente e il soggetto e il predicato: p. es. ypcc^ti), scriba equivalgono a io sono scrivente, manifesto vantaggio di massima rapidità; b) che i verbi medesimi produ- cano simmetria concordando nella persona e nel numero coi sostantivi ed aggiuntivi. • §.33. Tempi dei verbi. 1." I ^udizii possono cadere su cose o presenti o passate o future, ch^ tale è la divisione del tempo (§. 26. n. 3.°); quindi il bisogno di esprimerli nelForazione. Il tempo per sua natura è succedevole e fugace: il passato non é più, il futuro non è ancora, il presente solo ò attuale ma in men cho si nomina è sparito; per cui fu detto che il presente ò un nulla in mozzo a due nienti. — Su che dunque appoggiarci per ordinare un sistema di tem- pi? Sul solo presente a) perchè r uomo non ha in propria man che il pre- sente ; b) perchè mentre parla o scrive esiste ed opera nel presente e quin- di parla o scrive del resto sempre in relazione collo stesso presente; c) per- chè finalmente il passato non ha capo perdendosi neir eternità, ma ha fine nel presente; il futuro ha capo nel presente, ma non ha fine perdendosi anch esso nell'eternità: il solo tempo presente dunque ha un capo ed un fine, quindi ha un* attualità e può avere un* estensione ed è, per dir cosi, elastico. Infatti ha capo dove finisce il passato ed ha fine dove comincia il futuro. Questa estensione che ha due limiti può allungarsi ed accorciarsi secondo il bisogno del pensiero e dell'orazione; ed ecco il come e il per- chè. La successione incessante dei nostri pensieri ragguagliata alla perma- nente identità dclT io, come la stabilità di una riva in faccia alla corrente di un fiume, ci dà la nozione di un presente fermo in mezzo alla volubilità dei momenti. Infatti osservando il ritorno periodico della luce e delle tene- bre stringiamo il tempo in giorni; osservando le fasi della luna sempre e invariabWmente ticorrenti stringiamo' il tempo in mesi; osservando il corso periodico della terra intorno al sole stringiamo il tempo in anni, e poi in secoli, in ere, in cicli. Di piò per uso e comodo delle nostre giornaliere transazioni, osservando il nascere, culminare e tramontar del sole riducia- mo il giorno in ore, le ore in minuti, i minuti in primi secondi e terzi, i mesi in settimane, le settimane in s;iorni ec. Da queste osservazioni si dedu- ce che per noi lo spazio di un'ora è un tempo presente, lo spazio di un giorno è un tempo presente; e cosF di mano in mano un mese, un anno, un secolo possono considerarsi come tanti presenti. Infatti diciamo in un ora scrivo dieci ietterei oggi resto in casa; passo il mese di settembre in cam- 4 Digitized by Goog]/ I •6 pagnuj ogni anno leggo i eUutieì greci e Mifif U noitr^ mah tMondn di grandi ofvemmMi. TuUo ciò a??iene perchè Ja mente abbraccia con • un fola ittantaneo atto i fatti e i pensieri delle ore, dei giorni, ne&i, anni ec. ; e perciò naturalmente li esprime colle forme del presente. Da quanto abbiam detto ^ facile conoscere a) il perchè le verità necessarie, assolute, quindi eterne, &i enuncino sempre colla forma dwl |^resente (/a parU è mi- nore del iuitag non poUii idem «unwl «Mi ci aom eue); b) il ptieliè i fiati florid ft «trrino spesso colle fbrme del pretentti e pr«tio i Latini « prati» noi aocHe co^r infinito (indeterminato), come preaio i Orad ooll*aorifto (egualmente indeterminato); c) il perché infine siasi proto il pfMente co- me base a stabilire gli altri tempi, dei quali passiamo adesso a far parola, prendendo a regolo i temui greci, presente, passato perfetto, futuro, im- perfetto, piuccheperfetto ea aoristo, siccome quelli che si prestano agevol- aMBte ao un etano filolofico (xpo'voi, tf«iaTMc» «ofOMtfAsyoc, ftiXKm, %a^a- a.*' Il tempo è un* idea di relazione ($w a6. o. i.'^); chi duoqne usa del linguaggio, vale a dire chi parla, deve necessariamente istituire un rappor- to. Questo rapporto non può istituirlo che col solo presente a) perchè ad istituire un rapporto di tempo è necessario che si abbia una quantità pre* cìtaneDle deterninau, conio oniti, o nota tanto a chi parla quanto a dii aicolta ; la quale è inpoitilrila ad aversi nel fiiinro come contingente, difB- cilinimo e imbarazzante ad aversi nel passato, naturale e faciUisimo ad aversi nel presente; la parola è un fenomeno, up latto, che succede nel tempo, per conseguenza il momento in cui uno parla, cioè il presente, è una quantità precisamente determinata, nota e a coi parla e a chi ascolta, alla quale d,n9^,aiiÌDdt nfi»ira totio il retto dal tampo; 6) di pi& anohè per lo rMiaarìiWtIt al n. i.% e loprattmto perchè il praieoie è il tolo tfao enite, u momenti» in eni tonnina il panato e da coi prìncipin.il fotnaow ^ Ecco quindi la prima comune divisione dei tempi nei verbi, in tempo prc< sente, passato, futuro : il presente è costituito dal momento in cut si parla ed etnciipe \m TO^j^ritì di ùmulifinjtità fra il momento in cui si parla e il nioniMo io SwT^M^ ani ti parla; p. ei, il preioote vod^pu atprìaM che il piio ic^ft^fl^'i timnluneo al mio parli|r«, aerìro noU atto tlaiio m ci|l palio: il pulito è costituito da tatti i awnanti che precedet- tero il momento in cui si parla ed esprime quindi un rapporto di anterìo- rità fra il momento in coi sì parla e i momenti scorsi prima di esso ; p. es. il perfetto yiypaupa esprinte che il mio scrivere fu anteriore al mio parlare, ho scritto nrima del momento in etti parlo; il futuro è costituito da tutti i amianti me tagnlfanao il momanto in cai si parla od eiprime qaìodi um rapporto m paiteriorità ifaìH momento in cui si parla e i motaaiiti cha lo tegniranilAi p. ei. il fiiloro ypà^ aiprivo ^a il mìo seri? evo tara post» riore al mio parlare , io scrìverò dopo questo momento in cui parlo. Ecco in questi tre tempi espressa sempre un'idea relativa perchè idea di tempo; ecco tre rapporti, dei quali un termine è sempre il presente, rapporto di si* ainltaneità cioè di presente con presente, rapporto di anterioritè cioè di paa* tato con pratente , rapporto di posteriorità cioè di fauno con presente. — Quatti rapporti sono aeteraunati.? cioè h^vvi biiogoo per deteminafli di an secondo termine? Essi sono determinati, non han quindi bisogno di un secondo termine, eh' è sempre costituito dal tempo presente: infatti il mo- mento in cui si parla è determinato da per sè e determina le altre due parti della durata ; è determinato da per sè, tale a dire dall'alto della parola, e ta dico 70a^, nettano earto mi domanderà quando? giaediè ti liane che lerifo neira^i^ ttaito in eal patio; dì pià determina le altea due parti della Digitized by Gopgle (furata che sempre si rapportano ad esso presente, perchè se dico y^ypa^a alla ilomanda quando? potrò rispondere cne non mi ricordo, e nuilameno si comprenderà che ciò <^ in un tempo che al momento in cui parlo più non esiste ; e se dico ypat}»» e mi si chiede quando? io potrò rispondere che noi so, ma intanto si comprende bene che ciò è in un tempo cne al momento in cui parlo ancor non esiste. — - Conchiudiamo adunque che il presente, il Serfetto e il futuro sono tempi a rapporto unicoy determinati senza bisogno i un termine accessorio. Questi tre tempi li diremo primarii per distin- guerli dagli altri che direm secondarli. 3." Il presente non può dividersi in frazioni, perchè è un momento che nominato è anche svanito; che anzi si tentò sempre di estenderlo: il pas- sato bensì può esser diviso in frazioni , perchè il passato ebbe una realtà', costituisce quindi una quantità divisibile. Dividendo adunque il passato si poterono ottenere dei tempi secondarli^ tutti però passati, quali sono presso i Greci Vimperfetto, il piuccheperfetto e Vaoristo. Per ciò che fu detto (n. a/') tutti questi tempi secondarii, appunto perchè frazioni del passato, devono esprimere il rapporto medesimo del passato in genere, vale a dire il rap- porto di anteriorità al presente cioè a) momento in cui si parla ; perciò ba- se anche di questi tempi è il prescote. — Se peraltro non avessero espresso che questo unico rapporto, non solo sarebbero stati inutili superflui, bastan- do a ciò il perfetto ; ma di più non avrebbero espresso una frazione del pas- sato, ma solo il passato in genere. Ora siccome per esprimere il presente, e quindi il passato e il futuro, è necessario un fatto a cui si rapportino, il fatto della parola a cui si rapporta l'azione espressa del verbo (n. a.' ); così è ugualmente necessario un fatto per esprimere le frazioni del passato, un fatto a cui si rapporti fazione espressa dal verbo sotto quella forma. E ne- cessario dunque un rapporto di due fatti ; e siccome due fatti posti in rela- zione di tempo Vuno con 1* altro non possono essere che o simultanei , o l'uno aotcriore all'altro, o l'uno posteriore all'altro; cosi i tre tempi secon- darli (imperfetto, piuccheperfetto ed aoristo), oltre di esprimere il rapporto comune di anteriorità al presente, esprimeranno singolarmente gli stessi rapporti dei tempi primarii sempre però relativamente ad un istante che non è quello della parola , cioè ad un fatto anteriore alla parola . Infatti r imperfetto sypa^ov esprime nn rapporto di simultaneità (io scriveva men- tre tu leggevi ), il piuccheperfetto eye^poi^scv esprime un rapporto di ante- riorità (io aveva scritto prima che tu avessi finito di leggere), e T aoristo eypa<^a esprime un rapporto di posteriorità (io scrissi dopo che tu sei par tito). — Dagli addotti esempii è facile lo scorgere che questi tre tempi non sono determinati se non nel comune loro rapporto di anteriorità in quan- to sono frazioni del passalo, e che quanto al secondo rapporto particolare a ciascheduno han bisogno di un accessorio, di un secondo termine per es- sere determinati. — Conchiudiaroo adunque che P imperfetto, il piOcche- perfetto c 1* aoristo sono tempi a rapporto doppio^ indeterminati o semide- terminati avendo bisogno di un termine accessorio per la determinazione di uno dei due rapporti. Per tutte le addotte ragioni questi tre tempi si de- vono, rispettivamente agli altri tre , chiamar ^recon^^arii. — Confrontando poi i secondarii coi primarii e vedendo che quelli esprimono i medesimi rapporti di questi , aobbiamo approvare quella naturale analogia per cui l'imperfetto deriva dal presente ritenendone la caratteristica (rapporti di simultaneità), cosi il piuccheperfetto dal perfetto (rapporti di anteriorità), r aoristo dai futuro (rapporti di posteriorità): senza però che per questo noi pretendiaitao che ridentilà del rapporto sia la causa ma/^ria/e dell'iden- tità della caratteristica. — Alle volte usasi un tempo per uti altro, e allora Digitized by Google »8 il doppio rapporto dod appAritce chiarMMBI» iliirfitiimii, ma non catta di etittere: i caagiameoti dei tempi ti devono fpiegare col raziocinio e colla analogia (n. B.° e 6.°): Fuso e il buon senso servono più che tutte le regole grammaticali. — Finalmente in alcune lingue varii dei tempi secondarli, invece della forma semplice, preteotano una forma composta da un pariioi- pio dèi wAù e dt.aa verbo toipliario ; p. et. in italiano al t ó m m il pmcche- parlMto dal'part. patt. e dall'ani, avere, tu owvt 4crìtio. ' 4** Veduto come il pamiodifiao nelle i|ia frazioni abbia dato dei tempi secondariì, si chiede se avvenga lo stesso anche del futuro? Il futuro non esistendo non presenta propriamente una quantità reale divisibile in fra- ' zioni^-ma siccome per le leggi cottami invariabili della natura il futuro si determina dal pattato e come quantità di teaipo è uguale al passato (giorni, •ottiw^jjacti, anni eo. fntnn ), potnM ngoalaMM divideva il faìnvo in frazioni Mifttivamente ad an latto Ininro. Quindi ti potranno avere nnovi tempi tecondarii futuri, o doppio rapporto, indeterminati avendo bisogno di un termine accessorio per la determinazione del secondo rapporto. Si ri- pela quanto abbiam detto al n. 3.", solo notando che il rapporto comune ai tempi secondarli futuri è sempre quello di posteriorità ai preteate, c il se- condo é o di iiaioltaaèità ( scriverò immitm tn lep^gerai ), o di nntoriorità ( icriverò prima che tu esca di casa ), o di posteriorità ( len;erò dopo che avrò scritto). I Latini e gì* Italiani ammisero solo per quest*ultiam fimtOM di tempo futuro una forma particolare, il passato futuro { scrìpsero, àvrh scritto); niente osterebbe che si avessero forme particolari anche per T al- tre; quanto ai Greci non ci crediamo io dovere di metterci nella spinosa e tanto igiiata cpieitlone dai fiitnri leeondt e tarai . È a.deiidafwi& • quatto riguardo una monografia» come quella tul modo togg^notivo greco negli Atti deU*Aooademia di Ifonaco in Bavicii» e le dne tm WÈoàn caiiiuatifc e tulle preposizioni* francesi di Appert . 5. ° Perchè alcuni perfetti dei Latini e molti dei Greci (novi, memini, odi^ ìUìtxtìpju^ 01^, ioixa) hanno il tignijfìcato-del presente? Perchè il tem- po .pcetenie- o uiato o antiaoil9i4IL4«f^lt<SÌlH^ il principio del- Vvtìmm'ék ona cansa^ la t^ xwtóf'à^tm |NÌfimo avwdn onMl^mpiuU la propria aziona àk l*eflallo «omo presente; e perciò la propoasiona io oni si enuncia la causa come avente compiuta la propria azione equivale ad un'altra proposizione in cui si enunci! l'effetto come presente: non altri- menti che se uno dicesse: il sole apparì sui nostro orizzonte, e un altro sog- giungeste ; è giorno^ avremmo due propotizioni, una col pattato come cau- ta, Faltra col pretante cone'eOelto, le quali Mirebbero aoatansialnMnte eoni* valenti. Cosi no^co pres. tignifica io acquisi» «egnisiona, navi perf. signibca ia tunpiutai cognizione che equivale ad io so : pLvdouai pres. significa io nf* fidò atta mia memoria, fzi/xyr//:xa( pcrf. io affidai alla mia memoria equiva- lente ad io mi ricordo. Perciò il perfetto esprime sempre realmente il pas- taio, non mai il pretente: siamo uoi che usiamo di sostituire una propoti- aiona eoondata col pretanta ad nn'altra enimdata col passato perooè e^i- valenti, io <|iialla guita'clia aell*algebra e'naOa oeoiMtnà iiiianio di aeati^ tiiire Tona airaltra due quantità dimostrata ngn&.- 6. ^ I Latini nello stile epistolare non han sempre seguita la regola del presente da noi esposta al n. a.^ Eglino amavano di trasportarsi col pensie- ro al momento, in cui il loro corrispondente dovea ricever la lettera e per- ciò in luogo del presente usavano il passato ; così Cicerone ad Attico : nihU hiabAam qnad jcnianni, ne^iia amm novi quidifuam awfitrM, al ad innv oauiaff rmcf^pimm p\àM* tealtro da Plinio il giovine in seguito pcevtbe Tino del piaianl^ oa^ più naturale e fii^fico..^ 5iiiattj6 nio del panila Digitized by Google ag specialmente «mperfetto fu da taluni moderni introdotto nello itile epigrafi- co italiano. 5. 33. Modi dei verbi. Modi personali: Affermativo {Indicativo), Condiùoncde, Soggiuntivo, Ottativo, Imperativo e Gerundivo. i." Finora la grammatica generale ha soddisfatto alle tre prime catego- rie di determinazione, cioè alla qualità mediante gli aggiuntivi di compren- sione (§. 19. e 23.), alla quantità mediante gli aggiuntivi di estensione (J. ai. e a3.), alla relazione mediante le preposizioni o i casi (§. a6. a7. e a8.) e mediante i verbi, i quali esprimono una relazione coi loro tempi (§, 3a.) e determinano puranche sempre una relazione affermando la con- venienza o disconvenienza del predicato col soggetto; anzi è facile il ve- dere che il verbo o astratto o concreto esprime determinandole le relazioni metafisiche (j. aS. e a8.). — Osserviamo di più che le dette leggi di determi- nazione coi mezzi sopra indicati non solamente si verificano per la prima funzion del pensiero , pel concetto ; ma eziandio per la seconda , cioè pel giudizio. InCattl ì giudizii per la quantità sono singolari, particolari, uni- versali ^ la quantità dei giudizii procede dall' estensione del soggetto ; l'at- tributo o predicato stesso non determina questa quantità se non in relazio- ne alla estensione del soggetto: determinata dunque la quantità del sog- getto, cioè dei concetto , cioè del sostantivo, è puranche determinata la quantità del giudizio. Per la qualità i giudizii sono affermativi e negativi, analitici e sintetici: ora il verbo è il segno di afTerroazione o negazionu (è o non è), il verbo dunque determina i giudizii affermativi o negativi os- sia ne determina la qualità; in logica ogni giudizio è analitico e sintetico ad un tempo, e ammessa anche la distinzione quando il giudizio sia mani- festato coi\ le parole (proposizione), talché analitici sien quelli ne' tjualì il predicato si contiene nel soggetto, sintetici quelli ne* quali il predicato è fuori del soggetto, sarà sempre vero che il distinguerli appartiene solamen- te all' intelletto dietro i principii della logica, non alla grammatica. Final- mente nei giudizii per la relazione possono convenire o disconvenire tra loro il soggetto e il predicato o semplicemente, o sotto condizione, ovvero io un modo separato e disgiunto; per cui i giudizii per la relazione sono o categorici, o ipotetici, o disgiuntivi: ma la relazione è sempre espressa dalla copula o dal segno, il verbo dunque determina i giudizii anche nella rela- zione. — Che però. conchiudiamo: gli aggiuntivi di comprensione e di estensione, le preposizioni, i casi ed i verbi sono altrettanti mezzi per de- terminare i concetti e i giudizii , cioè le due prime funzion del pensiero, nelle tre prime categorie di quantità, qualità e relazione. Nulla più dunque rimane che trovare il mezzo di determinarli anche nella auarta categoria di modalità: al che si è soddisfatto appunto coi modi {moait iyìCkiati^ dei verbi, dei quali veniamo adesso a parlare. a."^ La modalità abbraccia come categorie secondarie l'esistenza e la non esistenza, la possibilità e l'impossibilità, la necessità e la contingenza: per la modalità dunque i concetti sono reali od apparenti, pouibdi od impossi- bili, necessarii o contingenti^ a cui corrispondono i giudizii atsertoriif pro- blematici, e necessarii o apodittici. La modalità dei concetti è puramente intellettuale, perch'essa è là relazione pura del concepire al soggetto pen- sante; inoltre uno o più concetti comunque espressi con parole (termini, sostantivi e aggiuntivi) senza il verbo non costituiscono proposizione, dis- corso, linguaggio: perciò la modalità dei concetti non appartiene alla gram- matica se non in quanto essi concetti sieno i termini di una proposizione, Digitized by Google So vale a dire in quanto li loro raaltà od apptraoKa, possiUliià od iaspoiaibi* iità, necessità o contingenza venga determinata dal verbo. La modalilÀ dun- que, per ciò che spetta alla grammatica, deesi ricercare nel verbo, k perciò raaionevole che alla modificazione dei modi^ come forme esprimenti la mo- dalità, siansi assoggettati i verbi io quanto costituiscono i giudizii; e che al eoapkaao di qaette Ibraie liaal dato il nome di aio^ —'Ora fecondo i Logici respressione dei giodiBii aiiertorit è IV, dai prabkoMtici il puh^ dai noeaiMurii il étm^ Cfao Imo a questo proposito la gramoiatica, doé rnoaM? Didamo in primo luogo rispetto ai giodizii assertorìi^ che siccome Puomo amore di brevità e varietà congiunse insieme in una sola narola il ver- astratto (è) col predicato formando i verbi concreti ; coti gli era neces- sario* di aiabilire aoolie nei verbi concreti aoa fecma di modalità cqoiva- lamo attWprCirfoM i dei giodiali* anailoni: o siecoaie il aiodiiio asserto- rio pnò caaere tanto sul presente, quanto flol passato e sol fatnfo;coel que- sta forma di modalità doveasi estendere, tanto pel verbo astretta che pei verbi concreti, almeno ai tre tempi primarii (§. 3a. n. a/'): ecco il primo modo dei verbi, modo che noi diciamo affermativo o assertorio, ritenendo inesatta la comune denominaxione di indicativo (n. 3.^}.— In secondo loogo riipeiio là giodiali' pw»éiÌiii iÌfcl^ ^>-iwwessario che Vwm o neasae r espressione logici (-^É^ od' espreaiioni equivalenti, oppure per variare e aoìadi omiio if dìscìorso «tabiiissa óei verbJ una forma eqoifalaato di mo- oalìtà; questa forma particolare perla possibilità ipotetica si riscontra nel mocfo co/icfizto/ia/e presso gP Italiani, nel modo soggiuntivo presso i Latini (o. 4*' ), nel modo ottativo presso i Greci in. 5.*^) e nel modo imperativo prillo tutti torBé*"), ì'aé0éltltjMM m aoprat* tottoiillrilito'dl- lOcM brilli uovaii4!Witto,«^ìeotini^ mp* petlzioili r Finalmente rispetto ai giudi||p neeusarii Tuoind |eMr«laMote si è servito dell' espressone logica della modalità (c/evf) o di eapretsioni equivalenti; presso i Latini peraltro troviamo una forma particolare, il ge- rundivo in dsUf dOf dum (n. 8.°). — ÌL facile il vedere come le accennate efjpreuiooì logico quali sono erariMpo la realtà'O esiateosa, la potaibilità o M iiaiililài^ 'ùlimi/f^ÈMP^IIffm^ tÉjjÉllf ■' (lisii > eapriaiooo ieri^ la non ei i iKftai»" ^Inpossibilità e la contingenza. — Analizzereaso adesso singolarmente i sopraddetti modi, ritenendo che il modo in generale 'é il compilo delle varie forme date ai tempi dei verbi come mezzi per espri- mere le varie categorie di modalità; e che tutti i detti modi chiamansi per- dono/i perchè in ciascuno d' essi la forma del verbo varia al variare delle . Sr** Il mitàv t^gkrmatìi^ o assertorio (imàkatànu, ^pcotucij) è il compie*' so delle forme date ai tempi de» verbi cobm mezzi par ai prima ra li Modi^ Ittà dei ^udizii assertorii. Questo modo noi Io chiamiamo affermaéfm od assertoTìOf piuttostochè indicativo a) perchè tutti gli altri modi indicano anch'essi qualche cosa, b) perchè è il solo modo che aQermi positivamente l'attribuzione di un predicato ad un soggetto, è proprio quindi di questo aodo l'alferantfo o aaaerire, mentre ti pno iodieara aenaa aflimara. — • La nitaii di qaeito modo è di significare i gmdisii che aCfomano poetivi- mente e assointmwnte l'Mtribuzione di un predicato ad un soggetto; con esso dunque si enunciano tutte le verità metafìsiche, fisiche e morali, per cui da Scaligero è detto soìus modus aptus scìentiis^ solus pater v^ritatis. Abbiamo detto assolutamente in quanto questo modo non abbisogna di quegli acoeasorii, che sono necessarìi negli altii modi (n. 4.'' e b°) per in- tegrare il giodiiio, oono p. et. ranleoedento nel coiidttieiMlr(ooniagaao<' te). Pnr HI Mi «Mttnn poiithri a aaioiau quatto modo è naeettivo di tniio Digitized by Google 3i le persone, numeri e lempi in tulle le lingue ; è il tema degli altri modi e 6Ì colloca primo nei«parauigmi. 4. " Abbiamo già superiormente accennato (n. a.^) che Tesprcssione dei giudizii problematici può essere molto varia; perciò a soddisfairi non fu suiHciente un solo modo, come raffermativo pei giudizii as^ertorii. Di più osserviamo cbe i giudizii problematici riguardano le cose future o da far&i, sono come una domanda, non si determinano che con altri giudizii o colla risposta. Da queste due osservazioni ricaviamo che i modi condizionalcy soggiuntivOy imperativo e ottativo non sono le sole espressioni dei giudizii problematici, e che per essere determinati abbisognano di un altro giudizio o espresso o sottinteso. — Ciò posto, il modo condizionale degF Italiani e il soggiuntivo (tubjunctivus) dei Teatini è il complesso delle forme date ai tem- pi dei verbi come mezzi per esprimere la modalità dei giudizii problema- tici ipotetici: p. es. sarei contento^ se potessi viaggiare^ ilìud si scissem^ ad id luterà* meas accommodassem, leggerei volentieri quel libro. Nei due pri- mi esempii la condizione (antecedente) è espressa, nel terzo è sottintesa. Natura dunque di questi modi si è di signiGcare i giudizii con T accessorio di una condizione espressa o tacita, e in ciò differiscono dall' aflermativo che significa i giudizii assolutamente, indipendentemente da qualunque ac- cessorio. I Greci non avendo forma particolare cbe corrispondesse al nostro condizionale^ usavano la particella av colPoltativo, di cui al n 5.*^; simili io questo ai Latini , il cui soggiuntivo non è propriamente condizionale se non preceduto dalla particella si (vedi sotto n, 7.°). — Peraltro gli stessi giudizii problematici ipotetici talvolta si enunciano altrimenti: p. es. se tu mi dessi quel libro^ lo aobrucierei ^ oppure se tu mi dai quel /iòro, lo abbru- cio. Evvi differenza tra queste due enunciazioni degli stessi giudizii? Noi riteniamo che sì: la prima mi esprime condizionatamente un desiderio di porre T azione futura; la seconda invece una volontà ferma e risoluta. Ab- biamo di ciò fatto cenno afBnché ciascuno si persuada che i quattro sovra- indicati modi non sono le sole espressioni di tutti i giudizii problematici, e in pari tempo conosca come il lÌDgu«(^gio si lasci co<i svariatamente modi- ficare da rendere, per dir così, le stesse mezze tinte del pensiero. 5. *' Se i giudizii problematici riguardano le cose da farsi 0 future, se il modo condizionale o soggiuntivo esprime un desiderio; ò chiaro il perchè alle espressioni dei giudizii problematici noi riferiamo, anche il modo otta- tivo o desiderativo {i\ixtx-ti) dei Greci e V imperativo. V ottativo esprime il desiderio di una cosa futura ^ perciò contingente, problematica; ha la sua ragione nell* empiriche condizioni dell* uomo parlante, nel sentimento, nel- rarfetto di timore o di dolore, p. es. toùto pri -/evotTO, <o ndvxBi ^eoì: aW ot- tativo greco corrisponde in latino il soggiuntivo, prepo^ovi utinam^ Deus faxit ec: p. es. utinam ille vivati ecco il timore ch'ei muoia; utinam ille redeatì namque me a tanto periculo eripiety ecco il dolore. Richiede anche l*o//ii/iVo un altro giudizio che lo determini? Senza dubbio: nel primo esempio si sottintende, cioè scegli vivesse^ io sarei contento od altro; nel se- condo è espresso. — Se poi, secondo la dottrina dei moderni, V ottativo non è un modo a sé, ma una semplice denominazione che comprende i tempi secondarii del soggiuntivo, per guisa che coi lempi primarii dell* indicati- vo si leghi il soggiuntivo, coi tempi secondarii si leghi invece l'ottativo; allora V ottativo uguaglia il soggiuntivo latino nei casi, di cui parleremo al n. 7. ■ 6. ** L'imperativo (TrpoataxTixiri ) esprime il comando, l'esortazione, la preghiera, il consiglio, I invito, il desiderio di una cosa futura, problemati- ca; ha la sua ragione nella condizione empirica di società, in cui trovasi Digitized by Google 3s r uomo, nonché nella fermezza della volontà e nella forza c veemenza del- 1* affetto che accompagna il desiderio; perciò ha una.fOrma ellittica, è con- citate, energico, inchiadendo spesso in una sola parola ambedue i giudizii: scrivi si dice a un tenero amico nel separarsi ; questa sola parola equivale all'enunciazione analitica, ma più fredda e snervata: se tu mi scriverai^ ni farai cosa graiissima. La denominazione di modo imperativo è impro- pria, perchè limitata al solo comando; e questo modo invece serve sovente alla preghiera, all'invito, alPesortazione, per cui sarebbe meglio chiamarlo volitivo. Tale improprietà é confermata dalP imperativo passivo, in cui ne- cessariamente ciò che si comanda non dipende dalla volontà della persona a cui si comanda, ma dalla volontà altrui ; e per conseguenza non è un co- mando, ma un consiglio, un* esortazione, come amator ah hero fa In modo che il tuo padrone ti voglia bene, docetor a praeceptore rendili abile ad es- sere istruito dal maestro. — La sua forma vera e sola ò la forma della se- conda persona: non può esser la prima, perchè nessuno comanda, prega, consiglia od esorta sè stesso : non può esser la terza , perchè ad una tensa persona necessariamente assente si parla solo ò per lettera o per messo; se per lettera, le si parla in seconda persona ritenendola presente alla lettera che se le indirizza ; se per messo, si comanda, si prega ec. il messo presente in seconda persona (rfi che venga^fa che scriva). Da ciò si vede a) che la forma della seconda persona plurale del presente del soggiuntivo erronea- mente A annoverata dai grammatici tra le forme imperative, essa è una vera frase soggiuntiva che suppone un antecedente a cui serve di complemento, come diremo tantosto, p. es. eamus omnis exsecrata civitas suppone vo/o, hortor ec. ut eamus, b) che le forme speciali delle terze persone dell'im- fierativo usale dai Greci e dai Latini sono vere anomalie che non annullano a natura filosofica del pensiero, sono forme ellittiche prodotto della vee- menza dciralTctlo e della passione, da cui trasportato Tuomo comanda agli assenti come se fosser presenti, p. es. (juaìibet exules In parte regnante beati. GP Italiani mancano propri amen tt: parlando del modo imperativo e vi suppliscono colle forme dell' indicativo e del soggiuntivo^ i Greci e i La- tini mancano del condizionale e vi suppliscono coìVottativo c col soggiun- tivo: ciò mostra che il bisogno di esprimere la modalità dei nostri giudizii è evidente, quantunque sia vario il modo di soddisfarvi; mostra che tali modi come espressioni della modalità, se non si hanno sempre formalmen- te, si hanno però sempre materialmente e, per dirla con una voce scolastica, intenzionalmente. — Il soggiuntivo (tiroTaxTtxTj) dunque è presso i Greci e i Latini, come presso gU Italiani, complemento d'una antoriore proposizio- ne, dond'cbbe anche il nome? Senza dubbio, la sua natura è questa: nò la cangia nemmeno quando fa le -veci del condizionale; infatti nel succitato esempio di Cicerone: Illud si scissem^ ad id litteras meas accommodassem^ la Condizione ossia rantccedente é si scissem^ e perciò accommodassem è il condizionale ossia il conseguente e grammaticalmente il soggiunto. Quan- tunque però conservi sempre questa sua natura di conseguente, pure si dee fare un'importante distinzione: quando il soggiuntivo fa presso i Latini le veci del modo condizionale, esso esprime una proposizione completa ben- ché subordinata; invece negli altri casi presenta bensì formalmente una proposizione, ma tale però che sostanzialmente equivale ad un sostantivo nel caso accusativo, vale a diro ad un sostantivo complemento al verbo con- creto ossia al predicato della proposizione antecedente, cosi desidero che faccia liei tempo equivale a desidero il bel tempo, voglio che tu venga a vi- sitarmi equivale a voglio una tua visita^ temo che il tempo si cangi equivale Digitized by Coogle 35 a temo il cangiamento del tempo; laoto è ciò vero che i Latini cambiavano spesso la frase soggiuntiva in un infinito, eh* è quanto dire in un sostantivo (§, 34. D. p. es. volo vos bene sperare invece di volo ut vos bene spere- tisre fu perciò che noi l'abbiamo chiamata frase piullostochò proposizione soggiuntiva^ in ^uantochè non cnunzia di per sé un giudizio, ma soltanto integra il giudizio antecedente. Che differenza dunque vi ha tra la proposi- zione incidente (§. ao.) e la frase soggiuntiva ? Eccola : a) la proposizione incidente equivale ad an aj^giuntivo, la frase soggiuntiva ad un sostantivo; b) I9 prima rileva un giudizio implicito e ló n^ette in vista e fa .per conse- guenza una proposizione, la seconda ò un semplice complemento senza far giudizio alcuno.; c) la prima attribuisce sé stessa ageiuntivo ad un sostan- tivo, la seconda integrando il predicato del verbo della proposizione ante- cedente ed essendo un sostantivo non può attribuirsi ad un aggiuntivo qual è il predicato della proposizione antecedente; d) in italiano il che della proposizione incidenti è pronome Yelativp, il che della frase soggiuntiva è una congiunzione. Quanto abbiamo detto del soggiuntivo greco, latino e ita- liano, vale anche per Vottativo greco, secondo i moderni, qualunque volta non sia condizionale (p. 4>° e ^•*')* 8." Finalmente rispetto ai giudizii neqpssarii Tuomo generalmente si è servito dell* espressione logica della modalità (</eve), o di espressioni equi- valenti: presso i Latini peraltro troviamo per essi ona forma particolare, cioè il gerundivo finito in ui, a, um, il quale nel nominativo e accusativo coogiunto al verbo astratto riunisce V idea di necessità e di obbligazione con quella del futuro: faciendum id no6ù, guod parentes imperant (PlauU); obviam eundum est au^ftciae temeritatìque. \ Greci peraltro vi supplisco- no cogli aggiuntivi verbali in xeo^, ts'cx, xe'ov derivati dal participio passivo dell* aoristo, p. cs. xi\it]xéa «artv i) dfeTii, honoranda est virtus. — Peraltro per estensione di significato i sopraddetti gerundivi latini si usarono anche a significare convenienza, opportunità, o quella che alcuni impropriamente chiamano necessità relativa: p. es. etiam seni discendum ej/(Sen.); omnem memoriam d'ucordiarum oblivione sempiterna delendam censeo (Gic). — Il gerundivo nei casi nom. c acc, quale Io abbiamo noi qui considerato, è un vero modo personale inquantochè non - può reggete senza il verbo astratto ò espresso o sottinteso, e il verbo astratto ha persone: in ciò differisce dal gerundivo considerato negli altri casi {§. ò^. n. 3."). Così il linguaggio soddisfa alle esigenze del pensiero, determinando- ne te due prime funzioni^ concetto e giudizio, nelle quattro categorìe. B non è certo fuor di proposito il chiudere questo §. osservando che gli ac- cennati mezzi servono a determinare anche la terza ed ultima funzion del pensiero, il raziocinio. Infatti per la quantità i raziocinii sono o singolari^o particolari^ o universali; e siccome nelle premesse ossia nella prima ragio- ne sono sempre generali, cosi la fatta distinzione non sussiste che per la conseguenza; dunque i sostantivi individui o generici', gli aggiuntivi di comprensione e di estensione, più il verbo bastano a determinare i razioci- nii nella quantità, perché bastano a determinare in essa qualunque giudi- zio (n. I.''). — Per la qualità i razfocinii sono categoriciy ipotetict, disgiun- tivi. I categorici sono quelli nei quali s* inferisce che il predicato conviene 3^ soggetto per mezzo di una conseguenza dedotta da un principio; tanfo la conseguenza che il principio sono due proposizioni o giudizii, dunque i mezzi accennati bastano pei giudizii categorìe!-, tanto più che abbiamo indi- cato il tempo presente ($. 3 a. o. 1.*^) e il modo affermativo dei verbi (n. 3.°) come proprii dei priocipii, nonché dei giudizii categorici. Gli ipotetici sono quelli in cui posta la proposizione generale come condizione se ne trae la Digitized by Google 34 conseguenza; e per questi, oltre i sostantivi e gli aggiuntivi , abbiamo il mo(/o condizionale del verbo (n. Z^."*). I disgiuntivi sono quelli ne* quali la premessa o proposizione prima è formata da un giudizio disgiuntivo; an- che in questi dunque nulla più occorre di quello cne occorra in un giudi- zio, tranne la particella disgiuntiva tra i predicati (o), di cui parleremo nella III. Sezione al §. delle Congiunzioni. Del resto se il linguaggio som- ministra tutti i mezzi per determinare, anche i raziocini! nella qualità, spet- ta poi sempre all' intelletto il riconoscerla dietro i princi{)ii della logica, perchè il pensiero nel soggetto 'o- individuo può essere anche falso erroneo, e il linguaggio nuiraltro essendo che la iraauzion del pensiero in parole vi soddisfa anche presentandolo falso erroneo in quanto lo presenta qual è nella mente di quel dato individuo. — Il fin qui detto vale eziandio rispet- tivamente alla relazione , 43er la quale i raziocinìi sono pari o equipolìtnù^ opposti, convertibili^ spetta puramente air intelletto il conoscerne Tequipol- lenza, l'opposizione, la convertibilità; if linguaggio ha compiute già le sue parti somministrando i mezzi per enunciare determinatamente un giudizio. — Lo stesso ripelasi rispettivamente alP ultima categoria di modaHtà, per la quale i raziocinii sono assertoriif possibdiy necessarii. — Da ciò apparirà più esatta e secondo ragione la già fatta divisione di questa II. Parte, giusta la quale, la I. e IL Sezione occupandosi del concetto e del giudizio, avreb- be sembrato che la IH. dovesse occuparsi del raziocinio, e noi invece ab- biamo detto ($. i4« n. 1.^ c) che alla III. Sezione nulla più rimaneva che trattare del modo con cui si devono connettere e ordinare fra di loro le va- rie parti e proposizioni del discorso. • 5- 54- Modi impersonali : indefinito, Participii, Gerundii e Gerundivi, Supini. I.** ànalizzando la parola canere, ci troviimao il concetto del verbo astratto essere e quello del predicato canUint» {§. ag. n. 5.° c); ma non vi troviamo espresso il concetto del soggetto come in cono, e Tazion del can- tare non è attribuita ad una persona piuttostochè ad un'altra. Ecco ciò che i grammatici chiamano modo infinitOy ohe più propriamente dovrebbe dirsi iniUfinito, indeterminato. Non esprimendo nelle sue forme la persona, vien detto, a differenza degli altri ($. 33.), modo impersonale. Qual ne è la natura? indefinito rappresenta il valor subbiettivo del verbo concreto con le forme temporali, o in altri temini rappresenta la nozione del verbo astratto e del predicato come sussistente da sò (sostantivo) colle modifica- zioni del tempo, p. es. me juvat canere, me cecinisse juvat, il cantare, Ta- ver cantato mi diletta, cioè tessere cantante, tessere stato cantante'mi di- letta . Si «corge quindi che nell' indefinito le forme latine ere, isse eh. e le corrispondenti italiane rappresentano Tidea relativa del tempo (valore for- male).; e che vi è presa sostantivamente ma astrattamente la nozione del vèrbo astratto {essere) combinata colla nozione del predicato (valor subbiet- tivo), cosi p. cs. canere me juvat equivale a mi è dolce resistenza nella ino- d'ficazione del canto, e, prendendo un verbo attivo, T amare i nemici è somma virtù eauivale a Vattualita od esistenza neWamor dei nemici è som- Jha virtù ^ sicché noi siamo d'avviso che prendasi astrattamente come so- stantivo la nozione del verbo astratto in qgaato esso aflcrma poranche resi- stenza del soggetto ($>^9> o. i." e 4>°) o che i| predicato rimanga qual è senza cangiarsi in sostantivo. Ciò sembra confermato dall'analisi che si può fare dell'indefinito del verbo astratto preso sostantivamente; e dal riflesso che il verbo concreto è verbo solo in quanto al predicato ò congiunto il Digitizc. I , V .o 35 verbio asirallò, e (^uiodi i tempi e i modi, come modificazioni del verbo, nou possono anche nei concreti esser proprie che dd solo verbo astratto. Di più giova osservare la differenza tra*il sostantivo cantus e V indefinito canere preso sostantivamente: coMiderandp le due proposizioni cantus me juvaL, cecinisse me juvat^ vediamo che la nozione rappresentala da cantus è più generale della nozione rappresentata da cecinisse^ perchè il cantus che mi diletta pnò essere di qualunque e persona e animale, il cecinisse^ Vasrer can- tato è più deterrnmato, e in questo caso individuo Vaver io cantato^ la no- zione di cantus è unica, la nozione di cecinuse è la nozione del verbo astrat- to combinata colla nozione del canto come modificazione; infine la nozione di cantiu non inchiude T idea del tempo, come la inchiade la nozione di ceciniue. — Dopo tutto (Questo potremo dire c^e V indefinito è il complesso delle forme date ai tempi dei verbi concreti per rappresentare come sostan- tivo astratto la nozione del verbo astratto in quanto alTerma resistenza del soggetto, combinata colla nozione del predicato e modificata dall'idea del tempo. Sicché V indefinito è propriamente un sostantivo astratto, sostantivo sui generis^ sostantivo col tempo, sostantivo-verbo. Questa teoria è confer- mata dal fatto, che in greco e in latino,.eome in italiano, V indefinito si usa in tutti i casi anche colParticolo e con le preposizioni : Nom. e Dat. rd ^c- Xstv axaipMc coo'v eort tm fxcastv, Tamare a controtempo è uguale alTodiare; Gen. xoupc'c sort toù Xeyeiv, è tempo di parlare-, Acc. S'e'Xw Ypot^petv, ip voglio scrivere, irpdc td ^erpieov BcroS^at ireTraiòfioj^evo? (Xen.), istrutto ad abbiso- gnare di poco: — e in latino, Nom. parenles suos non amare impietas est (Sen.), pacare culpa magnum est solatium (Cic."^, Scire iuum nihil est (Pi sùr Ilvo, esempii ravvisiamo un^ultima differeoza tutta grammaticale tra V indefinito c gU.Bltrì soslaniivi ; r ind</*nt/o è indeclinabile. — L* indefinito ò vera- mente un modo? Non si può chiamarlo cosi che per estensione di signifi- cato, non già a rigore di termine; V indefinito ò un sostantivo, la modalità del sostantivo ò puramente intellettuale (§. 33. n. a."). L* indefinito^ al- meno in italiano, è il tema del verbo,. cioè la forma sintetica del verbo che ne abbraccia c suppone tutte le forme parziali i* Non oserei asserirlo. a.*' L'analisi fatta suU* indefinito può colle necessarie mutazioni ripetersi sul participio (fxstox^ )* c se ne dedurrà che sono simili a) in quanto il participio^ come T indefinito, incbiude Tidea del tempo, b) non può aversi che dai verbi concreti, c) c impropriamente chiamato modo per estensione di significato, d) è un modo impersonale; e che invece difTeriscono fra loro in quanto e) T indefinito è un sostantivo-verbo, il participio é.aa aggiunti- vo-verbo, /) r indefinito combina la nozione del verbo astratto con quella del predicato, il participio esclude la nozione del verbo astratto ritenendo sol quella del predicato. Il participio dunque si può definire il complesso delle forme date ai tempi dei verbi concreti per significare il loro predicato separatamente dal verbo astratto colla modificazione peraltro del tempo. Il participio è quindi sempre un aggiuntivo di comprensione; la modificazio- ne del tempo lo distingue dagli analoghi aggiuntivi di comprensione {amans attualmente, amaturus in futuro, amatus in passato differenziano da amicu» generico e indeterminato nel tempo). Spetta alle grammatiche partico- lari r insegnare (guanti sieno i particìpii, quale la loro forma, quale Tuso ec 3.° I gerundii e gerundivi ^ proprii dei Latini, sono il complesso delle Corme ca^aali dei soifantivi (dt, do, dum) applicate all'indefinito dei verbi per usarlo nei casi genitivo, dativo, accusativo, ablativo (vedi n. i.°). Il ge- Digitized by Google 30 ruiuUo o eerundivo preso a sé nei casi nomioatiiro e accusativi) è uu vero tmda (C. 9$k*«. 8.'") ; nel resto non rappresenta che mm Tariilzione formaJe dell' inMvlorOeii. èraisr 9t$> Uimi*dk9»ii ptniM ÌC0L)^ kgBmài €tùa*ÌQ etif QuétkM iMit'af«||tr (FHd.); Ufi. makiiio rana- rum efUra (Ov.)^ sunt MmnldH acuendìs puerorum ingeniis non inutiks /ffifa (Quint.); Acc. homo ad ìn^Uigendum et etd agendum naiiu est {Cic), ìHores puerorum se inter ìudendum detegunt (Qaint.), homo multa habet imtrunuAia ad adipisctnd^m sapieniiam (Cic); Abl. injut^ias ferendo ma- /oMi' imleM, 7tta«t> «M^ibb* mm wèm m ipte»}, im 'ftiuptàte, spetmnia nrims pel mamme €9n^&m(àh,% ^ Dtgli addotti caepapii si vedè die i .^ttndu e i gtruéUfi «ono un moda jpm sola estensione di' si^t^cato, ma impersonale (lo che ripetasi |]el supino n. 4>^) ; che non ha varie modifica- zioni di tempo come 1* indefinito, ma solo la modificazione del presente, di uo pcesente Mn& che ha ona lata estenaione e pel poMato e nel futuro Q-^4«* ^ 9u^not proprio dai LatM, è im bmm Torbale dia, come il go- rundivo, stipplisce ai- casi delÌ*iiidefiBtto. Noa ha che raccusativo in um ad è attivo, e 1 aolativo io u ed è passivo: Acb. spectaium ludos veniunt {Non nos aut ferro libycos populare penates Venimus Virg.); gw brefior^ eo tU- lucidior €f cognitu facilior narratio fìet (Cic). 5.° presentare od enunciare in serie le 'diflereoti forme del verbo ag- giangeada alla la d i è ala le lafturiaai propria di «Imcoh aiaéo» tenpo^ .f i a r y ai ia a BUMcto^-é éh dM dieed aojnafofv (cai^^faiia^ idUeig, 'ouCurfa). * 1." IhWaaio già difiia i fadri ({- ao.) in verbo astratto e verbi ean- creti. Siccome il verbo astratto esprime ratio semplice ed anioo ddla^lMM* te, onde attribuisce nn predicato ad uo soggetto, così determinatone uno {essere)y questo doveva a tale ufficio bastare, ogni altro .sarebbe stato su> perfluo : lastratto quindi ò.uoo. U concreto invece chiudendo in sé un pre- dicato poò moko fariara: da €«fr la dittiadoai mannaiiaaB dd ¥arin <oob- cratr. Noi appoggereaio la noitia ditlinnoiM^ dr é por ifiialli dd graonna- . tidf alla filoma. — L'jumIìsì di tutti 1 -veihi concreti d dà la èegiMlnte teo- ria superiormente accennata (§. a8.); i verbi concreti nelle proposizioni esprimono, determinandole o affermandole, le tre relazioni metafisiche di azione e pauione, di causa ed effetto, dì sosimnza e aécidenie. Siccome poi la forza (non la fisica) è la cama in adone od in alto; e la eausa, qoanton- que possa «aiiaapird andta mmm adone ed fai alto, ^re bob edaia aann Iella forza; e raziona è oa alblle dalla forca la anet e l'aomo nd eooMoe linguaggio prende la causa per azióne, 1* effetto per passione : cosi faremo anche noi riducendo le tre categorìe a due sole, ozione e p€èssione, sostan- za e accidente. Ciò posto, i verbi concreti che esprìmono la azione di- coi)ti (Uiifi {acthum^ sm^tcmÌ») e questi necessariamente rìchiederanno par aaaoBdo tanlnae dalla idaaiaM bq oggetto (pasdone) sa bbV Miada » ne la propria adene (nDeoiBiiYo C. a8.ìk i*)^! ferfri awMraa ebe capd- «ano la pastfona diaend |Mwsivi (pasmum, trod^cid») «rqnefil nseassarja- mente rìchiederanno per secondo termine della relazione un sóf^getto (azio- ne) da cui rìcevono 1 influsso della azione (ablativo presso i Latini, geni- tivo presso i Greci); finalmente i verbi concreti che esprimono la relazione di sostanza e acciffenle dicoosi neutri {neutrum) cioè oè attivi, ne passivi, Digitized by Google 57 c questi necessariamente richieduiio come primo termine della relazione il sostantivo inquantochè essendo concreti rinchiudono in sé il predicato (ac- cidente). — Gli aitivi si dissero anche transitivi perchè T azione dal sog- getto passa sopra Toggetto; e i neutri si dissero i/t/ran^ì/ivi perchè Pazione non passa fuor del soggetto. — I passivi subirono in tutti i modi, tempi, numeri e persone delle forme particolari che li distinguono dagli attivi^ for- me che giovano assai alla rapidità del discorso, e che spettano alle gram- matiche particolari. 3." Quanto ai neutri osserviamo eh* è impropria la denominazione di verbi neutri^ perchè lungi dal non essere nè attivi nè*passivi, (ono e Puno e r altro simultaneamente. Infatti nella proposizione i/ ccryo corre , il verbo corre mi rappresenta un* ozione del cervo, quella del correre, dipendente dair istinto, dalla spontaneità deWagente, e in pari tempo mi rappresenta una modificazione sofferta (passione) dall'agente medesimo. Ciò risguarda propriamente la loro significazione, non la forma e il reggimento gramma- ticale; in grammatica generalmente i verbi detti neutri hanno le forme della voce attiva, e si distinguono poi dagli' attivi induantocfaè non richiedono il secondo termine come oggetto. — Avviene peraltro assai spesso che i verbi attivi abbiano la medesima significazione dei neutri, vale a dire che l'azio- ne da loro espressa sia fatta e subiìa dalP agente medesimo, ossia ricada e si rifletta sul suo medesimo autore : siCCatti verbi si dissero perciò dai gram- matici verbi riflessi y e siccome di lor natura sono attivi e l'azione ricade sull'agente,' cosi era necessario o dare ad essi una forma particolare, o sog- giungervi per secondo termine come oggetto il corrispóndente nome per- sonale. Il primo modo vuoisi adottato dai Greci nei verbi detti medii cov), ma non è nostro dovere il metterci dentro a questione tanto agitata; fu però certo adottato dai Latini nei verbi deponenti {deponentia) come di- remo nel seguente numero : il secondo modo fu adottato da varie lingue moderne, p. es. dall* italiana tu ti tiffliggi ce. e dai Latini stessi in alcuni verbi . 3.° Indaghiamo pertanto la natura dei verbi deponenti latini, e quanto diremo di essi varrà eziandio per coloro che ammettono in greco i verbi medii con forme differenti dalle forme passive. — > Attentamente osservando noi troviamo tra i deponenti latini parecchi i quali sono e attivi e depo- nenti, come assentio e assentior^ impertio e impertior^ e molti più ne tro- viamo presso gli antichi scrittori, come arbitror.e arbitro, comiior e comito te. : egualmente si trovano dei passivi usati nel senso di riflessi, come i/ive> hor e pascer^ lo che vale puranche di videre vedere e videri comparire, la- sciarsi vedere, versare volgere e versori volgersi, trovarsi in qualche parte ec. Tranne laetari, il cui attivo è inusitato, questi verbi si usano anche nel significato passivo. Essi dunque sono contemporaneamente e passivi e de- ponenti, é facile spiegare questo doppio loro carattere. La forma in or pre- senta fi soggetto del verbo come ricevente l'azione ; se questa azione è fatta da un altro agente cbe non sia il soggetto, il verbo è passivo {amor a Dea); smessa è fatta dal soggetto medesimo, il verbo è riflesso {pascor^ laetor), e come tale prende il nome di deponente^ perché in qualche modo ha depo- sto il signìncato passivo il quale suppone Tacente fuori del soggetto. Non è dunque meraviglia se tanti deponenti si traducono in italiano coi verbi ri- flessi, irascì irritarsi, niti sforzarsi, ^aeri lamentarsi, vesci natrirsi, ed altri molti. Anzi quelli stessi che sembrano- puramente transitivi possono ricon- dursi a questa teorìa : imitariy imitare ossia proporsi a modello, poUiceri promettere ossia legarsi a, mutuari farsi imprestare, comitari accompa- gnare ossia farsi compagno ec. I verbi deponenti latini sono dunque origi- Digitized by Google 38 niriaKwHii 4itiinati ad espriiaare aii*aaiooa rifalla, «la a èva ao«o ? arbi riSa^i colla fimaa piMh<a. • . * • * • • • ^ i6m fflii' Beali, altrimenti deU^ /ayfraBuafij . Anomali^ Difettivi. . < . . ■ * • • • • • Far qoanto abbianf dalla aapariaffaMBla ($. o. i/) ogpi t atba aoppoDa .oeceuarìameme bb tafgatto o ctpwBio o sottinteio; quoto aog« getto non |Ni6 aMare che un sostantivo o nna (raie aquiTalaiile ad yo ao- stantivo; la prima grande naturale divisione dei sostantivi è in personali e reali {§. 16. n.' a.^), dunque i verbi il soggetto dei quali è una persona si chiameranno persoHQli% i verbi il soggetto de* quali è ana£04<i si chiame- riBDO'riaiì. ^ieeoaaa poi la oota (ras) non sono douta di linguaggio, né aUe oi*a ai po& dirìgalo la parala porcM prìta dtiatellìgenza^oaS iiwijfaaBMin. lo parlando Ì.PM ftai davoBa Bao cfsa riamaBlo Bianoare delle fora»» pao- prie della prima e seconda persona dei verbi personali: solo potrà usarne la poesia , linguaggio d'afifetto c d* imaginazione, sorretto dall* antico pan- teismo cbe dava sensi e ioteliìgcnza anche alle cose. 1 Verbi dunque reali Copriamenle parlando non potevano avere che una sola forma nel singo- pa ad BM BOI |iIbì|^: oia per bob oMllipiiearo le IbraM» ti assegnò Iub la forma delle terze paiMMa ori verbi personali i e ciò taalo piA faeiÌBianla pérobè molti verbi sono per la oatara del loro significato e pérsonali e re«- Oy'p. es. vede^uta, gusta T uomo e vede^ fmta^ gusta il cavallo^ \^gela Vuo- mo e vegeta f albero, esiste Vuomo ed esiste il jìerro: anzi pochissimi alTatto sono i verbi che per la natura dei loro significalo sieno solamente reali e »ao ip pari tempo auelio patMiiaÌi« aloè y rawa . l Glori i quattro riferiti Bel BOBMio aagflaate, e presioi LaiÌBÌ i iri r ^^IrL opoi^ lilo^ dec§t. Da pih vedasi quanto ria iaspi^pria Im danoauBazioBe di iiapersoBoft data a questi verbi, oaoM aoo.ria anita. di» jcaanifiiflalBianto ralua di verbi unipersonali. a.^ 1 grammatici peraltro hanno ristretta la denominazione d'imperso- tIfA a quei $oli verbi che non sono retti. da «n soggetto espresso in parole, ^■ali 'aaao i^eoxi, hi, v^tì, àno^m^ p/aii, nrfiyfwwurir, /ice/, poaiiiitiaia>i a amo tra loro assai discovdaBli Bel daUnoÌBare questo soglio. A noi pare facile il determinarlo con questo semplice raziocinio : ogni verbo reale ( impersonkle) è concreto, il verbo concreto consta del verbo astratto e di un predicato, il predicato esprime una qualità, la qualità sojppone necessa- riamente una sostanza o un soggetto a Cui ò inerente e a cm si attribuisca BMdiaBla'li vóiiio atuatlo eoi quale easa qualità è congionu ; dunque ogui taribo- iBob nippoBo un^pnariiaiwita bb MiiaBiiiga naia oaaie soggetto: qBailo.iailantiva poi può eisare o espresso, oppur lotliBlaso per reUiaai di eui abbiamo fatto tante volte parola-; cosi è sottinteso in pìuit cioè coelum^ ■ in nc^eip^roici/ cioè dies^ ò espresso in ire licety quem poenitet peccasse paene est innocens, i^soxi fiot. airievou, essendo T indefinito un sostantivo 34> a. finalmente anche negli altri modi misere/ me itti» tOMdet aia aHoa davari aòniBteBdaro il ipaiBBthò mgttàum od ritao oqBÌfpiaBia,aaaM Begli aggiBBlin neotrT di oapBÒfOBiione {§. 19. a. a.*)» rioiè negotium iui miseret me, mgodum viiae tomi bm. — Ed appunto in questi ultimi verbi sostengono i grammatici che il soggetto o sostantivo vi è rinchiuso, non già espresso o sottinteso, per modo che scioglier debbasi la proposizione ne* suoi elemepti oosl: misericordia lui ienet me^ e confermano la loro opinioaa . dlaasdo abo il aaHaalifo fi è rindiiBio i&qoaatoohè «i è già riuiobiBio l*ia* dafiailo ali*é aaiiaBtiva ITaocliiA doiirina, ara laHariiriaia, a) parcbé a aaa» Digitized by Google 39 ^uno eh* io sappia dei Logici è caduto io mente di asserire che i verbi con- creti constino ael verbo astratto e di un sostantivo; b) perchè la surriferita proposizione non è già decomposta ne* suoi elementi, si bene assunse un ele- mento a/latto eterogeneo, un akro verbo concreto, tenete c) perchè T inde- finito (posto che vi sia rinchiuso) ò bensì un sostantivo, ma sostantivo-verbo, e, come abbiamo detto (§. 34. n. i.'') sostantivamente si prende la nozione dell'esistenza {eue) modificata dal predicato; d) finalmente perché osser- viamo che il verbo qualsiasi, quantunque derivato da un nome sostantivo, pure cangia la nozione da sostantiva in attributiva, come p. es. efffttuare da effetto equivale ad euere effettuante^ causare da causa equivale ad es- sere causante. L*uso ha sanzionato la forma passiva dei neutri, quantun- que adatto anomala; vi si riscontra però sempre il sostantivo, lo che con- ferma quanto abbiam detto: ìturn est a nobis (per analogia di forma cogli aggiuntivi neutri osservati al §. 19. n^. 2°) equivale a noi ivimusj concurri- tur cioè ab exercìtibus equivale ad exercìtus concurrunt. Alla formazion delle lingue non presiedette sempre regolatrice la ragione; tiranno domina- tore ne è Tuso, (fuem penes arbiirium est et jus et norma loquendi (Oraz.). 3.° Quest'uso medesimo rende ragione dei verbi detti anomali o irrego- lari, come vo/o, quec^fio, /Satvtt), syw, ei^eo, tanto h vero che sono verbi d*u80 il più comune; e anche dei difettivi o mancanti di alcuni tempi e* per- sone, come /èro, odij meminif coepi^ <P^p^t opaco, èa^iuì. Questi difettivi per- altro hanno ^ loro ragione anche in un altro fatto: varie tribù parlavano varii dialetti della medesima lipgua, accomunandosi le'varie tribù e fonden- dosi in una sola nazione, ne avvenne che si adottassero alcuni tempi dei verbi di una tribù e alcuni altri tempi dei verbi di un'altra tribù equiva- lenti nel significato, cosi p. es. se una delle antiche tribù che popolarono. la Grecia usava ^Ep«>, un'altra usava oib), un'al.tra evex«i); formatasi la nazione di ^ép<x> ritenne l'imperf. s^spov, di ocu il fut. oloto, di iviK» il perf^ évnvoyjx ce. Quiddi si può stabilire cne anomali o irregolari devano chiamarsi quei verbi che formano alcuni dei loro tempi da tali primitivi che hanno il me- desimo significato e la medesima radice benchò variamente modificata, co- me Xafx^diKù e Xtj'/Sw, frango e frago: difettivi devono chiamarsi quei verbi che non avendo alcuni dei loro tempi, assumono queiti tempi da verbi che hanno il medesimo significato, ma non la radice medesima, come ^ipo) sa- periormcnie addotto e fero^ tuli, latum. — Più dettagliate osservazioni su (ali verbi spettano alle grammatiche- particolari. 5. 37. Verbi Derivati, Derivati dai Verbi y Verbi Composti. 1.^ Ai verbi semplici aggiungendo alcuni particolari suffissi si formano dei verbi derivati, i quali si distribuiscono in varie classi secondo la varia ioro significazione: tali sono presso i Latini i desiderativi (es-urio), gli ap- paritivi (alb-ico)^ incoativi (alb-esco), i frequentativi {dic-tito, ver- so), i diminutivi {murmur-illo), gì' imitativi {graec-izo o graec-isso). Tutti que- sti derivati sono ricchezza di lingua , ottenuta nell'epoche della coltura; sono altrettante forme sintetiche generate da quello che abbiam detto quasi istinto air ellissi, che danno forza e rapidità al discorso schivando la lun- ghezza dell'analisi , cosi albescit equivale a coepit albere, diclitat a dicit taepe ce. — Parlare del modo con cui dal semplice deggionsi formare i de- rivati appartiene alla genesi del linguaggio, alla filologia propriaii\pnte det- ta e alle graroniatibhe particolari: a noi basti di f^rvi sopra un'osservazion filosofica. Se (ali forme sintetiche sono l'opera d'un'epoca incivilita, devono essere state l'opera della ragione, ^ssia i verbi derivati generalmente par- Digitized by Google 4o landò devono essersi lormaù da un dato tempo del verbo semplice piuUo- stocbè da un altro per un motivo, per un perchè. Per es. siccome il deside- rio inchiude in se necessariamente Tidea del futuro, cosi i Greci derivarono i loro desiderativi dal futuro ritenendone 1& caratteristica (a), come in òpaa cut) desiderar di fare da dpa-to fare^ fut. ^pda-ta ; ed i Latini egualmente de- rivarono i desiderativi dal participio futuro, come es-ur io da edro^ part. pass, et-um, part. fut. es-ur-us. Per contrario i frequentativi latini sono quasi tutti derivati dal participio passato del verbo semplice, appunto perché la fre- quenza o ripetizion deir azione incbiude in se necessariamente Tidca del passato, Tiaea delfazione altre volte posta, compiuta; così dict-itod» dic-o^ part. pass, dict-um^ vers-o da ver/-o, part. pass, vers-um ec. a.^ Questa medesima ragionevole norma devono aver seguita gli uomini nel derivare dai verbi i nomi sostantivi o aggiuntivi: p. es. siccome Teffetto e r oggetto dell'azione espressa dal verbo inchiude in sè necessariamente ridea della passione e del passato, còsi i Greci derivarono dal perfetto pas- sivo i sostantivi esprimenti Tefietto o l'oggetto dell'azione del verbo, ypafi- ua ciò che fu scritto, lettera, da ypà^-tù scrivere, perf. pass, yé- Ypcif^'f^^i ([i7Ti7-fxa oggetto di ricerca, da ^rjTs-ti) ricercare, perf. pass. e-^Tjn3-/ta*. Pari- mente i Latini derivarono molti nomi di analoga significazione dal partici- pio passato: p. es. da vine-o, vict-um derivarono vict or,vict-rix, vict-oria, vict'ima che in sé inchiudono necessariamente Tidea del passato. 3.° Vi sono finalmente verbi composti a) di un sostantivo^ di un verbo semplice belli- gerare, Zaxxxjko-^iiKxéiù, h) ^'i un aggettivo e di un verbo ampli-ficartf Kaxo-^oU/xovocci), c) di un avverbio e di un verbo satis-facere, iroXca-ouTe'b), d) di una preposizione e di un verbo di-moveo, 6ua-^i>/xatvM ; qpesti ultimi sono i piAi numerosi. Egualmente abbiamo e sostantivi e ag- giuntivi ec. composti {bene- valentia, a-mentia, ensi-form'u, omni-potens, c^rifiipctj etc-oòo?, vuKTt-jraTi?^, )caK0'8flUfxwv ce). — Parlare del modo onde si fornaaoo queste composizioni spetta alle grammatiche particolari : a noi basti Tosservare che i.") nella maggior parte dei composti il vocabolo de- terminante procede il determinato, cosi om/ii- determina potens e gli serve di complemento, xaxo- determina Sai/xcav c ^li serve di aggiuntivo; a.*^) nei composti il solo vocabolo finale assume lo varie terminazioni, i vocaboli precedenti si trovano generalmente nello stato di radici o di radicali ; e per- ciò il solo vocabolo finale ha propriamente il valor subbiettivo a formale, gli altri non hanno che il valor subbiettivo; 3. ) tutte le lingue non hanno la medesima facilità di combinare e fondere in una sola parola più nozioni o idee principali, oppure nozioni o idee principali con nozioni o idee ac- cessorie e con idee di rapporto. Le lingue in cui domina la facilità e T abi- tudine di rappresentare gruppi di nozioni o idee con gruppi di segni non distaccati non isolati, si chiamano lingue sintetiche (ouv^stixo'c da oiiv e xi- ^rip-i ant. òtta). Le lingue invece che usano di rappresentare le diverse no- zioni o idee c i rapporti che le modificano con parole e segni isolali, si chia- mano lìngue analìtiche (otvaXuTtxd? da ava e Xu«). La latina e specialmen te la greca sono lingue sintetiche; Titaliana e specialmente la 'francese sono analitiche. Tutte le lingue peraltro sono sintetiche e analitiche a un tempo; solo 8i distinguono con Tuno o T altro nome di preferenza secondochò vi predomina la sintesi o l'analisi . $. 38. b) Degli Avi^erbii. 1." Col mezzo del verbo si afiferma la convenienza o'disconvenieoza di un predicato con un soggetto, vale a dice si attribuisce (giudizio e proposi- Digitized by Google zione atTermativi) o si nega (giudìzio e proposizione negativi) un predicalo ad un soggetto: in questi due casi, per ciò che risguarda la qualità (predi- calo), si avrebbero le due secondarie categorie di realtà c di negazione : p. es. rente necessario e giustissimo; il conlingenle non è assolalo. Può av venire peraltro che sì attribuisca bensì un predicato ad un soggetto, ma dentro certi limiti, i quali sieno più o meno estesi o ristretti : in questo cat;o si avrebbe la terza secondaria categoria di qualità, cioè la limitazione che é una combinazione della realtà colla negazione: p. es. Lucilio è un satiri- co virulente mente mordace, Orazio h un satirico urbanamente mordace ,* ecco il medesimo predicalo mordace attribuito a due diversi soggetti den- tro limili ben differenti. Lo stesso accade (qualora vogliaci limitare un ge- nere : p. es. r uomo superficialmente istruita in tutto e peste della società. La parte del discorso o parola che con una forma sua propria esprime sit- (alla limitazione fu detta avverbio {adverbium^ 6iricpT}fta), perchè il predi- cato che si limita essendo ordinariamente congiuhto col verbo (verbi con- creti), r avverbio nella costruzione logica deve stare accanto al verbo, ad verbum . a." Quali parli della proposizione afletia T avverbio? Propriamente il solo predicato (aggiuntivo). Le sostanze (soslaniivi) son quel che sono, e quantunque tien Hmitale, in quanto sono sostanze non sono capaci né di intensione né di remissione, i loro limili sono inalterabili; un Gore per es- sere privo di odorp o ingratamente odoroso non è nò più nè meno hore di un altro anche soavemente odoroso: le sostanze dunque in quanto sono so- stanze non soffrono limitazione, e perciò P avverbio come espressione di li- mitazione non può mai affettare il sostantivo; tanto é ciò vero che la qua- lità medesima qualora prendasi sostantivamente non soflre di essere unita coir avverbio, e quindi si dice è lodabUe Tuomo nrudentemente coraggioso; ma non coragf;ioso temerariamentefSÌ dice è lodabUe il coraggio colla pru- denza, non colla temerità, ma non si dice è lodabile il coraggio, prudente- mente, non temerariamente. — Le qualità invoce (non le C5senziali) ere- scono o decrescano, vale a dire sono capaci di intensione c remissione, han- no limiti; aozi, come la sostanza stessa, cosi anche i limili di una sostanza non si conoscono che mediante le qualità (predicati, aggiuntivi). Tutto que- sto viene confermato da quanto abbiamo detto sui gradi di comparazione 18. n. b° e §. ai. n. 3^"); i quali gradi di comparazione sono proprii anche degli avverbii (iyyxjq, syYurepw, eTYUTaTO), prope, propius^ proxime), non mai dei sostantivi (§- 17. n. 5."). — Resta a vedere se gli avverbii al- fettino il verbo propriamente detto '^astrailo). Secondo Burnouf non affetla- no il verbo astratto se non che gli avverbii di ajfermazione, di negazione e di dubbio. Noi ci permettiamo a questo riguardo alcune osservazioni. 6li avverbii di affermazione (vai o vatyj, apa, nae, sane, profecto ec.) o fanno parte di una completa proposizione, o stanno a sé. Se fanno parte di una completa proposizione, (]ucsla proposizione non può essere che un giu- dizio assertorio in parole, e a costituire un giudizio assertorio basta filoso- fìcamenic il modo aifcrmativo {§. 35. n. 3.*^) senza bisogno di altre parti- celle, p. es. Pente necessario è assoluto; qualunque partieella vi si aggiun- f;a non é punto necessaria, é un mero pleonasmo che deriva dairindividua- e convincimento di chi parla, il quale persuaso com^é della verità de' suoi giudizii vorrebbe nel tempo stesso che comunicik agli altri la verità, comu- nicar loro anche il proprio convincimcnio, c per poco che sospetti incredu- lità negli ascoltatori insiste con più parole per dar più energia a quanto as- serisce, c perciò in quella j^uisa che diciamo io F ho if.eduto co" miei proprii occhi, diciamo pnranchc Ji, f ente necessario è assoluto, F ente necessario c Digitized by Google 4a ceriamenle assoluto. Se poi gli avverbii di afTerinazioDe sUodo a lè (come qnuMfo imo interroga Thùi tu vtdut^f e faltro ^knonde 4), dioni tono una fbfira diittica equivalente ad all'intera propoaÌBon« (io rho fedfailo)^ Oli vmMi di dubbio poi (lowf , Taxo^ «oo^/mlan ec) praaentaao m 0|^ caso una forma ellittica equivalente ad una completa proposizione e questa problematica, forK eh' io venga^ forse verrò equivalgono a sono in dubbio s*io verrh; verrai tu? forse equivale alia stessa (notiamo per incidenza che il forsitan dei Latini presenta una formula deprecativi, ottativa, forsitam eam, fon àt an eam «oè fertnnn ni aia propizia a^io andiS; lo che coo- ferna il noatro asserto). $k pn6 quindi conchimiere die gK e? verbir dì af- fermazione e di dubbio non eflèttano il verbo astratto sé non forse indiret- tamente in quanto sono o pleonasmi o forme ellitticbe equivalenti ad una completa proposizione. E gli avverbii di negazione (ou, f£7Ì, non^ minime ec<)r Non oserei certo asserire ch'essi aCfetlioo propriamente il verbo astrata toi peràbé i giudisii néjntifi in aoaiansa mo poeitiyi, Peiaere positifi o negativi dipende dal predioito^ o'meglio ddl*identità o oontraddiiione dd predicato col soggetto; per eoniegnenza la necaiione affetta propriamente il predicato; solò Pnso prepose generalmente la negativa al verbo anziché al predicato, e tanto è ciò vero che si sono composti degli aggiuntivi colla ne^tiva, i quali presenterebbero per conseguenza il giudizio o proposizio- ne positiva anzicnè negativa, come lo spazio è ind^nito per lo spazio e non dennito, gli unimaR iowo ii ' i < giuw a»d i per gli ammaB «omo ileji ragiona ' fem**-^ Retta dmiqne ohe gK «rveihil affeiiano,*propffianente piflinde^ il aolo predicato. • - 3." Gli avverbi! esprimono la limitazione degli aggiuntivi ; i limiti sono nello spazìOf nel tempoy nel modo è nel numero, ritenuto che da queste ri- sulta anche PidlBa del moto^ quindi avremo gli avverbii divisi in quattro grandi daasi, cioè aTverbii di luogo (svSoy,. sxtqìc, in^ro, extra ^ iwi&t, inA» ' 01, éMm. imh^, USe^JXke, tflSie, ittac), avferirii di impo (dhnt, d^ irpi'v, nondum, mó</o, priai), avverbii di modo (pofsht imrasliu/Aevb>;, a^f» "XijScv, sapienter^ docte^ gregatim)^ e avverbii d^ numero o quantità (cfyav, diro^, icoKkàxiQ, nimisy temei, pluries). — Siccome poi tutte queste nuisioni o idee di spazio^ tempo, modo e numero risultano dalla quantità o estensiva o intensiva, cosi gli avverbii sono di .lor natura capaci aei gradi di compa- laiione enne abbiane mperiomente «ecennato (n. a.''), à meno che non 8Ìeno derivati da qualità essenziali {trìangolarmenté^ diageiiiafaellis) parte ragioni, addotte al §. 19. n. 5.° -e 6.** — Di più siccone tutte le sopraadelie nozioni o idee sono nozioni o idee di relazione, cosi è, vera la teoria dei grammatici che T avverbio equivale ad una preposizione col suo secondo termine corrispondente, in qu4n\9 appunto le preposizioni servopo ad espri- mun le relaaioni ($. a6.); aoat non enendo gli afverbii una parte dd oorao Deoeiaaria, a tolta ragione ti contidtraoo origioaiiaiiieote coane al- trettante feme dlittiphe, cioè come altrettanti teeonw tannini retti da pre- posizioni omesse per brevità, o, eh* è lo stesso, cotte altrettanti casi: cosi p. és. ou è la terminazione del genitivo, quindi iroù (u&i?) rappresenta eirt fcou Towou in fjual luogo, -r-^w dolcemente sta per xarot tj'Sù y^r^ixa; qua, ea sono ablativi femminioi ai quali va sottinteso viaj primo sott. loco^ noctu e <fia tono ablativi antiquati ec Perdò tatti gli a?Terbii ti potiOBo ritoNeie o io una preposizione col tao termine corrispondente o in nn cato : non però' vioererta, vale a dire éutti* i termini retti dalle preposizioni e tutti i casi non si possono voltare in altrettanti avverbii, ma qnd tdi d|9 etpri- mono le rela/.ioni indicate al principio di questo numero. 4*^ V'ha degli avverbii che ammettono Tariicolo, ma in tal cato la no- a Digitized by Google 43 zione (ieir avverbio si prende sostantivamente, cioè come sostantivo gene- rico, p. es. il dove cioè il luogo, il quando cioè il tempo ec, — V'ha degli avverbii seroplioi, cioè di una sola parola; e degli avverbi! composti di più parole, i quali propriamente sì chiamano modi o frasi avverbiali. S° Conchiudiamo : a) gli avverbii esprimono la limitazione dei predi- cati di quantità intensiva ed estensiva; b) aflettano solamente gli attributi sieno o meno congiunti col verbo, non mai il verbo stesso od il sostantivo ; c) soflrono i gradi di comparazione, a meno che non sieno derivati da tali attributi o sostantivi cìie ai lor natura non ne sieno capaci; d) si possono sempre risolvere in una preposizione col suo termine corrispondente o in un caso, ma'noo viceversa; e) quindi sono forme ellittiche, non son neces» sarii, oda giovano alla brevità e varietà della orazione. Articolo IIL Delle Interiezroni . §. 39. Origine, natura e caratteri delle interjezioni, i,'* L*uomo comincia per sentire prima di pensare ed esprime i suoi 6en- timtnli ed affetti con alcuni suoni prima ancora di conoscere anche per poco il linguaggio artificiale. Questi suoni cosi emessi (automatici) sono il grido della natura ; tanto c vero che escono e dalle labbra del bambino e da quel- le del sordo-muto; anzi dalle labbra delle bestie medesime, qual è il ruggir del leone, il mugolare del bue, il nitrire del cavallo, il gemere delle colom- be ec. Questi segni naturali, espressioni dei sentimenti ed affetti, si chiama- rono con voce grammaticale interiezioni {interjeciio). — Perciò le interie- zioni, come osserva De-Drosses, non s'imparano pel semplice udire o pel tuono eh* altri vi aggiunge; ma ognuno le cava da sè slesso e da' proprii sentimenti «d affetti, almeno nelle loro forme radicaji, che sono le medesi- me in tutte le lingue, comechè possa trovarvisi qualche variazione nella terminazione (o), toii, <£Ù, ouai, a, ou, 0*; o, e^o, o/ie, vae, ahy hei). Sono inoltre non setaplici parole, ma qualche cosa di più, perchè esprimono il sentimento da cui siamo affetti, cioè con una semplice vocale prontamente e con un sol colpo dell'organo della parola dipingono lo stato interno del- Tanima. — Tutte sono primitive in ogni lingua, cioè non derivate da altre parole, perchè tutte dipendono dalla fabbrica generale della macchina or- ganica e dal sentimento ed affetto proprio della umana natura, che da per tutto è la stessa nei grandi e primi movimenti sensibili. — Per queste stesse ragioni da alcuni filosofi le interiezioni si mettono alla testa delle parti del discorso, come prime in tempo, come segni naturali fondamento ai segni artificiali, come espressioni di quei sentimenti ed affetti che primi eccitano e mettono in esercizio la facoltà vocale e gli organi corrispondenti dando cosi le mosse ai segni artificiali, cioè all'orazione. — Le interiezioni dun- que possono ritenersi come l'esplosione naturale della voce che manifesta i sentimenti, gli affetti e le passioni dell'anima. a." Dalla origine e naturà delle interiezioni se ne deducono facilmente i caratteri: a) scappano. fuori isolate, senza aver nesso alcuno obbligato co- me le altre parti dell'orazione; h) per conseguenza non han luogo deter- minato nel aiscorso, e perciò cbiamansi interiezioni^ quasi a dire gettate in mezzo al discorso dovun(|ue le balestra il sentimento ed affetto dì chi par- la; e) essendo espressioni dei sentimenti, degli affetti e delle passioni, non han propriamente che far coi pensieri, o a dir meglio non hanno coi pen- Digitized by Google 44 sieri che un rapporto- todirelto, in quanto l'aKtila a la paiaioiia Ómmé as- fosi alla oMmifetiaiion del pentiero (giudizio, propofiaMiie) e p e aiaao as> che renderlo falso td erroneo; ohe pai^ le mlarieiioai eaaie espressioni deirafletto e della passione danno a cni ascolta un mezzo per giudicare più rettamente gli altrui discorsi; d) sono pocitc c per lo più tomIì, perchè naturalmente impetuose non lasciano tempo di articolare gran fatto; e) per- chè poche di numero, sono adoperate a significare senliaenli ed affetti an- che opposti, e pareiò a eanoaaenie il a an u a it i n a.od afitnovda ani dacivano cioè il valore è d'udp» badare al tuono ossia airacceoto-asiecìeo dalla vana ({. II. n. 7."), ai lineamenti del ▼allo, aU'atteg^nento della persona, e nei libri al contesto e alle condizioni empiriche individuali dello scrittore; y*) perchè naturali, sono quasi le medesime in tutte le lingue; g*) per ciò stesso hanno il solo valor subbiettivo presentandosi come radici, e mancano del valore formale ; la forma f tempre artificiale ; h) finalmente una intana- aione «quitale ad ona proposizione e più ad una propodsioBa ridotta ai minimi termini, motivo per cui 'le abbiamo collocale nella II. Sezione che riguarda la seconda funzion del pensiero, cioè il giudizio. Infatti U dire ah è Io stesso che dire io soffro^' preUatemi aiuto. Peraltro, attentamente consi- derando, è una proposizione riguardo a chi P ascolta, non riguardo a chi la emette: imgerciocchè chi ascolta deduce dall' interiezione che la persona aoffira e quindi ei va in aiolo; chi- la amalta nan h cba a e gaii a riatfpabo della natura . 3.^ Olirò allo anddolta interiezioni namtali e priaiiiWva ne liajd*aita- ficiali e composte, come ahimè ed altre in ogni lingua, che possono chia- marsi modi interiezionali. — A questi si possono riferire puraochc le co- muni esclamazioni bello! bene! eo. le quali peraltro equivalgono ad una completa proposizione anche da parte di ohi le emette. 'O Conchiudendo la ì. Sezione (§. aS.) abbiamo detto che in natutti vi So- no sostanze e qualità; la logica ne fa i soggetti e i predicati delle proposi- zioni; la grammatica ne fa nomi sostantivi e aggiuntivi . Ora le sostanze aaoa in ralaaiona a mIIc proprie qualità e colle aliaa loaiaoaa) la logica In- segna f fonti per la oocnuiaoa di queste relazioni a la determina' mediamo la aaoonda fbosion del pensiero, il giadiaio; la grammatica esprìme le re- lazioni mediante le preposizioni o i cast, e le determina mediante il verbo terzo termine necessario ali'enunciazion del giudizio. La logica insegna i fonU per conoscere resistenza, le qualità e le relazioni degli esseri od og- getti aepsibili e soprassenaibUI, a regola colle ano. leggi il pensiero neiri^ ttnaaaiooa o MMsiooa dalia atlataaia, qoafilà a talai^^ a db nal glodlm, in quantoohè tutte le sciaoaa naila Ioeo cognizione non aoao che tante nozioni di una o più esistenze , di una o più relazioni ; la grammatica colle preposizioni e coi oasi dà i mezzi per esprimere le rela- zioni, col verbo dà il mezzo per determinare le esistenze, qualità e relazio- . ni degli esseri, cioè per enunciar con parole un giudizio (proposizione), in Saantodiè tolti i diaoqrsi, latta la t^ianaa in oUiaia aodiaT al ridoeooo ad trattanti giodlaU aaiia ad aliraiianie propòaizioni. — Le preposizioqi ser- vono ad aaprimere agni apecìe <jB relazioni col solo lor valore subhialtiYa, i casi servono allo stesso scopo coi solo lor valore formale : alcune preposi- zioni, come i casi nominativo, accusativo e vocativo, esprimono sempre gli stessi rapporti determinali ; alcune altre preposizioni, come i casi genitivo, dativo e ablativo, esprimono invece un indefinito numero di rapporti d*una Digitized by Google così irascenilente analogia da non poterai ridurre a una Tor mola generale. — i II verbo esprime l'alto con cui la niente attribuisce un predicato ad un soggetto, ne alTerma resistenza, ne determina le relazioni : esso o astratto o concreto. Ha subilo le modiGcazioni delle persone e dei numeri in analo- gia ai sostantivi ed aggiuntivi: ha subito di più le modificazioni dei tempi e dei modi; le prime come espressioni necessarie ai giudizii, in guanto ì giudizii (cognizione) possono cadere su oggetti o presenti o passati o futu- ri; le seconde come espressioni necessarie ad enunciare la categoria di mo daiii^. Di più i verbi concreti sono o personali o reali; attivi, passivi, neu tri, riflessi; anomali o difettivi; radicali o derivati; semplici o composti. — Al trattato dei verbi sì aggiunsero alcune osservazioni sugli avverbii in quanto sono espressioni di limitazione del predicato contenuto nel verbo concreto o anche separato da esso; e sulle interiezioni in quanto esse equi- valgono ad un giudizio cioè ad una completa proposizione. I sostantivi, gli aggiuntivi, le preposizioni o i casi ed i verbi soddisfan- no a tutte le esigenze della logica determinando nelle quattro categorie di quantità, qualità, relazione e modalità tutte e tre le funzion del pensiero, concetto, giudizio e raziocinio. Ma le proposizioni (giudizii) necessarie ad enunciare i raziocinii, a costituire le argomentazioni e le prove, se si enun- ciassero staccate isolate, soprattutto in un lungo discorso o trattato scienti- 6co, porrebbero in disordine sa non forse la mente di chi parla, certo la mente di chi ascolta; il quale (attesa la sfuggevolezza del linguaggio arti- colato che non lascia tempo a riflettere) assai spesso non potrebbe cogliere il nesso di una proposizione colPaltra, delle premesse colla conseguènza, di un* argomentazione colP altra ec, anzi tante volte nemmeno dei termini di una sola proposizione: da ciò ì precetti della logica di ordine e nesso, inse- gnati dalla stessa natura neiroraine e neU*armonia del creato, nonché nella terza funzion del pensiero, nel raziocinio: ecco il passaggio alla III. Sezio» ne, nella quale la grammatica dee soddisfare alle esigenze del raziocinio in uanto esso richiede ordine e connessione nelle vario parti e proposizioni el discorso. SEZIONE III. DELLA SINTASSI, DELLE C0^G1U^ZI0NI E DELLA COSTRUZIONE. $. 4 > • Divisione di questa 111. Sezione, Dietro quanto abbiam detto (§. i4. c, $. 33. n. 9.° e §. 4o«) nulla più resta alla grammatica in questa ultima Sezione, che ordinare e connetter fra loro le varie parti del discorso. Ora o si ordinano e connetton fra loro i va- ni termini di una proposizione , o si ordinano e connetton fra loro le varie proposizioni di un discorso: alla prima esigenza soddisfa la grammatica colle regole della sintassi sìa di concordanza, sia di reggimento; alla se- conda colle congiunzioni e colia costruzione propriamente detta; ecco i II. Articoli di questa Sezione. Digitized by Google Articolo I . Day* tìMm. ( 4a* CA« CAM na la s'uuasti • di qitaHt» jspfcie. • * • ' ' 1*^ Mim mutata (ownaf^ da owmltfow, oriv e Tcbon, coatdinawancj è la coardiaaiiaBe dai varii tanmm di osa proposisiaiiai II wìiiìbiimb àm^ ém^ Ullri è fra due termini, p. es. sostantivo e agf^ofitifa, «Mlaativo a larba; il maximum è fra tutti i possibili termini di una propaiNBiaM» aiaè laflaB- li?i, aggiuntivi, verbi, avverbi!, preposizioni, casi. a.*^ La grammatica filosofica, come abbiam detto più volte, è una parte della logica applicata ; la logica applicata considera il pensiero nella condi- sioBa ampifiaa dalla eagaisioiiai la aajpusiana è gal j uaw a ta» fallalo a !»• toro, cioè folla tnstenza a falla lateieiii degli aitén laofibili a aaptiffMi- sibili che sono; furono a faranno in naturai il liagaaggio dannila, ooaM tNk . duzion del pensiero in paróle , è la espressione della cognizione di queste esistenze e relazioni; quindi il sostantivo esprime una sostanza cioè un ente realmente esistente, il verbo e le preposizioni ne esprìmono le relazioni ec; di Bioda dha il lingoageio appoggiasi alU natora . Alla natura appoggiasi aadia la fiatani. Infiitti in natna vi faao aaia alM afifMa iiidÌTÌfa.a fif»> casnota ladirifibilit a ve aa laoo che toniftaBa db fé le une indipanto» temente dalle altre, ma però legate insieme mediante alcun che di comune nella stessa lor varietà e moltiplicità: cosi la sostanza esiste indivisa dalPac- cidente e viceversa, Fazione esiste indivisa dall'agente, la passione dal pa- ziente ec. ; al contrario due diverse sostanze sussistono da sé Tona indipea- daata dall'altra, ma rima poò aserdtara la propria infiaaiiaa foU* altra a io Senerale Tuna i in rapporta oall* altra. Dalla prina lindluio le eristoiisa^ alle seconde le relazioni^ nella prime e* è identii^ fra le seconde c*è aaa- logia (presa la parola nel sno senso il più. lato). Ciò posto, rìsultauo natu> ralraente due specie di sintassi, cioè a) sintassi di concordanza appoggiata ali* identità, e h) sinUuti di reggimento appoggiata all'analogia. Esaminia- mole particolarmenta. • » f» (S. a) Mìa àmiun £ concordano. 1 ,° In natura sono indivise cioè identiche a) le qualità colle sostanze , 6) Fazione colPagente, c) la passione col paziente, cf). lo stato delle cosa colie cose medesime. Filosoficamente peraltro oneste quattro classi si rìdn- aaao ad osa fola, daé all'idantità^flla qnafitft aaOa faflaaaa a TioatarH^ in qoantoeliè l'asiana, là. pamiona a lo ftato noa foao eha altrettante qpa* lità della fostaosa agaota, pasieate od efiftenta ia naa data madiftaiaiona. N'ulladiroeno siccome grammaticalmente le sostanze si esprimono coi so- stantivi e le qualità cogli aggiuntivi, ma invece l'azione, passione e stato si esprin^ono ordinariamente coi verbi attivi, passivi e neutri; cosi a maggior comodo dividiamo la sintassi di concordanza in due, cioè in comMraamzm deffaggiuntì90 col sottantìm, a oaiMoitiaiua dol f arto eo< «oifaiilire. La tnentc scorge c omp rc uii fa a ii B ta rflraaltaneamatala questi rapporti d'iden- tità e li trMoce fuccessivamenta-la parole. Or come far sentire agli altrì questa medesima identità di due nozioni od idee? Nella prima sintassi col valor formale degli aggiuntivi identico a quello dei sostantivi, nella seconda col valor formale dei verbi ideotico a quello dei sostantivi. — Qaindi ri- Digitized by Gc) I il sultano le due semplicissime ree^ole: a) ra^giunùvo si accordi in genere, numero e caso coi sostantivo; ò) il verbo si accordi in persona, numero e caso se vi sia (come nei tempi composti del passivo latino) col suo sostan- tivo o nominativo. Cosi abbiamo T identità delle forme che rappresenta r identità delle qualità colla sostanza; dell'azione, passione o modificazione col soggetto agente, paziente o modificato. E facile poi lo scorgere che, quando la copula è il verbo astratto, il predicato fa sintassi di concordanza col soggetto; e quando invece il verbo è concreto, fa col soggetto stesso sintassi di concordanza il verbo anche in quanto rinchiude il predicato, sic- ché qualunque altro vocabolo susseguisse non fa sintassi di concordanza, si bene di reggimento {§. i^.)yCos\ p. cs. nella proposizione i7 padre ama i figli t il vocabolo fi^ìi appartiene alla sintassi di reggimento, a quella di concordanza non appartengono che le parole il padre ama in quanto equi- valgono a il padre e amante. La maggior parte dei grammatici annovera cinque specie di sin- tassi di concordanza, cioè oltre alle due da noi esaminate ammettono anche le tre del relativo colP antecedente, della risposta colT interrogazione e del- I* accusativo colf infinito. Quanto al relativo distinguiamo: esso o ò sog- getto della proposizione incidente o non lo è; se è soggetto, il verbo* che lo risgnarda segue la regola data; se non lo è, appartiene alla sintassi di reg- gimento : di più quanto al sostantivo a cui si riferisce , il relativo o è nel medesimo caso e abbiamo sintassi di concordanza; o è in caso diverso, e allora sussiste la sintassi di concordanza pel genere e numero, pel caso poi sussiste la medesima sintassi di concordanza e la diversità ha luogo solo in quanto il relativo forma una proposizione a sé, di modo che sotto questo riguardo appartiene propriamente alla costruzione, non alla sintassi la qua- le coordina i termini di una sola proposizione incomplessa. Per la ragione medesima appartengono alla costruzione la risposta e T interrogazione in quanto sono due proposizioni distinte Tuna dall altra. L'accusativo poi col- I infinito spetta alla sintassi di reggimento (§. 44* ) • — ^l'<* costruzione egualmente appartengono T altre eccezioni addotte dai grammatici , vale a dire un aggiuntivo 9 un verbo nel numero plurale con più sostantivi nel numero singolare, e un aggiuntivo nel genere maschile attribuito a due so- stantivi uno maschile e T altro femminile: tutte queste sono proposizioni complesse. — D'altronde una grammatica generale e specialmente un com- pendio non deve occuparsi gran fatto di queste e d'altre eccezioni, le quali non valgono mai a distruggere la natura filosofica della sintassi ; e solo pro- vano che l'uso è nelle lingue domioator prepotente, che le lingue sono To- f>era, piuttostocbè dei dotti, del volgo che non si lascia sempre guidare dal- a sana filosofia. $. 44- ^) Bella sintassi di reggimento. 1." In natura le varie sostanze sussistono da sè e si conservano lo une indipendentemente dalle altre, ma però le une esercitano un'influenza sulle altre, cioè sono in rapporto colle altre : ne viene quindi che non possono identificarsi, ma solamente coordinarsi mediante un legame che dinoti le mutue loro relazioni; vale a dire che nel linguaggio non può aversi per esse la sintassi di identità cioè di concordanza, ma solo la sintassi di analo- ffia cioè di reggimento o relazione. Da ciò deduciamo le basi per la sintassi cu reggimento, a) la sintassi di reggimento sarà sempre fra due termini, come quella di concordanza; ma i due termini (di relazione) non saranno l'uno sostantivo e l'altro aggiuntivo ($. 43. n. 'i.''), sì bene sostantivi am- Digitized by Google 4B badMf di ()ue«tì due terMini 1* uao Mrà Moiffe Mgytto, Talifo larl^ conc lo (licoDo 1 grftmmtiici, CM^pteml» m qowto completa omm integra Tidca di relazione; 6) siccome poi i mezzi, onde il linguaggio esprime le relazioni, sono le preposizioni e i casi aS. 26. 27. 28.), co6l nella sin- tassi di reggimento o fra un sostantivo e I altro ?i deve essere una preposi- zione, o i due sostantivi devono cisare in casi diversi ; c) finalmente sicco- me le gettanie 9om in rebsioDe fra di love leiliaiHe le qatlitA» eeil la preposizione trovati di frequente tra il secondo temine e un aggiuntivo attribuito al primo termine della relazione, o (che è lo stesso) tra il secondo termine ed il verbo concreto che rinchiude r.aggiuntivo attribuito al primo termine della relazione. — - Anche qui a maggior comodo dividiamo 1 unica sintassi di reggimento in due» cioè sintassi di sostantivo con sostantivo sen- za verbo di pMseo (pw ei. il fiaggio di Cicerone da BrimtUà a Roma fu moho Imà»), e aintaMi di MMlaDtivo eoo jogianiiifo Meditale il verbo (p. et. P'mtTQ ama i suoiJSgli), Quindi due regole semplicissime: a) al primo ter- mine della relazione si dia quella forma che in ciascheduna lingua fu deter- minata a significare il soegetto (nominativo ^. 28. n. 5/'); b) al secondo terroioe della relazione si dia quella forma che m ciascheduna lingua fu de- terminata pel complemento o di una prepo&izione o di un verbo (geoitivou dativi MgMtfivo,dbM«a^ia.n.4.<>).aoiÌMBodw per aver tialMÉi £ reggìmenio il verbo dote eiiere ♦ mtivjt.a pttMvos dlriittati ovvi tintttti di cencerdansa (f. 4'>V ' \*' a."* Aacbe qui !ra<i€uriamo afiattn tutte le anomalie, solamente osservtB» do che le frasi soggiuntive, ridotte dai grammatici sotto alla sintassi di reg- gimeiao, siccome sono complementi di proposizioni (§. 33. n. 'j.") e le pro- poaizioni non si legan9 tra loro cbe per mezzo delle congiunzioni, cosà non fanno timatti, ma oMinnioBa» —> mimala atrttim aaa aittv v«a to;» alaazialmenie Tallni regola dei gMMNliai^ cbe tolta lo mài dtl diteorto, tranne Vinterieaione, tono iiiflaHilfn di oampiaMtala: U atinpiemento jb sempre il secondo termine di un rapporto, e rapporto non vi può essere che fra due sostantivi. La detta regola non è vera cbe riguardo alla mate- riale disposwione delle parole, in quanto il secondo termine del rapporto si trova lalofa o dopo un shunti vo {uomo ati» alle armi), o dopo oa varilo (l'ii*o aaM i &ti), o dopo va avvtAfc» (Ovwfo er« laeiiaaia imIkmiì- mtnie alla poe#àa); ma filosoficamealo>l*éggianlivo o teparato o eanyiiio col verbo è la qualità medsaMaoai aa lostantivo è in rMazion con un al- tro, è il mezzo non già il primo termine della relazione ; V avverbio poi è di sua natura un complemento, pereiiè ti può aenpre ridurre ad una pro> posizione col caso corrispondente. ii,^ Confrooundo le due sinussi e raccogliendo quanto fiaovft thhiiBi dello pattiamo eompono nna farmblà generale: Tutto dò che la nUani esiste indiviso forma sintasii di eonoordanzay lotlo ciò ebe in natura tatti» tie distìnto indipendente forma sintassi di reggimento ; la prima si appog- già al principio dell' identità, la seconda al principio deiranalogia; la prima ha luogo fra sostantivo e aggiuntivo, la seconda fra sostantivo e sostantivo; la prima consiste nelL* identità deiie forme, la seconda nella loro diverrità; hjirima e#tra» aeert^din^ ittninimtnlt per combinaaieoe, la t tt imdn di- Bamitaman^i per infli«tniK«— - i« due tiatassi di concutdania o di legg^ mento non eootd^wao éba'dna parti tlemaitari del ditoono alla volu ; per- ciò là sicnassi non fa discorso, ma frasi c incisi dol discorso o piuttosto «.le Ila proposiziono: sono molte proposizioni che formano i periodi e i pcrioili il discorso ; bisogna dunque ordinare c connetter (ra loro le varie proposizioni e i vtrii periodi, al cbe appunto mirano le congiunzioni e la costruzione. Digitized by Google r <9 Abticolo.H •* ■ Delle Congiunzioni e della Costruzione. • §. 45. Delle congiunzioni e della costruzione in generale. Mediante la sintassi di concordanxa e di reggimento (§. 43. e 44 ) si coordinano e connelton fra loro le varie pani ossia i termini di una sola preposizione: ma una sola preposizione non costituisce il discorso, l'ora- zione , e certo non può essere il discorso dell' ente ragionevole perchè di- vento un'asserzione gratuita la quale può gratuitamente negarsi ; è d'uopo ch'essa si appoggi, come a fondamento, all'assoluto, al necessario, che sia una conseguenza leggitimamente dedotta da antecedenti giudizii (razioci- nio); e siccome il discorso c fatto per comunicare agli altri le nostre cogni- zioni « persuaderli clella loro verità, così è pur d'uopo che la nostra tesi, o proposizione venga sorretta da argomentazioni , da prove. Ora se le vane proposizioni che costituiscono il raziocinio, l'argomentazione, la prova, in breve il discorso, si presentassero staccale e sconvolte, non si otterrebbe il fine del linguaggio perchè la mente dell' uditore o non mai o assai difHcil- mente giungerebbe a raccapezzarne le fila. Non vi può essere nel discorso difetto peggiore della oscurità; la quale ha luogo sopratipUo quando ap- punto manchi il nesso tra l'antecedente ed il cónseguente e la prova sia saltellante. Il discorso potrebbe in tal caso paragonarsi ad una fabbrica ap- pena comiiKriala o solo di qualche piede elevata sovra terra: tutto all'in- torno si presentano, e se volete anche disposti in beli' ordine, i mattoni so- vrapposti ai mattoni, le tegole alle tegole, le travi alle travi, i gradini ai gradini ec. le pareti incipienti norraairoenlc e poordinatamente s.innalzan da terra - ecco^' analogia coli* opera della sintassi sulle varie parti d'una proposizione: è necessario peraltro che si compia con nesso ed ordine tutta la fabbrica, à necessario p. es. che un piano si leghi colP altro mediante la scala, che una stanza si congiunga coli altra mediante la porta ec, è neces- sario che i varii materiali si costruiscan per modo, che l'edifìzio finalmente riesca tale da provvedere non solamente all' utilità e quindi al comodo di chi lo abita, ma puranche alla simmetria e quindi al diletto di chi lo ri- guarda; eccovi analogia coli' opera che prestar devono nel discorso le con- eiumioai e la costruzione. Le prime soo necessarie per connetter fra loro le .varie proposizioni di un discorso; la seconda è necessaria per ordinare simmetricamente queste proposizioni in modo da formarne tali periodi, tale orazione , che valga noa solamente a soddisfare alla ragione ma eziandio all'affetto, non solamente ad istruire ma eziandio a dilettare c commuove- re. Diciamo alcun «he parlicolannente a) e della coogiunzìooi h) e della costruzione. * 5. 46. a) Bisogno, classi e natura delle congiunzioni. i.° Ogni raziocinio consta di più giudizii legali fra loro per modo che dalle premesse discenda leg^tima la consegueora. Deve esistere adunque un nesso necessario tra i giudizii delle premesse, tra le premesse e la con- seguenza. Fino a che il rariocinio è nella mente, anche il nesso basta che scorgasi puramente dall'intelletto; ma quando il raziocinio dallo suto men- tale passa all'articolato, sorge il bisogno, almen per chi ascolta, che sidatto nesso esprimasi con le parole, altrimenti le premesse e la conseguenza 7 Digitized by Google enunciate isolatamente ingenerano o difficoltà o confusione, come io questo siltogismo: tu ami i tuoi similìy t amare i nostri simili h una virtù; (dun- que) tu sei virtuoso: o in questo epicherema: la sola virtù è ricca; (perchè) tutto ha (e) nulla desidera ; sia virtuoso (e) sarai ricco. Apparisce quindi chiaro il bisogno che il lingua§;gio somministri dei mezzi per connetter fra loro le varie proposizioni di un sillogismo ; questi mezzi ossia queste parole si dissero perciò congiunzioni. a.'^ Le varie proposizioni componenti un discorso non potrebbero aver nesso fra loro e perciò non potrebbero congiungersi Tuna con Taltra, se l!una non fosse in rapporto coir altra; questo necessario rapporto evidente- mente risulta dalla necessaria connessione delle premesse colla conseguenza di un raziocinio. Ora le proposizioni sono gindizii. espressi con le parole; i giudizii per la relazione sono o categorici^ o ipotetici^ o disgiuntivi; per- ciò, trasandando tutte le distinzioni scolastiche delle proposizioni, noi quan- to alla relazione le classiOchiamo in tre categorie corrispondenti alle tre dei giudizii, cioè in proposizioni coordinate, subordinate ed opposte. Quindi tre classi di congiunzioni , cioè a) congiunzioni coordinatrici (come xat, et, la più semplice di tutte, la più comune, la, congiunzione per eccellenza; oude, fjtTjSe, /lec, ncque ; yotp, nam ec); b) congiunzioni suhordinatrici (doa^ er- go, igitur; eif eotv, si); c) congiunzioni opponitrici (17, aut; Ss, oXia, vero, sed ) . 3.° Dietro questa breve analisi delle congiunzioni, non e difCcile deter- minarne la natura: esse sono particelle invariabili del discorso che servono a connetterne le varie proposizioni marcandone in pari tempo il rapporto. — Àbbiam detto^^ar/iceZ/e perchè originariamente in tutte le lingue sono semplicissime; in seguito se ne formarono di composte, le tonali potrebbero piuttosto chiamarsi modi congiunzionali . Sono tnvariahilty cioè hanno il valor subbiettivo e mancano del formale. Connettono le proposizioni, non già i termini di una proposizione; perciò il loro luogo naturale è fra una proposizione ed un^allra: se quindi connettono i termini di una proposizio- ne {Orazio ed Ovidio sono poeti del secolo d'oro; il mondo è 0 necessario o contingente) indicano che la proposizione è complessa, che cioè consta ma- terialmente di più proposizioni ridotto per ellissi alla forma di una. Marca- no poi [ rapporti delle proposizioni che connettono in quanto ne esprimono o la coordinazione, o la subordinazione, o la opposizione. Vi sono alcune congiunzioni che alle volte si usano come avverbii, preposizioni o anche interiezioni, e viceversa (p. cs. in italiano su). Ciò non è che un risparmiar parole senza produrre equivoci, perch' è assai facile di- stinguere r una parte del discorso dalT altra qualora se ne conosca ben la natura: Tessenza delle congiunzioni sta nel connettere più proposizioni e nel marcare la relazione di più proposizioni; quella delPavverbio sta nel li- mitare un predicalo; quella della preposizione nelK esprimere la relazione fra due termini sostantivi; quella ucll interie^one nello stare a sè isolata, senza necessaria connessione coi termini o colle proposizioni. §. 47- ^) Costruzione e sue specie. Da quanto abbiam detto nei prossimi antecedenti paragrafi risulta che la costruzione consiste nell* ordinare e connettere simmetricamente i varii membri di una proposizione e le varie proposizioni di un discorso per mo- do che si ottengano i tre grandi fini dell'orazione, vale a dire ut aoceatur is apud ffuem dicatur, ut delectetur, ut moveatur (Cic. in Brut, sive de dar. orai. cap. 6g.). Ora o le parole e le proposizioni si dispongono in queir or- Digitizei. i. ., •^lO Si dina che è voluto dalla particolare natura di ciascheduna e abbiamo la co- struzione diretta o logica; oppure si altera comunque quest'ordine e ab- biamo la costruzione inversa o figurata: quella mira particolarmente al primo dei tre fini, questa particolarmente ai due altri non escluso però il primo eh* è propriamente il fine precipuo del linguaggio. J. Della co4truzione diretta o logica. 1° Se chi parla vuol dilettare e muovere, dee farsi prima capire: ecco allr testa e nel fondo del discorso la costruzione diretta. I pensieri hanno un ordine e una connession fra di loro, anzi vengono a ciò regolati dalle leggi logiche; in essi v*è uno sviluppo successivo graduale; alcune delle nozioni ed idee necessariamente precedono, altre conseguitano: opera pri- ma r analisi,; poscia la sintesi, quindi la sintesi e l'analisi insieme; dal con- cetto si passa al giudizio, dal giudizio al raziocinio; e nel metodo dalla de- finizione si passa alla divisione, dalla divisione alla prova. Il linguaggio è traduzion del pensiero io parole; le parole dunque aevono succedersi nei discorso in quelT ordine medesimo in cui le nozioni ed idee si succedono nella mente quando trovasi nello stato di calma, nel. corso riposato di una ricarcj^ Ecco la costruzione diretta o logica^ la quale consiste appunto nel- Pordinare e connettere le parole e le proposizioni per modo che ciaschedu- na occupi il posto voluto dalla propria natura. Questa costruzione adunque riguarda e tutte in complesso (non a due a due, come la sintassi) le varie parti componenti una proposizione, e le varie proposizioni componenti un discorso; fi deve poi sempre appoggiare alle essenza o natura delle parti e proposizioni medesime, il che vai quanto dire alla natura stessa delle cose. a.^ Per ciò che risguarda le varie parti di una proposizione la costru- zione diretta o logica ammette i seguenti canoni: a) in natura la sostanza é il sostegno delle qualità, non si danno qualità senza sostanza a cui sieno inerenti;. il sostantivo dunque preceda l'aggiuntivo; b) in natura l'agente precede l'azione, il paziente la passane. Tessere modi£cabile la modifica- zione; il soggetto dunque preceda il verbo; c) ogni azione comincia prima di giungere al suo compimento; il verbo dunque preceda il suo comple- mento o reggimento; c/),8Ìccome ogni relazione consta necessariamente di due termini , così la preposizione sussegua il primo e preceda il secondo termine del rapporto; e) i complementi seguano immediatamente le parti del discorso di cui son complementi, perchè non si compie se non ciò che preesiste manchevole; l'avverbio, perché limitazione dei predicati , se- gua immediatamente il predicato che limita, sia esso predicato separato op- pure ccTngiunto col verbo. 3.° I canoni poi della costruzione diretta o logica per ciò ohe ris^uarda le varie proposizioni di un discorso sono i seguenti: a) le coneiunzioni si frammettano tra una proposizione e l'altra, tra un periodo e l'altro, perchè ne sono il legame; ò) le proposizioni coordinate si susseguano l'una l'altra gradualmente; quindi sia prima quella ch'esprime il principio dell'azione, seconda quella che ne esprime la continuazione, ultima quella che ne espri- me il'compiraento; quinai la proposizione incidente si collochi dopo il sog- getto di cui essa è aggiuntivo, cioè dichiaratrice o determinatrice; la finse soggiuntiva segua la proposizione principale, per far pieno il pensiero che questa lascierebbe sospeso ed incompiuto, eo.; c) le proposizioni subordi- naie si dispongano per modo che alla generale sussegua la particolare, alle premette la conseguenza, all'antecedente la conseguente, alla condizionale Digitized by Gopgle la condizionata, ec. e non ficemsa; c/) fiaakMttte le propoMziooi upptuie %i collochino TuDt di contro all'alln eolie ritpdthre oonsìaaaottL QupMi oMUMÌtmt ^OHMoa- imU» stile fèietitmeo e didatedieo^ofe Doo.'ftiia nofimeBio d' eff et ti e si perla solo ali* mteUtgeme e fi mira so- prattutto alla chiarezza. Essa kìohre é il filo che guida la mente i^el labi- rinto* della costruzione inversa o figurata. (§. 49 X ^ P^^ quanto, sieno se- parate e trasportate le parti dell* orazione, essa le ravvicina e le raddrizza presentando netto il concetto o il giudizio ; essa infine è la aoU. che retta nel cfogioolo dopo l'analin di ogni dieeorso, perdié è la eela che parla el- l'ioielletta. $• (9. Mia COI AiisibAf Utferia e parala. I ^* • • • i.^frfi eoMrasione «ihìiw o^^J^srola eeaiiite aell*aliei«pe oe iaDmi a r ordine logico ({. 48.) delle vane parti di ona propoeiziooe o deU^rerie proposizioni di un diteono. Bfta fii eonone ai Greci e ei Letìni penhè la Tarietà dei casi toglieva equivoci ; per ciò stesso ^ rara nelle lingue pri- ve di casi. Essa sosperide la curiosità di chi ascolta non lasciandogli com- prendere il peni\^ero che dopo un giro di parole. Io solletica dando eleganza atto etile, ne tico detta ratteosiooe, e dopo eterne «oel Tieaiaieggiorpente etassieata'la enrfosllà, fiaelaMoto Teppaga ed fBfoodo'nell^aBiaio quel pia* oeia che derive dalla eoìrpresa o daw bMogbo eoddiafiitto. a." Fu prime in tempo la diretta o la inversa? qua) delle due è fecondo natura? Noi opiniamo che prima in tempo e naturale sia la inversa, per cui non é meraviglia se le lingue antiche ammisero i casi. L'uomo vive prima di V sensi che d'intellètto, è spinto a parlare prima dal sentimento, dali* aiTetto, daHA paiiioBet eho oea olla ragione ; perciò queiroggetto ihe ae eoi pira i eoMi» ne destava il sentinento^oe etinolavte rejppetiaieae, yllo per primo detfeva uscirgli dal labbro, senza rifletter *gren -tttto 00 le perole che lo espri- meva fosse o meno il soggetto della proposizione; mostrate a un fiotto e vispo fanciullo alcune mele, ei gridar^ le mele dammi^ ed eccovi la costru- zione inversa netnrele: tutte le lingue ne conservano vestigio nel modo iaa p ei ati »e onia veiViifo^ èhe è ^eneialBMnte figlio del leatiBieHiUt Da aiè ibnei ceti neOolìagM aatidie, qoeUi che ieii neoaMrii ella cottm*. lieae inverte, eppoalo pereké i popoli entichi vlveaaodl Mio, di aflanoi^ d'imaginazione; e per contrario di rado s'incontrano i casi nelle lingtio moderne e di rado per conseguenza la costruzione inversa, perché i popoli moderni vivono più d'intelletto e richieg|OBo il discorso logico, ragionato. » Da ciò HeMoalcoiie fijgiafo, dwaoMniaaB breTemeate, iadieiiiido aaelie le canto ohe le prodoaaeio.' . * * 5.*^ Figura è per noi quelonqoe elteeiaioiie dairotdiao logioo delti oo* itrtrzione (§. 4 8.). Perciò secondo noi la costruzione inversa è sempre figa- rata. 8* intende per sé che noi non tocchiamo se non le figure di costroaio- ne; le altre speitano-alla rettorica, non alla grammatica.* e siccopne si tratta di una grammatica filoeofice, cosi toCichiem tolemeate quelle figure che tono paMfi aU*«oM^ ohe mo dipendoop d^'aiM; qMHiM^ ■eU*iiidieaila oeerémo i vocaboK 'pooptii dell'erte g rawMa a t i ca . — Ora si poè «Iterare 1*01^ dine logico della costrazione o permfetto omettendo alcune parti della pro- posizione, o per eccesso aggiungendo alla proposizione stessa alcune parti non necessarie; donde le due principali figure, elliui e pléonaimo: o si pnò alterare 1* ordine logico della costruzione concordando le ferie parti non eeeottdo io kmm wm ' MmtmàB il gigaMleaia, oppure mtepaBeado le ptrti ah> Digitized by Goo 53 logicamente dovrebbero essere posposte e viceversa; donde le due altre figu- re, però di poca importanza, fìllessi ed iperbato. 4. ° Vellisii (e'X>s4i?/rad.>.eÌ7rw limiuo) è Tomissione o mancanza d'una parte dellorazione. Questa figura è figlia della natura medesima deiruo;no; più volte abb'iam detto che Tnomo vorrebbe adeguar col linguaggio la rapi- dità del pensiero ; Beanzée trova la causa di questo, a così aire, istinto del- rellissi nell'unità del pensiero che Tuomo si è sforzato d'imitar coir ellissi. Quindi i varii suoi modi, cioè a) le forme abbreviate, che si avvicinano più che mai al^onità del pensiero, come i verbi concreti, gli avverbii, le parole composte, a cui si possono aggiungere i sostantivi generici, e quantunque artificiali anche alcuni termini tecnici o scientifici, come quelli de* Chimici moderni ec. ; hi) Tomissione d*una parte dell'orazione che possa facilmente supplirsi da chi ascolta; questa omissione è frequentissima, p. es. nel cele- bre detto di Cesare veni, virfi, vici, nell'argomentazione per entimema, ec. ; spicca poi nelle risposte alle interrogazioni (iì, no), nelle interiezioni, nelle ironie, nei frizzi, nelle frasi popolari, e soprattutto nelle frasi proverbiali e Delle sentenze della vita pratica, p. es. sus Minervam, fortuna e dormii c) omissione nelle frasi analoghe d'una parte dell'orazione espressa già una volta, sia ch'essa si sottintenda sotto la medesima forma, sia che sott* altra forma corrispondente alla nuova sintassi, p. Qui (Homerus) quid sit pul- chrumj quia turpe^ quid utile^ quid non^Plenius ac mehus Chrysippo et Craniore c/icì/ (Oraz.)», Uiinam aut.hic surduSy aut illa muta facta sit: questa maniera serve ad abbreviare anche le proposizioni coordinate ed opposte {§. 46. n. 3.°); essa vien detta con voce greca zeugma qioé aggio- gamento, di cui tralasciamo le inutili pedantesche suddivisioni in proto- teugmoy ipozeu^mOy prolepn ec. — Cn soverchio di ellissi può nuocere alla chiarezza: brevis esse labaro, obscumfifio (Oraz.). , ^« 5. ° Il pleonasmo (lìKeovaaiJLÒfy raL ickéov) è l'opposto delPenissi, la sovrabbondanza di una o più parti ffirorazione non necessarie all' ii^tegrità del pensiero, opportune peraltro alla chiarezza e all'ornamento del discor- so. » Se l'ellissi è quasi istintiva gl'uomo, come può essergli r>tftift*a1e l'op- posto, cioè il pleonasmo? Per due ragioni: a) nel pensiero noi vi sono fi- gure ; esso é siilteiico, procede senza ellissi, senza pleonasmi, senza lenoKt- nii di stile: l'analisi poi che dipana, per dir cosi,, la matassa del peif^ero'ed* è di sua natura succedevole, spesA) incontra dei no^ì che vg^Iiono essere sciolti per isvilupparlo e lucidamente versarlo nella mente del) ascolt^|fre : perciò se il pensiero é piano, incomplesso, agevole ad afferrarsi, 11 discorso che lo traduce corre lucido anche con le ellissi facili a supplirsi ; ma.se v'ha • complicazione d'idee le quali si teme non forse cagiÉnino confusi(>(^ e oscu- rità, la natura stessa ci detta di essere laKghi di pa^e a maggior chiarezza dell'orazione; b) di più l'uomo tutto pieno de' suoi concetti e convinto del- la loro verità, vorrebbe spesso comunicare altrui anche ii proprio convinci- mento, e per poco che sospetti incredulità negli ascoltatori insiste con più parole per dare energia e fede maggiore a quanto aéserisce, come abbiamo accennato ({. 38. n. a."). — Come l'ellissi può degenerare in oscurità, così il pleonasmo può degenerare in perissologia {ntptaaokoyia), che vale super- fluità di parole. Su questo proposito Beauzée fa una giustissima distinzione. Se la lingua è parlala, die' egli, è facile distinguere i pleonasmi dalla peris- sologia, perchè in una lingua da noi parlata e conosciuta nella sua indole la perissologia offeAde tosto l'orecchio, e eiò basta per evitarla e portarne giù- ^ sto giudizio. Ma se si tratta di lingua non parlate sono necessarie altre di- stinzioni : se della lìngua non parlata abbiamo assai scarsi monumenti, co- me dell'ebraica, non possiamo rettamente giudicare degli spessi pleonasmi • Digitized by Google 84 eh* ÌB*ftii •*i» ìi i M i U Éiti bfvee il fmmmùf u ndti lono i monumnai che ci rìmaBgoiw» come nel greco e nel Ialino^» meno che dod ti tratti di frati che s'incontrino sola una volta o poco più. Iif ogni caso il napetto che dobbiamo all*aDticbità non esige da noi una cieca ammirazione; anche gli antichi eraoo aomini , ^uantfo^i/e boniu dormiiat Homerui ^ e Virgilio se •yeaae potato coneggare le tue opere avrebbe e? itata la penssologia del ne cp» Meste eai. 6. ^ La sillessi (wSiiXri^ii di aw e Xaiifieam^ìtipmyf left e tradotta da Cicerooe mte^^tclio, ha laogo quando la coocordanza ti fà secondo il si^rnificato, non secondo le forme delle parole ; quindi a) sil- lessi di numero (^clamor concursusque populi mirantium ec); b) di genere (doni ut caiems Fatale monstrum, cioè Cleopatra, Quae generosior ec); c^di genere e pnncro (ptat tn cnicem acti, pars hestiU objecù)i d) del re- ltti«MMBÌMn «itt «D OTimdtBie mmtmfnm^ wm riceif«to dal signifi. oÉMblle frate {inter alia pné^a carni pluitt ^uem iwAram ingens nu- merai mium intervdantium rapuisse fertur)» AltaM di qa«le iiiretsi è fir gnra di tiniesti, piuttostocbè di costruzione. 7. ° Finalmente per ^iò che riguarda l' iperbato (oTrep/^arov da uitép e ^ouvtt, /Softì), se ti eccettui Vanasirofe cioè T inversione e la imesi cioè il te- glie. le^itÉva^iigmal» ad- et|| ti ri ì e ri aaaao^dai grammatici (parentesi, il ^iib^llla■M|É^e^ ipallage, eoaRige ee.^ ^. . „ , „ Ben taBo die AlBportnoà pedanteria. • • . j 8.*^ Aioordiamo che, oltre alle anzidette, havvi la costruzione d*oso prò* pria di ciascheduna lingua, costruzione che deriva dalle condizioni empiri» chi etterne della tribù o nazione, quali sono il .clima, il governo, U poti« ■HimiMiUgiBfioa» il commercio, riodutttia, la religione, V indole ec. . ^ 1f elfo ifkirole si devono considerare dne elementi, il materiale ed il rap- presentàtiV(f r il primo si appoggia alia n|^ura deirorgano vocale, ii atoonae alla natura Ael' pensiero. < . « . . • aomprendt 1 ananl fMaK a aangadantii l'aggmp» ptàmMiàà mo^éok le sillabe e le narel^ a le modifioaaiori darivaati da-Mlle ■HÉIU'P— l'Màit^e la (|uaniità. •leleraento rappresentativo appoggiandosi alla natura del pensiero dee somministfare i mezzi tanto per esprimerne le tre funzioni, concetto, giudi- zio e raziocìnio; quante per determinare ciascheduna di queste funzioni nelle qndkfo •categorie Ji qualità, quantità, ralaaiane a naodalilà. Qim i aemi aertanM ad aggiàotìvi eepnmene i oanaaMi; t wèi aipri- flteno i gìodivii ; la tinlaMi, le congìuoxieni e la costruzione esprìmone il raziocinio in quabii consta di più giudizii legati fra loro. I numeri nei so- stantivi e gli aggiuntivi di estensione determinano la quantità; i generi nei sostantivi, gli aggiuntiv%di comprensione e gli avverbii determinano la qua- lità ; le preposizioni o i casi ed i verbi delermitoano le relazioni ; i modi dei ▼aaH dataMawie la awdaKtà. Ceti JagiiwatMliÉ ha tgddiifclla m tmta la óé Questo Compendio, lungi dell* esser perfetto, «non andrà certo immonr ^almeno da quegli errori, quos humana parum cavit naturfi^ il compilatore saprà grado a chiunqae> gli usasse la cortesia d* indicarglieli. Digitized by Google INDICE ì INTRODUZIONE « • ALLA GRAMMATICA GBKBRALB PILOSOVICA. k I. Sua definizione, passibilUà, oggetto^ fine^ utilità , . . . p«g. $ ,%ri>ue parti >i ÌTÌ PARTE L ' * ' . t dell' elemento materiale delle parole. {. y Quante cose abbracci questo elemento. .■ ^ , tn ^ ). 4« Dei suoni e loro divisione ^ ..... w ivi r 5. fl) Focali, naturali e aspirate " j^j 6. b) Consonanti i ~. 7^ ~. ~. T \ ~. ~. ~. ~. ~. ~. yi ivi |. J. a."" Aggruppamento dei suoni e sua distinzione. \ \ \ \ \ « . 5 \. 8. c) Sillabe. . . . . . , . . . . . . , . . . . . n ivi 9» d) Parole . . . . . . . ^ IO. 5.° Modificazione dei suoni pel loro aggruppamento. . . . w m it. e) Accento y» iVi |. 12. f) Quantità. Conclusione della l, PjarU 8 PARTE II. dill' bumbnto rappresentativo delle farolb. §. i3. Distinzione tra iì valor suhbiettìvo e informale dette parole. . n g t4» Divisione di questa li. Parie . , .* . w io 8EZI0NB I. Dei Sostantivi e degli Aggiuntivi. t, \%, Dei Nomi in generale Articolo I. — Dei Nomi Sostantivi. . i6. a) Varie specie dei sostantivi t?i . 1 7 . b) Modificazioni o acci denti de i sostant ivi . IVume r o e Gene re . » i5 i Articolo II. — Dei Nomi Aggiuntivi. , t%. Aggiuntivi in genere e lor difiiione . . , . . t . * : i^ 19. g) Aggiuntivi di intensità 0 comprentìone, e loro modjficazioni rfi genere, numero e gradi , . . . « ♦ ♦ • • * * ~^ *^ 90. Del Pronome relativo e della proposizione incidente equivalente ad un aggiuntivo di comprensione. . . '. . . « 16 ai. b) Aggiuntivi di estensione . '. ; : i '. l ; r> in \. aa. L'artìcolo è un aggiuntivo di estendane • . . 9^ 18 f. a5. Conclusione di questa I. Sezione . 9i i9 Google SBZIOItE 11. — P^l^c Preposi tioDi, dei Cati, Verbi, • Avvcrbii e loLftrieajiQnL §. >4' Divisione di questa II. Sezione p«g. 19 Articolo I» — ' Delle Preposi liooi e dei Cagi. §. a 5. Deììt relazioni e del modo di esprimerle » ao 6. 26. a) i^^lle preposizioni n ìw't §. a^. bj Dei casi in generale . ] ! '. ! i '. '. ! '. ! ^ ai §. 30. coti in particolare waa Articolo II. — Dei Verbi ed Avverbii. §. 39. o) i)gi fVr&t in generale e lor divisione w a5 1 . 5o. Modificazioni dei verbi in generale ?4 .il. Persone e Numeri dei vtrm, » ivi • --• Zf^f" verbi. . . . . *_ • * • * ' ._* * • .* !_ " . 53. Modi dei verbi. Modi personali: Affermativo {Indicativo)^ Con- dizionale, iìoggiuntivo, Ollativoy imperativo e Gerundivo . n ag j. 34. Modi impersonali: Indefinito, Pariicipii, Gerundii e Gerundivi^ Supini 34 {#35. Distinzione dei verbi concreti: Attivi, Passivi, Neutri, Rijleui, Deponenti, Medii 9) 36 §. 36. Ferbi Reali, altrimenti detti Impersonali; Anomali, Difettivi. *» 38 ^. S*;. V erbi Derivati^ Derivati dai Ferbi; ^erbi Composti . . . ^9 §. 58. b) Degli Avverbii v 4^ Articolo IIL — ■ Delle Interiezioni. §. 39. Origine^ natura e caratterì deUe interiezioni 4^ §.40. Conclusione di questa II. Sezione >^ 44 • SEZIONE IIL PelUr gintawi, delle congiunzioni . , . e della costrazìone. §, ^t. Difìsione questa III. Sezione . ......... n Articolo I. — Della sintassi. §. 4à. Che cosa sia la sintassi e di quante rpeck m 46 §7^5. a) Della sintassi di concordanza . ^ iji §744 • ^) Della fintassi di reggimento ^i 47 Articolo II. — Delle Congiunzioni e della Costruzione. §. ^S. Delle congiunzioni e della costruzione in generale . .» . » §7%ó. a) Bisogno^ claui e natura delle congiunzioni . » » » . w iyi ^4'7- b) C ostruzione e sue specie ... 7 w So §7^8. Della costruzione diretta o logica, ....«»»..»&! §. 49' Della costruzione inversa 0 figurata . ^ ^o. Conclusione generale . * Digitized by GoogI
Tuesday, June 24, 2025
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