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Wednesday, June 18, 2025

Grice e Cerutti

 

Full text of "Grammatica filosofica della lingua italiana"

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te,    né 


3 


•PB*?*H«WÌ«1P|| 


GR>%.  IMMATICA 

FI    M^    OSOFICA 


■^Vt* 


1.1 


f  - 


GRAMMATICA 


DELLA 


I^II^OVA  ITALIAIVA 


DI 


riGELO   CERUTTI 


SECOSùA  EDIZIONE 


Multa  rtnatetntur  qme  jam  eeeidert. 

ùuzm. 


ROMA 

DAI.X.A     TIPOGRAFIA   H&MMI   E   COHPAGRO 

1839. 


m  ■   mm\  i 


9^ 


f 


\^ 


^^ 


T«^ 


[ilo    •.  i  i.K^^  a 


^  INTRODUZIOI\E 

*  •  *        *  ^  la  ciascuna  cosa  naturale  o  artificiale 

è  impossibile  a  procedere,  se  prima 
non  sia  fatto  lo  fondamento. 

Pimo  del  sentimento  di  questa  aurea  sentenza  di 
Dante  9  e  avendo  io  riconosciuto  ch^  a  noi  Italiani 
pur  troppo  manca  lo  fondamento,  mi  parve  non  poter 
fare  cosa  più  utile  alla  patria f  di  quella  di  sovvenire  9 
giusta  mia  possa^  a  tanto  di/etto.  E  quì^  acciò  che  ognun 
m  intenda  f  mi  convien  dire  quello^  che  altri  forse ^  per  non 
offendere  li  più,  si  tacerebbe'^  e  dal  che  me  non  terrà pu^- 
sillanimo  riguardo^  non  essendo  io  disposto  a  blandire  lo 
errore  per  non  dispiacere  ai  ciechi  suoi  seguaci*  Dico  dun-' 
que  che  generalmente,  e  anche  da  quelli  che  fanno  un  cor- 
so di  studj  regolare^  salvo  i  pochi,  non  si  conosce  ne  Id 
grammatica  né  la  lingua  italiana  ;  non  tanto  per  colpa 
nostra,  quanto  per  difetto  del  modo  di  educazione;  per^ 
ciò  che,  sebbene  si  studii  il  Latino,  il  Greco,  quindi 
si  passa  alle  scienze,  e  si  lascia  indietro  lo  fondamento, 
cioè  lo  studio  della  grammatica  e  della  propria  linguai 
venendosi  ad  incorare  le  predette  per  comparazione 
con  una  che  non  si  sa.  Chiunque  ragioni  potrà  per^ 
tanto  immaginare  di  quanti  errori  possa  esser  cagione 
il  mettere  una  base  imperfettissima  alle  nostre  cognizio^ 
ni  (i);  chcj  finalmente,  noi  non  abbiamo  a  parlare,  a 
disputare^  ne  a  scrivere  in  greco  o  in  latino  {pL). 

(1)  Qnmne  une  def  ouvre  la  porte  d*un  appartement»  et  nona  en  donne 
rentrée»  de  mème  il  y  a  dea  connoissances  próliminaires  qui  ouyrent,  pour 
ùnsi  dire,  V  entrée  aax  sciences  plus  profondcs  j  ces  connoissaDces,  oa  prinr 
cipes  sont  appelés  cUfs  par  inétaphore;  la  Grammaire  est  la  clefdes  scien- 
^  h  lopque  est  la  clefàe  la  philosophie*  Da  Marsais. 

(2)  Tale  stima  ai  iacera  della  liogaa  italiana  quando  diedi  la  prima  edizio- 


-<>«b» — 


VI 

.  E  sacramente  io  non  mi  posso  dar  pace^  quando  con- 
sidero  che^  sebbene  anche  fra  noi  si  cerchi  di  mi^Uo' 
rare  il  sistema  d^  educazione^  e  in  ispecie  quello  delle 
fanciulle  che  è  il  più  difettoso;  sebbene  sian  molti  che 
fanno  ammaestrare  le  lor  figliuole  in  quelle  scienze  e 
in  quelle  arti  che  tanto  accrescono  di  leggiadria  alla 
donna;  io  forte  mi  meraviglio  come  avvenga  che^  per 
la  maggior  parte  ^  si  lasci  indietro  il  pia  bello  oma^ 
mento ,  la  scienza  prima  e  massima  ,  lo  studio  della 
propria  fasulla  !  Se  elle  sapessero  qtuinta  vaghezza 
spanda  un  puro  e  fluente  ragionare  che  scorra  dalle 
lor  dilicate  labbra  9  e  quelle  tanto  pia  che  ebbero  la 
sorte  di  crescere  nelle  parti  d"  Italia  ove  meglio  si 
pronuncia  il  nostro  bello  idioma^  io  non  diAito  che  ad 
esso  non  volgessero  il  primo  lor  pensiero*  Con  questa 
scienza  ,  del  desio  della  quale  io  ardo  di  accendere 
gli  animi  lorOj  perverrebbero  a  poter  leggere  i  nostri 
migliori  autori;  i  quali  hanno  possanza  d  infondere  ne 
cuori j  bontà^  virtà^  grandezza  d*  animo^  e  gentilezza  ; 
laddove  non  si  pascono  ora  se  non  di  fole  e  di  roman^ 
zi»  Sìj  a  voi^  donne,  tocca  questa  digressione;  che  ogni 
animo  gentile  sa  quanto  possa  in  noi  il  vostro  buono 
esempio^  di  quanto  nostro  ben  fare  sia  stimolo  la  v^o- 
stra  perfezione  !  E  non.  mi  si  venga  a  dire  che  le  don^ 
ne  non  possano  darsi  a  cotale  studio  della  lingua  e 
degli  autori  quale  io  propongo;  elleno  sono  capaci  quan- 
do vi  si  voglian  mettere  per  tempo;  ai  parenti  s^  aspet- 
ta questa  cura. 

ne  ma  eon  gran  piacere  ho  inteso  poi  che  prima  Monsignor  Azsocchi,  e  poi 
r  Abate  Sacchi,  s'^han  preso  a  cuore  di  metterla  in  buon  concetto  agli  studianti 
del  Seminario  Romano,  e  di  far  loro  sentire  la  necessità  di  coltivarla. 


• .  •  '  ' 


^'  •  s  - 1^-^- ■ '::^L^-^'*j!àii£ÈÈ^'i 


VII 

Che  la  vera  e  più  bella  lingua  italiana  sia  quella 
degli  autori  del  Trecento^  credo  che  oramai  tra  i  po- 
chi, dei  éfuali  solo  io  desidero  V  approvazione^  non  ne 
sia  pia  alcun  dubbio  ;  come  che  nulla  sarebbe  il  mio 
dircj  a  quello  che  si  è  già  pubblicato  a  questo  propo^ 
sito  da  Biagioli^  da  Cesari^  Monti ^  Perticarla  e  tanti 
altri  valorosi  sostenitori  della  gloria  nostra.  Di  quella 
dunque  io  i»*  accingo  ad  e^)orre  le  redole  grammati-^ 
cali^  e  la  filosofia  ;  perchè  colui  scriverà  meglio^  che 
più  studierd  in  quegli  autori i  e  quando  dico  lingua  ita* 
liana^  intendo  della  toscana^  e  viceversa;  non  facendo 
io  alcuna  differenza  fra  questi  due  vocaboli. 

11  (0  Quelli  che  discesi  di  mante  Asirudo^  o  usciti 
di  qualche  locanda  ^  sia  pur  di  Siena  anche  o  di  JRo^ 
nia,  e  dietro  la  carretta  di  qualche  mjrlord^  fattisi  por» 
tare  in  Francia  o  in  Inghilterra ,  quivi  si  spacciano 
per  professai  di  lingua  italiana^  meriterebbero  la  scu-- 
riada  di  qu^  demon  crudi  di  Malebolge^  che  facesse 
lor  levar  le  berze  e  ricorrere  a  casa;  però  chcj  non  es^ 
sendo  da  loro  il  potere ^  non  che  sentir  t  essenza  delle 
bellezze  eteme  dei  nostri  classici^  ma  pur  fiutar  di  che 
sappiano^  vanno  gridando  questi  esser  cose  rance  e  an* 
ticfiuxte  che  pia  non  si  leggono  da  niuno^  per  tema  che 
%U  sciocchi  che  a  lor  ricorrono  per  inqjarare  la  nostra 
nobilissima  lingua^  non  gli  ponessero  loro  davanti.  Ma 
i  akr  a  parte ^  ben  meritano  di  non  conoscere  altro  che 
la  feccia   cfe'  nostri  scrittori  que* forestieri  9  1   quali  9 


(0  QocUe  parti  di  «jaesU  introdusione  che  soa  segnale  con  due  virgole  .» 
da  capo  e  a*  pie,  appartengono  alla  seconda  edizione  • 


» 


/ 

t 


I 

Tilt 

i  quando  ben  lor  venga   raccomandato   alcuno   che    sia 

versato  nella  lingua^  e  sappiala  anche  bene  insegnare^ 

essi  voglion  pur  mercanteggiare  e  stiracchiare  ilprez^ 

za  delle  lezioni ,   come  si  farebbe    con  uno  di  questi 

mercatantuzzi  che  vanno  per  le  botteghe  da  cafi^  ,    e 

I  non  si  vergognano  di  rinfacciare  a  un  vero  professore^ 

f  che  il  tale  insegna  sol  per  tanto^  e  il  cotale  lo  fa  per 

menOf  quasi  potesse  aiver  luogo  paragone  fra  questo  e 
quelli.  Essi  si  troveranno^  nondimeno^  aver  perduto  il 
tempo  e  la  fatica  diOro  una  lingua^  la  quale  io  ardU^ 
SCO  predire  dover  cadere^  non  passerà  moWanni^  nelV 
obblivione^  e  nel  disprezzo  di  tutti  gli  uomini  sensati^ 
perciò  che^  laddove  otto  anni  fa^  quando  pubblicai  la 
prima  edizione^  io  mi  contentava  della  approvazion  dei 
pochi^  ora  veggo  essere  in  tanto   numero   cresciuti  £ 
giovani  che  si  danxio  tdlo  studio  della  lingua^  che  io 
spero  vedere^  a*  miei  dì ,  il  tempo  che  pmhi  t  per  lo 
contrario  «    si  diran  coloro  che  del  vero  bello  non  si 
diletteranno^.  Troppo  era  duro  il  confessare^  nel  principio 
del  risurgimento  della  buona  letteratura^  a  coloro  che  già 
avevano  passato  il  sommo  deirarco  delV  ^à  lorOf  se  es- 
sere errati^  e  no»  saper  nulla^  e  peggio  che  nulla^  in 
quanto  è  a  stile  i  et  quas  imberbes  didicerey  seoes  per- 
deoda  fateri;  ma  la  gioventù  del  presente  ten^j  avendo 
in  ogni  parte  d^  Italia^  e  in  Francia^  e  in  Inghilterra^ 
alcun  zelante  che  loro  accenm  il  sole  nuovo  e  la  luce 
nuova,  non  altri  che  gì'  ignoranti  e  i  poveri  d*  inge-- 
gno  vorranno  tener  gli  occhi  chiusi  f  o  dar  le  spalle 
allo  splendore  che  gli  abbaglia.  ,, 


.IX 

Nel  manifesto  che  precedette  ques€  opera  (  quel-- 
h  della  prima  edizione  )  ,  adendo  io  condannato  tot" 
te  le  altre  grammatiche  per  insufficienti  e  difetto^ 
$e ,  lo  €jual  motii^o  nC  a\^ea  indotto  a  scrivere  la 
presente ,  fu  detto  da  alcuni  essere  oggimai  cosa 
noia  ,  chi  pubblica  un  Ubro  ^  sprezzare  e  cercar  di 
distruggere  la  riputazione  degli  altri  che  trattano  della 
stessa  materia.  Ora^  io  rispondo  che  per  ciò  produssi  in 
quello  V  opinione  di  due  letterati  sopra  la  medesima 
necessità  d  una  grammatica  ;  i  quali  ,  per  non  ai^ere 
quel  fine  che  a  me  si  potestà  attribuire^  dos^ean  essere 
imparziali  •  Senza  che^  potrà  il  lettore  giudicare  da 
per  se ,  dalla  seguente  definizione  di  una  parola  che 
dà  la  grammatica  del  Corticelli ,  la  quale  ha  ìkh 
ce  éf  esser  la  migliore  I 

C08TKUZI0NB  SBLll  P&BP08X2XONI   di 

i*  Di  serre  ordinariamente  al  geni  tiro  di  cui  è  segno;  per  esempio. 
Erano  gli  anni  • .  •  •  al  numero  pervenuti  di  mille  trecento  etc.  B. 
a.  Serre  talrolta  al  datiyo  in  Tece  di  a. 

Ermo  uomini  e  femmine  di  ^rossù  ifigignoi  e  i  pia  di  tali    servigi 
non  usati,  B. 

3.  Serre  anche  air  ablativo  in  rece  di  da» 

H  Guardastmgno,  passato  di  quella  lancia,  cadde,  B« 

4.  Parimente  serre  all^  ablativo  in  vece  di  con  o  in. 

Maestri,  lavorate  di  forza*  B.  Dimmi  di  che  io  C'  ho  offeso,  B. 

5.  Fa  ancora  le  yeci  di  per. 

Egli  piangeva  ;  «  di  grande  pietà  ^  non  potea  motto  fare.  B. 

6.  Serre  altresì  alT accusativo  e  aU^ ablativo  invece  dell^m  e  dellVnttfr 
de*  Latini . 

le,  natura  umana  e  perfettissima  delle  altre  nature  di  quaggik.  D. 

7.  Talora  é  s^no  di  particolarità»  e  vale  alcuni  o  alquanti. 
Ebbtvi  di  quelli  che  intender  vollono  alla  melanese,  B. 

1  È  ancora  contrassegno  o  titolo  »  ma  incorporata  coli*  articolo* 
^iccoiiif  il  Tamagnin  della  portOf  B* 


Non  è  questa  una  solenne  confusione  V  attribuire 
nos^e  sensi  a  una  parola  che  non  ne  ha  più  <f  uno  ?  A 
che  servirebbero  le  altre  preposizioni^  se  di  potesse  sta^ 
re  per  tutte  quante  ?  E  chi  sarà  mai  colui  che  arrivi  a 
filmare  un  idea  di  questo  mostro  ,  di ,  che  si  presenta 
sotto  nove  differenti  aspetti  ?  E  che  voglion  dire  queste 
definizioni^  costruzione  della  preposizione  din  una  prepo- 
sizione esser  segno  di  particolarità,  e,  incorporata  colfar* 
liccio,  esser  contrassegno  o  titolo  ?  Questi  son  pure  i  li-^ 
bri  che  finora  si  sono  usati  per  lo  studio  della  lincia  ita^ 
liana^  atti  veramente  a  confondere  anche  la  mente  me- 
glio  ordinata  del  mondo  • 

II*  officio  della  preposizione  di,  come  si  vede  piena^ 
mente  nel  primo  e  nelV  ultimo  esempio^  è  quello  di  qua-- 
lificare^  insieme  con  un^ altra  parola^  il  nome  che  la  pre^ 
cede.  Ora^  negli  altri  sette  esen^j  sopra  citati^  la  parO" 
la  qualificata  è  sottintesa^  e  la  piena  loro  costruzione 
è  I  ^  I  più  non  usati  (  cioè  non  avendo  Tuso  )  di  tali  ser- 
vigi ;  a^  Il  Guardastagno ,  passato  (  per  lo  stocco  )  di 
quella  lancia,  cadde;  ò^  Maestri,  lavorate  (  con  pienezza  ) 
di  forza;  4^  Diaimi  (  in  fatto  )  di  che  io  t^ho  offeso;  So. 
Egli  piangeva  «  e  (  per  eccesso  )  di  grande,  pietà  eto. 
6®  La  natura  umana  è  perfettissima  (  fra  tutte  le  specie  ) 
delle  altre  nature;  7^  Ebbevi  (  certo  numero  )  di  quelli  etc. 

È  ben  vero  che  in  quasi  tutte  le  parole  che  ho  sup^ 
plite  si  trovan  quelle  preposizioni^  le  quali^  nella  grariì-- 
matica  citata^  sono  identificate  in  una  sola  ;  ma ,  nella 
nostra  analisi  ^  la  preposizione  di  mantiene  sempre  la 
sua  natura  ;  e  tanta  è  la  differenza  che  passa  dal  sup- 
porre  quelle  preposizioni  sottintese^  come  sono  in  fatti 


ti 


per  forza  della  ellissi ,  allo  attribuire  la  ^irtà  di  tutte 
ad  una  sola ,  quanta  è  tra  V  ordine  e  il  caos  ;  quan-- 
tanque  a  chi  non  vede  più  là  che  tanto^  possa  parere 
la  medesima  cosa*  Senza  che^  per  qual  ragióne^  replico 
ioj  mfrebbesi  ad  usar  di  in  luogo  di  da  ,  a  ^  per ,  in , 
con,  quando  queste  preposizioni  vi  sono  per  fare  il 
loro  ufficio  ?  Troppo  si  sono  finora  confiise  le  parole 
nel  trattare  la  grammatica ,  e  troppo  insipido  è  stato 
il  modo  con  cui  si  è  trattata  ! 

t,  Quindi  senza  dubbio  des^  procedere  la  quasi  gè* 
nerale  awersione  che  /  è  finora  avuta  per  questa  scien- 
za^  quella  tanto  erronea  opinione^  che  friwle  siano 
le  occupazioni  di  essa^  cioè  dalV  uso  de^  vocaboli  gram^ 
maticali  quasi  tutti  falsi  come  ^  nominativo,  genitivo  t 
verbo  neutro  ^  gerundio  ecc.  9  privi  di  senso^  e  lasciati 
lenza  definizione  ;  i  quali  non  potendo  trasmettere  alla 
immaginazione  alcuna  giusta  idea  ,  o  pur  tali  che 
smarrir  la  fanno ,  e  non  essendo  possibile  a  chi  legge 
il  cacare  né  costrutto  né  diletto  da  ragionamenti  con^* 
fusi ,  inconcludenti ,  o  puerili ,  non  può  far  che  la 
materia  non  riesca  stucchevole  e  gravosa  ^  e  come  lo 
studioso  non  sa  onde  venga  il  difetto^  attribuisce  alla 
scienza  ciò  che  agli  spositori  inesperti  di  essa  dovreb^ 
ie  ascrivere.  Onde  a  quelle  altre  grida  poi  che  si  fe- 
MiRo  contro  la  grammatica  ,  che  sia  uno  inceppamento 
allo  ingegno^  il  titolo  medesimo  della  nostra  risponde 
dovere  per  essa  avvenire  il  contrario  ;  però  che  il  trat^ 
tar  delle  idee  filosoficamente ,  non  che  vincolar  V  in* 
%^^  t  g^i  dà  forza  e  ali  da  spaziarsi  per  la  loro  in* 
fiùtade.  E  qual' altra  fu  la  cagione  deW  essere  stata 


1*^      IX^:  .::- 


'V*S«.l--A   ■', 


XII 

la  lingua  nostra  traspirata  e  quasi  abbandonata^  per 
due  secoli ,  in  balìa  della  sorte ,  se  non  il  difetto  di 
una  grammatica  filosofica  che  la  bellezza ,  la  forza , 
e  la  i^arietà  sua  facesse  conoscere  e  sentire  ?  A  coloro 
che  m*  han  detto  che  il  titolo  di  filosofica  non  si  con" 
viene  a  una  grammatica^  io  rispondo  che  non  sanno 
quel  che  si  dicano  ^  o  che  parlano  passionatamente  ; 
perchè^  in  questa  mia  opera^  io  non  faccio  altro  ili 
continuo  che  definire  e  dichiarar  le  idee  e  i  con-* 
cetti  che  son  contenuti  né"  vocaboli  e  nelle  locuzio^ 
ni  ^  e  se  Locke  ha  chiamato  filosofia  il  trattar  delle 
idee  eh*  egli  fece  f  similmente  posso  anch*  io  il  mio 
trattato  nominare^  però  che  per  grammatica  io  intenda 
la  scienza  non  solo  delle  lettere  e  delle  parole^  ma 
quella  ancora  del  collocamento  tra  esse  |  cioè  lo  sti^ 
le  della  lingua.  9, 

F*  M.  Zanetti ,  in  un  suo  ragionamento  sopra  la 
volgar  linffui^  dopo  aver  detto  essere  impossibile  il 
fornire  alcuna  regola  per  giungere  ad  acquistar  grazia 
^  leggiadria  nello  scrivere  «  conchiude  che  V  uso  è 
quello  che  ci  deve  menare  a  sì  bello  acquisto^  aggiun-* 
gendo:  il  qual  uso  acquisteranno  quelli  che  vorranno 
leggere  con  assiduità  e  con  attenzione  i  libri  de*  mi- 
gliori autori.  Certo  egli  direbbe  vero^  se  alla  sua  opi^ 
nìone  non  si  opponesse  la  difficoltà  di  trovar  piacere 
nella  lettura  di  quei  libri  %  allor  che  se  ne  ha  ìnag^ 
gior  bisogno.  Questo  gusto  de*  buoni  autori  non  puh 
alcufio  acquistare  se  non  quando  sia  già  fatto  da  tal 
pasto:,  bisogna  prima  che  abbia  buono  fondameìito  di 
grammatica  e  di  logica*  Quindi  sono  i  nostri  migliori 
conosciuti  fra  noi  se  non  dai  pochi . 


XI 11 


Ma  non  è  di  piccai  momento ,  come  io  awisoj  a 
coloro  che  si  dan  pensiero  di  ristorare  la  lingua  pa^ 
trìa  «  il  fare  accorti  i  leggitori  del  maggior  sfizio  con 
cui  par  che  ognuno  s*  ingegni  di  difformarla ,  e  che 
poco  mancò  non  distruggesse  il  nostro  pia  grande  onor 
nazioncde^  intendo  de*  gallicismi  de"  quali  è  tanto^  nella 
^'^gglor  parte  delle  scritture  moderne  ^  infestata  la 
nostra  lingua^  che  non  è  pia  né  una  né  due.  Avrei 
voluto  passar  sotto  silenzio  questo  soggetto  per  lo  r/* 
guardo  che  già  pia  opere  si  son  pubblicate  sopra  di 
esso;  se  non  fosse  che  ogni  giorno  mi  occorre  di  w- 
dere  che  quei  libri  massime  che  sono  proposti  per  Vistru^ 
mne  della  gioventà^  o  per  suo  passatempo^  (i)  essere 
quelli  che  più  sono  contaminati  di  galliche  dizioni  ; 
tanto  che  alcuni  si  possono  tradurre  ad  literam  in 
francese  ;  segno  manifesto  che  pochi  sono  ancora  co^ 
loro  che  si  sono  avveduti  della  via  erronea  nella  quale 
ci  eravamo  già  troppo  innoltratiy  o  che  non  si  é  detto 

)i  quanto  basti  a  farne  retrocedere ,  Ho  quindi  dedica^ 
to  un  capitolo  ai  gallicismi  ;  e  credo  che  non  sarà 
il  meno  importante. 

,1  £  chi  domanda  qual  possa  essere  la  cagione  che 
tra  7  3oo  e  7  5oo,  qual  pia  qual  meno ,  tutti  scri^ 
vevan  puro  italiano  ^  il  che ,  in  vero ,  al  presente  sì 
di  rado  incontra.  La  cagione  é  che  allora  non  si  parlava^ 
comunalmente^  né  si  scriveva  in  altra  lingua  vivente^  che 

,      nella  propria  ;  e  ben  poclii  erano  quelli  che  le  straniere 

(i)  La  molti tiidine,  per  esempio,  loda  a  cielo  le  Lettere  di  Jacopo  Ortis , 
che  altro  non  sono  che  un  composto  di  gallicismi  e  di  scipitezze*  Anch*io  le 
^  con  grande  avidità  quando  bere^a  «Ila  comun  fonte  ! 


xiy 

apparassero^  onde^  nel  conwrsare  ancor  co"  plebei^  non 
si  poteva  apprendere  se  non  {vocaboli  e  modi  italiani  ; 
laddove  adesso ,  pochi  son  coloro  i  quali  ,  o  bene  o 
male  »  non  le  sappiano  ;  e  tanto  che  basti  a  guastare 
di  continuo  la  lingua  prioria  con  sH}ci  e  locuzioni  stra- 
ne. Se  allora  di  mille  uno  uscisfa  del  suo  paese  ^  adesso 
li  dieci  in  cento ,  e  forse  più  9  corrono  il  mondo  ;  e 
in  molto  maggior  proporzione  slam  noi  visitati  tlalle 
tdtre  nazioni  ;  U  perchè  sciocca  presunzione  sarebbe  , 
pure  in  un  toscano^  poiché  Toscana  è  frequentata  da" 
gli  stranieri  pia  d*  ogni  altra  parte  d*  Italia ,  il  ere-* 
dere  di  saper  parlare  e  scrivere  in  buona  e  pura  Un" 
guay  solo  per  esser  nato  e  cresciuto  in  su  le  rive  dAmo% 
Qualunque  voglia  scrivere  in  italiano^  si  persuada  ora^ 
mai  che  la  purità  della  lingua  non  si  succia  più  col 
latte  in  verun  luogo  </*  Italia;  e  che  non  è  pia  in^resa 
da  ognuno ,  sia  egli  pur  fornito  éT  idee  e  di  pensieri ^ 
quando  non  abbia  ancora  onde  vestirli  ;  ma  gli  è  il 
frutto  d"  assidui  f  lunghi^  e  instancabili  studii;  e  però 
non  cosa  da  troppo  giovane  uomo  ;  e  questa  lingua  non 
s^ha  a  studiare  ne*  vocabolarj\  sì  nella  costante  lettu- 
ra dei  classici  e  con  la  grammatica.  La  cagion  prin^^ 
cipale  della  corruzione  del  nostro  idioma  ho  dimostrato 
evidentemente ,  in  un  altro  manifesto  che  feci  precc'^ 
dere  alla  pubblicazione  di  una  grammatica  inglese^  es- 
sere  i  libri  ne*  quali  si  studiano  le  lingue  straniere  ; 
e  come  che  paia  che  questa  non  dovesse  avere  influen- 
za alcuna  ne"  letterati  ;  pure  ognuno  concederà  che  9 
^e  per  li  pia  si  parla  e  si  scrive  uno  stile  ripieno  di 
barbarismi^  chi  studia  non  potere  acquistare  %  nella  con^ 


versazioné  e  nel  consorzio  degli  altri  ,  se  non  quello 
di  che  spogliar  si  deve  scrivendo.   Quindi  il  bisogno 
tanto  pia  pressante   <f  una  grammatica  che  assicuri  la 
lingua  sopra  una  *pura   e  solida  base^  e  che  escluda  da 
quella  tutto  ciò  che  la  difforma. 

Quanto  poi  sia  falso  quel  che  alcuni  hanno  detto 
che^  con  sbandirne  i  gallicismi^  io  renda  povera  la  lin^ 
gua,    avrò  occasione  più  volte  di  dimostrarlo  ad  evi'' 
denza  nel  corso  di  quest"  opera ,  e  proverò  che  anzif 
col  seguitare  lo  stil  francese^  s*  era  resa  la  lingua^  non 
che  povera^  ma  poverissima^  abbandonando  un  numero 
infinito  di  vocaboli  e  bei  modi  di  dire  che  T  ignoranza 
chiamava  disusati  ;  e  io  facendo  afparire  lor  forza  9 
ìor  virtù  e    bellezza^  gli  ho  rimessi  in  vigore.  E  la 
cosa  è  chiara  ;  col  troppo  leggere  i  francesi ,  gP  Ita'* 
ìiani^  che  da  prima  non  se  ne   guardavano  ^  ma  più 
presto  cercavano  d  imitarli^  introdussero  a  poco  a  poco 
vocaboli  e  modi  francesi  nel  loro  stile;  e  quei  che  vennero 
poi  in  seguito ,  leggendo  i  francesi  e  questi  loro  imi'* 
tatari ,  si  assuefacevano  ad  una  lingua  tutto  differente 
dal  vero   italiano  ;  e  se  per  sorte  si  abbattevano  a  por 
r  occhio  in  un  classico ,  non  trovando  più  lor  solita 
pastura^    chiamavano  antico  e  disusato  quello  che  essi 
né  sentivano  né  conoscevano.  In  due  mie  grammatiche^ 
fatte  per  uso  degli  inglesi  che  studian  Vitaliano^  so^ 
m  24  esercitazioni  in  una  9  e  44  ^^^  altra  ;  tutti  gli 
esempi  ^^^i  ^  classici  ^  e  U  più  dal  Decamerqne  ; 
ora^  mi  bastò  far  scrivere  quelle  medesime  esercitazioni 
ad  alcuni  miei  scolari  italiani  che  imparan  V  inglese^ 
di  quelli  che  non  son  privi  et  ingegno^  per  far  sì  che 


L_ 


XVI 

ìor  venissero  a  fastidio  quegli  autori  che  fino  allora 
a^vàn  letto  e  ammirato;  laddoi^  prima  si  ride\^ano  di 
mio  purismo  e  de^  miei  classici  (i)«  E^  s^io  facessi  una 
grammatica  latina  con  sì  fatte  esercitazioni^  li  sH)rrei  con^ 
pertire  alla  mia  opinione  a  centinaia  ;  e  non  a\frei  allo^ 
ra  bisogno  di  sfiatarmi  in  cercare  di  persuadere  con  le 
ragioni.  Adunque  ^  sH)i  che  siete  giowmi^  e  cui  il  pren^ 
dere  più  tosto  t  una  che  V  altra  via  costa  poco  più  fa^ 
tica^  e  ne  potete  aspettare  in  cambio  infinito  diletto^ 
badate  bene  a  quel  che  i  sofisti  che  han  già  calato 
il  sommo  delf  arco  9  o  li  scioperati  che  non  leggo-^ 
no  9  vi  posson  dire  a  questo  riguardo  ;  ma  leggete ,  e 
giudicate  da  voi  ;  e  dite  poi  che  non  sia  vero  che  s*  al^  ^ 
larga  qui  il  campo  della  lingua  assai  assai  9  e  si  ren-^ 
de  amenissimo*  99 

jippongo  il  titolo  di  filosofica  a  questa  grammatica  f 
non  perchè  io  intenda  di  trattare  solamente  le  materie 
pili  astratte  ;  che  io  voglio  che  vi  si  truovi  ogni  cosa  ; 
ma  perchè  «  qualunque  sia  la  parte  che  io  tratto  f  prò-* 
cedo  con  la  ragione  •  (s) 

Finalmente  mi  bisogna  avvertire  chi  legge ,  che  gli 
potrà  avvenire  d  abbattersi  ad  ora  ad  ora  9  nei  classi- 
ci 9  in  espressioni  che  parranno   deviare  dalle  regole 

(i)  Il  medesimo  arreiine  a  me  in  Parigi,  tradoeendo  dalla  Grammatica 
francese  italiana  del  Biagioli  le  esercitazioni  j  e  quindi  solo  cominciai  a 
leggere  i  classici  che  non  ayera  mai  letti* 

(1)  pn  Bartoli  ha  creduto  dover  far  nso  della  voce  ^/of^re  ragionando 
della  S}  e*  dice  „  che,  quantunque  il  s  non  abbia  forza  di  più  che  una 
delle  altre  semplici  consonanti,  non  si  dere  però  filosofarne,  com^egli  fosse 
due  lettere  distinte  •  „  Dico  a  quelli  cui  »  come  accennai ,  non  aggrada  il 
titolo  di  quest*  opera  • 


«n 


XVII 

stabilite  in  quesf  opera .  iSe  elessi  produrre  tutti  gli 
esempj  che  porgon  materia  di  ragionamento^  potrei  for* 
se  mettermi  in  un  mare  senza  fine  ;  poiché  dice  Dante 
che  nella  grammatica,  per  la  sua  infiDitade,  i  raggi  della 
ragione  non  si  terminano  in  parte  alcana  ;  ma  essendo 
il  lettore  dal  bel'  principio  delVopera  awezzato  a  invC" 
stigare  la  ragion  delle  cose  e  la  cagion  d"  esse ,  egli 
potrà  poi^  fatto  forte  per  la  virtà  del  metodo  9  argo^ 
meritare  da  se  medesimo  sopra  tutte  le  eccezioni  che 
gli  capiteranno  soU^  occhio  nel  discorrere  gli  autori  • 

n  Ma  a  coIk^  i  quali ^  per  lo  contrario ,  dicono  che  • 
(juanto  pia  una  grammatica  è  brew^  tanto  è  migliore^ 
io  sHHrei  mi  dicessero  donde  traggono  questa  loro  opi- 
nione.  A  un  tal  ragguaglio  quella  che  non  contasse 
più  che  una  pagina  sarebbe  perfettissima  !  E  altresì 
vorrei  sapere  quali  grammatiche  si  sian  fatte  finora  , 
sia  pur  anche  in  lingua  latina  ;  però  che  io  intendo 
qui  di  dare  un"*  opera  del  tutto  nuova ,  e  oramai  tutta 
ma;  in  modo  che^  o  quelle  opere  che  portano  cotal  no^ 
me  non  sono  grammatiche  ^  o  se  quelle  sono  9  questa 
non  è  (1)  •  Io  wglio  che  mi  basti  il  ragionamento  so^ 
pra  il  pronome  onde  ;  si  pedrà  se^  di  quanto  io  quivi 
definisco  e  chiarisco  «  altri  fece  mai  pur  cenno  .  Se 
(jjue^li  che  desideran  cotal  bre\>ità  son  già  dotti  nella 
lingua ,  la  mia  fatica  non  è  per  loro  ;  perchè ,  questa 
seconda  sK)lta ,  /*  ho  aumentata^  e  migliorata^  e  la  pub^ 
^lioOi  specialmente  per  li  giovani  ,  e  particolarmente 
per  quelli  che  non  hanno  senior  di  stile  né  buono  né 

(1)  Rè  gli  Inglesi  né  i  Francesi   hanno  una  grammatica   filosofica  ;  essi 
kuiDo  dei  frammenti,  questi  in  Du  Marsais,  quelli  in  Harry. 

2 


I 


L    _ 


xvui 

falso^  i  quali  spero  assai  più  agwolmerUe  trarre  dalla 
rtùa  ;  e  questi  |  quanto  pia  avranno  eia  leggere  ,  pia 
lor  gioverà^  e  disporragU  per  lo  studio  e  la  dilettanza 
de  classici*  La  quantità  de  buoni  esempj  qui  citati  pre^ 
parerà  loro  V  orecchio  a  quella  armonia  ^  alla  quale 
per  non  essere  usi ,  o  per  conoscer  solo  la  falsa^  sen* 
za  un  tal  preludio^  lor  parrebbe  al  primo  di  strumenti 
scordati*  Io  lo  dico  espunto  perchè  sono  alcuni  che  a 
prima  giunta  si  sbigottiscono^  o  fanno  le  meras^iglie . 
E  costoro  pe  quali  io  mi  sono  affaticato  ^  non  bisogna 
die  lascino  indietro  pure  un  versoi  se  vorranno  salta- 
re  qua  elà^  si  smarriranno  t  non  intenderanno;  per- 
che  di  mano  in  mano  eh*  io  procedo^  definisco  questo 
e  quel  termine  grammaticale  del  quale  io  fo  uso  ;  non 
ricordandosi  i  quali ,  diventa  oscuro  quel  che  è  chia- 
rissimo •  Ai  dotti  lo  so  ancK  io  parrà  grave  il  dover 
leggere  ciò  che  già  sanno  «  per  trovar  quello  che  po- 
trebbero forse  non  sapere  ;  ma  pure ,  se  un  Bartoli^ 
un  Perticarla  e  un  Monti  ^  hanno  fatto  errori  nello 
scrivere ,  quando  essi  meco  convengano  che  siano  er- 
rori^  potranno  anch*églino^  leggendo  queste  carte^  cam^ 
minar  più  sicuri  ove  eran  dubbii  ;  se  non  «  sia  pur 
loro  lecito  quelli  imitare  • 

Restami  ora  a  dichiarare  quali  scrittori  io  mi  pren- 
derò per  arbitri  in  una  quistione  di  grammatica.  Per 
esempio  ,  nella  classica  traduzione  di  Salustio  di  Fra 
Bartolomeo  da  San  Concordie^  contemporaneo  di  Dante^ 
io  trovo  il  pronome  cui  usato  per  agente  del  verbo  i 
Cui  io  sia  tu  *1  saprai  da  colui  che  io  ti  mando.  Ora 
io  dico  I  questo  cui  messo  per  agente   in  luogo  di  chi 


XIX 

(  poiché  il  inerbo  essere  porta  due  agenti  )  ,  essere 
errore ,  e  per  intima  mia  persuasione ,  e  per  autorità 
dei  tre  sommi  ,  Dante ,  il  Petrarca  ,  e  il  Boccaccio  ; 
però  che  ,  altrimenti  si  potrebbero  trovare  esempj  di 
una  infinità  di  errori  ^  prendendone  un  ila  questo  e 
un  da  quello  anche  classico  autore  ;  e  in  tal  Biodo 
non  vi  sarebbe  pia  freno  •  Una  prova  ne  sia  11  Tor- 
to e  il  Diritto  dei  Non  si  può  del  Sortoli  ^  il  qua^ 
le  ^  attenendosi  ai  soli  autori  classici  del  Trecen^ 
to ,  tro^fò  pure  con  che  poter  giustificare  qualunque 
errore  si  wglia  fare  in  grammatica.  Egli  vuol  pro^ 
vare  per  esempio  che  si  possa  dire  alcuna  cosa  per 
alquanto  o  un  poco  ;  ed  eccolo  in  Pietra  de*  Crescenti: 
Io  catino  che  abbia  alcuna  cosa  d^acqua,  E  lo  trOì^a  an^ 
che  in  Matteo  yHlanix  La  misura  del  sale  fu  alcuna 
cosa  consentita.  Ma  chi  può  tollerare  questo  alcuna  co- 
sa? /o  son  di  parere  che  il  pia  corretto  scrittore 
in  prosa  sia  il  Boccaccio  (i);  Dante  e  il  Petrarca  %  in 
poesia  \  però  la  massima  parte  degli  esempii  è  tolta 
da  loro.  Ora  j  io  dico  che ,  quando  pure  alF  orecchio 
w/o  ripugnasse  V  usare  quel  cui  per  agente  ,  t  am^* 
^netterei  non  pertanto  come  giustissimo ,  se  ne  trovassi 
esempio  in  itati  e  tre  i  gran  maestri  ;  non  già  se  fosse 
adoperato  solo  in  rima  ;  se  in  due  o  pur  in  uno  oo* 
corresse ,  esporrei  là  mia  opinione  con  pia  o  men  ri" 

(i)  Del  Boccaccio  dice  il  Perticar!  :  „  Ora ,  questi  difetti  (  dì  colom> 
cbe  areraiio  scritto  prose  prima  di  lui  )  il  Boccaccio  ben  yide  meglio  che 
<rm  «lira ,  e  lutti  tenunarooo  nelle  prose  dì  lot;  cfaet  conosciuto  i  lera^ 
pi  evenire  più  colti  •  e  gli  orecchi  larsi  più  dilicati ,  ridusse  più  culto  e 
<i«liaio  il  nodo  delU  fatella  •  •  •  •  e  soUeyò  il  linguaggio  iulico  fino  alP 
•Itiflu  ^tena . 


guardo  9  secondo  che  la  verità  mi  dettasse  ;  ma  non 
trOiHindosi  approvato  da  alcuno  dei  Tre^  allora  affer^ 
mo  ch'egli  è  manifesto  errore»  E  non  è  da  credere 
ch'egli  possa  avvenire  che  un  vocabolo  grammaticale j 
qucd  è  un  pronome ,  non  abbia  ad  occorrere  ,  non 
una^  volta ,  ma  molte  nel  caso  della  regola  che  si  vuol 
determinare  ;  se  cui  si  potesse  usare  per  agente^  que^ 
sto  vocabolo  è  di  sì  frequente  occorrenza  «  che  non 
può  dar  campo  a  tale  obbiezione.  Dietro  questo  patto 
dirò  dunque  che  anche  né  non ,  né  ninno  «  immedia^ 
to  9  che  il  medesimo  da  San  Concordio  di  continuo 
adopera  ,  sarebbe  ora  errore ,  perchè  V  una  delle  due 
negazioni  è  affatto  inutile ,  e  air  orecchio  noiosa;  che 
lai  per  agente  è  cotale^  sebben  si  usi  dal  Macchiavello  ; 
che  gliene  e  gliele  in  luogo  di  glielo  e  gliela,  non  è  cosa 
da  imitarsi^  quantunque  V  adoperi  il  Boccaccio^  perchè 
questo  forma  una  inutile  confusione  di  termini^  qtutndo 
si  può  usar  chiarezza  e  distinzione  ;  che  tutto  per  tut- 
to che  è  oscurissimo^  e  non  approvato  dai  Tre  ;  e  che 
avere  da  per  avere  a  ^  nel  senso  di  dovere,  è  errore  ^ 
come  proverò  a  suo  luogo  . 

E  poiché  mi  wen  qui  nominato  JFha  Bartolomeo  da 
San  ConcordiOf  convien  chUo  ammonisca  i  giovani  stu^- 
diosi  della  buona  lingua  che^  tutto  che  ne*  trecentisti 
per  la  massima  parte  la  lingua  sia  piena  di  semplicità 
e  di  bellezza  ,  onde  meritino  uno  studio  profondo  chi 
vuol  ben  scrivere ,  tuttavia  la  bellezza  dello  stile  non 
consiste  t  né  manco  cresce  col  dire  saramento  per  giu- 
ramento ;  consigliamento ,  ingegnamento ,  piuvico,  suto, 
aiutorioy  reta,  YinizianOi  in  luogo  di  consiglio,    in* 


i 


XXI 

gegno,  pubblico,  stato  «  aiato,  reità,  Yenesìano,  né  in 
usar  le  forme  antiquate  e  scartate  de*  scerbi  9  fossono  » 
ebbeno«  feceno ,  yenneno,  diciavate,  sapavate,  sappien*- 
do,  in  luogo  di  fossero  «  ebbero,  fecero ,  vennero ,  di- 
cevate ,  sapevate ,  sapendo.  Queste  non  sono  altro  che 
affettazioni'^  e  non  che  rendere  lo  stile  pellegrino^  co^ 
me  forse  alcuno  crede  9  toglie  a  quello  la  forza  e 
la  sfis^acità.  Le  forme  fossono,  ebbono,  e  dicessono,  fitr 
cambiate  in  fossero*  ebbero,  e  dicessero,  non  senza  ra-* 
gione^  ma  per  cariare  alquanto  la  monotonia  delle 
desinenze  in  no  9  delle  quali  tutto  il  n^erbo  prima  si 
formava,  E  sarebbe  da  desiderarsi^  per  lo  pubblico  be^ 
ne,  che  anche  coloro  che  sono  sopra  gli  altri  forniti 
(T  immaginazione^  £  ing^gno^  e  di  scienza^  si  elessero 
uniformare  a  quella  cumonia  di  parole  dalV  autorità  dei 
sommi  e  dal  general  gusto  appromte  e  accolte  ,  affln 
che  i  gios^ani  potessero  trarre  da  loro  scritti  utile  e 
ditetto  ;  dico  i  giovani^  perchè  questi  son  men  pazienti 
a  tollerare^  e  basta  loro  abbattersi  in  un  piavicamente 
0  in  un  temporali  (i)  ,  perchè  s"  infastidiscano  subito f 
e  senza  pia  dannino  V  autore  •  Queste  artificiate  trw 
sformazioni  di  wcaboli  a  che  scagliono  elle  fuor  sola* 
mente  a  recare  il  purismo  in  dispetto^  e  con  esso  mei" 
tere  i  suoi  seguitatori  in  derisione  ? 

Nel  comporre  questa  seconda  edizione  io  non  ebbi 
altro  davanti  agli  occhi  che  li  scrittori  classici  i  qiui^ 
li  mi  /umno  fornito  gli  esempj  per  le  mie  speculazio^ 
m;  ma  non  volli  leggere  nessuna  opera  che  trattasse 

(1)  Auliche  Toci  per  puhblicamente  e  tempi  • 


della  grammatica ,  non  pure  il  Torto  e  il  Diri  Ito  del 
NoD  si  può  del  Bartoli\  perchè  io  voles^a  dir  le  cose 
come  la  logica  e  il  gusto  mio  solo  mi  dettavano , 
risenmndomi  però  a  leggere  4]ues€  opera  ,  finito  che 
ascessi  il  mio  manoscritto  «  per  sedere  se  mai  aveva 
dato  '  neir  eccesso  del  Non  si  può  «  per  lo  che  ella  è 
un  eccellente  antidoto  ;  ma  con  mia  maraviglia  ora 
scorgo  che  quel  suo  libro  non  è  se  non  una  compila^ 
zione  di  bizzarrie  y  come  ben  dice  il  signor  Amenta  ; 
il  quale^  in  quelle  sue  dotte  osservazioni  le  ha  tuite^ 
per  quanto  si  può  fare  senza  filosofici  argomenti^  sma-^ 
scherate  e  combattute  «  con  trionfo  detta  verità ,  e 
gran  vantaggio  del  retto  scrivere  (i).  In  questo  il 
torto  del  Bartoli  è  manifesto  ;  e  io  Oi^rò  occasione  di 
provare  in  più  luoghi  quanto  poco  sentisse  nella  filo^ 
sofia  della  grammatica;  ma ,  per  dire  il  prò  e  il  con* 
ira  9  di  quanto  non  siamo  noi  a  lui  debitori  d*  aver 
tenuto  in  vita  la  buona  lingua  !  poiché  «  de*  pochi 
scrittori  dello  sterilissimo  Seicento  ^  egli^  quasi  legno 

(i)  M  M«  a  dìria  fuor  ftion  ,  e  mWo  tatto  il  rignardo  (  dice  il  signor 
Amenta  }  che  gli  ho.  come  ad  uno  de^  miei  maestri  in  si  fitto  linguaggio, 
Taver  egli  voluto  in  questo  libro»  con  insopportabii  fatica,  scartabellare, 
leggere^,  e  rileggere  tutti  i  testi  di  lingua ,  per  rinvenirvi  con  sommo  pia* 
eere  tutti  i  luoghi,  ne*  quali  son  quegli  usciti  dalle  buone  regole  del  per- 
fettamente scrivere ,  •  .  •  •  io  non  so  di  che  sappia  o  qual  lode  possa  o 
abbia  potuto  meritarne  „  £  poi  :  .,  Io  giurerei  che  m^appongo,  se  dico  che 
egli  volle»  nella  maggior  parte  che  nota  in  questo  libro,  delle  cose  scritte 
sregolatamente  dagli  scrittori  Toscani  del  decimo  quarto  se9Dlo,  difbader 
se  stesso.  „ 

E  anche  il  Pert icari  :  ,,  E  crescendo  i  xelanti  del  purismo,  si  potranno 
forse  in  gran  parte  spiantare  le  fondamenta  sulle  quali  Ìl  Bartoli  pose  quel 
suo  libro  del  Non  ti  puè ,  onde  (  dovea  dir  co^  ^uale  )  con  sapienza  so- 
fistica tentò  persuadere  che ,  in  lingua  italiana,  o  leggi  non  sono,  o  V  ar- 


bitrio de*  buoni  le  infrange.  „ 


XXUl 

solingo  in  inasto  oceano^  è  quegli  il  quale^  per  le  fan-' 
te  sue  opere  letierarie  9  pia  consen^asse  la  forza  e  la 
leggiadria  dello  siile  ^  e  non  lasciasse  sprofondare  le 
lettere  nello  abisso  della  ignoranza. 

» 

^BBRBFijiZiOlfi  Ù^  jiUTORi     ClTATt 

D.  Dante.  G.    Celli. 

P.  Petrarca.  Dav*  Davanzati. 

B.  Boccaccio.  Da  S.  C.    Fra  Bartolomeo 

F.  Firenzuola»  da  San  Concordie. 

M.  Macchiavello.  Bari.  Bartoli.  (i) 

Gli  altri  sono  posti  col  nome  intero. 

N.  B.  Gli  esempi  si  troveranno  qualche  scolta  dif^ 
ferenti  dal  testo  deWautore^  0  nella  trasposizione  delle 
parole^  0  in  alcune  delle  parole  medesime^  mutato  per 
eiempio  tu  in  voi  o  altro  ;  ma  ben  si  tramerà  V  espres^ 
sione  in  su  la  quale  cade  la  regola  sempre  dC  accordo 
con  r  originale . 

Per  gli  errori  detti  gallicismi  ho  citato  qualche 
volta  un  librò  chiamato  ÀDtipurismo ,  del  quale  si  fa 
ìnenzione  nel  Cap.  XXVIII. 

Bispetto  ad  alcuni  errori  che  io  ho  notati  negli 
muori  del  presente  secolo ,  io  ho  esaminato  «  e  dato 

(i)  Io  non  credetti  dover  iar  uso  dei  Villani,  perché  vidi  che  quasi  tut* 
^  )«  Tolte  che  il  Bartoli  yolle  ayvalorare  uno  errore  col  ai  può  ,  egli  ri-* 
coese  a  qaelli.  e  di  rado  gli  falli  5  ae  essi  son  classici  per  li  yocaboli,  non 
*^  per  la  grammatica.  »,  Il  buon  Gio.  Villani  •,  dice  il  Bartoli .,  con  quel 
s«o  lui  e  lei  mette  ancor  qui  mezso  i  grammatici  in  confusione .  e  ncuo 
ia  gtanniatlca  in  iacooiptglioi  ),  A  noi  però  egli  darà  poca  briga  • 


«.  *.■ .    .^1'^ 


xxir 

mia  opinione  di  coloro  soli  che  furono  o  sono  ristora^ 

tori  o  sostenitor  della  lingua  i^era  e  pura  italiana^  e  che 

in  quella  hanno  scritto^  o  hanno  inteso  di  scris^ere  (  i  ); 

ma  né  di  ronumzieri  ,   né  di  autori  di  commedie   mo^ 

demij  io  non  mi  son  curato^  perché  la  lingua  in  che 

questi  scrivono  va  del  pari  con  quella  del  predetto  An- 

tipurisìno    lor  campione\  e  i  loro  maestri  sono  stati  ben 

frustati  dal  Baretti.  Chi  parla  per  lo  pubblico  bene  , 

bisogna  che  parli  libero  i  avvenga  che  pub  ; 

£  lascia  pur  grattar  dov^è  la  rogna. 

Per  la  presente  opera  io  mi  aspetto    gratitudine  e 

buona  ìnemoria  ne*  secoli   futuri  ;   e  se  allora   io  non 

potrò  far  difesa  contro  chi  a  torto  biasimar  la  volesse^ 

vi  sarà  qualche  giusto  e  zelante  che  la  piglierà  per  me. 

(i)  E  se  io  mi  sono  arbitrato  a  correggerli,  mi  scusa  il  Bartoli:  »,  Che 
se  Terranno  a  correggenri  d*  alcun  vostro  fallo  di  lingua ,  portativi  dalla 
ragione»  e  non  avrete  a  dir  loro  come  Aristotele  infermo  a  quel  medico  da 
lappatori ,  che  gli  ordinava  di  gran  rimedi! ,  senza  dirgliene  il  perchè  » 
Ne  mg  cure*  ut  bubulctan  j  prendetelo  in  grado,  e  rendetevi  airammcnda  • 


r 


GRAMMATICA  ÌFILOSOFICA 


CAP.  I. 


L 


ALFABETO. 

Questo  vocabolo  è  composto  delle  due  voci  greche 
4^^  e  beta^  le  quali  sono  i  nomi  delle  due  prime  let- 
tere delP  alfabeto  greco  ai  6  ;  e  corrisponde  alla  parola 
italiana  abbiccì  • 

(0  Lingua,  per  tdionia,  è  metaforico  j  si  ik  nso  deUa  causa  per  refletto* 


1 


1 


la  parola  grammatica  vien  dal  Greco,  formata  da 
gramma ,  lettera  ,  cioè  scienza  delle  lettere  ;  ma  ,  per 
estensione,  le  si  attribuisce  un  senso  più  largo*  e  com- 
prende la  scienza  delle  lettere ,  e  delle  parole ,  e  del 
loro  collocamento  tra  esse. 

Nel  Trecento  si  diceva  grammatica  la  scienza  della 
lingua  latina  per  figura  rettorica  detta  metonimia  ;  per-  f 

che  coloro   soli  conoscevan  grammatica  che  sapevan  la-  ) 

tino,  non  essendo   V  italiano    ancor   sottoposto    a    leggi 

graonnaticali  ;  però  dice  il  Boccaccio  che  Primasso  fu  \ 

itn  gran  svilente  uomo  in  grammatica. 

Le  parole  son  tutte  quelle  voci  delle  quali  sì  com- 
pone la  lingua  (i),  come  pagare  ,  moneta  ,  merito^  le 
lettere  sono  quei  segni  che  compongono  le  parole,  come 
m^  e,  r,  i,  ^ ,  o,  merito. 

DELLE      LETTERE 


L*  alfabeto  si  divide  in  lettere  yHìcali  e  in  lettere 
consonanti.  Le  vocali  sono  così  dette  perchè  si  proffe- 
riscono con  semplice  suono  della  voce  ,  mediante  aper- 
tura di  bocca  più  o  men  larga,  senza  assistenza  di  den- 
ti ,  di  labbra ,  o  di  lingua  ;  le  consonanti  non  si  pos- 
sono pronunziare  senza  Y  intervenzione  di  una  vocale  ; 
che  così  significa  la  parola  consonante  y  cioè  sonante 
con  la  vocale  ;  e  V  effetto  principale  di  questa  è  pro- 
dotto dalla  lingua ,  da*  denti  9  e  dalle  labbra* 

LETTERE     VOCALI 

a,     e  9     i«     o,     u. 

Cinque  sono  i  segni  indicanti  le  lettere  vocali ,  le 
quali  nuUadimeno  sono  sette  in  fatto;  perciò  che,  si  co« 
me  la  differenza  da  una  vocale  ali*  altra  dipende  in  parte 
dalla  maggiore  o  minore  apertura  della  bocca,  così  se  ne 
potrebbero  nominar  sette,  per  il  doppio  suono  prodotto 
dalle  vocali  ^,  o.  Quindi  si  dividono  queste  due  in  strette 
e  larghe  ;  dicendosi  larga  V  e  in  petio  e  T  o  in  Corpo  , 
per  la  maggior  apertura  di  bocca ,  che  non  bisogna  in 
mente  e  in  colpo;  nelle  quali  due  voci  Ve  e  V  o  sono 
strette. 

Havvi  anche  la  lettera/,  la  quale  da  chi  si  usa  anco- 
ra ,  e  da  chi  è  stata  abbandonata,  come  inutile;  io  V  ho 
tolta  del  mezzo  delle  parole.  V*  è  una  sottile  differenza 
in  vero  tra  il  suono  della  /  in  maniera^  smania^  infortu- 
nio^ e  quello  della/  in  g/o/a,  alleluja,  librajo;  ma  que- 
sta differenza  si  sente  egualmente  usando  l'i,  per  la  ragie* 
ne  che,  in  questo  caso,  sta  sempre  tra  due  vocali  ;  e  , 
nel  pronunciarsi ,  si  stacca  affatto  da  quella  che  la  pre- 
cede, per  gittarsi  in  grembo  di  quella  che  la  segue.  Co- 


SI  alla  fine  delle  parole  libraj ,  mugnaj ,  fomajj  si  po- 
trebbe togliere  la  / ,  avendo  essa  il  medesimo  suono  della 
/  io  cantai^  lodai;  ma  ben  è  necessaria  questa  lettera 
ai  plurali  infortunj  ,  o/^cj  ,  aiversarj ,  contrarj ,  quan- 
do si  voglia  usare  in  luogo  di  due  /,  per  fare  una  dif- 
ferenza da  quelli  che  hanno  T accento  suP/,  come  na- 

f/i,  zii^  pendii^  Dìi. 

LETTERE    CONSONANTI 

b»  C7  d»  A  gì  b,  1,  m,  o«  p,  q,  r,  s,  t,  v,  %. 

À  poter  Dominare  queste  lettere  bisogna  aggiungervi 
ana  vocale  ;  e  però  la  lettera  h ,  per  esempio  ^  si  po- 
trebbe chiamare  6a,  60,  hu^  come  hi  o  he.  I  Toscani  la 
chiamano  hi^  i  Romani  he.  Ecco  di  tutte  la  denominazioQ 
toscana^  la  quale  a  me  pare  da  preferirsi  ali*  altra:  hi^  cu  di^ 
ejfs,  gi^  accaf  elle^  emme^  enne^  pif  cu^  erre^  esse^  ti^  t^^^t 
zeta.  Le  lettere  k^  x^jr^  non  sono  della  nostra  lingua,  e 
sono  per  noi  inutili  ;  perciò  le  tralascio.  La  h^  non  ha 
Falere  se  non  quando  sta  tra  c-e ^  c-i  f  g-e  ^  g-i.  Nelle 
Toci  ho^  haiy  eh^  doh^  serve  solo  a  distinguerle  dalle  altre 
0, 01,  e,  do^  di  senso  differente.  La  ^  e  la  z  hanno  dop- 
pio valore  ;  sono  vibrate  in  sale  e  in  zampa  ;  sono  dolci 
in  pausa  e  in  zefiro.  Cosi  in  Toscana  si  pronunzia  que- 
sta s^  e  in  qualunque  altra  parte  d' Italia  ;  fuor  che  in 
Roma,  ove  si  fa  sempre  alquanto  compressa  come  in  ^/e- 
ndero.  Parlando  della  voce  esoso  il  Davanzati  dice:  Pro» 
naoziasi  Tuna  e  Taltra  s  come  in  esito^  esigilo^  uso^  esa^ 
lo,  E  tanto  basti  della  s. 

il  Davanzati  mosse  lite  alla  doppia  z,  dicendola  inu- 
tile; perdìè  svoler  pronunziare  zazzera  e  zizzania^  biso- 
gnerebbe mettere  quadruplicato  fiato  rompersi  una  vena  nel 
petto,  e  scoppiare.  La  difese  il  Bartoli,  e  ora  essa  trionfa. 


4 


CAP.  II- 

DELLE    PAROLE 

Qualunque  numero  di  lettere  unite  insieme  esprima 
qualche  cosa,  si  cliiama  parola^  e  con  termine  latino  iH}Ce 
o  vocabolo.  Anche  due  lettere,  e  pure  una  sola  può  esse- 
re una  parola,  come  sì^  no^  è.  Questo  vocabolo,  parola^ 
è  uno  dei  molti ,  come  giorno ,  motto  ,  buio ,  sciocco , 
pazzOf  zucca  eie. ,  che  appartengono  proprio  in  origine 
alla  lingua  italiana,  la  qnale  è  mia  opinione  esser  più  an- 
tica che  la  latina;  benché  forse  non  le  sia  rimasta  se  non 
la  decima  parte  dell*  originale;  perciò  che  fio  dalfinfanzia 
deir  Impero  Romano,  col  quale  si  può  supporre  aver  avu- 
to principio  la  lingua  latina,  v*  erano  i  Toscani  ,  ì  quali 
non  è  da  dubitare  che  avessero  un  idioma,  siccome  quelli 
che  già  avevano  institosiooi  civili*  Come  poi  la  domina- 
zione de*  Romani  fece  degli  Italiani  un  sol  popolo,  tatti 
convennero  nella  medesima  lingua  romana  ;  la  quale  sarà 
poi  stata  fino  alla  decadenza  dell'impero,  la  lingua  cor- 
tigiana e  generale;  senza  che  per  questo  si  dimenticasse 
del  tutto  in  Toscana  1*  antico  volgare.  Quanto  ai  barbari 
che  inondarono  V  Italia,  poiché  non  distrussero  la  lingua 
latina  ,  possono  aver  lasciata  anche  la  traccia  di  questo 
antico  toscano  dialetto;  il  quale  ,  amplificato  in  seguito 
col  latino  ,  e  coi  vocaboli  che  si  usavano  nel  decimo- 
terzo secolo  in  tutta  V  Italia,  parte  nazionali,  e  parte  in- 
trodotti dai  barbari  ;  come  per  esempio  snello  da  schnell^ 
scherzo  da  scherz ,  scodella  da  teller^  recatici  dagli  Uu" 


ni,  fu  poi  in  modo  quasi  miracoloso  tratto  alla  luce  da 
Dante,  come  egli  afferma  in  queste  sue  profetiche  pa- 
role :  Questa  sarà  luce  nuova  ,  sole  nuosH) ,  lo  quale 
surgerà  là  dove  V  usato  tramonterà  ,  e  darà  luce  a  co- 
loro che  sono  in  tenebre  e  in  oscurità  ,  per  lo  usato 
sole  che  a  loro  non  iuce^  Per  lo  sole  nuovo  ,  simboleg- 
gia la  lingua  italiana  ;  per  lo  usato  ,  la  latina.  Se  Dante 
ci  tornasse  ^  e  vedesse  qaanti  ne  rimangono  ancora  da 
stenebrare  in  Italia  •  •  •  !  Quando  questa  opinione  fos- 
se vera ,  avrebbe  forse  già  V  Italiano  arricchito  il  La- 
tino* Altri  derivano  la  voce  parola  da  parabola . 

SPECIFICAZIONE    DELLE    PAROLE    CHE    COMPONGONO 

LA     LINGUA. 

Le  parole  che  compongono  la  lingua  italiana  si 
possono  classificare  sotto  nove  denominazioni ,  che  so* 
DO  il  verbo  ,  il  nome  ^  V  articolo  ^  V  aggettivo  ,  il  prò- 
wme^  V  avverbio^  la  preposizione  ,  la  congiunzione ,  e 
r  interiezione.  Si  darà  la  loro  definizione  al  capitolo  cor*- 
rispettivo  di  ciascuna. 

L'  articolo^  la  preposizione^  e  la  congiunzione^  sono 
voci  che  Qon  hanno  il  requisito  di  esprimere  qualche  cosa 
da  se  9  e  quindi  bisognerebbe  fare  una  divisione  di  esse« 
che  sarebbe  inutile;  si  che  chiameremo  parola  qualun- 
que numero  di  lettere  stia  nella  lingua  da  se.  A  torto 
mi  pare  che  si  chiamino  queste  parti  del  discorso  ,  le 
quali  sono  più  tosto  le  proposizioni ,  le  frasi  ,  /  membri 
de  periodi^  i  periodi  etc.  A  noi  fa  mestieri  definire  la 
proposizione  ,  la  quale  entra  nella  grammatica.  Qualunque* 
nomerò  di  parole  produca  senso  da  se,  senza  V  aiuto  d*  al- 
tre, contiene  una  proposizione.  Muoio  è  una  proposizio- 


6 

ne;  io  è  sottinteso;  yi  menerò  da  lei  ;  j^pri  F  animo 
alle  mie  parole^  Ciò  mi  tormenta  più  che  questo  letto^ 
sono  tre  proposizioni.  Togliendo  una  sola  parola  da  queU 
le  9  per  esempio  mi  dali*  ultima  ,  il  senso  rimane  im- 
perfetto ,  e  la  proposizione  non  v*  è  più. 

Poco  imporla  che  si  coaùnci  a  ragionare  più  tosto 
dair  articolo  y  che  dalla  preposizione  ,  o  da  altro  ;  ma 
perchè  il  verbo  è  la  parola  più  necessaria  a  formare  la 
proposizione,  comincerò  dalla  etimologia  (i)  di  esso. 


>•« 


CAP.  Ili- 

DEL   VERBO 

La  voce  wrho  dal  Latino  s^erbum^  signiGca  parola  ; 
quasi  sia  stata  la  prima  di  cui  abbian  fatto  uso  gli  uomi- 
ni. Il  verbo  serve  a  esprimere  azione  o  stalo.  L*  azione  si 
fa  per  le  persone ,  e  anche  si  può  fare  per  le  cose  con- 
stituite  agenti ,  come  il  fuoco  mi  cuoce.  L*  azione  inoltre 
può  essere  di  corpo  in  corpo  reale  ,  come  stringere  la 
spada;  o  mentale  «  come  esprimere  i  pensieri.  Parimente 
il  verbo  può  significare  lo  stato  di  una  persona  o  di  una 
cosa  ;  per  esempio  ,  io  vìsh}  «  seggo  ;  il  sol  cade  ;  o 
pios^e^  nevica^  etc«  I  verbi  che  dinotano  azione  formano 
i  tempi  composti  con  avere  ^  e  quelli  di  stato  con  es-* 
sere ,  L*  aziono  e  lo  stato  può  aver  luogo  ,  e  si  può 
descrivere,  in  diversi  modi  o  maniere,  e  in  varj    tem- 

(i)  Etimologia  deri?a    dal  Greco  temno  logos  ^  cioè  discórso   delle  pa'~ 
role  troncate  Cuna  dalt altra,  non  insieme» 


pi  ;  e  possono  procedere  da  una  o  più  persone  ;  quindi 
il  ferbo  si  divide  in  modi,  teaipi,  persone,  singolare,  e 
plorale  •  Il  verbo  si  divide  in  sei  naodi ,  che  son  T/n* 
/Olito,  il  Participio,  V  Indicativo,  il  Condizionale  V  In»' 
peratiifOf  e  il  Congiunti^.  Chiamasi  il  primo  modo  in- 
finito ,  perchè  V  azione  ,  V  atto,  o  lo  stato,  che  accenna 
i  iodeGnito  nella  maniera  e  nel  tempo.  Participio  è  det- 
to il  secondo  modo,  perchè  si  vuole  che  partecipi  della 
tirlù  deir  aggettivo  ;  il  che  si  può  dire  qualche  volta 
del  participio  passato  solamente;  nondimeno  si  può  con- 
cedere anche  al  presente  V  idea  di  partecipazione,  come 
quello  che  partecipa  dell*  azione  d*un  altro  verbo,  e  si 
accoppia  con  esso  al  medesimo  fine ,  come  vedremo  a 
800  luogo,  li*  indicatixH)  è  termine  bastantemente  chia<* 
ro;  così  nominato,  perchè  accenna  il  tempo  e  il  modo 
positivo.  È  il  latino  indicatisms  ,  che  con  vocabolo  piiÉ  ita« 
liaoo  si  direbbe  dùnostratiw)  ;  ma  conservo  il  latino  per  non 
coofoodere  questo  modo  del  verbo  con  Taggettivo  e  il  pro- 
nome dimostrativo.  Si  dik  il  nome  di  condizionale  al  quarto 
nu)do ,  perchè  va  senopre  soggetto  a  condizione*  Inarati-- 
w  viene  dal  latino  imperare,  comandare.  Congiuntis^o, 
tolto  da  congiungere;  così  denominato ,  perciò  che  ge- 
neralmente è  giunto  nella  medesima  proposizione  con 
QQ  altro  verbo  ,  e  a  quello  soggetto  ;  come,  per  esem- 
pio ,  vorrei  che  tu  dicessi  ;  il  che  si  dimostrerà  più 
diffusamente  a  suo  luogo.  Il  modo  può  contenere  infi- 
Do  a  quattro  tempi  semplici,  come  V  indicativo,  il  quale 
^^  presente  ,  preterito  imperfetto  ,  preterito  perfetto  , 
e  futuro;  gli  altri  li  chiameremo  tempi  composti  a  mag- 
gior semplificazione,  perchè  i  nomi  che  vi  si  appongono 


8 

SODO  vani.  Dicesi  presente  il  primo  tempo ,  perchè  ac- 
cenna azione  o  stato  di  tempo  presente.  La  parola  pre^ 
terito  è  la  latina  praeteritum  «  cioè  passato  ;  ma  perciò 
che  si  può  rappresentare  V  azione  nel  tempo  passato  si 
come  continuante^  e  quindi  imperfetta^  ali*  epoca  di  cui 
si  parla,  o  come  finita  e  perfetta  ;  questo  tempo  si  di- 
mise in  due,  e  si  disse  V  uno  perfetto  e  Y  altro  imper^ 
fetto^  e  ciò  altrove  pi&  largamente  si  ragionerà.  Il  tempo 
futuro  non  abbisogna  omai  di  definizione.  Sono  stati  al- 
cuni che  hanno  ripieni  i  volumi  solamente  per  comu- 
nìcare  la  scienza  della  etimologia  de*  verbi.  A  me  pare 
questo  un  modo  di  mostrare  un  labirinto  in  luogo  di 
una  via  piana  e  retta,  là  quale  si  può  ottenere  col  sem- 
plificare le  difficolti,  e  col  sottometterle  a  regole  gene- 
rali ,  come  ora  m*  ingegnerò  di  dimostrare .  La  nostra 
etimologia  dei  verbi  sarà  di  poche  pagine ,  e  conterrà 
più  che  i  volumi  che  si  eran  per  T  addietro  pubblicati 
sopra  di  essi.  Prima  daremo  in  intero  li  tre  verbi  re- 
golari ,  i  quali  serviranno  di  base  agli  altri  ;  e  poi  gli  au- 
siliarj.  Avere  ed  essere  si  chiamano  ausiliarj  dal  latino 
auxilium  ,  aiuto  ;  perchè  servono  d*  aiuto  a  formare  i 
tempi  composti  del  verbo  principale. 

Il  tempo  si  divide  in  sei  forme,  che  si  chiamano 
persone^  perchè  sono  governate  da  esse,  cioè  i.  quella 
che  parla,  /o  ;  a.  quella  a  cui  si  parla  ,  ^££;  3.  quella 
persona  o  cosa  di  cui  si  parla,  e//a,  egli^  e5^,o qua- 
lunque nome.  Le  altre  tre  persone  sono  il  plurale  di 
queste  ,  cioè  i .  noi  ;  n.  voi  ;  3.  eglino  «  elleno^  essi  , 
esse ,  o  qualunque  nome  nel  plurale.  Parlando  dei  ver- 
bi ,  per  analogia  si  chiama  persona  anche  la  cosa  che 
regge  la  terza  forma  del  tempo. 


^ 


Cantare. 


DEI  VERBI  REGOLARI 

Coniugazione   (i)  del  verbo* 

MODO  INFINITO. 

Temere.  Sentire. 


PARTICIPIO    PRESENTE 

Cantando. 

Temendo. 

PARTICIPIO    PASSATO 

Sentendo. 

Cantato. 

Temuto. 

MODO  INDICATIVO 

PRESENTE 

Sentito. 

Canto  f 

Temo , 

Sento , 

Canti  , 

Temi , 

Senti , 

Canta , 

Teme, 

Sente  , 

Cantiamo , 

Temiamo  , 

Sentiamo  , 

Cantate  , 

Temete  , 

Sentite  , 

Cantano  • 

Temono . 

PRETERITO    IMPERFETTO 

Sentono  • 

Cantava, 

Temeva  (2) 

Sentiva , 

Cantavi , 

Temevi , 

Sentivi , 

Cantava, 

Temeva  , 

Sentiva  , 

Cantavamo , 

Temevamo  , 

Sentivamo  , 

Cantavate , 

Temevate  , 

Sentivate , 

Cantavano  • 

Temevano.  (3) 

Sentivano. 

(1)  Qoesta  parola  Tiene  dal  latino  coniugare  »  che  significa  giungere  con; 
e  eie  a  cagione  delP  armonia  con  cui  si  lega  una  desinenza  con  T  altra ,  e 
<lella  oollegaxione  de*  tempi  e  de*  modi  • 

(a)  In  tntti  i  Terbi  in  ere  si  può  togliere  la  v  della  forma  dell*  imper- 
fetto, e  dire  »  iemea,  dicea ,  perdea . 

(3)  I  Terbi  in  ere  e  in  ire  hanno  questa  forma  anche  in  iéno  :  Tali  ft^ 
f^ino  che  eopra  alcuna  tavola  ne  ponièno  \  Quoti  abbandonati,  per  tutto 
Imguiéno  ;  />a  grossi  salar j  e  sconvenevoli  ,  tratti ,  servièno.  B.  £  cosi 
^loriéao,  conlenìéno.  Alcuni  hanno  la  poetica  forma  in  èn,  coma  Jacén,  potén. 


3 


IO 


Cantai, 
Cantastif 
Cantò» 

GantamoiO)  (3) 
Cantaste, 
Cantarono.  (4) 

Canterò  9 
Canterai, 

Canterai, 
Canteremo, 
Canterete, 
Canteranno* 


PRCTERITO   PXRFETTO 

Temei,  (i) 

Temesti , 

Temo 

Tememmo, 

Temeste, 

Temerono. 

FUTURO 

Temerò, 
Temerai, 

Temerà, 
Temeremo 
Temerete 
Temeranno. 


Seqtii, 

Sentisti, 

Sentì,  (a) 

Sentimmo, 

Sentiste, 

Sentirono* 

Sentirò, 

Sentirai , 

Sentirà, 

Sentiremo, 

Sentirete, 

Sentiranno. 


(t)  La  prima  petsona,  la  terza  del  singolare,  e  la  terza  del  plurale  •  ai 
scrivono  anche  cosi  temetti ,  temette  »  temettero  • 

(a)  Aperse  i  granai^  e  i  viveri  BIKFIUO.  Nella  prima  battaglia  fu 
rotto  $  niFEOSr,  e  prese  il  reame»  Erminio  levati  dalla  riva  gli  arcieri 
suoi^  CBIEDSO  I  nostri  levarsi»  Day-  Le  forme  tronche  cantò,  teme,  senti , 
erano  in  origine  scritte  cantoe,  temeo,  eentio,  toc!  assai  più  soavi.  11  Da- 
yanxati  le  nsa  con  parsimonia  ,  e  con  tal  precauzione  io  le  userei  tuttavia. 

(3)  Molti  fanno  V  errore  di  dire  cantassimo ,  temessimo  »  sentissimo ,  fa- 
cendo cosi  uso  deirimperfetto  del  congiuntivo ,  in  yece  delfindicativo  per- 
fetto. Non  posso  intendere  per  qual  cagione  abbian  gì*  Italiani  si  poca  cu- 
ra di  parlare  correttamente  !  I  Toscani  fanno  anche  V  altro  errore  di  dire 
cantarono ,  ehiamorono ,  in  vece  di  cantarono  e  chiamarono  . 

(4)  Le  tronche  cantaro^  temerò ,  e  sentirò  ;  e  cantar ,  temer  ,  sentir  j 
sono  usate  in  verso  e  in  prosa ,  e  son  bell<  :  //  giovane  andò ,  e  gli  ab^ 
bottinati  QUB TARSI  alquanto,  Day.  Li  due  giovimi  non  PENAR  trop^ 
pò  a  deliberarsi*  B.  Verso  la  casa  di  lui  si  dirizzaro  .  B.  Queste 
forme  erana  state  abbandonate  nella  prosa  a  torto  ;  perché  servono  mollo 
alla  varietà  »  e  quindi  alla  eleganza  dello  scrivere  «  per  essere  di  piacevol 
suono  e  brevi. 


II 


MODO  CONDIZIONALE 

CaDtereìy 

Temerei, 

Sentirei, 

Ganterestit 

Temeresti, 

Sentiresti, 

Canterebbe, 

Temerebbe, 

Sentirebbe, 

Cantereuirao, 

(0 

Temeremmo, 

Sentiremmo, 

Cantereste, 

Temereste, 

Sentireste, 

Canterebbero. 

(^) 

Temerebbero. 

MODO   IMPERATIVO 

Sentirebbero. 

Canta, 

Temi, 

Senti, 

CanU,  (3) 

Tema, 

Senta, 

Cantiamo, 

Temiamo, 

Sentiamo, 

Cantate, 

Temete, 

Sentite, 

Cantino. 

TemaDo. 

Sentano. 

MODO  CONGIUNTIVO 

PRESEUTB 

Che  (4)  canti,  ChelMM,  Che  senta. 


(i)  Anche  di  questa  persona  del  condizionale  son  pochi  qnelli  che  ne 
facciano  uso  )  quasi  tutti  dicono  canUressùno,  temereuimo,  temiretsimo  , 
li  qual  ibnsa  non  si  trora  pur  nei  yerlx».  Ho  sentito  dire  da  alcuni,  che 
beo  fi  accoi^gono  che  questi  sono  errori»  ma  che  pure  non  ardiscono  aste- 
nersene per  non  parere  affettati.  Strana  e  vergognosa  timidezza,  di  voler 
pia  tosto  parlare  scorrettamente,  che  mostrare  di  saper  la  propria  lingua  ! 

(>)  Si  dice  anche  canUri<u%t  ttmgrian,  senlirian  ;  e  canterién,  temerién  • 
untirièa,  con  diverso  accento.  Ineinqueriénsi  i  magistrati  ^  manderiinsi 
»i*opra  le  l^ggi*  Sapendo  che  i  primi  tuccetU  dariino  al  retto  reputa* 
sione.  Sì  trovano  anche  le  forme  canterebbono,  sentir^bono  ,  temerebbono' 

(3)  Ma  guardati  dal  mettere  il  che  alPimperativo,  alla  limncese  »  come 
trovai  in  una  traduzione  delPOtello  di  Shakespeare  :  Che  non  ti  eia  d^im^ 
Redimento  ;  Che  cessi  ogni  strepito.  Perché  questo  che  in  italiano  ì  Non 
(i  fM  <r  impedimento  ;  Cessi  ogni  strepito  • 

(4)  Metto  il  che  al  congiuntivo ,  non  perchè  ne  venga  di  assoluta  con- 
Mfoena  che  il  rerbo  cui  precede  che  sia  sempre  in  quel  modo  $  ma  per- 
c^,  per  lo  più  »  quando  il  verbo  é  nel  congiuntivo ,  come  rcdremo  »  é 
pncedato  da  che . 


19 

Che  canti. 
Che  canti. 
Che  cantiamo  (2) 
Che  cantiate, 
Che  cantino* 

Che  cantassi. 
Che  cantassi. 


Che  tema  (i) 
Che  tema. 
Che  temiamo. 
Che  temiate, 
Che  temano. 

IBfPEBFETTO    (3) 

Che  temessi. 
Che  temessi, 


Che  senta. 
Che  senta. 
Che  sentiamo. 
Che  sentiate. 
Che  sentano. 

Che  sentissi. 
Che  sentissi. 


(i)  Questa  persona  si  troya  negli  antorì  terminante  anche  in  i.  Spesso 
si  erra,  pure  in  Toscana  ,  neli*uso  della  terxa  persona  del  singolare  impe- 
rativo dei  yerbi  in  €re,  e  per  oonseguenia  nella  prima  e  terza  del  presente 
congiuntivO|  col  dare  a  quelle  la  desinenza  in  i^  per  la  ragione  che  i  verbi 
in  are  appunto  terminano  detta  persona  in  i,  e  la  seconda  del  congiun* 
tivo  dei  verbi  in  ere  ha  le  due  forme,  in  a  e  in  i.  Ben  si  dice  (  ella) 
pigU  da  pigliare j  nu  (  ella  )  prenda  e  non  prendi  da  prendere  ;  benché 
si  possa  dire  bisogna  che  tu  prendi.  Che  fa  se  ne  trovi  anche  nel  Boccaccio? 
Dio  non  coglia  eh''  io  SOFFEBI  che  mio  marito  sia  seppellito  a  guisa  eTun 
cane,  B.  Io  dico  che  non  é  da  imitarsi  per  non  confondere  ogni  cosa.  Un 
esempio  cotale  lo  trovo  in  una  lettera  del  Giordani  al  Monti  :  O  siano 
fasti  consolari  ,  o  minori  che  SBGUlIfO  i' giorni  vietati  al  pretore  j  ecc.  ^ 
dove  é  detto  seguino  in  luogo  di  seguano.  Altri  fanno  V  errore  contrario , 
cioè  di  terminare  in  a  i  verbi  in  are;  per  esempio,  bisogna  che  io  can^ 
tOt  che  io  suona,  in  luogo  di  canti  e  suoni, 

(a)  Il  Galateo  del  Gasa  dice  :  Questo  vi  manda  significando  il  vescovo, 
e  pregandovi  che  voi  v^  IBGEGNIATE  del  tutto  di  rimuovervehe.  In  una 
edizione  trovai  ingegnate,  senza  la  i,  per  errore  di  s rampa  ;  però  che  alla 
seconda  persona  plurale  del  presente  congiuntivo,  ai  verbi  che  finiscono  in 
gnare  »  non  si  può  levare  la  i  j  e  bisogna  dire  ingegniate ,  vergogniate  , 
guadagniate^  come  è  necessario  protrarre  le  vocali  delle  sillabe  eia  e  già 
in  procacciamo,  procacciate,  adagiamo,  adagiate,  neìV  imperativo  e  nel 
congiuntivo  ,  alquanto  più  lunghe  che  nelle  stesse  forme  che  appartengono 
air  indicativo.  Uno  error  romanesco  é  quello  di  dire  vi  prego  che  nC aspet- 
talo ,  in  luogo  di  aspettiate  • 

(3)  Questo  può  essere  imperfetto  di  tempo  futuro,  e  di  tempo  passato  ;  e 
si  chiama  imperfetto,  non  tanto  per  il  tempo  indeterminato  che  esprime , 
quanto  per  V  incertezza  del  caso  • 


Clie  cantasse, 
Che  cantassimo, 
Che  cantaste, 
Che  cantassero» 

Avere  cantato» 
Avendo  cantato. 
Aveva  cantato» 
Ho  cantato* 
Avrei  cantato. 


Che  temesse, 
Che  temessimo, 
Che  temeste, 
Che  temessero. 

TEMPI      COMPOSTI 

Avere  temuto. 
Avendo  temuto. 
Aveva  temuto. 
Ho  temuto. 
Avrei  temuto. 


i3 

Che  sentisse. 
Che  sentissimo* 
Che  sentiste, 
Che  sentissero. 

Avere  sentito. 
Avendo  sentito* 
Aveva  sentito. 
Ho  sentito. 
Avrei  sentito. 


Che  avessi  cantato.  Che  avessi  temuto.  Che  avessi  sentito. 


OSSERVÀZIOZTI 


Tutti  i  verbi  regolari  sono  compresi  in  queste  tre 
terminazioni  are ,  ere ,  ire  ;  e  però  dalla  terminazione 
deir  infinito  si  può  vedere  sopra  quale  di  questi  tre  si 
abbia  a  formare  un  verbo  che  si  voglia  coniugare* 

A  coniugare  un  verbo  per  la  precedente  tavola,  si 
cambiao  le  lettere  che  precedono  are^  ere,  ire^  dei  ver- 
bi posti  per  norma,  con  quelle  che  precedono  are,  ere, 
ire ,  del  verbo  che  si  vuol  coniugare  •  Per  esempio  a 
formare  campare  «  sopra  cantare ,  si  mutan  le  lettere 
card  in  camp  in  ogni  persona  e  tempo  e  modo  •  Nei 
verbi  che  terminano  in  giare^  ciare^  sciare^  come  man" 
giare ,  cacciare  «  lasciare ,  etc. ,  nei  quali  la  lettera  i 
serve  a  modificare  le  sillabe  ga  ,  ca,  e  sca ,  la  i  di-« 
venta  inutile  al  futuro  e  al  condizionale  ;  scrivendosi 
mangerò^  mangerei;  caccerò^  caccerei;  lascerò^  lascerei. 
Per  lo  contrario,  a  quelli  che  finiscono  in  care^  gare^ 
e  scare  ,  come  fabbricare  ,  sbrigare ,   trescare^  si  deve 


i4 

supplire  un*  h  in  tutte  quelle  forme  del  verbo ,  nelle 
quali  la  e  cade  davanti  ali*  e  o  air  z,  affin  che  si  ri- 
tenga il  suono  gutturale  delle  sillabe  cu,  ga^  e  sca^  co- 
si fabbrichi^  sbrigherò^  trescherei*  Nei  verbi  alle%fiare^ 
premiare  f  risparmiare  etc,  le  sillabe  via  ^  mia  essendo 
divisibili  in  i^i-a  mi-a ,  la  seconda  persona  dell*  indi- 
cativo presente,  la  terza  persona  dell*  imperativo,  e  it 
singolare  congiuntivo ,  si  debbono  scrivere  con  due  i  f 
allevii^  premii^  risparimi^  ma  in  apparecchiare  ,  abba-^ 
gliare^  impacciare^  e  in  empiere^  le  sillabe  chia^  gii^% 
eia  9  e  me,  essendo  indivisibili,  s*  ha  a  scrivere  appa-- 
recchi%  abbagli^  impacci^  empi. 

DEI  VEBBi  AusiLiiRu  Esserc  ed  Avere. 

Modo  infinito  :  Essere  ;  Avere*  Participio  presente^ 
Essendo;  Avendo.  Participio  passato^  Stato  (i);  Avu- 
to. Modo  indicatisH)^  presente:  Sono,  sei,  è,  siamo,  siete, 
sono.  Ho,  hai,  ha  (2),  abbiamo  ,( apemo  poet.  )  avete, 
hsinuo.  Pret.  imperfetto  :  Era  (3),  eri,  era,  eravamo,  era- 
vate «  erano.  Aveva ,  avevi ,  aveva  ,  avevamo  ,  avevate, 
avevano  (4)«  Pret.  perfetto  :  Fui ,  fosti ,  fu  ,  fummo , 
foste,   furono   (5).    Ebbi,  avesti  ebbe,  avemmo,  aveste, 

(i)  Si  trova  usato  anche  sendo  e  suto,  in  luogo  di  essendo  e  statOp  mas- 
simamente dal  Macchiayello  • 

(a)  La  forma  have  per  ha  é  graxiosa  molto,  come  appare  dM  questi  esem- 
pj  :  £  similmente  ciò  che  V  intelletto  haue  a  schifo  ;  Hmfe  una  donna  at' 
tuiato  un  sollevamento ,  che  non  è   stato  da  tanto  V  imperatore  ì  Day. 

(J)  Ero  per  era  è  errore;  e  tutti  gli  imperfetti  in  o» 

(4)  Aviéno  per  avevano  è  usato  anche  in  prosa  ;  avén  è  poetico  • 

(5)  Sì  trovano  anche  le  forme  contratte /«r  e  furo:  Alla  vista  delV  ar- 
matOj  il  porto  e  la  marina,  e  mura,  e  tetta  ^  e  le  più  alte  vedette  fitr 
piene  di  turba  mesta  »  domandantesi  etc.  Day* 


i5 

ebbero.  FiUuro  :  sarò,  sarai,  sarSi,  (i)  saremo,  sarete, 
saraoDO*  Avrò ,  avrai ,  avrà ,  avremo ,  avrete  ,  avranno. 
Modo  condizionale:  Sarei ,  saresti,  sarebbe  (2) ,  Sarem- 
mo, sareste^  sarebbero.  Avrei,  avresti,  avrebbe,  avrem- 
mo, avreste,  avrebbero.  Modo  iny^eratisfo  :  Sii,  sia,  sia- 
mo, siate,  siano,  0  sièno.  Abbi,  abbia,  abbiamo,  ab- 
biate, abbiano.  Modo  congiimti\H>^  presente  :  Che  sia,  sii 
0  sia,  sia ,  siamo,  siate,  siano  o  sièno.  Che  abbia,  abbia 
0  abbi,  abbia,  (aggiVx,  poet)  abbiamo,  abbiate,  abbiano. 
Imperfetto t  Che  fossi,  fossi,  fosse,  fossimo,  foste,  fos- 
sero. Che  avessi,  avessi,  avesse,  avessimo,  aveste,  aves- 
sero. Tempi  composti^  Sono  siBlo^  ecc.,  era  stato,  essen- 
do stato  ecc.  Ho  avuto,  aveva  avuto,  avendo  avuto  ecc. 

DB'  VEUBI  inilEGOLARI 

Di  ({uesti  verbi  io  darò  solo  le  forme  irregolari , 
e  di  esse ,  quante  bastino  a  fin  che  il  discente  suppli- 
sca il  rimanente  da  se  per  mezzo  dei  verbi  regolari  • 
Consiglio  quindi,  a  chi  impara,  che  si  scrivano  in  in- 
tero tutti  i  seguenti  verbi,  nel  medesimo  ordine,  di 
modi  e  di  tempi  ,  che  son  messi  i  regolari.  Rispetto  ai 
tempi  composti  convien  determinare  quali  sieno  ì  ver- 
bi che  richiedono  Y  ausiliario  essere^  essendo  questi  in 
numero  molto  minore  di  quelli  che  vogliono  awre.  Tut- 
ti quei  verbi  che  non  ricevono  dopo  di  se  alcun  oggetto 


fi)  Pia  per  sarà  è  usatissimo    anche  in  prosa  3  e  talyolu  Jièno  e  Jién 
per  saranno  • 
(a)  Fora  è  voce  poetica  ;  sarian,  sarién  e  sariéno,  anche  deUa  prosa. 


i6 

(  vedremo  la  definizione  di  questo  termine  ) ,  vale  a  dire 
quelli  che  non  soffrono  dopo  di  se  nà  1'  una  né  V  al- 
tra di  queste  parole^  una  persona^  una  cosa  9  o  i*  equi- 
valente di  esse  «  3enza  V  aiuto  d*  alcuna  preposizione , 
cotai  verbi  vonno  V  ausiliario  essere  ;  per  esempio^  a/i- 
dare^  stare^  viifere^  correre.  Montare  e  salire  sono  della 
medesima  categoria^  benché  si  dica  montare  un  cavallo^ 
^salire  una  scala  ;  perciò  che  la  preposizione  sopra  é  sot- 
tintesa^  e  quindi  cavallo  e  scala  non  rappresentano  T  og- 
getto. Per  non  lasciare  chi  studia  nell'  incertezza,  per  ora 
metteremo  una  forma  di  tempo  composto  a  ciascun  ver- 
bo degli  irregolari*  I  verbi  dormire^  desinare^  cenare^  e 
allri,  sono  eccettuati  dalla  regola  aopra  citata,  e  doman- 
dano asfere^  benché  non  comportino  oggetto.  Tutti  i  ver- 
bi altresì  nei  quali  la  medesima  persona  rappresenta  V  a- 
gente  e  V  oggetto  ,  vale  a  dire  V  agente  opera  sopra  se 
medesimo  ,  come  addormentarsi ,  dolersi  ,  sconciarsi , 
pentirsi  %  senza  eccezione ,  si  debboo  coniugare  con  e^- 
sere.  Vi  sono  delle  altre  osservazioni  molto  piìì  estese 
sopra  questo  soggetto  «  che  si  troveranno  nel  capitolo 
de*  Participi . 

VERBI  IRREGOLARI  CHE  TERMINANO   IN  are. 

I  tempi  e  i  modi  essendo  posti  nel  medesimo  or- 
dine dei  verbi  regolari,  lo  studioso  li  potrà  distinguere 
dalla  loro  terminazione  «  senza  che  sia  apposto  il  nome 
a  ciascuno.  I  modi,  i  tempi,  e  le  persone  che  manca- 
no sono  regolari,  e  alcune  di  queste  sono  segnate  con  linea» 


«7 

ANDARE 

Vo  o  vado,  vai,  va,  — ,  — ,  vanno.  Andrò  o  ande- 
rò,  etc  Andrei  o  anderei,  etc.  Va,  vada,  — ,  — ,  vadano* 
Che  vada,  etc.  (i).  Sono  andato,  etc. 

DARE 

Do,  dai,  dà,  — , — ,  danno.  Diedi  o  detli,  desti ^ 
diede  o  dette ,  demmo ,  deste ,  diedero  o  dettero  (2)  • 
Darò.  Darei»  Dà ,  dia  o  dea ,  — ^  — ,  diano  o  dièno.  Che 
dia.  Che  dessi.  Ho.  dato. 

FARE 

Facendo.  Fatto.  Fo  o  faccio,  fai,  fa,  facciamo,  — , 
fanno.  Faceva  (3).  Feci,  facesti,  fece,  facemmo,  faceste, 
fecero.  Farò.  Farei.  Fa,  faccia,  facciamo, — ,  facciano. 
Che  faccia.  Che  facessi.    Ho  fatto. 

STARB 

Sto,  stai,  sta,  — , — ^, stanno.  Stetti,  stesti,  stette, 
stemmo,  steste,  stettero.  Starò .  Starei  •  Sta ,  stia  o 
stea,  — y  — ,  stiano.  Che  stia.  Che  stessi  (4)-  Sono  stato. 

DELLA    TERMINAZIONE    IN  ere 

I  verbi  del  tutto  regolari  della  coniugazione  in  ere 
essendo  in  piccol  numero,  daremo  prima  uno  elenco  di 
quelli,  perchè  si  possan  vedere  in  un  batter  d*  occhio. 

(i)  La  prima  persona  e  la  terza  del  plurale  presente  congìuntiyo  sono 
iOBpre  egoaU  aUe  medesime  àeìV  imperatÌTO  3  la  seconda  si  forma  dalia 
pfinu  mutando  ituno  in  iate. 

(s)  Anche  dier  :  Diér  de*  remi  in  aequa»  B.  £  in  poesia  dierno»  1  com- 
poiti  riandare,  trasandare,  son  regolari  . 

(3)  V*  é  anche  Jèa  per  faceva^  e  faeèn^  in  Dante  ,  per  facevano:  Ahi  co- 
■V  faein  lor  levar  le  herze  !  V*  è  fero,  poet.,  per  fecero . 

(4)  Generalmente  e  Toscani  e  Romani  dicono  andiedi  o  andeUi  per  a/t- 
<^<,  dossi  per  dessi,  stassi,  per  stessi-^  e  alcuni  siiedi  per  sutti,  vai  per  fo, 

3* 


i8 


VERBI    aVGOLARI    CHE  TBRniillAlfO    IN    EHE 


Battere,  (i)    Godere. 
Capere,  (a)    Mietere* 
Cedere.  (3)    Mescere» 
Credere. 
Empiere^ 


Pascere. 
Pendere* 


fendere.  (4)  Perdere.  (5) 
Fremere.  Prescindere. 
Gemere*         Procedere* 


Rendere. 

Ricevere. 

Resistere. 

Riflettere* 

Ripetere. 

Scernere* 


Spremere* 

Stridere. 

Saccumbere. 

Suggere. 

Temere. 

Tendere. 


Spandere.  (6)  Vendere. 
Splendere. 


I  verbi  assistere  «  consistere ,  esistere^  e  resistere^ 
hanno  il  participio  passato  irregolare,  cioè  assistito  etc. 
I  verbi  nascere^  scemere^  ^lendere^  stridere  ,  succum-' 
here^  suggere^  non  haono  participio  passato. 

VERBI   TERailNAim   IN    ERE 
GRE     HANNO    PIÙ*    IRREGOLARITÀ* 

Dovere.  Rimanere*        Tenere* 

Nuocere.  Sapere.  Togliere. 

Parere.  Scegliere.  Trarre* 


Gondurre* 

Bevere. 

Cadere^ 


$tai  per  $ta.  Noto  qnesti  bratti  errori  acciò  cbe  se  ne  guardi oo«  e  altri 
noo  si  lasci  indurre  dall*  autorità  del  luogo  a  credere  che  tutto  quivi  sia 
perCeaione*  Ho  sentito  alcun  moderno  de*  buoni  usar  $ia$$i  per  stessi,  ma 
non  trovo  con  che  approyarlo.  Contrastare  e  sovrastare  sono  regolare 

(i)  Tutti  i  composti  di  questi  verbi  e  di  una  preposizione,  come  abbat' 
tere ,  combattere,  appendere,  dipendere,  sono  regolari. 

(a)  It  congiuntivo  presente  é  irregolare,  e  fa  coppia:  Io  son  contento 
che  cosi  ti  cappia  nelC  animo.  B« 

(3)  Cedere  e  concedere  hanno  anche  cessi,  concessi  e  concesso, 

(4)  Offendere  e  difendere  sono  irregolari  nel  preterito  e  nei  participio . 
come  gli  altri  verbi  in  nderi, 

(5)  perdere  e  disperdere  hanno  il  preterito  e  il  participio  irregolari  . 

(6)  Spandere  ia  spanto  nel  participio  :  Stomacò  sopra  tutto  la  casa  in 
pia%%a ,  parata  a  festa ,  lo  spanto  convito  a  porte  spalancate ,  e  corte 
bandita  •  Dav. 


1 


«9 
Chiedere*       Piacere.  Sedere.  Valere. 

Dire»  Porre.  Svellere*  Vedere* 

DolersL  Potere.  Tacere»  Volere. 

Le  irregolarità  di  questi  verbi  si  daranno  qui  ap- 
presso. Ora,  lo  studioso  che  abbia  bisogno  di  vedere  se 
UD  verbo  sia  regolare  *  o  irregolare  ,  lo  potrà  immanti- 
Dente  sapere  %  scorse  che  abbia  le  due  tavole  soprappo- 
s(e.  Se  non  lo  trova  in  quelle,  ne  dedurrà  che  sia  uno 
de*  seguenti  aventi  il  preterito  perfetto  solo  e  il  par- 
ticipio passato  irregolare. 

VSEBl    IN  EHJS    AVENTI    1I«    PRETERITO    PERFETTO 
S   IL   PARTICIPIO  IRREGOLARE. 


Infinito*        preterito  Perfetto. 

Participio. 

Ter 

cere,  (i) 

tor 

si» 

'  tor 

to. 

Acce 

ndere. 

acce 

si. 

acce 

so. 

Ucci 

dere,  (2) 

ucci 

si, 

ucci 

80* 

L 

eggere. 

1 

essi. 

1 

etto. 

DUtr 

uggere, 

distr 

ussi. 

distr 

ntto* 

Fri 

ggere. 

fri 

ssi. 

fri 

tto. 

Spi 

ngere. 

spi 

nsi. 

spi 

nto. 

Accor 

gere. 

accor 

si, 

accor 

to* 

Co 

gUere, 

co 

Isi, 

co 

Ito. 

Spe 

gnere, 

spe 

usi, 

spe 

ntp* 

Distia 

guere. 

dìstin 

si. 

distin 

to. 

£sp 

ellere^ 

esp 

ulsi. 

esp 

ulso. 

Pr 

emere. 

pr 

essi. 

pr 

esso. 

Espr 

imere» 

espr 

essi. 

espr 

esso. 

Pres 

umere. 

pres 

unsi. 

pres 

unto. 

(1)  Rilucere  non  ba  participio* 

(2)  Sion  approvo  il  conchiug^ono  del  Monti  e  del  Giordani 


ao 


R 

ompere. 

r 

uppi, 

r 

otto. 

Goao 

scere. 

cono 

bbi, 

cono 

sciuto. 

M 

attere, 

m 

■  • 

ISI, 

m 

esso. 

Scr 

ivere, 

scr 

issi, 

scr 

itto. 

Asso 

Ivere, 

asso 

Isiy 

asso 

Ito. 

Cor 

rere. 

cor 

«f 

cor 

so. 

Discu 

tere, 

discu 

ssi, 

discu 

sso. 

Pere 

uotere, 

pere 

ossi. 

pere 

osso. 

Cornai 

uovere, 

comm 

ossi. 

comm 

osso. 

Assolvere  fa  anche  assoluto  nel  participio;  e  pre^ 
merCf  premei^  premuto.  Il  Davanzati  ha  risohei^  regolare. 

Ho  divise  queste  teroiinazioni  dal  loro  principio  , 
perciò  che  non  solo  i  suddetti  verbi  ,  ma  tutti  quelli 
ancora  che  hanno  la  terminazione  eguale  ad  una  delle 
contenute  nella  sopra  esposta  tavola  formano  similmen- 
te il  perfetto  e  il  participio;  per  esempio  intendere  ter- 
minando in  ndere  come  accendere^  per  trovare  il  per- 
fetto e  il  participio  passato  si  cambierà  ndere  in  si  e 
in  so^  e  ne  riuscirà  intesi^  inteso.  Vi  sono  degli  eccet-* 
tuati,  e  sono  i  seguenti. 

ECCEZIONI 

Preterito  perfetto.   Participio  passato. 


Infinito. 
Cuocere, 
Fondere, 
Nascondere, 
Stringere, 
Dirigere, 
Esigere, 
Negligere, 
Mergere, 


cossi, 

fusi, 

nascosi, 

strinsi, 

diressi, 

esigei, 

neglessi, 

mersi. 


cotto» 

fuso  o  fonduto. 

nascoso  o  nascosto» 

stretto* 

diretto. 

esatto. 

negletto. 

merso. 


-7» 


ai 


Nascere, 

nacquU 

nato. 

Flettere, 

flessi. 

flesso. 

Vi?ere, 

vissi, 

vissuto  o  vivuto. 

Solvere, 

solvei, 

soluto* 

Trovata  che  sia  per  le  esposte  tavole,  e  dalla  ter- 
minazione del  verbo,  la  prima  persona  del  preterito  per- 
fetto, si  forma  la  terza  mutando  Vi  finale  della  prima 
io  e ,  e  la  sesta  dalla  terza  aggiungendovi  ro*  La  se- 
conda persona  del  singolare,  la  prima  e  la  seconda  del 
plurale,  son  sempre  regolari,  e  si  formano  mutando  la 
finale  re  dell*  infinito  in  sti^  mmo.  ste. 

X  s  E  u  p  I  o. 

Tor      si.  Torce  mmo. 

Torcere.  Torce  stì.  Torce  ste, 

Tors     e,  Torse    ro» 

Quando  un  verbo  ò  contratto ,  come  conducere  in 
condurre^  le  tre  persone  regolari  si  debbono  estrarre 
dalla  forma  primitiva  originale.  Di  questo  numero  so- 
no porre^  bere^  dire^  corre^  sciorrè^  trarre^  sincopati  di 
ponere,  beperef  dicere^  cogliere.^  sóiogliere^  traere. 

In  un  verbo  che  contenga  la  sillaba  no,  quando 
r  accento  passa  a  una  vocale  seguente ,  si  deve  trarne 
Tu,  il  quale ,  per  principio  d*  ortografia  e  d'  armonia , 
non  può  stare  unito  ali*  o ,  se  non  quando  V  accento  vi 
cade  ;  il  che  avviene  solamente  in  quattro  persone  dei 
tempi  presenti*  G>sl  da  muoifere  sì  fa  nuUM) ,  muoui  , 
muope,  mosfiamo^  movete^  e  non  muoviamo^  muo^te^  co- 
me malamente  si  scrive  da  tutti  senza  distinzione,  scrit- 
tori e  non  scrittori,  letterati  e  non  letterati ,  e  stampa-* 
tori.  Non  solamente  i. verbi,  ma  ogni    altra  parola  va 


22 

soggetta  a  tale  modificazione  ;  così  da  tuoiio  si  dice  io-' 
nare  e  non  tuonare  ^  da  nuow^  ncMimente^  da  buono  , 
bonamente^  Il  Per t icari  nel  suo  trattato  del  Trecento 
dice  dovremo  quindi  scuoprire  queste  male  radici  «  in 
vece  di  scoprire  •  Il  Bartoli  mi  va  a  spolverare  i  testi 
antichi  per  provare  che  si  possa  scrivere  suonato^  brie^ 
dissimo  e  gielo  ;  ma  come  ho  già  detto  9  in  ^anto  a 
ortografia,  tutti  ci  accordiamo  alla  -  moderna  • 

Come  ho  di  già  consigliato  «  intendo  che  Io  sta- 
diante  scriva  in  intero  tutti  i  seguenti  verbi  irregolari 
con  lo  aiuto  delle  sottoposte  regole  {  il  che  lo  rafiferme- 
rà  nella  scienza  de^  verbi,  e  gli  terrà  la  noia  d*  aver  a 
leggere  e  rileggere  volumi  sopra  tal  materia,  senza  per- 
ciò poterne  trarre  alcuna  teorica.  Abbiam  già  veduto  che 
la  maggior  parte  de^  verbi  in  ere  non  hanno  più  che 
due  forme  irregolari ,  le  quali  si  posson  trovare,  in  un 
batter  d*  occhio.  Le  iftegolarilà  di  quelli  che  rimangono 
si  riducono  a  pochissime*  semplificandole  come  segue. 

La  seconda  persona  singolare  del  presente  indica- 
tivo è  quasi  sempre  regolare,  e  la  terza  similmente;  ma 
se  la  seconda  è  irregolare  ,  la  terza,  si  forma  da  questa 
mutando    V  i  in  e  ^  conduci  «  conduce^  La   seconda  del 

plurale  è  sempre  regolare  ,  e  si  prende  dall'  infinito;  il 
quale  se  è  contratto  ,  tal  persona  si  trae  dalla  parola 
originale,  come  condùcete  da  conducere.  La  terza  per* 
sona  del  plurale  si  ottiene  aggiungendo  no  alla  prima 
del  singolare  ;  conduco ,  conducono.  La  prima  persona 
plurale  delP  imperativo  e  del  presente  congiuntivo  è  sem- 
pre eguale  alla  corrispondente  deir  indicativo;  conduciu' 
mo.  Questi    e  il  perfetto  sono  i  modi  e  i  tempi  che 


23 

T8D  più  sottoposti  a  irregoIaritSi  •  La  seconda  plurale 
idV  imperativo  è  pur  sempre  regolare  ;  conducete.  Le 
tre  prime  persone  del  presente  congiuntivo  sono,  sen- 
za eccezione,  eguali  alla*  terza  dell*  imperativo;  condii^ 
ca\  la  seconda  ha  due  forme,  conduchi  e  conduca^  (Que- 
sta è  più  Dsata*  La  seconda  plurale  del  presente  con- 
gmalivo  si  forma  dalla  prima  mutando  iamo  in  late  ; 
conduciamOf  conduciate.  Lk  terza  plurale  dell*  impera- 
tivo e  del  presente  congiuntivo  si  toglie  dalla  terza  del 
siogolare,  aggiungendovi  rao;  conduca^  conducano^  Se  il 
perfetto  è  irregolare,  data  la  prima,  le  altre  si  otten-* 
gOQo  per  la  regola  già  posta  al  verbo  torcere. 

Con  queste  regole,  si  come  io  ho  già  esperimen- 
tatOf  si  possono  far  imparare  i  verbi  anche  ai  fanciul- 
li ,  facendogli  loro  scrivere  due  o  tre  o  anche  quattro 
Tolte,  più  tosto  che  travagliar  loro  il  cervello  con  l'im- 
parare a  memoria;  il  che,  come  io  dissi  nella  introdu-* 
zionet  nuoce  allo  sviluppo  della  fSaicoltà  intellettiva. 

verbi  che  hanno  piu^  irregolarità^ 
già'  nominati  a  carte  18. 

coiroiniBE    sincope  (i)  di  conducere. 
Gondocendo*    Condotto.   Conduco  «   etc.    Conduce- 
va,  etc.  Condussi,   etc.  Condurrò,  etc.  Condurrei.   Con- 
duci, conduca.  Che-  conducessi»  Ho  condotto. 

BKVERK   O  B£RB 

Questo  verbo  è  regolare;  ma    si  può  dire  egual- 
mente bevo  o    beo^  etc.    bevei^a   o  beesHi  ;  beverò  o 


(i)  Sincope^  dal  greco  tof^lio  e  con  vuol  diie,  pace  a  me»  trar  fuori  ona 
0  più  siUabe,  e  poi  rimetUr  le  altre  insieme» 


a4 

berò  ;  belerei ,  berci  o  berrei.    Il  perfetto  ha  tre  ma- 
niere, bevei^  beliti  o  bewi.  Ho  bewto  o  beuta* 

GAOXRE 

Caddi.  Caderò  o  cadrò.  Gaderei  o  cadrei*  Sono 
caduto* 

CBIBDXRE 

Chiesto*  Chiedo  o  chieggo,  Chiedi,  etc.  Chiesi  o 
chiede!.  Chieda    o  chiegga.  Ho  chiesto. 

DiBB  sincope  di  dicers 
Dicendo*  Detto.  Dico,  dici  o  di\  dice,  diciamo,  di- 
te — »  Diceva.  Dissi*  Dirò.  Direi.  Di*,    dica*  Che  di- 
cessi. Ho 'detto. 

noLXRSI 

Mi  dolgo  o  doglio,  ti  duoli,  si  duole,  ci  doglia- 
mo, vi  dolete,  si  dolgono*  Mi  dolsi*  Mi  dorrò.  Mi  dor- 
rei. Duoli  ti  o  duolti,  dolgasi  o  dogliasi  ,  dogliamoci  t 
doletevi,  dolgansi.  Mi  son  doluto» 

DOVKRB 

Debbo,  devo  o  deggio,  debbi,  devi  o  dei,  deb- 
be ,  deve  o  dee,  dobbiamo,  — ,  debbono,  deggiono,  de- 
vono o  deono*  Dovrò*  Dovrei.  Che  debba  o  deggia. 
Ho  dovuto,  (i) 

NUOCERE    (a) 

Nociuto.  Nuoco  o  noccio,  nuoci,  — ,  nocciamo,  — ,  — • 
Nocqui.  Nuoci,  noccia  o  nuoccia*  Ho  nociuto* 

PARERE 

Parato  o  parso.  Paio  ,  pari ,  — ,  paiamo  ,  — ,  — • 
Parvi.   Parrò.  Parrei*  Pari,  paia.  Son  paruto* 

(i)  V*é  ehi  vorrebbe  escludere  devi  e  deve  dalla  prosa,  io  non  so  perché, 
(a)  Vedi  1*  ossenrazione  al  verbo  muovere ,  a  carte  ai. 


25 
PIACERE 

Piaciuto*  Piaccio  «  piaci  «  —  9  piacciamo ,  —  ,  — • 
Piacqui.  Piaci  9  piaccia.  Son  piaciuto.  Il  verbo  giacere 
ha  le  stesse  irregolarità. 

P0RR£  sincope  di  pon£re 

Ponendo.  Posto.  Pongo,  poni ,-*- poniamo,  pone« 
te,  — .  Poneva.  Posi.  Porrò.  Porrei.  Poni ,  ponga.  Po- 
nessi. Ho  posto. 

POTERE 

I  participj  son  regolari ,  ma  si  trova  anche  pos'^ 
sendo.  E  non  possendo  la  sua  possibilità  sostenere  le 
spese.  B.  Posso  ,  puoi ,  può ,  possiamo,  — 9  — .  Potrò. 
Potrei.    Che  possa.  Ho  potuto. 

RIMANERE 

Rimaso  o  rimasto.  Rimango,  rimani,  rimane,  etc. 
Rioiasì*  Rimarrò.  Rimarrei.  Rimani,  rimanga.  Sono  rimaso. 

SAPERE 

So,  saiy  sa,  sappiamo,  —,  sanno.  Seppi.  Saprò*  Sa- 
prei Sappi,  sappia,—*,  sappiate,  (i)  — •  Ho  saputo. 

SCERRE   O   SCEGLIERE 

Scelto.  Scelgo  o  sceglio,  scegli.  Scelsi.  •  Scegli,  sce- 
sKa  0  scelga.  Ho  scelto. 

SEDERE 

Siedo,  seggo  o  seggio,  siedi,  —,  sediamo  o  seggia- 


(0  Verwnente  V  imperatiTO  di  questo  yerbo,  come  queUo  d*  ai^rt,  altro 
BOB  è  che  un  presente  del  congiuntiro»  al  'quale  si  sottintende  voglio  che-j 
PCK^  il  sapere  o  1*  ayere  una  cosa  non  si  può  costrìngere  in  altrui ,  ma 
dipende  dal  volere  di  colui  che  parla  •  Questa  é  la  ragione  perché  li  due 
accennati  Terbi  escono  dalla  regola  generale,  e  non  hanno  la  seconda  delio 
^pentirò  eguale  a  quella  del  presente  indicatifo . 

4 


L 


a6 

mot  ~«  *-*•  Siedi  9  sieda  9  segga  o  seggia*  Sono  eedutc* 
Possedere  si  forma  sopra  sedere^  ma  non  ha  passeggio 
né  passeggiamo  i  e  il  tempo  composto  è  ho  posseduto. 

aYELLERB 

Svelto.  Svelgo  o  svelto,  svelli.  Svelsi.  Svelli ,  svella 
o  svelga.  Ho  svelto. 

TACERS 

Taciuto.  Taccio ,  taci ,  —  tacciamo,  — ,  — •  Tacqui 
o  tacetti.  (i)  Taci,  taccia.  Mi  son  taciuto. 

TEVERE 

Tengo  9  tieni ,  —,  teniamo,  — ,  — ,  Tenni.  Terrà. 
Terrei.  Tieni,  tenga.  Ho  tenuto. 

TOGLIERE 

Tolto.  Toglio  o  tolgo,  togli,  etc.  Tolsi.  Toglierò  o 
torrò.  Toglierei  o  torrei.  Togli,  tolga  o  teglia.  Ho  tol- 
to. Queste  doppie  forme  le  hanno  tutti  i  verbi  che  fi- 
niscono in  agliere. 

TRARRE    O    TRARRE 

Traendo.  Tratto.  Traggo,  trai,  — ,  traiamo  o  trag- 
giamo  ,  traete  ,  — .  Traeva.  Trassi.  Trarrò.  Trarrei. 
Trai ,  tragga.  Traessi.  Ho  tratto. 

Nota  che  qualunque  verbo  abbia  la  radice  di  al- 
cuno di  questi,  va  soggetto  alle  medesime  varietà;  cosi 
contrarre  e  sottrarre  si  formano  da  trarre^  indurre  e 
produrre  da  condurre  ;  accadere  da  cadere  ;  disdire  , 
interdire  da  dire  ;  apparere  da  parere  ;  frapporre ,  ap^ 
porre^  imporre  da  porre. 

(1)  Domandommi  consiglio  ed  io  tacetti»  D. 


i 


i 

I 


37 
VALERE 

Valgo  o  vaglio,  vali  ,  — ,  vagliamo,  — ,  — .  Valsi. 
Varruj  Varrei.  Vali,  valga  o  vaglia.  Sod  valuto* 

VEDERE 

Vedo,  veggo  o  veggio,  vedi,  — ,  vediamo  o  veg- 
giamo,  — , — .  Vidù  Vedrò.  Vedrei.  Vedi  o  ve',  veda, 
v^gg^f  o  veggia«  Ho  veduto. 

VOLERE 

Voglio  o  vo',  vuoi,  vuole,  vogliamo,  — ^  vogliono 

0  vooQO.  (i)  Volli,   (a)  Vorrò.  Vorrei.   Che  voglia.  Ho 
?olulo. 

DELLA    TERMINAZIONE   IN  ire 

Questi  verbi  ,  fuor  che  sei  che  daremo  qui  ap- 
presso ,  si  coniugano  tutti  come  il  verbo  unire  che  se- 
gue ,  il  quale  è  irregolare  nei  tempi  presenti  solamen- 
te; ma  siccome  i  regolari  sono  pochi ,  metteremo  pri- 
ma sott'  occhio  questi. 

1  verbi  regolari  in  ire  sono  i  seguenti,  e'  loro  composti. 
Aprire.  Fuggire.  Servire. 
Aryertìre*  Mentire.  (3)  Sentire. 
Bollire.  Partire.  Tossire. 
Convertire.  Pentire.  (4)  Vestire. 
Dormire. 


(i)  Mtrì  Bono  ti  lenti  e  si  pigri  che  9i  tn>nno  gli  sproni  •  Bart. 

(0   False  ne  fa  oso  il  DaTtozatì  •   ma  mi  par  da  fiiggite  pet  lo  senso 

(3)  V*  é  anche  mentisco  :  E  t  innocente   danniamo   che  mentisce  per 
Xilolo.  Dar.  Bla,  mento  ^  menti ,  più  usato. 

(4)  Pentere  è  pure  usato:  Tito  ,  uedendo  questo  »  vinto  da  vergogna  si 
^lU  pentere  :  La  fortuna  quasi  pentuta  della  subita  ingiuria  /aita  a 
Cissone  •  .  •  B. 


:28 

Aprire^  coprire^  e  scoprire^  fanno  al  perfetto  aprii 
e  a^ersif  coprii  e  copersi  etc.  La  seconda  forma  è  mi- 
gliore. Il  participio  passato  è  aperto  ,  coperto  ^  e  sco-- 
perto.  Concepire  fa  concepito  e  conceputo. 

Dunque  ,  fuor  che  questi  pochi  e*  loro  composti  y 
come  consentire  di  con  e  sentire  ^  e  li  sei  verbi  che 
hanno  irregolarità  diverse,  posti  qui  sotto,  appresso  unire^ 
tutti  gli  altri  che  terminano  in  ire  sono  coniugati  co- 
me il  seguente. 

UNIRE 

UniscOf  unisci ,  unisce ,  uniamo  ,  unite ,  uniscono. 
Unisci,  unisca,  etc.  Che  unisca,  etc.  Le  stesse  regole  si 
osservano  per  questi  verbi  ,  che  si  sono  stabilite  per 
quelli  in  ere» 

Apparire  ha  le  due  forme  apparisci  e  appari^  ap^ 
parisce  e  dopare  ,  appariscono  e  appaiono.  Il  preteri- 
to, apparvi  ,  e  cosi  comparvi  e  dispariti*  Ne  sono  alcu- 
ni, come  abborrirCf  che  hanno  tutte  le  persone  di  dop- 
pia forma,  cioè  abborrisco  e  ahhorro  ;  abborrisci  e  ab» 
borri ,  etc.  Sofferire  o  soffrire  fa  sofferisco ,  sofferò  o 
soffro^  soffersi^  sofferii  o  soffrii^  sofferto. 

VERBI  DELLA  CONIUGAZIONE  IN  ire   CHE   HANNO 

DIVERSE    IRREGOLARITÀ^ 

aroRiRE 
Morto.  Muoio,  muori,  — ,  moiamo,  —,  — ,  Mor- 
rò.  Morrei.  Muori,  muoia.    Sono  morto. 

SALIRE 

Salgo,  sali,  —,  sagliamo,  —,  — •  Salj,salga.  Son  salilo* 


J 


T^ 


^9 

SEGUIU 

Segno  o  sieguo  «  segui  o  siegui^  — ,  seguiamo,  *-^, 
— •  Segui  o  siegui^  segua  o  siegua*  Ho  seguito. 

UDIRE 

Odot  odif  — ,  udiamo*  — i  — *•  Odi,  oda.  Ho  udito. 

uscias 
Esco  9  esci«  —9  usdamot  — 9  — •  Esci  9  esca.  Sono 
tiscito.  (l) 

TENIRK 

Venuto.  Vengo,   vieni,  —9  etc.  Venni*  Verri*  Ver- 
rei. Vienit  venga*  Son  venuto* 

VEBBI  DIFETTITI 
GIBB 

Le  forme  non  ^ì  poste   questi  verbi  non  V  hanno* 

Gito.  Gite.  Giva  o    già,  givi.  etc.  Gisli,  gì  0  gìo9 

giaunoy  giste,  girono*  GirÒ9  giraj9  eto*   Girei,  etc.  Gite. 

Che  gissi  etc*  (2) 

(i)  ValU  cui  scuole  ESCf  toMttorc  delia  Gerusalemme;  Qui  SSClRBBBERO 
ferole  indegne  della  grauità  delle  nostre  questioni,  dice  il  Perticar!,  in 
luogo  di  usci  e  uscirebbero,  il  che  mi  par  Sostare  le  forme  de>erbi  come 
^U  dice  (arsi  per  li  Fiorentini . 

(1)  Se»  come  dice  il  Monti  nella  Proposta  (al  verbo  gire)  questo  yer- 
bo,  cosi  come  emdare,  ai  potesse  usare  nel  senso  di  morire,  ogni  qnal  Tol- 
ta ti  dicesse  ad  alcuno ,  con  ira ,  gite  o  andate ,  ei  si  potrebbe  credere 
dw  si  volesse  mandare  ali*  altro  mondo.  Il  Boccaccio  dice  :  ^ceio  che,  mo^ 
ftndo  io ,  vedendo  il  viso  suo ,  ne  possa  andar  consolato  j  e  il  Monti 
vvote  che  si  chiosi  possa  morir»  Ma  chi  non  intenderà  qui  nel  suo  vero 
scuso  andar  per  andarne  da  questo  mondo  ì  Dante  Pnrg.  Ben  faranno  i 
f^en ,  quando  il  demanio  lor  sen  gira  :  E  qui  ancora  ha  '  ellissi  della 
pvole  ila  questo  mondo.  Onde  si  vede  che  solamente  per  le  circostanae  che 
ti  accennano  ai  può  in  questi  due  casi  sostituire  morire  a  gire  e  andare  f 
■*  il  nettere  nel  vocabolario  che  gire  sì  usi  per  morire ,  sarebbe  un  vo- 
ler tornare  alle  tenebre  donde  egli  cerca  di  Carne  uscire»  Voglio  dire  che  al- 
ito è  uni  espressione  ellittica»  e  altro  una  metafora  ;  che  noti  si  hanno  a 


V 


3o 

IRB 

Ito.  Ite*  Iva  (egli),  ivano.  Iremo,  irete,  iranno. 
Ite.  È  .ito. 

RIEDBRS 

Riedi,  riede,  riedono.  Rìedì,  rieda,  riedano. 

OLIRS 

Olite.  Oliva,  olivi,  oliva  ,  olivamo,   olivate,  olivano. 

CALERE 

Mi  cale,  ti  cale,  gli  cale,  ci  cale ,  vi  cale  ,  loro 
cale.  Mi  caleva,  ti  caleva  etc.  Mi  calse ,  ti  calse  eie. 
Non  ti   caglia,  non  vi  caglia. 

XSERGERE 

Esercendo.  Esercì,  eserce,  eserciamo,  esercete. 
Eserceva,  eie.  È  buono  in  tutte  quelle  forme  ove  sia- 
no le  sillabe  ce  o  ci'^  ma  non  dove  sono  co^  ca^  o  cu. 

SOLERE 

Solendo.  Solito.  Soglio,  suoli,  suole,  sogliamo,  so- 
lete, sogliono.  Soleva,  etc.  Fui  solito,  etc.  Che  soglia,  etc. 

Le  forme  adoperate  dal  Macchiavello,  arebbero  per 
avrebbero  9  sentii  per  sentiate ,  eri  per  eravate^  etc.  1 
son  cadute  ;  e  quantunque  egli  abbia  scritto  egregia* 
mente  per  lo  stile  e.  per  le  idee ,  gli  errori  fioren- 
tini che  usa  nei  verbi  non  sono  della  lingua  tosca- 
na, non  ne   avendo  fatto    uso  il  Boccaccio;  e   tocca  a 

confondere  Tana  con  T altra;  perciò  che  perire  ,  il  qual  rerbo,  per  latina 
origine ,  significa  cadere ,  usato  per  morire  essendo  proprio  metaforico ,  in 
qualuncpie  modo  »  e  tempo,  e  persona  si  usi,  sèmpre  consenrerà  la  medesima 
forza,  senza  aggiungere  circostanza  alcuna:  peri,  perirem,  perirebbero,  periì-e, 
e  finalmente  spegnere  per  uccidere;  il  che  non  ay viene  degU  altri  due  ver- 
bL  Di  questa  distiniione  mi  occorrerà  parlarne  più  lungamente  altroye ,  per 
distruggere  altri  errori. 


r 


<• 


j 


! 


3i 

chi  pubblica  le  sue  opere  a  farne  avvertito  cbi  legge.' 
Se  io  avessi  a  dare  una  edizione  del  Macchia  vello,  ter- 
rei via  tutti  quegli  errori,  come  si  ò  fatto  di  tanti  al- 
tri d^  ortografia  e  anche  di  sintassi  sparsi  nelle  antiche 
scritture  ;  che  nessuno  dubiterà  ,  se  la  lingua  dal  Trecen* 
to  io  qua  è  venuta  perdendo  nello  stile  ,  aver  guada-* 
goata  r  ortografia  quasi  interamente  ,  e  questa  si  pò*- 
trebbd  ridurre  alla  perfezione,  se  da  tutti  si  volesse 
coDvenire  in  nna^  sola  e  ragionevole. 


GAP-  !¥• 

D  E  L    N  O  M  E. 

Nel  dare  la  definizione  de*  vocaboli ,  io  non  mi 
esfenderò  se  non  tanto  «  quanto  sarà  necessario  a  far 
ioteadere  la  parola  tecnica  (i);  perciò  che  sebbene  io 
dica  di  trattare  le  cose  filosoficamente  ,  io  non  inten-^ 
ào  oltrepassare  i  limiti  della  filosofia  grammaticale  ;  co- 
me sarebbe*  a  mio  parere,  il  voler  far  qui  una  disser- 
tazione per  mostrare  come  il  nome  abbia  avuto  origine  ; 
e  tante  altre  cose  che  si  potrebbero  dire  sopra  questo 
soggetto  t  spettanti  ad  altra  scienza  .  Nomi  <si  chiama- 
no quelle  parole  che  si  appotigono  alle  cose  per  distin- 
Soerle  V  una  dall*  altra*  come  pietra^  i^g^o^  acqua ^  ter^ 
ra;  i  quali  si  chiamano  nomi  fisici  cioè  naturali^  per- 
ei}  Forse  dal  greco  iecnon ,  lavoratore  in  qualche  arte  j  per  termine 
dtlt  «TU. 


3a 

chò  8on  cose  ìd  natura  reali^  che  si  vedona  e  /i  toc-* 
cano;  pensiero^  ragione^  hene^  male^  si  dicono  nomi  n^- 
tafisidy  cioè  secotido  natura  %  perciò  che  rappresentano 
cose  ideali,  immaginate  ad  esempio  delle  cose  naturali 
e  reali  ^  ora  parleremo  della  differenza  del  nome  ri- 
spetto al   genere. 

D£L   GENERE  DEL    NOME 

Genere ,  dal  latino  genus  ,  significa  razza  t  quali-- 
tà  ;  ma  siccome  .il  genere  è  divisibile  in  più  specie 
di  generi,  non  avendo  noi  a  parlare  altro  che  del  ge- 
nere del  nome,  vi  ho  per  ciò  apposto  una  tal  deno-^ 
minazione*  Due  sono  i  generi  del  nome  ,  mascolino  e 
femminino  ,  formati  da  maschio  e  femmina.  Del  ma- 
scolino è  r  uomo,  tutti  gli  animali  di  maschio  genere, 
e  tutte  quelle  cose  alle  quali ,  forse  per  la  loro  desi- 
nenza, à  attribuita  la  maschia  qualità  ;  del  femminino 
è  la  donna , .  tutti  gli  animali  femmine ,  e  tutte  quelle 
cose  alle  quali  fu  apposta  V  idea  femminina*  La  ragio- 
ne basta  a  distinguere  il  genere  degli  animali ,  benché 
in  alcuni  V  uso  sia  stato  capriccioso  nello  applicare  il 
genere;  ma  non  quello  delle  cose;  ci  accingeremo  quin- 
di a  determinar  questo,  e  a  sottometterlo  in  quanto  si 
può  a   regole    generali. 

Perchè  poi  V  uso  abbia  voluto  attribuire  a  certe 
cose  r  idea  mascolina  e  ad  altre  la  femminina  nulla 
rileverebbe  investigarlo  ;  basti  il  dire  che  coloro  che 
immaginarono  la  distinzione  del  genere  deir  uomo 
e  della  donna  ,  del  maschio  e  della  femmina,  essendo 
lor  paruto  conveniente ,  per  la  similitudine  della  ter- 
minazione de*  nomi  delle  cose  con  la  terminazione  dei 


_.  i 


33 

* 

nomi  degli  animali ,  il  fare  tina  differenza  anche  di 
questi  ^  la  fecero  di  qaelli  che  si  rassomigliavano  nella 
desinenza  ;  e  quindi  venne  la  necessità  di  distingaere  an- 
che tntti  quei  nomi  la  desinenza  de'  quali  non  rispon^ 
deva  alla  generalità*  E  ciò  fecero  senza  alcuna  altra  in"* 
teozione  ragionata,  poiché  due  nomi  esprimenti  la  stes- 
sa cosa,  come  pietra  e  sasso ,  sono  di   diverso  genere* 

DKL   MASCOLlirO  SONO  1   VOBl   SXGUKKTU 

Tutti  quelli  che  finiscono 
I.  in  o,  eccetto  mano. 
a.  in  me,  eccetto  arme^  fame%  speme. 
3.  —  re,  eccetto  febbre^  pohere^  torre^  scure, 
4»  —  nte^  eccetto  gerite^  lenie^  menie^  semente. 

DZh   FEMMlNinO   SONO   I   SEGUENTI 

Tutti  quelli  che  finiscono 

i«  in  a,  eccetto  papa  ^  anatema^  poema  ^tema^  pianeta^ 
e  lotti  i  derivati  dal  Greco  ;  a  guisa  de*  quali  sono  al- 
cuni nomi  di  nazioni  e  di  famiglie  j  come  uno  Scita , 
un  Moscovita^  uno  Israelita^  uno    Arsacìda. 

a.  in  I,  eccetto  abbiccì^  barbagianni^  di^  e*  suoi  com- 
posti, laneiù^  martedì^  etc«;  brindisi^  eclissi,  diesis  amr- 
bassi. 

3.  in  tt,  eccetto  Cor  fa  ^  Perà^  ragà^  mm^  qualità 
d*  erba. 

Abbiamo  veduto  che  quelli  che  terminano  in  me  t 
re ,  nte  ,  sono  del  mascolino  ;  quando  V  e  finale  è  pre* 
ceduta  da  altra  consonante  ,  T  uso  varia,  e  vuoisi  ri- 
correre al  vocabolario.  Tutti  i  nomi  che  finiscono  in 
ione,  come  afflizione^  considerazione^  tranne  gli  au  men- 
ativi ,  e  in  Udine ,  come  mansuetudine^  consuetudine  , 

4* 


34 

sono  femmtniai.  Le  lettere  dell*  alfabeto  sono  alcuni 
che  le  dividono  parte  in  mascoline,  e  parte  in  femmi- 
nine; ma  poiché^  sottintendendo  la  voce  lettera^  sì  pos- 
sono fare  tutte  del  genere  femminino  ,  io  ho  più  caro 
considerarle  tutte  tali,  per  essere  alquanto  arbitraria  la 
divisione  di  esse  in    due  generi,   (i) 

NOMI    DI   AlUBEDUB    1    GENIBl 

Aere],  arbore,  trave,  carcere,  serpe,  cenere  (  il 
plurale  di  carcere  e  cenere  è  solo  feamiinino  )  fine,  fol- 
gore«  fonte,  fronte,  (  fem.  in  prosa,  di  due  generi  in  poe- 
sia ),  Genesi,  margine  cicatrice^  noce  frutto  è  fem*  , 
noce  pianta^  mas.,  oste  albergatore  mas»,  oste  esercito 
fem. ,  tema  argomento  mas»,  tema  paura  fem.  ,  greggia , 
fem.,  gregge^  mas.   gregge  e  greggi  flav.   fem« 

U  nome  si  distingue  anche  in  due  numeri,  in  sin- 
golare  e  in  plurale,  come   segue. 

DEL   KUMERO    DEL   NOME. 

La  parola  numero  propriamente  si  applica  alle  vo- 
ci unOf  due^  tre^  etc;  ma  per  essere  questi  numeri  de- 
terminati, avendo  Y  uomo  bisogno  di  nominare  una  cosa 
ora  nella  sua  unità,  e  ora  in  pluralità,  senza  numero 
determinato  ,  fece  la  divisione  del  nome  in  due  nume- 
ri indeterminati ,  chiamando  singolare  il  primo,  che  pro- 
cede dal  latino  singulus^  uno  ,  unico;  e  plurale  il  secon- 
do, similmente  dal  latino  plures^  più,  cioè  più  di  uno. 

(i)  E  se* io  non  distinguo  i  due  sessi,  mi  scusi  ilBartoli  ove  dice:  »,  Uà 
di  questi,  uomo  sottilissimo  nel  notomizzare  le  lettere,  talché  giunse  a  tro- 
vare il  sesso  e  a  distinguere  nell^  J^  0/  t  et,  i  maschi  dalle  femmine  »  ne 
ha  scritte  cose  mirabili  •  „ 


35 


Il  plarale  si  forma  dal  singolare  col  mutare  V  ul- 
tima Tocale,  per  esempio. 

FORMAZlOlfB    DEL   PLURALE    DE*    NOMI  MASCOLINI 

jRegola  generale.  Singolare. 

Profeta^ 
Padre, 

Uccelloy 

Premio, 

Pendìo, 

Cerchio, 

Consiglio, 

Staccio, 

Faggio, 

Mugnaio, 

Duca, 

Cieco, 

Luogo, 

In  qualunque  vocale  finiscano  i  nomi  mascolini,  il 
loro  plurale  si  forma  sempre  col  mutare  V  ultima  vocale 
io  I,  con  qualche  altra  modificazione  come  sono  per 
dimostrare.  Vi  sono  dei  nomi  irregolari  ,  come  uomo  , 
il  cui  plurale  è  uomini  i  Dio  fa  Dei  ;  bue ,  buoi .  Re 
DOD  muta  nel  plurale* 

I  nomi  che  terminano  in  io  non  preceduto  da  e,  g^ 
gf/,0  a,  debbono  avere  nel  plurale  due  ii  o  una  y  ;  che 
non  senza  cagione  si  trova  1*  i  nel  singolare;  e  se  quelli, 
che  hanno  la  terminazione  in  o  senza  precedente  i  , 
matan  V  o  in  i  per  lo  plurale  ,  ragionevolmente  quelli 
in  io  debbono  avere  nel  plurale^  due  ii  o  j.  Sono  dun- 
fie  molto  da  biasiipare  coloro  che  si  son  messi  a  fro- 


a  simnti  io 

e 

1* 

0 

!• 

io 

j- 

io 

]i. 

chio 

chi. 

glio 

gii. 

ciò 

ci. 

gio 

gi- 

aio 

ai. 

ca 

chi* 

co 

chi. 

go 

ghi. 

Plurale. 
profeti, 
padri, 
uccelli, 
premj. 
pendìi» 
cerchi, 
consigli, 
stacci. 

faggi, 
mugnai. 

duchi, 
ciechi, 
luoghi. 


36 

dare  questo  suono  alla  lingua  italiana,  scrivendo  \Hiri  , 
temerari^  necessari^  asversari^  in  luogo  di  iHirJ  t  teme^ 
rarj  ,  avversar]  ^  o  s^rii  etc    Quantunque  Dante  abbia 
detto  wuri  e  avK^rsari^  non  si  dee  prendere  in  questo 
r  autorità  dei  poeti,  e  principalmente  quando  usan  cosi 
fatte  forme    per  amor  della   rima.  Come  che  queste  cose 
possan   parer  triviali ,  bisogna   non  ostante  fissarle  an-* 
eh*  es&e  una  volta  ,  acciò  che  ogni  cosa  concorra   alla 
precisione  ;  e  forza  è  che ,  chi  scrive  in  questa   mate- 
ria 9  dica  in  ogni  cosa  è  o  non  è ,  come  io   intendo  di 
fare   da  un  capo  air  altro  di  questo  mio  lavoro,  a    fia 
che   non  faccia  vacillare   chi   gli  tien    dietro*  Se  sarò 
trascorso  venga  chi  dica  meglio  e  con  migliori  ragio- 
ni,  e  io  son  disposto  a  ravvedermi  de*  aiiei  errori.    Yi 
sono  inoltre  dei  nomi  che  formerebbero  equivoco  ,  non 
distinguendoli  nel  plurale  per  la  loro  propria  termina- 
zione, come  sono  consetvatore  e  giudice^  il  plorale  de*  qua- 
li è  conservatori  con  i*  o  stretta,  e  giudici  con  T  accen- 
to su  r  u;  e  conservatorìa  e  giudicio^  che  fanno  consenta* 
torj  con  Va  larga,  e  gituUcj  con  V  accento  in  su  Vi.  Augu^ 
re  e  augurio^  con  diverso  accento,  fanno  auguri  e  augurj. 
I   nomi  che    terminano  in  g/ib,  cio^  gio^  si  fanno 
plurali   col  togliere  Y  ultima  vocale;  non  essendo   po- 
sta r  I    nel   singolare  per    altro  che  per  ammollire    il 
suono  di  quelle  sillabe  ;  il  qua]  suono  si  conserva  pa« 
re  nel  plurale  con  una   sola  i.  La  terminazione   chio 
segue  r  istessa  regola  di  queste  tre  ,   quantunque ,  per 
quel   che  abbiamo  detto   sopra  ,  sarebbe  più   ragione- 
vole fare  il   plurale  in  chjo  chii^  ma  quando  T  accen- 
to fosse  sopra   Vi  della  desinenza  come  in  rarrmuirickìo^ 


37 

siropicéhf  il  plurale  vorrebbe  due  ii»  Di  quelli  che 
tenninano  io  ciò  ye  ne  sono  di  due  aorti;  in  alcuni 
r  i  si  sente  distintamente ,  coaie  in  beneficio  %  officio  ( 
e  il  plurale  di  questi  finisce  in  ii  o  y  ;  beneficj\  officji 
in  altri  V  i  e  confusa  *  nella  sillaba  ciò  ^  e  pronunciata 
arditamente  ^  come  in  straccio  e  impaccio  ;  e  il  loro 
plurale  termina  in  ci, 

I  nomi  che  finiscono  in  co  e  in  gOf  aventi  solo 
due  sillabe  ^  vogliono  un*  h  al  plurale  tra  la  e  e  1*  ì; 
si  eccettnano  greco^  porcOf  mago^  che  fanno  greci^  por'- 
CI,  wagi. 

I  nomi  che  terminano  in  co,  composti  di  piÀ  di 
due  sillabe  I  mutano  co  in  chi  quando  questa  sillaba 
è  preceduta  da  una  consonante;  si  che  Bergamasco  fa 
Bergamasdii  ^  basilisco  %  basilischi  ^  barbaresco  ^  barbare^ 
schii  ma  Se  detta  sillaba  d  preceduta  da  vocale ,  la 
finale  co  sì  cambia  in  ci  ;  pubblico  f  pubblici ^  benefico^ 
benefici f  maledico^  maledici^  ipocondriaco ^  ipocondria^ 
cL  Si  eccettuano  i  seguentif  abaco^  antico  f  carico^  is^ri-' 
cOf  beccafico^  eunuco^  pudico^  rammarico^  fondaco^  ma* 
fuco  9  i^aco  ,  tri^co^  ubbriaco  «  e  qualche  altro  «  che 
fanno  abachif  antichi^  carichi^  etc. 

Quanto  ai  nomi  terminanti  in  go  di  più  di  due 
sillabe,  essi  hanno  il  plurale  in  ghi^  eccetto  alcuni,  co- 
me asparago  9  teologo^  che  fanno  asparagi^  teologi  • 

Anche  gli  aggettivi  «  come  si  può  vedere  dagli  e- 
sempj  addotti,  sono  compresi  in  queste  regole. 


a  Si  mi 

Ita  10  e. 

e 

• 

o 

• 

1. 

eia 

ce. 

già 

g«- 

già 

gle. 

ca 

che. 

g« 

ghe. 

38 

FORMAZIONC    Dn   PLITRALK    Dfi*   NOMI    FSMMIIfilrf 

Hegola  generale.  Singolare.  Plurale. 

Bevandai  bevande* 

Madre,  madri. 

Mano,  mani. 

Faccia,  facce. 

Spiaggia,  spiagge. 

Bugìa,  bugìe. 

Arca,  arche. 

Lega,  leghe. 

I  nomi  femminini  che  terminano  in  a,  mutano 
questa  vocale  in  e;  quelli  che  terminano  in  e  o  in  o 
hanno  il  plurale  in  i.  Le  finali  eia  e  già  ai  mutano  in 
ce  e  gè,  fuor  che  quando  T accento  sia  in  su  la  pe«* 
Bttltima ,  come  in  bugìa  ;  nel  quale  nome  vuoisi  con- 
servare 1*  I  al  plorale,  perchè  gì  vi  sta  qual  sillaba  di- 
sgiunta dair^,  mentre  che  nel  primo  caso  non  serve 
se  non  a  modificare  le  lettere  ca  e  ga.  Quelli  che  ter- 
minano in  ca  e  in  ga  ,  si  cambiano  in  che  e  in  ghe 
senza  eccezione. 

TZaXlVAZIONI    mVARlABlLl 

Singolare.  Plurale.            Singolare.  Plurale. 

Carità,           carità.                Virtii,  Virtù. 

Pie,                pie.                    Specie,  specie. 
Crisi,             crisi. 

Tutti  i  nomi  terminanti  in  vocale  accentata  sono 
invariabili ,  per  questa  ragione  ,  che  dalle  parole  i^irtu^ 

te  ^  caritate^  bontade^  come  si  usavano  anticamente,  le 

quali  fanno  nel  plurale  ^irtuti^  caritati^  bontadi^  essen« 

do  stata  tolta  T ultima  sillaba,  vengono  ad  esser  simili 


39 

oel  singolare  e  nel  plurale.  I  nomi  femminiai  che  fini- 
scono in  I  e  in  ie  sono  pare  invariabili ,  eccetto  mo- 
g//e  che  fa  mogli.  Settanta  anni  fa  morirò  ;  e  pur  son 
lasciate  riconoscere  le  loro  ErriciE.  Questi  saranno  i 
miei  tempj  negli  animi  sH)Stri^  questi  V  effìgie  hellissi^ 
me.  Da?»  Onde  si  vede  che  effigie  non  muta  •  li  Da- 
Tanzati  fa  uso  spesso  della  desinenza  in  ade  ;  io  nel  lo- 
do, e  mi  par  bello  il  porne  alcuna  di  quando  in  quan- 
do :  Queste  son  faisitadi  sparse  e  aggrandite  dagli  ac* 
cusatori;  Quinci  si  può  argomentare  i paesi  rozzi  e  sal^a^ 
tichi  per  la  venuta  de^  forestieri^  perdere  la  loro  bea^ 
ia  sempucitjìde  ;  Tanto  gli  eran  crude  giustiziere  le 
stesse  sue  sceleAitadi.  Vi  sono  ancora  terminazioni  in 
ora\  Dietro  sale  una  selva  con  alte  ramora.  Dav.  Chi 
non  userebbe  ancora  questo  bel  vocabolo  in  tal  caso  , 
io  luogo  di  rami  !  I  Fiorentini  dicono  alle  Camperà  un 
luogo  fuori  di  Porta  Romana.  Così  si  dice  le  latora^  le 
litora;  ma  con  riserva. 


Singolare. 

Ciglio, 

Braccio. 

Labbro, 

Membro, 

Osso, 

Ginocchio, 

Grido, 


nOMI   DI   DOPPIO   PLURALE 

Plurale. 


cigli 

bracci, 

labbri, 

membri, 

ossi, 

ginocchi. 


ciglia. 

braccia* 

labbra. 

membra. 

ossa, 

ginocchia. 

grida. 


gridi. 

Questi  e  molti  altri  nomi  che  finiscono  in  o  hanno 
due  terminaxioni  nel  plurale ,  in  i  e  in  a  ;  ma  questa 
nella  maggior  parte  è  più  usata  e  migliore.  Ne'  seguenti 


4o 

due  esempj  del  Boccaccio  :  Messo  il  capo  per  la  bocca 
del  doglio  f  e  oltre  a  questo  P  un  de*  bracci  con  tutta 
la  speUlai  Cominciò  a  distendere  Funo  dei  diti^  e  ap^ 
presso  la  mano  ;  qui  dico  non  si  potrebbe  usare  la  de* 
sinensa  in  a  senza  fare  un  errore  a  cagione  dell'  uno  che 
segue  i  nomi  bracci  e  diti .  Membri  in  plurale  si  dice 
in  figurato  ,  come  membri  d  un  parlamento»  Quantun^ 
ifue  i  dolori  a  stretto  torchio  ci  premano  ad  uno  ad 
uno  le  membra.  BarL  Questo  esempio  è  degno  di  nota» 
L'  espressione  ad  uno  ad  uno  è  in  mascolino ,  benché 
saniti  le  membra  in  femminino  ;  perchò  uno  si  riferisce 
a  membro  mascolino.  Cosi  il  singolare  di  questi  nomi  è 
mascolino  9  e  il  plurale  terminante  in  a  è  feauninino«  I 
nomi  legno  e  frutto  hanno  nel  plurale  tre  forme,  legni^ 
legne^  legna  ;  frutti ,  frutte^  e  frutta.  La  prima  di  /e* 
gno  è  del  figurato*  come  in  legni  per  naw;  la  seconda 
e  la  terza  dinotan  legna  da  bruciare.  I  nomi  miglio  e 
paio  fanno  miglia  e  paia  ;  migliaio^  migliaia;  centina-- 
io^  centinaia.  Alcuni,  per  la  natura  della  cosa  che  rap- 
presentano, si  usano  solo  nel  singolare,  come  orgoglio^ 
pigrizia^  pazienza  ;  e  altri  solo  in  plurale,  come  noz^ 
ze  molle.  Le  cose,  che  disegnan  quelli  che  si  usa- 
no solo  nel  singolare  non  essendo  divisibili  in  ispecie  , 
ma  pur  nella  quantità,  non  hanno  per  ciò  bisogno  di  plu- 
rale. I  seguenti  hanno  due  singolari  e  due  plurali  • 


Singolare. 

Plurale. 

Singolare. 

Plurale. 

Arma, 

arme. 

Arme, 

armi. 

Canzona, 

canzone. 

Canzone, 

canzoni. 

Fronda, 

fronde. 

Fronde, 

frondi. 

Nuvolo, 

nuvoli. 

Nuvola, 

nuvole. 

Orecchio, 

orecchi. 

Orecchia, 

orecchie. 

f 


4« 

DKl   DIVERSI    ÓPFICJ   CRB    FA   IL   MOVE   SCCOIIDO  III  LUOGO 
CHB    PRENDE  NELLA    PBOPOSIZiONE^ 

Vedi  la  definizione  di  questa  parola  a  carte  5. 

A  beo  comprendere  il  ragionamento  della  gramma- 
tica egli  è  massimamente  necessario  ben  intendere  e  sen- 
tire la  forza  d*ogni  Tocabolo  del  quale  si  fa  uso  nello 
argomentare  (i)»  A  me  pare  nom  aver  per  anco    usato 
aleno  termine  grammaticale,  che  non  T  abbia  accompa- 
gnato della  rispettiva  definizione  ;  e  se  il  lettore    porrà 
mente  a  ben  distinguere  si  fatte  parole»  nulla  gli  parrà 
oscuro;  altrimenti  a  torto  incolperebbe  me  d' essere  nel 
ragionare  difficile  o  confuso.  Per  lo  contrario   non  am- 
metterò quei  vocaboli  che  non  hanno   che  fare   con  le 
liDgoe  moderne,  sì  come  i  casi^  i  gerundj^  gli  ablatwi  t 
le    declinazioni  n  etc.;  tutte    parole   che   confondono  la 
mente  di  chi  studia  ,  perchè  non  si  possono    capire  in 
una  lingua  nella  quale  non  hanno  luogo  (2). 

(i)  Il  est  da  TCssort  de  la  Grammaire  de  faire  entendre  la  Teritable  signifi- 
calìon  des  moU,  et  en  quel  sena  ila  aont  employéa  dans  le  discoun.  Da  Marsais. 

(3)  Qid.  in  Teoc  di  nella  quale  non  hanno  luogo,  nella  prima  edizione 
•a  crcra  scritto  nella  quale  non  etiitono.  Un  letterato  ni  aTrerll  questo  es- 
tere gallicismo;  e  infatti  Tho  anch^o  riconosciuto  per  talej  perché  non  mi 
oeoorse  mai  di  Tederlo  in  un  classico^  e  1*  idea  è  vecchia  tanto,  che  non  può 
éa  Inogo  al  direj  aeeolgansi  que*  vocaboli  che  etprimono  nuove  idee  i  ne* 
elaasici  si  troverà  significata  in  dieci»  in  venti  maniere,  più  belle  della  e- 
fprcssione  esittere^  onde  io  che  V  avea  usata  in  pia  luoghi,  la  tolsi  via, 
KBu  che  mi  costasse  il  tempo  d*  un  batter  d*  occhi  il  sostituirne  un^altra. 
(^csto  dichìar»  perché  si  vegga  che  non  mancano  mai  i  modi  di  dire,  i  va» 
caboli  italiani  da  sostituire  a*  gallicismi^  e  che  la  espressione  hanno  luogo 
fi»  pia  bella  che  esisiono  è  troppo  per  se  manifesto.  £  qui  voglio  rispon- 
dere a  va*  altra  obbiezione  che  mi  si  fa,  che  que*  vocaboli  che  son  tolti  da|^ 
laiiao ,    come   qaesto  di  esistere ,  non  9*  avrebbero  a  chiamar  gallicismi ,  e 

5 


4a 

I  nomi  81  dicono  in  latino  aver  casi ,  cioè  caden" 
ze  diverse  ;  perchè ,  veramente  ^  chi  faceva  T  azione  , 
colui  che  la  sopportava,  e  quegli  a  cui  era  diretta,  ave- 
vano al  nome  cadenze  diverse  T  una  dall*  altra  ,  yt^ofer , 
pattern ,  patri  ;  ma  in  italiano  ,  padre  e  sempre  padre 
il  nome  è  ;  dunque  in  italiano  non  sono  casi.  Qui  noa 
mi  tratterrò  troppo  a  lungo  a  dimostrare  quanto  siano 
smarriti  coloro  che  appiccicar  vogliono  alla  lingua  italiana 
denominazioni  particolari  alla  latina,  e  intelligibili  solo 
nella  grammatica  di  quella  ;  nel  Gap.  XXIV. ,  a  propo- 
sito de*  vocaboli  attisH)^  passivo^  e  neutro^  ne  parlerò  este- 
samente. Intanto  odasi  come  ragiona  il  Monti  nella  saa 
Proposta  intorno  ai  casi  „  Quanto  al  Boccaccio  è  da 
„  dirsi,  essere  antico  vezzo  della  nostra  lingua  il  gittar 
o  via,  dopo  il  nome  casa^  il  segnacaso  del  genitivo  ade- 
«,  rente  a  chi  la  casa  appartiene,  e  sostituire  al  segna- 
„  caso  r  articolo ,  o  pure  il  pronome  questo  e  quegli* 
„  Ond'  è  che,  in  luogo  di  dire  ex.  gr.  In  casa  del  ma- 
„  rito  ^  in  casa  delV  ay^ocato^  in  casa  di  questi  signo- 
„  ri ,  dicesi:  In  casa  il  marito ,  in  casa  T  as^ocato^  in 
„  casa  questi  signori.  Se  poi  ne'  suddetti  esemp]  I*  ^^' 
„  ticolo  il  0  il  pronome  questi  sia  nominativo  o  accu- 
sativo il  Gorticelli  protesta  di  non  saperlo,  ed  aggiun- 
ge che  poco  monterebbe  il  definirlo .  Monta  però  il 
dire  che,  nel  citato  esempio  del  Boccaccio  (  l' csem- 
„  pio  è;  //  buon  uomo  in  casa  cui  morto  era  ),  quel  dub- 
,«  bio  ,  qualunque    siane   1*  importanza ,  resta  discioUo  ; 


1» 


come  tali  non  si  possono  rifiutare  nella  nostra    lingua  ;  e  dico,  sìa  purcj 
che  italiano  egli  può  esser  nel  sei 
bia  a  dir  se  non  di  cose  animate* 


che  italiano  egli  pnò  esser  nel  senso   solo  di  aver  vita^  e  quindi  non  si 


j  * 


43 

,,  perciò  che  il  pronome  cui  non  polendo  di  sua  natura 
„  mai  essere  nominativo,  è  forza  che,  nelle  parole  in  casa 
V  cui  mòrto  era  sia  accusativo,  i,  Il  Corticellì,  dunque,  pro- 
testa di  non  sapere  qual  caso  sia;  e  in  ciò,  senza  accorger- 
seae,  vi  s*  appone.  Il  Monti  che  di  forza  ce  lo  vuol  trova- 
re, si  confonde  e  si  smarrisce;  però  che,  che  è  dire  :  e^  non 
potendo  essere  nominativo^  è  forza  che  sia  accusatiw  ?  se 
non  come  :  iSe  tu  non  hai  nome  Pietro^  di  necessità  ti 
chiami  Paolo  !  Quando  si  voglia  trattare  a  gist,  non  v*è 
anche  il  genitivo  ?  Come  può  essere  accusativo,  se  v*  è 
sotiintesa  la  preposizione  di  ?  Ma  ,  le  voci  del ,  dello  , 
come  tosto  vedremo  ,  sMianno  a  chiamare,  in  italiano, 
parole  composte  della  preposizione  di .  e  dell*  articolo;  e 
non  già  segnacasi^  come  le  dice  il  Monti,  vocabolo  che 
non  significa  nulla  nulla*  Quindi  erroneo  è  altresì  quql 
ch'egli  soggiunge  che,  in  quegli  esempj ,  ^/  sostituisca 
r  articolo  al  segnacaso  ,  o  il  pronome  questo  e  quegli 
(che  pur  non  son  pronomi,  quando  son  seguiti  da* loro 
nomi  );  poiché  non  si  fa  altro  che  torre  la  preposi- 
zione ,  e  rimane  1*  articolo  ;  onde  si  dirà  benissimo  a 
casa  Don  Antonio  ,  a  casa  Monsignore  ,  senza  che  vi 
sia  bisogno  né  delP  articolo ,  né  di  questo ,  né  di  que-^ 
gli.  Ecco,  come  accennai  nella  introduzione,  perché,  ra- 
gionando in  grammatica  come  si  faceva,  seguitando  Tnno 
le  tracce  deir  altro  come  le  pecore,  con  vocaboli  che 
DOQ  trasmettono  giuste  e  chiare  idee  alla  immagioazio- 
oe ,  convien  che  tutto  il  ragionamento  sia  falso ,  totto 
sia  confusione.  Dio  non  voglia  eh*  io  miri  a  levar  prc' 
gio  a  quella  eccellente  e  utilissima  opera  della  Proposta, 
nella  quale  più  che  in  ogni  altra  vìverà  il  Monti  ne* se- 


44 

coli  a  venire.  Io  l^bo  Ietta  con  gran  vantaggio  e  piacere; 
ma  r  errore  come  egli  aie  n*  ha  dato  V  esempio,  non  si 
vuol  rispettare  ìu  nessun  libro ,  se  ben  si  rispetti  Tau- 
tore«  Cos),  e  non  altrimenti,  può  ragionare  chi  vuol  trarre 
la  grammatica  della  lingua  italiana  dalla  latina  ,  la  cui 
costruzione  è  affatto  diversa  ;  ma  a  chi  vuol  uscire  del 
labirinto ,  bisogna  che  la  tragga  dair  Italiano  «  e  sopra 
quello  solo  la  fondi  • 

Vediamo  dunque  le  diverse  funzioni  che  fa  il  no- 
me nella  proposizione  • 

PROPOSIZIONE 

Z*  uomo  dee  chiuder  le  labbra  a  quel  che  ha  fac* 
eia  di  menzogna^  D. 

In  questa  proposizione  sono  quattro  nomi,  cioè  i£0* 
mo  j  labbra,  faccia ,  menzogna,  lì  nome  uonu)  governa 
il  verbo  dee,  è  agente  sopra  di  esso,  e  rappresenta  la 
persona  che  fa  V  azione  di  chiudere  ;  dunque  chiame- 
remo AGENTE  quel  nome  o  quel  pronome  che  governa 
un  verbo  qualunque;  e  per  analogia  (i)  dell*  influenza 
che  ogni  nome  che  governa  il  verbo  ha  sopra  di  esso^ 
nomineremo  agente  anche  quello  che  regge  il  verbo  es^ 
sere  ;  benchò  in  questo  caso  detto  nome  non  rappre- 
senti la  persona  che  fa  T azione.  Il  nome  labbra  è  quello 
che  sopporta  V  azione  di  chiudere,  è  Y  oggetto  sopra  il 
quale  cade  V  azione  ;  appelleremo  per  conseguenza  oo» 
GETTO  quel  nome  o  pronome  sopra  il  quale  s*  appog- 
gia il  verbo,  o  in  cui  il  senso  del  verbo  si  termina*  Dicen- 

(i)  Analogia  vico  dal  Greco  ana  logot ,  cioè  discorso  d«l  verso^  o  vero 
direzione;  quindi  una  cosa  aver  analogia  con  V altra  sigoiGca  una  cosa 
andar  per  lo  stesso  verso  con  V  altra  • 


45 

do  r uomo  dee  chiuder^  quest'ultimo  verbo  rimane  senza 
appoggio;  raettavisi  le  labbra^  e  sarà  appoggiato.  Faccia  è 
quindi  V  oggetto  sopra  cui  s*  appoggia  il  verbo  ha^  Il  nome 
menzogna  con  T  aiuto  della  preposizione  di^  dinota  la  qua* 
liti  della  faccia^  sì  che  qualunque  volta  il  nome  sarà  pre-> 
cedalo  dalla  preposizione  di^  farà  TulBcio  di  qu^ujficante 
ad  altro  nome  espresso  o  sottinteso  ;  ma  poiché  vediamo 
che  il  nome  menzogna  sarebbe  senaia  effetto,  se  non  vi 
fosse  apposta  là  preposizione  di ,  è  necessario  mostrare 
che  cosa  à  preposizione . 

« 

Preposizione  vién  dal  Latino  ,  e  significa  posizione 
annodi^  perciò  che  generalmente  occupa  la  posizione  avanti 
a  QQ  oggetto  (i)«  Le  principali  sono  di^  a,  da^  in^  con^ 
per^  le  quali  sono  altrettanti  segni  che  nella  proposi-*- 
«one  servono  a  legare  una  parola  con  T  altra,  a  met^ 
terle  in  reciproca  relazione^  come  abbiam  veduto  la  pre- 
posizione di  aver  messo  menzogna  in  relazione  con  faccia* 

Seguiamo  ora  a  definire  i  diversi  officj  che  fa  il 
nome  secondo  la  preposizione   che  lo  precede  • 

j^d  Abraam  risvolto  ,  disse*    B* 

Bisogna  reintegrare  la  proposizione  per  analizzarla; 
eg/i  essendosi  risvolto  o  oi^endo  rivolto  se  ad  Abraam. 
Egli  è  r  agente.  L' oggetto  sopra  il  quale  si  appog- 
gia il  verbo  è  se.  Rimane  Abraam  che  rappresenta  la 
persona  alla  quale  si  dirige  T  oggetto  del  verbo,  e  clie 
&  il  terzo   officio  nella  proposizione  • 

(i)  La  proposizione  è  pur  composu  di  prò  «  poiitio  ,  posisioae  avanti: 
Aa  il  senso  di  questa  trae  Tidea  dal  yerbo  porre,  e  non  dal  nome  ponzio^ 
w.  e  significa  porre  avanti  i  numero  di  parole  che  ti  oongono  davanti  ^ 
cui  si  parla  • 


46 

'A  me  non  si  cowiene.   B. 

Ordine  diretto ,  Ciò  non  si  conviene  a  me.  Ciò  è 
r  agente*  Convenire  è  uno  di  quei  verbi  che  esprimono 
stato  e  non  azione;  perciò  non  ha  oggetto.  Me  è  la 
persona  cui  tende  V  idea  del  verbo  convenire..  Ora,  V  of^ 
ficio  del  nome  preceduto  dalla  preposizione  a  è  quello 
di  mostrare  la  cosa  alla  qaale  tende  Toggetto  del  ver- 
bo ;  o  T  azione  o  V  idea  del  verbo  «  se  questo  non  ha 
oggetto;  il  quale  attributo  non  potendosi  esprimere  con 
una  sol  parola  in  italiano,  prenderemo  la  latina  Djìtif'O^ 
che  significa  persona  a  cui  si  dà  alcuna  cosa  ;  il  che 
per  analogia  si  può  benissimo  dire  della  persona  cui  ten- 
de alcuna  cosa.  Questa  parola  latina  è  dunque  chiara, 
ed  esprimente  quello  che  vi  si  attribuisce  ;  perciò  la 
adotteremo.  Non  dimentichi  chi  mi  siegue  che  abbia- 
mo  stabiliti  li  tre  vocaboli  agente ,  oggetto  ,  e  datiiH>^ 
de*  quali  avremo  maggior  bisogno  ne*  seguenti  capitoli. 
Del  qualip,cante  che  abbiam  già  veduto ,  e  delle  altre 
relazioni  formate  con  le  preposizioni,  è  minore  per  ora 
r  importanza  •    . 

Io  fui  da  tutti  benignamente  accolto.  B. 

Questa  proposizione   è  inversa  ;  la  diretta  è  tutti 
accolsero  me  benignamente*^  sì  che  quel  eh'  era   oggetto 

del  verbo  principale  accolsero  ^  è  fatto  reggente  del 
verbo  essere  ,  e  passivo ,  cioè  ricevente  V  azione  da 
esterno  agente*  Dunque  il  nome  al  quale  la  preposizione 
da  è  apposta,  rappresenta  in  questo  caso  la  persona  onde 
viene  Fazione;  e  la  preposizione  mette  in  relazione  chi 
la  fa  con  colui  che  la  riceve. 


47 

La  finestra  era  inolio  alta   da  terra.  B. 

Finestra  è  ageote  del  verbo  èra  ;  terra  il  luogo 
onde  si  parte  misurando  la  distanza;  e  la  preposizione 
mette  in  relazione  li  due  nomi  finestra  e  terra.  Rias- 
sarnendo  V  idea  superiore  con  questtf  »  concbiuderemo 
che  il  Dome  preceduto  dalla  preposizione  da  addita  la 
persona  dalla  quale  procede  V  azione  ,  o  il  luogo  onde 
r  Qom  si  parte  • 

Tanto  basta  aver  detto  delle  funzioni  che  fa  il  nome 
insieme  con  le  tre  preposizioni  di^  a,  da^  le  quali  pi& 
spesso  intervengono  a  formare  la  frase*  Delle  altre  trat* 
teremo  a  suo  luogo;  ove  ai  parlerà  più  diffusamente 
anche  di  queste.  Ora  passeremo  a  ragionar  dell'  arti-« 
colo ,  il  quale  ha  tanta  affinità  col  nome  e  con  le  pre-^ 
posizioni  • 


CAP.  V. 


DELL*  ARTICOLO 


A  me  pare  che  articolo  »  derivante  dal  latino  ar^ 
ticubis  j  sia  stato  preso  dai  grammatici  nel  senso  di  di- 
minutivo di  membro  »  come  si  direbbe  con  altra  parola 
italiana  particella;  e  che  cosi  sia  stato  detto,  perchè 
è  composto  d'una  sillaba,  ed  è  qual  piccol  membro  della 
proposizione*  Altri  dicono  che  articulus  sia  preso  nel 
senso  di  giuntura ,  nel  quale  io  non  discerno  alcun  si- 
gnificato. Nella  nostra  lingua  ne  sono  tre,  i7,  lo^  lai  il 
plorale  de' quali  è  in  gli^  le. 


48 

KSEMP J 

Singolare.       Plurale.  Singolare.  Plurale. 

il  tempo,    •     i  tempi.  lo  zoppo,  gli  zoppi. 

r  amore,  gli  amori*  la  favola,  le  favole» 

lo  strepito,       gli  strepiti.         1*  ora,  le  ore* 

Duo  articoli  sono  del  mascolino ,  //  e  lo  ^  la  del 
femminino*  i7  si  adopera  oo*  nomi  che  comincian  da  con*- 
sonante,  eccettuate  la  s  seguita  da  altra  consonante  e  la 
JB  ;  il  plurale  è  i.  Lo  si  premette  a  que^  nomi  che  co- 
mincian per  vocale,. e  Vo  si  elide,  specialmente  avanti 
ad  altra  o;  il  plurale  è  gli^  che  si  può  elidere  solaoien- 
le  innanzi  alP  i,  e  non  innanzi  ad  altra  vocale,  come 
erroneamente  si  fa  da  alcuni.  Anche  i  nomi  che  non  ri- 
cevono  il ,  cioè  quelli  comincianti  da  2  o  da  ^  seguita 
da  altra  consonante,  vogliono  lo  nel  singolare. e  gli  nel 
plorale.  La  si  prepone  ai  nomi  femminini,  e  si  elide 
quando  comincian  da  vocale,  sopra  tutto  innanzi  air  a. 
Queste  son  le  regole  generali  delKuso  materiale  degli  arti- 
coli, alle  quali  nondimeno  non  fa  bisogno  che  s*  attenga 
strettamente  lo  scrittore:  Nel  trionfo  maggiore  lo  generale 
vittorioso  entrava  in  Roma  coronato  d'alloro.  Dav.  In  luo- 
go di  il  generale  è  qui  usato  lo  generale  ;  e  vi  sta  bene. 

Alcune   preposizioni   sono   giunte   con    gli    articoli 
come  siegne . 


li 

1 

1 

LA 

di 

11, 

del. 

di 

^y 

dei. 

di 

la. 

della. 

a 

al. 

a 

Jf 

ai. 

a 

la. 

alla. 

da 

dal. 

da 

N 

dai. 

da 

la. 

dalla. 

in 

nel. 

in 

n 

nei, . 

in 

la, 

nella. 

con 

col. 

con 

h 

coi 

su 

sul. 

su 

•  'f 

sui. 

49 


1.0 

cu 

LK 

di 

K 

dello. 

di 

g«» 

degli* 

di 

le, 

delle. 

i 

lo, 

allo. 

a 

gli* 

agli. 

a 

le, 

alle. 

da 

Io, 

dallo. 

da 

gli, 

dagli. 

da 

le. 

dalle* 

in 

Io, 

nello. 

in 

gli» 

negli. 

• 

10 

le. 

nelle. 

Queste  Toci  delf  dello^  dallo^  ecc.,  son  duQquè  paralo 
composte  di  up  articolo  e  di  una  preposÌ2ftoDe«  e  a'graa 
torto  alcuni  persistono  in  chiamarle  articoli  ó  segnacasi. 

Si  dice  anche  9  coUo\  colla  ^  coglia  oolle i  ma  i 
buoni  autori  le  usaroo  di  rado,  forse  perchè  queste  so» 
DO  -altrettante  forme  di  parole  esprimenti  oggetti^  il  collOf 
la  coUa^  e  il  colle  \  quindi  si  trovano  per  lo  più  le  for- 
me disgiunte  con  to^  con  la^  con  gli^  con  le» 

Così  dissi  nella  prima  edizione  ;  ma  ora  dichiaro 
esser  mia  opinione  che  si  detòa  scrivere  la  pre^osizio* 
ne  con  divisa  dagli'  articoli  to^  la^  e  da*  loro  plorar! i,  ap* 
ponto  per  la  ragione  che,  giunta  con  gli  articoli,  forma 
nomi;  e  anche  per  l' armonia  stessa,  la  quale  vuol  bene 
che  si  dica  dello ^  allo^  daglii  perchè,  rimanendo  divise 
queste  voci  in  laK  /o,  a  lo^  da  gli^  formano  un  siiono  lan- 
guido, e  sarebbe  impossibile  il  sostenere  T  impeto  d'un 
pssionato  parlare  ;  ma  la  preposizione  con^  per  lo  con- 
trario ,  h&  più  forza  divisa  dall'  articolo  ,  perchè  ha  lo 
appoggio  di  una  consonante  ;  e  finalmente,  poiché  in  or- 
tograOa  abbiamo  miglior  gusto  noi  moderni ,  si  fermi 
anche  questa  regola,  che  con  s*  abbia  ad  unire  solo  con 
gli  articoli  il  e  i  ;  e  con  gli  altri  se  non  quando  sia 
fatta  elision  della  vocale. 

L*  articolo  li  altro  plorale  del  mascolino  si  usa  per 
lo  più  dopo  la  preposizione  per ,  e  avanti  il  giorno  del 


5o 

mese*  Dopo  la  preposizione  per^  Del  singolare»  si  usa 
lo  in  preferenza  di  il  ;  ma  con  libero  arbitrio. 

Più  spesso  scriverei  per  lo  o  per  il^  che  peL  Le 
forme  frallo^  frolla^  pella^  sullOf  sulluf  in  vece  di  fra 
lo ,  fra  laf  per  la^  su  lo^  e  su  la^  sono  cattive  e  per  ciò 
da  fuggirsi.  La  ragione  è  che  fra  e  su  portan  V  appog- 
gio della  .voce,  U  che  non  possono  a,  di^  da^  ne*  Pei  e 
pe^  A  usa  in  cambio  di  per  i  • 

Notisi  che  le  preposizioni  di  e  in  si  mutano  inde  e 
ne  quando  aon  giante  air  articolo*  Dei^  plurale  di  DiOf 
vuol  r  articolo  g/i  9  per  non  fare  i  due  suoni  simìM  ilei 
Dei^  ai  Dei  etc«  Talvolta  si  elide  Vi  dalle  forme  dei^ 
ai^  dai^  neif  coi.  In  tal  caso  egli  è  assolutamente  necessario 
sostituirvi  Tapostrofo,  omettendo  il  quale  da  a  e  da^  si  fa- 
rebbe uno  errore  non  solo  di  ortografia ,  ma  di  sintassi  ; 
scriverassi  dunque  de\  a\  da\  ne\  co\  Anche  dopo  la 
congiunzione  e  si  può  togliere  Tarticolo  /|  mettendo  |in  a- 
postrofo:  Prenderemo  i  terreni^  le  mogli f  e"  danari  da' 
Germani.  Dav«  E  appresso^  fatti  richiedere  il  lanaiuolo  e* 
prestatori*  B. 

QUANDO  S^  ABBIA  A  PORRE  JL'  ARTICOLO  AL  NOME  j 

E  QUANDO  NO. 

La  difficoltà  del  porre  o  lasciare  l*  articolo  non  si  ve- 
de in  tutta  la  estensione,  se  non  quando  si  mettano  in  com* 
parazione  due  lingue;  onde  il  parlar  di  teorica  dell*  artico- 
lo, potrebbe,  al  primo,  parer  superfluo  ad  alcuno;  perciò 
che,  per  pratica,  di  rado  si  può  errare  nelPuso  dell*  artico- 
lo; non  dico  già  dello  adoperar  Tuno  più  tosto  che  V  altro, 


5i 

cbe  nulla  è;  dico  del  sapere  qaando  ai  debba  porre  al  no- 
me) e  qaando  no.  Ma  chi  ha  proposto  di  dar  ragione  delle 
cose, luso  delParticolo  offre  più  campo  allo  argoaientare, 
che  finora  non  s'è  immaginato  da  coloro  che  hanno  scritto 
in  grammatica;  e  a  me  ha  dato  pia  da  pensare  questa  par- 
te che,  direi  quasi»  lutto  il  resto  delPopera.  £  qui  si  può 
ben  ;dire  con  Dante  a  chi  legge,  che  il  velo  è  sottile  tanto 
che  ci  vuol  acume  a  trapassar  dentro. 

!•  S  trcpassammo^  toccando  un  poco  la  ulta  futu- 
ra. D.  2.  La  medUcina  da  guarirlo  so  io  bene»  B.  3.  iSb- 
no  ancor  venute  us  damigelle  ?  B. 

L'articolo  non  è  altro  che  un  segno  che  serve  a  mo- 
strare un  nonae  determinato,  come  si  farebbe  con  un  dito 
accennando  una  cosa  nominata»  Il  nome  può  esser  deter- 
miDato  nel  genere  e  nella  specie;  nel  genere  quando,  tra 
molte  cose  delio  stesso  genere,  si  distingue  una  specie; 
nella  specie ,  quando  tra  più  cavalli  se  ne  accenna  un  parti- 
colare. Nei  suddetti  esempj  il  nome  è  determinato  nella  spe- 
cie, e  dinota  cose  tutte  particolari.  Il  determinante  in  que- 
sto caso  può  essere  un  aggettivo,  o  più  parole  espresse  o  sot- 
tintese. Nel  primo  esempio  V  aggettivo  futura  determina  il 
Mroe  wfa,  la  quale  si  divide  in  presente  e  futura;  nel  secon- 
do Tespressione  dSs  gfSAirir/o  determinala  medicina'^  nel  terzo 
il  nome  damigelle  si  determina  dalle  parole  sottintese  che 
W(  state  aspettando  • 

I  •  L*  ingratitudine  è  antidiissimo  peccato*  B.  ^.  Di 
ciò  ne  è  testimone  l'  africa.  M.  3.  Non  se  ne  dee  l'  uà- 
^  maravigliare.  B.  4*  Gu  uomini  in  molte  cose  peccano 
^siderandos  B. 


53 

In  questi  esemp}  il  nome  è  determinato  e  specifica- 
to nel  genere;  vale  a  dire  la  specie  è  tratta  dal  genere; 
benché  questa  intenzione  non  sia  apparente,  e  sia  solo  in 
mente  di  chi  parla;  perchè  quando  si  dice  f  ingratitudine ^ 
▼i  si  mette  V  articolo  per  distinguerla  tra  il  genere  de^ 
[beccati;  e  Tarticolo  v*  è  posto  come  a  cosa  determinata  e 
specificata,  tratta  dal  nome  generico  peccato^  come  se  si 
dicesse  il  peccato  ingratitudine  è  aniichissimo*  Cosi  nel 
secondo  esempio  il  generico  specificato  dxt  j^frica  è  paese; 
nel  terzo  ente  è  specificato  da  uomo;  e  nel  quarto  parimene 
te,  enti  da  uomini.  Dico  che  in  tal  caso  colui  che  parla  io- 
tende  sempre  a  distinguere  la  cosa  nominata ,  e  a  met- 
terla in  opposizione  alle  altre  dello  stesso  genere;  perchè 
ora  vedremo  che  »  quando  non  si  abbia  di  mira  alcuna 
determinazione  o  confronto,  il^nome  si  adopera  sema  arti- 
colo. Per  la  stessa  ragione  qui  sopra  addotta  si  dice  con 
Tarticolo  il  cielOf  il  mondo^  V Inferno^  il  Paradiso^  i  filo* 
soft^  gli  scrittori^  le  wrtà^  i  vizj\  le  erbe^  i  metalli f  eie. 

1  •  JLé  ccpia  delle  cose  genera  jfjìstiùìo.  D«  ^.  La 
pos^ertà  non  toglie  gentmiezza  ad  alcuno*  B«  3.  Pik 
volte  a  ferire  uoMtJffi  si  trescò.  B«  4»  Dices^a  testìmo^ 
if MANZE  false.  B. 

In  questi  esempj  sono  quattro  nomi  senza  articolo  ; 
vediamo  se  ci  vien  fatto  di  far  intendere  la  ragione,  perchè 
r  articolo  non  ci  voglia,  essendo  il  problema  uno  de*  più 
difiicili.  Qnella  parola  che  piik  occupa  il  pensiero  nel  pri- 
mo esempio,  è  oopia^  la  quale  è  determinata  dalla  espres- 
sione delle  cosef  ed  è  messa  in  opppsisdone,  nella  mente  dì 
chi  parla,  alla  scarsità;  per  lo  che  doppiamente  richiede 
r  articolo;  ma  il  nome  fastidio  non  è  posto  in  confronto 


53 

con  altre  cose,  come  sarebbe  se,  iovertendo  la  proposizio- 
ne, si  dicesse;  il  fastidio  si  genera  per  la  copia  delle  cose^ 
do?e  egli  è  evideate  che  fastidio  ?ieD  coatrapposlo  alle  al- 
tre sensazioni,  ed  è  quiudi  determinato.  Nel  secondo  esem- 
pio ben  si  potrebbe  apporre  Tarticolo  a  gentilezza^  e  allora 
sarebbe  essa  posta  in  confronto  con  quelle  cose  che  toglie 
la  povertà;  ma,  senza  articolo,  il  pensiero  si  ristringe  alla 
sola  idea  di  gentilezza,  ed  è  modo  elegante.  Nel  terzo  esem« 
pio  ancora  si  potrebbe  dire  a  ferir  gli  uomini^  qnando  sì 
volessero  distinguere  gli  nomini  dagli  altri  enti  ;  nel  qoal 
caso  il  senso  sarebbe  pia  wlte  si  troi^ò  a  ferire  non  che  le 
flere^  per  esempio,  ma  gli  uomini;  ma  non  essendo  questa 
r  intenzione  di  chi  parla,  non  occorre  V  articolo.  Altri  si 
potrebbe  opporre  a  questa  mia  ultima  supposizione  col  se- 
guente esempio  di  Dante,  Uomini  siate ^  e  non  pecore  matte; 
dicendo  che  qui  Dante  ben  mette  in  confronto  ìe pecore  con 
%\ì  uomini  j  e  pur  non  usa  Tarticolo.  Un  tal  confronto  sa- 
rebbe logicamente  impossibile,  a  chi  guarda  sottilmente, 
non  potendo  gli  uomini  esser  le  pecore;  né  viceversa.  No, 
Dante  non  ha  questa  idea  in  tal  caso  ;  ma  solo  intende  a 
qualificare  il  nome  enti  sottinteso ,  e  adopera  i  due  nomi 
umirU  e  pecore^  quali  aggettivi,  quasi  dicesse,  siate  ra-^ 
ponevoli  e  non  bestiali;  il  confronto  sta  adunque  solo  nel^ 
le  parole  qualificanti.  Cosi  nel  quarto  esempio  se  le  testi'* 
^wmianze  false  fosser  poste  in  confronto  con  le  pere,  si 
richiederebbe  l'articolo;  come  per  esempio,  questi  disse 
le  testimonianze  false^  e  quegli  disse  le  ^ere.  Salvo  a  chi 
avesse  questa  intenzione  o  simile,  l'articolo  sarebbe  male 
apposto  a  testimonianze  false.  Dunque  si  vede,  non  da- 
qaest'altimo  caso,  ma  dal  secondo  e  dal  terzo,  che  alcuna 


54 

volta  leggerissima  è  la  differenza  cbe  passa  dal  porre  ad 
omettere  V  articolo  ;  e  quanto  è  più  sottile  la  differenza , 
tanto  è  più  elegaote«  sì  come  quella  che  esprime  le  idee 
più  delicate . 

!•  Il  pensiero  è  aito  proprio  della  RAoiomE.  D. 
2«  La  pietà  è  una  nobile  disposizione  d^  animo.  D.  3.  A 
chi  conoscimento  ha^  niuno  dolore  è  pari  a  quello  d"  ave^ 
re  IL  TEMPO  perduto.  B. 

Nei  primi  due  esempj  sono  due  qualificanti ,  della 
ragione  e  d'animo;  ma  perchè  Tuno  con  l'articolo  eTaltro 
senza?  Il  nome  generico  che  può  comprendere  la  ragione  è 
potenza^  essendo  la  ragione  una  delle  potenze  delle  quali  è 
dotato  l'uomo.  Ora,  mette  l'Autore  in  confronto  questa  con 
le  altre  potenze,  e  attribuisce  a  lei  particolarmente  V  atto 
di  pensare;  quindi  v*  appone  T  articolo  come  a  nome  de- 
terminato dal  genere  alla  specie  • 

Nel  secondo  esempio,  se  l'animo  fosse  messo  in  con- 
fronto con  qualche  altra  cosa,  non  si  potrebbe  intendere  se 
non  col  corpo,  essendo  queste  le  due  parti  di  cui  è  composto 
l'uomo;  ma,  avendo  già  l'Autore  qualificata  indisposizione 
con  r  aggettivo  nobile^  detto  confronto  non  potrebbe  più 
aver  luogo,  non  potendosi  una  nobile  disposizione  attribuire 
se  non  b\V animo*  Dunque  Vanirne  non  è  messo  in  confron- 
to con  l'altra  parte  detruomo,  cioè  col  corpo;  dunque  non 
è  nome  determinato;  quindi  non  ha  articolo.  Tolgasi  per 
un  esempio  via  l'aggettivo  nobile^  e  allora  si  vedrà  che  Far- 
ticolo  ci  vuole;  la  pietà  è  una  disposizione  delV animo;  per- 
ciò che  il  corpo  ancora  ha  disposizioni.  Cosi  nel  3.  esempio 
egli  è  evidente  che  il  tempo  è  posto  in  opposizione  a  qua* 
lunque  altra  cosa  ;  egli  è  dunque  determinalo ,  e  tratto 


55 

dal  genere  alla  specie;  e  perciò  porta  Tartlcolo.  Quando  si 
dice  non  perder  tempo^  Don  si  ha  di  mira  altro  che  il 
^anto ,  ma  non  il  confronto  eoo  le  altre  cose  • 

I  •  Non  i  grandi  palazzi^  non  i^  ampie  possessioni , 
non  lui  porpora^  non  L^oro^  fanno  Viiomo  onorare^  ma  i^a^ 
nimo  di  s^irtà  splendido.  B,  2;  Né  vecchiezza^  né  /ìt- 
r bruita'^  né  paura  di  morte^  dalla  sua  tnalvagità  than-- 
no  potuto  rimuoi^ere.  B. 

Qaesti  esempj  ben  mostrano  quanto  sia  filosofica  la 
teorica  dell'articolo,  e  provano  evidentemente  essere  Ti- 
dea  di  confronto  una  delle  ragioni  del  porlo.  Li  nomi  del 
primo  esempio  portan  tutti  V  articolo,  perchè  sono  posti 
in  confronto  V  un  con  V  altro,  e  tutti  con  V  animo;  nel  se- 
condo non  si  fa  se  non  accennare  la  qualità  delle  cose  , 
senza  verun  confronto  tra  esse;  e  di  tutte  insieme  si  forma 
una  sola  idea  adoperante  sopra  il  verbo  hanno'.  Per  ciò 
si  vede  che,  nel  primo  caso,  perchè  Y  Autore  determina 
le  cose  a  una  a  una,  le  ha  divise  tutte  con  la  negazione;  men« 
tre  che,  nel  secondo,  le  ha  giunte  tutte  insieme  per  la  con- 
giuaxione  né;  come  se  avesse  detto  e  s^ecchiezza^  e  infer-- 
nUiàj  e  paura  di  morte^  non  hanno  etc. 

I.  Non  PASSIONE^  ma  virtù"  è  stata  la  mos^ente 
cagione.  D.  2.  Le  Muse  son  donne.  B. 

Abbiamo  detto  che  qualche  volta  il  nome  è  adope- 
rato per  aggettivo.  Nel  primo  di  questi  esempj  non  in- 
tende r Autore  a  mettere  in  confronto  i  nomi  y^irtà  epas^ 
sione  nella  loro  specie;  ma  solo  gli  adopera  in  genere, 
quali  aggettivi  a  qualificar  la  mos^ente  cagione*,  come  egli 
fece  coi  nomi  uomini  e  pecore  nell*  esempio  già  allegato, 
II*  idea  qui  è,  la  morente  cagione  non  é  stata  atto  di  pas^ 


56 

sione  ^  ma  atto  di  virtù  ^  dove  non  è  confronto  se  non 
nelle  qualificazioni  dello  attOy  ma  non  nella  easensa  dei 
qualificanti  medesimi.  Donne  nel  secondo  esempio  è  pure 
usato  a  guisa  d^aggettivo,  e  quindi  è  senza  articolo . 

Buio  it  inferno  e  di  notte  pris^ata  Z>*  ogni  pianeta  y 
sotto  pover  cielo  «  Quant^  esser  può  di  nuwl  tenebrata^ 
Non  fece  al  uiso  mio  sì  grosso  velo*  D. 

Ecco  quattro  nomi  senza  articolo  in  questi  sublimi 
yersi  di  Dante,  ne* quali     è  tanta    forza  ed  espressione. 

Egli  è  vero  che  i  qualificanti  inferno  e  notte  sono  pri- 
vi d^articolo,  perchè  manca  a  buio  nome  qualificato;  il  che 
avviene  spesso  del  qualificante;  ma«  perchè  alcuno  potrebbe 
credere  che  Tespressione  d'inferno^  e  gli  aggettivi /ir/t^o^a 
e  poiferaf  faccian  V  ufficio  di  determinanti,  come  mostrai  a 
carte  Si»  ragionando  di  quei  tre  esempj,  dico  che,  in  qne* 
sto  caso,essisono  semplici  qualificanti,  e  non  determinanti, 
simili  alla  parola  d'animo  nell*  esempio  che  abbiamo  già 
veduto,  La  pietà  è  una  nobile  disposizione  d"  animo.  Non 
essendo  dunque  i  nomi  inferno  e  notte  posti  io  confron- 
io,  buio  rimane  pure  indeterminato;  il  che  arroge  molto 
alla  forza  dell'  espressione,  e  ben  dipìnge  il  caos  che  vuol 
esprimere  il  poeta;  il  quale  accumulando  tutte  le  cose  che 
accenna  Tuna  sopra  T  altra,  senza  fermarsi  più  in  ìque* 
sta  che  in  quella,  di  tutte  insieme  fa  Tagénte  alla  proposi* 
zione  Non  fece  al  s^iso  mio  sì  grosso  velo. 

Vi  voglio  ricordare  essere  la  natura  de*  motti  cota^ 
/e,  che  essi  come  la  pecora  morde  deono  così  mordere 
L  uditore^  e  non  come  'i  cane  ;  perciò  che^  se  come  cane 
ìnordesse  n  motto^  non  sarebbe  bèotto^  ma  villania.  B. 


5? 

Nel  primo  caso  il  nome  cane  porta  V  articolo,  perchè 
]  due  animali  cane  e  pecora  sono  posti  io  confronto;  ma  nel 
secondo  questo  medesimo  nome  cane  diventa  secondario,  e 
tatta  l'importanza  della  proposizione  è  conferita  alla  voce 
motto.  Gli  ultimi,  nuMo  e  uillania^  sono  adoperati  per  qua- 
lificanti del  precedente  nome  motto  ;  onde  tengono  luogo 
d'aggettivi  9  e  son  per  ciò  senza  articolo. 

I.  Nulla  cosa  sta  pia  in  donna  bene  che  cortesìa. 
B.  3.  Amore  mi  costringe  a  così  fare.  B.  3.  Io  ho  inteso 
da  uomo  degno  di  fede  che  in  mughone  si  trova  una  pie-^ 
tra  eoe  B.  4*  ^  ^^  Maso  rispose  che  nel  mognone  se  ne 
soleiwi  troi^are.  B. 

Bispetto  al  terzo  e  quarto  esempio  dice  il  Buonmattei 
che,  „  queir  autore  accortissimo,  omettendo  Tarticolo,  lo 
fa  per  descriver  la  semplicità  di  Calandrino,  il  quale,  come  di 
grossa  pasta,  si  lasciava  non  solo  uscir  i  nomi  di  mente,  ma 
scambiava  i  modi  del  dire;  dove  Maso  che  gli  dava  a  cre- 
der si  bella  cantafavola,  non  dice  in  Mugnone  ma  nel  Mu^ 
ffione  j|,  •  Ingegnosa  soluzion  filosofica  ! 

L*  Autore  disse  in  Mugnone  e  nel  Mugnone  perchè 
si  può  far  uso  dei  due  modi  parimente,  come  si  dice  in  P09 
tnelPoj  in  Arno  e  nelVAmo^per  mare  e  per  lo  mare^  in 
Rancia^  di  Francia^  e  nella  Francia^  della  Francia^  con 
<{Qesta  sola  differenza  che  ,  facendo  uso  dell*  articolo  ,  il 
Wgo  è  più  determinato  e  circoscritto.  Nel  primo  e  secondo 
esempio  amore  e  cortesia  equivalgono  ad  atto  cortese  e 
passione  amorosa^  voglio  dire  che  quei  nomi  non  sono  presi 
nd  loro  più  largo  significato  e  generico;  ma  ben  si  potrebbe 
<iire,  L  amore  mi  costringe  a  così  fare;  Nulla  posa  sta  più 
^  donna  bene  che  la  cortesia;  per  lo  qual  modo  si  ver 


58 

rébbe  a  dare  più  largo  senso  alle  parole  canore  e  cortesia^ 
ma  noa  per  ciò  maggior  valore  ali*  espressione;  perchè 
quella  attenzione  che  richiederebbe  portarsi  sopra  i  no- 
mi determinati  e  segnati  dell*  arlicoloi  sarebbe  alquanto  a 
detrimento  delle  altre  parti  della  proposizione;  che  chi 
ben  sente  la  forza  delle  espressioni,  vedrà  che,  apponendo 
Tarticolo  a  un  nome,  la  mente  è  costretta  a  portarvi  la  sua 
intesapiùebe  quando  è  senza,  per  la  virtù  stessa  della  deter- 
minazione che  per  tal  ragion  si  usa.  Cosi  se  nell'esempio  già 
citato,  Se  come  cane  mordesse  il  motio^  avesse  il  Boccaccio 
detto,  se  come  il  cane  mordesse  il  motto,  quelfarticolo  di* 
minuirebbe  il  valore  della  tesa  della  mente  che  al  nome 
motto  s*  aspetta.  E  se  Dante  ,  in  luogo  di  dire  Cortesia  e 
sndor  di*  se  dimora  nella  nostra  città  si  come  suole,  avesse 
detto  la  cortesia  e  il  s^alor  dt  se  dimora,  avrebbe  spenta 
la  foga  delle  parole. 

I  •  RjiyENNji  sta  come  stal^  è  moki  anni.  D.  2.  Ri- 
membriti di  Pier  da  Medicina.  D.  3.  Udii  nominar  Gerì 
del  Bello.  D.  4-  P^f*  l^  s^ittoria  astuta  del  re  Manfredi  i 
Ghibellini  furono  cacciati  di  r/MBifZE.  B, 

II  dire  che  i  nomi  proprj,  cioè  quelli  che  non  si  posso- 
no apporre  ad  altro  che  ad  una  persona  o  a  un  luogo  parti- 
colare, non  abbian  bisogno  d'articolo,  perchè  di  lor  natura 
non  significan  se  non  cosa  particolare  e  distinta,  va  ancora 
soggetto  a  dubbio  o  ad  eccezione  ;  poiché  si  dice  V  Africa^ 
r America,  V  Italia,  la  Spagna,  V  Inferno,  il  Paradiso^  U 
Po,  il  Tamigi^  il  Petrarca  ,  e  il  Boccaccio  ecc.  La  ragione 
in  vero  è  che  quando  si  dice  Roma,  Ravenna^  Pietro^  Paoloj 
Demostene,  e  Cicerone,  si  considerano  questi  nomi  nella 
loro  idea  di  particolarità;  mentre  che,  neir  altro  caso.  Tini- 


59 

maginasione  si  rappresenta  i  luoghi  e  le  persone  in  confron- 
to coi  luoghi  e  con  le  persone  del  medesimo  genere;  e  ciò  si 
debhe  attriboire  alPuso  solo,  il  quale  in  origine  immaginò 
che  i  nomi  di  città  occorressero  alla  mente  nelFidea  spe- 
cifica, e  per  ciò  non  abbisognassero  di  determinazione;  e  i 
nomi  di  province  e  di  fiumi  si  mostrassero  in  genere,  e 
quindi  facesse  di  bisogno  che  si  determinassero;  e  quando 
Taso  medesimo  avesse  da  principio  stabilito  il  contrario,  la 
ragione  non  avrebbe  nulla  a  contestare,  più  di  quel  che  si 
abbia  stando  le  cose  come  sono»  Si  dice  Dante  %  senza  ar- 
ticolo, percliè  questo  è  il  nome  che  il  poeta  ebbe  alla 
fonte,  contratto  di  Durante;  ma  si  mette  V  articolo  al  no- 
me di  suo  parentado ,  F Alighieri.  Il  nome  Dio  general- 
mente non  riceve  articolo,  come  quello  che  dinota  ente  uni- 
co; ma  pure  lo  vuol  T  articolo  quando  si  parla  per  com- 
parazione, il  Dio  dé^  Cristiani;  il  nostro  Dio;  come  si  di- 
ce anche  //  Dante  del  Biagioli  ;  il  Dante  del  Lombardi  ; 
per  particolarizzare  V  edizioni  • 

I .  Ciascuno  pub  avere  udito  ricordare  ii  re  Carlo. 
B*  2.  r  fu^  *L  coTjfe  Ugolino^  e  questi  /;*  arcis^scovo  Bug^ 
gieri.  D.  3.  Il  signor  Paolo  nC  ha  scritto.  Caro.  4«  Non  mai 
ragionoifa  dt  altro  che  della  wta  dei  santi  padri ,  e  delle 
fraghe  di  Sjìn  Francesco*  B. 

I  nomi  delle  persone  vogliono  Tarticolo  quando  sono 
preceduti  da  un  altro  che  esprima  qualità,  titolo,  o  profes- 
sione, perchè  questo  medesimo,  che  è  nome  generico,  è  de* 
terminato  da  quello  della  persona»  La  parola p<7^a  è  una  ec* 
celione,  dicendosi  papa  Pio^  papa  Clemente  ;  e  le  parole 
wìto  0  san^  madama^  madonna ,  madamigella ,  messere , 
e  qualche  altra  sono  pure  eccettuate  ;  ma  santo  e  papa 
Yoglion  r  articolo  nel  plurale. 


6o 

I  •  Il  salire  ornai  ne  parrà  giuoco.  D.  a.  Molto  sareh^ 
he  meglio  l  as^ere  taciuto.  B»  3.  Non  gli  pareva  onesta 
cosa  II  presumere  et  incitarlo.  B«  4*  Donatigli  denari  e 
pallafreno^  nel  suo  arbitrio  rimise  £*  andare  e  w  stare.  B. 
5*  Per  assai  cortese  modo  il  riprese  dbl€  intendere  e  obi 
guardare  ch'egli  credesHi  eh* esso  facesse  a  quella  donna.  B. 
Da  questi  eseropj  sMmpara  cbe«  quando  un  verbo  rap- 
presenta r  agente  o  Toggetto  d*  un  altro,  riceve  l*articolo 
mascolino;  il  quale  si  può  anche  togliere  ali*  agente,  come 
nel  secondo  esempio  ad  as^re^  e  nel  terzo  a  presumere^  e 
pure  nel  primo  a  salire^  benché,  togliendolo  a  questo,  si  di- 
minuirebbe r  eleganza,  per  essere  in  principio  della  frase. 
Al  verbo  usato  per  oggetto,  come  nel  quarto  esempio,  Tar» 
ticolo  è  necessario.  Il  quinto  esempio  mostra  che  V  infinito 
del  verbo  adoperato  a  modo  del  nome  con  V  articolo,  non 
solo  può  far  V  ufficio  d*  agente  e  d^  oggetto,  ma  si  unisce 
anche  con  le  preposizioni,  (i) 

(i)  Da  tutti  mi  sento  dire  in  Roma  che  nella  inscrizione  TraiZoria  di 
BelU  Arti  aia  difetto  di  uno  articolo;  ma  bea  pochi  sanno  trovare  il  perché 
scabbia  a  dire  tUUé  belU  arti  ;  e  Corse  il  locandiere  credette  non  lo  dover 
porre   V  artìcolo  ,  per  la  medesima  ragione  che  si  dice  fondaco  di  oggetti 
di  MU  arti;  perché,  non  ci  essendo  articolo  avanti  al  nome  trattorÌ€i,  non 
si  dovrebbe  manco  mettere  al  qualificante;  cosi  come  si  dice  aneUo  tP  oro, 
butto  d*  argento  j  e  come  vedemmo  in  (jnello  esempio  di  Dante  a  carte  56. 
Veramente   questa   semplice   inscrizione  mi  minaccia  di  mandarmi  aossopra 
tutta  la  teorica  di  questo  mio  capitolo;  perciò  che,  avendo  io  premesso  che 
al  nome  determinato   s*  abbia  a  dare  1*  articolo ,  se  si  pon   qndlo   che  ivi 
manca,  le  parole  delle  belle  arti  vengono  a  determinare  il  precedente  nome 
trattoria  ;  e  quindi    anche  a  questo    s*  avrebbe  a  porre  V  articolo,  come  si 
dice  la  copia  delle  cote.    Ma  se  considereremo  che  qualunque  oggetto  porti 
in  fronte  scritto  quel  che  é,  non  ha  bisogno  del  segno  die  lo  additi,  perché 
tal  officio  il  £i  da  se,  troveremo  per  questo  avvenire  che  in  tal  caso  non  si 
ponga    r  articolo  al  nome  trattoria.  Sì  ben  ci  vuole    innanzi  a  belle  arti . 
perché  quivi  quel  titolo  è  posto  in  confronto  di  quelli  che  portano  le  altre 
trattorie  ;  ma  non  nel  sccuudo  caso ,  cioè  fondaco  di  oggetti  di  belle  arti. 


Cu 

Era  Cimane  sì  per  la  sua  rozzezza^  e  sì  per  la  nobiltà 
e  ricchezza  del  padre  quasi  noto  a  ciascun  del  paese.  B. 
Sì  può  qualche  volta  soUintendere  il  secondo  artico- 
lo di  due  oomi  collegati  per   la  congiunzione  e  ,  come 
qui  al  nome  ricchezza  ;'  quando  si  tratti  di  due  cose  che 
facilmente  si  possano  immaginare  andar  congiunte  insie* . 
me,  come  la  nobiltà  e  la  ricchezza  ;  ma  non  mi  par  che 
sìa  da  confondere  così  figliuola  e  nipote  come  fa  il  Da- 
▼anzatir  AuffMo  fu  nelle  cose  pribbliche  felice;  in  quel' 
le  di  casa^  disgraziato^  per  la  figliuola  e  nipote  disoneste. 
Io  approvo  la  maggior  parte  delle  ellissi  che  egli  usa  per 
rendere  lo  stile  conciso;  ma  T articolo  richiede  molta  ri- 
serva, e  di  rado  assai  avviene  che  si  tolga  • 

Riassumendo  quello  che  abbiamo  esposto  in  questo 
capitolo,  tre  sono  ì  casi  principali  citati  che  han  luogo  nella 
costruzione  rispetto  alla  corrispondenza  delParticolocol  no- 
me; cioè  !•  quando  il  nome  è  determinato  e  tratto  dalla 
specie  al  particolare;  a.  quando  è  determinato  dal  genere 
alla  specie;  3.  quando  non  è  né  l'uno  né  Taltro,  o  vero  al- 
lor  che  è  indeterminato  ;  li  quali  tre  casi  presenteremo  in 
tre  colonne  nella  seguente  tavola,  e  li  disporremo  in  modo 
che  abbian  luogo  nel  medesimo  nome. 

B  SE  MP  J 

Ihurmiùutzione  della  Determinazione  dal  Nome  indeurminato. 

tptde  al  D^'ticolare.         genere  alla  specie 

Se  io  «fessi  riguardo  Vingralitudine  è  antì"        Da  che  io  uso  con  lui, 

«fé  non  é  confronto  di  sorte.  In  questo  le  belle  arti  son  veramente  parto 
islegtante  col  fondaco;  dof  e  in  quello  non  servono  queste  parole  die  alla 
me. 


6a 


tàV  ingratitudine  di  lui  » 
io  il  riprenderei.  B. 

Il  domandò  se  nel  pec^ 
caio  della  gola  arerà  a 
Dio  dispiaciuto.  B. 

Tu  diceri  che  eri  co* 
lui  il  quale  areri  ucciso 
Vuamo;  e  questi  or  rie- 
ne  ecc.  B. 

Ella  era  santa»  secondo 
r  opinione  delle  donne 
monache.  B. 

h*amiciua  grande  che 
egli  ha  cpn  me  lo  muore 
a  far  ciò.  B. 

Ora  tratteremo  »  come 
ri  ho  accennato  »  della 
natura  de*  Francesi  M. 

L^  Italia   moderna  è 
ben   dirersa  dalla  an« 
tica!  C 


ckiflsimo  peccato  degli 
uomini.  B. 

Il;»«cca£o  éuna  tra- 
sgressione alla  legge  di 
Dio. 

Sempre  a  quel  rer  che 
ha  faccia  di  menzogna 
dee  r  iiom  chiuder  le  lab- 
bra. D. 

Questo  ai  conrienc  più 
alle  donne  che  agli  uo- 
mini. B. 

Santissima  cosa  è  r«- 
mittà,  e  di  singoiar  rere- 
renza  degna*  B. 

Era  la  più  bella  cosa 
che  mai  fosse  stata  for- 
mata dalla  natura»  B. 

Si  può  '  immaginare 
quanto  in  quel  tempo 
patisse  V  Italia,  Bf. 


egli  non  mi  ha  mai 
stia  ingratitudine. 

L*  ingratitudine  é  an* 
tichisstmo  ^eccolo  degli 
uomini.  B. 

Egli  era  uomo  di  na- 
zione assai  umile,  ma 
nobile  per  rirtù  e  per 
costumi.  B. 

Le  Muse  son  donnea 
e  benché  te  donne  quel- 
lo ehe  ecc.  B. 

Erano  congìontt  per 
amistà,  e  parimente  d'al- 
tissimo ingegno  dotati. 

Più  d*una  rolla  il  pa- 
dre, contro  natura ,  ucci- 
se il  proprio  figliuolo. 

Era  tornato  in  quel 
tempo  Federigo  in  Itth- 
Ha*  M. 


CAP.  VI. 


DEI  NOMI  PERSONALI 


I  nomi  <o,  tu^  noif  voi^  non  sono,  come  alcuni  li  cbia- 
man ,  pronomi ,  cioè  parole  stanti  per  lo  nome  ;  però  che» 
se  dalla  proposizione  io  consiglio  wi,  traggo  le  dire  parole 
io  e  sH)i^  non  posso  porre  in  quel  luogo  alcun  nome,  senza 
mutar  la  persona  del  verbo;  mentre  che  se  voglio  supplire 
e//a,  che  è  vero  pronome,  nella  espressione  ella  mi  manda  a 
voi^  vi  metto  la  signora  o  altro  nome,  e  vi  starà  bene»  Essi 


63 

SODO  veramente  nomi  delle  persone,  ai  quali  non  si  può  so« 
stitairne  altri;  e  perciò  son  nomi  personali;  e  vedremo  in 
seguito  che  la  divisione  di  questi  nomi  dai  veri  pronomi 
servirà  a  maggior  intelligenza  delle  regole  alle  quali  sòn 
soggetti*  I  nomi  personali  hanno  le  seguenti  variazioni. 

VARIAZIONI  DEL  NOME  PEBSONAtE  Ì0. 

Singolare  Plurale 

Agente  ,  io.  Agente ,  noi. 

Dativo  ^  mi  9  a  me.  Dativo  ^  ci  ^  a  noi. 

Oggetto  9  1711 ,  me.  Oggetto ,  ci ,  noi. 

VARIAZIONI  DEL  NOME  PERSONALE  Ul. 

Singolare  Plurale 

Agente  ,  tu.  Agente  ,  voi. 

Dativo  f  ti  ^  a  te.  Dativo  ,  pi  ,  a  %H}i. 

Oggetto,  f/,  te.  (i)  Oggetto,  t^/,  wi. 

PRONOME  se. 

È  necessario  accennar  qui  questo  pronome,  a  cagione 
che  va  sottoposto  alle  medesime  regole  de^suddetti  nomi;  a 
sao  luogo  poi  ne  parleremo  più  a  lungo. 

Dativo,  singolare  e  plurale  si^  a  se.    Oggetto,  si^  se. 

Da  queste  variazioni  si  vede  che,  per  il  dativo  e  per 

l'oggetto,  ci  son  due  forme,  cioè 

Per  il  dativo.  Per  1*  oggetto, 

w,  a  me.        W,  a  voi.  mi  ^  me  ^         s^i  ^  voi. 

ti  ^  a  te.         si  %  a  se.  ti ,     te  ^          si  ,  se. 

ci^  a  noi.  ci  ,    noi^ 

(0  OggéUOt  dal  Utiao  obfectum^  corpo  gittato  coatro,  opposto  a  un  al- 
tro, i|Qasi  bersaglio}  e  noi  T adoperiamo  qual  segoo  contro  il  quale  si  scoc- 
ca r  atioo  del  Terbo  • 


64 

1  •  TU  Mi  consoli.  B.  a.  u^d  un  ora  tu  consoli  me  e  te. 
B.  3.  Tu  Mf  piaci*  B«  4*  ^  puoi  piacere  al  tuo  siffwree 
a  MS.  B.  5*  Io  r  aifeìHi  tolta  to.  F. 

Per  qual  ragione  prima  dice  V  antore  nU  consoli  e 
mi  piaci ,  e  poi  consoli  me  e  piacere  a  me? 

Quando  il  verbo  ha  un  solo  oggetto,  o  an  «ol  dativo, 
come  nel  primo  e  nel  terzo  esempio,  si  usano  le  forme  vfd^ 
ti^  cif  viy  si;  ma  se  il  medesimo  verbo  ha  due  oggetti  o  due 
dativi,  riferentisi  a  due  persone  diverse,  poste  in  confronto 
r  una  con  V  altra,  allora  si  debbono  usare  le  altre  me,  te^ 
se^  ecc. ,  a  me,  a  se^  a  noi^  a  voi^  che  sempre  stanno  dopo 
il  verbo.  La  ragione  è  che,  quest*nltime  forme  essendo  di 
maggior  forza,  perchè  portano  T  accento  tonico  (i),  le  sono 
più  atte  che  V  altre  ad  esprimere  confronto  od  opposizio* 
ne  tra  due  persone;  nel  qual  caso  la  maggior  enfasi  della 
espressione  cade  in  su  le  persone;  perciò  che  le  voci  mi^ti^ 
ci^  w^  XI,  non  si  posson  regger  da  se,  ma  sempre  bisogna 
che  s*  appoggino  al  verbo  •  La  ripetizione  dell*  agente  , 
come  neir ultimo  esempio,  è  usata  ed  espressiva* 

im  Io  so  che  f  ha  a  piacer  quel  che  mi  piace^  e  di" 
spiacerti  quel  che  mi  dispiace»  F.  2*  Dimmi  una  cosa  a  me; 
qui  ti  \K>glio.  F, 

Non  dico  che  sia  sempre  necessario  seguire  la  rego- 
la  sopra  stabilita;  che  nel  primo  di  questi  esempj,  ove 
sono  quattro  dativi,  sarebbe  una  noia  V  usare  i  più  en- 
fatici; e  si  disdirebbe  alia  vivacità  con  cui  sono  espres- 

(i)  L*accento  tonico,  come  vedremo  nel  capitolo  deir  Ortografia,  é  qoelU 
enfasi  che  si  sente  in  ogni  parola  che  formi  senso  da  ie.  In  Paotà,  per  e* 
sempio,  V  accento  e  sopra  1*  a;  in  tenwrt,  Terbo,  sopra  nr ;  in  tenere^  agget-* 
tiro,  sopra  te . 


6S 

se  (jaelle  parole;  senza  che,  la  enfasi  (i)  ha  più  biso- 
gDo  in  tal  caso  d*  appoggiarsi  a*  verbi  che  alle  persone. 
U  ripetere  il  nome  personale,  come  nel  secondo  esem- 
piOf  è  naturale,  e  rende  V  espressione  vivace  e  forte. 

I.  EUa  venne  a  scusar  se  e  a  confortar  me.  B.  2.  Di^ 
te  voi  a  ME?  guardate  che  voi  non  m*  abbiate  colta  in 
iscambio*  B.  3,  jÌ  vot  non  costerà  niente.  B«  4*  Messer 
Gerì  non  ti  manda  a  me.  B.  5*  Ed  io  a  lui  i  Da  me  stesso 
non  vegno.  D. 

Non  80I09  come  si  è  veduto,  quando  due  dativi  o  due 
oggetti  dipendono  dal  medesimo  verbo  ;  ma  anche,  come 
appare  dal  primo  esempio,  allora  che  sono  soggetti  a  due 
ferhi  differenti,  purchà  vi  sia  confronto  di  persone ,  si  usa- 
BO  le  forme  di  maggior  valore  me,  te,  se;  a  me,  a  tó,  a  se. 
Nel  secondo,  nel  terzo,  e  quarto  esempio,  le  persone  mes- 
se in  confronto  sono  sottintese  (3)  ,  e  T ordine  intero  po- 
trebbe essere.  Dite  voi  a  me  o  ad  altri  ?  A  voi  non  co^ 
sierà  niente^  ma  a  me  molto  ;  Messer  Gerì  non  ti  man- 
da  a  me^  ma  ad  Amo^  o  cosa  simile»  Il  quinto  esempio  è 
dato  per  mostrare  che ,  qualunque  sia  la  preposizione  ap« 
posta  a  un  nome  personale,  vuoisi  adoperare  la  forma  di 
maggior  forza. 

I  •  CojXFORTjrrEViy  voi  siete  in  casa  vostra.  B.  2.  Non 
et  OAE  questa  seccaggine  stanotte.  B.  3.  Io  son  presto  a 
comrESSjinri  il  vero.  B.  4*  credenùosì  la  morte  fug^ 

(i)  Dal  greco  emphasis,  composto  di  phans  en ,  detto  da  dentro  ,  cioè 
p«rola  detta  con  forte  emission  di  fiato. 

(s)  Souinundgr€  •  vocabolo  che  spetto  ci  occonreii  »  significa  intender« 
wUo  il  Telane  delle  parole  non  in  pieno  espresse,  qnel  ehe  si  Tuoi  signifi- 
cale per  intero.  Nello  stesso  modo  faremo  uso  di  9Ì  «*  intende^  cioè  in  que- 
llo è  intuo . 


66 

gire^  in  quella  incapparono.  B.  5.  Fattosi  y^nire  una  ccp- 
pa  ctoro^  la  mandò  alla  figliuola.  B.  6.  Io  sento  trarmm  a 
riiPa.  P.  7.  ybi  Mi  POTETE  torre  quanto  io  tengo.  B. 

Le  particelle  mij  ti^  ci^  p<,  sif  sono  poste  dopo  il 
verbo  e  giunte  con  esso  in  tre  modi;  neir  imperativo,  nelP 
infinito,  e  ne*  participj.  L*  imperativo  è  eccettualo  quando  è 
accompagnato  dalla  negazione ,  come  mostra  il  secondo 
esempio.  Ali*  infinito,  quando  riceve  una  di  quelle  particelle 
dopo  di  se,  si  toglie  un*  e  finale  e  anche  una  r,  se  ve  ne  son 
due,  come  nel  sesto  esempio.  Dall*  ultimo  si  scorge  che 
se  un  altro  verbo  precede  e  governa  1*  infinito  ,  il  nome 
personale  sta  meglio  prima  del  verbo  reggente,  che  dopo 
Tinfinito.  Per  conseguenza,  negli  nitri  tre  modi,  neirindica- 
tìvo ,  nel  condizionale,  e  nel  congiuntivo,  queste  particelle 
precedono  il  verbo,  e  sono  disgiunte  da  esso. 

I  •  Stamane  mi  ha  fatto  motto  tale^  e  tale  mi  ha  riso  in 
bocca^  e  inchinatomi ,  che  un  mese  fa  faceva  insta  di  son 
Mi  rEi^EEE*  G.  3.  Ancor  che  tu  sappi  che  io  lo  so^  io  ho  sem^ 
pre  finto  di  non  mi  essere  accorto.  F. 

Non  solo  neir  imperativo,  ma  nell*  infinito  e  ne*  par- 
ticipi ^^  P*'^  porre  il  nome  personale  avanti  al  verbo  9 
come  si  trova  in  tutti  i  classici  spesso  usato  ;  ma  per 
1*  imperativo  egli  è  d*  obbligo. 

I  •  Sposò  la  giovane^  e  con  gran  festa  se  ia  menò  a 
casa.  B.  2.  VienTENE  meco^  io  ti  farò  sedere  ogni  cosa.  F. 
3.  Me  ne  domandate  ?  E  chi  smoi  ch^  io  ne  domandi?  F. 
4«  Ohimèl  Mi  muoioì  io  non  sono  uso  a  patire  simili  trawL^ 
gli.  F.  5.  /o  Mi  vi\H)  air  antica^  e  lascio  correre  due  soldi 
per  s^entiepiattro  denari.  B. 


67 

Per  legge  d* armonia  oper  forza  d'uso,  «nona  male 
il  dire  ci  lo^  pi  Az,  si  le%  ecc.  ;  perciò,  quando  ai  nomi  per- 
sonali 711/9  ti^  ci^  Wy  si^  aieguono  i  pronomi  lOf  la^  li^  le^  ne, 
quelli  si  mutano  in  me,  te^  ce,  ve^  se;  ma,  con  tutto  ciò , 
queste  seconde  forme  non  hanno  più  forza  né  valore  delle 
prime  ;  che  non  portano  V  accento  tonico  ^  cioè  quella 
breve  pausa  o  rinforzo  di  voce  che  si  sente  in  me  del  terzo 
esempio*  £  qui  è  da  osservare  che  il  me  del  terzo  esempio 
ha  ben  altro  valore,  nel  sentimento  delle  parole,  che  te 
e  se  de*  primi  due;  siccome  quello  che  contiene  oppo- 
siiione,  e  significa  in  senso  pieno  ,  domandaie  me  di  ciò? 
domandatene  altrui^  che  io  non  ne  so  nulla*  Quindi  nel 
leggere  il  terzo  esempio  convien  fare  una  piccola  pausa  so- 
pra /ne,  cosi  me^jne  domandate  ?  Nel  primo  esempio ,  ali* 
opposto,  si  deve  passar  leggiermente  sopra  le  due  particel- 
le se  hf  e  leggere  se  la  menò ,  quasi  fosse  una  sola  parola 
accentata  nell*  ultima  sillaba.  Le  forme  ce  /o,  se  la^  te  ne, 
debbono  esser  giunte  col  verbo  quando  son  poste  dopo,  e 
separate  fra  loro  avanti  al  verbo;  e  non  senza  ragione,  ben- 
ché molti  le  scrivano  intere  anche  avanti  al  verbo;  perchè 
aoo  avendo  se^  per  esempio,  più  valore  che  /a,  se  si  metto- 
no queste  due  voci  insieme  selo^  forza  è  pronunciare  un  ac- 
cento sopra  ^e;  il  die  si  oppone  alla  espressione,  che  vuole 
che  col  medesimo  metro  e  misura  di  tempo,  senza  restar  piò 
in  su  Tuna  che  in  su  Taltra,  si  passi  dalle  due  particelle  al 
verbo  che  porta  T  accento;  il  quale  effetto  dell' accento  ri- 
chiede, per  lo  contrario,  che  le  tre  parole  siano  unite  quan- 
do le  particelle  stanno  dopo  il  verbo.  Quanto  al  porle  avan- 
ti 0  dopo  il  verbo  «  sieguono  le  stesse  regole  di  m/,  f/, 
CI,  w,  si. 


68 

Resta  ora  a  dimostrare  a  qaal  fine  sieoo  intesi  quei 
nomi  e  pronomif^e  del  primo  esempio^  e  tene  del  secondo^ 
poichò  pare  che  si  potrebbero  omettere  dicendo,  la  menò  a 
casa;  vien  meco*  Ancora  che  si  potessero  tralasciare  ,  di- 
minaendo  il  sentimento  delle  parole,  non  sono  riempitivi  , 
come  li  chiaman  coloro  che  non  sanno  dar  ragione  delle  co- 
se, (i)  I  nonti  5e,  te,  ne^  contengono  dne  piccole  proposisio- 
ni  che  sono  nel  concetto  di  chi  in  tal  modo  si  esprime;  cioè 
la  prese  con  se^  e  la  menò  a  casa;  togli  te  ne  (dì  cotesto  luo« 
go  )  ^  i^ien  meco;  e  senea  dubbio,  togliendo  se  e  te  ne^  si 
torrebbero  via  anche  li  detti  due  concetti.  In  fatti  si  pruo- 
vi ,  ora  che  si  son  supplite  le  idee  sottintese,  a  pronnn- 
«lare  le  due  proposizioni  smembrate  di  quelle  particelle, 
e  si  vedrà  se  non  si  sentono  proprio  mancanti  e  sceme 
d'  espressione  « 

Ma  chi  mai  potrà  negare,  dirà  alcuno,  che  non  siano 
riempitivi  li  due  mi  degli  ultimi  due  esempj  ? 

Io  non  mi  potrò  mai  persuadere  che  Fuso  il  quale  co- 
si di  frequente  introdusse  coi  verbi  questi  nomi  personali 
in  apparenza  vani,  abbia  ci&  operato  insensibilmente,  cioè 
senza  alcun  primiero  sentimfìnto.  Non  è  lo  stesso  dire  io 

(i)  E  perché  altri  non  .creda  ch*io  segni  qneste  cose,  ecoone  una  prora. 
Il  Bartoli  dice  che  nella  espressione  si  protestò ,  questo  si  è  pronome  $  al 
che  il  Sig.  Amenta  fa  questa  osservazione  :  „  Qui  ancora  confonde  il  Bartoli 
I  pronomi  con  gli  affissi  ;  giacché  quelle  particelle  mi,  ti,  si,  ci,  vi,  che  si 
mettono  avanti  il  verbo  protestare,  son  semplici  affissi,  per  dimostrata  che 
tal  verbo  s^usa  neutro  passiva  Poteva  perciò  dire  in  due  parole  che  prote^ 
starsi  s*usa  per  attivo  e  neutro  passivo;  il  che  regbtrandosi  ancor  nella  Cru- 
sca, non  occorreva  notarlo  m*  Véramente  filosbfiche  consegnense  !  Doven  dire 
che  protestarsi  e.  neutro  passivo;  e  poiché  questo  lo  dice  la  Crusca,  Qon  oc* 
correva  pur  dirlo  \  sì  che  la  conseguenza  si  riduce  a  zero.  Gli  e  un  gran  ri- 
fugio quel  neutro  passivo  ! 


69 
muoio  e  io  mi  muoio^  benché  Teffetto  sia  il  medesimo.  Dico 
che  facendo  uso  di  io  mi  muoio^  si  esprime  uD*idea  di  pià« 
che  è  i*  interna  sensazione  di  colui  che  muore;  e  detta  sen- 
sazione è  io  mi  sento  morire;  la  quale  benché  sia  egualmen- 
te in  colui  che  muore  e  dice  iomuoiOf  pur  non  é  nelle  pa- 
role espresso.  È  dunque  mio  parere  che  «  in  origine,  tale 
bsse  V  intendimento  di  chi  introdusse  nella  espressione  il 
nome  personale  ;  che  poi  anche  tutti  quelli  che  ne  fecero 
oso  in  seguito  sentissero  il  valore,  non  yo*  pretendere  d*af- 
fennarlo;  oiantengo  solo  che  il  nome  personale  non  é  inu- 
tile, e  da  lodarsi  èchi  Tusa  sapendo  perché.  Soluto  e  com- 
preso così  il  riempitivo  del  quarto  esempio,  facile  sarà  il 
comprendere  anche  il  concetto  di  mi  in  io  mi  ì^ìm  alfanii" 
Co.  Chi  parla,  mostra  che  si  scosti  dal  modo  di  vivere  degli 
altri;  e  quindi  dipenda  dal  solo  suo  piacere,  dalla  sola 
sua  opinione,  lasciando  correre^  come  egli  dicct  due  sol" 
di  per  i^eniiqiiattro  denari  ;  dunque  il  mi  comprende  la 
idea  di  concentrato  in  me  ^  e  dello  stato  mio  contento. 
Medesimamente^  quando  si  dice  egli  si  mangia  ogni  cosa  , 
si  mostra  la  ghiottomia  della  persona  di  cui  si  parla,  essen- 
do nella  natura  de*  ghiottoni  il  curare  solo  se  medesimi  « 
e  non  impacciarsi  degli  altri  ;  dunque  Pidea  del  pronome  si 
è  curando  se  non  se  medesimo.  Domando  io  ora,  chi  neghe- 
rà tutte  queste  maniere  di  dire  essere  molto  espressive;  e 
se  non  sarebbe  togliere  virtiì  e  grazia  alla  lingua  a  volerle 
tor  via  quelle  particelle,  chiamate,  per  bizzarria,  riempiti- 
ve. £  quando  pure  si  voglian  talvolta  giudicare  inutili  per 
forza  deir  uso  che  trascorre,  come  sono  spesso  nel  Boccac- 
cio, si  debbono  almeno  chiamar  per  lo  vero  loro  nome,  cioè 
aomi  personali,  a  fine  che  si  possa  dar  ragione  d' ogni  co- 
sa uell'  analisi  della  proposizione. 


70 

I  •  Fattala  sopra  un  pallafren  montare^  a  casa  la  sì 
menò.  B.  2.  Nel  mettere  il  giogo  alle  Germanie^  che  già 
per  tante  vittorie  £o  sì  accollasHmo  «  fu  impedito.  Dav« 
3,  Tiberio  Cesare  impesti  di  quel  regno  Tigrane  9  77- 
berio  Nerone  lo  ri  condusse.  Dav. 

Questi  esempj  dimostrano  che  i  pronomi  /o,  /a,  //, 
/e,  ne^  si  possono  ancbe  mettere  avanti  ai  nomi  perso- 
nali mi^  tif  ci^  9i^  si;  e  in  tal  caso  questi  non  mutano 
Vi  in  e.  Il  Boccaccio  mi  par  che  faccia  quasi  più  uso 
di  questo  che  dell*  altro  modo.  Io  giudico  che  la  forma 
la  si^  lo  1;/,  lo  si^  sia  più  gentilesca  che  se  la^  oe  lo^ 
se  loj  e  che  per  ciò  domandi  essere  adoperata  di  rado. 

I  •  Ma  dimmi^  ti  sei  tu  spesso  adirato  ?  B.  2«  Deh^ 
sfattene  per  lo  tuo  migliore  !  B,  3.  Farottelo  fare  che  sa- 
rà bello  e  di  buon  peso.  F.  4*  Emmi  com^enuto  mangiare 
al  buio.  B.  5.  Etti  egli  uscito  di  mente  C  a\^re  dama- 
ne ecc.  ?  B.  6.  Deh^  vammi  per  la  mia  fante  ^  e  fa  sì 
cK  ella  possa  qua  su  a  me  %fenire*  B. 

Se  una  delie  particelle  m/,  ti^  ci;  melOf  tene^  etc.  9 
Tien  messa  dopo  un  yerbo,  alFimperativo  di  una  sola  silla- 
ba, come  di^  va^  o  dopo  qualunque  altra  forma  del  verbo, 
d*una  sola  sillaba,  o  che  abbia  Taccento  su  Tultima  voca- 
le, come  è,  farò^  si  raddoppia  la  consonante  del  nome  per- 
sonale. Si  noti  che  mi  del  quarto  esempio  sta  dopo  il  verbo 
perchè  l'Autore  ve  V  ha  voluto  mettere  ;  ma  nel  quinto  vi 
debbe  essere;  perchè,  anche  nell'indicativo  e  nel  con- 
dizionale, i  nomi  personali  si  debbono  porre  dopo  il 
verbo  quando  s*  interroga,  cosi  per  V  agente  come  per  il 
dativo.  Il  dativo  mi  compreso  in  vammi  del  sesto  esem- 
pio contiene  una  intera  proposizione  ;  e  il  senso  pieno 


V 
è:  Deh^  fammi  questa  grazia^  w.  È  bella  manierale 
spesso  occorrente  nel  parlar  famigliare .      « 

I.  Odi  tu  quel  eh* io 9  marito  mio?  B.  2.  Eccomi^  che 
domandi  tu  ?  B.  3,  TU  stai  così  malinconoso  ;  dinne  alcu^ 
na  cosa.  B«  4*  Questo  non  è  già  quello  che  tu  ne  venisti  a 
dire.  B.  5.  Meco  ti  consiglia*  B« 

Quando  il  nome  personale  rappresenta  V  agente ,  si 
può  sottintendere  ;  ma  non  già  allor  che  due  agenti  sia- 
no posti  in  confronto,  come  nel  primo  esempio  tu  ed  io* 
Ancora^  si  vuol  esprimere  1*  agente  quando  porta  la  en- 
fasi della  proposizione,  come  Io  scoglio  avanti  uomo  che 
abbia  bisogno  di  ricchezza ,  che  ricchezza  che  abbia 
bisogno  d'uomo*  B.  £  cosi  vi  son  tanti  altri  casi  che  do- 
maodan  1*  agente,  e  dipendono  dal  sentimento  di  chi  par- 
la. La  voce  ecco^  dal  latino  ecce^  corrispondendo  a  (^0-* 
dele,  vnol  Toggetto  dopo  di  se;  quindi  si  dice  eccomi^ 
eccoti^  eccolo.  La  particella  ne^  nel  terzo  e  quarto  esem- 
pio, è  nome  personale  equivalente  a  e/,  e  può  rappresen- 
tare il  dativo  e  V  oggetto*  Si  dice  anche  meco^  teco^  se- 
co ,  in  luogo  di  con  me^  con  te,  con  se.  Seco  può  stare 
pare  in  vece  di  con  lui  e  con  lei. 

I  Fiorentini  dicono  e  te  come  stai^  in  luogo  di  e  tu 
come  stai^  adoperando  1*  oggetto  per  V  agente,  che  è  er- 
rore da  guardarsene.  Noto  gli  errori  de*  Toscani,  perchè 
SOD  quelli  che  ne  fanno  meno  nel  parlare  • 


1^ 


CAP.  VII. 

DEGLI    AGGETTIVI 

L*  aggettisH)^  o  addiettÌQO%  derira  dal  latino  adiedU-- 
vus^  che  significa  da  giunga^  a  o  yero  aggiuntivo^  per 
la  ragione  che  sempre  si  giunge  al  nome  per  qualifican- 
te* Il  nome  è  stato  diviso  da  alcuni  in  sostantivo  e  ag- 
geUivoi  chiamando  sostantivo  quello  che  disegna  gli  og- 
getti che  hanno  sostanza,  come  pietra^  corpo^  legno  {  e 
andie  quelli  che  V  immaginazione  ha  creati  togliendo  la 
idea  dai  nomi  apposti  alle  sostanze,  come  anima^  fima^ 
ten^;  e  oggettihH)  quello  che  esprime  alcuna  qualità  del 
sostantivo*  A  me  pare  che  questa  divisione  del  nome  sia 
inutile,  potendosi  chiamare  nomi  que*  vocaboli  solamente 
che  distinguono  gli  oggetti;  e  aggettivi ^  cioè  parole  da 
Aggiungersi  o  aggiunte  al  nome,  quelle  che  sono  intese 
a  qualificarlo  • 

!•  Il  piano  era  intorniato  di  sei  montagnette  di  non 
troppa  altezza*  B.  2.  Certi  costumi  sono  idonei  e  laudabili 
ad  una  ^  etiche  sono  sconci  e  biasimevoli  adtdtra.  B«  3.  Scioo 
che  lamentante  sono  queste^  e  procedenti  da  poca  consids' 
razione.  B. 

La  parola  intorniato  è  Paggetti vo  che  qualifica  il  no- 
me piano;  sei  è  aggiunto  numerico  di  montagnette  ;  troppa , 
aggiunto  d'altezza;  certi^  idonei^  laudabili^  sconci^  e  bia- 
simevoli^  sono  altrettanti  aggettivi  che  variano  le  qualità  del 
nome  costumi;  i  vocaboli  sciocche^  queste^  e  procedenti^ 
qualificano  il  nome  lamentanze;  e  poca  modifica  conside- 
razione* 


I 


73 

L*  aggettivo  che  termina  in  o«  muta  T  o  in  a  quando 
qualifica  un  nome  femminino;  Taggettivo  che  termina  in  e 
serve  per  ambedue  i  generi;  perciò  quello  ha  due  termina- 
sioni  nel  plurale^  costumi  idonei ,  sciocche  lamentanze\  e 
qaesio  una  sola,  costumi  laudabili^  lamentanze  procederi'» 
ti.  Il  metodo  di  formare  il  plurale  degli  aggettivi  terminan- 
ti in  CO9  go,  cio%  gio,  è  quello  medesimo  posto  a  carte  35^ 
per  li  nomi. 

I.  Questa  notte  farà  pia  jfuesco^  e  dormirai  meglio. 
B.  3.  Uscite^  roRTE  gridò ,  qui  è  f  entrata.  D«  3.  Questa 
sarà  belLjA  F.  ^.  I  costumi  e  le  usanze  degli  uomini  gros^^ 
si  gli  erano  più  a  grado  che  le  cìttadìne.  B.  5«  Ed  un  che 
avea  tana  e  Poltra  manMOZZji.  B.  6.  Chi  facesse  le  ma^ 
cinif  SELLE  E  PATTE^  legare  in  anella,  eportassele  al  soldar 
no,  n  as^rehbe  ciò  che  \H>lesse*  B.  ^.  Avocano  il  giogo  bel- 
lo E  scosso f  se  la  prosperità  non  li  faceva  trascurati.  Dav. 

Spesso  si  adopera  V  aggettivo  senza  il  nome,  e  in  quel 
caso  r  aggettivo  s*  accorda  col  nome  sottinteso*  Nel  primp 
esempio  si  sottintende  tempo  ;  nel  secondo  con  \H)ce^  nel 
terzo  bcda*  là  aggettivo  forte  nnlladimeno  si  può  classifica- 
re tra  gli  avverbj,  come  vedremo*  Se  un  aggettivo  qualifica 
dae  nomi,  come  nel  quarto  esempio  costumi  e  usanze  da 
dUùdine^  T  aggettivo  s' accorda  col  secondo  nel  genere  e 
nel  numero.  Se  li  due  noqii  sono  in  singolare,  e  dello  stesso 
genere,  T aggettivo  si  pino  mettere  parimente  in  singolare, 
come  nel  quinto  esempio,  o  pure  nel  plurale  dicendo  ayea 
Vuna  e  Vakra  man  mozze;  ma  se  i  nomi  non  sono  dello  stes- 
so genere,  V  aggettivo  più  volentier  s'  accorda  col  piò  vicino, 
a^«a  una  mano  e  il  naso  tronco.  Alcuni  aggettivi,  quali  so- 
no grande^  bello^  san^o^  ttno,  alcuno^  signore^  si  ironcano 

7 


74 
in  gran^  bel^  san^  un^  alcun^  signor^  davanti  ai  nomi  masco- 
lini che  cominciano  per  consonante,  fuor  quando  sia  la  s 
seguita  da  altra  consonante.  L' aggettivo  bello^  neW  idioti- 
smo bello  e  fatto^  bello  e  scosso ^  non  significa  altro  che 
quello  che  suona;  e  si  dice  così  perchè  una  cosa  fatta,  com- 
piota, e  finita,  è  bella.  Simil  senso  Jia.  nella  seguente  espres- 
sione, Iwati  quattro  bicchieri  belli  e  nuoi^i,  e  nelle  simili. 

AGGETTIVI   DI   QUANTITÀ^ 

Vi  sono  alquanti  vocaboli  che  si  osano  a  dinotar  quan- 
tità della  cosa  che  il  ooine  rappresenta;  e  come  fanno  pare 
Tufficio  di  qualificarlo  in  questo  riguardo,  si  chiamano  ag- 
gettivi di  quantità. 

I  •  In  Tjìnta  afflinone  e  miseria^  era  F autorità  delle 
leggi  quasi  caduta  •  B.  a.  In  pochi  anni  grandissima 
quantità  di  denari  as^anzarono.  B*  3«  Questo  fatto  è  no* 

tO  a   MOLTI.   B. 

Gli  aggettivi  di  quantità  tanto^  quanto^  troppo^  molto^ 
poco^  alquanto^  s*  accordano  col  nome  come  tutti  gli  altri 
che  finiscono  ino;  quindi  hanno  quattro  desinenze.  Il  terzo 
esempio  mostra  che  il  nome  qualche  volta  si  sottintende , 
sopra  tutto  quando  sia  uomini ,  dicendosi  i^i  sono  molti^  9Ì 
sono  alquanti^  w  sono  tanti^  ecc.  Il  vocabolo  tanto  dino- 
ta quantità  equivalente  a  quella  onde  uno  ha  già  parlato,  o 
che  accenna  di  voler  dire,  sì  che  per  se  medesimo  non  for- 
ma mai  proposizione  intera;  a  compiere  la  quale  vuoisi  ac- 
coppiare con  quanto^  come  vedremo  trattando  delle  com- 
parazioni. Per  la  medesima  ragione  il  quanto  vicenda  con* 
segue  secondo  le  circostanze.  Troppo  dinota  eccesso;  roo/« 
to^  quantità  grande;  poco  piccola;  e  alquanto  equivale  a 
un  poco.  Il  vocabolo  altrettanto  è  composto  di  altro  e 
tantOt  socio  come  questo  di  quanto  « 


75 
I  •  La  giocane  non  era  poco  aweduta.  B.  2.  Era  la 
casa  sopra  il  mare^  e  alta  moito.  B.  3.  Si  dices^a  che 
egli  tenesse  jìiàìuanto  della  opinione  degli  Ifiicuri.  B. 
4.  Egli  mi  dà  un  poco  di  noia.  B*  5.,  Io  ho  gran  de^ 
siderio  dC  as^er  di  quelle  pere  ;  vnonta  su  V albero^  e  git" 
tane  già  alqu^jitte.  B. 

NoQ"'  solamente  gli  aggettivi  si  adoperano  ad  espri- 
mere quantità  di  sostanza,  vale  a  dire  a  qualificare  il  nome, 
ma  ancora  a  modificare  un  altro  aggettivoi  cioè  a  diminuii* 
re  0  ad  accrescere  di  quello  la  qualità;  e  allora  V  aggettivo 
di  quantità  ritiene  la  terminazione  del  mascolino  ;  perciò 
che  mascolino  è  il  nome  sottinteso.  La  costruzione  intera 
de'  primi  due  esemp  j  è,  la  gioirne  non  era  in  poco  gra^ 
do  avveduta  ;  la  casa  era  alta  per  molto  tratto  o  spazici 
e  si  può  notare  questa  semplice  regola,  che,  se  le  paro- 
le moUOf  poco^  tanto,  ecc. ,  precedono  un  nome,  concor- 
dano con   esso;  se  un  aggettivo,  il  piiì  noQ  mutano. 

Pochi  conoscono  il  valore  delfaggettivo  alquanto  e- 
qoivalente  ^unpoco.  Questi  due  vocaboli  posti  avanti  a  un 
nome  singolare,  in  una  proposizióne  affermativa,  vogliono  la 
preposizione  £//,  come  mostrano  li  esemp}  terzo  e  quarto,  ma 
io  una  proposizione  negativa,  per  esempio,  //  mandarlo  fiso* 
ri  di  cìasa  nostra  così  infermo  sarebbe  manifesto  segno  di 
foco  sènno^  La  sposa  fu  poco  contenta^  la  voce  alquanto 
aoa  si  può  usare;  e  ciò  per  la  natura  della  parola  stessa 
die,  dal  latino  aliquantum^  cioè  aUquid  quantum^  ulama 
(juantità^  dinota  una  espressione  affermativa,  mentre  che 
il  vocabolo  poco^  che  esprime  piccola  quantità^  essendo. 
Mgatiyo, diventa  affermativo,  aggiungendovi  Taggettivo  unoi 
cioè  una  piccola  quantità*  Nel  plurale  la  regola  è  piò 


76 

semplice*  Se  si  afferma  si  fa  uso  della  parola  alquanto^  co^ 
me  Del  quinto  esempio,  e  uel  seguente  pure  del  Boccaccio, 
Richesti  alquanti  nobili  gio\fani;  e  per  lo  contrario,  nella 
negazione  si  adopera.^oco.  li  Petrarca,  Pochi  compagni  a- 
i^rai  per  V  altra  via;  e  il  Boccaccio,  Son  poche  sere  che 
egli  non  si  vada  inebbriando  per  le  taverne.  Alquanto 
sì  usa  senza  la  preposizione  di  anche  nel  singolare:  Ma 
poi  che  per  alquanto  tempo  con  loro  dimorata  fui.  B. 

i«  Vedendola  di  tanta  buona  fermezza^  sommo  a* 
mor  le  avea  posto*  B.  2.  E  tanto  buono  ardire  al  cor 
mi  corse  •  •  •  D.  3*  Sembiante  facendo  d*  esser  tornato  con 
MOLTA  pia  mercatanzia  che  prima.  B.  4*  Nella  quale 
TANTO  di  piacevolezza  gli  dimostraste  che^  /  egli  prima 
V  amava j  in  ben  mille  doppj  faceste  famor  raddoppiare.  B. 

In  luogo  di  dire  La  notte  era  tanto  oscura ,  Ella 
era  tanto  obbediente  e  tanto  servente ,  per  la  ragione  che 
adducemmo ,  che  gli  aggettivi  di  quantità  non  mutano 
avanti  a  un  altro  aggettivo,  cioè  non  s*accordanò  col  no- 
me, i  Romani  dicono  generalmente  la  notte  era  tanta 
oscura;  ella  era  tanta  obbediente  e  tanta  servente.  Egli 
è  vero  che,  nel  primo  esempio,  tanto  è  mutato  in  tanta 
avanti  T  aggettivo  buona;  ma,  in  questo  caso  V  aggettivo 
tanto  non  è  posto  a  modificare, /cioè  ad  accrescere  la  qua- 
lità espressa  da  buona;  ma  bensì  ad  esprimere  quantità  del*- 
la  cosa  rappresentata  dal  nome  fermezza,  come  se  si  dices^ 
se  tanta  fermezza  buona.  Similmente  nel  secondo  esempio, 
se  il  nome  ardire  fosse  femminino,  tanto  s*  accorderebbe 
con  esso;  perchè  quivi  tanto  non  modifica  l'aggettivo  buo^* 
no  ,  ma  esprime  quantità  di  ardire  buono.  Così  nel  terzo 
il  concetto  è  mólta  mercatanzia  e  più  che  prima.  Que- 


77 

sto  &  me  pare  che  possa  aver  luogo  solamente  quando  Io 
aggettivo  dinotante  quantità  si  possa  attribuire,  insieme 
con  quello  che  lo  siegue,  a  un  nome  abbiente  (i)  a  quan- 
tità, come  ne*  tre  primi  esempj,  fermezza^  ardire^  mercu" 
tanzia;  ma  quando  il  vocabolo  che  esprime  quantità  non 
abbia  altro  appoggio  che  uno  aggettivo,  come  nel  seguen- 
te del  Boccaccio:  La  fanciulla  tanta  contenta  rimase^  quan^^ 
ta  altra  donna  fosse  giammai^  io  dico  esser  meglio  non  lo 
far  accordare  con  V  agente,  come  qui  con  fanciulla^  cosa 
onica  e  non  divisìbile  in  quantità.  Non  è  da  farne  abuso 
por  nel  primo  caso;  ma  s*  adoperi  in  particolari  circostan- 
ze, aflin  che  abbia  valore  quando  il  bisogno  il  richiegga. 

Il  dire  tanto  di  piacesmlezza  in  luogo  di  tanta  piace- 
volezza^  cioè  porre  la  preposizione  di  tra  l'aggettivo  di  quan- 
tità e  il  nome,  è  maniera  latina  usala  qualche  volta  dal  Boc- 
caccio; e  similmente  ^/à  di  statore  in  veceàìpià  valore^  come 
nel  seguente  esempio.  Cosa  inconveniente  sarebbe  a  conce- 
dere che  più  di  valore  avesse  né"  piccoli  fanciulli  Vusan' 
zanche  il  senno  negli  attempati.  B*  Ma  guardiamoci  dallo 
abuso,  poiché  è  anche  maniera  francese. 

I  •  Ella  il  pianse^  e  assai  volte  in  vano  il  chiamò.  B. 
2.  Piu*  giorni  felicemente  navigarono.  B.  3.  Non  potè* 
tu  far  cosa  che  meritasse  manco  scusa.  Caro.  4*  ^^ 
tmto  ubbidire  come  schiavi  a  quattro  scalzi  centurioni  e 
^no  tribuni  ?  Day. 

Come  vedremo  che  questi  vocaboli  si  usano  anco  per 
aTverbj,  così  gli  avverbj  assai^  più^  menOj  e  manco%  si  adope- 
rano per  aggettivi  invariabili;  e  ciò  mostran  li  quattro  esempj. 

(i)  Cioè  capace  di;  da  habens,    V  asa  il  Dayanzatit  mi  piaee^  e  men  sot- 
to aftcV  io. 


78 

Questo  non  mi  parelodewi  costume^  tutto  che  il  jp/ct* 
delle  persone  lo  abbia  per  famigliare.  E  certo  ^  come  che 
f  uomo  sia  ii  pìxj'  del  tempo  acconcio  a  sbadigliare.  Casa. 

La  voce  pia  dal  latino  plus^  nel  suo  originai  senso, 
è  termine  comparativo ,  al  quale  corrisponde  che  o  €Ìi. 
Quando  è  preposta  come  aggettivo  di  quantità  a  un  no- 
me plurale,  si  fa  ancora  in  virtù  della  idea  comparativa 
più  di  unOy  pia  di  due^  di  tre.  Ora,  a  questa  voce  ponen- 
do r  articolo ,  si  forma  un  superlativo,  come  ne*  citali 
due  esempj,  ne*  quali  il  pia  vai  quanto  la  maggior  parie* 

I  •  Ogni  poco  di  cosa  basta  ;  due  paia  di  capponi  ah- 
nosTO^  un  paio  lessi  con  ecc.  F.  2.  Essendogli  Tiberio  tale 
affezionato^  che^  nel  parlare  a  padri  e  al  popolo^  lui  ce- 
lebrava per  suo  utile  compagno  alle  fatiche.  Z^La  città  è  r^- 
LE  imbrigliata ,  ch^  ei  può  andare  a  dar  pasto  agli  animi 
militari.  Dav.  4*  J^^  as^endo^  me  coìttrjìstante  due  gio^ 
vani  presa ^  e  per  le  trecce  tirandomi  eccB.  ^. altra  lin-^ 
gua  è  quella  che  si  scrive  nelle  cose  alte  e  leggiadre  ,  e 
ALTRA  è  quella  die  si  parla  famigliarmente.  G, 

Tutti  questi  aggettivi  escono  dell'uso  ordinario.  Met- 
to qui  il  vocabolo  arrosto^  tutto  che  veramente  sia  avverbio, 
per  essere  nel  primo  esempio  contrastante  col  seguente  les- 
siy  il  quale  come  aggettivo  fi  accorda  col  nome  che  ambe- 
due qualificano.  Quello  non  i  accorda  col  suo  plurale,  per- 
chè è  un  composto  di  a  rostOy  e  vi  s*  intende  a)tti\  nel  me- 
desimo modo,  nonpertanto,  si  dice  a  lesso.  Piacemi  Tagget- 
tivo  tale  come  T  adopera  il  Davanzali;  v*è  ellissi  (i)  di  in 

(i)  Lettore,  quando  t*  abbatti  in  "un  vocabolo  onde  non  conosci  o  non 
ricordi  la  deBaizione»  va  air  indice  \  che  io  non  la  posso  ripetere  ogni  Tolta. 
Quello  sciocco  che  scrisse  T  Antipurismo  dice  che  é  rillania  dar  dei  f«  al 
lettore,  perché  i  Francesi  gli  dan  del  voi  !  Parti  ì 


79 
moéh.  Il  formare  di  quando  in  quando  gli  aggettivi  col  ver- 
bo agente,  alla  latina,  è  leggiadra  maniera,  e  innalza  lo 
stile.  Id  luogo  di  dire  :  La  lingua  che  si  scri\fe  e' quella 
che  si  parla  son  due  cose  di^ferse^  si  usa  ripetere  V  ag- 
getlivo  alirOf  a  guisa  del  quinto  esempio,  cosi  per  questa 
come  per  ogni  altra  cosa;  ed  è  bella  locuzione  particolar- 
mente italiana;  bensì  derivante  dal  latino. 

I.  Il  mandarlo  fucri  di  casa  nostra  così  infermo  sa- 
rehbe  manifesto  segno  di  poco  senno.  B*  a.  Io  ti  farò  fare 
ma  certa  hes^anda  stillata  molto  buona  e  molto  piacevole 
a  bere^  B.  3»  Sciocche  lamentarne  son  queste  e  procedenti 
àa  poca  considerazione.  B.  4*  Tolga  il  cielo  che  tanta  w7- 
ià  in  romano  spirito  albergar  possa  giammai,  B.  5.  Era  al^ 
loraper  awerUura  una  poi^era  femminetta  alla  marina,  B» 
6.  Ogni  cosa  era  seminata  dCerbucce  odorose  e  di  be'  fiori, 
i'']é  Napoli  è  una  città  antichissima^  e  forse  così  dilette^ 
volecome  alcuna  altra  in  Ita  lia.'B.  S,  Nel  me  zzo  era  un  pra- 
to di  minutissima  erbuj  dipinto  di  mille  {Varietà  di  fiori.  B.  . 

Per  fare  un  cenno  del  luogo  che  deve  tener  Tagget* 
tÌTo  rispetto  al  nome,  cioè  se  prima  o  dopo,  con  ciò  sia  che 
il  Toler  dar  ragione  di  tutti  i  casi  che  si  presentano  nella 
nostra  lingua,  richiederebbe  spaziarsi  in  infinito ,  mi  ri- 
stringerò ad  alcune  osservazioni  sópra  li  precedenti  esem- 
pi- Nel  primo  l'aggettivo  manifesto  che  sta  avanti  al  no- 
QK  segnoy  starebbe  bene  egualmente  dopo,  e  solo  si  ver- 
rebbe a  dar  alquanta  maggior  forza  ali*  aggettivo.  Posto 
il  nome  dopo  V  aggettivo ,  quello  porta  la  enfasi;  met- 
tendo questo  dopo  e  il  nome  avanti ,  la  enfasi  viene  a  ca- 
liere sopra  r  aggettivo.  Cosi  il  precedente  aggettivo  nostra 
si  potrebbe  mettere  avanti  a  casa^  purché  vi  si  apponesse 


8o 

r articolo;  ma  in  tal  caso^  come  mostra  l'applicazione 
del r  articolo,  chi  parla  iatenderebbe  ad  esprimere  cod- 
froQto  di  casa  con  casa.  Nel  secondo  esempio,  io  non  di- 
rei stillata  bes^anda^  perchè  T  azione  di  stilkure  dee  se- 
guire il  far  delia  bevanda,  e  qaindi  V  idea  che  contie- 
ne r  aggettivo  stillata  dee  essere  posteriore  a  quella  della 
bevanda;  in  modo  che  quella  parola  stillata^  nel  leggere 
della  proposizione,  resta  fra  due  pause.  Col  porre  Tag- 
gettivo  sciocche  in  capo  della  terza  proposizione,  si  dà  alta 
espressione  il  massimo  grado  di  forza,  perchè  noi  Italiaoii 
quando  slam  mossi  da  alcuna  passione,  facciam  sentire  pri- 
mieramente quella  parola  che  più  ci  preme  a  dire,  avanti 
che  la  proposizione  si  sia  formata  nella  mente;  sì  che  forza  è 
che  esca  quasi  senz*  ordine  il  parlare,  come  ben  si  scorge 
nello^ndamento  del  terzo  esempio;  il  quale,  se  il  dire  non 
fosse  passionato,  si  esprimerebbe  così,  queste  sono  lamen- 
tanze  sciocche  ecc.  L'aggettivo  romano  del  4*  esempio  non 
terrebbe  né  accrescerebbe  all'espressione  quando  fosse  mes- 
so dopo  il  nome,  potendosi  pronunciare  sopra  di  essola  en- 
fasi tanto  prima  quanto  dopo;  e  dipende  molto  da  chi  parla 
o  legge  il  dar  più  forza  all'aggettivo  che  al  nome,  o  vice- 
versa, come  nel  presente  caso.  Nel  quinto  esempio  se  si  pa< 
nesse  il  qualificante  povera  dopo  femminetta,  muterebbe 
il  senso;  perciò  che  si  verrebbe  a  mettere  la  persona  in  con- 
fronto con  l'altre  di  ricca  o  di  miglior  condizione;  il  che 
mostra  che  l'aggettivo  in  italiano  ha  generalmente  maggior 
virlilÉ  quando  sta  dopo  il  nome,  che  quando  sta  avanti;  sal- 
vo il  caso,  del  terzo  esempio,  del  metterlo  in  principio  del- 
la frase.  Le  parole  erbucce  odorose  e  città  antichissima  del 
sesto  e  del  settimo  mostran  similmente  che,  quando  si  vuoi 


8i 

dar  maggiore  enfasi  airaggettivo,  si  mette  dopo  il  nome; 
il  cbe  avviene  allor  che  la  qualità  più  che  la  sostanza  ci 
occupa  il  pensiero.  Per  tal  riguardo,  si  potrebbe  dire  nello 
ottavo  esempio  erba  minutissima.  Non  niego  che  le  più 
volte  chi  scrive  si  lasci  guidare  dal  semplice  suono  delle 
parole;  ma  questo  dipende  dalKaver  fatto  buona  pratica  de* 
gii  aatori;  e  in  molte  circostanze  V  armonia  sarà  la  sola  ca- 
gione della  posizione  dell'aggettivo  rispetto  al  nome. 

I  •  Li  medici  con  grandissimi  argomenti  e  con  pre^ 
sii  aiutandolo^  appena  il  poterono  guarire.  B.  Da  cotanti 
e  così  fatti  soffiamenti^  da  così  atroci  denti,  da*  così  aguii^ 
sono  sospinto ,  molestato,  e  infino  nel  i^iw  trafitto.    B. 

II  frapporre  così  il  nome  tra  1'  uno  e  V  altro  agget- 
tivo, come  in  questi  eseropj,  in  luogo  di  con  grandissi'- 
m  e  con  presili  da  così  atroci  e  acuti  denti,  è  vaga  maniera 
usata  dal  Boccaccio,  aiutante  la  varietà;  ma  guardati  dallo 
affettare  imitazione  col  troppo. 

DEL   VARIO    VALORE    DEGLI    AGGETTIVI 

Mi  rimane  ora  a  fare  alcun  motto  del  valore  degli 
aggettivi,  che  varia  secondo  la  desinenza  loro;  e  vi  sareb- 
be forse  più  da  dire  che  non  sarà  possibile  a  me  ,  il  qua- 
le (i),  proprio  in   quello  che  son  per  mettere  il  capito- 


ci) Altri  Torrebhe  forse  eh*  io  qui  dicessi  al  quale  »  in  virtù  di  quel 
rìtn  ricordato  che  siegue;  ma,  lettore,  quando  ti  «Tvieni  in  costruzioni  che 
ti  riescano  o  strane  o  difettose,  non  mi  voler  condannare»  che  non  abbi  letta 
tutta  la  nostra  operaj  avvegna  che  spesso  io  faccia  uso  di  queste  credute  stra- 
Taginze  per  rimetterle,  quanto  é  in  me,  nel  campo  della  lingua^  onde  sono 
state  espulse  per  non  esser  concetta  lor  giustezza.  A  luogo  proprio  do  poi 
ragione  di  cotali  costruzioni  derianti  dalle  ordinarie»  e  pruoTO  esser  rette  ; 
come  proverò  che  qui  si  può  lasciare  quello  i7  quale  tutto  solo,  e  mettere 
«a  dativo  dopo. 


i 


83 

lo  fra  le  mani  dello  stampatore,  mi  vieoe  da  un  mio  ami*' 
co  ricordato  che  io  voglia  porre  qui  un  cenno,  e  far  sen- 
tire,  se  possìbile  è,  la  virtù  di  quelli  e  la  differenza  dei 
concetti  che  esprimono.  Per  lo  brieve  tempo  adunqne 
che  mi  è  dato,  toccherò  alquanto  quegli  aggettivi  solamen* 
te  che  più  mi  paion  fornire  materia  di  ragionare  • 

I  •  Amabìu  donne ^  come  in  noi  è  la  pietà  commenda^ 
ta ,  così  ancora  ecc.  B.  3.  Di  che  assai  dolore  e  inestìm ab- 
bile sentii^.  B.  3.  E  quando  fur  ne  cardini  distorti  Gli 
spigoli  di  quella  regge  sacra ,  Che  di  metallo  san  sonan- 
ti e  forti.  D.  4*  Temendo  de''  freddi  sdenti ,  e  più  delle 
i^elenose  e  mordenti  flere^  sopra  urC  altissima  quercia 
5*  ingegnò  di  salire.  B*  S.  Messer  Negro  che  antico  era 
oramai^  e  uomo  di  natura  benigno  e  AMORErots^  ecc.  B. 
6.  E  con  queste  sue  wstNCUEVott  parole  gli  presentò 
la  cinghialina  testa.  B«  7.  JFìir  i  biondi  capelli  allor  i^ela- 
ti^e  r AMOROSO  sguardo  in  se  raccolto.  P.8.  Piouonnù  ama- 
re lagrime  dal  viso^  con  un  vento  angoscioso  di  sospiri.  ?• 

Qui  son  notati  aggettivi  di  quattro  terminazioni,  in 
abile^  in  ante  o  ente^  io  evole^  e  in  oso\  due  de*  quali  so- 
no traiti  da*  verbi  e  due  dai  nomi;  onde  quelli  esprimo- 
no azione  e  questi  qualità.  La  desinenza  in  abile  disegna 
capacità,  nella  persona  0  nell'  oggetto  al  quale  è  apposto 
r  aggettivo,  di  quella  cosa  che  constituisce  V  azion  del  ver- 
bo; e  ciò  è  espresso  chiaramente  per  la  desinenza  mede- 
sima. Dico  che  li  due  aggettivi  amabili  e  inestimabile  del 
primo  e  secondo  esempio  son  tolti  dai  verbi  amare  e  sti- 
mare-^ che  amore  e  stima  son  le  cose  donde  si  formano 
questi  due  verbi;  e  che  quegli  aggiunti  dinotano  le  don- 
ne  e  //  dolore  in  quegli  esempj  nominati  «  abbienti  o  ve* 


83 

ro  abili  alP  altrui  amore  e  stima.   La  desinenza  in  ante 
o  in  ente  è  attiva ,  e  troppo  per  se  chiaro  è  l' ufficio  che 
fd  r aggettivo  terminante  in  quella.  Sonante  è  toilo  da 
sonare;  mordente  da  mordere  ;  e  questi  due  qualificanti 
equivalgono  a  corpo  che  suona,  fiera  che  morde.  La  ter- 
mioasiooe  in  e\H>le^  generalmente  tratta  dal  nome,  espri* 
me  inclinazione,  attitudine,  tendenza,  verso  quella  cosa , 
che  il  nome  onde  si  compone  l'aggiunto  disegna;  però 
l^aggettivQ  amorevole  del  terzo  esempio  attribuisce  a  Mes* 
ser  Negro  inclinazione  e  tendenza  ad  amore;  e  il  qualifir 
caute  lusingheiH)Ie  dei  quarto  dinota  attitudine  a  lusinga 
nelle  parole  del  cacciatore,  il  quale  la  testa  del  cinghiale 
alla  donna   presenta.  Così  pieghevole  significa  tendenza  a 
persuasione,  a  condiscendenza;  agevole^  attitudine  a  faci- 
lità, malagesH>le  a  difficoltà.  La  terminazione  in  o^  non 
esprime  qualità  che  muova  o  tenda ,  ma  ferma  e  stante 
nella  persona  o  nella  cosa  a  cui  si  attribuisce,  come  parte 
componente  di  quella;  per  suo  adornamento  o  per  scon- 
cio, per  bene  o  per  male;   quindi  gli  aggettivi  amoroso 
e  angoscioso  rappresentano  amore  e    angoscia  in  quello 
sguardo,  in  que*  sospiri.  Così  velenoso  aggiunto  a  serpe 
dimostra  in  quello  caper  veleno  ;  cespugliosa  posto  a  sel- 
va la  rappresenta  intricata  e  forte  di  cespugli;  e  nel  verso 
del  Petrarca  :  Da  lei  nen  f  animosa  leggiadria ,  V  ag- 
giunto animosa  esprime  leggiadria  in  cui  anima  spira. 

I»  O  Simon  mago,  o  miseri  segujcì^  Che  te  cose  di 
Dio  che  di  bontate  Deono  essere  spose^  e.  voi  rapaci  ecc. 
D.  2.  Ma  la  cosa  incredìbile  mi  fece  indurlo  ad  ovra  che 
a  me  stesso  pesa*  ì).  3.  Gittaimi  stanco  sopra  t  erba  un 
giorno^  is^i  accusando  il  jfuggìtifo  raggio.  P.  4*  Luogo 


84 

è  in  inferno  detto  Malebolge%  TìUio  di  pietra  e  di  ca- 
hr  i^ERRiGNO^  D.  5.  f^erdi  panni ^  Sj^nguigni^  oscuri^ 
e  persia  Non  iresti  donna  unquanco.  P.  6.  In  mi  mio 
primo  gios^nile  errore  ecc.  P.  7.  Non  impedir  lo  suo 
fatale  andare.  D. 

Altre  sei  terminazioni  di  aggettivi  son  comprese  iu 
questi  esempj;  tre  de' quali  in  ace^  in  ibile  ^  e  in  itivo^ 
son  tolte  dai  verbi;  e  tre  in  igno^  in  ile^  e  in  tde^  derivan 
da  nomi.  La  prima  in  ace  dichiara  eccesso,  nella  perso- 
na disegnata  per  tale  aggiunto,  nelF  oprar  di  quella  azio- 
ne che  esprime  il  verbo  onde  è  tratto  Taggettivo;  e  seb- 
bene il  vocabolo  seguace  non  faccia  sentire  troppo  be- 
ne questa  idea^  ella  è  percettibile  in  rapace^  e  in  altri 
aggettivi  di  tal  sorta,  quali  sono  loquace^  mordace^  men- 
dace.  L'aggettivo  che  termina  in  ibile  è,  il  più,  dato 
alle  cose;  e  significa  potenza  0  impotenza  in  esse  a  pro- 
durre quello  atto  che  il  verbo  comprende,  come  il  voca- 
bolo incredibile  del  secondo  esempio  dimostra;  e  come  si 
può  scorgere  in  altri  aggettivi  di  simil  natura,  tangibile^ 
fattibile y  indicibile.  L'aggiunto  che  finisce  in  ivotxAi^ 
concepire  T  idea  di  un'azione  che  non  s'arresta  mai;  e  dif- 
ferisce da  quello  che  termina  in  ante  o  in  ente  per  ci& 
solo  che  questo  esprime  capacità,  tendenza,  o  disposizio- 
ne a  quella  cotale  azione  compresa  neiraggettivo,  quan- 
do capiti  Poccasione;  laddove  l'altro  la  dimostra  in  at- 
to,  e  indefinita  nel  tempo.  La  terminazione  in  igru>  ài" 
mostra  qualità  del  modificato  oggetto  tendente  a  quella 
cosa  che  nell*  aggiunto  è  compresa;  onde  i  vocaboli  /<?/*- 
rigno  e  sanguigni  dinotan  tendenza  in  quei  panni,  in  quel- 
la pietra  al  color  del  ferro  e  del  sangue;  così  maligno  ac- 


85 

cennerà  tendenza  al  male;  arcigno  ad  asprezza,  ad  acer* 
bitlk,  benignOj  al  bene.  La  terminazione  dell'  aggettivo  in 
ile  dinota  apparenza ,  massimamente  nelF  aspetto  della 
persona,  di  quella  cosa  della  quale  trae  V  aggettivo  sua 
denominazione,  o  pertinenza  o  proprietà  di  quella;  sì  che 
r  espression  gioQenile  del  6  esempio  vai  quanta  errore 
che  è  proprio  della  giospanezza;  e  così  febbrile  asp^o  di«« 
noterà  nel  viso  sintomi  visibili  o  apparenti  di  febbre;  nut^ 
sdiUe^  apparenza  di  virilità.  Finalmente  la  terminazione 
in  ale  esprime  qualità  proveniente  da  quella  cosa  della 
qoale  à  formato  Taggettivo;  onde  il  fatale  deiruUimo  esem- 
pio significa  decretata  dal  fato;  regno  animale  vuol  dire 
quella  parte  della  natura  che  comprende  jgli  esseri  do^ 
tati  di  anima;  e  cosa  naturale  ,  signiGca  cosa  proveniente 
per  via  diretta  dalla  natura. 

Amico,  sé  non  ti  ho  pienamente  contento,  se  questa 
mìa  definizione' è  difettosa,  m'avrai  per  iscusato;  che  io  bo 
fatto  quanto  la  brevità  del  tempo  e  la  novità  dello  argo- 
mento m*  ha  concedutQ  • 


CAF.  vili. 


•    • 


DEGLI  ArMENtÀTtVI  E  DE*  DIMINUTIVI 

4 

Fra  le  particolarità  della  lingua  italiana  sono  alcune 
alterazioni  di  nomi,  dalP  uso  introdotte  a  modificare  Tideà 
originale,  ad  accrescere  o  diminuire  Tidea  della  grandezza 
degli  oggetti,  con  raggiungere  una  o  più  sillabe  ai  nomi 


86 
medesimi;  il  che  àk  a  quelli  una  espression  tale  cbe,  né  per 
un  aggettivo,  uà  per  più  parole  qualificanti,  si  potrebbe  ot- 
tenere. Quindi  si  chiamano  aumentata  quelli  che  accre- 
scono r  oggetto,  e  dinùnuim  quelli  che  lo  diminuiscono. 

▲UMSBTATIVI 

I  •  E  ifedemmo  a  mancina  un  gran  pjBTRONEé  B.  3«  Io  mi 
accorsi  che^l  monte  era  scemo t  a  guisa  che  i  vALU^Nt  sceman 
quici.  D.  3.  yi  gitiò  sopra  un  pannaccio  (fun  saccone.  B. 

Si  formano  gli  aumentativi  col  mutare  l'ultima  vocale 
del  nome  in  one\  con  la  quale  desinenza  vi  si  comunica  la 
idea  di  grandezza  è  di  estensione  eccessiva.  Tutti  i  ooaii, 
senza  eccezione,  mascolini  e  femminini  sono  abbienti  a  tale 
aumento;  ma  i  femminini  che  sottostanno  a  qnesta  alterazio- 
ne diventano  mascolini.  Quindi  di  pietra  e  caZ/e,  nomi  fem- 
minini, si  sono  tratti  due  mascolini, /^afro/te  e  s^allone^  a  ca- 
gione della  maschia  qualità  che  si  suole  attribuire  alla  gran* 
dezza  proporzionata  con  la  estensione  del  corpo.  Yedesi 
dal  primo  esempio  che,  ancor  che  la  terminazione  ixione 
conferisca  V  idea  di  grandezza,  pure  vi  si  può  aggiungere 
un  aggettivo  ad  accrescere  vieppiù  il  valore  dell*  aumenta- 
tivo; gran  petrone. 

Io  m  assettai  in  su  quelle  spailacce.D.  2do  dubiterei 
che  una  di  queste  JFEMMiNACCEnongli  a^sse  fatta  qualche 
malia.  G.  3.  La  trovò  nel  disfare  un  suo  casolaraccìo  G. 

Gol  mutare  la  lettera  finale  del  nome  iù  acòio  e  accia 
si  forma  un'altra  maniera  d'aumentativi,  che  comprendono 
.non  solo  Tidea  di  grandezzo,  ma  anche  la.qiialità' di  brutto 
e  di  spregevole,  come  dal  suono  medesimo  di  quelle  termi- 
nazioni si  può  sentire.  Di  qu^to  aumento  pura  son  capaci 
tutti  i  nomi  senza  eccezione*  «Le  desinenze  azzo  e  astro 


87 

slmilmente  esprimono  disprezzo,  cerne popolazzo^  giovana-^ 
stro\  ma  questa  alterazione  la  ricevono  alcani  nomi  solamente. 
Seryono  per  Io  femminino  mutando  V  0  in  a.  Oltre  ad  alcu- 
ne altre  desinenze  che  si  usano  per  gli  aumentativi,  come 
baciozzOi giwanotto^  amorazzo.,  anche  gli  aggettivi  si  piega- 
no a  tali  modificazioni,  quali  sono  grandaccioy  grassotto^  fre* 
scozzaci  frescocciaj  foresozza^  pecckiottOt  ecc. 

DinUNUTlVl 

I  •  Non  se  ne  farebbe  uno  scodelun  (  scodella  )  di 
salsa.  B.(La  parola  tra  due  parentesi  è  rorlginale.)  2.  Pre^ 
sero  insorse  un  gIjìrdi netto  {giardino  )  la  via.  B.  3.  Cor^ 
si  al  palude  ^  e  le  cannucce  (  canna  )  e  7  braco  n%  im" 
pigliar  «,  eh*  i  caddi  S).  4-  "^  ti  sì  cu  zzo  (tisico  )  e  tri-' 
stanzuol  mi  parete.  B.  5.  Avendo  quello  a  che  ella  aveva 
teso  il  LACCIUOLO  (laccio)  B.  6*  Era  un  buono  omicciuolo 
(uomo)  d*  un  loro  bellissimo  giardino  ortolano.  B.  y.  E 
quei  sen  venne  a  riva  con  un  casello  (  vaso)  snelletto  e 
leggiero.  D.  8.  Per  correr  miglior  acqua  alza  le  vele  ornai 
la  Nj4fi€ella  (  nave  )  del  mio  ingegno.  D.  9.  Quante  volle 
ho  io  detto  PAZZERELLA  (pozzu  )  chc  tu  ifé*  ,  •  .  B. 

Le  desinenze  contenute  ne*  soprapposti  esempj  sono 
le  più  usate  per  li  diminutivi.  Il  valore  di  ciascuna  tenterem 
di  esprimerlo  per  le  seguenti  definizioni  tratte  in  sostanza  da 
una  grammatica  francese  italiana  delBiagioli. 

La  prima  desinenza,  in  //io,  esprime  non  solamente  la 
piccolezza  dell*  oggetto,  come  mostra  il  primo  esempio,  ma 
talvolta  una  certa  affezione  e  tenerezza  che  ne  inspira  natu- 
ra per  quegli  enti  che  più  stanno  in  bisogno  della  nostra  assi- 
stenza. Notisi  che  i  Aonai  portanti  cotal  desinenza  trasmet- 
tono all' imaginazione  una  grazia  particolare,  e  conferiscono 


88 

una  leggiadria  agli  oggetti  modificali  che  si  sente  nella 
terminazione  medesima,  come  in  piccolino  e  mazzolino 
delli  seguenti  esempj  :  Sappi  cKio  era  allora  piccolino*^ 
Lasciami  leuar  questo  mazzolino  di  fiorii  F. 

La  seconda  etto,  può  esprimere  i.  una  semplice  idea 
di  piccolezza»  come  nella  parola  giardinetto  del  secondo  e- 
sempio;  2.  piccolezza  e  grazia,  come  in  questo  verso  di 
Dante:  Per  le  sorrise  paillette  brevi ^  3.  piccolezza  e  di- 
sprezzo,  come  in  ometto  della  proposizion  seguente  del  Ca- 
ro :  Chi  è  questo  ometto  che  ci  è  svenuto  a  dir  villania  in 
casa  nostra  ? 

La  terza  uccio  disegna  piccolezza;  ma  potrebbe  anche 
esprimere  unMdea  di  grazia  o  di  disprezzo»  Dante  ci  dà  il 
primo  senso  nella  parola  cannucce  del  terzo  esempio.  Il 
Boccaccio  esprime  il  secondo  nel  diminutivo  erbucce^  di- 
cendo: Ogni  cosa  era  seminaia  (ferbucce  odorose^  e  il  terzo 
senso  ci  vien  porto  da  Matteo  Villani  nell*  espressione  con 
vii  cappellucciom 

La  quarta  uzzo^  adoperata  qual  espressione  di  picco- 
lezza nei  corpi,  indica  eccessiva  magrezza ,  ma  può  anche 
esprimere  grazia.  La  prima  idea  si  sente  nella  forma  tisi- 
cuzzo  del  quarto  esempio.  L' altra  è  evidente  nella  voce  oc- 
chiuzzo  del  seguente,  tolto  dalla  Fiera  del  Buonarroti: /b 
ella  pia  quegli  occhiuzzi  ribaldi  che  mi  fer  pazziar  ?  Si- 
gnifica anche  piccolezza  nelle  cose,  come  T  esprime  il  Boc- 
caccio :  Egli  s*  avea  messe  alcune  petruzze  in  bocca.  E  qui 
è  da  notare  che,  come  nelle  parole  che  contengono  la  sil- 
laba uo^  se  r  accento  nel  diminutivo  passa  ad  altra  vocale, 
si  toglie  Yu  della  forma  radicale;  e  da  uomo  e  figliuolo  si 
fa  ometto^  omuzzo f  figliotino^  figlioletta;  così  9  per  rauto- 


«9 
rilà  di  Dante  e  del  Boccaccio^  da  pieU^a^  togliendo  V  /,  si 
fa  peirane^  petrinai  petruzza^ 

La  quinta  2io/o|  accenna  piccolezza  e  disprezzo*  IlBoc* 
caccio  ne  offre  il  primo  significato  nella  parola  lacciuolo 
del  quinto  esempio;  e  si  discerne  il  secondo  nella  espressione 
del  medesimo:  mercatantuolo  di  quattro  denari  che  egli  è  I 
La  sesta  icciuolo  «  dimostra  piccolezza  e  disprezzo  ; 
ma  pnò  anche  significare  la  poca  importanza  che  si  dà  alla 
persona  cui  si  attribuisce.  L*  Ariosto  ci  porge  la  prima  idea 
nella  voce  omicciuolo^  dicendo:  gli  dimostrò  il  bruttissi-- 
mo  omicciuolo*  Il  Boccaccio  ci  fornisce  V  altra  nel  sesto 
esempio  • 

La  settima  e//o,  può  esprimere  semplicemente  un*  i- 
dea  di  non  importanza  o  piccolezza  deiroggetto»  o  disprex^ 
zo  per  la  persona  cosi  qualificata.  Abbiamo  il  primo  senso 
nella  parola  vasello  del  settimo  esempio»  Il  Firenzuola  ci 
dà  il  secondo  io procuratorello  della  proposizion  seguente: 
Che  direte  d*  un  certo  procuratorello  ecc. 

L^ottava /ce//t>,  può  esprimere  i.  semplice  piccolezza; 
^.  disprezzo.  3.  grazia  o  leggiadria.  Ritroviamo  il  primo  con- 
cetto nel  diminutivo  na\^icella  dell*  ottavo  esempio  ;  il  se- 
condo ci  yien  dato  dal  Boccaccio  nella  voce  fraticello^  di- 
cendo un  fraticello  pazzo;  e  V  ultimo,  nel  medesimo  voca* 
bolo,  dal  Petrarca:  E  i  neri  fraticelli,  e  i  bigi,  e  i  bianchi. 
La  nona  eretto^  può  significare  semplicemente  la  pic- 
colezza d*un  oggetto,  e  anche  la  mobilità  del  naturale  d'una 
persona.  Il  Redi  ci  porge  il  primo  senso  nella  parola  coie^ 
felle  della  seguente  proposizione:  /  libri  son  tutte  cose- 
relle  stan^xUe  in  questa  città,  lì  Firenzuola  ci  dà  il  secon- 
do in  pazzerella  del  nono  esempio. 

8 


90 

G*  è  un'  altra  desioenza  icciaUo  o  icciattolo  ^  che  e- 
sprime  il  massimo  disprezzo.  La  Crusca  produce  il  seguen- 
te esempio  :  Egli  è  un  certo  omicciatto  9  che  non  è  nessitn 
di  90i  che^  speggendolo^  non  gli  y^nisse  a  noia^ 

Qualche  volta  uà  nome  modificato  da  una  di  queste 
terminazioni ,  muta  il  genere.  Nel  primo  esempio  da  sco^ 
della  si  è  fatto  scodellino  ;  così  da  botte  si  fa  botticello. 

Le  desinenze  one  e  accio  degli  aumentativi  si  posso- 
no usare  come  abbiam  detto,  con  ogni  nome,  ma  impossi* 
bile  sarebbe  lo  stabilir  regole  per  li  diminutivi.  L^una  de- 
sioenza  sta  meglio  a  una  parola  che  T altra,  o  per  uso,  0 
proprio  per  suono.  La  pratica  sola  de*  buoui  scrittori  ci  può 
fornire  quella  delicatezza  di  gusto  che  bisogna  a  far  baoDa 
scelta  de' diminutivi. 


GAP.  IX. 

DE'  COMPARATIVI  E  DE'  SUPERLATIVI 

ComparatisH}  chiamasi  l'aggettivo  checOQtiene*in  se  una 
idea  di  comparazione.  Propriamente  i  comparativi  non  so- 
no  della  lingua  italiana;  che  quei  pochi  che  ci  si  trovano  so* 
no  tolti  dal  Latino,  come  migliore^ peggiore^  maggiore ^  m* 
nore^  superiore^  inferiore;  ma  poiché  gli  altri  aggettivi  non 
si  possono  ridurre  allo  stato  di  comparativi  con  aggiungere 
loro  una  sillaba  come  nel  Latino,  cioè  facilis^  facilior  ;  do'^ 
ctus^  doctior;  e  neiringlese/!>i^,/?/ier;  edsjr^  easier;  noi  par- 
leremo, non  di  comparativi,  ma  delle  comparazioni  o  del- 


9« 

le  proposiziom  comparative,  che  hanno  luogo  nella  no*- 
stra  lingua* 

COUPARAZIONI   D^EGUAUTA* 

Termini  (i)  che  si  adoperano  ad  esprimere  queste 
comparazioni* 

I.  termine.      2.  termine*  i*  termine*       a.  termine. 

Cosìf  come.  «S?,  come. 

CosìtostOt        come  tosto.  Così  pia.  tosto f  come  piàtosto* 

Tanto^  quanto^  Tanto  pià^        quanto  pia. 

Quanto  pià^     tanto  più.  Quanto  menoj   tanto  meno. 

ESEMP/ 

I  •  Io  mi  credo  che  così  sia  cohe  \h)ì  mi  fas^ellate.  B. 
3.  lo  non  son  sì  secchio  come  stipare.  B.  3.  Voi  non  ^e  ne 
avvedeste  così  tosto  come  ha  fatto  egli.  B.  4*  Cerréte  come 
più  tosto  potrete.  B. 

Le  comparazioni  espresse  in  questi  esempj,  che  in  gè* 
sere  abbiaaio  comprese  in  quelle  d*  egualità,  perchè  con- 
stituiscono  egualità  di  maniera,  si  possono  chiamare  in 
specie  comparazioni  di  maniera;  la  qnal  idea  si  può  meglio 
disceroere  riducendoi  per  esempio,  T espressione  della  pri- 
ma frase  alla  seguente ,  io  mi  credo  che  sia  in  modo  tale 
(juale  iH>i  mi  f assaliate ^  come  si  possono  ridurre  tutte  le  al- 
tre.  Ora,  in  queste  comparazioni ,  come  dagli  esempj  si 
pQÒ  scorgere,  il  termine  corrispondente  a  così  o  sì  è  come. 
Se  al  termine  di  comparazione  s^agginnge  tosto  opià  tosto^ 
questa  forma  addizionale  vuoisi  omettere,  nel  primo  o  n^l 
secondo  termine,  per  agevolare  T  espressione.  Quindi  nel 
secondo  termine  del  terzo  esempio  tosto  è  sottinteso;  e  nel 

(1)  Li  chiamo  termini,  perché  tenninano  o  limitano  la  comparasdone  nd 
nodo  0  nella  «{oantiliu 


92 
quarto  ve  inteso  il  primo  termine  della  comparazione  co« 

sì  pia  tosto. 

Trovo  nella  storia  del  Botta  questa  compar?ziones 
Nelle  com^rsazioni  sì  pubbliche  che  private.  Il  Pertica- 
ri  dice:  Nel  parlare  a^ popoli  sì  greci  che  latini.  Egli  è 
un  bratto  gallicismo  imitato  da  molti  il  mettere  ^^  in  luo- 
go di  come;  negli  scrittori  classici  non  si  trova  un  solo  e- 
sempio^di  questo  che  adoperato  per  secondo  termine  di  co* 
sìf  o  sì;  è  dunque  un  vizio  in  nostra  lingua  da  guardarsene. 
I  •  f^oi  potete^  così  compro,  molte  volte  avere  udito  ecc. 
B.  2.  Costoro ,  che  d  altra  parte  erano ^  si  come  lui^  mali- 
ziosi ecc.  B.  3.  La  mia  novella  non  sarà  di  gente  di  sì  alta 
condizione ,  come  costoro  de*  quali  voi  avete  raccontato*  fi- 
Facendo  uso  dell'agente  dopo  come^  si  sottintende 
il  verbo,  cioè  come  io  ho  udito;  ma  si  usa  similmente  Tog- 
getto,  come  me^  come  te,  come  lui^  qual  si  vede  nel  secon- 
do esempio;  e  in  tal  casa  non  s*  ha  a  credere  che  me,  fó, 
e  lui^  stiano  in  luogo  di  io^  tu,  egli;  Tidea  è  differentemen- 
te espressa.  Il  concetto  del  vocabolo  come  è:  in  modo  tale 
e  quale j  o  in  modo  simile  a,  o  vero  similmente  a  •  Ciò  po- 
sto, alla  prima  espressione  deve  seguire  la  forma  del  pro- 
nome agente  ;  alla  seconda  quella  deli*  oggetto,  in  arbitrio 
del  dicitore  T  usare  più  tosto  l'una  che  1*  altra  espressione. 
Nel  terzo  esempio  bisogna  supplire  sono  tra  come  e  costoro; 
che  altrimenti  non  sarebbe  logicamente  espresso  il  mette- 
re in  comparazione  1*  altezza  della  condizione  con  V  altez- 
za delle  persone;  la  comparazione  è  tra  condizione  e  con- 
dizione • 

I .  Di  questo  mondo  ha  ciascun  tanto,  quanto  egli 
se  ne  toglie.  B.  a.  Io  vi  attenderò  quanto  vi  sarà  agrado.B. 


93 
3.  QUANTO  PIÙ*  io  USO  con  w)/,  TANTO  Pio*  mi  parete  sawo. 
B.  4*  Quanto  pìu'  la  cosa  desiderata  s"  appropinqua  alde^^ 
sideranie ,  tanto  è  il  desiderio  maggiore.  D.S.  E  pìu* 
TANTO  sono  essi  ancor  migliori ,  quanto  son  piu^  vicim 
al  poster  principale*  B. 

Le  soprapposte  ciomparazioni  constituiscooo  egualità 
di  quantità.  Il  primo  esempio  dimostra  che  quanto  è  il  ter- 
mine corrispoodente ,  in  queste  comparazioni,  a  tanto  ;  il 
quale  è  qui  espresso  perciò  che  tutta  la  enfasi  di  quella  sen- 
tenza cade  sopra  i  termini  coraparativi^  sì  che  bisogna  far 
pausa  dopo  tanto^  ma  se,  come  mostra  il  secondo  esempio, 
la  forza  delP  espressione  non  è  portata  massimamente  so- 
pra la  comparazióne,  allora,  quando  li  due  termini  si  trovi- 
no neirordine  delle  parole  in  immediato  contatto,  si  suol 
sottintendere  ilprimo,  tanto.  Così  le  maniere  comparative 
quanto  pià^  quanto  meno^  hanno  per  corrispondenti  tanto 
pià^  tanto  meno.  Gli  avverbj  più  e  meno  non  hanno  luogo, 
se  la  comparazione  cade  sopra  aggettivi  che  in  se  compren- 
dano il  valore  comparativo,  quali  sono  maggiore^  minore^ 
migliore^  che  stanno  in  luogo  di  pia  grande ,  più  piccolo , 
più  bello  ò  buono.  Per  questa  ragione  dice  Dante  nel  quar- 
to esempio  quanto  più  •  •  •  »  tanto  maggiore.  Il  Boccaccio 
nondimeno  fa  uso  di  più  nel  seguente  esempio,  benché  a- 
vrebbe  dovuto  dire  e  tanto  sono  essi  ancor  migliori^  forse 
a  vieppiù  rincalzare  T  espressione. 

Anche  in  queste  comparazioni  se  per  secondo  termine 
di  tanto  si  nìettesse  ohe ,  come  fa  il  Monti,  ne  riuscirebbe 
UD  gallicismo;  La  lingua  artificiata  è  opera  del  sapere  che 
la  tira  dalle  altre  lingue j  tanto  niorte  cffs  pim&.  Io  non  mi- 
posso  tenere  che  non  iaocia  le  maraviglie!  Così,  non  occorre 


94 
dire  che  chi  facesse  uso  ài  più  senza  tanto  e  quanto  nel  ter- 
zo e  quarto  esempio^  scriverebbe  non  italiano  ma  francese* 

I .  Non  è  gente  tanto  mga  di  mangiare  insieme,  e  di 
ricevere  forestieri,  Dav«  2,  Se  noi  guardiamo  con  che  ne* 
fanda  voce  L.  Prisco  ha  sporcato  la  sua  mente  e  gli  orec- 
chi degli  uomini t  né  carcere ^nè  taccio ,  né  umile  strazio,  gli 
è  TANTO.  Dav.  3.  Quanto  io  amerò  la  Spina^  tanto  sempre 
per  amor  di  lei  amerò  te  »  e  avrotti  in  reverenza*  B.  4-  In 
simili  atti  TANTO  sHile  e  cosi*  noia  la  sospezione  i  signari  9 
QUANTO  la  certezza*  Gasa.  5.  Laddove  chi  è  strano  pare  in 
ciascun  luogo  straniero;  che  tanto  viene  a  dire ,  quanto 
forestiero.  Gasa. 

In  tutti  questi  esempj  le  comparazioni  escono  della  ma- 
niera ordinaria;  e  perciò  meri  tao  schiarimento.  Il  Davanzali, 
dopo  aver  fatto  menzione  de*  Germani,  dice  :  Non  è  gente 
tanto  vaga  ecc;  e  lascia  il  secondo  termine  di  comparazio- 
ne sottinteso  ;  cioè  quanto  sono  i  Germani  ;  parimeotCì  U 
concetto  inteso  nel  secando  esempio  è,  quanto  egli  ha  me" 
ritato;  onde  si  vede  che  anche  quanto  si  può  sottintenderei 
come  di  tanto  assai  spesso  si  fa.  Dal  terzo  esempio  appare 
che  nella  comparazione  di  quanto  più j  tanto  più^ltiyoce pia 
si  può  tralasciare;  ed  è  modo  elegante.  Il  Boccaccio  ne  for- 
nisce esempio  ove  si  sottintende  tanto  innanzi  a  pia:  E  oltre 
a  questo  piu^  mi  debbo  tC  vostri  piaceri  piegare^  in  quan^ 
TO  voi  d  voi  medesimi  avete  offeso;  ma  se  tu  métti  due  pia 
per  comparazione,  senza  tanto  o  quanto^  tu  fai,  come  già  av- 
vertii, un  gallicismo;  e  non  troverai  clàssico  che  tei  faccia  boo- 
Bo.  Forse  in  questo  ultimo  esempio  l'Autore  non  pose  quel" 
la  preposizione  a  innanzi  a  voi  medesimi;  ma,  se  la  scrisse, 
intese  di  dire  avete  fatto  offesa.  Il  quarto  e  il  quinto  dimo- 


^«  f 


95 

strano  che  la  stessa  proposizione  può  comprendere  ambo  le 
comparazioni  di  egualità  e  di  quantità ,  e  sottintendere  uno' 
0  dae  termini  ;  però  nel  quarto  esempio  è  tolto  come  ;  nel 
quinto,  così  e  quanto.  Son  cose  ben  degne  di  noia;  perchè  i 
modi  che  escono  dell' ordinario  constituiscono  l'eleganza. 
Il  Davanzati  dice:  Ogni  ifiìiaggio  piglia  scambiewlmente 
Tjìhtti  terreni^  quanto  possono  i  suoi  coltivare;  ma  qui  non. 
mi  par  poter  giustificare  la  discordanza;  perchè  egli' poteva 
dire  o  tanto  terreno^  quanto^  o  tanti  terreni^  guanti^' come 
forse  egli  scrisse» 

I .  Quanti  nella  sala  erano\  parafano  uomini  adorna' 
brati.  B*  n.  S/  per  la  sua  nobiltà j  e  sf  per  la  sua  scienza  9 
cìttadinescaniente  ^is^easi.  B.  3.  La  ricchezza^  piena  di  mil-^ 
le  sollecitudini  ^  e  ^altrettante  catene  occupata^  nelle 
fortissime  rocche  teme  V  insidie.  B.  4*  ^^  ^on  so  a  che  io 
mitegnOj  che  io  non  vegna  laggià^  e  deati  tante  bastonate , 
qojNTO  io  ti  i^eggia  muos^re.  B.  5.  Cignesi  con  la  coda 
tante  v<dte^  quantunque  gradi  mol  che  già  sia  messa.  D. 
6.  Fede  portai  al  giù  f Jose  (^zió  tanto^  ch^  i  ne  perde^  le 
9eneé  ipolsi.h. 

Per  ben  comprendere  il  ^tta/i^i  del  primo  esempio,  con- 
▼ien  supplire  le  parole  intese  cosi  in  quello  come  in  simili 
idiotismi  ;  tutti  cioè  tanti  uomini  quanti  erano  nella  sala 
parevano  ecc*  La  particella  sìj  ripetuta  nel  secondo  esempio, 
non  è  altro  che  il  primo  termine  così  abbreviato  e  replicato. 
Dicendo  sì  per  la  sua  nobiltà^  come  per  la  sua  scienza  ecc., 
si  vede  chiaro  la  comparazione  •  La  parola  altrettante  del 
terzo  esèmpio  compbsta  àialtré  e  tante  è  un  altro  termine 
di  comparazione,  il  cui  corrispondente  quasi  sempre  si  sot« 
tintende;  quindi  la  piena  eostruzione  è  occupata  daltret-^ 


96 
tante  catene ,  quante  sono  le  sollecitudini  •  L*analÌ8Ì  del 
quarto  esempio  è»  e  deati  tante  bastonate  e  per  tanto  tempOf 
in  quanto  io  ti  veggia  muos^re.  Il  quinto  esempio  è  posto  a 
dimostrare  che  tanto^  non  essendo  quivi  termine  di  compa* 
razionei  ma  avverbio  9  per  ciò  è  seguilo  da  che  e  non  da 
quanto.  Così  dissi  nella  prima  edizióne  di  questo  tanto  che^ 
ma  un  mio  scolare  avendomene  richiesto  una  definiziou  filo- 
sofica, io  mi  sdebitai  così  : 

A  voler  conoscere  T  ufficio  che  fa  tanto  allor  che  egli  è 
seguito  da  che^  bisogna  internarsi  nel  priaio  concetto  sot- 
tinteso in  quelle  proposizioni  che  esso  forma.  Già,  ia  tal  ca- 
so, non  dinota  più  manifesta  comparazione;  esprime,  in  un 
modo,  determinazione;  ma  pure  la  sua  affinità  con  quanto^ 
sebbene  allora  non  appaia  manifesta,  non  la  perde  mai  to- 
talmente; e  per  giungere  a  comprendere  come  si  venga  a 
legare  insieme  tanto  con  cke^  fa  mestieri  reintegrare  Tide- 
ale  comparazione  onde  Tespression  deriva.  L*  analisi  della 
idea  intesa  nel  tanto  che  io  ne  perdei  del  quinto  esempio 
è  :  Io  portai  la  fede  del  mio  (^zio  utanto  eccesso  j  quanto 
è  quello  che  fa  perdere  alVuom  la  s^ita;  per  lo  che  io  per-' 
dei  ecc.  Cosi  in  questa  proposizion  del  Boccaccio. 9  Quii^i 
aspettate  tanto  che  i^enga  colui  che  io  manderò  per  ìh>ì^  la 
idea  compresa  nelle  parole  è  :  aspettate  tanto  tempo  quanto 
ne  correrà  inflno  al  punto  in  che  i^ehga  colui  ecc.  Anche 
il  Tocabolo  tale  esprime  comparazione  col  suo  corrispon- 
dente termine  quale;  e  pure  gli  è  per  Tordinario  seguito  da 
che;  tal  che;  talmente  che;  lasciando  la  comparazione  im- 
percettibile; ma  a  chi  vuol  trapassar  dentro  al  velame  dei 
concetti,  ve  la  trova.  Costoro,  dice  il  Casa,  recano  le  per^ 
sone  a  tale,  che  non  è  chi  gli  possa  patir  dis^edere-^  Ecco 


97 
la  comparasione  :  Costoro  recano  le  persone  a  tal  grado  di 
fastidio^  quale  è  quello  in  che  un  perde  la  pazienza ,  e  fino 
al  punto  in  che  non  è  chi  eec*  Elsponiamo  ora  le  idee  di 
questi  tre  esempj  eoa  termini  e  con  espressione  più  sem* 
plici,  e  vedremo  che  V  ufficio  di  questo  tanto  è  quello  di 
determinare  il  ponto  al  quale  perviene  V  azion  del  verbo. 
Io  portai  la  fede  del  mio  o/fizio  allo  eccesso  in  che  perdei 
ecc.  2*  Quivi  aspettate  infino  alV  ora  die  i^nga  ecc.  3.  Co- 
storo  recano  le  persone  a  quel  grado  di  fastidio  in  che. 
La  difierenza  adunque  che  passa  tra  le  espressioni  tanto 
quanto  e  tanto  che^  è  che  questa  dinota  quantità  determi* 
nata,  e  quella  indeterminata.  Dico  indeterminala,  perchè 
quando  uno  dice  a  un  altro,  Io  s^i  attenderò  tanto^  quanto 
pi  sarà  a  grado^  non  determina  la  quantità  del  tempo;  ac- 
cenna solo  il  tempo  del  suo  aspettare  dover  essere  eguale  a 
quello  che  sarà  altrui  a  grado;  ma  se  V  altro  risponde,  a- 
spettate  tanto  che  io  sia  tornato^  dà  un  termine  al  tempo 
per  una  circostanza.  £  per  distinguere,  in  conclusione,  Tun 
tanto  dair  altro,  chiameremo  Puno  tanto  camparatiuo,  l'al- 
tro, tanto  determinato. 

COAIPARAZIOIVI  DI  SUPERIORITÀ*   E  D*  INFERIORITÀ* 

I .  Ella  è  Pitr"  innamorata  che  savia.  B.  2.  Tutti  e  tre 
a  Firenze  piìj  che  mai  strabocchewlmente  spendevano.  B. 
3.  A  me  eraassai  più  a  grado  la  morte  che  il  più  vivere.  B. 
4*  Tutte  le  scuse  che  allega  sono  pio  brutte  che  il  fatto 
stesso.  Caro*  5.  Io  sto  meglio  che  non  state  voi.  B.  6.  Io 
credo  che  egli  possa  dire  che  io  porto  le  parole  pru^  che 
tu  i  fatti  non  fai.  B.  7.  Chi  starebbe  meglio  dì  me^  se  que-- 
gli  denari  fosser  miei  ?  B.  8.  f^oi  potreste  esser  caduto  in 
MjtGGiOE  perìcolo  Di  questo.  B.  9.  Valeva  pìu  dì  tre  mila 
lire.  B, 


98 

Qaeste  comparazioni  ai  chiamano  di  superiorìtlk  e  ài 
inferiorità  dai  termini  pia  e  meno  cbe  le  compongono;  il 
corrispondente  de*  quali  è  che;  ma  questo  non  ai  adopera 
se  non  quando  le  due  cose  comparate  sian  parole  d*  egoai 
valore  o  qualità;  cioè  due  aggettivi,  due  avverbji  due  nómi 
o  due  pronomi  rappresentanti  Tageote  del  verbo.  Nel  pri  n 
mo  esempio  la  comparazione  cade  tra  due  aggettivi,  inna^ 
morata  e  swia  ;  nel  secondo  si  comparano  due  tempi  diver- 
si per  mezzo  di  due  avverbj,  Tun  sottinteso,  aliami  e  Tal- 
tro  espresso ,  mai;  nel  terzo  la  morte  e  il  (^iWne,  due  nomi, 
e  nel  quarto  scuse  e  fatio^  nomi  similmente,  sono  i  soggetti 
della  comparazione;  nel  quinto  e  nel  sesto  stanno  in  con-* 
fronto  io  agente  di  sio%  e  ìh>ì  di  state;  io  agente  di  porto j  e 
tUj  di  fai.  In  ogni  altro  caso  il  secondo  termine  comparati- 
vo è  rappresentato  dalla  preposizione  di.  Nel  settimo  esem- 
pio chi^  agente,  è  il  primo  soggetto  della  comparazione;  il 
secondo  è  me  oggetto;  sì  cbe  son  dissimili;  nell* ottava  un 
aggettivo  comparativo  è  messo  a  fronte  di  un  dimostrativo, 
qualificante  di  valor  diverso;  nel  nono  un  nome  sottinteso  si 
paragona  con  un  numero;  onde,  in  questi  tre  ultimi  esern* 
pj,  di  è  sostituito  al  secóndo  termine  che^  e  l'espressione 
comparativa /^oifo  a  fronte  è  sottintesa;  cioè,  cAi  starebbe 
meglio  posto  a  fronte  di  mef  Qutndo  nelle  comparazioni  si 
usano  gli  aggettivi  maggiore^  minore  ecc. ,  ò  gli  avverbj  tne^ 
glio  e  peggio^  il  secondo  termine  è  generalmente  rappre- 
sentalo dalia  preposizione  <//•  Quello  che'abbiam  detto  dei 
termini  più  che  si  applica  egualmente  a  meno  che ,  come 
mostrau  li  tre  seguenti  esempj  del  Boccaccio  :  Ma  ella^  non 
meno  onesta  che  bella^  non  si  curava  ecc;  Non  fia  men  cre^ 
duto  a  me  che  a  wi;  Non  ne  mol  meno  di  trenta  per  cen* 


99 
tinaia.  Nel  primo  sono  due  aggettivi  i  soggetti  comparati; 
nel  secondo  due  pronomi  dativi;  nel  terzo  interesse^  nome 
sottinteso,  in  confronto  di  un  numero* 

I.  In  breve  spazio  compiette  le  legioni;  con  ciò  sia 
cosa  che  dal  principio  non  as^esse  astuto  piu^  che  mille  uo^ 
nUni.  Da  S.  C.  2.  Essi  vi  wglion  mostrare  che  hanno  mol' 
io  MiGUORE  coscienza  i  giovani  dal  dì  d'oggi,  cbe  quelli 
del  tempo  antico  F,  3.  Dice  che  apparò  niuna  medicina  al 
mal  dello  stomaco  esser  miglior  che  quella  che  egli  vi  fa-^ 
rà.  B.  4*  ^  ^'^  ^te^/  ^/^*  CBE  due  ore  nel  letto  oltre  aWu^ 
saio,  per  investigare  quello  potesse  essere.  M.  5.  La  moglie 
e  il  figliuolo  non  mi  sono  pia  del  padre  e  della  repubblica 
a  cuore*  Dav. 

Questi  esempj  sono  in  contraddizione  con  le  regole 
che  abbiam  rannate  nel  precedente  paragrafo  (i)  per  deter- 
minare quando»  per  secondo  termine  di  comparazione  cor- 
rispondente con  pia,  si  abbia  a  mettere  di,  e  quando  che  ; 
poiché,  secondo  quelle,  negli  esempj  primo,  terzo,  e  quarto, 
s'avrebbe  a  dire  più  di  millcn  miglior  di  quella,  più  di  due 
ore;  e  nel  quinto,  pia  che  il  padre  e  la  repubblica.  Ma,  io 
confermo  che  quelle  sono  le  regole  generalmente  osservate, 
e  non  si  sbaglia  seguendole;  e  queste  sono  deviazioni  che  si 
possono  imitare  per  chi  scrivendo  non  vacilla.  Non  sono 
per  ciò  le  due  espressioni  di  affatto  egual  valore;  che  per 
secondo  termine,  per  lo  suo  regger  la  voce,  ha  più  forza  che 
la  preposizione;  e  per  conseguenza  questa  ha  men  valore 
ma  pili  mollezza  e  dolcezza*  II  che  quelli  del  secondo  esem- 


(i)  Dal  greco  paragraphot,  composto  di  sopra  e  scritto  \  cioè  ragioiui- 
■cBto  che  precede  queUo  in  cut  si  legge  o  si  scrìre. 


100 

pio  è  ben  secondo  le  regole  date,  per  lo  confronto  che  fa 
con  giowzni. 

1  •  I  suoi  ragionamenti  sono  stati  pw*  lunghi  che  io 
NONnC  aspettai^a.  Caro.  a.  Priegos^i  che  nonmi\H>gliate  in- 
giuriate  più''  dì  queuocbe  ui  abbiate  fatto  F.  3.  Tosto  ci 
asfi^dremo  se  il  lupo  saprà  meguo  guidare  le  pecore  «  cwb 
le  pecore  abbiano  i  lupi  guidati.  B.  4*  Napoli  è  una  città 
antichissima ,  e  forse  cosi^  dilettevole  o  più*  cbe  alcuna 
akra  in  Italia.  B« 

Qaando  il  secondo  soggetto  della  comparazione  oppo- 
sto 9^  pia  o  meno  è  rappresentato  da  un  membro  della  prò* 
posizione,  o  pure  solamente  da  un  agente  e  da  un  verbo,  per 
secondo  termine  si  può  mettere  che  seguito  dalla  negazio- 
ne non^  o  di  quello  che^  senza  negazione,  come  appare  dai 
due  primi  esempj.  Nel  primo  caso,  a  dar  ragione  della  nega- 
zione, mi  pare  di  dover  supporre  che  siano  due  idee  com- 
prese in  una,  esprimendo  le  quali  in  intero,  chiaro  si  mani« 
Testerà  la  ragione  della  negazione*  Dunque:  /  suoi  ragiona^ 
menti  sono  stati  pia  lunghi  di  quello  che  io  m^  aspettami  il 
che  (  cioè  che  fosser  più  lunghi  )  io  non  m'aspettala.  Me- 
desimamente Tespressione  del  Boccaccio,  bevendo  pia  che 
non  avrebbe  voluto^  piena  è,  bevendo  pia  di  quello  che  a- 
vrebbe  voluto^  il  che  (  cioè  beverpià  )  non  avrebbe  vohUo. 
Quindi  è  cbe  in  queste  espressioni  si  può  usare  parimente 
che  non  o  di  cpiello  che.  Ma  v*ò  una  terza  maniera  di  espri- 
mere queste  comparazioni  tra  due  membri  di  una  proposi- 
zione; ciò  è,  come  dimostra  il  terzo  esempio,  di  porre  che 
solo,  senza  T  aiuto  di  non  o  di  quello*^  purché  il  verbo  che 
da  esso  dipende  sia  posto  nel  congiuntivo.  Nel  terzo  esem- 
pio la  comparazione  è  espressa  in  due  modi,  e  la  piena  co- 
struzione  è  forse  così  dilettevole  come^  o  più  che» 


lOI 

DEI  SUPERLA.T1VI 

Il  vocabolo  superlatisH)  vien  dal  Latino;  composto  di 
mper^  sopra,  e  lativus^  portante  ;  cioè  portante  in  su;  e  si 
chiama  così  perchè  porta  Taggettivo  al  più  alto  grado  di  sua 
forza.  II  superlativo,  id  genere,  è  dunque  uno  aggettivo. 

I.  Egli  mi  dà  GRANDiSSiMA  molestia.  B.  3.  Preso  un 
lume  in  una  lantemetta  ,  se  ne  andò  in  una  ixinghìssì^ 
MA  casa  nel  suo  palazzo.  B.  3.  Faceva  is  più*  beile  f ave* 
le  del  mondo.  B*  4*  '^o  sarò  il  miglior  marito  del  mondo.  B. 

Quantunque  ad  alcuni  paia  che  vi  siano  due  qualitk 
di  superlativi,  io  trovo  nella  lingua  italiana  un  solo  agget- 
tivo superlativo,  ed  è  quello  che  porta  Taddiziooe  in  issi-^ 
mo.  L*  altro  non  è  se  non  una  comparazione  ;  e  come  de- 
nominai comparazioni  e  non  comparativi  le  maniere  di  cui 
abbiamo  ora  trattato,  formate  per  mezzo  dei  termini  più  o 
meno,  e  che^  cosi  chiamerò  comparazioni  superlative  quelle 
che  si  compongono  d*un  aggettivo  preceduto  dapià  e  dello 
articolo,  come  nel  terzo  esempio,  o  d*un  comparativo  prece- 
duto dalParticolo,  come  nel  quarto.  Grandissima  e  lunghis- 
sima de*  primi  due  esempj  son  dunque  superlativi;  ma  se 
si  cambia  Tespressione  in  comparazione  superlativa,  dicen- 
do, egli  mi  dà  la  più  gran  molestia  del  mondo^  si  àk  a  quel- 
la più  forza»  Similmente  dicendo  egli  è  ottimo  marito^  si  fa 
oso  deir  aggettivo  superlativo;  ma  come  molti  possono  es- 
sere gli  ottimi  mariti^  bisognerà,  per  arrivare  al  maximum, 
dire  egli  è  il  migliormarito  del  mondo.  Nulladimeno  la  com- 
parazione superlativa  può  esser  anche  inferiore  alfaggetti- 
vo  superlativo;  perciò  che,  se  di  un  dato  numero  di  mariti  si 
dice  egli  è  il  migliore,  la  persona  rappresentata  da  egli 
l>otrebbe  ben  essere  il  migliore  di  quel  dato  numero,  senza 


ioa 

esser  attimo  o  pur  buono.  In  tal  caso  la  comparazione  su- 
perlativa è  relativa. 

I  •  La  reUorica  è  soArissiMA  di  tutte  T  altre  scien^ 
ze.  D.  2.  La  natura  umana  è  perfettissima  di  tutte  le 
altre  nature  di  quaggiù.  D. 

,,  Non  acciò  che  V  usiate  ,t  dice  il  Bartoli  „  ma  sola* 
mente  il  sappiate,  e  sapendolo  non  condanniate  per  la  leg- 
ge Non  sipuò  chi  Tusassci  ricordo  aver  Dante  nel  suo  Con- 
vivio accompagnato  latinissimamente  il  superlativo  col  se- 
condo caso  plorale;  e  ciò  delle  volte  parecchi;  99  e  poi  pro- 
duce questi  e  due  altri  esempj*  Maraviglia,  ch*egli  dica  una 
volta  che  non  s*  abbiano  ad  usare  queste  strane  formale^ 
come  le  chiama  V  Amenta  (1)  !  Ma  questa  volta,  per  lo  con- 
trario, non  gli  fo  buona  la  sua  concessione,  e  dichiaro  che 
io  pongo  qui  questi  due  esempj  di  Dante,  proprio  perchè 
chi  scrive  non  solo  si  ricordi  che  v*  è  questa  bella  lo- 
cuzione, ma  Tusi  ancora.  E  ben  mostrò  sentire  la  bel- 
lezza di  quella  chi  nella  lingua  peritissimo  è,  ed  elegan- 
tissimo di  tutti  gli  altri  italici  in  questa  nostra  presente 
et&;  dico  di  Francesco  Cecilia,  lo  cui  stile  mi  ha  persuaso  di 
ciò  che  io  credeva  a  noi  moderni  impossibile;  cioè  che  si 
possa  pervenire  a  scrivere  con  tutta  la  puritl^,  la  semplicità 
e  Teleganza,  che  già  si  scrisse  in  quel  beato  Trecento  (j2). 

(i)  OMerratioiie  del  Sìg*  AmenU  :  ,»  Aaeor  qui  Taole  U  Bartoli  tu  re- 
dere  le  strane  forinole  del  parlar  degU  antichi,  o  per  deridergli ,  o  per  non 
farli  avere  in  istima  „  •  Ma  egli  ha  qni  gran  torto  ^  però  dissi  di  lui  nella 
introduzione,  lodando  in  generale  le  sue  ossenraaioni,  eh^egU  le  fece  senza 
filosofia,  come  ora  dimostrerò. 

(a)  Non  ti  TO*  dir  eh*  egli  mi  sia  amicoj  che  potresti  credere  che  Tami- 
cisia  mi  facesse  veder  più  là  che  il  vero  ;  e  io  ti  assicuro  che  in  quesi*  open 
io  lodo  e  biasimo  propria  senza  paiiione^  e  per  solo  amor  della  verità. 


io3 

Ecco  Tesempio  ano,  tratto  da  una  epistola  di  C.  Plinio  Ce- 
cilio,  forse  suo  antichissimo  antenato,  da  lui  volgarizzata: 
Certo  la  maremma  toscana^  del  tanto  che  si  distenda  la 
spiaggia j  si  è  maligna  e  pestilenziosa.  Ma  il  mio  podere  si 
rimuove  di  grande  lunga  dal  mare;  anzi  sotto  ^ppennino^ 
saluberrimo  iU  tutti  (i  )  monti^  si  corica.  E  perchè  dunque 
non  scuserà  questa  forma?  quale  stranezza  è  nel  dire:  La  ret- 
torìca  è  scienza  soavissima^  in  comparazione  di  tutte  le  al-^ 
tre  scienze;  La  natura  umana^  in  comparazione  di  tutte  le 
dtre  di  (juaggià^  è  perfettissima  ;  V  Appennino  è  saluber^ 
rimo^  in  contrazione  di  tutti  gli  altri  monti?  Non  v^è  la 
stessa  ellissi  nelle  tre  ultime  comparazioni  che  abbiam  ve- 
dete a  carte  97,  li  cui  termini  sono  più  di?  Io  ne  so  pia  di 
te  significa  io  ne  so  pia  in  comparazion  di  te*  £  quando  si 
dice,  per  esempio,  una  casa  essere  altissima,  s'intende 
sempre  in  comparazione  delle  altre  case;  però  che  una  tor- 
re, no  campanile,  sarà  più  alto  della  casa  altissima  ;  e  un 
monte  sarà  più  alto  di  uno  altissimo  colle*  La  sóla  differen- 
za adunque  che  passa  tra  questi  superlativi  alla  latina  e  gli 
altriyèche,  in  questi  comuni  si. tace  Tidea  comparativa,  e 
in  quelli  si  espone;  ma  saranno  sempre  belli,  e  graziosi,  ed 
eleganti,  purché  non  si  trascorra  nello  abuso  • 

Il  mettere  due  articoli  nella  proposizione  superlativa, 
cioè  uno  avanti  al  nome  cui  si  appone  Taggettivo  superlativo, 
e  uno  innanzi  al  superlativo  medesimo,  è  un  gallicismo,  del 
^ale  si  possono  trovare  esempj  nella  fonte  sempre  peren- 
ne di  simil  oro,  nelP Antipurismo* 


(1)  Benché  a  me  non  piaccia,  per  la  ragione  che  dirò  altroTC,  questo  U»- 
|liere  V  articolo  fra  UUto  e  il  nome»  pure  lo  ha  usato  molto  Fra  B.  da  S. 
^CQidio. 


I.  La  sua  massima  IJ  pia  favorita  é  quilla  diffon  urtare  giasamuu, 
a.  La  poesia  ama  talvolta  mostrarsi  nelV[abbigliamento  IL  pia  semplice» 

Dovea  dire  la  sua  massima  pia  fa\forita^  nel  pia  sem- 
plice abbigliamento^  in  quanto  alla  grammatica;  ma  ciò  non 
avrebbe  bea  risposto  ali'  impurità  deU*  intero  stile  di  que- 
ste due  frasi* 

Anche  il  Monti  me  ne  fornisce  un  esempio  :  Jggiunff, 
che  cotesti  cruscanti  seguitano  il  vocabolario  ne^  modi  di 
fasfellare^  non  già  ipià  nobili  e  peregrini^  ma  ipià  bizzar- 
ri. Dovea  dir  questi  e  non  cotesti  «  come  vedremo  a  luogo 
suo;  ora,  i  due  articoli  innanzi  a />ià  sono  di  soperchio*  Ma, 
togliendo  via  que*  due  articolii  pare  ali*  orecchio  che  man- 
chi qualche  cosa  alla  frase,  e  che  non  corra  più;  la  cagione 
di  questo  è  che  tutto  l'andamento  della  frase  è  francese;  che 
lo  stile  italianoi  in  tal  caso,  domanda  che  si  ponga  più  tosto 
il  nome  dopo  gli  aggettivi,  cosi  :  Questi  cruscanti  seguita^ 
no  il  {H>cabolario%non  già  ne^piànobili  e  pia  peregrini  modi 
di  fa\fellare^  ma  né" più  bizzarri;  come  si  discerne  in  questo 
esempio  del  GeWuPareifa  conveniente  cosa  cavare  la  scena 
del  di  là  d*  Amon  e  farla  nella  più  frequentata  e  pia  bel^ 
la  parte  di  Firenze^ 

Io  trovo  nella  Proposta  del  Monti»  d*  onde  ho  estrat- 
tolo allegato  solecismo  (i  ),  la  seguente  sentenza  del  lohnson 
che  il  filologo  G.  G.  traduce  così  dall'Inglese:  ,,  Le  parole 
ff  possono  entrare  a  migliaia  nella  fabbrica  di  una  lingua 
„  senza  nessun  suo  danno;  ma  una  nuova  fraseologia  fa  gran 
9,  guasto  ad  un  tratto;  poiché  essa  non  tocca  solamente  le 


(x)  Solecismo,  daU^antichissiino  greóo  soloikismos,  equitale  ad  errore; 
offende  meno  cui  si  attribuisce,  per  non  essere  troppo  inteso  il  senso  suo» 
Nessun  vocabolario  greco  me  ne  dà  definizione* 


100 


„  pietre  deiredifisio;  ma  scommette  V  ordine  dell*  architet^ 
,,  tara  sul  quale  è  fondato.  „  Sian  dunque  a  me  queste  pa- 
role di  difesa  con  chi  potesse  mai  pensare  che  altro  senti- 
mento mi  movesse  ad  esporre  in  faccia  di  tutta  la  nazione 
queste  viziose  locuzioni  di  un  uomo  tanto  benemerito  airita- 
]ia,edi  tanta  dottrina,  fuor  che  quello  eh* egli  medesimo  ha 
di  molto  contribuito  ad  inspirarmi  con  la  predetta  sua  opera, 
doè  di  ritornare  la  lingua  nel  suo  primiero  splendore. 


GAP.  X. 


AGGETTIVI  INDETERMINATI 


Vi  SODO  alcuni  aggettivi,  il  definire  la  natura  de*  quali 
è  malagevole  9  perchè  in  un  riguardo  essi  circonscrivo  no  il 
senso  vago  del  nome  in  un  certo  termine  specifico,  il  qual  &en« 
so  specifico,  rimane  ancora  indeterminato  rispetto  al  parti- 
colare. Se  per  esempio  dico  fatelo  fare  da  un  uomo ,  mi  si 
rìspooderày  qual  uomo  ?  Allora  io  definisco,  e  dico  ^  daun 
uomo  qualunque  ,  cioè  qual  mai  svolete.  Se  si  domanda  cfu 
se  ne  maraviglia  ?  definirò  per  ognuno ,  cioè  ogni  uomo»  E 
pure  nelle  parole  qualunque  uomo  e  ogni  uomo  il  nome  è 
ancora  indeterminato  rispetto  al  particolare.  Questi  aggettivi 
SODO  i  seguenti* 

Ogni.i  Qualche.  Nullo.  Chiunque. 

Ognuno.  Alcuno.  Niuno.  Qualunque. 

Ciascuno.       Qualcunom        Nessuno.  Qualsisia. 

Ciascheduno.  Qualcheduno*  Veruno.  Qualsiwglia. 

9 


\ 


106 

Questi  vocaboli  li  classifico  tra  gli  aggetti?! ,  perchè 
tutti,  sebbene  la  maggior  parte  si  reggano  da  se,  posson  ri- 
cevere dopo  di  se  un  nome;  fuor  che  chiunque  ,  che  è  pro- 
nome stante  per  qualunque  uomo,  il  qnale  pongo  con  que- 
sti aggettivi  per  essere  della  medesima  famiglia. 

OGNI,    QUALCHE,.  B    ALCUNO 

I  •  Ogni  altra  cosa  sia  vostra*  B.  a.  Tlu  debbi  essere 
QUjitcBE  sciocco*  F«  3«  Dopo  AicuN  giomo  riparlò  alla  ca- 
meriera. B.  4*  ^^^l  sono  AicuNA  volta  da  alcuna  di  noi 
cautamente  beffati  B. 

Ogni  e  qualche  sono  aggettivi  ch^  non  aman  plurale; 
quindi  sono  usati  solamente  nel  singolare.  Alcuno  può  sta- 
re anche  senza  nome,  come  mostra  alcuna  del  quarto  esem- 
pio; ma  qualche  solo  non  regge.  Benché  alcuno  abbia  il  pia- 
tale si  adopera  spesso,  pure  nel  singolare,  a  nominare  più 
cose  o  persone,  in  modo  che  T  espressione  alcun  giomo  del 
terzo  esempio  non  si  ristringe  propriamente  a  un  giorno  so- 
lo, ma  nel  suo  senso  vago  e  indeterminato  può  anche  signi- 
ficar più  di  un  giorno.  Lo  stesso  si  può  dire  del  ripetuto  o/- 
cuna  del  quarto  esempio;  onde  non  si  potrebbe  usare  alai*' 
no  nel  secondo,  per  la  ragione  che  quivi  il  numero  è  deter- 
minato dal  nome  tu.  Ne*  seguenti  estratti  pure  del  Boccac- 
cio questa  nostra  opinione  è  ancor  piò  evidente;  Ciascuno 
s^  apparecchi  di  ragionare  di  ciò  che  felicemente  as^venisse 
ad  alcuno  amante y  dopo  alcun  fiero  e  sventurato  accidente; 
Avendo  alcun  danaro  di  suo  ,  e  il  Canigiano  avendogliene 
alquaf Iti  prestati.  Il  vocabolo  alcuno  V  usò  Dante  in  prosa 
e  in  verso,  io  luogo  di  nessuno;  Ne  lo  profondo  inferno  gli 
riceve^  eh*  alcuna  gloria  i  rei  avrebber  (Telli;  e  il  Pel^a^ 
ca  adoperò  qualche  nel  plurale  :  addormentato  in  qualche 


I07 

\^rdi boschi;  maio  ci&nonfaan  trovato  seguitatori,Così  ogni 
nel  plorale  si  usa  solo  nella  espressione  og/zman^i  e  non  più. 

BBLUB  VOCI  COMPOSTB  DElj  D£LLOy  DELLA^  DEGLI ^ 
SCC  PREBIBSSB    ALL*  AGENTE   O  ALL*  OGGETTO   DEL   T£RBO« 
DINOTANTI  ALCUNA  QtTANTITA\ 

i*  Anche  nelle  povere  case  piowno  dal  cielo  de"  divi- 
ni  spiriti.  B.  a.  Egli  mi  mandò  una  borsa  e  una  cintola^qua-- 
si  come  se  io  non  ascessi  delle  borse  e  delle  cintole.  B« 
3«  Per  sahar  la  vita ,  senza  colpa  si  sono  uccisi  degli  uO" 
mini.  B.  4.  Qui  son  giakdìni^  qui  son  pratelli^  qui  al- 
tri  woGHi  assai  dilettevoli.  B.  5.  Za  buona  femmina  sen^ 
tendo  che  egli  era  ancor  digiuno  j  suo  pan  duro  con  alcun 
pesce  e  acqua  gli  apparecchiò.  B.  6.  p^oi  sapete  che  io 
non  ho  donne  in  casa  che  sappian  acconciare  le  camere.  B« 

Vi  sono  delle  proposizioni,  simili  a  quelle  de*  primi 
tre  esempj,  io  cui  V  agente  o  V  oggetto  del  verbo  è  prece- 
dato  dair  articolo  e  dalla  preposizione  di^  il  che  si  fa  quan- 
do si  vuole  esprimere  una  certa  quantità  più  vaga  e  inde- 
termioata  che  non  accenna  V  aggettivo  alcuno  del  quale 
trattiamo  ;  tali  sono  gli  agenti  divini  spiriti  e  uomini  del 
primo  e  terzo  esempioi  e  gli  oggetti  borse  e  cintole  del  se- 
condo. Ora,  avendo  in  tal  caso  le  forme  de\  delle^  degli^  mol« 
ta  aifioìtà,  neir  idea  che  dinotano,  col  predetto  aggettivo 
ohmo ,  molte  volte  avviene  che  si  apponga  tortamente  la 
preposizione  di  e  V  articolo  ali*  agente  0  all'oggetto,  quan- 
do il  nome  che  lo  rappresenta  è  usalo  in  senso  indetermina- 
to (  vedila  teorica  dell'  articolo )|  come  sono  ne'  tre  ultimi 
^sempj  i  nomi  giardini^  pratellij  luoghi^  agenti  del  verbo»  e 
pone  i  acqua  ^  donne  ^  oggetti;  per  tal  ragione  do  luogo  nel 
presente  capitolo  a  queste  due  sorte  di  proposizioni,  a  con- 
fronto delle  une  con  le  altre. 


io8 

< 

Nel  definire  t  agente  e  t  oggetto  dd  rerbo  dicemmo 
questi  DOG  essere  mai  precedati  da  alcuna  preposizione;  al 
che  contraddicono  i  primi  tre  esempj;  ma  pure  vedremo  che, 
sebbene  per  forza  dell*  uso  che  perde  la  traccia  onde  de- 
riva n  ridee,  i  nomi  spiriti^  uomini^  borse y  e  cintole ^  facciao 
r  ufficio  d*  agente  e  d*oggettO|  pure  sono  qualificanti  d*  un 
nome  sottinteso.  E  primieramente,  perciò  che  spesso  si  con- 
fondono i  due  casi  che  abbiamo  esposti,  mostreremo  perchè 
ne*  primi  tre  esempj  i  nomi  accennati  siano  preceduti  per 
de\  delle^  degli^  e  negli  altri  tre  non  sono  né  debbono  esse- 
re preceduti  dalla  preposizione  e  dair  articolo*  Gii  agenti 
€Us^ ini  spiriti  B  uomini  9  e  gli  oggetti  borse  e  cintole  portao 
la  preposizione  e  1*  articolo,  perchè  non  solo  la  qualità  del- 
le  cose,  ma  si  esprime  anche  una  certa  quantità;  come  si  può 
vedere  supplendo  le  parole  che  sono  idealmente  sottintese, 
alcuni  nel  primo  e  nel  terzo  esempio  ,  e  niuna  pros^isione 
nel  secondo.  I  nomi  giardini^  pratelli^  luoghi^  agenti  del  ver- 
bOf  epane^  acqua^  donne ^  oggetti,  non  sono  intesi  a  dinotar 
quantità  di  sorte  alcuna,  ma  solo  la  qualità  delle  cose. 

Dunque  si  farà  uso  delia  preposizione  di  e  deirarticolo 
con  r  agente  o  con  T  oggetto  del  verbo,  quando  si  vorrà  e- 
sprimere  alcuna  quantità  benché  vaga  e  indeterminata;  e  si 
metterà  il  nome  solo  allora  che  non  farà  di  mestiere  d*altro 
che  di  accennare  la  qualità  della  cosa.  Benché  1*  aggettivo 
alcuno  si  sottintenda  nel  primo  casoi  ciò  non  toglie  che  vi 
sia  differenza  fra  i^*  eremo  alcuni  uomini^  e  if^eran  degli  uo- 
mini;  questa  maniera  è  più  vaga  e  indefinita  nel  numero  ap- 
punto per  la  ellissi*  Quanto  ali*  articolo  che  si  unisce  alla 
preposizione  di  nei  tre  esempj,  la  ragione  è  che  il  nome  è 
determinato  nella  specie  ;  perchè  non  solamente   alcuno 


I09 

tì  si  sottinleode  ;  ma  V  idea  intera ,  per  esempio ,  dell* 
ultiino  èy  si  sono  uccisi  alcuni  individui  della  specie  degli 
uomini  • 

I.  Z'  ai^re  nelle  miserie  compagni  grande  alleggia-- 
nwnto  suole  esser  di  quelle.  B.  2.  Per  tutto  mi  parea  sen^ 
tire  MUGQMi/^  uMì^  e  strida^  di  dii^rsi  e  ferocissimi  ani** 
mali.  D. 

A  chi  non  bene  considerasse  potrebbe  parere  che,  nel 
primo  di  questi  esempj ,  lo  dicitore  intenda  ad  esprimere 
qaantità  rispetto  al  nome  compagni;  cioè  Va\>er  de*  compa^ 
gm\  0  Vwer  qualche  compagno  nelle  miserie  ecc.  ;  in  mo- 
do chci  se  cosi  fosse,  si  domanderebbe  perchè  non  v^è  mes- 
sa la  preposizione  e  V  articolo*  Ma  non  è  vero  che  la  men- 
te di  chi  parla  tenda  ad  esprimere  quantità  di  compagni;  per* 
ciò  che  non  il  numero  de*  compagni  può  alleggiare  il  mise- 
ro, potendo  alcuna  volta  uno  essere  a  lui  di  maggior  sollie- 
vo che  dieci,  ma  bensì  la  qualità  delle  persone  rappresentate 
per  tal  nome.  Così,  se  nel  secondo  esempio  si  dicesse  séai- 
flìcemmte^  mi  parea  sentire  de*  mugghile  delle  strida^  Tin- 
teozione  sarebbe  di  esprimere  una  certa  quantità  di  mugghii 
t  ài  strida;  ma  il  concetto  contenuto  nelfesempio  non  è  quo* 
sto;  1.  perchè  Tespressione  mi  parea  non  è  d^aom  vegliane 
te,  io  bocca  del  quale  più  si  presterebbe  alP  idea  di  accen^ 
oare  quantità,  ma  d^oom  sognante;  cioè  in  sogno  mi  parea; 
dove  r  incertezza  eontenutain  parere  si  riferisce  ài  sogno; 
3*  r  avverbio  per  tutto  contrasta  con  la-  supposizione  di  e* 
sprìmere  alcuni;  perchè,  quando  si  dice  per  tutto^  non  s*in« 
tende  di  alcuni  mugghii  e  Ì  alcune  strida  ;  3«  la  pluralità 
^Ue  cose  espressa  nelle  parole  fnuggkii^  urli^  strida^  dii^rsi 
^'xàna//,  tutto  pruova  che  non' erano  pure  alcuni  mugghii  ^, 


no 

alcune  strida^  ma  che  V  intenzione  di  chi  racconta  tende  a 
significare  solo  U  qualità  delle  cose.  Sarebbe  dunque  erro- 
re il  dire  nel  secondo  esempio  dei  mugghii^  degli  urliy  e 
delle  strida. 

Da  quello  che  qui  si  è  ragionato  si  può  scorgere  che  il 
porre o  non  porre  la  preposizione i//  e  l'articolo  ali*  ogget- 
to o  alFagente  nelle  sopra  esposte  espressioni,  è  punto  sot- 
tilissimo di  logica  ;  e  però  si  vede  spesso  usato  V  uà  senso 
per  r  altro  senza  discrezione,  come  ne*  seguenti  esempj  del- 
r  Antipurista. 

X.  Se  voi  aveste  naturalmente  àe\  fuoco,  del  sentimento,  àtXC  immani" 
nazione,^ecc» 

Se  egli  avesse  sentimento  nella  filosofia  della  lingua  a- 
vrebbe  detto,  fuoco,  sentimento ^  immaginazione. 

a*  Tutte  ^uest*  ombre,  io  dico,  danno  luogo  a  dei  tratti  ammirabili» 
3.  jiwilire  un  autore  ri$pettabile  per  deUe  parole  e  deUe  /rasi. 

m 

Non  si  troverà  mai  nel  nostro  primo  maestro  in  prò-* 
sa,  nel  Boccaccio  io  dico,  che  abbia  detto  con  dei ^  per  deif 
a  dein  con  delle^  per  delle,  a  delle,  ece«;  e  sappia  TAntipu- 
rista,  che  con  parole  e  con  frasi  si  compone  la  lingua,  e 
che  quando  le  parole  e  le  frasi  sono  di  questa  fatta,  d*una 
lingua  ordinata  e  ragionata  si  fa  un  caos  nel  quale  egli  s*  è 
ingolfato  senza  speranza  di  mai  più  uscirne.  Il  Davanzali  di- 
ce in  Tacito:  Non  ci  maravigliamo  che  gli  storici  di  tutti 
i  tempi  scrivano  delle  cose  contrarie.  Se  a  questa  propo- 
sizione si  togliesse  delle ,  tutte  le  storie  si  potrebbero  git- 
tare  alle  fiamme.  Vedi  dunque  quanto  importi  il  penetrare 
il  suo  valore  • 

Ma  il  maggior  male  lo  fanno  tatta  quella  peste  di  gram- 
matiche scarabocchiate,  non  già  come  esse  et  promettono  , 
per  insegnare  a  noi  le  lingue  straniere ,  ma  per  distroggere 


Ili 

la  nostra;  e  per  ciò  solo  io  ne  scrissi  e  pubblicai  una  per  ap- 
parar i*lnglese.  Così  fosse  alcuno  tanto  pietoso  della  patria 
che  prendesse  a  compilarne  un*  altra,  scritta  in  vero  italia- 
no, per  lo  insegnamento  della  lingua  francese;  e  togliesse  a 
nieqaesta  briga  !  poiché  le  grammatiche  italiane  francesi, per 
esservene  in  quasi  ogni  famiglia,  fanno,  assai  maggior  danno 
che  le  altre.  In  Italia  solo  si  ardisce  venire  a  scrivere  bar- 
barissimamente cotai  libricciattoli ,  e  con  incomprensibile 
sfacciataggine  pubblicarli  come  se  fossero  in  nostro  idioma! 
In  Francia  e  in  Inghilterra  ti  richiederebbero  che  tu  scri- 
vessi, se  non  elegantemente,  con  purità  almeno  di  lingua,  il 
libro  col  quale  tu  vuoi  insegnare.  E  infino  a  quando,  ò  pa- 
driomadriy  tollererete  che  i  vostri  figliuoli  disapparino  anche 
qael  poco  della  lingua  materna  che  lor  fornisce  il  natio  pae- 
se, mettendo  lor  fra  le  mani  libri  di  tal  sorte  ?  O  cecità  ! 
Che  vai  che  parlicchino  un  po'  difrancese,  quando  non  sap- 
pian  poi  piiì   discernere  francese  da  italiano  ?  Han  costoro 
bisogno,  per  esempio,  di  far  recare  in  quella  lingua  le  espres* 
sioni:  V  Italia  produce  grano  ,  i^ino^  olio^  limoni^  aranci  ; 
Egli  vende  carta^  penne,  e  inchiostro  ?  Non  avendo  i  Fran- 
cesi il  nostro  modo  di  adoperare  i  nomi  indeterminati  sen- 
ta articolo,  che  fanno  essi?  pongono  in  que*  loro  libri  (i), 
V  Italia  produce  del  grano,  del  s^ino,  delV  qIìo\  Egli  ven^ 
de  della  carta f  delle  penne,  deir  inchiostro;  afàn  che  i  loro 
discepoli,  traslatando,  Don  durino  alcuna  fatica.  £  in  questa 
maniera  avvezzano  gli  studianti  a  porre  V  articolo  e  la  pre-^ 
posizione  in  tal  casOy  contro  il  vero  sentimento  e  la  delica- 


\ 

^    (i)  Vedi  U  grammatica  italiana  inglese  detta  del  Ver^ani,  e  pubblica* 
U  dal  Vanson  nel  35  in  LÌTomo. 


tezza  della  ooslra  favella;  e  i  giovani  così  avvezzi  non  san- 
no poi  più  scrivere  un  vocabolo  che  non  V  appautellino , 
quasi  da  se  non  si  potesse  reggere ,  con  un  del^  nn  della ,  o 
un  delle;  e  cosi  via  via,  anche  nel  resto;  senza  fine  i  barba- 
rismi, gli  errori,  due  lingue  e  nessuna,  tutto  confusbue  ! 

I  •  Pianger  senti"  fra  7  sonno  i  miei  figliuoli ,  e  di- 
mandar DEL  pane*  D.  2.  Dateci  del  cacio ,  e  delle  frut" 
te,  e  sopra  tutto  buon  vino*  F* 

In  questi  esempj  similmente  il  complemento  degli  og- 
getti del  pane ^  del  cacio  j  e  delle  fmttey  è  alcuna  porzione^  il 
quale  in  simili  espressioni  dair  uso  è  stato  frodato;  e  quan- 
do si  voglia  reintegrare  Tordine  delle  parole,  bisogna  risa- 
lire a  quella  origine  che  questi  idiotismi  si  possono  avere 
avuta ,  come  per  esempio,  domandar  alcuna  porzione  del 
cibo  pane;  datecialcuna  porzione  del  cibo  cado  e  dellepro- 
duzioni  frutte  (  perchè  si  supplisca  cibo  e  produzioni  vedi 
la  teorica  dell*  articolo  a  carte  5:i  );  poi  si  ridussero  a  quei 
che  sono;  in  modo  che  ora,  con  quei  nomi  che  si  adopera- 
no per  lo  più  nel  singolare  solo,  come  salsa^  i^ino^  pàne^ 
acqua^  sale^  grano ^  pesce j  ecc.,  quando  si  voglia  esprimere 
alcuna  porzione,  si  fa  oso  della  preposizione  di  e  dell* arti- 
colo. Nel  secondo  esempio  buon  pino  sta  senza  articolo  e 
preposizione,  perchè  chi  parla  intende  solo  ad  esprimere  la 
qualitìi  della  cosa  e  non  quantilà. 

» 

KIUNO,    NESSUNO,    NULLO,    E    NIÈNTE 

!•  NiUNO  di  voi  sia  ardito  di  toccarmi.  B.  2Ì  Nuiu 
cosa  mi  ha  fatto  tenere  il  mio  amore  nascoso^  quanto  ecc. 
B«  3.  Non  ci  ha  mandata  candela  nwna  B*  4»  Io  non  ne 

VO  dir  NIENTE.  B, 


ii3 

I  vocaboli  niuno%  nessuno^  nullo^e  nieniejnon  abbiso- 
gnano della  negazione  no/i,  quando  son  posti  davanti  al  ver* 
bOy  siccome  quelli  che  già  la  contengono  in  se  medesimi; 
ma  ben  la  richieggono  se  stanno  dopo;  e  ciò  prova  n  gli  e- 
sempj;  che,  qualunque  fosse  il  vocabolo  negativo  posto  do* 
pò  il  verboi  non  soddisfarebbe  1*  orecchio  nostro,  quando 
non  precedesse  a  quello  la  negazione;  perchà  si  comince* 
rebbe  dallo  affermare  quello  che  poi  si  niega.  Questi  agget- 
tivi si  usano  solo  nel  singolare.  Niuno  e  nessuno  si  possono 
reggere  dà  se,  allor  che  si  riferiscono  a  persone;  nulla^  per 
lo  contrario,  quando  si  riferisce  a  cosa^  con  tutto  che  questa 
parola  sia  espressa  nel  secondo  esempio.  Nulla  e  radia  co^ 
sa  equivalgono  a  niente.  Si  può  adoperare  nullo  per  nullo 
uomo;  lo  dice  Dante:  Nullo  è  pia  amico,  che  Viiomo  a  se; 
ma  poco  si  trova  usato«  Havvi  anche  veruno  equivalente  di 
nessuno;  j^nzi non  faegli caldo  svenino.  116.  Boccaccio  disse: 
Og^ poche  o  non  niuna  donna  rimasa  ci  è*  Quel  non  è  so- 
verchio. L*ha  detto  il  Bartoli  e  Né  niun  moderno^  se  non  se 

forsennato  o  ingiusto^  glie l potrebbe  concedere.  Anche  F. 
B.  da  S«  Goncordio  usa  la  negazione  davanti  a  niuno  imme- 
diatamente; ma«  io  avviso  ciò  essere  in  dispetto  della  ragione 
e  del  buon  gusto,  e  che  è  proprio  ooo  affettare  particolarità 
il  volere  ora  increscere  alPorecchio  col  mettere  in  contatto 
queste  due  voci  die  amano  essere  partite  per  mediazion  del 
verbo* 

Ella  intendeva  poco  o  niente  di  quella  lingua.  B. 

Questo  esempio  pare  opporsi  alla  regola  qua  sopra  ad- 
dotta, che  la  negazione  si  richiegga  avanti  al  verbo,  se  è  se- 
guito da  un  vocabolo  negativo;  ma  qui,  benché  niente  sia 
posto  dopo  il  verbo,  la  parola  ^oo,  stante  tra  questo  e  quel- 


ii4 

loy  essendo  in  parte  affermativa,  non  potrebbe  patire  alcu- 
na negazione*  Senza  che,  la  gradazione  da  poco  a  niente  fa 
si  che  non  si  senta  difetto  di  negazione. 

I  •  E  sUo  trow  luif  %H)lete  wi  che  io  gli  dica  nolLj4  ? 
F.  a.  Questa  è  quella  wlta  che  io  mi  accorgerò  se  tu  se* 
buona  a  MwtLji.  F.  3.  Vedendo  noi  per  natura  la  buona  for^ 
tana  altrui  con  mal  occhio  ;  e  nivnì  estimando  doversi 
moderare^  più  di  quei  che  già  ci  vedemmo  uguali.  Day. 

La  voce  nulla  par  bene  adoperata  ne*  priaii  due  esem- 
pj  nel  senso  di  qualche  cosa^  il  che  fece  dire  al  Bartoli  che 
,1  in  nostra  lingua  il  niente  e  il  nulla  si  spendon  per  qual- 
che cosa;  ,,  ma  pur  non  è;  e  anche  quivi  comprende  il  suo 
solo  senso  negativo.  Se  nulla  vi  avesse  il  valore  di  alcuna 
cosan  s*avria  allora  a  poter  dire  indifferentemente:  Io  gli 
voglio  dir  nidla;  T\i  sei  buona  a  nulluy  in  luogo  di.  Io  gli 
voglio  dir  qualche  cosa^  Tu  sei  buona  a  qualche  cosa.  Oa- 
d' è  adunque  che,  se  in  quei  due  casi  si  porrà  qualche  cosa^ 
le  due  proposizioni  verranno  ad  esprimere  il  medesimo  ? 
La  ragione  è  che  esse  contengono  ambedue  un*idea  sospesa 
tra  il  sì  e  il  no*  Nel  primo  questa  è  evidente  a  cagione  della 
interrogazione,  la  quale  lascia  il  deliberare  in  arbitrio  della 
persona  cui  è  diretta  ;  nel  secondo  mostra  che  la  persona  a 
cui  vanno  le  parole  sia  stata  in  vero  non  buona  a  nulla  in- 
fino  a  quelPora,  ma  che  dia  da  sperare  per  quella  volta, qua- 
si per  uno  sforzo  sopra  sua  natura.  Si  dirà  dunque  che,  in 
quo*  due  casi ,  alla  voce  nulla  si  può  sostituire  qualc/ie 
casa  y  perdio  due  idee,  Tuna  affermativa  e  T altra  nega- 
tiva, si  possono  dedurre  da  quelle  parole  ;  ma  non  che 
Tuilla  significhi  qualche  cosa  „  per  la  contraddizion  che 
noi  consente .  „  Nello  stesso  modo  si  usano  ancora  me/i- 
te, nessuno^  e  niuno. 


ii5 

L'idea  compresa  negli  aggelli?i  niuno^  nessuno^  ve^ 
runOf  è  non  uno^  non  pur  uno  ;  onde  il  pluralizzare  tali 
parole  è  un  distruggere  T  idea  stessa  cui  esse  sono  intese 
ad  esprimere.  Pure  il  vocabolo  alcuno  sdegna  la  negazione 
nel  plurale;  però  non  dubito  di  afiermare  essere  soleci- 
smo quel  niuni  che  ci  fornisce  il  Davanzati  nel  terzo  e- 
sempio . 

I.  Andiamcene  qui  nella  capanna  che  non  ci  s^ien 
mai  peksonjì  B.  2.  //s  d2  di  festa  non  risarà  persona 
che  ci  s^egga.  B.  3,  Io  mi  viuo  in  su  tentrate^  e  non  fo  nul-* 
la^  e  non  attèndo  a  stato.  G.  4*  Quésta  proprietade  ha  la 
grammatica^  chopper  la  sua  infinitade^  i raggi  della  ragio" 
ne  in  quella  non  si  terminano  in  parte.  D* 

Il  vocabolo  persona  è  di  frequente  adoperato  dai  clas* 
sici  nel  senso  di  niuno^  nessuno^  la  sola  differenza  è  che  a 
questi  aggettivi  si  sottintende  il  nome;  e  a  quel  nome  è  sot- 
tinteso r  aggettivo  niuna  o  alcuna^  ma  si  usa  nel  singola- 
re solo.  Non  è  però  da  farne  scialacquo ,  per  essere  cosi 
maniera  francese.  Medesimamente,  ne*  due  ultimi  esempj 
a*  nomi  stato  e  parte  si  sottintendono  i  loro  aggettivi  a/cei* 
no  e  edcuna* 

CIASCUNO  B  OGNUNO 

I  •  CiAScaiTA  cosa^  da  provvidenza  di  propria  natUf 
ra  incinta  ,  è  inclinabile  alla  sua  perfezione*.  D.  2.  Così 
detto^  licenziò  ciascuno.  B.  Z.Ma  che  fo  io  adesso  qui?  che 
aspetto  ?  che  la  cosa  si  scuopra^  e  che  mi  sieno  tolte  que-^ 
Ite  cose^  e  datomici  sopra  un  monte  di  bastonate  P  E  sai  se 
OGNUN  direbbez  ben  lista* F. 

Benché  paia  che  ciascuna  cosa  sia  equivalente  di  ogni 
cosa,  io  giudico  che  questa  espressione  si  avvicini  di  più  al 


it6 

senso  di  tutte  le  cose ^  come  mostra  la  parola  ognissanti^  per 
essere  ogni  derivato  dal  latino  omnis;  e  che  quella  circon- 
scriva  ciascuna  cosa  in  se,  e  piii  separatamente  le  divida  ad 
una  ad  una.  Del  resto,  ognuno  e  ciascuno  per  le  persone  si 
asano  più  tosto  senza  nome,  e  non  hanno  plurale.  Ognuno 
non  si  può  apporre  a  una  cosa»  Sentiamo  ora  il  parere  che 
siegue  del  sollazzevole  Bartoli. 

,,  Io  vidi  già  sedere  un  valente  uomo  sul  banco  dei 
„  giudici,  a  dar  sentenza  fra  ciascuno  e  ogni^  ovvero  o*- 
^,  gnuno^  e  in  esaminar  le  loro  ragioni,  forte  dibattersi,  e 
„  intendere  alle  grida  or  dell*  uno  or  dell*  altro.  Infine , 
„  dopo  lungo  contendere,  ognuno  se  n*andò  condannato  a 
„  non  dover  comparire  altro  che  dove  si  parli  di  molti,  e 
„  non  singolarmente,  ma  di  tutti  insieme.  Tal  che  ragio- 
„  nandosi,  per  esempio,  degli  Apostoli,  non  si  dica  ognun 
„  di  loro  essere  stato  povero  ,  ma  ciascuno.  Molto  meno 
„  di  Pietro  e  d*  Andrea,  o  di  Iacopo  e  Giovanni ,  che  o-* 
„  gnun  di  loro  era  pescatore;  ma  simil mente  ci<ifcaiio,  che 
„  ò  voce  de^singolarmente  presi,  sì  come  ognuno  è  di  tutti 
„  insieme.  Ma,  con  buona  pace  di  messer  lo  gindicé,  Dan- 
„  te  e  il  Boccaccio  voglion  aver  detto  bene;  e  sì  anche 
„  vogliono  che  ben  dica  chi  in  avvenire  parlerà  come  essi; 
9,  quando,  eziandio  se  di  tre,  o  anche  sol  di  due,  presi  sin- 
„  golarmenle,  in  vece  di  ciascuno  ch*è  il  più  usato,  si  vor- 
„  rà  alcuna  volta  adoperare  ognuno*  E  basti  un  testo  ad 
^  ognuno  di  loro  per  dimostrarlo.  Dante,  di  Lucifero:  Da 
„  OQjfi  bocca  dirompea  co'  denti  Un  peccatore^  a  guisa 
„  di  maciulla^  SI  che  tre  ne  facea  così  dolenti.  TX  Boccac* 
„  ciò:  La  fante  n*  andò  ad  amentùmi;  e  ordinatamente  a 
«9  cijiScuNO^  secondo  che  imposto  le  fu^  disse.  Jilla  quale 


,,  ri^!H}sto  fu  da  oa^iryo^  che^  non  che  in  una  sepokitrai 
f9  ma  ecc. 

Io  non  vo*  dire  che  ogni  volta  che  s'hanno  a  usar  que- 
sti vocaboli  si  stia  a  esaminare  se  collettivamente  o  slogo- 
hrmente  si  parli;  ma  pure  spesso  avviene  che  s'abbia  a  di- 
stinguere; e  io  voglio  prendere  questo  medesimo  esempio 
del  Boccaccio  che  il  Bartoli  allega  (  però  che  quel  di  Dan- 
te poco  vai  qui  ) ,  e  mostrare  che  1*  Autore  adoperò  prima 
ciascuno  e  poi  ognuno  non  a  casOf  ma  a  proposito.  La  pri- 
ma Tolta  egli  dice  :  ordinatamenie  a  ciascuno  t  perchè  la 
fante  aveva  a  fare  due  ambasciate»  a  que'  due  uomini,  del 
tutto  differenti;  per  la  qual  ragione  era  bisogno  di  singola- 
rizzare il  termine;  laddove  la  risposta  di  ambedue  fu  egual- 
mente risoluta,  e  consenziente,  e  compresa  nelle  medesime 
paroler  come  se  avessero  parlato  tutti  due  insieme. 
chwhqvs,  qualunque,  quantunque  ecc. 

I .  Chìunìiue  s^eniM^  facwa  ricevere.  B.  2.  Quautn-^ 
qu E  priva  se  del  vostro  mondo  ecc.  D«  3.  Fìcggi  i  tem-- 
pestasi  mari  ^  a  te  e  a  qa^uryqtrs  altro*  4-  Con  voce  alta 
disse  che  per  q^jìntunque  spasimi  noi  direbbe.Dùy.  5»  Cfii 
wol  vedere  quANTUirquE  pub  Natura^  venga  a  veder  co^ 
steiecCn  P» 

Chiunque  è  pronome  singolare  equivalente  a  qualun* 
que  uomo.  Per  due  eserapj  si  vede  che  qualunque  può  es- 
sere adoperato  anclie  senza  nome,  ma  per  le  persone  sola- 
mente. La  costruzione  del  terzo  esempio  è  fuggi  i  mari^ 
tempestosi  a  te  ecc.  Ciascheduno  non  è  tanto  in -uso  quanto 
ciascuno  al  quale  è  simile.  Qualsisia  e  qualsivoglia  com^ 
poflli  dì  qual  si  sia  e  qual  si  voglia^  rispondono  a  qualun^^ 
qfue^  questo  è  più  usato,  ma  serve  solo  nel  singolare;  quelli 


08 

bando  il  plurale  guai  si  siano f  guai  si  wgliano.  Il  vocabolo 
quantunque  t  per  bizzarro  privilegio,  si  può  usare  per  ag- 
giunto di  un  nome  singolare,  conae  di  un  plurale,  per  quel 
che  appare  dagli  eseropj.  L*  idea  compresa  nella  termina- 
zione unque  di  questi  aggettivi  è  la  medesima  in  ciascuno; 
ella  ci  vien  dal  Latino,  e  risponde  a  mai\  onde  il  concetto 
del  quarto  esempio  è  per  quanti  spasimi  mai  sentisse.  Yi 
sono  degli  esempj  anche  di  qualunque  usato  nel  plurale  : 
Alla  perline  qualunque  s^ituperj  si  possono  dire  o  compone^ 
re,  in  queir  arte  furono  tutti.  Da  S.  C.  21/  ape^ipià  d*  arbitrio 
di  fare  il  contrario ,  che  non  abbiam  noi  e  qualunque  altri 
son  quegli  ecc.  B«;  ma  non  trovano  imitatori,  perchè  Torec- 
chio  è  a  tenzone  col  senso.  Y*  è  anche  chicchesia ,  o  chi  che 
siUf  che  significa  un  uomo  qual  che  egli  sia.  Quando  io  ci  tor- 
nassi  ci  sarebbe  chi  che  sia  che  c'impaccerebbe.  B.  Qual' 
cuno  e  qualcheduno  si  usan  per  le  persone  senza  nome  ;  e 
non  hanno  plurale.  Colui  che  i^e  lo  ilice  è  qualcuno  che  s^i 
\fUol  male.  Pecorone.  Ormai  non  è  buono  ad  altro^  chea  far- 
ne un  iHiglioi  e  però  doniamolo  a  qualcheduno.  F« 

Dello  aggettivo  medesimo 
I  •  Mi  lasciò  in  casa  quella  lettera  di  V.  S.  insieme  con 
una  di  M.  P.  f^ettori^  date  ambedue  d  Aprile .  •  ;  ho  poi 
r  ultima,  con  la  copia  della  medesima,  e  con  li  tre  sonet^ 
ti.  Caro.  21.  Chi  mi  domandasse  ora  quel  cV  io  \h>  a  farfuo- 
ra,  certamente  che  io  non  glielo  saprei  dire;  e  così,  quan^ 
do  io  sono  in  casa,  chi  mi  yi  tiene,  io  gli  risponderei  il  atk- 

DESIMO.  G. 

L*  aggettivo  medesimo  ,  può  stare  nel  discorso  senza 
r  appoggio  del  nome  ;  onde  serve  allora  come  pronome  a 
rappresentare  una  cosa  antinominata  ;  sia  quella  una  cosa 


I 


"9 

particolare,  come  nel  primo  esempio»  o  pure  tutta  una  prò* 
posizione,  come  nel  secondo.  Nel  Caro  si  trovano  poi  varj 
esempj,  ne*  quali  questo  vocabolo  così  adoperato  si  riferi- 
sce a  persona  ;  ma  per  noi  ciò  non  basta  a  formar  regola. 
Nelle  espressioni  in.  Firenze  medesimo  ;  nel  contado  di 
Lucca  medesimo^  ove  il  Bartoli  lo  chiama  avverbio,  non 
è  altrimenti;  ma  un  aggettivo,  nel  primo  caso  di  luogo  sot** 
tinteso;  nel  secondo,  di  contado^  espresso. 

CERTO   ALTRO    AGGETTIVO    INDETERMINATO 

I  •  Che  dal  collo  a  ciascun  pendea  una  tasca^  che  et- 
i^a  CERTO  colore  e  certo  segno.  D»  2.  Molti  furono  che  la 
forza  corporale  e  la  bellezza^  e  certi  gli  ornamenti^  con 
appetito  ardeniissimo  desiderarono»  B. 

Dissi  Della  introduzione  che,  se  io  volessi,  nel  modo 
ch'io  tratto  questa  scienza,  dar  ragione  di  tutti  i  casi  che  in 
uoa  lingua  forniscon  materia  da  filosofare,  io  dubiterei  che  i 
miei  fasdcolt  non  avesser  più  fine  ;  che,  mentre  io  stava, 
nel  seguente  capitolo,  per  esporre  il  concetto  della  voce 
un  preposta  talvolta  a  nomi  di  persone  delle  quali  si  sup- 
pooesi  parli  altrui  perla  prima  volta,  nel  senso  appunto  che 
oggi  più  comunemente  si  usa  accompagnato  dello  aggettivo 
certo^  lasciai  quella,  e  mi  fermai  con  la  mente  investigatrice 
sopra  questo,  per  la  stranezza  sua,  e  del  modo  che  è  qui  usa- 
to;con  ciò  sia  che  il  vocabolo  esprima  per  se  cosa  notissima; 
laddove  nel  presente  caso  si  usa  ad  accennare  persona  non 
nota  a  cui  si  favella,  e  poco  anche  a  chi  parla.  La  cosa  mi  par« 
ve  doDque  degna  di  schiarimento;  e  come  che  al  primo  non 
concepissi  alcuna  idea  che  mi  promettesse  subita  soluzion 
del  nodo,  anzi  mi  paresse  assai  remota;  pure,  confidando 
nella  virtù  del  nuovo  metodo ,  mi  misi  a  investigare,  e  to- 


tao 

sto  trovai,  se  non  errOt  la  ragione  di  questa  apparente  con- 
traddizione, nello  allegato  esempio  di  Dante.  L*  aggettivo 
certo^  che  ci  vien  dal  LatioOi  se  pur  non  è  antichissimo  e- 
trusco,  per  analogia  significa  anche  nùto*^  perchè  Y  una  idea 
comprende  T altra;  onde  il  concetto  contenuto  nella  espres- 
sione cerio  oolofc  ,  e  certo  segno^  è  uH  colore  e  un  segno 
noto  al  dicitore  per  alcuna  sua  parlicolariti,  ma  pur  lascia- 
to indefinilo.  £  quando  uom  dice:  Conoscete  un  certo^un  tor 
le  ecc;  egli  suol  far  seguire  a  questa  espressione  altre  pa- 
role determinanti  quella  persona ,  per  renderla  quindi  nota 
aoche  air  uditore;  si  che  si  viene  a  deteraùnare  quel  cfa*era 
indeterminato  ;  perchè  iu  questo  caso  la  voce  certo  è  per  se 
vaga  e  indefinita.  Ora,  sì  come  dicendo,  per  esempio,  alcuni 
sono  i  quali  ecc.,  questo  alcuni^  come  tutti  gli  aggettivi  on« 
de  si  è  trattato  nel  presente  capitolo,  è  indeterminato;  cosi, 
per  analogia  che  è  tra  V  un  vocabolo  e  V  altro,  s*  è  detto 
certi  per  alcuni ,  come  dimostra  V  esempio  del  Boccaccio. 
Ecco  in  quel  modo  una  parola  che  per  sua  natura  significa 
cosa  notissima,  insensibilmente  è  passata  ad  esprimere  ap- 
parente incertezza;  e  perchè  il  senso  della  voce  e  Tespressio- 
ne  tenzonan  nello  intelletto.  Questa  concatenazion  d*idee  io 
espongo  a  chi  legge,  acciò  cli'ei  possa  poi  trovare  da  per  se 
ciò  che  mancasse  in  queste  carte,  e  non  tacci  V  opera  dì  di- 
fetto per  non  vi  si  trovare  ogni  cosa  ;  che  per  questo  modo 
di  ragionare  ben  gli  avrò  largito  il  disio  di  conoscere  ogni 
perchè;  ma  gli  ho  dato  ancora  la  chiave  di  disserrare  qua- 
lunque piiì  recondito  segreto  della  lingua. 

O)rollario.  Che  è  la  conseguenza  di  un  tal  ricercare  per 
entro  alla  sostanza  de*  vocaboli ,  e  a*  concetti  delle  espres- 
sioni ?  Egli  è  questo,  che  io,  per  esempio,  mi  sarei  ben  guar- 


dato  dal  f«r  usp  di  questo  cèrto^  se  pur  non  mi  è  sfiiggito 
dalla  peBDa  senza  mio  consenso  ;  perchè  non  ci  travedeva 
sdcao  significato,  anzi  mi  parea  uno  error  popolare  bello  e 
boono;  e  quantunque  adesso  lo  vegga  usato  da  così  fatti 
campioni,  io  non  ci  aveva  mai  badato;  ma  ora  che  ne  ho 
tratto  e  deciferato  il  sentimento,  e  conosco  il  valore  del  vo- 
cabolo, me  Io  metto  entro  al  serbatoio  della  memoria  per 
servirmene  ali*  occasione.  Così  di  ben  mille  altre  voci  e  lo- 
cazioni m*  è  avvenuto;  onde  io  spero  che  mi  verrà  da  leg- 
atori concednto,  non  aver  io  senza  buone  ragioni  nella  mia 
introduzione  promesso  di  allargare  per  questi  ragionamenti 
il  campo  della  lingua,  e  non  di  circonscriverio  • 


GAP.  XI. 

DEGLI  AGGETTIVI  NUMERALI 

Questi  aggettivi  si  dividono  in  cardinali^  cioè  uno^  dtte^ 
tre^  ecc.  ;  e  in  ordinali^  quali  sono  primo,  secondo,  terzo, 
ecc.  Si  chiamano  i  primi  carenali  da  cardine,  strumento  di 
fenro  dal  quale  pep4ono(le  porte;  perciò  che  da  questi  dipen-; 
dono  tutti  gli  altri  numeri;  i  secondi  si  dicono  ordinali,  per- 
chè servono  ad  accennare  1*  ordine  nella  diatribuzion  del- 
le  cose.  Da  dieci  si  dice  diciassette,  diciottoi  tUciannove^  e 
ikOD diecissette  ecc.|  nwania  (^  Hovantesimo,  e  uonnorumtam 
Vi  SODO  le  doppie  forme  urcdecimo^^  declino  primo, dmdeci'- 
^f^t  decimo  secondo^  e  diciamo  anche  dodicesimo,  tredice^ 
^"10,  quattordicesimo  ecc. 

IO 


i»  In  tutto  lo  spazio  della  s^ita  non  ebbe  più  che  unj 
figliuola.  B.  a.  Se  una  pecora  si  gittasse  da  una  ripa  di 
mille  passi f  tutte  le  altre  V andrebbero  dietro.  D.  3«  In  una 
loggetta  ai^esfa  dipinta  la  battaglia  dei  topi  e  delle  gatte.  B« 
4-  /^i  gittò  sopra  UN  pannacelo  d  un  saccone.  B.  ' 

L*  aggettivo  uno  si  usa  qual  namerale^  come  nelle  e- 
spressioni  una  figliuola  e  una  pecorai  e  talvolta  qual  sem- 
plice segno  a  disegnare  un  nome  specificato,  così  come  di- 
cemmo r  articolo  addita  un  nome  determinato.  Per  que- 
sto lo  chiamano^  in  alcune  lingue,  articolo;  che  a  me  pare  a 
torto,  poicbò  il  dimostrativo  quello  che  fa  proprio  T  ufficio 
di  disegnare  un  nome  tolto  dalla  specie  al  particolare,  non 
ò  per  tutto  ciò  chiamato  articolo.  Si  nomini  ciascun  vocabo- 
lo per  lo  suo  'proprio  nome.  Uno  è,  in  ogni  caso,  aggetti- 
vo, come  prova  la  desinenza  che  si  muta  a  grado  del  nome; 
e  negli  esempj  una  ripa^  una  loggetta^  un  pannacciOf  un 
saccone  f  serve  a  dinotare  una  cosa  specificata  e  distinta 
dal  genere  alla  specie.  L*  espressione  di  mille  passi  speci- 
fica ripa;  il  diminutivo  in  loggetta^  e  V  aumentativo  inpan' 
naccio  e  in  saccone,  specifica  e  distingue  questi  due  ogget- 
ti dalle  altre  logge,  dagli  altri  panni;  cioè  dalle  altre  cose 
del  medesimo  genere;  dico  che  è  un  distinguere  dal  gene- 
re alla  specie,  e  non  dalla  specie  al  particolare  ;  perchè  il 
vocabolo  medesimo  uno  è  ancora  vagò  e  indeterminato,  e 
compreso  in  una  specie  divisibile  in  unitadi.  Quindi  i  di- 
minutivi e  gli  aumentativi  sono  sempre  precedati  da  que- 
sto segno*  Si  dice;  Questi  è  italiano,  e  quegli  è  un  fran- 
cese mio  amicoi  Secondo  uom  di  nlla,  e  egli  è  un  uom  del- 
la pillai  T\é  sei  procuratore ,  e  tu  sei  un  9il  procuratore  ; 
Gli  venne  a  memoria  messer  FhancescQ,  e  gU  i^enne  a  me' 


123 

moria  un  ier  Cioffwrello  da  PrcUo;  mettendo  T  aggettivo 
un  avanti  ai  nomi  nel  secondo  caso  solamente,  perchè  ivi 
sono  seguiti  da  un  termine  specifico  • 

I  •  Colui  che  mai  non  i^ide  cosjì  nuova  produsse  esto 
tHsibile parlare.  D.  a.  Dinanzi  a  noiparesfa  sì  verace ^  Qui^ 
9i  intagliato  in  un  atto  soas^e^  Che  non  sembia\fa  imma" 
gine  che  tace*  D.  3.  Ma  prima  ordineremo  quanto  richie^ 
de  a  mandare  ad  esecuzione  cosi^  aito  e  pericoloso  fatto. 
B.  4«  Chi  avrebbe  saputo  altri  che  io  far  così  tosto  inna-^ 
marare  una  così  fatta  donna  ?  B« 

Do  questi  esemp)  a  dimostrare  che  il  medesimo  uno 
^ecifico  il  più  delle  volte  è  sottintesOf  come  appare  per  le 
espressioni  cosa  naosni ,  e  così  alto,  e  pericoloso  fatto^  del 
primo  e  del  terzo;  e  dico  che  in  tutti  e  quattro  i  citati  ca- 
si il  termine  specifico  uno  si  può  mettere  e  togliere  a  senno 
di  chi  parla;  si  veramente  che  si  sappia  che  il  toglierlo  ren-- 
de  la  dicitura  più  rapida  e  più  vivace  ;  e  il  metterlo  dà  più 
dcAeezza,  o  più  fonsa  e  valore,  secondo  le  circostanze,  al  no- 
me che  specifica.  Nel  secondo  esenipio  queir  un  dà  più  gra«« 
zia  alle  parole  atto  soas;e  ;  e  nel  quarto,  maggiore  imporr 
tanca  all'espressione  così  fatta  donna;  una  prova  ne  sian  i 
diminutivi  e  gli  aumentativi  i  quali  esprimono  o  grazia  o  for- 
za, e  che  come  ahbiam  detto  non  reggono  senza  questo  so- 
stegno; ma  non  sempre  si'può  togliere  lo  specifico  uno  ; 
die ,  in  tutti  e  tre  i  casi  allegati  nel  precedente  paragrafo,  e- 
gU  è  necessario. 

Giovane  studiante ,  se  mai  sei  pervenuto  a  leggere  fin 
qui  queste  nostre  sottigliezze,  o  raffinatezze,  o  ceppi  dello 
^g^gno,  come  che  (i)  taluno  se  li  voglia  chiamare ,  senza 

(i)  Guarda  bene  che  questo  come  c^  é  arrerblo»  e  non  congiunzione; 
luogo  vedxemo  poi  la  loro  dlycrsità. 


ia4 

ancora  aver  Letto  U  nostra  introdazione  ^  torna  addietro,  e 
leggila;  ch*el|a  è  richiesta  a  poter  trari'e  buon  frutto  da  que- 
ste lezioni;  e  ora  te  ne  fornirò  una  proova.  Ti'faccio.  tàr  qui 
punto  per  darti  questa  consiglio,  perchè  ciò  àvveant  pure 
a  me,  quando  il  giudizio  era  ictraia turo,  il  recaroii  a  noia  di 
leggere  le  prefazioni  o  introduzioni  delle  opere  letterarie. 
Quando  mi  occorre  di  trovarne  qualcuna  di  un  libraro  o  di 
uno  editore  che  non  sappia  scrivere^  posta  in  fronte  di  onV 
pera  classicaf^  la  salto  ancb*  io'a  pie  pari,  per  non  avere  la 
noia  e  il  fastidio  di  leggero  quattro  ciance  in  barbaro  stile 
per  preludio  di  dna  soave  armonia;  ma  1*  introduzione  pr^ 
posta  a  questo  libro  à  di  cui  scrisse  V  opera  ;^  onde,  se  ti  cai 
di  questa,  leggi  anche  quella.  Quivi  dunque,  a  carte  xvf,  ti 
ammonisco  che  badi  bene  a  qualche  i  sofisti  del  secolo  tra* 
scorso ^  o  li  scioperati  del  presente  tipossan  dire^  per  distorti 
dal  seguire  le  nostre  tracce;  e,  non  che  costoro,  ma  i  miei 
amici  stessi  e  gli  approvatori  delle  mie  dottrine  avverrlà  tal- 
volta che  ti  disanimino  e  ti  scemino  le  speranze  che  le  mie 
parole  ti  possono  aver  fatte  concepire,  con  qualche  osserva- 
zioue  o  critica  non  ben  ponderata;  però  che  tii  sai  bene  che 
tutti  vogliamo  aver  dritto  di  giudlcàre^x  cathedra  del  buono 
e  del  cattivo  di  qualunque  opera,  per  quanto  rimota  ella  sìa 
dalla  nostra  giurisdizione;  e  io  né'  darò  un  sollazzevole  esem- 
pio. Io  mi  stava  oggi  a  desinare  dà  un  mio  amico,  e  aveva  in 
tasca  il  foglio  di  pruova  del  capitolo  che  tratta  degli  agget- 
tivi; ed  egli,  il  quale  loda  il  mio  zelo  per  la  lingua,  apprez- 
za il  mio  modo  di  ragionare,  e  si  compiace  a  quando  a  quan- 
do di  trarmi  a  discorrere  di  dialettica,  mi  disse  che  ben  gli 
saria  stato  caro,  per  essere  egli  giurista,  sapere  quando  si 
abbia  a  porre  V  aggettivo  dopo  il  nome,  e  quando  prima  ; 


125 

poiché ^1  era  qaalche  volta  recorso,  in  tale  incertezza,  per 
dare  il  piò  possibile  valore  alle  sue  parole,  di  domandarne- 
parere  a  cui  in  lingua  più  avanti  senti^Sie.  Io,  traendo  di  ta- 
sca il  mio  scartafaccio,  risposi:  voi  siete  beo  capitato  a  que- 
sta Tolta,  poscia  che  cibo  la  risposta  stampata,  la  quale  pari 
proprio  cbe  stesse  appareccliiata  per  rispondere  alla  vostra^ 
qaistioae;  e  quindi,  con  molta  enfasi,  mi  feci  a  leggergli  il 
ragionamento  della  pag.  79,  coi  corrispondenti  esempj»  L^a- 
mtco,con  tutto  che  assai  mi  commendasse,  pure  non  ebbe  ìa 
pazienza  di  udirmi  sin  la  fine,  e  sclamò:  Sì,  sta  bene;  ma  io 
bo  gran  paura  che  voi,  con  cotesti  sì  sottili  argomenti,  nou 
ci  rendiate  lo  stile  troppo  più  difficile  e  laborioso  che  non 
si  vorrebbe;  e  questo  è  un  mettere  i  ceppi  allo  ingegno,  ti 
qaale  ama  spaziarsi  a  suo  talento  qual  sciolto  destriere  in 
prato  di  fresca  verdura.  Se  voi,  ripresi  io,  m*ave8te  lasciato 
leggere  il  paragrafo  sino  alla  fine,  avreste  sentito  la  rispo«- 
sta  anche  a  cotesta  preveduta  obbiezione;  perciò  che  io  non 
dico  che  chi  vuol  scrivere  scabbia  a  stare  con  un  occhio  so*- 
pra  là  grammatica^  e  con  Taltro  sopra  la  carta  che  sta  ver* 
gando;  no;  io  pongo  qui  queste  dissertazioni,  perchè  altri 
vi  ricorra  quando  abbia  bisogno  di  sapere  il  perchè  delle 
cose,  sempre  che  le  abbia  gii  tutte  discorse  pure  una  volta; 
e  alcune  aggiunte  mi  son  fatte  fare  per  chi  me  le  doman^* 
da^come  quel  cenno  intorno  al  valore  degli  aggettivi  posto  a 
carte  8  e  ;  e  voi,  amico  rdio,  avete  già  dimentico  che  voi  me- 
desimo itìi  diceste  desideravate  sapere  quando  s'abbia  a  por- 
re l'aggettivo  ao^i  il  nome  e  quando  dopo,  o  vero  se. sia  tut- 
to una  cosa  ;  e  ora  che  io  vi  ho  libero  di  quella  obumbra- 
zione,  vi  fa  male  la  luce,  e  vorreste  ritornare  alle  tenebre? 
Ora  ritornando  al  nostrouno  specifico  donde  siamo  al- 


126 

quanto  digreditii  io  dico  che  a  me  ancora  pareva  assai  Tago 
il  porre  o  non  porre  questa  voce  al  nome;  ed  era  impigri- 
to in  noioso  dubbio,  prima  che  aguzzar  la  mente  a  trovar-* 
vi  la  differenza  e  la  ragione.  Immagino  bene  che  accaderi 
talvolta  che  chi  legge  questi  capitoli,  scorgendo  di  quanto 
s^  estenda  la  scienza  dello  stile,  invilisca  per  tema  di  non  la 
potere  senza  grande  studio  acquistare  e  possedere,  o  si  sde- 
gni per  non  essere  più  in  tempo  di  raggiungerla;  ma  se  la 
conseguenza  del  sottile  argomentare  fosse  una  sbarra  allo 
ingegno,  in  proporzione  eh*  io  vengo  acquistando  in  questa 
scienza ,  dovrebbe  farsi  il  mio  stile  stentato  e  zoppicante, 
come  quello  che  inciampi  in  continui  dubbii  e  difficoIU^;  e 
acciò  che  ognuno  possa  giudicare  se  cosi  è,  io  ho  segnate 
nella  mia  introduzione  quelle  parti  che  appartengono  alla 
prima  edizione ,  sebbene  prima  di  ridarle  alla  stampa  le 
abbia  ritocche,  e.  cercato  di  far  scorrere  i  periodi  con  mag- 
giore agevolezza;  la  quale  esamina  potrà  fare  anche  nel  cor- 
so di  tutta  r  opera  chi  possegga  tutte  e  due  V  edizioni  ;  e 
quindi  poi  animarsi  o  disanimarsi,  a  seconda  di  quel  che 
trova,  a  correre  la  medesima  via. 

I.  ^mor  condusse  noi  ad  vna  morte.  D.  a.  Effetto 
buono^  secondo  me,  non  ne  pote\fa  riuscire;  che  tutti  a  due 
tirate  a  un  segno.  F.  3.  Essa  prometteva  correre  unjì  fortu- 
na col  marito;  e  bisognando  ,  seco  morire.  Dav.  4*  ^wen-- 
ne  che  una  figliuola  di  Currado  rimase  \pedova  d^  un  Nic- 
colò da  Grignano.  B.  5.  Così  in  bre\^e  spazio  e  li  nuos^i  e 
li  specchi  militi  {tennero  a  wilore;  e  la  virtà  degli  uni  e  de- 
gli  altri  fu  fatta  eguale.  Da  S.  G. 

Ne*  primi  tre  esempj  è  sottinteso  V  aggettivo  medesi-* 
mo^  tra  il  numerale  uno  e  il  nome  che  Io  si^gue.  Ne  ho  mes- 


so  tre,  perchè  il  concetto  di  questo  modo  ellittico  e  bello 
sfugge  alla  percezione  di  chi  ha  poca  lettura  de*  classici. 
Nel  discorso  famigliare ,  quando  si  fa  naenzione  di  alcuno 
poco  conosciuto,  si  suol  dire:  Conoscete  voi  un  certo  Nic^ 
caio  ?  Ora ,  questo  modo  corrisponde  a  quello  che  si  trova 
usato  ne'  classici  col  semplice  un^  come  per  Io  quarto  esem- 
pio appare:  un  Niccolò  da  Grignano^  cioè  d'un  uomo  chia- 
mato ecc.  Il  quinto  esempio  dimostra  che  si  possa  usare  uno 
nel  plurale  ,  quantunque  V  idea  contrasti  col  buon  senso» 
Gli  uni  e  gli  altri^  che  corrisponde  al  dir  più  nostro  questi 
e  quelli^  io  il  credeva  gallicismo,  pi  ima  che  mi  venisse  scon« 
trato  in  F.  B.  da  S.  G. 

1  •  Metti  cinque  mila  fiorini  de''  tuoi  contro  a  mille 
dè^  miei.  B.  a.  Più  di  cento  spirti  entro  sediero  (  sedeva-- 
no).  D.  3.  f^idio  MtauAiA  di  lucerne.  D.  4-  Tre  mila  du^^ 
CENTO  cinquanta  miglia.  D« 

Produco  il  primo  eséfaipio  non  per  altro  che  per  av- 
vertire coloro  che  errano  nell*  uso  ài  mille  e  mi7a,  adope- 
rando mille  anch  e  nel  plurale.  Cento  non  muta.  Si  scrive 
duecento^  ducente^  e  dugento;  la  prima  forma  è  la  più  u- 
sata.  Centinaio  e  migliaio^  numeri  indeterminati ,  fanno  nel 
plurale  centinaia  e  migliaia^  e  quantunque  con  l'aggiunge- 
re altri  numeri  a  mila  e  milioni  si  possa  andare  alP  infini-' 
to  i  vocaboli  centinaia  e  migliaia^  a  cagion  dell'essere  in- 
detenninatiy  meglio  esprimono  la  confusione  dell'  infinitade. 

I.  Guglielmo  secondo^  re  di  Sicilia^  ebbe  duefigliuO" 
li.  B.  a.  f^irgilio  dice  nel  quarto  dell*  Eneide^  che  la  fa^ 
ma  vive  per  esser  mobile.  D.  3.  Di  Parigi  il  primo  di  Gen- 
naro. Bcntivoglio.  4«  Di  Firenze  olii  q^^ttordicì  Genna- 
io. Day.  5.  Di  JSorha  li  t  redi  a  di  Settembre.  Caro. 


L 


ta8 

I  primi  esempj  ne  iostgnatio  che  nello  indicare  la  ge- 
nealogia »  o  vero  la  saceessione  delle  famiglie,  le  dirisioni 
-delle  parti  delle  opere  letterarie!  in  somma*  in  tutte  le  co- 
se nelle  quali  si  voglia  fermare  l*  ordine  snCcessìvo,  si  fa 
uso  del  numero  ordiaale.  Vero  è  che  io  trnovo  in  una  p(H 
stilla  del  Davanzati  :  Come  si  dice  nel  libro  quindici  di 
questi  annali  ;  ove  è  usato  quindici  e  non  decimoquinto  o 
quindicesimo^  ma  a  me  par  francesismo.  Le  ore  si  contano 
coi  cardinali;  è  wCora^  son  le  due^  le  tre^  ecc.  La  data  del 
mese,  fuor  che  per  lo  primo  giorno,  sì  segna  pure  col  no- 
mero  cardinale;  il  quale,  in  questo  caso,  vuol  T articolo  //• 
Con  r  articolo  si  può  anche  mettere  la  preposizione  a,  co- 
me dal  quarto  esempio  si  mostra. 

I.  T\mì  e  ire  parimente  gli  amasia  B.  it.  Si  spoglia^ 
reno  tutte  e  sette*  B.  3.  Era  in  pericolo  di  perdere  tutti 
due  i  figliuoli.  4*  Poteva  essere^  poiché  noi  eravamo  tutti 
due  nati  a  un  tempo*  F.  5.  Questo  è  certo  eh*  ella  ì^*ha  in- 
vitato tutti  a  due.  F.  6.  Tutti  a  due  tirate  a  un  segno.  F. 

L*  ordine  intero  delle  espressioni  tutti  e  due^  tutti  e 
tre^  ecc;  si  è  tutti  e  sono  due^  tutti  e  sono  tre.  Si  drce  anche 
tutti  duef  tutti  tre;  tutti  a  due^  tutti  a  tre;  la  prima  manie' 
•ra  è  la  più  usata. 

II  Bartoli  e  TAmenta  non  sanno  che  diavolo  ci  faccia 
questa  e  tra  il  numero  e  la  voce  tutti;  e  non  ce  la  vorrebbe- 
ro ;  ma  in  questo  caso  si  vede  bene  che  la  voce  tutti  com- 
prende un  numero  circooscritto  ;  onde  viene  la  conseguen- 
za che  si  debba  definirlo;  e  questa  definizione  s^aggiunge  alla 
voce  tutti  per  mezzo  della  congiunzione.  L*  idea,  dunqae, 
«oropresa  nel  primo^  esempio  è:  Gli  amava  tutUf  e  sh»  sape- 
te che  e* sono  tre;  e  a  me  riesce  maniera  assai  più  rego- 


i 


129 

lare  in  tali  proposIzioDi  mettere  la  congiantiva  che  no;  e  per 
lo  contrario  mi  pare  manchi  qualche  cosa  nella  espressio- 
ne tutti  tre;  poiché  non  si  dice  tutti  uomini^  tutte  cose^  par- 
lando generalmente;  vi  si  pone  T  articolo  che  addila  la  co* 
sa  determinata  ;  in  somma  vi  vuol  sempre  una  unione  tra 
la  voce  tutto  e  quella  che  la  determina.  Nello  stesso  modo, 
mettendo  la  preposizione,  come  ne*  doe  ultimi  esempj,  la 
idea  è:  tutti^  e  ìH)ì  sapete  che  ifuesto  tutti  si  riduce  a  sfoi  due. 
Cosi  ragioDi^ndo  si  solve;  e,  cosi  solvendo,  non  sarà  mai  bi« 
sogno  che  i  grammatici  vengano  a  battaglia. 

I .  TennenU  Amor  anni  rEurtatfo.  ?•  2.  Vent^vna 
polta  fu  gridato  imperatore.  Dav.  3«  Poi ,  per  la  medesima 
«a,  par  discendere  altre  NorAtfT^  vntA  rota.  D.  4*  f^oi  non 
mi  lasciate  pur  riposare  una  mezza  ora  del  giorno.  B«  5. 
Falena  assi  o  libelle  due  e  mezzo*  Dav»  6.  Abbiam  oggi" 
mai  cerco  mezzo  la  cristianità^  senza  saper  perchè*  F.  7. 
Che  a  sei  loro  figliuoli  una  libbra  e  mezzo  d'oro  per  cia- 
scuno si  donasse.  Bembo. 

Coi  composti  i^ent^  uno,  trentuno,  quararo'uno^  ecc., 
se  il  nome  al  quale  V  aggettivo  niimerale  è  apposto  sta  in- 
nanzi al  numero,  e*  debbe  essere  in  plurale;  se  sta  dopo  di 
es$o,rimane  singolare;  anni  vent^uno,  nos^ant^una  rota,  i^en^ 
ttina  voka.  La  ragione  si  è  che,  per  essere  detti  numeri  com« 
posti  di  pen^z  e  uno,  trenta  e  uno,  mettendo  il  nome  avanti^ 
s' accorda  col  numero  plurale  venti  o  trenta  ;  mettendolo 
dopo  s'accorda  col  singolare  uno.  Per  la  stessa  ragione,  se  lo 
aggettivo  mezzo  si  pone  prima  del  nome  da  esso  modific»- 
tO|  concorda  con  quello  nel  genere;  se  si  pon  dopo,  quando 
fosse  il  nome  femminino,  mezzo  mantiene  la  desinenza  dèi 
o^scolino;  onde  si  dice  mezza  libbra,  mezz^ora  ;  e  una  lib-- 


i3o 

bra  e  mezzò^  un'ora  e  mezzo*  Non  v^è  dubbio  cbe,  in  questo 
secondo  caso,  la  parola  e  mezzo  comprende  l'idea  di  e  mez- 
zo il  peso  if  una  libbra^  e  mezzo  lo  spazio  d^  un  ora.  Que- 
sta è  la  regola  generale  fra  i  classici;  quantunque  il  Bentibo, 
per  Tultioio  esempio,  vuol  che  si  possa  dire  anche  una  lib^ 
bra  e  mezza^  e  urCora  e  mezza.  Il  sesto  esempio  è  ellittico; 
e  il  sottinteso  è  il  territorio  di^  o  cosa  simile. 

i«  Cento  venticinque  fiorim  per  ^uno.  Dav.  a.  Andate 
a  quattro  a  quattro.  B.  3.  Si  facevano  fosse  grandissime^ 
nelle  quali  a  centinaia  si  metteifano  i  soprawégnenti.  B. 
4«  Di  sei  mesi  in  sei  mesi  si  mutano*  B. 

L*  aggettivo  uno  del  primo  esempio  è  preso  nel  sen- 
so di  ciascuno,  il  che  si  usa  nelle  distribuzioni,  ed  è  un  i- 
diotismo  nostro;  egli  è  come  se  si  dicesse  venticinque  per 
uno  uomo^  venticinque  per  uno  altro^  venticinque  per  uno 
terzo  ecc.  I  modi  ellittici  a  quattro  a  quattro^  a  centinaia^ 
di  sei  mesi  in  sei  mesi^  si  riempiono  così:  andate  comequat-- 
tro  dietro  a  quattro  (la  ripetizione  della  preposizione  e  del 
numero  dipinge  continuità), j/me/^o/io  in  quantità  simi^ 
le  a  centinaia^  passando  per  lo  periodo  di  sei  mesi ,  ed  en- 
trando in  sei  mesi* 

I .  Non  ne  vuole  meno  di  trenta  per  centinaio.  B.  2.Sic- 
come  vediamo  manifestamente  che  tre  via  tre  fa  nove.  D. 
3.  Io  aveva  sette  anni^  quando  mio  padre  mi  levò  da  Paler- 
mo. F.  4»  J^gli  era  di'  età  forse  di  quaranta  anni.  B. 

In  luogo  di  centinaio  che  usa  il  Boccaccio,  i  moder- 
ni adoperano  cento  nelle  espressioni  il  cinque  ,  il  sei  ,  il 
trenta  per  cento  ecc.  La  voce  via^  della  quale  si  fa  uso  nel- 
le  moltiplicazioni,  è  un*  alterazione  dì  fiata^  volta;  come 
appare  dal  seguente  esempio  tolto  dalla  Crusca:  Quando  lo 


i3i 

nostro  Signore  (mdwa  una  via  al  tempio^  sì  p/  tros^ò  s^en-- 
ditori  e  compratori.  Così  nella  prima  edizione;  ma  ora  non 
mi  pare  che  bisogni  originar  da  fiata  quello  che  si  regge  e 
s*  intende  da  per  se.  Quando  si  dice  una  s^oUa^  due  scolte,  tre 
voltej  si  contano  le  ripetizioni  di  uno  atto  per  comparazione 
con  un*  altro  atto^  cioè  di  un  giro  in  volta;  però  che  questa 
voce  %n>lta  che  altro  è,  se  non  una  girata  in  cerchio  che  fa  un 
corpo,  ritornando  in  sul  medesimo  punto  onde  mosse?  Se 
dunque  una  po/to  è  la  misura  di  uno  spazio,  e  via  è  pur  mi- 
sura d^uno  spazio,  chiaro  apparisce  che  ambe  le  voci  si  so* 
no  adoperate  contando  ;  esse  differiscono  solo  in  tanto  che 
volta  prende  il  plurale,  e  f//a,  no.  Dunque  tre  ina  tre  è  lo  stes- 
so che  tre  voke  tre.  Le  due  maniere  di  rappresentare  Tetà 
dei  dae  ultimi  esempj  sono  egualmente  buone;  la  prima  è 
più  famigliare. 

Si  suol  dire  gli  scrittori  del  trecento^  del  cinquecento^ 
0  vero  del  secolo  decimoquarto^  del  secolo  decimosesto^  e- 
spressioni  che  non  paiono  corrispondenti  sebbeu  significhino 
la  stessa  epoca,  perchè  le  denominazioni  ordinali  traggono 
il  loro  nome  dal  secolo  che  comincia  con  la  cifra  i3oi,i5oi; 
eie  cardinali,  dal  numero  che  disegna  il  centinaio,  non  con- 
tate le  frazioni,  il  quale  ritiene  la  |sua  denominazione  infi- 
do al  99;  onde  si  dice  del  3oo,  fin  che  U  millesimo  sia  giunto 
a  1399.  Cardinalmente  adunque  si  chiama  il  presente  secolo 
r  800,  e  ordinalniente,  il  xix.  Per  la  medesima  ragione  si 
dicenno  aver  39  anni,  ed  essere  nel  quarantesimo  anno;  ma 
nel  contar  degli  anni  d*  ordinario  si  sceglie  ciascuno  per  se 
il  cardinal  numero. 


/ 


i3i 

CAP.  XII. 

DEGLI  AGGETTIVI  POSSESSIVI 

m/o,  tuo^  suo^  nostro^  iH)stro^  loro. 
Questi  aggettivi,  cbe  chiunque  può  comprendere  per- 
chè si  chiamio  possessivi,  sono  stati  finora,  per  la  maggior 
parte  di  coloro  che  hanno  trattato  questa  materia,  classi-^ 
ficati  fra  i  pronomi;  ma,  poiché  il  pronome  sta  in  luogo  del 
nome,  e  queste  parole  al  contrario  sono  per  lo  più  giunte 
al  nome,  noi  le  mettiamo  fra  i  qualificanti ,  che  è  la  pro« 
pria  loro  classe.  Loro^  in  vero,  è  pronome;  non  pertanto  lo 
poniamo  ancora  fra  questi  aggettivi,  perchè  rappresenta  il 
possessivo  nella  terza  persona  del  plurale,  il  quale  manca. 

I  «  Non  accorgendosi  cK  egli  era  uccellato ,  mandò 
per  £  amico  suo.  B.  2.  Contentate  tt  piacer  r ostro.  B« 
3.  ^  me  bisogna  la  fostra  fede.  B.  3.  /o  non  intendo  di 
risparmiar  le  mie  forze*  B« 

II  possessivo  suole  essere  accompagnato  d^lP  articolo 
per  le  medesime  ragioni  già  esposte  nel  capitolo  che  trat- 
ta della  teorica  di  esso,  come  sono  per  dimostrare.  Vero  è 
che  il  possessivo  potrebbe  per  se  medesimo  servire  di  se- 
gno  dimostrativo  «  e  tener  co^i  ad  un*  ora  il  luogo  d'arti- 
colo e  di  determinante,  il  qual  officio,  in  fatto,  alcuna  vol- 
ta lo  fa;  ma,  come  le  cose  pure  della  medesima  specie  cbe 
uno  può  qualificare,  per  esempio,  per  sue^  sono  àncora  ab- 
bienti a  distinzione  e  a  determinazione  ,  per  pariioolaritii 
o  per  confronto,  1*  articolo  apposto  al  possessivo  esprime 
in  italiano  più  idee  sottili  ed  espressive,  le  quali  si  perdo- 
no nelle  altre  lingue  che  in  questo  punto  sono  circonscritte 


i53 

a  una  sola  dicitura.  Dan^e  V  articolo  è  apposto  nei  primi 
due  esempj  ad  amico  e  piacere^  perchè  T  Autore  intende  di 
un  amico  e  à\  un  piacere  particolare.  Nel  terzo  e  nei  quar- 
to r  articolo  precede  i  possessivi  ì^ostre  e  mie^  perciò  che  la 
fede  e  le  forze ^  nomi  da  essi  qualificati^  sono  poste  in  con** 
fronlo  p  in  opposizione  alla  fede  e  alle  forze  altrui* 

Ora  dirò  sua  origine  e  costumi^  e  con  che  ardimento 
teniò  signoria.  Dav. 

Il  Davanzati,  per  amor  della  brevità,  lascia  una  mol- 
titudine di  particelle,  cpme  articoli,  preposizioni,  per  lo  più 
quando  sian  soverchie;  e  certo,  que'tre  nomi  senza  articolo 
e  con  nn  solo  possessivo  danno  a  quella  frase  una  rapidità  e 
una  arditezza  tale  »  che  ti  sùnii  trasportare  dietro  la  foga 
delle  parole.  Ma  intendiamoci  bene,  che  la  sua  bellezza  ap- 
pare  per  la  ragione  che  in  italiano,  la  maggior  parte  delle 
volley  il  poa$e$8Ìvo  porta  seco  l'articolo,  e  si  ripete  innanzi  a 
ciascun  BOQfte;  però'  che,  se,  per  esempio,  il  possessivo  fos- 
se sempre  coml^  in  inglese  senza  atliColo,  e  mai  non  si  xì-^ 
petesse  dopp  la  congiunzione,  lo  stile  di  quella  frase  non  u- 
«cirebbe  più  deir  ordinario.  Ora,  dei  quattro  avanti  citati 
eaempj ,.  ne*  primi  tre  la  particolarità  è  troppo  evidente ,  e 
rartìcolo  è  necessario  al  possessivo^  ma  nel  qqarto  si  potria 
togliere,  e  dir  mie  forze»  Cosi  in  questo,  con  stile  più  ampia 
e  posato  si  direbbe:  Ora  dirò  la  sua  origine  e  i  suoi  costur 
flu,  e  con  che  ardimento  tentò  la  signoria  di  Romom 

Il  possessivo  si  può  mettere  prima  o  dopo  il  nome^ 
nnlladimeao  sarebbe  pedaotismo  il  metterlo  troppo  sovente 
dopo.  Segue  (x  )  bensì  d*  ordinàrio  il  nome,  quando  si  pone 

(i)  Neir  ordine  delle  parole  si  dice  quella  precedere  che  prima  si  scri- 
ve» e  ipielia  seguire  che  si  sctìto  seconda*  Faccio  qaesla  osserrazione,  perché 
aU*occhio  potrebbe  parere  il  contrario» 


i34 

alla  persona  di  cui  si  richiede  raltenzionei  signor  mio^  a- 
mica  mio^  padre  mio. 

i.  Chi  fu  tuo  padre  ?  B.  :i.A  meptuve^  come  io  ti  \^i^ 
dif  vedere  il  padre  mìo.  B*  3«  Fratel  mio^  questa  è  mìjì  fi- 
gliuola. B.  4*  J^o  sono  lA  TXJA  sventurata  figlia.  B.  5.  Io 
son  deliberato  di  far  quel  che  vostra  Eccellenza  deside-- 
ra.  Caro.  6.  Senza  altro  consiglio  prendere^  pose  i  sua  fi'- 
gliuoli  a  cavallo.  B. 

Dissi  che  talvolta  il  possessivo  tien  laogo  di  segno  di- 
mostrativo, cioè  d*  articolo  e  di  determinante;  il  che  si  di- 
scerne nel  primo  esempio.  In  fatti,  pongasi  il  possessivo  do- 
po il  nome,  come  fa  il  Boccaccio  nel  secondo  esempio,  e 
se  ne  vedrà  la  prova  :  chi  fu  il  padre  tuo?  Ecco  che  in  que- 
sto caso  r  articolo  è  necessario,  perchè  nn  nome  determi- 
nato vnol  esser  preceduto  dall' articolo  o  dal  segno  dimo- 
strativo medesimo.  Il  possessivo  ha  Tegual  valore,  vale  a  di- 
re che  può  far  senza  Tarticolo,  ogni  qual  volta  preceda  a  un 
nome  di  parentado  nel  singolare,  come  padre^  madre^  fra* 
tello  ,  sorella ,  ecc. ,  eccetto  donna  per  moglie ,  e  ^yosa  ;  o 
sia  dato  ad  alcuno  dei  titoli  eccellenza  ,  eminenza ,  altez- 
za^ maestà  ecc;  vedi  il  terzo  e  il  quinto  esempio.  Il  Boc- 
caccio ha  molto  spesso  deviato  da  questa  regola;  per  esem- 
pio, dice:  Il  tuo  padre  ti  manda  questa  per  consolarti^  Di' 
scretamente  in  ciò  ha  ii  mio  padre  adoperato^  Io  intendo 
di  torre  via  tonta  la  quale  egli  fa  alla  mia  sorella.  A  me 
pare  che  stia  bene  V  articolo  al  possessivo  precedente  an 
nome  di  parentado  singolare,  quando  si  voglia  fare  una  e- 
spressione  afifettnosa,  o  ironica,  o  simile.  Il  quarto  esempio 
dimostra  che  l'articolo  è  ancora  necessario ,  se  tra  il  nome 
di  parentado  singolare  e  il  possessivo  trovasi  un  altro  ag- 


i35 

getlivo;  che,  il  secondo  aggiunto  in  tal  caso  dinota  partico* 
larilà  della  eosa  posseduta.  Se  il  nome  di  parentado  o  tito- 
lo è  in  plurale,  come  nel  sesto  esempio,  il  possessivo  do- 
manda r  articolo.  Come  già  dicen^mo,  quando  il  possessivo 
si  riferisce  a  cui  si  parla,  si  dice  signor  mio^  amico  mio^ 
senza  articolo,  non  essendoci  bisogno  di  segno  dimostrativo 
per  la  persona  cui  porgiamo  il  discorso. 

I  •  Sempre  per  suo  amico  Cebbe.  B.  2.  Fate  di  me  quel 
che  sH)i  credete  che  pia  mostro  onore  e  consolazion  sia.  B« 
3.  f^i  ricorderete  di  dire  a  \^ostro  padre f  che  i  fostrì  fi,-* 
gUiioU^  sua  e  miei  nipoti^  non  sono  nati  di  paltoniere.  B» 
4*  //  giudice  niuna  cosa  in  sua  scusa  coleva  udire.  B.  4«  Io 
nofi  posso  far  caldo  e  freddo  a  mia  posta.  B. 

II  possessivo  suo  del  primo  esempio,  e  wstro^  del  se- 
condo, sono  senza  articolo,  perchè  non  si  intende  né  a  con* 

franto,  né  a  particolarità  rispetto  alla  cosa  posseduta.  Nel 
terso  Tarticolo  è  apposto  a  \H)stri  e  non  a  suoi  e  miei^  perciò 
che  il  nome  figliuoli  è  messo  in  confronto  con  gli  altri  della 
medesima  specie;  mentre  il  seguente  nipoti  non  è  adopera- 
to  se  non  per  qualificaute*  Nel  quarto  e  quinto  esempio  le 
espressioni  insuascusa^  a  mia  posta^  sono  avverbiali,  vale  a 
dire  le  tre  parole  tutte  insieme  fanno  come  una  sola  modi» 
ficante  il  verbo;  nel  qual  caso  il  nome  non  è  soggetto  a  de- 
terminazione, né  quindi  il  possessivo  ali*  articolo.  Tali  sono 
anche  a  mio  senno^  a  mio  modo  y  a  mio  parere  %  ecc.  La  de- 
teraiinazione,  ciò  non  ostante,  può  aver  luogo  per  confron- 
to o«l  opposizione  anche  in  queste  espressioni,  come  quando 
il  Boccaccio  dicevo/  mio  parere^  questa  tua  andata  è  di  sO" 
perchio;  ma ,  in  questo  caso  ,  la  parola  al  mio  parere  non  è 
più  avverbio,  ella  è  parte  della  proposizione  se  tu  dai  retta 
al  mio  parerei  o  pure  ella  serve  di  dativo  al  seguente  è. 


i36 

I  •  Ella  desidera  di  tornarsi  Al  padre.  B.  a.  Quasi 
morta  nelle  braccia  dei  FiaunoL  cadde.  B«  3.  Bassa  gli 
occBi  in  terrai  non  le  guatare.  B«  4«  Non  tanto  ilperdun 
to  marito^  quanto  tA  sua  sventura  piangea.  B* 

Sempre  che  il  nome  rappreseotante  la  cosa  posseduta  si 
riferisca  all*agente  del  Terbo,si  suol  soUiotendere  il  possessi- 
vo, e  mettervi  Tarticolo  per  segno  della  cosa  determioata  dal 
possessivo  sottinteso.  Dunque,  nel  primo  esempio ,  p€uire  si 
riferisce  a  ella  agente  di  desidera^  nel  secondo  figliaci  cor- 
risponde con  e//a,  e  nel  terzo,  gli  occhi  con  to,  agenti  sot- 
tintesi. Nel  quarto  esempio  il  possessivo  è  tolto  a  marito  e 
non  a  ss^entura^  ma  quivi  la  sventura  della  donna  di  cui  si 
parla  si  distingue  dalle  altre  sventure  per  mezzo  del  posses- 
sivo; il  che  mostra  che,  se  anche  in  tutti  tre  i  sopra  accen- 
nati esempj  fosse  opposizione  o  confronto,l>isognerebbe  e- 
sprìmere  il  possessivo.  In  questo  si  guardino  coloro  che  san- 
no francese  da*  gallicismi  nei  quali  è  facile  a  cader  e,  in  quan- 
to che  i  Francesi ,  in  tal  caso ,  fanno  uso  del  possessivo  ;  e 
quando  anche  si  parli  di  cosa  non  animata ,  come  dicendo 
d*  un  poggio,  la  cima  era  intorniata  d^alberi^  e  non  la  sua 
cima^  gallicamente.  Eccone  degli  esempj  tratti  dalP  Anti- 
purismo. 

I*  Gnmde  e  sublime  ne*  suoi  pgruiéri,  piccolo  e  ineeppaM  rulla  sva 
elocuzione»  a.  //  suo  poema  e  uno  ed  intiero  nella  sua  azione,  nel  suo  prò» 
gresso,  e  nel  suo  fine»  3.  Io  t^eggo  nel  primo  ìm  genio  poetico  tMOto  pieno 
del  suo  fuoco»  e  dàlia  sua  for%a. 

E  perchè  non  dire,  con  laconismo  e  con  maggior  forza, 
né"  pensieri^  nella  elocuzione^  nelT  azione  ,  nel  progress 
so^  nel  fine^  di  fuoGO%  di  forza  ?  Queste  non  sono  le  pann 
le  insipide  de*  puristi*  In  tre  frasi  sono  sette  possessivi  ina« 
tili  !  che  sguaiataggine  in  confronto  di  quel  dire  del  Davan- 
zati  Ora  dirò  sua  origine  e  costumi  ecc.  f 


i37 

I  •  Per  un  suo  segretissimo  famigliare  il  mandò  alla 
filinola*  B.  2.  Damanti  la  casa  sfide  quattro  suor  fratelli^ 
tutti  vestiti  di  nero*  B.  3.  Accostatosi  al  più  discreto  de* 
suoi^  gr impose  quello  che  avesse  a  fare.  B.  4*  ^on  so  cui 
io  possa  lasciare  a  riscuotere  il  mìo.  B.  5.  Mangi  del  suo 
s'egli  ne  ha;  che  del  nostro  non  mangerà  egli  oggi.  B.  6. 
In  brevissimo  tempo  fece  maravigliare  il  padre^  e  tutti  i 
suoi^  e  ciascuno  altro  che  il  conosceva.  B 

Benché  si  possa  dire  uno  de*  suoi  famigliari j  quattro 
de"  suoi  fratelli^  il  lasciar  de*  in  simili  espressioni,  dicen- 
do un  suo  famigliare^  quattro  suoi  fratelli^  è  più  secondo 
lo  stile  italiano;  nuUadimeno,  in  alcun  caso  anche  la  pri- 
ma forma  è  necessaria;  come  se,  per  esempio,  di  uno  che  ab- 
bia dinanzi  a  se  dieci  fratelli,  o  più  famigliari,  si  dicesse, 
presi  quattro  de  suoi  fratelli^  accostatosi  a  uno  de*  suoi  fa^ 
migliori;  venendosi  cosi  a  distinguerei!  minor  numero  tra  il 
maggiore.  Il  possessivo  basta  alcuna  volta  a  far  intendere 
di  die  si  tratta  senza  il  nome;  anzi  egli  è  un  modo  singolar- 
mente nostro  il  non  esprimere  i  nomi  famigli^  bene^  dana^^ 
rOf  parenti f  soldati^  e  qualche  altro;  onde  nel  terzo  esempio 
si  sottintende /a/n/g//;  nel  quarto  ^danaro;  nel  ({uiuto^  bene; 
nel  sesto,  parenti  e  amici* 

I  •  Poi  che  gli  arcieri  del  vostro  nimico  avranno  il  suo 
saettamento  saettato^  e  i  vostri  il  suo^  sapete  che^  di  queU 
lo  che  i  vostri  saettato  avranno^  converrà  che  i  vostri  ne* 
mici  ricolgano%  e  a*  nostri  converrà  ricoglier  del  loro.  B« 
a.  Ze  beffe  le  quali  le  donne  hanno  già  fatte  a*  suoi  mari^ 
ti  .  •  B.  3.  f^olo  con  Fall  del  pensiero  al  cielo  Sì  spesse 
.  volte f  che  quasi  un  di  loro  Esser  mi  par  che  hann*  ivi  il 
suo  tesoro.  P. 


II 


i38 

Qualche  volta  a  caosare  il  senso  ambiguo,  si  fa  uso 
di  suo  in  luogo  di  loro^  pur  che  il  possessivo  si  riferisca  allo 
agente*  Il  primo  suo  del  primo  esempio  appartiene  air  a- 
gente  arcieri;  il  secondo  suo  corrisponde  con  i^ostri  altro  a* 
gente;  mentre  che  se  avesse  lo  scrittore  detto  //  loro^  avreb- 
be prodotto  confusione.  Anzi  dirò  che,  quando  il  possessi* 
vo  si  riferisce  all'agente  del  verbo,  come  appare  anche  dal 
secondo  e  terzo  esempio,  sarebbe  più  giusto  Tusar  sempre 
suo^  per  distinguerlo  da  quello  che  corrisponde  con  una  per- 
sona tei*za,  come  il  loro  in  fine  della  frase  del  primo  esem- 
pio; perchè,  non  ci  essendo,  come  già  accennai,  il  posses- 
sivo della  terza  persona  del  plurale,  e  in  quella  vece  ponen- 
dosi loro,  pronome,  il  quale  per  sua  natura  non  può  corri- 
spondere con  r  agente,  rimarrebbe  quindi  tolta  ogni  ambi- 
guità; ma  si  schifa  anche  52/0  per  plurale,  pur  che  con  chia- 
rezza di  senso  si  possa  adoperar  loro,  per  esser  P  orecchio 
troppo  uso  ad  averlo  per  singolare. 

1  •  Stia  ancor  egli  in  su  le  sirs  eh*  i*  sto  in  su  le  mie. 
F,  a.  E  forse  che  non  né  pieno  tutto  f^terbo,  e  cheognun 
non  dice  la  sue  ?  F.  Se  ella  non  ne  starà  cheta,  ella  po- 
trà auer  delle  sax,  B. 

Chi  francamente  e  rettamente  vuol  poter  far  uso  di 
una  espressione  convien  che  sappia  dar  ragione  del  concet- 
to che  quella  contiene.  Ai  possessivi  sue  e  mie  del  primo 

esempio  v*  è  sottinteso  il  nome  difese,  cioè  le  difese  dello 

I 

ingegno,  della  avvedutezza,  dèlia  scaltrezza,  secondo  le  cir- 
costanze; usandosi  questo  dire  per,  stare  accorto  nel  parla-  , 
re  che  altri  non  ti  pigli  nelle  parole;  o,  nel  consorzio  eoo  j 
alcuno,  che  tu  non  rimanga  ingannato  9  sorpreso  in  che  che 
sia.  Nel  secondo  caso  v*  è  inteso  storia  o  novella^  nel  ter- 
zo, scopate  o  botte,  o  cosa  simile. 


j 


i39 
Nota  che  dalle  forme  ai^dei,  dai^  nei,  coi,  sì  debbe 
elìdere  Vi  allora  che  precedono  a  uno  dei  possessivi  mieif 
tuoi^  suoi;  cioè  denUei^  co*  suoi^  ne*  tuoi,  ecc.,  per  evitare 
il  doppio  suono  di  ei  ei,  oi  oif  ei  oi;  e  ancora  che,  se  un 
nome  che  termini  in  re  ai  pone  avanti  il  possessivo,  si  tron- 
ca Te;  dolor  mio,  amor  mio. 

Quella  cosa  dice  ritorno  esser  bella,  cui  le  parti  de- 
bitamente  rispondono,  perchè  dalla  lojio  armonia  risulta 
piacimento»  D. 

Quantunque  loro  pronome  personale  non  possa  rap- 
presentare se  non  le  persone,  usato  qual  possessivo  serve  an- 
che per  le  cose;  ma  si  avverta  che  a  loro  possessivo  si  sot« 
tintende  sempre  la  preposizione  di,  la  quale  sappiamo  es- 
sere il  segno  del  qualificante,  cioè  dair armonia  di  loro* 


*9^ 


GAP.  XIII. 

DEGLI  AGGETTIVI  DIMOSTRATIVI 

Questi  aggettivi  che  pur  faron  messi  fra  i  pronomi, 
non  facendo  cosi  alcuna  differenza  tra  questi  e  i  veri  prò-* 
nomi  di  tal  sorte  che  vedremo  in  seguito ,  si  chiaman  di- 
mostrativi ,  perchè  servono  a  dimostrare  la  cosa  di  cui  si 
parla* 

I  •  Sia  preso  questo  traditore.  B.  2.  Innanzi  che  co- 
testo ladroncello  «  che  /  è  costì  dal  lato,  vada  via,  fate- 
mi rendere  il  mio.  B.  3,  Anche  sH)i  dite  che  quella  casa 
è  mia  ?  F.  4*  Come  dite  s^oi  coteste  parole  ?  B« 


i4o 

Noi  abbiamo  tre  dimostrativi  ;  questo^  che  disegna  la 
[persona  o  la  cosa  vicina  di  colui  che  parla;  cotesto^  che  ài^ 
mostra  T  oggetto  vicino  di  colui  a  cui  si  parla;  quello^  che 
lo  addita  lontano  da  tutti  e  due.  I  soli  toscani  ne  fanno  ret- 
to uso  parlando,  e  comprendono  il  valore  di  cotesto  (i); 
benché  tra  il  popolo  si  usi  cotesto  per  questo^  e  viceversa; 
e  son  molto  da  riprendere  tutti  coloro  che  confondono  que^ 
sto  con  cotesto^  come  quelli  che  hanno  bandito  cotesto  dal- 
la nostra  lingua;  essendo  così  necessario ,  quando  si  scrive 
una  lettera,  ad  accennare  le  cose  stanti  nel  luogo  ove  si  tro- 
va la  persona  a  cui  si  scrive.  Nelle  altre  lingue  per  lo  di- 
fetto di  questo  dimostrativo,  si  rende  spesso  il  senso  ambi* 
gno  nello  stile  epistolare,  o  bisogna  ricorrere  a  circonlocu- 
zioni. E  non  solamente  questi  aggettivi  si  applicano  a  cose 
concrete  o  materiali,  che  si  vedono,  come  esprime  il  voca- 
bolo dimostrativo,  ma  anche  alle  cose  astratte  (2),  per  e- 
sempio  :  Al  mio  parere  cotesta  wstra  andata  è  di  soper- 
chio; f^oglio  ragionare  un  poco  con  voi  sopra  questa  ma-* 
teria.  Questi  aggettivi  fanno  T uffizio  d*articolo  e  di  deter- 
minante; vale  a  dire  che  determinano  Toggetto  e  lo  mostra- 
no a  dito.  Quello  va  soggetto  a  variazione  secondo  il  nome 
al  quale  è  preposto.  Si  tronca  nel  singolare  in  quel  ^  e  nel 

(■)  fi  Ne  mal  si  sentirà,  dice  il  Buonmattei,  in  ciò  far  errore  da  vemn 
del  nostro  paese,  ancorché  rivendugliolo,  o  ]>attilano,  o  di  altra  pn>fessio> 
ne  più  sprezzata.  „  Ma,  sia  con  sua  pace,  né  anche  quivi  è  tanta  rettitudi- 
ne tra  i  battilani  e*  rivenduglioli  • 

(a)  Concreto,  del  latino  concretai ,  signiGca  cresciuto  imieme,  e  si  dice 
di  quelle  cose  la  cui  idea  é  cresciuta  o  derivaU  dair  oggetto  reale  che  la  rap- 
presenta^  astratto  da  abstractus  significa  trauo  di,  e  si  dice  di  quelle  cose 
che  hanno  loro  essere  solo  nella  nostra  immaginazionej  il  nome  o  Tidea  delle 
quali  fìi  tratta  per  analogia  dai  termini  concreti»  cioè  dagli  oggetti  scusìImìì* 


i4t 

plurale  in  queio  que^^  innanzi  a  nome  che  cominci  per  con- 
sonante; si  elide  avanti  alla  vocale  in  queir ^  e  fa  nel  plura- 
le quegli^  avanti  la  vocale  e  la  ^  sopra  detta.  Cotesto  Un" 
§ua  illustre  dovrebbe  pur  crescere  di  splendore  a  modo 
che  cresce  la  nobiltà  delle  cose*  Cosi  scrive  un  critico  del 
Davaozati  in  un  suo  opuscolo  intitolato  il  Perticari  confu- 
tato  da  Dante.  Avrebbe  dovuto  dire  questa  lingua^  poiché 
il  dimostrativo  si  riferisce  alla  cosa  di  cui  egli  tratta* 

!•  Io  non  ho  già  cotesto  nome  alla  fonte;  che  avea  no-' 
me  Tofano  per  una  mia  zia*  F.  a.  Andai  a  studio  a  Siena  ^ 
e  mi  miser  cotesto  nome^  perchè  io  doveva  imparare  as" 
sai^  e  disputava  come  un  diavolo»  F. 

Nella  Trinuzia  del  Firenzuola  messer  Rovina  dice  al 
Dormi:  Io  ti  rispondo  che  non  sono  la  rovina  che  rovina^ 
ma  un  dottor  che  ho  nome  messer  Eovina  ;  e  poi  seguita 
con  le  soprapposte  parole;  onde  parrebbe  che  qui  il  Firen- 
zuola avesse  veramente  adoperato  cotesto  per  questo;  ma  sì 
fatti  esempj  non  si  possono  prendere  per  norma  per  dire 
che  sia  lecito  al  dicitore  1*  usare  Tuno  o  l'altro  dimostra- 
tivo a  suo  piacere,  quando  si  dinoli  cosa  che  appartenga  a 
chi  sì  parla;  perchè,  dicendo  cotesto^  il  Dottore  intende  di- 
segnare quel  nome  di  rovina  che  rovina  col  quale  il  Dormi 
Vhm  nominato.  Non  v*è  dubbio  che  esempj  di  cotale  ambi- 
gua specie  indussero  molti  a  credere  che  questo  e  cotesto  si 
possano  indifferentemente  usare  Tun  per  Taltro.  E  quantun- 
que, perciò  che  continua  a  dire  il  Dottore,  par  proprio  chV- 
gli  intenda  cotesto  per  questo^  non  sarebbe  maraviglia  che  il 
Firenzuola  facesse  rovinare  anche  le  regole  della  gramma- 
tica a  colui  ch^egli  chiama  Movina  delle  leggi.  Ma  qaei  che 
più  mi  fa  maravigliare  si  è  il  vedere  che  anche  il  Cesari 


♦  * 


i 


• 


i4a 

leggiadro  e  correttissimo  di  quegli  scrittori,  i  quali  nel  pria* 
cipjo  del  presente  secolo  arrestarono  la  devastazione  che  i 
nuovi  Vandali  avevan  portata  nella  lingua  e  nella  letteratu- 
ra del  bel  paese;  e  fecero  tutti  noi  smarriti, che  il  guasto  aiu- 
tavamo ,  retrocedere,  maraviglìomi  dico  che  aneli*  egli  dia 
autorità  a  questo  solecismo;  però  che  non  se  ne  trova  pure 
un  esempio  nei  Tre.  Nella  introduzione  alla  sua  versione  di 
Terenzio ,  dice  cotesta  utilità  fii  veduta  altresì  da  un  dot-- 
tissimo  e  santissimo  vescosH).  E  questa  utiliUi  è  cosa  ch*egli 
medesimo  propone.  Il  Bartoli  è  tutto  pieno  di  sì  fatti  co-' 
testi;  eccone  uno:  Cotesti  una  scolta  sì  fecondi  allori^  ora 
sterili  son  dis^enuti;  e  con  cotesti  egli  disegna  cose  da  lui 
prima  accennate .  L*Amenta  il  quale  trova  da  dire  contro 
a  qualunque  si  pub  che  il  Bartoli  esponga,  passa  questo  sot- 
to silenzio,  e  comincia  una  sua  osservazione  cosi:  Chi  do- 
mine  è  cotesto  grammatico  che  insegnò  quantunque  esser 
nome  aggettisi;  e  chi  son  mai  cotesti  che  seguitandolo  co- 
sì  credettero  ?  E  questo  ei  dice  fra  se. 

I .  Buona  femmina^  tu  sei  assai  sollecita  a  questo  tuo 
dimandare;  e  nondimeno  le  fece  limosina.  B.  2.  Che  è  ciaf 
spiriti  lenti  ?  qual  negligenza^  quale  stare  è  questo?  D. 
3.  Son  QUESTI  i  capei  biondi  e  f  aureo  nodo  ecc.  ?  P. 

Non  così  del  dimostrativo  questo^  che  non  si  possa  a- 
doperare  in  luogo  di  cotesto  a  nominar  cose  di  persona  che 
sia  presente  al  dicitore,  o  pure  a  cui  si  scriya;  pur  che  in 
questo  secondo  caso  si  accompagni  il  dimostrativo  col  pos- 
sessivo. Li  tre  esempj  provano  che  questo  si  può,  ed  è  bel 
modo  ancora.  Il  Petrarca  dicendo,  a  Laura  apparitagli  in 
visione,  son  questi  i  capei  biondi^  par  proprio  che  li  tocchi 
e  se  ne  faccia  beato.  Quando  però  col  dimostrativo  questo  si 


i4J 

accenna  cosa  astratta  appartenente  a  cui  ode,  s^accompagna 
col  possessivo  tuo  o  vostro,  per  maggior  chiarezza,  o  sem- 
pre che  vi  possa  essere  ambiguità;  ma  le  più  volte  la  con- 
correnza dei  due  vocaboli,  questo  tuOj  questo  vostro^  aggiun* 
gè  scorno  o  leggiadria  alla  cosa  disegnata,  come  nel  seguen- 
te esempio  :  Lasciami  saziar  gli  occhi  di  questo  tuo  viso 
dolce.  B«  E.  con  tale  intendimento  si  pone  il  possessivo  con 
cotesto  e  con  quello  ancora:  K  mi  par  pure  vederti  mor^ 
derle^  con  cotesti  suor  denti  fatti  a  bischeri^  quella  sua 
bocca  vermigliuzza,  e  quelle  sue  gote  che  paion  due  rose.  B . 
I.   Quando  intese  questo  fiu  oltremodo  dolente.  B. 
^-  yogUamo  noi  andare  a  veder  questo  santo  ?  B.  3.  Z?/- 
temi  QUELLO  che  io  posso  per  voi  operare*  B. 

Gli  aggettivi  questo  e  quello  si  adoperano  anche  a'  di- 
segnar le  idee  presenti  o  a  richiamar  le  lontane.  Questo  ac- 
cenna o  ripete  «  come  nel  primo  esempio*  la  cosa  o  le  cose 
delle  quali  si  è  precedentemente  parlato,  e  che  si  suppon- 
gono ancora  presenti  alla  nostra  mente;  onde^  da  se  suffi- 
ciente, e  fa  r ufficio  di  determinante;  quello  indica  la  cosa 
o  le  cose  di  cui  uno  è  per  parlare,  che  non  sono  ancora  de« 
terminate,  e  quindi  sono  tuttavia  lontane  dalla  mente  di  chi 
ode;  perciò  è  sempre  seguito  da  una  proposizione  determi- 
nante. Nel  secondo  esempio,  quantunque  si  faccia  menzione 
di  un  oggetto  lontano  alla  vista,  pure  si  è  usato  il  dimostra- 
tivo che  dinota  le  cose  vicine,  per  il  motivo  che  è  stato  di 
esso  precedentemente  parlato. 

I .  Io  il  feci  STANOTTE  prendere*  B.  a.  Stamane  egli 
entrò  in  un  mio  giardino.  B«  3.  JFate  che  stasera  noi  siamo 
insigne.  B. 

Le  forme  stamattina  o  stamane ,  stasera  e  stanotte  , 


■fcl  I  _-  — mtX.Ì.''*      j- 


i44 

SODO  composte  e  abbreviate  di  questa  mattina^  questa  ma- 
ncy  questa  sera^  questa  notte.  Questa  notte  o  stanotte  può  si- 
gnificare egualmente  la  passata  notte  come  la  futura,  per- 
ciò che  del  pari  son  vicine  al  giorno  ,  V  una  come  appeaa 
passata^  V  altra  come  subito  seguente  ;  e  questi  aggettivi  so<« 
DO  sottintesi* 

I  •  /flr  QUESTO  la  fante  di  lei  sopravs^enne.  B.  a.  f  w- 
di  una  nave piccioletta  venir  per  l'acqua  verso  noi  ìn  quel^ 
LA.  D.  3.  In  questo  egli  s*  accorse ,  Ferondo  avere  una 
bellissima  donna  per  moglie  Jà.  4*  ^^^  Tito  per  ventura  ìn 
QUELLA  ORA  venuto  al  pretorio.  B* 

A  ben  comprendere  le  espressioni  in  questo,  in  quello^ 
in  questa ,  in  quella,  bisogna  supplire  le  parole  sottintese , 
cioè  in  questo  o  in  quello  stesso  momento  o  tempo  ;  in  que- 
sta  o  in  quella  stessa  ora^  occasione^  o  circostanza*  Queste 
sono  maniere  usate  nelle  narrazioni  ;  facendo  uso  di  questa 
o  questo,  si  dimostra  la  cosa  alla  mente  vicina  ,  per  esser 
quella  di  cui  si  è  precedentemente  parlato  ;  usando  quello 
o  quella,  il  narratore  torna  la  mente  di  chi  ode  indietro  nel 
tempo  passato,  e  quindi  dimostra  la  cosa  lontana  alla  imma- 
ginazione. Questo  è  il  vero  valore  di  quelle  espressioni  ;  ma 
pure  si  usa  cosi  V  una  come  Taltra  senza  distinzione. 

I,  Queste  catene  della  gola,  quanto  più  le  allarghi, 
pia  ti  stringono.^.  2.  Queste  streghe  diventan  gatte  e  ca^ 
ni*  F.  3,  Questi  scioccIU  lodan  più  le  cose  dozzinali,  per* 
che  par  loro  intenderle^  che  le  cose  de"  valentuomini,  che 
ìion  nemangiano.  F. 

I  nomi  catene,  streghe^  e  sciocchi,  sono  presi  nel  lo- 
ro senso  specifico  ,  cioè  determinati  e  tratti  dal  genere  alla 
specie;  ma  in  vece  dell*  articolo,  chi  parla  vi  pone  il  dimo- 


i45 

strativo,  il  quale  ha  una  virtù  di  più  che  Tarlicolo  ;  e  que- 
sta è  di  rappresentare  più  sensibilmente  le  cose  alla  mente, 
£  in  tal  caso  v*è  sempre  intesa  una  tacita  determinazione  co- 
me ne*  due  primi  eseropj  ;  cioè  che  tu  sai^  o  di  che  astrai 
udito  parlare'^  o  vi  è  espressa,  come  nel  terzo ,  ove  il  ghiot- 
tone che  cosi  dice  accenna  con  la  mano  la  propria  gola.  In 
tutte  e  tre  quelle  proposizioni  adunque  si  può  sostituire  Tar- 
ticolo  al  dimostrativo. 

I  •  Levatasi  la  laurea  di  capo  »  quella  pose  sopra  la 
testa  a  Fìlostrato*  B.  2.  Ho  fatte  mie  piccole  mercatanzie  9 
e  in  QUELLE  ho  desiderato  di  guadagnare. 'h*  Z.  Sentendo  li 
fatti  suoi  molto  intralciati ,  pensò  quegli  commettere  a  pia 
persone.  B. 

Quello  «  quella ,  quegli^  e  quelle^  si  usano  spesso  in 
luogo  dei  pronomi  /o,/a,  le^gli^ne^  quando  si  parli  non  di 
persona,  ma  di  cose,  a  dar  maggior  valore  al  nome  che  rap- 
presentano ,  per  la  ragione  che  queste  particelle  non  pos- 
sono portare  la  enfasi;  e  per  conseguenza  quei  dimostrati* 
vi  si  adoperano  massime  quando  una  preposizione  deve  pre- 
cedere il  pronome.  Dunque  nel  primo  esempio  quella  ,  in 
luogo  di  la^  rappresenta  il  nome  laureata  nel  secondo,  quel' 
le  corrisponde  con  mercatanzie*^  e  quivi  per  la  preposizio- 
ne il  pronome  le  non  potrebbe  aver  luogo;  nel  terzo  quegli 
in  luogo  di  gli  si  riferisce  a  fatti. 

La  virtù  e  V  efficacia  del  dimostrativo  quello^  usato  in 
tal  modo  a  guisa  di  pronome,  era  si  poco  sentita  prima  del- 
la riforma  della  lingua,  che  non  si  trovava  più  se  non  nelle 
scritture  antiche;  ma  come  tutti  i  pronomi,  in  italiano  ama- 
no una  semplice  particella  uon  abile  alla  enfasi,  e  un*  altra 
Toce  che  la  porti,  come  lo  e  lui ,  la  e  telagli  e  loro^  per  le 


i4o 

persone,  cosi  anche  per  li  pronomi  che  rappresentinole  co- 
se egli  è  ana  ricchezza  di  lingua  V  averne  due;  e  questo  uf- 
ficio Io  fa  il  dimostrativo  quello,  co'  suoi  dipendenti  quel- 
la,  quelli^  e  quelle* 

I  •  Lapwertà  è  esercitatrice  delle  virtà  sensitii^,  e  de- 
statrice  dei  nostri  ingegni,  là  dove  la  ricchezza  e  quelle 
e  QUESTI  addormenta*  B.  a.  Che,  altra  potenza  è  quella 
che  Vascolta,  Ed  altra  è  quella  cK  ha  V anima  intera'^  que- 
STA  è  quasi  legata,  e  quella  è  sciolta.  D* 

Questo  e  quello  servono  anche  a  ricordare,  neirordiae 
delle  parole,  la  più  lontana  è  la  più  vicina.  Quello  si  riferì- 
sce  alla  cosa  stata  nominata  la  prima,  che,  in  fatto,  neli*or- 
dine  delle  parole,  è  più  remota;  e  questo  richiama  la  secoiH 
da,  che  è  più  vicina  al  punto  da  esso  segnato. 

Entrati  nella  chiesa,  sfiderò  questo  letto  così  mora- 
tiglioso  e  ricco,  e  sopra  quello  il  cavalier  che  dormiva,  fi. 

Si  potrebbe  domandare  perchè  in  questo  esempio  è 
usato  prima  questo  e  poi  ^^i^/Zo,  a  dimostrare  il  medesimo 
oggetto  letto.  La  ragione  è  che  nel  primo  caso  il  dimostra- 
tivo è  aggettivo,  e  nel  secondo  è  pronome,  come  poco  avan- 
ti dicemmo;  alla  qual  particolar  qualità  di  pronome  ^ue^fo 
non  è  atto.  Questo  può  bensì,  come  già  vedemmo,  qual  pro- 
nome rappresentare  una  intera  proposizion  precedente;  ma 
pure,  avvenga  che  questi  vocaboli  ritengan  sempre  lor  na- 
tura originale  di  ricordare  Y  uno  le  cose  vicine  e  V  altro  le 
lontane,  dico  che,  nel  primo  caso  si  usa  questo,  perchè  di- 
nota il  soggetto  del  discorso,  che  è  presente  ali*  immagina- 
zione; nel  secondo  T  Autore  adopera  quello  per  portar 
r  immaginazione  nel  tempo  passato,  e  nel  luogo  che  Y  ac- 
cidente avvenne;  perciò  che,  quando  il  dimostrativo  non  si 


i47 

applica  a  cose  sensibili,  libero  è  alla  fantasia  di  rappresen- 
tarle a  suo  piacere^  vicine  o  lontane. 


CAP.  XIV. 

DEGLI  AGGETTIVI  E  PRONOMI  CONGIUNTIVI 

Che ,  quale ,  chi ,  e  cui. 

Dallo  ufficio  che  fanno  le  parole  io  traggo  lor  deno- 
minazione :  Io  W  dirò  quello  che  io  ho  fatto.  In  questa  pro- 
posizione che  fa  la  voce  che  posta  intra  quello  e  io  ?  Ser- 
ve a  congiungere  i  due  membri  della  proposizione;  onde  io 
ho  nominato  qnei  vocaboli  congiuntivi.  Che  e  quale^  quel- 
lo esprimente  mo^o,  questo,  qualità^  dico  essere  aggettivi  e 
non  pronomi,  perchè  possono  portare  il  nome  con  se;  che  uo-' 
mo^qualdonnai  il  qoal  nome  non  reggono  chi  e  cid^  perciò 
li  nomino  pronomi.  Veramente  Y  ufficio  di  congiungere  noi 
fanno  quando  son  posti  in  capo  della  proposizione;  in  quel 
caso  sì  possono  appellare  per  nomi  di  modo  e  qualità^  co- 
me vaol  Dante:  Pensando  l*  alto  effetto  eh*  uscir  dovea  di 
lui^  e  V  chi  e  7  quale.  Pure  per  coniprenderli  tutti  sotto  la 
medesima  denominazione  li  diremo  tutti  congiuntivi.  Achia^ 
marli  relativi^  come  fecero  i  più|  non  consento,  perchè  tut- 
ti i  pronomi  sono  relativi ,  cioè  si  riferiscono  alla  cosa  che 
essi  rappresentano. 

DELL*  AG6KTTIVÒ    COSGIUIITIVO  CifE 

I  •  Quasi  niuno  era  che  non  sapesse  chi  fosse*  B.  a.  Non 
rifiutate  la  grazia  che  Iddio  vi  manda.  B»  3.  Questo  è  Vuo^ 
Mo  di  CHE  vi  ho  parlato.  B.  4-  Comandò  che  da  ciascuno 


i48 

così  onorato  fosse  come  la  sua  persona;  ri  che  da  quindi  in-- 
nanzi  ciascun  fece.  B*  5.  Non  conoscono  uè  interessi  ne 
usure;  che  è  pia  che  asterie  spietate.  Dav. 

L*  aggettivo  congiuntivo  che  si  può  usare  in  tutti  i 
casi;  cioè  per  agente,  come  nel  primo  esempio,  ove  riferi- 
sce niuno  e  governa  il  verbo  sapesse^  e  per  oggetto,  come  nel 
secondo  ove  che  riflette  la  grazia^  e  porta  V  azion  del  ver- 
bo; e  anche  con  le  preposizioni,  come  nel  terzo;  ma  più  di 
rado  in  quest*  ultimo  caso  si  trova  usato.  L*  articolo  è  ap- 
posto a  che  quando  rappresenta  una  proposizione  intera  ; 
il  che  del  quarto  esempio  comprende  tutte  le  parole  che  lo 
precedono,  e  corrisponde  a  la  qualcosa;  ciò  non  ostante  per 
quel  che  mostra  il  quinto,  V  articolo  si  può  lasciare. 

I.  CHE  COSA  è  questa  che  \H}i  mi  as^ete  fatta  mangia- 
re?^* a.  f^enuto  è  il  tempo  che  io  sono  per  servare  la  mia 
promessa  a  uoi^  e  che  io  voglio  che  voi  la  serviate  a  me.B» 
3.  Se  egli  mai  si  risapesse  che  noi  fossimo  stati^  noi  sarem- 
mo  a  quel  medesimo  pericolo  che  è  eglié  B* 

La  volgare  espressione  cosa  è  sì  dee  tenere  per  errore, 
non  trovandosi  in  alcun  classico  scrittore  senza  che;  sebbe- 
ne il  Perticar!  scriva  Non  so  cosa  direbbe  di  me  quel  sa- 
pientissimo Socrate.  La  preposizione  in  sì  sottintende  quan- 
do r aggettivo  congiuntivo  si  riferisce  a  tempo;  quindi  i  due 
che  del  secondo  esempio  comprendono  il  senso  delie  paro- 
le in  che  tempo  o  nel  qual  tempo.  Dal  terzo  si  scorge  che 
pure  in  qualche  altro  caso  si  può  sottintendere  la  preposizio- 
ne m;^perciò  che  quivi  che  sta  in  luogo  di  in  che  o  nel  qua- 
le perìcolo.  E  davanti  al  congiuntivo  quale  ancora  si  può  to* 
gliere  m;  sempre  che  si  accenni  tempo:  Quel  giorno iiqu ai 
tu  vedrai  due  asciugatoi  tesi  alla  finestra^  ecc.  B. 


«49 
!•  Mostrando  di  non  as^er  cura  di  ciò  che  ella  si  mo^^ 
stram  schifa.  B.  2.  Ho  ripreso  la  cura  delV  esercito  con  la 
fedeltà  medesima  cbe  lo  tenni*  Dav.  3,  AlUevansi  tra  7 
medesimo  bestiame^  in  su  la  medesima  terra  i padroni  cbe 
i  servi.  Dav.  4*  Trovai  molti  compagni  a  quella  medesi- 
ma pena  condannati  cbe  io*  B.  5.  E  forse  pia  dichiarato  lo 
Qf^rebhe  V  aspetto  di  tal  donna  nella  danza  era^  se  le  te- 
nebre ecc.  B.  6.  Or^  non  conosci  tu  questa  giovane  conve-^ 
nirsi  avere  in  quella  reverenza  cbe  sorella  ?  B. 

Anche  le  preposizioDi  di  e  con^  a  e  su  sì  possono  sot- 
tintendere al  congiuntivo  che^  come  si  scorge  in  questi  e~ 
sempj.  Nel  primo  ,  adunque,  si  supplisce  di  ;  nel  secondo 
con^^  cioè  di  che  ella;  con  che  lo  tenni.  La  preposizione  in- 
tesa nel  terzo  è  in  su;  nel  quarto  a;  ma  v*  è  ellissi  d*allre  pa- 
role; la  intera  costruzione  essendo  in  su  che^  o  in  su  la  qua-* 
tessono  allevati  i  servi;  a  chea  alla  quale  io  son  condannato. 
Nel  quinto  è  sottinteso  un  che  agente  del  verbo  era  ;  cioè 
che  ìiella  danza  era  ;  ardita  e  leggiadra  ellissi.  Anche  nel 
qui  seguente  esempio  del  Davanzati  è  tolto  il  che  ,  corri- 
spondente con  quel  :  Consigliandosi  quel  fosse  dafare^  suo 
/tgUuolo  voleva  sollecitasse  d andare  a  Roma.  Gran  mercè  al 
Davanzati  e  al  Macchiavello  che  e*  insegnarono  levare  la  so- 
vrabbondanza di  questi  che  sempre  ridondanti  nella  nostra 
linguai  e  onde  il  Decameron  trabocca.  Innanzi  a  sollecitasi 
5e  la  congiunzione  che  è  sottintesa. 

Egli  è  di  gran  giovamento  per  la  intelligenza  de'  poeti 
il  saper  supplire  le  preposizioni  che  sono  sottintese  innanzi 
a  cAe.  Nel  primo  canto  della  Divina  Commedia  se  ne  trova- 
no tre,  il  cui  concetto  sta  celato  sotto  il  velo  della  ellissi  ; 
celato  a  chi  non  conosce  V  analisi  delle  idee.  Mi  ritrovai^ 
dice  il  Poeta  nella  bella  prima  terzina,  in  una  selva  oscura^ 


i5o 

CHE  (  I  )  /a  diritta  \fia  era  smarrita.  Chi  sarà  ora  fra*  miei 
lettori,  dopo  aver  veduto  ranalisi  di  tutti  gliesempj  sovrap- 
j)0Sti  «  si  da  poco,  che  noa  truovi  di  botto  la  preposizione 
qui  sottintesa  essere  //i,  cioè  inche^  nella  gualseha?  £  pur 
quante  ciance  e  inutili  e  vane  non  fece  dire  a  quei  comen- 
tatori  che  disdegnaron  lo  studio  della  grammatica  ?  Il  se- 
condo che  sta  nel  verso  Sy  :  E  quale  è  quei  che  wlentieri 
acquista  9  Egiugne  *l  tempo  che  perder  lo  face ^  Che  *n  Od- 
ti  i  sujo  pensier  piange  e  s*  attrista.  Se  questo  ultimo  che 
si  volesse  rapportare  al  quei  del  primo  verso,  e  intende- 
re per  //  quale^  il  secondo  verso  rimarrebbe  tutto  solo,  sen- 
za poter  comunicare  ^nè  col  precedente  né  col  seguente; 
ma  suppliscasi  in,  cioè  in  che^  nel  qual  tetnpo^  e  si  scor- 
gerà il  vero  senso.  Il  terzo  è  nel  verso  1 1 7.  Cedrai  gli  an^ 
tichi  spiriti  dolenti  cbb  la  seconda  morte  ciascun  grida. 
Supplisci  la  preposizione  di  a  quel  che%  e  n*  avrai  subito  il 
chiaro  concetto;  di  che^  cioè  ciascun  di  che  o  dei  quali  gri' 
da  per  la  seconda  morte;  la  chiama.  Dirai  forse  che  queste 
cose  te  le  dicono  i  comentatori  ?  Va  e  vedi  chi  ti  chiosa  il 
secondo  e  il  terzo  che;  il  primo,  il  Biagioli  solo. 

DELLO    AGGETTIVO    CONGIUNTIVO    QUALE 

i.  La  quistione  la  quale  ifoi  mi  fate  è  bella.  B.  a.  te- 
nuto sei  alfine  al  quale  ciascun  corre.  B«  3.  Questa  cosa 
apparve  in  due  nostri  cittadini^  de"  quali  io  intendo  di  ra- 
gionare. B.  4  ^^££  QUALE  la  fortuna  mei  concedette.  B. 

^oo/e  può  rappresentare  l'agente  e  Toggetto;  ma  si  usa 
principalmente  con  le  preposizioni .  Nel  primo  caso  sta  in 
luogo  di  che^  o  equivale  ad  esso;  in  preferenza  del  quale  si 

(1)  Quando  son  tre  Tersi;  e  qualche  TolU  anche  per  due,  metto  la  ma- 
iuscola al  ricominciar  del  yerso. 


i5i 

usa  quando  si  voglia  porre  enfasi  in  sai  congiuntivo.  Nel- 
secoodo  caso,  cioè  con  le  preposizionii  quale  è  più  usato  che 
cui  o  che^  massime  se  il  congiuntivo  domandi  dar  maggior 
forza.  Di  questi  tre  vocaboli  qualche  volta  si  adopera  più 
tosto  l*nno  che  Taltro  anche  per  variare  solamente,  cioè  per 
non  ripetere  il  medesimo  in  poche  parole;  ma  quale  è  richie- 
sto in  preferenza  di  che  allor  che  il  congiuntivo  dee  rimaner 
sospeso  tra  due  virgole,  e  sia  lungi  rimosso  il  verbo  che  go* 
Terna,  acciò  che  possa  reggere  alla  pausa,  come  vedremo* 
Quale  porta  Tarticolo,  salvo  nelle  interrogazioni  e  nelle  e- 
sclamazioni;  il  che  si  vede  nella  seguente  regola;  dal  quar- 
to esempio  si  scorge  che  quale  può  formare  comparazioni 
di  qualità  col  corrispondente  termine  tale*  Il  vocabolo  co^ 
tale  è  composto  di  così  e  tale. 

1 .  CifE  paura  a^ete  voi?  B.  a.  Qojìl sarebbe  la  lor  ri'^ 
sposta  ?  B.  3.  qujiu  leggio  quali  minacce^  qual  paura^  a- 
vrebbe  potuto  eccB.  4*  ^^^  dolci  accoglienze  i  P.  5.  C^b 
disfacimenti  di  cuore  !  cme  fiamme  amorose  !  cifs  motti  ! 
CJW£  parole  col  cuore  !  F.  . 

La  differenza  che  passa  tra  che  e  quale  nelle  interro- 
gazioni è  questa.  Se  di  due  o  più  leggi  tu  hai  a  sceglierne 
nna,  di*:  qual  legge  n  par  migliore  ?  se  di  una  sola  vuoi 
sapere  il  modo  o  la  sostanza,  dirai ,  cjfE  l^gg^  è  questa  ? 
Cosi  di  diverse  qualità  di  vini,  quALpià  vi  piace?  ma  se  di 
nna  sola  qualità  si  tratta,  domanderai:  che  vino  è  questo  ? 
In  maniera  che  quale  si  adopera  a  trarre  una  o  più  cose 
dalla  generalità  della  medesima  specie,  vale  a  dire  a  distin- 
guere 1*  oggetto  dalla  specie  al  particolare,  e  che  entra  nel- 
la sostanza  della  cosa  medesima  particolare.  Nelle  esclama- 
zioni si  usa  che^  per  ciò  che  la  ragione  della  esclamazione 


i5:i 


è  particolarità.  Questa  idea  si  esprime  meglio  assai  per  lo 
aggettivo  chente  usato  dal  Boccaccio,  ma  non  imitato  poi 
da  alcuno;  dicendo  egli:  O  amore  \  e H enti  e  quali  sono  le 
tue  forze  !  cHEjfTì  i  consigliì  e  cbenti  gli  as^enimentiì 
Dispiacemi  che  questo  chente  non  sìa  stato  accolto  nella  lin- 
gua, poiché  una  simile  esclamazione  è  impossibile  espri- 
merla con  che. 

DEL  PROROME  CONGIUNTIVO  CHI 

I  •  Chi  sei  tu^  che  questo  mi  fai?  B.  2.  cbì  siete  voi^ 
che  fuggito  aifete  la  prigione  eterna?  D.  3.  cffi  loda  se  mo' 
stra  che  non  creda  esser  buono  tenuto*  D.  4*  ^^^  tenea 
con  r  uno  e  chi  con  r  altro.  B.  5.  Erano  in  Parigi  quji 
per  una  bisogna  e  qtJAL  per  un^  altra. 

li  congiuntivo  chi  è  pronome  che  comprende  in  se  più 
sensi,  dei  quali  ecco  1*  analisi.  Nel  primo  esempio  significa 
che  uomo;  nel  secondo,  che  uomini;  nel  terzo  fuorno  che; 
nel  quarto  comprende  un  uomo  che^  e  si  sottintende  era  a- 
vanti  a  che.  Donde  si  vede  che  nelle  interrogazioni  chi  serve 
per  singolare  e  per  plurale;  negli  altri  due  casi  non  è  usato 
per  lo  plurale,  benché  se  ne  trovino  alcuni  esempj*  Nel  sen- 
so di  uì^  uomo  che  si  usa  nelle  distribuzioni  delle  persone, 
e  si  ripete  chi  altrettante  volte,  quante  sono  le  parti  distri- 
buite«  Il  quinto  esempio  mostra  che  in  questo  caso  ai  può 
adoperare  anche  qual^  elemento  di  un  uomo  il  quale;  cioè 
essi  erano  in  Parigi ^  ed  era  uno  il  quale  si  stam  per  una  bi^ 
sogna ,  ed  era  un  altro  il  quale  si  stam  per  un  altra;  ma 
chi  è  più  usato  nello  stile  famigliare.  Il  Bartoli  adopera 
questo  vocabolo  a  rappresentar  cose  inanimate:  Certe  fonti 
passano  per  mezzo  di  preziose  vene^  chi  doro  o  d"  argento^ 
CHE  di  smeraldi  o  di  zaffiri.  £  altrove  :  Ma  il  vanto  delV 


i53 

eccellenza  sopra  tutte  V  altre  città  non  me  finora  a\^enii^ 
to  di  sapete  a  chi^  come  giustamente  domtole^  si  sia.dato^ 
fiwr  che  ad  Atene.  Ma,  in  ciò,  maoco  il  Torto  e  il  Diritto 
sao  non  Tassolve;  poiché^  dove  difedde  il  chi  plurale^  uod 
fa  molto  alcuno  dì  questo.  Dovea  dunque  dire  qual  nel  pri-* 
mo  caso,  e  quale  nel  secondo. 

Quinci  si  Sfa  chi  vuol  andar  per  pace.  D.  2*  Sì  come 
s^der  si  può  cBi  ben  riguarda.  D.  3.  Fece  far  pia  robe  bel-' 

« 

le  e  ricche  al  dosso  duna  giovane^  che  delta  persona  pd^ 
resHi  CBE  la  giovinetta  ecc.  B. 

Ad  alcuni  paiono  gran  sconci  i  due  chi  del  primo  e 
del  secondo  esempio,  e  il  che  del  seguente;  e  il  Bartoli  li 
dice  stranamente  accordati;  ma  a  me  riescono  leggiadri  mo* 
di  ellittici,  che  si  possono  usare  ancora  chi  sappia  con  IV 
nalisi  supplire  il  sottinteso;  perchè,  sapendo  che  significano, 
H  può  applicare  al  bisogno.  Già  vedemmo  quante  preposi- 
zioni, in  virtù  della  ellissi,  si  possano  sottintendere  a  che\ 
e  però  suppliscasi,  ne^primi  due  esempj,  la  semplice  preposi*- 
zione^r,ela  dicitura  e  la  proposizione  sarà  compiuta;  cioè 
si  va  per  chiesi  può  per  chi\  e  che  questa  sia  la  preposizioa 
sottintesa  lo  prova  Dante  dicendo:  Per  me  si  va  nella  città 
dolente*  C  cosi  qual  migliore  espressione  poteva  il  Boccac- 
cio adoperare  in  luogo  di  quel  che  la  giovinetta  ?  II  pieno 
concetto  è:  simile  a  quella  che  la  giovinetta  aveva* 

I.  £  stata  una  vergogna  a  un  mio  pari  ^  ars  non 
sono  un  fanciullo.  F.  2.  Dimmi  chi  tu  se\  cbb  questo  mi 
fai?  B.  3.  f^oi  non  siete  laprima^  né  sarete  V  ultima^  la 
i^ALB  è  ingannata.  B. 

Allor  quando  il  congiuntivo  che  o  il  quale^  rappresen- 
tante r  agente  del  verbo,  corrisponde  con  un  nome  perso-*- 

12 


t54 

naie  o  con  un  pronomei  prende  la  persona  di  qaello  al  (pia** 
le  ai  riferisce;  cosi  che,  nel  primo  esempio,  che  è  in  prima 
persona,  perchè  rappresenta  io  ;  e  quindi  sono  è  nella  pri- 
aia;  nel  seguentecA^  è  in  seconda  persona,  perchè  corrispon- 
de con  tu\  nel  terzo  caso  la  quale  è  in  terza  persona*  e  si 
riferisce  ad  ultima^  e  non  a  i^/,  come  potrebbe  parere. 

I  •  //  buon  uomo  in  casa  ari  morto  era  ecc.  B.  s.  TVodb- 
ro^  onde  fosti ^  e  cui  figliuolo?  B«  3.  Fedi  cui  io  do  mangiare 
il  mio,  B.  4*  Andando  da  Milano  a  Pavia ,  si  scontrò  in  un 
gentiluomo  a  cui  nous  era  Torello.  B.  5.  Sopra  il  monte 
Tarpeo  vedrai  un  caualier  Cff*  Italia  tutta  onora.  P«  6.  Egli 
vi  troverebbe  me  in  luogo  di  colui  cui  trovar  vi  si  crede.  B. 
7«  Edio  cu  r  nuova  sete  ancor  frugava.  D« 

II  pronome  congiuntivo  cui  non  si  può  adoperare  per 
agente;  si  usa  perle  pia  con  le  preposizioni,  due  delle  quali  si 
posson  con  eleganza  sottintendere;  sì  che  nel  primo  esempio 
si  sottintende  dij  nel  secondo  a*  In  luogo  di  //  nome  di  cui ^  sì 
traspone,  e  si  toglie  la  preposizione  come  nel  terzo  esempio^ 
il  cui  nome;  e  parimente  in  simili  espressioni,  in  luogo  di  il 
maestro^  la  scienza  di  cui^  si  dice  il  maestro^  la  cui  scienza^ 
in  vece  di,  un  giovane  il  nome  di  cui  ,  un  giovane  il  cui 
nome^  ecc  ;  ma  avverti  che  il  dire  il  di  cui  nome^  la  di  cui 
scienza^  è  un  volgarismo  che  non  si  trova  approvato  dai  clas- 
sici; e  che  solo  parlando  di  proprietà  e  di  pertinenza  si  può 
sottintendere  di\  che  non  potresti,  facendo  menzion  d^alcu- 
no,  dire:  e  cuif  per  tacere  delle  altre  qualità  dirò  solo;  in 
luogo  di  e  di  cui^  come  m*  è  venuto  letto  in  un  certo  opa* 
scolo  che  m*ha  fatto  porre  qui  questa  restrizione.  Talvolta  il 
congiuntivo  che^  il  quale  abbiam  veduto  essere  usato  e  per 
agente  e  per  oggetto,  può  produrre  un  senso  ambiguo»  simi- 
le a  quello  che  si  sente  nel  quinto  esempio;  ove  non  ai  di* 


i55 

stingae  selUdiada  Tagente  di  onora,  o  c^o  ri  ferente  il  ca* 
Taliere.  In  tal  caso  per  1*  oggetto  è  meglio  far  uso  di  cui^  il 
qoale' sappiamo  non  poter  rappresentare  V  agente,  e  perciò 
DOD  andar  soggetto  ad  equivoco,  come  mostrano  gli  ultimi 
doe  esempj. 

I.  Costoro  san  beffare  chi  crede  loro%  come  essi  da  cui 
essi  credono  son  beffati*  B*  2.  Io  s^idi  wlare  i  pennati^  co- 
sa incredibile  a  cui  non  gli  as^esse  veduti.  B.  3.  Ed  a  cui 
mai  di  vero  pregio  calse^  Con  jiragon  lasserà  wta  Ispa^ 
gna.  P.  4*  Questo  severo  ammaestrare  faceva  che^  cui  a  mi' 
liziOi  0  a  legge ^  o  ad  eloquenza  inchinasse^  a  quella  tutto 
si  desse^  quella  tutta  s*  ingoiasse»  Dav«  5.  Cui  io  sia  tu  7 
saprai  da  colui  eh*  io  ti  mando.  Da  S.  C. 

Qaesto  vocabolo  cui^  cosi  come  chi,  può  comprende* 
re  Tidea  di  /'  uomo  che^  colui  che  ;  e  quantunque  volte  o 
prima  0  dopo  avrà  un  verbo  che  regga  Toggetto  o  una  pre* 
posizione,  cui  sarkbene  usato.  L'analisi  del  primo  esem- 
pio è:  Come  essi  son  beffati  da  colui  al  quale  essi  credono^ 
del  secondo  3  Cosa  incredibile  a  colui  che  non  gli  avesse^ 
veduti  ;  del  terzo:  E  colui  a  cui  mai  calse.  Ora,  nel  primo 
Gaso  cui  è  retto  per  la  preposizione  da\  nel  secondo  e  nel 
terzo  per  a;  nel  medesimo  modo  che  il  chi  del  primo  esem- 
pio comprende  colui  che^  e  serve  di  oggetto  al  verbo  bef^ 
fare  e  di  agente  a  crede.  Ma,  per  la  natura  di  cuif  ù  quale 
per  agente  d*  un  verbo  non  può  servire,  negli  altri  due  esem- 
pj del  Davanzati  e  di  F,  B.  da  &  Goncordio,  egli  non  regr- 
S^9  per  essere  ivi  mero  agente.  Ecco  V  analisi:  Faceva  che 
<^  il  quale  a  milizia  inchinasse ,  a  quella  tutto  si  desse^^ 
ove  si  scorge  che  il  quale  è  agente  d*  inchinasse  ,  e  colui 
di  desse.  Nel  quinto  esempio  cui  è  indivisibile;  cioè  non  si 


i56 

può  partire  io  colui  che;  ma  sta  per  chi  o  quale  uomo  \  on- 
de tutte  le  volte  che  le  due  parti  componenti  cui  saranno 
ambe  agenti,  o  cui  indivisibile  rappresenterà  V  agente  del 
verbo,  sarà  male  usato. 

VIZIOSE    RIPETlZlOEfl    DI    CJTB,   QUALE^  E    QaBlLO^ 

E    D*  ALTRI    VOCABOLI. 

Avendo  io  notato  in  alcuni  scrittorit  e  di  quegli  anco- 
ra che  più  semplicemente  e  dietro  natura  scrivono,  come  il 
Boccaccio  e  il  Macchiavello,  certe  ripetizioni  o  ridondanze 
di  questi  vocaboli  in  ispecie,  non  mi  par  fuor  di  proposito  . 
il  farne  alcun  cenno,  perchè  altri  se  ne  guardi.  Dopo  aver 
fatto  menzionedi  Currado  Gian(igliazzi,il  Boccaccio  procede; 

Il  qUjéLE^  con  un  suo  falcone^  avendo  un  dipresso 
a  Peretola  una  gru  ammazzata^  trovandola  grassa  e  giova- 
ne,  quella  mandò  ad  un  suo  buon  cuoco^  /i  quale  era  chia" 
moto  Chichibio^  ed  era  f^eneziano;  e  sì  gli  mamfó  dicen'* 
do^  che  a  cena  Varrostisse  e  governassela  bene.  ChicJùbio 
ìl  quale  come  nuovo  bergolo  era^  così  pareva^  acconcia  la 
gru^  la  mise  a  fuoco ^  e  con  sollecitudine  a  cuocerla  comin^' 
ciò.  La  quale  essendo  già  presso  che  cotta^  e  grandissimo 
odor  venendone^  avvenne  che  una  femminetta  della  con- 
trada  la  qual  Brunetta  era  chiamata  ecc. 

Quantunque  un  letterato  gran  barbassoro,  il  quale  in 
mal  intesa  politica  si  sta  arzigogolando  in  Londra,  m*  abbia 
malmenato  per  avere  io  ardito  notare  anche  nel  Boccaccio 
alcun  difetto,  non  è  gran  fatto  malagevole  a  persuadersi,  chi 
non  sdegna  riconoscere  la  verità  da  qualunque  parte  ella 
venga,  che  il  nostro  primo  maestro  in  prosa  pecchi  nel  so- 
perchio uso  di  alcane  parole,  e  specialmente  dei  congiunti- 
vi quale  e  cAe,  con  noia  di  chi  legge.  In  questi  tre  brevis- 


i57 
simi  periodi  la  voce  ipmle  è  ripetuta  cinque  volte;  ma,  non 
è  egli  vero  che,  ae  in  tuogo  del  secondo  quale  si  ponesse  che^ 
e  al  quarto  si  sostituisse  essa^  cioè  ed  essendo  essa^  si  ver- 
rebbe a  togliere  quello  sconcio,  e  scorrerebbero  i  periodi 
con  migliore  armonia  ?  Oi  queste  ripetizioni  il  Decameron 
trabocca.  Ecco  un  esempio  di  che  soverchiamente  ripetuto. 

Le  quali  (  cortesie  )  molti  si  sforzano  di  fare  cbe  , 
ben  CHE  abbian  di  cbe^  sì  mal  far  le  sanno^  che  prima  le 
fanno  assai  più  comperar  cbe  non  vagliono^  cbe  fatte  Vab' 
biono;  PEECBÈ^  se  loro  merito  non  ne  segue ^  né  essi  né  al-' 
tri  maravigliar  se  ne  dee.  B. 

La  varietà  de*  congiuntivi  i  quali  iu  molti  casi  V  uno 
air  altro  senza  mutar  senso  si  possono  sostituire,  non  fu 
trovata  da  primi  institutori  del  nostro  sermone  perchè  se  ne 
stesse  oziosa;  e  senza  dubbio  il  porre  in  certe  occasioni  piiì 
tosto  r  uD  che  r  altro  rende  lo  stile  assai  più  piacevole  e 
chiaro,  e  serve  anche  ali*  espressione.  In  questo  breVe  pe- 
riodo sono  sette  cA^;  e  io  ho  diviso  la  seconda  congiunzio- 
ne in  ben  che^  affin  che  si  legga  ben  che  abbian  con  T  ac^ 
cento  sopra  ben  e  sopra  a6;  altrimenti  si  sentirebbero  tre 
che  alla  fila  con  accento;  e  quando  s'avvengono  due  con- 
giunzioni cotali; /perciò  che^  benché  io  abbia  ecc;  io  metto 
in  laogo  di  questa  o  sebbene  o  quantunque^  o  dico  ben  ch^io 
abbia  per  non  fare  la  subita  ripetizion  del  che.  Ora,  ecco 
come,  a  togliere  la  ridoìidanza  di  questa  voce  nello  allega* 
lo  esempio;  io  lo  esprimerei^  9enza  alterale  Jl  senso: 

„  Cui  (le  cortesie  )  molti  si  sforzano  di  fare,  i  quali, 
ben  che  abbian  di  che^  sì  mal  far  le.  $anno,  che^  prima  d'a* 
verle  £itte,  le  fanno  comperare  assai  jòm  che  non  vagliono; 
onde,  se  loro  naerito  <io.n  n^  segue  ecc.,  ,ì 


i58 

Perchè  dunque  non  sarà  lecito  ad  uom  far  come  quel 
grande  jinassagora^  cHE^nonmeno  sollecito  delFonore^caÈ 
pratico  degli  andamenti  del  sole^  quando  awenis^a  CB^egli 
cadesse  in  eclissi^  sfidaci  il  svolgo  ignorante^  che^  mostran* 
do  a  dito  per  ischemo  il  sole^  gli  rimprù\^eras^a  le  tenebre. 
In  questo  periodo  del  Bartoli  non  è  la  qaantità  quel- 
la  che  dà  noia,  ma  la  qualità  de*  congiuntivi;  quei  due  che 
sospesi;  perchè,  come  già  accennai,  quando  il  congiuntivo 
è  posto  tra  due  virgole,  //  quale  vi  sta  meglio  a  cagion  del- 
la pausa  che  vi  si  richiede;  e  qui  massimamente,  dopo^/iaf- 
sagora;  dove,  essendo  il  verbo  sgridawi^  cui  quel  congiua- 
tivo  serve  di  agente,  posto  si  lontano,  la  pausa  dee  essere 
ancor  più  sostenuta;  e  a  ciò,  assai  più  di  cAe,  serve  //  quale. 
Similmente  in  questo  esempio ,  pare  che  facciano  come 
quello  stolto^  chb^  per  non  esser  spedato  dalle  pulci  che  lo 
mordes^ano^  spense  il  lume*  Bart.  Ponendo  il  quale  tra  le 
due  virgole,  si  torrà  un  che^  e  la  frase  avrà  maggior  forza. 
Il  Macchiavello,  narrando  di  Belisario  che  s*era  mes- 
so a  rifar  le  mura  di  Roma,  dice; 

Ma  a  questa  sua  lode\^ole  impresa  si  oppose  la  forti- 
na;  perchè  Giustiniano  fu  in  quel  tempo  assalito  dai  Par' 
tif  e  richiamò  Belisario;  e  queluo^  per  ubbidire  al  suo  si- 
gnore^  abbandonò  V Italia;  e  rimase  quella proi^incia  a  di- 
screzion  di  Totila^  il  quale  di  nuow  prese  Roma.  Ma  non 
fu  con  QUELLA  crudeltà  trattata  che  prima. 

Il  dimostrativo  quello^  o  quel^  o  quella,  è  qui  ripetu- 
to cinque  volte  io  sì  piccolo  spazio.  Ora,  dopo  Belisario, 
sostituiscasi //^tt^/e  a  e  quello;  e,  dopo  Totila^  pongasi  cne 
in  luogo  di  il  quale,  però  che  ivi  non  ha  bisogno  di  pausa;  e 
dicasi  con  la  medesima  crudeltà  i  in  vece  di  con  quella 


crudeltà,  e  6*avr&  per  certo  più  ragionata  e  meglio  armoniz* 
zata  distribusione  di  quei  vocaboli*  Queste  coserelle,  per 
quanto  possano  parer  triviali ,  concorrono  nuUadimeno  a 
formare  quel  bel  mosaico  che  un  periodo  ben  composto  in 
tolte  le  sue  parti  si  può  chiamare.  Io  non  mi  metto  a  notar-* 
le  negli  autori  per  spacciare  saccenteria;  ma  perchè^  facen- 
do profession  di  criticoi  io  debbo  dire,  col  dovuto  riguar- 
do«che  anche  i  nostri  maestri,  i  quali  pure  furon  uomini , 
non  8*  hanno  a  imitar  ciecaniente  in  ogni  cosa;  che  essi  non 
intesero  a  dettar  precetti  di  grammatica»  Chi  la  sorte  volle 
si  dedicasse  specialmente  a  questa  scienza,  e  con  T  autorità 
di  loro  tutti  insieme  ha  ferma  la  base  della  lingua,  ha  ac- 
quistato il  diritto  di  giudicare  del  buono  e  del  cattivo,  e  di 
portare  il  criticismo  ovunque  egli  trovi  si  richieda*  Ecco  un 
altro  esempio  in  che  pecca  il  Boccaccio  ripetendo  : 

Ella  gittò  via  i  remi  e  il  timone  ;  e  al  vento  tutto  si 
commise;  awisando  dover  di  necessità  avvenire,  o  che  il 
vento  barca  senza  carico  e.  senza  govemator  rìfoigesse, 
0  ad  alcuno  scoglio  la  percotesse  e  rompesse  ;  di  ohe 
ella,  eziandio  se  campar  roiESSÉ ,  non  potesse,  ma  di 
necessità  jUtneg^sse. 

Qui,  Tuno  vicino  alFaltro,  sono  sei  imperfetti  del  con* 
giuntivo,  e  cinque  terminanti  in  esse,  due  de*  quali  si  pos- 
son  levare  e  sostituirvi  il  presente  participio  con  miglior 
forza  e  armonia,  cioè;  jivvisando  dover  di  necessità  avve-^ 
nire,  o  die  il  vento  barca  senza  carico  e  senza  govemator 
risH>lgesse,  o  in  alcuno  scoglio  peecotei9do  la  rendesse  ; 
di  che  ella,  eziandio  campar  roLENOO,  non  potesse,  ma  di 
necessità  annegasse.  Io  dico  dunque  che  da  questo  difetto 
i  da  guardarsene  col  ripulire  le  scritture;  e  io '1  so  per  prò- 


i6o 

pria  esperienza,  avvenendomi  di  dover  copiare  ogni  minima 
cosa*  quando  la  voglia  purgare  dalle  noiose  ripetizioni;  al 
che  non  si  può  attendere  mentre  detta  la  fantasia,  senza  ar« 
restare  il  corso  de*  pensieri  e  de*  concetti  che  corrono  alla 
mente.  E  dico  che  errerebbe  chi,  studiando  lo  stile  nel  Boc- 
cacciOt  credesse  doverlo  imitare  anche  in  queste  cose;  co- 
me farebbe  ridere  chi  facesse  uso  come  lui  del  verbo  dovere 
nel  seguente  e  simili  casi:  E  avendo  moke  volte  avuto  vo- 
glia di  DorERE  alcuna  parola  dire  ecc. ,  ov*ò  del  tatto  inu- 
tile; e  s^  ha  a  dire  di  dire  alcuna  parola .    < 


CAP-  XV. 

D£I   PRONOMI 

Pronome  significa />er/o  nome;  che  vuol  dire,  parola 
che  si  usa  in  luogo  del  nome  ad  evitare  là  ripetizione  di  es« 
so;  per  esempio,  chiamò  a  se  la  cameriera^  e  site  disse.  Il 
pronome  è  le  che  tien  luogo  di  alla  cameriera* 

VAAlAZlONf  DEL  PHOSIOAIB  EGiff 

Singolare  Plurale 

Agente,         egli.  Agente,         eglino* 

Dativo,         a  lui^  gli^  li.  Dativo,  a  loro^  loro. 

Oggetto,       lui^  lon  il.  Oggetto,        /oro,  g/i,  //• 

VARlAZIOlri  BEL  PROHOJHB  EU.A. 

Singolare  Plurale 

Agente,         ella.  Agente,         eUenOm 

Dativo,  a  lei^  le.  Dativo,  a  loro^  loro. 

Oggetto,        lei^  la.  Oggetto,         /e,  loro. 


iGi 

Donqae  vi  sodo,  per  Toggetto  e  per  il  dativo,  due  for- 
me; cioè,  per  V  oggetto,  io  o  ili  Ar,  gli  o  li^  le;  e  lui,  /e/, 
loro;  per  il  dativo,  gli^  le^  loro;  a  lidi  a  lei^  a  loro. 

APPLfCAZlONB  — 

I.  Io  i^amo  sopra  ogni  altra  cosa.  B«  2.  La  gioQfine 
cominciò  non  meno  ad  amar  lar^  che  egli  amasse  lei.  fi, 
3.  Mai  non  le  dirò  villania.  B.  4*  f^  metto  a  LEr^  non  a 
w.F. 

La  stessa  teorica  stabilita  per  li  nomt  personali  si  ap- 
plica a  qaesti  pronomi.  Se  il  verbo  non  ba  sotto  di  se  più 
di  un  oggetto  o  di  un  dativo,  si  fa  uso  di  /o,  la^  gli^  le,  per 
r oggetto,  e  di  g//,  /e,  ìoro^  pel  dativo;  se  due  oggetti  o  da- 
tivi, relativi  a  persone  diverse,  dipendono  dallo  stesso  vèr- 
bo, si  osa  lui^  leii  loro,  per  V  oggetto,  e  a  kiii  a  lei^  a  loro^ 
pel  dativo;  e  ciò  per  dar  maggior  valore  ai  pronomi  sai  qua- 
li cade,  a  cagiondel  confronto  delle  persone,  là  maggior 
forza  deir  espressione. 

I.  Egli  dice  che  io  ho  fatto  quello  che  ro  credo  che 
leu  abbia  fatto  bgu.  B.  a^  Fbi  dovete  sapere  che  egli  è 
mito  malagewle  a  me  il  tro\^are  mille  fiorini.  B.  3.  Ma/- 
donna  i  egli  non  darebbe  esser  marasmi  glia  ad  alcuno  savio 
che  io  amii  specialmente  voi^  però  che  voi  il  \^alete.  B.  4« 
^^i  fu  guatato  lungamente i  prima  che  alcuno  potesse  ore-- 
dere  che  *t  fosse  desso.  B#  5.  Gir  è  téco  cortesia  esser  vii-- 
Idno.  Ariosto. 

Quantunque  ambedue  gli  agenti  egli  alla  fine  del  prl- 
nio  esempio  adoperino,  quando  se  ne  volesse  trarre  uno , 
Bisognerebbe  lasciarvi  l'ultimo;  per  ciò  che  si  mette  gene- 
talmente  il  secondo  agente  dopo  il  verbo,  quando  M  sbn 
<lue  in  co  ofronto;  e  tutti  dioq  quelli  che  stanno  in  opposi?- 
2ione  si  vogliono  esprimere. 


/ 


i6a 

Il  pronome  egli  spesso  rappresenta  an  meaibro  d^aoa 
proposizione  che  serve  d*  agente^  o  vero  governa  un  altro 
membro*  Nel  secondo  esempio  egli  comprende  le  parole  il 
trosHir  mille  fiorini^  le  qnali  reggono  la  prima  parte  della 
proposizione  è  molto  malagewle.  Così  nel  terzo  esempio  il 
membro  della  proposizione*  che  io  ami^  vien  rappresentato 
da  egli  agente  del  verbo  dovrebbe.  Sicché  il  pronome  egli 
non  solo  può  rappresentar  le  persone,  ma  anche  le  cose» 

Qui  mi  si  domanda  se  questo  agente  egli  non  è  pleo* 
nasmo,  cioè  ridondanza;  posto  inntiimentet  sol  per  vezzo  ; 
poiché  togliendoloy  corre  la  proposizione  in  egnal  modo.  Se 
ciò  fosse,  soverchio  sarebbe  anche  il  wi  del  secondo  esem-* 
pio;  potendosi  anche  quello  tor  via  senza  sconcio;  ma,  mo- 
strato a  che  un  pronome  riferisca,  quando  vi  fosse  di  so* 
perchio,  si  vorrebbe  per  vezzo  anzi  levare  che  porre;  e  se  vi 
è  posto,  è  segno  che  fa  Tuffizio  suo*  Nel  ripetere  la  propo- 
sizione del  secondo  esempio,  allor  che  ai  arriva  a  me,  si  la- 
scia flettere  la  voce,  come  se  chi  ode  sapesse  che  cosa  rap- 
presenta queir  agente  egli  ;  e  ciò  che  siegue  rimane  come 
una  seconda  dichiarazione.  Cosi  parimente  delPoggetto*  £* 
si  dice:  yòi  lo  sapete  quel  ch^io  ìH>glio  dire;  ove  il  prono- 
me lo  comprende  tutta  la  seconda  parte  della  proposizione; 
e  questa  è  come  aggiunta  a  dichiarare  quello  che  non  fos- 
se inteso.  Par  qualche  volta  inutile  Tagente  del  verbo,  per- 
chè si  può  sopprimere;  ma  non  è  da  dubitare  che  chi  ha  raf- 
finato il  gusto  nello  stile ,  noi  pon  né  leva  accaso.  Caccisi 
dunque  anche  il  vocabolo  vezzo^  in  quanto  a  termine  gram- 
maticale, fra  le  anticaglie  insieme  co^pleonasmi,  e  coi  riem- 
pitivi, e  i  casi,  e^gerundj;  giacché  ad  altro  uso  non  fu  da* 
grammatici  intromesso;  che  a  perpetuare  Tignoranza*  Egli  si 


i63 

troverà  che,  qualora  non  sapevano  dar  ragione  di  una  parti- 
cella, il  che  troppo  spesso  avveniva,  soddisfacevano  .a*let-f 
tori  con  un  certo  qual  smezzo.  Questo  vocabolo  si  d&  ad  u-^ 
DO  ornamento  di  perle  che  le  donne  si  mettono  al  collo;  e 
credo  derivi  dal  Tedesco;  e,  nel  senso  metaforico,  si  vole- 
va inteso  ad  esprimere  parola  posta  per  ornamento  del  di-* 
scorso;  ma  di  quale  ornamento  può  essere  una  voce  sover- 
chia P 

Nel  quarto  esempio  dalla  7  tra  che  e  fosse  s*  è  fatta 
Telisione  della  e,  che  viene  ad  esser  e/;  la  qual  forala  òuo 
troncamento  di  egli.  Il  troncamento  e  T  elisione  fanno  la 
parola  graziosa;  e  non  ostante  che  sia  poco  usata ,  io  avvi- 
so che  se  ne  possa  far  uso.  Si  trovan  molti  esempj  anche 
di  ei  per  egli  ,  e  del  tronco  e*  per  egli  ed  eglino»  Si  può 
troncare  Ve  di  egli^  e  far  g//,  come  nel  quinto  caso.  Si  usa 
la  per  ella;  elle^  le  per  elleno;  per  esempio,  tjé  mi  disse  o- 
gni  cosa  ;  Elze  non  sanno^  delle  sette  volte  le  sei^  quello  che 
BILE  si  vogliono.  B.  Quelle  altre  che^  se  te  non  hanno  t 
ordine  per fetton  ecc.  M*  In  poesia  si  può  adoperare  ella  per 
oggetto  e  con  le  preposisioni  • 

i.  Se  cosa  appar  ond^  egli  ahbian  paura  ecc.  D.  a. 
In  bene  ad  un  armo  trovai  cKsùu  (  i  denari)  erano  quat' 
tro  piccioli  pia  che  essere  non  doveano.  B«  3.  Eclì  sono 
state  assai  volte  il  dì  che  io  vorrei  pia  tosto  essere  stato  mor* 
io  che  vivo.  B. 

In  questi  esempj  si  vede  adoperato  egli  per  eglino  { 
ma  a  me  par  che  sia  un  far  abuso  di  p«'ole  e  un  confonde- 
re il  loro  senso  a  sproposito,  quando  si  può  usar  chiarez- 
za e  dbtinzione  tra  il  singolare  e  il  plurale.  I  classici  han 
fatto  poco*  conto  di  eglino  ed  elleno;  e  nel  Decameron  que- 
sti plarali  il  più  si  trovan  suppliti  per  essi  ed  esse . 


i64 

I  •  Lot  ho  preso^  e  luì  voglio.  B.  %.  Pia  che  se  l  a- 
mova.  B.  3.  Deliberò  di  palesarsi  e  di  trarLA  dallo  in- 
ganno  nel  quale  era.  B.  4*  Ella  non  si  ricordas^a  dì  un.  B. 
5.  Egli  si  mossCj  ed  io  gli  tenni  dietro.  0.  6.  Dirimpetto 
a  SE  fece  star  ist.  B* 

Nel  primo  esempioi  benché  i  verbi  \H)lere  e  prendere 
non  abbiano  se  non  un  oggetto,  si  sono  adoperati  i  prono- 
mi che  bau  Taccento;  perchè  lui  è  in  opposizione  con  ogni 
aliro^  e  tutta  la  virtù  deirespressione  sta  in  lui;  sicché,  co- 
me già  abbiamo  detto  per  li  nomi  personali,  non  fa  bisogno 
che  il  secondo  oggetto  o  dativo  facente  opposizione  o  con- 
fronto, sia  sempre  espresso.  Il  secondo  esempio  par  venire 
in  contraddizione  della  regola  ora  posta,  avendo  il  verbo 
amare  dae  oggetti  non  delPegual  valore.  Perché  non  disse 
l'Autore  pia  che  sé  amava  lbì  ?  Nello  stesso  modo  che  si 
può  esprimere  confronto  od  opposizione  con  un  solo  pro- 
nome esprèsso,  cosi  se  ne  possono  metter  due  senza  espri* 
mere  opposizione  o  confronto.  Io  questo  caso  Y  intenzione 
di  chi  paria  non  tende  a  metter  in  comparazione  le  due  per- 
sone rappresentanti  gli  oggetti;  ma,  con  le  parole  più  che 
se^  a  dar  forza  ad  amare.  Così  parimente,  se  io  di^o  rama- 
te molto?  la  mia  richiesta  si  porta  tutta  sopra  il  verbo  a- 
mate  e  sua  modificazione ,  e  si  dee  rispóndere  £  amo  più 
che  me  stesso  ;  se  al  contrario  domando  amate  luif  la  mag- 
gior virtù  deir  espressione  è  conferita  alla  persona,  eia  ri- 
sposta sar^,  amo  lui  pia  che  me  stesso. 

Nei  terzo  esempio  non  sono  le  due  azioni  messe  in 
confronto  Tuna  ^eiraltra ,  ma  più  tosto  Tuna  é  seguente  e 
aiutante  Tal  tra,  come  se  si  dicesse  deliberò  col  palesarsi  di 
trarla  dallo  inganno  dee;  é  la  virtù  deir  espressione  sta  più 


i65 

nel  verbo  palesare^  che  nell'oggetto,  al  qaale  poco  intende 
chi  parla.  Quindi  disse  palesarsi  e  trarla^  non  palesar  se 
e  trarre  leu 

Il  quarto  esempio  mostra  che,  con  le  sémplici  prepo^ 
siziooi  difa^  da^  per^  corij  si  usano  solamente  lui^  lei^  loro\ 
gli  altri  pronomi  non  portano  le  preposizioni*  Come  i  no- 
mi personali  mi\  ci^  ti^  ecc;  anche  li  pronomi  gli^  /e,  loro^ 
haoQO  il  valore  del  dativo,  senza  Taiuto  della  preposizione  a. 
Le  preposizioni  composte,  quali  sono  dietro  edirim^ 
petto  degli  ultimi  esempj,  non  hanno  la  stessa  influenza  del- 
le semplici  a,  di\  da^  sopra  i  nomi  personali  e  i  pronomi  ; 
ma  si  usa  mi^  ci^  ti^  w,  gli 9  le^  lorOf  quando  non  v*è  confron- 
to, come  nel  quarto  esempio  ,  e  si  mettono  prima  o  dopo 
il  verbo  secondo  questo  richiede;  e  si  adoperano  a  me^  a  se^ 
a  tCj  a  luij  a  loro ,  se  confronto  ha  luogo,  come  nel  sesto 
esempio.  La  ragione  è  che  le  semplici  preposizioni  sono  sem- 
pre immediate  col  pronome,  dove  le  composte  son  solamen- 
te allor  che  v*  è  confronto. 

I .  Djìgu  qualche  pedo  di  scarpette^  e  wsìngauo.  B, 
2.  iVon  LO  Ljìsciar  disHìrare  dagli  uccelli^  B.  3.  Non  sapeva 
come  neGjìhw.  B.  4*  ^on  parendole  tanto  sers^ire  a  Dio 
quanto  vole^ni^  mormoras^a.  B.  5«  Postole  in  mano  un  bel- 
lissimo anello^  la  licenziò.  B. 

I  pronomi,  /o,  /a,  gli^  /e,  si  pongono  dopo  il  verbo,  e 
si  giungono  con  esso,  nei  tre  modi,  imperativo,  infinito,  e 
ne'  participi*  Si  eccettua  V  imperativo,  quando  è  accompa- 
gnato da  negazione,  come  mostra  il  secondo  esempio.  Per 
conseguenza,  negli  altri  tre  modi,  indicativo,  condizionale, 
e  congiuntivo,  i  detti  pronomi  si  mettono  prima  del  verbo, 
e  son  da  quello  divisi. 


i66 

Quando  il  verbo  Dell*  imperativo  è  accompagoato  dal- 
la negaiione ,  la  regola  è  osservata  da  tutti  i  classici,  di  por- 
re il  pronome  tra  questa  e  quello  ;  onde  io  biasimo  il  dire 
col  Monti:  V  ira  è  insano  affètto  ^  ma  non  confonderla  con 
lo  sdegno^affetto  magnanimo^  in  vece  di,  non  la  confondere^ 
espressione  più  bella  e  di  forza  maggiore,  ma  si  trova  spes- 
so il  pronome  posto  tra  la  negazione  e  il  verbo  anche  nei 
participj  e  nelP  infinito:  Io  ìH)*  far  teista  di  non  la  conosce^ 
re;  F.  Fuggi  il  male;  o,  non  lo  potendo  fuggire^  sopporta- 
lo come  uomo.  M*  E  in  questi  casi,  per  non  esser  regola  sta* 
bile,  ciò  dà  alia  dizione  un*  aria  d*  eleganza. 

I .  àfE  LA  fORTA  in  una  scodella  ^argento.  B.  a.  Pren- 
dendo  tempo  com^nei^ole^  cu  mostra  interamente  il  mio 
ardore^  e  in  tutto  t*  ìncegna  di  far  che  la  cosa  abbia  ejfet* 
to.  B.  3  Egli  sbadigliasHi  e  stropìccìakasì  gli  occhi.  B. 
4-  La  donna  vedendolo^  e  udendolo  prji^goiìo  che  svenisse 
nella  torre.  B«  5*  Ond*  io  fui  tratto  fiior  delf  ampia  gola 
d inferno  per  mostrarli^  e  mostrbrouì  oltre  quanto  *l po- 
trà menar  mia  scuola.  D.  6.  yòi  non  gli  Potete  né  ì^edc' 
te  né  udire.  B.  7*  Dìile  che  vada  per  lei.  B.  S.  Fagli 
vezzi^  e  DAGLI  ben  da  mangiare.  B<  g.  Molti%  nel  cercare 
if  aver  più  pane  che  bisogno  non  era  ìoro^  perirono  a- 
cerbi.  B. 

I  primi  tre  esempj  fanno  vedere  che,  a  chi  ha  già  fran« 
ca  la  mano  nello  scrivere  è  lecito  talvolta  violare  le  regole 
qua  sopra  accennate  del  luogo  che  debbon  tenere  i  prono-* 
mi  /b,  hf  gli^  /e,  Ji,  rispetto  al  verbo.  La  forma  me  la  por^ 
ta  sta  nei  primo  esempio  in  luogo  di  portamela^  la  quale  è 
più  imperiosa  per  V  accento  che  ha  in  su  la  prima  ;  e  così 
le  forme,  g/i  mostra  e  t^  ingegna  più  convengono  a  chi  prega 


167 

che  mostragli  e  ingegnati.  Nel  terso  in  è  messo  dopo  il  ver* 
bo  stropicciai^  nelF indicativo;  eia  lungliezza  della  parola* 
e  il  suono  medesimo  di  stropicciauasi ,  rende  maggior  imi* 
tasione  del  senso  che  esprime.  Nel  quarto  pregollo^  in  luo^ 
go  di  lo  pregò ^  à  certo  usato  con  intenzione  di  evitare  u- 
dendolo  lo.  Cosi  nel  quinto  quel  mostrerolli  arroge  mirabil- 
mente, con  lo  allungato  suono  e  non  terminante  in  accento* 
ali* espressione  del  seguente  verso*  E  similmente  interrogan- 
do* quando  altri  sia  mosso  da  ira  o  sdegno,  Riprenderan--^ 
nami^  morderannomi^  costoro?  B*  È  più  energica  la  parola  in- 
tera» Per  lo  più  i  verbi  potere  «  do^re^  sapere^  e  wlere  * 
stanno  avanti  a  un  infinito;  in  tal  caso,  se  e*  è  pronome,  è 
meglio  porlo  avanti  al  primo  verbo,  che  con  V  infinito  del 
secondo  ;  il  che  mostra  il  sesto  esempio»  Se  uno  di  questi 
pronomi  si  mette  dopo  una  forma  del  verbo  accentata  nel- 
ruItima,come^regò,o  dopo  un  monosillabo,  come  nel  setti- 
mo esempio,  si  raddoppia  la  consonante  dei  pronome, /^re- 
gD//o,d!r7/e;  tranne  g//, come  si  scorge  dallo  ottavo  esempio. 
Loro  si  mette  generalmente  dopo  il  verbo  in  qualunque  mo- 
do; perchè ,  avendo  Y  accento  tonico,  si  può  reggere  da  se 
senza  Tappoggio  del  verbo.  Ma  non  sì  che,  come  alcuni  han- 
no detto,  non  si  possa  mai  mettere  avanti  al  verbo;  poiché  il 
Boccaccio  dice:  Grandissimi  doni  promettendo  a  chi^  o  t^i- 
vo  o  morto%  tono  il  presentasse. 

I  •  Fattogli  motto  ^  il  domandò  dove  egli  andasse.  B. 
2.  Io  jroL  50,  né  seppi  giammai*  B*  3.  Parendomi  che  i^i 
fosse  uscito  di  mente^  rsL  wlli  ricordare*  B.  4*  Mostrjìr^ 
u  mi  convien  la  \Hille  buia.  D.  5.  EWera  stamane  a  buon* 
ora  in  sul  pianerottol  della  scala^  con  un  lume  in  mano  f  e 
dice  che  cercatm  <f  un  ago  che  att  era  caduto.  6. 


168 

L*  oggetto//  vien  preposto  a  una  coosooante  ii^ pre- 
ferenza di  lò%  benché  non  sia  regola  assoluta,  ma  più  tosto 
leggiadria.  Se  la  negazione  precede  //,  si  giungono  le  due 
particelle  in  una,  e  in  luogo  di  non  il^  si  fa  nol\  il  die  vede* 
ai  nel  2.  esempio*  In  vece  di  vi  ilj  per  la  regola  data  nei  no- 
mi personali,  si  fa  s^e  il;  e  di  questo  troncando  V  1 ,  ne  ri* 
solta  la  forma  i^el  del  terzo  esempio*  Li^  per  dativo  singo« 
lare  quale  è  quello  del  quarto  esempio,  è  meno  in  uso  che 
gli.  Li^  oggetto  plurale  si  adopera  quando  v'è  giunto  il  da- 
tivo gli;  il  che  fa,  come  vedremo,  glieli.  L'  adoperare  gli 
per  lo  dativo  femminino,  come  spesso  fa  il  Gelli,  è  uno  er- 
rore che  si  dovrebbe  sfuggire  per  amor  della  chiarezza  ,  e 
della  regolarità  del  discorso.  Non  credo  se  ne  truovi  esem- 
pio in  alcuno  dei  Tre.  Se^pi  che  tosto  che  V  anima  trade^ 
come  fec  io%  il  corpo  suo  Gir  è  tolto*  Questo  esempio  di 
Dante  non  fa  forza ,  perchè  qui  il  nome  anima  comprende 
ambo  i  generi*  Se  voi  il  porrete  ben  mente  nel  viso^  egli  è 
ancora  mezzo  ebbro.  B.  Qui,  a  dar  ragione  di  questo  il  og- 
getto, in  luogo  di  gli  dativo  ,  bisogna  dire  che  por  mente 
aia  usato  nel  senso  di  considerare. 

I  *  Maravigliossi  forte  Tedaldo  che  alcuno  in  tanto  il 
somigliasse^  che  fosse  creduto  Lai  B.  a.  Ciò  che  non  è  i£i 
già  per  antica  usanza  odia  e  disprezzati? •  3*  Credendo  che 
io  fossi  TE^  mi  ha  con  un  bastone  tutto  rotto*  B. 

Io  non  so  intendere  per  qnal  cagione  si  abbiano  i  gram- 
matici data  tanta  briga  di  discutere  queste  che  essi  chiamano 
irregolarità;  perciò  che  a  me  pare  la  cosa  regolarissima,cioè 
che  si  dica  /la,  /ei,  e  te,  ne*  tre  esempj,  è  non  egli^  ella  , 
e  tu;  il  verbo  essere  non  potendo  essere  governato  nella  stes- 
sa proposizione  da  due  persone,  per  esempio  da  io  e  da  tu^ 


I 


i69 

no&fli  t>uò  accordare  w  non  con  tina;  e  perciò  l'altra  con- 
TÌe&  che  abbia,  non  la  forma  deir  agente,  cbe  sarebbe  cò-- 
me  voler  Tolgore  la  punta  d'  una  spada  ad  un*  ora  in  dae 
hli  opposti,  ma  dell*  oggetto.  A  me  pare  dunque  soverchio, 
anzi  dico  essere  un*  idea  falsa  quella  che  alcuni  hanno  vo- 
lato dare  a  queste  espressioni ,  cioè  che  significhino  ch^  io 
fossi  in  te;  ciò  che  non  è  in  lei^  le  quali  sono  idee  diflfe- 
reati  da  quelle  degli  esempj;  perchè  queste  esprimono  stan- 
za in  luogo,  e  quelle  quali(&»  Il  senso  piti  verisimile  si  può 
rappresentare  col  dire  c^  io  fossi  la  persona  di  te\  ciò  che 
non  è  la  persona  di  lei;  ma  il  supporre  questa  ellissi  è  pu- 
re soverchio,  perchè  te  e  lei  ben  significano  la  persona  di 
(e,  la  persona  di  lei.  Dunque,  conchiudendo  ,  dico  che  in 
qaeslo  caso  non  è  né  ellissi  né  irregolarità.  Il  Firenzuola 
ha  pure  i  due  agenti;  Io  credem  che  wi  foste  egli  ;  ma  io 
tengo  più  giusto  il  dire  che  voi  foste  lui^  perchè  V  orecchio 
èoso  a  sentire  Tagente  accordare  col  verbo  e  non  Toggetta 

I.  DaUa  sua  colpa  stessa  rimorso^  si  vergognò  di  fare 
al  monaco  quello  che  egli^  siccome  un  avesni  meritato.  Bw 
2.  Assai  sciente  si  gloriano  che  alquante^  della  cui  wrtà 
speziai  solennità  fa  la  chiesa^  furono  femmine  come  £0- 
Ao,  B.  3.  Beato  wi  ehe^  casto^  a  morte  corse  i  Alamanni* 
4*  Misero  mb  !  c^  sKdli  ?  P. 

Vedemmo  a  carte  .92  perchè  si  possa  osare  V  oggetto 
del  pronome  dopo  come.  Ora  la  costruzione  intera  delle  e- 
spressioni  siccome  lui^  siccome  loro^  è,  nel  primo  esempio, 
siccome  il  monaco  sape^ni  lui  avere  meritato;  nel  secondo, 
<xme  noi  chiamiamo  iòro,  o  altra  idea  simile,  secondo  le  cir- 
costanze. Così  alle  espressioni  beato  lui;  misero  me,  è  tolto 

i3 


170 

il  Tcrbo,  diciamo  beato  lui  1  \fedete  me  misero  !  Ecco  il  per^ 
che  il  pronome  porta  la  forma  delF  oggetto* 

I  •  yidero  il  drappo  j  e  in  quello  la  testa  non  ancor  sì 
consumata^  eh*  essi ^  alla  capellatura  crespa^  non  conosces* 
seno  tEi  esser  quella  di  Lorenzo.  B.  a.  Umì  cominciarono 
ad  affermare  che^  se  paradiso  si  potesse  in  terra  fare ,  mn 
sapevano  conoscere  che  altra  bellezza  glì  si  potesse  ag^ 
giungere.  B«  3*  Di  quanti  sogni  io  abbia  mai  sentito  rife^ 
rire^  niuno  mene  par^mai  d'udire  che  per  ibi  si  rompes^ 
se  silenzio^  fuori  solamente  uno  ecc.  Casa. 

Questi  esempi  ^nostrano  che  i  protiomi  personali  lui^ 
lei^  e  i  dativi  gli^  le^  si  possono  adoperare,  anche  io  prosa, 
a  rappresentar  le  cose;  ma  non  oltrepassiamo  per  tatto  ciò 
i  termini  della  discrezione.  A  me  par  che  sia  piò  lecito  u- 
sare  in  tal  modo  i  dativi  g/i,  e  /e,  che  lui  e  lei^  per  essere  già 
uso  l'orecchio  a  gli  e  le  oggetti  del  plurale,  atti  alle  perso- 
ne come  alle  cose.  Mi  piace  lei  esser  quella  del  primo  e- 
sempio,  perchè  qaivi  non  si  potrebbe  porre  nò  quella  né  es^ 
sa  senza  sconcio;  ma  nel  terzo  preferrei  (1  )/ier  quello  o  per 
esso  a  per  lui.  U  Bartoli  si  sforza  e  si  dibatte  per  provare 
che  kU^  leif  e  loro^  si  possano  usare  come  egli^  ella^  ed  egli^ 
HOf  per  agenti  del  verbo;  ma  i  testi  oh*  egli  allega  non  fan* 
no  per  noi.  Si  trovano  bensì  quelle  forme  co*  participi  1  nel 
capitolo  de*  quali  ne  discorreremo. 

I  •  Io  temo  che  Lidia ,  con  consiglio  e  wler  dì  lai 
questo  non  faccia  per  doi^ermi  tentare.  B.  2.  //  fa  pigliare 
a^inllanif  e  i panni  dì  luì  si  sieste.  B. 

(0  //  Conte  cominciò  ad  affermare  che  egli  prima  sOFFERneÒBE  di 
euere  f^uartato,  che  ecc.  B.  Non  avendo  messo  fra  le  note  de*  yerbi  <]oesU 
bella  contrtiione,  colgo  quetU  occasione  per  farla  conoscere. 


171 

L*ti8are,  in  yece  del  possessivo,  il  pronome  con  la  pre» 
posizioDe  di^  come  in  qaesti  esempj  di  lai  in  luogo  di  sua^ 
toglie  il  senso  ambiguo  che  potrebbe  capere  in  certi  casi 
nel  possessivo.  Nei  primo  esempio  lui  rappresenta  il  marito 
di  Lidia;  se  si  mettesse  suo^  questo  si  potrebbe  riferire  così 
al  marito  come  a  Lidia;  nel  secondo,  usando  suoi^  si  potreb* 
be  riferire  air  agente;  e  benché  il  sentimento  tolga  V  equi- 
voco, al  primo  V  occhio  e  V  orecchio  non  è  pago.  Lui  to- 
glie ogai  ambiguità  perchè  non  può  rappresentar  V  agente. 
£  ancora  che  nella  novella  di  Teodoro  il  Boccaccio  dic^  i 
Co'  figliuoli  di  Messer  Amerigo  si  crebbe;  e  traendo  pia 
dia  natura  di  uri  c^  a//'acci^n^e  ecc.,  riferendo  il  pro- 
nome lui  air  agente  che  è  Teodoro,  pure  non  v*  è  dubbio 
che  se  avesse  detto  natura  sua^  avrebbe  tolto  V  equivoco  , 
potendosi  lui  riferire  anche  a  messer  Amerigo» 

DELLE   FOIUKE    COMPOSTE 
GliElO^  GLìELjì^  GUEU^  OUELE^  GL/EUTE. 

I.  Il  prete  f  trattosi  il  tabarro^  glielo  diede.  B.  a.  A^ 
^fetido  serbati  questi  danari  bene  un  anno  per  renderGLiEU 
e  non  risiedendolo^  io  gli  diedi  per  t  amor  di  Dio.  B. 

I  pronomi  che  rappresentano  il  dativo  debbon  sempre 
precedere  il  pronome  oggetto  e  il  qualificante,  quando  si  tro- 
vano ambedue  nella  stessa  proposizione,  in  modo  che  ne  ri- 
volterebbe gli  lo^  gli  la^  gli  /e,  gli  neje  lo^  le  la^  ecc.  In  que- 
sto caso  g// serve  per  li  due  dativi,  pel  mascolino  e  per  lo 
femminino;  e  tra  questo  e  T  oggetto  o  il  qualificante  si  met- 
te on'  e  ;  onde  risulta  glielo^  gliela^  glieli^  gHd^i  gliene. 
Queste  forme  si  mettono  prima  o  dopo  il  verbo,  secondo  le 
tegole  di  sopra  accennate  rispetto  a  /o,  /a,  g/i,  le.  Si  trova 
•Icuaa  volta,  anche  nel  Boccaccio,  gliele  in  luogo  di  glielo 


kL ^^ ^*^. 


'7^ 

o  gliela^  o  ne  in  gliene  usato  per  oggetto,  che  forse  allori 
erano  errori  di  pronuncia,  come  ne*  seguenti  esempj:  Cww 
con  V  unghie  nel  viso  a  Calandrino^  e  tutto  gusle  graffò, 
B.  Piena  di  stizza  gliele  tolsi  di  manOj  e  hoUa  recata  a 
voi*  B.  Sapes^a  che  il  Duca  e  i  f^eneziani  non  guejte  con- 
sentirebbero.  M.  Sarebbe  oggi  errore  Tusare  ie  singolare  e 
ne  per  l'oggetto.  Il  volere  imitar  gli  antichi  in  questi  erro- 
ri è  manifesta  affettazione ,  in  pregiudizio  della  chiarema, 
e  contro  il  buon  senso*  Perchè  s*  hanno  a  poter  confonde- 
re questi  pronomi  /ò,/a,  //,  le^  ne,  in  quelle  voci  composte, 
e  non  divisi?  qual  differenza  v'è?  qual  ragione  ?  £  così  di- 
co esser  dispiacente  il  suono  dì  lo  le^  la  le^  in  luogo  di  g/fe- 
iò,  gliela^  come  l'usa  il  Davanzali:  Tronchi  la  guerra  di 
colpo  alla  repubblica  il  collo^  anzi  che  pace  sì  sciagurata 
lo  le  cincischi. 

È  da  notare  Terrore  frequente^  perchè  si  possa  fuggire, 
di  dire  ce  lo  dirò^  ce  lo  farò  fare  ecc;  in  luogo  di  glido 
diròf  glielo  farò  fare^ 

DEL   PROirOME   WE. 

i.  loho  gran  desiderio  dtaver  di  quelle peres  ^^^^ 
su  t albero^  e  gittaNE  già  alquante.  B.  ^.  Io  ne  son  molto 
dolente.  B.  3.  Ultimamente  restituita  alpadre^  NEifaalre 
del  Garbo.  B.  4*  Quantunque  ai^sse  sostenuta  gravissima 
pena^  e  molto  se  ne  fosse  rammaricato^  poiché  il  dente  ir"  e- 
ra  fuori ,  gli  parve  esser  guarito.  B.  5.  Ancor  che  molte 
volte  il  di  davanti  la  morte  chiamata  avesse ,  i^edendola 
prestUf  y  ebbe  paura.  B.  6.  Tanto  si  convenivano  in  que^ 
sto  costume^  che  amici  n^  emno  divenuti^  e  spesso  usava" 
no  insieme  •  B. 

Il  pronome  ne  può  rappresentare  il  noaie  qualificali- 


1^3 

le  del  hiogo  ,  delle  persone  »  e  delle  cose  ,  e  anche  d*  una 
proposizione  intera  che  lo  preceda;  e  si  usa  parimente  nei 
singolare  e  nel  plurale.  Nel  primo  esempio  ne  sta  in  luogo 
di  quelle  pere;  nel  secondo  equivale  a  di  ciò;  nel  terzo  ri-^ 
spoode  a  di  quel  luogo;  nel  quarto  il  primo  comprende  di 
ciò ,  il  che  corrisponde  alla  precedente  proposizione ,  e 
il  secondo  •  del  suo  luogo  ;  nel  quinto  rappresenta  della 
morie* 

%  nn  errore  il  dire  che  ne  significhi  anche  da  questo 

0  da  quel  luogo;  ne  è  sempre  segno  del  qualificante,  e  com- 
prende solo  la  preposizione^/;  e  quando  si  riferisce  a  luo- 
go, equivale  a  quinci  e  quindi^  di  questo  e  di  quel  luogo. 
Nel  terzo  esempio  dico  che  ne  significa  di  quel  luogo,  per- 
diè,  io  forza  della  ellissi,  si  può  usare  dij  dopo  andare,  co- 
me da^  dicendosi  andate  sfia  di  qua.  Nel  quarto  esempio  il 
pronome  tronco  n*  avanti  ad  era  sta  per  del  luogo  suo;  che, 
quando  si  dice  partirne,  trarne,  uscirne,  il  pronome  ne  al- 
tro non  significa  che  di  questo  o  di  quel  luogo^  poiché,  co- 
me vedremo  nel  capitolo  delle  preposizioni,  si  dice  partire 
di ,  trarre  di,  uscire  di.  Dunque  ne  non  può  comprende- 
re la  preposizione  </a,  perchè  comprende^/,  per  la  Sles- 
ia ragione  che  di  non  può  essere  da  ad  un*  ora  medesima. 

1  due  ne  del  6»  esempio  rappresentano  di  ciòy  e  vi  si  sot- 
tintende per  cacone. 

Benché,  rispetto  allo  stare  prima  o  dopo  il  yerho,  que- 
sto pronome  siegua  le  regole  date  per  lo,  la,  le  ecc;  si  po- 
ne alle  volte  dopo  i  monosillabi  anche  di  que*  modi  e  tem- 
pi che  1  richiederebbero  avanti,  e  ae  ne  forman  voci  ardite 
e  belle,  raddoppiando  la  n,  come  funne  ed  ennef  in  luo- 
go di  ne  fu,  ne  è,  de*  seguenti  esempj:  Augusto  \^i  mise  Ar- 


174 
iavasàe;  ruNWE^  non  senza  nostra  scon/Uta^  cacciato.  Dar. 
Enns  incolpato  il  terzo  anumte^  B. 

]  •  Di  ciò  Ns  è  testimone  tÀfrìca*  M.  n.  Di  che  ne 
fa  fede  appieno  la  repubblica  di  Firenze.  M.  3.  Forse  n' 
eran  di  quelle  che  per  pietà  sospiravano.  B.  4*  Io  repOQ 
opportuno  di  mutarci  di  quì^  e  andar nn  altrove,  B. 

Id  questi  esempj  il  pronome  ne  potrebbe  far  ritorna- 
re i  rienipitÌ¥Ì  in  capo  ad  alcuno  ;  e  perciò  proveremo  di 
mostrare  che  non  v*è  posto  per  vezzo.  A  me  non  piace  che 
chi  studia  s*  ausi  a  chiamar  ripieno  quello  di  che  non  può 
render  ragione;  ogni  parola  ha  il  suo  significato;  altrimen- 
ti TAutore  non  Tuserebbe.  La  pausa  che  T  espressione  ri- 
chiede dopo  aver  pronunciato  di  ciò  e  di  che^  nel  primo  e 
secondo  esempio,  fa  che  queste  parole  rimangano  come  6- 
nali  della  proposizion  precedente  ^  ene  ^  che  pur  replica 
di  ciò  e  €U  che^  cominci  la  proposizion  seguente*  Nel  terzo 
esempio  ne,  veramente,  sta  per  di  quelle\  ma  non  è  un*  e- 
spressione  duplicata  di  quella  che  segue  ;  V  ordine  intero 
della  frase  è  :  forse  nel  numero  di  quelle  donne  erano  alcur 
ne  di  quelle  le  quali  ecc.  Il  pronome  ne  sta  dunque  in  luo- 
go del  primo  di  quelle.  Neil*  ultimo  esempio  ne  che  segue 
andar  significa  di  qui  o  di  questo  luogo;  ma  questo  è  sog- 
getto al  secondo  membro  della  proposizione,  e  il  preceden- 
te di  quì^  appartiene  al  primo;  e  quindi  sodo  sotto  il  go- 
verno di  due  verbi  differenti. 

I.  Di  questo  nb  seguirà  maras^iglioso  diletto  e  pia- 
cere. B.  a.  Sì  come  colui  che  mai  if  alcuna  cosa  aiveduio 
non  se  iv'  era.  B.  Fhate^  bene  sia  ;  io  me  ir"  ho  di  aveste 
cose.  B. 

Non  dico  che  il  boccaccio  nel  primo  di  questi  esevor 


175 

pj,  come  il  Macchìavello  nei  due  citf  ti  del  precedente  para- 
grafo, non  avesser  potato  far  senza  quel  pronome  ne  ;  ma 
solo  avviso  che  la  naturadella  nostra  lingua,  dietro  Tesem* 
pio  de*  migliori  scrittori,  permette  che  si  ripeta  la  stessa 
idea  in  questo  caso,  in  virtù  delia  breve  pausa  che  vi  si  ri-* 
chiede  ;  cosi  a*  Francesi ,  e  qualche  volta   anche  a  noi,  è 
peraicsso  ripetere  l'avverbio  di  luogo  o  la  parola  che  espri- 
me il  luogo,  come  nelle  espressioni  en  France  il y  a;  là 
iljr  a;  dove  qneìVjr  altro  non  rappresenta  che  en  France  e 
làé  Nel  secondo  esempio  il  pronome  ne  non  ripete  ót alcuna 
cosa;  ma  bensì  queste  parole  aggiungono  valore  air  idea 
compresa  in  ne^  cioè  non  s*era  aweduio  ne  (  di  ciò  )  pur 
neir  atto  if  alcuna  cosa.  Cosi  V  espressione  di  coteste  cose 
nel  terso  esémpio  aggiunge  forza,  perchè  torna  a  esprime^ 
re  queiio  a  che  il  pronome  ne  si  riferisce ,  acciò  che  me- 
glio s'ÌDten<]a  di  che' si  tratta.  Anche  il  Qelli  dice^  IVesor^ 
ti  di  uomini  son  quelli  ch^  sogliono  biasimare^  delle  quali 
àm  JfB  stima  eg}i  assai;  e  della  terza  non  tiene  un  conto  al 
mondo.  Per  la  stessa  ragione  dice  il  Firenzuola:  Questo  lo 
dico  ,  perchè  stamattifìa  io  V  ho  prosato;  ove  il  primo  io  è 
una  ripetizton  di  questoJ 

D^L  IfB  GALUCISMO 

n  dire  Io  ne  ammiro  la  0irtà^  io  jté  pregio  V  inge^- 
gnO|  ITB  lodo  i  costumi',  in  luogo  di  Io  ammiro  la  sua  ^ir^ 
tà^  io  pregio  U  sua  ingeg^^  lodo  i  suoi  costumi^  o  io  am-' 
miro  la  virtà  di  lui^  pregia  t  ingegno^  lodo  i  costumi^  cioè 
il  mettere  il  pronome  ite  in  luogo  del  possessivo*  o  della 
persona  della  quale  V  ^gelto  del  verhoè*  parte  intsgt'an  te 
è  un  gallicismo  di  bui  don  trovo  esempio  Bei  buoni-  sorit- 
lori;  e  benché  raccolga  dal  Trattato  sopra  gli  autori  del 


f 


176 

Trecento  del  Perticar!  questo  esempio:  Facendo  parlare  i 
plebei  Jfe  imitarono  la  favella^  ciò  non  mota  il  mio  giudi- 
zio; perchè  egli  non  avrà  mai  pensato  o  posto  mente  a  que- 
sto modo  francese,  come  a  me  convenne  fare  neil*insegoa- 
re  Titaliano  a*  Francesi* 

Nei  rileggere  la  Proposta  del  Monti,  insieme  col  pre- 
detto trattato  del  Perticari  ho  trovato  che  qaeU'  opera  è  pie- 
na di  questi  ne  alla  francese,  e  di  molti  altri  veramente  er- 
rori di  grammatica,  parte  de*  quali  ho  già  esposti  «  e  parte 
sono  notati  nelle  seguenti  pagine.  E  dicasi  pur  di  me  quel 
che  si  voglia;  ma^io  non  posso  ingannare  la  nazione  f  alia 
quale  è  dedicata  la  mia  fatica,  per  particolari  riguardi;  co- 
me sarebbe  lasciando  trapassare  per  questo  mio  buratto  per 
farina  quel  che  è  palpabil  crusca.  Metterommi  io,  per  non 
offendere  la  memoria  o  la  riputazione  di  alcuni  scrittori  cbe 
sono  stimati  e  avuti  cari  a  criticare  gli  errori  in  quegli  che 
non  hanno  pur  V  ombra  di  stile,  e  che  non  sono  appressati 
da  nessuno  ?  Non  si  cerca,  scrivendo,  di  seguire  le  tracce 
degli  spregiati  o  negletti,  ma  di  coloro  che  sono  in  fama  ; 
onde  se  questi  sono  pure  trascorsi  in  falli  che  loccbio  delia 
moltitudine  non  può  scorgere,  ma  ben  vede  chi  il  nerbo  del 
viso  ha  nel  continuo  studio  della  lingua  invigorito  e  aguz- 
zo, di  quelli  si  vogliono  fare  accorti  gli  studianti ,  si  come 
più  atti  a  trarìi  ne'  medesimi  difetti.  £  s*  io  mi  volessi  per 
rispetto  tacere  i  loro  nomi,  o  mostrar  sólo  gli  errori,  per  av- 
ventura mi  potrebbero  rinfacciare  che  il  tale  e  tal  altro  scrit- 
tore Tha  detto,  e  perciò  si  possa  dire  anche  per  noi,  qnasi  io 
non  li  conoscessi;  e  attribuire  a  ignoranza  qud  che  fosse  inte- 
so a  discrezione,  lobo  dunque  creduto  bene,  e  credo,  di  do- 
ver proseguire  come  ho  fatto  fin  qu);  e  se  le  mie  parole  non 
bastano,  mi  difenderanno  le  seguenti  del  medesimo  Perticari: 


177 

n  Qual  ragione  vi  paò  mai  essere  onde  scabbia  a  stor- 
„  piare  un  vocabolo  o  una  coningasione  P  £  se  può  stor- 
„  piarsene  una  ( dovea  dire  tese  si  può  storpiarne  una ) 
^  perchè  non  dieci?  E  se  dieci,  perchè  non  mille?  £  se 
„  mille,  perchè  non  tutte  ?  „ 

Or  bene,  egli  dice  dette  forme  de*  verbi,  ed  io  delle 
locazioni;  e  se  a  lui  s*  avesse  a  concedeVe  Tiotrodurre  nello 
siile  dieci  o  venti  spurie  locuzioni,  un  altroché  sia  da  più  di 
Idi  ne  vorrà  far  entrare  di  più;  e  io  do  per  esempio  il  Bartoli 
che  ne  fece  prova,  e  spesso  cade  in  questo  gallicismo;  e  se 
Favesser  lasciato  fare* .  !  Racconta  egli  della  vecchia  otta* 
geoaria  Elia  Gatola,  la  quale,  per  presentarsi  alla  festa  di 
Nerone,  si  faceva  rassettare  :  Si  diede  alla  discrezion  del" 
le  sue  damigelle,  la  tormentassero  pur  che  la  rabbellisse^ 
ro;  AntANARNE  le  grinze  di  tutto  il  wlto,  srEOSRNB  d^ 
in  su  le  gote  ipeli^  FEiARirE  con  rossetti  e  biacche  il  lis^ido 
ieUa ptdlidezza^  A  che  servono  quei  tre  pronomi?  Per- 

0 

cbè  non  dire  appianar  le  grinze  di  tutto  il  wlto,  ss^Uere 
^insule  gote  i peli, salare  con  rossetti  e  biacche  il  lisndo 
della  pallidezza?  Forse  che,  togliendo  qne*  pronomi,  si  du- 
biterà di  qual  incito,  di  quali  gote,  di  qual  livido,  si  parli  ? 
Ha  vediamo  come  descrive  il  gran  maestro.  Il  Boccaccio , 
dopo  aver  rappresentato  Gimone  stante  fermo  sopra  il  suo 
bastone  intentissimo  a  riguardare  Efigenia,  dice  : 

E  quinci  cominciò  a  distinguere  le  parti  di  lei,  lodane 
do  I  capelli,  li  quali  et  oro  estimasi ,  la  fronte ,  il  naso ,  la 
bocca,  la  gola,  e  le  braccia,  e  sommamente  il  petto^  e,  di  la^ 
voratore  ^  di  bellezza  subitamente  giudice  divenuto ,  seco 
sommamente  desiderava  di  veder  gli  oceK%  li  quali  essa, 
da  alto  sanno  gravati^  teneva  chiusi. 


L    _.  - 


178 

Disse  egli  forse  distìnguerne  le  partii  lodandone  i  ca- 
pelli ^  di  lederne  gli  occhi  ? 

Ancora  dico  esser  gallicismo  il  porre  il  pronome  ne 
in  laogo  del  qualificante  deiroggetto  (  pur  che  1  oggetto  ab- 
bia Tarticolo  ),  anche  quando  detto  qualificatore  non  rap- 
presenti una  persona,  ma  una  cosa  appartenente  airogget- 
to;  come  ne*  seguenti  estratti  d*una  grammatica  di  Parma, 
nella  quale  pure  trovai  alquanto  di  buono  ragionamento. 

!•  Lo  tteito  si  dica  di  egli,  che  fa  sovvenire  di  un  nome  antecedente 
Ce,  e  IfE  esprime  la  identità,  a.  Per  evitare  dunque  una  si  gran  moltitu» 
'dine  di  pronomi^  starà  bene  di  ristringerirg  la  defini%imu  troppo  larga, 
9,  Imperciocché  sono  essi  sostantivi  universalit  e  non  già  aggettit^i  che  si 
riferiscono  ad  alcun  nome^  e  ìfB  risveglin  V  idea. 

Si  deve  dunque  dire  ed  esprime  la  sua  ideniità ,  o  la 
identità  di  quello^  starà  bene  di  ristringere  la  loro  definii- 
zionCf  0  la  definizione  di  essi^  e  riss^glin  Videa  di  quello. 
Ed  eccone  in  pruova  di  ciò  alcuni  esempj» 

I  •  Sommamente  il  commendarono^  {il  palazzo)  e  ma-- 
gnifico  riputarono  il  signor  or  quello.  Br  2*  Più  attenta^ 
mente  le  parti  dì  qoello  (  giardino  )  cominciarono  a  r/*- 
guardare.  P.  3.  //  quale  (  monistero  )  non  nomerò  per  non 
diminuire  in  parte  alcuna  la' fama  sua*  B,  4*  Cke  abbiam 
noi  a  far  del  nome ,  poiché  noi  sappiamo  la  s^irtiL  B. 

Non  disse  il  Boccaccio,  e  magnifico  se  riputarono  il 
signore^  pia  attentamente  le  parti  ne  cominciarono  a  ri^ 
guardare  ,  per  non  diminuir  Jfs  in  parte  aliena  la  fama  , 
poiché  noi  J9E  sappiamo  la  virtù. 

£  di  questi  esempj  ne  potrei  produrre  infiniti^  mentre 
che  non  ne  trovo  uno  ne*  classici,  in  coi  Toggetto  del  ver- 
bo, con  Tarticolo^  sia  preceduto  da  ne. 

Ma  parrai  forse  ad  alcuno  una  sottigliena,  un  cavillo,  il 
volere  escludere  il  pronome  ne  dall'oggetto  proprio  sol  quao* 


»79 
io  porlirarticolo,  come  nel  citato  esempio  delBartoIi,  e  non 
ìa  altro  caso.  Ora,  a  che  serve  l'articolo  P  Egli,  come  abbia- 
mo a  suo  luogo  ampiamente  dimostro,  serve  ad  accennare 
una  cosa  determinata,  o  per  quello  che  precede  il  nome  a  cui 
è  apposto,  o  per  quello  che  lo  segue.  Il  Boccaccio  dunque , 
dopo  aver  nominata  EBgenia,  dice:  E  prima  cominciò  a  di'* 
Hinguère  le  parti  di  lei^  lodando  i  capelli ,  la  fronte^  ecc. 
Qaal  bisogno  di  mettane  un  pronome  che  ricordi  di  lei  dopo 
lodando^  come  è  posto  dopo  lepartS  Non  è  l'articolo  quello 
che  fa  intendere  chiarissimamente  che  d' Efigenia  sono  i  ca- 
pelli e  la  fronte,  poiché  T  ufficio  suo  è  di  additare  una  cosa 
determinata  ?  Non  si  dice  :  Lasciami  saziar  gli  occhi;  Apri 
t animo  alle  mie  parole^  senza  i  possessivi  miei  e  tuo^  per  la 
stessa  ragione?  e  ancora  eccotene  un  altro  i  eccoti  f  altro^ 
tolto  a  questo  il  pronome  a  cagione  delP  articolo  ? 

Tuttavia,  mi  si  potrebbe  dire  „  Perchè  mostri  tu  tanta 
smania  di  espellere  dall'  italiano  questo  ne  con  V  oggetto, 
sin  quando  potrebbe  pure  essere  necessario,  come  appare 
per  quel  le  parti  di  lei  del  medesimo  esempio  che  tu  alle- 
ghi del  Boccaccio;  ove  ben  poteva  egli  dire  distinguerne  là 
partii  poiché  le  parti  solo  non  bastava ,  modo  più  conciso 
che  quel  suo  distinguere  le  parti  ili  lei\  laddove  tu  ti  dai 
tanta  briga  di  difendere  e  di  ammettere  per  buono  V  altro 
ne  del  Macchia  vello.  Di  ciò  ne  è  testimone  V  jifrica  (i), 
code  più  altri  eseropj  alleghi  a  carte  i6o,e  che,per  difender^ 

(i)  Un  nostro  amico  ci  ha  fatto  avvertire  che  questo  ne  del  Macchia- 
Tello  si  potrebbe  ben  prendere  nel  senso  di  et\  a  11015  ma,  aprasi  il  Volo- 
Be  deUe  storie  Fiorentine^  et  nella  dedica  a  papa  Clemente  VII ,  si  trove- 
rumo  due  esempj  che  tolgono  questo  dubbio.  £i  dice:  Massimamente  veg* 
gendo  come  della  memoria  del  padre  di  5.  5.  io  ne  ho  parlato  molto,  E  poi 
ùi  che  ne  fu  cagione  la  sua  bret^  vita. 


i8o 

lo  che  tu  facci,  a  me  par  del  tutto  ridondante  P  91  Certo  ri- 
spondo, non  per  altro,  se  non  perchè  questo  appartiene  allo 
stile  italiano,  e  però  Tho  caro  come  cosa  nostra,  e  quello  è 
straniero;  e,  adoperato  con  la  profasione  che  i  Francesi  lo 
usano,  come  mi  venne  veduto  in  una  vita  del  Petrarca  scrit- 
ta da  un  fiorentino,  non  può  far  che  non  contamini  tutta  la 
dicitura,  e  che  il  discorso  non  prenda  Tandamento  france- 
se. Ora  domando  io  perchè  il  Boccaccio,  gran  maestro  del- 
lo stile,  non  disse  distinguerne  leparti^  in  luogo  àxdistin'^ 
guere  le  parti  di  lei;  e  negli  altri  esempj  di  lui  addotti,  // 
signor  di  quello^  le  parti  di  quello^  la  fama  sua^  sensa  mai 
porre  un  ne,  essendo  in  tutti  que*  casi  necessario  determi- 
nare quei  vocaboli  troppo  generali  ?  se  non  perchè  tutti  que- 
sti modi  leggiadri  italiani  gli  cascavan  dalla  penna  senza  pur 
pensarvi;  e  V  altro  non  gli  passava  manco  per  la  mente,  sic- 
come cosa  che  non  si  udiva  nel  parlar  iamìgliare,  uè  per 
gli  scritti  si  vedeva»  E  perchè  son  belli  quei  modi  ?  proprio 
per  ciò  che  non  essendo  ammissibili  nelle  altre  lingue,  foi> 
mano  una  particolarit&  della  nostra,  e  una  maggior  riccbez- 
sa  come  di  quattro  a  uno.  E  non  è  da  dire  che ,  introdu- 
cendo anche  la  francese,  fosse  uno  arricchire  la  lingua  no- 
stra d^una  maniera  di  più  di  espressione;  che  si  verrebbe 
anzi  a  perdere  la  più  bella,  che  è  quella  deirarticolo  senza 
Taiuto  né  di  possessivo  né  di  dimostrativo,  né  di  pronome; 
avvenga  che  se  tu  t*ausi  Torecchio  a  ndire;  poiché  noi  ne 
sappiamo  la  wrtù^  lodandone  i  capelli^  vederne  gli  occhi , 
tu  venghi  a  mano  a  mano  facendoti  un  bisogno  di  quel  pro- 
nome; si  che  alla  fine,  lasciando  ne,  ti  sembra  che  alla  fra- 
se paanchi  qualcosa*  In  cotal  modo  s^eran  quasi,  nelle  scrit- 
ture moderne,  abbandonate  le  vere  forme  italiane  di  queste 


i8i 

dizionU  e  per  questa  ragione  durai  fatica  in  persuadere  al- 
cuni, i  quali,  scrivendo  del  resto  purissimamente,  non  si 
pote?an  risolvere  a  sgombrare  i  loro  scritti  di  questa  ridon- 
danza cui  avevano  assuefatto  Toccbio  e  Torecchio* 

Vuole  adesso  alcun  vedere  quale  sconcio,  quale  quan- 
tità di  voci  vane  e  fastidiose,  possano  formare  tre  di  queste 
soverchiamente  ripetute  nel  corso  di  un*  t>pera  ?  Tolgansi 
tatti  i  del^  dei^  delle^  a  carte  1 1  o,  di  quei  tre  esemp j  dell* 
Antipurismo,  che  sono  sei,  e  i  sette  possessivi  inutili  degli 
altri  tre  a  carte  i36,  e  poi  i  tre  ne  a  carte  lyS,  e  gik  in 
noTe  righe  ^  avranno  1 6  di  queste  parole  soverchie  che  al- 
tro non  stanno  a  fare  che  distruggere  la  leggiadria  dello 
stilei  e  snervare  il  discorso^ 

Ora,  per  vraire  alla  conclusione  di  questo  paragrafo 
io  dichiaro  ancora  che,  per  cercare  ch*io  abbia  fatto  nei  tre 
primi  classici,  non  m*  è  venuto  trovato  un  solo  esempio  del 
ne  qui  eccettuato;  e  d*  alcuni  casi  che  trassi  dagli  altri, 
i  quali  al  primo  posson  parere  il  caso  nostro;  non  pur  uno 
è  tale;  onde  io  lo  escludo  dalla  no8tt*a  lingua.  E  per  meglio 
determinare  qual  è  questo  ne  eh*  io  chiamo  strano,  dico 
essere  quello  che  sta  in  luogo  del  possessivo;  però  che  in 
tutti  quei  casi  che  abbiam  citati,  ne^^quali  è  detto  gallici- 
smo,  si  troverà  potervisi  sostituire  il  possessivo;  dove  ne* 
seguenti  non  ne  è  uno  che  il  patisca. 

I  •  Dio  7  Sfoglia  che  ^  uno  errore  cV  io  feci  iersera^ 
Ul  gola  non  irs  patisca  oggi  la  penitenza*  F.  2.  Anche  no^ 
nùnò  molti  altri  di  ciascuna  generazione  che  non  erano 
(xìpevoli^  questo  fece  acciò  che  nb  crescesse  pia  V  animo 
d' detti  ambasciatori.  Db  S.C.  3.  Tu  dei  leggiermente  per^ 
owtere  nel  piattello  ,  o  con  altro  argomento  scoprì jrjs  la 


i8t 

cenere.  Caaa.  4*  Usando  i  senatori^  se  scorgeiHmo  qualche 
ben  pubblico  non  preposto^  salire  in  bigoncia^  e  pbosok^ 
ziARjfn  il  lor  parere.  Day.  5.  Quel  giudice  dé^  cittadini 
e  de^ forestieri  che  risedesse^  ars  osasse  Vannual  cura.  Dar* 
6.  Ogni  i^nerdì  in  su  guest*  ora  io  la  giungo  qui  «  e  qui 
srs  fo  lo  strazio  che  tu  s^edrai.  B. 

Adunque  nel  primo  esempio  il  pronome  ne  è  della  me- 
desima natura  di  quelli  accennali  e  difesi  a  pag.  174  ^  <  7^9 
poiché  egli  è  una  ripetizione  della  precedente  espressione 
<r  uno  errore'^  nel  secondo  il  nome  tuUmo  è  agente  del  ver- 
bo, non  oggetto;  e  il  concetto  compreso  nel  pronome  è  di 
entrare  nella  congiura  di  Catilina;  nel  terzo  e  nel  qnarto 
ne  dinota  non  qualiGcazione  ma  luogo,  come  detto  a  car* 
te  173,  cioè  di  quel  piattello;  nel  quinto  si  riferisce  alla  fe- 
sta augttstale  precedentemente  nominata»  e  comprende  deU 
la  festa  ecc;  e  nel  sesto  finalmente  il  pronome  ne  sta  per 
di  lei.  Ma  ricorditi  della  restrizione  che  facemmo  fin  da 
principio,  che  si  esclude  ne  dal  rappresentare  il  qualifican- 
te delfoggetto,  sol  quando  formi  parte  identica  con  quello, 
cioè  sia  una  cosa  o  una  qualità  ad  esso  appartenente,  onde 
né  lo  strazio^  né  Vannual  cura^  degli  ultimi  esempj,  né  la 
penitenza  né  t animo  de*  primi  due  dinotan  una  tale  idea. 
In  questi  quattro  casi  è  conceduto  il  pronome  per  quella 
ragione  che  dicemmo  a  carte  i36  esser  posto  il  possessivo 
al  nome  s\^ntwre\  queste  non  sono  sottigliezze,  ma  ben 
delicatezze  osservalissime,  come  si  vede,  dai  classici,  e  bel- 
lezze della  lingua*  Io  posso  sperare  oramai  che  la  mia  opi- 
nione sarà  accolta  per  chiunque  ami  la  verità. 

Perchè  io  mi  constituisca  censore  anche  de*miei  mae* 
stri  non  noi  do  per  tutto  ciò  a  credere  che  t  nello  scrivere 


i83 

qDesta  mia  opera,  non  sia  potuto  incorrere  lo  medesimo  in 
alena  modo  di  dire  straniero  o  in  alcuno  errore;  e  in  ciò  io 
Yorrei  che  altri  fosse  così  severo  con  me,  come  io  son  con 
altruii  facendomene  accorto,  sì  che  roen  potessi  guardare. 

DEI    PRONOMI    rt    E    Ct 

u  Non  ifi  è  nessuno  di  loro  che  n  pensi.  B*  d.  Io  , 
idla  mia  puerizia^  t  animo  vt  disposi.  B»  3.  Egli  i^*  èpia-- 
ciato  e  piace  che  io  tolga  moglie^  io  mi  vi  son  disposto.  B. 
3.  Domandandolo  (lo  Democrate)  Alessandro  di  quello  che 
quelli  abitatori  visiBrebbero^  rispose  non  ci  a\fer  pensato.  M. 
3.  Non  vi  CI  avvezzate.  F.  6.  Augusta  ct  è  intinta^  Cesa^ 
re  in  segreto  è  per  te.  Dav.  7.  Erjìcì  interessato  egli  e  la 
tnadre.  Dav« 

Il  pronome  vi  rappresenta  il  dativo  solamente,  e  sem« 
pre  si  riferisce  a  una  proposizione ,  o  alla  cosa  di  cui  si  è 
precedentemente  parlato;  dunque  comprende  le  parole  a 
(fuesta  cosa;  il  qual  officio  si  fa  anclie  dal  pronome  ciò  co- 
me vedremo  asuo  luogo.  Nella  prima  edizione  io  aveva  trop« 
pò  confidentemente  spacciato  che  il  pronome  oi\  che  qui  si 
produce  non  si  trovava  in  altri  che  nel  Macchiavello  ;  e 
quasi  r  aveva  condannato  quale  error  popolare  ;  ma  ora 
mi  ricredo,  e  confesso  che  mi  maraviglio  come  non  mi  ri- 
cordassi di  questi  ci  esserne  piena  la  Sporta  del  Gelli.  Ma, 
piacemi  che  anche  nella  prima  edizione  aveva  posto  quella 
concessione  che  chiude  il  ragionamento  precedente  ;  non 
però  che  altri  me  n*  abbia  fatto  accorto.  Vero  ò  che  nei 
Tre  0  non  si  trova,  0  io  non  ve  V  ho  scorto  ;  ma  in  ciò  mi 
bastano  i  testi  qui  citali;  perchè  il  pronome  ci  mi  par  che 
esprima  un*  idea,  non  solo  di  tendenza  a  una  cosa  ^^ioè  il 
dativo  come  vif  ma  anche  quella  di  concentrazione;  onde  cor- 


J 


i84 

risponda  a  in  questo^  in  ciò  «  come  in  ^el  ci  è  intinta  del 
Davansati,  ove  intende  della  immatora  morte  di  Germani- 
co per  ydeno  o  affaturamento  di  Pisene  affrettata^  E  sta 
bene  ancora  qnando  nella  medesima  proposizione  sia  biso- 
gno del  ci  personale,  come  nel  quinto  esempio.  Finalmen- 
te ,  eccone  dae  esempj  del  Gelli,  usati  co*  verbi  ^len^ore  e 
liSf^y^orreyGoi  quali  il  Boccaccio  adopera  ci.  Va  alle  faccende 
tue;  e  pensjìcì  su  molto  bene.  Io  iH>gtio  oggi  f^xnmre  se 
io  CI  potessi  disporre  mia  madre  in  qualche  modom 

DKL   PBOIIOMB   OJ^TOS  (l) 

I  •  Per  ifuesia  andata  onùs  li  dai  tu  iHmto^  intese  OO' 
se  ecc.  D.  a.  Se  io  a  ciascun  di  %H>i  donassi  un  regno  qi^ 
le  è  quello  onds  io  la  corona  attendo^  non  debitamente  vi 
avrei  guiderdonati.  B.  3.  Essi  fanno  ritratto  da  quello  oif" 
BE  nati  sono.  B.  4*  Per  quello  usciuolo  ojtdb  era  entrato  il 
mise  fuori.  B.  5.  /  casi  infelici'^  onde  io  con  ragione  pian* 
go^  con  lagrimcifole  stilo  seguirò.  B.  6.  Se  wlete  essere 
uomini^  io  vi  mostrerò  ben  via^  onde  wi  scanalerete  da  tan- 
ti mali.  Da«  S.  G« 

A.  trovar  la  verità  delle  cose  in  grammatica  si  deve 
prima  cercare  qual  sia  il  nudo  e  semplice  senso  di  un  voca- 
bolo dalla  sua  radice;  e  poi,  qualunque  volta  paia  da  quel- 
la scostarsif  ridurlo,  per  via  della  analisi ,  al  suo  principio 
alti*imenti,  se  si  modifica  il  senso  di  quello  a  seconda  del 
bisogno  di  chi  se  ne  servot  si  fa  lecito  il  traviare  per  ogni 
verso,  fin  che  più  non  si  conosce  il  suo  vero  officio ,  il  suo 
giusto  uso.  Io  non  dirò  dunque,  che  onde  significhi  di  che^ 

(i)  Questo  manca  interamente  nella  prima  edizione,  e  non  V  é  faUo 
menzione  d*  altro  che  della  congiunzione.  I  solecismi  della  Proposta  m*  ban 
fatto  (iure  qnesU  aggiunUi  <^Ua  quale  in  rero  era  grande  necessità. 


i85 

da  che^  perche^  sebbene  in  eonclusióiie  venga  ad  esaere  la 
stessa  cosa;  ma  che  equivale  a  di  che^  del  quale^  o  dei  qua^ 
li;  cioè  cocaprende.la  preposizione  di  e  un  pronóme  con«« 
giuDtivo,  che  o  qualffé  Ora«  nel  primo  é  secóndo  esempio 
pienamente  si  vede  die  Oììde  sta  per  delktquale  e  del  quale; 
uà  terso  Tanalisi  è  da  quello  slato  del  quale^  però  che  si  di*^ 
ce  nascere  di;  V  analisi  del  quarto  òper  sna  del  qnaie  9  nel 
qaioto,y9er  cagiùn  de*  quali;  e  nel  sestOt  per  viadeUa  q^ia^ 
le.  Io  questo  modo  non  si  perde  miai  di  vista  il  sen^o  foO'- 
dameotale  della  parola,  e  si  sa  quindi  ohe  cosa  dinota;  cioè; 
un  idea  di  ppocedime^to,  ad  accennare  la  qnaté  serve  ora 
£9  ora  da^  ora  per;  e,  come  si  vedrà  in  seguito,  questo  me* 
desiano  vocabolo,  adoperato  per  congiuneione,  comprende 
tuttavia  ^r  cagion  di  che^  e  per  avverbio,  di  cAe  Jbiogo^  Bfa^ 
per  avere  smarrito  il  senso  originale  di  «questa  voce  «  molli 
Tadopcrano  in  varii  casi  tortamente* 

Io  dichiaro  che  il  solo  amore  della  verit&i  e  desiderÌQ 
di  conservare  |a  purità  délU  lingua,  n  non  spirito  di  contro-? 
versia  è  quello  che  mi  slimòU  ad  esporre  i  difetti,  ovunque 
nù  occorra  di  trovarli»  Se  con  buone  ragioni  mi  vien  dimo- 
strato che  io  erri,  non  fili  eh*  io  tni  affanni  per  difi^ndere  Xexr 
rore  nel  quale,  criticando  altrui,  fossi  potuto  cader  io  ;  in 
tal  caso  mi  disdico  per  lo  medesimo  amòre  della  verità*  ,Nè 
SODO  io  iogaonato  eh*  io  nou  conosca  qual  grave  incarico  sia 
il  voler  determinare  in  gramixìatica  il  giusto  e  Terroneo;  ma 
poiché  me  T  ho  assunto  ,  convien  eh*  io  dica  il  tnio  parei*e 
schietto  e  franco. 

In  tre  modi  il  Perticari  e  il  Monti  bando  oltrepassato 
i  giusti  termini  delfuto  di  questo  onde.  Il  primo  ,  adope- 
randolo in  luogo  di  per  avanti  a  un  infinito  :  li£  è  stato  for^ 

i4 


i86 

za  r  abbandonare  nobili  Hudii ,  oi^be  mettere  al  mondo 
una  sì  meschina  creatura  (  la  Proposta  )•  Monti.  Si  praovi 
ora  a  fiir  1*  analisi  ohe  %  è  fatta  per  li  precedenti  esempj^  e 
si  vedrà  che  rioscirà  impossibile;  e  qui  mi  par  che  la  cosa 
sia  evidente  ad  ogni  spregiudicato  animo.  Il  secondo  è  a- 
sandolo  per  congiunsione ,  in  yece  di  acetiche  ^  come  re-- 
dremo  a  Inogo  suo.  Il  tento  confesso  che  mi  tenne  per  qoal-» 
che  tempo  intra  due,  se  dovessi  o  no  esporlo  per  non  bno- 
nO|  tanto  sottile  è  la  difierensa  che  passa  tra  la  via  e  la  ca* 
gione^per  6ui  una  cosa  avviene  ò  si  consegue,  e  il  modo  o  il 
mezzo ,  in  coi  o  coti  cai  si  fa;  rnsi^  finalmente^  dopo  lungo 
e  aiaturo  esame ,  ecoò  la  mia  decisa  opinione.  Il  Perticarì 
dice:  Di  quatUxkmodif  ondm  i plebei  del  Zoo  corruppero  le 
buòne  uoci^  ecc  ;  e  altrove  :  Perchè  non  seguiremo  gianir- 
mai  quelle  usanze  a  noi  pervenute  dagli  scolastici  $  ojìde 
fu  estinta  ogni  lode  di  retto  dispfttùre^  Ora,  potrebbe  pare- 
re che,  degli  esemp j  sopra  citati ,  il  sesto,  di  F.  B.  da  San 
Goocerdio,  approvasse  V  uso  qui  fatto  dal  Perticari  ;  ma  in 
quello  il  vocabolo  onde  ti  riferisce  a  (1&7 ,  e  s*  accosta  alla 
derivazione  sua  latina  unde  ;  e  in  tal  caso  solo  può  com-* 
prendere  V idea  ^iper  ;  laddóve,  in  questi  esemp},  accen- 
na modo  e  mezzo,  ed  è  adoperato  'in  luògo  di  in  che^  con 
che^  o  con  le  quali.  E  se  maggior  pruova  si  vuole  della  dif- 
ferenza di  quMte  idee,  facciasi  una  costruzione  per  la  qua- 
le il  sentimento  di  onde  più  si  sviluppi,  e  dicasi  :  £e  buo^ 
ne  90cid  corruppero  in  quattro  modi  ;  ogni  lode  fu  estin'- 
ta  con  quelle  usanze;  da  tanti  mali  si  scampa  per  questa  i^ia; 
dove  si  vede  che  dir  non  si  può  né  in  questa  w  né  con  que- 
sta na^  mailìff  sto  ^egno  die  V  idea  è  diversa.  Una  differeu- 
za  cosi  sottile  d'idee  si  trova  nelle  altre  due  costruuoai , 


187 

ove,  se  si  ponesse  con  quattro  modi  e  in  quelle  usanze  sa- 
rebbero quelle  espressioni  errònee  (i)«  Ecco  come  il  Celli 
esprime  V  idea  di  con  in  un  simil  caso:  Queste  sono  le  ra^ 
ffom^  signor  mio ,  con  le  quaU  mi  son  difeso  con  quegli 
che  ho  potuto  parlare.  Ove  9  se  avesse  adoperato  onde ,  in 
laogo  di  con  le  quali ^  avrebbe  fuggito  la  ripetizione  con  le 
quali^  con  quegli*  Un  altro  con  è  soppresso  intianzi  a  che* 

i.Io  non  ho  otroE  Iq  possa  soddisfare.  Y.  de*.  S.  P« 
a.  j^ssai  nC  amasti  ;  e  asbesti  bene  onde.  D.  3.  Di  que  so^ 
sfHri  ONJ}  io  nudriva  il  core*  P.  4*  ^  deputati  del  Tevere 
proposero  ih  Senato  «  ^e  per  owiare  alle  piene ,  fosse  da 
voltare  altrove  i  fbuxni  e  laghi  ond  .eg/<  ingròssa*  Dav« 
5.  Egli  ne  le  rendè  sì  fatto  merito^  chU^lla  non  ebbe  cagio^ 
ne  DONDE  dolersi*  B. 

In  questi  esempj ,  al  ptimoi  par  V^eramente  che  onde 
significhi  con  che  j  ma  pure,  ancora  qui ,  mantiene  il  suo 
originai  valore,  cioè  diche\  dicendosi  avere  diche\  nudrirn 
si  di  una  cosai  di  che  ingrossa*  PouguBÌdi  che  ne*  due 
criticati  esempi  del  Perticari,  e  non  ci  skA  più  senso.  Il  vo«^ 
cabolo  ihnde  dell*  ultimo  esempio  ha  lo  stesso  valore  di 
ondai  ma  egli  è  pia  .usato  per  avverbio*  ^ 

In  questi  due  sensi  adunque  di  modo  e  di  mezm ,  e 
in  vece  di  per  avanti  à  un  infinito  questa' voce  è  inale  ado- 
perata. ;  e  quando  s*  avesse  ad  anmiettére  che  onde  si  possa 
osare  in  luogo  di  con  (Ae^  in  che^  di  per^  e  di  acciò  che^  per 
la  ragione  die  Topene  dti  Pertìcari  e  del  Monti,'  e  della  maig- 
gior  parte  dei  raoderni|' né  rtdòadanot  allora  si  confonda  pu- 
re ogni  cosa^  e  faccikii  d*  ogni  erba  fascio. 

V 

(i)  La  preposifioiie  ih  Axiota  il  modo;  eant  il  meno  o  lo  ttrameatoi 
|i«r,  la  via,  delle  varie  aiioni;  e  quindi  ti  tede  s*  egli  è  neoesfarìo  ben  «le- 
fiojva  il  lor  Talora. 


i88 

Per  quanto  m*  abbian  detto  anche  i  più  dotti  nella  lin- 
gua che  mi  guardi  dal  condannare  F  onde  fu  estinta  del 
Perticarli  io  confermo  quei  che  già  dissi  nel  manifesto  »  e 
aggiungo  maraviglia  a  maraviglia  quanto  più  esamino  il  suo 
stile,  che  mi  riesce  assai  dubbio^  cornei* Alfieri  dice  di  quel-* 
lo  de*  tempi  suoi.  Ecco  un  altro  suo  esempio,  la  seconda  par* 
te  del  quale  condanna  la  prima:  Che  se  Dante  fosse  stato 
greco  9  non  avrebbe  usata  la  lingua  comune  per  dis^rso 
modo  da  quello  onde  Omero  la  usò;  e  se  Omero  fòsse  sta^ 
to  italiano^  F  avrebbe  certamente  potuta  usare  nel  solo  mo^ 
do  con  cui  la  usò  Dante.  Come  sia  giusta  V  espressione  usa^ 
re  per  modo  o  con  modo  mi  riserbo  a  determinarlo  nel  ca- 
pitolo delle  preposizioni;  per  ora  dichiaro,  che  rispetto  al« 
Vonde^  bisognava  dire  in  diì^erso  modo  da  quello  che^  sot- 
tintendendo  //i  ;  e  in  quanto  ali*  espressione  nel  solo  modo 
con  ceavOii  conviene  avvertire,  chei  congiuntivi  che^  quale^ 
cuif  per  la  natura  loro  di  conginngere ,  quando  il  nome  che 
riflettono  porta  una  preposizione  ^  e  li  due  membri  della 
proposizione  hanno  il  medesimo  verbo,  essi  congiuntivi  uni* 
scono  la  precedente  idea  con  la  sqiuente ,  e  la  ripetono  ;  si 
che  non  si  deve  mutare  la  preposizione;  come  si  può  vede* 
re.  in  tutte  quelle  anàlisi  di  che  della  pag*  1 49*  «?  ^i  certi 
moderni  „  mi  scriveva  un  letterato  il  quale  nelle  proprie  o* 
pere  mostra  essere  in  pieno  possesso  del  vero  stile  „  a  vo- 
ler notare  le  improprietàyi  modi  failsi^  e  gli  errori,  io  ispe» 
de  nel  Monti,  manchereUie  il  tempo.  „  Io  al  primo  credet- 
ti questa  opinione  alquanto  iperbolica  (i)  ;  ma  ora  còmin* 
ciò  a  dubitare  che  codi  non  sia ,  pMcbò  vedo  che  ed  egli  e 

(i)  Dal  greco  iperMej^  composto  4i  jrper.  «opra»  e  boU  Urob  cioè  txat* 
re  al  di  U  del  segno^  onde  fGC€d$r$» 


il  Perticari  (  non  scorgendo  io  alcuna  differenza  ne*  loro  sti- 
li )  mi  stravolgono  le  idee  in  modo  t  che  ogni  qual  volta 
mi  vien  di  citare  una  lor  frase  per  esporre  un  solecismo 
mi  bisogna  racconciare  altri  sconci* 

PEL  PBOROHB  SE  O  Sì 

!•  Così  s'amai^ano  come  se  stati  fossero  fratelli.  B. 
a.  £  più  laudabile  V  uomo  che  dirizza  se  e  regge  ss^  mal 
naturato^  contro  Pinato  della  natura^  ^he  colui  cJte^  ben 
naturato^  si  sostiene  in  buono  reggimento.  D.  3.  Diciamo 
bello  il  canto^  quando  le  voci  di  quello j  secondo  il  debito 
delT  arte^  sono  intra  se  rispondenti.  D.  4*  Ciascuno  a^eyni 
e  castella  e  vassalli  sotto  di  se.  B.  S.  Io  ho  a  parlar  seco 
dC  un  mio  fatto.  B« 

Questo  pronome, della  terza  persona,può  rappresentare 
il  mascolino  e  il  femmininOf  il  singolare  e  il  plurale;  e  sem- 
pre si  riferisce  airagente  del  verbo  onde  dipende.  Vedeoi- 
me,  parlando  de*  nomi  personali»  a  quali  regole  va  soggetto; 
^iodi  s"  amai^ano  e  si  sostiene^  perchè  in  questi  due  casi 
non  è  opposizione;  ma  dirizza  se  e  regge  se^  per  le  parole 
contrapposte  Vinìpeto  della  natura.  Il  terzo  esempio  è  da* 
lo  a  dimostrare  che  il  pronome  se  può  rappresentare  an* 
che  le  cose  »  perciò  che  quivi  se  corrisponde  con  voci  ;  e 
la  preposizione  intra  richiede  il  pronome  di  maggior  valore 
in  questo,  come  di  nel  quarto  esempio*  Per  Io  quinto  si  di- 
mostra che  il  pronome  se  può  stare  in  luogo  di  lui  o  /ei% 
giunto  alla  preposizione  con^  cioè  seco^  e  in  tal  caso  devia 
dalla  regola  generale ,  che  è  di  corrispondere  con  T  agente 
del  verbo*  Questo  nuUadimeno  non  si  può  fare  quando  Ta* 
gente  sia  in  terza  persona,  senza  capitare  in  un  senso  am- 
biguo. Per  esempio,  se  si  dicesse  andavano  seco  fat^Uando 


in  luogo  di  (xndaQano  con  lui  fiweUando^  non  si  potrebbe 
più  distinguere  questo  caso  da  quando  il  pronome  se  cor- 
rispondesse con  Pagente  essim 

Noi  non  crediamo  ben  detto dilei  in  luogo  di  ili  se  nel- 
le seguenti  parole  d*  un  buono  scrittor  moderno  :  jt  quale 
alta  e  trinaia  cwiltà  non  era  ella  aggiunta ,  una  nazione 
che  tante  e  sì  nobili  tracce  ha  lasciato  di  lsi. 

I .  Piangendo  au  sì  gittò  a*  piedi*  B.  a.  Griselda  le 
Si  fece  lietamente  incontro^  dicendo  :  ben  venga  la  mia 
donna.  B.  3.  Lauretta^  trattasi  la  laurea  di  capo  ,  in  testa 
ad  Emilia  la  pose.  B.  4*  Si  storse  in  guisa  le  mani^  i  ititi , 
le  braccia^  le  gambe^  la  bocca^  e  tutto  il  s^isOf  che  fiera  co* 
saparesHi  a  vedere.  B* 

È  facile  cadere  nel  gallicismo  piangendo  si  gittò  <i 
suoipiedi^  in  quanto  che  questo  dire  è  anche  italiano  in  al- 
cun caso;  ma  il  porre  il  dativo  del  pronome  in  luogo  del 
possessivo  essendo  particolare  alla  nostra  lingua,  è  quindi 
espressione  migliore  e  pih  gentile.  È  da  notare  che  il  pro- 
nome che  rappresenta  il  dativo  si  mette  prima  del  prono- 
me oggetto;  sì  che  nel  i  ^  e  a^  esempio  gli  e  le  sono  dativi* 
e  sij  Toggetto*  Ma  quando  si  rappresenti  il  dativo  e  un  altro 
pronome  Toggetto,  si  mutaci  in  se^  cosi  se  lo  pose  in  grem- 
bo^  se  lo  fece  portare;  o  sei  pò  se ^  sei  fece.  Nel  terzo  e  quar- 
to esempio  si  osserva  che,  quando  V  agente  opera  sopra  di 
se  medesimo,  cioè  quando  Toggetto  del  verbo,  o  altro  nome 
facente  altro  ufficio,  rappresenta  alcuna  cosa  appartenente 
alPagente,  in  vece  di  qualtCcare  Toggetto  o  il  nome  con  un 
aggettivo  possessivo,  cioè  lewxtala  laurea  del  suo  capo^  stor- 
se  le  sue  mani^  si  fa  uso  del  pronome  si  dativo,  levatasi  la 
laurea  di  capo;  si  storse  le  mani.  Si  dice  inoltre  la  pose  in 


»9« 
testa  ad  Emilia^  postosi  (dotine  petruzze  in  bocùa^  se  la 
trasse  di  tasca^  ponendo  testa^bocca^  e  tasca^  senza  articolo, 
ft  cagione  del  dativo  che  dimostra  e  determina  a  chi  qaesti 
nomi  si  riferispono* 

I.  Ualira  si  è  una  pietra^  la  quale  noi  altri  lapidar) 
(falliamo  elitropia.  B.  a.  Io  so  che  chi  pi  mangia  spesso^ 
vi  Sventa  pia  largo  che  lungo  ;  pongasi  mente  arnese  mi 
Si  pare.  F. 

Il  pronome  si^  posto  in  principio  del  primo  esempio 
sta  per  in  le;  il  qual  senso  porta  in  simili  espressioni;  doò 
guello  che  io  id  ho  a-  dire  si  è;  quello  di  che  io  9Ì  ho  apre^ 
gare  si  è,  ecd  In  queste ,  nondimeno^  il  pronome  si  può  to* 
gliere  e  mettere  come  si  vuole  ;  ma  nel  secondo  caso,  di- 
cendo se  mi  pare^  qaella  frase  cambierebbe  il  senso  ;  perchè 
il  concetto  ivi  compreso  è,  se  pare  se^  se  fa  parer  se  in  mei 
cioè  se  si  mostra  in  me* 

L^aggettivo  altrif  qoale  è  usato  nel  soprapposto  esem- 
pio, si  usa  spesso,  nel  parlare,  a  dimostrare  differenza  di 
qualche  cosa;  come  di  professione  9  setta,  paese  ecc;  tra  la 
classe  delle  persone  a  cui  appartiene  chi  parla,  e  quella  cui 
appartiene  chi  ode;  e  quindi  Tidea  espressa  da  altri  è,  la 
quale  noi  lapidarj^  altri  uomini  che  poi  non  siete ,  cioè  di 
professione  differente  ^  appelliamo  elitropia*  Così  direbbe 
on  pittore  a  uno  scultore  noi  altri  pittori  ;  un  romano  a  un 
milanese  noi  altri  romani  ;  un  italiano  a  un  francese  ;  noi 
altri  italiani. 

DE*  TKBBl   CHE   HANRO   IL   PEOVOBtB    Si   Pia   AFFISSO  (l) 

I.  Ta^perchL  io  nC  adiri ^  non  sbìgottìr^  eh*  io  w/i- 
oerò  la  prova.  D.  2.  AUor  vid"  io  MAibiFiGtiAR  Firgilio.  D. 

(1)  Temiiie  che  si  dà  a  qocslo  ptonoiac  aUor  dio  é  einalo  fiuo  alio 
iniiiiilo  di  ona  specie  di  verbi  particolare. 


Z.SeioMi  T^jéScoioBO^  non  TiMARAytcuAR^  che^  dicendo 
iOf  ifedrai  trjéscoloìlìml  tutti  costoro.  D.  4*  GH  ss^enturati 
amantin  amenduni  P'brgogitandosi  forte ,  staiHmo  cwi  le 
teste  basse.  B.  3.  In  questo  dimorarono  assai^  7U)n  jiTTEtr-* 
TA2ÌDOS1  di  dire  t  uno  alT  altro  cosa  alcuna.B.  6.  Paren- 
dogli ai^re  assai  wdfito  propose  di  tornare  a  Parigi.  B« 
V*  è  una  specie  particolare  di  verbi  che  rappresentano 
le  diverse  nostre  sensazioni,  o  atti  delia  nolente;  e  pier  ciò  Boa 
V  hanno  azion  transitiva  in  esterno  oggetto ,  se  non  per  me- 

diazione del  verbo  fare\  fare  adirar^  far  maravigliare^  shi^ 
gottire^  altrui.  Questi  verbi,  generalmente,  si  cangiungono 
con  un  pronome  riferentèsi  ali*  ageote;  siccome  qaello  che 
in  tal  caso  sempre  opera  in  se;  e  per^  che  il  verbo  si  deno- 
mina per  lo  infinito,  si  ò  il  pronome  che  vi  si  affigge;  onde 
vergognarsi^  attentarsi^  discolorarsi^  maravigliarsi.  Questo 
pronome  che  s*  arroge  al  verbo  non  à  V  oggetto;  che,  se  fos- 
ae  desso,  si  potria  senza  V  aiuto  di  y^e  .transferire  1*  atto  o 
la  sensazione  in  altrui;  ma  per  la  loro  natura  di  non  espri* 
mere  azione,  la  qual  sola  è  tran.sferibile  (i)  ,  ma  atto  della 
mente,  o  sensazione  del  corpo  o  deiranima,  a  quel  prono- 
me si  sottintende  la  preposizione  in;  si  die  il  concetto  loro 
ò  vergognare  in  se^  discolorare  in  sé^  attentare  in  se^  n»a^ 
rai^igliare  in  se.  Per  questa  ragione  si  può  lasciare  il  pro- 
nome senza  discapito  della  espressione,  come  si  discerne  in 
tutti  i  sopra  posti  esempj,  ne*  qaali  ora  è  messo  il  pronome, 
e  ora  no:  non  sbigottir^  vid"  io  mara\^igliar^  vedrai  trasco^ 

(i)  Io  pongo  a  questi  yocaboli  la  n  che  fa  loro  tolta  dai  tnodemi .  perdiè 
è  molto  etpr«stÌTa  dell*  axioAe  del  verbo;  troiuferire  dinota  moto  da  iaogo  a 
laogo;  ma  la  fi  Ti  sappllsee  anche  T  idea  di  «Xenlroj  però  acrivo  anoon  sit- 


193 
hrar^  propose^ sens^afRsso;  e  rnadirijmi  irascohro^  non  ti 
maranHgliar ^  vergognandosi^  attentandosi^  con  quello  ag- 
giunto. Il  sottinteso  Aipropose'h  si^ase^  dativo,  non  in  se^ 
Ve  ne  stm  poi  di  quésti  verbi  che  si  reggono  sempre,  e  in  o* 
gni  modo  e  tenapo,  sensa  Taflisso,  come  temere^  paventare^ 
ia^MMurire  «  intirizzire^  ingentilire^  impallidire;  e  altri  per 
io  contrario,  che  non  ne  possono  far  senza,  quali  sono  adi-- 
rarti^  attristarsi^  ingegnarsi^  accorgersi^  ravvedersi^  accin^ 
gersi^oitdormentarsii  e  altri  fioalooiente,  V  infinito  e  il  pre- 
ÌMàaié  de*  quali  solo  se  lo  può  gittar  d*  addosso,  come  mara^ 
vigilar ,  maravigliando^  vergognar^  vergognando,  dolorar^ 
dolorando.  E  il  far  uso  scientemente  di  questi  verbi,  e  variai* 
re,  ora  togliendo  ora  ponendo  Taffisso,  giova  non  poco  alla 
el^anaa  dello  scrivere.  Vi  sono  anche  dei  verbi  che  espri- 
mono azione,  come  trarre ,  riparare ,  ricoverare ,  muovere  , 
che  ora  portano  il  pronome  e  ora  no  ;  e  si  vede  per  questi 
esempi  :  Come  in  peschiera  ch^  è  traìupiilla  e  pura  tìl^g- 
Goifo  i  pesci  a  ciò  che  vien  difisori*  •  •  Si  vid^io  ben  pia  di 
mille  splendori  trarsi  ver  noi.  D.  La  donna  RiCoyÈsò  in 
casa^  e  serrossi  dentro.  B.  Al  cuor  gentil  ripara  sempre 
Amore.Gmào  Guinicelli.  Or  muoviie  con  la  tua  parola  or» 
nata^  ecc.  D. 

i.Io  credeva  che  la  pigliasseper  me,  e  in  quello  scam  « 
Uo  la  piglia  per  lui.  F.  2.  f^oi  ce  l^  avete  fatta  bella.  F. 
Z.Jìice  L^hai  benfatta\ma  mai  pia  persona  non  ce  LAfarà^. 
^Se  vi  sta  pur  due  <£,  io  ve  la  dofattOé  F.  5.  Gallo  la  pre^ 
se  anco  con  Cesare.  DaVé  6.  La  gran  volontà  del  Senato  di 
consolarlo  la  fece  uscire  a  Cesare.  Dav. 

Sta  *H  pronome  in  luogo  del  nome;  ma  qoesto  sempre 
precede  qaello;  altrimenti  non  si  saprebbe  a  clù  o  a  che  si 


194 

riferisse;  ma  pare  vi  sono  ddle  espressioni  nelle  quali  sì  a* 
doperà  il  pronome ,  sema  che  sia  stato  accennato  il  nome, 
e  che  Taso  solo  fa  comprendere.  In  questo  caso  il  nome  è 
sottmtesot  siccome  nel  primo  esempio  è  difesa^  rappresen- 
tato due  volte  dal  pronome  la\  e  nel  secondo  e  nel  terzo  « 
heffa^  cioè  wici  aulete  fatta  beUa  la  beffa  ;  nel  quarto  sen- 
tendo cosa^  nel  quinto  éUspuia  ^  e  nel  Beslìo  pazienza.  God 
nelle  espressioni  Me  la  colgo;  Sarà  meglio  danj  di  quà\ 
Io  L  ho  con  tef  si  sottintende  nella  prima  fiiga^  nella  secon- 
da  9olta;  nella  terza  collera;  cioà  nU  colgo  la  fuga  »  dar  la 
ifolia  di  quà^  io  ho  la  collera  con  te.  Queste  ellittiche  locu- 
zioni sono  tanto  pi&  bdle,in  quanto  son  particolarmente  ita- 
liane* 

I.  Onde  io^pernon  incorrere  in  questo  errore^  ho  e-- 
leUo^  non  quelli  che  sono  principi^  ma  quelli  che^  per  le  in- 
finite buone  parti  loro^  meriterebbero  d"  essere.  BL  a.  Per- 
che  gli  uomini  f  volendo  giudicare  dirittamente  «  hanno  a 
stimare  quelli  che  sono^  non  quelli  che  possono  esser  libè^ 
rati.  M.  3.  f^olentieri^  se  potuto  avesse^  sarebbe  fuggito;  ma 
non  potendo  ora  innanzi  ecc.  B« 

n  dire  in  questi  esempj  meriterebbero  <f  esserlo  ,  e 
hanno  a  stimare  quelli  che  lo  sono^  cioè  il  far  uso  del  pro- 
nome lo  in  vece  della,  ripetizione  sottintesa  d*  un  aggettivo 
col  verbo  essere  è  gallicismo  che  ben  si  vuol  notare^  poiché 
m*  è  venuto  scontrato  in  alcuno  scrittore  moderno,  di  quel- 
li medesimi  che  si  sono  levati  contro  Tintrodiizione  de*  gal- 
licismi nella  nostra  lingua.  Anche  nel  3  esempio  il  dire^« 
tufo  V  avesse  e  potendolo  sarebbe  gallicismo. 

Il  Monti,  in  una  sua  lettera  al  Perticari,  disse  Lasciala 
innamorarsi  di  f^irgilio  cornette  già  di  Dante.  £  ilPor- 


195 

ticarif  nel  sno  Trattato  su  gir  autori  del  Trecento:  E  si  ra^ 
giani  quanto  dobbiamo  credere  mal  conci  i  libri  di  mino^ 
re  stima^  se  tanto  lo  sono  i principali.  £  il  Napione:  iV!^  le 
opere  (assennate  di  Bossuet  erano  lette  con  quella  a^idità^ 
con  cui  il  sono  al  presente.  Avrebbero  dovuto  dire  come  è 
^  diDante^  se  tanto  sono  iprincipalii  che  sono  al  presente. 
Anche  nel  Bartoli  si  trova  questo  gallicismo,  ei  dice  ; 
Quanto  Dionigi  fece  per  parere  non  mai  siato  grande^  al" 
treUanto  farebbe  un  ambizioso  per  Diysurinioi  Ormi'- 
rate^  se  quel  che  era  in  pittura  la  Minen^  d*  Amulio^  non 
ìerj  in  fatti  la  cortesia  di  Tito.  In  una  edizione  eh*  io  feci 
ristampare  in  Londra  di  20  Simboli  del  Bartolt,  ecco  Topi- 
niooe  eh*  io  diedi  del  suo  stile:  ,,  Pieno  dunque  di  alto  me- 
rito per  la  bella  scelta  che  fece  delle  parole  ,  energiche  ed 
espressive,  per  la  maravigliosa  copia  che  ce  ne  ha  fornito  ^ 
per  le  locuzioni,  se  non  tutte  schiette  toscane,  pur  belle  ita* 
liane,  non  punto  inferiori  alle  toscane  ;  forse  piii  che  altro 
autore  da  commendarsi  nella  retta  e  semplice  costruzione 
da  lui  osata,  piii  idonea  al  nostro  modo  di  parlare  che  la  tra* 
sposizion  latina  qualche  volta  affettata  dal  Boccaccio  e  dal 
Macclìiavello;  ma  tanto  più  pericoloso  il  leggere  i  suoi  scrit« 
ti}  per  li  benché  pochi  gallicismi  per  lui  introdotti,  e  gli  er* 
rori  da  lui  commessi,  in  quanto  che  il  suo  bel  dettato  essen- 
do degno  che  si  conosca  da  chiunque  aspiri  a  scriver  bene, 
può  indarre  chi  legge  ne*  suoi  medesimi  solecismi  ;  del  che 
fan  fede  due  letterati  miei  amici,  i  quali  a  difendere  il  ne  gal- 
licisoìo, quando  io  mi  stava  scrivendo  la  prima  edizione  del- 
la mia  grammatica ,  mi  produssero  la  sua  autorità.  „  Ma  , 
giacché  egli  disse:iVQn  abbiamo  a  disperare  che  il  bello  che 
f(xrà  né"  nostri  scritti  non  sia  per  trowr  pia  lode  che  non 


il  condtmneiH>le  biasimar  abbiasi  pur  la  giasta  meritata  lo- 
de per  il  bello  e  il  buono  che  ci  ha  lasciato.  A  dir  bene,  do- 
yea  dunque  il  Bartoli  dire  per  divenir  grande^  e  non  era  ;  e 
se  i  tre  buoni  esempj  che  ho  citati  non  bastano,  eccone  dne 
altri,  1*  ano  del  Gelli  e  T  altro  del  Davansati:  Compare^  e* 
bisogna  sconciarsi  a  queste  cose»  S  bisogna  anche  pote^ 
MUg^  comare.  Non  è  cluaro  se  ei  mostrò  segni  di  svelenai  chi 
diceva  sì  soiroi  chi  sì  non  sono.^ 

Nella  leggiadra  tradusione  dal  Greco  degli  Aaiori  di 
Dafni  e  Cloe  di  Luogo  Sofista  fatta  da  Annibal  Caro ,  tro« 
Tai  questa  espressione:  Io  son  moro  (  dice  Dafni  )  ;  /o  è  oa- 
che  il  giacinto^  il  che  mi  fece  rimanere  alquanto  sospeso  a 
vedere,  in  quel  vero  modello  di  perfetto  stile,  lo  è,  in  vece 
di  è  moroi  perciò  che  non  m*  era  mai  avvenuto  di  trovare  al- 
cun gallicismo  negli  scritti  suoi;  e  basterebbe  questo  /o,e  qnd 
ne  avanti  combattuto,  a  sporcare  tutto  il  suo  Dafni  e  la  sua 
Cloe.  Ma  il  dispiacere  fu  ben  presto  rimosso,  scorgendo  in 
una  nota  che  quelle  parole  non  erano  della  traduzione  del 
Caro,  ma  contenute  in  un  supplemento  ritrovato  nel  codice 
LaurenzianOv  tradotto  dal  Prof.  Leb.  Ciampi,  e  inserito  poi 
nella  version  del  Caro. 

Se  i^oi  mi  prestate  cinque  lite  |  cns  so  che  £*  aifete^ 
io  ricoglierò  la  gonnella  mia»  B* 

Due  sensi  si  possono  dare  al  primo  che  di  questa  fra- 
se, esso  può  significare  le  quali  o  perchè  ;  cioè  le  quali  so 
che  le  as^ete^  o  ve  le  domando^  perchè  so  che  le  avete.  Nel 
primo  caso  il  verbo  as^ete  avrebbe  due  oggetti,  ma  pure  il 
die  formerebbe  allora  come  un*  espressione  incidente  (i) 

(i)  La  parola  incidente  yien  dal  latino  incidéns,  che  signifiea  cadenti 
in.  Sì  dà  tal  denominazione  in  grammatica  a  un*  espressione,  a  una  parola,  che 
cade  tra  due  membri  d^una  proposizione  o  tra  due  proposizioni  tra  se  rispondenti. 


I 


«97 

che  equivaglia  a  rispetto  a  che^  riatto  alle  quali.  Trala- 
sdare  il  pronome  lei  senza  mutare  il  senso,  non  si  potria  ^ 
perchè  si  verrebbe  a  determinare  le  parole  cinque  lire^  che 
richiederebbero  allora  Y  articolo,  e  per  conseguenza  ad  af* 
fieitnare  la  cosa  più  positivamente*  In  qual  modo  avvenga 
che,  togliendo  ie,  si  determinino  le  parole  cinque  lire^  e  si 
affermi  più  positivanoente,  ecco:  se  il  pronome  le  fosse  tol- 
to, non  sarebbe  più  il  che  un  incidente  diviso  dalla  propo* 
sizione  so  che  le  as^te^  ma  formerebbe  il  complemento  del^ 
la  proposizione  stessa,  cioè  so  che  a»ete  le  quali ^  la  qual 
sarebbe  immediata  alle  parole  cinque  lire^  e  quindi  deter- 
minante. 

In  Mugnone  si  trwHKL  und  pietra^  la  qual  chi  la  por^ 
ta  scpnif  non  è  {^duto  da  altra  persona  dove  non  è.  B. 

Questo  esempio  prova  quel  che  abbiam  detto  di  sopra 
intorno  al  precedente  esempio.  Le  parole  la  quale  formano 
nn  incidente  da  se,  cioè  rispetto  alla  quale\  e  in  questo  ca* 
so  non  si  potrebbe  omettere  il  pronome  la  neirespressione 
chi  la  porta  sopra. 

Un*  altra  osservazione  mi  par  da  Ciré  sopra  queste  e- 
spressionli  cioè  che  essendo  i  vocaboli  che  e  quale ,  come 
dicemmo,  q^ngiuntivi  di  una  frase  con  Taltra,  di  un  mem- 
bro della  proposizione  con  V  altro,  sono  alcuna .  volta  indi- 
spensabili per  questa  sola  congiunzione  delle  parti  del  pe- 
riodo; e  possono  stare  da  se,  senza  governare  alcun  .verbo , 
aè  sopportare  V  azione  o  fare  altro  ufficio.  Le  sopra  poste 
due  frasi  sono  di  ciò  una  prova  evidentissima;  poscia  che  né 
Tnno  né  V  altro  di  que*  due  pronomi,  lo  e  /a,  vogliono  es- 
ser tolti  via,  e  questa  è  la  ragione  che  nella  nota  a  carte  8i 
io  pronaisi  dare  di  quello  U  quale  da  me  usato,  e  lasciato 
^ivì  sospeso. 


198 

Mi  resta  ora  a  fare  ana  breve  digressione  sopra  il  folle 
uso  introdotto  dai  moderni  di  nominare  colai,  colei^  o  00» 
loro,  a  cui  si  parla  per  la  terza  persona,  perchè,  come  dico- 
no, si  sottintende  wstra  signoria  o  spostre  signorie.  In  con* 
«seguenza  il  pronome  che  rappresenta  Tagente  dovrebbe  es- 
ser e/^;  ma  tutu,  e  principalmente  in  Toscana,  fanno  uso 
di  leii  e  questo  lei^  in  Tirenze,  si  prodigalizza  anche  agli 
spazzatori  di  strade.  A  chi  vuol  vedere  lo  sconcio  e  la  mo- 
struosità del  dire  necessitato  da  questo  parlare  in  terza  per* 
sona,  supponga  che  abbia  a  interrogare  due  o  più  persone, 
e  dica:  Di  che  paese  sono. .  •  •  ?  £  qual  nome  o  pronome 
metterà  dopo  sono  per  agente,  essendo  questo  necessario 
nella  interrogazione?  Io  non  voglio  dira  una  goffaggine ,  o 
mettervi  uno  errore,  che  tanto^mi  suona  male  airorecchio; 
e  perciò  ve  lo  lascerò  mettere  ad  altri.  Poi  supponiamo  che 

voglia  proseguire,  dicendo:  Sono  mai  stati in  Italia  ? 

Oltre  air  impaccio  che  troverà  a  poter  dare  un  agente  al 
verbo  sono^  farà  egli  accordare  il  participio  stato  con  le  loro 
signorie  nel  femminino,  o  no?  E  chi  risolverà  questa  diffi-* 
colta?  Veniamo  oramai  singolare,  e  vediamo  se  c*è  minor  bri- 
ga. Se  io  parlo,  per  esempio,  ad  una  persona  di  mia  condi- 
zione, e  gli  domando  :  jà  che  ora  è  ella  tornai^  a  casa^  mi 
parve  averla  seduto  ecc;  mi  sarà  forza  fare  due  errori,  tor^ 
nato  e  wduto^  o  usare  un  modo  ridicolo  dicendo  tornata  e 
i^eduta.  Ma,  tanto  basta  per  mostrare  il  fastidio  e  la  confu- 
sione di  un  tal  modo  di  conversare,  che  toglie  tutta  la  gra- 
zia, tutta  la  gravità,  e  tatto  il  vigore  alla  lingua,  e  ci  fa  pa- 
rere quasi  altrettanti  schiavi  avanti  al  Gran  Signore.  Lo 
impaccio  è  ancora  maggiore  quando  si  scrive  una  lettera,  e 
s*  introduca  una  terza  persona  del  genere  femminiiMK  Per 


'99 
merini  sento  yentr  la  terzana  quando  son  costretto  a  scrive- 
re in  questa  tersa  personal  non  sapendo  come  fiir  intendere 
a  chi  scrivo  che  a  Ini  scrivo,  senza,  ripetere  quel  mostro  di 
V*  S;  e  trovandomi  olire  a  ciò  impacciato  rispetto  al  titolo 
che  abbia  a  mettere  in  capo  alla  lettera,  a  pie  di  quella,  e 
(bori  nella  soprascritta,  tante  sono  le  scipitezze  che  si  usa- 
no! Finirò  questa  digressione  con  una  postilla  del  mio  Da- 
vanzati  :  Oggi  diamo  ìC  privatitsimi  non  pur  del  signore^ 
ma  deir  ìliustmb^  e  molto  ìUutstbs  f  e  plus  tdtra  ì  e  chi 
/»À  basio  è^  pia  empire  i  titoli  mole. 


GAP-  XVI. 

SUI  PRONOMI  DIMOSTRATIVI»  E  ALTRI  PRONOMI 

COSTUI^  COSTEI^  COSTORO^  COWh  COUSI^  COLORO, 

Abbiamo  veduto  gli  aggettivi  dimostrativi  ^sto  e 
(fuello ,  accoppiando  li  quali  col  nome  uomo  ne  risultano 
questi  pronomi;  cioè  da  questo  uomo^  costui^  da  quello  uo-* 
mo,  coluif  ecc«  Sebbene  queste  parole  non  comprendano  un 
nome  solamente,  ma  un  aggettivo  e  un  nome,  le  metto  nul- 
ladimeno  fra  i  pronomi»  perchè  più  s^awicinano  alla  natu- 
ra di  questi. 

i.Chi  è  COSTUI  cheU  nostro  monte  cerchia?  D.  a.  Co^ 
STRIÒ  una  bella  giovane.  B.  3.  Udì  ciò  che  costoro  di  lui 
dice^Hmo.  B.  4.  Cojori  che  più  sied^  alto  Ridolfo  imperaior 
/h.  D.  5.  V altra  è  colei  che  s^andse  amorosa»  D*  6*  Che 
direm  noi  a  coloro.  B. 


I  pronomi  oosM^  costei^  e  il  lor  plurale  co$toro^  ser<- 
vono  a  dimostrare  la  persooa  ole  persone  vicine  di  cbv  par- 
la ;  coìuir  colei^  e  il  plurale  colpro^  disegnano  persone  di- 
stanti e  da  chi  parla,  e  da  cui  si  parla*  Qoesti  pronomi  pos- 
sono rappresentare  agente  e  oggetto  «  e  si  possono  adCom* 
pagliare  con  le  preposizioaL  V'ò  anche  cotestui  che  dinota 
la  persona  vicina  di  colui  a  coi  si  parla;  ma  non  è  in  oso.  Se 
si  volesse  badare  alia  liogoa  che  si  sente  comunemente  que- 
sti bellissimi  vocaboli  sarebbero  quasi  tutti  foor  d*  uso  ;  e 
tanto  per  costume  abbiam  fatto  T  orecchio  ai  soli  aggettivi 
dimostrativi,  che  son  certi  i  quali  tengono  i  pronomi  costui 
e  costei  ingiuriosi  a  cui  disegnano  ;  ma  poco  mi  curo  io  di 
quel  che  si  dica  parlando,  pur  che  non  si  sdegnino  scrivendo. 

I  •  Costei  non  potea  lo  sdegno  dello  animo  porre  in 
terra*  B.  2.  Costui  ^  che  io  w  cercando ,  quantunque  sia 
di  bassa  condizione^  mostra  assai  bene  (Tessere  (Talto  sen- 
no.  B.  3.  Chi  sarebbe  cowi  che  noi  credesse?  B.  4*  ^S^ 

» 

esaudisce  coloro  che^l  priegano.  B«  5«  Miseri  Qaszii  che 
con  le  pecore  hanno  óonmne  cibò  I  D. 

Costui^  costei^  e  costoro^  si  usano  anche  ad  accennare  le 

■ 

persone  che  formano  il  soggetto  del  discorso;  e  come  que- 
sti pronomi  fisicamente  dimostran  le  persone  più  vicine  al- 
la vista ,  così  nel  senso  astratto ,  disegnano  quelle  che  già 
sono  state  nominate,  essendo  elleno  presenti  alla  immagi- 
nazione. Per  lo  contrario  colui^  colei^  e  coloro^  pronomi 
che,  sensibilmente,  mostrano  gli  oggetti  lontani,  quando 
rappresentano  il  soggetto  del  discorso,  dinotan  persone  che 
sono  da  nominarsi,  per  esser  quelle  ancora  lontane  alla  im- 
maginazione, almeno  di  chi  ode;  e  quindi,  in  questo  secon- 
do caso ,  son  sempre  seguiti  da  che ,  e  da  una  espressione 


determioaute. Questa  espressione  determinante  si  puòuMre^ 
come  mostra  il  secondo  esempio^  anche  con  costui^  costei^ 
e  costoro^  quando  si  voglia  richiamare  alla  memoria  di  chi 
ode  la  persona  già  nomioataf  ed  è  maniera  espressiva.  Gli 
aggettivi  quegli  e  quelli  ancora  si  possono  adoperare  per  cO" 
loro  nel  senso  astratto  ;  come  si  vede  per  lo  quinto  esem- 
pio. Un  altro  esempio  del  Gelli  si  trova  a  carte  187. 

L* osservazione  che  sopra  questi^  quelli^  e  quegli^  fa  il 
Sig.  Ameota  mi  fa  ricredere  delle  medesime  mie  parole  in 
lode  di  lui  dette  nella  introduzione,  ch'egli  abbia  combat-- 
tuto  con  buoni  argomenti  gli  errori  del  Bartoli»  Come  mai 
si  possa  trattare  di  una  scienza  e  mostrare  di  conoscer  sì  po- 
co il  valore  de*  vocaboli,  son  due  cose  che  non  posso  rac- 
cozzare insieme.  Egli  chiama  questo  e  quello  ora  pronomi, 
ora  neutri,  ora  sostantivi,  dando  loro  e  casi  e  declinazioni , 
e  non  so  che  altro.  Nelle  parole  questo  anno  e  quello  amo^ 
re,  dice  che  questo  e  quello  sono  pronomi  neutri.  Ma,  se 
pronome  signiGca,  parola  stante  per  il  nome,  e  il  senso  di 
qaesto  vocabolo  è  sì  chiaro,  come  può  far  che  sia  pronome 
quello  cui  siegue  il  nome  stesso  !  Tant*  è;  abbiam  pur  ve- 
duto che  il  Monti  non  ragiona  meglio  in  grammatica,  a  ca- 
gione della  erronea  denominazione  de^termiui  deirarte.  Ora, 
il  Bartoli,  nel  suo  Non  si  può^  comincia  così  ;  Se  le  paro^ 
le^  sopra  la  cui  finezza^  proprietà^  e  sKilore^  vha  di  quEGU 
die  tal\H>lta  s^  azzuffano  ecc.  Il  Sig.  Amenta  vorrebbe  che 
avesse  detto  coloro  in  luogo  di  quegli^  e  questo  dice  essere 
errore;  ma  è  tutto  pieno  di  esempj  né*quali  quegli  e  quelli 
sono  adoperati. indifferentemente  nel  senso  di  coloro ^  e  per 
1*  agente»  e  per  Toggetto,  e  con  le  preposizioni. 

1  •  r  son  coiEi  che  ti  die*  tanta  guerra.  P.  a.  Poi  si 

i5 


risH^se^  epoive  di  coloro  Che  corrono  a  Verona  il  drappo 
verde  Per  la  campagna  ;  e  pan^  di  costoro  Quegli  che 
i^ince  9  e  non  colui  che  perde.  D.  3.  Io  son  veramente  co- 
wi  CHE  questo  uomo  uccisi  stamane.  B. 

Il  Petrarca  finge  in  una  visione  d* esser  levato  in  cielo; 
quivi  incontra  Laura  che  gli  dice  ,  io  son  colei  che  ti  die* 
di  ecc.  Osservisi  che,  quantunque  Laura  sia  vicina  del  Pe- 
trarca, dimostra  se  per  lo  pronome  che  fisicamente  accenna 
le  cose  lontane;  perchè  qui  è  adoperato  nel  senso  astraltoy 
cioè  a  disegnare  la  pecsona  che  è  per  essere  determinata. 
Così,  nel  secondo  esempio,  benché  i  due  dimostrativi  cO' 
loro  e  costoro  si  riferiscano  alle  medesime  persone,  V  Au- 
tore adopera  nel  secondo  caso  costoro  perchè  rappresenta  il 
soggetto  del  discorso,  e  coloro  nel  primo,  perchè  si  richie- 
de determinazione*  In  questo  caso  il  verbo  della  proposi- 
zione determinante  che  segue  colui^  e  coloro^  sempre  s'ac- 
corda col  nome  personale  agente  di  essere^  e  non  col  dimo-* 
strativo,  cioè  io  son  colei  che  ti  diedij  tu  sei  colei  che  mi 
desti^  ella  è  colei  che  mi  diede ^  io  son  colui  che  uccisi  ecc. 

I»  QcRSTOj  Verme  di  cui  pestar  mi  vedi.  D.  a.  Le  mie 
notti  fa  triste  e  i  giorni  oscuri  quella  che  n*  ha  portato  i 
pensier  miei.  P.  3.  /o  lascio  star  volentieri  quelle  che  già^ 
centra  volere  de^ padri ^  Iianno  i  mariti  presi^  e  quelle  che 
si  sono  co*  loro  amanti  fuggite.  B. 

Da  questi  eserapj  vediamo  che  questo  e  quello ,  ag* 
gettivi  dimostrativi,  si  usano  talvolta  in  luogo  de*  pronomi 
costui  e  colui;  ma  ciò  è  più  permesso  in  poesia  che  in  pro- 
sa. Il  terzo  esempio  presenta  un  caso  particolare,  ove  quel^ 
le  è  termine  più  giusto  che  coloro ,  perciò  che  il  pronome 
coloro  comprende  gli  uomini  e  le  donne,  laddove  quelle  ò 
specifico,  come  domanda  essere  il  sentimento  della  frase* 


ao3 
I  •  Subita  speranza  prendendo  di  doyer  potere  ancora 
nello  staio  reale  ritornare  per  io  colui  con  siguoJì.  ix.La 
sua  forza  niente  valesHi^  se  le  giovani  sers^e  al  colei  grido 
non  fossero  corse*  B.  3.  Pensò  di  potersi  ne^suoi  difetti  a- 
dagiare  per  lo  costoro  aMore.  B. 

In  questi  esempj  si  nota  che  si  può  fare  la  trasposi- 
zione di  cosluif  coluif  coleif  costoro  ecc^  mettendoli  avanti 
al  nome  che  qualificano,  quando  stanno  per  qualificanti  ;  e 
in  tal  caso  si  sottintende  la  preposizione  di*  Quindi  il  senso 
pieno  delle  soprapposte  espressioni  è  per  lo  consiglio  di  co" 
lui^  al  grido  di  colei^  per  lo  amore  di  costoro. 

Fu  chi,  sottilizzando,  mi  disse  questi  termini  di  qua^ 
lificare  e  qualificante  non  essere  troppo  giusti  a  definire 
r ufficio  deir  aggettivo;  e<:be  determinare  e  determinante 
sarebbero  più  atti;  al  che  io  rispondo,  doversi  i  vocaboli  rin-* 
tracciare  indietro  fino  alla  loro  origine  quando  si  voglia  di-* 
sputare  della  loro  proprietà.  Qualificare  è  tolto  da  guale  ; 
e  questa  voce  vaga,  per  certo  non  determina  per  se  medesi- 
ma; ella  esprime  un  semplice  atto  della  mente  da  determi- 
narsi. Nelle  espressioni.  Quale  dei  vostri  famigliari  avete 
voi  per  lo  più  leale  ?  Non  vi  saprei  dir  quale^  la  voce  quale 
esprime  un*  idea  sospesa  tra  due  o  più  cose;  non  è  dunque 
determinante.  Ma  perchè  la  risposta  che  d'ordinario  siegue 
quale  si  è  distinzione  tra  due  o  più  cose  diverse  ;  e  questa 
distinzione  si  determina  per  le  loro  proprietà ,  per  ciò  si 
chiamaroQ  poi  qualità  le  proprietà  stesse  che  distinguo- 
no gli  oggetti;  onde  la  vera  e  propria  idea  compresa  in  qua* 
le  e  qualità  altro  non  è  che  distinguere.  Di  due  palle  di  di- 
verso colore  chiamando  V  «na  bianca  e  V  altra  nera  ,  cioè 
dando  loro  un  aggettivo ,  dico  che  si  appone  ad  esse  una 


3o4 

qaalitiki  una  distinzione;  e  quindi  traggo  quali/tcare  e  qiia^ 
lìflcojnte.  Ora,  avendo  premesso  che  la  preposizione  di  con 
un  nome  vai  quanto  un  aggettivo,  come  anima  (Tuomo^  ani^ 
ma  umana^  per  analogia  deiruflicio  che  fa  Paggellivo,  e  di 
quello  che  si  fa  per  la  preposizione  <// e  il  nome,  chiamo 
talvolta  qualificare  e  qualificante  quello  che,  ragionando 
deir  articolo,  denominai  determinare  e  determinante.  Nel 
caso  degli  allegati  esempj  le  espressioni  di  colui j  di  colei^ 
di  costoro^  sono  bene  determinanti  de*nomi  consiglio^  gri^ 
do^e  amore;  e  a  qualificarli  si  direbbe  consiglio  buono^  gri^ 
do  altOf  amore  fervente;  ma,  in  virtù  della  predetta  analo"- 
gia  è  lecito  chiamare  quelle  espressioni  qualificanti.  Alla 
origine  dunque  deVocaboli  si  vuole  aver  riguardo  ;  perciò 
che,  come  abbiamo  dimostrato  a  carte  107,  d'una  idea  in 
un*altra  travalicando,  lasciando orPuna  or  Taltra  proprietli , 
e  prendendone  delle  accessorie ,  essi  cambiano  natura  sì , 
che  un'idea  incerta  venga  ad  esprimere  quel  vocabolo  che 
suona  certezza  (i)«  In  quanto  poi  a  determinare  e  determi-- 
nante ,  queste  voci  in  vero  più  si  convengono  alla  proprietà 
dello  aggettivo,  qualora  sia  accompagnato  dall'articolo;  che 
il  dire  per  buono  consiglio  non  è  determinare,  cioè  porre  un 
termine  alla  capaciti  del  nome;  ma  sì  sarà  determinato  di- 
cendo ,  per  lo  buono  consiglio  wstro.  Questa  digressione  è 
intesa  a  dimostrare  che,  oltrepassando  i  giusti  termini  della 
raiBnatezza  nel  ragionare,  V  ingegno  si  smarrisce  in  vanità, 
in  pedanterie;  che  tanto  vale  quanto  rimanere  nella  ignoran- 
za. Il  mio  intento  tutto  mira  a  stenebrare  gV  ingegni,  e  non 

(i)  0/1  ne  pwt  renare  raùon  d$$  mot»  dice  Du  Marsais  ^ue  par  U 
connoisiance  de  leur  première  originet  et  de  Vécart  qt/^  un  mot  a  Jait  de 
sa  premiere  signification,  et  de  son  premier  tuage» 


2o5 

ad  avviluppargli  nelle  tenebre  ;  e  io  m'appiglio  alle  sotti- 
gliezze sol  quando  non  vi  sia  altra  via  da  penetrare  nel  pro- 
fondo delle  idee. 

DEI  PRONOVI  QUESTI  f  COTESTI^  E  QUEGU. 

I  •  QuESTi  è  un  gentile  uom  forestiere ^  piace\^le  e  cor-- 
tese^  e  molto  amato  in  questa  città.  B.  a.S"  C  non  fossi  im^ 
pedito  ,  COTESTI, . .  guarderei  io,  D.  3.  Quegli  è  Omero  9 
poeta  sovrano.  D.  4*  Cf^l  è  quei  di  cui  tu  parlavi  ora?  D. 

Le  parole  questi^  cotesti^  e  quegli^  di  questi  esempj, 
che  Don  bisogna  confondere  coi  plurali  degli  aggettivi  di-* 
mostrativi  de*quali  parlaamao  nel  capitolo  XIII,  sono  prò-* 
Domi  del  singolare  e  del  mascolino  solamente,  e  non  pos-«  ^ 
SODO  rappresentare  se  non  l'agente  della  proposizione;  ben* 
che  Dante  abbia  usato  cotesti  ^  nel  secondo  esempio  ^  per 
oggetto*  Questi  dimostra  la  persona  vicina  a  chi  parla  «  co- 
testi^  la  mostra  vicina  di  colui  a  cui  si  parUf  quegli,  lontana 
da  tutti  e  due.  Dunque,  per  l'agente  solo,  si  può  dire  ^ue* 
stì  0  costui^  quegli  o  colui,  Quei  dell'ultimo  esempio  è  no 
troocameolo  di  quegU»  Il  Boccaccio  adopera  quegli  con  la 
preposizione  in  una  canzone  s  Lo  mio  wler  dimostrare  in 
parvenza  A  quegu  che  mi  tien  tanto  affannata;  nìa  è  il  solo 
esempio  nei  Tre. 

!•  Dairuna  parte  mi  trae  V amore  il  quale  io  t^ho  sem^ 
pre  portato^  d'altra  mi  trae  giustissimo  sdegno;  quegli  vuo^ 
le  che  io  ti  perdoni^  e  questi  vuole  che^  contro  a  mia  na-^ 
tura^  in  te  incrudelisca.  B.  a.  Questi  porti  il  pane^  colui 
^nandi  il  9Ìno^  e  quello  altro  faccia  la  pietanza*  B. 

II  pronome  questi  si  usa  anche  a  replicare  nell'ordine 
delle  parole  l' idea  della  persona  che  è  stata  nominata  se- 
condat  ^  ^f^^g^i  a  ricordar  quella  che  si  nominò  la  prima  f 


ao6 

come  nel  primo  esempio*  È  vero  che  qaivi  il  pronome  qua- 
sii  rappresenta  sdegno^  e  quegli^  amore;  ma  questi  due  no- 
mi vi  sono  usati  quai  nomi  di  persone.  In  luogo  di  far  uso 
di  unOf  un  secondo^  un  térzo^  si  supplisce  coi  pronomi  dimo- 
strativi)  come  nel  secondo  esempio,  quasi  si  accennassero  le 
persone  a  dito. 

DEI  PRONOMI  ALTRÌ^  ALTUO^  B  ALTRUI* 

I.  Non  mi  pub  confortare  altri  che  tu.  B,  a.  Io  non 
torrei  mai  altri  che  la  sorella  dT Alessandro*  F.  3«  Tu  non 
tkai  sentito  dire  da  altre  che  da  quel  tristo*  F.  4*  ^  pO'^ 
co  senno  a  dilettarsi  di  schernire  altrui*  B.  5.  Se  io  fa^ 
ifessi^  ad  altrui  lo  presterei.  B.  6.  Hai  tu  mai  tolte  deltAL^ 
TRui  cose?  B.  7.  Se  Valtre  wlte  sì  poco  ti  costa  il  soddi^ 
sfare  altrui*  D. 

.  II  pronome  aUri^ che  vuoisi  distinguere  dal  plurale  del* 
1*  aggettivo  altro^  essendo  questo  singolare,  signiGca  wt  al- 
tra persona^  o  alcuna  altra  persona;  può  rappresentare  IV 
gente  e  Poggetto,  e  far  ogni  altro  ufficio  con  le  preposizio* 
ni,  come  risulta  dai  primi  quattro  esempj.  Altrui  può  si-' 
gniGcare  Vuomo^  nel  general  senso,  un  altro  uomo^  e  gli  al' 
tri  uomini.  Questo  pronome  non  può  rappresentare  Tagen- 
te.  Spesso  si  mette  tra  Tarticolo  e  il  nome  che  esso  deter- 
mina, e  la  preposizione  di  è  sottintesa;  come  nel  sesto  esem- 
pio, la  costruzione  intera  del  quale  è  hai  tu  mai  tolte  delle 
cose  di  altrui?  Anche  la  preposizione  a  si  può  sottintendere 
ad  altruif  come  mostra  il  settimo  esempio.  Questi  due  pro- 
nomi o/^r/  e  altrui^  si  adoperano  talvolta  a  dinotare  alcuno  il 
quale  si  sa  essere  conosciuto  da  colui  a  cui  si  parla  ;  e  ciò 
fassi  con  un  certo  ironico  riguardo,  come  se  si  volesse  schi- 
vare di  nominare  là  persona ,  che  pure  si  fa  conoscere  ab- 


ao7 
bastanza  nella  espressione  delle  parole,  come  quando  il  Boc- 
caccio dice  :  Tanto  sa  altri  quanto  altri ^  in  luogo  di  tanto 
sai  tu  quasii  io  ;  e  similmente.  Etti  egli  uscito  di  mente j  da 
stamane  in  quà^  tay^ere  altrui  ingiuriato  ?  dove  il  pronome 
akrui  si  riferisce  a  una  persona  ben  cognita  a  chi  ode. 

I.  Disse  allora  il  gioitane:  j^irno  hai  tu  fatto  ?  B« 
2.Quando  pba  altro  le  Muse  non  mi  piacessero^  per  quel* 
lo  mi  dovrebber  piacere.  B. 

Così  come  tdtri  e  altrui  dinotan  persone  solamente  « 
questo  pronome  altro^  per  lo  contrario,  accenna  sol  cosa;  e 
non  è  se  non  un  aggettivo  al  quale  si  sottintende  un  nome 
indeterminato»  Nel  secondo  esempio  Tespressione  per  altro 
comprende  per  altra  ragione*^  e  in  questo  senso  solo  è  buo« 
na  italiana;  T  altra  che  si  trova  per  le  opere  spurie,  adope* 
rata  per  congiunzione,  non  è  buona.  Eran  uomini  sollazze^ 
voli  molto,  ma  per  altro  aweduti  e  sagaci.  Ne  pur  qui  p^ 
oilfro  è  congiunzione,  ma  v*è  sottinteso  oggetto;  cioè  per  aU 
tra  cosa;  per  esser  congiunzione  bisogna  che  siegua  imme- 
diatamente al  punto  e  virgola. 

Il  Davanzati  ha  questo  esempio:  Ogn  altri  per  futuro 
prìncipe  s^intonai^a,  sperala ,  wneras^a,  che  costui.  Dovea 
dire  ogni  altro  uomo ,  perchè  né  ogni  né  alcuno  aggettivo  ai 
può  accoppiare  con  un  pronome* 

Il  Bartoli  vuol  provare  che  si  possa  dire  altro  per  a/- 
trouomo^  cioè  per  pronome  personale*  e  altrui  per  agente 
del  verbo;  e  allega  per  esempj  il  verso  ^4  del  33.  canto  dd* 
l' Inferno  ,  che  dice,  E  '/i  che  com^iene  ancor  eh*  altri  si 
chiuda  (e  in  luogo  di  altri  vi  pone  altrui)'^  e  questo  del  Boc- 
caccio} Fu  il  più  liberale  e  il  più  grazioso  gentile  uomo^  e 
quello  che  pia  è" forestieri  e  i  cittadini  onorò^  che  altro  che 


2  08 

m  Genova  fosse.  Io  non  vorrei  fare  un  passo  per  ire  a  vede- 
re, se  ne*  testi  antichi  della  Divina  Commedia  si  truovi  in 
quel  verso  altrui  in  luogo  di  tUtri^  perciò  che  in  tutte  le  e- 
dizioni  che  mi  passarono  per  le  mani,  sempre  mi  ricorda  a- 
ver  letto  altri  %  e  quando  ben  vi  si  trovasse  altrui  %  sarebbe 
il  solo  esempio  in  Dante;  e  però  di  poca  o  nessuna  autori- 
t2k,per  potere  essere  uno  error  di  stampa.  Una  quantità  d'al- 
tri esempj  cita  il  Bartoli  di  altrui  per  agente,  i  quali  non 
hanno  alcun  pondo  nelle  mie  deliberazioni  grammaticali. 
Il  secondo  esempio,  col  quale  egli  vuol  difendere  Terrore  di 
usar  altro  per  pronome  personale  ,  prova  pur  troppo  quel 
ohe  giìi  dissi  di  lui,  ch'egli  errò  nello  scrivere  per  non  cooo- 
acer  bene  il  valor  delle  parole.  Quello  altro  è  un  aggettivo 
di  gentile  uomo  che  T Autore  volle  sottintendere,  per  averlo 
detto  un  verso  prima;  e  non  era  per  certo  intendimento  del 
Boccaccio  di  dir  quivi  che  altro  uomoi  ma  sì  che  akro  gen* 
tiie  uomo. 

DEL    PaONOlUE   DESSO 

I  •  Sappiate  di  certo  eh*  egli  è  stato  desso.  B.  a.  jil^ 
hra  cominciò  fiso  a  riguardarlo^  e  pcuvegli  desso.  B.  3«  Non 
estimando  che  fossero  desse^  rispose ^  signor  mio^  io  non  ne 
conosco  alcuna.  B. 

I  pronomi  desso^  dessa^  dessi f  desse ^  forse  elemehti  di 
la  persona  diesso^  di  essa  ecc;  comprendono  eg/i^te^jo,  ella 
stessa^  eglino  stessi^  elleno  stesse;  quindi  non  si  possono  por- 
re per  agenti  del  verbo, eie  forme  contratte  hanno  maggior 
forza  per  esser  concise.  Si  usano  principalmente  nelle  e- 
spressioni  egli  è  desso^  ella  è  dessa,  per  non  ripetere  egli  ed 
eUa;  e  forse  desso  e  dessa  non  sono  altro  che  esso  ^d  essa 
con  r addizione  </,  per  togliere  il  contatto  delle  due  e.  Me- 


I 


J09 

desirnn  niente  si  dice  è  desso^  è  dessa^  sono  dessi ^  sono  d^sse^ 
Con  tutto  che  questi  pronomi  siano  espressivi  ed  eleganti^ 
pochi  0  nessuno  ne  fa  uso  nel  sparlare;  e  in  luogo  di  qiie* 
8te  forme  si  mettono  errori,  come  èlui%è  leiy  sono  loro*  Il 
Firenzuola  disse:  E  come  fio  io  a  fare  ?  io  non  gliene  do  cau- 
sa^ egli  è  lui  ecc.,  nella  quarespressione  lui  non  sta  in  luogo 
dì  egli  stesso  o  desso  ^  ma  di  egli  solo,  in  opposizione  ad  /o« 
per  non  dire  è  eglij  o  egli  è  egli*  Con  queste  parole  V  Au- 
tore vuol  dire,  non  io^  ma  egli  è  quello  che  ecc.  Questa  è  dun*- 
que  una  licenza;  che,  del  resto,  abbiam  veduto  le  forme  ItUf 
lei,  e  loro^  non  poter  supplire  Tagente.  Dal  terzo  esempio 
si  vede  che  desso  si  può  usare  anche  per  le  cose  ;  peri  che 
quivi  r  Autore  intende  di  robe  9  vesti  menta.  Non  volge^anQ 
sguardo  in  parte,  dos^e  non  si  avesser  davanti  i^isibili,  ivVi, 
moi^entisi^tutto  d^ssì.  Qui  pone  il  Bartoli  dessi  per  )%>ggel- 
to  del  verbo  ai^esser;  ma  egli  ha  torto;  e  non  si  trova  esem- 
pio che  lo  scagioni. 

DBL    PR0190ME    ESSO* 

I  •  n  glossane  colse  una  foglia,  e  con  ss  sa  s*  incomin- 
ciò a  stropicciare  i  denti.  B.  2.  Essi  fanno  ritratto  da  quel- 
lo onde  nati  sono.  B.  3.  Gli  disse  che  gli  dolesse  piacere 
i  andare  a  smontare  con  esso  Ghino  al  castello.  B.  4.  Di* 
che  spènga  a  desinar  con  esso  noi.  B. 

II  pronome  essOf  che  si  adopera  in  tutti  i  casi,  è  inte- 
so a  rappresentare  massimamente  le  cose;  ma  si  usa  nulla** 
dimeno  anche  per  le  persone,  per  lo  più  in  luogo  di  eglino 
ed  elleno^  li  quali  riescono  parole  troppo  lunghe  per  lo  prò-* 
nome  agente,  e  si  trovano  poco  usati  dagli  autori.  Abbiamo 
ben  veduto  che  i  pronomi  il,  hf  la^  gli,  le,  ne,  possono  rap- 
presentare  le  persone  e  le  cose;  ma  quando  nella  proposi-» 


aie 

Eioneè  confronto  di  oggetti  o  di  dativi,  o  qaando  v*entra  ana 
preposizione,  per  le  persone  ci  sono  lui^  leì^  e  hro^  i  quali 
non  potendosi  applicare  alle  cose,  si  supplisce  con  esso^  essa^ 
essif  ed  esse*  Così  rispetto  ali*  agente,  benché  egli  ed  ella  si 
truovino  spesso  usati  per  le  cose,  il  vero  pronome  per  le  co^ 
se,  è  esso^  essuf  ecc. 

Più  supposizioni  si  potrebbero  fare  di  questo  vocabo- 
lo esso  quando,  benché  pronome,  si  appone  ad  un  nome  o 
ad  un  altro  pronome ,  come  negli  ultimi  due  esempj  ;  ma 
poiché  non  é  pia  in  uso  se  non  nelle  opere  letterarie ,  dirò 
solo  che  il  mettere  il  nome  dopo  esso  può  derivare  dall*  in- 
tenzione di  voler  determinare  il  pronome  stesso  nel  caso  che 
potesse  rimanere  in  dubbio  «  quasi  si  dicesse  con  esso  cioè 
Ghino;  come  vedemmo,  a  carte  aoo^  costui  determinato  per 
r  espressione  chUo  w  cercando^  quantunque  il  pronome  co- 
stui sia  determinato  per  se  medesimo;  il  qoal  uso  poi  avrà 
avuto  luogo  per  analogia  anche  davanti  ad  un  altro  pronome. 
Io  immagino  dunque  che  in  origine  si  dicesse  con  esso  ;  e 
poi ,  per  esser  questo  pronome  troppo  vago  e  indetermioa- 
to,  vi  s*  aggiungesse  ha;  indi  sì  mettesse  anche  un  femmini- 
no dopo  la  espression  con  esso;  e  finalmente  si  usasse  anche 
per  lo  plurale,  ritenendo  sempre  la  primiera  formula  inde- 
terminata, invariabile;  e  riserbandosi  a  definirla  col  nome  o 
col  pronome;  donde  con  esso  lui^  con  esso  leiy  con  esso  lo- 
ro.  Questa  voce  si  anisce  anche  con  la  preposizione  lungo; 
e  si  dice  passando  lunghesso  la  camera^  lunghesso  il  fiume^ 

DBL   PROROMB    C/Ò« 

» 

!•  Ciò  mi  tormenta  più  che  questo  letto.  H.  a.  ji  ciò 
non  fillio  sol.  D.  3»  Lo  sermone  f  che  è  inteso  a  manifestivi 
lo  concetto umano^  è  sfirtuoso  quando  quBtw  fa;  e  qusuo 
è  pia  virtuoso  che  più  lo  fa*  D. 


SII 


Cliiaroo  ciò  pronome  per  analogia  d*  azione  cb*  egli 
ha  con  esso.  Qaesto  vocabolo  non  può  rappresentare  una 
cosa  sola  particolare  e  determinala;  egli  ricorda  il  soggetto 
del  discorso  prenominato  ;  onde  non  sta  per  Io  nome  ,  ma 
per  la  proposizione. 

Nella  proposizione  Nonio  lasciar diiforare  dagli  uccel- 
li^ salvo  se  egli  il  ctfinandàsse^  il  pronome  //,  rappresentante 
Toggetto  di  comandasse^  comprende  tutto  il  primo  membro 
della  proposizione;  in  questa,  Nonché  nessuno  che  fi  pen^» 
#ii  il  pronome  pi  rappresentante  il  dativo,  comprende  una 
proposizione  precedente^  ed  equivale  ad  a  questa  cosa;  nella 
seguente,  iS?  eg/i  si  sapesse  cKio  mi  fossi  innamorata  di  wi^ 
io  son  certa  che  la  gente  me  ne  riputerebbe  matta j  il  pro- 
nome ne  qualificante  si  riferisce  a  tutta  la  prima  parte  del- 
la proposizione,  e  corrisponde  a  di  questa  cosa;  dunque,  di 
qoesti  pronomi' che  stanno  in  luogo  d'una  proposizione,  re^ 
sta  a  conoscere  Tagente  ,  che  ò  ciò,  il  quale  qùlladimeno  ai 
usa  in  tutti  i  casi;  perciò  che,  come  abbiamo  veduto,  per  le 
persone  lui^  lei^  e  loro^  e  per  le  cose,  esso  ed  essa^  quello  e 
quella  (  vedi  a  carte  1 4S  ),  essere  usati  a  dar  fòrza  air  og- 
getto 0  al  dativo;  così,  a  rappresentare  una  proposizióne  , 
si  adopera  ciò  qual  pronome  di  maggior  valore*  Il  terzo  e-> 
sempio  è  dato. a  dimostrare  che  questo  ufficio  si  può  fare 
anche  per  {^aggettivo  quello^  Il  primo  quello  rappresenta  la 
proposizioae  manifestar  lo  concetto  umano;  il  secondo ,  il 
nome  sermone*  Da  queste  specificazioni  dei  diversi  prono-- 
mi  si  scorgerà  di  quanta  importanza  sia  il  definire  ogni  pa- 
rola, r  analizzare  la  proposizione,  come  si  mostrerà  con  un 
esempio  alla  fine  di  quest*  opera. 


9ia 


GAP-  XVII. 

DEL  SI  PASSIVO 

I  LatÌDÌ|  quando  volevano  mettere  in  evidenea  la  per- 
sona che  sopportava  V  asione^  più.  che  quella  che  la  faceva, 
io  luogo  di  porre  Tagente  a  governare  il  verbo,  per  esempio 
omnes  <Bsiimant  Platonetn  «  ponevan  la  proposizione  in  a*- 
spetto  inverso,  cominciando  da  chi  riceveva  Tazione;  e  fa- 
cendo il  paziente  rettore  delverbo,  dicevano  Plato  asstimct^ 
tur  o  ijestimatus  est  (A  ommbus  ;  la  qual  diversa  forma  del 
verbo  chiamavan)ciaJ5ii«r«  da  patior^  cioè  da  patire^  in  senso 
più  largo  sopportare^  perciò  che  in  tal  caso,  il  reggente  del 
verbo  è  quello  che  sopporta  1*  azione.  Questa  maniera  passò 
in  nostra  linguai  prima  letteralmente  ,  cioè  Platone  è  sti- 
mato da  tiUti;  e  poi,  per  mezzo  del  pronome  W,  si  ridusse 
ad  altra  forma,  che  è  Platone  si  stima  da  tutti;  il  quale  si 

è  il  medesimo  pronome  personale  citato  a  carte  lÒg.  Non  si 
potè  però  rendere  la  maniera  semplice  del  verbo  passivo 
wstimatur  per  non  vi  essere  in  italiano  ;  ma  si  fece  la  pro- 
posizion  passiva  corrispondente  a  <BStimatus  est ,  rimanen- 
do il  reggente  del  verbo,  passivo,  così  in  italiano  come  inla- 
tino.Besta  ora  a  dimostrare  come  quel  si  sia  pur  lopronome 
personale;  a  provare  il  che  mi  converrà  rimontare  alla  orir 
gine  delle  idee. 

Le  prime  parole  degli  uomini  ,  siccome  le  lor  prime 
idee,  ebbero  iaimediata  affinità  con  gli  oggetti  sensibili;  per 
esempio,  in  Pietro  è  grande^  Pietro  è  corpo  sensibile, gmn- 
de  è  sua  qualità  immediata.  Poi  allargandosi  nelle  idee,  per 


tf 


2i3 

analogiai per  somiglianza  d^ntia  cosa  con  T  altra  o  dei  loro 
effetti,  si  disse  Pietro  è  buono,  attribuendo  aIl*uonio,  io  sen- 
so astratto ,  la  qaaiità  concreta  d^  una  cosa.  In  seguito  si 
disse  Pietro  è  onorato  da  tutti,  apponendo  a  Pietro,  per  qua- 
ììùf  r  azione  o  1*  atto  altrui.  Ora,  chi  produce  questa  dispo- 
sizione nelle  persone  agenti  sopra  Pietro,  se  non  Pietro  me- 
desimo per  le  sue  Virtù  e  per  io  suo  valore  ?  Dunque  si  può 
procedere  e  dire,  Ae^ro /&  ^e  onorare,  perciò  che  quella  for- 
ma è  la  conseguenza  dt*  questa;  e  questa  equivale  a  Pietro 
onora  se;  onde  ancora  Pietrose  onora^  e  Pietro  si  onora  da 
tutti.  Dico  che  il  passaggio  fra  uno  fa  se  onorare ^  e  uno  o^ 
fiora  se,  è  immediato;  perchè  non  si  può  onorar  se  ,  se  non 
eoo  la  partecipazione  e  Tatto  altrui,  e  in  ambedue  i  casi  si 
soliinteude  Tidea  per  atto  procedente  da  tutti.  Trovata  que- 
sta verità  per  base,  il  proseguire  sarà  facile  e  chiaro  ;  e  per 
le  ragioni  che  prodotte  abbiamo ,  per  distinguere  questo  si 
dall'altro,  lo  chiameremo  il  si  passivo. 

I  •  Ciascuna  cosa  massimamente  desidera  la  sua  per" 
fezìone;  e  in  quella  si  queTj4  ogni  desiderio,  e  per  quella 
ogni  cosa  è  desiderata.  D.  a.  Certi  9ÌzJ  sì  f-mncono  e  si 
FUGGONO  per  buona  consuetudine;  e  fassi  V  uomo  per  quel- 
la s^irtuoso.  D.  3,  Nulla  cosa  pia  cara  si  compiuì^  che  quel- 
la do\^e  i  prieghi  Si  spendono.  D# 

Abbiamo  veduto  che,  in  queste  costruzioni  passive, Te- 
spressione  ha  subito  già  due  mutamenti.  In  luogo  di  fare  al- 
r  agente  reggere  il  verbo,  cioè  Vuomo  quetaogni  desiderio, 
s  è  messa  la  proposizione  inversa  ,  e  fatto  delT  oggetto  il 
reggente  del  verbo,  ogni  desiderio  è  quietato,  sottintenden- 
do dairuomo;  e  poi,  in  vece  deirausiliario  essere  e  del  par- 
ticipio passato,  si  usò  il  verbo  semplice,  come  nella  forma 


ai4 

originale ,  ma  preceduto  dal  pronome  si  ;  agni  desiderio  si 
quetUf  sottinteso  daWuomo.  Vedremo  che  tutte  e  tre  qoeste 
maniere  si  usano  ancora,  e  che  V  ultima  è  la  più  frequente. 
Mettiamo  ora  sott*  occhio  la  transizione  progressiva  delle 
forme  contenute  nei  sopra  citati  esempj, 

FORMA   ORlGlItALB 

queta  ogni  desiderio, 
desidera  ogni  cosa* 
Luomo      i     vince  e  fiigge  cevii  nzj. 

non  compra  alcuna  cosam 
spende  i  prieghi. 

PRIJUA   TRANSIZIONI 

Ogni  desiderio  è  quietato 

Ogni  cosa  è  desiderata 

Certi  vizj  sono  scinti  e  sono  fuggiti     V  dalfuomo* 

Nulla  cosa  è  comperata 

I  prieghi  sono  spesi 

SECONDA   TRANSIZIONE 

Ogni'  desiderio  si  queta 

Ogni  cosa  si  desidera 

Certi  vizj  si  vincono  e  si  fuggono 

Nulla  cosa  si  compra 

I  prieghi  si  spendono 

In  tutte  queste  espressioni  si  può  vedere  la  medesima 
idea  che  abbiamo  risoluta  in  Pietro  onora  ^e;  ed  eccola  de- 
finita; 1  •  Ogni  desiderio  queta  se  per  virtù  procedente  dal' 
ruomo;  2.  Ogni  cosa  fa  se  desiderata  dalV  uomo  ;  3.  Certi 
vizj  vincono  e  fuggono  se  per  forza  procedente  dalt  voìm\ 
4*  e  5.  Nulla  cosa  compra  se^  i  prieghi  spendono  se ,  per 
atto  movente  dall'  uomo.  Forse  parrà  che  Tidea  che  si  di^ 


dall'uomo. 


1 


ai5 

scerne  in  Pietro  onora  se  non  sia  così  evidente  in  queste  al« 
tre  espressioni;  il  che  viene  dalfessere  in  queste  Tagente  del 
verbo  rappresentato  da  una  cosa,  e  in  quella  da  una  persona, 
A  tal  riguardo  mi  converrà  avvertire  chi  legge  ,  che  nella 
costruzione  d*  una  lingua  ,  purché  rimanga  ,  per  analogia  , 
pur  un  filo  tra  Tuna  idea  e  V  altra»  si  passa  di  quella  in  que- 
sta, e  di  questa  in  altra,  infino  a  tanto  che,  se  si  guarda  in- 
dietro, il  principio  non  corrisponde  più  col  fine  come  già  due 
Tolte  s'  è  dimostrato.  Però  volli  rimontare  alf  origine  per 
trovare  Tidea  compresa  in  queste  espressioni;  che  la  prima 
significazione  del  si  passivo  più  non  si  conosce presentemeiH 
te.  Rispetto  ai  citati  esempj  vuoisi  inoltre  notare  i.  che  Tul- 
tima  transizione  passiva  non  può  aver  luogo  se  non  nella 
terza  persoDa;potendosi  ben  dire  noi  siamo  assaliti ,  tu  sei 
il  più  desiderato^  ma  non  far  uso  del  si  con  la  prima  o  se- 
conda persona,  per  la  medesima  proprietà  del  pronome  si 
ài  rappresent-are  solamente  la  terza  persona;  2.  che,  in  que^ 
ste  transizioni ,  Toggetto  che  si  è  cambiato  in  reggente  del 
verbo  è,  in  tutte,  una  cosa,  e  non  una  persona;  che  di  rado 
si  fa  uso  del  si  passivo,  quando  si  tratta  d*  una  persona,  per 
esempio,  aspettan  lui;  la  forma  passiva  in  tal  caso  è  egli  è 
aspettato;  3.  che  nelle  transizioni  la  persona  onde  procede 
razione  si  sottintende. 

Quanto  alla  guerra  che  mi  facesse  tornare  in  quelli 
sospetti  né* quali  sì  era  pochi  dì  sono  ecc*  M. 

In  questo  esempio  del  Macchiavello  la  passiva  parti- 
cella si  è  male  adoperata;  e  sarà  sempre  qualunque  volta  il 
verbo  stia  per  principale,  non  per  ausiliario  di  un  partici- 
pio, come  in  quest*altro  del  Boccaccio:  Ma  poi  cfie^  passa" 
ta  nona^  lavato  si  fu%  e  il  viso  con  la  fresca  acqua  rinfresca'- 


:ii6 

io  s'ebberOé  Mai  perchè  sMia  a  poter  dire  si  fa^  si  dorme^  e 
non  si  è  ?  Secondo  ranalisi  delie  idee  che  siam  venuti  ripe- 
tendo delle  proposizioni  formate  col  si  passivo,  abbiam  ve- 
duto che,  per  ridurle  alla  forma  passiva,  con  viene  che  il  ver- 
bo esprima  azione  o  alto  (i)*  Le  espressioni  Puom  fa  una 
cosa^Viiomo  dorme^  sono  equivalenti  a  ima  cosa  si  fa  dal' 
Vuomo^  dairuom  si  dorme;  la  dizione  sola  è  diversa;  e  se  le 
parole  dàlVuomo  non  sono  espresse,  vi  son  sottintese;  per- 
chè senza  di  esse  la /ragione  non  troverrla  senso  alcuno.  Pmo- 
visi  ora  se  nella  prodotta  frase  si  può  supplire  daW  uonw  ; 
e  si  vedrà  che  non  vi  può  reggere;  perciò  che  falsa  è  V  ap- 
plicazione del  si»  NelPesempio  del  Boccaccio  v*è  inleso  per 
ognuno;  cioè  ma  poi  che  per  ognuno  levato  si  fu.  Anche  il 
Monti  usa  il  si  erroneamente  nei  modo  del  Macchiavello  : 
Nel  determinare  il  vero  valore  dei  vocaboli,^  non  si  è  mai 
sottili  abbastanza.  E  T  Antipurismo:  Thiti  costoro  s^inuna" 
ginarono  che^  per  esser  l'eloquenza  didattica^  epistolare  « 
di  cui  si  era  privi  ecc.  In  tal  caso  convien  ricorrere  aVocabo- 
li  uno^  altri^  fuomo^  o  noi;  e  dire:  In  quelli  sospetti  nequa* 
li  eravam  pochi  dì  sono;  E  uomo  non  è  mai  sottile  abbastan- 
za;  Di  cui  eravam  privi.  £  l'evidenza  di  questa  dimostrazio- 
ne è  una  prova  delia  verità  nella  sentenza  stessa  del  Mooli 
contenuta.  Nei  Tre  non  si  trova  uno  esempio  dell*  espres- 
Sion  passiva  con  essere  verbo  principale. 

I .  Non  Si  DEBBE  chiamar  vero  filosofo  colui  che  è  ami* 
co  di  sapienza  per  utilità*  D.  2.  j^l  tempo  quasi  che  Numa 
Pompilio  f  secondo  re  de* Romani^  visse  in  Italia  un  filoso^ 
fo  nobilissimo^  che  si  cbiamò  Pitagora.  D. 

(i)  E  coUl  differenza  fra  atto  e  azione  ^  che  questa  dinoU  operaxioB 
continuata,  e  quello  un  cenno  solo* 


Da  qne$lì  esempj  si  discerae  cbe  si  può  far  uso  del  si 
passivo  anche  qaaildo  V  agente  del  verbo  sia  una  persona  ; 
purcbò  sia  la  terza,  ma  nulladimeno  è  da  avvertire  che,  ia 
questo  caso  si  debi>e  evitare  di  confondere  questo  si  che  ri<» 
ceve  inflaenza  da  esterno  agente  con  quello  che  ha  Fazione 
diretta  dairagente  del  verbo;  potendosi  Tespressione  che  si 
chiamò  interpretare  che  fu  chiamato  e  che  chiamò  se*  Sì  che 
oon  si  &rà  uso  del  si  passivò  con  quei  verbi ,  nella  proposi* 
zione  formata  dai  quali  il  termine  dell*  azione  à  Tageote  me- 
desimo ,  come  addormentarsi  ,  pentirsi ,  inebbricirsi  ;  ma 
quando  si  voglia  parlare  in  modo  generale,  si  dirà:  a  fatica 
uno,  o  akri^  ó  Vujomo ,  s^tzddormenta  quando  non  ha  manr' 
gioto;  tardi  uno  o  Fuomo  si  pente  del  mal  fatto;  qui  gli  uo^ 
mini  non  s^inebbriano  facilmente y  o  la  gente  non  s^inebbria 
facilmente  ecc* 

i.Si  È  pubbuCjìta  la  buona  rtuova.  Caro.  s.  In  que- 
ste contrade  non  se  ne  troof'A  hiuna»  B.  3.  Due  maniere 
di  pietre  di  grandissima  virtà  ci  si  tbovano.  B* 

Nello  stesso  modo  che  si  pubblica  equivale  ad  è  pub^ 
hlicata^  così  si  è  pubblicata  risponde  a  è  stata  pubblicata. 
Similmente  si  formano  i  tempi  composti  con  gli  altri  ver- 
bi, quando  nella  proposizione  entra  il  si  passivo*  Se  la  pro- 
posizione contiene  il  pronome  ne,  il  passivo  si  vi  debbo  sta- 
re avanti  e  mutare  in  se.  Gli  avverb)  di  lìiogo  ci  e  yi  debbo- 
no sempre  pr^edere  la  particella  si* 

I.  N^fnfia  men  creduto  a  me  che  a  voi*  B«  a.  t^enuta 
la  sera^  il  proposto  venne ^  come  gli  era  stato  ordinato*  B* 
3.  Fa  quel  che  ti  è  detto^  e  non  cercar  pia  là,  ¥• 

Questo  è  il  ciisò  in  cui  la  prima  costruzione  del  pas- 
sivo è  più  usata  die  la  seconda  «  cioè  coi  verbi  che  hanno 

16 


«.  -^.Aj^i 


^i8 

un  dativo*  La  supposta  forma  originale  dei  tre  esempj  è , 
nel  i.non  crederanno  a  te,  nel  a.  come  gli  avevano  ordinato^ 
nel  3.  fa  quel  che  ti  dicono  ;  nelle  quali  espressioni  Tagen- 
te  sottinteso  è  gli  uomini.  La  prima  costruzione  passiva  è 
quella  degli  esempj;  la  seconda  sarebbe»  non  si  crederà  a 
mei  come  gli  si  era  ordinato^  fa  quel  che  ti  si  dice.  Tutte  e 
tre  queste  forme  si  adoperan  col  verbo  che  ha  un  dativo  sot- 
to di  se;  ma  quella  degli  esempj,  cioè  deirausiliario  ei^ere 
col  participio,  è  la  più  usata. 

I*  La  natura  vuole  che  ordinatamente  sr  proceda 
nella  nostra  conoscenza.  D*  3»  Die  notte  ci  si  luiyoRjiJh. 
3.  £  il  vero  che ^  così  come  nelle  altre  cose^  è  in  questa  da 
riguardare  e  il  tempo^  e  il  luogo^  e  con  cui  si  r^rEZui.B* 
4i  Quanto  pia  si  paela  di  Scipione  Africano ,  tanto  più 
resta  in  sua  laude  da  parlare*  B*  5.  Vassi  in  Sanleo^  /?/- 
SCENDESi  in  Noli^  MONTASI  SU  Bismantova  in  cacume. .  • 
D.  6.  Malagevolmente  si  può  da  noi  conoscere  quello  che 
PER  NOI  si  faccia.  B. 

Le  proposizioni  che  si  fondano  sopra  un  verbo  che 
non  ammette  oggetto  ,  quali  sono  nei  citati  esempj  proce^ 
derCf  favellare f  parlare^  ecc;  sono  quelle  che  meno  si  pos- 
sono accostare  ali*  idea  originale;  per  la  ragione  che«  non 
essendo  oggetto  nella  forma  primiera,  per  esempio  in  la  na- 
tura  vuole  che  noi  procediamo  ,  non  ha  piiì  luogo  la  prima 
transizione;  e,  nella  seconda,  manca  la  parola  che  governa 
il  verbo ,  per  esser  compresa  nel  verbo  medesimo.  Nondi- 
meno non  è  da  dubitare  che  s*  introducesse  la  forma  passi- 
va con  la  particella  si  in  questi  verbi  solo  ad  imitazione  de- 
gli altri,  senza  piik  retrocedere  alla  origine  che  Taveva  fatta 
nascere.  Quindi  non  si  pu&  con  questi  verbi  usare  la  prima 


ai9 

costraziooe  passiva  eoo  raasiliario  essere  e  il  participio;  e 
per  lo  contrario  è  usata  la  forma  attiva  originale»  cioè  i  •  che 
noi  procediamo;  2.  dì  e  notte  qui  lavorano ,  sottinteso,  gli 
uomini;  3.  è  da  riguardare  con  cui  noi  favelliamo;  4*  quan^ 
topiàparliamo  ecc*  Conseguentemente  negli  esempj  le  per- 
sone agenti  sottintese  sono  nei  i.  da  noi  oper  noi;  nel  a.  da^ 
gli  uomini;  nel  3.  e  nel  4«  ^^  ^^h  come  si  vede  espresso  due 
volte  dal  Boccaccio  nel  sesto  esempio* 

Il  quinto  mostra  che  il  si  passivo  si  può  mettere  dopo 
il  verbo  quando  Tespressione  ciò  richiede;  nel  resto,  lo  star 
dopo  0  prima  del  verbo  dipende  dalle  medesime  regole  del 
si  personale. 

I.  Egli  non  sr  ruot  dire.  B.  a.  Servare  si  foguono 
i  patti.  B.  3.  Questi  lombardi  cani ,  //  quali  a  chiesa  non 
sono  voluti  ricevere^  non  ci  sr  foguono  più  sostenere.  B. 

Queste  espressioni  sono  stale  trasformate  progressiva- 
mente dalla  costruzione  attiva  originale,  come  s*  ò  mostra- 
to ne*  primi  tre  esempj  del  capitolo.  Ecco  le  tre  maniere* 

FORMA    ORlGlNMiB 

Noi  non  vogliamo  il  dire* 
V  uomo  vuole  i  patti  servare  o  essere  servati* 
Il  popolo  non  vuole  pia  sostenere  questi  lombardi 
cani. 

PRIMA   TRANSIZIONI 

//  dire  non  è  voluto  da  noi. 
I patti  servare  o  servati  sono  voluti  dalV  uomo* 
Questi  lombardi  cani  non  sono  più  voluti  sostenere  o 
sostenuti  dal  popolo* 


SBCOTOA   TAARSIZIORB 

Eglif  il  dire^  non  d  wole  da  noL 

I  patti  si  vogliono  sennirè  o  servati  dalT  uomo. 
Questi  lombardi  cani  non  si  vogliono  pia  sostenere  o 

sosten  uti  dal  popolo. 

Nella  quale  aitima  transizione  si  scorge  benissimo  l'idea 
primiera  dei  pronome  personale  si^  cioè  egli  (  il  direj)  non 
wole  noi  dire  se^  o  se  detto  da  noi  ;  i  patti  vogliono  V  uo- 
mo  servare  seo  se  servati  dalVuomo^  questi  lombardi  cani 
non  vogliono  pia  il  popolo  sostenere  se  o  se  sostenuti  dal 
popolo. 

II  Perticarif  nel  suo  Trattato  sopra  gli  autori  del  Tre- 
cento, parlando  della  grammatica,  dice:  E  in  tutte  le  anti- 
che e  le  novelle  nazioni  vuoisi  ordinarla  non  sui  perpetui 
mutamenti  popolari^  ma  sugli  eterni  volumi  de*  grandi  ora^ 
tori^  de^  filoso/I^  e  de"  poeti\  perciò  che  virtà  non  è  mai  a 
caso^  ma  sempre  a  belF  arte.  Se  nell' espressione Voo/f/  or^ 
diluirla  aresse  inteso  il  Perticari  di  far  uso  di  la  per  ella 
agentCì  la  detta  espressione  si  poteva  giustificare;  ma  in  tal 
caso*  aveva  a  dire  la  si  vuole  ordinare;  ma  egli  adoperò  la 
per  oggetto,  e  quesf  oggetto  rimane  senza  appoggio  ;  per- 
ciò c1ie,come  per  Tanalisi  abbiam  dimostrato,  quello  che  era 
oggetto  nella  costruzione  attiva ,  diventa  reggente  del  ver* 
Lo  nella  passiva,  e  se  è  rappresentato  da  un  pronome,  il  pia 
delle  volte  si  sottintende.  Dunque  avrebbe  dovuto  dire  ella 
si  vuole  ordinare^  o  si  vuol  ordinare.  Egli  dice  ancora  II 
cambio  ogni  dì  si  può  fare^  anzi  lo  si  dee;  questo  lo  è  er- 
rore, la  costruzione  essendo  egli  si  dee  fare.  Il  Bartoli  ri« 
cordando  la  vecchia  dama  Elia  Catula:  E  perciò  che  non 
si  potea  rabbellirla  e  non  tormentarla^  fa  il  medesimo 


TOTe.R0hbellire  e  non  tormentare  dovea  dire.  £  altrove  par^ 
landò  di  csperienssie,  dice:  Né  svuoisi  per  ciò  pittarle  o  na-^ 
sconderle  j ,  come  inutìU  ^  e  non  degne  di  coniar  ire.  Ma 
gaanto  meglio:  Né  voglionsi  per  ciò  gitiare  e  nascondere  ! 

I  »  j^tr  amico  dee  F  uomo  raccontare  il  suo  difetto  se* 
gretamente.  D.  a.  Sono  alquanti  che  svogliono  che  F  uomo 
gli  tenga  dicitori.  D.  3«  È  dolce  il  pianto  pia  di  altri  non 
crede.  P. 

Quando  si  profferisce  una  senteozai  la  costruzione  pri- 
mitiva originale  è  quella  che  più  conviene  alla  graviti  del- 
la espressione;  quindi,  in  questi  esempj,  in  luogo  di  alfa-* 
mica  si  dee\  sono  alquanti  che  sogliono  esser  tenuti^  non  si 
crede ^  s*è  detto  Vuomo  dee\  pogliono  che  Fuomo  gli  ten* 
gai  altri  non  crede. 

I  •  Se  adunque  si  considererà  tutti  i  progressi  del  Du" 
ca,  si  vedrà  che  si  sono  fatti  ecc»  IML  2.  Come^  per  V -autor 
rità  de""  Romani .  m  •  si  debbo  stimare  pia  le  fanterie  che 
icwalli.  M« 

L^agente  del  verbo  considererà^  nel  primo  esempio,  e 
di  debbe^  nel  secondo,  essendo  i  progressi  e  le  fanterie , 
nomi  plorali,  i  verbi  ancora  dovrebbero  essere  in  plurale,  e 
si  avrebbe  a  dire  considereranno  e  debbono.  Da  qualche  e- 
sempio  che  si  truova  qua  e  là  negli  autóri,  hanno  preso  mo- 
tivo alcuni  di  dire  che  Taccprdo  deiragente  col  verbo  non  sia 
necessario  nella  forma  passiva*  Si  potrebbe  ben  dar  qualche 
ragione  di  questa  licenza  col  supporre  che  le  parole,  per  e- 
sempio,  tutti  i progressi  del  Duca^  facciano  un  tutto  che  reg- 
ga il  verbo  considererà^  ma  in  tal  modo  si  potrebbero  vio- 
lare tutte  le  leggi  della  grammatica.  Io  dirò  piii  tosto  che,, 
essendo  in  questecostruzioni  passive  l'agente  del  verbo  posto 


sempre  dopo  di  esso,  T orecchio  non  resta  tanto  offeso  per 
lo  non  accordo,  quanto  sarebbe  se  V  agente  fosse  avanti,  e 
cbe  ciò  solo  ha  lasciato  trascorrere  alcuni  in  quel  solecismo* 
Oltre  a  ciò,  le  opere  del  Macchiavello»  sebbene  siano  unte* 
aoro  per  la  lingua  italiana,  in  quanto  s*aspetta  alia  bellezza 
e  alla  forza  delle  parole  e  delle  espressioni,  non  possono  fa- 
re autorità  in  grammatica,  se  non  in  que^casi  ne* quali  egli 
concorre  con  gli  altri;  e  in  quelli  solo  Tho  citato;  che  altri- 
menti non  è  da  prendersi  per  modello  ,  non  essendosi  egli 
guardato  affatto  dagli  errori  fiorentini  fuggiti  dal  Boccaccio. 
In  una  sola  faccia  del  Macchiavello  mi  vennero  sott^occhio 
tre  errori  di  grammatica;  uno  è  il  citato;  gli  altri  due  sono 
sua  e  gliene^  in  vece  di  sue  e  glielo^  nelle  seguenti  espres- 
sioni. Per  mettere  le  radici  stia  in  quelli  stati;  Sape%Ht  che 
il  Duca  e  i  F'eneziani  non  gliene  consentirebbero.  £  se 
pur  si  trovasse  quel  solecismo  in  qualche  poeta,  è  più  lecito 
deviare  in  poesia  che  in  prosa.  Se  nel  caso  passivo  il  ver* 
Lo  fosse  sempre  in  singolare,  allora  sarebbe  regola  di  gram- 
matica, e  in  vano  la  ragione  vi  s*  opporrebbe;  ma  poiché  i 
casi  del  non  accordo  sono  rarissimi ,  io  non  dubito  di  do- 
ver affermare  chVgli  è  errore.  Finalmente  dico  cbe  questo 
è  un  vizio  de*  Fiorentini,  i  quali  peccano  molto  anche  nel 
soverchio  uso  del  si  passivo  ,  col  dire  a  ogni  momento  si 
andò^  si  stette^  si  disse^  in  luogo  di  andammo ,  dicemmo^ 
stemmo^  facendo  cosi  ogni  proposizion  passiva;  la  qual  foi^ 
ma  à  quasi  esclusivamente  usata  nel  general  senso  e  in  f eoti- 
po.  presente  ,  come  si  può  vedere  in  tutti  gli  esempj  pro- 
dòtti in  questo  capìtolo,  cioè  sììhì^  si  sta^  si  dioe^  dalVuomo. 


2!è3 


CAP.  XVIII. 

D£LLE  PREPOSIZIONI 

Egli  è  impossibile  il  formar  regole  intorno  al  retto  uso 
delle  preposÌ8ÌODÌ,  perchè  riuscirebbero  pieoe  d'eccezioni  ; 
ma  par  vi  éì  può  supplire  col  far  ben  sentire  il  lor  valoret 
e  col  provare  per  Tanalisicbe  sempre  {óteodono  alla  mede- 
sima idea.  Se  si  volesse  dire  che  la  pratica  sola  ci  può  inse- 
gnar Tuso  delle  preposizioni,  io  non  sarò  alieno  dal  conve- 
nire che  per  certo  la  prima  necessità  sia  quella  d'aver  letto 
molto  i  classici  scrittori;  ma  aggiungo  che  la  seconda  ò  di 
saper  dar  ragione  della  applicazione  di  quelle;  perchè  spes- 
so si  troverà  che  in  uno  stesso  caso  si  può  far  uso  di  due  o 
tre  preposizioni,  o  deirarticòlo  in  luogo  della  preposizionci  ^ 
come  per  esempio,  egli  è  impossibile,  il  procedere^  ed  egli 
è  impossibile  a  procedere;  la  prima  forma  è  trattata  a  car- 
te 60,  e  la  seconda  si  vedrà  in  questo  capitolo.  Si  può  dire 
non  ho  mai  avuto  tempo  da  poter  fare  alciina,cosaj.e  dipo^. 
ter  fare  alcuna  cosa;  in  questa  si  qualifica  il  tempo  «  e  in 
quella  si  attribuisce  al  tempo  e  quindi  si  dice  provenire  la 
possibilità  di  fare;  h  fece  pigliare  a  tre  suoi  sen^itori^  e  lo 
fece  pigliare  da  tre  suoi  sers^itori;  nella  prinia  costruzione 
si  disegna  a  chi  è  diretto  il  comando,  nella  seconda  da  dii 
procede  V  azione.  Diciamo  cominciare  di ,  cominciare  a  , 
cominciare  da^  col  primo  modo  si  qualifica  V  atto  del  co- 
nùnciare,  cioè  in  che  consiste;  col  secondo  si  addita  il  pun- 
tor  a  cui  tende  V  atto  del  cominciare  ;  col  terzo  si  fa.9egno 
del  luogo  onde  dee  aver  principio  Tatto  medesimo.  E  cosi 


aa4 

si  può  dire,  come  vedremo:  lontano  a,  lontano  di^  e  tonta- 
no  da^  il  che  debbe  confondere  chi  non  sa  perchè  questo 
si  possa  fare.  Ci  ristringeremo  dunque  in  questo  capitolo, 
in  luogo  di  fissar  regole,  a  definir^  la  natura  e  Tufficio  delle 
preposizioni ,  e  ad  analizsare  le  idee  che  per  mezzo  di  quel- 
le 8Ì  esprimoso» 

Questa  parola  preposizione ,  dal  latino  pragpqsitio^  si- 
gnifica posizione  acanti  i  ed  à  così  detta,  perciò  che  gene« 
ralmente  sta  davanti  a  un  oggetto  al  quale  s*  appoggia.  Vi 
sono  due  specie  di  preposizionii  le  quali' vogliono  «sser  di-^ 
stinte;  della  prióia  sono  ili^  a,  db,  per^  con^  in^  <ra;  della 
seconda  lontano^  vicino^  dietro^  à^miti^  ecc.'  Queste  sono 
veramente  parole  esprimenti  posizioni;  quindi  lenomixiere- 
mo  preposizioni  composte;  quelle  non  sono  altro  che  seOGH» 
plici  segni  di  movimento,  di  posizione,  e  non  possono  espri« 
mere  per;se  medesime  slcnn  luogo  ;  perciò  le  chiameremo 
preposizioni  semplici. 

DSLLB  PRSPÓSIZIONI  SEMPLlCr 

Dipo  che  le  preposizioni  semplici  sono  segni  ésprinnen^ 
ti  ì  iit]  versi,  movimenti,  o  posizioni, che  si  possono  far  pren- 
dere a  <uo-cotpb;  e  ad  un*  ora  sono  ségni  dimostrativi  della 
persona  o  d^lla  cosa ,  nella  quale  detto  moviinéùlo  o  posi-* 
2ione  s'  appoggia  ;  per  esempio,  la  preposizione  di  aceen* 
na  posizione  o  stato  di  provenienza,  la  preposizione  a  esprit 
hie  moto  di  tendenza,  da  dinota  moto  di  allontanaihento,/7er 
adiÈenna  moto  di  passaggio,  la  preposizione ìtz  dimostra  mo- 
to 0  stato  in  luogo  circonscritto  senza  .puntò  in  quello  de- 
terminato, con  esprime  movimento  o  posizione  di  due  oér- 
(9Ì  insième*  Questo  è  dunque  il  primo  ufiicio  che  in  origine 
tu  assegnato  alle  preposizioni  semplici  {  vedremo  poi  nella 


teorica  di  ciascaiia'  la  coìrrispettiva  progressione  che  hanno 
fallo  nelle  idee. 

DKLtiA  PRCPOSIZlONK  Di 

La  prèpo8ÌBÌone  di  vièn  dal  latino  de^e  accenna  stato  di 
provenienaBa.  Io  immagino  che  in  origioef  quando  si  formò 
questa  idea,  si  mettessero  due  corpi  Ticiaitecoo  cenni  si  m<^ 
strasse  Tuno  es^ser  fatto  deirallro^époit  con  parole  dicesserò 
queOo  di^  quéUOfCiciè  questo  esce  di  ìjuelh  ;  e  quindi  me-* 
qae  Tidea  di  qualificazione,  ceppa  dtoro^  terfiph  diptarmQ^ 
soppònendo.cfae  quando  una  cosa  esce  d' ilu^  altra  ^  tragga 
seco  anche  la  slessa  qualità^  onde,  a  qualificare  un  tK)we  coq 
laltri»,  batf tò. poi  irappor?i  la  [ireposiziiotke  di*  ì^w^fi^ 9  in 
origioev  la.  preposizione  di  fa  segno  di  proieoienztf;  U  qoal 
ideai  al  presentequiisi  smarrita^per  foraa  détruso  che.per* 
de  la  traccia  onde,  deriran  le  idee;  è  i£  ad  altro  più  non  ser^ 
Te  che  a  dinotare  qualifioaaione  ;  quantunque  &  posse  ti*^ 
conoscere  che  qualche  volta  ritorna  ancoira  alla  priàiierà 
idea  di  provemensa* 

I.  Bgli  èra  uomo  ut  fiera  ^sta.  B.  J2.  Era  oeftis^ìho 
indizio  jM  fmturu  morte^B.  3.  Questa  non  è  Iti  pia  if  an^ 
dare  ad  Alagnà.  B.  .  ' 

Da  prima  la  qualificazione  (&)  ebbe  luogo  fra  .oggetti 
seosibih';  per  esempio,  vaso  di  terra^  tassala  di  marmo\  poi 
per  analogia!  comprese  anche  gli  atti  della  mieuté^  ìa  modo 
che  i  nctadi  ckonto,  indizio^  e  9ia^  in  questi  esetopj,  aono  tutti 
e  tre  qualificati,  non  rispetto  alla  matèria*  ma  rispètto. alla 
proprietà  della  materia  ,  la  quale  oSìre  alla  immaginazióne 
molto  maggior  canapo  da  spaziarsi;  e  perà  troveremo  assai 

■ 

(t)  Tonu  a  yedae  la  dedniaione  d)  questo  Tocabolp  a  eattt  jio3« 


2a6 

più  esempi  di  qualificazione  fra  le  idee,  che  fra  le  cose  ma* 
leriali. 

Misia^  nua  fante ^  e  Idcisea  dì  Filomena^  in  cucina  sa^ 
ranno  continue.  B.  a.  Egli  è  il  miglior  del  mondo  da  dò.  B. 
3.  Daraiti  il  cuore  di  toccarla  con  un  briepe  che  io  ti  darò  ? 
B.  4*  ^^  fi^^  ^'  Sardegna.  D.  5.  Di  lui  dice  agni  uom  aude. 
B.  6.  Per  queste  conirade^e  oidi  e  ot  notte^  e  tfomici  e  di 
nemici^  ^ajino  di  male  brigate  assa(^  le  quali  ite  fanno  di 
gran  dispiaceri  e  dì  gran  danni.B.  j.  Molto  wevanle  dou' 
ne  riso  dmz  cattivilo  di  Calandrino.  B.  6.  Io  non  a^pa^ 
Ice  con  lei  di  questo  anno*  F. 

I^a  cosa  qualificata  dalla  preposizione  dir  e  da  quel  che 
la  segue  è  sempre  un  nome,  espresso  o  sottinteso ^  e  in  tutti 
qae;Sti  esempj  il  nome  è  sottinteso.  Nel  i.  fante^ueì  ^.uo^ 
tuo;  nel  3.  anUre;  nel  4*  abitante  ;  nel  5.  si  sottintende  in 
sul  conio.  La  costruzione  del  3»  esempio  è  daràUi  il  cuore 
t ardirei  dóve  il  cuore  è  agentCì  e  ardire^  oggetto  di  darà. 
Nel  sesto  si  sottintende  in  tempo  e  numerò;^  cioà  in  tempo 
di  dl^  in  tempo  di  notte^  numero  di  male  brigate  ^  numero 
iti  gran  dispiaceri  e  di  gran  danni.  Nel  j.  la  costruzione  in- 
tera è  a  cagione  delle  sciocchezze  del  cattivello  uomo  chia^ 
nkito  col  nome  di  Calandrino^  neìV  S.  per  tutto  il  corso  di 
questo  anno. 

i.  Io  i^i prometto  di  pregar  per  ìh>ì.  B.  2.  Io  mi  ver^ 
gogna  DI  dirlo.  B.  3»  Deliberò  di  più  non  inder  dimorare 
in  Inghilterra.  B.  4*  Prestamente  rispose  di  sì.  B.  5.  La 
chiesa  è  piena  di  gente.  B.  6.  Ogni  cosa  di  neve  era  co^ 
peria.  B.  7.  Non  era  uso  d"  andare  a  pie.  B.  8.  O  vai  che 
siete  in  piccioletta  barca  desiderosi  d^ ascoltar.  D. 

In  tutti  questi  esempj ,  benché  la  preposizione  tU  sia 


327 

ctipendente  da  un  aggettivo  o  da  uù  verbo,  ella  è  intesa  a 
qualificare  il  nome  compreso  nel  Paggetti  vo  o  nel  verbo  me- 
desimo, i  quali  per  se  non  possono  esser  qaalificati.  Duo* 
qoe,  seguendo  Tordine  degli  esempj,  i  nomi  qualificati  sono 
promeésUf  ^ergogna^  deliberazione^  rid^rta,  piena%  coperà 
tdx  usoi  e  desiderio;  come  se  si  dicesse  io  yi  fo  la  promessa 
di  pregar  per  yoi;  io  ho  vergogna' di  dirlo;  fermò  ladelihè^ 
razione  di  pia  non  snder;  fece  la  risposta  di  si  ^  eccf  onde 
vediamo  che,  dal  qualificare  un  oggetto  sensibile,  la  prepo* 
sizione  di^  con  quello  che  la  segue,  passò  a  qiialifi^arr 'nomi 
di  cose  ideali,  e  quelli  ancora  che  sono  attintesi;  e  final«» 
mente,  s*è  indotta  a  qualificare^  Tidea  compresa  toun  verbo 
0  in  un  aggettivò.  Cosl'S^i  dee  seguire^  lai  traccia  del  passag-^ 
gio  delle  preposizioni  dalle  idee  concrete  aHe  astratte, acciò 
che  sempre  si  senta  il  lor  valoreiir  Nel  pfeQedei)te>paragra^ 
fo  i  nomi  sono  veramente  tolti  in;  virtù  della  elllssi;'iii  que* 
sto  non  v*d  ellissi;  il  senso  delle  parale  :è  pieno,  ma  i  ;nooii 
qualificali  sono  puramente  ideali. 

Il  Bartoli  dice  „  che  fra  alcuni  grammatici  corre  que- 
sta regola  ferma,  che  ardire  richiegga  dopo  so  la  particella 
di  ovvero  a\  al  contrario  osare  Tuna  e  Taltra.  costantemente 
rifiuti.  „  Egli  prova  bene,  contro  T  opinione  d&^detti  gram- 
matici, che  ardire  si  trovi  spesso  nel  Boccaccio  senza  pri^ 
posizione;  ma  non  può  dare  buona  autorità. del  poter  dire 
osare  di  ;  e  non  sa  provare  il  perchò,  di  dae  verbr  che  si^ 
goifican  la  stessa  cosa,  Tuiiò  possa  portare  do]po  di  se  la  pro- 
posizione, e  Taltro  no.  Il  Sig,  Ameni»  s*iogegna  di  trovar-^ 
'  lo ,  e  gli  va  vicino  ;  ma  per  Tittgombro  che  gli  fanno  alla 
mente  Le  denbminasioni  e  il iràgionar  della  grammatica  alla 
latina,  non  lo  può  Scorgere.  Noi^  in  virtù  di  quello  che  qui 


aa8 

abbiamo  esposto,  doò  che  la  prepoaizione  rf/  in  nostra  lin- 
gua  è  spesso  segno  di  qualificasione  di  un  nome  compreso 
nel  veibo  che  la  precede,  abbiam  ragione  di  credere  d*es-* 
aerei  apposti.  Ardire  ha  il  nome  e  il  verbo;  onde  mettendo 
di  dopo  il  yerbo ,  ai  se^te  Tidea  qualificante  un  nome  che 
la  mente  può  di  presente  supplire;  ma  osare  non  ha  altro 
che  il  verbo;  il  che  fa  che  ripugni  alquanto  alP  orecchio  il 
qualificare  T  idea  di  uh  nome  che  quel  verbo  non  gli  8og«* 
gerisce  alla  iikiaiagina&one.  Quindi  si  vedrà  che  qualunque 
Verbo  n  cui  si  possa  sostituire  mere  q  altro  con  un  nome  , 
come  credere  o  portar  credenza^  abbisognare  o  as^er  biso* 
gito;  giovate  o  far  gioiHàneneo;  desiderare  o  aver  deside* 
rio  y  palila  volentieri  dopo  se  la  preposizione  di.  Io  spero 
Oramai  che  questa  soluzione  ,  e  gli  argomenti  del  prece- 
dente di  ellittico  persuaderanno  anche  i  più  ritrosi  della  ne- 
cessità di  filosofata  delle  preposizioni  nel  modo  che  qui  si 
tiene;  e  lasceranno'nna  volta  in  pace  i  genitivi  e  gli  ablativi 
che  loro  adombrano  Tintelletto  e  la  ragione* 

!•  Ricordati  di  dire  a  tuo  padre  che  i  miei  fCgliuoli 
non  son  nati  vi  paltoniere.  B.  2.  Ella  cadde  della  scala 
interra^  è  ruppesi  là  coscia*  B.  3*  A  povera  damigella  co^ 
me  io  sono^  cacciata  di  casa  sua ,  e  che  dimori  air  altrui 
seivigio^  non  sta  bene  V  attendere  ad  amòre\  B.  4*  Piena 
di  stizza^  gliele  tolsi  di  mano.  B*  5«  Ati  pareim  che  vi  fosse 
uscito  Di  mente  quello'  che  io  m^era  ingegnato  di  dimostrar- 
w.  B«  6u  //  senHo  di  grandissimi  pericoli  trae  il  savio.  B. 
•  7*  Era  fUggito  di.  Parigi^  B* 

La  preposizione  di  conserva  ancora  là  sua  virtù  origi- 
nale, cioà  di  esprimere  movimento!  di  provenienza,,  in  lutti 
i  soprapposti  esenip|, nella  maggior  parte de^qùali  sipotreb- 


be  far  uso  egualmente  della  preposizione  da.  Con  alcuni 
▼orbi,  come  trarre  ^  uscire^  di  ò  più  usato  che  da^  anzi  con 
uscire  da  non  si  usa  quasi  mai*  Non  ostante,  per  la  medesi- 
ma ragione  che  dalla  idea  d!  provenienza  ò  Tenuta  quella  di 
qualificazione,  si  può  mostrare  che,  in  ciascuno  esempio,  la 
preposizione  di^  con  la  parola  che  la  «egne,  qualificano  un 
nome  che  è  compreso  in  ciascuna  espressione,  come  si  ve- 
drà supplendo  r  idea  intera  ;  per  esempio  ,  nati  cioè  tratti 
dalla  razza  di  paltoniere^  ella  cadde  dal  sommo  della  scala 
in  terrai  cacciata  daW asilo  di  casa  sua;  era  fuggito  dalla 
dita  ili  Parigi  ecc.  Àbbiam  dunque  veduto  che  la  preposi- 
zione^/ è  sempre  una,  e  non  ora  da^  ora  con, ed  ora  in;  e  che 
sempre  fa  il  medesimo  ufficio,ed  esprime  la  medesima  idea* 

I  •  Decretossi  che  in  casa  commedia  nti  senatore  non 
entrasse.  Dav.  a.  Ritirossi  in  casa  Cesare.  Dav*  3*  Tu  mi 
prometterai  si^ra  la  tua  fede  infra  questo  termine  non  ve^ 
nire  a  Genuina.  B. 

La  preposizione  qualificante  che  infra  il  vocabolo  casa 
si  pone  e  il  nome  di  chi  la  possiede,  si  può  per  grazioso  to«- 
scanismo  sottintendere;  e  li  due  esempj  qui  allegati  confer- 
mano il  già  detto  a  carte  43«  che  Tarticolo  o  il  dimostrati- 
vo, il  quale  il  Perticar! ci  vorrebbe  di  necessità,  dipende  dal- 
le circostanze.  Anche  nel  terzo  esempio  è  sottintesa  la  pre- 
posizione di  a  non  venire. 

DELLA  PREPOSIZIONI  A. 

I .  Noi  Siam  sempre  apparecchiate  a  ciò.  B.  a*  Io  son 
presto  A  confessar\>i  il  vero.  B*  3.  Montata  in  su  la  torre^  e 
A  tramontana  rivolta.  B.  4»  Ne  a  negare  né  A  pregare  son 
cUsposta.  B.  5*  f/Za,  che  non  aveva  mangiato  il  di  davanti , 
costretta  dalla  famè^  si  diede  a  pascer  Ferbe.  B.  6.  Poiché 


a3o 

noma  cosati  muo^  jpietà^  ìmUMiti  V  amore  che  tu  porti 
A  quella  donna  dalla  quale  tu  dici  che  tu  sei  amato*  B. 

La  preposieioQC  a  esprime  movimento  di  tendenza» 
e  si  appone  a  quell'oggetto  o  a  quella  parola  alla  qual  ten- 
de il  moto  d*an  corpo  o  Tatto  della  mente;  quindi  è  gene- 
ralmente preceduta  da  un  verbo  o  da  un  aggettivo  espri- 
mente tendensa.  Per  esempio  gli  aggettivi  apparecchiato  9 
presto f  disposto^  mostrano  la  disposizione  dell'  animo  ten- 
dente a  fare  una  cosa;  ri\H>lto  disegna  la  tendenza  del  cor- 
po verso  un  luogo;  il  verbo  dare  comprende  tendenza  dal 
datore  a  colui  che  riceve,  il  quale,  come  già  vedemmo,  si 
chiama  datisH)  da  questo  verbo  medesimo.  Il  verbo  muovere 
può  significare  varj  versi  0  modi  di  movimento,  la  detenni- 
nazione  del  quale  dipende  dall'espressione;  e  nel  sesto  e- 
sempio  è  evidente  il  moto  di  tendenza  alla  pietiu  II  mede* 
Simo  si  può  dire  del  verbo  portare  che  segue  nella  stessa 
proposizione. 

I.  Che  credi  tu  che  egli  possa  fare  jf  prieghi  alle. 
lusinghe  a^  doni  ?  B.  3.  Racconciò  il  farsetto  a  suo  dosso.  B» 
3.  //  soldano  comandò  che  fosse  al  sole  legato  ad  impalo*  B. 
4^  Fanne  una  vivandetta  la  migliore  e  la  più  diletteifolc  A 
mangiare  che  tu  sai.  B.  5.  Maravigliosa  cosa  è  A  vedere  nel- 
la sala  dove  mangiamo  le  tavole  messe  azza  reale  ^  e  la 
quantità  di  belli  servidori  al  piacer  di  ciascuno.  B.  6.  La 
contessa  intende  di  farvi  cavaliere  alle  sue  spese.  B. 
7*  j^LLA  guisa  pugliese  non  lo  chiamava  se  non  compar  Pie^ 
tro.  B.  8.  TrovatfiL  che  V  avremo ,  che  altro  avremo  noi  a 
fare^  se  non  mettercela  nella  scarsella*  B. 

In  tutti  questi  esempj  manca  la  parola  che  esprime  ten« 
denzaja  quale  è  solo  neirintenzione  di  chi  parla*  Nel  pri- 


mo  esempio  si  sottiotende  contro  ;  nel  secondo  in  modo 
con  facente  i  il  quale  aggettivo  esprime  tendenza  dell*  atto 
della  mente  nello  attribuire  che  ella  fa  una  proprietà  a  una 
cosa.  Il  terzo,  avanti  ad  alsole^  comprende  esposto^  agget--» 
tÌTO  che  disegna  tendenza  d*un  oggetto  verso  un  altro;  e  così 
legato^  del  medesimo  esempio,  esprime  tendenza  d'una  co-> 
sa  a  quella  con  cui  s'accoppia.  Molte  volte  la  preposizionOi 
a,  seguente  un  aggettivo,  tende  a  mostrare  iu  qual  riguardo 
an  nome  sia  qualificato  ;  una  cosa ,  per  esempio,  può  esser 
dilette\H)le  a  mangiare^  e  non  a  {tederei  marwigliosa  a  y^ede^ 
re,  e  non  a  sentire^  ecc.,  in  tal  caso  la  preposizione  a  dinota 
io  qual  riguardo  la  cosa  sia  meravigliosa  o  dilettevole;  la* 
qQaf  idea  esprime  tendenza  della  mente  verso  quella  parola 
che  è  il  termine  di  tal  riguardo*  Il  Bartoli  e  TAmenta  vo- 
gliono che  queste  espressioni  sian  passive,  e  vi  s'intenda  un 
si.  Se  questo  fosse,  si  potrebbe  dire  ancora  vis^nda  dilette-^ 
9ole  a  esser  mangiata^  nuirauigliosa  cosa  a  esser  i^duta^  per 
quello  che  abbiam  dimostrato  trattando  del  si  passivo.  Essi 
hanno  confuse  queste  espressioni  con  quelle  formate  con^; 
cosa  da  ledersi;  non  è  da  curarsene;  ma  nel  presente  caso 
èallra  idea.  Dicendo  è  una  wanda  dilettemie^  questo  agget- 
tivo non  è  tutto  determinato.  In  qoal  riguardo  è  ella  dilet- 
tevole? Rispetto  al  mangiare.  Le  espressioni  alla  reale^al* 
la  guisa  pugliese^  del  5.  07.  esempio,  reintegrate,  sono  in 
maniera  simile  alla  reale  maniera^  in  guisa  simile  alla  gai" 
sa  pugliese;  e  l'idea  di  similitudine  mostra  tendenza  della 
cosa  comparata  verso  il  soggetto  della  comparazione.  Del  pa- 
ri si  possono  reintegrare  le  altre  maniere  della  stessa  natura, 
come  le  seguenti  a//'an^ica,  alla  francese^  alT  inglese^  alla 
ctxiese  ecc»  Nel  quinto  esempio  si  sottintende  disposti  in 


seguito  di  servidori^  nel  sesto  ricorrendo  dopo  cavaliere  ; 
nelle  quali  due  parole  lotose  chiaramente  si  scerne  Tidea  di 
tondenza»  L^espression^  ossero  a  fare  deirS  esempio  signifi- 
ca ai^r  cosa  che  induce  a  fare.  In  questo  esempio  del  Boc- 
caccio, ben  forniti  jì  denari  e  care  gioie^  si  sottintende  rì- 
spettoi  la  qual  parola,  dal  latino  respicere^  comprende  la 
medesima  idea  di  riguardo  esposta  intorno  alle  parole  di-- 
letteifole  a  mangiare  del  quarto  esempio.  Similmente  dicen- 
do A  me  com^iene  questa  sera  essere  a  cena  e  ad  albergo  al* 
troìfe^  le  espressioni  a  cena  e  ad  albergo  disegnano  la  cosa 
in  riguardo  ;  dunque  la  piena  costruzione  è  a  me  conriene 
essere  aliroife  rispetto  a  cena  e  ad  albergo. 

I  •  As^va  dato  molto  da  ridere  J"  suoi  con^mgni.  B. 
a.  Comandò  a  uno  de^ suoi  famigliari  che  gli  desse  da  manr 
giare.  B.  3.  Dice\^a  A  tutti  quelli  che  di  loro  la  domanda^ 
i^ano  che  erano  suoi  figliuoli.  B.  4*  P^^  compiacere  Ai  loro 
amici  9  due  wlte  almeno  il  mese  si  ritro^mmno  in  qualche 
luogo  ordinato  da  loro.  B.  5.  Non  sapendo  che  doi^rdire 
ella  non  rispondeim  al  figliuolo^  ma  si  staila.  B. 

Tutti  quei  verbi  la  cui  azione  è  diretta  ad  alcuno,  so- 
no seguiti  dalla  preposizione  a, la  quale  accenna  la  tenden- 
za dell'azione,  e  la  persona  cui  tende  il  termine  di  detta  a- 
zione.  Anche  in  questo  caso  dunque  la  preposizione  a  espri- 
me la  medesima  idea,  e  nei  soprapposli  esempj  sta  in  virtù 
de*  verbi  dare^  comandare^  (Ure^  compiacere^  e  rispondere  ; 
perchè  esprimono  azione  diretta  ad  una  persona  ^  la  quale 
abbiamo  gii  veduto  essere  il  dativo.  Il  verbo  domandare  è 
dello  stesso  numero,  ma  solo  quando  ha  un  oggetto;  perciò 
è  nel  3.  esempio  la  dimandavano^  mentre  che  avrebbe  l'Au- 
tore detto  le  dimandasHmo^  se  avesse  messo  anche  Toggetto 


a33 

qualche  cosa;  perchè  si  paò  dire  domandar  imo  di  una  co- 
sa^  cioè  intomo  alla  materia  di  una  cosa^  e  domandare  una 
cosa  ad  uno* 

« 

I»  Quanto  alla  lingua  io  ho  usato  quelle  parole  cK  io 
ho  sentito  parlar  tutto  *l  giorno  A  quelle  persone  che  io  ci 
ho  introdotte*  G.  2.  Loro  increbbe  di  s^edergli  torre  i  cap^ 
poni  A  coloro  ohe  tolto  gli  avevano  il  porco*  B«  3.  l^idi 
tpieUo  Orazio  far  di  costui  alle  fangose  genti.  •  •  D.  4*  Egli 

w 

allora  staila  iir  rnèrcato  occhio  all  insegna  del  mellone • 
B.  5.  Diceangli  (  a  Giugurta  )  com^  egli  era  uomo  di  gran 
if/rtò,  e  A  Roma  ogni  cosa  si  ris^endea.  Da  S.  G.  6.  Che  as^re* 
ste  voi  detto f  se  m^as^este  spedato  A  Bologna  ?  B.  7.  «S2  come 
AD  Arli^  do\^e  7  Rodano  stagna  1  sì  come  a  Pola  presso  del 
Quarnaro*  •  •  D. 

Siccome  il  porre  pia  tosto  questa  cde  quella  preposi- 
zione dipende  dalla  qualità  di  movimento  o  direzione  cìie 
la  mente  di  chi  parla  vuol  comunicare  a  un  corpo,  dàirattd 
in  somma  che  vuol  esprimere,  così  si  trova  che  il  medesimo 
verbo  può  esser  seguito  ora  da  una  preposizione  e  ora  da 
OD*  altra  ;  come  per  esempio  muos^rsi  da  casa^  muoversi  a 
pietà  ,  nuwversi  in  cerchio^  eco*  Per  la  stessa  ragione  s*  è 
fatto  uso  della  preposizione  a  nei  pirìmi  tre  esempj  ,  dopo 
parlar^  torre  ^  e  fare\  cioè  ho  sentito  parlar  dj  veder  torre  a 
coloro^  e  vidi  fare  alle  gentil  quantunque  in  co  tali  espres- 
sioni per  lo  piii  si  usi  da;  perchè,  in  quegli  esempj,  il  dici- 
tore non  intende  a  dimostrare  onde 'provenga  T  azione  dt 
quei  verbi  tanto,  quanto  ad  esprimere  la  tendènza  del  senso 
dell'udito  nel  primo  esempio,  e  delPatto  del  vedere  nel  se* 
condo  e  nel  terzo.  Due  diverse  preposizioni^  ia  e  a,  dipen* 
dono  dal  verbo  4tare  del  4*  esempio  ;  la  prima  disegna  il 

"7 


a34 

luogo  €ÌrcoD8crItto;  la  seconda^  come  anche  Del  5  •  esempio, 
determiDa  il  punto  al  qual  si  vuol  dirigere  la  mente  di  chi 
ode.  Similmente,  negli  ultimi  due  esempj;  le  preposizioni 
dimostrano  il  punto  a  cui  si  volge  Timmagiuazione  o  Tatto 
del  vedere.  Dunque  la  preposizione  a  mai  non  esprime  altro 
che  un^dea  di  tendquxai  e  la  parola  alla  qual^  si  applica  è 
termine  di  detta  idea. 

Chi  parlava  ad  ira  paresfa  mosso.  D. 

Si  dice  esser  mosso  da  ira  o  ad  irai  nel  prima  caso 
Tira  è  considerata  come  Tagentet  il  motore  donde  vieoe  la 
apiuta;  nel  secondo  come  quella  che  trae  a  se  TiracundOf 

DELLA   PREPOSIZIONE    DjÌ* 

!•  Ritornò  da  Parigi  a  Firenze;  B.  3.  Essendo  tor* 
nato  DA  uccellare^  ed  essendo  stanco  ^  /  andò  a  dormire.  B. 
3.  Da  Parigi  partitosi  uerso  Genoi^a  se  ne  venne.  B.  4»  -tw* 
dail"  altro  era  lontano  ben  dieci  miglia.  B. 

La  preposizione  da  dinota  moto  d^allontanamentoodi 
provenienza;  e  la  parola  alla  quale  si  appone  è  il  ponto  on- 
de tal  movimento  inizia  o  procede.  Essa  esprime  movimeo* 
to  d*un  corpo  da  un  luogo,  o  deirazione  dalf  agente  ,  e  di 
tutti  gli  atti  della  Olente  che  muovbno  per  simil  verso;  in 
modo  che  qualunque  volta  vi  sarà  una  proposizione  passi* 
va,  cioè  tu  sei  desiderato  da  tutti ^  dd  noi  si  canta^  Tagentei 
onde  procede  V  azione  i  sarà  accennato  con  la  preposizione 
da;  e  per  conseguenza,  i^empre  che  nel  reintegrare  una  frase 
ellittica  si  possa  mostrare  che  vi  sia  sottinteso  un  participio 
passato  d*un  verbo  d'azione,  o  un  verbo  col  si  passivo,  in 
somma  una  costruzione  passiva,  sarà  ciò  una  pruova  deiruso 
giusto  della  preposizione  da.  Dunque  i  tre  primi  esempj  di* 
segnan  movimentp  d'un  corpo  da  un  luogO{  nel  secondo,  si* 


a35 

milmente;  che  Tespressione  da  uccellare  è  metaforica^  es- 
sendovi fatto  cenno  delPazione,  in  vece  del  luogo  nel  qua- 
le si  fa.  Nel  quarto  esempio  non  è  la  preposizione  ad  usata 
in  virtù  deiraggettivo  lontano^  perciò  che  avrebbe!*  Autore 
potuto  dire  /'  uno  alValtro  era  lontano^  ma  in  virtù  del  ver- 
bo andando  o  svenendo  sottinteso. 

I.  Ha  DA  lui  ciò  ch^ella  vuole.  B,  !2.  Sono  cose  tutte 
strane  da  ordinato  e  costumato  uomo.  B.  3.  Oltremodo  era 
trasformato  DA  quello  che  esser  soleva.  B.4*  Ciascuno  com^ 
mendb  la  novella  dalla  reina  contata.  B.  5*  Essi  fanno  ri-* 
tratto  da  quello  onde  nati  sono.  B.  6.  rispettava  di  dovere 
essere  con  grandissima  festa  ricevuto  da  lei,  B.  7.  DAgra» 
ve  dolor  vinto,  cadde.  B.  8.  Rattemperatosi  adunque  da  que* 
sto,  non  si  potè  temperar  da  voler  quello  dello  statuto  Pra^ 
tese.  B. 

Ciascuno  de*  soprapposti  esemp)  contiene  una  parola 
che  esprime  moyimento  d'azione,  o  atto  di  provenienza,  in 
virtù  del  quale  è  adoperata  la  preposizione  da.  L!  atto  di 
provenienza  è  evidente  nella  proposizione  apere  ima  cof a  da 
uno.  L'aggettivo  strane  del  2.  esempio  è  metaforico;  e  co^ 
me  deriva  dal  latino  extraneus,  cioè  cosa  che  è  fuori  «  che 
s'allontana  da  un  luogo ,  la  preposizione  da  in  questo  caso 
segna  il  luogo  o  vero  la  persona  onde  s*aIlontana  la  cosà  quar 
lificata  dalla  parola  strano.  Così  l'aggettivo  trasformato  del 
3.  esempio  significa  mutamento  da  uno.  stato  air  altro  f  e 
quindi  allontanamento  da  quello  a  quésto.  Nel  4*  esempio 
la  preposizione  è  apposta  alPagente  della  proposizione  pas- 
siva, come  anche  nel  6.  e  7.  esempio,  e  vi  sta  in  virtù  di  es- 
sa, sì  come  s'è  dimostrato*  Nel  5«  il  vocabolo  ritratto  è  quel- 
lo che  governa  la  preposizione,  a  cagione  dell'atto  di  prove- 


^36 

mensa  che  esprime  ritrarre^  cioè  trarre  una  cosa  da  unal^ 
tram  II  termioe  dell^idea  espressa  da  temperarsi  è  in  una  co^ 
Sai  Qis  perchè  chi  si  tempera  in  una  cosa,  si  astiene,  cioè  si 
tiene,  si  scosta,  dal  superfluo  o  dall'  eccesso  di  quella,  per 
ciò  si  dice  temperarsi f  rattemperarsi^  da  una  cosa. 

I  •  Questo  nostro  pane  è  accompagnato  da  tanti  guai^ 
che  sarebbe  meglio  guadagnarlo  con  la  zappa.  G.  2.  Assai 
bene  accompagnata  di  donne  e  dC  uomini^  venne  davanti  al 
podestà.  B« 

Facendo  uso  della  preposizione  (ùi  con  accompagnare 
ai  fa  cenno  donde  parte  Tazione;  usando  di ,  ai  qualifica  la 

compagnia* 

i.Non  è  VA  maravigliarsi.  B.  s.  Egli  è  oggi  dì  da  la-- 
vorare.  B.  3.  Non  è  da  domandare.  B.  4*  Quivi,  per  aver 
DA  mangiare^  si  riparavano.  B.  5.  Credendola  acqua  da  be- 
rCf  tutta  la  bevve,  h.  6«  Par  persona  molto  da  bene  e  co^ 
starnato.  B*  7*  Io  ho  trovato  uno  da  molto  pia  che  voi  non 
siete.  B. 

Finora  abbiamo  veduto  esser  la  preposizione  da  po- 
sta davanti  al  luogo  onde  un  corpo  s*allontaaa,o  alla  persona 
o  alla  cosa  onde  proviene  Tazione  o  Tatto  della  mente;  ma 
non  è  cosi  ne*sopra  citati  esempj,  nei  quali  il  verbo  o  il  no- 
me che  segue  la  preposizione  disegna  la  cosa  proveniente,  e 
la  persona  o  la  cosa  onde  questa  proviene  rimane  nella  in- 
tenzione di  chi  parla. 

Dunque  a  sentire  la  forza  di  queste  espressioni,  biso- 
gna supplire  con  parole  il  concetto  che  in  se  comprendono 
cioè  I .  Non  è  cosa  da  (cui  proceda  il)  maravigliarsi.  2.  E-^ 
gli  è  oggi  di  da  (il  quale  si  permette  il)  lavorare.  3.  Non  è 
cosa  da  (cui  venga  la  necessità  di)  domandai^.  4*  Quivi  9 


per  aver  (cosa  da  la  quale  potessero  trarre  il)  mangiare^  si 
riparasHino.  5.  Credendola  acqua  da  (la  quale  si  prende  ii) 
berej  tutta  la  be\fue,  6.  Par  persona  da  (cui  si  fa)  bene ,  e 
costumato.  £  così  i*espressione  dell*  ultimo  esempio,  esser 
da  molto^  significa  esser  (uomo  da  il  quale  si  può  far)  moltoi 
dietro  la  quale  espressione  vanno  tutte  le  altre  simili  uomo 
dapoco%  da  niente^  da  tanto,  da  ciò;  uomo  da  pia  o  da  me-^ 
7u>  di  un  altro,  ecc;  la  preposizione  essendo  apposta  alla  per- 
sona onde  proviene  la  poca  o  molta  capacità.  D*una  di  que* 
sta  forme  s*è  fatto  un  nome  che  patisce  il  plurale,  come  si 
Tede  io  questo  esempio  del  Davanzati  :  Dappochi  slam  noi 
stati  a  tollerare  tren£  anni  e  quaranta  di  soldo. 

La  filosofia  stoica  riuscì  più  da  contemplarsi  e  paghe g* 
giare  in  se  stessa,  che  adoperarla  per  uso  della  vita.  Bart« 

Non  si  può  sottintendere  la  preposizione  da  come  fa 
qui  il  Bartoli  innanzi  al  verbo  adoperare  ;  e  quel  pronome 
/a  che  vien  dopo  è  del  tutto  soverchio  e  senza  appoggio. 

I.  Le  cominciò  ad  insegnare  un  calendario  buono  Vjì 
fanciulli.  B.  a.  Io  mi  s^stirò  da  donna,  e  non  sarò  cono-* 
scinto.  F.  3.  Questa  risposta  non  è  stata  Djì  pazzo.  F«  4*  El" 
la  lo  nascose  sotto  una  cesta  da  polli.  B.  5.  Comperate  da 
venti  botti  da  olio%  ed  empiutele^  se  ne  tornò  in  Palermo*^. 
6.  Altro  non  rimase  di  lui  che  una  damigella  (i)  già  da 
marito.  B. 

(i)  I  moderni  chiamano  una  damigella  ragazza  o  signorina^  le  ^ali 
^e  parole  non  si  possono  in  buona  lingua  usare»  Tuna  per  non  essere  ita- 
liana nel  femminino,  e  Taltra  per  essere  adoperata  male  a  proposito;  perché, 
parlando  d*una  damigella,  e  nominandola  per  nome,  egli  è  errore  il  dire,  per 
cMnpio,  la  àignorina  Elisa^  non  potendosi  metterò  un  diminutÌTO  col  no- 
ne della  persona^  e  se  si  fii  uso  del  titolo  signora  per  una  fimeiuUa,  man- 
ca la  graiìa.   Io  consiglierei  dunipie  che  si  adoperassero  anche  nel  parlare 


!i38 

la  tutti  questi  esempj  la  preposisione  sta  in  virtà  d^un 
participio  nel  senso  passivo  sottintèso^  o  d*un  verbo  accom- 
pagnato dal  si  passivo;  e  ancora  disegna  la  persona  o  la  co- 
sa dalla  quale  procede  Fazione,  come  apparrà  supplendo  le 
parole  intese,  cioè  i  •  Un  calendario  buono  (per  li  fanciulli^ 
e  usato)  da  fanciulli.  2,  Io  mi  vestirò  {con  panni  usati)  da 
donna.  3.  Questa  risposta  non  è  stata  (tale  quale  si  fa)  da 
pazzo.  4*  Cesta  da  (la  quale  si  contengono) polli. 5»  Botti 
da  (le  quali  si  può  contener)  olio.  6.  Damigella  già  in  età 
da  (la  quale  si  richiede)  marito.  Di  questa  categoria  sono 
le  espressioni  carta  da  scrii^ere^  zucca  da  sale^  vin  da  fa-- 
miglia^ panni  da  sposa^  ecc.  La  differenza  che  passa  tra  le  e« 
spressioni  zucca  di  sale^  botte  di  olioj  cesta  di  polli  ,  e  le 
precedenti,  è  che  queste  cose,  per  la  preposizione  di^  mo-* 
strano  contenere  in  effetto  sale,  olio ,  polli,  e  le  altre  dino- 
tan  solo  la  capacita.  P^in  da  famiglia  vuol  dire  i^ino  che  si 
suol  bere  da  la  famiglia;  e  vin  di  famiglia  dimostra  cui  ap- 
partiene il  vino. 

I.  Si  confessò  da ll  arcivescovo  di  Ruem.  B.  a.  Jve-- 
va  nome  Bernabò  Lomellin  da  Genova.  B.  3.  Così  visse  e 
morì  Ser  Ciapperello  da  Prato.  B.  4-  avrebbe  voluto  che 
DA  se  stesso  si  fosse  partito.  B.  5.  A7  menerò  da  lei.  B.  6.  Su- 
bitamente uscirono  da  dodici  fanti.  B.  7.  Sono  passati  da 
otto  dl.B.S.  Per  la  fante  gli  mandò  dicendo  che  ella  non  a- 
veva  mai  avuto  tempo  da  poter  fare  alcuna  cosa.  B.  9.  lonon 
ci  fui  mai  se  non  da  poco  fa  in  qua.  B.  i  o.  Serrerai  ben  fu-- 
scio  D^  via.  B. 

le  parole  contimiameiite  usate  dal  Boccaccio,  damigella  e  madamigella,  U 
qiuli  egli,  yedendo  il  difetto  in  cai  erayamo,  tobe  dal  francese,  e  fcee  no- 
stre 5  e  si  dicesse  madamigella  Elisai  e  conosco  una  damigella,  una  fam- 
ciullat  o  una  giovane  da  marito. 


u3g 

Qaando  si  dice  confessarsi  da  uno  si  sottintende  es^ 

sendo  udito;  o  yerametitey  traendo  Tideadacon  efateor  la-' 
tÌQO|  che  dimostra  azione  fatta  in  compagnia,  il  confessa- 
re si  attribuisce  a  colui  che  dice  come  a  colui  che  ascolta; 
onde  la  preposizione  dinota  pure  onde  muove  Ta^ione.  Nel 
:i«e3.  esempio*  innanzi  alla  preposizione  da^  si  sottintende 
venuto  per  patria  (i).  Nel  4-  esempio  1*  espressione  da  se 
stesso  comprende  per  impulso  pro\^eniente  da  se  stesso.  Una 
simile  idea  è  sottintesa  nelle  espressioni  tu  la  portasti  da  te 
a  te\  che  di  tu  così  da  te?  ne  è  cagione  da  se  a  se;  e  però 
cbe  in  questo  caso  V  agente  opera  sopra  di  se,  nelle  paivo^ 
leda  se  a  se  il  primo  se  dinota  il  punto  onde  proviene  Tim- 
pulsoi  il  secondo ,  quello  a  cui  tende.  La  preposizione  da 
nel  5.  esempio  è  prefissa  al  pronome  lei  per  questa  ragion- 
ile; cioè,  la  persona  che  rappresenta  questo  pronome  è  con-* 
siderata  qual  centro  dal  quale  muovono  tutti  i  punti  delcer- 
chiante  spaziotcome  i  raggi  muovono  dalla  testa  di  una  ruo*- 
ta,  quasi  si  dicesse  t'i  menerò  in  luogo  mo\^ente  da  lei»  Per 
la  medesima  ragione  si  usa  la  preposizione  da  nei  casi  se-« 
gaenti:  Fosti  tu  dalla  loggia  de  Cavicciuli  ?  Che  disse  co^ 
lei  da  San  Francesco?  e  similmente,  i^  i/a  lui;  verrò  da  s^oi\ 
venite  da  me*  Non  accade  cbe  di  nuovo  ricordi  che,  quan« 
do  supplisco  le  parole  che  dico  esser  sottintese  in  queste  e-» 
spressioni,  voglio  dire  che  tale  suppongo  fosse  T  intenzione 
in  origine  di  chi  le  creò,  che  tale  ancora  è  Ttdea  compresa 
nelle  parole;  ma  che  ora  si  reggono  da  se  hiedesime  per  sem- 
plice uso.  Allora  che  non  si  vuol  esprimere  un  numero  de- 

(i)  Piaeemi  che  vi  sia  ancora,  o  si  sia  rimessa  in  nso  <pitsU  beUa  ma* 
Olerà  \  che  io  conosco  in  Napoli  un  direttore  di  uno  eccellente  insUtato  di 
seienxe.  lettere,  é  beUa  arti,  che  si  chiama  Laisi  Priore  da  AqnìU* 


a4o 

(ermioatOi  ma  approssimalivoi  si  dice  uscirono  da  dodici  a 
tredici  fanti  ;  sono  passati  da  otto  a  noQe  dì;  ella  incontro^ 
gli  da  tre  a  quattro  gradi  discese;  perciò  che  l'incertezsa  es- 
sendo circa  a  uà  numero  più  o  meno  ^  si  circonscrive  quella 
col  segnare  con  la  preposizione  da  il  numero  onde  comincia, 
e  con  la  preposieione  a  quello  a  cui  tende  e  termina,  espri- 
mendo cosi  un  movimento  di  provenienza  e  uno  di  tenden- 
za. In  questo  caso  gli  esempj  6*  e  7.  mostrano  che  Tidea  di 
tendenza  si  può  sottintendere;  anzi  è  piò  in  uso  il  dire  usci-' 
reno  da  dodici  fanti;  sono  passati  da  otto  dì;  ella  incontragli 
da  tre  gradi  discese.  Nel  quinto  esempio  si  potrebbe  pur  di- 
re i/i/70^ery^e,  qualificando  in  questo  modo  il  nome  tempo 
che  precede.  Eccone  un  esempio:  Pan^  allora  tempo  a  Te* 
daldo  di  palesarsi.  B.  £  anche  la  preposizione  a  si  può 
adoperare  in  questo  caso:  Se  io  ti  wlessi  rispondere  alle  r/- 
me 9  e*  ci  sarebbe  da  dire  troppe  cose;  ma  un  dì  ci  sarà  tempo 
a  ricordartele.  F«,  dinotando  così  la  tendenza  del  tempo 
air  azione  di  ricordare  ;  laddove,  usando  </a,  si  fa  il  tem- 
po r  agente  dal  quale  proviene  la  possibilità  di  fare.  Ma, 
avendo  io  fra  i  Romani  molte  volte  sentito  usare  tortamente 
questo  da  in  costruzioni  in  apparenza  simili  a  questa,  per 
esempio  ebbi  il  piacere  da  s^ederla^  in  luogo  di  di  y^ederla^  si 
noti  che  si  può  adoperare  la  preposizione  da  solo  quando  si 
possa  provare  che  vi  siaTidea  di  provenienza.  A  beu  inten- 
dere il  senso  del  nono  esempio  si  vuol  prima  produrre  Ti- 
dea  compresa  nella  parola  poco  fa^  che  è//  tempo  passato 
dal  momento  che  io  ci  fui  insino  ad  ora  fa  poco  tempo.  Dun- 
que la  proposizione  intera  è  io  non  ci  fui  mai  se  non  comin'^ 
dando  da  poco  fa  e  ^eneruioin  tjuà.  Poscia  che  si  dice  comin^ 
dare  da  e  cominciare  a,  si  distingue  che,  per  la  preposizio- 


a4i 

ne  da^  si  segna  il  punto  onde  proviene  il  principio,  e,  per 
la  preposizione  a  si  accenna  quello  a  cui  tende  Tazione.  L*a- 
nalisi  del  i  o  esempio  è  serrerai  ben  t uscio  da  (  il  quale  si 
m  in  )  wtf ,  o  /'  uscio  (proì^eniente  )  da  sfia. 

I  •  E  in  tal  modo  il  suocero  si  stenta  In  questa  fossa^ 
e  gli  altri  dal  concilio ,  che  fu  per  li  Giudei  mala  sementa. 
D,  2.  Dimostrami  e  dichiara^  se  ^uoi  cK  T  porti  su  di  te  no* 
ifelkif  chi  è  colui  dalla  veduta  amara*  D. 

II  concetto  contenuto  nelle  ellittiche  espressioni  gli  al" 
tri  dal  concilio  ,  colui  dalla  veduta  amara ,  è  gli  altri  che 
traggono  loro  infamia  dal  concilio^  colui  che  trae  sua  deno* 
minazione  dalla  veduta  amara*  Sono  costruzioni  usate  in 
poesia  e  giova  analizzarle  per  V  intendimento  de*  poeti. 

I  •  Degno  cibo  da  voi  il  reputai,  B.  a.  Dioneo^  questa 
è  questione  da  te*  B.  3.  Non  le  rispondo  da  medico^  ma  ben-» 
ù  DA  suo  buon  amico*  Bedi. 

Analisi.  //  reputai  cibo  degno  (  di  voij  e  che  per  cih 
fosse  preso  )  da  voi^  Dioneo  «  questa  è  questione  (  che  deve 
esser  sciolta  )  da  te;  Non  le  riandò  (  in  modo  usato  )  da 
medico^  ma  bensì  (  in  modo  usato  )  da  un  suo  buon  amico. 

DELLA    PREPOSIZIONE    PER 

I  •  Trarrotti  di  qui  per  luogo  eterno.  D.  a.  Discende 
terta^  passando  per  li  cerchi  senza  scorta^  tal  che  per  lui 
ne  fiala  terra  aperta.  D.  3«  I^u  io  sol  colà  dove  sofferto  fii 
PER  ciascun  di  torre  via  Fiorenza^  colui  che  la  difesi  a  vi'- 
so  aperto»  D.  4*  Pensò  di  volere  ingentilir  per  moglie.  B. 
5.  Che  quello  imperador  che  lassù  regna^.  non  vuol  che  in 
sua  città  PER  me  si  vegna.  D.  6.  Qualunque  cosa  è  per  se 
da  biasimare  è  pia  laida  che  quella  che  è  per  accidente.  B» 

L*  officio  della  preposizione /ler  è  di  esprimere  movi- 


^4^ 

mento  di  passaggio;  e,  con  ciò  sia  che,  in  senso  metaforico,  tV 
gente,  la  persona  o  la  cosa  per  mezzo  della  quale  si  opera,  e 
la  persona  o  la  cosa  per  cagioo  della  quale  si  fa  o  di  dice 
qualche  cosa ,  si  possa  considerare  qual  passaggio  delF  a- 
zione,  del  mezzo,  o  della  causa,  Toggetto  di  passaggio  pre-* 
ceduto  dalla  preposizione  per,  in  detlo  senso  metaforico,  si 
può  presentare  sotto  tre  aspetti.  La  preposizione  per  ora 
disegna  la  persona  agente  qual  passaggio  immediato  dellV 
zione,  come  nelle  i^woie per  lui  ne  fia  la  terra  aperta^  e 
offerto  fu  per  ciascuno  del  2«  e  3.  esempio;  nel  qual  caso  sta 
in  luogo  della  preposizione  dia,  ed  è  più  usata  in  poesia  che 
in  prosa;  ora  si  appone  alla  persona  o  airoggetto  considera- 
to qual  mezzo  per  via  di  che  si  fa  o  si  ottiene  qualche  co- 
sa, come  nel  quarto  e  quinto  esempio;  ne*  quali  le  parole 
per  moglie  e  perme  signi6caiio  per  mezzo  della  moglie  e  per 
mezzo  mio;  e  ora  si  mette  davanti  alla  persona  o  alla  cosa 
che  è  la  cagione  di  quel  che  si  fa,  quasi  fosse  il  passaggio 
della  cagione;  come  nell'nltimo esempio, ove  le  parole y^er 
se  e  per  accidente  comprendono  per  cagion  sua  e  perca" 
gion  dello  accidente;  e  in  questo  ultimo  caso  è  la  prepo- 
sizione per  più  usata  che  negli  altri  due.  Dico  che  nelle  e- 
spressioni  per  lui  ne  fia  la  terra  aperta  e  sofferto  fu  per  cia- 
scun degli  esempi  a.  e  3.  per  sta  in  vece  della  preposizio- 
ne da;  il  che  si  trova  spesso  usato,  perchè  il  far  della  per« 
sona  agente  il  passaggio  dell'azione,  o  il  punto  dal  quale 
Tazion  procede,  viene  a  produrre  lo  stesso  eflfetto. 

I  •  PsR  me  si  i^a  nella  città  dolente.  D.  a.  Se  tu  noi  fai, 
Tton  maver  mai  né  per  parente  ne  per  amico.  B.  3.  La  mot" 
Una  PER  tempissimo  lesHxtasi^fece  domandare  il  marito  che 
vole\Hi  si  facesse  da  desinare*  B.  4«  Guardate^  che.  per  co- 


^43 

sa  che  voi  vediate^  90i  non  diciate  una  parola  sola,  B.  5.  £*/- 
la  non  cipuò^  per  potere  che  ella  ahbia^  nuocere  •'E.  6.  Con 
un  cai^aliere  d  un  conte  paesano  per  fante  si  mise.  B. 
fj.  Mandò  per  lui.  B.  8.  Per  virtù  e  per  meriti  il  valey^a^ 
B.  9*  Io  son  y^nuta  a  ristorarti  dei  danni  li  ifuali  tu  hai  a- 
snUi  per  me.  B* 

Le  parole /7^r  me  si  s^a  ecc., sono  della  scritta  posta  da 
Dante  al  sooinio  della  porta  delf  inferno,  nel  qual  caso  il 
poeta  fa  parlare  la  porta,  che  dice  passando  per  me  ecc.  Il 
passaggio  è  dunque  qui  accennalo  nel  senso  fisico*  Nei  tre 
casi  in  cui  la  preposizione  per  è  usata  in  senso  astratto  ab- 
biam  veduto  essere  quello  di  esprimere  passaggio  di  cagio* 
ne,  dove  la  preposizione  si  appone  a  quella  cosa  che  muo- 
ve Tatto  della  ménte  o  Fazione.  Delle  espressioni  del  a,  e- 
sempio  ecco  Tidea:  nella  proposizione  a\^ere  uno  perparen^ 
te  e  per  amico  il  verbo  avere  è  in  senso  astrattp,  e  signifi-* 
ca  avere  uno  nella  mente  passante  per  concetto  di  paren^^ 
te  ed*  amico;  e  perciò  che  chi  passa/^er  un  luogo  è  anche  in 
quello,  la  precedente  analisi  si  può  ridurre  a  questa,  avere 
nella  mente  uno  nel  concetto  di  parente  e  di  amico.  L*av- 
verbio  superlativo  per  tempissimo  viene  da  per  tempo  ;  e 
questa  espressione  porta  la  preposizione /ler ,  a  dinotare  il 
passaggio  del  tempo  il  quale  si  misura  per  un  corpo  che  pas- 
sa da  un  luogo  all'altro;  e  sempre  va;  e  poiché  per  tempo 
significa  tempo  presto  e  non  tardo,  la  vocepresto  è  intesa. 
Le  preposizioni  del  quarto  e  del  quinto  esempio  notan  pas- 
saggio di  cagione  e  di  mezzo:  cioè  Guardatevi  che  voi  non 
diciate  una  parola  sola^  quando  la  cagion  passasse  per  co^ 
sa  che  vediate^  Ella  non  ci  può  nuocere^  quando  il  mezzo 
di  nuocere  passi  per  potere  che  ella  abbia  *  In  tutti  gli  al- 


244 

Ili  esempj  Tldea  di  passaggro  della  cagione  è  più  fieinplice 
e  più  evidente,  ed  è  la  cagione  passando  per  esser  fante , 
per  aa^er  lui,  per  sdirla  e  per  meriti^  e  per  me. 

Rispetto  poi  all^espressione  del  quarto  e  del  quinto  e- 
aempio  si  vuole  avvertire  che,  quando  la  preposizione  sia 
posta  non  ad  un  nome,  ma  a  un  aggettivo,  si  richiede  io 
questo  caso  mettere  la  voce  quanto  tra  la  preposizione  e  T 
aggettivo;  onde,  i  due  seguenti  esempj  del  Bartoli  sono  di- 
fettosi: Per  (Talto  intendimento  che  un  uomo  sia^  Per  alte 
che  siano  le  speculazioni  e  sublimi  i  pensieri^  e  sanno  dì 
francese.  Io  Tesprimerei  così.  Per  quanto  un  uomo  sia  dal* 
io  intendimento^  Per  quanto  siano  alte  le  speculazioni  e 
sublimi  i  pensieri. 

I  •  Essendo  stato  pessimo  uomo  in  vita^  in  morte  è  re* 
potato  PEK  santo.  B.  2.  Sì  di  quel  d  Arriguccio  medesimo 
la  sos^enne^  chi  ella  si  chiamò  pe^  contenta.  B«  3*  A  quel- 
la  guisa  che  far  {reggiamo  a  coloro  che  per  affogar  sono.  B« 
4*  Epur^  con  tutto  ciò,  io  sto  per  dirvelo.  Gecchi.  5.  Fat- 
tesi uenire  per  ciascuno  due  paia  di  rohe^  disset  prendete 
queste.  B*  6.  A  ciascuno  per  un  giorno  s'attribuisca  il  pe* 
so  e  f onore.  B.  7.  E  quivi  per  pia  dì  dimorando^  si  mostrò 
forte  della  persona  disagiato,  B. 

Furono  alcuni  che,  mostrandomisi  soddisfatti  del  me- 
todo da  me  tenuto  nel  trattare  la  grammatica,  avrebber  non 
ostante  voluto  che  io  avessi  omesse  queste  analisi  delle  idee 
espresse  per  le  preposizioni,  e  massime  quelle  della  prepo* 
sizione/ier.  Forse  avrebbero  amato  meglio  che  io  dicessi  « 
delle  prime  due  frasi  per  esempio ,  che  <V/  la  preposizione 
per  è  aggiunta  quasi  a  maniera  di  r^ieno  9  come  dice  il 
Gorticelli;  il  che  più  piace  alla  turba  de^  lettori,  perchè  que- 


a45 

sto  modo  di  sciogliere  le  difficoltà  toglie  briga  a  chi  legge 
di  dovere  stare  con  la  mente  raccolta  e  intensa  a  poter  tra- 
passare entro  quando  il  velo  è  sottile,  essendo  cosi  difficile 
il  vincere  quella  naturai  pigrizia  e  indolenza  che  addormen- 
ta gli  ingegni;  ma  io  non  posso  rinegarp  la  verità  che  chia-« 
ra  si  porge  al  mio  intelletto,  per  piacere  alla  moltitudine,  e 
ancora  affermo  che  una  preposizione,  in  qualunque  caso  si 
trnovi  adoperata,  sempre  contiene  la  prima  idea  originale 
ad  esprimer  la  quale  fu  institoita* 

Ricapitolando  il  già  esposto,  dico  dunque  che  alla  pre* 
posizione/>er  fu  assegnato  in  origine  V  ufficio  di  esprimere 
passaggio  d*un  corpo  per  un  luogo,  per  esempio, 

Quando  s'accorser  eh* io  non  da^a  loco 

Per  lo  mio  corpo  al  trapassar  de  raggia  D. 

Da  questa  idea  d'un  corpo  per  un  luogo  ^  si  venne  ad 
esprimere  passaggio  d'una  cosa  per  Taltra,  d*  un' idea  per 
Taltra,  d^uoo  atto  per  l'altro,  ma  sempre  passaggio.  Nella 
seguente  proposizione, 

Essi  sono  PER  madre  discesi  di  paltoniere.  B* 

Il  pronome  essi  tien  luogo  di  corpo  passante,  e  madre 
del  luogo  per  cui  si  passa  •  La  stessa  id  ea  vedremo  esser 
contenuta  in  tutti  i  sopra  accennati  esempj. 

Nel  primo  esempio  l'idea  passante  è  riptsiazioné ^  e 
quello  che  tiene  la  vece  di  luogo  è  stata  di  santo  j  perciò  che 
quella  idea  bisogna  che  passi  per  questa  per  esser  concepita* 

Nel  2.  ridea  Ai  chiamarsi  per  contento  viene  da  chia^ 
mar  uno  per  nome^  dove  la  uoce  è  la  cosa  passante,  e  nome 
è  il  luogo  per  cui  passa  la  voce;  che  in  fatti  l'atto  di  chia^ 
mare  è  un  passaggio  della  voce  per  le  parole  o  delle  paro^ 
le  per  la  voce.  •    « 


946 

L^  idiotismo  del  terso  esempio  eswr  per  affogare  si- 
gnifica esser  passante  per  V  atto  di  affogare*  Dunijne  chi 
passa  è  rindividuo»  e  il  luogo  è  VaUo  di  affogare* 

li  4*  esprime  la  stessa  idea,  cioè  io  sto  passante  per 
fatto  didin^elo  ;  il  qual  modo  è  un  dire  metaforico  in  cui 
un  atto  si  anticipa,  in  luogo  di  io  sono  air  atto  di  dirvelo* 

11  quiùto  esempio  accenna  distribuzione;  e  però  che, 
neir  atto  di  distribuire,  passa  in  un  certo  modo  la  cosa  di- 
stribuita per  ciascuno  individuo,  quindi  Tidea  di  passaggio; 
nella  quale  la  cosa  passante  è  la  cosa  distribuita,  e  il  luogo, 
l'individuo. 

Parlando  del  tempo ,  il  qoal  si  misura  ad  imitazione 
dello  spazio,  si  fa  uso  dellMdea  di  passaggio,  dicendosi  il 
tempo  passa.  Misurando  lo  spazio  si  passa  per  lo  spazio  me- 
desimo; così)  misurando  il  tempo,  si  p^ssa  per  quello;  quin- 
di r  espressioni  per  un  giorno^  per  pia  dìf  degli  ultimi  due 
esempj;  nei  quali  la  cosa  passante  è  il  tempo;  lo  spazio ,  il 
giorno  e  idi. 

E  sempre  poi  per  da  molto  Febbe  e  per  amico.  B. 

Ahbiam  già  veduto  qual  sia  Tidea  contenuta  nella  e- 
spressione  Wer  da  molto;  e  che  uomo,  v*è  sottinteso»  Dicen- 
do as^er  uno  per  da  molto^per  amico  eco;  si  esprime  uo*o« 
pioione  che  passa  per  la  nostra  mente;  quindi  Tidea  di  pas* 
saggio  espressa  per  la  preposizione  per\  ma,  pure,  il  senso 
letterale  non  è  questo.  In  luogo  di  a^^re  opinione  d"  uomo 
da  molto  e  et  amico^  rispetto  ad  alcuno ,  passante  per  la 
mente ^  le  parole  esprimono  as^e  nella  opinione  alcuno 
passante  per  lo  stato  </*  uonu)  da  molto  e  df  amico ^  come  già 
esposi  a  carte  a/^Z  sopra  il  secondo  esempio;  questa  ho  per 
fermo  essere  la  vera  idea  espressa  per  le  parole* 


347 

Egli  è  questo  reo  uomo^  il  quòte  mi  toma  ebbro  la  se^ 
ra  a  casa^  o  s*addortnenta  per  le  taverne.  B* 

II  luogo  in  cui  unos*addoraientasi  suole  accennare  con 
la  preposizione  in\  ma  in  queato  caso,  col  far  uso  di  per  f 
il  dicitore  esprime  il  passaggio  dell*  atto  della  mente  per 
le  diverse  taverne  frequentate  dal  taverniere,  per  le  quali 
la  conduce. 

Il  Davaneati  in  Tacito,  dopo  ayer  detto  di  Grispo  Sa« 
lustio  eh*  era  uomo' di  gran  negozii,  soggiunge:  E  per  fare 
t addormentato  e  il  freddo^  di  cotanto  più  viw.  Questo />er 
fare  qui  ha  il  senso  di  con  tutto  che  facesse^  ed  è  leggiadro 
modo  toscano.  L'analisi  del  concetto  Spassando  la  sua  pi- 
¥acitàper  la  sinuilazione  di  fare  ecc. 

Considerate  daper  90i^  se  ^i  cqnduces^ate  M«  che  ne 
seguia.  F. 

G>me  abbiam  già  dimostrato  ,  V  idea  intesa  nella  e«* 
spressione  considerate  da  voi  è:  la  conjsiderazione  muova  da 
voi.  Ora,  aggiungendovi  anche /i&r,  vi  sidk  maggior  forza, 
a  cagione  deli*  altra  idea  che  questa  preposizione  accenna; 
cioè  e  passi  per  voi  solo.  Ma  vediamo  oramai,  con  uno  e- 
sempio,  a  che  conduce  questo  nostro  si  sottil  ragionare  del^ 
Tufficio  che  fanno  le  preposizioni. 

Un  giovane  studiante  mio  scolare  avendomi  scritto  in 
ona  lettera  queste  parole  :  Molte  cose  nC  erano  cadute  in 
mente  per  dare  a  voi  una  testimonianza  della  mia  amicizia^ 
io  gli  dissi  ehe  in  questa  sua  proposizione  io  avrei  detto  più 
tosto  di  dare  cheper  dare.  Al  che  egli  non  rimanendo  pa- 
go, mi  fece  intendere  che  a  sciente  egli  aveva  fatto  uso  di  per 
a  dinotar  cagione.  Scorsi  io  allora  la  sua  vera  intenzione  ^  e 
aggiunsi  che  in  tal  caso  si  voleva  esprimere  nella  prima 


a48 

parte  ud*  azione  della  teente  che  movesse  da  questa  cagio- 
nCf  e  Don  uno  stato  di  quella;  e  che  s*  ha  a  dire  ? 
Moke  cose  m' erm  cadute'  in  mente  t 

i^ènute  aila  mente^  o 

occorse  alla  ménte , 
dare  a  voi  una  testimomanza  della  mia  amicizia  ; 

o  pure 
Molte  cose  io  nCas>eà  ruminaiò  per  la  mente^ 

cercato  cori  la  mente  ^  o  \   per 

in  niente  studiate^ 
dare  a  %H)i  una  testimonianza  della  mia  amicizia^ 

O  tu  die  sludiiy  i^uzea  ben' qui  ToÉdiio  dello  Intel-* 
letto.  Dicemmo  a  carte  a4a  che  il  terzo  caso,  e  il  più  usa- 
to della  preposiziohe /ler  I  è  quando  si  mette  daranti  alla 
persona  o  alla  cosa  che  è  la  cagione  di  quel  che  si- fa;  ora,  il 
cadere f  il  svenire  ,  o  V  occorrere^  alla  mente,  non  sono  atti 
spontanei  che  mossi  possano  èssere  da  cagione  a  farsi  •  Il 
desiderio  di  dare  altrui  testimonianza  d*  amicizia  può  ben 
far  cadere^  venire^  occorrere^  alla  mente,  purché  si  esprima 
la  voce  desiderio  ;  ma  uno  da  se  non  può  operare  queste 
cose;  alle  azioni  espresse  per  cercare^  ruminare^  studiare^ 
si  bene  può  T  uomo  comandare.  Dalla  natura  dunque  del 
verbo  che  precede  dipende  la  preposizione;  enei  primo  caso 
altra  non  vi  cape  che  la  qualificante  ;  cioè  che  le  cose  ca- 
dute in  mente  erano  tutte  aggirantesi  intorno  alPoggetto  di 
dare  testimonianza*  Ma,  nel  secondo,  a  cagione  di  que*  tre 
participj  che  esprimono  azione  spontanea,  Tidea  è  bene  e- 
spressa  con  la  preposizione /ler»  Dove  si  può  notare  ancora 
che  in  quello  i  tre  participi  sono  accompagnati  col  verbo 
essere ,  che  dinota  semplice  stato  della  mente,  e  in  questo 


^49 
eoa  À^eiVi  che  àUega^i  azione  ;  non  a  caso,  conoie  si  troverà 
largamente  ragionato  nel  capitolo  a  ciò  assegnato.  Se  poi  la 
Yooe  desiderio  è  espressa ,  la  preposizione  per  sta  bene  an« 
che  nel  prioao  caso  :  Molte  cose  rneran  cadute  in  mente  per 
lo  desiderio  eh*  Oifepa  di  dare  ecc.  Vero  è  che  in  certi  casi 
V  idea  di  passaggio  della  cagione  per  la  <}iìale  un*azione  à 
costretta  in  noif  assai  differente  da  quella  per  cui  si  fa  spon* 
taaea,  si  espriaie  pare  con  la  preposizione  pen  come  nelle 
segaenti  locuzioni  :  JBrunOf  per  non  poter  tener  le  risa^  j  V 
rafugfpto.  B«  Tiberio  quei  giorni  passò  al  solito^  per  gran* 
dezza  ^WEi/iTto,  oper  sapere  tanti  firumondi  non  ci  essere^ 
Dav.  Già  era  dritta  insula  fiamma  e  queta^  per  non  dir  pia. 
D.  Dicendo,  fuggo  per  non  tener  le  risa^  il  fuggire  ò  in  me 
spontaneo;  in  fuggo  per  non  poter  tener  le  risa^  egl  \  è  costret- 
to.lQ^mi  taccio  per  non  dir  troppo^  lo  stato  di  silenzio  è  spon- 
taneo; in,  nU  taccio  per  non  aver  pia  che  dire^  il  silenzio 
è  costretto.  Domanda  per  sapere  quel  che  è  av^nuto^  Tat- 
to del  domandare  è  spontaneo  ;  Non  si  sgomenta  per  sa^ 
pere  che  non  v'è  da  temere  ;  la  seosazion  negativa  è  mos- 
sa  non  da  yolontà|  ma  dalla  conoscenza  del  non  esservi  da 
temere. 

Diramio  ancora,  veduta  la  difficoltà  che  porta  seco  la 
soluzione  di  questo  problema,  che  lo  sciocco  Uso  è  il  gran 
maestro  delle  lingue,  e  che  il  Caso  volle  sì  dicesse  di^oper^ 
0  tf,  e noa la  ragione?  Poi  eh'  io  ebbi  finito  questa  argo- 
mentazione, e  che  m^applaudiva  fra  me  stesso  della  trovata 
verità,  io  capitai  in  casa  di  un  letterato,  purista  e  filosofo,  il 
qaale  mi  affermava  pur  che  cosi  è;  col  Corticelli  alla  mano 
mostrando  che  di  ora  è  dativo,  ora  genitivo,  ora  ablativo  1 
Io  dovea  dunque  dire  al  mio  studioso  che  ponesse  il  geni- 

i8 


2Ò0 

tivo  e  non  Taccasativo;  e  però  che  sarebbe  rimasto  stupido 
per  non  intender  quel  che  mi  volessi  significare^  mi  bisogna- 
va aggiungere,  ponete  di  in  luogo  di  per;  che  cosi  coman- 
da il  capriccioso  Uso,  supremo  maestro  di  color  che  non  san* 
no;  ed  egli  parimente  con  V  autorità  del  Corticelli,  il  qua- 
le ogni  sua  logica  trae  da  questo  precettore,  m^avria  potato 
mostrare  che  se  di  può  esser  segno  delfaccusativo,  e  far  le 
veci  di  per^  Y.  Introd.  p.  IX,  il  medesimo  per  deve  anche 
poter  esser  segno  del  genitivo  ,  e  far  le  veci  di  di.  Quindi 
puoi  vedere,  tu  che  in  grammatica  logicamente  scriver  pre- 
sumi, se  anche  fra*  veri  dotti  tu  truovi  chi  non  vuol  ricono- 
soere,  le  tue  fatiche  esser  da  più  di  quelle  di  un  copista,  che 
tal  fu  il  Corticelii,  quanto  scarso  dee  essere  il  guiderdone 
che  te  ne  puoi  aspettare  dagli  altri,  quando  non  ti  contenti 
degli  applausi  del  tuo  proprio  cuore.  Ma  vedremo  nel  se- 
guito di  questo  capitolo  quanto  rilievi  Tanalizzare  i  concetti 
espressi  per  le  preposizioni. 

1>£LLA  PJiEPOSlZlOtlE  IN 

I.  Dimmi  ohi  tuse^  che  iir  sì  dolente  luogo  sé*  messa. 
D.  n.  Senza  alcuno  indugio^  discretissime  persone  mandò  e 
a  Genova  e  in  Sicilia.  B«  3.  Se  ne  andò  in  corte  di  Roma.  B* 
4«  Andreuccio^  {leggendosi  solo  rimasOf  subitamente  si  spo^ 
gliò  IN  farsetto.  B.S.Iq  credo  oh'' egli  non  siq,  in  buon  sen* 
no.  B.  6.  Se  di  là  si  ama^  in  perpetuo  ti  amerò.  B.  7.  Per 
compiacere  ai  loro  amici j  due  scolte  almeno  il  mese  si  ritro^ 
9a\^ano  in  alcun  luogo  ordinato  da  loro.  B.  8.  Egli  era  nel 
campo  de"  cristiani  il  01  ohe  furono  presi  dal  Saladino.  B. 

La  pf eposizione  in  è  segno  che  si  premette  al  luogo 
in  cui  si  sta;  quindi  esprime  Tidea  di  stato,  come  mostran 
le  parole  m  sì  dolente  luogo  del  primo  esempio.  Si  dice  cor- 


rere^  andare  in  luogo  ^  perchè  dove  si  corre  e  sì  va  si  sta 
ancora,  cioà  si  sta  correndo  e  andando*  Si  dice  anche  man'* 
dare  in  un  luogoi  e  quantunque  uno  sia  in  Italia,  i^o  inFran^ 
da ,  in  Germania  ecc;  perchè  in  tali  espressioni  non  è  de- 
terminato il  luogo,  supplendo  il  quale  si  vedrà  che  in  Fran^ 
eia  e  in  Germania  dinoteranno  stato  in  luogo»  Aggiungen- 
do dunque,  per  un  supposto,  à  Palermo  nel  secondo  esem- 
pio,  e  al  papa  nel  terzo,  quali  luoghi  determinati,  si  scor- 
ge che  in  Sicilia  e  in  corte  di  Homa  segnano  il  luogo  in 
cui  stanno  i  luoghi  determinati*  NuUadimeno  determinan- 
do il  luogo,  basta  far  cenno  di  questo  con  la  preposizione 
a,  come  nel  seguente  esempio,  Partitami  da  casa  mia^  al 
papa  andas^a  che  mi  maritasse.  E  medesimamente  nelP  e- 
spressione  mandò  a  Genos^a. 

Dairidea  di  stato  in  luogo,  la  preposizione  in  passa  , 
per  analogia,  ad  esprimere  lo  stato  del  tempo,  del  modo  fi- 
sico e  morale  in  cui  si  truova  una  persona  o  oiia  cosa.  Per 
esempio,  essendo  graQde  somiglianza  fra  il  luogo  in  cui  sta 
un  corpo ,  e  le  vesti  che  gli  uomini  si  pongono  indosso ,  le 
quali  si  possono  in  un  qerto  modo  considerare  come  il  luo-- 
go  ove  sta  posto  il  lor  corpo,  perciò  si  è  introdotto  Toso  di 
dire  essere  in  farsetto ,  in  toga^  in  camicia.  Nel  quinto  e~ 
sempio  Tespressione  in  buon  senno  significa  lo  stato  mora^ 
le  in  cui  è  la  persona,  perciò  che  le  affezioni,  le  sensazioni, 
e  le  passioni  deìV  animo,  sono,  rispetto  al  medesimo,  come 
le  vesti  rispetto  al  corpo;  quindi  essere  in  giubilo f  in  affli" 
mne^  in  co//era.  Similmente,  il  sesto  esempio  accenna  sta- 
to di  tempo;  che  V  esistenza  delle  cose  può  essere  determi- 
nata tanto  per  rispetto  al  tempo,  quanto  in  riguardo  al  luo* 
go;  quindi  il  dire  in  un  mese^  in  un  annOn  in  perpetuo. 


2$  2 

I  dae  ultimi  esempj  mostrano  che  la  preposizione  si 
omette  quando  uno  de*  seguenti  nomi,  ifi,  ora^  seUinuma^ 
mese^  annOf  è  preceduto  dalf  articolo» 

I  •  S* abbattè  in  alcuni  li  guati parewmo  mercatanti^  ed 
erano  masnadieri.  B*  a.  Orribilmente  cominciò  i  suoi  do^ 
lorosi  effetti f .  ed  iJf  miracolosa  maniera^  a  dimostrare.  B. 
3«  Molto  meglio  sarebbe  dar  con  essa  iJf  capo  a  Nicostra- 
to. B.  4-  Noi  abbiamo  durato  fatica  in  far  questo.  B.  5  •  Jlfo/* 
fi't  NEL  cercare  d^  a^er  più  pane  che  bisogno  non  era  loro^ 
perirono  acerbi.  B« 

L*  espressione  abbattersi  in  alcuno  significa  Ietterai-* 

mente  battere  se  contro  al  corpo  posto  in  alcuno%  come  si 
direbbe  battere  se  contro  a  un  corpo  posto  in  un  luogo;  ed 
è  un  idiotismo  significante  incontrare.  Le  voci  modo  e  ma- 
niera ricevono  la  preposizione  in  perchè  stanno  a  guisa  di 
luogo  nel  quale  sono  le  cose*  Si  può  dire  ilare  al  capOf  da- 
re in  capo^  e  dare  per  lo  capo;  la  prima  maniera  dimostra 
a  qual  luogo  del  corpo  tende  il  colpo,  la  seconda  in  che 
luogo  cade  il  colpo,  e  la  tersa  accenna  più  colpi,  e  però  gui« 
da  rocchio  a  passare  per  le  diverse  parti  del  capo.  DalPuso 
di  dire  fare  un  azione  in  un  luogo^  in  un  certo  spazio  di 
tempo^  Siam  passati  a  questo,  fare  un"  azione  in  un  altra , 
perchà  Tasione  si  fa  in  un  certo  spaaio  di  tempo;  il  che  si 
esprìme  per  li  due  ultimi  esempj  nelle  parole  in  far  questo 
e  nel  cercare. 

S accese  in  tanto  desiderio  di  dosarla  vedere^  che  ad 
altro  non  potesHi  tenere  il  suo  pensierosi. 

L^idea  astratta  accendersi  in  desiderio  più  s*avyicina 
alla  concreta  che  accendersi  ili  desiderìo^  perciò  che  una 
cosa,  per  accendersi,  prende  fuoco  io  un*  altra  j  daoqae , 


a53 

ijuando  si  dice  accendersi  d'amore^  di  desiderio^  éC  ira^  si 
sottintende  nel  fuoco;  oppure  accennando,  come  si  vede  nel 
seguente  esempio,  la  causa  per  Teffetto,  si  qualifica  il  fuo-- 
co,o  vero  Taccensionei  cioè  l^idea  compresa  nel  verbo  accen^ 
dersi.  Ella  andini  pia  wlie  ambasciate  periate  alla  fanciul'^ 
lai  e  ^^^^i  DEL  suo  amore  V  opes^a  accesa.  B.  Ma  si  trova 
anche  osato  con  la  preposizione  aiAirultimo  il  popolo  nU^ 
mito  era  sì  acceso  At^ amore  di  Mario^  che  ecc.  Da  &  C; 
e  in  qnest^esempio  TAulore  fa  uso  della  preposizione  a  per 
esprimere  maggiormente  la  forza  con  la  quale  la  virtà  di 
Mario  traeva  a  se  il  popolo,  e  la  tendenza  di  questo  a  lui,  ì^ 
dea  simile  a  quella  già  citata  di  Dante:  Chiparlawi  ad  ira 
paresi  mosso*  Onde  si  vede  quanto  Tuso  delie  preposizioni 
sia  dipendente  dalFatto  che  il  dicitore  vuol  comunicare  al<* 
le  parole. 

BEILA   PRBPOSlZIOIfE  COJT 

t 

I.  Non  porm  si* eran^ma  stecchi  coir  tosco.  D*  a.  Usua 
nato  è  co*  f^iV/  ancor  congiunto*  D.  3.  Coir  lei  dimorawino 
due  suoi  fratelli. B*  4*  Egli  è  andato  a  desinare  coir  un  SM 
amico.B.  5.  Chiron  prese  uno  strale^  e^  coir  la  coooa^  feóe 
la  barba  indietro  alle  mascelle.  D.  6.  Coz  biasimai^  i  fal^ 
li  altrui^  gli  paride  dos^r  fare  pia  libera  via  a*  suoi^B. 

La  preposizione  con  dinota  giunzione  di  duetorpi  in* 
sieme  ;  onde  esprime  compagnia ,  come  si  vede  dai  primi 
quattro  esempj.  La  medesima  idea  si  applica,  per  anak>* 
già ,  air  agente  e  allo  strumento  che  lo  aiuta  ad  <^erare  ^ 
come  due  corpi  che,  giunti  insieme,  tendono  ad  eseguire  la 
medesiran  cosa^  il  ohe  mostran  le  parole  Chiron  con  la  coo^ 
ca.  E  perchè  un*  azione  può  servire  di  strumento  a  farne 
un* altra,  apponiamo  la  preposizione  con  al  verbo  che  esprit' 


a54 

me  qaella  azione  che  serve  di  strumento  air  altra  ,  come 
fanno  le  parole  col  biasimare  i  falli  rispetto  a  quelle  che 
seguono  far  pia  libera  s^ia. 

Lasciando  ora  da  una  parte  ogni  altra  idea  accessoria, 
è  ristringendo  le  tre  preposizioni  in^  con^  eper^  a  quella  so- 
la idea  che  esse  dinotano  rispetto  «al  verbo  d'  azione  che  le 
precede,  io  dico  che  in  accenna  il  modo,  con  il  mezzo  o  Io 
strumento,  per^  la  via  delle  varie  azioni;  e  quindi  che  Tuso 
della  preposizione  in  tal  caso  dipende  assolutamente  dal  ver- 
bo cbé  esprime  T azione  o  Tatto;  della  qoal  cosa  già  dem-- 
monna  prova  in  quella' sposizio  ne  a  pag.348.Nel  trattar  del 
pronome  ónde  due  di  queste  idee  le  abbiamo  esclùse  da  o- 
gni  partecipazione  con  esso,  cioè  il  modo^  e  ìX mezzo  o  stru- 
mento^ e  per  quella  che  qui  si  ragionerà,  più  chiara  appar* 
rà  la  ragione  per  cui  onde  non  le  comprenda*  Tutti  quei 
verbi  che  patir  possono  dopo  di  se  la  jM^eposizione  di  in 
modo  ellitticovcome  si  è  esposto  a.carte  :2a6.,  quelli  potran- 
na* anche  |>atilr  om/e  avanti;  perchè,  come  dicemmo,  que- 
sta voce  comprende  Tidea  di  che^  per  via  di  che.  Dicemmo 
che  corrompere  ed,  estinguere^  usati  dal  Perticari,  non  sof- 
fìronó  questo  di  ellittico;  non  potendosi  dire  corron^ere  le 
voci  di  ifuatiro  thodi^  estinguere  ogni  lode  di  quelle  usan' 
ze\  ma  che  si  debbo  dire:  corrompere  le  voci  in  quattro  mo- 
di; estinte  re  ogni  lode  con  quelle  usanze*  Per  lo  contra- 
ilo!, tutti  gli  altri  verbi  deV'buoni  esempj  quivi  prodotti,  pa- 
tiscono il  dk'  ellittico:.  Soddisfare  di  wut  CQsa;  aver  di  che  ; 
nutrirsi  di  sospiri;  il  Tevere  ingrossa  di  questo  e  di  ifuel 
fiume.  Sì  che  il  Vero 'modo  di  trovare  ^e  ónde  sia  bene  a- 
doperato  in  un  caso  dubbÌQ,è  quello  di  prendere  il  verbo  che 
loi^egue,>e  vedere  se  porta  il  di  ellittico  cdn  V  idea  che  Io 


4' 


355 

precede;  perchè,  in  un  aitila  espressione  del  Perticar!  che  ivi 
accennammo^  cioè  per  dis^rso  modo  da  quello  onde  Omero 
la  usòj  il  verbo  usare  non  soffre  di  con  V  idea  che  ivi  pre- 
cede  onde;  cioè  usare  di  questo  inodo  a  di  queWaltro\  se  ben 
sì  dica  usar  di  digiunare^  usar  di  fare  una  cosa;  perchè  non 
T*è  èllissit  come  in  tutti  i  testi  a^piè  della  pag.  336,  Così  in 
un  altro  esempio  del  Perticar!  die  ci  occorrerà  doyer  citaje 

altrove  egli  dice;  iSe  dalVun  6(mto  è  a  (da)  condannarsi  il 
sacrilegio  onde  il  Ruscelli^  il  Sahiati^  ed  altri  posero  ma^ 
no  né"  classici*  S*  in  verta  la  costruzione,,  e  dicasi.  //  A^ 
scellif.  il  Saluiati^  ed  altri  posero  mano  ne  classici  di  un  tò- 
crilegio  ;  è.  non  potrà  reggere  ;  bisognerà  dire ,  posero  mar*' 
no  con  un  sacrilegio;  perchè,  in  tutte  le  propo9Ì2Ìppi  i  due 
membri  delle  quali  son  giunti  con  questo  vocabolo  onde  , 
^li  dipende  dal  vfcrbo  che  lo  siegue;  e  poiché  da  quello  di-* 
pende,  il  suo  equivalente  di  che  deve  poter  reggere  anche 
dopo  quello  ;  e  se  noi  fa,  quel  vocabolo  è  male  .adoperato^ 
è  evidente  errare.  Con  ragione  adunque  dis3*  io  che:  la  ^ag* 
gior  p^-te  degli  onde  della  Proposta  sono  spucii;  perciò  qhe 
oltre  a  quello  cl>e  è  usato,  come  i  predetti,  per  lo  prono-* 
me,  V*  è  r  altro  posto  davaqti  a  tin  infinito  in  luogo  di  per; 
e  questo  non  è  bisogno  che  si  combattei  per  pacciarlo  del  qam- 
pò  della  lingua ,  essendo  impostile:  il  4efi.n|r.e  ^;tquale  spe- 
cie diparol^egU  apparteaga;  poi  non  è  nè.pronQpe,nè  con- 
gianzione,  né  nulla;  e  finalmente  .vedre^m^  che  v*è  anche  o/i- 
ite  per  affln  che^  congiunzione,  il  quale  dai  tre  sommi  non 

èapprovato. 

Ma  onde  venne  il  Perticar!  a  confondere. cosi  ogni  co- 
.sa  ?  Dal  poco  o.falso  sentire  la  forza  delle  preposizioni,  mol- 
te delle  quali  egli  usa  a  sproposito  ;  però  che  nell*  ultimo 


\ 


esempio  quivi  di  Ini  allegato ,  due  preposisioni  famio  oa 
ufficio  che  loro  non  appartiene.  L*  esempio  è  questo  :  Che 
se  Dante  fòsse  stato  grece^  non  wrébbe  usata  la  lingua  co^ 
mane  per  diverso  modo  da  quello  onde  Omero  la  <aò;  e  se 
Omero  fosse  stato  italiano^  fas^rebhe  certamente  potuta  w- 
sa  re  nel  solo  modo  con  cui  fa  usò  Dante.  Io  dico  dun- 
que die  le  espressioni  per  dii^erso  modo  e  nel  modo  con  cui 
sono  erronee;  che  non  si  può  dire  usare  una  lingua  per  un 
modo  o  con  un  modo^  ma  bene  in  un  modo.  Usare  non  po& 
essere  seguito  se  non  se  da  m,  quando  6*accenni  modo,  ma'* 
niera;  è  di  rado  il  nome  fnodo  si  trova,  anche  con  altro  ver- 
bo, adoperato  più  tosto  con  altra  preposizione  che  in. 

Di  tutti  coloro  cui  mostrai  queste  da  me  tenute  erro- 
nee locuzioni,  dii  condannò  usare  per  modo^  chi  usare  con 
modo%  e  qhi  Vuno  e  V  altro  come  fo  io*  Sarà  duiiqoe  lecito 
ftd  ognuno  far  uso  delle  preposizioni  a  suo  senno ,  e  scon« 
volger^  per' questa  aianiera,  e  confondere  della  lingua  ogni 
idea ,  fincliè  piò  non  ci  possiamo  intendere?  DalP  idea  di 
Stato  in  luogo  dicemmo  che  la  preposizione  in  passa  per  a- 
naiogia  ad  esprimere  lo  stato  del  tempo  e  il  modo  delle  a* 
zioni;  e  il  àìve  usare  una  lingua  per  modo  o  con  modo^  è  a 
mio  parere  come  dire  ciò  awenne  con  quelfanno  e  per  quel 
<i?*Ma  vediamo  se,  trai  testi  che  mi  sono  occorsi  esprimenti 
moib  o  maniera  con  altra  preposizione  che  m,  ve  n*  è  alcu- 
no che  giustifichi  la  censurata  frase. 

1  •  La  donna^  per  modo  di  diporto,  se  n  andò  alla  pic^ 
cola  casa  di  Federigo.  B,  a.  Non  la  lasciar  pjsr  modo  che 
ìe  bestie  e  gli  uccelli  la  disperino.  B.  3.  E  tutte  queste  &e- 
nignità  PER  MODI  non  benigni^  ma  spilloni  e  sp{wentosi,  ri" 
tenne.  Dav.  4*  ^^^  mi  patirebbe  per  niuna  MJmERA  dii^e^ 


éeriiù  di  sentìrH  ira  temoni  a  ninna.  B.  S.BsesH>iyi  po^ 
tele  PBM  tdcun  modo  disciogliere  dà  questa  promessa  ecc.  B. 
Per  quel  che  dimostrano  questi  esempj  f  usare  con  mo' 
do  è  del  tatto  escluso;  ma  par  bene  che  usare  per  modo  o 
wèaniera  st  possa  giustificare;  polche  si  dice,  lasciar  per  mo-* 
do^  patir  per  maniera^  ritener  per  modi.  Egli  è  vero  che  si 
dice  egualmente  non  io  lasciar  in  modo^  noi  nU patirebbe  in 
niuna  maniera;  e  se  wi  i^i potete  in  alcun  modo  disfcioglierei 
ma  basterebbe  che  nella  criticata  citaaione  si  potesse  tro- 
vare una  idea  chfs  dinotasse  passaggio  i  conte  mostrerò  es- 
sere in  queste.  La  donna  cui  vien  tolta  Tinfante  figliuola  per 
essere  esposta  in  un  bosco  dice  non  la  lasciar  per  modo  a 
dinotar  1*  idea  di  passaggio  per  cui  erra  la  sua  immagina- 
no ne;  cioè  non  la  lasciar  per  luoghi  e  per  sentieri  frequen^ 
tati  dalle  fiere;  laddove  se  diceva  in  modo^  fievolissimo  era 
questo  concetto  in  paragon  delPaltro;  che  saria  come  dire 
pia  tosto  coperto  ehe  scoperto,  ansi  celato  che  esposto.  Di- 
ce noi  mi  patirebbe  per  niutia  maniera^  a  significare  che  per 
nessun  vcfrso  potrebbe  entrare  in  quella  persona  il  senti- 
mento d^inditferenza.  E  nella  espressione  se  uoi  9i  potete 
per  alcun  modo  disciogliere ^  la  preposizione  ^er  è  intesa  ad 
esprìnoere  il  modo  qual  via  onde  pervenire  a  disciogliersi 
della  promessa*  Nd  primo  e  nel  terzo  esempio  a  modo  e 
moi£  si  può  sostituire  )^ia  e  \ne\  quindi  Tideadi  passaggio. 
Ora,  nessun  concetto  di  simil  natura  scorger  sì  puote  nella 
'proposizione  del  Perticar!.  E  ancora,  scegli  avesse  sostenu- 
to la  medesima  idea  in  tutta  la  frase,  e  adoperato  una  sola 
preposizione^  dicendo  uAoper  modo^  o  con  modof  o  nel  mo^ 
dOf  si  potrebbe  credere  di*ègU  avesse  ciò  fatto  con  alcuno 
intendimento  ;  ma  egli  ne  usò  tre,  quasi  volesse  con  V  una 


^58 

biasimar  Taltra;  onde  chiaro  prooede  ch^egli  le  ponesse  a 
caso#  £  con  tutto  ciò  si  dirà  ancóra  che  TUso  sia  il  mae** 
stro  delle  lingue  ? 

Qaesti  eran  pure,  il  Monti  e  il  Perticari«  tenuti  pòchi 
anni  sono  per  li  primi  scrittori  deiritalia;  e  per  dò  io  sarò 
forse  da  alcuni  accusato  di  sacrilegio;  ma  a  me  par  più  to- 
sto che  se  tornassero  al  mondo  i  nostri  maggiori!  ci  avrd>* 
bero  per  una  nazion  di  ciechi,  vedendo  noi  lasciare  ancora 
credere  queste  cose^  senza  mostrare  che  le  sentiamo.  Ab- 
hiasf  dunque  ognuno  la  giusta  sua  gloria;  paidiè  ogni  da^ 
in  cielo  è  paradiso  ;  ma  non  si  estolla  fibo  alle  stelle  chi  ^ 
come  la  Piccardai  ascese  solo  infin  la  luna» 

In  un  giornale  scritto  con  pretensione  a  stile,  ina  pieno 
zeppo  d*  errori,  di  stile  e  di  grammatica,  mi  fu  mostrata  Tè- 
^pressione  ^a^5Ò  di  Firenze^  e  domandato  qual  mi  pareva. 
Dissi  essere  erronea,  non  si  potando  xn  tal  caso  sostituire  iU 
aper;  perciò  che  ìlpassare  di  comprende  un*altra  idea,cioè 
quella  di  lasciare  un  luogo  per  un  altro;  còme  in  quésto  e-* 
sempio  del  Boccaccio:  Norf  trapassar  molti  giorni  ch'egli  di 
questavita passò;  e  benché  si  dica  passiamdi  (Juà^passiam 
di  là^  egli  è  concesso  sqlo  per  fuggire  due* preposizioni  che 
conttàStWEkOt  passar  per  di. qua  f  passar  per  di. là;  ma  in  ogni 
altro  caso,  il  passaggio  si  suoU  accennfypp  con  per» 

DELLB  PREPOSIZIONI  TJL^O  FRJ^  l2(TfiA  O  INFRA. 

I  •  Intra  duo  cibi  distanti  e  mosfeifii  d^u^  modo  prima 
si  morria  di  fame^  che  liber"  icomo  Vun  recasse  a  d^ntL  D. 
.:i  •  Fra  se  talora  dicevano^  che  uomo  è  costui  ?  B.  3.  Noe-- 
Me  TRA  runa  nazione  e  l'altra  acerba  eik^nfinua  guerra* 
B.  4*  tesser  Francesco  è  per  andare  in  fra  poc^  dì  a 
Milano*  B*  5.  //  giudice^  che  aspettanza  d esser  riceOuto  da 
lei  con  grandissima  festa  ^  cominciò  a  dire  fra  se.  B. 


25q 

Le  preposizioni  tra  o  fra  e  le  composte  intra  o  infra 
dinotali  luogo  medio  tra  due  o  più  corpi,  e  per  analogia  ^ 
luogo'  medio  fra  tutte  quelle  cose. che  inventa  la  fantasia. 
Nel  secondo  esempio  V  espressione  fra  se  accenna  comu- 
nicazione tra  diverse  perso  ne,  perchè  ciò  che  tien  luogo  me- 
dio fra  Tua  corpo  e  l'altro  coAiunicacon  questo  e  con  quel- 
lo. ^NeV  terzo  dice  r  Autore  nacque  fra  runa  nazione  e  Val-- 
tra^  per  la  siniilitudine  che  è  fra  quello  che  si  fa  tra  luogo 
e  luogo  e  iVa  nazione  e  nazione;  perchè  ne  viendi  coiiseguenr 
za>  che  ciò  che  si  fa  tra  nazione  e  nazione  ha  luogo  anche 
£ra  paese'  e  paese.  L*  idea  del  4«  osecópio  è  /Hi  questo  tem^ 
pò  e  quello  inchbsarà  ec(!»f  scorreratino  pochi  dì.  Le  paro- 
le /ht*  se'  deir  uItnnQ  testo  esprimoqo  comi]Miicaziane  fra 
quella  parte  nobile  dtìV  uomo  che  discerne  t  e  quella  che 
riccTe  le  impressioni. 

DEL.  RIPETERE  LE  PaBPOSlZlOZTl 

I  •  Non  wgliate  mettere  ine  e  il  wstro  amico  ìn  peri-^ 
colo  e  IN  briga.  B.  a.  Ze  latora  di  rosa]  e  di  gelsomini  e- 
ran  chiuse.  B.  3.  TUita  la  camera  oliini  di  rose^  di  fiori  oa^ 
rancide  D  altri  odori.  B«  4*  Egli  era  noto  a  ciascun  del pae-- 
se  PEÈla  nobiltà  e  ricchezza  del  padre.  B.  6.  Fauna  gen- 
til donna  di  bellézza  ornata^  e  di  costumi^  d*'  altezza  Jt.a^ 
nimo^  e  sottili  avi^edimenti.  B.  6«  Da' compagni  di  Lisimaco 
e  Cimone  feriti  e  ributtati  indietro  furono.  B*  •     •   i  < 

Le  preposizióni,  come  mostrano  i  primi  tre  eseuip) , 
si  debbono  ripetere  altrettante  volte,  qnanti  sono  i  nomi  che 
dipendono  dalia. medesima  preposizione;  non  pertàntoisi 
vede  negli  ultimi  tre  che  qualche  voltasi  possono  sottinten- 
dere» Nel  quarto  le  parole  per  la  sono  sottintese  avanti  a 
ricchezza^  e  pare  che  abbia  l'Autore  voluto  far  servire  una 


a6o 

sola  preposizione  ai  dae  nomi  nobiltà  e  ricchezza  per  la 
grande  affinila  che  è  fra  essi.  Nel  sestoi  considerati  Lisima- 
co e  Gimone  insieme  i  la  preposizione  innanzi  al  primo  è 
sofficiente.  Con  tolto  ciò  si  potrebbero  supplire  le  prepo- 
sizioni che  mancano  negli  ultimi  tre  esempji  e  massimamen- 
te innanzi  a  ^ft7ia(ved!fiiien^i,  senza  pregiudicare  airespres- 

sione;  e  per  quello  che  si  raccoglie  de*  buoni  antori,  si  poò 
porre  per  regola  generale  che  le  preposizioni  si  hanno  a  ri- 
petere innanzi  a  ciascun  nome^  che^  quando  si  dice  per  e« 
sempio  dii^nire  maestro  di  canto  e  di  suono^  si  sottinten- 
de maestro  la  seconda  Tolta;  laddove ,  togliendo  la  se* 
conda  preposizione^  si  uniscono  insieme  il  canto  e  il  suono 
come  se  fossero  una  medesima  cosa.  Il  Da?anzati  e  il  Bar- 
foli  tolgono  spesso  la  preposizione  al  secondo  nome:  Granr 
di  spettacoli  d*allegrezza  e  dolore f  dice  il  Davanzali;  ma 
io  ripeterei  la  preposizione  in  questo  caso,  poiché  si  tratta 
di  due  cose  opposte. 

PREPOSIZIONI  SOTTINTESE 

I.  Cenarono  un  poco  di  carne  salata.  B.a.  Quanttm^ 
-ifue  Amore  i  lieti  palagi^e  le  morbide  camere^pià  %H>l€ntieri 
che  le  po^re  capanne^  abiti.  .B.  3.  Assai  mi  aggrada  d*es^ 
ser  colui  che  corra  il  primo  aringo*  B.  J^La  mercè  di  Dio 
e  la  vostra^  io  ho  ciò  che  desidercsim.  B. 

Vi  sono  delle  espressioni  nelle  quali  la  preposizione  più 
frequentemente  si  sottinlende  che  non  si  esprima,  come  a- 
bitàre  una  casd,  un  palagio^  correre  uno  aringo;  in  luogo 
di  abitare  in  un  palagio^  in  una  casa^  correre  in  uno  arin^' 
go;  la  Dio  mercè  e  la  vostra  in  vece  dì  per  la  mercè  di  Dio 
e  per  la  ifostra*  Il  sottintendere  la  preposizione  con  al  ver- 
bo cenare^  come  nel  primo  esempioi  e  di  nei  segnenti  mo- 


a6i 

dì)  a  cdsa  il  padre^  in  casa  questi  usurai  ^  in  casa  il  me^ 
dico^è  più  fiorentino  che  toscano.  Vedremo  poi  in  altro  ca- 
pitolo come  )  volendo  sottomettere  la  grammatica  italiana 
alla  latina,  per  non  considerare  che  le  preposizioni  qui  so- 
no sottintese  a*  verhi,  li  faceran  ora  attivi,  ora  neatri,  ora 
nentri  passivi^  e  altro» 


GAP.  XIX- 

DELLE  PREPOSIZIONI  COMPOSTE 

Chiamo  i  vocaboli  lontano^  uicino^diìianzi^  dietro^  ecc; 
preposizioni  composte  perchè  la  maggior  parte  sono  in  ef* 
fetto  membri  di  espressioni  composte  di  più  voci,  come  in 
luogo  lontano^  in  luogo  vicino^  in  luogo  di  in  anzi^  in  kuh 
go  di  retro  ;  o  perchè  sono  unite  ad  alcuna  delie  semplici 
preposizioni  a,  ^*|iiX|Come  contro  a^  fuori  di^  sino  a^  lun^ 

!•  En(ni  mi  sipartia  dihanzì  al  scolto.  D.  a.  Egli  era 
poco  fa  qui  DINANZI  danoi A.  3»  Domandavano  a  ciascuno 
che  DINANZI  loro  siparas^a^  che  loro  luogo  facesse.  B. 

Queste  preposizioni,  come  già  dicemmo ,  esprimono 
veramente  quello  che  la  parola  suona^  cioè  posizioni  rispet- 
to agli  oggetti  ai  quali  si  appongono.  Tutte  tre  le  preposi- 
zioni dinanzi  di  questi  esempj  disegnan  posizione  acanti  ; 
niapnre  due  sono  seguite  da  due  differenti  preposizioni  sem- 
plicif  e  Taltra  sta  da  se;  la  ragione  è  questa.  Tra  la  posi- 
zione rappresentata  dalla  parola  iUnanzi^e  Toggetlo  al  qua- 


a6a 

le  è  apposta,  é  uno  intervallo  ;  quindi  vi  sono  due  punti  « 
cioè  quello  onde  incomincia  Tinteìrvallo,  e  quello  al  quale  il 
medesimo  tende  e  termina.  Ora,  si  può  a  volontà  conside- 
irare  1*  oggetto  o  Tuno  o  Taltro  di  questi  due  punti,  senza 
sconciare  V  idea;  solo  si  esprimerà  un  movimento  tenden- 
te più  tosto  che  provenientCì  o  viceversa.  la  modo  che,  nel 
verso  E  non  mi  si  parila  dinanzi  al  volto^  la  preposizione  a 
mostra  V  oggetto  al  qual  tende  la  mente  neiresprimere  la 
relazione  tra  il  luogo  dinanzi  e  il  medesimo  oggetto  ;  lad- 
dove neir  esempio  Egli  era  dinanzi  da  noi^  la  preposizio- 
ne da  disegna  V  oggetto  onde  parte  Timmaginazione  misu- 
rando lo  spazio  fra  il  detto  oggetto  e  il  luogo  dinanzi.  Que- 
sta preposizione  dinanzi  si  può  anche  usare  sola  ,  come  si 
vede  dal  terzo  esempio;  tuttavia  ella  è  più  usata  seguita  da 
a,  che  con  da  o  sola, 

I .  Assai  ria  NO  stam  alla  torricella.  B«  a.  Era  runa 
dair  altro  lontano  ben  dieci  miglia.  B.  È  una  spilla  assai 
VICINA  di  qià.  B,  4»  ^on  guari  lontan  di  qui  è  un  santo 
uomo.  B.  5.  Si  rimase  ben  sdenti  miglia  lontano  ad  essa.  B* 
La  parola  wcino  esprime  tendenza  d*un  luogo  air  al- 
tro, ed  è  quindi  seguita  dalla  preposizione  a;  la  parola  /o/i- 
tano  rappresenta  Tidea  d*un  oggetto  che  si  scosta  da  un  al- 
tro, e  perciò  è  generalmente  seguita  dalla  preposizione  da; 
nientedimeno  si  vede  per  gli  esempj  3.  e  4«  che  tutte  e  due 
esse  possono  accompagnarsi  della  preposizione  di;  perchè,  si- 
gniGcando  luogo  x^icino  e  luogo  lohianOf  basta  qualificare  il 
secondo  luogo  col  quale  si  fa  corrispondere  il  primo ,  a  di- 
mostrare che  a  quello  si  riferisce  V  idea  di  tendenza  o  di 
provenienza;  come  se  vi  fosse  sottinteso,  al  luogo  dopo  W* 
c/mi,  e  dal  luogo  dopo  lontano» 


a63 

Si  considera  un  luogo  lontano  o  vicino  rispetto  a  quel- 
lo col  quale  si  fa  comparazione;  perciò  che  un  oggetto  può 
esser  picino  rispetto  ad  un  luogo,  e  lontano  rispetto  ad  un 
altro»  Quindi  avviene  che  la  parola  lontano  ,  come  appare 
dal  5.  esempio,  si  può  anche  appoggiare  alla  preposizione 
a.  In  questo  caso  lontano  a  comprende  il  senso  di  luogo  lon-^ 
tana  rispetto  a;  che  esprime  un*  idea  di  tendenza,  perchè  si 
fa  cenno  verso  il  luogo  cui  tende  la  comparazione*  Le  pre- 
posizioni vicino  e  lontano  essendo  derivate  da  aggettivi,  si 
possono  accordare  col  nome  da  esse  qualificato,  come  mo- 
stra il  3.  esempio. 

i.  Età  il  luogo  ALLATO  alla  camera  nella  (piale  gia^ 
cesfa  la  donna.  B«  a»  Qui  sfedi  un  tempio  accanto  al  ma^ 
re.  Bembo.  3.  Fu  messo  a  sedere  wrimpetto  air  uscio 
della  camera.  B« 

Le  preposizioni  allato^  accanto^  dirimpetto^  essendo 
composte  di  una  semplice  e  di  un  nome,  dovrebbero  esse- 
re seguite  dalla  preposizione  qualificante  il  nome,  che  è  di^ 
più  tosto  che  da  a;  tuttavia,  facendo  uso  di  questa,  il  dici- 
tore vuol  dirigere  la  mente  di  chi  ode  verso  il  luogo  che 
accenna,  per  la  qual  cosa  v'appone  il  segno  di  tendenza;  o 
anche  si  può  supporre  che,  quando  si  dice  che  un  oggetto  è 
a  canto  o  allato  d*un  altro,  si  mostra  tendenza  dalP  uno  al- 
l'altro.  Quello  che  si  è  detto  intorno  a  queste  preposizioni 
composte,  basta  a  far  conoscere  per  qual  motivo  s^accompa- 
gnlno  ora  con  questa  e  ora  con  quella  preposizion  semplice, la 
quale  serve  per  segno  a  dinotare  T  oggetto  a  cui  si  riferisce 
la  posizione  ;  il  qual  segno  si  può  anche  sottintendere  ap- 
presso ad  alcune.  Ora,  nella  seguente  tavola  delle  principa- 
li preposizioni  composte,  tra  le  parentesi  si  sono  messe 


Accanto 
ÀddoiW 
A  froDte 
Appetto 
Appiè*  ' 

Appo 
Appresso 


a64 

^elle  seoipUci  che  possono  segoire  h  corrispettive  ps<epo* 
sizion  eomposta;  e  quella  che  étapriou  è  la  pia  usata»  Per 
esempio  appresso  a  è  più  osato  Aeappres^  di  e  appresso 
solo»  Lo  xero  (o)  significa  che  il  vocabolo  pnò  star  solo;  cio^ 
appresso  il  monte.  Giascana  prepoeikic^ie  è  inokre  segnila 
dalia  analisi  etimologica» 

niposizioni  gowosts 

(a,  di^  o);  a  canto  o  A  canto» 
(e);  a  dosso  o  al  dosso» 
(iff,  a). 

(a);  a  petto  o  al  petto. 
(i2r){  a  pie*  o  al  pie\ 

(09  di^  e);  apud^  latino;  o  sincope  di  appresso. 
(a,  di^  o);  a  presso,  presso  a.  La  preposisione  tf , 
che  in  origine  staya  dopo,  s*è  giunta  con  la  voce 
presso;  che^  avanti,  non  avrebbe  senso  alcuno, 
(a);  a  torno  o  al  torno. 

(a,  di^  o,  dSs);  a  ante  preposision  latina.  La  v  fa 
intromessa  per  togliere  il  contatto  delle  due  a. 
(09  dif  a);  dal  latino  circumi  in  cerchio. 
(di^  o,  a);  preposizion  latina,  simile  a  contro. 
(a%  dif  0);  in  luogo  .contro  o  contrario, 
(a),  dal  lato  ;  in  luogo  movente  da  il  lato#  E  si 
noti  che  V  espressione  in  luogo  posto  o  movente 
è  sottintesa  quasi  a  tutte* 
(a^  iJU^  da)i  dal  torno  o  di  a  torno, 
(a,  </i,  da);  di  o  da  avanti. 
(a«  O9  di^  da);  di  entro;  dal  latino  interm 
(ai  da);  dì  retro;  dal  latino  retro. 
(a«  O9  dif  da);  di  in  ansi. 


Attorno 
Avnti 

Circa 
Centra 
Contro 
Dallato 


Dattorno 

Dayanti 

Dentro 

Dietro 

Dinanzi 


Dirinipetto 
Fino 

Fuori 

Giù 

Incontra 

Incontro 

Indosso 

Infino 

Insino 

Innanzi 

Intorno 

Inverso 

Lontano 

Lungi 

Lungo 


Oltre 
Presso 


Rispetto 


Sino 


Sopra 


adS 

(a^  i&'f  o);  di  contro  petto,  in  luogo  di  contro 
ai  petto. 

(a^in^dd)f  fine,  cioè  in  luogo  opposto  a,  in  luo- 
go posto  in,  e  da  luogo  movente  da  ecc. 
(Ji,  da);  dal  latino  foras.  Lo  stesso  è  fiiora* 
(di f  damper);  in  luogo  posto  giù  e  movente, 
(o,  a);  in  contra.  Vedi  conira. 
(n,  o);  in  contro.  Vedi  contro. 
(a);  posto  in  dosso, 
(a,  ih,  o,  dif  da);  in  fine.  Vedi  fino. 
(a,  i/B«  o,  dh  da);  in  seno,  comprende  la  mede* 
sima  idea  di  infino* 
(a,  o);  in  anzi,  forse  dal  latino  ante. 
(a,  o,  da);  in  torno,  posto  nel  torno. 
(o^di);  in  verso.  Vedi  %^rso. 
(da,  di^  a);  in  luogo  lontano. 
{da^  di^  a);  dal  latino  longe. 
(o,  a,  di);  in  verso  lungo,  cioè  in  direzione  lun* 
ga;  per  esemplo  andar  lungo  il  muro^  vuol  di* 
re  andar  nella  direzione  lunga  del  muro. 
(a,  dij  o);  dal  latino  ultra;  di  là. 
(a,  <//,  o,  da)\  coi  corpo  presso,  dal  verbo  pre^ 
mere.  Suppongo  che  la  prima  idea  dell'espres- 
sione igieni  presso  a  me  sia,  \^ieni  col  corpo pres^ 
so  cioè  premente  a  me* 

(a,  di);  dal  latino  respicere^  riguardare.  Dun- 
que rispetto  significatilo  in  riguardo, 
(in^  a,  o,  di^  da);  seno;  posto  in  seno,  o  in  seno 
movente;  simile  a  fino. 
(o,  a,  di);  dal  latino  si^r. 

»9 


•i  V.;- 


a66 

Sotto  (pf  a«  di);  dal  latino  subter* 

Sa  (d,  />6r)  in  luogo  posto  sa  e  movente. 

Verso  (0|  ^\  <ii);  voltato,  in  luogo  verso«  da  wrgere. 

Vicino  (a,  tU)^  in  luogo  vicino. 

Dalla  esposta  definizione  si  discerne  che  quelle  paro- 
le che  sono  preposizioni  in  origine,  sono  tolte  dal  Latino, 
e  che  Taltre  son  tutte  composte  d*un  nome,  d*uno  aggetti- 
vo o  d*un  participio,  e  di  una  preposizion  semplice* 

Della  preposizione  dentro  il  Bartoli  dice  :  „  Àweoga 
che  dentro  s'adoperi  a  significare  termine  di  movimento  ad 
alcun  luogo,  o  entrata  in  esso,  che  par  repugnare  alla  for- 
za di  quella  i/i,  di  che  sembra  composto,  pur  diciamo  en- 
trar  dentro;passar  dentro^  ecc.  „  Facciasi  Tanalisi  di  queste 
espressioni,  e  cesserà  la  ripugnanza;  entrare  o passare  nel 
luogo  di  entro.  Quando  si  mette  un  di  avanti  a  dentro  que- 
sto non  si  considera  più  come  composto* 


GAP.  XX* 


DELLO  AVVERBIO 


j^"^'  A\^rbio  è  un  composto  di  mi  verhOf  cui  si  sottinten- 

de parola  aggiunta  ;  che  tale  suppongo  essere  anche  il  si- 
gnificato del  latino  adiferbium^  contratto  forse  da  ad  verbo' 
rum;  sottintesovi  negotia;  ed  è  cosi  nominato  perchè  si  ag* 
giunge  al  verbo  al  fine  di  modificare  la  virtù  di  esso,  vale 
a  dire  diminuire  o  accrescere  Tintensità  deir azione,  qua- 
lificarla o  determinarla  riguardo  al  modo  «  al  luogo ,  o  al 
tempo. 


:a67 

!•  Col  consentimento  degli  altri ^  hktjmbmtb  la  gra^ 
zìa  gli  fece.  B.  2.  Così  il  magnanimo  re  operò^  se  medesi-^ 
mo  FOjiTEMENTE  \fincendo.  B.  3.  UMUMEyTE perdono  vi 
domando  del  fallo  mio.  B.  4*  Per  quella  assai  leggermene 
TE  se  ne  salì.  B. 

Qualunque  aggettivo  può  diventar  avverbio  9  aggiun- 
gendovi il  Dome  mente  9  cioè  animo.  In  luogo  di  dire  con 
animo  0  con  mente  lieta^  con  mente  forte^con  mente  umile^ 
s^à  fatta  una  sol  parola,  lietamente^  fortemente^  ecc.  Quin- 
di, essendo  il  nome  mente  femminino,se  T  aggettivo  è  di  quel- 
li che  terminano  in  Of  si  muta  la  finale  in  a  facendosi  avver- 
bio. Se  Taggettivo  termina  in  le  o  in  re«  si  tronca  la  voca- 
le ;  umilmente^  leggermente.  Questi  avverbj  modificano  il 
verbo  rispetto  al  modo  e  alla  qualità. 

!•  Sentendo  che  nessuno  s<^va  do\^e  ella  fosse  stata^ 
AixixjANTO  si  riconfortì>.B.  a.  Queste  parole  piacquero  uùù^ 
To  al  santo  uomo.  B.  Z.  f^oi  dovete  sapere  ch'egli  è  molto 
malagevole  a  me  il  trovare  mille  fiorini.  B.  4«  Vedendolo 
dormir  foste  ^  gli  trasse  di  borsa  quanti  danari  avea.  B. 
S.Jppresso  le  domandò  chi  fosse  la  buona  femmina  che  cO" 
rì  LATIN  parlala.  B. 

Gli  aggettivi  di  quantità  moUo^poco%  troppo^  ecc;  fan- 
no ancbe  T ufficio  d*avverbio  senza  Taumento  d*altra  paro« 
la,  la  quale  nondimeno  è  sottintesa;  che  le  parole  cJquanto 
e  molto  de*  primi  esempj  comprendono  Tidea  di  in  alquan^ 
to^  in  molto f  grado;  e  non  solo  servono  a  modificare  il  ver- 
bo, ma  anche  TaggettivOi  come  dimostra  il  terzo  esempio* 
Quasi  tutti  gli  aggettivi^  a  guisa  di  forte  e  latino  degli  ul- 
timi esempj,  si  possono  usare  per  avverbj  senza  1*  aggiunta 
del  nome  mente.  Così  si  dice  parlare  schietto^  parlare  oscu^ 


a63 

ro  ;  andar  pianai  legger  presto^  viyer  lieto;  ri^yondere  al" 
legro;  ecc^taUi  modi  belli  per  lo  variar  che  fauno  la  for- 
ma dello  avverbio,  il  quale  troppo  noioso  riuscirebbe  se  a- 
vesso  sempre  a  portare  raggiunta  mente» 

i.  V  una  gridò  va  lxjnqu  D.  3.  Di  ujngi  9  era\MWio 
ancora  un  poco»  D.  3.  La  risposta  farem  noi  a  Chiron  co^ 

sta  Di  PRESSO.  Dm 

Abbiamo  detto  che  le  parole  lungi  e  presso  sono  pre- 
posizioDÌi  cioè  voci  esprimenti  posizioni;  e  però  che  Tavver^ 
bio  di  luogo  altro  non  è  che  una  parola  pure  esprimente  po-^ 
sizione,  ne  viene  di  conseguenza  che  molte  delle  preposi- 
zioni composte  si  possono  usare  per  avverbj;  come  le  pre« 
dette  due,  e  lontano f  vicino^  su^  sopra ^  fuori%  oltre^  ecc.  So- 
no preposizioni  quando  s*  appoggiano  a  un  nome^  e  awer- 
bj  quando  si  reggono  in  sul  verbo;  con  tutto  che,  anche  al- 
lor  quando  paiono  attenersi  al  verbo,  abbiano  per  termine 
un  nome  sottinteso,  come  apparrà  supplendo  Tintero  senso 
dei  tre  esempj;  i .  V  una  gridò  stando  in  luogo  mwentesi 
da  lungi  da  noi  ;  2«  Era\Himo  ancora  un  poco  lungi  di  ^i% 
cioè  di  quivi;  3.  La  risposta  noi  farem  a  Chiron  costà  pres- 
so di  po/.  Oltre  agli  avverbj  formali  con  gli  aggettivi  e  la 
voce  mente^  e  gli  altri  già  discorsi,  ve  ne  sono  molti  che  so- 
no tali  per  se  medesimi;  fra  i  quali  noi  prenderemo  a  trat- 
tare quelli  che  porgono  materia  di  ragionamento. 

DIGLI    AVTKRBJ    DIVOSTRàTlVl 

c/,  ^/,  za\  Qcri\  qoa\  cotA\  Mri%  qvivi^  costi" ^ 

£  costa". 

I  •  Io  non  posso  più  ritornarci.  B«  2.  Poi  che  noi  fumi- 
mo  Q(7f  \  io  ho  desiderato  di  menanti  in  parte  assai  s^icina  di 
questo  luogo.B»3.  f^enite  qua\  B»  4«  Che  fa  egli  costa"? 


269 

perdìè  non  si  sta  egli  nel  luogo  suo?  B.  5.  Niuna  persona 
VI  pub  entrare^  B.  6.  Io  ui  wiU  porvi  costi''  dove  voi  sie-- 
te.  B.  7  Questa  gente  rimira  iui\  D.  8.  Quiri  trovò  un  gio-* 
vane  lavoratore*  B, 

Noi  abbiamo  di  tre  sorte  arverbj  dimostrativi  di  luo- 
go, cioè,  c/|  quì^  e  quà^  per  dinotare  il  luogo  io  cui  sta  il  di- 
citore; costì  e  costà^  per  esprimere  quello  nel  quale  si  tro« 
ya  la  persona  a  coi  si  parla  o  si  scrive;  vi^  ivi^  quivi,  là^  e 
colà^  disegnano  il  luogo  lontano  e  da  chi  parla  e  da  chi  ode. 
Fa  vergogna  il  vedere  nelle  scritture  epistolari  italiane  quan- 
to, generalmente,  siano  malmenati  e  confusi  questi  avver-> 
bj;  usandosi. ^mVi  per  qui,  quasi  fossero  equivalenti,  costì  e 
costà  in  luogo  di  qui  e  quà^  e  ci  per  vi;  benché  ci  e  vi  siano 
iadistiotamente  usati  anche  dagli  autori;  perciò  che  il  ci  del 
primo  esempio  accenna  luogo  lontano  dal  dicitore.  Si  usa 
CI  per  lo  luogo  vicino,  e  vi  per  lo  luogo  lontano^  quando  non 
si  vuol  porre  enfasi  in  su  Tavverbio;  e  gli  altri,  quando  la 
enfasi  in  su  Tavverbio  è  necessaria.  Havvi  lì  che  pure  dino- 
ta il  luogo  della  persona  a  cui  si  parla;  e  talvolta  quello  che 
fa  precedentemeute  nominato  nel  discorso.  Il  Firenzuola , 
0  queir  uom  senza  nome^  entrate  lì  in  quella  porta  che  è 
aperta\  il  Petrarca,  Pur  lì  medesimo  assido  me  freddo  ;  e 
Dante,  Percotevansi  incontro^  e  poscia  pur  li. 

là  Amenta  vuole  che  qua  accenni  luogo  più  universa- 
le, come  paese,  regione,  provincia,  e^  più  particolare,  co- 
me piazza,  stanza;  e  che  ciò  si  trovi  principalmente  nel  Boc- 
caccio. Ora,  questi  disse,  parlando  della  Francia:  Io  sono 
per  rìtrarmi  del  tutto  di  qui;  e  par  che  intendesse  di  tutta  la 
franca  regione,  poiché  Ser  Musciatto ,  cui  fa  dir  queste  pa-* 
role,  era  per  recarsi  in  Italia  con  Messer  Carlo  Senzaterra;  e 


Sk'JO 

altrove,  di  un  laogo  particolare  dice,  venite  qua.  Non  è  dan- 
c[ue  tal  differenza  tra  qui  e  qua.  Ancora  crede  i*Ainenta  che 
ne*  composti  formati  di  questo  avverbio  e  delle  preposi- 
zioni su^  già^  in  e  di^  qui  non  possa  aver  luogo;  ma  il  me- 
desimo esempio  del  Boccaccio  ne  prova  potersi  dire  d£  qui. 
Ciò  è  ben  vero  delle  altre  tre  preposizioni  che  si  legano  più 
volentieri  con  qua.  Io  non  tolgo  V  accento  col  qaale  si  se- 
gnano questi  due  avverbii ,  come  fanno  alcuni,  perchè  mi 
pare  una  inutile  novità,  essendo  rocchio  uso  a  vedervdo 
notato» 

Si  legge  nel  Boccaccio,  yedi  coinè  tosto  serrò  Puscio 
dentro^  come  io  ci  usci\  e  così  in  Dante,  Onde  noi  amendue 
possiamo  uscirci;  donde  pare  che  si  possa  adoperare  ci  an- 
cor nel  senso  di  di  questo  e  di  quel  luogo  ;  nondimeno  io 
avviso  che  si  lasci  una  tal  licenza  alla  poesia;  e  non  si  con- 
fondano nella  prosa  questi  tre  avverbii  ne^  ci%  e  p/,  i  quali 
disegnan  tre  luoghi  distinti. 

I  •  Non  ce  mestier  lusinga.  D.  2%  Ce  n^è  una  che  è  mol* 
to  corta.  B.  3.  Deh  !  compagno  mio^  vAvrt^  e  sappimi  di- 
re come  sta  il  fatto.  B.  4«  Nella  città  di  Capsa  in  Barberia 
fU  già  un  ricchissimo  uomo  che  ebbe  una  figlioletta  bella 
e  gentilesca.  B*  5.  Non  sono  moki  anni  che  in  Firenze  fa 
una  bella  glossane  nominata  Elena.  B. 

La  Crusca  dice  che  ci  è  qualche  volta  riempitivo,  e  ci« 
tando  Tesempio  Naturai  ragione  è  di  ciascuno  die  ci  nasce 
ecc.,  aggiunge  che  e/,  iu  questo  caso,si  potrebbe  prendere  per 
quà^nel  mondo.  Io  non  dubito  che  possa  essere  altrimenti;  e 
finora  non  mi  è  capitato  solf  occhio  un  solo  c<  riempitivo.  Nel 
primo  esempio  sigoiGca  quì^  in  questo  luogo  ;  nel  secondo 
sta  pur  bello  stesso  senso,  ed  è  mutato  11  ci  in  ce  n  cagione 


del  pronome  che  lo  siegue»  Ci  e  ui  seguono  il  verbo  ne*  tre 
modi,  imperativo,  infinito,  e  participj;  e  lo  precedono  negli 
altri  tre»  Si  raddoppia  la  consonante,  come  si  vede  nel  ter- 
so esempio,  se  si  pongono  dopo  una  forma  d*un  verbo  d*una 
sola  sillaba,  o  che  abbia  Taccento  in  su  Tultioia  vocale*  E 
anche  interrogando:  Eccomi^  signora^  che  comandate?  Ec* 
ci  nulla  di  nuow  ?  F.  Gli  avverbj  ci  e  vi  non  s*  hanno  ad 
osare,  quando  il  luogo  è  già  rappresentato  con  altre  parole  « 
come  nella  città  di  Ci^sa  e  in  Firenze  negli  ultimi  due  e- 
sempj;  essendo  superfluo  il  mettere  Tavverbio  in  questi  casi» 
e  dire  per  un  supposto  in  Firenze  vi  fu\  ma  pur  se  né  truo- 
Yano  degli  esempj,  come  il  seguente  del  Boccaccio,  J?)[>er 
terra  e  per  mare . .  .ci  è  pien  di  pericoli. 

I  •  Qui^  viit  io  gente  più  che  altrove  troppa.  D.  a.  Oc* 
cupo  dunque  Belisario  la  Sicilia;  e  di  quì^  passato  in  Ita^ 
Ha,  occupò  Napoli  e  Roma.  M«  3.  Q aurei  non  passa  mai 
anima  buona.  D.  4*  Q^iift)i  andarono  i  due  cavalieri  in  In* 
ghilterra.  B. 

Spesso,  e  ciò  avviene  massime  in  poesia,  dopo  aver  fat- 
to menzione  di  un  luogo,  il  poeta  dice  qui;  ponendo  Y  av- 
verbio il  quale  fisicamente  non  si  può  usare  se  non  per  co- 
lui che  di  presente  si  trova  in  sul  luogo  accennato;  ma  al- 
lora egli  rappresenta  come  dinanzi  alla  immaginazione  il 
laogo  appena  ricordato;  ed  è  bel  modo»  Il  senso  compreso 
ne*  vocaboli  quinci  e  quindi  è  di  questo^  di  quel  luogo  ;  e 
addita  allontanamento;  perchè,  come  dicemmo,  la  preposi- 
zione di  dal  latino  de  dinota  provenienza. 

si\  cosi\ 

I  •  avendo  la  contrizione  che  io  ti  veggio  avere^  sr*  ti 
perdonerebbe  egli.  B*  2.  Oltra  quello  che  egli  fu  ottimo  filo» 


2'J2 

sofo  naturale^  sì*  fu  egli  leggiadrissimo  e  costìimatOm B.  3.  Se 
Si^  Upiace^  Si* ii piaccia;  se  non^  si*  te  ne  sta.B.  4«  Fogna- 
ma  che  altre  male  non  ne  seguisse  ^  si*  ne  seguirebbe  che 
ecCf  B.  5.  Non  si  ritenne  di  correre  si  fu  a  castel  Gugliel- 
mo. B.  G.  Ritornavi  mai  alcuno  ?  Si^  disse  il  monaco.  B. 

La  voce  sU  la  quale  in  quasi  tutti  questi  esemp)  dico- 
no i  grammatici  esser  posta  per  ripieno  «  non  è  altro  che 
r  avverbio  così  accorciato  «  come  si  osa  nelle  comparazio*- 
ni;  anzi  dico  che  ogni  volta  che  si  pone  quésto  avverbio  v*è 
comparazione  espressa  o  sottintesa^  per  esempio^  i  •  Essen^ 
do  così  come  io  credo  f  ti  perdonerebbe;  a.  Come  egli  fu  ot* 
timo  filosofo^  così  fu  egli;  3.  Se  così  ti  piace  come  io  ti  di-^ 
co;  4»  Essendo  anche  così  come  suppongo;  5.  Così  fu  a  castel 
Guglielmo  come  si  ritenne  di  correre.  Similmente  avviene 
di  come;  perciò  che  la  costruzione  intera  per  esempio  della 
seguente  espressione:  Come  Bruno  gli  vide  da  lontano  dis^ 
se  a  Filippo j  è,  così  tosto  come  tosto  Bruno  ecc.  La  parola 
affermativa  sì  è  pure  il  medesimo  così  abbreviatOy  ad  imi- 
tazione di  ita  del  latino,  nel  quale  si  afferma  con  questo  vo- 
cabolo. Dunque  rispondendo  sì  alla  interrogazione  ritorna^ 
vi  mai  alcuno  t  vale  quanto  se  si  dicesse  egli  è  così  come 
voi  dite. 

jroir^   NOf   M^If   NON   MAI 

I .  Per  as^entura  mai  ricordar  non  mi  udiste.  B.  a.  Bi- 
tornavi  maì  alcuno  ?  B.  3.  Non  ne  vuol  più*  sentir  fumo* 
F.  4*  Disse  allora  Pirro  t  non  farnetico^  no^  madonna.  B» 
5.  Disse  allora  Peronella^  No^  per  quello  non  rimarrà  il 
mercato.  B* 

La  particella  non  è  avverbio  in  quanto  ella  s^aggiunge 
al  verbo  ad  esprimere  senso  negativo;  ma  no  corrisponde 


sempre  a  on'intera  proposizion  negativa,  ed  è  una  ripeiizió-» 
ne  di  quella  ;  si  die  la  voce  no  del  4«  esempio  comprende 
non  farnetico^  e  quella  del  5.  è  una  ripetizione  delle  parole 
oer  quello  non  rimarrà  il  mercato^  onde  si  vede  che  no  può 
star  prima  o  dopo  la  proposizione  che  rappresenta.  L' av- 
verbio mtii  significa  in  alcun  tempo ^  come  si  vede  nel  secon- 
do esempio;  quindi  bisogna  sempre  che  sia  preceduto  o  se* 
guito  dalla  negazione  non  «  quando  si  voglia  esprimere  in 
nessun  tempo*  Nei  seguenti  esempj  del  Boccaccio ,  nondi-« 
meno,  mai  è  usato  in  senso  negativo  senza  negazione;  jàlle 
sue  femmine  comandò  che  ad  alcuna  persona  mai  mani-* 
festasseao  chi  fossero  ;  Ti  prego  che  mai  ad  alcuna  per^ 
sona  dichi  d"  as^rmi  wduta  •  E  molti  altri  se  ne  trovano 
fra  gli  antichi ,  ne*  quali  meu  regge  senza  negazione  ;  e  dal 
senso  delle  parole  s*  intende  che  Tespressione  è  negativa  ; 
con  tutto  ciò  a  me  pare  che  questa  licenza  s  avesse  a  con* 
cedere  solo  alla  poesia  ;  e  nella  prosa  sia  meglio  esprimere 
la  negazione  in  modo  più  deciso,  come  sarebbe  ponendo  nel 
primo  testo  a  niuna  persona  maii  ®  ^^^  secondo  adedòuna 
persona  non  dichi. 

ALTKIMBNTI   O  ALTRAMENTt 

I  •  Arrivai  qui  iersera%  e  per  essere  t  ora  tarda^  non 
feci  intendere  la  svenuta  mia  jìltrìmentu  M.  a.  Ed  essen-^ 
do  già  buona  ora  di  notte  ^quando  della  taverna  si  partii  sen^ 
za  svolere  altramenti  cercare  f  se  nandò  in  casa.  B. 

L*  analisi  del  concetto  compreso  in  altrimenti  a  altra* 
menti f  cioè  altra  mente^  di  questi  due  esempj  è:  in  altro  mo^ 
do  che  quello  il  quale  per  se  si  potesse  manifestare;  in  al-* 
tro  modo  che  quello  che  non  avei^a  fatto.  £  così,  se  dopo  a-> 
ver  lungamente  aspettato  qualcuno  si  dice,  oh  egli  nonver^ 


374 

rà  altrimentii  ciò  vuol  àìretnon  verrà  in  altro  modo  che  quel 
che  ha  tenuto  fin  ora  ;  cioè  non  verrà  ;  onde  si  vede  che  per 
Tanalisi  sola  si  può  sentire  la  forza  di  questo  altrimenti^  non 
vi  si  potendo  sostituire  altro. 

COXBj   COME   CBÈ. 

I  •  Io  ffoglio  andare  a  trovar  modo  come  tu  esca  di  qua 
entro  senza  esser  veduto*  B.  2.  Rivoltosi  tutto  a  dover  tro^ 
var  modo  come  il  Giudeo  U  servisse.^  B.  3.  JS  come  facesti 
tu?  e  COME  andò  ?  F.  ^.Come  mi  duole^  e  nonpoco^  non  pò* 
ter  godermi  i  primi  principii  1  F.  5*  Aveva  già  ciascun  de* 
compagni  veduto  come.  B« 

li  vocabolo  come  è  avverbio^  e  sempre  sigDÌfi||  inqual 
modo  o  nel  modo  che;  cioè  si  dice,  si  domanda,  si  esclamaf 
in  qual  modo  una  cosa  si  sia  fatta.  Ecco  1*  analisi  degli  e- 
sempj:  Io  voglio  andare  a  trovar  modo^  per  lo  qual  (^modo) 
tu  escai  involtosi  a  trovar  modo^  per  lo  qual  (/nodo)  il  servisi 
se;  In  qual  modo  facesti  tu  ?  in  qual  modo  andò  ?  In  qual 
modo  mi  duole  !  béveva  già  ciascun  de*  compagni  veduto  in 
qual  modo.  £  nella  espressione  ^er  ciò^  come  già  dissi^  V  a- 
nalisi  è  nel  modo  che  già  dissi*  In  tutti  i  quali  esempii  co- 
llie modifica  il  verbo  rispetto  a  qualità  di  maniera. 

I  •  Nuovi  tormenti  e  nuovi  tormentati  Mi  veggio  intor- 
no^  COME  cb"  r  mi  muova^  E  come  cb  i  mi  volga^  e  eh*  C 
mi  guati.  D.  a.  E  come  che  in  processo  di  tempo  awenis^ 
se  ...la  Ninetta  Vebbe  per  fermo.  B. 

Anche  qui  come  è  avverbio;  e  la  sola  differenza  fra  que- 
sto e  il  precedente  è,  che  qui  comprende  Tidea  di  in  qua^ 
lunque  modo.  £  se  il  lettor  mi  dicesse,  fammi  sentir  filo- 
soficamente la  differenza  tra  quale  e  qualunque  9  che  ma- 
terialmente 8*  intende^  eccola  :  quale  dinota  qualità  defini- 


ta,  qualunque^  indefinita;  questo  può  comprendere  Tinfini*» 
to«  e  quello  un  sol  punto.  Unque  è  il  latino,  che  corrispon- 
de al  nostro  mai^  A  che  1*  analisi  del  come  che  di  Dante  à 
per  qual  modo  mai  io  mi  sfolla  ecc. 

Ma  il  Barloli  fa  di  questo  come  che  una  congiunzione 
e  ynol  che  signiGchi  benché^  la  qual  vedremo  a  suo  luogo  ; 
e  alla  vera  congiunzione  come  cheàk  il  senso  di  impercioc^ 
chèi  in  somma  egli  fa  un  caos,  chi  vuol  vedere  il  quale  leg* 
gaio  nel  suo  Torto  e  Diritto.  In  questi  due  esempj  Tespres* 
sione  come  che  modifica  i  verbi  muos^a^  ^olga^  e  asvenisse^ 
in  riguardo  a  qualità;  ella  è  dunque  avverbio. 

OJLé  E   QUANDO 

i.  Omjì  innanzi^  e  ora  addietro^  e  dallato  si  riguarda* 
va.  B.  a.  Quando  le  mandwa  un  mazzuol  d"  àgli  freschi  i 
e  QUANDO  un  canestruccio  di  baccelli»  B. 

Il  nome  ora^  adoperato  qual  avverbio,  comprende  il 
senso  di  era  una  ora  in  che;  V  avverbio  quando  qui  signi* 
fica  era  un  ten^  in  che;  e  si  usano' talvolta  ad. accennare 
distribuzione  di  tempo;  nel  qual  caso  si  ripetono,  le  parole 
ara  e  quando^  iu  luogo  di  dire  em  una  ora  che^  era  uncU^ 
tra  ora  che;  era  un  tempo  che^  era  un  akrojen^ò  Hshe;  e  si 
possono  ripetere  altrettante  volte»  quanti  sono  gli  spazii  di 
tempo  distribuiti. 

POI   CNE^  COMEj   V   QUANDO  < 

I.  poi  CBB  Tu^i  fummo  quì^  io  ho  desiderato  di  menar-r 
vi  in  parte  assai  ificina  di  questo  luogo*  B.  a.  Come  Bruno 
gli  vide  da  lontano^  disse  a  Filippo^  ecco  gli  amici  nostri»B. 
3.  Quando  udirete  sonar  le  campanelle  ,  venite  qui.  B. 
4*  Poco  ciò  d(^o  vidi  quello  strazio  far  di  costui^  ecc.  D. 

Nelle  scritture  io  ho  scorto  che  non  si  fa  più  alcuna  dif- 


ferensa  Ira  VàVftvhiopbi  segoito  da  cAe,iI  quale  signiGca  do- 
po il  tempo  che^  e  la  congiunzione  ^icA^  significante ^re- 
messo guesio  che  è*he  parole  sono  eguali,  e  vengono  dal* 
la  stessa  fonte;  ma  esprimono  ora  una  idea  diversa.  Si  deb- 
ba dunque  divider  V  avverbio  dal  cAe  «  e  lasciar  unita  la 
congiunzione. 

Lo  avverbio  oontfiy  quando  si  riferisce  a  tempo^  è  mem- 
bro della  comparazione  così  tosto  come  tosto  ;  il  vocabolo 
quando  comprende  l' idea  di  in  quel  tempo  che  ;  è  quindi 
questa  differenza  tra  come  e  quando  t  che  quello  esprime 
maggior  prestezza  che  questo ,  e  più  determina  il  tempo* 
In  questo  esempio:  Quanti  anni  a^evi  quando  tuo  padre  ti 
levò  da  Palermo^  non  si  potrebbe  usar  come^  perchè  non  si 
vuol  qui  determinare  il  momento  instantOi  ma  pur  T  epo- 
ca; come  starebbe  male  quando  nel  seguente  s  Ma  perchè 
il  balenar  come  i^ien  resta;  D.,  dove  come  significa  così  to-^ 
sto  come^osto» 

Il  Bartoli  dice  che  il  dopo  del  quarto  esempio  è  pre* 
posizione,  e  che  questo  vocabolo  non  si  può  adoperare  per 
avverbio;  ma  pure  quello  dopo  è  avverbio,  perchè  accenna 
tempo;  il  'che  la  preposizione  non  può  fare,  siccome  quella 
che  disegna  posizione  di  un  corpo  rispetto  a  un  altro* 

BEprs 

I .  Bene^  Belcolore^  demi  tu  far  sempre  morire  a  que- 
sto  modo  ?  B.  3.  La  donna  disse ^  bknb^  io  il  /Sirò.B*  3.  Egli 
è  qui  un  malvagio  uomo  che  m  ha  tagliata  la  borsa  con 
SE  19  cento  fiorini.  B.  4*  ^^>  ^^  vi  piace ^  io  ve  ne  insegne^ 
rò  BEjvjs  una. 

La  parola  bene  in  sostanza  è  nome,  che  si  prende  per 
avverbio  quando  si  usa  senza  articolo.  Lo  stesso  dicasi  di 


577 
nude*  Io  tatti  questi  esemp j  i*  avverbio  bene  comprende  io 
se  una  proposizione  nella  quale  sta  il  verbo  che  esso  modi* 
fica.  Nel  primo  esempio  bene  è  ironico^  e  vuol  dire  questo 
sta  bene  in  vero  che  tu  fai.  Nel  secondo  il  concetto  di  bene 
è,  tu  dici  bene.  La  costruzione  del  terzo  è,  m^ha  tagliata  la 
borsa  con  cento  fiorini^  e  credo  dir  bene  dicendo  cento.  Quel- 
la  del  quarto  si  riordina  così,  love  ne  insegnerò  una  che  vi 
converrà  bene.  None  dunque  mai  questa  parola  ripieno f  co* 
me  si  vuol  da  alcuni,  ma  ben  adopera  nella  espressione. 

AFFATTO^    TUTTO^  DEL  TlTTTO^   Z   UJf   PEZZO 

I .  j^mor  s*  ingegna  eh*  imora  affatto  ;  e  'n  ciò  se* 
gue  suo  stile*  P.  a.  Io  sono  per  ritramU  del  tutto  di  qui. 
B.  3.  Io  mi  veniva  a  star  con  teco  uff  pezzo.  B.  4*  Ella  git^ 
A  via  i  remi  e  il  timone^  e  al  vento  tutto  si  commise.  B« 
5.  Trovato  un  luogo  solitario  e  rimoto%  quivi  a  dolersi  del 
suo  jirrighetto  si  mise  tutta  sola.  B. 

La  parola  del  tutto  è  forse  una  ellissi  di^er  lo  spazio 
di  tutto  il  tempo  j  quando  si  riferisce  a  tempo;  o ,  secondo 
le  clrcostanzct  potrebbe  essere,  con  parole  di  tutto  il  sen-- 
so  intero^  o  simile.  L'avverbio  affatto  è  composto  di  a  faito^ 
e  ci  si  sottintende  un  aggettivo,  cioè  a  fatto  pieno ^  a  fatto 
finito^  intero j  o  simile.  Questo  vocabolo  equivale  a  del  tut^ 
to^  e  tutti  e  due  corrispondono  a  interamente.  La  parola im 
pezzo  è  membro  ài  per  un  pezzo  o  vero  spazio  di  tempo*  In 
questo  caso  pezzo  e  spazio  sono  ambedue  termini  metafo- 
rici, usati  così  per  Tanalogia  che  passa  tra  la  misura  che  noi 
prendiamo  d*  un  corpo,  e  quella  dello  spazio,  e  del  tempo. 
Tutto  si  adopera  anche  solo  per  avverbio,  come  si  vede  nel 
quarto  esempio  ;  e  nel  quinto  si  trova  accordato  col  nome* 
alla  francese. 


378 

ALTQ 

I  •  Ot  siete  Mi  ^iaro  ?  jìzto^  ben^  anduan  via.Y.  a.  Sa 
11M9  Purellai  alto^  bene^  escine*  ¥• 

Questo  avverbio  alto  è  TaggeUivo  medesimo  spogliato 
delle  parole  che  raccompagnanoy  come  si  può  vedere  rein- 
tegrando Tiotero  senso,  che  è.  Or  lessate  il  pie  in  alio^  cioè 
in  luogaalto^  e  andiam  i;/a;  Su  uia^  Purella^  parla  in  tuo^ 
no  altOf  e  co^  starà  bene\  esci  ne  (di  cotesta  tua  esitazione). 

JFIORS 

li  Pensa  ormai  per  te^sehairioRdingegno.'D.a.Men* 
tre  che  la  speranza  ha  non  del  s^rde.  B. 

Questa  parola /for  o  fiore^  usata  a  modo  d*  avverbio  « 
equivale  àfHinto^  cioè  una  quantunque  piccolissima  parte^ 
e  pare  che  questa  metafora  sia  tolta  dal  fiore  del  fratto,  il 
quale  è  la  miiiima  parte  del  frutto  stesso* 

DI   PRESSATE 

Di  PRESBJfTS  gli  cadde  il  fiirore^  e  Pira  si  converù  in 
vergogna*  B« 

La  costruzione  piena  di  qaesta  forma  avverbiale  è  in 
ora  di  tempo  presente^  ma  <^eBVo presente  appartiene  al  teoi- 
pò  al  quale  riferisce  il  dicitore.  Avvertasi  che  quando  si  sup- 
plisce ora  in  una  espressione  avverbiale^  s^intende  momento 
come  significa  Tawerbio  ora  medesimo* 

A  Mìa  posta  ^  A  Mio  MODOf   A  MIO   SSITITO 

!•  lo  non  posso  far  caldo  e  freddo  a  mia  posta.  B« 
a.  Dormavi^e  oda  cantar  V  usignuolo  a  suo  senno*^.Z.  Quan^ 
te  \H)lte  t'ho  io  detto ^pazzarella  che  tu  se\  che  tu  faccia  a 
suo  modo.  F. 

Posta  è  quella  buca  nella  quale  si  cela  la  fiera;  e  però 
che  ella  vi  si  mette  a  sua  volontà ,  a  suo  piacere ,  per  fug* 


^79 
gire  r  impeto  de*  cani,  e  l^intemperie  del  tempo,  si  è  ado- 
perato questo  vocabolo  per  termine  equivalente  a  iH>lere  o 
piacere  ;  si  che  a  mia  posta  significa  a  mio  piacere ,  a  mio 
iH>lere.  In  tutte  tre  le  soprapposte  espressioni  la  preposizione 
asegiia  il  riguardo  cioè  la  tendenza  dell'azion  del  verbo. 

.  />/«r%  IL  PX(r\  PER  LO  PIÙ* 

i.  Per  consolarti  di  quella  '  cosa  che  tu  pr&*  ami.  B. 
a.  A  mostrarlo  con  remore  e  con  lagrime^  come  il  pio*  le 
femmine  fanno^  fii  assai  volte  vicina.  B.  3.  Mostrandogli  co- 
sì grossamente^come  il  più*  i  mercatanti  sanno  fare  ecc.  B« 
4«  Cfu^lfecef  noi  faccia  maiPiu^'.B.  5.  Egli  m^  ha  coman-* 
datoche  ioprenda  questa  vostra  figliuola^  e  che  io..é  enon 
disse  DI  PIÙ*.  B. 

Pià^  dal  latino  plus^  comprende  queste  idee^  in  mag^ 
gior  grado  ^  in  maggior  numero^  in  maggior  quantità.  La 
prima  idea  cape  nel  primo  esempio,  la  numerale  nel  secon- 
do e  nel  terzo,  la  quantitativa  nel  quinto.  Il  più  è  compen- 
dio di  per  ilpiù^  cioè  per  lo  maggior  numero  delle  volte.  Il 
quarto  esempio  si  vuol  reintegrare  cosl^  mai  più  che  questa 
volta^  il  quinto,  e  non  disse  numero  di  pia  parole. 

RjiTTO^   PRESTO^  TOSTO 

i.  RaUOn  ratto^  che  il  tempo  non  si  perda.  D.  a«  Dehì 
sh  per  Vamor  di  Dìo^  facciasi  tosto.  B. 

JRattOj  da  nqìire^  è  simile  alPaggettivo  rapido^  il  qua- 
le è  pur  derivato  da  rapire;  onde  significa  in  modo  r€q>ido  t 
rapidamente.  L*  avverbio^osfo  lo  fa  ilBiagioli  procedere^ 
per  metafora,  dalPaggettivo  tosto^  abbruciato;  quasi  si  di- 
cesse, facciasi  intanto  che  è  ancora  tosto^  cioè  caldo;  e  quin- 
di equivale  a  presto.  Questo  avverbio  vien  dal  latino free- 
ito,  composto  àiprce  e  sto;  in  italiano  sto  acanti. 


a8o 


TESTS^ 


i.  Io  ho  TESTE^  ricevute  lettere  da  Messina.  B.  a.  A 
me  contiene  andare  teste*  a  Firenze^  B. 

Testèj  che  è  forse  una  contrazione  di  in  questo  mo^ 
mento  è,  equivale  ad  ora^  in  questo  momento^  e  perchè  que- 
sta espressione  si  può  riferire  al  momento  appena  passato , 
o  a  quello  in  cui  uno  è  per  entrare  «  teste  può  quindi  rap- 
presentare il  momento  appena  scorso  e  il  subito  vegnente. 

ji  SCIENTE 

L.  Asprenate^  presente  il  Senato  gli  disse:  E  Claudio  ? 
lascil  tu  A  SCIENTE  ?  9,Vi  sMuteude  animo.  Così  Ricevano  gli 
antichi  .gentilmente;  noi  diciamo  apposta  9  impruova^  sgra- 
ziatamente. „  Postilla  del  Davanzati, 

A  MANO  A  MANO 

I  •  Tu  vorrdi  a  mano  a  mano  tener  segreti  i  bandi  ; 
n*  è  pieno  tutto  p^terbo;  e  tu  di*  :  Chi  te  Vha  dettai  F.  2.  Nel 
quale  (  esercito)  quasi  A  mano  a  man  cominciò  una  gran^ 
dissima  infermeria  e  mortalità*  B. 

II  ripetere  una  parola  insieme  con  la  preposizione  a  , 
come  s*è  detto  degli  aggettivi  numerali  a  uno  a  uno^  a  due 
a  due^  a  oncia  a  oncia j  mostra  ripetizione  della  stessa  cosa; 
e  però  che  una  mano  di  qualche  cosa  significa  una  quantità 
tale  quale  una  mano  può  contenere  ,  Tespressione  a  mano  a 
mano  viene  a  essere  equivalente  di  a  poco  a  poco. 

INCONTANENTE 

Le  cinquecento  lire  che  voi  mi  rendeste  io  mandai  in* 
coNTANENTE  a  NapoU  ad  ins^estire  in  tele.  B« 

L^avverbio  i/ico/i/ane/i^e  viene  dall'aggettivo  inconti- 
nente;  cioè  senza  contegno;  e  però  significa  senza  indugio  ; 
perchè  chi  non  si  può  contenere  non  soffre  indugio.   Im^e^ 


a8i 

stire  si  asa  solamente  io  senso  metaforico  in  Inogo  di  per^ 
miUarei  perciò  che,  siccome  colui  che  si  veste  muta  appa- 
renza, così  il  denaro  speso  in  mercatanzta^  non  è  più  con- 
siderato come  speso,  ma  come  mutato  in  vestito  e  in  appa- 
renza» 

TRATTO   TRATTO 

Male  fanno  ancora  questi  che  tratto  tratto  si  pon^ 
gono  a  recitare  i  sogni  loro  con  tanta  affezione^  che  è  uno 
sfinimento  di  cuore  a  sentirli.  Gasa* 

Tratto  si  dice  di  un  frego  tirato  per  esempio  con  la 
penna  sopra  la  cartate  così  come  dicemmo  che  sH>lta  cioè  un 
giro  che  un  corpo  fa  sopra  il  suo  asse  si  adopera  a  dise- 
gnare UDO  spazio  di  tempo  tale  qual  ne  corse  nel  far  di  un 
giro;  cosi  tratto  si  usa  a  disegnare  altrettanto  spazio  di  tem* 
pò,  quanto  cen  vuole  a  tirare  un  frego»  Tratto  tratto  equi- 
val  dunque  ad  a  \H)lta  a  wlta^  di  quando  in  quando  ;  con 
quella  differenza  però  che  passa  tra  il  girar  di  una  volta,  e 
il  tirar  d^uu  frego,  questo  essendo  più  presto  che  quello. 

roRSE^  ciRCA^  t intorno 

I  •  Ordinarono  una  brigata  di  forse  ^venticinque  uorni^ 
ni.  B.  3»  D^età  di  due  anni  o  in  quel  torno»  B. 

La  costruzione  intera  del  primo  esempio  è  ordinarono 
una  brigata  il  numero  della  quale  arrivasm  forse  a  iventicin" 
^eceoom/zi/.I  vocabolari,  per  far  intendere  questo /br^e  usato 
a  dinotare  approssimazione  d*un  numero,  diceno  che  vi  sta 
in  luogo  di  circa  o  intorno^  ma  pure  egli  è  più  difficile  il  dar 
ragione  di  queste  parole  adoperate  nel  medesimo  senso , 
che  di  forsei  perciò  che,  derivando  questa  voce  dal  latino 
forsan^  tolto  da  fors^  sorte,  qui  come  altrove,  signìGca /ler 
sorte i  e  questo,  apposto  a  un  numero,  lo  fa  dubbio  nel 

20 


A8a 

quanto.  Circa  o  intorno^  awerbj,  sono  metaforici;  e  quan- 
do non  possiamo  determinare  il  numero  preciso ,  dicia- 
mOf  per  esempio,  circa  s^rUicinque  uomini^  intorno  a  i^e/i- 
ticinque  uomini  «  cioè  net  cerchio  o  nel  torno  di  ^fenticin- 
tpie  uomini  ;  perchè  quello  che  sta  in  cerchio  o  intorno  a 
una  cosa,  s*avvicina  a  quella.  0  pure  vengono  queste  espres- 
sioni dal  contar  degli  anni;  come  dice  il  Boccaccio  ,  ddà 
di  due  anni  o  in  quel  tomo^  cioè  nel  torno  del  secondo  an- 
no^ il  quale  è  di  dodici  mesi. 

AD  erir*  onA 

Foi potete  ad  un  ora  fare  a  voi  grandissimo  onore ^  e 
a  me  grande  utilità.  B» 

Adun  ora^  cioè  aduna  stessa  ora\  riducendo  due  atti 
ad  una  stessa  ora;  risponde  a  neUo  stesso  tempo;  ma  quella 
è  bella  maniera  italiana;  e  questa,  usata  per  avverbio,  è  un 
gallicismo* 


c/y 


I  •  Nella  città  diCapsa  in  Barberia  fu  aijf  un  ricchis^ 
Simo  uomOfCCC.  B.  2.  Il  negromante  disse^  cìjÌ  Dio  non  \h>- 
glia.  ..cKio  non  sia  liberale  del  mio  guiderdone.  B.  3.  O/v, 
fossero  essi  pur  qIjÌ  disposti  a  svenire  X^.^.Le  quali^  non 
CIA  da  alcun  proponimento  tirate ^  ma  per  caso.  . .  aduna-- 
tesi.  B. 

La  voce  giày  in  questi  quattro  esempj,  pare  avere  quat- 
tro significazioni  differenti;  perchè  in  fatti  le  idee  per  quel- 
la espresse  variano  alquanto  Tuna  dairaltra.  Questa  parola 
comprende  in  se  T  idea  di  fin  da  ora ,  come  nel  terzo  caso, 
e  fin  da  gran  tempo  fa ,  si  come  nel  primo  ;  e  il  senso  va- 
ria secondo  il  verbo  sottinteso  che  questo  vocabolo  tende 
a  modificare.  Per  la  qual  cosa,  nel  secondo  esempio,  il  con- 


:i83 

cetto  di  già  et  fin  da  ora  prot€sto;ììe\  ([aarto^n  da  ora  vi  50 
dire  .  Quindi  viene  che  volgarmente  si  dice  già  nel  senso 
di  ^ì;  perciò  che,  si  come  vedemmo  raffermati  va  sì  signifi- 
care così  è,  nello  stesso  modo  già  comprende  fin  da  ora  vi 
dico  che  così  è. 

PUNTO^   MICA^    K    NIENTE.    - 

I  •  Madonna^  Tedaldo  non  è  punto  morto^  ma  è  uivo 
e  sano*  B.  2.  Una  ne  dirò^  non  mica  dC  uomo  di  poco  af- 
fare. B. 

Nello  stesso  modo  che  abbiam  veduto  tm  pezzOy  che 
è  una  parte  di  un  corpo  ,  adoperarsi  a  misurare  lo  spazio 
del  tempo;  così  un  punto^  che  è  la  parte  minima  di  un  cor- 
po, misura  pure  il  tempo  nella  minima  quantità.  Dunque 
r  idea  compresa  nelfavverbio /ytin^o  del  primo  esempio  è, 
non  è  siato  morto  per  lo  spazio  di  ten^  eguale  a  un  punto. 

Mica  è  una  di  quelle  particelle  di  pane  che  da  esso  si 
staccano  rompendone  un  pezzo  ;  e  si  usa  per  avverbio  ad 
esprimere,  quello  che  si  niega  non  esser  vero  pure  per  la 
minima  parte,  per  la  quantità  di  una  mica. 

Niente  fa  il  medesimo  ufficio  dei  due  precedenti  vo- 
caboli; ecco  gli  esempj  :  Perchè  i  Britanni^  nients  atter^ 
riti  per  la  passata  rotta^  avevan  tratto  a  loro  il  forte  d^ogni 
città.  Dav»  Ma  Tiberio  niente  smagato.  Dav.  E  V  analisi 
è  non  per  la  quantità  di  uno  ente. 

riA 

I  •  ytji  a  casa  del  prete  nel  portarono.'^,  a.  E  così  que- 
sta seccaggine  tonò  via.  B.  3.  yiA^  facciales^isi  un  letto  ta- 
le, quale  egli  w  ctqie.  B.  4«  ^  quali  cose ,  oltre  agli  altri 
piaceri^  un  fìe  maggior  piacere  aggiunsero.  B,  5.  E  poco 
fa  si  dieder  la  posta  d'esser  insieme  via  via^  B.  6,  Ambo 


9egnofu  •  •  a  gtdordia  della  valle^  per  lo  serpente  che  i^rrà 

L*avverbio  yia  vien  dal  nome  9ia\  che,  quando  si  dice 
9Ìaj  a  casUf  egli  è  come  se  si  dicesse  esciti  in  wa^  esnia  ca^ 
sa;  e  Tespressione  del  primo  esempio  è  uscirono  in  via^  e 
ne  lo  portarono  a  casa.  Così  il  complemento  dell*  idea  in 
tonò  s^ia  òj  terrò  di  quà^  e  caccerò  in  9ia.  Dunque  s^ia  equi- 
vale a  lungi  li/ ^o^.Questo  vocabolo  via  si  usa  anche  ad  espri- 
mere un  atto  di  consentimento  ^  come  nel  terzo  esempio  , 
quasi  si  dicesse  lungi  da  me  e  vada  in  via  V opposizione  cfiio 
faceìHi;msL  pure  è  sempre  quel  medesimo  che  dal  nome  via 
deriva.  P^ie  «  del  quarto  esempio,  è  un^alterazione  di  via  « 
nel  senso  di  volta;  e  vie  maggior  piacere  significa  piacere 
una  volta  maggiore  ;  e  perchè  tutte  e  due  le  forme  pia  e 
volta  sono  usate  ad  accennar  tempOf  Tespressione  degli  ul- 
timi esempii  via  via^  corrisponde  a  éjfuesta  volta  questa  voi- 
ta;  cioà  or  ora^  che  significa  questa  ora  questa  ora. 

COMUN(^B 

Egli  è  sì  sciocco  eh*  egli  s"  acconcerà  coBurjfQOE  noi 
porremo.  B 

Abbiam  dimostrato  a  carte  374  Tidea  compresa  nella 
voce  come  essere  in  qual  modo  o  nel  modo  che;  ora,  comun'^ 
que  essendo  composto  di  come  e  di  unque^  il  senso  suo  vie- 
ne ad  essere  in  quale  unque ,  cioè  in  qualunque  modo*  Il 
Bartoli ,  non  avendo  concetto  il  vero  sentimento  di  questo 
vocabolo,  Tha  adoperato  nel  senso  di  quantunque^  congiun- 
zione, dicendo:  Epure^  comunque  questi  gran  faccendieri 
sien  tolti  ad  una  città ,  ella  si  tiene  in  pie  da  se  stessa.  E 
non  V*  è  dubbio  che  egli  intese  di  dire  quantunque^  perchè 
non  il  modo  si  ha  qui  in  riguardo*  che  è  Tufficio  dello  av- 


verbìo,  ma  il  caso,  ravvenìmeoto,  il  cui  concetto  si  esprime 
per  la  congiunzione;  Tidea  di  quanturujue  essendo,  e  quanr 
do  pure  awenga  che  •  Fo  manifesti  qaesti  errori  acciò  che 
si  vegga  la  necessità  di  questa  nostra  analisi  degli  avverbi! 
e  delle  congiunzioni,  per  via  della  quale  solo  si  viene  a  con« 
cepire  le  idee  comprese  nelle  parole;  e  quindi  ad  assegna- 
re ad  esse  il  loro  giusto  ufìScio. 

INFINOn  INStlfO^   PERFINO^  SiJY^  SINO 

I  •  Tanto  rancore  mostrò  Tiberio  contro  a  Sereno  «;^c- 
ckio^per  avergli  scritto^  sin  quando  fu  dannato  Ubonetso* 
lo  esso  asterie  ser\^ito  senza  frutto.  Dav.ii.  O,  toi^  se  ogni  gat* 
tas^uolil  sonaglio  !  issino  alle  monacfie  wgUon  far  le  com» 
medie.  G.  3.  Senza  la  {varietà ,  perfino  i  piaceri  mutan 
natura^  e  si  trasformano  in  dispiaceri»  Bart, 

Questi  vocaboli  li  abbiam  veduti  nelle  preposizioni  da 
noi  dette  composte,perchè  si  compongono  di  in  o  per^  e  fino 
eseno'j  e  servono  a  disegnare  una  posizione  stante  in  estre- 
ma parte ,  o  nel  seno  di  un  dato  spazio.  In  questi  esempj 
essi  sono  adoperati ,  nel  primo  a  portar  V  immaginazione 
indietro  indietro*  quasi  in  punto  estremo  di  un  dato  tem- 
po; nel  secondo  e  nel  terzo  intendono  a  notare  estremità  di 
specie  di  persone  e  di  cose;  cioè  che  le  monache  sono  Tal- 
tima  specie  di  persone  che  si  crederebbe  avere  a  far  le  com- 
medie ;  e  i  piaceri  Tultima  specie  di  cose  che  avesse  a  mu- 
tarsi in  dispiaceri  senza  la  varietà.  Cosi  passan  le  parole  dal 
concreto  air  astratto;  ma  bisogna  rintracciarle  indietro  si« 
no  alla  loro  origine,  quando  si  voglia  definire  il  lor  valore 
e  provare  che  siano  usate  a  proposito  •  In  questo  ultimo 
senso,  equivalente  di  anche^  non  credo  che  si  trovino  in  al* 
cuno  dei  Tre«  nò  che  i  vocabolari  ne  faccian  motto;  e  però  * 


\ 


2S6 

io  le  pongo  ia  qaesto  mio  campo  «  perchè  mi  par  che  ab«» 
bian  bisogno  d'essere  coltivate. 

M^NCO 

Io  non  ho  tolto  né  dato  s^ste  a  persona^  né  so  Mjìnco 
quel  che  vi  diciate.  F. 

Analisi:  E  non  so  quel  che  vi  diciate ,  che  è  il  manco, 
il  meno,  o  il  minimo,  che  mi  si  potesse  apporre. 

OITDB   E   DO^DE 

i.  Non  ho  troi^ato  onde  e  perchè  prendessero  questa 
religione  portatavi  di  fuori.  Dav.  3.  O  anima  che  . . .  per 
carità  ne  consola  e  ne  ditta  onde  vieni  e  chi  se".  D. 

La  diflferenza  tra  il  pronome  e  Tavverbio  è  che  questo 
contiene  in  se  Tidea  di  luogo,  come  qui  di  che  luogo^  lad- 
dove quello  si  riferisce  sempre  a  una  cosa  già  nominata,  o 
vi  si  sottintende.  Onde  e  donde  sono  la  stessa  cosa* 

INTANTO 

Intanto  voce  fu  per  me  udita  :  Onorate  F  altissimo 
poeta.  B. 

Ordine  intero  della  idea  contenuta  nella  parola  intana 
to ,  cioè  in  tanto  tempo  quanto  scorreva  durante  il  nostro 
colloquio.  Dunque  intanto  risponde  a  in  questo  mezzo^  cioè 
nel  mezzo  di  questo  tempo. 

IN   QUESTO  MEZZO 

In  QUESTO  MEZZO  che  pena  a  tornare^  vo*  tentare  se 
la  signora  mi  volesse  aprire.  F.  Analisi  :  Nel  tempo  che  è 
mezzo  tra  questo  e  quello  in  che  ecc. 

PAIlTEf    E   A   PARTE   A   PARTE 

I  •  Parte  che  lo  scolare  questo  diceva jla  misera  don- 
na  piangeva  continuo.  B.  3.  Che  quello  che  iodico  sia  ve- 
ro  rigfuirdisi  a  parte  a  parte.  B* 


a87 

L*i(lea  compresa  inparte  del  primo  esempio  è  mentre 
che  da  una  parte^  o  per  sua  parte^  lo  scolare:.^  la  misera 
donna  dalV altra  parte  ecc.  La  parola  continuo  è  usata  a  mo- 
do d'avverbio^  e  sigoiGcai»  modo  continuo •  Il  secondo  e- 
sempio  si  ordina  cosi  riguardisi  a  uim  parte  ^  air  altra  par-- 
te^  a  ciascuna  parte. 

Se  alcune  di  queste  analisi  parranno  stran  e  o  lambic- 
cate, io  non  mi  meraviglio  ;  perciò  che  gli  avve  rbii,  salvo 
quelli  che  terminano  in  mente ,  son  tutti  adoperati  in  tal 
modo  ellittico;  e  quasi  facenti  solo  un  cenno  delle  idee  «  e 
trapassando  oltre,  si  che  bisogna  prenderle  al  volo;  ma  pu- 
re non  v*è  altro  modo  ;  e  dii  vuol  scriver  bene  e  con  forza, 
deve  conoscere  il  senso  e  sentire  il  valore  d*ogni  vocabolo  ; 
e  non  si  fidar  troppo  all'orecchio;  perchè  abbiam  dimostro 
e  provato,  per  leggere  che  si  faccia,  quello  non  bastare. 

iNOi  E  in 

I  •  Con  ciò  sia  che  Hufo%  stato  assai  tempo  fantaccino^ 
poscia  centurione^  indi  maestro  del  campo^  rinnovaifa  la  du- 
ra milizia  antica.  Dav»  a.  lyi  a  pochi  giorni  Gua^rrolo 
andò  a  Genova^  come  la  donna  as^eiHt  detto.  B. 

A  questo  vocabolo  indi^  composto  di  due  preposizioni 
di  e  m,  quando^'pur  venga  dal  latino  inde ,  s*  intende  quel 
luogo^  quando  si  parla  di  luogo,  e  quel  tempo^  allor  che  sW 
cenna  tempo;  il  che  equivale  a  da  quel  tempo  in  poi.  È  bel- 
lo e  da  notarsi  per  la  gradazion  degli  intervalli  che  aiuta  a 
formare,  prima^  poscia  o  poi^  indi^  finalmente.  Anche  ivi , 
per  analogia  tra  il  tempo,  e  lo  spazio  che  lo  misura,  può  si- 
gnificare in  quel  luogo  e  in  quel  tempo;  e  seguito  da  a,  vie- 
ne ad  esprimere  da  quel  luogo  a,  da  quel  tempo  a;  ed  equi- 
vale a  indi  e  quindi. 


a88 

Tuttavìa  k  ancoha 

I  •  Essendo  il  freddo  graìède^  e  ne\dcando  tottafìa 
forte*  B.  2.  Siati  raccomandato  il  mio  tesoro^  nel  qiude  io 
viiH>  ANCORA.  D«  3.  Disse  allora  Ser  Ciappelletto^  sempre 
piangendo  forte.  B. 

Tuttavia  significa /^er  tutta  la  via^  cixi^  senza  ristarsi^ 
continuamente.  Bisogna  guardarsi  qui  dal  cadere  nel  gal- 
licismO)  troppo  frequente  in  quelli  che  parlano  o  intendono 
il  francese,  di  usar  sempre  ad  esprimere  continaazione  di 
un'azione  o  dello  stato  di  una  cosa  in  tempo  presente ,  in 
luogo  di  ttUtas^ia  o  ancora.  Sempre  si  adopera  in  nostra  lin- 
gua a  determinare  il  tempo  passata  o  il  futuro,  o  tutto  in-* 
sieme  il  passato,  il  presente,  e  il  futuro,  ma  non  il  presente 
che  può  aver  termine.  I  Francesi  dicono,  Hpleut  toujours^ 
ilneige  toujours;  e  uoì^pio\^e^  nei^ica^  tuttat^ia;  e  similmen- 
te, Demeurez  uous  toujours  oà  w}us  demeuriez  ?  Est-il  tou- 
jours  en  Italie  ?  e  noi.  State  wi  ancora  o  tuttavia  a  casa  do* 
pe  stavate  ?  £  egli  ancora  o  tuttavia  in  Italia  ?  Si  può  ben 
dire  che  in  un  paese  piove  sempre,  che  una  persona  sta  sem* 
pre  in  un  luogo,  perchè  qui  sempre  è  senza  termine* 

Il  terzo  esempio  par  che  approvi  il  sempre  alla  fran- 
cese anche  in  italiano  ;  ma,  tutto  che  si  possa  dire  pian^ 
gendo  tuttavia  forte;  quivi  può  star  sempre  senza  equivoco 
perchè  si  esprime  tempo  passato;  laddove  ben  si  sente  che 
non  è  italiano  il  seguente  sempre  del  Monti  s  La  lingua  ar^ 
tiftciata  è  opera  del  sapere  che  la  tira  da  altre  lingue  (  è 
sempre  Dante  che  parla)  o  V inventa. 

DI  COLPO 

Di  die  ciascun  di  colpo  fu  compunto.  D*  Analisi;  Di 
che  ciascuno  fu  compunto  come  se  stato  fosse  percossa  di 
un  colpo. 


Di    BOTTO 

Non  altrimenti  V  anitra  Dt  botto^ 

Quando  il  falcon  /  appressa^  già  s"  attuffa; 
Ed  ei  ritoma  su  crucciato  e  rotto.  D. 
Botto  sì  dice  di  un  tocco  d^una  campana*  Analisi;  Rat- 
to cosi  come  ratto  è  l*is tante  di  un  botto* 

Di  PIANO 

IlfUtaiuolo^  Di  ptANo^  non  vuol  pia  reggere  (  a  pre- 
star danaro)*  Galli* 

Piano  si  dice  un  terreno  che  non  presenti  opposizio-* 
ne  a  un  corpo  solido  che  ?i  si  rotoli  sopra  ;  schietta ,  una 
vermena  che  non  abbia  nodi,  si  che  la  mano  passandovi  so- 
pra  non  incontri  intoppo  ;  onde,  per  metafora,  queste  due 
voci  si  appongono  alle  parole  dette  senza  intralci  di  cauto 
rispetto,  di  figure  rettoriche,  o  d*eleganza;  le  quali  cose  so* 
DO  talvolta  intoppi  alla  piena  e  chiara  intelligenza  delle  co- 
se. Adunque  l'analisi  della  idea  contenuta  nel  citato  esempio 
hllfttaiuolo^  con  parole  di  piano  senso ^  dice  che  non  vuol 
pia  reggere  a  prestarvi  danaro.  Notisi  che  reggere  qui  è 
pare  adoperato  metaforicamente;  un  prestito  che  uno  fa  di 
mala  voglia  o  con  sforzo  essendo  come  un  peso  che  lo  ag-* 
grava. 

Di  FERO 

Di  F'BRo  tu  cenerai  con  esso  meco.B.  Analisi:  Con  pa- 
role di  vero  e  deliberato  volere  ti  dico  questo ,  tu  cenerai 
con  esso  meco. 

A  TORTO 

Veggendosi  A  torto  far  ingiuria  dal  marito.  B.  Ana- 
lisi ;  In  modo  simile  a  modo  torto;  con  animo  torto;  tor- 
tamente*     ^ 


ago 

CERTOt  PSR  CERTO 

I*  Io  il  dirò  domattina  ad  Egano  per  certo*  B.  a.  Ma^ 
certo  9  io  m-  aspetto  tosto  quel  merito  (i )  che  mi  si  can^iem* 
Analisi  ;  £  questo  vi  dico  per  fatto  certo. 

SEMPRE  MAI 

.  Demi  tu  far  sempre  mai  morire  a  questo  modo  ?  B* 
Mai  significa  in  alcun  tempo^  e  però  che  si  dice  che  uno 
patisce  sempre,  benché  abbia  degli  intervalli  di  riposo, io 
immagino  che  si  aggiungesse  mai  a  sempre  per  abbracciare 
anche  quegli  intervalli  ;  onde  sempre  mai  viene  a  dire  semr 
pre  e  in  ogni  ten^o. 

iir  QUANTO 

Tu  hai  creduto  as^re  la  moglie  quìi  ed  è  come  se  a- 
\^a  Va\>essi\  in  quanto  per  te  non  è  rimaso  ecc.  B.  Anali- 
si; £  questo  è  vero  in  tanto,  in  quanto  per  cagion  tua  non  è 
rimaso  eh*  ella  qui  fosse. 

MN   FATTO  O   IN  FATTI 

Io  allora  dico  per  fermo  che  il  caso  altro  non  sia  che 
una  voce^alla  cui  significazione  non  risponde  in  fatto  co- 
sa  nessuna*  Dav«  In  fatto  o  in  fatti  significa  mettendo  la 
cosa  in  fatto  reale  o  in  fatti  reali.  Il  caso  di  cui  parla  qal 
il  Davanzali  è  quello  dei  Latini,  il  quale  egli  dice  non  signi- 
ficar nulla  in  nostra  lingua* 

A  TEMPO 

I  •  Similmente  àgli  splendor  mondani  Ordinò  general 
ministra  e  duce^  Che  permutasse  a  tempo  li  ben  vani.  D.  II 
Davanzati  chiosa  questa  espressione  dicendo  :  Le  dittatu- 
re erano  a  tempo^  cioè  non  perpetue ,  come  le  presero  Siila 


(i)  Merito  s^adopen  anche  a  «ignificar  guiderdone,  perchè  qoando  na» 
s^aspetu,  o  gli  si  promette  o  dà  un  guiderdone,  gli  si  dà  quello  che  neriu. 


fe?:. 


2gi 

Cesare^  ma  in  casi  urgenti,  lì  senso  pieno  è  dunque  a  tem  - 
0  determinato. 

Mjìl  o  male 

ti 

«Se  non  ci  è  tolta  la  càsa^  o  parecchi  ragnatela  che  W 
x>n  dentro^  e*  ci  può  mal  esser  tolto  altro.  G.  Analisi:  Egli 
u  può  esser  tolto  altro  per  mal  disegno  e  non  possibile.  Mal 
prenderei  vendetta  di  un  uom  che  mi  facesse  dispetto^  se 
a  uno  sparvier  non  avessi  ardir  di  pigliarla.  B.  Analisi  : 
'"Prenderei  vendetta  in  mal  modo.  Onde  si  vede  che  questo 
"^avverbio  è  uno  aggettivo  al  quale  il  nome  è  sottinteso;  dif- 
ferente da  quello  quando  si  dice  hai  fatto  male^  V  avverbio 
della  quale  espressione  è  tolto  dal  nome« 


»' 


GiiP  XXI* 

DELLE  CONGIUNZIONI 

La  parola  congiunzione  esprime  chiaramente  T  ufficio 
al  qaale  è  destinata  ;  essa  serve  a  congiungere  una  parola 
con  Taltra,  una  proposizione,  un  membro  d'un  periodo,  un 
periodo  conTaltro. 

CONGIVNZlOlfB    SE 

I  •  Se  io  non  fado^  io  sarò  tutta  sera  aspettato.  B. 
3.  Se  tu  ti  PARTI ^  io  senza  alcun  fallo  nCuciUderò.  B.  3.  f^o- 
glion  vedere  se  V  animo  tuo  si  muta  da  qtiello  che  era.  B. 
4«  Se  egli  vi  dorra^  troppo^  vi  lascerò  incontanerUe.B.  5.  Se 
^gli  non  se  ne  rimarrà^  io  lo  dirò  a  mio  marito  e  <C  fra^ 
^clU  miei.  B.  6.  Ma  altramenti  ne  la  farò  io  accorgere ^  se 
io  la  PONGA  la  branca  addosso.  B. 


A  poter  vedere  come  se  sia  congiunzione,  vuoisi  in-* 
vertere  la  frase;  per  esempio  ;  io  sarò  tutta  sera  aspettato 
se  io  non  y^ado.  Essa  giunge  qui  un  membro  della  proposi- 
zione con  Taltro. 

La  congiunzione  se  comprende  V  idea  di  nel  caso  in 
che;  il  qual  caso  è  espresso  in  modo  indicativo,  se  è  segui* 
lo  da  una  proposizione  neirindicativo  ;  e  si  esprime  per  lo 
congiuntivo,  se  la  proposizione  che  segue  è  in  condizionale. 
Quando  il  verbo  preceduto  dalla  congiunzione  se  è  neirin- 
dicativo, come  ne^primi  cinque  esempj,  ora  si  mette  in  tem- 
pò  presente  e  ora  in  futuro*  Si  fa  uso  del  presente  per  e- 
sprimere  un*  azione  la  quale,  se  ha  luogo,  debbo  aver  luo- 
go immediatamente  dopo  ristante  medesimo  che  si  parla, 
come  nel  primo  esempio  ;  o,  come  nel  secondo,  per  accen- 
nare un  caso  che  altri,  per  desiderio  o  per  paura,  si  rap- 
presenta alla  fantasia  imminente*  Nel  terzo  si  fa  cenno  dV 
no  esperimento  il  quale  è  già  in  atto  presente;  quindi  è  il 
verbo  mutare  in  presente.  Si  fa  uso  del  futuro  quando  si  di- 
segna un*azIone  o  una  cosa  che  debbe  aver  luogo  nel  tem- 
po futuro,  e  nella  quale  non  sia  alcuna  espressione  di  desi- 
derio 0  di  timore,  come  negli  esempj  quarto  e  quinto.  Il  se- 
sto prova  che  dopo  la  congiunzione  se  si  può  anche  porre  il 
congiuntivo  presente  ;  ma  quantunque  Tespressione  sia  di 
maggior  forza  che  tutte  Taltre,  è  di  rado  adoperata.  Tra  le 
parole  io  le  ponga  e  se  si  sottintende  egli  aliene  che. 

I .  Se  io  POTESSI  parlare  al  re^io  gli  djìreì  un  censi- 
glio.B.2.  Se  non  si  fosse  bene  attenuto^  egli  s^iREBBEin* 
fin  nel  fondo  caduto^*  3.  Se  io  faceva  il  debito  mio^ijuesto 
non  ni  iNTERFENiFA.  B«4«*S!fi  tu  ti  APRIVI  meco^  io  t^SRA  fe- 
dele alloraJB.5*Leifa  su  domuglione;che^  se  tu  volevi  dor- 
nure^  te  ne  dovevi  andare  a  casa  tua^e  non  s^nir  qui.  B. 


393 

Abbiam  detto  che,  quando  il  caso  espresso  dalla  con- 
giunzioDe  ^e  è  seguito  da  una  proposizione  in  modo  condi- 
zionale, il  primo  verbo  si  mette  in  congiuntivo;  il  che  ap- 
pare dal  primo  esempio.  Qdesta.è  regola  ferma,  quando  si 
parla  del  tempo  avvenire,  cioè  quando  il  cond  izionale  è  e- 
spresso  in  forma  semplice,  io  darei;  nòia  quando  si  parla  di 
tempo  passato,  che  il  condizionale  è  composto,  egli  sareb» 
he  caduto^  allora  si  può,  in  vece  di  far  uso  del  congiuntivo 
per  Tuno  verbo,e  del  condizbnale  per  Tahro,  metterli  bvot 
bedoe  nello  imperfetto  dell*  indicativo, e  dire.  Se  egli  non 
si  aUenes^a  hene^  egli  cadeva  in  fin  nel  fondo  delpozzo\  co- 
me mostra  il  3.  esempio,  il  quale,  viceversa  (i),  si  può  e- 
sprimere:iSe  io  avessi  fatto  il  debito  mio^  questo  non  misa^ 
rebbe  iniervenuto.  La  congiunzione  se  è  qualche  volta  in«- 
tesa  a  significare  la  seguente  idea ,  nel  caso  che ,  come  as^ 
vennei  quindi,  qualunque  volta  il  caso  accennato  dalla  con* 
giunzione  se  sia  realmente  avvenuto ,  si  debbo  usare  V  im<- 
perfetto  deirindicativo  per  tutti  e  due  i  verbi;  e  non  vi  può 
aver  luogo  né  il  congiuntivo  né  il  condizionale.  Questo  si 
pruova  con  gli  esempj  quarto  e  quinto* 

i.E  SBtu  mai  nel  dolce  mondo  regge^  Dimmi  perchè 
quel  popolo  ecc.  D.  2.  Deh^SE  riposì  mai  vostra  semenza^ 
Prega  io  Zea,  solvetemi  quel  nodo* ecc. 

Il  concetto  compreso  in  queste  maniere  di  augurio  ado-* 
perate  da*  poeti ,  e  specialmente  da  Dante,  è  :  «S'è  io  desi-' 
dero  che  ttu.  .in  contraccambio  dimmi  ecc.  Deh^  se  io  de^ 
sidero  che  riposi  ...in  contraccambio  solvetemi  ecc. 


(i)  yioeveria  è  latinot  composto  di  vtrsa  vice,  voluta  vicenda  ,  ci>é 
per  lo  coatrarìo. 


294 

quéìi^do^  dofe\  è  laddove  o  la*  dovè 
I  •  //  giùsHine  disse  che ,  dofe  esser  potesse ,  egli  non 
volfiva  esser  sfeduio  né  conosciuto.  B«  !i.  Laddove  io  onesta^ 
mente  vii^a^  né  mi  rimorda  d^  alcuna  cosa  la  coscienza^  parli 
chi  smtde  in  contrario.  B.  3.  Io  %H>lentieri^  quando  vi  pia-- 
cesse^  mi  starei.  B.  4*  ^g^l  è  come  io  ^i  dico,  e  io  wl  farò 
ì^der  né  s^ivi  quando  vi  piaccia. 

Premettasi  che  Tidea  compresa  nella  congiuntone  sé 
è,  come  dicemmo,  nel  caso  in  che;  la  parola  quando  com- 
prende nel  tempo  in  che^  T  avverbio  dove^  nel  luogo  in  che* 
In  virtù  deir  analogia  che  è  tra  il  caso«  e  il  tempo  e  il  luo- 
go nel  quale  il  caso  avviene,  queste  tre  forme  si  possono  so- 
atituire  Tuna  air  altra  a  guisa  di  congiunzione;  come  è  ap- 
parente nel  primo  e  terzo  esempio,  ne*  quali  quando  e  do^ 
ve  equivalgono  a  se.  Quindi  è  che  questi  e  altri  avverbj  fan- 
no talvolta  Tafficio  di  congiunzione.  Nondimeno  v^ha  que- 
sta differenza,  che,  facendo  uso  di  quando  o  dove^  il  verbo 
che  reggono  queste  voci  debbo  essere  in  congiuntivo,  quan- 
tunque quello  che  T accompagna  nella  medesima  proposi- 
zione sia  neir  indicativo  ;  il  che  non  accade  della  congiun- 
zione se\  vedi  a  carte  riga.  Sì  che  il  4*  esempio  ben  si  potreb- 
be esprimere  perifof^  vi  piaccia;  ma  bisognerebbe  dire  se 
vi  piace ^  quando  si  adoperasse  se  per  congiunzione,  a  ca- 
gione del  precedente /arò  in  indicativo.  Laddove^  del  secon- 
do esempio,  è  unVtra  congiunzione  corrispondente  alle  pre- 
dette; e  per  essa  ivi  cape  quest*  idea ,  nel  caso  che  io  viva 
onestamente^  come  fo  in  fatto.  Queste  parole  sono  congiun- 
zioni quando  governano  il  verbo,  e  avverbj  quando  son  sog- 
gette ad  esso* 


E^  ED  ECCO 

I  •  Uscito  il  marito  d*una  parte  delia  casa^  ed  ella  uscì 
delT altra.  B.  2.  E  in  questo  che  egli  così  si  rodeva^  e  jS/o/2* 
del  venne*  B.  3.  E  mentre  in  questa  guisa  staila  senza  al- 
cun sospetto  di  lupOj  ed  ecco  \ncino  a  lei  uscir  d'una  mac" 
chìa  folta  un  lupo  grande  e  terribile.  B« 

Io  non  mi  potrò  mai  accordare  alla  opinione  di  coloro 
che  YOgliono  che  sian  nella  lingua  nostra  queste  particelle, 
che  vi  si  ficcan  dentro  qua  e  là  per  vezzi,  senza  perchè;  on- 
de, se  ben  la  congiunzione  esposta  nel  primo  esempio  di- 
nanzi ad  ella^  nel  secondo  a  Blondel  ^  e  nel  terzo  ad  ^cco,  si 
possao  quindi  levare  senza  distruggere  il  collegamento  del- 
le parole,  io  mostrerò  che  vi  son  poste  con  buono  intendi- 
mento ,  e  fan  loro  ufficio*  Per  quella  congiunzione  innanzi 
ad  ella  del  primo  caso  a  me  par  scoprire  nella  donna  que- 
sto pensiero  che  rumina  fra  se:  Tu  tene  s^ai  di  là^e  io  di 
qua.  Nel  secondo  il  concetto  è  t  Mentre  tun  si  rodala  dal" 
f  una  parte j  dalFaltra  Blondel  uenne.  La  e  esprime  dunque 
quivi  simultaneità  d'azioni  e  fa  il  suo  ulfitio  di  congiungerle 
nel  medesimo  istante  •  L*  idea  poi  compresa  nella  espres- 
sione edecco^  prendendola  dalla  sua  origine,  è  questa;  cioè 
che,  dovendo  il  dicitore  in  tale  occasione  annunziare  qual- 
che cosa  di  inaspettato,  egli  ponga  qnella.congiunzione  qua- 
si per  continuare  il  discorso  che  sta  facendo,  e  che  poi,  per 
la  sabita  apparizione  di  quella  cosa  che  ecco  addita,  tron- 
chi ciò  che  stava  per  dire  così  ed. .  •  ecco.  E  questa  è  gran- 
de arte,  non  già  vezzo ,  e  mi  ricorda  quel  troncamento  di 
Dante  : 

Pure  a  noi  converrà  vincer  la  punga^ 
Cominciò  eli  se  non  .••tal  ne  s'offerse  ! 


296 

Dico  che  da  principio  immagiDO  tal  fosse  il  pensiero 
di  chi  creò  questa  espressione ,  non  che  ora  ve  1'  intenda 
chiunque  Tusi  ;  ma  egli  giova  il  sottoporre  i  vocaboli  a  se- 
vera investigazione  per  ben  comprenderli,  e  perchè  non  si 
abbandonino  per  ignoranza.  Quante  parole  veggio  essere 
state  tolte  o  mutate  al  Decamerone  per  gli  editori  che  noo 
l^hanno  intese,  e  quante  aggiunte,  che  dair Autore  far  la- 
sciate a  sciente  ,  per  ellittico  parlare  !  Mi  consola  però  il 
sapere  che  il  Biagioli  lasciò  in  Parigi,  se  non  ancor  pubbli- 
cata ,  almeno  pronta  per  la  stampa ,  una  sua  edizione  eoo 
dottissime  postille;  e  se  quella  sarà  pubblicata  ,  come  noo 
dubito,  quando  che  sia,  si  avrà  il  Decameron  ridotto  alla  sua 
vera  lezione;  che  è  cosa  importantissima  per  lo  mantenimen- 
to della  lingua*  Io  Taiutai,  fin  da  dodici  anni  &,  a  prepa- 
rare il  testo  con  ben  otto  diverse  edizioni  delle  più  stimate, 
che  la  magnificentissima  e  liberalissioEia  Biblioteca  Reale  ci 
prestava  per  ciò,  e  ci  lasciava  tenere  in  casa  propria* 

s  z  nrÉ 

I  •  E  per  terra  e  per  mare^  ad  uomo  ricco  come  tu  seij^ 
è  pien  di  pericoli*  B«  a*  Io  mi  sono  ratiemperaia^  né  ho  ^ 
luto  fare  né  dire  cosa  alcuna.  B.  3»  Z*  acque  parlan  da- 
merei e  Vora^  (raura),  e  i  rami^  e  gli  augelletti^  e  ipescin  e 
i fiorii  e  Verbaé  P.  4«  Pior^  frondi^  erbe^  ombre^  antri,  an- 
de^  aure  soas^i,  sballi  chiuse^  alti  colli,  e  piagge  apriche^  sani- 
no di  che  tempre  •  •  •  P. 

Confesso  che  mi  sento  anch'io  tirare  talvolta  da  quel* 
la  naturai  indolenza  che  è  neiruomo,  a  dire  la  tal  parola  sta 
qui  per  un  certo  qual  {^ezzo,  piiì  tosto  che  cercare  di  pene* 
trare  la  ragion  delle  cose;  e  già  sopra  il  precedente  ed  ecco 
vtC  era  quasi  addormentato  per  non  trovarci  la  soluzione , 


^97 
[uando  Tidea  mi  s'affacciò,  e  il  sentimento  della  cosa,  che 
cosse  via  il  sonno,  e  mi  fò  lieto  della  trovata  verità.  La  con- 
;iunzionee,  posta  in  capo  del  primo  esempio,  offre  uno  di 
[uei  casi ,  perciò  che  par  che  non  vi  faccia  alcuno  ufficio  • 
Quella  che  sta  tra  terra  e  mare  ben  serve  a  congiungere  que- 
lle due  parole^e  a  metterle  ambedue  sotto  Tinfluenza  del  se- 
guente verbo  é;  ma  la  prima  che  fa?  La  prima,  per  Tap-» 
poggio  che  presta  alla  voce,  dà  molto  maggior  forza  aire- 
;pressione;  perchè,  dicendo  per  terra  e  per  mare^  si  passa 
lalle  parole  per  terra  alle  seguenti  senza  pausa;  ma,  met- 
tendovi la  e,  sopra  questa  congiunzione  s'appoggia  la  voce 
con  enfasi,  sì  che  raddoppia  il  valore  di  quelle  parole;  e  ren- 
dendo il  metro  dei  due  termini  e  per  terra  e  per  mare  e- 
guale ,  esprìme  nello  stesso  tempo  una  specie  di  compara- 
zione d'egualità;  del  che  se  ne  può  veder  la  pruova  appo- 
nendovi i  termini  usati  nelle  comparazioni,  cioè  così  per  ter^ 
ra  come  per  mare  ,  tanto  per  terra  quanto  per  mare  ecc. 
Della  medesima  natura  sono  le  seguenti  proposizioni  del 

Boccaccio:  //  Giudice  rispose  che  egli  in  quella  (fede)  era 
nato ,  e  in  quella  intendem  e  viscere  e  morire^  La  povertà  è 
esercitatrice  delle  virtù  sensitis^e^  e  destatrice  dei  nostri  in* 
gegni'^  laddo{>e  la  riccJtezza  e  quelle  e  questi  addormenta^ 
Egli  era  noto  a  ciascun  del  paese^  sì  per  la  sua  rozzezza^  e 
sì  per  la  nobiltà  e  ricchezza  del  padre;  nella  quale  ultima 
proposizione  si  può  sostituire  e  a  ^2*  £  io  dico  che  se  la  ra- 
gione fosse  un  certo  qual  s^ezzo^  allora  si  potrebbe  sempre 
raddoppiare  in  tal  modo  la  congiunzione,  essendo  ben  leci- 
to a  ciascuno  V  aggiunger  vezzi  al  parlare. 

La  congiunzione  è  ripetuta  davanti  a  ciascun  nome 
nel  terzo  esempio,  perchè  il  Poeta  vuole  che  V  immagina- 


398 

zione  di  chi  legge  vegga  e  senta  distintamente  i  diversi  ogget- 
ti e  i  diversi  parlari  siccome  quelli  che  hanno  ciascuno  il  suo 
modo  parlicolare^  ma,  nel  quarto  dà  maggior  forza  col  tor- 
re la  congiunzione  ,  perchè  abbisogna  di  far  di  tntte  quelle 
cose  che  nomina  un  solo  agente  al  verbo  sanno ^  e  di  mo- 
strarle tutte  insieme. 

La  congiunzione  né  comprende  e  non\  essa  è  quindi  u- 
sata  in  luogo  di  ripetere  queste  due  parole:  Non  wlwa  esser 
i^eduto  né  (  cioè  e  non  )  conosciuto.  Nel  secondo  esempio  la 
prima  congiunzione  né  si  potrebbe  esprimere  per  e  non^  per- 
chè non  e* è  precedente  negazione;  non  pertanto  si  possono 
in  tal  caso  usare  ambedue  le  forme.  In  questa  espressione, 
(piando  non  è  né  timo  né  P  altro^  la  congiunzione  compresa 
in  né%  vi  ha  luogo  per  la  medesima  ragione  esposta  iotomo 
al  primo  esempio;  e  il  ripetere  della  negazione  dà  a  questa 
maggior  forza.  Il  Firenzuola  dice  medesimamentCf  Egli  non 
truos^a  né  can  né  gatta  che  abbai  per  lui. 

I .  Nk  giammai  non  mi  as^^enne  che  io  per  ciò  altro  che 
bene  albergassi.  B.  2*  Né  io  non  s^^ho  ingannata  per  tor- 
vi il  vostro*  H. 

Questa  congiunzione,che  comprende  in  se  la  negativa,  se- 
gue la  medesima  regola  degli  aggettivi  nessuno ^nitmo^  nullo; 
rifiuta  la  negazione  allor  che  è  posta  innanzi  al  verbo;  e  la 
vuole  avanti  a  quello  quando  ella  sta  dopo;  e  come  che  que- 
sti due  esempj  del  Boccaccio  pruovino  il  contrario,  io  con- 
fermo quel  che  già  dissi  di  quegli  aggettivi,  che  la  negativa 
è  qui  del  tutto  soverchia,  e  contrastante  col  buon  senso  e  con 
r  udito* 

Né  si  trova  usato  negli  antichi  e  ne* poeti  anche  nel  sen- 
so solo  di  o:  Anche  (fu  dìmunàsitoy  chi  avesse  fatto  con  luì 


^99 
patto  né  ordinamento  di  pace  né  di  guerra.  Ora  sarebbe  af- 
feltazioDe. 

jiNZt 

Non  ardiscano  ad  aiutarlo*^  anzi  con  gli  altri  insieme 
gridas^ano  eh  H  fosse  morto.B*  fo  da  te  non  richieggo,  anzi 
ne  pur  tei  consento,  che  il  formarti  filosofo  incominci  o  si 
termini  nel  trasformarti  di  fuori  ;  ma  nel  riformarti  den^ 
tra.  Bart. 

Questa  congianzicae  è  la  medesima  preposizione  anzi 
che  già  vedemmo  altrove  uairsi  con  in  e  di ,  come  si  scor- 
ge supplendo  V  intero  senso  in  essa  contenuto,  cioè  io  met" 
io  questo  in  anzi;  ma,  sola,  per  preposizione,  non  si  usa  se 
non  in  poesia.  Essa  serve  a  esprimere  un  senso  contrario  a 
quello  della  frase  cbe  la  precede  ;  onde  si  pone  in  opposi- 
zione a  quella,  e  corrisponde  a  per  lo  contrario.  Quando, 
nel  parlar  famigliare,  alla  rìchìesisnf olete  farmi  un  piacere, 
si  risponde  anzi,  questa  parola  serve  pure  allora  d*  opposi- 
zione; ma  solo  nel  senso  d*  incremento,  percbè,  se  si  oppo- 
ne corpo  a  corpo,  si  aumenta  il  volume;  per  la  qual  cosa  la 
risposta  anzi  può  significare,  Non  un  piacere  s^i  wglio  io  far 
re,  ma  due,  ma  tre  ecc;  o  pure  non  che  io  wglia  condiscen^ 
dere^  ma  farò  a  me  medesimo  piacere  facendo  piacere  a  ìH)Ì. 

La  preposizione  ad ,  innanzi  ad  aiutarlo,  dice  il  Gor- 
ticelli  esservi  per  proprietà  di  linguaggio.  E  cbi  non  sa  che 
quel  che  si  dice  dagli  autori  non  sia  generalmente  per  pro- 
prietà di  linguaggio  ?  Quella  preposizione  v*  è  posta  in  vir* 
tu  del  verbo  esporsi  sottinteso,  che  dinota  tendenza. 

ALTRO    CHE^    SE    NON 

1 .  Non  c^era  altra  via  che  questa. D.  2. Io  non  fo  il  dì 
e  la  notte  altro  che  filare.  B.  3.  Che  è  ridere,  se  non 


3  00 

una  corruscazione  della  dilettazione  deW  anima^  cioè  un 
lume  apparente  di  fuori  come  sta  dentro  ?  D. 

Benchò  sì  truovi  qualche  esempio  nel  Boccaccio  della 
gallica  maniera  non  e  era  che  questa  via^  io  non  fo  die  yf- 
lare^  come  in  questo  suo  esempio,  Non  auem  Poste  che  una 
cameretta  assai  piccola  ;  pure  a  me  sembra  che  sia  meglio 
far  uso  delle  forme  italiane,  che  sono,  o  di  mettere  la  paro- 
la altro  innanzi  a  c//e,come  ne* primi  due  esempj;  o,  con  la 
congiunzione  se  non^  dire,  non  e* era  se  nonquesta  pia;  io  non 
fo  se  non  filare.  Viceversa,  si  può  esprimere  il  terzo  esem- 
pio così,  <;^  è  ridere  altro  c/ie;  o  ridere  non  è  altro  che  ecc. 
Il  sentimento  intero  della  congiunzione  se  non  del  terzo  e- 
sempio  è  che  altro  è  ridere^  se  non  è  una  corruscazione  ecc. 
In  ogni  caso  cape  in  essa  una  simile  idea. 

CONGIIJNZIONK    O 

!•  O  costornon  saranno  dalla  morte  vinti  ^  o  ella  gli  UC' 
cidetà  lieti.  B.  a.  Chi  allora  veduti  gli  avesse^  malagespol- 
mente  avrebbe  potuto  conoscere  chi  più  si  fosse  morto^  o  /  ar- 
civescovo  o  egli.  B.  3.  Io  non  so  diipià  in  questo  sipeccJU^ 
o  la  Natura  apparecchiando  ad  ufia  nobile  anima  un  vilcor^ 
po^  0  la  Fortuna  apparecchiando  ad  un  corpo  dotato  d  ani-- 
ma  nobile  vii  tnestiero.  B. 

Questa  congiunzione  ben  serve  a  congiungere  le  paro- 
le in  una  stessa  proposizione;  ma  comprende  anche  la  vir- 
tìj  di  dividere  due  cose,  due  idee,  due  azioni,  rispetto  al 
senso  della  medesima  ;  e  perciò  che  è  segno  di  divisione; 
si  può  mettere  anche  in  princìpio  della  proposizione,  per  e- 
sempio,  0  costoro  fion  saranno  dalla  morte  vinti^  o  ella  gli 
ucciderà  lieti;  perchè  tal  segno  avverte  il  lettore  che  ,  di 
due  cose  che  si  stanno  per  dire,  una  sola  debbo  aver  luogo* 
Nel  secondo  e  terzo  esempio,  in  vece  di  ripetere  la  roedesi- 


3oi 

ma  idea,  cioè  se  Varci\^escosfO  più  fosse  morto  o  egli^  se  pia 
pecchi  la  Natura  o  la  fortuna^  si  ripete  la  congiunzione  o,  e 
si  dice  o  Varci\^esco\^o  o  egli,  o  la  Natura  o  la  Fortuna*  Le 
coogiunzioni  oppure^  osfs^ero  spno  composte  di  o  purCyO  i^ero, 

COME  •  •  •  cosi 

* 

i.CoME  gli  agrumi  che  altri  mangia,  te  s^eggente,  al" 
legano  i  denti  anche  a  te;  cosi*  il  s^edere  che  altri  si  cruc^ 
eia  turba  noi*  Casa.  2*  Perchè ,  cosi*  come  disas^s^eduia-- 
mente  acceso  s*era  di  lei,  saggiamente  s'era  da  spegnere  per 
onor  di  lui  il  mal  concetto  fuoco*  B. 

Nelle  scritture  moderne  si  trova  assai  frequente  come 
0  siccome  in  luogo  di  perciò  che^ perchè;  la  mia  prima  edi- 
zione n*  è  ripiena;  ma  mi  sono  poi  accorto  che  non  è  forma 
buona  italiana;  e  ne*  classici  non  se  ne  trova  esempio*  Egli 
è  facile  a  cadere  in  questo  solecismo  perla  grande  somiglian- 
za che  è  tra  esso,  e  il  come  o  siccome  che  esprime  similitu-* 
dine,  come  ne*  soprapposti  testi;  che,  qualche  volta,  come 
si  vede  nel  secondo,  il  termine  di  comparazione  così  o  sì  è 
posto  avanti  al  come;  e  vi  si  può  anche  giungere,  e  dire  siC" 
come  disasHfedutamente  ecc;  e  però  a  poter  distinguere  quan- 
do questo  vocabolo  per  congiunzione  sia  pur  bene  adope- 
rato, bisogna  provare  se  il  secondo  termine  può  reggere,  co- 
me qui,  nella  seconda  parte  del  periodo  o  della  proposizio- 
ne ,  così  s*  era  da  spegnere*  Io  credo  essere  stato  tratto  in 
questo  eiTore  dalPInglese,  nel  quale  si  &  molto  uso  di  così 
nei  senso  di  perchè;  per  esempio  :  Alcuni  di  essi  non  cifa^ 
cevano  grande  onore  con  queste  loro  pretensioni  di  paren-- 
tado;  però  che  fra  costoro  noi  aves^amo  il  cieco,  lo  storpio, 
e  lo  zoppo  (i).  Goldsmith. 

(i)  Some  of  ìhem  did  us  no  great  honour  hjr  these  ctainu  of  kindrcd, 


3oa 

QUANDO^  ACCIO  CBE^  PERCBÈ^  QffANTUNQUE^  CBE 

I  •  Quando  la  non  nu  paresse  bella  ^  me  ne  conten- 
terei F.  n.  Perchè  egli  pure  il  volesse^  egli  nolpotrehke 
ridire,  B*  3.  Accio  che  intendiate  come  questo  awenuto 
mi  sia^  brevemente  velfarò  chiaro.  B.  4-  Quantunque  ces- 
sata sia  la  pena^  non  per  ciò  è  la  memoria  fuggita  de  ht' 
neficj.  B.  5.  Non  dite  leggiercosa^cHE  la  domenica  è  trop- 
po da  onorare.  B. 

Alla  congiunzione  quando  del  primo  esempio  si  sottin- 
tende anclie;  e  in  tutti  e  tre  i  primi  esemp  j  bisogna  far  del- 
la seconda  parte  la  prima  della  proposizione  a  mostrare  co- 
me le  espressioni  quando  o  quando  anche ,  perchè  »  aedi) 
chCf  sian  congiuntive;  per  esempio,  io  ine  ne  contenterei^ 
quando  anche  ecc.  È  da  notare  la  parola  perchè  del  secon- 
do esempio,  corrispondente  a  quando  anche;  questa  com- 
prende r  idea  nel  caso  anche  che  ;  quella,  passando  il  caso 
pur  per  questo  che  è*  La  congiunzione  quantunque  equivale 
a  quanto  mai  cioè  per  quanto  mai  si  possa  dire  che^  dod  es- 
sendo unque  altro  cbe  T  unquam  de*  Latini.  Nel  quinto  e- 
sempio  è  sottinteso  perciò  davanti  a  che  ;  anzi  il  più  delle 
volte  che  questa  voce  è  congiunzione  ha  tale  ellissi. 

Non  mi  par  ragionevole  che,  delle  formole  congiuo* 
tive  a  ciò  che^  per  ciò  che^  a  fin  che^  in  fino  a  che,  si  faccia 
una  sola  parola;  e  si  metta  l'accento  sopra  il  che^  il  quale  Iia 
meno  valore  delle  parole  ciò  e  fin  ,  togliendo  cosi  la  enfasi 
al  nome  o  al  pronome*  che  per  sua  natura  ha  più  virtù.  A 
me  par  ben  più  giusto  il  leggere  acciò  •  •  •  che  intendiate  i 
facendo  la  pausa  dopo  c/à/che  acciocché  intendiate;  il  ve- 
ro senso  delle  parole  essendo  quello  e  non  questo  i  vale  a 

a*  we   had  the  blind,   the  maimed,  and  the  halt  amongit  the  nud^- 


3o3 

dire,  cbe  il  che  venga  ad  unirsi  con  le  parole  che  Io  seguo* 
no,  e  non  si  giunga  a  quelle  che  Io  precedono.  Ammetto  che 
si  nniscano  le  preposizioni  alla  voce  principale ,  però  che 
queste,  quando  bene  e*  ne  fossero  disgiunte,  verrebbero  a 
cadere  da  se  medesime  in  su  la  detta  voce;  ma,  aggiungen- 
dovi il  che^  si  mette  il  suono  in  opposizione  al  senso  delle 
parole.  Sta  bene  che  si  scriva  poiché  a  distinguere  la  con-* 
giunzione  dallo  avverbio  poi  che^  e  ancora  si  dica  benché 
e  purché^  per  la  ragione  che  le  parole />eir  e  ben  non  forni- 
scono appoggio  quanto  basti  alla  enfasi;  ma  quelle  che  han- 
no più  di  una  sìllaba,  come  prima  che^  senza  che^  o  che  son 
precedute  da  una  preposizione^  io  consiglierei  il  separarle 
dal  che. 

PERO^^  PERCIÒ     O    PER   ClÓ'^  PERCIÒ^   CHE 

I  .Pero\  disse  7  maestro^se  tu  tronchi  qualche  fraschet' 
ta  et  una  (T  este  piante^  Zi  pensier  eh*  hai  si  faran  tutti 
monchi.  D.  a.  Pero"  si  dice  che  la  fame  e  la  po\fertà  fan^ 
no  gli  uomini  industriosi.  M.  3.  As^o^a  questa  donna  una 
sua  fante^  la  quale  non  era  pero*  troppo  giowme*  B*  4»  -^^9 
perchè  ei  si  rende  certo  che  tutti  voi^  eccetto  pero*  quei  se^ 
condì  ^considererete  ecc.G.5.  Quantunque  (le  femmine^  qui) 
in  vestimenti  e  in  onorif  alquanto  dalle  altre  variino^  tutte 
PER  CIO*  son  fatte  qui  come  altrove.  B* 

Nella  prima  edizione  io  aveva  erroneamente  detto  che 
la  congiunzione ^erò,  (i)  usata  per  equivalente  di  nondime-^ 
no  era  male  adoperata;  ma  io  non  aveva  ancora  bene  esami- 
nato il  vero  senso  di  questo  vocabolo;  però  che  sopra  Tuso 

(i)  La  particella  però  è  una  delle  più  trayagliate  del  Non  si  può  che 
abbia  la  nostra  lingua  j  ed  io  mi  sono  avvenuto  in  parecchi  ammutoliti  al 
bisf^no  di  dar  ragione  di  lei  e  di  sci  Bart, 


3o4 
che  i  classici  fanno  delle  parole^  io  fermo  le  regole;  non  b 
fo  già  io;  io  dico  :  in  questo  modo,  in  questo  senso,  essi  b ar- 
no usato  la  tal  parola;  ella  ha  dunque  il  tal  siguificato.  O 
venga ^erò  dal  latino /^roy^^^r  hoc^  o  dalT  italiano /t^er  ciò  ^ 
egli  comprende  il  senso  di  per  la  qual  cosa,  in  conseguen" 
za  di  dòn  in  conseguenza  diche^  allor  che  è  posto  imme- 
diatamente in  principio  di  frase;  nel  qual  caso  solo  fa  Tuf- 
ficio  di  congiunzionei  come  ne*primi  due  esempj;  ma  quan- 
do è  posto  nel  mezzo  della  frase,  come  neMoe  seguenti,  ha 
il  valore  di^er  ciò,  per  tutto  ciò^  con  tutto  ciò,  equivalente 
di  nondimeno-,  per  quello  che  mostra  Tanalisi  del  concetto 
che  queste  due  espressioni  contengono,  tolta  dal  quinto  e- 
sempio:  Per  ciò^per  tutto  ciò,  con  tutto  ciò^  che  io  conce^ 
do  per  s^ro*,  le  donne  sono  fatte  qui,  (in  niente  di  meno)  co- 
me  altros^e.  E  mettendovi  nondimeno  in  vece  di  per  ciò  : 
Per  tutto  ciò  che  io  concedo  per  vero ,  le  donne  non  sono 
in  niente  di  meno  differenti,  ina  fatte  qui  come  altrove.  Si 
che  Tuna  espressione  col  concedere  la  cosa  che  precede,  e 
Tal  tra  col  renderla  di  nulla  conseguenza,vengono  a  produrre 
il  medesimo  effetto  ;  e  come  adoperando  per  ciò,  si  sottin- 
tende nondimeno^  così  adoperando  questo,  quello  s^intende. 
Ma  in  questo  senso  però  non  si  usa  in  principio  di  frase  , 
perchè  si  confonderebbe  con  Taltro  dissenso  affatto  opposto, 
né  Taltro  si  potrebbe  porre  pur  dopo  una  sola  parola,  sen- 
za perdere  la  sua  significazione.  E  in  vero,  congiunzione  si 
può  chiamar  quella  solo  che  viene  immediata  dopo  il  pun- 
to e  la  virgola»  Adunque,  queste  due  voci,  questi  ducerò, 
son  tulli  a  due  un  composto  di  per  ciò  ;  ma  esprimono  una 
idea  affalto  diversa,  per  lo  diverso  luogo  che  prendono  nel- 
la proposizione;  l'una,  in  principio  di  frase ^  significa  per 


3o5 

ciò  cioè,  da  ciò  che  io  ho  detto  igiene  questa  conseguenza  ; 
Taltra ,  per  ciò  che  io  ho  conceduto,  non  è  men  uero  che*  Il 
Yelo  è  sottile. 

Questa  medesima  roce però  oper  ciò  ha  un  altro  sen- 
so allor  che  è  seguita  da  che*  II  Boccaccio  dice:  In  soccor- 
so e  rifugio  di  quelle  che  amano,  perciò  che  alF altre  è  as^ 
sai  Vago,  e  Ufuso,  e  f  arcolaio,  intendo  di  raccontare  cen^ 
to  nobile.  L*anaUsi  di  questo  perciò  che  è  :  io  dico  in  soo- 
corso  ecc;  per  questa  ragione  la  quale  è  ecc.  Perciò  che  e 
però  che  son  la  stessa  cosa  ,  e  non  porgono  di/Hcollà*  Ma  in 
quello  imperocché  del  qnale  alcuni  infiorano  a  fusone  i  loro 
scritti  io  non  so  quello  im  che  vi  stia  a  fare.  Io  immagino  che 
si  mettessero  insieme  tutte  queste  voci  imperocché,  concios^ 
siacosachè,  per  farvi  sopra  una  buona  posata  quando  uno  è 
stanco  ;  ma  come  s'accorsero  poi  che,  mentre  si  riposava  il 
dicitore,  si  stancava  con  quel  ritornello  Tuditore,  chi  si  mo- 
derò, e  chi  le  bandì,  quelle  due  congiunzioni,  del  tutto  dal- 
le scritture.  A  me  non  dispiace,  anzi  mi  pare  che  vi  stia  as- 
sai bene,  quel  con  ciò  sia  cosa  che  coi  quale  il  Casa  dà  prin- 
cipio al  suo  Galateo  ;  ma  stian  le  cinque  voci  divise  ,  afiin 
che  s'intendano  ;  e  l'accento  principale  andrà  naturalmente 
a  cadere  da  se  sopra  cosa;  ma  Vim  davanti  tkperò  che,  per- 
ciò che,  non  v^ba  senso  alcuno,  e  per  ciò  è  di  soperchio. 

« 

NONPERTANTO  E  jV^OiV  PER  TANTO 

Nella  introduzione  alla  prima  edizione  dissi  :  Quando 
darò  la  seconda  estenderò  di  più  anche  l'analisi  degli  avverbii 
e  delle  congiunzioni  ;  essendomi  accorto  ,  nello  scrivere  la 
presente  opera,  quanto  sia  necessaria  e  a  chi  scrive  e  a  chi 
legge  ,  e  quanto  sia  stata  finora  trascurata,  questa  parte.  Il 
saper  variare  le  congiunzioni  e  gli  avverbj  dà  grazia  ai  com- 


X 


jt 


•r  ■  ^ 


3o6 

poniiueDti;  ma  per  ciò  vuoisi  ben  conoscere  il  giusto  vaio* 
re  di  ciascuno.  Tanto  più  poscia  mi  confermai  in  questa  o- 
pinione  quando  ebbi  veduto  che  un  Bartoli ,  non  che  altri  , 
sMntrica  come  un  raoscherino  nella  ragna  allor  che  vuol  bat- 
tagliare co*  grammatici  per  uno  avverbio  o  una  congiunzio- 
ne; vedasi,  per  uno  esempio,  quel  ciré*  dice  al  suo  però^  e 
al  non  per  tanto^  de  quali  vocaboli  uno  non  intese;  dell'al- 
tro lascia  il  lettore  senza  fornirgli  il  pasto  onde  largito  gli 
ha  il  disio.  Passi  quindi  il  lettore  alla  osservazione  delSig.  A* 
menta,  sopra  questo  non  per  tanto^  e  troverà  che  per  solu- 
zione di  cosi  importante  questione  ne  dà  un  pambollito .  £ 
non  ho  io  ragion  di  gloriarmi  o  di  vanagloriarmi,  se  iopon* 
go  fine  a  queste  dispute  grammaticali  col  mostrare  le  cose 
nella  loro  vera  luce?  Vuol  dunque  il  Bartoli  provare  che 
l'^pressione  non  per  tanto  ora  significa  nondimeno^  e  ora 
non  per  ciò.  Ma  qual  soddisfazione  può  dare  allo  intelletto 
il  mutare  tanto  in  ciò  ?  Vediamo  gli  esempj.  Il  primo  è  di 
una  antica  traduzion  di  Livio. 

I  •  FU  soldato  a  piede;  ma^  NorrpEBTjtNTO^prode  e  ar- 
dito maras^igliosamente.  2.  (  Riprese  tacitamente  se  )  ;  ma^ 
NONPERTANTO^  scnza  mutar  colore^  alzato  il  wso  e  le  ma- 
ni al  cielo ,  disscm  B.  3.  (  Conosceva  la  sua  in  fima  condi- 
zione); ma  non^  per  tanto  da  amare  il  re  indietro  si  vole^ 
va  tirare.  B.  4*  (Per  quanto  di  male  me  ne  avvenisse);'non, 
PER  TANTO  f  niego  die  ciò^  e  ora  e  allora^  non  mi  fosse 
carissimo,  h. 

Cosi  si  debbono  virgolare  queste  proposizioni ,  e  così 
virgolando  si  scorge  che  due  sono  queste  congiunzioni,  distin- 
te per  se  medesime,  senza  che  s'abbia  bisogno  di  ricorrere  al 
non  per  ciò.  Ne*  primi  due  esempj  la  congiunzione  è  nonper* 


tanto^  che  mi  par  meglio  scrivere  unita  come  nondimeno  ; 
negli  altri  due,  per  tanto  ;  in  questi  s*  intende  a  negare  y  e 
la  negazione  non  appartiene  alla  congiunzione ,  ma  al  ver- 
bo che  siegue;  in  quelli,  eli* è  affermativa.  L'analisi  adun- 
que del  concetto  contenuto  in  nonpertanto  è  questa  :  Per 
tanto ,  quanto  ho  detto^  non  fii  vii  soldato  ,  ma  prode  ecc. 
Pertanto  ecc.,  non  si  smarrì^  fna  disse.  L'analisi  ài  per  tan^ 
to  è:  Ma^  per  tanto,  quanto  detto  ho^  non  si  vole\Ki  ecc;  Per 
tanto  ecc.,  non  niego  che.  Ove  si  vede  che  il  non  del  primo 
caso  contiene  in  se  una  intera  proposizione,  contraria  a  quel-» 
la  che  esprime  Tidea  principale  ;  laddove  nel  secondo  si  ac- 
cenna una  sola  proposizione.  A  me^pare  che  il  virgolare  ba- 
sti a  torre  l'equivoco;  ma  forse  si  farebbe  meglio ,  quando 
la  negazione  non  appartiene  a  per  tanto,  portarla  in  imme- 
diato contatto  col  verbo  al  quale  è  apposta,  così:  Ma  non 
si  %H)lea,per  tanto,  da  amare  il  re  indietro  tirare;  Non  nie-^ 
go,  per  tanto,  che  ciò,  e  ora  e  allora,  non  mi  fosse  carissi- 
moì  e  poiché  si  scrive  nondimeno,  intero;  direi  che  si  scri- 
vesse intero  anche  nonpertanto  che  a  quello  equivale» 

DSL    CIFE  ELLITTICO 

Avvenga  che  la  maggior  parte  delle  congiunzioni  con- 
tengano la  parola  che,  è  necessario  mostrare,  con  V  analisi 
de'sottpposti  esempj,  che  questo  che  non  è  se  non  quel  me- 
desimo aggettivo  congiuntivo,  del  quale  abbiam  parlato  a 
carte  147;  il  che  servirà  a  £ir  ben  sentire  la  virtù  di  ciascu- 
na congiunzione* 

I .  Sentendo  già  che  i  solar  raggi  si  riscaldainmo,  t^er- 
so  la  loro  stanza  volsero  i  passi.  B»  Analisi;  Sentendo  già 
questo  che  è,  i  solar  raggi  ecc« 

:i*  Pia  che  altro  uomo  si  poteva  contentare.  B*  Ana- 


.» 


3o8 

lisi;  Si  poteva  contentare  più  in  comparazione  di  quello  che 
ogni  altro  uomo  si  potesse  contentare* 

3.  Prese  per  partito^  che  che  awenir  ne  dwesse^  di 
rapir  Cassandra.  B.  Anatisi;  Per  che  unque,  cioè  per  qua- 
lunque cosa  che  avvenir  ne  dovesse  ecc.  Il  primo  di  questi 
che  vuol  esser  pronunziato  solo  con  piccola  pausa;  il  secon- 
do deve  andar  con  quel  che  segue  così,  che  . .  •  che  envenir 
ne  dovesse^  e  non  già  legger  che  che. 

4*  Se  io  potessi  parlare  al  re^  e*  mi  dà  il  cuore  che  io 
gli  darei  un  consiglio^  per  lo  quale  egli  {lincerebbe  la  guer- 
ra  sua*  B  Analisi;  Se  io  potessi  parlare  al  ret  e*  mi  dà  il  cuo- 
re di  far  questo  che  è,  ecc. 

5«  Quando  la  giovane  il  vide^  presso  fu  che  di  letizia 
non  morì.  B.  Analisi;  Presso  fu  al  momento  in  che  per  ec- 
cesso'di  letizia  quasi  morisse;  ma  non  mori. 

6.  Poiché  così  è,  che  Pietro  tu  non  sai^  tu  dimorerai 
qui  meco.  B.  Analisi;  Poiché  così  è,  ciò  è  che  tu  non  sai  eca 

7.  Non  suole  essere  usanza  che^  andando  s^rso  la  sta- 
te ^  le  notti  si  i^adan  rinfrescandogli.  Analisi;  Non  suole  es- 
ser questa  usanza  che  è  ecc. 

8.  Che  non  rispondi^  reo  uomo  ?  Analisi;  Per  che  ca- 
gione non  rispondi,  reo  uomo  ? 

9.  Donolle^  che  in  gioie ^  e  che  in  vasellamenti^eche  in 
danariy  quello  che  wlse  meglio  di  altre  diecimila  dobbre* 
B«  Analisi;  DonoUe,  tra  quelle  cose  che  consistevano  in  gio- 
ie, e  quelle  che  consistevano  in  vasellame  nti ,  e  quelle  che 
consistevano  in  danari,  ecc* 

I  o.  Luci  beate  e  belle  !  se  non  che  7  veder  voi  stesse 
V  è  tolto.  P.  Analisi;  Se  non  fosse  questo  che  è,  il  vedere  ecc. 

I I  •  Avvenne^  che  che  se  ne  fosse  la  cagione.  Anali- 


3o9 
si;  Avvenne,  non  so  che  cosa  fosse  quello  che  se  ne  fosse  la 
cagione» 

I  a.  E^  così  dicendo^  fu  tutto  che  tornato  a  casa.B.  AnaU 
£,  cosi  dicendo,  fu  tutto  simile  a  colui  che  è  tornato  a  casa. 

ALTnC    OSSERVAZIONI    RISPETTO    ALLA    MEDESIMA 

CONGIUNZIONE    CffE 

I  •  Io  prego  tutti  CHE ,  se  il  corwìto  non  fosse  tanto 
splendido j  quanto  si  contiene  alla  sua  grida,  cbe^  non  al 
mio  wlere,  ma  alla  mia  facultate  imputino  ogni  difetto.  D. 
2.  Ordinò  che  colui  de^  suoi  figliuoli ,  appo  il  quale  sì  co^ 
me  lasciatogli  da  lui^  fosse  questo  anello  trovato,  che  colui 
s^  intendesse  essere  il  suo  erede.  B.  3.  Temendo  non  il  son* 
no  quivi  lo  soprapprendesse ^  si  levò.  6. 4«  ^^  ^^  fratelli  du^ 
bitavan  forte  non  gP  ingannasse.  B.  5.  Pregavano  i  JFUoren- 
tini  non  si  voltasse  la  Chiana  dal  suo  letto  in  Amo%  che  sap- 
rebbe la  lor  rovina.  Dav.  6.  Pregol lo  che ^  poi  verso  Tosca- 
na andava,  gli  piacesse  cT  esser  in  sua  compagnia.  B« 

Qualche  volta  la  congiunzione  che  si  truova  ripetuta 
nei  classici,  allor  quando,  il  che  e  il  resto  della  proposizio- 
ne alla  quale  rispoude,  sono  divisi  per  una  lunga  frase  in- 
cidente 9  come  nei  primi  due  esempj  ;  e  questa  ripetizione 
incalza  l'espressione.  La  congiunzione  che  si  può  sottinten- 
dere dopo  i  verbi  temere,  dubitape%  pregare,  e  qualche  al- 
tro, come  mostrano  gli  esempj  3.,  4m  ^  ^m  e  i  seguenti  pure 
del  Boccaccio  :  Questa  ultima  novella  voglio  ve  ne  renda 
ammaestrate.  Cominciò  a  suspicar  per  quel  segno  non  co-- 
stui  ilesso  fosse.  Anche  alia  congiunzione  poicliè  si  può  sot- 
tintendere che,  come  appare  dal  6  esempio* 

irON   CHE 

I .  Io,  NON  CHE  comporre,  non  so  a  fatica  leggere.  F# 


3io 

«' 

3*  «SS?  tu  sapessi  chi  io  sono^  non  che  cercar  di  cacciarmi, 
mi  pregheresti  che  io  non  mi  partissi  mai  da  te.  B.  3.  Io  non 
conosco  uomo  di  sì  alto  affare  a  cui  wi  non  dobbiate  esser 
cara^  non  che  a  me  che  unpiccol  mercatante  sono*  B. 

Molli  degli  Italiani  Don  banno  mai  compreso  il  senso 
di  questa  congiunzione,  e  molti  Tusano  nel  senso  contrarioi 
cioè  per  e  anche;  perchè  da  ben  pochi  è  conosciuta  Tanalisi 
delle  idee  in  grammatica,  senza  la  quale  non  si  può  in  que- 
sta scienza  fermar  peso  di  dramma^  e  senza  la  quale  è  im- 
possibile rintracciar  il  sentimento  di  queste  espressioni*  LV 
nalisi  dei  tre  esempj  è  la  seguente;  i«  Io  non  (dico)  che{io 
non  sappia  )  comporre^  (  il  che  ognuno  sa^  ma  )  non  so  pu* 
re  a  fatica  leggere;  a.  Non  (dico)  che  (tu svolessi)  cercar 
di  cacciarmi i  (il che  sarebbe  troppo  contrario  ai  desiderj 
tuoij  ma  che  anzi)  nn pregheresti  ecc.,  3.  Non  (dico)  che 
ame^  il  quale  sono  ecc.  (siate  cara^  il  che  sarebbe  di  poco 
momento.  In  tutte  le  quali  analisi  si  discerne  che  la  congian* 
zione  non  die  corrisponde  a  non  solo  o  più  tosto  si  appros- 
sima a  questo;  cioè,  io  non  solo  non  so\  tu  non  solo  non  por- 
resti  cercar^  non  solo  a  me. 

In  luogo  di  questo  idiotismo  nostro,  che  gli  antipuri* 
sii  non  intendono  ,  essi  fanno  uso  del  gallicismo  bien  loin 
de.  Eccone  uno  deirAntipurismo  medesimo.  Molto  lungi 
die  egli  creda  di  dwer  deporre  la  ttvmba  epica,  qui  è  d(h 
ve  anzi  che  egli  inwca  ecc.  £  in  vece  dì  dire  qui  è  dove 
anzi  che  egli ,  noi  Italiani  diciamo,  con  termine  più  rube- 
sto,  qui  anzi  egli.  Ora,  V  Antipurista  griderà  che,  appunto 
per  quella  medesima  ragione  che  io  adduco  del  non  essere 
inteso  il  non  cìie%  egli  fa  uso  del  molto  lungi  che;  alla  qoal 
cosa  si  risponde,  che  questo  modo  pure  a  fatica  Tintende- 


3ii 

ranno  coloro  che  sanno  il  francese;  e  di  due  modi  oscuri  e- 
gli  è  meglio  far  intendere  il  nazionale  che  Io  straniero,  e  ac- 
cogliere la  forma  più  bella.  E  pure,  chi  il  crederebbe ,  co- 
storo osan  dire  che  la  barbara  forma,  molto  lungi  die  ecc. 
soprapposta  sia  più  concisa  e  vigorosa  che  la  nostra,  Non 
che  egli  creda  dòs^er  deporre  la  tromba  epica^  qiù  anzi  egli 
insH)ca  ! 

Un  altro  esempio  è  tolto  dalla  Proposta  del  Monti  : 
Dunque^  ben  lungi  che  i peccatori  si  glorierebbero  (Taver^ 
li  compagni  (i  cattivi  del  terzo  canto  dell*  Inferno  di  Dan* 
te)  sono  anzi  i  peccatori  medesimi  che  li  rimuoifono  dal  lor 
consorzio  •  Che  uno  il  quale  dichiara  voler  distruggere  la 
purità  della  lingua  a  tutto  suo  potere,  come  già  ne  fece  una 
vana  prova,  dico  TAutore  del  lordo  Antipurismo,  abbia  nel 
suo  stile  sì  fatte  locuzioni,  ciò  si  concede  come  Tacqua  che 
corra  allo  in  giù;  ma  che  esse  sian  potute  cadere  dalla  pen- 
na del  Monti  in  una  opera  che  tratta  della  grammatica,  io  non 
posso  cessar  la  maraviglia  !  Qui,  oltre  al  gallicismo  ben  lun^ 
gi  chej  pecca  anche  in  grammatica,  dicendo  glorierebbero 
in  luogo  di  gloriassero  ;  e  quel  sono  •  •  che  ,  sebbene  ita- 
liano in  alcun  caso,  come  vedremo,  in  questo  par  proprio 
posto  alHn  che  nulla  manchi  al  compimento  della  frase  fran- 
cese. Io  direi  :  Dunque^  non  che  i  peccatori  si  gloriassero 
{T digerii  compagni ,  i  peccatori  medesimi  li  rimuovono  dal 
loro  consorzio. 

OyS^  DOFE^  E  LADDOVE  O  LA^  DOVE 

I .  Io  dirò  che  io  sia  di  città  fiorentissima  d*  arme  , 
d'imperio  9  e  di  studila  dove  egli  non  potrà  la  sita  se  non 
di  studii  commendare.  B*  Ella  è  più  giovane  ed  è  stata  in 
dilicatezze  allevata^  ove  V altra  in  continue  faticlie  da  pie* 


\ 


3ia 
colina  era  stataJR.  E  per  serCiappelletto  era  conosciuto  per 
tutto;  LA  DOVE  pochi  per  ser  Ciappcrello  il  conoscieno*  B. 

L*idea  contenuta  nel  vocabolo  doi^e  nominato  a  car- 
te 2Q^  è  nel  caso  in  che;  il  concetto  del  presente,  nel  me- 
desimo  tempo  che  ;  quello  corrisponde  a  se;  questo  a  per  lo 
contrario;V  uno  esprime  un*  idea  contingente,  V  altro  positi- 
va. Sono  dunque  assai  diversi  nel  loro  effetto;  e  però  gli  ho 
trattati  a  parte. 

Questi  tre  vocaboli  sono  avverbi!  di  luogo;  che  tutti 
comprendono  V  idea  nel  luogo  che^  in  che  iuogo^  o  a  die 
luogo;  ma  qui  essendo  intesi  a  sighificar  più  tosto  tempo 
che  luogo,  e  facendo  T  ufficio  di  congiungere  due  proposi- 
zioni insieme,  gli  ho  posti  anche  fra  le  congiunzioni»  Per 
concepire  che  faccia  Videa  di  luogo  in  queste  espressioni  fa 
daopo  analizzare  il  concetto  di  una:  Nel  luogo  che  io  dirò^ 
in  (fuel  medesimo  Idogo  egli  non  potrà;  o  vero  in  quel  mede- 
simo tempo  che  io  dirò^  egli  non  potrà;  il  che  si  può  ridurre 
a  questo,  Io  dirò  eh*  io  sia  ecc.,  e  per  lo  contrario  egli  non 
potrà  ecc.  Queste  congiunzioni  adunque  vengono  a  signifi- 
care ^er/o  contrario.  I  Francesi  e  gli  Inglesi  esprimono  que- 
sta idea  con  uno  avverbio  di  tempo  ;  quelli  dicono  tandiS" 
que  ;  questi  whilst  ;  e  io  infine  a  quest*  ora  aveva  creduto 
che  mentre  o  mentre  che  s*  adoperassero  anche  in  italiano 
a  congiungere  queste  proposizioni,  assai  più  che  ciWe  e  lad- 
doi^e;  ma  m*  accorsi  poi  eh*  era  un  solecismo;  che  messomi 
a  cercare  nei  classici  e  nella  Crusca,  non  mi  venne  fatto  di 
trovarne  un  solo  esempio*  Potrebbe  darsi  che  ve  ne  fosse- 
ro; intanto  m^  è  parso  doverlo  togliere  da*  mici  scritti. 

Questo,  e  quello  che  ho  detto  in  altri  luoghi  di  questa 
mia  opera  de*  proprii  miei  falli  in  lingua,  dee  persuadere 


3i3 

ognanò  che  non  per  torre  né  scemare  V  altrui  fama  sono  io 
andato  cercando  gli  errori  per  le  opere  letterarie,  ed  espo- 
stili  agli  occhi  di  tutti;  ma  perchè  cosi  era  richiesto  a  voler 
purgare  la  lingua  da  tante  macchie.  Ci  voleva  il  ferro  che  me* 
nasse  a  dritta  e  a  sinistra  senza  riguardo,  per  levar  via  tutte 
le  mal  erhe  tutti  gli  sterpi  che  intralciavano  e  impedivano 
la  coltivazione  di  questo  campo,  tanto  era  imboscato  e  sel- 
vaggio I 

pans 

I  •  Fa  paRE  che  tu  mi  mostri  guai  ti  piace;  lascia  poi 
fare  a  me.  B.  a.  La  cosa  andrà  pur  così.  B.  3.  Deh  !  come 
dee  poter  esser  questo  ?  io  il  i^idi  pur  ieri  costì.  B«  4«  La 
quale j  perciò  che  pure  allora  smontati  n*  erano  i  signori  di 
quella^  d'albero^  di  9ele^  e  di  remi^  la  trovò  fornita.  B.  5.  Za 
varietà  delle  cose  che  si  diranno  non  meno  graziosa  ne  fia^ 
che  V  as^er  pure  d*  una  parlatom  B« 

Sebbene,  come  dice  il  Biagioli,  forse  1 6  sensi  diversi 
nel  vocabolario  della  Crusca ,  siano  attribuiti  a  questo  vo- 
cabolo pure^  esso  è  pure  il  medesimo  in  ogni  caso;  e  sempre 
si  usa  in  opposizione  di  quel  che  un*  altro  dice  o  pensa,  o 
di  quella  idea  che  lo  precede;  in  qualunque  circostanza  es- 
so si  truovi,  signiGca  ciò  non  ostante%  nulla  dimeno;  e  sem- 
pre è  preceduto  da  una  congiunzione  avversa,espressa  o  sot- 
tintesa. Le  congiunzioni  quantunque ,  come  che ,  con  tutto 
che  ,  ancora  che ,  se  bene  ,  tutte  comprendono  un'  idea  di 
concessione  a  quel  che  altri  dice,  o  crede,  o  fa;  per  lo  con- 
trario le  seguenti,  nondimeno^  nonpertanto^  tuttas^ia^  ciò  non 
ostaate^per  ciò^  tutte  egualmente  come  pure  esprimono  una 
opposizione  una  eccezione  a  quella  stessa  cosa  conceduta. 
Ora,  le  medesime  due  idee  di  concessione  e  di  eccezione  son 

23 


3i4 

comprese  nelle  frasi  sopra  citate ,  e  in  qualunque  entri  il 
vocabolo  pure ,  come  si  mostrerà  per  la  seguente  analisi* 
I.  Quantunque  tu  dubiti  delV  esito  t  nuizadìmeno  fa 
che  ecc.  a.  TVrro  che  a  te  dispiaccia^  la  cosa  nonper" 
TANTO  andrà  coshZ.  Come  cbe  tu  dica  non  essenti  pia  , 
TUTTAriA  io  il  vidi  ieri  costì.  4*  ^J^cora  che  smontati  ne 
fossero  isignori;  da'  non  oSTANTE^però  che  n^ erano  smon- 
tati  solo  alterarla  trovò  ecc.  5* Sebbene  lo  spazi€ws£  in  una 
cosa  nel  ragionare  sia  piacevole^  non  per  ciò*  la  varietà  /la 
meno  graziosa  che  r  aver  parlato  d'una  sola.  Negli  esemp) 
quarto  e  quinto /7ttre  corrisponde  a  S0I09  come  si  scorge  dal- 
la analisi  deir idea  in  essi  contenuta;  e  quantunque  per  l*a- 
Milisi  si  pruovi  che  comprende  tuttavia  il  senso  primiero  di 
opposizione,  questa  idea  è  quasi  smarrita,  e  ha  lasciato  luo- 
g»  al  significato  di  solo*  Di  tutte  queste  maniere  può  dun- 
que chi  scrive  far  uso  per  variare  le  congiunzioni,  e  render 
lo  stile  più  vago« 

SE   NON  SE 

A  qualunque  animale  alberga  in  terra^ 
Se  non  se  alquanti  che  hanno  in  odio  il  sole^ 
Tempo  da  tra^^agliare  è  quanto  è  7  giomom  P» 
Costruzione  intera:  dico  qualunque ,  ^e  non  cogliamo 
fare  questa  eccezione ,  cioè  se  eccettuar  non  vogliamo  al^ 
quanti'^  il  che  vuol  dire,  quando  si  voglia  comprendere  nel- 
la generalità  pure  alcuni  che  eccettuar  si  potrebbero^  allo* 
ra  dico  che  a  qualunque  animale  ecc. 

SAzro  SE 
I  •  Comandò  che  ad  alcuna  persona  mai  manifestassero 
chi  fossero  f  SAiro  se  in  parte  si  trovassero  ecc.  B.  a.  Non 
la  lasciar  per  modo  che  le  bestie  e  gli  uccelli  la  dimorino  ; 
SALVO  SE  egli  noi  ti  comandasse.  B. 


3i5 

Pongo  sott*  occhi  questa  cotigianzione  al  solo  fine  di 
mostrare  che  l'Italiano  non  ha  bisogno  di  prendere  ad  im- 
prestito  dal  Francese  a  meno  che^  della  quale  espressione 
alcuni  pare  non  possano  far  senza.  Salw  cioè  saluaio ,  per 
metaforica  analogia  vai  quanto  eccettuato^  L'analisi  è  dun- 
que :  questo  essendo  eccettuato  che  è* 

ONDB 

i.  La  gohif  e  '/  sonno  ^e  t  oziose  piume  Hanno  del 
mondo  ogni  9irtà  sbandita^  Ond^  è  dal  corso  suo  quasi  smar^ 
rita  Nostra  natura  scinta  dal  costume.  P.  a«  jimbo  le  mani 
in  su  r  erbetta  sparte  ^  Sooi^emente  7  mio  maestro  pose  f 
Ond^  io  che  fui  accorto  di  siC  arte^  Porsi  ver  lui  le  guan^ 
ce  lagrimose.  D. 

Onde  Tiene  dal  latino  unde^  che  significa  delqual  luo^ 
goi  o  di  che  luogo^  se  si  interroga  ;  quindi  la  propria  qpa* 
lità  di  questa  parola  è  quella  d'avverbio  di  luogo»  In  segui* 
tOy  per  l'analogia  che  è  tra  il  luogo  onde  l'uom  parte,  e  la 
cosa  onde  un'  altra  proviene ,  si  estese  il  senso  di  onde  ad 
esprimere  della  qual  cosa.  Finalmente,  per  l'analogia  di  ef« 
fetto  che  produce  la  cosa  dalla  quale  un'  altra  proviene ,  e 
quella  per  la  quale  un'  altra  passa,  ritorna  a  carte  ^4^  9  ^^ 
disse  onde  ad  esprimere  per  la  qual  cosa;  le  quali  parole 
fanno  l' ufficio  di  una  congiunzione ,  come  si  vede  negli 
esempj.  1 

La  differenza  che  è  tra  la  congiunzione  e  il  pronome,  è 
che  questo  si  riferisce  ad  una  cosa  particolare,  e  quella  al- 
la proposizione,  o  al  periodo  che  la  precede;  Tuno  viene,  il 
più,  in  seguito  del  nome  col  quale  corrisponde,  di  i^ado  pur 
con  una  semplice  virgola,  e  quasi  sempre  immediato;  e  1* 
altra  è  divisa  dalla  precedenza  per  lo  punto  e  la  virgola.  Nel 


3iO 

mio  manifesto  io  aveva  già  posto  tra  gli  ofuk  estranei  alla 
buona  lingua  quello  che  molti  de*  moderni  usano  nel  sen- 
so di  (^n  chei  appresso»  scorto  nella  Crusca  Tesempio  del 
Gelli  sopra  citato,  mi  volli  allora  astenere  dal  procedere  an- 
che contra  di  esso;  aia  poscia  che  non  me  n^è  venuto  trovato 
un  solo  esempio  nei  tre  massimi,  io  non  dubito  più  oramai 
di  dichiarare  chenonsi  abbia  altrimenti  a  ricevere  per  buo- 
no. E  noi  dico  senza  Tappoggio  della  ragione;  però  che  es- 
sendo questo  vocabolo,  per  sua  origine,  inteso  a  richiama- 
re alla  mente  un  luogo  dal  qual  si  parte;  una  cosa  della  qua- 
leun*allra  proviene,  cioè  una  precedensa«enonuna8egaen- 
za;  facendogli  fare  V  ufficio  di  ajjla  che  sì  travolge  il  senso 
suo,  in  luogo  di  provenienza,  gli  si  fa  dinotar  tendenza;  on* 
de^  per  Tidea  originale,  mi  dice,  guardati  indietro;  onde  per 
a/Jln  che^  perciò  che^  vuole  che  si  guardi  innanzi.  La  Pro- 
posta ha:  Se  si  i^uole  che  gli  esempj  siano  ciliari  ,  es^iderk- 
a^  onde  la  sentenza  chiusa  nel  loro  seno  subito  disfwillii 
ove  il  sentimento  di  onde  è  per  questa  ragione  che  siegjue. 
E  ad  esprimerlo  giustamente  in  questa  proposizione,  s*  a- 
vrebbe  a  dire:  La  sentenza  chiusa  nel  seno  di  un  esempio 
chiaro  ed  elidente  subito  disfa\filla\  onde  si  vuol  far  uso  di 
esempj  chiari  ed  elidenti.  Egli/  si  ha  dunque  in  tal  caso  a 
usare  perchè^  affln  che^  acciò  che^  come  in  questo  esempio 
del  medesimo  Gelli:  Essa  tn  ha  dato  in  cambio  diano  scu" 
do  un  bel  quarteruolo^  perchè  io  glielo  cambii.  Ora»  ricapi- 
tolando, abbiam  veduto  che  di  tre  maniere  falsi  onde  s'e- 
rano furtivamente  introdotti  nelle  scritture  ;  quello  posto 
per  pronome,  nel  senso  di  con  che^  in  chei  Taltro  quivi  ci- 
tato, a  carte  1 86 ,  di  un  esempio  tratto  dalla  Proposta,  in 
luogo  di  per  davanti  a  un  infinito  ;  onde  mettere;  e  final- 


3i7 

mente  questo ,  in  luogo  di  afltn  che.  Inoimagina  mo*  questi 
tre  onde  moltiplicati  tante  volte,  quante  possono  occorrere 
in  un*opera  letteraria  ;  e  avrai  un^idea  della  confusione  che 
dee  produrre  nella  mente  di  chi  è  uso  al  puro  e  corretto 
stile,  e  del  guasto  che  deve  fare  in  chi  non  sa  discernere  ! 

OJbi  ^    OR 

I  •  OjL^,  le  parole  furono  assai ^  e  il  rammarichio  della 
donna  grande.  B.  a.  Come?  non  sapete  wi  quello  che  que^- 
sto  wglia  dire?  ora^  io  uè  Vho  udito  dire  mille  volte.  B.  a. 
Deh  !  or  trainassero  essi  affogato ,  come  essi  ti  gittaron  là 
dove  tu  eri  degno  d  esser  gettato  1  B« 

La  propria  qualità  della  parola  ora  è  nome  ;  il  quale 
si  usa  come  avverbio  quando  si  dice  ora  vengo;  che  vuol  di- 
re, in  questa  medesima  ora  vengo;  e  può  adoperarsi  anche 
per  congiunzione,  come  in  questi  esempj,  ad  esprimere  con^ 
clusione;  e  in  tal  caso  Tidea  che  comprende  è  m  breve^  ora 
vi  dico  che.  Lo  stesso  valore  ha  or,  tronco  di  ora. 

La  scienza  pili  necessaria  per  far  buon  uso  delle  con- 
giunzioni  essendo  quella  di  conoscere  il  loro  significato,  per 
ciò  daremo  nella  seguente  tavola  Tanalìsi  etimologica  delle 
altre  piò  usate,  e  la  definizione  della  idea  che  comprendono. 

ANALISI    DELLE    IDEE    CONTENUTE    NELLE    CONGIUNZIONI 

Acciò  che;  a  far  ciò  che;  a  far  questo  che  è.  Acciò  che 
la  lor  seccaggine  si  levasse  da  dosso.  B. 

^dunque;  probabilmente  dal  latino  ad  unquaìn^  che , 
per  analogia  del  luogo  col  tempo  «  significa  ^er  venire  ad 
alcun  principio  o  ad  alcun  termine^  alla  conclusione  di  ciò 
che  uno  ha  premesso.  Esempio ,  Dico  adunque  che  nella 
città  di  Pistoia  fu  già  una  bellissima  donna  vedova,  fi. 


3i8 

Affln  che\  tendendo  al  fine  che  è.  Lasciò  in  guato  due 
mila  calieri  ;  affla  che^  se  que^  di  Messina  uscisser  fuori^ 
uscissero  loro  addosso.  Villani. 

Altresì^  altro  cosi  ;  in  altro  simil  modo,  similmente. 
Alessandro^les^tosi prestamente^  andò  \fia  altresh  B. 

Anche\  in  addizione  a  ciò;  sopra  ciò.  Anche  dite  wi 
che  sH>i  1^1  sforzerete^  e  di  che  ?  B. 

Ancorai  anche  ora;  sopra  ciò  e  nel  medesimo  momen- 
to. Acciò  che^  come  per  nobiltà  d*  animo  dalC  altre  dismise 
siete ^  àncora  per  eccellenza  di  costumi  ecc.  B. 

Ancora  che;  avvenendo  ancora  questo  che  è.  Ancora 
che  gran  paura  avesse^  stette  pur  cheto*  B. 

Avvenga  che  ;  dandosi  il  caso  che  avvenga  che*  A\^ 
venga  che  egli  mi  stia  molto  bene.  B. 

Benché*  Tutte  le  congiunzioni  che  comprendono  bene^ 
esprimono  opposizione;  e  qaesto  nome  lo  modifica  in  par- 
te; onde  Tidea  è:  con  tutto  il  bene  che  è  in  contrario  a  quel 
cKio  dico.  Benché  nel  quanto  tanto  non  si  stenda  la  vista 
pia  lontana^  lì  vedrai  ecc.  D. 

Cioè^  questo  è.  E  loro  che  di  queste  cose  niente  ancor 
sapevano^  cioè  della  partita  di  Folco.  B. 

Cioè  a  dire  ;  ciò  è  simile  a  dire.  La  condizione  che 
dee  aver  la  confessione ,  si  è  frequens ,  cioè  a  dire  che  si 
faccia  spesso.  Passavanti. 

Come  che;  e  benché  sia  cosi  come  è  che.  Questa  paro- 
la esprime  modificazione;  e  neiresempio  seguente  modifica 
Tidea  di  particolarità  espressa  per  massimamente.  Umana 
cosa  è  aver  compassione  degli  afflitti;  e,  come  che  a  ciascu* 
no  steà  bene^  a  coloro  è  nuissimamente  richesto  ecc.  B. 
Io  credo  anch'io  con  T Amenta  che  il  Bartoli  volesse 


3i9 

scusare  li  proprii  errori  col  suo  Non  si  può;  però  che  chiun^ 
que  abbia  sentor  di  nostra  lingua  noa  prenderà  mai  come 
che  nel  senso  di  perciò  che  nel  seguente  esempio  :  E  come 
che  rade  wlte  la  sua  madre ^  la  quale  con  la  donna  di  Cor- 
rado  era^  i^edesse^  ecc.  B.  Il  perciò  che  non  può  reggere  il 
congiuntivo;  e  quìi  e  negli  altri  esempj  che  il  Bartoli  cita, 
come  che  equivale  a  quantunque^  benché.  L*altro  come  che 
ch*egli  accenna^  come  cK  io  mi  muowz^  non  è  congiunzione, 
ma  avverbio  per  quel  che  abbiam  già  dimostrato* 

Con  ciò  sia  cosa  che.  Il  concetto  compreso  in  questa 
espressione  è  :  Avvenendo  che  con  ciò  che  io  ho  detto  o  son 
per  dire  è  cosa  la  quale  è#  Con  ciò  sia  cosa  che  tu  incomin- 
ci pur  ora  quel  i^iaggio^  del  quale  io  ho  maggior  parte  for^ 
nito.  Gasa.  Vedremo  poi  altrove  perchè  lo  scrivere  t  come  si 
faceva,  tutte  queste  cinque  voci  insieme,  e  carrucolar  sopra 
il  che^  rendeva  questa  congiunzione  ridicola  e  disaggrade- 
vole.  ' 

Con  tutto  c/ie;ha  il  valore  di  benché.  Con  tutto  quel- 
lo che  punta  in  contrario  ciò  è  che.  Era  jirriguccio^  con 

tutto  che  fosse  mercatante^  un  fiero  uomo  ed  un  forte.  B. 

Con  tutto  ciòi  risponde  a  pure^  nondimeno.  Con  tutto 
ciò  la  \fipera  è  dotata  di  una  tal  naturalezza  pacifica  e  in^ 
nocente;  cioè,  con  tutto  ciò  che  io  ho  detto  in  male  della 
vipera,  in  bene  io  dico  che  ecc. 

Da  che^  vai  quanto  poiché.  Analisi:  Movendo  la  ca- 
gione da  questo  che  è.  Siano  baldamente  li  Romani  t  da 
che  questo  è  PusatoMberali  e  larghi  di  quello  che  tolgono 
a*  loro  nemici.  Da.  S.  C. 

Dunque  ;  quando  la  cosa  è  così.  J^a  dunque f  disse  la 
donna^  e  chiamalo.  B.  0  ha  il  senso  di  adunque. 


3^0 

Eccetto;  eccettuato;  questo  essendo  eccettuato*  Eccet- 
to  se  io  non  fossi  già  colei  che  glielo  toglìessi.  B. 

E  nel  pero;  e  volendo  cooteaersi  nel  vero  senso  delle 
parole,  né  più  né  meno.  E  nel  vero^  io  non  conosco  uomo  di 
sì  alto  affare^  al  quale  poi  non  doveste  esser  carcu  B. 

Eziandio;  forse  d^etiamdiu;  cioé^  anche  ora*  E  come 
dònna  la  quale  eziandio  negli  stracci  parey^  ecc.  B* 

//io/^r&;andando  in  oltre  nella  materia  del  discorso.  In 
oltre  apepa  nel  porto  gran  numero  di  napi.  Crusca. 

In  somma;  arrivando  in  su  la  somma  parte;  in  con- 
clusione. In  somma  ^  sappi  che  tutti  far  cherci  e  letterati 
grandi.  D. 

Intanto;  in  tanto  tempo  quanto  scorse,  o  scorrerà*  //i- 
tanto  poce  fu  per  me  udita.  D. 

Laonde;  il  che  riesce  \k  onde  procede  che;  o  il  che  rin* 
se)  là  onde  procedette;  significa  per  la  qual  cosa.  Laonde 
egli  scampa  dalle  forche.  B. 

Ma;  a  quello  che  ho  detto  aggiungo  od  oppongo  que* 
sto  che  é.  Ma,  apere  infine  a  qui  detto  della  presente  nopel- 
la  poglio  che  mi  basti  B* 

Nondimeno;  quel  che  é  detto  non  facendo  effetto  di 
meno.  Nondimeno^  ciascuno  de*  due  cenanti  la  sua  grazia 
addimandapa.  B.  Vedemmo  a  carte  3 1 3,  che  al  vocabolo  pu* 
re,  equivalente  di  nondimeno^  sempre  precede  quantunque^ 
espresso  o  sottinteso.  L*analisi  di  questo  esempio  é  duuque: 
Quantunque  la  grazia  nessuno  avesse  meritata,  questo  de-> 
merito  non  facendo  effetto  di  meno  ardire  nell'  animo  do' 
due  amanti,  ciascuno  ecc. 

Nonpertanto;  per  tanto  quanto  dissi,  non  ecc.,  equiva- 
le a  nondimeno.  Ma^  nonpertanto^  senza  mutar  colore^  al- 
zato il  pi  so  e  le  mani  al  cielo  ^  disse.  B. 


3ai 

Non  ostante;^  ciò  non  ostante^  quel  che  dissi  non  ostaiH 
do;  risponde  a  nondimeno*  Gli  avrebbe  ciò  non  ostante  s^e^ 
racissimamente  tirati.  Grasca.  Eiìon  ostante  che  V  Amnu^ 
raglio^  favellando  col  re  Pietro^  gli  dicesse  ecc.  Casa* 

JVulladimeno;  quel  che  soq  per  dire  non  facendo  nul- 
la di  menot  Soggiungerò  nulladimeno  qui  di  nuovo  guai" 
die  cosa.  Redi» 

Perchè;  per  questo  che  è.  E  per  che  ragione  ?  disse 
Ferondom  Disse  il  monaco^  perchè  tu  fosti  geloso.  B. 

Perchè  per  affln  che;  per  questo  fine  che  è.  Prima  as" 
sai  ten^ratamente  lo  incominciò  a  battere^  perchè  UpaS'- 
sasse.  B« 

Perchè  per  onde;  per  il  che;  per  la  qual  cosa.  Ella  noi 
vi  vorrebbe  ;  perchè  ella  ti  prega^  in  luogo  di  gran  servii 
gio  ecc«  B. 

Perchè  per  benché  ;  per  questa  ragione  che  è«  Tu , 
percìi  io  nC  adiri^  non  sbigottir.  D. 

Belli  sono  questi  perchè  per  li  differenti  concetti  che 
esprimono;  e  la  lor  varia  virtù  si  sente  per  lo  diverso  effetto 
che  operano  sopra  il  corrispettivo  verbo  che  li  siegue. 

Pertanto;  per  tanto  quanto  è  detto;  per  la  qaal  cosa; 
perciò,  ferii  messer^  toccò  a  me  P andare  pensoso;  oggi  pare 
che  tocchi  a  voi;  e  pertanto  io  non  voglio  che  pensiate  più 
sopra  questo  fatto.  FecoTone. 

Perciò;  per  ciò  che  detto  è;  equivale  ^nondimeno.  Ma 
non  %H)gtio  per  ciò  che  questo  di  pia  avanti  leggere  vi  spa-^ 
venti.  B. 

Perciò;  per  ciò  che  detto  è;  per  la  qual  cosa.  Dissi  i 
Già  di  veder  costui  non  son  digiuno;  perciò  a  figurarlo  gli 
occhi  affissi.  D*  Il  Bartoli  dice:  Onde  perciò  gli  spiriti  si 


3:12 

rendono^  almeno  per  metàt  meno  abili  alla  speculazione^  e 
altrove  adopera  pur  e  nondimeno  immediataoieiite)  non  si 
accorgendo  che  perciò  equivale  ad  onde^  e  pur  a  nondime- 
no  ;  .dal  che  si  vede  se  giovi  il  far  Tanalisi  dell*  idea  com- 
presa nella  congiunzione* 

Posto  che^  può  supplir  quantunque  ;  posto  qaesto  che 
è  •  Lo  cielo  I  i^ostri  mos^imenti  inizia  ;  non  dico  tutti  \  ma , 
posto  cJiio  7  dica  ecc«  D.  Posto  che  assai  ìH)lte  de"  fatti  di 
Calandrino  detto  si  sia  tra  noi  ecc.  B« 

Però  che;  per  ciò  che  è;  per  questa  cosa  che  è.  Nul' 
r  altra  pianta  w  puote  as^er  vita  «  Però  che  alle  percosse 
non  seconda*  L*armonia  e  la  misura  del  verso  ne  conferma 
nella  nostra  opinione,  che  queste  congiunzioni  però  che^iper- 
ciò  clie^  affln  chCf  hanno  a  esser  divise  dal  che^  poiché,  leg« 
gendo  il  verso  come  si  truova  in  tutte  le  edizioni  :  Peroc' 
che  alle  percosse  non  seconda^  si  viene  a  portare  il  primo 
accento  sovra  il  chct  il  quale  dev*  esser  tolto  via  per  rdi- 
sione;  se  non  vi  sarebbero  dodici  sillabe* 

Perciò  che;  la  medesima  cosa  che  però  che»  Perdo 
che^  dalla  mia  prima  giovanezza  infino  a  questo  tempo^  oìr 
tremodo  essendo  acceso  stato*  B. 

Per  la  qual  cosa;  ò  V  analisi  di  onde.  Per  la  qual  co^ 
sa  ella  disse  ad  una  sua  fante.  B. 

Per  tutto  ciòy  e  per  tutto  questo;  equivalenti  di  pure^ 
nondimeno.  lUnuccio^  dolente ^  non  se  ne  tornò  a  camper 
tutto  questo. 

Poicìiè;  dopo  questo  che  è«  Poiché  essi^  ciò  che  essa 
addomandato  avea^  non  avean  fatto.  B« 

Poi  ;  vi  si  sottintende  che  t  dopo  questo  che  è  •  Di 
che  r  animo  vostro  in  alto  galla  9  poi  siete  quasi  entomaia 


3a3 

m  difetto  ?  D.  £  pregolh  ^  poi  wrso  Toscana  andas^a^  gli 
piacesse  d'essere  in  sua  compagnia.  B.  Dunque  si  può  ado** 
perare  poi  in  luogo  di  poiché.  Lo  ripeto  perchè  si  notì« 

Prima  che;  in  ora  prima  che.  Madonna  ^  non  s^i  scon^' 
foriate  prima  che  \fi  bisogni.  B« 

Purché  ;  pure  che,  quando  nulla  ostante  il  contrario, 
avvenga  questo  che  è«  La  medicina  da  guarirlo  so  io  ben 
fare;  purché  a  wi  dea  il  cuore  ecc*  B* 

Qualora;  in  quale  ora,  nel  caso  che;  può  supplire  quan^- 
dOf  dove^  e  se.  Tindaro  al  sers^igio  di  Filostrato  attenda , 
qualora  gli  altri  attendere  non  vi  potessero.  B« 

Quando  bene;  quando  anche  ci  sia  il  bene  che  è. 

Quindi;  di  qui;  per  la  qual  cosa;  equivalente  di  onde<, 
Savj  pochi  si  truwano;  quindi  à  che  i  consigli  seguiscono 
malo  effetto.  Albertano. 

Sebbene;  se  pur  vi  sia  il  bene  che  è;  corrispondente  a 
benché.  Sebbene  Podere  e  la  mestura  di  questo  succhio  of* 
fende.  Crusca.  Veramente,  in  questo  esempio,  l'analisi  del- 
r  idea  compresa  in  sebbene  è  ,  se  pur  sfi  sia  il  male  che  è  ; 
perchè  Tidea  originale  ha  dato  luogo  ad  una  semplice  op- 
posizione, o  in  male  o  in  bene. 

Senza  che;  quel  che  è  detto  basterebbe,  senza  aggiun« 
gere  che;  corrisponde  a  oltre  a  ciò^  Senza  che^  egli  ha  al- 
cune  altre  taccherelle  con  queste^  che  si  taccionperlo  mi-^ 
gliore.  B.  Quis^i  gran  parte  della  tua  ricchezza  s^edrai  co^ 
me  si  traffica;  senza  che  tu  diventerai  molto  migliore^  e  più 
da  bene.  B.  Questa  bellissima  congiunzione  era  stata  ab- 
bandonata dai  moderni  per  V inoltre  che  mi  sa  di  francese. 

Sì  che;  così  che;  essendo  così  ne  avviene  che;  equivale 
a  in  modo  che^  tanto  che.  Desinas^a  la  mattina  con  lui  Bin-^ 
uccio;  sì  che  egli  voleva  far  della  salsa.  B. 


S 


3a4 

Solo  che;  avvenendo  solo  questo  che  è;  risponde  a  pur^ 
che.  Vedi  pure  ^  carte  3i3.  Questo  farò  io  ipolentieri  ;  sol 
che  voi  mi  promettiate  ecc.  B. 

i$2  veramente;  quando  sia  così  veramente;  con  que- 
sto patto.  Io  sono  disposto  a  farlo  ^  sì  veramente  che  io  vo- 
glio prima  andare  a  Roma.  B* 

Tanto  che;  la  cosa  è  venuta  a  tanto  che*  Non  ha  uomo 
che  non  creda  fermamente  che  tu  sii  morto;  tanto  che  io  ti 
so  dire  ecc.  B. 

Tuttavia;  per  tutta  la  via;  continuamente;  ancora.  Ma 
tuttavia^  che  che  egli  scabbia  di  me  detto^  io  non  voglio  che 
voi  il  vi  rechiate  se  non  come  da  uno  ubbriaco.  B.  La  piena 
costruzione  è:ma,quantuQqne  v*abbia  già  significato  il  mio 
desiderio,  vi  dico  ancora  che  voglio  ecc« 

Tutto  die  ;  con  tutto  questo  che  è.  Tutto  che  questa 
gente  maladetta  in  vera  perfezion  giammai  non  vada*  D. 

È  da  notarsi  Tufficio  che  fanno  le  tre  congiunzioni  jo- 
praciò^  anche ^  e  alla  perfine  fU^  seguente  periodo  diF.B. 
da  San  Goncordio  ; 

Qualunque  disonesto ,  adultero  t  ghiotto  9  e  chi  avea 
consumato  quasi  lo  suo  patrimonio  spendendo  e  giocando; 
e  chi  aveva  speso  delF  altrui. . . ,  quegli  erano  amici  fami^ 
gliari  di  Catilina.  Soprjì  ciò  da  ogni  parte  li  micidiali^  li 
ladroni  delle  cose  sagrate;  ancbb  quegli  i  quali  si  nutrica-- 
vano  di  mano  e  di  lingua^  cioè  spergiurando  f  e  spargemh 
il  sangue  di  lor  cittadini;  aixa  perfine  tutti  coloro  ti  quali 
conturbava  la  malvagità^  la  povertà^  la  coscienza  delie  male 
operazioni ,  s^ accostavano  a  lui ,  erano  i  domestici  suoi. 

E  quel  sopra  ciò  equivale  a  oltre  a  ciò^inoltre.  Appres- 
so ò  bella  niauiera  di  congiunzione  nel  senso  di  oltre  a  ao, 


come  nel  seguente  esempio  del  Gelli  :  Le  molte  e  rare  ^ir^ 
tà^  III.  e  molto  II.  signor  mio^  che  per  fama  ho  sempre  udito 
risplendere  in  V.  S.  /?.  •  •  e  V onestò  e  lodewle  amore  ap^ 
PRESSO^  cK  ella  dimostrò  portar  a  virtuosi  componimenti 
toscani  ecc. 

Nota  che  queste  forme  sono  congiunzioni  se  non  in  tan- 
to, in  quanto  servono  a  giungere  una  proposizione  con  Tal-* 
tra,  un  periodo  con  Taltro,  perchè,  quantunque  la  congiun- 
zione acciò  che  o  acciocché  sia  composta  di  a  ciò  che^  que- 
ste parole  non  formano  congiunzione  nella  seguente  propo- 
sizione: Non  por  mente  a  ciò  ch^egli  dica*  Cosi,  quando  è 
congiunzione  allora  che  si  dice, /a  wglio  alle  tue  angosce^ 
quando  tu  medesimo  s^ogli^  porre  fine^  dove  sì  vede  che 
quando  giunge  le  due  parti  della  proposizione;  ma  egli  è  av- 
verbio neiresempio.  Quando  udirete  sonar  le  campanelle  , 
sortite  qui.  Le  parole  con  tutto  ciò  forman  congiunzione  al- 
lor  che  stanno  in  opposizione  a  quel  che  s^  è  detto  prece- 
dentemente, per  esempio,  lo  non  ci  fui  mai;  con  tutto  ciò^ 
vi  potrei  dire  chi  vi  è,  e  che  vi  si  fa;  ma  non  sono  congiun- 
zione nella  proposizion  seguente.  Io  ve  lo  manderò  con  tutta 
ciò  eh*  egli  potrà  portare. 

Ho  fatto  cenno  di  quelle  congiunzioni  che  hanno  e- 
gual  yalore  affin  che  lo  studianfe  se  ne  possa  valere  per  va- 
riare lo  stile;  che,  per  essere  queste  parole  di  si  frequente 
necessità,  è  un  vero  fastidio  a  sentir  replicare  continuamen- 
te il  medesimo  vocabolo.  Già  una  gran  noia  è  tolta  con  Ta- 
ver  divise  la  maggior  parte  dì  quelle  che  finiscono  col  che; 
sopra  la  qual  voce  si  veniva  a  battere  senza  pausa  come  so- 
pra r incudine  il  martello. 


3a6 


GAP.  XXII. 

DELLE  INTERIEZIONI 

Questa  parola  interiezione  yien  dal  Latino^  e  signifi* 
ca,  voce  gittata  dentro  ;  perchè  in  effetto  le  interiezioni  so- 
no altrettante  grida  di  piacere,  di  dolore,  di  sdegno,  di  spa- 
vento, di  orrore,  di  preghiera,  di  maraviglia,  che  si  gitta- 
no  qua  e  là  nel  discorso,  secondo  che  il  bisogno  lo  richìe» 
de;  e  dico  imitando  il  Latino,  che  sono  gittate  ;  perchè  si 
pronunciano  con  snono  subito  e  vibrato*  Vediamo  ora  qnal 
è  il  valore  di  ciascuna,  e  qual  idea  comprendono* 

jih  !  può  esser  grido  di  dolore ,  misto  con  raccapric- 
cio, come  nel  seguente  esempio,  Jlh  !  crudele  uomo  !  parti 
il  fallo  mio  sì  grande^  che  né  la  mia  giovanezza^  né  le  mie 
lagrime^  né  gli  umili  miei  prieghi^  ti  possan  muovere  ?  B* 

È  grido  d'orrore  nel  seguente,  Noiandavam  con  lidie* 
ci  dimeni^  Ah  !  fiera  compagnia  I  D« 

Esprime  dolore  e  commiserazione:  Udi^  dir  alta  wce, 
di  lontano^  ahi  quanti  passi  per  la  selva  perdi  !  P. 

È  anche  esclamazion  di  sdegno:  Ahi  s'io  ti  posso  oskt 
nelle  mani^  cKio  te  ne  farò  pentire.  Crusca 

Ahi  !  ha  lo  stesso  valore  della  precedente  ah. 

Esprime  orrore  nel  seguente  esempio.  Ahi  !  dura  ter- 
ra^ perché  non  €  apristi  ?  D. 

E  grido  di  dolore  e  di  pietà.  Ahi  !  misero  !  dw^  e  in 

che  pon  tu  l'animo^  Vamore^  e  la  speranza  ?  B» 

Esprime  sdegno.  Ahi\  traditori f  voi  siete  nunii.  B. 


3ay 

È  segno  di  dolore  e  di  preghiera,  j^hii  mercè\  per 
Dio  !  non  wler  dis^enir  micidiale  di  chi  mai  non  ti  offese.  B. 

AHl\   LAS  SDÌ   ABiME^\ 

Queste  due  congiunzioni  possono  esprimere  dolore  e 
raccapriccio*  Lasso  cioè  stanco  del  patirei  corrisponde  a 
vfUsero. 

Ahi  !  lassa  me  !  che  assai  chiaro  conosco  quanto  io 
ti  sia  poco  cara  !  B.  cioè,  io  dico  me  lassa,  perchè  ecc. 

Ahimè  !  che  piaghe  ndi  ne*  lor  membri  recenti  e  i^ec- 
chie  !  D«  cioè,  ahi  !  io  chiamo  me  misero,  perchè  ecc. 

Ahimè  !  £sse  la  donna%  tu  hai  dunque  patito  disagio 
di  denati?  B.  Ahi  !  io  dico  me  dolente. 

DEffì 

È  questo  grido  di  preghiera  :  Deh  f  qual  è  la  cagione 
del  vostro  dolore  ?  deh  I  ditemelo^  anima  mia.  B. 

È  segno  di  maraviglia:  Dehl  perchè  non  prendo  io  del 
piacere  quando  io  ne  posso  ai^ere?  B. 

Dinota  anche  grido  di  collera.Z>eA  !  pon  mente  come 
la  spiritata  guarda  altrui  a  traverso^  e  come  ella  strabuzza 
quegli  occhi  di  struzzolo  !  6. 

Deh  può  esser  grido  di  maraviglia:  Deh\  andate^  an^ 
datei  oh  !  fanno  gli  uomini  sì  fatte  cose  ?  B* 

DOffì 

È  grido  di  sorpresa  e  di  sdegno.  Doh  !  fUrfantaccio , 
boia;  se  io  t usassi  saputo  I  Crusca* 

È  grido  d*  ironica  maraviglia.  Doh  !  signore  Iddio  ^ 
se  tu  hai  fatta  nostra  donna  la  volontà^  e  noi  V  abbiamo  a 
ubbidire  !  Crusca. 

e\    o  EMÌ 
È  voce  di  dolore  :  E  !  quanto  a  dir  qual  era  è  cosa 
dura  questa  selva  selvaggia  ed  aspra  e  forteì  D. 


3a6 

Perchè  Penteo  pianga  doloroso  ,  dicendo  eh  !  lassa 
ornai  la  vita  mia  !  B« 

Qualche  volta  è  segno  di  maraviglia  con  cni  si  dì  a 
vedere  che  si  sa  che  an  altro  non  intende  di  dire  quel  che 
le  parole  suonano;  il  che  è  un  modo  urbano  di  scusare  Ter- 
rore 0  il  motteggio  di  chi  parla,  per  esempio,  Ehi  che  VS* 
mi  dà  la  burla.  Crusca  ;  Ehi  via^  eh  !  i^ia^  che  F acqua  alle 
donne  di  parto  non  fa  male. 

E  anche  segno  d*  interrogaaione  irata.  Tìi  ti  dai  forse 
ad  intendere  eh"  io  sia  tuo  schiaw  eh?  e  ch*io  abbia  a  fare 
a  tuo  modo  eh  ?  F« 

Pronunciato  lungo,  disegna  anche  rimprovero  d*uom 
che  garrisce  altrui  .Ehi  jtlaman ,  Alamanno  !  tu  non  fai 
punto  quel  che  ti  conviene.  G. 

Etti  1  BiA  f 

Son  questi  segni  di  maraviglia  espressi  in  modo  inter- 
rogativo e  per  uom  che  sgrida  •  Ehi  !  messere  ,  che  è  ciò 
che  voi  fate  ?  B.  Eia  !  Calandrino^  che  vuol  dir  questo?  £. 

SIMÈ  O  BBiHB  ! 

Equivale  ad  ahimè  •  Eimè  I  lasso  !  che  ora  intendo 
quello  che  non  intesi  !  B.  Eimè  !  lassa  !  misera  ed  insana 
Briseide^  sconsolata  1  B. 

Moti 

Il  significato  di  questo  grido  lo  esprime  Dante  nel  se- 
guente verso  :  Alto  sospir  che  duolo  strinse  in  bui  ! 

al  Off  Off  l  osi 

È  segno  di  maraviglia  in  questi  esempj.  Ok\  figliuola 
mia^  che  caldo  fa  egli?  B.  Ohi  sì^  ch\o  soche  tu  je'  uno 
assiderato.  B. 


3^9 

È  Anche  segno  dMmpazienza  e  di  desiderìo:OA  !  disse 
Ferondo^  s^  io  \;i  torno  mai  !  B. 

Grido  di  contento.  O!  me  beato  sopra  gli  altri  aman- 
ti !  P. 

Il  raddoppiare  questa  interiezione  esprime  ironica  ma- 
raviglia: Oh  oh  !  la  testuggine  wla  !  Crusca. 

È  anche  grido  di  richiamo  acciò  che  altri  si  desti,  o  si 
metta  in  guardia.  Fattosi  alquanto  a  quelle  vicino^  gridò  : 
oh  oh  I  B. 

o/f 

Sardonico  grido  di  maravigliai  E  mantaccando^  subi'^ 
to  disse ^  oi  ! 

OIMÈ  !  OfflMÈ  I  oisè  ! 

Grido  di  dolore  e  di  sdegno.  Oimè  !  mahagia  femmi- 
na\oh\  eri  tu  costì  ?  B. 

Di  dolore  e  d'afflizione.  Oimèi  lassa  mei  dolente  meì 
in  che  mar  ora  nacqui  !  B* 

Incominciò  a  fare  il  rumor  grande  oisè  !  dolente  se  ! 
che  il  porco  gli  era  stato  imbolato. 

CIBÒ  ! 

Segno  di  disapprovazione  •  Come  ?  tormento  !  cibò  ! 
s^  io  ci  diletto.  Crusca. 

pu  ! 
Segno  d^aborrimenlo  di  cosa  fetente.  I^ appetita  aguz" 
za^  strega  squarquoia^  lercia^  pu  !  la  puzza  !  Crusca. 

oiui  ! 
Grido  di  richiamo  che  significa  o  voi  che  siete  In.  Io 
me  n*  andai  in  capo  di  scala  per  chiamar  P  oste  :  o/J,  do* 
ye  se^  ?  F. 

:i3 


33o 


ORSO^ 


Voce  usata  ad  animar  alcuno,  siccome  quella  che  com- 
prende or  legate  su.  Orsa  !  giovani^  assaltiamo  virilmente 
e  con  allegra  fronte  questi  dormiglioni.  F, 

uh\  uh\  uh\ 

Segno  d^orrore.  Uh  !  che  domin  sarà  !  oh  !  i^oi  grida- 
te che  i^oi  parete  proprio  un  arros^ellato.  G»  Uhi  uhi  trista 
a  mei  mi  minaccia  di  cascarmi  gli  occhi  !  F« 

Guai  da  guaio  »  grido  di  dolore  che  fa  il  cane.  Si  usa 
per  segno  di  minaccia  in  tuono  esclamativo.  Guai  a  te^  mar-- 
tal  generazione ,  che  sempre  ti  sforzi  di  montare  ad  alto  ! 
cioè  a  te  converrà  trarre  guaim 

ST^l 

Voce  di  sorpresa  con  cui  sMmpone  silenzioi  dal  verbo 
stare*  Ma^  sta  i  che  grida  son  quelle  ? 

cosi  I 

Si  usa  questa  roce  in  proposizióni  esclamative;  per  e- 
sempio ,  Così  non  fossi  io  mai  in  questa  terra  venuto  !  F. 
ma  ella  è  pur  tuttavia  il  medesimo  termine  di  comparazio- 
ne trattato  altrove;  come  si  scerne  dal  seguente  esempio  - 
Così  fossetta  impiccata^  come  s'è  avveduta  de*  danari  che 
io  ho  trovati  I  G. 


«■ 


33 


GAP.  XXIII. 

SOPRA  ALCUNE  COSTRUZIONI  DIPENDENTI 

DAI  VERBI 

SSSBBS    E    ArERE 

Quantunque  abbia  gil^  trattato  ampiamente  delle  pre- 
posizioni a  e  da  nel  capitolo  XVIII,  pure,  essendomi  qui* 
vi  ristretto  alia  sola  analisi  delle  idee,  senza  fermar  rego- 
le, per  essere  quelle  troppo  vaghe  nella  generalità  delle  e- 
spressioni  nelle  quali  entrano  le  preposizioni,  determinerò 
qui  Fuso  delle  preposizioni  ae  da^  quando  dipendono  dai 
verbi  essere  e  avere. 

I  •  Maras^igliosa  cosa  è  ad  udìre  quello  che  io  debbo 
dire.B.  a.  Sarà^  inparte^  cosa  piacevole  ad  ascoltarb.H. 
3.  Non  è  cosa  da  bìasimare.  F.  4*  Tempo  da  ritornare 
è  là  onde  ci  dipartimmo.  B.  5.  Era  un  acqua  latrata  da 
FAR  dormire.  B.  6.  Domandollo  come  star  gliparesHi%  e  se 
forte  si  credeva  essere  da  caì^aicare.  B, 

Nel  primo  e  èecondo  esempio  la  preposizione  da^  in- 
nanzi ai  verbi  udire  e  ascoltare  ,  tende  ad  accennare  quel 
riguardo  che  abbiamo  definito  a  carte  :i3i.  perle  espres- 
sioni vivandetta  dilettevole  a  mangiare  ;  cosa  maravigliosa 
a  vedere  •  Nel  terzo  e  quarto  esempio  ,  per  qual  ragione 
biasimare  e  ritornare  sian  preceduti  dalla  preposizione  da^ 
non  si  può  vedere  se  non  con  lo  analizzare  come  facemmo  a 
carte  a36}  cioè  non  è  cosa  da  la  quale  proceda  il  biasima^ 


33a 

re;  è  tempo  da  il  quale  si  scuole  il  ritornare  là  ecc.  Onde  si 
vede  che ,  quando  il  nome  che  regge  il  verbo  essere  è  ac- 
compagnato da  un  aggettivo,  il  seguente  infinito  è  precedu- 
to dalla  preposizione  a;  e  quando  non  ha  aggetti vo^  da  pre- 
cede r  infinito.  A  questa  regola  tuttavia  si  oppongono  gli 
esempj  5.  e  G.  i  quali  sono  in  vero  una  eccezione.  La  ragio- 
ne si  ò  che  in  quelle  due  espressioni  si  accenna  non  più  uq* 
idea  di  riguardo,  ma  bensì  un*idea  di  provenienza,  cioè  on- 
de  proceda  la  virtù  attribuita  ai  nomi  che  reggono  il  verbo 
essere  ;  ed  ecco  la  definizione  ;  era  un*  acqua  lavorata  in 
modo  che  da  essa  si  poteva  far  dormire  ;  gli  domandò  se 
credeva  se  essere  forte  sì  che  da  lui  si  potesse  cavalcare. 
Ma,  il  Perticari  nella  Proposta  dice  :  Se  dall'  un  can- 
to è  ^CONDANNARSI  il  sacrilegio  onde  il  Ruscelli  ^ il SaU 
viati^  ed  altri  posero  mano  ne* classici  per  conciarli  secon* 
do  le  voglie  lo/v^  dalV altro  canto  non  è  A  lodare  la  dimen- 
ticanza ecc.  Adoperare  o^^e  per  con  die  già  vedemmo  es- 
sere uno  errore;ma  quei  due  verbi  condannarsi  e  lodare^se- 
guati  con  la  preposizione  a,  sono  imperdonabili  in  uno  scrit- 
tore; perchè  qui  non  si  parla  di  qualità  di  cose  che  si  vo- 
gliano mettere  in  riguardo,  nel  qual  caso,  tra  il  verbo  e  la 
preposizione  a,  dovrebbe  essere  un  aggettivo;  ma  sì  di  due 
cose,  cioè  sacrilegio  e  dimenticanza,  dalle  quali  vien  cagio- 
ne di  condannare  e  di  lodare.  Aggiungendo  poi  egli  alcuni 
versi  dopo  :  anzi  è  da  abbominare  questa  veccliia  usanza , 
ove  seguita  la  giusta  lezione,  non  peraltro,  certo,  se  non 
perchè  alPorecchio  gli  sembrò  migliore,  mostrerebbe ,  se- 
condo lui  (i) ,  le  espressioni  una  cosa  è  da  lodare  oa  lo- 

(i)  QqesU  voce  ha  fona  di  preposizione;  e  il  concetto  di  secondo  luì. 


333 

dare^  da  ahhominare  o  ad  abboininare^  avere  egual  valore, 
ed  essere  parimente  buone.  E  per  tal  modo  s  avrebbe  an- 
che a  poter  dire  :  una  cosa  esser  piacevole  ad  ascoltare ,  o 
piacerle  da  ascoltare^  marauigliosa  da  udire  o  a  udire;  e 
queste  preposizioni ,  a  tal  convegno  9  non  sarian  altro  che 
vezsi,  comesi  soglion chiamare  tante  altre  particelle  da  co- 
loro che  non  conoscono  la  virtù  di  esse  •  Il  Perticar!  non  à 
il  solo  che  confonda  queste  due  espressioni  ;  il  Monti  dic&s 
Di  ciò  neppur  è  a  stupirsi  ;  e  il  Giordani  ;  C/ie  non  siamo 
soli  noi  a  compiangersi*  Dovean  dire  da  stupirsi^  da  com-* 
piangere.  Nella  Proposta,  voi.  4iP3g*  i33,  il  Perticati  cita 
questo  esempio  del  Boccaccio  :  Sono  pia  tosto  a  dire  asini 
nella  bruttura  di  tutta  la  cattività^  ecc.  G.  i  •  N.  8.  ma  que- 
sto a  direy  qui,  a  me  riesce  nuovo;  e  in  tutte  le  edizioni  che 
io  ho  veduto  è  da  dire.  Per  chi  dubitasse  di  un  solo  esem- 
pio ,  eccone  due  altri  del  Ferticari  :  E  del  presente  secolo 
non  è  a  disputare  né  a  chiedere  se  ora  scriva  bene  chi  è  be^ 
ne  addottrinatOm  Perchè  siccome  non  è  a  credere  che  sia  at^ 
te  a  fare  oro  ed  argento  ecc. 

Convien  bene,  o  giovani  che  alla  gloria  dello  scrivere 
aspirar  volete,  che  io  vi  mostri  gli  errori  di  tali  uomini,  tute- 
lo che  e*  siano  stati  de*  primi  motori  del  ristoriaimento  del- 
la purità  della  lingua,  perchè  possiate  toccar  con  mano  clie 
la  grammatica  che  noi  abbiamo  chiamata  filosofica,  pu&  gio- 
vare anche  a  coloro  che  han  piena  la  memoria  dello  stile 
di  quanti  mai  buoni  scrittori  siano  stati  in  Italia.  E  fabis- 
simo  è  quel  dire  del  Grassi,  del  quale  fan  pessimo  uso  gli 
ignoranti,  che  una  cantica  delf  Alighieri^  epoche  pagine 

é,  andando  dietro  a  lui;  cioè,  egli  essendo  primo  e  io  secondo  a  lui  nella 
detta  opinionet 


334 

ìfe/  Segretario  Fiorentino ,  possano  profittare  al  lettore  as^ 
sai  pià^  che  tutti  quanti  i  precetti  un  grammatico  potesse 
9enir  ripetendo ,  e  che  le  occupazioni  grammaticali  sieno 
frivole.  Frivole  sodo  per  chi  frivolemente  te  le  espone.  Se 
tre  colali  si  sono  smarriti  neir  uso  di  quelle  due  preposi- 
zioni ,  egli  è  ben  segno  che  chi  non  vovA  ragionare  come 
facciamo  noi  9  e  penetrare  Tintimo  senso  delle  cose,  andrà 
sempre  a  tastone,  e  sempre  avrà  la  noia  del  dubbio.  E  ben 
pare  che  il  Perticari  avesse  sentore  di  qualche  cosa  di  er- 
roneo in  quelle  sue  espressioni,  da  che  produsse  quel  testo 
del  Decamerone  in  sua  giustificazione  ;  ma  non  poteva  di- 
scernere ove  fosse  V  errore  per  difetto  della  analisi  delle  idee. 
Quando  io  pubblicai  il  manifesto,  nel  quale  era  questo 
cenno  dello  errore  che  il  Perticari  e  il .  Monti  fanno  non  di 
rado  in  simili  locuzioni,  il  che  è  ancora  a  me  cosa  inconce- 
pibile come,  dopo  tanto  leggere  che  essi  debbono  aver  fatto 
i  classici,  non  se  ne  sieno  mai  accorti,  furono  alcuni  lette- 
rati che  m*  avvertirono  mi  guardassi  dal  troppo  facilmente 
condannare  due  cotali  scrittori;  perciò  che  V  espressione  è 
a  dire  non  è  malagevole  a  trovarsi  anche  nei  Tre,  non  che 
negli  altri*  Questo  cel  sapevamo  anche  noi,  e  ne  daremo  qid 
varj  esempj  ;  ma  non  ve  ne  sono  già  nel  senso  di  si  debbe  0 
bisogna.  Le  espressioni  è  da  biasimar  e  ^è  da  ritornare  ^non 
è  da  correre  dinotan  do^re  o  bisognare^  perciò  si  può  di- 
re egualmente  si  debbe  biasimare^  bisogna  ritornare^  nonbi' 
sogna  correre;  il  verbo  essere  seguito  dalla  preposizione  da 
e  da  un  infinito  esprime  dunque  dovere  o  bisognare  ;  ora 
mi  si  truovi  un  solo  esempio  in  cui  essere  ^  seguito  dà  a  e 
da  un  infinito,  esprima  un  tal  senso,  e  allora  io  me  ne  ri- 
crederò*..  Ma  die  ricredere  !  Io  dico  che  ,  se  io  errassi  in 


j 


335 

questo;  se^  dopo  tanto  leggere  i  migliori  con  la  mente  a  ciò 
ialesai  fosse  ancor  possibile  ch^io  in  questo  particolare  m*in- 
gaonassi»  direi  che  non  fosse  più  da  credere  per  niente  alle 
mh  parole,  e  che  la  mia  grammatica  s*  avesse  a  gittare  al 
fao:o.  E  se  mai  il  Perticarii  come  è  da  supporre,  trovò  sono 
a  dire  asini  in  qualche  edizione  del  Decamerone,  sarà  stato 
uno  errore  di  stampa,  e  non  può  essere  altrimenti.  Già  si 
esclude  il  caso  in  cai  essere  è  accompagnato  da  un  aggetti- 
vo,  è  fmvnuiglioso  a  udire  ;  è  piaceifole  ad  ascoltare^  ove 
tutt*  altra  cosa  si  intende^  che  dovere  o  bisognare  ;  in  altro 
senso,  e  in  ispecie  di  rimanere ,  restare^  ho  raccolto  i  se- 
guenti testi» 

I.  Questi  non  {fide  mai  T ultima  sera^  Ma,  per  la  sua 
follia^  le  fu  sì  presso^  Che  molto  poco  tempo  A  volqek  era. 
D.  2*  Omaij  care  compagne^  niuna  cosa  resta  pia  a  fare  al 
mio  reggimento^  per  la  presente  giornata ,  se  non  darvi  rei* 
na  niwsHi^  la  quale f  di  quella  che  È  4  venire^  secondo  il 
suo  giudizio  •••  disponga*  B.  3.  Che  k  a  pensare^  che  tu  sii 
con  una  tua  sorella  mai  più  da  te  non  veduta^  e  in  casa  sua^ 
e  iH)gli  di  quella  uscire ,  per  andare  a  cenare  air  alb^^ 
go?  B.  4-  E  così  spero  che  avverrà  di  quelle  novelle  che  per 
questa  giornata  sono  a  raccontare.  B.  5«  //  re^non  es^ 
sendovi  altri  A  dire^  cominciò.  B»  6«  Come  avviene,  a  chi 
ha  il  viso  forte  ricagnato ,  che  altro  non  É  a  dire  ,  che  a- 
i^rlo  cantra  f  usanza.  Casa 

Ora,  ecco  Tanalisi  delle  idee  che  si  contengono  in  que- 
sti esempj.  Nel  primo,  era  a  volgere  comprende  Tidea  rima-- 
neva  a  volgere j  non  già  doveva.  Dicemmo  a  carte  :iZ  i ,  che 
la  preposizione  a  seguita  da  un  infinito ,  e  preceduta  da  un 
aggettivo,  tende  a  mostrare  in  qual  riguardo  una  cosa  sìa,  per 


336 

esempio»  dilettewle  o  marauigtiosa;  nello  stesso  modo  ,  /o- 
pò  il  verbo  rimanere^  la  preposisione  a  e  Tinfinito  dinotino 
in  qual  riguardo  la  cosa  rimane,  cioè  se  a  dire^  a  farcy  a  iol- 
gere^ecc;  onde  Tidea  è  giusta,  bella,  e  intelligibile*  Il  se- 
condo esempio  esprime  lo  stesso  pensiero;  di  quella  chi  è  a 
venire  significando  di  quella  giornata  che  rimane  a  ^ni-- 
r^  ;  e  r  espressione  dei  tempo  essere  a  s^nire  è  ben  concv- 
sciuta  f  e  io  non  la  impugno.  Il  concetto  che  nel  terso  e- 
sempio  traluce  è  velato  per  la  ellissi  :  Che  è  quelle*  che  io 
sentir  debboy  quando  mi  faccio  a  pensare  ?  Il  quarto  com- 
prende ridea  dei  due  primi  di  rimanere  ;  cioè  rimangono  a 
raccontare»  L^nnallsi  del  quinto  è  :  non  essendovi  altri  cui 
toccasse^  o  pur  restasse  a  dire.  Finalmente,  il  concetto  del 
sesto  dice;  che^  rispetto  al  tUre^  non  è  altro  che  ecc.  Sosti- 
tuiscasi ora  negli  eseropj  del  Perticar!  rimanere  ad  essere^ 
e  veggasi  se  ci  può  aver  luogo.  Ma  che  ?  Queste  son  tutte 
maniere  diverse  di  esprimere  le  idee  e  i  concetti;  sottilissi- 
me s),  ma  tanto  più  dilìcate  e  belle;  e  il  confonderle  mostra 
ignoranza  della  lingua;  però  disse  bene  il  Perticari  in  quan- 
to alla  sentenza,  che  Del  presente  secolo  non  è  a  disputare 
né  a  chiedere  se  scriva  bene  chi  è  bene  addottrinato  ;  ma  , 
per  la  lingua,  none  da  disputare  né  da  chiedere. 

i^  Accorsesi  che*,,  saviamente  s^era  dji  spegnbrs per 
ohor  di  lui  il  mal  concetto  fuoco»  B.  a.  Ma  Servio  Tullio  fu 
sovrano  datore  di  leggi  da  ubbidirsi  ancora  dai  re.  Dav. 
La  particella  si^  che  talvolta  si  trova  con  questi  infi- 
niti preceduti  dalla  preposizione  da^  altro  non  è  che  il  si  pas- 
sivo. Questo  si  nel  primo  esempio  è  posto  avanti  a  era;  ma 
potrebbe  similmente  mettersi  dopo  spegnere^  onde,  in  vece 
di  era  da  essere  spento  o  doveva  essere  spento^  e  da  essere 


337 
ubbidite^  si  fa  s^era  da  spegnere^  da  ubbidirsi.  Molto  spes«- 
so  queslo  sih  tolto  air  infinito;  però  abbiam  veduto:  None 
cosa  da  biasimare^  Non  è  da  domandare ^  ma  non  sempre; 
potendosi  ben  dire  nel  primo  esempio  era  da  spegnere^  ma 
non  da  ubbidire^senzsi  il  si.  Co$)|  per  lo  contrario,  non  si  può 
mettere  questo  si  alPinfinito  di  quei  verbi  che  non  patisco- 
no reggette,. come  correre^  lasforare^  per  la  ragione  che  ab- 
biam dimostrata  a  carte  2 1 8;  onde,  non  è  da  correre^  non 
è  dì  daUM>rare^  Qualche  volta 'finalmente,  non  è  il  ^/passi- 
vo quello  che  sta  congiunto  con  1*  infinito  in  queste  espres*- 
sioni,  ma  ilptooome  personale;  e  questo  parimente  bisogna 
che  rimanga;  non  è  da  lusingarsi^ 

I  •  Pensossi  costui  Ar ere  da  poterlo  sersnre.  B.  3»  Per^ 
che  non  abbia  mille^  ne  aveva  ben  cento  e  anche  due  cen- 
to DA  darti.  B.  3.  Ma^  sepia  tarda^  avba"  da  pianger  sem^ 

pre.  P.  4f  I^  ^^^  g^^  ^^  ^  ^^^  ^^^  ^  ^*  S*  ^^  modo  che 
voi  AFRBTB  4  tener  fia  questo.  B. 

G^  è  una  differenza  grande  tra  le  espressioni  ai^ere  a  e 
as^re  da  ;  benché  anche  da  alcuni  buoni  scrittori  ai  traeva 
qualche  volta  usata  1*  una  per  T  altra.  L*  espressione  opere 
da  servire  comprende  V  idea  di  as^er  la  possibilità  dì  servi'' 
re;  l^altra,  avere  a  servire^  significa  aver^  cosa  che  induce  a 
servirem  L*analisi  de*  primi  tre  esempj  è:  Pensossi  costui  a- 
vere  cosa  da  la  quale  procedesse  il  poterla  servire^  Io  ne  a- 
veva  Cento  da  le  -quali  mi  era  permesso  il  darti  le;  avrà  ca- 
gione da  la  quale  verrà  il  piangere.  NelPaltro  modo,  come 
nel  4*6  S.  esempio,  però  chele  parole,  a^^erd  a,  esprimono 
dovere^  la  preposizione  a  segna  Tazione  alla  quale  il  dove- 
re induce.  Dunque  si  dirà:  Che  gli  ho  a  dire  ?  Ho  apdrlar» 
vi  di  qualclie  cosa\  e  noa^Chegliho  da  dire?  Ho  da  parlar^ 


338 

w  di  qualche  cosa;  ma  sarà  ben  detto:  ffo  da  intrattenervi^ 
ho  da  soddisfarvi;  perchè  vi  si  sottintende  materia. 

Dissi  nella  introduzione  che  io  poneva  fra  gli  errori  di 
liogaa  il  dire  ai^r  da  in  luogo  di  a^re  a,  nel  senso  di  do^ 
vere;  ma  io  non  so  qual  retta  si  potrà  dare  alla  mia  opìnio- 
iie«  quando  se  ne  trovano  esempj  nel  Gelli,  nel  Macchiavel- 
lo  ,  nel  Bartoli ,  e  perfin  nelf  aureo  libretto,  nella  tradu- 
sion  di  Lungo  Sofista  del  Caro;  il  qual  dice  aver  da  passa- 
re  per  aì^er  a  passare  %  cioè  doi^er  passare^  Io  so  pregiare 
quanto  alcuno  altro  la  squisitezza  del  dir  del  Caro  in  quella 
sua  yersione;  con  tutto  ciò«  io  non  mi  posso  tenere  che  non 
esponga  quello  che  m'ingiunge  la  parte  eh*  io  mi  ho  presa 
a  fare;  e  dico  che,  per  ficcar  lo  yiso  al  fondo,  io  non  so  di- 
scernere qual  maggior  bellezza  sia  nel  dire  ha  da  passare , 

che  in  ha  a  passare^  A  che  per  ciò  si  abbia  a  confondere  i  due 
sottili  concetti  ohe  per  quelle  due  diverse  preposizioni  si  e- 
sprimono.  Basta  gittare  uno  sguardo  sopra  i  ragionamenti 
fatti  intorno  alle  due  preposizioni  a  e  da^  perchè  si  reggia 
quante  diverse  idee  per  mezzo  di  quelle  si  formano.  Io  non 
niego  che  in  alcun  caso,  V  una  e  Taltra,  quantunque  dise- 
gnanti due  vie  diverse,  pervengono  nondimeno  al  medesi- 
mo fine  d*  azione ,  come  far  pigliare  a  e  fot  pigliare  da  , 
confessarsi  a  e  confessarsi  da;  ma  in  queste  espressioni  non 
si  viene  a  confusion  d*  idee,  come  fa  il  confondere  attere  a  e 
ai^re  da^  essere  a  ed  estere  da^  dare  a  e  dare  da.  Quando 
fosse  per  togliere  il  contatto  di  tre  vocali ,  come  in  questo 
esempio  del  Gelli  :  Che  partito  ha  da  essere  il  mio^  vi  sa- 
rebbe una  ragione;  benché  anche  in  tal  caso,  anzi  che  met- 
tere Tuna  espressione  per  Taltra,  a  me  paia  meglio  lasciare 
la  preposizione  a  e  dire  ha  essere.  Del  che  si  trovano  tanti 


339 

esempi  «  come  questi  :  Che  partito  hd  essere  il  mio  ?  Io 
va*  i^der  che  fine  ha  as^r  questa  cosa  ,  del  Firenzuola  ;  e 
come  ne  insegna  il  Cesari  preciso  osservatore  delle  proprietà 
della  lingaa,il  qual  dice  con  Terenzio:/^/  siatemi  fawrevoli 
ed  ascoltate  benignamente^  per  conoscere  ben  la  cosa^  e  da 
questa  fare  argomento  se  \H)i  abbiate  ascoltarle  o  rimandar* 
le  con  le  fischiate»  Io  concludo  adunque  che,  se  si  lascia  li- 
bero arbitrio  di  assegnare  non  debito  ufficio  a  quelle  due 
preposizioni  9  là  dove  sono  due  modi  di  dire  distinti  9  due 
€0Dcetti«  si  distruggono  tutti  due  ;  perchè  uon  sapendo  più 
chi  legge  lor  precisa  significanza ,  e  d*  altra  parte  essendo 
leggerissimo  il  segno  della  distinzione,  non  li  prende  poi  per 
altro  che  per  li  cosi  detti  vezzi  di  lingua ,  cioè  cose  nulle. 
Il  Caro  mi  prova  ancora  che  sì  possa  dire  son  tenuto 
per  del  fuoco^  son  svenuto  per  del  pane^  ancora  che  a  car- 
te no  ,  io  abbia  dichiarato  non  trovarsi  esempio  nei  Tre 
di  per  e  con  seguite  da  del  0  dello  ;  questo  mi  pare  però 
un  caso  particolare  ;  da  che  Dafni  «  incerto  di  quale  scusa 
scabbia  a  valere  con  Driante  a  cui  era  venuto  per  vedere  la 
sua  Cloe  9  sta  dicendo  fra  se  :  che  dirò  io,  dirò  son  venato 
per...  del  fuoco  ;  son  venuto  per.^.  del  pane  ;  e  questa  pau- 
sa ir^per  e  del  rende  giusta  Tespressione* 

I  •  Siete  per  condannarlo.  B.  a.  Io  sono  per  non  es'» 
serpiù.  B*  3.  Messer  Fhancesco  è  per  andare  infra  pochi 
dì  a  Milano,  h.  4*  Come  il  sole  sarà  per  andar  sotto^  cene^ 
remo  per  lo  fresco.  B« 

Siccome  abbiam  già  veduto  nel  parlare  delle  preposi- 
zioni, r  ufficio  di  per  è  di  esprimere  un'idea  di  paesaggio. 
Nulla  espressione  equivalente,  che  non  fosse  manca,  si  po- 
trebbe sostituire  a  questi  idiotismi,  ne*  quali  si  dimostra  un* 


34o 

azione  futura  tanto'imminetite,  che  già  si  rappresenta  in  at- 
to* cioè  si  rappresenta  la  persona  agente  in  via  per  passa* 
re  ali*  atto  medesimo  ;  la  preposizione /ler,  segno  di  passag- 
gio, dinota  il  transito  dallo  stato  inerte  espresso  per  il  ver- 
bo essere^  alPazione  che  il  seguente  inCnito  accenna.  Per  la 
medesima  proprietà  di  lingua  si  dice  io  sono  per  uscire^  e- 
gli  è  per  partire;  e  similmente  sto  per  uscire^  stawi  perù- 
scire\  sta  per  partire^  stava  per  partire* 

I  •  Gli  smemorati  siete  rei*  B.  a.  /z  vostro  senno^ 
pia  che  il  nostro  awedimento^  ci  ha  qui  guidati.  B.  3,  Nour 
SENZA  CAGIONE  iodico  che  amorc  nella  mente  fa  la  sua  ope- 
razione. D.  4»  Nella  camera  de*  suoi  pensieri  dee  Vuo" 
mo  riprendere  se  medesimo^  e  non  palese»  D»  (i)  5.  Sapete 
che  SONO  i  vicini  quei  che  maritano  le  fanciulle.  G.  6.  Non 
€ho  io  detto  che  la  dieta  è  quella  che  Vha  a  guarire  ?  G. 
L*espressione  de*  primi  esempj  dipende  afifatto  dal  por- 
re la  enfasi  a  proprio  luogo;  che  è, nel  primo,  sopra  voi\  nel 
secondo  e  terzo,  sopra  vostro  senno  e  non  senza  cagione^  e 
nel  quarto ,  nella  camera  ecc.  Si  può  dire  con  pari  forza 
FOi  siete  gli  smemorati^  e  ancora:  //  vostro  senno ,  più  che 
il  nostro  avvedimento^  è  stato  quello  che  ci  ha  ecc.,  cioè  col 
dimostrativo  come  negli  altri  due  testi  ;  ma  si  scemerebbe 
di  molto  la  virtù  di  quelle  espressioni,  togliendo  loro  quel- 
la concisione  che  le  fa  esser  particolari  airitaliano  idioma. 
£f  per  lo  contrario,  il  quinto  e  il  sesto  esempio  si  potreb- 
bero esprimere  con  maggior  forza  e  semplicità,  dicendo  : 

(i)  Il  Perticali,  nel  suo  Cenno  sopra  gli  Anton  del  3oo,  ha  notate  a!- 
cnne  metafore  tolte  dal  Convito  di  Dante»  come  non  più  da  osarsi;  e  que- 
sta fra  Taltre  ^  ma ,  per  questa  e  ))er  quella  del  vento  secco  deUa  doloro- 
sa povertà ,  io  non  sono  della  sua  opinione. 


34 1 

Sapete  die  le  fanciidlc  le  maritano  i  wcini  ;  Non  f  Jio  io 
detto  che  la  dieta  Vha  a  guarire  ?  ponendo  Tenfasi  sopra  le 
favole  fanciulle  %  vicini^  dieta;  ciò  non  ostante  Taltra  espres- 
sione è  bella  e  buona  italiana  a  cagione  dei  due  dimostrati- 
vi quei  e  quella.  Ma  il  dire  come  il  Monti*  Non  è  alla  scuo^^ 
la  della  Fortuna^  ma  deW avversità  che  i  nostri  pari  (  i  re  ) 
apprendono  qualche  cosa^  in  luogo  di  non  alla  scuola  della 
Fortuna^  ma  a  quella  delfaiversità  i  nostri  pari  apprendo* 
no  qualche  cosa^  è  un  gallicismo  da  fuggirsi  come  tutti  gli 
altri,  e  pur  troppo  ridonda  nelle  scritture  moderne;  quel- 
Tè  e  quel  che  non  facendo  altro  che  snervare  la  frase,  e  torte 
la  leggiadria  e  la  semplicità  italiana.  Al  contrario,  la  pre- 
posizione a  e  il  dimostrativo  quello  sono  mal  sottintesi.  £ 
cosi  il  medesimo  dice:  Edi  qui  è  che  questo pros^erbio  ser^ 
\^e  per  lo  pia  in  significato  di  far  la  spia;  ove,togliendo  quel* 
Ve  che^  quanto  meglio  il  dire:  e  quindi  questo  proverbio  ser* 
veì  £  anche  F.  B.  da  &  Concordio  ha:  Non  è  per  mia  col^ 
pa  che  spessamente  mando  a  {foi pregare;  ma  questo  non  fa 
forza;  però  che  io  mi  sono  accorto  che  molti  che  scrivono, 
né  sanno  far  uso  delle  nostre  belle  espressioni,  energiche, 
vive,  e  ardite,  né  sentono  la  forza  loro.  A  chi  s^è  fatto  V  uso 
di  dire  Non  è  per  mia  colpa  cJie  mando;  E  di  qui  è  che  que^ 
sto  proverbio  serve^  non  gli  par  finita  la  proposizione  se  sen- 
te non  per  mia  colpa  mando;  quindi  questo  proverbio  ser^ 
^e;  e  non  la  sa  leggere,  per  essere  troppo  uso  alPaltro  rao- 
io  in  cui  trova  i  due  appoggi  è  e  che;  onde,  in  questo  net- 
tar che  io  fo  i  gallicismi,  non  miro  tanto  ad  espeller  questi, 
guanto  a  ricovrare  le  nostre  locuzioni  assai  più  belle  e  che 
)cr  quelli  cran  obbliale. 


34a 

I .  Non  sono  ancora  moki  anni  passati  .  B.  a.  Già  è 
gran  tempo  f/Uin  Roma  un  gentile  uomo  ecc.  B*  3.  Sono 
parecchi  giorni  che  non  vi  sono  stato,  F*  4«  ^8^^  ^  oramai 
tre  anni  che  noi  siam  dietro  a  questa  tresca*  F.  5»  Io  ho 
dato  mangiare  il  mio^  già  è  moWanni^  a  chiunque  mangia* 
re  r  ha  iH>luto»  B. 

Questi  esempj  mostrano  II  modo  da  esprimere  il  tem- 
po passato  •  Il  primo  esempio  pruova  che,  quando  si  dice 
è  un  giorno^  è  un  mese  ^èun  anno  ;  sono  due  giorni  ^  sono 
due  mesi^  sono  due  anni;  vi  si  sottintende  passato  o  passati 
L^analisi  del  secondo  esempio  è.  Già  è  gran  tempo  passato 
da  quel  tempo  in  che  fu  ecci  del  terzo,  Sono  parecchi  gior- 
ni passati  dal  tempo  in  che  ;  del  quarto.  Egli  è  oramai  lo 
spazio  di  tre  anni  passato  dal  tempo  ine/te^  e  del  quinto  fi- 
nalmente i  Già  è  incito  il  periodo  di  mol£  anni.  Benché  que* 
st^ultimi  esempj  si  possano  sottomettere  a  si  fatta  analisi 
per  giustificare  la  non  accordanza  del  nome  anni  col  ver- 
bo essere^  pure  non  è  da  trascorrere  in  questa  licenza;  per- 
chè generalmente,  negli  autori,  il  nome  che  dinota  lo  spa- 
zio del  tempo  s*  accorda  col  verbo  nel  numero  e  nella  per- 
sona. La  voce  parecchi  è  tolta  à^pari^  simili^  cioè  sono  pas* 
satipià  giorni  simili  a  questo*  L*  espressione  è  un  pezzo  , 
cioè  un  pezzo  di  tempo  essendo  per  se  stessa  indeterminata, 
rispetto  al  più  o  al  meno  ,  si  determina  per  le  circostanze 
che  Taccompagnano. 

I  •  Egli  Ci  AFK/i  mille  modi  da  far  sì  che  mai  non  si 
saprà.  B.  2.  Quante  miglia  et  baÌ  B.  3.  Quanti  nuA  qui, 
e  tu  altresì i  mi  ponete  mente  se  io  ho  segno  alcuno  di  btd' 
titura.  B. 

L*  espressione  ci  ha^  ci  avrà^ia  qui ,  è  un  gallicismo 


.j' 


343 

spesso  usato  dal  Boccaccio  ;  cioè  i7-/-a  9  il-j^^aura ,  iA/-a 
ic/9  ia  laogo  di  ci  sonOn  ci  saranno^  sono  qui.  Il  pieno  co- 
struito di  questi  modi  è:  egli  cioè  il  bisogno  ai^rà  qui  mil-^ 
lo  modi;  quante  miglia  ha  qui  la  distanza  ;  quanti  il  luogo 
ne   ha  qui* 

Lo  stile  del  Bartoli  è  tutto  pieno  di  w  ha ,  ci  ebbe ,  ui 
ebbero^cWe^M  usa  assai  più  che  sfifu^  ^i  è«  e  \^i  furono.  A  me 
par  troppo  mal  fatta  cosa  che  si  cacci  dal  campo  della  Un* 
gua  la  vera  dizione  italiana  per  far  luogo  alla  francese;  es- 
sendo assai  più  ragionevole  e  più  chiara  forma  il  dire  (^1  è, 
M  fui  qui  è,  qui  fui  che  i^i  ha  e  w  ebbe".  Fuvvi  chi  m*a vver- 
ti  d^aver  biasimato  quello  di  che  io  stesso  ho  fatto  uso,  di- 
cendo a  carte  2  di  questa  grammatica:  Ha^i  anche  la  let-^ 
teraj.  Sì;  e  ricordami  d'aver  detto  ancora  in  altro  luogo  t 
nella  prima  proposizione  ha  ellissi^  in  vece  di  è  ellissi  ;  e 
più  altre  voltOf  senza  dubbio,  1*  avfò  usata  questa  maniera; 
ma  pure  io  voglio  far  intendere  che  sebbene  il  Boccaccio: 
dica:  Quanti  ne  ha  qui  in  vece  di  quanti  ne  son  quìi  ^^^ 
ai^ei^a  foste  che  una  cameretta  assai  piccola  ;  Io  amo  me^ 
glio  dispiacere  a  queste  mie  carmi  in  luogo  di  Non  avea  To- 
ste  altro  che^  o  se  non^unacamerettai  Io  ho  pia  caro  dispia^ 
cere  ecc.,  e  perchè  Dante  dica  linguaggio  per  lingua^  s^en^ 
giò  per  s^endicòi  e  il  Davanzali;  Questi  nondimeno  passano 
pia  perGermanii  Apro  passava  per  eloquente^  in  luogo  di 
era  tenuto  eloquentei  e  superbo  per  magnifico^persona  per 
n^xsti/iO|  e  tante  altre  manierosi  trovino,  e  parole,  alla  fran- 
cese; non  si  dee  per  ciò  farsi  frequente  uso  delle  ui>e  co- 
me deir  altre  forme;  né  molto  meno,  come  dissi  pochi  versi 
prima,  abbandonar  le  prette  italiane,  per  quelle  che  sono  o 
somigliano  alle  straniere  ;  altrimenti,  io  lo  ripeto,  non  v'  à 


344 

più  freno  alia  corruzione;  che  quando  un  esempio  bastasse 
a  rendere  italiana  una  voce  una  espressione,  prendendone 
un  qua,  un  altro  là,  in  questo  in  quell'aUro  classico»  sì  tro- 
verria  (i)  da  rieoipiere  Y  italiano  di  gallicismi;  senza  che, 
quel  che  talvolta  è  bello  usato  con  riserva  e  parcamentei  di« 
venta  catlivo  per  abuso.  Il  Boccaccio  fece  uso  assai  di  questo 
ci  o  w  con  ai^ere^  e  bisogna  che  gli  ferisse  molto  Toreccliio 
quando  fu  mercatante  in  Parigi,  donde  ci  recò  anche  il  gua^ 
ri;  ma  sono  alcuni  che  par  non  sappiano  prendere  dal  ric- 
co tesoro  che  in  lingua  egli  ci  lasciò,  altroché  questo  hash- 
vi ,  e  ci  ha^  e  t^i  ebbe*  Io  apro  il  purgatìssimo  Galateo  del 
Casa,  e  mi  corre  alla  vista:  E  sappi  che  in  Verona  ebbe  già 
un  i^escOiH)  inolio  swio  di  scrittura  e  di  senno  naturale.  Bel- 
lo e  grazioso,  dico,  è  queir  ebbe^  per  esser  di  rado  usato , 
ma  il  chiamerei  brutto  e  vizioso  se  di  continuo  vel  trovassi 
adoperato;  come  di  continuo  trovo  usarsi  perF.B.daSXoo* 
cordio  tutto  senza  articolo,  alla  francese:  E  lasciarono  tutta 
superbia^  e  tutta  lor  vanità^  e  tutte  delicatezze»  £  chi  ne- 
gherà che  il  dire  :  E  lasciarono  ogni  superbia  ^  ogni  lorva^ 
ìiitàn  e  tutte  le  delicatezze^  non  sia  migliore  ?  Questo  ognuo 
vede  e  sente;  e  il  volere  imitare  sì  fatte  cose  altro  non  mo- 
stra che  affettazione,  con  danno  del  buono  stile. 

Ma  si  vuol  notare  che  così  come  nel  Francese  Tespres- 
sione  j-'-asfoir  non  porta  mai  il  plurale,  dicendosi  il-jr^i/d 
jT'^ut;  e  non  H'-jr-orU^  il-jr^eurent^^  così  né  anche  in  italiano 
s*  ha  a  poter  usare  nel  plurale  ;  e  il  Boccaccio  non  1*  ha  mai 
se  non  nel  singolare;  come  si  vede  per  questi  suoi  esempj. 
Quante  donne  sf'avea^  che  s^e  n"  ay^ea  assai  ;  Ebbe%^i  di  que^ 

(i)  Il  Boccaccio  raddoppia  spesso  la  r  ncUc  contrazioni  del  condizio- 
nai modo»  e  mi  piace* 


34> 
gli  die  intender  vollono  alla  melanese^  che  fossemeglio  un 
buon  porco  che  una  bella  tosa.  (Di  smeraldi)  $;'  ha  maggior 
montagne  che  monte  Morello;  onde  io  credo  che  erri  V  au- 
tore della  bella  versione  italiana  del  libro  dell* Amicizia,  non 
ha  molto  uscita  in  luce ,  dicendo  :  Se  altre  cose  s^^  hanno  , 
cercatene^  se  sfi  mette  bene^  a  colobo  che  usano  far  tali  di" 
spate .  E  cosi  il  Bartoli  usa  spesso  questa  espressione  nel 
plurale.  £i  dice  :  f^e  nhan  di  quelli  che  fanciulli  sOn  tut- 
to spirito-  uomini  tutto  fecciam 


CAP.  XXIV- 


DF   PARTICIPI 


PARTICIPIO  PR£SEirrK 


i«  Il prete^ RIDENDO^  disse..»B.  2» Libertà i^a  cerCjìN'- 
Do  cHl  è  sì  cara.  D,  3.  P^edendo  correre  ogni  uomoy  si  ma-^ 
ravigliarono.  B.  4-  Il  frate,  udendo  questo^  fu  il  più  turba- 
touomo  del  mondo.  B.  5.  Gli  uomini  in  {Hirie  maniere pec-^ 
cano  DESIDERANDO.  B.  6.  Dite  sicuramente;  che,  il  ver  di* 
CENDo,  non  si  peccò  giammai.'^.  7.  Questo  facendo^  Vin- 
giuria  che  vuol  fare  a  voi  e  a  me  sarebbe  ad  urC  ora  wn- 
dicdta.  B* 

Dissi  già  che  questa  forma  del  verbo  chiamar  si  può 
participio,  perciò  che  partecipa  dell*  azione  d^un  altro  ver- 
bo; come  si  può  vedere  in  tutti  questi  esempj,  ne*  quali  il 
verbo  principale  della  proposizione  dipende  dal  participio» 

a4 


346 
Questo  participio  si  chiama  presente;  perchè,  anche  allora 
che  si  parla  di  tempo  passato,  esso  rappresenta  il  verbo  in 
azione  presente  ;  si  che  il  frate  udendo  equivale  a  mentre 
il  frate  era  udente  ;  trasportando  cosi  V  immaginazione  nel 
tempo  passato. 

L'ufficio  del  participio  presente  è  i  •  dinotare  un^azio- 
ne  che  ha  luogo  simultaneamente,  cioè  nel  medesimo  istan- 
te che  un*  altra  si  fa;  ed  errano  coloro  che  dicono  che  dis- 
se e  rise  equivalga  a  disse  ridendo  ;  perchè  in  quel  caso  , 
Tona  azione  segue  raltra,  in  questo  vanno  insieme;  3.  rap- 
presentare fa  cagione  che  muove  1*  uomo  a  far  questa  o 
quella  cosa;  3.  dimostrare  in  qual  maniera  o  con  qua!  mez- 
zo si  eseguisca  un*  azione,  o  si  ottenga  uno  intento. 

Sono  alcuni  che^  Jir  andando^  lessano  il  pie  tanto  aU 
to^  come  cadmilo  che  abbia  lo  spavento  .  Gasa.  Innanzi  ad 
ogni  altra  cosa^  conviene  ,  a  chi  ama  d'esser  piace\H>le  in 
conversando  con  la  gente^  fuggire  i  vizj.  Gasa. 

Questi  esempj  dimostrano  che  il  participio  presente 
si  può  accompagnare  con  la  preposizione  in  ;  ed  è  espres- 
sione graziosa ,  e  più  espressiva  del  modo  d*  azione  ;  ma  ia 
questo  caso,  come  si  vedrà  a  suo  luogo,  si  osa  assai  più  so- 
vente rinfinito«  Il  Bartoli  mette  anche  la  preposizione  con 
insieme  col  participio  presente  ;  e  dice,  per  esempio  ,  con 
credendo  ecc;  del  che  non  trovo  buoni  testi. 

I .  Non  erano  ancora  quattro  ore  compiute  ,  poi  che 
Cimone  i  Rodiani  aveva  lasciati;  quando j  sopRAF-rEGNEN- 
TE  la  notte  •  • .  B.  a.  Egli  9  di  te  non  curantesi  •  •  •  •  K 
3.  Avvenne  ,  durante  la  guerra  9  che  la  reina  di  Francia 
infermò.  B.  4»  //  quale%  sì  come  savio^  mai^  fifente  il  re, 
m>n  la  scoperse*  B. 


347 

Le  parole  soprasf\^gnente^  curante^  durante^  e  vhen^ 
^e,che  si  truovano  in  questi  esenapj,  non  sono,  come  alcuni 
gli  fanno,  participj  presenti,  ma  aggettivi  ;  poicbè  si  dice  i 
sopnvvegnenti^  i  vigenti.  Ben  è  il  participio  presente  sottin* 
teso  in  tutti  quattro  gli  esempj  ^  la  piena  costruzione  de* 
quali  et  la  nette  essendo  soprawegnente  ;  ella  non  essen- 
do curante^  essendo  durante  la  guerra^  essendo  vhente  il  re. 

i.  r  as^a  già  i  capelli  in  mano  av{?olti^  E  tratti  glien 
aveapiù  d'una  ciocca^  LjtTKAHfDO  wi  con  gli  occhi  in  già 
risH>lti.  D.  2.  Men  solitarie  Vorme  Foran  de'^  miei  pie  las-- 
51,  jÌbdendo  ZEi  che  come  un  ghiaccio  stassi.  P« 

Il  Bartoli  per  provare  che  col  participio  presente  si 
possa  usare  la  forma  dell*  oggetto  lui  e  /e/,  in  luogo  dell'a- 
gente egli  ed  ella^  produce  questi  esempj,  e  una  infinità  di 
Gio.  Villani  ;  ma,  come  già  dichiarai ,  in  ciò  Tautorità  dei 
Villani  non  vale.  Il  latrando  lui  di  Dante  mi  piace  assai  ; 
e  ben  da  poco  fora  chi  'i  biasimasse  ;  e  per  la  ragione  che 
in  seguito  vedremo  ragionando  de*  participj  passati ,  quei 
verbi  Tazion  dei  quali  ha  luogo  nell*  agente  medesimo,  so- 
no più  abbienti  a  riceverei  V  oggetto  in  vece  della  forma 
delPagente.  Con  tutto  ciò,  fuor  che  questo  esempiOf  il  Bar- 
toli non  trova  altro  rifugio  che  in  Gio.  Villani  per  avvalora- 
re il  suo  vis^endo  luij  tornando  hUj  essendo  lei  ;  il  Boccac- 
cio, costantemente  egli  ed  ella  col  presente  participio.  L*a1- 
tro  esempio  che  si  allega  del  Petrarca,  ardendo  lei^  non  ha 
che  far  niente  col  presente  caso;  perchè  quel  lei  è  un  tron- 
co di  colei ,  o  ha  un  cotal  senso  ;  ed  ella  non  vi  potrebbe 
aver  luogo.  E  chi  ben  sente  il  valore  del  dir  nostro  sa  che  a  — 
lei  non  siegue  mai  espressione  determinativa,  per  esser  pro- 
nome che  richiama  una  persona  già  nominata  ;  laddove  il 


348 

contrario  è  di  coleiiY.  carte  200;e  il  Bartoli,  ponendo  una 
virgola  dopo  leif  mostra  che  non  intendesse  bene  quel  ver* 
so;  come  che  in  altro  luogo  egli  medesimo  dica  che  in  que- 
sto verso  di  Dante  ^  Ma  perchè  lei  che  di  e  natie  /Ua^  ha  il 
senso  di  colei* 

i.  lire  riguardamela^  gli  p€uve  bella^  e  valorosa^  e  co- 
stumata. B.  n.  Il  Zima  udendo  ciò^  gli  piacque^  e  rispose 
al  cavaliere  ecc.  B. 

Strane  e  non  giuste  paiono  a  certi  queste  espressioni 
e  vorrebbesi  che  quei  due  agenti ,  //  re  e  il  ZÀma  ,  non  ri- 
manessero così  sospesi  e  senza  far  nulla  ;  perciò  che  creden- 
do essi  di  andare  a  governare  ciascuno  il  loro  verbo  dopo 
il  participio,  trovano  in  lor  vece  un  dativo  che  li  rispinge; 
ma,  perchè  il  participio  presente  sembri  stare  senza  TagentCì 
non  è  per  ciò  da  supporre  che  non  Tabbia  •  Lo  porta  sem- 
pre 9  e  par  solo  che  si  regga  da  se ,  perchè  V  agente  che  lo 
precede,  per  essere  il  participio  per  sua  natura  seguito  da  un 
altro  verbo  che  simultaneamente  con  esso  adopera,  è  quasi 
sempre  da  quello  diviso  per  una  virgola,  acciò  che  poi  re- 
chi sua  maggior  forza  sopra  il  verbo  principale  •  Leggansi 
adunque  que*  due  esempj  come  stanno  senza  la  virgola  ,  e 
suppliscansi  ai  verbi /^a/ve  epiacifue  gli  agenti,  la  donna  e 
laproposta,  sottintesi;  e  allora  quei  due  nomi  il  re  e  il  Zi-- 
ma  avranno  loro  sfogo  nel  participio,  e  ne  rimarranno  sod- 
disfatti, e  soddisfatta  ancora,  mi  credo  io,  la  ragione. 

Ghino f  di  cui  shìì  siete  oste,  w  manda  pregando  che 
s^i  piaccia  di  significarli  dove  voi  andavate.  B. 

„  Il  verbo  mandare  ha  privilegio,  ab  immemorabili, 
di  ricever,  se  vuole,  il  participio  presente  in  vece  delfinfr- 


349 
lìilo;  e  il  farlo  gli  torna  talvolta  a  comodo,  e  tal  altra  aleg* 
giadria.  „  Bartoli.  Vi  manda  predando  significa,  manda  me 
pregando  o  pregante  y^oi\  ed  equivale  a  manda  a  pregarvi. 

PARTICIPIO    PASSATO 

I  •  A^ndo  alcun  danaro  di  suo^  e  V amico  suo  ape/i- 
dogliene  alquanti  prestati^  se  ne  tornò  in  Palermo.  B. 
3.  Postogli  la  mano  in  sul  petto ,  lui  non  dormente  tro^ 
f^.  B.  3.  Fìlostrato  levatosi^  tutta  la  brigata  fece  les^a^ 
re.  B.  4»  Quiifi^  gettate  in  terra  farmi^  nelle  sue  mani  si 
rimisero.  B. 

Dicesi  questa  forma  del  verbo  esser  chiamata  partici- 
pio, perchè  partecipa  delPaggettivo;  il  che  è  evidente  alcu- 
na volta,  e  alcuna  volta  no,  come  nel  ^o^fo  del  a.  esempio» 
Ma  io  credo  che  sia  stato  così  denominato  per  la  medesi- 
ma ragione  che  ho  attribaita  al  participio  presente  ,  cioè 
perchè  partecipa  dell'  azione ,  o  influisce  sul  verbo  che  e- 
sprime  Tazion  principale;  e  siccome  il  presente  accenna  a- 
zione  simultanea  con  un'altra,  il  passato  dinota  azione  che 
appena  è  cessata ,  quando  un'  altra  ,  quasi  conseguenza  di 
questa,  s'incominci.  Il  vero  participio  passato  è  quando  uno 
degli  ausiliarj  essere  o  as^ere  è  espresso  o  sottinteso  nel  pre- 
sente. Dunque  nel  secondo  e  nel  quarto  esempio  si  sottin- 
tende asfendo^  e  nel  3.  essendo;  ed  è  da  avvertire  che,  se  gli 
ausiliarj  fossero  espressi,  i  pronomi  gli  e  si  sarebbero  giun- 
ti a  questi;  cioè  osandogli  posto  ed  essendosi  lessato. 

i«  Troppi  danari  hai  speso  in  dolcitudine.  B* 
a.  Che  cosa  è  questa  che  voi  mi  avete  patto  mangiare  ?  B. 
3.  Io  ho  testé  ricefute  lettere  da  Messina^  B.  4«  Io  ave-^ 
pa  quella  pietra  trofata.  B. 

La  forma  del  participio  passato  è  anche  adoperata  coi 


35o 

verbi  essere  e  were  a  supplire  i  tempi  composti  di  qualun- 
que modo;  il  qual  modo  si  distingue  per  rausiliario.  L^uno 
di  questi  tempi  è  il  preterito  perfetto,  il  quale  si  esprime 
con  r  ausiliario  in  tempo  presente;  perchè  o  accenna  azione 
appena  Gnita  alPatto  della  parola,  o  solamente  passata,  sen- 
za disegnar  tempo  alcuno.  Resta  ora  a  sapere  se,  quando  il 
participio,  o  la  forma  di  esso,  è  preceduta  dal  verbo  oi^ere, 
si  debba  con  l'oggetto  del  verbo,  come  nel  3.  esempio,  ac- 
cordare, o  non  si  debba;  e  perciò  che  quelle  regole  che  ho 
stabilite  in  questa  grammatica  le  ho  tutte  fondate  sopra  gli 
autori,  mi  bisogna  confessare  che  questi  non  mi  forniscono 
alcun  mezzo  a  risolvere  la-  presente  quistione  ;  ma  bensì  la* 
scian  in  nostro  arbitrio  Tusare  Tuno  o  Y  altro  modo;  perciò 
che  Tuno  e  Faltro  modo  è  adoperato  da  loro  senza  intenzio- 
ne alcuna  di  differenza,  come  si  discerné  ne*  quattro  esposti 
esempj.  Quindi  io  avviso  che  si  possa  dire  del  pari  :  tìxjppi 
danari  as^te  speso  o  a^ete  spesi;  che  cosa  è  questa  che  ina^ 
vete  fatto f  o  fatta  mangiare;  io  ho  ricette  o  ricewio  leite^ 
re;  e  anche  io  as>esfa  quella  pietra  trosKtta  o  trouato.  E  non 
mi  pare  che  la  virtù  del  participio  passato  si  moti  in  alcun 
modo,,  perchè  questo  consuoni  con  1*  oggetto.  Dunque  il  par- 
ticipio passato  accompagnato  da  avere  si  può  così  bene  ac- 
cordare con  r  oggetto,  come  non  accordare;  il  che  è  punto  di 
armonia  e  non  di  logica. 

I .  Poi  che  costoro  ebbero  V  arca  apbbta  e  ptryrEL" 
Lu4TA^  caddero  in  quistione  chi  vi  dovesse  entrare.  B«  2.  Io 
avea  già  i  capelli  in  mano  AvyoLTi^  e  t batti  glie  ne  avea 
più  d*  una  ciocca*  D.  3.  Le  virtù ,  di  quaggiù  dipartitesi , 
hanno  i  miseri  viventi  nella  feccia  de""  vizj  abbandona^ 
TI.  B-  3.  Un  lavoratore  di  questa  donna  aveva  quel  dì  due 
sue  pecore  smarrite.  B, 


35i 

Nel  primo  esempio  e  nel  secondo  sono  casi  io  cui  il 
participio  si  può  dire  partecipare  dell*  aggettivo,  perchè  a- 
perto^ puntellato^  e av\^oUo^  possono  essere  anche  aggettivi; 
e  ciò  intendendo,  è  meglio  che  dire,  ebbero  Forca  aperto  e 
puntellato'^  né  manco  direi  /  capelli  in  mano  aivoltOm  II  ter- 
zo esempio  mostra  che  questo  accordo  del  participio  con  Y 
oggetto  dipende  qualche  volta  anche  dal  gusto.  Per  esem- 
pio io  porrei  anche  abbandonato ,  quando  questo  participio 
fosse  messoi  non  che  avanti  Toggetto,  ma  solo  immediata- 
mente dopo;  cioè Via/tno  i  miseri  diventi  abbandonato  nella 
feccia  de*  s^izj;  per  la  ragione  che  qui  il  verbo  adopera  an- 
cora riofluenza  sua  in  sa  l'espressione  nella  feccia  de^  vizj\ 
là  dove,  quando  è  posto  il  participio  alla  fine  della  frase  « 
partecipa  più  delPaggettivo  che  del  verbo  agente,  per  lo  po- 
co uso  che  fa  della  sua  influenza.  Nel  quarto  esempio,  non 
per  altro  che  per  motivo  del  suono,  mi  pare  che,  stando  la 
trasposizione  come  è,  smarrite  sia  migliore  di  smarrito. 

I  •  Essi  non  potei^ano  sapere  chi  fossero  stati  coloro  che 
iLiPiTA  r  as^esHino.  B.  a.  Ce  la  farò  dipingere  in  maniera 
che^  né  \f0i  né  altri  potrà  più  dire  che  io  non  T  abbia  mai 
coNosaaTji.  B«  3.  /o  non  ho  sapute  queste  cose  daivici^ 
ni;  egli  medesimo  me  le  ha  dette.  B.  4*  Ella  medesima  me 

le  ha  RECATE.  B« 

II  solo  caso  in  cui  forza  è  che  il  participio  passato  pre- 
ceduto dal  verbo  avere  s*  accordi  con  Toggetto  del  verbo,  si 
è  quando  Y  oggetto  è  rappresentato  da  un  pronome,  come  in 
questi  quattro  esempj;  e  tanto  piti  quando  il  pronome  porta 
r  elisione;  perciò  che  allora  la  sola  terminazione  del  parti- 
cipio può  distinguere  se  il  pronome  è  mascolino  o  femmi- 
nino, singolare  o  plurale.  In  questo  accordo  del  participio 


353 

passato  col  pronome  oggetto  contengono  tutti  gli  autori;  pu- 
re mi  sono  occorsi  dae  esempj  del  contrario:  Portasti  quel^ 
la  lettera  ?  •••  Portala;  ma  non  L^fia  rourTo  leggere.  F.  Zi-' 
hai  creduto  avere  la  moglie  qui  \  ed  è  come  se  Aruro  £  a- 
^ssi.  B.,  i  quali  non  mi  paion  degni  d*  imitazione, 

I.  Ne  prima  nella  camera  entrò ^  che  il  battimento  dei 
polso  ritornò  al  giovane;  e^  usi  partita^  cessò*  B.  2. 7^-> 
mendo  Firàe  la  giustizia  del  Duca^  ibi  lascìata  nella  ca^ 
mera  morta^  se  nandò.  B.  3.  Gli  disse  c/te,  uscito  ucrr,  egli 
in  casa  se  n  entrasse.  4«  Udite  io  queste  cose,  il  lume  fug- 
gì dagli  occhi  miei.  B. 

Ancora,  coi  primi  tre  esempj,  vorrebbe  il  Bartoli  giu- 
stificare gli  oggetti  hU,  lei,  loro,  potersi  mettere  col  par- 
ticipio in  luogo  degli  agenti   egli ,  ella ,  eglino  ;  ma  anche 
in  questi  casi  si  vedrà  che  nou  è  adoperato  V  oggetto  per 
V  agente  ;  perchè  io  mostrerò  che  tutti  e  tre  quei  pronomi 
fanno  il  vero  loro  ufficio.  Nel  primo  esempio  si  parla  d*un 
medico  che  teneva  per  la  mano  un  giovane  ammalato,  ca* 
gion  r  amore  che  portava  a  una  fanciulla,  il  quale  non  ar- 
diva palesare;  onde  Y  analisi  del  concetto  compreso  in  quel 
lei  partita  è  :  E  come  il  medico  uide  lei  partita  s^  accorse 
.  che  il  battimento  del  polso  cessò  .  Nel  secondo  esempio  è 
chiarissimo,  il  senso  essere.  Egli  a\^ndo  lasciata  lei  morta , 
se  riandò.  Il  concetto  del  terzo:  Gli  disse  che  se  n'entrasse 
in  casa,  come  sedesse  lui  essere  uscito*  Ora,  non  fanno  qae* 
pronomi  V  ufficio  dell*  oggetto  ?  E  perchè  nel  quarto  caso , 
per  lo  contrario  ,  non  si  può  dire  udito  me  ,  né  udito  lui? 
perchè  quivi  veramente  il  reggitore  della  proposizione  è 
quello  che  governa  udite;  cioè  :  poi  che  io  ebbi  udite;  onde 
quivi  veramente  è  necessario  Tagente. 


^* 


353 

< 

Ben  8Ì  vede  questi  particlpj  essere  usati  alla  maniera 
assoluta  (i)  dei  Latini;  e  quindi  stanti  per  se  soli;  ma  i  Latini 
non  mettevano  già  la  forma  del  nominativo,  corrispondeDte 
col  nostro  agente;  ben  quella  delPablativOt  al  quale  in  que- 
sto caso  noi  suppliamo  con  l'oggetto;  e  per  ciò  convien  che 
il  verbo  sia  di  quelli  la  cui  azione  o  atto  abbia,  per  termi-- 
ne  r  operante  medesimo  espresso  per  lo  pronome  lui  o  /ei\ 
come  li  già  veduti  uscito  lui^  partita  tei;  e  i  seguenti,  ilesto 
lui^  giunto  lui  ^tornata  lei^  morti  loro;  o  sia  Tespression  pas* 
siva  come  f  tolto  lui  di  mezzo^  spento  lui»  Ma  là  dove  razio- 
ne sia  transitiva  in  oggetto  esterno  air  agente,  come  presa 
lui  la  signoria^  di  Gio.  Villani,  io  non  trovo  autorità  che  1* 
approvi;  e  ragionevolmente; perchè,  in  tal  caso,  non  rimane 
più  soluto  quel  participio  passato,  ma  ha  un  oggetto  in  ji«- 
gnoriaì  e  per  conseguenza  deve  aver  Tagente  che  lo  gover* 
ni,  e  non  un  secondo  oggetto;  la  qnal  cosa,  dome  vedremo, 
air  infinito  solo  si  concede.  Per  questa  ragione  sarà  maldet^ 
to  i^inta  lui  la  battaglia;  abbandonato  loro  il  campo  ;  lascia* 
ta  lei  la  casa;  ma  si  dirà,  presa  egli  la  signoria;  scinta  egli 
la  battaglia  ;  abbanflonato  essi  il  campo  ;  lasciata  ella  la 
casa.  Con  Taiuto  dunque  della  ragione  non  si  verrà  mai  a 
provare  che  lui  e  lei  si  possano  adoperare  in  luogo  di  egli 
ed  ella^  per  la  contraddizion  che  noi  consente. 

I.  Io  son  qui  fenuta  per  sentire  a  Dio*  B«  2.  Ogni 
cosa  è  FATTO.  F.  3.  Ultimamente^  da  amor  sospinta^  co-* 
sì  cominciò  a  dire.  B.  4*  Vbnìjta  la  notte^  chetamente  nel-' 
la  camera  s*  usch  B.  Su  Nicostrato  as^va  due  fanciulli  da-* 
TIGLI  dai  padri  loroj  acciò  che  apparassero  in  casa  sua  at^ 

(i)  D«  aholutUM ,  sQÌiftm  ab  \  cioè  sciolto  d«  antecedente  e  d«  con* 
seguente. 


354 

cun  costume.  B.  6.  Quella  finestra  alla  quale  allora  era  & 
prence  guardava  sopra  certe  case  fatte  cadere  dairimpe- 
to  del  mare.  B.  7«  Hai  tu  mai  {ceduto  in  casa  quella  tavola 
xhe  vi  É  DiPiifTO  r aquila  che  rapisce  Ganimede  ?  F.  8,  £ 
nondimeno  si  corse  a  beni  per  torgli  il  dono  fattogli  A&* 
gusto.  Dar. 

Quando  V  ausiliario  del  participio  è  rappresentato  dal 
verbo  essere^  si  accorda  senza  eccezione  il  participio  col  no- 
me o  pronome  che  governa  il  verbo,  in  genere  e  in  nume- 
ro. Generalmente  Tespressione  ogni  cosa  è  presa  per  tuUo^ 
indeterminato,  come  se  si  dicesse  tutto  è  fatto;  quindi  il  par- 
ticipio fatto  del  2.  esempio  porta  la  terminazione  del  masco- 
lino. Anche  la  voce  cosa  si  prende  alcuna  volta  per  nome 
indeterminato  rispetto  al  genere,  e  quindi  non  richiede  l'ac- 
cordo del  participio;  come  in  questo  esempio  del  Boccac- 
cio: Né  perciò  cosa  del  mondo  me  rC  è  intervenuto.  Negli 
esempj  3.  e  4*  i  participi  sospinta  e  venuta  s^accordano  eoo 
Tagente  femminino  del  verbo,  perchè  vi  si  sottintende  es- 
sendo. Dagli  esemp)  quinto  e  sesto  appare  che  non  solamea- 
te  Tausiliario  del  participio  passato  si  può  sottintendere,  ma 
anche  quello  ((eU*  imperfetto  composto  dell*  indicativo  ,  U 
forma  intera  di  quelle  espressioni  essendo  ,  due  fanciuììi 
che  gli  erano  stati  dati  ;  case  che  erano  state  fatte  cadere» 
Nel  'j.  esempio  il  participio  dipinto  non  consuona  con  afil- 
la ,  perchè  il  verbo  è  si  regge  sopra  tutta  la  proposizione 
die  siegue;  e  T analisi  dell*  ultimo  è,  che  Augusto  gli  ave- 
va  fatto^ 

i.Ese  non  fosse  che  volontà  lo  strinse  di  saper  pia  in- 
nanzi ...  egli  avrebbe  la  confessione  abbandonata  e  andar 
tesene.  B,  a.  Ed  essendo  delle  pattovite  nozze  d*  E^genid 
venuto  il  fempOi  e  il  marito  mandato  per  lei...  B. 


r' 


355 

7'-* 

Nel  primo  di  questi  esempj  è  sottinteso  sarebbe  avan-> 
'^  li  ad  andatosene^  e  Del  secondo  avendo  a  mandatoti  e  forse 
"^  il  secondo  esempio  starebbe  meglio  così:  E^  {tenuto  il  tem^- 
^  pò  delle  pattos^ite  nozze  d Efigenia^  e  il  marito  avendo  man^ 
^■'  dato  per  lei;  sì  che  non  paia  più  che  essendo  serva  per  am- 
bedue que*  participi*  Io]mi  credeva,  in  vero,  che  non  si  pò» 
^-  tesse  fare  quel  che  fa  il  Boccaccio  in  questi  due  esempj  ; 
>    cioè,  di  sottintendere  Tausiltario  a  un  secondo  participio, 

-  compreso  nella  medesima  proposizione;  e  di  porlo  al  pri* 
);  mo  ,  quando  non  possa  servire  a  tutti  due;  ma  pur  questi 
•-   esempj  mi  piacciono;  e  quel  laconico  e  risoluto  andatosene 

-  è  ben  espressivo  di  quel  che  dice,  per  la  ellissi  di  sarebbe*. 
La*  Angeloni,  uno  de*  primi  ristoratori  della  lingua  classica  « 
alla  quale  avrebbe  assai  più  giovato  se,  come  in  modo  ge- 

^  aerale  accennai  nella  Introduzione,  non  si  fosse  quasi  ìnge- 
:  guato  di  recare  il  purismo  in  dispetto,  con  inGorare  il  suo 
^  stile  dei  vocaboli  più  strambi  che  si  trovino  nella  Crusca; 
egli,  il  quale  tre  anni  sono  io  vedeva  ancor  trottare  per  le 
vie  di  Londra,  ben  fermo  in  su  le  |gambe,  sebbene  avesse 
già  varcalo,  s*io  non  erro,  Tottantesimo  anno,  mi  garrì  del- 
r  aver  io  voluto  correggere  il  Boccaccio  dove  dice,  G*  vii* 
N.  8.  Non  ti  diedi  io  di  molte  busse  è  tagliarti  i  capelli  ?  e 
mi  fece  ravvedere  dello  sbaglio  ch^  io  aveva  preso;  però  che 
io  aveva  creduto  quel  tagliati  participio;  laddove  egli  è  un 
composto  dì  tagliai  ti^  tolta  lai.  Onde  io,  riconosciuto  Ter- 
ror  mio,  benché  TAngeloni  mei  dicesse,  anzi  me  Io  scrives- 
se, in  modo  ostile  e  ingiurioso,  io  dichiaro  qui  quello  che  a- 
Yrei,  togliendo  Tesempio,  potvto  celare  ;  perchè  vo*  che  si 
sappia,  che,  chiunque  mi  faccia  ravvedere  di  uno  errore,  se 
mei  dice  con  cortesia,  io  ne  I9  ringrazio,  se  scortesemente, 


356 

pur  non  rifinto  ammendai  siccome  colui  che  cerco  il  vero, 
e  sdegno  non  meritata  lode* 

I*  OPf  ecco  CONTO  ogni  cosa.  F*  2.  E"  ci  sarà  il  nth 
taio^  e  Tavrà  compero  F anello^  e  saranno  ordinate  le  no> 
jse.  F*  3.  Dipoi  ho  tocco  con  mano  che  del  parentado  non 
è  nulla.  F»  4*  P(«^*  ^gH  f  dice  ohe  Vhanno  wermo^  io  ben 
non  lo  ritrovasHi.  ¥• 

Tutti  i  participi  di  questi  esempj  sono  tronchi;  conio^ 
compero^  toccOffermo^  stanno  per  con6ifo«  comper<xio^  tocca- 
to^  e  fermaio  ;  e  questa  è  una  di  quelle  hellexse  di  lingua 
eh*  erano  state  scioccamente  abbandonate  prima  della  ri-* 
storazione  di  essa. 


CAP.  XXV. 

QUAU  SIANO  QUEI  VERBI  CHE  VOGLIONO 

ESSERE  VVH  AU81UARI0  X  QUALI  jÌVERE  (l) 

L*  accordo  o  non  accordo  del  participio  passato  con 
Tagente  del  verbo  dipendendo  dallo  ausiliario  «  egli  è  ne- 

(i)  Il  Bartoli,  dopo  aTcr  tntUto  questo  argomento.  4iee»t  Ben  veggo  che^ 
a  cercar  per  minato  il  yero,  se  ne  vorrebbe  dire  assai  più  di  quello  cbe  ne 
ba  scritto  nelle  sue  giunte  al  Bembo  il  dottissimo  GastelTetro  ;  ma  a  ciò 
lare  si  ricbiederebbe  al^o  osio  cbe  quel  pocbissimo  cbe  io  bo  al  presente»  e 
altr^opem  cbe  non  questa  piccola  istruzione ,  cosi  oom*  é  »  ricbiestami  dagli 
amici*  „  E  dopo  lui  l'Addenta  pone  questa  osservazione  : ,.  O  pcrdié  vera- 
mente é  da  se  la  materia  intrigata,  o  percbé  e  ben  corto  il  mio  intendimen- 
to» mi  par  cbe  non  molto  si  possa  apprendere  da  ciò  cbe  ba  qui  il  BartoJi 
scritto,  quando  i  preteriti  cbe  diconsi  propinqui,  o  pur  participi!  passati  di 
qualunque  sorta  di  verbi,  s*accompagnano  col  verbo  avere,  e  quando  col  ver- 
bo  e»9erc.  E  ardisco  a  dire  di  più  cbe  qualunque  s*  è  inoltrato  in  tanto 


357 
cessarlo  sapere  qnali  siano  quei  verbi,  li  cui  tempi  compo- 
sti si  hanno  a  formare  con  essere  e  quali  con  were.  Oltre 
a  quello  che  già  dicemmo  a  carte  i5,  dopo  aver  messi  sot- 
Inocchio  nella  tavola  seguente  i  principali  di  que*  verbi  che 
vogliono  r  ausiliario  essere ,  finiremo  di  fermare  la  loro 
teorica* 


VERBI 

DI   STATO 

GBE  S^  ACCOMPAGNANO  CON  ESSERE 

andare» 

costare* 

mancare. 

rimanere* 

apparire. 

crescere. 

morire* 

sedere* 

appartenere. 

degenerare* 

nascere. 

surgere* 

approdare. 

derivare. 

nevicare. 

stare* 

arrivare. 

dimagrare. 

nuocerCé 

tonare^ 

balenare. 

dimorare* 

parere* 

tornare* 

bastare. 

entrare. 

pericolare. 

traboccare* 

bisognare. 

giacere* 

perseverare* 

uscire* 

capere. 

giovare* 

piovere. 

valere* 

cadere. 

giungere. 

procedere. 

venire. 

capitare. 

importare* 

prosperare* 

vivere* 

Dalla  qualità  de*  soprapposti  si  può  arguire,  che  quei 
verbi  li  cui  tempi  composti  si  hanno  a  formare  con  essere 


alto  mare  non  ne  sia  mai  (elicemente  Uscito  fuor  del  pelago  alla  riva  ; 
perchè  i  giudiziosi  grammatici,  e  fra  tatti  PaYTediitissimo  Buommattei,  aTcn- 
do  detto  che  i  participj  passati  de*  Terhi  attiri  s*  accompagnam>  con  avere, 
e  quei  de*  passiti  con  eisere,  non  han  dato  passo  più  oltre,  „ 

Noi  abbiamo  ardito»  con  tutto  ciò,  entrare  in  questo  pelago  con  sica- 
rezza  d*  uscirne  sani  e  saWi,  e  di  portarne  nostra  merce  a*  lettori,  per  non 
aver  tenuto  il  solco  della  nare  altrui;  ma  seguiti  dietro  al  lume  della  ragio- 
ne che  mena  dritto  altrui  per  ogni  callei  e  nel  corso  di  questo  capìtolo  si 
dimostrerà  il  perchè  non  fu  possibile  a*  nostri  predecessori  di  approdare  ai 
lidi  della  veritiu 


358 

son  quelli  che  esprimono  lo  stato  d*uDa  persona  o  d*  una 
cosa;  in  pruova  dì  che  qaasi  tutti  quelli^  tra  i  suddetti,  che 
esprimono  lo  stato  o  la  posizione  della  persona ,  ricevono 
una  preposizione  dopo  di  se,  come  andare  in,  apparire  m, 
uscire  di;  e  quelli  che  disegnano  stato  di  cosa,  ricevono  per 
agente  una  cosa,  come  Paria  balenare  ;  la  cosa  bastare  ;  la 
cosa  bisognare.  In  questi  sono  compresi  tutti  quei  verbi  e 
quelle  espressioni  trattate  nel  Gap.  XXVIL  nella  costruzion 
delle  quali  V  egente  è  una  cosa ,  e  il  termine  del  verbo  no 
dativo,  rispettare  e  toccare  nel  senso  di  appartenere^  aven- 
do in  tal  caso  una  cosa  per  agente ,  cioè  questo  s^aspetta  a 
wi,  quello  tocca  a  me,  vogliono  essere  per  li  tempi  compo- 
sti. I  verbi  il  cui  radicale  sia  uno  de*  sopra  esposti ,  come 
a-venire,  inten^enire^  oons^nire,  accadere,  sos^rastare,  (sal- 
vo contrastare,  e  accrescere  nel  senso  tT aumentare,  che  e- 
sprimono  miorxé). soprassedere,  pres^alere,  riuscire  ,  ritor- 
nare ,  condiscendere ,.  vanno  soggetti  alla  stessa  regola  dei 
loro  radicali.  Ecco  gli  esempj. 

I  •  ViFUTo  soN  come  peccatore.  B.  a.  Io  so  ben  che 
cosa  non  pareva  essere  ArrENVTA  che  tanto  rossE  di- 
SPtAciuTA  a  madonna.  B.  3.  Venuta  la  notte,  chetamente 
nella  camera  sgusci.  B.  4*  l'oidi  pia  di  mille  in  su  le  porte 
da  del  piorurr.  5  •  era  per  avventura  il  dì  davanti  a  quello 
NEFICATO  molto.  B.  6.  E  veramente  dal  suo  genitore  non 
i  questo  figliuol  degenerato.  Crusca.  7.  La  qual  doman' 
da  il  re  ef  Ungheria  non  accettò;  ma  sarebbe  condisce- 
so a  lasciargli  V isola.  Crusca*  8.  Per  la  qual  cosa  diceva  la 
gente  che  egli  era  impazzato.  B.  9.  Io  per  me  dico  ben 

che  per  un  tratto  egli  È  traboccato  il  zucchero  alla  cal- 
daia. F. 


359 

Nel  terzo  esempio  a  svenuta  si  sottiatende  essendo  ; 
e  nel  quarto  erano  a  piovuti,  L*  Ameota  dice  che ,,  in  ogni 
libro  e  in  bocca  di  tutti  è  :  ha  tonato^  ha  piovuto ,  ha  nesfi^ 
catOm ,,  A?rebbe  fatto  meglio  a  dire  quali  siano  questi  libri; 
cbe,dalla  bocca  dlquasi  ognuno  conveniamo  anche  noi  sen- 
tirsi; ma  rispetto  allo  scrivere  il  quarto  e  il  quinto  esempio 
provano  il  contrario.  Benché  si  truovi  in  Firenzuola  Che  ? 
ho  io  impazzato?  a  me  pare  che  sarebbe  meglio  detto  sono 
io  impazzato  ?  non  potendo  questo  verbo  significare  azione, 
ma  solo  stato. 

Nel  parlare  dell'  etimologia  de*  verbi ,  dissi  che  quelli 
di  stato  si  possono  distinguere  dai  verbi  d^azione  per  Tog- 
getto  che  questi  ricevono  dopo  di  se,  e  che  quelli  non  sof- 
frono ;  ma  perciò  che  ve  ne  sono  alcuni  la  cui  azione  non 
si  termina  in  un  oggetto^  ma  si  fa  in  colui  che  Teseguisce, 
per  tal  ragione  questi  verbi  ancora  non  portano  V  oggetto  • 
Tuttavia,  ecco  un  modo  da  distinguere  i  verbi  di  stato  an- 
che da  questi.  Tutti  i  verbi  di  stato,  come  quelli  posti  nei 
precedente  paragrafo, possono  ricevere  per  agente  una  cosa; 
cioè  una  nugola  \hi^  viene^  una  pianta  nasce^  cresce y  muore; 
un  corpo  dimagra  ;  laddove  questi  non  posson  patire  altro 
che  la  persona  per  agente,  o  uno  animale.  I  seguenti  dun- 
que sono  di  que*  verbi  Tazione  de*  quali  ha  luogo  neir  a- 
gente  medesimo,  o  vero  la  cui  azione  e  suo  termine  sono 
compresi  nel  verbo,  e  perciò  domandano  Tausiliarioai^re. 

abbaiare*  giocare.  parlare.  sclamare.  * 

cenare.  gridare.  penare.  scherzare, 

desinare.  indugiare.  piangere.  .      starnutire, 

discorrere.  lagrimare.  ragionare.         tossire. 

^  dormire.  mentire.  ridere.  vaneggiare. 


36o 

I  •  Un  fumé  che  avea  passato^  era  molto  cresciuto 
per  una  grande  pioggia.  Crusca.  2. Per  ogni  uolla  che  pas'^ 

K 

sor  9i  solea^  credo  che  poscia  s^i  sia  passato  sette.  B* 
3.  Ultinuxmente^ArENDO  Ruberto  un  pezzo  fuggito  ecc.  B. 
4*  EnA  FUGGITO  di  Parigi.  B.  5.  Egli  che  aveva  talento 
di  mangiare^  sì  come  colui  che  camminato  aveva.  B. 
6.  Coloro  li  quali  per  li  dubbiosi  passi  it amore  sono  cam^ 
minati.  B.  7«  Avendola  il  conte  dimandata  della  cagione 
perchè  fatto  V avesse  venire^  ed  ella  taciuto...  B«  8.  Ac- 
ciò che  male  e  scandalo  non  ne  nascesse  ^me  ne  son  ta- 
ciuta. B.  9.  Disse  Bruno pianamentei  yedestUa?  Rispose 
Calandrino  :  oimè  !  sì^  ella  nC  ma  morto.  B. 

Vi  sono  alcuni  verbi  «  come  camminare^  cavalcare  ^ 
correre^  deviare^  fàggire^  montare^  passare^  regnare^  sali* 
re,  scampare^  scendere^  tacere^  e  volare^  che  possono  espri- 
mere azione  o  stato  della  persona,  come  si  dimostra  per  gli 
esémpj;  e  come  si  vedrà  che,  mettendo  avanti  al  participio 
passato  di  questi  verbi  o  essere  o  avere^  porteranno  Tuno  e 
l'altro  oarimente,  sensa  formare  azion  passiva.  Se  il  parti- 
cipio ai  cotai  verbi,  rispetto  ad  alcuni,  è  seguito  da  un  no- 
me senza  preposizione,  come  aver  ftiggito  V  acqua  ,  aver 
montato  un  casmllo ,  avere  scampata  la  morte  ;  oppure  se  il 
participio  non  è  seguilo,  rispetto  ad  altri,  né  da  un  nome  né 
da  una  preposizione,  come  aver  molto  camminato^  aver  ta- 
ciuto^  aver  corso  ;  in  tal  caso  questi  verbi  fanno  cenno  del- 
razione,  e  perciò  richiedono  rausiliàrio  avere;  se  poi  sono 
seguiti  0  preceduti  da  una  preposizione  che  da  essi  dipen- 
da, allora  dinotan  lo  stato  o  la  posizione  della  persona,  e  si 
voglion  accompagnare  con  essere.  Non  vo*  dir  con  questo 
che  la  persona  sia  più  «attiva  hell*  un  caso  che  neiraltro{  la 


36 1 

dtflferenza  sta  solo  nel  modo  di  rappresentarla  e  perciò  ho 
detta  che  neli*  uno  si  fa  cenno  dell*  azione  ,  nelP  altro  si 
dinota  lo  stato  della  persona  attivo,  cioè  eh* egli  è  fuggen^ 
te^passante\  non  essendo  meno  attivo  chi  fugge  o  è  fuggito 
da  Parigi^  che  chi  fugge  o  ha  fuggito  Tacqua.  È  da  avvertire 
nuUadimeno  che  f  qualunque  volta  questi  non  sono  seguiti 
dalla  preposizione,  ella  è  sottintesa,  siccome  quelli  che  non 
comportano  V  oggetto  ;  e  t  quando  disegnano  azione  ^  sono 
della  natura  de*  precedenti  la  cui  azione  e  suo  termine  à 
compresa  nel  verbo  medesimo.  Nel  settimo  esempio  ,  in- 
nanzi a  taciuto rSÌ  soilìnieude  ai^endò;  it  quale  non  è  espres* 
so  a  cagione  di  quello  che  già  sta  in  principio  della  frase  ^ 
che  lo  governa.  Quando  questo  verbo  è  accompagnato  da 
an  nome  personale  riferentesi  airagente,  ne*  tempi  compo- 
sii  si  adopera  essere»  Lldea  compresa  in  tacersi  è,  tacere 
in  una  cosa  e  tenerla  in  se.  In  questo  esempio  del  Boccac* 
ciò,  Non  erano  guari  cavalccOi  pia  di  due  miglia  ,  il  senso 
pieno  è ,  non  erano  cavalcati  pia  che  (o  spazio  di  due  mi'* 
glia  ;  così  si  dice  uno  asper  regnato  tanti  anni  ;  e  una  cosa 
esser  regnata*  La  Crusca:  Per  la  bontà  e  oa\^alleria  che  in 
loro  era  regnata.  Il  concetto  originale  dell*  espressione  ella 
nC  ha  morto^  deirultimo  esempio,  è  ella  fui  me  mortOf  o  la* 
sciato  morto;  ora  questo  participio  si  usa  nel  senso  di  ucci' 
so;  e  si  dice  FUrono  morti  cinquanta  mila  pedoni ^  per  esem- 
pio, e  tre  mila  ca\^alli* 

I  •  Non  ci  tornai  io%  ArsNOo  corso  dietro  air  amante 
tuo  ?  B.  2.  Sentendo f  Arriguccio  ssser  corso  dietro  a  Ro* 
berto...  B* 

Sebbene  il  verbo  correre  in  questi  esempj  sia  seguito 
da  una  preposizione,  ragione  per  cui  si  dovrebbe  far  pre- 

:x5 


36a 

cedere  da  essere  in  amendue  i  casi;  pure,  nel  primo  esem- 
pio fa  uso  TAutore  di  a^re^  perchè  accenna  Tazione  che  ha 
avuto  luogo;  nel  secondo  adopera  essere^  perchè  vuol  dise- 
gnare lo  stato  presente  della  persona.  E  in  vero,  parlando 
di  tempo  presente,  bene  sta  che  si  dica  essere  in  corso;  ma, 
per  lo  passato,  più  propriamente  si  esprime  con  V  azione , 
cioè  aver  corso, 

I  •  //  domanda  se  nel  peccato  della  gola  AVErA  a  Dio 
DISPIACIUTO*  B.  a.  Se  io  non  ascessi  temuto  che  dispiA" 
curro  w  FOSSE^per  certo  io  r avrei  fatto.B.  3.  Dove  in  gui» 
sa  si  facesse  che  il  Duca  mai  non  risapesse  di  èssa  a  que^ 
sto  ArsssE  ACCONSENTITO.  B.  4«  Per  quella  luce  che  era 
roLGORATA  SÌ  chiara  agli  occhi  degli  uomini.  Crus.  S.  MoT' 
to  desiderava  di  veder  colui^  a  cui  vivo  non  aveva  voluto 
d'un  sol  bacio  piacere.  B.  6.  Tanto  era  piaciuta  la  no- 
vella di  Neifile^  che  né  di  ridere  né  di  ragionar  di  quella  si 
potevan  le  donne  tenere.  B.  7.  f^oi  avete  rigidamente  am- 
tro  Aldohrandin  proceduto.  B.  8.  Una  medesima  età  è  la 
sua  e  la  mia^  e  con  pari  passo  proceduti  siamo  studian- 
do. B. 

Vi  sono  degli  altri  verbi  che  possono  esprimere  azione 
e  stato,  come  sono  cuocere^  partire,  piacere,  folgorare,  di- 
spiacere^ procedere;  e  degli  altri  che  esprimono  azione  che 
termina  non  neir  oggetto,  ma  nel  dativo,  come  compiace- 
re, assentire  ,  consentire  ,  nuocere.  Il  participio  di  questi 
Tuol  r  ausiliario  avere;  il  participio  di  quelli  riceve  ora  es- 
sere e  ora  avere  ,  secondo  che  significa  azione  o  stato  ;  ed 
esprimono  stato  quando  una  cosa  è  Tagente  della  propo- 
sizione. 

Per  esempio  si  dice,  io  ho  dispiaciuto  a  Dio ,  cioè  ho 


363 

fatto  dispiacere  a  Dio^  e..*  la  cosa  m*  è  dispiaciuta  ;  as^er 
partito  una  zuffa^  e...  la  zuffa  esser  partita^  uno  cuocere  un 
pollastro  ,  e  •••  un  pollastro  cuocere  •  Sortire  non  significa 
uscire ,  come  Tolgarmente  si  usa  in  tutta  Italia ,  ma  ben 
prender  fiiori  in  sorte^  o  esser  preso  fuori  in  sorte;  per  e- 
sempio,  Infine  a  questi  tempi  l'Italia  non  ha  sortito  alcun 
uomoé  M.  La  uostra  regione  mi  fu  sortita*  D« 

I*  Essendo  già  la  metà  della  notte  andata^  non  s*  era 
ancor  potuto  addormejttjìre.  B.  a*  Noi  ci  smjmo  accorti 
di  ella  tiene  ogni  dì  la  cotal  maniera.  B.  3.  Male  avete  fatto ^ 
male  w  siete  portato.  B.  4»  Li  qiudi^  astanti  che  arrìc- 
OBITI  fossero^  amasHxn  la  s^ita  loro.  B«  5*  lUmandò  i  cava- 
lieri latini^  i  quali  seco  aveva  arrìcch iti  delle  ricchez^ 

ze  dei  Fiesolani.  Crusca.  6.  Egli  /  avea  messe  alcune 

« 

petruzze  in  bocca*  B.  7.  Conosco  la  vita  misera  di  quelli 
che  mi  bo  lasciati  dietro.  D.  8.  Io  oserei  scritte  cose  di  te^ 
che  tu  ^  AVRESTI  CAVATI  gli  occhi^  per  non  poterti  ve^ 
dere.  B. 

Anche  tutti  quei  verbi  Tazione  de*  quali  sMnverte  nel- 
Tagente  medesimo,  cioè  quelli  cbe  hanno  Tafiisso,  voglio- 
no r  ausiliario  essere  col  participio.  Di  questi  ne  sono  al- 
cuni a  cui  il  pronome  è  sottinteso,  come  annegare^  arros^ 
sare  0  arrossire^  ingentilire^  infermare^  ammalare ,  arriC" 
chircj  impoverire^  Y  ausiliario  de*quali  è  parimente  essere, 
arricchire  e  iinpoverire  portan  l'ausiliario  avere  quando  la 
loro  azione  non  inverte  nelf  agente ,  ma  passa  ad  un  og- 
getto esterno.  Negli  esempj  sesto,  settimo,  e  ottavo,  i  nomi 
personali  ^1,  m/,  ti^  non  sono  oggetti  ma  dativi;  quindi  han- 
no i  participj  avere  per  ausiliario.  £  non  solamente  di  quei 
verbi  che  generalmente  portano  il  pronome  si  air  infinito, 


J 


364 

ma  di  tutti  quelli  anche  che  esprimono  azione  passante  ad 
oggetto  esterno^  ogni  qual  volta  Fazione  termini  neirageo- 
le,  i  tempi  composti  si  formano  con  essere;  eccetto  nondi- 
meno quando  V  oggetto  corrispondente  con  V  agente  fosse 
in  opposizione  con  un  altro  espresso  o  sottinteso;  per  esem- 
pio, dopo  aver  arricchito  se  e  i  cavalieri  latini  ;  dove  ve- 
diamo che  si  fa  uso  di  avere. 

1 .  Costui  non  pensa  cui  egli  s*  ba  menata  a  casa.  B. 
a*  A  fu  \figliuol  mio  !  dunque  per  questo  r*  bai  lasciato  a- 
ver  male  ?  B.3.  S*  AVErA  posto  in  cuore  di  non  lasciarla 
mai.  B.  4*  Alessandro  s*  ha  trovato  una  moglie^  e  Uguc- 
clone  urC  altra.  F.  5.  Percliè  è  nuova  la  nobiltà  mia  «  la 
quale^  certo^  migliore  è  aferseia  partorita  da  se.  Da  S. 
C.  7.  //  tale  ha  rotto  la  prigione^  e  s*  È  collato  dalle  mu- 
ra. F.  7»  Forse  che  la  s^  È  fatta  pregare  ?  F.  8.  f^oi  vi  sie- 
te turbata;  e  queste  parole  e  questo  remarne  fate.  B» 

Io  uno  degli  avvisi  che  io  feci  affiggere  per  le  vie  di 
Roma  per  dar  pubbliche  lezioni,  avendo  io  posto:  S*hae^ 
gli  (il  professore  )  /iro/;osfo;  cioè  egli  s'ha  proposto  di  dare 
un  corso  ognianno^  parve  ad  alcuni  eh*  io  avessi  fatto  uno 
errore  di  lingua  in  quel  s^ha proposto;  e  io  doveva  dire  per 
loro  consiglio  f'é/»ro/K>jto;  che  è  un  gallicismo.  Io  ho  voluto 
produr  qui  cinque  altri  esempj  ne*  quali  è  adoperato  Tao- 
siliario  avere  nello  stesso  modo;  e  perciò  che  mi  sono  ac- 
corto che  in  queste  espressioni  il  dubbio  è  quasi  generale, 
credendosi  che  scabbia  a  dire  s^è  menata  a  casa ,  s* era  posto 
in  cuore  ecc.,  ed  ognuno  essendo  in  dubbio  se  scabbia  ad  n- 
sare  essere  o  avere  per  ausiliario,  o  se  sian  buoni  tutti  e 
due,  io  ho  raccolto  dagli  esempj  questa  regola  che  non  fal- 
la; cioè  che,  quando  il  pronome  cui  si  accompagna  Tausilia- 


365 

rio  è  un  dativo,  si  debba  adoperare  come  gi^  dissi,  avere;  e 
quando  il  pronome  rappresenta  Toggetto  del  verbo,  essere 
debba  far  da  ausiliario,  qualunque  sia  in  questo  caso  la  na- 
tura del  verbo  principale  •  Il  mio  esempio  adunque  dice  : 
Egli  ha  proposto  a  se;  che  cosa  ?  //  dare  un  corso  ogni  anno; 
e  questo  è  Toggetto.  Nel  primo  esempio  Toggetto  del  ver- 
bo ha  menato  è  cui;  e  il  si  è  un  dativo  posto  in  luogo  di  un 
possessivo,  cioè  cui  egli  ha  menato  a  casa  ase^oa  casa  sua. 
Nel  secondo  lasciare  sta  in  senso  di  permettere;  onde  Tana- 
lisi  è,  tu  hai  permesso  a  te  Fas^er  male.  Il  terzo  dice  :  Ave-- 
va  posto  in  cuore  a  se;  che  cosa?  il  proponimento  di  non  la* 
sciarla  mai^  che  è  Toggetto.  Il  quarto  :  Alessandro  Zia  tro* 
wOo  a  se  una  moglie;  e  jil  quinto  :  Ai^er partorito  la  nobiltà 
a  se*  Negli  altri  tre  esempj ,  ne*  quali  essere  è  ausiliario,  i 
pronomi  rappresentan  V  oggetto  del  verbo  :  Egli  è  collato 
se  ;  ella  è  fatta  pregar  se;  s^oi  siete  turbato  voi  ;  sì  che  fa- 
cendo l'analisi  e  la  retta  costruzione  ;  cioè  prima  Tagente, 
poi  il  verbo ,  quindi  Toggetto,  par  più  tosto  che  negli  ul- 
timi tre  esempj  sia  errore  ;  ma  se  si  considererà  quel  che 
nel  suo  vero  senso  esprime  il  verbo  avere  e  per  qual  forza 
d*analogia  sia  stato  posto  per  ausiliario  a'  verbi,  queste  e- 
spressioai  con  essere  non  parranno  più  tanto  strane;  però 
che  attere  propriamente  significa  possedere  ;  e  ddì  dire  iopoS' 
seggo  una  cosa^  s'è  passato  a  quest'altro,  io  la  posseggo  in 
un  modo^  in  un  altro;  e  poi  s'è  venuto  ad  esprimere  che  uno 
possiede  un*  azione  fatta  in  cotal  modo;  onde  egli  s^hapo" 
sic  in  cuore^  è  lo  stesso  che  egli  ha^  possiede^  ciò  posto  in 
cuore  a  se^  laddove  l'altra  espressione  con  essere  dice:  egli 
è,  in  che  modo  ?  collato  se.  I  Latini  si  servivan  di  esse  per 
tutti  i  verbi,  ne*  tempi  composti  :  amatus  sum;  lectus  sum; 


366 

polUcitus  sum*  Erra  dunque  il  Bartoli  dicendo  che  si  possa 
scrivere  indiSerenteraente,  io  mi  ho  amato  e  io  mi  sono  a- 
mato;  io  mi  ho  ferito  e  io  mi  son  ferito. 

I  •  Alla  gelosia  tua  t'*  hai  lasciato  acceca  re.  B. 
:k.  Quando  la  gelosia  gli  bisognava^  del  tutto  se  la  spogliò; 
così  come  quando  bisogno  non  gli  era  se  V  afeka  vesti-- 
TA.  B.  3.  Con  sas^ia  perses^eranza  lungamente  GODUTA  so- 
no del  mio  disio.  B. 

La  costruzion  retta  del  primo  esempio  è ,  Tu  hai  la" 
sciato  alla  tua  gelosia  accecar  te;  rausiliario  hai  sta  dun- 
que ancora  qui  in  forza  d^uh  dativo .  Neil*  espressione ,  se 
Tay^ea  vestita^  l'oggetto  è  /a,  e  ^e  è  dativo.  Godere  può  sta- 
re con  r  ausiliario  essere  perchò  può  portare  T  affisso,  cioè 
godersi. 

I .  Se  io  rossi  vowto  andar  dietro  (C  sogni  io  non 
ci  sarei  x^nuto.  B.  a.  Non  mi  sono  potuto  zErAn  se  non 
oggi.  B.  3«  //  Saladino  conobbe  costui  essere  saputo  ir- 
sciR  del  laccio  che  egli  gli  as^ea  teso.  B«  4*  Se  io  mi  rosa- 
si VOLUTO  SCOSTARE  dalla  uerità  delfatto^  io  F  ax^rei  potu- 
to comporre  e  raccontare  sotto  altri  nomi.  B.  5.  Chichi" 
hio  cas^alcava  appresso  a  Currado  con  la  maggior  paura  del 
mondo ^  e  volentieri -^  se  potuto  avesse^  sarebbe  fuggito^. 
6.  Deliberarono  essere  il  migliore  cT  aver  Tito  per  paren- 
te^ poiché  Gisippo  non  aveva  esser  voluto.  B. 

Quando  alcuno  de*  participj  voluto^  potuto^  saputo^  e 
dovuto^  è  seguito  da  uno  infinito  de*verbi  di  stato,  si  dee  pur 
usare  per  ausiliario  essere;  in  modo  che,  quantunque  si  di- 
ca, non  ho  potuto  fare^  non  hanno  voluto  dire^  avere  saputo 
cogliere^  a  cagione  dei  verbi  fai^^  dire,  e  cogliere ^  i  quali, 
per  esprimere  azione,  vogliono  avere  ;  si  debbe  dire  ,  sUo 


367 

fossi  voluto  andare  «  non  nd  sono  potuto  levare  t  conobH 
costui  essere  sapido  uscire^  perchè  andare^  leiHWsif  e  r^- 
scire^  si  debbono  accompagnare  con  essere  La  ragione  è 
che  i  detti  quattro  participi  sono  pure  aasiliar  j  quando  stan- 
no davanti  a  un  altro  verbo  ;  e  però,  in  tal  caso,  essere  ed 
avere  dipendono  dal  verbo  che  è  in  infinito.  Molti  errano 
in  questo  riguardo  ;  ed  è  facile  V  errare,  per  essere  V  orec- 
chio pili  assuefatto  a  udire  non  ho  potuto ,  non  hanno  po- 
hao^  ecc.,  che  non  sono  potuto ,  non  sono  voluti  ;  il  nume«- 
ro  de'  verbi  coniugati  con  avere  essendo  senza  compara- 
zione maggiore  di  quello  degli  altri  •  La  piena  costruzione 
del  5.  esempio  è  se  farlo  potuto  avesse;  ma  egli  è  regola  che, 
se  in  questi  modi  di  espressione  Tinfinito  è  sottinteso,  avere 
e  non  essere  deve  star  per  ausiliario.  Nel  «sesto  esempio  la . 
trasposizione  di  esser  avanti  a  voluto  ha  fatto  dire  al  Boc- 
caccio aveva  e  non  era  esser  voluto^  che  sonerebbe  male.  Il 
Perticari  ha  detto.  Considerandole  come  piante  forestiere 
che  non  hanno  potuto  venire  innanzi.  Secondo  la  presènte 
regola  doveva  dire,  non  sono  potute  venire;  pure  se  ne  tro« 
vano  esempj  anche  nel  Davanzati:  Né  io  ho  potuto  doler* 
MI  di  voi  f  né  voi  di  me.  Non  hai  potuto  parer  maligno. 

I .  Chiunque  la  porta  sopra  di  se ,  non  t  ceduto  da 
alcuno  dove  non  è.  B.  :i*  Egli  allora  fece  vista  dimandare 
a  dire  alfalbergo  che  non  rosss  atteso  a  cena.  B.  3.  Fu 
MANDATO  con  buonu  guardia  alla  casa  a  patir  penitenza 
del  peccato  commesso.  B. 

Finalmente  per  questi  esempj  vediamo  che  tutti  i  ver- 
bi d'anione,  fuor  che  quelli  de*  quali  facemmo  un  cenno  a 
carte  359,  ^^  ^^^  azione  non^  passa  in  alcuno  oggetto;  tutti 
gli  altri,  dico,  diventano  verbi  di  stato  quando  sono  adope* 


/ 


7 


368 

rati  nella  costrnzion  passiva;  e  quindi,  in  tal  caso,  formano 
i  tempi  composti  con  essere. 

Ma  qui  si  potrebbe  dire  :  Perchè  nasconde  questi  gli 
antichi  e  comuqi  vocaboli  che  si  son  dati  finora  a*  verbi, 
di  attiifOj  passivo^  e  neutro?  o  dove  sono  essi  trattati  in  questa 
grammatica  ?  Io  mi  sdebiterò  con  la  seguente  digressione. 

^ANNO  E  CONFUSIONE 

che  aveyan  portato  ne*  ragionamenti  della  grammatica  ita- 
liana, i  latini  vocaboli  di  attivo^  passisH}^  neutro^  ecc* 

A  che  quella  farragine  di  denominazioni  che  si  era* 
no  date  finora  ai  verbi,  di  atiivif  passM^  neutri ^  neutri  pas* 
siWf  iny^ersonalif  e  più  altre,  se  non  a  confondere  la  mente 
degli  imparanti  ?  Qualunque  volta  si  vorranno  imporre  de- 
. nominazioni  di  proprietà  particolare  di  una  lingua,  ad  un* 
altra  cui  non  si  convengono,  si  troveranno  prive  di  senso  e 
impossibili  a  definire;  e  quindi  ogni  ragionare  che  con  tai 
termini  si  farà,  riuscirà  falso;  come  già  dimostrai  in  parte, 
parlando  de*  nomi.  Io  dichiarai,  nel  principio  di  qaest*  o- 
pera,  che  non  avrei  fatto  uso  se  non  se  di  parole  le  quali 
mi  paressero  avere  una  signifioazione ,  un  senso  reale,  io 
italiano;  e  però  die  li  predetti  vocaboli  sono  per  me  voti 
di  senso,  iotie  ho  fatto  senza.  Essi  ci  vengono  dai  Latini, 
i  quali,  per  la  gran  difficoltà  che  comprende  nella  teorica 
de*  verbi  la  lor  lingua,  avevan  bisogno  di  fare  tutte  quelle 
divisioni.  E  primieramente  dividevano  il  verbo  in  attivo  e 
passis^o;  cioè  duco^  conduco,  attivo,  quando  la  persona  che 
governa  il  verbo  fa  fazione;  ducer ^  sono  condotto,  passivo, 
quando  V  azione  del  verbo  è  sopportata  da  chi  lo  governa; 
e,  senza  dubbio,  questi  son  due  verbi  del  tutto  difierenti  ; 
ciascuno  ha  la  sua  particolare  coniugazione,  e  sua  partico- 


3C9 

lar  virtù;  ma,  ia  italiano  non  si  scorge  alcuna  differenza  ne* 
verbi,  si  nell*  espressione;  e  analizzando,  dico  che  condu" 
co  è  la  prima  forma  del  verbo  condurre^  condotto^  il  par- 
ticipio passalo,  sono^  la  prima  del  verbo  essere;  e  che  sono 
condotto  è  ana  espression  passiva.  Veniva  poi  il  neutro»  Ve- 
diamo qual  significato  può  avere  questo  vocabolo  apposto 
a  un  verbo  italiano.  Neutro^  dal  latino  neuùer^  significa  né 
r  uno  né  V  altro ^  cioè,  per  rispetto  al  verbo,  né  attivo  nò 
passivo; e  abbiam  veduto  che  questa  divisione  di  verbi  in  at* 
tivi  e  passivi  non  ha  luogo  in  italiano  ;  e  come  che  si  possa 
dire  che  conduco  sia  verbo  attivo,  perchè  dinota  azione,  il 
passivo  non  v*  è  per  certo*  Dicendo  dunque  per  esempio 
che  dormire  sia  neutro,  gli  si  dà  una  denominazione  falsa. 

Provato  queste  denominazioni  essere  senza  fondamene 
to,  passiamo  ora  ad  esaminare  come  s*  intendano  i  ragio- 
namenti di  coloro  che  né  fanno  uso.  Sentasi  quel  che  dice 
il  Monti  nella  sua  Proposta  al  verbo  ahhiettare,  . 

Esempio  tratto  dal  vocabolario  della  Crusca: 
, ,  Ahbietiare^  abbassare,  £are  abbietto«Lat.  deprimere ^ahji^ 
„  cere%  F.  lacop.  Non  si  abbietta  per  timore  ,  né  si  le^a 
„  per  onore. 

OSSSRVAZIONC 

Senza  V  esatto  regolo  della  grammatica,  che  è  la 
scienza  della  parola,  niun  vocabolario  può  andar  diritto 
„  e  sicuro.  Saviamente  dunque  la  Crusca  nelle  esposizioni 
„  de*  verbi  suole,  col  metodo  grammaticale,  V  attiva  loro 
„  significazione  distinguere  dalla  passiva;  e  il  non  farlo  sa- 
rebbe veramente  vizio,  non  si  dovendo  insieme  confon- 
dere caratteri  sì  differenti,  né  mescolar  l'azione  coll'ina- 
„   zione,  il  moto  colla  quiete.  NuUadimeno,  dimentica  del 


19 
11  ***' 


1» 
11 


370 

„  suo  sistema,  ad  ógni  poco  ella  t*esce  di  tracciai  e  la  nno 
,y  stesso  paragrafo,  sotto  una  stessa  dichiarazione,  ti  am- 
91  massa  in  uno  questi  elementi  cosi  discordi;  e  ne  fa  incre- 

„  scevole  gaaxzabugUo.  Il  che  nel  medesimo  limitare  del 
I,  vocabolario  si  può  vedere  ali*  articolo  jìbbjìrbj4GLMjìre<i 
,9  ove  i\  neutro  idfbarbagliando  in  terra  cadde^  stranamen- 
I,  te  è  accozzato  con  Tattivo,  gli  occhi  abbarbaglia.  Sono 
„  sbadataggini»  lo  consento,  sono  macchie,  lo  veggo  (1);  ma 
„  tali,  che  in  si  bel  corpo,  fanno  un  brutto  vedere^  e  che 
,f  contrastando  direttamente  aireccellenza  del  metodo  dal- 
,1  la  Crusca  medesima  stabilito  ,  o  ricorrendo  troppo  fre- 
f,  quenti,  potrebbero  meritare  più  laida  appellazione. 

Questo  si  chiama:  Non  ex  fumo  dare  lucem^  sedfii- 
mum  exfolgore\  tutta  questa  sparata  essendo  fuor  di  pro- 
posito, anzi  dessa  un  vero  guazzabuglio.  Tutta  questa  ingin- 
sta  invettiva  s*  ha  la  Crusca  meritato  dal  Monti ,  per  non 
aver  dato  la  denominazion  di  neutro  al  verbo  abbarbaglian* 
do^  che  non  gii  doveva  né  poteva  dare;  avvegna  che  io  non 
vegga  per  qual  ragione  si  abbia  a  chiamar  neutra  la  forma 
abbarbagliando^  e  attiva  P  altra  abbarbaglia^  quando  amen- 
due  appartengono  al  medesimo  verbo,  ed  esprimono  la  stes- 
sa idea.  Bisogna  ben  che  la  ragione  adoperi  qui  il  microsco- 
pio perchè  arrivi  a  scoprire  ove  sia  la  differenza  che  il  Mone- 
ti vi  truova  !  Se  differenza  alcuna  pur  v*  è,  non  sta  nei  ver- 
bi, ma  nelle  proposizioni  ;  ove,  nella  prima,  ha  ellissi  del- 
ibo ggetto  gli  occhia  cioè  abbarbagliando  gli  occhi  in  terra 
cadde  ;  e  Tagente  in  tutte  e  due  è  la  luce.  E  quello  è  per 

(t)  Questo  modo  di  frammettere  cosi  lo  veggo ,  lo  consento ,  fra  corte 
proposizioni»  é  un  declamare  alla  francese^  ed  é  da  guaidarsene  come  da  o- 
(ni  altro  gallicismo. 


371 

certo  r  oggetto  sottinteso,  V  idea  di  abbarbagliare  ooa  si 
potendo  ad  altro  applicare  che  agli  occhi.  Tutta  la  difieren« 
za  è  dunque  nell'avere  in  un  caso  espresso  Toggetto  gli  oc^ 
chi^  e  lasciatolo  neir  altro;  e  la  Crusca  non  avrebbe  fatto 
altro  che  confondere  se  avesse  definito  come  voleva  il  Mon- 
ti, e  detto  Tun  verbo  passivo  e  Taltro  attivo*  Se  Tespressio- 
ne  fosse  abbarbagliato  in  terra  cadde^  converrei  anch'  io 
che  la  proposizione  fosse  passiva,  non  già  il  verbo;  la  for- 
ma abbarbagliato  direi  tuttavia  essere  il  participio  passato 
del  verbo  abbarbagliare^  senza  piii, 

,,  Abbiettare^  continua  il  Monti,  secondo  la  dichiarazio- 
,«  ne  italiana  e  latina,  presentasi  nel  vocabolario  come  verbo 
„  di  attiva  significazione;  e  neiresempio  è  di  neutra  passiva. 
Notisi  bene  questo  vocabolo  neutro  passivo j  che  io  non 
so  come  diavolo  (i),  parlando  di  verbi  italiani,  si  possa  in- 
tendere !  Se  non  hanno  alcun  senso  divisi,  forse  che  Tavran- 
no  giunti  insieme  ?  Vuol  dunque  il  Monti  che  si  definisca  : 
abbiettare^  neutro  passivo,  farsi  abbietto^  awilirsi.  Vedia- 
mo se  si  può  venire  a  concepire  che  voglia  dire  egli  con  que- 
sto suo  neutro  passiw.  Come  dicemmo,  neutro  significa  nò 
attivo  né  passivo*  Già  il  dire  che  un  verbo  sia  neutro  è  una 
contraddizione;  e  se  la  contraddizione  viene  dai  Latini;  es* 
si  avevano  almeno  questa  ragione  di  chiamare  un  verbo  neu- 
tropassiifO^  che  il  verbo  neutro  prendeva  le  desinenze  del 
passivo;  ma  in  nostra  lingua  che  le  terminazioni  non  varia- 
no altro  che  pel  suono,  non  per  lo  sentimento,  chi  può  dar 
ragione  di  questo  neutro passisH)?  Indarno  io  mivo  stillando 

(i)  Come^  diavol  !  le  gru  non  hanno  che  una  coscia  e  una  gamba  ! 
Metto'il  punto  ammirativo  a  diavol  per  iar  intendere  qual  è  il  suo  vero  scn* 
so  in  simili  espressioni* 


il  cervello.  Qaesta  espressione  analizzata  con  parole  italìa* 
ne  dice  :  scerbo passiw  che  non  è  né  atiisH)  nèpassiw  «  il  che 
non  forma  senso  alcuno  •  Io  non  veggo  in  quel  non  si  ab^ 
bietta  altro  che  an  semplice  verbo  esprimente  un'azione  che 
l'agente  opera  sopra  se;  e  spiego  ,  egli  non  abbietta  se  per 
timore^  né  lewi  se  per  onore  ;  onde  a  mio  parere  la  Grasca 
avrebbe  solo  dovuto  definire:  as^ilir  se ^  far  se  abbietto ^  sen- 
za mettere  V  incomprensibile  denominazione  neutro  pas^ 
siiH).  £  se  con  questa  il  Monti  intende  dire  che  Tatto  di  ab- 
biettare  non  può  V  uomo  operare  sopra  altrui ,  ma  solo  in 
se  medesimo,  questa  idea  s*  esprimete  abbastanza  ponendo 
Tenfatico  ^e  in  luogo  del  ^i;  perciò  che  a\^Hir  se  compren- 
de la  contrapposta  idea  non  altrui.  Ancora  ,  il  Monti  dice 
che  non  si  dovrebbe  mescolar  t  azione  con  Vinazione  ^  il 
moto  con  la  quiete^  con  le  quali  parole  parrebbe  voler  con- 
eludere che  il  verbo  ch'egli  chiama  neutro  non  esprima  né 
azione  né  moto.  Ora»  il  verbo  correre  è  classificato  fra* ver- 
bi neutri;  e  per  certo  non  ò  in  gran  quiete  chi  corre* 

La  Crusca  dice  :  AyyERTiRE  ecc.  In  significato  neu- 
tro, aver  rocchio^  Fin  As.  Ma  una  cosa  soprattutto  bisogna 
avvertire j  che  egli  non  ti  venga  voglia  dt aprire  né  di  guar^ 
dar  quel  bossolo  che  tu  porti.  Ai  che  il  Monti  fa  questa  os- 
servazione :  ,«  Avvertire  una  cosa  significato  neutro  ?  Noi 
direbbe  neppure  un  fanciullo  ecc. 

Non  maraviglia  se  si  cliiamavan  ludibri!  grammaticali! 
Dove  il  Monti  creda  questo  verbo  non  doversi  chiamar  neu- 
tro solo  perchè  è  seguito  da  una  cosa^  egli  erra  ancora;  non 
è  questa  la  ragione.  Nelle  espressioni, i?/^ogf»a  avvertire  una 
cosa ,  e  [o  ti  avverto  di  una  cosa ,  la  natura  del  verbo  è  la 
medesima;  e  nel  primo  caso  una  cosa  non  è  oggetto  del  ver^ 


.-„    J 


373 

ho  avvertire^  non  essendo  ana  cosa  capace  di  ricerere  av  • 
Tertimento*  La  Crusca  avrebbe  ben  dovuto  tralasciare  il 
significato  nmUro\  ma  ha  defioito  beoe  dicendo  aver  rocchio^ 
perchè  awertire  derivando  da  advertere ,  vertere  ad^  cioè 
volgere  a^  Tanalisi  della  prima  espressione  viene  ad  essere  9 
bisogna  vertere^  cioè  volgere  te  medesimo  o  la  mente  a  una 
cosai  e  [^analisi  della  seconda  :  io  volgo  te  Mo  esame  di  una 
cosa\  onde  si  vede  pienamente  che  il  verbo  avvertire  in  a- 
mendue  i  casi  fa  il  medesinoo  officio  ;  e  che  in  quello  di  av* 
vertire  una  cosa  il  vero  oggetto  del  verbo  è  sottinteso. 

Finalmente  «  il  Monti  cita  il  verbo  cibare ,  al  quale  la 
Crusca  ha  posto  per  esempio  il  verso  di  Dante  :  Questi  non 
ciberà  terra  né  peltro  \  e  per  provare  che  in  questo  esem- 
pio il  verbo  cibare  è  attivo  e  non  neutro^  comincia  col  dire 
che  qui  è  adoperato  non  già  nel  senso  di  nutrire^  ma  di  nu-- 
trirsi^  che  il  Lombardi  ha  torto  di  chiamarlo  neutro,  perciiè 
egli  equivale  bensì  al  neutro  cibarsi^  ma  il  suo  andamento 
è  attivo^  perchè  porta  seco  P accusativo  terra  epeltro\  e  fi- 
nalmente dichiara  che  qui  cibare  è  della  stessa  natura  che 
pascere^  a  cui  tcmto  nelf  italiano  che  (cioè  quanto)  nel  lat- 
tino è  data^  oltre  la  significazion  neutrale ^anche  V attiva  di 
due  maniere^  cioè  pascere  per  mangiarci  e  pascere  per  dm^ 
mangiare^  ex»  f^v.  pascer  le  erbe^  e  pascer  le  gregge  ! 

£  che  sorta  di  argomentare  è  questo  ?  È  attivo  o  neu« 
tro  ?  è  pascere  ?  è  mangiare  ?  nutrire  ?  0  che  ?  Equivale  al 
neutro*  ma  il  suo  andamento  è  attivo  !  Tutto  è  incertezza, 
tutto  confiisione,  perchè  è  falso  lo  fondamento.  Concedesi 
in  tutte  le  lingue,  per  la  licenza  grammaticale  detta  ellissi^ 
che  si  possano  sottintendere  nel  discorso  delle  parole  ;  le- 
vando le  quali,  esce  la  frase  del  comune  per  lo  laconismo  4 


374 
e  diventa  ijaindi,  a  tempo  e  loogo ,  più  vivace  e  più  bella  « 
aemsa  per  ciò  che  le  si  tolga  la  chiarezza  o  il  senso.  Il  Mon« 
ti  medesimo  V  afferma  col  dire  che  nutrire  sta  nell'esempio 
per  nutrirsi  Concede  egli  dunque  che  il  si  è  sottinteso. Ora, 
con  supplire  le  altre  parole  che  la  ellissi  sottintende,  io  pro- 
verò che  cibare  e  pascere  sono  verbi  che  esprimono  azione 
sempre  nello  stesso  modo,  e  mai  non  cambiano  di  Datura. 
La  preposizione  con  è  sottintesa  ad  ambedue  i  verbi;  onde 
il  pieno  sentimento  deir  esempio  di  Dante  è  :  Questi  non 
si  ciberà  (i)  né  con  terra  né  con  peltro.  Nella  espressione 
pascer  le  gregge  si  sottintende  con  le  erbe  ;  e  in  quella  di 
pascer  le  erbe  il  senso  pieno  è^  pascer  se  o  altri  con  le  erbe; 
€  se  si  dice  pascer  le  gregge ,  si  deye  poter  dire  anche  ci* 
bare  un  uccello*  Così,  nella  frase  del  Macchiavello,  Io  ce^ 
nero  poche  cose^  ma  tutte  sostanziewli^sì  sottintende  la  pre- 
posizione con;  come  io  correre  lo  aringo  v'  è  inteso  in  lo. 
Vogliono  che  fuggire^  nella  proposizione  JFìiggiwi  quanto  le 
gambe  nelpoteuan  portare ^  sia  neutro;  e  in  qoest*  altra  , 
JPUggi  r  invidia  a  tuo  potere  ,  sia  attivo  ;  ma ,  se  azione  e 
quiete  avessero  a  determinare  la  differenza,  io  direi  piò  to- 
sto il  contrario ,  essendo  assai  piò  in  azione  chi  fugge  con 
le  gambe,  che  chi  fugge  con  la  mente.  Ma  pure,  anche  qui 
la  natura  del  veri>o  è  la  medesima  in  ambo  i  casi;  perchè 
r  invidia  nel  secondo  caso  non  ò  Toggetto  del  yevho /Uggi; 
quella  sta  per  lo  luogo  donde  si  fugge  ;  e  vi  si  sottintende 
la  preposizione  da;  cioè  fuggi  dalla  invidia;  e  il  luogo  è  in- 
teso anche  nelP  altra  espressione. 

L*  Italiano  è  tutto  pieno  di  queste  maniere  ellittiche 

(i)  S^é  dimostrato  a  carte  193.  come  lì  slaa  deVerbì  che  posson  prcs- 
dere  il  si  affisso,  e  lasciarlo. 


375 

coi  verbi;  poichà  qaando  si  dice  svegliare  il  giorno^  dormire 
la  noUe^  quei  due  nomi,  giorno  e  noUe^  non  possono  essere 
oggetti  dei  verbi;  v*  è  sottintesa  la  preposizione  in.  Dove 
Dante  dice  :  Arris^ò  la  testa  e  il  busto  f  non  fa  gii  del  ver- 
bo arris^are  d*un  neutro  uno  attivo^  ma  v^intende  la  prepo- 
sizionfe  con.  A  chi  dice  s  frisse  i  tempi  di  Traiano^  d^Augu^ 
sto^  v*ialende  ancora  ino'a.  Fece  argani  e  ponti  per  passare 
gli  armaiii  sottinteso  con*  E  cosi,  con  Tanalisi,  e  non  altro, 
s*  ha  a  dar  ragione  di  qaeste  irregolarità  che  sono  eleganze. 
Finalaiente,  quando  a  que\erbi  che  riflettono  Tazione  nel-- 
r  agente,  come  ingentilirsi^  sedersi^  tacersi^  sì  toglie  il  si^ 
non  mufan  natura  più  che  i  predetti;  essi  son  pure  i  mede- 
simi, manco  il  pronome,  il  quale,  poiché  si  sa  che  Tazìone 
non  può  esser  portata  sopra  un  oggetto  esterno  a  chi  ope-- 
ra,  ma  di  necessità  convien  che  torni  in  lui,  si  può  sottin- 
tendere. 

A  danno  adunque  della  ragione  e  della  intelligenza 
delle  cose  si  vuole  assoggettare  una  lingua  a  vocaboli  che 
ad. un' altra  esclusivamente  appartengono;  e  la  sola  divisio- 
ne de -verbi  che  si  possa  fare  in  italiano  per  ridurre  la  cosa 
alla  semplicità^  si  è  in  \^rbi  esazione  e  in  verbi  di  stato^  co* 
me  nelle  precedenti  pagine  ampiamente  s*è  dimostrato. 

Ben  disse  Dante  del  sole  nuow^  cioè  della  lingua  ita- 
liana: E  darà  luce  a  coloro  che  sono  in  tenebre  e  in  oscuri- 
tà per  lo  usato  sole  che  a  loro  non  luce;  ma  bisognava  ancora 
che  la  grammatica  di  essa  lingua  si  sgomberasse  delle  im- 
bragature  de*  termini  latini  con  che  era  stata  eretta,  i  qua- 
li, divenuti  poi  soperchìi,  non  facevan  più  se  non  nascon- 
dere il  valor  suo  e  la  bellezza ,  perchè  il  sole  nuovo  potes- 
se apparire  in  tutto  il  suo  splendore. 


376 


CAP.  XXVI 


SOPRA  L*  USO  DI  ALCUNI  MODI  E  TEMPI 

DEI  VERBI 


DEL    PRETBfilTO   PEUfiTTO   B    IHPCBFSTrO 

DMUJ  IVÙÌCJLrirO 

Quantunque  di  rado  possa  avreoire  che  si  erri  nell'oso 
di  questi  due  tempi,  perchè  basta  por  la  pratica;  nonper- 
tanto mi  par  utile  il  ragionarle,  per  saper  la  ragion  delle 
cose  ;  la  teorica  di  questi  due  tempi  non  essendo  panto 
facile* 

Quattro  sono  le  circostanze  che  fa  mestieri  distingue- 
re circa  Fuso  dello  imperfetto  e'del  perfetto  dell*  indicati- 
vo; I  •  se  il  verbo  esprime  atto,  o  azione,  o  stato;  a.  se  Tat- 
to è  ripetuto  o  non  ripetuto;  3.  se  Tazione  è  rappresenta* 
ta  finita  0  continuante  nel  tempo  al  quale  si  riferisce;  4*  se 
il  tempo  à  determinato  o  indeterminato*  Nel  primo  caso  si 
adopera  il  preterito  perfetto,  nel  secondo  Timperfetto;  le 
quali  denominazioni,  per  analogia^  suonano  quanto /Enito 
e  non  finito,  determinaio  e  indeiemunato. 

I .  ENTnó"  con  lui  in  molti  e  varj  ragionamentù  B. 
a.  Tutto  altrimenti  jiDDiyENiTB  che  ella  a^isato  non  a- 
9e€t.  B.  3.  Questo  ronzino  ci  capito^  iersera.  B.  4*  ^o  non 
CREDEy^  che  gli  uomini  facessero  queste  cose.B.  5.  Sì  or* 
nato  e  sì  pulito  della  persona  andava  ,  che  generalmente 
ERA  chiamato  il  Zinta.  B.  6.  Un  giorno^  assai  vicini  delk 
camera  dove  egli  giaceva^  seco  medesimi  di  ciò  comincia^ 
rono  a  ragionare.  B. 


377 

Chiama  otto  qaello  che  nel  medesimo  istante  avviene 
e  si  compie,  come  entrare^  addhenire^  e  eàpitare;  é  ath^ 
necpeììo  che  ha  possibilità  di  continuazione,  si  come  il  cre^ 
dere ,  1*  andare  ;  e  chiamo  stato  il  giacere  ,  per  esempio* 
Quindi  i  primi  tre  verbi  sono  nel  preterito  perfetto  f  e  gli 
ultimi  tre  nell*  imperfetto.  Entrare  esprime  uno  atto  che 
cosi  tosto  finisce  come  s  iocomincia  ;  àddhenire  e  capitare 
esprimono  en^idea,  U  quale  non  è,  se  non  quando  ò  com- 
piuta e  finita, 

I.  A  migliaia  per  giorno  ivrKKUAFAnoA.  21  •  Ogni 
mattina^  in  su  Vara  che  egli  ArnSAVA  che  essi  dwessero 
passare ^  si  facef'a  portare  una  secchia  é! acqua  fresca  JR. 
3.  Mi  DA f^ ANO  sì  poco  salato^  che  io  nonne  potestà  pur  par 
gare  i  calzari.  B«  4*  Spesse  9oUe  il  domandafa^  se  qual'^ 
che  cosa  era  che  egli  desiderasse.  B. 

Abbiamo  detto  che,  quando  il  verbo  esprime  atto ,  sì 
adopera  il  perfetto;  ma  però  che  Tatto,  se  non  può  essere 
continuato,  può  essere  ripetuto,  questo  caso  forma  ecce2Ìo-> 
ne«e  vuole  Timperfetto*  In  tutti  gli  esempj  sopr apposti  Tat^ 
to  è  ripetuto,  come  si  dimostrerà*  La  parola  infermare  si- 
gnifica dis^enire  ammalato  ;  il  che  esprima  passaggio  dalk> 
stato  di  sanità  a  quello  di  malattia  ;  egli  è  dunque  un  atto 
che  non  può  continuare;  si  continua  ^à.  essere  ammalato  o 
infermo^  ma  non  ad  infermare.  Ativisare  espirime  nn  atto 
della  mente  il  quale  non  ò  piii  tosto  formato  che  compiu- 
to, equivalente  a  far  pensiero.  L*  espressióne  si  facesHi por^ 
tare  accenna  uH  ordine  9  un  coniando,  che  è  jpure  Tatto  .di 
uno  istante*  Dare  e  domandare  accennano  parimente  cose 
che  non  ammettono  continulsione,  atti  ne*  quali  il  comin^ 
ciare  e  il  finire  sono  simultanei* 

:i6 


■■ 


378 

M»Dìe  notte  ^Nj}jiyA  riceroandOé  B.  a.  Così  lungo 
tornate  ris^  andau^^Z.  Conobbe  il  principe  la  grandezza 
delt  Ofiimo  della  sua  figliuola*  B,  Senza  dire  alcuna  cosa, 
AS BUTTAVA  la  morte.  B« 

In  tutti  questi  Mempj  il  preterito  dipota  ^sione  pos- 
sibile edessere  <;oatÌDuataj  ma  però  chesipoò  rappresentare 
aa*  azione  cofittnaante  «lel  tèa»po  al  quale  uqo  riferiace,  e  si 
pi|ò  rappresentare  finita  e  oorepiuta,  quindi  degli  eseiupj  e- 
sposti  alcuni  verbi  sono  neirimperfetto,  e  alcuoi  nel  perfet-> 
to»  Nel. primo  esempio  il  Petrarca  Rappresenta  se  iiel  tempo 
passato  andante  ;  e  perciò  T  esprìme  con  V  imperfetto  ;  nel 
secondo  racconta  solo  quel  che  fece  e  terminò*  La  coooscen- 
sa  è  cosa  che  si  continua  ;  pure»'  nel  terzo  esempio,  cono^ 
scere  è  in  perfettoi  perchè  srgoifica^co/^er^i^  in  quello;  e  co- 
sì il  verbo  aspettare  del  quarto  esempibi  che  disegna  azio- 
ne Mntinuata,  potrebbe  esseàre  nel  perfettOt  aspettò^  se  TAu- 
tore  non  dimostrasse  la  per^ond  aspettante^  ma  raccontasse 
pui*  quelito  che  fece  ;.  onde  si  vede  che  sovente  questi  due 
tempi  dipendono  dall*  intenzione  di  phi  parla* 

I  •  Pia  Sfolte  già  per  dir  le  labbra  apersi.  P.  ^.  Tre 
dì  gli  cniAMAi  ^  poi  eh*  e^  fut  morti*  D.  3.  Poi  che  egli 
EBBE  aperto  Puiciuoloj  itide  colui  che  starnutito  avesHz ,  e 
aneora  starnuiiva.'B.  4*  Ear^ilo  ebbe  nome*  D.  5.  Uomi- 
ni FUMMO  i  edor  sem  fatti  sterpi.  D«  6*  Dille  chi  tu  fo- 
sti. D. 

La  quarta  circostanza  che  abbiam  detto  influire  aopra 
il  perfetto  e  V  impèrfeUo,  à  la  determinazione  del  tempo. 
Nel  primo  esempio,  quantunque  Tatto  di  aprire  le  labbra 
sia  ripetuto,  il  verbo  ò  nel  perfetto,  a  cagione  delle  parole 
più  scolte  determinanti  il  tempo»  Per  determinare  il  tempo^ 


379 

non  intendo  accennarlo  solamente ,  ma  circónscriverlo  ri- 
spetto alla  lunghezzai  o  pare  specificare  il  momento,ristan- 
te.  Similmente  le  patole  tre  di  sono  la  cagione  del  perfet- 
to chiamai.  L^espressione  y^o/  che  ,  significando  dopo  che  ^ 
pone  un  termine  all'azione;  ed  è  quindi  una  determinazion 
di  tempo*  Quando  si  parla  dei  morti,  però  che  si  accennano 
cose  terminate,  si  fa  sempr?  uso  del  perfetto;  salvo  quando' 
si  faccia  menzione  di  quelle  cose  che  la  persona  trapassata 
era  uso  di  fare  io  vita;  come  allora  che  il  Firenzuola  fa  di« 
re  al  marito  d*  nna  seconda  moglie ,  queW  alira  facesHi  ; 
queir aitra  diceiHi;  ella  si  contentava  d'ogni  CQsa. 

DEL    PEaVETTO   COMPOSTO 

i.  Io  Bo  TROVATO  uno  da  molto  pia  che  wi  non  sie^- . 
te.  B.  a.  Insfigna^emi  doue  jirsTS  posti  ipannii  e  io  ani- 
dro per  essi*  B*  3«  Né  i^ecchiezza^  né  infermità,  né  paura 
di  morte  VmJNffo  potuto  rimuos^re  dallasuamahagità*^* 
4*  Poi  che  B  ANITO  FATTA  Una  danza  o  due,  ciascuno  se  ne 
}^a  nella  sua  camera.  B.  5.  /o  sojsro  anvato  da  sei  volte 
in  Mla^  poscia  che  io  mi  partii  da  sH)i*  6*  f^ide  una  giomne 
la  quale  questa  pestilenza  ci  ba  tolta.  B* 

Per  quello  che  fu  già  definito  altrove  la  denomioazio-' 
ne  perfetto  apposta  a  un  tenàpo  del  verbo  significa  finito , 
compiuto.  Ora,  io  ho  tolto  al  perfetto  composto  il  qualifi-^ 
caute  di  pre/eriifa,  cioè  passato;  perchè,  essendo  Tausiliario 
col  quale  s* accompagna,  espresso  in  tempo  presente,  deve 
essere  inteso  a  rappresentare  un'  idea  presente  e  non  pas^ 
sata;  e  quando  con  questa  forma  di  parlare  s^adopera  a\fere, 
Tidea  è  di  esprimere  che  altri  ha,  possiede,  una  cosa  trosfa^ 
ta^  posta, potuta,  wluta,  tolta  ecc;  se  essere,  allora  si  dise- 
gna in  quale  stato  uno  è ,  cioè  se  di  fuga,  di  corsa ,  di  ma-* 


i 


36o 

gressa,  di  gentilessBay  ecc;  onde  sùn  piggito  ^  san  corso^ 
no  dimagrato^  sono  ingentilito* 

La  differenza  dunque  che  passa  tara  il  perfetto  sem- 
plice e  il  perfetto  composto  è,  che  quello  dinota  azione  fi- 
nita in  tempo  passato  determinato,  e  questo  la  mostra  ben- 
sì finita  e  compiutaf  ma  %  per  lo  pii^t  senza  alcun  cenno  di 
tempo;  come  si  scorge  ne*  primi  quattro  esempj,  per  le  for- 
me Ito  trOiHitOf  wete  posto f  hanno  potuto^  e  hanno  fatta.  Nel 
quarto  esempio,  benché  le  parole  poi  che^  come  dicemmo 
non  è  guari ,  determinino  il  tempo ,  si  fa  uso  del  perfetto 
composto  n  per  essere  questo  tempo  più  immediato  al  pre- 
sente che  segue  ciascuna  se  ne  ivi.  Se ,  in  loogo  di  hanno 
fatta^  vi  fosse  posto  ebbero  fdtta^  si  verrebbe  a  determina- 
re ridea  intesa  per  quella  volta  di  che  si  parla;  e  quindi  il 
seguente  verbo  pa  dovrebbe  esser  posto  nel  perfetto  sem- 
plice a/iii&;  dove  con  Tausiliario  in  presente  si  mostra  un* 
azione  ben  finita  ,  ma  ripetuta  in  tempo  continuo  e  presen- 
te. Nel  quinto,  quantunque  la  determinazione  del  tempo  sia 
espressa  nella  parola  poscia  che^  lo  dicitore,  adoperando  il 
perfetto  composto  ,  mostra  che  sia  ancora  per  andare  in 
pilla;  perchè,  come  dissi  del  precedente  esempio,  il  perfetto 
composto  è  il  più  immediato  al  tempo  presente;laddove,  se 
dicesse  andai ,  mostrerebbe  Tazione  gi^  divisa  dal  presente 
tempo  ,  cioè  non  più  unita  ad  esso  per  la  ripetizione  dello 
atto.  Nel  6.  esempio  chi  parla,  il  fa  nel  tempo  che  ancor  re- 
jpava  la  pestilenza. 

I  •  Bellissime  donne  ,  lo  scostumato  giudice  marchi^ 
giano  f  di  cui  ieri  s^ìno^ellai^  mi  trasse  di  bocca  una  novel- 
la la  quale  io  era  per  dirvi.  B.  s*  Tìi  sai  quante  busse  ti 
Dik^  senza  ragione^  il  dì  eh"  egli  ci  tornò*  B»  3«  Questo  lo 


j^- 


S8i 

dico  perchè  stamattina  ioPho  prwato.  F.  4-  Hai  tu  sbuT'- 
TiTA  stanotte  cosa  niuna  ?  B»  5.  Io  me  n*  affidi  testé  ; 
quando  io  andai  per  V  acqua.  B.  6.  Poco  fa  si  diede  r  lapo^ 
sta  d'esser  insieme  uia  \^ia.  B.  7.  Poi  cK  io  uscii  stamatti-^ 
na  di  casa^  non  so  messo  piedi  altrove  che  in  palazzo*  F. 

Per  gli  esempi  che  ne  porgono  gli  autori ,  panni  di 
dovere  avvertire  che  sarebbe  errore,  nel  primo  e  nel  secon- 
do esempio.  Tosare  il  perfetto  composto,  dicendo  vi  ho  no^ 
nyellato^  ti  ha  dato^  per  essere  il  tempo  affatto  passato  e  de- 
terminato. Nel  terzo  e  quarto ,  ancora  che  il  tempo  sia  de- 
terminato, i  verbi  son  posti  nel  perfetto  composto,  cioè  rap- 
presentante azion  presente,  perchè  colui  che  dice  starnotti-^ 
na  sì  trova  tuttavia  nello  spazio  di  tempo  compreso  in  que- 
sta parola  ;  e  quegli  che  domanda  hai  tu  sentito  stanotte  , 
con  tutto  che,  mentre  ciò  parla ,  sia  gii^  nel  di  seguente  alla 
notte  che  accenna,  pure  egli  ha  si  impressa  nella  mente  la 
cosa  udita,  che  la  si  rappresenta  dinanzi  alla  fantasia;  il  che 
si  concede  per  le  parole  questa  notte  che  disegnano  tempo 
presente.  Gli  esempj  quinto  e  sesto  si  allegano  per  disin- 
gannare coloro  che  vogliono  sottomettere  Titaliano  alle  re- 
gole del  francese ,  dicendo  che  s*  abbia  a  porre  in  perfetto 
composto  il  verbo  che  dinota  azione  fatta  nel  giorno ,  nel 
mese,  o  neir  anno  medesimo  che  si  accenna;  però  che  qui- 
vi 81  accenna  bene  uno  istante ,  non  che  compreso  in  cotal 
tempo,  ma  appena  scorso;  e  pur  si  fa  uso  del  perfetto  sem- 
plice, perchè  gli  avverbi!  testé  e  poco  fa  determinano  il  pas- 
sato •  Finalmente  nelP  ultimo  esempio  la  persona  parlante 
dice  uscii ^  col  perfetto  semplice,  perchè  questo  verbo  è  sot- 
to r  immediata  dipendenza  della  parola  determinativa  ^i 
€ihe  ;  là  dove  pone  il  composto  per  lo  seguente  verbo ,  ho 


38a 

messOfperciò  che  in  così  dicendo  considera  il  tempo  nel  qua* 
le  di  presente  si  traova  come  aflfatto  diviso  e  lontano  da 
quello  trascorso!  espresso  per  stanìottina.  Egli  v'è  per  cer- 
to molta  filosofia  nelPuso  di  queste  due  forme  del  verbo. 

Parendomi  che  pi  fosse  uscito  di  mente  ciò  che  io  a 
questi  dÌ9  co*  miei,  piccioli  orcioletti ,  v^  ao  dimostrato  , 
cioè  che  questo  non  sia  vin  da  fanuglia^  pel  rotti  dima-- 
strare*  B. 

Parrebbe  al  primo  che  s*  avesse  qui  a  dire  pi  dimo^ 
strai  epe  f  ho  poluto;  ma  il  dicente  fa  uso  del  perfetto  com- 
posto nel  primo  caso,  ho  dimostrato^  benché  riferisca  tem- 
po passato^  perchè  rammenta  un'azione  che  aveva  ripetuta 
per  parecchi  di,insino  a  quello  in  cui  si  truova;  e  usa  il  semr 
plice  polli  nel  secondo,  perchè  accenna  un  solo  atto  già  tra- 
scorso, e  determina  il  tempo  per  la  parola  oggi  sottintesa* 

DSL    FUTUaO 

I  •  Non  pe  ne  ricordate  ?  Oh  rendetemela^  eh*  ella  non 
SAfiji  forse  quella.  F»  3  Chi  SAtut  costui  che  pien  così  di- 
filato  alla  polla  nostra  ?  F. 

Pare  ad  alcuni  che  in  queste  espressioni  sia  adopera- 
la la  forma  del  verbo  esprimente  il  futuro  in  luogo  di  quel- 
la che  accenna  il  presente;  ma  pur  Tanalisi  del  concetto  che 
comprendono  dimostrerà  idea  futura;  cioè.  Rendetemela^ 
che  forse ,  dietro  esame ,  troperete  non  esser  quella  ;  Chi 
troperò  io  esser  costui  quando  Vaprò  riconosciuto?  Quindi 
la  parola  comunalmente  detta,  sarà^  in  vece  di  ciò  èpos'* 
sibile^  ciò  si  troperà  forse  esser  vero;  il  che  mostra  più  va-i 
ga  incertezza  che  il  verbo  in  presente» 


383 

OETL*  IMPERATIVO 

I.  f^arrendigliel  tosto.B.  a.  Non  FAn  vista  di  ma-- 
rauigliarii,  né  perder  parole  in  negarlo.  B.  3.  Non  ro- 
LERE  ESERCITAR  le  tuc  forzc  contto  a  una  femmina.  B. 
4-  Perchè  egli  il  negasse^  non  gliel  credete.  B* 

Degna  di  nota  nell*  uso  dell*  imperativo  è  la  seconda 
persona  del  singolare  rappresentata  da  tu\  per  la  quale,  quan- 
do è  accompagnata  dalla  negazione,  non  si  può  più  adope- 
rare la  vera  forma  dell'  imperativo  ;  ^ma  bisogna  ricorrere 
all'infinito,  come  mostrano  le  espressioni  nonfar^isia^  né 
perder  parole^  ma  ciò,  dico,  avviene  solo  nel  singolare,  co- 
me fa  vedere  il  quarto  esempio*  Io  credo  che  questo  modo 
proceda  dai  Latini,  i  quali  dicevano  noli  simulare^  perchè 
possedevano  la  forma  deirimperativo  noli\  e  passando  poi 
neir  Italiano;  per  non  aver  esso  quella  forma,  si  sia  detto, 
non  voler  far  vista;  il  chey  conae  appare  dal  terzo  esempio, 
ancora  si  usa;  e  poi  si  sia  abbreviata  la  forma  in ,  non  far 
uista^  sottintendendo  wlere* 

I  «  Non  SIATE  come  penna  ^d  ogni  ve^nto.  D.  a.  Non 
CREDIATE  mai  ad  un  ricco^  quando  è*  fa  carezze  a  un  pol- 
vere. G*  Crediate^  o  padri  coscritti ,  che  andC  io  non  go^ 
do  di  far  rUnUcizie.  Dav*  Non  roctiAVE  con  così  fatta  mao- 
chia  ciò  che  gloriosamente  acquistato  avete  guastare.  B* 

I  verbi  credere^  essere^  avere ^  volere^ potere^ piacere^ 
sapere^  valere^  esprimono  tutti  idee  che  non  si  possono  sot- 
toporre a  comando;  si  come  indipendenti  da  esso,  onde  non 
potendo  reggere  alla  voce  imperatoria,  si  rivolgono  a  quel- 
la che  desidera;  voglio  dire  che  a  questi  verbi,  siate^  i^o- 
gliate^  crediate^  si  sottintende  desidero^  e  però  essi  portan 
qui  la  forma  del  presente  congiuntivo,  e  non  T  imperativo. 


384 
Credere^  nondimeDOf  può  Tuna  e  Taltra  maniera  soppor— 
tare.  Cos)|  quando  ai  dice  piacciane  ^agUami^  vi  s 'intende 
desidero  che. 

DSL  coirDizioirAt.K 
I  •  Io  FORRE i  che  mi  vedeste  tra  dottori^  come  io  soglio 
stare.  B*  2*  A  me  pjrrebrb  star  bene^  se  io  fossi  fuori  del' 
le  sue  mani.  B«  3.  Io  non  j^rRJSi  al  presente  questa  cura  , 
^e  io  non  mUntrametteva  in  quelle  faccende  che  non  mi  ^*a- 
spettavano.  F.  4«  (^H  àisse  che  andasse  a  lei  da  sua  parte^ 
e  le  significasse  che^  senza  fallo ^  quel  dì  la  verrebbe  a  sh^ 
sitare^  B«  ^ 

Questo  modo  è  chiamato  condizionale^  perchè  va  seno- 
pre  soggetto  a  condizione*  Nel  primo  esempio  la  condizìo- 
ne  non  è  espressale  potrebbe  essere  se  V occasione  mi  si  por- 
gesso  io  wrrei  ecc;  o  simile. 

Qualche  volta  questo  modo  non  dipende  da  condizio- 
ne; ma  è  usalOf  quando  si  accennano  cose  passale,  a  dino- 
tare un  futuro  nello  stesso  tempo  passato;  come  si  vede  ia 
verrebbe  del  4*  esempio. 

I  •  leggendo  che^  dimorando  in  Toscana^  poco  o  nien" 
te  POTREBBE  del  suo  valor  ditnostrare  ^  prese  per  parti" 
to  ecc.  B.  a.  Quivi  guastatoglisi  lo  stomaco^  fu  da  medici 
consigliato  che  egli  andasse  a*  bagni  di  Siena  »  e  g^ari^ 
REBBE  senza  fallo  Ji.  3.  Rispose  che  egli  non  ne  voleva  far 
niente  ;  ma  egli  andrebbe  avanti^  e  vorrebbe  veder  chi 
r  andar  gli  vietasse.  B. 

II  3.  e  3.  esempio  pruovano  ancora  che,  parlando  di 
tempo  passato,  si  adopera  la  forma  del  condizionale  ad  e- 
sprimere  un  futuro  ;  nel  qual  caso  pare  che  si  dovesse  far 
uso  del  condizionale  composto,  cioè  avrebbe  potuto^  sareb- 


385 

be  guarito f  sarebbe  andato f  e  aurebbe  wlutOf  forme  che  e* 
sprimono  tempo  passato;  ma  pure  spesso  sì  fa  uso  del  sem-* 
plice  ;  perchè  questo ,  per  la  sua  virtù  di  accennare  atto  o 
azipne  presente  o  futura  ,  fa  che  le  cose  dal  verbo  indicate 
adoperino  nell*  immaginazione ,  che  indietro  è  portata  nel 
tempo  passato,  come  se  fossero  in  atto.  In  fatto  sostituisca- 
si il  tempo  composto,  kapreso^  al  semplice  prese  ^  nel  pri- 
mo esempioy  e  si  avrà  un  presente  attOf  e  tutta  la  proposi* 
zione  in  presente* 

DEL  CONGIUmvO 

Il  nome  di  congiuntivo  pare  essere  stato  posto  a  que- 
sto modo  perchè  è  generalmente  giunto  nella  medesima 
proposizione  con  un  altro  verbo  ^  dal  quale  dipende  •  L*  a- 
zione  o  r  atto  che  esprime  à  In  senso  contrario  di  quella 
deir  indicativo;  perciò  che  sempre  è  il  congiuntivo  espres- 
so in  modo  non  positivo,  ma  incerto* 

u  Io  non  SO  perchè  io  noi  mi  faccia.  B«  a.  /o  non 
veggio  come  noi  .ci  possiam pervenire.  B.  3.  Come  sapeste 
voi  eh*  io  qui  FOSSI  ?  B«  4«  ^'^  occhi  vostri  voglio  ve  ne 
FACCI  Air  fede.  B«  5«  Io  vi  prego  che  a  memoria  mi  ridu^ 
ciATE  chi  voi  siete.  B.  6.  Domandò  dove  fosse  quel  gio^ 
vane.  B.  7.  Veramente  io  credo  che  voi  sogniate.  B.  8.  Io 
non  dubita  che  voi  non  vi  crediate  dir  vero.  "B. 

Qualunque  volta  un  verbo  è  dipendente  da  un  altro 
che  comprenda  ignoranza,  impotenza,  interrogazione,  pre- 
ghiera, dubbio,  necessità,  timore  ,  opinione  ,  maraviglia,  e 
simili  idee,  il  verbo  dipendente  è  posto  in  modo  conginn* 
tivo,  perciò  che  si  considera  la  cosa  che  un  tal  verbo  espri- 
me soggetta  a  incertezza.  Se  per  esempio  si  desidera  o  cre- 
de una  cosa ,  ella  è  soggetta  a  incertezza  perchè  può  esser 


386 

negata,  o  perchè  V  uomo  ai  può  ingannare  ;  se  si  interroga 
alcuno  di  una  cosa,  egli  è  perchè  chi  interroga  n*è  incerto; 
e  quindi  potrebbe  essere  e  non  essere.  £  anche  la  necessità 
è  soggetta  a  incerteszai  in  quanto  che  quel  che  è  necessario 
è,  come  le  altre  cose,  soggetto  alVincertezsa  dello  avvenire. 
Dunque,  nel  prioao  esempio,  il  coogiuntiyo  faccia  dipende 
dair  espressione  io  non  so ,  che  comprende  ignoranza  ;  nel 
secondo, /^arxiom,  è  sottomesso  a  non  veggio^che  comprende 
impotenza  ;  nel  terzo  esempio,  fossi  è  soggetto  a  nn  verbo 
espresso  interrogando;  nel  quarto  facdan  dipende  da  ìfolc" 
re;  e  cosi  procedendo*  Dante  disse  bensì  :  Ciò  che  ci  appar 
qua  su  diverso  credo  che  7  fanno  i  corpi  rari  e  densi^  po- 
nendo fanno  soggetto  a  credere  ntìV  indicativo  ;  ma  non 
ci^do  che  vi  sia  esempio  di  un  verbo  dipendente  da  parere 
o  sembrare  posto  neirind!cativo,come  si  vede  in  un  moder- 
no scrittore  :  Né  si  vuol  tacere  che  in  questo  libro  dove 
par  che  si  sehb^no  le  pia  preziose  gemme  M  nostro  idio- 
ma ecc.  Serbino  mi  par  che  dovesse  dire* 

I .  Io  son  contento  di  esser  sempre  t  ultimo  che  Bjì' 
Gfoifu  B.  2.  Madonna^  non  vi  disconfortate  prima  che  bi- 
SOGNI*  B.  3.  f^oi  vedete  quanto  io  sia  guardato.  B.  4*  ^ 
più  contento  uom  fu  che  fosss  giammai.  B.  5.  Bella  cosa 
è  il  ferire  un  segno  che  mai  non  si  mctì.  B.  6.  Mi  consiglia- 
no che  io  mi  procuri  del  pane.  B«  7.  Guardatelo^  ohe  non 
si  FUGGISSE.  F.  8*  ^  me  par  voi  riconoscere.  B.  9.  Que- 
sto  non  crederei  io  mai  poter  fare. 

Molli  sono  i  casi  nei  quali  il  verbo  è  posto  in  congiun- 
livo  per  1  a  sopra  esposta  ragione,  benché  non  sia  cosi  appa- 
rente; vedremo  nulladimeno  per  la  seguente  dimostrazione 
che  la  cagione  è  sempre  la  stessa* 


387 

Nel  primo  esempio  ragionare  è  in  congiantivo  perchè 
dipende  da  una  supposizione  ;  e  una  cosa  supposta  è  sog- 
getta a  incertezza.  Nel  secondo  il  verbo  bisognare  è  messo 
in  congiuntivo  in  virtù  della  congiunzione  precedente  ;  un 
verbo  governato  dalla  congiunzione /^r/macAe  dinota  qual* 
che  cosa  prematura,  disegnata,  supposta;  e  però  solo  pro-^ 
babile,  ma  non  certa*  Un  verbo  modificato  dall'  avverbio 
guanto  t  come  nel  terzo  esempio  ,  si  mette  in  congiuntivo 
(  eccetto^  nelle  esclamazioni,  e  quando  ò  termine  compara- 
tivo); perchè^  ciò  che  esprime  il  verbo  posto  sotto  Tinfluen- 
za  di  quanto^  non  è  determinato  nella  quantità,  pei^  la  na- 
tura della  parola  stessa,  vaga  in  quésto  senso;  e  quindi  non 
ne  riesce  una  espressione  positiva.  Per  la  medesima  ragio- 
ne, cioè  perchè  comprendono  un  senso  vago  ,  quando  gli 
avverbj  mai  egiammaif  senza  negazione,  accompagnano  il 
verbo ,  questo  è  posto  in  congiuntivo  ;  che  ,  come  abbiam 
detto,  mai  e  giammai  significano  in  alcun  tempo;  che  è  sen- 
so vago.  Il  verbo  mutare  del  quinto  esempio  è  in  congiun- 
tivo perchè  preceduto  da  una  supposizione;  e  sarebbe  nel- 
r  indicativo,  se  fòsse  espresso  in  modo  positivo  ;  cioè  egli 
ferì  un  segno  die  non  si  mula  mai*  Nel  sesto  esempio  pro'^ 
curare  dipende  da  consigliare ,  il  quale  è  della  natura  me- 
desima dei  vei^bi  che  già  abbiam  de(to  volere  il  congiunti- 
vo; ma  i  verbi  consigliare^  pregare^  e  qualche  altro  si  pos- 
sono anche  usare  con  Tinfinito  e  con  la  preposizione  a;  cioè, 
mi  consigliano  a  procurarmi  del  pane  ;  9Ì  prego  a  racco-^ 
mandarmi  a  ItU*  La  costruzione  piena  del  settimo  esempio 
è  guardatelo  a  ciò  che  o  a  fine  che;  onde  si  vede  che  Tidea 
compresaNnelle  parole  noi»  si  fuggisse  òiyfine  a  cui  tende 
1*  azione  espressa  dal  verbo  guardarci  e  perciò  che  questo 


388 

fine  delle  nostre  nioni  può  e  non  pnò  venir  fatto^  il  verbo 
è  quindi  messo  in  modo  incerto,  cioè  nel  congiuntivo.  Tut- 
te le  congiunzioni  che  non  comprendono  un*  idea  positiva, 
come  acciò  che^  affn  che^  ancora  che^  awegna  che ,  benr- 
che  ,  come  che^  con  ciò  sia  che  y  con  tuito  che  ,  infino  a 
che  ,  infino  a  tanto  che  ,  perchè  per  €^n  che ,  purché  , 
quantunque  f  sebbene ,  qualora^  solo  chof  tutto  che ,  si  a- 
doperano  col  congiuntivo  ;  nuUadimeno  si  possono  usare 
anche  con  V  indicativo  ;  e  in  questo  caso  si  leva  ogni  dub- 
bio air  espressione ,  come  mostrano  i  seguenti  esempj  ;  H 
giovane  focosamente  T  ama  9  come  che  ella  non  se  ne  jìc^ 
GORGE*  B*  /  lasH>ratori  erano  tutti  partiti  da  campi  per  lo 
caldo  ^  jiyFEGir^  che  quel  dì  niuno  ivi  era  andato  a  la^ 
porare  •  B.  Benché  a  me  non  parte  mai  che  voi  giu- 
dice foste.  B.  ToTTO  CHE  né  sì  alti  né.  sì  grossi ,  qual  che 
si  fosse  ,  lo  maestro  felzi.  D.  Niuno  si  muova  del  luogo 
suo  FINO  A  TANTO  CHE  io  non  HO  la  mia  novella  finita.  B. 
Quantunque  il  ver  oìcono*  B.  Finalmente  dalF  ottavo  e 
nono  esempio  s*  impara  che  un  verbo  che  dipenda  da  uno 
de*  seguenti»  credere^  parere^  pensare^  giudicare^  stimare  ^ 
temere^  e  altri  della  stessa  natora  ,  si  debbe  mettere  in  in- 
finito, .quando  ambedue i  verbi  hanno  lo  stesso  agente;  per- 
ciò che  a  me  par  voi  riponoscere  equivale  ad  io  credo  rico* 
noscer  voi.  E  con  alcuni  si  può  anche  usare  la  preposizione 
di  i  per  esempio^  io  ho  paura  di  non  girare^  io  temo  di  non 
peccare  in  vanagloriai  laddove  si  dice  «  a  me  par  che  egli 
vi  conosca  ;  io  ho  paura  che  tu  non  giri  ;  temo  che  noi  non 
pecchiamo  in  vanagloria^  perchè  vi  sono  due  agenti  riferen- 
tisi  a  persone  diverse  •  Le  congiunzioni  che  generalmente 
reggono  V  indicativo  sono  perchè  nel  senso  di  per  la  qual 


389 
cosa^  poichè^perciò  che ^  però  che ^  sì  meramente  che^  sì  che^ 
senza  che  per  oltre  a  ciò^  tanto  che  per  in  modo  che. 

I*  /o  non  credo  che  sia  alcuna  cosa  sì  grave  e  diibhio^ 
sa  che  a  far  non  ardisca  chi  ferventemente  ama.  B.  :a*  Non 
è  uomo  che  sia  vero  e  giusto  misuratore  di  se^  tanto  la  pro^ 
pria  carità  ne  inganna.  B.  3.  p^oi  udirete  tosto  cosa  che  vi 
farà  maravigliare,  cioè  che  io  Sìa  vostra  sorella.  B*  4*  ^^l' 
unque  vuol  vivere  bene  e  onestamente fdebbe^in  quanto  può f 
fuggire  ogni  cagione  che  a  fare  altrimente  lo  possa  con^^ 
durre^  B*  5.  Io  non  ho^  né  ebbi  mai  alcuno^  di  cui  io  tanto 
mi  FIDASSI  o  FiDif  quanto  io  mi  fido  (T  jànichino.li»  Q.  Qae^ 
sto  valente  uomo,  al  quale  voi  per  moglie  mi  deste  in  mia 
mal  ora  f  son  poche  sere  che  egli  non  si  kada  inebbriando 
per  le  taverne.^.  7.  Io  credo  fermamente  che^  quello  che^ 
egli  ha  detto ^  gli  sia  intervenuto.  B*  8.  Intra  le  altre  gio^ 
ie  pia  care  che  nel  suo  tesoro  A r ss  se  era  un  anello  bel-* 
lissimo  e  prezioso.  B# 

I  verbi  ardire  ed  essere  del  primo  e  secondo  esempio 
sono  nel  congiuntivo,  per  la  sola  ragione  che  la  proposizio- 
ne che  precede,  o  dalla  quale  dipendono,  è  espressa  in  sen- 
so negativo.  Il  verbo  credere ,  che  nel  primo  precede  sia  , 
non  ha  alcuna  influenza  sopra  ardire^  perchè,  se  pur  si  dì- 
cesse  non  è  alcuna  cosa  che  ecc;  il  detto  verbo  rimarrebbe 
in  congiunti  vo.  Anche  amare  del  detto  esempio  si  potreb- 
be mettere  in  congiuntivo.  Il  concetto  compreso  nel  terso 
è  :  cioè  vi  maraviglierete  udendo  che  io  sia;  ove  sia  dipen* 
de  da  maravigliare  ;  e  possa  del  4*  esempio  à  in  congiun- 
tivo perchè  dipende  da  una  sapposizione.  Fidassi  e  fidi  del 
quinto  esempio  dipendono  dalla  precedente  proposizione 
negativa;  e  similmente  è  il  verbo  andare  del  6*  esempio  in 


congiuntivo  per  Tespressione  negativa  son  poche  sere  che , 
alla  quale  è  soggetto.  Per  tatti  questi  esempj.  dunque  si  di- 
mostra che  tin  verbo  dipendente  da  una  espressione  o  pro^ 
posizion  negativa  o  da  una  sapposizione ,  si  niette  in  con- 
giuntivo ,  perchè  non  si  disegna  la  cosa  in  modo  positivo  ; 
Il  verbo  ha  detto  del  7.  esempio  non  dipende  dal  preceden- 
te credere^  ma  è  espresso  in  modo  positiva  ;  e  però  à  nell* 
indicativo;  sia  bensì  dipende  da  credere.  Avesse  ò  in  con- 
giuntivoi  neir  ultimo  esempio ,  perchè  è  espresso  a  modo 
di  supposizione;  come  se  si  dicesse  che  supporre  si  può  che 
potesse  a^re;  e  ben  avrebbe  TAutore  detto  ai^pa,  se  posi- 
tivamente avesse  voluto  parlare. 

Ciascun  confiisamente  un  bene  apprende  nel  i/ual  u 
QUIETI  V  animo»  D. 

Talvolta  è  il  verbo  o  Tespressione  che  governa  il  con- 
giuntivo  sottintesa;  come  in  questa  proposizione,  la  cui  in- 
tera sentenza  è,  un  bene  apprende  nel  qual  st^jpone  o  ^fe* 
ra  che  si  quieti  fanimo* 

I  •  Io  non  so  ehi  eglisijro*B.  3*  Io  non  so  chi  wi  siE" 
TB^  che  nie  così  conoscete.  B*  3.  Io  credo  che  egli  il  cre^ 
DSREBBE  allora  che  ,  guardando  te  ^  egli  crederebbe  che 
tu  sapessi  /*  a^  bi^  ci.  B.  4*  Spesse  uolte  il  domandala  sad-- 
cuna  cosa  ejuì  che  egli  desiderasse.  B* 

Ne*  primi  due  esempj  benché /i«  e  siete  dipendano  da 
non  sapere^  che  esprime  ignoranza^  essi  sono  neir  indica- 
tivo; perciò  che,  di  due  circostanze  contenute  in  quelle  pro- 
posizioni, una  è  conosciuta  da  chi  parla.  Quegli  che  disse, 
io  non  so  chi  egli  si  fu^  venne  domandato  se  egli  avesse  mai 
ingannato  alcuno  ;  al  che  rispose  sì  ima  non  so  chi  egU  si 
/il  ;  in  modo  che  una  ciroslanza  gli  è  conosciuta ,  cioè  so 


391 

étof^r  ingannato  alamo.  N^  secondai  esempio,  se  il  verbo 
fosse  in  congiuntivo,  il  dicitore  esprioierebbe  che  egli,  per 
Dessuna  circostanza,  conosce  hi  persona  a  cui  parla;  laddo-^ 
ve,  usatido  TindicalivOf  mostra  che  abbia  gi«  qualche  idea 
di  lui;  si  che  il  congiuntivo  in  questo  caso  dimostrerebbe 
anche  non  curan2a«  o  negligenza  nel  cercare  di  raffigurare 
la  persona  cui  {H}Ì  si  riferisce;  la  qual  cosa  si  disdice  in  chi 
voglia  esser  cortese»  Nondiménói  potrd^be  essere  altresì  che 
i  detti,  due  verbi  fossero  posti' nelP  indicativo  ,  per  la  sola 
ragione  che ,  dopo  non  sapere^  si  usa  pure  questo  modo  ; 
perche  V  idea  di  non  sapere  si  può  anche  esprimere  posi-« 
tivamente*  Nel  terzo  esempio  il  primo  crederebbe  non  fu 
messo  in  coDgiuotivOf  perchè  .come  abbiamo  detto,  questo 
verbo  regge  anche  Tindicativo,  e  poi  i  primi  .due  verbi  non 
corrispondono  insieme  ne*  tempi;  e  bisognerebbe  dire  ere-- 
do  che  egli  creda^  o  crederei  che  egli  credesse^  il  secon«* 
do  crederebbe  si  potrebbe  mettere  anche  in  congiuntivo  in 
virlà  della  parola  allora  che  espressa  in  supposta  guisa.  Nei 
quarto  esempio  era%  con  tutto  che  dipende  da  una  interro*- 
gazione,è  posto  neirindicativo,o  per  esservi  una  circostan- 
za conosciuta,  cioà  che  alcuna  cosa  era^  o  per  togliere  la  ri- 
petizione del  medesimo  modo» 

!•  Idue  fratelli  dUbitaiuin  forte  rroN  gV  inùannas-^ 
SE.  B.  2.  Temo  che  jton  sia  già  sì  smarrito  ,  ch^  io  mi  sia 
tardi  al  soccorso  lessata.  IX  3*  Temendo  non  il  sonno  qtd-* 
w  lo  soprapprendesse^  si  levò.  B«  4*  ^^^  manca  se  non  che 
\fenga  agli  orecchi  delpadron  mio ,  e  che  ancK  egli  non 
FAcciA  qualche pazzia^e  che  non  ne  nasca. qualche  scan* 
dalo  d'importanza*  F.  5.  Diragli  da  mia  parte  che  si  guar^ 
di  di  NON  AFEK  troppo  creduto ,  o  di  non  cnEDsns  alla 


\  . 


favola  di  Giannotlo.  B.  6.  Se  io  non  messi  temuto  che  dg- 
spiaciuto  9Ì  rosSB^per  certo  io  raserei  fatto.  B« 

Non  è  io  qaesti  esempj  la  negazione  soverchia,  come 
sembra  ;  ma,  perchè  i  verbi  dubitare^  temere^  guardarsi^  e 
simili,  esprimono  lo  stato deiranimo  póstola  fra  dae,la  ne- 
gazione comprende  Tidea  di  desiderio  contraria  a  quella  e- 
spressa  dal  verbo  che  la  segue;  come  se,  per  esempio,  si  di- 
cesse: Dubitavan  forte  che  gP  ingannasse^  il  che  non  avrelh 
bero  voluto;  temo  che  sia  già  sì  smarrito^  il  che  non  vorrer^ 
Diragli  che  si  guardi  d'asfer  troppo  creduto^il  c/te  non  vor- 
rei avesse  fatto.  L'uso  dunque  generale  di  queste  espressine 
ni  è  quello  di  porre  la  negazione.  Neirullimo  esempio  non  è 
posta  a  fosse  a  cagion  di  quella  che  sta  nella  prima  parte 
della  proposizione* 

!•  E  se  non fosss ch^egli  era  giovane^  e  sopravvenir' 
va  il  caldo ,  egli  avrebbe  avuto  troppo  a  sostenere.  B.  2.  E 
se  non  fosse  che  da  quel  procinto^  Pia  che  dalT  aliro^  era 
la  costa  corta f  Non  so  di  lui^  ma  io  Sjìreì  ben  vinto.  D^ 
3.  Egli  sono  state  assai  volte  il  ìB  ch^  io  porrsi  pia  tosto 
essere  stato  morto  che  vivo.  B« 

Qualche  volta  si  usa  ancora  mettere  il  condizionale  e 
rimperfetto  del  congiuntivo  nella  forma  semplice,  e  sottio- 
tendere  il  participio  passato,  come  in  questi  eseropj,  ove  a 
se  non  fosse  è  sottinteso  stato  ;  e  sarei  e  vorrei  stanno  io 
luogo  di  sarei  stato  e  avrei  voluto.  Secondo  la  regola  posta 
a  carte  ^193  ,  ne*  primi  due  esempj  s*  avrebbe  a  dire  se  non 
era  ;  ma  è  detto  se  non  fosse  perchè  siegue  on  altro  era. 
Nonpertanto  V  immaginazione  si  piega  a  quello  avvicina- 
mento di  tempo  espresso  dalle  forme  se  non  fosse  e  sH^rei^ 
ove  si  sentono  questi  concetti:  E  se  non  fosse  questo  con-- 


i 


1 


393 

trapposto  a  quel  cK  io  son  per  dire^  cioè  cK  egli  era  ;  lo 
presentemente  wrrei  essere  allora  stato  ecc« 


DELL*  iKFIIf  ITO 


!•  Essi  non  si  vergognano  che  altri  sappia  loro  esser 
gottosi.  B.  a*  Credonsi  che  altri  non  conosca  le  vigilie  do^ 
FER  rendere  gli  uomini  pallidi*B.  3*  Udendo  la  voce^  e  nel 
viso  vedendolo^  riconobbe  lui  essere  colui  che  r  aveva  sì 
benignamente  ricevuto^  B.  4*  Infra  il  marzo  e  il  prossimo 
luglio  f  oltre  a  cento  mila  creature  umane  si  crede  essere 
state  di  vita  tolte  nella  città  di  Firenze.  B.  5»  Vedendosi 
RUBARE  da  costui^  e  ora  tenersi  a  parole  in  coiai  maniera^ 
volto  il  cavallo^  prese  il  cammino  verso  Torrennieri.  B.  6. 
Udendo  lui  wiersì  e  jìccusjìre  la  donna  che  avvelenato 
r  avesse.  B.  7.  //  fante  di  Rinaldo^  vedendo  il  suo  signore 
AssjURE^  niuna  cosa  per  lui  adoperò.  B. 

La  maniera  latina  che  si  scorge  ne'  primi  quattro  e- 
sempj  di  adoperare  ToggettOi  facendolo  governare  l'infini- 
to ,  in  luogo  deir  agente  che  regga  V  indicativo  9  si  truova 
spesso  ne*  migliori  autori)  e  consiglio  Tusarla  a  coloro  che 
hanno  già  acquistato  buon  gusto  nello  stile  %  e  per  variare 
le  locuzioni ,  e  per  togliere  di  quando  io  quando  li  che  i  . 
quali  sempre  di  troppo  abbondano  in  questa  lingua.  Dun- 
que le  espressioni  loro  esser  gottosi^  le  vigilie  dover  rende» 
re,  lui  essere  colui^  si  crede  essere  siate ^  stanno  in  luogo  di 
che  essi  sono  gottosi ,  che  le  vigilie  debbon  rendere  ^  che 
egli  era  colui ^  si  crede  che  siano  state .  Nel  quinto  non  si 
potrebbe  dire ,  vedendo  che  egli  era  rubato  e  tenuto ,  per 
essere  i  due  verbi  retti  dalla  medesima  persona  ;  vedi  quel 
che  si  disse  a  carte  386.  intorno  all'  ottavo  esempio  ;  ben 

li  direbbci  facendo  uso  di  due  agenti  diversi,  egli  vedendo 

37 


394 
clw  ella  era  rubata  e  tenuta^  ma  piti  elegante  è  l^espressio- 
ne  sedendola  rubare  e  tenere^  per  la  ragione  che  T  infinito 
mostra  ridea,  nel  verbo  contenuta,  in  atto;  e  il  participioU 
rappresenta  finita.  Così ,  nel  sesto  e  nel  settimo  esempio, 
udendo  lui  dolersi  e  accusare^  spedendo  il  suo  signore  assit- 
lire  è  più  elegante  che  udendo  ch'egli  si  doleva  e  accusai 
sedendo  che  il  suo  signore  era  assalito  ;  ed  è  da  imitarsi. 

Diogene^  veduta  quella  attentissima  adunanza^  e  indo- 
vinandogli il  cuore  che  troverebbe  quivi  che  mordere^  pero 
CBE  colui  (uno  astrologo)  dover  essere  qualche  solenne prt' 
stigiatore  ecc.  Bart» 

Se  il  Bartoli  avesse  lasciato  quella  congiunsione  pm 
che^  e  messa  una  semplice  e,  avrebbe  fatto  una  giusta  co- 
struzione ,  secondo  il  modo  qui  esposto*  Direi  talvolta  cbe 
alle  stampe  si  dovessero  attribuire  questi  suoi  errori,  se  non 
conoscessi  dove  egli  suol  peccare. 

!•  Perchè  nonpruovo  io  ciò  cKeUa  sa  fare  ^  poi  dici 
senza  noia  di  me^  in  picciol  tempo  guerirmì  ?  B«  :i.  Me- 
uccio  oisSE  Di  rAnio  volentieri*  B.  3.  La  madre  adiraia^ 
non  OBL  non  rozBR  egli  andar  a  Parigi f  ma  del  suo  inm- 
moramente.  B. 

I  tre  infiniti  notati  in  questi  esempj  formano  locuzio- 
ni pellegrine  e  varie ,  le  quali  io  espongo  per  V  imitazione^ 
D^ice  guerirmi;  disse  di  farlo;  adirata  del  non  voler^  staono 
in  luogo  di  dice  che  mi  guerirà;  disse  clw  il  farebbe  ;  adi- 
rata perc/iè  egli  non  voleva. 

!•  Così^PER  NON  AyER  viu  né  forame^  Dal princifHO^ 
del  fuoco  ^  in  suo  linguaggio  Si  convertivan  le  parole  grò- 
meé  D.  2.  Bruno^  per  non  poter  tener  le  risa^  s*era  fa^ 
gitom  B* 


395 

Questo  è  pare  un  idiotismo  nostro  elegante  di  porre 
la  preposizione /7er  con  rinfinilo,in  luogo  diy^erc^ècon  Tin- 
dicativo;  cioè  per  non  aver  via  né  forame  del  fuoco ^  per  non 
potere^  in  luogo  di  perchè  non  aveva  via^  perchè  non  potè-- 
va.  La  costruzione  del  testo  di  Dante  è  questa  :  Così  le  pa-^ 
role  grame  (  male  articolate  )  per  non  aver  via  né  forame 
(uscita)  del  fuoco^  dal  principio  (da  prima)  si  convertiva-* 
no  in  suo  linguaggio,  (linguaggio  del  fuoco;  cioè  quel  mor* 
morare  che  fa  la  fiamma  dal  vento  agitata  )• 

1  •  f^oi ,  graziose  donne  «  sommamente  peccate  in  una 
cosa^  cioè  NEL  DESTDERJR  d'esser  belle.  B.  a.  Noiahhia^ 
mo  durato  foiica  in  far  questo.  B.  3.  Non  ve  uomod^inge^- 
gno  sì  limpido  che  nez  comunìCjìre  la  luce  della  sapienza 
non  buoi  qualcJie  ombra  d  ignoranza.  Bar t#  4*  Propose  di 
voler  prender  diletto  de^  fatti  suoi  coi  farcii  alcuna  bef- 
fa. B.  5»  Egli  mi  credette  paventare  col  gjttjre  non  so 
che  nel  pozzo.  B.  6. 1  medici  fanno  alle  volle  pia  profitto 
agli  infermi  con  la  quiete  e  col  riposo^  che  con  £  operare 
e  COL  TRArAGLiABE.  Part. 

Uno  degli  ufficii  che  fa  l'infinito  è  quello  di  determi- 
nare r  azione  d*  un  verbo  che  lo  precede,  e  di  mostrare  tn 
che  modo  o  con  qual  mezzo  una  cosa  si  opera  o  si  conse- 
gne. Queste  proposizioni  sono  un^altra  prora  di  ciò  che  ab- 
biamo esposto  a  carte  aSS,  del  non  doversi  né  potersi  con- 
fondere Tuna  con  Taltra  le  due  preposizioni  in  e  con^  che 
disegnan  modo  e  mezzo  d*  azione  ;  poiché  se  si  mutassero 
negli  allegati  esempj  le  preposizioni ,  e  si  sostituisse  Tuna 
ali*  altra«  si  verrebbe  a  distruggere  il  sentimento  che  com- 
prendono. 


396 

SI  GOR  L*  IKFlIflTO  SÌ  DfiBBA  PORRfi  It  PROKOMK  AGEUTB 


O   L*  OGGSTTO 


Poiché  vedo  che  nò  il  Bartoli  né  1*  A  menta  son  potuti 
uscire  del  lecceto^  io  voglio  provare  se  mi  riesce  di  fare  in- 
tendere quando  riufioito  abbia  aportare  il  pronome  agente  e 
quando  Toggetto.  Il  Bartoli  dice  che  «,  Tanto  sol  che  si  fac- 
cia con  maniera  discreta,  cioè  per  modo  che  non  snoni  no 
non  so  che  duramente  agli  orecchi,  come  per  avventura  sa- 
rà dicendo:  Cons^errebbe  me  essere  laudatore  ;  (Conoscerai 
te  non  dover  ciò  fare^  che  son  testi  tratti  dalle  meo  pregia- 
le opere  del  Boccaccioi  Y  infinito  riceve  Tuno  e  Taltro ,,  Io 
somma  egli  fa  questa  quistione  dipendere  affatto  dagli  o- 
recchi;  e  io  credo  bene  che  la  mia  presente  fatica  sarebbe 
stata  di  molto  meno  voluminosa  s*  io  mi  fossi  contentato  di 
pascere  i  miei  lettori  di  sola  armonia*  Quel  che  piace  allV 
recchiof  quel  che  si  fonda  in  su  la  discrezione  è  cosa  trop- 
po inferma  (i);  il  gusto  è  troppo  vago;  e  il  giudizio  raro; 
chi  vuol  porre  la  scienza  sopra  ferma  base,  ha  bisogno  di 
qualche  cosa  che  contenti  Tintelletto;  e  io  dico  che  quei  dae 
testi  a  me  suonan  bene,  perchè  veggio  T  intenzione  deirAa- 
tore,  come  or  ora  dirò;  e  certo  con  quegli  infiniti  non  po- 
trebbe aver  luogo  Tagente,  se  non  ponendolo  dopo  il  verbo. 
L*  Amenta  dice  che  V  usar  V  infinito  col  quarto  caso«  cioè 
con  r  oggetto  abbia  dello  affettato,  e  consiglia  il  valersi  de* 
pice  pronomi  (  nota  termine  ultra  grammaticale  1  )  cioè  mi% 
ti%  lo^  cosi  Tu  ti  credi  essere  in  porto  in  luogo  di  Tìite  ere' 
di  essere  in  porto;  e  qui  e*  si  sprofonda  tanto  eh*  io  non  gli  . 
posso  più  tener  dietro.  A  voler  veder  lume  in  questa  qui-   | 

(i)  Il  riedere  qualche  Tolta  airoao  prìmieio  e  orìginalo  di  nn  TocaLi^ 
U  meglio  intendere  il  vero  suo  senso. 


397 
stione,  fa  mestieri  distinguere  le  proposizioni  nelle  quali  en- 
tra r  infinito  onde  si  tratta. 

Di  tre  maniere  infiniti  abbiamo  trattato  ne*  qui  pre- 
cedenti paragrafi»  L*  una  è  espressa  per  gli  esempj  8  e  9  po- 
sti a  carte  386;  e  in  quel  caso  non  si  vuol  mettere  né  agen- 
te né  oggetto  innanzi  alPinfinito  ;  onde,  come  che  paia  al 
Bartoli  che  quel  credeuami ,  io  saper  coniare  da  lui  pro- 
posto suoni  bene  ali*  orecchio  suo,  al  mio  suona  meglio  io 
mi  credexHi  saper  cantare^  quantunque  per  transposizione 
anche  la  prima  forma  sia  buona,  leggendo  credey^ami  io^  sa^ 
per  cantare;  ma  il  Bartoli  non  Tintende  cosi;  ed  erra.  L*a- 
gente  posto  in  crederei  io  mai  poter  della  pag.  386  non  ap- 
partiene già  airinfinito,  ma  a  crederei.  £se  talvolta  in  que- 
sto caso  a  dinotar  confronto  di  persone  si  fa  uso  dell'agen- 
te, questo  si  pon  sempre  dopo  Tinfinito;  per  esempio:  Nel^ 
la  quale  speranza  portai  che^  se  Ormisda  non  la  prendesi 
se ,  fermamente  dos^erla  as^ere  egli;  Deliberai  di  non  pò/e- 
re, se  la  fortuna  m*  è  stata  poco  arnica^  essere  io  nemica  di 
me  medesima.  B»  In  questo  primo  caso  adunque,  cioè  quan- 
do r  infinito  e  il  verbo  che  lo  precede  sono  sotto  il  governo 
della  medesima  persona,  Toggetto  non  può  aver  luogo*  Tra 
fermamente  e  dateria  si  sottintende  speraw.  Il  secondo  ò 
quello  della  maniera  latina  ricordata  a  carte  SpS,  allor  che 
r  infinito  è  posto  in  vece  delPindìcativo;  e  una  tal  manie- 
ra sarà  sempre  più  gradita  ali*  orecchio  ove  si  usi  in  pro- 
posizioni che  i  due  verbi  sian  retti  da  due  diverse  perso- 
ne; ma,  quando  sia  la  medesima  persona  che  li  regga  tutti 
a  due,  sarà  meglio  adoperare  Tindicativo.  Onde,  è  rero  che  i 
due  esempj  del  Boccaccio  prima  allegati  si  potrebbero  espri- 
mere cosi:  Mi  conterrebbe  essere  laudatore^  per  la  ragione 


398 

addotta  nel  primo  caso,  e  conoscerai  che  tu  dei  ciò  fare  ;  pa- 
re, ponendo  me  e  te  si  dà  più  importanza  e  gravità  alle  per- 
sone che  questi  nomi  rappresentano.  Con  questo  intendi- 
mento il  primo  esempio  esprimerei,  a  me  cowerrebbe  esse^ 
re  laudatore.  Nel  secondo  caso  adunque,  quando  si  fa  uso 
della  maniera  latina,  sempre  si  richiede  V  oggetto  :  Altui 
affermano  lui  essere  stato  degli  Agolanti.  B.  Essendo  ad 
ogni  uom pubblico  (  noto  )  zar  yjiGHECGiARE tcc.^.  Ogni 
ragion  scuole  lei  dover  essere  obbediente»  B«  In  questi  e- 
sempj  lui  essere  stato^  lui  {Vagheggiare  e  lei  dovere^  stanno 
in  luogo  di  die  egli  fu^  cKegli  vagheggia\^a^  cK  ella  debba 
essere\  e  mai  non  si  troverà  che  in  cotali  espressioni  sia  a- 
doperato  V  agente.  Finalmente,  il  terzo  caso  è  quello,  quan- 
do r  infinito  è  preceduto  dalla  preposizione /^r  in  vece  di 
perchè^  posto  qui  a  carte  394;  e  in  quello  il  verbo  sta  pure 
senza  agente  e  senza  oggetto,  similmente  al  primo  caso,  co- 
me si  vede  per  li  testi  ivi  citati,  e  per  quelli  allegati  a  pa- 
gina a49t  e  s®  P^r  ^i  volesse  mettere  la  persona,  potrebbe 
stare  solo  dopo  il  verbo.  Adunque  si  concbiude  che  avanti 
air  infinito,  altro  che  Toggetto  non  possa  aver  luogo;  e  Ta- 
gente  dopo  di  esso,  in  differenti  casi  e  ben  distinti,  si  che  er- 
rare non  si  può. 

I*  Manifesta  cosa  è  che ,  siccome  le  cose  temporali 
tutte  sono  transitorie  e  mortali ,  così  in  se  e  fuor  di  se  es-- 
SERE  piene  di  noia^  e  d'angoscia^  e  di  fatica^  e  ad  infiniti 
pericoli  soggIjìcere.  B.  a.  Per  partito  as^ea preso  che^  se  el- 
la a  lui  ritornasse^  dì  fare  altra  risposta.  B. 

Cominciando  il  primo  ésempi<|  per  manifesta  cosa 
è  che ,  il  rimanente  della  proposizione  che  con  questo 
principio  corrisponde  dovrebbe  essere ,  in  se  e  fuor  di  se 


399 
sono  e  soggiacciono^  ma  per  essere  il  primo  meaibro  della 
proposizione  cosi  disgiaotodairaltro^  l'idea  della  primiera 
costruzione  rimane  ,  e  le  forme  essere  piene  e  soggiacere 
rispondono  a  un*  altra  che  è  nella  mente  del  dicitore;  cioè 
manifesta  cosa  è  le  cose  temporali  essere  e  soggiacere^  che 
è  la  dizione  latina  accennata  a  carte  386.  Dunque  l'intero 
esempio  deve  esser  costrutto  cosi?  Manifesta  cosa  è  che , 
siccome  le  cose  temporali  tutte  sono  transitorie  e  mortali , 
così  manifesta  cosa  è  dico^  quelle  in  se  e  fuor  di  se  esser 
piene  di  noia  ecc«  La  costruzione  del  secondo  esempio  è,  per 
partito  ai^ea  preso  che^  se  ella  a  lui  ritornasse^  per  partito 
aveva  preso  di  fare  altra  rispósta* 

I  •  Né  de*  tuoi  medesimi  motti  wglio  che  tu  ti  rida^ 
eh"  è  UN  LODABTida  te  stesso.  Gasa*  a.  Eglino  sgridare  co- 
stui)  è  UJT  BATTERE  il  copo  nel  muro.  G» 

II  porre  la  voce  un  davanti  all'infinito  è  modo  conci-» 
so  e  bello^  e  particolarmente  italiano.  Bi^ti  pure  il  cenno. 


GAP-  XXVII. 

SOPRA  ALCUNI  IDIOTISML 

Idiotismo^  dal  greco  idiotismos  iu  origine  si  disse  una 
locuzion  volgare  ;  ora  questo  vocabolo  ha  preso  per  esten- 
sione il  senso  di  locuzione  appartenente  in  particolare  a  un 
popolo  o  ad  una  lingua  ;  e  come  tale  è  divenuto  anzi  una 
leggiadria  di  stile  che  un  volgarismo.  Tali  per  esempio  so- 
no le  espressioni,  non  ve  ne  caglia  ;  s"  aspetta  a  me;  dar  da 


ioa 
/ 
atangittre;  le  quali,  recate  lettertlmente  ìa  altra  linguLi 
formano  senso  veruno. 

COSTRUZIONI  COI  TERBI  jÌHDAREi  rElflJBEt   B   DjIT.I 

I .  Io  voglio  andare  a  dirgli  che  se  ne  vada.  B.3.S 
(fò  «  nascondere  in  parte  che  egli  potesse  vedere  ga^  e 
si  facesse.  B.  ^*  Fieni  e  cuoprimi  bene;  che iorm senti 
gran  male.B.  4.  A'fl,  vedi  che  cosa  è  questa.  F.5.^a« 
digliel  tosto.  B. 

Se  dopo  un  verbo  che  esprime  movioieDtocanEa 
dare  e  venire^  segue  un  inCaitOt  vi  si  appone  la  prepoùb 
ne  a ,  la  quale  dinota  che  il  Gue  a  cui  tende  il  movimn'Ji 
quello  cheè  contenuto  nell'iuGnito  medesioio;  n»,aeliit 
peratÌTO,  Ìd  luogo  di  far  uso  dell*  infinito  e  della prep» 
zìooe  a,  sì  mettono  più  tosto  i  due  verbi  nello  stesso  Icaji 
e  modo  ,  o  giunti  per  la  congiunzione  e  ^o  sema  ci>D|;iia- 
zione,  quando  si  voglia  esprimere  maggior  prestei»- 

i.Il  castaldogli  DIE  D^  mangiar  volentieri.i-i-^ 
vi  DA  A  mangiar  queste  galle.'B.  3.  Faceva  darbertiti 
brigata.  B.  4*  -Ben  sai  die  mia  madre  mi  dette  un  if 
quarteruoli  A  cambiare,  G.  j.  daitdole  alquanto  JH  "* 
giare  j  radici  d  erbe.,  e  pomi  salvaticki  e  datteri.  B. 

Noi  diciamo  darda  mangiare  e  da  bereedtvewacus" 
mangiare  e  a  bere.  Se  il  verbo  dare  non  ha  oggetto  apre» 
vien  seguito  dalla  preposizione  da;  se  l'oggetto  è  espre»'  " 
segue  a.  Bel  primo  modo  abbiam  già  veduta  raoalisD^'"'' 
tato  delle  preposizioni^  nel  secondo  la  preposizioae''S'g 
il  riguardo,  il  fine  al  qua!  tende  la  mente  di  chi  dà.  A'""' 
zo  esempio  la  preposizione  da  è  sottintesa .  Il  q>u>>^  ""^ 
esce  della  regola,  sebbene,  essendo  specificato  Toggetu 


4oi 

itcuàbo  daré^  cioè  quali  siano  le  cose  che  si  danno  a  man- 
re,  pare  si  dovesse  mettere  la  preposizione  a,  e  non  da. 
aggetto  del  verbo  è  alquanto;  e  prima  di  radici  d*erbe  si 

Ej  ìli, 

tintende  cioè  ;  ma  se  si  togliesse  alquanto^  si  direbbe 
ensmidole  a  mangiare  ecc» 

fmf Cf  COSTRUZIONI  coi  VBRBI  ST^REf  TOCCjÌRE^  jìSPBTTjÌRE^ 

t\à  znsL  SENSO  ni  jìppj^rtenerje 

ueù  '  I  •  Conoscendo  che  a  lui  rocc^yj  il  dover  dire  •  •  «  B. 
A  \H>i  STA  ornai  il  prendere  partito.  B.  3.  Nella  vostra 
mozione  sta  di  torre  qualpià  pi  piace.  B.  4*  ^8^^  ^^^^  ^^ 
)mVf(^à  tanto  quanto  s"  aspetta  a  lui.  Caro*  5.  ^  ute  o- 
i^iuU  APPARTIENE  di  ragionare.  B. 

lesk  I  verbi  stare^  toccare^  e  aspettare^  sono  talvolta  usati 
,i[,}g;Senso  metaforico  in  laogo  di  appartenere;  perciò  che  una 
li;e;^,sa  che,  per  esempio,  appartenga  a  me,  si  può  dire  stare 

Dj^/Az  0  toccar  il  luogo  vicino  a  me.  Pare  che  si  dovrebbe 
^^Mxre  questa  cosa  sospetta^  cioè  é  aspettata  da  lui^  e  non,  a 
^j,J;  ma  però  che,  se  questa  proposizione  fosse  così  espres- 
,, , ,  significherebbe  anche  egli  spetta  questa  cosa^  facendo 
^^^o  della  preposizione  a  si  dimostra  la  persona  a  cui  tende 
^^  dovere  della  cosa  che  si  aspetta  ;  e  si  toglie  cosi  il  senso 
u  obiguo. 

fo  acconcerò  i  fatti  vostri  e  i  miei  in  modo  che  sta-- 

/bette.  B. 

'i  ■ 
»  ■■ 

Do  questo  esempio  perchè  si  avverta  che  nella  espres- 
ODe  va  bene  che  si  usa  famigliar  mente,  per  dire  che  una  co- 
1  è  ben  fatta,  s'avrebbe  a  sostituire  il  verbo  stare  in  luogo 
i  andare;  cioè  ^a  bene. 


I 

f  " 


4oa 

TERBI  ED    ESPRESSIONI  SÌGNIFICAUTI    STATO  DI  COSA 

Vi  sono  de*  Terbi  e  delle  espressioni ,  nelle  proposi- 
zioni formate  dalle  qaali  Vagente  è  una  cosa;  e  la  persona, 
il  termine  a  cai  tende  Tidea  in  esso  contenuta;  si  che  Ten- 
gono ad  esprimere  lo  stato  di  una  cosa  rispetto  alla  perso- 
na* Sono  i  seguenti. 

Aggradare  o  Essere  a  noia.  Gravare. 

Aggradire*  Esser  caro.  Increscere. 

Bisognare*  Esser  forza.  Parere. 

Galere*  Esser  grave.  Piacere. 

Convenire.  Esser  lecito.  Riuscire» 

Dispiacere.  Fare  di  mestieri  o    Venir  a  noia. 

Dolere.  Fare  mestieri.  Venir  fatto. 

I*  Poi  che  il  forestiero  ha  bei^uto  quello  che  Gzi  ptA^ 
CEf  la  sposa  bee  il  rimanente.  B.  a.  G£*  increbbe  di  ciò  che 
fatto  avea.  B.  3.  Mi  dispiace  ctavers^elo  a  dire.  F.  4«  Le 
DOLEVA  sì  forte  la  testa^  che  lE  pareva  che  le  si  spezzas- 
se. B*  5.  Se  iH}i  foste  letterato^  rt  coNyEEEEBBE  dire  cer- 
te orazioni  che  io  s^i  darei  scritte.  B.  6.  A  me  sarebbe  star 
to  carissimo  che  altri  osasse  dato  cominciamento  a  casi  scel- 
ta materia;  ma  poiché  egli  r*  aggrada  eh  io  sia  primo  ^  io 
il  farò  wlontieri.B.  7.  Perchè  mio  marito  non  ci  sia^  il  che 
forte  MI  GRAVAi  io  saprò  hen^  secondo  donna^  farvi  an  pò* 
co  tTonore.  B*  8.  Non  ve  ne  caglìa^^  no;  io  so  quel  eh'  io 
mi  fo.  B* 

In  tutti  questi  esempj  è  un  Terbo  il  cui  agente  è^una  cosa 
che  adopera  sua  forza^  virtù,  o  essenza,  sopra  una  persona; 
e  questa  rappresenta  il  punto  al  quale  tende  T  idea  compresa 
nel  verbo;  donde  le  proposizioni  contenute  ne*  citali  esem- 
pj si  formano  di  questa  cosa,  che  è  Tagente  del  Terbo,  e  d'un 


4o3 

dativo*  Inerescere  significa  crescere  in^  crescere  in  contro; 
e«  perchè  il  crescere  incontro  fa  opposizione,  increscere  o 
rincrescere  significa  dispiacere  ;  cioè  far  opposizione  al 
piacere^  contro  al  piacere*  La  costruzione  del  terzo  esem- 
pio è  egli^  cioè  r obbligo  dtas^ervelo  a  dire^  mi  dispiace.  Nel 
quinto  esempio  cUre  è  l'agente  di  cons^errebbe;  e  la  costru- 
zione del  sesto  è  questo  a  me  sarebbe  carissimo  che  ecc.  Ca- 
lere  vien  dal  Latino,  e  significa  scaldare;  quindi  non  ve  ne 
caglia  significa  la  cura  di  ciò  non  s^i  scaldi  la  menteJjespre^ 
sione  fare  di  mestieri  equivale  ad  esser  necessario  ;  perchè 
una  cosa  che  faccia  per  Io  mestiere  di  alcuno ,  è  a  lui  ne- 
cessaria. Iddio  solo  sa  ottimamente  ciò  che  fa  mestieri  a  cia^ 
scuno*  B. 

VfiaBI    CHK   GOKPKEEVDOIfO   t.*AOSNTfi   IN   SS 

I  •  Pioi^e  tuttavia.  B.  a.  Era  il  dì  davanti  nevicato  mol" 
to.  B.  3.  Avvenne  che  alcuni  della  famiglia^  avendo  sete^ 
andavano  a  bere  a  quel  pozzo.  B. 

Sono  alcuni  verbi,  e  massime  quelli  che  dinotano  sta-* 
to  di  tempo,  li  quali  esprimono  da  se  stessi  una  proposizio- 
ne compiata.  Piove^  nevica^  lampeggia,  tuona^  gela,  gran^ 
dina,  sono  altrettante  proposizioni  che  comprendono  un  a- 
geute  e  un  verbo,  equivalenti  a  pioggia  cade,  neve  cade  ,  // 
cielo  lampeggia,  il  cielo  tuona.  Varia  gela,  grandine  cade. 
Le  espressioni  avviene  che,  accade  che,  significano  una  co* 
sa  viene  a  questo  che  è,  una  cosa  cade  a  questo  che  è.  Dal- 
l' agente  sottinteso  si  scorge  perchè  questi  verbi,  salvo  ge^ 
lare,xìOn  si  usano  se  non  nella  terza  persona*  Quando  il  pro- 
nome egli  sta  innanzi  ad  uno  di  questi  verbi,  si  riferisce  al« 
l'agente  in  quello  compreso» 


4o4 

DELL*  ACCORDO  DEL  TERBO  CON  L*  AGEIITE   CHE  DIUOTA 

MOLTtTnDitrS 

I .  Da  man  sinistra  rC  appari  una  gente  et  anime  che 
Mori  E  NO  i  pie  ver  noi.  D#  a.  Ancora  era  quel  popol  £ 
lontanò ,  quando  si  steinser  tutti  <C  duri  massi.  D.  3.  Za 
mio  maestro^  ed  io^  e  quella  gente  di  eran  con  lui  fa* 
RErAN  sì  contenti...  D.  4*  f^oi  sapete  che  la  gente  Èpa 
acconcia  a  credere  il  male  che  il  bene*  B. 

Un  verbo  dipendente  da  un  agente  che  esprima  mot* 
titudiney  come  popolo  ,  genie  ^  sì  può  mettere  in  singolare 
e  in  plurale,  secondo  le  circo8tanze,e  secondo  Pidea  di  pio- 
ralilào  d'unità  che  il  dicitore  intende  di  mostrare.  Nelprì* 
mo  esempio  T Autore  mette  il  verbo  apparì  in  singolare, 
perchè  la  subita  apparizione  di  quella  moltitudine  insieme 
corre  agli  occhi  da  prima  in  un  sol  corpo;  e  poi,  nella  se- 
conda proposizio  ne ,  adopera  il  plurale  movieno  a  dinotare 
la  pluralità  de*  pie*  mo  ventisi;  il  che  sarebbe  contrario  alla 
ragione  esprimere  col  verbo  in  singolare.  Anche  il  nomea- 
nime  che  precede  moi^ieno  è  cagione  delPessere  questo  ve^ 
bo  in  plurale;  nulladimeno,  quando  bene  questo  nome  non 
fosse  espresso,  il  verbo  muovere  rimarrebbe  ancora  plora- 
le. Così,  nel  secondo  esempio,  mostra  da  prima  il  Poetala 
moltitudine  in  un  corpo  solo,  perchè  in  fatto,  tale  è  Tim- 
magine  che  alla  vista  si  presenta  ;  e  poi  li  fa  vedere  in  pia- 
ralità  stringersi  cCduri  massi.  Nel  terzo  esempio  ben  si  po- 
trebbe mettere  in  singolare  il  verbo  eran^  perchè  non  si  ri- 
ferisce ad  altro  che  a  gente  ;  ma  il  secondo  vuol  essere  io 
plurale,perchè  il  mostrare  la  contentezza  in  tutti  i  visi  fa  Tim- 
magine  più  forte  che  il  mostrarla  in  un  corpo  solo.  Rias- 
sumendo  Tesposto  intorno  a  questi  esempj,  pare  che  quao- 


4o5 

do  Sì  parla  di  moltitudine  stante^  immota,  si  faccia  uso  del 
'^'uDgoIare,  perciiè  allora  si  vede  unita  in  massa  ;  e  quando 

si  fa  muovere  od  operare,  si  mostra  in  pluralità;  con  il  che 
'il  senso  e  la  ragione  s^accordano.  Non  si  lasci  alcuno  trar- 

-  re  al  pregiudisio  di  credere  che  nou  si  possa  la  poesia  dar 
per  es^odpio  di  una  regola  di  lingua  ;  che^  quelle  idee  che 
negli  addotti  esempj  sono  espresse  in  verso,  non  si  potreb* 

-  hero  altrimenti  esprimere  in  prosa ,  per  quanto  s'  aspetta 
alla  regola  che  trattiamo.  Gli  esempj  può  uno  toglierli  così 
dalla  poesia  come  dalla  prosa  t  quando  abbia  discrezione 

-nella  scelta  ,  e  non  li  vada  a  cercare  fra  le  costruzioni  più 
-stravaganti  che  appunto  fanno  eccezione.  Finalmente ,   nel 
:  quarto  esempio,  il  nome  gente  è  seguito  dal  verbo  in  singo- 
lare, perchè  è  usato  per  tuomo  in  generale. 

DEt   irOHB   CHK   Si   BIFBBISCK   K  Piu'    PERSOHB 

!•  Per  LA  MonTJE  del  padre  ed*  un  suo  zio^  senza  sii-- 

ma  era  rimaso  ricchissimo.  B.  a.  Per  più  fiate  gli  occhi  ci 

.  sospinse  quella  lettura^  e  scolorocci il  riso.D. 3.  Con run- 

ghie  si  fendea  ciascuna  il  petto.  D«  4«  -^  dir  di  Sardigna 

LE  Lìngue  lor  non  si  sentono  stanche.  D. 

Benché  nel  primo  esempio  si  faccia  menzione  di  due 
persone  %  il  nome  morte  è  adoperato  in  singolare  perchè  si 
considera  questa  qual  solo  e  medesimo  accidente  avvenuto 
ad  amendue*  Nel  secondo  esempio  viso  è  in  singolare,  per- 
chè ridea  compresa  in  scolorocci  il  s^iso  è,  scolorò  il  viso  a 
ciascuno  di  noi;  onde  si  rappresenta  il  viso  di  ciascuno  in- 
dividuo separatamente.  Nel  terzo,  quando  anche  l'aggettivo 
ciascuna  non  fosse  espresso,  si  direbbe  pure  il  petto  in  sin- 
gelare;  cioè  con  P  unghie  si  fendeano  il  petto ^  perciò  che 
ciascuna  fendendolo  a  se  sarebbe  V  idea  sottintesa  •  Nel 


4o6 

quarto  TÀutore  fa  uso  molto  a  proposito  del  nome  lingue 
in  plurale  9  perchè  vuol  rappresentare  alla  immaginazione 
del  lettore  le  diverse  lingue  di  quelle  anime  tutte  parlanti 
quasi  a  gara.  Ma,  quando  non  vi  sia  alcuna  particolare  in- 
tenzione, il  nome,  benché  si  riferisca  a  più  persone,  si  mette 
in  singolare  •  Il  Boccaccio  dice,  Io  ho  sempre  awto  in  co- 
stume^ quando  esco  deW  albergo^  tU  dire  un  pater  nostro  e 
un  as^e  maria  per  V anima  del  padre  e  della  madre  di  San 
Giuliano^  dove  avrebbe  potuto  ben  dire  per  le  anime;  ma 
pure  usa  il  singolare  ,  perchè  le  considera  separatamente , 
cioè  per  Inanima  del  padre  e  per  F anima  della  madre. 

DEL    VERBO    GOVERNATO    DA   Piu'  AGENTI 

I  •  Tosto  elèe  7  duca  ed  io  nel  legno  Ftn.  D.  ^.MaorJSi 
la  Capraia  e  la  Gorgona^  e  rjicciArr  siepe  ad  Amo  insula 
foce^JÒ.  Forse  che  la  malinconia  e  il  dolore  che  io  ho  mv* 
to  per  la  perdita  di  lei^  m*  ma  sì  trasfiguratOf  che  ella  non 
mi  riconosce*  B.  4«  Tra  gli  altri  che  meglio  stanno  sux 
Buffalmacco  ed  io.  B.5.  Unamia  wina^la  quale  è  una  don- 
na molto  vecchia^  mi  dice  che  tuna  e  V altra  ru  s^ra.  B* 

L*  adoperare  il  singolare  o  il  plurale  del  verbo,  quan- 
do ha  più  di  uno  agente,  dipende  ancora  ,  come  dicemmo 
per  li  nomi  di  moltitudine  ,  dall*  idea  che  sta  nella  mente 
di  chi  parla.  Nel  primo  esempio  Dante  dice  fui^  perchè  sot- 
tintende fu  dopo  il  nome  duca\  e  avrebbe  anche  potuto  di- 
re fummo  ,  comprendendo  i  due  agenti ,  senza  cambiar  il 
senso.  Nel  secondo  esempio  ben  si  possono  immaginare  le 
due  isole  moventisi  Tuna  dopo  Taltra,  e  dire  muo%Hisi  la  Ca- 
praia e  mnoifasi  la  Gorgona  ,  in  luogo  di  muoi^ansi  la  Ca- 
praia e  la  Gorgona;  ma  dir  non  si  potrebbe,  e  faccia  siepe 
in  singolare;  perchè,  in  questa  azione,  bisogna  che  concor- 


r- 


407 

rano  tntte  e  due  le  isole  insieme»  Nel  medesimo  modo  che 
si  potrebbero  far  plurali  i  verbi  fui  e  muova  dei  primi  due 
esempj ,  sarebbe  ben  usato  in  singolare  anche  il  siam  del 
quarto  esempio  ;  cioè  è  Buffalmacco  ed  io*  Nel  terzo  esem- 
pio poteva  TAutore  dire  hanno  in  plurale  ;  perciò  che,  ad 
operare  il  cambiamento  della  persona  di  cui  si  parla,  con- 
tribuiscono ambedue  la  malinconia  e  il  dolore  ;  ma  usa  il 
singolare;  perchè,  Tuna  essendo  la  conseguenza  deir  altro, 
formano  una  sol  cosa.  Nel  quinto  si  può  usare  il  plurale  cosi 
come  il  singolare,  e  dire  Vuna  e  l'altra  furon  vere. 

I .  La  reina  con  f  altre  donne  insieme  co*  giovani  a  ca* 
volar  COMINCIARONO.  B.  2»  Ciascun  vostro  parente  ed  ogni 
Bolognese  credono  ed  a  Anno  per  certo  voi  esser  morto.  B. 
3«  Come  desinato  ebbero  ogni  uomo^  tanti  uomini  e  tante 
femmine  concorsero  ec.  B« 

Capitatomi  un  giorno  sott*  occhi  un  libro  con  questo 
pomposo  titolo,  Grammaire  des  grammaires^  apersi  e  vidi 
in  quello  citato  il  primo  testo  che  qui  si  riproduce  del  Boc- 
caccio f  e  ripreso  quel  cominciarono  come  errore  ^  volendo 
quel  grammatico  che  si  debba  assolutamente  dire  la  reina 
cominciò.  Forse  non  porterebbe  il  pregio  di  pur  farne  mot* 
to,  perciò  che  egli  non  ne  dà  altra  ragione  che  il  suo  pro- 
prio supremo  sentimento.  Io  avviso  bene  che  nulla  monti 
se  negli  altri  due  testi  si  dica  più  tosto  ebbe  e  crede  che  e6- 
bero  e  credono^  ma  nel  primo  sarebbe  un  togliere  Timma-» 
gine  di  pluralità  ivi  richiesta,  e  però  tutto  il  sentimento  alla 
frase  quando  si  ponesse  cominciò  in  luogo  di  cominciare'^ 
no;  il  vero  agente  del  verbo  essendo  tutti  sottinteso* 

L*  Italiano  in  questi  accordi  o  non  accordi  deiragente 
col  verbo,  delf  aggettivo  col  nomci  del  femminino  col  ma- 


4o8 

scolinoi  vuol  èsser  libero,  sempre  che  riaiinaginazione  pos- 
sa supplire  col  pensiero  ^ello  che  ali*  occhio  par  difetto- 
so. Io  stesso  fui  per  riprorare  Taggettivo  congiunta  adope- 
rato nella  seguente  proposizione  per  un  seguace  di  Galie- 
no,  uno  a*  nostri  dì  de*  primi  scrittori  in  buona  lingua:  Co- 
me  chiara  apparirebbe  la  sentenza  di  Cicerone  che  %fuole^ 
le  scienze  t  atte  essere  per  un  solo  legame  V  una  air  altra 
congiunta^  ma  poi  mi  parve  anzi  bello,  potendovisi  suppli- 
rei e  tutte  congiunte  insieme.  Cosi  il  Boccaccio  dice  perso^ 
na  il  quale  e  persona  la  quale%  perchè  il  noxae persona  com- 
prende Tuno  e  V  altro  genere ,  e  Timmaginazione  si  piega 
air  idea  di  cui  riferisce* 

RISPETTO^   80TT1ZITES0   TALVOLTA 

I  •  Della  minuta  gente^  e  in  gran  parte  della  mezza- 
na ,  era  il  ragguardamento  di  molto  maggior  miseria  pie- 
no*  B.  a.  Io  non  so  quello  che  de*  ifostri  pensieri  vai  vi  in* 
tendiate  di  fare;  li  miei  lasciai  dentro  dalla  porta  della  cà- 
ia. B.  3.  Così  io  dico  a  wi^  signor  mio^  delle  tre  leggi  dar 
te  da  Dio  padre^  delle  qwdi  mi  proponeste  la  quisiione.  B. 

In  luogo  di  dire  rispetto  alla  strage  della  minuta  gen- 
te  ecc;  rispetto  d*  miei  pensieri^  li  lasciai ,  l'Autore  spoglia 
le  due  espressioni  del  soverchio  ,  e  con  la  sola  enfasi  che 
pone  in  su  le  parole  della  minuta  gente  eli  mieif  esprime 
tanto  e  più  che  se  avesse  fatto  uso  delle  intere  costruzioni. Io 
noto  queste  cose  perchè,  per  non  concepire  la  lor  forza  non  si 
soppliscan  questi  voti  della  ellissi  con  parole  soperchieo  noa 
nostre.  Il  sentimento  intero  delPullimo  esempio  è.  Così  io 
dico  a  voi  intomo  alla  superiorità  delle  tre  leggi  rispetto 
alla  essenza  delle  quali  mi  proponeste  la  quistione. 


4o9 

ABBASTANZA  O  ASSAI  USATO  IW  LUOGO  DI  J/*  O  TANTO, 

É   GALLICISMO 

I.  Niuno  è  sr^  discreto  e  perspicace ,  che  conoscer  pos* 
sa  i  segreti  consigli  della  fortuna*  B«  3«  Io  non  sono  ancO" 
ra  TANTO  air  ordine  di  San  Benedetto  stato,  che  io  possa 
avere  ogni  particolarità  di  quello  apparata*  B.  3.  Non  ti 
consiglierei  che  tu  fossi  tanto  ardito  che  tu  mano  addos^ 
so  mi  ponessi.  B, 

Si  guardi  chi  studia  dal  gallicismo  troppo  frequente 
nelle  moderne  scritture,  cioè  di  adoperare  abbastanza  o  as* 
sai  in  luogo  di  sì  o  tanto  nel  primo  membro  della  proposi- 
zione, nelle  espressioni  simili  alle  soprapposte,  e  di  mette* 
re  per  nel  secondo  membro;  in  questo  modo,  per  esempio, 
Niuno  è  abbastanza  discreto  e  perspicace  per  poter  cono-^ 
scerei  Io  non  sono  ancora  stato  abbastanza  o  assai  alVor^ 
dine  di  San  Benedetto ,  per  aver  potuto  apparare  ;  Non  ti 
consiglierei  che  tu  fossi  assai  ardito  per  mettermi  ecc« 

!•  La  donna  aspettò  di  veder  se  si*  fosser  pazzi  che 
il  FACESSERO.  B.  n*  lo  non  so  come  egli  ha  mai  tanta  pg,^ 
zienza  cn*  egli  stia  tutto  7  giorno  a  udir  queste  lornovel^ 
lazze.  6.  3.  De^  figli  di  Germanico  e  éC  Agrippina  madre 
la  rovina  trama  Sciano f  fìero  da  non  risparmiar  delitto* 
Dav.  4«  E  considerando  che  egli  non  è  si  potente  da  pò* 
TER  reggere  alle  spese  di  un  esercito.  M. 

Ammira  la  trasposizione  di  quelle  parole  del  Davan- 
zali nel  terzo  esempio ,  e  lascia  dire  gli  sciocchi  clie  vor- 
rebbero che  la  nostra  lingua  si  traesse  ordinatamente  come 
la  francese.  Io  ho  voluto  produr  qui  due  altri  esempj ,  nei 
quali  il  sì  o  fa/i/o,che  a  carte  96  chiamai  determinato,  nel- 
la seconda  parte  della  proposizione  ha  per  termine  corri- 

US 


4io 

spondeDte  la  voce  che  col  verbo  nel  congiuntivo,  e  non  da 
con  r  infinito,  come  Tusa  il  Macchlavello  nel  quarto  testo. 
Bello  e  ardito  ò  quel  fiero  da  non  risparmiar  delitto  del 
Davanzati  ;  e  il  Boccaccio  ha  ,  e  se  forte  si  credei^  essere 
da  cas^alcare  ;  ma  in  questi  due  casi  non  è  né  sì  né  tanto;  e 
per  me  io  non  porrei  dSor,  in  luogo  di  che  con  Tiofioito,  nei 
primi  due  testi  ;  che  mi  parrebbe  guastar  lo  stile.  Anche 
nel  caso  del  Macchiavello  se  vi  fosse  solo  potente  ^  seuz^  il 
sì^  come  ì\  forte  del  Boccaccio,  e  il  fiero  del  Davanzati,  Tag- 
gettivo  essendo  sufficiente  per  supplire  alla  immaginazione 
Tidea  del  nome  potenza^  se  ne  trarrebbe  il  concetto,  come 
dimostrammo  a  carte  33 1,  egli  non  ha  potenza  da  la  quar 
le  venga  il  poter  reggere;  ma  dicendo  egli  non  è  sìpotenr 
te  o  egli  non  ha  cotal potenza  «  il  W  e  il  cotale  vogliono  il 
loro  termine  corrispondente  cAe,  e  non  reggono  alla  anali- 
si che  comprende  la  preposizione  da;  donde  conchiudo  che 
in  tali  espressioni  sì  e  tanto  debbano  essere  seguiti  da  cAe 
col  verbo  nel  congiuntivo,  e  non  per  da  con  Tinfinito* 

Faccio  questa  osservazione  perché  vedo  che  gU  scrit* 
ti  moderni  sono  ripieni  di  questi  da  senza  appoggio  e  male 
a  proposito  adoperati,  come  ne*  seguenti  esempj  :  Afa  non 
chiuderemo  sì  gli  occhi  da  non  r edere  per  esse  (  con- 
tumelie del  Gigli  contro  la  Crusca)  quale  sia  sempre  stata 
la  gelosia  ecc.  Perticari*  Ma  non  ci  lasceremo  tanto  ben-- 
dare  dallo  spirito  di  pres^enzione  da  non  cedere  che  que^ 
sto  ecc«  Monti.  Dico  che  sono  senza  appoggio,  perchè  quan- 
do almen  vi  fosse  uno  aggettivo  col  quale  potersi  reggere  , 
come  in  quello  del  Macchiavello ,  si  potrebbero  scusare  ; 
perché  Taggettivo  suggerendo  Fidea  del  nome,  quantunque 
sciancato,  ne  viene  pure  un  concetto. 


4ii 

Questi  solecismi  che  io  espongo,  di  chianque  e^  si  sia- 
no ,  io  non  gli  YO  già  spigolando ,  come  alcuno  mi  disse  in 
ischerzo,  per  il  piacere  di  farmi  bello  della  scoperta;  ma 
son  cose  che  s*  inciampano  nell'occbio  e  nella  mente  di  co- 
loro che  ostinatamente  si  son  tenuti  alla  lettura  sola  dei  clas- 
sicì)  fino  a  mostrarsi  ignoranti  di  quelle  cose  che  pur  si  do- 
vrebbero conoscere  ;  però  che  a  me  egli  è  spesso  avvenuto 
d*  essere  domandato  intorno  a  qualche  scrittore  di  questi 
che  scrissero  nel  passato  secolo  ^  e  m*  è  convenuto  confes- 
sare di  non  Io  conoscere.  £  quando  fui  pur  costrettola  leg- 
gerne alcuni  o  a  richiesta  altrui  (i  )  o  per  trarne  a  mio  profitto 
quel  buono  che  le  loro  opere  contengono^  come  fu  della 
Proposta  del  Monti ,  mi  vennero  notate  quelle  irregolarità, 
quegli  errori  che  ho  qua  e  là  esposti  in  quest'opera;  e  per- 
chè prima  di  condannarli  per  tali  andai  ne'  classici  a  cer- 
care se  la  mia  opinione  fosse  giusta  o  erronea,  qualche 
Tolta  mi  capitò  di  trovarne  alcuno  esempio  clie  non  mi 
soddisfacesse  ;  e  di  dover  quindi  ricorrere  alla  analisi  de' 
concetti  per  vedere  se  vi  fosse  o  non  vi  fosse  difetto. 

RlMEMBRjiRE   E    RICORDARE 

!•  Ricorditi^  spergiuro^  del  cwallo.  D#  a.  Rimembri^' 

(i)  Uq  lord  che  m*onofa  deUa  ina  amicizia  ayemloiiii  prestato  on  Tolume 
della  Storia  della  letteratura  italiana  del  Gay.  Maffei  perchè  gliene  dicessi  la 
mia  opinione,  nella  seconda  o  terza  faccia  trovai*queste  parole:  Ma  la  Storia 
del  Tiraboschi  non  giunge  che  al  secolo  XVIII^  il  quale  $e  non  foste  sia^ 
to  preceduto  dai  secoli  XiF  e  XVU  dovrebbe  appellarsi  il  secolo  della  itw 
liana  poesia  ;  giacché  il  Metastasio  perfezionò  il  dramma  musicale'^  e  il 
Goldoni  la  commedia.  Io  non  ne  volli  sentir  più  avanti;  chiusi  il  libro  e  lo 
rendei,  sdegnato  di  vedere  che,  con  la  vista  corta  di  una  spanna  •••  7/  secolo 
deir  italiana  poesia  !  E  pur  vi  son  molti  de*  nostri  giovani  i  quali,  «pian* 
lo  hanno  letta  una  storia  di  letteratura,  si  danno  ad  intendere  d*aver  suo- 
cfaiaU  tutu  la  essenza  deli*oper«  degli  scrittori! 


4» 

Tt  di  Pier  da  Medicina^Ti.  3.  Che  ho  io  a  dirgli^  se  ben 

Mi  BICOKPjÌ  ?  F. 

Seguendo  il  modo  usato  rispetto  a  questi  due  verbi , 
81  direbbe  ricordati^  rimembrati ^  e  mi  ricordo;  ma  in  que- 
sti esempj  V  agente  del  verbo  non  è  la  persona;  la  memoria 
è  l'agente  sottinteso;  onde  il  pieno  costrutto  è  la  memoria 
ti  rimembri  ;  se  ben  la  mermoria  mi  ricorda.  Di  questa  co- 
struzione si  truovano  più  esempj  ne*  classici* 

COSTRUZIONI    COL  VERBO   F^RS 

I  •  Così  lei  poppaiwio  come  la  madre  atrebber  Fjfr^ 
TO»  B.  a.  TU  dii^enierai  molto  migliore  là  che  qui  non  fjH 
jiESTi.  B.  3.  Messer  Gerì  mi  manda  pure  a  te.  ^l  quoLCi- 
sii  rispose f  per  certo^  figliuola  non  fa.  B«  4*  Pattasi  al-- 
quanto  per  lo  mare^  il  quale  era  tranquillo**^  B.  5.  Lo  vide 
in  capo  della  scala  farsi  ad  aspettarlo*  B.  6.  Fatti  un  po' 
co  pia  qua.  F.  7»  Facendosi  a  credere  che  quello  a  lorsi 
comfenga  e  non  si  disdica^  che  alle  altre.  B. 

Si  usa  spesso  il  verbo  fare  in  luogo  di  ripetere  un  me- 
desimo verbo  «  sì  come  quello  che,  nel  senso  vago  che  e- 
sprime,  può  comprendere  qualunque  azione;  ma  non  è  da 
dire  per  ciò  che  diventi  allora  questo  o  quel  verbo  al  qua- 
le si  sostituisce.  Il  sentimento  de*  primi  tre  esempj  è  i.Co' 
me  avrebber  fatto  poppando  la  madre;  a.  //  che  qui  non  fa- 
resti ,  cioè  ratto  di  diventar  migliore  ;  3.  Per  certo  egli 
non  fa  cibi  non  ti  manda  a  me.  Si  dice  farsi  piccolo  ,  farsi 
grande^  farsi  brutto^  farsi  bello f  perchè  dipende  dalla  no- 
stra volontà  il  far  subire  queste  trasformazioni  agli  atti  no- 
stri ;  e  perchè  in  tutti  questi  mutamenti  noi  facciamo  in  ve- 
ro altrettante  forme  diverse  di  noi  medesimi;  quindi,  per 
r  analogia  che  è  tra  il  mutamento  delle  forme ,  e  qoelk 


4i3 

del  luogo  0  della  posizione  9  nella  qnale  ci  mettiamo  tra- 
sferendoci da  an  luogo  ali*  altro,  si  è  detto ,  farsi  in  qua  , 
farsi  in  là^  farsi  in  un  luogo  passando  per^  farsi  in  su  la 
scalai  f^^si  in  luogo  opposto  alla  finestra^ 

tODARSl  Di  ALCUNO 

i^  Quando  sarò  dinanzi  al  signor  mio ^  Di  te  Mi  xo- 
DEno^  sos^nte  a  lui.  D»  2.  Come  che  ogni  altro  uomo  di  lui 
Si  lODi^  io  me  ne  posso  poco  lodare ^  io.  B« 

L*  espressione  lodarsi  di  alcuno  significa  lodar  se  per 
atto  d*  alcuno»  Gotal  siugolar  modo  di  costruzione  debbe 
esser  derivato  da  questa  idea,  che,  quando  uno  sceglie  al- 
cuno per  amico  e  per  consigliatore  ,  egli  ha  ragione  poi  di 
lodar  se  a  cagione  della  buona  scelta ,  se  Tba  fatta  tale  ;  e 
quindi,  passando  in  senso  più  largo,  lodar  se  a  cagione  ite- 
gli atti^  delfamicOf  del  consigliatore.D unqne  nel  primo  e- 
sempio  ii  sentimento  è.  Io  mi  loderò  a  lui  a  cagione  degli 
atti  cortesi  di  te;  nel  secondo,  Come  che  ogni  altro  uomo 
molto  a  cagione  degli  atti  liberali  di  lui  si  lodi  ecc* 

ÌH>LSnSi  Di  ALCUNO 

I  •  Nel  primo  punto  che  di  te  Mi  dol^e.  D«  2.  Dimmi  7 
perchè^  diss^ìo^  per  tal  com^gnOf  Che^  se  tua  ragion  di  lui 

Ti  PiAONi.^  D* 

Il  senso  della  espressione  mi  duole  di  te  è  affatto  di- 
verso da  io  mi  doglio  di  te.  Nel  primo  caso  Tintero  costrut- 
to è,  r infortunio  di  te  duole  in  me;  nel  secondo,  io  doglio 
in  me  a  cagione  degli  atti  di  te  0  degli  atti  tuoi.  La  piena 
costruzione  del  secondo  esempio  è ,  che  se  tu  piangi  in  te 
a  cagion  degli  atti  di  lui.  Piangersi  sta  qui  in  luogo  di  do^ 
lersi. 


4^4 

COME  COUai^  Si  COME  COWI^  Sì  COME  QUELLO  CCC* 

I  •  //  biwn  uomo  andasni  di  giorno  in  giorno  di  male  in 
peggio^  COME  COLUI  che  auoni  il  male  della  morte.  B.  2.  // 
frate  gli  fece  /'  assoluzione^  sì  come  coiài i  che  pienamente 
credeva  ciò  esser  vero.  B.  3.  E  ultimamente  cominciò  a  pian* 
ger^  come  coujt  che  il  sapeva  troppo  ben  fare.  B. 

Davanti  a  come  si  sotti  u  tende  essendo.  In  vece  di  dire 
il  buon  uomOf  che  aveva  il  male  della  morte;  il  frate  che 
pienamente  credeva  ;  egli  che  il  sapeva  troppo  ben  fare^  si 
usa  talvolta  la  costruzione  simile  alle  sopra  citate  e  i  clas- 
sici ce  ne  porgono  assai  esempji  che  ciie  ne  paia  airautore 
deir  Antipurismo* 

Io  vidi  un  ampia  fossa  in  arco  torta^ 

Come  quella  che  tutto  il  piano  abbraccia.  D. 

Anche  in  questo  esempio  si  sottintende  essendo  in- 
nanzi a  come  ;  e  la  frase  intera  con  altra  costruzione  si  e- 
sprimerebbct  Io  vidi  un^ampia  fossa  che  abbraccia  tatto  il 
piano^  e  per  ciò  era  torta  in  arco. 

SAPER    GRADO^    ESSER    TENUTO 

Di  quello  io  so  grado  alla  fortuna  pia  die  a  voi;  di 
qtiesto  io  SARO*  tenuto  a  voi.  B« 

Pare  che  la  parola  grado ^  nelPespressione  saper  gra- 
do^ sia  stata  alterata  e  tolta  dall'aggettivo  grato^  e  che  sa- 
pere abbia  qui  forza  di  riconoscere^  cioè  „  io  riconosco  co- 
sa  grata  ,  e  Tattribuisco  alla  fortuna ,,  il  che  corrisponde  a 
,,  io  riconosco  aver  ricevuta  cosa  grata  dalla  fortuna.  «^  £>- 
ser  tenuto  cui  uno  significa  esser  tenuto  legato  ,  cioè  obbli- 
gato ad  uno. 


4i5 

I  •  Za  donna,  postasi  a  giacer  boccole  sopra  il  battuto, 
il  capo  solo  fece  alla  cateratta  di  quello*  B.  2.  Colà  tornò 
dove  Alessandro  ave^^a  gittate,  e  cominciò  brancolone  a 
cercare  se  egli  il  ritromsse.  B.  3.  /*  w)'  che  Buoso  corra  co^ 
mho  fatC  io  carpon  per  questa  valle.  D.  4»  E  s^eggendo  for^^ 
se  penti  persone  ginoccnìonì  innanzi  a  un  altarino,  do-- 
mandai  che  divozione  era  quella*  6. 

Non  vedendo  in  quale  specie  di  parole  poter  precisa- 
mente far  luogo  a*  vocaboli  boccone,  brancolone^  carpone, 
ginocchione,  penzolone,  eco;  avvenga  die  essi  partecipino  e 
dell*  avverbio  e  dello  aggettivo,  e  anche  del  participio  pre- 
sente del  verbo,  io  gli  ho  posti  qui  fra  le  particolarità  della 
lingua.  Dico  che  tengono  dello  avverbio,  però  che  modifi- 
cano, specificano,  V  azion  del  verbo;  giacer  boccone  ;  cioè 
con  la  bocca  a  terra;  correr  carpone,  con  le  mani  e  co*  pie* 
di  a  guisa  di  bestia;  fanno  qualche  volta  1*  ufficio  del  par- 
ticipio presente,  perchè  a  brancolone  e  carpone  si  può  so- 
stituir brancolando  e  carpando;  e  partecipano  della  natura 
dello  aggettivo;  perchè  sono  abbienti  al  plurale,  come  mo- 
stra r  espressione />erJO/te  giWocc^bm.  Sono  parole  piene 
di  forza  ed  esprimenti  sì  che  dipingono» 

AVVBRTinENTO 

Una  delle  cose  principali  che  constituiscono  il  buono 
fondamento  si  è  di  sapere  analizzare  la  proposizione  ,  cioè 
specificare  ad  ogni  parola  il  nome  che  ad  essa  si  assegna 
nel  corrispettivo  capitolo  ,  e  determinare  T  officio  che  fa 
nella  proposizione*  Per  esempio  daremo  T analisi  delb 
guenle. 


4i6 

PROP081ZIONS 

/  beneficj  che  voi  a^eie  ricevuti  da  me  vi  débbon  fare 
obbediente  e  fedele  • 

ANALISI 

/t  articolo  plorale» 

Benefici^  nome  plurale,  agente  del  verbo  debboru 

Che^  aggettivo  coDgiunlivo,  rappresentante  Togget- 
to  del  verbo  avete  ricei^uti» 

f^oif         nome  personale,  agente  del  verbo  a^feie. 

Avete ,  verbo  ausiliario  di  ricevere  ,  nel  presente 
indicativo. 

Ricevuti^  participio  passato  del  verbo  r/cei^re* 

Avete  ricevuti^  perfetto  composto  del  verbo  ricevere^ 

Da^  preposizione  che  disegna  allontanamento. 

Me^  nome  personale  rappresentante  il  laogo  on- 
de parte  la  cosa  ricevuta. 

yt^  nome  personale,  oggetto  di  fare. 

Debbon^  verbo  nel  presente  indicativo* 

Fare^      verbo,  infinito* 

Obbediente  e  fedele ,  aggettivi  qualificanti  la  persona 
rappresentata  da  vi^ 

Se  colui  che  insegna,  per  un  supposto  il  padre  al  figlio, 
non  fa  fare  al  discente  questa  operazione,  manca  il  fonda- 
mento ,  e  crolla  ogni  cosa  ;  come  chi  pretendesse  imparar 
geometria  senza  volersi  dar  briga  dei  triangoli  e  delle  li- 
nee ,  o  la  musica ,  senza  conoscere  il  db,  re,  nU^  /b  •  Se  la 
grammatica  è  la  chiave  della  logica,  Tanalisi  della  proposi- 
zione è  la  chiave  della  grammatica  ;  e  senza  di  essa  non  si 
disserrano  le  idee  e  i  concetti.  Finora  molti  degli  Italiani 
hanno  lasciato  indietro  questa  parte  essenziale  nell*  iose^ 


4»7 
gnamento  delle  lingae;  quindi  la  cagione  principale  del  vi-^ 
gente  pessiaio  modo  d'instruzione.  Se  questo  si  facesse^  per 
base,  col  resto  del  metodo  che  da  noi  s*è  dimostrato,  non  ci 
sarebbe  più  bisogno  di  affaticare,  dMnstapidire  l'ingegno,  col 
fargli  imparare  tante  parole  vane  a  memoria ,  le  quali  ne 
escono  come  entrano;  che  solo  le  cose  che  si  comprendono 
rimangono  in  quella* 

Parve  ad  alcuno  che  questa  analisi  dovesse  stare  in 
principio  della  grammatica;  non  considerando  esser  neces- 
sario che  lo  studiante  giunga  sin  qui  prima  che  possa  bene 
intendere  tutte  le  denominazioni  che  io  do  alle  parole.  Toc- 
ca al  maestro,  poi  che  lo  scolare  ha  discorso  attentamente 
i  diversi  capitoli  a  fargli  analizzare  le  frasi  in  questo  modo; 
tenendosi  da  prima  a  una  definizione  più  semplice,,  in  gene- 
re; come ,  /ionie,  wer&o,  pr^osizione^  e  poi  specificando. 


GAP.  XXYIII 


DF  GALLICISMI 


Chiamiamo  gallicismo  qualunque  parola,  dizione,  o 
costruzione,  appartenga  specialmente  allo  stile  francese.  La 
facilità  con  cui  oggidì  le  genti  di  varie  nazioni  si  mischiano 
in  qualunque  parte  del  mondo,  fa  si  che  insensibilmente  si 
confondano  anche  le  parole  e  le  espressioni  delle  diverse  lin- 
gue ,  introducendosi  in  una  quelle  che  particolarmente  ad 
un*  altra  appartengono  •  Egli  è  vero  che  sono  in  Italia  più 
inglesi  e  tedeschi  che  francesi  ;  ma  non  è  cosi  facile  V  in- 


4i8 

trodurre  parole  o  locufeioni  inglesi  o  tedesche  neir  italiano^ 
perchè  quelle  che  più  portano  Pimpronta  nazionale,  hanno 
un*  origine  affatto  diversa  dalle  nostre  ;  là  dove  tanta  somi- 
glianza è  tra  le  parole  francesi  e  le  italiane,  che  pare  ad  al- 
cuni che  basti  il  dare  alle  francesi  una  terminazione  in  vo- 
cale, a  far  nostre  anche  quelle  che  non  sono;  onde  agevol-> 
mente  si  confondono  le  espressioni  e  le  costruzioni  delPuna 
lingua  con  rallra.  Ma,  sebbene  la  maggior  parte  delle  pa- 
role«  nel  semplice  loro  senso,  non  variinotra  le  due  lingue, 
se  non  nella  desinenza  e  nella  pronuncia,  questo  non  avvie- 
ne quando  sono  usate  nel  senso  metaforico;  anzi  1*  Italiano 
e  il  Francese  si  scostano  di  molto  Tuno  dair  altro  in  questa 
parte;  e  qui  appunto  sta  la  gran  difficoltà  del  saper  discer- 
nere, tanto  pochi  essendo  quegli  italiani  che  credano  aver 
bisogno  di  studiar  la  propria  favella!  Quindi  nasce  che  tut- 
ti coloro  che  sono  in  questo  difetto,  sapendo,  per  esempio, 
che  genio  ò  parola  italiana,  però  che  ella  è,  nel  senso  di  o/i- 
gelo  tutelare  e  d*  inclinazione ,  e  sentendo  che  i  Francesi 
Padoperano  ad  esprimere  ingegno^  credono  che  sia  italiana 
anche  in  questo  senso;  anzi  non  passa  pur  per  la  mente  loro 
un  tal  dubbio,  e  come  nostra  ne  fanno  uso.  Similmente  si 
dica  dell'aggettivo  5<(per6o;  il  quale  in  nostra  lingua  signifi- 
ca orgoglioso^  e  nella  francese  si  usa  figuratamente  nel  sen- 
so di  leggiadro^  magnifico*  Quegl  i  accademici  che  posero 
nella  Crusca  il  verso  di  Dante,  Poi  che  7  superbo  Ilion  fa 
combusto ,  a  dimostrare  che  superbo  può  significar  magni^ 
ficOf  non  intesero  questo  verso.  Qui  superbo  significa  orgp^ 
gliosOf  come  pruova  lo  stesso  Dante  con  queste  parole ,  E 
quando  la  fortuna  volse  in  basso  V altezza  de"  Troian  che 
tutto  ardiva,  (i)  E  in  tal  modo  dalle  parole  si  passa  a  io- 

(i)  Ho  trovato  poi  che  il  Daranzati  dice  le  superbe  mente. 


4i9 
trodurre  le  locuzioni  ;  per  esempio  ^  Questa  conformità  di 
pensieri  è  troppo  sensibile ,  perchè  ognuno  non  la  rawisi. 
Antipurismo. Tutte  le  parole  sodo  italiane;  ma  la  costruzione 
è  francese,  e  a  farla  italiana  s'avrebbe  a  dire,  questa  confort 
mità  di  pensieri  è  tanto  sensibile  che  ognuno  la  pub  ra9^ 
mare.  Un  nostro  moderno  ha  detto  :  Queste  teorie  si  sten'- 
dono  in  tutti  i  sensi;  volendo  significare  per  tutti  i  \^ersi^  e 
senso  per  wrso  a  fatica  sUntende  da  noi. 

Gi2i  sono  in  vero  più  anni,  che  per  li  letterati  d'Italia 
si  fatica  in  purgare  il  nostro  idioma  da  questa  peste  che  lo 
ammorba,  i  quali  tutti  si  sono  accorti  esser  venuto  il  tem- 
po in  cui  nuilta  renascentur  quce  jam  cecidere\  ma  perchè 
sento  gridare,  guardati  daipuristil  da  falsi  zelanti  che  pre- 
summono  criticare  lo  stile  de'  nostri  sommi  e  venerandi 
scrittori  ;  e  non  sanno,  per  quel  che  pruovano  chiaramente 
co'  loro  scritti,  che  cosa  sia  stile,  mi  pare  di  dover  dire  an- 
ch' io  la  mia  opinione  intorno  a  questa  materia.  £  per  mo* 
strare  prima  più  difiusamente  in  che  consistano  i  gallicismi 
produrrò  qui  un  franamento  d'una  lettera  del  Ganganelli. 

Non  può  far  meglio,  signor  Abate,  per  distrarsi  dagli 
impacci  e  dalle  inquietudini  ,  che  x^iaggiar  l*  Italia.  Ogni 
uomo  ben  iNSTRUiTodebbe  wioMAGQioa  questo  paese  tan* 
to  rinomato,  e  tanto  degno  di  sssejilo  ;  ed  io  ce  la  s^edrò 
con  indicibil  piacere • 

A  prima  vista  scorgerà  qué"  baluardi  datigli  dalla  na* 
tura  negli  Apennini^  e  quell'Alpi  che  ci  dii^idono  dai  Fran^ 
cesi,  e  Ci  MERITARONO  il  titolo  d* oltramontani.  Questi  son 

tanti  monti  maestosi  fatti  per  serfir  et  ornamento  al 

I 

quadro  che  essi  contornano  i  e  i  mari  sono  altrettante  pro^ 
spettile  che  presentano  i  pia  beì  puntì  divista  che  ìnte^ 


4^0 

RESS^B  possano  i  ^viaggiatori  e  i  pittori.  Nulla  di  pia  ammira- 
bile che  un  suolo  il  pia  fertile  sotto  il  clima  pia  bello  ^  ùvtmr 
que  intersecato  di  i^iW  acque ^  e  adorno  di  superbe  città» 
Oltre  ad  alcune  altre  taccherelle  che  vi  si  scorgono,  lo 
stile  ò  pessimo.  Si  danno  dunque  gallicismi  di  parole,  di  di* 
sione  o  espressione ,  e  di  costruzione.  InstruitOf  omag^o^ 
interessare^  e  superbe^  son  parole,  nel  senso  che  sodo  ado- 
perate, dello  stile  francese.  Noi  diciamo  i/onto  erudito^  am^ 
mirazione^  cioè  questo  paese  è  degno  deW ammirazio9ie  d^o- 
gniuomo  erudito;  o,  se  cosi  Tintende,  il  sedere  ijuesto  pee-^ 
se  è  richiesto  ad  ogni  uomo  erudito;  da  noi  si  dice  alletta- 
re i  {viaggiatori^  o  cosa  simile,  ma  non  interessare  ;  e  una 
città  esser  bella^  magni/tcan  dilettevole^  non  superba.  Sono 
francesi  le  espressioni  ci  meritarono  il  titolo  d"  oltramon' 
tani;  fatti  per  sentir  d'ornamento ,  presentare  punti  di  vista; 
non  si  permette  in  lingua  nostra  Tinversione  una  cosa  ci  me* 
rita;  ma  noi  meritiamo  ;  e  qui  si  potrebbe  dire,  onde  noi  sia- 
mo chiamati  oltramontani.  Cosi  noi  diremmo,  fatti  quasi 
per  ornamento  del  quadro^  presentar  wdute  ecc*  (i)  È  par 
francese  e  non  nostra  la  costruzione  della  seguente  frase, 
Nulla  di  più  ammirabile  che  un  suolo  il  pia  fertile  sotto 
il  clima  più  bello;  in  italiano,  nulla  è  più  maraviglioso  che 
un  suolo  fertilissimo  sotto  il  pia  bel  clima.  Il  pronome  lo 
nelle  parole  tanto  rinomato  e  tanto  degno  di  esserlo^  abbiam 
veduto  nel  capitolo  de*  pronomi  essere  un  gallicismo;  e  bi- 
sognerebbe dire  tanto  rinomato  e  tanto  degno  di  essere^  o 
di  essere  rinomato. 

(i)  Il  Francese  trae  Tidea  espressa  nella  parola  dal  luogo  in  coi  si  met- 
te a  guardare  j  e  noi  •  stando  in  quel  medesimo  luogo,  tragghiamo  V  idei 
delia  parola  nostra  da  tutto  lo  spazio  che  ci  sta  ianana  a^  occhi*  ti  che 
r  effetto  e  il  medesimo^ 


4^1 

Ho  supplito  io  a  questi  gallicismi  le  parole  e  le  espres- 
sioni italiane  che  mi  paion  corrispondere  ad  essi,  come  me« 
glio  per  me  si  è  potuto  io  tanta  corruzion  di  stile,  solo  per 
far  vedere  che  noi  possiamo  esprìmere  tutte  quelle  idee  con 
parole  e  locuzioni  nostre,  e  non  abbiam  bisogno  di  torlo  ai 
Francesi;  e  se  non  sono  letteralmente  corrispondenti,  essi 
hanno  i  loro  modi  di  esprimere  le  loro  idee ,  e  noi  abbia- 
mo i  nostri.  Ora,  dove  nel  corso  di  quest'opera  mi  occorse 
di  dover  notare  un  gallicismo,  acciò  che  non  mi  si  dicesse 
per  avventura  che  fosse  da  me  sognato,  cioè  che  nessuno 
italiano  commettesse  un  tale  o  tal  altro  errore ,  io  citai  di 
quando  in  quando  un  libro  chiamato  Antipurismo,  che  è  il 
cornucopia  di  questa  gallica  feccia;  onde  mi  convien  qui  far 
di  esso  un  breve  cenno. 

Il  compilatore  di  questa  immonda  opera  non  ad  altro 
tende  che  a  volerci  distorre  dallo  studio  di  quegli  autori  che 
hanno  resa  immortale  la  letteratura  italiana,  di  quegli  au- 
tori, lo  studio  de'  quali  solo  potrebbe  far  di  noi  una  grande 
nazione;  non  ad  altro  mira  che  a  volgere  le  menti  nostre  a 
tali  opere  moderne  che  di  uomini  ci  potrebbero  far  femmi- 
ne, come  ognuno  può  scorgere  nelle  seguenti  sue  savie  pa- 
role :  Noi  abbiamo  astuto  il  secolo  di  Dante  ,  il  secolo  di 
Torquato^l  secolo  di  Metastasio^  tutti  tre  secoli  aurei  nel'* 
la  loro  specie;  ma  r  ultimo  tfun  oro  più  raffinato*  Dopo  aver 
sudato,  chi  U  crederebbe!  sopra  due  cento  carte  in  riven- 
dicar il  poema  di  Dante  del  titolo  di  didascalicOf  (i)  costui 
ci  mette  qui  Dante  medesimo  sotto  di  Metastasio  !  (  Vada 
con  le  femmine  a  fare  sfoggio  della  sua  scienza,  e  n*  avrà 

(i)  Goé  se  contenga  dottrina  o  no,  E  chi  noi  vede  cfac^l  sappia  leggere? 


4aa 

maggior  merito  !)•  Alle  quali  sue  parole  se  si  avesse  a  pre- 
star fede^  non  v*è  dubbio  che  li  più  degli  Icaliani,  a  cui  noa 
piace  gravare  la  mente  eoo  troppe  opere  letterarie,  scerreb- 
bero  quelle  del  secolo  più  raffinato,  che  è  facile  e  piano;  e 
fora*  anche  degnerebbero  di  gittare  uno  sguardo  dietro  nel 
secolo  di  Torquato,  che  più  s*ayviciua  ali*  oro  più  fino;  ma 
per  certo  lascerebbero  stare  in  pace  quello  antiquato  di 
Dante,  la  cui  lettura  è  aspra  e  forte,  e  seco  lui  il  Petrarca  e 
gli  altri  meschinelli  di  quel  secolo!  Ma  senti,  lettore,  1* in- 
terdetto che  questo  nuovo  aureo  prosatore  fulmina  sul  capo 
deir  immortale  creatore  della  prosa  italiana  :  Vieni^  auto- 
re delle  cento  novelle^  celebrato  Boccaccio  !  La  stessa  fa-- 
ma  del  tuo  primato  sopra  tutti  gli  autori  del  Toscanesimo^ 
mole  che  io  ti  preferisca  agli  insipidi  allies^i  della  tua  scuo- 
la; e  vìsl  va  seguitando  in  questo  tuono  come  egli  dice,  si 
che  non  so  come  quel  povero  disgraziato  del  Boccaccio  po- 
trà più  levare  il  capo!  E  chi  è  costui  che  ci  vuol  far  peco- 
re, noi  tutti  quanti  ammiriamo ,  e  non  ciecamente  ,  questo 
padre  della  toscana  favella?  Egli  è  un  cotale  che  si  assume 
il  lieve  carico  d*insegnarci  lo  stile  italiano,  o  almeno  di  ad- 
ditarci la  vera  via  di  pervenire  alFacquisto  di  esso;  che  egli 
scrive  al  Monti  :  f^i  ho  parlato  finora  per  la  causa  della 
buona  poesia^  soffrite  che  io  aggiunga  adesso  due  solepa^ 
role  per  la  causa  della  buona  prosa  italiana*  Se  ci  ha  com- 
mendato il  Metastasio  per  la  poesìa  ;  bene  sta  che  ci  pro- 
ponga il  Goldoni  per  la  prosa  !  Vedi  chi  ci  vuol  essere 
scorta  !  E  acciò  che  il  lettore  abbia  un  saggio  di  questo 
bello  stile,  di  che  egli  vuol  arricchire  la  nostra  lingua  an- 
cora troppo  povera,  ecconc  alcuni  estratti. 

Quella  lunga  filsa  di  dialoghi  è  una  vera  farsa ,  una 
farsa  nelle  forme* 


4^3 

//  gusto  e  il  sentimento  decidono  della  felicità  delf 
espressioncm 

Il  vostro  stile  non  dee  parlar  che  alle  sole  orecchie. 

Egli  concepiva  Videa  del  fuoco  francese^  e  quindi  tra^ 
duceva  se  stesso  in  versi  ben  duri. 

Si  erigono  gravemente  in  maestri  della  lingua  e  del 
gusto. 

Le  sue  orazioni ,  ì  suoi  pensieri  rimangono  sempre  i 
medesimi^  tutto  quello  che  voi  volete:,  ma  ..• 

Una  freddezza  mortale  si  spanderà  nei  vostri  scritti  e 
nessuno  vi  leggerà. 

Ciò  che  contribuisce  in  terzo  luogo  a  rendere  pia  vi" 
9a  Pespressione^  è  il  calore  delt  anima. 

Si  ha  un  bel  cantare  in  oggi^  dopo  due  secoli^  la  pali-» 
nodia  alle  scandalose  censure.  •  •  •  si  ha  un  bel  ritrattare 
r ingiustizia  e  gli  sbagli  degli  infarinati-^  la  storia  non  ces^ 
sa  per  qtiesto . .  . 

Voi  e  il  vostro  genero  blandite  accortamente  questo 
nuovo  sole  delV italiano  Parnaso^  sì^  nuovo  sole  in  tutta  Ve-- 
stensione  del  termine. 

Dante  aveva  veduto  nello  stile  de^  poeti  della  sua  età 
una  cerC  aria  di  famigliarità  ,  die  era  il  carattere  della 
ooesia  provenzale. 

Che  yoglion  dunque  dire  queste  auree  locuzioni  fftr^ 
sa  nelle  forme^  decider  della  felicità  dell* espressione,  sti^ 
le  che  parli  alle  orecchie^  fuoco  francese^  tradurre  se  stes^ 
^0^  erigersi  in  maestro  di  gusto  9  tutto  quello  che  voi  vole^^ 
•e,  nessuno  vi  leggerà,  freddezza  di  scritti,  calor  deWaìii* 
na^  si  ha  un  bel  cantare,  si  ha  un  bel  ritrattare^  nuovo  sole 
h  tutta  r estensione  del  termine,  aria  di  famigliarità  nello 


4a4 

stile^  carattere  di  poesia  ?  Sozzare  tali  che,  se  qualunque  è 
r  una  di  quelle  fosse  nel  Biagioli  o  nel  Cesari»  avrebbe  for« 
za  di  guastare  ogni  loro  riputazione  f  Saremo  noi  oggimai 
tenuti  ad  imparar  il  francese  per  intender  questo  iocompreo- 
sibile  guazzabuglio  che  costoro  voglion  fare  nostro  sermone? 
Di  quest*  oro  è  pieno  quel  suo  Antipurismo  «  che  ci  dà  per 
guida  alla  buona  prosa  italiana.  La  nostra  lingua  è  giii  tanto 
ricca  in  locuzioni,  che  ne  può  arricchire  il  Francese,  non  che 
le  abbia  a  mendicare  da  quello  ;  senza  che,  odi  T  opinione 
di  Du  Marsais  a  questo  rigiiardo. 

„  Ghaque  langue  a  des  expressions  figurées  qui  lai 
sont  particulières;  soit  parceque  ces  expressions  sout  tirées 
de  certains  usages  établis  dans  un  pays ,  et  inconnus  dans 
un  autre;  soit  par  quelque  autre  raisou  purement  arbitrai- 
re«  Les  differents  sens  figurés  du  mot  wix  que  nous  avons 
remarqués ,  ne  sont  pas  tous  en  usage  en  latin  ;  on  ne  dit 
pointpoo:  pour  suffrage.  Nous  disoxìs porter  enpie^  ce  qui  ne 
serait  pas  entendu  en  latin  par  ferre  irwidiam  ;  au  contrai- 
re, morem  gerere  alicui  ,  est  une  fa9on  de  parler  latine  qui 
ne  serait  pas  entendue  en  fran^ais  ,  si  on  se  contentait  de  la 
rendre  mot  à  mot,  et  que  Ton  traduisìt  porter  la  couiume  à 
quelqu  un^  au  lieu  de  dire,  faire  voir  ìl  quelqu*  un  qu'  oo 
se  conforme  à  son  gout,  à  sa  manière  de  voir,  étre  complai- 
sant,  lui  obèir.  „ 

Ma^  dice  Tautore  delP  Antipurismo,  queste  forme  di 
esprimersi  non  sono  francesi  ^  perchè  i  \POcaboli  che  le  com- 
pongono sono  italiani^  le  loro  terminazioni^  le  costruziom^ 
gli  articoli^  tutto  è  perfettamente  italiano.  Gli  voglio  con- 
cedere tutto  ciò,  cioè  che  sian  le  parole  e  anche  la  costro* 
zione  italiana;  ma  quelle  medesime  parole  che  sono  italiaoe 


42$ 

nel  senso  proprio,  non  sono  nel  metaforico;  e  tutte  quelle 
locuzioni  che  ho  di  lui  citate,  che  i  Francesi  chiamano  tour^ 
nureSf  ed  egli  traduce  con  giri ,  non  sono  locuzioni  italiane» 
Eppure  aggiunge  il  medesimo  Antipurista  ,  abbiam  ceduto 
come  pensava  Orazio  sul  rinnoimmènto  delle  lingue^  cA'e- 
gli  rassomiglia  al  cader  periodico  delle  foglie^  ut  silvae  fo- 
Lus  PRONOs  M UTA^iTua  IR  A1VN08.  Bene,  e  io  gli  risponderò  con 
parole  d' Orazio. 

Te  ipsum  percunctor  ;  an  et  cum 
Dura  tibi  peragenda  rei  sit  causa  Petilliif 
Scilicet^  oblitus  patriceque  patrisque^  .  •  . 

patriis  intermiscere  petita 

Ferba  foris  malis^  CanusirU  more  bilinguis? 
cioè  „  A  te  medesimo  ne  appello;  forse  che,  se  tu  avessi  a 
difendere  ramico  in  una  grave  causa,  dimenticata  e  la  pa- 
tria e  li  maggiori  tuoi ,  vorresti  intralciare  il  tuo  discorso 
con  parole  mendicate  dagli  strani ,  a  guisa  de*  bilingui  di 
Ganosa  ?  ,, 

SI  che  noi  avremmo  proprio  dimenticata  la  patria  e  i 
nostri  maggiori,  se  volessimo  dar  retta  alle  sue  ciance.  Ora- 
do  disse.  Multa  cadent  quce  nane  sunt  in  honore  y^ocabula^ 
ù  volet  usus  ;  pure  disse  multa  renascentur  qu(e  jam  ce^ 
ridere.  Ma  io  voglio  prendermi  in  favore  della  mia  causa  an** 
:he  quel  multa  cadent;  e  dico  che  ciò  che  fu  in  onore  per 
lutto  Io  secolo  passato  è  ripudiato  dal  presente;  e  l'Uso  chi 
o  constituisce  se  non  quelli  che  scrivono?  £  se  quelli  che 
;crivono  adesso  si  son  tutti  rivolti  agli  antichi,nevien  di  con- 
eguenza  che  rinasca  quel  eh*  era  caduto.  Sono  ancora  po- 
lii giorni  y  io  lessi  in  un  giornale  francese  che  Targomento 
pattato  nel  suo  primo  discorso  da  un  professore  novamen- 

^9 


4^6 

te  eletto,  fu  il  glorioso  esito  dell*  amor  patrio  de*  Francesi 
in  aver  saputo  serbare  il  loro  idioma  puro  dai  barbarismi, 
non  ostante  il  concorso  nella  loro  c&pitale  di  gente  di  tante 
nazioni.  La  medesima  sollecitudine  di  conservare  la  puri- 
tà della  lingua  patria  si  scorge  negli  Inglesi  e  ne*Tedeschi; 
e  noi,  perchè  meno  solleciti  dello  onor  nazionale  che  gli  al- 
tri saremo?  SUntroducano  pure  le  parole  create  a  nominar 
cose  nuove  o  ad  esprimere  nuove  idee  ;  a  ciò  ninno  si  op- 
porre, purché  rinnovatore  s'avvicini  quanto  può  alla  pro- 
prietà della  lingua  nostra;  ma  non  si  espellano  le  nostre  per 
dar  luogo  a  quelle  degli  stranieri. 

Quando  poi  alcuno  voglia  avere  un*  idea  del  critici- 
smo di  questo  Antipurista,  senta.  Egli  produce  fra  gli  altri 
il  seguente  frammento  d*una  novella  del  Boccaccio:  Era  co* 
stei  bellissima  del  corpo  e  del  9Ìso^  quanto  alcun  altra  fem- 
mina fosse  mai^  e  gioitine ,  e  gagliarda^  e  sa\fia  pià^  che  d 
donna  per  avventura  non  si  richiedea.  Dalla  virgola  che 
pone  Ao^opià  già  si  vede  quanto  senta  avanti  nel  senso 
delle  parole  !  Ecco  la  critica  che  vi  fa  sopra» 

„  Ognuno  sa  che  Tiperbole  è  la  figura  piò  triviale  e  la 
meno  graziosa  fra  i  tropi  (intende  \e  figure)  ;  e  nondimeno 
essa  è  la  più  famigliare  al  nostro  Boccaccio.  Ma  attenendoci 
precisamente  a  questa  che  abbiamo  sott^occhio,  chi  non  ve- 
de quanto  essa  è  malamente  disegnata  e  peggio  colorita  ? 
Perchè,  dopo  aver  detto  quanto  altra  femmina  fosse  mai^ 
TAatore  aggiunge  pia  che  a  donna  non  si  ricfUedea^  quasi 
che  femmina  e  donna  non  fossero  una  cosa  medesima?  Che 
significa  nell'idea  che  il  Boccaccio  vuol  presentare  di  que- 
sta figliuola  di  Tancredi  Vesser  giovine  più  che  a  dofma  non 
si  richiedeva  ?  È  per  verità  cosa  del  tutto  nuova,  che  uoa 


427 

figlia  già  maritata, e  rimasta  vedova,  potesse  esser  giocane 
pià^  che  a  donna  non  si  richiedea.  Viene  in  seguito  V  epi- 
teto di  gagliarda*^  ma  in  qual  senso  dovremo  noi  prendere 
questa  parola,  nel  senso  proprio  o  nel  figurato  ?  „ 

Chi  vuol  conoscere  il  resto  di  questa  sua  ciancia,  Io  po- 
trà veder  da  se;  a  me  basta  ben  rispondere  al  citato  squar- 
cio. Dunque  il  primo  errore  del  Boccaccio,  nel  predetto  pas- 
so, è  il  dare  al  lettore  unMdea  della  donna  di  cui  si  accin- 
ge a  parlare,  con  una  iperbole  !  Qual  disegno  e  qual  colo^ 
re  le  avea  a  dare  in  prosa,  se  non  descriverla  amplificando? 
Vedi  riperbole  dello  stesso  autore  posta  nel  cap.  della  Or- 
tografia, e  tienti  poi  che  non  t*adiri  con  chi  si  sforza  d'  o- 
scurare  la  fama  sua!  L'iperbole  è  triviale  quando  si  fa  tri- 
viale. In  secondo  luogo  io  non  so  per  qual  necessità  aves- 
se il  Boccaccio  a  ripetere  la  parola  femmina^  e  quale  errore 
abbia  commesso  nello  scrivere  donna  la  seconda  volta,  quan« 
tunque  i due  nomi  significhin  la  stessa  cosa;  poiché  chiun- 
que scrive  cerca  di  fuggire,  quando  non  si  muti  il  senso,  la 
ripetizione  delle  medesime  parole.  Questo  saccente  poi,  che 
ci  fa  sapere  d*avere  spesi  trent*anni  almeno  nello  studio  , 
mostra  ora  che  non  intenda  cheT  espressione,  quanto  al^ 
tra  femmina  fosse  mai^  risponde  a  bellissima'^  e  V  altra,  pia 
che  a  donna  non  si  richiedea^  si  riferisce  agli  aggettivi  .ra- 
rìa  t  gagliarda^  e  non  a  glossine;  e  quando  anche  il  critico  ci 
volesse  trovar  equivoco,  la  congiunzione  e  fra  glossine  e  ga-» 
gliarda  basterebbe  a  torgli  questo  pretesto.  Ma  se  egli  in- 
tende il  vero  senso  delle  parole,  e  lo  vuol  far  parere  ambi-^ 
guo ,  anzi  fermamente  contrario  a  quel  che  gli  diede  V  au- 
tore, ognuno  si  può  accorgere  qual  fede  meritin  le  sue  cen- 
sure; sì  che  in  questo  caso  è  ignoranza  o  malizia*  Finalmen- 


4^8 

te  che  Ghismonda  fosse  d*  animo  gagliarda^  ben  lo  mostrò 
col  darsi  la  morte.  E  tanto  basti  di  questo  Antipurismo;  che 
non  à  cosa  piacevole  a  chi  non  è  patrice  patrisque  oblitus  il 
legger  lungamente  di  quella  bella  prosa* 

GALLICISMI  TRATTi  DALLA  PROPOSTA   DKL  MoNTl 

Troppi  n^avrei  io  a  notare,  se  mi  volessi  assumere  Tar- 
dna  impresa  di  raccogliere  tutti  i  gallicismi  che  si  fanno  e 
nel  parlare  e  nello  scrivere;  che  oramai  per  alcuni  non  v*  è 
pia  niente  in  francese ^  che  letteralmente  traslatar  non  si 
possa  in  italiano;  ma  lo  esporne  alquanti ,  oltre  ai  già  cita- 
ti ne*  precedenti  capitoli,  estratti  da  un*opera letteraria  quale 
è  la  Proposta,  e  di  udo  autore  che  li  più  credevano  aver  a 
prendersi  per  modello  di  stile,  farà  sì  che,  a  cui  caglia  di 
scriver  bene,  stia  più  guardato  per  V  avvenire  ,  e  non  dia 
troppo  dentro  al  francese ,  prima  d*  aver  letto  i  nostri  clas- 
sici a  sufficienza  ;  tanto  che  distinguer  possa  V  una  lingua 
dair  altra.  £  questo  intendo  che  serva  anche  di  risposta  a 
coloro  i  quali  van  dicendo,  lo  stile  di  questi  seguitatori  di 
purismo  non  esser  naturale,  vedervisi  dentro  lo  studio  (i)| 
lo  sforzo,  non  correre  la  dicitura  come  negli  originali,  e 
trovarvisi  le  espressioni,  le  frasi  intere,  tolte  di  peso  agli 
antichi  e  intarsiate  per  entro  a*  loro  scritti  ,  vi  cappiano 
o  non  vi  cappiano  ;  e  io  dico  che  questi  difetti  si  scorge- 
ranno in  quelli  che  scrivono  per  far  pompa  di  sapere , 
senza  avere  argomento  che  li  sproni;  o  pure  io  quegli  al- 
tri che  non  hanno  ancora  imparato,  e  fanno  pratica;  e  con 
tutto  ciò  egli  à  ancor  più  sopportabile  che  si  scorgano  nelle 

(i)  E  pur  bisogna  che  W  si  scorga  lo  studio»  vuole  il  Dayaiixati:  Lm 
scrittura  che  si  tiene  in  mano,  e  si  esamina  sottilmente  dalli  scienziati, 
riesce  volgare ,  e  non  vive,  se  non  vi  ha  dottrina  squisita^  e  fatta  »  quasi 
WQ  brunito^  risplendere  dalla  diligenza  efatica^ 


4^9 
opere  italiane  cose  tolte  ai  nostri  classici,  che  non  tratte  dal- 
lo stil  francese,  come  ne  fanno  manifesta  prova  le  seguenti. 
Ma  io  non  dubito  che  si  possa  pervenire  a  scrivere  con  seni* 
plicità  ,  con  agevolezza,  e  secondo  natura,  anche  oggi,  pur 
che  non  si  voglia  ognor  sedere  in  piuma  né  sotto  coltre;  per 
lo  qual  modo,  in  tempo  alcuno,  in  fama  non  si  venne  mai. 

Carattere  per  natura 

I .  n  solo  abuso  delt  arte  si  è  quello  che  toglie  agli  in^ 
gegni  il  distintìifO  lor  carattere.  2.  Mai  non  calpestasi  impur 
nemente  il  carattere  delle  nazioni^ 

Carattere^m  italiano, si  dicedei  modo  materialedi  scri- 
vere, massimamente,  e  anche  in  qualche  caso  per  specie , 
come  nel  Bar  tot  i  s  Questi  sono  i  caratteri  delle  forme  del 
dire  ;  ma  che  natura  s*  adoperi  nel  se  nso  che  il  Monti  usa 
carattere,  eccone  in  prova  quattro  esempj. 

I.  E  dicoti  in  prima  che  mi  fa  guerra  la  natura  di 
lei,  che  è  onestissima.  M.  a.Poi  che  \fide  la  natura  di  P.Sci^ 
pione  ecc.  Da  S.  C.  3.  Io  sono  d*  una  natura ,  che,  quando  io 
m^ adiro  ecc.  G.  Marasfigliosa  contrarietà  di  natura!  tanto 
amare  Vozio  e  odiar  la  quiete  i  medesimi  uomini  !  Dav* 

II  Davanzati  chiama  carattere  di  Tiberio  il  riassunto 
delle  sue  qualità  personali  e  della  sua  vita,  e  poi  finisce  co** 
&[zAltultimo  la  die  per  mezzo  a  tutte  le  scelleraggini,  quan^ 
do^  rimossa  ogni  tema  e  svergogna,  secondò  sua  natura. 
Stile  freddo  per  languido^  insipido. 

Questo  stile  è  freddo  ,  dice  il  Perticari  ;  ma  questa 
metafora  non  è  più  italiana  che  sìa  il  parlare  alle  orecchie 
e  il  fuoco  francese  del  sepolto  Antipurismo. 

Suscettivo  0  suscettibile^  per  atto,  capace ,  irritabile. 

Non  si  dica  che  gli  scritti  scientifici  non  sono  su- 
scettivi dt  imitazione  e  di  sentimento. 


43o 

Io  direi  non  siano  aUi  adesprimere^  o  capaà  di.  il 
francese  si  dice  anche  che  uno  è  suscettìbile,  dove  doìI 
ciamo  irritabile.  E  se  questo  aggettivo  non  d  nella  Cra 
basta  che  vi  s(a  il  verbo  irritare ,  dal  quale  si  trae,  Tel 
pag.  8a,  l'aggiunta  in  abile.  Suscettibile,  in  vero,  derifai 
latino  suscipere,  ma  io  latino  non  ha  il  senso  che  gli  atti 
buiscono  i  Francesi. 

Enorme  per  grande  o  stragrande 
Eia  enorme  quantità  degli  esempj. 
Ben  si  trova  enorme  per  nefando,  dicendo  il  Boccacà 
enormi  mali  per  malizia  operati-,  ma  pure,  anche  inq-si. 
senso,  nel  purgatissimo Decamcrone  non  fu  posto; cdisfr 
to  creduto  degno  solo  del  Labirinto.  Il  Davanzali  ba  m 
mezza.  Ma  per  esser  Selano  camera  rf"  ogni  enormezu,. 

Disfarsi  di  una  cosa  o  di  una  persona,  per  sbrisursi-ì 
ne,  tesarselo  dinanzi,  «T  addosso,  o  d'attorno. 

f^eggo  bene  che  ti  sa  milVanni  il  disfarti  de'  fattimi 

Il  Boccaccio  de'  suoi  morditori  diceva:  Io  i,Uenà  m 

alcuna  leggiera  risposta  tormegli  dagli  orecchi.  Bellissin» 

metafora,  avvenga  che  i  morditori  e  maldicenti  danooiw 

la  agli  orecclui  e  nel  caso  del  Monti  io  direi  tiparmiltoi^ 

ni  (  non  ti  sa  )  di  U^rmiti  Raddosso,  o  pure  di  torti  <é 

briga  de' fatti  miei.  E  io  non  so  come  si  possa  preporre  <i- 

sfarsi  a  tanti  bei  modi  che  noi  abbiamo.  Il  Davansati.  /i- 

ceva  tutto  di  punzecchiare  questa  vecchia  a  levarsi  dimù 

questa  nuora» 

Prevenuto  per  predisposto 
E  acciò  che  il  lettore  mal  prevenuto  dalt  appareÉt 
secchezza  delle  materie. 

lo  direi  mal  predisposto  dalla  apparente  aridità;  ^ 


43 1 

e^ocmche  anche  quel  secchezza^  sebben  se  ne  truovi  qualche 
ppio,  mi  par  troppo  francese,  quando  abbiamo  aridità. 


noQ  i  2?  ■  f^aler  la  pena  per  portare  il  pregio. 

jalesiii   'E  ben  varrebbe  la  pena  di  s^erificarlo. 
Jflrer;    ^  portare  il  pregio  ti  pare  forma  troppo  studiata  o 
seoso^^  in  alcun  caso,  di*  :  e  ben  meriterebbe  si  ^verificasse. 

armata  per  esercito 
)      Non  ho  estratto  V  esempio  ;  ma  la  Proposta  n*  è  piena. 

osato,  tu  buona  lingua,  si  dice  di  una  riunione  di  navi  for- 

■ 

re  d*  uomini  e  d*  armi  per  combattere  in  mare  ;  per  cor-- 

^  .^j  di  soldati  di  terra,  abbiamo  il  bel  vocabolo  esercito;  e 

"6,  ali.-- 

i  gli  vuole  antichi,  tal  sia  di  lui. 


Di  questo  modo  per  in  questo  modo 


.         Mirando  egli  (  Dante  )  ad  imprimere  di  questo  modo 
^nfamia  nel  volto  a  tutti  quei  pigri. 

In  italiano,  imprimere  in  oper  questo  modo  ;  ma  non 
.   questo  modoi  maniera  francese. 

3i  11  * 

j  jigire  per  operare 

H  consiglio  e  una  norma  d  agire. 
.  .       jigire  non  è  italiano  per  nessun  conto,  tutto  che  sia 
itine* 

Meno  che  per  quando  o  se  pur  non 


CourrnNTinATo  non  è  voce  d'alcuna  guisa;  meno  che 
on  si  voglia  dar  questo  nome  ecc. 

Convincere  ptv  persuadere 
Convincere  dice  il  Monti  che  si  debba  dire  in:  //  mio 
muco  mi  convince  della  sua  fedeltà;  il  mio  figlio  mi  convin* 
7e  della  sua  innocenza.  Vorrei  che  mi  producesse  i  testi. 
Convincere  si  può  dir  solo  di  un  reo,  o  di  un  disputante  ; 
nelle  presenti  espressioni  s'ha  a  far  uso  dì  persuadere. 


43a 

SpHto  per  sentimento. 
Dubito  fortemente  che  siasi  ben  compreso  /o'spirito  di 
questo  passo,  lo  direi  il  sentimento  di  questo  passo. 

Aver  hello  per.potere  o  poter  bene 
^esperienza  ha  un  bel  castigarti  nel  folto  di  saperci* 
i^re  ;  tu  sarai  sempre  ecc» 

Il  Bartoli:  Può  il  banditore  aper  mille  stentori  in  con- 
po^  e  tonare  con  \H)ce  che  si  faccia  sentire  ccc# 

Incoraggiare,  incoraggire,  scoraggire,  per  conforta-^ 
re,  inanimare^  rincorare^  invilire. 

Sia  pur  che  anche  fra  Gaittone,  come  dice  la  Crusca, 
adoperasse  quei  vocaboli,  io  per  me  sempre  darò  il  vanto  a 
quesli,  come  assai  più  belli  e  tulio  nostri.  Mesto  di  tal  mor- 
te il  Senato  rincora  Tiberio.  DaV,  Che  sarebbe  incoraggia 
qui  o  incoraggisce  in  luogo  di  rincora  ? 

Rigettare  per  escludere  «  scattare. 
Rigettando  quanto  ritener  do9ea^  e  ritenendo  quanto 

dovea  rigettare. 

Anche  questo  vocabolo  rigettare^  con  tutto  cbc  si  truo- 
vì  osato  per  alcuno  oscuro  classico,  io  dico  che  si  debba  ri- 
fiutare, scartare,  o  escludere,  quando  ne  abbiamo  più  che  a 

sufiicienza. 

Impiegare  per  adoperare ,  usare. 

Il  Monti  ha  impiegare  una  voce^  e  impiego  d"  una  vo^ 
ce.  Questo  vocabolo  à  italiano  nel  senso  di  impiegare  il  da- 
naro^  impiegare  il  tempo;  cioè  metterlo  a  profitto  ;  ma  non 
per  termine  di  grammatica,  dicendosi  adoperare^usare  tee; 
idea  diversa  dalla  prima. 

Spirito  per  mente;  genio  per  ingegno. 

Lo  spirito  è  fertile  di  espedienti^  il  genio  è  fecondo  di 
mezzi. 


433 

Né  lo  spirito  né  il  g«QiO«  nel  modo  che  si  vedono  usa« 
ti  neoclassici  scrittori  italiani,  non  sono  facoltà  operanti;  ma 
che  sentono  e  si  manifestano  agli  occhi  altrui  ;  la  mente  e 
Piogegno  operano»  Il  Firenzuola  :  Trista  memoria^  doloroso 
ingegno;  e  il  Davanzati  ;  PercJiè portas^a  bene  le  ambascia^ 
te  de"  soldati ,  per  lo  pronto  ingegno.  £  se  vuoi  meglio  ye- 
dereia  differenza  di  questi  due  vocaboli,  trovala  neli*  Uo^ 
mo  di  lettere  del  Bartoli ,  che  ne  trarrai  utile  e  piacere. 
Mezzi  per  modi^  sottigliezze^  o  di  che. 

V  interesse  particolare  è  fertilissimo  di  mezzi  con  cui 
eludere  le  proibizioni. 

Questa  voce  mezzo  è  usata  nel  singolare  solo  come  no- 
me; ella  è  tolta  dairaggettivo,  il  quale  sempre  si  può  scor- 
gere per  r  analisi;  e  significa  strumento  medio  o  via  media 
tra  Toperante  e  Tazione,  fra  il  supplicante  e  il  supplicato  ; 
e  in  questo  ultimo  senso  solo  si  trova  anche  nel  plurale  : 
Vedete  da^er  mezzo  con  gli  Otto.  G.  S'io  non  aveva  mezzo 
col  governatore  ecc.  /  grandi  e  il  popolo  lo  ringraziarono 
di  tanta  carità j  senza  ambizione^  mezzi,  o  preghi.  Dav.  Ma 
nel  modo  che  V  u$a  il  Monti ,  eccolo  :  Lasciami  chiamare 
il  mio  servitore,  qualche  modo  troverà  egli.  F. 

Ma  se  io  tento  di  togliere  questo  vocabolo  al  parlar 
volgare, io  corro  pericolo  d'esser  fischiato.  Che,  mi  diranno, 
non  s*  avrà  più  ad  aprir  bocca,  che  non  si  cada  in  un  galli- 
cismo ?  Come  supplire  a  queste  locuzioni  :  Non  ha  mezzi 
da  vivere;  non  ha  mezzi  da  mantenere  la  famiglia;  non  ha 
mezzi  da  fare  una  lite;  è  senza  mezzi,  che  tutto  di  ci  occor- 
rono? Io  non  mi  do  ad  intendere  di  potermi  oramai  opporre 
alla  inondazione  de*  gallicismi  nella  lingua  che  si  parla,  che 
sarebbe  forse  matta  impresa  ;  ma  nello  scrivere  ce  ne  ab- 


/ 


434 

biamo  a  guardare  ;  e  in  ciò  sarò  iostancabile,  imperterrito; 
£  noi  abbiamo  più  di  un  modo  da  esprimere  queste  cose» 
e  primieramente  io  dico  che  in  vera  lingua  italiana,  a  chi  la 
conosce,  non  fa  luogo  sostituir  niente  a  quel  vocabolo  mez' 
zif  dicendosi  ;  aifer  da  vix^ere^  da  mantenere  la  famiglia,  da 
fare  una  lite^  senza  /  mezzi;  vedi  a  carte  33^;  e  aggiungo  cbe 
qualunque  idea  esprìmano  i  Francesi ,  e  massimamente  di 
queste  cose  che  sono  di  tutti  i  tempi,  si  troverà  espressane! 
tesoro  della  lingua  lasciatoci  da  quegli  scrittori  cbe  illomi- 
narono  tutto  il  mondo;  e  tacciansi  una  volta  dal  dire  cbe 
noi  abbiamo  a  prenderci  dagli  altri  quel  die  noi  non  posse- 
diamo ;  però  che  se  si  volessero  anche  scartare  i  gilè  et 
pantaloni  dal  volgar  nostro,  si  troverebbe  che  noi  abbiamo 
i  corpetti  e  i  farsetti^  le  brache  e  i  braconi ,  tolti  dai  classi- 
ci* Et  tornando  al  proposito  ,  dico  che  con  questi  mezzi  si 
son  cacciate  dalla  lingua  nostra  quelle  belle  locuzioni  che 
io  ho  prodotte,  delle  quali  già  piò  non  si  sentiva  il  valore. 
j^i^er  diche  è  un^altra  espressione  equivalente  stWa^rmes- 
zi.  Il  Boccaccio,  parlando  delle  cortesie:  Molti  si  sforzano 
di  farle f  i  quali f  ben  che  abbiati  di  che^  sì  mal  far  le  sanr 
no  ecc. 

Prendere  per  in  luogo  di  credere 

Per  chi  ci  avete  voi  presi  P  Dove  il  Firenzuola  dice; 
Io  credeva  che  voi  foste  lui^  e  non  vi  aveva  preso  per  lui. 
D  ifficile  per  severo^  sottile^  increscevole^  sazievole. 

E  parea  (  alla  Crusca  )  le  dovesse  raccomandar  fje-- 
sto  verbo  anche  il  difficile  giudice  della  bellezza  esteriore 
delle  parole^  dico  f  orecchio.  Perchè  intorno  al  libro  di 
Dante  quel  difficile  censore  affermò.  Pert* 

A  fatica  intender  si  può,  V  occhio  esser  giudice  àfft* 


'J 


435 

e  eiella  bellezza j  e  un  censore  esser  dif/tcile^che  cosa  si- 
ifichi  ;  né  credo  si  possa  per  chi  non  sa  il  francese  •  Io 
rei  questo  giudice,  l*orecchiO|  esser  sottile^  dilicato^  e  un 
nsore  esser  sei^erf)  ;  e  parlando  di  persona ,  che  uno  è  </i- 
escevole^  saziewle^  quando  nulla  lo  contenta,  ma  non  dif- 
ile, il  quale  aggettivo,  italicaaiente,  alle  cose  sole  appar- 
ane; che  se  per  increscevole  esaziei^ole  è  latino  ,  questi 
le  vocaboli  sono  più  che  sufficienti ,  e  assai  piii  belli  che 
latino. 

Senso  pia  ricevuto  f  per  senso  pia  giusto^  pia  approva^* 
,  pia  accetto» 

Il  senso  più  ricevuto  della  voce  fortuNjìto^  è  quello  di 
venturoso^  felice.  In  questo  caso  mi  par  che  s*  avrebbe  a 
ire:  //  senso  che  per  li  pia  si  dà  alla  voce. 

Bravo  per  eccellente^  valente» 

In  queste  brave  definizioni  non  abbiamo  cosa  che  di-- 
\  Io  non  so  che  ci  abbia  a  fare  qui  il  bravo* 

Se  il  soffrire  è  bravura,  chi  non  dirà  pia  bravo  ilsO'^ 
uere  che  il  lione  ? 

A  me  par  che  del  soldato  solo  si  dica  bravo  ;  ma  ia 
aesto  caso  quanto  meglio  valentia  e  valente  ! 

Essere  alle  prese  per  venire  alle  mani^  azzuffarsi^  con* 
ìndere. 

Combattendo  gli  errori  del  vocabolario^  noi  siamo  alle 
rese  con  uno  avversario  non  solamente  formidabile  ecc* 

Il  Monti,  certo,  non  se  Taspettava  che  si  avessero  a  cont- 
attare errori  anche  nelP  opera  sua  ;  e  io  credo  che  ne  sian 
iu  nella  Proposta  che  nella  Crusca;  pure  egli  ha  fatto  un 
ene  infinito  a  mostrare  primo  la  necessità  di  dare  la  defi<» 
izion  delle  parole,  senza  la  quale  un  vocabolario  è  di  poco 


\ 


43S  - 

aiuto,  e  poi  che  anche  ia  an^opera  che  6i  tenga  per  un  ora* 
colo  possono  essere  degli  errori  ;  e  non  s'ha  a  credere  tat- 
to ciecamente  quel  che  si  trova  anche  ne*  buoni  libri.  Cosi 
io  qui  potrei  errare  nel  notare  questi  gallicismi,  e  chiamar 
con  tal  nome  di  quelle  espre^ioni  o  vocaboli  che  fosser 
buoni  ;  avvenga  che  in  questa  parte  Tarbitro  sia  la  memo- 
ria ;  la  ragione  non  vi  può  niente  ;  come  nel  presente  caso, 
tntto  ciò  che  io  posso  dire  è  che  non  mi  occorse  mai ,  nel 
leggere  i  classici,  di  trovarvi  essere  alle  prese. 

Trovare  per  parere 

Vi  ha  tahmi  i  quali  non  trovano  la  lingua  nostra  co' 
sì  atta  ad  esprimere  le  cose  di  guerra.  Vedi  Lancetti  nella 
Proposta, 

In  italiano  si  dice,  ai  quali  non  pare» 

Ad  onta  per  in  dispetto 

Ad  onta  di  emblemi  sì  poco  reverendi. 

Onde  sia  tolto  questo  ad  onta  io  non  so  ;  francese  doq 
ò;  ma  io  lo  espongo  qui  perchò  si  esamini  e  si  fugga,  scegli 
esprime  un'idea  falsa.  Forse,  perchè  a  cui  si  fa  onta  si  fa  di- 
spetto ,  per  analogia  si  è  introdotta  questa  espressione ,  la 
quale  non  mi  venne  mai  trovata  in  buono  italiano.  Onta  mi 
suggerisce  V  idea  di  vergogna ,  e  non  idea  di  opposizione 
quale  è  compresa  in  dispetto.  Sia  libero ,  con  tutto  ciò,  a 
chiunque  paia  buona  Tadoperarla. 

I primi  e  i  secondi  per  quelli  e  questi 

Che  se  i  primi  possono  offendere  i  nostri  libri  di  qual- 
che macchia,  i  secondi  gli  oscurano  eternamente  Pert. 

Che  importa,  dice,  che  si  dica  piJi  tosto  questi  e  qfiel- 
li  che  i primi  e  i  secondi?  V'è  forse  da  dubitare,  io  rispon- 
do, qual  sia  migliore  espressione  ? 


-"^ 


437 

Piacersi  per  dilettarsi 

Se  il  f^arcJU  non  si  fosse  tanto  piaciuto.  Pert. 

I  Francesi  dicono  :  Comment  s^ous  plaisez^vous  dans 
'iet  endroit^  dans  cette  étude  ?  £  noi,  come  n  piace  cotesto 
uogo^  cotesto  studio  ;  o  pur  come  9i  diletta^  ma  non  come 
ipiacete. 

Hicercato  per  studiato 

À)^rebbero  anche  sfuggito  quelle  colpe  che  li  fecero  o 
nssif  o  ricercati  od  oscuri  (li  studiosi  del  bello  siiìe)Pert. 

Né  pur  Taggettiva^^K^ia^/  converrebbe  in  questa  fra- 
e  alle  persone,  ma  a*  loro  scritti,  e  con  diversa  costruzio- 
e  di  parole.  Vedi  a  carte  4^S*  quel  che  noi  dicemmo  de' 
medesimi  studiosi. 

Fin  qui  son  tolti  dalla  Proposta  del  Monti;  quelli  dei 
erticari,  segnati  Pert.  Ora  eccone  alcuni  altri  che  mi  ven- 
ero notati  o  nelle  scritture  o  pel  parlare* 

ALTRI    GALLICISMI   DeV  Piu'    COMUNI 

Disappunto  per  scorno 
Come  rendere  il  disappointed  e  disappointment  che 
iche  i  Francesi  ban  tolto  agli  Inglesi,  per  non  avere  espres- 
300  equivalente?  impossibile.  Come  impossibile!  Èque- 
I  una  idea  nuova  ?  Non  avranno  mai  i  nostri  maggiori  a- 
tto  bisogno  d^esprimere  unMdea  così  nota  e  sì  spesso  oc- 
rrente?  Il  Boccaccio,  di  colui  che  si  credeva  sposare  la 
eduta  vedova  di  Messer  Torello ,  all'  improvviso  apparir 
lui  eh*  era  stato  pianto  per  morto,  dice  :  //  inaiente  uomo 
antunque  alquanto  scornato  fosse;  ove  1*  Inglese  direbbe 
itile  disappointed*  £  non  dico  che  sempre  s*  abbia  a  ren-* 
re  quella  espressione  per  scorno  e  scornato;  ma,  secondo 
circostanze,  all'italiano  non  mancherà  mai  V  equivalente» 


438  •^       •       i 

Tolgano  i  Francesi  da  questa  e  da  quella  lingua  ;  e  la  loro 
81  farà  migliore,  tanto  povera  ella  è;  ma  noi  che  Tabbiamo 
ricchissima,  pur  che  sappiamo  ove  sta  la  ricchezza  riposta, 
tutte  le  volte  che  vorremo  dar  luogo  ad  una  straniera  espres- 
sione, si  fark  in  pregiudizio  di  una  o  più  nostre  che  saran- 
no per  quella  abbandonale  o  dimentiche;  perchè  fuor  qual- 
che nuova  scienza  o  meccanismo ,  per  cui  abbisogni  alcao 
nuovo  vocaboloi  tutto  abbiamo  nel  ricchissimo  fondaco  det 
la  nostra  lingua*  Chi  si  sarebbe  immaginalo  che  noi  aves- 
simo termini  equivalenti  ad  (Mppuniamento ,  rendez-vous  ? 
Ne  abbiamo  uno  xnposta^  ed  eccone  due  esempj  r  Pocof^ 
si  dieder  la  posta  d  essere  insieme.  B.  Ui  egli  per  cerisi 
deve  a\}er  data  posta  a  qualche  cattis^a.  B.  E  un  altro  ter-- 
mine,  ritrovo^  lo  fornisce  il  Davanzati:  Fliggi\Hino  i  ritro^i^i 
cerchi^  e  qualunque  orecchio*  Non  è  vero  che  questi  sobq 
bellissimi  vocaboli,  e  che  furon  espulsi  e  dimentichi  per  far 
luogo  ad  appuntamento  e  rendez  sh>us  ? 

Riguardare  in  luogo  di  a\^ere  per 

Riguardare  significa  gfiardare^  considerare^  nel  seosa 
semplice,  ma  non  già  nel  figurato  di  as^er  uno,  per  esempio, 
per  amico.  Si  usa  anche  da*  classici  in  bella  maniera  per  &' 
i^r  riguardo f  rispettare.  II  Davanzali,  dei  ribaldi  che  si  ri 
fuggivano  negli  asili,  dice  che  :  Con  tanta  religione  eram 
riguardati,  che  alcuni  fuggitisi  alla  statua  di  Minerva  or 
direno  con  un  filo  in  mano  appiccato  a  quella  comparire  in 
giudizio  a  difendersi;  ma  il  filo  per  isciagura  si  ruppe.  Or^ 
questo  riguardare  era  stato  cacciato  per  far  luogo  al  fraa 
cese  ;  però  che  chi  Tosava  più  P 

Riportare  per  riferire 

Riferisco  solo  i  pareri  di  notabile  laude  o  vergogm 
Dav.  Ma,  rapportare  dalVuno  aW  altro  è  buoq  termioe. 


439 

J^ettura  per  carro  o  carretta 
Non  poteva  pia  anticamente  andare  in  Campidoglio  in 
carretta  se  non  i  sacerdoti.  Dav.  I  senatori  di  piede  andasfa^ 
no  in  senato  a*  piedi  e  non  in  carro*  Questi  vocaboli  carro 
e  carretta  sono  assai  più  belli  che  i^ettura  e  carrozza*  Car^ 
rettella^  che  osano  i  Romani,  è  anche  buon  termine. /^e^/u/YZ, 
dal  latino  s^ecturus,  è  bene  adoperato  in  cavallo  da  vettura  y 
prestare  un  cavallo  a  vettura^  e  anche  vettura  solo  per  caval- 
lo o  altro  animale  che  porli;  e  T  espression  romanesca,  ca- 
vallo  d'affittolo  falsa  ed  erronea,  perchè  s*a  vrebbe  a  dire  da^ 
e  il  vocabolo  affitto  si  usa  solo  per  le  case  e  li  poderi. 

Finalmente,  son  gallicismi  i  seguenti:  rimarcare  per 
notare;  avviso^  consiglio  ;  rango,  stato,  condizione  ;  carica  , 
luogo  o  posto;  obbligare^  costringere,  convenire,  esser  ne- 
cessario» Essere  obbligato  è  buono  per  legato  in  promessa^ 
aver obbligo^m^  non  pel  presente  nel  senso  di  ve  ne  ringra^ 
ziOfVe  ne  son  tenuto.  Piccarsi  per  vantarsi; mcar/care,  com- 
mettere; darsi  la  pena  f  darsi  briga  o  impaccio;  accordare^ 
concedere  ;  attaccamento  ,  affezione  ;  essere  attaccato  ,  far 
parte;  azzardare^  avventurare;  interessante  ,  geniale;  co^ 
raggiOf  animo;  coraggioso^  valente,  valoroso;  onesto  uomo^ 
nom  da  bene;  complimenti^  convenevoli.  Troppi  convenevo-^ 
li  non  degni  del  nom^  romano  esser  fatti*Dsiy*  Travaglio  per 
lavoro,  fatica;  nel  medesimo  tempo  ,  a  un*  ora  ecc. 


1  ■* 


44o 

CAP.  XXIX. 

IN  CHE  CONSISTA  LA  BELLEZZA  DELLA  LINGUA 
che  dal  5oo  insino  al  principio  del  presente  secolo 

era  svenuta  decadendo^ 

Venuto  io  a  quistione  con  un  giovane,  di  sottile  inge- 
gno, ma  non  ancora  versato  nella  lettura  de*classici  che  fan- 
no lo  fondamento  di  questa  opera,  al  quale,  una  scena  che 
m*avea  letto  con  molta  enfasi  nel  Metastasio  pareva  essere, 
per  lo  meno,  cosi  bella  nel  sno  genere,  come  sia  un  canto 
di  Dante;  e  non  potendo  egli  trarre  dalla  mia  bocca  un  solo 
applauso  per  lo  dolce  suo  poeta ,  ansi  trovandomi  ostinato 
nello  affermare  che  non  è  scena  in  tutto  quel  drammatico 
che  a  me  possa  dar  diletto,  perchè  vi  manca  la  lingua;  egli, 
veduto  che  non  ci  potevamo  intendere ,  mi  scrisse  giù  il 
primo  verso  del  soprapposto  argomento,  dicendomi  che  gli 
facessi  un  poco  concepire,  se  possibile  mi  fosse,  in  che  con" 
sista  questa  bellezza  della  lingua  ;  e  per  qual  ragione  si 
dica,  o  sia  lecito  il  dire,  lo  stile  di  questo  autore  esser  più 
bello,  e  men  bello  lo  stile  di  quello  altro,  (quando  non  vi 
siano  errori  );  anzi  tale  che  non  vi  si  trovi  la  lingua.  Io  gli 
feci  uno  sbozzo  del  seguente  ragionamento,  il  quale,  ampli- 
ficato, io  pongo  qui  a  sbramare  qualunque  altro  giovane  si 
trovasse  ugualmente  perplesso  ;  e  so  che  ne  son  molti  di 
questi  cotali,  solo  perchè  ,  non  che  studiato ,  ma  non  han- 
no pur  letto  i  classici  (i). 

(i)  Già  confessai  che  io  pure  di  as  anni  non  avera  ancora  Ietto  i  cbs* 
sìcij  e  il  ridico  acciò  che  coloro  che  si  trovano  giunti  a  queUa  eia  Don  ce- 
dano esser  troppo  tardi. 


J 


44i 

Il  sentire  in  che  consista  la  vera  bellezza  della  lingua 
non  è  da  tutti,  né  da  molti,  come  cosa  che  è  troppo  vaga  , 
e  dal  gusto  dipendente;  e  però  questo  non  è  tema  da  logico 
ragionamento;  ma  a  dirne  qualche  cosa  per  via  di  dimostra- 
zione, mi  converrà  premettere,  per  breve  comparazione  con 
bellezza  d'altra  natura,  come  sia  difficile  che  due  persone 
s' intendano  rispetto  al  bello  di  nna  cosa ,  se  in  entrambi 
non  è  pari  o  competente  conoscenza  della  cosa  medesima; 
lasciamo  stare  le  diverse  nature  degli  uomini  che  diversa- 
mente sentono ,  secondo  che  di  diversa  forza  o  pieghevo- 
lezza, vivacità  o  gravità,  sono  constituiti  o  dotati. 

Si  dice  bello  nn  uomo,  dice  Dante,  quando  tutte  le  sue 
parti  sono  bene  intra  se  rispondenti;  al  che  si  contrappone 
subito  il  trito  proverbio  :  bello  è  quel  che  piacer  e  Edmund 
Burle,  in  tin  suo  trattato  intorno  al  sublime  e  al  bello,  prò- 
va,con  ingegnose  dimostrazioni,  che  non  è  ancora  la  propor« 
zione  che  constituisca  il  bello.  Bella  è  una  musica  allor  che 
ti  diletta  r  orecchio,  e  ti  fa  serpeggiare  per  tutti  i  nervi  una 
sensazion  piacevole  che  per  gli  occhi  fuori  ti  corruschi.  Bel- 
lo un  monumento  che  ti  cattivi  Tocchio,  e  t' esalti  Timma* 
gi nazione;  ma  pure,  sebbene  quasi  tutti  i  pareri  s*  accor<* 
deranno  nel  dire  queir  uomo  cotale  esser  bello  ,  perchè  la 
forma  dell*  uomo  è  a  tutti  nota  ,  e  sempre  forme  belle,  e 
brutte,  e  mediocri,  d*  uomini  ci  stanno  innanzi;  non  avver- 
rà il  medesimo  della  musica  e  del  monumento.  A  tutti  ge- 
neralmente piacerà  la  musica,  ma  non  a  tutti  la  stessa  mu- 
sica medesimamente  ;  questi  prenderà  diletto  della  seria  , 
quegli,  della  gaia;  questi  ci  vorrà  sentir  dentro  Tingegno  e 
la  scienza ,  e  quegli  solo  un  allegro  tintinnio  che  lo  faccia 
saltare  ;  onde  coloro  che  a  ragione  potranno  avere  il  vota 

3o 


44a 
nello  aggiudicare  della  bellesza  di  una  musica,  saranno  quel- 
li  i  quali,  oltre  allo  avere  la  scienza,  son  forniti  prioai^a- 
mente  di  buon  timpano,  usano  li  teatri,  le  brigate,  e  per  le 
chiese;  e  hanno  letto  molte  composizioni  de*  maestri  eccel- 
lenti nell'arie  (i)  ;  e  tra  costoro  ancorai  chi  piacerà  più 
quella  delfun  maestro,  a  chi  delT  altro.  Passiamo  alla  bel- 
lezza di  un  monumento,  il  giudicar  della  quale  è  dato  ad 
assai  più  pochi,  in  molto  minor  numero  essendo  coloro  che 
si  dilettano  o  studiano  in  architettura,  che  quelli  che  stu- 
diano o  si  dilettano  di  musica.  Il  duomo  di  Milano ,  al  pare- 
re dei  più,  è  uno  dei  più  magnifici,  maravigliosi  monamen- 
ti  che  si  sappiano  al  mondo.  Io  vidi  tre  forestieri,  allora  al- 
lora giunti  in  quella  città,  portatisi  in  fronte  di  quel  sublime 
edifizio,  rimanere  estatici;  e  per  un  buon  quarto  d^ora  non 
si  poter  levare  da  quel  posto  nel  quale  si  eran  piantati.  Con 
tutto  questo,  a  un  inglese  mio  amico,  che  si  dà  ad  intende- 
re d'esser  gran  conoscitore  in  architettura,  io  udii  biasima- 
re quel  monumento  ,  perchè  tutto  V  edifizio  è  gotico  ,  e  le 
porte  sole  non  sono;  e  poi,  diceva  egli ,  tutte  quelle  gu- 
glie che  torreggian  intorno  alla  chiesa,  guglie  di  bianchis- 
simo e  rilucente  lavorato  marmo,  dalla  pianta  infino  al  ca- 
po ,  e  tutta  quella  quantità  innumerabile  di  statue  che  sono 
sparse  di  qua  e  di  là,  su  e  giù,  per  tutta  quella  fabbrica  che 
contiene  un  monte  di  scolture,  a  lui  paiono  una  massa  con- 
fusa che  rocchio  abbaglia;  e  però  non  gli  piace.  La  sempli- 
cità deir interno  poi,  che  me  cattiva  tanto  per  la  imponen- 
te maestà  che  alPocchio  appresenta  la  vista  di  cinque  nava- 
te, sopportate  da  quattro  ordini  di  gigantesche  colonne  tut* 

(i)    In  lingua,  per  lo  contrario,  ognun  crede  poter  essere  aibitro  per 
«▼er   sentito  recitar  ne*  Uatri  TAlfieri,  il  MeUstasio»  e  il  Goldoni  ! 


443 

te  di  marmo  ,  colonne  della  cui  altezza  e  grossezza  non  se 
n'ha  forse  idea  in  Roma,  questa  sublime  semplicità  è  cbia- 
mata  povertà  da  quelli  che  la  comparano  con  V  interno  di 
San  Pietro.  Ma  tanto  voglio  che  basti  a  me  ad  accennare  coi- 
rne vago  sia  il  definire  la  bellezza  delle  cose,  a  cagione  del- 
la varietà  dei  gusti  degli  uomini,  e  della  disparità  di  scien- 
za 0  conoscenza.  Ora,  quanto  più  astruso  sarà  il  ragionare 
della  bellezza  di  una  lingua,  per  esser  la  materia  tanto  sot- 
tile ,  e  richiedersi  pili  di  sapere  e  d*  ingegno  a  poterne  dar 
giudizio,  che  d^ogni  altra  cosa  ;  e  perchè  ciascuno  vede  in 
quella  bello  o  brutto,  secondo  che  l'uso  o  la  natura  sua,  de« 
bole  o  forte ,  o  il  quanto  e  il  quale  della  sua  scienza  gliela 
dimostra. 

Nei  vocaboli  soprattutto  stala  bellezza  di  una  lingua; 
e  dal  modo  laconico  o  prolisso,  dal  tono  forte  o  soave,  vi- 
vace o  languido,  con  cui  son  toccate  le  note  di  questa  musi- 
ca, dipende  Usua  armonia,  che  è  sua  bellezza*  Qual  è  dun- 
que la  lingua  che  meritamente  tiene  il  primato,  e  che  degna 
sia  d'  esser  chiamata  bella  ?  Quella  in  che  scrissero  i  piti 
grandi  ingegni  delPItalia.  E  quali  furono  essi?  Dante,  il  Pe- 
trarca, il  Boccaccio,  e  il  Maccbiavello.  Perchè  non  il  Guic- 
ciardini, il  Metastasio,  TÀlfieri,  e  il  Goldoni  ?  Perchè  que- 
sti non  bau  saputo,  appunto  per  inferiorità  d'ingegno,  toc- 
care con  egual  arte  le  note ,  di  cui  V  armonia  della  lingua 
scritta  da  quei  grandi  s*  è  veduta  capace  ;  o  per  non  aver 
essi  fatto  uso,  qual  più  qual  meno,  salvo  il  Guicciardini  lo 
cui  stile  è  purissimo,  pure  delle  stesse  note.  Ma,  ancora,  per- 
chè o  in  qual  modo  queste  note  o  vocaboli  sono  più  belli  in 
quelli  cbe  in  questi  ?  Ciò  mi  accingo  io  a  dimostrare  ,  per 
quanto  mi  sarà  possìbile,  con  alcuni  esempj. 


444 

DELLO   8T1LK    DI  DaNTE  K  DSL   PfiTRARCA 

Ogni  vocabolo  è  bello,  adoperata  a  tempo  e  luogOi  se* 
condo  la  qualità  della  composizione  onde  esso  fa  parte;  par 
cbe  appartenga  alla  lingua  nella  quale  si  parla  e  si  scrive; 
poi»  a  formare  il  bello,  concorre  Tarte  di  collocar  le  parole, 
e  la  squisitezza  delle  locuzioni»  Gran  prova  di  superiore  in- 
gegno 9  in  prima  io  prima  »  è  il  creare  nuovi  vocaboli  die 
sian  calzantii  intelligibili,  e  accetti»  che  facciano  impressìo* 
ne  in  chi  legge  ;  ma  la  maggior  bellezza  la  danno  alla  lin- 
gua i  concetti  ;  e  io  ciò  Dante  è  sovrano.  Io  voglio  produr 
qui  37  versi  con  li  quali  egli  comincia  il  XVII  del  suo  Pur- 
gatorio, e  analizzare  le  bellezze  che  contengono.  Ho  preso 
questo  canto  ,  non  perchè  sia  un  de*  più  belli;  ma  a  caso  , 
quello  che  mi  capitò  sott*  occhio  aprendo  il  volome;  e  pri- 
mieramente voglio  disingannare  qne*  tanti  che  dicono,  per- 
chè non  han  letto,  che  dalla  lingua  usata  da  Daote  poco  0 
niente  si  possa  imparare  per  scrivere  in  prosa  ;  che  le  pa- 
role sono  antiquate,  o  troppo  studiate  o  alte,  o  di  difficile  in- 
tendimento ;  e  voglio  dimostrare  che,  in  27  versi,  non  soo 
più  che  tre  voci  di  che  non  si  possa  far  uso  nel  parlar  fa- 
migliare, tanto  ognuna  per  se,  tolta  dal  verso,  è  semplice, 
e  naturale ,  e  notissima  ;  e  che  tutta  Tarte  e  lo  'ngegno  del 
Poeta  sta  nella  applicazion  poetica  de*  vocaboli ,  nelF  uso 
frequente  della  metafora ,  e  delle  altre  figure  »  in  somma 
ne*  concetti. 

HicordUif  lettor f  se  mai  nelFalpe 

Ti  colse  nebbia^  per  la  qual  vedessi 
Non  altrimenti  che  per  pelle  talpe  i 

Come^  quando  i  uijpori  umidi  e  spessi 
A  diradar  cominciansi^  la  spera 
Del  sol  debilemente  entra  per  essii 


445 

E  fa  la  tua  itnmagine  leggiefn 
In  giugnere  a  veder  coni  io  rividi 
Lo  sole  in  pria^  che  già  nel  corcare  era. 
Puossi  ìminagiDar  più  alta  fantasia,  più  semplici  pa- 
role, più  leggiadro  concetto,  più  bella  e  vera  immagine,  più 
profondo  sapere  ,  più  nobil  poesia  di  questa  ?  E  non  sono 
i  vocaboli  ricordarsi^  lettor^  mai^  alpe^  cogliere^  nebbia^  ve- 
dere^  altrimenti^  pelle j  talpa ^  ecc;  voci  che  tuttodì  si  sento- 
no ripetere  ?  Forse,  perchè  il  Poeta  dice  talpe^  spera ,  éfe- 
bilemenie  e  corcare ^ìn  luogo  di talpa^  sfera^  debolmente^  e 
coricare^  s'avranno  quelle  a  dire  antiquate  ?  Elle  son  poe- 
tiche e  adoperanti  ai  verso.  La  forma  ricorditi  è  più  poeti- 
ca che  ricordati^  perché,  come  abbiain  già  dimostrato,  si  fa 
agente  la  memoria  ;  la  memoria  ti  ricordi.  La  voce  alpe , 
messa  nel  singolare  è  fatta  più  maestosa  e  poetica.  La  me* 
tafora  ti  colse  nebbia  è  pur  famigliare,  ma  dipinge.  Del  ve- 
der della  talpa,  dice  il  Biagioli,  Dante  se  ne  sta  conifuelli 
che  attribuiscono  quel  vedere  imperfetto  della  talpa  a  una 
sottil  membranella  che  ha  dinanzi  gli  occhi*  La  seconda  ter- 
zina è  piena  di  semplicità  e  di  grazia  ;  ma  è  cosa  che  si  de- 
ve sentire;  di  più  dir  non  si  può.  Quanto  più  molle  e  dili- 
cato  è  quel  debilemente  con  Vi  in  luogo  delPo,  e  senza  tron- 
camento! Ecco  come  vocaboli  famigliari,  quali  sono  imma^ 
gine,  leggiero^  giungere,  e  vedere,  formano  per  la  metafo*- 
ra  un  bel  concetto  poetico,  il  cui  senso  è  :  e  con  questa  im- 
mrtgine  tu  appena  arriverai  a  vedere.  In  due  modi  la  meta- 
forica voce  leggiera  fa  suo  ufficio  ;  sì  perchè  quel  eh'  è  leg- 
giero è  anche  debole  e  debolmente  viene  alPocchio,  e  sì  per* 
che  quel  che  è  debole  non  pnò  gravitare  in  giungere.  L*  arti- 
colo/o,  quando  secondo  ortografia  s^avrebbe  a  usare//,  è  più 


\ 


446 

poetico  e  grave;  e  meglio  comiQcia  il  verso  lo  sole  che  il  so^ 
le.  La  espressioD  famigliare  essere  per  coricarsi  è  fatta  poe- 
tica e  rara  mutando  la  preposizione,  e  togliendo  il  prono- 
me ,  essere  nel  coricare  ;  cosi  1'  arte  del  Poeta  con  pìccoli 
mutamenti  nobilita  le  parole  ;  ma  ,  sopra  ogni  altra  cosa  , 
mostra  qui  grande  ingegno  la  leggiadra  similitudine. 
Sìt  pareggiando  i  miei  co^  passi  fidi 

Del  mio  maestro^  usci  fuor  di  tal  nube^ 
A!  raggi  morti  già  ne    bassi  lidi. 
Tutti  i  vocaboli  qui  usati  sono  pur  famigliari,  ma  in- 
nalzati per  la  particolare  applicazione.  Pareggiare  iproprii 
passi  con  quelli  del  compagno  è  vaga  maniera  per  andare 
a  passo  pari  con  lui*  Quello  attribuire  a*  passi  del  suo  mae- 
stro la  fidanza  che  aveva  in  lui,  è  bella  figura  reltorica;  eia 
metafora  raggi  morti^  per  raggi  spenti^  è  sublime. 
O  immaginativa^  che  ne  rubo 

Talvolta  sì  di  fiior^  cK  uom  non  s^  accorge 
Perchè  d*  intomo  suonin  mille  tube^ 
Chi  muove  te^  se  V  uom  non  ti  porge  ? 
Apostrofe  divina  I  volo  d^immaginazione  inarrivabile  ! 
A  immaginativa  s*  ha  a  suppMr  potenza  •  Or  che  sarebbe 
quel"  verso  ,  se  in  luogo  d*  immaginativa  fosse  immagina^ 
zione  ?  L*arditezza  della  voce,  forse  per  la  prima  volta  an- 
sata da  Dante  in  tal  modo,  e  da  lui  creata,  chiara,  e  varian- 
te il  troppo  comun  suono  in  lo/ie,  forma  il  bello  del  verso. 
Il  senso  è  o  immaginativa  che  talvolta  ci  togli  agli  oggetti 
che  son  di  fuor  di  noi^  sì  che  Vuom  non  se  n  accorge^  quwv- 
tungue  ecc.  Dice  dunque  che  la  forza  della  immaginazione 
ruba,  toglie  Tuomo  agli  oggetti  esterni  in  modo,  che,  quan- 
tunque d*  intorno  a  lui  suonino  mille  trombe,  egli  non  se 


447 

n*  accorge.  Perchè^  io  luogo  di  benché^  sta  assai  meglio  ìd 
versi  di  questa  sortCì  percbà  usato  più  rado.  Chi  muoife  te 
ecc;  chi  ti  mette  in  moto,  chi  ti  fa  immaginare,  se  il  senso 
non  ti  porge  materia?  Ogni  voce  è  poetica  per  Io  modo  ellit- 
tico e  particolfire  con  cui  è  asata.  Il  senso  mette  T immagi- 
nazione in  moto  ;  il  senso  le  porge  la  materia  ;  idee  vaghe» 
Poetica  è  la  ellissi  dell'oggetto  9l porgere, 

Muos^i  lume  che  nel  del  s*  informa^ 
Per  se^  o  per  %H>ler  che  già  lo  scorge. 
Ogni  verso  è  d'  alta  poesia  facondo  •  Dante  dice  che 
qaando  V  immaginazione  non  è  mossa  dal  senso,  la  muove 
lume  che  prende  suo  principio  e  forma  in  cielo; ^&r  se^  cioè 
per  virtù  da  se  mavente  e  quindi  derivata,  o  per  voler  divi- 
no che  cotal  lume  giù  scorge  e  guida.  Informarsi  per  pren- 
derforma;  scorgere  per  fare  scorta^  cioè  guidare^  sono  bel-* 
le  maniere  poetiche*  ^ 

Deir  empiezza  di  leij  che  mutò  forma 

Neir  uccel  che  a  cantar  pia  si  diletta^ 
Neir  immagine  mia  apparile  V  orma. 
Tanta  è  la  sublimiti  de*  pensieri  contenuti  ne*  1 8  ver- 
si che  son  venuto  notando,  che  m*avea  lasciato  anch'  io  il 
corpo  quaggiù  addormentato,  e  m'era  levato  con  la  fanta- 
sia su,  dietro  al  Poeta,  a  godermi  di  quello  incantesmo  eh' 
egli  porge  a  chi  ben  ode.  Egli  si  trova  ora  in  questo  statOf 
in  estatica  visione,  ove  vede  i  funesti  effetti  dell'ira;  e  nou  te 
lo  accenna,  perchè  ti  vuol  rapir  seco.  Ha  detto  come  il  sole 
era  caduto;  e  poi  col  pensier  si  profonda  tanto,  che  si  toglie 
agli  oggetti  esterni.  Empiezza  per  empietà  è  voce  più  poeti- 
ca» come  lei  per  colei.  L'uccello  che  di  cantar  più  si  diletta 
è  l'usignuolo;  e  allude  alia  favola  di  Progne  la  qual  fu  dagli 


448 

Dei  in  quelFuccello  trasformata*  Bella  e  poetica  è  la  traspo* 
sizione  io  questi  versi,  la  costruzioD  retta  essendo:  iVe//a  im- 
magine mia  apparve  forma  della  empiezza  di  lei  che  ecc. 
lu  quanto  allo  accomaoar  che  Dante  fa  le  cose  divine  con 
le  profane,  io  non  convengo  con  coloro  che  trovan  da  bia- 
simarey  e  dico  che  ciò  né  pon  né  leva  al  merito  del  Poeta. 

E  qui  fa  la  mia  mente  sì  ristretta 

Dentro  da  se^  che  di  fuor  non  venia 
Cosa  che  fosse  ancor  da  lei  recetta. 

La  virtù  del  dire  di  Dante  mi  fece  esprimere  il  pen- 
siero amplificato  in  questi  tre  versi  prima  eh*  io  li  vedessi; 
però  chei  quando  dissi,  ragionando  de*  tre  precedenti,  e  poi 
colpensier  si  profonda  tanto ,  che  si  toglie  agli  oggetti  e- 
sterni^  io  non  sapeva  che  volesse  poi  avvertire  il  lettore  eh* 
egli  s^addormentasse.  Per  le  efficaci  parole  sì  ristretta  denr 
trodase  par  proprio  sentirsi  internar  col  poeta;  e  più  effet- 
to fa  la  preposizione  da  in  questo  caso  che  a^  siccome  quel- 
la che  ti  rimuove  dagli  oggetti  esterni.  Becetta^  per  ricevu-^ 
ta,  è  voce  poetica  ;  e,  come  tale,  senza  dubbio  più  bella  di 
questa.  Ancor  per  anco  or;  sottinteso,  come  facewtprimom 

Poi  piovve  dentro  alC  alta  fantasia 
Un  crocifisso  difettoso  e  fiero 
Nella  sua  vista;  e  cotal  si  moria» 

Il  primo  verso  è  proprio  un  tratto  d'alta  fantasia,  im- 
pareggiabile !  Vedi  come  notava  Dante  ogni  particolariià 
della  doviziosissima  natura;  che,  perfino  nel  sonno  egli  le 
raccoglieva  ;  poscia  che,  quando  ono  sogna  di  visione,  par 
proprio  eh*  egli  si  senta  giacere,  e  che  le  immaginate  cose 
gli  volino  qua  e  11^,  su  e  giù,  intorno;  così  come  per  raggio  dì 
sole  che  entri  per  una  fessura  di  una  finestra  in  camera  or 


449 

scura,  81  veggono  innumerabili  particelle  svolazzare*  £  se 
altri  Oli  facesse  considerare  che  ì\ piovere  è  an  cadere  solo 
allo  'ngiù,  e  non  uno  svolazzar  su  e  giu^  aspetti,  e  vedrà  che 
qui  accenna  il  cadere,  e  nel  34  verso*  il  moto  contrario,  di- 
cendo: &irse  in  mia  i^isione  una  fanciulla.  Questo  secondo 
esempio  de*  funesti  effetti  dell*  ira  è  la  morte  del  crudele 
Aman  fatto  crociGggere  da  Assuero,  di  cui  era  ministro.  E 
coiai  si  moria,  il  Biagioli  chiosa,  spiale  io  lo  s^edeva  ,  cioè 
dispettoso  e  fiero» 

Adunque  abbiamo  notato  in  tutti  questi  27  versi  tre 
voci  sole,  tube%  empiezza,  e  recelta,  le  quali  levate  dal  ver* 
so  e  dalla  metafora,  o  tolte  alla  forma  poetica,  non  sien  fa«- 
migUari;  e  pure,  per  V artecon  cui  le  adopera  il  Poeta,  non 
possono  esprìmere  più  alti  concetti,  né  formar  più  sublime 
poesia;  e  questa  è  la  pici  chiara  prova  della  ignoranza  di  co* 
loro  che  dicono  che  la  lingua  di  Dante  non  è  piò  la  nostra; 
e  chi  sapesse  scrivere  si  alta  poesia,  ben  si  guarderebbe  dal 
riGutare  le  voci  tube,  empiezza,  e  recetta  .  Empiezza  può 
star  bene  anche  in  prosa.  S),  sono  in  Dante  molti  vocabo- 
li i  quali  più  o  meno,  chi  ve  li  vorrebbe  e  chi  no  ;  ma  non 
stanno  in  Dante  più  male,  che  facciano  le  porte  non  gotiche 
al   duomo  di  Milano,  il  quale  per  quel  difetto  non  scema 
suo  splendore;  senza  che,  quelli  danno  alPopera  una  certa 
qual  particolarità  del   tempo  e  deirautore  che  la  rendono 
veneranda. 

Oh,  questo,  griderà  alcuno,  questo  è  fanatismo,  come 
appunto  mi  diceva  il  prenominato  giovane.  Sia  pur  fanati- 
smo; ma  egli  è  ben  fondato;  e  io  spero,  con  questa  breve  di- 
nostrazione  delle  bellezze  di  que*  pochi  versi  di  Dante,  de-^ 
«tarlo  in  molti  altri;  e  vorrei  mi  si  facesse  vedere  che  può 
brnire  da  dire  a*  suoi  fanatici  una  scena  del  Metastasio. 


45o 

DE*    COMEtTTl    DEL    BiAdOLl 

Io  voglio  che  mi  basti  tanto  aver  detto  dell*  altissimo 
Poeta  perchè  a  chi  lo  leggerà  coi  dottissimi  e  profondamen- 
te ragionati  comenti  del  Biagioli,  perverrà  a  intendere,  e  sen- 
tire, e  gustare,  il  bello  stile  quanto  io  fo.  £  qui,  in  gratitu- 
dine a  cui  mi  richiamò  dalla  oscura  selva  in  che  io  m*  era 
smarrito,  e  mi  mostrò  la  erta  salita  del  delizioso  monte,  cioè 
air  altezza  di  questa  letteratura.  Dell*  amor  della  quale  io 
m*  affatico  d*  accendere  ogni  animo  gentile ,  e  ogni  sottile 
ingegno,  dichiarar  mi  conviene  che,  perchè  io  dod  comin- 
ciassi lo  studio  di  questo  poeta  prima  de*    2Z  anni,  quando 
ebbi  la  buona  ventura  di  conoscere  il  Biagioli,  egli  fu  non 
ostante  buon  per  me  che  dod  l'avessi  letto  con  altri  comen-» 
ti;  però  che ,  in  luogo  di  allettarti  alla  lettura  e  allo  studio 
del  Poeta,  se  tn  vi  ti  senti  disposto  per  natura ,  essi  tei  re- 
cano a  fastidio  con  le  scempiaggini  loro,  con  le  quali  si  son 
dati  ad  intendere  di  comentare,  senza  stile,  sens*  anima,  e 
senz'ombra  di  Glosofia.  E  chi  sarà  mai  tanto  ingiusto,  o  po- 
co sentito,  che  voglia  confondere  il  Biagioli  con  tutta  la  tor- 
ba degli  altri  comentatori ,  quando  abbia  pur  letto  e  inte- 
so 1*  argomentare  che  fa  Del  secondo  dell'  Inferno,  comio- 
ciando  dal  verso  g4:  Donna  è  gentil  nel  del  ecc.  ?  Io  soa 
certo  che  Dante  direbbe  ancor  di  lui  :  j?  solo  in  parte  vidi 
il  Biagioli.  A  voler  pubblicare  altri  comenti  sopra  Dante 
dopo  quelli  del  Biagioli,  ci  voleva  proprio  uno  stolto  tro- 
vator  di  sogni,  qual  fu  colui  che  diede  in  Londra  una  sua 
edizione  alcuni  anni  sono;  il  quale  fece  altrettanto  onore  a 
Dante  in  Inghilterra,  quanto  un  traduttore  di  Shakespeare, 
che  ora  sta  pubblicando  in  Padova,  onora  il  tragico  ingle- 
se in  Italia  e  la  lingua  italiana  ! 


45i 
Ancor  maggiore  èia  lode  e  la  gratitadiae  che  tutta  Ita** 
lia  deve  al  Biagioli  per  li  comenti  che  ci  lasciò  sul  Petrar- 
ca e  Michelagnolo  Baonarroti,  ai  quali  ha  veramente  dato 
nuova  vita«  Di  Daute  tanti  erano  i  chiosatori,  che  uno  ve- 
ramente studioso  e  capace  di  sentire,  poteva  pervenire  a  in- 
tendere la  Divina  Commedia,  dopo  lungo  e  ripetuto  studio, 
ma  del  Petrarca  pochissimo  era  stato  detto  prima  del  Bia- 
gioli; e  del  Buonarroti  niente,  sebben  questi  abbia  scritto  co- 
si alta  poesia  come  gli  altri  due.  Ma  io  non  approvo,  anzi 
biasimo  quel  che  fece  Gio.  Silvestri  stampatore  di  Milano, 
in  quella  sua  edizione  che  stampò  del  Petrarca  coi  comen- 
ti  dei  Biagioli;  io  avrei  voluto  (  e  credo  in  ciò  difendere  la 
causa  di  tatti  i  letterati  )  (i)  che  avesse  ristampato  1*  edi- 


(i)  La  prima  edizione  di  quest*  opera,  essendo  stata  più  yolte  ristam- 
pata in  Napoli ,  nella  dèdica  deUa   seconda  ristampa  trovai  le  seguenti  per 
me  consolanti  parole  „  La  grammatica  filosofica  di  Angelo  Cenitti,  sgombra 
di  quella  pedanteria,  oggidì  da  chiunque  ha  fior  d*  ingegno  fuggita  come  la 
mala  yentura,  é  a  mio  parere  la  più  propria  a  far   rifiorire  il  bellissimo  no- 
stro idioma,  condotto  ad  inielici  termini  dall  a  Innghessa  de*  tempi,  dalla  for- 
za degli  stranieri^  e  ciò  che  é  più,  da  non  pochi  degli  italiani  scrittorL  „  Mi 
consolai    dico  nello  scorgere  che  fosse  stato  ben  penetrato  il  vero  mio  in- 
tendimento nella  composizione  di  questo  lavoro,  quello  cioè  di  distruggere  la 
pedanteria^  e  però  diametralmente  contrario  alla  opinione  che  s*  era   infino  a 
noi  concepita  delle  grammatiche^  ma  qual  maraviglia,  quando,  volte  alcune 
pagine,  trovai  una  lunga  introduzione  aggiuntavi,  nella  quale  il  pedantismo 
ancor  trionfa,  tutta  piena  di  melensaggini  di  esempj  e  proverbj,  composti  e 
inventati  da  persona  che  non  conosce  stile  italiano,  ingombra  di  quelle  scioc- 
che denominazioni  che  han  tenuto  questa   scienza    avviluppata   nelle    tene- 
bre delia  ignoranza;  e  che  per  non  trovarsi  nella  parte  principale,  bisogna 
a  chjjyaol  intender  questa  che  si  vada  prima  a  lavar  nell*  acqua  di,  Letel 
£  poi  alla  fine  postovi  un  supplemento  ancor  più  lungo  di  quella  lunghis- 
sima introduzione,  si  che  il  mio  libro  è  puntellato  a  dritta  e  a  sinistra, 
tanto  temevan  da  se  non  si  potesse  reggere  !  Quando  poi  io  penso  che  nei 
tempi  a  venire  altri  possa  non  solo  aggiungere  ma  fors*  anche  togliere  e  al- 


zìon  di  Parigi  tale,  quale  air  autore  era  piaciato  di  darla; 
però  chct  chi  gliel  dice  che  il  Cenno  che  il  Biagioli  pose  in 
principio  della  sua  edizione,  e  quel  eh*  egli  (il  libraio)  chia- 
ma  lusso  d*erudizione,  non  possa  giovare  a  chi  legge,  e  pia- 
cere a  chi  più  sa  ?  E  quando  pur  ci  fossero  cose  che  a  tut- 
ti facessero  afa  ,  perchè  non  mostrare  V  uomo  come  a  lui 
piacque  esser  veduto  ?  Come  si  può  chiamare  quella  edi- 
zione: liime  del  Petrarca  coi  comenti  del  Biagioli^  da  che 
il  testo  sopra  il  quale  egli  fece  i  medesimi  comenti  non  è 
quello  che  egli  scelse?  £  gli  argomenti  non  sono  i  suoi!  qaal 
confusione  !  S^avea  egli  a  dar  piii  credito  al  testo  approva- 
to da  un  semplice  editore,  qnal  fu  il  P.  Marsan,  che  a  quel- 
lo di  colui  che  aveva  fatto  cosi  scientifici  e  luminosi  comen- 
ti ?  E  per  uno  esempio  del  guasto  che  ciò  fa,  nel  madriga- 
le I,  edizion  di  Milano,  che  corrisponde  alla  ballala  III,edi- 
zion  di  Parigi,  questa  pone  a  Laura^  e  quella  alV  aura;  e, 
che  che  ne  dica  V  editor  di  Milano,  lasciamo  stare  che  il 
Poeta  volesse  proprio  scherzare  con  questa  parola,  e  far  che 
sì  senta  Pambiguo,  io  pure  sto  col  Biagioli;  a  me  piace  più 
assai  leggere  a  Laura^  e  non  ho  alcun  dubbio  che  cosi  vol- 
le il  Poeta;  e  ancora  perchè  chiudere  i  capelli  alfaura  noo 
m*  entra. 

Io  non  son  cieco  ammiratore  di  tutto  quel  che  disse 
il  Biagioli  ne*  suoi  comenti;  avrei  amato  meglio  anch*  io 
che  ci  fosse  più  dignitoso,  come  richiede  la  profonda  dot- 
trina, e  la  perspicacia,  e  il  senno,  che  in  quelli  ha  dimostro; 
avrei,  anch'  io  voluto  che  non  vi  frammischiasse  tutti  quei 

tertre,  e  cambiare,  a  suo  senno  la  mia  propria  Catica»  ciò  mi  scema  dT assai 
r  immaginato  diletto ,  anzi  mi  h  temere  che  ne  rimanga  oonfuso  e  spenl» 
anche  il  mio  nome  fra  la  turba  degli  editori  e  de*  correttori. 


453 

proverbji  che  lasciasse  alcune  piaggerìe;  però  che,  che  mon- 
ta a  me  se  V  Alfieri  nota?  Avrei  voluto  che  avesse  una  vol- 
ta 0  due,  e  anche  tre,  agramente  biasimato  il  Tassoni ,  il 
Muratori,  e  chi  altri  sei  meritò;  e  fattili  conoscere  per  quel- 
li che  furono  e  non  da  più;  e  non  in  ogni  carta  tornare  alle 
medesime  ingiurie;  ma  tutte  queste  cose  son  cose  d^opinio- 
ne,  e  chi  si  sente  infervorato  come  lui,  sì  gliele  perdona  , 
quando  gli  fa  intendere  il  Petrarca,  e  sentire  le  bellezze  di 
quel  gran  poeta  in  modo,  che  mai  non  si  sazii  di  leggerlo. 
Senza  che ,  chi  scrisse  pììk  puramente  di  lui  da  210  anni  in 
qua ,  massimamente  ne'  comenti  al  Petrarca  e  a  Michelan- 
gelo Buonarroti  ?  Il  metodo,  or  fatto  mio,  di  ragionare  in 
grammatica  da  lui  prima  il  trassi  (i).  La  verità  e  la  giusti- 
zia fu  sempre»  e  sempre  sarà  la  scorta  del  mio  operare;  e 
ora  eh*  egli  pivt  non  mi  puote  udire  gli  ho  voluto  far  que- 
sta lode,  per  non  parere  di  volerlo  adulare  e  per  dar  mag- 
gior fede  alle  mie  parole.  Si,  col  nuovo  lustro  che  il  Biagio- 
li  diede  a*nostri  due  soli  poetici,  i  quali  per  la  maggior  par- 
te de*  lettori  non  lucevano,  fra*  quali  mi  pongo  io,  egli  s^  è 
acquistato  eterna  fama.  Abbiasi  pure  anche  il  Silvestri  il 
merito  e  la  giusta  lode  di  tutta  Italia,  e  in  ciò  sarò  io  pri- 
mo a  tributargliela ,  per  le  tante  opere  classiche  ch'egli  ha 
ritornate  in  luce ,  ristampate  e  moltiplicate  per  uso  degli 
studianti;  ma  non  metta,  o  non  faccia  mettere,  o  non  lasci 
metter ,  mano  nelle  opere  de*  letterati ,  per  smembrarle , 
mutarle,  o  alterarle. 

(i)  Non  altrimenti  però  che  abbian  (atto  Guglielmo  Harvey  e  GioTan- 
li  Wally  rispetto  alia  teoria  della  circolazion  del  sangue,  prima  trattata  da 
Icaldo  Colombo,  e  da  Andrea  Gesalpino,  come  con  leggiadra  e  dotta  racn- 
e  racconta  il  Bartoli  ne*  suoi  Simboli. 


454 

la  questa  digressione  io  non  credo  essere  uscito  del 
seminato,  né  aver  dimentico  il  pubblico  bene  per  la  pri?a- 
ta  gratitudine  ;  ma  m*  è  parso  di  recar  gran  giovamento  ai 
giovani  col  far  loro  assapere  come  possano  leggere  e  stu- 
diare i  due  gran  poeti  non  solo  senza  noia  e  perdita  dì  tem- 
po ,  ma  anzi  con  risparmio  di  quello  e  della  fatica.  L^  edi- 
zione del  Petrarca  coi  comenti  del  Biagioli  è  quella  stampa- 
ta in  Parigi  nel  i8ai,  sotto  gli  occhi  suoi. 

A  chi  vuol  dunque  conoscere  le  bellezze  del  Petrarca 
ivi  ricorra;  che  per  me,  poco  men  potrei  fare  che  ripetere 
quanto  dissi  del  poetar  di  Dante  (i)*  In  lui  tutto  è  alta  poe- 
sia ,  fervida  e  divina  immaginazione,  nobilissimi  pensieri  i 
pieno  ridondante  di  gentilezza,  di  grazia,  e  di  soavità,  sen- 
za esser  molle  ;  e  pur  con  forza  quando  ei  vuole.  La  terza 
luce  della  italiana  letteratura  è  il  Boccaccio,  in  lode  del  qua- 
le basti  il  ridire  che  del  suo  stile  ho  fatto  la  base  principa- 
le di  quest*  opera  ,  essendo  egli  il  più  corretto  scrittore  io 
prosa  ,  e  il  più  elegante;  e  nel  corso  di  questo  capitolo  ne 
riparlerò.  Ora  mi  tira  a  farne  menzione  la  tradazione  di  Cor- 
nelio Tacito  di  Bernardo  Davanzali ,  il  quale  credo  dover 
raccomandare  agli  studiosi  qual  secondo  maestro  della  pro- 
sa ;  e  come  troverà  nel  Decamerone  ampio  stile  e  largo,  e 
sovrabbondanza  di  parole  e  di  dolcezza,  per  lo  contrario  nel 
Tacito  avrà  forse  al  primo  di  che  lagnarsi  della  troppa  bre- 
vità; onde  il  contemperare  Tono  stile  con  Taltro  non  Ga  for- 
se mala  cosa.  Ma  io  ti  so  dire,  giovane  studiante,  che  se  una 
prima  lettura  del  Davanzali  ti  parrà  dura  e  faticosa,  una  se- 
conda ti  diletterà,  e  crescerà  il  desio  e  il  diletto  quante  più 
volte  lo  leggerai.  Eccone  un  saggio. 

(i)  Ansi  il  suo  stile  é  si  purgato  e  scelto,  cbe  non  v*é  in  ini  te  le  ^ 
lime  da  poter  lerare  una  voce  sola,  e  dir  questa  é/uor  tfuso. 


455 

DELLO  8TILK   DKL  DayANZATI 

Degli  Annali  di  Cornelio  Tiicito ,  libro  primo* 

Roma  da  principio  ebbe  i  re  ;  da  Lucio  Bruto  la  li-* 
berta  e  7  consolato*  Le  dettature  erano  a  tempo.  La  pode-- 
sta  de"  dieci  non  resse  oltre  due  anni  ;  né  molto  V  autorità 
di  consoli^  né  tribuni  di  soldati.  Non  Cinna^  non  Siila  si- 
gnoreggiò  lungamente.  La  potenza  di  Pompeo  e  di  Cras'-^ 
sOf  tosto  in  Cesare;  e  l'armi  di  Lepido  e  d*  Antonio  cadde^ 
ro  in  Augusto;  il  quale^  troi^ato  ognuno  stracco  per  le  di-^ 
scordie  ci9ili^  con  titolo  di  principale^  si  prese  il  tutto. 

Udo  de*  gran  meriti  del  valente  scrittore  è  quello  di 
saper  dilettare  chi  legge  con  modi  di  dire  variati  e  nuovi  ; 
perchè ,  quando  s^avesse  sempre  a  leggere  le  medesime  e- 
spressioai  e  le  medesime  parole  ,  collocate  nel  medesimo 
ordine  regolare,  che  è  il  gran  difetto  del  Francese  ,  presto 
verrebbe  in  fastidio  la  lettura  ,  essendo  della  natura  degli 
uomini  il  variar  piacere. 

£  certo ,  in  questo  piccolo  tratto  ti  apre  il  traduttore 
un  delizioso  campo,  e  promette  dilettarti  gli  occhi  e  la  men- 
te con  modi  rari,  nuovi,  e  arditi.  Lascerò  stare  il  laconismo 
e  la  leggiadria  che  v*è  in  tutto  questo  principio  ;  essendo 
questo  un  merito  massimamente  delPoriginale;  ma  nonper- 
tanto non  piccolo  nel  volgarizzatore  ancora,  che  ci  vuol  da- 
re una  prova  delia  gravità  e  della  brevità  del  dire  toscano; 
e  noi  abbiamo  grande  obbligo  al  Davanzali  per  averci  di- 
mostro che  Tarmonia  della  lingua  nostra  patisce  e  compor- 
ta qualunque  tono. 

Chiunque  poteva  dire  Roma  da  principio  fu  goi^erfiata 
ini  re  ^  espressione  che  ogni  lingua  pale;  ma  non  sì,  Roma 
?bl/e,  personificando,  che  rende  il  modo  più  conciso  e  mae- 


456 

stoso.  Bella  è  poi  la  ellissi  dello  stesso  ebbe  dopo  Lucio  Bra* 
to.  Graziosa  Tespressione  a  tempo^  perchè  rara,  breve,  e  ar- 
dita; essa  comprende  :  le  deUature  non  erano  perpetue^  ma 
conferite  a  tempo  determinato.  Il  modo  è  italiano,  come  a 
torto^  a  misura^  ecc;  e  ci  ricorda  il  verso  di  Dante  :  Sempre 
in  queir  aria  senza  tempo  tinta;  ove  determinato  è  par  sot- 
tinteso. 

La  podestà  de"  dieci.  Dice  egli  medesimo  io  una  postil- 
la il  Davanzati  che  :  forse  è  meglio  dir  d^  Decemviri  ^  e  i 
nomi  così  proprii  come  de^  termini  lasciare  ne  lor  termini; 
ma  intanto  vel  lascia,  sicuro  d'esserne  lodato,  per  la  ragione 
che  ho  già  allegata  di  variar  modi  di  dire* 

Bello  quel  resse^  perchè  dipinge;  e  ti  par  vedere  il  co- 
losso della  podestà  stare  in  piedi;  e  pìh  elegante  il  reggere 
oltre  che  reggere  più  di ,  perchè  quello  si  deve  usare  con 
parsimonia. 

Né  tribuni  ecc.  Avrebbe  dovuto  dire,  segoendo  gram- 
matica, né  di  tribuni f  anzi  ilei  consoli  né  dei  tribuni  dei  sol' 
dati;  ma  è  assai  più  gradito  Io  scorcio  usato  dal  tradutto- 
re, lasciando  il  ripetere  due  articoli  e  una  preposisione* 

lion  Cinna^  non  Siila.  Quanto  perderebbe  di  leggia- 
dria e  di  forza  nel  modo  ordinario, né  Cinna  né  Sillal  pri- 
ma perchè  son  già  due  né  posti  avanti;  e  poi,  non  usando  la 
congiunzione,  egli  è  più  lecito  allo  scrittore  il  porre  il  ver- 
bo signoreggiò  in  singolare;  più  vibrante  che  signoreggia^ 
ron.  E  più  bello  è  signoreggiare  che  dominare;  perchè  que- 
sto è  vocabolo  d*ogni  lingua,  e  quello  è  nostro  particolare. 
Adunque,  mi  potria  dir  taluno,  poiché  non  Cinna^  non  «SrA 
la  f,è  migliore  che  né  Cinna  né  Silla^  s'adoperi  sempre  la 
prima  forma  ;  ma  no  ;  die  il  renderla  frequente  la  farebbe 


457 

non  che  comune,  anche  dispiacevole  per  V  opposizione  che 
presenta  il  mancar  della  congiunzione. 

Fa  un  bello  eflfetto  1*  omettere  cadde  tra  tosto  e  in 
Cesare.  Già  la  preposizione  in  ti  fa  sentire,  senza  vederlo, 
qual  verbo  vi  si  sottintenda  ;  ed  ò  grande  accortezza  dello 
scrittore  il  far  servire  il  medesimo  verbo  cadere  alla  po^ 
tenza  e  ali*  armi^  per  aver  campo  di  toglierne  uno;  e  il  dire 
la  potenza  e  t  armi  cadere  in  rmo,  è  bella  maniera  in  luo- 
go di  cadere  nelle  mani  di  uno. 

Il  quale  trovato  ognuno  stracco.  Non  posso  rimanere 
che  non  faccia  ancora  una  volta  considerare  quanto  stia  bene 
nel  discorso  il  participio  passato  per  se  reggentesi,  senza  Tau* 
siliare.  Il  vocabolo  stracco^  per  lo  suono  è  più  efficace  che 
j^anco;  e  par  proprio  sentire  com*  erano  sazii  di  guerrecivili* 
iSV  prese  il  tutto.  Non  è  questo  si  postoci ,  come  dicono 
per  riempitivo  ;  anzi  vi  sta  con  bello  e  significante  intendi- 
mento. Vedi  a  carte  68,  dove  comincia  :  Ma  chi  mai. 

Diceria  di  Clemente  centurione  ,  nello  stesso  autore. 
Parla  a  Druso  figliuol  di  Tiberio,  mandato  dal  padre  a  se- 
dare i  tumulti  delle  legioni  di  Germania. 

A  che  venirci  senza  poterci  crescer  paghe  ^  scemar  fa^^ 
tiche^  far  ben  sperano  ?  Flagellare  sì  e  uccidere  ci  puote  o- 
gnuno.  Già  soleva  Tiberio^  con  allegare  Augusto^  far  ire 
in  fumo  i  desidera  delle  legioni^  or  ci  sden  Druso  con  la 
medesima  ragia.  Haccis^ egli  sempre  a  mandar pupilliì  Che 
è  ciò,  che  r  imperatore  appunto  i comodi  de  soldati  rimet^ 
tdal  Senato  P  Quando  li  mandano  a  giustizia  o  a  combat-^ 
tere,  perchè  non  se  n  aspetta  egli  il  compito  altresì  dal  Se^ 
nato  ?  Hannocisi  a  dare  i  premii  passati  per  le  filiere  de 
consigli^  e  i  gastighi  alla  cieca  ? 

3i 


458 

Questa  apostrofe  è  piena  di  vivacità,  d*arditeasza,  e  di 
forza,  qaal  si  coQvieae  alla  bocca  di  un  centurione  e  di  un 
ribelle.  Quauto  più  vibrato  è  quel  a  che  in  luogo  di  per  guai 
ragione  !  Grand*  arte  è,  segui tatrice  de*  moti  passionati  del 
parlante  animo,  nella  trasposizione /fag^e//ar^  sì  ecc« ,  toc- 
cando prima  quel  che  più  duole;  e  molto  adoperante  è  quel 
sì.  £  che  sarebbe  se  avesse  detto  ognuno  ci  pub /lagelìare  e 
uccidere?  Dsi  notarsi  pur  la  bella  metafora  soldatesca /ar  ire 
in  fumo  i  desiderj;  la  vóce  ragia^  per  favola,  è  toscana  e  vol- 
gare, conveniente  alla  qualità  delPoratore.  Interrogando  vo- 
glionsi  porre  dopo  il  verbo  le  particelle  che  la  enfasi  non 
patiscono,e  cominciare  con  parole  sdrucciole  se  si  può,  quan- 
do Tinterrogazione  sia  accompagnata  da  sdegno,  covaehac* 
cisi,  hannocisi*  Fa  forza  la  ellittica  espressione  che  è  ciò^ 
che^  perchè  breve  e  animata,  in  luogo  di  che  vuol  dir  que- 
sto die.  Il  vocabolo  concito  per  sentenza  finale  è  Varo  ,  e 
quindi  elegante.  U  espressione  passati  per  le  filiere  de*  con' 
sigli  dipinge,  e  dar  consigli  alla  cieca^  viva  e  mordente. 

Io  voglio  porre  qui,  in  confronto  di  questo  bellissimo 
animato  stile,  alquanto  di  quello  del  Monti ,  a  corroborare 
la  necessità  di  questa  nostra  fatica ,  e  a  dimostrare  a  occhi 
veggenti  come  la  miscbianza  di  alcuni  vocaboli  e  modifran- 
cesi  facciano  alla  lingua  un  tal  guasto,  che  quasi  più  non  pa- 
ia la  medesima. 

„  Una  nazione  di  molti  governi  e  molti  dialetti,  ac- 
,,  ciò  che  i  suoi  individui  s*  intendano  fra  di  loro,  ha  me- 
9,  stieri  d*  un  linguaggio  a  tutti  comune.  Questa  via  di  co- 
9,  municazione  non  può  essere  linguaggio  parlato  ;  pp^cbé 
,,  ognuno  di  questi  popoli  ha  il  suo  particolaredialetlo.  Dall' 
ft  que  è  forza  eh'  ei  sia  linguaggio  scritto^  e  posto  sotto  le 


i 


459 
,y  leggi  d*  una  grammatica  generale,  che  invariabile  ed  mii- 
,,  forme  fermi  il  valore  delle  parole»  ,| 

Quei  che  SOQ  posti  in  caratteri  italici  sono  vocaboli  e 
maniere  francesi.  Linguaggio  lo  avvalora  Dante  quando  di- 
ce della  fiamma  di  Guido  da  Montefeltro;  In  suo  linguag-* 
gio  si  convertivan  le  parole  grame;  si,  ma  se  Dante  Taves^- 
se  messo  tre  volte  in  sei  versi,  e  fuor  di  rima,  in  mezzo  a- 
gli  indisfidui  e  alla  sfia  di  comunicazione  ^  o  egli  non  sareb- 
be stato  Dante,  o  pure  questi  modi  sarian  italiani,  f^ia  di 
comunicazione  è  metafora  francese;  e  mettiamo  che  potes- 
se stare  anche  in  italiano,  che  non  credo,  qui  con  la  comiti- 
va del  linguaggio  scritto  e  del  parlato^  e  degli  indis^idui  con- 
tribuisce a  imbastardire  lo  stile.  Provisi  a  tor  via  que*  vo- 
caboli cosi  : 

Una  nazione  di  molti  governi  e  di  molti  dialetti^  aC" 
ciò  che  i  suoi  popoli  s*  intendano  fra  di  loro^  ha  mestieri  di 
una  lingua  a  tutti  comune.  Questa  lingua  non  può  essere 
quella  che  si  parla  ^  perchè  ognuno  di  qua  popoli  ha  il  suo 
volgar  particolare.  Dunque  è  forza  eh*  ei  sia  la  lingua 
che  si  seriore. 

Ob,'oh,ob!  mi  sento  gridare  addosso!  Perchè  non  potre- 
mo noi  dire  individui^  linguaggio  parlato^  linguaggio  scrii" 
to^  via  di  comunicazione  P  II  Monti  volle  mettere  individui 
perchè  popoli  Tusa  poi.  Dunque  non  sarà  mai  leciio  il  dire 
in  italiano  uno  individuo  ?  E  quel  via  di  comunicazione 
non  è  espresso,  è  tolto  di  peso;  e  ancora  linguaggio  parlato 
e  lingua  che  siparla^  son  due  modi,  perchè  levarne  uno  alla 
lingua  ? 

Io  son  di  parere  che  il  Monti  intendeva  dire  i  popoli^ 
perchè,  per  aggiungere  in  seguito  questi  popoli^  bisognereb- 


46o 

be  cbe  gli  avesse  gi2i  nomiDati;  e  quando  hai  detto  lingua 
a  tutti  comune,  bai  espresso  V  idea  pia  di  comunicazione  • 
Ma  qui  sta  il  grande  inganno,  cbe  si  vorrebbe  poter  rendere 
vocabolo  per  vocabolo  dal  francese,  e  locuzione  per  locuzio« 
ne,  non  considerando  che  allora  sarieno  le  medesime  lìngue, 
solo  pronunziate  diversamente.  Questa  nostra  lingua  ha  co- 
tal  privilegio  cbe,  per  non  potersi  scrivere  come  quella  che 
si  parla,  o  per  iscostarsene  d^assai,  riesce  tanto  più  leggia- 
dra quando  è  ben  scritta*  Farò  poi  vedere  quanti  bei  modi 
e  vocaboli  si  erano  trascurati  o  espulsi  per  dar  luogo  ai  fo- 
restieri. 

DELLO    STILS    DELL*  ALFIERI    E    DEL    MetASTASÌO 

Mediocribus  esse  poetis 
Non  homines,  non  Dii,  non  concessere  colwnnce^ 
Come  che  io  avessi  fatto  cenno  in  sul  principio  di  que* 
sto  capitolo  di  voler  dire  qualche  cosa  dello  stile  o  non  sti* 
le  di  questi  due  poeti  e  lor  pari,  io  m^era  quasi  rimosso  dal 
\  mandare  ad  effetto  il  mio  pensiero,  per  non  andare  incontro 
alla  quasi  generale  opinione  che  se  gli  tiene  come  Dei  ;  se 
non  fosse  che,  essendomi  abbattuto  di  vedere  in  fronte  alle 
tragedie  delfAifieri,  in  una  edizione  fatta  io  Parigi  nel  1788, 
una  lettera  di  un  Ranieri  da  Gasalbigi  scritta  alf  autore 
in  lode  delle  sue  prime  qnattro  tragedie,  la  trovai  sì  piena 
traboccante  d*  ingiurie  contro  il  vero  e  contro  la  buona  let- 
teratura, e  tanto  parziale  verso  cui  è  dedicata,  che  mi  fece 
tornare  nel  primo  proposto.  Lasciamo  staie  le  altre  scem- 
piaggini di  quella  lettera,  che  queste  carte  sdegnerebbero , 
essendo  ancor  più  stolte  di  quelle  delf  Àntipurisrao^  a  una 
sola  cosa  io  voglio  rispondere.  Egli  scrive  all'  Alfieri, ,  Che 
y,  quel  suo  stile  Tha  voluto  con  sommo  impegno  formar- 
t,  selo  sui  nostri  antichi  modelli;  cbe  Dante  più  d^ogni  al- 


46i 

,9  tro  rba  sedotto;e  Io  ha  egregiamente  imitato.,,  Per  quan- 
to io  abbia  cerco  nella  prima  tragedia,  il  Filippo,  reputata 
la  più  bella,  io  non  bo  potuto  discernere  in  che  abbia  TAl* 
fieri  imitato  Dante.  Abbiam  veduto ,  dei  primi  nove  versi 
da  noi  citati  del  XVII  del  Purgatorio,  che  leggiadra  simili*- 
tudine,  che  bella  immagine,  tolta  dalla  natura, forma  il  gran 
Poeta  con  parole  semplicissime ,  anzi  famigliari ,  le  quali 
ne  giova  ancor  ripetere  :  ricordarsi^  lettor^  maij  alpe^  co^ 
glierCf  nebbia f  scadere ^  altrimenti^ pelle ^talpe^  come^  quan^ 
do^  vapori^  umidii  spessi^  diradar ^  cominciare^  spera^  sole^ 
debilemente,  entrare^  essi^fia^  immagine^  leggiera^  giun^* 
gere,  vedere  ,  come^  risieder e^  solej  pria  ,  gtó,  corcare  .  Vi 
sono  le  voci  talpe f  spera^  debilemente^  fia^  pria^  corcare  , 
non  famigliari  solo  per  T  ortografia  poetica  ;  ma  la  bellezza 
di  quei  versi  non  sta  in  queste  parole.  Ora,  se  Timitar  Dan- 
te deir  Alfieri  non  fu  altro  che  in  usar  vocaboli  che  si  tro- 
vano nella  Divina  Commedia,  io  non  so  chi  altri  non  sapes- 
se fare  altrettanto.  Ma  questo,  cioè  di  imitar  le  parole  e  lo 
stile  di  Dante,  dice  il  Gasalbigi,  non  si  dovrebbe  far^e;  egli 
è  di  parere  che  le  sue  bellezze  trasportarle  a  noi  convenga 
nelV odierno  nostro  pia  cuUoy  più  fluido  linguaggio  \  Adun- 
que in  che  diavolo  ha  V  Alfieri  imitato  il  Poeta  ,  il  Filoso- 
fo ?  Nutrirsi  de^  grandiosi  sentimenti  di  Dante ,  imitarne 
le  forti  immagini^  le  nervose  espressioni^  soggiuiìge  egli,  è 
certo  degno  di  lode.  Bene,  ottimamente,  in  quanto  al  sen- 
timento; e  questo  è  appunto  ciò  che  non  fece  rAIGeri;  per- 
chè queste  non  sono  cose  agevolmente  imitabili,  ma  le  for- 
nisce r  ingegno.  A  me  occorse  già  d'  avere  a  recitare  il  Fi- 
lippo;  e  io  non  sapeva  dare  a  me  medesimo  ragione  del  per^ 
che  non  mi  piacesse  lo  stile  i  a  tal  segno  che  non  ci  fa  mai 


46  a 

più  verso  che  io  potessi  durare  a  leggere  alcuna  altra  sai 
tragedia,  dal  priDcipio  insiDO  alla  fine.  Dalle  poche  cose  che 
notai  di  Dante  potei  scorgere  quanto  maggioroiente  le  bel- 
lezze saltino  agli  occhi  nel  doverle  esporre  agli  altri;  onde 
avendo  a  recitare  la  detta  parte ,  ove  bellezze  poetiche  ci 
fossero  state,  ben  mi  sarebbero  occorse.  Cercai  dunque,  e 
venni  finalmente  a  persuadermi,  però  che  Topinion  quasi 
generale  a  me  contraria  mi  faceva  dubitare,  il  gran  difetto 
del  nostro  Tragico  essere,  che  altro  non  ha  che  declamazio- 
ne. E  pure  il  suo  lodatore  dice  :  Le  tragedie  sono  tanfo  pia 
interessanti^  o  pia  perfette^  guanto  son  meno  declamatorie. 
Egli  è  il  medesimo  difetto  il  quale  quegli  italiani  e  qaegU 
inglesi  che  sanno  in  che  consiste  la  vera  poesia,  trovano  ia 
tutte  le  tragedie  francesi;  si  che  non  ti  par  di  leggere  poe- 
sia; non  metafore  ardite,  né  rare,  né  nuove ,  poche  o  nes- 
suna similitudine,  non  figure  che  escano  dello  stile  ordi- 
nario e  r  innalzino,  prive  d' immagini  tolte  dalla  natura,  e 
di  que*  tratti  che  dipingono  al  vivo  le  passioni;  tutte  le  qua- 
li cose  formano  il  bello  dello  stile  di  Dante,  nel  cui  poema 
non  é  verso  che  non  sia  poetico.  Ben  se  n^accorse  an  mo- 
derno francese,  il  cui  ingegno  non  potendosi  tenere  entro 
ai  riguardi  segnati,  arditamente  li  passò,  e  sbandò  a  spazia- 
re neiroceano  delle  bellezze  della  natura;  e  in  dispetto  de* 
molti  suoi  invidiosi  morditori,  egli  ne  avrà  gloria»  Perciò, 
come  ne  fece  prova  il  Gasalbigi,  Io  stile  dell'  Alfieri  si  tra- 
duce agevolissimamente  iu  francese  ;  il  che  potrà  ben  pia- 
cere a*  frequentatori  de'  teatri,  i  quali  il  più  si  pascono  del 
auono  de'  vocaboli,  ma  non  è  nutrimento  per  la  immagi- 
nazione; e  le  sne  opere,  non  che  fornire  alcuna  utilità  ai  gio- 
vani che  le  leggono,  non  fanno  altro  che  guastar  loro  il  ga- 


463 
sto,  assuefacendolo  a  pascersi  solo  di  sonori  e  ampollosi  vo- 
caboli* Io  feci  adesso  uno  sforzo  grande  per  rileggere  tutto 
il  Filippo;  e  per  quello  che  a  me  ne  pare,  la  cetra  del  no- 
stro Tragico  non  ha  che  una  sol  corda,  la  medesima  mono- 
tonia dal  principio  insino  alla  fine. 

Ora  io  mi  sento  far  intorno  un  grande  abbaiare,  co- 
me li  cani  addosso  al  poverello,  gridandosi  che  io  son  ne- 
mico alla  patria  mia,  quando  io  cerco  di  abbassare  in  que- 
sto modo  i  nostri  autori  ;  ma  cosi  sempre  avvenne  che  si 
chiamassero  nemici  alla  patria  coloro  che  non  si  riguarda- 
rono, per  amor  del  bene  di  quella,  di  dire  anche  verità  a- 
cerbe  e  dispiacevoli*  Io  dico  dunque  come  Quintiliano  di 
Seneca,  non  già  che  scabbia  a  cacciare  1*  Alfieri  dalle  scene 
o  il  Metastasio,  quando  non  ne  sorgano  de'  migliori  di  loro; 
anzi  dico  che  le  loro  opere  sono  oro  forbito    in  su*  tea- 
tri, a  fronte  delle  stomachevoli  commedie  tradotte  dal  fran- 
cese che  ora  ci  si  odono,  ultima  peste  della  lingua  ;  ma  io 
consiglio,  a  coloro  che  voglian  coltivar  Tingegno,  e  sentano 
desiderio  di  gloria,  che  più  alto  devon  mirare  per  cogliere 
nel  segno.  Se  TAlfieri,  come  il  dice  egli,  dovette' fare  stu- 
dio de*  classici  dopo  ch*egli  ebbe  già  cominciato  a  scrivere, 
e  s*  accorse  allora  che  non  avea  stile  :  Ma  dovendo  io  pure 
scrisfere  in  lingua  toscana^  di  cui  era  presso  che  alf  abbic-- 
ci;  bisogna  che  voi,  o  giovani,  vi  facciate  a  studiare  quei  mo- 
delli che  egli  studiò;  e  in  piì^  che  forse  non  fece  egli;  che, 
se  la  natura  v*  ha  dato  piii  ingegno  che  a  lui,  e  se  sludie- 
rete  lo  stile  prima  di  mettervi  a  scrivere,  potreste  far  me- 
glio di  lui .  La  sua  prosa  poi,  nella  vita  eh'  egli  ci  lasciò  di 
se  medesimo,  e  così  gallicamente  scritta,  che  a  petto  di  quel- 
la T  Antipurismo  è  elegante. 

Ora,  meglio  non  potrei  dire  della  poesia  del  Melastasio» 


464 

£  se  alcan  dubitasse  della  mia  intensione  nel  pubbli- 
care questi  miei  sentimenti,  oda  quel  cbe  scrissi  un  anno  Ci 
a  Monsignor  Azzocchi,  uno  de'  migliori  nostri  letterati. 

Monsignor  Rev. 

Qualunque  volta  mi  vien  conosciuto  uno  a  me  onoTO 
promotore  del  buono  stile  antico  italiano,  io  veramente  mi 
rallegro  meco  medesimo  assai  per  lo  gran  bene  che  ne  de- 
riva alla  comune  nostra  patria;  però  che  la  meschina  lette- 
ratura della  parte  contraria,  se  letteratura  quella  si  può  chia- 
mare, non  ad  altro  conduce  la  gioventù  che  a  leggere  sci- 
piti romanzi  e  melliflue  poesie,  allor  che  si  mettono  al  let- 
to, per  addormentarsi,  lasciando  la  mente  loro  del  tutto  ro- 
ta di  utili  conoscenze,  e  quindi  morta  alla  vera  vita;  laddo- 
ve r&ltra,  per  l'esperienza  ch*io  ne  ho  fatto  con  me  mede- 
simo, di  aspro  e  difficile  accesso  al  primo,  come  uno  la  co- 
mincia a  gustare,  lo  rimuove  a  poco  a  poco  da^sciocchi  usi 
di  quelli  che  mai  non  fur  vivi,  de*  quali  pur  troppo  la  mi- 
sera Italia  abbonda,  lo  avvalora,  gì*  infonde  nel  cuore  amo- 
re alia  virtù,  e  gli  apre  una  via  senza  fine  a  dilettevole  spe- 
culazione •  Onde  non  v*  è  dubbio  che ,  quanto  più  saraano 
gì*  invitatori  a  questo  convito,  tanto  maggiore  sarSi  it  nume- 
ro di  quelli  che  vi  concorreranno,  e  farasst  Tltalia  di  mol- 
to migliore.  Questa  effusion  del  cuore ,  Monsignore,  mi 
spinge  fuori  della  bocca  la  sua  bella  traduzione  delle  favole 
di  Fedro;e  in  una  lettera  che  io  scrissi  a  Parigi  alcuni  giorni 
sono,  citai  le  sue  parole:  Che  ora  non  ci  potrà  essere  se  non 
gualche  sciocco  e  superbo  scolaretto  che  osi  disprezzare 
^el  che  si  loda  e  si  ammira  da  tutti.  Io  spero  che  V.  S. 
R«  mi  scuserà  se  io  la  chiamo  uno  a  me  nuos^o  promotore  ; 
perciò  che  ,  da  che  cominciai  a  studiare  i  classici,  che  sono 
17.  anni,  infine  ad  ora,  io  non  ne  spesi  in  Italia  più  di  tre 


465 
e  forse  ancora  lo  ignorerei  il  merito  sao,  se  Don  Miche- 
le Lanci,  della  cui  amicizia  mi  pregio,  non  m'  avesse  det- 
to, lodando,  lei  essere  della  scuola  del  Cesari  •  Quando  io 
udii  questo ,  mi  venne  desiderio  di  leggere  la  predetta  sua 
traduzione,  sopra  la  quale  vedo  accennato  due  altre  sue  op- 
però il  Cornelio  e  gli  Jwertimenti  a  chiscrm  in  italiano^ 
che  mi  procurerò» 

Io  la  prego  che  mi  voglia  perdonare  la  confidenza  che 
io  mi  ho  preso  con  lei,  e  aggradire  questo  testimonio  della 
mia  stima. 

Di  V.  S.  R. 

Deino  ohbi&o  servitore 
A*  Gbrutti 

DELLO    STILE    DEL    BOCCACCIO 

Non  as^a  pur  Natura  in  dipinto^ 
Ma^  di  sooi^ità  di  mille  odori^ 
Vi  faceva  un  incognito  indistinto.  D. 

Quando  si  volesse  dimostrare  le  bellesBze  dello  stile 
d*  ogni  scrittore,  detto  che  si  fosse  d*uno  in  poesia  e  d*un 
altro  in  prosa,  bisognerebbe  ripetere  le  medesime  espres-^ 
sioni,  le  cose  medesime  per  tutti  gli  altri;  però,  dopo  aver 
lecco  alquanto  dell*  alta  poesia  di  Dante  e  del  Petrarca  ,  e 
lopo  aver  fatto  un  cenno  della  forza  e  della  efficacia  dello 
itile  del  Davanzali,  terminerò  questo  capitolo  con  alcuna 
esposizione  del  primo  nostro  scrittore  in  prosa,  nelle  cui  o* 
>ere,  oltre  alla  proprietà,  e  alla  purità  de*  vocaboli,  i  quali 
lUora  per  la  maggior  parte  la  natura  del  luogo  e  de*  tempi 


i 


466 

forniva ,  sodo  sparse  allre  bellesee  di  locuzione  e  bei  modi 
di  dire  a  aiille  a  mille.  In  qaanto  alla  grammatica  dissi  già 
eh*  egli  è  il  più  corretto,  e  che  ho  preso  lui  per  prima  au- 
torità ;  mostrai  come  non  è  per  tutto  ciò  da  imitar  cieca- 
mente, perchè  nella  ripetizion  de*  vocaboli  è  troppo  copio* 
so,  sì  che  talvolta  langue;  egli  ha  usato  alquanti  gallicismi, 
i  quali  tutti  son  diventati  buone  maniere  italiane;  perchè  , 
adoperandole  egli,  le  approvò;  ma  eàse  si  debbono  pure  usa- 
re con  riserva  •  Il  gittate  il  verbo  in  su  la  fine  del  periodo 
alla  latina,  come  egli  spesso  fa,  si  può  con  buono  effetto  n- 
sare  anche  da  noi  qualche  volta,  o  per  variare,  o  vero  per- 
chè il  sentimento  delle  parole  il  richiegga.Dei  vocaboli  che 
in  sul  fine  di  alcune  edizioni  son  notati  in  indice  per  vo* 
ci  antiche,  essi  son  tali  per  chi  non  ha  letto  e  per  chi  non  li 
sa  usare;  ma  per  me,  tolti  pochissimi  che  in  ogni  qualua- 
que  opera  si  trovano  convenire  a  quella  sola,  il  rimanente 
appartiene  cosi  alla  moderna  lingua,  chi  la  sa  scrivere,  co- 
me air  antica*  Ma  quante,  non  solo  voci,  ma  espressioni  bel- 
lissime, e  leggiadri  modi  ed  efficaci,  s*  erano  per  negghien- 
za,  per  infingardaggine,  o  a  dir  più  vero,  per  difetto  d*  uo- 
mini d*ingegno,  abbandonali,  i  quali  insieme  con  la  bellez- 
za deVocaboli  formano  quelPmco^iVo  indistinto^  che  ren- 
de Io  stile  degli  antichi  tanto  superiore  a  quel  che  s^era  in- 
trodotto \  Il  fiore  della  lingua  del  Boccaccio  sta  neiropera 
detta  il  Decamerone;  per  la  quale  Tltalia  gli  sarebbe  assai 
più  grata  se  T  avesse  scritta  con  intendimento  ad  esaltazio- 
ne de*  buoni  costumi ,  anzi  che  ad  abbassarli  e  metterli  in 
derisione  ;  e  non  senza  grande  sforzo  contro  alla  natura  mia 
mi  lascio  io  trarre  a  raccomandare  per  lo  migliore  studio 
della  lingua,  un  libro  pericoloso  per  altro  nelle  mani  della 


467 
gioventù  ;  ma  le  cose  del  mondo  son  pur  troppo  tutte  cosi 
conteste  di  rose  e  di  spine.  Io  chiuderò  dunque  il  capìtolo 
con  una  serie  di  frasi  in  ciascuna  delle  quali  noterò  quella 
0  quelle  espressioni  che  aveano  avuto  la  sorte  delle  voci 
dette  antiche,  e  che  quasi  pili  da  nessuno  erano  né  usate 
né  conosciute;  oltre  alle  tante  che  qua  e  là  nel  corso  di  que- 
st*  opera  ho  già  messo  sott*  occhio  al  lettore;  e  rileverò  an- 
cora la  forza  e  la  virtù  di  alcuni  vocaboli  o  modi  di  dire  che 
distinguono  il  grande  scrittore* 

SAGGIO  d'alcune  BELLEZZE  DI  STILE  DEL  DeCAMERONE. 

Egli  disse:  io  ti  perdono^  per  tal  con\fenente^  che  tu  a 
lei  i^ada;  e  come  tu  prima  potrai^  facciti  perdonare  ;  e  dove 
ella  non  ti  perdoni  ecc. 

Ecco  rara  espressione,  per  tal  contenente  ;  cioè,  per 
tal  convenzione  o  patto,  che  francescamente  si  diceva  a  que^^ 
sta  condizione;  e  un*  altra  in  cometuprima^  in  luogo  di  cO" 
me  più  tosto  f  subito  che^  piò  comune.  E  dos^e  ella  non  ti  per'- 
doni;  quanto  piò  bello  assai  di  e  se  ella  non  ti  perdona  ! 
In  questo  sta  l'eleganza  •  Dante  ha:  Dimmi  *l perchè  diss*  io^ 
per  tal  con  sdegno  ;  donde  par  che  il  Boccaccio  abbia  tratto 
per  tal  com^enente^  segno  manifesto  che  anch*  egli  notò  que- 
sta espressione  per  bella. 

Io  sfi perdono^  sì  x^eramenie  che  wi  mi  diciate  ecc.  Os« 
servisi  il  sì  s^eramente^  altra  leggiadra  forma  che  i  moderni 
avevaa  lasciata  per  la  condizione  de*  Francesi.  L*  analisi  è 
data  altrove* 

Ma  una  cosa  vi  ricordo  i  che^  cosa  eh"  io  vi  dicd^  voi 
vi  guardiate  ecc. 

Anche  ricordare  una  cosaaduno^  in  luogo  Òiavver^ 
tirlo  di  una  cosa^  chi  V  adoperava  oramai  più,  se  non  i  pò- 


468 

chi  che  compiaogevano  la  general  scioperaggine  e  incuran- 
za; anzi  molti  direbbero  qui  i;/  faccio  risoxn^enire ,  sempre 
accattando  da*  Francesi*  Elegante  è  la  ellissi  del  per  tra  che 
e  cosa;  e  questa  bella  espressione  ancora,  per  cosa  eh*  io  vi 
dica^  trovavasi  forse  nello  stile  bastardo  ? 

Alberto  conobbe  incontanente  che  costei  sentia  dello 
scemo. 

Anche  il  bello  incontanente  vi  saria  forse  chi  1  di- 
cesse antico  tra  quei  che  non  leggono.  Nella  elegante  locu- 
zione sentir  dello  scemOf  sentire  ha  forza  di  mandar  sento- 
re, odore. 

Le  sue  s^ituperose  opere  a  tanto  il  recarono  che ,  ncn 
che  la  bugia^  ma  la  verità  non  era  in  Imola  chi  gli  credesse. 

Come  già  dissi  altrove,  Tidiotismo  non  che  non  era  già 
atato  abbandonato,  ma  stravolto  in  contrario  senso  da  quel- 
lo a  che  era  inteso;  e  chi  più  Tintendeva  fra  la  turba  ?  Tor- 
na a  carte 3io  se  la  memoria  non  tei  ricorda.  Ma  un'altra 
cosa  mi  convien  ricordare,  che,  con  ciò  sia  che  questa  scoo- 
giunzione  (che  cosi  s'avrebbe  a  chiamare)  sia  sempre  pre- 
ceduta da  un  altro  che^  vi  vuol  dilicatezza  in  leggerete 
non  dire  che  non  che  tutto  insieme,  né  manco  fermarsi  al 
secondo  cAe,  quando  pur  si  faccia  pausa  dopo  il  primo;  ma 
le  due  voci  non  che  s*  hanno  a  pronunziare  insieme  conia 
bugia ^  così:  che.  •  •  non  che  la  bugia  ,  mettendo  una  egaal 
distribuzione  di  voce  ma  breve  intra  m>/i,  cAe,  e  la  bugiai 
si  che  paia  una  sola  parola  con  V  accento  sopra  già  ;  e  in 
questo  modo  si  farà  vedere  che  si  senta  il  senso  della  espres- 
sione. Se  con  egual  dilicatezza  si  pronunzierà  la  tanto  risa 
congiunzione  che  ora  qui  io  ho  adoperato,  con  ciò  sia  che^ 
non  moverà  piili  le  risa  come  faceva.  Mettiamo  che  anche  a 


4^9 
questa  preceda  un  altro  che,  ella  s^  ha  a  leggere  con  questa 
misura:  che*  •  •  con  ciò  sia»  • .  che  questa  voce,  facendo  una 
pausa  dopo  il  primo  c/te,  un^altra  do^o  sia,  e  pronunziando 
conciò  sia  quasi  fosse  una  sola  parola  con  Taccento  in  sia; 
e  le  due  seguenti,  che  questa,  ancora  insieme;  ma  quando 
ci  sMntramettesse  anche  la  quinta  voce  cosa,  allora  si  vuol 
leggere:  con  ciò.  •  •  sia  cosa. .  •  che  questa  voce.  Sentito  così 
il  valore  di  questa  congiunzione,  non  parrà  più  ridicola,  ma 
bella.  L'analisi  è  data  a  carte  3 19.  Notisi  pure  a  tanto  il  re* 
careno,  e  vi  s* intenda  cattivo  concetto. 

Ora  vi  manda  egli  dicendo  per  me. 

£  non  per  mezzo  mio,  alla  francese*  Manda  dicendo 
p  er  manda  a  dire,  modo  elegante. 

E,  oltre  a  questo,  ella  disse  che  a  lui  stesse  di  venire  in 
qual  formavolesse. 

Che  a  lui  stesse,  in  luogo  delP altra  pur  bella  maniera 
che  lasciava  in  suo  arbitrio,  è  da  notarsi  per  amor  della  va- 
rietà  e  della  brevità* 

E  di  quindi,  quando  tempo  gli  parve^  se  n^  andò  a  oa^ 

sa  la  donna. 

Nota  il  di  tolto  a  la  donna ,  e  V  espressione  quando 
tempo  gli  parve ^  nella  quale  è  sottinteso  opportuno  ;  dove, 
seguitando  Francia,  dicevano  credette  proprio. 

Qui  non  ha  modo  alcuno,  se  già  in  uno  non  voleste» 

Chi  crederria  che  a  si  bella  forma  come  se  già  fosse 
stata  sostituita  la  brutta  e  strana  a  meno  che  ? 

Come  che  duro  gli  paresse  V  andare  in  cotal  guisa  ; 
olire,  per  la  paura  che  aveva,  vi  si  condusse. 

Già  il  come  che  non  era  più  usato,  e  non  inteso  per  la 
più  parte  di  chi  lo  trovava  nei  libri  {  e  pur  eli*  è  così  bella 


470 
coDgiuDsione  per  variare  con  quantunque^  benché^  sebbe" 
ne  •  Bello  idiotismo  è  il  duro  gli  paresse^  il  quale  non  sa- 
prei meglio  rendere  cbe  per  gli  fosse  grwcì  e  il  pi  si  conr 
dusse  in  luogo  di  vi  consentì. 

Essendogli  ad  una  festa  sommamente  piaciuta  una 
giovane  del  paese ^  e  quella  con  ogni  studio  seguitando» 

Lo  dica  un  poco  un  moderno  questo  con  ogni  studio^  di 
costoro  che  si  mettono  a  scrivere  e  pubblicare,  essendo  an- 
cora air  abbiccì  dello  stile,  senza  il  rimanente  corredo,  e 
farà  ridere.  Voglio  dire  che  questi  romanzieri  e  scrittori  di 
commedie  gittan  talvolta  qua  e  là  qualche  buona  voce  od  e- 
spressione,  e  par  loro  di  toscaneggiare,  e  ne  fan  pompa;  ma 
standosi  quella  in  mezzo  di  tante  altre  o  lombarde  o  fran- 
cesi o  di  nessun  paese  o  valore,  rende  il  loro  stile  ancor  più 
da  scherno. 

Di  che  ella  in  tanta  tristizia  cadde^  e  di  quella  in  tan- 
ta iray  e  per  conseguente  in  tanto  furor  trascorse^  cAe,  ri- 
voltato  r  amore  il  quale  al  marito  portava  in  acerbo  odio  ^ 
accecata  dalla  sua  ira,  s*  avvisò  con  la  morte  di  lui  V  onta 
che  ricever  t  era  parato  vendicare. 

Ecco  un  periodo  di  perfetto  stile,  e  di  mirabile  espres-* 
sione  ed  armonia,  la  cui  maggior  bellezza  consiste  in  quel 
verbo  posto  alia  fine;  con  ciòi  sia  cosa  che  leggendo  questo 
tratto,  si  vada  sempre  incalzando  la  voce  e  la  enfasi,  ed  in- 
vestendosi del  sentimento  delle  parole,  s*  arrivi  al  fine  con 
tal  foga  ed  impeto,  che  v*  abbisogna  d*una  voce  la  quale  ciò 
possa  comportare;  e  si  termini  il  periodo  ch^è  stato  sospe- 
so con  un  vocabolo  che  più  prema,  ed  esprima  un^idea  prin- 
cipale. Però  dico  che  a  tempo  e  luogo  il  porre  così  il  ver- 
bo alla  fine  è  tra  le  belle  cose.  Di  die  e  onde  come  già  di- 


47» 

cemmo,  son  due  maniere  e  una  espressione.  Ma  vedi  quan- 
te metafore  cadere  in  tristizia^  trascorrere  in  furore^  risvol- 
tar Vamor  in  odio^  portare  acerbo  odio^  essere  accecato  dal* 
riraj  queste  conslituiscono  T energia  dello  stile;  e  nota  l*e- 
spressione  s*  as^sfisò  per  deliberò» 

Né  solamente  dentro  a*  termini  di  Sicilia  stette  la  sua 
fama  racchiusa^  ma^  in  varie  parti  del  mondo  sonando^  in 
Barberia  era  chiarissima. 

Ve*  che  forza,  che  armonia!  QuelPardito  sonando  che 
qui  suona  si  bene  per  lo  corredo  delle  altre  metafore  raC" 
chiusa  dentro  ol  termini  e  chiarissima ,  qual  figurerebbe 
nello  stile  bastardo  P 

Figliuola  mia  non  dir  di  volerti  uccidere. 
Forma  particolarmente  toscana,  e  da  raccogliersi,  per 
variare  elegantemente,  in  luogo  di  non  dir  che  tu  ti  voglia. 
E  perciò  che  le  sue  più  congiunte  parenti  dicevan  sa 
aver  avuto  da  lei  ecc. 

uiver  avido  per  avere  udito,  inteso,  notala  e  ammira- 
la ;  e  già  vedemmo  che  dicevan  se  aver  sta  in  luogo  di  di^ 
cevan  eh*  esse  avevano. 

E  quantunque  filando  lana  sua  vita  reggesse^  non  fu 
per  ciò  di  sì  povero  animo ,  che  ... 

Regger  sua  vita  filando  lana  !  L^una  espressione  è  più 
bella  che  V  altra,  via  via.  Anche  la  voce  animo  in  questo  e 
in  molti  altri  casi,  come  nel  seguente,  èra  stata  abbandona- 
ta per  li  francesi  spirito,  coraggio. 

Queste  parole  tutto  fecero  lo  smarrito  animo  ritorna-' 
•e  in  Cinione. 

Senti  e  godi  del  bello  aggiunto  smarrito. 
La  cattivella  che ,  dal  dolore  del  perduto  marito  ,  e 
Iella  paura  della  dimandata  pena  ristretta  stava 


•  •  • 


Una  misera  innocente  la  quale,  olire  all'ayere  perduto  il 
marito  di  subita  morte,  si  sentiva  accusata  d'averlo  ella  uc- 
ciso, in  meszo  del  popolaszo  minacciante,  stava,  dice  il  Boc- 
caccio, ristretta  della  paura f  come  colei  che  si  sarebbe  vo- 
luta concentrare  in  se  nel  modo  che  dice  Dante  : 
E  qui  fu  la  mia  mente  sì  ristretta 
Dentro  da  se^  che  di  fuor  non  venia 
Cosa  che  fosse  ancor  da  lei  recetia. 
£  io  credo  che  la  ripetition  di  questi  tre  versi  non  siirl^  di- 
scara a  chi  legge.  Ma  questo  è  un  atto  che  fa  chi  teme  d'o- 
gni intorno,  quello  dico  eh*  esprime  il  Boccaccio  di  ristrin- 
gersi con  tutto  il  corpo  io  se,  quasi  si  voglia  rimuovere  da 
ciascuna  parte,  guardando  sotl'  occliio.  I  grandi  le  nolano 
queste  cose. 

E  moltiplicando  il  maestro  in  nos^lle^  venne  al  giovar 
ne  alzato  il  viso^  e  veduto  ciò  ch'egli  aveva  in  capo. 

f^enne  alzato  il  viso^  venne  veduto^  bei  modi  eh*  eraD 
perduti.  E  osservisi  che  la  maggior  parte  delle  bellezze  qui 
esposte  non  sono  cose  da  ricorrere  al  vocabolario  ;  il  quale 
non  le  può  suggerire  a  chi  non  V  ha  lette;  bisogna  raccorle 
leggendo  i  classici,  e  leggendoli  per  istudio  ;  la  qual  cosa  è 
pur  sempre  dilettevole  ,  dove  il  vocabolario  è  d' iosupera- 
bil  noia. 

Quindi  partitosi^  corseggiando^  cominciò  a  costeggia' 
re  la  Barheria^  rubando  ciascuno  che  meno  poteva  di  lai 

Corsaro  e  corseggiare  son  termini  derivali  da  corso , 
cioè  correre  il  mare.  Hubare^veg^enle  l'oggetto  in  vece  del 
dativo,  è  assai  usato  dal  Boccaccio;  e  notisi  quel  poteva  me* 
no  per  aveva  men  potere. 

Tanto  con  dolci  parole^  e  ora  con  una  piacevolezza^e 


473 

ora  con  unahra  mi  siete  andato  d* attorno^  che  wi  nCave^ 
te  fatto  tempere  il  proponimento^ 

jindar  dt attorno  ad  alcuno  con  dolci  parole  e  piace-* 
volezzek  espressiooe  che  dipinge;  come  nella  seguente  fra* 
se  tutto  il  venne  considenandom  ' 

E  {^natogli  guardato  là  dove  questo  messer  Niccola 
sedem^  parendogli  che  fosse  un  nuovo  ucceUone^  tutto  il 
venne  considerando^ 

Allora ,  quasi  come  se  il  mondo  sotto  i  piedi  le  fosse 
venuto  menOf  le  fuggì  t  animo,  e  vinta  cadde  ecc. 

Vedi  bel  qaadro,e  odi  ?irtu  di  sermone!  Le  fuggì  Va- 
nimo,  e  vinta  cadde^  metafore  degne  di  quel  fervido  e  vivo 
ingegno. 

Parie  che  lo  scolare  questo  diceva^  la  misera  donna 
piangeva  continuo* 

Nota  parte  in  luogo  di  mentre  che,  già  analizzato  al- 
trove; e  continuo  senza  mente. 

f^edeva  ancora  in  più  luoghi  boschi,  ed  ondare,  e  case, 
le  quali  tutte  similmente  Verano  angoscia  desiderando. 

Sono  infiniti  i  modi  da  moltiplicar  le  bellezze  dello  sti- 
le in  chi  ha  T  ingegno  e  Tarte.  Già  tutta  questa  frase  è  mi- 
rabile; ma  il  desiderando  specialmente,  la  cui  analisi  è:  ella 
desiderando  quelle  cose  Verano  angoscia. 

Se  del  Boccaccio  solamente ,  volessi  tutti  citare  i  bei 
modi,  e  i  vocabolitC  le  locuzioni, che  constituiscono  la  leg* 
giadria  dello  stile,  come  ne  potrei  in  copia  estrarre  e  dai 
Villani^  e  dal  Macchiavello,  e  dal  Firenzuola,  dal  Gelli,  dai 
due  Buonarroti,  dal  Caro,  e  da  un  Ariosto,  da  un  Nardi 
traduttor  di  Livio,  dal  Bartoli  e  da  molti  altri,  ognuno  può 
quindi  avvedersi  ch*io  mi  potrei  spaziare  in  infinito. 

32 


474 


CAP.  XXX. 

DELLA  ORTOGRAFIA 

Ortografia  TÌen  dal  Greco,  e  significa  retta  scrittura^ 
cioè  retto  modo  di  scrivere  le  parole,  e  i  segni  che  sono  ^ 
doperati  con  esse,  mediante  il  troncamerUo^Veiisione^  Vmt- 
mento  delle  parole,  e  il  punteggiare* 

DELLA  CONTnAZIONB 

Quando  del  mezzo  d^  una  parola  si  toglie  una  o  più 
lettere,  come  da  toglierei  e  rimanerà^  si  fa  torrei  e  rimar^ 
ràj  levando  le  lettere  glie  e  ne,  la  parola  si  contrae,  cioè  le 
due  parti  che  rimangono  si  traggono  l*una  contro  Taltra; 
e  questa  si  chiama  contrazione.  Ciò  avviene  massimama- 
te  nel  futuro  e  nel  condizionale  de  Verbi,  come  morrò^  mor- 
rei, parrà^  parrebbe j  corrai ,  corresti ,  in  luogo  dì  morinjy 
morirei^,  parerà, parerebbe,  coglierai,  coglieresti,  dove  è  so- 
stituita una  r  alle  lettere  tolte  ;  e  la  maggior  parte  di  que- 
ste contrazioni  non  dipendono  dal  volere  di  chi  scrive,  co- 
me corrai  per  coglierai ,  ma  sono  stabilite  e  fisse.  Quindi 
sarebbe  cattivo  gusto  lo  scrivere  morirò,  morirei  ;  parerà^ 
parerebbe.  Contrazione  si  può  chiamare  anche  quella  cbe  si 
fa  delle  parole  tuono,  pruosni,  buono,  figliuola,  brie^,  pi^ 
tra,  leggiere,  quando,  nelle  derivate  da  esse,  Taccento  ma- 
ta; come  nelle  seguenti  tonare^pros^arcn  benissimo,  figliola- 
ta,  bramita,  petrone,  petrina,  petruzza,  leggerezza»  Ck)me 
già  dicemmo  è  errore  il  dire  tuonare,  pruoi^are,  suonare', 
perciò  che  Vu  impedisce  alla  voce  di  scorrere  e  di  portarsi 
a  tempo  sopra  Va  ove  cade  Taccento.  Si  scrive  anche  b&o- 


475 

nissimo  e  leggierezza  ;  benché ,  per  la  medesima  ragione, 
vi  si  dovrebbe  torre  Vu  e  1*/.  Dalle  forme  ti  ricorderai^  ne 
faraii  ti  tagliai^  ponendo  il  nome  delia  persona  dopo  il  ver- 
bo, e  traendo  Ti,  si  fa riconteratij  furane^  tagliati;  ma  si 
debbe  porre  un  solo  t  per  far  sentire  la  differenza  tra  que- 
sta e  la  persona  terza  che  porta  V  accento,  e  raddoppia  la 
-consonante  :  Datagli  la  canna  f  disse  ^  forane  questa  sera  un 
;  soffione  alla  tua  sen^ente^  col  quale  ella  raccenda  il  fuo^ 
co.B.  Ricorderati  di  dire  a  tuo  padre  die  i  tuoi  figliuoli  ecc. 
B.  Si  contraggono  ancora  molti  de*  participi  passali;  co/io- 
)  sciato  o  contato  in  conto  ;  scemato  in  scemo  ;  dimostrato , 
destato  %  cercato^  confessato^  in  dimostro^  desto  ^  cerco^  e 
confesso* 

DKLLK  PAROLE  CBE  SI  SCRIVONO  IN  DUK  O  PIÙ*  MODI 

,         Troppo  mi  estenderei  se  volessi  qui  numerare  tutte 
.  queste  parole.  Alcune  hanno  la  sola  differenza  di  una  con- 
.  sonante  semplice  o  doppia,  come  femmina  e  femina,  gram- 
matica e  gramatica^  immaginare  e  imaginare;  ma  le  prime 
di  queste  mi  paion  migliori,cioè  quelle  che  hanno  la  conso- 
nante doppia,  perciò  che  femmina  ha  Taccento  su  la  prima; 
grammatica  vien  dal  Greco  con  doppia  m  ;  e  immaginare 
vien  da  immagine  che  ha  doppia  m.  Altre  variano  in  una 
lettera,  come  gittare  e  gettare  ^  glossane  e  gioitine  ^palagio  e 
palazzo^  giudicio  e  giudizio^  aggradare  e  aggradire^  impaz- 
zare  e  impazzire^  rimase  e  rimasto^  bries^e  e  bres^^  delicato 
e  dilicatOj  domandare  e  dimandare*  Il  seguente  avverbio  ha 
quattro  forme,  altramente,  altrimente^  altramenti^  e  altri- 
menti. Quattro  forme  ha  pure  il  seguente  aggettivo,  amen-- 
due^ambedue^  ambidue^  e  ambedue.  Altre  variano  in  più  let- 
tere, qome  dew^  debbo,  e  deggio  ;  vedo^  veggo^  e  \feggio  ; 


476 

la  scelta  delle  quali  dipende  dalla  volontl^  di  clii  scrive.  AI-^ 
cune  preposizioni  fanno  raddoppiare  la  prima  consonante 
della  parola  alla  quale  son  giunte  ;  contrapporre^  soprappor^ 
re,  soprapprendere ^  frammettere^  suddette^  contrappunto; 
altre  no,  come  anteporre^  sottoporre  ;  iniramettere^  tradii 
zione. 

dell'  accento 
Qualunque  parola  possa  portare  la  pausa  sostiene  un 
accento  che  si  chiama  toRioo;perciò  che  quella  vocale  sopra 
cui  cade,  è  più  distinta  nel  tuono  della  voce.  In  anima  è  so- 
pra la  prima  a^  in  amore  sopra  To,  in  infermo  soprst  fé. 
Questo  accento  si  nota  col  segno  f  )  quando  cade  su  Y  ul- 
tima vocale,  come  in  pietas  gios^entà^  cantò ^  f^^^^  perde* 
Nelle  voci  chehanna  una  sola  sillaba,  come  do^fo^  fu^  no^ 
non  si  nota  se  ella  non  è  di  doppio  senso  ;  e  di  queste  si 
segna  in  quelle  che  posson  portare  la  pausa;  come  è,^,  dà^ 
W,  né,  /d;  percliè  la  congiunsione  e,  le  preposizioni  di  e  da^ 
i  pronomi^/  e  /le,  e  1* articolo  la  son  parole  che  non  posso- 
no reggere  la  pausa;  e  quindi  non  hanno  il  valore  delPac- 
cento  tonico.  I  vocaboli  glielo^  gliela^  gliene  ecc,  e  dallo^ 
dalla ^  dagli^  composti  àìda  lo^  da  la^  da  gli,  in  somma  tot* 
te  le  preposizioni  unite  agli  articoli,  non  hanno  accento 
tonico;  perchè  la  voce  non  si  può  fermare  sopra  di  esse, 
ma  bisogna  che  vada  subito  a  cadere*  su  quella  parola  che 
segue.  I  nomi  personali  mi,  ti,  ci,  vi^  si,  e  la  negazione  no/i 
son  privi  d^accenio  tonico.  Benché  vi  sia  se  congiunzione  e 
se  pronome,  questo  che  ha  pure  il  valore  dell*  accendo,  noo 
vi  si  segna. 


477 

DELLA  ELISIONE 

Elisione  si  cliiania  il  torre  da  una  parola  l'ultima  vo- 
cale, e  supplirla  col  segno  (')  detto  apostrofo^  si  che  in  Iuo« 
go  di  la  animai  lo  idiota^  quello  onore,  che  io,  ti  incito,  sì 
scrive  Tanima,  V idiota,  queir  onore,  cK  io,  t^  invito.  Il  far 
r elisione  in  principio  della  seconda  parola  in  luogo  di  le- 
var la  finale  della  prima,  come  lo  ^ngegno,  la *nsegna,  lo^m^ 
peradore,  sì  usa  più  in  poesia  che  in  prosa.  Si  fa  ancora  in 
prosa  con  la  particella  //  articolo  o  pronome  ;  per  esempio 
tra  H pozzo  e  la  ripa,  te  7  dissi,  in  luogo  di  tra  il  pozzo 
e  te  Udissi*  Le  parole  che  hanno  V  accento  in  su  Tultima 
(eccettuate  le  congiunzioni  poiché, perchè,  purché^  e  quel« 
le  che  finiscono  in  due  vocali,  non  patiscono  elisione  ;  onde 
si  dice  però  io,  savio  amico,  levò  alto  il  pie,  la  verità  è ,  an- 
dò a  corte,  il  mio  amore,  miei  amici  ecc.  L^articolo  gli  non 
riceve  elisione  se  non  quando  si  apponga  ad  un'altra/;  gli 
onori,  gli  anni,  gf  infermi.  Delle  parole  dico  io,  amo  io, 
lungo  esso  9  volendo  fare  V  elisione,  s*  ha  a  supplire  un*  h 
in  luogo  dell'o,  perchè  così  vuole  il  buon  senso  eia  ragio- 
ne che  si  conservi  il  suono  primiero}  e  volere  in  contrario 
allegare  le  scritture  antiche,  come  fa  il  Bartoli, è  vano, per- 
chè r  ortografia  dee  essere  moderna. 

Non  è  per  tutto  ciò  da  credere  che  queste  elisioni  sian 
sempre  necessarie,  come  par  che  molli  facciano,  i  quali  si 
danno  ad  intendere  di  sapere  scrivere  a  perfezione,  quando 
Doo  ne  lasciano  sfuggir  una;  che  molte  volte'Ia  enfasi  richie- 
de che  si  pronuncino  le  parole  intere;  onde  si  dirà  meglio 
la  enfasi  che  renfasi;  perciò  che  lo  sforzo  che  la  voce  do- 
manda nel  pronunziar  le  due  vocali  più  esprime  il  senso 
della  parola.  Il  Boccaccio  dice*  Se  tu  non  hai  quello  animo 


478 

die  le  parole  tue  dimostrano^  non  mi  pascere  dii^anaspe* 
ranza;  dove  quello  animo  è  più  dignitoso  che  quelT animo. 
Jj  articolo  gli  si  truo?a  più  volte  usato  intero  inoanzi  alla 
medesima  i^  che  con  T  elisione.  Cosi  neir  espressione  voi 
farete  a  me  grande  utilità^  grande  ha  miglior  suono  e  più 
valore  che  grand*;  miglior  snono,  perchè  non  si  mettono  io 
troppo  vicino  contatto  le  sillabe  du^  ti^  ta;  più  valore  per- 
chè si  dà  enfasi  ali*  aggettivo  grande.  Per  la  medesima  ra- 
gione il  dire  grande  Iddio^  ò  meglio  che  grani  Iddio^  per 
il  doppio  suono  di  diddi. 

Le  parole  che  terminano  in  ce  e  in  gè  ^  non  soffrono 
elisione  in  prosa,  dicendosi  fallace  amico^  prence  adorato^ 
felice  almaMcci  antichi^  spiagge  apriche^  ^ggi  umane,  (i) 

(  i)  Io  sentii  già  in  Firenze  «n  pedante  Smbeccherare  nn  francese,  il  qua- 
le aveva  appreso  in  Parigi  dal  Biagioli  medesimo  il  giusto  suono  e  la  vera 
scienza  della  lingua  nostra  5  e  da  lui  arerà  imparato  a  pronunziare  piacere, 
péice,  pece,  loquace,  pernice^  cornice,  col  proprio  suono  iulico^  e  tal  qua- 
le vuol  ragione  e  armonia,  cioè  con  la  sillaba  ce  distinta  e  chiara,  comesi 
pronunzia  nello  alfabeto,  senza  mischianza  d*  altra  lettera^  e  quel  fiorentino 
stava  faticando  il  povero  francese  per  fargli  disapparare  il  bene  appreso,  e  pn>- 
nunùarè  le  dette  parole  c^^  la  ce  oone  se  vi  fosse  una  #.  Essendo  noto  e 
agli  italiani  e  a^  forestieri  che  non  in  Toscana ,  né  ancor  meno  in  Firenze, 
meglio  si  pronunci  la  lingua  italiana;  ma  che  Roma  porta  in  ciò  il  vanto 
sopra  il  rimanente  d*  Italia,  io  non  avrei  tolto  a  disputare  se  la  pronuncia 
toscana  della  sillaba  ce  sia  giusta  o  no,  se  non  avessi  udito  di  alcani  an- 
che fra*  Romani,  i  quali,  per  affettar  toscanesmo,  vogliono  dare  ad  intende- 
re Vi  forestieri  ciò  che  al  buon  senso  e  alP  orecchio  ripugna,  cioè  che  quel- 
la sillaba  si  abbia  a  biasciare  allor  che  la  a  sta  tra  due  Tocali.  Qoellocke 
è  manifesto  difetto  di  un  luogo  non  si  deve  imporre  per  le^e  a  tutti  gli 
Italiani;  e  a  carte  3  provai,  con  1*  autori  tu  *dcl  Davanzati,  che  il  pronunciare, 
come  fanno  i  Romani,  la  9  in  esito,  etiglio,  uso,  esalo,  compressa  eome  in 
desidero,  è  erroneo,  e  toglie  nn  grazioso  suono  alla  lingua^  ma,  essendo  na- 
stro costume  sempre  di  difendere  le  nostre  opinioni  con  lo  scudo  della  ra^ 
gione,  e  con  la  forza  della  filosofìa,  non  vogliamo  pure  in  pronuncia  far  uvi 
d'  altro  schermo,  e  doasmdcrcwo  a  costoro  che  così  pretendono ,  se  la  Ict- 


.j 


479 
Anche  quelle  la  cui  finale  è  preceduta  da  m  ;  grandissimo 
onore j  magnanimo  uomOf  fiamma  antica,  rime  amorose^  sal- 
vo il  monosillabo  mi^  e  la  voce  come  innanzi  all' e  e  alF  /• 

d£l  troncamento 

Noi  confondiamo  spesso  il  troncamento  con  V  elisio^* 
ne;  questa  si  fa  innanzi  a  vocale,  e  domanda  l'apostrofo  in 
luogo  della  lettera  che  si  toglie;  quello  si  fa  generalmente 
innanzi  a  consonante,  e  non  vuole  apostrofo,  eccetto  in  al- 
cun caso  ;  in  modo  che  dicendo  un  abito,  un  altro,  alcun 
antico^  non  ci  vuol  Tapo&trofo,  perchè  uno  e  alcuno  si  tron- 
cano innanzi  a  consonante,  K^a  )9ai£re,  un  fratello;  ma  ci  vuol 
l'apostrofo  .dicendo  un* anima,  un* insidia, alcun  altra,  per- 
chè una  e  alcuna  non  comportano  troncamento,  non  poten- 
dosi dire  II»  moglie,  alcun  donna.  Così  qual  potendo  es- 
ser tronco  e  pel  mascolino  e  per  lo  femmininoi  non  vuoIq 
apostrofo  in  nessun  caso,  qual  alma  gentile. 

Le  vocali  che  patiscono  il  troncamento  sono  Ve  e  il^Oi 

tera  e  si  profferisce  ce  e  ci,  o  sce  e  sci 9  e  se  dicessero  questo  e  non  quel- 
lo essere  il  giusto  suono»  Torremmo  da  loro  sapere  se  è  alcuna  differenza  tra 
pace  e  pasce,  pece  e  pesce,  loquace  e  ambasce,  pernice,  cornice,  e  stamui^ 
tixce  e  siordisce'y  e  se  pure  insistessero  in  afTermare  che  egual  fosse  la  pro- 
nunzia in  tutti  questi  vocaboli,  ne  gioverebbe  sapere,  per  nostra  istruzio^ 
ne,  il  perché  si  scrivono  con  differente  ortografia;  e  per  qual  ragione  si  vo" 
glia  togliere  un  suono  alla  lingua»  e  di  ce  e  ice  fame  un  solo;  finalmente  vo- 
lentieri udiremmo  se  in  questo  nostro  idioma  é  alcuna  sillaba,  in  cui  prof- 
ferendo s*  aggiunga  veruna  benché  minima  cosa,  la  qua!  V  occhio  non  veggia: 
Dicono  che  piascere  è  più  dolce  che  piacere i  ma,  quando  par  fosse,  che 
non  èj  non  mancano  parole  in  italiano  con  le  quali  farsi  la  bocca  melata  di 
questa  dolcezza,  essendo  pieno  di  vocaboli  che  portano  scia,  sce,  sci,  scio, 
sciu,  da  saziarne  chi  ne  é  vago,  senza  distruggete  eia,  ce,  ci,  ciò,  cùf,  suo- 
ni da  quelli  assai  differenti.  A  coloro  poi  che  ci  vogliono  mantenere  che 
il  suono  che  essi  intendono  di  questa  sillaba  non  é  né  ce  né  sce ,  ma  be- 
ne un  medio,  io  dico  che  sognano;  che  la  nostra  lingua  é  ben  decisa  ne*  suo- 
ni, e  non  ha  i  dnbbii  «  gli  incerti  come  V  Inglese. 


48o 

quando  sodo  precedute  da  /,  m,  n,  ri  saI?o  alcaDÌ  aggi 
che  finiscono  in  ro,conie  chiaro^nero;  in  modo  che  u 
go  di  egli  ha  bene  fatto ,  s^edi  bello  ciottolo  ^  mi  sog, 
fare  motto^  facevano  vista  di  maravigliaresi^  facciamo 
biante^sì  dice  egli  ha  benfatto^  vedi  bel  ciottolo  j  mi  so^ 
far  motto ,  facevan  vista  di  maravigliarsi ,  facciam  i 
bi  ante. 

Dalle  parole  che  finiscono  in  Ilo  si  toglie  rultima 
laba ,  e  nel  plorale  qualche  volta  le  due  //;  fanciul  pia 
no^  capei  biondo^  capei  biondi*  In  poesia  si  possoa  tront 
tutti  i  verbi  nella  forma  arono  come  guatar  per  guatare 
cantar^  cantarono  ;  e  si  truova  anche  in  prosa:  Lasciai 
donne  la  nuova  sposa  nel  letto  del  suo  marito^  e  andar  « 
B.  y*  è  alcun  troncamento  de*  nomi  nel  plurale,  cornei 
sciati  i  pensier  filosofici  da  una  parte^B.  in  luogo  dìpe 
sieri;  ma  questo  del  plurale  vuol  gran  riserva. 

Le  parole  che  finiscono  in  a,  fuor  che  ora  avverbio, 
ì  suoi  composti,  a//ora«  ancora^  nou  ammettono  troncamei 
to  ;  buona  compagnia^  amara  sorte^  or  voglio^  aliar  griJ 
Gli  aggettivi  uno,  grande,  santo,  bellone  quello,  vanno  so, 
getti  alle  seguenti  variazioni:  un  anno^  un  santo^  uno  sm 
co,  una  donna,  un  anima,  gran  vaso,  grand'onore,  gram 
scoglio,  gran  pietra,  gran  pietre,  san  Paolo^  sanfAntom 
santo  Stefano^  sant'Anna,  santa  Maria,  belfocchio^  bela 
gtio,  begli  occhi,  bella  donna,  belle  vedute,  belle  anime; 
fer  quello  vedi  a  carte  i4o.  Alcuno,  niuno,nessuno,veruni 
seguono  i  troncamenti  di  uno. 

Le  forme  togli,  vedi,  sei,  egli,  eglino^poco,  si  posso 
no  troncare  e  ridurre  a  to\  ve,  se\  e\  ei,  pò.  Questi  tro& 
caraenti,  eccetto  eì,  domandan  Taposlrofo.  Le  yoci  fece t 


43 1 
alcQiiì^^^  si  troncano  in /e*  e  /9;  a  questa  s'appone  T accento,  a 
3odo duella  Tapostrofot  Di  diedi  e  diede  sì  fa  die*  e  die ^  la  pri» 
''0)D&Qa  appartiene  alla  poesia.  Mezzo  e  meglio  si  possono  ridur- 
^M-e  a  me*  in  poesia.  Si  può  troncare  T  articolo  i  dopo  la  con- 
^/oId,s;ì unzione  e,  supplendo  un  apostrofo  a  questa,  per  esempio:* 
,{mll  Saladino^  e^compagnin  e*  famigliari^  tutti  sapevan  latino, 
I .  //  castaido  a  far  fare  certe  bisogne  che  gli  eran  luo^ 
jìiì'^o  pia  giorni  ifel  tenne.  B.  2.  Partito  il  lor  ragionare ^  co^ 
fmfninciò  Masetto  a  pensare...  B.  3.  Dicevangli  le  più  leggia- 
m^,dre  parole  del  mondo.  B.  4*  Come  i  falli  meritan  punizio^ 
pern^^y  così  i  beneftcj  meritan  guiderdone.  B.  5.  Chi  mal  ti 
•osa:iveio/,  mal  ti  sogna.  B.  6.  Benché  contraria  usanza  abbia 
liQ^tr^uesta  legge  nascosa^  ella  non  è  ancor  tolta  via^  né  guasta 
^^rdalla  natura  né  da  buon  costumi.  B. 
,  li;  Regole  del  troncamento  non  si  potrebbero  dare  positl- 

^^  vamente,  essendo  cosa  che  dipende  da  orecchio  bene  orga- 
^,_^r  nìzzato,  da  buon  gusto,  e  dall'  aver  letto  molto  i  classici; 
,.  e  non  è  4eggier  cosa,  anzi  di  gran  momento  a  chi  vuol  scri- 
ver bene*  Generalmente  si  fa  innanzi  a  consonante,  come 
:  •  si  vede  in  tatti  questi  esempj.  Quando  vi  sono  due  verbi 
^.  neir  infinito,  si  tronca  il  primo;  che  airorecchio  non  piac- 
ciono due  parole  terminanti  similmente  Tuna  dopo  Taltra, 
come  fare  fare .  Si  eccettua  il  caso  in  cui  il  secondo  verbo 
cominci  per  s  seguita  da  consonante;  lasciare scor gè re^  ma 
non  sempre.  L*  articolazione  delle  parole  loro  e  ragionare 
si  lega  piik  facilmente  troncando  loro^  cioè  il  lor  ragiona- 
re^ che  dicendo  loro  ragionare^  dove  si  sente  quel  ro  ra. 
Tutte  le  terze  persone  dei   verbi  si  troncano  quando  sono 
unite  a  un  nome  personale  o  ad  un  pronome,  dicei^angli; 
che  che  ne  dica  T  Antipurismo.  Il  troncamento  delle  due 


48a 

forme  meriian  è  fatto  a  proposito,  per  esser  Taccento  su  la 
prima.  Ognaao  può  sentire  che  dispiacevo!  suono  produr- 
rebbe il  pronunziare  iotere  le  parole  chi  male  ti  s^uole^  ma- 
le  ti  sogna.  £  cosi»  chi  vuol  eonoscere  Io  sconcio  che  pro- 
durrebbero in  questa  frase  ji  che  svilirci  senza  poterci  ere-' 
scer  paghe^  scemar  fatiche^  far  ben  veruno^  le  lettere  che 
son  tronche  e  tolte»  riponga  le  parole  intere  crescere^  sce-- 
marCf  fare^  bene^  e  sentirà  come  si  trascinano  in  dileguo.  Il 
troncare  V  aggettivo  Imono  nel  plurale,  come  buon  costumi^ 
io  luogo  di  buoni  costumi^  non  sarebbe  ben  usato  oggi  se 
non  in  poesia,  e  forse  il  Boccaccio  scrisse  buoni.  Non  si  deb- 
bon  raccorciare  le  parole  infine  della  proposizione;  sì  che 
si  dirà  ella  è  degna  delP  amor  mio  o  del  mio  amorem 
Lo  sol  vi  mostrerà  che  surge  ornai 
Prender  7  monte  a  più  bresm  salita. 
Questo  troncamento  prender  7  che  si  truova  in  una 
edizione  di  Dante  del  Lombardi  è  impossibile  a  pronunziar- 
si; onde  non  si  può  troncare  Tultima  lettera  d*  una  parola, 
e  la  prima  di  quella  che  la  segue.  Non  è  da  dubitare  die 
Dante  scrivesse  prendete  7  monie^  con  (;)  dopo  ornai. 

DELL*  AUMENTO  OBLLE  PABOLE 

Si  aggiunge  una  d  alla  preposizione  a^  quando  è  segui- 
ta da  parola  che  comincia  qon  a;  e  similmente  alla  congion- 
zione  e;  quando  è  seguita  da  e  •  I  Romani,  in  luogo  di  che 
è^  dicono  ched  è^  la  quale  non  è  forma  da  aversi  in  dispre- 
gio. L*  aumento  v\Ya  e  vXVe  suddette  si  fa  talvolta  innansi 
a  vocale  non  simile  a  quelle;  ma  non  sì  spesso  come  fanno 
certi  scrittorellii  a  cui  pare  un  gran  che  quando  sanno  scri- 
vere ed  addita^  ed  adombra^  ed  ode.  E  quante  di  queste  ne 
han  fatte  dire  al  Boccaccio  i  suoi  editori  !  Al  tempo  suo  la 


48$ 

congiunzione  e  si  poneva  come  in  latino  et^  fosse  o  no  se- 
guita  da  vocale.  Alcuni  editori  non  si  airiscbi^ono  dì  cam- 
biarla in  seguito  secondo  Tortografia  moderna,  perchè  nel- 
lespressione^  per  esempio,  et  acconciassi  et  andossenCf  noa 
potevan  sapere  (quando  il  Boccaccio  avesse  conosciuta  Tor- 
tografia  moderna)  se  avesse  voluto  dir  più  tosto  e  accon-- 
dossi  e  andossene  che  ed  acconciassi  ed  andassene.  Ora , 
però  che  le  vocali  e  a  rendono  miglior  suono  quando  s*in- 
contrano  insieme,  che  quando  son  divise  per  una  d^  io  scri- 
verei e  acconciassi  e  andossene  ;  e  tanto  più  quando  nella 
prima  sillaba  della  parola  seguente  la  e  vi  entra  la  d\  sì  che 
si  dee  dire  e  addita^  e  adombra^  e  ode. 

Similmerite^  egli  è  vero  che  noi  aggiungiamo  una  i  al* 
le  parole  che  cominciano  con  ^  seguite  da  altra  consonante, 
come  con  istampa ,  in  Ispagna ,  per  isdegno^  quando  pre« 
cede  a  quelle  pure  una  consonante;  ma  non  si  ha  per  que«^ 
sto  ad  abbondare  in  modo  che  diventi  una  seccaggine,  o  si 
distrugga  la  forza  delle  parole*  U  dire  per  esempio,  Varie 
del  ben  scris^ere^  rende  suono  più  piacevole  che  tarte  del 
ben  iscrisferCf  forma  ridicola  ;  se  alla  espressione  per  non 
spendere  s*  aggiunge  una  i  per  farla  gentile,  si  toglie  quel 
contrasto  alle  parole  che  esprime  la  renitenza  dello  avaro; 
se  nella  frase  Ghismonda  non  smassa  dal  suo  fiera  propani'^ 
mento  tu  vuoi  modificare  con  una  i  quello  aggettivo  smos^ 
sa^  ne  trai  ciò  che  ha  maggior  virtù;  il  che  si  fa  sentire  per 
lo  sforzo  che  fa  la  voce.  Che  vale  aggiungere  agli  aggettivi 
misurato  e  moderato  una  s  per  significare  qualità  contraria, 
quando  vi  si  appicchi  un*  altra  vocale  innanzi  alla  ^,  a  de- 
trimento proprio  di  quel  suono  che  esprime  la  contraria  i- 
dea,  come  in  questo  esempio  di  F.  B.  da  S.  C«?  //  mia  ismi-' 


484 

surato animo^  cose  ismoderate^non  a^edUìili^  e  sempre  tn^^ 
pò  alte  desiderava.  A  ogni  niodo«  perchè  quella  i  io  seguito 
di  vocale  ?  E!  non  è  egli  un  far  le  parole  di  gentili  mostruose 
a  dire  col  BartoU  istatua  e  istia^  come  nel  suo  seguente  e«- 
sempio  ?  Così  abbiamo  per  memoria  lasciatane  da  Senofonr 
te^  mai  non  porsi  gli  eroi  in  istatua  a  cas^allo^  che  il  cawd-- 
lo  non  istia  compiè  davanti  alzato  in  aria.  £  pur  mettendo* 
vi  quel  contrasto  di  non  stia  par  che  si  puntelli  il  cavallo  a 
star  su  alzato* 

DEL  PUNTEGGIABa 

Nel  punteggiare  si  comprende  la  virgola  (,) ,  il  punto 
e  virgola  (;),  i  due  punti  (:),  punto  (•),  il  punto  interroga- 
tivo  (P),  Tesclamativo  (!),  •  le  parentesi  Q*  A  meglio  far  in- 
tendere qual  sia  fuso  di  questi  punteggiamenti^  lo  mostre- 
remo con  gli  esempj.  Produrremo  un  periodo  del  Boccac- 
cio, e  daremo  ragione  dei  punti  e  delle  virgole. 

La  Fiammetta^  li  cui  capelli  eran  cre^i^  lunghi,  e 
d*orOf  e  sopra  li  candidi  e  dilicati  omeri  ricadenti^  e  il  vi* 
so  rìtondetto^  con  un  colore  vero  di  bianchi  gigli  e  di 
vermiglie  rose  mescolati ^  tutto  splendido^  con  due  occhi  in 
testa  che  parevan  àC  un  falcon  pellegrino ,  e  con  una  boc- 
cuccia piccoUna,  le  cui  labbra  parevan  due  rubinetti^  sor* 
ridendo  rispose: 

La  virgola  serve  massimamente  a  dividere  le  frasi  in- 
cidenti nella  proposizion  principale;  onde  infino  a  tanto  che 
la  proposizione  non  sia  finita,  le  parole  non  possono  essere 
divise  se  non  per  virgole;  come  io  questo  esempio,  nel  qua- 
le la  proposizion  principale  è  La  Fiammetta  sorridendo  ri- 
spose; e  si  potrebbe  ridurre  anche  a  la  Fiammetta  ri^H>s€^ 
mettendo  sorridendo  tra  due  virgole  come  incidente  ;  ma, 


485 

le  due  azioni  di  sorridere  e  di  rispondere  essendo  simuU 
tanee,  non  le  divido.  Quando  un  nonae  ha  più  di  due  agget- 
tivi, come  in  questo  esempio  capelli^  si  dividono  per  vir- 
gole;  e  anche  Tultimodal  penultimOi  benché  vi  sia  la  con- 
giunzione* Le  parole  uiso  ritondetto  unendosi  a  tutto  splen-- 
didOf  quelle  che  son  tramezzo  formano  on  incidente;  e  però 
stanno  tra  due  virgole.  Non  è  posta  virgola  tra  in  testa  e 
pcurwan^  perciò  che  le  parole  che  seguono  sono  una  quali-^ 
ficazion  eretta  di  testa;  ed  è  posta  la  virgola  dopo  boccuC' 
eia piccolina^  perchè  V espressione  pares^an  due  rubinetti  è 
qualificazion  di  labbra.  Finalmente  dopo  Fiammetta  e  pri- 
ma  di  sorridendo  è  una  virgolai  perchè  tutto  il  resto  è  inci* 
dente.  Quando  il  dicitore  introduce  un*  altra  persona  a  par- 
lare, divide  le  sue  parole  dalPaltrui  con  due  punti;  come  si 
vede  alla  fine  del  soprapposto  periodo*  Si  usano  anche  i  se- 
gni („)  non  quando  s'introduca  a  parlare  un  altrOfma  quan- 
do si  alleghino  le  altrui  parole  ;  le  quali  finite,  si  chiudo- 
no coi  medesimi  segni;  o  pure  si  mettono  le  parole  citate 
in  caratteri  diversi  ;  nel  qual  caso,  quando  la  citazione  sia 
corta,  non  fa  pur  bisogno  né  di  due  punti  né  di  una  virgo- 
la, come  si  vede  qui  nelle  parole  da  me  prodotte. 

I  due  punti  servono  anche  a  dividere  le  due  parti  prin- 
cipali d*  un  gran  periodo. 

Era  similmente  allora  in  Firenze  un  glossane  di  mara-- 
vigliosa  piacewlezza  in  ciascuna  cosa  che  far  voles^a^  astu-^ 
to  e  ay^ene^ole^  chiamato  Maso  del  Saggio;  il  quale  ^  uden^ 
do  alcune  cose  della  semplicità  di  Calandrino^  propose  di 
voler  prender  diletto  de*  fatti  suoi  col  fargli  alcuna  beffa^ 
0  fargli  credere  alcuna  cosa*  E^  per  as^entura^  trescandolo 
un  dì  nella  chiesa  di  San  Giovanni ••• 


^ 


486 

Nessuna  virgola  è  posta  prima  di  wlewi^  perchè  tatte 
le  parole  che  precedono  formano  una  sola  proposizione  in- 
divisibile. Il  punto  e  virgola  serve  a  dividere  una  proposi- 
zionCf  con  tutti  gli  incidenti  ed  aggiunti  di  quella ,  da  un* 
altra  proposizione;  chiamo  aggiunti  le  parole  stanti  tra  \Hh 
Iwa  e  il  quale\  il  punto  e  virgola  si  mette  quindi  innanzi  a 
tutte  le  congiunzioni  che  giungono  una  proposizione  con 
Taltra,  un  membro  d*un  periodo  con  l*altro.  Il  punto  divi- 
de i  periodi  ;  e  anche  si  mette  dopo  qualunque  numero  di 
parole  faccia  un  senso  affatto  finito  e  staccato  da  quelle  che 
seguono.  Nello  addotto  esempio  è  un  punto  innanzi  alla  con- 
giunzione  e ,  perchè  il  precedente  è  un  periodo  finito ,  e  la 
congiunzione  ne  comincia  un  altro*  Quando  si  allegano  pa- 
role altrui,  e  si  lascia  una  proposizione  imperfetta,  come 
ho  fatto  io  col  soprapposto  esempio,  si  mettono  più  punti... 
per  far  vedere  che  si  è  lasciato  il  resto.  Generalmente  le  con- 
giunzioni o  ed  e  servono  a  giungere  le  parti  d*  una  mede- 
ma  proposizione  ;  quando  queste  parti  son  lunghe,  si  divi- 
dono per  una  virgola;  quindi  la  virgola  tra  beffa  e  o  fargli: 
Le  virgole  son  poste  per  avvertire  chi  legge  delle  diverse 
pause  che  deve  fare  secondo  lo  scompartimento  delle  paro- 
le ;  onde  si  usano  qualche  volta  anche  a  notare  brevi  pause 
volute  da  chi  scrive  ;  Tavverbio  per  ai^i^ntura  è  perciò  fra 
due  virgole,  le  quali  nuUadimeno  non  sono  affatto  neces- 
sarie. 

Il  seguente  periodo  del  Perticar i  è  malissimo  punteg- 
giato, grazie,  per  certo,  agli  stampatori. 

Che  le  parole  per  lo  più  sono  congiunte  fra  loro:  sen- 
za virgole:  senza  accenti:  senza  punti\  e  che  finalmente  per 
la  prodigiosa  moltiplicazione  degli  esen^lari  quelle  jven- 


48? 
turate  opere  sono  passate  dagli  uni  agli  altri  ignoranti  qua  - 
si  perpetuamente^  e  che  niuno  s^i  fu  il  quale  a  guisa  di  tro- 
feo non  vi  lasciasse  dentro  alcun  suo  costrutto ,  o  alcuna 
sua  locuzione  plebea. 

Dove  sono  i  due  punti  ci  volevan  altrettante  virgole  ; 
e  le  parole  per  la  prodigiosa  moltiplicazione  degli  esempla-- 
ri  e  a  guisa  di  trofeo  essendo  incidenti,  debbono  esser  chiu- 
se tra  virgole;  e  un  punto  e  virgola  dopo  positimmente. 

I  punti  interrogativo  ed  esclamativo  si  fanno  intende- 
re da  se  per  la  loro  denominazione. 

Le  parentesi  si  usano  a  chiudere  un  pensiero  che  oc- 
corre alla  mente  all'  atto  e  nel  mezzo  della  proposizione,  il 
quale  non  si  possa  legare  con  le  parole  della  medesima,  o 
per  cui  le  due  virgole  non  bastino  a  comandare  una  pausa 
saflicientee  un  differente  tuono  di  voce;  per  esempio:  Niu- 
no altro  sussidio  rimase  che  o  la  carità  degli  amici  (e  di  que- 
sti  f UT  pochi  )j  oTamrizia  de"  serventi.  Le  parentesi  nondi- 
meno sono  diventate  di  minor  uso  che  non  si  faceva,  e  si 
supplisce  a  quelle  con  le  virgole. 

Non  si  vuole  anche  tener  sospeso  chi  legge  con  trop- 
pi incisi  in  modo  che  si  perda  il  filo  della  proposizion  prin- 
cipale e  si  faccia  confusion  d' idee^come  si  scorge  nel  se- 
guente periodo  del  Boccaccio  :  E  perciò  che  la  gratitudine^ 
secondo  che  io  credo^  tra  C  altre  virtù  è  sommamente  da 
commendare^  e  il  contrario  da  biasimare^  per  non  parere 
ingrato^  ho  meco  stesso  proposto  di  volere^  in  quel  poco 
che  per  me  si  può  j  in  cambio  di  ciò  che  io  ricevetti^  e  se  non 
a  coloro  che  me  àtarono^alli  quali  per  awentura^per  lo  lor 
senno  a  per  la  loro  buona  ventura^  non  abbisogna ,  a  que- 
gli almeno  cC  quali  fa  bisogno^  alcuno  atteggiamento  pre- 


^ 


488 

stare.  Ove  non  sì  potrebbe  rendere  il  periodo  migliore  se 
non  togliendo  la  maggior  parte  di  quegli  incisi. 

E  7  duca  incominciaifa  : 

Mantova...  E  V  ombra  tutta  in  se  romita,  D. 

Quando  s*  interrompe  una  proposizione  per  incomin- 
ciarne un'  altra  si  mettono  alcuni  punti  in  mezzo.  Virgilio, 
nel  Purgatorio  di  Dante,  stava  per  dare  V  informazione  a 
Sordello  da  lui  domandata,  e  già  aveva  cominciato  a  dir 
Mantova^  quando  Dante  interrompe  la  narrazione  di  Vir- 
gilio, e  si  mette  a  parlar  egli  al  lettore. 

DELLE    LBTTSRZ    MAIUSCOLE 

I  nomi  d*  uomini,  di  città,  di  province,  di  paesi,  e  di 
luoghi,  si  comincian  con  lettera  maiuscola;  i  nomi  di  fiumi, 
di  laghi,  di  monti,  in  somma  tutti  quelli  che  si  appongono 
ad  una  nazione,  ad  una  persona,  ad  un  oggetto,  ad  uo  luo- 
go particolare,  voglion  detta  lettera.  La  prima  parola  d*uD 
periodo  si  comincia  pure  con  maiuscola  •  Gli  aggettivi  di 
nazioni  froficese^  inglese^  italiano^  ecc;  si  scrivono  con  let- 
tera maiuscola  solo  quando  sono  adoperati  per  nomi,  per 
esempio^  gli  Italiani^  gr Inglesi^  i  I^ancesii  ma  non  quan- 
do son  giunti  a  un  nome,  come  lingua  francese^  linguale- 
desca.  Allora  che  si  citano  le  parole  altrui,  se  non  è  una 
corta  citazione,  si  debbo  mettere  la  prima  lettera  maiusco- 
la, con  tutto  che  precedan  due  punti* 

DELLA    DIVISIONE    DELLE    PAHOLE    IN  FINE   dVnA    BIGA 

Quando  si  voglia  dividere  una  parola  tra  una  riga  e 
r  altra,  non  si  debbono  dividere  le  sillabe.  Per  esempio 
quando  la  ^  è  seguita  da  altra  consonante,  forma  sempre  sil- 
laba con  questa  ;  onde  le  parole  lasciare^  tester  trasviare^ 
aspettare^  saranno  divise  in  la-scia^re^  te-stè^  tra-s^itt-re^ 


489 
a^speHa-'re.Sehhen  l'uso  sia  di  dividere  le  voci  acqua ^  ac-' 
quisto^  in  a-cqua  a-cquistOf  a  me  par  più  ragionevole  che  si 
unisca  la  e  all'  a  se  si  vuol  poter  pronunciare* 

Quando  le  consonanti  son  doppie,  se  ne  mette  una  da 
una  parte  e  V  altra  dall'altra,  così  fat'to^  po^es-se^  as-sun" 
to*  Due  consonanti  diverse,  eccettuata  la  s  predetta,  si  divi- 
dono, giar^i-no^  per^e-re^  in^con"  trarre ^  por^a\  ma  non 
quando  concorrano  ambedue  nella  stessa  sillaba ,  come  in 
ìfergogna^  abbagliare^  anagramma^  ove  le  lettere  gna,  glia^ 
gra^  Ibrman  sillabe. 

CONCLUSIONE 

Saranno  forse  alcuni  i  quali,  senza  aver  pur  letto  que- 
sta mia  opera,  diranno  che,  finalmente,  io  non  so  far  aU 
tro  che  grammatiche  ;  che  quésto  non  è  lavoro  d' immagi- 
nazione né  d* ingegno  creatore,  ma  sol  di  logica  e  d'erudi- 
zione; e  simili  cose  già  da  me  udite  e  nel  caso  mio,  e  in  quel- 
lo d'  altrui,  cosi  da  cui  veramente  per  mia  gloria  sarebbe 
caro  eh''  io  facessi  di  più,  come  da  coloro  che  vorrebbero 
abbassare  l' altrui  merito;  in  modo  che^  dove  io  m*  aspetti 
lode  e  gratitudine  di  una  scentifica  e  ingegnosa  fatica,  nii  sen- 
ta anzi  apporre  a  difetto  il  bou  avere  fantasia  da  scriver 
poesie  o  romanzi,  né  ingegno  da  inventar  novelle  o  da  com- 
porre istorie.  Ma«  lasciamo  stare  che,  quando  altri  fa  quello 
a  che  la  tempra  del  suo  ingegno,  o  più  tosto  la  sorte  l'ha  gui- 
dato, pur  che  sia  buono  e  utile,  dovrebbe  anche  aver  merita- 
to, io  vorrei  sapere  di  quale  utilità  siano  state  le  opere  d'im- 
maginazione uscite  alla  luce  in  questi  38  anni,  se  non  a  viep- 
più corrompere  e  distruggere  il  sacro  e  glorioso  monumeur 

33 


490 
to  della  lingua»  Imparlao  prima  lo  stile*  e  poi  prendan  la 
penna  in  mano;  e  oramai  coloro  che  leggeranno  queste  car- 
te rifletteranno  un  poco  prima  di  spacciarsi  per  autori;  che, 
veramentc^eran  venuti  a  tale,  che  si  ponevano  a  scrivere  sen- 
sa  aver  Ietto  altro  che  cose  francesi,  digiuni  affatto  d^italia- 
na  letteratura.  Oltre  a  ciò,  bisogna  che  sappiano,  costoro  che 
altro  da  me  richieggono,  che  non  si  può  pervenire  a  com- 
porre un  buon  lavoro  di  questa  natura,  senza  aver  fatto  pri- 
ma più  e  più  sbozzi  e  pruove,  ed  essergli  andato  intorno  in- 
torno con  Io  scarpello  della  ragione  a  ripulire  e  rilevare;  e 
che  quest* opera  non  si  poteva  ridurre  al  presente  suo  stato 
senza  una  lunga  pratica  acquistata  nello  insegnamento  delle 
lingue  e  nello  scrivere  più  grammatiche;  in  difetto  di  che  non 
si  può  parlare,  e  trattare  la  scienza  con  quella  sicurezza  e  fi- 
danza che  io  fo,  e  che  si  richiede  a  persuadere  altrui;  sì  che 
per  tale  io  Tho  oramai,  che  io  non  porto  invidia  a  nessuna 
opera  del  presente  secolo;  e  quando  la  vita  non  mi  bastas- 
se per  altro,  come  che  io  speri  poter  fare  di  più,  io  me  ne 
andrei  pur  contento.  Anche  io  voglio  ricordare  che  la  natu- 
ra umana  è  cosi  bella,  e  maravigliosa,  e  potente,  perchè  ella 
ha  compartito  i  suoi  favori,  dando  all'  uno  fervida  imma- 
ginazione, prestezza  e  vivacità  d'ingegno,  ma  ristringendosi 
alquanto  nella  forza;  a  quello  altro  più  tarda  d' ingegno,  e 
scarsa  d*  immaginazione,  ma  più  prodiga  di  forza  razionale 
e  di  giudizio,  di  fermezza  nello  eseguire,  e  di  perseveran- 
aa  nel  condurre  a  fine  una  cosa  immaginata  :  tanto  che  si 
trovi  fra  gli  uomini,  chi  abbia  immaginazione  e  ingegno  da 
comporre  un  poema,  non  saper  fare  un  ragionamento  logi- 
co o  filosofico,  e  che  qn^ scrive  bellissima  poesia,. sia  nella 
jl  prosa  disordinato  e  confuso;  coinè  mostra  il  Convito  di  Dan- 


49» 
te,  il  qnale  ti  condace  di  meandro  in  meandro  senza  mai 
venire  a  una  uscita,  e  ti  trovi  essere  a  termine,  quando  tu 
credevi  d'avere  ancora  a  camminare;  dove  in  contrario  av- 
venga che  qual  possa  scrivere  prosa  eccellente  e  quasi  poe- 
tica, riesca  verboso  e  prosaico,  e  languisca,  nella  poesia,  co- 
me il  Boccaccio;  e  chi  compone  un  maraviglioso  poema  non 
sia  capace  di  fare  i  comenti  a  quello,  e  sia  bisogno  clfe  al- 
tri esponga  i  di  lui  pensieri.  Il  Boccaccio  ha  ben  chiosato  al- 
cuni canti  di  Dante,  ma  tu  dureresti  fatica  a  scorgere  in  que* 
discorsi  V  autore  del  Decamerone.  Cosi  nel  caso  mio  io  di- 
co che,  posto  che  io  abbia  tratta  tutta  la  mia  grammatica 
dai  tre  grandi,  e  i  loro  scritti  sian  la  ferma  sua  base,  non 
meglio  forse  avrebbero  essi  saputo  ragionar  di  essa,  che  ab* 
Lia  fatto  io;  e  in  verità,  allor  che  io  eonsiderava  quanto  pò* 
co  siea  lètte  V  opere  loro,  io  sentiva  lo  mio  zelo  intepidire, 
dicendo  fra  me:  come  puoi  tu  sperare  che  un  libro-che  trat- 
ta di  una  scienza  generalmente  tenuta  in  così  poco  conto,  an- 
zi in  dispregio,  trovi  leggitori,  se  non  si  leggono  le  costoro 
opere  somme  ?£  forse,  scorato,  proseguito  non  sarei,  se  non 
mi  confortava  e  spronava  il  pensiero  che  mi  suggerì  Dan- 
te che  9  quando  V  usato  sole  è  adombro  per  difetto  di  chi  1 
vede,  ci  vuol  chi  il  faccia  agli  adombrati  rìspleodere.-jE'dJbrii 
luce  a  coloro  che  sono  in  tenebre  e  in  oscurila  per  lo  ei- 
saio  sole  che  a  laro  non  luce* 

2V.  B*  In  un*  opera  di  questa  sorte,  chi  la  I^ge  e  rin^ende  ycàrk  es-' 
ser  quasi  indispensabile  che  la  correzione  dcUe  stampo  si  faccia  per  lo  au-. 
tote  medesimo;  ma  d*altra  parte  la  lunga  esperienza  avendo  persuaso  me  es- 
sere altresì  difficilissimo  che  non  sfuggano  degli  errori ,  quando'  egli  confidi 
in  se  solo,  questa  Tolta  io  mi  son  fatto  aiutare  da'4ue  altre  persone^  tanto- 
che  confido  che  questa  edizione  sarà  riuscita  correttissima.  Vagliamtf  alme* 
no  questo  pregio  della  mia.  alle  mie  spese  stampata  in  Roma,  poiché  in  Ita- 
lia i  parti  dello  ingegno  sono  proprietà  di  chiunque. 


49^ 


INDICE  DE'  CAPITOLI 


Cap.  I.  Delle  lettere^  pag.  i. 

Cap.  IL  Delle  parolei  4«  Specificazione  delle  pa- 

role che  compongono  la  lingua,  5. 

Cap*  in.  Del  verbo,  6.  Determinazione  de'  tempi 

e  de*  modi,  y.  Verbi  regolarli  ii.  L> 
regolarif  i5« 

Gap.  IV.  Del  nome,  3i«  Diversi  officii  che  &  nel- 

la proposizione,  4i« 

Cap*  y.  Deirarticolo,  47*  Applicazione  di  esso,  5o» 

Cap«  VL  Dei  nomi  personali,  6a. 

Cap.  VIL         Degli  aggettivi,  73* 

Cap,  Vili.        Degli  aumenta  li?i  e  de*  diminnliyi,  85. 

Gap^  IX*  De*  comparativi  e  de'  superlativi,  go« 

Cap*  X*  Aggettivi  ogni^  ognuno^  ciascuno^  alcuno^ 

nUmo^  qualunque^  ecc.   io5. 

Cap.  XL  Aggettivi  numerali,   lai* 

Cap.  XIL         Degli  aggettivi  possessivi,  i3a* 

Cap.  XIIL        Degli  aggettivi  dimostrativi,  iSg. 

Gap*  XIV*        Aggettivi  e  pronomi  congiuntivi,  i47« 

Gap*  XV.  De*  pronomi,  i6o* 

Cap.  XVI*        Pronomi  dimostrativi  e  altri  pronomi)  199* 

Cap.  XVII.       Del  si  passivo  ai  2. 

Cap.  XVIIL     Delle  preposizioni  semplici,  3!23.  e  2ai[. 

Gap.  XIX*        Delle  preposizioni  composte,  261  • 

Cap.  XX.  Dello  avverbio,  :k66. 

Gap.  XXI*        Delle  congiunzioni,  291. 

Gap.  XXIL       Delle  interiezioni,  3^6. 


493 

Gap.  XXIIL     Sopra  alcune  costruzioni  dipendenti  dai 

verbi  essere  e  avere ^  33 1. 

Gap,  XXiy.     De*  participj,  34S* 

Gap.  XXy*       Quali  siano  quei  verbi  cbe  vogliono  e^- 

sere  per  ausiiiariOf  e  quali  were^  356. 

Gap.  XXVT.     Sopra  V  uso  di  alcuni  modi  e  tempi  dei 

verbi,  376. 

Gap.  XXVIL    Sopra  alcuni  idiotismi,  399. 

Gap.  XXVIII,  De'  Gallicismi  417. 

Gap.  XXIX.     In  che  consista  la  bellezza  della  lingua,  4oo* 

Gap.  XXX»       Della  Ortografia,  47^* 


■ 

I 


494 


INDICE  DELLE  PAROLE 


'd  o  ad,  prqi.  teorica)  aag*  a  a  3  4« 

^,  art.  e  prep*.  So. 

Abbastanza  o  a««ai,  in  luogo  di 
jÌ  o  tonfo,  gallicismo,  4o9- 

Acciò  che ,  congiunzione  ,  3o2. 
e  317. 

Accordo  del  yerbo  col  nome  »- 

gente  che  dinota  moltitudine,4o4* 

Adunque,  congianzione,  3 17. 

AffaUo,  aYTerbio,  277. 

Afftn  che,  cong;  3i8* 

Agbiitb,  termine  grammaticale; 
definizione  e  uso,  44* 

Aggettivi,  72  a  85,  di  quanti- 
tà, 74;  lor  vario  yalore,  8i. 

Ah  !  ahi  !  ahimé  \  inter  5  3a6.  e 
3a7. 

Ai,  al,  allo,  agli ,  alle ,  art.  e 
prep«,  48*  e  49* 

Alcuno,  aggettivo,  89*  e  90. 

Alfabeto,  definizione,  I. 

Alfiebi  e  Metastasio  loro  stile; 
46o« 

Alquanto,  aggettivo,  75. 

Alto,  avverbio,  a  7  8* 

Mtresi,  cong.  e  avv;  3i8* 

Altri,  pronome  singolare,  a 06. 

Altro,  aggettivo,  78.  pron.  207. 

Altrimenti  o  altramente,  373. 

Altrui,  pronome,  207. 

A  mio  senno ,  a  mio  modo ,  a 
mia  posta,  378* 

Analogia,  definizione,  44»  P'>~ 
ma  nota. 

Anche,ancora,  ancora  cAtf,3i8- 

Ancora,  avverbio,  a88. 

(1)  Dal  greco  s/n  cqu,  taxis  ordine. 


'Anzi,  congiunzione,  299. 

Articolo,  definizione ,  4?;  applica, 
zione,  So,  a  6a. 

Articou,  quanti  ne  sianoi,  47* 

Aspettarsi,  idiotismo,  4oi. 

^ftratfo.defini^ione,  x4o,  la  nota. 

A  tempo,  avverbio»  390. 

A  torto,  avverbio,   289. 

Aterb,  ooniugazionei  1 4« 

Avere  a  e  avere  da,  teorìea,337. 

Avvegna  che,  cong.,  3x8. 

AvVEBBJ,  sintassi  (i)  a66  a  agi. 

Aumentativi,  nomi;  teorica  85. 
a  90. 

B 

Bello  e  fatto,  idiotismo,  73* 

Bene,  avverbio,  276. 

Benché,  congiunzione,  3i8. 

BiAGfOLi;  suoi  comenti  aopra  Dan- 
te e  il  Petrarca»  45o« 

Boccaccio,  saggio  d*  alcune  bel- 
lezze dei  Decamerone,  4^^* 

C 

Certo,  aggettivo,  X19. 

GHE,termine  comparativ<^97.  aggi 
congiuntivo^! 47  e  i56;  congiunzio- 
ne, in  luogo  di  perchè,  3oa. 

Chi,  pronome  congiuntivo^  i5a. 
Chiunque,  pronome,  117. 

Ci,  ce,  nomi  personali,  63.  e  67» 

Ci,  usato  per  pronome,  k93.  av- 
verbio, a68. 

Ciascuno,  ciascheduno,  aggetti- 
vi,  Tl5. 

Ciò,  pronome,  aio» 
Cioè,  cioè  a  dire,  congionzioni 
3i8. 

mettere  insieme  comporre* 


Ciò  non  o$tant€t  cong.  a35# 

Cirea/prep.  264.  «vrerbio,  ^84* 

Co*  articolo  e  prep..  So* 

Colà,  ayrerbio,  a68. 

Colui ,  colei }  coloro  ,  pronomi, 
199.  a  ao5. 

Come,  termine  comparatiyo ,.  91; 
come,  come  che^  avrerbj,  37 4<  e  «7 5* 

Come,  eom«  ci^,  conginniione , 
3oi  e  3i8. 

Come  colui,  si  come  colui,  idlo* 
tismi»  4i4* 

Comunque ,  avverbio,  a84* 

CoMPABATiTi,  0  proposizioni  oon^* 
paratiye,  90  a  ioo\ 

Con  ciò  sia  cosa  che,  cong.  3 19. 

GoRCLusioifB  deir  Autore,  489* 

Con,  prep.,  teorica,  a53. 

Concreto  ,  definizione ,  i4oj  la. 
nota. 

CoRDizioif  AX.v,modo}definizionc  7 
uso  384. 

GoNoroirTiYo,  modo;  definizione, 
7j  sintassi,  385» 

Congiuntivi  ,  aggettivi  e  prono- 
mi, 147»  «  160. 

Congiunzioni,  a33;  teorica,  291» 
a  3»5* 

GoNiuoAztONB  del  verbo,  9» 

Con  tuUo  che ,  con  tutto  eiò  , 
congiunzioni,  319. 

Cosa  é  error  popolare,  148. 

Cosi,  termine  comparativo,  91  ; 
avverbio,  271;  intera  33o. 

Coiti,  costà,  avverbj,  268. 

Costruzioni  di)>endenti  dai  ver- 
bi essere  e  avere,  33  x  a  344* 

Costui,  costei,  costoro,  prono- 

xni»  I99'  *  ^o5. 

Cotesti,  pronome  singolare,  20 5: 
Cotesto,  agg.  dimostrativo,  i4g* 
Cui,  pronome  congiuntivo,  i54* 


495 

D 

Da,  preposiadone^  teorica,  a34.  a 

241* 
J>a,  che  congiunzione,  319, 

Da\  art,  e  prep.  90. 
Dai ,  dal,  dallo,  dagli ,   dalle , 
art.  e  prep;  48  e  49* 

Da  bene,  da  molto,  da  poco^  da 
nulla^  idiotismi,  a36.  e  237. 
Dantb  e  il  Pbtkaiga;  loro  stile 

444. 

Dassi,  error  volgare,  17* 

Dativo,  termine  di  grammatica, 
46. 

Davanzati,  del  suo  stile,  455. 

2>e\  art.  e  prep.,  5o. 

Deh\  interiezione,  3a7. 

Dbl,  dello,  della,  ecc ,  ntOLr , 
SELLE,  apposti  aU'^oggetto  del  ver- 
bo, 107.  a  112. 

Del,  dei,  dello,  degli,  delle,  art. 
e  prep*,  48» 

Del  tutto,  avverbio,  277. 

Desso,  dessa,  dessi,  desse,  prono- 
mi, 2o8« 

Di,  preposizione;  teorica,  aaS  a 
229. 

Di  presente,  avverbio,  278. 
Di  colpo,  avverbio,  289. 

Di  bottOj  avverbio,  389. 
Di  piano,  avverbio,  289. 
Di  vero,  avverbio,  289. 
Diminutivi,  nomi;  teorica  87.  a 

90. 

Dimostratigli,  aggettivi,  teorica, 

i39  a  i46* 

Dimostrativi  ,  pronomi,   199.  a 
a  ao5« 

Doh\   interiezione,  327< 

Dolersi  di  alcuno,  idiotismo  , 

4i3. 

Donde ,  avverbio,  286. 


496 

Dov€f  coBgiuitzione,  S94<  e  3ii. 
Dtfra^Me,  oongiuniioBe^  3i9, 

E 
È  3tretU  e  Uiga»  13  congiunuo- 
ne»  S95* 
P  pronome,  i63» 
jK!  e&!  eia  !  eia!  eiW!  eAiW!  in- 
teriexioniy  3*7  e  3 18. 

Eccetto^  congiunzione,  3 io. 
Eccomi,  eccoti j  eccolo,  71. 
Ed  ecco,  congiunzione»  aq5. 
Egli,  ella,  eglino,  elleno,  prono* 
mi,  160  A  170U 
El,  pronome,  i63. 
Enfasi,  definizione^  65* 
Essere,  ooniugaziotte,  i4* 
Essere  a,  essere  da,  33 1* 
gsser  tentao,  idiotismo.  4i4* 
Esso,  euo  lui,  esso  lei,  ecq  pro- 
nomi, 209. 
Etimologia,  definizione,  é* 
Eziandio,  congiunzione,  3ao.] 

F 
Pure,  idiotismi  con  sue  costni- 
zioni,  4'3« 
Fia,  i5.  nota,  num*  i. 
Femminino,  genere,  33. 
Fiore^  ATTerbio,  379* 
Forse,  avverbio  a8i. 
•     Fra,  infra,  prep;  a 58. 

G 
G&LLiciSMi,in  che  consÌ5tano,439« 
Generi ,  mascolino  e   femmini- 
no, 3a. 

dà,  avverbio,  28a. 
Gli,  articolo,  47>  pronome,  160 
a  170» 

Glielo,  gliela,  glieli,  gliele,  glie» 
ne,  171. 
Grammatica,  definizione,  i. 
Guai\  interiezione,  33o. 


Hai  !  interieBone»  3a8. 

I 

iDfonsHi,  dimostrazione  d*  aJcn- 
nit  399* 

Il 9  articolo,  47}  pfommie,  i6« 
a  170. 

Il  che,  sua  significazione;  14^* 

Imperativo f  modo,  definizionp,  7; 
uso,  383* 

Impkifitto;  tempo,  definizione  7} 
uso,  376. 

Iff,  preposizione;  teorica,  i5e 
a  aS3* 

Incidente,  definizione^  196,  nota. 

Incontanente,   avreibìo^  a8«- 

Indi,  avverbio^  287. 

Indicativo,  modo;  definirioiif  7; 
usob  376. 

Infino,  insino,  arverbio,  a8S« 

Infinito,  modo ,  definizione,  7  *, 

tuo,  393. 

In /atto,  in /atti,  avreibio,  39», 

In  guanto,  avverbio,  390. 

Inoltre,  congiunzione,  3ao. 

In  questo,  in  quello,  in  quota, 
in  quella,  idiotismi»  i44« 

In  somma,  congiunzione.  Sa». 

Intanto,  avT*  a86;  cong.  32o. 

iNTBRiBZioiri,  3a6. 

Intorno;  aw«  a83;  prqu  a6S, 
Io,  nome  personalev63. 
Ivi,  avverbio^  a68  e  ^7. 

h 
La,  articolo^  47;  inonoiac;  160. 
a  170.  e  193* 

Là,  avverbio,  a6S- 
Laddove,  cong.  294»  e  3ii* 
Laonde,  congiunuonev  32o. 
Le,  articolo,  47$  pton»  160  a  17». 
Lei,  pnmomc,  160  a  170. 


UtUr€,  loit>qnalIti^  equautità^'i- 

Li,  articola,  47ì  proti.  i6o  a  170. 

Lit  ATrerbio,  169. 

Lo,  «rtiooio,  47  ;  pionom^  i6o. 
a  170. 

Lo  sono,  gallicismob  194* 

Lodard  di  alcuno,  idiotismo» 
4i3. 

Xonob  aggettiyo  possessivo^  i39$ 
pronome^  t6o  a  170» 

Lui,  pronome,  160  a  170* 
M 

Ma,  congianiione  3ao» 

Mano^  a  mano  a  numo^  ayyer« 
Bio,  a8o« 

Mai,  non  mai,  aTrerbj»  17  a» 

Manco^  arverlùo»  a86* 

Mascolino,  genere,  33. 

Medesimo,  aggettivo,  11 8. 

Me%90,  aggettivo^  ia9;  in  questo 
mezzo,  avverbio»  a86« 

Mi,  me,  nomi  personali,  63» 

Mica,  avverbio,  a83. 

Mille  e  mila,  137* 

Mio,  aggettivo  possessivo,  i3a. 

Modi  m  ram  nt*  vbrbi,  7j  sin- 
tassi, 376* 

Molto,  aggettivo,  74  a  7^;  av- 
verbio, a67« 

N 

Ne,  nome  personale,  71;  prono- 
me, sintassi,  17  aj  /i«  gallicismo,  17$. 

Ne*,  articolo  e  prep;  So. 

Né,  congiumione  negativa,  196* 

Nel,  nello,  nella,  ecq  art.  e 
prep*  48* 

Nessuno,  niuno,  nullo,  aggetti- 
vi ,  iia. 
piente,  pron*  11  a,  aw.  a83. 

Tfo,  non,  negasioni,  a7a. 


497 

Noi,  nome  personale,  6o. 

NoMB»  3i|  genere  del  nomci  3a$ 
nomerò  del  nome,  35  a  4o*  Diver- 
si officj  che  fa  nella  proposizione,  4  >• 

Nome,  riierentesi  a  più  perso- 
ne 4o5* 

MoMiPBHSOVALi,  sintassi,  6a  a  71. 

Non  che,  congiunzione,  309. 

Nondimeno,  nuHadimeno,  con- 
gianzione,  3ao  a  3  ai* 

Npn  ostante,  cong.  3ai. 

Nonpertanto ,  e  non  per  tanto , 
cong.  3o5. 

Nostro,  agg.  possessivo^  i3i« 

NuMBBAU  AooBTTivi»  teorica,  sai. 
a  i3i. 

O 

Ot  stretta  e  larga,  a.  cong.  3oo. 

O  ìohl  ohìoil  cime  !  Mmé\  01- 
bò\  interi  3a8  e  3a9. 

Oggbtto,  termine  grammaticale, 
44ì  6  63j  la  nota. 

Ogni,  c^;nuno,  aggettivi,  106. 
e  ii5. 

Olà]  interieiione,  3a9. 

Onde,  pronj  i84*  a  i88.  e  a54« 
eong.  3i5. 

Ora,  avverbio,  175;  ad  im*  ora, 
a8a. 

Ora,  or,  congìanzioni  317. 

Orsàl  interiezione,  33o. 

OaTooaiFUi  474* 

P 

Pàrolb,  4*  Specificazione  delle 
parole  che  compongono  la  lingua,  5. 

PàRTiciPto,  definizione,  7* 

Pabticipj,  345.  Participio  pre^ 
sente,  sintassi,  345  a  348j  partici-^ 
pio  pauato,  sintassi,  349  a  ^^^* 

Parte,  a  parte  a  parte,  386. 


lA 


4o» 


Pe*  art*  e  prep;  5o« 

Per,  preposuione  ;  teorica»  a4>* 
a  a5o. 

Per  certOj  aTrerbio^  ago* 

Perché,  congianzìoni,  3oa.  e  3at* 

Peròj  perciò,  però  che,  perciò  db« 
congittozìoni,  3o3,  3ai  e  3  a  a* 

PaaFiTTO,  teinpoj  definizioact  7; 
uao»  376.  e  379. 

Per  la  qual  cosoj  cong;  3aa« 

Pertanto,  congianzione  3a7* 

Per  tutto  ciò  cong;  3aa. 

Pia,  agg.  77  ;  tenn*  ccMDparatÌTO 
07,  arr.  a79» 

Plurale  de*  nomi,  eome  ti  fimni, 
35*  a  4o« 

Poi  che,  arveiliio  ayS. 

Poiché,  congÌDiuìone,  3aa. 

Poco,  aggcttiroj  teorica,  74  a  78* 

Possessivi  ,  agobttiti  »  sintassi, 
i3a.  a  i39« 

Poeto  che,  cong.  3  a  a. 

PaBrosiziom  coupostb,  a64;  sin- 
tassi, a6i  a  a64* 

PKBPOSizioia  snmiei.  sintassi , 
aa3.  a  a6o* 

PnoposizioiiBj  definizione^  5.  ana- 
lisi, 4t6» 

Proposizione  e  pttpoeitione,  loro 
differenza,  45,  la  nota* 

Pretto,  avverbio,  379. 

Preterito,  tempo^  definizione,  7* 

PasTBRiTO  perfetto,  perfetto  com- 
posto ,  e  imperfetto^  teorica ,  37$. 
a  379* 

Prima  che,  cong;  3a3. 

PaoifoMii  sintassi,  160  a  199* 

Pu  !  interiezione,  3a9» 

Punto,  avverbio ,  a83. 

Pure,  congiunzione,  3i3. 

Purché,  cong;  3^3. 


Qif<i^,aggettivo  cong;  i5o.  a  i5A. 
Qualche,    qualcuno,  qttalchedu'- 
no,  quaUiiia,  ^uaUitfogUa ,  106, 
a  117* 

Qualificante,  termine  grammati- 
cale, 4S.  definizione^  ao3. 
Quando,  aw;    275.  cong;  394  e 
3oa« 

Qaanto,aggettivo;teorica,74  >  7^« 
termine  comparativo,  91  j  avv.  267. 

Jn  quanto,  avverbio^  x9o. 

Quantunque,  agg*  1S7;  eoagiiui- 
«ione,  3oa. 

Quegli  e  f «ft ,  pnmoDae  singo- 
lare ao5. 

Quello,  aggettivo  dimottratiio , 
z4o,  t56  e  aoa« 

Queeti,  pronome  singolare,  aoS- 

Questo,  aggettivo  dimostratÌTO , 
t4o9  e  i56. 

Qui,  qua,  quivi,  awerbj,  a6S. 

Quinci  e  quindi,  nw.a7i,  quin^ 
di,  congiunzione^  3a3« 

R 

Batto,  avverbio»  379. 

Rimembrare  e  ricordare,  4>t* 
Rispetto,  prep^afiS. avverbio sot- 

tintesob  4oB« 

S 

Sklvo  se,  cong*  3i4* 

Saper  grado^  idiotismo,  4<4« 

Sciente,  a  sciente,  aw.    aSo» 

Se  o  si,  pronome  ;  teorica,  igS* 

Se,  congiunzione  agt. 

Sebbene,  congiunzione»  3^3* 

Seco,  suo  oso,  189. 

Semplificazione  delle  imitai»' 
tà  de*  verbi  in  ere;  aa. 

Sempre  mai,  avverbio^  ag** 

Se  non,  congiunzione,  299. 


Se  non  «e,  cong;  3i4* 
Senza  che,  cong;  3:b3. 

Sincope,  definizione,  a3. 

ft  termine  comparativo^  915  av^ 
▼erbio»  371* 

&*,  passito,  sintassi,  aia,  a  aas« 

Si  chcj  cong;  3i3» 

^  veramente,  cong;  3^4. 

&n,  lino,  ayy.  a85« 

&'  f«o/e,  idiotismo,  a  19. 

Solecismo,  definizione,  io 4* 

Solo  che,  cong;  3a4* 

Sta  !  interiezione,  33o* 

Stanotte,  stamane,  stasera,  i43« 

Stare,  idiotismo,  4oi* 

Suo,  agg«  possessivo,  i3j. 

Superlativi,  aggettivi,  loi  aioS* 

T 

Tale,  aggj  73.  corrispondente  di 
^uale,  i5o» 

Tanto,  aggettivo  $  teorica,  74  a 
78;  termine  comparativo,  91. 

Tanto  che,  cong.  3 a 4* 

Tempi  b  modi  de*  verbi,  7  sin- 
tassi, 376* 

Testé,  avverbio,  aSo. 

Toccare^  idiotismo,  4oi* 

Tosto,  avverbio,  a  7  9. 

Tra,  intra,  preposizioni,  a58« 

Tratto,  tratto,  avv.  aSi. 

Troppo,  aggettivo,  teorica,  74  a 
78- 

Tu,  ti,  te,  nomi  personali,  63  a 
67. 


499 

Tuo,  aggettivo  possessivo,  i3a. 

TuUavia,  aw;  aS8.  cong;  3a4« 

Tutto,  del  tutto,  aw.   a77. 

Tutto  che,  cong}  3a4« 

U 

Uno,  aggettivo;  teorica,  ia3. 

tJn  pezzo,  avverbio,  a77. 
V 

YbbbOi  definizione^  6.  In  quanti 
modi,  temjM,  e  persone,  si  divida,  7* 

Vbrbo  bbgolarb,  coniugazione,  9. 

Vbbbi  irkbgolibi  della  termina- 
zione in  are,  16;  in  ere,  ao  a  aS 
in  ire,  a8«  a  3i. 

Vbbbi,  quali  sian  quelli  cbe  voglio- 
no essere  per  ausiliario,  e  quali,  a«- 
pere,  356  a  368. 

Verbi  ed  espressioni  significanti 
stato  di  cosa  4o3. 

Verbi  attivi,  passivi,  e  neutri, 
denominazioni  faJse,  368. 

Verbi  cbe  comprendono  l*agente 
in  se,  4«3- 

Vbabi  la  stato;  357. 

Verbo  governato  da  più  agenti» 
4o6« 

Veruno,  aggettivo,  11 3. 

Vi,  ve,  nomi  personali,  63*  a  67. 

Vi^  pronome,  i83.  avverbio  a68. 

Via,  termine  di  moltiplicazione, 
i3o,  avverbio,  a83- 

Voi,  nome  personale;  teorica  63. 
a  67* 

Vostro,  agg.  possessivOtiSa. 


5oo 

LISTA  DE'  SOSCRITTORI 


Esemplari. 


Abatemarco  D.  Dom.,  avvocato,  Napoli. 

AlbiteSi  medico  chirurgo,  Roma. 

Albites  Felice,  proC  di  lingue,  Napoli. 

Alfonsi  Alfonso,  Roma. 

Amici  Domenico,  Roma. 

Antinorì  marchese  Gius.,  prof,  nella  università  di 

Perugia. 
Appert,  Monsieur,  proC  di  lingua  francese,  Napoli. 
Baglioni,  contessa  Agnese,  Perugia. 
Barola,  Don  Paolo,  professore  in  Propaganda. 
Belli  Carlo,  Roma. 

Bessier  Filippo,  prof,  di  lingua  francese,  Roma. 
Blondeau,  Monsieur,  decano  della  facoltà  di  diritto, 

membro  dell*  Instituto  dì  Francia. 
Ronfigli  Francesco  Saverio,  Roma.  2 

Bonfigli  Camillo,  Roma. 
Borgia  Costantino,  da  Yelletri. 
Bruni,  cav.  Fedele,  Roma. 
Buonaccorsi,  albergatore,  Napoli. 
Capranica,  marchese  Domenico,  Roma. 
Caracciolo  Torrella,  principessa  Laura,  Napoli. 
Castellini  Vincenzo,  Roma. 

Catterinetti  Fianco,  conte  Giuseppe,  Verona*  2 

Cecilia  Francesco,  Roma. 
Cecchini  Filippo,  Perugia.  4 


Sol 

Golasanti  Enrico,  Roma» 

Coletti,  baroQ  Luigi,  dal  Tufo. 

Collegio  dei  nobili  de*  PP.  Gesuiti,  Roma. 

Conti  Cesare,  Firenze. 

Crjrstie,  Lieut.  Tho'.,  Edimburgo. 

D'  Alessandro  Marco,  da  Magliano. 

D'Alessandro  Emmanuele,  da  Magliano, 

D*  Auriol,  Monsieur,  Roma. 

De  Angelis  Virgilio,  prof,  di  filosofia,  Sezze. 

Demicbelis  Luigi,  Roma. 

De*  Marchesi  Pacca,  S.  E.  D.  Bart.,  prelato,  Roma, 

De  Yiviers,  le  baron,  Parigi. 

Di  Carbonana,  conte  Francesco,  Roma. 

Ewing,  M.',  prof,  di  lingua  inglese,  Roma. 

Feliciani,  DotL  Alceo,  Roma, 

Froudière,  Monsieur,  di  Rouen. 

Gerardi   Filippo,  Roma. 

Giachetti  Carlo  Luigi,  Napoli. 

Gori,  maestro  di  musica,  Civitavecchia. 

Guccioni  Maddalena,  Roma.  ^ 

Grillo,  Don  Angelo,  Napoli. 

Lanci  Michelangelo,  prof,  di  lingue  orientali,  e  in- 
terprete al  Vaticano. 

Latini,  R.  padre,  rett.  del  collegio  de*  Nobili,  Na- 
poli* 

Litta,  conte  Luigi,  segretario  dell*  ambasciala  Au- 
striaca. 

Luperano,  principessa  di,  Napoli. 

Luzj,  marchese  Carlo,  Roma. 

Macchia,  Don  Francesco,  Roma. 


-"^^   —  — 


-* 


5pa 

Manara  Angelo^  Milano* 

Marchesi  Raffaele,  prof,  d'eloquenza,  Perngia.  4 

Marchiarave  Francesco,  del  tribunale  del  Governo, 

Rooia, 
Marozzi  Giuseppe,  Pavia. 
Masciarelli,  S.  E.  D.  Vincenzo,  Roma. 
Maslrotli,  S.  E.  D.  Giovanni,  da  Tagliacozso« 
Masi  Luigi,  Perugia. 
Mencacci,  cav*  Luigi,  Roma. 

Monastero  di  San  Dionigio,  Ronaa.  4 

Moneli  Gaetano,  Roma. 

Morandi  Giuseppe,  Avvocato,  Roma. 
Moriconi  Luciano,  Roma. 
Nau  de  S,^  Marie,  Madame,  Parigi. 
Neri  Paolo,  Roma. 

Oddi  Fraucesco,  spedizioniere  apostolico,  Roma. 

Olivi,  Don  Antonio,  cappellano  di  S.  Luigi    de* 
Francesi. 

Ottley,  Slr  Richard,  di  Londra^ 

Orsi  Tobia,  avvocato,  Roma. 

Pacelli  Marcantonio,  avvocato,  Roma* 

Papi  Ferdinando,  parroco,  Roma. 

Parkinson  lohn,  inglese. 

Petrarca  Gio.i  avvocato,  Roma. 

Piselli,  procuratore,  Roma. 

Ponceìin  Albert,  de  Grajr. 

Priore  Luigi,  Napoli. 

Puoti,  marchese  D.  Basilio,  Napoli. 

Raggi  Oreste,  avvocato,  Roma. 

Ramelli  Alessandro,  Roma. 


5o3 

Rebecchi  Filippo»  Roma. 

Resta  D»  Gaetano,  d*  Avezzano. 

Ricci,  Dott.  Angelo,  da  Eoipoli. 

Rinaldini  Paolina,  Roma* 

Rosa  Faustino,  Roma. 

Roselli  Angelo,  Roma. 

Russell,  Miss  Anne,  Londra.  ^ 

Russell,  Miss  Mary,  Londra. 

Ruffa  D.  Francesco,  Napoli. 

Sala  Ciampi,  Maria  Teresa,  Roma. 

Sambon,  Monsieur,  Napoli. 

Sani  Felice,  Roma. 

Saulini  Luigi,  Roma. 

Scoccia  Carlo,  avvocato,  Roma. 

Serny  Francesca,  Roma. 

Serny  Fran90Ìs,  Roma. 

Sgambati  Fileffio,  Roma. 

Soldini  Giuseppe,  prof,  di  diritto  di  natura  e  delle  genti , 

alla  Sapienza,  Roma. 
Tavani  Domenico,  da  Magliano. 
Tavani  Giuseppe,  Roma. 
ToU  Roberto,  colonnello  russo. 
Trambusti  Filippo,  Roma. 
Ubaldi  Saverio,  Roma. 
Yaccari  Matonti,  D.  Pietro,  Napoli. 
Walter,  Miss,  inglese. 
Zaccaleoni  Agostino,  avvocato,  Roma. 


I 

\ 


NIHIL   OBSTAT 

J.  B.  Rosaoi  Scholaram    Piaram 
Censor  Philolog. 

REIMPRIMITUE 

Fr.  A.  Yinoentios  Modena  0.  P. 
S.  P.  A.  M.  Socius. 

REIMPRIMATUa 

A.  Piatti  Patrlarcha  Antiocheno» 
Yicesgerens« 


/ 


fi  a  !ìl  'B  *1  '1  !t 

GRAMMATICA 

FILOSOFICA 


=#^8^ 

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