Google
This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project
to make the world's books discoverablc online.
It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct
to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover.
Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the
publisher to a library and finally to you.
Usage guidelines
Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying.
We also ask that you:
+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for
personal, non-commerci al purposes.
+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the
use of public domain materials for these purposes and may be able to help.
+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it.
+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe.
About Google Book Search
Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web
at|http: //books. google .com/l
Google
Informazioni su questo libro
Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo.
Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è
un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico,
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.
Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.
Linee guide per l'utilizzo
Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili.
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate.
Inoltre ti chiediamo di:
+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.
+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.
+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.
+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.
Informazioni su Google Ricerca Libri
La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web
nell'intero testo di questo libro dalhttp: //books. google, comi
te, né
3
•PB*?*H«WÌ«1P||
GR>%. IMMATICA
FI M^ OSOFICA
■^Vt*
1.1
f -
GRAMMATICA
DELLA
I^II^OVA ITALIAIVA
DI
riGELO CERUTTI
SECOSùA EDIZIONE
Multa rtnatetntur qme jam eeeidert.
ùuzm.
ROMA
DAI.X.A TIPOGRAFIA H&MMI E COHPAGRO
1839.
m ■ mm\ i
9^
f
\^
^^
T«^
[ilo •. i i.K^^ a
^ INTRODUZIOI\E
* • * * ^ la ciascuna cosa naturale o artificiale
è impossibile a procedere, se prima
non sia fatto lo fondamento.
Pimo del sentimento di questa aurea sentenza di
Dante 9 e avendo io riconosciuto ch^ a noi Italiani
pur troppo manca lo fondamento, mi parve non poter
fare cosa più utile alla patria f di quella di sovvenire 9
giusta mia possa^ a tanto di/etto. E quì^ acciò che ognun
m intenda f mi convien dire quello^ che altri forse ^ per non
offendere li più, si tacerebbe'^ e dal che me non terrà pu^-
sillanimo riguardo^ non essendo io disposto a blandire lo
errore per non dispiacere ai ciechi suoi seguaci* Dico dun-'
que che generalmente, e anche da quelli che fanno un cor-
so di studj regolare^ salvo i pochi, non si conosce ne Id
grammatica né la lingua italiana ; non tanto per colpa
nostra, quanto per difetto del modo di educazione; per^
ciò che, sebbene si studii il Latino, il Greco, quindi
si passa alle scienze, e si lascia indietro lo fondamento,
cioè lo studio della grammatica e della propria linguai
venendosi ad incorare le predette per comparazione
con una che non si sa. Chiunque ragioni potrà per^
tanto immaginare di quanti errori possa esser cagione
il mettere una base imperfettissima alle nostre cognizio^
ni (i); chcj finalmente, noi non abbiamo a parlare, a
disputare^ ne a scrivere in greco o in latino {pL).
(1) Qnmne une def ouvre la porte d*un appartement» et nona en donne
rentrée» de mème il y a dea connoissances próliminaires qui ouyrent, pour
ùnsi dire, V entrée aax sciences plus profondcs j ces connoissaDces, oa prinr
cipes sont appelés cUfs par inétaphore; la Grammaire est la clefdes scien-
^ h lopque est la clefàe la philosophie* Da Marsais.
(2) Tale stima ai iacera della liogaa italiana quando diedi la prima edizio-
-<>«b» —
VI
. E sacramente io non mi posso dar pace^ quando con-
sidero che^ sebbene anche fra noi si cerchi di mi^Uo'
rare il sistema d^ educazione^ e in ispecie quello delle
fanciulle che è il più difettoso; sebbene sian molti che
fanno ammaestrare le lor figliuole in quelle scienze e
in quelle arti che tanto accrescono di leggiadria alla
donna; io forte mi meraviglio come avvenga che^ per
la maggior parte ^ si lasci indietro il pia bello oma^
mento , la scienza prima e massima , lo studio della
propria fasulla ! Se elle sapessero qtuinta vaghezza
spanda un puro e fluente ragionare che scorra dalle
lor dilicate labbra 9 e quelle tanto pia che ebbero la
sorte di crescere nelle parti d" Italia ove meglio si
pronuncia il nostro bello idioma^ io non diAito che ad
esso non volgessero il primo lor pensiero* Con questa
scienza , del desio della quale io ardo di accendere
gli animi lorOj perverrebbero a poter leggere i nostri
migliori autori; i quali hanno possanza d infondere ne
cuori j bontà^ virtà^ grandezza d* animo^ e gentilezza ;
laddove non si pascono ora se non di fole e di roman^
zi» Sìj a voi^ donne, tocca questa digressione; che ogni
animo gentile sa quanto possa in noi il vostro buono
esempio^ di quanto nostro ben fare sia stimolo la v^o-
stra perfezione ! E non. mi si venga a dire che le don^
ne non possano darsi a cotale studio della lingua e
degli autori quale io propongo; elleno sono capaci quan-
do vi si voglian mettere per tempo; ai parenti s^ aspet-
ta questa cura.
ne ma eon gran piacere ho inteso poi che prima Monsignor Azsocchi, e poi
r Abate Sacchi, s'^han preso a cuore di metterla in buon concetto agli studianti
del Seminario Romano, e di far loro sentire la necessità di coltivarla.
• . • ' '
^' • s - 1^-^- ■ '::^L^-^'*j!àii£ÈÈ^'i
VII
Che la vera e più bella lingua italiana sia quella
degli autori del Trecento^ credo che oramai tra i po-
chi, dei éfuali solo io desidero V approvazione^ non ne
sia pia alcun dubbio ; come che nulla sarebbe il mio
dircj a quello che si è già pubblicato a questo propo^
sito da Biagioli^ da Cesari^ Monti ^ Perticarla e tanti
altri valorosi sostenitori della gloria nostra. Di quella
dunque io i»* accingo ad e^)orre le redole grammati-^
cali^ e la filosofia ; perchè colui scriverà meglio^ che
più studierd in quegli autori i e quando dico lingua ita*
liana^ intendo della toscana^ e viceversa; non facendo
io alcuna differenza fra questi due vocaboli.
11 (0 Quelli che discesi di mante Asirudo^ o usciti
di qualche locanda ^ sia pur di Siena anche o di JRo^
nia, e dietro la carretta di qualche mjrlord^ fattisi por»
tare in Francia o in Inghilterra , quivi si spacciano
per professai di lingua italiana^ meriterebbero la scu--
riada di qu^ demon crudi di Malebolge^ che facesse
lor levar le berze e ricorrere a casa; però chcj non es^
sendo da loro il potere ^ non che sentir t essenza delle
bellezze eteme dei nostri classici^ ma pur fiutar di che
sappiano^ vanno gridando questi esser cose rance e an*
ticfiuxte che pia non si leggono da niuno^ per tema che
%U sciocchi che a lor ricorrono per inqjarare la nostra
nobilissima lingua^ non gli ponessero loro davanti. Ma
i akr a parte ^ ben meritano di non conoscere altro che
la feccia cfe' nostri scrittori que* forestieri 9 1 quali 9
(0 QocUe parti di «jaesU introdusione che soa segnale con due virgole .»
da capo e a* pie, appartengono alla seconda edizione •
»
/
t
I
Tilt
i quando ben lor venga raccomandato alcuno che sia
versato nella lingua^ e sappiala anche bene insegnare^
essi voglion pur mercanteggiare e stiracchiare ilprez^
za delle lezioni , come si farebbe con uno di questi
mercatantuzzi che vanno per le botteghe da cafi^ , e
I non si vergognano di rinfacciare a un vero professore^
f che il tale insegna sol per tanto^ e il cotale lo fa per
menOf quasi potesse aiver luogo paragone fra questo e
quelli. Essi si troveranno^ nondimeno^ aver perduto il
tempo e la fatica diOro una lingua^ la quale io ardU^
SCO predire dover cadere^ non passerà moWanni^ nelV
obblivione^ e nel disprezzo di tutti gli uomini sensati^
perciò che^ laddove otto anni fa^ quando pubblicai la
prima edizione^ io mi contentava della approvazion dei
pochi^ ora veggo essere in tanto numero cresciuti £
giovani che si danxio tdlo studio della lingua^ che io
spero vedere^ a* miei dì , il tempo che pmhi t per lo
contrario « si diran coloro che del vero bello non si
diletteranno^. Troppo era duro il confessare^ nel principio
del risurgimento della buona letteratura^ a coloro che già
avevano passato il sommo deirarco delV ^à lorOf se es-
sere errati^ e no» saper nulla^ e peggio che nulla^ in
quanto è a stile i et quas imberbes didicerey seoes per-
deoda fateri; ma la gioventù del presente ten^j avendo
in ogni parte d^ Italia^ e in Francia^ e in Inghilterra^
alcun zelante che loro accenm il sole nuovo e la luce
nuova, non altri che gì' ignoranti e i poveri d* inge--
gno vorranno tener gli occhi chiusi f o dar le spalle
allo splendore che gli abbaglia. ,,
.IX
Nel manifesto che precedette ques€ opera ( quel--
h della prima edizione ) , adendo io condannato tot"
te le altre grammatiche per insufficienti e difetto^
$e , lo €jual motii^o nC a\^ea indotto a scrivere la
presente , fu detto da alcuni essere oggimai cosa
noia , chi pubblica un Ubro ^ sprezzare e cercar di
distruggere la riputazione degli altri che trattano della
stessa materia. Ora^ io rispondo che per ciò produssi in
quello V opinione di due letterati sopra la medesima
necessità d una grammatica ; i quali , per non ai^ere
quel fine che a me si potestà attribuire^ dos^ean essere
imparziali • Senza che^ potrà il lettore giudicare da
per se , dalla seguente definizione di una parola che
dà la grammatica del Corticelli , la quale ha ìkh
ce éf esser la migliore I
C08TKUZI0NB SBLll P&BP08X2XONI di
i* Di serre ordinariamente al geni tiro di cui è segno; per esempio.
Erano gli anni • . • • al numero pervenuti di mille trecento etc. B.
a. Serre talrolta al datiyo in Tece di a.
Ermo uomini e femmine di ^rossù ifigignoi e i pia di tali servigi
non usati, B.
3. Serre anche air ablativo in rece di da»
H Guardastmgno, passato di quella lancia, cadde, B«
4. Parimente serre all^ ablativo in vece di con o in.
Maestri, lavorate di forza* B. Dimmi di che io C' ho offeso, B.
5. Fa ancora le yeci di per.
Egli piangeva ; « di grande pietà ^ non potea motto fare. B.
6. Serre altresì alT accusativo e aU^ ablativo invece dell^m e dellVnttfr
de* Latini .
le, natura umana e perfettissima delle altre nature di quaggik. D.
7. Talora é s^no di particolarità» e vale alcuni o alquanti.
Ebbtvi di quelli che intender vollono alla melanese, B.
1 È ancora contrassegno o titolo » ma incorporata coli* articolo*
^iccoiiif il Tamagnin della portOf B*
Non è questa una solenne confusione V attribuire
nos^e sensi a una parola che non ne ha più <f uno ? A
che servirebbero le altre preposizioni^ se di potesse sta^
re per tutte quante ? E chi sarà mai colui che arrivi a
filmare un idea di questo mostro , di , che si presenta
sotto nove differenti aspetti ? E che voglion dire queste
definizioni^ costruzione della preposizione din una prepo-
sizione esser segno di particolarità, e, incorporata colfar*
liccio, esser contrassegno o titolo ? Questi son pure i li-^
bri che finora si sono usati per lo studio della lincia ita^
liana^ atti veramente a confondere anche la mente me-
glio ordinata del mondo •
II* officio della preposizione di, come si vede piena^
mente nel primo e nelV ultimo esempio^ è quello di qua--
lificare^ insieme con un^ altra parola^ il nome che la pre^
cede. Ora^ negli altri sette esen^j sopra citati^ la parO"
la qualificata è sottintesa^ e la piena loro costruzione
è I ^ I più non usati ( cioè non avendo Tuso ) di tali ser-
vigi ; a^ Il Guardastagno , passato ( per lo stocco ) di
quella lancia, cadde; ò^ Maestri, lavorate ( con pienezza )
di forza; 4^ Diaimi ( in fatto ) di che io t^ho offeso; So.
Egli piangeva « e ( per eccesso ) di grande, pietà eto.
6® La natura umana è perfettissima ( fra tutte le specie )
delle altre nature; 7^ Ebbevi ( certo numero ) di quelli etc.
È ben vero che in quasi tutte le parole che ho sup^
plite si trovan quelle preposizioni^ le quali^ nella grariì--
matica citata^ sono identificate in una sola ; ma , nella
nostra analisi ^ la preposizione di mantiene sempre la
sua natura ; e tanta è la differenza che passa dal sup-
porre quelle preposizioni sottintese^ come sono in fatti
ti
per forza della ellissi , allo attribuire la ^irtà di tutte
ad una sola , quanta è tra V ordine e il caos ; quan--
tanque a chi non vede più là che tanto^ possa parere
la medesima cosa* Senza che^ per qual ragióne^ replico
ioj mfrebbesi ad usar di in luogo di da , a ^ per , in ,
con, quando queste preposizioni vi sono per fare il
loro ufficio ? Troppo si sono finora confiise le parole
nel trattare la grammatica , e troppo insipido è stato
il modo con cui si è trattata !
t, Quindi senza dubbio des^ procedere la quasi gè*
nerale awersione che / è finora avuta per questa scien-
za^ quella tanto erronea opinione^ che friwle siano
le occupazioni di essa^ cioè dalV uso de^ vocaboli gram^
maticali quasi tutti falsi come ^ nominativo, genitivo t
verbo neutro ^ gerundio ecc. 9 privi di senso^ e lasciati
lenza definizione ; i quali non potendo trasmettere alla
immaginazione alcuna giusta idea , o pur tali che
smarrir la fanno , e non essendo possibile a chi legge
il cacare né costrutto né diletto da ragionamenti con^*
fusi , inconcludenti , o puerili , non può far che la
materia non riesca stucchevole e gravosa ^ e come lo
studioso non sa onde venga il difetto^ attribuisce alla
scienza ciò che agli spositori inesperti di essa dovreb^
ie ascrivere. Onde a quelle altre grida poi che si fe-
MiRo contro la grammatica , che sia uno inceppamento
allo ingegno^ il titolo medesimo della nostra risponde
dovere per essa avvenire il contrario ; però che il trat^
tar delle idee filosoficamente , non che vincolar V in*
%^^ t g^i dà forza e ali da spaziarsi per la loro in*
fiùtade. E qual' altra fu la cagione deW essere stata
1*^ IX^: .::-
'V*S«.l--A ■',
XII
la lingua nostra traspirata e quasi abbandonata^ per
due secoli , in balìa della sorte , se non il difetto di
una grammatica filosofica che la bellezza , la forza ,
e la i^arietà sua facesse conoscere e sentire ? A coloro
che m* han detto che il titolo di filosofica non si con"
viene a una grammatica^ io rispondo che non sanno
quel che si dicano ^ o che parlano passionatamente ;
perchè^ in questa mia opera^ io non faccio altro ili
continuo che definire e dichiarar le idee e i con-*
cetti che son contenuti né" vocaboli e nelle locuzio^
ni ^ e se Locke ha chiamato filosofia il trattar delle
idee eh* egli fece f similmente posso anch* io il mio
trattato nominare^ però che per grammatica io intenda
la scienza non solo delle lettere e delle parole^ ma
quella ancora del collocamento tra esse | cioè lo sti^
le della lingua. 9,
F* M. Zanetti , in un suo ragionamento sopra la
volgar linffui^ dopo aver detto essere impossibile il
fornire alcuna regola per giungere ad acquistar grazia
^ leggiadria nello scrivere « conchiude che V uso è
quello che ci deve menare a sì bello acquisto^ aggiun-*
gendo: il qual uso acquisteranno quelli che vorranno
leggere con assiduità e con attenzione i libri de* mi-
gliori autori. Certo egli direbbe vero^ se alla sua opi^
nìone non si opponesse la difficoltà di trovar piacere
nella lettura di quei libri % allor che se ne ha ìnag^
gior bisogno. Questo gusto de* buoni autori non puh
alcufio acquistare se non quando sia già fatto da tal
pasto:, bisogna prima che abbia buono fondameìito di
grammatica e di logica* Quindi sono i nostri migliori
conosciuti fra noi se non dai pochi .
XI 11
Ma non è di piccai momento , come io awisoj a
coloro che si dan pensiero di ristorare la lingua pa^
trìa « il fare accorti i leggitori del maggior sfizio con
cui par che ognuno s* ingegni di difformarla , e che
poco mancò non distruggesse il nostro pia grande onor
nazioncde^ intendo de* gallicismi de" quali è tanto^ nella
^'^gglor parte delle scritture moderne ^ infestata la
nostra lingua^ che non è pia né una né due. Avrei
voluto passar sotto silenzio questo soggetto per lo r/*
guardo che già pia opere si son pubblicate sopra di
esso; se non fosse che ogni giorno mi occorre di w-
dere che quei libri massime che sono proposti per Vistru^
mne della gioventà^ o per suo passatempo^ (i) essere
quelli che più sono contaminati di galliche dizioni ;
tanto che alcuni si possono tradurre ad literam in
francese ; segno manifesto che pochi sono ancora co^
loro che si sono avveduti della via erronea nella quale
ci eravamo già troppo innoltratiy o che non si é detto
)i quanto basti a farne retrocedere , Ho quindi dedica^
to un capitolo ai gallicismi ; e credo che non sarà
il meno importante.
,1 £ chi domanda qual possa essere la cagione che
tra 7 3oo e 7 5oo, qual pia qual meno , tutti scri^
vevan puro italiano ^ il che , in vero , al presente sì
di rado incontra. La cagione é che allora non si parlava^
comunalmente^ né si scriveva in altra lingua vivente^ che
, nella propria ; e ben poclii erano quelli che le straniere
(i) La molti tiidine, per esempio, loda a cielo le Lettere di Jacopo Ortis ,
che altro non sono che un composto di gallicismi e di scipitezze* Anch*io le
^ con grande avidità quando bere^a «Ila comun fonte !
xiy
apparassero^ onde^ nel conwrsare ancor co" plebei^ non
si poteva apprendere se non {vocaboli e modi italiani ;
laddove adesso , pochi son coloro i quali , o bene o
male » non le sappiano ; e tanto che basti a guastare
di continuo la lingua prioria con sH}ci e locuzioni stra-
ne. Se allora di mille uno uscisfa del suo paese ^ adesso
li dieci in cento , e forse più 9 corrono il mondo ; e
in molto maggior proporzione slam noi visitati tlalle
tdtre nazioni ; U perchè sciocca presunzione sarebbe ,
pure in un toscano^ poiché Toscana è frequentata da"
gli stranieri pia d* ogni altra parte d* Italia , il ere-*
dere di saper parlare e scrivere in buona e pura Un"
guay solo per esser nato e cresciuto in su le rive dAmo%
Qualunque voglia scrivere in italiano^ si persuada ora^
mai che la purità della lingua non si succia più col
latte in verun luogo </* Italia; e che non è pia in^resa
da ognuno , sia egli pur fornito éT idee e di pensieri ^
quando non abbia ancora onde vestirli ; ma gli è il
frutto d" assidui f lunghi^ e instancabili studii; e però
non cosa da troppo giovane uomo ; e questa lingua non
s^ha a studiare ne* vocabolarj\ sì nella costante lettu-
ra dei classici e con la grammatica. La cagion prin^^
cipale della corruzione del nostro idioma ho dimostrato
evidentemente , in un altro manifesto che feci precc'^
dere alla pubblicazione di una grammatica inglese^ es-
sere i libri ne* quali si studiano le lingue straniere ;
e come che paia che questa non dovesse avere influen-
za alcuna ne" letterati ; pure ognuno concederà che 9
^e per li pia si parla e si scrive uno stile ripieno di
barbarismi^ chi studia non potere acquistare % nella con^
versazioné e nel consorzio degli altri , se non quello
di che spogliar si deve scrivendo. Quindi il bisogno
tanto pia pressante <f una grammatica che assicuri la
lingua sopra una *pura e solida base^ e che escluda da
quella tutto ciò che la difforma.
Quanto poi sia falso quel che alcuni hanno detto
che^ con sbandirne i gallicismi^ io renda povera la lin^
gua, avrò occasione più volte di dimostrarlo ad evi''
denza nel corso di quest" opera , e proverò che anzif
col seguitare lo stil francese^ s* era resa la lingua^ non
che povera^ ma poverissima^ abbandonando un numero
infinito di vocaboli e bei modi di dire che T ignoranza
chiamava disusati ; e io facendo afparire lor forza 9
ìor virtù e bellezza^ gli ho rimessi in vigore. E la
cosa è chiara ; col troppo leggere i francesi , gP Ita'*
ìiani^ che da prima non se ne guardavano ^ ma più
presto cercavano d imitarli^ introdussero a poco a poco
vocaboli e modi francesi nel loro stile; e quei che vennero
poi in seguito , leggendo i francesi e questi loro imi'*
tatari , si assuefacevano ad una lingua tutto differente
dal vero italiano ; e se per sorte si abbattevano a por
r occhio in un classico , non trovando più lor solita
pastura^ chiamavano antico e disusato quello che essi
né sentivano né conoscevano. In due mie grammatiche^
fatte per uso degli inglesi che studian Vitaliano^ so^
m 24 esercitazioni in una 9 e 44 ^^^ altra ; tutti gli
esempi ^^^i ^ classici ^ e U più dal Decamerqne ;
ora^ mi bastò far scrivere quelle medesime esercitazioni
ad alcuni miei scolari italiani che imparan V inglese^
di quelli che non son privi et ingegno^ per far sì che
L_
XVI
ìor venissero a fastidio quegli autori che fino allora
a^vàn letto e ammirato; laddoi^ prima si ride\^ano di
mio purismo e de^ miei classici (i)« E^ s^io facessi una
grammatica latina con sì fatte esercitazioni^ li sH)rrei con^
pertire alla mia opinione a centinaia ; e non a\frei allo^
ra bisogno di sfiatarmi in cercare di persuadere con le
ragioni. Adunque ^ sH)i che siete giowmi^ e cui il pren^
dere più tosto t una che V altra via costa poco più fa^
tica^ e ne potete aspettare in cambio infinito diletto^
badate bene a quel che i sofisti che han già calato
il sommo delf arco 9 o li scioperati che non leggo-^
no 9 vi posson dire a questo riguardo ; ma leggete , e
giudicate da voi ; e dite poi che non sia vero che s* al^ ^
larga qui il campo della lingua assai assai 9 e si ren-^
de amenissimo* 99
jippongo il titolo di filosofica a questa grammatica f
non perchè io intenda di trattare solamente le materie
pili astratte ; che io voglio che vi si truovi ogni cosa ;
ma perchè « qualunque sia la parte che io tratto f prò-*
cedo con la ragione • (s)
Finalmente mi bisogna avvertire chi legge , che gli
potrà avvenire d abbattersi ad ora ad ora 9 nei classi-
ci 9 in espressioni che parranno deviare dalle regole
(i) Il medesimo arreiine a me in Parigi, tradoeendo dalla Grammatica
francese italiana del Biagioli le esercitazioni j e quindi solo cominciai a
leggere i classici che non ayera mai letti*
(1) pn Bartoli ha creduto dover far nso della voce ^/of^re ragionando
della S} e* dice „ che, quantunque il s non abbia forza di più che una
delle altre semplici consonanti, non si dere però filosofarne, com^egli fosse
due lettere distinte • „ Dico a quelli cui » come accennai , non aggrada il
titolo di quest* opera •
«n
XVII
stabilite in quesf opera . iSe elessi produrre tutti gli
esempj che porgon materia di ragionamento^ potrei for*
se mettermi in un mare senza fine ; poiché dice Dante
che nella grammatica, per la sua infiDitade, i raggi della
ragione non si terminano in parte alcana ; ma essendo
il lettore dal bel' principio delVopera awezzato a invC"
stigare la ragion delle cose e la cagion d" esse , egli
potrà poi^ fatto forte per la virtà del metodo 9 argo^
meritare da se medesimo sopra tutte le eccezioni che
gli capiteranno soU^ occhio nel discorrere gli autori •
n Ma a coIk^ i quali ^ per lo contrario , dicono che •
(juanto pia una grammatica è brew^ tanto è migliore^
io sHHrei mi dicessero donde traggono questa loro opi-
nione. A un tal ragguaglio quella che non contasse
più che una pagina sarebbe perfettissima ! E altresì
vorrei sapere quali grammatiche si sian fatte finora ,
sia pur anche in lingua latina ; però che io intendo
qui di dare un"* opera del tutto nuova , e oramai tutta
ma; in modo che^ o quelle opere che portano cotal no^
me non sono grammatiche ^ o se quelle sono 9 questa
non è (1) • Io wglio che mi basti il ragionamento so^
pra il pronome onde ; si pedrà se^ di quanto io quivi
definisco e chiarisco « altri fece mai pur cenno . Se
(jjue^li che desideran cotal bre\>ità son già dotti nella
lingua , la mia fatica non è per loro ; perchè , questa
seconda sK)lta , /* ho aumentata^ e migliorata^ e la pub^
^lioOi specialmente per li giovani , e particolarmente
per quelli che non hanno senior di stile né buono né
(1) Rè gli Inglesi né i Francesi hanno una grammatica filosofica ; essi
kuiDo dei frammenti, questi in Du Marsais, quelli in Harry.
2
I
L _
xvui
falso^ i quali spero assai più agwolmerUe trarre dalla
rtùa ; e questi | quanto pia avranno eia leggere , pia
lor gioverà^ e disporragU per lo studio e la dilettanza
de classici* La quantità de buoni esempj qui citati pre^
parerà loro V orecchio a quella armonia ^ alla quale
per non essere usi , o per conoscer solo la falsa^ sen*
za un tal preludio^ lor parrebbe al primo di strumenti
scordati* Io lo dico espunto perchè sono alcuni che a
prima giunta si sbigottiscono^ o fanno le meras^iglie .
E costoro pe quali io mi sono affaticato ^ non bisogna
die lascino indietro pure un versoi se vorranno salta-
re qua elà^ si smarriranno t non intenderanno; per-
che di mano in mano eh* io procedo^ definisco questo
e quel termine grammaticale del quale io fo uso ; non
ricordandosi i quali , diventa oscuro quel che è chia-
rissimo • Ai dotti lo so ancK io parrà grave il dover
leggere ciò che già sanno « per trovar quello che po-
trebbero forse non sapere ; ma pure , se un Bartoli^
un Perticarla e un Monti ^ hanno fatto errori nello
scrivere , quando essi meco convengano che siano er-
rori^ potranno anch*églino^ leggendo queste carte^ cam^
minar più sicuri ove eran dubbii ; se non « sia pur
loro lecito quelli imitare •
Restami ora a dichiarare quali scrittori io mi pren-
derò per arbitri in una quistione di grammatica. Per
esempio , nella classica traduzione di Salustio di Fra
Bartolomeo da San Concordie^ contemporaneo di Dante^
io trovo il pronome cui usato per agente del verbo i
Cui io sia tu *1 saprai da colui che io ti mando. Ora
io dico I questo cui messo per agente in luogo di chi
XIX
( poiché il inerbo essere porta due agenti ) , essere
errore , e per intima mia persuasione , e per autorità
dei tre sommi , Dante , il Petrarca , e il Boccaccio ;
però che , altrimenti si potrebbero trovare esempj di
una infinità di errori ^ prendendone un ila questo e
un da quello anche classico autore ; e in tal Biodo
non vi sarebbe pia freno • Una prova ne sia 11 Tor-
to e il Diritto dei Non si può del Sortoli ^ il qua^
le ^ attenendosi ai soli autori classici del Trecen^
to , tro^fò pure con che poter giustificare qualunque
errore si wglia fare in grammatica. Egli vuol pro^
vare per esempio che si possa dire alcuna cosa per
alquanto o un poco ; ed eccolo in Pietra de* Crescenti:
Io catino che abbia alcuna cosa d^acqua, E lo trOì^a an^
che in Matteo yHlanix La misura del sale fu alcuna
cosa consentita. Ma chi può tollerare questo alcuna co-
sa? /o son di parere che il pia corretto scrittore
in prosa sia il Boccaccio (i); Dante e il Petrarca % in
poesia \ però la massima parte degli esempii è tolta
da loro. Ora j io dico che , quando pure alF orecchio
w/o ripugnasse V usare quel cui per agente , t am^*
^netterei non pertanto come giustissimo , se ne trovassi
esempio in itati e tre i gran maestri ; non già se fosse
adoperato solo in rima ; se in due o pur in uno oo*
corresse , esporrei là mia opinione con pia o men ri"
(i) Del Boccaccio dice il Perticar! : „ Ora , questi difetti ( dì colom>
cbe areraiio scritto prose prima di lui ) il Boccaccio ben yide meglio che
<rm «lira , e lutti tenunarooo nelle prose dì lot; cfaet conosciuto i lera^
pi evenire più colti • e gli orecchi larsi più dilicati , ridusse più culto e
<i«liaio il nodo delU fatella • • • • e soUeyò il linguaggio iulico fino alP
•Itiflu ^tena .
guardo 9 secondo che la verità mi dettasse ; ma non
trOiHindosi approvato da alcuno dei Tre^ allora affer^
mo ch'egli è manifesto errore» E non è da credere
ch'egli possa avvenire che un vocabolo grammaticale j
qucd è un pronome , non abbia ad occorrere , non
una^ volta , ma molte nel caso della regola che si vuol
determinare ; se cui si potesse usare per agente^ que^
sto vocabolo è di sì frequente occorrenza « che non
può dar campo a tale obbiezione. Dietro questo patto
dirò dunque che anche né non , né ninno « immedia^
to 9 che il medesimo da San Concordio di continuo
adopera , sarebbe ora errore , perchè V una delle due
negazioni è affatto inutile , e air orecchio noiosa; che
lai per agente è cotale^ sebben si usi dal Macchiavello ;
che gliene e gliele in luogo di glielo e gliela, non è cosa
da imitarsi^ quantunque V adoperi il Boccaccio^ perchè
questo forma una inutile confusione di termini^ qtutndo
si può usar chiarezza e distinzione ; che tutto per tut-
to che è oscurissimo^ e non approvato dai Tre ; e che
avere da per avere a ^ nel senso di dovere, è errore ^
come proverò a suo luogo .
E poiché mi wen qui nominato JFha Bartolomeo da
San ConcordiOf convien chUo ammonisca i giovani stu^-
diosi della buona lingua che^ tutto che ne* trecentisti
per la massima parte la lingua sia piena di semplicità
e di bellezza , onde meritino uno studio profondo chi
vuol ben scrivere , tuttavia la bellezza dello stile non
consiste t né manco cresce col dire saramento per giu-
ramento ; consigliamento , ingegnamento , piuvico, suto,
aiutorioy reta, YinizianOi in luogo di consiglio, in*
i
XXI
gegno, pubblico, stato « aiato, reità, Yenesìano, né in
usar le forme antiquate e scartate de* scerbi 9 fossono »
ebbeno« feceno , yenneno, diciavate, sapavate, sappien*-
do, in luogo di fossero « ebbero, fecero , vennero , di-
cevate , sapevate , sapendo. Queste non sono altro che
affettazioni'^ e non che rendere lo stile pellegrino^ co^
me forse alcuno crede 9 toglie a quello la forza e
la sfis^acità. Le forme fossono, ebbono, e dicessono, fitr
cambiate in fossero* ebbero, e dicessero, non senza ra-*
gione^ ma per cariare alquanto la monotonia delle
desinenze in no 9 delle quali tutto il n^erbo prima si
formava, E sarebbe da desiderarsi^ per lo pubblico be^
ne, che anche coloro che sono sopra gli altri forniti
(T immaginazione^ £ ing^gno^ e di scienza^ si elessero
uniformare a quella cumonia di parole dalV autorità dei
sommi e dal general gusto appromte e accolte , affln
che i gios^ani potessero trarre da loro scritti utile e
ditetto ; dico i giovani^ perchè questi son men pazienti
a tollerare^ e basta loro abbattersi in un piavicamente
0 in un temporali (i) , perchè s" infastidiscano subito f
e senza pia dannino V autore • Queste artificiate trw
sformazioni di wcaboli a che scagliono elle fuor sola*
mente a recare il purismo in dispetto^ e con esso mei"
tere i suoi seguitatori in derisione ?
Nel comporre questa seconda edizione io non ebbi
altro davanti agli occhi che li scrittori classici i qiui^
li mi /umno fornito gli esempj per le mie speculazio^
m; ma non volli leggere nessuna opera che trattasse
(1) Auliche Toci per puhblicamente e tempi •
della grammatica , non pure il Torto e il Diri Ito del
NoD si può del Bartoli\ perchè io voles^a dir le cose
come la logica e il gusto mio solo mi dettavano ,
risenmndomi però a leggere 4]ues€ opera , finito che
ascessi il mio manoscritto « per sedere se mai aveva
dato ' neir eccesso del Non si può « per lo che ella è
un eccellente antidoto ; ma con mia maraviglia ora
scorgo che quel suo libro non è se non una compila^
zione di bizzarrie y come ben dice il signor Amenta ;
il quale^ in quelle sue dotte osservazioni le ha tuite^
per quanto si può fare senza filosofici argomenti^ sma-^
scherate e combattute « con trionfo detta verità , e
gran vantaggio del retto scrivere (i). In questo il
torto del Bartoli è manifesto ; e io Oi^rò occasione di
provare in più luoghi quanto poco sentisse nella filo^
sofia della grammatica; ma , per dire il prò e il con*
ira 9 di quanto non siamo noi a lui debitori d* aver
tenuto in vita la buona lingua ! poiché « de* pochi
scrittori dello sterilissimo Seicento ^ egli^ quasi legno
(i) M M« a dìria fuor ftion , e mWo tatto il rignardo ( dice il signor
Amenta } che gli ho. come ad uno de^ miei maestri in si fitto linguaggio,
Taver egli voluto in questo libro» con insopportabii fatica, scartabellare,
leggere^, e rileggere tutti i testi di lingua , per rinvenirvi con sommo pia*
eere tutti i luoghi, ne* quali son quegli usciti dalle buone regole del per-
fettamente scrivere , • . • • io non so di che sappia o qual lode possa o
abbia potuto meritarne „ £ poi : ., Io giurerei che m^appongo, se dico che
egli volle» nella maggior parte che nota in questo libro, delle cose scritte
sregolatamente dagli scrittori Toscani del decimo quarto se9Dlo, difbader
se stesso. „
E anche il Pert icari : ,, E crescendo i xelanti del purismo, si potranno
forse in gran parte spiantare le fondamenta sulle quali Ìl Bartoli pose quel
suo libro del Non ti puè , onde ( dovea dir co^ ^uale ) con sapienza so-
fistica tentò persuadere che , in lingua italiana, o leggi non sono, o V ar-
bitrio de* buoni le infrange. „
XXUl
solingo in inasto oceano^ è quegli il quale^ per le fan-'
te sue opere letierarie 9 pia consen^asse la forza e la
leggiadria dello siile ^ e non lasciasse sprofondare le
lettere nello abisso della ignoranza.
»
^BBRBFijiZiOlfi Ù^ jiUTORi ClTATt
D. Dante. G. Celli.
P. Petrarca. Dav* Davanzati.
B. Boccaccio. Da S. C. Fra Bartolomeo
F. Firenzuola» da San Concordie.
M. Macchiavello. Bari. Bartoli. (i)
Gli altri sono posti col nome intero.
N. B. Gli esempi si troveranno qualche scolta dif^
ferenti dal testo deWautore^ 0 nella trasposizione delle
parole^ 0 in alcune delle parole medesime^ mutato per
eiempio tu in voi o altro ; ma ben si tramerà V espres^
sione in su la quale cade la regola sempre dC accordo
con r originale .
Per gli errori detti gallicismi ho citato qualche
volta un librò chiamato ÀDtipurismo , del quale si fa
ìnenzione nel Cap. XXVIII.
Bispetto ad alcuni errori che io ho notati negli
muori del presente secolo , io ho esaminato « e dato
(i) Io non credetti dover iar uso dei Villani, perché vidi che quasi tut*
^ )« Tolte che il Bartoli yolle ayvalorare uno errore col ai può , egli ri-*
coese a qaelli. e di rado gli falli 5 ae essi son classici per li yocaboli, non
*^ per la grammatica. », Il buon Gio. Villani •, dice il Bartoli ., con quel
s«o lui e lei mette ancor qui mezso i grammatici in confusione . e ncuo
ia gtanniatlca in iacooiptglioi ), A noi però egli darà poca briga •
«. *.■ . .^1'^
xxir
mia opinione di coloro soli che furono o sono ristora^
tori o sostenitor della lingua i^era e pura italiana^ e che
in quella hanno scritto^ o hanno inteso di scris^ere ( i );
ma né di ronumzieri , né di autori di commedie mo^
demij io non mi son curato^ perché la lingua in che
questi scrivono va del pari con quella del predetto An-
tipurisìno lor campione\ e i loro maestri sono stati ben
frustati dal Baretti. Chi parla per lo pubblico bene ,
bisogna che parli libero i avvenga che pub ;
£ lascia pur grattar dov^è la rogna.
Per la presente opera io mi aspetto gratitudine e
buona ìnemoria ne* secoli futuri ; e se allora io non
potrò far difesa contro chi a torto biasimar la volesse^
vi sarà qualche giusto e zelante che la piglierà per me.
(i) E se io mi sono arbitrato a correggerli, mi scusa il Bartoli: », Che
se Terranno a correggenri d* alcun vostro fallo di lingua , portativi dalla
ragione» e non avrete a dir loro come Aristotele infermo a quel medico da
lappatori , che gli ordinava di gran rimedi! , senza dirgliene il perchè »
Ne mg cure* ut bubulctan j prendetelo in grado, e rendetevi airammcnda •
r
GRAMMATICA ÌFILOSOFICA
CAP. I.
L
ALFABETO.
Questo vocabolo è composto delle due voci greche
4^^ e beta^ le quali sono i nomi delle due prime let-
tere delP alfabeto greco ai 6 ; e corrisponde alla parola
italiana abbiccì •
(0 Lingua, per tdionia, è metaforico j si ik nso deUa causa per refletto*
1
1
la parola grammatica vien dal Greco, formata da
gramma , lettera , cioè scienza delle lettere ; ma , per
estensione, le si attribuisce un senso più largo* e com-
prende la scienza delle lettere , e delle parole , e del
loro collocamento tra esse.
Nel Trecento si diceva grammatica la scienza della
lingua latina per figura rettorica detta metonimia ; per- f
che coloro soli conoscevan grammatica che sapevan la- )
tino, non essendo V italiano ancor sottoposto a leggi
graonnaticali ; però dice il Boccaccio che Primasso fu \
itn gran svilente uomo in grammatica.
Le parole son tutte quelle voci delle quali sì com-
pone la lingua (i), come pagare , moneta , merito^ le
lettere sono quei segni che compongono le parole, come
m^ e, r, i, ^ , o, merito.
DELLE LETTERE
L* alfabeto si divide in lettere yHìcali e in lettere
consonanti. Le vocali sono così dette perchè si proffe-
riscono con semplice suono della voce , mediante aper-
tura di bocca più o men larga, senza assistenza di den-
ti , di labbra , o di lingua ; le consonanti non si pos-
sono pronunziare senza Y intervenzione di una vocale ;
che così significa la parola consonante y cioè sonante
con la vocale ; e V effetto principale di questa è pro-
dotto dalla lingua , da* denti 9 e dalle labbra*
LETTERE VOCALI
a, e 9 i« o, u.
Cinque sono i segni indicanti le lettere vocali , le
quali nuUadimeno sono sette in fatto; perciò che, si co«
me la differenza da una vocale ali* altra dipende in parte
dalla maggiore o minore apertura della bocca, così se ne
potrebbero nominar sette, per il doppio suono prodotto
dalle vocali ^, o. Quindi si dividono queste due in strette
e larghe ; dicendosi larga V e in petio e T o in Corpo ,
per la maggior apertura di bocca , che non bisogna in
mente e in colpo; nelle quali due voci Ve e V o sono
strette.
Havvi anche la lettera/, la quale da chi si usa anco-
ra , e da chi è stata abbandonata, come inutile; io V ho
tolta del mezzo delle parole. V* è una sottile differenza
in vero tra il suono della / in maniera^ smania^ infortu-
nio^ e quello della/ in g/o/a, alleluja, librajo; ma que-
sta differenza si sente egualmente usando l'i, per la ragie*
ne che, in questo caso, sta sempre tra due vocali ; e ,
nel pronunciarsi , si stacca affatto da quella che la pre-
cede, per gittarsi in grembo di quella che la segue. Co-
SI alla fine delle parole libraj , mugnaj , fomajj si po-
trebbe togliere la / , avendo essa il medesimo suono della
/ io cantai^ lodai; ma ben è necessaria questa lettera
ai plurali infortunj , o/^cj , aiversarj , contrarj , quan-
do si voglia usare in luogo di due /, per fare una dif-
ferenza da quelli che hanno T accento suP/, come na-
f/i, zii^ pendii^ Dìi.
LETTERE CONSONANTI
b» C7 d» A gì b, 1, m, o« p, q, r, s, t, v, %.
À poter Dominare queste lettere bisogna aggiungervi
ana vocale ; e però la lettera h , per esempio ^ si po-
trebbe chiamare 6a, 60, hu^ come hi o he. I Toscani la
chiamano hi^ i Romani he. Ecco di tutte la denominazioQ
toscana^ la quale a me pare da preferirsi ali* altra: hi^ cu di^
ejfs, gi^ accaf elle^ emme^ enne^ pif cu^ erre^ esse^ ti^ t^^^t
zeta. Le lettere k^ x^jr^ non sono della nostra lingua, e
sono per noi inutili ; perciò le tralascio. La h^ non ha
Falere se non quando sta tra c-e ^ c-i f g-e ^ g-i. Nelle
Toci ho^ haiy eh^ doh^ serve solo a distinguerle dalle altre
0, 01, e, do^ di senso differente. La ^ e la z hanno dop-
pio valore ; sono vibrate in sale e in zampa ; sono dolci
in pausa e in zefiro. Cosi in Toscana si pronunzia que-
sta s^ e in qualunque altra parte d' Italia ; fuor che in
Roma, ove si fa sempre alquanto compressa come in ^/e-
ndero. Parlando della voce esoso il Davanzati dice: Pro»
naoziasi Tuna e Taltra s come in esito^ esigilo^ uso^ esa^
lo, E tanto basti della s.
il Davanzati mosse lite alla doppia z, dicendola inu-
tile; perdìè svoler pronunziare zazzera e zizzania^ biso-
gnerebbe mettere quadruplicato fiato rompersi una vena nel
petto, e scoppiare. La difese il Bartoli, e ora essa trionfa.
4
CAP. II-
DELLE PAROLE
Qualunque numero di lettere unite insieme esprima
qualche cosa, si cliiama parola^ e con termine latino iH}Ce
o vocabolo. Anche due lettere, e pure una sola può esse-
re una parola, come sì^ no^ è. Questo vocabolo, parola^
è uno dei molti , come giorno , motto , buio , sciocco ,
pazzOf zucca eie. , che appartengono proprio in origine
alla lingua italiana, la qnale è mia opinione esser più an-
tica che la latina; benché forse non le sia rimasta se non
la decima parte dell* originale; perciò che fio dalfinfanzia
deir Impero Romano, col quale si può supporre aver avu-
to principio la lingua latina, v* erano i Toscani , ì quali
non è da dubitare che avessero un idioma, siccome quelli
che già avevano institosiooi civili* Come poi la domina-
zione de* Romani fece degli Italiani un sol popolo, tatti
convennero nella medesima lingua romana ; la quale sarà
poi stata fino alla decadenza dell'impero, la lingua cor-
tigiana e generale; senza che per questo si dimenticasse
del tutto in Toscana 1* antico volgare. Quanto ai barbari
che inondarono V Italia, poiché non distrussero la lingua
latina , possono aver lasciata anche la traccia di questo
antico toscano dialetto; il quale , amplificato in seguito
col latino , e coi vocaboli che si usavano nel decimo-
terzo secolo in tutta V Italia, parte nazionali, e parte in-
trodotti dai barbari ; come per esempio snello da schnell^
scherzo da scherz , scodella da teller^ recatici dagli Uu"
ni, fu poi in modo quasi miracoloso tratto alla luce da
Dante, come egli afferma in queste sue profetiche pa-
role : Questa sarà luce nuova , sole nuosH) , lo quale
surgerà là dove V usato tramonterà , e darà luce a co-
loro che sono in tenebre e in oscurità , per lo usato
sole che a loro non iuce^ Per lo sole nuovo , simboleg-
gia la lingua italiana ; per lo usato , la latina. Se Dante
ci tornasse ^ e vedesse qaanti ne rimangono ancora da
stenebrare in Italia • • • ! Quando questa opinione fos-
se vera , avrebbe forse già V Italiano arricchito il La-
tino* Altri derivano la voce parola da parabola .
SPECIFICAZIONE DELLE PAROLE CHE COMPONGONO
LA LINGUA.
Le parole che compongono la lingua italiana si
possono classificare sotto nove denominazioni , che so*
DO il verbo , il nome ^ V articolo ^ V aggettivo , il prò-
wme^ V avverbio^ la preposizione , la congiunzione , e
r interiezione. Si darà la loro definizione al capitolo cor*-
rispettivo di ciascuna.
L' articolo^ la preposizione^ e la congiunzione^ sono
voci che Qon hanno il requisito di esprimere qualche cosa
da se 9 e quindi bisognerebbe fare una divisione di esse«
che sarebbe inutile; si che chiameremo parola qualun-
que numero di lettere stia nella lingua da se. A torto
mi pare che si chiamino queste parti del discorso , le
quali sono più tosto le proposizioni , le frasi , / membri
de periodi^ i periodi etc. A noi fa mestieri definire la
proposizione , la quale entra nella grammatica. Qualunque*
nomerò di parole produca senso da se, senza V aiuto d* al-
tre, contiene una proposizione. Muoio è una proposizio-
6
ne; io è sottinteso; yi menerò da lei ; j^pri F animo
alle mie parole^ Ciò mi tormenta più che questo letto^
sono tre proposizioni. Togliendo una sola parola da queU
le 9 per esempio mi dali* ultima , il senso rimane im-
perfetto , e la proposizione non v* è più.
Poco imporla che si coaùnci a ragionare più tosto
dair articolo y che dalla preposizione , o da altro ; ma
perchè il verbo è la parola più necessaria a formare la
proposizione, comincerò dalla etimologia (i) di esso.
>•«
CAP. Ili-
DEL VERBO
La voce wrho dal Latino s^erbum^ signiGca parola ;
quasi sia stata la prima di cui abbian fatto uso gli uomi-
ni. Il verbo serve a esprimere azione o stalo. L* azione si
fa per le persone , e anche si può fare per le cose con-
stituite agenti , come il fuoco mi cuoce. L* azione inoltre
può essere di corpo in corpo reale , come stringere la
spada; o mentale « come esprimere i pensieri. Parimente
il verbo può significare lo stato di una persona o di una
cosa ; per esempio , io vìsh} « seggo ; il sol cade ; o
pios^e^ nevica^ etc« I verbi che dinotano azione formano
i tempi composti con avere ^ e quelli di stato con es-*
sere , L* aziono e lo stato può aver luogo , e si può
descrivere, in diversi modi o maniere, e in varj tem-
(i) Etimologia deri?a dal Greco temno logos ^ cioè discórso delle pa'~
role troncate Cuna dalt altra, non insieme»
pi ; e possono procedere da una o più persone ; quindi
il ferbo si divide in modi, teaipi, persone, singolare, e
plorale • Il verbo si divide in sei naodi , che son T/n*
/Olito, il Participio, V Indicativo, il Condizionale V In»'
peratiifOf e il Congiunti^. Chiamasi il primo modo in-
finito , perchè V azione , V atto, o lo stato, che accenna
i iodeGnito nella maniera e nel tempo. Participio è det-
to il secondo modo, perchè si vuole che partecipi della
tirlù deir aggettivo ; il che si può dire qualche volta
del participio passato solamente; nondimeno si può con-
cedere anche al presente V idea di partecipazione, come
quello che partecipa dell* azione d*un altro verbo, e si
accoppia con esso al medesimo fine , come vedremo a
800 luogo, li* indicatixH) è termine bastantemente chia<*
ro; così nominato, perchè accenna il tempo e il modo
positivo. È il latino indicatisms , che con vocabolo piiÉ ita«
liaoo si direbbe dùnostratiw) ; ma conservo il latino per non
coofoodere questo modo del verbo con Taggettivo e il pro-
nome dimostrativo. Si dik il nome di condizionale al quarto
nu)do , perchè va senopre soggetto a condizione* Inarati--
w viene dal latino imperare, comandare. Congiuntis^o,
tolto da congiungere; così denominato , perciò che ge-
neralmente è giunto nella medesima proposizione con
QQ altro verbo , e a quello soggetto ; come, per esem-
pio , vorrei che tu dicessi ; il che si dimostrerà più
diffusamente a suo luogo. Il modo può contenere infi-
Do a quattro tempi semplici, come V indicativo, il quale
^^ presente , preterito imperfetto , preterito perfetto ,
e futuro; gli altri li chiameremo tempi composti a mag-
gior semplificazione, perchè i nomi che vi si appongono
8
SODO vani. Dicesi presente il primo tempo , perchè ac-
cenna azione o stato di tempo presente. La parola pre^
terito è la latina praeteritum « cioè passato ; ma perciò
che si può rappresentare V azione nel tempo passato si
come continuante^ e quindi imperfetta^ ali* epoca di cui
si parla, o come finita e perfetta ; questo tempo si di-
mise in due, e si disse V uno perfetto e Y altro imper^
fetto^ e ciò altrove pi& largamente si ragionerà. Il tempo
futuro non abbisogna omai di definizione. Sono stati al-
cuni che hanno ripieni i volumi solamente per comu-
nìcare la scienza della etimologia de* verbi. A me pare
questo un modo di mostrare un labirinto in luogo di
una via piana e retta, là quale si può ottenere col sem-
plificare le difficolti, e col sottometterle a regole gene-
rali , come ora m* ingegnerò di dimostrare . La nostra
etimologia dei verbi sarà di poche pagine , e conterrà
più che i volumi che si eran per T addietro pubblicati
sopra di essi. Prima daremo in intero li tre verbi re-
golari , i quali serviranno di base agli altri ; e poi gli au-
siliarj. Avere ed essere si chiamano ausiliarj dal latino
auxilium , aiuto ; perchè servono d* aiuto a formare i
tempi composti del verbo principale.
Il tempo si divide in sei forme, che si chiamano
persone^ perchè sono governate da esse, cioè i. quella
che parla, /o ; a. quella a cui si parla , ^££; 3. quella
persona o cosa di cui si parla, e//a, egli^ e5^,o qua-
lunque nome. Le altre tre persone sono il plurale di
queste , cioè i . noi ; n. voi ; 3. eglino « elleno^ essi ,
esse , o qualunque nome nel plurale. Parlando dei ver-
bi , per analogia si chiama persona anche la cosa che
regge la terza forma del tempo.
^
Cantare.
DEI VERBI REGOLARI
Coniugazione (i) del verbo*
MODO INFINITO.
Temere. Sentire.
PARTICIPIO PRESENTE
Cantando.
Temendo.
PARTICIPIO PASSATO
Sentendo.
Cantato.
Temuto.
MODO INDICATIVO
PRESENTE
Sentito.
Canto f
Temo ,
Sento ,
Canti ,
Temi ,
Senti ,
Canta ,
Teme,
Sente ,
Cantiamo ,
Temiamo ,
Sentiamo ,
Cantate ,
Temete ,
Sentite ,
Cantano •
Temono .
PRETERITO IMPERFETTO
Sentono •
Cantava,
Temeva (2)
Sentiva ,
Cantavi ,
Temevi ,
Sentivi ,
Cantava,
Temeva ,
Sentiva ,
Cantavamo ,
Temevamo ,
Sentivamo ,
Cantavate ,
Temevate ,
Sentivate ,
Cantavano •
Temevano. (3)
Sentivano.
(1) Qoesta parola Tiene dal latino coniugare » che significa giungere con;
e eie a cagione delP armonia con cui si lega una desinenza con T altra , e
<lella oollegaxione de* tempi e de* modi •
(a) In tntti i Terbi in ere si può togliere la v della forma dell* imper-
fetto, e dire » iemea, dicea , perdea .
(3) I Terbi in ere e in ire hanno questa forma anche in iéno : Tali ft^
f^ino che eopra alcuna tavola ne ponièno \ Quoti abbandonati, per tutto
Imguiéno ; />a grossi salar j e sconvenevoli , tratti , servièno. B. £ cosi
^loriéao, conlenìéno. Alcuni hanno la poetica forma in èn, coma Jacén, potén.
3
IO
Cantai,
Cantastif
Cantò»
GantamoiO) (3)
Cantaste,
Cantarono. (4)
Canterò 9
Canterai,
Canterai,
Canteremo,
Canterete,
Canteranno*
PRCTERITO PXRFETTO
Temei, (i)
Temesti ,
Temo
Tememmo,
Temeste,
Temerono.
FUTURO
Temerò,
Temerai,
Temerà,
Temeremo
Temerete
Temeranno.
Seqtii,
Sentisti,
Sentì, (a)
Sentimmo,
Sentiste,
Sentirono*
Sentirò,
Sentirai ,
Sentirà,
Sentiremo,
Sentirete,
Sentiranno.
(t) La prima petsona, la terza del singolare, e la terza del plurale • ai
scrivono anche cosi temetti , temette » temettero •
(a) Aperse i granai^ e i viveri BIKFIUO. Nella prima battaglia fu
rotto $ niFEOSr, e prese il reame» Erminio levati dalla riva gli arcieri
suoi^ CBIEDSO I nostri levarsi» Day- Le forme tronche cantò, teme, senti ,
erano in origine scritte cantoe, temeo, eentio, toc! assai più soavi. 11 Da-
yanxati le nsa con parsimonia , e con tal precauzione io le userei tuttavia.
(3) Molti fanno V errore di dire cantassimo , temessimo » sentissimo , fa-
cendo cosi uso deirimperfetto del congiuntivo , in yece delfindicativo per-
fetto. Non posso intendere per qual cagione abbian gì* Italiani si poca cu-
ra di parlare correttamente ! I Toscani fanno anche V altro errore di dire
cantarono , ehiamorono , in vece di cantarono e chiamarono .
(4) Le tronche cantaro^ temerò , e sentirò ; e cantar , temer , sentir j
sono usate in verso e in prosa , e son bell< : // giovane andò , e gli ab^
bottinati QUB TARSI alquanto, Day. Li due giovimi non PENAR trop^
pò a deliberarsi* B. Verso la casa di lui si dirizzaro . B. Queste
forme erana state abbandonate nella prosa a torto ; perché servono mollo
alla varietà » e quindi alla eleganza dello scrivere « per essere di piacevol
suono e brevi.
II
MODO CONDIZIONALE
CaDtereìy
Temerei,
Sentirei,
Ganterestit
Temeresti,
Sentiresti,
Canterebbe,
Temerebbe,
Sentirebbe,
Cantereuirao,
(0
Temeremmo,
Sentiremmo,
Cantereste,
Temereste,
Sentireste,
Canterebbero.
(^)
Temerebbero.
MODO IMPERATIVO
Sentirebbero.
Canta,
Temi,
Senti,
CanU, (3)
Tema,
Senta,
Cantiamo,
Temiamo,
Sentiamo,
Cantate,
Temete,
Sentite,
Cantino.
TemaDo.
Sentano.
MODO CONGIUNTIVO
PRESEUTB
Che (4) canti, ChelMM, Che senta.
(i) Anche di questa persona del condizionale son pochi qnelli che ne
facciano uso ) quasi tutti dicono canUressùno, temereuimo, temiretsimo ,
li qual ibnsa non si trora pur nei yerlx». Ho sentito dire da alcuni, che
beo fi accoi^gono che questi sono errori» ma che pure non ardiscono aste-
nersene per non parere affettati. Strana e vergognosa timidezza, di voler
pia tosto parlare scorrettamente, che mostrare di saper la propria lingua !
(>) Si dice anche canUri<u%t ttmgrian, senlirian ; e canterién, temerién •
untirièa, con diverso accento. Ineinqueriénsi i magistrati ^ manderiinsi
»i*opra le l^ggi* Sapendo che i primi tuccetU dariino al retto reputa*
sione. Sì trovano anche le forme canterebbono, sentir^bono , temerebbono'
(3) Ma guardati dal mettere il che alPimperativo, alla limncese » come
trovai in una traduzione delPOtello di Shakespeare : Che non ti eia d^im^
Redimento ; Che cessi ogni strepito. Perché questo che in italiano ì Non
(i fM <r impedimento ; Cessi ogni strepito •
(4) Metto il che al congiuntivo , non perchè ne venga di assoluta con-
Mfoena che il rerbo cui precede che sia sempre in quel modo $ ma per-
c^, per lo più » quando il verbo é nel congiuntivo , come rcdremo » é
pncedato da che .
19
Che canti.
Che canti.
Che cantiamo (2)
Che cantiate,
Che cantino*
Che cantassi.
Che cantassi.
Che tema (i)
Che tema.
Che temiamo.
Che temiate,
Che temano.
IBfPEBFETTO (3)
Che temessi.
Che temessi,
Che senta.
Che senta.
Che sentiamo.
Che sentiate.
Che sentano.
Che sentissi.
Che sentissi.
(i) Questa persona si troya negli antorì terminante anche in i. Spesso
si erra, pure in Toscana , neli*uso della terxa persona del singolare impe-
rativo dei yerbi in €re, e per oonseguenia nella prima e terza del presente
congiuntivO| col dare a quelle la desinenza in i^ per la ragione che i verbi
in are appunto terminano detta persona in i, e la seconda del congiun*
tivo dei verbi in ere ha le due forme, in a e in i. Ben si dice ( ella)
pigU da pigliare j nu ( ella ) prenda e non prendi da prendere ; benché
si possa dire bisogna che tu prendi. Che fa se ne trovi anche nel Boccaccio?
Dio non coglia eh'' io SOFFEBI che mio marito sia seppellito a guisa eTun
cane, B. Io dico che non é da imitarsi per non confondere ogni cosa. Un
esempio cotale lo trovo in una lettera del Giordani al Monti : O siano
fasti consolari , o minori che SBGUlIfO i' giorni vietati al pretore j ecc. ^
dove é detto seguino in luogo di seguano. Altri fanno V errore contrario ,
cioè di terminare in a i verbi in are; per esempio, bisogna che io can^
tOt che io suona, in luogo di canti e suoni,
(a) Il Galateo del Gasa dice : Questo vi manda significando il vescovo,
e pregandovi che voi v^ IBGEGNIATE del tutto di rimuovervehe. In una
edizione trovai ingegnate, senza la i, per errore di s rampa ; però che alla
seconda persona plurale del presente congiuntivo, ai verbi che finiscono in
gnare » non si può levare la i j e bisogna dire ingegniate , vergogniate ,
guadagniate^ come è necessario protrarre le vocali delle sillabe eia e già
in procacciamo, procacciate, adagiamo, adagiate, neìV imperativo e nel
congiuntivo , alquanto più lunghe che nelle stesse forme che appartengono
air indicativo. Uno error romanesco é quello di dire vi prego che nC aspet-
talo , in luogo di aspettiate •
(3) Questo può essere imperfetto di tempo futuro, e di tempo passato ; e
si chiama imperfetto, non tanto per il tempo indeterminato che esprime ,
quanto per V incertezza del caso •
Clie cantasse,
Che cantassimo,
Che cantaste,
Che cantassero»
Avere cantato»
Avendo cantato.
Aveva cantato»
Ho cantato*
Avrei cantato.
Che temesse,
Che temessimo,
Che temeste,
Che temessero.
TEMPI COMPOSTI
Avere temuto.
Avendo temuto.
Aveva temuto.
Ho temuto.
Avrei temuto.
i3
Che sentisse.
Che sentissimo*
Che sentiste,
Che sentissero.
Avere sentito.
Avendo sentito*
Aveva sentito.
Ho sentito.
Avrei sentito.
Che avessi cantato. Che avessi temuto. Che avessi sentito.
OSSERVÀZIOZTI
Tutti i verbi regolari sono compresi in queste tre
terminazioni are , ere , ire ; e però dalla terminazione
deir infinito si può vedere sopra quale di questi tre si
abbia a formare un verbo che si voglia coniugare*
A coniugare un verbo per la precedente tavola, si
cambiao le lettere che precedono are^ ere, ire^ dei ver-
bi posti per norma, con quelle che precedono are, ere,
ire , del verbo che si vuol coniugare • Per esempio a
formare campare « sopra cantare , si mutan le lettere
card in camp in ogni persona e tempo e modo • Nei
verbi che terminano in giare^ ciare^ sciare^ come man"
giare , cacciare « lasciare , etc. , nei quali la lettera i
serve a modificare le sillabe ga , ca, e sca , la i di-«
venta inutile al futuro e al condizionale ; scrivendosi
mangerò^ mangerei; caccerò^ caccerei; lascerò^ lascerei.
Per lo contrario, a quelli che finiscono in care^ gare^
e scare , come fabbricare , sbrigare , trescare^ si deve
i4
supplire un* h in tutte quelle forme del verbo , nelle
quali la e cade davanti ali* e o air z, affin che si ri-
tenga il suono gutturale delle sillabe cu, ga^ e sca^ co-
si fabbrichi^ sbrigherò^ trescherei* Nei verbi alle%fiare^
premiare f risparmiare etc, le sillabe via ^ mia essendo
divisibili in i^i-a mi-a , la seconda persona dell* indi-
cativo presente, la terza persona dell* imperativo, e it
singolare congiuntivo , si debbono scrivere con due i f
allevii^ premii^ risparimi^ ma in apparecchiare , abba-^
gliare^ impacciare^ e in empiere^ le sillabe chia^ gii^%
eia 9 e me, essendo indivisibili, s* ha a scrivere appa--
recchi% abbagli^ impacci^ empi.
DEI VEBBi AusiLiiRu Esserc ed Avere.
Modo infinito : Essere ; Avere* Participio presente^
Essendo; Avendo. Participio passato^ Stato (i); Avu-
to. Modo indicatisH)^ presente: Sono, sei, è, siamo, siete,
sono. Ho, hai, ha (2), abbiamo ,( apemo poet. ) avete,
hsinuo. Pret. imperfetto : Era (3), eri, era, eravamo, era-
vate « erano. Aveva , avevi , aveva , avevamo , avevate,
avevano (4)« Pret. perfetto : Fui , fosti , fu , fummo ,
foste, furono (5). Ebbi, avesti ebbe, avemmo, aveste,
(i) Si trova usato anche sendo e suto, in luogo di essendo e statOp mas-
simamente dal Macchiayello •
(a) La forma have per ha é graxiosa molto, come appare dM questi esem-
pj : £ similmente ciò che V intelletto haue a schifo ; Hmfe una donna at'
tuiato un sollevamento , che non è stato da tanto V imperatore ì Day.
(J) Ero per era è errore; e tutti gli imperfetti in o»
(4) Aviéno per avevano è usato anche in prosa ; avén è poetico •
(5) Sì trovano anche le forme contratte /«r e furo: Alla vista delV ar-
matOj il porto e la marina, e mura, e tetta ^ e le più alte vedette fitr
piene di turba mesta » domandantesi etc. Day*
i5
ebbero. FiUuro : sarò, sarai, sarSi, (i) saremo, sarete,
saraoDO* Avrò , avrai , avrà , avremo , avrete , avranno.
Modo condizionale: Sarei , saresti, sarebbe (2) , Sarem-
mo, sareste^ sarebbero. Avrei, avresti, avrebbe, avrem-
mo, avreste, avrebbero. Modo iny^eratisfo : Sii, sia, sia-
mo, siate, siano, 0 sièno. Abbi, abbia, abbiamo, ab-
biate, abbiano. Modo congiimti\H>^ presente : Che sia, sii
0 sia, sia , siamo, siate, siano o sièno. Che abbia, abbia
0 abbi, abbia, (aggiVx, poet) abbiamo, abbiate, abbiano.
Imperfetto t Che fossi, fossi, fosse, fossimo, foste, fos-
sero. Che avessi, avessi, avesse, avessimo, aveste, aves-
sero. Tempi composti^ Sono siBlo^ ecc., era stato, essen-
do stato ecc. Ho avuto, aveva avuto, avendo avuto ecc.
DB' VEUBI inilEGOLARI
Di ({uesti verbi io darò solo le forme irregolari ,
e di esse , quante bastino a fin che il discente suppli-
sca il rimanente da se per mezzo dei verbi regolari •
Consiglio quindi, a chi impara, che si scrivano in in-
tero tutti i seguenti verbi, nel medesimo ordine, di
modi e di tempi , che son messi i regolari. Rispetto ai
tempi composti convien determinare quali sieno ì ver-
bi che richiedono Y ausiliario essere^ essendo questi in
numero molto minore di quelli che vogliono awre. Tut-
ti quei verbi che non ricevono dopo di se alcun oggetto
fi) Pia per sarà è usatissimo anche in prosa 3 e talyolu Jièno e Jién
per saranno •
(a) Fora è voce poetica ; sarian, sarién e sariéno, anche deUa prosa.
i6
( vedremo la definizione di questo termine ) , vale a dire
quelli che non soffrono dopo di se nà 1' una né V al-
tra di queste parole^ una persona^ una cosa 9 o i* equi-
valente di esse « 3enza V aiuto d* alcuna preposizione ,
cotai verbi vonno V ausiliario essere ; per esempio^ a/i-
dare^ stare^ viifere^ correre. Montare e salire sono della
medesima categoria^ benché si dica montare un cavallo^
^salire una scala ; perciò che la preposizione sopra é sot-
tintesa^ e quindi cavallo e scala non rappresentano T og-
getto. Per non lasciare chi studia nell' incertezza, per ora
metteremo una forma di tempo composto a ciascun ver-
bo degli irregolari* I verbi dormire^ desinare^ cenare^ e
allri, sono eccettuati dalla regola aopra citata, e doman-
dano asfere^ benché non comportino oggetto. Tutti i ver-
bi altresì nei quali la medesima persona rappresenta V a-
gente e V oggetto , vale a dire V agente opera sopra se
medesimo , come addormentarsi , dolersi , sconciarsi ,
pentirsi % senza eccezione , si debboo coniugare con e^-
sere. Vi sono delle altre osservazioni molto piìì estese
sopra questo soggetto « che si troveranno nel capitolo
de* Participi .
VERBI IRREGOLARI CHE TERMINANO IN are.
I tempi e i modi essendo posti nel medesimo or-
dine dei verbi regolari, lo studioso li potrà distinguere
dalla loro terminazione « senza che sia apposto il nome
a ciascuno. I modi, i tempi, e le persone che manca-
no sono regolari, e alcune di queste sono segnate con linea»
«7
ANDARE
Vo o vado, vai, va, — , — , vanno. Andrò o ande-
rò, etc Andrei o anderei, etc. Va, vada, — , — , vadano*
Che vada, etc. (i). Sono andato, etc.
DARE
Do, dai, dà, — , — , danno. Diedi o detli, desti ^
diede o dette , demmo , deste , diedero o dettero (2) •
Darò. Darei» Dà , dia o dea , — ^ — , diano o dièno. Che
dia. Che dessi. Ho. dato.
FARE
Facendo. Fatto. Fo o faccio, fai, fa, facciamo, — ,
fanno. Faceva (3). Feci, facesti, fece, facemmo, faceste,
fecero. Farò. Farei. Fa, faccia, facciamo, — , facciano.
Che faccia. Che facessi. Ho fatto.
STARB
Sto, stai, sta, — , — ^, stanno. Stetti, stesti, stette,
stemmo, steste, stettero. Starò . Starei • Sta , stia o
stea, — y — , stiano. Che stia. Che stessi (4)- Sono stato.
DELLA TERMINAZIONE IN ere
I verbi del tutto regolari della coniugazione in ere
essendo in piccol numero, daremo prima uno elenco di
quelli, perchè si possan vedere in un batter d* occhio.
(i) La prima persona e la terza del plurale presente congìuntiyo sono
iOBpre egoaU aUe medesime àeìV imperatÌTO 3 la seconda si forma dalia
pfinu mutando ituno in iate.
(s) Anche dier : Diér de* remi in aequa» B. £ in poesia dierno» 1 com-
poiti riandare, trasandare, son regolari .
(3) V* é anche Jèa per faceva^ e faeèn^ in Dante , per facevano: Ahi co-
■V faein lor levar le herze ! V* è fero, poet., per fecero .
(4) Generalmente e Toscani e Romani dicono andiedi o andeUi per a/t-
<^<, dossi per dessi, stassi, per stessi-^ e alcuni siiedi per sutti, vai per fo,
3*
i8
VERBI aVGOLARI CHE TBRniillAlfO IN EHE
Battere, (i) Godere.
Capere, (a) Mietere*
Cedere. (3) Mescere»
Credere.
Empiere^
Pascere.
Pendere*
fendere. (4) Perdere. (5)
Fremere. Prescindere.
Gemere* Procedere*
Rendere.
Ricevere.
Resistere.
Riflettere*
Ripetere.
Scernere*
Spremere*
Stridere.
Saccumbere.
Suggere.
Temere.
Tendere.
Spandere. (6) Vendere.
Splendere.
I verbi assistere « consistere , esistere^ e resistere^
hanno il participio passato irregolare, cioè assistito etc.
I verbi nascere^ scemere^ ^lendere^ stridere , succum-'
here^ suggere^ non haono participio passato.
VERBI TERailNAim IN ERE
GRE HANNO PIÙ* IRREGOLARITÀ*
Dovere. Rimanere* Tenere*
Nuocere. Sapere. Togliere.
Parere. Scegliere. Trarre*
Gondurre*
Bevere.
Cadere^
$tai per $ta. Noto qnesti bratti errori acciò cbe se ne guardi oo« e altri
noo si lasci indurre dall* autorità del luogo a credere che tutto quivi sia
perCeaione* Ho sentito alcun moderno de* buoni usar $ia$$i per stessi, ma
non trovo con che approyarlo. Contrastare e sovrastare sono regolare
(i) Tutti i composti di questi verbi e di una preposizione, come abbat'
tere , combattere, appendere, dipendere, sono regolari.
(a) It congiuntivo presente é irregolare, e fa coppia: Io son contento
che cosi ti cappia nelC animo. B«
(3) Cedere e concedere hanno anche cessi, concessi e concesso,
(4) Offendere e difendere sono irregolari nel preterito e nei participio .
come gli altri verbi in nderi,
(5) perdere e disperdere hanno il preterito e il participio irregolari .
(6) Spandere ia spanto nel participio : Stomacò sopra tutto la casa in
pia%%a , parata a festa , lo spanto convito a porte spalancate , e corte
bandita • Dav.
1
«9
Chiedere* Piacere. Sedere. Valere.
Dire» Porre. Svellere* Vedere*
DolersL Potere. Tacere» Volere.
Le irregolarità di questi verbi si daranno qui ap-
presso. Ora, lo studioso che abbia bisogno di vedere se
UD verbo sia regolare * o irregolare , lo potrà immanti-
Dente sapere % scorse che abbia le due tavole soprappo-
s(e. Se non lo trova in quelle, ne dedurrà che sia uno
de* seguenti aventi il preterito perfetto solo e il par-
ticipio passato irregolare.
VSEBl IN EHJS AVENTI 1I« PRETERITO PERFETTO
S IL PARTICIPIO IRREGOLARE.
Infinito* preterito Perfetto.
Participio.
Ter
cere, (i)
tor
si»
' tor
to.
Acce
ndere.
acce
si.
acce
so.
Ucci
dere, (2)
ucci
si,
ucci
80*
L
eggere.
1
essi.
1
etto.
DUtr
uggere,
distr
ussi.
distr
ntto*
Fri
ggere.
fri
ssi.
fri
tto.
Spi
ngere.
spi
nsi.
spi
nto.
Accor
gere.
accor
si,
accor
to*
Co
gUere,
co
Isi,
co
Ito.
Spe
gnere,
spe
usi,
spe
ntp*
Distia
guere.
dìstin
si.
distin
to.
£sp
ellere^
esp
ulsi.
esp
ulso.
Pr
emere.
pr
essi.
pr
esso.
Espr
imere»
espr
essi.
espr
esso.
Pres
umere.
pres
unsi.
pres
unto.
(1) Rilucere non ba participio*
(2) Sion approvo il conchiug^ono del Monti e del Giordani
ao
R
ompere.
r
uppi,
r
otto.
Goao
scere.
cono
bbi,
cono
sciuto.
M
attere,
m
■ •
ISI,
m
esso.
Scr
ivere,
scr
issi,
scr
itto.
Asso
Ivere,
asso
Isiy
asso
Ito.
Cor
rere.
cor
«f
cor
so.
Discu
tere,
discu
ssi,
discu
sso.
Pere
uotere,
pere
ossi.
pere
osso.
Cornai
uovere,
comm
ossi.
comm
osso.
Assolvere fa anche assoluto nel participio; e pre^
merCf premei^ premuto. Il Davanzati ha risohei^ regolare.
Ho divise queste teroiinazioni dal loro principio ,
perciò che non solo i suddetti verbi , ma tutti quelli
ancora che hanno la terminazione eguale ad una delle
contenute nella sopra esposta tavola formano similmen-
te il perfetto e il participio; per esempio intendere ter-
minando in ndere come accendere^ per trovare il per-
fetto e il participio passato si cambierà ndere in si e
in so^ e ne riuscirà intesi^ inteso. Vi sono degli eccet-*
tuati, e sono i seguenti.
ECCEZIONI
Preterito perfetto. Participio passato.
Infinito.
Cuocere,
Fondere,
Nascondere,
Stringere,
Dirigere,
Esigere,
Negligere,
Mergere,
cossi,
fusi,
nascosi,
strinsi,
diressi,
esigei,
neglessi,
mersi.
cotto»
fuso o fonduto.
nascoso o nascosto»
stretto*
diretto.
esatto.
negletto.
merso.
-7»
ai
Nascere,
nacquU
nato.
Flettere,
flessi.
flesso.
Vi?ere,
vissi,
vissuto o vivuto.
Solvere,
solvei,
soluto*
Trovata che sia per le esposte tavole, e dalla ter-
minazione del verbo, la prima persona del preterito per-
fetto, si forma la terza mutando Vi finale della prima
io e , e la sesta dalla terza aggiungendovi ro* La se-
conda persona del singolare, la prima e la seconda del
plurale, son sempre regolari, e si formano mutando la
finale re dell* infinito in sti^ mmo. ste.
X s E u p I o.
Tor si. Torce mmo.
Torcere. Torce stì. Torce ste,
Tors e, Torse ro»
Quando un verbo ò contratto , come conducere in
condurre^ le tre persone regolari si debbono estrarre
dalla forma primitiva originale. Di questo numero so-
no porre^ bere^ dire^ corre^ sciorrè^ trarre^ sincopati di
ponere, beperef dicere^ cogliere.^ sóiogliere^ traere.
In un verbo che contenga la sillaba no, quando
r accento passa a una vocale seguente , si deve trarne
Tu, il quale , per principio d* ortografia e d' armonia ,
non può stare unito ali* o , se non quando V accento vi
cade ; il che avviene solamente in quattro persone dei
tempi presenti* G>sl da muoifere sì fa nuUM) , muoui ,
muope, mosfiamo^ movete^ e non muoviamo^ muo^te^ co-
me malamente si scrive da tutti senza distinzione, scrit-
tori e non scrittori, letterati e non letterati , e stampa-*
tori. Non solamente i. verbi, ma ogni altra parola va
22
soggetta a tale modificazione ; così da tuoiio si dice io-'
nare e non tuonare ^ da nuow^ ncMimente^ da buono ,
bonamente^ Il Per t icari nel suo trattato del Trecento
dice dovremo quindi scuoprire queste male radici « in
vece di scoprire • Il Bartoli mi va a spolverare i testi
antichi per provare che si possa scrivere suonato^ brie^
dissimo e gielo ; ma come ho già detto 9 in ^anto a
ortografia, tutti ci accordiamo alla - moderna •
Come ho di già consigliato « intendo che Io sta-
diante scriva in intero tutti i seguenti verbi irregolari
con lo aiuto delle sottoposte regole { il che lo rafiferme-
rà nella scienza de^ verbi, e gli terrà la noia d* aver a
leggere e rileggere volumi sopra tal materia, senza per-
ciò poterne trarre alcuna teorica. Abbiam già veduto che
la maggior parte de^ verbi in ere non hanno più che
due forme irregolari , le quali si posson trovare, in un
batter d* occhio. Le iftegolarilà di quelli che rimangono
si riducono a pochissime* semplificandole come segue.
La seconda persona singolare del presente indica-
tivo è quasi sempre regolare, e la terza similmente; ma
se la seconda è irregolare , la terza, si forma da questa
mutando V i in e ^ conduci « conduce^ La seconda del
plurale è sempre regolare , e si prende dall' infinito; il
quale se è contratto , tal persona si trae dalla parola
originale, come condùcete da conducere. La terza per*
sona del plurale si ottiene aggiungendo no alla prima
del singolare ; conduco , conducono. La prima persona
plurale delP imperativo e del presente congiuntivo è sem-
pre eguale alla corrispondente deir indicativo; conduciu'
mo. Questi e il perfetto sono i modi e i tempi che
23
T8D più sottoposti a irregoIaritSi • La seconda plurale
idV imperativo è pur sempre regolare ; conducete. Le
tre prime persone del presente congiuntivo sono, sen-
za eccezione, eguali alla* terza dell* imperativo; condii^
ca\ la seconda ha due forme, conduchi e conduca^ (Que-
sta è più Dsata* La seconda plurale del presente con-
gmalivo si forma dalla prima mutando iamo in late ;
conduciamOf conduciate. Lk terza plurale dell* impera-
tivo e del presente congiuntivo si toglie dalla terza del
siogolare, aggiungendovi rao; conduca^ conducano^ Se il
perfetto è irregolare, data la prima, le altre si otten-*
gOQo per la regola già posta al verbo torcere.
Con queste regole, si come io ho già esperimen-
tatOf si possono far imparare i verbi anche ai fanciul-
li , facendogli loro scrivere due o tre o anche quattro
Tolte, più tosto che travagliar loro il cervello con l'im-
parare a memoria; il che, come io dissi nella introdu-*
zionet nuoce allo sviluppo della fSaicoltà intellettiva.
verbi che hanno piu^ irregolarità^
già' nominati a carte 18.
coiroiniBE sincope (i) di conducere.
Gondocendo* Condotto. Conduco « etc. Conduce-
va, etc. Condussi, etc. Condurrò, etc. Condurrei. Con-
duci, conduca. Che- conducessi» Ho condotto.
BKVERK O B£RB
Questo verbo è regolare; ma si può dire egual-
mente bevo o beo^ etc. bevei^a o beesHi ; beverò o
(i) Sincope^ dal greco tof^lio e con vuol diie, pace a me» trar fuori ona
0 più siUabe, e poi rimetUr le altre insieme»
a4
berò ; belerei , berci o berrei. Il perfetto ha tre ma-
niere, bevei^ beliti o bewi. Ho bewto o beuta*
GAOXRE
Caddi. Caderò o cadrò. Gaderei o cadrei* Sono
caduto*
CBIBDXRE
Chiesto* Chiedo o chieggo, Chiedi, etc. Chiesi o
chiede!. Chieda o chiegga. Ho chiesto.
DiBB sincope di dicers
Dicendo* Detto. Dico, dici o di\ dice, diciamo, di-
te — » Diceva. Dissi* Dirò. Direi. Di*, dica* Che di-
cessi. Ho 'detto.
noLXRSI
Mi dolgo o doglio, ti duoli, si duole, ci doglia-
mo, vi dolete, si dolgono* Mi dolsi* Mi dorrò. Mi dor-
rei. Duoli ti o duolti, dolgasi o dogliasi , dogliamoci t
doletevi, dolgansi. Mi son doluto»
DOVKRB
Debbo, devo o deggio, debbi, devi o dei, deb-
be , deve o dee, dobbiamo, — , debbono, deggiono, de-
vono o deono* Dovrò* Dovrei. Che debba o deggia.
Ho dovuto, (i)
NUOCERE (a)
Nociuto. Nuoco o noccio, nuoci, — , nocciamo, — , — •
Nocqui. Nuoci, noccia o nuoccia* Ho nociuto*
PARERE
Parato o parso. Paio , pari , — , paiamo , — , — •
Parvi. Parrò. Parrei* Pari, paia. Son paruto*
(i) V*é ehi vorrebbe escludere devi e deve dalla prosa, io non so perché,
(a) Vedi 1* ossenrazione al verbo muovere , a carte ai.
25
PIACERE
Piaciuto* Piaccio « piaci « — 9 piacciamo , — , — •
Piacqui. Piaci 9 piaccia. Son piaciuto. Il verbo giacere
ha le stesse irregolarità.
P0RR£ sincope di pon£re
Ponendo. Posto. Pongo, poni ,-*- poniamo, pone«
te, — . Poneva. Posi. Porrò. Porrei. Poni , ponga. Po-
nessi. Ho posto.
POTERE
I participj son regolari , ma si trova anche pos'^
sendo. E non possendo la sua possibilità sostenere le
spese. B. Posso , puoi , può , possiamo, — 9 — . Potrò.
Potrei. Che possa. Ho potuto.
RIMANERE
Rimaso o rimasto. Rimango, rimani, rimane, etc.
Rioiasì* Rimarrò. Rimarrei. Rimani, rimanga. Sono rimaso.
SAPERE
So, saiy sa, sappiamo, —, sanno. Seppi. Saprò* Sa-
prei Sappi, sappia,—*, sappiate, (i) — • Ho saputo.
SCERRE O SCEGLIERE
Scelto. Scelgo o sceglio, scegli. Scelsi. • Scegli, sce-
sKa 0 scelga. Ho scelto.
SEDERE
Siedo, seggo o seggio, siedi, —, sediamo o seggia-
(0 Verwnente V imperatiTO di questo yerbo, come queUo d* ai^rt, altro
BOB è che un presente del congiuntiro» al 'quale si sottintende voglio che-j
PCK^ il sapere o 1* ayere una cosa non si può costrìngere in altrui , ma
dipende dal volere di colui che parla • Questa é la ragione perché li due
accennati Terbi escono dalla regola generale, e non hanno la seconda delio
^pentirò eguale a quella del presente indicatifo .
4
L
a6
mot ~« *-*• Siedi 9 sieda 9 segga o seggia* Sono eedutc*
Possedere si forma sopra sedere^ ma non ha passeggio
né passeggiamo i e il tempo composto è ho posseduto.
aYELLERB
Svelto. Svelgo o svelto, svelli. Svelsi. Svelli , svella
o svelga. Ho svelto.
TACERS
Taciuto. Taccio , taci , — tacciamo, — , — • Tacqui
o tacetti. (i) Taci, taccia. Mi son taciuto.
TEVERE
Tengo 9 tieni , —, teniamo, — , — , Tenni. Terrà.
Terrei. Tieni, tenga. Ho tenuto.
TOGLIERE
Tolto. Toglio o tolgo, togli, etc. Tolsi. Toglierò o
torrò. Toglierei o torrei. Togli, tolga o teglia. Ho tol-
to. Queste doppie forme le hanno tutti i verbi che fi-
niscono in agliere.
TRARRE O TRARRE
Traendo. Tratto. Traggo, trai, — , traiamo o trag-
giamo , traete , — . Traeva. Trassi. Trarrò. Trarrei.
Trai , tragga. Traessi. Ho tratto.
Nota che qualunque verbo abbia la radice di al-
cuno di questi, va soggetto alle medesime varietà; cosi
contrarre e sottrarre si formano da trarre^ indurre e
produrre da condurre ; accadere da cadere ; disdire ,
interdire da dire ; apparere da parere ; frapporre , ap^
porre^ imporre da porre.
(1) Domandommi consiglio ed io tacetti» D.
i
i
I
37
VALERE
Valgo o vaglio, vali , — , vagliamo, — , — . Valsi.
Varruj Varrei. Vali, valga o vaglia. Sod valuto*
VEDERE
Vedo, veggo o veggio, vedi, — , vediamo o veg-
giamo, — , — . Vidù Vedrò. Vedrei. Vedi o ve', veda,
v^gg^f o veggia« Ho veduto.
VOLERE
Voglio o vo', vuoi, vuole, vogliamo, — ^ vogliono
0 vooQO. (i) Volli, (a) Vorrò. Vorrei. Che voglia. Ho
?olulo.
DELLA TERMINAZIONE IN ire
Questi verbi , fuor che sei che daremo qui ap-
presso , si coniugano tutti come il verbo unire che se-
gue , il quale è irregolare nei tempi presenti solamen-
te; ma siccome i regolari sono pochi , metteremo pri-
ma sott' occhio questi.
1 verbi regolari in ire sono i seguenti, e' loro composti.
Aprire. Fuggire. Servire.
Aryertìre* Mentire. (3) Sentire.
Bollire. Partire. Tossire.
Convertire. Pentire. (4) Vestire.
Dormire.
(i) Mtrì Bono ti lenti e si pigri che 9i tn>nno gli sproni • Bart.
(0 False ne fa oso il DaTtozatì • ma mi par da fiiggite pet lo senso
(3) V* é anche mentisco : E t innocente danniamo che mentisce per
Xilolo. Dar. Bla, mento ^ menti , più usato.
(4) Pentere è pure usato: Tito , uedendo questo » vinto da vergogna si
^lU pentere : La fortuna quasi pentuta della subita ingiuria /aita a
Cissone • . • B.
:28
Aprire^ coprire^ e scoprire^ fanno al perfetto aprii
e a^ersif coprii e copersi etc. La seconda forma è mi-
gliore. Il participio passato è aperto , coperto ^ e sco--
perto. Concepire fa concepito e conceputo.
Dunque , fuor che questi pochi e* loro composti y
come consentire di con e sentire ^ e li sei verbi che
hanno irregolarità diverse, posti qui sotto, appresso unire^
tutti gli altri che terminano in ire sono coniugati co-
me il seguente.
UNIRE
UniscOf unisci , unisce , uniamo , unite , uniscono.
Unisci, unisca, etc. Che unisca, etc. Le stesse regole si
osservano per questi verbi , che si sono stabilite per
quelli in ere»
Apparire ha le due forme apparisci e appari^ ap^
parisce e dopare , appariscono e appaiono. Il preteri-
to, apparvi , e cosi comparvi e dispariti* Ne sono alcu-
ni, come abborrirCf che hanno tutte le persone di dop-
pia forma, cioè abborrisco e ahhorro ; abborrisci e ab»
borri , etc. Sofferire o soffrire fa sofferisco , sofferò o
soffro^ soffersi^ sofferii o soffrii^ sofferto.
VERBI DELLA CONIUGAZIONE IN ire CHE HANNO
DIVERSE IRREGOLARITÀ^
aroRiRE
Morto. Muoio, muori, — , moiamo, —, — , Mor-
rò. Morrei. Muori, muoia. Sono morto.
SALIRE
Salgo, sali, —, sagliamo, —, — • Salj,salga. Son salilo*
J
T^
^9
SEGUIU
Segno o sieguo « segui o siegui^ — , seguiamo, *-^,
— • Segui o siegui^ segua o siegua* Ho seguito.
UDIRE
Odot odif — , udiamo* — i — *• Odi, oda. Ho udito.
uscias
Esco 9 esci« —9 usdamot — 9 — • Esci 9 esca. Sono
tiscito. (l)
TENIRK
Venuto. Vengo, vieni, —9 etc. Venni* Verri* Ver-
rei. Vienit venga* Son venuto*
VEBBI DIFETTITI
GIBB
Le forme non ^ì poste questi verbi non V hanno*
Gito. Gite. Giva o già, givi. etc. Gisli, gì 0 gìo9
giaunoy giste, girono* GirÒ9 giraj9 eto* Girei, etc. Gite.
Che gissi etc* (2)
(i) ValU cui scuole ESCf toMttorc delia Gerusalemme; Qui SSClRBBBERO
ferole indegne della grauità delle nostre questioni, dice il Perticar!, in
luogo di usci e uscirebbero, il che mi par Sostare le forme de>erbi come
^U dice (arsi per li Fiorentini .
(1) Se» come dice il Monti nella Proposta (al verbo gire) questo yer-
bo, cosi come emdare, ai potesse usare nel senso di morire, ogni qnal Tol-
ta ti dicesse ad alcuno , con ira , gite o andate , ei si potrebbe credere
dw si volesse mandare ali* altro mondo. Il Boccaccio dice : ^ceio che, mo^
ftndo io , vedendo il viso suo , ne possa andar consolato j e il Monti
vvote che si chiosi possa morir» Ma chi non intenderà qui nel suo vero
scuso andar per andarne da questo mondo ì Dante Pnrg. Ben faranno i
f^en , quando il demanio lor sen gira : E qui ancora ha ' ellissi della
pvole ila questo mondo. Onde si vede che solamente per le circostanae che
ti accennano ai può in questi due casi sostituire morire a gire e andare f
■* il nettere nel vocabolario che gire sì usi per morire , sarebbe un vo-
ler tornare alle tenebre donde egli cerca di Carne uscire» Voglio dire che al-
ito è uni espressione ellittica» e altro una metafora ; che noti si hanno a
V
3o
IRB
Ito. Ite* Iva (egli), ivano. Iremo, irete, iranno.
Ite. È .ito.
RIEDBRS
Riedi, riede, riedono. Rìedì, rieda, riedano.
OLIRS
Olite. Oliva, olivi, oliva , olivamo, olivate, olivano.
CALERE
Mi cale, ti cale, gli cale, ci cale , vi cale , loro
cale. Mi caleva, ti caleva etc. Mi calse , ti calse eie.
Non ti caglia, non vi caglia.
XSERGERE
Esercendo. Esercì, eserce, eserciamo, esercete.
Eserceva, eie. È buono in tutte quelle forme ove sia-
no le sillabe ce o ci'^ ma non dove sono co^ ca^ o cu.
SOLERE
Solendo. Solito. Soglio, suoli, suole, sogliamo, so-
lete, sogliono. Soleva, etc. Fui solito, etc. Che soglia, etc.
Le forme adoperate dal Macchiavello, arebbero per
avrebbero 9 sentii per sentiate , eri per eravate^ etc. 1
son cadute ; e quantunque egli abbia scritto egregia*
mente per lo stile e. per le idee , gli errori fioren-
tini che usa nei verbi non sono della lingua tosca-
na, non ne avendo fatto uso il Boccaccio; e tocca a
confondere Tana con T altra; perciò che perire , il qual rerbo, per latina
origine , significa cadere , usato per morire essendo proprio metaforico , in
qualuncpie modo » e tempo, e persona si usi, sèmpre consenrerà la medesima
forza, senza aggiungere circostanza alcuna: peri, perirem, perirebbero, periì-e,
e finalmente spegnere per uccidere; il che non ay viene degU altri due ver-
bL Di questa distiniione mi occorrerà parlarne più lungamente altroye , per
distruggere altri errori.
r
<•
j
!
3i
chi pubblica le sue opere a farne avvertito cbi legge.'
Se io avessi a dare una edizione del Macchia vello, ter-
rei via tutti quegli errori, come si ò fatto di tanti al-
tri d^ ortografia e anche di sintassi sparsi nelle antiche
scritture ; che nessuno dubiterà , se la lingua dal Trecen*
to io qua è venuta perdendo nello stile , aver guada-*
goata r ortografia quasi interamente , e questa si pò*-
trebbd ridurre alla perfezione, se da tutti si volesse
coDvenire in nna^ sola e ragionevole.
GAP- !¥•
D E L N O M E.
Nel dare la definizione de* vocaboli , io non mi
esfenderò se non tanto « quanto sarà necessario a far
ioteadere la parola tecnica (i); perciò che sebbene io
dica di trattare le cose filosoficamente , io non inten-^
ào oltrepassare i limiti della filosofia grammaticale ; co-
me sarebbe* a mio parere, il voler far qui una disser-
tazione per mostrare come il nome abbia avuto origine ;
e tante altre cose che si potrebbero dire sopra questo
soggetto t spettanti ad altra scienza . Nomi <si chiama-
no quelle parole che si appotigono alle cose per distin-
Soerle V una dall* altra* come pietra^ i^g^o^ acqua ^ ter^
ra; i quali si chiamano nomi fisici cioè naturali^ per-
ei} Forse dal greco iecnon , lavoratore in qualche arte j per termine
dtlt «TU.
3a
chò 8on cose ìd natura reali^ che si vedona e /i toc-*
cano; pensiero^ ragione^ hene^ male^ si dicono nomi n^-
tafisidy cioè secotido natura % perciò che rappresentano
cose ideali, immaginate ad esempio delle cose naturali
e reali ^ ora parleremo della differenza del nome ri-
spetto al genere.
D£L GENERE DEL NOME
Genere , dal latino genus , significa razza t quali--
tà ; ma siccome .il genere è divisibile in più specie
di generi, non avendo noi a parlare altro che del ge-
nere del nome, vi ho per ciò apposto una tal deno-^
minazione* Due sono i generi del nome , mascolino e
femminino , formati da maschio e femmina. Del ma-
scolino è r uomo, tutti gli animali di maschio genere,
e tutte quelle cose alle quali , forse per la loro desi-
nenza, à attribuita la maschia qualità ; del femminino
è la donna , . tutti gli animali femmine , e tutte quelle
cose alle quali fu apposta V idea femminina* La ragio-
ne basta a distinguere il genere degli animali , benché
in alcuni V uso sia stato capriccioso nello applicare il
genere; ma non quello delle cose; ci accingeremo quin-
di a determinar questo, e a sottometterlo in quanto si
può a regole generali.
Perchè poi V uso abbia voluto attribuire a certe
cose r idea mascolina e ad altre la femminina nulla
rileverebbe investigarlo ; basti il dire che coloro che
immaginarono la distinzione del genere deir uomo
e della donna , del maschio e della femmina, essendo
lor paruto conveniente , per la similitudine della ter-
minazione de* nomi delle cose con la terminazione dei
_. i
33
*
nomi degli animali , il fare tina differenza anche di
questi ^ la fecero di qaelli che si rassomigliavano nella
desinenza ; e quindi venne la necessità di distingaere an-
che tntti quei nomi la desinenza de' quali non rispon^
deva alla generalità* E ciò fecero senza alcuna altra in"*
teozione ragionata, poiché due nomi esprimenti la stes-
sa cosa, come pietra e sasso , sono di diverso genere*
DKL MASCOLlirO SONO 1 VOBl SXGUKKTU
Tutti quelli che finiscono
I. in o, eccetto mano.
a. in me, eccetto arme^ fame% speme.
3. — re, eccetto febbre^ pohere^ torre^ scure,
4» — nte^ eccetto gerite^ lenie^ menie^ semente.
DZh FEMMlNinO SONO I SEGUENTI
Tutti quelli che finiscono
i« in a, eccetto papa ^ anatema^ poema ^tema^ pianeta^
e lotti i derivati dal Greco ; a guisa de* quali sono al-
cuni nomi di nazioni e di famiglie j come uno Scita ,
un Moscovita^ uno Israelita^ uno Arsacìda.
a. in I, eccetto abbiccì^ barbagianni^ di^ e* suoi com-
posti, laneiù^ martedì^ etc«; brindisi^ eclissi, diesis amr-
bassi.
3. in tt, eccetto Cor fa ^ Perà^ ragà^ mm^ qualità
d* erba.
Abbiamo veduto che quelli che terminano in me t
re , nte , sono del mascolino ; quando V e finale è pre*
ceduta da altra consonante , T uso varia, e vuoisi ri-
correre al vocabolario. Tutti i nomi che finiscono in
ione, come afflizione^ considerazione^ tranne gli au men-
ativi , e in Udine , come mansuetudine^ consuetudine ,
4*
34
sono femmtniai. Le lettere dell* alfabeto sono alcuni
che le dividono parte in mascoline, e parte in femmi-
nine; ma poiché^ sottintendendo la voce lettera^ sì pos-
sono fare tutte del genere femminino , io ho più caro
considerarle tutte tali, per essere alquanto arbitraria la
divisione di esse in due generi, (i)
NOMI DI AlUBEDUB 1 GENIBl
Aere], arbore, trave, carcere, serpe, cenere ( il
plurale di carcere e cenere è solo feamiinino ) fine, fol-
gore« fonte, fronte, ( fem. in prosa, di due generi in poe-
sia ), Genesi, margine cicatrice^ noce frutto è fem* ,
noce pianta^ mas., oste albergatore mas», oste esercito
fem. , tema argomento mas», tema paura fem. , greggia ,
fem., gregge^ mas. gregge e greggi flav. fem«
U nome si distingue anche in due numeri, in sin-
golare e in plurale, come segue.
DEL KUMERO DEL NOME.
La parola numero propriamente si applica alle vo-
ci unOf due^ tre^ etc; ma per essere questi numeri de-
terminati, avendo Y uomo bisogno di nominare una cosa
ora nella sua unità, e ora in pluralità, senza numero
determinato , fece la divisione del nome in due nume-
ri indeterminati , chiamando singolare il primo, che pro-
cede dal latino singulus^ uno , unico; e plurale il secon-
do, similmente dal latino plures^ più, cioè più di uno.
(i) E se* io non distinguo i due sessi, mi scusi ilBartoli ove dice: », Uà
di questi, uomo sottilissimo nel notomizzare le lettere, talché giunse a tro-
vare il sesso e a distinguere nell^ J^ 0/ t et, i maschi dalle femmine » ne
ha scritte cose mirabili • „
35
Il plarale si forma dal singolare col mutare V ul-
tima Tocale, per esempio.
FORMAZlOlfB DEL PLURALE DE* NOMI MASCOLINI
jRegola generale. Singolare.
Profeta^
Padre,
Uccelloy
Premio,
Pendìo,
Cerchio,
Consiglio,
Staccio,
Faggio,
Mugnaio,
Duca,
Cieco,
Luogo,
In qualunque vocale finiscano i nomi mascolini, il
loro plurale si forma sempre col mutare V ultima vocale
io I, con qualche altra modificazione come sono per
dimostrare. Vi sono dei nomi irregolari , come uomo ,
il cui plurale è uomini i Dio fa Dei ; bue , buoi . Re
DOD muta nel plurale*
I nomi che terminano in io non preceduto da e, g^
gf/,0 a, debbono avere nel plurale due ii o una y ; che
non senza cagione si trova 1* i nel singolare; e se quelli,
che hanno la terminazione in o senza precedente i ,
matan V o in i per lo plurale , ragionevolmente quelli
in io debbono avere nel plurale^ due ii o j. Sono dun-
fie molto da biasiipare coloro che si son messi a fro-
a simnti io
e
1*
0
!•
io
j-
io
]i.
chio
chi.
glio
gii.
ciò
ci.
gio
gi-
aio
ai.
ca
chi*
co
chi.
go
ghi.
Plurale.
profeti,
padri,
uccelli,
premj.
pendìi»
cerchi,
consigli,
stacci.
faggi,
mugnai.
duchi,
ciechi,
luoghi.
36
dare questo suono alla lingua italiana, scrivendo \Hiri ,
temerari^ necessari^ asversari^ in luogo di iHirJ t teme^
rarj , avversar] ^ o s^rii etc Quantunque Dante abbia
detto wuri e avK^rsari^ non si dee prendere in questo
r autorità dei poeti, e principalmente quando usan cosi
fatte forme per amor della rima. Come che queste cose
possan parer triviali , bisogna non ostante fissarle an-*
eh* es&e una volta , acciò che ogni cosa concorra alla
precisione ; e forza è che , chi scrive in questa mate-
ria 9 dica in ogni cosa è o non è , come io intendo di
fare da un capo air altro di questo mio lavoro, a fia
che non faccia vacillare chi gli tien dietro* Se sarò
trascorso venga chi dica meglio e con migliori ragio-
ni, e io son disposto a ravvedermi de* aiiei errori. Yi
sono inoltre dei nomi che formerebbero equivoco , non
distinguendoli nel plurale per la loro propria termina-
zione, come sono consetvatore e giudice^ il plorale de* qua-
li è conservatori con i* o stretta, e giudici con T accen-
to su r u; e conservatorìa e giudicio^ che fanno consenta*
torj con Va larga, e gituUcj con V accento in su Vi. Augu^
re e augurio^ con diverso accento, fanno auguri e augurj.
I nomi che terminano in g/ib, cio^ gio^ si fanno
plurali col togliere Y ultima vocale; non essendo po-
sta r I nel singolare per altro che per ammollire il
suono di quelle sillabe ; il qua] suono si conserva pa«
re nel plurale con una sola i. La terminazione chio
segue r istessa regola di queste tre , quantunque , per
quel che abbiamo detto sopra , sarebbe più ragione-
vole fare il plurale in chjo chii^ ma quando T accen-
to fosse sopra Vi della desinenza come in rarrmuirickìo^
37
siropicéhf il plurale vorrebbe due ii» Di quelli che
tenninano io ciò ye ne sono di due aorti; in alcuni
r i si sente distintamente , coaie in beneficio % officio (
e il plurale di questi finisce in ii o y ; beneficj\ officji
in altri V i e confusa * nella sillaba ciò ^ e pronunciata
arditamente ^ come in straccio e impaccio ; e il loro
plurale termina in ci,
I nomi che finiscono in co e in gOf aventi solo
due sillabe ^ vogliono un* h al plurale tra la e e 1* ì;
si eccettnano greco^ porcOf mago^ che fanno greci^ por'-
CI, wagi.
I nomi che terminano in co, composti di piÀ di
due sillabe I mutano co in chi quando questa sillaba
è preceduta da una consonante; si che Bergamasco fa
Bergamasdii ^ basilisco % basilischi ^ barbaresco ^ barbare^
schii ma Se detta sillaba d preceduta da vocale , la
finale co sì cambia in ci ; pubblico f pubblici ^ benefico^
benefici f maledico^ maledici^ ipocondriaco ^ ipocondria^
cL Si eccettuano i seguentif abaco^ antico f carico^ is^ri-'
cOf beccafico^ eunuco^ pudico^ rammarico^ fondaco^ ma*
fuco 9 i^aco , tri^co^ ubbriaco « e qualche altro « che
fanno abachif antichi^ carichi^ etc.
Quanto ai nomi terminanti in go di più di due
sillabe, essi hanno il plurale in ghi^ eccetto alcuni, co-
me asparago 9 teologo^ che fanno asparagi^ teologi •
Anche gli aggettivi « come si può vedere dagli e-
sempj addotti, sono compresi in queste regole.
a Si mi
Ita 10 e.
e
•
o
•
1.
eia
ce.
già
g«-
già
gle.
ca
che.
g«
ghe.
38
FORMAZIONC Dn PLITRALK Dfi* NOMI FSMMIIfilrf
Hegola generale. Singolare. Plurale.
Bevandai bevande*
Madre, madri.
Mano, mani.
Faccia, facce.
Spiaggia, spiagge.
Bugìa, bugìe.
Arca, arche.
Lega, leghe.
I nomi femminini che terminano in a, mutano
questa vocale in e; quelli che terminano in e o in o
hanno il plurale in i. Le finali eia e già ai mutano in
ce e gè, fuor che quando T accento sia in su la pe«*
Bttltima , come in bugìa ; nel quale nome vuoisi con-
servare 1* I al plorale, perchè gì vi sta qual sillaba di-
sgiunta dair^, mentre che nel primo caso non serve
se non a modificare le lettere ca e ga. Quelli che ter-
minano in ca e in ga , si cambiano in che e in ghe
senza eccezione.
TZaXlVAZIONI mVARlABlLl
Singolare. Plurale. Singolare. Plurale.
Carità, carità. Virtii, Virtù.
Pie, pie. Specie, specie.
Crisi, crisi.
Tutti i nomi terminanti in vocale accentata sono
invariabili , per questa ragione , che dalle parole i^irtu^
te ^ caritate^ bontade^ come si usavano anticamente, le
quali fanno nel plurale ^irtuti^ caritati^ bontadi^ essen«
do stata tolta T ultima sillaba, vengono ad esser simili
39
oel singolare e nel plurale. I nomi femminiai che fini-
scono in I e in ie sono pare invariabili , eccetto mo-
g//e che fa mogli. Settanta anni fa morirò ; e pur son
lasciate riconoscere le loro ErriciE. Questi saranno i
miei tempj negli animi sH)Stri^ questi V effìgie hellissi^
me. Da?» Onde si vede che effigie non muta • li Da-
Tanzati fa uso spesso della desinenza in ade ; io nel lo-
do, e mi par bello il porne alcuna di quando in quan-
do : Queste son faisitadi sparse e aggrandite dagli ac*
cusatori; Quinci si può argomentare i paesi rozzi e sal^a^
tichi per la venuta de^ forestieri^ perdere la loro bea^
ia sempucitjìde ; Tanto gli eran crude giustiziere le
stesse sue sceleAitadi. Vi sono ancora terminazioni in
ora\ Dietro sale una selva con alte ramora. Dav. Chi
non userebbe ancora questo bel vocabolo in tal caso ,
io luogo di rami ! I Fiorentini dicono alle Camperà un
luogo fuori di Porta Romana. Così si dice le latora^ le
litora; ma con riserva.
Singolare.
Ciglio,
Braccio.
Labbro,
Membro,
Osso,
Ginocchio,
Grido,
nOMI DI DOPPIO PLURALE
Plurale.
cigli
bracci,
labbri,
membri,
ossi,
ginocchi.
ciglia.
braccia*
labbra.
membra.
ossa,
ginocchia.
grida.
gridi.
Questi e molti altri nomi che finiscono in o hanno
due terminaxioni nel plurale , in i e in a ; ma questa
nella maggior parte è più usata e migliore. Ne' seguenti
4o
due esempj del Boccaccio : Messo il capo per la bocca
del doglio f e oltre a questo P un de* bracci con tutta
la speUlai Cominciò a distendere Funo dei diti^ e ap^
presso la mano ; qui dico non si potrebbe usare la de*
sinensa in a senza fare un errore a cagione dell' uno che
segue i nomi bracci e diti . Membri in plurale si dice
in figurato , come membri d un parlamento» Quantun^
ifue i dolori a stretto torchio ci premano ad uno ad
uno le membra. BarL Questo esempio è degno di nota»
L' espressione ad uno ad uno è in mascolino , benché
saniti le membra in femminino ; perchò uno si riferisce
a membro mascolino. Cosi il singolare di questi nomi è
mascolino 9 e il plurale terminante in a è feauninino« I
nomi legno e frutto hanno nel plurale tre forme, legni^
legne^ legna ; frutti , frutte^ e frutta. La prima di /e*
gno è del figurato* come in legni per naw; la seconda
e la terza dinotan legna da bruciare. I nomi miglio e
paio fanno miglia e paia ; migliaio^ migliaia; centina--
io^ centinaia. Alcuni, per la natura della cosa che rap-
presentano, si usano solo nel singolare, come orgoglio^
pigrizia^ pazienza ; e altri solo in plurale, come noz^
ze molle. Le cose, che disegnan quelli che si usa-
no solo nel singolare non essendo divisibili in ispecie ,
ma pur nella quantità, non hanno per ciò bisogno di plu-
rale. I seguenti hanno due singolari e due plurali •
Singolare.
Plurale.
Singolare.
Plurale.
Arma,
arme.
Arme,
armi.
Canzona,
canzone.
Canzone,
canzoni.
Fronda,
fronde.
Fronde,
frondi.
Nuvolo,
nuvoli.
Nuvola,
nuvole.
Orecchio,
orecchi.
Orecchia,
orecchie.
f
4«
DKl DIVERSI ÓPFICJ CRB FA IL MOVE SCCOIIDO III LUOGO
CHB PRENDE NELLA PBOPOSIZiONE^
Vedi la definizione di questa parola a carte 5.
A beo comprendere il ragionamento della gramma-
tica egli è massimamente necessario ben intendere e sen-
tire la forza d*ogni Tocabolo del quale si fa uso nello
argomentare (i)» A me pare nom aver per anco usato
aleno termine grammaticale, che non T abbia accompa-
gnato della rispettiva definizione ; e se il lettore porrà
mente a ben distinguere si fatte parole» nulla gli parrà
oscuro; altrimenti a torto incolperebbe me d' essere nel
ragionare difficile o confuso. Per lo contrario non am-
metterò quei vocaboli che non hanno che fare con le
liDgoe moderne, sì come i casi^ i gerundj^ gli ablatwi t
le declinazioni n etc.; tutte parole che confondono la
mente di chi studia , perchè non si possono capire in
una lingua nella quale non hanno luogo (2).
(i) Il est da TCssort de la Grammaire de faire entendre la Teritable signifi-
calìon des moU, et en quel sena ila aont employéa dans le discoun. Da Marsais.
(3) Qid. in Teoc di nella quale non hanno luogo, nella prima edizione
•a crcra scritto nella quale non etiitono. Un letterato ni aTrerll questo es-
tere gallicismo; e infatti Tho anch^o riconosciuto per talej perché non mi
oeoorse mai di Tederlo in un classico^ e 1* idea è vecchia tanto, che non può
éa Inogo al direj aeeolgansi que* vocaboli che etprimono nuove idee i ne*
elaasici si troverà significata in dieci» in venti maniere, più belle della e-
fprcssione esittere^ onde io che V avea usata in pia luoghi, la tolsi via,
KBu che mi costasse il tempo d* un batter d* occhi il sostituirne un^altra.
(^csto dichìar» perché si vegga che non mancano mai i modi di dire, i va»
caboli italiani da sostituire a* gallicismi^ e che la espressione hanno luogo
fi» pia bella che esisiono è troppo per se manifesto. £ qui voglio rispon-
dere a va* altra obbiezione che mi si fa, che que* vocaboli che son tolti da|^
laiiao , come qaesto di esistere , non 9* avrebbero a chiamar gallicismi , e
5
4a
I nomi 81 dicono in latino aver casi , cioè caden"
ze diverse ; perchè , veramente ^ chi faceva T azione ,
colui che la sopportava, e quegli a cui era diretta, ave-
vano al nome cadenze diverse T una dall* altra , yt^ofer ,
pattern , patri ; ma in italiano , padre e sempre padre
il nome è ; dunque in italiano non sono casi. Qui noa
mi tratterrò troppo a lungo a dimostrare quanto siano
smarriti coloro che appiccicar vogliono alla lingua italiana
denominazioni particolari alla latina, e intelligibili solo
nella grammatica di quella ; nel Gap. XXIV. , a propo-
sito de* vocaboli attisH)^ passivo^ e neutro^ ne parlerò este-
samente. Intanto odasi come ragiona il Monti nella saa
Proposta intorno ai casi „ Quanto al Boccaccio è da
„ dirsi, essere antico vezzo della nostra lingua il gittar
o via, dopo il nome casa^ il segnacaso del genitivo ade-
«, rente a chi la casa appartiene, e sostituire al segna-
„ caso r articolo , o pure il pronome questo e quegli*
„ Ond' è che, in luogo di dire ex. gr. In casa del ma-
„ rito ^ in casa delV ay^ocato^ in casa di questi signo-
„ ri , dicesi: In casa il marito , in casa T as^ocato^ in
„ casa questi signori. Se poi ne' suddetti esemp] I* ^^'
„ ticolo il 0 il pronome questi sia nominativo o accu-
sativo il Gorticelli protesta di non saperlo, ed aggiun-
ge che poco monterebbe il definirlo . Monta però il
dire che, nel citato esempio del Boccaccio ( l' csem-
„ pio è; // buon uomo in casa cui morto era ), quel dub-
,« bio , qualunque siane 1* importanza , resta discioUo ;
1»
come tali non si possono rifiutare nella nostra lingua ; e dico, sìa purcj
che italiano egli può esser nel sei
bia a dir se non di cose animate*
che italiano egli pnò esser nel senso solo di aver vita^ e quindi non si
j *
43
,, perciò che il pronome cui non polendo di sua natura
„ mai essere nominativo, è forza che, nelle parole in casa
V cui mòrto era sia accusativo, i, Il Corticellì, dunque, pro-
testa di non sapere qual caso sia; e in ciò, senza accorger-
seae, vi s* appone. Il Monti che di forza ce lo vuol trova-
re, si confonde e si smarrisce; però che, che è dire : e^ non
potendo essere nominativo^ è forza che sia accusatiw ? se
non come : iSe tu non hai nome Pietro^ di necessità ti
chiami Paolo ! Quando si voglia trattare a gist, non v*è
anche il genitivo ? Come può essere accusativo, se v* è
sotiintesa la preposizione di ? Ma , le voci del , dello ,
come tosto vedremo , sMianno a chiamare, in italiano,
parole composte della preposizione di . e dell* articolo; e
non già segnacasi^ come le dice il Monti, vocabolo che
non significa nulla nulla* Quindi erroneo è altresì quql
ch'egli soggiunge che, in quegli esempj , ^/ sostituisca
r articolo al segnacaso , o il pronome questo e quegli
(che pur non son pronomi, quando son seguiti da* loro
nomi ); poiché non si fa altro che torre la preposi-
zione , e rimane 1* articolo ; onde si dirà benissimo a
casa Don Antonio , a casa Monsignore , senza che vi
sia bisogno né delP articolo , né di questo , né di que-^
gli. Ecco, come accennai nella introduzione, perché, ra-
gionando in grammatica come si faceva, seguitando Tnno
le tracce deir altro come le pecore, con vocaboli che
DOQ trasmettono giuste e chiare idee alla immagioazio-
oe , convien che tutto il ragionamento sia falso , totto
sia confusione. Dio non voglia eh* io miri a levar prc'
gio a quella eccellente e utilissima opera della Proposta,
nella quale più che in ogni altra vìverà il Monti ne* se-
44
coli a venire. Io l^bo Ietta con gran vantaggio e piacere;
ma r errore come egli aie n* ha dato V esempio, non si
vuol rispettare ìu nessun libro , se ben si rispetti Tau-
tore« Cos), e non altrimenti, può ragionare chi vuol trarre
la grammatica della lingua italiana dalla latina , la cui
costruzione è affatto diversa ; ma a chi vuol uscire del
labirinto , bisogna che la tragga dair Italiano « e sopra
quello solo la fondi •
Vediamo dunque le diverse funzioni che fa il no-
me nella proposizione •
PROPOSIZIONE
Z* uomo dee chiuder le labbra a quel che ha fac*
eia di menzogna^ D.
In questa proposizione sono quattro nomi, cioè i£0*
mo j labbra, faccia , menzogna, lì nome uonu) governa
il verbo dee, è agente sopra di esso, e rappresenta la
persona che fa V azione di chiudere ; dunque chiame-
remo AGENTE quel nome o quel pronome che governa
un verbo qualunque; e per analogia (i) dell* influenza
che ogni nome che governa il verbo ha sopra di esso^
nomineremo agente anche quello che regge il verbo es^
sere ; benchò in questo caso detto nome non rappre-
senti la persona che fa T azione. Il nome labbra è quello
che sopporta V azione di chiudere, è Y oggetto sopra il
quale cade V azione ; appelleremo per conseguenza oo»
GETTO quel nome o pronome sopra il quale s* appog-
gia il verbo, o in cui il senso del verbo si termina* Dicen-
(i) Analogia vico dal Greco ana logot , cioè discorso d«l verso^ o vero
direzione; quindi una cosa aver analogia con V altra sigoiGca una cosa
andar per lo stesso verso con V altra •
45
do r uomo dee chiuder^ quest'ultimo verbo rimane senza
appoggio; raettavisi le labbra^ e sarà appoggiato. Faccia è
quindi V oggetto sopra cui s* appoggia il verbo ha^ Il nome
menzogna con T aiuto della preposizione di^ dinota la qua*
liti della faccia^ sì che qualunque volta il nome sarà pre->
cedalo dalla preposizione di^ farà TulBcio di qu^ujficante
ad altro nome espresso o sottinteso ; ma poiché vediamo
che il nome menzogna sarebbe senaia effetto, se non vi
fosse apposta là preposizione di , è necessario mostrare
che cosa à preposizione .
«
Preposizione vién dal Latino , e significa posizione
annodi^ perciò che generalmente occupa la posizione avanti
a QQ oggetto (i)« Le principali sono di^ a, da^ in^ con^
per^ le quali sono altrettanti segni che nella proposi-*-
«one servono a legare una parola con T altra, a met^
terle in reciproca relazione^ come abbiam veduto la pre-
posizione di aver messo menzogna in relazione con faccia*
Seguiamo ora a definire i diversi officj che fa il
nome secondo la preposizione che lo precede •
j^d Abraam risvolto , disse* B*
Bisogna reintegrare la proposizione per analizzarla;
eg/i essendosi risvolto o oi^endo rivolto se ad Abraam.
Egli è r agente. L' oggetto sopra il quale si appog-
gia il verbo è se. Rimane Abraam che rappresenta la
persona alla quale si dirige T oggetto del verbo, e clie
& il terzo officio nella proposizione •
(i) La proposizione è pur composu di prò « poiitio , posisioae avanti:
Aa il senso di questa trae Tidea dal yerbo porre, e non dal nome ponzio^
w. e significa porre avanti i numero di parole che ti oongono davanti ^
cui si parla •
46
'A me non si cowiene. B.
Ordine diretto , Ciò non si conviene a me. Ciò è
r agente* Convenire è uno di quei verbi che esprimono
stato e non azione; perciò non ha oggetto. Me è la
persona cui tende V idea del verbo convenire.. Ora, V of^
ficio del nome preceduto dalla preposizione a è quello
di mostrare la cosa alla qaale tende Toggetto del ver-
bo ; o T azione o V idea del verbo « se questo non ha
oggetto; il quale attributo non potendosi esprimere con
una sol parola in italiano, prenderemo la latina Djìtif'O^
che significa persona a cui si dà alcuna cosa ; il che
per analogia si può benissimo dire della persona cui ten-
de alcuna cosa. Questa parola latina è dunque chiara,
ed esprimente quello che vi si attribuisce ; perciò la
adotteremo. Non dimentichi chi mi siegue che abbia-
mo stabiliti li tre vocaboli agente , oggetto , e datiiH>^
de* quali avremo maggior bisogno ne* seguenti capitoli.
Del qualip,cante che abbiam già veduto , e delle altre
relazioni formate con le preposizioni, è minore per ora
r importanza • .
Io fui da tutti benignamente accolto. B.
Questa proposizione è inversa ; la diretta è tutti
accolsero me benignamente*^ sì che quel eh' era oggetto
del verbo principale accolsero ^ è fatto reggente del
verbo essere , e passivo , cioè ricevente V azione da
esterno agente* Dunque il nome al quale la preposizione
da è apposta, rappresenta in questo caso la persona onde
viene Fazione; e la preposizione mette in relazione chi
la fa con colui che la riceve.
47
La finestra era inolio alta da terra. B.
Finestra è ageote del verbo èra ; terra il luogo
onde si parte misurando la distanza; e la preposizione
mette in relazione li due nomi finestra e terra. Rias-
sarnendo V idea superiore con questtf » concbiuderemo
che il Dome preceduto dalla preposizione da addita la
persona dalla quale procede V azione , o il luogo onde
r Qom si parte •
Tanto basta aver detto delle funzioni che fa il nome
insieme con le tre preposizioni di^ a, da^ le quali pi&
spesso intervengono a formare la frase* Delle altre trat*
teremo a suo luogo; ove ai parlerà più diffusamente
anche di queste. Ora passeremo a ragionar dell' arti-«
colo , il quale ha tanta affinità col nome e con le pre-^
posizioni •
CAP. V.
DELL* ARTICOLO
A me pare che articolo » derivante dal latino ar^
ticubis j sia stato preso dai grammatici nel senso di di-
minutivo di membro » come si direbbe con altra parola
italiana particella; e che cosi sia stato detto, perchè
è composto d'una sillaba, ed è qual piccol membro della
proposizione* Altri dicono che articulus sia preso nel
senso di giuntura , nel quale io non discerno alcun si-
gnificato. Nella nostra lingua ne sono tre, i7, lo^ lai il
plorale de' quali è in gli^ le.
48
KSEMP J
Singolare. Plurale. Singolare. Plurale.
il tempo, • i tempi. lo zoppo, gli zoppi.
r amore, gli amori* la favola, le favole»
lo strepito, gli strepiti. 1* ora, le ore*
Duo articoli sono del mascolino , // e lo ^ la del
femminino* i7 si adopera oo* nomi che comincian da con*-
sonante, eccettuate la s seguita da altra consonante e la
JB ; il plurale è i. Lo si premette a que^ nomi che co-
mincian per vocale,. e Vo si elide, specialmente avanti
ad altra o; il plurale è gli^ che si può elidere solaoien-
le innanzi alP i, e non innanzi ad altra vocale, come
erroneamente si fa da alcuni. Anche i nomi che non ri-
cevono il , cioè quelli comincianti da 2 o da ^ seguita
da altra consonante, vogliono lo nel singolare. e gli nel
plorale. La si prepone ai nomi femminini, e si elide
quando comincian da vocale, sopra tutto innanzi air a.
Queste son le regole generali delKuso materiale degli arti-
coli, alle quali nondimeno non fa bisogno che s* attenga
strettamente lo scrittore: Nel trionfo maggiore lo generale
vittorioso entrava in Roma coronato d'alloro. Dav. In luo-
go di il generale è qui usato lo generale ; e vi sta bene.
Alcune preposizioni sono giunte con gli articoli
come siegne .
li
1
1
LA
di
11,
del.
di
^y
dei.
di
la.
della.
a
al.
a
Jf
ai.
a
la.
alla.
da
dal.
da
N
dai.
da
la.
dalla.
in
nel.
in
n
nei, .
in
la,
nella.
con
col.
con
h
coi
su
sul.
su
• 'f
sui.
49
1.0
cu
LK
di
K
dello.
di
g«»
degli*
di
le,
delle.
i
lo,
allo.
a
gli*
agli.
a
le,
alle.
da
Io,
dallo.
da
gli,
dagli.
da
le.
dalle*
in
Io,
nello.
in
gli»
negli.
•
10
le.
nelle.
Queste Toci delf dello^ dallo^ ecc., son duQquè paralo
composte di up articolo e di una preposÌ2ftoDe« e a'graa
torto alcuni persistono in chiamarle articoli ó segnacasi.
Si dice anche 9 coUo\ colla ^ coglia oolle i ma i
buoni autori le usaroo di rado, forse perchè queste so»
DO -altrettante forme di parole esprimenti oggetti^ il collOf
la coUa^ e il colle \ quindi si trovano per lo più le for-
me disgiunte con to^ con la^ con gli^ con le»
Così dissi nella prima edizione ; ma ora dichiaro
esser mia opinione che si detòa scrivere la pre^osizio*
ne con divisa dagli' articoli to^ la^ e da* loro plorar! i, ap*
ponto per la ragione che, giunta con gli articoli, forma
nomi; e anche per l' armonia stessa, la quale vuol bene
che si dica dello ^ allo^ daglii perchè, rimanendo divise
queste voci in laK /o, a lo^ da gli^ formano un siiono lan-
guido, e sarebbe impossibile il sostenere T impeto d'un
pssionato parlare ; ma la preposizione con^ per lo con-
trario , h& più forza divisa dall' articolo , perchè ha lo
appoggio di una consonante ; e finalmente, poiché in or-
tograOa abbiamo miglior gusto noi moderni , si fermi
anche questa regola, che con s* abbia ad unire solo con
gli articoli il e i ; e con gli altri se non quando sia
fatta elision della vocale.
L* articolo li altro plorale del mascolino si usa per
lo più dopo la preposizione per , e avanti il giorno del
5o
mese* Dopo la preposizione per^ Del singolare» si usa
lo in preferenza di il ; ma con libero arbitrio.
Più spesso scriverei per lo o per il^ che peL Le
forme frallo^ frolla^ pella^ sullOf sulluf in vece di fra
lo , fra laf per la^ su lo^ e su la^ sono cattive e per ciò
da fuggirsi. La ragione è che fra e su portan V appog-
gio della .voce, U che non possono a, di^ da^ ne* Pei e
pe^ A usa in cambio di per i •
Notisi che le preposizioni di e in si mutano inde e
ne quando aon giante air articolo* Dei^ plurale di DiOf
vuol r articolo g/i 9 per non fare i due suoni simìM ilei
Dei^ ai Dei etc« Talvolta si elide Vi dalle forme dei^
ai^ dai^ neif coi. In tal caso egli è assolutamente necessario
sostituirvi Tapostrofo, omettendo il quale da a e da^ si fa-
rebbe uno errore non solo di ortografia , ma di sintassi ;
scriverassi dunque de\ a\ da\ ne\ co\ Anche dopo la
congiunzione e si può togliere Tarticolo /| mettendo |in a-
postrofo: Prenderemo i terreni^ le mogli f e" danari da'
Germani. Dav« E appresso^ fatti richiedere il lanaiuolo e*
prestatori* B.
QUANDO S^ ABBIA A PORRE JL' ARTICOLO AL NOME j
E QUANDO NO.
La difficoltà del porre o lasciare l* articolo non si ve-
de in tutta la estensione, se non quando si mettano in com*
parazione due lingue; onde il parlar di teorica dell* artico-
lo, potrebbe, al primo, parer superfluo ad alcuno; perciò
che, per pratica, di rado si può errare nelPuso dell* artico-
lo; non dico già dello adoperar Tuno più tosto che V altro,
5i
cbe nulla è; dico del sapere qaando ai debba porre al no-
me) e qaando no. Ma chi ha proposto di dar ragione delle
cose, luso delParticolo offre più campo allo argoaientare,
che finora non s'è immaginato da coloro che hanno scritto
in grammatica; e a me ha dato pia da pensare questa par-
te che, direi quasi» lutto il resto delPopera. £ qui si può
ben ;dire con Dante a chi legge, che il velo è sottile tanto
che ci vuol acume a trapassar dentro.
!• S trcpassammo^ toccando un poco la ulta futu-
ra. D. 2. La medUcina da guarirlo so io bene» B. 3. iSb-
no ancor venute us damigelle ? B.
L'articolo non è altro che un segno che serve a mo-
strare un nonae determinato, come si farebbe con un dito
accennando una cosa nominata» Il nome può esser deter-
miDato nel genere e nella specie; nel genere quando, tra
molte cose delio stesso genere, si distingue una specie;
nella specie , quando tra più cavalli se ne accenna un parti-
colare. Nei suddetti esempj il nome è determinato nella spe-
cie, e dinota cose tutte particolari. Il determinante in que-
sto caso può essere un aggettivo, o più parole espresse o sot-
tintese. Nel primo esempio V aggettivo futura determina il
Mroe wfa, la quale si divide in presente e futura; nel secon-
do Tespressione dSs gfSAirir/o determinala medicina'^ nel terzo
il nome damigelle si determina dalle parole sottintese che
W( state aspettando •
I • L* ingratitudine è antidiissimo peccato* B. ^. Di
ciò ne è testimone l' africa. M. 3. Non se ne dee l' uà-
^ maravigliare. B. 4* Gu uomini in molte cose peccano
^siderandos B.
53
In questi esemp} il nome è determinato e specifica-
to nel genere; vale a dire la specie è tratta dal genere;
benché questa intenzione non sia apparente, e sia solo in
mente di chi parla; perchè quando si dice f ingratitudine ^
▼i si mette V articolo per distinguerla tra il genere de^
[beccati; e Tarticolo v* è posto come a cosa determinata e
specificata, tratta dal nome generico peccato^ come se si
dicesse il peccato ingratitudine è aniichissimo* Cosi nel
secondo esempio il generico specificato dxt j^frica è paese;
nel terzo ente è specificato da uomo; e nel quarto parimene
te, enti da uomini. Dico che in tal caso colui che parla io-
tende sempre a distinguere la cosa nominata , e a met-
terla in opposizione alle altre dello stesso genere; perchè
ora vedremo che » quando non si abbia di mira alcuna
determinazione o confronto, il^nome si adopera sema arti-
colo. Per la stessa ragione qui sopra addotta si dice con
Tarticolo il cielOf il mondo^ V Inferno^ il Paradiso^ i filo*
soft^ gli scrittori^ le wrtà^ i vizj\ le erbe^ i metalli f eie.
1 • JLé ccpia delle cose genera jfjìstiùìo. D« ^. La
pos^ertà non toglie gentmiezza ad alcuno* B« 3. Pik
volte a ferire uoMtJffi si trescò. B« 4» Dices^a testìmo^
if MANZE false. B.
In questi esempj sono quattro nomi senza articolo ;
vediamo se ci vien fatto di far intendere la ragione, perchè
r articolo non ci voglia, essendo il problema uno de* più
difiicili. Qnella parola che piik occupa il pensiero nel pri-
mo esempio, è oopia^ la quale è determinata dalla espres-
sione delle cosef ed è messa in opppsisdone, nella mente dì
chi parla, alla scarsità; per lo che doppiamente richiede
r articolo; ma il nome fastidio non è posto in confronto
53
con altre cose, come sarebbe se, iovertendo la proposizio-
ne, si dicesse; il fastidio si genera per la copia delle cose^
do?e egli è evideate che fastidio ?ieD coatrapposlo alle al-
tre sensazioni, ed è quiudi determinato. Nel secondo esem-
pio ben si potrebbe apporre Tarticolo a gentilezza^ e allora
sarebbe essa posta in confronto con quelle cose che toglie
la povertà; ma, senza articolo, il pensiero si ristringe alla
sola idea di gentilezza, ed è modo elegante. Nel terzo esem«
pio ancora si potrebbe dire a ferir gli uomini^ qnando sì
volessero distinguere gli nomini dagli altri enti ; nel qoal
caso il senso sarebbe pia wlte si troi^ò a ferire non che le
flere^ per esempio, ma gli uomini; ma non essendo questa
r intenzione di chi parla, non occorre V articolo. Altri si
potrebbe opporre a questa mia ultima supposizione col se-
guente esempio di Dante, Uomini siate ^ e non pecore matte;
dicendo che qui Dante ben mette in confronto ìe pecore con
%\ì uomini j e pur non usa Tarticolo. Un tal confronto sa-
rebbe logicamente impossibile, a chi guarda sottilmente,
non potendo gli uomini esser le pecore; né viceversa. No,
Dante non ha questa idea in tal caso ; ma solo intende a
qualificare il nome enti sottinteso , e adopera i due nomi
umirU e pecore^ quali aggettivi, quasi dicesse, siate ra-^
ponevoli e non bestiali; il confronto sta adunque solo nel^
le parole qualificanti. Cosi nel quarto esempio se le testi'*
^wmianze false fosser poste in confronto con le pere, si
richiederebbe l'articolo; come per esempio, questi disse
le testimonianze false^ e quegli disse le ^ere. Salvo a chi
avesse questa intenzione o simile, l'articolo sarebbe male
apposto a testimonianze false. Dunque si vede, non da-
qaest'altimo caso, ma dal secondo e dal terzo, che alcuna
54
volta leggerissima è la differenza cbe passa dal porre ad
omettere V articolo ; e quanto è più sottile la differenza ,
tanto è più elegaote« sì come quella che esprime le idee
più delicate .
!• Il pensiero è aito proprio della RAoiomE. D.
2« La pietà è una nobile disposizione d^ animo. D. 3. A
chi conoscimento ha^ niuno dolore è pari a quello d" ave^
re IL TEMPO perduto. B.
Nei primi due esempj sono due qualificanti , della
ragione e d'animo; ma perchè Tuno con l'articolo eTaltro
senza? Il nome generico che può comprendere la ragione è
potenza^ essendo la ragione una delle potenze delle quali è
dotato l'uomo. Ora, mette l'Autore in confronto questa con
le altre potenze, e attribuisce a lei particolarmente V atto
di pensare; quindi v* appone T articolo come a nome de-
terminato dal genere alla specie •
Nel secondo esempio, se l'animo fosse messo in con-
fronto con qualche altra cosa, non si potrebbe intendere se
non col corpo, essendo queste le due parti di cui è composto
l'uomo; ma, avendo già l'Autore qualificata indisposizione
con r aggettivo nobile^ detto confronto non potrebbe più
aver luogo, non potendosi una nobile disposizione attribuire
se non b\V animo* Dunque Vanirne non è messo in confron-
to con l'altra parte detruomo, cioè col corpo; dunque non
è nome determinato; quindi non ha articolo. Tolgasi per
un esempio via l'aggettivo nobile^ e allora si vedrà che Far-
ticolo ci vuole; la pietà è una disposizione delV animo; per-
ciò che il corpo ancora ha disposizioni. Cosi nel 3. esempio
egli è evidente che il tempo è posto in opposizione a qua*
lunque altra cosa ; egli è dunque determinalo , e tratto
55
dal genere alla specie; e perciò porta Tartlcolo. Quando si
dice non perder tempo^ Don si ha di mira altro che il
^anto , ma non il confronto eoo le altre cose •
I • Non i grandi palazzi^ non i^ ampie possessioni ,
non lui porpora^ non L^oro^ fanno Viiomo onorare^ ma i^a^
nimo di s^irtà splendido. B, 2; Né vecchiezza^ né /ìt-
r bruita'^ né paura di morte^ dalla sua tnalvagità than--
no potuto rimuoi^ere. B.
Qaesti esempj ben mostrano quanto sia filosofica la
teorica dell'articolo, e provano evidentemente essere Ti-
dea di confronto una delle ragioni del porlo. Li nomi del
primo esempio portan tutti V articolo, perchè sono posti
in confronto V un con V altro, e tutti con V animo; nel se-
condo non si fa se non accennare la qualità delle cose ,
senza verun confronto tra esse; e di tutte insieme si forma
una sola idea adoperante sopra il verbo hanno'. Per ciò
si vede che, nel primo caso, perchè Y Autore determina
le cose a una a una, le ha divise tutte con la negazione; men«
tre che, nel secondo, le ha giunte tutte insieme per la con-
giuaxione né; come se avesse detto e s^ecchiezza^ e infer--
nUiàj e paura di morte^ non hanno etc.
I. Non PASSIONE^ ma virtù" è stata la mos^ente
cagione. D. 2. Le Muse son donne. B.
Abbiamo detto che qualche volta il nome è adope-
rato per aggettivo. Nel primo di questi esempj non in-
tende r Autore a mettere in confronto i nomi y^irtà epas^
sione nella loro specie; ma solo gli adopera in genere,
quali aggettivi a qualificar la mos^ente cagione*, come egli
fece coi nomi uomini e pecore nell* esempio già allegato,
II* idea qui è, la morente cagione non é stata atto di pas^
56
sione ^ ma atto di virtù ^ dove non è confronto se non
nelle qualificazioni dello attOy ma non nella easensa dei
qualificanti medesimi. Donne nel secondo esempio è pure
usato a guisa d^aggettivo, e quindi è senza articolo .
Buio it inferno e di notte pris^ata Z>* ogni pianeta y
sotto pover cielo « Quant^ esser può di nuwl tenebrata^
Non fece al uiso mio sì grosso velo* D.
Ecco quattro nomi senza articolo in questi sublimi
yersi di Dante, ne* quali è tanta forza ed espressione.
Egli è vero che i qualificanti inferno e notte sono pri-
vi d^articolo, perchè manca a buio nome qualificato; il che
avviene spesso del qualificante; ma« perchè alcuno potrebbe
credere che Tespressione d'inferno^ e gli aggettivi /ir/t^o^a
e poiferaf faccian V ufficio di determinanti, come mostrai a
carte Si» ragionando di quei tre esempj, dico che, in qne*
sto caso,essisono semplici qualificanti, e non determinanti,
simili alla parola d'animo nell* esempio che abbiamo già
veduto, La pietà è una nobile disposizione d" animo. Non
essendo dunque i nomi inferno e notte posti io confron-
io, buio rimane pure indeterminato; il che arroge molto
alla forza dell' espressione, e ben dipìnge il caos che vuol
esprimere il poeta; il quale accumulando tutte le cose che
accenna Tuna sopra T altra, senza fermarsi più in ìque*
sta che in quella, di tutte insieme fa Tagénte alla proposi*
zione Non fece al s^iso mio sì grosso velo.
Vi voglio ricordare essere la natura de* motti cota^
/e, che essi come la pecora morde deono così mordere
L uditore^ e non come 'i cane ; perciò che^ se come cane
ìnordesse n motto^ non sarebbe bèotto^ ma villania. B.
5?
Nel primo caso il nome cane porta V articolo, perchè
] due animali cane e pecora sono posti io confronto; ma nel
secondo questo medesimo nome cane diventa secondario, e
tatta l'importanza della proposizione è conferita alla voce
motto. Gli ultimi, nuMo e uillania^ sono adoperati per qua-
lificanti del precedente nome motto ; onde tengono luogo
d'aggettivi 9 e son per ciò senza articolo.
I. Nulla cosa sta pia in donna bene che cortesìa.
B. 3. Amore mi costringe a così fare. B. 3. Io ho inteso
da uomo degno di fede che in mughone si trova una pie-^
tra eoe B. 4* ^ ^^ Maso rispose che nel mognone se ne
soleiwi troi^are. B.
Bispetto al terzo e quarto esempio dice il Buonmattei
che, „ queir autore accortissimo, omettendo Tarticolo, lo
fa per descriver la semplicità di Calandrino, il quale, come di
grossa pasta, si lasciava non solo uscir i nomi di mente, ma
scambiava i modi del dire; dove Maso che gli dava a cre-
der si bella cantafavola, non dice in Mugnone ma nel Mu^
ffione j|, • Ingegnosa soluzion filosofica !
L* Autore disse in Mugnone e nel Mugnone perchè
si può far uso dei due modi parimente, come si dice in P09
tnelPoj in Arno e nelVAmo^per mare e per lo mare^ in
Rancia^ di Francia^ e nella Francia^ della Francia^ con
<{Qesta sola differenza che , facendo uso dell* articolo , il
Wgo è più determinato e circoscritto. Nel primo e secondo
esempio amore e cortesia equivalgono ad atto cortese e
passione amorosa^ voglio dire che quei nomi non sono presi
nd loro più largo significato e generico; ma ben si potrebbe
<iire, L amore mi costringe a così fare; Nulla posa sta più
^ donna bene che la cortesia; per lo qual modo si ver
58
rébbe a dare più largo senso alle parole canore e cortesia^
ma noa per ciò maggior valore ali* espressione; perchè
quella attenzione che richiederebbe portarsi sopra i no-
mi determinati e segnati dell* arlicoloi sarebbe alquanto a
detrimento delle altre parti della proposizione; che chi
ben sente la forza delle espressioni, vedrà che, apponendo
Tarticolo a un nome, la mente è costretta a portarvi la sua
intesapiùebe quando è senza, per la virtù stessa della deter-
minazione che per tal ragion si usa. Cosi se nell'esempio già
citato, Se come cane mordesse il motio^ avesse il Boccaccio
detto, se come il cane mordesse il motto, quelfarticolo di*
minuirebbe il valore della tesa della mente che al nome
motto s* aspetta. E se Dante , in luogo di dire Cortesia e
sndor di* se dimora nella nostra città si come suole, avesse
detto la cortesia e il s^alor dt se dimora, avrebbe spenta
la foga delle parole.
I • RjiyENNji sta come stal^ è moki anni. D. 2. Ri-
membriti di Pier da Medicina. D. 3. Udii nominar Gerì
del Bello. D. 4- P^f* l^ s^ittoria astuta del re Manfredi i
Ghibellini furono cacciati di r/MBifZE. B,
II dire che i nomi proprj, cioè quelli che non si posso-
no apporre ad altro che ad una persona o a un luogo parti-
colare, non abbian bisogno d'articolo, perchè di lor natura
non significan se non cosa particolare e distinta, va ancora
soggetto a dubbio o ad eccezione ; poiché si dice V Africa^
r America, V Italia, la Spagna, V Inferno, il Paradiso^ U
Po, il Tamigi^ il Petrarca , e il Boccaccio ecc. La ragione
in vero è che quando si dice Roma, Ravenna^ Pietro^ Paoloj
Demostene, e Cicerone, si considerano questi nomi nella
loro idea di particolarità; mentre che, neir altro caso. Tini-
59
maginasione si rappresenta i luoghi e le persone in confron-
to coi luoghi e con le persone del medesimo genere; e ciò si
debhe attriboire alPuso solo, il quale in origine immaginò
che i nomi di città occorressero alla mente nelFidea spe-
cifica, e per ciò non abbisognassero di determinazione; e i
nomi di province e di fiumi si mostrassero in genere, e
quindi facesse di bisogno che si determinassero; e quando
Taso medesimo avesse da principio stabilito il contrario, la
ragione non avrebbe nulla a contestare, più di quel che si
abbia stando le cose come sono» Si dice Dante % senza ar-
ticolo, percliè questo è il nome che il poeta ebbe alla
fonte, contratto di Durante; ma si mette V articolo al no-
me di suo parentado , F Alighieri. Il nome Dio general-
mente non riceve articolo, come quello che dinota ente uni-
co; ma pure lo vuol T articolo quando si parla per com-
parazione, il Dio dé^ Cristiani; il nostro Dio; come si di-
ce anche // Dante del Biagioli ; il Dante del Lombardi ;
per particolarizzare V edizioni •
I . Ciascuno pub avere udito ricordare ii re Carlo.
B* 2. r fu^ *L coTjfe Ugolino^ e questi /;* arcis^scovo Bug^
gieri. D. 3. Il signor Paolo nC ha scritto. Caro. 4« Non mai
ragionoifa dt altro che della wta dei santi padri , e delle
fraghe di Sjìn Francesco* B.
I nomi delle persone vogliono Tarticolo quando sono
preceduti da un altro che esprima qualità, titolo, o profes-
sione, perchè questo medesimo, che è nome generico, è de*
terminato da quello della persona» La parola p<7^a è una ec*
celione, dicendosi papa Pio^ papa Clemente ; e le parole
wìto 0 san^ madama^ madonna , madamigella , messere ,
e qualche altra sono pure eccettuate ; ma santo e papa
Yoglion r articolo nel plurale.
6o
I • Il salire ornai ne parrà giuoco. D. a. Molto sareh^
he meglio l as^ere taciuto. B» 3. Non gli pareva onesta
cosa II presumere et incitarlo. B« 4* Donatigli denari e
pallafreno^ nel suo arbitrio rimise £* andare e w stare. B.
5* Per assai cortese modo il riprese dbl€ intendere e obi
guardare ch'egli credesHi eh* esso facesse a quella donna. B.
Da questi eseropj sMmpara cbe« quando un verbo rap-
presenta r agente o Toggetto d* un altro, riceve l*articolo
mascolino; il quale si può anche togliere ali* agente, come
nel secondo esempio ad as^re^ e nel terzo a presumere^ e
pure nel primo a salire^ benché, togliendolo a questo, si di-
minuirebbe r eleganza, per essere in principio della frase.
Al verbo usato per oggetto, come nel quarto esempio, Tar»
ticolo è necessario. Il quinto esempio mostra che V infinito
del verbo adoperato a modo del nome con V articolo, non
solo può far V ufficio d* agente e d^ oggetto, ma si unisce
anche con le preposizioni, (i)
(i) Da tutti mi sento dire in Roma che nella inscrizione TraiZoria di
BelU Arti aia difetto di uno articolo; ma bea pochi sanno trovare il perché
scabbia a dire tUUé belU arti ; e Corse il locandiere credette non lo dover
porre V artìcolo , per la medesima ragione che si dice fondaco di oggetti
di MU arti; perché, non ci essendo articolo avanti al nome trattorÌ€i, non
si dovrebbe manco mettere al qualificante; cosi come si dice aneUo tP oro,
butto d* argento j e come vedemmo in (jnello esempio di Dante a carte 56.
Veramente questa semplice inscrizione mi minaccia di mandarmi aossopra
tutta la teorica di questo mio capitolo; perciò che, avendo io premesso che
al nome determinato s* abbia a dare 1* articolo , se si pon qndlo che ivi
manca, le parole delle belle arti vengono a determinare il precedente nome
trattoria ; e quindi anche a questo s* avrebbe a porre V articolo, come si
dice la copia delle cote. Ma se considereremo che qualunque oggetto porti
in fronte scritto quel che é, non ha bisogno del segno die lo additi, perché
tal officio il £i da se, troveremo per questo avvenire che in tal caso non si
ponga r articolo al nome trattoria. Sì ben ci vuole innanzi a belle arti .
perché quivi quel titolo è posto in confronto di quelli che portano le altre
trattorie ; ma non nel sccuudo caso , cioè fondaco di oggetti di belle arti.
Cu
Era Cimane sì per la sua rozzezza^ e sì per la nobiltà
e ricchezza del padre quasi noto a ciascun del paese. B.
Sì può qualche volta soUintendere il secondo artico-
lo di due oomi collegati per la congiunzione e , come
qui al nome ricchezza ;' quando si tratti di due cose che
facilmente si possano immaginare andar congiunte insie* .
me, come la nobiltà e la ricchezza ; ma non mi par che
sìa da confondere così figliuola e nipote come fa il Da-
▼anzatir AuffMo fu nelle cose pribbliche felice; in quel'
le di casa^ disgraziato^ per la figliuola e nipote disoneste.
Io approvo la maggior parte delle ellissi che egli usa per
rendere lo stile conciso; ma T articolo richiede molta ri-
serva, e di rado assai avviene che si tolga •
Riassumendo quello che abbiamo esposto in questo
capitolo, tre sono ì casi principali citati che han luogo nella
costruzione rispetto alla corrispondenza delParticolocol no-
me; cioè !• quando il nome è determinato e tratto dalla
specie al particolare; a. quando è determinato dal genere
alla specie; 3. quando non è né l'uno né Taltro, o vero al-
lor che è indeterminato ; li quali tre casi presenteremo in
tre colonne nella seguente tavola, e li disporremo in modo
che abbian luogo nel medesimo nome.
B SE MP J
Ihurmiùutzione della Determinazione dal Nome indeurminato.
tptde al D^'ticolare. genere alla specie
Se io «fessi riguardo Vingralitudine è antì" Da che io uso con lui,
«fé non é confronto di sorte. In questo le belle arti son veramente parto
islegtante col fondaco; dof e in quello non servono queste parole die alla
me.
6a
tàV ingratitudine di lui »
io il riprenderei. B.
Il domandò se nel pec^
caio della gola arerà a
Dio dispiaciuto. B.
Tu diceri che eri co*
lui il quale areri ucciso
Vuamo; e questi or rie-
ne ecc. B.
Ella era santa» secondo
r opinione delle donne
monache. B.
h*amiciua grande che
egli ha cpn me lo muore
a far ciò. B.
Ora tratteremo » come
ri ho accennato » della
natura de* Francesi M.
L^ Italia moderna è
ben dirersa dalla an«
tica! C
ckiflsimo peccato degli
uomini. B.
Il;»«cca£o éuna tra-
sgressione alla legge di
Dio.
Sempre a quel rer che
ha faccia di menzogna
dee r iiom chiuder le lab-
bra. D.
Questo ai conrienc più
alle donne che agli uo-
mini. B.
Santissima cosa è r«-
mittà, e di singoiar rere-
renza degna* B.
Era la più bella cosa
che mai fosse stata for-
mata dalla natura» B.
Si può ' immaginare
quanto in quel tempo
patisse V Italia, Bf.
egli non mi ha mai
stia ingratitudine.
L* ingratitudine é an*
tichisstmo ^eccolo degli
uomini. B.
Egli era uomo di na-
zione assai umile, ma
nobile per rirtù e per
costumi. B.
Le Muse son donnea
e benché te donne quel-
lo ehe ecc. B.
Erano congìontt per
amistà, e parimente d'al-
tissimo ingegno dotati.
Più d*una rolla il pa-
dre, contro natura , ucci-
se il proprio figliuolo.
Era tornato in quel
tempo Federigo in Itth-
Ha* M.
CAP. VI.
DEI NOMI PERSONALI
I nomi <o, tu^ noif voi^ non sono, come alcuni li cbia-
man , pronomi , cioè parole stanti per lo nome ; però che»
se dalla proposizione io consiglio wi, traggo le dire parole
io e sH)i^ non posso porre in quel luogo alcun nome, senza
mutar la persona del verbo; mentre che se voglio supplire
e//a, che è vero pronome, nella espressione ella mi manda a
voi^ vi metto la signora o altro nome, e vi starà bene» Essi
63
SODO veramente nomi delle persone, ai quali non si può so«
stitairne altri; e perciò son nomi personali; e vedremo in
seguito che la divisione di questi nomi dai veri pronomi
servirà a maggior intelligenza delle regole alle quali sòn
soggetti* I nomi personali hanno le seguenti variazioni.
VARIAZIONI DEL NOME PEBSONAtE Ì0.
Singolare Plurale
Agente , io. Agente , noi.
Dativo ^ mi 9 a me. Dativo ^ ci ^ a noi.
Oggetto 9 1711 , me. Oggetto , ci , noi.
VARIAZIONI DEL NOME PERSONALE Ul.
Singolare Plurale
Agente , tu. Agente , voi.
Dativo f ti ^ a te. Dativo , pi , a %H}i.
Oggetto, f/, te. (i) Oggetto, t^/, wi.
PRONOME se.
È necessario accennar qui questo pronome, a cagione
che va sottoposto alle medesime regole de^suddetti nomi; a
sao luogo poi ne parleremo più a lungo.
Dativo, singolare e plurale si^ a se. Oggetto, si^ se.
Da queste variazioni si vede che, per il dativo e per
l'oggetto, ci son due forme, cioè
Per il dativo. Per 1* oggetto,
w, a me. W, a voi. mi ^ me ^ s^i ^ voi.
ti ^ a te. si % a se. ti , te ^ si , se.
ci^ a noi. ci , noi^
(0 OggéUOt dal Utiao obfectum^ corpo gittato coatro, opposto a un al-
tro, i|Qasi bersaglio} e noi T adoperiamo qual segoo contro il quale si scoc-
ca r atioo del Terbo •
64
1 • TU Mi consoli. B. a. u^d un ora tu consoli me e te.
B. 3. Tu Mf piaci* B« 4* ^ puoi piacere al tuo siffwree
a MS. B. 5* Io r aifeìHi tolta to. F.
Per qual ragione prima dice V antore nU consoli e
mi piaci , e poi consoli me e piacere a me?
Quando il verbo ha un solo oggetto, o an «ol dativo,
come nel primo e nel terzo esempio, si usano le forme vfd^
ti^ cif viy si; ma se il medesimo verbo ha due oggetti o due
dativi, riferentisi a due persone diverse, poste in confronto
r una con V altra, allora si debbono usare le altre me, te^
se^ ecc. , a me, a se^ a noi^ a voi^ che sempre stanno dopo
il verbo. La ragione è che, quest*nltime forme essendo di
maggior forza, perchè portano T accento tonico (i), le sono
più atte che V altre ad esprimere confronto od opposizio*
ne tra due persone; nel qual caso la maggior enfasi della
espressione cade in su le persone; perciò che le voci mi^ti^
ci^ w^ XI, non si posson regger da se, ma sempre bisogna
che s* appoggino al verbo • La ripetizione dell* agente ,
come neir ultimo esempio, è usata ed espressiva*
im Io so che f ha a piacer quel che mi piace^ e di"
spiacerti quel che mi dispiace» F. 2* Dimmi una cosa a me;
qui ti \K>glio. F,
Non dico che sia sempre necessario seguire la rego-
la sopra stabilita; che nel primo di questi esempj, ove
sono quattro dativi, sarebbe una noia V usare i più en-
fatici; e si disdirebbe alia vivacità con cui sono espres-
(i) L*accento tonico, come vedremo nel capitolo deir Ortografia, é qoelU
enfasi che si sente in ogni parola che formi senso da ie. In Paotà, per e*
sempio, V accento e sopra 1* a; in tenwrt, Terbo, sopra nr ; in tenere^ agget-*
tiro, sopra te .
6S
se (jaelle parole; senza che, la enfasi (i) ha più biso-
gDo in tal caso d* appoggiarsi a* verbi che alle persone.
U ripetere il nome personale, come nel secondo esem-
piOf è naturale, e rende V espressione vivace e forte.
I. EUa venne a scusar se e a confortar me. B. 2. Di^
te voi a ME? guardate che voi non m* abbiate colta in
iscambio* B. 3, jÌ vot non costerà niente. B« 4* Messer
Gerì non ti manda a me. B. 5* Ed io a lui i Da me stesso
non vegno. D.
Non 80I09 come si è veduto, quando due dativi o due
oggetti dipendono dal medesimo verbo ; ma anche, come
appare dal primo esempio, allora che sono soggetti a due
ferhi differenti, purchà vi sia confronto di persone , si usa-
BO le forme di maggior valore me, te, se; a me, a tó, a se.
Nel secondo, nel terzo, e quarto esempio, le persone mes-
se in confronto sono sottintese (3) , e T ordine intero po-
trebbe essere. Dite voi a me o ad altri ? A voi non co^
sierà niente^ ma a me molto ; Messer Gerì non ti man-
da a me^ ma ad Amo^ o cosa simile» Il quinto esempio è
dato per mostrare che , qualunque sia la preposizione ap«
posta a un nome personale, vuoisi adoperare la forma di
maggior forza.
I • CojXFORTjrrEViy voi siete in casa vostra. B. 2. Non
et OAE questa seccaggine stanotte. B. 3. Io son presto a
comrESSjinri il vero. B. 4* credenùosì la morte fug^
(i) Dal greco emphasis, composto di phans en , detto da dentro , cioè
p«rola detta con forte emission di fiato.
(s) Souinundgr€ • vocabolo che spetto ci occonreii » significa intender«
wUo il Telane delle parole non in pieno espresse, qnel ehe si Tuoi signifi-
cale per intero. Nello stesso modo faremo uso di 9Ì «* intende^ cioè in que-
llo è intuo .
66
gire^ in quella incapparono. B. 5. Fattosi y^nire una ccp-
pa ctoro^ la mandò alla figliuola. B. 6. Io sento trarmm a
riiPa. P. 7. ybi Mi POTETE torre quanto io tengo. B.
Le particelle mij ti^ ci^ p<, sif sono poste dopo il
verbo e giunte con esso in tre modi; neir imperativo, nelP
infinito, e ne* participj. L* imperativo è eccettualo quando è
accompagnato dalla negazione , come mostra il secondo
esempio. Ali* infinito, quando riceve una di quelle particelle
dopo di se, si toglie un* e finale e anche una r, se ve ne son
due, come nel sesto esempio. Dall* ultimo si scorge che
se un altro verbo precede e governa 1* infinito , il nome
personale sta meglio prima del verbo reggente, che dopo
Tinfinito. Per conseguenza, negli nitri tre modi, neirindica-
tìvo , nel condizionale, e nel congiuntivo, queste particelle
precedono il verbo, e sono disgiunte da esso.
I • Stamane mi ha fatto motto tale^ e tale mi ha riso in
bocca^ e inchinatomi , che un mese fa faceva insta di son
Mi rEi^EEE* G. 3. Ancor che tu sappi che io lo so^ io ho sem^
pre finto di non mi essere accorto. F.
Non solo neir imperativo, ma nell* infinito e ne* par-
ticipi ^^ P*'^ porre il nome personale avanti al verbo 9
come si trova in tutti i classici spesso usato ; ma per
1* imperativo egli è d* obbligo.
I • Sposò la giovane^ e con gran festa se ia menò a
casa. B. 2. VienTENE meco^ io ti farò sedere ogni cosa. F.
3. Me ne domandate ? E chi smoi ch^ io ne domandi? F.
4« Ohimèl Mi muoioì io non sono uso a patire simili trawL^
gli. F. 5. /o Mi vi\H) air antica^ e lascio correre due soldi
per s^entiepiattro denari. B.
67
Per legge d* armonia oper forza d'uso, «nona male
il dire ci lo^ pi Az, si le% ecc. ; perciò, quando ai nomi per-
sonali 711/9 ti^ ci^ Wy si^ aieguono i pronomi lOf la^ li^ le^ ne,
quelli si mutano in me, te^ ce, ve^ se; ma, con tutto ciò ,
queste seconde forme non hanno più forza né valore delle
prime ; che non portano V accento tonico ^ cioè quella
breve pausa o rinforzo di voce che si sente in me del terzo
esempio* £ qui è da osservare che il me del terzo esempio
ha ben altro valore, nel sentimento delle parole, che te
e se de* primi due; siccome quello che contiene oppo-
siiione, e significa in senso pieno , domandaie me di ciò?
domandatene altrui^ che io non ne so nulla* Quindi nel
leggere il terzo esempio convien fare una piccola pausa so-
pra /ne, cosi me^jne domandate ? Nel primo esempio , ali*
opposto, si deve passar leggiermente sopra le due particel-
le se hf e leggere se la menò , quasi fosse una sola parola
accentata nell* ultima sillaba. Le forme ce /o, se la^ te ne,
debbono esser giunte col verbo quando son poste dopo, e
separate fra loro avanti al verbo; e non senza ragione, ben-
ché molti le scrivano intere anche avanti al verbo; perchè
aoo avendo se^ per esempio, più valore che /a, se si metto-
no queste due voci insieme selo^ forza è pronunciare un ac-
cento sopra ^e; il die si oppone alla espressione, che vuole
che col medesimo metro e misura di tempo, senza restar piò
in su Tuna che in su Taltra, si passi dalle due particelle al
verbo che porta T accento; il quale effetto dell' accento ri-
chiede, per lo contrario, che le tre parole siano unite quan-
do le particelle stanno dopo il verbo. Quanto al porle avan-
ti 0 dopo il verbo « sieguono le stesse regole di m/, f/,
CI, w, si.
68
Resta ora a dimostrare a qaal fine sieoo intesi quei
nomi e pronomif^e del primo esempio^ e tene del secondo^
poichò pare che si potrebbero omettere dicendo, la menò a
casa; vien meco* Ancora che si potessero tralasciare , di-
minaendo il sentimento delle parole, non sono riempitivi ,
come li chiaman coloro che non sanno dar ragione delle co-
se, (i) I nonti 5e, te, ne^ contengono dne piccole proposisio-
ni che sono nel concetto di chi in tal modo si esprime; cioè
la prese con se^ e la menò a casa; togli te ne (dì cotesto luo«
go ) ^ i^ien meco; e senea dubbio, togliendo se e te ne^ si
torrebbero via anche li detti due concetti. In fatti si pruo-
vi , ora che si son supplite le idee sottintese, a pronnn-
«lare le due proposizioni smembrate di quelle particelle,
e si vedrà se non si sentono proprio mancanti e sceme
d' espressione «
Ma chi mai potrà negare, dirà alcuno, che non siano
riempitivi li due mi degli ultimi due esempj ?
Io non mi potrò mai persuadere che Fuso il quale co-
si di frequente introdusse coi verbi questi nomi personali
in apparenza vani, abbia ci& operato insensibilmente, cioè
senza alcun primiero sentimfìnto. Non è lo stesso dire io
(i) E perché altri non .creda ch*io segni qneste cose, ecoone una prora.
Il Bartoli dice che nella espressione si protestò , questo si è pronome $ al
che il Sig. Amenta fa questa osservazione : „ Qui ancora confonde il Bartoli
I pronomi con gli affissi ; giacché quelle particelle mi, ti, si, ci, vi, che si
mettono avanti il verbo protestare, son semplici affissi, per dimostrata che
tal verbo s^usa neutro passiva Poteva perciò dire in due parole che prote^
starsi s*usa per attivo e neutro passivo; il che regbtrandosi ancor nella Cru-
sca, non occorreva notarlo m* Véramente filosbfiche consegnense ! Doven dire
che protestarsi e. neutro passivo; e poiché questo lo dice la Crusca, Qon oc*
correva pur dirlo \ sì che la conseguenza si riduce a zero. Gli e un gran ri-
fugio quel neutro passivo !
69
muoio e io mi muoio^ benché Teffetto sia il medesimo. Dico
che facendo uso di io mi muoio^ si esprime uD*idea di pià«
che è i* interna sensazione di colui che muore; e detta sen-
sazione è io mi sento morire; la quale benché sia egualmen-
te in colui che muore e dice iomuoiOf pur non é nelle pa-
role espresso. È dunque mio parere che « in origine, tale
bsse V intendimento di chi introdusse nella espressione il
nome personale ; che poi anche tutti quelli che ne fecero
oso in seguito sentissero il valore, non yo* pretendere d*af-
fennarlo; oiantengo solo che il nome personale non é inu-
tile, e da lodarsi èchi Tusa sapendo perché. Soluto e com-
preso così il riempitivo del quarto esempio, facile sarà il
comprendere anche il concetto di mi in io mi ì^ìm alfanii"
Co. Chi parla, mostra che si scosti dal modo di vivere degli
altri; e quindi dipenda dal solo suo piacere, dalla sola
sua opinione, lasciando correre^ come egli dicct due sol"
di per i^eniiqiiattro denari ; dunque il mi comprende la
idea di concentrato in me ^ e dello stato mio contento.
Medesimamente^ quando si dice egli si mangia ogni cosa ,
si mostra la ghiottomia della persona di cui si parla, essen-
do nella natura de* ghiottoni il curare solo se medesimi «
e non impacciarsi degli altri ; dunque Pidea del pronome si
è curando se non se medesimo. Domando io ora, chi neghe-
rà tutte queste maniere di dire essere molto espressive; e
se non sarebbe togliere virtiì e grazia alla lingua a volerle
tor via quelle particelle, chiamate, per bizzarria, riempiti-
ve. £ quando pure si voglian talvolta giudicare inutili per
forza deir uso che trascorre, come sono spesso nel Boccac-
cio, si debbono almeno chiamar per lo vero loro nome, cioè
aomi personali, a fine che si possa dar ragione d' ogni co-
sa uell' analisi della proposizione.
70
I • Fattala sopra un pallafren montare^ a casa la sì
menò. B. 2. Nel mettere il giogo alle Germanie^ che già
per tante vittorie £o sì accollasHmo « fu impedito. Dav«
3, Tiberio Cesare impesti di quel regno Tigrane 9 77-
berio Nerone lo ri condusse. Dav.
Questi esempj dimostrano che i pronomi /o, /a, //,
/e, ne^ si possono ancbe mettere avanti ai nomi perso-
nali mi^ tif ci^ 9i^ si; e in tal caso questi non mutano
Vi in e. Il Boccaccio mi par che faccia quasi più uso
di questo che dell* altro modo. Io giudico che la forma
la si^ lo 1;/, lo si^ sia più gentilesca che se la^ oe lo^
se loj e che per ciò domandi essere adoperata di rado.
I • Ma dimmi^ ti sei tu spesso adirato ? B. 2« Deh^
sfattene per lo tuo migliore ! B, 3. Farottelo fare che sa-
rà bello e di buon peso. F. 4* Emmi com^enuto mangiare
al buio. B. 5. Etti egli uscito di mente C a\^re dama-
ne ecc. ? B. 6. Deh^ vammi per la mia fante ^ e fa sì
cK ella possa qua su a me %fenire* B.
Se una delie particelle m/, ti^ ci; melOf tene^ etc. 9
Tien messa dopo un yerbo, alFimperativo di una sola silla-
ba, come di^ va^ o dopo qualunque altra forma del verbo,
d*una sola sillaba, o che abbia Taccento su Tultima voca-
le, come è, farò^ si raddoppia la consonante del nome per-
sonale. Si noti che mi del quarto esempio sta dopo il verbo
perchè l'Autore ve V ha voluto mettere ; ma nel quinto vi
debbe essere; perchè, anche nell'indicativo e nel con-
dizionale, i nomi personali si debbono porre dopo il
verbo quando s* interroga, cosi per V agente come per il
dativo. Il dativo mi compreso in vammi del sesto esem-
pio contiene una intera proposizione ; e il senso pieno
V
è: Deh^ fammi questa grazia^ w. È bella manierale
spesso occorrente nel parlar famigliare . «
I. Odi tu quel eh* io 9 marito mio? B. 2. Eccomi^ che
domandi tu ? B. 3, TU stai così malinconoso ; dinne alcu^
na cosa. B« 4* Questo non è già quello che tu ne venisti a
dire. B. 5. Meco ti consiglia* B«
Quando il nome personale rappresenta V agente , si
può sottintendere ; ma non già allor che due agenti sia-
no posti in confronto, come nel primo esempio tu ed io*
Ancora^ si vuol esprimere 1* agente quando porta la en-
fasi della proposizione, come Io scoglio avanti uomo che
abbia bisogno di ricchezza , che ricchezza che abbia
bisogno d'uomo* B. £ cosi vi son tanti altri casi che do-
maodan 1* agente, e dipendono dal sentimento di chi par-
la. La voce ecco^ dal latino ecce^ corrispondendo a (^0-*
dele, vnol Toggetto dopo di se; quindi si dice eccomi^
eccoti^ eccolo. La particella ne^ nel terzo e quarto esem-
pio, è nome personale equivalente a e/, e può rappresen-
tare il dativo e V oggetto* Si dice anche meco^ teco^ se-
co , in luogo di con me^ con te, con se. Seco può stare
pare in vece di con lui e con lei.
I Fiorentini dicono e te come stai^ in luogo di e tu
come stai^ adoperando 1* oggetto per V agente, che è er-
rore da guardarsene. Noto gli errori de* Toscani, perchè
SOD quelli che ne fanno meno nel parlare •
1^
CAP. VII.
DEGLI AGGETTIVI
L* aggettisH)^ o addiettÌQO% derira dal latino adiedU--
vus^ che significa da giunga^ a o yero aggiuntivo^ per
la ragione che sempre si giunge al nome per qualifican-
te* Il nome è stato diviso da alcuni in sostantivo e ag-
geUivoi chiamando sostantivo quello che disegna gli og-
getti che hanno sostanza, come pietra^ corpo^ legno { e
andie quelli che V immaginazione ha creati togliendo la
idea dai nomi apposti alle sostanze, come anima^ fima^
ten^; e oggettihH) quello che esprime alcuna qualità del
sostantivo* A me pare che questa divisione del nome sia
inutile, potendosi chiamare nomi que* vocaboli solamente
che distinguono gli oggetti; e aggettivi ^ cioè parole da
Aggiungersi o aggiunte al nome, quelle che sono intese
a qualificarlo •
!• Il piano era intorniato di sei montagnette di non
troppa altezza* B. 2. Certi costumi sono idonei e laudabili
ad una ^ etiche sono sconci e biasimevoli adtdtra. B« 3. Scioo
che lamentante sono queste^ e procedenti da poca consids'
razione. B.
La parola intorniato è Paggetti vo che qualifica il no-
me piano; sei è aggiunto numerico di montagnette ; troppa ,
aggiunto d'altezza; certi^ idonei^ laudabili^ sconci^ e bia-
simevoli^ sono altrettanti aggettivi che variano le qualità del
nome costumi; i vocaboli sciocche^ queste^ e procedenti^
qualificano il nome lamentanze; e poca modifica conside-
razione*
I
73
L* aggettivo che termina in o« muta T o in a quando
qualifica un nome femminino; Taggettivo che termina in e
serve per ambedue i generi; perciò quello ha due termina-
sioni nel plurale^ costumi idonei , sciocche lamentanze\ e
qaesio una sola, costumi laudabili^ lamentanze procederi'»
ti. Il metodo di formare il plurale degli aggettivi terminan-
ti in CO9 go, cio% gio, è quello medesimo posto a carte 35^
per li nomi.
I. Questa notte farà pia jfuesco^ e dormirai meglio.
B. 3. Uscite^ roRTE gridò , qui è f entrata. D« 3. Questa
sarà belLjA F. ^. I costumi e le usanze degli uomini gros^^
si gli erano più a grado che le cìttadìne. B. 5« Ed un che
avea tana e Poltra manMOZZji. B. 6. Chi facesse le ma^
cinif SELLE E PATTE^ legare in anella, eportassele al soldar
no, n as^rehbe ciò che \H>lesse* B. ^. Avocano il giogo bel-
lo E scosso f se la prosperità non li faceva trascurati. Dav.
Spesso si adopera V aggettivo senza il nome, e in quel
caso r aggettivo s* accorda col nome sottinteso* Nel primp
esempio si sottintende tempo ; nel secondo con \H)ce^ nel
terzo bcda* là aggettivo forte nnlladimeno si può classifica-
re tra gli avverbj, come vedremo* Se un aggettivo qualifica
dae nomi, come nel quarto esempio costumi e usanze da
dUùdine^ T aggettivo s' accorda col secondo nel genere e
nel numero. Se li due noqii sono in singolare, e dello stesso
genere, T aggettivo si pino mettere parimente in singolare,
come nel quinto esempio, o pure nel plurale dicendo ayea
Vuna e Vakra man mozze; ma se i nomi non sono dello stes-
so genere, V aggettivo più volentier s' accorda col piò vicino,
a^«a una mano e il naso tronco. Alcuni aggettivi, quali so-
no grande^ bello^ san^o^ ttno, alcuno^ signore^ si ironcano
7
74
in gran^ bel^ san^ un^ alcun^ signor^ davanti ai nomi masco-
lini che cominciano per consonante, fuor quando sia la s
seguita da altra consonante. L' aggettivo bello^ neW idioti-
smo bello e fatto^ bello e scosso ^ non significa altro che
quello che suona; e si dice così perchè una cosa fatta, com-
piota, e finita, è bella. Simil senso Jia. nella seguente espres-
sione, Iwati quattro bicchieri belli e nuoi^i, e nelle simili.
AGGETTIVI DI QUANTITÀ^
Vi sono alquanti vocaboli che si osano a dinotar quan-
tità della cosa che il ooine rappresenta; e come fanno pare
Tufficio di qualificarlo in questo riguardo, si chiamano ag-
gettivi di quantità.
I • In Tjìnta afflinone e miseria^ era F autorità delle
leggi quasi caduta • B. a. In pochi anni grandissima
quantità di denari as^anzarono. B* 3« Questo fatto è no*
tO a MOLTI. B.
Gli aggettivi di quantità tanto^ quanto^ troppo^ molto^
poco^ alquanto^ s* accordano col nome come tutti gli altri
che finiscono ino; quindi hanno quattro desinenze. Il terzo
esempio mostra che il nome qualche volta si sottintende ,
sopra tutto quando sia uomini , dicendosi i^i sono molti^ 9Ì
sono alquanti^ w sono tanti^ ecc. Il vocabolo tanto dino-
ta quantità equivalente a quella onde uno ha già parlato, o
che accenna di voler dire, sì che per se medesimo non for-
ma mai proposizione intera; a compiere la quale vuoisi ac-
coppiare con quanto^ come vedremo trattando delle com-
parazioni. Per la medesima ragione il quanto vicenda con*
segue secondo le circostanze. Troppo dinota eccesso; roo/«
to^ quantità grande; poco piccola; e alquanto equivale a
un poco. Il vocabolo altrettanto è composto di altro e
tantOt socio come questo di quanto «
75
I • La giocane non era poco aweduta. B. 2. Era la
casa sopra il mare^ e alta moito. B. 3. Si dices^a che
egli tenesse jìiàìuanto della opinione degli Ifiicuri. B.
4. Egli mi dà un poco di noia. B* 5., Io ho gran de^
siderio dC as^er di quelle pere ; vnonta su V albero^ e git"
tane già alqu^jitte. B.
NoQ"' solamente gli aggettivi si adoperano ad espri-
mere quantità di sostanza, vale a dire a qualificare il nome,
ma ancora a modificare un altro aggettivoi cioè a diminuii*
re 0 ad accrescere di quello la qualità; e allora V aggettivo
di quantità ritiene la terminazione del mascolino ; perciò
che mascolino è il nome sottinteso. La costruzione intera
de' primi due esemp j è, la gioirne non era in poco gra^
do avveduta ; la casa era alta per molto tratto o spazici
e si può notare questa semplice regola, che, se le paro-
le moUOf poco^ tanto, ecc. , precedono un nome, concor-
dano con esso; se un aggettivo, il piiì noQ mutano.
Pochi conoscono il valore delfaggettivo alquanto e-
qoivalente ^unpoco. Questi due vocaboli posti avanti a un
nome singolare, in una proposizióne affermativa, vogliono la
preposizione £//, come mostrano li esemp} terzo e quarto, ma
io una proposizione negativa, per esempio, // mandarlo fiso*
ri di cìasa nostra così infermo sarebbe manifesto segno di
foco sènno^ La sposa fu poco contenta^ la voce alquanto
aoa si può usare; e ciò per la natura della parola stessa
die, dal latino aliquantum^ cioè aUquid quantum^ ulama
(juantità^ dinota una espressione affermativa, mentre che
il vocabolo poco^ che esprime piccola quantità^ essendo.
Mgatiyo, diventa affermativo, aggiungendovi Taggettivo unoi
cioè una piccola quantità* Nel plurale la regola è piò
76
semplice* Se si afferma si fa uso della parola alquanto^ co^
me Del quinto esempio, e uel seguente pure del Boccaccio,
Richesti alquanti nobili gio\fani; e per lo contrario, nella
negazione si adopera.^oco. li Petrarca, Pochi compagni a-
i^rai per V altra via; e il Boccaccio, Son poche sere che
egli non si vada inebbriando per le taverne. Alquanto
sì usa senza la preposizione di anche nel singolare: Ma
poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui. B.
i« Vedendola di tanta buona fermezza^ sommo a*
mor le avea posto* B. 2. E tanto buono ardire al cor
mi corse • • • D. 3* Sembiante facendo d* esser tornato con
MOLTA pia mercatanzia che prima. B. 4* Nella quale
TANTO di piacevolezza gli dimostraste che^ / egli prima
V amava j in ben mille doppj faceste famor raddoppiare. B.
In luogo di dire La notte era tanto oscura , Ella
era tanto obbediente e tanto servente , per la ragione che
adducemmo , che gli aggettivi di quantità non mutano
avanti a un altro aggettivo, cioè non s*accordanò col no-
me, i Romani dicono generalmente la notte era tanta
oscura; ella era tanta obbediente e tanta servente. Egli
è vero che, nel primo esempio, tanto è mutato in tanta
avanti T aggettivo buona; ma, in questo caso V aggettivo
tanto non è posto a modificare, /cioè ad accrescere la qua-
lità espressa da buona; ma bensì ad esprimere quantità del*-
la cosa rappresentata dal nome fermezza, come se si dices^
se tanta fermezza buona. Similmente nel secondo esempio,
se il nome ardire fosse femminino, tanto s* accorderebbe
con esso; perchè quivi tanto non modifica l'aggettivo buo^*
no , ma esprime quantità di ardire buono. Così nel terzo
il concetto è mólta mercatanzia e più che prima. Que-
77
sto & me pare che possa aver luogo solamente quando Io
aggettivo dinotante quantità si possa attribuire, insieme
con quello che lo siegue, a un nome abbiente (i) a quan-
tità, come ne* tre primi esempj, fermezza^ ardire^ mercu"
tanzia; ma quando il vocabolo che esprime quantità non
abbia altro appoggio che uno aggettivo, come nel seguen-
te del Boccaccio: La fanciulla tanta contenta rimase^ quan^^
ta altra donna fosse giammai^ io dico esser meglio non lo
far accordare con V agente, come qui con fanciulla^ cosa
onica e non divisìbile in quantità. Non è da farne abuso
por nel primo caso; ma s* adoperi in particolari circostan-
ze, aflin che abbia valore quando il bisogno il richiegga.
Il dire tanto di piacesmlezza in luogo di tanta piace-
volezza^ cioè porre la preposizione di tra l'aggettivo di quan-
tità e il nome, è maniera latina usala qualche volta dal Boc-
caccio; e similmente ^/à di statore in veceàìpià valore^ come
nel seguente esempio. Cosa inconveniente sarebbe a conce-
dere che più di valore avesse né" piccoli fanciulli Vusan'
zanche il senno negli attempati. B* Ma guardiamoci dallo
abuso, poiché è anche maniera francese.
I • Ella il pianse^ e assai volte in vano il chiamò. B.
2. Piu* giorni felicemente navigarono. B. 3. Non potè*
tu far cosa che meritasse manco scusa. Caro. 4* ^^
tmto ubbidire come schiavi a quattro scalzi centurioni e
^no tribuni ? Day.
Come vedremo che questi vocaboli si usano anco per
aTverbj, così gli avverbj assai^ più^ menOj e manco% si adope-
rano per aggettivi invariabili; e ciò mostran li quattro esempj.
(i) Cioè capace di; da habens, V asa il Dayanzatit mi piaee^ e men sot-
to aftcV io.
78
Questo non mi parelodewi costume^ tutto che il jp/ct*
delle persone lo abbia per famigliare. E certo ^ come che
f uomo sia ii pìxj' del tempo acconcio a sbadigliare. Casa.
La voce pia dal latino plus^ nel suo originai senso,
è termine comparativo , al quale corrisponde che o €Ìi.
Quando è preposta come aggettivo di quantità a un no-
me plurale, si fa ancora in virtù della idea comparativa
più di unOy pia di due^ di tre. Ora, a questa voce ponen-
do r articolo , si forma un superlativo, come ne* citali
due esempj, ne* quali il pia vai quanto la maggior parie*
I • Ogni poco di cosa basta ; due paia di capponi ah-
nosTO^ un paio lessi con ecc. F. 2. Essendogli Tiberio tale
affezionato^ che^ nel parlare a padri e al popolo^ lui ce-
lebrava per suo utile compagno alle fatiche. Z^La città è r^-
LE imbrigliata , ch^ ei può andare a dar pasto agli animi
militari. Dav. 4* J^^ as^endo^ me coìttrjìstante due gio^
vani presa ^ e per le trecce tirandomi eccB. ^. altra lin-^
gua è quella che si scrive nelle cose alte e leggiadre , e
ALTRA è quella die si parla famigliarmente. G,
Tutti questi aggettivi escono dell'uso ordinario. Met-
to qui il vocabolo arrosto^ tutto che veramente sia avverbio,
per essere nel primo esempio contrastante col seguente les-
siy il quale come aggettivo fi accorda col nome che ambe-
due qualificano. Quello non i accorda col suo plurale, per-
chè è un composto di a rostOy e vi s* intende a)tti\ nel me-
desimo modo, nonpertanto, si dice a lesso. Piacemi Tagget-
tivo tale come T adopera il Davanzali; v*è ellissi (i) di in
(i) Lettore, quando t* abbatti in "un vocabolo onde non conosci o non
ricordi la deBaizione» va air indice \ che io non la posso ripetere ogni Tolta.
Quello sciocco che scrisse T Antipurismo dice che é rillania dar dei f« al
lettore, perché i Francesi gli dan del voi ! Parti ì
79
moéh. Il formare di quando in quando gli aggettivi col ver-
bo agente, alla latina, è leggiadra maniera, e innalza lo
stile. Id luogo di dire : La lingua che si scri\fe e' quella
che si parla son due cose di^ferse^ si usa ripetere V ag-
getlivo alirOf a guisa del quinto esempio, cosi per questa
come per ogni altra cosa; ed è bella locuzione particolar-
mente italiana; bensì derivante dal latino.
I. Il mandarlo fucri di casa nostra così infermo sa-
rehbe manifesto segno di poco senno. B* a. Io ti farò fare
ma certa hes^anda stillata molto buona e molto piacevole
a bere^ B. 3» Sciocche lamentarne son queste e procedenti
àa poca considerazione. B. 4* Tolga il cielo che tanta w7-
ià in romano spirito albergar possa giammai, B. 5. Era al^
loraper awerUura una poi^era femminetta alla marina, B»
6. Ogni cosa era seminata dCerbucce odorose e di be' fiori,
i'']é Napoli è una città antichissima^ e forse così dilette^
volecome alcuna altra in Ita lia.'B. S, Nel me zzo era un pra-
to di minutissima erbuj dipinto di mille {Varietà di fiori. B. .
Per fare un cenno del luogo che deve tener Tagget*
tÌTo rispetto al nome, cioè se prima o dopo, con ciò sia che
il Toler dar ragione di tutti i casi che si presentano nella
nostra lingua, richiederebbe spaziarsi in infinito , mi ri-
stringerò ad alcune osservazioni sópra li precedenti esem-
pi- Nel primo l'aggettivo manifesto che sta avanti al no-
QK segnoy starebbe bene egualmente dopo, e solo si ver-
rebbe a dar alquanta maggior forza ali* aggettivo. Posto
il nome dopo V aggettivo , quello porta la enfasi; met-
tendo questo dopo e il nome avanti , la enfasi viene a ca-
liere sopra r aggettivo. Cosi il precedente aggettivo nostra
si potrebbe mettere avanti a casa^ purché vi si apponesse
8o
r articolo; ma in tal caso^ come mostra l'applicazione
del r articolo, chi parla iatenderebbe ad esprimere cod-
froQto di casa con casa. Nel secondo esempio, io non di-
rei stillata bes^anda^ perchè T azione di stilkure dee se-
guire il far delia bevanda, e qaindi V idea che contie-
ne r aggettivo stillata dee essere posteriore a quella della
bevanda; in modo che quella parola stillata^ nel leggere
della proposizione, resta fra due pause. Col porre Tag-
gettivo sciocche in capo della terza proposizione, si dà alta
espressione il massimo grado di forza, perchè noi Italiaoii
quando slam mossi da alcuna passione, facciam sentire pri-
mieramente quella parola che più ci preme a dire, avanti
che la proposizione si sia formata nella mente; sì che forza è
che esca quasi senz* ordine il parlare, come ben si scorge
nello^ndamento del terzo esempio; il quale, se il dire non
fosse passionato, si esprimerebbe così, queste sono lamen-
tanze sciocche ecc. L'aggettivo romano del 4* esempio non
terrebbe né accrescerebbe all'espressione quando fosse mes-
so dopo il nome, potendosi pronunciare sopra di essola en-
fasi tanto prima quanto dopo; e dipende molto da chi parla
o legge il dar più forza all'aggettivo che al nome, o vice-
versa, come nel presente caso. Nel quinto esempio se si pa<
nesse il qualificante povera dopo femminetta, muterebbe
il senso; perciò che si verrebbe a mettere la persona in con-
fronto con l'altre di ricca o di miglior condizione; il che
mostra che l'aggettivo in italiano ha generalmente maggior
virlilÉ quando sta dopo il nome, che quando sta avanti; sal-
vo il caso, del terzo esempio, del metterlo in principio del-
la frase. Le parole erbucce odorose e città antichissima del
sesto e del settimo mostran similmente che, quando si vuoi
8i
dar maggiore enfasi airaggettivo, si mette dopo il nome;
il cbe avviene allor che la qualità più che la sostanza ci
occupa il pensiero. Per tal riguardo, si potrebbe dire nello
ottavo esempio erba minutissima. Non niego che le più
volte chi scrive si lasci guidare dal semplice suono delle
parole; ma questo dipende dalKaver fatto buona pratica de*
gii aatori; e in molte circostanze V armonia sarà la sola ca-
gione della posizione dell'aggettivo rispetto al nome.
I • Li medici con grandissimi argomenti e con pre^
sii aiutandolo^ appena il poterono guarire. B. Da cotanti
e così fatti soffiamenti^ da così atroci denti, da* così aguii^
sono sospinto , molestato, e infino nel i^iw trafitto. B.
II frapporre così il nome tra 1' uno e V altro agget-
tivo, come in questi eseropj, in luogo di con grandissi'-
m e con presili da così atroci e acuti denti, è vaga maniera
usata dal Boccaccio, aiutante la varietà; ma guardati dallo
affettare imitazione col troppo.
DEL VARIO VALORE DEGLI AGGETTIVI
Mi rimane ora a fare alcun motto del valore degli
aggettivi, che varia secondo la desinenza loro; e vi sareb-
be forse più da dire che non sarà possibile a me , il qua-
le (i), proprio in quello che son per mettere il capito-
ci) Altri Torrebhe forse eh* io qui dicessi al quale » in virtù di quel
rìtn ricordato che siegue; ma, lettore, quando ti «Tvieni in costruzioni che
ti riescano o strane o difettose, non mi voler condannare» che non abbi letta
tutta la nostra operaj avvegna che spesso io faccia uso di queste credute stra-
Taginze per rimetterle, quanto é in me, nel campo della lingua^ onde sono
state espulse per non esser concetta lor giustezza. A luogo proprio do poi
ragione di cotali costruzioni derianti dalle ordinarie» e pruoTO esser rette ;
come proverò che qui si può lasciare quello i7 quale tutto solo, e mettere
«a dativo dopo.
i
83
lo fra le mani dello stampatore, mi vieoe da un mio ami*'
co ricordato che io voglia porre qui un cenno, e far sen-
tire, se possìbile è, la virtù di quelli e la differenza dei
concetti che esprimono. Per lo brieve tempo adunqne
che mi è dato, toccherò alquanto quegli aggettivi solamen*
te che più mi paion fornire materia di ragionare •
I • Amabìu donne ^ come in noi è la pietà commenda^
ta , così ancora ecc. B. 3. Di che assai dolore e inestìm ab-
bile sentii^. B. 3. E quando fur ne cardini distorti Gli
spigoli di quella regge sacra , Che di metallo san sonan-
ti e forti. D. 4* Temendo de'' freddi sdenti , e più delle
i^elenose e mordenti flere^ sopra urC altissima quercia
5* ingegnò di salire. B* S. Messer Negro che antico era
oramai^ e uomo di natura benigno e AMORErots^ ecc. B.
6. E con queste sue wstNCUEVott parole gli presentò
la cinghialina testa. B« 7. JFìir i biondi capelli allor i^ela-
ti^e r AMOROSO sguardo in se raccolto. P.8. Piouonnù ama-
re lagrime dal viso^ con un vento angoscioso di sospiri. ?•
Qui son notati aggettivi di quattro terminazioni, in
abile^ in ante o ente^ io evole^ e in oso\ due de* quali so-
no traiti da* verbi e due dai nomi; onde quelli esprimo-
no azione e questi qualità. La desinenza in abile disegna
capacità, nella persona 0 nell' oggetto al quale è apposto
r aggettivo, di quella cosa che constituisce V azion del ver-
bo; e ciò è espresso chiaramente per la desinenza mede-
sima. Dico che li due aggettivi amabili e inestimabile del
primo e secondo esempio son tolti dai verbi amare e sti-
mare-^ che amore e stima son le cose donde si formano
questi due verbi; e che quegli aggiunti dinotano le don-
ne e // dolore in quegli esempj nominati « abbienti o ve*
83
ro abili alP altrui amore e stima. La desinenza in ante
o in ente è attiva , e troppo per se chiaro è l' ufficio che
fd r aggettivo terminante in quella. Sonante è toilo da
sonare; mordente da mordere ; e questi due qualificanti
equivalgono a corpo che suona, fiera che morde. La ter-
mioasiooe in e\H>le^ generalmente tratta dal nome, espri*
me inclinazione, attitudine, tendenza, verso quella cosa ,
che il nome onde si compone l'aggiunto disegna; però
l^aggettivQ amorevole del terzo esempio attribuisce a Mes*
ser Negro inclinazione e tendenza ad amore; e il qualifir
caute lusingheiH)Ie dei quarto dinota attitudine a lusinga
nelle parole del cacciatore, il quale la testa del cinghiale
alla donna presenta. Così pieghevole significa tendenza a
persuasione, a condiscendenza; agevole^ attitudine a faci-
lità, malagesH>le a difficoltà. La terminazione in o^ non
esprime qualità che muova o tenda , ma ferma e stante
nella persona o nella cosa a cui si attribuisce, come parte
componente di quella; per suo adornamento o per scon-
cio, per bene o per male; quindi gli aggettivi amoroso
e angoscioso rappresentano amore e angoscia in quello
sguardo, in que* sospiri. Così velenoso aggiunto a serpe
dimostra in quello caper veleno ; cespugliosa posto a sel-
va la rappresenta intricata e forte di cespugli; e nel verso
del Petrarca : Da lei nen f animosa leggiadria , V ag-
giunto animosa esprime leggiadria in cui anima spira.
I» O Simon mago, o miseri segujcì^ Che te cose di
Dio che di bontate Deono essere spose^ e. voi rapaci ecc.
D. 2. Ma la cosa incredìbile mi fece indurlo ad ovra che
a me stesso pesa* ì). 3. Gittaimi stanco sopra t erba un
giorno^ is^i accusando il jfuggìtifo raggio. P. 4* Luogo
84
è in inferno detto Malebolge% TìUio di pietra e di ca-
hr i^ERRiGNO^ D. 5. f^erdi panni ^ Sj^nguigni^ oscuri^
e persia Non iresti donna unquanco. P. 6. In mi mio
primo gios^nile errore ecc. P. 7. Non impedir lo suo
fatale andare. D.
Altre sei terminazioni di aggettivi son comprese iu
questi esempj; tre de' quali in ace^ in ibile ^ e in itivo^
son tolte dai verbi; e tre in igno^ in ile^ e in tde^ derivan
da nomi. La prima in ace dichiara eccesso, nella perso-
na disegnata per tale aggiunto, nelF oprar di quella azio-
ne che esprime il verbo onde è tratto Taggettivo; e seb-
bene il vocabolo seguace non faccia sentire troppo be-
ne questa idea^ ella è percettibile in rapace^ e in altri
aggettivi di tal sorta, quali sono loquace^ mordace^ men-
dace. L'aggettivo che termina in ibile è, il più, dato
alle cose; e significa potenza 0 impotenza in esse a pro-
durre quello atto che il verbo comprende, come il voca-
bolo incredibile del secondo esempio dimostra; e come si
può scorgere in altri aggettivi di simil natura, tangibile^
fattibile y indicibile. L'aggiunto che finisce in ivotxAi^
concepire T idea di un'azione che non s'arresta mai; e dif-
ferisce da quello che termina in ante o in ente per ci&
solo che questo esprime capacità, tendenza, o disposizio-
ne a quella cotale azione compresa neiraggettivo, quan-
do capiti Poccasione; laddove l'altro la dimostra in at-
to, e indefinita nel tempo. La terminazione in igru> ài"
mostra qualità del modificato oggetto tendente a quella
cosa che nell* aggiunto è compresa; onde i vocaboli /<?/*-
rigno e sanguigni dinotan tendenza in quei panni, in quel-
la pietra al color del ferro e del sangue; così maligno ac-
85
cennerà tendenza al male; arcigno ad asprezza, ad acer*
bitlk, benignOj al bene. La terminazione dell' aggettivo in
ile dinota apparenza , massimamente nelF aspetto della
persona, di quella cosa della quale trae V aggettivo sua
denominazione, o pertinenza o proprietà di quella; sì che
r espression gioQenile del 6 esempio vai quanta errore
che è proprio della giospanezza; e così febbrile asp^o di««
noterà nel viso sintomi visibili o apparenti di febbre; nut^
sdiUe^ apparenza di virilità. Finalmente la terminazione
in ale esprime qualità proveniente da quella cosa della
qoale à formato Taggettivo; onde il fatale deiruUimo esem-
pio significa decretata dal fato; regno animale vuol dire
quella parte della natura che comprende jgli esseri do^
tati di anima; e cosa naturale , signiGca cosa proveniente
per via diretta dalla natura.
Amico, sé non ti ho pienamente contento, se questa
mìa definizione' è difettosa, m'avrai per iscusato; che io bo
fatto quanto la brevità del tempo e la novità dello argo-
mento m* ha concedutQ •
CAF. vili.
• •
DEGLI ArMENtÀTtVI E DE* DIMINUTIVI
4
Fra le particolarità della lingua italiana sono alcune
alterazioni di nomi, dalP uso introdotte a modificare Tideà
originale, ad accrescere o diminuire Tidea della grandezza
degli oggetti, con raggiungere una o più sillabe ai nomi
86
medesimi; il che àk a quelli una espression tale cbe, né per
un aggettivo, uà per più parole qualificanti, si potrebbe ot-
tenere. Quindi si chiamano aumentata quelli che accre-
scono r oggetto, e dinùnuim quelli che lo diminuiscono.
▲UMSBTATIVI
I • E ifedemmo a mancina un gran pjBTRONEé B. 3« Io mi
accorsi che^l monte era scemo t a guisa che i vALU^Nt sceman
quici. D. 3. yi gitiò sopra un pannaccio (fun saccone. B.
Si formano gli aumentativi col mutare l'ultima vocale
del nome in one\ con la quale desinenza vi si comunica la
idea di grandezza è di estensione eccessiva. Tutti i ooaii,
senza eccezione, mascolini e femminini sono abbienti a tale
aumento; ma i femminini che sottostanno a qnesta alterazio-
ne diventano mascolini. Quindi di pietra e caZ/e, nomi fem-
minini, si sono tratti due mascolini, /^afro/te e s^allone^ a ca-
gione della maschia qualità che si suole attribuire alla gran*
dezza proporzionata con la estensione del corpo. Yedesi
dal primo esempio che, ancor che la terminazione ixione
conferisca V idea di grandezza, pure vi si può aggiungere
un aggettivo ad accrescere vieppiù il valore dell* aumenta-
tivo; gran petrone.
Io m assettai in su quelle spailacce.D. 2do dubiterei
che una di queste JFEMMiNACCEnongli a^sse fatta qualche
malia. G. 3. La trovò nel disfare un suo casolaraccìo G.
Gol mutare la lettera finale del nome iù acòio e accia
si forma un'altra maniera d'aumentativi, che comprendono
.non solo Tidea di grandezzo, ma anche la.qiialità' di brutto
e di spregevole, come dal suono medesimo di quelle termi-
nazioni si può sentire. Di qu^to aumento pura son capaci
tutti i nomi senza eccezione* «Le desinenze azzo e astro
87
slmilmente esprimono disprezzo, cerne popolazzo^ giovana-^
stro\ ma questa alterazione la ricevono alcani nomi solamente.
Seryono per Io femminino mutando V 0 in a. Oltre ad alcu-
ne altre desinenze che si usano per gli aumentativi, come
baciozzOi giwanotto^ amorazzo., anche gli aggettivi si piega-
no a tali modificazioni, quali sono grandaccioy grassotto^ fre*
scozzaci frescocciaj foresozza^ pecckiottOt ecc.
DinUNUTlVl
I • Non se ne farebbe uno scodelun ( scodella ) di
salsa. B.(La parola tra due parentesi è rorlginale.) 2. Pre^
sero insorse un gIjìrdi netto {giardino ) la via. B. 3. Cor^
si al palude ^ e le cannucce ( canna ) e 7 braco n% im"
pigliar «, eh* i caddi S). 4- "^ ti sì cu zzo (tisico ) e tri-'
stanzuol mi parete. B. 5. Avendo quello a che ella aveva
teso il LACCIUOLO (laccio) B. 6* Era un buono omicciuolo
(uomo) d* un loro bellissimo giardino ortolano. B. y. E
quei sen venne a riva con un casello ( vaso) snelletto e
leggiero. D. 8. Per correr miglior acqua alza le vele ornai
la Nj4fi€ella ( nave ) del mio ingegno. D. 9. Quante volle
ho io detto PAZZERELLA (pozzu ) chc tu ifé* , • . B.
Le desinenze contenute ne* soprapposti esempj sono
le più usate per li diminutivi. Il valore di ciascuna tenterem
di esprimerlo per le seguenti definizioni tratte in sostanza da
una grammatica francese italiana delBiagioli.
La prima desinenza, in //io, esprime non solamente la
piccolezza dell* oggetto, come mostra il primo esempio, ma
talvolta una certa affezione e tenerezza che ne inspira natu-
ra per quegli enti che più stanno in bisogno della nostra assi-
stenza. Notisi che i Aonai portanti cotal desinenza trasmet-
tono all' imaginazione una grazia particolare, e conferiscono
88
una leggiadria agli oggetti modificali che si sente nella
terminazione medesima, come in piccolino e mazzolino
delli seguenti esempj : Sappi cKio era allora piccolino*^
Lasciami leuar questo mazzolino di fiorii F.
La seconda etto, può esprimere i. una semplice idea
di piccolezza» come nella parola giardinetto del secondo e-
sempio; 2. piccolezza e grazia, come in questo verso di
Dante: Per le sorrise paillette brevi ^ 3. piccolezza e di-
sprezzo, come in ometto della proposizion seguente del Ca-
ro : Chi è questo ometto che ci è svenuto a dir villania in
casa nostra ?
La terza uccio disegna piccolezza; ma potrebbe anche
esprimere unMdea di grazia o di disprezzo» Dante ci dà il
primo senso nella parola cannucce del terzo esempio. Il
Boccaccio esprime il secondo nel diminutivo erbucce^ di-
cendo: Ogni cosa era seminaia (ferbucce odorose^ e il terzo
senso ci vien porto da Matteo Villani nell* espressione con
vii cappellucciom
La quarta uzzo^ adoperata qual espressione di picco-
lezza nei corpi, indica eccessiva magrezza , ma può anche
esprimere grazia. La prima idea si sente nella forma tisi-
cuzzo del quarto esempio. L' altra è evidente nella voce oc-
chiuzzo del seguente, tolto dalla Fiera del Buonarroti: /b
ella pia quegli occhiuzzi ribaldi che mi fer pazziar ? Si-
gnifica anche piccolezza nelle cose, come T esprime il Boc-
caccio : Egli s* avea messe alcune petruzze in bocca. E qui
è da notare che, come nelle parole che contengono la sil-
laba uo^ se r accento nel diminutivo passa ad altra vocale,
si toglie Yu della forma radicale; e da uomo e figliuolo si
fa ometto^ omuzzo f figliotino^ figlioletta; così 9 per rauto-
«9
rilà di Dante e del Boccaccio^ da pieU^a^ togliendo V /, si
fa peirane^ petrinai petruzza^
La quinta 2io/o| accenna piccolezza e disprezzo* IlBoc*
caccio ne offre il primo significato nella parola lacciuolo
del quinto esempio; e si discerne il secondo nella espressione
del medesimo: mercatantuolo di quattro denari che egli è I
La sesta icciuolo « dimostra piccolezza e disprezzo ;
ma pnò anche significare la poca importanza che si dà alla
persona cui si attribuisce. L* Ariosto ci porge la prima idea
nella voce omicciuolo^ dicendo: gli dimostrò il bruttissi--
mo omicciuolo* Il Boccaccio ci fornisce V altra nel sesto
esempio •
La settima e//o, può esprimere semplicemente un* i-
dea di non importanza o piccolezza deiroggetto» o disprex^
zo per la persona cosi qualificata. Abbiamo il primo senso
nella parola vasello del settimo esempio» Il Firenzuola ci
dà il secondo io procuratorello della proposizion seguente:
Che direte d* un certo procuratorello ecc.
L^ottava /ce//t>, può esprimere i. semplice piccolezza;
^. disprezzo. 3. grazia o leggiadria. Ritroviamo il primo con-
cetto nel diminutivo na\^icella dell* ottavo esempio ; il se-
condo ci yien dato dal Boccaccio nella voce fraticello^ di-
cendo un fraticello pazzo; e V ultimo, nel medesimo voca*
bolo, dal Petrarca: E i neri fraticelli, e i bigi, e i bianchi.
La nona eretto^ può significare semplicemente la pic-
colezza d*un oggetto, e anche la mobilità del naturale d'una
persona. Il Redi ci porge il primo senso nella parola coie^
felle della seguente proposizione: / libri son tutte cose-
relle stan^xUe in questa città, lì Firenzuola ci dà il secon-
do in pazzerella del nono esempio.
8
90
G* è un' altra desioenza icciaUo o icciattolo ^ che e-
sprime il massimo disprezzo. La Crusca produce il seguen-
te esempio : Egli è un certo omicciatto 9 che non è nessitn
di 90i che^ speggendolo^ non gli y^nisse a noia^
Qualche volta uà nome modificato da una di queste
terminazioni , muta il genere. Nel primo esempio da sco^
della si è fatto scodellino ; così da botte si fa botticello.
Le desinenze one e accio degli aumentativi si posso-
no usare come abbiam detto, con ogni nome, ma impossi*
bile sarebbe lo stabilir regole per li diminutivi. L^una de-
sioenza sta meglio a una parola che T altra, o per uso, 0
proprio per suono. La pratica sola de* buoui scrittori ci può
fornire quella delicatezza di gusto che bisogna a far baoDa
scelta de' diminutivi.
GAP. IX.
DE' COMPARATIVI E DE' SUPERLATIVI
ComparatisH} chiamasi l'aggettivo checOQtiene*in se una
idea di comparazione. Propriamente i comparativi non so-
no della lingua italiana; che quei pochi che ci si trovano so*
no tolti dal Latino, come migliore^ peggiore^ maggiore ^ m*
nore^ superiore^ inferiore; ma poiché gli altri aggettivi non
si possono ridurre allo stato di comparativi con aggiungere
loro una sillaba come nel Latino, cioè facilis^ facilior ; do'^
ctus^ doctior; e neiringlese/!>i^,/?/ier; edsjr^ easier; noi par-
leremo, non di comparativi, ma delle comparazioni o del-
9«
le proposiziom comparative, che hanno luogo nella no*-
stra lingua*
COUPARAZIONI D^EGUAUTA*
Termini (i) che si adoperano ad esprimere queste
comparazioni*
I. termine. 2. termine* i* termine* a. termine.
Cosìf come. «S?, come.
CosìtostOt come tosto. Così pia. tosto f come piàtosto*
Tanto^ quanto^ Tanto pià^ quanto pia.
Quanto pià^ tanto più. Quanto menoj tanto meno.
ESEMP/
I • Io mi credo che così sia cohe \h)ì mi fas^ellate. B.
3. lo non son sì secchio come stipare. B. 3. Voi non ^e ne
avvedeste così tosto come ha fatto egli. B. 4* Cerréte come
più tosto potrete. B.
Le comparazioni espresse in questi esempj, che in gè*
sere abbiaaio comprese in quelle d* egualità, perchè con-
stituiscono egualità di maniera, si possono chiamare in
specie comparazioni di maniera; la qnal idea si può meglio
disceroere riducendoi per esempio, T espressione della pri-
ma frase alla seguente , io mi credo che sia in modo tale
(juale iH>i mi f assaliate ^ come si possono ridurre tutte le al-
tre. Ora, in queste comparazioni , come dagli esempj si
pQÒ scorgere, il termine corrispondente a così o sì è come.
Se al termine di comparazione s^agginnge tosto opià tosto^
questa forma addizionale vuoisi omettere, nel primo o n^l
secondo termine, per agevolare T espressione. Quindi nel
secondo termine del terzo esempio tosto è sottinteso; e nel
(1) Li chiamo termini, perché tenninano o limitano la comparasdone nd
nodo 0 nella «{oantiliu
92
quarto ve inteso il primo termine della comparazione co«
sì pia tosto.
Trovo nella storia del Botta questa compar?ziones
Nelle com^rsazioni sì pubbliche che private. Il Pertica-
ri dice: Nel parlare a^ popoli sì greci che latini. Egli è
un bratto gallicismo imitato da molti il mettere ^^ in luo-
go di come; negli scrittori classici non si trova un solo e-
sempio^di questo che adoperato per secondo termine di co*
sìf o sì; è dunque un vizio in nostra lingua da guardarsene.
I • f^oi potete^ così compro, molte volte avere udito ecc.
B. 2. Costoro , che d altra parte erano ^ si come lui^ mali-
ziosi ecc. B. 3. La mia novella non sarà di gente di sì alta
condizione , come costoro de* quali voi avete raccontato* fi-
Facendo uso dell'agente dopo come^ si sottintende
il verbo, cioè come io ho udito; ma si usa similmente Tog-
getto, come me^ come te, come lui^ qual si vede nel secon-
do esempio; e in tal casa non s* ha a credere che me, fó,
e lui^ stiano in luogo di io^ tu, egli; Tidea è differentemen-
te espressa. Il concetto del vocabolo come è: in modo tale
e quale j o in modo simile a, o vero similmente a • Ciò po-
sto, alla prima espressione deve seguire la forma del pro-
nome agente ; alla seconda quella deli* oggetto, in arbitrio
del dicitore T usare più tosto l'una che 1* altra espressione.
Nel terzo esempio bisogna supplire sono tra come e costoro;
che altrimenti non sarebbe logicamente espresso il mette-
re in comparazione 1* altezza della condizione con V altez-
za delle persone; la comparazione è tra condizione e con-
dizione •
I . Di questo mondo ha ciascun tanto, quanto egli
se ne toglie. B. a. Io vi attenderò quanto vi sarà agrado.B.
93
3. QUANTO PIÙ* io USO con w)/, TANTO Pio* mi parete sawo.
B. 4* Quanto pìu' la cosa desiderata s" appropinqua alde^^
sideranie , tanto è il desiderio maggiore. D.S. E pìu*
TANTO sono essi ancor migliori , quanto son piu^ vicim
al poster principale* B.
Le soprapposte ciomparazioni constituiscooo egualità
di quantità. Il primo esempio dimostra che quanto è il ter-
mine corrispoodente , in queste comparazioni, a tanto ; il
quale è qui espresso perciò che tutta la enfasi di quella sen-
tenza cade sopra i termini coraparativi^ sì che bisogna far
pausa dopo tanto^ ma se, come mostra il secondo esempio,
la forza delP espressione non è portata massimamente so-
pra la comparazióne, allora, quando li due termini si trovi-
no neirordine delle parole in immediato contatto, si suol
sottintendere ilprimo, tanto. Così le maniere comparative
quanto pià^ quanto meno^ hanno per corrispondenti tanto
pià^ tanto meno. Gli avverbj più e meno non hanno luogo,
se la comparazione cade sopra aggettivi che in se compren-
dano il valore comparativo, quali sono maggiore^ minore^
migliore^ che stanno in luogo di pia grande , più piccolo ,
più bello ò buono. Per questa ragione dice Dante nel quar-
to esempio quanto più • • • » tanto maggiore. Il Boccaccio
nondimeno fa uso di più nel seguente esempio, benché a-
vrebbe dovuto dire e tanto sono essi ancor migliori^ forse
a vieppiù rincalzare T espressione.
Anche in queste comparazioni se per secondo termine
di tanto si nìettesse ohe , come fa il Monti, ne riuscirebbe
UD gallicismo; La lingua artificiata è opera del sapere che
la tira dalle altre lingue j tanto niorte cffs pim&. Io non mi-
posso tenere che non iaocia le maraviglie! Così, non occorre
94
dire che chi facesse uso ài più senza tanto e quanto nel ter-
zo e quarto esempio^ scriverebbe non italiano ma francese*
I . Non è gente tanto mga di mangiare insieme, e di
ricevere forestieri, Dav« 2, Se noi guardiamo con che ne*
fanda voce L. Prisco ha sporcato la sua mente e gli orec-
chi degli uomini t né carcere ^nè taccio , né umile strazio, gli
è TANTO. Dav. 3. Quanto io amerò la Spina^ tanto sempre
per amor di lei amerò te » e avrotti in reverenza* B. 4- In
simili atti TANTO sHile e cosi* noia la sospezione i signari 9
QUANTO la certezza* Gasa. 5. Laddove chi è strano pare in
ciascun luogo straniero; che tanto viene a dire , quanto
forestiero. Gasa.
In tutti questi esempj le comparazioni escono della ma-
niera ordinaria; e perciò meri tao schiarimento. Il Davanzali,
dopo aver fatto menzione de* Germani, dice : Non è gente
tanto vaga ecc; e lascia il secondo termine di comparazio-
ne sottinteso ; cioè quanto sono i Germani ; parimeotCì U
concetto inteso nel secando esempio è, quanto egli ha me"
ritato; onde si vede che anche quanto si può sottintenderei
come di tanto assai spesso si fa. Dal terzo esempio appare
che nella comparazione di quanto più j tanto più^ltiyoce pia
si può tralasciare; ed è modo elegante. Il Boccaccio ne for-
nisce esempio ove si sottintende tanto innanzi a pia: E oltre
a questo piu^ mi debbo tC vostri piaceri piegare^ in quan^
TO voi d voi medesimi avete offeso; ma se tu métti due pia
per comparazione, senza tanto o quanto^ tu fai, come già av-
vertii, un gallicismo; e non troverai clàssico che tei faccia boo-
Bo. Forse in questo ultimo esempio l'Autore non pose quel"
la preposizione a innanzi a voi medesimi; ma, se la scrisse,
intese di dire avete fatto offesa. Il quarto e il quinto dimo-
^« f
95
strano che la stessa proposizione può comprendere ambo le
comparazioni di egualità e di quantità , e sottintendere uno'
0 dae termini ; però nel quarto esempio è tolto come ; nel
quinto, così e quanto. Son cose ben degne di noia; perchè i
modi che escono dell' ordinario constituiscono l'eleganza.
Il Davanzati dice: Ogni ifiìiaggio piglia scambiewlmente
Tjìhtti terreni^ quanto possono i suoi coltivare; ma qui non.
mi par poter giustificare la discordanza; perchè egli' poteva
dire o tanto terreno^ quanto^ o tanti terreni^ guanti^' come
forse egli scrisse»
I . Quanti nella sala erano\ parafano uomini adorna'
brati. B* n. S/ per la sua nobiltà j e sf per la sua scienza 9
cìttadinescaniente ^is^easi. B. 3. La ricchezza^ piena di mil-^
le sollecitudini ^ e ^altrettante catene occupata^ nelle
fortissime rocche teme V insidie. B. 4* ^^ ^on so a che io
mitegnOj che io non vegna laggià^ e deati tante bastonate ,
qojNTO io ti i^eggia muos^re. B. 5. Cignesi con la coda
tante v<dte^ quantunque gradi mol che già sia messa. D.
6. Fede portai al giù f Jose (^zió tanto^ ch^ i ne perde^ le
9eneé ipolsi.h.
Per ben comprendere il ^tta/i^i del primo esempio, con-
▼ien supplire le parole intese cosi in quello come in simili
idiotismi ; tutti cioè tanti uomini quanti erano nella sala
parevano ecc* La particella sìj ripetuta nel secondo esempio,
non è altro che il primo termine così abbreviato e replicato.
Dicendo sì per la sua nobiltà^ come per la sua scienza ecc.,
si vede chiaro la comparazione • La parola altrettante del
terzo esèmpio compbsta àialtré e tante è un altro termine
di comparazione, il cui corrispondente quasi sempre si sot«
tintende; quindi la piena eostruzione è occupata daltret-^
96
tante catene , quante sono le sollecitudini • L*analÌ8Ì del
quarto esempio è» e deati tante bastonate e per tanto tempOf
in quanto io ti veggia muos^re. Il quinto esempio è posto a
dimostrare che tanto^ non essendo quivi termine di compa*
razionei ma avverbio 9 per ciò è seguilo da che e non da
quanto. Così dissi nella prima edizióne di questo tanto che^
ma un mio scolare avendomene richiesto una definiziou filo-
sofica, io mi sdebitai così :
A voler conoscere T ufficio che fa tanto allor che egli è
seguito da che^ bisogna internarsi nel priaio concetto sot-
tinteso in quelle proposizioni che esso forma. Già, ia tal ca-
so, non dinota più manifesta comparazione; esprime, in un
modo, determinazione; ma pure la sua affinità con quanto^
sebbene allora non appaia manifesta, non la perde mai to-
talmente; e per giungere a comprendere come si venga a
legare insieme tanto con cke^ fa mestieri reintegrare Tide-
ale comparazione onde Tespression deriva. L* analisi della
idea intesa nel tanto che io ne perdei del quinto esempio
è : Io portai la fede del mio (^zio utanto eccesso j quanto
è quello che fa perdere alVuom la s^ita; per lo che io per-'
dei ecc. Cosi in questa proposizion del Boccaccio. 9 Quii^i
aspettate tanto che i^enga colui che io manderò per ìh>ì^ la
idea compresa nelle parole è : aspettate tanto tempo quanto
ne correrà inflno al punto in che i^ehga colui ecc. Anche
il Tocabolo tale esprime comparazione col suo corrispon-
dente termine quale; e pure gli è per Tordinario seguito da
che; tal che; talmente che; lasciando la comparazione im-
percettibile; ma a chi vuol trapassar dentro al velame dei
concetti, ve la trova. Costoro, dice il Casa, recano le per^
sone a tale, che non è chi gli possa patir dis^edere-^ Ecco
97
la comparasione : Costoro recano le persone a tal grado di
fastidio^ quale è quello in che un perde la pazienza , e fino
al punto in che non è chi eec* Elsponiamo ora le idee di
questi tre esempj eoa termini e con espressione più sem*
plici, e vedremo che V ufficio di questo tanto è quello di
determinare il ponto al quale perviene V azion del verbo.
Io portai la fede del mio o/fizio allo eccesso in che perdei
ecc. 2* Quivi aspettate infino alV ora die i^nga ecc. 3. Co-
storo recano le persone a quel grado di fastidio in che.
La difierenza adunque che passa tra le espressioni tanto
quanto e tanto che^ è che questa dinota quantità determi*
nata, e quella indeterminata. Dico indeterminala, perchè
quando uno dice a un altro, Io s^i attenderò tanto^ quanto
pi sarà a grado^ non determina la quantità del tempo; ac-
cenna solo il tempo del suo aspettare dover essere eguale a
quello che sarà altrui a grado; ma se V altro risponde, a-
spettate tanto che io sia tornato^ dà un termine al tempo
per una circostanza. £ per distinguere, in conclusione, Tun
tanto dair altro, chiameremo Puno tanto camparatiuo, l'al-
tro, tanto determinato.
COAIPARAZIOIVI DI SUPERIORITÀ* E D* INFERIORITÀ*
I . Ella è Pitr" innamorata che savia. B. 2. Tutti e tre
a Firenze piìj che mai strabocchewlmente spendevano. B.
3. A me eraassai più a grado la morte che il più vivere. B.
4* Tutte le scuse che allega sono pio brutte che il fatto
stesso. Caro* 5. Io sto meglio che non state voi. B. 6. Io
credo che egli possa dire che io porto le parole pru^ che
tu i fatti non fai. B. 7. Chi starebbe meglio dì me^ se que--
gli denari fosser miei ? B. 8. f^oi potreste esser caduto in
MjtGGiOE perìcolo Di questo. B. 9. Valeva pìu dì tre mila
lire. B,
98
Qaeste comparazioni ai chiamano di superiorìtlk e ài
inferiorità dai termini pia e meno cbe le compongono; il
corrispondente de* quali è che; ma questo non ai adopera
se non quando le due cose comparate sian parole d* egoai
valore o qualità; cioè due aggettivi, due avverbji due nómi
o due pronomi rappresentanti Tageote del verbo. Nel pri n
mo esempio la comparazione cade tra due aggettivi, inna^
morata e swia ; nel secondo si comparano due tempi diver-
si per mezzo di due avverbj, Tun sottinteso, aliami e Tal-
tro espresso , mai; nel terzo la morte e il (^iWne, due nomi,
e nel quarto scuse e fatio^ nomi similmente, sono i soggetti
della comparazione; nel quinto e nel sesto stanno in con-*
fronto io agente di sio% e ìh>ì di state; io agente di porto j e
tUj di fai. In ogni altro caso il secondo termine comparati-
vo è rappresentato dalla preposizione di. Nel settimo esem-
pio chi^ agente, è il primo soggetto della comparazione; il
secondo è me oggetto; sì cbe son dissimili; nell* ottava un
aggettivo comparativo è messo a fronte di un dimostrativo,
qualificante di valor diverso; nel nono un nome sottinteso si
paragona con un numero; onde, in questi tre ultimi esern*
pj, di è sostituito al secóndo termine che^ e l'espressione
comparativa /^oifo a fronte è sottintesa; cioè, cAi starebbe
meglio posto a fronte di mef Qutndo nelle comparazioni si
usano gli aggettivi maggiore^ minore ecc. , ò gli avverbj tne^
glio e peggio^ il secondo termine è generalmente rappre-
sentalo dalia preposizione <//• Quello che'abbiam detto dei
termini più che si applica egualmente a meno che , come
mostrau li tre seguenti esempj del Boccaccio : Ma ella^ non
meno onesta che bella^ non si curava ecc; Non fia men cre^
duto a me che a wi; Non ne mol meno di trenta per cen*
99
tinaia. Nel primo sono due aggettivi i soggetti comparati;
nel secondo due pronomi dativi; nel terzo interesse^ nome
sottinteso, in confronto di un numero*
I. In breve spazio compiette le legioni; con ciò sia
cosa che dal principio non as^esse astuto piu^ che mille uo^
nUni. Da S. C. 2. Essi vi wglion mostrare che hanno mol'
io MiGUORE coscienza i giovani dal dì d'oggi, cbe quelli
del tempo antico F, 3. Dice che apparò niuna medicina al
mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi fa-^
rà. B. 4* ^ ^'^ ^te^/ ^/^* CBE due ore nel letto oltre aWu^
saio, per investigare quello potesse essere. M. 5. La moglie
e il figliuolo non mi sono pia del padre e della repubblica
a cuore* Dav.
Questi esempj sono in contraddizione con le regole
che abbiam rannate nel precedente paragrafo (i) per deter-
minare quando» per secondo termine di comparazione cor-
rispondente con pia, si abbia a mettere di, e quando che ;
poiché, secondo quelle, negli esempj primo, terzo, e quarto,
s'avrebbe a dire più di millcn miglior di quella, più di due
ore; e nel quinto, pia che il padre e la repubblica. Ma, io
confermo che quelle sono le regole generalmente osservate,
e non si sbaglia seguendole; e queste sono deviazioni che si
possono imitare per chi scrivendo non vacilla. Non sono
per ciò le due espressioni di affatto egual valore; che per
secondo termine, per lo suo regger la voce, ha più forza che
la preposizione; e per conseguenza questa ha men valore
ma pili mollezza e dolcezza* II che quelli del secondo esem-
(i) Dal greco paragraphot, composto di sopra e scritto \ cioè ragioiui-
■cBto che precede queUo in cut si legge o si scrìre.
100
pio è ben secondo le regole date, per lo confronto che fa
con giowzni.
1 • I suoi ragionamenti sono stati pw* lunghi che io
NONnC aspettai^a. Caro. a. Priegos^i che nonmi\H>gliate in-
giuriate più'' dì queuocbe ui abbiate fatto F. 3. Tosto ci
asfi^dremo se il lupo saprà meguo guidare le pecore « cwb
le pecore abbiano i lupi guidati. B. 4* Napoli è una città
antichissima , e forse cosi^ dilettevole o più* cbe alcuna
akra in Italia. B«
Qaando il secondo soggetto della comparazione oppo-
sto 9^ pia o meno è rappresentato da un membro della prò*
posizione, o pure solamente da un agente e da un verbo, per
secondo termine si può mettere che seguito dalla negazio-
ne non^ o di quello che^ senza negazione, come appare dai
due primi esempj. Nel primo caso, a dar ragione della nega-
zione, mi pare di dover supporre che siano due idee com-
prese in una, esprimendo le quali in intero, chiaro si mani«
Testerà la ragione della negazione* Dunque: / suoi ragiona^
menti sono stati pia lunghi di quello che io m^ aspettami il
che ( cioè che fosser più lunghi ) io non m'aspettala. Me-
desimamente Tespressione del Boccaccio, bevendo pia che
non avrebbe voluto^ piena è, bevendo pia di quello che a-
vrebbe voluto^ il che ( cioè beverpià ) non avrebbe vohUo.
Quindi è cbe in queste espressioni si può usare parimente
che non o di cpiello che. Ma v*ò una terza maniera di espri-
mere queste comparazioni tra due membri di una proposi-
zione; ciò è, come dimostra il terzo esempio, di porre che
solo, senza T aiuto di non o di quello*^ purché il verbo che
da esso dipende sia posto nel congiuntivo. Nel terzo esem-
pio la comparazione è espressa in due modi, e la piena co-
struzione è forse così dilettevole come^ o più che»
lOI
DEI SUPERLA.T1VI
Il vocabolo superlatisH) vien dal Latino; composto di
mper^ sopra, e lativus^ portante ; cioè portante in su; e si
chiama così perchè porta Taggettivo al più alto grado di sua
forza. II superlativo, id genere, è dunque uno aggettivo.
I. Egli mi dà GRANDiSSiMA molestia. B. 3. Preso un
lume in una lantemetta , se ne andò in una ixinghìssì^
MA casa nel suo palazzo. B. 3. Faceva is più* beile f ave*
le del mondo. B* 4* '^o sarò il miglior marito del mondo. B.
Quantunque ad alcuni paia che vi siano due qualitk
di superlativi, io trovo nella lingua italiana un solo agget-
tivo superlativo, ed è quello che porta Taddiziooe in issi-^
mo. L* altro non è se non una comparazione ; e come de-
nominai comparazioni e non comparativi le maniere di cui
abbiamo ora trattato, formate per mezzo dei termini più o
meno, e che^ cosi chiamerò comparazioni superlative quelle
che si compongono d*un aggettivo preceduto dapià e dello
articolo, come nel terzo esempio, o d*un comparativo prece-
duto dalParticolo, come nel quarto. Grandissima e lunghis-
sima de* primi due esempj son dunque superlativi; ma se
si cambia Tespressione in comparazione superlativa, dicen-
do, egli mi dà la più gran molestia del mondo^ si àk a quel-
la più forza» Similmente dicendo egli è ottimo marito^ si fa
oso deir aggettivo superlativo; ma come molti possono es-
sere gli ottimi mariti^ bisognerà, per arrivare al maximum,
dire egli è il migliormarito del mondo. Nulladimeno la com-
parazione superlativa può esser anche inferiore alfaggetti-
vo superlativo; perciò che, se di un dato numero di mariti si
dice egli è il migliore, la persona rappresentata da egli
l>otrebbe ben essere il migliore di quel dato numero, senza
ioa
esser attimo o pur buono. In tal caso la comparazione su-
perlativa è relativa.
I • La reUorica è soArissiMA di tutte T altre scien^
ze. D. 2. La natura umana è perfettissima di tutte le
altre nature di quaggiù. D.
,, Non acciò che V usiate ,t dice il Bartoli „ ma sola*
mente il sappiate, e sapendolo non condanniate per la leg-
ge Non sipuò chi Tusassci ricordo aver Dante nel suo Con-
vivio accompagnato latinissimamente il superlativo col se-
condo caso plorale; e ciò delle volte parecchi; 99 e poi pro-
duce questi e due altri esempj* Maraviglia, ch*egli dica una
volta che non s* abbiano ad usare queste strane formale^
come le chiama V Amenta (1) ! Ma questa volta, per lo con-
trario, non gli fo buona la sua concessione, e dichiaro che
io pongo qui questi due esempj di Dante, proprio perchè
chi scrive non solo si ricordi che v* è questa bella lo-
cuzione, ma Tusi ancora. E ben mostrò sentire la bel-
lezza di quella chi nella lingua peritissimo è, ed elegan-
tissimo di tutti gli altri italici in questa nostra presente
et&; dico di Francesco Cecilia, lo cui stile mi ha persuaso di
ciò che io credeva a noi moderni impossibile; cioè che si
possa pervenire a scrivere con tutta la puritl^, la semplicità
e Teleganza, che già si scrisse in quel beato Trecento (j2).
(i) OMerratioiie del Sìg* AmenU : ,» Aaeor qui Taole U Bartoli tu re-
dere le strane forinole del parlar degU antichi, o per deridergli , o per non
farli avere in istima „ • Ma egli ha qni gran torto ^ però dissi di lui nella
introduzione, lodando in generale le sue ossenraaioni, eh^egU le fece senza
filosofia, come ora dimostrerò.
(a) Non ti TO* dir eh* egli mi sia amicoj che potresti credere che Tami-
cisia mi facesse veder più là che il vero ; e io ti assicuro che in quesi* open
io lodo e biasimo propria senza paiiione^ e per solo amor della verità.
io3
Ecco Tesempio ano, tratto da una epistola di C. Plinio Ce-
cilio, forse suo antichissimo antenato, da lui volgarizzata:
Certo la maremma toscana^ del tanto che si distenda la
spiaggia j si è maligna e pestilenziosa. Ma il mio podere si
rimuove di grande lunga dal mare; anzi sotto ^ppennino^
saluberrimo iU tutti (i ) monti^ si corica. E perchè dunque
non scuserà questa forma? quale stranezza è nel dire: La ret-
torìca è scienza soavissima^ in comparazione di tutte le al-^
tre scienze; La natura umana^ in comparazione di tutte le
dtre di (juaggià^ è perfettissima ; V Appennino è saluber^
rimo^ in contrazione di tutti gli altri monti? Non v^è la
stessa ellissi nelle tre ultime comparazioni che abbiam ve-
dete a carte 97, li cui termini sono più di? Io ne so pia di
te significa io ne so pia in comparazion di te* £ quando si
dice, per esempio, una casa essere altissima, s'intende
sempre in comparazione delle altre case; però che una tor-
re, no campanile, sarà più alto della casa altissima ; e un
monte sarà più alto di uno altissimo colle* La sóla differen-
za adunque che passa tra questi superlativi alla latina e gli
altriyèche, in questi comuni si. tace Tidea comparativa, e
in quelli si espone; ma saranno sempre belli, e graziosi, ed
eleganti, purché non si trascorra nello abuso •
Il mettere due articoli nella proposizione superlativa,
cioè uno avanti al nome cui si appone Taggettivo superlativo,
e uno innanzi al superlativo medesimo, è un gallicismo, del
^ale si possono trovare esempj nella fonte sempre peren-
ne di simil oro, nelP Antipurismo*
(1) Benché a me non piaccia, per la ragione che dirò altroTC, questo U»-
|liere V articolo fra UUto e il nome» pure lo ha usato molto Fra B. da S.
^CQidio.
I. La sua massima IJ pia favorita é quilla diffon urtare giasamuu,
a. La poesia ama talvolta mostrarsi nelV[abbigliamento IL pia semplice»
Dovea dire la sua massima pia fa\forita^ nel pia sem-
plice abbigliamento^ in quanto alla grammatica; ma ciò non
avrebbe bea risposto ali' impurità deU* intero stile di que-
ste due frasi*
Anche il Monti me ne fornisce un esempio : Jggiunff,
che cotesti cruscanti seguitano il vocabolario ne^ modi di
fasfellare^ non già ipià nobili e peregrini^ ma ipià bizzar-
ri. Dovea dir questi e non cotesti « come vedremo a luogo
suo; ora, i due articoli innanzi a />ià sono di soperchio* Ma,
togliendo via que* due articolii pare ali* orecchio che man-
chi qualche cosa alla frase, e che non corra più; la cagione
di questo è che tutto l'andamento della frase è francese; che
lo stile italianoi in tal caso, domanda che si ponga più tosto
il nome dopo gli aggettivi, cosi : Questi cruscanti seguita^
no il {H>cabolario%non già ne^piànobili e pia peregrini modi
di fa\fellare^ ma né" più bizzarri; come si discerne in questo
esempio del GeWuPareifa conveniente cosa cavare la scena
del di là d* Amon e farla nella più frequentata e pia bel^
la parte di Firenze^
Io trovo nella Proposta del Monti» d* onde ho estrat-
tolo allegato solecismo (i ), la seguente sentenza del lohnson
che il filologo G. G. traduce così dall'Inglese: ,, Le parole
ff possono entrare a migliaia nella fabbrica di una lingua
„ senza nessun suo danno; ma una nuova fraseologia fa gran
9, guasto ad un tratto; poiché essa non tocca solamente le
(x) Solecismo, daU^antichissiino greóo soloikismos, equitale ad errore;
offende meno cui si attribuisce, per non essere troppo inteso il senso suo»
Nessun vocabolario greco me ne dà definizione*
100
„ pietre deiredifisio; ma scommette V ordine dell* architet^
,, tara sul quale è fondato. „ Sian dunque a me queste pa-
role di difesa con chi potesse mai pensare che altro senti-
mento mi movesse ad esporre in faccia di tutta la nazione
queste viziose locuzioni di un uomo tanto benemerito airita-
]ia,edi tanta dottrina, fuor che quello eh* egli medesimo ha
di molto contribuito ad inspirarmi con la predetta sua opera,
doè di ritornare la lingua nel suo primiero splendore.
GAP. X.
AGGETTIVI INDETERMINATI
Vi SODO alcuni aggettivi, il definire la natura de* quali
è malagevole 9 perchè in un riguardo essi circonscrivo no il
senso vago del nome in un certo termine specifico, il qual &en«
so specifico, rimane ancora indeterminato rispetto al parti-
colare. Se per esempio dico fatelo fare da un uomo , mi si
rìspooderày qual uomo ? Allora io definisco, e dico ^ daun
uomo qualunque , cioè qual mai svolete. Se si domanda cfu
se ne maraviglia ? definirò per ognuno , cioè ogni uomo» E
pure nelle parole qualunque uomo e ogni uomo il nome è
ancora indeterminato rispetto al particolare. Questi aggettivi
SODO i seguenti*
Ogni.i Qualche. Nullo. Chiunque.
Ognuno. Alcuno. Niuno. Qualunque.
Ciascuno. Qualcunom Nessuno. Qualsisia.
Ciascheduno. Qualcheduno* Veruno. Qualsiwglia.
9
\
106
Questi vocaboli li classifico tra gli aggetti?! , perchè
tutti, sebbene la maggior parte si reggano da se, posson ri-
cevere dopo di se un nome; fuor che chiunque , che è pro-
nome stante per qualunque uomo, il qnale pongo con que-
sti aggettivi per essere della medesima famiglia.
OGNI, QUALCHE,. B ALCUNO
I • Ogni altra cosa sia vostra* B. a. Tlu debbi essere
QUjitcBE sciocco* F« 3« Dopo AicuN giomo riparlò alla ca-
meriera. B. 4* ^^^l sono AicuNA volta da alcuna di noi
cautamente beffati B.
Ogni e qualche sono aggettivi ch^ non aman plurale;
quindi sono usati solamente nel singolare. Alcuno può sta-
re anche senza nome, come mostra alcuna del quarto esem-
pio; ma qualche solo non regge. Benché alcuno abbia il pia-
tale si adopera spesso, pure nel singolare, a nominare più
cose o persone, in modo che T espressione alcun giomo del
terzo esempio non si ristringe propriamente a un giorno so-
lo, ma nel suo senso vago e indeterminato può anche signi-
ficar più di un giorno. Lo stesso si può dire del ripetuto o/-
cuna del quarto esempio; onde non si potrebbe usare alai*'
no nel secondo, per la ragione che quivi il numero è deter-
minato dal nome tu. Ne* seguenti estratti pure del Boccac-
cio questa nostra opinione è ancor piò evidente; Ciascuno
s^ apparecchi di ragionare di ciò che felicemente as^venisse
ad alcuno amante y dopo alcun fiero e sventurato accidente;
Avendo alcun danaro di suo , e il Canigiano avendogliene
alquaf Iti prestati. Il vocabolo alcuno V usò Dante in prosa
e in verso, io luogo di nessuno; Ne lo profondo inferno gli
riceve^ eh* alcuna gloria i rei avrebber (Telli; e il Pel^a^
ca adoperò qualche nel plurale : addormentato in qualche
I07
\^rdi boschi; maio ci&nonfaan trovato seguitatori,Così ogni
nel plorale si usa solo nella espressione og/zman^i e non più.
BBLUB VOCI COMPOSTB DElj D£LLOy DELLA^ DEGLI ^
SCC PREBIBSSB ALL* AGENTE O ALL* OGGETTO DEL T£RBO«
DINOTANTI ALCUNA QtTANTITA\
i* Anche nelle povere case piowno dal cielo de" divi-
ni spiriti. B. a. Egli mi mandò una borsa e una cintola^qua--
si come se io non ascessi delle borse e delle cintole. B«
3« Per sahar la vita , senza colpa si sono uccisi degli uO"
mini. B. 4. Qui son giakdìni^ qui son pratelli^ qui al-
tri woGHi assai dilettevoli. B. 5. Za buona femmina sen^
tendo che egli era ancor digiuno j suo pan duro con alcun
pesce e acqua gli apparecchiò. B. 6. p^oi sapete che io
non ho donne in casa che sappian acconciare le camere. B«
Vi sono delle proposizioni, simili a quelle de* primi
tre esempj, io cui V agente o V oggetto del verbo è prece-
dato dair articolo e dalla preposizione di^ il che si fa quan-
do si vuole esprimere una certa quantità più vaga e inde-
termioata che non accenna V aggettivo alcuno del quale
trattiamo ; tali sono gli agenti divini spiriti e uomini del
primo e terzo esempioi e gli oggetti borse e cintole del se-
condo. Ora, avendo in tal caso le forme de\ delle^ degli^ mol«
ta aifioìtà, neir idea che dinotano, col predetto aggettivo
ohmo , molte volte avviene che si apponga tortamente la
preposizione di e V articolo ali* agente 0 all'oggetto, quan-
do il nome che lo rappresenta è usalo in senso indetermina-
to ( vedila teorica dell' articolo )| come sono ne' tre ultimi
^sempj i nomi giardini^ pratellij luoghi^ agenti del verbo» e
pone i acqua ^ donne ^ oggetti; per tal ragione do luogo nel
presente capitolo a queste due sorte di proposizioni, a con-
fronto delle une con le altre.
io8
<
Nel definire t agente e t oggetto dd rerbo dicemmo
questi DOG essere mai precedati da alcuna preposizione; al
che contraddicono i primi tre esempj; ma pure vedremo che,
sebbene per forza dell* uso che perde la traccia onde de-
riva n ridee, i nomi spiriti^ uomini^ borse y e cintole ^ facciao
r ufficio d* agente e d*oggettO| pure sono qualificanti d* un
nome sottinteso. E primieramente, perciò che spesso si con-
fondono i due casi che abbiamo esposti, mostreremo perchè
ne* primi tre esempj i nomi accennati siano preceduti per
de\ delle^ degli^ e negli altri tre non sono né debbono esse-
re preceduti dalla preposizione e dair articolo* Gii agenti
€Us^ ini spiriti B uomini 9 e gli oggetti borse e cintole portao
la preposizione e 1* articolo, perchè non solo la qualità del-
le cose, ma si esprime anche una certa quantità; come si può
vedere supplendo le parole che sono idealmente sottintese,
alcuni nel primo e nel terzo esempio , e niuna pros^isione
nel secondo. I nomi giardini^ pratelli^ luoghi^ agenti del ver-
bOf epane^ acqua^ donne ^ oggetti, non sono intesi a dinotar
quantità di sorte alcuna, ma solo la qualità delle cose.
Dunque si farà uso delia preposizione di e deirarticolo
con r agente o con T oggetto del verbo, quando si vorrà e-
sprimere alcuna quantità benché vaga e indeterminata; e si
metterà il nome solo allora che non farà di mestiere d*altro
che di accennare la qualità della cosa. Benché 1* aggettivo
alcuno si sottintenda nel primo casoi ciò non toglie che vi
sia differenza fra i^* eremo alcuni uomini^ e if^eran degli uo-
mini; questa maniera è più vaga e indefinita nel numero ap-
punto per la ellissi* Quanto ali* articolo che si unisce alla
preposizione di nei tre esempj, la ragione è che il nome è
determinato nella specie ; perchè non solamente alcuno
I09
tì si sottinleode ; ma V idea intera , per esempio , dell*
ultiino èy si sono uccisi alcuni individui della specie degli
uomini •
I. Z' ai^re nelle miserie compagni grande alleggia--
nwnto suole esser di quelle. B. 2. Per tutto mi parea sen^
tire MUGQMi/^ uMì^ e strida^ di dii^rsi e ferocissimi ani**
mali. D.
A chi non bene considerasse potrebbe parere che, nel
primo di questi esempj , lo dicitore intenda ad esprimere
qaantità rispetto al nome compagni; cioè Va\>er de* compa^
gm\ 0 Vwer qualche compagno nelle miserie ecc. ; in mo-
do chci se cosi fosse, si domanderebbe perchè non v^è mes-
sa la preposizione e V articolo* Ma non è vero che la men-
te di chi parla tenda ad esprimere quantità di compagni; per*
ciò che non il numero de* compagni può alleggiare il mise-
ro, potendo alcuna volta uno essere a lui di maggior sollie-
vo che dieci, ma bensì la qualità delle persone rappresentate
per tal nome. Così, se nel secondo esempio si dicesse séai-
flìcemmte^ mi parea sentire de* mugghile delle strida^ Tin-
teozione sarebbe di esprimere una certa quantità di mugghii
t ài strida; ma il concetto contenuto nelfesempio non è quo*
sto; 1. perchè Tespressione mi parea non è d^aom vegliane
te, io bocca del quale più si presterebbe alP idea di accen^
oare quantità, ma d^oom sognante; cioè in sogno mi parea;
dove r incertezza eontenutain parere si riferisce ài sogno;
3* r avverbio per tutto contrasta con la- supposizione di e*
sprìmere alcuni; perchè, quando si dice per tutto^ non s*in«
tende di alcuni mugghii e Ì alcune strida ; 3« la pluralità
^Ue cose espressa nelle parole fnuggkii^ urli^ strida^ dii^rsi
^'xàna//, tutto pruova che non' erano pure alcuni mugghii ^,
no
alcune strida^ ma che V intenzione di chi racconta tende a
significare solo U qualità delle cose. Sarebbe dunque erro-
re il dire nel secondo esempio dei mugghii^ degli urliy e
delle strida.
Da quello che qui si è ragionato si può scorgere che il
porre o non porre la preposizione i// e l'articolo ali* ogget-
to o alFagente nelle sopra esposte espressioni, è punto sot-
tilissimo di logica ; e però si vede spesso usato V uà senso
per r altro senza discrezione, come ne* seguenti esempj del-
r Antipurista.
X. Se voi aveste naturalmente àe\ fuoco, del sentimento, àtXC immani"
nazione,^ecc»
Se egli avesse sentimento nella filosofia della lingua a-
vrebbe detto, fuoco, sentimento ^ immaginazione.
a* Tutte ^uest* ombre, io dico, danno luogo a dei tratti ammirabili»
3. jiwilire un autore ri$pettabile per deUe parole e deUe /rasi.
m
Non si troverà mai nel nostro primo maestro in prò-*
sa, nel Boccaccio io dico, che abbia detto con dei ^ per deif
a dein con delle^ per delle, a delle, ece«; e sappia TAntipu-
rista, che con parole e con frasi si compone la lingua, e
che quando le parole e le frasi sono di questa fatta, d*una
lingua ordinata e ragionata si fa un caos nel quale egli s* è
ingolfato senza speranza di mai più uscirne. Il Davanzali di-
ce in Tacito: Non ci maravigliamo che gli storici di tutti
i tempi scrivano delle cose contrarie. Se a questa propo-
sizione si togliesse delle , tutte le storie si potrebbero git-
tare alle fiamme. Vedi dunque quanto importi il penetrare
il suo valore •
Ma il maggior male lo fanno tatta quella peste di gram-
matiche scarabocchiate, non già come esse et promettono ,
per insegnare a noi le lingue straniere , ma per distroggere
Ili
la nostra; e per ciò solo io ne scrissi e pubblicai una per ap-
parar i*lnglese. Così fosse alcuno tanto pietoso della patria
che prendesse a compilarne un* altra, scritta in vero italia-
no, per lo insegnamento della lingua francese; e togliesse a
nieqaesta briga ! poiché le grammatiche italiane francesi, per
esservene in quasi ogni famiglia, fanno, assai maggior danno
che le altre. In Italia solo si ardisce venire a scrivere bar-
barissimamente cotai libricciattoli , e con incomprensibile
sfacciataggine pubblicarli come se fossero in nostro idioma!
In Francia e in Inghilterra ti richiederebbero che tu scri-
vessi, se non elegantemente, con purità almeno di lingua, il
libro col quale tu vuoi insegnare. E infino a quando, ò pa-
driomadriy tollererete che i vostri figliuoli disapparino anche
qael poco della lingua materna che lor fornisce il natio pae-
se, mettendo lor fra le mani libri di tal sorte ? O cecità !
Che vai che parlicchino un po' difrancese, quando non sap-
pian poi piiì discernere francese da italiano ? Han costoro
bisogno, per esempio, di far recare in quella lingua le espres*
sioni: V Italia produce grano , i^ino^ olio^ limoni^ aranci ;
Egli vende carta^ penne, e inchiostro ? Non avendo i Fran-
cesi il nostro modo di adoperare i nomi indeterminati sen-
ta articolo, che fanno essi? pongono in que* loro libri (i),
V Italia produce del grano, del s^ino, delV qIìo\ Egli ven^
de della carta f delle penne, deir inchiostro; afàn che i loro
discepoli, traslatando, Don durino alcuna fatica. £ in questa
maniera avvezzano gli studianti a porre V articolo e la pre-^
posizione in tal casOy contro il vero sentimento e la delica-
\
^ (i) Vedi U grammatica italiana inglese detta del Ver^ani, e pubblica*
U dal Vanson nel 35 in LÌTomo.
tezza della ooslra favella; e i giovani così avvezzi non san-
no poi più scrivere un vocabolo che non V appautellino ,
quasi da se non si potesse reggere , con un del^ nn della , o
un delle; e cosi via via, anche nel resto; senza fine i barba-
rismi, gli errori, due lingue e nessuna, tutto confusbue !
I • Pianger senti" fra 7 sonno i miei figliuoli , e di-
mandar DEL pane* D. 2. Dateci del cacio , e delle frut"
te, e sopra tutto buon vino* F*
In questi esempj similmente il complemento degli og-
getti del pane ^ del cacio j e delle fmttey è alcuna porzione^ il
quale in simili espressioni dair uso è stato frodato; e quan-
do si voglia reintegrare Tordine delle parole, bisogna risa-
lire a quella origine che questi idiotismi si possono avere
avuta , come per esempio, domandar alcuna porzione del
cibo pane; datecialcuna porzione del cibo cado e dellepro-
duzioni frutte ( perchè si supplisca cibo e produzioni vedi
la teorica dell* articolo a carte 5:i ); poi si ridussero a quei
che sono; in modo che ora, con quei nomi che si adopera-
no per lo più nel singolare solo, come salsa^ i^ino^ pàne^
acqua^ sale^ grano ^ pesce j ecc., quando si voglia esprimere
alcuna porzione, si fa oso della preposizione di e dell* arti-
colo. Nel secondo esempio buon pino sta senza articolo e
preposizione, perchè chi parla intende solo ad esprimere la
qualitìi della cosa e non quantilà.
»
KIUNO, NESSUNO, NULLO, E NIÈNTE
!• NiUNO di voi sia ardito di toccarmi. B. 2Ì Nuiu
cosa mi ha fatto tenere il mio amore nascoso^ quanto ecc.
B« 3. Non ci ha mandata candela nwna B* 4» Io non ne
VO dir NIENTE. B,
ii3
I vocaboli niuno% nessuno^ nullo^e nieniejnon abbiso-
gnano della negazione no/i, quando son posti davanti al ver*
bOy siccome quelli che già la contengono in se medesimi;
ma ben la richieggono se stanno dopo; e ciò prova n gli e-
sempj; che, qualunque fosse il vocabolo negativo posto do*
pò il verboi non soddisfarebbe 1* orecchio nostro, quando
non precedesse a quello la negazione; perchà si comince*
rebbe dallo affermare quello che poi si niega. Questi agget-
tivi si usano solo nel singolare. Niuno e nessuno si possono
reggere dà se, allor che si riferiscono a persone; nulla^ per
lo contrario, quando si riferisce a cosa^ con tutto che questa
parola sia espressa nel secondo esempio. Nulla e radia co^
sa equivalgono a niente. Si può adoperare nullo per nullo
uomo; lo dice Dante: Nullo è pia amico, che Viiomo a se;
ma poco si trova usato« Havvi anche veruno equivalente di
nessuno; j^nzi non faegli caldo svenino. 116. Boccaccio disse:
Og^ poche o non niuna donna rimasa ci è* Quel non è so-
verchio. L*ha detto il Bartoli e Né niun moderno^ se non se
forsennato o ingiusto^ glie l potrebbe concedere. Anche F.
B. da S« Goncordio usa la negazione davanti a niuno imme-
diatamente; ma« io avviso ciò essere in dispetto della ragione
e del buon gusto, e che è proprio ooo affettare particolarità
il volere ora increscere alPorecchio col mettere in contatto
queste due voci die amano essere partite per mediazion del
verbo*
Ella intendeva poco o niente di quella lingua. B.
Questo esempio pare opporsi alla regola qua sopra ad-
dotta, che la negazione si richiegga avanti al verbo, se è se-
guito da un vocabolo negativo; ma qui, benché niente sia
posto dopo il verbo, la parola ^oo, stante tra questo e quel-
ii4
loy essendo in parte affermativa, non potrebbe patire alcu-
na negazione* Senza che, la gradazione da poco a niente fa
si che non si senta difetto di negazione.
I • E sUo trow luif %H)lete wi che io gli dica nolLj4 ?
F. a. Questa è quella wlta che io mi accorgerò se tu se*
buona a MwtLji. F. 3. Vedendo noi per natura la buona for^
tana altrui con mal occhio ; e nivnì estimando doversi
moderare^ più di quei che già ci vedemmo uguali. Day.
La voce nulla par bene adoperata ne* priaii due esem-
pj nel senso di qualche cosa^ il che fece dire al Bartoli che
,1 in nostra lingua il niente e il nulla si spendon per qual-
che cosa; ,, ma pur non è; e anche quivi comprende il suo
solo senso negativo. Se nulla vi avesse il valore di alcuna
cosan s*avria allora a poter dire indifferentemente: Io gli
voglio dir nidla; T\i sei buona a nulluy in luogo di. Io gli
voglio dir qualche cosa^ Tu sei buona a qualche cosa. Oa-
d' è adunque che, se in quei due casi si porrà qualche cosa^
le due proposizioni verranno ad esprimere il medesimo ?
La ragione è che esse contengono ambedue un*idea sospesa
tra il sì e il no* Nel primo questa è evidente a cagione della
interrogazione, la quale lascia il deliberare in arbitrio della
persona cui è diretta ; nel secondo mostra che la persona a
cui vanno le parole sia stata in vero non buona a nulla in-
fino a quelPora, ma che dia da sperare per quella volta, qua-
si per uno sforzo sopra sua natura. Si dirà dunque che, in
quo* due casi , alla voce nulla si può sostituire qualc/ie
casa y perdio due idee, Tuna affermativa e T altra nega-
tiva, si possono dedurre da quelle parole ; ma non che
Tuilla significhi qualche cosa „ per la contraddizion che
noi consente . „ Nello stesso modo si usano ancora me/i-
te, nessuno^ e niuno.
ii5
L'idea compresa negli aggelli?i niuno^ nessuno^ ve^
runOf è non uno^ non pur uno ; onde il pluralizzare tali
parole è un distruggere T idea stessa cui esse sono intese
ad esprimere. Pure il vocabolo alcuno sdegna la negazione
nel plurale; però non dubito di afiermare essere soleci-
smo quel niuni che ci fornisce il Davanzati nel terzo e-
sempio .
I. Andiamcene qui nella capanna che non ci s^ien
mai peksonjì B. 2. //s d2 di festa non risarà persona
che ci s^egga. B. 3, Io mi viuo in su tentrate^ e non fo nul-*
la^ e non attèndo a stato. G. 4* Quésta proprietade ha la
grammatica^ chopper la sua infinitade^ i raggi della ragio"
ne in quella non si terminano in parte. D*
Il vocabolo persona è di frequente adoperato dai clas*
sici nel senso di niuno^ nessuno^ la sola differenza è che a
questi aggettivi si sottintende il nome; e a quel nome è sot-
tinteso r aggettivo niuna o alcuna^ ma si usa nel singola-
re solo. Non è però da farne scialacquo , per essere cosi
maniera francese. Medesimamente, ne* due ultimi esempj
a* nomi stato e parte si sottintendono i loro aggettivi a/cei*
no e edcuna*
CIASCUNO B OGNUNO
I • CiAScaiTA cosa^ da provvidenza di propria natUf
ra incinta , è inclinabile alla sua perfezione*. D. 2. Così
detto^ licenziò ciascuno. B. Z.Ma che fo io adesso qui? che
aspetto ? che la cosa si scuopra^ e che mi sieno tolte que-^
Ite cose^ e datomici sopra un monte di bastonate P E sai se
OGNUN direbbez ben lista* F.
Benché paia che ciascuna cosa sia equivalente di ogni
cosa, io giudico che questa espressione si avvicini di più al
it6
senso di tutte le cose ^ come mostra la parola ognissanti^ per
essere ogni derivato dal latino omnis; e che quella circon-
scriva ciascuna cosa in se, e piii separatamente le divida ad
una ad una. Del resto, ognuno e ciascuno per le persone si
asano più tosto senza nome, e non hanno plurale. Ognuno
non si può apporre a una cosa» Sentiamo ora il parere che
siegue del sollazzevole Bartoli.
,, Io vidi già sedere un valente uomo sul banco dei
„ giudici, a dar sentenza fra ciascuno e ogni^ ovvero o*-
^, gnuno^ e in esaminar le loro ragioni, forte dibattersi, e
„ intendere alle grida or dell* uno or dell* altro. Infine ,
„ dopo lungo contendere, ognuno se n*andò condannato a
„ non dover comparire altro che dove si parli di molti, e
„ non singolarmente, ma di tutti insieme. Tal che ragio-
„ nandosi, per esempio, degli Apostoli, non si dica ognun
„ di loro essere stato povero , ma ciascuno. Molto meno
„ di Pietro e d* Andrea, o di Iacopo e Giovanni , che o-*
„ gnun di loro era pescatore; ma simil mente ci<ifcaiio, che
„ ò voce de^singolarmente presi, sì come ognuno è di tutti
„ insieme. Ma, con buona pace di messer lo gindicé, Dan-
„ te e il Boccaccio voglion aver detto bene; e sì anche
„ vogliono che ben dica chi in avvenire parlerà come essi;
9, quando, eziandio se di tre, o anche sol di due, presi sin-
„ golarmenle, in vece di ciascuno ch*è il più usato, si vor-
„ rà alcuna volta adoperare ognuno* E basti un testo ad
^ ognuno di loro per dimostrarlo. Dante, di Lucifero: Da
„ OQjfi bocca dirompea co' denti Un peccatore^ a guisa
„ di maciulla^ SI che tre ne facea così dolenti. TX Boccac*
„ ciò: La fante n* andò ad amentùmi; e ordinatamente a
«9 cijiScuNO^ secondo che imposto le fu^ disse. Jilla quale
,, ri^!H}sto fu da oa^iryo^ che^ non che in una sepokitrai
f9 ma ecc.
Io non vo* dire che ogni volta che s'hanno a usar que-
sti vocaboli si stia a esaminare se collettivamente o slogo-
hrmente si parli; ma pure spesso avviene che s'abbia a di-
stinguere; e io voglio prendere questo medesimo esempio
del Boccaccio che il Bartoli allega ( però che quel di Dan-
te poco vai qui ) , e mostrare che 1* Autore adoperò prima
ciascuno e poi ognuno non a casOf ma a proposito. La pri-
ma Tolta egli dice : ordinatamenie a ciascuno t perchè la
fante aveva a fare due ambasciate» a que' due uomini, del
tutto differenti; per la qual ragione era bisogno di singola-
rizzare il termine; laddove la risposta di ambedue fu egual-
mente risoluta, e consenziente, e compresa nelle medesime
paroler come se avessero parlato tutti due insieme.
chwhqvs, qualunque, quantunque ecc.
I . Chìunìiue s^eniM^ facwa ricevere. B. 2. Quautn-^
qu E priva se del vostro mondo ecc. D« 3. Fìcggi i tem--
pestasi mari ^ a te e a qa^uryqtrs altro* 4- Con voce alta
disse che per q^jìntunque spasimi noi direbbe.Dùy. 5» Cfii
wol vedere quANTUirquE pub Natura^ venga a veder co^
steiecCn P»
Chiunque è pronome singolare equivalente a qualun*
que uomo. Per due eserapj si vede che qualunque può es-
sere adoperato anclie senza nome, ma per le persone sola-
mente. La costruzione del terzo esempio è fuggi i mari^
tempestosi a te ecc. Ciascheduno non è tanto in -uso quanto
ciascuno al quale è simile. Qualsisia e qualsivoglia com^
poflli dì qual si sia e qual si voglia^ rispondono a qualun^^
qfue^ questo è più usato, ma serve solo nel singolare; quelli
08
bando il plurale guai si siano f guai si wgliano. Il vocabolo
quantunque t per bizzarro privilegio, si può usare per ag-
giunto di un nome singolare, conae di un plurale, per quel
che appare dagli eseropj. L* idea compresa nella termina-
zione unque di questi aggettivi è la medesima in ciascuno;
ella ci vien dal Latino, e risponde a mai\ onde il concetto
del quarto esempio è per quanti spasimi mai sentisse. Yi
sono degli esempj anche di qualunque usato nel plurale :
Alla perline qualunque s^ituperj si possono dire o compone^
re, in queir arte furono tutti. Da S. C. 21/ ape^ipià d* arbitrio
di fare il contrario , che non abbiam noi e qualunque altri
son quegli ecc. B«; ma non trovano imitatori, perchè Torec-
chio è a tenzone col senso. Y* è anche chicchesia , o chi che
siUf che significa un uomo qual che egli sia. Quando io ci tor-
nassi ci sarebbe chi che sia che c'impaccerebbe. B. Qual'
cuno e qualcheduno si usan per le persone senza nome ; e
non hanno plurale. Colui che i^e lo ilice è qualcuno che s^i
\fUol male. Pecorone. Ormai non è buono ad altro^ chea far-
ne un iHiglioi e però doniamolo a qualcheduno. F«
Dello aggettivo medesimo
I • Mi lasciò in casa quella lettera di V. S. insieme con
una di M. P. f^ettori^ date ambedue d Aprile . • ; ho poi
r ultima, con la copia della medesima, e con li tre sonet^
ti. Caro. 21. Chi mi domandasse ora quel cV io \h> a farfuo-
ra, certamente che io non glielo saprei dire; e così, quan^
do io sono in casa, chi mi yi tiene, io gli risponderei il atk-
DESIMO. G.
L* aggettivo medesimo , può stare nel discorso senza
r appoggio del nome ; onde serve allora come pronome a
rappresentare una cosa antinominata ; sia quella una cosa
I
"9
particolare, come nel primo esempio» o pure tutta una prò*
posizione, come nel secondo. Nel Caro si trovano poi varj
esempj, ne* quali questo vocabolo così adoperato si riferi-
sce a persona ; ma per noi ciò non basta a formar regola.
Nelle espressioni in. Firenze medesimo ; nel contado di
Lucca medesimo^ ove il Bartoli lo chiama avverbio, non
è altrimenti; ma un aggettivo, nel primo caso di luogo sot**
tinteso; nel secondo, di contado^ espresso.
CERTO ALTRO AGGETTIVO INDETERMINATO
I • Che dal collo a ciascun pendea una tasca^ che et-
i^a CERTO colore e certo segno. D» 2. Molti furono che la
forza corporale e la bellezza^ e certi gli ornamenti^ con
appetito ardeniissimo desiderarono» B.
Dissi Della introduzione che, se io volessi, nel modo
ch'io tratto questa scienza, dar ragione di tutti i casi che in
uoa lingua forniscon materia da filosofare, io dubiterei che i
miei fasdcolt non avesser più fine ; che, mentre io stava,
nel seguente capitolo, per esporre il concetto della voce
un preposta talvolta a nomi di persone delle quali si sup-
pooesi parli altrui perla prima volta, nel senso appunto che
oggi più comunemente si usa accompagnato dello aggettivo
certo^ lasciai quella, e mi fermai con la mente investigatrice
sopra questo, per la stranezza sua, e del modo che è qui usa-
to;con ciò sia che il vocabolo esprima per se cosa notissima;
laddove nel presente caso si usa ad accennare persona non
nota a cui si favella, e poco anche a chi parla. La cosa mi par«
ve doDque degna di schiarimento; e come che al primo non
concepissi alcuna idea che mi promettesse subita soluzion
del nodo, anzi mi paresse assai remota; pure, confidando
nella virtù del nuovo metodo , mi misi a investigare, e to-
tao
sto trovai, se non errOt la ragione di questa apparente con-
traddizione, nello allegato esempio di Dante. L* aggettivo
certo^ che ci vien dal LatioOi se pur non è antichissimo e-
trusco, per analogia significa anche nùto*^ perchè Y una idea
comprende T altra; onde il concetto contenuto nella espres-
sione cerio oolofc , e certo segno^ è uH colore e un segno
noto al dicitore per alcuna sua parlicolariti, ma pur lascia-
to indefinilo. £ quando uom dice: Conoscete un certo^un tor
le ecc; egli suol far seguire a questa espressione altre pa-
role determinanti quella persona , per renderla quindi nota
aoche air uditore; si che si viene a deteraùnare quel cfa*era
indeterminato ; perchè iu questo caso la voce certo è per se
vaga e indefinita. Ora, sì come dicendo, per esempio, alcuni
sono i quali ecc., questo alcuni^ come tutti gli aggettivi on«
de si è trattato nel presente capitolo, è indeterminato; cosi,
per analogia che è tra V un vocabolo e V altro, s* è detto
certi per alcuni , come dimostra V esempio del Boccaccio.
Ecco in quel modo una parola che per sua natura significa
cosa notissima, insensibilmente è passata ad esprimere ap-
parente incertezza; e perchè il senso della voce e Tespressio-
ne tenzonan nello intelletto. Questa concatenazion d*idee io
espongo a chi legge, acciò cli'ei possa poi trovare da per se
ciò che mancasse in queste carte, e non tacci V opera dì di-
fetto per non vi si trovare ogni cosa ; che per questo modo
di ragionare ben gli avrò largito il disio di conoscere ogni
perchè; ma gli ho dato ancora la chiave di disserrare qua-
lunque piiì recondito segreto della lingua.
O)rollario. Che è la conseguenza di un tal ricercare per
entro alla sostanza de* vocaboli , e a* concetti delle espres-
sioni ? Egli è questo, che io, per esempio, mi sarei ben guar-
dato dal f«r usp di questo cèrto^ se pur non mi è sfiiggito
dalla peBDa senza mio consenso ; perchè non ci travedeva
sdcao significato, anzi mi parea uno error popolare bello e
boono; e quantunque adesso lo vegga usato da così fatti
campioni, io non ci aveva mai badato; ma ora che ne ho
tratto e deciferato il sentimento, e conosco il valore del vo-
cabolo, me Io metto entro al serbatoio della memoria per
servirmene ali* occasione. Così di ben mille altre voci e lo-
cazioni m* è avvenuto; onde io spero che mi verrà da leg-
atori concednto, non aver io senza buone ragioni nella mia
introduzione promesso di allargare per questi ragionamenti
il campo della lingua, e non di circonscriverio •
GAP. XI.
DEGLI AGGETTIVI NUMERALI
Questi aggettivi si dividono in cardinali^ cioè uno^ dtte^
tre^ ecc. ; e in ordinali^ quali sono primo, secondo, terzo,
ecc. Si chiamano i primi carenali da cardine, strumento di
fenro dal quale pep4ono(le porte; perciò che da questi dipen-;
dono tutti gli altri numeri; i secondi si dicono ordinali, per-
chè servono ad accennare 1* ordine nella diatribuzion del-
le cose. Da dieci si dice diciassette, diciottoi tUciannove^ e
ikOD diecissette ecc.| nwania (^ Hovantesimo, e uonnorumtam
Vi SODO le doppie forme urcdecimo^^ declino primo, dmdeci'-
^f^t decimo secondo^ e diciamo anche dodicesimo, tredice^
^"10, quattordicesimo ecc.
IO
i» In tutto lo spazio della s^ita non ebbe più che unj
figliuola. B. a. Se una pecora si gittasse da una ripa di
mille passi f tutte le altre V andrebbero dietro. D. 3« In una
loggetta ai^esfa dipinta la battaglia dei topi e delle gatte. B«
4- /^i gittò sopra UN pannacelo d un saccone. B. '
L* aggettivo uno si usa qual namerale^ come nelle e-
spressioni una figliuola e una pecorai e talvolta qual sem-
plice segno a disegnare un nome specificato, così come di-
cemmo r articolo addita un nome determinato. Per que-
sto lo chiamano^ in alcune lingue, articolo; che a me pare a
torto, poicbò il dimostrativo quello che fa proprio T ufficio
di disegnare un nome tolto dalla specie al particolare, non
ò per tutto ciò chiamato articolo. Si nomini ciascun vocabo-
lo per lo suo 'proprio nome. Uno è, in ogni caso, aggetti-
vo, come prova la desinenza che si muta a grado del nome;
e negli esempj una ripa^ una loggetta^ un pannacciOf un
saccone f serve a dinotare una cosa specificata e distinta
dal genere alla specie. L* espressione di mille passi speci-
fica ripa; il diminutivo in loggetta^ e V aumentativo inpan'
naccio e in saccone, specifica e distingue questi due ogget-
ti dalle altre logge, dagli altri panni; cioè dalle altre cose
del medesimo genere; dico che è un distinguere dal gene-
re alla specie, e non dalla specie al particolare ; perchè il
vocabolo medesimo uno è ancora vagò e indeterminato, e
compreso in una specie divisibile in unitadi. Quindi i di-
minutivi e gli aumentativi sono sempre precedati da que-
sto segno* Si dice; Questi è italiano, e quegli è un fran-
cese mio amicoi Secondo uom di nlla, e egli è un uom del-
la pillai T\é sei procuratore , e tu sei un 9il procuratore ;
Gli venne a memoria messer FhancescQ, e gU i^enne a me'
123
moria un ier Cioffwrello da PrcUo; mettendo T aggettivo
un avanti ai nomi nel secondo caso solamente, perchè ivi
sono seguiti da un termine specifico •
I • Colui che mai non i^ide cosjì nuova produsse esto
tHsibile parlare. D. a. Dinanzi a noiparesfa sì verace ^ Qui^
9i intagliato in un atto soas^e^ Che non sembia\fa imma"
gine che tace* D. 3. Ma prima ordineremo quanto richie^
de a mandare ad esecuzione cosi^ aito e pericoloso fatto.
B. 4« Chi avrebbe saputo altri che io far così tosto inna-^
marare una così fatta donna ? B«
Do questi esemp) a dimostrare che il medesimo uno
^ecifico il più delle volte è sottintesOf come appare per le
espressioni cosa naosni , e così alto, e pericoloso fatto^ del
primo e del terzo; e dico che in tutti e quattro i citati ca-
si il termine specifico uno si può mettere e togliere a senno
di chi parla; si veramente che si sappia che il toglierlo ren--
de la dicitura più rapida e più vivace ; e il metterlo dà più
dcAeezza, o più fonsa e valore, secondo le circostanze, al no-
me che specifica. Nel secondo esenipio queir un dà più gra««
zia alle parole atto soas;e ; e nel quarto, maggiore imporr
tanca all'espressione così fatta donna; una prova ne sian i
diminutivi e gli aumentativi i quali esprimono o grazia o for-
za, e che come ahbiam detto non reggono senza questo so-
stegno; ma non sempre si'può togliere lo specifico uno ;
die , in tutti e tre i casi allegati nel precedente paragrafo, e-
gU è necessario.
Giovane studiante , se mai sei pervenuto a leggere fin
qui queste nostre sottigliezze, o raffinatezze, o ceppi dello
^g^gno, come che (i) taluno se li voglia chiamare , senza
(i) Guarda bene che questo come c^ é arrerblo» e non congiunzione;
luogo vedxemo poi la loro dlycrsità.
ia4
ancora aver Letto U nostra introdazione ^ torna addietro, e
leggila; ch*el|a è richiesta a poter trari'e buon frutto da que-
ste lezioni; e ora te ne fornirò una proova. Ti'faccio. tàr qui
punto per darti questa consiglio, perchè ciò àvveant pure
a me, quando il giudizio era ictraia turo, il recaroii a noia di
leggere le prefazioni o introduzioni delle opere letterarie.
Quando mi occorre di trovarne qualcuna di un libraro o di
uno editore che non sappia scrivere^ posta in fronte di onV
pera classicaf^ la salto ancb* io'a pie pari, per non avere la
noia e il fastidio di leggero quattro ciance in barbaro stile
per preludio di dna soave armonia; ma 1* introduzione pr^
posta a questo libro à di cui scrisse V opera ;^ onde, se ti cai
di questa, leggi anche quella. Quivi dunque, a carte xvf, ti
ammonisco che badi bene a qualche i sofisti del secolo tra*
scorso ^ o li scioperati del presente tipossan dire^ per distorti
dal seguire le nostre tracce; e, non che costoro, ma i miei
amici stessi e gli approvatori delle mie dottrine avverrlà tal-
volta che ti disanimino e ti scemino le speranze che le mie
parole ti possono aver fatte concepire, con qualche osserva-
zioue o critica non ben ponderata; però che tii sai bene che
tutti vogliamo aver dritto di giudlcàre^x cathedra del buono
e del cattivo di qualunque opera, per quanto rimota ella sìa
dalla nostra giurisdizione; e io né' darò un sollazzevole esem-
pio. Io mi stava oggi a desinare dà un mio amico, e aveva in
tasca il foglio di pruova del capitolo che tratta degli agget-
tivi; ed egli, il quale loda il mio zelo per la lingua, apprez-
za il mio modo di ragionare, e si compiace a quando a quan-
do di trarmi a discorrere di dialettica, mi disse che ben gli
saria stato caro, per essere egli giurista, sapere quando si
abbia a porre V aggettivo dopo il nome, e quando prima ;
125
poiché ^1 era qaalche volta recorso, in tale incertezza, per
dare il piò possibile valore alle sue parole, di domandarne-
parere a cui in lingua più avanti senti^Sie. Io, traendo di ta-
sca il mio scartafaccio, risposi: voi siete beo capitato a que-
sta Tolta, poscia che cibo la risposta stampata, la quale pari
proprio cbe stesse appareccliiata per rispondere alla vostra^
qaistioae; e quindi, con molta enfasi, mi feci a leggergli il
ragionamento della pag. 79, coi corrispondenti esempj» L^a-
mtco,con tutto che assai mi commendasse, pure non ebbe ìa
pazienza di udirmi sin la fine, e sclamò: Sì, sta bene; ma io
bo gran paura che voi, con cotesti sì sottili argomenti, nou
ci rendiate lo stile troppo più difficile e laborioso che non
si vorrebbe; e questo è un mettere i ceppi allo ingegno, ti
qaale ama spaziarsi a suo talento qual sciolto destriere in
prato di fresca verdura. Se voi, ripresi io, m*ave8te lasciato
leggere il paragrafo sino alla fine, avreste sentito la rispo«-
sta anche a cotesta preveduta obbiezione; perciò che io non
dico che chi vuol scrivere scabbia a stare con un occhio so*-
pra là grammatica^ e con Taltro sopra la carta che sta ver*
gando; no; io pongo qui queste dissertazioni, perchè altri
vi ricorra quando abbia bisogno di sapere il perchè delle
cose, sempre che le abbia gii tutte discorse pure una volta;
e alcune aggiunte mi son fatte fare per chi me le doman^*
da^come quel cenno intorno al valore degli aggettivi posto a
carte 8 e ; e voi, amico rdio, avete già dimentico che voi me-
desimo itìi diceste desideravate sapere quando s'abbia a por-
re l'aggettivo ao^i il nome e quando dopo, o vero se. sia tut-
to una cosa ; e ora che io vi ho libero di quella obumbra-
zione, vi fa male la luce, e vorreste ritornare alle tenebre?
Ora ritornando al nostrouno specifico donde siamo al-
126
quanto digreditii io dico che a me ancora pareva assai Tago
il porre o non porre questa voce al nome; ed era impigri-
to in noioso dubbio, prima che aguzzar la mente a trovar-*
vi la differenza e la ragione. Immagino bene che accaderi
talvolta che chi legge questi capitoli, scorgendo di quanto
s^ estenda la scienza dello stile, invilisca per tema di non la
potere senza grande studio acquistare e possedere, o si sde-
gni per non essere più in tempo di raggiungerla; ma se la
conseguenza del sottile argomentare fosse una sbarra allo
ingegno, in proporzione eh* io vengo acquistando in questa
scienza , dovrebbe farsi il mio stile stentato e zoppicante,
come quello che inciampi in continui dubbii e difficoIU^; e
acciò che ognuno possa giudicare se cosi è, io ho segnate
nella mia introduzione quelle parti che appartengono alla
prima edizione , sebbene prima di ridarle alla stampa le
abbia ritocche, e. cercato di far scorrere i periodi con mag-
giore agevolezza; la quale esamina potrà fare anche nel cor-
so di tutta r opera chi possegga tutte e due V edizioni ; e
quindi poi animarsi o disanimarsi, a seconda di quel che
trova, a correre la medesima via.
I. ^mor condusse noi ad vna morte. D. a. Effetto
buono^ secondo me, non ne pote\fa riuscire; che tutti a due
tirate a un segno. F. 3. Essa prometteva correre unjì fortu-
na col marito; e bisognando , seco morire. Dav. 4* ^wen--
ne che una figliuola di Currado rimase \pedova d^ un Nic-
colò da Grignano. B. 5. Così in bre\^e spazio e li nuos^i e
li specchi militi {tennero a wilore; e la virtà degli uni e de-
gli altri fu fatta eguale. Da S. G.
Ne* primi tre esempj è sottinteso V aggettivo medesi-*
mo^ tra il numerale uno e il nome che Io si^gue. Ne ho mes-
so tre, perchè il concetto di questo modo ellittico e bello
sfugge alla percezione di chi ha poca lettura de* classici.
Nel discorso famigliare , quando si fa naenzione di alcuno
poco conosciuto, si suol dire: Conoscete voi un certo Nic^
caio ? Ora , questo modo corrisponde a quello che si trova
usato ne' classici col semplice un^ come per Io quarto esem-
pio appare: un Niccolò da Grignano^ cioè d'un uomo chia-
mato ecc. Il quinto esempio dimostra che si possa usare uno
nel plurale , quantunque V idea contrasti col buon senso»
Gli uni e gli altri^ che corrisponde al dir più nostro questi
e quelli^ io il credeva gallicismo, pi ima che mi venisse scon«
trato in F. B. da S. G.
1 • Metti cinque mila fiorini de'' tuoi contro a mille
dè^ miei. B. a. Più di cento spirti entro sediero ( sedeva--
no). D. 3. f^idio MtauAiA di lucerne. D. 4- Tre mila du^^
CENTO cinquanta miglia. D«
Produco il primo eséfaipio non per altro che per av-
vertire coloro che errano nell* uso ài mille e mi7a, adope-
rando mille anch e nel plurale. Cento non muta. Si scrive
duecento^ ducente^ e dugento; la prima forma è la più u-
sata. Centinaio e migliaio^ numeri indeterminati , fanno nel
plurale centinaia e migliaia^ e quantunque con l'aggiunge-
re altri numeri a mila e milioni si possa andare alP infini-'
to i vocaboli centinaia e migliaia^ a cagion dell'essere in-
detenninatiy meglio esprimono la confusione dell' infinitade.
I. Guglielmo secondo^ re di Sicilia^ ebbe duefigliuO"
li. B. a. f^irgilio dice nel quarto dell* Eneide^ che la fa^
ma vive per esser mobile. D. 3. Di Parigi il primo di Gen-
naro. Bcntivoglio. 4« Di Firenze olii q^^ttordicì Genna-
io. Day. 5. Di JSorha li t redi a di Settembre. Caro.
L
ta8
I primi esempj ne iostgnatio che nello indicare la ge-
nealogia » o vero la saceessione delle famiglie, le dirisioni
-delle parti delle opere letterarie! in somma* in tutte le co-
se nelle quali si voglia fermare l* ordine snCcessìvo, si fa
uso del numero ordiaale. Vero è che io trnovo in una p(H
stilla del Davanzati : Come si dice nel libro quindici di
questi annali ; ove è usato quindici e non decimoquinto o
quindicesimo^ ma a me par francesismo. Le ore si contano
coi cardinali; è wCora^ son le due^ le tre^ ecc. La data del
mese, fuor che per lo primo giorno, sì segna pure col no-
mero cardinale; il quale, in questo caso, vuol T articolo //•
Con r articolo si può anche mettere la preposizione a, co-
me dal quarto esempio si mostra.
I. T\mì e ire parimente gli amasia B. it. Si spoglia^
reno tutte e sette* B. 3. Era in pericolo di perdere tutti
due i figliuoli. 4* Poteva essere^ poiché noi eravamo tutti
due nati a un tempo* F. 5. Questo è certo eh* ella ì^*ha in-
vitato tutti a due. F. 6. Tutti a due tirate a un segno. F.
L* ordine intero delle espressioni tutti e due^ tutti e
tre^ ecc; si è tutti e sono due^ tutti e sono tre. Si drce anche
tutti duef tutti tre; tutti a due^ tutti a tre; la prima manie'
•ra è la più usata.
II Bartoli e TAmenta non sanno che diavolo ci faccia
questa e tra il numero e la voce tutti; e non ce la vorrebbe-
ro ; ma in questo caso si vede bene che la voce tutti com-
prende un numero circooscritto ; onde viene la conseguen-
za che si debba definirlo; e questa definizione s^aggiunge alla
voce tutti per mezzo della congiunzione. L* idea, dunqae,
«oropresa nel primo^ esempio è: Gli amava tutUf e sh» sape-
te che e* sono tre; e a me riesce maniera assai più rego-
i
129
lare in tali proposIzioDi mettere la congiantiva che no; e per
lo contrario mi pare manchi qualche cosa nella espressio-
ne tutti tre; poiché non si dice tutti uomini^ tutte cose^ par-
lando generalmente; vi si pone T articolo che addila la co*
sa determinata ; in somma vi vuol sempre una unione tra
la voce tutto e quella che la determina. Nello stesso modo,
mettendo la preposizione, come ne* doe ultimi esempj, la
idea è: tutti^ e ìH)ì sapete che ifuesto tutti si riduce a sfoi due.
Cosi ragioDi^ndo si solve; e, cosi solvendo, non sarà mai bi«
sogno che i grammatici vengano a battaglia.
I . TennenU Amor anni rEurtatfo. ?• 2. Vent^vna
polta fu gridato imperatore. Dav. 3« Poi , per la medesima
«a, par discendere altre NorAtfT^ vntA rota. D. 4* f^oi non
mi lasciate pur riposare una mezza ora del giorno. B« 5.
Falena assi o libelle due e mezzo* Dav» 6. Abbiam oggi"
mai cerco mezzo la cristianità^ senza saper perchè* F. 7.
Che a sei loro figliuoli una libbra e mezzo d'oro per cia-
scuno si donasse. Bembo.
Coi composti i^ent^ uno, trentuno, quararo'uno^ ecc.,
se il nome al quale V aggettivo niimerale è apposto sta in-
nanzi al numero, e* debbe essere in plurale; se sta dopo di
es$o,rimane singolare; anni vent^uno, nos^ant^una rota, i^en^
ttina voka. La ragione si è che, per essere detti numeri com«
posti di pen^z e uno, trenta e uno, mettendo il nome avanti^
s' accorda col numero plurale venti o trenta ; mettendolo
dopo s'accorda col singolare uno. Per la stessa ragione, se lo
aggettivo mezzo si pone prima del nome da esso modific»-
tO| concorda con quello nel genere; se si pon dopo, quando
fosse il nome femminino, mezzo mantiene la desinenza dèi
o^scolino; onde si dice mezza libbra, mezz^ora ; e una lib--
i3o
bra e mezzò^ un'ora e mezzo* Non v^è dubbio cbe, in questo
secondo caso, la parola e mezzo comprende l'idea di e mez-
zo il peso if una libbra^ e mezzo lo spazio d^ un ora. Que-
sta è la regola generale fra i classici; quantunque il Bentibo,
per Tultioio esempio, vuol che si possa dire anche una lib^
bra e mezza^ e urCora e mezza. Il sesto esempio è ellittico;
e il sottinteso è il territorio di^ o cosa simile.
i« Cento venticinque fiorim per ^uno. Dav. a. Andate
a quattro a quattro. B. 3. Si facevano fosse grandissime^
nelle quali a centinaia si metteifano i soprawégnenti. B.
4« Di sei mesi in sei mesi si mutano* B.
L* aggettivo uno del primo esempio è preso nel sen-
so di ciascuno, il che si usa nelle distribuzioni, ed è un i-
diotismo nostro; egli è come se si dicesse venticinque per
uno uomo^ venticinque per uno altro^ venticinque per uno
terzo ecc. I modi ellittici a quattro a quattro^ a centinaia^
di sei mesi in sei mesi^ si riempiono così: andate comequat--
tro dietro a quattro (la ripetizione della preposizione e del
numero dipinge continuità), j/me/^o/io in quantità simi^
le a centinaia^ passando per lo periodo di sei mesi , ed en-
trando in sei mesi*
I . Non ne vuole meno di trenta per centinaio. B. 2.Sic-
come vediamo manifestamente che tre via tre fa nove. D.
3. Io aveva sette anni^ quando mio padre mi levò da Paler-
mo. F. 4» J^gli era di' età forse di quaranta anni. B.
In luogo di centinaio che usa il Boccaccio, i moder-
ni adoperano cento nelle espressioni il cinque , il sei , il
trenta per cento ecc. La voce via^ della quale si fa uso nel-
le moltiplicazioni, è un* alterazione dì fiata^ volta; come
appare dal seguente esempio tolto dalla Crusca: Quando lo
i3i
nostro Signore (mdwa una via al tempio^ sì p/ tros^ò s^en--
ditori e compratori. Così nella prima edizione; ma ora non
mi pare che bisogni originar da fiata quello che si regge e
s* intende da per se. Quando si dice una s^oUa^ due scolte, tre
voltej si contano le ripetizioni di uno atto per comparazione
con un* altro atto^ cioè di un giro in volta; però che questa
voce %n>lta che altro è, se non una girata in cerchio che fa un
corpo, ritornando in sul medesimo punto onde mosse? Se
dunque una po/to è la misura di uno spazio, e via è pur mi-
sura d^uno spazio, chiaro apparisce che ambe le voci si so*
no adoperate contando ; esse differiscono solo in tanto che
volta prende il plurale, e f//a, no. Dunque tre ina tre è lo stes-
so che tre voke tre. Le due maniere di rappresentare Tetà
dei dae ultimi esempj sono egualmente buone; la prima è
più famigliare.
Si suol dire gli scrittori del trecento^ del cinquecento^
0 vero del secolo decimoquarto^ del secolo decimosesto^ e-
spressioni che non paiono corrispondenti sebbeu significhino
la stessa epoca, perchè le denominazioni ordinali traggono
il loro nome dal secolo che comincia con la cifra i3oi,i5oi;
eie cardinali, dal numero che disegna il centinaio, non con-
tate le frazioni, il quale ritiene la |sua denominazione infi-
do al 99; onde si dice del 3oo, fin che U millesimo sia giunto
a 1399. Cardinalmente adunque si chiama il presente secolo
r 800, e ordinalniente, il xix. Per la medesima ragione si
dicenno aver 39 anni, ed essere nel quarantesimo anno; ma
nel contar degli anni d* ordinario si sceglie ciascuno per se
il cardinal numero.
/
i3i
CAP. XII.
DEGLI AGGETTIVI POSSESSIVI
m/o, tuo^ suo^ nostro^ iH)stro^ loro.
Questi aggettivi, cbe chiunque può comprendere per-
chè si chiamio possessivi, sono stati finora, per la maggior
parte di coloro che hanno trattato questa materia, classi-^
ficati fra i pronomi; ma, poiché il pronome sta in luogo del
nome, e queste parole al contrario sono per lo più giunte
al nome, noi le mettiamo fra i qualificanti , che è la pro«
pria loro classe. Loro^ in vero, è pronome; non pertanto lo
poniamo ancora fra questi aggettivi, perchè rappresenta il
possessivo nella terza persona del plurale, il quale manca.
I « Non accorgendosi cK egli era uccellato , mandò
per £ amico suo. B. 2. Contentate tt piacer r ostro. B«
3. ^ me bisogna la fostra fede. B. 3. /o non intendo di
risparmiar le mie forze* B«
II possessivo suole essere accompagnato d^lP articolo
per le medesime ragioni già esposte nel capitolo che trat-
ta della teorica di esso, come sono per dimostrare. Vero è
che il possessivo potrebbe per se medesimo servire di se-
gno dimostrativo « e tener co^i ad un* ora il luogo d'arti-
colo e di determinante, il qual officio, in fatto, alcuna vol-
ta lo fa; ma, come le cose pure della medesima specie cbe
uno può qualificare, per esempio, per sue^ sono àncora ab-
bienti a distinzione e a determinazione , per pariioolaritii
o per confronto, 1* articolo apposto al possessivo esprime
in italiano più idee sottili ed espressive, le quali si perdo-
no nelle altre lingue che in questo punto sono circonscritte
i53
a una sola dicitura. Dan^e V articolo è apposto nei primi
due esempj ad amico e piacere^ perchè T Autore intende di
un amico e à\ un piacere particolare. Nel terzo e nei quar-
to r articolo precede i possessivi ì^ostre e mie^ perciò che la
fede e le forze ^ nomi da essi qualificati^ sono poste in con**
fronlo p in opposizione alla fede e alle forze altrui*
Ora dirò sua origine e costumi^ e con che ardimento
teniò signoria. Dav.
Il Davanzati, per amor della brevità, lascia una mol-
titudine di particelle, cpme articoli, preposizioni, per lo più
quando sian soverchie; e certo, que'tre nomi senza articolo
e con nn solo possessivo danno a quella frase una rapidità e
una arditezza tale » che ti sùnii trasportare dietro la foga
delle parole. Ma intendiamoci bene, che la sua bellezza ap-
pare per la ragione che in italiano, la maggior parte delle
volley il poa$e$8Ìvo porta seco l'articolo, e si ripete innanzi a
ciascun BOQfte; però' che, se, per esempio, il possessivo fos-
se sempre coml^ in inglese senza atliColo, e mai non si xì-^
petesse dopp la congiunzione, lo stile di quella frase non u-
«cirebbe più deir ordinario. Ora, dei quattro avanti citati
eaempj ,. ne* primi tre la particolarità è troppo evidente , e
rartìcolo è necessario al possessivo^ ma nel qqarto si potria
togliere, e dir mie forze» Cosi in questo, con stile più ampia
e posato si direbbe: Ora dirò la sua origine e i suoi costur
flu, e con che ardimento tentò la signoria di Romom
Il possessivo si può mettere prima o dopo il nome^
nnlladimeao sarebbe pedaotismo il metterlo troppo sovente
dopo. Segue (x ) bensì d* ordinàrio il nome, quando si pone
(i) Neir ordine delle parole si dice quella precedere che prima si scri-
ve» e ipielia seguire che si sctìto seconda* Faccio qaesla osserrazione, perché
aU*occhio potrebbe parere il contrario»
i34
alla persona di cui si richiede raltenzionei signor mio^ a-
mica mio^ padre mio.
i. Chi fu tuo padre ? B. :i.A meptuve^ come io ti \^i^
dif vedere il padre mìo. B* 3« Fratel mio^ questa è mìjì fi-
gliuola. B. 4* J^o sono lA TXJA sventurata figlia. B. 5. Io
son deliberato di far quel che vostra Eccellenza deside--
ra. Caro. 6. Senza altro consiglio prendere^ pose i sua fi'-
gliuoli a cavallo. B.
Dissi che talvolta il possessivo tien laogo di segno di-
mostrativo, cioè d* articolo e di determinante; il che si di-
scerne nel primo esempio. In fatti, pongasi il possessivo do-
po il nome, come fa il Boccaccio nel secondo esempio, e
se ne vedrà la prova : chi fu il padre tuo? Ecco che in que-
sto caso r articolo è necessario, perchè nn nome determi-
nato vnol esser preceduto dall' articolo o dal segno dimo-
strativo medesimo. Il possessivo ha Tegual valore, vale a di-
re che può far senza Tarticolo, ogni qual volta preceda a un
nome di parentado nel singolare, come padre^ madre^ fra*
tello , sorella , ecc. , eccetto donna per moglie , e ^yosa ; o
sia dato ad alcuno dei titoli eccellenza , eminenza , altez-
za^ maestà ecc; vedi il terzo e il quinto esempio. Il Boc-
caccio ha molto spesso deviato da questa regola; per esem-
pio, dice: Il tuo padre ti manda questa per consolarti^ Di'
scretamente in ciò ha ii mio padre adoperato^ Io intendo
di torre via tonta la quale egli fa alla mia sorella. A me
pare che stia bene V articolo al possessivo precedente an
nome di parentado singolare, quando si voglia fare una e-
spressione afifettnosa, o ironica, o simile. Il quarto esempio
dimostra che l'articolo è ancora necessario , se tra il nome
di parentado singolare e il possessivo trovasi un altro ag-
i35
getlivo; che, il secondo aggiunto in tal caso dinota partico*
larilà della eosa posseduta. Se il nome di parentado o tito-
lo è in plurale, come nel sesto esempio, il possessivo do-
manda r articolo. Come già dicen^mo, quando il possessivo
si riferisce a cui si parla, si dice signor mio^ amico mio^
senza articolo, non essendoci bisogno di segno dimostrativo
per la persona cui porgiamo il discorso.
I • Sempre per suo amico Cebbe. B. 2. Fate di me quel
che sH)i credete che pia mostro onore e consolazion sia. B«
3. f^i ricorderete di dire a \^ostro padre f che i fostrì fi,-*
gUiioU^ sua e miei nipoti^ non sono nati di paltoniere. B»
4* // giudice niuna cosa in sua scusa coleva udire. B. 4« Io
nofi posso far caldo e freddo a mia posta. B.
II possessivo suo del primo esempio, e wstro^ del se-
condo, sono senza articolo, perchè non si intende né a con*
franto, né a particolarità rispetto alla cosa posseduta. Nel
terso Tarticolo è apposto a \H)stri e non a suoi e miei^ perciò
che il nome figliuoli è messo in confronto con gli altri della
medesima specie; mentre il seguente nipoti non è adopera-
to se non per qualificaute* Nel quarto e quinto esempio le
espressioni insuascusa^ a mia posta^ sono avverbiali, vale a
dire le tre parole tutte insieme fanno come una sola modi»
ficante il verbo; nel qual caso il nome non è soggetto a de-
terminazione, né quindi il possessivo ali* articolo. Tali sono
anche a mio senno^ a mio modo y a mio parere % ecc. La de-
teraiinazione, ciò non ostante, può aver luogo per confron-
to o«l opposizione anche in queste espressioni, come quando
il Boccaccio dicevo/ mio parere^ questa tua andata è di sO"
perchio; ma , in questo caso , la parola al mio parere non è
più avverbio, ella è parte della proposizione se tu dai retta
al mio parerei o pure ella serve di dativo al seguente è.
i36
I • Ella desidera di tornarsi Al padre. B. a. Quasi
morta nelle braccia dei FiaunoL cadde. B« 3. Bassa gli
occBi in terrai non le guatare. B« 4« Non tanto ilperdun
to marito^ quanto tA sua sventura piangea. B*
Sempre che il nome rappreseotante la cosa posseduta si
riferisca all*agente del Terbo,si suol soUiotendere il possessi-
vo, e mettervi Tarticolo per segno della cosa determioata dal
possessivo sottinteso. Dunque, nel primo esempio , p€uire si
riferisce a ella agente di desidera^ nel secondo figliaci cor-
risponde con e//a, e nel terzo, gli occhi con to, agenti sot-
tintesi. Nel quarto esempio il possessivo è tolto a marito e
non a ss^entura^ ma quivi la sventura della donna di cui si
parla si distingue dalle altre sventure per mezzo del posses-
sivo; il che mostra che, se anche in tutti tre i sopra accen-
nati esempj fosse opposizione o confronto,l>isognerebbe e-
sprìmere il possessivo. In questo si guardino coloro che san-
no francese da* gallicismi nei quali è facile a cader e, in quan-
to che i Francesi , in tal caso , fanno uso del possessivo ; e
quando anche si parli di cosa non animata , come dicendo
d* un poggio, la cima era intorniata d^alberi^ e non la sua
cima^ gallicamente. Eccone degli esempj tratti dalP Anti-
purismo.
I* Gnmde e sublime ne* suoi pgruiéri, piccolo e ineeppaM rulla sva
elocuzione» a. // suo poema e uno ed intiero nella sua azione, nel suo prò»
gresso, e nel suo fine» 3. Io t^eggo nel primo ìm genio poetico tMOto pieno
del suo fuoco» e dàlia sua for%a.
E perchè non dire, con laconismo e con maggior forza,
né" pensieri^ nella elocuzione^ nelT azione , nel progress
so^ nel fine^ di fuoGO% di forza ? Queste non sono le pann
le insipide de* puristi* In tre frasi sono sette possessivi ina«
tili ! che sguaiataggine in confronto di quel dire del Davan-
zati Ora dirò sua origine e costumi ecc. f
i37
I • Per un suo segretissimo famigliare il mandò alla
filinola* B. 2. Damanti la casa sfide quattro suor fratelli^
tutti vestiti di nero* B. 3. Accostatosi al più discreto de*
suoi^ gr impose quello che avesse a fare. B. 4* ^on so cui
io possa lasciare a riscuotere il mìo. B. 5. Mangi del suo
s'egli ne ha; che del nostro non mangerà egli oggi. B. 6.
In brevissimo tempo fece maravigliare il padre^ e tutti i
suoi^ e ciascuno altro che il conosceva. B
Benché si possa dire uno de* suoi famigliari j quattro
de" suoi fratelli^ il lasciar de* in simili espressioni, dicen-
do un suo famigliare^ quattro suoi fratelli^ è più secondo
lo stile italiano; nuUadimeno, in alcun caso anche la pri-
ma forma è necessaria; come se, per esempio, di uno che ab-
bia dinanzi a se dieci fratelli, o più famigliari, si dicesse,
presi quattro de suoi fratelli^ accostatosi a uno de* suoi fa^
migliori; venendosi cosi a distinguerei! minor numero tra il
maggiore. Il possessivo basta alcuna volta a far intendere
di die si tratta senza il nome; anzi egli è un modo singolar-
mente nostro il non esprimere i nomi famigli^ bene^ dana^^
rOf parenti f soldati^ e qualche altro; onde nel terzo esempio
si sottintende /a/n/g//; nel quarto ^danaro; nel ({uiuto^ bene;
nel sesto, parenti e amici*
I • Poi che gli arcieri del vostro nimico avranno il suo
saettamento saettato^ e i vostri il suo^ sapete che^ di queU
lo che i vostri saettato avranno^ converrà che i vostri ne*
mici ricolgano% e a* nostri converrà ricoglier del loro. B«
a. Ze beffe le quali le donne hanno già fatte a* suoi mari^
ti . • B. 3. f^olo con Fall del pensiero al cielo Sì spesse
. volte f che quasi un di loro Esser mi par che hann* ivi il
suo tesoro. P.
II
i38
Qualche volta a caosare il senso ambiguo, si fa uso
di suo in luogo di loro^ pur che il possessivo si riferisca allo
agente* Il primo suo del primo esempio appartiene air a-
gente arcieri; il secondo suo corrisponde con i^ostri altro a*
gente; mentre che se avesse lo scrittore detto // loro^ avreb-
be prodotto confusione. Anzi dirò che, quando il possessi*
vo si riferisce all'agente del verbo, come appare anche dal
secondo e terzo esempio, sarebbe più giusto Tusar sempre
suo^ per distinguerlo da quello che corrisponde con una per-
sona tei*za, come il loro in fine della frase del primo esem-
pio; perchè, non ci essendo, come già accennai, il posses-
sivo della terza persona del plurale, e in quella vece ponen-
dosi loro, pronome, il quale per sua natura non può corri-
spondere con r agente, rimarrebbe quindi tolta ogni ambi-
guità; ma si schifa anche 52/0 per plurale, pur che con chia-
rezza di senso si possa adoperar loro, per esser P orecchio
troppo uso ad averlo per singolare.
1 • Stia ancor egli in su le sirs eh* i* sto in su le mie.
F, a. E forse che non né pieno tutto f^terbo, e cheognun
non dice la sue ? F. Se ella non ne starà cheta, ella po-
trà auer delle sax, B.
Chi francamente e rettamente vuol poter far uso di
una espressione convien che sappia dar ragione del concet-
to che quella contiene. Ai possessivi sue e mie del primo
esempio v* è sottinteso il nome difese, cioè le difese dello
I
ingegno, della avvedutezza, dèlia scaltrezza, secondo le cir-
costanze; usandosi questo dire per, stare accorto nel parla- ,
re che altri non ti pigli nelle parole; o, nel consorzio eoo j
alcuno, che tu non rimanga ingannato 9 sorpreso in che che
sia. Nel secondo caso v* è inteso storia o novella^ nel ter-
zo, scopate o botte, o cosa simile.
j
i39
Nota che dalle forme ai^dei, dai^ nei, coi, sì debbe
elìdere Vi allora che precedono a uno dei possessivi mieif
tuoi^ suoi; cioè denUei^ co* suoi^ ne* tuoi, ecc., per evitare
il doppio suono di ei ei, oi oif ei oi; e ancora che, se un
nome che termini in re ai pone avanti il possessivo, si tron-
ca Te; dolor mio, amor mio.
Quella cosa dice ritorno esser bella, cui le parti de-
bitamente rispondono, perchè dalla lojio armonia risulta
piacimento» D.
Quantunque loro pronome personale non possa rap-
presentare se non le persone, usato qual possessivo serve an-
che per le cose; ma si avverta che a loro possessivo si sot«
tintende sempre la preposizione di, la quale sappiamo es-
sere il segno del qualificante, cioè dair armonia di loro*
*9^
GAP. XIII.
DEGLI AGGETTIVI DIMOSTRATIVI
Questi aggettivi che pur faron messi fra i pronomi,
non facendo cosi alcuna differenza tra questi e i veri prò-*
nomi di tal sorte che vedremo in seguito , si chiaman di-
mostrativi , perchè servono a dimostrare la cosa di cui si
parla*
I • Sia preso questo traditore. B. 2. Innanzi che co-
testo ladroncello « che / è costì dal lato, vada via, fate-
mi rendere il mio. B. 3, Anche sH)i dite che quella casa
è mia ? F. 4* Come dite s^oi coteste parole ? B«
i4o
Noi abbiamo tre dimostrativi ; questo^ che disegna la
[persona o la cosa vicina di colui che parla; cotesto^ che ài^
mostra T oggetto vicino di colui a cui si parla; quello^ che
lo addita lontano da tutti e due. I soli toscani ne fanno ret-
to uso parlando, e comprendono il valore di cotesto (i);
benché tra il popolo si usi cotesto per questo^ e viceversa;
e son molto da riprendere tutti coloro che confondono que^
sto con cotesto^ come quelli che hanno bandito cotesto dal-
la nostra lingua; essendo così necessario , quando si scrive
una lettera, ad accennare le cose stanti nel luogo ove si tro-
va la persona a cui si scrive. Nelle altre lingue per lo di-
fetto di questo dimostrativo, si rende spesso il senso ambi*
gno nello stile epistolare, o bisogna ricorrere a circonlocu-
zioni. E non solamente questi aggettivi si applicano a cose
concrete o materiali, che si vedono, come esprime il voca-
bolo dimostrativo, ma anche alle cose astratte (2), per e-
sempio : Al mio parere cotesta wstra andata è di soper-
chio; f^oglio ragionare un poco con voi sopra questa ma-*
teria. Questi aggettivi fanno T uffizio d*articolo e di deter-
minante; vale a dire che determinano Toggetto e lo mostra-
no a dito. Quello va soggetto a variazione secondo il nome
al quale è preposto. Si tronca nel singolare in quel ^ e nel
(■) fi Ne mal si sentirà, dice il Buonmattei, in ciò far errore da vemn
del nostro paese, ancorché rivendugliolo, o ]>attilano, o di altra pn>fessio>
ne più sprezzata. „ Ma, sia con sua pace, né anche quivi è tanta rettitudi-
ne tra i battilani e* rivenduglioli •
(a) Concreto, del latino concretai , signiGca cresciuto imieme, e si dice
di quelle cose la cui idea é cresciuta o derivaU dair oggetto reale che la rap-
presenta^ astratto da abstractus significa trauo di, e si dice di quelle cose
che hanno loro essere solo nella nostra immaginazionej il nome o Tidea delle
quali fìi tratta per analogia dai termini concreti» cioè dagli oggetti scusìImìì*
i4t
plurale in queio que^^ innanzi a nome che cominci per con-
sonante; si elide avanti alla vocale in queir ^ e fa nel plura-
le quegli^ avanti la vocale e la ^ sopra detta. Cotesto Un"
§ua illustre dovrebbe pur crescere di splendore a modo
che cresce la nobiltà delle cose* Cosi scrive un critico del
Davaozati in un suo opuscolo intitolato il Perticari confu-
tato da Dante. Avrebbe dovuto dire questa lingua^ poiché
il dimostrativo si riferisce alla cosa di cui egli tratta*
!• Io non ho già cotesto nome alla fonte; che avea no-'
me Tofano per una mia zia* F. a. Andai a studio a Siena ^
e mi miser cotesto nome^ perchè io doveva imparare as"
sai^ e disputava come un diavolo» F.
Nella Trinuzia del Firenzuola messer Rovina dice al
Dormi: Io ti rispondo che non sono la rovina che rovina^
ma un dottor che ho nome messer Eovina ; e poi seguita
con le soprapposte parole; onde parrebbe che qui il Firen-
zuola avesse veramente adoperato cotesto per questo; ma sì
fatti esempj non si possono prendere per norma per dire
che sia lecito al dicitore 1* usare Tuno o l'altro dimostra-
tivo a suo piacere, quando si dinoli cosa che appartenga a
chi sì parla; perchè, dicendo cotesto^ il Dottore intende di-
segnare quel nome di rovina che rovina col quale il Dormi
Vhm nominato. Non v*è dubbio che esempj di cotale ambi-
gua specie indussero molti a credere che questo e cotesto si
possano indifferentemente usare Tun per Taltro. E quantun-
que, perciò che continua a dire il Dottore, par proprio chV-
gli intenda cotesto per questo^ non sarebbe maraviglia che il
Firenzuola facesse rovinare anche le regole della gramma-
tica a colui ch^egli chiama Movina delle leggi. Ma qaei che
più mi fa maravigliare si è il vedere che anche il Cesari
♦ *
i
•
i4a
leggiadro e correttissimo di quegli scrittori, i quali nel pria*
cipjo del presente secolo arrestarono la devastazione che i
nuovi Vandali avevan portata nella lingua e nella letteratu-
ra del bel paese; e fecero tutti noi smarriti, che il guasto aiu-
tavamo , retrocedere, maraviglìomi dico che aneli* egli dia
autorità a questo solecismo; però che non se ne trova pure
un esempio nei Tre. Nella introduzione alla sua versione di
Terenzio , dice cotesta utilità fii veduta altresì da un dot--
tissimo e santissimo vescosH). E questa utiliUi è cosa ch*egli
medesimo propone. Il Bartoli è tutto pieno di sì fatti co-'
testi; eccone uno: Cotesti una scolta sì fecondi allori^ ora
sterili son dis^enuti; e con cotesti egli disegna cose da lui
prima accennate . L*Amenta il quale trova da dire contro
a qualunque si pub che il Bartoli esponga, passa questo sot-
to silenzio, e comincia una sua osservazione cosi: Chi do-
mine è cotesto grammatico che insegnò quantunque esser
nome aggettisi; e chi son mai cotesti che seguitandolo co-
sì credettero ? E questo ei dice fra se.
I . Buona femmina^ tu sei assai sollecita a questo tuo
dimandare; e nondimeno le fece limosina. B. 2. Che è ciaf
spiriti lenti ? qual negligenza^ quale stare è questo? D.
3. Son QUESTI i capei biondi e f aureo nodo ecc. ? P.
Non così del dimostrativo questo^ che non si possa a-
doperare in luogo di cotesto a nominar cose di persona che
sia presente al dicitore, o pure a cui si scriya; pur che in
questo secondo caso si accompagni il dimostrativo col pos-
sessivo. Li tre esempj provano che questo si può, ed è bel
modo ancora. Il Petrarca dicendo, a Laura apparitagli in
visione, son questi i capei biondi^ par proprio che li tocchi
e se ne faccia beato. Quando però col dimostrativo questo si
i4J
accenna cosa astratta appartenente a cui ode, s^accompagna
col possessivo tuo o vostro, per maggior chiarezza, o sem-
pre che vi possa essere ambiguità; ma le più volte la con-
correnza dei due vocaboli, questo tuOj questo vostro^ aggiun*
gè scorno o leggiadria alla cosa disegnata, come nel seguen-
te esempio : Lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso
dolce. B« E. con tale intendimento si pone il possessivo con
cotesto e con quello ancora: K mi par pure vederti mor^
derle^ con cotesti suor denti fatti a bischeri^ quella sua
bocca vermigliuzza, e quelle sue gote che paion due rose. B .
I. Quando intese questo fiu oltremodo dolente. B.
^- yogUamo noi andare a veder questo santo ? B. 3. Z?/-
temi QUELLO che io posso per voi operare* B.
Gli aggettivi questo e quello si adoperano anche a' di-
segnar le idee presenti o a richiamar le lontane. Questo ac-
cenna o ripete « come nel primo esempio* la cosa o le cose
delle quali si è precedentemente parlato, e che si suppon-
gono ancora presenti alla nostra mente; onde^ da se suffi-
ciente, e fa r ufficio di determinante; quello indica la cosa
o le cose di cui uno è per parlare, che non sono ancora de«
terminate, e quindi sono tuttavia lontane dalla mente di chi
ode; perciò è sempre seguito da una proposizione determi-
nante. Nel secondo esempio, quantunque si faccia menzione
di un oggetto lontano alla vista, pure si è usato il dimostra-
tivo che dinota le cose vicine, per il motivo che è stato di
esso precedentemente parlato.
I . Io il feci STANOTTE prendere* B. a. Stamane egli
entrò in un mio giardino. B« 3. JFate che stasera noi siamo
insigne. B.
Le forme stamattina o stamane , stasera e stanotte ,
■fcl I _- — mtX.Ì.''* j-
i44
SODO composte e abbreviate di questa mattina^ questa ma-
ncy questa sera^ questa notte. Questa notte o stanotte può si-
gnificare egualmente la passata notte come la futura, per-
ciò che del pari son vicine al giorno , V una come appeaa
passata^ V altra come subito seguente ; e questi aggettivi so<«
DO sottintesi*
I • /flr QUESTO la fante di lei sopravs^enne. B. a. f w-
di una nave piccioletta venir per l'acqua verso noi ìn quel^
LA. D. 3. In questo egli s* accorse , Ferondo avere una
bellissima donna per moglie Jà. 4* ^^^ Tito per ventura ìn
QUELLA ORA venuto al pretorio. B*
A ben comprendere le espressioni in questo, in quello^
in questa , in quella, bisogna supplire le parole sottintese ,
cioè in questo o in quello stesso momento o tempo ; in que-
sta o in quella stessa ora^ occasione^ o circostanza* Queste
sono maniere usate nelle narrazioni ; facendo uso di questa
o questo, si dimostra la cosa alla mente vicina , per esser
quella di cui si è precedentemente parlato ; usando quello
o quella, il narratore torna la mente di chi ode indietro nel
tempo passato, e quindi dimostra la cosa lontana alla imma-
ginazione. Questo è il vero valore di quelle espressioni ; ma
pure si usa cosi V una come Taltra senza distinzione.
I, Queste catene della gola, quanto più le allarghi,
pia ti stringono.^. 2. Queste streghe diventan gatte e ca^
ni* F. 3, Questi scioccIU lodan più le cose dozzinali, per*
che par loro intenderle^ che le cose de" valentuomini, che
ìion nemangiano. F.
I nomi catene, streghe^ e sciocchi, sono presi nel lo-
ro senso specifico , cioè determinati e tratti dal genere alla
specie; ma in vece dell* articolo, chi parla vi pone il dimo-
i45
strativo, il quale ha una virtù di più che Tarlicolo ; e que-
sta è di rappresentare più sensibilmente le cose alla mente,
£ in tal caso v*è sempre intesa una tacita determinazione co-
me ne* due primi eseropj ; cioè che tu sai^ o di che astrai
udito parlare'^ o vi è espressa, come nel terzo , ove il ghiot-
tone che cosi dice accenna con la mano la propria gola. In
tutte e tre quelle proposizioni adunque si può sostituire Tar-
ticolo al dimostrativo.
I • Levatasi la laurea di capo » quella pose sopra la
testa a Fìlostrato* B. 2. Ho fatte mie piccole mercatanzie 9
e in QUELLE ho desiderato di guadagnare. 'h* Z. Sentendo li
fatti suoi molto intralciati , pensò quegli commettere a pia
persone. B.
Quello « quella , quegli^ e quelle^ si usano spesso in
luogo dei pronomi /o,/a, le^gli^ne^ quando si parli non di
persona, ma di cose, a dar maggior valore al nome che rap-
presentano , per la ragione che queste particelle non pos-
sono portare la enfasi; e per conseguenza quei dimostrati*
vi si adoperano massime quando una preposizione deve pre-
cedere il pronome. Dunque nel primo esempio quella , in
luogo di la^ rappresenta il nome laureata nel secondo, quel'
le corrisponde con mercatanzie*^ e quivi per la preposizio-
ne il pronome le non potrebbe aver luogo; nel terzo quegli
in luogo di gli si riferisce a fatti.
La virtù e V efficacia del dimostrativo quello^ usato in
tal modo a guisa di pronome, era si poco sentita prima del-
la riforma della lingua, che non si trovava più se non nelle
scritture antiche; ma come tutti i pronomi, in italiano ama-
no una semplice particella uon abile alla enfasi, e un* altra
Toce che la porti, come lo e lui , la e telagli e loro^ per le
i4o
persone, cosi anche per li pronomi che rappresentinole co-
se egli è ana ricchezza di lingua V averne due; e questo uf-
ficio Io fa il dimostrativo quello, co' suoi dipendenti quel-
la, quelli^ e quelle*
I • Lapwertà è esercitatrice delle virtà sensitii^, e de-
statrice dei nostri ingegni, là dove la ricchezza e quelle
e QUESTI addormenta* B. a. Che, altra potenza è quella
che Vascolta, Ed altra è quella cK ha V anima intera'^ que-
STA è quasi legata, e quella è sciolta. D*
Questo e quello servono anche a ricordare, neirordiae
delle parole, la più lontana è la più vicina. Quello si riferì-
sce alla cosa stata nominata la prima, che, in fatto, neli*or-
dine delle parole, è più remota; e questo richiama la secoiH
da, che è più vicina al punto da esso segnato.
Entrati nella chiesa, sfiderò questo letto così mora-
tiglioso e ricco, e sopra quello il cavalier che dormiva, fi.
Si potrebbe domandare perchè in questo esempio è
usato prima questo e poi ^^i^/Zo, a dimostrare il medesimo
oggetto letto. La ragione è che nel primo caso il dimostra-
tivo è aggettivo, e nel secondo è pronome, come poco avan-
ti dicemmo; alla qual particolar qualità di pronome ^ue^fo
non è atto. Questo può bensì, come già vedemmo, qual pro-
nome rappresentare una intera proposizion precedente; ma
pure, avvenga che questi vocaboli ritengan sempre lor na-
tura originale di ricordare Y uno le cose vicine e V altro le
lontane, dico che, nel primo caso si usa questo, perchè di-
nota il soggetto del discorso, che è presente ali* immagina-
zione; nel secondo T Autore adopera quello per portar
r immaginazione nel tempo passato, e nel luogo che Y ac-
cidente avvenne; perciò che, quando il dimostrativo non si
i47
applica a cose sensibili, libero è alla fantasia di rappresen-
tarle a suo piacere^ vicine o lontane.
CAP. XIV.
DEGLI AGGETTIVI E PRONOMI CONGIUNTIVI
Che , quale , chi , e cui.
Dallo ufficio che fanno le parole io traggo lor deno-
minazione : Io W dirò quello che io ho fatto. In questa pro-
posizione che fa la voce che posta intra quello e io ? Ser-
ve a congiungere i due membri della proposizione; onde io
ho nominato qnei vocaboli congiuntivi. Che e quale^ quel-
lo esprimente mo^o, questo, qualità^ dico essere aggettivi e
non pronomi, perchè possono portare il nome con se; che uo-'
mo^qualdonnai il qoal nome non reggono chi e cid^ perciò
li nomino pronomi. Veramente Y ufficio di congiungere noi
fanno quando son posti in capo della proposizione; in quel
caso sì possono appellare per nomi di modo e qualità^ co-
me vaol Dante: Pensando l* alto effetto eh* uscir dovea di
lui^ e V chi e 7 quale. Pure per coniprenderli tutti sotto la
medesima denominazione li diremo tutti congiuntivi. Achia^
marli relativi^ come fecero i più| non consento, perchè tut-
ti i pronomi sono relativi , cioè si riferiscono alla cosa che
essi rappresentano.
DELL* AG6KTTIVÒ COSGIUIITIVO CifE
I • Quasi niuno era che non sapesse chi fosse* B. a. Non
rifiutate la grazia che Iddio vi manda. B» 3. Questo è Vuo^
Mo di CHE vi ho parlato. B. 4- Comandò che da ciascuno
i48
così onorato fosse come la sua persona; ri che da quindi in--
nanzi ciascun fece. B* 5. Non conoscono uè interessi ne
usure; che è pia che asterie spietate. Dav.
L* aggettivo congiuntivo che si può usare in tutti i
casi; cioè per agente, come nel primo esempio, ove riferi-
sce niuno e governa il verbo sapesse^ e per oggetto, come nel
secondo ove che riflette la grazia^ e porta V azion del ver-
bo; e anche con le preposizioni, come nel terzo; ma più di
rado in quest* ultimo caso si trova usato. L* articolo è ap-
posto a che quando rappresenta una proposizione intera ;
il che del quarto esempio comprende tutte le parole che lo
precedono, e corrisponde a la qualcosa; ciò non ostante per
quel che mostra il quinto, V articolo si può lasciare.
I. CHE COSA è questa che \H}i mi as^ete fatta mangia-
re?^* a. f^enuto è il tempo che io sono per servare la mia
promessa a uoi^ e che io voglio che voi la serviate a me.B»
3. Se egli mai si risapesse che noi fossimo stati^ noi sarem-
mo a quel medesimo pericolo che è eglié B*
La volgare espressione cosa è sì dee tenere per errore,
non trovandosi in alcun classico scrittore senza che; sebbe-
ne il Perticar! scriva Non so cosa direbbe di me quel sa-
pientissimo Socrate. La preposizione in sì sottintende quan-
do r aggettivo congiuntivo si riferisce a tempo; quindi i due
che del secondo esempio comprendono il senso delie paro-
le in che tempo o nel qual tempo. Dal terzo si scorge che
pure in qualche altro caso si può sottintendere la preposizio-
ne m;^perciò che quivi che sta in luogo di in che o nel qua-
le perìcolo. E davanti al congiuntivo quale ancora si può to*
gliere m; sempre che si accenni tempo: Quel giorno iiqu ai
tu vedrai due asciugatoi tesi alla finestra^ ecc. B.
«49
!• Mostrando di non as^er cura di ciò che ella si mo^^
stram schifa. B. 2. Ho ripreso la cura delV esercito con la
fedeltà medesima cbe lo tenni* Dav. 3, AlUevansi tra 7
medesimo bestiame^ in su la medesima terra i padroni cbe
i servi. Dav. 4* Trovai molti compagni a quella medesi-
ma pena condannati cbe io* B. 5. E forse pia dichiarato lo
Qf^rebhe V aspetto di tal donna nella danza era^ se le te-
nebre ecc. B. 6. Or^ non conosci tu questa giovane conve-^
nirsi avere in quella reverenza cbe sorella ? B.
Anche le preposizioDi di e con^ a e su sì possono sot-
tintendere al congiuntivo che^ come si scorge in questi e~
sempj. Nel primo , adunque, si supplisce di ; nel secondo
con^^ cioè di che ella; con che lo tenni. La preposizione in-
tesa nel terzo è in su; nel quarto a; ma v* è ellissi d*allre pa-
role; la intera costruzione essendo in su che^ o in su la qua-*
tessono allevati i servi; a chea alla quale io son condannato.
Nel quinto è sottinteso un che agente del verbo era ; cioè
che ìiella danza era ; ardita e leggiadra ellissi. Anche nel
qui seguente esempio del Davanzati è tolto il che , corri-
spondente con quel : Consigliandosi quel fosse dafare^ suo
/tgUuolo voleva sollecitasse d andare a Roma. Gran mercè al
Davanzati e al Macchiavello che e* insegnarono levare la so-
vrabbondanza di questi che sempre ridondanti nella nostra
linguai e onde il Decameron trabocca. Innanzi a sollecitasi
5e la congiunzione che è sottintesa.
Egli è di gran giovamento per la intelligenza de' poeti
il saper supplire le preposizioni che sono sottintese innanzi
a cAe. Nel primo canto della Divina Commedia se ne trova-
no tre, il cui concetto sta celato sotto il velo della ellissi ;
celato a chi non conosce V analisi delle idee. Mi ritrovai^
dice il Poeta nella bella prima terzina, in una selva oscura^
i5o
CHE ( I ) /a diritta \fia era smarrita. Chi sarà ora fra* miei
lettori, dopo aver veduto ranalisi di tutti gliesempj sovrap-
j)0Sti « si da poco, che noa truovi di botto la preposizione
qui sottintesa essere //i, cioè inche^ nella gualseha? £ pur
quante ciance e inutili e vane non fece dire a quei comen-
tatori che disdegnaron lo studio della grammatica ? Il se-
condo che sta nel verso Sy : E quale è quei che wlentieri
acquista 9 Egiugne *l tempo che perder lo face ^ Che *n Od-
ti i sujo pensier piange e s* attrista. Se questo ultimo che
si volesse rapportare al quei del primo verso, e intende-
re per // quale^ il secondo verso rimarrebbe tutto solo, sen-
za poter comunicare ^nè col precedente né col seguente;
ma suppliscasi in, cioè in che^ nel qual tetnpo^ e si scor-
gerà il vero senso. Il terzo è nel verso 1 1 7. Cedrai gli an^
tichi spiriti dolenti cbb la seconda morte ciascun grida.
Supplisci la preposizione di a quel che% e n* avrai subito il
chiaro concetto; di che^ cioè ciascun di che o dei quali gri'
da per la seconda morte; la chiama. Dirai forse che queste
cose te le dicono i comentatori ? Va e vedi chi ti chiosa il
secondo e il terzo che; il primo, il Biagioli solo.
DELLO AGGETTIVO CONGIUNTIVO QUALE
i. La quistione la quale ifoi mi fate è bella. B. a. te-
nuto sei alfine al quale ciascun corre. B« 3. Questa cosa
apparve in due nostri cittadini^ de" quali io intendo di ra-
gionare. B. 4 ^^££ QUALE la fortuna mei concedette. B.
^oo/e può rappresentare l'agente e Toggetto; ma si usa
principalmente con le preposizioni . Nel primo caso sta in
luogo di che^ o equivale ad esso; in preferenza del quale si
(1) Quando son tre Tersi; e qualche TolU anche per due, metto la ma-
iuscola al ricominciar del yerso.
i5i
usa quando si voglia porre enfasi in sai congiuntivo. Nel-
secoodo caso, cioè con le preposizionii quale è più usato che
cui o che^ massime se il congiuntivo domandi dar maggior
forza. Di questi tre vocaboli qualche volta si adopera più
tosto l*nno che Taltro anche per variare solamente, cioè per
non ripetere il medesimo in poche parole; ma quale è richie-
sto in preferenza di che allor che il congiuntivo dee rimaner
sospeso tra due virgole, e sia lungi rimosso il verbo che go*
Terna, acciò che possa reggere alla pausa, come vedremo*
Quale porta Tarticolo, salvo nelle interrogazioni e nelle e-
sclamazioni; il che si vede nella seguente regola; dal quar-
to esempio si scorge che quale può formare comparazioni
di qualità col corrispondente termine tale* Il vocabolo co^
tale è composto di così e tale.
1 . CifE paura a^ete voi? B. a. Qojìl sarebbe la lor ri'^
sposta ? B. 3. qujiu leggio quali minacce^ qual paura^ a-
vrebbe potuto eccB. 4* ^^^ dolci accoglienze i P. 5. C^b
disfacimenti di cuore ! cme fiamme amorose ! cifs motti !
CJW£ parole col cuore ! F. .
La differenza che passa tra che e quale nelle interro-
gazioni è questa. Se di due o più leggi tu hai a sceglierne
nna, di*: qual legge n par migliore ? se di una sola vuoi
sapere il modo o la sostanza, dirai , cjfE l^gg^ è questa ?
Cosi di diverse qualità di vini, quALpià vi piace? ma se di
nna sola qualità si tratta, domanderai: che vino è questo ?
In maniera che quale si adopera a trarre una o più cose
dalla generalità della medesima specie, vale a dire a distin-
guere 1* oggetto dalla specie al particolare, e che entra nel-
la sostanza della cosa medesima particolare. Nelle esclama-
zioni si usa che^ per ciò che la ragione della esclamazione
i5:i
è particolarità. Questa idea si esprime meglio assai per lo
aggettivo chente usato dal Boccaccio, ma non imitato poi
da alcuno; dicendo egli: O amore \ e H enti e quali sono le
tue forze ! cHEjfTì i consigliì e cbenti gli as^enimentiì
Dispiacemi che questo chente non sìa stato accolto nella lin-
gua, poiché una simile esclamazione è impossibile espri-
merla con che.
DEL PROROME CONGIUNTIVO CHI
I • Chi sei tu^ che questo mi fai? B. 2. cbì siete voi^
che fuggito aifete la prigione eterna? D. 3. cffi loda se mo'
stra che non creda esser buono tenuto* D. 4* ^^^ tenea
con r uno e chi con r altro. B. 5. Erano in Parigi quji
per una bisogna e qtJAL per un^ altra.
li congiuntivo chi è pronome che comprende in se più
sensi, dei quali ecco 1* analisi. Nel primo esempio significa
che uomo; nel secondo, che uomini; nel terzo fuorno che;
nel quarto comprende un uomo che^ e si sottintende era a-
vanti a che. Donde si vede che nelle interrogazioni chi serve
per singolare e per plurale; negli altri due casi non è usato
per lo plurale, benché se ne trovino alcuni esempj* Nel sen-
so di uì^ uomo che si usa nelle distribuzioni delle persone,
e si ripete chi altrettante volte, quante sono le parti distri-
buite« Il quinto esempio mostra che in questo caso ai può
adoperare anche qual^ elemento di un uomo il quale; cioè
essi erano in Parigi ^ ed era uno il quale si stam per una bi^
sogna , ed era un altro il quale si stam per un altra; ma
chi è più usato nello stile famigliare. Il Bartoli adopera
questo vocabolo a rappresentar cose inanimate: Certe fonti
passano per mezzo di preziose vene^ chi doro o d" argento^
CHE di smeraldi o di zaffiri. £ altrove : Ma il vanto delV
i53
eccellenza sopra tutte V altre città non me finora a\^enii^
to di sapete a chi^ come giustamente domtole^ si sia.dato^
fiwr che ad Atene. Ma, in ciò, maoco il Torto e il Diritto
sao non Tassolve; poiché^ dove difedde il chi plurale^ uod
fa molto alcuno dì questo. Dovea dunque dire qual nel pri-*
mo caso, e quale nel secondo.
Quinci si Sfa chi vuol andar per pace. D. 2* Sì come
s^der si può cBi ben riguarda. D. 3. Fece far pia robe bel-'
«
le e ricche al dosso duna giovane^ che delta persona pd^
resHi CBE la giovinetta ecc. B.
Ad alcuni paiono gran sconci i due chi del primo e
del secondo esempio, e il che del seguente; e il Bartoli li
dice stranamente accordati; ma a me riescono leggiadri mo*
di ellittici, che si possono usare ancora chi sappia con IV
nalisi supplire il sottinteso; perchè, sapendo che significano,
H può applicare al bisogno. Già vedemmo quante preposi-
zioni, in virtù della ellissi, si possano sottintendere a che\
e però suppliscasi, ne^primi due esempj, la semplice preposi*-
zione^r,ela dicitura e la proposizione sarà compiuta; cioè
si va per chiesi può per chi\ e che questa sia la preposizioa
sottintesa lo prova Dante dicendo: Per me si va nella città
dolente* C cosi qual migliore espressione poteva il Boccac-
cio adoperare in luogo di quel che la giovinetta ? II pieno
concetto è: simile a quella che la giovinetta aveva*
I. £ stata una vergogna a un mio pari ^ ars non
sono un fanciullo. F. 2. Dimmi chi tu se\ cbb questo mi
fai? B. 3. f^oi non siete laprima^ né sarete V ultima^ la
i^ALB è ingannata. B.
Allor quando il congiuntivo che o il quale^ rappresen-
tante r agente del verbo, corrisponde con un nome perso-*-
12
t54
naie o con un pronomei prende la persona di qaello al (pia**
le ai riferisce; cosi che, nel primo esempio, che è in prima
persona, perchè rappresenta io ; e quindi sono è nella pri-
aia; nel seguentecA^ è in seconda persona, perchè corrispon-
de con tu\ nel terzo caso la quale è in terza persona* e si
riferisce ad ultima^ e non a i^/, come potrebbe parere.
I • // buon uomo in casa ari morto era ecc. B. s. TVodb-
ro^ onde fosti ^ e cui figliuolo? B« 3. Fedi cui io do mangiare
il mio, B. 4* Andando da Milano a Pavia , si scontrò in un
gentiluomo a cui nous era Torello. B. 5. Sopra il monte
Tarpeo vedrai un caualier Cff* Italia tutta onora. P« 6. Egli
vi troverebbe me in luogo di colui cui trovar vi si crede. B.
7« Edio cu r nuova sete ancor frugava. D«
II pronome congiuntivo cui non si può adoperare per
agente; si usa perle pia con le preposizioni, due delle quali si
posson con eleganza sottintendere; sì che nel primo esempio
si sottintende dij nel secondo a* In luogo di // nome di cui ^ sì
traspone, e si toglie la preposizione come nel terzo esempio^
il cui nome; e parimente in simili espressioni, in luogo di il
maestro^ la scienza di cui^ si dice il maestro^ la cui scienza^
in vece di, un giovane il nome di cui , un giovane il cui
nome^ ecc ; ma avverti che il dire il di cui nome^ la di cui
scienza^ è un volgarismo che non si trova approvato dai clas-
sici; e che solo parlando di proprietà e di pertinenza si può
sottintendere di\ che non potresti, facendo menzion d^alcu-
no, dire: e cuif per tacere delle altre qualità dirò solo; in
luogo di e di cui^ come m* è venuto letto in un certo opa*
scolo che m*ha fatto porre qui questa restrizione. Talvolta il
congiuntivo che^ il quale abbiam veduto essere usato e per
agente e per oggetto, può produrre un senso ambiguo» simi-
le a quello che si sente nel quinto esempio; ove non ai di*
i55
stingae selUdiada Tagente di onora, o c^o ri ferente il ca*
Taliere. In tal caso per 1* oggetto è meglio far uso di cui^ il
qoale' sappiamo non poter rappresentare V agente, e perciò
DOD andar soggetto ad equivoco, come mostrano gli ultimi
doe esempj.
I. Costoro san beffare chi crede loro% come essi da cui
essi credono son beffati* B* 2. Io s^idi wlare i pennati^ co-
sa incredibile a cui non gli as^esse veduti. B. 3. Ed a cui
mai di vero pregio calse^ Con jiragon lasserà wta Ispa^
gna. P. 4* Questo severo ammaestrare faceva che^ cui a mi'
liziOi 0 a legge ^ o ad eloquenza inchinasse^ a quella tutto
si desse^ quella tutta s* ingoiasse» Dav« 5. Cui io sia tu 7
saprai da colui eh* io ti mando. Da S. C.
Qaesto vocabolo cui^ cosi come chi, può comprende*
re Tidea di /' uomo che^ colui che ; e quantunque volte o
prima 0 dopo avrà un verbo che regga Toggetto o una pre*
posizione, cui sarkbene usato. L'analisi del primo esem-
pio è: Come essi son beffati da colui al quale essi credono^
del secondo 3 Cosa incredibile a colui che non gli avesse^
veduti ; del terzo: E colui a cui mai calse. Ora, nel primo
Gaso cui è retto per la preposizione da\ nel secondo e nel
terzo per a; nel medesimo modo che il chi del primo esem-
pio comprende colui che^ e serve di oggetto al verbo bef^
fare e di agente a crede. Ma, per la natura di cuif ù quale
per agente d* un verbo non può servire, negli altri due esem-
pj del Davanzati e di F, B. da & Goncordio, egli non regr-
S^9 per essere ivi mero agente. Ecco V analisi: Faceva che
<^ il quale a milizia inchinasse , a quella tutto si desse^^
ove si scorge che il quale è agente d* inchinasse , e colui
di desse. Nel quinto esempio cui è indivisibile; cioè non si
i56
può partire io colui che; ma sta per chi o quale uomo \ on-
de tutte le volte che le due parti componenti cui saranno
ambe agenti, o cui indivisibile rappresenterà V agente del
verbo, sarà male usato.
VIZIOSE RIPETlZlOEfl DI CJTB, QUALE^ E QaBlLO^
E D* ALTRI VOCABOLI.
Avendo io notato in alcuni scrittorit e di quegli anco-
ra che più semplicemente e dietro natura scrivono, come il
Boccaccio e il Macchiavello, certe ripetizioni o ridondanze
di questi vocaboli in ispecie, non mi par fuor di proposito .
il farne alcun cenno, perchè altri se ne guardi. Dopo aver
fatto menzionedi Currado Gian(igliazzi,il Boccaccio procede;
Il qUjéLE^ con un suo falcone^ avendo un dipresso
a Peretola una gru ammazzata^ trovandola grassa e giova-
ne, quella mandò ad un suo buon cuoco^ /i quale era chia"
moto Chichibio^ ed era f^eneziano; e sì gli mamfó dicen'*
do^ che a cena Varrostisse e governassela bene. ChicJùbio
ìl quale come nuovo bergolo era^ così pareva^ acconcia la
gru^ la mise a fuoco ^ e con sollecitudine a cuocerla comin^'
ciò. La quale essendo già presso che cotta^ e grandissimo
odor venendone^ avvenne che una femminetta della con-
trada la qual Brunetta era chiamata ecc.
Quantunque un letterato gran barbassoro, il quale in
mal intesa politica si sta arzigogolando in Londra, m* abbia
malmenato per avere io ardito notare anche nel Boccaccio
alcun difetto, non è gran fatto malagevole a persuadersi, chi
non sdegna riconoscere la verità da qualunque parte ella
venga, che il nostro primo maestro in prosa pecchi nel so-
perchio uso di alcane parole, e specialmente dei congiunti-
vi quale e cAe, con noia di chi legge. In questi tre brevis-
i57
simi periodi la voce ipmle è ripetuta cinque volte; ma, non
è egli vero che, ae in tuogo del secondo quale si ponesse che^
e al quarto si sostituisse essa^ cioè ed essendo essa^ si ver-
rebbe a togliere quello sconcio, e scorrerebbero i periodi
con migliore armonia ? Oi queste ripetizioni il Decameron
trabocca. Ecco un esempio di che soverchiamente ripetuto.
Le quali ( cortesie ) molti si sforzano di fare cbe ,
ben CHE abbian di cbe^ sì mal far le sanno^ che prima le
fanno assai più comperar cbe non vagliono^ cbe fatte Vab'
biono; PEECBÈ^ se loro merito non ne segue ^ né essi né al-'
tri maravigliar se ne dee. B.
La varietà de* congiuntivi i quali iu molti casi V uno
air altro senza mutar senso si possono sostituire, non fu
trovata da primi institutori del nostro sermone perchè se ne
stesse oziosa; e senza dubbio il porre in certe occasioni piiì
tosto r uD che r altro rende lo stile assai più piacevole e
chiaro, e serve anche ali* espressione. In questo breVe pe-
riodo sono sette cA^; e io ho diviso la seconda congiunzio-
ne in ben che^ affin che si legga ben che abbian con T ac^
cento sopra ben e sopra a6; altrimenti si sentirebbero tre
che alla fila con accento; e quando s'avvengono due con-
giunzioni cotali; /perciò che^ benché io abbia ecc; io metto
in laogo di questa o sebbene o quantunque^ o dico ben ch^io
abbia per non fare la subita ripetizion del che. Ora, ecco
come, a togliere la ridoìidanza di questa voce nello allega*
lo esempio; io lo esprimerei^ 9enza alterale Jl senso:
„ Cui (le cortesie ) molti si sforzano di fare, i quali,
ben che abbian di che^ sì mal far le. $anno, che^ prima d'a*
verle £itte, le fanno comperare assai jòm che non vagliono;
onde, se loro naerito <io.n n^ segue ecc., ,ì
i58
Perchè dunque non sarà lecito ad uom far come quel
grande jinassagora^ cHE^nonmeno sollecito delFonore^caÈ
pratico degli andamenti del sole^ quando awenis^a CB^egli
cadesse in eclissi^ sfidaci il svolgo ignorante^ che^ mostran*
do a dito per ischemo il sole^ gli rimprù\^eras^a le tenebre.
In questo periodo del Bartoli non è la qaantità quel-
la che dà noia, ma la qualità de* congiuntivi; quei due che
sospesi; perchè, come già accennai, quando il congiuntivo
è posto tra due virgole, // quale vi sta meglio a cagion del-
la pausa che vi si richiede; e qui massimamente, dopo^/iaf-
sagora; dove, essendo il verbo sgridawi^ cui quel congiua-
tivo serve di agente, posto si lontano, la pausa dee essere
ancor più sostenuta; e a ciò, assai più di cAe, serve // quale.
Similmente in questo esempio , pare che facciano come
quello stolto^ chb^ per non esser spedato dalle pulci che lo
mordes^ano^ spense il lume* Bart. Ponendo il quale tra le
due virgole, si torrà un che^ e la frase avrà maggior forza.
Il Macchiavello, narrando di Belisario che s*era mes-
so a rifar le mura di Roma, dice;
Ma a questa sua lode\^ole impresa si oppose la forti-
na; perchè Giustiniano fu in quel tempo assalito dai Par'
tif e richiamò Belisario; e queluo^ per ubbidire al suo si-
gnore^ abbandonò V Italia; e rimase quella proi^incia a di-
screzion di Totila^ il quale di nuow prese Roma. Ma non
fu con QUELLA crudeltà trattata che prima.
Il dimostrativo quello^ o quel^ o quella, è qui ripetu-
to cinque volte io sì piccolo spazio. Ora, dopo Belisario,
sostituiscasi //^tt^/e a e quello; e, dopo Totila^ pongasi cne
in luogo di il quale, però che ivi non ha bisogno di pausa; e
dicasi con la medesima crudeltà i in vece di con quella
crudeltà, e 6*avr& per certo più ragionata e meglio armoniz*
zata distribusione di quei vocaboli* Queste coserelle, per
quanto possano parer triviali , concorrono nuUadimeno a
formare quel bel mosaico che un periodo ben composto in
tolte le sue parti si può chiamare. Io non mi metto a notar-*
le negli autori per spacciare saccenteria; ma perchè^ facen-
do profession di criticoi io debbo dire, col dovuto riguar-
do«che anche i nostri maestri, i quali pure furon uomini ,
non 8* hanno a imitar ciecaniente in ogni cosa; che essi non
intesero a dettar precetti di grammatica» Chi la sorte volle
si dedicasse specialmente a questa scienza, e con T autorità
di loro tutti insieme ha ferma la base della lingua, ha ac-
quistato il diritto di giudicare del buono e del cattivo, e di
portare il criticismo ovunque egli trovi si richieda* Ecco un
altro esempio in che pecca il Boccaccio ripetendo :
Ella gittò via i remi e il timone ; e al vento tutto si
commise; awisando dover di necessità avvenire, o che il
vento barca senza carico e. senza govemator rìfoigesse,
0 ad alcuno scoglio la percotesse e rompesse ; di ohe
ella, eziandio se campar roiESSÉ , non potesse, ma di
necessità jUtneg^sse.
Qui, Tuno vicino alFaltro, sono sei imperfetti del con*
giuntivo, e cinque terminanti in esse, due de* quali si pos-
son levare e sostituirvi il presente participio con miglior
forza e armonia, cioè; jivvisando dover di necessità avve-^
nire, o die il vento barca senza carico e senza govemator
risH>lgesse, o in alcuno scoglio peecotei9do la rendesse ;
di che ella, eziandio campar roLENOO, non potesse, ma di
necessità annegasse. Io dico dunque che da questo difetto
i da guardarsene col ripulire le scritture; e io '1 so per prò-
i6o
pria esperienza, avvenendomi di dover copiare ogni minima
cosa* quando la voglia purgare dalle noiose ripetizioni; al
che non si può attendere mentre detta la fantasia, senza ar«
restare il corso de* pensieri e de* concetti che corrono alla
mente. E dico che errerebbe chi, studiando lo stile nel Boc-
cacciOt credesse doverlo imitare anche in queste cose; co-
me farebbe ridere chi facesse uso come lui del verbo dovere
nel seguente e simili casi: E avendo moke volte avuto vo-
glia di DorERE alcuna parola dire ecc. , ov*ò del tatto inu-
tile; e s^ ha a dire di dire alcuna parola . <
CAP- XV.
D£I PRONOMI
Pronome significa />er/o nome; che vuol dire, parola
che si usa in luogo del nome ad evitare là ripetizione di es«
so; per esempio, chiamò a se la cameriera^ e site disse. Il
pronome è le che tien luogo di alla cameriera*
VAAlAZlONf DEL PHOSIOAIB EGiff
Singolare Plurale
Agente, egli. Agente, eglino*
Dativo, a lui^ gli^ li. Dativo, a loro^ loro.
Oggetto, lui^ lon il. Oggetto, /oro, g/i, //•
VARlAZIOlri BEL PROHOJHB EU.A.
Singolare Plurale
Agente, ella. Agente, eUenOm
Dativo, a lei^ le. Dativo, a loro^ loro.
Oggetto, lei^ la. Oggetto, /e, loro.
iGi
Donqae vi sodo, per Toggetto e per il dativo, due for-
me; cioè, per V oggetto, io o ili Ar, gli o li^ le; e lui, /e/,
loro; per il dativo, gli^ le^ loro; a lidi a lei^ a loro.
APPLfCAZlONB —
I. Io i^amo sopra ogni altra cosa. B« 2. La gioQfine
cominciò non meno ad amar lar^ che egli amasse lei. fi,
3. Mai non le dirò villania. B. 4* f^ metto a LEr^ non a
w.F.
La stessa teorica stabilita per li nomt personali si ap-
plica a qaesti pronomi. Se il verbo non ba sotto di se più
di un oggetto o di un dativo, si fa uso di /o, la^ gli^ le, per
r oggetto, e di g//, /e, ìoro^ pel dativo; se due oggetti o da-
tivi, relativi a persone diverse, dipendono dallo stesso vèr-
bo, si osa lui^ leii loro, per V oggetto, e a kiii a lei^ a loro^
pel dativo; e ciò per dar maggior valore ai pronomi sai qua-
li cade, a cagiondel confronto delle persone, là maggior
forza deir espressione.
I. Egli dice che io ho fatto quello che ro credo che
leu abbia fatto bgu. B. a^ Fbi dovete sapere che egli è
mito malagewle a me il tro\^are mille fiorini. B. 3. Ma/-
donna i egli non darebbe esser marasmi glia ad alcuno savio
che io amii specialmente voi^ però che voi il \^alete. B. 4«
^^i fu guatato lungamente i prima che alcuno potesse ore--
dere che *t fosse desso. B# 5. Gir è téco cortesia esser vii--
Idno. Ariosto.
Quantunque ambedue gli agenti egli alla fine del prl-
nio esempio adoperino, quando se ne volesse trarre uno ,
Bisognerebbe lasciarvi l'ultimo; per ciò che si mette gene-
talmente il secondo agente dopo il verbo, quando M sbn
<lue in co ofronto; e tutti dioq quelli che stanno in opposi?-
2ione si vogliono esprimere.
/
i6a
Il pronome egli spesso rappresenta an meaibro d^aoa
proposizione che serve d* agente^ o vero governa un altro
membro* Nel secondo esempio egli comprende le parole il
trosHir mille fiorini^ le qnali reggono la prima parte della
proposizione è molto malagewle. Così nel terzo esempio il
membro della proposizione* che io ami^ vien rappresentato
da egli agente del verbo dovrebbe. Sicché il pronome egli
non solo può rappresentar le persone, ma anche le cose»
Qui mi si domanda se questo agente egli non è pleo*
nasmo, cioè ridondanza; posto inntiimentet sol per vezzo ;
poiché togliendoloy corre la proposizione in egnal modo. Se
ciò fosse, soverchio sarebbe anche il wi del secondo esem-*
pio; potendosi anche quello tor via senza sconcio; ma, mo-
strato a che un pronome riferisca, quando vi fosse di so*
perchio, si vorrebbe per vezzo anzi levare che porre; e se vi
è posto, è segno che fa Tuffizio suo* Nel ripetere la propo-
sizione del secondo esempio, allor che ai arriva a me, si la-
scia flettere la voce, come se chi ode sapesse che cosa rap-
presenta queir agente egli ; e ciò che siegue rimane come
una seconda dichiarazione. Cosi parimente delPoggetto* £*
si dice: yòi lo sapete quel ch^io ìH>glio dire; ove il prono-
me lo comprende tutta la seconda parte della proposizione;
e questa è come aggiunta a dichiarare quello che non fos-
se inteso. Par qualche volta inutile Tagente del verbo, per-
chè si può sopprimere; ma non è da dubitare che chi ha raf-
finato il gusto nello stile , noi pon né leva accaso. Caccisi
dunque anche il vocabolo vezzo^ in quanto a termine gram-
maticale, fra le anticaglie insieme co^pleonasmi, e coi riem-
pitivi, e i casi, e^gerundj; giacché ad altro uso non fu da*
grammatici intromesso; che a perpetuare Tignoranza* Egli si
i63
troverà che, qualora non sapevano dar ragione di una parti-
cella, il che troppo spesso avveniva, soddisfacevano .a*let-f
tori con un certo qual smezzo. Questo vocabolo si d& ad u-^
DO ornamento di perle che le donne si mettono al collo; e
credo derivi dal Tedesco; e, nel senso metaforico, si vole-
va inteso ad esprimere parola posta per ornamento del di-*
scorso; ma di quale ornamento può essere una voce sover-
chia P
Nel quarto esempio dalla 7 tra che e fosse s* è fatta
Telisione della e, che viene ad esser e/; la qual forala òuo
troncamento di egli. Il troncamento e T elisione fanno la
parola graziosa; e non ostante che sia poco usata , io avvi-
so che se ne possa far uso. Si trovan molti esempj anche
di ei per egli , e del tronco e* per egli ed eglino» Si può
troncare Ve di egli^ e far g//, come nel quinto caso. Si usa
la per ella; elle^ le per elleno; per esempio, tjé mi disse o-
gni cosa ; Elze non sanno^ delle sette volte le sei^ quello che
BILE si vogliono. B. Quelle altre che^ se te non hanno t
ordine per fetton ecc. M* In poesia si può adoperare ella per
oggetto e con le preposisioni •
i. Se cosa appar ond^ egli ahbian paura ecc. D. a.
In bene ad un armo trovai cKsùu ( i denari) erano quat'
tro piccioli pia che essere non doveano. B« 3. Eclì sono
state assai volte il dì che io vorrei pia tosto essere stato mor*
io che vivo. B.
In questi esempj si vede adoperato egli per eglino {
ma a me par che sia un far abuso di p«'ole e un confonde-
re il loro senso a sproposito, quando si può usar chiarez-
za e dbtinzione tra il singolare e il plurale. I classici han
fatto poco* conto di eglino ed elleno; e nel Decameron que-
sti plarali il più si trovan suppliti per essi ed esse .
i64
I • Lot ho preso^ e luì voglio. B. %. Pia che se l a-
mova. B. 3. Deliberò di palesarsi e di trarLA dallo in-
ganno nel quale era. B. 4* Ella non si ricordas^a dì un. B.
5. Egli si mossCj ed io gli tenni dietro. 0. 6. Dirimpetto
a SE fece star ist. B*
Nel primo esempioi benché i verbi \H)lere e prendere
non abbiano se non un oggetto, si sono adoperati i prono-
mi che bau Taccento; perchè lui è in opposizione con ogni
aliro^ e tutta la virtù deirespressione sta in lui; sicché, co-
me già abbiamo detto per li nomi personali, non fa bisogno
che il secondo oggetto o dativo facente opposizione o con-
fronto, sia sempre espresso. Il secondo esempio par venire
in contraddizione della regola ora posta, avendo il verbo
amare dae oggetti non delPegual valore. Perché non disse
l'Autore pia che sé amava lbì ? Nello stesso modo che si
può esprimere confronto od opposizione con un solo pro-
nome esprèsso, cosi se ne possono metter due senza espri*
mere opposizione o confronto. Io questo caso Y intenzione
di chi paria non tende a metter in comparazione le due per-
sone rappresentanti gli oggetti; ma, con le parole più che
se^ a dar forza ad amare. Così parimente, se io di^o rama-
te molto? la mia richiesta si porta tutta sopra il verbo a-
mate e sua modificazione , e si dee rispóndere £ amo più
che me stesso ; se al contrario domando amate luif la mag-
gior virtù deir espressione è conferita alla persona, eia ri-
sposta sar^, amo lui pia che me stesso.
Nei terzo esempio non sono le due azioni messe in
confronto Tuna ^eiraltra , ma più tosto Tuna é seguente e
aiutante Tal tra, come se si dicesse deliberò col palesarsi di
trarla dallo inganno dee; é la virtù deir espressione sta più
i65
nel verbo palesare^ che nell'oggetto, al qaale poco intende
chi parla. Quindi disse palesarsi e trarla^ non palesar se
e trarre leu
Il quarto esempio mostra che, con le sémplici prepo^
siziooi difa^ da^ per^ corij si usano solamente lui^ lei^ loro\
gli altri pronomi non portano le preposizioni* Come i no-
mi personali mi\ ci^ ti^ ecc; anche li pronomi gli^ /e, loro^
haoQO il valore del dativo, senza Taiuto della preposizione a.
Le preposizioni composte, quali sono dietro edirim^
petto degli ultimi esempj, non hanno la stessa influenza del-
le semplici a, di\ da^ sopra i nomi personali e i pronomi ;
ma si usa mi^ ci^ ti^ w, gli 9 le^ lorOf quando non v*è confron-
to, come nel quarto esempio , e si mettono prima o dopo
il verbo secondo questo richiede; e si adoperano a me^ a se^
a tCj a luij a loro , se confronto ha luogo, come nel sesto
esempio. La ragione è che le semplici preposizioni sono sem-
pre immediate col pronome, dove le composte son solamen-
te allor che v* è confronto.
I . Djìgu qualche pedo di scarpette^ e wsìngauo. B,
2. iVon LO Ljìsciar disHìrare dagli uccelli^ B. 3. Non sapeva
come neGjìhw. B. 4* ^on parendole tanto sers^ire a Dio
quanto vole^ni^ mormoras^a. B. 5« Postole in mano un bel-
lissimo anello^ la licenziò. B.
I pronomi, /o, /a, gli^ /e, si pongono dopo il verbo, e
si giungono con esso, nei tre modi, imperativo, infinito, e
ne' participi* Si eccettua V imperativo, quando è accompa-
gnato da negazione, come mostra il secondo esempio. Per
conseguenza, negli altri tre modi, indicativo, condizionale,
e congiuntivo, i detti pronomi si mettono prima del verbo,
e son da quello divisi.
i66
Quando il verbo Dell* imperativo è accompagoato dal-
la negaiione , la regola è osservata da tutti i classici, di por-
re il pronome tra questa e quello ; onde io biasimo il dire
col Monti: V ira è insano affètto ^ ma non confonderla con
lo sdegno^affetto magnanimo^ in vece di, non la confondere^
espressione più bella e di forza maggiore, ma si trova spes-
so il pronome posto tra la negazione e il verbo anche nei
participj e nelP infinito: Io ìH)* far teista di non la conosce^
re; F. Fuggi il male; o, non lo potendo fuggire^ sopporta-
lo come uomo. M* E in questi casi, per non esser regola sta*
bile, ciò dà alia dizione un* aria d* eleganza.
I . àfE LA fORTA in una scodella ^argento. B. a. Pren-
dendo tempo com^nei^ole^ cu mostra interamente il mio
ardore^ e in tutto t* ìncegna di far che la cosa abbia ejfet*
to. B. 3 Egli sbadigliasHi e stropìccìakasì gli occhi. B.
4- La donna vedendolo^ e udendolo prji^goiìo che svenisse
nella torre. B« 5* Ond* io fui tratto fiior delf ampia gola
d inferno per mostrarli^ e mostrbrouì oltre quanto *l po-
trà menar mia scuola. D. 6. yòi non gli Potete né ì^edc'
te né udire. B. 7* Dìile che vada per lei. B. S. Fagli
vezzi^ e DAGLI ben da mangiare. B< g. Molti% nel cercare
if aver più pane che bisogno non era ìoro^ perirono a-
cerbi. B.
I primi tre esempj fanno vedere che, a chi ha già fran«
ca la mano nello scrivere è lecito talvolta violare le regole
qua sopra accennate del luogo che debbon tenere i prono-*
mi /b, hf gli^ /e, Ji, rispetto al verbo. La forma me la por^
ta sta nei primo esempio in luogo di portamela^ la quale è
più imperiosa per V accento che ha in su la prima ; e così
le forme, g/i mostra e t^ ingegna più convengono a chi prega
167
che mostragli e ingegnati. Nel terso in è messo dopo il ver*
bo stropicciai^ nelF indicativo; eia lungliezza della parola*
e il suono medesimo di stropicciauasi , rende maggior imi*
tasione del senso che esprime. Nel quarto pregollo^ in luo^
go di lo pregò ^ à certo usato con intenzione di evitare u-
dendolo lo. Cosi nel quinto quel mostrerolli arroge mirabil-
mente, con lo allungato suono e non terminante in accento*
ali* espressione del seguente verso* E similmente interrogan-
do* quando altri sia mosso da ira o sdegno, Riprenderan--^
nami^ morderannomi^ costoro? B* È più energica la parola in-
tera» Per lo più i verbi potere « do^re^ sapere^ e wlere *
stanno avanti a un infinito; in tal caso, se e* è pronome, è
meglio porlo avanti al primo verbo, che con V infinito del
secondo ; il che mostra il sesto esempio» Se uno di questi
pronomi si mette dopo una forma del verbo accentata nel-
ruItima,come^regò,o dopo un monosillabo, come nel setti-
mo esempio, si raddoppia la consonante dei pronome, /^re-
gD//o,d!r7/e; tranne g//, come si scorge dallo ottavo esempio.
Loro si mette generalmente dopo il verbo in qualunque mo-
do; perchè , avendo Y accento tonico, si può reggere da se
senza Tappoggio del verbo. Ma non sì che, come alcuni han-
no detto, non si possa mai mettere avanti al verbo; poiché il
Boccaccio dice: Grandissimi doni promettendo a chi^ o t^i-
vo o morto% tono il presentasse.
I • Fattogli motto ^ il domandò dove egli andasse. B.
2. Io jroL 50, né seppi giammai* B* 3. Parendomi che i^i
fosse uscito di mente^ rsL wlli ricordare* B. 4* Mostrjìr^
u mi convien la \Hille buia. D. 5. EWera stamane a buon*
ora in sul pianerottol della scala^ con un lume in mano f e
dice che cercatm <f un ago che att era caduto. 6.
168
L* oggetto// vien preposto a una coosooante ii^ pre-
ferenza di lò% benché non sia regola assoluta, ma più tosto
leggiadria. Se la negazione precede //, si giungono le due
particelle in una, e in luogo di non il^ si fa nol\ il die vede*
ai nel 2. esempio* In vece di vi ilj per la regola data nei no-
mi personali, si fa s^e il; e di questo troncando V 1 , ne ri*
solta la forma i^el del terzo esempio* Li^ per dativo singo«
lare quale è quello del quarto esempio, è meno in uso che
gli. Li^ oggetto plurale si adopera quando v'è giunto il da-
tivo gli; il che fa, come vedremo, glieli. L' adoperare gli
per lo dativo femminino, come spesso fa il Gelli, è uno er-
rore che si dovrebbe sfuggire per amor della chiarezza , e
della regolarità del discorso. Non credo se ne truovi esem-
pio in alcuno dei Tre. Se^pi che tosto che V anima trade^
come fec io% il corpo suo Gir è tolto* Questo esempio di
Dante non fa forza , perchè qui il nome anima comprende
ambo i generi* Se voi il porrete ben mente nel viso^ egli è
ancora mezzo ebbro. B. Qui, a dar ragione di questo il og-
getto, in luogo di gli dativo , bisogna dire che por mente
aia usato nel senso di considerare.
I * Maravigliossi forte Tedaldo che alcuno in tanto il
somigliasse^ che fosse creduto Lai B. a. Ciò che non è i£i
già per antica usanza odia e disprezzati? • 3* Credendo che
io fossi TE^ mi ha con un bastone tutto rotto* B.
Io non so intendere per qnal cagione si abbiano i gram-
matici data tanta briga di discutere queste che essi chiamano
irregolarità; perciò che a me pare la cosa regolarissima,cioè
che si dica /la, /ei, e te, ne* tre esempj, è non egli^ ella ,
e tu; il verbo essere non potendo essere governato nella stes-
sa proposizione da due persone, per esempio da io e da tu^
I
i69
no&fli t>uò accordare w non con tina; e perciò l'altra con-
TÌe& che abbia, non la forma deir agente, cbe sarebbe cò--
me voler Tolgore la punta d' una spada ad un* ora in dae
hli opposti, ma dell* oggetto. A me pare dunque soverchio,
anzi dico essere un* idea falsa quella che alcuni hanno vo-
lato dare a queste espressioni , cioè che significhino ch^ io
fossi in te; ciò che non è in lei^ le quali sono idee diflfe-
reati da quelle degli esempj; perchè queste esprimono stan-
za in luogo, e quelle quali(&» Il senso piti verisimile si può
rappresentare col dire c^ io fossi la persona di te\ ciò che
non è la persona di lei; ma il supporre questa ellissi è pu-
re soverchio, perchè te e lei ben significano la persona di
(e, la persona di lei. Dunque, conchiudendo , dico che in
qaeslo caso non è né ellissi né irregolarità. Il Firenzuola
ha pure i due agenti; Io credem che wi foste egli ; ma io
tengo più giusto il dire che voi foste lui^ perchè V orecchio
èoso a sentire Tagente accordare col verbo e non Toggetta
I. DaUa sua colpa stessa rimorso^ si vergognò di fare
al monaco quello che egli^ siccome un avesni meritato. Bw
2. Assai sciente si gloriano che alquante^ della cui wrtà
speziai solennità fa la chiesa^ furono femmine come £0-
Ao, B. 3. Beato wi ehe^ casto^ a morte corse i Alamanni*
4* Misero mb ! c^ sKdli ? P.
Vedemmo a carte .92 perchè si possa osare V oggetto
del pronome dopo come. Ora la costruzione intera delle e-
spressioni siccome lui^ siccome loro^ è, nel primo esempio,
siccome il monaco sape^ni lui avere meritato; nel secondo,
<xme noi chiamiamo iòro, o altra idea simile, secondo le cir-
costanze. Così alle espressioni beato lui; misero me, è tolto
i3
170
il Tcrbo, diciamo beato lui 1 \fedete me misero ! Ecco il per^
che il pronome porta la forma delF oggetto*
I • yidero il drappo j e in quello la testa non ancor sì
consumata^ eh* essi ^ alla capellatura crespa^ non conosces*
seno tEi esser quella di Lorenzo. B. a. Umì cominciarono
ad affermare che^ se paradiso si potesse in terra fare , mn
sapevano conoscere che altra bellezza glì si potesse ag^
giungere. B« 3* Di quanti sogni io abbia mai sentito rife^
rire^ niuno mene par^mai d'udire che per ibi si rompes^
se silenzio^ fuori solamente uno ecc. Casa.
Questi esempi ^nostrano che i protiomi personali lui^
lei^ e i dativi gli^ le^ si possono adoperare, anche io prosa,
a rappresentar le cose; ma non oltrepassiamo per tatto ciò
i termini della discrezione. A me par che sia piò lecito u-
sare in tal modo i dativi g/i, e /e, che lui e lei^ per essere già
uso l'orecchio a gli e le oggetti del plurale, atti alle perso-
ne come alle cose. Mi piace lei esser quella del primo e-
sempio, perchè qaivi non si potrebbe porre nò quella né es^
sa senza sconcio; ma nel terzo preferrei (1 )/ier quello o per
esso a per lui. U Bartoli si sforza e si dibatte per provare
che kU^ leif e loro^ si possano usare come egli^ ella^ ed egli^
HOf per agenti del verbo; ma i testi oh* egli allega non fan*
no per noi. Si trovano bensì quelle forme co* participi 1 nel
capitolo de* quali ne discorreremo.
I • Io temo che Lidia , con consiglio e wler dì lai
questo non faccia per doi^ermi tentare. B. 2. // fa pigliare
a^inllanif e i panni dì luì si sieste. B.
(0 // Conte cominciò ad affermare che egli prima sOFFERneÒBE di
euere f^uartato, che ecc. B. Non avendo messo fra le note de* yerbi <]oesU
bella contrtiione, colgo quetU occasione per farla conoscere.
171
L*ti8are, in yece del possessivo, il pronome con la pre»
posizioDe di^ come in qaesti esempj di lai in luogo di sua^
toglie il senso ambiguo che potrebbe capere in certi casi
nel possessivo. Nei primo esempio lui rappresenta il marito
di Lidia; se si mettesse suo^ questo si potrebbe riferire così
al marito come a Lidia; nel secondo, usando suoi^ si potreb*
be riferire air agente; e benché il sentimento tolga V equi-
voco, al primo V occhio e V orecchio non è pago. Lui to-
glie ogai ambiguità perchè non può rappresentar V agente.
£ ancora che nella novella di Teodoro il Boccaccio dic^ i
Co' figliuoli di Messer Amerigo si crebbe; e traendo pia
dia natura di uri c^ a//'acci^n^e ecc., riferendo il pro-
nome lui air agente che è Teodoro, pure non v* è dubbio
che se avesse detto natura sua^ avrebbe tolto V equivoco ,
potendosi lui riferire anche a messer Amerigo»
DELLE FOIUKE COMPOSTE
GliElO^ GLìELjì^ GUEU^ OUELE^ GL/EUTE.
I. Il prete f trattosi il tabarro^ glielo diede. B. a. A^
^fetido serbati questi danari bene un anno per renderGLiEU
e non risiedendolo^ io gli diedi per t amor di Dio. B.
I pronomi che rappresentano il dativo debbon sempre
precedere il pronome oggetto e il qualificante, quando si tro-
vano ambedue nella stessa proposizione, in modo che ne ri-
volterebbe gli lo^ gli la^ gli /e, gli neje lo^ le la^ ecc. In que-
sto caso g// serve per li due dativi, pel mascolino e per lo
femminino; e tra questo e T oggetto o il qualificante si met-
te on' e ; onde risulta glielo^ gliela^ glieli^ gHd^i gliene.
Queste forme si mettono prima o dopo il verbo, secondo le
tegole di sopra accennate rispetto a /o, /a, g/i, le. Si trova
•Icuaa volta, anche nel Boccaccio, gliele in luogo di glielo
kL ^^ ^*^.
'7^
o gliela^ o ne in gliene usato per oggetto, che forse allori
erano errori di pronuncia, come ne* seguenti esempj: Cww
con V unghie nel viso a Calandrino^ e tutto gusle graffò,
B. Piena di stizza gliele tolsi di manOj e hoUa recata a
voi* B. Sapes^a che il Duca e i f^eneziani non guejte con-
sentirebbero. M. Sarebbe oggi errore Tusare ie singolare e
ne per l'oggetto. Il volere imitar gli antichi in questi erro-
ri è manifesta affettazione , in pregiudizio della chiarema,
e contro il buon senso* Perchè s* hanno a poter confonde-
re questi pronomi /ò,/a, //, le^ ne, in quelle voci composte,
e non divisi? qual differenza v'è? qual ragione ? £ così di-
co esser dispiacente il suono dì lo le^ la le^ in luogo di g/fe-
iò, gliela^ come l'usa il Davanzali: Tronchi la guerra di
colpo alla repubblica il collo^ anzi che pace sì sciagurata
lo le cincischi.
È da notare Terrore frequente^ perchè si possa fuggire,
di dire ce lo dirò^ ce lo farò fare ecc; in luogo di glido
diròf glielo farò fare^
DEL PROirOME WE.
i. loho gran desiderio dtaver di quelle peres ^^^^
su t albero^ e gittaNE già alquante. B. ^. Io ne son molto
dolente. B. 3. Ultimamente restituita alpadre^ NEifaalre
del Garbo. B. 4* Quantunque ai^sse sostenuta gravissima
pena^ e molto se ne fosse rammaricato^ poiché il dente ir" e-
ra fuori , gli parve esser guarito. B. 5. Ancor che molte
volte il di davanti la morte chiamata avesse , i^edendola
prestUf y ebbe paura. B. 6. Tanto si convenivano in que^
sto costume^ che amici n^ emno divenuti^ e spesso usava"
no insieme • B.
Il pronome ne può rappresentare il noaie qualificali-
1^3
le del hiogo , delle persone » e delle cose , e anche d* una
proposizione intera che lo preceda; e si usa parimente nei
singolare e nel plurale. Nel primo esempio ne sta in luogo
di quelle pere; nel secondo equivale a di ciò; nel terzo ri-^
spoode a di quel luogo; nel quarto il primo comprende di
ciò , il che corrisponde alla precedente proposizione , e
il secondo • del suo luogo ; nel quinto rappresenta della
morie*
% nn errore il dire che ne significhi anche da questo
0 da quel luogo; ne è sempre segno del qualificante, e com-
prende solo la preposizione^/; e quando si riferisce a luo-
go, equivale a quinci e quindi^ di questo e di quel luogo.
Nel terzo esempio dico che ne significa di quel luogo, per-
diè, io forza della ellissi, si può usare dij dopo andare, co-
me da^ dicendosi andate sfia di qua. Nel quarto esempio il
pronome tronco n* avanti ad era sta per del luogo suo; che,
quando si dice partirne, trarne, uscirne, il pronome ne al-
tro non significa che di questo o di quel luogo^ poiché, co-
me vedremo nel capitolo delle preposizioni, si dice partire
di , trarre di, uscire di. Dunque ne non può comprende-
re la preposizione </a, perchè comprende^/, per la Sles-
ia ragione che di non può essere da ad un* ora medesima.
1 due ne del 6» esempio rappresentano di ciòy e vi si sot-
tintende per cacone.
Benché, rispetto allo stare prima o dopo il yerho, que-
sto pronome siegua le regole date per lo, la, le ecc; si po-
ne alle volte dopo i monosillabi anche di que* modi e tem-
pi che 1 richiederebbero avanti, e ae ne forman voci ardite
e belle, raddoppiando la n, come funne ed ennef in luo-
go di ne fu, ne è, de* seguenti esempj: Augusto \^i mise Ar-
174
iavasàe; ruNWE^ non senza nostra scon/Uta^ cacciato. Dar.
Enns incolpato il terzo anumte^ B.
] • Di ciò Ns è testimone tÀfrìca* M. n. Di che ne
fa fede appieno la repubblica di Firenze. M. 3. Forse n'
eran di quelle che per pietà sospiravano. B. 4* Io repOQ
opportuno di mutarci di quì^ e andar nn altrove, B.
Id questi esempj il pronome ne potrebbe far ritorna-
re i rienipitÌ¥Ì in capo ad alcuno ; e perciò proveremo di
mostrare che non v*è posto per vezzo. A me non piace che
chi studia s* ausi a chiamar ripieno quello di che non può
render ragione; ogni parola ha il suo significato; altrimen-
ti TAutore non Tuserebbe. La pausa che T espressione ri-
chiede dopo aver pronunciato di ciò e di che^ nel primo e
secondo esempio, fa che queste parole rimangano come 6-
nali della proposizion precedente ^ ene ^ che pur replica
di ciò e €U che^ cominci la proposizion seguente* Nel terzo
esempio ne, veramente, sta per di quelle\ ma non è un* e-
spressione duplicata di quella che segue ; V ordine intero
della frase è : forse nel numero di quelle donne erano alcur
ne di quelle le quali ecc. Il pronome ne sta dunque in luo-
go del primo di quelle. Neil* ultimo esempio ne che segue
andar significa di qui o di questo luogo; ma questo è sog-
getto al secondo membro della proposizione, e il preceden-
te di quì^ appartiene al primo; e quindi sodo sotto il go-
verno di due verbi differenti.
I. Di questo nb seguirà maras^iglioso diletto e pia-
cere. B. a. Sì come colui che mai if alcuna cosa aiveduio
non se iv' era. B. Fhate^ bene sia ; io me ir" ho di aveste
cose. B.
Non dico che il boccaccio nel primo di questi esevor
175
pj, come il Macchìavello nei due citf ti del precedente para-
grafo, non avesser potato far senza quel pronome ne ; ma
solo avviso che la naturadella nostra lingua, dietro Tesem*
pio de* migliori scrittori, permette che si ripeta la stessa
idea in questo caso, in virtù delia breve pausa che vi si ri-*
chiede ; cosi a* Francesi , e qualche volta anche a noi, è
peraicsso ripetere l'avverbio di luogo o la parola che espri-
me il luogo, come nelle espressioni en France il y a; là
iljr a; dove qneìVjr altro non rappresenta che en France e
làé Nel secondo esempio il pronome ne non ripete ót alcuna
cosa; ma bensì queste parole aggiungono valore air idea
compresa in ne^ cioè non s*era aweduio ne ( di ciò ) pur
neir atto if alcuna cosa. Cosi V espressione di coteste cose
nel terso esémpio aggiunge forza, perchè torna a esprime^
re queiio a che il pronome ne si riferisce , acciò che me-
glio s'ÌDten<]a di che' si tratta. Anche il Qelli dice^ IVesor^
ti di uomini son quelli ch^ sogliono biasimare^ delle quali
àm JfB stima eg}i assai; e della terza non tiene un conto al
mondo. Per la stessa ragione dice il Firenzuola: Questo lo
dico , perchè stamattifìa io V ho prosato; ove il primo io è
una ripetizton di questoJ
D^L IfB GALUCISMO
n dire Io ne ammiro la 0irtà^ io jté pregio V inge^-
gnO| ITB lodo i costumi', in luogo di Io ammiro la sua ^ir^
tà^ io pregio U sua ingeg^^ lodo i suoi costumi^ o io am-'
miro la virtà di lui^ pregia t ingegno^ lodo i costumi^ cioè
il mettere il pronome ite in luogo del possessivo* o della
persona della quale V ^gelto del verhoè* parte intsgt'an te
è un gallicismo di bui don trovo esempio Bei buoni- sorit-
lori; e benché raccolga dal Trattato sopra gli autori del
f
176
Trecento del Perticar! questo esempio: Facendo parlare i
plebei Jfe imitarono la favella^ ciò non mota il mio giudi-
zio; perchè egli non avrà mai pensato o posto mente a que-
sto modo francese, come a me convenne fare neil*insegoa-
re Titaliano a* Francesi*
Nei rileggere la Proposta del Monti, insieme col pre-
detto trattato del Perticari ho trovato che qaeU' opera è pie-
na di questi ne alla francese, e di molti altri veramente er-
rori di grammatica, parte de* quali ho già esposti « e parte
sono notati nelle seguenti pagine. E dicasi pur di me quel
che si voglia; ma^io non posso ingannare la nazione f alia
quale è dedicata la mia fatica, per particolari riguardi; co-
me sarebbe lasciando trapassare per questo mio buratto per
farina quel che è palpabil crusca. Metterommi io, per non
offendere la memoria o la riputazione di alcuni scrittori cbe
sono stimati e avuti cari a criticare gli errori in quegli che
non hanno pur V ombra di stile, e che non sono appressati
da nessuno ? Non si cerca, scrivendo, di seguire le tracce
degli spregiati o negletti, ma di coloro che sono in fama ;
onde se questi sono pure trascorsi in falli che loccbio delia
moltitudine non può scorgere, ma ben vede chi il nerbo del
viso ha nel continuo studio della lingua invigorito e aguz-
zo, di quelli si vogliono fare accorti gli studianti , si come
più atti a trarìi ne' medesimi difetti. £ s* io mi volessi per
rispetto tacere i loro nomi, o mostrar sólo gli errori, per av-
ventura mi potrebbero rinfacciare che il tale e tal altro scrit-
tore Tha detto, e perciò si possa dire anche per noi, qnasi io
non li conoscessi; e attribuire a ignoranza qud che fosse inte-
so a discrezione, lobo dunque creduto bene, e credo, di do-
ver proseguire come ho fatto fin qu); e se le mie parole non
bastano, mi difenderanno le seguenti del medesimo Perticari:
177
n Qual ragione vi paò mai essere onde scabbia a stor-
„ piare un vocabolo o una coningasione P £ se può stor-
„ piarsene una ( dovea dire tese si può storpiarne una )
^ perchè non dieci? E se dieci, perchè non mille? £ se
„ mille, perchè non tutte ? „
Or bene, egli dice dette forme de* verbi, ed io delle
locazioni; e se a lui s* avesse a concedeVe Tiotrodurre nello
siile dieci o venti spurie locuzioni, un altroché sia da più di
Idi ne vorrà far entrare di più; e io do per esempio il Bartoli
che ne fece prova, e spesso cade in questo gallicismo; e se
Favesser lasciato fare* . ! Racconta egli della vecchia otta*
geoaria Elia Gatola, la quale, per presentarsi alla festa di
Nerone, si faceva rassettare : Si diede alla discrezion del"
le sue damigelle, la tormentassero pur che la rabbellisse^
ro; AntANARNE le grinze di tutto il wlto, srEOSRNB d^
in su le gote ipeli^ FEiARirE con rossetti e biacche il lis^ido
ieUa ptdlidezza^ A che servono quei tre pronomi? Per-
0
cbè non dire appianar le grinze di tutto il wlto, ss^Uere
^insule gote i peli, salare con rossetti e biacche il lisndo
della pallidezza? Forse che, togliendo qne* pronomi, si du-
biterà di qual incito, di quali gote, di qual livido, si parli ?
Ha vediamo come descrive il gran maestro. Il Boccaccio ,
dopo aver rappresentato Gimone stante fermo sopra il suo
bastone intentissimo a riguardare Efigenia, dice :
E quinci cominciò a distinguere le parti di lei, lodane
do I capelli, li quali et oro estimasi , la fronte , il naso , la
bocca, la gola, e le braccia, e sommamente il petto^ e, di la^
voratore ^ di bellezza subitamente giudice divenuto , seco
sommamente desiderava di veder gli oceK% li quali essa,
da alto sanno gravati^ teneva chiusi.
L _. -
178
Disse egli forse distìnguerne le partii lodandone i ca-
pelli ^ di lederne gli occhi ?
Ancora dico esser gallicismo il porre il pronome ne
in laogo del qualificante deiroggetto ( pur che 1 oggetto ab-
bia Tarticolo ), anche quando detto qualificatore non rap-
presenti una persona, ma una cosa appartenente airogget-
to; come ne* seguenti estratti d*una grammatica di Parma,
nella quale pure trovai alquanto di buono ragionamento.
!• Lo tteito si dica di egli, che fa sovvenire di un nome antecedente
Ce, e IfE esprime la identità, a. Per evitare dunque una si gran moltitu»
'dine di pronomi^ starà bene di ristringerirg la defini%imu troppo larga,
9, Imperciocché sono essi sostantivi universalit e non già aggettit^i che si
riferiscono ad alcun nome^ e ìfB risveglin V idea.
Si deve dunque dire ed esprime la sua ideniità , o la
identità di quello^ starà bene di ristringere la loro definii-
zionCf 0 la definizione di essi^ e riss^glin Videa di quello.
Ed eccone in pruova di ciò alcuni esempj»
I • Sommamente il commendarono^ {il palazzo) e ma--
gnifico riputarono il signor or quello. Br 2* Più attenta^
mente le parti dì qoello ( giardino ) cominciarono a r/*-
guardare. P. 3. // quale ( monistero ) non nomerò per non
diminuire in parte alcuna la' fama sua* B, 4* Cke abbiam
noi a far del nome , poiché noi sappiamo la s^irtiL B.
Non disse il Boccaccio, e magnifico se riputarono il
signore^ pia attentamente le parti ne cominciarono a ri^
guardare , per non diminuir Jfs in parte aliena la fama ,
poiché noi J9E sappiamo la virtù.
£ di questi esempj ne potrei produrre infiniti^ mentre
che non ne trovo uno ne* classici, in coi Toggetto del ver-
bo, con Tarticolo^ sia preceduto da ne.
Ma parrai forse ad alcuno una sottigliena, un cavillo, il
volere escludere il pronome ne dall'oggetto proprio sol quao*
»79
io porlirarticolo, come nel citato esempio delBartoIi, e non
ìa altro caso. Ora, a che serve l'articolo P Egli, come abbia-
mo a suo luogo ampiamente dimostro, serve ad accennare
una cosa determinata, o per quello che precede il nome a cui
è apposto, o per quello che lo segue. Il Boccaccio dunque ,
dopo aver nominata EBgenia, dice: E prima cominciò a di'*
Hinguère le parti di lei^ lodando i capelli , la fronte^ ecc.
Qaal bisogno di mettane un pronome che ricordi di lei dopo
lodando^ come è posto dopo lepartS Non è l'articolo quello
che fa intendere chiarissimamente che d' Efigenia sono i ca-
pelli e la fronte, poiché T ufficio suo è di additare una cosa
determinata ? Non si dice : Lasciami saziar gli occhi; Apri
t animo alle mie parole^ senza i possessivi miei e tuo^ per la
stessa ragione? e ancora eccotene un altro i eccoti f altro^
tolto a questo il pronome a cagione delP articolo ?
Tuttavia, mi si potrebbe dire „ Perchè mostri tu tanta
smania di espellere dall' italiano questo ne con V oggetto,
sin quando potrebbe pure essere necessario, come appare
per quel le parti di lei del medesimo esempio che tu alle-
ghi del Boccaccio; ove ben poteva egli dire distinguerne là
partii poiché le parti solo non bastava , modo più conciso
che quel suo distinguere le parti ili lei\ laddove tu ti dai
tanta briga di difendere e di ammettere per buono V altro
ne del Macchia vello. Di ciò ne è testimone V jifrica (i),
code più altri eseropj alleghi a carte i6o,e che,per difender^
(i) Un nostro amico ci ha fatto avvertire che questo ne del Macchia-
Tello si potrebbe ben prendere nel senso di et\ a 11015 ma, aprasi il Volo-
Be deUe storie Fiorentine^ et nella dedica a papa Clemente VII , si trove-
rumo due esempj che tolgono questo dubbio. £i dice: Massimamente veg*
gendo come della memoria del padre di 5. 5. io ne ho parlato molto, E poi
ùi che ne fu cagione la sua bret^ vita.
i8o
lo che tu facci, a me par del tutto ridondante P 91 Certo ri-
spondo, non per altro, se non perchè questo appartiene allo
stile italiano, e però Tho caro come cosa nostra, e quello è
straniero; e, adoperato con la profasione che i Francesi lo
usano, come mi venne veduto in una vita del Petrarca scrit-
ta da un fiorentino, non può far che non contamini tutta la
dicitura, e che il discorso non prenda Tandamento france-
se. Ora domando io perchè il Boccaccio, gran maestro del-
lo stile, non disse distinguerne leparti^ in luogo àxdistin'^
guere le parti di lei; e negli altri esempj di lui addotti, //
signor di quello^ le parti di quello^ la fama sua^ sensa mai
porre un ne, essendo in tutti que* casi necessario determi-
nare quei vocaboli troppo generali ? se non perchè tutti que-
sti modi leggiadri italiani gli cascavan dalla penna senza pur
pensarvi; e V altro non gli passava manco per la mente, sic-
come cosa che non si udiva nel parlar iamìgliare, uè per
gli scritti si vedeva» E perchè son belli quei modi ? proprio
per ciò che non essendo ammissibili nelle altre lingue, foi>
mano una particolarit& della nostra, e una maggior riccbez-
sa come di quattro a uno. E non è da dire che , introdu-
cendo anche la francese, fosse uno arricchire la lingua no-
stra d^una maniera di più di espressione; che si verrebbe
anzi a perdere la più bella, che è quella deirarticolo senza
Taiuto né di possessivo né di dimostrativo, né di pronome;
avvenga che se tu t*ausi Torecchio a ndire; poiché noi ne
sappiamo la wrtù^ lodandone i capelli^ vederne gli occhi ,
tu venghi a mano a mano facendoti un bisogno di quel pro-
nome; si che alla fine, lasciando ne, ti sembra che alla fra-
se paanchi qualcosa* In cotal modo s^eran quasi, nelle scrit-
ture moderne, abbandonate le vere forme italiane di queste
i8i
dizionU e per questa ragione durai fatica in persuadere al-
cuni, i quali, scrivendo del resto purissimamente, non si
pote?an risolvere a sgombrare i loro scritti di questa ridon-
danza cui avevano assuefatto Toccbio e Torecchio*
Vuole adesso alcun vedere quale sconcio, quale quan-
tità di voci vane e fastidiose, possano formare tre di queste
soverchiamente ripetute nel corso di un* t>pera ? Tolgansi
tatti i del^ dei^ delle^ a carte 1 1 o, di quei tre esemp j dell*
Antipurismo, che sono sei, e i sette possessivi inutili degli
altri tre a carte i36, e poi i tre ne a carte lyS, e gik in
noTe righe ^ avranno 1 6 di queste parole soverchie che al-
tro non stanno a fare che distruggere la leggiadria dello
stilei e snervare il discorso^
Ora, per vraire alla conclusione di questo paragrafo
io dichiaro ancora che, per cercare ch*io abbia fatto nei tre
primi classici, non m* è venuto trovato un solo esempio del
ne qui eccettuato; e d* alcuni casi che trassi dagli altri,
i quali al primo posson parere il caso nostro; non pur uno
è tale; onde io lo escludo dalla no8tt*a lingua. E per meglio
determinare qual è questo ne eh* io chiamo strano, dico
essere quello che sta in luogo del possessivo; però che in
tutti quei casi che abbiam citati, ne^^quali è detto gallici-
smo, si troverà potervisi sostituire il possessivo; dove ne*
seguenti non ne è uno che il patisca.
I • Dio 7 Sfoglia che ^ uno errore cV io feci iersera^
Ul gola non irs patisca oggi la penitenza* F. 2. Anche no^
nùnò molti altri di ciascuna generazione che non erano
(xìpevoli^ questo fece acciò che nb crescesse pia V animo
d' detti ambasciatori. Db S.C. 3. Tu dei leggiermente per^
owtere nel piattello , o con altro argomento scoprì jrjs la
i8t
cenere. Caaa. 4* Usando i senatori^ se scorgeiHmo qualche
ben pubblico non preposto^ salire in bigoncia^ e pbosok^
ziARjfn il lor parere. Day. 5. Quel giudice dé^ cittadini
e de^ forestieri che risedesse^ ars osasse Vannual cura. Dar*
6. Ogni i^nerdì in su guest* ora io la giungo qui « e qui
srs fo lo strazio che tu s^edrai. B.
Adunque nel primo esempio il pronome ne è della me-
desima natura di quelli accennali e difesi a pag. 174 ^ < 7^9
poiché egli è una ripetizione della precedente espressione
<r uno errore'^ nel secondo il nome tuUmo è agente del ver-
bo, non oggetto; e il concetto compreso nel pronome è di
entrare nella congiura di Catilina; nel terzo e nel qnarto
ne dinota non qualiGcazione ma luogo, come detto a car*
te 173, cioè di quel piattello; nel quinto si riferisce alla fe-
sta augttstale precedentemente nominata» e comprende deU
la festa ecc; e nel sesto finalmente il pronome ne sta per
di lei. Ma ricorditi della restrizione che facemmo fin da
principio, che si esclude ne dal rappresentare il qualifican-
te delfoggetto, sol quando formi parte identica con quello,
cioè sia una cosa o una qualità ad esso appartenente, onde
né lo strazio^ né Vannual cura^ degli ultimi esempj, né la
penitenza né t animo de* primi due dinotan una tale idea.
In questi quattro casi è conceduto il pronome per quella
ragione che dicemmo a carte i36 esser posto il possessivo
al nome s\^ntwre\ queste non sono sottigliezze, ma ben
delicatezze osservalissime, come si vede, dai classici, e bel-
lezze della lingua* Io posso sperare oramai che la mia opi-
nione sarà accolta per chiunque ami la verità.
Perchè io mi constituisca censore anche de*miei mae*
stri non noi do per tutto ciò a credere che t nello scrivere
i83
qDesta mia opera, non sia potuto incorrere lo medesimo in
alena modo di dire straniero o in alcuno errore; e in ciò io
Yorrei che altri fosse così severo con me, come io son con
altruii facendomene accorto, sì che roen potessi guardare.
DEI PRONOMI rt E Ct
u Non ifi è nessuno di loro che n pensi. B* d. Io ,
idla mia puerizia^ t animo vt disposi. B» 3. Egli i^* èpia--
ciato e piace che io tolga moglie^ io mi vi son disposto. B.
3. Domandandolo (lo Democrate) Alessandro di quello che
quelli abitatori visiBrebbero^ rispose non ci a\fer pensato. M.
3. Non vi CI avvezzate. F. 6. Augusta ct è intinta^ Cesa^
re in segreto è per te. Dav. 7. Erjìcì interessato egli e la
tnadre. Dav«
Il pronome vi rappresenta il dativo solamente, e sem«
pre si riferisce a una proposizione , o alla cosa di cui si è
precedentemente parlato; dunque comprende le parole a
(fuesta cosa; il qual officio si fa anclie dal pronome ciò co-
me vedremo asuo luogo. Nella prima edizione io aveva trop«
pò confidentemente spacciato che il pronome oi\ che qui si
produce non si trovava in altri che nel Macchiavello ; e
quasi r aveva condannato quale error popolare ; ma ora
mi ricredo, e confesso che mi maraviglio come non mi ri-
cordassi di questi ci esserne piena la Sporta del Gelli. Ma,
piacemi che anche nella prima edizione aveva posto quella
concessione che chiude il ragionamento precedente ; non
però che altri me n* abbia fatto accorto. Vero ò che nei
Tre 0 non si trova, 0 io non ve V ho scorto ; ma in ciò mi
bastano i testi qui citali; perchè il pronome ci mi par che
esprima un* idea, non solo di tendenza a una cosa ^^ioè il
dativo come vif ma anche quella di concentrazione; onde cor-
J
i84
risponda a in questo^ in ciò « come in ^el ci è intinta del
Davansati, ove intende della immatora morte di Germani-
co per ydeno o affaturamento di Pisene affrettata^ E sta
bene ancora qnando nella medesima proposizione sia biso-
gno del ci personale, come nel quinto esempio. Finalmen-
te , eccone dae esempj del Gelli, usati co* verbi ^len^ore e
liSf^y^orreyGoi quali il Boccaccio adopera ci. Va alle faccende
tue; e pensjìcì su molto bene. Io iH>gtio oggi f^xnmre se
io CI potessi disporre mia madre in qualche modom
DKL PBOIIOMB OJ^TOS (l)
I • Per ifuesia andata onùs li dai tu iHmto^ intese OO'
se ecc. D. a. Se io a ciascun di %H>i donassi un regno qi^
le è quello onds io la corona attendo^ non debitamente vi
avrei guiderdonati. B. 3. Essi fanno ritratto da quello oif"
BE nati sono. B. 4* Per quello usciuolo ojtdb era entrato il
mise fuori. B. 5. / casi infelici'^ onde io con ragione pian*
go^ con lagrimcifole stilo seguirò. B. 6. Se wlete essere
uomini^ io vi mostrerò ben via^ onde wi scanalerete da tan-
ti mali. Da« S. G«
A. trovar la verità delle cose in grammatica si deve
prima cercare qual sia il nudo e semplice senso di un voca-
bolo dalla sua radice; e poi, qualunque volta paia da quel-
la scostarsif ridurlo, per via della analisi , al suo principio
alti*imenti, se si modifica il senso di quello a seconda del
bisogno di chi se ne servot si fa lecito il traviare per ogni
verso, fin che più non si conosce il suo vero officio , il suo
giusto uso. Io non dirò dunque, che onde significhi di che^
(i) Questo manca interamente nella prima edizione, e non V é faUo
menzione d* altro che della congiunzione. I solecismi della Proposta m* ban
fatto (iure qnesU aggiunUi <^Ua quale in rero era grande necessità.
i85
da che^ perche^ sebbene in eonclusióiie venga ad esaere la
stessa cosa; ma che equivale a di che^ del quale^ o dei qua^
li; cioè cocaprende.la preposizione di e un pronóme con««
giuDtivo, che o qualffé Ora« nel primo é secóndo esempio
pienamente si vede die Oììde sta per delktquale e del quale;
uà terso Tanalisi è da quello slato del quale^ però che si di*^
ce nascere di; V analisi del quarto òper sna del qnaie 9 nel
qaioto,y9er cagiùn de* quali; e nel sestOt per viadeUa q^ia^
le. Io questo modo non si perde miai di vista il sen^o foO'-
dameotale della parola, e si sa quindi ohe cosa dinota; cioè;
un idea di ppocedime^to, ad accennare la qnaté serve ora
£9 ora da^ ora per; e, come si vedrà in seguito, questo me*
desiano vocabolo, adoperato per congiuneione, comprende
tuttavia ^r cagion di che^ e per avverbio, di cAe Jbiogo^ Bfa^
per avere smarrito il senso originale di «questa voce « molli
Tadopcrano in varii casi tortamente*
Io dichiaro che il solo amore della verit&i e desiderÌQ
di conservare |a purità délU lingua, n non spirito di contro-?
versia è quello che mi slimòU ad esporre i difetti, ovunque
nù occorra di trovarli» Se con buone ragioni mi vien dimo-
strato che io erri, non fili eh* io tni affanni per difi^ndere Xexr
rore nel quale, criticando altrui, fossi potuto cader io ; in
tal caso mi disdico per lo medesimo amòre della verità* ,Nè
SODO io iogaonato eh* io nou conosca qual grave incarico sia
il voler determinare in gramixìatica il giusto e Terroneo; ma
poiché me T ho assunto , convien eh* io dica il tnio parei*e
schietto e franco.
In tre modi il Perticari e il Monti bando oltrepassato
i giusti termini delfuto di questo onde. Il primo , adope-
randolo in luogo di per avanti a un infinito : li£ è stato for^
i4
i86
za r abbandonare nobili Hudii , oi^be mettere al mondo
una sì meschina creatura ( la Proposta )• Monti. Si praovi
ora a fiir 1* analisi ohe % è fatta per li precedenti esempj^ e
si vedrà che rioscirà impossibile; e qui mi par che la cosa
sia evidente ad ogni spregiudicato animo. Il secondo è a-
sandolo per congiunsione , in yece di acetiche ^ come re--
dremo a Inogo suo. Il tento confesso che mi tenne per qoal-»
che tempo intra due, se dovessi o no esporlo per non bno-
nO| tanto sottile è la difierensa che passa tra la via e la ca*
gione^per 6ui una cosa avviene ò si consegue, e il modo o il
mezzo , in coi o coti cai si fa; rnsi^ finalmente^ dopo lungo
e aiaturo esame , ecoò la mia decisa opinione. Il Perticarì
dice: Di quatUxkmodif ondm i plebei del Zoo corruppero le
buòne uoci^ ecc ; e altrove : Perchè non seguiremo gianir-
mai quelle usanze a noi pervenute dagli scolastici $ ojìde
fu estinta ogni lode di retto dispfttùre^ Ora, potrebbe pare-
re che, degli esemp j sopra citati , il sesto, di F. B. da San
Goocerdio, approvasse V uso qui fatto dal Perticari ; ma in
quello il vocabolo onde ti riferisce a (1&7 , e s* accosta alla
derivazione sua latina unde ; e in tal caso solo può com-*
prendere V idea ^iper ; laddóve, in questi esemp}, accen-
na modo e mezzo, ed è adoperato 'in luògo di in che^ con
che^ o con le quali. E se maggior pruova si vuole della dif-
ferenza di quMte idee, facciasi una costruzione per la qua-
le il sentimento di onde più si sviluppi, e dicasi : £e buo^
ne 90cid corruppero in quattro modi ; ogni lode fu estin'-
ta con quelle usanze; da tanti mali si scampa per questa i^ia;
dove si vede che dir non si può né in questa w né con que-
sta na^ mailìff sto ^egno die V idea è diversa. Una differeu-
za cosi sottile d'idee si trova nelle altre due costruuoai ,
187
ove, se si ponesse con quattro modi e in quelle usanze sa-
rebbero quelle espressioni errònee (i)« Ecco come il Celli
esprime V idea di con in un simil caso: Queste sono le ra^
ffom^ signor mio , con le quaU mi son difeso con quegli
che ho potuto parlare. Ove 9 se avesse adoperato onde , in
laogo di con le quali ^ avrebbe fuggito la ripetizione con le
quali^ con quegli* Un altro con è soppresso intianzi a che*
i.Io non ho otroE Iq possa soddisfare. Y. de*. S. P«
a. j^ssai nC amasti ; e asbesti bene onde. D. 3. Di que so^
sfHri ONJ} io nudriva il core* P. 4* ^ deputati del Tevere
proposero ih Senato « ^e per owiare alle piene , fosse da
voltare altrove i fbuxni e laghi ond .eg/< ingròssa* Dav«
5. Egli ne le rendè sì fatto merito^ chU^lla non ebbe cagio^
ne DONDE dolersi* B.
In questi esempj , al ptimoi par V^eramente che onde
significhi con che j ma pure, ancora qui , mantiene il suo
originai valore, cioè diche\ dicendosi avere diche\ nudrirn
si di una cosai di che ingrossa* PouguBÌdi che ne* due
criticati esempi del Perticari, e non ci skA più senso. Il vo«^
cabolo ihnde dell* ultimo esempio ha lo stesso valore di
ondai ma egli è pia .usato per avverbio* ^
In questi due sensi adunque di modo e di mezm , e
in vece di per avanti à un infinito questa' voce è inale ado-
perata. ; e quando s* avesse ad anmiettére che onde si possa
osare in luogo di con (Ae^ in che^ di per^ e di acciò che^ per
la ragione die Topene dti Pertìcari e del Monti,' e della maig-
gior parte dei raoderni|' né rtdòadanot allora si confonda pu-
re ogni cosa^ e faccikii d* ogni erba fascio.
V
(i) La preposifioiie ih Axiota il modo; eant il meno o lo ttrameatoi
|i«r, la via, delle varie aiioni; e quindi ti tede s* egli è neoesfarìo ben «le-
fiojva il lor Talora.
i88
Per quanto m* abbian detto anche i più dotti nella lin-
gua che mi guardi dal condannare F onde fu estinta del
Perticarli io confermo quei che già dissi nel manifesto » e
aggiungo maraviglia a maraviglia quanto più esamino il suo
stile, che mi riesce assai dubbio^ cornei* Alfieri dice di quel-*
lo de* tempi suoi. Ecco un altro suo esempio, la seconda par*
te del quale condanna la prima: Che se Dante fosse stato
greco 9 non avrebbe usata la lingua comune per dis^rso
modo da quello onde Omero la usò; e se Omero fòsse sta^
to italiano^ F avrebbe certamente potuta usare nel solo mo^
do con cui la usò Dante. Come sia giusta V espressione usa^
re per modo o con modo mi riserbo a determinarlo nel ca-
pitolo delle preposizioni; per ora dichiaro, che rispetto al«
Vonde^ bisognava dire in diì^erso modo da quello che^ sot-
tintendendo //i ; e in quanto ali* espressione nel solo modo
con ceavOii conviene avvertire, chei congiuntivi che^ quale^
cuif per la natura loro di conginngere , quando il nome che
riflettono porta una preposizione ^ e li due membri della
proposizione hanno il medesimo verbo, essi congiuntivi uni*
scono la precedente idea con la sqiuente , e la ripetono ; si
che non si deve mutare la preposizione; come si può vede*
re. in tutte quelle anàlisi di che della pag* 1 49* «? ^i certi
moderni „ mi scriveva un letterato il quale nelle proprie o*
pere mostra essere in pieno possesso del vero stile „ a vo-
ler notare le improprietàyi modi failsi^ e gli errori, io ispe»
de nel Monti, manchereUie il tempo. „ Io al primo credet-
ti questa opinione alquanto iperbolica (i) ; ma ora còmin*
ciò a dubitare che codi non sia , pMcbò vedo che ed egli e
(i) Dal greco iperMej^ composto 4i jrper. «opra» e boU Urob cioè txat*
re al di U del segno^ onde fGC€d$r$»
il Perticari ( non scorgendo io alcuna differenza ne* loro sti-
li ) mi stravolgono le idee in modo t che ogni qual volta
mi vien di citare una lor frase per esporre un solecismo
mi bisogna racconciare altri sconci*
PEL PBOROHB SE O Sì
!• Così s'amai^ano come se stati fossero fratelli. B.
a. £ più laudabile V uomo che dirizza se e regge ss^ mal
naturato^ contro Pinato della natura^ ^he colui cJte^ ben
naturato^ si sostiene in buono reggimento. D. 3. Diciamo
bello il canto^ quando le voci di quello j secondo il debito
delT arte^ sono intra se rispondenti. D. 4* Ciascuno a^eyni
e castella e vassalli sotto di se. B. S. Io ho a parlar seco
dC un mio fatto. B«
Questo pronome, della terza persona,può rappresentare
il mascolino e il femmininOf il singolare e il plurale; e sem-
pre si riferisce airagente del verbo onde dipende. Vedeoi-
me, parlando de* nomi personali» a quali regole va soggetto;
^iodi s" amai^ano e si sostiene^ perchè in questi due casi
non è opposizione; ma dirizza se e regge se^ per le parole
contrapposte Vinìpeto della natura. Il terzo esempio è da*
lo a dimostrare che il pronome se può rappresentare an*
che le cose » perciò che quivi se corrisponde con voci ; e
la preposizione intra richiede il pronome di maggior valore
in questo, come di nel quarto esempio* Per Io quinto si di-
mostra che il pronome se può stare in luogo di lui o /ei%
giunto alla preposizione con^ cioè seco^ e in tal caso devia
dalla regola generale , che è di corrispondere con T agente
del verbo* Questo nuUadimeno non si può fare quando Ta*
gente sia in terza persona, senza capitare in un senso am-
biguo. Per esempio, se si dicesse andavano seco fat^Uando
in luogo di (xndaQano con lui fiweUando^ non si potrebbe
più distinguere questo caso da quando il pronome se cor-
rispondesse con Pagente essim
Noi non crediamo ben detto dilei in luogo di ili se nel-
le seguenti parole d* un buono scrittor moderno : jt quale
alta e trinaia cwiltà non era ella aggiunta , una nazione
che tante e sì nobili tracce ha lasciato di lsi.
I . Piangendo au sì gittò a* piedi* B. a. Griselda le
Si fece lietamente incontro^ dicendo : ben venga la mia
donna. B. 3. Lauretta^ trattasi la laurea di capo , in testa
ad Emilia la pose. B. 4* Si storse in guisa le mani^ i ititi ,
le braccia^ le gambe^ la bocca^ e tutto il s^isOf che fiera co*
saparesHi a vedere. B*
È facile cadere nel gallicismo piangendo si gittò <i
suoipiedi^ in quanto che questo dire è anche italiano in al-
cun caso; ma il porre il dativo del pronome in luogo del
possessivo essendo particolare alla nostra lingua, è quindi
espressione migliore e pih gentile. È da notare che il pro-
nome che rappresenta il dativo si mette prima del prono-
me oggetto; sì che nel i ^ e a^ esempio gli e le sono dativi*
e sij Toggetto* Ma quando si rappresenti il dativo e un altro
pronome Toggetto, si mutaci in se^ cosi se lo pose in grem-
bo^ se lo fece portare; o sei pò se ^ sei fece. Nel terzo e quar-
to esempio si osserva che, quando V agente opera sopra di
se medesimo, cioè quando Toggetto del verbo, o altro nome
facente altro ufficio, rappresenta alcuna cosa appartenente
alPagente, in vece di qualtCcare Toggetto o il nome con un
aggettivo possessivo, cioè lewxtala laurea del suo capo^ stor-
se le sue mani^ si fa uso del pronome si dativo, levatasi la
laurea di capo; si storse le mani. Si dice inoltre la pose in
»9«
testa ad Emilia^ postosi (dotine petruzze in bocùa^ se la
trasse di tasca^ ponendo testa^bocca^ e tasca^ senza articolo,
ft cagione del dativo che dimostra e determina a chi qaesti
nomi si riferispono*
I. Ualira si è una pietra^ la quale noi altri lapidar)
(falliamo elitropia. B. a. Io so che chi pi mangia spesso^
vi Sventa pia largo che lungo ; pongasi mente arnese mi
Si pare. F.
Il pronome si^ posto in principio del primo esempio
sta per in le; il qual senso porta in simili espressioni; doò
guello che io id ho a- dire si è; quello di che io 9Ì ho apre^
gare si è, ecd In queste , nondimeno^ il pronome si può to*
gliere e mettere come si vuole ; ma nel secondo caso, di-
cendo se mi pare^ qaella frase cambierebbe il senso ; perchè
il concetto ivi compreso è, se pare se^ se fa parer se in mei
cioè se si mostra in me*
L^aggettivo altrif qoale è usato nel soprapposto esem-
pio, si usa spesso, nel parlare, a dimostrare differenza di
qualche cosa; come di professione 9 setta, paese ecc; tra la
classe delle persone a cui appartiene chi parla, e quella cui
appartiene chi ode; e quindi Tidea espressa da altri è, la
quale noi lapidarj^ altri uomini che poi non siete , cioè di
professione differente ^ appelliamo elitropia* Così direbbe
on pittore a uno scultore noi altri pittori ; un romano a un
milanese noi altri romani ; un italiano a un francese ; noi
altri italiani.
DE* TKBBl CHE HANRO IL PEOVOBtB Si Pia AFFISSO (l)
I. Ta^perchL io nC adiri ^ non sbìgottìr^ eh* io w/i-
oerò la prova. D. 2. AUor vid" io MAibiFiGtiAR Firgilio. D.
(1) Temiiie che si dà a qocslo ptonoiac aUor dio é einalo fiuo alio
iniiiiilo di ona specie di verbi particolare.
Z.SeioMi T^jéScoioBO^ non TiMARAytcuAR^ che^ dicendo
iOf ifedrai trjéscoloìlìml tutti costoro. D. 4* GH ss^enturati
amantin amenduni P'brgogitandosi forte , staiHmo cwi le
teste basse. B. 3. In questo dimorarono assai^ 7U)n jiTTEtr-*
TA2ÌDOS1 di dire t uno alT altro cosa alcuna.B. 6. Paren-
dogli ai^re assai wdfito propose di tornare a Parigi. B«
V* è una specie particolare di verbi che rappresentano
le diverse nostre sensazioni, o atti delia nolente; e pier ciò Boa
V hanno azion transitiva in esterno oggetto , se non per me-
diazione del verbo fare\ fare adirar^ far maravigliare^ shi^
gottire^ altrui. Questi verbi, generalmente, si cangiungono
con un pronome riferentèsi ali* ageote; siccome qaello che
in tal caso sempre opera in se; e per^ che il verbo si deno-
mina per lo infinito, si ò il pronome che vi si affigge; onde
vergognarsi^ attentarsi^ discolorarsi^ maravigliarsi. Questo
pronome che s* arroge al verbo non à V oggetto; che, se fos-
ae desso, si potria senza V aiuto di y^e .transferire 1* atto o
la sensazione in altrui; ma per la loro natura di non espri*
mere azione, la qual sola è tran.sferibile (i) , ma atto della
mente, o sensazione del corpo o deiranima, a quel prono-
me si sottintende la preposizione in; si die il concetto loro
ò vergognare in se^ discolorare in sé^ attentare in se^ n»a^
rai^igliare in se. Per questa ragione si può lasciare il pro-
nome senza discapito della espressione, come si discerne in
tutti i sopra posti esempj, ne* qaali ora è messo il pronome,
e ora no: non sbigottir^ vid" io mara\^igliar^ vedrai trasco^
(i) Io pongo a questi yocaboli la n che fa loro tolta dai tnodemi . perdiè
è molto etpr«stÌTa dell* axioAe del verbo; troiuferire dinota moto da iaogo a
laogo; ma la fi Ti sappllsee anche T idea di «Xenlroj però acrivo anoon sit-
193
hrar^ propose^ sens^afRsso; e rnadirijmi irascohro^ non ti
maranHgliar ^ vergognandosi^ attentandosi^ con quello ag-
giunto. Il sottinteso Aipropose'h si^ase^ dativo, non in se^
Ve ne stm poi di quésti verbi che si reggono sempre, e in o*
gni modo e tenapo, sensa Taflisso, come temere^ paventare^
ia^MMurire « intirizzire^ ingentilire^ impallidire; e altri per
io contrario, che non ne possono far senza, quali sono adi--
rarti^ attristarsi^ ingegnarsi^ accorgersi^ ravvedersi^ accin^
gersi^oitdormentarsii e altri fioalooiente, V infinito e il pre-
ÌMàaié de* quali solo se lo può gittar d* addosso, come mara^
vigilar , maravigliando^ vergognar^ vergognando, dolorar^
dolorando. E il far uso scientemente di questi verbi, e variai*
re, ora togliendo ora ponendo Taffisso, giova non poco alla
el^anaa dello scrivere. Vi sono anche dei verbi che espri-
mono azione, come trarre , riparare , ricoverare , muovere ,
che ora portano il pronome e ora no ; e si vede per questi
esempi : Come in peschiera ch^ è traìupiilla e pura tìl^g-
Goifo i pesci a ciò che vien difisori* • • Si vid^io ben pia di
mille splendori trarsi ver noi. D. La donna RiCoyÈsò in
casa^ e serrossi dentro. B. Al cuor gentil ripara sempre
Amore.Gmào Guinicelli. Or muoviie con la tua parola or»
nata^ ecc. D.
i.Io credeva che la pigliasseper me, e in quello scam «
Uo la piglia per lui. F. 2. f^oi ce l^ avete fatta bella. F.
Z.Jìice L^hai benfatta\ma mai pia persona non ce LAfarà^.
^Se vi sta pur due <£, io ve la dofattOé F. 5. Gallo la pre^
se anco con Cesare. DaVé 6. La gran volontà del Senato di
consolarlo la fece uscire a Cesare. Dav.
Sta *H pronome in luogo del nome; ma qoesto sempre
precede qaello; altrimenti non si saprebbe a clù o a che si
194
riferisse; ma pare vi sono ddle espressioni nelle quali sì a*
doperà il pronome , sema che sia stato accennato il nome,
e che Taso solo fa comprendere. In questo caso il nome è
sottmtesot siccome nel primo esempio è difesa^ rappresen-
tato due volte dal pronome la\ e nel secondo e nel terzo «
heffa^ cioè wici aulete fatta beUa la beffa ; nel quarto sen-
tendo cosa^ nel quinto éUspuia ^ e nel Beslìo pazienza. God
nelle espressioni Me la colgo; Sarà meglio danj di quà\
Io L ho con tef si sottintende nella prima fiiga^ nella secon-
da 9olta; nella terza collera; cioà nU colgo la fuga » dar la
ifolia di quà^ io ho la collera con te. Queste ellittiche locu-
zioni sono tanto pi& bdle,in quanto son particolarmente ita-
liane*
I. Onde io^pernon incorrere in questo errore^ ho e--
leUo^ non quelli che sono principi^ ma quelli che^ per le in-
finite buone parti loro^ meriterebbero d" essere. BL a. Per-
che gli uomini f volendo giudicare dirittamente « hanno a
stimare quelli che sono^ non quelli che possono esser libè^
rati. M. 3. f^olentieri^ se potuto avesse^ sarebbe fuggito; ma
non potendo ora innanzi ecc. B«
n dire in questi esempj meriterebbero <f esserlo , e
hanno a stimare quelli che lo sono^ cioè il far uso del pro-
nome lo in vece della, ripetizione sottintesa d* un aggettivo
col verbo essere è gallicismo che ben si vuol notare^ poiché
m* è venuto scontrato in alcuno scrittore moderno, di quel-
li medesimi che si sono levati contro Tintrodiizione de* gal-
licismi nella nostra lingua. Anche nel 3 esempio il dire^«
tufo V avesse e potendolo sarebbe gallicismo.
Il Monti, in una sua lettera al Perticari, disse Lasciala
innamorarsi di f^irgilio cornette già di Dante. £ ilPor-
195
ticarif nel sno Trattato su gir autori del Trecento: E si ra^
giani quanto dobbiamo credere mal conci i libri di mino^
re stima^ se tanto lo sono i principali. £ il Napione: iV!^ le
opere (assennate di Bossuet erano lette con quella a^idità^
con cui il sono al presente. Avrebbero dovuto dire come è
^ diDante^ se tanto sono iprincipalii che sono al presente.
Anche nel Bartoli si trova questo gallicismo, ei dice ;
Quanto Dionigi fece per parere non mai siato grande^ al"
treUanto farebbe un ambizioso per Diysurinioi Ormi'-
rate^ se quel che era in pittura la Minen^ d* Amulio^ non
ìerj in fatti la cortesia di Tito. In una edizione eh* io feci
ristampare in Londra di 20 Simboli del Bartolt, ecco Topi-
niooe eh* io diedi del suo stile: ,, Pieno dunque di alto me-
rito per la bella scelta che fece delle parole , energiche ed
espressive, per la maravigliosa copia che ce ne ha fornito ^
per le locuzioni, se non tutte schiette toscane, pur belle ita*
liane, non punto inferiori alle toscane ; forse piii che altro
autore da commendarsi nella retta e semplice costruzione
da lui osata, piii idonea al nostro modo di parlare che la tra*
sposizion latina qualche volta affettata dal Boccaccio e dal
Macclìiavello; ma tanto più pericoloso il leggere i suoi scrit«
ti} per li benché pochi gallicismi per lui introdotti, e gli er*
rori da lui commessi, in quanto che il suo bel dettato essen-
do degno che si conosca da chiunque aspiri a scriver bene,
può indarre chi legge ne* suoi medesimi solecismi ; del che
fan fede due letterati miei amici, i quali a difendere il ne gal-
licisoìo, quando io mi stava scrivendo la prima edizione del-
la mia grammatica , mi produssero la sua autorità. „ Ma ,
giacché egli disse:iVQn abbiamo a disperare che il bello che
f(xrà né" nostri scritti non sia per trowr pia lode che non
il condtmneiH>le biasimar abbiasi pur la giasta meritata lo-
de per il bello e il buono che ci ha lasciato. A dir bene, do-
yea dunque il Bartoli dire per divenir grande^ e non era ; e
se i tre buoni esempj che ho citati non bastano, eccone dne
altri, 1* ano del Gelli e T altro del Davansati: Compare^ e*
bisogna sconciarsi a queste cose» S bisogna anche pote^
MUg^ comare. Non è cluaro se ei mostrò segni di svelenai chi
diceva sì soiroi chi sì non sono.^
Nella leggiadra tradusione dal Greco degli Aaiori di
Dafni e Cloe di Luogo Sofista fatta da Annibal Caro , tro«
Tai questa espressione: Io son moro ( dice Dafni ) ; /o è oa-
che il giacinto^ il che mi fece rimanere alquanto sospeso a
vedere, in quel vero modello di perfetto stile, lo è, in vece
di è moroi perciò che non m* era mai avvenuto di trovare al-
cun gallicismo negli scritti suoi; e basterebbe questo /o,e qnd
ne avanti combattuto, a sporcare tutto il suo Dafni e la sua
Cloe. Ma il dispiacere fu ben presto rimosso, scorgendo in
una nota che quelle parole non erano della traduzione del
Caro, ma contenute in un supplemento ritrovato nel codice
LaurenzianOv tradotto dal Prof. Leb. Ciampi, e inserito poi
nella version del Caro.
Se i^oi mi prestate cinque lite | cns so che £* aifete^
io ricoglierò la gonnella mia» B*
Due sensi si possono dare al primo che di questa fra-
se, esso può significare le quali o perchè ; cioè le quali so
che le as^ete^ o ve le domando^ perchè so che le avete. Nel
primo caso il verbo as^ete avrebbe due oggetti, ma pure il
die formerebbe allora come un* espressione incidente (i)
(i) La parola incidente yien dal latino incidéns, che signifiea cadenti
in. Sì dà tal denominazione in grammatica a un* espressione, a una parola, che
cade tra due membri d^una proposizione o tra due proposizioni tra se rispondenti.
I
«97
che equivaglia a rispetto a che^ riatto alle quali. Trala-
sdare il pronome lei senza mutare il senso, non si potria ^
perchè si verrebbe a determinare le parole cinque lire^ che
richiederebbero allora Y articolo, e per conseguenza ad af*
fieitnare la cosa più positivamente* In qual modo avvenga
che, togliendo ie, si determinino le parole cinque lire^ e si
affermi più positivanoente, ecco: se il pronome le fosse tol-
to, non sarebbe più il che un incidente diviso dalla propo*
sizione so che le as^te^ ma formerebbe il complemento del^
la proposizione stessa, cioè so che a»ete le quali ^ la qual
sarebbe immediata alle parole cinque lire^ e quindi deter-
minante.
In Mugnone si trwHKL und pietra^ la qual chi la por^
ta scpnif non è {^duto da altra persona dove non è. B.
Questo esempio prova quel che abbiam detto di sopra
intorno al precedente esempio. Le parole la quale formano
nn incidente da se, cioè rispetto alla quale\ e in questo ca*
so non si potrebbe omettere il pronome la neirespressione
chi la porta sopra.
Un* altra osservazione mi par da Ciré sopra queste e-
spressionli cioè che essendo i vocaboli che e quale , come
dicemmo, q^ngiuntivi di una frase con Taltra, di un mem-
bro della proposizione con V altro, sono alcuna . volta indi-
spensabili per questa sola congiunzione delle parti del pe-
riodo; e possono stare da se, senza governare alcun .verbo ,
aè sopportare V azione o fare altro ufficio. Le sopra poste
due frasi sono di ciò una prova evidentissima; poscia che né
Tnno né V altro di que* due pronomi, lo e /a, vogliono es-
ser tolti via, e questa è la ragione che nella nota a carte 8i
io pronaisi dare di quello U quale da me usato, e lasciato
^ivì sospeso.
198
Mi resta ora a fare ana breve digressione sopra il folle
uso introdotto dai moderni di nominare colai, colei^ o 00»
loro, a cui si parla per la terza persona, perchè, come dico-
no, si sottintende wstra signoria o spostre signorie. In con*
«seguenza il pronome che rappresenta Tagente dovrebbe es-
ser e/^; ma tutu, e principalmente in Toscana, fanno uso
di leii e questo lei^ in Tirenze, si prodigalizza anche agli
spazzatori di strade. A chi vuol vedere lo sconcio e la mo-
struosità del dire necessitato da questo parlare in terza per*
sona, supponga che abbia a interrogare due o più persone,
e dica: Di che paese sono. . • • ? £ qual nome o pronome
metterà dopo sono per agente, essendo questo necessario
nella interrogazione? Io non voglio dira una goffaggine , o
mettervi uno errore, che tanto^mi suona male airorecchio;
e perciò ve lo lascerò mettere ad altri. Poi supponiamo che
voglia proseguire, dicendo: Sono mai stati in Italia ?
Oltre air impaccio che troverà a poter dare un agente al
verbo sono^ farà egli accordare il participio stato con le loro
signorie nel femminino, o no? E chi risolverà questa diffi-*
colta? Veniamo oramai singolare, e vediamo se c*è minor bri-
ga. Se io parlo, per esempio, ad una persona di mia condi-
zione, e gli domando : jà che ora è ella tornai^ a casa^ mi
parve averla seduto ecc; mi sarà forza fare due errori, tor^
nato e wduto^ o usare un modo ridicolo dicendo tornata e
i^eduta. Ma, tanto basta per mostrare il fastidio e la confu-
sione di un tal modo di conversare, che toglie tutta la gra-
zia, tutta la gravità, e tatto il vigore alla lingua, e ci fa pa-
rere quasi altrettanti schiavi avanti al Gran Signore. Lo
impaccio è ancora maggiore quando si scrive una lettera, e
s* introduca una terza persona del genere femminiiMK Per
'99
merini sento yentr la terzana quando son costretto a scrive-
re in questa tersa personal non sapendo come fiir intendere
a chi scrivo che a Ini scrivo, senza, ripetere quel mostro di
V* S; e trovandomi olire a ciò impacciato rispetto al titolo
che abbia a mettere in capo alla lettera, a pie di quella, e
(bori nella soprascritta, tante sono le scipitezze che si usa-
no! Finirò questa digressione con una postilla del mio Da-
vanzati : Oggi diamo ìC privatitsimi non pur del signore^
ma deir ìliustmb^ e molto ìUutstbs f e plus tdtra ì e chi
/»À basio è^ pia empire i titoli mole.
GAP- XVI.
SUI PRONOMI DIMOSTRATIVI» E ALTRI PRONOMI
COSTUI^ COSTEI^ COSTORO^ COWh COUSI^ COLORO,
Abbiamo veduto gli aggettivi dimostrativi ^sto e
(fuello , accoppiando li quali col nome uomo ne risultano
questi pronomi; cioè da questo uomo^ costui^ da quello uo-*
mo, coluif ecc« Sebbene queste parole non comprendano un
nome solamente, ma un aggettivo e un nome, le metto nul-
ladimeno fra i pronomi» perchè più s^awicinano alla natu-
ra di questi.
i.Chi è COSTUI cheU nostro monte cerchia? D. a. Co^
STRIÒ una bella giovane. B. 3. Udì ciò che costoro di lui
dice^Hmo. B. 4. Cojori che più sied^ alto Ridolfo imperaior
/h. D. 5. V altra è colei che s^andse amorosa» D* 6* Che
direm noi a coloro. B.
I pronomi oosM^ costei^ e il lor plurale co$toro^ ser<-
vono a dimostrare la persooa ole persone vicine di cbv par-
la ; coìuir colei^ e il plurale colpro^ disegnano persone di-
stanti e da chi parla, e da cui si parla* Qoesti pronomi pos-
sono rappresentare agente e oggetto « e si possono adCom*
pagliare con le preposizioaL V'ò anche cotestui che dinota
la persona vicina di colui a coi si parla; ma non è in oso. Se
si volesse badare alia liogoa che si sente comunemente que-
sti bellissimi vocaboli sarebbero quasi tutti foor d* uso ; e
tanto per costume abbiam fatto T orecchio ai soli aggettivi
dimostrativi, che son certi i quali tengono i pronomi costui
e costei ingiuriosi a cui disegnano ; ma poco mi curo io di
quel che si dica parlando, pur che non si sdegnino scrivendo.
I • Costei non potea lo sdegno dello animo porre in
terra* B. 2. Costui ^ che io w cercando , quantunque sia
di bassa condizione^ mostra assai bene (Tessere (Talto sen-
no. B. 3. Chi sarebbe cowi che noi credesse? B. 4* ^S^
»
esaudisce coloro che^l priegano. B« 5« Miseri Qaszii che
con le pecore hanno óonmne cibò I D.
Costui^ costei^ e costoro^ si usano anche ad accennare le
■
persone che formano il soggetto del discorso; e come que-
sti pronomi fisicamente dimostran le persone più vicine al-
la vista , così nel senso astratto , disegnano quelle che già
sono state nominate, essendo elleno presenti alla immagi-
nazione. Per lo contrario colui^ colei^ e coloro^ pronomi
che, sensibilmente, mostrano gli oggetti lontani, quando
rappresentano il soggetto del discorso, dinotan persone che
sono da nominarsi, per esser quelle ancora lontane alla im-
maginazione, almeno di chi ode; e quindi, in questo secon-
do caso , son sempre seguiti da che , e da una espressione
determioaute. Questa espressione determinante si puòuMre^
come mostra il secondo esempio^ anche con costui^ costei^
e costoro^ quando si voglia richiamare alla memoria di chi
ode la persona già nomioataf ed è maniera espressiva. Gli
aggettivi quegli e quelli ancora si possono adoperare per cO"
loro nel senso astratto ; come si vede per lo quinto esem-
pio. Un altro esempio del Gelli si trova a carte 187.
L* osservazione che sopra questi^ quelli^ e quegli^ fa il
Sig. Ameota mi fa ricredere delle medesime mie parole in
lode di lui dette nella introduzione, ch'egli abbia combat--
tuto con buoni argomenti gli errori del Bartoli» Come mai
si possa trattare di una scienza e mostrare di conoscer sì po-
co il valore de* vocaboli, son due cose che non posso rac-
cozzare insieme. Egli chiama questo e quello ora pronomi,
ora neutri, ora sostantivi, dando loro e casi e declinazioni ,
e non so che altro. Nelle parole questo anno e quello amo^
re, dice che questo e quello sono pronomi neutri. Ma, se
pronome signiGca, parola stante per il nome, e il senso di
qaesto vocabolo è sì chiaro, come può far che sia pronome
quello cui siegue il nome stesso ! Tant* è; abbiam pur ve-
duto che il Monti non ragiona meglio in grammatica, a ca-
gione della erronea denominazione de^termiui deirarte. Ora,
il Bartoli, nel suo Non si può^ comincia così ; Se le paro^
le^ sopra la cui finezza^ proprietà^ e sKilore^ vha di quEGU
die tal\H>lta s^ azzuffano ecc. Il Sig. Amenta vorrebbe che
avesse detto coloro in luogo di quegli^ e questo dice essere
errore; ma è tutto pieno di esempj né*quali quegli e quelli
sono adoperati. indifferentemente nel senso di coloro ^ e per
1* agente» e per Toggetto, e con le preposizioni.
1 • r son coiEi che ti die* tanta guerra. P. a. Poi si
i5
risH^se^ epoive di coloro Che corrono a Verona il drappo
verde Per la campagna ; e pan^ di costoro Quegli che
i^ince 9 e non colui che perde. D. 3. Io son veramente co-
wi CHE questo uomo uccisi stamane. B.
Il Petrarca finge in una visione d* esser levato in cielo;
quivi incontra Laura che gli dice , io son colei che ti die*
di ecc. Osservisi che, quantunque Laura sia vicina del Pe-
trarca, dimostra se per lo pronome che fisicamente accenna
le cose lontane; perchè qui è adoperato nel senso astraltoy
cioè a disegnare la pecsona che è per essere determinata.
Così, nel secondo esempio, benché i due dimostrativi cO'
loro e costoro si riferiscano alle medesime persone, V Au-
tore adopera nel secondo caso costoro perchè rappresenta il
soggetto del discorso, e coloro nel primo, perchè si richie-
de determinazione* In questo caso il verbo della proposi-
zione determinante che segue colui^ e coloro^ sempre s'ac-
corda col nome personale agente di essere^ e non col dimo-*
strativo, cioè io son colei che ti diedij tu sei colei che mi
desti^ ella è colei che mi diede ^ io son colui che uccisi ecc.
I» QcRSTOj Verme di cui pestar mi vedi. D. a. Le mie
notti fa triste e i giorni oscuri quella che n* ha portato i
pensier miei. P. 3. /o lascio star volentieri quelle che già^
centra volere de^ padri ^ Iianno i mariti presi^ e quelle che
si sono co* loro amanti fuggite. B.
Da questi eserapj vediamo che questo e quello , ag*
gettivi dimostrativi, si usano talvolta in luogo de* pronomi
costui e colui; ma ciò è più permesso in poesia che in pro-
sa. Il terzo esempio presenta un caso particolare, ove quel^
le è termine più giusto che coloro , perciò che il pronome
coloro comprende gli uomini e le donne, laddove quelle ò
specifico, come domanda essere il sentimento della frase*
ao3
I • Subita speranza prendendo di doyer potere ancora
nello staio reale ritornare per io colui con siguoJì. ix.La
sua forza niente valesHi^ se le giovani sers^e al colei grido
non fossero corse* B. 3. Pensò di potersi ne^suoi difetti a-
dagiare per lo costoro aMore. B.
In questi esempj si nota che si può fare la trasposi-
zione di cosluif coluif coleif costoro ecc^ mettendoli avanti
al nome che qualificano, quando stanno per qualificanti ; e
in tal caso si sottintende la preposizione di* Quindi il senso
pieno delle soprapposte espressioni è per lo consiglio di co"
lui^ al grido di colei^ per lo amore di costoro.
Fu chi, sottilizzando, mi disse questi termini di qua^
lificare e qualificante non essere troppo giusti a definire
r ufficio deir aggettivo; e<:be determinare e determinante
sarebbero più atti; al che io rispondo, doversi i vocaboli rin-*
tracciare indietro fino alla loro origine quando si voglia di-*
sputare della loro proprietà. Qualificare è tolto da guale ;
e questa voce vaga, per certo non determina per se medesi-
ma; ella esprime un semplice atto della mente da determi-
narsi. Nelle espressioni. Quale dei vostri famigliari avete
voi per lo più leale ? Non vi saprei dir quale^ la voce quale
esprime un* idea sospesa tra due o più cose; non è dunque
determinante. Ma perchè la risposta che d'ordinario siegue
quale si è distinzione tra due o più cose diverse ; e questa
distinzione si determina per le loro proprietà , per ciò si
chiamaroQ poi qualità le proprietà stesse che distinguo-
no gli oggetti; onde la vera e propria idea compresa in qua*
le e qualità altro non è che distinguere. Di due palle di di-
verso colore chiamando V «na bianca e V altra nera , cioè
dando loro un aggettivo , dico che si appone ad esse una
3o4
qaalitiki una distinzione; e quindi traggo quali/tcare e qiia^
lìflcojnte. Ora, avendo premesso che la preposizione di con
un nome vai quanto un aggettivo, come anima (Tuomo^ ani^
ma umana^ per analogia deiruflicio che fa Paggellivo, e di
quello che si fa per la preposizione <// e il nome, chiamo
talvolta qualificare e qualificante quello che, ragionando
deir articolo, denominai determinare e determinante. Nel
caso degli allegati esempj le espressioni di colui j di colei^
di costoro^ sono bene determinanti de*nomi consiglio^ gri^
do^e amore; e a qualificarli si direbbe consiglio buono^ gri^
do altOf amore fervente; ma, in virtù della predetta analo"-
gia è lecito chiamare quelle espressioni qualificanti. Alla
origine dunque deVocaboli si vuole aver riguardo ; perciò
che, come abbiamo dimostrato a carte 107, d'una idea in
un*altra travalicando, lasciando orPuna or Taltra proprietli ,
e prendendone delle accessorie , essi cambiano natura sì ,
che un'idea incerta venga ad esprimere quel vocabolo che
suona certezza (i)« In quanto poi a determinare e determi--
nante , queste voci in vero più si convengono alla proprietà
dello aggettivo, qualora sia accompagnato dall'articolo; che
il dire per buono consiglio non è determinare, cioè porre un
termine alla capaciti del nome; ma sì sarà determinato di-
cendo , per lo buono consiglio wstro. Questa digressione è
intesa a dimostrare che, oltrepassando i giusti termini della
raiBnatezza nel ragionare, V ingegno si smarrisce in vanità,
in pedanterie; che tanto vale quanto rimanere nella ignoran-
za. Il mio intento tutto mira a stenebrare gV ingegni, e non
(i) 0/1 ne pwt renare raùon d$$ mot» dice Du Marsais ^ue par U
connoisiance de leur première originet et de Vécart qt/^ un mot a Jait de
sa premiere signification, et de son premier tuage»
2o5
ad avviluppargli nelle tenebre ; e io m'appiglio alle sotti-
gliezze sol quando non vi sia altra via da penetrare nel pro-
fondo delle idee.
DEI PRONOVI QUESTI f COTESTI^ E QUEGU.
I • QuESTi è un gentile uom forestiere ^ piace\^le e cor--
tese^ e molto amato in questa città. B. a.S" C non fossi im^
pedito , COTESTI, . . guarderei io, D. 3. Quegli è Omero 9
poeta sovrano. D. 4* Cf^l è quei di cui tu parlavi ora? D.
Le parole questi^ cotesti^ e quegli^ di questi esempj,
che Don bisogna confondere coi plurali degli aggettivi di-*
mostrativi de*quali parlaamao nel capitolo XIII, sono prò-*
Domi del singolare e del mascolino solamente, e non pos-« ^
SODO rappresentare se non l'agente della proposizione; ben*
che Dante abbia usato cotesti ^ nel secondo esempio ^ per
oggetto* Questi dimostra la persona vicina a chi parla « co-
testi^ la mostra vicina di colui a cui si parUf quegli, lontana
da tutti e due. Dunque, per l'agente solo, si può dire ^ue*
stì 0 costui^ quegli o colui, Quei dell'ultimo esempio è no
troocameolo di quegU» Il Boccaccio adopera quegli con la
preposizione in una canzone s Lo mio wler dimostrare in
parvenza A quegu che mi tien tanto affannata; nìa è il solo
esempio nei Tre.
!• Dairuna parte mi trae V amore il quale io t^ho sem^
pre portato^ d'altra mi trae giustissimo sdegno; quegli vuo^
le che io ti perdoni^ e questi vuole che^ contro a mia na-^
tura^ in te incrudelisca. B. a. Questi porti il pane^ colui
^nandi il 9Ìno^ e quello altro faccia la pietanza* B.
II pronome questi si usa anche a replicare nell'ordine
delle parole l' idea della persona che è stata nominata se-
condat ^ ^f^^g^i a ricordar quella che si nominò la prima f
ao6
come nel primo esempio* È vero che qaivi il pronome qua-
sii rappresenta sdegno^ e quegli^ amore; ma questi due no-
mi vi sono usati quai nomi di persone. In luogo di far uso
di unOf un secondo^ un térzo^ si supplisce coi pronomi dimo-
strativi) come nel secondo esempio, quasi si accennassero le
persone a dito.
DEI PRONOMI ALTRÌ^ ALTUO^ B ALTRUI*
I. Non mi pub confortare altri che tu. B, a. Io non
torrei mai altri che la sorella dT Alessandro* F. 3« Tu non
tkai sentito dire da altre che da quel tristo* F. 4* ^ pO'^
co senno a dilettarsi di schernire altrui* B. 5. Se io fa^
ifessi^ ad altrui lo presterei. B. 6. Hai tu mai tolte deltAL^
TRui cose? B. 7. Se Valtre wlte sì poco ti costa il soddi^
sfare altrui* D.
. II pronome aUri^ che vuoisi distinguere dal plurale del*
1* aggettivo altro^ essendo questo singolare, signiGca wt al-
tra persona^ o alcuna altra persona; può rappresentare IV
gente e Poggetto, e far ogni altro ufficio con le preposizio*
ni, come risulta dai primi quattro esempj. Altrui può si-'
gniGcare Vuomo^ nel general senso, un altro uomo^ e gli al'
tri uomini. Questo pronome non può rappresentare Tagen-
te. Spesso si mette tra Tarticolo e il nome che esso deter-
mina, e la preposizione di è sottintesa; come nel sesto esem-
pio, la costruzione intera del quale è hai tu mai tolte delle
cose di altrui? Anche la preposizione a si può sottintendere
ad altruif come mostra il settimo esempio. Questi due pro-
nomi o/^r/ e altrui^ si adoperano talvolta a dinotare alcuno il
quale si sa essere conosciuto da colui a cui si parla ; e ciò
fassi con un certo ironico riguardo, come se si volesse schi-
vare di nominare là persona , che pure si fa conoscere ab-
ao7
bastanza nella espressione delle parole, come quando il Boc-
caccio dice : Tanto sa altri quanto altri ^ in luogo di tanto
sai tu quasii io ; e similmente. Etti egli uscito di mente j da
stamane in quà^ tay^ere altrui ingiuriato ? dove il pronome
akrui si riferisce a una persona ben cognita a chi ode.
I. Disse allora il gioitane: j^irno hai tu fatto ? B«
2.Quando pba altro le Muse non mi piacessero^ per quel*
lo mi dovrebber piacere. B.
Così come tdtri e altrui dinotan persone solamente «
questo pronome altro^ per lo contrario, accenna sol cosa; e
non è se non un aggettivo al quale si sottintende un nome
indeterminato» Nel secondo esempio Tespressione per altro
comprende per altra ragione*^ e in questo senso solo è buo«
na italiana; T altra che si trova per le opere spurie, adope*
rata per congiunzione, non è buona. Eran uomini sollazze^
voli molto, ma per altro aweduti e sagaci. Ne pur qui p^
oilfro è congiunzione, ma v*è sottinteso oggetto; cioè per aU
tra cosa; per esser congiunzione bisogna che siegua imme-
diatamente al punto e virgola.
Il Davanzati ha questo esempio: Ogn altri per futuro
prìncipe s^intonai^a, sperala , wneras^a, che costui. Dovea
dire ogni altro uomo , perchè né ogni né alcuno aggettivo ai
può accoppiare con un pronome*
Il Bartoli vuol provare che si possa dire altro per a/-
trouomo^ cioè per pronome personale* e altrui per agente
del verbo; e allega per esempj il verso ^4 del 33. canto dd*
l' Inferno , che dice, E '/i che com^iene ancor eh* altri si
chiuda (e in luogo di altri vi pone altrui)'^ e questo del Boc-
caccio} Fu il più liberale e il più grazioso gentile uomo^ e
quello che pia è" forestieri e i cittadini onorò^ che altro che
2 08
m Genova fosse. Io non vorrei fare un passo per ire a vede-
re, se ne* testi antichi della Divina Commedia si truovi in
quel verso altrui in luogo di tUtri^ perciò che in tutte le e-
dizioni che mi passarono per le mani, sempre mi ricorda a-
ver letto altri % e quando ben vi si trovasse altrui % sarebbe
il solo esempio in Dante; e però di poca o nessuna autori-
t2k,per potere essere uno error di stampa. Una quantità d'al-
tri esempj cita il Bartoli di altrui per agente, i quali non
hanno alcun pondo nelle mie deliberazioni grammaticali.
Il secondo esempio, col quale egli vuol difendere Terrore di
usar altro per pronome personale , prova pur troppo quel
ohe giìi dissi di lui, ch'egli errò nello scrivere per non cooo-
acer bene il valor delle parole. Quello altro è un aggettivo
di gentile uomo che T Autore volle sottintendere, per averlo
detto un verso prima; e non era per certo intendimento del
Boccaccio di dir quivi che altro uomoi ma sì che akro gen*
tiie uomo.
DEL PaONOlUE DESSO
I • Sappiate di certo eh* egli è stato desso. B. a. jil^
hra cominciò fiso a riguardarlo^ e pcuvegli desso. B. 3« Non
estimando che fossero desse^ rispose ^ signor mio^ io non ne
conosco alcuna. B.
I pronomi desso^ dessa^ dessi f desse ^ forse elemehti di
la persona diesso^ di essa ecc; comprendono eg/i^te^jo, ella
stessa^ eglino stessi^ elleno stesse; quindi non si possono por-
re per agenti del verbo, eie forme contratte hanno maggior
forza per esser concise. Si usano principalmente nelle e-
spressioni egli è desso^ ella è dessa, per non ripetere egli ed
eUa; e forse desso e dessa non sono altro che esso ^d essa
con r addizione </, per togliere il contatto delle due e. Me-
I
J09
desirnn niente si dice è desso^ è dessa^ sono dessi ^ sono d^sse^
Con tutto che questi pronomi siano espressivi ed eleganti^
pochi 0 nessuno ne fa uso nel sparlare; e in luogo di qiie*
8te forme si mettono errori, come èlui%è leiy sono loro* Il
Firenzuola disse: E come fio io a fare ? io non gliene do cau-
sa^ egli è lui ecc., nella quarespressione lui non sta in luogo
dì egli stesso o desso ^ ma di egli solo, in opposizione ad /o«
per non dire è eglij o egli è egli* Con queste parole V Au-
tore vuol dire, non io^ ma egli è quello che ecc. Questa è dun*-
que una licenza; che, del resto, abbiam veduto le forme ItUf
lei, e loro^ non poter supplire Tagente. Dal terzo esempio
si vede che desso si può usare anche per le cose ; peri che
quivi r Autore intende di robe 9 vesti menta. Non volge^anQ
sguardo in parte, dos^e non si avesser davanti i^isibili, ivVi,
moi^entisi^tutto d^ssì. Qui pone il Bartoli dessi per )%>ggel-
to del verbo ai^esser; ma egli ha torto; e non si trova esem-
pio che lo scagioni.
DBL PR0190ME ESSO*
I • n glossane colse una foglia, e con ss sa s* incomin-
ciò a stropicciare i denti. B. 2. Essi fanno ritratto da quel-
lo onde nati sono. B. 3. Gli disse che gli dolesse piacere
i andare a smontare con esso Ghino al castello. B. 4. Di*
che spènga a desinar con esso noi. B.
II pronome essOf che si adopera in tutti i casi, è inte-
so a rappresentare massimamente le cose; ma si usa nulla**
dimeno anche per le persone, per lo più in luogo di eglino
ed elleno^ li quali riescono parole troppo lunghe per lo prò-*
nome agente, e si trovano poco usati dagli autori. Abbiamo
ben veduto che i pronomi il, hf la^ gli, le, ne, possono rap-
presentare le persone e le cose; ma quando nella proposi-»
aie
Eioneè confronto di oggetti o di dativi, o qaando v*entra ana
preposizione, per le persone ci sono lui^ leì^ e hro^ i quali
non potendosi applicare alle cose, si supplisce con esso^ essa^
essif ed esse* Così rispetto ali* agente, benché egli ed ella si
truovino spesso usati per le cose, il vero pronome per le co^
se, è esso^ essuf ecc.
Più supposizioni si potrebbero fare di questo vocabo-
lo esso quando, benché pronome, si appone ad un nome o
ad un altro pronome , come negli ultimi due esempj ; ma
poiché non é pia in uso se non nelle opere letterarie , dirò
solo che il mettere il nome dopo esso può derivare dall* in-
tenzione di voler determinare il pronome stesso nel caso che
potesse rimanere in dubbio « quasi si dicesse con esso cioè
Ghino; come vedemmo, a carte aoo^ costui determinato per
r espressione chUo w cercando^ quantunque il pronome co-
stui sia determinato per se medesimo; il qoal uso poi avrà
avuto luogo per analogia anche davanti ad un altro pronome.
Io immagino dunque che in origine si dicesse con esso ; e
poi , per esser questo pronome troppo vago e indetermioa-
to, vi s* aggiungesse ha; indi sì mettesse anche un femmini-
no dopo la espression con esso; e finalmente si usasse anche
per lo plurale, ritenendo sempre la primiera formula inde-
terminata, invariabile; e riserbandosi a definirla col nome o
col pronome; donde con esso lui^ con esso leiy con esso lo-
ro. Questa voce si anisce anche con la preposizione lungo;
e si dice passando lunghesso la camera^ lunghesso il fiume^
DBL PROROMB C/Ò«
»
!• Ciò mi tormenta più che questo letto. H. a. ji ciò
non fillio sol. D. 3» Lo sermone f che è inteso a manifestivi
lo concetto umano^ è sfirtuoso quando quBtw fa; e qusuo
è pia virtuoso che più lo fa* D.
SII
Cliiaroo ciò pronome per analogia d* azione cb* egli
ha con esso. Qaesto vocabolo non può rappresentare una
cosa sola particolare e determinala; egli ricorda il soggetto
del discorso prenominato ; onde non sta per Io nome , ma
per la proposizione.
Nella proposizione Nonio lasciar diiforare dagli uccel-
li^ salvo se egli il ctfinandàsse^ il pronome //, rappresentante
Toggetto di comandasse^ comprende tutto il primo membro
della proposizione; in questa, Nonché nessuno che fi pen^»
#ii il pronome pi rappresentante il dativo, comprende una
proposizione precedente^ ed equivale ad a questa cosa; nella
seguente, iS? eg/i si sapesse cKio mi fossi innamorata di wi^
io son certa che la gente me ne riputerebbe matta j il pro-
nome ne qualificante si riferisce a tutta la prima parte del-
la proposizione, e corrisponde a di questa cosa; dunque, di
qoesti pronomi' che stanno in luogo d'una proposizione, re^
sta a conoscere Tagente , che ò ciò, il quale qùlladimeno ai
usa in tutti i casi; perciò che, come abbiamo veduto, per le
persone lui^ lei^ e loro^ e per le cose, esso ed essa^ quello e
quella ( vedi a carte 1 4S ), essere usati a dar fòrza air og-
getto 0 al dativo; così, a rappresentare una proposizióne ,
si adopera ciò qual pronome di maggior valore* Il terzo e->
sempio è dato. a dimostrare che questo ufficio si può fare
anche per {^aggettivo quello^ Il primo quello rappresenta la
proposizioae manifestar lo concetto umano; il secondo , il
nome sermone* Da queste specificazioni dei diversi prono--
mi si scorgerà di quanta importanza sia il definire ogni pa-
rola, r analizzare la proposizione, come si mostrerà con un
esempio alla fine di quest* opera.
9ia
GAP- XVII.
DEL SI PASSIVO
I LatÌDÌ| quando volevano mettere in evidenea la per-
sona che sopportava V asione^ più. che quella che la faceva,
io luogo di porre Tagente a governare il verbo, per esempio
omnes <Bsiimant Platonetn « ponevan la proposizione in a*-
spetto inverso, cominciando da chi riceveva Tazione; e fa-
cendo il paziente rettore delverbo, dicevano Plato asstimct^
tur o ijestimatus est (A ommbus ; la qual diversa forma del
verbo chiamavan)ciaJ5ii«r« da patior^ cioè da patire^ in senso
più largo sopportare^ perciò che in tal caso, il reggente del
verbo è quello che sopporta 1* azione. Questa maniera passò
in nostra linguai prima letteralmente , cioè Platone è sti-
mato da tiUti; e poi, per mezzo del pronome W, si ridusse
ad altra forma, che è Platone si stima da tutti; il quale si
è il medesimo pronome personale citato a carte lÒg. Non si
potè però rendere la maniera semplice del verbo passivo
wstimatur per non vi essere in italiano ; ma si fece la pro-
posizion passiva corrispondente a <BStimatus est , rimanen-
do il reggente del verbo, passivo, così in italiano come inla-
tino.Besta ora a dimostrare come quel si sia pur lopronome
personale; a provare il che mi converrà rimontare alla orir
gine delle idee.
Le prime parole degli uomini , siccome le lor prime
idee, ebbero iaimediata affinità con gli oggetti sensibili; per
esempio, in Pietro è grande^ Pietro è corpo sensibile, gmn-
de è sua qualità immediata. Poi allargandosi nelle idee, per
tf
2i3
analogiai per somiglianza d^ntia cosa con T altra o dei loro
effetti, si disse Pietro è buono, attribuendo aIl*uonio, io sen-
so astratto , la qaaiità concreta d^ una cosa. In seguito si
disse Pietro è onorato da tutti, apponendo a Pietro, per qua-
ììùf r azione o 1* atto altrui. Ora, chi produce questa dispo-
sizione nelle persone agenti sopra Pietro, se non Pietro me-
desimo per le sue Virtù e per io suo valore ? Dunque si può
procedere e dire, Ae^ro /& ^e onorare, perciò che quella for-
ma è la conseguenza dt* questa; e questa equivale a Pietro
onora se; onde ancora Pietrose onora^ e Pietro si onora da
tutti. Dico che il passaggio fra uno fa se onorare ^ e uno o^
fiora se, è immediato; perchè non si può onorar se , se non
eoo la partecipazione e Tatto altrui, e in ambedue i casi si
soliinteude Tidea per atto procedente da tutti. Trovata que-
sta verità per base, il proseguire sarà facile e chiaro ; e per
le ragioni che prodotte abbiamo , per distinguere questo si
dall'altro, lo chiameremo il si passivo.
I • Ciascuna cosa massimamente desidera la sua per"
fezìone; e in quella si queTj4 ogni desiderio, e per quella
ogni cosa è desiderata. D. a. Certi 9ÌzJ sì f-mncono e si
FUGGONO per buona consuetudine; e fassi V uomo per quel-
la s^irtuoso. D. 3, Nulla cosa pia cara si compiuì^ che quel-
la do\^e i prieghi Si spendono. D#
Abbiamo veduto che, in queste costruzioni passive, Te-
spressione ha subito già due mutamenti. In luogo di fare al-
r agente reggere il verbo, cioè Vuomo quetaogni desiderio,
s è messa la proposizione inversa , e fatto delT oggetto il
reggente del verbo, ogni desiderio è quietato, sottintenden-
do dairuomo; e poi, in vece deirausiliario essere e del par-
ticipio passato, si usò il verbo semplice, come nella forma
ai4
originale , ma preceduto dal pronome si ; agni desiderio si
quetUf sottinteso daWuomo. Vedremo che tutte e tre qoeste
maniere si usano ancora, e che V ultima è la più frequente.
Mettiamo ora sott* occhio la transizione progressiva delle
forme contenute nei sopra citati esempj,
FORMA ORlGlItALB
queta ogni desiderio,
desidera ogni cosa*
Luomo i vince e fiigge cevii nzj.
non compra alcuna cosam
spende i prieghi.
PRIJUA TRANSIZIONI
Ogni desiderio è quietato
Ogni cosa è desiderata
Certi vizj sono scinti e sono fuggiti V dalfuomo*
Nulla cosa è comperata
I prieghi sono spesi
SECONDA TRANSIZIONE
Ogni' desiderio si queta
Ogni cosa si desidera
Certi vizj si vincono e si fuggono
Nulla cosa si compra
I prieghi si spendono
In tutte queste espressioni si può vedere la medesima
idea che abbiamo risoluta in Pietro onora ^e; ed eccola de-
finita; 1 • Ogni desiderio queta se per virtù procedente dal'
ruomo; 2. Ogni cosa fa se desiderata dalV uomo ; 3. Certi
vizj vincono e fuggono se per forza procedente dalt voìm\
4* e 5. Nulla cosa compra se^ i prieghi spendono se , per
atto movente dall' uomo. Forse parrà che Tidea che si di^
dall'uomo.
1
ai5
scerne in Pietro onora se non sia così evidente in queste al«
tre espressioni; il che viene dalfessere in queste Tagente del
verbo rappresentato da una cosa, e in quella da una persona,
A tal riguardo mi converrà avvertire chi legge , che nella
costruzione d* una lingua , purché rimanga , per analogia ,
pur un filo tra Tuna idea e V altra» si passa di quella in que-
sta, e di questa in altra, infino a tanto che, se si guarda in-
dietro, il principio non corrisponde più col fine come già due
Tolte s' è dimostrato. Però volli rimontare alf origine per
trovare Tidea compresa in queste espressioni; che la prima
significazione del si passivo più non si conosce presentemeiH
te. Rispetto ai citati esempj vuoisi inoltre notare i. che Tul-
tima transizione passiva non può aver luogo se non nella
terza persoDa;potendosi ben dire noi siamo assaliti , tu sei
il più desiderato^ ma non far uso del si con la prima o se-
conda persona, per la medesima proprietà del pronome si
ài rappresent-are solamente la terza persona; 2. che, in que^
ste transizioni , Toggetto che si è cambiato in reggente del
verbo è, in tutte, una cosa, e non una persona; che di rado
si fa uso del si passivo, quando si tratta d* una persona, per
esempio, aspettan lui; la forma passiva in tal caso è egli è
aspettato; 3. che nelle transizioni la persona onde procede
razione si sottintende.
Quanto alla guerra che mi facesse tornare in quelli
sospetti né* quali sì era pochi dì sono ecc* M.
In questo esempio del Macchiavello la passiva parti-
cella si è male adoperata; e sarà sempre qualunque volta il
verbo stia per principale, non per ausiliario di un partici-
pio, come in quest*altro del Boccaccio: Ma poi cfie^ passa"
ta nona^ lavato si fu% e il viso con la fresca acqua rinfresca'-
:ii6
io s'ebberOé Mai perchè sMia a poter dire si fa^ si dorme^ e
non si è ? Secondo ranalisi delie idee che siam venuti ripe-
tendo delle proposizioni formate col si passivo, abbiam ve-
duto che, per ridurle alla forma passiva, con viene che il ver-
bo esprima azione o alto (i)* Le espressioni Puom fa una
cosa^Viiomo dorme^ sono equivalenti a ima cosa si fa dal'
Vuomo^ dairuom si dorme; la dizione sola è diversa; e se le
parole dàlVuomo non sono espresse, vi son sottintese; per-
chè senza di esse la /ragione non troverrla senso alcuno. Pmo-
visi ora se nella prodotta frase si può supplire daW uonw ;
e si vedrà che non vi può reggere; perciò che falsa è V ap-
plicazione del si» NelPesempio del Boccaccio v*è inleso per
ognuno; cioè ma poi che per ognuno levato si fu. Anche il
Monti usa il si erroneamente nei modo del Macchiavello :
Nel determinare il vero valore dei vocaboli,^ non si è mai
sottili abbastanza. E T Antipurismo: Thiti costoro s^inuna"
ginarono che^ per esser l'eloquenza didattica^ epistolare «
di cui si era privi ecc. In tal caso convien ricorrere aVocabo-
li uno^ altri^ fuomo^ o noi; e dire: In quelli sospetti nequa*
li eravam pochi dì sono; E uomo non è mai sottile abbastan-
za; Di cui eravam privi. £ l'evidenza di questa dimostrazio-
ne è una prova delia verità nella sentenza stessa del Mooli
contenuta. Nei Tre non si trova uno esempio dell* espres-
Sion passiva con essere verbo principale.
I . Non Si DEBBE chiamar vero filosofo colui che è ami*
co di sapienza per utilità* D. 2. j^l tempo quasi che Numa
Pompilio f secondo re de* Romani^ visse in Italia un filoso^
fo nobilissimo^ che si cbiamò Pitagora. D.
(i) E coUl differenza fra atto e azione ^ che questa dinoU operaxioB
continuata, e quello un cenno solo*
Da qne$lì esempj si discerae cbe si può far uso del si
passivo anche qaaildo V agente del verbo sia una persona ;
purcbò sia la terza, ma nulladimeno è da avvertire che, ia
questo caso si debi>e evitare di confondere questo si che ri<»
ceve inflaenza da esterno agente con quello che ha Fazione
diretta dairagente del verbo; potendosi Tespressione che si
chiamò interpretare che fu chiamato e che chiamò se* Sì che
oon si &rà uso del si passivò con quei verbi , nella proposi*
zione formata dai quali il termine dell* azione à Tageote me-
desimo , come addormentarsi , pentirsi , inebbricirsi ; ma
quando si voglia parlare in modo generale, si dirà: a fatica
uno, o akri^ ó Vujomo , s^tzddormenta quando non ha manr'
gioto; tardi uno o Fuomo si pente del mal fatto; qui gli uo^
mini non s^inebbriano facilmente y o la gente non s^inebbria
facilmente ecc*
i.Si È pubbuCjìta la buona rtuova. Caro. s. In que-
ste contrade non se ne troof'A hiuna» B. 3. Due maniere
di pietre di grandissima virtà ci si tbovano. B*
Nello stesso modo che si pubblica equivale ad è pub^
hlicata^ così si è pubblicata risponde a è stata pubblicata.
Similmente si formano i tempi composti con gli altri ver-
bi, quando nella proposizione entra il si passivo* Se la pro-
posizione contiene il pronome ne, il passivo si vi debbo sta-
re avanti e mutare in se. Gli avverb) di lìiogo ci e yi debbo-
no sempre pr^edere la particella si*
I. N^fnfia men creduto a me che a voi* B« a. t^enuta
la sera^ il proposto venne ^ come gli era stato ordinato* B*
3. Fa quel che ti è detto^ e non cercar pia là, ¥•
Questo è il ciisò in cui la prima costruzione del pas-
sivo è più usata die la seconda « cioè coi verbi che hanno
16
«. -^.Aj^i
^i8
un dativo* La supposta forma originale dei tre esempj è ,
nel i.non crederanno a te, nel a. come gli avevano ordinato^
nel 3. fa quel che ti dicono ; nelle quali espressioni Tagen-
te sottinteso è gli uomini. La prima costruzione passiva è
quella degli esempj; la seconda sarebbe» non si crederà a
mei come gli si era ordinato^ fa quel che ti si dice. Tutte e
tre queste forme si adoperan col verbo che ha un dativo sot-
to di se; ma quella degli esempj, cioè deirausiliario ei^ere
col participio, è la più usata.
I* La natura vuole che ordinatamente sr proceda
nella nostra conoscenza. D* 3» Die notte ci si luiyoRjiJh.
3. £ il vero che ^ così come nelle altre cose^ è in questa da
riguardare e il tempo^ e il luogo^ e con cui si r^rEZui.B*
4i Quanto pia si paela di Scipione Africano , tanto più
resta in sua laude da parlare* B* 5. Vassi in Sanleo^ /?/-
SCENDESi in Noli^ MONTASI SU Bismantova in cacume. . •
D. 6. Malagevolmente si può da noi conoscere quello che
PER NOI si faccia. B.
Le proposizioni che si fondano sopra un verbo che
non ammette oggetto , quali sono nei citati esempj proce^
derCf favellare f parlare^ ecc; sono quelle che meno si pos-
sono accostare ali* idea originale; per la ragione che« non
essendo oggetto nella forma primiera, per esempio in la na-
tura vuole che noi procediamo , non ha piiì luogo la prima
transizione; e, nella seconda, manca la parola che governa
il verbo , per esser compresa nel verbo medesimo. Nondi-
meno non è da dubitare che s* introducesse la forma passi-
va con la particella si in questi verbi solo ad imitazione de-
gli altri, senza piik retrocedere alla origine che Taveva fatta
nascere. Quindi non si pu& con questi verbi usare la prima
ai9
costraziooe passiva eoo raasiliario essere e il participio; e
per lo contrario è usata la forma attiva originale» cioè i • che
noi procediamo; 2. dì e notte qui lavorano , sottinteso, gli
uomini; 3. è da riguardare con cui noi favelliamo; 4* quan^
topiàparliamo ecc* Conseguentemente negli esempj le per-
sone agenti sottintese sono nei i. da noi oper noi; nel a. da^
gli uomini; nel 3. e nel 4« ^^ ^^h come si vede espresso due
volte dal Boccaccio nel sesto esempio*
Il quinto mostra che il si passivo si può mettere dopo
il verbo quando Tespressione ciò richiede; nel resto, lo star
dopo 0 prima del verbo dipende dalle medesime regole del
si personale.
I. Egli non sr ruot dire. B. a. Servare si foguono
i patti. B. 3. Questi lombardi cani , // quali a chiesa non
sono voluti ricevere^ non ci sr foguono più sostenere. B.
Queste espressioni sono stale trasformate progressiva-
mente dalla costruzione attiva originale, come s* ò mostra-
to ne* primi tre esempj del capitolo. Ecco le tre maniere*
FORMA ORlGlNMiB
Noi non vogliamo il dire*
V uomo vuole i patti servare o essere servati*
Il popolo non vuole pia sostenere questi lombardi
cani.
PRIMA TRANSIZIONI
// dire non è voluto da noi.
I patti servare o servati sono voluti dalV uomo*
Questi lombardi cani non sono più voluti sostenere o
sostenuti dal popolo*
SBCOTOA TAARSIZIORB
Eglif il dire^ non d wole da noL
I patti si vogliono sennirè o servati dalT uomo.
Questi lombardi cani non si vogliono pia sostenere o
sosten uti dal popolo.
Nella quale aitima transizione si scorge benissimo l'idea
primiera dei pronome personale si^ cioè egli ( il direj) non
wole noi dire se^ o se detto da noi ; i patti vogliono V uo-
mo servare seo se servati dalVuomo^ questi lombardi cani
non vogliono pia il popolo sostenere se o se sostenuti dal
popolo.
II Perticarif nel suo Trattato sopra gli autori del Tre-
cento, parlando della grammatica, dice: E in tutte le anti-
che e le novelle nazioni vuoisi ordinarla non sui perpetui
mutamenti popolari^ ma sugli eterni volumi de* grandi ora^
tori^ de^ filoso/I^ e de" poeti\ perciò che virtà non è mai a
caso^ ma sempre a belF arte. Se nell' espressione Voo/f/ or^
diluirla aresse inteso il Perticari di far uso di la per ella
agentCì la detta espressione si poteva giustificare; ma in tal
caso* aveva a dire la si vuole ordinare; ma egli adoperò la
per oggetto, e quesf oggetto rimane senza appoggio ; per-
ciò c1ie,come per Tanalisi abbiam dimostrato, quello che era
oggetto nella costruzione attiva , diventa reggente del ver*
Lo nella passiva, e se è rappresentato da un pronome, il pia
delle volte si sottintende. Dunque avrebbe dovuto dire ella
si vuole ordinare^ o si vuol ordinare. Egli dice ancora II
cambio ogni dì si può fare^ anzi lo si dee; questo lo è er-
rore, la costruzione essendo egli si dee fare. Il Bartoli ri«
cordando la vecchia dama Elia Catula: E perciò che non
si potea rabbellirla e non tormentarla^ fa il medesimo
TOTe.R0hbellire e non tormentare dovea dire. £ altrove par^
landò di csperienssie, dice: Né svuoisi per ciò pittarle o na-^
sconderle j , come inutìU ^ e non degne di coniar ire. Ma
gaanto meglio: Né voglionsi per ciò gitiare e nascondere !
I » j^tr amico dee F uomo raccontare il suo difetto se*
gretamente. D. a. Sono alquanti che svogliono che F uomo
gli tenga dicitori. D. 3« È dolce il pianto pia di altri non
crede. P.
Quando si profferisce una senteozai la costruzione pri-
mitiva originale è quella che più conviene alla graviti del-
la espressione; quindi, in questi esempj, in luogo di alfa-*
mica si dee\ sono alquanti che sogliono esser tenuti^ non si
crede ^ s*è detto Vuomo dee\ pogliono che Fuomo gli ten*
gai altri non crede.
I • Se adunque si considererà tutti i progressi del Du"
ca, si vedrà che si sono fatti ecc» IML 2. Come^ per V -autor
rità de"" Romani . m • si debbo stimare pia le fanterie che
icwalli. M«
L^agente del verbo considererà^ nel primo esempio, e
di debbe^ nel secondo, essendo i progressi e le fanterie ,
nomi plorali, i verbi ancora dovrebbero essere in plurale, e
si avrebbe a dire considereranno e debbono. Da qualche e-
sempio che si truova qua e là negli autóri, hanno preso mo-
tivo alcuni di dire che Taccprdo deiragente col verbo non sia
necessario nella forma passiva* Si potrebbe ben dar qualche
ragione di questa licenza col supporre che le parole, per e-
sempio, tutti i progressi del Duca^ facciano un tutto che reg-
ga il verbo considererà^ ma in tal modo si potrebbero vio-
lare tutte le leggi della grammatica. Io dirò piii tosto che,,
essendo in questecostruzioni passive l'agente del verbo posto
sempre dopo di esso, T orecchio non resta tanto offeso per
lo non accordo, quanto sarebbe se V agente fosse avanti, e
cbe ciò solo ha lasciato trascorrere alcuni in quel solecismo*
Oltre a ciò, le opere del Macchiavello» sebbene siano unte*
aoro per la lingua italiana, in quanto s*aspetta alia bellezza
e alla forza delle parole e delle espressioni, non possono fa-
re autorità in grammatica, se non in que^casi ne* quali egli
concorre con gli altri; e in quelli solo Tho citato; che altri-
menti non è da prendersi per modello , non essendosi egli
guardato affatto dagli errori fiorentini fuggiti dal Boccaccio.
In una sola faccia del Macchiavello mi vennero sott^occhio
tre errori di grammatica; uno è il citato; gli altri due sono
sua e gliene^ in vece di sue e glielo^ nelle seguenti espres-
sioni. Per mettere le radici stia in quelli stati; Sape%Ht che
il Duca e i F'eneziani non gliene consentirebbero. £ se
pur si trovasse quel solecismo in qualche poeta, è più lecito
deviare in poesia che in prosa. Se nel caso passivo il ver*
Lo fosse sempre in singolare, allora sarebbe regola di gram-
matica, e in vano la ragione vi s* opporrebbe; ma poiché i
casi del non accordo sono rarissimi , io non dubito di do-
ver affermare chVgli è errore. Finalmente dico cbe questo
è un vizio de* Fiorentini, i quali peccano molto anche nel
soverchio uso del si passivo , col dire a ogni momento si
andò^ si stette^ si disse^ in luogo di andammo , dicemmo^
stemmo^ facendo cosi ogni proposizion passiva; la qual foi^
ma à quasi esclusivamente usata nel general senso e in f eoti-
po. presente , come si può vedere in tutti gli esempj pro-
dòtti in questo capìtolo, cioè sììhì^ si sta^ si dioe^ dalVuomo.
2!è3
CAP. XVIII.
D£LLE PREPOSIZIONI
Egli è impossibile il formar regole intorno al retto uso
delle preposÌ8ÌODÌ, perchè riuscirebbero pieoe d'eccezioni ;
ma par vi éì può supplire col far ben sentire il lor valoret
e col provare per Tanalisicbe sempre {óteodono alla mede-
sima idea. Se si volesse dire che la pratica sola ci può inse-
gnar Tuso delle preposizioni, io non sarò alieno dal conve-
nire che per certo la prima necessità sia quella d'aver letto
molto i classici scrittori; ma aggiungo che la seconda ò di
saper dar ragione della applicazione di quelle; perchè spes-
so si troverà che in uno stesso caso si può far uso di due o
tre preposizioni, o deirarticòlo in luogo della preposizionci ^
come per esempio, egli è impossibile, il procedere^ ed egli
è impossibile a procedere; la prima forma è trattata a car-
te 60, e la seconda si vedrà in questo capitolo. Si può dire
non ho mai avuto tempo da poter fare alciina,cosaj.e dipo^.
ter fare alcuna cosa; in questa si qualifica il tempo « e in
quella si attribuisce al tempo e quindi si dice provenire la
possibilità di fare; h fece pigliare a tre suoi sen^itori^ e lo
fece pigliare da tre suoi sers^itori; nella prinia costruzione
si disegna a chi è diretto il comando, nella seconda da dii
procede V azione. Diciamo cominciare di , cominciare a ,
cominciare da^ col primo modo si qualifica V atto del co-
nùnciare, cioè in che consiste; col secondo si addita il pun-
tor a cui tende V atto del cominciare ; col terzo si fa.9egno
del luogo onde dee aver principio Tatto medesimo. E cosi
aa4
si può dire, come vedremo: lontano a, lontano di^ e tonta-
no da^ il che debbe confondere chi non sa perchè questo
si possa fare. Ci ristringeremo dunque in questo capitolo,
in luogo di fissar regole, a definir^ la natura e Tufficio delle
preposizioni , e ad analizsare le idee che per mezzo di quel-
le 8Ì esprimoso»
Questa parola preposizione , dal latino pragpqsitio^ si-
gnifica posizione acanti i ed à così detta, perciò che gene«
ralmente sta davanti a un oggetto al quale s* appoggia. Vi
sono due specie di preposizionii le quali' vogliono «sser di-^
stinte; della prióia sono ili^ a, db, per^ con^ in^ <ra; della
seconda lontano^ vicino^ dietro^ à^miti^ ecc.' Queste sono
veramente parole esprimenti posizioni; quindi lenomixiere-
mo preposizioni composte; quelle non sono altro che seOGH»
plici segni di movimento, di posizione, e non possono espri«
mere per;se medesime slcnn luogo ; perciò le chiameremo
preposizioni semplici.
DSLLB PRSPÓSIZIONI SEMPLlCr
Dipo che le preposizioni semplici sono segni ésprinnen^
ti ì iit] versi, movimenti, o posizioni, che si possono far pren-
dere a <uo-cotpb; e ad un* ora sono ségni dimostrativi della
persona o d^lla cosa , nella quale detto moviinéùlo o posi-*
2ione s' appoggia ; per esempio, la preposizione di aceen*
na posizione o stato di provenienza, la preposizione a esprit
hie moto di tendenza, da dinota moto di allontanaihento,/7er
adiÈenna moto di passaggio, la preposizione ìtz dimostra mo-
to 0 stato in luogo circonscritto senza .puntò in quello de-
terminato, con esprime movimento o posizione di due oér-
(9Ì insième* Questo è dunque il primo ufiicio che in origine
tu assegnato alle preposizioni semplici { vedremo poi nella
teorica di ciascaiia' la coìrrispettiva progressione che hanno
fallo nelle idee.
DKLtiA PRCPOSIZlONK Di
La prèpo8ÌBÌone di vièn dal latino de^e accenna stato di
provenienaBa. Io immagino che in origioef quando si formò
questa idea, si mettessero due corpi Ticiaitecoo cenni si m<^
strasse Tuno es^ser fatto deirallro^époit con parole dicesserò
queOo di^ quéUOfCiciè questo esce di ìjuelh ; e quindi me-*
qae Tidea di qualificazione, ceppa dtoro^ terfiph diptarmQ^
soppònendo.cfae quando una cosa esce d' ilu^ altra ^ tragga
seco anche la slessa qualità^ onde, a qualificare un tK)we coq
laltri», batf tò. poi irappor?i la [ireposiziiotke di* ì^w^fi^ 9 in
origioev la. preposizione di fa segno di proieoienztf; U qoal
ideai al presentequiisi smarrita^per foraa détruso che.per*
de la traccia onde, deriran le idee; è i£ ad altro più non ser^
Te che a dinotare qualifioaaione ; quantunque & posse ti*^
conoscere che qualche volta ritorna ancoira alla priàiierà
idea di provemensa*
I. Bgli èra uomo ut fiera ^sta. B. J2. Era oeftis^ìho
indizio jM fmturu morte^B. 3. Questa non è Iti pia if an^
dare ad Alagnà. B. . '
Da prima la qualificazione (&) ebbe luogo fra .oggetti
seosibih'; per esempio, vaso di terra^ tassala di marmo\ poi
per analogia! comprese anche gli atti della mieuté^ ìa modo
che i nctadi ckonto, indizio^ e 9ia^ in questi esetopj, aono tutti
e tre qualificati, non rispetto alla matèria* ma rispètto. alla
proprietà della materia , la quale oSìre alla immaginazióne
molto maggior canapo da spaziarsi; e perà troveremo assai
■
(t) Tonu a yedae la dedniaione d) questo Tocabolp a eattt jio3«
2a6
più esempi di qualificazione fra le idee, che fra le cose ma*
leriali.
Misia^ nua fante ^ e Idcisea dì Filomena^ in cucina sa^
ranno continue. B. a. Egli è il miglior del mondo da dò. B.
3. Daraiti il cuore di toccarla con un briepe che io ti darò ?
B. 4* ^^ fi^^ ^' Sardegna. D. 5. Di lui dice agni uom aude.
B. 6. Per queste conirade^e oidi e ot notte^ e tfomici e di
nemici^ ^ajino di male brigate assa(^ le quali ite fanno di
gran dispiaceri e dì gran danni.B. j. Molto wevanle dou'
ne riso dmz cattivilo di Calandrino. B. 6. Io non a^pa^
Ice con lei di questo anno* F.
I^a cosa qualificata dalla preposizione dir e da quel che
la segue è sempre un nome, espresso o sottinteso ^ e in tutti
qae;Sti esempj il nome è sottinteso. Nel i. fante^ueì ^.uo^
tuo; nel 3. anUre; nel 4* abitante ; nel 5. si sottintende in
sul conio. La costruzione del 3» esempio è daràUi il cuore
t ardirei dóve il cuore è agentCì e ardire^ oggetto di darà.
Nel sesto si sottintende in tempo e numerò;^ cioà in tempo
di dl^ in tempo di notte^ numero di male brigate ^ numero
iti gran dispiaceri e di gran danni. Nel j. la costruzione in-
tera è a cagione delle sciocchezze del cattivello uomo chia^
nkito col nome di Calandrino^ neìV S. per tutto il corso di
questo anno.
i. Io i^i prometto di pregar per ìh>ì. B. 2. Io mi ver^
gogna DI dirlo. B. 3» Deliberò di più non inder dimorare
in Inghilterra. B. 4* Prestamente rispose di sì. B. 5. La
chiesa è piena di gente. B. 6. Ogni cosa di neve era co^
peria. B. 7. Non era uso d" andare a pie. B. 8. O vai che
siete in piccioletta barca desiderosi d^ ascoltar. D.
In tutti questi esempj , benché la preposizione tU sia
327
ctipendente da un aggettivo o da uù verbo, ella è intesa a
qualificare il nome compreso nel Paggetti vo o nel verbo me-
desimo, i quali per se non possono esser qaalificati. Duo*
qoe, seguendo Tordine degli esempj, i nomi qualificati sono
promeésUf ^ergogna^ deliberazione^ rid^rta, piena% coperà
tdx usoi e desiderio; come se si dicesse io yi fo la promessa
di pregar per yoi; io ho vergogna' di dirlo; fermò ladelihè^
razione di pia non snder; fece la risposta di si ^ eccf onde
vediamo che, dal qualificare un oggetto sensibile, la prepo*
sizione di^ con quello che la segue, passò a qiialifi^arr 'nomi
di cose ideali, e quelli ancora che sono attintesi; e final«»
mente, s*è indotta a qualificare^ Tidea compresa toun verbo
0 in un aggettivò. Cosl'S^i dee seguire^ lai traccia del passag-^
gio delle preposizioni dalle idee concrete aHe astratte, acciò
che sempre si senta il lor valoreiir Nel pfeQedei)te>paragra^
fo i nomi sono veramente tolti in; virtù della elllssi;'iii que*
sto non v*d ellissi; il senso delle parale :è pieno, ma i ;nooii
qualificali sono puramente ideali.
Il Bartoli dice „ che fra alcuni grammatici corre que-
sta regola ferma, che ardire richiegga dopo so la particella
di ovvero a\ al contrario osare Tuna e Taltra. costantemente
rifiuti. „ Egli prova bene, contro T opinione d&^detti gram-
matici, che ardire si trovi spesso nel Boccaccio senza pri^
posizione; ma non può dare buona autorità. del poter dire
osare di ; e non sa provare il perchò, di dae verbr che si^
goifican la stessa cosa, Tuiiò possa portare do]po di se la pro-
posizione, e Taltro no. Il Sig, Ameni» s*iogegna di trovar-^
' lo , e gli va vicino ; ma per Tittgombro che gli fanno alla
mente Le denbminasioni e il iràgionar della grammatica alla
latina, non lo può Scorgere. Noi^ in virtù di quello che qui
aa8
abbiamo esposto, doò che la prepoaizione rf/ in nostra lin-
gua è spesso segno di qualificasione di un nome compreso
nel veibo che la precede, abbiam ragione di credere d*es-*
aerei apposti. Ardire ha il nome e il verbo; onde mettendo
di dopo il yerbo , ai se^te Tidea qualificante un nome che
la mente può di presente supplire; ma osare non ha altro
che il verbo; il che fa che ripugni alquanto alP orecchio il
qualificare T idea di uh nome che quel verbo non gli 8og«*
gerisce alla iikiaiagina&one. Quindi si vedrà che qualunque
Verbo n cui si possa sostituire mere q altro con un nome ,
come credere o portar credenza^ abbisognare o as^er biso*
gito; giovate o far gioiHàneneo; desiderare o aver deside*
rio y palila volentieri dopo se la preposizione di. Io spero
Oramai che questa soluzione , e gli argomenti del prece-
dente di ellittico persuaderanno anche i più ritrosi della ne-
cessità di filosofata delle preposizioni nel modo che qui si
tiene; e lasceranno'nna volta in pace i genitivi e gli ablativi
che loro adombrano Tintelletto e la ragione*
!• Ricordati di dire a tuo padre che i miei fCgliuoli
non son nati vi paltoniere. B. 2. Ella cadde della scala
interra^ è ruppesi là coscia* B. 3* A povera damigella co^
me io sono^ cacciata di casa sua , e che dimori air altrui
seivigio^ non sta bene V attendere ad amòre\ B. 4* Piena
di stizza^ gliele tolsi di mano. B* 5« Ati pareim che vi fosse
uscito Di mente quello' che io m^era ingegnato di dimostrar-
w. B« 6u // senHo di grandissimi pericoli trae il savio. B.
• 7* Era fUggito di. Parigi^ B*
La preposizione di conserva ancora là sua virtù origi-
nale, cioà di esprimere movimento! di provenienza,, in lutti
i soprapposti esenip|, nella maggior parte de^qùali sipotreb-
be far uso egualmente della preposizione da. Con alcuni
▼orbi, come trarre ^ uscire^ di ò più usato che da^ anzi con
uscire da non si usa quasi mai* Non ostante, per la medesi-
ma ragione che dalla idea d! provenienza ò Tenuta quella di
qualificazione, si può mostrare che, in ciascuno esempio, la
preposizione di^ con la parola che la «egne, qualificano un
nome che è compreso in ciascuna espressione, come si ve-
drà supplendo r idea intera ; per esempio , nati cioè tratti
dalla razza di paltoniere^ ella cadde dal sommo della scala
in terrai cacciata daW asilo di casa sua; era fuggito dalla
dita ili Parigi ecc. Àbbiam dunque veduto che la preposi-
zione^/ è sempre una, e non ora da^ ora con, ed ora in; e che
sempre fa il medesimo ufficio,ed esprime la medesima idea*
I • Decretossi che in casa commedia nti senatore non
entrasse. Dav. a. Ritirossi in casa Cesare. Dav* 3* Tu mi
prometterai si^ra la tua fede infra questo termine non ve^
nire a Genuina. B.
La preposizione qualificante che infra il vocabolo casa
si pone e il nome di chi la possiede, si può per grazioso to«-
scanismo sottintendere; e li due esempj qui allegati confer-
mano il già detto a carte 43« che Tarticolo o il dimostrati-
vo, il quale il Perticar! ci vorrebbe di necessità, dipende dal-
le circostanze. Anche nel terzo esempio è sottintesa la pre-
posizione di a non venire.
DELLA PREPOSIZIONI A.
I . Noi Siam sempre apparecchiate a ciò. B. a* Io son
presto A confessar\>i il vero. B* 3. Montata in su la torre^ e
A tramontana rivolta. B. 4» Ne a negare né A pregare son
cUsposta. B. 5* f/Za, che non aveva mangiato il di davanti ,
costretta dalla famè^ si diede a pascer Ferbe. B. 6. Poiché
a3o
noma cosati muo^ jpietà^ ìmUMiti V amore che tu porti
A quella donna dalla quale tu dici che tu sei amato* B.
La preposieioQC a esprime movimento di tendenza»
e si appone a quell'oggetto o a quella parola alla qual ten-
de il moto d*an corpo o Tatto della mente; quindi è gene-
ralmente preceduta da un verbo o da un aggettivo espri-
mente tendensa. Per esempio gli aggettivi apparecchiato 9
presto f disposto^ mostrano la disposizione dell' animo ten-
dente a fare una cosa; ri\H>lto disegna la tendenza del cor-
po verso un luogo; il verbo dare comprende tendenza dal
datore a colui che riceve, il quale, come già vedemmo, si
chiama datisH) da questo verbo medesimo. Il verbo muovere
può significare varj versi 0 modi di movimento, la detenni-
nazione del quale dipende dall'espressione; e nel sesto e-
sempio è evidente il moto di tendenza alla pietiu II mede*
Simo si può dire del verbo portare che segue nella stessa
proposizione.
I. Che credi tu che egli possa fare jf prieghi alle.
lusinghe a^ doni ? B. 3. Racconciò il farsetto a suo dosso. B»
3. // soldano comandò che fosse al sole legato ad impalo* B.
4^ Fanne una vivandetta la migliore e la più diletteifolc A
mangiare che tu sai. B. 5. Maravigliosa cosa è A vedere nel-
la sala dove mangiamo le tavole messe azza reale ^ e la
quantità di belli servidori al piacer di ciascuno. B. 6. La
contessa intende di farvi cavaliere alle sue spese. B.
7* j^LLA guisa pugliese non lo chiamava se non compar Pie^
tro. B. 8. TrovatfiL che V avremo , che altro avremo noi a
fare^ se non mettercela nella scarsella* B.
In tutti questi esempj manca la parola che esprime ten«
denzaja quale è solo neirintenzione di chi parla* Nel pri-
mo esempio si sottiotende contro ; nel secondo in modo
con facente i il quale aggettivo esprime tendenza dell* atto
della mente nello attribuire che ella fa una proprietà a una
cosa. Il terzo, avanti ad alsole^ comprende esposto^ agget--»
tÌTO che disegna tendenza d*un oggetto verso un altro; e così
legato^ del medesimo esempio, esprime tendenza d'una co->
sa a quella con cui s'accoppia. Molte volte la preposizionOi
a, seguente un aggettivo, tende a mostrare iu qual riguardo
an nome sia qualificato ; una cosa , per esempio, può esser
dilette\H)le a mangiare^ e non a {tederei marwigliosa a y^ede^
re, e non a sentire^ ecc., in tal caso la preposizione a dinota
io qual riguardo la cosa sia meravigliosa o dilettevole; la*
qQaf idea esprime tendenza della mente verso quella parola
che è il termine di tal riguardo* Il Bartoli e TAmenta vo-
gliono che queste espressioni sian passive, e vi s'intenda un
si. Se questo fosse, si potrebbe dire ancora vis^nda dilette-^
9ole a esser mangiata^ nuirauigliosa cosa a esser i^duta^ per
quello che abbiam dimostrato trattando del si passivo. Essi
hanno confuse queste espressioni con quelle formate con^;
cosa da ledersi; non è da curarsene; ma nel presente caso
èallra idea. Dicendo è una wanda dilettemie^ questo agget-
tivo non è tutto determinato. In qoal riguardo è ella dilet-
tevole? Rispetto al mangiare. Le espressioni alla reale^al*
la guisa pugliese^ del 5. 07. esempio, reintegrate, sono in
maniera simile alla reale maniera^ in guisa simile alla gai"
sa pugliese; e l'idea di similitudine mostra tendenza della
cosa comparata verso il soggetto della comparazione. Del pa-
ri si possono reintegrare le altre maniere della stessa natura,
come le seguenti a//'an^ica, alla francese^ alT inglese^ alla
ctxiese ecc» Nel quinto esempio si sottintende disposti in
seguito di servidori^ nel sesto ricorrendo dopo cavaliere ;
nelle quali due parole lotose chiaramente si scerne Tidea di
tondenza» L^espression^ ossero a fare deirS esempio signifi-
ca ai^r cosa che induce a fare. In questo esempio del Boc-
caccio, ben forniti jì denari e care gioie^ si sottintende rì-
spettoi la qual parola, dal latino respicere^ comprende la
medesima idea di riguardo esposta intorno alle parole di--
letteifole a mangiare del quarto esempio. Similmente dicen-
do A me com^iene questa sera essere a cena e ad albergo al*
troìfe^ le espressioni a cena e ad albergo disegnano la cosa
in riguardo ; dunque la piena costruzione è a me conriene
essere aliroife rispetto a cena e ad albergo.
I • As^va dato molto da ridere J" suoi con^mgni. B.
a. Comandò a uno de^ suoi famigliari che gli desse da manr
giare. B. 3. Dice\^a A tutti quelli che di loro la domanda^
i^ano che erano suoi figliuoli. B. 4* P^^ compiacere Ai loro
amici 9 due wlte almeno il mese si ritro^mmno in qualche
luogo ordinato da loro. B. 5. Non sapendo che doi^rdire
ella non rispondeim al figliuolo^ ma si staila. B.
Tutti quei verbi la cui azione è diretta ad alcuno, so-
no seguiti dalla preposizione a, la quale accenna la tenden-
za dell'azione, e la persona cui tende il termine di detta a-
zione. Anche in questo caso dunque la preposizione a espri-
me la medesima idea, e nei soprapposli esempj sta in virtù
de* verbi dare^ comandare^ (Ure^ compiacere^ e rispondere ;
perchè esprimono azione diretta ad una persona ^ la quale
abbiamo gii veduto essere il dativo. Il verbo domandare è
dello stesso numero, ma solo quando ha un oggetto; perciò
è nel 3. esempio la dimandavano^ mentre che avrebbe l'Au-
tore detto le dimandasHmo^ se avesse messo anche Toggetto
a33
qualche cosa; perchè si paò dire domandar imo di una co-
sa^ cioè intomo alla materia di una cosa^ e domandare una
cosa ad uno*
«
I» Quanto alla lingua io ho usato quelle parole cK io
ho sentito parlar tutto *l giorno A quelle persone che io ci
ho introdotte* G. 2. Loro increbbe di s^edergli torre i cap^
poni A coloro ohe tolto gli avevano il porco* B« 3. l^idi
tpieUo Orazio far di costui alle fangose genti. • • D. 4* Egli
w
allora staila iir rnèrcato occhio all insegna del mellone •
B. 5. Diceangli ( a Giugurta ) com^ egli era uomo di gran
if/rtò, e A Roma ogni cosa si ris^endea. Da S. G. 6. Che as^re*
ste voi detto f se m^as^este spedato A Bologna ? B. 7. «S2 come
AD Arli^ do\^e 7 Rodano stagna 1 sì come a Pola presso del
Quarnaro* • • D.
Siccome il porre pia tosto questa cde quella preposi-
zione dipende dalla qualità di movimento o direzione cìie
la mente di chi parla vuol comunicare a un corpo, dàirattd
in somma che vuol esprimere, così si trova che il medesimo
verbo può esser seguito ora da una preposizione e ora da
OD* altra ; come per esempio muos^rsi da casa^ muoversi a
pietà , nuwversi in cerchio^ eco* Per la stessa ragione s* è
fatto uso della preposizione a nei pirìmi tre esempj , dopo
parlar^ torre ^ e fare\ cioè ho sentito parlar dj veder torre a
coloro^ e vidi fare alle gentil quantunque in co tali espres-
sioni per lo piii si usi da; perchè, in quegli esempj, il dici-
tore non intende a dimostrare onde 'provenga T azione dt
quei verbi tanto, quanto ad esprimere la tendènza del senso
dell'udito nel primo esempio, e delPatto del vedere nel se*
condo e nel terzo. Due diverse preposizioni^ ia e a, dipen*
dono dal verbo 4tare del 4* esempio ; la prima disegna il
"7
a34
luogo €ÌrcoD8crItto; la seconda^ come anche Del 5 • esempio,
determiDa il punto al qual si vuol dirigere la mente di chi
ode. Similmente, negli ultimi due esempj; le preposizioni
dimostrano il punto a cui si volge Timmagiuazione o Tatto
del vedere. Dunque la preposizione a mai non esprime altro
che un^dea di tendquxai e la parola alla qual^ si applica è
termine di detta idea.
Chi parlava ad ira paresfa mosso. D.
Si dice esser mosso da ira o ad irai nel prima caso
Tira è considerata come Tagentet il motore donde vieoe la
apiuta; nel secondo come quella che trae a se TiracundOf
DELLA PREPOSIZIONE DjÌ*
!• Ritornò da Parigi a Firenze; B. 3. Essendo tor*
nato DA uccellare^ ed essendo stanco ^ / andò a dormire. B.
3. Da Parigi partitosi uerso Genoi^a se ne venne. B. 4» -tw*
dail" altro era lontano ben dieci miglia. B.
La preposizione da dinota moto d^allontanamentoodi
provenienza; e la parola alla quale si appone è il ponto on-
de tal movimento inizia o procede. Essa esprime movimeo*
to d*un corpo da un luogo, o deirazione dalf agente , e di
tutti gli atti della Olente che muovbno per simil verso; in
modo che qualunque volta vi sarà una proposizione passi*
va, cioè tu sei desiderato da tutti ^ dd noi si canta^ Tagentei
onde procede V azione i sarà accennato con la preposizione
da; e per conseguenza, i^empre che nel reintegrare una frase
ellittica si possa mostrare che vi sia sottinteso un participio
passato d*un verbo d'azione, o un verbo col si passivo, in
somma una costruzione passiva, sarà ciò una pruova deiruso
giusto della preposizione da. Dunque i tre primi esempj di*
segnan movimentp d'un corpo da un luogO{ nel secondo, si*
a35
milmente; che Tespressione da uccellare è metaforica^ es-
sendovi fatto cenno delPazione, in vece del luogo nel qua-
le si fa. Nel quarto esempio non è la preposizione ad usata
in virtù deiraggettivo lontano^ perciò che avrebbe!* Autore
potuto dire /' uno alValtro era lontano^ ma in virtù del ver-
bo andando o svenendo sottinteso.
I. Ha DA lui ciò ch^ella vuole. B, !2. Sono cose tutte
strane da ordinato e costumato uomo. B. 3. Oltremodo era
trasformato DA quello che esser soleva. B.4* Ciascuno com^
mendb la novella dalla reina contata. B. 5* Essi fanno ri-*
tratto da quello onde nati sono. B. 6. rispettava di dovere
essere con grandissima festa ricevuto da lei, B. 7. DAgra»
ve dolor vinto, cadde. B. 8. Rattemperatosi adunque da que*
sto, non si potè temperar da voler quello dello statuto Pra^
tese. B.
Ciascuno de* soprapposti esemp) contiene una parola
che esprime moyimento d'azione, o atto di provenienza, in
virtù del quale è adoperata la preposizione da. L! atto di
provenienza è evidente nella proposizione apere ima cof a da
uno. L'aggettivo strane del 2. esempio è metaforico; e co^
me deriva dal latino extraneus, cioè cosa che è fuori « che
s'allontana da un luogo , la preposizione da in questo caso
segna il luogo o vero la persona onde s*aIlontana la cosà quar
lificata dalla parola strano. Così l'aggettivo trasformato del
3. esempio significa mutamento da uno. stato air altro f e
quindi allontanamento da quello a quésto. Nel 4* esempio
la preposizione è apposta alPagente della proposizione pas-
siva, come anche nel 6. e 7. esempio, e vi sta in virtù di es-
sa, sì come s'è dimostrato* Nel 5« il vocabolo ritratto è quel-
lo che governa la preposizione, a cagione dell'atto di prove-
^36
mensa che esprime ritrarre^ cioè trarre una cosa da unal^
tram II termioe dell^idea espressa da temperarsi è in una co^
Sai Qis perchè chi si tempera in una cosa, si astiene, cioè si
tiene, si scosta, dal superfluo o dall' eccesso di quella, per
ciò si dice temperarsi f rattemperarsi^ da una cosa.
I • Questo nostro pane è accompagnato da tanti guai^
che sarebbe meglio guadagnarlo con la zappa. G. 2. Assai
bene accompagnata di donne e dC uomini^ venne davanti al
podestà. B«
Facendo uso della preposizione (ùi con accompagnare
ai fa cenno donde parte Tazione; usando di , ai qualifica la
compagnia*
i.Non è VA maravigliarsi. B. s. Egli è oggi dì da la--
vorare. B. 3. Non è da domandare. B. 4* Quivi, per aver
DA mangiare^ si riparavano. B. 5. Credendola acqua da be-
rCf tutta la bevve, h. 6« Par persona molto da bene e co^
starnato. B* 7* Io ho trovato uno da molto pia che voi non
siete. B.
Finora abbiamo veduto esser la preposizione da po-
sta davanti al luogo onde un corpo s*allontaaa,o alla persona
o alla cosa onde proviene Tazione o Tatto della mente; ma
non è cosi ne*sopra citati esempj, nei quali il verbo o il no-
me che segue la preposizione disegna la cosa proveniente, e
la persona o la cosa onde questa proviene rimane nella in-
tenzione di chi parla.
Dunque a sentire la forza di queste espressioni, biso-
gna supplire con parole il concetto che in se comprendono
cioè I . Non è cosa da (cui proceda il) maravigliarsi. 2. E-^
gli è oggi di da (il quale si permette il) lavorare. 3. Non è
cosa da (cui venga la necessità di) domandai^. 4* Quivi 9
per aver (cosa da la quale potessero trarre il) mangiare^ si
riparasHino. 5. Credendola acqua da (la quale si prende ii)
berej tutta la be\fue, 6. Par persona da (cui si fa) bene , e
costumato. £ così i*espressione dell* ultimo esempio, esser
da molto^ significa esser (uomo da il quale si può far) moltoi
dietro la quale espressione vanno tutte le altre simili uomo
dapoco% da niente^ da tanto, da ciò; uomo da pia o da me-^
7u> di un altro, ecc; la preposizione essendo apposta alla per-
sona onde proviene la poca o molta capacità. D*una di que*
sta forme s*è fatto un nome che patisce il plurale, come si
Tede io questo esempio del Davanzati : Dappochi slam noi
stati a tollerare tren£ anni e quaranta di soldo.
La filosofia stoica riuscì più da contemplarsi e paghe g*
giare in se stessa, che adoperarla per uso della vita. Bart«
Non si può sottintendere la preposizione da come fa
qui il Bartoli innanzi al verbo adoperare ; e quel pronome
/a che vien dopo è del tutto soverchio e senza appoggio.
I. Le cominciò ad insegnare un calendario buono Vjì
fanciulli. B. a. Io mi s^stirò da donna, e non sarò cono-*
scinto. F. 3. Questa risposta non è stata Djì pazzo. F« 4* El"
la lo nascose sotto una cesta da polli. B. 5. Comperate da
venti botti da olio% ed empiutele^ se ne tornò in Palermo*^.
6. Altro non rimase di lui che una damigella (i) già da
marito. B.
(i) I moderni chiamano una damigella ragazza o signorina^ le ^ali
^e parole non si possono in buona lingua usare» Tuna per non essere ita-
liana nel femminino, e Taltra per essere adoperata male a proposito; perché,
parlando d*una damigella, e nominandola per nome, egli è errore il dire, per
cMnpio, la àignorina Elisa^ non potendosi metterò un diminutÌTO col no-
ne della persona^ e se si fii uso del titolo signora per una fimeiuUa, man-
ca la graiìa. Io consiglierei dunipie che si adoperassero anche nel parlare
!i38
la tutti questi esempj la preposisione sta in virtà d^un
participio nel senso passivo sottintèso^ o d*un verbo accom-
pagnato dal si passivo; e ancora disegna la persona o la co-
sa dalla quale procede Fazione, come apparrà supplendo le
parole intese, cioè i • Un calendario buono (per li fanciulli^
e usato) da fanciulli. 2, Io mi vestirò {con panni usati) da
donna. 3. Questa risposta non è stata (tale quale si fa) da
pazzo. 4* Cesta da (la quale si contengono) polli. 5» Botti
da (le quali si può contener) olio. 6. Damigella già in età
da (la quale si richiede) marito. Di questa categoria sono
le espressioni carta da scrii^ere^ zucca da sale^ vin da fa--
miglia^ panni da sposa^ ecc. La differenza che passa tra le e«
spressioni zucca di sale^ botte di olioj cesta di polli , e le
precedenti, è che queste cose, per la preposizione di^ mo-*
strano contenere in effetto sale, olio , polli, e le altre dino-
tan solo la capacita. P^in da famiglia vuol dire i^ino che si
suol bere da la famiglia; e vin di famiglia dimostra cui ap-
partiene il vino.
I. Si confessò da ll arcivescovo di Ruem. B. a. Jve--
va nome Bernabò Lomellin da Genova. B. 3. Così visse e
morì Ser Ciapperello da Prato. B. 4- avrebbe voluto che
DA se stesso si fosse partito. B. 5. A7 menerò da lei. B. 6. Su-
bitamente uscirono da dodici fanti. B. 7. Sono passati da
otto dl.B.S. Per la fante gli mandò dicendo che ella non a-
veva mai avuto tempo da poter fare alcuna cosa. B. 9. lonon
ci fui mai se non da poco fa in qua. B. i o. Serrerai ben fu--
scio D^ via. B.
le parole contimiameiite usate dal Boccaccio, damigella e madamigella, U
qiuli egli, yedendo il difetto in cai erayamo, tobe dal francese, e fcee no-
stre 5 e si dicesse madamigella Elisai e conosco una damigella, una fam-
ciullat o una giovane da marito.
u3g
Qaando si dice confessarsi da uno si sottintende es^
sendo udito; o yerametitey traendo Tideadacon efateor la-'
tÌQO| che dimostra azione fatta in compagnia, il confessa-
re si attribuisce a colui che dice come a colui che ascolta;
onde la preposizione dinota pure onde muove Ta^ione. Nel
:i«e3. esempio* innanzi alla preposizione da^ si sottintende
venuto per patria (i). Nel 4- esempio 1* espressione da se
stesso comprende per impulso pro\^eniente da se stesso. Una
simile idea è sottintesa nelle espressioni tu la portasti da te
a te\ che di tu così da te? ne è cagione da se a se; e però
cbe in questo caso V agente opera sopra di se, nelle paivo^
leda se a se il primo se dinota il punto onde proviene Tim-
pulsoi il secondo , quello a cui tende. La preposizione da
nel 5. esempio è prefissa al pronome lei per questa ragion-
ile; cioè, la persona che rappresenta questo pronome è con-*
siderata qual centro dal quale muovono tutti i punti delcer-
chiante spaziotcome i raggi muovono dalla testa di una ruo*-
ta, quasi si dicesse t'i menerò in luogo mo\^ente da lei» Per
la medesima ragione si usa la preposizione da nei casi se-«
gaenti: Fosti tu dalla loggia de Cavicciuli ? Che disse co^
lei da San Francesco? e similmente, i^ i/a lui; verrò da s^oi\
venite da me* Non accade cbe di nuovo ricordi che, quan«
do supplisco le parole che dico esser sottintese in queste e-»
spressioni, voglio dire che tale suppongo fosse T intenzione
in origine di chi le creò, che tale ancora è Ttdea compresa
nelle parole; ma che ora si reggono da se hiedesime per sem-
plice uso. Allora che non si vuol esprimere un numero de-
(i) Piaeemi che vi sia ancora, o si sia rimessa in nso <pitsU beUa ma*
Olerà \ che io conosco in Napoli un direttore di uno eccellente insUtato di
seienxe. lettere, é beUa arti, che si chiama Laisi Priore da AqnìU*
a4o
(ermioatOi ma approssimalivoi si dice uscirono da dodici a
tredici fanti ; sono passati da otto a noQe dì; ella incontro^
gli da tre a quattro gradi discese; perciò che l'incertezsa es-
sendo circa a uà numero più o meno ^ si circonscrive quella
col segnare con la preposizione da il numero onde comincia,
e con la preposieione a quello a cui tende e termina, espri-
mendo cosi un movimento di provenienza e uno di tenden-
za. In questo caso gli esempj 6* e 7. mostrano che Tidea di
tendenza si può sottintendere; anzi è piò in uso il dire usci-'
reno da dodici fanti; sono passati da otto dì; ella incontragli
da tre gradi discese. Nel quinto esempio si potrebbe pur di-
re i/i/70^ery^e, qualificando in questo modo il nome tempo
che precede. Eccone un esempio: Pan^ allora tempo a Te*
daldo di palesarsi. B. £ anche la preposizione a si può
adoperare in questo caso: Se io ti wlessi rispondere alle r/-
me 9 e* ci sarebbe da dire troppe cose; ma un dì ci sarà tempo
a ricordartele. F«, dinotando così la tendenza del tempo
air azione di ricordare ; laddove, usando </a, si fa il tem-
po r agente dal quale proviene la possibilità di fare. Ma,
avendo io fra i Romani molte volte sentito usare tortamente
questo da in costruzioni in apparenza simili a questa, per
esempio ebbi il piacere da s^ederla^ in luogo di di y^ederla^ si
noti che si può adoperare la preposizione da solo quando si
possa provare che vi siaTidea di provenienza. A beu inten-
dere il senso del nono esempio si vuol prima produrre Ti-
dea compresa nella parola poco fa^ che è// tempo passato
dal momento che io ci fui insino ad ora fa poco tempo. Dun-
que la proposizione intera è io non ci fui mai se non comin'^
dando da poco fa e ^eneruioin tjuà. Poscia che si dice comin^
dare da e cominciare a, si distingue che, per la preposizio-
a4i
ne da^ si segna il punto onde proviene il principio, e, per
la preposizione a si accenna quello a cui tende Tazione. L*a-
nalisi del i o esempio è serrerai ben t uscio da ( il quale si
m in ) wtf , o /' uscio (proì^eniente ) da sfia.
I • E in tal modo il suocero si stenta In questa fossa^
e gli altri dal concilio , che fu per li Giudei mala sementa.
D, 2. Dimostrami e dichiara^ se ^uoi cK T porti su di te no*
ifelkif chi è colui dalla veduta amara* D.
II concetto contenuto nelle ellittiche espressioni gli al"
tri dal concilio , colui dalla veduta amara , è gli altri che
traggono loro infamia dal concilio^ colui che trae sua deno*
minazione dalla veduta amara* Sono costruzioni usate in
poesia e giova analizzarle per V intendimento de* poeti.
I • Degno cibo da voi il reputai, B. a. Dioneo^ questa
è questione da te* B. 3. Non le rispondo da medico^ ma ben-»
ù DA suo buon amico* Bedi.
Analisi. // reputai cibo degno ( di voij e che per cih
fosse preso ) da voi^ Dioneo « questa è questione ( che deve
esser sciolta ) da te; Non le riandò ( in modo usato ) da
medico^ ma bensì ( in modo usato ) da un suo buon amico.
DELLA PREPOSIZIONE PER
I • Trarrotti di qui per luogo eterno. D. a. Discende
terta^ passando per li cerchi senza scorta^ tal che per lui
ne fiala terra aperta. D. 3« I^u io sol colà dove sofferto fii
PER ciascun di torre via Fiorenza^ colui che la difesi a vi'-
so aperto» D. 4* Pensò di volere ingentilir per moglie. B.
5. Che quello imperador che lassù regna^. non vuol che in
sua città PER me si vegna. D. 6. Qualunque cosa è per se
da biasimare è pia laida che quella che è per accidente. B»
L* officio della preposizione /ler è di esprimere movi-
^4^
mento di passaggio; e, con ciò sia che, in senso metaforico, tV
gente, la persona o la cosa per mezzo della quale si opera, e
la persona o la cosa per cagioo della quale si fa o di dice
qualche cosa , si possa considerare qual passaggio delF a-
zione, del mezzo, o della causa, Toggetto di passaggio pre-*
ceduto dalla preposizione per, in detlo senso metaforico, si
può presentare sotto tre aspetti. La preposizione per ora
disegna la persona agente qual passaggio immediato dellV
zione, come nelle i^woie per lui ne fia la terra aperta^ e
offerto fu per ciascuno del 2« e 3. esempio; nel qual caso sta
in luogo della preposizione dia, ed è più usata in poesia che
in prosa; ora si appone alla persona o airoggetto considera-
to qual mezzo per via di che si fa o si ottiene qualche co-
sa, come nel quarto e quinto esempio; ne* quali le parole
per moglie e perme signi6caiio per mezzo della moglie e per
mezzo mio; e ora si mette davanti alla persona o alla cosa
che è la cagione di quel che si fa, quasi fosse il passaggio
della cagione; come nell'nltimo esempio, ove le parole y^er
se e per accidente comprendono per cagion sua e perca"
gion dello accidente; e in questo ultimo caso è la prepo-
sizione per più usata che negli altri due. Dico che nelle e-
spressioni per lui ne fia la terra aperta e sofferto fu per cia-
scun degli esempi a. e 3. per sta in vece della preposizio-
ne da; il che si trova spesso usato, perchè il far della per«
sona agente il passaggio dell'azione, o il punto dal quale
Tazion procede, viene a produrre lo stesso eflfetto.
I • PsR me si i^a nella città dolente. D. a. Se tu noi fai,
Tton maver mai né per parente ne per amico. B. 3. La mot"
Una PER tempissimo lesHxtasi^fece domandare il marito che
vole\Hi si facesse da desinare* B. 4« Guardate^ che. per co-
^43
sa che voi vediate^ 90i non diciate una parola sola, B. 5. £*/-
la non cipuò^ per potere che ella ahbia^ nuocere •'E. 6. Con
un cai^aliere d un conte paesano per fante si mise. B.
fj. Mandò per lui. B. 8. Per virtù e per meriti il valey^a^
B. 9* Io son y^nuta a ristorarti dei danni li ifuali tu hai a-
snUi per me. B*
Le parole /7^r me si s^a ecc., sono della scritta posta da
Dante al sooinio della porta delf inferno, nel qual caso il
poeta fa parlare la porta, che dice passando per me ecc. Il
passaggio è dunque qui accennalo nel senso fisico* Nei tre
casi in cui la preposizione per è usata in senso astratto ab-
biam veduto essere quello di esprimere passaggio di cagio*
ne, dove la preposizione si appone a quella cosa che muo-
ve Tatto della ménte o Fazione. Delle espressioni del a, e-
sempio ecco Tidea: nella proposizione a\^ere uno perparen^
te e per amico il verbo avere è in senso astrattp, e signifi-*
ca avere uno nella mente passante per concetto di paren^^
te ed* amico; e perciò che chi passa/^er un luogo è anche in
quello, la precedente analisi si può ridurre a questa, avere
nella mente uno nel concetto di parente e di amico. L*av-
verbio superlativo per tempissimo viene da per tempo ; e
questa espressione porta la preposizione /ler , a dinotare il
passaggio del tempo il quale si misura per un corpo che pas-
sa da un luogo all'altro; e sempre va; e poiché per tempo
significa tempo presto e non tardo, la vocepresto è intesa.
Le preposizioni del quarto e del quinto esempio notan pas-
saggio di cagione e di mezzo: cioè Guardatevi che voi non
diciate una parola sola^ quando la cagion passasse per co^
sa che vediate^ Ella non ci può nuocere^ quando il mezzo
di nuocere passi per potere che ella abbia * In tutti gli al-
244
Ili esempj Tldea di passaggro della cagione è più fieinplice
e più evidente, ed è la cagione passando per esser fante ,
per aa^er lui, per sdirla e per meriti^ e per me.
Rispetto poi all^espressione del quarto e del quinto e-
aempio si vuole avvertire che, quando la preposizione sia
posta non ad un nome, ma a un aggettivo, si richiede io
questo caso mettere la voce quanto tra la preposizione e T
aggettivo; onde, i due seguenti esempj del Bartoli sono di-
fettosi: Per (Talto intendimento che un uomo sia^ Per alte
che siano le speculazioni e sublimi i pensieri^ e sanno dì
francese. Io Tesprimerei così. Per quanto un uomo sia dal*
io intendimento^ Per quanto siano alte le speculazioni e
sublimi i pensieri.
I • Essendo stato pessimo uomo in vita^ in morte è re*
potato PEK santo. B. 2. Sì di quel d Arriguccio medesimo
la sos^enne^ chi ella si chiamò pe^ contenta. B« 3* A quel-
la guisa che far {reggiamo a coloro che per affogar sono. B«
4* Epur^ con tutto ciò, io sto per dirvelo. Gecchi. 5. Fat-
tesi uenire per ciascuno due paia di rohe^ disset prendete
queste. B* 6. A ciascuno per un giorno s'attribuisca il pe*
so e f onore. B. 7. E quivi per pia dì dimorando^ si mostrò
forte della persona disagiato, B.
Furono alcuni che, mostrandomisi soddisfatti del me-
todo da me tenuto nel trattare la grammatica, avrebber non
ostante voluto che io avessi omesse queste analisi delle idee
espresse per le preposizioni, e massime quelle della prepo*
sizione/ier. Forse avrebbero amato meglio che io dicessi «
delle prime due frasi per esempio , che <V/ la preposizione
per è aggiunta quasi a maniera di r^ieno 9 come dice il
Gorticelli; il che più piace alla turba de^ lettori, perchè que-
a45
sto modo di sciogliere le difficoltà toglie briga a chi legge
di dovere stare con la mente raccolta e intensa a poter tra-
passare entro quando il velo è sottile, essendo cosi difficile
il vincere quella naturai pigrizia e indolenza che addormen-
ta gli ingegni; ma io non posso rinegarp la verità che chia-«
ra si porge al mio intelletto, per piacere alla moltitudine, e
ancora affermo che una preposizione, in qualunque caso si
trnovi adoperata, sempre contiene la prima idea originale
ad esprimer la quale fu institoita*
Ricapitolando il già esposto, dico dunque che alla pre*
posizione/>er fu assegnato in origine V ufficio di esprimere
passaggio d*un corpo per un luogo, per esempio,
Quando s'accorser eh* io non da^a loco
Per lo mio corpo al trapassar de raggia D.
Da questa idea d'un corpo per un luogo ^ si venne ad
esprimere passaggio d'una cosa per Taltra, d* un' idea per
Taltra, d^uoo atto per l'altro, ma sempre passaggio. Nella
seguente proposizione,
Essi sono PER madre discesi di paltoniere. B*
Il pronome essi tien luogo di corpo passante, e madre
del luogo per cui si passa • La stessa id ea vedremo esser
contenuta in tutti i sopra accennati esempj.
Nel primo esempio l'idea passante è riptsiazioné ^ e
quello che tiene la vece di luogo è stata di santo j perciò che
quella idea bisogna che passi per questa per esser concepita*
Nel 2. ridea Ai chiamarsi per contento viene da chia^
mar uno per nome^ dove la uoce è la cosa passante, e nome
è il luogo per cui passa la voce; che in fatti l'atto di chia^
mare è un passaggio della voce per le parole o delle paro^
le per la voce. • «
946
L^ idiotismo del terso esempio eswr per affogare si-
gnifica esser passante per V atto di affogare* Dunijne chi
passa è rindividuo» e il luogo è VaUo di affogare*
li 4* esprime la stessa idea, cioè io sto passante per
fatto didin^elo ; il qual modo è un dire metaforico in cui
un atto si anticipa, in luogo di io sono air atto di dirvelo*
11 quiùto esempio accenna distribuzione; e però che,
neir atto di distribuire, passa in un certo modo la cosa di-
stribuita per ciascuno individuo, quindi Tidea di passaggio;
nella quale la cosa passante è la cosa distribuita, e il luogo,
l'individuo.
Parlando del tempo , il qoal si misura ad imitazione
dello spazio, si fa uso dellMdea di passaggio, dicendosi il
tempo passa. Misurando lo spazio si passa per lo spazio me-
desimo; così) misurando il tempo, si p^ssa per quello; quin-
di r espressioni per un giorno^ per pia dìf degli ultimi due
esempj; nei quali la cosa passante è il tempo; lo spazio , il
giorno e idi.
E sempre poi per da molto Febbe e per amico. B.
Ahbiam già veduto qual sia Tidea contenuta nella e-
spressione Wer da molto; e che uomo, v*è sottinteso» Dicen-
do as^er uno per da molto^per amico eco; si esprime uo*o«
pioione che passa per la nostra mente; quindi Tidea di pas*
saggio espressa per la preposizione per\ ma, pure, il senso
letterale non è questo. In luogo di a^^re opinione d" uomo
da molto e et amico^ rispetto ad alcuno , passante per la
mente ^ le parole esprimono as^e nella opinione alcuno
passante per lo stato </* uonu) da molto e df amico ^ come già
esposi a carte a/^Z sopra il secondo esempio; questa ho per
fermo essere la vera idea espressa per le parole*
347
Egli è questo reo uomo^ il quòte mi toma ebbro la se^
ra a casa^ o s*addortnenta per le taverne. B*
II luogo in cui unos*addoraientasi suole accennare con
la preposizione in\ ma in queato caso, col far uso di per f
il dicitore esprime il passaggio dell* atto della mente per
le diverse taverne frequentate dal taverniere, per le quali
la conduce.
Il Davaneati in Tacito, dopo ayer detto di Grispo Sa«
lustio eh* era uomo' di gran negozii, soggiunge: E per fare
t addormentato e il freddo^ di cotanto più viw. Questo />er
fare qui ha il senso di con tutto che facesse^ ed è leggiadro
modo toscano. L'analisi del concetto Spassando la sua pi-
¥acitàper la sinuilazione di fare ecc.
Considerate daper 90i^ se ^i cqnduces^ate M« che ne
seguia. F.
G>me abbiam già dimostrato , V idea intesa nella e«*
spressione considerate da voi è: la conjsiderazione muova da
voi. Ora, aggiungendovi anche /i&r, vi sidk maggior forza,
a cagione deli* altra idea che questa preposizione accenna;
cioè e passi per voi solo. Ma vediamo oramai, con uno e-
sempio, a che conduce questo nostro si sottil ragionare del^
Tufficio che fanno le preposizioni.
Un giovane studiante mio scolare avendomi scritto in
ona lettera queste parole : Molte cose nC erano cadute in
mente per dare a voi una testimonianza della mia amicizia^
io gli dissi ehe in questa sua proposizione io avrei detto più
tosto di dare cheper dare. Al che egli non rimanendo pa-
go, mi fece intendere che a sciente egli aveva fatto uso di per
a dinotar cagione. Scorsi io allora la sua vera intenzione ^ e
aggiunsi che in tal caso si voleva esprimere nella prima
a48
parte ud* azione della teente che movesse da questa cagio-
nCf e Don uno stato di quella; e che s* ha a dire ?
Moke cose m' erm cadute' in mente t
i^ènute aila mente^ o
occorse alla ménte ,
dare a voi una testimomanza della mia amicizia ;
o pure
Molte cose io nCas>eà ruminaiò per la mente^
cercato cori la mente ^ o \ per
in niente studiate^
dare a %H)i una testimonianza della mia amicizia^
O tu die sludiiy i^uzea ben' qui ToÉdiio dello Intel-*
letto. Dicemmo a carte a4a che il terzo caso, e il più usa-
to della preposiziohe /ler I è quando si mette daranti alla
persona o alla cosa che è la cagione di quel che si- fa; ora, il
cadere f il svenire , o V occorrere^ alla mente, non sono atti
spontanei che mossi possano èssere da cagione a farsi • Il
desiderio di dare altrui testimonianza d* amicizia può ben
far cadere^ venire^ occorrere^ alla mente, purché si esprima
la voce desiderio ; ma uno da se non può operare queste
cose; alle azioni espresse per cercare^ ruminare^ studiare^
si bene può T uomo comandare. Dalla natura dunque del
verbo che precede dipende la preposizione; enei primo caso
altra non vi cape che la qualificante ; cioè che le cose ca-
dute in mente erano tutte aggirantesi intorno alPoggetto di
dare testimonianza* Ma, nel secondo, a cagione di que* tre
participj che esprimono azione spontanea, Tidea è bene e-
spressa con la preposizione /ler» Dove si può notare ancora
che in quello i tre participi sono accompagnati col verbo
essere , che dinota semplice stato della mente, e in questo
^49
eoa À^eiVi che àUega^i azione ; non a caso, conoie si troverà
largamente ragionato nel capitolo a ciò assegnato. Se poi la
Yooe desiderio è espressa , la preposizione per sta bene an«
che nel prioao caso : Molte cose rneran cadute in mente per
lo desiderio eh* Oifepa di dare ecc. Vero è che in certi casi
V idea di passaggio della cagione per la <}iìale un*azione à
costretta in noif assai differente da quella per cui si fa spon*
taaea, si espriaie pare con la preposizione pen come nelle
segaenti locuzioni : JBrunOf per non poter tener le risa^ j V
rafugfpto. B« Tiberio quei giorni passò al solito^ per gran*
dezza ^WEi/iTto, oper sapere tanti firumondi non ci essere^
Dav. Già era dritta insula fiamma e queta^ per non dir pia.
D. Dicendo, fuggo per non tener le risa^ il fuggire ò in me
spontaneo; in fuggo per non poter tener le risa^ egl \ è costret-
to.lQ^mi taccio per non dir troppo^ lo stato di silenzio è spon-
taneo; in, nU taccio per non aver pia che dire^ il silenzio
è costretto. Domanda per sapere quel che è av^nuto^ Tat-
to del domandare è spontaneo ; Non si sgomenta per sa^
pere che non v'è da temere ; la seosazion negativa è mos-
sa non da yolontà| ma dalla conoscenza del non esservi da
temere.
Diramio ancora, veduta la difficoltà che porta seco la
soluzione di questo problema, che lo sciocco Uso è il gran
maestro delle lingue, e che il Caso volle sì dicesse di^oper^
0 tf, e noa la ragione? Poi eh' io ebbi finito questa argo-
mentazione, e che m^applaudiva fra me stesso della trovata
verità, io capitai in casa di un letterato, purista e filosofo, il
qaale mi affermava pur che cosi è; col Corticelli alla mano
mostrando che di ora è dativo, ora genitivo, ora ablativo 1
Io dovea dunque dire al mio studioso che ponesse il geni-
i8
2Ò0
tivo e non Taccasativo; e però che sarebbe rimasto stupido
per non intender quel che mi volessi significare^ mi bisogna-
va aggiungere, ponete di in luogo di per; che cosi coman-
da il capriccioso Uso, supremo maestro di color che non san*
no; ed egli parimente con V autorità del Corticelli, il qua-
le ogni sua logica trae da questo precettore, m^avria potato
mostrare che se di può esser segno delfaccusativo, e far le
veci di per^ Y. Introd. p. IX, il medesimo per deve anche
poter esser segno del genitivo , e far le veci di di. Quindi
puoi vedere, tu che in grammatica logicamente scriver pre-
sumi, se anche fra* veri dotti tu truovi chi non vuol ricono-
soere, le tue fatiche esser da più di quelle di un copista, che
tal fu il Corticelii, quanto scarso dee essere il guiderdone
che te ne puoi aspettare dagli altri, quando non ti contenti
degli applausi del tuo proprio cuore. Ma vedremo nel se-
guito di questo capitolo quanto rilievi Tanalizzare i concetti
espressi per le preposizioni.
1>£LLA PJiEPOSlZlOtlE IN
I. Dimmi ohi tuse^ che iir sì dolente luogo sé* messa.
D. n. Senza alcuno indugio^ discretissime persone mandò e
a Genova e in Sicilia. B« 3. Se ne andò in corte di Roma. B*
4« Andreuccio^ {leggendosi solo rimasOf subitamente si spo^
gliò IN farsetto. B.S.Iq credo oh'' egli non siq, in buon sen*
no. B. 6. Se di là si ama^ in perpetuo ti amerò. B. 7. Per
compiacere ai loro amici j due scolte almeno il mese si ritro^
9a\^ano in alcun luogo ordinato da loro. B. 8. Egli era nel
campo de" cristiani il 01 ohe furono presi dal Saladino. B.
La pf eposizione in è segno che si premette al luogo
in cui si sta; quindi esprime Tidea di stato, come mostran
le parole m sì dolente luogo del primo esempio. Si dice cor-
rere^ andare in luogo ^ perchè dove si corre e sì va si sta
ancora, cioà si sta correndo e andando* Si dice anche man'*
dare in un luogoi e quantunque uno sia in Italia, i^o inFran^
da , in Germania ecc; perchè in tali espressioni non è de-
terminato il luogo, supplendo il quale si vedrà che in Fran^
eia e in Germania dinoteranno stato in luogo» Aggiungen-
do dunque, per un supposto, à Palermo nel secondo esem-
pio, e al papa nel terzo, quali luoghi determinati, si scor-
ge che in Sicilia e in corte di Homa segnano il luogo in
cui stanno i luoghi determinati* NuUadimeno determinan-
do il luogo, basta far cenno di questo con la preposizione
a, come nel seguente esempio, Partitami da casa mia^ al
papa andas^a che mi maritasse. E medesimamente nelP e-
spressione mandò a Genos^a.
Dairidea di stato in luogo, la preposizione in passa ,
per analogia, ad esprimere lo stato del tempo, del modo fi-
sico e morale in cui si truova una persona o oiia cosa. Per
esempio, essendo graQde somiglianza fra il luogo in cui sta
un corpo , e le vesti che gli uomini si pongono indosso , le
quali si possono in un qerto modo considerare come il luo--
go ove sta posto il lor corpo, perciò si è introdotto Toso di
dire essere in farsetto , in toga^ in camicia. Nel quinto e~
sempio Tespressione in buon senno significa lo stato mora^
le in cui è la persona, perciò che le affezioni, le sensazioni,
e le passioni deìV animo, sono, rispetto al medesimo, come
le vesti rispetto al corpo; quindi essere in giubilo f in affli"
mne^ in co//era. Similmente, il sesto esempio accenna sta-
to di tempo; che V esistenza delle cose può essere determi-
nata tanto per rispetto al tempo, quanto in riguardo al luo*
go; quindi il dire in un mese^ in un annOn in perpetuo.
2$ 2
I dae ultimi esempj mostrano che la preposizione si
omette quando uno de* seguenti nomi, ifi, ora^ seUinuma^
mese^ annOf è preceduto dalf articolo»
I • S* abbattè in alcuni li guati parewmo mercatanti^ ed
erano masnadieri. B* a. Orribilmente cominciò i suoi do^
lorosi effetti f . ed iJf miracolosa maniera^ a dimostrare. B.
3« Molto meglio sarebbe dar con essa iJf capo a Nicostra-
to. B. 4- Noi abbiamo durato fatica in far questo. B. 5 • Jlfo/*
fi't NEL cercare d^ a^er più pane che bisogno non era loro^
perirono acerbi. B«
L* espressione abbattersi in alcuno significa Ietterai-*
mente battere se contro al corpo posto in alcuno% come si
direbbe battere se contro a un corpo posto in un luogo; ed
è un idiotismo significante incontrare. Le voci modo e ma-
niera ricevono la preposizione in perchè stanno a guisa di
luogo nel quale sono le cose* Si può dire ilare al capOf da-
re in capo^ e dare per lo capo; la prima maniera dimostra
a qual luogo del corpo tende il colpo, la seconda in che
luogo cade il colpo, e la tersa accenna più colpi, e però gui«
da rocchio a passare per le diverse parti del capo. DalPuso
di dire fare un azione in un luogo^ in un certo spazio di
tempo^ Siam passati a questo, fare un" azione in un altra ,
perchà Tasione si fa in un certo spaaio di tempo; il che si
esprìme per li due ultimi esempj nelle parole in far questo
e nel cercare.
S accese in tanto desiderio di dosarla vedere^ che ad
altro non potesHi tenere il suo pensierosi.
L^idea astratta accendersi in desiderio più s*avyicina
alla concreta che accendersi ili desiderìo^ perciò che una
cosa, per accendersi, prende fuoco io un* altra j daoqae ,
a53
ijuando si dice accendersi d'amore^ di desiderio^ éC ira^ si
sottintende nel fuoco; oppure accennando, come si vede nel
seguente esempio, la causa per Teffetto, si qualifica il fuo--
co,o vero Taccensionei cioè l^idea compresa nel verbo accen^
dersi. Ella andini pia wlie ambasciate periate alla fanciul'^
lai e ^^^^i DEL suo amore V opes^a accesa. B. Ma si trova
anche osato con la preposizione aiAirultimo il popolo nU^
mito era sì acceso At^ amore di Mario^ che ecc. Da & C;
e in qnest^esempio TAulore fa uso della preposizione a per
esprimere maggiormente la forza con la quale la virtà di
Mario traeva a se il popolo, e la tendenza di questo a lui, ì^
dea simile a quella già citata di Dante: Chiparlawi ad ira
paresi mosso* Onde si vede quanto Tuso delie preposizioni
sia dipendente dalFatto che il dicitore vuol comunicare al<*
le parole.
BEILA PRBPOSlZIOIfE COJT
t
I. Non porm si* eran^ma stecchi coir tosco. D* a. Usua
nato è co* f^iV/ ancor congiunto* D. 3. Coir lei dimorawino
due suoi fratelli. B* 4* Egli è andato a desinare coir un SM
amico.B. 5. Chiron prese uno strale^ e^ coir la coooa^ feóe
la barba indietro alle mascelle. D. 6. Coz biasimai^ i fal^
li altrui^ gli paride dos^r fare pia libera via a* suoi^B.
La preposizione con dinota giunzione di duetorpi in*
sieme ; onde esprime compagnia , come si vede dai primi
quattro esempj. La medesima idea si applica, per anak>*
già , air agente e allo strumento che lo aiuta ad <^erare ^
come due corpi che, giunti insieme, tendono ad eseguire la
medesiran cosa^ il ohe mostran le parole Chiron con la coo^
ca. E perchè un* azione può servire di strumento a farne
un* altra, apponiamo la preposizione con al verbo che esprit'
a54
me qaella azione che serve di strumento air altra , come
fanno le parole col biasimare i falli rispetto a quelle che
seguono far pia libera s^ia.
Lasciando ora da una parte ogni altra idea accessoria,
è ristringendo le tre preposizioni in^ con^ eper^ a quella so-
la idea che esse dinotano rispetto «al verbo d' azione che le
precede, io dico che in accenna il modo, con il mezzo o Io
strumento, per^ la via delle varie azioni; e quindi che Tuso
della preposizione in tal caso dipende assolutamente dal ver-
bo cbé esprime T azione o Tatto; della qoal cosa già dem--
monna prova in quella' sposizio ne a pag.348.Nel trattar del
pronome ónde due di queste idee le abbiamo esclùse da o-
gni partecipazione con esso, cioè il modo^ e ìX mezzo o stru-
mento^ e per quella che qui si ragionerà, più chiara appar*
rà la ragione per cui onde non le comprenda* Tutti quei
verbi che patir possono dopo di se la jM^eposizione di in
modo ellitticovcome si è esposto a.carte :2a6., quelli potran-
na* anche |>atilr om/e avanti; perchè, come dicemmo, que-
sta voce comprende Tidea di che^ per via di che. Dicemmo
che corrompere ed, estinguere^ usati dal Perticari, non sof-
fìronó questo di ellittico; non potendosi dire corron^ere le
voci di ifuatiro thodi^ estinguere ogni lode di quelle usan'
ze\ ma che si debbo dire: corrompere le voci in quattro mo-
di; estinte re ogni lode con quelle usanze* Per lo contra-
ilo!, tutti gli altri verbi deV'buoni esempj quivi prodotti, pa-
tiscono il dk' ellittico:. Soddisfare di wut CQsa; aver di che ;
nutrirsi di sospiri; il Tevere ingrossa di questo e di ifuel
fiume. Sì che il Vero 'modo di trovare ^e ónde sia bene a-
doperato in un caso dubbÌQ,è quello di prendere il verbo che
loi^egue,>e vedere se porta il di ellittico cdn V idea che Io
4'
355
precede; perchè, in un aitila espressione del Perticar! che ivi
accennammo^ cioè per dis^rso modo da quello onde Omero
la usòj il verbo usare non soffre di con V idea che ivi pre-
cede onde; cioè usare di questo inodo a di queWaltro\ se ben
sì dica usar di digiunare^ usar di fare una cosa; perchè non
T*è èllissit come in tutti i testi a^piè della pag. 336, Così in
un altro esempio del Perticar! die ci occorrerà doyer citaje
altrove egli dice; iSe dalVun 6(mto è a (da) condannarsi il
sacrilegio onde il Ruscelli^ il Sahiati^ ed altri posero ma^
no né" classici* S* in verta la costruzione,, e dicasi. // A^
scellif. il Saluiati^ ed altri posero mano ne classici di un tò-
crilegio ; è. non potrà reggere ; bisognerà dire , posero mar*'
no con un sacrilegio; perchè, in tutte le propo9Ì2Ìppi i due
membri delle quali son giunti con questo vocabolo onde ,
^li dipende dal vfcrbo che lo siegue; e poiché da quello di-*
pende, il suo equivalente di che deve poter reggere anche
dopo quello ; e se noi fa, quel vocabolo è male .adoperato^
è evidente errare. Con ragione adunque dis3* io che: la ^ag*
gior p^-te degli onde della Proposta sono spucii; perciò qhe
oltre a quello cl>e è usato, come i predetti, per lo prono-*
me, V* è r altro posto davaqti a tin infinito in luogo di per;
e questo non è bisogno che si combattei per pacciarlo del qam-
pò della lingua , essendo impostile: il 4efi.n|r.e ^;tquale spe-
cie diparol^egU apparteaga; poi non è nè.pronQpe,nè con-
gianzione, né nulla; e finalmente .vedre^m^ che v*è anche o/i-
ite per affln che^ congiunzione, il quale dai tre sommi non
èapprovato.
Ma onde venne il Perticar! a confondere. cosi ogni co-
.sa ? Dal poco o.falso sentire la forza delle preposizioni, mol-
te delle quali egli usa a sproposito ; però che nell* ultimo
\
esempio quivi di Ini allegato , due preposisioni famio oa
ufficio che loro non appartiene. L* esempio è questo : Che
se Dante fòsse stato grece^ non wrébbe usata la lingua co^
mane per diverso modo da quello onde Omero la <aò; e se
Omero fosse stato italiano^ fas^rebhe certamente potuta w-
sa re nel solo modo con cui fa usò Dante. Io dico dun-
que die le espressioni per dii^erso modo e nel modo con cui
sono erronee; che non si può dire usare una lingua per un
modo o con un modo^ ma bene in un modo. Usare non po&
essere seguito se non se da m, quando 6*accenni modo, ma'*
niera; è di rado il nome fnodo si trova, anche con altro ver-
bo, adoperato più tosto con altra preposizione che in.
Di tutti coloro cui mostrai queste da me tenute erro-
nee locuzioni, dii condannò usare per modo^ chi usare con
modo% e qhi Vuno e V altro come fo io* Sarà duiiqoe lecito
ftd ognuno far uso delle preposizioni a suo senno , e scon«
volger^ per' questa aianiera, e confondere della lingua ogni
idea , fincliè piò non ci possiamo intendere? DalP idea di
Stato in luogo dicemmo che la preposizione in passa per a-
naiogia ad esprimere lo stato del tempo e il modo delle a*
zioni; e il àìve usare una lingua per modo o con modo^ è a
mio parere come dire ciò awenne con quelfanno e per quel
<i?*Ma vediamo se, trai testi che mi sono occorsi esprimenti
moib o maniera con altra preposizione che m, ve n* è alcu-
no che giustifichi la censurata frase.
1 • La donna^ per modo di diporto, se n andò alla pic^
cola casa di Federigo. B, a. Non la lasciar pjsr modo che
ìe bestie e gli uccelli la disperino. B. 3. E tutte queste &e-
nignità PER MODI non benigni^ ma spilloni e sp{wentosi, ri"
tenne. Dav. 4* ^^^ mi patirebbe per niuna MJmERA dii^e^
éeriiù di sentìrH ira temoni a ninna. B. S.BsesH>iyi po^
tele PBM tdcun modo disciogliere dà questa promessa ecc. B.
Per quel che dimostrano questi esempj f usare con mo'
do è del tatto escluso; ma par bene che usare per modo o
wèaniera st possa giustificare; polche si dice, lasciar per mo-*
do^ patir per maniera^ ritener per modi. Egli è vero che si
dice egualmente non io lasciar in modo^ noi nU patirebbe in
niuna maniera; e se wi i^i potete in alcun modo disfcioglierei
ma basterebbe che nella criticata citaaione si potesse tro-
vare una idea chfs dinotasse passaggio i conte mostrerò es-
sere in queste. La donna cui vien tolta Tinfante figliuola per
essere esposta in un bosco dice non la lasciar per modo a
dinotar 1* idea di passaggio per cui erra la sua immagina-
no ne; cioè non la lasciar per luoghi e per sentieri frequen^
tati dalle fiere; laddove se diceva in modo^ fievolissimo era
questo concetto in paragon delPaltro; che saria come dire
pia tosto coperto ehe scoperto, ansi celato che esposto. Di-
ce noi mi patirebbe per niutia maniera^ a significare che per
nessun vcfrso potrebbe entrare in quella persona il senti-
mento d^inditferenza. E nella espressione se uoi 9i potete
per alcun modo disciogliere ^ la preposizione ^er è intesa ad
esprìnoere il modo qual via onde pervenire a disciogliersi
della promessa* Nd primo e nel terzo esempio a modo e
moi£ si può sostituire )^ia e \ne\ quindi Tideadi passaggio.
Ora, nessun concetto di simil natura scorger sì puote nella
'proposizione del Perticar!. E ancora, scegli avesse sostenu-
to la medesima idea in tutta la frase, e adoperato una sola
preposizione^ dicendo uAoper modo^ o con modof o nel mo^
dOf si potrebbe credere di*ègU avesse ciò fatto con alcuno
intendimento ; ma egli ne usò tre, quasi volesse con V una
^58
biasimar Taltra; onde chiaro prooede ch^egli le ponesse a
caso# £ con tutto ciò si dirà ancóra che TUso sia il mae**
stro delle lingue ?
Qaesti eran pure, il Monti e il Perticari« tenuti pòchi
anni sono per li primi scrittori deiritalia; e per dò io sarò
forse da alcuni accusato di sacrilegio; ma a me par più to-
sto che se tornassero al mondo i nostri maggiori! ci avrd>*
bero per una nazion di ciechi, vedendo noi lasciare ancora
credere queste cose^ senza mostrare che le sentiamo. Ab-
hiasf dunque ognuno la giusta sua gloria; paidiè ogni da^
in cielo è paradiso ; ma non si estolla fibo alle stelle chi ^
come la Piccardai ascese solo infin la luna»
In un giornale scritto con pretensione a stile, ina pieno
zeppo d* errori, di stile e di grammatica, mi fu mostrata Tè-
^pressione ^a^5Ò di Firenze^ e domandato qual mi pareva.
Dissi essere erronea, non si potando xn tal caso sostituire iU
aper; perciò che ìlpassare di comprende un*altra idea,cioè
quella di lasciare un luogo per un altro; còme in quésto e-*
sempio del Boccaccio: Norf trapassar molti giorni ch'egli di
questavita passò; e benché si dica passiamdi (Juà^passiam
di là^ egli è concesso sqlo per fuggire due* preposizioni che
conttàStWEkOt passar per di. qua f passar per di. là; ma in ogni
altro caso, il passaggio si suoU accennfypp con per»
DELLB PREPOSIZIONI TJL^O FRJ^ l2(TfiA O INFRA.
I • Intra duo cibi distanti e mosfeifii d^u^ modo prima
si morria di fame^ che liber" icomo Vun recasse a d^ntL D.
.:i • Fra se talora dicevano^ che uomo è costui ? B. 3. Noe--
Me TRA runa nazione e l'altra acerba eik^nfinua guerra*
B. 4* tesser Francesco è per andare in fra poc^ dì a
Milano* B* 5. // giudice^ che aspettanza d esser riceOuto da
lei con grandissima festa ^ cominciò a dire fra se. B.
25q
Le preposizioni tra o fra e le composte intra o infra
dinotali luogo medio tra due o più corpi, e per analogia ^
luogo' medio fra tutte quelle cose. che inventa la fantasia.
Nel secondo esempio V espressione fra se accenna comu-
nicazione tra diverse perso ne, perchè ciò che tien luogo me-
dio fra Tua corpo e l'altro coAiunicacon questo e con quel-
lo. ^NeV terzo dice r Autore nacque fra runa nazione e Val--
tra^ per la siniilitudine che è fra quello che si fa tra luogo
e luogo e iVa nazione e nazione; perchè ne viendi coiiseguenr
za> che ciò che si fa tra nazione e nazione ha luogo anche
£ra paese' e paese. L* idea del 4« osecópio è /Hi questo tem^
pò e quello inchbsarà ec(!»f scorreratino pochi dì. Le paro-
le /ht* se' deir uItnnQ testo esprimoqo comi]Miicaziane fra
quella parte nobile dtìV uomo che discerne t e quella che
riccTe le impressioni.
DEL. RIPETERE LE PaBPOSlZlOZTl
I • Non wgliate mettere ine e il wstro amico ìn peri-^
colo e IN briga. B. a. Ze latora di rosa] e di gelsomini e-
ran chiuse. B. 3. TUita la camera oliini di rose^ di fiori oa^
rancide D altri odori. B« 4* Egli era noto a ciascun del pae--
se PEÈla nobiltà e ricchezza del padre. B. 6. Fauna gen-
til donna di bellézza ornata^ e di costumi^ d*' altezza Jt.a^
nimo^ e sottili avi^edimenti. B. 6« Da' compagni di Lisimaco
e Cimone feriti e ributtati indietro furono. B* • • i <
Le preposizióni, come mostrano i primi tre eseuip) ,
si debbono ripetere altrettante volte, qnanti sono i nomi che
dipendono dalia. medesima preposizione; non pertàntoisi
vede negli ultimi tre che qualche voltasi possono sottinten-
dere» Nel quarto le parole per la sono sottintese avanti a
ricchezza^ e pare che abbia l'Autore voluto far servire una
a6o
sola preposizione ai dae nomi nobiltà e ricchezza per la
grande affinila che è fra essi. Nel sestoi considerati Lisima-
co e Gimone insieme i la preposizione innanzi al primo è
sofficiente. Con tolto ciò si potrebbero supplire le prepo-
sizioni che mancano negli ultimi tre esempji e massimamen-
te innanzi a ^ft7ia(ved!fiiien^i, senza pregiudicare airespres-
sione; e per quello che si raccoglie de* buoni antori, si poò
porre per regola generale che le preposizioni si hanno a ri-
petere innanzi a ciascun nome^ che^ quando si dice per e«
sempio dii^nire maestro di canto e di suono^ si sottinten-
de maestro la seconda Tolta; laddove , togliendo la se*
conda preposizione^ si uniscono insieme il canto e il suono
come se fossero una medesima cosa. Il Da?anzati e il Bar-
foli tolgono spesso la preposizione al secondo nome: Granr
di spettacoli d*allegrezza e dolore f dice il Davanzali; ma
io ripeterei la preposizione in questo caso, poiché si tratta
di due cose opposte.
PREPOSIZIONI SOTTINTESE
I. Cenarono un poco di carne salata. B.a. Quanttm^
-ifue Amore i lieti palagi^e le morbide camere^pià %H>l€ntieri
che le po^re capanne^ abiti. .B. 3. Assai mi aggrada d*es^
ser colui che corra il primo aringo* B. J^La mercè di Dio
e la vostra^ io ho ciò che desidercsim. B.
Vi sono delle espressioni nelle quali la preposizione più
frequentemente si sottinlende che non si esprima, come a-
bitàre una casd, un palagio^ correre uno aringo; in luogo
di abitare in un palagio^ in una casa^ correre in uno arin^'
go; la Dio mercè e la vostra in vece dì per la mercè di Dio
e per la ifostra* Il sottintendere la preposizione con al ver-
bo cenare^ come nel primo esempioi e di nei segnenti mo-
a6i
dì) a cdsa il padre^ in casa questi usurai ^ in casa il me^
dico^è più fiorentino che toscano. Vedremo poi in altro ca-
pitolo come ) volendo sottomettere la grammatica italiana
alla latina, per non considerare che le preposizioni qui so-
no sottintese a* verhi, li faceran ora attivi, ora neatri, ora
nentri passivi^ e altro»
GAP. XIX-
DELLE PREPOSIZIONI COMPOSTE
Chiamo i vocaboli lontano^ uicino^diìianzi^ dietro^ ecc;
preposizioni composte perchè la maggior parte sono in ef*
fetto membri di espressioni composte di più voci, come in
luogo lontano^ in luogo vicino^ in luogo di in anzi^ in kuh
go di retro ; o perchè sono unite ad alcuna delie semplici
preposizioni a, ^*|iiX|Come contro a^ fuori di^ sino a^ lun^
!• En(ni mi sipartia dihanzì al scolto. D. a. Egli era
poco fa qui DINANZI danoi A. 3» Domandavano a ciascuno
che DINANZI loro siparas^a^ che loro luogo facesse. B.
Queste preposizioni, come già dicemmo , esprimono
veramente quello che la parola suona^ cioè posizioni rispet-
to agli oggetti ai quali si appongono. Tutte tre le preposi-
zioni dinanzi di questi esempj disegnan posizione acanti ;
niapnre due sono seguite da due differenti preposizioni sem-
plicif e Taltra sta da se; la ragione è questa. Tra la posi-
zione rappresentata dalla parola iUnanzi^e Toggetlo al qua-
a6a
le è apposta, é uno intervallo ; quindi vi sono due punti «
cioè quello onde incomincia Tinteìrvallo, e quello al quale il
medesimo tende e termina. Ora, si può a volontà conside-
irare 1* oggetto o Tuno o Taltro di questi due punti, senza
sconciare V idea; solo si esprimerà un movimento tenden-
te più tosto che provenientCì o viceversa. la modo che, nel
verso E non mi si parila dinanzi al volto^ la preposizione a
mostra V oggetto al qual tende la mente neiresprimere la
relazione tra il luogo dinanzi e il medesimo oggetto ; lad-
dove neir esempio Egli era dinanzi da noi^ la preposizio-
ne da disegna V oggetto onde parte Timmaginazione misu-
rando lo spazio fra il detto oggetto e il luogo dinanzi. Que-
sta preposizione dinanzi si può anche usare sola , come si
vede dal terzo esempio; tuttavia ella è più usata seguita da
a, che con da o sola,
I . Assai ria NO stam alla torricella. B« a. Era runa
dair altro lontano ben dieci miglia. B. È una spilla assai
VICINA di qià. B, 4» ^on guari lontan di qui è un santo
uomo. B. 5. Si rimase ben sdenti miglia lontano ad essa. B*
La parola wcino esprime tendenza d*un luogo air al-
tro, ed è quindi seguita dalla preposizione a; la parola /o/i-
tano rappresenta Tidea d*un oggetto che si scosta da un al-
tro, e perciò è generalmente seguita dalla preposizione da;
nientedimeno si vede per gli esempj 3. e 4« che tutte e due
esse possono accompagnarsi della preposizione di; perchè, si-
gniGcando luogo x^icino e luogo lohianOf basta qualificare il
secondo luogo col quale si fa corrispondere il primo , a di-
mostrare che a quello si riferisce V idea di tendenza o di
provenienza; come se vi fosse sottinteso, al luogo dopo W*
c/mi, e dal luogo dopo lontano»
a63
Si considera un luogo lontano o vicino rispetto a quel-
lo col quale si fa comparazione; perciò che un oggetto può
esser picino rispetto ad un luogo, e lontano rispetto ad un
altro» Quindi avviene che la parola lontano , come appare
dal 5. esempio, si può anche appoggiare alla preposizione
a. In questo caso lontano a comprende il senso di luogo lon-^
tana rispetto a; che esprime un* idea di tendenza, perchè si
fa cenno verso il luogo cui tende la comparazione* Le pre-
posizioni vicino e lontano essendo derivate da aggettivi, si
possono accordare col nome da esse qualificato, come mo-
stra il 3. esempio.
i. Età il luogo ALLATO alla camera nella (piale gia^
cesfa la donna. B« a» Qui sfedi un tempio accanto al ma^
re. Bembo. 3. Fu messo a sedere wrimpetto air uscio
della camera. B«
Le preposizioni allato^ accanto^ dirimpetto^ essendo
composte di una semplice e di un nome, dovrebbero esse-
re seguite dalla preposizione qualificante il nome, che è di^
più tosto che da a; tuttavia, facendo uso di questa, il dici-
tore vuol dirigere la mente di chi ode verso il luogo che
accenna, per la qual cosa v'appone il segno di tendenza; o
anche si può supporre che, quando si dice che un oggetto è
a canto o allato d*un altro, si mostra tendenza dalP uno al-
l'altro. Quello che si è detto intorno a queste preposizioni
composte, basta a far conoscere per qual motivo s^accompa-
gnlno ora con questa e ora con quella preposizion semplice, la
quale serve per segno a dinotare T oggetto a cui si riferisce
la posizione ; il qual segno si può anche sottintendere ap-
presso ad alcune. Ora, nella seguente tavola delle principa-
li preposizioni composte, tra le parentesi si sono messe
Accanto
ÀddoiW
A froDte
Appetto
Appiè* '
Appo
Appresso
a64
^elle seoipUci che possono segoire h corrispettive ps<epo*
sizion eomposta; e quella che étapriou è la pia usata» Per
esempio appresso a è più osato Aeappres^ di e appresso
solo» Lo xero (o) significa che il vocabolo pnò star solo; cio^
appresso il monte. Giascana prepoeikic^ie è inokre segnila
dalia analisi etimologica»
niposizioni gowosts
(a, di^ o); a canto o A canto»
(e); a dosso o al dosso»
(iff, a).
(a); a petto o al petto.
(i2r){ a pie* o al pie\
(09 di^ e); apud^ latino; o sincope di appresso.
(a, di^ o); a presso, presso a. La preposisione tf ,
che in origine staya dopo, s*è giunta con la voce
presso; che^ avanti, non avrebbe senso alcuno,
(a); a torno o al torno.
(a, di^ o, dSs); a ante preposision latina. La v fa
intromessa per togliere il contatto delle due a.
(09 dif a); dal latino circumi in cerchio.
(di^ o, a); preposizion latina, simile a contro.
(a% dif 0); in luogo .contro o contrario,
(a), dal lato ; in luogo movente da il lato# E si
noti che V espressione in luogo posto o movente
è sottintesa quasi a tutte*
(a^ iJU^ da)i dal torno o di a torno,
(a, </i, da); di o da avanti.
(a« O9 di^ da); di entro; dal latino interm
(ai da); dì retro; dal latino retro.
(a« O9 dif da); di in ansi.
Attorno
Avnti
Circa
Centra
Contro
Dallato
Dattorno
Dayanti
Dentro
Dietro
Dinanzi
Dirinipetto
Fino
Fuori
Giù
Incontra
Incontro
Indosso
Infino
Insino
Innanzi
Intorno
Inverso
Lontano
Lungi
Lungo
Oltre
Presso
Rispetto
Sino
Sopra
adS
(a^ i&'f o); di contro petto, in luogo di contro
ai petto.
(a^in^dd)f fine, cioè in luogo opposto a, in luo-
go posto in, e da luogo movente da ecc.
(Ji, da); dal latino foras. Lo stesso è fiiora*
(di f damper); in luogo posto giù e movente,
(o, a); in contra. Vedi conira.
(n, o); in contro. Vedi contro.
(a); posto in dosso,
(a, ih, o, dif da); in fine. Vedi fino.
(a, i/B« o, dh da); in seno, comprende la mede*
sima idea di infino*
(a, o); in anzi, forse dal latino ante.
(a, o, da); in torno, posto nel torno.
(o^di); in verso. Vedi %^rso.
(da, di^ a); in luogo lontano.
{da^ di^ a); dal latino longe.
(o, a, di); in verso lungo, cioè in direzione lun*
ga; per esemplo andar lungo il muro^ vuol di*
re andar nella direzione lunga del muro.
(a, dij o); dal latino ultra; di là.
(a, <//, o, da)\ coi corpo presso, dal verbo pre^
mere. Suppongo che la prima idea dell'espres-
sione igieni presso a me sia, \^ieni col corpo pres^
so cioè premente a me*
(a, di); dal latino respicere^ riguardare. Dun-
que rispetto significatilo in riguardo,
(in^ a, o, di^ da); seno; posto in seno, o in seno
movente; simile a fino.
(o, a, di); dal latino si^r.
»9
•i V.;-
a66
Sotto (pf a« di); dal latino subter*
Sa (d, />6r) in luogo posto sa e movente.
Verso (0| ^\ <ii); voltato, in luogo verso« da wrgere.
Vicino (a, tU)^ in luogo vicino.
Dalla esposta definizione si discerne che quelle paro-
le che sono preposizioni in origine, sono tolte dal Latino,
e che Taltre son tutte composte d*un nome, d*uno aggetti-
vo o d*un participio, e di una preposizion semplice*
Della preposizione dentro il Bartoli dice : „ Àweoga
che dentro s'adoperi a significare termine di movimento ad
alcun luogo, o entrata in esso, che par repugnare alla for-
za di quella i/i, di che sembra composto, pur diciamo en-
trar dentro;passar dentro^ ecc. „ Facciasi Tanalisi di queste
espressioni, e cesserà la ripugnanza; entrare o passare nel
luogo di entro. Quando si mette un di avanti a dentro que-
sto non si considera più come composto*
GAP. XX*
DELLO AVVERBIO
j^"^' A\^rbio è un composto di mi verhOf cui si sottinten-
de parola aggiunta ; che tale suppongo essere anche il si-
gnificato del latino adiferbium^ contratto forse da ad verbo'
rum; sottintesovi negotia; ed è cosi nominato perchè si ag*
giunge al verbo al fine di modificare la virtù di esso, vale
a dire diminuire o accrescere Tintensità deir azione, qua-
lificarla o determinarla riguardo al modo « al luogo , o al
tempo.
:a67
!• Col consentimento degli altri ^ hktjmbmtb la gra^
zìa gli fece. B. 2. Così il magnanimo re operò^ se medesi-^
mo FOjiTEMENTE \fincendo. B. 3. UMUMEyTE perdono vi
domando del fallo mio. B. 4* Per quella assai leggermene
TE se ne salì. B.
Qualunque aggettivo può diventar avverbio 9 aggiun-
gendovi il Dome mente 9 cioè animo. In luogo di dire con
animo 0 con mente lieta^ con mente forte^con mente umile^
s^à fatta una sol parola, lietamente^ fortemente^ ecc. Quin-
di, essendo il nome mente femminino,se T aggettivo è di quel-
li che terminano in Of si muta la finale in a facendosi avver-
bio. Se Taggettivo termina in le o in re« si tronca la voca-
le ; umilmente^ leggermente. Questi avverbj modificano il
verbo rispetto al modo e alla qualità.
!• Sentendo che nessuno s<^va do\^e ella fosse stata^
AixixjANTO si riconfortì>.B. a. Queste parole piacquero uùù^
To al santo uomo. B. Z. f^oi dovete sapere ch'egli è molto
malagevole a me il trovare mille fiorini. B. 4« Vedendolo
dormir foste ^ gli trasse di borsa quanti danari avea. B.
S.Jppresso le domandò chi fosse la buona femmina che cO"
rì LATIN parlala. B.
Gli aggettivi di quantità moUo^poco% troppo^ ecc; fan-
no ancbe T ufficio d*avverbio senza Taumento d*altra paro«
la, la quale nondimeno è sottintesa; che le parole cJquanto
e molto de* primi esempj comprendono Tidea di in alquan^
to^ in molto f grado; e non solo servono a modificare il ver-
bo, ma anche TaggettivOi come dimostra il terzo esempio*
Quasi tutti gli aggettivi^ a guisa di forte e latino degli ul-
timi esempj, si possono usare per avverbj senza 1* aggiunta
del nome mente. Così si dice parlare schietto^ parlare oscu^
a63
ro ; andar pianai legger presto^ viyer lieto; ri^yondere al"
legro; ecc^taUi modi belli per lo variar che fauno la for-
ma dello avverbio, il quale troppo noioso riuscirebbe se a-
vesso sempre a portare raggiunta mente»
i. V una gridò va lxjnqu D. 3. Di ujngi 9 era\MWio
ancora un poco» D. 3. La risposta farem noi a Chiron co^
sta Di PRESSO. Dm
Abbiamo detto che le parole lungi e presso sono pre-
posizioDÌi cioè voci esprimenti posizioni; e però che Tavver^
bio di luogo altro non è che una parola pure esprimente po-^
sizione, ne viene di conseguenza che molte delle preposi-
zioni composte si possono usare per avverbj; come le pre«
dette due, e lontano f vicino^ su^ sopra ^ fuori% oltre^ ecc. So-
no preposizioni quando s* appoggiano a un nome^ e awer-
bj quando si reggono in sul verbo; con tutto che, anche al-
lor quando paiono attenersi al verbo, abbiano per termine
un nome sottinteso, come apparrà supplendo Tintero senso
dei tre esempj; i . V una gridò stando in luogo mwentesi
da lungi da noi ; 2« Era\Himo ancora un poco lungi di ^i%
cioè di quivi; 3. La risposta noi farem a Chiron costà pres-
so di po/. Oltre agli avverbj formali con gli aggettivi e la
voce mente^ e gli altri già discorsi, ve ne sono molti che so-
no tali per se medesimi; fra i quali noi prenderemo a trat-
tare quelli che porgono materia di ragionamento.
DIGLI AVTKRBJ DIVOSTRàTlVl
c/, ^/, za\ Qcri\ qoa\ cotA\ Mri% qvivi^ costi" ^
£ costa".
I • Io non posso più ritornarci. B« 2. Poi che noi fumi-
mo Q(7f \ io ho desiderato di menanti in parte assai s^icina di
questo luogo.B»3. f^enite qua\ B» 4« Che fa egli costa"?
269
perdìè non si sta egli nel luogo suo? B. 5. Niuna persona
VI pub entrare^ B. 6. Io ui wiU porvi costi'' dove voi sie--
te. B. 7 Questa gente rimira iui\ D. 8. Quiri trovò un gio-*
vane lavoratore* B,
Noi abbiamo di tre sorte arverbj dimostrativi di luo-
go, cioè, c/| quì^ e quà^ per dinotare il luogo io cui sta il di-
citore; costì e costà^ per esprimere quello nel quale si tro«
ya la persona a coi si parla o si scrive; vi^ ivi^ quivi, là^ e
colà^ disegnano il luogo lontano e da chi parla e da chi ode.
Fa vergogna il vedere nelle scritture epistolari italiane quan-
to, generalmente, siano malmenati e confusi questi avver->
bj; usandosi. ^mVi per qui, quasi fossero equivalenti, costì e
costà in luogo di qui e quà^ e ci per vi; benché ci e vi siano
iadistiotamente usati anche dagli autori; perciò che il ci del
primo esempio accenna luogo lontano dal dicitore. Si usa
CI per lo luogo vicino, e vi per lo luogo lontano^ quando non
si vuol porre enfasi in su Tavverbio; e gli altri, quando la
enfasi in su Tavverbio è necessaria. Havvi lì che pure dino-
ta il luogo della persona a cui si parla; e talvolta quello che
fa precedentemeute nominato nel discorso. Il Firenzuola ,
0 queir uom senza nome^ entrate lì in quella porta che è
aperta\ il Petrarca, Pur lì medesimo assido me freddo ; e
Dante, Percotevansi incontro^ e poscia pur li.
là Amenta vuole che qua accenni luogo più universa-
le, come paese, regione, provincia, e^ più particolare, co-
me piazza, stanza; e che ciò si trovi principalmente nel Boc-
caccio. Ora, questi disse, parlando della Francia: Io sono
per rìtrarmi del tutto di qui; e par che intendesse di tutta la
franca regione, poiché Ser Musciatto , cui fa dir queste pa-*
role, era per recarsi in Italia con Messer Carlo Senzaterra; e
Sk'JO
altrove, di un laogo particolare dice, venite qua. Non è dan-
c[ue tal differenza tra qui e qua. Ancora crede i*Ainenta che
ne* composti formati di questo avverbio e delle preposi-
zioni su^ già^ in e di^ qui non possa aver luogo; ma il me-
desimo esempio del Boccaccio ne prova potersi dire d£ qui.
Ciò è ben vero delle altre tre preposizioni che si legano più
volentieri con qua. Io non tolgo V accento col qaale si se-
gnano questi due avverbii , come fanno alcuni, perchè mi
pare una inutile novità, essendo rocchio uso a vedervdo
notato»
Si legge nel Boccaccio, yedi coinè tosto serrò Puscio
dentro^ come io ci usci\ e così in Dante, Onde noi amendue
possiamo uscirci; donde pare che si possa adoperare ci an-
cor nel senso di di questo e di quel luogo ; nondimeno io
avviso che si lasci una tal licenza alla poesia; e non si con-
fondano nella prosa questi tre avverbii ne^ ci% e p/, i quali
disegnan tre luoghi distinti.
I • Non ce mestier lusinga. D. 2% Ce n^è una che è mol*
to corta. B. 3. Deh ! compagno mio^ vAvrt^ e sappimi di-
re come sta il fatto. B. 4« Nella città di Capsa in Barberia
fU già un ricchissimo uomo che ebbe una figlioletta bella
e gentilesca. B* 5. Non sono moki anni che in Firenze fa
una bella glossane nominata Elena. B.
La Crusca dice che ci è qualche volta riempitivo, e ci«
tando Tesempio Naturai ragione è di ciascuno die ci nasce
ecc., aggiunge che e/, iu questo caso,si potrebbe prendere per
quà^nel mondo. Io non dubito che possa essere altrimenti; e
finora non mi è capitato solf occhio un solo c< riempitivo. Nel
primo esempio sigoiGca quì^ in questo luogo ; nel secondo
sta pur bello stesso senso, ed è mutato 11 ci in ce n cagione
del pronome che lo siegue» Ci e ui seguono il verbo ne* tre
modi, imperativo, infinito, e participj; e lo precedono negli
altri tre» Si raddoppia la consonante, come si vede nel ter-
so esempio, se si pongono dopo una forma d*un verbo d*una
sola sillaba, o che abbia Taccento in su Tultioia vocale* E
anche interrogando: Eccomi^ signora^ che comandate? Ec*
ci nulla di nuow ? F. Gli avverbj ci e vi non s* hanno ad
osare, quando il luogo è già rappresentato con altre parole «
come nella città di Ci^sa e in Firenze negli ultimi due e-
sempj; essendo superfluo il mettere Tavverbio in questi casi»
e dire per un supposto in Firenze vi fu\ ma pur se né truo-
Yano degli esempj, come il seguente del Boccaccio, J?)[>er
terra e per mare . . .ci è pien di pericoli.
I • Qui^ viit io gente più che altrove troppa. D. a. Oc*
cupo dunque Belisario la Sicilia; e di quì^ passato in Ita^
Ha, occupò Napoli e Roma. M« 3. Q aurei non passa mai
anima buona. D. 4* Q^iift)i andarono i due cavalieri in In*
ghilterra. B.
Spesso, e ciò avviene massime in poesia, dopo aver fat-
to menzione di un luogo, il poeta dice qui; ponendo Y av-
verbio il quale fisicamente non si può usare se non per co-
lui che di presente si trova in sul luogo accennato; ma al-
lora egli rappresenta come dinanzi alla immaginazione il
laogo appena ricordato; ed è bel modo» Il senso compreso
ne* vocaboli quinci e quindi è di questo^ di quel luogo ; e
addita allontanamento; perchè, come dicemmo, la preposi-
zione di dal latino de dinota provenienza.
si\ cosi\
I • avendo la contrizione che io ti veggio avere^ sr* ti
perdonerebbe egli. B* 2. Oltra quello che egli fu ottimo filo»
2'J2
sofo naturale^ sì* fu egli leggiadrissimo e costìimatOm B. 3. Se
Si^ Upiace^ Si* ii piaccia; se non^ si* te ne sta.B. 4« Fogna-
ma che altre male non ne seguisse ^ si* ne seguirebbe che
ecCf B. 5. Non si ritenne di correre si fu a castel Gugliel-
mo. B. G. Ritornavi mai alcuno ? Si^ disse il monaco. B.
La voce sU la quale in quasi tutti questi esemp) dico-
no i grammatici esser posta per ripieno « non è altro che
r avverbio così accorciato « come si osa nelle comparazio*-
ni; anzi dico che ogni volta che si pone quésto avverbio v*è
comparazione espressa o sottintesa^ per esempio^ i • Essen^
do così come io credo f ti perdonerebbe; a. Come egli fu ot*
timo filosofo^ così fu egli; 3. Se così ti piace come io ti di-^
co; 4» Essendo anche così come suppongo; 5. Così fu a castel
Guglielmo come si ritenne di correre. Similmente avviene
di come; perciò che la costruzione intera per esempio della
seguente espressione: Come Bruno gli vide da lontano dis^
se a Filippo j è, così tosto come tosto Bruno ecc. La parola
affermativa sì è pure il medesimo così abbreviatOy ad imi-
tazione di ita del latino, nel quale si afferma con questo vo-
cabolo. Dunque rispondendo sì alla interrogazione ritorna^
vi mai alcuno t vale quanto se si dicesse egli è così come
voi dite.
jroir^ NOf M^If NON MAI
I . Per as^entura mai ricordar non mi udiste. B. a. Bi-
tornavi maì alcuno ? B. 3. Non ne vuol più* sentir fumo*
F. 4* Disse allora Pirro t non farnetico^ no^ madonna. B»
5. Disse allora Peronella^ No^ per quello non rimarrà il
mercato. B*
La particella non è avverbio in quanto ella s^aggiunge
al verbo ad esprimere senso negativo; ma no corrisponde
sempre a on'intera proposizion negativa, ed è una ripeiizió-»
ne di quella ; si die la voce no del 4« esempio comprende
non farnetico^ e quella del 5. è una ripetizione delle parole
oer quello non rimarrà il mercato^ onde si vede che no può
star prima o dopo la proposizione che rappresenta. L' av-
verbio mtii significa in alcun tempo ^ come si vede nel secon-
do esempio; quindi bisogna sempre che sia preceduto o se*
guito dalla negazione non « quando si voglia esprimere in
nessun tempo* Nei seguenti esempj del Boccaccio , nondi-«
meno, mai è usato in senso negativo senza negazione; jàlle
sue femmine comandò che ad alcuna persona mai mani-*
festasseao chi fossero ; Ti prego che mai ad alcuna per^
sona dichi d" as^rmi wduta • E molti altri se ne trovano
fra gli antichi , ne* quali meu regge senza negazione ; e dal
senso delle parole s* intende che Tespressione è negativa ;
con tutto ciò a me pare che questa licenza s avesse a con*
cedere solo alla poesia ; e nella prosa sia meglio esprimere
la negazione in modo più deciso, come sarebbe ponendo nel
primo testo a niuna persona maii ® ^^^ secondo adedòuna
persona non dichi.
ALTKIMBNTI O ALTRAMENTt
I • Arrivai qui iersera% e per essere t ora tarda^ non
feci intendere la svenuta mia jìltrìmentu M. a. Ed essen-^
do già buona ora di notte ^quando della taverna si partii sen^
za svolere altramenti cercare f se nandò in casa. B.
L* analisi del concetto compreso in altrimenti a altra*
menti f cioè altra mente^ di questi due esempj è: in altro mo^
do che quello il quale per se si potesse manifestare; in al-*
tro modo che quello che non avei^a fatto. £ così, se dopo a->
ver lungamente aspettato qualcuno si dice, oh egli nonver^
374
rà altrimentii ciò vuol àìretnon verrà in altro modo che quel
che ha tenuto fin ora ; cioè non verrà ; onde si vede che per
Tanalisi sola si può sentire la forza di questo altrimenti^ non
vi si potendo sostituire altro.
COXBj COME CBÈ.
I • Io ffoglio andare a trovar modo come tu esca di qua
entro senza esser veduto* B. 2. Rivoltosi tutto a dover tro^
var modo come il Giudeo U servisse.^ B. 3. JS come facesti
tu? e COME andò ? F. ^.Come mi duole^ e nonpoco^ non pò*
ter godermi i primi principii 1 F. 5* Aveva già ciascun de*
compagni veduto come. B«
li vocabolo come è avverbio^ e sempre sigDÌfi|| inqual
modo o nel modo che; cioè si dice, si domanda, si esclamaf
in qual modo una cosa si sia fatta. Ecco 1* analisi degli e-
sempj: Io voglio andare a trovar modo^ per lo qual (^modo)
tu escai involtosi a trovar modo^ per lo qual (/nodo) il servisi
se; In qual modo facesti tu ? in qual modo andò ? In qual
modo mi duole ! béveva già ciascun de* compagni veduto in
qual modo. £ nella espressione ^er ciò^ come già dissi^ V a-
nalisi è nel modo che già dissi* In tutti i quali esempii co-
llie modifica il verbo rispetto a qualità di maniera.
I • Nuovi tormenti e nuovi tormentati Mi veggio intor-
no^ COME cb" r mi muova^ E come cb i mi volga^ e eh* C
mi guati. D. a. E come che in processo di tempo awenis^
se ...la Ninetta Vebbe per fermo. B.
Anche qui come è avverbio; e la sola differenza fra que-
sto e il precedente è, che qui comprende Tidea di in qua^
lunque modo. £ se il lettor mi dicesse, fammi sentir filo-
soficamente la differenza tra quale e qualunque 9 che ma-
terialmente 8* intende^ eccola : quale dinota qualità defini-
ta, qualunque^ indefinita; questo può comprendere Tinfini*»
to« e quello un sol punto. Unque è il latino, che corrispon-
de al nostro mai^ A che 1* analisi del come che di Dante à
per qual modo mai io mi sfolla ecc.
Ma il Barloli fa di questo come che una congiunzione
e ynol che signiGchi benché^ la qual vedremo a suo luogo ;
e alla vera congiunzione come cheàk il senso di impercioc^
chèi in somma egli fa un caos, chi vuol vedere il quale leg*
gaio nel suo Torto e Diritto. In questi due esempj Tespres*
sione come che modifica i verbi muos^a^ ^olga^ e asvenisse^
in riguardo a qualità; ella è dunque avverbio.
OJLé E QUANDO
i. Omjì innanzi^ e ora addietro^ e dallato si riguarda*
va. B. a. Quando le mandwa un mazzuol d" àgli freschi i
e QUANDO un canestruccio di baccelli» B.
Il nome ora^ adoperato qual avverbio, comprende il
senso di era una ora in che; V avverbio quando qui signi*
fica era un ten^ in che; e si usano' talvolta ad. accennare
distribuzione di tempo; nel qual caso si ripetono, le parole
ara e quando^ iu luogo di dire em una ora che^ era uncU^
tra ora che; era un tempo che^ era un akrojen^ò Hshe; e si
possono ripetere altrettante volte» quanti sono gli spazii di
tempo distribuiti.
POI CNE^ COMEj V QUANDO <
I. poi CBB Tu^i fummo quì^ io ho desiderato di menar-r
vi in parte assai ificina di questo luogo* B. a. Come Bruno
gli vide da lontano^ disse a Filippo^ ecco gli amici nostri»B.
3. Quando udirete sonar le campanelle , venite qui. B.
4* Poco ciò d(^o vidi quello strazio far di costui^ ecc. D.
Nelle scritture io ho scorto che non si fa più alcuna dif-
ferensa Ira VàVftvhiopbi segoito da cAe,iI quale signiGca do-
po il tempo che^ e la congiunzione ^icA^ significante ^re-
messo guesio che è*he parole sono eguali, e vengono dal*
la stessa fonte; ma esprimono ora una idea diversa. Si deb-
ba dunque divider V avverbio dal cAe « e lasciar unita la
congiunzione.
Lo avverbio oontfiy quando si riferisce a tempo^ è mem-
bro della comparazione così tosto come tosto ; il vocabolo
quando comprende l' idea di in quel tempo che ; è quindi
questa differenza tra come e quando t che quello esprime
maggior prestezza che questo , e più determina il tempo*
In questo esempio: Quanti anni a^evi quando tuo padre ti
levò da Palermo^ non si potrebbe usar come^ perchè non si
vuol qui determinare il momento instantOi ma pur T epo-
ca; come starebbe male quando nel seguente s Ma perchè
il balenar come i^ien resta; D., dove come significa così to-^
sto come^osto»
Il Bartoli dice che il dopo del quarto esempio è pre*
posizione, e che questo vocabolo non si può adoperare per
avverbio; ma pure quello dopo è avverbio, perchè accenna
tempo; il 'che la preposizione non può fare, siccome quella
che disegna posizione di un corpo rispetto a un altro*
BEprs
I . Bene^ Belcolore^ demi tu far sempre morire a que-
sto modo ? B. 3. La donna disse ^ bknb^ io il /Sirò.B* 3. Egli
è qui un malvagio uomo che m ha tagliata la borsa con
SE 19 cento fiorini. B. 4* ^^> ^^ vi piace ^ io ve ne insegne^
rò BEjvjs una.
La parola bene in sostanza è nome, che si prende per
avverbio quando si usa senza articolo. Lo stesso dicasi di
577
nude* Io tatti questi esemp j i* avverbio bene comprende io
se una proposizione nella quale sta il verbo che esso modi*
fica. Nel primo esempio bene è ironico^ e vuol dire questo
sta bene in vero che tu fai. Nel secondo il concetto di bene
è, tu dici bene. La costruzione del terzo è, m^ha tagliata la
borsa con cento fiorini^ e credo dir bene dicendo cento. Quel-
la del quarto si riordina così, love ne insegnerò una che vi
converrà bene. None dunque mai questa parola ripieno f co*
me si vuol da alcuni, ma ben adopera nella espressione.
AFFATTO^ TUTTO^ DEL TlTTTO^ Z UJf PEZZO
I . j^mor s* ingegna eh* imora affatto ; e 'n ciò se*
gue suo stile* P. a. Io sono per ritramU del tutto di qui.
B. 3. Io mi veniva a star con teco uff pezzo. B. 4* Ella git^
A via i remi e il timone^ e al vento tutto si commise. B«
5. Trovato un luogo solitario e rimoto% quivi a dolersi del
suo jirrighetto si mise tutta sola. B.
La parola del tutto è forse una ellissi di^er lo spazio
di tutto il tempo j quando si riferisce a tempo; o , secondo
le clrcostanzct potrebbe essere, con parole di tutto il sen--
so intero^ o simile. L'avverbio affatto è composto di a faito^
e ci si sottintende un aggettivo, cioè a fatto pieno ^ a fatto
finito^ intero j o simile. Questo vocabolo equivale a del tut^
to^ e tutti e due corrispondono a interamente. La parola im
pezzo è membro ài per un pezzo o vero spazio di tempo* In
questo caso pezzo e spazio sono ambedue termini metafo-
rici, usati così per Tanalogia che passa tra la misura che noi
prendiamo d* un corpo, e quella dello spazio, e del tempo.
Tutto si adopera anche solo per avverbio, come si vede nel
quarto esempio ; e nel quinto si trova accordato col nome*
alla francese.
378
ALTQ
I • Ot siete Mi ^iaro ? jìzto^ ben^ anduan via.Y. a. Sa
11M9 Purellai alto^ bene^ escine* ¥•
Questo avverbio alto è TaggeUivo medesimo spogliato
delle parole che raccompagnanoy come si può vedere rein-
tegrando Tiotero senso, che è. Or lessate il pie in alio^ cioè
in luogaalto^ e andiam i;/a; Su uia^ Purella^ parla in tuo^
no altOf e co^ starà bene\ esci ne (di cotesta tua esitazione).
JFIORS
li Pensa ormai per te^sehairioRdingegno.'D.a.Men*
tre che la speranza ha non del s^rde. B.
Questa parola /for o fiore^ usata a modo d* avverbio «
equivale àfHinto^ cioè una quantunque piccolissima parte^
e pare che questa metafora sia tolta dal fiore del fratto, il
quale è la miiiima parte del frutto stesso*
DI PRESSATE
Di PRESBJfTS gli cadde il fiirore^ e Pira si converù in
vergogna* B«
La costruzione piena di qaesta forma avverbiale è in
ora di tempo presente^ ma <^eBVo presente appartiene al teoi-
pò al quale riferisce il dicitore. Avvertasi che quando si sup-
plisce ora in una espressione avverbiale^ s^intende momento
come significa Tawerbio ora medesimo*
A Mìa posta ^ A Mio MODOf A MIO SSITITO
!• lo non posso far caldo e freddo a mia posta. B«
a. Dormavi^e oda cantar V usignuolo a suo senno*^.Z. Quan^
te \H)lte t'ho io detto ^pazzarella che tu se\ che tu faccia a
suo modo. F.
Posta è quella buca nella quale si cela la fiera; e però
che ella vi si mette a sua volontà , a suo piacere , per fug*
^79
gire r impeto de* cani, e l^intemperie del tempo, si è ado-
perato questo vocabolo per termine equivalente a iH>lere o
piacere ; si che a mia posta significa a mio piacere , a mio
iH>lere. In tutte tre le soprapposte espressioni la preposizione
asegiia il riguardo cioè la tendenza dell'azion del verbo.
. />/«r% IL PX(r\ PER LO PIÙ*
i. Per consolarti di quella ' cosa che tu pr&* ami. B.
a. A mostrarlo con remore e con lagrime^ come il pio* le
femmine fanno^ fii assai volte vicina. B. 3. Mostrandogli co-
sì grossamente^come il più* i mercatanti sanno fare ecc. B«
4« Cfu^lfecef noi faccia maiPiu^'.B. 5. Egli m^ ha coman-*
datoche ioprenda questa vostra figliuola^ e che io..é enon
disse DI PIÙ*. B.
Pià^ dal latino plus^ comprende queste idee^ in mag^
gior grado ^ in maggior numero^ in maggior quantità. La
prima idea cape nel primo esempio, la numerale nel secon-
do e nel terzo, la quantitativa nel quinto. Il più è compen-
dio di per ilpiù^ cioè per lo maggior numero delle volte. Il
quarto esempio si vuol reintegrare cosl^ mai più che questa
volta^ il quinto, e non disse numero di pia parole.
RjiTTO^ PRESTO^ TOSTO
i. RaUOn ratto^ che il tempo non si perda. D. a« Dehì
sh per Vamor di Dìo^ facciasi tosto. B.
JRattOj da nqìire^ è simile alPaggettivo rapido^ il qua-
le è pur derivato da rapire; onde significa in modo r€q>ido t
rapidamente. L* avverbio^osfo lo fa ilBiagioli procedere^
per metafora, dalPaggettivo tosto^ abbruciato; quasi si di-
cesse, facciasi intanto che è ancora tosto^ cioè caldo; e quin-
di equivale a presto. Questo avverbio vien dal latino free-
ito, composto àiprce e sto; in italiano sto acanti.
a8o
TESTS^
i. Io ho TESTE^ ricevute lettere da Messina. B. a. A
me contiene andare teste* a Firenze^ B.
Testèj che è forse una contrazione di in questo mo^
mento è, equivale ad ora^ in questo momento^ e perchè que-
sta espressione si può riferire al momento appena passato ,
o a quello in cui uno è per entrare « teste può quindi rap-
presentare il momento appena scorso e il subito vegnente.
ji SCIENTE
L. Asprenate^ presente il Senato gli disse: E Claudio ?
lascil tu A SCIENTE ? 9,Vi sMuteude animo. Così Ricevano gli
antichi .gentilmente; noi diciamo apposta 9 impruova^ sgra-
ziatamente. „ Postilla del Davanzati,
A MANO A MANO
I • Tu vorrdi a mano a mano tener segreti i bandi ;
n* è pieno tutto p^terbo; e tu di* : Chi te Vha dettai F. 2. Nel
quale ( esercito) quasi A mano a man cominciò una gran^
dissima infermeria e mortalità* B.
II ripetere una parola insieme con la preposizione a ,
come s*è detto degli aggettivi numerali a uno a uno^ a due
a due^ a oncia a oncia j mostra ripetizione della stessa cosa;
e però che una mano di qualche cosa significa una quantità
tale quale una mano può contenere , Tespressione a mano a
mano viene a essere equivalente di a poco a poco.
INCONTANENTE
Le cinquecento lire che voi mi rendeste io mandai in*
coNTANENTE a NapoU ad ins^estire in tele. B«
L^avverbio i/ico/i/ane/i^e viene dall'aggettivo inconti-
nente; cioè senza contegno; e però significa senza indugio ;
perchè chi non si può contenere non soffre indugio. Im^e^
a8i
stire si asa solamente io senso metaforico in Inogo di per^
miUarei perciò che, siccome colui che si veste muta appa-
renza, così il denaro speso in mercatanzta^ non è più con-
siderato come speso, ma come mutato in vestito e in appa-
renza»
TRATTO TRATTO
Male fanno ancora questi che tratto tratto si pon^
gono a recitare i sogni loro con tanta affezione^ che è uno
sfinimento di cuore a sentirli. Gasa*
Tratto si dice di un frego tirato per esempio con la
penna sopra la cartate così come dicemmo che sH>lta cioè un
giro che un corpo fa sopra il suo asse si adopera a dise-
gnare UDO spazio di tempo tale qual ne corse nel far di un
giro; cosi tratto si usa a disegnare altrettanto spazio di tem*
pò, quanto cen vuole a tirare un frego» Tratto tratto equi-
val dunque ad a \H)lta a wlta^ di quando in quando ; con
quella differenza però che passa tra il girar di una volta, e
il tirar d^uu frego, questo essendo più presto che quello.
roRSE^ ciRCA^ t intorno
I • Ordinarono una brigata di forse ^venticinque uorni^
ni. B. 3» D^età di due anni o in quel torno» B.
La costruzione intera del primo esempio è ordinarono
una brigata il numero della quale arrivasm forse a iventicin"
^eceoom/zi/.I vocabolari, per far intendere questo /br^e usato
a dinotare approssimazione d*un numero, diceno che vi sta
in luogo di circa o intorno^ ma pure egli è più difficile il dar
ragione di queste parole adoperate nel medesimo senso ,
che di forsei perciò che, derivando questa voce dal latino
forsan^ tolto da fors^ sorte, qui come altrove, signìGca /ler
sorte i e questo, apposto a un numero, lo fa dubbio nel
20
A8a
quanto. Circa o intorno^ awerbj, sono metaforici; e quan-
do non possiamo determinare il numero preciso , dicia-
mOf per esempio, circa s^rUicinque uomini^ intorno a i^e/i-
ticinque uomini « cioè net cerchio o nel torno di ^fenticin-
tpie uomini ; perchè quello che sta in cerchio o intorno a
una cosa, s*avvicina a quella. 0 pure vengono queste espres-
sioni dal contar degli anni; come dice il Boccaccio , ddà
di due anni o in quel tomo^ cioè nel torno del secondo an-
no^ il quale è di dodici mesi.
AD erir* onA
Foi potete ad un ora fare a voi grandissimo onore ^ e
a me grande utilità. B»
Adun ora^ cioè aduna stessa ora\ riducendo due atti
ad una stessa ora; risponde a neUo stesso tempo; ma quella
è bella maniera italiana; e questa, usata per avverbio, è un
gallicismo*
c/y
I • Nella città diCapsa in Barberia fu aijf un ricchis^
Simo uomOfCCC. B. 2. Il negromante disse^ cìjÌ Dio non \h>-
glia. ..cKio non sia liberale del mio guiderdone. B. 3. O/v,
fossero essi pur qIjÌ disposti a svenire X^.^.Le quali^ non
CIA da alcun proponimento tirate ^ ma per caso. . . aduna--
tesi. B.
La voce giày in questi quattro esempj, pare avere quat-
tro significazioni differenti; perchè in fatti le idee per quel-
la espresse variano alquanto Tuna dairaltra. Questa parola
comprende in se T idea di fin da ora , come nel terzo caso,
e fin da gran tempo fa , si come nel primo ; e il senso va-
ria secondo il verbo sottinteso che questo vocabolo tende
a modificare. Per la qual cosa, nel secondo esempio, il con-
:i83
cetto di già et fin da ora prot€sto;ììe\ ([aarto^n da ora vi 50
dire . Quindi viene che volgarmente si dice già nel senso
di ^ì; perciò che, si come vedemmo raffermati va sì signifi-
care così è, nello stesso modo già comprende fin da ora vi
dico che così è.
PUNTO^ MICA^ K NIENTE. -
I • Madonna^ Tedaldo non è punto morto^ ma è uivo
e sano* B. 2. Una ne dirò^ non mica dC uomo di poco af-
fare. B.
Nello stesso modo che abbiam veduto tm pezzOy che
è una parte di un corpo , adoperarsi a misurare lo spazio
del tempo; così un punto^ che è la parte minima di un cor-
po, misura pure il tempo nella minima quantità. Dunque
r idea compresa nelfavverbio /ytin^o del primo esempio è,
non è siato morto per lo spazio di ten^ eguale a un punto.
Mica è una di quelle particelle di pane che da esso si
staccano rompendone un pezzo ; e si usa per avverbio ad
esprimere, quello che si niega non esser vero pure per la
minima parte, per la quantità di una mica.
Niente fa il medesimo ufficio dei due precedenti vo-
caboli; ecco gli esempj : Perchè i Britanni^ nients atter^
riti per la passata rotta^ avevan tratto a loro il forte d^ogni
città. Dav» Ma Tiberio niente smagato. Dav. E V analisi
è non per la quantità di uno ente.
riA
I • ytji a casa del prete nel portarono.'^, a. E così que-
sta seccaggine tonò via. B. 3. yiA^ facciales^isi un letto ta-
le, quale egli w ctqie. B. 4« ^ quali cose , oltre agli altri
piaceri^ un fìe maggior piacere aggiunsero. B, 5. E poco
fa si dieder la posta d'esser insieme via via^ B. 6, Ambo
9egnofu • • a gtdordia della valle^ per lo serpente che i^rrà
L*avverbio yia vien dal nome 9ia\ che, quando si dice
9Ìaj a casUf egli è come se si dicesse esciti in wa^ esnia ca^
sa; e Tespressione del primo esempio è uscirono in via^ e
ne lo portarono a casa. Così il complemento dell* idea in
tonò s^ia òj terrò di quà^ e caccerò in 9ia. Dunque s^ia equi-
vale a lungi li/ ^o^.Questo vocabolo via si usa anche ad espri-
mere un atto di consentimento ^ come nel terzo esempio ,
quasi si dicesse lungi da me e vada in via V opposizione cfiio
faceìHi;msL pure è sempre quel medesimo che dal nome via
deriva. P^ie « del quarto esempio, è un^alterazione di via «
nel senso di volta; e vie maggior piacere significa piacere
una volta maggiore ; e perchè tutte e due le forme pia e
volta sono usate ad accennar tempOf Tespressione degli ul-
timi esempii via via^ corrisponde a éjfuesta volta questa voi-
ta; cioà or ora^ che significa questa ora questa ora.
COMUN(^B
Egli è sì sciocco eh* egli s" acconcerà coBurjfQOE noi
porremo. B
Abbiam dimostrato a carte 374 Tidea compresa nella
voce come essere in qual modo o nel modo che; ora, comun'^
que essendo composto di come e di unque^ il senso suo vie-
ne ad essere in quale unque , cioè in qualunque modo* Il
Bartoli , non avendo concetto il vero sentimento di questo
vocabolo, Tha adoperato nel senso di quantunque^ congiun-
zione, dicendo: Epure^ comunque questi gran faccendieri
sien tolti ad una città , ella si tiene in pie da se stessa. E
non V* è dubbio che egli intese di dire quantunque^ perchè
non il modo si ha qui in riguardo* che è Tufficio dello av-
verbìo, ma il caso, ravvenìmeoto, il cui concetto si esprime
per la congiunzione; Tidea di quanturujue essendo, e quanr
do pure awenga che • Fo manifesti qaesti errori acciò che
si vegga la necessità di questa nostra analisi degli avverbi!
e delle congiunzioni, per via della quale solo si viene a con«
cepire le idee comprese nelle parole; e quindi ad assegna-
re ad esse il loro giusto ufìScio.
INFINOn INStlfO^ PERFINO^ SiJY^ SINO
I • Tanto rancore mostrò Tiberio contro a Sereno «;^c-
ckio^per avergli scritto^ sin quando fu dannato Ubonetso*
lo esso asterie ser\^ito senza frutto. Dav.ii. O, toi^ se ogni gat*
tas^uolil sonaglio ! issino alle monacfie wgUon far le com»
medie. G. 3. Senza la {varietà , perfino i piaceri mutan
natura^ e si trasformano in dispiaceri» Bart,
Questi vocaboli li abbiam veduti nelle preposizioni da
noi dette composte,perchè si compongono di in o per^ e fino
eseno'j e servono a disegnare una posizione stante in estre-
ma parte , o nel seno di un dato spazio. In questi esempj
essi sono adoperati , nel primo a portar V immaginazione
indietro indietro* quasi in punto estremo di un dato tem-
po; nel secondo e nel terzo intendono a notare estremità di
specie di persone e di cose; cioè che le monache sono Tal-
tima specie di persone che si crederebbe avere a far le com-
medie ; e i piaceri Tultima specie di cose che avesse a mu-
tarsi in dispiaceri senza la varietà. Cosi passan le parole dal
concreto air astratto; ma bisogna rintracciarle indietro si«
no alla loro origine, quando si voglia definire il lor valore
e provare che siano usate a proposito • In questo ultimo
senso, equivalente di anche^ non credo che si trovino in al*
cuno dei Tre« nò che i vocabolari ne faccian motto; e però *
\
2S6
io le pongo ia qaesto mio campo « perchè mi par che ab«»
bian bisogno d'essere coltivate.
M^NCO
Io non ho tolto né dato s^ste a persona^ né so Mjìnco
quel che vi diciate. F.
Analisi: E non so quel che vi diciate , che è il manco,
il meno, o il minimo, che mi si potesse apporre.
OITDB E DO^DE
i. Non ho troi^ato onde e perchè prendessero questa
religione portatavi di fuori. Dav. 3. O anima che . . . per
carità ne consola e ne ditta onde vieni e chi se". D.
La diflferenza tra il pronome e Tavverbio è che questo
contiene in se Tidea di luogo, come qui di che luogo^ lad-
dove quello si riferisce sempre a una cosa già nominata, o
vi si sottintende. Onde e donde sono la stessa cosa*
INTANTO
Intanto voce fu per me udita : Onorate F altissimo
poeta. B.
Ordine intero della idea contenuta nella parola intana
to , cioè in tanto tempo quanto scorreva durante il nostro
colloquio. Dunque intanto risponde a in questo mezzo^ cioè
nel mezzo di questo tempo.
IN QUESTO MEZZO
In QUESTO MEZZO che pena a tornare^ vo* tentare se
la signora mi volesse aprire. F. Analisi : Nel tempo che è
mezzo tra questo e quello in che ecc.
PAIlTEf E A PARTE A PARTE
I • Parte che lo scolare questo diceva jla misera don-
na piangeva continuo. B. 3. Che quello che iodico sia ve-
ro rigfuirdisi a parte a parte. B*
a87
L*i(lea compresa inparte del primo esempio è mentre
che da una parte^ o per sua parte^ lo scolare:.^ la misera
donna dalV altra parte ecc. La parola continuo è usata a mo-
do d'avverbio^ e sigoiGcai» modo continuo • Il secondo e-
sempio si ordina cosi riguardisi a uim parte ^ air altra par--
te^ a ciascuna parte.
Se alcune di queste analisi parranno stran e o lambic-
cate, io non mi meraviglio ; perciò che gli avve rbii, salvo
quelli che terminano in mente , son tutti adoperati in tal
modo ellittico; e quasi facenti solo un cenno delle idee « e
trapassando oltre, si che bisogna prenderle al volo; ma pu-
re non v*è altro modo ; e dii vuol scriver bene e con forza,
deve conoscere il senso e sentire il valore d*ogni vocabolo ;
e non si fidar troppo all'orecchio; perchè abbiam dimostro
e provato, per leggere che si faccia, quello non bastare.
iNOi E in
I • Con ciò sia che Hufo% stato assai tempo fantaccino^
poscia centurione^ indi maestro del campo^ rinnovaifa la du-
ra milizia antica. Dav» a. lyi a pochi giorni Gua^rrolo
andò a Genova^ come la donna as^eiHt detto. B.
A questo vocabolo indi^ composto di due preposizioni
di e m, quando^'pur venga dal latino inde , s* intende quel
luogo^ quando si parla di luogo, e quel tempo^ allor che sW
cenna tempo; il che equivale a da quel tempo in poi. È bel-
lo e da notarsi per la gradazion degli intervalli che aiuta a
formare, prima^ poscia o poi^ indi^ finalmente. Anche ivi ,
per analogia tra il tempo, e lo spazio che lo misura, può si-
gnificare in quel luogo e in quel tempo; e seguito da a, vie-
ne ad esprimere da quel luogo a, da quel tempo a; ed equi-
vale a indi e quindi.
a88
Tuttavìa k ancoha
I • Essendo il freddo graìède^ e ne\dcando tottafìa
forte* B. 2. Siati raccomandato il mio tesoro^ nel qiude io
viiH> ANCORA. D« 3. Disse allora Ser Ciappelletto^ sempre
piangendo forte. B.
Tuttavia significa /^er tutta la via^ cixi^ senza ristarsi^
continuamente. Bisogna guardarsi qui dal cadere nel gal-
licismO) troppo frequente in quelli che parlano o intendono
il francese, di usar sempre ad esprimere continaazione di
un'azione o dello stato di una cosa in tempo presente , in
luogo di ttUtas^ia o ancora. Sempre si adopera in nostra lin-
gua a determinare il tempo passata o il futuro, o tutto in-*
sieme il passato, il presente, e il futuro, ma non il presente
che può aver termine. I Francesi dicono, Hpleut toujours^
ilneige toujours; e uoì^pio\^e^ nei^ica^ tuttat^ia; e similmen-
te, Demeurez uous toujours oà w}us demeuriez ? Est-il tou-
jours en Italie ? e noi. State wi ancora o tuttavia a casa do*
pe stavate ? £ egli ancora o tuttavia in Italia ? Si può ben
dire che in un paese piove sempre, che una persona sta sem*
pre in un luogo, perchè qui sempre è senza termine*
Il terzo esempio par che approvi il sempre alla fran-
cese anche in italiano ; ma, tutto che si possa dire pian^
gendo tuttavia forte; quivi può star sempre senza equivoco
perchè si esprime tempo passato; laddove ben si sente che
non è italiano il seguente sempre del Monti s La lingua ar^
tiftciata è opera del sapere che la tira da altre lingue ( è
sempre Dante che parla) o V inventa.
DI COLPO
Di die ciascun di colpo fu compunto. D* Analisi; Di
che ciascuno fu compunto come se stato fosse percossa di
un colpo.
Di BOTTO
Non altrimenti V anitra Dt botto^
Quando il falcon / appressa^ già s" attuffa;
Ed ei ritoma su crucciato e rotto. D.
Botto sì dice di un tocco d^una campana* Analisi; Rat-
to cosi come ratto è l*is tante di un botto*
Di PIANO
IlfUtaiuolo^ Di ptANo^ non vuol pia reggere ( a pre-
star danaro)* Galli*
Piano si dice un terreno che non presenti opposizio-*
ne a un corpo solido che ?i si rotoli sopra ; schietta , una
vermena che non abbia nodi, si che la mano passandovi so-
pra non incontri intoppo ; onde, per metafora, queste due
voci si appongono alle parole dette senza intralci di cauto
rispetto, di figure rettoriche, o d*eleganza; le quali cose so*
DO talvolta intoppi alla piena e chiara intelligenza delle co-
se. Adunque l'analisi della idea contenuta nel citato esempio
hllfttaiuolo^ con parole di piano senso ^ dice che non vuol
pia reggere a prestarvi danaro. Notisi che reggere qui è
pare adoperato metaforicamente; un prestito che uno fa di
mala voglia o con sforzo essendo come un peso che lo ag-*
grava.
Di FERO
Di F'BRo tu cenerai con esso meco.B. Analisi: Con pa-
role di vero e deliberato volere ti dico questo , tu cenerai
con esso meco.
A TORTO
Veggendosi A torto far ingiuria dal marito. B. Ana-
lisi ; In modo simile a modo torto; con animo torto; tor-
tamente* ^
ago
CERTOt PSR CERTO
I* Io il dirò domattina ad Egano per certo* B. a. Ma^
certo 9 io m- aspetto tosto quel merito (i ) che mi si can^iem*
Analisi ; £ questo vi dico per fatto certo.
SEMPRE MAI
. Demi tu far sempre mai morire a questo modo ? B*
Mai significa in alcun tempo^ e però che si dice che uno
patisce sempre, benché abbia degli intervalli di riposo, io
immagino che si aggiungesse mai a sempre per abbracciare
anche quegli intervalli ; onde sempre mai viene a dire semr
pre e in ogni ten^o.
iir QUANTO
Tu hai creduto as^re la moglie quìi ed è come se a-
\^a Va\>essi\ in quanto per te non è rimaso ecc. B. Anali-
si; £ questo è vero in tanto, in quanto per cagion tua non è
rimaso eh* ella qui fosse.
MN FATTO O IN FATTI
Io allora dico per fermo che il caso altro non sia che
una voce^alla cui significazione non risponde in fatto co-
sa nessuna* Dav« In fatto o in fatti significa mettendo la
cosa in fatto reale o in fatti reali. Il caso di cui parla qal
il Davanzali è quello dei Latini, il quale egli dice non signi-
ficar nulla in nostra lingua*
A TEMPO
I • Similmente àgli splendor mondani Ordinò general
ministra e duce^ Che permutasse a tempo li ben vani. D. II
Davanzati chiosa questa espressione dicendo : Le dittatu-
re erano a tempo^ cioè non perpetue , come le presero Siila
(i) Merito s^adopen anche a «ignificar guiderdone, perchè qoando na»
s^aspetu, o gli si promette o dà un guiderdone, gli si dà quello che neriu.
fe?:.
2gi
Cesare^ ma in casi urgenti, lì senso pieno è dunque a tem -
0 determinato.
Mjìl o male
ti
«Se non ci è tolta la càsa^ o parecchi ragnatela che W
x>n dentro^ e* ci può mal esser tolto altro. G. Analisi: Egli
u può esser tolto altro per mal disegno e non possibile. Mal
prenderei vendetta di un uom che mi facesse dispetto^ se
a uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. B. Analisi :
'"Prenderei vendetta in mal modo. Onde si vede che questo
"^avverbio è uno aggettivo al quale il nome è sottinteso; dif-
ferente da quello quando si dice hai fatto male^ V avverbio
della quale espressione è tolto dal nome«
»'
GiiP XXI*
DELLE CONGIUNZIONI
La parola congiunzione esprime chiaramente T ufficio
al qaale è destinata ; essa serve a congiungere una parola
con Taltra, una proposizione, un membro d'un periodo, un
periodo conTaltro.
CONGIVNZlOlfB SE
I • Se io non fado^ io sarò tutta sera aspettato. B.
3. Se tu ti PARTI ^ io senza alcun fallo nCuciUderò. B. 3. f^o-
glion vedere se V animo tuo si muta da qtiello che era. B.
4« Se egli vi dorra^ troppo^ vi lascerò incontanerUe.B. 5. Se
^gli non se ne rimarrà^ io lo dirò a mio marito e <C fra^
^clU miei. B. 6. Ma altramenti ne la farò io accorgere ^ se
io la PONGA la branca addosso. B.
A poter vedere come se sia congiunzione, vuoisi in-*
vertere la frase; per esempio ; io sarò tutta sera aspettato
se io non y^ado. Essa giunge qui un membro della proposi-
zione con Taltro.
La congiunzione se comprende V idea di nel caso in
che; il qual caso è espresso in modo indicativo, se è segui*
lo da una proposizione neirindicativo ; e si esprime per lo
congiuntivo, se la proposizione che segue è in condizionale.
Quando il verbo preceduto dalla congiunzione se è neirin-
dicativo, come ne^primi cinque esempj, ora si mette in tem-
pò presente e ora in futuro* Si fa uso del presente per e-
sprimere un* azione la quale, se ha luogo, debbo aver luo-
go immediatamente dopo ristante medesimo che si parla,
come nel primo esempio ; o, come nel secondo, per accen-
nare un caso che altri, per desiderio o per paura, si rap-
presenta alla fantasia imminente* Nel terzo si fa cenno dV
no esperimento il quale è già in atto presente; quindi è il
verbo mutare in presente. Si fa uso del futuro quando si di-
segna un*azIone o una cosa che debbe aver luogo nel tem-
po futuro, e nella quale non sia alcuna espressione di desi-
derio 0 di timore, come negli esempj quarto e quinto. Il se-
sto prova che dopo la congiunzione se si può anche porre il
congiuntivo presente ; ma quantunque Tespressione sia di
maggior forza che tutte Taltre, è di rado adoperata. Tra le
parole io le ponga e se si sottintende egli aliene che.
I . Se io POTESSI parlare al re^io gli djìreì un censi-
glio.B.2. Se non si fosse bene attenuto^ egli s^iREBBEin*
fin nel fondo caduto^* 3. Se io faceva il debito mio^ijuesto
non ni iNTERFENiFA. B«4«*S!fi tu ti APRIVI meco^ io t^SRA fe-
dele alloraJB.5*Leifa su domuglione;che^ se tu volevi dor-
nure^ te ne dovevi andare a casa tua^e non s^nir qui. B.
393
Abbiam detto che, quando il caso espresso dalla con-
giunzioDe ^e è seguito da una proposizione in modo condi-
zionale, il primo verbo si mette in congiuntivo; il che ap-
pare dal primo esempio. Qdesta.è regola ferma, quando si
parla del tempo avvenire, cioè quando il cond izionale è e-
spresso in forma semplice, io darei; nòia quando si parla di
tempo passato, che il condizionale è composto, egli sareb»
he caduto^ allora si può, in vece di far uso del congiuntivo
per Tuno verbo,e del condizbnale per Tahro, metterli bvot
bedoe nello imperfetto dell* indicativo, e dire. Se egli non
si aUenes^a hene^ egli cadeva in fin nel fondo delpozzo\ co-
me mostra il 3. esempio, il quale, viceversa (i), si può e-
sprimere:iSe io avessi fatto il debito mio^ questo non misa^
rebbe iniervenuto. La congiunzione se è qualche volta in«-
tesa a significare la seguente idea , nel caso che , come as^
vennei quindi, qualunque volta il caso accennato dalla con*
giunzione se sia realmente avvenuto , si debbo usare V im<-
perfetto deirindicativo per tutti e due i verbi; e non vi può
aver luogo né il congiuntivo né il condizionale. Questo si
pruova con gli esempj quarto e quinto*
i.E SBtu mai nel dolce mondo regge^ Dimmi perchè
quel popolo ecc. D. 2. Deh^SE riposì mai vostra semenza^
Prega io Zea, solvetemi quel nodo* ecc.
Il concetto compreso in queste maniere di augurio ado-*
perate da* poeti , e specialmente da Dante, è : «S'è io desi-'
dero che ttu. .in contraccambio dimmi ecc. Deh^ se io de^
sidero che riposi ...in contraccambio solvetemi ecc.
(i) yioeveria è latinot composto di vtrsa vice, voluta vicenda , ci>é
per lo coatrarìo.
294
quéìi^do^ dofe\ è laddove o la* dovè
I • // giùsHine disse che , dofe esser potesse , egli non
volfiva esser sfeduio né conosciuto. B« !i. Laddove io onesta^
mente vii^a^ né mi rimorda d^ alcuna cosa la coscienza^ parli
chi smtde in contrario. B. 3. Io %H>lentieri^ quando vi pia--
cesse^ mi starei. B. 4* ^g^l è come io ^i dico, e io wl farò
ì^der né s^ivi quando vi piaccia.
Premettasi che Tidea compresa nella congiuntone sé
è, come dicemmo, nel caso in che; la parola quando com-
prende nel tempo in che^ T avverbio dove^ nel luogo in che*
In virtù deir analogia che è tra il caso« e il tempo e il luo-
go nel quale il caso avviene, queste tre forme si possono so-
atituire Tuna air altra a guisa di congiunzione; come è ap-
parente nel primo e terzo esempio, ne* quali quando e do^
ve equivalgono a se. Quindi è che questi e altri avverbj fan-
no talvolta Tafficio di congiunzione. Nondimeno v^ha que-
sta differenza, che, facendo uso di quando o dove^ il verbo
che reggono queste voci debbo essere in congiuntivo, quan-
tunque quello che T accompagna nella medesima proposi-
zione sia neir indicativo ; il che non accade della congiun-
zione se\ vedi a carte riga. Sì che il 4* esempio ben si potreb-
be esprimere perifof^ vi piaccia; ma bisognerebbe dire se
vi piace ^ quando si adoperasse se per congiunzione, a ca-
gione del precedente /arò in indicativo. Laddove^ del secon-
do esempio, è unVtra congiunzione corrispondente alle pre-
dette; e per essa ivi cape quest* idea , nel caso che io viva
onestamente^ come fo in fatto. Queste parole sono congiun-
zioni quando governano il verbo, e avverbj quando son sog-
gette ad esso*
E^ ED ECCO
I • Uscito il marito d*una parte delia casa^ ed ella uscì
delT altra. B. 2. E in questo che egli così si rodeva^ e jS/o/2*
del venne* B. 3. E mentre in questa guisa staila senza al-
cun sospetto di lupOj ed ecco \ncino a lei uscir d'una mac"
chìa folta un lupo grande e terribile. B«
Io non mi potrò mai accordare alla opinione di coloro
che YOgliono che sian nella lingua nostra queste particelle,
che vi si ficcan dentro qua e là per vezzi, senza perchè; on-
de, se ben la congiunzione esposta nel primo esempio di-
nanzi ad ella^ nel secondo a Blondel ^ e nel terzo ad ^cco, si
possao quindi levare senza distruggere il collegamento del-
le parole, io mostrerò che vi son poste con buono intendi-
mento , e fan loro ufficio* Per quella congiunzione innanzi
ad ella del primo caso a me par scoprire nella donna que-
sto pensiero che rumina fra se: Tu tene s^ai di là^e io di
qua. Nel secondo il concetto è t Mentre tun si rodala dal"
f una parte j dalFaltra Blondel uenne. La e esprime dunque
quivi simultaneità d'azioni e fa il suo ulfitio di congiungerle
nel medesimo istante • L* idea poi compresa nella espres-
sione edecco^ prendendola dalla sua origine, è questa; cioè
che, dovendo il dicitore in tale occasione annunziare qual-
che cosa di inaspettato, egli ponga qnella.congiunzione qua-
si per continuare il discorso che sta facendo, e che poi, per
la sabita apparizione di quella cosa che ecco addita, tron-
chi ciò che stava per dire così ed. . • ecco. E questa è gran-
de arte, non già vezzo , e mi ricorda quel troncamento di
Dante :
Pure a noi converrà vincer la punga^
Cominciò eli se non .••tal ne s'offerse !
296
Dico che da principio immagiDO tal fosse il pensiero
di chi creò questa espressione , non che ora ve 1' intenda
chiunque Tusi ; ma egli giova il sottoporre i vocaboli a se-
vera investigazione per ben comprenderli, e perchè non si
abbandonino per ignoranza. Quante parole veggio essere
state tolte o mutate al Decamerone per gli editori che noo
l^hanno intese, e quante aggiunte, che dair Autore far la-
sciate a sciente , per ellittico parlare ! Mi consola però il
sapere che il Biagioli lasciò in Parigi, se non ancor pubbli-
cata , almeno pronta per la stampa , una sua edizione eoo
dottissime postille; e se quella sarà pubblicata , come noo
dubito, quando che sia, si avrà il Decameron ridotto alla sua
vera lezione; che è cosa importantissima per lo mantenimen-
to della lingua* Io Taiutai, fin da dodici anni &, a prepa-
rare il testo con ben otto diverse edizioni delle più stimate,
che la magnificentissima e liberalissioEia Biblioteca Reale ci
prestava per ciò, e ci lasciava tenere in casa propria*
s z nrÉ
I • E per terra e per mare^ ad uomo ricco come tu seij^
è pien di pericoli* B« a* Io mi sono ratiemperaia^ né ho ^
luto fare né dire cosa alcuna. B. 3» Z* acque parlan da-
merei e Vora^ (raura), e i rami^ e gli augelletti^ e ipescin e
i fiorii e Verbaé P. 4« Pior^ frondi^ erbe^ ombre^ antri, an-
de^ aure soas^i, sballi chiuse^ alti colli, e piagge apriche^ sani-
no di che tempre • • • P.
Confesso che mi sento anch'io tirare talvolta da quel*
la naturai indolenza che è neiruomo, a dire la tal parola sta
qui per un certo qual {^ezzo, piiì tosto che cercare di pene*
trare la ragion delle cose; e già sopra il precedente ed ecco
vtC era quasi addormentato per non trovarci la soluzione ,
^97
[uando Tidea mi s'affacciò, e il sentimento della cosa, che
cosse via il sonno, e mi fò lieto della trovata verità. La con-
;iunzionee, posta in capo del primo esempio, offre uno di
[uei casi , perciò che par che non vi faccia alcuno ufficio •
Quella che sta tra terra e mare ben serve a congiungere que-
lle due parole^e a metterle ambedue sotto Tinfluenza del se-
guente verbo é; ma la prima che fa? La prima, per Tap-»
poggio che presta alla voce, dà molto maggior forza aire-
;pressione; perchè, dicendo per terra e per mare^ si passa
lalle parole per terra alle seguenti senza pausa; ma, met-
tendovi la e, sopra questa congiunzione s'appoggia la voce
con enfasi, sì che raddoppia il valore di quelle parole; e ren-
dendo il metro dei due termini e per terra e per mare e-
guale , esprìme nello stesso tempo una specie di compara-
zione d'egualità; del che se ne può veder la pruova appo-
nendovi i termini usati nelle comparazioni, cioè così per ter^
ra come per mare , tanto per terra quanto per mare ecc.
Della medesima natura sono le seguenti proposizioni del
Boccaccio: // Giudice rispose che egli in quella (fede) era
nato , e in quella intendem e viscere e morire^ La povertà è
esercitatrice delle virtù sensitis^e^ e destatrice dei nostri in*
gegni'^ laddo{>e la riccJtezza e quelle e questi addormenta^
Egli era noto a ciascun del paese^ sì per la sua rozzezza^ e
sì per la nobiltà e ricchezza del padre; nella quale ultima
proposizione si può sostituire e a ^2* £ io dico che se la ra-
gione fosse un certo qual s^ezzo^ allora si potrebbe sempre
raddoppiare in tal modo la congiunzione, essendo ben leci-
to a ciascuno V aggiunger vezzi al parlare.
La congiunzione è ripetuta davanti a ciascun nome
nel terzo esempio, perchè il Poeta vuole che V immagina-
398
zione di chi legge vegga e senta distintamente i diversi ogget-
ti e i diversi parlari siccome quelli che hanno ciascuno il suo
modo parlicolare^ ma, nel quarto dà maggior forza col tor-
re la congiunzione , perchè abbisogna di far di tntte quelle
cose che nomina un solo agente al verbo sanno ^ e di mo-
strarle tutte insieme.
La congiunzione né comprende e non\ essa è quindi u-
sata in luogo di ripetere queste due parole: Non wlwa esser
i^eduto né ( cioè e non ) conosciuto. Nel secondo esempio la
prima congiunzione né si potrebbe esprimere per e non^ per-
chè non e* è precedente negazione; non pertanto si possono
in tal caso usare ambedue le forme. In questa espressione,
(piando non è né timo né P altro^ la congiunzione compresa
in né% vi ha luogo per la medesima ragione esposta iotomo
al primo esempio; e il ripetere della negazione dà a questa
maggior forza. Il Firenzuola dice medesimamentCf Egli non
truos^a né can né gatta che abbai per lui.
I . Nk giammai non mi as^^enne che io per ciò altro che
bene albergassi. B. 2* Né io non s^^ho ingannata per tor-
vi il vostro* H.
Questa congiunzione,che comprende in se la negativa, se-
gue la medesima regola degli aggettivi nessuno ^nitmo^ nullo;
rifiuta la negazione allor che è posta innanzi al verbo; e la
vuole avanti a quello quando ella sta dopo; e come che que-
sti due esempj del Boccaccio pruovino il contrario, io con-
fermo quel che già dissi di quegli aggettivi, che la negativa
è qui del tutto soverchia, e contrastante col buon senso e con
r udito*
Né si trova usato negli antichi e ne* poeti anche nel sen-
so solo di o: Anche (fu dìmunàsitoy chi avesse fatto con luì
^99
patto né ordinamento di pace né di guerra. Ora sarebbe af-
feltazioDe.
jiNZt
Non ardiscano ad aiutarlo*^ anzi con gli altri insieme
gridas^ano eh H fosse morto.B* fo da te non richieggo, anzi
ne pur tei consento, che il formarti filosofo incominci o si
termini nel trasformarti di fuori ; ma nel riformarti den^
tra. Bart.
Questa congianzicae è la medesima preposizione anzi
che già vedemmo altrove uairsi con in e di , come si scor-
ge supplendo V intero senso in essa contenuto, cioè io met"
io questo in anzi; ma, sola, per preposizione, non si usa se
non in poesia. Essa serve a esprimere un senso contrario a
quello della frase cbe la precede ; onde si pone in opposi-
zione a quella, e corrisponde a per lo contrario. Quando,
nel parlar famigliare, alla rìchìesisnf olete farmi un piacere,
si risponde anzi, questa parola serve pure allora d* opposi-
zione; ma solo nel senso d* incremento, percbè, se si oppo-
ne corpo a corpo, si aumenta il volume; per la qual cosa la
risposta anzi può significare, Non un piacere s^i wglio io far
re, ma due, ma tre ecc; o pure non che io wglia condiscen^
dere^ ma farò a me medesimo piacere facendo piacere a ìH)Ì.
La preposizione ad , innanzi ad aiutarlo, dice il Gor-
ticelli esservi per proprietà di linguaggio. E cbi non sa che
quel che si dice dagli autori non sia generalmente per pro-
prietà di linguaggio ? Quella preposizione v* è posta in vir*
tu del verbo esporsi sottinteso, che dinota tendenza.
ALTRO CHE^ SE NON
1 . Non c^era altra via che questa. D. 2. Io non fo il dì
e la notte altro che filare. B. 3. Che è ridere, se non
3 00
una corruscazione della dilettazione deW anima^ cioè un
lume apparente di fuori come sta dentro ? D.
Benchò sì truovi qualche esempio nel Boccaccio della
gallica maniera non e era che questa via^ io non fo die yf-
lare^ come in questo suo esempio, Non auem Poste che una
cameretta assai piccola ; pure a me sembra che sia meglio
far uso delle forme italiane, che sono, o di mettere la paro-
la altro innanzi a c//e,come ne* primi due esempj; o, con la
congiunzione se non^ dire, non e* era se nonquesta pia; io non
fo se non filare. Viceversa, si può esprimere il terzo esem-
pio così, <;^ è ridere altro c/ie; o ridere non è altro che ecc.
Il sentimento intero della congiunzione se non del terzo e-
sempio è che altro è ridere^ se non è una corruscazione ecc.
In ogni caso cape in essa una simile idea.
CONGIIJNZIONK O
!• O costornon saranno dalla morte vinti ^ o ella gli UC'
cidetà lieti. B. a. Chi allora veduti gli avesse^ malagespol-
mente avrebbe potuto conoscere chi più si fosse morto^ o / ar-
civescovo o egli. B. 3. Io non so diipià in questo sipeccJU^
o la Natura apparecchiando ad ufia nobile anima un vilcor^
po^ 0 la Fortuna apparecchiando ad un corpo dotato d ani--
ma nobile vii tnestiero. B.
Questa congiunzione ben serve a congiungere le paro-
le in una stessa proposizione; ma comprende anche la vir-
tìj di dividere due cose, due idee, due azioni, rispetto al
senso della medesima ; e perciò che è segno di divisione;
si può mettere anche in princìpio della proposizione, per e-
sempio, 0 costoro fion saranno dalla morte vinti^ o ella gli
ucciderà lieti; perchè tal segno avverte il lettore che , di
due cose che si stanno per dire, una sola debbo aver luogo*
Nel secondo e terzo esempio, in vece di ripetere la roedesi-
3oi
ma idea, cioè se Varci\^escosfO più fosse morto o egli^ se pia
pecchi la Natura o la fortuna^ si ripete la congiunzione o, e
si dice o Varci\^esco\^o o egli, o la Natura o la Fortuna* Le
coogiunzioni oppure^ osfs^ero spno composte di o purCyO i^ero,
COME • • • cosi
*
i.CoME gli agrumi che altri mangia, te s^eggente, al"
legano i denti anche a te; cosi* il s^edere che altri si cruc^
eia turba noi* Casa. 2* Perchè , cosi* come disas^s^eduia--
mente acceso s*era di lei, saggiamente s'era da spegnere per
onor di lui il mal concetto fuoco* B.
Nelle scritture moderne si trova assai frequente come
0 siccome in luogo di perciò che^ perchè; la mia prima edi-
zione n* è ripiena; ma mi sono poi accorto che non è forma
buona italiana; e ne* classici non se ne trova esempio* Egli
è facile a cadere in questo solecismo perla grande somiglian-
za che è tra esso, e il come o siccome che esprime similitu-*
dine, come ne* soprapposti testi; che, qualche volta, come
si vede nel secondo, il termine di comparazione così o sì è
posto avanti al come; e vi si può anche giungere, e dire siC"
come disasHfedutamente ecc; e però a poter distinguere quan-
do questo vocabolo per congiunzione sia pur bene adope-
rato, bisogna provare se il secondo termine può reggere, co-
me qui, nella seconda parte del periodo o della proposizio-
ne , così s* era da spegnere* Io credo essere stato tratto in
questo eiTore dalPInglese, nel quale si & molto uso di così
nei senso di perchè; per esempio : Alcuni di essi non cifa^
cevano grande onore con queste loro pretensioni di paren--
tado; però che fra costoro noi aves^amo il cieco, lo storpio,
e lo zoppo (i). Goldsmith.
(i) Some of ìhem did us no great honour hjr these ctainu of kindrcd,
3oa
QUANDO^ ACCIO CBE^ PERCBÈ^ QffANTUNQUE^ CBE
I • Quando la non nu paresse bella ^ me ne conten-
terei F. n. Perchè egli pure il volesse^ egli nolpotrehke
ridire, B* 3. Accio che intendiate come questo awenuto
mi sia^ brevemente velfarò chiaro. B. 4- Quantunque ces-
sata sia la pena^ non per ciò è la memoria fuggita de ht'
neficj. B. 5. Non dite leggiercosa^cHE la domenica è trop-
po da onorare. B.
Alla congiunzione quando del primo esempio si sottin-
tende anclie; e in tutti e tre i primi esemp j bisogna far del-
la seconda parte la prima della proposizione a mostrare co-
me le espressioni quando o quando anche , perchè » aedi)
chCf sian congiuntive; per esempio, io ine ne contenterei^
quando anche ecc. È da notare la parola perchè del secon-
do esempio, corrispondente a quando anche; questa com-
prende r idea nel caso anche che ; quella, passando il caso
pur per questo che è* La congiunzione quantunque equivale
a quanto mai cioè per quanto mai si possa dire che^ dod es-
sendo unque altro cbe T unquam de* Latini. Nel quinto e-
sempio è sottinteso perciò davanti a che ; anzi il più delle
volte che questa voce è congiunzione ha tale ellissi.
Non mi par ragionevole che, delle formole congiuo*
tive a ciò che^ per ciò che^ a fin che^ in fino a che, si faccia
una sola parola; e si metta l'accento sopra il che^ il quale Iia
meno valore delle parole ciò e fin , togliendo cosi la enfasi
al nome o al pronome* che per sua natura ha più virtù. A
me par ben più giusto il leggere acciò • • • che intendiate i
facendo la pausa dopo c/à/che acciocché intendiate; il ve-
ro senso delle parole essendo quello e non questo i vale a
a* we had the blind, the maimed, and the halt amongit the nud^-
3o3
dire, cbe il che venga ad unirsi con le parole che Io seguo*
no, e non si giunga a quelle che Io precedono. Ammetto che
si nniscano le preposizioni alla voce principale , però che
queste, quando bene e* ne fossero disgiunte, verrebbero a
cadere da se medesime in su la detta voce; ma, aggiungen-
dovi il che^ si mette il suono in opposizione al senso delle
parole. Sta bene che si scriva poiché a distinguere la con-*
giunzione dallo avverbio poi che^ e ancora si dica benché
e purché^ per la ragione che le parole />eir e ben non forni-
scono appoggio quanto basti alla enfasi; ma quelle che han-
no più di una sìllaba, come prima che^ senza che^ o che son
precedute da una preposizione^ io consiglierei il separarle
dal che.
PERO^^ PERCIÒ O PER ClÓ'^ PERCIÒ^ CHE
I .Pero\ disse 7 maestro^se tu tronchi qualche fraschet'
ta et una (T este piante^ Zi pensier eh* hai si faran tutti
monchi. D. a. Pero" si dice che la fame e la po\fertà fan^
no gli uomini industriosi. M. 3. As^o^a questa donna una
sua fante^ la quale non era pero* troppo giowme* B* 4» -^^9
perchè ei si rende certo che tutti voi^ eccetto pero* quei se^
condì ^considererete ecc.G.5. Quantunque (le femmine^ qui)
in vestimenti e in onorif alquanto dalle altre variino^ tutte
PER CIO* son fatte qui come altrove. B*
Nella prima edizione io aveva erroneamente detto che
la congiunzione ^erò, (i) usata per equivalente di nondime-^
no era male adoperata; ma io non aveva ancora bene esami-
nato il vero senso di questo vocabolo; però che sopra Tuso
(i) La particella però è una delle più trayagliate del Non si può che
abbia la nostra lingua j ed io mi sono avvenuto in parecchi ammutoliti al
bisf^no di dar ragione di lei e di sci Bart,
3o4
che i classici fanno delle parole^ io fermo le regole; non b
fo già io; io dico : in questo modo, in questo senso, essi b ar-
no usato la tal parola; ella ha dunque il tal siguificato. O
venga ^erò dal latino /^roy^^^r hoc^ o dalT italiano /t^er ciò ^
egli comprende il senso di per la qual cosa, in conseguen"
za di dòn in conseguenza diche^ allor che è posto imme-
diatamente in principio di frase; nel qual caso solo fa Tuf-
ficio di congiunzionei come ne*primi due esempj; ma quan-
do è posto nel mezzo della frase, come neMoe seguenti, ha
il valore di^er ciò, per tutto ciò^ con tutto ciò, equivalente
di nondimeno-, per quello che mostra Tanalisi del concetto
che queste due espressioni contengono, tolta dal quinto e-
sempio: Per ciò^per tutto ciò, con tutto ciò^ che io conce^
do per s^ro*, le donne sono fatte qui, (in niente di meno) co-
me altros^e. E mettendovi nondimeno in vece di per ciò :
Per tutto ciò che io concedo per vero , le donne non sono
in niente di meno differenti, ina fatte qui come altrove. Si
che Tuna espressione col concedere la cosa che precede, e
Tal tra col renderla di nulla conseguenza,vengono a produrre
il medesimo effetto ; e come adoperando per ciò, si sottin-
tende nondimeno^ così adoperando questo, quello s^intende.
Ma in questo senso però non si usa in principio di frase ,
perchè si confonderebbe con Taltro dissenso affatto opposto,
né Taltro si potrebbe porre pur dopo una sola parola, sen-
za perdere la sua significazione. E in vero, congiunzione si
può chiamar quella solo che viene immediata dopo il pun-
to e la virgola» Adunque, queste due voci, questi ducerò,
son tulli a due un composto di per ciò ; ma esprimono una
idea affalto diversa, per lo diverso luogo che prendono nel-
la proposizione; l'una, in principio di frase ^ significa per
3o5
ciò cioè, da ciò che io ho detto igiene questa conseguenza ;
Taltra , per ciò che io ho conceduto, non è men uero che* Il
Yelo è sottile.
Questa medesima roce però oper ciò ha un altro sen-
so allor che è seguita da che* II Boccaccio dice: In soccor-
so e rifugio di quelle che amano, perciò che alF altre è as^
sai Vago, e Ufuso, e f arcolaio, intendo di raccontare cen^
to nobile. L*anaUsi di questo perciò che è : io dico in soo-
corso ecc; per questa ragione la quale è ecc. Perciò che e
però che son la stessa cosa , e non porgono di/Hcollà* Ma in
quello imperocché del qnale alcuni infiorano a fusone i loro
scritti io non so quello im che vi stia a fare. Io immagino che
si mettessero insieme tutte queste voci imperocché, concios^
siacosachè, per farvi sopra una buona posata quando uno è
stanco ; ma come s'accorsero poi che, mentre si riposava il
dicitore, si stancava con quel ritornello Tuditore, chi si mo-
derò, e chi le bandì, quelle due congiunzioni, del tutto dal-
le scritture. A me non dispiace, anzi mi pare che vi stia as-
sai bene, quel con ciò sia cosa che coi quale il Casa dà prin-
cipio al suo Galateo ; ma stian le cinque voci divise , afiin
che s'intendano ; e l'accento principale andrà naturalmente
a cadere da se sopra cosa; ma Vim davanti tkperò che, per-
ciò che, non v^ba senso alcuno, e per ciò è di soperchio.
«
NONPERTANTO E jV^OiV PER TANTO
Nella introduzione alla prima edizione dissi : Quando
darò la seconda estenderò di più anche l'analisi degli avverbii
e delle congiunzioni ; essendomi accorto , nello scrivere la
presente opera, quanto sia necessaria e a chi scrive e a chi
legge , e quanto sia stata finora trascurata, questa parte. Il
saper variare le congiunzioni e gli avverbj dà grazia ai com-
X
jt
•r ■ ^
3o6
poniiueDti; ma per ciò vuoisi ben conoscere il giusto vaio*
re di ciascuno. Tanto più poscia mi confermai in questa o-
pinione quando ebbi veduto che un Bartoli , non che altri ,
sMntrica come un raoscherino nella ragna allor che vuol bat-
tagliare co* grammatici per uno avverbio o una congiunzio-
ne; vedasi, per uno esempio, quel ciré* dice al suo però^ e
al non per tanto^ de quali vocaboli uno non intese; dell'al-
tro lascia il lettore senza fornirgli il pasto onde largito gli
ha il disio. Passi quindi il lettore alla osservazione delSig. A*
menta, sopra questo non per tanto^ e troverà che per solu-
zione di cosi importante questione ne dà un pambollito . £
non ho io ragion di gloriarmi o di vanagloriarmi, se iopon*
go fine a queste dispute grammaticali col mostrare le cose
nella loro vera luce? Vuol dunque il Bartoli provare che
l'^pressione non per tanto ora significa nondimeno^ e ora
non per ciò. Ma qual soddisfazione può dare allo intelletto
il mutare tanto in ciò ? Vediamo gli esempj. Il primo è di
una antica traduzion di Livio.
I • FU soldato a piede; ma^ NorrpEBTjtNTO^prode e ar-
dito maras^igliosamente. 2. ( Riprese tacitamente se ) ; ma^
NONPERTANTO^ scnza mutar colore^ alzato il wso e le ma-
ni al cielo , disscm B. 3. ( Conosceva la sua in fima condi-
zione); ma non^ per tanto da amare il re indietro si vole^
va tirare. B. 4* (Per quanto di male me ne avvenisse);'non,
PER TANTO f niego die ciò^ e ora e allora^ non mi fosse
carissimo, h.
Cosi si debbono virgolare queste proposizioni , e così
virgolando si scorge che due sono queste congiunzioni, distin-
te per se medesime, senza che s'abbia bisogno di ricorrere al
non per ciò. Ne* primi due esempj la congiunzione è nonper*
tanto^ che mi par meglio scrivere unita come nondimeno ;
negli altri due, per tanto ; in questi s* intende a negare y e
la negazione non appartiene alla congiunzione , ma al ver-
bo che siegue; in quelli, eli* è affermativa. L'analisi adun-
que del concetto contenuto in nonpertanto è questa : Per
tanto , quanto ho detto^ non fii vii soldato , ma prode ecc.
Pertanto ecc., non si smarrì^ fna disse. L'analisi ài per tan^
to è: Ma^ per tanto, quanto detto ho^ non si vole\Ki ecc; Per
tanto ecc., non niego che. Ove si vede che il non del primo
caso contiene in se una intera proposizione, contraria a quel-»
la che esprime Tidea principale ; laddove nel secondo si ac-
cenna una sola proposizione. A me^pare che il virgolare ba-
sti a torre l'equivoco; ma forse si farebbe meglio , quando
la negazione non appartiene a per tanto, portarla in imme-
diato contatto col verbo al quale è apposta, così: Ma non
si %H)lea,per tanto, da amare il re indietro tirare; Non nie-^
go, per tanto, che ciò, e ora e allora, non mi fosse carissi-
moì e poiché si scrive nondimeno, intero; direi che si scri-
vesse intero anche nonpertanto che a quello equivale»
DSL CIFE ELLITTICO
Avvenga che la maggior parte delle congiunzioni con-
tengano la parola che, è necessario mostrare, con V analisi
de'sottpposti esempj, che questo che non è se non quel me-
desimo aggettivo congiuntivo, del quale abbiam parlato a
carte 147; il che servirà a £ir ben sentire la virtù di ciascu-
na congiunzione*
I . Sentendo già che i solar raggi si riscaldainmo, t^er-
so la loro stanza volsero i passi. B» Analisi; Sentendo già
questo che è, i solar raggi ecc«
:i* Pia che altro uomo si poteva contentare. B* Ana-
.»
3o8
lisi; Si poteva contentare più in comparazione di quello che
ogni altro uomo si potesse contentare*
3. Prese per partito^ che che awenir ne dwesse^ di
rapir Cassandra. B. Anatisi; Per che unque, cioè per qua-
lunque cosa che avvenir ne dovesse ecc. Il primo di questi
che vuol esser pronunziato solo con piccola pausa; il secon-
do deve andar con quel che segue così, che . . • che envenir
ne dovesse^ e non già legger che che.
4* Se io potessi parlare al re^ e* mi dà il cuore che io
gli darei un consiglio^ per lo quale egli {lincerebbe la guer-
ra sua* B Analisi; Se io potessi parlare al ret e* mi dà il cuo-
re di far questo che è, ecc.
5« Quando la giovane il vide^ presso fu che di letizia
non morì. B. Analisi; Presso fu al momento in che per ec-
cesso'di letizia quasi morisse; ma non mori.
6. Poiché così è, che Pietro tu non sai^ tu dimorerai
qui meco. B. Analisi; Poiché così è, ciò è che tu non sai eca
7. Non suole essere usanza che^ andando s^rso la sta-
te ^ le notti si i^adan rinfrescandogli. Analisi; Non suole es-
ser questa usanza che è ecc.
8. Che non rispondi^ reo uomo ? Analisi; Per che ca-
gione non rispondi, reo uomo ?
9. Donolle^ che in gioie ^ e che in vasellamenti^eche in
danariy quello che wlse meglio di altre diecimila dobbre*
B« Analisi; DonoUe, tra quelle cose che consistevano in gio-
ie, e quelle che consistevano in vasellame nti , e quelle che
consistevano in danari, ecc*
I o. Luci beate e belle ! se non che 7 veder voi stesse
V è tolto. P. Analisi; Se non fosse questo che è, il vedere ecc.
I I • Avvenne^ che che se ne fosse la cagione. Anali-
3o9
si; Avvenne, non so che cosa fosse quello che se ne fosse la
cagione»
I a. E^ così dicendo^ fu tutto che tornato a casa.B. AnaU
£, cosi dicendo, fu tutto simile a colui che è tornato a casa.
ALTnC OSSERVAZIONI RISPETTO ALLA MEDESIMA
CONGIUNZIONE CffE
I • Io prego tutti CHE , se il corwìto non fosse tanto
splendido j quanto si contiene alla sua grida, cbe^ non al
mio wlere, ma alla mia facultate imputino ogni difetto. D.
2. Ordinò che colui de^ suoi figliuoli , appo il quale sì co^
me lasciatogli da lui^ fosse questo anello trovato, che colui
s^ intendesse essere il suo erede. B. 3. Temendo non il son*
no quivi lo soprapprendesse ^ si levò. 6. 4« ^^ ^^ fratelli du^
bitavan forte non gP ingannasse. B. 5. Pregavano i JFUoren-
tini non si voltasse la Chiana dal suo letto in Amo% che sap-
rebbe la lor rovina. Dav. 6. Pregol lo che ^ poi verso Tosca-
na andava, gli piacesse cT esser in sua compagnia. B«
Qualche volta la congiunzione che si truova ripetuta
nei classici, allor quando, il che e il resto della proposizio-
ne alla quale rispoude, sono divisi per una lunga frase in-
cidente 9 come nei primi due esempj ; e questa ripetizione
incalza l'espressione. La congiunzione che si può sottinten-
dere dopo i verbi temere, dubitape% pregare, e qualche al-
tro, come mostrano gli esempj 3., 4m ^ ^m e i seguenti pure
del Boccaccio : Questa ultima novella voglio ve ne renda
ammaestrate. Cominciò a suspicar per quel segno non co--
stui ilesso fosse. Anche alia congiunzione poicliè si può sot-
tintendere che, come appare dal 6 esempio*
irON CHE
I . Io, NON CHE comporre, non so a fatica leggere. F#
3io
«'
3* «SS? tu sapessi chi io sono^ non che cercar di cacciarmi,
mi pregheresti che io non mi partissi mai da te. B. 3. Io non
conosco uomo di sì alto affare a cui wi non dobbiate esser
cara^ non che a me che unpiccol mercatante sono* B.
Molli degli Italiani Don banno mai compreso il senso
di questa congiunzione, e molti Tusano nel senso contrarioi
cioè per e anche; perchè da ben pochi è conosciuta Tanalisi
delle idee in grammatica, senza la quale non si può in que-
sta scienza fermar peso di dramma^ e senza la quale è im-
possibile rintracciar il sentimento di queste espressioni* LV
nalisi dei tre esempj è la seguente; i« Io non (dico) che{io
non sappia ) comporre^ ( il che ognuno sa^ ma ) non so pu*
re a fatica leggere; a. Non (dico) che (tu svolessi) cercar
di cacciarmi i (il che sarebbe troppo contrario ai desiderj
tuoij ma che anzi) nn pregheresti ecc., 3. Non (dico) che
ame^ il quale sono ecc. (siate cara^ il che sarebbe di poco
momento. In tutte le quali analisi si discerne che la congian*
zione non die corrisponde a non solo o più tosto si appros-
sima a questo; cioè, io non solo non so\ tu non solo non por-
resti cercar^ non solo a me.
In luogo di questo idiotismo nostro, che gli antipuri*
sii non intendono , essi fanno uso del gallicismo bien loin
de. Eccone uno deirAntipurismo medesimo. Molto lungi
die egli creda di dwer deporre la ttvmba epica, qui è d(h
ve anzi che egli inwca ecc. £ in vece dì dire qui è dove
anzi che egli , noi Italiani diciamo, con termine più rube-
sto, qui anzi egli. Ora, V Antipurista griderà che, appunto
per quella medesima ragione che io adduco del non essere
inteso il non cìie% egli fa uso del molto lungi che; alla qoal
cosa si risponde, che questo modo pure a fatica Tintende-
3ii
ranno coloro che sanno il francese; e di due modi oscuri e-
gli è meglio far intendere il nazionale che Io straniero, e ac-
cogliere la forma più bella. E pure, chi il crederebbe , co-
storo osan dire che la barbara forma, molto lungi die ecc.
soprapposta sia più concisa e vigorosa che la nostra, Non
che egli creda dòs^er deporre la tromba epica^ qiù anzi egli
insH)ca !
Un altro esempio è tolto dalla Proposta del Monti :
Dunque^ ben lungi che i peccatori si glorierebbero (Taver^
li compagni (i cattivi del terzo canto dell* Inferno di Dan*
te) sono anzi i peccatori medesimi che li rimuoifono dal lor
consorzio • Che uno il quale dichiara voler distruggere la
purità della lingua a tutto suo potere, come già ne fece una
vana prova, dico TAutore del lordo Antipurismo, abbia nel
suo stile sì fatte locuzioni, ciò si concede come Tacqua che
corra allo in giù; ma che esse sian potute cadere dalla pen-
na del Monti in una opera che tratta della grammatica, io non
posso cessar la maraviglia ! Qui, oltre al gallicismo ben lun^
gi chej pecca anche in grammatica, dicendo glorierebbero
in luogo di gloriassero ; e quel sono • • che , sebbene ita-
liano in alcun caso, come vedremo, in questo par proprio
posto alHn che nulla manchi al compimento della frase fran-
cese. Io direi : Dunque^ non che i peccatori si gloriassero
{T digerii compagni , i peccatori medesimi li rimuovono dal
loro consorzio.
OyS^ DOFE^ E LADDOVE O LA^ DOVE
I . Io dirò che io sia di città fiorentissima d* arme ,
d'imperio 9 e di studila dove egli non potrà la sita se non
di studii commendare. B* Ella è più giovane ed è stata in
dilicatezze allevata^ ove V altra in continue faticlie da pie*
\
3ia
colina era stataJR. E per serCiappelletto era conosciuto per
tutto; LA DOVE pochi per ser Ciappcrello il conoscieno* B.
L*idea contenuta nel vocabolo doi^e nominato a car-
te 2Q^ è nel caso in che; il concetto del presente, nel me-
desimo tempo che ; quello corrisponde a se; questo a per lo
contrario;V uno esprime un* idea contingente, V altro positi-
va. Sono dunque assai diversi nel loro effetto; e però gli ho
trattati a parte.
Questi tre vocaboli sono avverbi! di luogo; che tutti
comprendono V idea nel luogo che^ in che iuogo^ o a die
luogo; ma qui essendo intesi a sighificar più tosto tempo
che luogo, e facendo T ufficio di congiungere due proposi-
zioni insieme, gli ho posti anche fra le congiunzioni» Per
concepire che faccia Videa di luogo in queste espressioni fa
daopo analizzare il concetto di una: Nel luogo che io dirò^
in (fuel medesimo Idogo egli non potrà; o vero in quel mede-
simo tempo che io dirò^ egli non potrà; il che si può ridurre
a questo, Io dirò eh* io sia ecc., e per lo contrario egli non
potrà ecc. Queste congiunzioni adunque vengono a signifi-
care ^er/o contrario. I Francesi e gli Inglesi esprimono que-
sta idea con uno avverbio di tempo ; quelli dicono tandiS"
que ; questi whilst ; e io infine a quest* ora aveva creduto
che mentre o mentre che s* adoperassero anche in italiano
a congiungere queste proposizioni, assai più che ciWe e lad-
doi^e; ma m* accorsi poi eh* era un solecismo; che messomi
a cercare nei classici e nella Crusca, non mi venne fatto di
trovarne un solo esempio* Potrebbe darsi che ve ne fosse-
ro; intanto m^ è parso doverlo togliere da* mici scritti.
Questo, e quello che ho detto in altri luoghi di questa
mia opera de* proprii miei falli in lingua, dee persuadere
3i3
ognanò che non per torre né scemare V altrui fama sono io
andato cercando gli errori per le opere letterarie, ed espo-
stili agli occhi di tutti; ma perchè cosi era richiesto a voler
purgare la lingua da tante macchie. Ci voleva il ferro che me*
nasse a dritta e a sinistra senza riguardo, per levar via tutte
le mal erhe tutti gli sterpi che intralciavano e impedivano
la coltivazione di questo campo, tanto era imboscato e sel-
vaggio I
pans
I • Fa paRE che tu mi mostri guai ti piace; lascia poi
fare a me. B. a. La cosa andrà pur così. B. 3. Deh ! come
dee poter esser questo ? io il i^idi pur ieri costì. B« 4« La
quale j perciò che pure allora smontati n* erano i signori di
quella^ d'albero^ di 9ele^ e di remi^ la trovò fornita. B. 5. Za
varietà delle cose che si diranno non meno graziosa ne fia^
che V as^er pure d* una parlatom B«
Sebbene, come dice il Biagioli, forse 1 6 sensi diversi
nel vocabolario della Crusca , siano attribuiti a questo vo-
cabolo pure^ esso è pure il medesimo in ogni caso; e sempre
si usa in opposizione di quel che un* altro dice o pensa, o
di quella idea che lo precede; in qualunque circostanza es-
so si truovi, signiGca ciò non ostante% nulla dimeno; e sem-
pre è preceduto da una congiunzione avversa,espressa o sot-
tintesa. Le congiunzioni quantunque , come che , con tutto
che , ancora che , se bene , tutte comprendono un' idea di
concessione a quel che altri dice, o crede, o fa; per lo con-
trario le seguenti, nondimeno^ nonpertanto^ tuttas^ia^ ciò non
ostaate^per ciò^ tutte egualmente come pure esprimono una
opposizione una eccezione a quella stessa cosa conceduta.
Ora, le medesime due idee di concessione e di eccezione son
23
3i4
comprese nelle frasi sopra citate , e in qualunque entri il
vocabolo pure , come si mostrerà per la seguente analisi*
I. Quantunque tu dubiti delV esito t nuizadìmeno fa
che ecc. a. TVrro che a te dispiaccia^ la cosa nonper"
TANTO andrà coshZ. Come cbe tu dica non essenti pia ,
TUTTAriA io il vidi ieri costì. 4* ^J^cora che smontati ne
fossero isignori; da' non oSTANTE^però che n^ erano smon-
tati solo alterarla trovò ecc. 5* Sebbene lo spazi€ws£ in una
cosa nel ragionare sia piacevole^ non per ciò* la varietà /la
meno graziosa che r aver parlato d'una sola. Negli esemp)
quarto e quinto /7ttre corrisponde a S0I09 come si scorge dal-
la analisi deir idea in essi contenuta; e quantunque per l*a-
Milisi si pruovi che comprende tuttavia il senso primiero di
opposizione, questa idea è quasi smarrita, e ha lasciato luo-
g» al significato di solo* Di tutte queste maniere può dun-
que chi scrive far uso per variare le congiunzioni, e render
lo stile più vago«
SE NON SE
A qualunque animale alberga in terra^
Se non se alquanti che hanno in odio il sole^
Tempo da tra^^agliare è quanto è 7 giomom P»
Costruzione intera: dico qualunque , ^e non cogliamo
fare questa eccezione , cioè se eccettuar non vogliamo al^
quanti'^ il che vuol dire, quando si voglia comprendere nel-
la generalità pure alcuni che eccettuar si potrebbero^ allo*
ra dico che a qualunque animale ecc.
SAzro SE
I • Comandò che ad alcuna persona mai manifestassero
chi fossero f SAiro se in parte si trovassero ecc. B. a. Non
la lasciar per modo che le bestie e gli uccelli la dimorino ;
SALVO SE egli noi ti comandasse. B.
3i5
Pongo sott* occhi questa cotigianzione al solo fine di
mostrare che l'Italiano non ha bisogno di prendere ad im-
prestito dal Francese a meno che^ della quale espressione
alcuni pare non possano far senza. Salw cioè saluaio , per
metaforica analogia vai quanto eccettuato^ L'analisi è dun-
que : questo essendo eccettuato che è*
ONDB
i. La gohif e '/ sonno ^e t oziose piume Hanno del
mondo ogni 9irtà sbandita^ Ond^ è dal corso suo quasi smar^
rita Nostra natura scinta dal costume. P. a« jimbo le mani
in su r erbetta sparte ^ Sooi^emente 7 mio maestro pose f
Ond^ io che fui accorto di siC arte^ Porsi ver lui le guan^
ce lagrimose. D.
Onde Tiene dal latino unde^ che significa delqual luo^
goi o di che luogo^ se si interroga ; quindi la propria qpa*
lità di questa parola è quella d'avverbio di luogo» In segui*
tOy per l'analogia che è tra il luogo onde l'uom parte, e la
cosa onde un' altra proviene , si estese il senso di onde ad
esprimere della qual cosa. Finalmente, per l'analogia di ef«
fetto che produce la cosa dalla quale un' altra proviene , e
quella per la quale un' altra passa, ritorna a carte ^4^ 9 ^^
disse onde ad esprimere per la qual cosa; le quali parole
fanno l' ufficio di una congiunzione , come si vede negli
esempj. 1
La differenza che è tra la congiunzione e il pronome, è
che questo si riferisce ad una cosa particolare, e quella al-
la proposizione, o al periodo che la precede; Tuno viene, il
più, in seguito del nome col quale corrisponde, di i^ado pur
con una semplice virgola, e quasi sempre immediato; e 1*
altra è divisa dalla precedenza per lo punto e la virgola. Nel
3iO
mio manifesto io aveva già posto tra gli ofuk estranei alla
buona lingua quello che molti de* moderni usano nel sen-
so di (^n chei appresso» scorto nella Crusca Tesempio del
Gelli sopra citato, mi volli allora astenere dal procedere an-
che contra di esso; aia poscia che non me n^è venuto trovato
un solo esempio nei tre massimi, io non dubito più oramai
di dichiarare chenonsi abbia altrimenti a ricevere per buo-
no. E noi dico senza Tappoggio della ragione; però che es-
sendo questo vocabolo, per sua origine, inteso a richiama-
re alla mente un luogo dal qual si parte; una cosa della qua-
leun*allra proviene, cioè una precedensa«enonuna8egaen-
za; facendogli fare V ufficio di ajjla che sì travolge il senso
suo, in luogo di provenienza, gli si fa dinotar tendenza; on*
de^ per Tidea originale, mi dice, guardati indietro; onde per
a/Jln che^ perciò che^ vuole che si guardi innanzi. La Pro-
posta ha: Se si i^uole che gli esempj siano ciliari , es^iderk-
a^ onde la sentenza chiusa nel loro seno subito disfwillii
ove il sentimento di onde è per questa ragione che siegjue.
E ad esprimerlo giustamente in questa proposizione, s* a-
vrebbe a dire: La sentenza chiusa nel seno di un esempio
chiaro ed elidente subito disfa\filla\ onde si vuol far uso di
esempj chiari ed elidenti. Egli/ si ha dunque in tal caso a
usare perchè^ affln che^ acciò che^ come in questo esempio
del medesimo Gelli: Essa tn ha dato in cambio diano scu"
do un bel quarteruolo^ perchè io glielo cambii. Ora» ricapi-
tolando, abbiam veduto che di tre maniere falsi onde s'e-
rano furtivamente introdotti nelle scritture ; quello posto
per pronome, nel senso di con che^ in chei Taltro quivi ci-
tato, a carte 1 86 , di un esempio tratto dalla Proposta, in
luogo di per davanti a un infinito ; onde mettere; e final-
3i7
mente questo , in luogo di afltn che. Inoimagina mo* questi
tre onde moltiplicati tante volte, quante possono occorrere
in un*opera letteraria ; e avrai un^idea della confusione che
dee produrre nella mente di chi è uso al puro e corretto
stile, e del guasto che deve fare in chi non sa discernere !
OJbi ^ OR
I • OjL^, le parole furono assai ^ e il rammarichio della
donna grande. B. a. Come? non sapete wi quello che que^-
sto wglia dire? ora^ io uè Vho udito dire mille volte. B. a.
Deh ! or trainassero essi affogato , come essi ti gittaron là
dove tu eri degno d esser gettato 1 B«
La propria qualità della parola ora è nome ; il quale
si usa come avverbio quando si dice ora vengo; che vuol di-
re, in questa medesima ora vengo; e può adoperarsi anche
per congiunzione, come in questi esempj, ad esprimere con^
clusione; e in tal caso Tidea che comprende è m breve^ ora
vi dico che. Lo stesso valore ha or, tronco di ora.
La scienza pili necessaria per far buon uso delle con-
giunzioni essendo quella di conoscere il loro significato, per
ciò daremo nella seguente tavola Tanalìsi etimologica delle
altre piò usate, e la definizione della idea che comprendono.
ANALISI DELLE IDEE CONTENUTE NELLE CONGIUNZIONI
Acciò che; a far ciò che; a far questo che è. Acciò che
la lor seccaggine si levasse da dosso. B.
^dunque; probabilmente dal latino ad unquaìn^ che ,
per analogia del luogo col tempo « significa ^er venire ad
alcun principio o ad alcun termine^ alla conclusione di ciò
che uno ha premesso. Esempio , Dico adunque che nella
città di Pistoia fu già una bellissima donna vedova, fi.
3i8
Affln che\ tendendo al fine che è. Lasciò in guato due
mila calieri ; affla che^ se que^ di Messina uscisser fuori^
uscissero loro addosso. Villani.
Altresì^ altro cosi ; in altro simil modo, similmente.
Alessandro^les^tosi prestamente^ andò \fia altresh B.
Anche\ in addizione a ciò; sopra ciò. Anche dite wi
che sH>i 1^1 sforzerete^ e di che ? B.
Ancorai anche ora; sopra ciò e nel medesimo momen-
to. Acciò che^ come per nobiltà d* animo dalC altre dismise
siete ^ àncora per eccellenza di costumi ecc. B.
Ancora che; avvenendo ancora questo che è. Ancora
che gran paura avesse^ stette pur cheto* B.
Avvenga che ; dandosi il caso che avvenga che* A\^
venga che egli mi stia molto bene. B.
Benché* Tutte le congiunzioni che comprendono bene^
esprimono opposizione; e qaesto nome lo modifica in par-
te; onde Tidea è: con tutto il bene che è in contrario a quel
cKio dico. Benché nel quanto tanto non si stenda la vista
pia lontana^ lì vedrai ecc. D.
Cioè^ questo è. E loro che di queste cose niente ancor
sapevano^ cioè della partita di Folco. B.
Cioè a dire ; ciò è simile a dire. La condizione che
dee aver la confessione , si è frequens , cioè a dire che si
faccia spesso. Passavanti.
Come che; e benché sia cosi come è che. Questa paro-
la esprime modificazione; e neiresempio seguente modifica
Tidea di particolarità espressa per massimamente. Umana
cosa è aver compassione degli afflitti; e, come che a ciascu*
no steà bene^ a coloro è nuissimamente richesto ecc. B.
Io credo anch'io con T Amenta che il Bartoli volesse
3i9
scusare li proprii errori col suo Non si può; però che chiun^
que abbia sentor di nostra lingua noa prenderà mai come
che nel senso di perciò che nel seguente esempio : E come
che rade wlte la sua madre ^ la quale con la donna di Cor-
rado era^ i^edesse^ ecc. B. Il perciò che non può reggere il
congiuntivo; e quìi e negli altri esempj che il Bartoli cita,
come che equivale a quantunque^ benché. L*altro come che
ch*egli accenna^ come cK io mi muowz^ non è congiunzione,
ma avverbio per quel che abbiam già dimostrato*
Con ciò sia cosa che. Il concetto compreso in questa
espressione è : Avvenendo che con ciò che io ho detto o son
per dire è cosa la quale è# Con ciò sia cosa che tu incomin-
ci pur ora quel i^iaggio^ del quale io ho maggior parte for^
nito. Gasa. Vedremo poi altrove perchè lo scrivere t come si
faceva, tutte queste cinque voci insieme, e carrucolar sopra
il che^ rendeva questa congiunzione ridicola e disaggrade-
vole. '
Con tutto c/ie;ha il valore di benché. Con tutto quel-
lo che punta in contrario ciò è che. Era jirriguccio^ con
tutto che fosse mercatante^ un fiero uomo ed un forte. B.
Con tutto ciòi risponde a pure^ nondimeno. Con tutto
ciò la \fipera è dotata di una tal naturalezza pacifica e in^
nocente; cioè, con tutto ciò che io ho detto in male della
vipera, in bene io dico che ecc.
Da che^ vai quanto poiché. Analisi: Movendo la ca-
gione da questo che è. Siano baldamente li Romani t da
che questo è PusatoMberali e larghi di quello che tolgono
a* loro nemici. Da. S. C.
Dunque ; quando la cosa è così. J^a dunque f disse la
donna^ e chiamalo. B. 0 ha il senso di adunque.
3^0
Eccetto; eccettuato; questo essendo eccettuato* Eccet-
to se io non fossi già colei che glielo toglìessi. B.
E nel pero; e volendo cooteaersi nel vero senso delle
parole, né più né meno. E nel vero^ io non conosco uomo di
sì alto affare^ al quale poi non doveste esser carcu B.
Eziandio; forse d^etiamdiu; cioé^ anche ora* E come
dònna la quale eziandio negli stracci parey^ ecc. B*
//io/^r&;andando in oltre nella materia del discorso. In
oltre apepa nel porto gran numero di napi. Crusca.
In somma; arrivando in su la somma parte; in con-
clusione. In somma ^ sappi che tutti far cherci e letterati
grandi. D.
Intanto; in tanto tempo quanto scorse, o scorrerà* //i-
tanto poce fu per me udita. D.
Laonde; il che riesce \k onde procede che; o il che rin*
se) là onde procedette; significa per la qual cosa. Laonde
egli scampa dalle forche. B.
Ma; a quello che ho detto aggiungo od oppongo que*
sto che é. Ma, apere infine a qui detto della presente nopel-
la poglio che mi basti B*
Nondimeno; quel che é detto non facendo effetto di
meno. Nondimeno^ ciascuno de* due cenanti la sua grazia
addimandapa. B. Vedemmo a carte 3 1 3, che al vocabolo pu*
re, equivalente di nondimeno^ sempre precede quantunque^
espresso o sottinteso. L*analisi di questo esempio é duuque:
Quantunque la grazia nessuno avesse meritata, questo de->
merito non facendo effetto di meno ardire nell' animo do'
due amanti, ciascuno ecc.
Nonpertanto; per tanto quanto dissi, non ecc., equiva-
le a nondimeno. Ma^ nonpertanto^ senza mutar colore^ al-
zato il pi so e le mani al cielo ^ disse. B.
3ai
Non ostante;^ ciò non ostante^ quel che dissi non ostaiH
do; risponde a nondimeno* Gli avrebbe ciò non ostante s^e^
racissimamente tirati. Grasca. Eiìon ostante che V Amnu^
raglio^ favellando col re Pietro^ gli dicesse ecc. Casa*
JVulladimeno; quel che soq per dire non facendo nul-
la di menot Soggiungerò nulladimeno qui di nuovo guai"
die cosa. Redi»
Perchè; per questo che è. E per che ragione ? disse
Ferondom Disse il monaco^ perchè tu fosti geloso. B.
Perchè per affln che; per questo fine che è. Prima as"
sai ten^ratamente lo incominciò a battere^ perchè UpaS'-
sasse. B«
Perchè per onde; per il che; per la qual cosa. Ella noi
vi vorrebbe ; perchè ella ti prega^ in luogo di gran servii
gio ecc« B.
Perchè per benché ; per questa ragione che è« Tu ,
percìi io nC adiri^ non sbigottir. D.
Belli sono questi perchè per li differenti concetti che
esprimono; e la lor varia virtù si sente per lo diverso effetto
che operano sopra il corrispettivo verbo che li siegue.
Pertanto; per tanto quanto è detto; per la qaal cosa;
perciò, ferii messer^ toccò a me P andare pensoso; oggi pare
che tocchi a voi; e pertanto io non voglio che pensiate più
sopra questo fatto. FecoTone.
Perciò; per ciò che detto è; equivale ^nondimeno. Ma
non %H)gtio per ciò che questo di pia avanti leggere vi spa-^
venti. B.
Perciò; per ciò che detto è; per la qual cosa. Dissi i
Già di veder costui non son digiuno; perciò a figurarlo gli
occhi affissi. D* Il Bartoli dice: Onde perciò gli spiriti si
3:12
rendono^ almeno per metàt meno abili alla speculazione^ e
altrove adopera pur e nondimeno immediataoieiite) non si
accorgendo che perciò equivale ad onde^ e pur a nondime-
no ; .dal che si vede se giovi il far Tanalisi dell* idea com-
presa nella congiunzione*
Posto che^ può supplir quantunque ; posto qaesto che
è • Lo cielo I i^ostri mos^imenti inizia ; non dico tutti \ ma ,
posto cJiio 7 dica ecc« D. Posto che assai ìH)lte de" fatti di
Calandrino detto si sia tra noi ecc. B«
Però che; per ciò che è; per questa cosa che è. Nul'
r altra pianta w puote as^er vita « Però che alle percosse
non seconda* L*armonia e la misura del verso ne conferma
nella nostra opinione, che queste congiunzioni però che^iper-
ciò clie^ affln chCf hanno a esser divise dal che^ poiché, leg«
gendo il verso come si truova in tutte le edizioni : Peroc'
che alle percosse non seconda^ si viene a portare il primo
accento sovra il chct il quale dev* esser tolto via per rdi-
sione; se non vi sarebbero dodici sillabe*
Perciò che; la medesima cosa che però che» Perdo
che^ dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo^ oìr
tremodo essendo acceso stato* B.
Per la qual cosa; ò V analisi di onde. Per la qual co^
sa ella disse ad una sua fante. B.
Per tutto ciòy e per tutto questo; equivalenti di pure^
nondimeno. lUnuccio^ dolente ^ non se ne tornò a camper
tutto questo.
Poicìiè; dopo questo che è« Poiché essi^ ciò che essa
addomandato avea^ non avean fatto. B«
Poi ; vi si sottintende che t dopo questo che è • Di
che r animo vostro in alto galla 9 poi siete quasi entomaia
3a3
m difetto ? D. £ pregolh ^ poi wrso Toscana andas^a^ gli
piacesse d'essere in sua compagnia. B. Dunque si può ado**
perare poi in luogo di poiché. Lo ripeto perchè si notì«
Prima che; in ora prima che. Madonna ^ non s^i scon^'
foriate prima che \fi bisogni. B«
Purché ; pure che, quando nulla ostante il contrario,
avvenga questo che è« La medicina da guarirlo so io ben
fare; purché a wi dea il cuore ecc* B*
Qualora; in quale ora, nel caso che; può supplire quan^-
dOf dove^ e se. Tindaro al sers^igio di Filostrato attenda ,
qualora gli altri attendere non vi potessero. B«
Quando bene; quando anche ci sia il bene che è.
Quindi; di qui; per la qual cosa; equivalente di onde<,
Savj pochi si truwano; quindi à che i consigli seguiscono
malo effetto. Albertano.
Sebbene; se pur vi sia il bene che è; corrispondente a
benché. Sebbene Podere e la mestura di questo succhio of*
fende. Crusca. Veramente, in questo esempio, l'analisi del-
r idea compresa in sebbene è , se pur sfi sia il male che è ;
perchè Tidea originale ha dato luogo ad una semplice op-
posizione, o in male o in bene.
Senza che; quel che è detto basterebbe, senza aggiun«
gere che; corrisponde a oltre a ciò^ Senza che^ egli ha al-
cune altre taccherelle con queste^ che si taccionperlo mi-^
gliore. B. Quis^i gran parte della tua ricchezza s^edrai co^
me si traffica; senza che tu diventerai molto migliore^ e più
da bene. B. Questa bellissima congiunzione era stata ab-
bandonata dai moderni per V inoltre che mi sa di francese.
Sì che; così che; essendo così ne avviene che; equivale
a in modo che^ tanto che. Desinas^a la mattina con lui Bin-^
uccio; sì che egli voleva far della salsa. B.
S
3a4
Solo che; avvenendo solo questo che è; risponde a pur^
che. Vedi pure ^ carte 3i3. Questo farò io ipolentieri ; sol
che voi mi promettiate ecc. B.
i$2 veramente; quando sia così veramente; con que-
sto patto. Io sono disposto a farlo ^ sì veramente che io vo-
glio prima andare a Roma. B*
Tanto che; la cosa è venuta a tanto che* Non ha uomo
che non creda fermamente che tu sii morto; tanto che io ti
so dire ecc. B.
Tuttavia; per tutta la via; continuamente; ancora. Ma
tuttavia^ che che egli scabbia di me detto^ io non voglio che
voi il vi rechiate se non come da uno ubbriaco. B. La piena
costruzione è:ma,quantuQqne v*abbia già significato il mio
desiderio, vi dico ancora che voglio ecc«
Tutto die ; con tutto questo che è. Tutto che questa
gente maladetta in vera perfezion giammai non vada* D.
È da notarsi Tufficio che fanno le tre congiunzioni jo-
praciò^ anche ^ e alla perfine fU^ seguente periodo diF.B.
da San Goncordio ;
Qualunque disonesto , adultero t ghiotto 9 e chi avea
consumato quasi lo suo patrimonio spendendo e giocando;
e chi aveva speso delF altrui. . . , quegli erano amici fami^
gliari di Catilina. Soprjì ciò da ogni parte li micidiali^ li
ladroni delle cose sagrate; ancbb quegli i quali si nutrica--
vano di mano e di lingua^ cioè spergiurando f e spargemh
il sangue di lor cittadini; aixa perfine tutti coloro ti quali
conturbava la malvagità^ la povertà^ la coscienza delie male
operazioni , s^ accostavano a lui , erano i domestici suoi.
E quel sopra ciò equivale a oltre a ciò^inoltre. Appres-
so ò bella niauiera di congiunzione nel senso di oltre a ao,
come nel seguente esempio del Gelli : Le molte e rare ^ir^
tà^ III. e molto II. signor mio^ che per fama ho sempre udito
risplendere in V. S. /?. • • e V onestò e lodewle amore ap^
PRESSO^ cK ella dimostrò portar a virtuosi componimenti
toscani ecc.
Nota che queste forme sono congiunzioni se non in tan-
to, in quanto servono a giungere una proposizione con Tal-*
tra, un periodo con Taltro, perchè, quantunque la congiun-
zione acciò che o acciocché sia composta di a ciò che^ que-
ste parole non formano congiunzione nella seguente propo-
sizione: Non por mente a ciò ch^egli dica* Cosi, quando è
congiunzione allora che si dice, /a wglio alle tue angosce^
quando tu medesimo s^ogli^ porre fine^ dove sì vede che
quando giunge le due parti della proposizione; ma egli è av-
verbio neiresempio. Quando udirete sonar le campanelle ,
sortite qui. Le parole con tutto ciò forman congiunzione al-
lor che stanno in opposizione a quel che s^ è detto prece-
dentemente, per esempio, lo non ci fui mai; con tutto ciò^
vi potrei dire chi vi è, e che vi si fa; ma non sono congiun-
zione nella proposizion seguente. Io ve lo manderò con tutta
ciò eh* egli potrà portare.
Ho fatto cenno di quelle congiunzioni che hanno e-
gual yalore affin che lo studianfe se ne possa valere per va-
riare lo stile; che, per essere queste parole di si frequente
necessità, è un vero fastidio a sentir replicare continuamen-
te il medesimo vocabolo. Già una gran noia è tolta con Ta-
ver divise la maggior parte dì quelle che finiscono col che;
sopra la qual voce si veniva a battere senza pausa come so-
pra r incudine il martello.
3a6
GAP. XXII.
DELLE INTERIEZIONI
Questa parola interiezione yien dal Latino^ e signifi*
ca, voce gittata dentro ; perchè in effetto le interiezioni so-
no altrettante grida di piacere, di dolore, di sdegno, di spa-
vento, di orrore, di preghiera, di maraviglia, che si gitta-
no qua e là nel discorso, secondo che il bisogno lo richìe»
de; e dico imitando il Latino, che sono gittate ; perchè si
pronunciano con snono subito e vibrato* Vediamo ora qnal
è il valore di ciascuna, e qual idea comprendono*
jih ! può esser grido di dolore , misto con raccapric-
cio, come nel seguente esempio, Jlh ! crudele uomo ! parti
il fallo mio sì grande^ che né la mia giovanezza^ né le mie
lagrime^ né gli umili miei prieghi^ ti possan muovere ? B*
È grido d'orrore nel seguente, Noiandavam con lidie*
ci dimeni^ Ah ! fiera compagnia I D«
Esprime dolore e commiserazione: Udi^ dir alta wce,
di lontano^ ahi quanti passi per la selva perdi ! P.
È anche esclamazion di sdegno: Ahi s'io ti posso oskt
nelle mani^ cKio te ne farò pentire. Crusca
Ahi ! ha lo stesso valore della precedente ah.
Esprime orrore nel seguente esempio. Ahi ! dura ter-
ra^ perché non € apristi ? D.
E grido di dolore e di pietà. Ahi ! misero ! dw^ e in
che pon tu l'animo^ Vamore^ e la speranza ? B»
Esprime sdegno. Ahi\ traditori f voi siete nunii. B.
3ay
È segno di dolore e di preghiera, j^hii mercè\ per
Dio ! non wler dis^enir micidiale di chi mai non ti offese. B.
AHl\ LAS SDÌ ABiME^\
Queste due congiunzioni possono esprimere dolore e
raccapriccio* Lasso cioè stanco del patirei corrisponde a
vfUsero.
Ahi ! lassa me ! che assai chiaro conosco quanto io
ti sia poco cara ! B. cioè, io dico me lassa, perchè ecc.
Ahimè ! che piaghe ndi ne* lor membri recenti e i^ec-
chie ! D« cioè, ahi ! io chiamo me misero, perchè ecc.
Ahimè ! £sse la donna% tu hai dunque patito disagio
di denati? B. Ahi ! io dico me dolente.
DEffì
È questo grido di preghiera : Deh f qual è la cagione
del vostro dolore ? deh I ditemelo^ anima mia. B.
È segno di maraviglia: Dehl perchè non prendo io del
piacere quando io ne posso ai^ere? B.
Dinota anche grido di collera.Z>eA ! pon mente come
la spiritata guarda altrui a traverso^ e come ella strabuzza
quegli occhi di struzzolo ! 6.
Deh può esser grido di maraviglia: Deh\ andate^ an^
datei oh ! fanno gli uomini sì fatte cose ? B*
DOffì
È grido di sorpresa e di sdegno. Doh ! fUrfantaccio ,
boia; se io t usassi saputo I Crusca*
È grido d* ironica maraviglia. Doh ! signore Iddio ^
se tu hai fatta nostra donna la volontà^ e noi V abbiamo a
ubbidire ! Crusca.
e\ o EMÌ
È voce di dolore : E ! quanto a dir qual era è cosa
dura questa selva selvaggia ed aspra e forteì D.
3a6
Perchè Penteo pianga doloroso , dicendo eh ! lassa
ornai la vita mia ! B«
Qualche volta è segno di maraviglia con cni si dì a
vedere che si sa che an altro non intende di dire quel che
le parole suonano; il che è un modo urbano di scusare Ter-
rore 0 il motteggio di chi parla, per esempio, Ehi che VS*
mi dà la burla. Crusca ; Ehi via^ eh ! i^ia^ che F acqua alle
donne di parto non fa male.
E anche segno d* interrogaaione irata. Tìi ti dai forse
ad intendere eh" io sia tuo schiaw eh? e ch*io abbia a fare
a tuo modo eh ? F«
Pronunciato lungo, disegna anche rimprovero d*uom
che garrisce altrui .Ehi jtlaman , Alamanno ! tu non fai
punto quel che ti conviene. G.
Etti 1 BiA f
Son questi segni di maraviglia espressi in modo inter-
rogativo e per uom che sgrida • Ehi ! messere , che è ciò
che voi fate ? B. Eia ! Calandrino^ che vuol dir questo? £.
SIMÈ O BBiHB !
Equivale ad ahimè • Eimè I lasso ! che ora intendo
quello che non intesi ! B. Eimè ! lassa ! misera ed insana
Briseide^ sconsolata 1 B.
Moti
Il significato di questo grido lo esprime Dante nel se-
guente verso : Alto sospir che duolo strinse in bui !
al Off Off l osi
È segno di maraviglia in questi esempj. Ok\ figliuola
mia^ che caldo fa egli? B. Ohi sì^ ch\o soche tu je' uno
assiderato. B.
3^9
È Anche segno dMmpazienza e di desiderìo:OA ! disse
Ferondo^ s^ io \;i torno mai ! B.
Grido di contento. O! me beato sopra gli altri aman-
ti ! P.
Il raddoppiare questa interiezione esprime ironica ma-
raviglia: Oh oh ! la testuggine wla ! Crusca.
È anche grido di richiamo acciò che altri si desti, o si
metta in guardia. Fattosi alquanto a quelle vicino^ gridò :
oh oh I B.
o/f
Sardonico grido di maravigliai E mantaccando^ subi'^
to disse ^ oi !
OIMÈ ! OfflMÈ I oisè !
Grido di dolore e di sdegno. Oimè ! mahagia femmi-
na\oh\ eri tu costì ? B.
Di dolore e d'afflizione. Oimèi lassa mei dolente meì
in che mar ora nacqui ! B*
Incominciò a fare il rumor grande oisè ! dolente se !
che il porco gli era stato imbolato.
CIBÒ !
Segno di disapprovazione • Come ? tormento ! cibò !
s^ io ci diletto. Crusca.
pu !
Segno d^aborrimenlo di cosa fetente. I^ appetita aguz"
za^ strega squarquoia^ lercia^ pu ! la puzza ! Crusca.
oiui !
Grido di richiamo che significa o voi che siete In. Io
me n* andai in capo di scala per chiamar P oste : o/J, do*
ye se^ ? F.
:i3
33o
ORSO^
Voce usata ad animar alcuno, siccome quella che com-
prende or legate su. Orsa ! giovani^ assaltiamo virilmente
e con allegra fronte questi dormiglioni. F,
uh\ uh\ uh\
Segno d^orrore. Uh ! che domin sarà ! oh ! i^oi grida-
te che i^oi parete proprio un arros^ellato. G» Uhi uhi trista
a mei mi minaccia di cascarmi gli occhi ! F«
Guai da guaio » grido di dolore che fa il cane. Si usa
per segno di minaccia in tuono esclamativo. Guai a te^ mar--
tal generazione , che sempre ti sforzi di montare ad alto !
cioè a te converrà trarre guaim
ST^l
Voce di sorpresa con cui sMmpone silenzioi dal verbo
stare* Ma^ sta i che grida son quelle ?
cosi I
Si usa questa roce in proposizióni esclamative; per e-
sempio , Così non fossi io mai in questa terra venuto ! F.
ma ella è pur tuttavia il medesimo termine di comparazio-
ne trattato altrove; come si scerne dal seguente esempio -
Così fossetta impiccata^ come s'è avveduta de* danari che
io ho trovati I G.
«■
33
GAP. XXIII.
SOPRA ALCUNE COSTRUZIONI DIPENDENTI
DAI VERBI
SSSBBS E ArERE
Quantunque abbia gil^ trattato ampiamente delle pre-
posizioni a e da nel capitolo XVIII, pure, essendomi qui*
vi ristretto alia sola analisi delle idee, senza fermar rego-
le, per essere quelle troppo vaghe nella generalità delle e-
spressioni nelle quali entrano le preposizioni, determinerò
qui Fuso delle preposizioni ae da^ quando dipendono dai
verbi essere e avere.
I • Maras^igliosa cosa è ad udìre quello che io debbo
dire.B. a. Sarà^ inparte^ cosa piacevole ad ascoltarb.H.
3. Non è cosa da bìasimare. F. 4* Tempo da ritornare
è là onde ci dipartimmo. B. 5. Era un acqua latrata da
FAR dormire. B. 6. Domandollo come star gliparesHi% e se
forte si credeva essere da caì^aicare. B,
Nel primo e èecondo esempio la preposizione da^ in-
nanzi ai verbi udire e ascoltare , tende ad accennare quel
riguardo che abbiamo definito a carte :i3i. perle espres-
sioni vivandetta dilettevole a mangiare ; cosa maravigliosa
a vedere • Nel terzo e quarto esempio , per qual ragione
biasimare e ritornare sian preceduti dalla preposizione da^
non si può vedere se non con lo analizzare come facemmo a
carte a36} cioè non è cosa da la quale proceda il biasima^
33a
re; è tempo da il quale si scuole il ritornare là ecc. Onde si
vede che , quando il nome che regge il verbo essere è ac-
compagnato da un aggettivo, il seguente infinito è precedu-
to dalla preposizione a; e quando non ha aggetti vo^ da pre-
cede r infinito. A questa regola tuttavia si oppongono gli
esempj 5. e G. i quali sono in vero una eccezione. La ragio-
ne si ò che in quelle due espressioni si accenna non più uq*
idea di riguardo, ma bensì un*idea di provenienza, cioè on-
de proceda la virtù attribuita ai nomi che reggono il verbo
essere ; ed ecco la definizione ; era un* acqua lavorata in
modo che da essa si poteva far dormire ; gli domandò se
credeva se essere forte sì che da lui si potesse cavalcare.
Ma, il Perticari nella Proposta dice : Se dall' un can-
to è ^CONDANNARSI il sacrilegio onde il Ruscelli ^ il SaU
viati^ ed altri posero mano ne* classici per conciarli secon*
do le voglie lo/v^ dalV altro canto non è A lodare la dimen-
ticanza ecc. Adoperare o^^e per con die già vedemmo es-
sere uno errore;ma quei due verbi condannarsi e lodare^se-
guati con la preposizione a, sono imperdonabili in uno scrit-
tore; perchè qui non si parla di qualità di cose che si vo-
gliano mettere in riguardo, nel qual caso, tra il verbo e la
preposizione a, dovrebbe essere un aggettivo; ma sì di due
cose, cioè sacrilegio e dimenticanza, dalle quali vien cagio-
ne di condannare e di lodare. Aggiungendo poi egli alcuni
versi dopo : anzi è da abbominare questa veccliia usanza ,
ove seguita la giusta lezione, non peraltro, certo, se non
perchè alPorecchio gli sembrò migliore, mostrerebbe , se-
condo lui (i) , le espressioni una cosa è da lodare oa lo-
(i) QqesU voce ha fona di preposizione; e il concetto di secondo luì.
333
dare^ da ahhominare o ad abboininare^ avere egual valore,
ed essere parimente buone. E per tal modo s avrebbe an-
che a poter dire : una cosa esser piacevole ad ascoltare , o
piacerle da ascoltare^ marauigliosa da udire o a udire; e
queste preposizioni , a tal convegno 9 non sarian altro che
vezsi, comesi soglion chiamare tante altre particelle da co-
loro che non conoscono la virtù di esse • Il Perticar! non à
il solo che confonda queste due espressioni ; il Monti dic&s
Di ciò neppur è a stupirsi ; e il Giordani ; C/ie non siamo
soli noi a compiangersi* Dovean dire da stupirsi^ da com-*
piangere. Nella Proposta, voi. 4iP3g* i33, il Perticati cita
questo esempio del Boccaccio : Sono pia tosto a dire asini
nella bruttura di tutta la cattività^ ecc. G. i • N. 8. ma que-
sto a direy qui, a me riesce nuovo; e in tutte le edizioni che
io ho veduto è da dire. Per chi dubitasse di un solo esem-
pio , eccone due altri del Ferticari : E del presente secolo
non è a disputare né a chiedere se ora scriva bene chi è be^
ne addottrinatOm Perchè siccome non è a credere che sia at^
te a fare oro ed argento ecc.
Convien bene, o giovani che alla gloria dello scrivere
aspirar volete, che io vi mostri gli errori di tali uomini, tute-
lo che e* siano stati de* primi motori del ristoriaimento del-
la purità della lingua, perchè possiate toccar con mano clie
la grammatica che noi abbiamo chiamata filosofica, pu& gio-
vare anche a coloro che han piena la memoria dello stile
di quanti mai buoni scrittori siano stati in Italia. E fabis-
simo è quel dire del Grassi, del quale fan pessimo uso gli
ignoranti, che una cantica delf Alighieri^ epoche pagine
é, andando dietro a lui; cioè, egli essendo primo e io secondo a lui nella
detta opinionet
334
ìfe/ Segretario Fiorentino , possano profittare al lettore as^
sai pià^ che tutti quanti i precetti un grammatico potesse
9enir ripetendo , e che le occupazioni grammaticali sieno
frivole. Frivole sodo per chi frivolemente te le espone. Se
tre colali si sono smarriti neir uso di quelle due preposi-
zioni , egli è ben segno che chi non vovA ragionare come
facciamo noi 9 e penetrare Tintimo senso delle cose, andrà
sempre a tastone, e sempre avrà la noia del dubbio. E ben
pare che il Perticari avesse sentore di qualche cosa di er-
roneo in quelle sue espressioni, da che produsse quel testo
del Decamerone in sua giustificazione ; ma non poteva di-
scernere ove fosse V errore per difetto della analisi delle idee.
Quando io pubblicai il manifesto, nel quale era questo
cenno dello errore che il Perticari e il . Monti fanno non di
rado in simili locuzioni, il che è ancora a me cosa inconce-
pibile come, dopo tanto leggere che essi debbono aver fatto
i classici, non se ne sieno mai accorti, furono alcuni lette-
rati che m* avvertirono mi guardassi dal troppo facilmente
condannare due cotali scrittori; perciò che V espressione è
a dire non è malagevole a trovarsi anche nei Tre, non che
negli altri* Questo cel sapevamo anche noi, e ne daremo qid
varj esempj ; ma non ve ne sono già nel senso di si debbe 0
bisogna. Le espressioni è da biasimar e ^è da ritornare ^non
è da correre dinotan do^re o bisognare^ perciò si può di-
re egualmente si debbe biasimare^ bisogna ritornare^ nonbi'
sogna correre; il verbo essere seguito dalla preposizione da
e da un infinito esprime dunque dovere o bisognare ; ora
mi si truovi un solo esempio in cui essere ^ seguito dà a e
da un infinito, esprima un tal senso, e allora io me ne ri-
crederò*.. Ma die ricredere ! Io dico che , se io errassi in
j
335
questo; se^ dopo tanto leggere i migliori con la mente a ciò
ialesai fosse ancor possibile ch^io in questo particolare m*in-
gaonassi» direi che non fosse più da credere per niente alle
mh parole, e che la mia grammatica s* avesse a gittare al
fao:o. E se mai il Perticarii come è da supporre, trovò sono
a dire asini in qualche edizione del Decamerone, sarà stato
uno errore di stampa, e non può essere altrimenti. Già si
esclude il caso in cai essere è accompagnato da un aggetti-
vo, è fmvnuiglioso a udire ; è piaceifole ad ascoltare^ ove
tutt* altra cosa si intende^ che dovere o bisognare ; in altro
senso, e in ispecie di rimanere , restare^ ho raccolto i se-
guenti testi»
I. Questi non {fide mai T ultima sera^ Ma, per la sua
follia^ le fu sì presso^ Che molto poco tempo A volqek era.
D. 2* Omaij care compagne^ niuna cosa resta pia a fare al
mio reggimento^ per la presente giornata , se non darvi rei*
na niwsHi^ la quale f di quella che È 4 venire^ secondo il
suo giudizio ••• disponga* B. 3. Che k a pensare^ che tu sii
con una tua sorella mai più da te non veduta^ e in casa sua^
e iH)gli di quella uscire , per andare a cenare air alb^^
go? B. 4- E così spero che avverrà di quelle novelle che per
questa giornata sono a raccontare. B. 5« // re^non es^
sendovi altri A dire^ cominciò. B» 6« Come avviene, a chi
ha il viso forte ricagnato , che altro non É a dire , che a-
i^rlo cantra f usanza. Casa
Ora, ecco Tanalisi delle idee che si contengono in que-
sti esempj. Nel primo, era a volgere comprende Tidea rima--
neva a volgere j non già doveva. Dicemmo a carte :iZ i , che
la preposizione a seguita da un infinito , e preceduta da un
aggettivo, tende a mostrare in qual riguardo una cosa sìa, per
336
esempio» dilettewle o marauigtiosa; nello stesso modo , /o-
pò il verbo rimanere^ la preposisione a e Tinfinito dinotino
in qual riguardo la cosa rimane, cioè se a dire^ a farcy a iol-
gere^ecc; onde Tidea è giusta, bella, e intelligibile* Il se-
condo esempio esprime lo stesso pensiero; di quella chi è a
venire significando di quella giornata che rimane a ^ni--
r^ ; e r espressione dei tempo essere a s^nire è ben concv-
sciuta f e io non la impugno. Il concetto che nel terso e-
sempio traluce è velato per la ellissi : Che è quelle* che io
sentir debboy quando mi faccio a pensare ? Il quarto com-
prende ridea dei due primi di rimanere ; cioè rimangono a
raccontare» L^nnallsi del quinto è : non essendovi altri cui
toccasse^ o pur restasse a dire. Finalmente, il concetto del
sesto dice; che^ rispetto al tUre^ non è altro che ecc. Sosti-
tuiscasi ora negli eseropj del Perticar! rimanere ad essere^
e veggasi se ci può aver luogo. Ma che ? Queste son tutte
maniere diverse di esprimere le idee e i concetti; sottilissi-
me s), ma tanto più dilìcate e belle; e il confonderle mostra
ignoranza della lingua; però disse bene il Perticari in quan-
to alla sentenza, che Del presente secolo non è a disputare
né a chiedere se scriva bene chi è bene addottrinato ; ma ,
per la lingua, none da disputare né da chiedere.
i^ Accorsesi che*,, saviamente s^era dji spegnbrs per
ohor di lui il mal concetto fuoco» B. a. Ma Servio Tullio fu
sovrano datore di leggi da ubbidirsi ancora dai re. Dav.
La particella si^ che talvolta si trova con questi infi-
niti preceduti dalla preposizione da^ altro non è che il si pas-
sivo. Questo si nel primo esempio è posto avanti a era; ma
potrebbe similmente mettersi dopo spegnere^ onde, in vece
di era da essere spento o doveva essere spento^ e da essere
337
ubbidite^ si fa s^era da spegnere^ da ubbidirsi. Molto spes«-
so queslo sih tolto air infinito; però abbiam veduto: None
cosa da biasimare^ Non è da domandare ^ ma non sempre;
potendosi ben dire nel primo esempio era da spegnere^ ma
non da ubbidire^senzsi il si. Co$)| per lo contrario, non si può
mettere questo si alPinfinito di quei verbi che non patisco-
no reggette,. come correre^ lasforare^ per la ragione che ab-
biam dimostrata a carte 2 1 8; onde, non è da correre^ non
è dì daUM>rare^ Qualche volta 'finalmente, non è il ^/passi-
vo quello che sta congiunto con 1* infinito in queste espres*-
sioni, ma ilptooome personale; e questo parimente bisogna
che rimanga; non è da lusingarsi^
I • Pensossi costui Ar ere da poterlo sersnre. B. 3» Per^
che non abbia mille^ ne aveva ben cento e anche due cen-
to DA darti. B. 3. Ma^ sepia tarda^ avba" da pianger sem^
pre. P. 4f I^ ^^^ g^^ ^^ ^ ^^^ ^^^ ^ ^* S* ^^ modo che
voi AFRBTB 4 tener fia questo. B.
G^ è una differenza grande tra le espressioni ai^ere a e
as^re da ; benché anche da alcuni buoni scrittori ai traeva
qualche volta usata 1* una per T altra. L* espressione opere
da servire comprende V idea di as^er la possibilità dì servi''
re; l^altra, avere a servire^ significa aver^ cosa che induce a
servirem L*analisi de* primi tre esempj è: Pensossi costui a-
vere cosa da la quale procedesse il poterla servire^ Io ne a-
veva Cento da le -quali mi era permesso il darti le; avrà ca-
gione da la quale verrà il piangere. NelPaltro modo, come
nel 4*6 S. esempio, però chele parole, a^^erd a, esprimono
dovere^ la preposizione a segna Tazione alla quale il dove-
re induce. Dunque si dirà: Che gli ho a dire ? Ho apdrlar»
vi di qualclie cosa\ e noa^Chegliho da dire? Ho da parlar^
338
w di qualche cosa; ma sarà ben detto: ffo da intrattenervi^
ho da soddisfarvi; perchè vi si sottintende materia.
Dissi nella introduzione che io poneva fra gli errori di
liogaa il dire ai^r da in luogo di a^re a, nel senso di do^
vere; ma io non so qual retta si potrà dare alla mia opìnio-
iie« quando se ne trovano esempj nel Gelli, nel Macchiavel-
lo , nel Bartoli , e perfin nelf aureo libretto, nella tradu-
sion di Lungo Sofista del Caro; il qual dice aver da passa-
re per aì^er a passare % cioè doi^er passare^ Io so pregiare
quanto alcuno altro la squisitezza del dir del Caro in quella
sua yersione; con tutto ciò« io non mi posso tenere che non
esponga quello che m'ingiunge la parte eh* io mi ho presa
a fare; e dico che, per ficcar lo yiso al fondo, io non so di-
scernere qual maggior bellezza sia nel dire ha da passare ,
che in ha a passare^ A che per ciò si abbia a confondere i due
sottili concetti ohe per quelle due diverse preposizioni si e-
sprimono. Basta gittare uno sguardo sopra i ragionamenti
fatti intorno alle due preposizioni a e da^ perchè si reggia
quante diverse idee per mezzo di quelle si formano. Io non
niego che in alcun caso, V una e Taltra, quantunque dise-
gnanti due vie diverse, pervengono nondimeno al medesi-
mo fine d* azione , come far pigliare a e fot pigliare da ,
confessarsi a e confessarsi da; ma in queste espressioni non
si viene a confusion d* idee, come fa il confondere attere a e
ai^re da^ essere a ed estere da^ dare a e dare da. Quando
fosse per togliere il contatto di tre vocali , come in questo
esempio del Gelli : Che partito ha da essere il mio^ vi sa-
rebbe una ragione; benché anche in tal caso, anzi che met-
tere Tuna espressione per Taltra, a me paia meglio lasciare
la preposizione a e dire ha essere. Del che si trovano tanti
339
esempi « come questi : Che partito hd essere il mio ? Io
va* i^der che fine ha as^r questa cosa , del Firenzuola ; e
come ne insegna il Cesari preciso osservatore delle proprietà
della lingaa,il qual dice con Terenzio:/^/ siatemi fawrevoli
ed ascoltate benignamente^ per conoscere ben la cosa^ e da
questa fare argomento se \H)i abbiate ascoltarle o rimandar*
le con le fischiate» Io concludo adunque che, se si lascia li-
bero arbitrio di assegnare non debito ufficio a quelle due
preposizioni 9 là dove sono due modi di dire distinti 9 due
€0Dcetti« si distruggono tutti due ; perchè uon sapendo più
chi legge lor precisa significanza , e d* altra parte essendo
leggerissimo il segno della distinzione, non li prende poi per
altro che per li cosi detti vezzi di lingua , cioè cose nulle.
Il Caro mi prova ancora che sì possa dire son tenuto
per del fuoco^ son svenuto per del pane^ ancora che a car-
te no , io abbia dichiarato non trovarsi esempio nei Tre
di per e con seguite da del 0 dello ; questo mi pare però
un caso particolare ; da che Dafni « incerto di quale scusa
scabbia a valere con Driante a cui era venuto per vedere la
sua Cloe 9 sta dicendo fra se : che dirò io, dirò son venato
per... del fuoco ; son venuto per.^. del pane ; e questa pau-
sa ir^per e del rende giusta Tespressione*
I • Siete per condannarlo. B. a. Io sono per non es'»
serpiù. B* 3. Messer Fhancesco è per andare infra pochi
dì a Milano, h. 4* Come il sole sarà per andar sotto^ cene^
remo per lo fresco. B«
Siccome abbiam già veduto nel parlare delle preposi-
zioni, r ufficio di per è di esprimere un'idea di paesaggio.
Nulla espressione equivalente, che non fosse manca, si po-
trebbe sostituire a questi idiotismi, ne* quali si dimostra un*
34o
azione futura tanto'imminetite, che già si rappresenta in at-
to* cioè si rappresenta la persona agente in via per passa*
re ali* atto medesimo ; la preposizione /ler, segno di passag-
gio, dinota il transito dallo stato inerte espresso per il ver-
bo essere^ alPazione che il seguente inCnito accenna. Per la
medesima proprietà di lingua si dice io sono per uscire^ e-
gli è per partire; e similmente sto per uscire^ stawi perù-
scire\ sta per partire^ stava per partire*
I • Gli smemorati siete rei* B. a. /z vostro senno^
pia che il nostro awedimento^ ci ha qui guidati. B. 3, Nour
SENZA CAGIONE iodico che amorc nella mente fa la sua ope-
razione. D. 4» Nella camera de* suoi pensieri dee Vuo"
mo riprendere se medesimo^ e non palese» D» (i) 5. Sapete
che SONO i vicini quei che maritano le fanciulle. G. 6. Non
€ho io detto che la dieta è quella che Vha a guarire ? G.
L*espressione de* primi esempj dipende afifatto dal por-
re la enfasi a proprio luogo; che è, nel primo, sopra voi\ nel
secondo e terzo, sopra vostro senno e non senza cagione^ e
nel quarto , nella camera ecc. Si può dire con pari forza
FOi siete gli smemorati^ e ancora: // vostro senno , più che
il nostro avvedimento^ è stato quello che ci ha ecc., cioè col
dimostrativo come negli altri due testi ; ma si scemerebbe
di molto la virtù di quelle espressioni, togliendo loro quel-
la concisione che le fa esser particolari airitaliano idioma.
£f per lo contrario, il quinto e il sesto esempio si potreb-
bero esprimere con maggior forza e semplicità, dicendo :
(i) Il Perticali, nel suo Cenno sopra gli Anton del 3oo, ha notate a!-
cnne metafore tolte dal Convito di Dante» come non più da osarsi; e que-
sta fra Taltre ^ ma , per questa e ))er quella del vento secco deUa doloro-
sa povertà , io non sono della sua opinione.
34 1
Sapete die le fanciidlc le maritano i wcini ; Non f Jio io
detto che la dieta Vha a guarire ? ponendo Tenfasi sopra le
favole fanciulle % vicini^ dieta; ciò non ostante Taltra espres-
sione è bella e buona italiana a cagione dei due dimostrati-
vi quei e quella. Ma il dire come il Monti* Non è alla scuo^^
la della Fortuna^ ma deW avversità che i nostri pari ( i re )
apprendono qualche cosa^ in luogo di non alla scuola della
Fortuna^ ma a quella delfaiversità i nostri pari apprendo*
no qualche cosa^ è un gallicismo da fuggirsi come tutti gli
altri, e pur troppo ridonda nelle scritture moderne; quel-
Tè e quel che non facendo altro che snervare la frase, e torte
la leggiadria e la semplicità italiana. Al contrario, la pre-
posizione a e il dimostrativo quello sono mal sottintesi. £
cosi il medesimo dice: Edi qui è che questo pros^erbio ser^
\^e per lo pia in significato di far la spia; ove,togliendo quel*
Ve che^ quanto meglio il dire: e quindi questo proverbio ser*
veì £ anche F. B. da & Concordio ha: Non è per mia col^
pa che spessamente mando a {foi pregare; ma questo non fa
forza; però che io mi sono accorto che molti che scrivono,
né sanno far uso delle nostre belle espressioni, energiche,
vive, e ardite, né sentono la forza loro. A chi s^è fatto V uso
di dire Non è per mia colpa cJie mando; E di qui è che que^
sto proverbio serve^ non gli par finita la proposizione se sen-
te non per mia colpa mando; quindi questo proverbio ser^
^e; e non la sa leggere, per essere troppo uso alPaltro rao-
io in cui trova i due appoggi è e che; onde, in questo net-
tar che io fo i gallicismi, non miro tanto ad espeller questi,
guanto a ricovrare le nostre locuzioni assai più belle e che
)cr quelli cran obbliale.
34a
I . Non sono ancora moki anni passati . B. a. Già è
gran tempo f/Uin Roma un gentile uomo ecc. B* 3. Sono
parecchi giorni che non vi sono stato, F* 4« ^8^^ ^ oramai
tre anni che noi siam dietro a questa tresca* F. 5» Io ho
dato mangiare il mio^ già è moWanni^ a chiunque mangia*
re r ha iH>luto» B.
Questi esempj mostrano II modo da esprimere il tem-
po passato • Il primo esempio pruova che, quando si dice
è un giorno^ è un mese ^èun anno ; sono due giorni ^ sono
due mesi^ sono due anni; vi si sottintende passato o passati
L^analisi del secondo esempio è. Già è gran tempo passato
da quel tempo in che fu ecci del terzo, Sono parecchi gior-
ni passati dal tempo in che ; del quarto. Egli è oramai lo
spazio di tre anni passato dal tempo ine/te^ e del quinto fi-
nalmente i Già è incito il periodo di mol£ anni. Benché que*
st^ultimi esempj si possano sottomettere a si fatta analisi
per giustificare la non accordanza del nome anni col ver-
bo essere^ pure non è da trascorrere in questa licenza; per-
chè generalmente, negli autori, il nome che dinota lo spa-
zio del tempo s* accorda col verbo nel numero e nella per-
sona. La voce parecchi è tolta à^pari^ simili^ cioè sono pas*
satipià giorni simili a questo* L* espressione è un pezzo ,
cioè un pezzo di tempo essendo per se stessa indeterminata,
rispetto al più o al meno , si determina per le circostanze
che Taccompagnano.
I • Egli Ci AFK/i mille modi da far sì che mai non si
saprà. B. 2. Quante miglia et baÌ B. 3. Quanti nuA qui,
e tu altresì i mi ponete mente se io ho segno alcuno di btd'
titura. B.
L* espressione ci ha^ ci avrà^ia qui , è un gallicismo
.j'
343
spesso usato dal Boccaccio ; cioè i7-/-a 9 il-j^^aura , iA/-a
ic/9 ia laogo di ci sonOn ci saranno^ sono qui. Il pieno co-
struito di questi modi è: egli cioè il bisogno ai^rà qui mil-^
lo modi; quante miglia ha qui la distanza ; quanti il luogo
ne ha qui*
Lo stile del Bartoli è tutto pieno di w ha , ci ebbe , ui
ebbero^cWe^M usa assai più che sfifu^ ^i è« e \^i furono. A me
par troppo mal fatta cosa che si cacci dal campo della Un*
gua la vera dizione italiana per far luogo alla francese; es-
sendo assai più ragionevole e più chiara forma il dire (^1 è,
M fui qui è, qui fui che i^i ha e w ebbe". Fuvvi chi m*a vver-
ti d^aver biasimato quello di che io stesso ho fatto uso, di-
cendo a carte 2 di questa grammatica: Ha^i anche la let-^
teraj. Sì; e ricordami d'aver detto ancora in altro luogo t
nella prima proposizione ha ellissi^ in vece di è ellissi ; e
più altre voltOf senza dubbio, 1* avfò usata questa maniera;
ma pure io voglio far intendere che sebbene il Boccaccio:
dica: Quanti ne ha qui in vece di quanti ne son quìi ^^^
ai^ei^a foste che una cameretta assai piccola ; Io amo me^
glio dispiacere a queste mie carmi in luogo di Non avea To-
ste altro che^ o se non^unacamerettai Io ho pia caro dispia^
cere ecc., e perchè Dante dica linguaggio per lingua^ s^en^
giò per s^endicòi e il Davanzali; Questi nondimeno passano
pia perGermanii Apro passava per eloquente^ in luogo di
era tenuto eloquentei e superbo per magnifico^persona per
n^xsti/iO| e tante altre manierosi trovino, e parole, alla fran-
cese; non si dee per ciò farsi frequente uso delle ui>e co-
me deir altre forme; né molto meno, come dissi pochi versi
prima, abbandonar le prette italiane, per quelle che sono o
somigliano alle straniere ; altrimenti, io lo ripeto, non v' à
344
più freno alia corruzione; che quando un esempio bastasse
a rendere italiana una voce una espressione, prendendone
un qua, un altro là, in questo in quell'aUro classico» sì tro-
verria (i) da rieoipiere Y italiano di gallicismi; senza che,
quel che talvolta è bello usato con riserva e parcamentei di«
venta catlivo per abuso. Il Boccaccio fece uso assai di questo
ci o w con ai^ere^ e bisogna che gli ferisse molto Toreccliio
quando fu mercatante in Parigi, donde ci recò anche il gua^
ri; ma sono alcuni che par non sappiano prendere dal ric-
co tesoro che in lingua egli ci lasciò, altroché questo hash-
vi , e ci ha^ e t^i ebbe* Io apro il purgatìssimo Galateo del
Casa, e mi corre alla vista: E sappi che in Verona ebbe già
un i^escOiH) inolio swio di scrittura e di senno naturale. Bel-
lo e grazioso, dico, è queir ebbe^ per esser di rado usato ,
ma il chiamerei brutto e vizioso se di continuo vel trovassi
adoperato; come di continuo trovo usarsi perF.B.daSXoo*
cordio tutto senza articolo, alla francese: E lasciarono tutta
superbia^ e tutta lor vanità^ e tutte delicatezze» £ chi ne-
gherà che il dire : E lasciarono ogni superbia ^ ogni lorva^
ìiitàn e tutte le delicatezze^ non sia migliore ? Questo ognuo
vede e sente; e il volere imitare sì fatte cose altro non mo-
stra che affettazione, con danno del buono stile.
Ma si vuol notare che così come nel Francese Tespres-
sione j-'-asfoir non porta mai il plurale, dicendosi il-jr^i/d
jT'^ut; e non H'-jr-orU^ il-jr^eurent^^ così né anche in italiano
s* ha a poter usare nel plurale ; e il Boccaccio non 1* ha mai
se non nel singolare; come si vede per questi suoi esempj.
Quante donne sf'avea^ che s^e n" ay^ea assai ; Ebbe%^i di que^
(i) Il Boccaccio raddoppia spesso la r ncUc contrazioni del condizio-
nai modo» e mi piace*
34>
gli die intender vollono alla melanese^ che fossemeglio un
buon porco che una bella tosa. (Di smeraldi) $;' ha maggior
montagne che monte Morello; onde io credo che erri V au-
tore della bella versione italiana del libro dell* Amicizia, non
ha molto uscita in luce , dicendo : Se altre cose s^^ hanno ,
cercatene^ se sfi mette bene^ a colobo che usano far tali di"
spate . E cosi il Bartoli usa spesso questa espressione nel
plurale. £i dice : f^e nhan di quelli che fanciulli sOn tut-
to spirito- uomini tutto fecciam
CAP. XXIV-
DF PARTICIPI
PARTICIPIO PR£SEirrK
i« Il prete^ RIDENDO^ disse..»B. 2» Libertà i^a cerCjìN'-
Do cHl è sì cara. D, 3. P^edendo correre ogni uomoy si ma-^
ravigliarono. B. 4- Il frate, udendo questo^ fu il più turba-
touomo del mondo. B. 5. Gli uomini in {Hirie maniere pec-^
cano DESIDERANDO. B. 6. Dite sicuramente; che, il ver di*
CENDo, non si peccò giammai.'^. 7. Questo facendo^ Vin-
giuria che vuol fare a voi e a me sarebbe ad urC ora wn-
dicdta. B*
Dissi già che questa forma del verbo chiamar si può
participio, perciò che partecipa dell* azione d^un altro ver-
bo; come si può vedere in tutti questi esempj, ne* quali il
verbo principale della proposizione dipende dal participio»
a4
346
Questo participio si chiama presente; perchè, anche allora
che si parla di tempo passato, esso rappresenta il verbo in
azione presente ; si che il frate udendo equivale a mentre
il frate era udente ; trasportando cosi V immaginazione nel
tempo passato.
L'ufficio del participio presente è i • dinotare un^azio-
ne che ha luogo simultaneamente, cioè nel medesimo istan-
te che un* altra si fa; ed errano coloro che dicono che dis-
se e rise equivalga a disse ridendo ; perchè in quel caso ,
Tona azione segue raltra, in questo vanno insieme; 3. rap-
presentare fa cagione che muove 1* uomo a far questa o
quella cosa; 3. dimostrare in qual maniera o con qua! mez-
zo si eseguisca un* azione, o si ottenga uno intento.
Sono alcuni che^ Jir andando^ lessano il pie tanto aU
to^ come cadmilo che abbia lo spavento . Gasa. Innanzi ad
ogni altra cosa^ conviene , a chi ama d'esser piace\H>le in
conversando con la gente^ fuggire i vizj. Gasa.
Questi esempj dimostrano che il participio presente
si può accompagnare con la preposizione in ; ed è espres-
sione graziosa , e più espressiva del modo d* azione ; ma ia
questo caso, come si vedrà a suo luogo, si osa assai più so-
vente rinfinito« Il Bartoli mette anche la preposizione con
insieme col participio presente ; e dice, per esempio , con
credendo ecc; del che non trovo buoni testi.
I . Non erano ancora quattro ore compiute , poi che
Cimone i Rodiani aveva lasciati; quando j sopRAF-rEGNEN-
TE la notte • • . B. a. Egli 9 di te non curantesi • • • • K
3. Avvenne , durante la guerra 9 che la reina di Francia
infermò. B. 4» // quale% sì come savio^ mai^ fifente il re,
m>n la scoperse* B.
347
Le parole soprasf\^gnente^ curante^ durante^ e vhen^
^e,che si truovano in questi esenapj, non sono, come alcuni
gli fanno, participj presenti, ma aggettivi ; poicbè si dice i
sopnvvegnenti^ i vigenti. Ben è il participio presente sottin*
teso in tutti quattro gli esempj ^ la piena costruzione de*
quali et la nette essendo soprawegnente ; ella non essen-
do curante^ essendo durante la guerra^ essendo vhente il re.
i. r as^a già i capelli in mano av{?olti^ E tratti glien
aveapiù d'una ciocca^ LjtTKAHfDO wi con gli occhi in già
risH>lti. D. 2. Men solitarie Vorme Foran de'^ miei pie las--
51, jÌbdendo ZEi che come un ghiaccio stassi. P«
Il Bartoli per provare che col participio presente si
possa usare la forma dell* oggetto lui e /e/, in luogo dell'a-
gente egli ed ella^ produce questi esempj, e una infinità di
Gio. Villani ; ma, come già dichiarai , in ciò Tautorità dei
Villani non vale. Il latrando lui di Dante mi piace assai ;
e ben da poco fora chi 'i biasimasse ; e per la ragione che
in seguito vedremo ragionando de* participj passati , quei
verbi Tazion dei quali ha luogo nell* agente medesimo, so-
no più abbienti a riceverei V oggetto in vece della forma
delPagente. Con tutto ciò, fuor che questo esempiOf il Bar-
toli non trova altro rifugio che in Gio. Villani per avvalora-
re il suo vis^endo luij tornando hUj essendo lei ; il Boccac-
cio, costantemente egli ed ella col presente participio. L*a1-
tro esempio che si allega del Petrarca, ardendo lei^ non ha
che far niente col presente caso; perchè quel lei è un tron-
co di colei , o ha un cotal senso ; ed ella non vi potrebbe
aver luogo. E chi ben sente il valore del dir nostro sa che a —
lei non siegue mai espressione determinativa, per esser pro-
nome che richiama una persona già nominata ; laddove il
348
contrario è di coleiiY. carte 200;e il Bartoli, ponendo una
virgola dopo leif mostra che non intendesse bene quel ver*
so; come che in altro luogo egli medesimo dica che in que-
sto verso di Dante ^ Ma perchè lei che di e natie /Ua^ ha il
senso di colei*
i. lire riguardamela^ gli p€uve bella^ e valorosa^ e co-
stumata. B. n. Il Zima udendo ciò^ gli piacque^ e rispose
al cavaliere ecc. B.
Strane e non giuste paiono a certi queste espressioni
e vorrebbesi che quei due agenti , // re e il ZÀma , non ri-
manessero così sospesi e senza far nulla ; perciò che creden-
do essi di andare a governare ciascuno il loro verbo dopo
il participio, trovano in lor vece un dativo che li rispinge;
ma, perchè il participio presente sembri stare senza TagentCì
non è per ciò da supporre che non Tabbia • Lo porta sem-
pre 9 e par solo che si regga da se , perchè V agente che lo
precede, per essere il participio per sua natura seguito da un
altro verbo che simultaneamente con esso adopera, è quasi
sempre da quello diviso per una virgola, acciò che poi re-
chi sua maggior forza sopra il verbo principale • Leggansi
adunque que* due esempj come stanno senza la virgola , e
suppliscansi ai verbi /^a/ve epiacifue gli agenti, la donna e
laproposta, sottintesi; e allora quei due nomi il re e il Zi--
ma avranno loro sfogo nel participio, e ne rimarranno sod-
disfatti, e soddisfatta ancora, mi credo io, la ragione.
Ghino f di cui shìì siete oste, w manda pregando che
s^i piaccia di significarli dove voi andavate. B.
„ Il verbo mandare ha privilegio, ab immemorabili,
di ricever, se vuole, il participio presente in vece delfinfr-
349
lìilo; e il farlo gli torna talvolta a comodo, e tal altra aleg*
giadria. „ Bartoli. Vi manda predando significa, manda me
pregando o pregante y^oi\ ed equivale a manda a pregarvi.
PARTICIPIO PASSATO
I • A^ndo alcun danaro di suo^ e V amico suo ape/i-
dogliene alquanti prestati^ se ne tornò in Palermo. B.
3. Postogli la mano in sul petto , lui non dormente tro^
f^. B. 3. Fìlostrato levatosi^ tutta la brigata fece les^a^
re. B. 4» Quiifi^ gettate in terra farmi^ nelle sue mani si
rimisero. B.
Dicesi questa forma del verbo esser chiamata partici-
pio, perchè partecipa delPaggettivo; il che è evidente alcu-
na volta, e alcuna volta no, come nel ^o^fo del a. esempio»
Ma io credo che sia stato così denominato per la medesi-
ma ragione che ho attribaita al participio presente , cioè
perchè partecipa dell' azione , o influisce sul verbo che e-
sprime Tazion principale; e siccome il presente accenna a-
zione simultanea con un'altra, il passato dinota azione che
appena è cessata , quando un' altra , quasi conseguenza di
questa, s'incominci. Il vero participio passato è quando uno
degli ausiliarj essere o as^ere è espresso o sottinteso nel pre-
sente. Dunque nel secondo e nel quarto esempio si sottin-
tende asfendo^ e nel 3. essendo; ed è da avvertire che, se gli
ausiliarj fossero espressi, i pronomi gli e si sarebbero giun-
ti a questi; cioè osandogli posto ed essendosi lessato.
i« Troppi danari hai speso in dolcitudine. B*
a. Che cosa è questa che voi mi avete patto mangiare ? B.
3. Io ho testé ricefute lettere da Messina^ B. 4« Io ave-^
pa quella pietra trofata. B.
La forma del participio passato è anche adoperata coi
35o
verbi essere e were a supplire i tempi composti di qualun-
que modo; il qual modo si distingue per rausiliario. L^uno
di questi tempi è il preterito perfetto, il quale si esprime
con r ausiliario in tempo presente; perchè o accenna azione
appena Gnita alPatto della parola, o solamente passata, sen-
za disegnar tempo alcuno. Resta ora a sapere se, quando il
participio, o la forma di esso, è preceduta dal verbo oi^ere,
si debba con l'oggetto del verbo, come nel 3. esempio, ac-
cordare, o non si debba; e perciò che quelle regole che ho
stabilite in questa grammatica le ho tutte fondate sopra gli
autori, mi bisogna confessare che questi non mi forniscono
alcun mezzo a risolvere la- presente quistione ; ma bensì la*
scian in nostro arbitrio Tusare Tuno o Y altro modo; perciò
che Tuno e Faltro modo è adoperato da loro senza intenzio-
ne alcuna di differenza, come si discerné ne* quattro esposti
esempj. Quindi io avviso che si possa dire del pari : tìxjppi
danari as^te speso o a^ete spesi; che cosa è questa che ina^
vete fatto f o fatta mangiare; io ho ricette o ricewio leite^
re; e anche io as>esfa quella pietra trosKtta o trouato. E non
mi pare che la virtù del participio passato si moti in alcun
modo,, perchè questo consuoni con 1* oggetto. Dunque il par-
ticipio passato accompagnato da avere si può così bene ac-
cordare con r oggetto, come non accordare; il che è punto di
armonia e non di logica.
I . Poi che costoro ebbero V arca apbbta e ptryrEL"
Lu4TA^ caddero in quistione chi vi dovesse entrare. B« 2. Io
avea già i capelli in mano AvyoLTi^ e t batti glie ne avea
più d* una ciocca* D. 3. Le virtù , di quaggiù dipartitesi ,
hanno i miseri viventi nella feccia de"" vizj abbandona^
TI. B- 3. Un lavoratore di questa donna aveva quel dì due
sue pecore smarrite. B,
35i
Nel primo esempio e nel secondo sono casi io cui il
participio si può dire partecipare dell* aggettivo, perchè a-
perto^ puntellato^ e av\^oUo^ possono essere anche aggettivi;
e ciò intendendo, è meglio che dire, ebbero Forca aperto e
puntellato'^ né manco direi / capelli in mano aivoltOm II ter-
zo esempio mostra che questo accordo del participio con Y
oggetto dipende qualche volta anche dal gusto. Per esem-
pio io porrei anche abbandonato , quando questo participio
fosse messoi non che avanti Toggetto, ma solo immediata-
mente dopo; cioè Via/tno i miseri diventi abbandonato nella
feccia de* s^izj; per la ragione che qui il verbo adopera an-
cora riofluenza sua in sa l'espressione nella feccia de^ vizj\
là dove, quando è posto il participio alla fine della frase «
partecipa più delPaggettivo che del verbo agente, per lo po-
co uso che fa della sua influenza. Nel quarto esempio, non
per altro che per motivo del suono, mi pare che, stando la
trasposizione come è, smarrite sia migliore di smarrito.
I • Essi non potei^ano sapere chi fossero stati coloro che
iLiPiTA r as^esHino. B. a. Ce la farò dipingere in maniera
che^ né \f0i né altri potrà più dire che io non T abbia mai
coNosaaTji. B« 3. /o non ho sapute queste cose daivici^
ni; egli medesimo me le ha dette. B. 4* Ella medesima me
le ha RECATE. B«
II solo caso in cui forza è che il participio passato pre-
ceduto dal verbo avere s* accordi con Toggetto del verbo, si
è quando Y oggetto è rappresentato da un pronome, come in
questi quattro esempj; e tanto piti quando il pronome porta
r elisione; perciò che allora la sola terminazione del parti-
cipio può distinguere se il pronome è mascolino o femmi-
nino, singolare o plurale. In questo accordo del participio
353
passato col pronome oggetto contengono tutti gli autori; pu-
re mi sono occorsi dae esempj del contrario: Portasti quel^
la lettera ? ••• Portala; ma non L^fia rourTo leggere. F. Zi-'
hai creduto avere la moglie qui \ ed è come se Aruro £ a-
^ssi. B., i quali non mi paion degni d* imitazione,
I. Ne prima nella camera entrò ^ che il battimento dei
polso ritornò al giovane; e^ usi partita^ cessò* B. 2. 7^->
mendo Firàe la giustizia del Duca^ ibi lascìata nella ca^
mera morta^ se nandò. B. 3. Gli disse c/te, uscito ucrr, egli
in casa se n entrasse. 4« Udite io queste cose, il lume fug-
gì dagli occhi miei. B.
Ancora, coi primi tre esempj, vorrebbe il Bartoli giu-
stificare gli oggetti hU, lei, loro, potersi mettere col par-
ticipio in luogo degli agenti egli , ella , eglino ; ma anche
in questi casi si vedrà che nou è adoperato V oggetto per
V agente ; perchè io mostrerò che tutti e tre quei pronomi
fanno il vero loro ufficio. Nel primo esempio si parla d*un
medico che teneva per la mano un giovane ammalato, ca*
gion r amore che portava a una fanciulla, il quale non ar-
diva palesare; onde Y analisi del concetto compreso in quel
lei partita è : E come il medico uide lei partita s^ accorse
. che il battimento del polso cessò . Nel secondo esempio è
chiarissimo, il senso essere. Egli a\^ndo lasciata lei morta ,
se riandò. Il concetto del terzo: Gli disse che se n'entrasse
in casa, come sedesse lui essere uscito* Ora, non fanno qae*
pronomi V ufficio dell* oggetto ? E perchè nel quarto caso ,
per lo contrario , non si può dire udito me , né udito lui?
perchè quivi veramente il reggitore della proposizione è
quello che governa udite; cioè : poi che io ebbi udite; onde
quivi veramente è necessario Tagente.
^*
353
<
Ben 8Ì vede questi particlpj essere usati alla maniera
assoluta (i) dei Latini; e quindi stanti per se soli; ma i Latini
non mettevano già la forma del nominativo, corrispondeDte
col nostro agente; ben quella delPablativOt al quale in que-
sto caso noi suppliamo con l'oggetto; e per ciò convien che
il verbo sia di quelli la cui azione o atto abbia, per termi--
ne r operante medesimo espresso per lo pronome lui o /ei\
come li già veduti uscito lui^ partita tei; e i seguenti, ilesto
lui^ giunto lui ^tornata lei^ morti loro; o sia Tespression pas*
siva come f tolto lui di mezzo^ spento lui» Ma là dove razio-
ne sia transitiva in oggetto esterno air agente, come presa
lui la signoria^ di Gio. Villani, io non trovo autorità che 1*
approvi; e ragionevolmente; perchè, in tal caso, non rimane
più soluto quel participio passato, ma ha un oggetto in ji«-
gnoriaì e per conseguenza deve aver Tagente che lo gover*
ni, e non un secondo oggetto; la qnal cosa, dome vedremo,
air infinito solo si concede. Per questa ragione sarà maldet^
to i^inta lui la battaglia; abbandonato loro il campo ; lascia*
ta lei la casa; ma si dirà, presa egli la signoria; scinta egli
la battaglia ; abbanflonato essi il campo ; lasciata ella la
casa. Con Taiuto dunque della ragione non si verrà mai a
provare che lui e lei si possano adoperare in luogo di egli
ed ella^ per la contraddizion che noi consente.
I. Io son qui fenuta per sentire a Dio* B« 2. Ogni
cosa è FATTO. F. 3. Ultimamente^ da amor sospinta^ co-*
sì cominciò a dire. B. 4* Vbnìjta la notte^ chetamente nel-'
la camera s* usch B. Su Nicostrato as^va due fanciulli da-*
TIGLI dai padri loroj acciò che apparassero in casa sua at^
(i) D« aholutUM , sQÌiftm ab \ cioè sciolto d« antecedente e d« con*
seguente.
354
cun costume. B. 6. Quella finestra alla quale allora era &
prence guardava sopra certe case fatte cadere dairimpe-
to del mare. B. 7« Hai tu mai {ceduto in casa quella tavola
xhe vi É DiPiifTO r aquila che rapisce Ganimede ? F. 8, £
nondimeno si corse a beni per torgli il dono fattogli A&*
gusto. Dar.
Quando V ausiliario del participio è rappresentato dal
verbo essere^ si accorda senza eccezione il participio col no-
me o pronome che governa il verbo, in genere e in nume-
ro. Generalmente Tespressione ogni cosa è presa per tuUo^
indeterminato, come se si dicesse tutto è fatto; quindi il par-
ticipio fatto del 2. esempio porta la terminazione del masco-
lino. Anche la voce cosa si prende alcuna volta per nome
indeterminato rispetto al genere, e quindi non richiede l'ac-
cordo del participio; come in questo esempio del Boccac-
cio: Né perciò cosa del mondo me rC è intervenuto. Negli
esempj 3. e 4* i participi sospinta e venuta s^accordano eoo
Tagente femminino del verbo, perchè vi si sottintende es-
sendo. Dagli esemp) quinto e sesto appare che non solamea-
te Tausiliario del participio passato si può sottintendere, ma
anche quello ((eU* imperfetto composto dell* indicativo , U
forma intera di quelle espressioni essendo , due fanciuììi
che gli erano stati dati ; case che erano state fatte cadere»
Nel 'j. esempio il participio dipinto non consuona con afil-
la , perchè il verbo è si regge sopra tutta la proposizione
die siegue; e T analisi dell* ultimo è, che Augusto gli ave-
va fatto^
i.Ese non fosse che volontà lo strinse di saper pia in-
nanzi ... egli avrebbe la confessione abbandonata e andar
tesene. B, a. Ed essendo delle pattovite nozze d* E^genid
venuto il fempOi e il marito mandato per lei... B.
r'
355
7'-*
Nel primo di questi esempj è sottinteso sarebbe avan->
'^ li ad andatosene^ e Del secondo avendo a mandatoti e forse
"^ il secondo esempio starebbe meglio così: E^ {tenuto il tem^-
^ pò delle pattos^ite nozze d Efigenia^ e il marito avendo man^
^■' dato per lei; sì che non paia più che essendo serva per am-
bedue que* participi* Io]mi credeva, in vero, che non si pò»
^- tesse fare quel che fa il Boccaccio in questi due esempj ;
> cioè, di sottintendere Tausiltario a un secondo participio,
- compreso nella medesima proposizione; e di porlo al pri*
); mo , quando non possa servire a tutti due; ma pur questi
•- esempj mi piacciono; e quel laconico e risoluto andatosene
- è ben espressivo di quel che dice, per la ellissi di sarebbe*.
La* Angeloni, uno de* primi ristoratori della lingua classica «
alla quale avrebbe assai più giovato se, come in modo ge-
^ aerale accennai nella Introduzione, non si fosse quasi ìnge-
: guato di recare il purismo in dispetto, con inGorare il suo
^ stile dei vocaboli più strambi che si trovino nella Crusca;
egli, il quale tre anni sono io vedeva ancor trottare per le
vie di Londra, ben fermo in su le |gambe, sebbene avesse
già varcalo, s*io non erro, Tottantesimo anno, mi garrì del-
r aver io voluto correggere il Boccaccio dove dice, G* vii*
N. 8. Non ti diedi io di molte busse è tagliarti i capelli ? e
mi fece ravvedere dello sbaglio ch^ io aveva preso; però che
io aveva creduto quel tagliati participio; laddove egli è un
composto dì tagliai ti^ tolta lai. Onde io, riconosciuto Ter-
ror mio, benché TAngeloni mei dicesse, anzi me Io scrives-
se, in modo ostile e ingiurioso, io dichiaro qui quello che a-
Yrei, togliendo Tesempio, potvto celare ; perchè vo* che si
sappia, che, chiunque mi faccia ravvedere di uno errore, se
mei dice con cortesia, io ne I9 ringrazio, se scortesemente,
356
pur non rifinto ammendai siccome colui che cerco il vero,
e sdegno non meritata lode*
I* OPf ecco CONTO ogni cosa. F* 2. E" ci sarà il nth
taio^ e Tavrà compero F anello^ e saranno ordinate le no>
jse. F* 3. Dipoi ho tocco con mano che del parentado non
è nulla. F» 4* P(«^* ^gH f dice ohe Vhanno wermo^ io ben
non lo ritrovasHi. ¥•
Tutti i participi di questi esempj sono tronchi; conio^
compero^ toccOffermo^ stanno per con6ifo« comper<xio^ tocca-
to^ e fermaio ; e questa è una di quelle hellexse di lingua
eh* erano state scioccamente abbandonate prima della ri-*
storazione di essa.
CAP. XXV.
QUAU SIANO QUEI VERBI CHE VOGLIONO
ESSERE VVH AU81UARI0 X QUALI jÌVERE (l)
L* accordo o non accordo del participio passato con
Tagente del verbo dipendendo dallo ausiliario « egli è ne-
(i) Il Bartoli, dopo aTcr tntUto questo argomento. 4iee»t Ben veggo che^
a cercar per minato il yero, se ne vorrebbe dire assai più di quello cbe ne
ba scritto nelle sue giunte al Bembo il dottissimo GastelTetro ; ma a ciò
lare si ricbiederebbe al^o osio cbe quel pocbissimo cbe io bo al presente» e
altr^opem cbe non questa piccola istruzione , cosi oom* é » ricbiestami dagli
amici* „ E dopo lui l'Addenta pone questa osservazione : ,. O pcrdié vera-
mente é da se la materia intrigata, o percbé e ben corto il mio intendimen-
to» mi par cbe non molto si possa apprendere da ciò cbe ba qui il BartoJi
scritto, quando i preteriti cbe diconsi propinqui, o pur participi! passati di
qualunque sorta di verbi, s*accompagnano col verbo avere, e quando col ver-
bo e»9erc. E ardisco a dire di più cbe qualunque s* è inoltrato in tanto
357
cessarlo sapere qnali siano quei verbi, li cui tempi compo-
sti si hanno a formare con essere e quali con were. Oltre
a quello che già dicemmo a carte i5, dopo aver messi sot-
Inocchio nella tavola seguente i principali di que* verbi che
vogliono r ausiliario essere , finiremo di fermare la loro
teorica*
VERBI
DI STATO
GBE S^ ACCOMPAGNANO CON ESSERE
andare»
costare*
mancare.
rimanere*
apparire.
crescere.
morire*
sedere*
appartenere.
degenerare*
nascere.
surgere*
approdare.
derivare.
nevicare.
stare*
arrivare.
dimagrare.
nuocerCé
tonare^
balenare.
dimorare*
parere*
tornare*
bastare.
entrare.
pericolare.
traboccare*
bisognare.
giacere*
perseverare*
uscire*
capere.
giovare*
piovere.
valere*
cadere.
giungere.
procedere.
venire.
capitare.
importare*
prosperare*
vivere*
Dalla qualità de* soprapposti si può arguire, che quei
verbi li cui tempi composti si hanno a formare con essere
alto mare non ne sia mai (elicemente Uscito fuor del pelago alla riva ;
perchè i giudiziosi grammatici, e fra tatti PaYTediitissimo Buommattei, aTcn-
do detto che i participj passati de* Terhi attiri s* accompagnam> con avere,
e quei de* passiti con eisere, non han dato passo più oltre, „
Noi abbiamo ardito» con tutto ciò, entrare in questo pelago con sica-
rezza d* uscirne sani e saWi, e di portarne nostra merce a* lettori, per non
aver tenuto il solco della nare altrui; ma seguiti dietro al lume della ragio-
ne che mena dritto altrui per ogni callei e nel corso di questo capìtolo si
dimostrerà il perchè non fu possibile a* nostri predecessori di approdare ai
lidi della veritiu
358
son quelli che esprimono lo stato d*uDa persona o d* una
cosa; in pruova dì che qaasi tutti quelli^ tra i suddetti, che
esprimono lo stato o la posizione della persona , ricevono
una preposizione dopo di se, come andare in, apparire m,
uscire di; e quelli che disegnano stato di cosa, ricevono per
agente una cosa, come Paria balenare ; la cosa bastare ; la
cosa bisognare. In questi sono compresi tutti quei verbi e
quelle espressioni trattate nel Gap. XXVIL nella costruzion
delle quali V egente è una cosa , e il termine del verbo no
dativo, rispettare e toccare nel senso di appartenere^ aven-
do in tal caso una cosa per agente , cioè questo s^aspetta a
wi, quello tocca a me, vogliono essere per li tempi compo-
sti. I verbi il cui radicale sia uno de* sopra esposti , come
a-venire, inten^enire^ oons^nire, accadere, sos^rastare, (sal-
vo contrastare, e accrescere nel senso tT aumentare, che e-
sprimono miorxé). soprassedere, pres^alere, riuscire , ritor-
nare , condiscendere ,. vanno soggetti alla stessa regola dei
loro radicali. Ecco gli esempj.
I • ViFUTo soN come peccatore. B. a. Io so ben che
cosa non pareva essere ArrENVTA che tanto rossE di-
SPtAciuTA a madonna. B. 3. Venuta la notte, chetamente
nella camera sgusci. B. 4* l'oidi pia di mille in su le porte
da del piorurr. 5 • era per avventura il dì davanti a quello
NEFICATO molto. B. 6. E veramente dal suo genitore non
i questo figliuol degenerato. Crusca. 7. La qual doman'
da il re ef Ungheria non accettò; ma sarebbe condisce-
so a lasciargli V isola. Crusca* 8. Per la qual cosa diceva la
gente che egli era impazzato. B. 9. Io per me dico ben
che per un tratto egli È traboccato il zucchero alla cal-
daia. F.
359
Nel terzo esempio a svenuta si sottiatende essendo ;
e nel quarto erano a piovuti, L* Ameota dice che ,, in ogni
libro e in bocca di tutti è : ha tonato^ ha piovuto , ha nesfi^
catOm ,, A?rebbe fatto meglio a dire quali siano questi libri;
cbe,dalla bocca dlquasi ognuno conveniamo anche noi sen-
tirsi; ma rispetto allo scrivere il quarto e il quinto esempio
provano il contrario. Benché si truovi in Firenzuola Che ?
ho io impazzato? a me pare che sarebbe meglio detto sono
io impazzato ? non potendo questo verbo significare azione,
ma solo stato.
Nel parlare dell' etimologia de* verbi , dissi che quelli
di stato si possono distinguere dai verbi d^azione per Tog-
getto che questi ricevono dopo di se, e che quelli non sof-
frono ; ma perciò che ve ne sono alcuni la cui azione non
si termina in un oggetto^ ma si fa in colui che Teseguisce,
per tal ragione questi verbi ancora non portano V oggetto •
Tuttavia, ecco un modo da distinguere i verbi di stato an-
che da questi. Tutti i verbi di stato, come quelli posti nei
precedente paragrafo, possono ricevere per agente una cosa;
cioè una nugola \hi^ viene^ una pianta nasce^ cresce y muore;
un corpo dimagra ; laddove questi non posson patire altro
che la persona per agente, o uno animale. I seguenti dun-
que sono di que* verbi Tazione de* quali ha luogo neir a-
gente medesimo, o vero la cui azione e suo termine sono
compresi nel verbo, e perciò domandano Tausiliarioai^re.
abbaiare* giocare. parlare. sclamare. *
cenare. gridare. penare. scherzare,
desinare. indugiare. piangere. . starnutire,
discorrere. lagrimare. ragionare. tossire.
^ dormire. mentire. ridere. vaneggiare.
36o
I • Un fumé che avea passato^ era molto cresciuto
per una grande pioggia. Crusca. 2. Per ogni uolla che pas'^
K
sor 9i solea^ credo che poscia s^i sia passato sette. B*
3. Ultinuxmente^ArENDO Ruberto un pezzo fuggito ecc. B.
4* EnA FUGGITO di Parigi. B. 5. Egli che aveva talento
di mangiare^ sì come colui che camminato aveva. B.
6. Coloro li quali per li dubbiosi passi it amore sono cam^
minati. B. 7« Avendola il conte dimandata della cagione
perchè fatto V avesse venire^ ed ella taciuto... B« 8. Ac-
ciò che male e scandalo non ne nascesse ^me ne son ta-
ciuta. B. 9. Disse Bruno pianamentei yedestUa? Rispose
Calandrino : oimè ! sì^ ella nC ma morto. B.
Vi sono alcuni verbi « come camminare^ cavalcare ^
correre^ deviare^ fàggire^ montare^ passare^ regnare^ sali*
re, scampare^ scendere^ tacere^ e volare^ che possono espri-
mere azione o stato della persona, come si dimostra per gli
esémpj; e come si vedrà che, mettendo avanti al participio
passato di questi verbi o essere o avere^ porteranno Tuno e
l'altro oarimente, sensa formare azion passiva. Se il parti-
cipio ai cotai verbi, rispetto ad alcuni, è seguito da un no-
me senza preposizione, come aver ftiggito V acqua , aver
montato un casmllo , avere scampata la morte ; oppure se il
participio non è seguilo, rispetto ad altri, né da un nome né
da una preposizione, come aver molto camminato^ aver ta-
ciuto^ aver corso ; in tal caso questi verbi fanno cenno del-
razione, e perciò richiedono rausiliàrio avere; se poi sono
seguiti 0 preceduti da una preposizione che da essi dipen-
da, allora dinotan lo stato o la posizione della persona, e si
voglion accompagnare con essere. Non vo* dir con questo
che la persona sia più «attiva hell* un caso che neiraltro{ la
36 1
dtflferenza sta solo nel modo di rappresentarla e perciò ho
detta che neli* uno si fa cenno dell* azione , nelP altro si
dinota lo stato della persona attivo, cioè eh* egli è fuggen^
te^passante\ non essendo meno attivo chi fugge o è fuggito
da Parigi^ che chi fugge o ha fuggito Tacqua. È da avvertire
nuUadimeno che f qualunque volta questi non sono seguiti
dalla preposizione, ella è sottintesa, siccome quelli che non
comportano V oggetto ; e t quando disegnano azione ^ sono
della natura de* precedenti la cui azione e suo termine à
compresa nel verbo medesimo. Nel settimo esempio , in-
nanzi a taciuto rSÌ soilìnieude ai^endò; it quale non è espres*
so a cagione di quello che già sta in principio della frase ^
che lo governa. Quando questo verbo è accompagnato da
an nome personale riferentesi airagente, ne* tempi compo-
sii si adopera essere» Lldea compresa in tacersi è, tacere
in una cosa e tenerla in se. In questo esempio del Boccac*
ciò, Non erano guari cavalccOi pia di due miglia , il senso
pieno è , non erano cavalcati pia che (o spazio di due mi'*
glia ; così si dice uno asper regnato tanti anni ; e una cosa
esser regnata* La Crusca: Per la bontà e oa\^alleria che in
loro era regnata. Il concetto originale dell* espressione ella
nC ha morto^ deirultimo esempio, è ella fui me mortOf o la*
sciato morto; ora questo participio si usa nel senso di ucci'
so; e si dice FUrono morti cinquanta mila pedoni ^ per esem-
pio, e tre mila ca\^alli*
I • Non ci tornai io% ArsNOo corso dietro air amante
tuo ? B. 2. Sentendo f Arriguccio ssser corso dietro a Ro*
berto... B*
Sebbene il verbo correre in questi esempj sia seguito
da una preposizione, ragione per cui si dovrebbe far pre-
:x5
36a
cedere da essere in amendue i casi; pure, nel primo esem-
pio fa uso TAutore di a^re^ perchè accenna Tazione che ha
avuto luogo; nel secondo adopera essere^ perchè vuol dise-
gnare lo stato presente della persona. E in vero, parlando
di tempo presente, bene sta che si dica essere in corso; ma,
per lo passato, più propriamente si esprime con V azione ,
cioè aver corso,
I • // domanda se nel peccato della gola AVErA a Dio
DISPIACIUTO* B. a. Se io non ascessi temuto che dispiA"
curro w FOSSE^per certo io r avrei fatto.B. 3. Dove in gui»
sa si facesse che il Duca mai non risapesse di èssa a que^
sto ArsssE ACCONSENTITO. B. 4« Per quella luce che era
roLGORATA SÌ chiara agli occhi degli uomini. Crus. S. MoT'
to desiderava di veder colui^ a cui vivo non aveva voluto
d'un sol bacio piacere. B. 6. Tanto era piaciuta la no-
vella di Neifile^ che né di ridere né di ragionar di quella si
potevan le donne tenere. B. 7. f^oi avete rigidamente am-
tro Aldohrandin proceduto. B. 8. Una medesima età è la
sua e la mia^ e con pari passo proceduti siamo studian-
do. B.
Vi sono degli altri verbi che possono esprimere azione
e stato, come sono cuocere^ partire, piacere, folgorare, di-
spiacere^ procedere; e degli altri che esprimono azione che
termina non neir oggetto, ma nel dativo, come compiace-
re, assentire , consentire , nuocere. Il participio di questi
Tuol r ausiliario avere; il participio di quelli riceve ora es-
sere e ora avere , secondo che significa azione o stato ; ed
esprimono stato quando una cosa è Tagente della propo-
sizione.
Per esempio si dice, io ho dispiaciuto a Dio , cioè ho
363
fatto dispiacere a Dio^ e..* la cosa m* è dispiaciuta ; as^er
partito una zuffa^ e... la zuffa esser partita^ uno cuocere un
pollastro , e ••• un pollastro cuocere • Sortire non significa
uscire , come Tolgarmente si usa in tutta Italia , ma ben
prender fiiori in sorte^ o esser preso fuori in sorte; per e-
sempio, Infine a questi tempi l'Italia non ha sortito alcun
uomoé M. La uostra regione mi fu sortita* D«
I* Essendo già la metà della notte andata^ non s* era
ancor potuto addormejttjìre. B. a* Noi ci smjmo accorti
di ella tiene ogni dì la cotal maniera. B. 3. Male avete fatto ^
male w siete portato. B. 4» Li qiudi^ astanti che arrìc-
OBITI fossero^ amasHxn la s^ita loro. B« 5* lUmandò i cava-
lieri latini^ i quali seco aveva arrìcch iti delle ricchez^
ze dei Fiesolani. Crusca. 6. Egli / avea messe alcune
«
petruzze in bocca* B. 7. Conosco la vita misera di quelli
che mi bo lasciati dietro. D. 8. Io oserei scritte cose di te^
che tu ^ AVRESTI CAVATI gli occhi^ per non poterti ve^
dere. B.
Anche tutti quei verbi Tazione de* quali sMnverte nel-
Tagente medesimo, cioè quelli cbe hanno Tafiisso, voglio-
no r ausiliario essere col participio. Di questi ne sono al-
cuni a cui il pronome è sottinteso, come annegare^ arros^
sare 0 arrossire^ ingentilire^ infermare^ ammalare , arriC"
chircj impoverire^ Y ausiliario de*quali è parimente essere,
arricchire e iinpoverire portan l'ausiliario avere quando la
loro azione non inverte nelf agente , ma passa ad un og-
getto esterno. Negli esempj sesto, settimo, e ottavo, i nomi
personali ^1, m/, ti^ non sono oggetti ma dativi; quindi han-
no i participj avere per ausiliario. £ non solamente di quei
verbi che generalmente portano il pronome si air infinito,
J
364
ma di tutti quelli anche che esprimono azione passante ad
oggetto esterno^ ogni qual volta Fazione termini neirageo-
le, i tempi composti si formano con essere; eccetto nondi-
meno quando V oggetto corrispondente con V agente fosse
in opposizione con un altro espresso o sottinteso; per esem-
pio, dopo aver arricchito se e i cavalieri latini ; dove ve-
diamo che si fa uso di avere.
1 . Costui non pensa cui egli s* ba menata a casa. B.
a* A fu \figliuol mio ! dunque per questo r* bai lasciato a-
ver male ? B.3. S* AVErA posto in cuore di non lasciarla
mai. B. 4* Alessandro s* ha trovato una moglie^ e Uguc-
clone urC altra. F. 5. Percliè è nuova la nobiltà mia « la
quale^ certo^ migliore è aferseia partorita da se. Da S.
C. 7. // tale ha rotto la prigione^ e s* È collato dalle mu-
ra. F. 7» Forse che la s^ È fatta pregare ? F. 8. f^oi vi sie-
te turbata; e queste parole e questo remarne fate. B»
Io uno degli avvisi che io feci affiggere per le vie di
Roma per dar pubbliche lezioni, avendo io posto: S*hae^
gli (il professore ) /iro/;osfo; cioè egli s'ha proposto di dare
un corso ognianno^ parve ad alcuni eh* io avessi fatto uno
errore di lingua in quel s^ha proposto; e io doveva dire per
loro consiglio f'é/»ro/K>jto; che è un gallicismo. Io ho voluto
produr qui cinque altri esempj ne* quali è adoperato Tao-
siliario avere nello stesso modo; e perciò che mi sono ac-
corto che in queste espressioni il dubbio è quasi generale,
credendosi che scabbia a dire s^è menata a casa , s* era posto
in cuore ecc., ed ognuno essendo in dubbio se scabbia ad n-
sare essere o avere per ausiliario, o se sian buoni tutti e
due, io ho raccolto dagli esempj questa regola che non fal-
la; cioè che, quando il pronome cui si accompagna Tausilia-
365
rio è un dativo, si debba adoperare come gi^ dissi, avere; e
quando il pronome rappresenta Toggetto del verbo, essere
debba far da ausiliario, qualunque sia in questo caso la na-
tura del verbo principale • Il mio esempio adunque dice :
Egli ha proposto a se; che cosa ? // dare un corso ogni anno;
e questo è Toggetto. Nel primo esempio Toggetto del ver-
bo ha menato è cui; e il si è un dativo posto in luogo di un
possessivo, cioè cui egli ha menato a casa ase^oa casa sua.
Nel secondo lasciare sta in senso di permettere; onde Tana-
lisi è, tu hai permesso a te Fas^er male. Il terzo dice : Ave--
va posto in cuore a se; che cosa? il proponimento di non la*
sciarla mai^ che è Toggetto. Il quarto : Alessandro Zia tro*
wOo a se una moglie; e jil quinto : Ai^er partorito la nobiltà
a se* Negli altri tre esempj , ne* quali essere è ausiliario, i
pronomi rappresentan V oggetto del verbo : Egli è collato
se ; ella è fatta pregar se; s^oi siete turbato voi ; sì che fa-
cendo l'analisi e la retta costruzione ; cioè prima Tagente,
poi il verbo , quindi Toggetto, par più tosto che negli ul-
timi tre esempj sia errore ; ma se si considererà quel che
nel suo vero senso esprime il verbo avere e per qual forza
d*analogia sia stato posto per ausiliario a' verbi, queste e-
spressioai con essere non parranno più tanto strane; però
che attere propriamente significa possedere ; e ddì dire iopoS'
seggo una cosa^ s'è passato a quest'altro, io la posseggo in
un modo^ in un altro; e poi s'è venuto ad esprimere che uno
possiede un* azione fatta in cotal modo; onde egli s^hapo"
sic in cuore^ è lo stesso che egli ha^ possiede^ ciò posto in
cuore a se^ laddove l'altra espressione con essere dice: egli
è, in che modo ? collato se. I Latini si servivan di esse per
tutti i verbi, ne* tempi composti : amatus sum; lectus sum;
366
polUcitus sum* Erra dunque il Bartoli dicendo che si possa
scrivere indiSerenteraente, io mi ho amato e io mi sono a-
mato; io mi ho ferito e io mi son ferito.
I • Alla gelosia tua t'* hai lasciato acceca re. B.
:k. Quando la gelosia gli bisognava^ del tutto se la spogliò;
così come quando bisogno non gli era se V afeka vesti--
TA. B. 3. Con sas^ia perses^eranza lungamente GODUTA so-
no del mio disio. B.
La costruzion retta del primo esempio è , Tu hai la"
sciato alla tua gelosia accecar te; rausiliario hai sta dun-
que ancora qui in forza d^uh dativo . Neil* espressione , se
Tay^ea vestita^ l'oggetto è /a, e ^e è dativo. Godere può sta-
re con r ausiliario essere perchò può portare T affisso, cioè
godersi.
I . Se io rossi vowto andar dietro (C sogni io non
ci sarei x^nuto. B. a. Non mi sono potuto zErAn se non
oggi. B. 3« // Saladino conobbe costui essere saputo ir-
sciR del laccio che egli gli as^ea teso. B« 4* Se io mi rosa-
si VOLUTO SCOSTARE dalla uerità delfatto^ io F ax^rei potu-
to comporre e raccontare sotto altri nomi. B. 5. Chichi"
hio cas^alcava appresso a Currado con la maggior paura del
mondo ^ e volentieri -^ se potuto avesse^ sarebbe fuggito^.
6. Deliberarono essere il migliore cT aver Tito per paren-
te^ poiché Gisippo non aveva esser voluto. B.
Quando alcuno de* participj voluto^ potuto^ saputo^ e
dovuto^ è seguito da uno infinito de*verbi di stato, si dee pur
usare per ausiliario essere; in modo che, quantunque si di-
ca, non ho potuto fare^ non hanno voluto dire^ avere saputo
cogliere^ a cagione dei verbi fai^^ dire, e cogliere ^ i quali,
per esprimere azione, vogliono avere ; si debbe dire , sUo
367
fossi voluto andare « non nd sono potuto levare t conobH
costui essere sapido uscire^ perchè andare^ leiHWsif e r^-
scire^ si debbono accompagnare con essere La ragione è
che i detti quattro participi sono pure aasiliar j quando stan-
no davanti a un altro verbo ; e però, in tal caso, essere ed
avere dipendono dal verbo che è in infinito. Molti errano
in questo riguardo ; ed è facile V errare, per essere V orec-
chio pili assuefatto a udire non ho potuto , non hanno po-
hao^ ecc., che non sono potuto , non sono voluti ; il nume«-
ro de' verbi coniugati con avere essendo senza compara-
zione maggiore di quello degli altri • La piena costruzione
del 5. esempio è se farlo potuto avesse; ma egli è regola che,
se in questi modi di espressione Tinfinito è sottinteso, avere
e non essere deve star per ausiliario. Nel «sesto esempio la .
trasposizione di esser avanti a voluto ha fatto dire al Boc-
caccio aveva e non era esser voluto^ che sonerebbe male. Il
Perticari ha detto. Considerandole come piante forestiere
che non hanno potuto venire innanzi. Secondo la presènte
regola doveva dire, non sono potute venire; pure se ne tro«
vano esempj anche nel Davanzati: Né io ho potuto doler*
MI di voi f né voi di me. Non hai potuto parer maligno.
I . Chiunque la porta sopra di se , non t ceduto da
alcuno dove non è. B. :i* Egli allora fece vista dimandare
a dire alfalbergo che non rosss atteso a cena. B. 3. Fu
MANDATO con buonu guardia alla casa a patir penitenza
del peccato commesso. B.
Finalmente per questi esempj vediamo che tutti i ver-
bi d'anione, fuor che quelli de* quali facemmo un cenno a
carte 359, ^^ ^^^ azione non^ passa in alcuno oggetto; tutti
gli altri, dico, diventano verbi di stato quando sono adope*
/
7
368
rati nella costrnzion passiva; e quindi, in tal caso, formano
i tempi composti con essere.
Ma qui si potrebbe dire : Perchè nasconde questi gli
antichi e comuqi vocaboli che si son dati finora a* verbi,
di attiifOj passivo^ e neutro? o dove sono essi trattati in questa
grammatica ? Io mi sdebiterò con la seguente digressione.
^ANNO E CONFUSIONE
che aveyan portato ne* ragionamenti della grammatica ita-
liana, i latini vocaboli di attivo^ passisH}^ neutro^ ecc*
A che quella farragine di denominazioni che si era*
no date finora ai verbi, di atiivif passM^ neutri ^ neutri pas*
siWf iny^ersonalif e più altre, se non a confondere la mente
degli imparanti ? Qualunque volta si vorranno imporre de-
. nominazioni di proprietà particolare di una lingua, ad un*
altra cui non si convengono, si troveranno prive di senso e
impossibili a definire; e quindi ogni ragionare che con tai
termini si farà, riuscirà falso; come già dimostrai in parte,
parlando de* nomi. Io dichiarai, nel principio di qaest* o-
pera, che non avrei fatto uso se non se di parole le quali
mi paressero avere una signifioazione , un senso reale, io
italiano; e però die li predetti vocaboli sono per me voti
di senso, iotie ho fatto senza. Essi ci vengono dai Latini,
i quali, per la gran difficoltà che comprende nella teorica
de* verbi la lor lingua, avevan bisogno di fare tutte quelle
divisioni. E primieramente dividevano il verbo in attivo e
passis^o; cioè duco^ conduco, attivo, quando la persona che
governa il verbo fa fazione; ducer ^ sono condotto, passivo,
quando V azione del verbo è sopportata da chi lo governa;
e, senza dubbio, questi son due verbi del tutto difierenti ;
ciascuno ha la sua particolare coniugazione, e sua partico-
3C9
lar virtù; ma, ia italiano non si scorge alcuna differenza ne*
verbi, si nell* espressione; e analizzando, dico che condu"
co è la prima forma del verbo condurre^ condotto^ il par-
ticipio passalo, sono^ la prima del verbo essere; e che sono
condotto è ana espression passiva. Veniva poi il neutro» Ve-
diamo qual significato può avere questo vocabolo apposto
a un verbo italiano. Neutro^ dal latino neuùer^ significa né
r uno né V altro ^ cioè, per rispetto al verbo, né attivo nò
passivo; e abbiam veduto che questa divisione di verbi in at*
tivi e passivi non ha luogo in italiano ; e come che si possa
dire che conduco sia verbo attivo, perchè dinota azione, il
passivo non v* è per certo* Dicendo dunque per esempio
che dormire sia neutro, gli si dà una denominazione falsa.
Provato queste denominazioni essere senza fondamene
to, passiamo ora ad esaminare come s* intendano i ragio-
namenti di coloro che né fanno uso. Sentasi quel che dice
il Monti nella sua Proposta al verbo ahhiettare, .
Esempio tratto dal vocabolario della Crusca:
, , Ahbietiare^ abbassare, £are abbietto«Lat. deprimere ^ahji^
„ cere% F. lacop. Non si abbietta per timore , né si le^a
„ per onore.
OSSSRVAZIONC
Senza V esatto regolo della grammatica, che è la
scienza della parola, niun vocabolario può andar diritto
„ e sicuro. Saviamente dunque la Crusca nelle esposizioni
„ de* verbi suole, col metodo grammaticale, V attiva loro
„ significazione distinguere dalla passiva; e il non farlo sa-
rebbe veramente vizio, non si dovendo insieme confon-
dere caratteri sì differenti, né mescolar l'azione coll'ina-
„ zione, il moto colla quiete. NuUadimeno, dimentica del
19
11 ***'
1»
11
370
„ suo sistema, ad ógni poco ella t*esce di tracciai e la nno
,y stesso paragrafo, sotto una stessa dichiarazione, ti am-
91 massa in uno questi elementi cosi discordi; e ne fa incre-
„ scevole gaaxzabugUo. Il che nel medesimo limitare del
I, vocabolario si può vedere ali* articolo jìbbjìrbj4GLMjìre<i
,9 ove i\ neutro idfbarbagliando in terra cadde^ stranamen-
I, te è accozzato con Tattivo, gli occhi abbarbaglia. Sono
„ sbadataggini» lo consento, sono macchie, lo veggo (1); ma
„ tali, che in si bel corpo, fanno un brutto vedere^ e che
,f contrastando direttamente aireccellenza del metodo dal-
,1 la Crusca medesima stabilito , o ricorrendo troppo fre-
f, quenti, potrebbero meritare più laida appellazione.
Questo si chiama: Non ex fumo dare lucem^ sedfii-
mum exfolgore\ tutta questa sparata essendo fuor di pro-
posito, anzi dessa un vero guazzabuglio. Tutta questa ingin-
sta invettiva s* ha la Crusca meritato dal Monti , per non
aver dato la denominazion di neutro al verbo abbarbaglian*
do^ che non gii doveva né poteva dare; avvegna che io non
vegga per qual ragione si abbia a chiamar neutra la forma
abbarbagliando^ e attiva P altra abbarbaglia^ quando amen-
due appartengono al medesimo verbo, ed esprimono la stes-
sa idea. Bisogna ben che la ragione adoperi qui il microsco-
pio perchè arrivi a scoprire ove sia la differenza che il Mone-
ti vi truova ! Se differenza alcuna pur v* è, non sta nei ver-
bi, ma nelle proposizioni ; ove, nella prima, ha ellissi del-
ibo ggetto gli occhia cioè abbarbagliando gli occhi in terra
cadde ; e Tagente in tutte e due è la luce. E quello è per
(t) Questo modo di frammettere cosi lo veggo , lo consento , fra corte
proposizioni» é un declamare alla francese^ ed é da guaidarsene come da o-
(ni altro gallicismo.
371
certo r oggetto sottinteso, V idea di abbarbagliare ooa si
potendo ad altro applicare che agli occhi. Tutta la difieren«
za è dunque nell'avere in un caso espresso Toggetto gli oc^
chi^ e lasciatolo neir altro; e la Crusca non avrebbe fatto
altro che confondere se avesse definito come voleva il Mon-
ti, e detto Tun verbo passivo e Taltro attivo* Se Tespressio-
ne fosse abbarbagliato in terra cadde^ converrei anch' io
che la proposizione fosse passiva, non già il verbo; la for-
ma abbarbagliato direi tuttavia essere il participio passato
del verbo abbarbagliare^ senza piii,
,, Abbiettare^ continua il Monti, secondo la dichiarazio-
,« ne italiana e latina, presentasi nel vocabolario come verbo
„ di attiva significazione; e neiresempio è di neutra passiva.
Notisi bene questo vocabolo neutro passivo j che io non
so come diavolo (i), parlando di verbi italiani, si possa in-
tendere ! Se non hanno alcun senso divisi, forse che Tavran-
no giunti insieme ? Vuol dunque il Monti che si definisca :
abbiettare^ neutro passivo, farsi abbietto^ awilirsi. Vedia-
mo se si può venire a concepire che voglia dire egli con que-
sto suo neutro passiw. Come dicemmo, neutro significa nò
attivo né passivo* Già il dire che un verbo sia neutro è una
contraddizione; e se la contraddizione viene dai Latini; es*
si avevano almeno questa ragione di chiamare un verbo neu-
tropassiifO^ che il verbo neutro prendeva le desinenze del
passivo; ma in nostra lingua che le terminazioni non varia-
no altro che pel suono, non per lo sentimento, chi può dar
ragione di questo neutro passisH)? Indarno io mivo stillando
(i) Come^ diavol ! le gru non hanno che una coscia e una gamba !
Metto'il punto ammirativo a diavol per iar intendere qual è il suo vero scn*
so in simili espressioni*
il cervello. Qaesta espressione analizzata con parole italìa*
ne dice : scerbo passiw che non è né atiisH) nèpassiw « il che
non forma senso alcuno • Io non veggo in quel non si ab^
bietta altro che an semplice verbo esprimente un'azione che
l'agente opera sopra se; e spiego , egli non abbietta se per
timore^ né lewi se per onore ; onde a mio parere la Grasca
avrebbe solo dovuto definire: as^ilir se ^ far se abbietto ^ sen-
za mettere V incomprensibile denominazione neutro pas^
siiH). £ se con questa il Monti intende dire che Tatto di ab-
biettare non può V uomo operare sopra altrui , ma solo in
se medesimo, questa idea s* esprimete abbastanza ponendo
Tenfatico ^e in luogo del ^i; perciò che a\^Hir se compren-
de la contrapposta idea non altrui. Ancora , il Monti dice
che non si dovrebbe mescolar t azione con Vinazione ^ il
moto con la quiete^ con le quali parole parrebbe voler con-
eludere che il verbo ch'egli chiama neutro non esprima né
azione né moto. Ora» il verbo correre è classificato fra* ver-
bi neutri; e per certo non ò in gran quiete chi corre*
La Crusca dice : AyyERTiRE ecc. In significato neu-
tro, aver rocchio^ Fin As. Ma una cosa soprattutto bisogna
avvertire j che egli non ti venga voglia dt aprire né di guar^
dar quel bossolo che tu porti. Ai che il Monti fa questa os-
servazione : ,« Avvertire una cosa significato neutro ? Noi
direbbe neppure un fanciullo ecc.
Non maraviglia se si cliiamavan ludibri! grammaticali!
Dove il Monti creda questo verbo non doversi chiamar neu-
tro solo perchè è seguito da una cosa^ egli erra ancora; non
è questa la ragione. Nelle espressioni, i?/^ogf»a avvertire una
cosa , e [o ti avverto di una cosa , la natura del verbo è la
medesima; e nel primo caso una cosa non è oggetto del ver^
.-„ J
373
ho avvertire^ non essendo ana cosa capace di ricerere av •
Tertimento* La Crusca avrebbe ben dovuto tralasciare il
significato nmUro\ ma ha defioito beoe dicendo aver rocchio^
perchè awertire derivando da advertere , vertere ad^ cioè
volgere a^ Tanalisi della prima espressione viene ad essere 9
bisogna vertere^ cioè volgere te medesimo o la mente a una
cosai e [^analisi della seconda : io volgo te Mo esame di una
cosa\ onde si vede pienamente che il verbo avvertire in a-
mendue i casi fa il medesinoo officio ; e che in quello di av*
vertire una cosa il vero oggetto del verbo è sottinteso.
Finalmente « il Monti cita il verbo cibare , al quale la
Crusca ha posto per esempio il verso di Dante : Questi non
ciberà terra né peltro \ e per provare che in questo esem-
pio il verbo cibare è attivo e non neutro^ comincia col dire
che qui è adoperato non già nel senso di nutrire^ ma di nu--
trirsi^ che il Lombardi ha torto di chiamarlo neutro, perciiè
egli equivale bensì al neutro cibarsi^ ma il suo andamento
è attivo^ perchè porta seco P accusativo terra epeltro\ e fi-
nalmente dichiara che qui cibare è della stessa natura che
pascere^ a cui tcmto nelf italiano che (cioè quanto) nel lat-
tino è data^ oltre la significazion neutrale ^anche V attiva di
due maniere^ cioè pascere per mangiarci e pascere per dm^
mangiare^ ex» f^v. pascer le erbe^ e pascer le gregge !
£ che sorta di argomentare è questo ? È attivo o neu«
tro ? è pascere ? è mangiare ? nutrire ? 0 che ? Equivale al
neutro* ma il suo andamento è attivo ! Tutto è incertezza,
tutto confiisione, perchè è falso lo fondamento. Concedesi
in tutte le lingue, per la licenza grammaticale detta ellissi^
che si possano sottintendere nel discorso delle parole ; le-
vando le quali, esce la frase del comune per lo laconismo 4
374
e diventa ijaindi, a tempo e loogo , più vivace e più bella «
aemsa per ciò che le si tolga la chiarezza o il senso. Il Mon«
ti medesimo V afferma col dire che nutrire sta nell'esempio
per nutrirsi Concede egli dunque che il si è sottinteso. Ora,
con supplire le altre parole che la ellissi sottintende, io pro-
verò che cibare e pascere sono verbi che esprimono azione
sempre nello stesso modo, e mai non cambiano di Datura.
La preposizione con è sottintesa ad ambedue i verbi; onde
il pieno sentimento deir esempio di Dante è : Questi non
si ciberà (i) né con terra né con peltro. Nella espressione
pascer le gregge si sottintende con le erbe ; e in quella di
pascer le erbe il senso pieno è^ pascer se o altri con le erbe;
€ se si dice pascer le gregge , si deye poter dire anche ci*
bare un uccello* Così, nella frase del Macchiavello, Io ce^
nero poche cose^ ma tutte sostanziewli^sì sottintende la pre-
posizione con; come io correre lo aringo v' è inteso in lo.
Vogliono che fuggire^ nella proposizione JFìiggiwi quanto le
gambe nelpoteuan portare ^ sia neutro; e in qoest* altra ,
JPUggi r invidia a tuo potere , sia attivo ; ma , se azione e
quiete avessero a determinare la differenza, io direi piò to-
sto il contrario , essendo assai piò in azione chi fugge con
le gambe, che chi fugge con la mente. Ma pure, anche qui
la natura del veri>o è la medesima in ambo i casi; perchè
r invidia nel secondo caso non ò Toggetto del yevho /Uggi;
quella sta per lo luogo donde si fugge ; e vi si sottintende
la preposizione da; cioè fuggi dalla invidia; e il luogo è in-
teso anche nelP altra espressione.
L* Italiano è tutto pieno di queste maniere ellittiche
(i) S^é dimostrato a carte 193. come lì slaa deVerbì che posson prcs-
dere il si affisso, e lasciarlo.
375
coi verbi; poichà qaando si dice svegliare il giorno^ dormire
la noUe^ quei due nomi, giorno e noUe^ non possono essere
oggetti dei verbi; v* è sottintesa la preposizione in. Dove
Dante dice : Arris^ò la testa e il busto f non fa gii del ver-
bo arris^are d*un neutro uno attivo^ ma v^intende la prepo-
sizionfe con. A chi dice s frisse i tempi di Traiano^ d^Augu^
sto^ v*ialende ancora ino'a. Fece argani e ponti per passare
gli armaiii sottinteso con* E cosi, con Tanalisi, e non altro,
s* ha a dar ragione di qaeste irregolarità che sono eleganze.
Finalaiente, quando a que\erbi che riflettono Tazione nel--
r agente, come ingentilirsi^ sedersi^ tacersi^ sì toglie il si^
non mufan natura più che i predetti; essi son pure i mede-
simi, manco il pronome, il quale, poiché si sa che Tazìone
non può esser portata sopra un oggetto esterno a chi ope--
ra, ma di necessità convien che torni in lui, si può sottin-
tendere.
A danno adunque della ragione e della intelligenza
delle cose si vuole assoggettare una lingua a vocaboli che
ad. un' altra esclusivamente appartengono; e la sola divisio-
ne de -verbi che si possa fare in italiano per ridurre la cosa
alla semplicità^ si è in \^rbi esazione e in verbi di stato^ co*
me nelle precedenti pagine ampiamente s*è dimostrato.
Ben disse Dante del sole nuow^ cioè della lingua ita-
liana: E darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscuri-
tà per lo usato sole che a loro non luce; ma bisognava ancora
che la grammatica di essa lingua si sgomberasse delle im-
bragature de* termini latini con che era stata eretta, i qua-
li, divenuti poi soperchìi, non facevan più se non nascon-
dere il valor suo e la bellezza , perchè il sole nuovo potes-
se apparire in tutto il suo splendore.
376
CAP. XXVI
SOPRA L* USO DI ALCUNI MODI E TEMPI
DEI VERBI
DEL PRETBfilTO PEUfiTTO B IHPCBFSTrO
DMUJ IVÙÌCJLrirO
Quantunque di rado possa avreoire che si erri nell'oso
di questi due tempi, perchè basta por la pratica; nonper-
tanto mi par utile il ragionarle, per saper la ragion delle
cose ; la teorica di questi due tempi non essendo panto
facile*
Quattro sono le circostanze che fa mestieri distingue-
re circa Fuso dello imperfetto e'del perfetto dell* indicati-
vo; I • se il verbo esprime atto, o azione, o stato; a. se Tat-
to è ripetuto o non ripetuto; 3. se Tazione è rappresenta*
ta finita 0 continuante nel tempo al quale si riferisce; 4* se
il tempo à determinato o indeterminato* Nel primo caso si
adopera il preterito perfetto, nel secondo Timperfetto; le
quali denominazioni, per analogia^ suonano quanto /Enito
e non finito, determinaio e indeiemunato.
I . ENTnó" con lui in molti e varj ragionamentù B.
a. Tutto altrimenti jiDDiyENiTB che ella a^isato non a-
9e€t. B. 3. Questo ronzino ci capito^ iersera. B. 4* ^o non
CREDEy^ che gli uomini facessero queste cose.B. 5. Sì or*
nato e sì pulito della persona andava , che generalmente
ERA chiamato il Zinta. B. 6. Un giorno^ assai vicini delk
camera dove egli giaceva^ seco medesimi di ciò comincia^
rono a ragionare. B.
377
Chiama otto qaello che nel medesimo istante avviene
e si compie, come entrare^ addhenire^ e eàpitare; é ath^
necpeììo che ha possibilità di continuazione, si come il cre^
dere , 1* andare ; e chiamo stato il giacere , per esempio*
Quindi i primi tre verbi sono nel preterito perfetto f e gli
ultimi tre nell* imperfetto. Entrare esprime uno atto che
cosi tosto finisce come s iocomincia ; àddhenire e capitare
esprimono en^idea, U quale non è, se non quando ò com-
piuta e finita,
I. A migliaia per giorno ivrKKUAFAnoA. 21 • Ogni
mattina^ in su Vara che egli ArnSAVA che essi dwessero
passare ^ si facef'a portare una secchia é! acqua fresca JR.
3. Mi DA f^ ANO sì poco salato^ che io nonne potestà pur par
gare i calzari. B« 4* Spesse 9oUe il domandafa^ se qual'^
che cosa era che egli desiderasse. B.
Abbiamo detto che, quando il verbo esprime atto , sì
adopera il perfetto; ma però che Tatto, se non può essere
continuato, può essere ripetuto, questo caso forma ecce2Ìo->
ne«e vuole Timperfetto* In tutti gli esempj sopr apposti Tat^
to è ripetuto, come si dimostrerà* La parola infermare si-
gnifica dis^enire ammalato ; il che esprima passaggio dalk>
stato di sanità a quello di malattia ; egli è dunque un atto
che non può continuare; si continua ^à. essere ammalato o
infermo^ ma non ad infermare. Ativisare espirime nn atto
della mente il quale non ò piii tosto formato che compiu-
to, equivalente a far pensiero. L* espressióne si facesHi por^
tare accenna uH ordine 9 un coniando, che è jpure Tatto .di
uno istante* Dare e domandare accennano parimente cose
che non ammettono continulsione, atti ne* quali il comin^
ciare e il finire sono simultanei*
:i6
■■
378
M»Dìe notte ^Nj}jiyA riceroandOé B. a. Così lungo
tornate ris^ andau^^Z. Conobbe il principe la grandezza
delt Ofiimo della sua figliuola* B, Senza dire alcuna cosa,
AS BUTTAVA la morte. B«
In tutti questi Mempj il preterito dipota ^sione pos-
sibile edessere <;oatÌDuataj ma però chesipoò rappresentare
aa* azione cofittnaante «lel tèa»po al quale uqo riferiace, e si
pi|ò rappresentare finita e oorepiuta, quindi degli eseiupj e-
sposti alcuni verbi sono neirimperfetto, e alcuoi nel perfet->
to» Nel. primo esempio il Petrarca Rappresenta se iiel tempo
passato andante ; e perciò T esprìme con V imperfetto ; nel
secondo racconta solo quel che fece e terminò* La coooscen-
sa è cosa che si continua ; pure»' nel terzo esempio, cono^
scere è in perfettoi perchè srgoifica^co/^er^i^ in quello; e co-
sì il verbo aspettare del quarto esempibi che disegna azio-
ne Mntinuata, potrebbe esseàre nel perfettOt aspettò^ se TAu-
tore non dimostrasse la per^ond aspettante^ ma raccontasse
pui* quelito che fece ;. onde si vede che sovente questi due
tempi dipendono dall* intenzione di phi parla*
I • Pia Sfolte già per dir le labbra apersi. P. ^. Tre
dì gli cniAMAi ^ poi eh* e^ fut morti* D. 3. Poi che egli
EBBE aperto Puiciuoloj itide colui che starnutito avesHz , e
aneora starnuiiva.'B. 4* Ear^ilo ebbe nome* D. 5. Uomi-
ni FUMMO i edor sem fatti sterpi. D« 6* Dille chi tu fo-
sti. D.
La quarta circostanza che abbiam detto influire aopra
il perfetto e V impèrfeUo, à la determinazione del tempo.
Nel primo esempio, quantunque Tatto di aprire le labbra
sia ripetuto, il verbo ò nel perfetto, a cagione delle parole
più scolte determinanti il tempo» Per determinare il tempo^
379
non intendo accennarlo solamente , ma circónscriverlo ri-
spetto alla lunghezzai o pare specificare il momento,ristan-
te. Similmente le patole tre di sono la cagione del perfet-
to chiamai. L^espressione y^o/ che , significando dopo che ^
pone un termine all'azione; ed è quindi una determinazion
di tempo* Quando si parla dei morti, però che si accennano
cose terminate, si fa sempr? uso del perfetto; salvo quando'
si faccia menzione di quelle cose che la persona trapassata
era uso di fare io vita; come allora che il Firenzuola fa di«
re al marito d* nna seconda moglie , queW alira facesHi ;
queir aitra diceiHi; ella si contentava d'ogni CQsa.
DEL PEaVETTO COMPOSTO
i. Io Bo TROVATO uno da molto pia che wi non sie^- .
te. B. a. Insfigna^emi doue jirsTS posti ipannii e io ani-
dro per essi* B* 3« Né i^ecchiezza^ né infermità, né paura
di morte VmJNffo potuto rimuos^re dallasuamahagità*^*
4* Poi che B ANITO FATTA Una danza o due, ciascuno se ne
}^a nella sua camera. B. 5. /o sojsro anvato da sei volte
in Mla^ poscia che io mi partii da sH)i* 6* f^ide una giomne
la quale questa pestilenza ci ba tolta. B*
Per quello che fu già definito altrove la denomioazio-'
ne perfetto apposta a un tenàpo del verbo significa finito ,
compiuto. Ora, io ho tolto al perfetto composto il qualifi-^
caute di pre/eriifa, cioè passato; perchè, essendo Tausiliario
col quale s* accompagna, espresso in tempo presente, deve
essere inteso a rappresentare un' idea presente e non pas^
sata; e quando con questa forma di parlare s^adopera a\fere,
Tidea è di esprimere che altri ha, possiede, una cosa trosfa^
ta^ posta, potuta, wluta, tolta ecc; se essere, allora si dise-
gna in quale stato uno è , cioè se di fuga, di corsa , di ma-*
i
36o
gressa, di gentilessBay ecc; onde sùn piggito ^ san corso^
no dimagrato^ sono ingentilito*
La differenza dunque che passa tara il perfetto sem-
plice e il perfetto composto è, che quello dinota azione fi-
nita in tempo passato determinato, e questo la mostra ben-
sì finita e compiutaf ma % per lo pii^t senza alcun cenno di
tempo; come si scorge ne* primi quattro esempj, per le for-
me Ito trOiHitOf wete posto f hanno potuto^ e hanno fatta. Nel
quarto esempio, benché le parole poi che^ come dicemmo
non è guari , determinino il tempo , si fa uso del perfetto
composto n per essere questo tempo più immediato al pre-
sente che segue ciascuna se ne ivi. Se , in loogo di hanno
fatta^ vi fosse posto ebbero fdtta^ si verrebbe a determina-
re ridea intesa per quella volta di che si parla; e quindi il
seguente verbo pa dovrebbe esser posto nel perfetto sem-
plice a/iii&; dove con Tausiliario in presente si mostra un*
azione ben finita , ma ripetuta in tempo continuo e presen-
te. Nel quinto, quantunque la determinazione del tempo sia
espressa nella parola poscia che^ lo dicitore, adoperando il
perfetto composto , mostra che sia ancora per andare in
pilla; perchè, come dissi del precedente esempio, il perfetto
composto è il più immediato al tempo presente;laddove, se
dicesse andai , mostrerebbe Tazione gi^ divisa dal presente
tempo , cioè non più unita ad esso per la ripetizione dello
atto. Nel 6. esempio chi parla, il fa nel tempo che ancor re-
jpava la pestilenza.
I • Bellissime donne , lo scostumato giudice marchi^
giano f di cui ieri s^ìno^ellai^ mi trasse di bocca una novel-
la la quale io era per dirvi. B. s* Tìi sai quante busse ti
Dik^ senza ragione^ il dì eh" egli ci tornò* B» 3« Questo lo
j^-
S8i
dico perchè stamattina ioPho prwato. F. 4- Hai tu sbuT'-
TiTA stanotte cosa niuna ? B» 5. Io me n* affidi testé ;
quando io andai per V acqua. B. 6. Poco fa si diede r lapo^
sta d'esser insieme uia \^ia. B. 7. Poi cK io uscii stamatti-^
na di casa^ non so messo piedi altrove che in palazzo* F.
Per gli esempi che ne porgono gli autori , panni di
dovere avvertire che sarebbe errore, nel primo e nel secon-
do esempio. Tosare il perfetto composto, dicendo vi ho no^
nyellato^ ti ha dato^ per essere il tempo affatto passato e de-
terminato. Nel terzo e quarto , ancora che il tempo sia de-
terminato, i verbi son posti nel perfetto composto, cioè rap-
presentante azion presente, perchè colui che dice starnotti-^
na sì trova tuttavia nello spazio di tempo compreso in que-
sta parola ; e quegli che domanda hai tu sentito stanotte ,
con tutto che, mentre ciò parla , sia gii^ nel di seguente alla
notte che accenna, pure egli ha si impressa nella mente la
cosa udita, che la si rappresenta dinanzi alla fantasia; il che
si concede per le parole questa notte che disegnano tempo
presente. Gli esempj quinto e sesto si allegano per disin-
gannare coloro che vogliono sottomettere Titaliano alle re-
gole del francese , dicendo che s* abbia a porre in perfetto
composto il verbo che dinota azione fatta nel giorno , nel
mese, o neir anno medesimo che si accenna; però che qui-
vi 81 accenna bene uno istante , non che compreso in cotal
tempo, ma appena scorso; e pur si fa uso del perfetto sem-
plice, perchè gli avverbi! testé e poco fa determinano il pas-
sato • Finalmente nelP ultimo esempio la persona parlante
dice uscii ^ col perfetto semplice, perchè questo verbo è sot-
to r immediata dipendenza della parola determinativa ^i
€ihe ; là dove pone il composto per lo seguente verbo , ho
38a
messOfperciò che in così dicendo considera il tempo nel qua*
le di presente si traova come aflfatto diviso e lontano da
quello trascorso! espresso per stanìottina. Egli v'è per cer-
to molta filosofia nelPuso di queste due forme del verbo.
Parendomi che pi fosse uscito di mente ciò che io a
questi dÌ9 co* miei, piccioli orcioletti , v^ ao dimostrato ,
cioè che questo non sia vin da fanuglia^ pel rotti dima--
strare* B.
Parrebbe al primo che s* avesse qui a dire pi dimo^
strai epe f ho poluto; ma il dicente fa uso del perfetto com-
posto nel primo caso, ho dimostrato^ benché riferisca tem-
po passato^ perchè rammenta un'azione che aveva ripetuta
per parecchi di,insino a quello in cui si truova; e usa il semr
plice polli nel secondo, perchè accenna un solo atto già tra-
scorso, e determina il tempo per la parola oggi sottintesa*
DSL FUTUaO
I • Non pe ne ricordate ? Oh rendetemela^ eh* ella non
SAfiji forse quella. F» 3 Chi SAtut costui che pien così di-
filato alla polla nostra ? F.
Pare ad alcuni che in queste espressioni sia adopera-
la la forma del verbo esprimente il futuro in luogo di quel-
la che accenna il presente; ma pur Tanalisi del concetto che
comprendono dimostrerà idea futura; cioè. Rendetemela^
che forse , dietro esame , troperete non esser quella ; Chi
troperò io esser costui quando Vaprò riconosciuto? Quindi
la parola comunalmente detta, sarà^ in vece di ciò èpos'*
sibile^ ciò si troperà forse esser vero; il che mostra più va-i
ga incertezza che il verbo in presente»
383
OETL* IMPERATIVO
I. f^arrendigliel tosto.B. a. Non FAn vista di ma--
rauigliarii, né perder parole in negarlo. B. 3. Non ro-
LERE ESERCITAR le tuc forzc contto a una femmina. B.
4- Perchè egli il negasse^ non gliel credete. B*
Degna di nota nell* uso dell* imperativo è la seconda
persona del singolare rappresentata da tu\ per la quale, quan-
do è accompagnata dalla negazione, non si può più adope-
rare la vera forma dell' imperativo ; ^ma bisogna ricorrere
all'infinito, come mostrano le espressioni nonfar^isia^ né
perder parole^ ma ciò, dico, avviene solo nel singolare, co-
me fa vedere il quarto esempio* Io credo che questo modo
proceda dai Latini, i quali dicevano noli simulare^ perchè
possedevano la forma deirimperativo noli\ e passando poi
neir Italiano; per non aver esso quella forma, si sia detto,
non voler far vista; il chey conae appare dal terzo esempio,
ancora si usa; e poi si sia abbreviata la forma in , non far
uista^ sottintendendo wlere*
I « Non SIATE come penna ^d ogni ve^nto. D. a. Non
CREDIATE mai ad un ricco^ quando è* fa carezze a un pol-
vere. G* Crediate^ o padri coscritti , che andC io non go^
do di far rUnUcizie. Dav* Non roctiAVE con così fatta mao-
chia ciò che gloriosamente acquistato avete guastare. B*
I verbi credere^ essere^ avere ^ volere^ potere^ piacere^
sapere^ valere^ esprimono tutti idee che non si possono sot-
toporre a comando; si come indipendenti da esso, onde non
potendo reggere alla voce imperatoria, si rivolgono a quel-
la che desidera; voglio dire che a questi verbi, siate^ i^o-
gliate^ crediate^ si sottintende desidero^ e però essi portan
qui la forma del presente congiuntivo, e non T imperativo.
384
Credere^ nondimeDOf può Tuna e Taltra maniera soppor—
tare. Cos)| quando ai dice piacciane ^agUami^ vi s 'intende
desidero che.
DSL coirDizioirAt.K
I • Io FORRE i che mi vedeste tra dottori^ come io soglio
stare. B* 2* A me pjrrebrb star bene^ se io fossi fuori del'
le sue mani. B« 3. Io non j^rRJSi al presente questa cura ,
^e io non mUntrametteva in quelle faccende che non mi ^*a-
spettavano. F. 4« (^H àisse che andasse a lei da sua parte^
e le significasse che^ senza fallo ^ quel dì la verrebbe a sh^
sitare^ B« ^
Questo modo è chiamato condizionale^ perchè va seno-
pre soggetto a condizione* Nel primo esempio la condizìo-
ne non è espressale potrebbe essere se V occasione mi si por-
gesso io wrrei ecc; o simile.
Qualche volta questo modo non dipende da condizio-
ne; ma è usalOf quando si accennano cose passale, a dino-
tare un futuro nello stesso tempo passato; come si vede ia
verrebbe del 4* esempio.
I • leggendo che^ dimorando in Toscana^ poco o nien"
te POTREBBE del suo valor ditnostrare ^ prese per parti"
to ecc. B. a. Quivi guastatoglisi lo stomaco^ fu da medici
consigliato che egli andasse a* bagni di Siena » e g^ari^
REBBE senza fallo Ji. 3. Rispose che egli non ne voleva far
niente ; ma egli andrebbe avanti^ e vorrebbe veder chi
r andar gli vietasse. B.
II 3. e 3. esempio pruovano ancora che, parlando di
tempo passato, si adopera la forma del condizionale ad e-
sprimere un futuro ; nel qual caso pare che si dovesse far
uso del condizionale composto, cioè avrebbe potuto^ sareb-
385
be guarito f sarebbe andato f e aurebbe wlutOf forme che e*
sprimono tempo passato; ma pure spesso sì fa uso del sem-*
plice ; perchè questo , per la sua virtù di accennare atto o
azipne presente o futura , fa che le cose dal verbo indicate
adoperino nell* immaginazione , che indietro è portata nel
tempo passato, come se fossero in atto. In fatto sostituisca-
si il tempo composto, kapreso^ al semplice prese ^ nel pri-
mo esempioy e si avrà un presente attOf e tutta la proposi*
zione in presente*
DEL CONGIUmvO
Il nome di congiuntivo pare essere stato posto a que-
sto modo perchè è generalmente giunto nella medesima
proposizione con un altro verbo ^ dal quale dipende • L* a-
zione o r atto che esprime à In senso contrario di quella
deir indicativo; perciò che sempre è il congiuntivo espres-
so in modo non positivo, ma incerto*
u Io non SO perchè io noi mi faccia. B« a. /o non
veggio come noi .ci possiam pervenire. B. 3. Come sapeste
voi eh* io qui FOSSI ? B« 4« ^'^ occhi vostri voglio ve ne
FACCI Air fede. B« 5« Io vi prego che a memoria mi ridu^
ciATE chi voi siete. B. 6. Domandò dove fosse quel gio^
vane. B. 7. Veramente io credo che voi sogniate. B. 8. Io
non dubita che voi non vi crediate dir vero. "B.
Qualunque volta un verbo è dipendente da un altro
che comprenda ignoranza, impotenza, interrogazione, pre-
ghiera, dubbio, necessità, timore , opinione , maraviglia, e
simili idee, il verbo dipendente è posto in modo conginn*
tivo, perciò che si considera la cosa che un tal verbo espri-
me soggetta a incertezza. Se per esempio si desidera o cre-
de una cosa , ella è soggetta a incertezza perchè può esser
386
negata, o perchè V uomo ai può ingannare ; se si interroga
alcuno di una cosa, egli è perchè chi interroga n*è incerto;
e quindi potrebbe essere e non essere. £ anche la necessità
è soggetta a incerteszai in quanto che quel che è necessario
è, come le altre cose, soggetto alVincertezsa dello avvenire.
Dunque, nel prioao esempio, il coogiuntiyo faccia dipende
dair espressione io non so , che comprende ignoranza ; nel
secondo, /^arxiom, è sottomesso a non veggio^che comprende
impotenza ; nel terzo esempio, fossi è soggetto a nn verbo
espresso interrogando; nel quarto facdan dipende da ìfolc"
re; e cosi procedendo* Dante disse bensì : Ciò che ci appar
qua su diverso credo che 7 fanno i corpi rari e densi^ po-
nendo fanno soggetto a credere ntìV indicativo ; ma non
ci^do che vi sia esempio di un verbo dipendente da parere
o sembrare posto neirind!cativo,come si vede in un moder-
no scrittore : Né si vuol tacere che in questo libro dove
par che si sehb^no le pia preziose gemme M nostro idio-
ma ecc. Serbino mi par che dovesse dire*
I . Io son contento di esser sempre t ultimo che Bjì'
Gfoifu B. 2. Madonna^ non vi disconfortate prima che bi-
SOGNI* B. 3. f^oi vedete quanto io sia guardato. B. 4* ^
più contento uom fu che fosss giammai. B. 5. Bella cosa
è il ferire un segno che mai non si mctì. B. 6. Mi consiglia-
no che io mi procuri del pane. B« 7. Guardatelo^ ohe non
si FUGGISSE. F. 8* ^ me par voi riconoscere. B. 9. Que-
sto non crederei io mai poter fare.
Molli sono i casi nei quali il verbo è posto in congiun-
livo per 1 a sopra esposta ragione, benché non sia cosi appa-
rente; vedremo nulladimeno per la seguente dimostrazione
che la cagione è sempre la stessa*
387
Nel primo esempio ragionare è in congiantivo perchè
dipende da una supposizione ; e una cosa supposta è sog-
getta a incertezza. Nel secondo il verbo bisognare è messo
in congiuntivo in virtù della congiunzione precedente ; un
verbo governato dalla congiunzione /^r/macAe dinota qual*
che cosa prematura, disegnata, supposta; e però solo pro-^
babile, ma non certa* Un verbo modificato dall' avverbio
guanto t come nel terzo esempio , si mette in congiuntivo
( eccetto^ nelle esclamazioni, e quando ò termine compara-
tivo); perchè^ ciò che esprime il verbo posto sotto Tinfluen-
za di quanto^ non è determinato nella quantità, pei^ la na-
tura della parola stessa, vaga in quésto senso; e quindi non
ne riesce una espressione positiva. Per la medesima ragio-
ne, cioè perchè comprendono un senso vago , quando gli
avverbj mai egiammaif senza negazione, accompagnano il
verbo , questo è posto in congiuntivo ; che , come abbiam
detto, mai e giammai significano in alcun tempo; che è sen-
so vago. Il verbo mutare del quinto esempio è in congiun-
tivo perchè preceduto da una supposizione; e sarebbe nel-
r indicativo, se fòsse espresso in modo positivo ; cioè egli
ferì un segno die non si mula mai* Nel sesto esempio pro'^
curare dipende da consigliare , il quale è della natura me-
desima dei vei^bi che già abbiam de(to volere il congiunti-
vo; ma i verbi consigliare^ pregare^ e qualche altro si pos-
sono anche usare con Tinfinito e con la preposizione a; cioè,
mi consigliano a procurarmi del pane ; 9Ì prego a racco-^
mandarmi a ItU* La costruzione piena del settimo esempio
è guardatelo a ciò che o a fine che; onde si vede che Tidea
compresaNnelle parole noi» si fuggisse òiyfine a cui tende
1* azione espressa dal verbo guardarci e perciò che questo
388
fine delle nostre nioni può e non pnò venir fatto^ il verbo
è quindi messo in modo incerto, cioè nel congiuntivo. Tut-
te le congiunzioni che non comprendono un* idea positiva,
come acciò che^ affn che^ ancora che^ awegna che , benr-
che , come che^ con ciò sia che y con tuito che , infino a
che , infino a tanto che , perchè per €^n che , purché ,
quantunque f sebbene , qualora^ solo chof tutto che , si a-
doperano col congiuntivo ; nuUadimeno si possono usare
anche con V indicativo ; e in questo caso si leva ogni dub-
bio air espressione , come mostrano i seguenti esempj ; H
giovane focosamente T ama 9 come che ella non se ne jìc^
GORGE* B* / lasH>ratori erano tutti partiti da campi per lo
caldo ^ jiyFEGir^ che quel dì niuno ivi era andato a la^
porare • B. Benché a me non parte mai che voi giu-
dice foste. B. ToTTO CHE né sì alti né. sì grossi , qual che
si fosse , lo maestro felzi. D. Niuno si muova del luogo
suo FINO A TANTO CHE io non HO la mia novella finita. B.
Quantunque il ver oìcono* B. Finalmente dalF ottavo e
nono esempio s* impara che un verbo che dipenda da uno
de* seguenti» credere^ parere^ pensare^ giudicare^ stimare ^
temere^ e altri della stessa natora , si debbe mettere in in-
finito, .quando ambedue i verbi hanno lo stesso agente; per-
ciò che a me par voi riponoscere equivale ad io credo rico*
noscer voi. E con alcuni si può anche usare la preposizione
di i per esempio^ io ho paura di non girare^ io temo di non
peccare in vanagloriai laddove si dice « a me par che egli
vi conosca ; io ho paura che tu non giri ; temo che noi non
pecchiamo in vanagloria^ perchè vi sono due agenti riferen-
tisi a persone diverse • Le congiunzioni che generalmente
reggono V indicativo sono perchè nel senso di per la qual
389
cosa^ poichè^perciò che ^ però che ^ sì meramente che^ sì che^
senza che per oltre a ciò^ tanto che per in modo che.
I* /o non credo che sia alcuna cosa sì grave e diibhio^
sa che a far non ardisca chi ferventemente ama. B. :a* Non
è uomo che sia vero e giusto misuratore di se^ tanto la pro^
pria carità ne inganna. B. 3. p^oi udirete tosto cosa che vi
farà maravigliare, cioè che io Sìa vostra sorella. B* 4* ^^l'
unque vuol vivere bene e onestamente fdebbe^in quanto può f
fuggire ogni cagione che a fare altrimente lo possa con^^
durre^ B* 5. Io non ho^ né ebbi mai alcuno^ di cui io tanto
mi FIDASSI o FiDif quanto io mi fido (T jànichino.li» Q. Qae^
sto valente uomo, al quale voi per moglie mi deste in mia
mal ora f son poche sere che egli non si kada inebbriando
per le taverne.^. 7. Io credo fermamente che^ quello che^
egli ha detto ^ gli sia intervenuto. B* 8. Intra le altre gio^
ie pia care che nel suo tesoro A r ss se era un anello bel-*
lissimo e prezioso. B#
I verbi ardire ed essere del primo e secondo esempio
sono nel congiuntivo, per la sola ragione che la proposizio-
ne che precede, o dalla quale dipendono, è espressa in sen-
so negativo. Il verbo credere , che nel primo precede sia ,
non ha alcuna influenza sopra ardire^ perchè, se pur si dì-
cesse non è alcuna cosa che ecc; il detto verbo rimarrebbe
in congiunti vo. Anche amare del detto esempio si potreb-
be mettere in congiuntivo. Il concetto compreso nel terso
è : cioè vi maraviglierete udendo che io sia; ove sia dipen*
de da maravigliare ; e possa del 4* esempio à in congiun-
tivo perchè dipende da una sapposizione. Fidassi e fidi del
quinto esempio dipendono dalla precedente proposizione
negativa; e similmente è il verbo andare del 6* esempio in
congiuntivo per Tespressione negativa son poche sere che ,
alla quale è soggetto. Per tatti questi esempj. dunque si di-
mostra che tin verbo dipendente da una espressione o pro^
posizion negativa o da una sapposizione , si niette in con-
giuntivo , perchè non si disegna la cosa in modo positivo ;
Il verbo ha detto del 7. esempio non dipende dal preceden-
te credere^ ma è espresso in modo positiva ; e però à nell*
indicativo; sia bensì dipende da credere. Avesse ò in con-
giuntivoi neir ultimo esempio , perchè è espresso a modo
di supposizione; come se si dicesse che supporre si può che
potesse a^re; e ben avrebbe TAutore detto ai^pa, se posi-
tivamente avesse voluto parlare.
Ciascun confiisamente un bene apprende nel i/ual u
QUIETI V animo» D.
Talvolta è il verbo o Tespressione che governa il con-
giuntivo sottintesa; come in questa proposizione, la cui in-
tera sentenza è, un bene apprende nel qual st^jpone o ^fe*
ra che si quieti fanimo*
I • Io non so ehi eglisijro*B. 3* Io non so chi wi siE"
TB^ che nie così conoscete. B* 3. Io credo che egli il cre^
DSREBBE allora che , guardando te ^ egli crederebbe che
tu sapessi /* a^ bi^ ci. B. 4* Spesse uolte il domandala sad--
cuna cosa ejuì che egli desiderasse. B*
Ne* primi due esempj benché /i« e siete dipendano da
non sapere^ che esprime ignoranza^ essi sono neir indica-
tivo; perciò che, di due circostanze contenute in quelle pro-
posizioni, una è conosciuta da chi parla. Quegli che disse,
io non so chi egli si fu^ venne domandato se egli avesse mai
ingannato alcuno ; al che rispose sì ima non so chi egU si
/il ; in modo che una ciroslanza gli è conosciuta , cioè so
391
étof^r ingannato alamo. N^ secondai esempio, se il verbo
fosse in congiuntivo, il dicitore esprioierebbe che egli, per
Dessuna circostanza, conosce hi persona a cui parla; laddo-^
ve, usatido TindicalivOf mostra che abbia gi« qualche idea
di lui; si che il congiuntivo in questo caso dimostrerebbe
anche non curan2a« o negligenza nel cercare di raffigurare
la persona cui {H}Ì si riferisce; la qual cosa si disdice in chi
voglia esser cortese» Nondiménói potrd^be essere altresì che
i detti, due verbi fossero posti' nelP indicativo , per la sola
ragione che , dopo non sapere^ si usa pure questo modo ;
perche V idea di non sapere si può anche esprimere posi-«
tivamente* Nel terzo esempio il primo crederebbe non fu
messo in coDgiuotivOf perchè .come abbiamo detto, questo
verbo regge anche Tindicativo, e poi i primi .due verbi non
corrispondono insieme ne* tempi; e bisognerebbe dire ere--
do che egli creda^ o crederei che egli credesse^ il secon«*
do crederebbe si potrebbe mettere anche in congiuntivo in
virlà della parola allora che espressa in supposta guisa. Nei
quarto esempio era% con tutto che dipende da una interro*-
gazione,è posto neirindicativo,o per esservi una circostan-
za conosciuta, cioà che alcuna cosa era^ o per togliere la ri-
petizione del medesimo modo»
!• Idue fratelli dUbitaiuin forte rroN gV inùannas-^
SE. B. 2. Temo che jton sia già sì smarrito , ch^ io mi sia
tardi al soccorso lessata. IX 3* Temendo non il sonno qtd-*
w lo soprapprendesse^ si levò. B« 4* ^^^ manca se non che
\fenga agli orecchi delpadron mio , e che ancK egli non
FAcciA qualche pazzia^e che non ne nasca. qualche scan*
dalo d'importanza* F. 5. Diragli da mia parte che si guar^
di di NON AFEK troppo creduto , o di non cnEDsns alla
\ .
favola di Giannotlo. B. 6. Se io non messi temuto che dg-
spiaciuto 9Ì rosSB^per certo io raserei fatto. B«
Non è io qaesti esempj la negazione soverchia, come
sembra ; ma, perchè i verbi dubitare^ temere^ guardarsi^ e
simili, esprimono lo stato deiranimo póstola fra dae,la ne-
gazione comprende Tidea di desiderio contraria a quella e-
spressa dal verbo che la segue; come se, per esempio, si di-
cesse: Dubitavan forte che gP ingannasse^ il che non avrelh
bero voluto; temo che sia già sì smarrito^ il che non vorrer^
Diragli che si guardi d'asfer troppo creduto^il c/te non vor-
rei avesse fatto. L'uso dunque generale di queste espressine
ni è quello di porre la negazione. Neirullimo esempio non è
posta a fosse a cagion di quella che sta nella prima parte
della proposizione*
!• E se non fosss ch^egli era giovane^ e sopravvenir'
va il caldo , egli avrebbe avuto troppo a sostenere. B. 2. E
se non fosse che da quel procinto^ Pia che dalT aliro^ era
la costa corta f Non so di lui^ ma io Sjìreì ben vinto. D^
3. Egli sono state assai volte il ìB ch^ io porrsi pia tosto
essere stato morto che vivo. B«
Qualche volta si usa ancora mettere il condizionale e
rimperfetto del congiuntivo nella forma semplice, e sottio-
tendere il participio passato, come in questi eseropj, ove a
se non fosse è sottinteso stato ; e sarei e vorrei stanno io
luogo di sarei stato e avrei voluto. Secondo la regola posta
a carte ^193 , ne* primi due esempj s* avrebbe a dire se non
era ; ma è detto se non fosse perchè siegue on altro era.
Nonpertanto V immaginazione si piega a quello avvicina-
mento di tempo espresso dalle forme se non fosse e sH^rei^
ove si sentono questi concetti: E se non fosse questo con--
i
1
393
trapposto a quel cK io son per dire^ cioè cK egli era ; lo
presentemente wrrei essere allora stato ecc«
DELL* iKFIIf ITO
!• Essi non si vergognano che altri sappia loro esser
gottosi. B. a* Credonsi che altri non conosca le vigilie do^
FER rendere gli uomini pallidi*B. 3* Udendo la voce^ e nel
viso vedendolo^ riconobbe lui essere colui che r aveva sì
benignamente ricevuto^ B. 4* Infra il marzo e il prossimo
luglio f oltre a cento mila creature umane si crede essere
state di vita tolte nella città di Firenze. B. 5» Vedendosi
RUBARE da costui^ e ora tenersi a parole in coiai maniera^
volto il cavallo^ prese il cammino verso Torrennieri. B. 6.
Udendo lui wiersì e jìccusjìre la donna che avvelenato
r avesse. B. 7. // fante di Rinaldo^ vedendo il suo signore
AssjURE^ niuna cosa per lui adoperò. B.
La maniera latina che si scorge ne' primi quattro e-
sempj di adoperare ToggettOi facendolo governare l'infini-
to , in luogo deir agente che regga V indicativo 9 si truova
spesso ne* migliori autori) e consiglio Tusarla a coloro che
hanno già acquistato buon gusto nello stile % e per variare
le locuzioni , e per togliere di quando io quando li che i .
quali sempre di troppo abbondano in questa lingua. Dun-
que le espressioni loro esser gottosi^ le vigilie dover rende»
re, lui essere colui^ si crede essere siate ^ stanno in luogo di
che essi sono gottosi , che le vigilie debbon rendere ^ che
egli era colui ^ si crede che siano state . Nel quinto non si
potrebbe dire , vedendo che egli era rubato e tenuto , per
essere i due verbi retti dalla medesima persona ; vedi quel
che si disse a carte 386. intorno all' ottavo esempio ; ben
li direbbci facendo uso di due agenti diversi, egli vedendo
37
394
clw ella era rubata e tenuta^ ma piti elegante è l^espressio-
ne sedendola rubare e tenere^ per la ragione che T infinito
mostra ridea, nel verbo contenuta, in atto; e il participioU
rappresenta finita. Così , nel sesto e nel settimo esempio,
udendo lui dolersi e accusare^ spedendo il suo signore assit-
lire è più elegante che udendo ch'egli si doleva e accusai
sedendo che il suo signore era assalito ; ed è da imitarsi.
Diogene^ veduta quella attentissima adunanza^ e indo-
vinandogli il cuore che troverebbe quivi che mordere^ pero
CBE colui (uno astrologo) dover essere qualche solenne prt'
stigiatore ecc. Bart»
Se il Bartoli avesse lasciato quella congiunsione pm
che^ e messa una semplice e, avrebbe fatto una giusta co-
struzione , secondo il modo qui esposto* Direi talvolta cbe
alle stampe si dovessero attribuire questi suoi errori, se non
conoscessi dove egli suol peccare.
!• Perchè nonpruovo io ciò cKeUa sa fare ^ poi dici
senza noia di me^ in picciol tempo guerirmì ? B« :i. Me-
uccio oisSE Di rAnio volentieri* B. 3. La madre adiraia^
non OBL non rozBR egli andar a Parigi f ma del suo inm-
moramente. B.
I tre infiniti notati in questi esempj formano locuzio-
ni pellegrine e varie , le quali io espongo per V imitazione^
D^ice guerirmi; disse di farlo; adirata del non voler^ staono
in luogo di dice che mi guerirà; disse clw il farebbe ; adi-
rata perc/iè egli non voleva.
!• Così^PER NON AyER viu né forame^ Dal princifHO^
del fuoco ^ in suo linguaggio Si convertivan le parole grò-
meé D. 2. Bruno^ per non poter tener le risa^ s*era fa^
gitom B*
395
Questo è pare un idiotismo nostro elegante di porre
la preposizione /7er con rinfinilo,in luogo diy^erc^ècon Tin-
dicativo; cioè per non aver via né forame del fuoco ^ per non
potere^ in luogo di perchè non aveva via^ perchè non potè--
va. La costruzione del testo di Dante è questa : Così le pa-^
role grame ( male articolate ) per non aver via né forame
(uscita) del fuoco^ dal principio (da prima) si convertiva-*
no in suo linguaggio, (linguaggio del fuoco; cioè quel mor*
morare che fa la fiamma dal vento agitata )•
1 • f^oi , graziose donne « sommamente peccate in una
cosa^ cioè NEL DESTDERJR d'esser belle. B. a. Noiahhia^
mo durato foiica in far questo. B. 3. Non ve uomod^inge^-
gno sì limpido che nez comunìCjìre la luce della sapienza
non buoi qualcJie ombra d ignoranza. Bar t# 4* Propose di
voler prender diletto de^ fatti suoi coi farcii alcuna bef-
fa. B. 5» Egli mi credette paventare col gjttjre non so
che nel pozzo. B. 6. 1 medici fanno alle volle pia profitto
agli infermi con la quiete e col riposo^ che con £ operare
e COL TRArAGLiABE. Part.
Uno degli ufficii che fa l'infinito è quello di determi-
nare r azione d* un verbo che lo precede, e di mostrare tn
che modo o con qual mezzo una cosa si opera o si conse-
gne. Queste proposizioni sono un^altra prora di ciò che ab-
biamo esposto a carte aSS, del non doversi né potersi con-
fondere Tuna con Taltra le due preposizioni in e con^ che
disegnan modo e mezzo d* azione ; poiché se si mutassero
negli allegati esempj le preposizioni , e si sostituisse Tuna
ali* altra« si verrebbe a distruggere il sentimento che com-
prendono.
396
SI GOR L* IKFlIflTO SÌ DfiBBA PORRfi It PROKOMK AGEUTB
O L* OGGSTTO
Poiché vedo che nò il Bartoli né 1* A menta son potuti
uscire del lecceto^ io voglio provare se mi riesce di fare in-
tendere quando riufioito abbia aportare il pronome agente e
quando Toggetto. Il Bartoli dice che «, Tanto sol che si fac-
cia con maniera discreta, cioè per modo che non snoni no
non so che duramente agli orecchi, come per avventura sa-
rà dicendo: Cons^errebbe me essere laudatore ; (Conoscerai
te non dover ciò fare^ che son testi tratti dalle meo pregia-
le opere del Boccaccioi Y infinito riceve Tuno e Taltro ,, Io
somma egli fa questa quistione dipendere affatto dagli o-
recchi; e io credo bene che la mia presente fatica sarebbe
stata di molto meno voluminosa s* io mi fossi contentato di
pascere i miei lettori di sola armonia* Quel che piace allV
recchiof quel che si fonda in su la discrezione è cosa trop-
po inferma (i); il gusto è troppo vago; e il giudizio raro;
chi vuol porre la scienza sopra ferma base, ha bisogno di
qualche cosa che contenti Tintelletto; e io dico che quei dae
testi a me suonan bene, perchè veggio T intenzione deirAa-
tore, come or ora dirò; e certo con quegli infiniti non po-
trebbe aver luogo Tagente, se non ponendolo dopo il verbo.
L* Amenta dice che V usar V infinito col quarto caso« cioè
con r oggetto abbia dello affettato, e consiglia il valersi de*
pice pronomi ( nota termine ultra grammaticale 1 ) cioè mi%
ti% lo^ cosi Tu ti credi essere in porto in luogo di Tìite ere'
di essere in porto; e qui e* si sprofonda tanto eh* io non gli .
posso più tener dietro. A voler veder lume in questa qui- |
(i) Il riedere qualche Tolta airoao prìmieio e orìginalo di nn TocaLi^
U meglio intendere il vero suo senso.
397
stione, fa mestieri distinguere le proposizioni nelle quali en-
tra r infinito onde si tratta.
Di tre maniere infiniti abbiamo trattato ne* qui pre-
cedenti paragrafi» L* una è espressa per gli esempj 8 e 9 po-
sti a carte 386; e in quel caso non si vuol mettere né agen-
te né oggetto innanzi alPinfinito ; onde, come che paia al
Bartoli che quel credeuami , io saper coniare da lui pro-
posto suoni bene ali* orecchio suo, al mio suona meglio io
mi credexHi saper cantare^ quantunque per transposizione
anche la prima forma sia buona, leggendo credey^ami io^ sa^
per cantare; ma il Bartoli non Tintende cosi; ed erra. L*a-
gente posto in crederei io mai poter della pag. 386 non ap-
partiene già airinfinito, ma a crederei. £se talvolta in que-
sto caso a dinotar confronto di persone si fa uso dell'agen-
te, questo si pon sempre dopo Tinfinito; per esempio: Nel^
la quale speranza portai che^ se Ormisda non la prendesi
se , fermamente dos^erla as^ere egli; Deliberai di non pò/e-
re, se la fortuna m* è stata poco arnica^ essere io nemica di
me medesima. B» In questo primo caso adunque, cioè quan-
do r infinito e il verbo che lo precede sono sotto il governo
della medesima persona, Toggetto non può aver luogo* Tra
fermamente e dateria si sottintende speraw. Il secondo ò
quello della maniera latina ricordata a carte SpS, allor che
r infinito è posto in vece delPindìcativo; e una tal manie-
ra sarà sempre più gradita ali* orecchio ove si usi in pro-
posizioni che i due verbi sian retti da due diverse perso-
ne; ma, quando sia la medesima persona che li regga tutti
a due, sarà meglio adoperare Tindicativo. Onde, è rero che i
due esempj del Boccaccio prima allegati si potrebbero espri-
mere cosi: Mi conterrebbe essere laudatore^ per la ragione
398
addotta nel primo caso, e conoscerai che tu dei ciò fare ; pa-
re, ponendo me e te si dà più importanza e gravità alle per-
sone che questi nomi rappresentano. Con questo intendi-
mento il primo esempio esprimerei, a me cowerrebbe esse^
re laudatore. Nel secondo caso adunque, quando si fa uso
della maniera latina, sempre si richiede V oggetto : Altui
affermano lui essere stato degli Agolanti. B. Essendo ad
ogni uom pubblico ( noto ) zar yjiGHECGiARE tcc.^. Ogni
ragion scuole lei dover essere obbediente» B« In questi e-
sempj lui essere stato^ lui {Vagheggiare e lei dovere^ stanno
in luogo di die egli fu^ cKegli vagheggia\^a^ cK ella debba
essere\ e mai non si troverà che in cotali espressioni sia a-
doperato V agente. Finalmente, il terzo caso è quello, quan-
do r infinito è preceduto dalla preposizione /^r in vece di
perchè^ posto qui a carte 394; e in quello il verbo sta pure
senza agente e senza oggetto, similmente al primo caso, co-
me si vede per li testi ivi citati, e per quelli allegati a pa-
gina a49t e s® P^r ^i volesse mettere la persona, potrebbe
stare solo dopo il verbo. Adunque si concbiude che avanti
air infinito, altro che Toggetto non possa aver luogo; e Ta-
gente dopo di esso, in differenti casi e ben distinti, si che er-
rare non si può.
I* Manifesta cosa è che , siccome le cose temporali
tutte sono transitorie e mortali , così in se e fuor di se es--
SERE piene di noia^ e d'angoscia^ e di fatica^ e ad infiniti
pericoli soggIjìcere. B. a. Per partito as^ea preso che^ se el-
la a lui ritornasse^ dì fare altra risposta. B.
Cominciando il primo ésempi<| per manifesta cosa
è che , il rimanente della proposizione che con questo
principio corrisponde dovrebbe essere , in se e fuor di se
399
sono e soggiacciono^ ma per essere il primo meaibro della
proposizione cosi disgiaotodairaltro^ l'idea della primiera
costruzione rimane , e le forme essere piene e soggiacere
rispondono a un* altra che è nella mente del dicitore; cioè
manifesta cosa è le cose temporali essere e soggiacere^ che
è la dizione latina accennata a carte 386. Dunque l'intero
esempio deve esser costrutto cosi? Manifesta cosa è che ,
siccome le cose temporali tutte sono transitorie e mortali ,
così manifesta cosa è dico^ quelle in se e fuor di se esser
piene di noia ecc« La costruzione del secondo esempio è, per
partito ai^ea preso che^ se ella a lui ritornasse^ per partito
aveva preso di fare altra rispósta*
I • Né de* tuoi medesimi motti wglio che tu ti rida^
eh" è UN LODABTida te stesso. Gasa* a. Eglino sgridare co-
stui) è UJT BATTERE il copo nel muro. G»
II porre la voce un davanti all'infinito è modo conci-»
so e bello^ e particolarmente italiano. Bi^ti pure il cenno.
GAP- XXVII.
SOPRA ALCUNI IDIOTISML
Idiotismo^ dal greco idiotismos iu origine si disse una
locuzion volgare ; ora questo vocabolo ha preso per esten-
sione il senso di locuzione appartenente in particolare a un
popolo o ad una lingua ; e come tale è divenuto anzi una
leggiadria di stile che un volgarismo. Tali per esempio so-
no le espressioni, non ve ne caglia ; s" aspetta a me; dar da
ioa
/
atangittre; le quali, recate lettertlmente ìa altra linguLi
formano senso veruno.
COSTRUZIONI COI TERBI jÌHDAREi rElflJBEt B DjIT.I
I . Io voglio andare a dirgli che se ne vada. B.3.S
(fò « nascondere in parte che egli potesse vedere ga^ e
si facesse. B. ^* Fieni e cuoprimi bene; che iorm senti
gran male.B. 4. A'fl, vedi che cosa è questa. F.5.^a«
digliel tosto. B.
Se dopo un verbo che esprime movioieDtocanEa
dare e venire^ segue un inCaitOt vi si appone la prepoùb
ne a , la quale dinota che il Gue a cui tende il movimn'Ji
quello cheè contenuto nell'iuGnito medesioio; n»,aeliit
peratÌTO, Ìd luogo di far uso dell* infinito e della prep»
zìooe a, sì mettono più tosto i due verbi nello stesso Icaji
e modo , o giunti per la congiunzione e ^o sema ci>D|;iia-
zione, quando si voglia esprimere maggior prestei»-
i.Il castaldogli DIE D^ mangiar volentieri.i-i-^
vi DA A mangiar queste galle.'B. 3. Faceva darbertiti
brigata. B. 4* -Ben sai die mia madre mi dette un if
quarteruoli A cambiare, G. j. daitdole alquanto JH "*
giare j radici d erbe., e pomi salvaticki e datteri. B.
Noi diciamo darda mangiare e da bereedtvewacus"
mangiare e a bere. Se il verbo dare non ha oggetto apre»
vien seguito dalla preposizione da; se l'oggetto è espre»' "
segue a. Bel primo modo abbiam già veduta raoalisD^'"''
tato delle preposizioni^ nel secondo la preposizioae''S'g
il riguardo, il fine al qua! tende la mente di chi dà. A'""'
zo esempio la preposizione da è sottintesa . Il q>u>>^ ""^
esce della regola, sebbene, essendo specificato Toggetu
4oi
itcuàbo daré^ cioè quali siano le cose che si danno a man-
re, pare si dovesse mettere la preposizione a, e non da.
aggetto del verbo è alquanto; e prima di radici d*erbe si
Ej ìli,
tintende cioè ; ma se si togliesse alquanto^ si direbbe
ensmidole a mangiare ecc»
fmf Cf COSTRUZIONI coi VBRBI ST^REf TOCCjÌRE^ jìSPBTTjÌRE^
t\à znsL SENSO ni jìppj^rtenerje
ueù ' I • Conoscendo che a lui rocc^yj il dover dire • • « B.
A \H>i STA ornai il prendere partito. B. 3. Nella vostra
mozione sta di torre qualpià pi piace. B. 4* ^8^^ ^^^^ ^^
)mVf(^à tanto quanto s" aspetta a lui. Caro* 5. ^ ute o-
i^iuU APPARTIENE di ragionare. B.
lesk I verbi stare^ toccare^ e aspettare^ sono talvolta usati
,i[,}g;Senso metaforico in laogo di appartenere; perciò che una
li;e;^,sa che, per esempio, appartenga a me, si può dire stare
Dj^/Az 0 toccar il luogo vicino a me. Pare che si dovrebbe
^^Mxre questa cosa sospetta^ cioè é aspettata da lui^ e non, a
^j,J; ma però che, se questa proposizione fosse così espres-
,, , , significherebbe anche egli spetta questa cosa^ facendo
^^^o della preposizione a si dimostra la persona a cui tende
^^ dovere della cosa che si aspetta ; e si toglie cosi il senso
u obiguo.
fo acconcerò i fatti vostri e i miei in modo che sta--
/bette. B.
'i ■
» ■■
Do questo esempio perchè si avverta che nella espres-
ODe va bene che si usa famigliar mente, per dire che una co-
1 è ben fatta, s'avrebbe a sostituire il verbo stare in luogo
i andare; cioè ^a bene.
I
f "
4oa
TERBI ED ESPRESSIONI SÌGNIFICAUTI STATO DI COSA
Vi sono de* Terbi e delle espressioni , nelle proposi-
zioni formate dalle qaali Vagente è una cosa; e la persona,
il termine a cai tende Tidea in esso contenuta; si che Ten-
gono ad esprimere lo stato di una cosa rispetto alla perso-
na* Sono i seguenti.
Aggradare o Essere a noia. Gravare.
Aggradire* Esser caro. Increscere.
Bisognare* Esser forza. Parere.
Galere* Esser grave. Piacere.
Convenire. Esser lecito. Riuscire»
Dispiacere. Fare di mestieri o Venir a noia.
Dolere. Fare mestieri. Venir fatto.
I* Poi che il forestiero ha bei^uto quello che Gzi ptA^
CEf la sposa bee il rimanente. B. a. G£* increbbe di ciò che
fatto avea. B. 3. Mi dispiace ctavers^elo a dire. F. 4« Le
DOLEVA sì forte la testa^ che lE pareva che le si spezzas-
se. B* 5. Se iH}i foste letterato^ rt coNyEEEEBBE dire cer-
te orazioni che io s^i darei scritte. B. 6. A me sarebbe star
to carissimo che altri osasse dato cominciamento a casi scel-
ta materia; ma poiché egli r* aggrada eh io sia primo ^ io
il farò wlontieri.B. 7. Perchè mio marito non ci sia^ il che
forte MI GRAVAi io saprò hen^ secondo donna^ farvi an pò*
co tTonore. B* 8. Non ve ne caglìa^^ no; io so quel eh' io
mi fo. B*
In tutti questi esempj è un Terbo il cui agente è^una cosa
che adopera sua forza^ virtù, o essenza, sopra una persona;
e questa rappresenta il punto al quale tende T idea compresa
nel verbo; donde le proposizioni contenute ne* citali esem-
pj si formano di questa cosa, che è Tagente del Terbo, e d'un
4o3
dativo* Inerescere significa crescere in^ crescere in contro;
e« perchè il crescere incontro fa opposizione, increscere o
rincrescere significa dispiacere ; cioè far opposizione al
piacere^ contro al piacere* La costruzione del terzo esem-
pio è egli^ cioè r obbligo dtas^ervelo a dire^ mi dispiace. Nel
quinto esempio cUre è l'agente di cons^errebbe; e la costru-
zione del sesto è questo a me sarebbe carissimo che ecc. Ca-
lere vien dal Latino, e significa scaldare; quindi non ve ne
caglia significa la cura di ciò non s^i scaldi la menteJjespre^
sione fare di mestieri equivale ad esser necessario ; perchè
una cosa che faccia per Io mestiere di alcuno , è a lui ne-
cessaria. Iddio solo sa ottimamente ciò che fa mestieri a cia^
scuno* B.
VfiaBI CHK GOKPKEEVDOIfO t.*AOSNTfi IN SS
I • Pioi^e tuttavia. B. a. Era il dì davanti nevicato mol"
to. B. 3. Avvenne che alcuni della famiglia^ avendo sete^
andavano a bere a quel pozzo. B.
Sono alcuni verbi, e massime quelli che dinotano sta-*
to di tempo, li quali esprimono da se stessi una proposizio-
ne compiata. Piove^ nevica^ lampeggia, tuona^ gela, gran^
dina, sono altrettante proposizioni che comprendono un a-
geute e un verbo, equivalenti a pioggia cade, neve cade , //
cielo lampeggia, il cielo tuona. Varia gela, grandine cade.
Le espressioni avviene che, accade che, significano una co*
sa viene a questo che è, una cosa cade a questo che è. Dal-
l' agente sottinteso si scorge perchè questi verbi, salvo ge^
lare,xìOn si usano se non nella terza persona* Quando il pro-
nome egli sta innanzi ad uno di questi verbi, si riferisce al«
l'agente in quello compreso»
4o4
DELL* ACCORDO DEL TERBO CON L* AGEIITE CHE DIUOTA
MOLTtTnDitrS
I . Da man sinistra rC appari una gente et anime che
Mori E NO i pie ver noi. D# a. Ancora era quel popol £
lontanò , quando si steinser tutti <C duri massi. D. 3. Za
mio maestro^ ed io^ e quella gente di eran con lui fa*
RErAN sì contenti... D. 4* f^oi sapete che la gente Èpa
acconcia a credere il male che il bene* B.
Un verbo dipendente da un agente che esprima mot*
titudiney come popolo , genie ^ sì può mettere in singolare
e in plurale, secondo le circo8tanze,e secondo Pidea di pio-
ralilào d'unità che il dicitore intende di mostrare. Nelprì*
mo esempio T Autore mette il verbo apparì in singolare,
perchè la subita apparizione di quella moltitudine insieme
corre agli occhi da prima in un sol corpo; e poi, nella se-
conda proposizio ne , adopera il plurale movieno a dinotare
la pluralità de* pie* mo ventisi; il che sarebbe contrario alla
ragione esprimere col verbo in singolare. Anche il nomea-
nime che precede moi^ieno è cagione delPessere questo ve^
bo in plurale; nulladimeno, quando bene questo nome non
fosse espresso, il verbo muovere rimarrebbe ancora plora-
le. Così, nel secondo esempio, mostra da prima il Poetala
moltitudine in un corpo solo, perchè in fatto, tale è Tim-
magine che alla vista si presenta ; e poi li fa vedere in pia-
ralità stringersi cCduri massi. Nel terzo esempio ben si po-
trebbe mettere in singolare il verbo eran^ perchè non si ri-
ferisce ad altro che a gente ; ma il secondo vuol essere io
plurale,perchè il mostrare la contentezza in tutti i visi fa Tim-
magine più forte che il mostrarla in un corpo solo. Rias-
sumendo Tesposto intorno a questi esempj, pare che quao-
4o5
do Sì parla di moltitudine stante^ immota, si faccia uso del
'^'uDgoIare, perciiè allora si vede unita in massa ; e quando
si fa muovere od operare, si mostra in pluralità; con il che
'il senso e la ragione s^accordano. Non si lasci alcuno trar-
- re al pregiudisio di credere che nou si possa la poesia dar
per es^odpio di una regola di lingua ; che^ quelle idee che
negli addotti esempj sono espresse in verso, non si potreb*
- hero altrimenti esprimere in prosa , per quanto s' aspetta
alla regola che trattiamo. Gli esempj può uno toglierli così
dalla poesia come dalla prosa t quando abbia discrezione
-nella scelta , e non li vada a cercare fra le costruzioni più
-stravaganti che appunto fanno eccezione. Finalmente , nel
: quarto esempio, il nome gente è seguito dal verbo in singo-
lare, perchè è usato per tuomo in generale.
DEt irOHB CHK Si BIFBBISCK K Piu' PERSOHB
!• Per LA MonTJE del padre ed* un suo zio^ senza sii--
ma era rimaso ricchissimo. B. a. Per più fiate gli occhi ci
. sospinse quella lettura^ e scolorocci il riso.D. 3. Con run-
ghie si fendea ciascuna il petto. D« 4« -^ dir di Sardigna
LE Lìngue lor non si sentono stanche. D.
Benché nel primo esempio si faccia menzione di due
persone % il nome morte è adoperato in singolare perchè si
considera questa qual solo e medesimo accidente avvenuto
ad amendue* Nel secondo esempio viso è in singolare, per-
chè ridea compresa in scolorocci il s^iso è, scolorò il viso a
ciascuno di noi; onde si rappresenta il viso di ciascuno in-
dividuo separatamente. Nel terzo, quando anche l'aggettivo
ciascuna non fosse espresso, si direbbe pure il petto in sin-
gelare; cioè con P unghie si fendeano il petto ^ perciò che
ciascuna fendendolo a se sarebbe V idea sottintesa • Nel
4o6
quarto TÀutore fa uso molto a proposito del nome lingue
in plurale 9 perchè vuol rappresentare alla immaginazione
del lettore le diverse lingue di quelle anime tutte parlanti
quasi a gara. Ma, quando non vi sia alcuna particolare in-
tenzione, il nome, benché si riferisca a più persone, si mette
in singolare • Il Boccaccio dice, Io ho sempre awto in co-
stume^ quando esco deW albergo^ tU dire un pater nostro e
un as^e maria per V anima del padre e della madre di San
Giuliano^ dove avrebbe potuto ben dire per le anime; ma
pure usa il singolare , perchè le considera separatamente ,
cioè per Inanima del padre e per F anima della madre.
DEL VERBO GOVERNATO DA Piu' AGENTI
I • Tosto elèe 7 duca ed io nel legno Ftn. D. ^.MaorJSi
la Capraia e la Gorgona^ e rjicciArr siepe ad Amo insula
foce^JÒ. Forse che la malinconia e il dolore che io ho mv*
to per la perdita di lei^ m* ma sì trasfiguratOf che ella non
mi riconosce* B. 4« Tra gli altri che meglio stanno sux
Buffalmacco ed io. B.5. Unamia wina^la quale è una don-
na molto vecchia^ mi dice che tuna e V altra ru s^ra. B*
L* adoperare il singolare o il plurale del verbo, quan-
do ha più di uno agente, dipende ancora , come dicemmo
per li nomi di moltitudine , dall* idea che sta nella mente
di chi parla. Nel primo esempio Dante dice fui^ perchè sot-
tintende fu dopo il nome duca\ e avrebbe anche potuto di-
re fummo , comprendendo i due agenti , senza cambiar il
senso. Nel secondo esempio ben si possono immaginare le
due isole moventisi Tuna dopo Taltra, e dire muo%Hisi la Ca-
praia e mnoifasi la Gorgona , in luogo di muoi^ansi la Ca-
praia e la Gorgona; ma dir non si potrebbe, e faccia siepe
in singolare; perchè, in questa azione, bisogna che concor-
r-
407
rano tntte e due le isole insieme» Nel medesimo modo che
si potrebbero far plurali i verbi fui e muova dei primi due
esempj , sarebbe ben usato in singolare anche il siam del
quarto esempio ; cioè è Buffalmacco ed io* Nel terzo esem-
pio poteva TAutore dire hanno in plurale ; perciò che, ad
operare il cambiamento della persona di cui si parla, con-
tribuiscono ambedue la malinconia e il dolore ; ma usa il
singolare; perchè, Tuna essendo la conseguenza deir altro,
formano una sol cosa. Nel quinto si può usare il plurale cosi
come il singolare, e dire Vuna e l'altra furon vere.
I . La reina con f altre donne insieme co* giovani a ca*
volar COMINCIARONO. B. 2» Ciascun vostro parente ed ogni
Bolognese credono ed a Anno per certo voi esser morto. B.
3« Come desinato ebbero ogni uomo^ tanti uomini e tante
femmine concorsero ec. B«
Capitatomi un giorno sott* occhi un libro con questo
pomposo titolo, Grammaire des grammaires^ apersi e vidi
in quello citato il primo testo che qui si riproduce del Boc-
caccio f e ripreso quel cominciarono come errore ^ volendo
quel grammatico che si debba assolutamente dire la reina
cominciò. Forse non porterebbe il pregio di pur farne mot*
to, perciò che egli non ne dà altra ragione che il suo pro-
prio supremo sentimento. Io avviso bene che nulla monti
se negli altri due testi si dica più tosto ebbe e crede che e6-
bero e credono^ ma nel primo sarebbe un togliere Timma-»
gine di pluralità ivi richiesta, e però tutto il sentimento alla
frase quando si ponesse cominciò in luogo di cominciare'^
no; il vero agente del verbo essendo tutti sottinteso*
L* Italiano in questi accordi o non accordi deiragente
col verbo, delf aggettivo col nomci del femminino col ma-
4o8
scolinoi vuol èsser libero, sempre che riaiinaginazione pos-
sa supplire col pensiero ^ello che ali* occhio par difetto-
so. Io stesso fui per riprorare Taggettivo congiunta adope-
rato nella seguente proposizione per un seguace di Galie-
no, uno a* nostri dì de* primi scrittori in buona lingua: Co-
me chiara apparirebbe la sentenza di Cicerone che %fuole^
le scienze t atte essere per un solo legame V una air altra
congiunta^ ma poi mi parve anzi bello, potendovisi suppli-
rei e tutte congiunte insieme. Cosi il Boccaccio dice perso^
na il quale e persona la quale% perchè il noxae persona com-
prende Tuno e V altro genere , e Timmaginazione si piega
air idea di cui riferisce*
RISPETTO^ 80TT1ZITES0 TALVOLTA
I • Della minuta gente^ e in gran parte della mezza-
na , era il ragguardamento di molto maggior miseria pie-
no* B. a. Io non so quello che de* ifostri pensieri vai vi in*
tendiate di fare; li miei lasciai dentro dalla porta della cà-
ia. B. 3. Così io dico a wi^ signor mio^ delle tre leggi dar
te da Dio padre^ delle qwdi mi proponeste la quisiione. B.
In luogo di dire rispetto alla strage della minuta gen-
te ecc; rispetto d* miei pensieri^ li lasciai , l'Autore spoglia
le due espressioni del soverchio , e con la sola enfasi che
pone in su le parole della minuta gente eli mieif esprime
tanto e più che se avesse fatto uso delle intere costruzioni. Io
noto queste cose perchè, per non concepire la lor forza non si
soppliscan questi voti della ellissi con parole soperchieo noa
nostre. Il sentimento intero delPullimo esempio è. Così io
dico a voi intomo alla superiorità delle tre leggi rispetto
alla essenza delle quali mi proponeste la quistione.
4o9
ABBASTANZA O ASSAI USATO IW LUOGO DI J/* O TANTO,
É GALLICISMO
I. Niuno è sr^ discreto e perspicace , che conoscer pos*
sa i segreti consigli della fortuna* B« 3« Io non sono ancO"
ra TANTO air ordine di San Benedetto stato, che io possa
avere ogni particolarità di quello apparata* B. 3. Non ti
consiglierei che tu fossi tanto ardito che tu mano addos^
so mi ponessi. B,
Si guardi chi studia dal gallicismo troppo frequente
nelle moderne scritture, cioè di adoperare abbastanza o as*
sai in luogo di sì o tanto nel primo membro della proposi-
zione, nelle espressioni simili alle soprapposte, e di mette*
re per nel secondo membro; in questo modo, per esempio,
Niuno è abbastanza discreto e perspicace per poter cono-^
scerei Io non sono ancora stato abbastanza o assai alVor^
dine di San Benedetto , per aver potuto apparare ; Non ti
consiglierei che tu fossi assai ardito per mettermi ecc«
!• La donna aspettò di veder se si* fosser pazzi che
il FACESSERO. B. n* lo non so come egli ha mai tanta pg,^
zienza cn* egli stia tutto 7 giorno a udir queste lornovel^
lazze. 6. 3. De^ figli di Germanico e éC Agrippina madre
la rovina trama Sciano f fìero da non risparmiar delitto*
Dav. 4« E considerando che egli non è si potente da pò*
TER reggere alle spese di un esercito. M.
Ammira la trasposizione di quelle parole del Davan-
zali nel terzo esempio , e lascia dire gli sciocchi clie vor-
rebbero che la nostra lingua si traesse ordinatamente come
la francese. Io ho voluto produr qui due altri esempj , nei
quali il sì o fa/i/o,che a carte 96 chiamai determinato, nel-
la seconda parte della proposizione ha per termine corri-
US
4io
spondeDte la voce che col verbo nel congiuntivo, e non da
con r infinito, come Tusa il Macchlavello nel quarto testo.
Bello e ardito ò quel fiero da non risparmiar delitto del
Davanzati ; e il Boccaccio ha , e se forte si credei^ essere
da cas^alcare ; ma in questi due casi non è né sì né tanto; e
per me io non porrei dSor, in luogo di che con Tiofioito, nei
primi due testi ; che mi parrebbe guastar lo stile. Anche
nel caso del Macchiavello se vi fosse solo potente ^ seuz^ il
sì^ come ì\ forte del Boccaccio, e il fiero del Davanzati, Tag-
gettivo essendo sufficiente per supplire alla immaginazione
Tidea del nome potenza^ se ne trarrebbe il concetto, come
dimostrammo a carte 33 1, egli non ha potenza da la quar
le venga il poter reggere; ma dicendo egli non è sìpotenr
te o egli non ha cotal potenza « il W e il cotale vogliono il
loro termine corrispondente cAe, e non reggono alla anali-
si che comprende la preposizione da; donde conchiudo che
in tali espressioni sì e tanto debbano essere seguiti da cAe
col verbo nel congiuntivo, e non per da con Tinfinito*
Faccio questa osservazione perché vedo che gU scrit*
ti moderni sono ripieni di questi da senza appoggio e male
a proposito adoperati, come ne* seguenti esempj : Afa non
chiuderemo sì gli occhi da non r edere per esse ( con-
tumelie del Gigli contro la Crusca) quale sia sempre stata
la gelosia ecc. Perticari* Ma non ci lasceremo tanto ben--
dare dallo spirito di pres^enzione da non cedere che que^
sto ecc« Monti. Dico che sono senza appoggio, perchè quan-
do almen vi fosse uno aggettivo col quale potersi reggere ,
come in quello del Macchiavello , si potrebbero scusare ;
perché Taggettivo suggerendo Fidea del nome, quantunque
sciancato, ne viene pure un concetto.
4ii
Questi solecismi che io espongo, di chianque e^ si sia-
no , io non gli YO già spigolando , come alcuno mi disse in
ischerzo, per il piacere di farmi bello della scoperta; ma
son cose che s* inciampano nell'occbio e nella mente di co-
loro che ostinatamente si son tenuti alla lettura sola dei clas-
sicì) fino a mostrarsi ignoranti di quelle cose che pur si do-
vrebbero conoscere ; però che a me egli è spesso avvenuto
d* essere domandato intorno a qualche scrittore di questi
che scrissero nel passato secolo ^ e m* è convenuto confes-
sare di non Io conoscere. £ quando fui pur costrettola leg-
gerne alcuni o a richiesta altrui (i ) o per trarne a mio profitto
quel buono che le loro opere contengono^ come fu della
Proposta del Monti , mi vennero notate quelle irregolarità,
quegli errori che ho qua e là esposti in quest'opera; e per-
chè prima di condannarli per tali andai ne' classici a cer-
care se la mia opinione fosse giusta o erronea, qualche
Tolta mi capitò di trovarne alcuno esempio clie non mi
soddisfacesse ; e di dover quindi ricorrere alla analisi de'
concetti per vedere se vi fosse o non vi fosse difetto.
RlMEMBRjiRE E RICORDARE
!• Ricorditi^ spergiuro^ del cwallo. D# a. Rimembri^'
(i) Uq lord che m*onofa deUa ina amicizia ayemloiiii prestato on Tolume
della Storia della letteratura italiana del Gay. Maffei perchè gliene dicessi la
mia opinione, nella seconda o terza faccia trovai*queste parole: Ma la Storia
del Tiraboschi non giunge che al secolo XVIII^ il quale $e non foste sia^
to preceduto dai secoli XiF e XVU dovrebbe appellarsi il secolo della itw
liana poesia ; giacché il Metastasio perfezionò il dramma musicale'^ e il
Goldoni la commedia. Io non ne volli sentir più avanti; chiusi il libro e lo
rendei, sdegnato di vedere che, con la vista corta di una spanna ••• 7/ secolo
deir italiana poesia ! E pur vi son molti de* nostri giovani i quali, «pian*
lo hanno letta una storia di letteratura, si danno ad intendere d*aver suo-
cfaiaU tutu la essenza deli*oper« degli scrittori!
4»
Tt di Pier da Medicina^Ti. 3. Che ho io a dirgli^ se ben
Mi BICOKPjÌ ? F.
Seguendo il modo usato rispetto a questi due verbi ,
81 direbbe ricordati^ rimembrati ^ e mi ricordo; ma in que-
sti esempj V agente del verbo non è la persona; la memoria
è l'agente sottinteso; onde il pieno costrutto è la memoria
ti rimembri ; se ben la mermoria mi ricorda. Di questa co-
struzione si truovano più esempj ne* classici*
COSTRUZIONI COL VERBO F^RS
I • Così lei poppaiwio come la madre atrebber Fjfr^
TO» B. a. TU dii^enierai molto migliore là che qui non fjH
jiESTi. B. 3. Messer Gerì mi manda pure a te. ^l quoLCi-
sii rispose f per certo^ figliuola non fa. B« 4* Pattasi al--
quanto per lo mare^ il quale era tranquillo**^ B. 5. Lo vide
in capo della scala farsi ad aspettarlo* B. 6. Fatti un po'
co pia qua. F. 7» Facendosi a credere che quello a lorsi
comfenga e non si disdica^ che alle altre. B.
Si usa spesso il verbo fare in luogo di ripetere un me-
desimo verbo « sì come quello che, nel senso vago che e-
sprime, può comprendere qualunque azione; ma non è da
dire per ciò che diventi allora questo o quel verbo al qua-
le si sostituisce. Il sentimento de* primi tre esempj è i.Co'
me avrebber fatto poppando la madre; a. // che qui non fa-
resti , cioè ratto di diventar migliore ; 3. Per certo egli
non fa cibi non ti manda a me. Si dice farsi piccolo , farsi
grande^ farsi brutto^ farsi bello f perchè dipende dalla no-
stra volontà il far subire queste trasformazioni agli atti no-
stri ; e perchè in tutti questi mutamenti noi facciamo in ve-
ro altrettante forme diverse di noi medesimi; quindi, per
r analogia che è tra il mutamento delle forme , e qoelk
4i3
del luogo 0 della posizione 9 nella qnale ci mettiamo tra-
sferendoci da an luogo ali* altro, si è detto , farsi in qua ,
farsi in là^ farsi in un luogo passando per^ farsi in su la
scalai f^^si in luogo opposto alla finestra^
tODARSl Di ALCUNO
i^ Quando sarò dinanzi al signor mio ^ Di te Mi xo-
DEno^ sos^nte a lui. D» 2. Come che ogni altro uomo di lui
Si lODi^ io me ne posso poco lodare ^ io. B«
L* espressione lodarsi di alcuno significa lodar se per
atto d* alcuno» Gotal siugolar modo di costruzione debbe
esser derivato da questa idea, che, quando uno sceglie al-
cuno per amico e per consigliatore , egli ha ragione poi di
lodar se a cagione della buona scelta , se Tba fatta tale ; e
quindi, passando in senso più largo, lodar se a cagione ite-
gli atti^ delfamicOf del consigliatore.D unqne nel primo e-
sempio ii sentimento è. Io mi loderò a lui a cagione degli
atti cortesi di te; nel secondo, Come che ogni altro uomo
molto a cagione degli atti liberali di lui si lodi ecc*
ÌH>LSnSi Di ALCUNO
I • Nel primo punto che di te Mi dol^e. D« 2. Dimmi 7
perchè^ diss^ìo^ per tal com^gnOf Che^ se tua ragion di lui
Ti PiAONi.^ D*
Il senso della espressione mi duole di te è affatto di-
verso da io mi doglio di te. Nel primo caso Tintero costrut-
to è, r infortunio di te duole in me; nel secondo, io doglio
in me a cagione degli atti di te 0 degli atti tuoi. La piena
costruzione del secondo esempio è , che se tu piangi in te
a cagion degli atti di lui. Piangersi sta qui in luogo di do^
lersi.
4^4
COME COUai^ Si COME COWI^ Sì COME QUELLO CCC*
I • // biwn uomo andasni di giorno in giorno di male in
peggio^ COME COLUI che auoni il male della morte. B. 2. //
frate gli fece /' assoluzione^ sì come coiài i che pienamente
credeva ciò esser vero. B. 3. E ultimamente cominciò a pian*
ger^ come coujt che il sapeva troppo ben fare. B.
Davanti a come si sotti u tende essendo. In vece di dire
il buon uomOf che aveva il male della morte; il frate che
pienamente credeva ; egli che il sapeva troppo ben fare^ si
usa talvolta la costruzione simile alle sopra citate e i clas-
sici ce ne porgono assai esempji che ciie ne paia airautore
deir Antipurismo*
Io vidi un ampia fossa in arco torta^
Come quella che tutto il piano abbraccia. D.
Anche in questo esempio si sottintende essendo in-
nanzi a come ; e la frase intera con altra costruzione si e-
sprimerebbct Io vidi un^ampia fossa che abbraccia tatto il
piano^ e per ciò era torta in arco.
SAPER GRADO^ ESSER TENUTO
Di quello io so grado alla fortuna pia die a voi; di
qtiesto io SARO* tenuto a voi. B«
Pare che la parola grado ^ nelPespressione saper gra-
do^ sia stata alterata e tolta dall'aggettivo grato^ e che sa-
pere abbia qui forza di riconoscere^ cioè „ io riconosco co-
sa grata , e Tattribuisco alla fortuna ,, il che corrisponde a
,, io riconosco aver ricevuta cosa grata dalla fortuna. «^ £>-
ser tenuto cui uno significa esser tenuto legato , cioè obbli-
gato ad uno.
4i5
I • Za donna, postasi a giacer boccole sopra il battuto,
il capo solo fece alla cateratta di quello* B. 2. Colà tornò
dove Alessandro ave^^a gittate, e cominciò brancolone a
cercare se egli il ritromsse. B. 3. /* w)' che Buoso corra co^
mho fatC io carpon per questa valle. D. 4» E s^eggendo for^^
se penti persone ginoccnìonì innanzi a un altarino, do--
mandai che divozione era quella* 6.
Non vedendo in quale specie di parole poter precisa-
mente far luogo a* vocaboli boccone, brancolone^ carpone,
ginocchione, penzolone, eco; avvenga die essi partecipino e
dell* avverbio e dello aggettivo, e anche del participio pre-
sente del verbo, io gli ho posti qui fra le particolarità della
lingua. Dico che tengono dello avverbio, però che modifi-
cano, specificano, V azion del verbo; giacer boccone ; cioè
con la bocca a terra; correr carpone, con le mani e co* pie*
di a guisa di bestia; fanno qualche volta 1* ufficio del par-
ticipio presente, perchè a brancolone e carpone si può so-
stituir brancolando e carpando; e partecipano della natura
dello aggettivo; perchè sono abbienti al plurale, come mo-
stra r espressione />erJO/te giWocc^bm. Sono parole piene
di forza ed esprimenti sì che dipingono»
AVVBRTinENTO
Una delle cose principali che constituiscono il buono
fondamento si è di sapere analizzare la proposizione , cioè
specificare ad ogni parola il nome che ad essa si assegna
nel corrispettivo capitolo , e determinare T officio che fa
nella proposizione* Per esempio daremo T analisi delb
guenle.
4i6
PROP081ZIONS
/ beneficj che voi a^eie ricevuti da me vi débbon fare
obbediente e fedele •
ANALISI
/t articolo plorale»
Benefici^ nome plurale, agente del verbo debboru
Che^ aggettivo coDgiunlivo, rappresentante Togget-
to del verbo avete ricei^uti»
f^oif nome personale, agente del verbo a^feie.
Avete , verbo ausiliario di ricevere , nel presente
indicativo.
Ricevuti^ participio passato del verbo r/cei^re*
Avete ricevuti^ perfetto composto del verbo ricevere^
Da^ preposizione che disegna allontanamento.
Me^ nome personale rappresentante il laogo on-
de parte la cosa ricevuta.
yt^ nome personale, oggetto di fare.
Debbon^ verbo nel presente indicativo*
Fare^ verbo, infinito*
Obbediente e fedele , aggettivi qualificanti la persona
rappresentata da vi^
Se colui che insegna, per un supposto il padre al figlio,
non fa fare al discente questa operazione, manca il fonda-
mento , e crolla ogni cosa ; come chi pretendesse imparar
geometria senza volersi dar briga dei triangoli e delle li-
nee , o la musica , senza conoscere il db, re, nU^ /b • Se la
grammatica è la chiave della logica, Tanalisi della proposi-
zione è la chiave della grammatica ; e senza di essa non si
disserrano le idee e i concetti. Finora molti degli Italiani
hanno lasciato indietro questa parte essenziale nell* iose^
4»7
gnamento delle lingae; quindi la cagione principale del vi-^
gente pessiaio modo d'instruzione. Se questo si facesse^ per
base, col resto del metodo che da noi s*è dimostrato, non ci
sarebbe più bisogno di affaticare, dMnstapidire l'ingegno, col
fargli imparare tante parole vane a memoria , le quali ne
escono come entrano; che solo le cose che si comprendono
rimangono in quella*
Parve ad alcuno che questa analisi dovesse stare in
principio della grammatica; non considerando esser neces-
sario che lo studiante giunga sin qui prima che possa bene
intendere tutte le denominazioni che io do alle parole. Toc-
ca al maestro, poi che lo scolare ha discorso attentamente
i diversi capitoli a fargli analizzare le frasi in questo modo;
tenendosi da prima a una definizione più semplice,, in gene-
re; come , /ionie, wer&o, pr^osizione^ e poi specificando.
GAP. XXYIII
DF GALLICISMI
Chiamiamo gallicismo qualunque parola, dizione, o
costruzione, appartenga specialmente allo stile francese. La
facilità con cui oggidì le genti di varie nazioni si mischiano
in qualunque parte del mondo, fa si che insensibilmente si
confondano anche le parole e le espressioni delle diverse lin-
gue , introducendosi in una quelle che particolarmente ad
un* altra appartengono • Egli è vero che sono in Italia più
inglesi e tedeschi che francesi ; ma non è cosi facile V in-
4i8
trodurre parole o locufeioni inglesi o tedesche neir italiano^
perchè quelle che più portano Pimpronta nazionale, hanno
un* origine affatto diversa dalle nostre ; là dove tanta somi-
glianza è tra le parole francesi e le italiane, che pare ad al-
cuni che basti il dare alle francesi una terminazione in vo-
cale, a far nostre anche quelle che non sono; onde agevol->
mente si confondono le espressioni e le costruzioni delPuna
lingua con rallra. Ma, sebbene la maggior parte delle pa-
role« nel semplice loro senso, non variinotra le due lingue,
se non nella desinenza e nella pronuncia, questo non avvie-
ne quando sono usate nel senso metaforico; anzi 1* Italiano
e il Francese si scostano di molto Tuno dair altro in questa
parte; e qui appunto sta la gran difficoltà del saper discer-
nere, tanto pochi essendo quegli italiani che credano aver
bisogno di studiar la propria favella! Quindi nasce che tut-
ti coloro che sono in questo difetto, sapendo, per esempio,
che genio ò parola italiana, però che ella è, nel senso di o/i-
gelo tutelare e d* inclinazione , e sentendo che i Francesi
Padoperano ad esprimere ingegno^ credono che sia italiana
anche in questo senso; anzi non passa pur per la mente loro
un tal dubbio, e come nostra ne fanno uso. Similmente si
dica dell'aggettivo 5<(per6o; il quale in nostra lingua signifi-
ca orgoglioso^ e nella francese si usa figuratamente nel sen-
so di leggiadro^ magnifico* Quegl i accademici che posero
nella Crusca il verso di Dante, Poi che 7 superbo Ilion fa
combusto , a dimostrare che superbo può significar magni^
ficOf non intesero questo verso. Qui superbo significa orgp^
gliosOf come pruova lo stesso Dante con queste parole , E
quando la fortuna volse in basso V altezza de" Troian che
tutto ardiva, (i) E in tal modo dalle parole si passa a io-
(i) Ho trovato poi che il Daranzati dice le superbe mente.
4i9
trodurre le locuzioni ; per esempio ^ Questa conformità di
pensieri è troppo sensibile , perchè ognuno non la rawisi.
Antipurismo. Tutte le parole sodo italiane; ma la costruzione
è francese, e a farla italiana s'avrebbe a dire, questa confort
mità di pensieri è tanto sensibile che ognuno la pub ra9^
mare. Un nostro moderno ha detto : Queste teorie si sten'-
dono in tutti i sensi; volendo significare per tutti i \^ersi^ e
senso per wrso a fatica sUntende da noi.
Gi2i sono in vero più anni, che per li letterati d'Italia
si fatica in purgare il nostro idioma da questa peste che lo
ammorba, i quali tutti si sono accorti esser venuto il tem-
po in cui nuilta renascentur quce jam cecidere\ ma perchè
sento gridare, guardati daipuristil da falsi zelanti che pre-
summono criticare lo stile de' nostri sommi e venerandi
scrittori ; e non sanno, per quel che pruovano chiaramente
co' loro scritti, che cosa sia stile, mi pare di dover dire an-
ch' io la mia opinione intorno a questa materia. £ per mo*
strare prima più difiusamente in che consistano i gallicismi
produrrò qui un franamento d'una lettera del Ganganelli.
Non può far meglio, signor Abate, per distrarsi dagli
impacci e dalle inquietudini , che x^iaggiar l* Italia. Ogni
uomo ben iNSTRUiTodebbe wioMAGQioa questo paese tan*
to rinomato, e tanto degno di sssejilo ; ed io ce la s^edrò
con indicibil piacere •
A prima vista scorgerà qué" baluardi datigli dalla na*
tura negli Apennini^ e quell'Alpi che ci dii^idono dai Fran^
cesi, e Ci MERITARONO il titolo d* oltramontani. Questi son
tanti monti maestosi fatti per serfir et ornamento al
I
quadro che essi contornano i e i mari sono altrettante pro^
spettile che presentano i pia beì puntì divista che ìnte^
4^0
RESS^B possano i ^viaggiatori e i pittori. Nulla di pia ammira-
bile che un suolo il pia fertile sotto il clima pia bello ^ ùvtmr
que intersecato di i^iW acque ^ e adorno di superbe città»
Oltre ad alcune altre taccherelle che vi si scorgono, lo
stile ò pessimo. Si danno dunque gallicismi di parole, di di*
sione o espressione , e di costruzione. InstruitOf omag^o^
interessare^ e superbe^ son parole, nel senso che sodo ado-
perate, dello stile francese. Noi diciamo i/onto erudito^ am^
mirazione^ cioè questo paese è degno deW ammirazio9ie d^o-
gniuomo erudito; o, se cosi Tintende, il sedere ijuesto pee-^
se è richiesto ad ogni uomo erudito; da noi si dice alletta-
re i {viaggiatori^ o cosa simile, ma non interessare ; e una
città esser bella^ magni/tcan dilettevole^ non superba. Sono
francesi le espressioni ci meritarono il titolo d" oltramon'
tani; fatti per sentir d'ornamento , presentare punti di vista;
non si permette in lingua nostra Tinversione una cosa ci me*
rita; ma noi meritiamo ; e qui si potrebbe dire, onde noi sia-
mo chiamati oltramontani. Cosi noi diremmo, fatti quasi
per ornamento del quadro^ presentar wdute ecc* (i) È par
francese e non nostra la costruzione della seguente frase,
Nulla di più ammirabile che un suolo il pia fertile sotto
il clima più bello; in italiano, nulla è più maraviglioso che
un suolo fertilissimo sotto il pia bel clima. Il pronome lo
nelle parole tanto rinomato e tanto degno di esserlo^ abbiam
veduto nel capitolo de* pronomi essere un gallicismo; e bi-
sognerebbe dire tanto rinomato e tanto degno di essere^ o
di essere rinomato.
(i) Il Francese trae Tidea espressa nella parola dal luogo in coi si met-
te a guardare j e noi • stando in quel medesimo luogo, tragghiamo V idei
delia parola nostra da tutto lo spazio che ci sta ianana a^ occhi* ti che
r effetto e il medesimo^
4^1
Ho supplito io a questi gallicismi le parole e le espres-
sioni italiane che mi paion corrispondere ad essi, come me«
glio per me si è potuto io tanta corruzion di stile, solo per
far vedere che noi possiamo esprìmere tutte quelle idee con
parole e locuzioni nostre, e non abbiam bisogno di torlo ai
Francesi; e se non sono letteralmente corrispondenti, essi
hanno i loro modi di esprimere le loro idee , e noi abbia-
mo i nostri. Ora, dove nel corso di quest'opera mi occorse
di dover notare un gallicismo, acciò che non mi si dicesse
per avventura che fosse da me sognato, cioè che nessuno
italiano commettesse un tale o tal altro errore , io citai di
quando in quando un libro chiamato Antipurismo, che è il
cornucopia di questa gallica feccia; onde mi convien qui far
di esso un breve cenno.
Il compilatore di questa immonda opera non ad altro
tende che a volerci distorre dallo studio di quegli autori che
hanno resa immortale la letteratura italiana, di quegli au-
tori, lo studio de' quali solo potrebbe far di noi una grande
nazione; non ad altro mira che a volgere le menti nostre a
tali opere moderne che di uomini ci potrebbero far femmi-
ne, come ognuno può scorgere nelle seguenti sue savie pa-
role : Noi abbiamo astuto il secolo di Dante , il secolo di
Torquato^l secolo di Metastasio^ tutti tre secoli aurei nel'*
la loro specie; ma r ultimo tfun oro più raffinato* Dopo aver
sudato, chi U crederebbe! sopra due cento carte in riven-
dicar il poema di Dante del titolo di didascalicOf (i) costui
ci mette qui Dante medesimo sotto di Metastasio ! ( Vada
con le femmine a fare sfoggio della sua scienza, e n* avrà
(i) Goé se contenga dottrina o no, E chi noi vede cfac^l sappia leggere?
4aa
maggior merito !)• Alle quali sue parole se si avesse a pre-
star fede^ non v*è dubbio che li più degli Icaliani, a cui noa
piace gravare la mente eoo troppe opere letterarie, scerreb-
bero quelle del secolo più raffinato, che è facile e piano; e
fora* anche degnerebbero di gittare uno sguardo dietro nel
secolo di Torquato, che più s*ayviciua ali* oro più fino; ma
per certo lascerebbero stare in pace quello antiquato di
Dante, la cui lettura è aspra e forte, e seco lui il Petrarca e
gli altri meschinelli di quel secolo! Ma senti, lettore, 1* in-
terdetto che questo nuovo aureo prosatore fulmina sul capo
deir immortale creatore della prosa italiana : Vieni^ auto-
re delle cento novelle^ celebrato Boccaccio ! La stessa fa--
ma del tuo primato sopra tutti gli autori del Toscanesimo^
mole che io ti preferisca agli insipidi allies^i della tua scuo-
la; e vìsl va seguitando in questo tuono come egli dice, si
che non so come quel povero disgraziato del Boccaccio po-
trà più levare il capo! E chi è costui che ci vuol far peco-
re, noi tutti quanti ammiriamo , e non ciecamente , questo
padre della toscana favella? Egli è un cotale che si assume
il lieve carico d*insegnarci lo stile italiano, o almeno di ad-
ditarci la vera via di pervenire alFacquisto di esso; che egli
scrive al Monti : f^i ho parlato finora per la causa della
buona poesia^ soffrite che io aggiunga adesso due solepa^
role per la causa della buona prosa italiana* Se ci ha com-
mendato il Metastasio per la poesìa ; bene sta che ci pro-
ponga il Goldoni per la prosa ! Vedi chi ci vuol essere
scorta ! E acciò che il lettore abbia un saggio di questo
bello stile, di che egli vuol arricchire la nostra lingua an-
cora troppo povera, ecconc alcuni estratti.
Quella lunga filsa di dialoghi è una vera farsa , una
farsa nelle forme*
4^3
// gusto e il sentimento decidono della felicità delf
espressioncm
Il vostro stile non dee parlar che alle sole orecchie.
Egli concepiva Videa del fuoco francese^ e quindi tra^
duceva se stesso in versi ben duri.
Si erigono gravemente in maestri della lingua e del
gusto.
Le sue orazioni , ì suoi pensieri rimangono sempre i
medesimi^ tutto quello che voi volete:, ma ..•
Una freddezza mortale si spanderà nei vostri scritti e
nessuno vi leggerà.
Ciò che contribuisce in terzo luogo a rendere pia vi"
9a Pespressione^ è il calore delt anima.
Si ha un bel cantare in oggi^ dopo due secoli^ la pali-»
nodia alle scandalose censure. • • • si ha un bel ritrattare
r ingiustizia e gli sbagli degli infarinati-^ la storia non ces^
sa per qtiesto . . .
Voi e il vostro genero blandite accortamente questo
nuovo sole delV italiano Parnaso^ sì^ nuovo sole in tutta Ve--
stensione del termine.
Dante aveva veduto nello stile de^ poeti della sua età
una cerC aria di famigliarità , die era il carattere della
ooesia provenzale.
Che yoglion dunque dire queste auree locuzioni fftr^
sa nelle forme^ decider della felicità dell* espressione, sti^
le che parli alle orecchie^ fuoco francese^ tradurre se stes^
^0^ erigersi in maestro di gusto 9 tutto quello che voi vole^^
•e, nessuno vi leggerà, freddezza di scritti, calor deWaìii*
na^ si ha un bel cantare, si ha un bel ritrattare^ nuovo sole
h tutta r estensione del termine, aria di famigliarità nello
4a4
stile^ carattere di poesia ? Sozzare tali che, se qualunque è
r una di quelle fosse nel Biagioli o nel Cesari» avrebbe for«
za di guastare ogni loro riputazione f Saremo noi oggimai
tenuti ad imparar il francese per intender questo iocompreo-
sibile guazzabuglio che costoro voglion fare nostro sermone?
Di quest* oro è pieno quel suo Antipurismo « che ci dà per
guida alla buona prosa italiana. La nostra lingua è giii tanto
ricca in locuzioni, che ne può arricchire il Francese, non che
le abbia a mendicare da quello ; senza che, odi T opinione
di Du Marsais a questo rigiiardo.
„ Ghaque langue a des expressions figurées qui lai
sont particulières; soit parceque ces expressions sout tirées
de certains usages établis dans un pays , et inconnus dans
un autre; soit par quelque autre raisou purement arbitrai-
re« Les differents sens figurés du mot wix que nous avons
remarqués , ne sont pas tous en usage en latin ; on ne dit
pointpoo: pour suffrage. Nous disoxìs porter enpie^ ce qui ne
serait pas entendu en latin par ferre irwidiam ; au contrai-
re, morem gerere alicui , est une fa9on de parler latine qui
ne serait pas entendue en fran^ais , si on se contentait de la
rendre mot à mot, et que Ton traduisìt porter la couiume à
quelqu un^ au lieu de dire, faire voir ìl quelqu* un qu' oo
se conforme à son gout, à sa manière de voir, étre complai-
sant, lui obèir. „
Ma^ dice Tautore delP Antipurismo, queste forme di
esprimersi non sono francesi ^ perchè i \POcaboli che le com-
pongono sono italiani^ le loro terminazioni^ le costruziom^
gli articoli^ tutto è perfettamente italiano. Gli voglio con-
cedere tutto ciò, cioè che sian le parole e anche la costro*
zione italiana; ma quelle medesime parole che sono italiaoe
42$
nel senso proprio, non sono nel metaforico; e tutte quelle
locuzioni che ho di lui citate, che i Francesi chiamano tour^
nureSf ed egli traduce con giri , non sono locuzioni italiane»
Eppure aggiunge il medesimo Antipurista , abbiam ceduto
come pensava Orazio sul rinnoimmènto delle lingue^ cA'e-
gli rassomiglia al cader periodico delle foglie^ ut silvae fo-
Lus PRONOs M UTA^iTua IR A1VN08. Bene, e io gli risponderò con
parole d' Orazio.
Te ipsum percunctor ; an et cum
Dura tibi peragenda rei sit causa Petilliif
Scilicet^ oblitus patriceque patrisque^ . • .
patriis intermiscere petita
Ferba foris malis^ CanusirU more bilinguis?
cioè „ A te medesimo ne appello; forse che, se tu avessi a
difendere ramico in una grave causa, dimenticata e la pa-
tria e li maggiori tuoi , vorresti intralciare il tuo discorso
con parole mendicate dagli strani , a guisa de* bilingui di
Ganosa ? ,,
SI che noi avremmo proprio dimenticata la patria e i
nostri maggiori, se volessimo dar retta alle sue ciance. Ora-
do disse. Multa cadent quce nane sunt in honore y^ocabula^
ù volet usus ; pure disse multa renascentur qu(e jam ce^
ridere. Ma io voglio prendermi in favore della mia causa an**
:he quel multa cadent; e dico che ciò che fu in onore per
lutto Io secolo passato è ripudiato dal presente; e l'Uso chi
o constituisce se non quelli che scrivono? £ se quelli che
;crivono adesso si son tutti rivolti agli antichi,nevien di con-
eguenza che rinasca quel eh* era caduto. Sono ancora po-
lii giorni y io lessi in un giornale francese che Targomento
pattato nel suo primo discorso da un professore novamen-
^9
4^6
te eletto, fu il glorioso esito dell* amor patrio de* Francesi
in aver saputo serbare il loro idioma puro dai barbarismi,
non ostante il concorso nella loro c&pitale di gente di tante
nazioni. La medesima sollecitudine di conservare la puri-
tà della lingua patria si scorge negli Inglesi e ne*Tedeschi;
e noi, perchè meno solleciti dello onor nazionale che gli al-
tri saremo? SUntroducano pure le parole create a nominar
cose nuove o ad esprimere nuove idee ; a ciò ninno si op-
porre, purché rinnovatore s'avvicini quanto può alla pro-
prietà della lingua nostra; ma non si espellano le nostre per
dar luogo a quelle degli stranieri.
Quando poi alcuno voglia avere un* idea del critici-
smo di questo Antipurista, senta. Egli produce fra gli altri
il seguente frammento d*una novella del Boccaccio: Era co*
stei bellissima del corpo e del 9Ìso^ quanto alcun altra fem-
mina fosse mai^ e gioitine , e gagliarda^ e sa\fia pià^ che d
donna per avventura non si richiedea. Dalla virgola che
pone Ao^opià già si vede quanto senta avanti nel senso
delle parole ! Ecco la critica che vi fa sopra»
„ Ognuno sa che Tiperbole è la figura piò triviale e la
meno graziosa fra i tropi (intende \e figure) ; e nondimeno
essa è la più famigliare al nostro Boccaccio. Ma attenendoci
precisamente a questa che abbiamo sott^occhio, chi non ve-
de quanto essa è malamente disegnata e peggio colorita ?
Perchè, dopo aver detto quanto altra femmina fosse mai^
TAatore aggiunge pia che a donna non si ricfUedea^ quasi
che femmina e donna non fossero una cosa medesima? Che
significa nell'idea che il Boccaccio vuol presentare di que-
sta figliuola di Tancredi Vesser giovine più che a dofma non
si richiedeva ? È per verità cosa del tutto nuova, che uoa
427
figlia già maritata, e rimasta vedova, potesse esser giocane
pià^ che a donna non si richiedea. Viene in seguito V epi-
teto di gagliarda*^ ma in qual senso dovremo noi prendere
questa parola, nel senso proprio o nel figurato ? „
Chi vuol conoscere il resto di questa sua ciancia, Io po-
trà veder da se; a me basta ben rispondere al citato squar-
cio. Dunque il primo errore del Boccaccio, nel predetto pas-
so, è il dare al lettore unMdea della donna di cui si accin-
ge a parlare, con una iperbole ! Qual disegno e qual colo^
re le avea a dare in prosa, se non descriverla amplificando?
Vedi riperbole dello stesso autore posta nel cap. della Or-
tografia, e tienti poi che non t*adiri con chi si sforza d' o-
scurare la fama sua! L'iperbole è triviale quando si fa tri-
viale. In secondo luogo io non so per qual necessità aves-
se il Boccaccio a ripetere la parola femmina^ e quale errore
abbia commesso nello scrivere donna la seconda volta, quan«
tunque i due nomi significhin la stessa cosa; poiché chiun-
que scrive cerca di fuggire, quando non si muti il senso, la
ripetizione delle medesime parole. Questo saccente poi, che
ci fa sapere d*avere spesi trent*anni almeno nello studio ,
mostra ora che non intenda cheT espressione, quanto al^
tra femmina fosse mai^ risponde a bellissima'^ e V altra, pia
che a donna non si richiedea^ si riferisce agli aggettivi .ra-
rìa t gagliarda^ e non a glossine; e quando anche il critico ci
volesse trovar equivoco, la congiunzione e fra glossine e ga-»
gliarda basterebbe a torgli questo pretesto. Ma se egli in-
tende il vero senso delle parole, e lo vuol far parere ambi-^
guo , anzi fermamente contrario a quel che gli diede V au-
tore, ognuno si può accorgere qual fede meritin le sue cen-
sure; sì che in questo caso è ignoranza o malizia* Finalmen-
4^8
te che Ghismonda fosse d* animo gagliarda^ ben lo mostrò
col darsi la morte. E tanto basti di questo Antipurismo; che
non à cosa piacevole a chi non è patrice patrisque oblitus il
legger lungamente di quella bella prosa*
GALLICISMI TRATTi DALLA PROPOSTA DKL MoNTl
Troppi n^avrei io a notare, se mi volessi assumere Tar-
dna impresa di raccogliere tutti i gallicismi che si fanno e
nel parlare e nello scrivere; che oramai per alcuni non v* è
pia niente in francese ^ che letteralmente traslatar non si
possa in italiano; ma lo esporne alquanti , oltre ai già cita-
ti ne* precedenti capitoli, estratti da un*opera letteraria quale
è la Proposta, e di udo autore che li più credevano aver a
prendersi per modello di stile, farà sì che, a cui caglia di
scriver bene, stia più guardato per V avvenire , e non dia
troppo dentro al francese , prima d* aver letto i nostri clas-
sici a sufficienza ; tanto che distinguer possa V una lingua
dair altra. £ questo intendo che serva anche di risposta a
coloro i quali van dicendo, lo stile di questi seguitatori di
purismo non esser naturale, vedervisi dentro lo studio (i)|
lo sforzo, non correre la dicitura come negli originali, e
trovarvisi le espressioni, le frasi intere, tolte di peso agli
antichi e intarsiate per entro a* loro scritti , vi cappiano
o non vi cappiano ; e io dico che questi difetti si scorge-
ranno in quelli che scrivono per far pompa di sapere ,
senza avere argomento che li sproni; o pure io quegli al-
tri che non hanno ancora imparato, e fanno pratica; e con
tutto ciò egli à ancor più sopportabile che si scorgano nelle
(i) E pur bisogna che W si scorga lo studio» vuole il Dayaiixati: Lm
scrittura che si tiene in mano, e si esamina sottilmente dalli scienziati,
riesce volgare , e non vive, se non vi ha dottrina squisita^ e fatta » quasi
WQ brunito^ risplendere dalla diligenza efatica^
4^9
opere italiane cose tolte ai nostri classici, che non tratte dal-
lo stil francese, come ne fanno manifesta prova le seguenti.
Ma io non dubito che si possa pervenire a scrivere con seni*
plicità , con agevolezza, e secondo natura, anche oggi, pur
che non si voglia ognor sedere in piuma né sotto coltre; per
lo qual modo, in tempo alcuno, in fama non si venne mai.
Carattere per natura
I . n solo abuso delt arte si è quello che toglie agli in^
gegni il distintìifO lor carattere. 2. Mai non calpestasi impur
nemente il carattere delle nazioni^
Carattere^m italiano, si dicedei modo materialedi scri-
vere, massimamente, e anche in qualche caso per specie ,
come nel Bar tot i s Questi sono i caratteri delle forme del
dire ; ma che natura s* adoperi nel se nso che il Monti usa
carattere, eccone in prova quattro esempj.
I. E dicoti in prima che mi fa guerra la natura di
lei, che è onestissima. M. a.Poi che \fide la natura di P.Sci^
pione ecc. Da S. C. 3. Io sono d* una natura , che, quando io
m^ adiro ecc. G. Marasfigliosa contrarietà di natura! tanto
amare Vozio e odiar la quiete i medesimi uomini ! Dav*
II Davanzati chiama carattere di Tiberio il riassunto
delle sue qualità personali e della sua vita, e poi finisce co**
&[zAltultimo la die per mezzo a tutte le scelleraggini, quan^
do^ rimossa ogni tema e svergogna, secondò sua natura.
Stile freddo per languido^ insipido.
Questo stile è freddo , dice il Perticari ; ma questa
metafora non è più italiana che sìa il parlare alle orecchie
e il fuoco francese del sepolto Antipurismo.
Suscettivo 0 suscettibile^ per atto, capace , irritabile.
Non si dica che gli scritti scientifici non sono su-
scettivi dt imitazione e di sentimento.
43o
Io direi non siano aUi adesprimere^ o capaà di. il
francese si dice anche che uno è suscettìbile, dove doìI
ciamo irritabile. E se questo aggettivo non d nella Cra
basta che vi s(a il verbo irritare , dal quale si trae, Tel
pag. 8a, l'aggiunta in abile. Suscettibile, in vero, derifai
latino suscipere, ma io latino non ha il senso che gli atti
buiscono i Francesi.
Enorme per grande o stragrande
Eia enorme quantità degli esempj.
Ben si trova enorme per nefando, dicendo il Boccacà
enormi mali per malizia operati-, ma pure, anche inq-si.
senso, nel purgatissimo Decamcrone non fu posto; cdisfr
to creduto degno solo del Labirinto. Il Davanzali ba m
mezza. Ma per esser Selano camera rf" ogni enormezu,.
Disfarsi di una cosa o di una persona, per sbrisursi-ì
ne, tesarselo dinanzi, «T addosso, o d'attorno.
f^eggo bene che ti sa milVanni il disfarti de' fattimi
Il Boccaccio de' suoi morditori diceva: Io i,Uenà m
alcuna leggiera risposta tormegli dagli orecchi. Bellissin»
metafora, avvenga che i morditori e maldicenti danooiw
la agli orecclui e nel caso del Monti io direi tiparmiltoi^
ni ( non ti sa ) di U^rmiti Raddosso, o pure di torti <é
briga de' fatti miei. E io non so come si possa preporre <i-
sfarsi a tanti bei modi che noi abbiamo. Il Davansati. /i-
ceva tutto di punzecchiare questa vecchia a levarsi dimù
questa nuora»
Prevenuto per predisposto
E acciò che il lettore mal prevenuto dalt appareÉt
secchezza delle materie.
lo direi mal predisposto dalla apparente aridità; ^
43 1
e^ocmche anche quel secchezza^ sebben se ne truovi qualche
ppio, mi par troppo francese, quando abbiamo aridità.
noQ i 2? ■ f^aler la pena per portare il pregio.
jalesiii 'E ben varrebbe la pena di s^erificarlo.
Jflrer; ^ portare il pregio ti pare forma troppo studiata o
seoso^^ in alcun caso, di* : e ben meriterebbe si ^verificasse.
armata per esercito
) Non ho estratto V esempio ; ma la Proposta n* è piena.
osato, tu buona lingua, si dice di una riunione di navi for-
■
re d* uomini e d* armi per combattere in mare ; per cor--
^ .^j di soldati di terra, abbiamo il bel vocabolo esercito; e
"6, ali.--
i gli vuole antichi, tal sia di lui.
Di questo modo per in questo modo
. Mirando egli ( Dante ) ad imprimere di questo modo
^nfamia nel volto a tutti quei pigri.
In italiano, imprimere in oper questo modo ; ma non
. questo modoi maniera francese.
3i 11 *
j jigire per operare
H consiglio e una norma d agire.
. . jigire non è italiano per nessun conto, tutto che sia
itine*
Meno che per quando o se pur non
CourrnNTinATo non è voce d'alcuna guisa; meno che
on si voglia dar questo nome ecc.
Convincere ptv persuadere
Convincere dice il Monti che si debba dire in: // mio
muco mi convince della sua fedeltà; il mio figlio mi convin*
7e della sua innocenza. Vorrei che mi producesse i testi.
Convincere si può dir solo di un reo, o di un disputante ;
nelle presenti espressioni s'ha a far uso dì persuadere.
43a
SpHto per sentimento.
Dubito fortemente che siasi ben compreso /o'spirito di
questo passo, lo direi il sentimento di questo passo.
Aver hello per.potere o poter bene
^esperienza ha un bel castigarti nel folto di saperci*
i^re ; tu sarai sempre ecc»
Il Bartoli: Può il banditore aper mille stentori in con-
po^ e tonare con \H)ce che si faccia sentire ccc#
Incoraggiare, incoraggire, scoraggire, per conforta-^
re, inanimare^ rincorare^ invilire.
Sia pur che anche fra Gaittone, come dice la Crusca,
adoperasse quei vocaboli, io per me sempre darò il vanto a
quesli, come assai più belli e tulio nostri. Mesto di tal mor-
te il Senato rincora Tiberio. DaV, Che sarebbe incoraggia
qui o incoraggisce in luogo di rincora ?
Rigettare per escludere « scattare.
Rigettando quanto ritener do9ea^ e ritenendo quanto
dovea rigettare.
Anche questo vocabolo rigettare^ con tutto cbc si truo-
vì osato per alcuno oscuro classico, io dico che si debba ri-
fiutare, scartare, o escludere, quando ne abbiamo più che a
sufiicienza.
Impiegare per adoperare , usare.
Il Monti ha impiegare una voce^ e impiego d" una vo^
ce. Questo vocabolo à italiano nel senso di impiegare il da-
naro^ impiegare il tempo; cioè metterlo a profitto ; ma non
per termine di grammatica, dicendosi adoperare^usare tee;
idea diversa dalla prima.
Spirito per mente; genio per ingegno.
Lo spirito è fertile di espedienti^ il genio è fecondo di
mezzi.
433
Né lo spirito né il g«QiO« nel modo che si vedono usa«
ti neoclassici scrittori italiani, non sono facoltà operanti; ma
che sentono e si manifestano agli occhi altrui ; la mente e
Piogegno operano» Il Firenzuola : Trista memoria^ doloroso
ingegno; e il Davanzati ; PercJiè portas^a bene le ambascia^
te de" soldati , per lo pronto ingegno. £ se vuoi meglio ye-
dereia differenza di questi due vocaboli, trovala neli* Uo^
mo di lettere del Bartoli , che ne trarrai utile e piacere.
Mezzi per modi^ sottigliezze^ o di che.
V interesse particolare è fertilissimo di mezzi con cui
eludere le proibizioni.
Questa voce mezzo è usata nel singolare solo come no-
me; ella è tolta dairaggettivo, il quale sempre si può scor-
gere per r analisi; e significa strumento medio o via media
tra Toperante e Tazione, fra il supplicante e il supplicato ;
e in questo ultimo senso solo si trova anche nel plurale :
Vedete da^er mezzo con gli Otto. G. S'io non aveva mezzo
col governatore ecc. / grandi e il popolo lo ringraziarono
di tanta carità j senza ambizione^ mezzi, o preghi. Dav. Ma
nel modo che V u$a il Monti , eccolo : Lasciami chiamare
il mio servitore, qualche modo troverà egli. F.
Ma se io tento di togliere questo vocabolo al parlar
volgare, io corro pericolo d'esser fischiato. Che, mi diranno,
non s* avrà più ad aprir bocca, che non si cada in un galli-
cismo ? Come supplire a queste locuzioni : Non ha mezzi
da vivere; non ha mezzi da mantenere la famiglia; non ha
mezzi da fare una lite; è senza mezzi, che tutto di ci occor-
rono? Io non mi do ad intendere di potermi oramai opporre
alla inondazione de* gallicismi nella lingua che si parla, che
sarebbe forse matta impresa ; ma nello scrivere ce ne ab-
/
434
biamo a guardare ; e in ciò sarò iostancabile, imperterrito;
£ noi abbiamo più di un modo da esprimere queste cose»
e primieramente io dico che in vera lingua italiana, a chi la
conosce, non fa luogo sostituir niente a quel vocabolo mez'
zif dicendosi ; aifer da vix^ere^ da mantenere la famiglia, da
fare una lite^ senza / mezzi; vedi a carte 33^; e aggiungo cbe
qualunque idea esprìmano i Francesi , e massimamente di
queste cose che sono di tutti i tempi, si troverà espressane!
tesoro della lingua lasciatoci da quegli scrittori cbe illomi-
narono tutto il mondo; e tacciansi una volta dal dire cbe
noi abbiamo a prenderci dagli altri quel die noi non posse-
diamo ; però che se si volessero anche scartare i gilè et
pantaloni dal volgar nostro, si troverebbe che noi abbiamo
i corpetti e i farsetti^ le brache e i braconi , tolti dai classi-
ci* Et tornando al proposito , dico che con questi mezzi si
son cacciate dalla lingua nostra quelle belle locuzioni che
io ho prodotte, delle quali già piò non si sentiva il valore.
j^i^er diche è un^altra espressione equivalente stWa^rmes-
zi. Il Boccaccio, parlando delle cortesie: Molti si sforzano
di farle f i quali f ben che abbiati di che^ sì mal far le sanr
no ecc.
Prendere per in luogo di credere
Per chi ci avete voi presi P Dove il Firenzuola dice;
Io credeva che voi foste lui^ e non vi aveva preso per lui.
D ifficile per severo^ sottile^ increscevole^ sazievole.
E parea ( alla Crusca ) le dovesse raccomandar fje--
sto verbo anche il difficile giudice della bellezza esteriore
delle parole^ dico f orecchio. Perchè intorno al libro di
Dante quel difficile censore affermò. Pert*
A fatica intender si può, V occhio esser giudice àfft*
'J
435
e eiella bellezza j e un censore esser dif/tcile^che cosa si-
ifichi ; né credo si possa per chi non sa il francese • Io
rei questo giudice, l*orecchiO| esser sottile^ dilicato^ e un
nsore esser sei^erf) ; e parlando di persona , che uno è </i-
escevole^ saziewle^ quando nulla lo contenta, ma non dif-
ile, il quale aggettivo, italicaaiente, alle cose sole appar-
ane; che se per increscevole esaziei^ole è latino , questi
le vocaboli sono più che sufficienti , e assai piii belli che
latino.
Senso pia ricevuto f per senso pia giusto^ pia approva^*
, pia accetto»
Il senso più ricevuto della voce fortuNjìto^ è quello di
venturoso^ felice. In questo caso mi par che s* avrebbe a
ire: // senso che per li pia si dà alla voce.
Bravo per eccellente^ valente»
In queste brave definizioni non abbiamo cosa che di--
\ Io non so che ci abbia a fare qui il bravo*
Se il soffrire è bravura, chi non dirà pia bravo ilsO'^
uere che il lione ?
A me par che del soldato solo si dica bravo ; ma ia
aesto caso quanto meglio valentia e valente !
Essere alle prese per venire alle mani^ azzuffarsi^ con*
ìndere.
Combattendo gli errori del vocabolario^ noi siamo alle
rese con uno avversario non solamente formidabile ecc*
Il Monti, certo, non se Taspettava che si avessero a cont-
attare errori anche nelP opera sua ; e io credo che ne sian
iu nella Proposta che nella Crusca; pure egli ha fatto un
ene infinito a mostrare primo la necessità di dare la defi<»
izion delle parole, senza la quale un vocabolario è di poco
\
43S -
aiuto, e poi che anche ia an^opera che 6i tenga per un ora*
colo possono essere degli errori ; e non s'ha a credere tat-
to ciecamente quel che si trova anche ne* buoni libri. Cosi
io qui potrei errare nel notare questi gallicismi, e chiamar
con tal nome di quelle espre^ioni o vocaboli che fosser
buoni ; avvenga che in questa parte Tarbitro sia la memo-
ria ; la ragione non vi può niente ; come nel presente caso,
tntto ciò che io posso dire è che non mi occorse mai , nel
leggere i classici, di trovarvi essere alle prese.
Trovare per parere
Vi ha tahmi i quali non trovano la lingua nostra co'
sì atta ad esprimere le cose di guerra. Vedi Lancetti nella
Proposta,
In italiano si dice, ai quali non pare»
Ad onta per in dispetto
Ad onta di emblemi sì poco reverendi.
Onde sia tolto questo ad onta io non so ; francese doq
ò; ma io lo espongo qui perchò si esamini e si fugga, scegli
esprime un'idea falsa. Forse, perchè a cui si fa onta si fa di-
spetto , per analogia si è introdotta questa espressione , la
quale non mi venne mai trovata in buono italiano. Onta mi
suggerisce V idea di vergogna , e non idea di opposizione
quale è compresa in dispetto. Sia libero , con tutto ciò, a
chiunque paia buona Tadoperarla.
I primi e i secondi per quelli e questi
Che se i primi possono offendere i nostri libri di qual-
che macchia, i secondi gli oscurano eternamente Pert.
Che importa, dice, che si dica piJi tosto questi e qfiel-
li che i primi e i secondi? V'è forse da dubitare, io rispon-
do, qual sia migliore espressione ?
-"^
437
Piacersi per dilettarsi
Se il f^arcJU non si fosse tanto piaciuto. Pert.
I Francesi dicono : Comment s^ous plaisez^vous dans
'iet endroit^ dans cette étude ? £ noi, come n piace cotesto
uogo^ cotesto studio ; o pur come 9i diletta^ ma non come
ipiacete.
Hicercato per studiato
À)^rebbero anche sfuggito quelle colpe che li fecero o
nssif o ricercati od oscuri (li studiosi del bello siiìe)Pert.
Né pur Taggettiva^^K^ia^/ converrebbe in questa fra-
e alle persone, ma a* loro scritti, e con diversa costruzio-
e di parole. Vedi a carte 4^S* quel che noi dicemmo de'
medesimi studiosi.
Fin qui son tolti dalla Proposta del Monti; quelli dei
erticari, segnati Pert. Ora eccone alcuni altri che mi ven-
ero notati o nelle scritture o pel parlare*
ALTRI GALLICISMI DeV Piu' COMUNI
Disappunto per scorno
Come rendere il disappointed e disappointment che
iche i Francesi ban tolto agli Inglesi, per non avere espres-
300 equivalente? impossibile. Come impossibile! Èque-
I una idea nuova ? Non avranno mai i nostri maggiori a-
tto bisogno d^esprimere unMdea così nota e sì spesso oc-
rrente? Il Boccaccio, di colui che si credeva sposare la
eduta vedova di Messer Torello , all' improvviso apparir
lui eh* era stato pianto per morto, dice : // inaiente uomo
antunque alquanto scornato fosse; ove 1* Inglese direbbe
itile disappointed* £ non dico che sempre s* abbia a ren-*
re quella espressione per scorno e scornato; ma, secondo
circostanze, all'italiano non mancherà mai V equivalente»
438 •^ • i
Tolgano i Francesi da questa e da quella lingua ; e la loro
81 farà migliore, tanto povera ella è; ma noi che Tabbiamo
ricchissima, pur che sappiamo ove sta la ricchezza riposta,
tutte le volte che vorremo dar luogo ad una straniera espres-
sione, si fark in pregiudizio di una o più nostre che saran-
no per quella abbandonale o dimentiche; perchè fuor qual-
che nuova scienza o meccanismo , per cui abbisogni alcao
nuovo vocaboloi tutto abbiamo nel ricchissimo fondaco det
la nostra lingua* Chi si sarebbe immaginalo che noi aves-
simo termini equivalenti ad (Mppuniamento , rendez-vous ?
Ne abbiamo uno xnposta^ ed eccone due esempj r Pocof^
si dieder la posta d essere insieme. B. Ui egli per cerisi
deve a\}er data posta a qualche cattis^a. B. E un altro ter--
mine, ritrovo^ lo fornisce il Davanzati: Fliggi\Hino i ritro^i^i
cerchi^ e qualunque orecchio* Non è vero che questi sobq
bellissimi vocaboli, e che furon espulsi e dimentichi per far
luogo ad appuntamento e rendez sh>us ?
Riguardare in luogo di a\^ere per
Riguardare significa gfiardare^ considerare^ nel seosa
semplice, ma non già nel figurato di as^er uno, per esempio,
per amico. Si usa anche da* classici in bella maniera per &'
i^r riguardo f rispettare. II Davanzali, dei ribaldi che si ri
fuggivano negli asili, dice che : Con tanta religione eram
riguardati, che alcuni fuggitisi alla statua di Minerva or
direno con un filo in mano appiccato a quella comparire in
giudizio a difendersi; ma il filo per isciagura si ruppe. Or^
questo riguardare era stato cacciato per far luogo al fraa
cese ; però che chi Tosava più P
Riportare per riferire
Riferisco solo i pareri di notabile laude o vergogm
Dav. Ma, rapportare dalVuno aW altro è buoq termioe.
439
J^ettura per carro o carretta
Non poteva pia anticamente andare in Campidoglio in
carretta se non i sacerdoti. Dav. I senatori di piede andasfa^
no in senato a* piedi e non in carro* Questi vocaboli carro
e carretta sono assai più belli che i^ettura e carrozza* Car^
rettella^ che osano i Romani, è anche buon termine. /^e^/u/YZ,
dal latino s^ecturus, è bene adoperato in cavallo da vettura y
prestare un cavallo a vettura^ e anche vettura solo per caval-
lo o altro animale che porli; e T espression romanesca, ca-
vallo d'affittolo falsa ed erronea, perchè s*a vrebbe a dire da^
e il vocabolo affitto si usa solo per le case e li poderi.
Finalmente, son gallicismi i seguenti: rimarcare per
notare; avviso^ consiglio ; rango, stato, condizione ; carica ,
luogo o posto; obbligare^ costringere, convenire, esser ne-
cessario» Essere obbligato è buono per legato in promessa^
aver obbligo^m^ non pel presente nel senso di ve ne ringra^
ziOfVe ne son tenuto. Piccarsi per vantarsi; mcar/care, com-
mettere; darsi la pena f darsi briga o impaccio; accordare^
concedere ; attaccamento , affezione ; essere attaccato , far
parte; azzardare^ avventurare; interessante , geniale; co^
raggiOf animo; coraggioso^ valente, valoroso; onesto uomo^
nom da bene; complimenti^ convenevoli. Troppi convenevo-^
li non degni del nom^ romano esser fatti*Dsiy* Travaglio per
lavoro, fatica; nel medesimo tempo , a un* ora ecc.
1 ■*
44o
CAP. XXIX.
IN CHE CONSISTA LA BELLEZZA DELLA LINGUA
che dal 5oo insino al principio del presente secolo
era svenuta decadendo^
Venuto io a quistione con un giovane, di sottile inge-
gno, ma non ancora versato nella lettura de*classici che fan-
no lo fondamento di questa opera, al quale, una scena che
m*avea letto con molta enfasi nel Metastasio pareva essere,
per lo meno, cosi bella nel sno genere, come sia un canto
di Dante; e non potendo egli trarre dalla mia bocca un solo
applauso per lo dolce suo poeta , ansi trovandomi ostinato
nello affermare che non è scena in tutto quel drammatico
che a me possa dar diletto, perchè vi manca la lingua; egli,
veduto che non ci potevamo intendere , mi scrisse giù il
primo verso del soprapposto argomento, dicendomi che gli
facessi un poco concepire, se possibile mi fosse, in che con"
sista questa bellezza della lingua ; e per qual ragione si
dica, o sia lecito il dire, lo stile di questo autore esser più
bello, e men bello lo stile di quello altro, (quando non vi
siano errori ); anzi tale che non vi si trovi la lingua. Io gli
feci uno sbozzo del seguente ragionamento, il quale, ampli-
ficato, io pongo qui a sbramare qualunque altro giovane si
trovasse ugualmente perplesso ; e so che ne son molti di
questi cotali, solo perchè , non che studiato , ma non han-
no pur letto i classici (i).
(i) Già confessai che io pure di as anni non avera ancora Ietto i cbs*
sìcij e il ridico acciò che coloro che si trovano giunti a queUa eia Don ce-
dano esser troppo tardi.
J
44i
Il sentire in che consista la vera bellezza della lingua
non è da tutti, né da molti, come cosa che è troppo vaga ,
e dal gusto dipendente; e però questo non è tema da logico
ragionamento; ma a dirne qualche cosa per via di dimostra-
zione, mi converrà premettere, per breve comparazione con
bellezza d'altra natura, come sia difficile che due persone
s' intendano rispetto al bello di nna cosa , se in entrambi
non è pari o competente conoscenza della cosa medesima;
lasciamo stare le diverse nature degli uomini che diversa-
mente sentono , secondo che di diversa forza o pieghevo-
lezza, vivacità o gravità, sono constituiti o dotati.
Si dice bello nn uomo, dice Dante, quando tutte le sue
parti sono bene intra se rispondenti; al che si contrappone
subito il trito proverbio : bello è quel che piacer e Edmund
Burle, in tin suo trattato intorno al sublime e al bello, prò-
va,con ingegnose dimostrazioni, che non è ancora la propor«
zione che constituisca il bello. Bella è una musica allor che
ti diletta r orecchio, e ti fa serpeggiare per tutti i nervi una
sensazion piacevole che per gli occhi fuori ti corruschi. Bel-
lo un monumento che ti cattivi Tocchio, e t' esalti Timma*
gi nazione; ma pure, sebbene quasi tutti i pareri s* accor<*
deranno nel dire queir uomo cotale esser bello , perchè la
forma dell* uomo è a tutti nota , e sempre forme belle, e
brutte, e mediocri, d* uomini ci stanno innanzi; non avver-
rà il medesimo della musica e del monumento. A tutti ge-
neralmente piacerà la musica, ma non a tutti la stessa mu-
sica medesimamente ; questi prenderà diletto della seria ,
quegli, della gaia; questi ci vorrà sentir dentro Tingegno e
la scienza , e quegli solo un allegro tintinnio che lo faccia
saltare ; onde coloro che a ragione potranno avere il vota
3o
44a
nello aggiudicare della bellesza di una musica, saranno quel-
li i quali, oltre allo avere la scienza, son forniti prioai^a-
mente di buon timpano, usano li teatri, le brigate, e per le
chiese; e hanno letto molte composizioni de* maestri eccel-
lenti nell'arie (i) ; e tra costoro ancorai chi piacerà più
quella delfun maestro, a chi delT altro. Passiamo alla bel-
lezza di un monumento, il giudicar della quale è dato ad
assai più pochi, in molto minor numero essendo coloro che
si dilettano o studiano in architettura, che quelli che stu-
diano o si dilettano di musica. Il duomo di Milano , al pare-
re dei più, è uno dei più magnifici, maravigliosi monamen-
ti che si sappiano al mondo. Io vidi tre forestieri, allora al-
lora giunti in quella città, portatisi in fronte di quel sublime
edifizio, rimanere estatici; e per un buon quarto d^ora non
si poter levare da quel posto nel quale si eran piantati. Con
tutto questo, a un inglese mio amico, che si dà ad intende-
re d'esser gran conoscitore in architettura, io udii biasima-
re quel monumento , perchè tutto V edifizio è gotico , e le
porte sole non sono; e poi, diceva egli , tutte quelle gu-
glie che torreggian intorno alla chiesa, guglie di bianchis-
simo e rilucente lavorato marmo, dalla pianta infino al ca-
po , e tutta quella quantità innumerabile di statue che sono
sparse di qua e di là, su e giù, per tutta quella fabbrica che
contiene un monte di scolture, a lui paiono una massa con-
fusa che rocchio abbaglia; e però non gli piace. La sempli-
cità deir interno poi, che me cattiva tanto per la imponen-
te maestà che alPocchio appresenta la vista di cinque nava-
te, sopportate da quattro ordini di gigantesche colonne tut*
(i) In lingua, per lo contrario, ognun crede poter essere aibitro per
«▼er sentito recitar ne* Uatri TAlfieri, il MeUstasio» e il Goldoni !
443
te di marmo , colonne della cui altezza e grossezza non se
n'ha forse idea in Roma, questa sublime semplicità è cbia-
mata povertà da quelli che la comparano con V interno di
San Pietro. Ma tanto voglio che basti a me ad accennare coi-
rne vago sia il definire la bellezza delle cose, a cagione del-
la varietà dei gusti degli uomini, e della disparità di scien-
za 0 conoscenza. Ora, quanto più astruso sarà il ragionare
della bellezza di una lingua, per esser la materia tanto sot-
tile , e richiedersi pili di sapere e d* ingegno a poterne dar
giudizio, che d^ogni altra cosa ; e perchè ciascuno vede in
quella bello o brutto, secondo che l'uso o la natura sua, de«
bole o forte , o il quanto e il quale della sua scienza gliela
dimostra.
Nei vocaboli soprattutto stala bellezza di una lingua;
e dal modo laconico o prolisso, dal tono forte o soave, vi-
vace o languido, con cui son toccate le note di questa musi-
ca, dipende Usua armonia, che è sua bellezza* Qual è dun-
que la lingua che meritamente tiene il primato, e che degna
sia d' esser chiamata bella ? Quella in che scrissero i piti
grandi ingegni delPItalia. E quali furono essi? Dante, il Pe-
trarca, il Boccaccio, e il Maccbiavello. Perchè non il Guic-
ciardini, il Metastasio, TÀlfieri, e il Goldoni ? Perchè que-
sti non bau saputo, appunto per inferiorità d'ingegno, toc-
care con egual arte le note , di cui V armonia della lingua
scritta da quei grandi s* è veduta capace ; o per non aver
essi fatto uso, qual più qual meno, salvo il Guicciardini lo
cui stile è purissimo, pure delle stesse note. Ma, ancora, per-
chè o in qual modo queste note o vocaboli sono più belli in
quelli cbe in questi ? Ciò mi accingo io a dimostrare , per
quanto mi sarà possìbile, con alcuni esempj.
444
DELLO 8T1LK DI DaNTE K DSL PfiTRARCA
Ogni vocabolo è bello, adoperata a tempo e luogOi se*
condo la qualità della composizione onde esso fa parte; par
cbe appartenga alla lingua nella quale si parla e si scrive;
poi» a formare il bello, concorre Tarte di collocar le parole,
e la squisitezza delle locuzioni» Gran prova di superiore in-
gegno 9 in prima io prima » è il creare nuovi vocaboli die
sian calzantii intelligibili, e accetti» che facciano impressìo*
ne in chi legge ; ma la maggior bellezza la danno alla lin-
gua i concetti ; e io ciò Dante è sovrano. Io voglio produr
qui 37 versi con li quali egli comincia il XVII del suo Pur-
gatorio, e analizzare le bellezze che contengono. Ho preso
questo canto , non perchè sia un de* più belli; ma a caso ,
quello che mi capitò sott* occhio aprendo il volome; e pri-
mieramente voglio disingannare qne* tanti che dicono, per-
chè non han letto, che dalla lingua usata da Daote poco 0
niente si possa imparare per scrivere in prosa ; che le pa-
role sono antiquate, o troppo studiate o alte, o di difficile in-
tendimento ; e voglio dimostrare che, in 27 versi, non soo
più che tre voci di che non si possa far uso nel parlar fa-
migliare, tanto ognuna per se, tolta dal verso, è semplice,
e naturale , e notissima ; e che tutta Tarte e lo 'ngegno del
Poeta sta nella applicazion poetica de* vocaboli , nelF uso
frequente della metafora , e delle altre figure » in somma
ne* concetti.
HicordUif lettor f se mai nelFalpe
Ti colse nebbia^ per la qual vedessi
Non altrimenti che per pelle talpe i
Come^ quando i uijpori umidi e spessi
A diradar cominciansi^ la spera
Del sol debilemente entra per essii
445
E fa la tua itnmagine leggiefn
In giugnere a veder coni io rividi
Lo sole in pria^ che già nel corcare era.
Puossi ìminagiDar più alta fantasia, più semplici pa-
role, più leggiadro concetto, più bella e vera immagine, più
profondo sapere , più nobil poesia di questa ? E non sono
i vocaboli ricordarsi^ lettor^ mai^ alpe^ cogliere^ nebbia^ ve-
dere^ altrimenti^ pelle j talpa ^ ecc; voci che tuttodì si sento-
no ripetere ? Forse, perchè il Poeta dice talpe^ spera , éfe-
bilemenie e corcare ^ìn luogo di talpa^ sfera^ debolmente^ e
coricare^ s'avranno quelle a dire antiquate ? Elle son poe-
tiche e adoperanti ai verso. La forma ricorditi è più poeti-
ca che ricordati^ perché, come abbiain già dimostrato, si fa
agente la memoria ; la memoria ti ricordi. La voce alpe ,
messa nel singolare è fatta più maestosa e poetica. La me*
tafora ti colse nebbia è pur famigliare, ma dipinge. Del ve-
der della talpa, dice il Biagioli, Dante se ne sta conifuelli
che attribuiscono quel vedere imperfetto della talpa a una
sottil membranella che ha dinanzi gli occhi* La seconda ter-
zina è piena di semplicità e di grazia ; ma è cosa che si de-
ve sentire; di più dir non si può. Quanto più molle e dili-
cato è quel debilemente con Vi in luogo delPo, e senza tron-
camento! Ecco come vocaboli famigliari, quali sono imma^
gine, leggiero^ giungere, e vedere, formano per la metafo*-
ra un bel concetto poetico, il cui senso è : e con questa im-
mrtgine tu appena arriverai a vedere. In due modi la meta-
forica voce leggiera fa suo ufficio ; sì perchè quel eh' è leg-
giero è anche debole e debolmente viene alPocchio, e sì per*
che quel che è debole non pnò gravitare in giungere. L* arti-
colo/o, quando secondo ortografia s^avrebbe a usare//, è più
\
446
poetico e grave; e meglio comiQcia il verso lo sole che il so^
le. La espressioD famigliare essere per coricarsi è fatta poe-
tica e rara mutando la preposizione, e togliendo il prono-
me , essere nel coricare ; cosi 1' arte del Poeta con pìccoli
mutamenti nobilita le parole ; ma , sopra ogni altra cosa ,
mostra qui grande ingegno la leggiadra similitudine.
Sìt pareggiando i miei co^ passi fidi
Del mio maestro^ usci fuor di tal nube^
A! raggi morti già ne bassi lidi.
Tutti i vocaboli qui usati sono pur famigliari, ma in-
nalzati per la particolare applicazione. Pareggiare iproprii
passi con quelli del compagno è vaga maniera per andare
a passo pari con lui* Quello attribuire a* passi del suo mae-
stro la fidanza che aveva in lui, è bella figura reltorica; eia
metafora raggi morti^ per raggi spenti^ è sublime.
O immaginativa^ che ne rubo
Talvolta sì di fiior^ cK uom non s^ accorge
Perchè d* intomo suonin mille tube^
Chi muove te^ se V uom non ti porge ?
Apostrofe divina I volo d^immaginazione inarrivabile !
A immaginativa s* ha a suppMr potenza • Or che sarebbe
quel" verso , se in luogo d* immaginativa fosse immagina^
zione ? L*arditezza della voce, forse per la prima volta an-
sata da Dante in tal modo, e da lui creata, chiara, e varian-
te il troppo comun suono in lo/ie, forma il bello del verso.
Il senso è o immaginativa che talvolta ci togli agli oggetti
che son di fuor di noi^ sì che Vuom non se n accorge^ quwv-
tungue ecc. Dice dunque che la forza della immaginazione
ruba, toglie Tuomo agli oggetti esterni in modo, che, quan-
tunque d* intorno a lui suonino mille trombe, egli non se
447
n* accorge. Perchè^ io luogo di benché^ sta assai meglio ìd
versi di questa sortCì percbà usato più rado. Chi muoife te
ecc; chi ti mette in moto, chi ti fa immaginare, se il senso
non ti porge materia? Ogni voce è poetica per Io modo ellit-
tico e particolfire con cui è asata. Il senso mette T immagi-
nazione in moto ; il senso le porge la materia ; idee vaghe»
Poetica è la ellissi dell'oggetto 9l porgere,
Muos^i lume che nel del s* informa^
Per se^ o per %H>ler che già lo scorge.
Ogni verso è d' alta poesia facondo • Dante dice che
qaando V immaginazione non è mossa dal senso, la muove
lume che prende suo principio e forma in cielo; ^&r se^ cioè
per virtù da se mavente e quindi derivata, o per voler divi-
no che cotal lume giù scorge e guida. Informarsi per pren-
derforma; scorgere per fare scorta^ cioè guidare^ sono bel-*
le maniere poetiche* ^
Deir empiezza di leij che mutò forma
Neir uccel che a cantar pia si diletta^
Neir immagine mia apparile V orma.
Tanta è la sublimiti de* pensieri contenuti ne* 1 8 ver-
si che son venuto notando, che m*avea lasciato anch' io il
corpo quaggiù addormentato, e m'era levato con la fanta-
sia su, dietro al Poeta, a godermi di quello incantesmo eh'
egli porge a chi ben ode. Egli si trova ora in questo statOf
in estatica visione, ove vede i funesti effetti dell'ira; e nou te
lo accenna, perchè ti vuol rapir seco. Ha detto come il sole
era caduto; e poi col pensier si profonda tanto, che si toglie
agli oggetti esterni. Empiezza per empietà è voce più poeti-
ca» come lei per colei. L'uccello che di cantar più si diletta
è l'usignuolo; e allude alia favola di Progne la qual fu dagli
448
Dei in quelFuccello trasformata* Bella e poetica è la traspo*
sizione io questi versi, la costruzioD retta essendo: iVe//a im-
magine mia apparve forma della empiezza di lei che ecc.
lu quanto allo accomaoar che Dante fa le cose divine con
le profane, io non convengo con coloro che trovan da bia-
simarey e dico che ciò né pon né leva al merito del Poeta.
E qui fa la mia mente sì ristretta
Dentro da se^ che di fuor non venia
Cosa che fosse ancor da lei recetta.
La virtù del dire di Dante mi fece esprimere il pen-
siero amplificato in questi tre versi prima eh* io li vedessi;
però chei quando dissi, ragionando de* tre precedenti, e poi
colpensier si profonda tanto , che si toglie agli oggetti e-
sterni^ io non sapeva che volesse poi avvertire il lettore eh*
egli s^addormentasse. Per le efficaci parole sì ristretta denr
trodase par proprio sentirsi internar col poeta; e più effet-
to fa la preposizione da in questo caso che a^ siccome quel-
la che ti rimuove dagli oggetti esterni. Becetta^ per ricevu-^
ta, è voce poetica ; e, come tale, senza dubbio più bella di
questa. Ancor per anco or; sottinteso, come facewtprimom
Poi piovve dentro alC alta fantasia
Un crocifisso difettoso e fiero
Nella sua vista; e cotal si moria»
Il primo verso è proprio un tratto d'alta fantasia, im-
pareggiabile ! Vedi come notava Dante ogni particolariià
della doviziosissima natura; che, perfino nel sonno egli le
raccoglieva ; poscia che, quando ono sogna di visione, par
proprio eh* egli si senta giacere, e che le immaginate cose
gli volino qua e 11^, su e giù, intorno; così come per raggio dì
sole che entri per una fessura di una finestra in camera or
449
scura, 81 veggono innumerabili particelle svolazzare* £ se
altri Oli facesse considerare che ì\ piovere è an cadere solo
allo 'ngiù, e non uno svolazzar su e giu^ aspetti, e vedrà che
qui accenna il cadere, e nel 34 verso* il moto contrario, di-
cendo: &irse in mia i^isione una fanciulla. Questo secondo
esempio de* funesti effetti dell* ira è la morte del crudele
Aman fatto crociGggere da Assuero, di cui era ministro. E
coiai si moria, il Biagioli chiosa, spiale io lo s^edeva , cioè
dispettoso e fiero»
Adunque abbiamo notato in tutti questi 27 versi tre
voci sole, tube% empiezza, e recelta, le quali levate dal ver*
so e dalla metafora, o tolte alla forma poetica, non sien fa«-
migUari; e pure, per V artecon cui le adopera il Poeta, non
possono esprìmere più alti concetti, né formar più sublime
poesia; e questa è la pici chiara prova della ignoranza di co*
loro che dicono che la lingua di Dante non è piò la nostra;
e chi sapesse scrivere si alta poesia, ben si guarderebbe dal
riGutare le voci tube, empiezza, e recetta . Empiezza può
star bene anche in prosa. S), sono in Dante molti vocabo-
li i quali più o meno, chi ve li vorrebbe e chi no ; ma non
stanno in Dante più male, che facciano le porte non gotiche
al duomo di Milano, il quale per quel difetto non scema
suo splendore; senza che, quelli danno alPopera una certa
qual particolarità del tempo e deirautore che la rendono
veneranda.
Oh, questo, griderà alcuno, questo è fanatismo, come
appunto mi diceva il prenominato giovane. Sia pur fanati-
smo; ma egli è ben fondato; e io spero, con questa breve di-
nostrazione delle bellezze di que* pochi versi di Dante, de-^
«tarlo in molti altri; e vorrei mi si facesse vedere che può
brnire da dire a* suoi fanatici una scena del Metastasio.
45o
DE* COMEtTTl DEL BiAdOLl
Io voglio che mi basti tanto aver detto dell* altissimo
Poeta perchè a chi lo leggerà coi dottissimi e profondamen-
te ragionati comenti del Biagioli, perverrà a intendere, e sen-
tire, e gustare, il bello stile quanto io fo. £ qui, in gratitu-
dine a cui mi richiamò dalla oscura selva in che io m* era
smarrito, e mi mostrò la erta salita del delizioso monte, cioè
air altezza di questa letteratura. Dell* amor della quale io
m* affatico d* accendere ogni animo gentile , e ogni sottile
ingegno, dichiarar mi conviene che, perchè io dod comin-
ciassi lo studio di questo poeta prima de* 2Z anni, quando
ebbi la buona ventura di conoscere il Biagioli, egli fu non
ostante buon per me che dod l'avessi letto con altri comen-»
ti; però che , in luogo di allettarti alla lettura e allo studio
del Poeta, se tn vi ti senti disposto per natura , essi tei re-
cano a fastidio con le scempiaggini loro, con le quali si son
dati ad intendere di comentare, senza stile, sens* anima, e
senz'ombra di Glosofia. E chi sarà mai tanto ingiusto, o po-
co sentito, che voglia confondere il Biagioli con tutta la tor-
ba degli altri comentatori , quando abbia pur letto e inte-
so 1* argomentare che fa Del secondo dell' Inferno, comio-
ciando dal verso g4: Donna è gentil nel del ecc. ? Io soa
certo che Dante direbbe ancor di lui : j? solo in parte vidi
il Biagioli. A voler pubblicare altri comenti sopra Dante
dopo quelli del Biagioli, ci voleva proprio uno stolto tro-
vator di sogni, qual fu colui che diede in Londra una sua
edizione alcuni anni sono; il quale fece altrettanto onore a
Dante in Inghilterra, quanto un traduttore di Shakespeare,
che ora sta pubblicando in Padova, onora il tragico ingle-
se in Italia e la lingua italiana !
45i
Ancor maggiore èia lode e la gratitadiae che tutta Ita**
lia deve al Biagioli per li comenti che ci lasciò sul Petrar-
ca e Michelagnolo Baonarroti, ai quali ha veramente dato
nuova vita« Di Daute tanti erano i chiosatori, che uno ve-
ramente studioso e capace di sentire, poteva pervenire a in-
tendere la Divina Commedia, dopo lungo e ripetuto studio,
ma del Petrarca pochissimo era stato detto prima del Bia-
gioli; e del Buonarroti niente, sebben questi abbia scritto co-
si alta poesia come gli altri due. Ma io non approvo, anzi
biasimo quel che fece Gio. Silvestri stampatore di Milano,
in quella sua edizione che stampò del Petrarca coi comen-
ti dei Biagioli; io avrei voluto ( e credo in ciò difendere la
causa di tatti i letterati ) (i) che avesse ristampato 1* edi-
(i) La prima edizione di quest* opera, essendo stata più yolte ristam-
pata in Napoli , nella dèdica deUa seconda ristampa trovai le seguenti per
me consolanti parole „ La grammatica filosofica di Angelo Cenitti, sgombra
di quella pedanteria, oggidì da chiunque ha fior d* ingegno fuggita come la
mala yentura, é a mio parere la più propria a far rifiorire il bellissimo no-
stro idioma, condotto ad inielici termini dall a Innghessa de* tempi, dalla for-
za degli stranieri^ e ciò che é più, da non pochi degli italiani scrittorL „ Mi
consolai dico nello scorgere che fosse stato ben penetrato il vero mio in-
tendimento nella composizione di questo lavoro, quello cioè di distruggere la
pedanteria^ e però diametralmente contrario alla opinione che s* era infino a
noi concepita delle grammatiche^ ma qual maraviglia, quando, volte alcune
pagine, trovai una lunga introduzione aggiuntavi, nella quale il pedantismo
ancor trionfa, tutta piena di melensaggini di esempj e proverbj, composti e
inventati da persona che non conosce stile italiano, ingombra di quelle scioc-
che denominazioni che han tenuto questa scienza avviluppata nelle tene-
bre delia ignoranza; e che per non trovarsi nella parte principale, bisogna
a chjjyaol intender questa che si vada prima a lavar nell* acqua di, Letel
£ poi alla fine postovi un supplemento ancor più lungo di quella lunghis-
sima introduzione, si che il mio libro è puntellato a dritta e a sinistra,
tanto temevan da se non si potesse reggere ! Quando poi io penso che nei
tempi a venire altri possa non solo aggiungere ma fors* anche togliere e al-
zìon di Parigi tale, quale air autore era piaciato di darla;
però chct chi gliel dice che il Cenno che il Biagioli pose in
principio della sua edizione, e quel eh* egli (il libraio) chia-
ma lusso d*erudizione, non possa giovare a chi legge, e pia-
cere a chi più sa ? E quando pur ci fossero cose che a tut-
ti facessero afa , perchè non mostrare V uomo come a lui
piacque esser veduto ? Come si può chiamare quella edi-
zione: liime del Petrarca coi comenti del Biagioli^ da che
il testo sopra il quale egli fece i medesimi comenti non è
quello che egli scelse? £ gli argomenti non sono i suoi! qaal
confusione ! S^avea egli a dar piii credito al testo approva-
to da un semplice editore, qnal fu il P. Marsan, che a quel-
lo di colui che aveva fatto cosi scientifici e luminosi comen-
ti ? E per uno esempio del guasto che ciò fa, nel madriga-
le I, edizion di Milano, che corrisponde alla ballala III,edi-
zion di Parigi, questa pone a Laura^ e quella alV aura; e,
che che ne dica V editor di Milano, lasciamo stare che il
Poeta volesse proprio scherzare con questa parola, e far che
sì senta Pambiguo, io pure sto col Biagioli; a me piace più
assai leggere a Laura^ e non ho alcun dubbio che cosi vol-
le il Poeta; e ancora perchè chiudere i capelli alfaura noo
m* entra.
Io non son cieco ammiratore di tutto quel che disse
il Biagioli ne* suoi comenti; avrei amato meglio anch* io
che ci fosse più dignitoso, come richiede la profonda dot-
trina, e la perspicacia, e il senno, che in quelli ha dimostro;
avrei, anch' io voluto che non vi frammischiasse tutti quei
tertre, e cambiare, a suo senno la mia propria Catica» ciò mi scema dT assai
r immaginato diletto , anzi mi h temere che ne rimanga oonfuso e spenl»
anche il mio nome fra la turba degli editori e de* correttori.
453
proverbji che lasciasse alcune piaggerìe; però che, che mon-
ta a me se V Alfieri nota? Avrei voluto che avesse una vol-
ta 0 due, e anche tre, agramente biasimato il Tassoni , il
Muratori, e chi altri sei meritò; e fattili conoscere per quel-
li che furono e non da più; e non in ogni carta tornare alle
medesime ingiurie; ma tutte queste cose son cose d^opinio-
ne, e chi si sente infervorato come lui, sì gliele perdona ,
quando gli fa intendere il Petrarca, e sentire le bellezze di
quel gran poeta in modo, che mai non si sazii di leggerlo.
Senza che , chi scrisse pììk puramente di lui da 210 anni in
qua , massimamente ne' comenti al Petrarca e a Michelan-
gelo Buonarroti ? Il metodo, or fatto mio, di ragionare in
grammatica da lui prima il trassi (i). La verità e la giusti-
zia fu sempre» e sempre sarà la scorta del mio operare; e
ora eh* egli pivt non mi puote udire gli ho voluto far que-
sta lode, per non parere di volerlo adulare e per dar mag-
gior fede alle mie parole. Si, col nuovo lustro che il Biagio-
li diede a*nostri due soli poetici, i quali per la maggior par-
te de* lettori non lucevano, fra* quali mi pongo io, egli s^ è
acquistato eterna fama. Abbiasi pure anche il Silvestri il
merito e la giusta lode di tutta Italia, e in ciò sarò io pri-
mo a tributargliela , per le tante opere classiche ch'egli ha
ritornate in luce , ristampate e moltiplicate per uso degli
studianti; ma non metta, o non faccia mettere, o non lasci
metter , mano nelle opere de* letterati , per smembrarle ,
mutarle, o alterarle.
(i) Non altrimenti però che abbian (atto Guglielmo Harvey e GioTan-
li Wally rispetto alia teoria della circolazion del sangue, prima trattata da
Icaldo Colombo, e da Andrea Gesalpino, come con leggiadra e dotta racn-
e racconta il Bartoli ne* suoi Simboli.
454
la questa digressione io non credo essere uscito del
seminato, né aver dimentico il pubblico bene per la pri?a-
ta gratitudine ; ma m* è parso di recar gran giovamento ai
giovani col far loro assapere come possano leggere e stu-
diare i due gran poeti non solo senza noia e perdita dì tem-
po , ma anzi con risparmio di quello e della fatica. L^ edi-
zione del Petrarca coi comenti del Biagioli è quella stampa-
ta in Parigi nel i8ai, sotto gli occhi suoi.
A chi vuol dunque conoscere le bellezze del Petrarca
ivi ricorra; che per me, poco men potrei fare che ripetere
quanto dissi del poetar di Dante (i)* In lui tutto è alta poe-
sia , fervida e divina immaginazione, nobilissimi pensieri i
pieno ridondante di gentilezza, di grazia, e di soavità, sen-
za esser molle ; e pur con forza quando ei vuole. La terza
luce della italiana letteratura è il Boccaccio, in lode del qua-
le basti il ridire che del suo stile ho fatto la base principa-
le di quest* opera , essendo egli il più corretto scrittore io
prosa , e il più elegante; e nel corso di questo capitolo ne
riparlerò. Ora mi tira a farne menzione la tradazione di Cor-
nelio Tacito di Bernardo Davanzali , il quale credo dover
raccomandare agli studiosi qual secondo maestro della pro-
sa ; e come troverà nel Decamerone ampio stile e largo, e
sovrabbondanza di parole e di dolcezza, per lo contrario nel
Tacito avrà forse al primo di che lagnarsi della troppa bre-
vità; onde il contemperare Tono stile con Taltro non Ga for-
se mala cosa. Ma io ti so dire, giovane studiante, che se una
prima lettura del Davanzali ti parrà dura e faticosa, una se-
conda ti diletterà, e crescerà il desio e il diletto quante più
volte lo leggerai. Eccone un saggio.
(i) Ansi il suo stile é si purgato e scelto, cbe non v*é in ini te le ^
lime da poter lerare una voce sola, e dir questa é/uor tfuso.
455
DELLO 8TILK DKL DayANZATI
Degli Annali di Cornelio Tiicito , libro primo*
Roma da principio ebbe i re ; da Lucio Bruto la li-*
berta e 7 consolato* Le dettature erano a tempo. La pode--
sta de" dieci non resse oltre due anni ; né molto V autorità
di consoli^ né tribuni di soldati. Non Cinna^ non Siila si-
gnoreggiò lungamente. La potenza di Pompeo e di Cras'-^
sOf tosto in Cesare; e l'armi di Lepido e d* Antonio cadde^
ro in Augusto; il quale^ troi^ato ognuno stracco per le di-^
scordie ci9ili^ con titolo di principale^ si prese il tutto.
Udo de* gran meriti del valente scrittore è quello di
saper dilettare chi legge con modi di dire variati e nuovi ;
perchè , quando s^avesse sempre a leggere le medesime e-
spressioai e le medesime parole , collocate nel medesimo
ordine regolare, che è il gran difetto del Francese , presto
verrebbe in fastidio la lettura , essendo della natura degli
uomini il variar piacere.
£ certo , in questo piccolo tratto ti apre il traduttore
un delizioso campo, e promette dilettarti gli occhi e la men-
te con modi rari, nuovi, e arditi. Lascerò stare il laconismo
e la leggiadria che v*è in tutto questo principio ; essendo
questo un merito massimamente delPoriginale; ma nonper-
tanto non piccolo nel volgarizzatore ancora, che ci vuol da-
re una prova delia gravità e della brevità del dire toscano;
e noi abbiamo grande obbligo al Davanzali per averci di-
mostro che Tarmonia della lingua nostra patisce e compor-
ta qualunque tono.
Chiunque poteva dire Roma da principio fu goi^erfiata
ini re ^ espressione che ogni lingua pale; ma non sì, Roma
?bl/e, personificando, che rende il modo più conciso e mae-
456
stoso. Bella è poi la ellissi dello stesso ebbe dopo Lucio Bra*
to. Graziosa Tespressione a tempo^ perchè rara, breve, e ar-
dita; essa comprende : le deUature non erano perpetue^ ma
conferite a tempo determinato. Il modo è italiano, come a
torto^ a misura^ ecc; e ci ricorda il verso di Dante : Sempre
in queir aria senza tempo tinta; ove determinato è par sot-
tinteso.
La podestà de" dieci. Dice egli medesimo io una postil-
la il Davanzati che : forse è meglio dir d^ Decemviri ^ e i
nomi così proprii come de^ termini lasciare ne lor termini;
ma intanto vel lascia, sicuro d'esserne lodato, per la ragione
che ho già allegata di variar modi di dire*
Bello quel resse^ perchè dipinge; e ti par vedere il co-
losso della podestà stare in piedi; e pìh elegante il reggere
oltre che reggere più di , perchè quello si deve usare con
parsimonia.
Né tribuni ecc. Avrebbe dovuto dire, segoendo gram-
matica, né di tribuni f anzi ilei consoli né dei tribuni dei sol'
dati; ma è assai più gradito Io scorcio usato dal tradutto-
re, lasciando il ripetere due articoli e una preposisione*
lion Cinna^ non Siila. Quanto perderebbe di leggia-
dria e di forza nel modo ordinario, né Cinna né Sillal pri-
ma perchè son già due né posti avanti; e poi, non usando la
congiunzione, egli è più lecito allo scrittore il porre il ver-
bo signoreggiò in singolare; più vibrante che signoreggia^
ron. E più bello è signoreggiare che dominare; perchè que-
sto è vocabolo d*ogni lingua, e quello è nostro particolare.
Adunque, mi potria dir taluno, poiché non Cinna^ non «SrA
la f,è migliore che né Cinna né Silla^ s'adoperi sempre la
prima forma ; ma no ; die il renderla frequente la farebbe
457
non che comune, anche dispiacevole per V opposizione che
presenta il mancar della congiunzione.
Fa un bello eflfetto 1* omettere cadde tra tosto e in
Cesare. Già la preposizione in ti fa sentire, senza vederlo,
qual verbo vi si sottintenda ; ed ò grande accortezza dello
scrittore il far servire il medesimo verbo cadere alla po^
tenza e ali* armi^ per aver campo di toglierne uno; e il dire
la potenza e t armi cadere in rmo, è bella maniera in luo-
go di cadere nelle mani di uno.
Il quale trovato ognuno stracco. Non posso rimanere
che non faccia ancora una volta considerare quanto stia bene
nel discorso il participio passato per se reggentesi, senza Tau*
siliare. Il vocabolo stracco^ per lo suono è più efficace che
j^anco; e par proprio sentire com* erano sazii di guerrecivili*
iSV prese il tutto. Non è questo si postoci , come dicono
per riempitivo ; anzi vi sta con bello e significante intendi-
mento. Vedi a carte 68, dove comincia : Ma chi mai.
Diceria di Clemente centurione , nello stesso autore.
Parla a Druso figliuol di Tiberio, mandato dal padre a se-
dare i tumulti delle legioni di Germania.
A che venirci senza poterci crescer paghe ^ scemar fa^^
tiche^ far ben sperano ? Flagellare sì e uccidere ci puote o-
gnuno. Già soleva Tiberio^ con allegare Augusto^ far ire
in fumo i desidera delle legioni^ or ci sden Druso con la
medesima ragia. Haccis^ egli sempre a mandar pupilliì Che
è ciò, che r imperatore appunto i comodi de soldati rimet^
tdal Senato P Quando li mandano a giustizia o a combat-^
tere, perchè non se n aspetta egli il compito altresì dal Se^
nato ? Hannocisi a dare i premii passati per le filiere de
consigli^ e i gastighi alla cieca ?
3i
458
Questa apostrofe è piena di vivacità, d*arditeasza, e di
forza, qaal si coQvieae alla bocca di un centurione e di un
ribelle. Quauto più vibrato è quel a che in luogo di per guai
ragione ! Grand* arte è, segui tatrice de* moti passionati del
parlante animo, nella trasposizione /fag^e//ar^ sì ecc« , toc-
cando prima quel che più duole; e molto adoperante è quel
sì. £ che sarebbe se avesse detto ognuno ci pub /lagelìare e
uccidere? Dsi notarsi pur la bella metafora soldatesca /ar ire
in fumo i desiderj; la vóce ragia^ per favola, è toscana e vol-
gare, conveniente alla qualità delPoratore. Interrogando vo-
glionsi porre dopo il verbo le particelle che la enfasi non
patiscono,e cominciare con parole sdrucciole se si può, quan-
do Tinterrogazione sia accompagnata da sdegno, covaehac*
cisi, hannocisi* Fa forza la ellittica espressione che è ciò^
che^ perchè breve e animata, in luogo di che vuol dir que-
sto die. Il vocabolo concito per sentenza finale è Varo , e
quindi elegante. U espressione passati per le filiere de* con'
sigli dipinge, e dar consigli alla cieca^ viva e mordente.
Io voglio porre qui, in confronto di questo bellissimo
animato stile, alquanto di quello del Monti , a corroborare
la necessità di questa nostra fatica , e a dimostrare a occhi
veggenti come la miscbianza di alcuni vocaboli e modifran-
cesi facciano alla lingua un tal guasto, che quasi più non pa-
ia la medesima.
„ Una nazione di molti governi e molti dialetti, ac-
,, ciò che i suoi individui s* intendano fra di loro, ha me-
9, stieri d* un linguaggio a tutti comune. Questa via di co-
9, municazione non può essere linguaggio parlato ; pp^cbé
,, ognuno di questi popoli ha il suo particolaredialetlo. Dall'
ft que è forza eh' ei sia linguaggio scritto^ e posto sotto le
i
459
,y leggi d* una grammatica generale, che invariabile ed mii-
,, forme fermi il valore delle parole» ,|
Quei che SOQ posti in caratteri italici sono vocaboli e
maniere francesi. Linguaggio lo avvalora Dante quando di-
ce della fiamma di Guido da Montefeltro; In suo linguag-*
gio si convertivan le parole grame; si, ma se Dante Taves^-
se messo tre volte in sei versi, e fuor di rima, in mezzo a-
gli indisfidui e alla sfia di comunicazione ^ o egli non sareb-
be stato Dante, o pure questi modi sarian italiani, f^ia di
comunicazione è metafora francese; e mettiamo che potes-
se stare anche in italiano, che non credo, qui con la comiti-
va del linguaggio scritto e del parlato^ e degli indis^idui con-
tribuisce a imbastardire lo stile. Provisi a tor via que* vo-
caboli cosi :
Una nazione di molti governi e di molti dialetti^ aC"
ciò che i suoi popoli s* intendano fra di loro^ ha mestieri di
una lingua a tutti comune. Questa lingua non può essere
quella che si parla ^ perchè ognuno di qua popoli ha il suo
volgar particolare. Dunque è forza eh* ei sia la lingua
che si seriore.
Ob,'oh,ob! mi sento gridare addosso! Perchè non potre-
mo noi dire individui^ linguaggio parlato^ linguaggio scrii"
to^ via di comunicazione P II Monti volle mettere individui
perchè popoli Tusa poi. Dunque non sarà mai leciio il dire
in italiano uno individuo ? E quel via di comunicazione
non è espresso, è tolto di peso; e ancora linguaggio parlato
e lingua che siparla^ son due modi, perchè levarne uno alla
lingua ?
Io son di parere che il Monti intendeva dire i popoli^
perchè, per aggiungere in seguito questi popoli^ bisognereb-
46o
be cbe gli avesse gi2i nomiDati; e quando hai detto lingua
a tutti comune, bai espresso V idea pia di comunicazione •
Ma qui sta il grande inganno, cbe si vorrebbe poter rendere
vocabolo per vocabolo dal francese, e locuzione per locuzio«
ne, non considerando che allora sarieno le medesime lìngue,
solo pronunziate diversamente. Questa nostra lingua ha co-
tal privilegio cbe, per non potersi scrivere come quella che
si parla, o per iscostarsene d^assai, riesce tanto più leggia-
dra quando è ben scritta* Farò poi vedere quanti bei modi
e vocaboli si erano trascurati o espulsi per dar luogo ai fo-
restieri.
DELLO STILS DELL* ALFIERI E DEL MetASTASÌO
Mediocribus esse poetis
Non homines, non Dii, non concessere colwnnce^
Come che io avessi fatto cenno in sul principio di que*
sto capitolo di voler dire qualche cosa dello stile o non sti*
le di questi due poeti e lor pari, io m^era quasi rimosso dal
\ mandare ad effetto il mio pensiero, per non andare incontro
alla quasi generale opinione che se gli tiene come Dei ; se
non fosse che, essendomi abbattuto di vedere in fronte alle
tragedie delfAifieri, in una edizione fatta io Parigi nel 1788,
una lettera di un Ranieri da Gasalbigi scritta alf autore
in lode delle sue prime qnattro tragedie, la trovai sì piena
traboccante d* ingiurie contro il vero e contro la buona let-
teratura, e tanto parziale verso cui è dedicata, che mi fece
tornare nel primo proposto. Lasciamo staie le altre scem-
piaggini di quella lettera, che queste carte sdegnerebbero ,
essendo ancor più stolte di quelle delf Àntipurisrao^ a una
sola cosa io voglio rispondere. Egli scrive all' Alfieri, , Che
y, quel suo stile Tha voluto con sommo impegno formar-
t, selo sui nostri antichi modelli; cbe Dante più d^ogni al-
46i
,9 tro rba sedotto;e Io ha egregiamente imitato.,, Per quan-
to io abbia cerco nella prima tragedia, il Filippo, reputata
la più bella, io non bo potuto discernere in che abbia TAl*
fieri imitato Dante. Abbiam veduto , dei primi nove versi
da noi citati del XVII del Purgatorio, che leggiadra simili*-
tudine, che bella immagine, tolta dalla natura, forma il gran
Poeta con parole semplicissime , anzi famigliari , le quali
ne giova ancor ripetere : ricordarsi^ lettor^ maij alpe^ co^
glierCf nebbia f scadere ^ altrimenti^ pelle ^talpe^ come^ quan^
do^ vapori^ umidii spessi^ diradar ^ cominciare^ spera^ sole^
debilemente, entrare^ essi^fia^ immagine^ leggiera^ giun^*
gere, vedere , come^ risieder e^ solej pria , gtó, corcare . Vi
sono le voci talpe f spera^ debilemente^ fia^ pria^ corcare ,
non famigliari solo per T ortografia poetica ; ma la bellezza
di quei versi non sta in queste parole. Ora, se Timitar Dan-
te deir Alfieri non fu altro che in usar vocaboli che si tro-
vano nella Divina Commedia, io non so chi altri non sapes-
se fare altrettanto. Ma questo, cioè di imitar le parole e lo
stile di Dante, dice il Gasalbigi, non si dovrebbe far^e; egli
è di parere che le sue bellezze trasportarle a noi convenga
nelV odierno nostro pia cuUoy più fluido linguaggio \ Adun-
que in che diavolo ha V Alfieri imitato il Poeta , il Filoso-
fo ? Nutrirsi de^ grandiosi sentimenti di Dante , imitarne
le forti immagini^ le nervose espressioni^ soggiuiìge egli, è
certo degno di lode. Bene, ottimamente, in quanto al sen-
timento; e questo è appunto ciò che non fece rAIGeri; per-
chè queste non sono cose agevolmente imitabili, ma le for-
nisce r ingegno. A me occorse già d' avere a recitare il Fi-
lippo; e io non sapeva dare a me medesimo ragione del per^
che non mi piacesse lo stile i a tal segno che non ci fa mai
46 a
più verso che io potessi durare a leggere alcuna altra sai
tragedia, dal priDcipio insiDO alla fine. Dalle poche cose che
notai di Dante potei scorgere quanto maggioroiente le bel-
lezze saltino agli occhi nel doverle esporre agli altri; onde
avendo a recitare la detta parte , ove bellezze poetiche ci
fossero state, ben mi sarebbero occorse. Cercai dunque, e
venni finalmente a persuadermi, però che Topinion quasi
generale a me contraria mi faceva dubitare, il gran difetto
del nostro Tragico essere, che altro non ha che declamazio-
ne. E pure il suo lodatore dice : Le tragedie sono tanfo pia
interessanti^ o pia perfette^ guanto son meno declamatorie.
Egli è il medesimo difetto il quale quegli italiani e qaegU
inglesi che sanno in che consiste la vera poesia, trovano ia
tutte le tragedie francesi; si che non ti par di leggere poe-
sia; non metafore ardite, né rare, né nuove , poche o nes-
suna similitudine, non figure che escano dello stile ordi-
nario e r innalzino, prive d' immagini tolte dalla natura, e
di que* tratti che dipingono al vivo le passioni; tutte le qua-
li cose formano il bello dello stile di Dante, nel cui poema
non é verso che non sia poetico. Ben se n^accorse an mo-
derno francese, il cui ingegno non potendosi tenere entro
ai riguardi segnati, arditamente li passò, e sbandò a spazia-
re neiroceano delle bellezze della natura; e in dispetto de*
molti suoi invidiosi morditori, egli ne avrà gloria» Perciò,
come ne fece prova il Gasalbigi, Io stile dell' Alfieri si tra-
duce agevolissimamente iu francese ; il che potrà ben pia-
cere a* frequentatori de' teatri, i quali il più si pascono del
auono de' vocaboli, ma non è nutrimento per la immagi-
nazione; e le sne opere, non che fornire alcuna utilità ai gio-
vani che le leggono, non fanno altro che guastar loro il ga-
463
sto, assuefacendolo a pascersi solo di sonori e ampollosi vo-
caboli* Io feci adesso uno sforzo grande per rileggere tutto
il Filippo; e per quello che a me ne pare, la cetra del no-
stro Tragico non ha che una sol corda, la medesima mono-
tonia dal principio insino alla fine.
Ora io mi sento far intorno un grande abbaiare, co-
me li cani addosso al poverello, gridandosi che io son ne-
mico alla patria mia, quando io cerco di abbassare in que-
sto modo i nostri autori ; ma cosi sempre avvenne che si
chiamassero nemici alla patria coloro che non si riguarda-
rono, per amor del bene di quella, di dire anche verità a-
cerbe e dispiacevoli* Io dico dunque come Quintiliano di
Seneca, non già che scabbia a cacciare 1* Alfieri dalle scene
o il Metastasio, quando non ne sorgano de' migliori di loro;
anzi dico che le loro opere sono oro forbito in su* tea-
tri, a fronte delle stomachevoli commedie tradotte dal fran-
cese che ora ci si odono, ultima peste della lingua ; ma io
consiglio, a coloro che voglian coltivar Tingegno, e sentano
desiderio di gloria, che più alto devon mirare per cogliere
nel segno. Se TAlfieri, come il dice egli, dovette' fare stu-
dio de* classici dopo ch*egli ebbe già cominciato a scrivere,
e s* accorse allora che non avea stile : Ma dovendo io pure
scrisfere in lingua toscana^ di cui era presso che alf abbic--
ci; bisogna che voi, o giovani, vi facciate a studiare quei mo-
delli che egli studiò; e in piì^ che forse non fece egli; che,
se la natura v* ha dato piii ingegno che a lui, e se sludie-
rete lo stile prima di mettervi a scrivere, potreste far me-
glio di lui . La sua prosa poi, nella vita eh' egli ci lasciò di
se medesimo, e così gallicamente scritta, che a petto di quel-
la T Antipurismo è elegante.
Ora, meglio non potrei dire della poesia del Melastasio»
464
£ se alcan dubitasse della mia intensione nel pubbli-
care questi miei sentimenti, oda quel cbe scrissi un anno Ci
a Monsignor Azzocchi, uno de' migliori nostri letterati.
Monsignor Rev.
Qualunque volta mi vien conosciuto uno a me onoTO
promotore del buono stile antico italiano, io veramente mi
rallegro meco medesimo assai per lo gran bene che ne de-
riva alla comune nostra patria; però che la meschina lette-
ratura della parte contraria, se letteratura quella si può chia-
mare, non ad altro conduce la gioventù che a leggere sci-
piti romanzi e melliflue poesie, allor che si mettono al let-
to, per addormentarsi, lasciando la mente loro del tutto ro-
ta di utili conoscenze, e quindi morta alla vera vita; laddo-
ve r<ra, per l'esperienza ch*io ne ho fatto con me mede-
simo, di aspro e difficile accesso al primo, come uno la co-
mincia a gustare, lo rimuove a poco a poco da^sciocchi usi
di quelli che mai non fur vivi, de* quali pur troppo la mi-
sera Italia abbonda, lo avvalora, gì* infonde nel cuore amo-
re alia virtù, e gli apre una via senza fine a dilettevole spe-
culazione • Onde non v* è dubbio che , quanto più saraano
gì* invitatori a questo convito, tanto maggiore sarSi it nume-
ro di quelli che vi concorreranno, e farasst Tltalia di mol-
to migliore. Questa effusion del cuore , Monsignore, mi
spinge fuori della bocca la sua bella traduzione delle favole
di Fedro;e in una lettera che io scrissi a Parigi alcuni giorni
sono, citai le sue parole: Che ora non ci potrà essere se non
gualche sciocco e superbo scolaretto che osi disprezzare
^el che si loda e si ammira da tutti. Io spero che V. S.
R« mi scuserà se io la chiamo uno a me nuos^o promotore ;
perciò che , da che cominciai a studiare i classici, che sono
17. anni, infine ad ora, io non ne spesi in Italia più di tre
465
e forse ancora lo ignorerei il merito sao, se Don Miche-
le Lanci, della cui amicizia mi pregio, non m' avesse det-
to, lodando, lei essere della scuola del Cesari • Quando io
udii questo , mi venne desiderio di leggere la predetta sua
traduzione, sopra la quale vedo accennato due altre sue op-
però il Cornelio e gli Jwertimenti a chiscrm in italiano^
che mi procurerò»
Io la prego che mi voglia perdonare la confidenza che
io mi ho preso con lei, e aggradire questo testimonio della
mia stima.
Di V. S. R.
Deino ohbi&o servitore
A* Gbrutti
DELLO STILE DEL BOCCACCIO
Non as^a pur Natura in dipinto^
Ma^ di sooi^ità di mille odori^
Vi faceva un incognito indistinto. D.
Quando si volesse dimostrare le bellesBze dello stile
d* ogni scrittore, detto che si fosse d*uno in poesia e d*un
altro in prosa, bisognerebbe ripetere le medesime espres-^
sioni, le cose medesime per tutti gli altri; però, dopo aver
lecco alquanto dell* alta poesia di Dante e del Petrarca , e
lopo aver fatto un cenno della forza e della efficacia dello
itile del Davanzali, terminerò questo capitolo con alcuna
esposizione del primo nostro scrittore in prosa, nelle cui o*
>ere, oltre alla proprietà, e alla purità de* vocaboli, i quali
lUora per la maggior parte la natura del luogo e de* tempi
i
466
forniva , sodo sparse allre bellesee di locuzione e bei modi
di dire a aiille a mille. In qaanto alla grammatica dissi già
eh* egli è il più corretto, e che ho preso lui per prima au-
torità ; mostrai come non è per tutto ciò da imitar cieca-
mente, perchè nella ripetizion de* vocaboli è troppo copio*
so, sì che talvolta langue; egli ha usato alquanti gallicismi,
i quali tutti son diventati buone maniere italiane; perchè ,
adoperandole egli, le approvò; ma eàse si debbono pure usa-
re con riserva • Il gittate il verbo in su la fine del periodo
alla latina, come egli spesso fa, si può con buono effetto n-
sare anche da noi qualche volta, o per variare, o vero per-
chè il sentimento delle parole il richiegga.Dei vocaboli che
in sul fine di alcune edizioni son notati in indice per vo*
ci antiche, essi son tali per chi non ha letto e per chi non li
sa usare; ma per me, tolti pochissimi che in ogni qualua-
que opera si trovano convenire a quella sola, il rimanente
appartiene cosi alla moderna lingua, chi la sa scrivere, co-
me air antica* Ma quante, non solo voci, ma espressioni bel-
lissime, e leggiadri modi ed efficaci, s* erano per negghien-
za, per infingardaggine, o a dir più vero, per difetto d* uo-
mini d*ingegno, abbandonali, i quali insieme con la bellez-
za deVocaboli formano quelPmco^iVo indistinto^ che ren-
de Io stile degli antichi tanto superiore a quel che s^era in-
trodotto \ Il fiore della lingua del Boccaccio sta neiropera
detta il Decamerone; per la quale Tltalia gli sarebbe assai
più grata se T avesse scritta con intendimento ad esaltazio-
ne de* buoni costumi , anzi che ad abbassarli e metterli in
derisione ; e non senza grande sforzo contro alla natura mia
mi lascio io trarre a raccomandare per lo migliore studio
della lingua, un libro pericoloso per altro nelle mani della
467
gioventù ; ma le cose del mondo son pur troppo tutte cosi
conteste di rose e di spine. Io chiuderò dunque il capìtolo
con una serie di frasi in ciascuna delle quali noterò quella
0 quelle espressioni che aveano avuto la sorte delle voci
dette antiche, e che quasi pili da nessuno erano né usate
né conosciute; oltre alle tante che qua e là nel corso di que-
st* opera ho già messo sott* occhio al lettore; e rileverò an-
cora la forza e la virtù di alcuni vocaboli o modi di dire che
distinguono il grande scrittore*
SAGGIO d'alcune BELLEZZE DI STILE DEL DeCAMERONE.
Egli disse: io ti perdono^ per tal con\fenente^ che tu a
lei i^ada; e come tu prima potrai^ facciti perdonare ; e dove
ella non ti perdoni ecc.
Ecco rara espressione, per tal contenente ; cioè, per
tal convenzione o patto, che francescamente si diceva a que^^
sta condizione; e un* altra in cometuprima^ in luogo di cO"
me più tosto f subito che^ piò comune. E dos^e ella non ti per'-
doni; quanto piò bello assai di e se ella non ti perdona !
In questo sta l'eleganza • Dante ha: Dimmi *l perchè diss* io^
per tal con sdegno ; donde par che il Boccaccio abbia tratto
per tal com^enente^ segno manifesto che anch* egli notò que-
sta espressione per bella.
Io sfi perdono^ sì x^eramenie che wi mi diciate ecc. Os«
servisi il sì s^eramente^ altra leggiadra forma che i moderni
avevaa lasciata per la condizione de* Francesi. L* analisi è
data altrove*
Ma una cosa vi ricordo i che^ cosa eh" io vi dicd^ voi
vi guardiate ecc.
Anche ricordare una cosaaduno^ in luogo Òiavver^
tirlo di una cosa^ chi V adoperava oramai più, se non i pò-
468
chi che compiaogevano la general scioperaggine e incuran-
za; anzi molti direbbero qui i;/ faccio risoxn^enire , sempre
accattando da* Francesi* Elegante è la ellissi del per tra che
e cosa; e questa bella espressione ancora, per cosa eh* io vi
dica^ trovavasi forse nello stile bastardo ?
Alberto conobbe incontanente che costei sentia dello
scemo.
Anche il bello incontanente vi saria forse chi 1 di-
cesse antico tra quei che non leggono. Nella elegante locu-
zione sentir dello scemOf sentire ha forza di mandar sento-
re, odore.
Le sue s^ituperose opere a tanto il recarono che , ncn
che la bugia^ ma la verità non era in Imola chi gli credesse.
Come già dissi altrove, Tidiotismo non che non era già
atato abbandonato, ma stravolto in contrario senso da quel-
lo a che era inteso; e chi più Tintendeva fra la turba ? Tor-
na a carte 3io se la memoria non tei ricorda. Ma un'altra
cosa mi convien ricordare, che, con ciò sia che questa scoo-
giunzione (che cosi s'avrebbe a chiamare) sia sempre pre-
ceduta da un altro che^ vi vuol dilicatezza in leggerete
non dire che non che tutto insieme, né manco fermarsi al
secondo cAe, quando pur si faccia pausa dopo il primo; ma
le due voci non che s* hanno a pronunziare insieme conia
bugia ^ così: che. • • non che la bugia , mettendo una egaal
distribuzione di voce ma breve intra m>/i, cAe, e la bugiai
si che paia una sola parola con V accento sopra già ; e in
questo modo si farà vedere che si senta il senso della espres-
sione. Se con egual dilicatezza si pronunzierà la tanto risa
congiunzione che ora qui io ho adoperato, con ciò sia che^
non moverà piili le risa come faceva. Mettiamo che anche a
4^9
questa preceda un altro che, ella s^ ha a leggere con questa
misura: che* • • con ciò sia» • . che questa voce, facendo una
pausa dopo il primo c/te, un^altra do^o sia, e pronunziando
conciò sia quasi fosse una sola parola con Taccento in sia;
e le due seguenti, che questa, ancora insieme; ma quando
ci sMntramettesse anche la quinta voce cosa, allora si vuol
leggere: con ciò. • • sia cosa. . • che questa voce. Sentito così
il valore di questa congiunzione, non parrà più ridicola, ma
bella. L'analisi è data a carte 3 19. Notisi pure a tanto il re*
careno, e vi s* intenda cattivo concetto.
Ora vi manda egli dicendo per me.
£ non per mezzo mio, alla francese* Manda dicendo
p er manda a dire, modo elegante.
E, oltre a questo, ella disse che a lui stesse di venire in
qual formavolesse.
Che a lui stesse, in luogo delP altra pur bella maniera
che lasciava in suo arbitrio, è da notarsi per amor della va-
rietà e della brevità*
E di quindi, quando tempo gli parve^ se n^ andò a oa^
sa la donna.
Nota il di tolto a la donna , e V espressione quando
tempo gli parve ^ nella quale è sottinteso opportuno ; dove,
seguitando Francia, dicevano credette proprio.
Qui non ha modo alcuno, se già in uno non voleste»
Chi crederria che a si bella forma come se già fosse
stata sostituita la brutta e strana a meno che ?
Come che duro gli paresse V andare in cotal guisa ;
olire, per la paura che aveva, vi si condusse.
Già il come che non era più usato, e non inteso per la
più parte di chi lo trovava nei libri { e pur eli* è così bella
470
coDgiuDsione per variare con quantunque^ benché^ sebbe"
ne • Bello idiotismo è il duro gli paresse^ il quale non sa-
prei meglio rendere cbe per gli fosse grwcì e il pi si conr
dusse in luogo di vi consentì.
Essendogli ad una festa sommamente piaciuta una
giovane del paese ^ e quella con ogni studio seguitando»
Lo dica un poco un moderno questo con ogni studio^ di
costoro che si mettono a scrivere e pubblicare, essendo an-
cora air abbiccì dello stile, senza il rimanente corredo, e
farà ridere. Voglio dire che questi romanzieri e scrittori di
commedie gittan talvolta qua e là qualche buona voce od e-
spressione, e par loro di toscaneggiare, e ne fan pompa; ma
standosi quella in mezzo di tante altre o lombarde o fran-
cesi o di nessun paese o valore, rende il loro stile ancor più
da scherno.
Di che ella in tanta tristizia cadde^ e di quella in tan-
ta iray e per conseguente in tanto furor trascorse^ cAe, ri-
voltato r amore il quale al marito portava in acerbo odio ^
accecata dalla sua ira, s* avvisò con la morte di lui V onta
che ricever t era parato vendicare.
Ecco un periodo di perfetto stile, e di mirabile espres-*
sione ed armonia, la cui maggior bellezza consiste in quel
verbo posto alia fine; con ciòi sia cosa che leggendo questo
tratto, si vada sempre incalzando la voce e la enfasi, ed in-
vestendosi del sentimento delle parole, s* arrivi al fine con
tal foga ed impeto, che v* abbisogna d*una voce la quale ciò
possa comportare; e si termini il periodo ch^è stato sospe-
so con un vocabolo che più prema, ed esprima un^idea prin-
cipale. Però dico che a tempo e luogo il porre così il ver-
bo alla fine è tra le belle cose. Di die e onde come già di-
47»
cemmo, son due maniere e una espressione. Ma vedi quan-
te metafore cadere in tristizia^ trascorrere in furore^ risvol-
tar Vamor in odio^ portare acerbo odio^ essere accecato dal*
riraj queste conslituiscono T energia dello stile; e nota l*e-
spressione s* as^sfisò per deliberò»
Né solamente dentro a* termini di Sicilia stette la sua
fama racchiusa^ ma^ in varie parti del mondo sonando^ in
Barberia era chiarissima.
Ve* che forza, che armonia! QuelPardito sonando che
qui suona si bene per lo corredo delle altre metafore raC"
chiusa dentro ol termini e chiarissima , qual figurerebbe
nello stile bastardo P
Figliuola mia non dir di volerti uccidere.
Forma particolarmente toscana, e da raccogliersi, per
variare elegantemente, in luogo di non dir che tu ti voglia.
E perciò che le sue più congiunte parenti dicevan sa
aver avuto da lei ecc.
uiver avido per avere udito, inteso, notala e ammira-
la ; e già vedemmo che dicevan se aver sta in luogo di di^
cevan eh* esse avevano.
E quantunque filando lana sua vita reggesse^ non fu
per ciò di sì povero animo , che ...
Regger sua vita filando lana ! L^una espressione è più
bella che V altra, via via. Anche la voce animo in questo e
in molti altri casi, come nel seguente, èra stata abbandona-
ta per li francesi spirito, coraggio.
Queste parole tutto fecero lo smarrito animo ritorna-'
•e in Cinione.
Senti e godi del bello aggiunto smarrito.
La cattivella che , dal dolore del perduto marito , e
Iella paura della dimandata pena ristretta stava
• • •
Una misera innocente la quale, olire all'ayere perduto il
marito di subita morte, si sentiva accusata d'averlo ella uc-
ciso, in meszo del popolaszo minacciante, stava, dice il Boc-
caccio, ristretta della paura f come colei che si sarebbe vo-
luta concentrare in se nel modo che dice Dante :
E qui fu la mia mente sì ristretta
Dentro da se^ che di fuor non venia
Cosa che fosse ancor da lei recetia.
£ io credo che la ripetition di questi tre versi non siirl^ di-
scara a chi legge. Ma questo è un atto che fa chi teme d'o-
gni intorno, quello dico eh* esprime il Boccaccio di ristrin-
gersi con tutto il corpo io se, quasi si voglia rimuovere da
ciascuna parte, guardando sotl' occliio. I grandi le nolano
queste cose.
E moltiplicando il maestro in nos^lle^ venne al giovar
ne alzato il viso^ e veduto ciò ch'egli aveva in capo.
f^enne alzato il viso^ venne veduto^ bei modi eh* eraD
perduti. E osservisi che la maggior parte delle bellezze qui
esposte non sono cose da ricorrere al vocabolario ; il quale
non le può suggerire a chi non V ha lette; bisogna raccorle
leggendo i classici, e leggendoli per istudio ; la qual cosa è
pur sempre dilettevole , dove il vocabolario è d' iosupera-
bil noia.
Quindi partitosi^ corseggiando^ cominciò a costeggia'
re la Barheria^ rubando ciascuno che meno poteva di lai
Corsaro e corseggiare son termini derivali da corso ,
cioè correre il mare. Hubare^veg^enle l'oggetto in vece del
dativo, è assai usato dal Boccaccio; e notisi quel poteva me*
no per aveva men potere.
Tanto con dolci parole^ e ora con una piacevolezza^e
473
ora con unahra mi siete andato d* attorno^ che wi nCave^
te fatto tempere il proponimento^
jindar dt attorno ad alcuno con dolci parole e piace-*
volezzek espressiooe che dipinge; come nella seguente fra*
se tutto il venne considenandom '
E {^natogli guardato là dove questo messer Niccola
sedem^ parendogli che fosse un nuovo ucceUone^ tutto il
venne considerando^
Allora , quasi come se il mondo sotto i piedi le fosse
venuto menOf le fuggì t animo, e vinta cadde ecc.
Vedi bel qaadro,e odi ?irtu di sermone! Le fuggì Va-
nimo, e vinta cadde^ metafore degne di quel fervido e vivo
ingegno.
Parie che lo scolare questo diceva^ la misera donna
piangeva continuo*
Nota parte in luogo di mentre che, già analizzato al-
trove; e continuo senza mente.
f^edeva ancora in più luoghi boschi, ed ondare, e case,
le quali tutte similmente Verano angoscia desiderando.
Sono infiniti i modi da moltiplicar le bellezze dello sti-
le in chi ha T ingegno e Tarte. Già tutta questa frase è mi-
rabile; ma il desiderando specialmente, la cui analisi è: ella
desiderando quelle cose Verano angoscia.
Se del Boccaccio solamente , volessi tutti citare i bei
modi, e i vocabolitC le locuzioni, che constituiscono la leg*
giadria dello stile, come ne potrei in copia estrarre e dai
Villani^ e dal Macchiavello, e dal Firenzuola, dal Gelli, dai
due Buonarroti, dal Caro, e da un Ariosto, da un Nardi
traduttor di Livio, dal Bartoli e da molti altri, ognuno può
quindi avvedersi ch*io mi potrei spaziare in infinito.
32
474
CAP. XXX.
DELLA ORTOGRAFIA
Ortografia TÌen dal Greco, e significa retta scrittura^
cioè retto modo di scrivere le parole, e i segni che sono ^
doperati con esse, mediante il troncamerUo^Veiisione^ Vmt-
mento delle parole, e il punteggiare*
DELLA CONTnAZIONB
Quando del mezzo d^ una parola si toglie una o più
lettere, come da toglierei e rimanerà^ si fa torrei e rimar^
ràj levando le lettere glie e ne, la parola si contrae, cioè le
due parti che rimangono si traggono l*una contro Taltra;
e questa si chiama contrazione. Ciò avviene massimama-
te nel futuro e nel condizionale de Verbi, come morrò^ mor-
rei, parrà^ parrebbe j corrai , corresti , in luogo dì morinjy
morirei^, parerà, parerebbe, coglierai, coglieresti, dove è so-
stituita una r alle lettere tolte ; e la maggior parte di que-
ste contrazioni non dipendono dal volere di chi scrive, co-
me corrai per coglierai , ma sono stabilite e fisse. Quindi
sarebbe cattivo gusto lo scrivere morirò, morirei ; parerà^
parerebbe. Contrazione si può chiamare anche quella cbe si
fa delle parole tuono, pruosni, buono, figliuola, brie^, pi^
tra, leggiere, quando, nelle derivate da esse, Taccento ma-
ta; come nelle seguenti tonare^pros^arcn benissimo, figliola-
ta, bramita, petrone, petrina, petruzza, leggerezza» Ck)me
già dicemmo è errore il dire tuonare, pruoi^are, suonare',
perciò che Vu impedisce alla voce di scorrere e di portarsi
a tempo sopra Va ove cade Taccento. Si scrive anche b&o-
475
nissimo e leggierezza ; benché , per la medesima ragione,
vi si dovrebbe torre Vu e 1*/. Dalle forme ti ricorderai^ ne
faraii ti tagliai^ ponendo il nome delia persona dopo il ver-
bo, e traendo Ti, si fa riconteratij furane^ tagliati; ma si
debbe porre un solo t per far sentire la differenza tra que-
sta e la persona terza che porta V accento, e raddoppia la
-consonante : Datagli la canna f disse ^ forane questa sera un
; soffione alla tua sen^ente^ col quale ella raccenda il fuo^
co.B. Ricorderati di dire a tuo padre die i tuoi figliuoli ecc.
B. Si contraggono ancora molti de* participi passali; co/io-
) sciato o contato in conto ; scemato in scemo ; dimostrato ,
destato % cercato^ confessato^ in dimostro^ desto ^ cerco^ e
confesso*
DKLLK PAROLE CBE SI SCRIVONO IN DUK O PIÙ* MODI
, Troppo mi estenderei se volessi qui numerare tutte
. queste parole. Alcune hanno la sola differenza di una con-
. sonante semplice o doppia, come femmina e femina, gram-
matica e gramatica^ immaginare e imaginare; ma le prime
di queste mi paion migliori,cioè quelle che hanno la conso-
nante doppia, perciò che femmina ha Taccento su la prima;
grammatica vien dal Greco con doppia m ; e immaginare
vien da immagine che ha doppia m. Altre variano in una
lettera, come gittare e gettare ^ glossane e gioitine ^palagio e
palazzo^ giudicio e giudizio^ aggradare e aggradire^ impaz-
zare e impazzire^ rimase e rimasto^ bries^e e bres^^ delicato
e dilicatOj domandare e dimandare* Il seguente avverbio ha
quattro forme, altramente, altrimente^ altramenti^ e altri-
menti. Quattro forme ha pure il seguente aggettivo, amen--
due^ambedue^ ambidue^ e ambedue. Altre variano in più let-
tere, qome dew^ debbo, e deggio ; vedo^ veggo^ e \feggio ;
476
la scelta delle quali dipende dalla volontl^ di clii scrive. AI-^
cune preposizioni fanno raddoppiare la prima consonante
della parola alla quale son giunte ; contrapporre^ soprappor^
re, soprapprendere ^ frammettere^ suddette^ contrappunto;
altre no, come anteporre^ sottoporre ; iniramettere^ tradii
zione.
dell' accento
Qualunque parola possa portare la pausa sostiene un
accento che si chiama toRioo;perciò che quella vocale sopra
cui cade, è più distinta nel tuono della voce. In anima è so-
pra la prima a^ in amore sopra To, in infermo soprst fé.
Questo accento si nota col segno f ) quando cade su Y ul-
tima vocale, come in pietas gios^entà^ cantò ^ f^^^^ perde*
Nelle voci chehanna una sola sillaba, come do^fo^ fu^ no^
non si nota se ella non è di doppio senso ; e di queste si
segna in quelle che posson portare la pausa; come è,^, dà^
W, né, /d; percliè la congiunsione e, le preposizioni di e da^
i pronomi^/ e /le, e 1* articolo la son parole che non posso-
no reggere la pausa; e quindi non hanno il valore delPac-
cento tonico. I vocaboli glielo^ gliela^ gliene ecc, e dallo^
dalla ^ dagli^ composti àìda lo^ da la^ da gli, in somma tot*
te le preposizioni unite agli articoli, non hanno accento
tonico; perchè la voce non si può fermare sopra di esse,
ma bisogna che vada subito a cadere* su quella parola che
segue. I nomi personali mi, ti, ci, vi^ si, e la negazione no/i
son privi d^accenio tonico. Benché vi sia se congiunzione e
se pronome, questo che ha pure il valore dell* accendo, noo
vi si segna.
477
DELLA ELISIONE
Elisione si cliiania il torre da una parola l'ultima vo-
cale, e supplirla col segno (') detto apostrofo^ si che in Iuo«
go di la animai lo idiota^ quello onore, che io, ti incito, sì
scrive Tanima, V idiota, queir onore, cK io, t^ invito. Il far
r elisione in principio della seconda parola in luogo di le-
var la finale della prima, come lo ^ngegno, la *nsegna, lo^m^
peradore, sì usa più in poesia che in prosa. Si fa ancora in
prosa con la particella // articolo o pronome ; per esempio
tra H pozzo e la ripa, te 7 dissi, in luogo di tra il pozzo
e te Udissi* Le parole che hanno V accento in su Tultima
(eccettuate le congiunzioni poiché, perchè, purché^ e quel«
le che finiscono in due vocali, non patiscono elisione ; onde
si dice però io, savio amico, levò alto il pie, la verità è , an-
dò a corte, il mio amore, miei amici ecc. L^articolo gli non
riceve elisione se non quando si apponga ad un'altra/; gli
onori, gli anni, gf infermi. Delle parole dico io, amo io,
lungo esso 9 volendo fare V elisione, s* ha a supplire un* h
in luogo dell'o, perchè così vuole il buon senso eia ragio-
ne che si conservi il suono primiero} e volere in contrario
allegare le scritture antiche, come fa il Bartoli, è vano, per-
chè r ortografia dee essere moderna.
Non è per tutto ciò da credere che queste elisioni sian
sempre necessarie, come par che molli facciano, i quali si
danno ad intendere di sapere scrivere a perfezione, quando
Doo ne lasciano sfuggir una; che molte volte'Ia enfasi richie-
de che si pronuncino le parole intere; onde si dirà meglio
la enfasi che renfasi; perciò che lo sforzo che la voce do-
manda nel pronunziar le due vocali più esprime il senso
della parola. Il Boccaccio dice* Se tu non hai quello animo
478
die le parole tue dimostrano^ non mi pascere dii^anaspe*
ranza; dove quello animo è più dignitoso che quelT animo.
Jj articolo gli si truo?a più volte usato intero inoanzi alla
medesima i^ che con T elisione. Cosi neir espressione voi
farete a me grande utilità^ grande ha miglior suono e più
valore che grand*; miglior snono, perchè non si mettono io
troppo vicino contatto le sillabe du^ ti^ ta; più valore per-
chè si dà enfasi ali* aggettivo grande. Per la medesima ra-
gione il dire grande Iddio^ ò meglio che grani Iddio^ per
il doppio suono di diddi.
Le parole che terminano in ce e in gè ^ non soffrono
elisione in prosa, dicendosi fallace amico^ prence adorato^
felice almaMcci antichi^ spiagge apriche^ ^ggi umane, (i)
( i) Io sentii già in Firenze «n pedante Smbeccherare nn francese, il qua-
le aveva appreso in Parigi dal Biagioli medesimo il giusto suono e la vera
scienza della lingua nostra 5 e da lui arerà imparato a pronunziare piacere,
péice, pece, loquace, pernice^ cornice, col proprio suono iulico^ e tal qua-
le vuol ragione e armonia, cioè con la sillaba ce distinta e chiara, comesi
pronunzia nello alfabeto, senza mischianza d* altra lettera^ e quel fiorentino
stava faticando il povero francese per fargli disapparare il bene appreso, e pn>-
nunùarè le dette parole c^^ la ce oone se vi fosse una #. Essendo noto e
agli italiani e a^ forestieri che non in Toscana , né ancor meno in Firenze,
meglio si pronunci la lingua italiana; ma che Roma porta in ciò il vanto
sopra il rimanente d* Italia, io non avrei tolto a disputare se la pronuncia
toscana della sillaba ce sia giusta o no, se non avessi udito di alcani an-
che fra* Romani, i quali, per affettar toscanesmo, vogliono dare ad intende-
re Vi forestieri ciò che al buon senso e alP orecchio ripugna, cioè che quel-
la sillaba si abbia a biasciare allor che la a sta tra due Tocali. Qoellocke
è manifesto difetto di un luogo non si deve imporre per le^e a tutti gli
Italiani; e a carte 3 provai, con 1* autori tu *dcl Davanzati, che il pronunciare,
come fanno i Romani, la 9 in esito, etiglio, uso, esalo, compressa eome in
desidero, è erroneo, e toglie nn grazioso suono alla lingua^ ma, essendo na-
stro costume sempre di difendere le nostre opinioni con lo scudo della ra^
gione, e con la forza della filosofìa, non vogliamo pure in pronuncia far uvi
d' altro schermo, e doasmdcrcwo a costoro che così pretendono , se la Ict-
.j
479
Anche quelle la cui finale è preceduta da m ; grandissimo
onore j magnanimo uomOf fiamma antica, rime amorose^ sal-
vo il monosillabo mi^ e la voce come innanzi all' e e alF /•
d£l troncamento
Noi confondiamo spesso il troncamento con V elisio^*
ne; questa si fa innanzi a vocale, e domanda l'apostrofo in
luogo della lettera che si toglie; quello si fa generalmente
innanzi a consonante, e non vuole apostrofo, eccetto in al-
cun caso ; in modo che dicendo un abito, un altro, alcun
antico^ non ci vuol Tapo&trofo, perchè uno e alcuno si tron-
cano innanzi a consonante, K^a )9ai£re, un fratello; ma ci vuol
l'apostrofo .dicendo un* anima, un* insidia, alcun altra, per-
chè una e alcuna non comportano troncamento, non poten-
dosi dire II» moglie, alcun donna. Così qual potendo es-
ser tronco e pel mascolino e per lo femmininoi non vuoIq
apostrofo in nessun caso, qual alma gentile.
Le vocali che patiscono il troncamento sono Ve e il^Oi
tera e si profferisce ce e ci, o sce e sci 9 e se dicessero questo e non quel-
lo essere il giusto suono» Torremmo da loro sapere se è alcuna differenza tra
pace e pasce, pece e pesce, loquace e ambasce, pernice, cornice, e stamui^
tixce e siordisce'y e se pure insistessero in afTermare che egual fosse la pro-
nunzia in tutti questi vocaboli, ne gioverebbe sapere, per nostra istruzio^
ne, il perché si scrivono con differente ortografia; e per qual ragione si vo"
glia togliere un suono alla lingua» e di ce e ice fame un solo; finalmente vo-
lentieri udiremmo se in questo nostro idioma é alcuna sillaba, in cui prof-
ferendo s* aggiunga veruna benché minima cosa, la qua! V occhio non veggia:
Dicono che piascere è più dolce che piacere i ma, quando par fosse, che
non èj non mancano parole in italiano con le quali farsi la bocca melata di
questa dolcezza, essendo pieno di vocaboli che portano scia, sce, sci, scio,
sciu, da saziarne chi ne é vago, senza distruggete eia, ce, ci, ciò, cùf, suo-
ni da quelli assai differenti. A coloro poi che ci vogliono mantenere che
il suono che essi intendono di questa sillaba non é né ce né sce , ma be-
ne un medio, io dico che sognano; che la nostra lingua é ben decisa ne* suo-
ni, e non ha i dnbbii « gli incerti come V Inglese.
48o
quando sodo precedute da /, m, n, ri saI?o alcaDÌ aggi
che finiscono in ro,conie chiaro^nero; in modo che u
go di egli ha bene fatto , s^edi bello ciottolo ^ mi sog,
fare motto^ facevano vista di maravigliaresi^ facciamo
biante^sì dice egli ha benfatto^ vedi bel ciottolo j mi so^
far motto , facevan vista di maravigliarsi , facciam i
bi ante.
Dalle parole che finiscono in Ilo si toglie rultima
laba , e nel plorale qualche volta le due //; fanciul pia
no^ capei biondo^ capei biondi* In poesia si possoa tront
tutti i verbi nella forma arono come guatar per guatare
cantar^ cantarono ; e si truova anche in prosa: Lasciai
donne la nuova sposa nel letto del suo marito^ e andar «
B. y* è alcun troncamento de* nomi nel plurale, cornei
sciati i pensier filosofici da una parte^B. in luogo dìpe
sieri; ma questo del plurale vuol gran riserva.
Le parole che finiscono in a, fuor che ora avverbio,
ì suoi composti, a//ora« ancora^ nou ammettono troncamei
to ; buona compagnia^ amara sorte^ or voglio^ aliar griJ
Gli aggettivi uno, grande, santo, bellone quello, vanno so,
getti alle seguenti variazioni: un anno^ un santo^ uno sm
co, una donna, un anima, gran vaso, grand'onore, gram
scoglio, gran pietra, gran pietre, san Paolo^ sanfAntom
santo Stefano^ sant'Anna, santa Maria, belfocchio^ bela
gtio, begli occhi, bella donna, belle vedute, belle anime;
fer quello vedi a carte i4o. Alcuno, niuno,nessuno,veruni
seguono i troncamenti di uno.
Le forme togli, vedi, sei, egli, eglino^poco, si posso
no troncare e ridurre a to\ ve, se\ e\ ei, pò. Questi tro&
caraenti, eccetto eì, domandan Taposlrofo. Le yoci fece t
43 1
alcQiiì^^^ si troncano in /e* e /9; a questa s'appone T accento, a
3odo duella Tapostrofot Di diedi e diede sì fa die* e die ^ la pri»
''0)D&Qa appartiene alla poesia. Mezzo e meglio si possono ridur-
^M-e a me* in poesia. Si può troncare T articolo i dopo la con-
^/oId,s;ì unzione e, supplendo un apostrofo a questa, per esempio:*
,{mll Saladino^ e^compagnin e* famigliari^ tutti sapevan latino,
I . // castaido a far fare certe bisogne che gli eran luo^
jìiì'^o pia giorni ifel tenne. B. 2. Partito il lor ragionare ^ co^
fmfninciò Masetto a pensare... B. 3. Dicevangli le più leggia-
m^,dre parole del mondo. B. 4* Come i falli meritan punizio^
pern^^y così i beneftcj meritan guiderdone. B. 5. Chi mal ti
•osa:iveio/, mal ti sogna. B. 6. Benché contraria usanza abbia
liQ^tr^uesta legge nascosa^ ella non è ancor tolta via^ né guasta
^^rdalla natura né da buon costumi. B.
, li; Regole del troncamento non si potrebbero dare positl-
^^ vamente, essendo cosa che dipende da orecchio bene orga-
^,_^r nìzzato, da buon gusto, e dall' aver letto molto i classici;
,. e non è 4eggier cosa, anzi di gran momento a chi vuol scri-
ver bene* Generalmente si fa innanzi a consonante, come
: • si vede in tatti questi esempj. Quando vi sono due verbi
^. neir infinito, si tronca il primo; che airorecchio non piac-
ciono due parole terminanti similmente Tuna dopo Taltra,
come fare fare . Si eccettua il caso in cui il secondo verbo
cominci per s seguita da consonante; lasciare scor gè re^ ma
non sempre. L* articolazione delle parole loro e ragionare
si lega piik facilmente troncando loro^ cioè il lor ragiona-
re^ che dicendo loro ragionare^ dove si sente quel ro ra.
Tutte le terze persone dei verbi si troncano quando sono
unite a un nome personale o ad un pronome, dicei^angli;
che che ne dica T Antipurismo. Il troncamento delle due
48a
forme meriian è fatto a proposito, per esser Taccento su la
prima. Ognaao può sentire che dispiacevo! suono produr-
rebbe il pronunziare iotere le parole chi male ti s^uole^ ma-
le ti sogna. £ cosi» chi vuol eonoscere Io sconcio che pro-
durrebbero in questa frase ji che svilirci senza poterci ere-'
scer paghe^ scemar fatiche^ far ben veruno^ le lettere che
son tronche e tolte» riponga le parole intere crescere^ sce--
marCf fare^ bene^ e sentirà come si trascinano in dileguo. Il
troncare V aggettivo Imono nel plurale, come buon costumi^
io luogo di buoni costumi^ non sarebbe ben usato oggi se
non in poesia, e forse il Boccaccio scrisse buoni. Non si deb-
bon raccorciare le parole infine della proposizione; sì che
si dirà ella è degna delP amor mio o del mio amorem
Lo sol vi mostrerà che surge ornai
Prender 7 monte a più bresm salita.
Questo troncamento prender 7 che si truova in una
edizione di Dante del Lombardi è impossibile a pronunziar-
si; onde non si può troncare Tultima lettera d* una parola,
e la prima di quella che la segue. Non è da dubitare die
Dante scrivesse prendete 7 monie^ con (;) dopo ornai.
DELL* AUMENTO OBLLE PABOLE
Si aggiunge una d alla preposizione a^ quando è segui-
ta da parola che comincia qon a; e similmente alla congion-
zione e; quando è seguita da e • I Romani, in luogo di che
è^ dicono ched è^ la quale non è forma da aversi in dispre-
gio. L* aumento v\Ya e vXVe suddette si fa talvolta innansi
a vocale non simile a quelle; ma non sì spesso come fanno
certi scrittorellii a cui pare un gran che quando sanno scri-
vere ed addita^ ed adombra^ ed ode. E quante di queste ne
han fatte dire al Boccaccio i suoi editori ! Al tempo suo la
48$
congiunzione e si poneva come in latino et^ fosse o no se-
guita da vocale. Alcuni editori non si airiscbi^ono dì cam-
biarla in seguito secondo Tortografia moderna, perchè nel-
lespressione^ per esempio, et acconciassi et andossenCf noa
potevan sapere (quando il Boccaccio avesse conosciuta Tor-
tografia moderna) se avesse voluto dir più tosto e accon--
dossi e andossene che ed acconciassi ed andassene. Ora ,
però che le vocali e a rendono miglior suono quando s*in-
contrano insieme, che quando son divise per una d^ io scri-
verei e acconciassi e andossene ; e tanto più quando nella
prima sillaba della parola seguente la e vi entra la d\ sì che
si dee dire e addita^ e adombra^ e ode.
Similmerite^ egli è vero che noi aggiungiamo una i al*
le parole che cominciano con ^ seguite da altra consonante,
come con istampa , in Ispagna , per isdegno^ quando pre«
cede a quelle pure una consonante; ma non si ha per que«^
sto ad abbondare in modo che diventi una seccaggine, o si
distrugga la forza delle parole* U dire per esempio, Varie
del ben scris^ere^ rende suono più piacevole che tarte del
ben iscrisferCf forma ridicola ; se alla espressione per non
spendere s* aggiunge una i per farla gentile, si toglie quel
contrasto alle parole che esprime la renitenza dello avaro;
se nella frase Ghismonda non smassa dal suo fiera propani'^
mento tu vuoi modificare con una i quello aggettivo smos^
sa^ ne trai ciò che ha maggior virtù; il che si fa sentire per
lo sforzo che fa la voce. Che vale aggiungere agli aggettivi
misurato e moderato una s per significare qualità contraria,
quando vi si appicchi un* altra vocale innanzi alla ^, a de-
trimento proprio di quel suono che esprime la contraria i-
dea, come in questo esempio di F. B. da S. C«? // mia ismi-'
484
surato animo^ cose ismoderate^non a^edUìili^ e sempre tn^^
pò alte desiderava. A ogni niodo« perchè quella i io seguito
di vocale ? E! non è egli un far le parole di gentili mostruose
a dire col BartoU istatua e istia^ come nel suo seguente e«-
sempio ? Così abbiamo per memoria lasciatane da Senofonr
te^ mai non porsi gli eroi in istatua a cas^allo^ che il cawd--
lo non istia compiè davanti alzato in aria. £ pur mettendo*
vi quel contrasto di non stia par che si puntelli il cavallo a
star su alzato*
DEL PUNTEGGIABa
Nel punteggiare si comprende la virgola (,) , il punto
e virgola (;), i due punti (:), punto (•), il punto interroga-
tivo (P), Tesclamativo (!), • le parentesi Q* A meglio far in-
tendere qual sia fuso di questi punteggiamenti^ lo mostre-
remo con gli esempj. Produrremo un periodo del Boccac-
cio, e daremo ragione dei punti e delle virgole.
La Fiammetta^ li cui capelli eran cre^i^ lunghi, e
d*orOf e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti^ e il vi*
so rìtondetto^ con un colore vero di bianchi gigli e di
vermiglie rose mescolati ^ tutto splendido^ con due occhi in
testa che parevan àC un falcon pellegrino , e con una boc-
cuccia piccoUna, le cui labbra parevan due rubinetti^ sor*
ridendo rispose:
La virgola serve massimamente a dividere le frasi in-
cidenti nella proposizion principale; onde infino a tanto che
la proposizione non sia finita, le parole non possono essere
divise se non per virgole; come io questo esempio, nel qua-
le la proposizion principale è La Fiammetta sorridendo ri-
spose; e si potrebbe ridurre anche a la Fiammetta ri^H>s€^
mettendo sorridendo tra due virgole come incidente ; ma,
485
le due azioni di sorridere e di rispondere essendo simuU
tanee, non le divido. Quando un nonae ha più di due agget-
tivi, come in questo esempio capelli^ si dividono per vir-
gole; e anche Tultimodal penultimOi benché vi sia la con-
giunzione* Le parole uiso ritondetto unendosi a tutto splen--
didOf quelle che son tramezzo formano on incidente; e però
stanno tra due virgole. Non è posta virgola tra in testa e
pcurwan^ perciò che le parole che seguono sono una quali-^
ficazion eretta di testa; ed è posta la virgola dopo boccuC'
eia piccolina^ perchè V espressione pares^an due rubinetti è
qualificazion di labbra. Finalmente dopo Fiammetta e pri-
ma di sorridendo è una virgolai perchè tutto il resto è inci*
dente. Quando il dicitore introduce un* altra persona a par-
lare, divide le sue parole dalPaltrui con due punti; come si
vede alla fine del soprapposto periodo* Si usano anche i se-
gni („) non quando s'introduca a parlare un altrOfma quan-
do si alleghino le altrui parole ; le quali finite, si chiudo-
no coi medesimi segni; o pure si mettono le parole citate
in caratteri diversi ; nel qual caso, quando la citazione sia
corta, non fa pur bisogno né di due punti né di una virgo-
la, come si vede qui nelle parole da me prodotte.
I due punti servono anche a dividere le due parti prin-
cipali d* un gran periodo.
Era similmente allora in Firenze un glossane di mara--
vigliosa piacewlezza in ciascuna cosa che far voles^a^ astu-^
to e ay^ene^ole^ chiamato Maso del Saggio; il quale ^ uden^
do alcune cose della semplicità di Calandrino^ propose di
voler prender diletto de* fatti suoi col fargli alcuna beffa^
0 fargli credere alcuna cosa* E^ per as^entura^ trescandolo
un dì nella chiesa di San Giovanni •••
^
486
Nessuna virgola è posta prima di wlewi^ perchè tatte
le parole che precedono formano una sola proposizione in-
divisibile. Il punto e virgola serve a dividere una proposi-
zionCf con tutti gli incidenti ed aggiunti di quella , da un*
altra proposizione; chiamo aggiunti le parole stanti tra \Hh
Iwa e il quale\ il punto e virgola si mette quindi innanzi a
tutte le congiunzioni che giungono una proposizione con
Taltra, un membro d*un periodo con l*altro. Il punto divi-
de i periodi ; e anche si mette dopo qualunque numero di
parole faccia un senso affatto finito e staccato da quelle che
seguono. Nello addotto esempio è un punto innanzi alla con-
giunzione e , perchè il precedente è un periodo finito , e la
congiunzione ne comincia un altro* Quando si allegano pa-
role altrui, e si lascia una proposizione imperfetta, come
ho fatto io col soprapposto esempio, si mettono più punti...
per far vedere che si è lasciato il resto. Generalmente le con-
giunzioni o ed e servono a giungere le parti d* una mede-
ma proposizione ; quando queste parti son lunghe, si divi-
dono per una virgola; quindi la virgola tra beffa e o fargli:
Le virgole son poste per avvertire chi legge delle diverse
pause che deve fare secondo lo scompartimento delle paro-
le ; onde si usano qualche volta anche a notare brevi pause
volute da chi scrive ; Tavverbio per ai^i^ntura è perciò fra
due virgole, le quali nuUadimeno non sono affatto neces-
sarie.
Il seguente periodo del Perticar i è malissimo punteg-
giato, grazie, per certo, agli stampatori.
Che le parole per lo più sono congiunte fra loro: sen-
za virgole: senza accenti: senza punti\ e che finalmente per
la prodigiosa moltiplicazione degli esen^lari quelle jven-
48?
turate opere sono passate dagli uni agli altri ignoranti qua -
si perpetuamente^ e che niuno s^i fu il quale a guisa di tro-
feo non vi lasciasse dentro alcun suo costrutto , o alcuna
sua locuzione plebea.
Dove sono i due punti ci volevan altrettante virgole ;
e le parole per la prodigiosa moltiplicazione degli esempla--
ri e a guisa di trofeo essendo incidenti, debbono esser chiu-
se tra virgole; e un punto e virgola dopo positimmente.
I punti interrogativo ed esclamativo si fanno intende-
re da se per la loro denominazione.
Le parentesi si usano a chiudere un pensiero che oc-
corre alla mente all' atto e nel mezzo della proposizione, il
quale non si possa legare con le parole della medesima, o
per cui le due virgole non bastino a comandare una pausa
saflicientee un differente tuono di voce; per esempio: Niu-
no altro sussidio rimase che o la carità degli amici (e di que-
sti f UT pochi )j oTamrizia de" serventi. Le parentesi nondi-
meno sono diventate di minor uso che non si faceva, e si
supplisce a quelle con le virgole.
Non si vuole anche tener sospeso chi legge con trop-
pi incisi in modo che si perda il filo della proposizion prin-
cipale e si faccia confusion d' idee^come si scorge nel se-
guente periodo del Boccaccio : E perciò che la gratitudine^
secondo che io credo^ tra C altre virtù è sommamente da
commendare^ e il contrario da biasimare^ per non parere
ingrato^ ho meco stesso proposto di volere^ in quel poco
che per me si può j in cambio di ciò che io ricevetti^ e se non
a coloro che me àtarono^alli quali per awentura^per lo lor
senno a per la loro buona ventura^ non abbisogna , a que-
gli almeno cC quali fa bisogno^ alcuno atteggiamento pre-
^
488
stare. Ove non sì potrebbe rendere il periodo migliore se
non togliendo la maggior parte di quegli incisi.
E 7 duca incominciaifa :
Mantova... E V ombra tutta in se romita, D.
Quando s* interrompe una proposizione per incomin-
ciarne un' altra si mettono alcuni punti in mezzo. Virgilio,
nel Purgatorio di Dante, stava per dare V informazione a
Sordello da lui domandata, e già aveva cominciato a dir
Mantova^ quando Dante interrompe la narrazione di Vir-
gilio, e si mette a parlar egli al lettore.
DELLE LBTTSRZ MAIUSCOLE
I nomi d* uomini, di città, di province, di paesi, e di
luoghi, si comincian con lettera maiuscola; i nomi di fiumi,
di laghi, di monti, in somma tutti quelli che si appongono
ad una nazione, ad una persona, ad un oggetto, ad uo luo-
go particolare, voglion detta lettera. La prima parola d*uD
periodo si comincia pure con maiuscola • Gli aggettivi di
nazioni froficese^ inglese^ italiano^ ecc; si scrivono con let-
tera maiuscola solo quando sono adoperati per nomi, per
esempio^ gli Italiani^ gr Inglesi^ i I^ancesii ma non quan-
do son giunti a un nome, come lingua francese^ linguale-
desca. Allora che si citano le parole altrui, se non è una
corta citazione, si debbo mettere la prima lettera maiusco-
la, con tutto che precedan due punti*
DELLA DIVISIONE DELLE PAHOLE IN FINE dVnA BIGA
Quando si voglia dividere una parola tra una riga e
r altra, non si debbono dividere le sillabe. Per esempio
quando la ^ è seguita da altra consonante, forma sempre sil-
laba con questa ; onde le parole lasciare^ tester trasviare^
aspettare^ saranno divise in la-scia^re^ te-stè^ tra-s^itt-re^
489
a^speHa-'re.Sehhen l'uso sia di dividere le voci acqua ^ ac-'
quisto^ in a-cqua a-cquistOf a me par più ragionevole che si
unisca la e all' a se si vuol poter pronunciare*
Quando le consonanti son doppie, se ne mette una da
una parte e V altra dall'altra, così fat'to^ po^es-se^ as-sun"
to* Due consonanti diverse, eccettuata la s predetta, si divi-
dono, giar^i-no^ per^e-re^ in^con" trarre ^ por^a\ ma non
quando concorrano ambedue nella stessa sillaba , come in
ìfergogna^ abbagliare^ anagramma^ ove le lettere gna, glia^
gra^ Ibrman sillabe.
CONCLUSIONE
Saranno forse alcuni i quali, senza aver pur letto que-
sta mia opera, diranno che, finalmente, io non so far aU
tro che grammatiche ; che quésto non è lavoro d' immagi-
nazione né d* ingegno creatore, ma sol di logica e d'erudi-
zione; e simili cose già da me udite e nel caso mio, e in quel-
lo d' altrui, cosi da cui veramente per mia gloria sarebbe
caro eh'' io facessi di più, come da coloro che vorrebbero
abbassare l' altrui merito; in modo che^ dove io m* aspetti
lode e gratitudine di una scentifica e ingegnosa fatica, nii sen-
ta anzi apporre a difetto il bou avere fantasia da scriver
poesie o romanzi, né ingegno da inventar novelle o da com-
porre istorie. Ma« lasciamo stare che, quando altri fa quello
a che la tempra del suo ingegno, o più tosto la sorte l'ha gui-
dato, pur che sia buono e utile, dovrebbe anche aver merita-
to, io vorrei sapere di quale utilità siano state le opere d'im-
maginazione uscite alla luce in questi 38 anni, se non a viep-
più corrompere e distruggere il sacro e glorioso monumeur
33
490
to della lingua» Imparlao prima lo stile* e poi prendan la
penna in mano; e oramai coloro che leggeranno queste car-
te rifletteranno un poco prima di spacciarsi per autori; che,
veramentc^eran venuti a tale, che si ponevano a scrivere sen-
sa aver Ietto altro che cose francesi, digiuni affatto d^italia-
na letteratura. Oltre a ciò, bisogna che sappiano, costoro che
altro da me richieggono, che non si può pervenire a com-
porre un buon lavoro di questa natura, senza aver fatto pri-
ma più e più sbozzi e pruove, ed essergli andato intorno in-
torno con Io scarpello della ragione a ripulire e rilevare; e
che quest* opera non si poteva ridurre al presente suo stato
senza una lunga pratica acquistata nello insegnamento delle
lingue e nello scrivere più grammatiche; in difetto di che non
si può parlare, e trattare la scienza con quella sicurezza e fi-
danza che io fo, e che si richiede a persuadere altrui; sì che
per tale io Tho oramai, che io non porto invidia a nessuna
opera del presente secolo; e quando la vita non mi bastas-
se per altro, come che io speri poter fare di più, io me ne
andrei pur contento. Anche io voglio ricordare che la natu-
ra umana è cosi bella, e maravigliosa, e potente, perchè ella
ha compartito i suoi favori, dando all' uno fervida imma-
ginazione, prestezza e vivacità d'ingegno, ma ristringendosi
alquanto nella forza; a quello altro più tarda d' ingegno, e
scarsa d* immaginazione, ma più prodiga di forza razionale
e di giudizio, di fermezza nello eseguire, e di perseveran-
aa nel condurre a fine una cosa immaginata : tanto che si
trovi fra gli uomini, chi abbia immaginazione e ingegno da
comporre un poema, non saper fare un ragionamento logi-
co o filosofico, e che qn^ scrive bellissima poesia,. sia nella
jl prosa disordinato e confuso; coinè mostra il Convito di Dan-
49»
te, il qnale ti condace di meandro in meandro senza mai
venire a una uscita, e ti trovi essere a termine, quando tu
credevi d'avere ancora a camminare; dove in contrario av-
venga che qual possa scrivere prosa eccellente e quasi poe-
tica, riesca verboso e prosaico, e languisca, nella poesia, co-
me il Boccaccio; e chi compone un maraviglioso poema non
sia capace di fare i comenti a quello, e sia bisogno clfe al-
tri esponga i di lui pensieri. Il Boccaccio ha ben chiosato al-
cuni canti di Dante, ma tu dureresti fatica a scorgere in que*
discorsi V autore del Decamerone. Cosi nel caso mio io di-
co che, posto che io abbia tratta tutta la mia grammatica
dai tre grandi, e i loro scritti sian la ferma sua base, non
meglio forse avrebbero essi saputo ragionar di essa, che ab*
Lia fatto io; e in verità, allor che io eonsiderava quanto pò*
co siea lètte V opere loro, io sentiva lo mio zelo intepidire,
dicendo fra me: come puoi tu sperare che un libro-che trat-
ta di una scienza generalmente tenuta in così poco conto, an-
zi in dispregio, trovi leggitori, se non si leggono le costoro
opere somme ?£ forse, scorato, proseguito non sarei, se non
mi confortava e spronava il pensiero che mi suggerì Dan-
te che 9 quando V usato sole è adombro per difetto di chi 1
vede, ci vuol chi il faccia agli adombrati rìspleodere.-jE'dJbrii
luce a coloro che sono in tenebre e in oscurila per lo ei-
saio sole che a laro non luce*
2V. B* In un* opera di questa sorte, chi la I^ge e rin^ende ycàrk es-'
ser quasi indispensabile che la correzione dcUe stampo si faccia per lo au-.
tote medesimo; ma d*altra parte la lunga esperienza avendo persuaso me es-
sere altresì difficilissimo che non sfuggano degli errori , quando' egli confidi
in se solo, questa Tolta io mi son fatto aiutare da'4ue altre persone^ tanto-
che confido che questa edizione sarà riuscita correttissima. Vagliamtf alme*
no questo pregio della mia. alle mie spese stampata in Roma, poiché in Ita-
lia i parti dello ingegno sono proprietà di chiunque.
49^
INDICE DE' CAPITOLI
Cap. I. Delle lettere^ pag. i.
Cap. IL Delle parolei 4« Specificazione delle pa-
role che compongono la lingua, 5.
Cap* in. Del verbo, 6. Determinazione de' tempi
e de* modi, y. Verbi regolarli ii. L>
regolarif i5«
Gap. IV. Del nome, 3i« Diversi officii che & nel-
la proposizione, 4i«
Cap* y. Deirarticolo, 47* Applicazione di esso, 5o»
Cap« VL Dei nomi personali, 6a.
Cap. VIL Degli aggettivi, 73*
Cap, Vili. Degli aumenta li?i e de* diminnliyi, 85.
Gap^ IX* De* comparativi e de' superlativi, go«
Cap* X* Aggettivi ogni^ ognuno^ ciascuno^ alcuno^
nUmo^ qualunque^ ecc. io5.
Cap. XL Aggettivi numerali, lai*
Cap. XIL Degli aggettivi possessivi, i3a*
Cap. XIIL Degli aggettivi dimostrativi, iSg.
Gap* XIV* Aggettivi e pronomi congiuntivi, i47«
Gap* XV. De* pronomi, i6o*
Cap. XVI* Pronomi dimostrativi e altri pronomi) 199*
Cap. XVII. Del si passivo ai 2.
Cap. XVIIL Delle preposizioni semplici, 3!23. e 2ai[.
Gap. XIX* Delle preposizioni composte, 261 •
Cap. XX. Dello avverbio, :k66.
Gap. XXI* Delle congiunzioni, 291.
Gap. XXIL Delle interiezioni, 3^6.
493
Gap. XXIIL Sopra alcune costruzioni dipendenti dai
verbi essere e avere ^ 33 1.
Gap, XXiy. De* participj, 34S*
Gap. XXy* Quali siano quei verbi cbe vogliono e^-
sere per ausiiiariOf e quali were^ 356.
Gap. XXVT. Sopra V uso di alcuni modi e tempi dei
verbi, 376.
Gap. XXVIL Sopra alcuni idiotismi, 399.
Gap. XXVIII, De' Gallicismi 417.
Gap. XXIX. In che consista la bellezza della lingua, 4oo*
Gap. XXX» Della Ortografia, 47^*
■
I
494
INDICE DELLE PAROLE
'd o ad, prqi. teorica) aag* a a 3 4«
^, art. e prep*. So.
Abbastanza o a««ai, in luogo di
jÌ o tonfo, gallicismo, 4o9-
Acciò che , congiunzione , 3o2.
e 317.
Accordo del yerbo col nome »-
gente che dinota moltitudine,4o4*
Adunque, congianzione, 3 17.
AffaUo, aYTerbio, 277.
Afftn che, cong; 3i8*
Agbiitb, termine grammaticale;
definizione e uso, 44*
Aggettivi, 72 a 85, di quanti-
tà, 74; lor vario yalore, 8i.
Ah ! ahi ! ahimé \ inter 5 3a6. e
3a7.
Ai, al, allo, agli , alle , art. e
prep«, 48* e 49*
Alcuno, aggettivo, 89* e 90.
Alfabeto, definizione, I.
Alfiebi e Metastasio loro stile;
46o«
Alquanto, aggettivo, 75.
Alto, avverbio, a 7 8*
Mtresi, cong. e avv; 3i8*
Altri, pronome singolare, a 06.
Altro, aggettivo, 78. pron. 207.
Altrimenti o altramente, 373.
Altrui, pronome, 207.
A mio senno , a mio modo , a
mia posta, 378*
Analogia, definizione, 44» P'>~
ma nota.
Anche,ancora, ancora cAtf,3i8-
Ancora, avverbio, a88.
(1) Dal greco s/n cqu, taxis ordine.
'Anzi, congiunzione, 299.
Articolo, definizione , 4?; applica,
zione, So, a 6a.
Articou, quanti ne sianoi, 47*
Aspettarsi, idiotismo, 4oi.
^ftratfo.defini^ione, x4o, la nota.
A tempo, avverbio» 390.
A torto, avverbio, 289.
Aterb, ooniugazionei 1 4«
Avere a e avere da, teorìea,337.
Avvegna che, cong., 3x8.
AvVEBBJ, sintassi (i) a66 a agi.
Aumentativi, nomi; teorica 85.
a 90.
B
Bello e fatto, idiotismo, 73*
Bene, avverbio, 276.
Benché, congiunzione, 3i8.
BiAGfOLi; suoi comenti aopra Dan-
te e il Petrarca» 45o«
Boccaccio, saggio d* alcune bel-
lezze dei Decamerone, 4^^*
C
Certo, aggettivo, X19.
GHE,termine comparativ<^97. aggi
congiuntivo^! 47 e i56; congiunzio-
ne, in luogo di perchè, 3oa.
Chi, pronome congiuntivo^ i5a.
Chiunque, pronome, 117.
Ci, ce, nomi personali, 63. e 67»
Ci, usato per pronome, k93. av-
verbio, a68.
Ciascuno, ciascheduno, aggetti-
vi, Tl5.
Ciò, pronome, aio»
Cioè, cioè a dire, congionzioni
3i8.
mettere insieme comporre*
Ciò non o$tant€t cong. a35#
Cirea/prep. 264. «vrerbio, ^84*
Co* articolo e prep.. So*
Colà, ayrerbio, a68.
Colui , colei } coloro , pronomi,
199. a ao5.
Come, termine comparatiyo ,. 91;
come, come che^ avrerbj, 37 4< e «7 5*
Come, eom« ci^, conginniione ,
3oi e 3i8.
Come colui, si come colui, idlo*
tismi» 4i4*
Comunque , avverbio, a84*
CoMPABATiTi, 0 proposizioni oon^*
paratiye, 90 a ioo\
Con ciò sia cosa che, cong. 3 19.
GoRCLusioifB deir Autore, 489*
Con, prep., teorica, a53.
Concreto , definizione , i4oj la.
nota.
CoRDizioif AX.v,modo}definizionc 7
uso 384.
GoNoroirTiYo, modo; definizione,
7j sintassi, 385»
Congiuntivi , aggettivi e prono-
mi, 147» « 160.
Congiunzioni, a33; teorica, 291»
a 3»5*
GoNiuoAztONB del verbo, 9»
Con tuUo che , con tutto eiò ,
congiunzioni, 319.
Cosa é error popolare, 148.
Cosi, termine comparativo, 91 ;
avverbio, 271; intera 33o.
Coiti, costà, avverbj, 268.
Costruzioni di)>endenti dai ver-
bi essere e avere, 33 x a 344*
Costui, costei, costoro, prono-
xni» I99' * ^o5.
Cotesti, pronome singolare, 20 5:
Cotesto, agg. dimostrativo, i4g*
Cui, pronome congiuntivo, i54*
495
D
Da, preposiadone^ teorica, a34. a
241*
J>a, che congiunzione, 319,
Da\ art, e prep. 90.
Dai , dal, dallo, dagli , dalle ,
art. e prep; 48 e 49*
Da bene, da molto, da poco^ da
nulla^ idiotismi, a36. e 237.
Dantb e il Pbtkaiga; loro stile
444.
Dassi, error volgare, 17*
Dativo, termine di grammatica,
46.
Davanzati, del suo stile, 455.
2>e\ art. e prep., 5o.
Deh\ interiezione, 3a7.
Dbl, dello, della, ecc , ntOLr ,
SELLE, apposti aU'^oggetto del ver-
bo, 107. a 112.
Del, dei, dello, degli, delle, art.
e prep*, 48»
Del tutto, avverbio, 277.
Desso, dessa, dessi, desse, prono-
mi, 2o8«
Di, preposizione; teorica, aaS a
229.
Di presente, avverbio, 278.
Di colpo, avverbio, 289.
Di bottOj avverbio, 389.
Di piano, avverbio, 289.
Di vero, avverbio, 289.
Diminutivi, nomi; teorica 87. a
90.
Dimostratigli, aggettivi, teorica,
i39 a i46*
Dimostrativi , pronomi, 199. a
a ao5«
Doh\ interiezione, 327<
Dolersi di alcuno, idiotismo ,
4i3.
Donde , avverbio, 286.
496
Dov€f coBgiuitzione, S94< e 3ii.
Dtfra^Me, oongiuniioBe^ 3i9,
E
È 3tretU e Uiga» 13 congiunuo-
ne» S95*
P pronome, i63»
jK! e&! eia ! eia! eiW! eAiW! in-
teriexioniy 3*7 e 3 18.
Eccetto^ congiunzione, 3 io.
Eccomi, eccoti j eccolo, 71.
Ed ecco, congiunzione» aq5.
Egli, ella, eglino, elleno, prono*
mi, 160 A 170U
El, pronome, i63.
Enfasi, definizione^ 65*
Essere, ooniugaziotte, i4*
Essere a, essere da, 33 1*
gsser tentao, idiotismo. 4i4*
Esso, euo lui, esso lei, ecq pro-
nomi, 209.
Etimologia, definizione, é*
Eziandio, congiunzione, 3ao.]
F
Pure, idiotismi con sue costni-
zioni, 4'3«
Fia, i5. nota, num* i.
Femminino, genere, 33.
Fiore^ ATTerbio, 379*
Forse, avverbio a8i.
• Fra, infra, prep; a 58.
G
G&LLiciSMi,in che consÌ5tano,439«
Generi , mascolino e femmini-
no, 3a.
dà, avverbio, 28a.
Gli, articolo, 47> pronome, 160
a 170»
Glielo, gliela, glieli, gliele, glie»
ne, 171.
Grammatica, definizione, i.
Guai\ interiezione, 33o.
Hai ! interieBone» 3a8.
I
iDfonsHi, dimostrazione d* aJcn-
nit 399*
Il 9 articolo, 47} pfommie, i6«
a 170.
Il che, sua significazione; 14^*
Imperativo f modo, definizionp, 7;
uso, 383*
Impkifitto; tempo, definizione 7}
uso, 376.
Iff, preposizione; teorica, i5e
a aS3*
Incidente, definizione^ 196, nota.
Incontanente, avreibìo^ a8«-
Indi, avverbio^ 287.
Indicativo, modo; definirioiif 7;
usob 376.
Infino, insino, arverbio, a8S«
Infinito, modo , definizione, 7 *,
tuo, 393.
In /atto, in /atti, avreibio, 39»,
In guanto, avverbio, 390.
Inoltre, congiunzione, 3ao.
In questo, in quello, in quota,
in quella, idiotismi» i44«
In somma, congiunzione. Sa».
Intanto, avT* a86; cong. 32o.
iNTBRiBZioiri, 3a6.
Intorno; aw« a83; prqu a6S,
Io, nome personalev63.
Ivi, avverbio^ a68 e ^7.
h
La, articolo^ 47; inonoiac; 160.
a 170. e 193*
Là, avverbio, a6S-
Laddove, cong. 294» e 3ii*
Laonde, congiunuonev 32o.
Le, articolo, 47$ pton» 160 a 17».
Lei, pnmomc, 160 a 170.
UtUr€, loit>qnalIti^ equautità^'i-
Li, articola, 47ì proti. i6o a 170.
Lit ATrerbio, 169.
Lo, «rtiooio, 47 ; pionom^ i6o.
a 170.
Lo sono, gallicismob 194*
Lodard di alcuno, idiotismo»
4i3.
Xonob aggettiyo possessivo^ i39$
pronome^ t6o a 170»
Lui, pronome, 160 a 170*
M
Ma, congianiione 3ao»
Mano^ a mano a numo^ ayyer«
Bio, a8o«
Mai, non mai, aTrerbj» 17 a»
Manco^ arverlùo» a86*
Mascolino, genere, 33.
Medesimo, aggettivo, 11 8.
Me%90, aggettivo^ ia9; in questo
mezzo, avverbio» a86«
Mi, me, nomi personali, 63»
Mica, avverbio, a83.
Mille e mila, 137*
Mio, aggettivo possessivo, i3a.
Modi m ram nt* vbrbi, 7j sin-
tassi, 376*
Molto, aggettivo, 74 a 7^; av-
verbio, a67«
N
Ne, nome personale, 71; prono-
me, sintassi, 17 aj /i« gallicismo, 17$.
Ne*, articolo e prep; So.
Né, congiumione negativa, 196*
Nel, nello, nella, ecq art. e
prep* 48*
Nessuno, niuno, nullo, aggetti-
vi , iia.
piente, pron* 11 a, aw. a83.
Tfo, non, negasioni, a7a.
497
Noi, nome personale, 6o.
NoMB» 3i| genere del nomci 3a$
nomerò del nome, 35 a 4o* Diver-
si officj che fa nella proposizione, 4 >•
Nome, riierentesi a più perso-
ne 4o5*
MoMiPBHSOVALi, sintassi, 6a a 71.
Non che, congiunzione, 309.
Nondimeno, nuHadimeno, con-
gianzione, 3ao a 3 ai*
Npn ostante, cong. 3ai.
Nonpertanto , e non per tanto ,
cong. 3o5.
Nostro, agg. possessivo^ i3i«
NuMBBAU AooBTTivi» teorica, sai.
a i3i.
O
Ot stretta e larga, a. cong. 3oo.
O ìohl ohìoil cime ! Mmé\ 01-
bò\ interi 3a8 e 3a9.
Oggbtto, termine grammaticale,
44ì 6 63j la nota.
Ogni, c^;nuno, aggettivi, 106.
e ii5.
Olà] interieiione, 3a9.
Onde, pronj i84* a i88. e a54«
eong. 3i5.
Ora, avverbio, 175; ad im* ora,
a8a.
Ora, or, congìanzioni 317.
Orsàl interiezione, 33o.
OaTooaiFUi 474*
P
Pàrolb, 4* Specificazione delle
parole che compongono la lingua, 5.
PàRTiciPto, definizione, 7*
Pabticipj, 345. Participio pre^
sente, sintassi, 345 a 348j partici-^
pio pauato, sintassi, 349 a ^^^*
Parte, a parte a parte, 386.
lA
4o»
Pe* art* e prep; 5o«
Per, preposuione ; teorica» a4>*
a a5o.
Per certOj aTrerbio^ ago*
Perché, congianzìoni, 3oa. e 3at*
Peròj perciò, però che, perciò db«
congittozìoni, 3o3, 3ai e 3 a a*
PaaFiTTO, teinpoj definizioact 7;
uao» 376. e 379.
Per la qual cosoj cong; 3aa«
Pertanto, congianzione 3a7*
Per tutto ciò cong; 3aa.
Pia, agg. 77 ; tenn* ccMDparatÌTO
07, arr. a79»
Plurale de* nomi, eome ti fimni,
35* a 4o«
Poi che, arveiliio ayS.
Poiché, congÌDiuìone, 3aa.
Poco, aggcttiroj teorica, 74 a 78*
Possessivi , agobttiti » sintassi,
i3a. a i39«
Poeto che, cong. 3 a a.
PaBrosiziom coupostb, a64; sin-
tassi, a6i a a64*
PKBPOSizioia snmiei. sintassi ,
aa3. a a6o*
PnoposizioiiBj definizione^ 5. ana-
lisi, 4t6»
Proposizione e pttpoeitione, loro
differenza, 45, la nota*
Pretto, avverbio, 379.
Preterito, tempo^ definizione, 7*
PasTBRiTO perfetto, perfetto com-
posto , e imperfetto^ teorica , 37$.
a 379*
Prima che, cong; 3a3.
PaoifoMii sintassi, 160 a 199*
Pu ! interiezione, 3a9»
Punto, avverbio , a83.
Pure, congiunzione, 3i3.
Purché, cong; 3^3.
Qif<i^,aggettivo cong; i5o. a i5A.
Qualche, qualcuno, qttalchedu'-
no, quaUiiia, ^uaUitfogUa , 106,
a 117*
Qualificante, termine grammati-
cale, 4S. definizione^ ao3.
Quando, aw; 275. cong; 394 e
3oa«
Qaanto,aggettivo;teorica,74 > 7^«
termine comparativo, 91 j avv. 267.
Jn quanto, avverbio^ x9o.
Quantunque, agg* 1S7; eoagiiui-
«ione, 3oa.
Quegli e f «ft , pnmoDae singo-
lare ao5.
Quello, aggettivo dimottratiio ,
z4o, t56 e aoa«
Queeti, pronome singolare, aoS-
Questo, aggettivo dimostratÌTO ,
t4o9 e i56.
Qui, qua, quivi, awerbj, a6S.
Quinci e quindi, nw.a7i, quin^
di, congiunzione^ 3a3«
R
Batto, avverbio» 379.
Rimembrare e ricordare, 4>t*
Rispetto, prep^afiS. avverbio sot-
tintesob 4oB«
S
Sklvo se, cong* 3i4*
Saper grado^ idiotismo, 4<4«
Sciente, a sciente, aw. aSo»
Se o si, pronome ; teorica, igS*
Se, congiunzione agt.
Sebbene, congiunzione» 3^3*
Seco, suo oso, 189.
Semplificazione delle imitai»'
tà de* verbi in ere; aa.
Sempre mai, avverbio^ ag**
Se non, congiunzione, 299.
Se non «e, cong; 3i4*
Senza che, cong; 3:b3.
Sincope, definizione, a3.
ft termine comparativo^ 915 av^
▼erbio» 371*
&*, passito, sintassi, aia, a aas«
Si chcj cong; 3i3»
^ veramente, cong; 3^4.
&n, lino, ayy. a85«
&' f«o/e, idiotismo, a 19.
Solecismo, definizione, io 4*
Solo che, cong; 3a4*
Sta ! interiezione, 33o*
Stanotte, stamane, stasera, i43«
Stare, idiotismo, 4oi*
Suo, agg« possessivo, i3j.
Superlativi, aggettivi, loi aioS*
T
Tale, aggj 73. corrispondente di
^uale, i5o»
Tanto, aggettivo $ teorica, 74 a
78; termine comparativo, 91.
Tanto che, cong. 3 a 4*
Tempi b modi de* verbi, 7 sin-
tassi, 376*
Testé, avverbio, aSo.
Toccare^ idiotismo, 4oi*
Tosto, avverbio, a 7 9.
Tra, intra, preposizioni, a58«
Tratto, tratto, avv. aSi.
Troppo, aggettivo, teorica, 74 a
78-
Tu, ti, te, nomi personali, 63 a
67.
499
Tuo, aggettivo possessivo, i3a.
TuUavia, aw; aS8. cong; 3a4«
Tutto, del tutto, aw. a77.
Tutto che, cong} 3a4«
U
Uno, aggettivo; teorica, ia3.
tJn pezzo, avverbio, a77.
V
YbbbOi definizione^ 6. In quanti
modi, temjM, e persone, si divida, 7*
Vbrbo bbgolarb, coniugazione, 9.
Vbbbi irkbgolibi della termina-
zione in are, 16; in ere, ao a aS
in ire, a8« a 3i.
Vbbbi, quali sian quelli cbe voglio-
no essere per ausiliario, e quali, a«-
pere, 356 a 368.
Verbi ed espressioni significanti
stato di cosa 4o3.
Verbi attivi, passivi, e neutri,
denominazioni faJse, 368.
Verbi cbe comprendono l*agente
in se, 4«3-
Vbabi la stato; 357.
Verbo governato da più agenti»
4o6«
Veruno, aggettivo, 11 3.
Vi, ve, nomi personali, 63* a 67.
Vi^ pronome, i83. avverbio a68.
Via, termine di moltiplicazione,
i3o, avverbio, a83-
Voi, nome personale; teorica 63.
a 67*
Vostro, agg. possessivOtiSa.
5oo
LISTA DE' SOSCRITTORI
Esemplari.
Abatemarco D. Dom., avvocato, Napoli.
AlbiteSi medico chirurgo, Roma.
Albites Felice, proC di lingue, Napoli.
Alfonsi Alfonso, Roma.
Amici Domenico, Roma.
Antinorì marchese Gius., prof, nella università di
Perugia.
Appert, Monsieur, proC di lingua francese, Napoli.
Baglioni, contessa Agnese, Perugia.
Barola, Don Paolo, professore in Propaganda.
Belli Carlo, Roma.
Bessier Filippo, prof, di lingua francese, Roma.
Blondeau, Monsieur, decano della facoltà di diritto,
membro dell* Instituto dì Francia.
Ronfigli Francesco Saverio, Roma. 2
Bonfigli Camillo, Roma.
Borgia Costantino, da Yelletri.
Bruni, cav. Fedele, Roma.
Buonaccorsi, albergatore, Napoli.
Capranica, marchese Domenico, Roma.
Caracciolo Torrella, principessa Laura, Napoli.
Castellini Vincenzo, Roma.
Catterinetti Fianco, conte Giuseppe, Verona* 2
Cecilia Francesco, Roma.
Cecchini Filippo, Perugia. 4
Sol
Golasanti Enrico, Roma»
Coletti, baroQ Luigi, dal Tufo.
Collegio dei nobili de* PP. Gesuiti, Roma.
Conti Cesare, Firenze.
Crjrstie, Lieut. Tho'., Edimburgo.
D' Alessandro Marco, da Magliano.
D'Alessandro Emmanuele, da Magliano,
D* Auriol, Monsieur, Roma.
De Angelis Virgilio, prof, di filosofia, Sezze.
Demicbelis Luigi, Roma.
De* Marchesi Pacca, S. E. D. Bart., prelato, Roma,
De Yiviers, le baron, Parigi.
Di Carbonana, conte Francesco, Roma.
Ewing, M.', prof, di lingua inglese, Roma.
Feliciani, DotL Alceo, Roma,
Froudière, Monsieur, di Rouen.
Gerardi Filippo, Roma.
Giachetti Carlo Luigi, Napoli.
Gori, maestro di musica, Civitavecchia.
Guccioni Maddalena, Roma. ^
Grillo, Don Angelo, Napoli.
Lanci Michelangelo, prof, di lingue orientali, e in-
terprete al Vaticano.
Latini, R. padre, rett. del collegio de* Nobili, Na-
poli*
Litta, conte Luigi, segretario dell* ambasciala Au-
striaca.
Luperano, principessa di, Napoli.
Luzj, marchese Carlo, Roma.
Macchia, Don Francesco, Roma.
-"^^ — —
-*
5pa
Manara Angelo^ Milano*
Marchesi Raffaele, prof, d'eloquenza, Perngia. 4
Marchiarave Francesco, del tribunale del Governo,
Rooia,
Marozzi Giuseppe, Pavia.
Masciarelli, S. E. D. Vincenzo, Roma.
Maslrotli, S. E. D. Giovanni, da Tagliacozso«
Masi Luigi, Perugia.
Mencacci, cav* Luigi, Roma.
Monastero di San Dionigio, Ronaa. 4
Moneli Gaetano, Roma.
Morandi Giuseppe, Avvocato, Roma.
Moriconi Luciano, Roma.
Nau de S,^ Marie, Madame, Parigi.
Neri Paolo, Roma.
Oddi Fraucesco, spedizioniere apostolico, Roma.
Olivi, Don Antonio, cappellano di S. Luigi de*
Francesi.
Ottley, Slr Richard, di Londra^
Orsi Tobia, avvocato, Roma.
Pacelli Marcantonio, avvocato, Roma*
Papi Ferdinando, parroco, Roma.
Parkinson lohn, inglese.
Petrarca Gio.i avvocato, Roma.
Piselli, procuratore, Roma.
Ponceìin Albert, de Grajr.
Priore Luigi, Napoli.
Puoti, marchese D. Basilio, Napoli.
Raggi Oreste, avvocato, Roma.
Ramelli Alessandro, Roma.
5o3
Rebecchi Filippo» Roma.
Resta D» Gaetano, d* Avezzano.
Ricci, Dott. Angelo, da Eoipoli.
Rinaldini Paolina, Roma*
Rosa Faustino, Roma.
Roselli Angelo, Roma.
Russell, Miss Anne, Londra. ^
Russell, Miss Mary, Londra.
Ruffa D. Francesco, Napoli.
Sala Ciampi, Maria Teresa, Roma.
Sambon, Monsieur, Napoli.
Sani Felice, Roma.
Saulini Luigi, Roma.
Scoccia Carlo, avvocato, Roma.
Serny Francesca, Roma.
Serny Fran90Ìs, Roma.
Sgambati Fileffio, Roma.
Soldini Giuseppe, prof, di diritto di natura e delle genti ,
alla Sapienza, Roma.
Tavani Domenico, da Magliano.
Tavani Giuseppe, Roma.
ToU Roberto, colonnello russo.
Trambusti Filippo, Roma.
Ubaldi Saverio, Roma.
Yaccari Matonti, D. Pietro, Napoli.
Walter, Miss, inglese.
Zaccaleoni Agostino, avvocato, Roma.
I
\
NIHIL OBSTAT
J. B. Rosaoi Scholaram Piaram
Censor Philolog.
REIMPRIMITUE
Fr. A. Yinoentios Modena 0. P.
S. P. A. M. Socius.
REIMPRIMATUa
A. Piatti Patrlarcha Antiocheno»
Yicesgerens«
/
fi a !ìl 'B *1 '1 !t
GRAMMATICA
FILOSOFICA
=#^8^
No comments:
Post a Comment