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Thursday, June 19, 2025

Grice e Rotta

 


i>ott  ipaolo  iKotta 


a  filosofia  bel 


liriQUaQQiO  nella  |l>a^ 

tristica  e  nella  Scolastica 


^peta  premiata  Dalla  nr  MC- 
caDcmia  Oi  «iciense  /H^orali 
e  |^oliticbe  t)i  i^>apoU.  t:^ 


M 


Ci 


■     Cerino  1909 


Dott  paolo  IRotta 


a  filosofia  bel 


linguaggio  neua  pn- 

tristica  e  nella  Scolastica 


©pera  pi-emiata  Dalla  IR-  Bc- 
caDemta  DI  sctense  /Iftoralt 
e  ipoUticbc  Di  IfìapoH-    ^W 


cM 


;ifratelll  :©®aaB  BDitoci 
=  tToctno  1900  =: 


23084S 


ìù£. 


jfrancesco  Ifiovati 

nel  6U0  (BiubUeo  ITlnivereitario 

con  animo 

riconoscente  e  òevoto 


iRovcmbre  190S 


INDICE 


Prefazione pag.  XI 

Parte   I.    la   speculazione  del  linguaggio 

NELLA  FILOSOFIA   GRECA 

Capitolo  I  —  La  filosofia  dei  linguaggio  preso- 
cratica e  platonica    ....    pag.    3 

Sommario  :  La  filosofia  del  linguaggio  in  Pitagora,  negli  Eleatici,  in 
Democrito  ed  in  Eraclito.  —  Le  ricerche  sulla  parola  nel  periodo 
sofistico  e  loro  significato.  —  Il  Cratilo  di  Platone  in  rapporto  al 
suo  valore  storico  e  filosofico.  —  La  tesi  fo  .damentale  del  Cratilo 
ed  argomenti  diretti  ed  indiretti  in  appoggio  ed  a  confutazione 
di  essa.  —  Critica  di  tali  argomenti. 

Capitolo  II  —  La  filosofia  dei  linguaggio  nella 

speculazione   dopo    Platone   pag.  30 

Sommario  :  La  speculazione  del  linguaggio  nelle  scuole  socratiche  mi- 
nori ed  in  Aristotele.  —  Punto  di  contrasto  in  proposito  tra  Platone 
ed  Aristotele.  —  La  dottrina  del  linguaggio  degli  Stoici  con  riguardo 
speciale  alla  teoria  del  Xsxtóv.  —  Le  nuove  vedute  sull'origine  del 
linguaggio  e  degli  elementi  naturali  della  parola  in  Epicuro.  —  La 
filosofia  del  linguaggio  negli  Scettici,  gli  Eclettici,  i  commentatori 
di  Aristotele,  Filone  ed  i  Neoplatonici. 

Parte  IL  la  filosofia  del  linguaggio  nella 

patristica 
Capitolo  III  —  La  filosofia  del  linguaggio  nella 

Patristica pag.  67 


vili  INDICE 


Sommario  :  Motivi  generali  e  particolari  per  cui  una  vera  filosofia  de  1 
linguaggio  non  si  è  svolta  nella  Patristica.  —  La  questione  storica 
della  lingua  primitiva  quale  fu  posta  dai  Padri.  —  L' opinione  della 
priorità  della  lingua  ebraica  ed  argomenti  prò  e  contro  la  mede- 
sima. —  La  questione  dell'  origine  divina  ed  umana  del  linguaggio.  — 
Soluzione  platonica-  stoica  del  problema  sulla  natura  della  parola.  — 
Come  fu  spiegato  1'  intervento  divino  nella  produzione  del  di- 
scorso umano.  —  Contesa  tra  Eunomio  e  Gregorio  di  Nissa. 

Capitolo  IV  —  La  filosofia  del  linguaggio  in 
rapporto  alla  psicologia  patri- 
stica      pag.    95 

Sommario  :  La  questione  del  linguaggio  ne'  suoi  rapporti  psicologici.  — 
Il  linguaggio  dell'  uomo  e  la  manifestazione  dei  sentimenti  nei 
bruti.  —  Elementi  fisiologici  nella  produzione  dei  suoni.  —  Ele- 
menti psicologici  del  linguaggio  e  loro  rapporto  colle  facoltà  dell' 
anima.  —  li  sermo  interior  secondo  la  Patristica.  —  Rapporti  tra 
linguaggio  interno  ed  esterno,  e  rapporti  tra  pensiero  e  parola.  —  La 
questione  del  linguaggio  ne'  suoi  rapporti  morali. 

Parte  ///.  la  filosofia  del  linguaggio  nella 

SCOLASTICA 

Capitolo  V  —  La  filosofia  del  linguaggio  ed 
i  suoi  rapporti  colla  logica  in 
genere  e  colla  questione  degli 
universali   in   ispecie    .    .    pag.  121 

SOMMARIO:  Carattere  specifico  di  differenza  tra  Patristica  e  Scolastica 
in  riguardo  al  nostro  argomento.  —  Il  posto  della  logica  in  rapporto 
ai  programmi  di  studio  nelle  scuole  medievali,  ed  alla  conoscenza  delle 
opere  di  Aristotele.  —  Rapporti  di  dipendenza  tra  logica  e  filosofia 
del  linguaggio  nella  Patristica.  —  Le  speculazioni  in  proposito  di 
Fortunaziano,  Marciano  Capella,  Giovanni  Damasceno,  Boezio,  Al- 
enino, Isidoro,  Scoto  Erigena.  —  La  questione  degli  universali  e  suo 
rapporti  colla  logica  in  genere  e  col  problema  del  linguaggio  in 
ispecie.  —  La  speculazione  più  elevata  di  S.  Anselmo,  Abelardo, 
Giovanni  di  Salisbury,  Gilberto  della  Porretta,  Adelardo  di  Barth,  Ugo 
di  S.  Vittore,  S.  Tommaso,  Pietro  Ispano. 


INDICE  IX 


Capitolo  VI  —  La  filosofia  del  linguaggio  in 
rapporto  alla  psicologia  ed  alla 
metafisica  scolastica  .    .    pag.  183 

S0MA4ARI0  :  Il  problema  delle  origini  del  linguaggio  nell'  uomo  in  rap- 
porto alla  scienza  di  Adamo.  -  Rapporti  tra  pensiero  e  parola  nella 
Scolastica  in  relazione  alla  teoria  gnoseologica  di  S.  Tommaso  e 
dell'Occam.  —  Le  speculazioni  del  linguaggio  in  Alberto  Magno,  Pie- 
tro Lombardo,  S.  Bonaventura,  S.  Tommaso,  Dante  Alighieri,  Duns 
Scoto,  Occam,  e  Ruggero  Bacone. 

Conclusione pag.  245 


PREFAZIONE 


//  presente  lavoro  fu  presentato  e  premiato  al 
Concorso  bandito  nell'anno  1906  per  ranno  1907 
dalla  Società  reale  di  Scienze  Morali  e  Politiche  di 
Napoli.  Era  la  terza  volta  che  il  tema  :  «  La  filosofia 
del  linguaggio  nella  Patristica  e  nella  Scolastica  », 
veniva  proposto  dalla  suddetta  società,  la  quale  ben 
due  volte  aveva  dovuto  dichiarare  che  nessuna  delle 
memorie  presentate  meritava  premio.  Riproposto  per 
V  anno  1907  con  altri  due  temi,  questa  nostra  me- 
moria, che,  anonima,  era  allora  contrassegnata  dal 
motto  del  Petrarca  :  Pulcra  movent  oculos,  sed  pro- 
sunt  apta  fruenti, /w  dichiarata  meritevole  del  premio, 
il  quale  però  nella  sua  entità  materiale  fu  per  metà 
attribuito  ad  altra  memoria,  in  cui  era  trattato  un 
altro  dei  tre  temi  a  concorso. 

La  commissione  esaminatrice  era  formata  da  Fran- 
cesco D'  Ovidio,  Filippo  Mosci,  ed  Iginio  Petra  ne 
relatore,  il  quale,  dopo  aver  esposto  i  motivi  per  cui 
non  potevano  premiarsi  gli  altri  lavori  presentati  sul 
medesimo  tema  da  noi  trattato,  in  merito  al  nostro 
cosi  si  esprime  ^)  ; 


1)  Reale  Accademia  di  Scienze  Morali  e  Politiche  di  Napoli,  Rela- 
zione del  Socio  Iginio  Patrone  sui  concorsi  a  premi  del  1906,  Napoli 
1908,  pag.  19  e  sgg. 


XII  PREFAZIONE 


«Più  fausto  giudizio  la  commissione  può  esprime- 
re della  terza  memoria  anonima  sulla  filosofia  del  lin- 
guaggio. È  segnata  colle  parole  Palerà  movent 
oculoSj  sed  prosimi  apta  fruenti,  ed  è  un  manoscritto 
che  numera  164  pagine  di  formato  grande,  in  carat- 
teri fitti  e  così  poco  chiari,  da  sembrar  quasi  una 
spensierata  sfida  alla  pazienza  dei  lettori. 

«  Per  fortuna  1'  affanno  dell'  averlo  letto  è  com- 
pensato neir  insieme  dalla  bontà  del  contenuto. 

«  Comincia  dal  trattar  di  proposito  della  specula- 
zione ellenica  sul  linguaggio,  esorbitando  dal  tema 
cui  poteva  convenire  solo  un  breve  e  lucido  rias- 
sunto delle  speculazioni  classiche,  il  quale  fissasse 
bene  il  punto  di  partenza  del  lavorio  medievale. 

«  Ma  tratta  molto  bene  il  soggetto  che  non  era 
tenuto  a  trattare,  specie  delle  dottrine  di  Platone 
nel  Cratilo,  e,  sebbene  i  lavori  del  Bonghi  e  del 
Gìussani  gli  abbiano  dato  un  aiuto  efficacissimo  ad 
orientarsi,  mostra  una  larga  conoscenza  di  opere 
straniere. 

«  La  disamina  che  fa  di  poi  della  filosofia  del 
linguaggio  nella  Patristica  e  nella  Scolastica  attesta 
larghissima  informazione,  acume  sufficiente  neir  in- 
terpretare e  neir  argomentare  soda  dottrina.  V  autore 
ha  visto  direttamente  il  carattere  storico  espositivo 
del  tema  ed  ha  serbato  fede  in  complesso  all'as- 
sunto. Nei  due  capitoli  che  consacra  alla  Patristica 
tratta  del  problema  storico  delle  origini,  come  fu 
posto  e  dibattuto  dai  Padri,  e  discorre  della  psi- 
cologia patristica  e  tratta  del  sermo  interno  e  dei  rap- 
porti  fra    linguaggio   interno  ed  esterno  e  tra  pen- 


PREFAZIONE  XIII 


siero  e  parola.  E  V  esposizione  ed  il  discorso  è  ben 
fatto,  ed  è  raccolto  e  connesso  secondo  1'  ordine 
della  materia  e  secondo  la  successione  del  tempo. 

«  Nei  due  ampi  capitoli  che  seguono  e  che  for- 
mano una  buona  mezza  parte  del  volume,  1'  autore 
tesse  r  esposizione  e  la  disamina  della  filosofia  del 
linguaggio  nella  Scolastica,  chiarendo  assai  bene  il 
perchè  ed  il  come  i  destini  della  filosofia  riguar- 
dante le  parole  sieno,  nella  tradizione  della  scuola, 
intrecciati  e  saldati  con  quelli  della  logica  e  della 
dialettica,  e  vedendo  da  vicino  la  connessione  di 
quella  filosofia  col  problema  degli  universali. 

«  Indugia  quindi  neir  analisi  dei  rapporti  fra  pen- 
siero e  parola  specie  in  riferimento  alla  teoria  gno- 
seologica di  S.  Tommaso,  e  dell'  Occam,  ed  espone 
il  processo  delle  speculazioni  sul  linguaggio  in  Al- 
berto Magno,  Pietro  Lombardo,  S.  Bonaventura  S. 
Tommaso,  Duns  Scoto,  Occam  e  Ruggero  Bacone. 

«  In  tre  pagine  finali  accoglie  in  forma  schema- 
tica brevi,  ma  plausibili  conclusioni  generali  sug- 
geritegli dal  dibattito  del  tema....  =» 

Intercalate  ed  aggiunte  nella  relazione  si  trova- 
vano alcuni  appunti,  dei  quali  si  è  tenuto  calcolo 
prezioso  per  rendere  questo  nostro  lavoro  più  degno  e 
completo.  Sopra  tutto  si  è  colmata  la  lacuna,  così 
giustamente  notata  nella  prima  redazione,  per  non 
aver  noi  fatto  cenno  della  dottrina  di  Dante  sul  lin- 
guaggio, dottrina,  come  ha  scritto  il  D'  Ovidio,  non 
da  semplice  poeta  né  affidata  solo  al  divino  poema. 


XIV  PREFAZIONE 


Abbiamo  perciò  cercato  di  mettere  in  evidenza  quale 
sia  il  pensiero  fondamentale  svolto  dall' Alighieri  in  al- 
cune delle  sue  opere  minori,  e  specialmente  nel  De 
vulgari  eloquio,  approfittando  per  tale  intento  della 
lucida  e  perspicace  memoria  scritta  in  proposito  dal 
D'  Ovidio  stesso. 

In  quanto  poi  air  aver  dato  sviluppo  forse  più 
di  quello  che  si  sarebbe  aspettato  alla  speculazione 
del  linguaggio ,  quale  si  è  intessuta  nella  filosofia  el- 
lenica, siamo  ancora  del  parere  che  ciò  era  neces- 
sario, essendosi  appunto  determinato  in  quella  ed  il 
problema  delle  origini  e  della  natura  del  linguaggio 
e  quelle  sue  soluzioni,  intorno  a  cui  non  poco  si  è 
affaticata  la  riflessione  dei  Padri  e  delle  scuole. 

Per  ciò  tenendo  sotf  occhio  gli  ultimi  lavori  del 
Lersch,  dello  Steinthal,  del  Susemihl,  del  Bonghi^  del 
Giussanij  del  Prantl,  del  Chaignet,  dello  Zeller  e  di  altri 
abbiamo  anzi  in  questo  rifacimento  del  nostro  allar- 
gato di  un  po'  quanto  già  era  contenuto  nella  me- 
moria manoscritta,  cercando  anche  per  quella  parte, 
come  per  tutto  il  resto,  ove  ci  siamo  studiati  da  un 
lato  di  rendere  più  raccolto  e  preciso  il  discorso,  e 
dalV  altro  di  metterlo  maggiormente  in  raffronto  con 
le  speculazioni  ulteriori,  di  raggiungere  quel  termine 
ideale  di  perfezione,  a  cui,  per  parere  stesso  della 
Commissione,  che  ci  ha  giudicato,  la  memoria  no- 
stra per  i  suoi  notevoli  pregi  di  tanto  già  era 
vicina. 

Intanto  approfittiamo  di  questa  occasione  per 
ringraziare  un'altra  volta  ancora  gli  illustri  della 
Commissione,  che  con  tanta  benevolenza  ci  hanno  giù- 


PREFAZIONE  XV 


dicato,  ben  lieti  dichiarandoci  se  anche  per  essa  si 
sarà  di  un  po'  chiarito  nelle  sue  ragioni  storiche 
quel  problema  del  linguaggio  che  Origene  fin  da'  suoi 
tempi  giudicava  profondo  ed  impenetrabile,  e  che  il 
Du-Bois-Reymond  or  sono  pochi  anni  chiamava  uno 
dei  sette  enigmi  del  genere  umano. 

DOTT.  Paolo  Rotta 
Professore  di  Filosofia  nei  RR.  Licei 


PARTE    I. 

La  speculazione  del  linguaggio 
nella  filosofia  greca 


Capitolo  I. 

La  filosofia  del  linguaggio  presocratica 
e  platonica 

Sommario  :  La  filosofia  del  linguaggio  in  Pitagora,  negli  Eleatici,  in 
Democrito  ed  in  Eraclito.  —  Le  ricerche  sulla  parola  nel  periodo 
sofisiico  e  loro  significato.  —  Il  Cratilo  di  Platone  in  rapporto  al 
suo  valore  storico  e  filosofico.  —  La  tesi  fondamentale  del  Cratilo 
ed  argomenti  diretti  ed  indiretti  in  appoggio  ed  a  confutazione 
di  essa.  —  Critica  di  tali  argomenti. 


La  questione  dell'  origine  e  della  natura  del 
linguaggio  ben  presto  s' impose  alla  speculazione 
greca,  certo  più  presto  di  quello  che  non  creda  il 
Croce  0,  che  la  vorrebbe  discussa  per  la  prima 
volta  in  Grecia  dai  Sofisti.  È  certo  che  nell'antico 
ilozoismo  ionico,  come  in  genere  in  quasi  tutta 
la  filosofia  presocratica,  una  discussione  d'  ordine 
così  psicologica,  quale  poteva  essere  quella  riguar- 
dante il  linguaggio,  difficilmente  avrebbe  per  sé  potuto 
trovar  luogo  :  quei  filosofi  infatti,  preoccupati  prin- 
cipalmente dal  desiderio  di  conoscere  quale  fosse 
r  origine,  la  causa,  il  principio  e  l' ultima  realtà 
delle    cose,    che  cosa  cioè  rimanesse  sempre  immu- 


1)  B.  Croce,  Estetica  come  scienza  dell'  espressione  e  linguistica 
generale.  Parte  U,  Storia,  Milano -Palermo -Napoli,  1904,  pag.  173. 


LA   FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 


labile  ed  identico  a  se  stesso  nelle  infinite  vicende 
di  nascimenti  e  di  morti,  non  avrebbero  trovato 
modo  di  connettere  alla  loro  speculazione,  così 
piena  della  fiducia  che  la  realtà  fosse  così  come 
essa  si  presentava  allo  sguardo,  alcunché  che  toc- 
casse tanto  davvicino  le  condizioni  soggettive  del 
sapere,  come  poteva  appunto  essere  la  questione 
del  linguaggio,  ed  iniziasse  così  quella  critica  della 
conoscenza,  che  occupò  e  preoccupò  poi  tanto  il 
pensiero  ellenico  dai  Sofisti  e  da  Socrate  in  poi. 

Il  periodo  però  psicologico  -  dialettico,  afferma- 
tosi colla  Sofistica  come  reazione  spontanea  delle 
forze  della  subbiettività  contro  1'  abuso  delle  forze 
dell'  oggettività,  non  sorse  ad  un  tratto,  e  come  da 
una  parte  verso  1'  avvenire  noi  vediamo  che  di  tale 
profondo  mutamento  i  Sofisti  non  hanno  ancora 
coscienza  scientifica,  dall'  altra  verso  il  passato  noi 
sappiamo  che  indizii  di  ricerche  psicologiche,  fatte  an- 
cora senza  uno  scopo  diretto,  ma  subordinate  a  specu- 
lazioni d'  ordine  cosmologico  e  cosmogonico,  si  sono 
intrecciate  e  nel  cosmologismo  pitagorico,  e  nel!' 
ontologismo  eleatico,  e  nel  dinamismo  eracliteo,  e 
nel  mecanismo  democriteo;  è  naturale  quindi  che 
accenni  a  speculazioni  suH'  origine  e  sulla  natura 
del  linguaggio  già  nei  sistemi  presocratici  teste 
citati,  oltre  che  nelle  vaghe  espressioni  dei  primi 
poeti  ^),  si  possano  per  quanto  faticosamente  ed  in 
modo  ancora  incerto  rintracciare. 


1)  Cfr.  Cratilo,  391  D.  E,  392  A,  B  e  segg. 


PRIMA  DI  PLATONE 


Pitagora,  che  per  la  storia  della  filosofia  ha 
grandissima  importanza  per  aver  egli  preconizzato 
il  principio  platonico  di  stabilire  V  essenza  delle 
cose  in  qualche  cosa  di  pensato,  sicché  al  suo  si- 
stema i  numeri  stanno  come  al  sistema  platonico 
le  idee,  davanti  al  fatto  meraviglioso  del  linguaggio 
già  deve  aver  provato  quel  senso  profondo  di  me- 
raviglia ^),  che  è  per  se  stesso  impulso  a  soddisfare 
la  curiosità  ed  a  creare  la  scienza.  Pare  che  egli 
inclinasse  all'opinione,  sostenuta  pei,  come  vedremo 
da  Cratilo  nel  dialogo  platonico,  che  da  lui  prende 
il  nome,  che  i  vocaboli  hanno  un  significato  naturale 
e  necessario  "-),  e  che  credesse  opera  singola  di 
uomini  sapientissimi  V  imposizione  dei  nomi  alle 
cose  ^),    per   quanto   non  mancano  dati  per  credere 


1)  Si  tratta  di  quella  meraviglia,  di  cui  parla  per  es.  con  tanto  entu- 
siasmo Galileo  nel  dialogo  dei  massimi  sistemi,  in  cui  si  dice  che  il  lin- 
guaggio è  «  il  sigillo  di  tutte  le  ammirande  invenzioni  umane  »  (Cfr.  A.  De 
MARCHI,  Origini  e  vicende  dell'  alfabeto,  Milano  1908,  pag.  4). 

2)  Si  è  detto  pare,  che  le  notizie  riferentisi  alle  spiegazioni  date 
da  Pitagora  sul  linguaggio  si  trovano  nel  neoplatonico  Proclo,  il  quale, 
come  dice  il  Bonghi,  ha  avuto  cura  di  accompagnarle  con  spiegazioni, 
che  sentono  di  un  pitagorismo  molto  posteriore  al  filosofo  di  Samo 
(Cfr.  R.  Bonghi,  Dialoghi  di  Platone,  Voi.  V.  Il  Cratilo,  Roma  1885, 
Proemio,  cap.  V.  pag.  136).  È  anzi  in  base  a  ciò  che  contrariamente 
a  quanto  afferma  il  Rothenbiiecher  (A.  Rothenbuecher,  Das  System 
dar  Pyfliagoreer  nach  den  Angaben  des  Arisi.  Berlin  1867,  li.  pag.  592) 
lo  Zeller  (E.  Zeller,  Die  philosophic  der  Griechen  1,  450)  nega  che  gli  inizi 
delle  ricerche  linguistiche  si  debbano  riferire  a  Pitagora.  Anche  l' as- 
serzione di  Simplicio  {Catcg.  Scliol.  in  Arisi.  43,  b.  30)  secondo  cui  i 
Pitagorici  avrebbero  fatto  nascere  i  nomi  cf  uos'.  e  non  issasi,  non  rico- 
noscendo per  ogni  cosa  che  un  solo  nome  indicato  dalla  sua  natura 
è  dallo  Zeller  dichiarata  di  nessun  valore  e  da  attribuirsi  alle  categorie 
falsamente  attribuite  ad  Archita  (E.  Zeller,  op.  cit.  I,  450,  nota  2). 

3)  Cfr.  CiCEROMS,  Tusecnl.  \,  25,  62,    ELLENO,  Var.  liist.  IV   17. 


LA   FILOSOFIA    DEL  LINGUAGGIO 


che  fra  i  Pitagorici  stessi  si  pensasse  che  inventrice 
dei  vocaboli  è  un'  attività  spirituale  diffusa  in  tutti, 
cioè  la  òo-/Yj  concepita  come  un  ricettacolo  d' imma- 
gini e  quindi  di  vocaboli,  che  sono  appunto  immagini, 
in  contrapposto  al  voòc,  concepito  come  ricettacolo  di 
tipi  e  di  cose  '). 

Evidenti  allusioni  a  speculazioni  degli  Eleatici 
sulla  genesi  del  linguaggio  si  trovano  nel  teste 
citato  dialogo  di  Platone  ~),  mentre  pili  precise  no- 
tizie abbiamo  in  proposito  intorno  al  pensiero  di 
Democrito,  che,  contro  la  probabile  sentenza  di 
Pitagora,  e  come  vedremo  anche  di  Eraclito,  soste- 
neva essere  il  linguaggio  invenzione  artificiale  del- 
l' uomo  '■'),  invenzione,  però  non  già  arbitraria  e 
causale  ^),  ma  sibbene  sì  razionale  e  necessaria  '^ 
che  la  natura  stessa  ha  costruito  gli  organi  più  atti 
a  quello  ^). 


1)  Cfr.  Bonghi,  op.  cit.  pag.  137. 

2)  Bonghi,  op.  cit.,  pag.  134. 

3)  Bonghi  op.  cit.  pag.  146,  cfr.  G.  B.  ZOPPI,  La  filosofia  della 
grammatica,  Verona  1891,  pag.  32 

4)  Democrito  così  si  esprimeva  "  AvS-ptOTio'.  X'r/r^c,  s'iocoXov 
è7i?vàaavxo  upócpaaiv  IòìTiC,  àpo'jXìTic:.  (Dem,  fras-.  mor.  17,  ediz. 
MuUach.  pag.  167,  e  383.) 

5)  Ècco  le  precise  parole  di  Democrito  (Fra^.  phys.  41);  Oùoèv 
p^[ia    iidxTjV  yrfvzza,'.,  àXXà  -iidvza  è%  Xòyou  ts  xal  bTz'  àva";'- 

y-riQ-  (Cfr.  Bonghi,  op.  cit.  pag.  358  -  359). 

6)  Cir.  E.  Zeller,  op.  cit.  I.  807.  Ha  senza  dubbio  ragione  lo  Zel- 
ler  di  notare  la  contraddizione  tra  il  disprezzo  mostrato  da  Democrito 
per  qualsiasi  concetto  teleologico,  e  tale  corrisponden  za  da  lui  con 
tanta  compiacenza  notata  tra  organi  e  funzioni.  Tale  contraddizione 
però  non  ci  può  far  dubitare  dei  testi,  da  cui  il  teleologismo  democri- 
teo ci  si  rivela. 


PRIMA  DI  PLATONE 


Negli  scolii  al  Cratilo,  attribuiti  a  Proclo,  si 
riportano  i  quattro  argomenti  su  cui  Democrito  a- 
vrebbe  appoggiata  la  tesi  di  cui  si  è  discorso  ;  essi 
sarebbero  :  cose  diverse  si  denominano  cogli  stessi 
vocaboli  ;  piìi  vocaboli  si  adattano  a  significare  una 
stessa  ed  unica  cosa  :  i  vocaboli  si  mutano  ;  non  tutti 
i  vocaboli  danno  luogo  agli  stessi  derivati.  Il  Bon- 
ghi però  con  quel  suo  solito  acume,  che  fa  di  lui 
uno  dei  piìi  esaurenti  interpreti  e  dilucidatori  del 
pensiero  ellenico,  che  abbia  relazione  coi  dialoghi 
di  Platone,  dimostra  che  tali  argomenti  non  pos- 
sono essere  stati  veramente  di  Democrito  ;  è  certo 
però  che  questi  si  è  occupato  dell'  origine  del  si- 
gnificato dei  vocaboli,  ed  ha  ad  esso  assegnata  una 
ragione  non  oggettiva  espressa  nella  natura,  come 
pur  r  indirizzo  del  suo  mecanismo  potrebbe  far 
supporre,  ma  sibbene  soggettiva,  posta  nel!'  arbitrio 
dell'  uomo,  tale  sua  tesi  appoggiando  sopra  alcune 
osservazioni  concernenti  le  relazioni  rispettive  dei 
vocaboli,  considerati  nel  loro  uso,  se  non  così  espli- 
cite come  quelle  indicate  dallo  scoliaste  e  da  noi 
poco  sopra  ricordate,  certo  però  non  troppo  da 
esse  diverse. 

Non  meno  importanti  devono  essere  state  le  spe- 
culazioni di  Eraclito  sull'  argomento,  di  cui  si  di- 
scorre. È  noto  come  il  tenebroso  pensatore  di  Efeso 
abbia  forse  per  il  primo  in  modo  esplicito  saputo 
innestare  al  problema  cosmogonico,  che,  come  si  è 
detto,  era  allora  il  fondamento  per  ogni  scuola, 
oltre  che  1'  antropologico  ed  il  morale,  anche  il  pro- 
blema gnoseologico,   che    egli  risolveva  nel  senso 


8  LA   FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

che  bisogna  prescindere  dai  dati  dei  sensi,  i  quali 
ci  danno  le  sole  apparenze  :  ciò  che  importa  è  la 
conoscenza  razionale  dell'  universale,  cioè  dell'  ar- 
monia dei  contrasti,  la  Sixyj  od  il  xoivò?  \ry(oc,  per 
usare  le  parole  stesse  di  Eraclito,  hi  rapporto  ed  in 
effetto  di  tale  soluzione  come  poteva  Eraclito  risol- 
vere la  questione  della  natura  del  linguaggio  ?  Evi- 
dentemente egli  non  poteva  che  affermare  che  i 
nomi  in  fondo  mostrano  la  natura  delle  cose  da 
essi  significata  ^),  e  che  unico  studio,  che  sui  vo- 
caboli si  può  fare,  si  è  di  scrutare  questa  natura, 
che  è  appunto  la  cognizione  razionale  nascosta 
sotto  le  parvenze  diverse  dei  suoni  :  questi  adunque 
entrerebbero  nella  grande  corrente  del  tutto,  mentre  il 
loro  significato  profondo  è  la  realtà  di  carattere  razio- 
nale, in  cui  verrebbero  ad  identificarsi  i  contrarli 
come  nella  ragione  suprema  dell'  essere  -)• 

Pur  troppo,  dati  gli  scarsissimi  frammenti  del 
^acro  poema  di  Eraclito,  da  lui  stesso,  secondo  la 
leggenda,  deposto  nel  tempio  di  Diana  quasi  allo 
scopo  che  le  proprie  opinioni  non  venissero  diffuse, 
noi  per  nulla  sappiamo  per  quale  processo  dialettico 
Eraclito  abbia  cercato  di  dimostrare  quanto  sopra  : 
se   dovessimo   riferire  a  lui  tutto  quanto  il  suo  se- 


1)  Anche  lo  Zeller  quantunque  non  creda,  contrariamente  all'  opi- 
nione del  Lassalle,  che  si  debba  riferire  ad  Eraclito  la  dottrina,  se- 
condo cui  il  nome  delle  cose  ci  rivela  le  loro  origini,  riconosce  però 
che  essa  s'  accorda  perfettamente  colle  altre  dottrine  del  grande  filo- 
sofo di  Efeso  (cfr.  E.  Zeller,  op.  cit.  I.  659). 

2)  Cfr.  in  proposito  LASSALLE,  Die  Philosophie  Herakleitos  des 
Dunkeln,  Berlin  1858,  H.  part.  pag.  412. 


PRIMA  DI  PLATONE 


guace  Cratilo  nel  dialogo  platonico  espone  per  ri- 
battere r  opposta  sentenza  di  Ermogene,  dovremmo 
conchiudere  che  già  Eraclito  era  abbastanza  pene- 
trato neir  analisi  dei  vocaboli  per  dimostrare  anche 
con  essa  i  punti  fondamentali  delle  proprie  dottrine  ; 
anche  qui  però  dobbiamo  convenire  col  Bonghi  ^) 
che  è  ben  difficile,  se  non  impossibile,  discernere 
quanto  di  ciò  si  debba  attribuire  al  maestro  e  quan- 
to allo  scolaro  ;  comunque  suU'  appoggio  di  alcuni 
frammenti  del  poema  della  natura  di  Eraclito,  e  so- 
prattutto in  base  ad  un  passo  dell'  interessantissimo 
commento  di  Ploclo  al  Parmenide  platonico,  in  cui 
si  afferma  che  come  della  scuola  eleatica  era  proprio 
r  insegnare  mediante  concetti,  e  della  pitagorica  il 
condurre  alla  cognizione  degli  enti  mediante  nozio- 
ni matematiche,  così  era  di  Eraclito  la  via  mediante 
i  nomi  ^),  si  può  conchiudere  che  la  ricerca  della 
realtà  mediante  V  analisi  etimologica  delle  parole 
già  da  Eraclito  stesso  era  stata  iniziata  e  condotta 
a   buon    punto.  Naturalmente  nel  sistema  eracliteo, 


1)  Cf.  Bonghi  op.  cit.  pa^.  140.  Lo  Zeller  (op.  cit.  I.  659,  note  2 
e  3)  ci  pare  troppo  radicale  nel  negare  qualsiasi  rapporto  tra  le  dot- 
trine sul  linguaggio  quali  appaiono  formulate  da  Cratilo  nell'  omonimo 
dialogo  di  Platone,  e  quali  a  lui  sono  riferite  oltre  che  da  Proclo  nel 
passo  citato  più  avanti,  anche  da  Ammonio  {De  Interpr.  24  b  ;  30  b), 
ed  Eraclito  stesso.  Sarà  difficile  distinguere  quanto  si  deve  al  maestro 
e  quanto  agli  scolari  suoi,  in  ciò  conveniamo  col  Bonghi,  ma  negare  a 
priori  qualsiasi  rapporto  ci  pare  eccessivo,  perchè  nella  deficienza  di 
testi  precisi  non  è  lecito  anteporre  le  negazioni  nostre  alle  afferma- 
zioni degli  antichi,  È  perciò  che  oltre  checol  Bonghi  noi  andiamo  d'  ac- 
cordo in  proposito  anche  collo  Schuster  (P.  Schuster,  Heraklit  von 
Ephesus,  Leipzig  1873,  pag.  318  esgg). 

2)  Procli,  Comm.  ad  Parm.  Ediz.  Stallbaum,  pag.  479. 


10  LA   FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

come  Cratilo  stesso  riconosce  nel  rispondere  alle 
incalzanti  domande  di  Socrate  ^),  non  era  esclusa 
r  idea  di  un  qualcheduno,  che  ai  vocaboli  abbia  dato 
origine,  di  una  specie  cioè  di  legislatore,  il  quale 
però,  date  la  concezione  panteistica  del  dinami- 
smo fenomenista  eracliteo,  per  cui  il  fuoco  è  il  dio 
stesso  mutantesi  ovunque  in  grazia  di  un'  energia 
intrinseca  a  lui  stesso,  energia  che  è  anche  intel- 
ligenza, non  poteva  essere  altro  che  1'  essere  uma- 
no, neir  anima  del  quale  appunto  tale  fuoco  divino 
si  conserva  nella  sua  forma  più  pura. 

La  questione  della  natura  e  delle  forme  del  lin- 
guaggio divenne  per  così  dire  d'  attualità,  quando 
essa  della  sfera  serena  delle  speculazione  astratta 
discese  neir  ordine  dell'  utilità  pratica  per  opera  dei 
Sofisti.  È  noto  quale  sia  stato  il  significato  del  mo- 
vimento sofistico,  e  come  in  esso  e  per  esso  dal  re- 
lativismo logico,  che  suonava  la  più  grande  sfiducia 
nella  soluzione  del  problema  della  conoscenza  di  se 
stesso,  impostosi  allora  con  tutta  la  sua  importanza, 
si  sia  ben  tosto  arrivati  al  relativismo  morale,  che 
tanto  bene  s' accordava  colle  condizioni  di  quei 
tempi,  nei  quali  in  Atene,  divenuto  il  cervello  della 
Grecia,  ribollivano  sfrenatamente  le  ambizioni  di 
raggiungere  in  qualunque  modo  i  primi  posti,  sicché 
si  vide  tosto  la  critica  pratica  infrangere  i  sacri  le- 
gami delle  tradizione,  e  tutte  o  quasi  le  abitudini 
di   pensiero   sciogliersi   per   lasciar   posto  al  libero 


1)  Cfr.   Cratilo  431.  D. 


PRIMA  DI  PLATONE  11 

esame.  La  convenienza  di  studiare  le  parole  ed  il 
linguaggio  allora  s' impose  come  uno  dei  mezzi  per 
raggiungere  lo  scopo  pratico  dell'  esistenza  :  di  ciò 
abbiamo  testimonianze  concordi  in  Senofonte  ^),  in 
Isocrate  '')  ed  in  Platone  ••),  il  primo  dei  quali  anzi 
dichiara  che  tale  studio  era  fatto  tutto  a  scapito  delle 
vera  ricerca  degna  di  filosofi. 

In  ordine  al  pensiero,  quale  fu  l' indirizzo  se- 
guito dai  Sofisti  nelle  loro  speculazione  sul  lin- 
guaggio ?  Anche  qui  per  rispondere  noi  dobbiamo 
soprattutto  interrogare  Platone.  Le  due  sentenze  già 
considerate  di  Pitagora  e  di  Eraclito  da  una  parte, 
e  di  Democrito  dall'  altra  ormai  tenevano  il  campo, 
e  come  in  fondo  intorno  ad  esse  è  tutte  la  discus- 
sione di  Socrate  nel  Cratilo  platonico,  così  intorno  ad 
esse  deve  essersi  svolta  V  investigazione  dei  Sofisti, 
in  senso  realistico,  come  vedremo,  quella,  in  senso 
nominalistico  questa.  Gorgia  poteva  ben  meravigliarsi 
come  mai  mediante  suoni  si  potessero  significare 
colori  e  cose  non  udibili  ""),  e  molto  probabilmente 
Ippia  d'  Elide,  e  non  lui  soltanto,  approfondire  lo 
studio  delle  due  teoriche  delle  lettere  e  dei  ritmi, 
quali  saranno  poi  svolte  anche  nel  Cratilo  di  Platone, 
e  di  cui  Aristofane  prenderà  occasione  per  aggiungere 
un   altro   dileggio  al  Socrate,  quale  è  dipinto  nelle 


1)  Senofonte,  De  venatione,  13. 

2)  ISOCRATE,  De  permutatione,  48. 

3)  Platone  Euthyd,  305  A.  Cfr.  in  proposito  :  Prantl,  Geschiclite 
der  Logik,  Leipzig  1855,  Voi.  I,  pag.  11. 

4)  Gorgia  in  De  Xenoph.  Mei.  et  Gorg.  (in  Arist.  ed.  Didot)  cap.  56 
Cfr.  :  B.  Croce,  op.  cit.  pag.  173. 


12  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

«  Nubi.  »  ^),  Protagora  e  Prodico  si  trovavano  ancora 
alle  prese  col  problema  se  il  linguaggio  fosse  per 
natura  o  per  convenzione. 

Di  Prodico  Socrate  nel  «  Cratilo  »  ricorda  due 
scritture,  in  cui  si  discorreva  del  perchè  e  del  come 
del  significato  dei  vocaboli  -),  ed  in  parecchi  passi 
di  Platone  ^)  viene  sottilmente  derisa  V  arte  di  Pro- 
dico di  distinguere  quelli  non  già  secondo  il  con- 
cetto di  una  somiglianza  reale  tra  il  suono  e  la  cosa 
espressa,  sicché  ogni  vocabolo  sia  appropriato  ad 
esprimere  un  solo  oggetto  e  non  altro  che  quello, 
ma  sebbene,  secondo  una  felicissima  induzione  del 
Bonghi  ^)  pienamente  conforme  all'  indirizzo  generale 
della  Sofistica  tutta  quanta,  in  relazione  al  semplice 
uso  delle  singole  parole,  sicché  é  lecito  conchiudere 
che  Prodico  traesse  appunto  dell'  uso  il  motivo  e 
la  ragione  in  genere  del  significato  dei  vocaboli. 

Protagora  invece,  a  proposito  della  questione 
del  linguaggio,  seguì  ed  approfondì  l' indirizzo  stesso 
di  Eraclito,  del  quale  in  fondo  si  può  ritenere  un 
seguace  non  solo  in  rapporto  all'  argomento,  di  cui 
stiamo  trattando,  ma  anche  in  genere  per  tutta  quella 
sua  concezione  relativistica-scettica,  che  é  deriva- 
zione legittima  della  risposta  data  al  problema  gno- 
seologico  da   Eraclito   stesso  ^).   L'  etimologizzare, 


1)  Aristofane,  Nubi,  verso  638. 

2)  Cratilo,  384  B. 

3)  Protag.,  337   A.    340  C,  358  A.,  Menon.  75  E.,  Charon.  163    D. 
Euthid.  277  E. 

4)  Bonghi, -op.  cit.  pag.  151. 

5)  È  Platone  stesso  (Teeteto,  152)  che  parla  di  rapporti  tra  Eraclito  e 


PRIMA  DI  PLATONE  13 

per  esempio,  era  comune  nella  speculazione  prota- 
gorea  e  tale  operazione,  fatta  anche  per  ottenere  il 
retto  uso  delle  parole  ^),  in  essa  si  faceva  in  rap- 
porto a  quella  dottrina  che  Platone  attribuisce  ap- 
punto a  Protagora  nel  dialogo,  che  da  lui  prende 
il  nome  e  che  si  può  formulare  così  :  V  intelletto 
umano  crea  i  vocaboli  secondo  V  impressione  che 
riceve  dalle  cose,  secondo  cioè  1'  opinione  che  se 
ne  forma,  per  il  che  essi  sono  diversi  -).  È  evi- 
dente che  con  tale  dottrina  male  si  accordava  il 
concetto  fondamentale  di  Protagora  :  essere  ognuna 
cosa  ciò  che  a  ciascuno  pare,  questo  concetto  be- 
nissimo si  sarebbe  accordato  coir  antica  opinione  di 
Democrito,  sostenuta  nel  Cratilo  da  Ermogene,  che 
ciascuna  cosa  abbia  quel  nome  qualsiasi  che  le  si 
mette.  Coir  antica  opinione  di  Eraclito  invece,  con- 
divisa pienamente  da  Protagora  e  da  lui  applicata 
anche  in  certe  sue  dottrine  grammaticali  sui  generi 
dei  nomi  e  sulle  varie  specie  di  discorsi  '■'),  si  ve- 
niva in  fondo  ad  ammettere  che  ad  ogni  cosa   cor- 


Protagcra,  e  senza  dubbio  tali  rapporti  sono  molto  più  verosimili  di 
quelli  che  da  Epicuro  (DIOGENE  L.  IX,  53  ;  X,  8)  si  credeva  fossero 
intercorsi  tra  Protagora  e  Democrito  (Cfr.  F.  Ueberwegs,  Grnndriss 
der  Geschichte  der  Philosophie,  Siebente  Aufgabe,  Berlin  1886,  voi.  I. 
pag.  95-96. 

1)  Cfr.  Platone,  Phadr.  267.  C. 

2)  Protagora,  332  A. 

3)  Cfr.  Aristotele,  Rhet.  HI,  5  ;  Poet.  21  ;  Elenc,  Sophist.  I  ;  Ari- 
stofane, Nubi  666,  851,  1251;  QUINTILIANO,  Inst.  III.  4:  (Cfr.  BON- 
GHI V,  op.  cit.  152,  -e  359).  Diogene  Laerzio,  per  es.,  (IX.  53)  dice  che 
Protagora  per  il  primo  distinse  il  discorso  in  quattro  forme  e  modi  e 
cioè  :  sù'/wÀY],  Éponvjaic;,  àTtóywp'.o'.c;,  svxoXi^, 


14  LA   FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

risponda  un'  essenza  sua  propria  sempre  costante 
e  coerente  a  se  stessa,  sì  da  rispecchiarsi  sempre  ed 
egualmente  nel  vocabolo  che  V  esprime.  Platone  nel 
Cratilo  ^)  tale  contraddizione  ha  notato,  senza  però 
insistervi,  o  perchè  a  lui  bastava  mettere  un'  altra 
volta  in  iscacco  il  famoso  Sofista,  o  perchè  anche 
egli  nel  Cratilo  stesso  in  contraddizioni  è  caduto, 
senza  potersi  da  esse  liberare  in  modo  esauriente. 

V  eco  di  tante  discussioni  sulla  natura  del  lin- 
guaggio è  sino  a  noi  arrivato  per  opera  di  Platone, 
che  di  esse,  come  dice  il  Croce,  ci  ha  lasciato  il  mo- 
numento eterno  nel  «  Cratilo,  »  miracolo  di  luce  e  di 
tenebre,  come  è  chiamato  dal  Bonghi  '-),  il  quale  di 
esso  ha  tentato  di  spiegare  il  significato  profondo, 
dopo  d'  aver  fedelmente  riassunte  le  spiegazioni,  che 
del  medesimo  hanno,  tentato  i  diversi  chiosatori  ed 
interpreti  nel  corso  dei  tempi. 

Fra  r  ondeggiare  delle  diverse  soluzioni  che 
suir  origine  e  sulla  natura  dei  nomi  si  avvicendano 
nel  Cratilo  platonico,  ciò  che  risulta  in  modo  evi- 
dente è  la  connessione  della  questione,  di  cui  vi  si 
discute,  con  un'  altra  ben  piìi  larga  e  di  ordine  pre- 
giudiziale e  cioè  la  questione  gnoseologica  della  cono- 
scenza, da  Platone  discussa,  come  è  noto,  anche  nel 
Teeteto,  in  cui  appunto  si  tenta  di  dimostrare  che 
la   cognizione  non  sta  né  nella  sensazione,  né  nell' 


1)  Cratilo,  385  E  ;  386  D. 

2)  Bonghi,  op.  cit.  pag.  31. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  15 

opinione,  né  nell'  opinione  giusta,  né  nell'  opinione 
giusta  e  provata,  e  si  lascia  indirettamente  in- 
tendere clie  la  vera  cognizione  sta  nella  visione 
delle  idee.  E  perciò  che  di  tutte  le  interpretazioni 
date  del  Cratilo  la  più  probabile  pare  a  noi  quella 
del  Giussani  ^),  il  quale,  allargando  quanto  in  pro- 
posito il  Susemihl  ~)  e  lo  Steinthal  ^)  già  avevano  intui- 
to, viene  a  dichiarare  che  il  problema  posto  da  Platone 
nel  Cratilo  è  questo  :  Quale  è  il  valore  del  linguaggio 
rispetto  alla  cognizione  ?  e  ciò  per  confutare  quanto 
i  Sofisti,  e  Cratilo,  probabilmente  perchè  seguace  di 
Eraclito,  affermavano  ^)  che  i  nomi  sono  non  solo 
il  migliore,  ma  il  solo  mezzo,  che  conduca  alla  co- 
noscenza delle  cose,  giacché  al  contrario  di  ciò 
sta  il  pensiero  nucleo  di  tutto  il  dialogo  :  la  cogni- 
zione viene  dalle  idee  e  non  dalle  parole  ;  in  altri 
termine  è  il  realismo  socratico  in  contrapposto  al 
nominalismo  sofistico '0. 

Le  due  tesi,  ormai  tradizionali,  come  abbiamo 
visto,  nel  pensiero  ellenico  presocratico,  vengono 
nel  Cratilo  nuovamente  esposte,  Cratilo,  da  buon 
eracliteo,  vi  vuol  sostenere  che  il  linguaggio  è  '^óosl 


1)  e.  GiUS3AN[,  La  questione  del  linguaggio  secondo  Platone  e  se- 
condo Epicuro,  (Memorie  del  R  Istituto  Lombardo  di  Scienze  e  di  Let- 
tere, Voi.  XX,  fascicolo  H  pag.  105  e  sgg.). 

2)  M.  Susemihl,  Entwickelung  der  platonischen  Philosophic,  Leip- 
zig 1860,  H.  voi.  pag.  144  e  sgg. 

3)  H.  Steinthal,  Geschichte  der  Sprachwissenschaft,  Berlino  1890, 
pag.  76  e  sgg. 

4)  Cratilo,  436  A. 

5)  Cfr.    in    proposito    O.    WiLLMANN,    Geschichte  des  Idealisms, 
Braunsweig  1894,  voi.  I  pag.  347  e  sgg. 


16  LA   FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

non  già  nel  senso  che  cpócjsi  sia  V  origine  del  mede- 
simo, ma  bensì  nel  senso  che  il  nome  deve  corri- 
spondere in  sé  stesso  alla  r^baic  della  cosa  nominata, 
altrimenti  esso  non  solo  non  sarebbe  nome  giusto, 
ma  un  non  nome  affatto;  Ermogene  invece,  in  questo 
seguace  piuttosto  di  Democrito,  sostiene  che  i  nomi 
sono  affatto  arbitrarli  senza  alcun  bisogno  di  una 
relazione  qualsiasi  tra  essi  e  la  cosa  nominata, 
nulla  importando  se  anche  vi  è  opposizione  tra  un 
senso  inerente  per  sé  al  vocabolo  e  la  natura  del 
nominato. 

È  evidente  che  ambedue  le  tesi  concordavano 
in  questo  che  non  pregiudicavano  per  nulla  la  que- 
stione deir  origine  prima  del  linguaggio,  questione 
che  vedremo  direttamente  affrontata  da  Epicuro,  o  per 
lo  meno  presupponevano  entrambe  in  linea  pregiu- 
diziale che  gli  uomini  stessi  avevano  posto  i  nomi 
alle  cose,  cioè  il  linguaggio  era  per  tutti  Qkazi,  ma 
questo  mettimento  di  parole  per  alcuni  era  stato 
fatto  seguendo  la  natura  (^fóast),  per  altri  invece  per 
un  semplice  accordo  (  aDvi^r^vc-^j).  È  vero  che  nel 
«  Cratilo  »  e'  é  anche  un  accenno  all'  ipotesi  di- 
vina del  linguaggio  ^),  ma  tale  ipotesi,  per  quanto 
accennata   anche    da    Socrate,    é    posta  avanti   da 


1)  Cratilo,  438;  Cìr..  Devtschle,  Die  platonische  Sprachphilo- 
sophie,  Marburg  1852,  pag.  48.  In  merito  a  tale  opinione  dell'  origine  di- 
vina del  linguaggio,  vale  la  pena  che  noi  ricordiamo  anche  1'  opinione 
espressa  da  Protagora  nel  dialogo  omonimo  di  Platone  (322  A),  secondo 
la  quale  l'uomo  avrebbe  prima  avuto  cognizione  degli  Dei,  e  poi  avrebbe 
imparato  ad  usare  il  linguaggio. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  17 

Cratilo  stesso  nella  discussione  come  un  vago  so- 
spetto, su  cui  Socrate  crede  inutile  insistere  e  non 
vi  insiste  di  fatto,  anche  perchè  non  è  quello  il  pro- 
blema che  interessa  direttamente  Platone,  il  quale 
in  tutto  il  dialogo  mostra  non  già  di  negare  il  pro- 
blema primo  dell'  origine  del  linguaggio,  ma  sibbene 
di  averlo  sorpassato,  per  convergere  tutte  le  risorse 
della  sua  dialettica  a  liberare  il  problema  gnoseolo- 
gico di  un  altro  ostacolo,  forse  più  pericoloso  di 
altri  discussi  nel  Teeteio,  che  alla  soluzione  di  esso 
si  opponeva,  quello  cioè  che  derivava  dalla  presunta 
naturalezza  dei  nomi,  analizzando  i  quali  si  sarebbe, 
secondo  alcuni,  arrivati  a  conoscere  l' intima  natura 
delle  cose  da  essi  significati. 

Quale  è  la  conclusione  a  cui  arriva  Socrate  nella 
lunga  discussione  sostenuta  per  la  maggior  parte 
del  dialogo  ^  con  Ermogene  e  poi  col  vero  suo 
avversario  Cratilo  ?  Anche  qui,  come  in  altri  dia- 
loghi di  Platone,  la  conclusione,  se  pur  v'  è,  è  di 
carattere  piuttosto  negativo.  Dapprima  Socrate  di- 
scute la  teoria  di  Ermogene  e  sulla  base  di  moltis- 
sime etimologie  contesta  a  lui  diritto  di  ammettere 
che  i  vocaboli  siano  una  pura  ed  arbitraria  inven- 
zione dei  primi  uomini,  e  giustamente  a  nostro  cre- 
dere, perchè  se  fosse  vero  che  i  più  sapienti  degli 
uomini,  i  dialettici,  come  sono  da  Socrate  stesso 
chiamati  '),  avessero  creati  i  vocaboli,  come  era  ipo- 


1)  Di   44  capi,   di   cui  risulta  il  «  Cratilo  »  ben  37  sono  impiegati 
nella  discussione  con  Ermogene. 

2)  Cratilo  390  C. 


18  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tesi  pregiudiziale  di  Ermogene  e  di  Socrate,  è  un 
fatto  che  tale  creazione  essi  avrebbero  fatto  dietro 
certi  criteri,  e  con  alcune  norme  risultanti  loro  dal- 
l' impressione  fatta  sulla  mente  loro  dalle  cose  da 
nominarsi  ;  ciò  adunque  Socrate  tenta  coli'  etimo- 
logie di  spiegare  ad  Ermogene,  e  lo  fa  tanto  piii 
volontieri  in  quanto  che  ammettendo  come  ragione 
del  vocabolo  il  fatto  psicologico  dell'  impressione 
comune  fatta  dalle  cose  da  nominarsi  sulla  mente 
degli  uomini,  veniva  a  battere  un'  altra  volta  in 
breccia  il  relativismo  di  Protagora,  che  ammetteva 
ogni  cosa  avere  un  oooia  pienamente  soggettiva, 
mancando  di  ogni  base  oggettiva,  il  che  era  ne- 
gato dall'  impressione  uguale  fatta  dalle  cose  per 
tutti,  impressione  che  presupponeva  un  elemento 
oggettivo  sempre  uguale  e  coerente  a  se  stesso, 
mentre  d'altra  parte  sfatava  anche  1'  opinione  di  Eu- 
tidemo,  secondo  cui  ogni  cosa  può  in  ogni  momento 
parere  ed  essere  ad  ognuno  in  ogni  modo  ^). 

Senonchè  salva  così  la  controtesi  di  Socrate 
in  raffronto  alla  tesi  di  Ermogene,  non  resta  però 
salvo  per  nulla  il  modo  che  Socrate  adopera  per 
dimostrare  quella  :  nella  prima  parte  infatti  delle  sue 
etimologie  egli  non  fa  altro  che  scindere  i  vocaboli 
nei  loro  presunti  componenti,  nel  che  fare  egli 
sposta  il  problema,  facendolo,  per  così  dire,  in- 
dietreggiare, senza  punto  risolverlo  ;  è  vero  che 
più   avanti   egli    parla   anche   degli  elementi    primi, 


1)  Cratilo  368  B-E. 


NEL  CRATILO   DI  PLATONE  19 

le  lettere,  i  singoli  suoni,  e  le  sillabe  ^),  collo  scopo 
esplicitamente  affermato  di  dare  ad  ognuno  di  tali 
elementi  un  valore  specifico  -'),  ma  evidentemente  nel 
far  ciò  Socrate  tentava  spiegare  obsciimm  per  ob- 
scurìus,  e  non  riesce  a  far  sprigionare  alcun  sprazzo 
di  luce  ad  illuminare  le  incognite  formidabili  del 
problema,  che  egli  aveva  preso  a  discutere,  inco- 
gnite che  egli  intuì,  ma  che  non  potè  risolvere  anche 
per  le  condizioni  stesse  della  scienza  d'  allora. 

Si  è  disputato  se  tutto  il  lavoro  etimologico, 
quale  si  mostra  nel  Cratilo,  non  fosse  in  fondo  in 
fondo  che  un  continuo  gioco  di  ironia  ')  ;  alcuni 
passi  del  Cratilo  stesso  conforterebbero  una  tale 
opinione,  specialmente  quelli  in  cui  Socrate  col  sor- 
riso sulle  labbra  dice  ad  Ermogene  che  in  quel 
giorno  egli  veramente  si  sentiva  in  vena  di  etimo- 
logizzare, perchè  invasato  di  sapienza  divina,  infu- 
sagli  quella  mattina  da  Eutifrone  ^),  e  gli  altri  nu- 
merosi in  cui  egli  e  di  fianco,  e  di  fronte,  ed  alle 
spalle  colpisce  con  sottilissima  ironia  i  seguaci  di 
Eraclito  a  proposito  specialmente  della  loro  teoria 
del  perpetuo  divenire  del  tutto  '")  ;  riflettendo  però 
bene    ci    dobbiamo   convincere    che  se  V  ironia  so- 


1)  Cratilo  426  C-427  D. 

2)  Tra  1'  altro  Socrate  sostiene  che  1'  /  è  dalla  lingua  adoperato  ad 
indicare  ciò  che  è  sottile,  orbene  un  tale  riflesso  suU'  esilità  del  suono 
i  rimase  poi  comune  nella  grammatica  medioevale  (Cfr.  Fr.  d'  Ovidio, 
Dante  e  la  filosofia  del  linguaggio,  in  Studi  sulla  D.  C,  Milano  -  Pa- 
termo  1901,  pag.  502). 

3)  Cfr.  C.  GIUSSANI,  op.  cit.  pag.  Ili 

4)  Cratilo  39(5  D. 

5)  Notiamo  che  la  famosa  formola  eraclitea  Tidvxa  psì  si  legge  ap- 
punto nel  Cratilo  (412  A),  come  anche  nel  Tceteto  (181  A). 


20  LA  ^FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

cratica  è  rivolta  forse  contro  V  abuso  nel!'  etimo- 
logizzare, non  lo  è  affatto  contro  V  uso  ^),  tanto  più 
che  u  n  tale  lavorio  d  i  ricerche  Socrate  sparge 
qua  e  là  osservazioni  seriissime  e  profondissime 
in  istretto  rapporto  col  problema  nucleo  di  tutto 
il  dialogo,  proposto  più  avanti  da  Cratilo  stesso 
sotto  la  formola  :  i  nomi  si  danno  per  ragione 
d' insegnamento,  perchè  essi  rispecchiano  veramente 
la  natura  della  cosa  nominata  ~). 

Se  badiamo  bene  infatti  tutta  la  prima  parte  del 
dialogo  coir  occhio  rivolto  alla  seconda,  vediamo 
che  tra  le  due  vi  è  un  legame  più  stretto  di  quello 
che  a  prima  vista  non  paia,  appunto  perchè  nella 
seconda  non  sono  che  messe  in  luce  da  una  parte 
le  conseguenze  e  dall'  altra  i  principii  di  tutto  quanto 
a  mo'  di  esemplificazioni  si  è  andato  nella  prima 
svolgendo.  Socrate  nel  rispondere  al  semplicismo  di 
Ermogene,  che  i  vocaboli  calcolava  come  mere  in- 
venzioni artificiali  ondeggianti  a  caso  nel  mare  delle 
conoscenze  umane,  dimostra  tutto  il  lavorio  riflesso, 
che  sotto  le  parole  s'  asconde  :  essi  sono  i  termini 
che  fissano  e  legano  ed  irrigidiscono  tutte  le  note 
costituenti  i  concetti,  esse  non  nel  loro  suono  ma- 
teriale, ma  sibbene  nelle  loro  esigenze  formali  sono 
r  esponente  necessario  del  pensiero  umano,  quello 
può  essere  qualsiasi,  come  qualunque  può  essere  il 


1)  E  noto  che  anche  oggi  si  ammette  che  il  processo  delle  ricerche 
linguistiche  riposa  in  gran  parte  suìlo  studio  delle  etimologie  e  sulla 
storia  individuale  delle  parole  e  dei  loro  elementi  (Cfr.  W.  D.  WHIT- 
NEY.  La  vie  dii  langage,  Paris  1875,  pag.  257). 

2)  Cranio  425  E. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  21 

colore  di  una  medicina,  non  essendo  il  colore  parte 
dell'  essenza  di  un  farmaco,  una  volta  però  fissato,  il 
suono  è  strumento  necessario  nell'espressione  del  con- 
cetto, non  già  per  quello  che  esso  è,  ma  sibbene 
per  quello  che  esso  esprime  nell'  accordo  o  per  lo 
meno  nell'  abitudine  di  tutti  ^),  tanto  è  vero,  ag- 
giunge ripetutamente  Socrate,  che  «  il  quello  che  è  » 
del  nome  può  variare  e  trasformarsi  sì  da  perdere 
il  primitivo  valore  significativo  :  ciò  ben  poco  im- 
porta, purché,  rimanendo  1'  accordo  nell'  intendere 
date  cose  significate  da  date  parole,  tali  parole 
adempiano  sempre  il  loro  ufficio  tra  gli  uomini  -). 

Come  si  vede,  tale  ordine  di  considerazioni  se 
sono  importanti  per  noi^  non  risolvono  per  nulla  la 
questione  proposta  da  Ermogene,  mentre  sono  im- 
plicitamente negazione  della  tesi  di  Cratilo  ;  per  ri- 
spondere a  quello,  Socrate  avrebbe  dovuto,  come 
dice  benissimo  il  Giussani  ■'),  fare  quello  che  ha 
fatto  poscia  Aristotele,  distinguere  cioè  il  doppio 
aspetto  sotto  cui  si  deve  considerare  1'  essere  della 
parola,  il  suo  essere  come  prodotto  storico  ed  il 
suo  essere  come  prodotto  di  pensiero  ;  ciò  non 
avendo  fatto,  per  tutto  la  prima  parte  del  dialogo 
Socrate  continua  a  confondere  V  esser  suo  come 
prodotto  storico,  predicando  di  questo  ciò  che  in 
realtà   non   si   doveva   che   predicare   di  quello.  È 


1)  I  passi  del  Cratilo,  da  cui  soprattutto  crediamo  si  può  dedurre 
quanto  sopra,  sono  :  386  E,  300  A,  393  D,  394  A,  B  ;  411  D. 

2)  Anche    qui    le    parole    di    Socrate    sono   esplicate,  cfr.  Cratilo, 
435  B-D. 

3)  Giussani,  op.  cit.  pag.  ni. 


22  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

perciò  che  Ermogene  non  ha  una  risposta  definitiva 
sulla  propria  tesi,  appunto  perchè  se  ad  una  con- 
clusione definitiva  e  sintetica  Socrate  avesse  voluto 
venire,  avrebbe  nella  medesima  visto  vaneggiare 
quella  contraddizione  stessa  eh' -egli  aveva  qua  eia 
sparso  per  tutta  la  discussione  pur  tra  le  risorse  più 
attraenti  del  suo  spirito  e  la  suggestione  più  pene- 
trante de'  suoi  sorrisi. 

Egli  è  che,  come  già  si  è  detto,  la  vera  que- 
stione non  era  già  quella  esposta  da  Ermogene,  ma 
sebbene  quella  sostenuta  da  Cratilo,  che  Socrate 
ha  sempre  di  mira  anche  quando  s' indugia  a  ri- 
spondere al  primo.  Nella  discusrsione  infatti  soste- 
nuta con  Ermogene  il  protagonista  in  fondo  non 
fa  altro  che  prepararsi  la  strada  su  cui  poter  cam- 
minare più  spedito,  quando  più  tardi  direttamente 
si  troverà  di  fronte  il  vero  avversario  ;  dimostrando 
il  tesoro  di  pensiero  che  sotto  e  dietro  le  parole  si 
appiatta,  egli  solo  in  apparenza  piglia  di  fronte  la 
tesi  di  Ermogene,  dalla  portata  della  quale  esorbitava 
il  problema  della  produzione  logica  dei  concetti,  il 
passaggio  cioè  dalle  immagini  singole  alla  formazione 
del  concetto  astratto  ed  universale,  bastando  solo  ad 
essa  una  risposta  negativa  o  positiva  sulla  somi- 
glianza tra  cosa  e  persona,  cosi  leggermente  negata 
da  Ermogene  ;  tutto  ciò  invece  aveva  rapporto  stret- 
tissimo colla  tesi  di  Cratilo,  ed  è  perciò  che  So- 
crate insiste  neir  etimologizzare,  cercando  di  ridurre 
dapprima  i  nomi  propri  e  particolari  a  nozioni  co- 
muni e  più  generali,  e  queste  poi  a  nozioni  più  ge- 
nerali ancora  su  su  fino  a  quei  concetti  universali,  che 


.  NEL  CRATILO  DI  PLATONE  23 

Aristotele  avrebbe  chiamato  categorie,  e  che  Socrate, 
sempre  coli'  occhio  rivolto  ad  Eraclito  e  per  esso  a 
Cratilo,  riassume  tutto  ironicamente  nel  concetto  di 
moto.  Come  si  vede  adunque  è  tutto  un  lavorio 
sulla  sostanza  delle  parole  e  non  sulla  forma  della 
medesima  che  fa  Socrate,  il  quale,  pur  ammettendo 
anche  una  certa  giustezza  nel  suono  delle  parole, 
già  ammessa  del  resto  anche  da  Protagora  ^),  il  che 
era  perfettamente  logico,  giacche,  come  già  si  è 
detto,  dovendosi  e  volendosi  in  qualche  modo  spie- 
gare r  origine  dei  vocaboli,  era  naturale  V  ammet- 
tere che  nella  scelta  di  essi  avesse  pur  presieduto 
un  criterio  qualsiasi,  quando  sopra  questa  giustezza 
vuol  ragionare,  opponendosi  con  ciò  direttamente  all' 
opinione  di  Ermogene,  usa  di  due  argomenti  teorici 
che  proprio  non  hanno  alcun  valore.  Uno  è  che 
come  le  cose  hanno  un'  essenza  loro  oggettiva  in- 
dipendente dalla  nostra  cooperazione,  e  però  le  o- 
perazioni  che  si  fanno  sulle  cose,  per  es.  il  bruciare 
ed  il  tagliare,  sono  determinate  da  codesta  loro  na- 
tura, cosi  è  r  opinione  dei  nominare  '),  a  proposito 
dei  quale  argomento,  come  osserva  giustamente  il 
Giussani  ■),  è  il  caso  d'  opporre  :  paragone  non  è 
ragione,  giacché  col  dare  un  nome  ad  una  cosa  non 
si  fa  proprio  nessuna  operazione  sulle  cose. 

Anche    1'  altro    argomento  non  è  meno  debole  ; 
Socrate   dice    infatti  :    ogni    proposizione   è   vera  o 


I)  Cratilo,  391  C. 

3)  Cratilo,  386  E  e  sgg. 

3)  Giussani,  op.  cit.  pag.  109. 


24  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

falsa,  dunque  per  esser  vera  bisogna  che  ogni  sua 
parte  sia  vera,  quindi  una  certa  giustezza  ci  deve 
essere  nei  nomi,  che  sono  appunto  le  parti  della 
proposizione  ^),  al  che  già  benissimo  ha  obbiettato 
Aristotele  col  dire  che  solo  un  giudizio  può  esser 
vero  0  falso,  mentre  un  nome  da  solo  non  è  né 
vero,  né  falso,  esso  è  quello  che  é,  ed  è  solo  col- 
r  aggiunta  dell'  idea  dell'  essere  o  non  essere  che 
può  derivare  la  verità  o  la  falsità  del  rapporto  sta- 
bilito tra  due  o  più  nomi.  Siamo  adunque  qui  in 
presenza  di  un  vero  sofisma,  il  quale  però  prova 
un'  altra  volta  come  a  Socrate  importava  soprattutto 
trascinare  la  discussione  sul  valore  non  materiale, 
ma  bensì  formale  dei  vocaboli,  in  quanto  sono  ter- 
mini espressivi  di  concetti,  e  tutto  ciò  per  esser 
più  pronto  ad  opporsi  alla  tesi  di  Cratilo  sul  va- 
lore materiale  dei  vocaboli  in  quanto  esclusivi  e- 
lementi  didattici  sulla  natura  delle  cose  da  essi  e- 
spressa. 

Il  ragionamento  usato  da  Platone  per  combat- 
tere tale  tesi  così  si  può  ridurre  in  forma  schema- 
lica.  I  nomi  sono  espressioni  di  concetti,  quindi 
essi  sotto  di  sé  nascondono  la  vera  natura  delle 
cose,  la  quale  appunto  si  trova  riassunta  né  suoi 
caratteri  essenziali  e  generici  nel  concetto  ;  tale  rap- 
porto intimo  e  necessario  però  tra  nome  e  concetto 
non  è  già  da  riferirsi  al  nome  come  composto  di 
quei  dati  suoni,  ma  sibbene  al  suo  carattere  formale 


1)  Cratilo,  385  B,  C. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  25 


di  essere  quel  nome  diverso  da  altri  ;  è  falsa  quindi, 
0  per  lo  meno  enormemente  eccessiva  la  tesi  di  co- 
loro che,  come  Cratilo  e  gli  Eraclitei  in  genere, 
dall'  analisi  del  nome  vorrebbero  arrivare  alla  natura 
della  cosa  :  perchè  essi  partono  da  ciò  che  è  nella 
maggioranza  dei  casi  puramente  accidentale  e  relativo 
per  arrivare  a  ciò  che  è  eminentemente  generale  ed 
assoluto  ;  per  giungere  a  questo  ci  vuol  ben  altro 
criterio  estraneo  e  superiore  al  linguaggio,  criterio 
che  Socrate  nel  Cratilo  non  espone,  ma  che  tosto  ci 
fa  pensare  alia  teoria  platonica  delle  idee. 

Esposto  così  il  ragionam.ento  opposto  a  Cratilo, 
si  capisce  subito  quanto  valore  per  esso  abbia  la 
discussione  fatta  precedentemente  sui  moltissimi 
nomi,  colla  quale  Platone  ha  voluto  mostrare  entro 
quante  limitazioni  vada  inteso  il  principio  che  i  vo- 
caboli sono  'fóasL  a  quante  cause  d'  errore  vada 
soggetta  la  formazione  cpòasi  delle  parole,  a  quanti 
svisamenti  vadano  soggette  le  originarie  formazioni 
'fóasL  ed  a  quante  incertezze  quindi  vada  incontro 
r  indagine  della  nozione  o  valore  predicativo  origi- 
nariamente contenuto  nei  vocaboli. 

Ora  se  ciò  è,  e  si  noti  che  a  tale  risultato  So- 
crate è  giunto  pur  partendo  dall'  idea  di  opporsi 
alla  sentenza  di  Ermogene,  che  negava  appunto  qual- 
siasi rapporto  naturale  tra  cosa  e  vocabolo,  e  se 
anche  coli'  analisi  degli  elementi  primi  delle  parole, 
che  pur  dovrebbero  rispecchiare  in  se  maggiormente 
la  natura  delle  cose,  già  Socrate  era  venuto  a  ve- 
dere tutta  r  incertezza,  anzi  tutta  la  falsità  di  accet- 
tare gli  elementi  od  i  vocaboli  primi  quali  strumenti 


26  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

di  cognizione  ^),  in  che  modo  si  poteva  sostenere,  co- 
me faceva  Cratilo,  che  i  nomi  solo  ci  insegnano,  per- 
chè essi  soli  sono  non  già  il  migliore,  ma  1'  unico 
mezzo  di  arrivare  alla  cognizione  degli  oggetti  ?  ^) 
A  tali  argomenti  d' indole,  diremo  cosi,  pratica 
Platone  ne  aggiunge  ben  altri  d' indole  piuttosto  teo- 
rica, che  senza  dubbio  rappresentano  la  parte  più 
seria  e  più  profonda  di  tutto  il  dialogo,  appunto 
perchè  confutazione  solenne  di  quella  tesi,  che,  una 
volta  ammessa,  avrebbe  suonato  opposizione  fortis- 
sima alla  teoria  nucleo  di  tutto  il  sistema  gnoseolo- 
gico di  Platone.  Anzi  tutto  Socrate  combatte  il  con- 
cetto di  Cratilo,  su  cui  evidentemente  la  sua  tesi  si 
fonda,  della  costante  e  piena  ed  essenziale  giustezza 
dei  nomi,  in  apparenza  riducendo  i  nomi  a  ritratti, 
in  realtà  riducendoli,  mediante  il  confronto  coi  ri- 
tratti, quasi  a  simboli  dotati  di  una  minima  ed  insi- 
gnificante virtù  espressiva  ").  Inoltre  egli  oppone  a 
Cratilo  quest'  altro  argomento  :  chi  mise  i  nomi,  li 
mise  secondo  il  concetto  che  s'  era  fatto  lui  delie 
cose,  ma  se  questo  concetto  era  sbagliato  ?  È  evi- 
dente che  noi  corriamo  gran  rischio  di  esser  tutti  in- 
gannati, cercando  gli  oggetti  dietro  le  scorte  dei 
nomi  *).  Cratilo  allora,  che  credeva  tutto  il  linguag- 
gio  formato  sul  concetto  eracliteo  del  moto  essen- 


1)  Cfr.  Cratilo  424  C  ;  si  veda  in  proposito  la  sottile  ironia  di  So- 
crate nelle  parole  :  Le  cose  in  veste  di  suoni  vocali,  che  bella  figura! 
(425  D). 

2)  Sulla  portata  così  esclusiva  della  tesi  di  Cratilo  cfr.  Cratilo  436  A, 

3)  Cratilo,  432  E,  435  C.  Cfr.  GlUSSANI,  op.  cit.,  pag.  121. 

4)  Cratilo.  439  B. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  27 

ziale  delle  cose,  ed  al  quale  tale  credenza  pareva 
confermata  da  tutta  la  precedente  indagine  etimolo- 
gica, risponde  che  il  pericolo  d' inganno  nei  primi 
nomenclatori  appare  manifestamente  escluso  da  quella 
coerenza  del  linguaggio  con  un  unico  concetto  fon- 
damentale ^)  ;  ma  Socrate  gli  mostra  in  primo  luogo 
che  quella  coerenza  non  gioverebbe,  perchè  po- 
trebbe esser  tutto  sbagliato  coerentemente  ad  un 
principio  sbagliato,  poi  gli  fa  vedere  che  la  coe- 
renza non  esiste,  e  che  alcuni  nomi  sono  fondati 
non  già  sull'  idea  di  moto,  ma  piuttosto  di  stare  ~),  d' 
altra  parte  se  e'  è  bisogno  dei  nomi  per  conoscere  le 
cose,  con  che  nomi  le  avranno  conosciute  quelli  che 
primamente  crearono  i  nomi  per  le  cose  ?  •').  Cratilo 
se  la  sbriga  dicendo  che  chi  ha  imposto  i  nomi  sarà 
stato  un  essere  sovrumano,  ed  allora  devono  essi 
esser  tutti  giusti  per  forza  ;  ma  Socrate  di  rimando  : 
allora  la  divinità  si  sarebbe  contraddetta,  perchè  e'  è 
contraddizione  nei  nomi,  supponendo  gli  uni  un  con- 
cetto delle  cose,  gli  altri  un  concetto  opposto,  per 
il  che  0  gli  uni  o  gli  altri  non  sono  giusti.  Cratilo 


1)  Cratilo,  436  C. 

2)  Cratilo,  436  D-437  D.  Per  decidere  la  questione  tra  i  nomi  che 
accennano  moto  e  gli  altri  che  accennano  stare,  Socrate  ironicamente 
propone  il  criterio  della  maggioranza,  e  cioè  dice:  «  vediamo  se  quelli 
che  indicano  moto  sono  i  più,  se  si,  quello  sarà  il  vero.»  Naturalmente 
Cratilo  rifiuta  di  accettare  un  tale  criterio  (Cratilo  437.  D).  Notiamo  che 
questo  è  forse  il  primo  caso  in  filosofia  in  cui  si  propone  un  tale  cri- 
terio della  maggioranza,  criterio  che,  come  è  noto,  lo  Stuart-Mill  ha 
poi  sostenuto,  come  qualche  cosa  di  legittimo,  nel  campo  morale  per  la 
stima,  che  si  deve  fare  per  certe  azioni,  le  quali  saranno  buone  se  sa- 
ranno come  tali  stimate  ed  attuate  dalla  maggioranza  degli  uomini. 

3)  Cratilo,  438  C. 


28  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

allora  col  solito  ritornello  risponde  :  quelli  che  sem- 
brano i  nomi  falsi  non  sono  nomi.  Quali  ?,  incalza 
Socrate,  gli  uni  o  gli  altri,  quelli  che  indicano  moto 
0  quiete  ?  Non  sapendo  Cratilo  che  dire,  Socrate  si 
affretta  a  venire  alla  conclusione  di  tutto  quanto  il 
dialogo  ;  dunque,  egli  dice,  poiché  e'  è  guerra  fra  i 
nomi,  per  decidere  fra  essi  e  quindi  anche  per  de- 
cidere sulla  natura  degli  enti,  è  necessario  un  ben 
altro  criterio  che  non  sia  il  nome  stesso,  criterio  su- 
periore, discutere  sul  quale  però  è  cosa  ben  mag- 
giore che  da  te  e  da  me,  per  ora  e'  è  da  conten- 
tarsi per  lo  meno  di  questo  che  gli  enti  non  già  dai 
nomi,  ma  molto  da  essi  stessi  si  devono  e  ricercare 
ed  apprendere  ^). 

È  questo  un  velato  accenno  alla  teoria  delle 
idee  ?  Già  abbiamo  risposto  in  modo  affermativo, 
neir  opinione  che  ben  poco  significato  avrebbe  il 
Cratilo  di  Platone,  se  non  avesse  alcun  rapporto  col 
problema  gnoseologico,  risolto  da  Platone  appunto 
colla  teoria  delle  idee  in  genere,  e  colla  dottrina 
della  reminiscenza  in  ispecie,  né  più  né  meno  di 
quello  che  sarebbe  del  Teeteto  se  tale  rapporto  non 
esistesse  anche  in  lui  e  per  lui.  E  così,  date  le  due 
note  tesi  tradizionali  sulla  natura  del  linguaggio  e- 
sposte  da  Ermogene  e  da  Cratilo,  Socrate  non  ha 
accettato  né  1'  una,  né  1'  altra,  egli  ha  combattuto  la 
prima  per  poter  meglio  far  giustizia  della  seconda  ; 
il  problema  a  poco  a  poco  sotto  V  assillo  della  sua 


1)  Cratilo,  439.  B. 


NEL  CRATILO  DI  PLATONE  29 

dialettica  si  è  spostato  ed  ingrandito,  da  psicologico 
esso  si  è  fatto  metafisico. 

Ermogene  e  Cratilo  da  Socrate  dopo  la  disputa 
di  quel  giorno  se  ne  saranno  dipartiti  non  troppo 
soddisfatti  :  anche  noi  dopo  la  lettura  del  Cratilo, 
pur  ammirando  1'  arte  squisita  dell'  autore,  non  ci 
sentiamo  per  nulla  persuasi  della  soluzione  negativa 
data  al  problema,  sembrandoci  piuttosto  che  sì  sa- 
rebbe dovuto  cominciare  là  dove  il  dialogo  invece 
finisce  ;  però  riflettendoci  più  bene,  tosto  ci  accor- 
giamo che  r  agnosticismo  di  Socrate  era  forse  il 
meglio  che  ci  si  poteva  in  proposito  offrire,  perchè 
qualunque  soluzione  poteva  infatti  esser  impedimento 
ad  arrivare  là  donde  solo  ha  potuto  o  potrà  deri- 
vare a  noi  di  tale  problema  una  soluzione  adeguata. 


Capitolo  II 

La  filosofia  del  linguaggio 
nella  speculazione  greca  dopo  Platone 


SOMMARIO:  La  speculazione  del  linguaggio  nelle  scuole  socratiche  mi- 
nori ed  in  Aristotele.  —  Punto  di  contrasto  in  proposito  tra  Platone 
ed  Aristotele.  —  La  dottrina  del  linguaggio  degli  Stoici  con  riguardo 
speciale  alla  teoria  dei  Àsxxóv.  —  Le  nuove  vedute  sull'origine  del 
linguaggio  e  degli  elementi  naturali  della  parola  in  Epicuro.  —  La 
filosofia  del  linguaggio  negli  Scettici,  gli  Eclettici,  i  commentori  di 
Aristotele,  Filone  ed  i  Neoplatonici. 


L' indirizzo  così  alto  e  diremo  quasi  generoso 
seguito  da  Platone  nella  discussione  sulla  natura 
dei  nomi,  la  ricerca  sui  quali  entrò  così  per  lui 
definitivamente  nel  campo  sereno  della  filosofia, 
dove,  come  avremo  occasione  di  vedere  in  seguito, 
essa  rimase  poi  a  lungo  sempre  con  dignità  e  de- 
coro, era  senza  dubbio  frutto  diretto  dell'  insegna- 
mento di  Socrate,  il  grande  paladino  appunto  della 
personalità  pedagogica  della  parola,  per  usare  un' 
espressione  del  Franti  ^).  Ciie  ciò  sia,  lo  si  può 
anche  dedurre  da  quanto  sulla  natura  dei  vocaboli 
si  disputò  nelle  altre  scuole,  germinate  dall'  inesau- 


1)  Prantl,  Geschichte  der  Logik,  Leipzig  1855,  Voi.  l,  pag.  29. 


IL    LINGUAGGIO  NEI  SOCRATICI  MINORI  31  " 

ribiie  tronco  socratico  come  altrettanti  rami  minori 
di  fianco  al  ramo  principale  della  scuola  di  Platone. 

Considerassimo  per  i  Cinici  Antistene  e  tosto, 
come  ci  dice  Aristotele  ^),  vedremmo  ben  chiara  la 
distinzione  tra  conoscenza  per  concetto  ed  astra- 
zione mentale,  e  ben  riconosciuta  V  incompatibilità 
di  questa  ad  esprimere  la  complessità  di  quella  ; 
considerassimo  invece  per  i  Megarici  Diodoro,  e 
tosto  vedremmo  che  da  lui  si  accentua  quel  sistem.a 
noto  nella  storia  della  filosofia  colla  denominazione 
di  Nominalismo,  che  già  accennato  nei  Sofisti,  giù 
giìi  attraverso  gli  Stoici  ebbe  poi  tanta  importanza 
anche  nello  svolgimento  della  filosofia  cristiana  me- 
dievale ~).  Ammetteva  tra  1'  altro  Diodoro  che  già 
nella  parola  come  tale  sta  in  modo  pienamente 
definito  il  momento  significativo  del  concetto,  tanto 
che  è  impossibile  che  vi  sia  parola  ambigua  ed 
incerta,  e  quando  nella  parola  e  nel  sentire  pare 
che  non  ci  sia  accordo,  egli  è  perchè  si  tratta  di 
espressione  oscura,  non  già  però  ambigua,  ambigui 
enim  verbi  natura  illa  esse  debiiit,  ut  qui  id  diceret, 
duo  vel  plura  diceret,  nemo  autem  duo  velplura  dicit, 
qui  se  sensit  unum  dicere  "). 

È  però  soprattutto  in  Aristotele  che  noi  troviamo 
ancor  magnificamente  affermata  la  nobiltà  che  alla 
questione   dei  nomi  già  Socrate  e  dopo  di  lui  Pla- 


1)  Aristotele,  Metapli.  V.  20,  VHI.  3  ;  Cfr.  anclie  Diogene  Laerzio. 
VI,  3. 

2)  Cfr.  Prantl  op.  cit.   pg.  36,  37 

3)  Gellio,  XI,  12. 


32  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tone  avevano  accordata,  e  come  quegli  per  ciò  che 
riguarda  la  logica  ha  pienamente  compresa  e  svolta 
e  sistematizzata  la  grande  intuizione  socratica  del 
concetto  in  contrapposto  all'  antico  particolarismo 
sofistico  ^),  cosi  per  ciò  che  riguarda  i  vocaboli, 
egli  appronfondì  maggiormente  la  loro  vera  natura, 
quale  solo  era  stata  appena  adombrata  da  Platone 
neir  ultima  parte  del  Cratilo,  stabilendo  appunto 
quella  differenza  a  loro  riguardo  tra  contenuto  sto- 
rico, ed  il  loro  essere  come  instrumento  di  comunica- 
zione, di  pensiero  che  fu  poscia  feconda  di  tanti 
risultati  indiscutibili. 

La  dottrina  aristotelica  sulla  natura  del  linguag- 
gio si  può  così  riassumere  :  sono  suoni  vocali  tutti 
quelli  in  cui  la  voce  o  sola  od  accompagnata  è 
strumento  0  ;  sono  quelli  simboli  o  note,  per  usare  la 
parola  di  Cicerone^),  delle  affezioni,  '^atì-viixaia,  dell' 
animo,  come  i  caratteri  sono  note  dei  suoni  vocali  ; 
ora  le  affezioni  dell'  animo  sono  in  tutti  le  medesime, 
come  medesimi  sono  gli  atti,  7rriàY{j.aia,  che  ad  essi 
corrispondono  :  diversi  invece  sono  per  i  diversi 
uomini  i  suoni  vocali  che  li  , possono  esprimere, 
come  diversi  sono  i  caratteri  :  quelli  adunque,  cioè 
gli  atti,  sono  vere  immagini  delle  affezioni  ed  hanno. 


1)  Cfr.  Prantl,  op  cit.  Voi.  1  pag.  95, 

2)  Aristotele,  De  Jnterpretatione  2.  16  e  sgg.  Avremo  occasione 
più  avanti  di  conoscere  l' importanza  di  questo  passo  dello  Stagirita 
in  rapporto  alla  Patristica  ed  alla  Scolastica. 

3)  Cicerone,  Top.  8.  35,  dove  si  legge  :  Itaque  hoc  idem  Aristoteles 
oùjiPoÀov  appellai,  quod  latine  est  nota. 


IN  ARISTOTELE  33 


per  dir  così,  carattere  al  tutto  oggettivo,  questi 
invece,  cioè  i  suoni,  non  ne  sono  che  i  segni  pura- 
mente arbitrari  e  soggettivi  ^). 

Da  ciò  derivava  per  Aristotele  1'  altra  dottrina 
importantissima,  già  anche  questa  accennata  da  Pla- 
tone, che  dell'  uso  e  dell'  abitudine  fa  parecchie 
volte  accenno,  senza  però  dare  alla  loro  portata 
una  base  sicura  di  stima;  se  le  parole  sono  segni 
arbitrarli,  è  evidente,  diceva  Aristotele,  che  il  loro 
valore,  come  strumento  di  pensiero,  non  sarà  frutto 
che  di  un  accordo  di  quelli  che  le  usano  :  -)  ;  nessuno 
vocabolo  in  altri  termini  ha  significazione  per  na- 
tura ^)  ;  ciò  è  certo  per  Aristotele,  il  quale  però 
non  ha  voluto  spiegarci  poi  perchè  essi  sieno  quel 
che  sono,  se  cioè  essi  sieno  (pó^si  o  {>éast,  per  na- 
tura 0  per  r  opera  di  alcuni  uomini,  come  pure  era 


1)  Giustamente  il  Bonghi  (op.  cit.  pag.  178)  mette  a  confronto  con 
tali  dottrine  aristoteliche  le  contrarie  dottrine  accennate  da  Platone, 
che  i  vocaboli  furono  trovati  non  per  imitare  gli  altri  suoni,  ma 
per  imitare  il  concetto  delle  cose  che  indicano  {Cratilo  423  B.),  e  che 
il  nominare  è  un  atto  come  ogni  altro  atto  (386  D.  e  sgg.)  ;  ci  pare  però 
che  a  confortare  la  propria  tesi  che  Aristotele  abbia  veramente  conosciuto 
il  Cratilo,  il  Bonghi  avrebbe  potuto  ricordare  quella  parte  di  questo 
in  cui  si  parla  degli  atti,  con  cui  1'  uomo  può  manifestare  le  sue  affe- 
zioni (Cra///o  422  E -423  B.),  che  molto  probabilmente  è  lo  spunto  primo 
della  dottrina  aristotelica  dei  7tpdY[iaxa  |i!.|JLr^|Jiaxa  in  contrapposto 
ai  vocaboli  semplicemente  aYjiis!,a. 

2)  Vale  la  pena  che  anche  qui  noi  richiamiamo  le  parole  stesse  di  Ari- 
stotele :  ioxi  Xófoz  auas  |Jièv  aY]|iavx'.>tòc  oOx  w^  opyayov  Ss, 
•àXX'  oìOTZBp  s^pYjxai  %axà  oovS-tìxtqv.  (De  Interp.  IV.  4). 

3)  Aristotele  nel  passo  citato  del  De  Interpret.  dice  :  ^lias'.  xiov 
òvoaaxtov  oùSsv  saxu 


34  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ammesso  da  Platone  ;  il  contenuto  storico  dei  sin- 
goli vocaboli,  pur  essendo  distinto  dal  loro  essere 
come  strumento  di  pensiero,  non  è  curato  dalla 
Stagirita  che  nega  perciò. alcun  valore  alla  decom- 
posizione del  vocabolo  per  la  ricerca  del  suo  si- 
gnificato ^),  come  nega,  e  giustamente,  come  già 
si  è  detto  a  proposito  dell'  opposta  dottrina  accen- 
nata da  Platone,  che  vi  possano  essere  nomi  veri 
0  falsi. 

Sbarazzato  così  il  campo  di  tutti  gli  impacci 
che  derivavano  dalle  considerazioni  riguardanti  le 
parole  in  quanto  suoni,  Aristotele  in  un  passo  fa- 
moso del  De  anima  -)  stabilisce  la  differenza  tra  la 
parola  dell'  uomo,  ed  i  suoni  emessi  dagli  altri  ani- 
mali, differenza  che  sta  appunto  nel  significato  im- 
presso a  quella  della  immaginazione  (t aviaaia).  Tanto 
quella  però  come  questi  hanno  comuni  certe  con- 
dizioni fisiche,  tra  cui  la  più  importante  è  la  presenza 
dell'  aria,  e  certe  condizioni  fisiologiche,  sulle  quali 
ritorna  spesso  Aristotele,  segnando  in  proposito  al- 
cuni insegnamenti,  che  poi  restarono  come  punti  fissi 
della  scienza  ulteriore  ^). 

La   parte   però    piìi  importante  delle  dottrine  di 


l)Cfr.  Bonghi  op.  cit.  pag.  180,  e  Giussani  op.  cit.  no.  Notiamo 
però  che  tale  affermazione  di  Aristotele,  la  quale  pure  ebbe  fortuna 
neir  età  di  mezzo,  fu  in  certo  qual  modo  infirmata  dello  Stagirita  stesso 
laddove  egli  ha  formato  parole  nuove  per  dare  colle  etimologie  ragione 
di  un  dato  concetto,  pensiamo  per  es.  al  S-.j^aoTr^g  ed  al  Zlyjx'.oc,  oxi 
ScXa  èaxò  (  Eth.  Nic,  V.  4.  9). 

2)  Aristotele,  De  anima  U,  8. 

3)  Aristotele,  De  hist.  anim.  II,  17  ;  De  pari.  anim.  II,  17  e  sgg.  ; 
De  physiognom,  2  ;  Problem.  XXXIII,  4. 


IN    ARISTOTELE  35 

Aristotele  riguarda  le  parole  in  quanto  instrumenti 
del  processo  intellettuale.  Memore  della  diminutio 
capitis  inflitta  al  vocabolo  da  Antistene,  e  contrario 
all'  ottimismo  manifestato  in  proposito  da  Platone  0, 
Aristotele  confessa  che  il  linguaggio  è  purtroppo  un 
espediente  difettoso  ed  incerto  per  la  ragione  dell' 
uomo  ~)  ;  oh  se  si  potesse,  dice  lo  Stagirita,  nel 
ragionare  presentarci  gli  uni  e  gli  altri  le  cose 
stesse,  senza  passare  attraverso  i  simboli  di  essi  : 
le  parole  •^)  !  Ciò  però  è  impossibile,  le  parole  adun- 
que sono  da  stimarsi  come  utile  all'  acquisto  della 
scienza  ^),  anzi  esse  stesse  devono  essere  oggetto 
di  studio,  da  qui,  per  esempio,  la  distinzione  prima- 
mente affermata  da  Aristotele  tra  voci  con  senso 
('^covai  arj(j.avTrx,a')  e  voci  prive  di  senso  (-^tovai  aor^- 
•^at  ^),  tra  nome  e  verbo,  tra  ovofia  cioè  e  p'?)[j.a  ^). 

Quello  che  vale  soprattutto  però  per  Aristotele 
è  r  agitarsi  del  pensiero,  la  formulazione  cioè  del 
giudizio  come  rapporto  negativo  e  positivo  di  con- 
cetti e  r  attuazione  del  ragionamento  come  rapporto 


1)  Cratilo  384  B. 

2)  Aristotele,  El.  Sopliist.  164  A.  B. 

3)  Anche  questo  è  un  riflesso  che  durò  poi,  come  vedremo,  poi  per 
tutta  r  età  di  mezzo  fino  al  Cusano  (Cfr.  NICOLÒ  CUSANO,  De  docta 
ignorantia,  Lib.  I,  cap.  II). 

4)  Aristotele,  De  sensii  et  sensibili,  cap.  I.  Notiamo  che  la  ne- 
cessità del  linguaggio  per  ì'  uomo  fu  poi  sostenuta,  come  vedremo,  an- 
che dalla  Scolastica,  la  quale  però  potè  corroborare  1'  argomento  ari- 
stotelico con  un  altro,  la  non  necessità  della  parola  negli  angeli  ;  su  tale 
questione  si  può  leggere  quanto  ha  scritto  Dante,  anche  in  ciò  fedele 
interprete  degli  insegnamenti  delle  scuole,  {De  vulgarì  eloquio  I,  3). 

5)  Cfr.  G.  B.  Zoppi  op.  cit.  pag.  84  :  con  senso  sono  p.  es.  i  nomi  ; 
senza  senso  sono  le  particelle  e  1'  articolo. 

6)  Cfr.  Bonghi  op.  cit.  pag.  179. 


36  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tra  giudizii,  da  qui  V  insistenza  di  lui  ad  approfon- 
dire la  differenza  tra  dialettica,  retorica  ed  apo- 
dittica, tutte  e  tre  unite  nel  fatto  puramente  estrin- 
seco del  linguaggio,  ma  divise  profondamente  per 
r  uso,  r  attrito,  e  la  relazione  dei  concetti  e  dei 
giudizii,  di  cui  ogni  discorso  risulta  ed  ogni  verità 
discorsiva  emana,  tanto  che  mentre  la  prima  non  ci 
può  dare  che  verosimiglianza  e  V  incertezza  dell' 
indistinto,  e  la  seconda  non  è  per  Aristotele,  come 
dice  il  Boutroux  *),  che  1'  applicazione  della  dialet- 
tica ai  fini  della  politica,  cioè  a  certi  fini  pratici, 
la  terza  ci  dà  invece  la  verità  e  la  certezza  univer- 
sale e  necessaria  della  scienza  ').  Anche  in  Platone 
si  possono  trovare  tracce  di  tutto  ciò,  ma  solo  Ari- 
stotele, come  vero  creatore  dell'  analitica  dello  spi- 
rito, ha  saputo  di  tali  cognizioni  fare  un  sistema 
completo  e  sicuro,  in  cui  i  vocaboli  entrano  come 
elementi  secondarli  in  rapporto  ai  diversi  suoni,  di 
cui  risultano,  e  come  elementi  essenziali  in  quanto 
espressioni  abitudinarie  e  concordate  di  tutte  quelle 
operazioni  fondamentali  dello  spirito,  per  cui  1'  uomo 
acquista  la  scienza  e  garantisce  a  se  stesso  di 
essere  arrivato  al  possesso  della  medesima. 

E    così    con  Aristotele  e  per  Aristotele  le  sorti 
del  linguaggio,  considerato  come  materia  di  discus- 


1)  Boutroux,  Études  d'histoire  de  philosophie,  Paris  1901,  pag.  184- 

2)  Su  queste  differenze  stabilite  da  Aristotele  tra  dialettica  ed  apo- 
dottica  e  sui  rapporti  delle  medesime  colla  retorica,  la  quale  colle  aUre 
due  ha  pure  comune  il  linguaggio  (STtiaxigjiYj  aTiaaa  [lexà  Xóyoy  s- 
oxì,  dice  Aristotele  xnAnal.  post.  II,  19),cfr.PRANTL,  op.  cit.  pag.  76  e  sgg. 


NELLE  DOTTRINE  STOICHE  37 

sione  filosofica,  furono  sempre  più  unite  alla  sorte 
della  logica,  per  quanto  non  manchino  anche  in  lui, 
come  ben  nota  il  Croce  ^),  alcuni  passi,  in  cui  lo 
Stagirita  pare  accenni  ad  isolare  la  funzione  lingui- 
stica della  funzione  propriamente  logica,  ed  a  porla 
insieme  colla  funzione  poetica  ed  estetica  ;  essi  sono 
quello  -),  in  cui  V  autore  dichiara  che  oltre  le  pro- 
posizioni enunciative  che  dicono  il  vero  ed  il  falso 
logico,  ve  ne  sono  altre  che  non  dicono  ne  il  vero 
nò  il  falso,  come  le  espressioni  delle  aspirazioni  e 
dei  desiderii  (sò/yj),  e  1'  altro  '),  in  cui  Aristotele 
critica  un  certo  Busone,  il  ^uale  aveva  affermato 
che  una  cosa  turpe  resta  turpe  con  qualunque  parola 
la  si  designi,  ribattendo  che  le  cose  turpi  si  possono 
esprimere  e  con  parole  che  le  mettono  sott'  occhio 
in  tutta  la  loro  crudezza,  o  con  parole  che  le 
velano. 

Dopo  Aristotele  la  filosofia  dei  linguaggio  ebbe 
ancora  nella  tradizione  filosofica  ellenica  cultori 
insigni,  tra  cui  principalissimi  gli  Stoici  ed  Epicuro, 
più  ligi  quelli  all'  indirizzo  logico  formale  così 
rigidamente  affermato  da  Aristotele,  tanto  da  riu- 
scire i  veri  concettualisti  dell'  antichità,  più  libero  e 
geniale  questo  nelle  sue  intuizioni  profonde. 

Riattaccarono  infatti  gli  Stoici  il  linguaggio 
alla  mente  (^^.àvota),  e  diedero  origine  a  quella  com- 


1)  Croce  op.  cit.  pag.  174. 

2)  Aristotele  De  Interpret.  cap.  IV. 

3)  Aristotele  Rhet.  ni.  2. 


38  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

plessa  ed  ancora  oscura  teoria  del  Xs^ióv.  col 
quale  è  ben  difficile  credere  che  essi  volessero 
distinguere  la  rappresentazione  linguistica  dal  con- 
cetto astratto,  come  pare  accenni  il  Croce  e  prima 
del  Croce  lo  Steinthal  *).  Partivano  gli  Stoici  da 
un  nominalismo  tanto  assoluto  quanto  in  contrap- 
posto al  realismo  di  Platone.  Zenone  nega  infatti 
risolutamente  che  le  idee  possano  esistere  in  se 
stesse  e  per  se  stesse,  esse  sono  àvó:rarjZT:GL,  cioè 
senza  realtà,  senza  obbiettività,  noi  però  possiamo 
acquistare  le  nozioni  di  qualità  accidentali,  di  cui 
queste  idee  sono  suscettibili,  e  per  conseguenza 
dar  loro  dei  predicati,  TrpocjTjYopLa?  '). 

Da  tale  premessa  e  dalla  teoria  sensistica  gno- 
seologica per  cui  si  affermava 'dagli  Stoici  la  sen- 
sazione essere  il  principio  di  ogni  conoscenza, 
dalla  sensazione  nascere  il  ricordo,  dai  ricordi  mul- 
tipli 1'  esperienza,  dai  ragionamenti  sull'  esperienza 
e  dalla  combinazione  finalmente  dei  concetti  la 
scienza,  rampolla  la  teoria  del  Xs^tóv.  Di  fronte  alla 
trattazione  delle  forme  delle  parole  come  tali,  cioè  co- 
me semplici  suoni,  la  quale  formava  una  delle  parti  del- 
la dialettica,  ponevano  gli  Stoici  la  dottrina  del  aTj[j.aL- 
vó[i£vov,  che  entrava  nel  dominio  della  logica,  dei 
rapporti  cioè  tra  le  parole  e  le  cose  (là  7cpàY[j.aTa),  che 
gli  Stoici  credevano  veri  rapporti  di  natura,  dati  i  quali 
ne   derivava  per  essi  la  concezione  di  qualche  cosa 


1)  H.  Steinthal,  Geschichte  der  Sprachwissenschaft  bei  dea  Grie- 
chen  und  Ròmern,  Berlin  1890-1  Voi.  I,  pag.  289-90,  293,  296, 

2)  Stobeo,  Ed.  I,  12. 


NELLE  DOTTRINE  STOICHE  39 

di  intermedio  tra  il  pensiero  e  le  cose,  in  cui  le 
esigenze  di  entrambi  venissero  come  ad  associarsi 
e  diventare  elementi  di  conoscenza  ^),  mediante  ap- 
punto il  carattere  della  dicibilità.  In  altri  termini  Xsxrà 
erano  per  gli  Stoici  le  cose  espresse  o  suscettibili 
di  essere  espresse,  di  essere  cioè  trasportate  nel 
mondo  esterno  per  quel  sistema  di  segni,  che  si 
chiama  appunto  linguaggio  ;  tali  Xs-z-rà  non  erano 
le  rappresentazioni  o  le  immagini  delle  cose,  come 
si  potrebbe  credere  a  prima  vista,  perchè  le  imma- 
gini sono  lo  spirito  stesso  in  questo  od  in  queir 
altro  stato  ;  essi  sono  ancor  meno  le  cose  oggettive 
che  il  linguaggio  cercherebbe  di  elevare  all'  essere 
cioè  di  ipostasiare  in  qualche  modo,  perchè  le  cose 
esistono  per  se  stesse  e  dalla  sfera  del  loro  essere 
non  possano  uscire  ;  no,  Xs/tióv,  come  già  si  disse, 
era  un  qualche  di  intermedio  tra  soggetto,  ed  oggetto, 
incorporeo  però,  vuoto  di  ogni  contenuto  come  il  tem- 
po e  lo  spazio  -)  ;  mentre  la  voce  ed  il  suono  della  voce 
e  r  oggetto  sono  dei  corpi,  i  Xsxtà  non  hanno  esi- 
stenza che  per  la  rappresentazione  della  ragione, 
e  rappresentazione  della  ragione  è  tale  per  cui  1'  og- 
getto presentato  è  presente  alla  ragione  stessa,  è 
suscettibile  di  essere  accettato,  e  di  prendere  una 
forma  razionale  in  base  appunto  all'  oggettivazione 


1)  Ammonio  {Ad  Arisi.  De  interpret.  f.  15  b.)  chiama  appunto  il 
Xsxxóv  degli  stoici  [lérjov  tra  vor^iiaxa  e  upayiiaxa  (Cfr.  C.  Prantl, 
op.  cit.  pag.  416). 

2)  Sext.  EMP.  Adv.  Mat/iematicos,  Vili.  II  (Cfr.  C.  PRANTL.  op.  cit. 
pag.  416). 


40  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

delle  nostre  idee  generali,  sotto  V  assillo  delle  quali 
gli  oggetti  si  trasformano,  assumendo  anche  il  modo 
della  loro  espressione,  che,  come  già  si  è  detto,  è 
qualche  cosa  di  eminentemente  naturale  ^). 

Il  processo  adunque  conoscitivo  risultava  per 
gli  Stoici  composto,  come  ben  dice  il  Chaignet  -),  di 
questi  diversi  elementi  :  1'  oggetto,  il  soggetto,  il  pen- 
siero, che  non  è  altro  che  uno  stato  dello  spirito  in 
quanto  tende  a  prendere  come  sua  materia  quel  dato 
oggetto  ^),  il  XcXTÓv,  cioè  la  trasformazione  completa 
dell'  oggetto  in  entità  razionale  dicibile,  la  parola 
finalmente  che  è  il  segno  che  il    Xs^tóv  esprime. 

II  Franti  mette  in  relazione  il  Xsxtóv  degli  stoici 
col  XóYo?  sjj/p'r/o?,  cioè  innato,  di  Platone  e  di  A- 
ristotele,  e  veramente  esso  quella  concezione  richia- 
ma, per  quanto  sopra  di  essa  non  si  può  dire  che 
si  sovrapponga  del  tutto,  giacche  il  Xó^oc  s[jl^d/0(; 
dei  due  filosofi  citati,  come  vedremo  a  suo  tempo 
il  sermo  interior  degli  Scolastici,  riguarda  piuttosto  il 
rapporto  tra  pensiero  e  parola,  il  Iato  cioè  interno 
del  linguaggio  rivolto  alle  psiche,  mentre  la  teoria 
del  XsvwTÓv  degli  Stoici  concerne  piuttosto  una  vera 
facoltà  speciale  dell'  uomo,  in  cui  s'  appunta  il  mec- 
canismo   della   parola,   come  qualche  cosa  di  natu- 


1)  Tale  interpretazione  del  Xsxxóv  degli  Stoici  non  è  un  fondo 
molto  diversa  da  quella  in  proposito  data  dallo  Zeller  (cfr.  E.  Zeller, 
op.  cit.  IV  pag.  78,  pag.  86  della  terza  edizione  Lipsia  1880). 

2)  A.  Ed.  Chaignet,  Histoire  de  la  Psychologie  des  Grecs,  Paris 
1890  Voi.  II  pag.  140. 

3)  Sulla  differenza  tra  pensiero  e  Xsxxóv  negli  Stoici  cfr.  Plutarco, 
Placit  philosoph.  IV.  11. 


NELLE  DOTTRINE  STOICHE  41 

rale  :  in  altri  termini  paragonando  il  linguaggio  ad 
una  superfice  curva,  il  Xóygc  sjx'po/oc  ne  rappresenta 
la  parte  concava  interna,  ed  il  linguaggio  espressivo 
la  parte  convessa  esterna,  mentre  il  Xsxxóv  di  quella 
curva  sarebbe  come  la  generatrice. 

Alla  teoria  dei  XsTtià  gli  Stoici  connettevano  le 
loro  dottrine  logiche  e  le  loro  dottrine  grammaticali, 
il  che  era  perfettamente  naturale,  perchè  dato  che  le 
idee  ed  il  linguaggio  non  sono  che  le  due  facce  del 
medesimo  fenomeno  psicologico,  il  che  ammette- 
vano anche  gli  Stoici,  ne  derivava  per  essi  la  con- 
seguenza che  i  Xs'^tà  erano  per  le  parole  ciò  che  il 
giudizio  interno  (ó  XÓ70?  svO-ià^sTo?)  era  per  la  pro- 
posizione che  la  formula  (ó  Xó^o?  Tupocfopizóf;).  Noi 
non  insisteremo  troppo  su  tali  rapporti,  solo  ricor- 
dando la  distinzione  fra  i  XsTcuà  completi  e  che  ba- 
stano a  sé  stessi  (aòtoTeX-^),  e  gli  altri  a  cui  manchi 
qualche  cosa  (iXXtTcr^),  fra  quelli  si  ponevano  le  pro- 
posizioni categoriche  (à^uó'xaTa),  le  interrogazioni,  le 
questioni  ^)  e  secondo  Filone  anche  le  imprecazioni 
ed  i  giuramenti  ~),  fra  i  secondi  invece  si  mettevano 
i  predicati  (  y.axTiYOfy/^jiata  ),  da  distinguersi  in  acci- 
dentali od  indiretti,  ed  in  essenziali  0  diretti.  Come 
si  vede,  qui  siamo  arrivati  in  piena  grammatica, 
contrariamente  a  quanto  era  avvenuto  in  Aristotele, 
che  dalla  grammatica  invece  molto  probabilmente 
era  partito  per  arrivare  alla  teoria  delle  categorie  lo- 


1)  Cfr.  su  ciò  Sex.  Emp.,  Pyrrh.   Hyp.,   I,    14.    65.  e  A.  ED.  Chai- 
GNET,  op.  cit.  Voi.  II.  pag.  107. 

2)  Philonis,  De  Agricult.,  161. 


42  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

giche.  Notiamo  però  che  in  fondo  la  teoria  dei  Xsxià 
aSyzoxsXri  può  sotto  un  certo  aspetto  ricongiungersi 
anche  alla  dottrina  delle  TcrjoXri^Bic,  o  nozioni  pri- 
mitive ammesse  dagli  Stoici,  come  qualche  cosa  di 
innato,  essendo  ormai  indubitabile  che  essi  erano, 
in  rapporto  appunto  alla  TupoXrj'psic,  innatisti,  contra- 
riamente a  quanto  affermavano  lo  Zeller,  e  lo  Stein, 
che  pretesero  di  fare  dei  seguaci  di  Zenone  non 
solo  dei  materialisti,  ma  anche  degli  empiristi  senza 
riserve  0- 

Un'  ultima  osservazione  a  proposito  della  filo- 
sofia del  linguaggio  quale  si  è  svolto  tra  gii  Stoici 
riguarda  1'  origine  che  ai  vocaboli  essi  attribuivano. 
Di  essa  già  abbiamo  fatto  menzione,  ricordando 
come  tre  cose  e  linguaggio  si  ammetteva  dai  se- 
guaci di  Zenone  un  vero  rapporto  di  natura,  aggiun- 
giamo ora  che  esso  era  interpretato  come  un  rap- 
porto di  imitazione.  Il  Bonghi  a  tale  proposito  af- 
ferma -)  che  con  tale  dottrina  gli  stoici  si  allontana- 
vano da  quanto  Platone  nel  Cratilo  ^)  affermava  sul- 
r  impossibilità  di  una  relazione  tra  suoni  che  le  cose 
possono    dare    ed   i    suoni    con  cui  le  parole  sono 


1)  Cfr.  su  ciò  A.  Ed.  Chaignet,  op.  cit.,  pag.  128  e  sgg.  Notiamo 
che  anche  perciò  che  riguarda  il  criterio  della  certezza  gli  Stoici  ricor- 
revano alla  loro  teoria  dei  Xsxxcc,  giacche  pur  ritenendo  come  pura- 
mente soggettivo  tale  criterio,  concepito  come  la  forza  di  convinzione 
(vtaxaXTjTixixóv)  inerente  ad  una  rappresentazione,  il  potere  cioè  che 
possiede  una  conoscenza  di  provocare  la  nostra  adesione  invincibile, 
attribuivano  però,  contraddicendosi  in  modo  strano,  tale  forza  non  già 
alla  senzazione.  ma  ai  Xsxxa 

2)  Bonghi,  op.  cit.  pag.  181. 

3)  Cratilo,  423.  C. 


NELLE  DOTTRINE  STOICHE  43 

composti.  Ciò  è  vero,  dobbiamo  però  aggiungere 
che  nel  Cratilo  stesso  si  può  trovare  il  primo  spunto 
della  dottrina  stoica  per  una  certa  somiglianza  ori- 
ginaria della  parola  coli'  oggetto  da  essa  espresso. 
Non  aveva  forse  detto  Socrate  che,  per  esempio, 
Tra  cagione  della  sua  mobilità  serve  benissimo 
per  esprimere  il  moto,  che  il  suono  /  invece  è  op- 
portuno per  rendere  tutto  ciò  che  e  fine  e  sottile, 
che  le  sibilanti  rappresentano  benissimo  il  concetto 
di  tutto  ciò  che  fa  fiato  e  così  via  ')  ?  Ora  non  si 
ammetteva  implicitamente  con  ciò  una  somiglianza 
tra  suono  e  cosa,  pressoché  simile  a  quanto  era  poi 
affermato  dagli  Stoici  ^)  ?  Del  resto  abbiamo  in  pro- 
posito un  passo  di  S.  Agostino  )  sulla  dottrina  stoica 
dell'  imitazione  che    non   ci    lascia    nessun   dubbio 


1)  Cratilo,  426  C-427  D. 

2)  Cfr.  A.  QiESSWEiN,  DicHaiiptrobleme  der  Sprachwissenschaft, 
Freiburg  1893,  pag.  168. 

3)  Ecco  il  passo  di  S.  Agostino  (De  Dialectica  6).  «  Stoici  autiimant 
nullum  esse  verb'nm,  cuius  non  certa  ratio  explicari  possit.  Et  quia 
hoc  modo  suggerere  facile  fuit,  si  diceres  hoc  infinituni  esse  quibus 
verbis  alterius  verbi  origineni  interpretaris,  eoriim  rursiis  a  te  origi- 
neni  qiiaerendani  esse,  donec  pcrveniatar  eo,  ut  res  cum  sono  verbi 
aliqua  similitudine  concinnai,  ut  cum  dicimus,  aeris  tintinnitum,  equo- 
rum hinnitum,  ovium  balatum,  tubarum  clangoreni,  stridorem  catena- 
rum  ;  perspicis  enim  haec  verba  ita  sonare,  ut  ipsae  res,  quae  his  verbis 
significantur.  Sed  quia  sunt  res,  quae  non  sonant,  in  his  similitudinem 
tactus  valere,  ut  si  leniter  vel  asperc  sensum  tangunt,  lenitas  vel  aspe- 
ritas  literarum  ut  tangit  auditum  sic  eis  nomina  peperit  :  ut  ipsuni 
lene,  cum  dicimus  leniter  sonai,  quis  item  et  asperitatem  non  et  ipso 
nomine  asperam  iudicet  ?  lene  est  auribus,  cum  dicimus  voluptas,  a- 
sperum,  cum  dicimus  crux.  Ita  res  ipsae  afficiunt,  ut  verba  sentiun- 
tur.  .  :  Haec  quasi  cunabula  verborum  esse  crediderunt,  ubi  sensus  re- 
rum cum  sonorum  sensu  concordarent  ». 


44  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

sulla   portata    di   questa  ^)    e  sulla  somiglianza  sua 
con  quanto  già  era  stato  sostenuto  da  Platone  -). 

Per  trovare  però  una  dottrina  sulF  origine  del 
linguaggio  ben  più  precisa,  che  nei  nostri  tempi 
ebbe  un'  influenza  ben  maggiore  di  tutte  quante  le 
altre  formulate  dall'  antica  speculazione  ellenica, 
dobbiamo  venire  ad  Epicuro.  Il  Bonghi  ammirando 
r  altezza  del  concetto  platonico  sul  linguaggio,  in 
cui  egli  vede  il  predominio  di  un  elemento  intellet- 
tuale, in  quanto  vi  si  afferma  un'  intima  relazione 
del  vocabolo  e  dei  suoni  articolati  colle  affezioni 
dell'  animo  e  coi  concetti  della  mente,  giudica  meno 
nobili  le  posteriori  teorie  stoica  ed  epicurea,  perchè 
in  esse  quella  relazione  è  sciolta  e  così  1'  elemento 
intellettuale  è  sopraffatto  dal  suo  elemento  natu- 
rale ^).  Abbiamo  già  visto  come  ciò  non  sia  perfet- 
tamente vero  per  ciò  che  riguarda  la  dottrina  stoica, 
consideriamo  ora  la  dottrina  epicurea  e  tosto  ci 
convinceremo,  come  già  ha  dimostrato  il  Gius- 
sani  ^)  che  non  lo  è  nemmeno  per  essa. 


1)  Dubbi  invece  ci  sarebbero  ancora  se  noi  in  proposito  non  aves- 
simo che  il  passo  di  Diogene  Laerzio  (VH  83),  in  cui  di  tale  imitazione 
si  trova  pure  un  accenno. 

2)  Da  quanto  sopra  si  è  detto  ci  pare  di  poter  dedurre  che  non  riper- 
cussione di  dottrina  platonica  si'deve  vedere  nelle  parole  di  Giovanni  Sa- 
lisburiense  citate  dal  D'  Ovidio  (op.  cit.  pag.  436),  come  appunto  questi 
vorrebbe  :  Ipsa  quoque  nominum  impositio  aliarumque  dictionum,  etsi 
arbitrio  humano  processerà,  naturae  quodamuoào  obnoxia  est,  quam 
prò  modulo  probabiliter  imìtatur  ;  in  tali  parole  noi  piuttosto  sentiamo 
r  eco  della  dottrina  stoica  dell'  imitazione,  la  quale  nell'  età  di  mezzo 
doveva  essere  conosciuta  se  non  altro  per  il  tramite  di  S.  Agostino, 
autore  tanto  letto  in  tale  età. 

3)  Bonghi,  op.  cit.  pag.  182. 

4)  C.  GiUSSANi,  op.  cit.  pag.  129. 


NEL  SISTEMA  EPICUREO  45 

Anzitutto  dobbiamo  dire  che  il  problema  che 
Platone  ed  Epicuro  risolvono  non  è  lo  stesso.  Per 
Platone,  come  si  è  visto,  era  un  naturale  sottinteso 
che  il  linguaggio  fosse  l>éas'.,  tutta  la  questione  era 
di  vedere  se  la  d^énK;  dei  vocaboli  fosse  ^shr^zi  o 
aovO-fjX-^],  se  cioè  nel  porre  i  vocaboli  i  legislatori 
avessero  rifranta  la  natura  delle  cose  da  nominarsi, 
0  li  avessero  invece  posti  per  un  accordo  tra  gli 
uomini  stessi  ;  abbiamo  poi  visto  come  per  Platone 
tale  questione  tradizionale  nella  filosofia  ellenica 
abbia  servito  come  occasione  a  trattarne  un'  altra 
ben  più  importante  per  lui,  quella  cioè  che  si  rife- 
riva alla  conoscenza  della  natura  delle  cose  mediante 
il  linguaggio.  Ora  ad  Epicuro  tutto  ciò  non  interessa 
che  in  linea  diremo  così  subordinata  :  la  questione 
vera,  fondamentale  per  lui  è  quella  che  si  riferiva 
veramente  all'  origine  del  linguaggio,  era  cioè  quella 
di  vedere  se  tale  origine  si  fosse  iniziata  per  natura, 
come  un  fatto  fisiologico  e  non  piuttosto  come 
un'  operazione  pensata  e  voluta  dagli  uomini,  e 
a  risposta  a  tale  questione,  risposta  che  noi  tro- 
viamo recisamente  formulata  nella  lettera  di  Epicuro 
ad  Eudoto,  è  che  1'  embrione  del  linguaggio  è  stata 
cpóasL  ;  ossia  i  primi  suoni  espressivi  furono  emessi 
per  fisiologica  necessità,  tale  embrione  però  gli  uo- 
mini all'  intento  di  farsi  un  utile  strumento  di  co- 
municazione hanno  sviluppato  a  vero  linguaggio 
ponendo  (ì^éaei)  dei  nomi  alle  cose,  ma  nel  porre 
questi    nomi    essi  non  hanno  proceduto  ad  arbitrio. 


46  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ma  ragionando  (Xoyi?sx(ì))  e  dietro  certe  ana- 
logie ^). 

É  inutile  che  noi  cerchiamo  qui  di  indagare 
quanto  anche  in  rapporto  all'  origine  della  lingua 
sia  stato  divinatore  Epicuro,  e  come  in  fondo  in 
fondo  egli  non  si  discosti  molto  nella  seconda  parte 
della  sua  teoria  da  Platone  ;  più  interessante  sarà  in- 
vece per  noi  vedere  sopra  quali  appoggi  di  prin- 
cipii  e  dì  esperienze  una  tale  teoria  poteva,  secondo 
la  mente  di  Epicuro,  posarsi. 

Anzitutto  spiegava  egli  i  suoni  della  voce  u- 
mana  in  relazione  alla  sua  dottrina  fondamentale 
degli  atomi  -),  tali  suoni  cioè  sono  in  rapporto  a  reali 
emissioni  di  atomi,  chiamati  da  Lucrezio  «  primor- 
dia  et  principia  vociim  »,  i  quali  emanano  dai  tessuti 
degli  organi  aventi  diretta  comunicazione  coli'  aria 
esteriore  ^).  Quello  è  1'  elemento  naturale  del  linguag- 
gio, a  cui  ben  tosto  se  ne  aggiunge  un  altro,  che  Lu- 
crezio ancora  chiama  utilitas  ^),  il  quale  posto  di  fianco 
al  primo,  come  impulso  alla  sua  attuazione,  spiega 
abbastanza  bene  per  Epicuro  ed  i  suoi  il  sorgere 
prima  del  linguaggio  e  poi  l' intervento  della  ragione 
nello  sviluppo  di  quello. 

Come  si  spiega  1'  utilità  di  cui  fa  cenno  Lucre- 
zio ?    Essa  si  spiega  come  un  vero  bisogno  psico- 


1)  e.  QiUSSANi,  op.  cit.  pag.  120.  Sopra  il  linguaggio  in  Epicuro 
cfr.  anche  E.  Zeller,  op.  cit.  HI,  416,  e  A.  ED.  Chaignet,  op.  cit. 
Voi.  II  pag.  363  e  sgg. 

2)  Lucrezio,  De  rerum  natura  IV,  535. 

3)  Diogene  Laerzio,  X.  53. 

4)  LUCREZIO,  op.  cit.  V,  1026. 


NEL    SISTEMA    EPICUREO  47 

logico  integrato  dalle  suaccennate  condizioni  fisio- 
logiche .  Gli  uomini,  in  altri  termini,  subiscono 
affezioni  (:rài>r|)  e  ricevono  impressioni  mentali  (cpav- 
TàGixara)  e  queste  per  naturale  necessità  fanno  loro 
emettere  dell'  aria,  la  quale  esce  dalla  bocca  in  di- 
versi suoni  foggiata  da  quelle  affezioni  e  rappresen- 
tazioni mentali.  Il  linguaggio  perciò  è  una  vera  fun- 
zione naturale,  pressapoco  come  lo  è  il  volare  per 
r  uccello,  r  usare  delle  corna  per  il  toro.  Tutto  ciò 
però  non  basta,  perchè  due  obiezioni  formidabili 
potevano  sorgere,  e  sono  sorte  difatto,  in  contra- 
sto alla  spiegazione  data  e  cioè  :  Se  con  essa  si 
spiega  come  i  suoni  si  sono  originati,  per  nulla 
però  si  capisce  come  a  tali  nomi  si  sia  dato  un 
senso  speciale  si  da  poter  diventare  essi  ben  tosto 
segni  delle  cose  ;  d'  altra  parte  se  1'  emissione  dei 
suoni  è  qualche  cosa  di  naturale,  come  si  spiega  la 
diversità  dei  linguaggi  presso  i  diversi  popoli  ? 

Alla  prima  obiezione  si  rispondeva  da  Epicuro 
col  dire  che  le  cose  hanno  esse  stesse  una  voce  ^), 
il  che  vuol  dire  secondo  1'  interpretazione  del  Chai- 
gnet  -)  che  la  presenza  delle  cose  e  la  loro  azione 
suir  uomo  strappa,  per  così  dire,  dal  di  lui  appa- 
rato vocale  dei  suoni  naturalmente  legati  alle  rap- 
presentazioni anteriori  o  simultanee  di  quelle  cose-'). 


1)  Diogene  Laerzio,  X.  31. 

2)  A.  Ed.  Chaignet,  op.  cit.  pag.  349. 

3)  E  evidente  che  questa  dottrina  di  Epicuro  si  riconnettc  al  suo 
modo  di  risolvere  il  problema  della  conoscenza  mediante  le  emanazioni 
atomiche,  tracce  delle  quali  noi  possiamo  trovare,  oltreché  in  Democrito. 


48  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Deriva  da  ciò  la  conseguenza  che  ogni  parola  con- 
tiene in  sé  un  significato  che  gli  è  intimamente 
per  natura  associato  e  che  è  evidente  per  se  stesso 
a  tutti  ^) .  Nessuna  meraviglia  adunque  che  Epi- 
curo, come  ci  dice  Cicerone  ~),  tanto  insistesse  sulla 
considerazione  dei  significati  delle  parole  ;  ammet- 
tendosi infatti  che  l' imposizione  d'  un  nome  ad  una 
cosa  suppone  la  conoscenza  immediata  della  mede- 
sima, conoscenza  che,  come  si  disse,  è  offerta  dalla 
natura  stessa,  implicitamente  si  veniva  a  dire  che  le 
parole  in  fondo  sono  i  segni  di  nozioni  generali  ^)  : 
la  conoscenza  adunque  è  possibile  anche  coli'  analisi 
di  esse,  senza  cioè  le  risorse  della  logica,  concepita 
come  arte  di  ragionare,  appunto  perchè  condizione 
logicamente  anteriore  al  linguaggio  è  un'  idea  prima 
prodotta  per  le  cose  e  concepita  per  un  riguardo 
diretto,  senza  la  quale  1'  uomo  si  troverebbe  perduto 
in  una  moltitudine  infinita  di  impressioni  e  di  sen- 
sazioni individuali,  istantanee  ed  isolate,  e  parlando 
non  potrebbe  pronunciare  che  suoni  vuoti  di  senso  ^). 


anche  in  Empedocle  ed  Anassagora.  D'  altra  parte  in  certo  qual  senso 
anche  Aristotele  aveva  opinato  che  non  si  può  pensare  senza  immagini 
(Cfr.  A.  ED.  ChaigNET,  op.  cit.  Voi.  II  pag.  373),  orbene  Epicuro  a 
tale  opinione  diede  un  fondamento  più  esplicito,  per  conchiudere  che 
non  vi  può  essere  pensiero  non  rivestito  d' immagine,  e  che  una  rap- 
presentazione vi  è  tanto  per  gli  intellegibili,  come  per  i  sensibili 
(Cfr.  PLUTARCO,  Placìt.  Phil.  IV,  8.  9). 

1)  Cfr.  Diogene  Laerzio,  X  33,  dove  si  dice:  Tiavxt  ouv  òvóiiaxt 
xò  Tig&ioc,  uTtoxsxayiiévov  èvapyés  saxi. 

2)  Cicerone,  De  Finibm  II.  2. 

3)  Diogene  Laerzio,  X.  35. 

4)  Diogene  Laerzio,  X.  31  (Cfr.  anche  A.  Ed.  Chaignet,  op.  cit. 
pag.  350). 


NEL    SISTEMA  EPICUREO  49 

Come  si  vede  Epicuro  viene  per  una  via  ben 
diversa  e  molto  meno  arbitraria  ad  ammettere  la 
tesi  sostenuta  da  Cratilo,  ed  oppugnata  da  Platone 
nel  dialogo  che  da  quello  prende  nome,  che  cioè  le 
parole  sono  il  migliore  anzi  1'  unico  modo  che  noi 
abbiamo  per  arrivare  alla  conoscenza  della  natura 
delle  cose  ^). 

Alla  seconda  obiezione  riguardante  la  diversità 
di  linguaggio  per  i  popoli  diversi,  Epicuro  rispon- 
deva che  tale  diversità  era  in  funzione  delle  'diver- 
sità fisiologiche  che  distinguono  nazione  da  nazione, 
per  cui  diversi  erano  le  affezioni,  diverse  le  rappren- 
tazioni  e  quindi  diversi  anche  i  suoni.  Ogni  lingua, 
in  altri  termini,  è  il  prodotto  diverso  di  razza,  di 
clima  e  di  luogo,  nel  senso  che  questi  tre  fattori 
colle  loro  esigenze  peculiari  hanno  determinato  esi- 
genze fisiologiche  e  psicologiche  diverse,  sicché 
anche  il  linguaggio  naturale  delle  cose  per  adattarsi 
ad    esse    diversamente  risuona  in  paesi  dove  dissi- 


1)  Notiamo  che  ad  una  conseguenza  pressoché  simile  è  arrivato  an- 
che Giambattista  Vico  nella  sua  «  Scienza  nuova  »  ;  seguace  anche  egli 
dell'origine  naturale  del  linguaggio,  come  poco  dopo  in  modo  più  espli- 
cito lo  furono  ed  il  Dugald  Stewart  (cfr.  Dugald  Stewart,  Élémcnts 
de  la  Philosophie  de  l'esprit  huinain  Paris  i845,  Voi.  MI,  Sect.  I  pag.  2  e 
sgg.)  ed  il  Cesarotti  (Melchiorre  Cesarotti,  Saggio  sulla  filosofia 
delle  lingue.  Padova  1802,  part.  pag.  3 e  sgg.  ),  egli  nega  che  le  parole  pos- 
sono significare  ad  libitum,  come  era  appunto  l' insegnamento  di  Aristo- 
tele, ed  in  genere,  come  vedremo,  di  tutta  la  filosofia  medievale,  per 
sostenere  che  le  parole  debbono  avere  significato  naturalmente  (Cfr.  GiAM- 
BATISTA  Vico,  Principio  di  scienza  nova,  Milano  1831,  Voi.  I,  lib.  II, 
corollari,  pag.  276).  Non  è  forse  inutile  ricordare  qui  tutta  l' importanza 
della  speculazione  sul  linguaggio  di  Cartesio  (Principe  de  Philosoph.  Part. 
I,  §.  74),  del  Reid  {Rcchexcher  sur  l'Esprit  huniain,  cap.  IV.  sect.  II), 
e  delle  Libniz,  chiamato  appunto  il  Copernico  della  linguistica  (Cfr.  D  ' 
OVIDIO,  op.  cit.  pag.  50G). 


50  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

mili  sono  quelle  *).  Esistevano  adunque  diversità  pri- 
mitive neir  emissione  dei  suoni,  già  fin  quando  tale 
emissione  era  semplicemente  spontanea,  come  spon- 
taneo è  ancora  negli  animali  -),  in  seguito  poi  gli  uo- 
mini raccolti  sempre  più  in  gruppi  sociali  ed  accortisi 
sempre  più  del  grande  vantaggio  di  quella  scambie- 
vole comunicazione  di  sentimenti  e  pensieri,  per 
rendere  queste  manifestazioni  più  chiare  e  precise, 
ed  insieme  più  brevi  e  fisse,  posero  di  comune  ac- 
cordo i  nomi  alle  cose,  ogni  nazione  i  suoi.  È  evi- 
dente qui,  come  dice  il  Giussani  "),  l'errore  di  pro- 
spettiva storica,  per  cui  troppo  presto  dalle  condizioni 
prime  si  sarebbe  venuto  alla  civiltà,  comunque  è 
importante  anche  quest'  ultimo  tratto  dalla  dottrina 
epicurea  perchè  con  esso  si  ammette  direttamente 
r  intervento  della  ragione,  che,  dopo  aver  esaminato 
le   invenzioni   e  le  scoperte  spontanee  della  natura, 


1)  Questa  obiezione  della  diversità  del  linj^uasgio  per  i  popoli  diversi 
ritornerà  anche  più  tardi  ad  affacciarsi  nella  speculazione;  Dante  la  ri- 
solverà in  confronto  alla  varietà  delle  classi  sociali  ed  alla  diversità 
delle  professioni  (Dante,  De  vulgari  eloquio,  Lib  1.  cap.  VII),  più 
tardi  il  Vico  verrà  in  proposito  alla  medesima  conclusione  di  Epicuro, 
affermando  anch'  egli  che  le  lingue  sono  frutti  diversi  dell'  ambiente, 
clima  od  abitudini  dei  popoli  diversi  {Principii  di  scienza  nuova,  ediz. 
cit.  Lib.  II,  pag.  277). 

2)  LUCREZIO,  op.  cit.  V.  1061  -  1070 

3)  C.  Giussani,  op.  cit.  pag.  133.  Epicuro  avrebbe  potuto  mitigare 
un  po'  questo  suo  errore  di  prospettiva  storica,  se,  come  momento  in- 
termedio tra  il  linguaggio  dei  primi  uomini  selvaggi,  della  condi- 
zione dei  quali  tanto  bene  parla  Lucrezio,  (Lib.  V,  922-1008)  ed  il  lin- 
guaggio delle  nazioni  civili  avesse  posto  le  condizioni,  in  cui  secondo 
Erodoto  si  trovavano,  per  ciò  che  riguarda  la  favella,  gli  Etiopi,  i  quali 
più  che  parlare  stridevano  (Cfr.  ERODOTO,  IV,  183.  Cfr.  anche  Plinio, 
VII.  2,  e  Pomponio  Mela,  I.  8). 


NEL  SISTEMA  EPICUREO  51 

può  correggerle,  completarle,  sistematizzarle,  ele- 
varle cioè  air  altezza  di  una  scienza  metodica  e  di 
un'  arte  riflessa. 

Aggiunge  finalmente  Epicuro  che  anche  cose 
non  viste  da  quelli,  che  pur  le  avevano  viste,  e- 
rano  importate  nella  cognizione  e  nella  lingua  dei 
loro  connazionali,  perchè  essi  le  manifestavano  con 
de'  suoni,  che  dapprima  erano  istintivamente  emessi 
per  il  naturale  effetto  delle  ricevute  impressioni,  e 
poscia  probabilmente  ripetute  per  l' impulso  del4a 
volontà.  Anche  in  tal  caso  tali  parole  erano  capite 
e  per  la  generale  e  nota  analogia  tra  suoni  e  cose 
espresse,  e  perchè  scelte  col  ragionamento  dietro 
appunto  questo  generale  analogia  stessa. 

Tale  è  in  breve  la  dottrina  di  Epicuro  sull'  ori- 
gine, sulla  natura  e  sullo  svolgimento  del  linguaggio, 
dottrina  senza  dubbio  importante  non  solo  perchè  è 
forse  la  sola  completa  che  la  Grecia  antica  ci  abbia 
dato,  ma  anche  perchè  in  armonico  sincretismo  si 
trovano  in  esse  fuse  insieme  e  le  tradizionali  spe- 
culazioni dell'  ellenismo  antico  sulla  questione  se  la 
posizione  delle  parole  sia  '^ógs'.  o  o'^vO-r^y/^^.  e  le  teo- 
ria di  Platone  sul  linguaggio  e  sui  suoi  rapporti  col 
problema  logico  e  col  problema  gnoseologico.  — 

La  dottrina  di  Epicuro  fu,  come  in  generale  avven- 
ne per  tutti  gli  insegnamenti  della  sua  scuola  poco  com- 
presa dai  posteri:  già  di  essa  Lucrezio  diede  troppo 
importanza  al  fattore  naturale  per  lasciare  un  po' 
neir  ombra    il    fattore    razionale  ').  Ciò  si  accentuò 


1)  Cfr.  A.  ED.  Chaignet,  op.  cit.  pag.  348. 


52  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tra  gli  antichi  e  neil'  epicureo  seriore  Diogene  di 
Enoanda  '),  ed  in  Proclo  -),  che  tale  fattore  di  ra- 
gione riguardante  la  dirne  dei  vocaboli  dimentica- 
rano  affatto,  come  avvenne  poi  generalmente  nell'  età 
di  mezzo.  , 

Con  Epicuro  ben  si  può  dire  finito  il  periodo 
costruttivo  dell'  antica  filosofia  ellenica  ;  le  di  lui  dot- 
trine, come  quelle  degli  Stoici,  si  protesero  in  avanti 
attirando  a  se  coli'  andamento  quasi  di  una  fede  re- 
ligiosa gli  spiriti  più  grandi  ;  fuori  di  esse  Io  scet- 
ticismo e  r  eclettismo  incrostarono  il  pensiero,  tar- 
pando a  questo  le  ali  per  librarsi  in  alto  nelle  più 
serene  sfere  della  speculazione  riflessa. 

Era  naturale  che  nel  periodo  di  diffidenza,  che 
s' iniziò  così  in  Grecia  in  contrapposto  al  periodo 
di  confidenza,  che  aveva  dato  gii  ultimi  splendori  nelle 
due  scuole  citate,  si  dovesse  anzi  tutto  intaccare  la 
fiducia  nella  facoltà  conoscitiva  dell'  uomo,  per  ritor- 
nare così  a  quel  relativismo  logico  dei  Sofisti,  donde 
Socrate  e  Platone  ed  Aristotele  e  Zenone  ed  Epicuro 
avevano  cercato,  per  quanta  in  modo  diverso,  di  al- 
lontanare gli  spiriti. 

Date  le  strette  relazioni  tra  il  problema  gnoseo- 
logico ed  il  linguaggio,  delle  tendenze  scettiche,  in- 


1)  Cfr.  Rheinisches  Museum,  1892,  pag.  440. 

2)  Procli,  Scholia  in  Cratylum,  ediz.  Boissonade,  Lipsia  1820  pag.  6 
Ecco  le  parole  di  Proclo:  ó  ^[±p  'Euìxoopos  l\z^zv  oxi  où/J 
sTiiaTYjtiòvcog  o'ùxo',  sB-svTO  xà  òvó|iaxa,  àXXà  cp'ja-.xw;  xlvoó- 
tjisvoi,  (b?  ol  pr^oaovTsg  v-cd  Tixatpovxsc;  xac  |au%w|Jisvoi  xal  OXax- 
X0ÙVXS5  xal  oxsvd^ovxsg. 


NELLO   SCETTICISMO  53 

generatesi  nella  trattazione  di  quclio,  risentirono  le 
speculazioni  riguardanti  la  natura  di  questo  e  così 
noi  vediamo,  per  esempio,  gli  scettici  domandarsi  : 
Se  le  cose  non  si  possono  conoscere,  a  che  ser- 
vono i  segni  con  cui  noi  le  t'issiamo,  le  affermiamo 
e  le  comunichiamo  ?  ').  Come  si  vede  siamo  qui 
ancora  in  presenza  dell'  antico  scetticismo  del  vec- 
chio Gorgia,  che  per  opporsi  alle  dottrine  eleatiche 
sosteneva  appunto  che  1'  essere  non  esiste,  che  an- 
che se  esistesse  non  sarebbe  conoscibile,  giacche 
dovrebbe  essere  una  cosa  sola  col  pensiero,  nel 
quale  caso  sarebbe  impossibile  1'  errore  ;  anche 
se  fosse  conoscibile,  esso  non  sarebbe  insegnabile, 
giacche  lo  si  dovrebbe  insegnare  con  segni,  i  qua- 
li potrebbero  avere  valore  diverso  da  uomo  ad  uo- 
mo ;  per  evitare  ciò  bisognerebbe  conoscere  pri- 
ma con  qual  segno  si  vuol  intendere  1'  essere,  il  che 
suppone  già  ciò  che  si  deve  fare. 

Un  argomento  per  lo  scetticismo,  così  aperta- 
mente professato  da  Pirrone,  e  poi  da  Enosidemo 
e  da  Sesto  Empirico,  era  la  diversa  soluzione  data 
del  problema  dei  segni  dal  pensiero  contemporaneo 
di  Epicuro  e  degli  Stoici  -').  Epicuro  concepiva  il 
segno  e  quindi  la  parola  come  qualche  cosa  di  e- 
minentemente  sensibile,  gli  Stoici  invece,  come  si  e 
visto,  ponendone  1'  essenza  nel  à='/,tóv,  specie  intel- 


1)  Ctr  :  A.  EU.  Chaignbt,  op.  cit.  pa^.  512,  516. 

2)  Ricordiamo  che  già  per  lo  scctUcisino  sofistico  ciano  stato  arj^o- 
inento  le  diverse  soluzioni  date  del  problema  cosmologico  e  cosmogo- 
nico dal  pensiero  precedente  degli  Ionici,  Eleatici,  Pitagorici  e  Meca- 
nisti. 


54  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

ligibile  intermedia  tra  V  oggetto  ed  il  soggetto,  la  con- 
cepivano come  qualche  cosa  di  intelligibile.  Quale 
di  quelle  due  teorie  così  inconciliabili  e  contrarie 
contiene  la  verità  ?  ').  Per  accettare  1'  insegnamen- 
to di  Epicuro,  bisognerebbe  prima  in  linea  pregiu- 
diziale, dice  Sesto  Empirico  '),  dimostrare  che  i 
sensi  sono  infallibili  ;  ciò  è  senza  dubbio  ammesso 
da  Epicuro,  ma  è  negato  in  modo  assoluto  da  De- 
mocrito, dice  ancora  Sesto  Empirico,  e  prima  di  lui, 
aggiungiamo  noi,  da  Eraclito.  Ammettiamo  pure  che 
i  sensi  non  ci  ingannino,  resta  sempre  insoluta  la 
domanda  :  per  quale  ragione  noi  adotteremo  per 
questo  e  per  quel  segno,  e  quindi  per  questa  o  per 
quella  parola,  questo  o  quel  significato  e  non  un 
altro  ?  '). 

Riguardo  poi  alla  dottrina  stoica,  gli  scettici 
avevano  buon  gioco  nel  dire  che  proprio  non  ci 
sono  argomenti  sufficienti  per  decidere  se  i  Xsv.xà 
veramente  esistono  ;  d'  altra  parte  per  poter  arrivare 
a  saperlo  bisogna  pur  ancora  usare  di  prove,  che 
in  fondo  si  appoggiano  ancora  suH'  interpretazione 
di  segni  :  siamo  adunque  in  un  circolo  vizioso,  di 
cui  gli  Stoici  hanno  avuto  il  torto  di  non  accorgersi  *). 
Quale  è  adunque  la  conclusione  ?  La  conclusione  si  è 
che  anche  rispetto  alla  questione  dei  segni  e  quindi  del 
linguaggio    bisogna    essere    agnostici,    sospendere 


1)  Cfr.  Sext.  Emp,  Matli.  VHI.  177. 

2)  Sext.  Emp,  Math.  VUI,  293. 

3)  Sext.  Emp,  Math.  VHI  201. 

4)  Sext.  emp,  Math.YlU.26\. 


NFLLO  SCETTICISMO  E  NELL'ECLETTISMO  55 

cioè  il  nostro  giudizio,  non  potendo  noi  in  modo 
alcuno  formularne  uno  qualsiasi  '). 

Anche  nello  scetticismo  della  media  e  della 
nuova  Academia  di  Arcesilao  e  di  Cameade  non 
meno  fortemente  si  attaccò  qualsiasi  soluzione  po- 
sitiva del  problema  gnoseologico  e  per  ciò  stesso 
qualsiasi  speculazione  sul  linguaggio,  che  con  quello 
avesse  relazione  alcuna.  Poteva  pur  Cameade,  come 
dice  Cicerone  -),  rinnovare  1'  antica  distinzione  di 
Eraclito  tra  una  conoscenza  perfetta  ed  assoluta  ed 
una  conoscenza  inferiore  e  relativa,  ma  soggiun- 
gendo che  questa  solo  è  concessa  all'  uomo,  che 
perciò  si  deve  solo  accontentare  della  probabilità, 
non  già  della  certezza,  svisava  il  concetto  di  Era- 
clito, che  la  prima  delle  due  conoscenze  credeva 
per  lo  meno  possibile  al  sapiente  e  senza  dubbio 
dava  origine  a  dottrine,  a  cui,  secondo  Cicerone 
stesso  ")  ,  non  mai  avrebbe  dovuto  esser  rivolta  la 
gioventù. 

Vero  si  è  che  Filone  di  Larissa,  rifacendosi  più 
direttamente,  come  dice  Cicerone  *),  all'  insegnamento 
platonico,  appena  dopo  Cameade  tenta  di  salvare 
qualche  punto  fisso  nella  conoscenza,  ma  ormai  1' 
indirizzo  scettico  eclettico  aveva  già  pervaso  ogni 
fremito  di  pensiero  :  gli  Stoici  andavano  rabberciando 
le   loro    dottrine    con  materiali  presi  qua  e  là  cam- 


1)  'Avàyy.Yj  xai  y^iià?    srioy/?/     ;isvs:v,    ciicc   in  proposito  Sesto 
Empirico  (Math,  VMI  259). 

2)  Cicerone,  Acad.  Pi:  2.  30  e  31. 

3)  Cicerone,  De  repiiblica  MI.  IG. 

4)  Cicerone,  Acad.  Post.  I,  4  e  HI,  18. 


56  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

biandone  solo  i  nomi  '),  altri,  insofferenti  forse  del 
presente,  si  diedero  allo  studio  delle  fonti,  dei  mo- 
numenti originali  del  passato,  specialmente  di  Pla- 
tone e  di  Aristotele,  donde  la  frase  di  Seneca  : 
Quae  philosophia  fiiit,  philologia  est  facta  ~)  ;  i  Pe- 
ripatetici eclettici,  forse  meglio  che  i  Platonici,  ten- 
nero un  po'  alto  il  vessillo  della  speculazione  spe- 
cialmente per  ciò  che  riguarda  il  problema  appunto 
gnoseologico  e  le  questioni  logiche  ■').  Sulla  que- 
stione, per  esempio,  delle  dieci  categorie  aristoteli- 
.che,  dagli  Stoici,  com'è  noto,  ridotte  a  cinque  *),  si 
accese  forte  disputa  tra  Alessandro  Afrodisiaco,  di 
cui  purtroppo  sono  andati  per(juti  i  commentarli  al 
De  Interpretatione  di  Aristotele  •'),  del  quale  però 
Andronico  di  Rodi,  capo  della  scuola  esegetico-e- 
ciettico-peripatetica  negava  V  autenticità  '^),  Eustazio, 
Ermino,  Aspasio  ed  altri  peripatetici  eclettici  e  più 
tardi  Porfirio,  credendo  alcuni  che  le  categorie  ri- 
guardano solamente  le  parole  (tcs^I  'fcovcòv),  mentre 
altri,  Porfirio  per  esempio,  sostenevano  che  esse  ri- 
guardavano vere  nozioni  prime  dello  spirito.  Si 
tratta  qui  de!  primo  sviluppo  della  famosa  contesa 
tra  Nominalisti  e  Realisti,  a  proposito  della  quale 
vale    la    pena   di   ricordare  come  già  Ermino  giudi- 


1)  Tale   è   1'  accusa   che  Pisone,  il  quale  personifica   i   Peripatetici 
nel  «  De  Finibiis  »  di  Cicerone,  fa  appunto  agli   Stoici  {DeFin.  V.  25). 

2)  Cfr.  A.  ED.  Chaionet,  op.  cit.  Voi.  HI,  Paris  1890,  pag.  85. 

3)  A.  Ed.  ChaionI'T,  op.  cit.  pag.  222. 

4)  Cfr.  C.  Franti.,  op.  cit.  Voi.  I,  pag.  426  e  sgg. 

5)  C.  Prantl,  op.  cit.  Voi.  I,  pag.  G21. 

6)  C.  Prantl,  op.  cit.  Voi.  I,  pag.  547. 


NEI   COMMENTI   AD  ARISTOTELE       .  57 

cava  che  le  categorie  hanno  rapporto  alle  cose, 
giacche  le  parole  non  sono  mai  vuote,  e  sono  sem- 
pre dette  intorno  alle  cose  ^). 

-Ciò  che  però  maggiormente  interessa  il  nostro 
argomento  è  l'interpretazione  che  Èrmino  stesso  dava 
di  quel  passo  al  principio  del  De  Interpretatione  di 
Aristotele,  in  cui  si  dice  che  i  fenomeni  psichici,  che 
sono  espressi  dal  linguaggio,  sono  identici  presso 
tutti  :    ecco   il    passo  ^)  :  iori  [xév  oov  rà  sv  if]   'f  tov-^j 

:rav}"/5{xara  tf^?  'J>'V/i?-  È  evidente,  secondo  Ammo- 
nio •%  quale  sia  il  senso  dil tali  parole  :  Aristotele 
cioè  stabilisce  da  una  parte  che  le  lettere  e  le  pa- 
role non  essendo  identiche  presso  tutti  gli  uomini 
sono  frutto,  come  simboli  delle  affezioni  umane,  di 
una  convenzione  (\>éa'.?),  mentre  le  idee  e  le  cose 
essendo  identiche  per  tutti  sono  V  opera  della  natura 
{'sh'jic).  Ermino  pare  contesti  anche  tale  uguaglianza 
degli  stati  di  coscienza  in  tutti  gli  uomini,  giacche 
ponendo  nel  testo  greco  al  posto  dell'  ossitono 
xaòtà  il  perispomeno  tàora  viene  a  dire  che  le  pa- 
role sono  bensì  note  dell'  affezioni  dell'  animo,  le 
quali,  se  si  trovano  in  tutti,  non  sono  in  tutti  iden- 


1)  Notiamo  che  tale  opinione  di  Ermino,  che  si  legge  negli  scol/'i 
anonimi  di  Aristotele,  è  contradetta  da  quanto  Porfirio  dice  che 
Ermino  pensava  intorno  alla  questione  appunto  delle  categorie,  le  quali 
non  sarebbero  già  i  generi  primi  e  più  universali  degli  esseri  naturali 
e  le  differenze  prime  e  fondamentali  dei  termini,  ma  piuttosto  le  attri- 
buzioni verbali  proprie  a  ciascun  genere  di  esseri  reali  (Cfr.  A.  Ed, 
Chaignet,  op.  cit.  pag.  222). 

2)  Aristotele,  De  Interp.  IG.  2. 

3)  Ammonio,  Sch.  Arisi..  101,  b.  1-12  (Cfr.  A.  ED.  Chaignet,  op. 
cit.  pag.  223). 


58  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tiche,  perchè  identico  è  il  solo  fatto  del  trovarsi  di 
esse  in  ognuno  ^). 

Del  già  citato  Alessandro  Afrodisiaco  è  pur 
importante  per  noi  oltre  che  la  distinzione  de^  lin- 
guaggio interno  (vootV^svov),  che  solo  apparentemente 
richiama  il  Xsxióv  degli  Stoici  e  che  è  piuttosto  un'altra 
anticipazione  del  sermo  interior  degli  Scolastici,  del 
linguaggio  espresso  (  sy/f (ovo'jjj.svov),  e  del  linguaggio 
scritto  (vpa'xójxcvov).  di  cui  il  terzo  è  simbolo  del  se- 
condo, come  guesto  è  del  primo  ''),  anche  la  dottrina 
sulla  parola,  dottrina  che  già  nei  tempi  antichi  Am- 
monio svisava,  dicendo  negli  scolii  ad  Aristotele  ") 
che  Alessandro  sosteneva  essere  1'  origine  del  lin- 
guaggio  esclusivamente  naturale -e  spontanea. 

È  evidente  che  tale  opinione  era  troppo  contraria 
agli  insegnamenti  in  proposito  di  Aristotele,  perchè 
potesse  essere  professata  da  chi  nei  tempi  antichi  fu 
dello  Stagirita  l'interprete  più  fedele,  tanto  da  essere 
chiamato  un  secondo  Aristotele  ;  ed  infatti  leggendo 
il  «  De  Anima  »  dell'  Afrodisiaco  vediamo  che  egli  la 
pensava  ben  diversamente  da  quanto  asserisce  Ammo- 
nio :  la  parola  come  suono,  egli  dice,  è  una  specie  dì 
rumore  prodotto  dall'animale  in  quanto  animale,  cioè  il 
suono  prodotto  in  seguito  ad  una  rappresentazione 
qualunque  o  di  una  eccitazione  qualsiasi,  giacche 
tutto  ciò  che  r  animale  fa  in  quanto  animale  è  il 
risultato    di    una   rappresentazione  (-^avraaia)  o    di 


1)  Cfr.  Zeller,  op.  cit.  Tomo  IV.  pag.  700. 

2)  Prantl,  op  cit  pag.  548. 

3)  Ammonio,  Sch.  Arisi  103  b  23. 


NEI    COMMENTI   AD   ARISTOTELE  59 

un'eccitazione  interna  istintiva  {óy^:fi.)  La  natura  adun- 
que ci  ha  fatto  capaci  di  stabilire  le  parole,  d' imporre 
nomi  alle  cose,  ma  il  rapporto  tra  i  vocaboli  e  le  cose 
non  è  già  opera  della  natura,  ma  bensì  il  risultato  di 
una  convenzione.  11  linguaggio  non  è  già  innato  ciò  che 
è  innato  è  la  facoltà  speciale  che  lo  crea  ^).  Se  i  risultati 
fossero  il  risultato  della  natura,  tutti  gli  uomini  avreb- 
bero lo  stesso  linguaggio,  e  1'  ordine,  con  cui  per  for- 
mare le  parole  i  suoni  elementari  si  succedono  e  si  rag- 
gruppano, sarebbe  dappertutto  identico  -).  Ora  i 
fatti  provano  che  così  non  è,  e  che  la  differenza 
neir  ordine  del  raggruppamento  dei  suoni  elementari 
e  delle  sillabe  costituisce  una  delle  differenze  pro- 
fonde, se  non  la  sola,  delle  lingue  '). 

Poco  prima  ed  attorno  ad  Alessandro  di  Afro- 
disia ben  poco  noi  abbiamo  che  meriti  di  essere  ri- 
cordato a  proposito  del  nostro  argomento  ;  quando 
noi  infatti  ricordassimo  1'  opinione  di  Apuleio  sull' 
oratìo  prominciabilis,  che  forse  più  del  Xs-^tóc  stoico 
richiama  il  X&70C  à-o-xavrr/.ó::  dei  commentatori  ari- 
stotelici ^),  le  dieci  categorie,  corrispondenti  alle 
dieci  parti  del  discorso,  escogitate  dal  neopitagorico 
Nicomaco    di    Ceraso  ■'),  le  sottili  distinzioni  di  ca- 


1)  Come  si  vede,  abbiamo  qui  un'anticipazione  non  solo  di  quanto  la 
Scolastica  ha  pensato  intorno  ali'  origine  appunto  del  linguaggio,  ma  di 
quanto  più  tardi  ancora  Cartesio  ed  il  Leibniz  diranno  della  facoltà  cono- 
scitiva dello  spirito  umano  in  genere. 

2)  Abbiamo  già  visto  che  questa  era  un'  obiezione  fatta  anche  agli 
Epicurei. 

3)  Cfr.  A.  Ed.  Chaigniìt,  op.  cit.  pag.  255. 

4)  Prantl,  op.  cit.  Voi  I,  pag.  580. 

5)  Per  ottenere  queste  10  parti  del  discorso  Nicomaco  ed  i  Pitago* 
rici  vi  facevano  entrare  il  nome  appellativo  [Ti^oor^^oplT.)  e  la  parti- 
cella  espletiva  (Tiapà  uÀy^p-oìiia»,  Cfr.  Chaignet,  op.  cit.  pag.  305. 


60  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ratiere  tutt'  affatto  estrinseco  fatte  da  Boeto  tra  vo- 
caboli tautonomi  ed  eteronomi,  di  cui  i  primi  erano 
suddivisi  in  omonimi  e  sinonimi,  ed  i  secondi  in 
eteronomi  in  senso  stretto,  ed  in  polionimi  e  paro- 
nimi 0,  e  quando  noi  aggiungessimo  quanto  poco 
originali  si  sieno  in  genere  mostrati  i  Romani  anche 
a  proposito  della  filosofia  del  linguaggio,  noi  avre- 
mo detto  tutto  quanto  ci  può  interessare.  È  vero  che 
Cicerone  come  già  prima  Varrone  -),  e  Quintiliano 
dopo  ^),  in  parecchi  luoghi  parla  della  dialettica  e 
de'  suoi  uffici  ^),  è  vero  che  egli,  come  anche  Quin- 
tiliano '"),  riconosce  tutta  V  importanza  dell'  etimolo- 
gizzare per  la  definizione  perchè  ex  vi  nominis  argii- 
mentiim  elicitiir  '^),  ma  una  vera  dottrina  sul  lin- 
guaggio noi  possiamo  ben  dire  che  il  genio  romano 
non  ha  saputo  darci  in  modo  alcuno,  mentre  la  co- 
scienza religiosa  popolare,  come  al  solito,  interpretò 
anche  il  fatto  del  linguaggio  come  opera  degli  Dei 
e  specialmente  di  Mercurio  '^). 

Dalle  scuole  eclettiche,  di  cui  abbiamo  teste  fatto 
parola,  passiamo  ora  a  far  rapido  accenno  a  quanto 


1)  PRANTL,  op.  Cit.  pag.  547. 

2)  Cfr.  su  Varrone  ISIDORO,  Origines,  li.  23. 

3)  Quintiliano,  Inst.  XH.  2. 

4)  Cfr.  Cicerone,  Brutus  417  ;  Acad  li  58  ;  Top.  II  6  ;  T^e  Orat.  II, 
38  ;  De  Finibns  I,  7,  22. 

5)  Quintiliano,  Inst.  I,  6,  26  ;  V,  10.  58. 

G)  Cicerone,  Top.  VIII,  35;  e  Acad.  II.  18,  56.  Cfr.  Prantl,  op. 
pag.  517. 

7)  Cfr.-S.  Agostino,  De  Civit  Dei,  VII,  14,  e  Zeller.  op.  cit.  IV- 
67.  Tutte  !e  favole  intessute  nell'  antichità  classica  per  spiegare  1'  ori- 
gine del  linguaggio  si  trovano  lucidamente  riassunte  dal  Vico  (VICO, 
Scienza  nova,  ed.  cit.  pag.  261  e  293  e  sgg.). 


IN   FILONE  61 


in  relazione  al  nostro  argomento  hanno  pensato  e 
Filone  ed  il  Neoplatonismo.  Di  Filone  è  inutile 
che  noi  richiamiamo  la  soluzione  mistico -razionali- 
stica data  da  lui  al  problema  gnoseologico,  solo 
ricordiamo  come  il  medesimo  ammettesse  neh'  anima 
due  parti,  1' una  irrazionale,  e  muta  (àXovov),  1' altra 
invece  razionale  e  dotata  di  voce  ('fojvY^év).  anche 
quella  però  concorre  alla  formazione  del  linguaggio 
nella  sua  parte  fisiològica,  in  quanto  questa  è  fun- 
zione della  vita  :  il  vero  principio  però  della  parola  è 
data  dallo  spirito,  perchè  il  linguaggio  non  è  già  solo 
un  suono,  ma  sibbene  è  un  suono  a  cui  si  connette 
un  pensiero  che  si  vuol  comunicare  agli  altri,  e  che 
talvolta  esce  incoscientemente  come  nelle  esclama- 
zioni ^).  In  virtù  di  tal  privilegio  1'  uomo  impone  lui 
stesso  i  nomi  alle  cose,  il  che  fa  nel  medesimo  i- 
stante  in  cui  le  concepisce  nella  loro  natura,  nella 
loro  essenza  e  nelle  loro  proprietà.  Perciò  la  conce- 
zione delle  cose  si  confonde  per  così  dire,  o  per  lo 
meno  è  intimamente  legala  alla  parola,  e  quindi,  con- 
clude Filone,  rinnovando  un  pensiero  degli  Stoici  e 
di  Epicuro,  a  cui  però  egli  è  giunto  per  vie  ben 
diverse,  il  linguaggio  esprime  esattissimamente  le 
cose  e  le  loro  proprietà  specifiche  -). 


1)  Abbiamo  già  visto  che  anche  Aristotele  dava  importanza  speciale 
alle  esclamazioni,  le  quali  dal  Vico  furono  poi  considerate  come  una 
delle  manifestazioni  prime  del  linguaggio  umano  (Giambattista  Vico, 
op.  cit.  pag.  289). 

2)  Le  dottrine  suesposte  di  Filone  sono  da  lui  svolte  nell'opera 
sua  :  De  mundi  opificio  ;  la  conclusione  riportata  snona  così  in  Filone  : 
s'i'^sa'.vo'jaa  xàc  T(òv  O-oxó'.usvcov  ìòiÓTr^xa^  à[.ia  Azx.d-r,v'X'.  xs  y.aì 
vor^iVr^vai,  Cfr.  A.  ED.  Chaignet  Voi.  HI.  op.  cit.  pag.  467. 


62  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Per  ciò  che  riguarda  il  Neoplatonismo,  diciamo 
subito  che  grandissima  fu  l' importanza  che  ebbe 
specialmente  Porfirio  in  tutta  1'  età  di  mezzo,  dovuta 
in  gran  parte  alla  traduzione  che  della  sua  :  Etaavovr^ 
lU  zac  'Arj'.aTOTsXooc  VvarY^vcif^iac.  detta  anche,  TisrÀ 
^évrs  zovOìv  ^),  fece  Boezio  :  d'  altra  parte  è  noto 
che  la  famosa  lotta  così  lungamente  contesa,  come 
vedremo  più  avanti,  nel  M.  E.  fra  Nominalisti,  Reali- 
sti e  Concettualisti  storicamente  prese  origine  diretta 
da  un  passo  appunto  di  tale  opera,  in  cui  Porfirio 
si  era  accontentato  di  porre  i  termini  del  problema, 
senza  per  nulla  indugiarsi  e  risolverlo.  Orbene  an- 
che a  proposito  della  questione  del  linguaggio  il 
grande  scolaro  di.  Plotino  esercitò  poscia  una  grande 
influenza,  prima  di  tutto  perchè  per  opera  sua  si 
rinsaldò  definitivamente  il  contatto  già  stabilito  da 
Aristotele  e  dagli  Stoici  tra  filosofia  del  linguaggio 
e  le  disquisizioni  logiche,  avendo  egli  considerato 
lo  studio  dell'  «  Organon  »  di  Aristotele  come  un'  in- 
troduzione necessaria  alla  filosofia  di  Platone,  in 
secondo  luogo  perchè  avendo  egli  nella  questione 
sopra  i  rapporti  del  linguaggio  scritto  ed  orale  col 
pensiero  dato  un  grande  peso  alla  percezione  interna 
già  preformata  dei  concetti,  sì  da  stabilire,  come  dice 
Boezio  -'),    tre    specie  di    discorsi    od  orazioni,  una 


1)  Le  cinque  voci,  di  cui  parla  Porfirio,  e  che  ebbero  poi  tanto  se- 
guilo nella  storia  della  logica  (e  per  convincersene  basterebbe  pensare  alla 
.grande  importanza  che  ad  esse  dà  Marciano  Cappella  nella  sua  «A rtes 
liberales  »)  sono  :  genus,  forma,  differcnto,  accidens,  proprinm  (cfr.  C. 
Prantl,  op.  cìt.  Voi,  I  pag,  674.). 

2)  Boezio,  De  Inferprct  II,  12. 


NEL  NEOPLATONISMO  63 

qiiae  litteris  contine  tur,  secunda  qiiae  verbis  ac  no- 
minibiis  personat,  tertia  quam  mentis  evolvit  intel- 
lectuSy  diede  luogo  in  modo  diretto  a  quella  conce- 
zione della  «  lux  interior  »  di  cui  parla  S.  Agostino, 
la  quale  a  poco  a  poco  si  trasformò  nel  sermo  inte- 
rior di  alcuni  Padri  e  degli  Scolastici. 

Dopo.  Porfirio  ed  i  suoi  seguaci  più  nulla  ab- 
biamo nella  filosofia  antica  ellenica,  che  valga  la 
pena  di  essere  ricordato  :  la  logica  s' andò  man 
mano  impaludando  nel  puro  campo  formale,  e  se 
ancora  si  continuò  degli  ultimi  commentatori  di 
Aristotele  a  discutere  intorno  alle  distinzioni  di  opo; 
'sóL'j'.z.  ovojxa,  pf^jxa.  '-'))  ^o  si  fece  in  modo  che  nes- 
suna scintilla  di  pensiero  rigeneratore  e  costruttore 
brillasse  e  si  tramutasse  alla  sua  volta  in  impulso  per 
speculazioni  ulteriori.  Solo  Giamblico  continuò  a 
sostenere  V  origine  naturale  ed  il  significato  neces- 
sario dei  vocaboli,  mostrandosi  anche  in  ciò  se- 
guace di  Platone  e  di  Filone,  e  contro  Aristotele, 
la  di  cui  teoria  sulla  significazione  ad  placitum 
delle  parole  era  stata  in  tempi  a  Giamblico  più  vi- 
cini ripresa  e  sostenuta  da  Galeno-). 

Ormai  il  Cristianesimo  e  come  religione  e  come 
fatto  sociale  aveva  gettato  nella  sfera  del  pen- 
siero riflesso  nuovi  fermenti  di  speculazioni  e  di 
vita.  Tolto  di  mezzo  ormai  il  tentativo  di  Filone 
di    congiunzione    del    pensiero    ellenico    col    Giu- 


1)  Prantl.  op.  cit.  Voi.  I.  paj;.  651. 

2)  Cfr.  in  proposito  GIAMBATTISTA  VICO,  Principii  di  scienza  nova 
ed.  cit.  pag.  259  e  276. 


64  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

daismo,  e  più  tardi  lo  sforzo  del  Gnosticismo  a 
che  tale  congiunzione  si  facesse  col  Cristianesimo, 
il  pensiero  cristiano  a  poco  a  poco  si  eresse  libero 
e  fiero  per  contendere  le  posizioni  occupate  ancora 
da  Scettici,  Eclettici ,  Neopitagorici  e  Neoplatonici  ; 
in  ciò  esso  riusci  a  qual  prezzo  e  con  quel  van- 
taggio di  contenuto  lo  vedremo,  sempre  a  prò' 
del  nostro  argomento,  più  avanti. 


PAKTE  II 

La  filosofia  del  ling^^SE'^ 
Isella  Patristica 


Capitolo  III. 

La  filosofia  del  linguaggio  nella  Patristica 
in  rapporto    al    problema   storico   delle   origini 


Sommario:  Motivi  generali  e  particolari  per  cui  una  vera  filosofia  del 
linguaggio  non  si  è  svolta  nella  Patristica.  —  La  questione  storica 
della  lingua  primitiva  quale  fu  posta  dai  Padri.  —  L' opinione  della 
priorità  della  lingua  ebraica  ed  argomenti  prò  e  contro  la  mede- 
sima. —  La  questione  dell'  origine  divina  ed  umana  del  linguaggio.  — 
Soluzione  platonica-  stoica  del  problema  sulla  natura  della  parola.  — 
Come  fu  spiegato  I'  intervento  divino  nella  produzione  del  di  - 
scorso  umano.  —  Contesa  tra  Eunomio  e  Gregorio  di  Nissa. 


Ben  profonde  sono  le  distinzioni  tra  Patristica 
e  Scolastica,  come  profonda  è  la  differenza  tra  la 
tattica  di  chi  sta  per  conquistare  un  paese  nemico, 
e  quella  di  chi  cerca  di,  organizzare  secondo  ogni 
ordine  civile  e  politico  le  conquiste  fatte.  La  Patri- 
stica infatti,  ben  diversamente  dalla  Scolastica,  di  cui 
avremo  occasione  di  parlare  più  avanti,  ha  anzi- 
tutto, come  ben  dimostra  il  Wulf  ^),  un  carattere 
frammentario,  appunto  perchè  i  suoi  atteggiamenti 
sono  determinati  dalle  diverse  contingenze  di  tempo 
di  luogo,  di  minaccia,  di  offesa  e  di  difesa,  in  cui 
essa  si  trovava.   Mostrare  quale  sia  il  dogma,  difen- 


1)   M.    De   Wulf,   Histoire  de    la  Pliilosop/iie  medievale,  2.  ediz 
Lonvain  1905,  pag.  93. 


68  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

derlo  da  ogni  attacco  dell'  eresia,  o  da  ogni  com- 
promesso col  Giudaismo  e  col  Paganesimo,  conser- 
vare in  mezzo  a  divergenze  pericolose  1'  unità  di 
disciplina  nel  governo  della  Chiesa,  ecco  gli  scopi 
di  quei  primi  scrittori  del  Cristianesimo,  i  quali  per- 
ciò la  filosofia  posero  senz'  altro  al  servizio  del 
dogma,  non  solo  in  relazione  al  primato  della 
dogmatica  sul  pensiero  riflesso ,  dovuto  al  pri  - 
mato  della  rivelazione  sulla  ragione ,  ma  anche 
per  lo  scopo  di  trarre  da  quella  unicamente  i  soc- 
corsi e  gli  appoggi  per  la  migliore  spiegazione  ed 
accettazione  di  questo. 

È  evidente  che  così  essendo  le  cose  non 
ci  poteva  essere  unità  nello  svolgimento  di  tutta 
la  Patristica  ;  manca  infatti  della  medesima  una 
sintesi  filosofica ,  come  invece  più  tardi  si  ebbe 
e  potente  una  sintesi  filosofica  scolastica  ;  si  po- 
sero, è  vero,  allora  alcuni  principii,  che  diventa- 
rono tosto  e  si  perpetuarono  poscia  come  il  centro 
di  ogni  palpito  di  speculazione  cristiana,  le  dif- 
ferenze nella  quale  furono  in  rapporto  appunto  alla 
lontananza  maggiore  o  minore  da  quel  centro  ;  ci 
furono  inoltre  argomenti  che  quasi  da  tutti  in  quei 
primi  secoli  di  fervore  e  di  lotta  furono  trattati  con 
abbastanza  coerenza  ed  uniformità  di  deduzioni,  ma 
anche  tale  coerenza,  oltre  che  dai  rapporti  inevitabili 
che  esistono  ed  esisteranno  sempre  tra  un  certo  nu- 
mero di  questioni  religiose  ed  alcune  esigenze  della 
filosofia,  era  determinata  da  una  non  minore  coe- 
renza neir  attacco  e  nel!'  offesa  da  parte  dei  nemici 
ed  interni  ed  esterni  della  nova  religione  di  Cristo. 


NELLA    PATRISTICA  IN   GENERE  69 

È  per  questo  che  la  scelta  degli  argomenti  tanto 
negli  apologisti  quanto  nelle  prime  scuole  cristiane 
di  Occidente  ed  Oriente  è  il  più  delle  volte  indipen- 
dente dagli  autori,  i  quali  li  trovavano,  per  cosi  dire, 
belli  e  preparati  dalle  movenze  dei  nemici,  che  per 
un  elementare  principio  di  tattica  non  si  potevano 
lasciar  senza  risposta.  E  le  risposte  venivano  infatti, 
pronte,  rigide,  veementi  e  contro  il  Paganesimo,  che, 
agonizzando  nella  sua  configurazione  ideale  tentava 
negli  aneliti  dell'  agonia  gli  ultimi  sforzi  per  non 
morire  del  tutto,  e  contro  il  Gnosticismo,  che,  come 
protesta  della  religione,  della  scienza  e  della  filoso- 
fia del  mondo  pagano  contro  1'  universalità  della 
fede  e  della  morale,  contro  1'  uguaglianza  dei  doveri 
e  dei  diritti  per  tutti  gli  uomini  promulgati  dal  Cristo 
e  da  suoi  seguaci,  tentò  appunto  di  strozzare  il 
Cristianesimo  nella  sua  povera  culla,  e  contro  tutte 
le  altre -eresie,  che  in  ogni  parte  del  mondo  cerca- 
vano rompere  queli'  unità  di  disciplina  e  di  pensiero, 
da  cui  solo  poteva  derivare  il  trionfo  completo. 

E  si  noti  contrasto  delle  cose  :  il  fermento  primo 
di  si  aspra  per  quanto  naturale  opposizione  al  Cri- 
stianesimo stava  in  gran  parte  nella  tradizione  del 
pensiero  filosofico  antico  ,  specialmente  platonico 
e  neoplatonico  ;  orbene  anche  la  Patristica,  che  si 
svolse  appunto  in  un  tale  periodo  di  civilizzazione 
così  imbevuto  di  idee  greche,  all'  influenza  di  queste 
non  potè  sfuggire,  pur  tentando  essa  co'  suoi  rap- 
presentanti migliori  e  specialmente  cogli  spiriti  magni 
della  scuola  catechistica  di  Alessandria  Clemente  ed 
Origene    e    poscia    con    S.    Agostino  di  indirizzare 


70  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tanto  tesoro  di  sapienza  antica  verso  i  nuovi  de- 
stini indicati  da  Cristo,  e  da  quanti  il  suo  pensiero 
avevano  per  i  primi  interpretato  e  spiegato. 

Potevan  ben  e  Lattanzio  ^)  e  Tertulliano  -)  colla 
rigidità  e  1'  esclusività  del  loro  pensiero  opporsi  a 
tutto  ciò,  e  maledire  quasi  1'  antica  filosofia  greca  ; 
questa  pigliava  non  di  meno  la  sua  vendetta  allegra, 
perchè  di  essa  era  ormai  impregnata  1'  aria  tutta  che 
si  respirava,  di  essa  ormai  parlava  qualsiasi  palpito 
di  vita,  avendo  essa  ormai  segnato  quelle  traiettorie, 
che  qualsiasi  speculazione  riflessa  per  esser  e  rima- 
ner tale  doveva  per  forza  seguire. 

Or  così  stando  le  cose,  come  si  presenta  a  noi 
la  Patristica  in  rapporto  alla  questione  che  ci  ri- 
guarda, e  cioè  in  rapporto  alla  filosofia  del  linguag- 
gio ?  Per  rispondere  a  tale  domanda  dobbiamo  anzi- 
tutto considerare  il  fatto  che  essa  era  per  nulla  di 
natura  tale  da  richiamare  a  sé  le  menti  dei  primi 
scrittori  e  pensatori  cristiani,  perchè  nessuna  insidia 
vi  si  annidava,*  che  il  Paganesimo  potesse  offrire 
a  propria  difesa  contro  il  Cristianesimo,  e  nessun 
pericolo  a  cui  questo  si  dovesse  opporre.  Già  lo  si 
è  detto,  la  Patristica  nel  suo  svolgimento  non  fu 
in  gran  parte,  e  specialmente  nei  primissimi  secoli, 
che  un  ininterrotto  gioco  di  controtattica  contro  gli 
assalti  dei  propri  nemici,  siccome  questi  dall'  argo- 


1)  LATTANZIO,  Diviìiae  insiitiitiones,  Libro  III,  cap.  21,  22  (MiGNE, 
Pai.  Lai.  VI  pag.  417). 

2)  Tertulliano,  per  esempio,  chiamava  Platone  :  omnium  haeretico- 
rum  condimentariam  (Cfr.  Tertulliano,  De  anima  cap.  23  (Migne  Pat. 
Pat.  W,  pag.  729). 


NELLA  PATRISTICA    IN  GENERE  7  1 

mento  del  linguaggio  ben  poco  vantaggio  alla  pro- 
pria causa  potevano  trarre,  di  esso  non  usarono, 
e  su  esso  perciò  la  Patristica  ben  poco  ebbe  a  che 
pensare  e  decidere. 

D'  altra  parte  badiamo  bene  :  in  fondo  in  fondo 
neir  economia  del  sapere  antico  le  ricerche  riguar- 
danti il  linguaggio  non  erano  speculazioni,  dire- 
mo così,  dì  prima  necessità,  ma  sebbene  specula- 
zioni quasi  di  lusso.  Solo  con  Platone  esse  assun- 
sero un'  importanza  maggiore  di  quello  che  per  sé 
potevano  avere,  perchè  fatte  allo  scopo  evidente 
di  rendere  più  lucida  e  tersa  la  soluzione  del  pro- 
blema gnoseologico  ;  dopo  di  lui,  dopo  gli  accenni 
troppo  fugaci  di  Aristotele  ed  accanto  alle  tendenze 
troppo  astratte  degli  Stoici,  esse  ebbero  una  svi- 
luppo originale  con  Epicuro,  ed  i  suoi,  ma  Epicuro 
ed  i  suoi  furono  come  i  grandi  scomunicati  dell' 
Ellenismo,  e  la  congiura  del  silenzio,  che  tanto 
presto  travolse,  per  esempio,  Lucrezio,  durò  anche 
più  tardi  nei  secoli.  Dopo  Epicuro  la  questione  del 
linguaggio  troppo  supinamente  unì  il  proprio  de- 
stino con  quello  della  logica  e  della  grammatica. 

Ora  è  evidente  che  non  di  logica  o  di  gramma- 
tica potevano  discutere  quei  primi  scrittori  cristiani, 
che  la  propria  fede,  condivisa  con  tutto  V  entusiasmo 
e  con  tutto  il  candore  compatibile  coli'  anima  umana, 
vedevano  offesa  in  nome  di  speculazioni  ben  più 
profonde  e  feconde  !  È  per  questo  che  mentre  la 
Patristica  ha  trattato,  per  esempio,  dei  demoni,  del 
XÓYoc.  del  ::v50>xa.  per  non  parlare  che  di  argomenti 
speciali,    appunto   perchè  la  diversa  interpretazione 


72  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

data  sopra  tali  questioni  dai  filosofi  non  cristiani 
passati  e  contemporanei  potevano  in  modo  imme- 
diato essere  d'  ostacolo  all'  ortodossia,  ed  impulso 
air  eresia,  non  ha  trattato  se  non  incidentalmente 
del  linguaggio,  appunto,  perchè  nessuno  effetto  d'or- 
dine pratico  sarebbe  da  una  tale  discussione  deri- 
vato. 

In  base  ai  tali  motivi  finora  ricordati  ben  pos- 
siamo dire  che  per  gli  scrittori  di  quei  primi  secoli  di 
nuovo  fervore  religioso  e  sociale,  dato  che  tanto  sot- 
tile era  il  filo  della  tradizione  classica  sui  problemi 
linguistici,  il  linguaggio  doveva  in  un  certo  senso 
apparire  un'  altra  volta  così  stretto  e  compenetrato 
alle  cose  ed  ai  concetti  da  non  poterlo  considerare 
astrattamente  come  un  mero  segno  estrinseco,  del 
quale  vi  fosse  da  dire  chi  1'  avesse  inventato  e  come 
altri  r  apprendesse.  Il  D'Ovidio  pensa  che  tale  fossero 
le  condizioni,  in  cui  si  trovava  chi  in  modo  così 
frammentario  ed  incerto  del  linguaggio  ha  parlato  al 
principio  del  Genesi  ^),  orbene  qualche  cosa  di  si- 
mile si  può  pensare  anche  per  gli  apologisti^  ed  i 
primi  Padri,  i  quali  pure  sempre  si  trovavano  nelle 
condizioni  di  dover  tendere  a  qualche  cosa  di  ben 
più  concreto  di  quel  che  fossero  per  se  stesse 
le  parole. 

Si  aggiunga  poi  che  in  relazione  alle  domande 
pili  facili  ed  elementari  che  la  ricerca  sul  linguaggio 
poteva  far  sorgere,  specialmente  per  ciò  che  riguarda 
la  sua  origine,  già  le  Sante  Scritture  rispondevano  in 


1)  D.  Ovidio,  op.  cit.  pag.  490. 


NELLA    PATRISTICA  IN  GENERE  73 


modo  che,  per  quanto  magro  ed  incerto  in  se  stesso 
metteva  però  in  evidenza  alcuni  principii  su  cui 
r  accordo  non  mancò  tosto  a  formarsi.  Conside- 
riamo per  esempio  ciò  che  si  legge  al  principio 
del  «  Genesi  »  '),  Dio  avrebbe  egli  stesso  imposto 
il  nome  alla  luce  (yòm)  ed  alle  tenebre  (laylàh). 
Ciò  noi  possiamo  benissimo  spiegare  pensando, 
come  dice  il  Minocchi  '-)  che  secondo  la  filosofia 
ingenua  del  linguaggio  presso  gli  antichi  popoli  ") 
solevasi  pensare  e  dire  che  il  nome  di  una  data  cosa 
fosse  non  un'  espressione  relativa  e  soggettiva,  come 
diremo  noi,  ma  bensì  una  designazione  della  sua 
propria  essenza:  ognuno  perciò  degli  antichi  popoli 
era  propenso  ad  affermare  che  la  sola  sua  lingua 
fosse  r  essenziale  e  precisa  designazione  delle  cose 
e  che  invece  le  lingue  d'  altri  popoli  fossero  altret- 
tante designazioni  del  vero  linguaggio,  come  per 
balbuzie.  Il  concetto  di  lingua  barbara  e  di  popolo 
barbaro,  (alla  lettera  balbuziente),  si  riscontra  infatti 
non  meno  tra  i  Greci  ed  i  Latini  che  fra  i  Babilo- 
nesi e  gli  Ebrei  ').  E  perciò  che  lo  scrittore  sacro 
si  adatta  all'  esigenze  popolari  della  scienza  con- 
temporanea,   dicendo    che    Iddio   stesso   pose  quei 


1)  Genesi,  1,  5. 

2)  S.  Minocchi,  Genesi,  cap.  i  (Studi  Religiosi,  Gennaio -Febbraio 
1907  pag.  8). 

3)  Osserviamo  ciie  ciò  non  avveniva  solo  nel  pensiero  dei  popoli,  1'  o- 
rigine  divina  del  linguaggio  abbiamo  visto  accennata  anche  nel  «  Cratilo  » 
di  Platone,  in  cui  si  afferma  pure  la  naturalezza  dei  vocaboli,  nel  senso 
che  essi  esprimono  la  natura  delle  cose,  come  sostennero  poscia  anche 
ed  Epicuro,  e  gli  Stoici,  e  Filone. 

4)  Cfr.  Salmo  CXIV.  1. 


74  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

nomi,  di  cui  si  è  parlato.  Evidentemente  queste  con- 
siderazioni, che  potremmo  in  modo  analogo  ri- 
petere anche  per  l' imposizione  dei  nomi  fatti  da 
Adamo,  e  per  la  confusione  delle  lingue  avvenuta 
dopo  la  torre  di  Babele,  non  erano  fatte  dai  primi 
scrittori  cristiani,  a  tutt'  altre  cure  rivolti,  i  quali 
perciò  accettavano  fedelmente  e  senza  discutere  o 
discutendo  in  modo  tutt'  affatto  superficiale  ed  inci- 
dentalmente quanto  la  Scrittura  diceva  in  proposito. 

Anche  più  tardi,  nei  secoli  cioè  della  Scolastica, 
come  vedremo,  il  racconto  biblico  coi  suoi  tre 
punti  fondamentali  :  1'  esplicita  affermazione  cioè  che 
la  molteplicità  degli  idiomi  fosse  stato  un  castigo 
di  Dio,  e  gli  impliciti  sottintesi  che  il  parlare  fosse 
una  facoltà  primaria  ed  immediata  dell'  uomo  e  che 
la  favella  prima  fosse  stata  1'  ebraica  ^),  fu  sempre  il 
punto  di  partenza  per  la  speculazione  d'  ordine  lingui- 
stica, il  che  avvenne  anche  per  Dante,  che  pur  fu 
così  ardito  e  geniale  nelle  sue  dottrine  sulla  lingua. 

Tali  sono  i  principali  motivi,  per  cui  noi  pos- 
siamo affermare  non  esservi  stata  una  vera  filosofia 
del  linguaggio,  nel  vero  ed  esteso  senso  della  pa- 
rola, in  tutto  lo  svolgimento  della  Patristica  ;  spunti 
però  qua  e  là  di  essa  non  mancarono,  rapidi  ac- 
cenni a  speculazioni,  che,  approfondite,  avrebbero 
a  quella  per  la  strada  maestra  condotto,  non  sono 
rari,  il  che  cercheremo  appunto  di  dimostrare,  per 
quanto  ci  sarà  possibile,  in  questa  parte  del  nostro 
lavoro. 


0  Cfr.  in  proposito  FR.  OVIDIO,  op.  cit.  pag.  492. 


IN  CLEMENTE  ALESSANDRINO  75 

Il  primo  accenno  alla  questione  del  linguaggio  in 
scrittori  cristiani  possiamo  trovare  in  Clemente  Ales- 
sandrino, che  nato  al  principio  del  III  secolo  d.  C.  e 
successo  a  Panteno  nella  direzione  della  gloriosis- 
sima scuola  di  Alessandria,  centro  allora  della  scienza 
cosmopolita,  ne'  suoi  otto  libri  degli  Stromati  espose 
la  dottrina  di  Cristo  in  relazione  al  pensiero  filosofico 
antico  e  contemporaneo  pagano,  verso  il  quale  pur 
tanta  deferenza  egli,  come  in  genere  tutti  della  sua 
scuola,  nutriva.  Comincia  egli  in  un  passo  di  quelli  a 
stabilire  il  numero  delle  lingue  a  72  contrariamente 
a  quanto  altri  storici,  appoggiandosi  su  un  passo 
del  «  Genesi  »  '),  affermavano  portandolo  a  75  -). 
Parla  egli  poi  dei  dialetti  della  Grecia,  1'  attico,  l' io- 
nico, il  dorico,  r  eolico,  ed  un  quinto  comune  a  tutti, 
accenna  all'  opinione  di  alcuni  Greci,  tra  cui  ricorda 
Platone,  del  quale  più  avanti  cita  espressamemte  il 
Cratilo,  che  anche  gli  Dei  avessero  un  loro  dialettp 
speciale,  deducendo  ciò  dai  responsi  da  quelli  dati 
nei  sogni  e  negli  oracoli  ')  ;  tocca  del  bisogno  d'  or- 
dine biologico  che  spinge  gli  animali  a  manifestare 
con  segni  gli  stati  loro  interni,  sì  da  poter  essi  avere 
aiuto  da  quelli  della  medesima  specie  ;  rifacendosi 
poi  infine  in  modo  evidente  a  quanto  Cicerone  af- 
ferma in  uno  dei  primi  capi  del  libro  primo  delle  Tu- 


1)  Cfr.  Genesi,  XLVI.  27. 

2)  Clemente,  ales.,  Stromatuni,  I,  21  (Migne,  P.  G.  VUI  paj>.  878 
e  sgg.). 

3)  Quest'  opinione  del  linguaggio  degli  Dei  ritorna  anche  nel  Vico 
nella  sua  triplice  divisione  del  linguaggio  in  lingua  degli  Dei,  degli  eroi, 
0  degli  uomini,  divisione  che  corrisponde  alla  sua  tripartizione  della 
storia  in  genere.  (Cfr.  VICO,  op.  cit.  pag.  267  e  sgg.). 


76  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

scalane  che  gli  uomini  primitivi,  perchè  più  vicini  in 
ordine  alla  divinità,  da  questa  furono  maggiormente 
illuminati  su  alcune  verità  fondamentali,  espone  Cle- 
mente r  opinione,  convalidata  anche  questa  volta  da 
quanto  Platone  dice  nel  Cratilo,  a  proposito  dei  nomi 
::brj  e  xóv*?  ^),  che  i  dialetti  barbari  sono  Y£VL7.ai,  e 
che   in    essi  i  nomi  sono  posti  veramente  da  natura 

Tali  sono  in  breve  gli  accenni  al  linguaggio  fatti 
da  Clemente  Alessandrino,  accenni  che  meritano 
da  parte  nostra  che  vi  indugiamo  sopra  alquanto, 
perchè  essi  ci  daranno  modo  di  esporre  nel  modo 
più  sistematico  possibile  ciò  che  per  se  stesso  nes- 
sun ordine  avrebbe. 

Anzitutto  a  proposito  di  quanto  afferma  Cle- 
mente in  relazione  alle  72  lingue,  diciamo  che  esso 
rappresenta  uno  dei  punti  comuni  della  Patristica, 
per  quanto  diverso  fosse  il  motivo,  per  cui  quel  nu- 
mero era  giustificato.  Alcuni,  appoggiandosi  su  pa- 
recchi luoghi  delle  Scritture,  lo  traevano  dalle  72 
genti  in  cui  era  diviso  il  mondo,  a  cui  sarebbero 
stati  dati  come  protettori  altrettanti  angeli  '),  altri  lo 
traevano  dal  numero  dei  figli  di  Giacobbe,  che  entra- 
rono in  Egitto  ').  S.  Epifanio  invece  lo  derivava 
dal  numero  di  quelli  che  tentarono  di  costruire  la 
torre  di  Babilonia  ^),  S.  Isidoro  lo  metteva  in  rela- 


1)  Cratilo  410  A.  B. 

2)  Le  stirpi  erano  appunto  72,  32  discendenti  da  Cam,  15  da 
Sem,  25  da  laphet  (Cfr.  S.  Epiphanii,  Adv.  Hacr  Lib  I,  3.  (MlGNE,  P. 
G.  XLl,  pag.  674). 

3)  Cfr.  Deutoronomio  XXXII.  8. 

4)  S.  Epiphanii  op.  cit.  Lib,  I,  1-4  in  Migne,  P.  G.  XLI  pag.  186. 


NEI  RIGUARDI    BIBLICI  77 

zione  al  numero  dei  seniori,  super  qiios  cecidit  spiritiis 
Dei  ')  :  alcuni  finalmente  lo  ponevano  in  rapporto 
alle  72  generazioni  che,  secondo  S.  Luca,  sarebbero 
intercorse  tra  Adamo  e  Cristo  -)•  Comunque  sia  di 
ciò,  il  fatto  si  è  che  il  racconto  biblico  della  torre 
babilonica  fu  nella  Patristica  accettato  e  tramandato 
così  com'  è  ;  S.  Agostino  lo  amplificò  con  partico- 
lari angelologici  ^),  altri  particolari  vi  aggiunse  più 
tardi  S.  Prospero  d'  Aquitania  ^),  Teodoreto  di  Ciro 
lo  pose  a  fondamento  delle  sue  teorie  sull'  origine 
delle  lingue  •'),  S.  Giovanni  Crisostomo  lo  accettò 
per  proclamare  formalmente  la  monogenesi  del  lin- 
guaggio "),  di  cui  del  resto  nessuno  allora  non  ha 
mai  dubitato  :  mentre  d'  altra  parte  esso  si  tramutò  in 
argomento  per  la  glorificazione  dell'  opera  di  Cristo. 
S.  Massimo  '),  per  esempio,  mette  in  rapporto  la 
divisione  delle  lingue  col  ricongiungimento  di  tutte  le 
genti  fatto  per  mezzo  della  parola  divina  di  Cristo, 
e  col  miracolo  di  cui  si  parla  negli  Atti  degli  Apo- 
toli  ^)  della  discesa  dello  Spirito  Santo,  per  cui 
gli  Apostoli  coeperunt  loqiii  alils  lingiiis  proiit  Spiri- 


1)  Ctr  S.  Clemente,  Stromatuni,  Lib.  I  cap.  XXI,  nota  (AUgne  P. 
G.  VHI  pag.  879). 

2)  S.  IRENEO,  Adversiis  Hacrescs,  Lib.  Ili,  cap.  23. 

3)  S.  Agostino,  De  Civit.  Dei,  XVI.  5. 

4)  S  Prosperi    Aquitani,  De  vocatione  omnium  gcntium,  Lib.  II 
cap.  14  (in  MlGNE,  P.  L.  LI,  pag.  699. 

5)  Theodoreti,  Quaest.  in  Genesim  (in  AliGNE  P.  G.  LXXX  pag.  166). 

6)  S.  Giovanni,  Crisostomo,  Doemones  non  gnbernare  mundum, 
Homil.,  I.  cap.  2  (in  Migne,  Patrologia  Graeca,  XLIX  pag.  256). 

7)  S.   MAXIMI   T.\UR.,   Sermo,  4  (in   A\IGNE,   P.  L.  ILVIII  pag.  636, 

8)  Atti   Apost.   II,  2-4. 


78  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tiis  dahat  eloqui  illis.  Anche  S.  Cirillo  Alessandrino  ') 
insiste  sopra  una  tale  relazione,  per  la  quale  così 
anche  il  fatto  della  diversità  delle  lingue  assumeva 
un  carattere  religioso  a  maggior  gloria  dell'  opera 
redentrice  ed  unificatrice  di  Cristo  e  de'  suoi  disce- 
poli 0- 

Col  racconto  biblico  della  confusione  delle  lin- 
gue, conseguenza  della  superbia  degli  uomini,  andava 
per  i  Padri  congiunta  la  questione  della  lingua  pri- 
mitiva. Quale  cioè  dei  linguaggi  umani  era  stato 
il  primo  ad  esser  parlato  dagli  uomini  ?  o  per  meglio 
dire,  quale  era  stato  il  linguaggio  di  Adamo  ?  Sulla 
credenza  alla  monogenesi  delle  lingue,  non  e'  era 
dubbio  •'),  tutto  stava  a  vedere  quale  fra  tutte  le  lingue 
si  poteva  dire  1'  originaria,  e  la  risposta  era  facile  ; 
la  lingua  matrice  era  l'ebraica,  cioè  quella  delle  Sante 
Scritture,  ciò  è  dichiarato  esplicitamente  da  S.  Ge- 
rolamo ^),    da  S.   Giovanni  Crisostomo  ^),  ed  anche 


1)  S.  CiRYLLi  Alexand,  Conim.  in  loelem  prophet,  I.  XXXV  (in 
MIGNE  P.  G.  LXXI  pag.  378). 

2)  Notiamo  che  i  Padri,  per  meglio  giustificare  una  tale  relazione 
fra  la  dispersione  delle  lingue  ed  il  potere  miracoloso  degli  apostoli  di 
parlare  qualunque  lingua,  potevano  far  appello  a  parecchi  passi  delle 
scritture  che  di  ciò  contenevano  accenni  (Cfr.  Isaia,  XXVIII,  II  ;  Amos, 
Vili.  11,  12;  Ezechiele  III,  26;  Psal.  CXVII.  27;  S.  Paolo  I  Cor  ^IV, 
22,  27,  31). 

3)  Per  ciò  che  riguarda  tale  argomento  anche  noi  col  D'  Ovidio 
(op.  cit.  pag.  505)  crediamo  che  Dante  stesso  abbia  pensato  che  l'azione 
diversificante  che  ha  sulla  lingua  il  suo  diffondersi  nello  spazio  non 
venne  in  campo  che  dopo  la  confusione  babelica. 

4)  S.  Gerolamo,  Comm.  in  Sopii,  cap.  III  fin  Migne  P.  L.  XXV. 
pag.  1384). 

5)  S.  Giovanni  Crisostomo,  Honiilia  XXX  in  Genesim  (Migne  P  . 
G.  LUI.  pag.  287). 


E    LA  LINGUA   PRIMITIVA  79 

da  S.  Agostino  '),  per  quanto  il  giudizio  di  questo 
non  sia  dato  in  forma  decisiva. 

A  tale  opinione  però  se  ne  opposero  nella  tra- 
dizione patristica  altre,  quella,  per  esempio,  di  Teo- 
doreto  che  sosteneva  esser  prima  la  siriaca  ;  Gregorio 
di  Nissa,  appoggiandosi  su  quanto  si  dice  in  un  passo 
dei  Salmi  -),  credeva  che  gli  Ebrei  abbiano  comin- 
ciato a  parlar  V  ebraico  solo  dopo  V  esodo  dall'  E- 
gitto  ■'),  finalmente  altri  credevano  che  la  lingua 
principe  fosse  P  aramaica '^).  Efremo  di  Siria  aveva 
dunque  ragione  fin  da'  suoi  tempi  di  dire  che  solo 
di  alcuni  Padri  era  1'  opinione  che  la  lingua  matri- 
ce  sia   stata  1'  ebraica  '). 

Il  curioso  si  è  che  le  diverse  risposte  date 
al  problema  della  «  Ursprache  »  si  appoggiavano 
tutte  su  ragioni  etimologiche.  Se  per  alcuni  la  lingua 
ebraica  fu  la  prima,  essa  però  non  si  chiamava 
originariamente,  così  non  essendoci  bisogno,  è  S. 
Agostino  che  parla  ''),  di  un  nome  speciale,  esi- 
stendo alle  origini  una  lingua  soia  ;  fatta  la  di- 
visione delle  lingue,  essa  assunse  quel  suo  no- 
me da  Eber,  al  tempo  del  quale  si  attuò  appunto 
il  grande  delitto  della  torre  di  Babele  ;  dopo  di  lui 
la   lingua   ebrea   si   tramandò  come  qualchecosa  di 


1)  S.  Agostino,  De  civitate  Dei,  XVI.  II. 

2)  S.  Gregorio  Nisseno,  Contra  Eunomium,  1,  12.  (Migne,  P.  G. 
XLV,  pag.  997). 

3)  Salmi,  LXXX,  6. 

4)  Cfr.  GURIEL,  Elemento  lingiiae  chaldaicae,  Roma  1850,  paj?.  1  esgg. 

5)  S.  EPHREMI,  App.  Siriae,  I,  134. 

6)  S.  Agostino,    De   civitate  Df/,  XVIU.  39;   cfr.  anche  Deciv.Dei 
XVI,  11. 


LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


sacro,  tanto  è  vero,  dice  ancora  S.  Agostino,  che 
Mosè  dovette  nominare  alcuni  che  spiegassero  al 
popolo  tutto  ciò  che  alla  lingua  ebraica  apparteneva. 
Ora  tutto  ciò  è  negato  da  Teodoreto  Siriaco,  che, 
pieno  r  animo  delle  nobili  tradizioni  della  sua  patria, 
in  cui  fin  dal  tempo  di  Alessandro  Magno  era  pe- 
netrato il  soffio  della  speculazione  greca,  e  da  cui 
uscirono  più  tardi  le  scintille  prime,  che  illuminarono 
il  sorgere  della  civiltà  araba  ^),  dice  invece  che  i 
nomi  delle  Sante  Scritture,  come  quelle  di  Adamo, 
Cam,  etc.  sono  di  origine  prettamente  siriaca,  perchè 
siriaca  era  la  ling.ua  prima  dei  primi  uomini  :  ed  al- 
lora come  si  spiega  V  origine  della  lingua  ebraica  ? 
Così  :  essa  non  è  una  lingua  naturale,  ma  sibbene 
doctrina  et  arte  comparata,  non  è  'poaiy.T^,  ma  otoay.r/^. 
cioè  Dio  donò  1'  uso  di  essa  a  Mosè,  che  la  ridusse 
come  a  lingua  sacra  per  il  codice  delle  leggi  ;  è  per 
questo  che  Mosè,  il  grande  legislatore,  dov<^tte  isti- 
tuire quelli  che  la  sapessero  spiegare,  ed  è  a  questo 
che  si  riferiscono  le  parole  del  salmista  :  linguam 
quam  non  noverat,  audivit.  Ed  il  nome  di  ebraica  ? 
Anch'  esso  è  di  origine  siriaca,  giacché  non  deriva 
già  da  Eber,  ma  sibbene  dal  fatto  che  Abramo  u- 
scendo  dalla  regione  dei  Caldei  per  andare  in  Pa- 
lestina attraversò  il  fiume  Eufrate,  ora  ebra  in  lin- 
gua siriaca  vuol  dire  appunto  colui  che  passa  il 
fiume,  di  qui  il  nome  di  ebraico  '). 


1)  Cfr.  Carra  de  Vaux,  Avicenne,  Paris  1990,  pag.  49. 

2)  Cfr,  Teodoreti,  Qiiacst  in  Gen.  LXl  (MiGNE,  P.  G.  LXXX,  pag. 
166  e  sgg.).  Notiamo  che  l'interpretazione  data  da  Teodoreto  del  nome 


E    LA  LINGUA   PRIMITIVA  81 

È  evidente  che  causa  prima  di  tali  divergenze 
ed  anche  spiegazione  di  tali  soluzioni  così  sempli- 
ciste  del  problema  delle  origini  si  deve  rintracciare 
nel  fatto  che  gli  argomenti,  su  cui  esse  si  appog- 
giavano, non  potevano  provar  nulla,  giacche  i  nomi, 
neir  etimologie  dei  quali  si  cercavano,  ed  al  principio 
del  secolo  XVII  il  Pererio  ancora  tale  appoggio  cer- 
cava ^),  gli  appoggi  per  questa  o  queir  ipotesi, 
trovano  il  valore  storico  non  tanto  nel  suono  con 
cui  sono  espressi,  quanto  nel  significato  che  hanno  ; 
quello  infatti  è  senza  dubbio  qualche  cosa  di  poste- 
riore rispetto  a  questo,  che  è  certamente  qualche- 
cosa  di  originario,  come  sarebbe  del  nome  greco 
di  Pietro,  rispetto  all'  aramaico  Képhà,  cosi  che  sa- 
rebbe ingenuo  parlar  del  Greco,  come  lingua  ori- 
ginale, perchè  nella  traduzione  greca  nella  Santa 
Scrittura  vi  è  quel  nome  '). 

Del  resto  a  proposito  di  quanto  sopra,  ricor- 
diamo   che   la   Patristica  si  mostrò  informata  a  cri- 


Àbramo  è  perfettamente  diversa  da  quella  di  S.  Pietro  Crisologo  (Sermo 
CLIV  in  MiGNE,  P.  G.  LII,  pag.  608).  L'  etimologizzare  era  del  resto 
uso  comune  nella  Patristica,  come  lo  era  stato  nella  filosofia  greca.  E- 
timologie  strane,  né  più  ne  meno  di  quello  che  erano  state  quelle  di 
Platone  nel  Cratilo,  di  Varrone  e  di  Cicerone,  si  trovano,  per  esempio, 
in  S.  Agostino  (lovis  da  Jehova,  Mercurius  da  niedius  ciirrens,  Pro- 
serpina  da  proserpendo  etc.  cfr.  De  Civ.  Dei  VII.  14,  VII.  20  etc), 
nello  pseudo  S.  Ambrogio  nei  commenti  all'  epistola  di  S.  Paolo  (Migne, 
P.  L.  XVII,  pag.  49),  nel  già  citato  Pietro  Crisologo  (MiGNE,  P.  L.  LII 
pag.  608  e  sgg.)  etc. 

1)  B.  Pererii,  Comment.  in  Genesim,  Venetiis  1607,  Tomo  I,  Lib. 
IV,  pag.  203. 

2)  Cfr.    F.   Delitzsch,   The  Hebrew  Language  viewed  in  the  tight 
of  Assyrian  Research,  London  1883,  pag.  58. 


82  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

teri  ben  più  seni  di  quello  che  lo  furono  scrittori 
posteriori  ad  essa,  di  S.  Pilastro,  per  esempio,  il 
quale  espose  1'  opinione  che,  anche  prima  della  con- 
fusione delle  lingue,  gli  uomini  parlavano  parecchi 
linguaggi,  coir  abilità  però  di  capirli  tutti,  perchè 
erat  omnibus  lingua  et  idem  senno,  non  quidem  eo- 
rumdem  vocabulomm  usus,  sed  eadem  hominum  lo- 
quentium  et  audientium  intelligentia  ^).  D'  altra  parte 
il  Vico,  parla  di  Giovanni  ed  Olao  Magno  che  cre- 
devano lingua  matrice  la  Gotica,  e  di  Giovanni  Go- 
ropio  Beccano,  che  tale  vanto  concedeva  alla  favella 
cimbrica  ~)  ;  il  Giesswein  ci  ricorda  Andrea  Kempe,  il 
quale  pieno  di  serietà  opinava  che  Dio  nell'  Eden  ave- 
va parlato  Svedese,  Adamo  il  Danese,  ed  il  serpente 
il  Francese  ^),  ed  il  De  Rosny  '')  rammenta  il  Nae 
che  credeva  come  lingua  matrice  quella  della  Poli- 
nesia, il  Webb  la  Chinese,  e  1'  Horwarth  la  Magiara, 
stranezze  queste  che  ricordano  quelle  consimili  degli 
antichi  Egiziani,  contro  cui  inveisce  S.  Agostino  ^), 
e  quelle  dei  Greci,  contro  i  quali  sta  V  invettiva  di 
Taziano  *"'). 

Per   quanto   la   Patristica   abbia   nel  modo  che 
abbiamo  visto  risolto  il  problema  della  «  Ursprache  » , 


1)  S.  Philastri,  De  haeresibus,  Amburgo  1721,  cap.  106,  pag.  102. 
Cfr.  anche  Calmet,  De  lingua  primitiva  et  linguariim  confusionem  dis- 
sertatio,  in  Migne,  Cursus  Script.  Sacrae,  V.  833. 

2)  Giambattista  Vico,  op.  cit.  pag.  258. 

3)  Giesswein,  Die  Hauptprobleme  der  Sprachwissenschaft,  Freiburg 
in  Breisgau,  1892,  pag.  214.  Cfr.  anche  D'  OVIDIO,  op.  cit.,  pag.  507. 

4)  Leon  de  Rosny,  De  V  origine  du  langage,  Paris  1879,  pag.  22. 

5)  S.  Agostino,  De  Civit  Dei,  XVIH,  39.  40. 

6)  Tatiani,  Oratio  adv.  Graecos.  Cap.  1,  in  MiGNE  P.  G.  VII,  pag.  806. 


E  L'  ORIGINE  DEL  DISCORSO  UMANO  83 

o  lingua  matrice,  è  chiaro  che  restava  pur  sempre 
aperto  1'  altra  questione  pur  d'  ordine  storico  :  donde 
mai  sia  derivato  all'  uomo  la  possibilità  del  parlare, 
se  cioè  il  linguaggio  è  opera  naturale  dell'  uomo,  o 
se  piuttosto  esso  è  un  dono  della  natura  divina.  Era 
in  altri  termini  dal  lato  formale  il  medesimo  pro- 
blema, che  aveva  tormentato  anche  l'anima  ellenica  ; 
diciamo  dal  lato  formale,  perchè,  sotto  l' aspetto 
della  contenenza,  di  un  elemento  nuovo  la  Patristica 
si  sentiva  in  obbligo  di  tener  conto,  dell'  elemento 
cioè  scritturale. 

Prima  di  tutto  i  Padri,  specialmente  greci,  si 
trovavano  di  fronte  a  quanto  in  proposito  la  spe- 
culazione greca  già  aveva  escogitato.  Origene  in- 
fatti, dopo  aver  colle  parole  :  XÓ70C  JìaO-òc  /taì  à;:ófv- 
pT|To?  ó  T.srA  z'i^sioz  òvojxàuov,  anticipato  in  certo 
qual  modo  quanto  molti  secoli  dopo  dirà  il  Du-Bois- 
Reymond,  essere  cioè  la  questione  del  linguaggio 
uno  dei  sette  enigmi  del  genere  umano,  viene  a  di- 
scorrere della  teoria  aristotelica  che  i  nomi  sono 
imposti  ex  instituto  ('5ovi>y/.xj).  di  quella  degli  Stoici 
che  i  nomi  invece  sieno  per  natura,  piimis  vocibus 
res  ipsas,  qiiibus  siint  nomina,  imitantibus,  e,  degli 
Epicurei,  secondo  cui  i  nomi  sono  per  natura  nel 
senso  che  primi  homines  quasdam  voces  de  rebus 
ipsis  temere  ejectarunt  ^).  Come  si  vede  anche  in  O- 
rigene  si  attuò  quella  parzialità  nel  giudicare  delle 
teorie  di  Epicuro,  tentando  anch'  egli  di  far  passare 


1)  Origene,   Adv.    Celsum   Lib.    I,   cap.  24.  (Migne  P.  G.  Voi.  II 
pag.  242). 


84  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

r  antico  filosofo  come  un  semplice  sostenitore  dell' 
origine  naturale  del  linguaggio,  e  dimenticando  cosi 
tutta  la  seconda  parte  della  dottrina  di  lui,  già  da 
noi  considerata,  parzialità  che  già  abbiamo  visto  in 
Diogene  d'  Enoanda  ed  in  Proclo.  A  voler  esser 
giusti,  dovremmo  anzi  dire  che  anche  la  prima  parte 
della  teorica  epicurea  sull'  origine  naturale  del  lin- 
guaggio, determinata  dal  bisogno  d'  ordine  fisiolo- 
gico e  psicologico,  si  trova  nella  Patristica  molto 
meglio  riprodotta  in  Eusebio -di  Cesarea  ^),  laddove 
riportando  ed  allargando  un  passo  di  Diodoro  di 
Sicilia  -)  e  forse  avendo  sott'  occhio  anche  un  altro 
passo  analogo  di  Vitruvio  ^),  oltre  che  i  già  citati 
di  Lucrezio,  viene  efficacemente  a  descrivere  lo  stato 
fermo  degli  uomini  primitivi  con  queste  parole  : 
ciimqiie  vocem  UH  confiisam  primum  et  ab  omni  si- 
gnificatione  vaciiam  effunderent,  singiilis  paulatim 
vocibiis  articulata  proferendis,  signisque  rerum  qiiae 
occurrebant  inter  sese  constitutis,  notam  eoriim  sibi 
omnium  explicationem  interpreiationem  fecisse.  Jam 
vero  quod  coetus  eiusmodi  ioti  passim  orbe  confla- 
rentur  singulique  voces  proni  cuique  temere  ac  for- 
tuito visum  erat  componerent,  non  eandem  idcirco 
loquendi  rationem  cum  universis  communem  fuisse. 
Atque  hunc  formae  linguarum  multiplices,  primaeque 
illae  hominum  societates  omnium  parentes  et  capita 
gentium  extiterunt. 


1)  EUSEBII  Caes,  Praep.  Evang.  Lib  I,  cap.  VH.  (MlGNE  P.  G.  XXI 
pag.  54). 

2)  DiOD.  Sic,  Bibliot.,  hist.  I,  8. 

3)  Vitruvio,  De  Architect.,  II,  1. 


E    L'  ORIGINE  DEL  DISCORSO   UMANO  85 

Del  Cratilo  platonico  già  abbiamo  visto  ac- 
cenno neir  opera  di  Clemente  Alessandrino,  di  esso 
qualche  secolo  dopo  parlò  ancora  S.  Teodoreto  ve- 
scovo di  Ciro,  che  di  quello  riporta  ed  approva  al- 
cune etimologie  ^),  d'  altra  parte  già  si  è  ricordato  -) 
come  nella  grammatica  medievale  sia  rimasto  il  con- 
cetto dell'  esilità  dell'  /,  concetto  che  eminentemente 
platonico,  come  si  è  visto  a  suo  lungo  parlando 
appunto  del  Cratilo,  trovò  nell'  età  di  mezzo  la  sua 
espressione  più  efficace  in  Isidoro  di  Siviglia  •■)  ; 
possiamo  dire  però  che  un'  esposizione  chiara  della 
teoria  platoniéfe  del  linguaggio  nella  Patristica  non 
fu  fatta,  anche  per  la  difficoltà  enorme  di  trovare  un 
filo  conduttore  in  mezzo  alle  apparenti  e  reali  con- 
traddizioni di  quel  dialogo  di  Platone. 

Chiara  invece  appare  in  Origene  1'  opinione  di 
Celso,  sul  linguaggio  solo  che  quegli,  forse  per  ra- 
gione di  polemica,  pone  questo  tra  gli  aborriti  Epi- 
curei, ^)  mentre  in  realtà  Celso  fu  uno  di  quei  pla- 
tonici eclettici  0  pitagorici  che  portarono  in  avanti 
gli  insegnameati  dell'  Academia  per  un  giro  di 
tempo  ben  maggiore  di  quello  che  non  abbia  cre- 
duto Seneca  "').  Celso  adunque,  secondo  Origene, 
credeva,  ed  in  questo  si  mostrava  piuttosto  aristo- 
telico   che    platonico,    nil  referre   lupiter   dicas   an 


1)  THEODORETl  Epis.,  Gracc.  affect.  Gap.  III.  (MlGNE  P.  G.  LXXXIII, 
pag.  863  e  875). 

2)  Cfr.  del  nostro  lavoro.  Gap.  I.  pag.  19. 

3)  ISIDORO,  Orig.,  I,  4.    17. 

4)  Gfr.  A.  Ed.  Ghaignet,  op.  cit.  Tomo  UI,  Paris  1890,  pag.  191. 

5)  Seneca,  Nat.  guaest.,  VU.  32. 


86  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Diespiter  art  Adonaeus,  an  Sabaot,  an  Animus,  an 
Pappaeiis,    appunto    perchè   poco    importa  il  suono 
dei    vocaboli,    solo    interesssando    il  significato  dei' 
medesimi  ^). 

Alla  presenza  di  tali  dottrine  degli  antichi  suH'  o- 
rigine  e  sulla  natura  del  linguaggio  come  si  è  compor- 
tata la  Patristica  ?  e  caso  mai  che  cosa  ha  essa  alle 
medesime  contrapposto  ?  Possiamo  anzitutto  affer- 
mare che  in  genere  la  Patristica  fu  contraria  all'  arbi- 
trio ammesso  nell'  uomo  da  Aristotele  per  la  posizione 
dei  nomi,  venendo  in  proposito  ad  opinione  ben  di- 
versa da  quanto  in  merito  a  tale  questione  ammetteva, 
come  vedremo  la  Scolastica.  La  Patristica,  in  altri  ter- 
mini, fu  piuttosto  per  la  spiegazione  platonico-stoica 
che  non  per  quella  dello  Stagirita,  per  cui  invece, 
e  le  ragioni  le  vedremo  più  avanti,  si  dichiarò  in 
genere  la  Scolastica.  -)  Le  parole  di  Origine  in  pro- 
posito sono  recise  ;  Et  nane  idem  repetimiis  nominum 
naturam  non  esse  ad  hominum  placitiim,  ut  visum  est 
Aristoteli. 

Tale  predilezione  della  Patristica  per  l' indirizzo 
platonico,  che  i  nomi  corrispondono  veramente  alla 
natura  delle  cose,  si  comprende  benissimo,  oltre  per 
il  rifiorire  del  Neoplatonismo  in  quel  giro  di  tempo 
anche  per  il  fatto  che  tale  indirizzo  meglio  si  accor- 
dava con  un  punto  comune  di  tutta  la  Patristica 
stessa  che  cioè  anche  il  linguaggio,  come  tutto  il  resto, 


1)  Origene,  Contra  Celsuni,  Uh.  V. 

2)  Avremo  occasione  a  suo  tempo  di  discorrere  dell'  opinione  di 
Dante  in  proposito,  il  quale  in  un  passo  della  Vita  nova  (cap.  XIII) 
mostra  di  accettare  la  dottrina  :  nominum  sunt  consequentia  rerum. 


E  l'intervento  divino  nell'origini        87 

viene  da  Dio.  Già  in  proposito  Origene,  rispondendo 
a  Celso,  e  con  lui  agli  altri  epicurei,  parla  di  un 
occulta  quaedam  thcologia  qiiae  iiniversitatis  opifici 
congruat,  qua  propter  nomina  sunt  efficacia  ;  è  questa 
però  una  concessione  alle  antiche  superstizioni  del 
Paganesimo,  perchè  quella  theologia,  di  cui  parla  il 
grande  scolaro  di  Clemente  di  Alessandria,  riguarda 
non  solo  le  sacre  parole  della  religione  nuova,  ma 
sibbene  anche  quelle  di  altre  religioni ,  che  usate 
secondo  le  superstizioni  antiche  producevano,  per 
il  fatto  appunto  di  essere  quel  che  erano,  cose  mi- 
rabili. 

Più  esplicito,  0  per  meglio  dire,  più  cristiano  è 
Eusebio  di  Cesarea,  che  a  commento  di  quelle  parole 
che,  poco  sopra  citate,  erano  state  tolte,  come  si 
disse,  da  Diodoro  in  Sicilia,  lamenta  appunto  che 
in  luogo  di  Dio  si  sia  voluto  in  esse  parlare  di  una 
fortuita  quaedam  ac  sponte  odiata  huius  universi  di- 
sposino, .il  che  egli  ripete  anche  più  avanti  nell'  opera 
sua  «  De  praeparatione  Evangelii  ^)  » .  Contempora- 
neamente S.  Basilio  r  origine  divina  del  linguaggio 
chiaramente  afferma  -)  e  dopo  lui  S.  Gerolamo  ), 
S.  Agostino  ^),  S.  Giovanni  Crisostomo  •'),  e  molti 
altri,    i  quali  interpretando  in  modo  letterale  il  rac- 


1)  Eusebio  Caesar,  De  prepar.  Evang.,  Lib.  H,  3. 

2)  S.  Basilio,  Homilia  ìli  in  Oeut.  XV.  9  (Migne  P.  G.  XXXI,  pag.  198 

3)  S.  Gerolamo,  Comm.  in  leremiam,  Lib.  IV,  cap.  XX  (Migne  P. 
G.  XXV  pag.  839). 

4)  S.  AGOSTINO,  De  civitafe  Dei,  VII  25. 

5)  S.  Giovanni  Crisostomo,  Doenwnes  non  gubernare   mundum 
Hom.,  I  cap.  2.  (MIGNE  P.  G.  XLIX  pag.  24G). 


LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


conto  biblico  dell'  imposizione  dei  nomi  da  parte 
di  Adamo  a  tutte  le  specie  di  animali,  hanno  veduto 
in  ciò  r  opera  evidente  di  Dio  ^). 

Vero,  si  è  che  il  già  citato  S.  Basilio  in  un  suo 
discorso  ■')  chiama  il  linguaggio  munas  naturale,  la 
quale  espressione  si  può  benissimo  spiegare  pensan- 
do non  solo  alle  parole  sulla  naturalità  del  linguag- 
gio che  S.  Basilio  già  poteva  leggere  in  S.  Clemente 
in  rapporto  appunto  alle  teorie  degli  antichi  filosofi 
in  proposito,  ma  probabilmente  anche  a  quanto  nei 
tempi  antichi  aveva  narrato  Erodoto,  accogliendo 
nelle  sue  storie  ^)  V  episodio  del  re  egiziano  Psam- 
metico ,  il  quale  volendo  sapere  quale  fosse  la 
prima  parola,  che  naturalmente  poteva  uscire  dalla 
bocca  di  un  bambino,  per  poter  decidere  quale  fosse  la 
nazione  matrice,  seppe  che  un  bambino,  mandato 
in  una  solitudine  con  una  nutrice  muta,  pronunciò 
per  prima  la  parola  Béxxoc,  che  in  linguaggio  frigio 
vuol  ■  dir  pane  ^).  Abbiamo  detto  che  molto  probabil- 
mente la  conoscenza  di  questo  aneddoto  può  aver 
determinato  il  grande  Basilio,  eruditissimo  luminare 
della  Cappadocia,  a  credere  naturale  il  dono  del 
linguaggio,  e  tale  probabilità  la  deduciamo  per  ana- 
logia  del    fatto  che  1'  aneddoto  suggestivo  di  Ero- 


1)  Cfr.  B.  Pererio,  op.  cit.  Tomo  I,  Lib.  V,  pag.  202. 

2)  S.  Basilio,  Senno  n  De  Doctrina  et  admonitione  (MIGne  P.  G. 
XXXn  pag.  1134). 

3)  Erodoto,  Historiae  U,  2.  Di  casi  pressoché  simili  avvenuti  in 
tempi  moderni  discorre  a  lungo  lo  Steinthal  (Steinthal,  Ursprung  der 
Sprache,  Berlino  1888  pag.  277-281). 

4)  Sul  valore  di  tale  e  consimili  esperimenti  cfr.  D' OVIDIO,  op.  cit. 
pag,  491  e  sgg. 


E  l'ipotesi  tradizionalistica  89 

doto  ci  è  tramandato  anche  da  Tertulliano  '),  il  quale 
pure,  volendo  poi  spiegare  1' origine  del  linguaggio, 
fa  derivare  questo,  secondo  il  suo  grande  principio  : 
magistra  natura,  anima  discipula,  dalla  natura  stessa  ') 
Comunque  però  sia  di  ciò,  non  si  deve  credere  che 
le  espressioni  e  di  Basilio  e  di  Tertulliano  sieno  in 
contraddizione  all'  opinione  comune  dell'  intervento 
divino  neir  origine  del  linguaggio,  Tertulliano  stesso 
ci  toglie  qualsiasi  dubbio  su  ciò,  quando  nel  passo 
stesso  citato  chiama  Dio  magister  ipsius  naturae  ;  se 
questa  adunque  ha  operato  immediatamente  nella  for- 
mazione del  discorso  umano,  in  modo  mediato  1'  ori- 
gine di  questo  si  deve  però  sempre  attribuire  a  Dio. 

Ora  tutta  la  questione  sta  a  vedere  come  i  Pa- 
dri potevano  o  sapevano  spiegare  tale  intervento  di 
Dio  nella  produzione  della  favella  dell'  uomo.  Il  Re- 
nan ha  affermato  che  l' ipotesi  tradizionalistica,  per 
cui  il  linguaggio  sarebbe  stato  infuso  da  Dio,  sicché 
r  uomo  da  questo  avrebbe  insieme  ricevuto  e  rice- 
verebbe ed  essenza  e  parola,  è  tradizionale  nella 
teologia  cristiana  ')  ;  orbene,  per  ciò  che  riguarda 
il  periodo  patristico,  dobbiamo  assolutamente  negare 
che  ciò  sia,  che  anzi  durante  un  tale  periodo  ab- 
biamo argomenti  per  dire  come  una  tale  ipotesi  sia 
anzi  stata  solennemente  oppugnata. 

Già  S.  Agostino  afferma  che  l' imposizione  dei 


0  Tertulliano,  Ad   nationes,  Lib.  I  cap.  8  (Migne  P.  L,  Voi    I, 
pag.  284. 

2)  Tertulliano,  De  testimonio  animae,  cap.  V  (Migne  P.  L.  I, 
pag.  C89). 

3)  Renan,  Origine  da  Langage,  Paris  1858,  pag.  8. 


90  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

nomi  è  opera  della  ragione  umana,  e  lo  afferma  in 
modo  esplicito,  ecco  infatti  le  sue  parole  ')  :  Illud 
quod  in  nobis  est  rationale,  id  est,  qnod  ratione  uti- 
tur  et  rationabilia  vel  facit  vel  seguitar,  quia  naturali 
quodam  vinculo  in  eorum  societate  astringebatur, 
cum  quibus  UH  erat  ratio  ipsa  communis,  nec  homini 
homo  firmissime  sociari  posset,  nisi  colloquerentur 
atque  ita  sibi  mentes  suas  cogitationesque  quasi  refun- 
derent,  vidit  esse  imponenda  rebus  vocabula,  id  est 
significantes  quosdam  sonos  :  ut  quoniam  sentire  ani- 
mos  silos  non  poter ant,  ad  eos  sibi  copulandos  sensu 
quasi  interprete  uterentur. 

Nel  grave  dibattito  però  avvenuto  nel  IV  secolo 
tra  Gregorio  di  Nissa  ed  Eunomio  si  rileva  meglio 
r  opposizione  a  qualsiasi  tendenza  tradizionalistica 
in  proposito. 

Eunomio  ebbe,  com'  è  noto,  una  grande  impor- 
tanza nella  storia  del  pensiero  religioso  cristiano, 
perchè  egli  fu  grande  fautore  dell'  omoioousia  cioè 
delle  sola  somiglianza  tra  il  Figlio  ed  il  Padre, 
contro  la  dottrina  dell'  omoousia,  cioè  parità  di  na- 
tura tra  quello  e  questo,  sostenuta  con  tanto  calore 
dai  Padri  dell'  ortodossia.  Per  ciò  che  riguarda  il 
nostro  argomento  noi  possiamo  dire  essere  stato 
Eunomio  un  seguace  quasi  fedele  di  Filone  1'  ebreo, 
dal  misticismo  del  quale  è  molto  probabile  abbia 
direttamente  attinto  le  proprie  opinioni  sul  linguag- 
gio, data  r  influenza  storicamente  provata  di  Filone 
sullo    svolgimento  del  pensiero  ulteriore,  e  special- 


1)  S.  Agostino,  De  ord.  Il  cap.  12. 


NELLE  DOTTRINE   DI  EUNOMIO  91 

mente  sul  misticismo  neoplatonico  nel  secolo  IV, 
r  età  appunto  di  Eunomio,  pienamente  in  fiore/ 
D'  altra  parte  egli  può  essere  considerato  come  un 
lontano  antecessore  della  teoria  tradizionalistica,  che 
affermatasi  già  in  alcuni  teologi  dopo  il  Rinasci- 
mento '),  trovò  la  sua  più  completa  espressione  nel 
De-Bonald  del  quale  sono  le  parole  :  //  est  néces- 
saire qiie  V  homme  pense  sa  parole  avant  de  parler 
sa  pensée  -),  appunto  perchè  il  a  falla  que  le  créa- 
teiir  donnàt  a  V  homme  et  V  instrument  de  la  parole 
et  la  manière  de  V  empio  yer  et  de  s' en  servir'). 

Opinione  pressoché  simile  era  fin  dal  secolo  IV 
manifestata  da  Eunomio,  il  quale  pure  era  favore- 
vole ad  una  soluzione  ultra  naturale  del  problema 
delle  origini  del  linguaggio  :  i  nomi,  egli  diceva, 
sono  come  1'  essenza  delle  cose,  quindi  dipendono 
anch'  essi  direttamente  da  Dio  ^).  La  tesi  contraria 
di  S.  Gregorio  era  così  da  lui  stessa  riassunta  : 
Nos  asserimus  nomina  ad  res  declarandas  et  signifi- 
candar  fiumana  sollertia  inventa  esse  ^),  a  cui  per- 
fettamente corrispondono  quest'  altre  :  inventio  ver- 
borum   singulorum  ad  rerum  significano nem  a  nobis 


1)  Cfr.   Steinthal,   Ursprung  der  Sprache,   Berlin   1888,  4  Aufl. 
pag.  45. 

2)  De  Bonald,  Législatiom  primitive,  Paris  1803,  parte  I,  pag.  54. 

3)  De  Bonald,  Grammaire  generale,  Paris  1799,  parte  lì.  pag.  117. 

4)  Gregorio  Nisseno,  Cantra  Eunomium,  Lib.  XM.  (Migne  P.  G. 
XLV,  pag.  906). 

5)  Gregorio  Nisseno,  Cantra  Eunomium,  Lib.  XII.  (Migne  P.  G. 
.XLV,  Pag.  963) 

6)  Gregorio  Nisseno,   Cantra  Eunomium,  Lib.  XII.  (Migne  P.  G. 
XLV,  pag.  990) 


92  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ipsis  excogitata  est'').  Gli  argomenti  portati  in 
campo  dal  santo  per  ribattere  la  tesi  dell'  avver- 
sario a  vantaggio  della  propria,  sono  di  due  or- 
dini, e  cioè  naturali  e  teologici  ;  i  naturali  sono  trat- 
ti dalla  costituzione  dell'  uomo  :  in  fondo  la  spie- 
gazione ultrarazionale  di  Eunomio  che  il  linguaggio 
sia  stato  infuso  da  Dio  neir  uomo,  spinta  a  suoi 
estremi  limiti,  portava  alla  conseguenza  che  i  nomi 
potevano  essere  preesistenti  all'  uomo  0,  ora  il  santo 
aveva  buon  gioco  nel  rispondere  che  per  la  pro- 
nunzia delle  parole  ci  vogliono  organi  e  che  perciò  : 
proprium  est  corporeae  naturae  per  verba  cordis  et  a- 
nimi  sensiis  emmtiare~),  tanto  è  vero  soggiungerà 
più  tardi  Teodoreto  •^),  che  in  cielo  non  esisterà 
più  linguaggio,  come  è  concepito  ed  attuato  da  noi. 
Gli  argomenti  d'  ordine  teologico  erano  escogitati 
in  contrapposizione  a  quanto  affermava  Eunomio 
sul  discorso  attribuito  dalle  Scritture  a  Dio  :  se  que- 
sti ha  parlato,  concludeva  egli,  vuol  dire  che  la 
parola  è  qualche  cosa  che  appartiene  a  Dio,  e  di 
cui  questi  può  disporre  a  vantaggio  di  altre  crea- 
ture ^),  al  che  S.  Gregorio  risponde  che  le  parole 
di  Dio  non  sono  che  «  divinae  voluntatis  indicatio- 
nes,    aliter  atque  aliter  ratione  eoriim  qui  gratiae  fi- 


1)  Gregorio  Nisseno,   Cantra  Eunomium,  Lib.  xn.  (Migne  P.  G. 
XLV,  pag.  966). 

2)  Gregorio,  Nisseno,   Cantra  Eunamium,  Lib.  XH.  (Migne  P.  G. 
XLV,  pag    979). 

3)  Theodoreti, //z^erp.  Epist.  I  ad  Carinth.  cap.  XIV.  (Migne,  P.  G. 
LXXXH,  pag.  335). 

4)  Gregorio  Nisseno,  Cantra  Eunamium,  Lib.  XH.  (Migne,  P,  G. 
XLV.  pag.  998). 


E    LA    CONTESA    FRA  EUNOMIO  E  GREGORIO     93 


iint  partlcipes,  sanctonim  puro  et  ratio nes  tenenti 
principatiim  intellectni  illucesccntes .  Se  adunque  Mosè 
ha  parlato  del  linguaggio  di  Dio,  lo  ha  fatto  non  in 
rapporto  a  reali  discorsi  di  lui,  che  in  modo  ben 
diverso  avrà  manifestato  i  suoi  divini  voleri,  ma 
sibbene  propter  pnerilem  imbecillitatem  eorntn  qui 
ad  Dei cognitionem  adducebantur.  D'  altra  parte  dove 
mai  Mosè  dice  che  Dio  diede  il  codice  completo  del 
linguaggio  umano  ^)  ?  Si  deve  dunque  ritenere,  con- 
cludeva il  santo  scrittore,  che  Dio  non  infuse  già 
il  linguaggio  beli'  e  fatto  in  noi,  ma  sibbene  fece 
r  uomo  come  capace  di  ogni  scienza  così  capace 
anche  di  discorso  '-). 

Parrà  a  prima  vista  che  questa  soluzione  data 
al  problema  delie  origini  del  linguaggio  da  Gregorio 
di  Nissa  sia  in  opposizione  a  quanto  si  affermava 
poc'  anzi  suir  interpretazione  piuttosto  platonica  che 
aristotelica  data  dalla  Patristica  in  genere  della  na- 
tura dei  vocaboli,  ora  ciò  non  è  in  realtà,  giacche 
se  è  pur  vero  che  Gregorio  ammetteva  il  linguaggio 
come  opera  ed  invenzione  logicae  humanae  facul- 
tatis  "),  nel  che  egli  sembrerebbe  un  seguace  della 
spiegazione  di  Aristotele  sul  linguaggio  posto  ad 
placitum  hominis,  aggiunge  però  tosto  queste  parole  : 
res  autem   secundum  naturam  et  vim  cuique  inditam 


1)  Gregorio  Nisseno,    Cantra  Eunomium,  cap.  XU  (Migne  P.   G. 
XLV  pa^'.  1002). 

2)  Gregorio  Nisseno,  Cantra  Eunomium,  cap.  XII  (Migne  P.  G. 
XLV  pag.  990). 

3)  Gregorio  NIsseno,   Cantra  Eunamium,  cap.  XII  (Migne  P.  G. 
XLV  pag.  994). 


94  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

significative  voce  aliqiia  nominantur,  colle  quali  pa- 
role è  evidente  che  anche  Gregorio  di  Nissa,  nel 
dare  ragione  della  parola,  segue  l' indirizzo  di  Pla- 
tone, seguito  poi  in  certo  qual  modo  dagli  Stoici 
ed  anche  da  Epicuro,  che  le  parole  sono  veramente 
per  natura,  perchè  vi  è  un  nesso  reale  tra  suono,  con 
cui  esse  si  esprimono,  e  la  cosa,  che  da  esse  vien 
nominata. 


Capitolo   IV. 

La   filosofìa  del  linguaggio  in  rapporto 
alla  psicologia  patristica. 


Sommario  :  La  questione  del  linguaggio  ne'  suoi  rapporti  psicologici.  — 
Il  linguaggio  dell'  uomo  e  la  manifestazione  dei  sentimenti  nei 
bruti.  —  Elementi  fisiologici  nella  produzione  dei  suoni.  —  Ele- 
menti psicologici  del  linguaggio  e  loro  rapporto  colle  facoltà  dell' 
anima.  —  11  sermo  interior  secondo  la  Patristica.  —  Rapporti  tra 
linguaggio  interno  ed  esterno,  e  rapporti  tra  pensiero  e  parola.  —  La 
questione  del  linguaggio  ne'  suoi  rapporti  morali. 


Quanto  nel  capitolo  precedente  si  è  detto  è 
tutto  quanto  la  Patristica  ha  saputo  o  potuto  esco- 
gitare intorno  alla  questione  del  linguaggio  consi- 
derata nel  suo  aspetto  storico  ;  vediamo  ora  che 
cosa  essa  ha  saputo  o  potuto  dire  intorno  al  mede- 
simo argomento  considerato  ne'  suoi  riguardi  psi- 
cologici ,  cioè  nei  suoi  rapporti  col  pensiero  :  siamo 
qui  in  un  campo  che  più  direttamente  tocca  la  così 
detta  filosofia  del  linguaggio,  riguardando  questa 
sopra  tutto  le  relazioni  del  linguaggio  col  problema 
in  genere  della  conoscenza. 

Abbiamo  visto  a  suo  luogo  come  il  «  Cratilo  » 
di  Platone  si  debba  interpretare  come  una  prepa- 
razione alle  teorie  delle  idee  ;  essendosi,  infatti  in 
esso   mostrato    che   dalle   parole  non  si  può  cono- 


96  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

scere  la  natura  delle  cose,  vi  si  veniva  esplicitamente 
ad  accennare  ad  un  altro  criterio  di  conoscenza, 
alla  teoria  cioè  delle  idee.  È  evidente  che,  così  in- 
terpretato, il  Cratilo  risolveva  una  questione  che 
rimaneva  pregiudiziale  anche  per  quegli  scrittori 
della  Patristica,  che  ammettevano  la  teoria  delle  idee 
e  con  essa  1'  altra  teoria  della  reminiscenza  come 
spiegazione  delle  origini  delle  idee  stesse,  e  della 
conoscenza  che  noi  possiamo  avere  di  esse,  hiten- 
diamo  soprattutto  parlare  di  S.  Agostino,  il  quale, 
come  è  noto,  dapprima  si  era  appunto  risolutamente 
pronunciato  in  favore  della  reminiscenza  platonica  ^). 
È  vero  che  più  tardi  egli  ritrattò  tale  sua  ideologia  '), 
il  che  fece  per  respingere  la  teoria  platonica  della 
preesistenza  delle  anime,  restando  però  sempre  per- 
suaso dell'  innatismo  delle  idee,  spiegando  questo 
0  per  r  intervento  successivo  di  Dio,  a  misura  che 
la  nostra  intelligenza  si  svolge,  o  per  un'  azione 
unica  del  medesimo,  che  al  momento  dell'  unione  del- 
l' anima  col  nostro  corpo  avrebbe  deposto  in  quella 
un  tesoro  latente  di  sapere  •% 

Sotto  un  tale  punto  di  vista,  cioè  direttamente 
dal  problema  fondamentale  dell'  origine  delle  idee, 
ben  avrebbe  potuto  la  questione  del  linguaggio, 
considerata  sempre  ne'  suoi  riflessi  psicologici,  es- 
sere attaccata  nel  suo  punto  sostanziale,  invece  così 
non   fu  :    la   Patristica   infatti    per   essere   coerente 


1)  S.  Agostino,  De  gnantitate  animae,  20.  Cfr.  De  Trinitate,  XH,  15. 

2)  S.  Agostino,  Re t rad.,  I,  8. 

3)  Cfr.  F.  Martin,  Saint  Augustin,  (Los  grands  philosophes),  Paris 
1901,  pag.  5. 


ED  I  SEGNI  NEGLI  ANIMALI  97 

alle  ragioni  della  sua  esistenza,  di  cui  già  si  è  di- 
scorso un  po'  addietro,  anche  la  questione  del  lin- 
guaggio affrontò  in  modo  accidentale  e  saltuario, 
man  mano  la  foga  della  discussione  e  soprattutto 
r  entusiasmo  della  fede  offriva  il  destro. 

Anche  qui  1'  impulso  primo  a  trovare  quel  filo, 
che  possa  unire  le  frammentarie  speculazioni  dei 
Padri  suir  argomento  che  e'  interessa,  ci  è  offerto, 
come  già  per  la  parte  storica  di  esso,  da  S.  Cle- 
mente di  Alessandria.  Egli  infatti  nel  passo  già  ci- 
tato in  altro  luogo  parla  di  ^laÀézToi  òXó^m  C^wv, 
del  che  fa  accenno  in  un  passo,  riportato  da  Ori- 
gene *),  anche  Celso,  il  quale  al  sistema  di  segni, 
ricordati  da  S.  Clemente,  in  uso  tra  gli  elefanti, 
scorpioni  ed  alcuni  pesci  aggiunge  i  colloqui  de- 
gli uccelli. 

Una  manifestazione  adunque  di  ciò  che  si  attua 
dentro  è  possibile  anche  negli  animali,  solo  neh' 
uomo  però  essa,  associandosi  alla  riflessione  può 
assurgere  all'  importanza  di  discorso,  cosicché  la 
differenza  tra  questo  e  quella  è  la  stessa  che  S. 
Agostino  con  molta  precisione  dimostra  esistere  tra 
il  modo  di  conoscenza  degli  uni  ed  il  modo  di  cono- 
scenza degli  altri.  -).  Ciò  è  chiaramente  affermato 
da  S.  Basilio,  il  quale  mette  benìssimo  in  confronto 
r  elemento,  diremo  così,  fisiologico  del  linguaggio 
col  di  lui  elemento  psicologico.  Quello  non  è  asso- 
.  Ultamente    necessario   al   linguaggio,    tanto    è  vero 


1)  Origene,  Contra  Celsnm.  IV.  (Migne,  P.  G.  XI,  pag.  222). 

2)  Cfr.  S.  Agostino,  De  civitate  Dei,  XI,  27. 


98  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

che  si  constaremus  anima  nuda  statini  certe  cogita- 
tioniun  ope  inter  nos  congrederenmr,^)  colle  quali  parole 
sono  in  rapporto  quelle  altre  di  Origene,  con  cui  si 
afferma,  come  già  aveva  fatto  Aristotele,  che  si 
possono  talvolta  proferire  suoni  senza  che  abbiano 
significato  alcuno,  mentre  è  anche  possibile  di- 
scorrere intra  nos  ipsos,  senza  pronunziare  parola  al- 
cuna'), il  passo  già  citato  di  Teodoreto,  in  cui  si 
sostiene  che  in  paradiso  i  linguaggi  si  renderanno 
perfettamente  inutili,  e  le  parole  di  S.  Agostino,  in 
cui  si  spiega  il  modo  col  quale  possa  parlare  Iddio 
non  già  per  corpus  et  interposito  corporaliiim  lo- 
coriim  intervallo,  sed  ipsa  veritate,  si  qiiis  idoneiis 
sit  od  audiendum  mente  non  corpore''). 

Finché  però  si  è  su  questa  terra,  dove  1'  uomo 
rimane  sempre  un  composto  di  anima  e  di  corpo  '^), 
anche  1'  elemento  fisiologico  ha  la  sua  importanza, 
che  la  Patristica  riconobbe  con  Nemesio,  per  e- 
sempio,  il  quale  nel  suo  trattato  di  Psicologia  De 
natura  hominis,  parla  appunto  degli  instrumenta  vo- 
cis, fra  cui  egli  cita  et  museali  qui  intus  sunt  in 
mediis  lateribus  et  thorax,  et  palmo,  et  aspera  ar- 
teria, et  larynx,  et  horum  maxima  quod  cartagilo- 
nosum   est,  et  nervi  recurrentes,  et  lingula,  et  os,  et 


1)  S.  Basilio,  HomiUa  in  Deut.  XV,  9.  (Migne,  P.  G.  XXXI,  pag. 
198).  Opinione  pressoché  di  simile  già  abbiamo  visto  in  Aristotele,  e 
vedremo  più  tardi  nella  Scolastica. 

2)  Origene,  Comment.  in  Ioannem,  U,  26  (Miqne,  P.  G.  XIV, 
pag.  170). 

3)  S.  AGOSTINO,  De  civitote  Dei,  XI,  2. 

4)  Cfr.  S.  Agostino,  De  civitate  Dei,  XIII,  24. 


NEI  RIGUARDI  FISIOLOGICI  99 

omnes  musciili  qui  has  partes  movent  '),  con  Gre- 
gorio Nisseno,  che  in  un  commentario  all'  Eccle- 
siaste descrive  il  lavoro  fisiologico  che  senza  fa- 
tica, in  effetto  dell'  abitudine,  compie  la  lingua  per 
pronunciare  le  parole  -),  con  Lattanzio  •')  che  nel 
«  De  opificio  Dei  »  mette  in  evidenza  gli  atteggia- 
menti degli  organi  vocali,  con  S.  Ambrogio  ')  che 
neir  Hexaemeron,  loda  in  modo  nobilissimo  la  pre- 
cisione degli  organi  diversi  del  petto  e  della  bocca 
nella  formulazione  dei  suoni  diversi,  con  S.  Ago- 
stino ^),  e  con  altri,  i  quali  tutti  s'indugiano  nella 
descrizione  anche  degli  elementi  fisiologici  del  lin- 
guaggio per  spremere  nel  loro  inalterabile  e  fecondo 
ottimismo  un  argom.ento  di  lode  per  1'  opera  ma- 
gnifica del  Creatore  '').  Anzi  è  questa  colorazione 
religibsa  che  distingue  profondamente  1'  ottimismo 
dei  citati  autori  della  Patristica  dal  teleogismo  delle 
fonti,  donde  essi  attinsero  quei  rilievi  di  ordine  fi- 
siologico, fonti  che  noi  possiamo  facilmente  rin- 
tracciare nel  «  Timeo»  di  Platone,  dove  questi,  in- 
segna esser  la  voce  una  certa  pulsazione  dell'  aria  '), 


1)  NEMESI!,  De  natura  liominis,  cap.  14.  (Migne,  P.  G.  XL,  pag.  667). 

2)  Gregorio,  Nisseno,  In  Eccles.  Hom.  I.  (Migne,  P.  G.  XLIV. 
pai;.  G30). 

3)  FiRM.  Lattanzio,  De  opificio  Dei,  cap.  15.  (Migne,  P.  L.  vn, 
pa^'.  620. 

4)  S.  Ambrogio  Hexaemeron,  lib.  VI,  cap.  9.  (Migne,  P.  L.  XIV, 
pag.  269. 

5)  S.  AGOSTINO,  Confessioni,  I,  Vili. 

G)    Bisognerebbe   leggere   in   proposito   per   convincersene   quanto 
hanno  scritto  Lattanzio  e  S.  Ambrogio  nei  passi  citati 

7)   Questo   elemento   fisico   dell'  aria  indicato  da  Platone,  e  fissato 


100  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

arrivante  al  cervello  ed  al  sangue  per  mezzo  delle 
orecchie,  nel  «  De  Generatione  animalium,  nel  <^Depar- 
tibiis  animaliiim  »  e  nella  «  Historia  animaliam  » ,  di 
Aristotele  ^),  in  Plutarco  '),  in  Gellio  -'),  in  Galeno  '), 
il  quale  forse  ebbe  influenza  anche  per  la  differenza 
stabilita  tra  voce  èYYfjà|x'iaro?  o  o'.àXsvcioc,  propria 
degli  uomini,  e  la  voce  àYp7.(x'j.aoT?,  che  l'uomo  ha 
comune  con  tutti  gli  animali  aventi  polmone  :  am- 
bedue tali  specie  di  voce  si  attuano,  come  già  in- 
segnava Aristotele,  mediante  la  respirazione,  ed  altri 
strumenti,  tra  cui  prima  la  lingua  che  Galeno  chiama 
xi^picóraTov  opYavov,  espressione  queste  che  richiama 
il  pretosissimiim  vocis  orgamim  di  S.  Ambrogio '0» 
le  narici,  le  labbra  e  i  denti,  mentre  della  respira- 
zione sono  istrumenti  la  gola  ed  i  polmoni. 

Era  naturale  però  che  pur  riconoscendo  l' impor- 
tanza del  fattore  fisiologico  nella  produzione  dei 
suoni  diversi,  si  volgesse  maggiormente  l' atten- 
zione al  fattore  psicologico  del  linguaggio,  cercando 
di  inquadrar  questo  neh'  economia  generale  delle  fa- 


poscia  in  modo  definitivo  da  Aristotele,  nei  passi  di  cui  si  parlerà  più 
sotto,  restò  sempre  come  alcunché  di  indiscutibile  e  nella  Patristica,  e 
nella  Scolastica. 

1)  Abbiamo  già  avuto  occasione  di  ricordare  i  passi  di  Aristotele 
dove  si  trovano  i  di  lui  rilievi  fisiologici  sul  linguaggio  (cfr.  del  nostro 
lavoro  cap.  U,  pag.  34^;  aggiungiamo  qui  l'altro  passo  del  De  Genera- 
tione  animaliam,  (V,  7)  non  meno  importante  degli  altri. 

2)  Plutarco,  De  Placitis  philos.  IV,  2,  19. 

3)  Gellio,  V.  15. 

4)  Cfr.  FiRM.  LATTANZIO,  De  opif.  Dei.  cap.  XV,  nota.  (MlGNE,  P. 
L.  VII,  pag.  62  e  sgg.). 

5)  S.  Ambrogio,  Hexaemeron,  VI.  9  §  67  (Migne,  P.  L.  XIV 
pag.  270) 


NEI    RIGUARDI    PSICOLOGICI  101 

colta  umane.  Già  abbiamo  visto  che  la  Patristica,  a 
proposito  della  manifestazione  dei  segni  negli  ani- 
mali, faceva  distinzione  tra  questi  e  V  uomo  per  la 
presenza  in  questo  della  riflessione  :  ciò  è  chiara- 
mente indicato  da  S.  Giovanni  Crisostomo,  il  quale 
propostasi  la  domanda  :  Qua  re  distingiiitiir  a  briitis 
homo  ?  risponde  :  non  nos  separai  qiiod  pascimiu 
aiit  vivìmiis,  sed  sermo,  ob  quem  animai  dicitar 
AOY'.zóv,  hoc  est  sermonis  particeps  ^). 

Già  in  S.  Gregorio  Nazianzeno  troviam.o  ben 
distinte  le  diverse  facoltà  umane  ;  opera  della  mens 
(voò?)  0  ocidus  Internus  non  circumscriptiis  è  il  pen- 
siero, e  r  espressione  delle  cose  ;  la  ragione  non 
altro  che  spiova  tò)v  voòc  toTicojxaTcov,  cioè  investi- 
gatio  mentis  conceptuiim,  qaam  proferes  per  vocis  or- 
gana, i  sensi  ricevono  invece  le  impressioni  dall' 
esterno,  mentre  la  memoria  non  è  che  il  conservarsi 
delle  impressioni  della  mente  ').  11  santo  poi  con- 
tinua a  parlar  della  volontà,  ma  questo  a  noi  poco 
importa,  come  del  resto  poco  interesse  avrebbe  per 
il  nostro  argomento  quanto  di  lui  abbiamo  ricor- 
dato, se  in  esso  non  ci  fosse  queir  accenno  alla 
rerum  expressio,  come  la  cogitatio  prodotto  imme- 
diato della  mente,  accenno  che  ci  può  far  nascere 
il  sospetto  che  anche  in  S.  Gregorio,  come  già  nello 
Stagirita,  si  possa  trovare  un  altro  tentativo  di  iso- 


1)  S.  Giovanni  Crisostomo,  Homilia,    iv  (Migne,  P.  G.  lvi, 
pag.  122). 

2)  S.  Gregorio  Nazianzeno,   Tlicol.   Cannimm,  lib.  I,  XXXIV, 
verso  25  e  sgg.  (Migne,  P.  G.  XXXVUI,  pag.  947). 


102  LA   FILOSOFIA    DEL   LINGUAGGIO 

lare  la  funzione  linguistica  dalla  funzione  logica 
propriamente  detta,  e  di  porla  insieme  alla  funzione 
poetica  ed  estetica. 

Ben  più  completo  che  non  S.  Gregorio  di  Na- 
zianzo,  poeta  piuttosto  che  filosofo  e  teologo,  è,  per 
ciò  che  riguarda  questioni  psicologiche,  Nemesio 
col  trattato,  già  da  noi  ricordato.  De  Natura  homi- 
nis,  che,  opera  eminentemente  di  vulgarizzazione, 
tanto  credito  ebbe  per  tutta  V  età  di  mezzo,  come 
il  prim.o  manuale  completo  e  sistematico  di  antro- 
pologia. A  noi  non  tocca  mettere  in  luce  il  sincrcT 
tismo  di  queir  opera  tra  le  idee  psicolo:;nche  dell' 
antichità  e  le  esigenze  del  dogma,  né  dimostrare 
come  Nemesio  si  mostri  neoplatonico  per  ciò  che 
riguarda  le  dottrine  sulla  natura  dell'  anima  e  suU' 
unione  di  questa  col  corpo,  stoico  per  ciò  che  ri- 
guarda il  sistema  delle  passioni,  epicureo  per  la 
dottrina  del  piacere,  aristotelico  per  quella  della  volon- 
tà, seguace  di  Galeno  per  tutto  ciò  che  riguarda  le  sue 
vedute  d'  ordine  fisiologico  ^)  ;  a  noi  basta  ricordare 
come  Nemesio  divida  in  due  parti  il  suo  trattato 
in  relazione  appunto  ai  due  regni  che  si  accordano 
nella  psiche  umana,  la  phantasia  cioè  e  la  cogitafio, 
quella  è  la  forza  dell'  animo  in  quanto  è  priva  di  ra- 
giona-,  mentre  la  cogitatìo  e  1'  uso  della  ratio,  la 
quale  trova  il  suo  fondamento  nella  memoria.  È 
appunto  parlando  della  ragione  che  Nemesio  scrive  : 


1)   Su  tutto   ciò  cfr,  V.  DOMANSKI,  Die  Psychologie  des  Neinesias 
fin  Beitrage  ziir  Geschichte  der  Phil.  des  Mittelaitcrs,  1900,  III,  1). 


NEI  RIGUARDI  PSICOLOGICI  103 

Est  ratio  animi  cogitalio,  qiiae  fit  in  par^e  aniniae 
qiiae  ratiocinatiir  sine  alla  clocutione,  linde  saepe  e- 
tiani  tacentes  totani  rationeni  ciun  aniinis  nostris  per- 
ciirrimus  et  in  somniis  dispiitamus,  et  per  hanc  ma- 
xime (non  enim  aeqiie  per  orationem)  rottone  prae- 
diti  esse  omnes  dicimur,  nam  et  qui  sardi  nati  sunt 
et  qui  casa  aiit  morbo  aliano  vocem  amiserunt,  ni- 
hilominus  rottone  iitiintur  ').  Orationis  autem  mii- 
mis  in  voce  et  in  sermone  perspicitur-).  Come  si  vede 
già  da  questo  passo  Neinesio  si  mostra  eccessiva- 
mente semplicista  nel  trattare  la  questione  del  lin- 
guaggio, giacché,  tenendosi  égli  solo  alla  superficie 
evita  di  scrutare  al  profondo  il  problema  fonda- 
mentale ;  per  lui  infatti  il  linguaggio  e'  è  in  quanto 
viene  pronunciato,  ora  non  è  affatto  vero,  perchè  il 
pronunciare  o  no  le  parole,  con  cui  noi  fissiamo  i 
rapporti  stabiliti  coi  nostri  giudizi!,  è  cosa  del  tutto 
accidentale  :  il  nucleo  della  questione  sta  in  ben  altro, 
e  cioè  nel  vedere  se  in  noi  è  possibile  il  pensiero  senza 
la  parola,  se  in  noi  cioè  è  possibile  non  dico  la 
formazione,  ma  per  lo  meno  il  perdurare  del  concetto 
senza  un  termine,  che  lo  fissi,  lo  irrigidisca,  per 
COSI  dire,  entro  di  noi  a  nostro  vantaggio  ed  a  van- 
taggio di  tutti.  È  questa  una  questione  che  è  sfug- 
gita completamente  alla  considerazione  di  Nemesio 
ed    in  genere  a  quella  di  tutta  la  Patristica,  mentre 


1)  Questo  dei  sordomuti  è  uno  di  quei^li  argomenti,  a  cui  quasi 
tutti  gli  autori  della  Patristica  e  più  tardi  della  Scolastica  hanno  fatto 
appello.  (Cfr.  A.  GlESSWEiN,  op.  cit.  pag.  IGl). 

2)  Nfzmesii,  De  natura  hominnm,  cap.  XIU.  (MlGNE,  P.  G.  XL, 
P  ag.  C62). 


104  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

essa  ha  di  tanto  affaticato  le  menti  dei  pensatori  dei 
tempi  a  noi  più  vicini.  Nemmeno  S.  Agostino,  che 
fino  alle  radici  del  problema  gnoseologico  ha  pur  ten- 
tato di  arrivare  riducendo  per  via  deduttiva  il  criterio 
supremo  della  certezza  nei  fatti  di  conoscenza  alla 
sua  teodicea,  e  precisamente  alla  dottrina  della 
rationes  seminales,  mantenute  poi  in  certo  qual  senso 
anche  da  S.  Tommaso  ^),  non  ha  visto  la  questione 
del  nesso  tra  pensiero  e  parola,  e  nel  trattare  delle 
tre  attività,  con  cui  1'  anima  si  manifesta,  e  cioè  la 
memoria,  l' intelligenza,  e  la  volontà,  delle  quali  a 
questa  molto  prima  che  non  Duns  Scoto  nella  Sco- 
lastica, ed  il  Wundt  tra  i  moderni,  egli  dava  la  pre- 
ponderanza, nessun  addentellato  diretto  egli  ha  po- 
sto per  cui  esser  trascinato  a  rivolgere  in  modo 
formale  la  luce  del  suo  ingegno  anche  al  problema 
del  legame  tra  i  palpiti  della  ragione  e  le  loro  ma- 
nifestazioni nelle  parole,  per  decidere  ex  professo 
se  quelli  possono  stare  senza  di  queste,  se  in  altri 
termini  queste  sono  alcunché  di  accidentale  o  di 
essenziale  rispetto  a  quelli. 

Tutto  ciò  però  non  esclude  che  qualche  cosa 
in  proposito  non  si  possa  trovare  anche  in  S.  Ago- 
stino, e  precisamente  in  quel  passo  di  lui,  da  cui, 
secondo  V  interpretazione  di  S.  Bonaventura,  ve- 
niamo a  sapere  che  per  il  vescovo  di  Ippona  «  cogi- 
tano   nihil  aliud  est    quam   verbi  formatto  y> ,  colla 


1)  Sulla  rationes  seminales  ammessa  da  S.  Tommaso  nell'  intelletto 
umano  cfr.  Quaestiones  disputatae,  De  veritate,  quaest.  XI,  De  ma- 
gistro,   art.  I. 


ED    IL   «SERMO  INTERIOR  «  105 


conclusione  evidente  che  «  cogitatio  nihil  aliud  est 
qiiam  interior  lociitio  ').  In  un  altro  passo  del  «  De 
Trinitate»,  citato  da  S.  Tommaso'),  si  trova  la 
seguente  espressione  che  pienamente  concorda  con 
quanto  sopra  :  Verbiim  nihil  aliud  est  quam  cogita- 
tio formata. 

Son  questi  trasparenti  accenni  alla  teoria  del  sermo 
interior,  corrispondente  pressapoco  al  lavoro  discor- 
sivo che  r  intelletto  nostro  compie  per  passare  da 
una  verità  generale  a  verità  particolari  attraverso 
a  tutti  i  rapporti  di  convenienza  che  si  possono 
stabilire  tra  quella  e  queste.  S.  Agostino,  sempre  al 
passo  del  XV  libro  del  «  De  Trinitate»,  citato  da  S. 
Tommaso,  aggiunge  che  «  verbum  quod  foris  sonat 
signum  est  verbi  quod  intus  latei,  cui  magis  verbi 
competit  nomen,  nam  illud  quod  profertur  tronsiens, 
alias  carnis  ore  vox  verbi  est  verbum,  quia  et  ipsum 
dicitur  propter  illud  a  quo  ut  foris  apparet  assum- 
ptum  est. 

Mettendo  in  relazione  tutto  ciò  con  quanto  sap- 
piamo dell'  innatismo  agostiniano  in  rapporto  ai 
principii  generali,  e  pensando  a  quella  lux  interior, 
di  sapore  evidentemente  neoplatonico  '),  che  S. 
Agostino  ammetteva  dentro  di  noi  come  rifrazione 
della  potenza  di  Dio,  che  così  concorre  alla  cono- 
scenza   intellettuale^),  possiamo  conchiudere  che  il 


1)  Cfr.  S.  Bonaventura,  Sentent.  Lib.  H,  Art.  HI.  quaest.  1. 

2)  S.  Tommaso.  De  ventate,  in  Quaest.  disp.  quaest.,  IV,  art.  1. 

3)  Cfr.  Prantl,  op.  cit,  Voi.  I  pag.  63G. 

4)  Son  parecchi  i  passi  di  S.  Agostino  che  alla  lux  interior  si  pos- 
sono riferire,  cfr.  SoUl.  I.  1,  8;  De  Trinitate,  XII,  15;  De  Magistro, 
passim. 


106  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

santo  d' Ippona  ammetteva  come  inseparabile  la  pa- 
rola dal  pensiero  nel  processo  discorsivo  della  mente 
nostra,  mentre  forse  così  non  credeva  che  fosse  per 
le  cognizioni  d'  ordine  eminentemente  intuitivo.  Era 
questo  un  argomento  importante,  che  la  Scolastica 
poi  assunse  per  decidere  la  questione  se  in  Dio  ci 
possa  essere  linguaggio,  argomento  che  oltre  che  in 
S.  Agostino  quella  poteva  rintracciare  anche  in  S. 
Giovanni  Damasceno,  del  quale  appunto  S.  Tom- 
maso nel  luogo  citato  riporta  questo  ragionamento 
in  merito  alla  questione  di  cui  sopra  :  in  Deo  non 
potest  poni  nec  motus  nec  cogitatio  quae  discursu 
quodam  perficitur,  ergo  videtnr  et  verbiim  nullo  pro- 
prie dica  tur  in  divinis. 

Poteva  sorgere  la  questione  della  diversità  dei 
nomi  presso  i  popoli  diversi  in  apparente  contrasto 
coir  indissolubilità  tra  pensiero  e  parola,  ma  ad  essa 
già  aveva  fin  da'  suoi  tempi  risposto  Tertulliano  con 
quelle  sue  significantissime  parole  :  omnibus  genti- 
bus  una  anima  varia  vox,  unus  spiritus  varius  so- 
nus,  proprio  cuique  genti  loquela,  sed  loquelae  ma- 
teria communis  ^),  appunto  perchè,  come  dice  altrove 
Tertulliano  con  una  di  quelle  frasi  incisive,  che 
caratterizzano  il  suo  stile,  sermonis  corpus  est  spiri- 
tus, tanto  è  vero  che  prior  est  animus  quam  litera, 
come  prior  est  sermo  quam  liber,  prior  sensus  quam 
siylus,  et  prior  homo  ipse  quam  philosophus  et  poeta  ~). 


1)  Tertulliano,   De   Testimonio  animae,  cap.   VI  (in  Migne  P 
L.  I  pag.  691. 

2)  Tertulliano,  Adv.  Praxeam,  cap.  VU.  (Migne  P.  L.  \\,  pag.  187). 


ED    IL   «SERMO  INTERIOR»  107 

il  che  viene  perfettamente  a  spiegare  1'  altro  passo 
del  forte  scrittore  africano  :  quodcwnqiie  cogitavcris, 
senno  est  :  in  te  enim  secundiis  qiiodammodo  est  sermo 
per  qiieni  loqaeris  cogitando,  et  per  qiieni  cogitas 
loqnendo  ^),  con  cui  oltre  clie  mettere  già  in  evi- 
denza la  concezione  del  <■<- sermo  interior  ^>  si  ricono- 
scono anclie  gli  intimi  rapporti  tra  pensiero  e  parola. 

Anche  S.  Gerolamo  parla  in  una  sua  epistola 
di  taciti  animi  cogitatio,  e  di  arcanus  eius  sermo  '), 
mentre  nel  commentario  al  profeta  Geremia  parla  di 
conceptus  animo  sermo  divinus,  nec  ore  prolatus 
qui  ardet  in  pectore  •'). 

In  modo  però  più  evidente  del  sermo  interior 
parla  S.  Massimo  confessore,  uno  dei  primi  ammi- 
ratori ed  imitatori  della  filosofia  neaplatonica  della 
Pseudo  Dionigi.  Divide  egli,  come  già  gli  altri, 
di  cui  si  è  parlato,  il  linguaggio  in  quanto  è  sem- 
plice manifestazione  degli  affetti  concitati  dell'animo 
da  porsi,  sotto  una  tal  forma,  alle  pari  coi  cinque 
sensi,  di  cui  è  formata  la  parte  dell'  animo  priva  di 
ragione,  dal  sermo  interior  o  Xóyo?  che  rappresenta 
la  stimma  hominis  perfectio,  anzi  il  commercio  dell' 
uomo  collo  spirito  divino  *).  Del  Xóyoc  sv^iàO-sio? 
parla  il  medesimo  autore  in  uno  de'  suoi   opuscoli. 


1)  Tertulliano,  Adv.  Praxeom,  cap.  V.  (Migne  P.  L.  U,  pas.  183). 

2)  S.  Gerolamo,  Epistola  XCVm  (Migne  P.  L.  XXn  pag.  808). 

3)  S.  Gerolamo,   Comni.  in  lercmiatn  Lib.  IV  cap.  10.  (Migne  P. 
L.  XXIV  pag.  837). 

4)  S.   Maximi   Confessoris,   Alia   ex  vatic.  cap.  19  (Migne  P.  G. 
XC,  pag.  1400). 


108  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

dando  però  a  tale  espressione  un  significato  più 
largo  di  quelli  che  non  le  abbiano  dato  gli  Stoici, 
egli  lo  concepi,sce  infatti  come  un  vero  sermo  cordis 
et  animi,  cioè  un  motus  animi  plenissimus,  qui  fif 
ea  parte  quae  ratiocinatar,  nulla  prolatione  ac  vocis 
sono  expressus,  ex  quo  senno,  qui  ore  profertur 
prodit  *),  mentre  gli  Stoici  colla  denominazione 
di  Xóyj(:  ivoiàO-sTOi;  volevano  significare  a  preferenza 
il  vero  ed  esclusivo  giudizio  logico.  In  un  altro 
opuscolo  più  esplicitamente  ancora  il  medesimo 
autore  mette  in  relazione  il  sermo  in  mente  repositus, 
qui  est  animi  sermo  in  ipsa  rationis  facultate  emer- 
gens  absque  ulla  pronunciatione,  che  si  trova  in  tutti, 
anche  nei  muti,  coli' altro  qui  ore  profertur,  il  quale 
è  alcunché  di  puramente  accidentale  rispetto  al 
primo  assolutamente  essenziale  '^). 

La  dottrina  però  del  sermo  interior  solo  col  già 
citato  S.  Giovanni  Damasceno  assume  la  sua 
formula  completa,  formola  che  si  trova  in  quella 
parte  della  di  lui  opera  principale  «  De  fide  orthodo- 
xa,  che  è  come  un  pìccolo  ed  esauriente  trattato  di 
psicologia.  È  in  essa  infatti  che  1'  autore  divide,  si 
noti  bene,  la  parte  ragionevole  dell'  uomo  in  due 
cioè  nel  discorso  interno  (Xóyoc  èvoiài^-s'uo?)  e  nel 
discorso  esterno  o  prolatizio  (jrpo'f  opizóc.)  per  quello 
noi    siamo    esseri    Xoyixol,    per  questo  XaXvjTiywOi  '•'), 


1)  S.  MAXIMI  CONFESSORIS,  Opuscula  §  8  (MlGNE  P.  G.  XCl  pag.  22). 

2)  S.    MAXIMI    CONFESSORIS,    OpiiscuUì,    §    153    (MlGNE  P.  G.  XCI 
pag.  278). 

3)  S.  Giovanni  Damasceno,  De  fide  orthodoxa.  cap.  XXI  (Migne 
P.  G.  XCIV,  pag.  935). 


ED     \L   «SERMO  INTERIOR»  109 

• 

cioè  forniti  della  facoltà  di  parlare.  Anche  qui  le 
denominazioni  sono  stoiche,  ma  il  loro  significato 
però  è  più  largo,  perchè  riguarda  non  solo  la  pro- 
duzione 0  r  espressione  del  giudizio  logico,  ma 
sibbene  1'  attuazione  e  la  manifestazione  di  qualsia- 
si moto  conoscitivo  dell'  animo. 

Anche  per  ciò  che  riguarda  il  sermo  interior, 
facile  è  il  rintracciarne  le  fonti  nella  speculazione 
greca  :  abbiamo  già  sopra  citato  il  Xóyoc  èvoiàO-EToc 
degli  Stoici  :  basterà  che  noi  accanto  ad  esso  ri- 
cordiamo il  Xgyoc  s!j/{;'r/G^  di  Platone  e  di  Aristotele 
e  soprattutto  la  triplice  distinzione  di  cui  parla  nella 
sua  «  Isagoge  »  Porfirio,  tanto  noto  e  studiato  per 
tutti  quanti  i  secoli  dell'  era  cristiana,  e  cioè,  per 
usare  le  parole  stesse  del  di  lui  traduttore  e  com- 
mentatore Boezio,  r  oratio,  quae  litteris  continetiir, 
seciinda  quae  verbis  ac  nominibus  personat,  tertia 
quam  mentis  evolvit  intellectus  ^). 

Dopo  aver  stabilito  nel  modo  indicato  la  no- 
zione del  sermo  interior  in  contrapposto  al  prela- 
tizio, la  Patristica  passa  a  studiare  le  relazioni  fra 
r  uno  e  r  altro,  ed  ecco  che  in  proposito  S.  Cirillo,  per 
esempio,  riconosce  la  velocità  nella  cognizione 
interna  discorsiva  dell'  intelligenza  e  la  lentezza  in- 
vece del  discorso  esterno  ~),  mentre  d'  altra  parte  S. 
Basilio  osserva  che  talvolta  la  lingua  in  certe   con- 


1)  Cfr.  C.  Prantl,  op.  cit.  Voi.  I  pag,  G36. 

2)  R.  Cyrilli,  HlEROS.  Catechesis  VI  §  2  (MlGNE  P.  G.  XXXVI 
pag.  539).  E  forse  questo  un'  eco  di  queir  insufficienza  della  parola 
rispetto  al  pensiero,  di  cui  già  parlava  Aristotele,  e  che  fu  notata  anche 
dalla  Scolastica  giù  giìi,  come  si  è  visto,  fino  al  Cusano. 


no  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

dizioni  tumultuarie  dell'  animo  precorre  il  palpito 
della  riflessione  '),  sicché  mentre  talvolta  quello  è 
come  un  telnm  pacatissimiim,  altrevolte  è  un  teliim 
semper  carrens  ''),  per  il  medesimo  S.  Basilio  poi 
i  discorsi  sono  vere  immagini  dell'  animo  ^),  mentre 
per  Teodoro  Mopsnesteno  non  ne  sarebbero  che 
un'ombra^).  Sono  questi,  come  si  vede,  accenni 
alla  questione  del  nesso  tra  pensiero  e  parola,  a 
proposito  della  quale  vale  la  pena  che  noi  ripor- 
tiamo i  gludizii  di  Tertulliano,  e  di  S.  Agostino, 
perchè  abbastanza  espliciti  e  precisi.  Il  primo  in- 
fatti ^),  apertamente  dichiara  che  è  impossibile  pen- 
sare senza  associare  alle  diverse  rappresentazioni 
del  pensiero  anche  le  parole  con  cui  noi  le  sappiamo  e 
le  possiamo  esprimere  ;  ecco  le  sue  parole  :  Vide 
Cam  tacitiis  seenni  ipse  eongrederis  ratìone  hoc  ip- 
siim  agi  intra  te,  occurrente  ea  Ubi  ewn  sermone  ad 
omnem  cogitatus  motiim,  et  ad  omnem  sensus  fui 
pulsimi.  QiiodcLimqiie  cogiiaveris  sermo  est;  qaod- 
cumque  senseris  ratio  est.  Loquaris  illiid  in  animo 
necesse  est,  et  diim  loqueris,  conlocutionem  pateris 
sermonem,  in  quo  inest  et  haec  ipsa  ratio,  qua  cum 
co  cogitans  loquaris  per  quem  loquens  cogitas.  Ita 
secundus  quodammodo  in  te  est  sermo,  per  quem  lo- 
queris cogitando  et  pei  quem  cogitas  loquendo. 


1)  S.  Basilio,  Homilia  in  Psalmum  XXVHl    (Migne  P.  G.   XXIX, 
pag.  374). 

2)  S.  BASILIO,  Moralia,  cap.  34  (Migne  P.  G.  XXXVH  pag.  1307). 

3)  C.  Basilio,  Epistolae,  Classe  I  Litt.  IX  (Migne  P.  G.  XXXiI  pag.  267) 

4)  Theodori  Mopsnesteni,  Comment.  in  Oseni,  cap.  VII  (MIgne 
P.  G.  LXVI,  pa^.  165). 

5)  Tertulliano,  Adv.  Praxeam,  cap.  V  (MIgne  P.  L.  Il  pag.  183). 


NEL  SUO  SVOLGIMENTO  PSICOLOGICO  111 

S.  Agostino  in  uno  splendido  passo  delle  sue 
Confessioni  ')  affronta  un  problema  diverso  da  quello 
accennato  da  Tertulliano  :  questi  sostiene  infatti 
che  il  pensiero  dentro  di  noi  non  è  possibile  sen- 
za r  associazione  delle  parole  alle  diverse  rappre- 
sentazioni di  quello,  S.  Agostino  invece  dimostra 
come  le  cose  stesse  si  apprendono  coi  loro  nomi, 
quali  si  pronuciano  da  chi  ci  circonda,  tanto  che  a  poco 
a  poco  questi  si  associano  indissolubilmente  colla 
conoscenza  di  quelle  dentro  di  noi.  Il  santo  d'  Ip- 
pona  parla  di  se  stesso  e  dopo  aver  efficacemente 
detto  che  le  prime  manifestazioni  dell'  animo  si  e- 
sprimono  quasi  istintivamente  ciim  geniitibus,  et  voci- 
bus  et  variis  membrorum  motibiis,  aggiunge  :  prensa- 
bam  memoria,  cum  ipsi  appellabant  rem  aliquam, 
et  cam  secandum  eam  vocem  coi  pus  ad  aliqnid  mo- 
vebant,  videbam  et  tenebam  hoc  ab  eis  vocari  rem 
illam  qaod  sonabant,  cum  eam  vellent  ostendere.  D'  al- 
tra parte  i  sentimenti  altrui  si  possono  interpre- 
tare anche  dalle  espressioni  spontanee  dei  mede- 
simi, quali  possono  essere  le  diverse  contrazioni 
del  volto,  et  nuius  ocalorum  et  coeterorumque  mem- 
brorum actus  ;  a  ciò  si  aggiungono  i  diversi  suoni 
delle  voci  indicanti  le  diverse  affezioni  e  così  a 
poco  a  poco  il  materiale  delle  espressioni  si  va 
arricchendo  et  ita  verba  in  variis  sententiis  locis 
suis  posita  et  crebro  audita,  quorum  rerum  signa 
essent,  paulatim  colligebam,  measque  jam  volunta- 
tes,  edomito  in  eis  signis  ore  haec  enunciabam . 


1)  S.  Agostino,  Confessioni  Lib.  I  capo  Vili. 


112  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Da  tale  acquisto  però  della  conoscenza  delle 
cose  associate  in  tal  modo  ai  loro  nomi  non  deriva 
affatto  per  S.  Agostino  la^  conseguenza  che  essa 
basta,  no,  perchè  veramente  nos  non  discimus  ver- 
bis  forìs  sonantibus,  come  egli  stesso  dichiara  in  un 
passo  interessantissimo  del  De  Magistro  ^),  sed  do- 
cente intus  ventate.  Pare  che  in  tale  sua  opera  anche 
S.  Agostino  abbia  voluto  portare  altri  argomenti  alla 
dimostrazione  di  quanto  Socrate  aveva  sostenuto  nel 
Cratilo,  non  poter  le  parole  essere  V  unico  ed  esclu- 
sivo mezzo  per  arrivare  alla  conoscenza  della  natura 
delle  cose  :  tesi  questa  che  noi  già  abbiamo  detto 
esser  pregiudiziale  anche  per  S.  Agostino  data  la 
soluzione  sua  del  problema  gnoseologico.  11  pensiero 
in  proposito  di  S.  Agostino  è  esplicito  :  la  cogni- 
zione delle  parole  è  possibile  solo  dopo  la  cogni- 
zione delle  cose  :  rebus  cognitis  verborum  quoque 
cognitio  perficitur,  verbis  vero  auditis  nec  verba  di- 
scuntur.  Nella  storia  psicologica  del  proprio  spirito 
egli  aveva  trovato,  come  si  è  visto,  argomenti  d'  or- 
dine pratico  a  conforto  di  tale  sua  opinione,  nel 
De  Magistro  invece  egli  scruta  la  questione  del  la- 
to filosofico,  per  togliere,  come  già  aveva  fatto 
Platone  in  relazione  alla  teoria  gnoseologica  delle 
idee,  un  altro  degli  ostacoli  che  fosse  opposizione 
alla  sua  idea  fondamentale  di  carattere  quasi  onto- 
logico dell'  interna  et  directa  illuminano,  da  parte  di 


1)  S.  Agostino,  De  Magisiro,  XI.  3C.  Avremo  ancor  occasione  di 
parlare  più  avanti  del  De  Magistro,  di  S.  Agostino  in  proposito  della 
questione  De  Magistro  di  S.  Tommaso 


NEI  SUOI  RIGUARDI  PSICOLOGICI  113 

Dio  nella  produzione  dell'  umana  conoscenza.  Ecco  le 
parole  del  santo  in  proposito  :  Non  enim  ea  verba 
quae  novimus  discimus,  aut  qiiae  non  novimus  di- 
dicisse  nos  possumus  confiteri,  nisi  eorum  signìfica- 
tione  percepta,  quae  non  auditione  vocum  emissarum, 
sed  rerum  significatarum  cognitione  contlngit,  per  il 
che,  conclude  il  santo,  quando  sono  pronunciate 
delle  parole  o  noi  'sappiamo  che  cosa  esse  signifi- 
cano, 0  non  lo  sappiamo  :  se  lo  sappiamo  si  tratta 
piuttosto  di  un  ricordare  che  non  di  un  imparare, 
se  poi  non  lo  sappiamo,  allora  non  si  tratta  nem- 
meno di  un  ricordare,  ma  solo  di  un  impulso  a  sco- 
prire che  cosa  mai  quella  parola  udita  voglia  signi- 
ficare. 

Come  si  vede,  trattando  pressapoco  del  mede- 
simo argomento,  S.  Agostino  viene  ad  una  conclu- 
sione ben  più  positiva  che  non  Platone,  il  quale  si 
è  accontentato  di  abbattere  sotto  i  colpi  e  della 
dialettica  ed  anche  dell'  ironia  la  tesi  di  Cratilo, 
senza  però  conchiudere  con  una  dichiarazione  pre- 
cisa del  valore  che  si  deve  concedere  alle  parole 
come  strumento  di  conoscenza  ;  in  S.  Agostino  in- 
vece tale  dichiarazione  noi  troviamo  chiara  e  pre- 
cisa. 

Un  argomento  che  ha  relazione  con  quanto  so- 
pra è  quello  che  riguarda  l' innominabilità  da  parte 
dell'  uomo  di  ciò  che,  considerato  in  rapporto  alla 
sua  sostanza  e  non  già  in  rapporto  a  suoi  possi- 
bili accidenti,  soverchia  la  potenzialità  della  sua  in- 
telligenza :  intendiamo  qui  parlare  della  innominabi- 
lità per  substantìam  di  Dio,  sul  quale  argomento,  se 


114  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tanto  ha  poi  insistito,  come  vedremo  la  Scolas- 
stica,  abbiamo  larghissimi  accenni  anche  nella  Patri- 
stica, la  quale  pure,  come  per  esempio  noi  troviamo 
esplicitamente  dichiarato  in  S.  Dionigi  Areopagita  ^) 
ed  in  S.  Isidoro  Pelusiota-),  è  concorde  nel  soste- 
nere tale  innominabilità.  Ed  a  proposito  del  con- 
cetto di  Dio  ricordiamo  qui  quanto  Tertulliano  ha 
scritto  intorno  a  ciò  che  egli  chiama  il  linguaggio  di 
lui.  È  noto  che  uno  degli  ostacoli  ad  ammettere  il 
monoteismo  era  per  la  coscienza  religiosa  pagana 
la  solitudine  in  cui  si  sarebbe  trovato  il  Dio  unico  ; 
orbene  Tertulliano  oppone  che  il  Dio  unico  non  è 
mai  affatto  solo,  perchè  egli  è  essere  per  eccellen- 
za razionale,  come  tale  quindi  va  continuamente  ri- 
volgendo dentro  di  sé  tutto  quanto  si  trova  nell'  in- 
finita onniscenza  sua  ;  tale  continuo  rivolgimento 
è  il  suo  linguaggio,  linguaggio  che  si  è  attuato  e 
si  attua  sempre  in  lui,  anche  quando  il  prodotto 
di  esso  egli  non  ha  ancora  manifestato  fuori  di  sé  •'), 
pressapoco  come  si  attua  anche  nella  nostra  mente 
un  vero  linguaggio,  anche  quando  noi  siamo  soli, 
0  non  intendiamo  affatto  di  esprimerci  a  parole. 

Altre  considerazioni  d' ordine  psicologico  sul 
linguaggio  noi  possiamo  trovare  qua  e  là  nella  Pa- 
tristica. Teodoreto,  per  esempio,  in  un  passo  de' 
suoi  commenti  alle  S.  Scritture  mette  sufficentemente 
in  evidenza  il  meccanismo  delle  espressioni  dei  senti- 


1)  S.  Dionigi  Areopagita,  De  divinis  nominibus,  cap.  V. 

2)  ISIDORO  PELUSIOTA,    Epist.,    lib,    IV,    epist.    211.  (MlGNE  P.  G. 
LXXVIII,  pag.  1306). 

3)  TERTULLIANO,  Adv.  Praxeam,  cap.  V.  (MiGNE  P.  L.  II,  pag.  184). 


NEI  SUOI  RIGUARDI  PSICOLOGICI  115 

menti  umani,  tra  cui  appunto  si  devono  annoverare 
le  diverse  modulazioni  del  linguaggio  *).  Degli  ef- 
fetti delle  emozioni  e  delle  passioni  sul  linguaggio 
SI  da  potere  od  accelerarlo  o  sospenderlo,  parla  S. 
Giovanni  Damasceno  -).  SuH'  efficacia  del  discorso 
come  mezzo  di  comunicazione  anzi  come  condizione 
importantissima  di  vita  sociale  ha  efficaci  accenni  il 
già  citato  S.  Basilio,  che  riconosce  tutta  1'  utilità 
dell'  uso  della  parola  ut  alter  alteri  cordis  Consilia 
aperiamiis,  eaque  unusquisque  propter  naturae  socie- 
tatem  communicemns  ciim  proximis  ex  abditis  cordis 
recessibus  velut  ex  cellis  qnibasdam  penariis  depro- 
mentes  ^),  alle  quali  parole  fanno  eco  altre  non 
meno  efficaci  di  S.  Ambrogio  e  nel  commentario  ai 
Salmi  ■^),  in  cui  riconosce  che  il  nome  est  quo  pro- 
prie unusquisque  significatur  quod  ei  non  sit  com- 
mune  cum  coeteris,  e  nell'  Hexaemeron  ^),  dove  con 
forma  poetica  a  proposito  sempre  dell'  efficacia 
del  discorso  così  si  parla  :  lingua  vero  plectrum  lo- 
quentis  9  est,  vox  quoque  aeris  quodam  remigio  ve- 
hitur  et  per  inane  portatur  eademque  vis  quae  aerem 


OTeodoreto,  Comment.  in  Micliaeam,cap.  I.(Migne,P.G.LXXXI, 
pag.  284;. 

2)  S.  Giovanni  Damasceno,  De  Fide  orthodoxa,  cap.  XVI.  (Migne 
P.  G.  XCIV,  pag.  910). 

3)  S.  Basilio,  Homilia  ad  Deut.,  XV.  9.  (Migne  P.  G.  XXXI. 
pag.  193). 

4)  S.  Ambrogio,   In   Psalmum  XLIII.  (Migne  P.  L.  XIV,  pag.  1100). 

5)  S.  Ambrogio,  Hexaemeron,  lib.  VI,  cap.  9.  (Migne  P.  L.  XIV, 
pag.  269). 

6)  Notiamo  che  questa  metafora  del  plettro  ricompare,  dopo  S. 
Ambrogio,  anche  nell'  Hexaemeron  di  Giorgio  Pisida.  (Cfr.  Georgi  Pl- 
SIDAE,  Hexaemeron  verso  651  in  Migne  P.  G.  XIV,  pag.  1485). 


116  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

verbcrat,  nane  commovet,  mine  demulcet  aiidientium 
affectum ,  iratiim  mitigat,  fractum  erigit ,  solatiir 
dolentem. 

Anche  sull'  origine  non  del  linguaggio  in  ge- 
nere, ma  dei  singoli  nomi  la  Patristica  ha  manife- 
stato qualche  opinione,  così,  per  esempio,  S.  Gio- 
vanni Crisostomo  riconosce  che  tante  volte  certi 
nomi  sono  dati  non  per  un  motivo  intrinseco,  ma  per 
una  casaulità  puramente  accidentale  ^),  il  che  è  con- 
fermato ripetutamente  anche  da  Teodoreto,  laddove 
dice  :  Nomen  rei  ioti  a  parte  saepe  tribuitur  ~  ), 
mentre  di  solito,  come  dice  Isidoro  di  Pelusio  ^),  1' 
imposizione  del  nome  ad  ogni  cosa  si  fa  ab  eo  quod 
praecipuam  vim  in  ea  habet,  il  che  conferma  un' 
altra  volta  V  opinione  che  realmente,  secondo  la 
Patristica,  tra  nome  e  cosa  corra  un  rapporto  in- 
trinseco di  convenienza. 

Dalle  considerazioni  fatte  dalla  Patristica  sull' 
efficacia  della  parola  era  facile  per  essa  il  passag- 
gio a  considerar  questa  ne'  suoi  riguardi  morali, 
sui  quali  infatti  quella,  memore  di  quanto  in  propo- 
sito ripetutamente  si  legge  nelle  Sante  Scritture, 
insistette  a  lungo.  Sermo  sine  actu  atque  officio  suo 
nihil  est,  leggiamo  nel  De  Gubernatione  Dei  di  Sal- 
viano,    prete   di    Marsiglia   del   V   secolo  ^)  :   tutto 


1)  Giovanni  Crisostomo,  In   Genesim,  sermo  7.  (Migne  P,  G. 
LIV,  pag.  614). 

2)  THEODORETI,  Epist.  33.  (MlGNE  P.  G.  LXXXIII,  pag.- 1347). 

3)  S.    ISIDORI    PELUSIOTAE.  Episf.,  lib.  IV,  lett.  114.  (MlGNE  P.  G. 
LXXVIII,  pag.  1187). 

4)  Salviani   Massiliensis,   De   Gubernatione  Dei,   lib.   II.  cap.  I. 
(Migne  P.  L.  LXX,  pag.  70). 


NEI  SUOI   RIGUARDI  MORALI  117 

stava  a  vedere  quale  poteva  essere  tale  «  offichim  » 
ed  ecco  che  fin  da'  suoi  tempi  di  esso  parla  S. 
Clemente  Alessandrino,  proibendo  i  vanos  sermones, 
le  contentiones  loquaces,  e  simili  ').  S.  Basilio  rac- 
comanda di  riflettere  molto  prima  di  parlare  -j,  al- 
trove esplicitamente  dichiara  :  unum  vitae  indicium 
esse  sermonem  •^),  mentre  in  una  delle  sue  generose 
omelie  benissimo  raffronta  il  linguaggio  dell'  uomo 
saggio  e  sincero  con  chi  mostra  animo  dubbioso 
e  mendace  :  sermo  quidem  verus  et  a  sana  mente 
proficiscenSy  dice  egli  in  proposito,  simplex  est  et 
unius  eiusdem  rationis  eadem  de  iisdem  semper  affir- 
mans  ;  varius  vero  et  artijìciosus,  cum  multum  im- 
plexus  sit  et  praeparatus,  sexcentas  formas  assumit, 
seque  ad  gratiam  colloquentium  conciliandam  trasfor- 
mans  versutias  animo  versa/ ^).  S.  Ambrogio  nel  suo 
«  De  òfficiis  » ,  imitazione  cristiana  dell'antico  «De  offi- 
aYs  »di  Cicerone,  spesse  volte  parla  della  misura  e  del- 
la giustizia  che  sr  deve  conservare  in  ogni  occasione 
neir  uso  della  parola,  perchè  questa  corrisponda 
adeguatamente  al  suo  scopo  ■').  S.  Giustino  pone 
invece  in  guardia  contro  le  lusinghe  di  linguaggio 
di   certi    dottori,  che  coli' incanto  della  parola  vor- 


1)  S.  Clemente,  Constitutiones  apostolicae,  lib.  H,  cap.  X.  (Migne 
P.  G.  I,  pag.  587). 

2)  S.  Basilio,  Epistolae,  Classe  HI,  Epist.  332.  (Migne  P.  G.  XXXII. 
pag.  1703). 

3)  S.    Basilio,   Homilia   in   Psul.,   XLVllI.  Migne  P.  G.  XXIX, 
pag.  435). 

4)  S.   Basilio,   Homilia  in  principium  Proverbioruni  §  7  (Migne 
P.  G.  XXXI,  pag,  399). 

5)  Cfr.,   per    esempio,   S.    AMBROGIO,   De   òfficiis,   lib.    I,  cap.  X, 
^MIGNE  P.  L.  XVI,  pag.  37). 


118  La  filosofia  del  linguaggio 

rebbero  trascinare  all'  errore  0,  e  così  via  via  po- 
tremmo continuare  ancora  a  riportar  altre  sentenze 
d' indole  morale  dei  Padri,  se  non  credessimo  suf- 
ficenti  quelle  finora  ricordate. 

Con  esse  noi  crediamo  d'  aver  reso  nel  modo 
piia  preciso  che  ci  è  stato  possibile  quale  veramente 
sia  stata  la  speculazione  della  Patristica  intorno  alla 
questione  del  linguaggio  ne'  suoi  riguardi  storici 
psicologici,  e  morali.  Quanto  valore  essa  abbia  in 
sé,  lo  si  vedrà  meglio  dal  confronto  colle  specula- 
zioni analoghe  della  Scolastica. 


1)  S.  Giustino,  Dialogiis,  §  36.  (Anione  P.  G.  VI,  pag.  306). 


PMTE    III. 

La  filosofia  del  linguaggio 
nella  Scolastica 


Capitolo  V. 

La  filosofia  del  linguaggio  e  i  suoi  rapporti 

colla   logica   in   genere   e  colla  questione  degli 

universali  in  ispecie 


Sommario  :  Carattere  specifico  di  differenza  tra  Patristica  e  Scolastica 
in  riguardo  al  nostro  argomento.  —  Il  posto  della  logica  in  rapporto 
ai  programmi  di  studio  nelle  scuole  medievali,  ed  alla  conoscenza  delle 
opere  di  Aristotele.  —  Rapporti  di  dipendenza  tra  logica  e  filosofia 
del  linguaggio  nella  Patristica.  —  Le  speculazioni  in  proposito  di 
Fortunaziano,  Marciano  Capella,  Giovanni  Damasceno,  Boezio,  Al- 
enino, Isidoro,  Scoto  Erigena.  —  La  questione  degli  universali  e  suoi 
rapporti  colla  logica  in  genere  e  col  problema  del  linguaggio  in 
ispecie.  —  La  speculazione  più  elevata  di  S.  Anselmo,  Abelardo, 
Giovanni  di  Salisbury,  Gilberto  della  Porretta,  Adelardo  di  Barth,  Ugo 
di  S.  Vittore.  S.  Tommaso,  Pietro  Ispano. 


Molto  discussa  fu  la  questione  delle  origini 
della  Scolastica,  la  quale  ancora  in  oggi,  nel  concetto 
di  molti  e  forse  dei  più,  è  interpretata  come  una 
mescolanza  di  teologia  e  di  filosofia,  quasi  che 
neir  età  di  mezzo  una  distinzione  ben  profonda  non 
fosse  stata  fatta  tra  quella  e  questa. 

Non  tocca  certo  a  noi  porre  i  termini  riguar- 
danti la  questione  delle  origini  ed  esporre  gli  argo- 
menti per  dimostrare  tutto  1'  errore  storico  di  quella 
confusione  di  cui  si  è  parlato,  tanto  più  che  per 
il  nostro  argomento  abbiamo  un  carattere  specifico 
per   cui    possiamo  distinguere  ben  nettamente  nella 


122  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Speculazione  cristiana  il  periodo  patristico  dal  pe- 
riodo scolastico. 

Parlando  della  speculazione  ellenica  sul  lin- 
guaggio abbiamo  visto  come  essa  abbia  finito  per 
saldare  insieme  i  destini  della  filosofia  riguardante 
la  parola  coi  destini  della  logica  :  durante  il  periodo 
patristico  tale  congiungimento  non  perdurò  non  già 
perchè  rotto  coscientemente  da  un  nuovo  indirizzo 
di  speculazione  suir  argomento  che  ci  interessa,  ma 
perchè  sciolto  dalle  ragioni  stesse  di  esistenza  di 
un  pensiero  religioso  cristiano  in  raffronto  alla  so- 
pravvivenza e  perciò  alle  minacce  ed  alle  insidie  di 
una  tradizione  di  pensiero  pagano. 

Man  mano  però  questo  andò  dileguando  e  nella 
sua  contenenza  positiva,  e  nella  sua  influenza  sullo 
svolgersi  dell'  eresia,  anche  la  Patristica  andò  per- 
dendo la  sua  ragione  di  essere  e  di  manifestarsi 
sotto  quelle  forme  che  per  necessità  di  cose  aveva 
assunto  fin  dal  principio,  e  quando  dopo  le  tri- 
stezze dei  primi  secoli  dell'  età  media,  in  cui  in  un 
tenebroso  silenzio  parve  affogare  il  pensiero  riflesso, 
nel  secolo  IX  risorsero  i  liberi  studi  col  sorgere 
delle  scuole  nella  loro  triplice  forma  :  monacali, 
episcopali  e  palatine,  allora  una  delle  prime  scienze 
a  ristabilirsi  fu  appunto  la  logica,  anche  perchè 
questa,  specialmente  per  opera  di  Boezio  e  di  Cas- 
siodoro  era  stata  una  delle  ultime  a  naufragare 
neir  oblio  ;  e  la  logica  così  risorgendo  trasse  con 
sé  anche  quella  parte  della  filosofia  che  la  tradizione 
aveva  con  lei  associato,  e  cioè  la  cosi  detta  filoso- 
fia  del   linguaggio,    e   la  trasse  sotto  quella  forma 


E  LA  SCOLASTICA  IN   GENERE  123 

eh'  essa  aveva  quando  colla  logica  appunto  era 
momentaneamente  svanita. 

S' intende  che  tale  decadimento  e  tale  risurre- 
zione non  vanno  intesi  come  qualche  cosa  di  cate- 
gorico e  di  assoluto.  Se  da  una  parte  infatti  nella 
Patristica  addentellati  tra  logica  e  filosofia  del 
linguaggio  si  possono  rintracciare,  dall'  altra  anche 
dopo  r  avvento  della  Scolastica  discussioni  d'  ordine 
prevalentemente  psicologico  intorno  al  discorso  si 
sono  susseguite,  come  pure  si  sono  attuati  rapporti 
tra  la  questione  del  linguaggio  e  la  teologia. 

Quello  che  è  certo  si  è  che  in  tutto  lo  svolgersi 
della  Scolastica,  cioè,  per  dirla  col  Wulf  ^),  di  quella 
sintesi  di  pensieri,  in  cui  tutte  le  questioni  che  la 
filosofia  può  proporsi  sono  trattate,  e  dove  tutte 
le  risposte  sono  armonizzate  sì  da  allacciarsi  e  da 
sostenersi  1'  un  1'  altra,  trionfò  a  proposito  dell'  ar- 
gomento che  e'  interessa  piuttosto  V  indirizzo  ari- 
stotelico, che  non  V  indirizzo  platonico,  del  quale 
abbiamo  riscontrato  invece  la  prevalenza  per  tutto 
quanto  il  periodo  patristico. 

È  noto  che  di  Aristotele  nella  prima  parte  del 
M.  E.  non  si  conosceva  che  il  «  De  Interpretatione  * 
nelle  traduzioni  di  Marco  Vittorino  e  di  Boezio,  del 
quale  pure  fu  piìi  tardi  conosciuta  anche  la  tradu- 
zione delle  «  Categorie  ».  Nella  prima  metà  del  XII  se- 
colo si  venne  a  conoscere  in  Occidente  il  primo  libro 
dei  Primi  analatici,  la  Topica,  ed  i  Ragionamenti 
sofistici,    e   cioè   tutto    1'  «  Organon  »    ad  eccezione 


1)  M.  De  Wulf,  op.  cit.  pag.  127. 


124  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

dei  «  Secondi  analìtici  »  e  del  secondo  libro  dei 
«^  Primi  analitici»,  i  quali  furono  noti  solo  nella  2^ 
metà  di  quel  medesimo  secolo  ^).  Gli  Scolastici 
adunque  dei  primi  tempi  non  videro  e  non  consi- 
derarono in  Aristotele  che  un  logico  ed  un  logico 
oscuro-^),  tanto  che  dall'  «Organon»  suo  poterono 
nascere,  come  dice  il  Fiorentino  ■^),  le  dispute  famose 
del  Realismo  e  del  Nominalismo,  e  l'insegnamento 
di  Abelardo. 

Aggiungiamo  a  ciò  che  la  biblioteca  filosofica  de- 
gli Scolastici  conteneva  per  la  massima  parte  libri 
di  logica  e  di  dialettica,  tra  cui  importanti  l' Isa- 
goge ed  il  trattato  delle  «cinque  voci»  di  Porfirio, 
che  quelli  credevano  un  semplice  seguace  di  Ari- 
stotele, non  potendo,  per  mancanza  di  fonti,  sup- 
porlo infeudato  ad  una  specie  di  panteismo,  i  Com- 
menti di  Boezio  alle  Categorie  ed  al  «  De  Interpreta- 
tione  »  dello  Stagirita,  ed  i-  suoi  trattati  originali 
sulle  diverse  parti  della  logica,  i  commenti  eclettici 
.di  Calcidio  al  Timeo,  che  potevano  col  loro  anda- 
mento metafisico  correggere  un  po'  1'  influenza  e- 
sclusiva  ed  esagerata  della  dialettica  e  della  logica 
aristotelica,  le  opere  dialettico-retoriche  di  Cicerone, 
quelle  logiche  dello  pseudo  S.  Agostino,  le  artes  li- 


1)  Cfr.  in  proposito  :  Clerval,  Les  écoles  de  Chartres  au  moyen 
àge  Mem.  de  soc.  archéol.  Eure  et  Loir,  1895)  pag.  244. 

2)  Boezio  chiama  Aristotele  «  turbator  vcrborum  »,  mentre  un  autore 
sconosciuto  del  secolo  X  parla  di  labirinto  aristotelico,  cfr.  V.  Baum- 
Gartner,  Die  philosophie  des  Alanus  de  Insulis.  MUnster  1896, 
pag,  lOesgg. 

3)  Franc.  Fiorentino,  Saggio  storico  sulla  filosofia  greca,  Firenze 
1864  pag.  364. 


E  GLI  STUDI  DEL  MEDIO    EVO  125 

berales  di  Marciano  Capella,  il  trattato  dei  nomi 
divini  dello  pseudo  S.  Dionigi  ^),  e  tosto  capiremo 
come  la  logica,  specialmente  come  era  stata  con- 
cepita e  fissata  da  Aristotele,  dovesse  veramente 
informare  il  risorgere  della  filosofia  in  genere  e 
qualsiasi  questione  riguardante  il  linguaggio  in  i- 
specie. 

Nei  programmi  di  studio,  cioè  nella  classifica- 
zione delle  così  dette  arti  liberali,  volgarizzata  da 
Boezio,  Cassiodoro,  Marciano  Capella  ed  Alenino, 
la  logica  ebbe  a  poco  a  poco  il  sopravvento  sotto 
il  nome  di  dialettica  a  svantaggio  delle  altre  due  parti 
del  trivio  ;  la  grammatica  e  la  rettorica. 

É  vero  che  al  trivio  ed  al  quadrivio  si  aggiunse 
poi,  come  qualche  cosa  di  più,  la  filosofia  e  come 
fastigio  supremo  la  teologia,  essendo  assurda  1'  o- 
pinione  del  Ferrère  -)  e  del  Marietan  ^),  che  vor- 
rebbero far  rientrare  la  filosofia  nel  trivio.  La  lo- 
gica però  rimase  come  una  specie  di  propedeutica 
dello  spirito,  utile  e  necessaria  per  qualsiasi  cam- 
mino questi  avesse  voluto  intraprendere  e  come 
introduzione  alla  logica  rimase  Io  studio  della  gram- 
matica, alla  sua  volta  creduta  ratio  et  origo  om- 
mium   artium   liberaliiim,  come  è  chiamata  da  Ilde- 


1)  Su  tale  argomento  della  biblioteca  filosofica  medievale  cfr.  : 
WULF,  op.  cit.  pag  149-157. 

2)  Ferrère,  De  la  divisioii  de  sept  arts  liberaux  (Ann.  de  Phil. 
Chrétien.,  luin  1900) 

3)  Mariètan,  Probléme  de  la  classification  dcs  sciencesd'  Aristote 
a  S.  Thomas,  Paris  1901.  L'opinione  contraria  invece  è  sostenuta  dal 
Willmann  (OTTO  WiLMANN,  D/rfa/c/ZA:  als  Bildungslelire,  Brunswik  1903, 
Tom.  I,  pag.  267  e  sgg). 


126  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

rico  di  Montecassimo,  scolaro  di  Paolo  Diacono  ; 
anzi  nello  studio  di  essa  tanto  si  esagerò,  special- 
mente degli  Italiani,  i  quali,  come  dice  Radulfo  Gla- 
ber  ^),  lasciarono  ogni  sorta  di  studio  fuorché  la 
grammatica,  che  Gregorio  Magno  credette  suo  pre- 
ciso dovere  di  opporvisi  -). 

Date  adunque  tali  precise  disposizioni  di  fatto, 
è  evidente  perchè  la  filosofia  del  linguaggio  per 
quel  poco  che  valse  e  si  attuò  nel  medio  evo,  o 
per  meglio  dire  nella  prima  parte  del  medio  evo, 
si  ritrovò  legata  un'  altra  volta  alla  logica  ed  alla 
dialettica,  il  che  simbolicamente  è  già  indicato 
nella  figurazione  poetica  di  Marciano  Capella,  che 
rappresenta  appunto  le  sette  arti  liberali  sotto  la 
forma  di  vergini  donzelle  al  seguito  di  Filologia,  fidan- 
zata di  Apollo,  la  grammatica  vi  è  invece  descritta 
come  una  figlia  di  Memfi,  portando  su  un  piatto 
degli  istrumenti  per  sciogliere  la  lingua  ai  bambini, 
mentre  la  dialettica  vi  è  rappresentata  come  una 
donna  dal  viso  emaciato  tenente  in  una  mano  un 
serpente. 

Abbiamo  poco  sopra  affermato  che  già  nel  pe- 
riodo patristico  si  possono  rintracciare  momenti  di 
congiunzione  tra  filosofia  del  linguaggio  e  la  logica. 
La  questione  già  accennata  della  innominabilità  di 
Dio  di  ciò  sarebbe  una  prova,  perchè  in  fondo 
considerata  bene  tale  questione,  che,  accennata  già 


1)  Rodolfo  Glaber,  Historiarum,  Uh.  U.  cap.  12. 

2)  Cfr.  Gaspary,  Storia  della  leti,  italiana,  Volume  I  cap.  1. 


E  D   I   SUOI  LEGAMI  COLLA  LOGICA  127 

nelle  Sante  Scritture  in  un  passo  della  «  Sapienza  »  ') 
nella  Patristica  oltre  che  dai  già  citati  autori  venne 
discussa  da  S.  Anastasio  Sinaita  "),  da  S.  Ago- 
stino ■•)  e  da  S.  Febadio  ^),  entrava  direttamente 
nel  campo  della  logica,  riguardando  essa  appunto 
r  imposssibilità  di  applicare  un  termine  a  ciò  che 
soverchia  le  potenzialità  dell'  intelletto  umano,  a 
quello  ciò  che  è  indefinibile,  cioè  irreducibile  a  ter- 
mine maggiore  in  estensione  e  perciò  minore  in 
comprensione,  perchè  categoria  non  solo  d'  ordine 
logico,  ma  anche  categoria  d'  ordine  morale. 

Ciò  però  non  basta  ;  il  Franti  ci  ricorda  infatti 
in  proposito  V  estratto  dell'  «  Organon  »  fatto  da 
Gregorio  di  Nazianzo  ad  uso  delle  scuole  ^),  i  libri 
di  logica  che  S.  Gregorio  stesso  ^)  dice  di  aver 
tentato  di  scrivere  nella  sua  gioventù,  e  soprattutto 
la  «  Dialectica  »  di  Fortunaziano,  la  quale  contiene 
qualche  passo  di  non  dubbio  interesse  per  il  nostro 
argomento,  quello,  per  esempio,  in  cui  in  certo  qual 
modo  si  ristaura  la  vecchia  teoria  stoica  del  asztóc. 
Dopo  aver  infatti  Fortunaziano  ')  definito  la  parola 
dicendo  :  Verbiim  est  uniusciiiusqiie  rei  signiim,  quod 
ab   audiente  possit  intelligi  a  loqiiente  prolatiim,  et 


1)  Sapientia,  XIV,  21. 

2)  S.  Anastasio  Sinaita,  Viae  dux,  cap.  il  (Migne  P.  G.  LXXXIX 
pag.  54). 

3)  S.  Agostino,  De  Trinitate  Lib.  V  cap.  5. 

4)  S.  Febadio,  De  fila  divinitate,  cap.  VI  (Migne  P.  L.  XI  pag.  42). 

5)  Prantl,  op.  cit.VoI.  I  pag.  G57. 

6)  S.  Agostino,  Retract.  I.  G. 

7)  C.  Consulti  Fortunatiani,   Dialectica,   Basilea   1542.    cap.  5, 
cfr.  C.  Prantl,  op.  cit.  pag.  568. 


128  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

loqui  est  articiilata  voce  signum  dare,  aggiunge  : 
omne  verbum  sonai,  sed  quod  sonai  nihil  ad  dialec- 
iicam,  et  tamen  cum  de  his  disputatur  praeier  dialec- 
iicam  non  est  ;  quidquid  autem  ex  verbo  non  aiiris 
sed  animus  sentii,  ex  ipso  animo  tenetar  incliisum, 
dicibile  vocatnr,  cum  vero  verbum  proceda  non  prop- 
ter  se,  sed  propter  aliud  aliquod  significandum,  dic- 
tio  vocatur  ;  res  autem  ipsa,  quae  iam  verbum  non 
est  ncque  verbi  in  mente  conceptio,  niìiil  aliud  quam 
res  vocatur  proprio  iam  nomine  :  haec  ergo  quattuor 
distincte  teneantur  :  verbum,  dicibile,  dictio,  res.  Come 
si  vede  il  dicibile  di  Fortunaziano,  concepito  appunto 
come  «  id  quod  ipso  animo  tenetur  inclusum  » ,  è  un 
evidente  derivazione  del  Xsxtg?  degli  antichi  Stoici 
come  stoico,  per  quanto  già  volto  nel  Cratilo  plato- 
nico, è  r  opinione  del  medesimo  autore  che  ogni 
parola  possa  esser  ricondotta  per  via  etimologica 
al  suo  vero  significato,  essendovi  una  ccta  simili- 
tudine tra  cosa  significata  ed  il  suono  con  cui  quella 
è  espressa  similitudine  che  poteva  essere  estesa  fino 
al  contrasto  (Incus  a  non  lucendo).  È  perciò  che  For- 
tunaziano cerca  di  stabilire  il  vero  concetto  di  ver- 
bum che  fa  derivare  da  verbero,  cioè  da  verum  bum. 
che  sta  per  bombum  suono  ^),  derivazione  questa  che 
ha  avuto  fortuna  nel  medio  evo,  tant'  è  vero  che  la 
troviamo  ancora  in  S.  Tommaso,  che  così  si  esprime 
in  proposito  :  Unumquodque  nomen  illud  praecipue  si- 
gnificai a  quo  imponitur,  sed  hoc  nomen  verbum  impo- 


1)  Fortunaziano,  op.  cit.  cap.  6.  (cfr.  Prantl,  op.  cit.  pag.  669) 


ED  I  SUOI  LEGAMI  COLLA  LOGICA  129 

aitar  a  verberatioae  aeris  vel  a  boata,  qaasi  verbum 
aoa  sit  aliaci  quam  veram  boaas  ^). 

Questo  passo  di  S.  Tommaso  appare  tosto  come 
una  concessione  fatta  all'  indirizzo  platonico  dell'  eti- 
mologizzare secondo  il  rapporto  di  natura  tra  cosa 
e  suono,  e  quindi  sembra  esso  in  contrasto  alla 
tendenza  aristotelica,  la  quale  negando  un  tale  rap- 
porto veniva  a  negare  uno  degli  effetti  primi  dell'  eti- 
mologizzare :  ciò  è  difatti,  e  se  ne  capisce  il  perchè. 
S.  Tommaso  deve  aver  ricevuto  quell'  etimologia  bella 
e  che  fatta  dalla  tradizione  stessa  dell'  insegna- 
mento medievale  ;  siccome  però  essa  trovava  le  sue 
origini  in  autori  vissuti  in  pieno  rifiorimento  plato- 
nico, come  appunto  Fortunaziano,  fiorito  nel  V  se- 
colo, così  era  naturale  che  di  tale  indirizzo  plato- 
nico ne  risentisse  ;  di  ciò  è  prova  anche  quel  «  ver- 
beratio  aeris  »  di  cui  parla  S.  Tommaso  stesso,  ver- 
beratio  che  trova  le  sue  fonti,  come  già  si  è  detto, 
in  filosofi  antichi,  tra  cui  Platone  stesso  nel  Timeo, 
per  quanto  non  manchi  anche  in  Aristotele.  Non  si 
tratta  adunque  di  uno  strappo  volontario  all'  indi- 
rizzo in  fiore  neh'  età  di  mezzo,  ma  d'  una  conces- 
sione volontaria  imposta  come  un  luogo  comune 
nella  tradizione  scolastica  -). 

Ritornando  ora  al  nostro  argomento,  possiamo 
dire   che  1'  autore,  che,  pur  appartenendo  ancora  al 


1)  S.  Tommaso,  Quaestiones  dispiitatae.  De  veritate  Quaest.  IV. 
De  verbo,  art.  I. 

2)  Notiamo  che  anche  nella  filosofia  del  Rinascimento  si  continuò  1'  e- 
timologizzare  per  scoprire  la  ragione  dei  termini  ;  curiosa  fra  le  etimologie 
di  quei  tempi  è  quella  del  Bohme,  il  mistico  calzolaio-filosofo  di  Gorlitz 
che  faceva  derivare  qualitas  dal  tedesco  Quelle  (fonte).  Cfr.  H,  HOEFF- 
DING,  La  storia  della  filosofia  moderna,  Tomo  190G,  voi.  I,  pag.  70. 


130  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

periodo  patristico,  ha  saputo  trattar  del  linguaggio 
in  rapporto  alla  logica  sistematizzando  le  proprie 
investigazioni  sopra  uno  schema  definito  e  preciso, 
fu  S.  Giovanni  Damasceno. 

Il  Willmann  ^),  come  è  noto,  fa  appunto  comin- 
ciare la  Scolastica  alla  prima  metà  del  secolo  VII! 
colla  ;c7j7Tj  Yvcóasox;  di  S.  Giovanni  di  Damasco 
basandosi  sul  fatto  che  le  parti  di  tale  opera  sono 
precedute  da  zscpàXaia  '^LXocjo'fLxà,  o  prolegomeni 
filosafici,  sì  da  riuscir  essa  come  il  primo  saggio 
di  quelle  sistematizzazioni  teologiche  che  si  succes- 
sero più  tardi  col  nome  di  «  Sentenziarli  »,  anche 
sulla  sostanza  dei  quali  la  tut^yy]  Yvcbasto?  del  Dama- 
sceno ebbe  influenza,  come  dimostra  il  Wulf  ~)  a 
proposito  del  più  celebre  dei  sentenziari,  quello  di 
Pietro  Lombardo. 

La  citata  opinione  del  Willmann  a  noi  pare 
accettabile,  perchè  è  precisamente  in  queir  opera 
che  il  grande  scrittore  di  Damasco,  in  contrasto  ai 
frammentarli  accenni  di  tutta  la  Patristica  sulla  que- 
stione del  linguaggio,  ha  saputo,  stando  sul  terreno 
della  logica,  costruire  una  teoria  chiara  e  definita. 
Vale  la  pena  che  noi  ne  riportiamo  qui  i  passi  che 
più  interessano  il  nostro  argomento  ^). 

Comincia  l' autore  a  distinguere  i  suoni  che 
hanno  un  significato  da  quelli  che  un  significato 
non  hanno  e  continua  :  vox  quae  nihil  significai  ani 


1)  O.  Willmann.  Geschichte  des  Idealismus,  Brunswìch  1896,  Tomo 
n.  pag.  342. 

2)  Wulf,  op.  cit.,  pag.  214. 

3)  S.  Giovanni  Damasceno,  Fons  scientiae,  cap.  V.  (Migne,  P.  G. 
XCIV,  pag.  539  e  sgg.). 


NELLA  LOGICA  PRESCOLASTICA  131 

art/culata  est,  (e  sarebbe  quella  che  si  può  scrivere, 
per  es.  azivSa'f  o?).  aiit  articulata  non  est  (quella  che 
non  si  può  scrivere,  per  es.  quella  che  si  ingenera 
dair  incontro  di  due  sassi)  ;  di  entrambe  le  catego- 
rie nulla  philosophiae  cura  est.  Vox  autem  significans 
aut  non  articulata  est  (quello  che  non  si  può  scri- 
vere, per  es.  un  latrato  di  un  cane),  aut  articulata 
est  (il  linguaggio  umano). 

Significative  articulata  vel  est  universalis  (homo) 
aut  particularis  (Petrus)  ;  sed  ne  particularis  quidem 
vocis  rationem  habet  philosophia,  sed  significantis, 
et  articulatae,  et  universalis.  Come  si  vede  qui  sia- 
mo in  pieno  campo  della  logica,  in  quanto  che  col- 
r  ultima  distinzione  siamo  arrivati  alla  concezione 
del  vocabolo  come  termJne  del  concetto. 

E  di  logica  risente  anche  quanto  vien  dopo,  in 
cui  lo  scrittore  divide  il  termine  significativo  arti- 
colato ed  universale  in  sostanziale,  ed  adiectizio, 
quello  est  qui  essentiam,  hoc  est  naturam  rerum  de- 
clarat,  adiectitius  est  qui  accidentia  indicai  ;  il  santo 
poi  continua  ancora,  sempre  su  terreno  logico,  a 
parlar  di  genere,  di  specie  e  di  differenza,  il  che 
non  più  interessa  il  nostro  argomento  *). 


1)  Ecco  in  un  quadro  le  divisioni  logiche  del  Damasceno  a  propo- 
sito dei  suoni  : 

(  Sostanziali 
/  A  .v.i.t.    ^Universali       /  Adiectizie 
Articolate    ^particolari 
/  Significative  l 

y  (  Non  articolate 

Voci   \ 

/  i  Articolate 

\  Non  significative      \ 

(Non  articolate 


132  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

È  certo  che  tali  distinzioni  e  divisioni  di  S.  Gio- 
vanni di  Damasco  esercitarono  non  piccola  influen- 
za sullo  sviluppo  della  Scolastica,  egli  infatti  fu 
fra  gli  scrittori  bizantini  uno  dei  primi  ad  essere  cono- 
sciuto per  la  traduzione,  che  della  sua  opera  prin- 
cipale Tzrfcq  7VWC5SCOC  fece  ben  presto  Burgondio  da 
Pisa. 

Influenza  non  piccola  esercitò  neh'  età  di  mezzo 
anche  Marciano  Capella,  di  cui  già  abbiamo  avuto 
occasione  di  parlare  poc'  anzi  :  può  darsi  che  tale 
influenza,  come  appare  al  Wulf  ^),  sia  stata  per  nulla 
meritata,  essa  però  non  si  può  in  modo  alcuno  ne- 
gare, essendo  stato,  come  si  è  visto,  tale  autore 
uno  dei  pii!i  alla  mano  nella  biblioteca  filosofica 
dell'  età  di  mezzo  specialmente  per  ciò  che  riguarda 
l'opera  sua  sulle  «  artes  liberales  »,  in  cui  a  pro- 
posito della  dialettica  egli  discorre  a  lungo  delle  sei 
parti  della  medesima,  quali  già  erano  state  fissate  nella 
tradizione,  sì  che  esse,  per  esempio,  già  si  trovano 
in  S.  Agostino  ~)  :  esse  sono  :  de  loquendo,  de  elo- 
qiiendo,  de  proloquendo,  de  proloquiomm  stimma,  de 
indicando,  ed  ultima  quae  dicenda  rhetoribiis  commo- 
dafa  est.  La  fusione  della  logica  colla  speculazione 
sul  linguaggio  in  Marciano  Capella  appare  piìi  che 
mai  evidente,  quando  si  veda  quali  oggetti  egli*  sot- 
topone a  ciascuna  di  tali  parti  della  dialettica.  Nella 
prima,  per  esempio,  de  loquendo  egli  si  domandava 
quid  sit  genus,    quid  forma,    quid  differentia,  quid 


1)  Wulf,  op.  cit.   pag.  155. 

2)  PrANTL,  op.  cit.,  Voi.  I,  pag.  672. 


NELLA  LOGICA  PRESCOLASTICA  133 

accidens,  quid  definitio,  quid  totum,  quid  pars,  tutte 
questioni  d' ordine  logico,  insieme  però  ad  esse 
ecco  le  domande,  quid  sii  univocum,  quid  plurivo- 
cum  e  specialmente  quae  rebus  verba  sua  sint,  quae 
aliena  et  quot  modis  aliena  sint,  colle  quali  ultime 
domande  si  affronta  il  problema  dei  rapporti  tra 
cose  e  nomi,  secondo  la  tradizionale  traiettoria  della 
filosofia  greca  intercorsa  da  Pitagora  giù  giù  fino 
agli  Stoici,  che  ancora  in  quel  giro  di  tempo,  se- 
condo la  parola  esplicita  di  S.  Gerolamo  *),  erano 
creduti  come  gli  inventori  della  logica.  Nella  se- 
conda parte  poi  Marciano  Capella  discende  alla 
grammatica,  il  che  pure  era  già  avvenuto  nella  spe- 
culazione stoica,  ed  ecco  le  domande  :  quid  sid  no- 
men,  quid  verbum,  quae  subiectiva  pars  sententiae 
sit,  quae  declarativa  e  così  via,  mentre  nella  terza 
si  ritorna  ancora  alla  logica  colle  questioni  :  quae 
sint  differentiae  proloquiorum  in  quantitate,  in  quali- 
tate,  quid  sit  universale,  quid  particulare,  e  così  via 
anche  nelle  altre  parti  è  un  intrecciarsi  continuo  di 
grammatica,  di  logica,  di  speculazione  sul  linguaggio, 
quale  appunto  già  si  era  verificato  al  tempo  della 
decadenza  del  pensiero  ellenico,  e  si  verificò  poi 
nelle  origini  e  nello  svolgimento  della  Scolastica. 

•  L'  autore  però  che  più  di  ogni  altro  ebbe  in- 
fluenza in  tutta  r  età  di  mezzo,  fissando  in  modo 
decisivo  il  trionfo  di  Aristotele  nelle  ricerche  d'  or- 


1)  stoici,    logicam  sibi  vindicant,  dice  S.  Gerolamo  (Contro  Riifi- 
num,  Lib.  I,  §  311  in  Migne  P.  L.  XXIII,  pag.  442). 


134  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

dine  logico,  e  quindi  anche  nelle  speculazioni  su 
queir  argomento  di  cui  stiamo  trattando,  fu  Boezio  ^). 
Vale  quindi  la  pena  che  noi  ci  fermiamo  alquanto 
sopra  di  lui,  che  da  tutti  gli  autori  del  M.  E.  fu 
conosciuto,  studiato,  sunteggiato,  discusso,  confu- 
tato e  difeso. 

Importanti  in  modo  speciale  per  noi  sono  i  di 
lui  commenti,  a  noi  arrivati  sotto  due  forme  di  re- 
dazione, del  «De  interpretaiione  «  di  Aristotele,  a 
proposito  del  quale  se  Cassiodoro  potè  dire  che 
quando  Aristotele  lo  scriveva  calamiim  in  mente 
tingebat»  '),  noi  potremo  aggiungere  che  tutti  i  trat- 
tatisti medievali,  quando  i  loro  trattati  di  logica 
e  di  dialettica  s' accingevano  a  scrivere,  la  loro 
penna  tingevano  appunto  nei  commenti  che  di  quel- 
r  opera  dello  Stagirita  aveva  fatto  Boezio. 

Il  processo  conoscitivo-dialettico  è  anzitutto 
cosi  riassunto  da  Boezio  :  Res  ab  intellectii  concipi- 
tnr,  vox  vero  conceptiones  animi  intelledusque  -')  si- 
gnificai, ipsi  vero  intellectus  et  concipiunt  subiectas 
res  et  significantur  a  vocibiis,  cum  igitiir  tria  sunt 
haec.  .  ,  quartam  quoque  quiddam  et  quo  voces  ip- 
sae  valeant  designari,  id  aateni  sunt  litterae  scriptae 
namque  litterae  ipsas  significant  voces  :  quae  quat- 
tuor  ista  sunt,    ut  litterae  quidem  significent  voces, 


1)  Cfr.  in  proposito  Ueberwegs,  Grundriss  etc.  Voi.  I,  pag.  332e  sgg. 

2)  Prantl,  op.  cit.,  voi,  I,  pag.  723. 

3)  È  evidente  che  qui  la  parola  intellectus  è  presa  in  senso  diverso 
della  prima  volta,  mentre  allora  essa  rappresentava  una  facoltà  attiva 
dello  spirito,  qui  invece  è  considerato  come  un  prodotto  dello  spirito, 
nel  qual  senso  tale  parola  rimase  anche  dopo  nella  Scolastica, 


NELLE   OPERE   DI    BOEZIO  135 


voces  vero  intellectiis,  intelledus  autem  res  concipiant  ^). 
Però,  aggiunge  Boezio,  non  è  qui  tutto,  giacche 
come  tu  puoi  trovare  suoni  che  non  hanno  senso, 
puoi  anche  trovare  suoni  a  cui  nulla  corrisponda 
nella  realtà,  cioè  intelledus  sine  alla  re  sibi  subiecta, 
il  che  Boezio,  anticipando  quanto  poi  più  diffusa- 
mente e  più  sottilmente  dirà  in  proposito  Duns 
Scoto,  spiega  col  fatto  che  /'  animus  hominis  non 
soliim  per  sensibilia  res  incorporales  intelligendi  est 
artifex,  sed   etlam  fingendi  sibi  atqiie  mentiendi. 

Stabilito  così  il  rapporto  tra  pensiero  e  parola, 
Boezio  affronta  1'  altra  questione  già  tanto  contro- 
versa nella  filosofia  greca,  sulla  posizione  del  nome, 
ed  anche  qui  commentando  la  famosa  definizione  di 
Aristotele:  nomen  est  vox  significativa secundum pla- 
citum  sine  tempore,  cuiiis  nulla  pars  significativa  est  se- 
parata, egli  si  mostra  strenuo  sostenitore  della  per- 
fetta indipendenza  di  natura  tra  nome  e  cosa  ;  ecco  in- 
fatti le  sue  parole,  quali  si  leggono  nella  sua  introdu- 
zione «Ad  Categoricos  Syllogismos  -)  ;  secundum  pia- 
citum  veto  adiunctum  est  in  definitione,  quoniam  nullum 
nomen  natura  significai,  sed  secundum  placitum  ponen- 
tis  constituentisque  voluntate.  Illud  enim  unaquaeque 
res  dicit  quod  ei  placuit  qui  primus  rei  nomen  impres- 
sit.  Aliae  sunt  enim  voces  naturaliter  significantes,  ut 
canum  latratus  iras  canum  significai,  et  alia  eius 
quaedam   vox  blandimenta  gemitus   etiam  dolorum, 


1)  Anitii  Manlii  Severini  BOETHii,  De  interpretatione,  in  Opera, 
Basilea  1570,  pag.  296. 

2)  A.  M.  S.  BOETHii,  op.  cit.  pag.  559. 


136  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

sed  non  siint  nomina,  qaod  non  designant  secundum 
placitum,  sed  secundum  naturam,  alle  quali  parole 
fanno  riscontro  quest'  altre  più  esplicite  ancora  che 
si  leggono  nel  commento  al  «  De  interpretatione  »  ^)  : 
Aristoteles  dicit  placitum  quod  nullum  nomen  natura- 
liter  constitutum  est,  ncque  unquam  sicut  subiecta 
res  a  natura  est,  ita  quoque  a  natura  veniente  voca- 
bulo  mmcupatur  ;  sed  honiinum  genus,  quod  et  ratione 
et  oratione  vigeret,  nomina  posuit,  eaque  quibus  libuit 
litteris  syllabisque  coniungens  singulis  subiectarum 
rerum  substantiis  dedit,  ed  a  modo  di  conclusione 
Boezio  aggiunge  a  favore  della  sua  tesi  queir  argo- 
mento appunto,  che  tanto  aveva  affaticato  Epicuro, 
ed  a  cui  questi  aveva  dato  una  soluzione  per  quei 
tempi  ardita  :  Hoc  autem  ilio  probatur,  dice  Boezio, 
quod  si  natura  essent  nomina,  eadem  apud  omnes 
gentes  essent,  ut  sensus  quoniam  natnraliter  sunt, 
iidem  apud  omnes  sunt.  D'  altra  parte  si  domanda 
ancora  l' autore  :  non  è  forse  vero  che  noi  alla 
stessa  «substantia »  diamo  nomi  diversi,  sicché,  per 
esempio,  usiamo  dei  termini  gladius,  ensis,  mucro, 
per  esprimere  la  stessa  cosa  ?  Ora  ciò  sarebbe  pos- 
sibile, se  veramente  i  nomi  fossero  per  natura  ?  È 
evidente  come  quest'  ultimo  argomento  sia  piuttosto 
specioso  che  forte,  giacché  se  non  altro  sarebbe  ri- 
torcibile,  perchè  si  potrebbe  dire  :  se  i  nomi  sono 
dati  dall'  arbitrio  dell'  uomo,  perchè  questi  per  e- 
sprimere  la  stessa  cosa  ha  inventato  nomi  diversi  ? 


1)  A.  M.  S.  BOETHII.  De  interpretatione,  ed.  cit.  pag.  308. 


NELLE  OPERE  DI  BOEZIO  137 

Lo  Spunto  poi  dell'  altra  argomentazione  a  cui 
già  fin  da'  suoi  tempi  aveva,  come  si  è  visto,  ri- 
sposto Epicuro,  si  trovava  in  Aristotele  stesso  e 
precisamente  in  quel  famosissimo  passo  del  De  In- 
terpretatione  che,  integrato  da  un  altro  non  meno 
famoso  del  «De  Anima»,  tante  discussioni  e  com- 
menti ebbe  nell'  antichità  e  nel  medio  evo.  Noi  lo 
riportiamo  qui  nella  traduzione  stessa  di  Boezio, 
perchè  è  appunto  sotto  una  tal  veste  che  esso  fu 
maggiormente  conosciuto  ^)  :  Quae  siintin  voce 
sunt  notae  passionimi  quae  sunt  in  anima,  et  quae 
scribuntur  sunt  notae  eorum  quae  sunt  in  voce,  atque 
ut  litterae  non  sunt  apud  omnes  eaedem,  ita  nen  vo- 
ces  sunt  apud  omnes,  eaedem  sunt  etiam  res  quarum 
hae  passiones  sunt  simulacra. 

Un  altro  punto  di  Aristotele  Boezio  ha  pur 
creduto  di  largamente  commentare,  per  quanto  a' 
suoi  tempi,  in  cui  nessuno  ormai  sosteneva  ancora 
r  antica  opinione  di  Platone  concernente  la  naturale 
giustezza  dei  nomi,  esso  avesse  perduto  della  sua 
importanza  ;  intendiamo  parlare  di  quel  pa^so,  in  cui 
lo  Stagirita  sosteneva  che  la  verità  o  la  falsità  non 
sta  tanto  nei  nomi  quanto  nella  composizione  di 
essi,  cioè  nel  giudizio,  al  quale  proposito  così  Boe- 
zio si  esprime  ')  :  omne  nomen  iunctum  cum  verbo 
enunciationem  reddit  et  suscipit  mendacii  veritatisque 
naturam,  ed  altrove  :  non  homo  vero  non  est  nomen 
atqui  non   est  constitutum   nomen  quo  oporteat  id 


1)  BOETHli,  De  interp.  ediz.  cit.  pag.  297. 

2)  BOETHii,  ed.  cit.  pag.  560. 


138  La  filosofia  del  linguaggio 

appellare:  quia  nec  est  oratìo  nec  negatio,  sed  est 
nomen  infinitum,  quia  srmiliter  in  quovis  inest  tam 
ente,  quam  non  ente,  tantoché,  per  esempio,  egli 
aggiunge,  hircocervus  significai  quideni  aliquid  non- 
dum  tamen  verum  quidpiam  aut  falsum,  nisi  esse 
aut  non  esse  adiiciatur  vel  simpliciter,  vel  secundum 
tempus  :  dato  ciò,  così  Boezio  integra  la  vecchia 
definizione  di  nome  data  da  Aristotele  :  Nomen  est 
vox  significativa,  secundum  placitum,  sine  tempore 
cnius  nulla  pars  coniuncta  faciens  enunciationem  aut 
falsitatis  aut  veritatis. 

Boezio  si  diffonde  a  commentare  di  tale  defini- 
zione la  parte  che  riguarda  il  nessun  senso  che 
hanno  le  diverse  parte  dei  nomi,  sieno  esse  sillabe, 
sieno  esse  veri  vocaboli,  come  succede  nelle  parole 
composte,  tutto  ciò  però  già  si  trovava  chiaramente 
indicato  da  Aristotele  ;  più  interessante  invece  è  la 
spiegazione  di  quell'inciso  «sine  tempore^.  Aristo- 
tele aveva  fatto,  come  già  abbiamo  detto  a  suo  luogo, 
distinzione  tra  ovo[j.a  e  pr^[xa,  cioè  tra  nome  e  verbo 
e  Boezio,  sulle  di  lui  orme,  sostiene  appunto  in 
parecchi  luoghi  ^)  che  due  sole  sono  le  parti  del 
discorso,  il  nome  ed  il  verbo,  giacché  ceterae  non 
partes,  sed  orationis  supplementa  sunt. 

La  differenza  specifica  tra  questo  e  quello  sta 
appunto  in  ciò  che  il  primo  cioè  il  nome  è  espres- 
sivo sine  tempore,  il  secondo  invece  esprime  cum 
tempore,   la  definizione   infatti   di   verbo    é    da  lui 


1)  Cfr.   BOETHii,  De   SyU.    Cat.,   ediz.   cit.  pag.  583;  De  interpr. 
pag.  310  (Cfr.  Prantl,  Voi.  I.  pag.  693). 


NELLE  OPERE  DI  BOEZIO  •       139 

COSÌ  formulata  sempre  sulle  traccie  dello  Stagirita  : 
verbum  est  vox  significativa  secundum  placitum  cwn 
tempore,  cuius  nulla  pars  significativa  est  separata,  ali- 
quid  finitwn  designans  et  praesens  ;  in  altri  termini, 
spieghiamo  noi,  il  nome  della  categoria  di  tempo  non  è 
toccato,  giacche  ciò  che  esso  esprime  è  vero  tanto  al 
di  qua  come  al  di  là  di  tale  categoria,  potendo  esso 
trovar  luogo  e  nel  campo  infinito  della  possibilità, 
come  in  quello  della  realtà  e  della  necessità  ;  il  nome 
cioè  rappresenta  come  una  condizione  statica  possibile 
0  reale,  o  necessaria,  sempre  in  lelazione  al  lavoro 
logico  più  0  meno  perfetto,  di  cui  esso  è  il  termine  ; 
il  verbo  rappresenta  invece  un'  attuazione  qualsiasi 
dinamica  o  di  un'  azione  o  di  una  passione,  per  ciò 
esso  deve  per  forza  concepirsi  come  alcunché  che 
s' inizii  e  quindi  come  alcunché  che  si  consumi, 
quello  adunque  che  il  verbo  esprime  fieri  sine  tem- 
poris  notatione  non  potest,  conchiude  Boezio,  met- 
tendo così  in  evidenza  anche  uno  dei  motivi  fon- 
damentali, per  cui  alle  due  classi  e  di  nomi  e  dì 
verbi  tutte  le  altre  parti  del  discorso  si  possono 
filosoficamente  ridurre. 

Da  tutto  quanto  abbiamo  finora  esposto  ben  si 
vede  quanto  sia  vero  ciò  che  é  stato  affermato  : 
essersi  già  nel  periodo  patristico  del  pensiero  cri- 
stiano formata  una  tradizione  sui  rapporti  tra  logica 
e  filosofia  del  linguaggio,  per  quel  tanto  che  que- 
sta allora  poteva  valere,  cosicché  quando  la  Patri- 
stica cadde,  ed  a  poco  a  poco  i  nuovi  orientamenti 
della  vita  civile  e  politica  ingenerarono  quelle  condì- 


140  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

zioni  da  cui  uscì  poi  la  Scolastica,  questa  potè  to- 
sto attuare  i  suoi  caratteri  specifici,  attaccandosi  a 
quel  filone  di  pensiero  filosofico  aristotelico,  che 
già  aveva  saputo  tanto  bene  prodursi  nei  secoli- 
precedenti  intorno  all'  Organon  dello  Stagirita. 

E» si  noti  condizione  speciale  in  cose:  dal  se- 
colo Vili  al  XII  secolo,  cioè  nel  periodo  delle  ori- 
gini e  delle  prime  manifestazioni  della  Scolastica, 
tutto  fu  ancora  incoerente  ed  incerto.  La  Metafisica, 
come  ben  dimostra  1'  Espenberger,  ^),  vi  è  ancora 
frammentaria  ed  ondeggiante  bizzarramente  tra  idee 
aristoteliche  e  platoniche  :  la  dottrina  seducente  delle 
idee,  madre  del  Realismo  ad  oltranza,  tosto  si  trova 
di  fronte  alle  contrarie  teorie  aristoteliche  di  so- 
stanza, di  natura,  di  persona  :  i  concetti  fondamentali 
del  Peripatetismo  di  materia  e  di  forma,  chiave  di  volta' 
di  tutta  la  sintesi  scolastica-tomistica  posteriore,  vi 
sono  ancora  mal  compresi,  la  materia,  per  esempio,  è 
il  chaos  per  Alenino,  è  1'  atomo  materiale  per  Gio- 
vanni di  Conches,  è  una  massa  qualitativamente  co- 
stituita e  dotata  di  moto  dinamico  per  le  scuole  di 
Chartres  e  se  qualcuno,  come  dice  il  Wulf  '),  rico- 
nosce in  essa  il  carattere  di  indeterminato  assoluto 
e  di  passività  che  vi  riconosceva  Aristotele,  è  però 
incapace  di  approfondire  tale  nozione  :  la  forma  poi 
non  è  già  considerata  come  il  principio  sostanziale 


1)  M.  ESPENBERGER,  Die  Philosophie  des  Petrus  Lombardiis,  Miin- 
ster  1901,  pag.  36.  Cfr.  anche  Domet  De  VORGES,  S.  Anselnie,  Paris 
1901  pag.  149  e  sgg. 

2)  Cfr.  Wulf,  op.  cit.  pag.  139. 


AL    SORGERE    DELLA     SCOLASTICA  141 

dell'  essere,  ma  piuttosto  come  una  somma  di  pro- 
prietà ;  in  altri  termini  in  quel  periodo  si  agitano  le 
formule  antiche,  ma  chi  più  chi  meno,  tutti  si  mo- 
strano incapaci  di  interpretarle  secondo  lo  spirito 
loro.  Qualche  cosa  di  simile  avviene  per  le  dot- 
trine cosmologiche,  a  proposito  delle  quali  si  o- 
scilla  tra  due  tesi  inconciliabili  :  quella  della  vita  au- 
tonoma della  natura,  trasvestimento  inaspettato  dell' 
antica  teoria  platonica  dell'  anima  del  mondo  e  della 
concezione  del  fatum  stoico,  e  1'  altra  tesi  della 
individualità  di  ogni  essere  naturale  contenuto  nell' 
universo,  sostenuta  da  Abelardo  e  da  Giovanni  di 
Salisbury.  Così  in  psicologia  nel  campo  della  qua- 
le è  vero  che  -fino  al  secolo  XII  regnò  indisturbato 
S.  Agostino,  e  quindi  per  mezzo  suo  un  indirizzo 
platonico,  non  per  questo  però  mancarono  e  dubbi 
ed  incertezze  ed  errori  :  creazionismo  e  traduciani- 
smo,  per  esempio,  come  già  nello  spirito  di  Ago- 
stino, vi  si  alternano  e  vi  si  confondono,  si  vuol 
salvare  1'  indipendenza  dell'  anima  e  si  arriva  d'  al- 
tra parte  a  riguardarla  come  una  proprietà  della 
materia  ;  così  in  morale  dove  tutto  si  riduce  ad 
una  descrizione  delle  virtù  particolari  ricalcandosi 
malamente  ciò  che  già  avevan  fatto  gli  Stoici,  così 
in  teodicea,  e  così  in  genere  per  qualsiasi  altro 
palpito  di  pensiero. 

La    parte  invece  del  pensiero  riflesso  che  non 
fu  toccata  ne  da  incertezza  né  da  dubbio,  e  che  si 
tramandò    sotto    una  forma  già  rigidamente  compo- 
sta a  sistema  fu  appunto  la  dialettica,  dove  Aristo- 
tele   regnò   senza    rivali,  e  regnò  secondo  verità  e 


142  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

giustizia,  perchè  conosciuto  nel  suo  vero  essere,  o 
per  meglio  dire  nelle  genuine  opere  sue.  La  tradi- 
zione intessutasi  già  nel  periodo  patristico  tale  re- 
gno preparò  con  tutte  le  arti  del  buon  ordine  e 
della  coerenza  ;  S.  Agostino  ')  stesso  col  tessere 
nel  De  civitate-  Dei  V  elogio  dello  Stagirita  lo  pro- 
clamò degno  della  corona,  che  poi  a  questo  fu  data 
e  conservata,  tanto  più  che  1'  elogio  del  santo  d' Ip- 
pona  si  congiunge  all'  elogio  che  egli  fa  della  dia- 
lettica per  la  spiegazione  stessa  delle  Scritture,  e  cosi 
la  dialettica  aristotelica  fu  il  solo  punto  fisso  e  sicu- 
ro fino  al  secolo  XII  circa,  in  mezzo  all'  ondeggia- 
re di  tutto  il  resto  nel  campo  infinito  del  pensiero 
riflesso. 

Vale  la  pena  che  noi  di  questo  regno  passiamo 
tosto  a  considerare  alcuni  momenti,  quelli  che  ci 
interessano,  lasciandone  nelT  ombra  tutte  quelle  de- 
viazioni 0,  per  meglio  dire,  tutti  quegli  eccessi  di 
potere,  a  cui  esso  ha  pur  dato  luogo,  fra  i  quali  il 
più  grave  fu  senza  dubbio  quello  messo  in  luce 
dal  Baumgartner  -'),  per  cui  essendosi  abusivamente 
trasportata  la  teoria  del  giudizio  dal  dominio  logico 
al  dominio  metafisico  si  è  dato  luogo  ad  una  falsa 
interpretazione  della  teoria  ilemorfica,  che  fu  poi 
motivi  di  tante  incertezze  ed  errori. 


1)  Aristotele  in  tutto  è  citato  tre  volte  dal  vescovo  d' Ippona,  che 
nel  De  civitate  Dei,  (Vili.  12)  lo  chiama;  vir  excellentis  ingenii. 

2)  V.  BAUMGARTNER,  Die  Philosopliie  des  Alanus  de  Insiilis  (Bei- 
jrage  zur  Geschichte  der  Phil.  d.  Mittelalters  U,  4).  MUnster  1896, 
pag.  57  e  sgg. 


AL  SORGERE  DELLA  SCOLASTICA  143 

Intanto  vediamo  che  in  Alenino  *),  il  grande 
interprete  ed  esecutore  delle  riforme  pedagogiche 
escogitate  dal  genio  di  Carlo  Magno  in  quella  fresca 
primavera  di  rinascenza  attuatasi  nella  sua  corte, 
nella  sua  opera  «  De  dialectica  »  e  nella  sua  «  Gram- 
matica »  nulla  si  trova  che  non  si  possa  già  rintrac- 
ciare nelle  opere  di  Boezio,  di  Cassiodoro,  ed 
anche  di  Isidoro  di  Siviglia,  il  quale  per  quanto 
così  '  poco  nei  suoi  20  libri  delle  «  Origini  od 
Etimologie,  »  ragioni  intorno  a  questioni  di  logica, 
di  dialettica,  e  di  linguistica,  pure  abbastanza  chia- 
ramente dimostra  tutto  l' indirizzo  tradizionale  ari- 
stotelico da  lui  seguito  anche  per  tali  questioni.  Le 
differenze,  per  esempio,  nella  dialettica  tra  Platone  ed 
Aristotele  sono  da  lui  ben  notate,  come  trasparente 
è  la  sua  preferenza  per  quest'  ultimo  ~). 

Riportiamo  di  S.  Isidoro  questo  passo  solo,  che 
pressapoco  si  trova  riprodotto  poi  anche  in  Aleni- 
no ^)  :  Nomen  dictum  quasi  notamen  qiiod  nobis  vo- 
cabulo  res  notas  ejficiat,  nisi  enim  nomen  scierìs, 
cognitio  rerum  perit,  concetto  questo  che  troviamo 
oltre  che  in  Alenino,  come  si  è  detto,  anche  in  Fre- 
degiso,  scolaro  di  Alenino,  laddove  dice  :  omne  no- 
men finctum  aliquid  significat,  ut  homo,  lapis,  li- 
gnum  :  haec  enim  ubi  dieta  fuerunt  simul  res  quas 
significant  intelligimus  '). 

Parrebbe   a  prima  vista  di  trovarci  qui  davanti 


1)  Cfr.  WULF,  op.  cit.,  pag.  144. 

2)  ISIDORO,  Origini,  lib.  I,  1;  I,  7;  U,  22. 

3)  Cfr.  Prantl,  op.  cit.,  Voi.  II,  Leipzig.  1861,  pag.  17. 


144  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ad  una  derivazione  platonica  ^)  a  base  di  rapporto 
di  natura  tra  nome  e  cosa  nominata,  ma  ciò  non  è  ; 
il  fatto  che,  detto  un  nome,  noi  veniamo  a  cono- 
scere la  cosa  che  con  esso  viene  significato,  s'  ac- 
corda infatti  benissimo  anche  colla  teoria  fonda- 
mentale di  Aristotele  che  nessun  rapporto  di  natura 
vi  è  tra  quello  o  questa,  trattandosi  solo  di  un  rap- 
porto stabile  o  per  convenzione  o  per  abitudine, 
tanto  pila  che  Fredegiso  ha  quel  finctum,  il  quale  la- 
scia nessun  dubbio  in  proposito  ;  per  Platone  infahi  e 
per  i  suoi  seguaci,  gli  Stoici,  Filone,  Eunomio,  i  nomi 
non  si  possono  in  alcun  modo  chiamare  «fincta  » ,  cioè 
foggiati  od  inventati  dall'  uomo,  giacche  essi  sa- 
rebbero posti  dai  più  abili,  dai  più  periti,  da  quelli 
cioè,  che  avendo  meglio  studiate  le  singole  cose 
ne  hanno  visto  meglio  la  natura,  e  per  ciò  da  questa, 
come  da  un  elemento  oggettivo,  spillato,  per  così 
dire,  il  nome. 

Una  deviazione  invece,  per  quanto  fugace,  dall' 
indirizzo  peripatetico  preponderante,  come  si  è  detto, 
in  quei  tempi  nel  campo  della  logica,  troviamo  in 
Scoto  Erigena.  Non  è  qui  il  luogo  di  mostrare  tutta 
la  grande  influenza  che  I'  Erigena  ha  esercitato  sullo 
svolgimento  del  pensiero  filosofico  medievale  ulte- 
riore. Egli  che  per  il  primo  in  pieno  secolo  IX  colla 
sua  opera  principale  «  De  divisione  naturae  »  ha  sa- 
puto  elaborare   una  sintesi  completa  di  filosofia,  fu 


1)  Ricordiamo  a  questo  proposito  l' insegnameuto,  evidentemente 
d'  origine  platonica,  di  S.  Isidoro  suH'  esilità  dell'  /,  di  cui  già  si  è  par- 
lato. (Cfr.  del  nostro  lavoro,  cap.  HI,  pag.  85). 


NEL  PENSIERO  DI  SCOTO  ERIGENA  145 

senza  dubbio  il  padre  di  tutto  quel  fermento  razio- 
nalistico-mistico,  che  gemmazione  del  Neoplatonismo 
antico  si  andò  fissando  secondo  le  due  traiettorie 
del  Panteismo  e  dell'  Emanatismo.  A  noi  basti  qui 
ricordare  come  V  Erigena,  il  quale  la  propria  specu- 
lazione cominciò  ad  esercitare  commentando  le  opere 
del  pseudo  Dionigi,  di  cui  papa  Paolo  I  aveva 
inviato  un  esemplare  a  Pipino  di  Francia,  da  esse 
ritrasse  tutto  V  andamento  largo  e  maestoso  del  suo 
filosofeggiare,  diventando  e  rimanendo  poi  sempre 
un  neoplatonico  convinto,  per  quanto  le  sue  dot- 
trine cercasse  mai  sempre  di  conciliare  coi  dogmi 
della  Chiesa,  e  coi  dettami  delle  Scritture,  non  dubi- 
tando però  di  tormentar  queste  sotto  le  audacie  di 
interpretazioni  allegoriche  per  addattarle  alle  proprie 
dottrine,  come,  per  esempio,  egli  ha  fatto  a  proposito 
della  creazione  del  mondo,  che,  secondo  il  suo  con- 
cetto, doveva  invece  essere  stato  ed  essere  ancora 
una  creazione  fatta  da  Dio  di  se  stesso  nell'  uni- 
verso tutto. 

È  evidente  che  con  tali  liberi  ed  arditi  intendi- 
menti mal  si  potevano  conciliare  le  strettoie  a  cui 
la  tradizione  aveva  ridotta  la  logica  e  la  dialettica 
di  Aristotele  :  l' interpretazione  che  della  natura 
della  parola  aveva  dato  Platone  molto  meglio  s'  ac- 
cordava coi  fondamenti  di  tutta  la  sua  speculazione, 
ed  infatti  ad  essa  egli  aderì,  ed  è  sua,  per  esempio, 
la  sentenza  :  ciò  che  noi  conosciamo  nelle  parole  è 
necessario  che  noi  conosciamo  anche  nelle  cose  da 
esse  significate*:  qiiod  de  nominibns  cognoscimus 
necessarium   est  ut  in  his  rebus  quae  ab  eis  signifi- 


146  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

cantar  cognoscamus  '),  in  cui  è  evidente  1'  afferma- 
zione di  un  rapporto  di  natura  tra  nome  e  cosa  si- 
gnificata ;  dall'  Erigena,  per  esempio,  è  conservata 
la  derivazione  areopagitica  di  O-ió?  da  O-éw,  io  corro, 
fatta  collo  scopo  di  mostrare  che  veramente  la  di- 
N^inità  corre  nelle  viscere  del  mondo,  sicché  questo 
non  è  che  una  vasta  ondulazione  del  divenire  di- 
vino. Anche  laddove  -)  T  Erigena  fa  1'  elogio  della 
grammatica  e  della  retorica,  descritte  velati  qaae- 
dam  membra  dialecticae,  tiene  alta  1'  estimazione  fi- 
losofica sì  dell'  una  come  dell'  altra,  in  quanto  le 
concepisce  sempre  in  relazione  ad  rerum  nataram, 
sicché  trattando  di  esse  gli  argomenti  devono  ap- 
punto esser  tratti  ex  rerum  natura.  Le  stesse  defini- 
zioni che  r  Erigena  dà  della  grammatica  e  della  re- 
torica •')  e  della  dialettica  0,  i  rapporti  tra  nomi  e 
cose  indicati  anche  dalle  seguenti  sue  parole  '')  :  no- 
mina apposita  e  regione  sibi  alia  nomina  respiciunt, 
necessario  etiam  res  qaae  proprie  eis  significa ntar, 
oppositas  sibi  contrarietales  obtinere  intelliguntur,  i 
raffronti  tra  i  così  detti  nomina  lucis  colle  species 
reram  visibiles  ed  intelligibiles  ed  i  nomina  tenebra- 
ram  colle  cause  omnem  sensum  et  intellectum  sape- 
rantes  ''),  tutti  insomma  gli  accenni  ad  una  specu- 
lazione  qualsiasi    sul    linguaggio  rivelano  nell'  Eri- 


1)  Scoto  Erigena,  De  divisione  natnrae,  I,  14. 

2)  Scoto  Erigena,         »  »  V,  4. 

3)  Scoto  Erigena,         »  »         l,  ^7. 

4)  Scoto  erigena,         »  »         v,  4. 

5)  Scoto  Erigena,         »  »         l,  14. 

6)  Scoto  erigena,         »  »         ni,  29. 


E    LA   QUESTIONE  DEGLI  UNIVERSALI  147 

gena  un  largo  senso  d' interpretazione  platonica  a 
proposito  della  natura  dei  nomi  e  dei  loro  rapporti 
alle  cose. 

L'  Erigena  ebbe,  come  è  noto,  una  grandissima 
importanza  nella  storia  della  filosofia  per  il  fatto 
d'  aver  egli,  partendo  dal  suo  concetto  fondamentale 
dell'  identificazione  dei  gradi  dell'  astrazione  coi 
gradi  dell'  intelligenza  0,  rimessa,  per  così  dire,  all' 
ordine  del  giorno  quella  questione  degli  universali, 
che  se  idealmente  risale  a  Platone  ed  ad  Aristotele, 
storicamente  si  inizia  da  un  passo  dell'  Isagoge  di 
Porfirio. 

Anche  qui  dobbiamo  intenderci  ;  vi  furono  degli 
autori  quali  1'  Haureau  ed  il  Taine  che  tutta  la  Sco- 
lastica vorrebbero  ridurre  ad  una  disputa  continua 
ed  ininterrotta  intorno  agli  universali,  ora  ciò  non  è 
vero,  per  quanto  la  lotta  sia  stata  combattuta  strenua- 
mente da  una  parte  e  dall'  altra  da  realisti,  concet- 
tualisti e  nominalisti,  i  quali  talvolta  offrivano  di  sé 
uno  spettacolo,  che  potè  strappare  sorrisi  ad  uo- 
mini relativamente  spregiudicati  come  Giovanni  di 
Salisbury  '). 

Noi  non  possiamo  certo  seguire  tutte  le  mo- 
venze assunte  in  relazione  a  tempi  ed  a  luoghi  di- 
versi da  tale  contesa,  dovendoci  solo  accontentare 
di  mettere  in  evidenza  le  relazioni  necessarie  che 
il  problema  degli  universali  doveva  avere  ed  ha 
avuto  di  fatto  colla  speculazione  sui  nomi. 


1)  Cfr.  in  proposito  Ueberwegs,  Gnindriss  etc,  Voi.  U  pa.ii.  139. 

2)  Giovanni  di  Salisbury,  Polkraticus,  lib.  VU,  cap.  12.  (Ioan- 
NIS  SARESBERIENSIS,  Opera,  Lusduiii  Batavoruin,  1595,  pag.  385). 


148  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Anzitutto  notiamo  il  fatto  che  la  questione,  di 
cui  stiamo  parlando,  è  nata  appunto  sul  terreno  della 
logica,  da  cui  a  poco  a  poco  è  arrivata  a  quello 
psicologico,  per  invadere  finalmente  quello  metafi- 
sico, dove  solo  poteva  avere  una  soluzione  ade- 
guata ;  ricordiamo  i  precedenti  storici  :  Porfirio  si 
era  domandato  :  i  generi  e  le  specie  esistono  nella 
natura,  o  non  sussistono  che  in  pure  costruzioni 
dello  spirito  ?  Dato  che  essi  sieno  delle  cose,  sono 
esse  corporee  od  incorporee  ?  Esistono  essi  fuori 
degli  esseri  sensibili  o  sono  realizzati  in  esse  ^)  ?  È 
evidente  che  la  domanda  fondamentale  è  la  prima  ri- 
guardante appunto  r  obbiettività  dei  generi  e  delle 
specie,  che  in  fondo  non  sono  che  gli  oggetti 
dei  nostri  concetti  ,  produzione  questi  della  no- 
stra facoltà  astrattiva,  i  di  cui  risultati  noi  fis- 
siamo appunto  coi  termini  del  nostro  linguaggio. 
Se  noi  infatti  non  avessimo  questi,  noi  saremmo 
sempre  daccapo,  ed  inutile  sarebbe  tutto  il  lavoro  lo- 
gico dello  spirito  nostro,  come  sarebbe  inutile,  per 
usare  alcune  note  similitudini  dell'  Hamilton,  quello  di 
chi  volesse  scavare  una  galleria  nella  sabbia  senza  so- 
stenere con  sostegni  la  parte  di  scavo  già  composta,  o 
di  chi  volesse  penetrare  in  un  paese  avversario  da 
conquistare,  senza  assicurarsi  alle  spalle  le  con- 
quiste già  fatte  con  opportune  fortezze. 


1)  Ecco  le  parole  di  Porfirio  :  Mox  de  generibus  et  speciebus  illud 
quidem  sive  subsistant,  sive  in  nudis  intellectibus  posita  sitit,  sive 
subsistentia  corporalia  sint  an  incorporalia,  et  utnim  separata  a  sensibi- 
libus  an  insensibilibus  posita  et  circa  haec  consistentia,  dicere  reca 
sabo.  (Cfr.  BOETHii,  Opera,  Basilea  1579.,  pag.  53), 


E    LA   QUESTIONE  DEGLI  UNIVERSALI  149 

Boezio  ne'  suoi  commentarii  all'  Isagoge  di 
Porfirio  non  seppe  dare  alle  domande  del  filosofo 
neoplatonico  che  risposte  poco  coerenti  e  poco 
precise,  e  così  la  questione  si  trascinò  rimanendo 
sempre  sott5  la  forma  :  gli  oggetti  dei  nostri  con- 
cetti esistono  nella  natura  (subsistentia),  o  si  ridu- 
cono a  delle  pure  astrazioni  (nuda  intelleda)  ?  Sono 
si  0  no  delle  cose  ')  ? 

Quante  e  quali  furono  la  risposte  ?  Il  Mercier, 
a  tale  riguardo  nella  sua  Criteriologia  generale  ~) 
dice  che  esse  furone  quattro  :  abbiamo  prima  il  Rea- 
lismo esagerato,  copia  di  queir  antico  di  Platone, 
secondo  il  quale  vi  è  armonia  tra  concetto  e  realtà 
oggettiva,  la  quale  quindi  esiste  nello  stesso  stato 
di  universalità  che  riveste  la  realtà  pensata  :  all'  e- 
stremo  opposto  vi  è  il  Nominalismo,  il  quale  al  con- 
trario del  Realismo  ad  oltranza,  il  quale  sognò  il 
mondo  reale  secondo  gli  attributi  del  mondo  pen- 
sato, modellò  il  pensiero  sulle  cose  esteriori,  negan- 
do perciò  l'esistenza  dei  concetti  universali,  e  rifiu- 
tando air  intelletto  il  potere  di  dar  ad  essi  origine. 
In  mezzo  a  tali  due  estremi  sta  :  I"  il  Concettualismo, 
che  ammette  1'  esistenza  ed  il  valore  ideale  dei  con- 
cetti universali,  non  il  valore  loro  reale  ;  i  concetti 
hanno  per  termini  mentali  oggetti  \xmvQ:x?>dA\{oggettività 
ideale),  ma  noi  non  sappiamo  se  essi  hanno  un  fonda- 
mento al  di  fuori  di  noi,  e  se  nella  natura  gli  indivi- 
dui posseggono  distributivamente   {oggettività  reale, 


1)  Cfr.    LOKWE,   Kampf  zwischen    Rcalismiis  iind   Nominalìsmiis 
in  Mittelalter,  Prag  1876.  pag.  30. 

2)  D.  Mercier,  Criteriologie  generale,  Louvain,  1900,  pag.  300  et  sgg. 


150  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

l'essenza  che  noi  concepiamo  come  realizzate  in 
ciascuno  d'  essi  ;  IF  il  Realismo  moderato,  aristote- 
lico, 0  tomista,  che  ammette  il  valore  ideale,  ed  il 
valore  reale  del  concetto  :  le  cose,  usiamo  ancora  le 
parole  del  Mercier,  sono  particolari,  ma  noi  abbia- 
mo il  potere  di  rappresentarcele  astrattamente  ;  ora  il 
tipo  astratto,  quando  l'intelligenza  lo  scorge  per  rifles- 
sione e  lo  mette  in  rapporto  coi  soggetti  particolari 
in  cui  esso  è  realizzabile,  è  attribuibile  a  ciascuno 
d' essi  ed  a  tutti  :  quest'  applicabilità  del  tipo  a- 
stratto  agli  individui  è  la  sua  universalità. 

Tali  sono  le  quattro  risposte  alle  domande  for- 
mulate da  Porfirio  in  un  trattato  di  Logica,  come  è 
appunto  r  Isagoge,  il  Wulf  ')  dice  che  il  Realismo 
assoluto  è  contro  il  buon  senso,  ed  è  vero,  esso 
però  aveva  avuto  uno  splendido  campione  in  Pla- 
tone ;  d'  altra  parte  ricordiamo  che  1'  esemplarismo 
agostiniano  nella  sua  forma  primitiva  giù  giù  fino 
alla  species  intelligibiles  da  S.  Bonaventura  e  da  S. 
Tommaso  ammesse  negli  angeli,  •)  alla  rationes  semi- 
nales  ammesse  da  S.  Tommaso  stesso  era  una  gran- 
de concessione  fatta  all'  antica  teoria  idealogica  di 
Platone  :  ben  più  strana  a  noi  appare  invece  la  ri- 
sposta nominalistica,  e  non  solo  a  noi,  ma  anche 
ad  altri,  i  quali  messisi  a  giudicare  di  essa  sul  ter- 
reno storico  hanno  potuto  convincersi  che  in  realtà 
non  è  mai  esistita  nell'  età  di  mezzo  una  scuola  di 
filosofia,    la    quale  si  sia  formata  e  raggruppata  in- 


1)  Wulf,  op.  cit.  pag.  162. 

2)  Cfr.  in  proposito  :  P.  ROTTA,  La  coscienza  religiosa  medievale, 
Angelologia,  Torino  1908,  pag.  74, 


E    LA  QUESTIONE  DEGLI  UNIVERSALI  151 

torno  ad  una  tesi  così  inetta,  quale  poteva  esser 
quella,  secondo  cui  1'  universale  non  è  che  una  ri- 
sonanza dell'  aria,  il  soffio  materiale  della  voce, 
o^  flatus  vocis  »  0. 

Comunque  però  sia  di  ciò  resta  un  fatto  che 
tutta  la  contesa  degli  universali  si  è  iniziata  e  per 
non  poco  si  è  svolta  su  terreno  grammaticale  logico 
e  non  avrebbe  potuto  esser  diverso  :  tutta  la  que- 
stione infatti  stava  nel  decidere  quale  doveva  essere 
il  contenuto  per  i  singoli  nomi,  concepiti  con  sim- 
boli necessari  dei  singoli  concetti.  Considerata  anzi 
sotto  questo  punto  di  vista,  noi  possiamo  dire  che 
tale  lotta  rappresenta  lo  svolgimento  di  uno  dei  ca- 
pitoli più  interessanti  di  qualsiasi  filosofia  del  Pn- 
guaggio. 

È  noto  che  si  è  discusso  a  lungo  se  prima  tra 
gli  uomini  abbiano  avuto  corso  i  nomi  comuni  o 
non  piuttosto  i  nomi  proprii  ;  Adamo  Smith  nella  sua 
«  Teoria  dei  sentimenti  morali  »  ~)  ha  sostenuto  che 
prima  ci  devono  essere  stati  nomi  proprii,  cioè  no- 
mi individuali,  il  Leibniz  invece  pensava  il  con- 
trario, prò  axiomate  habens,  sono  le  sue  stesse  paro- 
le, omnia  nomina  quae  vocamus  propria  aliquando 
appellativa  fiiisse,  alioquin  ratione  nulla  cóstarent.  ') 
Questa   opinione   fu   validamente  difesa  in  tempi  a 


1)  Cfr:  Groeber,   Gnindriss  d.  roman.   Philol.,  U,  pag.  550,  n.  1, 
dove  si  riporta  in  proposito  l'opinione  dei  Windelband. 

2)  Cfr.  Dugald-Stewart,  Elementi  de  la  Pliilosophie  de  V  Espri, 
humain,  Paris  1845,  voi.  Ili,  pag.  21. 

3)  L'opinione    del    Leibniz    è    riportata  pure  dal  DuRald  -  Stewart 
(loc.  cit). 


152  La  filosofia  del  linguaggio 

noi  più  vicini  dal  Max  Muller  ^)  dal  Rosmini  "-), 
dal  Darmesteter  •^)  dallo  Zoppi  ^),  1'  opinione  dello 
Smith  fu  recentemente  difesa,  per  quanto  in  parte 
modificata,  dal  Fonsegrive  •').  Una  tale  questione 
non  fu  per  nulla  direttamente  posta  in  tempi  anti- 
chi, per  quanto,  secondo  il  Giussani  ^)  V  opinione 
che  ogni  nome  in  origine  sia  stato  un  predicato,  e 
quindi  ogni  nome  proprio  sia  stato  comune,  è  il 
presupposto  necessario  di  tutta  la  discussione  quale 
si  è  svolta  nel  Cratilo  di  Platone. 

Neil'  età  di  mezzo  se  tale  questione  non  fu  po- 
sta sotto  il  suo  aspetto  storico  fu  però,  per  così  dire, 
coinvolta  nel  problema  più  largo  e  generale  de- 
gli universali.  Prima  di  decidere  cioè  se  prima  ci 
furono  i  nomi  generali,  i  nomi  cioè  che  possono  cor- 
rispondere ad  una  serie  estesa  di  cose,  che  per  la 
loro  eguaglianza  logica  in  ordine  a  comprensione 
ed  estensione  possono  essere  comprese  in  un  solo 
concetto,  e  quindi  essere  espresse  con  un  termine 
solo,  o  se  non  piuttosto  prima  ci  furono  i  nomi 
particolari,  nomi  cioè  che  possono  corrispondere  ad 
un  individuo  solo,  era  necessario  risolvere  la  que- 
stione pregiudiziale  :  il  genere  e  la  specie  esistono 
poi  come  qualche  cosa  di  reale  fuori  di  noi,  o  esi- 


1)  May  Mueller,  The  science  of  Thought,  London  1887,  pag.  432. 

2)  Cfr.G.  MORANDO,  Corso  di  Filosofia,  voi.  I,  Milano  1898,  pag.  225, 
e  sgg. 

3)  H.  Darmesteter,  La  vie  des  mots,  Paris  1887,  pag.  41. 

4)  ZOPPI,  op.  cit.,  pag.  166,  167. 

5)  G.   Fonsegrive,   Èlements   de   Philosophie,   voi.   I,  Paris  1890 
pag.  243. 

6)  C.  Giussani,  op.  cit.,  pag.  no. 


E  LA  QUESTIONE  DEGLI  UNIVERSALI  153 

stono  solo  come  qualche  cosa  allo  stato  ideale  dentro 
di  noi  0  non  esistono  affatto,  o  sono  semplicemente 
flatus  vocis  ?  Per  il  Nominalismo,  per  esempio,  non 
avrebbe  potuto  aver  valore  che  la  tesi  difesa  poi 
dallo  Smith,  giacche  come  si  sarebbe  potuto  par- 
lare di  nomi  comuni,  quando  si  negava  per  fino 
r  esistenza  dei  concetti  universali  ?  evidentemente 
quelli  non  sarebbero  stati  in  tal  caso  che  etichette 
sopra  dei  recipienti  vuoti.  Per  il  Realismo  invece  le 
cose  sarebbero  andate  ben  diversamente,  e  le  mo- 
dalità stesse  della  speculazione  di  Platone  ne  sono 
una  prova.  La  tesi,  sostenuta  poi  dal  Leibniz,  ha 
detto,  come  si  è  visto,  il  Giussani,  è  il  presupposto 
del  Cratilo  platonico,  noi  possiamo  aggiungere  che 
essa  è  il  presupposto  di  qualsiasi  soluzione  realistica, 
ed  anche  solo  concettualistica  della  questione  degli 
universali.  Una  volta  infatti  che  si  ammetta  il  concetto, 
e  lo  si  ammetta  come  produzione  della  facoltà  astraente 
dello  spirito  nostro  in  rapporto  a  reali  caratteri  di  so- 
miglianza tra  le  diverse  serie  delle  cose,  una  volta 
che  tale  concetto  lo  si  creda  applicabile  non  di- 
ciamo ai  tipi  delle  cose  relativamente  esistenti,  co- 
me avrebbe  potuto  dare  un  Realismo  qualunque  ad 
oltranza,  ma  lo  si  creda  applicabile  agli  individui 
stessi  in  quanto  in  questo  lo  spirito  riscontra  quel 
tanto  di  comprensione  con  cui  per  astrazione  ha 
plasmato  il  loro  tipo  ideale,  quando  tutto  questo  si 
ammetta  secondo  i  dati  di  un  semplice  Realismo 
moderato,  allora,  e  solo  allora,  la  parola  avrà  tutta 
la  sua  importanza  e  tutto  il  suo  valore,  allora  e 
solo   allora  essa  sarà  etichetta  di  quei  recipienti  di 


154  LA  filosofìa  del  LINGUAGGIO 

cui  tutti  conosceranno  il  contenuto,  allora  e  solo 
allora  il  linguaggio  sarà  veramente  il  complesso  di 
quelle  tessere  che  sonò  utili  e  necessarie  per  il  com- 
mercio degli  animi.  In  caso  contrario  la  parola  non 
sarà  più  termine  fisso  di  un  lavoro  comune  coe- 
rente ed  omogeneo,  ma  sebbene  semplice  descrizione 
fugace  che  colla  cosa,  a  cui  sarà  momentaneamente 
applicata,  dovrà  scomparire  nel  caos  dell'  indistinto 
mfinito,  sicché  tutti  allora  ci  troveremmo  nel  caso 
del  Sofista  greco,  il  quale  ebbe  la  bizzarria  di  por- 
re ad  un  suo  schiavo  un  nome  nuovo  chiamandolo 
«  neppure  »,  e  se  ne  vantava  credendo  così  di  aver 
dimostrato  che  ogni  parola  potesse  diventare  signi- 
ficativa ad  arbitrio,  senza  capire,  nota  il  celebre 
linguista  Max  MUller,  che  con  quel  «  neppure  »  po- 
teva benissimo  chiamare  un  dato  individuo,  ma  che 
mai  quel  nome  avrebbe  potuto  istituire  il  nome  co- 
mune «  schiavo  » ,  perchè  questo  era  già  ormai  tra- 
dizional  termine  di  un  dato  concetto,  sicché  facendo 
quella  sostituzione  nessuno  più  V  avrebbe  inteso, 
perchè  si  sarebbe  tagliato  il  ponte,  su  cui  era  pos- 
sibile la  comunicazione  tra  gli  uomini  di  quella 
bricciola  di  sapere  raccolta  amorosamente  nel  seno 
di  quel  dato  concetto. 

Queste  sono  le  ragioni  di  ordine  logico  per  cui 
noi  crediamo  conglobata  nella  questione  degli  uni- 
versali anche  un  grande  problema  di  filosofia  del 
linguaggio,  nel  che  andiamo  d'  accordo  col  Croce  *), 
il  quale   pure   crede    che   in  quella  disputa  secolare 


1)  B.  Croce,  op.  cit.,  pag.  178. 


E    LA   QUESTIONE  DEGLI  UNIVERSALI  155 

non  si  potè  non  toccare  in  qualche  modo  la  rela- 
zione tra  il  verbo  e  la  carne,  tra  il  pensiero  e  la 
parola.  Certo  si  è  che  ben  diverso  sarebbe  stato 
lo  svolgimento  di  tutta  la  contesa,  che,  nata  su 
terreno  logico,  sopra  di  questo  rimase  per  tanto 
tempo,  se  oltre  che  1'  Organon  dello  Stagirita  si 
fossero  presto  conosciute  anche  quelle  altre  sue  o- 
pere,  in  cui  egli,  integrando  la  metafisica  di  Eraclito 
con  quella  di  Parmenide,  scioglie  la  questione  dei 
rapporti  tra  individuale  ed  universale  in  quel  modo 
che  fu  uno  dei  punti  specifici  e  caratteristici  di  tutto 
quanto  il  Peripatetismo. 

Ed  ora  da  tali  considerazioni  d' indole  generale 
veniamo  a  vedere  un  po'  più  da  vicino  qualcuno 
di  questi  autori  che  si  sono  gettati  nella  disputa,  e 
ciò  allo  scopo  di  avere  la  contropprova  di  tutto 
quanto  abbiamo  poco  sempre  affermato. 

Già  si  è  discorso  di  Fridigiso,  uno  dei  primi 
campioni  del  Realismo,  a  cui  tosto  s'  aggiunsero, 
per  non  citare  che  i  principali,  Remigio  d'  Auxerre, 
Gerberto,  Fulberto,  fondatore  della  scuola  di  Char- 
tres,  Oddone  di  Tournai,  scrittori  tutti  di  logica 
e  di  dialettica  :  trattarono  essi  qualche  volta  anche 
di  metafisica,  ma  in  modo  frammentario,  rivolgendo 
tutto,  r  acume  della  loro  speculazione  a  quelle  que- 
stioni di  logica,  in  cui,  trattandosi  dei  concetti  e 
dei  giudizii,  tosto  si  ingenerava  l'addentellato  per 
discutere  intorno  all'  oggettività  di  quelli,  che  essi, 
come  realisti,  ammettevano  assicurando  così  non 
solo  il  contenuto  ideale,  ma  anche  reale  della  parola 
in  quanto  manifestazione  di  concetti. 


156  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

E  COSÌ  accadde  anche  nell'  altro  campo,  cioè  in 
quello  degli  antirealisti,  i  quali,  badiamo  bene, 
quando  del  dilemma  di  Porfirio  si  attaccarono  alla 
seconda  parte  dicendo  che  gli  universali  non  sono 
già  delle  cose  realizzate  allo  stato  universale  nella 
natura,  ma  solo  pure  costruzioni  dello  spirito  (  nuda 
intellecta),  cioè  astrazioni  verbali,  non  vollero  già 
prendere  posizione  in  quel  Nominalismo  di  cui  si  è 
parlato  prima,  il  quale  molto  probabilmente  è  stato 
più  una  finzione  posteriore  fatta  quasi  per  una  ra- 
gione di  contrasto  al  Realismo  ad  oltranza,  che  un 
reale  sistema  di  una  determinata  scuola.  L'  Antirea- 
lismo ebbe  piuttosto  un  carattere  negativo,  cioè  esso 
fu  negazione  dell'  esistenza  di  una  realtà  universale, 
solo  più  tardi  esso  affrontò  direttamente  il  vero 
problema,  che  era  al  di  sopra  del  dilemma  di  Porfi- 
rio, acni  troppo  ligia  si  tenne  la  speculazione  degli 
universali  nei  primi  secoli,  cioè  il  modo  con  cui  si 
potevano  conciliare  in  motivi  più  larghi  e  profondi  la 
sostanzialità  degli-  esseri  individuali,  i  soli  esistenti, 
e  r  esistenza  in  noi  di  concetti  universali.  Per  i 
primi  secoli,  in  altri  termini,  gli  antirealisti  si  accon- 
tentarono di  ammettere  i  concetti  anche  universali, 
concetti  eh'  essi  chiamano  nomi  di  cui  riconobbero 
tutta  r  importanza  in  quante  espressioni  rigide  delle 
astrazioni  umane  ;  ed  è  strano  che  giudicando  le 
cose  e  risolvendo  la  questione,  che  tanto  allora 
affaticava  le  menti  da  un  tal  punto  di  vista,  non 
avessero  sentito  anche  il  bisogno  di  approfondire 
anche  la  natura  di  tali  nomi,  le  loro  origini,  il  loro 
significato,  di  fare  cioè  anche  un  po'  di  filosofia  del 


E    LA   QUESTIONE  DEGLI   UNIVERSALI  157 

linguaggio,  dato  appunto  che  col  linguaggio  si  pote- 
vano fissare  quei  termini,  a  cui  corrispondeva,  come 
contenuto,  il  solo  esistente  nella  grande  economìa 
del  tutto  ! 

Invece  questo  non  avvenne  ;  anche  in  antirea- 
listi come  Rabano  Mauro  ed  Heiric  d' Auxerre, 
scrittori  anche  questi  soprattutto  di  logica  e  di  dia- 
lettica secondo  il  solito  indirizzo  di  Aristotele,  Por- 
firio e  Boezio,  nessuna  traccia  noi  troviamo  di  un 
pensiero  nuovo  intorno  al  linguaggio.  In  Heiric  tro- 
viamo, è  vero,  un  passo  in  cui  ben  si  distinguono 
i  tre  elementi,  qiiibus  omnis  collocutio  dispiitatioque 
perficitur,  e  cioè  :  res,  intellectns,  et  voces  :  res  sunt 
qtias  animi  ratio  ne  percipimus,  intellectns  vero  qno 
ipsas  res  addiscimus,  voces  qnibns  quod  intellecta 
capimus  significamus .  Come  si  vede  siamo  qui  an- 
cora alle  medesime  distinzioni  già  stabilite  da  Boe- 
zio. Poi  Heiric  aggiunge  :  Praeter  haec  autein  tria 
est  alind  quoddam  quod  significai  voces,  hoc  est 
litterae,  harum  enim  scriptio  vocum  significano  est . 
Rem  concipit  intellectns,  intellectam  voces  designant, 
voces  autem  litterae  significant.  Rarsus  hornm  quat- 
tnor  duo  sunt  naturalia,  id  est  et  res  et  intellectus,  duo 
secundum  positionem  hominun,  hoc  est  voces  et  lit- 
terae *),  il  quale  ultimo  rilievo  richiama  evidente- 
mente tutto  quanto  Boezio"  aveva  ripetutamente 
scritto  a  suffragio  della  teoria  aristotelica  della  po- 
sitio  nominum  secundum  hominis  placitum.  Eppui'e 
doveva  essere  così  spontaneo  il  problema  dell'  ori- 


1)  Prantl,  op.  cit.,  voi.  II,  pag.  41. 


158  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

gine  e  della  natura  dei  nomi  stessi  per  chi  come 
Heiric  d'  Auxerre  credeva  che  con  essi  si  esprime- 
vano i  concetti  universah,  gH  unici  esistenti  nel 
campo  dell'  universalità  !  eppure  date  le  res  e  l' in- 
tellectas,  come  cose  naturali,  doveva  essere  così 
spontanea  V  investigazione  intorno  all'  essenziale  u- 
nità  del  linguaggio  siccome  segno  degli  umani 
concetti,  intorno  alle  istintive  espressioni  dei  bruti 
ed  intorno  ai  rapporti  di  quello  colle  cose  stesse  e 
colla  verità  !  Ed  invece  tutto  ciò  non  fu  sentito  ne 
da  Rabano  Mauro,  ne  da  Heiric  d'  Auxerre,  ne  da 
Roscellino,  il  quale  pure,  secondo  di  contemporaneo 
suo  Ottone  di  Frisinga  :  primiis  nostris  temporibus 
sententiam  vocum  institiiit  '). 

È  noto  che  Roscellino  passò  sempre  come  il 
rappresentante  genuino  del  più  puro  e  perciò  del 
più  netto  Nominalismo,  ora,  secondo  le  felici  in- 
duzioni del  Wulf,  anche  tale  luogo  comune  delle 
solite  storie  della  filosofia  si  deve  credere  ne  più 
né  meno  che  una  leggenda,  giacché  il  fatto  si  è 
che' egli  ha  lasciato  troppo  poco  dell'opera  sua, 
perchè  noi  possiamo  questo  poco  interpretare  nel 
modo  voluto  ed  imposto  dalla  tradizione.  Di  lui 
infatti  abbiamo  solo  una  lettera  indirizzata  ad  Abe- 
lardo e  poi  parecchi  passi  che  a  lui  si  riferiscono 
nelle  opere  di  S.  Anselmo,  Abelardo,  Giovanni  di 
Salisbury,  i  quali  tutti  affermavano  che  per  Roscel- 
lino i  generi  e  le  specie  non  sono  che  «  voces  ». 
Come   si   deve   interpretare   quel   voces  ?  Forse  nel 


1)  Wulf,  op.  cit.,  pag.  171. 


NEL  PENSIERO  DI  S.   ANSELMO  159 


senso  voluto  da  un  Nominalismo  puro,  per  cui  le 
voces  non  possono  già  esser  termine  del  concetto, 
e  cioè  di  un  pensato  universale  ?  Il  Wulf  non  crede 
che  si  deve  interpretare  cosi  il  sententia  vociim,  di 
cui  parla  Ottone  di  Frisinga,  noi  crediamo  che  egli 
abbia  perfettamente  ragione  appoggiandoci  anche 
sopra  quanto  troviamo  in  S.  Anselmo  "'),  in  cui  si 
dice  che  per  negare  1'  esistenza  del  colore  all'  in- 
fuori degli  oggetti  Roscellino  diceva  che  il  colore 
sta  agli  oggetti  come  la  saggezza  sta  all'  anima,  in 
cui  se  è  vero  che  si  tende  ad  affermare  la  realtà 
dell'  individuale  e'  è  però  anche  manifesta  la  neces- 
sità mentale  di  un  substrato,  a  cui  far  aderire  nel- 
r  intelletto  ciò  che  appunto  è  individuale. 

In  più  «  spirabil  aer»  per  ciò  che  riguarda  il  no- 
stro argomento  veniamo  con  S.  Anselmo.  Fu  questo 
un  pensatore  davvero  insigne  nella  collana  degli 
scrittori  cristiani  dell'  età  di  mezzo,  e  se  la  sua  fa- 
ma per  i  più  si  trova  specialmente  attaccata  alla 
formula  «credo  ut  inielligam  -)»,  che  in  linea  sto- 
rica da  S.  Anselmo  fu  applicata  esclusivamente  a 
questioni  teologiche,  mentre  è  pur  concetto  di  lui 
che  anche  la  ragione  è  una  sorgente  indipendente 
e  propria  di  sapere,  d'  onde  il  suo  grande  rispetto 
per  la  dialettica  ■^),  in  realta  egli,  seguace  del  lu- 
minoso pensiero  di  S.  Agostino  ^),  fu  il  primo  che 


1)  S.  Anselmo,  De  Fide  Trinitatis,  lì. 

2)  S.  Anselmo,  Proslogium,  cap.  I. 

3)  Cfr.  DOMET  DE  VORGES,  op.  cit.,  pag.  135. 

4)  Lo  dice  S.  Anselmo  stesso  nella  prefazione  al  Monologiiim  :  Niliìl 
potili  invenire  me  didicisse  qiiod  non  catlwliconim  patnini  et  maxime 
beati  S.  Augustini  scriptis  cohaereat. 


160  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

seppe  sul  terreno  dell'  ortodossia  scolastica  dar 
corpo  alla  prima  sintesi  filosofica,  che  fosse  reazione 
sapiente  alla  sintesi  antiscolastica  ed  in  non  piccola 
parte  eterodossa  di  Scoto  Erigena.  S.  Anselmo  per 
ciò  che  riguarda  la  questione  degli  universali  si  de- 
cise per  il  Realismo,  un  Realismo  pieno  e  completo 
che  talvolta  nel  «  Monologio  »  si  manifesta  con  for- 
mole  tali  da  far  sospettare  quasi  un  Panteismo. 
Partendo  da  un  tale  punto  di  vista  S.  Anselmo  ha 
visto  il  nesso  che  si  poteva  filosoficamente  stabilire 
tra  la  questione  degli  universali  e  la  filosofia  delle 
parole,  anzitutto  egli  nel  Monologio  pressapoco  con- 
formamente  a  quanto  dirà  più  tardi  Alberto  Magno, 
fautore,  come  creatrice  della  parola  dell'imaginazione, 
che  per  gli  Scolastici  poca  differenza  ha  della  memoria, 
stabilisce  per  quella  còme  origine  la  memoria  ;  in  se- 
condo luogo  egli  ha  visto  molto  bene  la  questione 
del  linguaggio  sotto  il  suo  aspetto  psicologico  ;  la 
mente,  egli  dice,  trae  da  se  stessa  1'  imagine  di  ciò 
che  pensa,  imagine  che  naturalmente  è  fatta  a  pro- 
pria somiglianza,  e  che  solo  idealmente  noi  pos- 
siamo disgiungere  dalla  mente,  che  l'ha  concepita  ; 
tale  imagine  è  la  parola  della  mente,  e  1'  agitarsi 
ed  il  susseguirsi  di  tali  parole  è  ciò  che  costituisce 
il  linguaggio  mentale  ;  su  tale  concetto  S.  An- 
selmo insiste  molto  a  lungo  :  per  esempio,  egli  dice, 
quando  si  pensa  alcunché  «extra  mentem»,  la  pa- 
rola mentale  della  cosa  pensata  non  nasce  già  dalla 
cosa  stessa,  ma  sibbene  dall'  imagine  della  cosa, 
che  è  già  nella  memoria  di  chi  in  quel  dato  momento 
pensa,  o   che  per  il  tramite  dei  sensi  si  trae  allora 


NEL  PENSIERO  DI  S.   ANSELMO  161 

dalla  cosa  reale  fuori  di  noi  0-  Per  il  che,  dice  al- 
trove il  santo,  rem  unam  tripliciter  loqiii  possumiis  : 
1)  sensibiliter,  usando  di  segni  sensibili,  2)  insen- 
sibiliter  rivolgendo  tra  di  noi  tali  segni ,  3)  nec 
sensibiliter,  nec  insensibìliter,  rivolgendo  tra  di  noi 
non  già  i  segni,  ma  le  cose  stesse,  o  per  meglio  dire 
le  immagini  delle  cose  quali  la  memoria  ha  in  sé,  o 
quali  i  sensi  ci  vanno  continuamente  offrendo.  Di 
queste  tre  specie  di  linguaggio,  naturale  è  soltanto 
la  terza,  inquantochè  i  suoi  elementi  sono  uguali  per 
tutti  :  tali  parole  naturali  sono  molto  più  vere  che 
non  le  altre  non  necessarie  con  cui  noi  ci  espri- 
miamo, perchè  molto  più  simili  alle  cose,  di  cui 
tentano  di  esser  copia  precisa  ~).  Come  si  vede 
qui  siamo  alla  presenza  di  una  profonda  dottrina 
d'  ordine  psicologico  per  ciò  che  riguarda  la  fa- 
coltà del  parlare  nell'  uomo  :  che  cosa  è  infatti  essa  ? 
non  altro  se  non  un'  espressione  estrinseca  di  ciò 
che  naturalmente  avviene,  in  noi,  in  cui  e'  è  un  vero 
linguaggio  espressivo  per  immagini,  cioè  per  parole 
che  sono  vere  immagini  delle  cose  formate  nel  nostro 
pensiero. 

In  base  a  ciò  S.  Anselmo  affronta  anche  la 
questione  già  discussa  da  Platone  nel  «  Cratilo  » 
suir  efficacia  della  parola ,  quale  è  pronunciata, 
nel  produrre  la  cognizione  ;  S.  Anselmo  nega,  come 
già  Platone,  una  tale  efficacia  perchè  la  cognizione 
può    nascer    solo    in    noi    dal    linguaggio  naturale 


1)  S.  Anselmo.  Monolosium,  cap.  63. 

2)  S.  Anselmo,  Monologium,  cap.  10. 


162  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

interno,  non  già  da  quello  artificiale  esterno,  nes- 
sun rapporto  esiste  infatti  tra  le  parole  del  no- 
stro discorso  colle  cose,  mentre  le  parole  mentali 
da  una  parte  colle  cose  hanno  un  rapporto  di  na- 
tura, e  dall'  altra  sono  omogenee  alla  nostra  stessa 
facoltà  conoscitiva,  e  non  ci  può  essere  cosa  pen- 
sata da  noi  senza  che  abbia  il  suo  corrispondente 
motto  verbale,  tantoché  conclude  S.  Anselmo  :  Tot 
sunt  verba  in  mente  cogitantis,  qiiot  siint  res  cogi- 
tatae  '). 

E  forse  superfluo  far  osservare  quanto  bene  una 
tale  teoria  psicologica  di  S.  Anselmo  s' accordi 
colla  soluzione  realistica  da  lui  data  del  problema 
degli  universali  :  sulla  questione  poi  dell'  efficacia 
della  parola  come  mezzo  di  conoscenza  il  santo 
ritorna  nel  dialogo  De  Ventate'),  dove  troviamo 
un  passo  di  una  certa  importanza  :  Il  maestro  in 
esso  ha  parlato  della  lectitudo  enunciationis,  ma  il 
discepolo  sente  tosto  una  difficoltà  nascergli  nella 
mente,  quella  difficoltà  cioè  che  più  tardi,  come  ve- 
dremo, vedrà  e  risolverà  anche  Duns  Scoto,  e  cioè 
egli  così  domanda  al  maestro  suo  :  Video  qnod 
dicis,  sed  doce  me  quid  respondere  possim,  si  quis 
dicat  quia  etiam  cum  oratio  significai  esse  quod 
non  est,  significai  quod  debet,  pariter  namque  accepit 
significate  esse  et  quod  est  et  quod  non  est,  nam  si 
non  accepisset  significare  etiam  quod  non  est,  non  id 
significaret,  quare  etiam  cum  significai  esse  quod  non 


1)  S.  Anselmo,  Monologium,  cap.  63. 

2)  S.  Anselmo,  Dial.  de  veritate,  cap.  2. 


NEL  PENSIERO   DI   S.    ANSELMO  163 

est,  significai  qiiod  debet,  ac  si  qiiod  dcbct  signifi- 
cando recta  et  vera  est,  siciit  ostendisti,  vera  est 
oratio  etiani  ciim  enantiat  qiiod  non  est.  Al  che  il 
maestro  risponde  :  Vera  qaidem  non  solet  dici  cimi 
significai  esse  qiiod  non  est  ;  veritaiem  tamen  et  recti- 
tudinem  habei,  quia  facii  qiiod  debet.  Sed  ciim  signi- 
ficai qiiod  est,  diipliciter  facii  quod  debet,  qaoniam  si- 
gnificai et  quod  acceoit  significare,  et  ad  qaodfacia  esiy 
sed  seciindum  ha  ne  reciitudineni  et  veritaiem,  qua  signi- 
ficai esse  quod  est,  usu  recia  est  et  vera  diciiur  enun- 
ciano, non  secundum  illam,  qua  significai  esse  etiam 
quod  non  est.  Alia  est  igiiur  reciiiudo  et  veriias  e- 
nunciationis,  quia  significai  ad  quod  significandum 
facta  est,  alia  vero  quia  significai  quod  accepii  si- 
gnificare, qnippe  isto  immutabilis  est  ipsi  raiioni,  illa 
vero  muiabilis. 

Come  si  vede,  qui  è  ancora,  come  già  si  è  detto, 
r  antica  questione  della  giustezza  dei  nomi  trattata 
da  Platone,  e  da  S.  Anselmo  lumeggiata  sotto  un 
aspetto  nuovo  cioè  sotto  il  suo  aspetto  logico  ; 
e'  era,  come  è  noto,  la  soluzione  data  da  Aristotele, 
secondo  cui  la  giustezza  è  data  dall'  aggiunzione 
del  verbo  essere,  riguardando  verità  e  falsità  non 
già  la  parola,  ma  sibbene  il  giudizio.  S.  Anselmo 
invece  riconosce  una  giustezza  ne'  nomi  in  questo 
senso  :  i  nomi  hanno  comunque  un  significato,  cor- 
rispondono essi  quindi  sempre  ad  una  realtà,  perchè 
corrispondono  sempre  ad  un  concetto,  che  è,  per 
quanto  re.iltà  ideale,  pur  sempre  qualche  cosa  di 
positivo.  Può  d:irsi  che  a  questa  realtà  ideale  cor- 
risponda   si  0  no  una  realtà  oggettiva  fuori  di  noi, 


164  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

e  S.  Anselmo  nel  suo  Realismo  ad  oltranza  era  largo 
neir  ammettere  una  tale  oggettività  ;  quando  una  tale 
corrispondenza  esiste  tra  concetto  ed  oggettività, 
allora  la  parola  può  veramente  dirsi  e  retta  e  vera 
in  doppio  senso,  prima  di  tutto  perchè  significa  ciò 
che  deve,  in  secondo  luogo  perchè  esprime  ciò  che 
è  :  quando  invece  tale  corrispondenza  non  e'  è,  la  pa- 
rola rimane  pur  sempre  vera,  perchè  serve  sempre 
ad  esprimere  un  concetto,  negativo  nell'  ordine  della 
realtà.  Tutto  ciò  in  modo  molto  incerto  era  stato 
veduto  anche  da  Scoto  Erigena  ^),  ma  quanto  più 
chiaro  ed  esauriente  è  la  spiegazione  in  proposito 
di  S.-  Anselmo  ! 

Anche  il  dialogo  «  De  Grammatico  »  di  S.  Ansel- 
mo si  svolge  tutto  intorno  ad  una  questione  di  lo- 
gica, perchè  in  fondo  non  è  altro  che  una  ricerca 
sottile  intorno  a  comprensione  ed  estensione  dei  due 
concetti  di  uomo  e  di  grammatico  per  metterne  in 
evidenza  le  reciproche  relazioni  :  osservazioni  qua 
e  là  di  una  certa  im.portanza  non  mancano  anche 
in  tale  dialogo,  che  solo  nei  primi  paragrafi  a  noi 
si  presenta  con  carattere  discretamente  sofistico  :  piìi 
avanti  invece,  per  esempio  -),  S.  Anselmo  viene  a 
dichiarare  che  il  nome  esprime  molto  meno  delle  cose, 
il  che  dal  lato  logico  è  perfettamente  vero,  perchè 
il  nome  è  termine  del  concetto,  ed  esprime  solo 
r  essenziale,  mentre  le  cose,  essendo  singole,  oltre 
che  quei  caratteri  essenziali,  per  cui  esse  sono  quel 


1)  Scoto  erigena,  De  div.  natiirae,  \\\.  5. 

2)  S.  Anselmo,  De  Grammatico,  cap.  XH. 


NEL  PENSIERO  DI  S.   ANSELMO  165 

che  sono,  hanno  anche  quelle  parvenze  specifiche, 
per  cui  sono  diverse  dalle  altre  della  medesima 
specie  ^).  Altrove  il  nostro  autore,  ripigliando  una 
distinzione  già  fatta,  come  si  è  visto,  da  S.  Gio- 
vanni di  Damasco,  divide  e  nomi  e  verbi  in  sostan- 
ziali, ed  accidentali  '),  ed  approfondisce  tale  distin- 
zione Vi  da  giungere  a  trattare  delle  categorie  ari- 
stoteliche, a  proposito  delle  quali  scrive  ■^)  :  Sed 
quoniam  voces  non  significant  nisi  res,  dicendo  quid 
sit  qiiod  voces  significent  necesse  est  dicere  quid 
sint  res.  Come  si  vede  abbiamo  qui  il  riflesso  di 
quella  fiducia  nella  realtà  oggettiva  che  caratterizza 
il  decalogo  categorico  di  Aristotele  in  raffronto, 
per  esempio,  al  tetralogo  delle  categorie  Kantiane, 
espressioni  delle  forme  a  priori  della  mente  nostra. 
A  proposito  finalmente  della  divisione  fatta,  come 
si  è  visto,  da  Aristotele  di  nomi  e  verbi,  basata, 
come  poi  in  lungo  e  in  largo  ha  spiegato  Boe- 
zio, sul  significare  alcuna  cosa  sine  tempore  o  cum 
tempore,  S.  Anselmo  osserva  che  hodiernum  a  ri- 
gor di  termini  dovrebbe  appunto  essere  un  verbo,  ap- 
punto perchè  significai  aliquid  cum  tempore  ^). 

L' andamento  largo  introdotto  da  S.  Anselmo 
anche  a  proposito  delle  speculazioni  sul  linguaggio, 
fu    tosto    seguito  da   altri   spiriti    luminosi    di    quel 


1)  Ciò  è  confermato  da  S.  Anselmo  stesso,  laddove  dice  che  tutte 
le  accidentalità  sono  della  cosa  e  non  del  nome.  Cfr.  S.  Anselmo,  De 
Grammatico,  cap.  XVII. 

2)  S.  Anselmo,  De  Grammatico,  cap.  XV 

3)  S.  Anselmo,    »  »  cap.  XVH. 

4)  S.  Anselmo,    »  »  cap.  XIll. 


166  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

giro  di  anni  :  notiamo  prima  fra  essi  Giovanni  di  Sa- 
lisbury,  che  assurgendo  dai  secchi  ed  aridi  studii 
della  Grammatica,  a  cui  molti  si  erano  allora  ridotti 
accontentandosi  di  analizzare  pedestremente  la  gram- 
matica di  Prisciano  ^),  arriva  ad  una  concezione 
larga  e  quasi  umanistica  del  trivio  e  del  quadrivio, 
da  lui  chiamati  come  le  sette  voci  che  conducono 
r  anima  nel  santuario  della  scienza,  il  di  lui  trat- 
tato «  Metalogiciis  »  è  tutta  una  carica  a  fondo  con- 
tro tali  esseri  chiusi  ad  ogni  soffio  geniale  in  ri- 
guardo agli  studii  della  dialettica  :  egli  restituisce  alla 
logica  il  suo  impero,  ma  vuole  che  non  sia  sempli- 
cemente un  vano  formalismo  sterile  ed  esangue  -), 
essa  è  necessaria  perchè  è  la  scienza  formativa  per 
eccellenza,  appunto  perchè  offre  il  miglior  insegna- 
mento al  pensare  ed  al  parlare,  senza  di  cui  ogni 
filosofia  è  impossibile  ■). 

Per  ciò  che  riguarda  le  sue  dottrine  logiche, 
egli  si  riferisce,  e  lo  dichiara  lui  stesso,  ad  Aristotele 
ed  a  Porfirio  ^)  in  riguardo  però  al  nostro  argomento 
ha  qualche  osservazione  di  una  certa  importanza  : 
dal  lato  filosofico  Giovanni  di  Salisbury  fu  un  rea- 
lista moderato  aristotelico  :  l' analisi  della  cono- 
scenza astratta  ad  un  tale  Realismo  lo  ha  condotto  ")  ; 
ora  partendo  da  un  tal  punto  di  vista  egli  ha  ca- 
pito  tutta   r  efficacia   del   nome  rispetto  alle  cose  ; 


1)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  De  septem  septenis,  cap.  2. 

2)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  Metalogicus,  H,  9,  10. 

3)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  »  n,  20. 

4)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  »  n,  il  ;  IV,  17:  etc. 

5)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  »  n.  20, 


NEL  CONCETTUALISMO  DI  ABELARDO  167 

queste  sono  singole  ed  individue,  ma  il  nome  è  tale 
che  può  invece  convenire  anche  agli  universali  (rei 
nomen  latiiis  patet  ut  possit  iiniversalibiis  convenire  '), 
r  universalità  però  del  nome  è  possibile  e  sicura 
quando  sia  frutto  di  analisi  di  particolari,  sia  cioè 
r  espressione  dell'  astrazione  fatta  dalla  mente  sulle 
parvenze  singole  delle  singole  cose,  senza  di  cui 
anche  V  universalità  non  sarebbe  possibile,  e  quindi 
non  sarebbe  possibile  il  concetto  e  col  concetto  il 
nome  :  ora  la  dialettica  tende  appunto  a  rendere 
manifesta  la  forza  del  discorso  e  delle  parole,  cioè 
a  mostrare  il  loro  grado  di  universalità  in  rapporto 
alla  singolarità  delle  cose  realmente  esistenti  fuori 
di  noi  ~). 

Opposto  in  certo  qual  senso  a  tale  modo  di 
concepire  V  universalità  dei  nomi  è  quello  indicato  da 
Abelardo,  secondo  cui  V  universalità  non  sta  già  nelle 
cose  e  nelle  parole,  ma  sebbene  nel  discorso,  il  quale 
solo  è  universale  (sermo  soliis  est praedicabilis) ,  quan- 
tunque cioè  i  discorsi  sieno  composti  di  parole,  pure 
non  queste  ma  quelli  si  possono  ritenere  universali  ■^). 

Questa  soluzione  di  Abelardo  merita  senza  dub- 
bio di  essere  approfondita,  cioè  di  essere  messa  in 
relazione  ai  fondamenti  primi  di  quel  sistema,  che, 
da  lui  iniziato,  ebbe  nella  storia  del  pensiero  il  no- 
me di  concettualismo,  bagliore  primo  di  qualsiasi 
forma  di  criticismo  ulteriore. 


1)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  Metalogiciis,  II,  20. 

2)  Cfr.  Giovanni  di  Salisbury,  »  III,  2. 

3)  Tutto  ciò  si  trova  in  un  passo  del  Reinusat  citato  dal  Prantl, 
^op.  cit.,  pag.  175). 


168  LA   FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Per  capir  meglio  ciò  che  vogliamo  spiegare  ri- 
portiamo anche  quest'  altro  passo  di  Abelardo  : 
Neqiie  enim  substantia  specierum  diversa  est  ab  es- 
sentia  individiiorum,  nec  res  ita  siciit  vocabula  di- 
versas  esse  contingit  ^),  parole  queste  che  confer- 
mano quanto  abbiamo  più  indietro  affermato  a  pro- 
posito appunto  di  concettualismo.  Si  è  affermato  al- 
lora che  secondo  i  concettualisti,  ed  Abelardo  fu  il 
più  illuminato  di  essi,  esiste  il  valore  ideale  dei  con- 
cetti universali,  non  esiste  però,  o  per  lo  meno  non  si 
sa  se  esista  il  loro  valore  reale,  cioè  se  nella  na- 
tura gli  individui  posseggano  distributivamente  V  es- 
senza che  noi  concepiamo  come  realizzata  in  cia- 
scuno di  essi.  Le  parole  quindi,  in  quanto  sono  ap- 
punto denominazioni  delle  cose,  non  possono  es- 
sere dotate  di  universalità,  perchè  appunto  sono 
r  espressione  psicologica  di  ciò  che  non  sappiamo 
se  abbia  in  se  tale  universalità,  quelle  quindi  non 
possono  valere  più  di  quello  di  cui  sono  simbolo. 
Le  parole  però  sono  anche  espressioni  di  concetto 
e  come  tali  possono  essere  universali,  ciò  è  vero, 
a  patto  però  che  esse  s' intendano  solo  come  qual- 
che cosa  di  ideale,  cioè  non  si  riferiscano  alle  cose, 
ma  consumino  la  loro  potenzialità  entro  di  noi,  nel 
nostro  intelletto,  in  altri  termini  nei  nostri  giudizi!, 
e  quindi  nel  nostro  discorso. 

È  così,  a  nostro  credere,  che  si  devono  inten- 
dere le  suesposte  opinioni  di  Abelardo,  ed  è  così 
che  un'  altra  volta  resta  comprovato  quanto  l' inter- 


1)  Cfr.  M.  De  Wulf,  op.  cit.  pag.  204. 


ED    1  NUOVI    FERMENTI  DI  PENSIERO  169 

prelazione  filosofica  del  valore  delle  parole  abbia 
seguito  passo  passo  iicll'  età  di  mezzo  le  diverse 
soluzioni  del  problema  degli  universali. 

L'  altezza  a  cui  la  logica  era  stata  portata  per 
opera  dei  citati  autori  a  cui  potremmo  aggiungere 
Gilberto  della  Porretta,  integratore  di  Aristotele 
colla  sua  opera  «  Liber  sex  principionim  »  e  Thierry 
di  Chartres,  altro  illuminato  campione  contro  i  Cor- 
nificiani,  che  nella  storia  della  filosofia  passarono 
nei  secoli  XI,  e  XII  come  i  retrogradi  della  logica, 
perchè  verbalisti  e  sofisti,  nugiloqiii  ventilatores,  come 
li  chiama  Giovanni  di  Salisbury,  che  li  bollò  nel 
suo  Polycraticiis,  dando  loro  il  nome  da  un  Corni- 
ficio  ■-),  che  di  quelli  fu  uno  dei  poco  nobili  rappre- 
sentanti, tale  altezza,  diciamo,  non  venne  mai  meno, 
specialmente  quando  in  Occidente  si  venne  a  cono- 
scenza delia  speculazione  bizantina  orientale,  e  di 
quella  degli  Arabi,  i  quali  con  Avicenna  e  con  A- 
verroè  tanto  impulso  avevano  dato  alla  logica,  libe- 
ramente commentando  Aristotele,  sì  da  portar  quella 
nella  sfera  della  speculazione  viva,  non  lasciandola 
impaludare  nella  morta  gora  di  un  puro  formalismo 
senza  moto  e  senza  risorsa  ! 

Ormai  intanto  la  questione  degli  universali  a- 
veva  perduto  il  suo  agreste  sapore  di  novità  :  il  Rea- 
lismo ad  oltranza  ingenuamente  inconseguente  della 
prima  metà  del  secolo  XII,  per  cui  si  attribuì  un'  en- 
tità universale  ai  nostri  concetti  specifici  e  gene- 
rici,   senza   però   sottoscrivere  all'  unità  panteistica 


1)  Giovanni  di  Salisbury,  Polycraticns,  VU,  12. 


170  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

delle  cose,  che  pur  ne  era  una  conseguenza  logica, 
rappresentò  per  breve  tempo  una  delle  tendenze 
preponderanti  nella  Scolastica,  propriamente  detta, 
la  quale  si  trovò  così  sospinta  fra  le  dottrine  di 
Guglielmo  di  Champeaux,  secondo  cui  V  essenza  u- 
niversale  è  unica  ed  identica  in  tutti  i  subordinati, 
in  ciascuno  dei  quali  quella  è  contenuta  secondo  la 
totalità  del  suo  essere,  non  essendo  V  individualità 
che  una  modificazione  accidentale  della  sostanza 
specifica,  e  la  specie  un  accidente  dell'  essenza  ge- 
nerica ^),  e  r  indifferentismo  di  Adelardo  di  Barth, 
secondo  cui  ogni  esistenza  è  individuale,  ma  in  ogni 
individuo  si  riscontrano  insieme  delle  determinazioni 
che  gli  appartengono  in  proprio  e  costituiscono  la 
sua  qualità  differenziale  (differens)  e  delle  realtà 
specifiche  e  generiche,  che  si  ritrovano  non  differenti 
(indifferens)  negli  altri  individui  subordinati  al  me- 
desimo titolo  di  genere  e  di  specie  ;  è  adunque  il 
medesimo  essere,  che  secondo  il  diverso  punto  di 
vista  con  cui  lo  si  considera,  è  chiamato  individuo, 
specie  e  genere. 

È  tale  dottrina,  come  si  vede,  un  tentativo  di 
conciliazione  tra  Platone  ed  Aristotele,  alla  quale 
Adelardo  aveva  potuto  arrivare,  partendo  dalla  con- 
siderazione appunto  del  come  possono  venir  presi 
i  nomi  :  ecco  le  parole  di  Adelardo  :  si  res  consi- 
deres,  eìdem  essentiae  et  generis  et  speciei  et  indi- 
vidui nomina  imposita  sunt,  sed  respectu  diverso  ')  ; 


1)  Tale  dottrina  fu  combattuta  da  Abelardo.  Cfr.  ViCT.  COUSIN,  Oeu- 
vres  inédites  de  Abelard,  Paris  1839,  pag.  513,  514. 

2)  H.  WiLLNER,  Das  Adelard  von  Barth  Traktat  :  De  eodem  et  di- 
erso,  Miinster  1903,  i^g.  11. 


E  I  NUOVI  FERMENTI  DI  PENSIERO  171 

dal  che  appare  che  siccome  il  medesimo  nome  può 
esser  preso  in  diversi  significati,  cioè  come  nome 
di  individuo,  di  specie,  e  di  genere,  e  siccome  sotto 
tale  diverso  aspetto,  esso  si  può  applicare  alle  cose, 
queste  sotto  un  certo  punto  di  vista  possono  adun- 
que essere  nel  medesimo  momento  ed  individui,  e 
specie,  e  genere,  secondo  appunto  la  dottrina  poco 
sopra  esposta. 

A  sollevare  il  pensiero  in  sfera  più  alta  e  più 
feconda  venne  in  Occidente  nella  seconda  metà  del 
secolo  XII  e  nella  prima  del  XIII,  la  conoscenza  di 
quasi  tutte  le  opere  di  Aristotele,  e  dei  commenti 
che  di  esse  già  avevano  fatto  i  pensatori  arabi  ^). 
Fu  quello  un  fermento  nuovo,  che  gettato  in  mezzo 
alla  contesa  di  elementi  diversi  produsse  ben  tosto 
indirizzi  nuovi  non  solo  in  ordine  al  pensiero  filo- 
sofico, ma  anche  e  forse  più  in  ordine  al  pensiero 
teologico. 

Già  fin  dal  secolo  IX  alcune  controversie  avevano 
ingenerato  nuovo  impulso  alla  speculazione  teologica 
in  riguardo  a  suoi  addentellati  colla  filosofia  e  spe- 
cialmente colla  questione  degli  universali  :  ricor- 
diamo la  questione  sulla  predestinazione  e  la  li- 
bertà sollevata  dal  monaco  Gottschalc,  combattuto  a 
proposito  del  determinismo  teologico  da  Rabano 
Mauro,  e  da  Hinemaro  di  Rheims,  quella  della  trans- 
substanziazione  sollevata  da  Berengario  di  Tours, 
combattuto  da  Lanfranco  di  Pavia,  quella  finalmente 


1)  F.  Fiorentino,  op.  cit.,  pag.  318. 


172  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

sulla  Trinità  sollevata  da  Roscellino,  combattuta  da 
S.  Anselmo  e  da  Abelardo  insieme. 

Aggiungiamo  a  ciò  l' indirizzo  mistico  di  S. 
Bernardo  e  dei  Vittorini,  1'  atomismo  di  Guglielmo 
di  Conches,  il  panteismo  di  Bernardo  di  Tours  e  di 
Almorico  di  Bena,  il  materialismo  dei  Catari  e  ve- 
dremo quanti  elementi  si  erano  già  in  Occidente  ela- 
borati nel  campo  del  pensiero  riflesso,  e  quanta  ef- 
ficacia adunque  avrebbe  potuto  esercitare  sopra  di 
esso  il  nuovo  impulso  aristotelico  alla  determina- 
zione di  nuovi  indirizzi  e  di  nuove  traiettorie. 

Non  per  questo  la  logica  e  la  dialettica  vennero 
meno  nella  stima  e  nello  studio  di  quei  tempi  :  essa, 
secondo  la  concezione  araba,  divenne  come  V  in- 
strumentum preliminare  di  ogni  filosofia,  costituendo 
di  questa  la  prima  parte,  preceduta  solo  dalla  scientia 
litteralis  o  grammatica  e  dalle  scientiae  civiles  :  poe- 
tica e  rectorica  ^),  Ugo  di  S.  Vittore  potè  intorno 
alle  origini  di  quella  discutere  attribuendo  il  me- 
rito a  Platone  di  avere  istituito  per  il  primo  «  logi- 
cam  rationalem ').  Commenti*  intorno  al  «De  Inter- 
pretatione»  di  Aristotele  si  continuarono  a  scrivere, 
ad  imitazione  di  quello  che  già  avevano  fatto  Boe- 
zio e  di  poi  gli  arabi  •);  ed  in  uno  di  essi,  anonimo 
del    secolo   XI,    di    cui    parla    il    Franti  ^),  si  trova 


1)  Tale,  per  esempio,  è  il  compito  attribuito  alla  logica  da  Dome- 
nico Gundissalinus,  uno  dei  piìi  influenti  precursori  del  Tomismo,  e 
dei  più  rimarche\  oli  traduttori  di  Aristotele,  (Cfr.  M.  De  Wulf,  op. 
cit.,  pag.  287). 

2)  Prantl,  op.  cit.,  Voi.  H,  pag.  111. 

3)  Prantl,  op.  cit.,  Voi.  H,  pag.  300. 

4)  Prantl,  op.  cit..  Voi.  Il,  pag.  204. 


NEL  «  DE  INTERPRETATIONE »  DI  S.  TOMMASO      173 

questa  frase  che  per  noi  ha  una  certa  importanza  ; 
Duplex  est  significatìo  vociim,  una  quidem  de  rebus, 
altera  vero  de  intellectibus,  la  quale  distinzione  vi<^nc 
precisamente  a  mettere  un'  altra  volta  in  luce  il  punto 
stesso  fondamentale  di  tutta  la  questione  degli 
universali,  giacche  il  nucleo  appunto  della  discus- 
sione stava  appunto  nello  stabilire  il  rapporto  tra 
i  due  termini  :  res  ed  intellectus,  ai  quali  si  poteva 
estendere  il  medesimo  nome.  Parafrasi  del  «  De  in- 
terpretatione  »  scrisse  Alberto  Magno,  ed  un  com- 
mento del  medesimo  S.  Tommaso  d'  Aquino,  anche 
per  il  quale  '')  la  logica  continua  ad  essere  la  ra- 
tionalis  scientia  per  antonomasia,  come  già  lo  era 
Alberto  Magno  che  la  definisce  scientia  sermoci- 
nalis  0. 

S.  Tommaso,  pieno  di  foga  ancor  giovanile, 
del  commento  al  «  De  Interpretatione  »  approfitta  per 
trattare  questioni  ben  superiori  a  quelli  che  aveva 
in  tal  libro  trattato  Aristotele,  ed  infatti  non  ostante 
il  rabuffo  solenne  di  Alberto  Magno,  che  nella  sua 
parafrasi  al  medesimo  scritto  aristotelico  deplorava 
che  di  esso  si  approfittasse  per  discutere  problemi  e- 
stranei  '■'),  pure  si  discute  di  libero  arbitrio  '),  del- 
l' influenza  degli  altri  sulla  condotta  umana  '"),  della 
Provvidenza'')  e  così  via.  Ciò  non  di  meno  qualche 


1)  S.  Tommaso,  Post.  Analyt.  Uh.  I.  cap.  2. 

2)  Prantl,  op.  cit.,  voi.  IH,  pag.  91. 

3)  Alberto  Magno,  De  interpretatione,  lib.  I,  tract.  V,  cap.  7. 

4)  S.  Tommaso,  De  interpretatione,  lib.  I,  cap.  IX. 

5)  S.  Tommaso,      »  »        lib.  l,  cap.  IX,  sect.  14. 

6)  S.  Tommaso,       »  »        lib.  I,  cap.  XI,  sect.  15. 


174  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

cosa  anche  in  tale  commento  noi  troviamo  clie  ci  può 
interessare  ben  davvicino  :  anzitutto  S.  Tommaso 
approfondisce  la  divisione  tradizionale  iniziata  da  A- 
ristotele  tra  nome  e  verbo,  dicendo  che  essa  è  le- 
gittima per  il  fatto  che  con  nomi  e  verbi  si  posso- 
no fare  discorsi,  il  che  è  impossibile  colle  pretese 
altre  parti  del  discorso  ^),  per  quanto,  considerando 
bene,  anche  i  verbi  si  possono  logicamente  ridurre 
a  nomi,  quia  ipsiim  agere  et  pati  est  quaedam  res  ''). 
S.  Tommaso  parla  ancora  di  quelli  che  sostennero 
e  forse  sostenevano  tuttora  1'  antica  tesi  accennata 
nel  Cratilo,  qiiod  nomina  naturaliter  significant  quasi 
nomina  sint  natiirales  similitudines  rerum  '•'),  il  che 
r  Aquinate   naturalmente    nega  in  modo  assoluto  ^)^ 


1)  S.  Tommaso,  De  Inter pretatione,  lib.  1,  cap.  II,  sect.  I. 

2)  S.  Tommaso,    »  »  lib.  l,  sect.  V. 

3)  S.  Tommaso,    »  »  lib.  l,  sect.  IV. 

4)  Come  si  vede  anche  S.  Tommaso,  come  la  Scolastica  in  genere 
fu  in  massima  favorevole  alla  dottrina  Aristotelica  <lt\Vimpositio  nomi- 
niim  ad  placitum  ;  in  contraddizione  però  a  tale  insegnamento  sta  1'  o- 
pinione  espressa  da  Dante  colle  parole  nomina  sunt  consequentia  re- 
rum, {Vita  nova,  XIII).  Il  D'  Ovidio  a  proposito  di  essa  dice  che  nessuno 
ha  saputo  dire  donde  Dante,  che  pur  la  riferisce  come  opinione  altrui, 
l'abbia  presa;  anche  noi,  per  quante  ricerche  abbiamo  fatto  in  propo- 
sito, non  ci  fu  dato  di  scoprirne  la  fonte  a  meno  che  non  si  tratti 
di  un  ricordo  impreciso  del  passo  ultimamente  citato  di  S.  Tommaso, 
'  n  cui  un'  opinione  pressoché  simile  e  citata  per  ragione  di  polemica. 
I\  D'Ovidio,  (op.  cit.,  pag.  486),  cita  un  passo  di  Giovanni  Salisbu- 
riense  già  da  noi  ricordato  altrove  (Cap.  II,  pag.  44),  in  cui 
e'  è  espresso  alcunché  che  col  pensiero  di  Dante  ha  relazione  non 
dubbia  :  dobbiamo  dire  però  che  ben  altro  si  può  ricordare  in  proposito  an- 
zitutto, come  si  è  visto  a  suo  luogo,  se  la  Scolastica  parteggiò  per  la  dottri- 
na aristotelica,  la  Patristica  fu  piuttosto  favorevole  all'  insegnamento  con- 
trario di  Platone,  secondo  cui,  per  usare  una  frase  efficace  del  Vico,  il  lin- 
guaggio trova  il  suo  fondamento  nella  natura  delle  cose  che  esprime,  sicché 
esso  non  è  altro  se  non  un  parlare  delle  cose.  (Vico,  op.  cit.  pag.  266)  ;  in  se- 
condo luogo  alle  negazioni  esplicite  di  Boezio  e  degli  altri  giij  fino  a  S. 


NEL  «  DE  INTERPRETA  TIONE  »  DI  S.  TOMMASO      1 75 

per  quanto  riconosca  il  valore  oggettivo  del  signifi- 
cato dei  nomi  e  dei  verbi,  perchè  quelli  esprimono 
siibstantiam  ed  i  verbi  significano  «  adioncm  vel 
passionem  semper  procedentem  a  re»  ^).  Ribadisce 
egli  un'  altra  volta  la  distinzione  fra  suono  {vox) 
naturale  e  nome  imposto  ex  institutione  hiimana  -) 
e  spiega  come  per  le  passiones  (:iai>f^|xaTa),  di  cui 
parla  Aristotele,  si  devono  intendere  le  conceptiones 
inlellectns,  anzi  aggiunge  in  proposito  che  Andronico 
di  Rodi  negava  1'  autenticità  del  «  De  intepretatione  » 
per  il  fatto  appunto  che  Aristotele  chiama  passiones 
ciò  che  ;  invece  è  conccptio,  od  intellectiis ,  e  cioè  il 
nostro  concetto  ^). 

Per  trovare  però  il  trattato  di  logica  che  meglio 
riassuma  le  idee  di  quei  tempi,  perciò  che  riguarda 


Tommaso,  Dante  poteva  forse  conoscere  le  inclinazioni  già  da  noi  consi- 
derate a  suo  luogo  e  di  Scoto  Erigena  ed  anche  d!  S.  Anselmo  ad  am- 
mettere un  certo  rapporto  di  convenienza  necessaria  tra  le  cose  ed  i 
loro  nomi;  in  fondo  anche  la  ratio  innoiescendi  ammessa,  come  ve- 
dremo, da  S.  Bonaventura  come  terzo  elemento  nei  nomi  accanto  alla 
voce,  ed  al  significato,  e  tutto  1'  indirizzo  della  speculazione  del 
mistico  di  Bagnorea  poteva  essere  impulso  a  spingere  Dante  ad  ac- 
cettare quella  sentenza  del  nomina  siint  consequentia  rerum,  a  propo- 
sito della  quale  se  noi  non  conosciamo  la  fonte,  possiamo  però  conoscere 
abbastanza  da  quanto  sopra  si  è  detto,  i  motivi  della  sua  accettazione  da 
parte  di  Dante.  Del  resto  anche  qui  l'Alighieri  non  è  stato  coerente  a  sé 
stesso,  come  lo  vedremo  pii!i  avanti  anche  per  ciò  che  riguarda  1'  origine 
divina  del  linguaggio;  in  un  passo  infatti  del  De  Vulgari  Eloquio.  {Uh. 
I,  cap.  3),  egli  parla  di  significano  ad  placitum  delle  parole.  Possiamo 
adunque  concludere  che  se  da  una  parte  è  vero  quanto  dice  il  D'  Ovidio 
(op.  cit.,  pag.  493)  che  in  Dante  si  assomma  tutto  quel  che  di  più  e 
di  meglio  diede  la  speculazione  linguistica  medievale,  dall'  altra  è  pur 
vero  che  in  lui  si  trovano  anche  quelle  discontinuità  che  in  tale  specu- 
lazione r  età  di  mezzo  ha  segnato 

1)  S.  Tommaso,  De  interpretationc,  lib.  I,  sect.  IV. 

2)  S.  TOMMASO.  »  »  lib.  I,  sect.  V. 

3)  S.  TOMMASO,  »  »  lib.  1,  sect.  II. 


176  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

non  solo  la  logica,  ma  anche  il  nostro  argomento, 
dobbiamo  arrivare  alla  «  Siimmiilae  logicales  »  di 
Pietro  Ispano,  cioè  di  colui  che,  diventato  poi  Gio- 
vanni XXI,  ordinò  nei  1277  all'arcivescovo  di  Parigi 
di  procedere  ad  uu'  inchiesta  sulle  dottrine  insegnate 
nelle  scuole  di  quella  città,  inchiesta  da  cui  risultò 
la  condanna  di  ben  219  popolazioni,  in  cui,  oltre 
che  r  Averroismo  furono  anche  condannati  alcuni  de- 
gli insegnamenti  del  Tomismo,  di  quel  sistema  cioè 
che  meglio  di  ogni  altro  aveva  saputo  interpretare 
e  ricreare  1'  antico  Peripatetismo  secondo  1'  esigenze 
della  pili  severa  ortodossia. 

Nella  Summiilae,  diventato  poscia  il  testo  più 
diffuso  di  logica,  noi  troviamo  sistematicamente  e- 
sposto  tutto  ciò,  che,  secondo  i  programmi  dell' 
Università  di  Parigi,  si  divideva  in  logica  vetus, 
contenente  le  dottrine  svolte  dai  libri  logici  di  Por- 
firio, e  di  Boezio,  logica  nova,  contenente  le  dot- 
trine della  Topica,  degli  Elenchi,  degli  Analitici  di 
Aristotele,  a  cui  si  aggiunsero  poi  alcuni  ulteriori 
svolgimenti  che  furono  chiamati  «  logica  novissima  »^). 

Per  ciò  che  riguarda  il  nostro  argomento  Pietro 
Ispano  si  riferisce  del  tutto  agli  insegnamenti  dello 
Stagirita  :  inizia  egli  infatti  1'  opera  sua  dalla  defi- 
nizione di  dialettica,  di  cui  interpreta  a  suo  modo 
il  nome  dicendo  :  Dicitur  aiitem  dialectica  a  dia, 
quod  est  dna,  et  logos,  qiiod  est  sermo  et  ratio, 
quasi  diiorum  sermo  vel  ratio,  scilicet  opponentis  et 


1)  Fr.  Ueberwegs,  Gmndriss  der  Geschichte  der  Philosophie,  voi. 
II,  pag.  190,  301. 


NELLE  SUMMULAE  DI   PIETRO   ISPANO  177 

respondentis  in  dispiitatione  ^),  poi  continua  :  sed 
quia  disputano  non  potest  haberi  nisi  mediante  ser- 
mone, nec  sermo  nisi  mediante  voce,  nec  vox  nis 
mediante  sono,  (omnis  enim  vox  est  sermo)  ideo  a 
sono  tamquam  a  comnmniori  inchoandum  est.  Data 
la  definizione  di  suono,  egli  viene  ad  assumere  que- 
sto come  genere  di  cui  una  specie  sarebbe  la  vox, 
che  definisce  alla  sua  volta  :  somis  ab  ore  animalis 
prolatus  naturalihus  instrumentis  formatus.  Coeren- 
temente a  quanto  già  si  sapeva,  passato  come  un 
luogo  comune  nella  tradizione  patristica  e  scola- 
stica come  una  derivazione  degli  antichi  insegna- 
menti fisiologici  di  Aristotele  e  di  Gallieno,  Pietro 
Ispano  parla  appunto  di  tali  strumenti  della  voce  e, 
noti  in  tutto  il  resto  del  M.  E.  furono  questi  suoi 
distici,  in  cui  di  essi  si  parla  : 

Instrumenta  novem  sunt  :  guttur,  lingua,  palatum, 
Quattuor  et  dentes,  et  duo  labia  simul, 

oppure  : 
Instrumenta  decem  sunt:  guttur,  lingua,  palatum, 
Quattuor  et  dentes,  pariter  duo  labia  pulmo  '). 

Delle  voci  alcune  sono  significative  ed  altre  no, 
significativa  est  illa  quae  auditui  nostro  aliquid 
repraesentat,  ut  homo,  equus,  vel  gemitus  infirmorum 
qui  significai  dolorem,  vox  non  significativa  est  illa 
quae  auditui  nostro  nihil  repraesentant  ut  bu,  ba,  bap), 


1)  Petri    Hispani,   Summnlae    logicales  cum  Vensorii  Parisiensis 
expositionem,  Venetiis  1622,  Tract.  I,  paj;.  7. 

2)  Cfr.  PRANTL,  op.  cit.,  voi.  HI,  Leipzig  1807,  pag.  41. 

3)  Petri  Hispani,  op.  cit.,  pag.  12. 


178  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Ciò  detto,  viene  1'  autore  a  quest'  altra  distinzione 
ben  più  importante  per  il  nostro  argomento  :  Vocum 
significativ amili  alia  significai  nataraliter,  alia  adpla- 
citum  :  vox  significativa  nataraliter  est  illa  qiiae  apud 
omnes  homines  idem  repraesentat,  ut  latratus  canum 
et  gemitus  infirmorum,  vox  significativa  ad  placitum 
est  illa  qiiae  ad  voluntatem  primi  instituentis  aliquid 
repraesentat,  ut  homo,  equus  etc. 

Come  si  vede  siamo  qui  ancora  alla  presenza 
dell'  antica  dottrina  di  Aristotele,  del  vocabolo  si- 
gnificativo ad  placitum  primi  instituentis,  come  pure 
già  acquisito  alla  tradizione  era  quanto  possiamo 
leggere  più  avanti  :  il  nostro  autore  parla  della  di- 
visione delle  voci  significative,  e  dice  :  vocum  si- 
gnificativarum  ad  placitum  alia  complexa  ut  ratio, 
alia  incomplexa,  ut  nomen  et  verbum,  il  che  vuol  dire 
che  alcuni  suoni  sono  composti  e  sarebbero  tra  i  si- 
gnificativi gli  umani  discorsi,  altri  invece  sono  semplici 
e  sarebbero  i  nomi  ed  i  verbi,  non  ammettendo  Pietro 
Ispano  altre  parti  semplici  originarie  essenziali  del  di- 
scorso air  infuori  delle  due  indicate,  ne  più  ne  meno  di 
quello  che  già  abbiamo  visto  fatto  da  Aristotele,  Boe- 
zio, S.  Tommaso  ed  altri  ;  di  Boezio  anzi  il  nostro  au- 
tore ripete  quasi  alla  lettera  gli  insegnamenti  in  propo- 
sito colle  parole:  etsciendum  est  quod  dialecticus  solum 
ponit  duas  partes  orationis  scilicet  nomen  et  verbum, 
alias  autem  omnes  appellai  syncategoremativas,  idest 
consignificativas  ').  Anche  le  definizioni  di  nome 
e  di   verbo  sono  le  tradizionali  tramandateci  da  A- 


1)  Petri  Hispani,  op.  cit.,  pag.  19. 


E  LA  PRECISIONE  DEI  TERMINI  179 


ristotele,  colla  differenza  specifica  tra  quello  e  questo 
del  cum  tempore  et  sine  tempore,  già  da  noi  spiegata 
a  suo  luogo  parlando  appunto  di  Boezio  ;  dopo  di 
che  Pietro  Ispano  entra  direttamente  nel  campo  della 
logica,  nel  quale  è  proprio  inutile  che  noi  lo  se- 
guiamo. 

In  quel  frattempo  intanto  si  era  acuito  il  desi- 
derio della  più  grande  precisione  possibile  neir  uso 
dei  termini  da  usarsi  sì  in  filosofia  che  in  teologia. 
Già  nella  logica  bizantina  massima  era  stata  la  cura 
della  così  detta  proprietà  dei  termini  ^)  ;  in  Occidente 
di  una  tale  precisione  già  aveva  parlato  Boezio  nel 
suo  trattato  «  De  diiabus  animis  »  e  S.  Anselmo  verso 
la  fine  del  suo  <^  Monologiiim  »  ;  S.  Bonaventura  di 
essa  esprime  tutta  l' importanza  a  proposito  della 
teologia  '),  Lambert  d' Auxerre  di  essa  ragiona, 
richiamandola  al  suo  fondamento,  cioè  alla  preci- 
sione del  concetto,  di  cui  la  parola  è  espressione 
con  queste  parole  :  sed  quia  signifìcatio ,  est  siciit 
perfectio  termini,  et  proprietates  termini  super  signi- 
ficatione  fundantur,  ideo  in  piincipio,  et  ad  eviden- 
tiam  sequentium  est  quod  sit  termini  signifìcatio,  al  che 
risponde  :  signifìcatio  est  intellectus  rei  ad  quem  vox 
imponitur  '),  cioè,  come  si  diceva  prima,  è  il  con- 
cetto delle  cose  a  cui  quel  dato  suono  è  imposto, 
concetto  che  è  ben  diverso  da  una  «  suppositio  » , 
perchè   mentre   il    concetto   e  quindi  il  suo  termine 


0  PRANTL,  op.  cit.,  voi.  in,  pag.  82. 

2)  S.  Bonaventura,  Sentent.,  Uh.  l,  Dist.  XXIII  ;  art.  I,  II, 

3)  PRANTL,  op.  cit.,  voi.  Ili,  pag.  31. 


180  LA  FILOSOFIA   DEL   LINGUAGGIO 


solmn  extenditur  ad  rem,  ad  quam  significandam 
imponitur,  suppositio  non  solwn  extenditur  ad  rem 
quae  per  terminuw  significatiir,  sed  potest  extendi 
ad  supposita  contenta  sub  ille  re,  alle  quali  parole 
fanno  riscontro  quest'  altre  di  Roberto  Capitone  : 
adspectum  grammatica  recte  informat ,  sed  recte 
informatum  quale  sit  sola  logica  sine  errore  diiu- 
dicat  '),  e  quest'  altre  di  Alberto  Magno,  sempre 
così  preciso  neir  uso  dei  termini  filosofici  :  non 
omnis  oratio  est  enunciatio,  sed  illa  sola  in  qua  indica- 
tive est  aliquid  significatum  •). 

Dopo  tutto  quanto  si  è  detto  finora,  ci  pare  di 
aver  sufficientemente  dimostrato  il  nesso  continuo  e 
preciso  che  durante  tutta  1'  età  di  mezzo  ha  sempre 
legato  la  logica  e  la  dialettica  colla  speculazione  in 
genere  sul  linguaggio.  Non  fu  davvero  questa  trat- 
tata in  modo  troppo  profondo  o  per  lo  meno  troppo 
originale  da  tutti  gli  autori  che  finora  siamo  andati 
citando  ;  ciò  non  ostante  però  anche  nella  sua  pic- 
colezza e  nella  sua  inferiorità  rispetto  a  tutte  le  al- 
tre parti  della  filosofia  trattata  nel  M.  E.  essa  sentì 
in  se  tutte  le  alternative  per  cui  è  passato  tutto  il 
pensiero  riflesso  nella  sua  totalità  ;  la  questione  degli 
universali,  lo  abbiarno  affermato  parecchie  volte  ed 
ora  crediamo  di  averlo  dimostrato  abbastanza,  nelle 
sue  diverse  parvenze  toccò,  oltre  che  il  resto,  anche 
quella  piccola  fonte,  donde  scaturì  un  po'  di  succo 
per   1'  argomento    che   ci  interessa,  appunto  perchè 


1)  PraNTL,  op.  cit.,  voi.  IH,  pag.  86. 

2)  Prantl,  op.  cit.,  voi.  Ili,  pag.  103. 


E  LA  LOGICA   MEDIEVALE  181 


doveva  per  forza  toccare  quel  disegno  più  largo, 
in  cui  queir  argomento  si  trovava  per  la  forza  dei 
tempi  e  delle  cose  diremo  quasi  inquadrato'). 

Fu  eredità  del  pensiero  stesso  filosofico  greco 
l'unione  della  logica  colla  linguistica,  e  tale  eredità 
fu  religiosamente  conservata  nell'  età  di  mezzo,  in 
cui  se  non  in  modo  molto  fuggevole,  stando  a 
quanto  abbiamo  riscontrato  finora,  fu  intuito  qualche 
rapporto  tra  linguaggio  ed  estetica,  od  espressione 
in  genere  dei  moti  dell'  animo. 

Ora  dopo  aver  provato  tutto  ciò,  è  tempo  che 
abbandoniamo  tutta  la  secchezza  e  tutta  V  aridità 
di  tali  rapporti  tra  logica  e  linguistica,  ed  assor- 
gendo in  aere  più  alto  e  generoso  vediamo  che  co- 
sa i  più  grandi  intelletti  della  Scolastica  :  Pietro  Lom- 


1)  A  proposito  del  Concettualismo  abbiamo  già  osservato  che  esso  si 
può  ritenere  la  forma  prima  del  Criticismo  :  ora  possiamo  aggiungere 
che  come  anche  nel  Concettualismo  vi  fu  unione  tra  la  questione  degli 
universali  e  quella  riguardante  il  valore  del  linguaggio,  così  anche  nel 
Criticismo  tale  unione  si  ebbe.  Non  tocca  ora  a  noi  parlare  di  questo, 
solo  ci  sia  lecito  dire  che  in  fondo  in  fondo  il  grande  sforzo  del  pensiero 
kantiano  tendeva  appunto  a  risolvere  in  altro  modo  la  questione  degli 
universali,  nel  senso  di  stabilire  1'  universalitcì  nelle  forme  a  priori  della 
facoltà  stessa  conoscitiva,  in  contrasto  alla  particolarità  dell' esperienza. 
Ciò  si  è  maggiormente  manifestato  nel  pensiero  delia  Schleiermacher 
(Cfr.  H.  HOEFFDING,  Storia  della  filosofia  moderna,  Tomo  1906,  Voi.  U 
pag.  191),  il  quale  perciò  anche  al  linguaggio  rivolse  la  sua  attenzione 
(Cfr.  H.  HOEFFDING,  op.  cit.,  pag.  194),  come  già  1'  Hamann  (Cfr.  H. 
HOEFFDING,  op.  cit.,  Voi.  II.  pag.  106)  e  1'  Herder  (H.  HOEFFDING,  op. 
cit.,  pag.  108).  Anche  il  Romanes  (G.  I.  Romanes,  Meritai  evolntion  in 
man,  London  1888,  pag.  54)  tocca  la  relazione  tra  concetto  ed  idee 
generali  ed  i  nomi  con  la  ben  nota  sua  dichiarazione  :  I  nomi  sono  le 
nostre  idee  astratte,  e  la  formazione  di  queste  altro  non  è  che  la 
formazione  dei  nomi. 


182  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


bardo,  Alberto  Magno,  S.  Bonaventura,  S.  Tom- 
maso, Dante  Alighieri,  Duns  Scoto  e  l'Occam  abbiano 
saputo  pensare  intorno  alla  questione  dei  nomi  e  del 
linguaggio  anche  in  rapporto  alla  psicologia  ed 
alla  teologia. 


Capitolo  VI. 

La  filosofia  del  linguaggio  in  rapporto 
alla  psicologia  ed  alla  metafisica  scolastica 


SOMMARIO  :  Il  problema  delle  origini  del  linguaggio  nel!'  uomo  in  rap- 
porto alla  scienza  di  Adamo.  —  Rapporti  tra  pensiero  e  parola  nella 
Scolastica  in  relazione  alla  teoria  gnoseologica  di  S.  Tommaso  e 
dell'Occam.  —  Le  speculazioni  del  linguaggio  in  Alberto  Magno,  Pie- 
tro Lombardo,  S.  Bonaventura,  S.  Tommaso,  Dante  Alighieri,  Duns 
Scoto,  Occam,  e  Ruggero  Bacone. 


Cominciamo  anzitutto  dalla  questione  storica 
delle  origini  del  linguaggio  umano  :  già  abbiamo 
visto  coni'  essa  sia  stata  largamente  discussa  ed 
anche  diversamente  risolta  nella  Patristica,  la  quale 
da  una  parte  molto  più  semplicista  che  non  la  Sco- 
lastica, dall'  altra  molto  meno  di  questa  legata  ad 
una  tradizione  già  cristiana  di  pensiero,  fu  molto 
più  libera  nell'  interpretare  i  dati  delle  Sante  Scrit- 
ture. Vi  è  stato  però  una  disputa  di  grande  impor- 
tanza in  essa  a  proposito  del  nostro  argomento, 
quello  cioè  tra  Eunomio  e  Gregorio  Nisseno,  della 
quale  già  si  è  discusso  a  suo  luogo. 

Ora  si  tratta  di  vedere  come  la  Scolastica  si 
sia  comportata  in  rapporto  ai  dati  della  Scrittura 
riguardanti    l' imposizione  dei  nomi  fatti  da  Adamo 


184  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

a  tutte  le  specie  di  esseri  a  lui,  per  volere  di  Dio, 
condotte.  Questi  nomi.  Adamo  li  ha  ricevuti  diretta- 
mente da  Dio,  o  sono  stati  essi  frutto  dell'  elabora- 
zione sua  ?  Fu  questa  una  questione  che  nella 
Scolastica  propriamente  detta  non  troviamo  solle- 
vata e  discussa  in  modo  formale  :  s' impose  essa 
infatti  molto  tardi  nel  XVI  e  nel  XVII  secolo,  tan- 
toché noi  vediamo,  per  esempio,  il  Pererio  da 
una  parte  sostenere  1  '  infusione  del  linguaggio 
dell'  uomo  da  parte  di  Dio,  mentre  dall'  altra  il  To- 
stato dichiarare  che  i  nomi  imposti  da  Adamo  si  de- 
vono credere  frutto  dell'  elaborazione  sua  ^).  Potè 
nel  XII  secolo  Ugo  di  S.  Vittore  discutere  quando 
tale  imposizione  sia  avvenuta,  ma  ex  professo  la 
questione  dell'  origine  dei  nomi  imposti  nemmeno 
è  toccata  -')  ;  può  darsi  che  ciò  sia  avvenuto  per- 
chè presupposto  evidente  per  tutti  i  pensatori  della 
Scolastica  era  una  delle  due  ipotesi  o  chetali  nomi 
sieno  stati  infusi  da  Dio,  o  che  Adamo  stesso  li 
abbia  elaborati.  Si  tratta  adunque  di  decidere  quale 
delle  due  sia  stata  se  non  di  fatto,  per  lo  meno  teo- 
ricamenle  la  preferita. 

A   nostro   avviso  preferita  deve  essere  stata  la 
seconda  dellp  due,  quella  cioè  per  cui  si  veniva  ad 


1)  B.  Pererii,  Commentar,  in  Genesim,  Venetiis  1607,  Tomo  I, 
pag.  202.  Questa  opinione  ultra  tradizionalistica  di  alcuni  teologi  del 
secolo  XVI,  e  XVH,  si  può  forse  spiegare  come  reazione  a'.le  nuove 
tendenze  intessutesi  nella  filosofia  del  Rinascimento  in  poi,  nella  quale 
restò  sempre  fissa  1'  opinione  di  Telesio  che  Dio  non  interviene  nei 
singoli  punti  della  natura,  avendo  egli  dotato  ob  origine  ogni  essere 
della  sua  natura  e  del  suo  modo  d'  agire  (Cfr.  H.  Hoeffding,  op.  cit. 
Voi.  I  pag.  89). 

2)  Pererii,  op.  cit.,  pag.  203. 


E  L*  ORIGINE  DI  ESSO  IN  ADAMO  185 


ammettere  lice  i  nomi  imposti  da  Adamo  alle  di- 
verse specie  ed,  in  tesi  generale,  tutto  il  complesso 
delle  parole  del  primo  e  dei  primi  uomini,  sia  stato 
frutto  dell'  elaborazione  loro  mentale,  e  ciò  credia- 
mo non  solo  rifacendoci  alla  soluzione  data  in  pro- 
posito da  Gregorio  di  Nissa,  ma  in  base  ad  argo- 
menti offertici  dalla  Scolastica  stessa. 

Si  è  detto  poi  anzi  che  la  Scolastica  non  si 
propose  in  modo  formale  il  problema  speciale  delle 
origini  dei  nomi;  rifacendosi  però  essa  al  racconto 
biblico  riguardante  Adamo,  trasse  da  esso  argomento 
per  una  questione  molto  più  larga  e  di  carattere  ben 
più  filosofico,  quella  cioè  della  scienza  del  nostro 
primo  parente. 

Appena  creato  Adamo,  ebbe  si  o  no  egli  la  scienza 
di  tutte  le  cose  ?  La  risposta  della  Scolastica  in  ge- 
nere fu  affermativa,  Ugo  di  S.  Vittore  ^),  Pietro 
Lombardo  -),  S.  Bonaventura  '),  e  specialmente  S. 
Tommaso  '*),  per  non  citare  altri,  vanno  tutti  d'  ac- 
cordo neir  ammettere  che  Adamo  fu  creato  perfetto, 
e  quindi  anche  in  possesso  di  scienza  completa.  Un 
passo  della  Metafisica  di  Aristotele  '•),  dove  si  dice 
che  segno  di  perfezione  «  est  posse  alios  docere  »  una 
tale  spiegazione  pienamente  confortava,  ed  ecco 
perciò  che  Adamo  fu  creduto  nell'  atto  stesso  della 
creazione    dotato    non    solo,    per   usare  le  formule 


1)  Ugo  di  S.  Vittore,  De  sacramentis,  lib.  I,  parte  G,  cap.  12. 

2)  Pietro  Lombardo,  Sentent.  lib,  2,^Dist.  23. 

3)  S.  Bonaventura,  Sentent.  lib.  2,  Dist  23,  art.  11,  quaest.I,  §2. 

4)  S.  Tommaso,  Summa,  parte  I,  quaest  94. 
^5)  Aristotele,  Metapìiys.,  I  §,  2. 


186  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


hi^- 


stesse  della  Scolastica,  delle  species  intelligibiles 
omnium  universaliiim  etspecierum  natiiralium  scibilium, 
ma  anche  dei  pliantasmata proprie  ac  dìstìncte  reprae- 
sentantia  individua  cuiuslibet  speciei. 

Tutta  la  questione  sta  ora  a  vedere  se  si  poteva 
concepire  dalla  Scolastica  che  tali  concetti  universali, 
e  tali  fantasmi  particolari  potessero  sussistere  nella 
mente  dell'  uomo  indipendentemente  dalla  parola  con 
cui  si  possono  fissare  ed  esprimere  ;  in  altri  termini 
tutto  sta  a  vedere  come  nella  Scolastica  si  risolveva 
la  questione  dei  rapporti    tra  pensiero  e  parola. 

Per  risolvere  un  tale  problema  richiamiamo  quanto 
si  è  detto  finora  rispetto  alla  teoria  del  nomen  po- 
situm  ad  hominis  placitum.  Abbiamo  visto  che  ciò  fu 
costantemente  ammesso  da  tutti  gli  scrittori  della 
Scolastica,  ed  alle  opinioni  di  molti  di  essi,  già  ri- 
portate, ben  altre  volte  ne  possiamo  aggiungere  non 
meno  esplicite.  S.  Tommaso,  per  esempio,  nel  già 
citato  commento  al  «  De  interpretatione  »  di  Aristo- 
tele  così  si  spiega  in  proposito,  pienamente  accordan- 
dosi con  Alberto  Magno  ^)  :  oratio  significai  ad  pla- 
citum, idest  secundum  institutionem  ìmmanae  rationis 
et  volnntatis  sicut  omnia  artificialia,  quae  causantur 
ex  fiumana  voluntate  et  ratione  -).  Sono  note  m  pro- 
posito i  versi  di  Dante  : 

Opera  naturale  è  eh'  uom  favella  : 
Ma  così  0  così,  natura  lascia 
Poi  fare  a  voi,  secondo  che  v'  abbella  ^),   . 


1)  Alberto  magno,  De  Anima,  lib.   II,  Tract.  Ili,  cap.  22.  (Al- 
berti Magni,  Opera,  Lugduni  1651,  pag.  95). 

2)  S.  TOMMASO,  De  Interpretatione,  Sect.  II, 

3)  DANTE,  Paradiso  XXVI  130-33 


E  l'  origine  di  esso  in  adamo  187 

alle  quali  parole  oltre  che  il  citato  passo  di  S.  Tom- 
maso ed  altri  consimili  '),  possono  servir  di  com- 
mento ed  un  passo  del  «  De  vulgati  eloquio  »  in  cui 
si  paria  appunto  del  verbum  ad  placitum  -),  e  la  frase 
tradizionale  in  uso  nella  scuola  :  significare  concep- 
tus  suos  est  homini  naturale ,  determinare  auteni 
signa  est  ad  placitum  ).  Tale  opinione  ebbe  fortuna 
anche  dopo  S.  Tommaso  ed  all'  infuori  della  tradi- 
zione tomistica  :  di  volontaria  imposizione  infatti 
parla  e  1'  Occam  ^)  e  Duns  Scoto  •')  e  Pietro  D'  Ail- 
ly  '')  ed  altri  ancora.  Ora  è  evidente  che  già  da  una 
tale  soluzione  suir  origine  dei  singoli  vocaboli  deri- 
vava la  conseguenza  logica  eh'  essi  non  sono  legati 
affatto  ai  concetti,  che  esprimono  od  ai  fantasmi  di 
cui  sono  segni. 

Ma  ciò  non  è  tutto,  perchè  la  vera  questione 
con  essa  se  veniva  spostata  non  veniva  però  ancora 
risolta.  Si  poteva  infatti  domandare  :  sta  bene  che 
questo  0  quel  nome  sia  frutto  dell'  imposizione  dei 
primo  che  1'  ha  trovato  per  esprimere  quel  dato 
concetto  o  per  essere  segno  di  una  data  cosa  : 
tutto  ora  sta  a  vedere  se  il  concetto  può  stare  non 
dico  senza  la  sua  parola,  ma  senza  una  parola  od 
un  segno  in  genere  :  in  altri  termini  dal  lato  materiale 
si  può  concedere,  e  quasi  tutti  lo  ammettevano,  che 


1)  S.  Tommaso,  De  interpretatione,  Sect.  1,  Sect.  VI. 

2)  Dante,  De  vulvari  eloquio,  lib.  I,  cap.  3. 

3)  Cfr.  GiESSWElN,  op.  cit.,  pag.  157, 

4)  Occam  Summa  tlieol.,  I,  1  f,  2  b. 

5)  Duns  Scoto,  De  interpretatione,  quaest.  I,  §  lU. 

6)  Pietro  Alliaco,  Sentent.  I,  quaest.  VI,  art.  I. 


188  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

i  singoli  nomi  sieno  frutti  dell'attività  umana,  ma 
dal  lato  formale  può  darsi  che  non  sia  possi  - 
bile  un  atto  umano  conoscitivo  senza  il  suo  sim- 
bolo. Se  così  fosse,  è  evidente  che  essendo  state 
infuse  in  Adamo  tutte  le  cognizioni  possibili  di  una 
scienza  perfetta,  dovevano  essere  anche  infusi  in 
lui  anche  i  segni,  senza  di  cui  i  singoli  atti  della 
cognizione  non  possono  stare. 

È  in  fondo  la  questione  dei  rapporti  tra  pen- 
siero e  parola  che  i  filosofi  posteriori  si  sono  pro- 
posti sotto  la  formola  :  sono  i  concetti  possibili  senza 
la  parola  ?  L'  Hobbes  già  a  suoi  tempi  aveva  ri- 
sposto colla  nota  formula  :  Homo  animai  rationale, 
t  quia  orationale,  e  dopo  di  lui  lo  Schelling,  I'  Hegel, 
lo  Schleiermacher,  il  Renan  ed  altri  furono  del  pa- 
rere che  ogni  pensiero  è  parola,  costituendo  1'  uno 
e  r  altro  insieme  qualche  cosa  di  indistinto  e  di 
inscindibile.  Col  Geiger  e  col  Noiré/)  si  è  arrivati 
air  estremo  di  una  tale  opinione,  essi  infatti  hanno 
potuto  pensare  che  il  linguaggio  ha  creata  la  ra- 
I  gione,  prima  del  linguaggio  1'  uomo  era  irragione- 
'  vole,  al  qual  concetto  ha  aderito  in  certo  qual  sen- 
so anche  il  Max  Mùller  '),  non  ostante  alcune  ri- 
serve. 

Ora  su  una  tale  questione  come  si  è  decisa  la 
Scolastica  ?  Essa  ha  cominciato  a  dividere  il  lin- 
guaggio mentale,  composto,  come  si  è  già  visto, 
dei    segni    delle  cose  dentro  di  noi,  dal  linguaggio 


1)  Cfr.  A.  GiESSWElN,  op.  cit.,  pag.  159. 

2)  MAX  MULLER,  Op.  cit.,  pag.  63  e  pag.  58. 


E  L'ORIGINE  DI   ESSO    IN   ADAA10  189 

esterno  composto  di  parole,  simboli  non  naturali  di 
quei  segni  ;  ha  poi  ammesso,  come  vedremo  meglio 
più  avanti,  un  rapporto  necessario  di  coesistenza  tra 
l'atto  del  conoscere  ed  il  primo,  ma  ha  negato 
che  un  tale  rapporto  esista  tra  quello  ed  il  secondo. 
Da  ciò  derivava  la  conseguenza  che  è  possibile 
possedere  alcuni  concetti  prima  ancora  di  aver  tro- 
vato le  parole  o,  per  meglio  dire,  i  segni,  con  cui 
esprimerli  in  qualche  modo,  mentre  sarebbe  impos- 
sibile il  viceversa,  giacché  anche  per  gli  scolastici 
valeva  la  formola  di  cui  {Darla  il  Regnaud  ')  :  Nihil 
in  dieta,  quod  non  fuerit  priiis  in  intellectu. 

A  credere  ciò  già  Aristotele  in  certo  qual  senso, 
secondo  il  Trendelenburg  -),  offriva  motivi  con  quella 
sua  distinzione  in  concetti  anomini,  cioè  di  con- 
cetti che  non  avevano  trovato  ancora  un  nome  :  e- 
sempio  di  tali  concetti  anomini  ci  dà  Aristotele 
stesso  quando  nell'  Etica  a  Nicomaco  •^),  dopo  aver 
ragionato  dell'  ambizioso  (ziXózvyj-)  e  dell'  ignavo 
{ò/siXózi[).oz),  conchiude  col  dire  che  virtuoso  è  chi 
sta  fra  quei  due  estremi,  virtuoso  a  cui  non  si  può 
però  dare  un  nome,  perchè  si  tratta  appunto  di  un 
concetto  àvwvojj.oc.  E  più  avanti  Aristotele  stesso 
dice  generalizzando  :  àvcovó|j.o'j  5'  o^f^c  r?^c  [isaóir^- 


1)  P.    Regnaud,    Orò^ine   et   Philosophie  dii  Lunguge,  Paris  1888 
pai?.  230. 

2)  Trendelenburg,  Commen.  za  Arisi.,  De  an.  \\,  7,  9  in  Gerber. 
Die  Sprache  nnd  das  Erkennen,  Berlin  1885,  pag.  204. 

3)  Aristotele,    Eth.  ad  Nicom.,  II,  cap.  7,  8. 

4)  Aristotele,  Eth.  ad  Nicom.,  Ili,  7,  7;  IV  4,  4. 


190  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


Secondo  adunque  Aristotele  noi  possiamo  avere 
concetti  senza  aver  trovato  il  termine  con  cui  e- 
sprimerli. 

S.  Tommaso  iia  specificato  meglio  la  questione 
quando  nell'  opuscolo  «  De  dijferentia  divini  verbi 
et  hiimani»,  ha  scritto:  Illiid  intrinseciim  cmimae 
nostrae  qiiod  significatur  voce  exteriore  cum  verbo 
nostro  verbiim  vocatur.  Utriim  aiitem  prius  conveniat 
nomea  verbi  rei  exteriori  voce  prolatae  vel  ipsi  con- 
ceptai  animae  interiori  nihil  refert  ad  praesens.  Pla- 
nimi tamen  est  qiiod  illiid  quod  significatur  iuieriiis 
in  anima  existens,  prius  est  quam  ipsum  verbum 
voce    prolatum,  nipote  causa  eiiis  existens  ^). 

Al  qual  passo  dell'  Aquinate  mettiamo  tosto  in 
confronto  quest'  altro  dell'  Occam  ')  Quando  aliqiiis 
profert  propositionem  vocalem,  prius  format  interius 
propositionem  imam  mentalem,  qiiae  nulliiis  idioma- 
tis  est,  in  tantum  quod  multi  formant  frequenter  inte- 
rius propositiones  aliquas,  qiias  tamen  propter  de- 
fectum  diomatis  exprimere  nesciunt.  Partes  talium 
propositionum  mentalium  vocantur  conceptus,  inten- 
tiones,  similitudines,  intellectus  ;  ed  altrove  il  mede- 
simo Occam  scrive  )  :  solus  intellectus  potest  facere 
propositionem  praeter  prolatam  et  scriptam  et  alia 
huiusmodi. 


1)  S,  Tommaso,  Opuscolo  IH.  Cfr.  Kleutgen,  Philosopliie  der  Vor- 
zeit,  Innsbruck  1878,  pag.  75.  Ricordiamo  in  proposito  la  dottrina  ana- 
loga dei  Whitney.  anche  secondo  il  quale  la  concezione  delle  idee  pre- 
cede il  segno  (W.  D.  Whitney,  La  vie  dii  Longage,  Paris  1875, 
cap.  Vili,  pag.  117). 

2)  Occam,  Summa  tot.  log.,  lib.  1,  pap.  12. 

3)  Occam,  Sent.  lib.  I,  Dist.  Il,  quaest.  3. 


E  LA  GNOSEOLOGIA  SCOLASTICA      191 


Ora  domandiamoci  :  come  si  possono  interpre- 
tare tali  passi  ?  Evidentemente  in  rapporto  alla  dot- 
trina gnoseologica  della  Scolastica,  e  cioè  alla  dot- 
trina delle  species  o  similitiidines  expressae,  quale  sì 
trova  in  S.  Tommaso,  ed  a  quelle  dei  segni  quale 
neir  Occam.  Richiamiamo  brevemente  1'  una  e  1*  altra 
si  trova  per  poter  meglio  chiarire  le  cose. 

Secondo  adunque  S.  Tommaso  ed  anche  il  mae- 
stro suo  Alberto  Magno,  S.  Bonaventura,  Enrico  di 
Gand  e  Duns  Scoto,  le  facoltà  sensibili  sono  po- 
tenze passive,  cioè  non  operanti  se  non  dietro  un 
impulso.  Tale  impulso  è  dato  dalla  sollecitazione 
dell'  oggetto  esterno,  alla  quale  la  facoltà  passiva 
reagisce,  e  questa  reazione  produce  la  cognizione, 
species  sensìbills  impressa  et  expressa,  cioè  rappre- 
sentazione impressa  dal  di  fuori  ed  offerta  dal  di 
dentro,  che  sono  appunto  i  termini  usati  per  indi- 
care i  due  stadi  dei  fenomeno  percettivo  che  si 
compie  tutto  dentro  di  noi.  Una  volta  che  tale  fe- 
nomeno sia  svanito  dal  campo  della  coscienza,  la 
sensazione  vi  lascia  una  traccia,  un'  immagine  (phan- 
tasma),  che  rivive  neh'  immaginazione,  concorrendo 
a  produrre  il  pensiero  in  assenza  dell'  oggetto  reale 
esterno.  Oltre  la  sensitiva  però,  vi  è  anche  la  cono- 
scenza intellettuale,  che  si  attua  specialmente  me- 
diante r  astrazione,  la  vera  chiave  di  volta  di  tutta 
r  ideologia  scolastica,  cioè  spogliando  i  caratteri 
individuanti,  di  cui  sono  affette  le  cose  sensibili.  La 
realtà  sensibile  agisce  suH'  intelletto  per  mezzo  del 
fantasma,  questo  però  non  esercita  che  una  causa- 
lità  instrumentale   e  congiunta  all'  efficienza  di  una 


-^ 


192  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


facoltà  immateriale  :  V  intelletto  agente.  Grazie  a 
questo  concorso  di  una  forza  superiore,  V  immagine 
sensibile  ed  in  ultima  analisi  V  oggetto  esterno  pro- 
voca la  messa  in  opera  dell'intelletto  passivo  {spe- 
cies  intelligibilis  expressa),  messa  in  opera  che  si 
attua  per  1'  attività  immanente,  in  cui  si  compie  la 
rappresentazione  cognitiva  propriamente  detta  (species 
intelligibiles  expressa). 

È  evidente  che  con  tali  fondamenti  è  perfettamente 
comprensibile  1'  opinione  di  S.  Tommaso  poco  sopra 
riportata  che  l' uomo  può  possedere  il  pensiero 
prima  di  avere  la  parola  esterna  con  cui  esprimerlo, 
appunto  perchè  quello  è  prima,  mentre  V  espressione 
non  viene  che  dopo,  e  viene  non  come  intrinseca 
per  natura  a  quello,  perchè  si  potrebbe  benissimo  se- 
condo gli  scolastici  pensare  per  mezzo  delle  pure  spe- 
cies intellettuali,  come  si  può,  per  usare  le  parole  dello 
Steinthal  ^),  contemplare  un  triangolo  rettangolo  e, 
senza  parlare,  anzi  senza  sapere  ancora  come  e- 
sprimere  quella  forma,  costruire  i  quadrati  sui  tre  lati 
e  convincersi  della  verità  del  teorema  di  Pitagora. 
Basta  da  una  parte  che  V  uomo  abbia  il  fantasma 
delle  singole  cose,  sia  esso  concepito  come  un 
qualche  cosa  di  eminentemente  psichico,  come  pen- 
sava S.  Tommaso,  o  come  una  vera  miniatura  delle 
cose  esterne,  un'  immagine  minuscola  che  si  ripro- 
duca attraverso  il  mezzo,  intermedio  tra  1'  oggetto 
e  r  organo,  un  sostituto  cioè  della  realtà,  che  alla 
fine   entri  in  contatto  coli'  organo  sensibile,  e  den- 


1)  Cfr.  GiESSWEiN,  op.  cit.,  pag.  160. 


E  LA  GNOSEOLOGIA  SCOLASTICA       193 


tro  ricevuto  (intussiisceptum)  pnjvochi  la  conoscenza, 
come  invece  volevano  altri  predecessori  e  contem- 
poranei di  S.  Tommaso  stesso  ;  e  dall'  altra  parte 
basta  che  V  uomo  abbia  1'  intelletto  agente  che  sap- 
pia trasformare  quel  fantasma  sub  specie  iiniversali- 
tatis.  Si  tratterà  sempre  di  un'  immagine,  di  un  segno 
mentale  dell'  oggetto  esterno,  esso  sarà  necessario, 
ma  non  sarà  necessario  quel  segno  convenzionale 
con  cui  di  solito  quel  nostro  concetto  noi  esprimia- 
mo fuori  di  noi  :  Adamo  ebbe  gii  uni  e  le  altre, 
fantasmi  cioè  e  species  intelligibiles,  coi  quali  ele- 
menti si  sarà  svolto  in  lui  quella  lo ciitio  interna  di 
cui  la  Scolastica  tanto  ha  trattato  come  già  abbiamo 
visto  in  S.  Anselmo  ;  non  era  però  necessario  ch'egli 
avesse  anche  i  termini  per  esprimerli,  se  poi  li 
espresse  è  perchè  Dio  diede  a  lui  non  già  il  lin- 
guaggio bello  e  che  fatto,  ma  sibbene  la  facoltà  di 
poterlo  creare  a  vantaggio  suo  ed  a  vantaggio  dei 
comuni  rapporti  fra  lui  e  gli  altri.  ') 

Ad  una  tale  conseguenza  si  arriva  anche  met- 
tendo in  raffronto  il  passo  citato  dell'  Occam  colla 
sua  teoria  gnoseologica  dei  segni.  Ogni  rappresen- 
tazione cognitiva,  diceva  1'  Occam  è  un  segno,  si- 
gnum,  che  come  tale  tiene  il  posto  dell'  oggetto 
significato.  Questo  segno,  chiamato  anche  termine  '), 
è  naturale  in  opposto  ai  segni  artificiali  (secundwn 
institutionem  voluntariam),  del  linguaggio  e  della  scrit- 
tura. Tali  segni  naturali  delle  cose,  cioè  in  altri  ter- 


1)  A  questa  conclusione  arriva  anche  il  Kleutoen,  Pliil.  der  Vor- 
zeit,  Innsbruck  1878,  pag.  77. 

2)  Occam,  Summa  totius  logicoe,  lib.  I,  cap.  1. 


194  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

mini  le  specie  della  conoscenza  sono  tre:  sensibili,  in- 
tellettuali intuitive,  ed  astrattive,  e  cioè  V  Occam  nel 
dualismo  scolastico  tra  sensi  ed  intelligenza  ha  voluto 
intercalare  una  conoscenza  intermedia,  il  concetto  in- 
tuitivo, che  dà  r  esistenza  o  la  non  esistenza  concreta 
degli  esseri  singolari  e  serve  di  base  alle  verità  contin- 
genti ^),  sì  da  riuscire  il  presupposto  necessario 
della  conoscenza  stessa  astrattiva  (notitia  abstractiva 
praesupponit  intuiiivam  '^).  Come  si  vede,  con  una 
tale  specie  di  conoscenza  1'  Occam  toglieva  anche 
il  pericolo  di  cadere  nel  soggettivismo,  giacché  con 
essa  si  garantiva  l'esistenza  di  qualche  cosa  di  og- 
gettivo in  rapporto  ai  segni  impressi  in  noi  In  ef- 
fetto appunto  degli  atti  di  conoscenza.  Meglio  però 
che  con  tale  terza  forma  di  conoscenza,  1'  Occam 
eliminava  il  pericolo  del  soggettivismo  colla  sua  dot- 
trina riguardante  il  rapporto  positivo  tra  segno  e 
cosa  significata,  egli  cioè  ammetteva  che  ogni  co- 
noscenza intuitiva,  sensibile  od  intellettuale  ci  dà  la 
cosa  reale,  tale  quale  esiste  fuori  di  noi  ^)  :  i  segni 
in  altri  termini  sono  copia  fedele  delle  cose  signi- 
ficate, concezione  anche  questa  importantissima, 
perchè  vuol  stabilire  1'  Estetica  sopra  la  base  psi- 
cologica dell'  intuizione. 

Tale  dottrina  della  conoscenza,  quale  fu  svolta 


1)  Occam,  Quodlibeta,  V  quaest.  5. 

2)  È  questa  cognizione  intuitiva  dell'  Occam  importante  per  i  rife- 
rimenti eh'  essa  può  avere  colla  concezione  di  unLestgt'ca  in  quanto 
scienza  dell'espressione:  essa  quindi  merita  di  essere  posta  vicino  alle 
concezioni  analoghe  di  Abelardo,  citate  dal  Croce  (op.  cit.,  pag.  179). 

3)  Occam,  Quodlibeta,  VI,  quaest.  G;  V,  quaest.  5;  1,  quaest.  14  etc. 


E  LA  GNOSEOLOGIA   SCOLASTICA  195 


dall'  Occam,  pienamente  giustifica,  a  nostro  cre- 
dere, r  opinione  di  lui  poco  indietro  riportata  sulla 
propositio  interna  qiiae  milliiis  idiomatis  est,  che 
può  anche  non  tradursi  in  proposizione  esterna  prop- 
ter  defectum  idiomatis,  come  già  aveva  in  certo  qual 
modo  pensato  Aristotele.  Anche  per  1' Occam  adun- 
que era  pienamente  concepibile  V  idea  di  un  Adamo 
perfettamente  in  possesso  di  fantasmi  e  di  concetti 
0  di  intuizioni  senza  ancora  la  parola,  con  cui  e- 
sprimere  gli  uni  gli  altri  e  quest'  ultime,  i  quali  ele- 
menti tutti  se  è  vero  che  in  lui  si  saranno  fissati 
sotto  la  forma  reale  di  segni,  non  era  però  neces- 
sario che  avessero  anche  segni  esterni  con  cui  es- 
sere espressi. 

Con  tutto  ciò  ci  pare  quindi  di  avere  a  suffi- 
cenza  dimostrato  che  delle  due  ipotesi  poco  indie- 
tro ricordate  concernenti  l'  origine  del  linguaggio, 
era  dagli  scolastici  presupposta  od  implicitamente 
ammessa,  quella  di  carattere  dinamico,  secondo  cui 
Adamo  stesso  avrebbe  escogitato  il  sistema  di  segni, 
con  cui  esprimere  tutto  quanto  da  Dio  gli  era  stato 
infuso  in  ordine  a  conoscenza,  il  che  non  era  poco, 
a  quanto  ci  dice  S.  Tommaso,  che  della  scienza  di 
Adamo  ha  trattato  oltre  che  nei  passi  già  citati  anche 
in  un  paragrafo  speciale  del  «De  veritate»  ').  Anzi  ana- 
lizzando tale  paragrafo  noi  ci  troviamo  argomenti  a  fa- 
vore di  tutto  quanto  finora  si  è  detto.  Abbiamo  già  os- 
servato che  nessuno  accenno  diretto  né  in  lui,  ne  in  al- 
tro autore  troviamo  sulla  infusione  o  sulla  non  infusione 

1)  S.  Tommaso,  Qnaesi.  disputatile,  De  veritate,  quaest.  XVIII. 


196  LA   FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

del  linguaggio  nel  primo  parente,  però  ad  un  certo 
punto  r  Angelico  si  domanda  :  Niim  Adam  in  stata 
innocentiae  fidem  de  Deo  habuit,  e  risponde  che 
Adamo  in  stata  innocentiae  a  Deo  fidem  est  edoctus 
per  locntionem  interiorem ,  cioè  per  inspirationem 
internam,  la  quale  è  appunto  una  qnaedam  locntio 
ad  similitudinem  esterioris  locntionis.  Ora  se  da  una 
parte  è  evidente  che  tale  locntio  interior  era  pos- 
sibile in  Adamo,  perchè  egli  era  già  dotato  di  fan- 
tasmi e  di  concetti,  dall'altra  è  probabile  che  quello 
era  il  solo  mezzo  compatibile  col  suo  modo  di  es- 
sere, che  una  locntio  externa  non  sarebbe  stata  attua- 
bile che  con  chi  non  ne  fosse  stato  già  in  possesso.  Si 
aggiunga  a  ciò  quanto  Avicenna,  riportato  da  S.  Tom- 
maso, aveva  detto  in  riguardo  alla  cognizione  in  Ada- 
mo di  tutte  le  cose,  cognizione  che  il  filosofo  arabo, 
contrariamente  a  S.  Agostino  '),  negava  in  base  a 
questo  argomento  :  Sensns  snnt  animae  humanae 
necessarii,  ut  per  eos  scientiam  perfectam  rerum  capiat  ; 
si  igitur  anima  Adae  scientiam  omnium  rerum  habuit 
ex  sua  conditione  frustra  sibi  sensus  collati  fuis- 
sent,  quod  esse  non  potest,  cum  in  operibus  Dei 
nihil  sit  frustra.  È  vero  che  S.  Tommaso,  il  quale  in 
Adamo  la  cognizione  di  tutte  le  cose  ammetteva, 
risponde  che  Adam  habuit  sensus  non  ut  per  scien- 
tiam acquireret,  sed  ut  perfectam  naturam  haberet  et 
per  sensus  ea  quae  sciebat  experiretur,  resta  però  sem- 
pre il  fatto  che  nel!'  economia  stessa  della  potenza  di- 
vina era  molto  più  concepibile  la  distribuzione  gratuita 


1)  S.  Agostino,  De  Civit.  Dei,  XIV,  passim. 


NEL  PENSIERO  DI  DANTE  /    197 

di  solo  ciò  che  era  necessario,  e  non  di  ciò  chetale 
non  fosse  nello  stretto  senso  della  parola.  Ora  le  co- 
gnizioni erano  necessarie  per  la  perfezione  di  Adamo, 
mentre  non  lo  era  affatto  il  linguaggio,  potendo, 
secondo  gli  scolastici,  quello  stare  senza  di  questo. 
Vero  si  è  che  alla  conclusione  a  cui  siamo  teste 
arrivati  pare  contrasti  quanto  in  proposito  ha  scritto 
Dante  in  un  passo  del  suo  De  Vulgari  Eloquio  '). 
Dice  egli  infatti  :  Dicimus  certam  formam  locutionis 
a  Deo  cum  anima  prima  -)  concreatam  fuisse  :  dico 
aiitem  formam  et  quantum  ad  rerum  vocabula,  et 
quantum  ad  vocabulorum  constructionem  et  quantum 
ad  constructionis  prolationem.  Secondo  Dante  adunque 
Dio  avrebbe  creato  lui  stesso  il  linguaggio,  non 
solo  per  ciò  che  riguarda  il  materiale  linguistico, 
ma  anche  per  ciò  che  riguarda  il  nesso  logico  tra 
parola  e  parola.  È  la  tesi,  in  altri  termini,  del  vec- 
chio Eunomio  che  qui  risarge  allargandosi,  ed  è  un' 
anticipazione  di  quanto  altri  teologi,  come  già  si  è 
detto,  hanno  in  proposito  pensato  più  tardi.  Dob- 
biamo però  dire  che  confrontando  il  passo  citato 
dell*  Alighieri  con  altri,  si  può  venire  alla  conclu- 
sione che  quella  sua  opinione  sia  per  lo  meno  ec- 
cessiva, per  non  dire  illogica.  Dante  infatti  poco 
prima,  stabilendo  una  differenza  tra  1' elemento  sc/2- 
suale  (sensibile)  e  1'  elemento  rationale  del  linguag- 
gio )  viene  a    dire  che  quello  è  il  suono  in  quanto 


1)  Dante  Alighieri,  De  vulgari  eloquio,  lib.  I, 

2)  Leggiamo  prima  e  non  primam  seguendo  il  testo  pubblicato  dal 
Rajna. 

3)  DANTE,  op.  cit.,  lib.  I,  cap.  Ili, 


198  LA  FILOSOFIA  DEL   LINGUAGGIO 

tale,  mentre  questo  riguarda  il  significato  di  tale 
suono,  significato  che  è  ad  placitiim.  Ora  a  noi 
pare  che  questo  spunto  di  dottrina  aristotelico  -  to- 
mista sul  significato  ad  placitum  dei  nomi  per  nulla 
s'  accordi  coli'  origine  divina  del  linguaggio,  quale 
è  ammessa  da  Dante,  il  quale  meglio  avrebbe  po- 
tuto mettere  in  relazione  tale  origine  coli'  altra 
sua  teoria  del  nomina  snnt  consequentia  rerum  di 
cui  parla  nella  Vita  Nova  ),  teoria  eh'  è  perfetta- 
mente in  contraddizione  con  quelle  «(/p/aaYwm,  ap- 
punto come  in  contraddizione  in  proposito  era  stato 
l'insegnamento  di  Platone  a  quello  di  Aristotele.  D'al- 
tra parte  1'  Alighieri  prima  di  esporre  quelle  sue  o- 
pinioni,  di  cui  si  discute,  paila  della  necessità  del 
linguaggio  per  1'  uomo,  e  del  motivo  per  cui  Dio 
ha  voluto  eh'  egli  di  favella  fosse  dotato  anche  nella 
solitudine  del  Paradiso  terrestre.  Ora  tale  necessità 
riguarda  solo  il  linguaggio  nel  suo  valore  formale 
e  si  estende  essa  quindi  a  qualunque  linguaggio,  anche 
a  quello  escogitato  più  tardi  dall'  intelligenza  stessa 
dell'  uomo  sollecitata  diversamente  dalle  condizioni 
diverse  di  tempo  e  di  spazio  ;  la  necessità  per  ciò 
che  r  uomo  parli  non  implica  per  nulla  la  conse- 
guenza che  il  linguaggio  deve  avere  origine  divina, 
bastando  solo  ammettere  per  ispiegarlo  che  Dio  ab- 
bia dato  all'  uomo  la  facoltà  di  creare  il  linguaggio, 
come  appunto  era  l' insegnamento  di  Gregorio  di  Nis- 


1)  Dante,  Vita  nova,  cap.  13.  Notiamo  in  proposito  che  anche 
Cratilo  nel  dialogo  platonico,  come  si  è  visto,  pensa  all'  origine  divina 
del  linguaggio,  anche  perchè  egli  era  veramente  persuaso  del  rapporto 
intimo  e  necessario  tra  nomi  e  cose. 


NEL  PENSIECO  DI  DANTE  199 

sa,  e  di  S.  Tommaso.  In  quanto  poi  al  motivo  che  a 
vrebbe  spinto  Dio  a  dotar  di  favella  1'  uomo  anche 
nel  Paradiso  terrestre,  esso  depone  piuttosto  a  fa- 
vore della  tesi  generale  della  Scolastica,  che  non 
di  quella  di  Dante.  Dio  infatti  avrebbe  concesso  il 
linguaggio  ut  in  explicatione  tantae  dotis gloriaretnr 
fpse  qui  gratis  doiaverat  '),  ora  ci  pare  che  ben  più 
meritoria  sarebbe  stata  la  gratitudine  dell'  uomo,  e 
più  glorificata  la  benevolenza  di  Dio,  se  quegli  per 
sé  stesso  si  fosse  sforzato  di  trovar  la  parola  del 
ringraziamento  verso  di  questo,  il  quale  così  a- 
vrebbe  avuto  1'  omaggio  non  della  roba  sua,  ma  di 
un  qualche  cosa  costruito  dall'  uomo  in  base  ad  un 
proprio  favore.  D'  altra  parte  si  noti  anche  questo  : 
il  motivo  escogitato  da  Dante  non  è  certo  di  Va- 
lore essenziale  e  necessario,  nel  senso  che  Dio 
avrebbe  potuto  fare  anche  senza  di  tale  glorifica- 
zione da  parte  della  sua  creatura  :  esso  per  ciò  a- 
vrebbe  potuto  anche  mancare,  e  allora  mancando 
esso  che  fu  .la  causa,  sarebbe  mancato  anche  il  suo 
effetto,  che  secondo  Dante,  e  appunto  il  linguaggio 
in  quanto  è  sistema  di  segni  esprimibili  :  questo 
perciò  non  è  come  tale  alcunché  di  necessario,  ra- 
gione questa  che,  come  si  è  visto  poco  sopra,  per- 
metteva appunto  alla  Scolastica  di  pensare  una  dot- 
trina tutt'  affatto  contraria  a  quella  dell'  Alighieri  o 
per  lo  meno  a  quella  esposta  da  lui  nel  De  Vidgari 
Eloquio,  giacché    come    è  noto  nel  XXVI  canto  dei 


1)  Dante,  De  vulgari  eloquio,  lib.  I,  cap.  V. 


200  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Paradiso  egli  col  verso  messo  in  bocca  ad  Adamo: 

E  r  idioma  eh'  usai  e  chi'  io  fei 
si    dichiara    invece  convinto  dell'  origine  umana  del 
linguaggio  ^),   la  quale  è  poi  confermata  più  solen- 
nemente ancora  nella  terzina  già  citata  : 

Opera  naturale  è  eh' uom  favella, 

Ma  così  e  così,  natura  lascia 

Poi  fare  a  voi,  secondo  che  v'  appella. 

Sopra  questo  argomento  dell'  infusione  del  lin- 
guaggio in  Adamo,  abbiamo  voluto  insistere  tanto, 
prima  di  tutto  perchè  esso  coinvolge  una  questione 
d'  ordine  generale  :  quella  cioè  dell'  origine  divina 
ed  umana  del  medesimo,  in  secondo  luogo  perchè 
con  esso  abbiamo  aperta  la  via  per  capir  meglio 
quanto  andremo  dicendo. 

Intanto  possiamo  dire  che  nemmeno  per  la  Sco- 
lastica, come  già  lo  abbiamo  visto  non  vero  per  la 
Patristica,  è  quanto  affermava  il  Renan  essere  l' ipo- 
tesi tradizionalistica  dell'  origine  divina  del  linguag- 
gio r  ipotesi'  dei  teologi  per  eccellenza. 


1)  n  D'Ovidio  (op.  cit.,  pag.  499)  vorrebbe  scemare  in  certo  qual- 
modo  la  confr'àddizione  tra  la  dottrina  del  De  Viilgari  eloquio,  e  quella 
del  canto  XXVI  del  Paradiso,  ma  a  noi  pare  che,  per  quanta  buona  vo- 
lontà ci  voglia  mettere,  tale  contraddizione  esista,  essendo  troppo  espli- 
cite per  se  stesse  le  parole  considerate  dal  De  viilgari  eloquio;  è  vero 
che  in  questo  e'  è  la  frase  idioma  quod  primi  loqiientis  labia  fabrica. 
runt,  (I,  6),  frase  che  pare  s'  accordi  col  verso  del  Paradiso  citato,  ciò 
però  non  tòglie  la  contraddizione,  ma  solo  la  sposta  nel  senso  di  collo- 
carla invece  che  tra  un  passo  de!  De  vulgari  eloquio,  ed  un  verso  del  Pa- 
radiso, tra  due  passi  di  quello.  Del  resto  il  verso  di  Dante  citato,  non 
esprime  per  nulla  un  concetto  più  ardito,  come  pare  voglia  credere  il 
D'  Ovidio,  ma  sibbene  un  docile  ritorno  a  ciò  che  era,  come  si  è  visto, 
r  insegnamento  implicito  della  Scolastica  tutta  :  caso  mai  ardito  era  il 
concetto  contrario,  perchè  concetto  di  un  eretico,  e  precisamente  di 
Eunomio. 


ED    IL    VER  BUM  INTERIUS  ED   EXTERIUS  201 

Vediamo  ora  che  cosa  valesse  per  gli  scola- 
stici la  divisione  di  linguaggio^  interno  e  di  linguag- 
gio esterno.  Abbiamo  poco  sopra  avuto  bisogno  di 
richiamare  brevemente  la  dottrina  gnoseologica  di 
S.  Tommaso,  ora  aggiungiamo  che  poi  nella  scuola 
ciò  che  r  Angelico  chiama  species  intellegibilis  im- 
pressa, fu  chiamata  semplicemente  species,  mentre 
la  species  intelligibilis  expressa  fu  detta  di  prefe- 
renza verbum.  Quest'  ultima  denominazione  ci  mette 
appunto  sulla  strada  per  capire  il  sermo  interior  degli 
scolastici. 

S.  Tommaso  nel  passo  citato  riferentesi  all' 
inspirazione  fatta  da  Dio  in  Adamo,  per  cui  in  questo 
si  è  ingenerata  la  fede,  dice  :  Deus  interius  inspi- 
rando non  exhibet  essentiam  saam  ad  videndum 
sed  aliquid  suae  essentiae  signum,  id  est  spiritualem 
similitudinem  suae  sapientiae,  con.quel  passo  mettiamo 
in  relazione  tutto  quanto  il  medesimo  autore  scrive  a 
proposito  della  questione  :  num  in  divinis  proprie 
verbum  dicatur^),  questione  che  così  è  risolta  :  Verbum 
cordis,  quod  est  id  quod  actu  consideratur,  cum  sit  om- 
nino  immateriale  et  ab  omni  defectu  remotum  proprie  in 
Deo  est,  verbum  vero  vocis,  seu  quod  vocis  imaginem 
habet,  non  nisi  ex  translatione  de  Deo  dicitur.  Come 
si  vede  qui  l'autore  distingue  tre  specie  di  verbo: 
verbum  cordis,  verbum  interius,  quod  habet  imagi- 
nem vocis,  et  verbum  exterius.  Quale  è  il  criterio  di 
tale  divisione  ?  Ecco  come  si  esprime  in  proposito 
S.    Tommaso:   Sicut  in  artefice  tria  consideramus  et 


1)  S.  Tommaso,  Qimest  disp.  De  ventate,  Quaest.  IV.  art. 


2Ó2  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

finem  artificii,  et  exemplar  ipsiiis,  et  ipsiim  artificium 
iam  productum,  ita  etiam  in  loqiiente  triplex  verbum 
invenitur  scilicet  id  qiiod  per  intellectum  concipitur 
ad  quod  significandum  verbum  exterius  profertur,  et 
hoc  est  verbum  cordis  sine  voce  prolatum,  item  exem- 
plar exterioris  verbi,  et  hoc  dicitur  verbum  interius 
quod  habet  imaginem  vocis,  et  verbum  exterius  ex- 
pressum,  quod  dicitur  verbum  vocis:  et  sicut  in  artefi- 
ce praecedit  intentio  finis,  et  deinde  sequitur  excogi- 
tatio  formae  artificialis  et  ultimo  artificiatum  in  esse 
producitur,  ita  verbum  cordis  in  loquente  est  prius 
verbo  quod  habet  imaginem  vocis,  et  postremum  est 
verbum  vocis. 

Evidentemente  la  seconda  e  la  terza  specie 
possono  in  fondo  essere  conglobate  in  una  sola,  perchè 
poco  importa  che  la  parola  sia  o  non  sia  espressa, 
r  importante  è  che  ci  sia,  ed  in  entrambe  le  specie 
la  materia  è  appunto  quel  dato  nome.  Restano  allora 
di  fronte  il  verbum  cordis,  che  possiamo  chiamare  col 
termine  comune  nella  scolastica  di  verbum  interius, 
ed  il  verbum  exterius,  poco  importa  se  questo 
sia  0  non  sia  pronunciato. 

Quale  è  la  loro  differenza  in  ordine  a  cono- 
scenza? S.  Tommaso  colla  solita  precisione  risponde 
che  il  secondo  significai  id  quod  intellectum  est,  non 
ipsum  intelligere,  mentre  il  verbum  interius  est  ipsum 
interius  intellectum  :  quello  è  nel  suo  significato  un 
prodotto,  questo  invece  è  un  fattore  efficiente  ;  ciò 
ammesso,  è  evidente  come  S.  Tommaso  abbia  potuto 
credere  che  il  verbum  cordis  si  possa  in  modo  pro- 
prio dire  che  esista  in  Dio,  appunto  perchè  esso  è 


ED   IL    VERBUM  INTER/US  203 

un  fattore  completamente  remotiim  a  materialitate, 
d'  altra  parte  si  capisce  anche  come  verta  nella  scuola 
sieno  state  chiamate  le  species  intelligibiles  expressae. 

S.  Tommaso  è  stato,  in  tale  sua  concezione, 
fedele  a  tutto  quanto  la  Patristica  già  aveva  e- 
scogitato  in  riguardo  appunto  al  sermo  interior, 
solo  che  egli  ha  approfondito  meglio  le  ragioni 
della  natura  di  quello  in  contrapposto  al  sermo 
exterior. 

Però  ad  ammettere  in  Dio  un  tale  verbiim  e'  era 
questa  obbiezione  di  una  certa  importanza  :  S.  Tom- 
maso ha  identificato  il  verbiim  interius  coir  intelletto 
in  quanto  è  attuato  nei  singoli  atti  conoscitivi  in- 
tellettuali, ora  tutto  ciò  nelT  uomo  non  si  attua  se 
non  per  un  lavoro  discorsivo,  anzi  è  appunto  tale 
lavorio  di  movimento  e  di  riflessione  che  si  può 
chiamare  colla  denominazione  di  cui  si  parla  ;  ma 
in  Dio  non  si  può  porre  né  un  tal  moto,  ne  una 
tale  riflessione,  come  si  può  quindi  parlare  di  verbiim 
interius  in  senso  proprio  in  lui  ?  Al  che  S.  Tommaso 
risponde  :  È  vero  che  riferito  a  noi  il  verbiim  interius 
si  integra  cum  aliqno  discursu  quem  videtnr  cogitatio 
importare,  ma  in  se  e  per  se  basterebbe  anche  solo 
che  qualitercumque  aliquid  actu  intelligatur,  ora  Dio 
conosce  appunto  sempre  alcunché  per  quanto  in 
modo  diverso  da  noi,  quindi  anche  a  lui  si  può 
riferire  la  nozione  di  verbum  cordis,  senza  che 
questo  importi  la  necessità  di  ammettere  anche 
in  lui  il  discursus  in  cogitando  che  si  avvera  in 
noi. 

Del    resto   prima  di  S.  Tommaso,  Pietro  Lom- 


204  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

bardo  0  e  prima  ancora  di  lui  S.  Agostino  -)  ave- 
vano chiamato  la  mente  dell'  uomo  imago  Dei.  Ve- 
ramente una  tale  denominazione  aveva  nel  concetto 
SI  dell'  uno  che  dell'  altro  una  portata  piuttosto  teo- 
logica che  filosofica,  credendo  essi  di  trovare  nelle 
tre  facoltà  della  mente  umana  :  memoria,  intelligenza 
e  volontà,  un'  immagine  della  Trinità,  ciò  non  toglie 
però  che  il  rapporto  stabilito  tra  Dio  e  la  mente 
dell'  uomo  possa  avere  anche  un  significato  filoso- 
fico, tanto  è  vero  che  S.  Tommaso  ciò  ha  ammesso 
coir  uguagliare  appunto  il  verbwn  cordis  dell'  uomo 
col  verbnm  cordis  di  Dio.  Ciò  che  importa  a  noi  di  far 
notare  ora  si  è  come  1'  Aquinate  ammetta  tale  verbum 
interius  anche  per  la  cognizione  di  carattere  eminente- 
mente intuitivo  di  Dio,  e  lo  ammetta  in  relazione  all' 
idea  di  segno,  che  tale  verbum  cordis  lascia  laddove  si 
rivolge,  come  appunto  abbiamo  visto  essere  ammesso 
daS.  Tommaso  in  riguardo  alla  conoscenza  infusa  in 
Adamo.  Non  è  forse  questo  un  accenno  evidentis- 
simo alla  concezione  di  un  rapporto  tra  intuizione 
ed  espressione  quale  è  stato  messo  in  evidenza  dal 
Croce  •')  ?  È  vero  che  tutto  ciò  è  confinato  in  alto, 
neir  intelletto  di  Dio,  ciò  non  toglie  però  che  l'esi- 
stenza di  un  tale  rapporto  tra  intuizione  ed  espres- 
sione già  nella  Scolastica  sia  stato  affermato  non 
solo  come  possibile,  ma  anche  come  un'  attualità 
per  quanto  in  un  ordine  di  cose  soprannaturale  e 
metafisico. 


1)  Pietro  Loa-ibardo,  Sentent.  Uh.  I,  dest.  IV,  p.  II. 

2)  S.  Agostino.  De  Trinitate,  lib.  XIV  passim. 
2)  B.  Croce,  op.  cit.  pag.  io. 


NEL  PENSIERO  DI   ALBERTO   MAGNO  205 


Quest'  ultimo  rilievo  ci  porta  ad  approfondire 
un  po'  meglio  le  relazioni  tra  il  verbum  interiiis  e 
l' exterìus  degli  scolastici,  cioè  ad  investigare  uno 
degli  argomenti  più  reconditi  e  meno  soggetti  a 
sistematizzazione  della  loro  psicologia. 

Già  Alberto  Magno  ha  in  proposito  accenni  di 
non  piccola  importanza.  Dopo  di  aver  egli  nel  suo  «De 
anima  »  trattato  della  differenza  tra  suono  in  genere  e 
voce  in  ispecie  dell'elemento  fisico  (aria)  del  linguag- 
gio, e  dell'  elemento  fisiologico,  lingua,  polmone,  tra- 
chea detta  da  Alberto  Magno  canna  dura  od  arteria  vo- 
cativa quae  duris  anulis  componitiir  ^),  e  dopo  d'  a- 
ver  spiegato  il  perchè  ed  il  come  della  respirazione 
viene  a  discorrere  dell'  elemento  psichico  del  lin- 
guaggio stesso.  Ecco  le  sue  parole  in  proposito  : 
Vox  est  percussio  respiratio  aeris  ad  arteriam  voca- 
tivam  ab  anima  per  imoginationem  aliquam  eam  for- 
mantem,  quae  est  in  partibus  illis  quae  ad  respira- 
tionem  congruat.  V  elemento  adunque  psichico 
preponderante  nel  linguaggio  è  l'immaginazione,-)  ciò 
è  da  Alberto  Magno  ripetuto  anche  più  avanti  con 
queste  parole  :  oportet  in  voce  et  animatum  esse 
verberans  et  quod  cum  imagine  significando  aliquid 
per  vocem  verberet  et  figuret  :  vox  enim  est  sonus 
aliquid  significans,  et  vox  non  est  simpliciter  respi- 


1)  Alberto  ìMagno,  De  Anima,  Tractactus  HI,  cap.  22.  (In  Albert 
MAGNI,  Op2ra,  Lugduni  1G51,  voi.  MI,  pag.  94  e  sgg). 

2)  Ricordiamo  in  proposito  ì'  importanza  ammessa  per  la  facoltà 
immaginativa  dallo  stesso  Kant,  per  il  quale  essa  era  una  specie  di  atti- 
vità intermedia  fra  r  intuizione  e  r  intelletto  (Cfr.  H.  HOEFFINDG,  op. 
cit.,  Voi.  2  pag.  48). 


206  LA  FILOSOFIA  DEL   LINGUAGGIO 

rati  aeris,  siciit  est  tussis  et  cain  duo  sunt  in  anima 
affectus  scilicet  doloris  vel  gandii,  et  conceptiis  cor- 
dis  de  rebus,  non  est  vox  significans  affectuni,  sed 
potius  conceptwn,  conceptus  enini  cordis  interpretati- 
vus  sonus  vox  est  ;  et  ideo  vox  non  est  nisi  habentis 
intelledum  concipientem  intentiones  rerum  et  ideo 
ad  exprimendum  conceptwn  format  voces. 

Come  si  vede,  si  parla  in  tali  passi  di  immagini,  di 
interpretazioni,  di  formazioni,  e  cioè  il  processo  psichi- 
co per  la  produzione  delle  voci  così  è  indicato  da  Al- 
berto Magno  :  Prima  si  ha  il  sentimento  di  piacere  e  di 
dolore,  e  si  noti  profondità  di  pensiero  in  quel  sommo, 
il  quale  già  aveva  definito,  né  più  né  meno  di  quello 
che  si  potrebbe  fare  nella  psicologia  moderna, 
il  piacere  come  sensus  convenientis,  ed  il  dolore  come 
sensus  disconvenientis  in  rapporto  all'  equilibrio  ge- 
nerale dell'  esistenza  ^),  tanto  e  vero  che  essi  magis 
profundantur  in  natura,  quam  in  anima  -)  ;  dal  pia- 
cere e  dal  dolore  nasce  desiderio  od  avversione '), 
per  cui  si  desta  in  noi  la  cognizione  dell'  elemento 
rappresentativo  che  ha  destato  e  piacere  e  dolore, 
e  quindi  desiderio  od  avversione  ;  tale  cognizione 
in  noi  è  tosto  tradotta  nel  campo  dell'  immaginazione, 
che,  dopo  averla  per  dir  così  distesa  e  diffusa  nella 
sfera  generale  dei  concetti,  sì  da  aggregarla  come 
un'  unità  nuova  alla  somma  già  esperimentata  dei 
consimili,  l' interpreta  e  1'  esprime  colla  parola,  la 
quale    non    esprime    già    il  sentimento,  ma  sibbene 


1)  Alberto  Magno,  De  Anima,  lib.  \\,  tract.  I,  cap.  X. 

2)  Alberto  magno,  De  Anima,  lib.  U,  tract.  HI.  cap.  XXH. 

3)  Alberto  Magno,  De  Anima,  lib.  Il,  tract.  II,  cap,  XXVII. 


NEL  PENSIERO  DI   ALBERTO  MAGNO  207 

il  concetto  relativo.  La  parola  quindi  è  una  vera 
produzione  nostra,  un  frutto  di  quella  parte  dell'in- 
telletto che  Alberto  Magno  ha  chiamato  imaginatio, 
mentre  di  S.  Anselmo,  come  già  si  è  visto,  era 
chiamata  memoria,  laddove  il  concetto  è  frutto  della 
parte  speculativa  razionale  dell'  intelletto,  cioè  delle 
di  lui  operazioni  fondamentali  del  comporre  e  del 
dividere  '),  sulle  quali  ha  insistito  poi  tanto  S.  Bo- 
naventura per  spiegare  il  passaggio  per  quella  dall' 
astratto  al  concreto,  e  per  questa  dal  concreto  all' 
astratto  -), 

L'immaginativa  adunque  secondo  Alberto  Magno, 
cioè  quella  facoltà  in  qiiae  sunt  formae  acceptae  per 
senswn,  crea  la  parola,  o  per  lo  meno  la  suscita 
quando  sia  del  caso  :  ma  l' immaginazione  e'  è  anche 
negli  animali,  come  va  allora  che  in  essi  non  e'  è 
il  linguaggio  ?  Al  che  il  nostro  autore  risponde  tosto 
direttamente  così  :  Licei  enim  bruta  habent  imagina- 
tionem,  tamen  nan  moventur  ab  ipsis  imaginatis  se- 
cimdum  rationem  imagitatorum,  sed  a  natura,  et  ideo 
omnia  similiter  operantur,  per  il  che,  soggiunge  egli, 
imaginativa  in  brutis  non  regit  naiuram,  nec  agit  eam 
ad  opera  secundum  diversa  imaginata,  sicut  facit 
homo,  sed  potius  regitur  a  natura  et  agitur  ad  opera 
ab  ipsa,  et  ideo  fit  quod  licei  apud  se  habeant  ima- 
ginata, tamen  ad  esprimendum  illa  non  fonnant  voces. 
Veramente    questa    risposta  non  ci  pare  esauriente, 


1)  Alberto  magno,  De  Anima,  lib.  ili,  tract.  il,  cap.  XVI.  Si  trat- 
ta qui  di  quelle  due  operazioni  che  meglio  oj^gi  si  chiamerebbero  ana- 
lisi, e  sintesi. 

2)  S.  BONAVENTURA,  SeiUetit..  lib.  1,  dist.  Vili,  Dist.  II. 


208  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

perchè  il  dire  che  V  uomo  crea  ia  parola,  perchè  è 
mosso  dal  prodotto  della  sua  immaginazione  seciin- 
dum  rationem  imaginatoriim ,  mentre  l'animale  non 
la  può  creare,  perchè  è  spinto  solo  dall'  istinto,  è 
dire  poco,  giacché  equivale  a  mettere  due  punti  di 
origine  diversa  senza  mostrare  la  traiettoria  che  le 
due  linee  dipartentisi  da  quelli  seguono  per  rag- 
giungere una  data  meta. 

Fortunatamente  abbiamo  però  altri  passi  anche 
d'altre  opere  oltre  che  il  «  De  anima  »,  i  quali  me- 
glio possono  illuminarci  in  proposito.  Anzitutto  Al- 
berto Magno  toglie  di  mezzo  I'  opinione  di  coloro 
che  vorrebbero  far  correre  un  vero  rapporto  di  na- 
tura tra  concetto  e  parola  :  tale  opinione,  accen- 
nata anche  e  ribattuta,  come  si  è  visto,  da  S.  Tom- 
maso nel  «  De  interpretatione  »  è  così  da  Alberto 
Magno  formulata  :  aliqui  dixenint  qiiod  conceptum, 
qui  ex  parte  intellectus  discenda  in  imaginationem 
et  organum  illius  qiiod  est  in  anteriori  parte  ca- 
pitis,  ad  quam  pervenerit  respiratns  aer  in  quo  vox 
figuratur,  et  ibi  generai  vis  imaginativa  intentio- 
nem  rei  in  voce  ^).  Veramente  non  si  può  dire  che 
questa  sia  1  '  antica  opinione  discussa  nel  Cra- 
tilo platonico,  perchè  là  si  discorreva  di  un  rap- 
porto di  somiglianza  tra  cosa  significata  e  suono, 
stabilita  dall'  abilità  sapiente  di  chi  ha  posto  per 
prima  quella  data  parola,  sicché  analizzando  questa 
si  poteva  arrivare  alla  vera  conoscenza  di  quella  : 
qui   invece    si    tratta    di    un  rapporto  diremo  quasi 


1)  Alberto  Magno,  De  anima,  lib.  Il  Trat.  ni,  cap.  XXU. 


NEL  PENSIERO  DI  ALBERTO  MAGNO  209 


d'  ordine  fisiologico  :  la  parola  in  altri  termini  consi- 
sterebbe di  due  elementi  :  il  significato  ed  anche  il  si- 
gnificativo, nel  senso  che  essa  sarebbe  la  risposta 
non  arbitraria,  ma  spontanea  e  necessaria  dell'organi- 
smo alla  presenza  di  un  concetto,  il  quale  si  espri- 
merebbe in  quel  dato  modo,  in  cui  ci  sia  V  intentio  rei 
cioè  il  riflesso  spontaneo  della  cosa  stessa  significata. 

Noi  non  sappiamo  a  quale  od  a  quali  autori  in 
modo  speciale  abbia  voluto  riferirsi  Alberto  Magno 
con  tali  sue  parole  ;  probabilmente  egli  ha  di  mira 
quell'indirizzo  da  cui  poco  tempo  dopo  Dante  trasse 
quella  sua  opinione  dei  nomi  conseqiientia  rerum,  di 
cui  già  abbiamo  discorso  altrove  '),  e  che  storica- 
mente, piia  che  nel  Cratilo  e  negli  Stoici,  ha  la  sua 
prima  espressione  nella  dottrina  in  proposito  di  E- 
picuro,  spogliata  però  di  tutta  la  seconda  parte, 
quella  cioè  che  riguardava  V  intervento  della  ra- 
gione umana  nella  ^éaic;  dei  vocaboli  stessi. 

Gli  argomenti  che  Alberto  Magno  adopera  per 
confutare  una  tale  dottrina  sono  questi  :  anzitutto 
è  assurdo  il  credere  che  nella  parola  ci  possano  es- 
sere due  elementi  :  il  significato  ed  il  significante, 
in  secondo  luogo  se  le  parole  avessero  veramente 
in  sé  r  elemento  naturale,  quale  sarebbe  appunto 
r  intentio   rei,  in  qualunque  parola  esso  ci  sarebbe. 


1)  Cfr.  cap.  V,  pag.  174,  nota  4  e  cap.  VI,  pag.  198.  Nella  filosofia 
posteriore  la  dottrina,  di  cui  fa  giustizia  Alberto  Magno,  prima  di  rin- 
novarsi nel  Tradizionalismo  del  De-Bonald,  può  benissimo  giudicarsi 
come  legittima  conseguenza  dell'  Occasionalismo  del  Geulincx  e  del  Ma- 
lebranche, le  dottrine  dei  quali  sarebbero  riuscite  in  precisa  opposizione 
a  quelle  realmente  svolte  dall'  Hobbes  nel  suo  trattato  De  Corpore,  in 
cui  si  sostiene  che  il  linguaggio  si  deve  tutto  ad  una  denominazione 
volontaria.  (Cfr.  H.  HOEFFDING,  op.  cit.,  voi.  I,  pag.  266). 


210  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ed  essendoci  nella  parola  per  la  medesima  ragione 
si  ingenererebbe  anche  nell'  ascoltante,  ed  allora  chi 
parla  sarebbe  capito  in  qualunque  linguaggio  parlasse, 
il  che  è  evidentemente  falso,  perchè  vox  est  sonus 
formativus  in  signwn,  qiiod  ad  placitum  significai y 
et  ideo  de  re  facit  notitiam  siciit  signiim,  et  ideo 
non  percipit  illam  vocem  qui  nescit  institutionem  signi. 

Alberto  Magno  avrebbe  potuto  anche  aggiun- 
gere che  se  veramente  la  parola  fosse  quel  pro- 
dotto naturale  di  cui  parlava  1'  opinione  di  quelli, 
che  egli  combatte,  ben  difficilmente  si  sarebbero  po- 
tuto salvare  i  motivi  di  differenza  tra  il  linguaggio 
dell'  uomo  e  la  manifestazione  dei  sentimenti  nei 
bruti  :  è  vero  che  in  quelli  vi  è  il  concetto,  ed  in 
questi  no,  ma  questo  non  sarebbe  stato  sufficiente 
a  spiegare  la  diversità  di  manifestazione  tra  uomo 
e  bruto,  che  essa  era  nel  disegno  dell'  autore  ben 
piia  profonda  che  la  semplice  diversità  tra  sensazione  e 
concetto.  Anche  la  soluzione  adunque  di  tale  ob- 
biezione fatta  da  Alberto  Magno  non  versava  trop- 
pa luce  sui  motivi  di  diversità  tra  uomini  e  bruti  per 
ciò  che  riguarda  1'  argomento  nostro. 

Ragioni  ben  più  efficaci  troviamo  in  proposito 
nel  «  De  animantibus  »  dello  stesso  Alberto  Magno  ^), 
in  cui  la  questiome  è  direttamente  risolta.  Anche 
qui  si  comincia  a  mettere  in  risalto  la  differenza 
tra  voce,  suono  ed  il  sermo,  dicendosi  :  vox  est 
sonus  cum  imaginatione  ab  ore  animalis  ad  ali- 
quem   effectum  demostrandum  prolatus,  sonus  autem 


1)  Alberto  Magno,  De  animantibus,  lib.  V,  tract.  \\,  cap.  U,  (ed. 
cit.,  voi.  VI,  pag.  170  e  sgg.). 


NEL  PENSIERO  DI  ALBERTO  MAGNO  211 

est  geniis  vocis  quodlibet  videlicet  a  sonante  proce- 
dens,  quod  auditiii  infert  passioneni  ;  sermo  autem 
est  tertiiim  diversitatem  habens  ad  ntrun:qiie  istonim, 
est  enini  sermo  vox  articulata  et  [iterata  conceptiim 
mentis  humanae  demmtians.  La  distinzione  qui  è 
triplice,  giacche  va  intesa  nel  senso  che  suono  è 
qualunque  rumore  provenga  da  un  corpo  qualsiasi, 
e  produca  sentimento  in  chi  lo  senta  ;  voce  invece 
è  il  suono  che  provenga  da  ciò  che  1'  autore  chiama 
epiglottide  di  un  animale,  mentre  il  sermo  in  genere 
è  r  espressione  dell'  essere  ragionevole.  Così  chia- 
rite le  cose,  vediamo  di  penetrare  nel  motivo  di 
differenza  psichica  tra  voce  e  sermo,  e  fortunata- 
mente a  questo  riguardo  Alberto  Magno  usa  di  un 
mezzo  efficacissimo,  e  cioè  usa  dell'  esempio  di  un 
essere  che  parla  come  1'  uomo,  non  essendo  ragio- 
nevole come  r  uomo  stesso,  cioè  dell'  esempio  di 
ciò  eh'  egli  chiama  pigmens  '). 

Che  cosa  sia  in  realtà  questo  pigmeo,  e  1'  altro 
suo  fratello  minore  il  maritovinorio  dallo  stesso  au- 
tore citato,  noi  non  sappiamo,  e  poco  anche  ci  in- 
teressa saperlo,  basta  a  noi  conoscere  quale  mo- 
tivo ideale  di  differenza  Alberto  Magno  riconosca 
tra  essi  e  1'  uomo.  Il  pigmeo  quantum  ad  animalis 
virtutes  post  hominem  videtur  perfectius  esse  ani- 
mal,  dice  A.  M.,  esso  infatti  più  perfettamente  di 
ogni  altro  essere,  ad  eccezione  dell'  uomo  s' intende, 
sa  paragonare  le  sue  percezioni  sensibili,  e  meglio 
sa   interpretare   i    segni    dell'  udito,  sicché  pare  sia 


I)  Alberto  Magno,  De  animantibus,  lib.  XXI,  tract.  I,  cap.  HI, 
(ed.  cit.,  voi.  VI,  pag.  560  e  sgg.). 


212  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

dotato  di  ragione,  sed  ratione  caret.  Ed  infatti  che 
cosa  è  la  ragione,  quando  la  si  consideri  in  rap- 
porto al  linguaggio  ?  Ratio,  risponde  il  nostro  au- 
tore, est  vis  animae  discurrendo  per  experta  et  me- 
moria accepta,  per  habitudinem  localem  aut  syllogi- 
sticam  universale  eliciens,  et  ex  illa  principia  artium 
et  scientiarum  etsimiles  habitudines  conferens.  Ora  tali 
operazioni  della  ragione  si  trovano  attuate  nel  pig- 
meo ?  No,  perchè  tutto  ciò  eh'  egli  riceve  per  mezzo 
dell'  udito,  lo  riceve  per  nulla  disgiunto  a  sensibi- 
liiim  intentionibus,  et  prout  sunt  sensibilium  interio- 
nes  memotiae  commendat,  et  hoc  modo  confert,  et 
collata  significai  per  locationem.  Per  il  che  quantun- 
que, il  pigmeo  parli,  tuttavia  non  disputai,  non  ragiona 
cioè  de  universalibus  rebus,  perchè  le  sue  voci  si 
dirigono  sempre  a  ciò  che  per  sua  natura  è  parti- 
colare ;  in  altri  termini,  dice  il  nostro  autore,  locutio 
sua  causatur  ex  umbra  risultante  in  occasu  ratio nis. 
Quest'  espressione,  se  poetica  in  sé,  non  ha  minor 
valore  filosofico  di  qualsiasi  altra,  giacché  Alberto 
Magno  la  spiega  così,  insistendo  ancora  e  diluci- 
dando tutto  quanto  già  aveva  detto  :  Ratio  duo  ha- 
bet,  quorum  unum  est  ex  reflexione  sua  ad  sensum 
et  memoriam  (da  intendersi  questa  nel  tradiziona- 
le uso  scolastico,  che  già 'abbiamo  visto  parlando 
di  S.  Anselmo),  et  ibi  est  percepito  experimenti', 
secundum  autem  est  quod  habet  secundum  quod 
exaltatar  versus  intellectum  simplicem  ;  et  sic  est 
elicitiva  universalis,  quod  est  principium  artis  et 
scientiae.  Il  pigmeo  delle  due  non  ha  che  la  prima 
prerogativa,  e  perciò  non  ha  che  l'ombra  della  ragione 


NEL  PENSIERO  DI  ALBERTO  MAGNO  213 

perchè  la  vera  luce  della  medesima  sta  tutta  nella 
seconda,  ed  è  ombra  perchè  è  aderente  alla  pura 
materialità  delle  cose  sensibili,  ed  alle  derivazioni 
di  tale  materialità  (appendiciìs  materiae),  così  che 
non  mai  il  pigmeo  sa  elevarsi  alla  quidditas  delle 
cose  ed  all'  esercizio  del  ragionamento,  pressapoco 
come  colui  che  per  un  accidente  qualsiasi  abbia  per- 
duto r  uso  della  ragione. 

Chiarite  così  le  cose,  è  evidente  che  noi  com- 
prendiamo molto  di  più  i  motivi  di  differenza  tra  le 
voci  dei  bruti  ed  il  linguaggio  degli  animali,  appunto 
perchè  veniamo  a  sapere  molto  meglio  come  si  dis- 
ponga il  linguaggio  in  quegli  esseri  (veri  o  fittizii 
poca  importa)  in  cui  e'  è  somiglianza  coli'  uomo  in 
tutto,  tranne  in  quella  parte  della  ragione  che  abbiamo 
visto  essere  dal  nostro  autore  chiamata  elicitiva  uni- 
versalis.  Quello  che  a  noi  importa  di  far  qui  rilevare 
è  che  secondo  Alberto  Magno  non  è  già  il  fatto  del 
linguaggio  specifico  all'  uomo,  ma  il  modo  con  cui 
esso  si  può  attuare  :  la  creazione pe/  imaginationem  ^) 
delle  parole  o  dei  segni,  con  cui  sia  possibile  espri- 
mere le  diverse  fluttuazioni  interne,  esiste,  secondo 
lui,  anche  in  altri  esseri  irragionevoli,  nel  pigmeo, 
per  esempio;  ciò  che  è  solo  dell'  uomo  è  il  far  aderire 
tali  segni  a  concetti  universali,  sicché  possan  derivare 


1)  Ricordiamo  in  proposito  quel  passo  del  De  anima  di  Aristotele 
li,  8),  già  citato  a  suo  luogo  (cap.  II.  pag.  34),  in  cui  lo  Stagiritia  par- 
lando della  differenza  tra  le  parole  dell'  uomo  e  i  suoni  emessi  dagli 
altri  bruti  la  fa  consistere  nel  significato  impresso  dall'  immaginazione 
^cpavcaofa),  né  più  né  meno  di  quello  che  faccia  Alberto  Magno. 


214  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

da   ciò   e   il   vero    linguaggio    ed   il  vero  ragiona- 
mento ^). 
p  Abbiamo   visto  che  Alberto  Magno  per  chiarire 

le  sue  idee  in  rapporto  al  linguaggio  è  disceso  di 
un  gradino  nella  scala  dell'  animalità,  fermandosi 
suir  esempio  del  pigmeo.  S.  Bonaventura  invece 
e  S.  Tommaso  per  raggiungere  il  medesimo  scopo 
sono  saliti  di  un  gradino,  e  dalla  considerazione 
dell'  uomo  sono  passati  a  quella  dell'  angelo. 

È  noto  quale  importanza  abbia  avuto  la  conce- 
zione e  lo  studio  dell'  angelo  nella  teologia  della 
Scolastica  :  dato  il  concetto  fondamentale  di  materia 
e  di  forma,  era  data  anche  la  necessità  di  studiare 
negli  angeli  la  pura  essenza  formale  in  contrapposto 
a  tutto  il  resto  del  creato,  in  cui  vi  è  appunto  1'  unio- 
ne dell'  una  e  dell'  altra,  cioè  di  materia  e  di  forma-). 

Anche  per  ciò  che  riguarda  il  linguaggio  e  S. 
Bonaventura  e  S.  Tommaso  videro  tutto  l' interesse 
di  un  riferimento  alla  natura  angelica,  e  così  anche  noi 


1)  Sulla  questione  discussa  da  Alberto  Magno  vedi  quale  sia  il  pen- 
siero della  psicologia  moderna  nel  Leroy  (Georges  leroy,  Lettres  sur 
les  animcmx,  Paris  1862,  pag.  2\)  e  nel  Romanes  (G.  I.  Romanes» 
op.  cit.,  pag.  53);  cfr  anche  Fr.  Salis  Seewis,  Le  azioni  e  gli  istinti 
degli  animali  Prato  1896,  pag.  217  e  sgg. 

2)  Veramente  S.  Bonaventura  ammetteva  negli  angeli  una  distin- 
zione tra  forma  e  materia,  però  vi  concepiva  una  materia  non  come 
quella  di  cui  è  composto  1'  uomo,  perchè  non  risultante  ex  partibus 
quantitativis  et  heterogeneis  (?>.  Bonaventura,  Sent.  lib.  H,  dist.  H. 
Pars.  I.  art.  I  e  dist.  VIU,  art.  I,  quaest.  I).  Ciò  ammettcjva  S.  Bona- 
ventura per  salvaguardare  il  principio  d'  invìduazione  anche  negli  angeli. 
Su  tutto  ciò  vedi  quanto  si  è  detto  nell'  altra  opera  nostra.  La  coscien- 
za religiosa  medievale-  Angelologia-  Torino  1908,  cap.  UI,  pag.  27  e 
sgg.  Sulla  differenza  tra  la  dottrina  della  materia,  e  della  forma  in  Ari- 
stotele e  l'interpretazione  data  di  essa  nella  Scolastica,  cfr.  H.  Hoeff- 
DiNG,  op.  cit.,  Voi.  I,  pag.  7  e  sgg. 


NEL  PENSIERO  DI  S.  BONAVENTURA  215 

possiamo  molto  meglio  conoscere  quale  sia  stato  il 
pensiero  di  tali  filosofi  in  rapporto  al  nostro  argomento. 

Cominciando  dal  mistico  pensatore  di  Bagnorea, 
possiamo  anzitutto  dire  che  accenni  frequenti  per 
quanti  sempre  frammentari  relativi  al  nostro  argo- 
mento troviamo  nell'  opera  sua  filosoficamente  più 
importante,  il  commento  cioè  alle  sentenze  di  Pie- 
tro Lombardo.  Così,  per  esempio,  a  proposito  del 
nome  di  Dio  egli  dichiara  che  i  nomi  si  possono 
studiare  sotto  due  aspetti  e  cioè  uno  oggettivo  in 
quantum  ad  id  c,ui  imponitur,  e  V  altro  soggettivo 
in  quantum  a  quo  imponitur  ')  ;  vero  si  è  che  tale 
duplice  aspetto  S.  Bonaventura  riferisce  in  modo 
speciale  al  nome  di  Dio,  a  proposito  del  quale  già 
Pietro  Lombardo  aveva  cercato  di  interpretarne  il 
senso  per  trovare  in  esso  la  sostanza  di  ciò  che 
egli  è,  ciò  non  di  meno  questo  cercar  di  studiare 
r  essenza  sia  pure  di  Dio  basandosi  sullo  studio 
dei  nomi  (e  questi  nomi  sarebbero  V  ego  sum  quisum 
della  Bibbia,  oòcjia,  substantia,  persona  e  simili) 
ha  un  certo  sapore  platonico,  che  ben  s'addice  del 
resto  all'indirizzo  speculativo  -  mistico  -  agostinia- 
no di  S.  Bonaventura. 

Tale  inclinazione  verso  il  Platonismo  nello  stu- 
dio dei  nomi  appare  ben  piia  evidente  nella  trattazione 


1)  S.  Bonaventura,  in  Sententianim  libros  (Venetiis  1580)  lib.  I, 
(list.  II. 

2)  Pietro  lombardo,  Sententiae,  lib.  I  dist.  2.  Prima  di  Pietro 
Lombardo  ciò  aveva  fatto  S.  Ambrogio  nel  I  libro  De  Trinitate,  S.  Gio 
vanni  Damasceno  (De  fide  ortlwdoxa,  1,12),  il  quale  fra  le  altre  etimologie 
porta  quello  di  ^zóc,  da  i^éoj,  che  già  abbiamo  visto  in  Dionigi  Areopa- 
gita,  ed  in  Scoto  Erigena;  cfr.  anche  S.  AGOSTINO,  De  Trinitate  V.  16- 


216  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

del  problema  :  an  Deus  nominahilis  sii  *).  La  risposta 
è  naturalmente  negativa,  conformemente  a  quanto 
già  avevano  pensato,  e  1'  abbiamo  visto  a  suo  luogo, 
parecchi  Padri.  S.  Bonaventura  però  non  s'  accon- 
tenta deir  autorità  dei  Padri,  e  trova  argomenti  di 
ragione  per  confortare  la  sua  opinione,  e  tali  argo- 
menti sono  per  noi  di  non  piccola  importanza. 

Prima  di  tutto  il  santo  dice  :  Nomen  proportio- 
nem  et  similitudinem  aliquam  habet  ad  nominatum, 
ut  vox  ad  significatum,  ma  Dio  è  infinito,  la  voce  in- 
vece è  finita,  dunque  non  vi  è  ne  vi  può  essere  pro- 
porzione tra  quello  e  questa,  dunque  non  ci  può  es- 
sere nec  expressio  nec  nominatio  Dei  per  vocem.  In  se- 
condo luogo  :  omne  nomen  imponitur  a  forma  aliqua, 
ma  in  Dio  non  si  può  porre  nessuna  forma,  dunque 
egli  è  innominabile,  d'  altra  parte  omne  nomen  si- 
gnificai substantiam  cum  qualitate,  ma  in  Dio  est 
mera  substantia  sine  guantate,  per  ciò  egli  non  può 
essere  giustificato  da  un  nome. 

Non  tocca  ora  a  noi  considerare  il  valore  di 
tali  argomenti  di  S.  Bonaventura  in  rapporto  air  es- 
senza di  Dio  ;  fermando  piuttosto  brevemente  la 
nostra  attenzione  sulla  portata  di  essi  per  quel  che 
valgono  in  sé  e  per  sé,  troviamo  che  con  tali  argo- 
menti S.  Bonaventura  vien  ad  ammettere  un  vero 
rapporto  di  proporzione  e  di  somiglianza  tra  nome 
e  cosa  nominata  :  ecco  un  problema  che  Alberto 
Magno  aveva  risolto,  come  si  è  visto,  in  senso  ne- 
gativo,  tenendosi   ben    saldo    alla  tradizionale  opi- 


1)  S.  Bonaventura,  lib.  I,  dist.  XXH,  art.  I,  quaest.  I. 


NEL  PENSIERO  DI  S.  BONAVENTURA  217 

nione  della  positio  nominis  ad  placitiim,  mentre  S. 
Tommaso  insiste  ed  a  lungo  solo  sulla  somiglianza 
tra  la  cosa  ed  il  concetto,  che  di  essa  forma  1'  in- 
telletto nostro  0,  il  che  noi  abbiamo  già  visto  in  merito 
al  verbum  cordls  da  lui  ammesso  in  Dio,  a  proposito  del 
quale  vale  la  pena  che  noi  ricordiamo  come  nella  Sum- 
ma  cantra gentes  egli  apertamente  dichiari  che  intellec- 
tus  autem  divinus  nulla  alia  specie  intelligit  qiiam  essen- 
tia,  sed  essentia  sua  est  similitudo  omnium  rerum,  dal 
che  deriva  che  verbum  ipsius  est  similitudo  non  solum 
sui  intellecti  sed  etiam  omnium  quorum  est  divina  essen- 
tia similitudo  ').  Perciò  invece  che  riguarda  il  rapporto 
tra  concetto  e  nome  esterno  anche  S.  Tommaso  è  ri- 
gido sostenitore  della  dottrina  di  Aristotele. 

S.  Bonaventura  invece  pare  sia  del  parere  che 
suono  e  cosa  hanno  tra  loro  una  proporzione,  anzi 
una  somiglianza,  la  quale  vi  dovrà  essere  tra  il  no- 
me e  la  forma  per  cui  esso  s'  impone.  Che  molto 
probabilmente  tale  sia  1'  opinione  di  S.  Bonaventura 
lo  possiamo  dedurre,  oltre  che  da  quanto  già  sì  è  ripor- 
tato di  lui,  da  quest'  altro  passo  ')  :  egli,  riassumendo  ì 
suoi  concetti,  dichiara  che  nel  nome  ci  sono  tre  e- 
lementi  e  cioè  la  voce,  il  significato  ed  un  terzo  e- 
lemento  :  la  ratio  innotescendi.  Mettiamo  ora  a  con- 
fronto questa  triplice  inclusione  di  elementi  nel  no- 
me coir  esclusione  assoluta  nel  nome  di  qualsiasi 
elemento  significativo  od  intentio  rei  fatta  da  Al- 
berto Magno,  e  poi  si  veda  se  non  abbiamo  ragione 


1)  S.  Tommaso,  Summa  cantra  gentes,  I,  53. 

2)  S.  TOMMASO,  op.  cìt.,  loco  citato. 

3)  S.  Bonaventura,  Sent.  lib.  I,  Dist.  XXn,  quaest.  2. 


218  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

per  sospettare  che  nella  concezione  del  santo  di 
Bagnorea  vi  è  probabile  il  riflesso  non  diciamo  del- 
l' opinione  di  Platone  in  proposito,  ma  per  lo  meno 
dell'  indirizzo  suo  nel  risolvere  V  ardua  questione 
dei  rapporti  tra  nome  e  cosa  nominata. 

Tralasciando  altre  distinzioni  poste  da  S.  Bo- 
naventura sulla  relatività  dei  nomi,  relatività  che  può 
essere  intrinseca  (come  nel  nome  incarnatus),  ed  e- 
strinseca  (come  nel  nome  similis)  '),  sulla  loro  po- 
sizione ex  tempore  et  per  accidens  ~),  distinzioni  queste 
che  riguardano  piuttosto  la  cosa  significata  che  non 
il  rapporto  fra  nome  e  cosa,  veniamo  a  vedere  quale 
sia  stato  il  pensiero  del  nostro  autore  sulla  que- 
stione :  an  lociitio  angeli  idem  sit  quod  eiiis  cognitio  ")  ; 
la  soluzione  che  egli  dà  di  tale  problema  è  da  lui 
cosi  formulata  :  Non  idem  est  angelis  locutio  quod 
cogitatio  ;  nam  locutio  saprà  verbum  addii  respec- 
tiim  ad  alteriim,  scilicet  protendendo  speciem  intelligi- 
bilem  ad  altenim  ;  com.e  si  vede  il  rapporto  stabilito 
tra  cogitatio  e  locutio  non  è  d'  uguaglianza,  ma  sib- 
bene  di  differenza,  che  questa  è  quella  pii^i  1'  estrin- 
secazione mediante  segno  di  ciò  che  nel  pensiero  è 
solamente  intrinseco. 

Anche  qui  a  noi  poco  importano  gli  argomenti 
d'ordine  metafisico  riferentisi  direttamente  agli  an- 
geli, solo  interessandoci  quella  che  riguardano  i  rap- 
porti in  genere  tra  pensiero  e  parola.  Anzitutto  S. 
Bonaventura  mette  in  evidenza  il  concetto  di  locutio 


1)  S.  Bonaventura,  Seni.  lib.  I,  Dist.  XXH,  quaest.  4. 

2)  S.  Bonaventura,  Sent.  lib.  1,  Dist.  XXX,  quaest.  I. 

3)  S.  Bonaventura,  Sent.  lib.  il,  Dist.  X,  art.  3,  quaest.  I. 


NEL  PENSIERO  DI  S.   BONAVENTURA  119 

spìrihialis,  non  potendo  affatto  discorrere  di  altra 
specie  di  linguaggio  negli  angeli.  Tale  lociitio  spi- 
ritualis  non  è  in  fondo  che  il  verbum  cordìs  di  S. 
Tommaso,  quindi  qualche  cosa  in  più  che  non  la 
cogitano  formata  di  S.  Agostino,  che  oltre  ad  essa 
vi  è  la  manifestatio .  Ciò  è  esplicitamente  detta  da 
S.  Bonaventura  colle  parole:  locutio  non  est  aliud 
quam  conceptiis  manifestatio,  e  più  avanti  :  loqui  non 
est  aliud  quam  verbum  gignere  sive  formatto  :  sed 
cogitatio  nihil  aliud  quam  verbi  formatto,  vel  verbi 
conceptio  :  ergo  cogitatio  est  nihil  aliud  est  quam  in- 
terior locutio.  Come  si  vede  in  queste  parole  di  S. 
Bonaventura  vi  è  implicito  il  concetto  che  il  fatto 
stesso  del  pensare  mentre  si  attua  si  traduce  già 
neir  intelletto  in  qualche  cosa  che  può  essere  og- 
gettivato in  un  simbolo  od  in  un  segno  :  cogitatio 
egli  dice  infatti,  e  con  lui  molti  altri,  come  si  è 
visto,  è  interior  locutio,  ora  una  locutio  non  è  conce- 
pibile se  non  in  rapporto  ad  un  sistema  di  azioni 
interne,  che  si  susseguono,  si  accavallano,  si  alter- 
nano pressapoco  come  nel  linguaggio  esterno  si 
susseguono,  si  accavallano  e  si  alternano  i  vocaboli, 
segni  estrinseci  dei  concetti  intrinseci  :  tanto  è  vero 
che  S.  Bonaventura  ha  prima  detto  :  cogitatio  nihil 
aliud  est  quam  verbi  formatto  o  verbi  conceptio. 
Forse  qui  il  santo  si  riferisce  allo  stato  solito  della 
mente  nostra,  per  cui  noi  non  possiamo  mental- 
mente dividere  il  concetto  dalla  parola  ;  forse  però 
è  anche  implicito  nel  suo  pensiero  la  considerazione 
che  anche  quando  la  parola  non  esiste  per  un  dato 
concetto,    questo   stesso  tende  però  sempre  ad  og- 


220  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

gettivarsi  in  qualche  cosa  che  non  sarà  un  suono 
pronunciabile,  ma  sarà  sempre  un'  immagine,  un  sim- 
bolo, che  entrando  poi  nella  serie  degli  altri  segni 
mentali  degli  altri  concetti,  Scjrà  anch'  esso  un  nu- 
mero di  quella  gran  somma,  che  è  appunto  V  inte- 
rior locutio  :  quello  che  è  certo  si  è  il  nesso  pro- 
fondo tra  pensiero  e  parola  da  S.  Bonaventura  ri- 
petutamente affermato,  tanto  che  più  avanti  leggia- 
mo ancora  queste  sue  parole  :  dicere  in  se  idem  fit 
quod  cogitare  vel  cogitando  intelligere. 

Per  discendere  più  profondamente  nel  pensiero  del 
nostro  autore  possiamo  forse  dire  che  se  la  cogita- 
no è  come  la  materia,  su  cui  si  attua  il  magistero 
della  nostra  ragione,  la  locutio  invece  è  la  forma 
sotto  cui  si  trova  esternamente  limitata  la  materia 
dalla  ragione  nostra  elaborata,  forma  che  è  visibile 
dal  nostro  occhio  interno,  perchè  fissata  o  fissan- 
tesi  sotto  un  simbolo  afferrabile.  Locutio  quae  dif- 
fert  a  cogitatione  addii  aliquod  signum  exprimens, 
dice  S.  Bonaventura,  non  riferendosi  solo  al  lin- 
guaggio umano,  ma  sibbene  anche  al  linguag- 
gio angelico,  in  cui  è  escluso  qualsiasi  elemento 
materiale  ;  sopra  la  natura  di  un  tale  signum  molto 
sottilmente  insiste  il  santo  scrittore,  e  vale  la  pena 
di  seguire  il  suo  ragionamento,  perchè  in  fondo  si 
tratta  di  modalità  che  si  avverano  anche  nella  parte 
spirituale  del  linguaggio  umano. 

Un  tal  segno,  spiega  S.  Bonaventura,  est  aut 
species,  aut  res  ;  si  species  ergo  pari  ratione  indiget 
alio  signo,  et  similiter  quaereretur  de  ilio  alio  tertio, 
nec  erit  ibi  status  sicut  nec  in  primo.  Si  aukm  est 


NHL  PENSIERO  DI  S.   BONAVENTURA  221 

res  ani  intelligibilis  aiit  sensibilis,  sensibilis  non  quia 
quidqmd  est  in  angelo  est  spirituale;  si  intelligi- 
bilis, quaere  quare  magis  Ulani  apprehendit  angelus , 
cui  sit  sermo,  quain  ipsam  speciem  quae  est  in  intellectu 
angelico  et  iter  uni  illa  res,  quae  est  in  uno  an- 
gelo, non  pò  test  fieri  in  ver  itale  in  alio  angelo  ;  ergo 
oportet  quod  fiat  secundwn  similitudinem,  et  lune 
pari  ratione  species  existens  in  intellectu  unius  an- 
geli potest  generare  sui  similem  in  alio,  aiit  si  non, 
quaeritur  quare  non, 

Neir  uomo  invece  il  segno  è  sensibile,  pur  ri- 
manendo sempre  fisso  che  anche  nel!'  uomo,  per 
discendere  un  grado  dall'  angelo,  ed  anche  in  Dio, 
per  salire  invece  di  un  gradino,  locutio  non  est  a- 
liiid  quam  cogitatio  ;  I'  uomo  infatti  quando  parla  con 
un  altro  non  solo  pensa,  ma  il  suo  pensiero  interpreta  e 
spiega  all'altro  formando  una  voce  sensibile,  la  quale 
è  appunto  come  il  mezzo  di  comunicazione  tra 
uomo  ed  uomo,  il  che  si  spiega  col  fatto  che  nel- 
r  animo  altro  è  1'  atto  della  conversione  sopra  sé 
stesso,  ed  altro  è  1'  atto  della  conversione  a  qual- 
che cosa  d'  altro  :  nel  pensare  si  tratta  di  atti  della 
prima  specie,  il  linguaggio  invece  è  atto  della  se- 
conda specie.  Cosi  adunque  si  aggiunge  al  pen- 
siero il  discorso  mediante  segni  sensibili;  finche  1' 
anima  infatti  è  col  corpo,  non  può  ricevere  impres- 
sioni che  mediante  la  forza  dei  sensi. 

Come  si  crea  tale  segno  sensibile?  Qui  S.  Bo- 
naventura s'accorda  con  Aristotele  e  con  Alberto 
Magno  neir  ammettere  1'  intervento  dell'  immagina- 
zione {mediante  via  imaginaria)  nella  creazione  dei 


222  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

segni,  approffitta  anche  qui  dell'  occasione  per  ri- 
chiamare la  sua  idea  di  un  rapporto  tra  nome  e 
cosa,  giacché  trova  in  quello  una  similitiido  intelligi- 
bilis  o  signatiim  intelligibile  che  per  illud  sigmim  a- 
scendit  mediantibus  sensitivis  ad  intellectum  alterius. 
E  così  conclude  il  nostro  autore,  conveniens  est 
ut  sicut  homo  compositiis  est  ex  anima  et  corpore, 
eiiis  locutio  aliqiiid  habeat  spirituale  (cioè  il  linguag- 
gio interno,  la  cogiiatio  formata  ed  il  suo  riflesso 
nel  segno  esterno)  et  aliqnid  corporale  (e  cioè  il  se- 
gno come  suono). 

Tale  è  quanto  d' interessante  abbiamo  trovato 
in  S.  Bonaventura  in  relazione  al  nostro  argomento, 
vediamo  ora  di  mettere  a  confronto  colla  specula- 
zione del  santo  di  Bagnorea  quella  parallela  di  S. 
Tommaso. 

Già  abbiamo  avuto  occasione  in  questo  stesso 
capitolo  di  ricordare  parecchie  delle  opinioni  dell' 
Aquinate,  ricordiamo  ora  prima  di  tutto  questa  os- 
servazione di  lui  che  richiama  quanto  già  abbiamo 
riscontrato  in  S.  Bonaventura  :  Verbum  alicniiis  di- 
centis  vìdetur  esse  similitudo  rei  dictae  in  dicente  ^), 
in  cui  pare  ci  sia  l'indirizzo  di  un  rapporto  tra  pa- 
rola e  cosa  significata,  per  quanto  ci  sia  quel  videtur 
che  lascia  la  cosa  in  sospeso  ;  forse  in  quel  passo 
di  S.  Tommaso  e'  è  come  un'  anticipazione  del  con- 
cetto espresso  da  S.  Agostino,  e  da  quello  riportato 
poco    dopo  sul  verbo  interno  a  cui,  secondo  il  ve- 


1)  S.    Tommaso,    Qimest.  disput.  De  veritate,  quaest.  IV,  De  ver- 
bo art.  L 


NEL  PENSIERO     DI  S.    TOMMASO  223 

SCOVO  di  Ippona  meglio  conviene  il  nome  di  verbo, 
contrariamente  e  quanto  in  proposito  pensa  S.  Tom- 
maso, come  si  capisce  dalle  parole  :  verbo  qiiod 
est  in  voce  magis  convenit  ratio  verbi;  certo  si  è 
che  fugace  e  solitario  è  queir  accenno  ad  una  simi- 
litudo  tra  il  verbiim  e  la  res  dieta,  sicché  per  nulla 
esso  ha  dato  luogo  ad  uno  svolgimento  ordinato  e 
coerente,  quale  abbiamo  visto  in  S.  Bonaventura. 

Più  avanti  nella  medesima  «  quaestio  »  troviamo 
questa  constatazione  di  fatto,  che  il  verbnm  exterius 
ciim  sit  sensibile  est  magis  notuni  nobis  quam  inte- 
riiis,  il  che  se  si  capisce  quando  si  pensi  che  per 
S.  Tommaso,  come  già  si  è  visto,  //  verbum  exte- 
rius est  id  quod  est  intellectum,  non  ipsum  intelligere, 
mentre  il  verbo  interius  est  ipsum  intellectum,  d'altra 
parte  pare  in  evidente  contrasto  con  quanto  dice 
subito  dopo  r  Aquinate,  richiamando  la  ben  nota 
dottrina  di  Aristotele,  e  di  quasi  tutta  la  Scolastica, 
cioè  che  il  verbum  est  significativum  ad  placìtum. 
Come  infatti  si  può  dire  sia  più  noto  ciò  che  è 
arbitrario,  mentre  necessario  in  certo  qual  modo  è 
il  concetto,  sostanza  appunto  del  linguaggio  interno  ? 

È  questa  un'  obbiezione  già  così  formulata  dal 
commentatore  delle  Summulae  logicales  di  Pietro 
Ispano  ^)  :  Illud  quod  ad  placitum  est  variabile  in 
infinitum,  varietur  ergo  si  vox  significet  ad  placitum, 
sua  significano  erit  variabilis  in  infinitum,  et  sic 
nulla  erit  certa  cognitio  de  significatione  vocis  si- 
gnificativae,    al    che    il    medesimo    risponde  :   Illud 


I)  Petri  Hispani,  Simmulae  logicales,  ed.  cit.,  pag.  15. 


224  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

quod  fit  ad  placitum  ciiinslibet  indifferenter  variatar, 
non  tamen  quod  determinate  fit  ad  placitum  unius, 
sicut  et  vox  significativa,  quae  significat  solum  ad 
placitum  primi  instituentis. 

Comunque  però  sia  di  ciò,  resta  un  fatto  che 
S.  Tommaso  esclude  affatto  alcun  rapporto  di  natura 
tra  nome  e  cosa  significata,  il  verbo  esterno  espri- 
me il  concetto,  cioè  il  verbo  interno,  appunto 
perchè,  come  si  legge  in  un  passo  della  Summa 
contra  gentes,  sunt  omnia  nomina  imposita  ad  de- 
signandum  speciem  rei  creatae  ^),  talvolta  poi  un 
nome  solo  può  significare  parecchi  concetti  per 
una  certa  loro  ragione  di  affinità  ~),  ma  tutto  ciò 
arbitrariamente  tanto  che,  come  avrebbe  detto 'Ari- 
stotele, poco  importa  sia  questo  o  quello  il  nome 
con  cui  quel  dato  o  quei  dati  concetti  si  esprimono  ; 
r  importante  è  che  poscia  esso  od  essi  si  esprimano 
sempre  con  quel  nome,  il  quale  così  a  lungo  andare, 
si  fonde  insieme  al  concetto  per  formare  pratica- 
mente una  cosa  sola,  mentre  razionalmente  sono 
due  cose  ben  distinte  ed  indipendenti. 

Che  tale  veramente  sia  in  fondo  il  pensiero  di 
S.  Tommaso  lo  si  può  anche  rilevare  dallo  studio 
con  cui  egli  investiga  la  parola  in  raffronto  alla 
precisione  del  concetto  che  essa  esprime.  Vi  sono 
due  modi  di  conoscere,  egli  dice,  uno  per  perfec- 
tam  comprehensionem,  e  l' altro  per  simplicem  co- 
gnitionem,  così   il  dicibile  e  quindi  il  detto  sarà  di 


1)  S.  TOMMASO,  Summa  contra  gentes,  I,  30. 

2)  S.  Tommaso,  Summa  contra  gentes,  IV,  42. 


NEL     PENSIERO  DI  S.  TOMMASO  225 

due  specie  :  uno  per  perfectam  expressìonem,  l'altro 
per  siinplicem  narrationem  :  noi  parleremo  di  Dio, 
per  esempio, per  simplicem  narrationem  ;  Qg^W  invece, 
sibi  soli  intelligibilis,  sarà  sibi  soli  effabilis  et  nomi- 
nabilis  non  alio  nomine  quam  ipse  sit,  nec  alio  verbo 
quam  ipse  sit. 

Come  si  vede  in  tale  distinzione  dell'  Aquinate 
è  escluso  qualsiasi  studio  della  parola  in  se  e  per 
se  :  il  valore  di  quella,  qualunque  sia  il  suo  suono, 
perfettamente  arbitrario,  dipende  dalla  precisione  o 
meno  del  concetto  che  esprime  ;  ciò  è  ancora  più 
evidente  in  quanto  leggiamo  più  avanti  sempre  nella 
medesima  «  quaestio  »,  quando  cioè  S.  Tommaso  nega 
che  ci  sia  altro  rapporto  tra  cosa  e  nome  all'infuori  di 
quello  che  risulta  dalla  totalità  o  meno  del  concetto 
che  in  esso  si  riflette,  come  in  una  forma  che  non 
gli  è  certo  essenziale  ;  vi  è,  in  altri  termini,  una 
«proportio  »  tra  cosa  e  nom.e  dipendente  appunto 
dal  grado  di  espressione  della  parola,  riferentesi  al 
grado  di  cognizione  del  relativo  concetto. 

Ciò  che  si  conosce  nel  nome  lo  si  riconosce 
«per  modnm  qiiietis  »,  dice  1'  Aquinate,  quasi  volesse 
dire  che  in  esso  si  scorge  come  il  deposito  estrinseco 
ed  irrigidito  di  ciò  che  è  vivo  e  vibrante  nel  concetto. 
Come  si  vede,  non  si  poteva  meglio  mettersi  in 
contrasto,  per  quanto  piuttosto  apparente  che  reale, 
coir  antico  intendimento  di  Eraclito,  con  tanto  fine 
ironia  messo  in  evidenza  da  Socrate  nel  «  Cratilo  » 
di  voler  cioè  anche  nei  nomi,  in  quanto  nomi, 
trovare  un  riflesso  del  moto  perpetuo  delle  cose  ! 

Un'  altra    questione    delle  «  Disputatae  »  merita 


226  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

da  noi  di  essere  accennata,  quella  che  porta  il  titolo: 
«De  Magistro»  ^),  questione  proposta  in  questa 
formula  :  Niim  homo  docere  aliiim  possit  et  dici  ma- 
gister  vel  Deus  soliis.  È  la  trattazione  dì  tale  pro- 
blema rivolta  in  modo  speciale  contro  S.  Agostino 
il  quale,  come  è  noto,  nel  «  De  Magistro  »  rappre- 
senta appunto  Dio  come  il  maestro  interiore  dell'a- 
nimo. Era  questo  un  problema,  che  rasentando  i 
confini  di  un  ontologismo  pericoloso,  alla  mente 
di  S.  Agostino  doveva  apparire  circondato  da  un' 
urgenza  d' ordine  pratico,  dato  lo  scetticismo  in 
cui  gli  ultimi  eredi  dei  sofisti  avevano,  come  si  è 
visto  a  suo  luogo,  affogato  il  pensiero  anche  in 
effetto  all'  arbitrario  e  non  sicuro  uso  delle  parole. 
Aristotele  in  proposito  già  si  era  espresso  molto  espli- 
citamente con  queste  parole  ;  Per  accidens  magnum 
adfert  adiumentum  sermo  ad  acquirendam  sapientiam 
prudentiamque  ~). 

Anche  S.  Tommaso  risolve  la  questione  in 
senso  positivo  dicendo  :  Cam  non  sunt  in  anima 
ipsae  scientiae  concreatae,  dici  potest  unus  homo  a- 
lium  docere,  et  illiiis  esse  mogister,  causando  in  ipso 
scientiam  lamine  naturalis  rationis  illius,  qui  addicit 
exponendo  illi  per  signa  discursum  quem  facit.  Vero 
si  è  che  più  avanti  V  Aquinate  dichiara  che  cognitio 
rerum  in  nobis  efficitur  non  per  cognitionem  signo- 
rum,  sed  per  cognitionem  aliquarum  rerum  magis 
certarum,  sicut  principiorum,  Come  si  vede,  è  questo 


1)  S.  TOMMASQ,  Qiiaest.  dispai.  De  veritaie,  quaest.  VI,  art.  I. 
(Z        Aristotele,  De  sensii  et  sensibili,  cap.  \. 


NEL  PENSIERO  DI  S.   TOMMASO  227 

UH  ritorno  dell'  antica  tesi  sì  lungamente  discussa 
nel  Cratilo,  che  le  parole  per  se  non  sono  mezzo, 
anzi  il  mezzo  migliore  per  giungere  alla  nozione 
dell'essenza  delle  cose  ;  Platone  conchiudeva  il  suo 
dialogo  con  un  accenno  fugace  ed  incerto  alla  dot- 
trina delle  idee,  S.  Tommaso  invece  è  ben  più  e- 
splicito  in  merito,  parlando  egli  ampiamente  della 
ratlones  seminales  quarum  cognitio  est  nobis  natii- 
raliter  insita  quasi  sint  semina  qnaedam  omnium  se- 
quentium  cognitorum. 

hi  tale  concezione  di  S.  Tommaso  è  evidente 
r  influenza  di  S.  Agostino  il  quale  pure  ammetteva 
le  rationes  seminales  '),  eco  vivo  dei  Xóyol  GTìs^ofiaT!- 
y.Qi  ammessi  dagli  Stoici,  e  forse  anche  riflesso  in- 
diretto delle  idee  platoniche,  il  che  si  può  sospet- 
tare dalle  parole  stesse  di  S.  Tommaso  :  Formae  intel- 
ligibiles,  ex  quibus  sapientia  consista,  et  sunt  rerum 
similitudines,  et  sunt  formae  perficientes  intellectum. 

Ed  ora  veniamo  brevemente  a  vedere  come  si 
sia  svolto  il  pensiero  di  S.  Tommaso  in  rapporto 
alla  questione  del  linguaggio  negli  angeli.  Vera- 
mente il  problema  in  proposito  affrontato  dall'  A- 
quinate  è  diverso  da  quello  discusso  da  S.  Bona- 
ventura :  questo  ha  ricercato  infatti  se  la  co- 
gnizione degli  angeli  idem  sit  quam  locutio,  pre- 
supponendo già  che  la  locutio  negli  angeli  esista  ; 
S.  Tommaso  invece  affronta  direttamente  la  que- 
stione dell'  esistenza  del  linguaggio  negli  angeli 
stessi  :    ecco  infatti  come  egli  formula  un  tale  pro- 


I)  S.  AGOSTINO,  De  genesi  ad  Utterani,  VII,  28. 


228  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

blema  :  Num  iinus  angelis  alteri  loquatur  ^)  e  la  sua 
risposta  è  affermativa  :  dicitar  angelus  iinus  alteri  lo- 
gia, manifestando  ei  interiorem  mentis  conceptum  ~). 

Come  ai  solito  anche  qui  S.  Tommaso  pone 
prima  tutti  gli  argomenti  contrarli  alla  sua  tesi  per 
ribatterli  dopo  ad  uno  ad  uno,  e  così  provare  la 
verità  della  soluzione  proposta  :  di  tali  argomenti 
consideriamone  due  che  hanno  interesse  con  quanto 
stiamo  trattando.  Anzitutto  si  poteva  obbiettare  : 
In  ornai  lociitione  oportet  esse  aliquid,  quod  excitet 
aadientem  ad  attendendnm  verbis  loqtientis,  quod  a- 
pud  nos  est  ipsa  vox  loquentis,  hoc  autem  non  potest 
poni  in  angelo  ergo  nec  locutio,  al  che  S.  Tommaso 
risponde  che  silentium  privai  locutionem  vocalem  qua- 
lis  est  in  nobis,  non  spiritualem,  qualis  est  in  ange- 
lis, giacché  se  i  segni  in  noi  sono  sensibili,  perchè 
la  nostra  cognizione,  che  è  discorsiva,  nasce  dalle 
cose  sensibili,  un  segno  può  essere  qualunque 
carattere,  per  cui  una  cosa  si  possa  conoscere  : 
anche  una  forma  intelligibile  può  adunque  essere 
un  segno  di  ciò  che  per  essa  si  conosce,  cioè  può 
essere  una  species  in  cuius  actione  intellectus  fit  in  or- 
dine ad  alium,  come  appunto  avviene  negli  angeli. 

Altra  obbiezione  è  quella  che  S.  Tommaso  trova 
in    Avicenna   sotto   questa   forma  :    in   nobis  causa 


1)  S.  TOMMASO,  Qiiaest  dispai.  T>e  veriiaie  quaest.  IX,  art.  IV. 

2)  Notiamo  che  tale  specie  di  comunicazione  tra  angelo  ed  angelo 
direttamente  per  conceptus  era  ammesso  anche  in  Dante  {De  valgavi 
eloquio  I,  2),  il  quale  anzi  nel  passo  citato  ricorda  tutte  e  due  le  specie 
di  conoscenza  e  quindi  di  comunicazione  della  cognizione  ammesse  dalla 
Scolastica  negli  angeli,  la  vespertina  e  la  mattutina  (Cfr.  in  proposito 
?.  Rotta,  La  coscienza  religiosa  medievale  -  Angelologia,  Torino  1908, 
pag.  74). 


NEL     PENSIERO  DI  S.   TOMMASO  229 


lociitionis  est  multitudo  desideriorum,  quam  constai  ex 
miiltis  defcctibus  provenire,  quia  desideriiim  est  rei 
non  habitae,  ora  negli  angeli  non  e'  è  difetto  di 
nulla,  dunque  non  e'  è  desiderio,  e  quindi  non  v'  è 
linguaggio  ;  al  che  S.  Tommaso  risponde  :  dicendwn 
multitudo  desideriorum  prò  tanto  dicitar  esse  causa 
locutionis,  quia  ex  multitudine  desideriorum  sequitur 
multitudo  conceptuum,  qui  non  possunt  nisi  signis 
valde  variis  exprimi  :  ora  i  concetti  esistono  anche 
negli  angeli,  ed  anzi  la  moltitudine  di  essi  n«//o  a//o 
desiderio  requirit  desideria  comunicandi  alteri  quod 
ipse  mente  concipit,  quod  desiderium  in  angelis  im- 
perfectionem  non  ponit,  *)  nella  quale  risposta  di 
S.  Tommaso  notiamo  l' accenno  ai  vincoli,  ormai 
tradizionali  al  tempo  di  lui,  tra  la  questione  del  lin- 
guaggio e  la  logica  :  esistono  desiderii,  dice  1'  Aqui- 
nate,  ma  questi  non  si  possono  tradurre  in  segni  se 
non  quando  si  sieno  mutati  in  concetti  '),  il  che  in 
certo  qual  modo  già  era  stato  affermato  e  dimo- 
strato, come  si  è  visto,  anche  da  Alberto  Magno. 

Gli  altri  argomenti  discussi  riguardano  piut- 
tosto il  lato  metafisico,  che  il  lato  psicologico  della 
questione  ;  come  conclusione  possiamo  dire  che  an- 
che qui  S.  Tommaso  insiste  nel  dimostrare  che  il 
segno  esterno,  la  parola,  non  è  un  elemento  essen- 


1)  Ricordiamo  che  anche  il  Leibniz  nella  sua  Teodicea  anunettova  che 
negli  angeli,  come  nei  beati,  dovessero  manifestarsi  desiderii  da  inte- 
grare e  resistenze  d'  ordine  intellettuale  da  vincere,  e  ciò  per  render 
possibile  l'esercizio  dell'attività  loro,  in  cui  sta  appunto  la  loro  perfe- 
zione. (Cfr.  H.  HOEFFDING,  op,  cit.,  voi.  I,  pag.  355). 

1)  Ciò  è  detto  anche  nella  Su.mnia  cantra  ij;cntes,  (IV  ì^))  :  rei  ali- 
cuiiis  inteUectimUs  conce pt io  dicititr  verbiim. 


230  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

ziale  nel  linguaggio  :  si  intellediis  noster  posset- 
ferri  in  intelligibilia  immediate,  anche  in  noi  la  lo- 
cutio  non  sarebbe  per  segni  esterni,  dice  S.  Tom- 
maso, ripetendo  implicitamente  l'antico  desiderio  e- 
splicitamente  formulato,  come  si  è  visto,  da  Aristotele 
colle  parole  :  oh!  se  si  potesse  rpel  ragionare  presentarci 
le  cose, senza  passare  attraverso  ai  simboli  di  esse  ! 
Un  altro  punto  messo  un'  altra  volta  in  rilievo 
da  S.  Tommaso  è,  per  dir  cosi,  1' espressibilità  ine- 
rente e  quasi  essenziale  dei  concetti  tanto  negli  uomini 
quanto  negli  angeli  ;  anche  in  questi,  come  in  Dio, 
la  cognizione  non  è  discorsiva,  ma  sebbene  intui- 
tiva ^),  eppure  anche  in  essi  è  implicito  ciò  che  S. 
Tommaso  chiama  ordinatio  cogitationis  ad  alterum, 
la  quale  in  noi  non  è  che  Vintentio  reisimìlis  colla  ten- 
denza ad  espandersi  anche  fuori  di  noi  ^)  :  ogni 
palpito  di  pensiero  è  tale  anche  perchè  in  certo 
qual  modo  è  esprimibile  tanto  alla  coscienza  nostra 
quanto  agli  altri  :  se  1'  uomo  non  lo  sa  tante  volte 
esprimere  all'  esterno,  è  perchè  è  incapace  di  formu- 
lare o  trovare  il  segno  con  cui  esprimerlo  :  per  la 
sua  coscienza  però  1'  espressibilità,  cioè  l'assunzione 
di    una   forma  rappresentabile,  si  attua  sempre,  più 


1)  Il  problema  della  conoscenza  negli  angeli  fu  uno  dei  temi  pre- 
diletti dalla  teologia  cristiana  ;  S.  Agostino  (De  Gen.  IV,  24),  S.  Bona- 
ventura, (Sent.  lib.  II,  dist.  IV,  art  IV,  quaest.  I  e  II)  e  S.  TOMMASO, 
{Summa  Theol.  I,  LXII,  art.  8)  l'ammettono  con  un  carattere  intuitivo 
per  quanto  sotto  due  forme,  la  vespertina  e  la  mattutina.  Sarebbe  in- 
teressante un  confronto  tra  la  distinzione  di  cognizione  discorsiva  ed 
intuitiva  ammessa  dagli  Scolastici  per  ciò  che  riguarda  gli  uomini,  gli 
angeli  e  Dio,  e  la  distinzione  parallela  fatta  in  proposito  dallo  Spinoza. 
Probabilmente  sì  tratta  anche  qui  di  un  punto  di  contatto  che  spiega 
meglio  nelle  sue  origini  storiche  il  panteismo  dello  Spinoza  stesso. 

2)  Cfr.  S.  Tommaso,  Summa  cantra  gentes,  I,  53. 


NEL  PENSIERO  DI  DANTE  231 

0  meno  confusamente  poco  importa  ;  ncgii  angeli 
in  cui  non  vi  può  essere  incapacità  di  sorta,  anche 
perchè  non  esiste  impaccio  alcuno  di  materia,  V  e- 
spfessibilità  ossia  la  tendenza  a  diffondersi  dei  con- 
cetti dall'  uno  all'  altro  si  attua  sempre  ed  attuandosi 
dà  appunto  luogo  a  quello  eh'  è  il  linguaggio  loro, 
e  che  sarebbe  anche  il  linguaggio  dell'  uomo,  se  an- 
che egli  fosse  una  pura  forma,  senza  materia  alcuna. 

Prima  di  passare  a  Duns  Scoto,  ricordiamo  ora 
brevemente  il  pensiero  di  Dante  in  relazione  al  no- 
stro argomento.  Abbiamo  già  avuto  occasione  di 
considerare  alcuni  punti  delle  dottrine  in  proposito 
dell'  Alighieri,  il  quale  più  che  tutto  ha  considerato 
il  problema  del  linguaggio  sotto  il  suo  aspetto  sto- 
rico, introducendo  però  nella  soluzione  di  tale  pro- 
blema essenzialmente  storico  alcuni  elementi  d'  or- 
dine filosofico,  che  formano  appunto  la  genialità  e 
la  novità  della  sua  dottrina.  Intendiamo  alludere  alla 
gran  legge  della  indefinita  divariazione  delle  lingue 
nello  spazio  e  nel  tempo,  dalla  quale  Dante  fu  per 
via  logica  condotto  a  detronizzare  I'  ebraico  stesso 
da  lingua  originale,  sì  da  credere,  come  egli  stesso 
fa  dire  ad  Adamo  nel  XXVI  del  Paradiso,  che  nel- 
r  epoca  della  confusione  babelica  già  parecchie  de- 
generazioni della  lingua  primitiva  si  erano  attuate, 
degenerazioni  che  quasi  più  nulla  avevano  lasciato 
d'intatto  nel  linguaggio  di  Adamo,  sia  che  da  Dio 
esso  gli  sia  stato  infuso,  sia  che  dal  primo  uomo 
esso  sia  stato  trovato.  È  in  altri  termini  una  conce- 
zione essenzialmente  dinamica  di  un  divenire  continuo 


232  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

da  Dante  surrogata,  prima  assai  che  dal  Vinci  e  dal 
Leibniz,  a  quella  d'ordine  catastrofico  ammessa  allora 
dai  pila  in  base  al  fatto  indiscutibile  della  confu- 
sione babelica.  Anche  Dante  ammetteva  tale  fatto, 
ma  i  motivi  che  determinarono  il  grande  effetto 
della  molteplicità  della  lingua  è  da  lui  posto  in  un 
fenomeno  d' ordine  perfettamente  naturale,  e  cioè 
nelle  condizioni  diverse  delle  diverse  specie  di  lavo- 
ratori che  alla  gran  fabbrica  delle  torre  attesero  ^). 
Le  lingue  cosi  nate  seguitarono  poi,  secondo  Dante, 
sì  per  la  loro  diffusione  nello  spazio  e  sì  pel  vol- 
ger del  tempo  a  scindersi  e  suddividersi  ciascuna 
indefinitivamente  in  un  numero  ognor  crescente  di 
dialetti  ognor  più  degeneri,  dando  così  luogo  alla 
sterminata  varietà  delle  favelle  umane.  La  qual  va- 
rietà appunto  fé  un  giorno  sentire  il  bisogno  d' in- 
ventare una  lingua  convenzionale  e  regolare,  non 
soggetta  all'  arbitrio  individuale,  non  imitabile,  a- 
datta  a  trasmettere  i  pensieri  anche  ai  lontani  ed 
agli  avvenire.  Tale  V  ebbero  i  Greci  ed  altri,  ma 
non  tutti  i  popoli,  e  tal  fu  la  Grammatica,  ossia  il 
latino.  Questo  è  il  modo  con  cui  Dante  concilia  i 
due  elementi,  il  naturale  e  1'  artificiale  del  linguag- 
gio :  è  in  fondo  V  antica  questione  della  zbaic  e 
della  Gov&rj7,rj  elaboratasi  nella  antica  filosofia  el- 
lenica, e  risolta  dal  nostro  poeta-filosofo  in  modo 
ben  più  profondo  di  quello  che  non  avesser  fatto  ed 


1)  Cfr.  Dante,  De  Vulgari  eloquio  I,  7;  sull'origine  psicologica  di 
tale  spiegazione  dantesca  vedi  quanto  ha  scritto  il  D'Ovidio,  (op.  cit. , 
pag.  494),  il  quale  ha  ben  ragione  di  credere  che  ad  un  fiorentino  di  quej 
tempi  la  trovata  di  affidare  alle  Arti  la  confusione  delle  lingue  dovè 
balenare  assai  naturalmente  e  parer  felicissima. 


NEL  PENSIERO  DI  DANTE  233 

Isidoro  di  Siviglia,  e  Brunetto  Latini  per  salvare  la 
dignità  del  Greco  e  del  Latino  accanto  alla  priorità 
dell'  Ebraico  ')  ;  sono  i  diritti  della  natura  salva- 
guardati in  rapporto  alle  esigenze  della  civiltà,  ed 
insieme  armonicamente  fusi  a  spiegazione  di  quella 
legge  del  divenire  continuo  delle  lingue,  che,  fissata 
da  Dante,  per  quanto  già  prima  di  lui  vista  dalla 
filosofia  greca,  da  sola,  come  ben  dice  il  D'Ovidio  '-), 
basterebbe  ad  assicurargli  il  vanto  di  essere  stato 
uno  dei  veri  precursori  della  linguistica. 

Ed  ora  dopo  aver  fatto  accenno  alia  soluzione 
del  problema  storico  sul!'  origine  del  linguaggio  quale 
è  stata  formulata  da  Dante  ritorniamo  a  veder  quali 
altre  speculazioni  la  Scolastica  abbia  saputo  attuare 
intorno  al  linguaggio  in  quanto  espressione  di  pen- 
siero, cominciando  da  Duns  Scoto. 

Non  tocca  a  noi  designar  qui  tutta  V  importanza 
del  formalismo  peripatetico  agostiniano  di  Duns 
Scoto  in  relazione  al  suo  contrasto  col  pensiero 
tomistico,  contrasto  riguardante  in  filosofia  la  so- 
luzione specialmente  dal  principio  d' individuazione 
e  dei  problema  gnoseologico.^) 

Fortunatamente  abbiamo  di  Duns  Scoto  un'  o- 
pera  speciale  riguardante  il  nostro  argomento,  e  cioè 
quella  dal  titolo  «  De  modis  significandi,  a  cui  molto 
probabilmente  fu  aggiunto  dopo  dagli  editori  l'altro  ti- 


1)  Cfr.  in  pj:oposito:  D'OVIDIO,  op.  cit.  pag.493. 

2)  D'Ovidio,  op  cit.,  pag.  507. 

3)  Su  ciò  cfr.  Fr.  Fiorentino,  Pietro  Pomponazzi,  Firenze  1868» 
pag.  137  e  sgg.  e  del  medesimo  autore  :  Bernardino  Telcsio,  Firenze 
1872,  Voi.  I,  pag,  187. 


234  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

tolo  di  Grammatica  speculativa»  ^).  Da  essa  soprattutto 
potremo  ricavare  quali  sieno  state  le  idee  di  Duns 
Scoto  in  rapporto  al  linguaggio,  quantunque  la  sot- 
tigliezza eccessiva,  e  la  lingua  poco  chiara  ren- 
dano penosa  la  lettura  di  quel  libro,  il  che  del 
resto  avviene  di  tutti  gli  altri   del  medesimo  autore. 

hi  essa  anzitutto  Duns  Scoto  sostiene  che  due 
sono  i  modi  nel  significare,  uno  attivo,  1'  altro  pas- 
sivo :  il  primo  è  quello  per  cui  la  voce  significa  la 
proprietà  delle  cose  ;  il  passivo  invece  è  quello  per 
cui  la  proprietà  delle  cose  viene  significata  per  mez- 
zo della  voce  ;  in  altri  termini,  spiegheremo  noi, 
nelle  significazioni  fatte  dall'  uomo  vi  è  un  elemento 
soggettivo  che  si  diparte  da  noi  e  va  alle  cose,  ed 
un  elemento  oggettivo  che  parte  dalle  cose  e  viene 
a  noi  :  il  primo  elemento  si  termina  nel  segno,  il 
secondo  invece  nella  cognizione,  quello  è  perciò  ma- 
teria di  studio  anche  nella  Grammatica,  questo  invece 
è  materia  di  studio  esclusivo  dalla  filosofia  -)  salvo 
però  per  quella  parte  che  vi  è  anche  in  esso  di  formale. 

È  evidente  che  i  due  elementi  s' integrano,  non 
però  nel  senso  che  mancando  1'  uno  debba  man- 
care anche  l'altro,  perchè  continua  lo  Scoto, priva- 
tiones  etfigmenta  sub  nullis  proprietatibus  cadunt,  cum 
non  sint  entia,  et  tamen  voces  significativae  privaiio- 
num  et  figmentorum  modos  significandi  activos  habent, 
ut  coecitas,  chimaera,  et  similia.  Come  si  spiega  ciò  ? 
Si  spiega  col  fatto  che  non  è  proprio  sempre  neces- 


1)  JOANNIS  Duns  Scoti,  De  modis  significandi  sive  Gramatica  spe- 
culativa in  Opera  omnia,  Lugduni  1639,  Voi.  I,  pa^.  45  e  sgg. 

2)  Duns  Scoto,  op,  cit.,  cap.  in. 


NEL     PENSIERO   DI  DUNS  SCOTO  235 

sario  che  il  modus  significandi  activns  tragga  la  sua 
ragione  d'  essere  da  una  proprietà  speciale  di  quella 
cosa,  di  cui  è  significazione,  che  talvolta  lo  si  può 
trarre  da  proprietà  di  altra  cosa  che  alla  prima  non 
ripugni  ;  così,  per  esempio,  noi  non  possiamo  per- 
cepire le  sostanze  separate,  eppure  noi  le  chiamia- 
mo, imponendo  ad  esso  nomi  che  derivano  eviden- 
temente da  alcune  proprietà  sensibili,  appunto  per- 
chè esse  per  sé  non  possono  essere  per  noi  ele- 
menti passivi,  su  cui  proiettare  1'  attività  nostra  si- 
gnificante. Delle  cose  finte  da  noi  poi  troviamo  la 
ragione  della  significazione  dalle  parti  con  cui  noi 
le  abbiamo  composte,  in  tesi  generale  si  può  dire 
che  noi  attivamente  possiamo  nominare  anche  enti  che 
non  sieno  positivi  extra  animam,  perchè  essi  sono 
sempre  positivi  in  anima,  e  quindi  sono  enti  secimdiim 
animam  ;  la  ragione  quindi  della  loro  significazione 
sta  precisamente  nella  ragione  del  loro  essere.  Certo 
si  è,  dice  lo  Scoto  '),  che  i  modi  significandi  adivi 
immediate   a  modis  intelligendi  passivi  sumuntur. 

Per  capir  ciò  ricordiamo  che  lo  Scoto  divide 
anche  un  modus  intelligendi  activus  da  un  modo 
intelligendi  passivus,  il  primo  riguarda  la  facoltà  del- 
l' intelletto  di  concepire  le  proprietà  e  quindi  di  e- 
sprimerle,  il  secondo  invece  è  la  proprietà  stessa 
in  quanto  è  appresa  dall'  intelletto  :  ora  che  il  se- 
condo debba  essere  la  fonte  per  1'  attuazione  del 
primo  è  evidente,  quando  si  pensi  che  le  ragion} 
dell'  essere  non  possono  in  modo  alcuno  diventare 
materiali  di  elaborazione  nostra  se  non  quando  esse 


1)  DuNS  Scoto,  op.  cit.,  cap.  I,  pag.  46. 


236  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Siene  state  da  noi  apprese.  Dal  che  deriva  che  se 
lì  modus  significandi  passivo  ed  il  modus  intelligendi 
passivo  sono  materialmente  la  stessa  cosa,  dal  lato 
formale  non  lo  sono  affatto,  che  quello  riguarda  la 
proprietà  delle  cose  absolute,  cioè  oggettivamente 
considerate,  questo  invece  riguarda  tale  proprietà 
in  quanto  è  già  stato  appresa  dall'  intelletto,  cioè 
soggettivamente  considerata  :  materialmente  quindi 
riguardano  la  medesima  proprietà,  dal  lato  formale 
invece  presentano  caratteri  diversi  ').  il  modo  invece 
essendi  et  modus  intelligendi  activus  et  modus  signi- 
ficandi activus  differiscono  fra  loro  e  dal  lato  for- 
male e  dal  lato  materiale,  ed  infatti  il  modo  essendi 
riguarda  la  proprietà  delle  cose  in  sé,  cioè  sotto  la 
ragione  stessa' dell' esistenza,  il  modo  intelligendi 
activus  riguarda  l' impressione  e  1'  elaborazione  di 
quella  proprietà  nell'  intelletto,  il  modo  significandi 
activus   0   consignificandi  (quando  si  tratti  non  più 

^  di  un  nome,  ma  di  una  dictio)  rappresenta  la  ridu- 
zione di  quella  proprietà  sotto  la  ragione  di  voce. 
Abbiamo  adunque  tre  gradi  :  la  ratio  rei  extra  ani- 
mam,  ratio  intellectus,  ratio  vocis. 

V  Lo  Scoto  continua  ancora  a  mostrare  che  il  mo- 

dus intelligendi  activus  ed  ì\  modus  intelligendi  passi- 
vus,  come  pure  il  modus  significandi  activus  ed  il 
modus  passivus  differiscono  fra  loro  dal  lato  mate- 
riale e  convengono  invece  tra  di  loro  dal  lato  for- 
male, il  che  si  può  dimostrare  con  ragionamento 
analogo  ai  già  fatti. 

Dati  tali  precedenti  è  chiaro  quale  sia  la  ragione 
della  voce  significativa  per  Duns  Scoto:  essa  come 


NEL     PENSIERO  DI  DUNS  SCOTO  237 

causa  efficiente  remota  avrà  la  proprietà  o  le  proprietà 
delle  cose  da  essa  significate,  mentre  nel!'  intelletto 
avrà  la  sua  causa  efficiente  prossima  ')  ;  d' altra 
parte  sarà  pure  evidente  la  differenza  che  il  mede- 
simo autore  fa  tra  voce  e  segno  :  voce  è  il  suono 
considerato  come  tale,  cioè  è  la  materia,  mentre  se- 
gno è  il  suono  in  quanto  manifestazione  dell'  ela- 
borazione dell'  intelletto  attivo,  cioè  è  la  forma  :  i 
^grammatici  studiano  evidentemente  le  voci  solo  inci- 
^'dentalmente  come  suoni,  ma  essenzialmente  in  quanto 
esse  sono  i  più  abili  segni  per  significare  le  cose  -) 

Dopo  tutto  ciò  Duns  Scoto,  sempre  con  quella 
sottigliezza,  che  fa  di  lui  uno  dei  piìi  astrusi  e  diffi- 
cili filosofi,  viene  a  distinguere  i  modi  attivi  del 
significare  in  essenziali  ed  accidentali.  La  ragione  di 
tale  divisione,  come  in  quella  parallela  fatta  da  Gio- 
vanni Damasceno  e  poi  da  altri,  come  si  è  visto,  è 
di  carattere  evidentemente  logico  ;  e  cioè  essenziale  è 
H  modo  per  cui  quel  dato  termine,  considerato  come 
segno  0  quella  parte  di  discorso,  considerato  come 
consegno,  esprime  semplicemente  1'  essere  o  secon- 
do il  genere,  o  secondo  la  specie,  V  accidentale  è 
quello  che  non  esprime  semplicemente  da  solo  l'  es- 
sere 0  secondo  il  genere  o  secondo  la  specie,  ma  ha 
bisogno  dell'integrazione  di  gualche  altro  elemento  : 
tale  modo  accidentale  quindi  è  ben  diverso  dalla 
nozione,  comune  nella  scolastica,  del  nome  espri- 
mente suhstanflain  ciim  qiialitate. 

Il    modo    attivo   essenziale    è  poi  suddiviso  in 


1)  Duns  Scoto,  op.  cit..  cap.  IV. 

2)  Duns  Scoto,  op.  cit.,  cap.  VI. 


238  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

generalissimo,  quando  1'  essenza  della  parola  si  rife 
risce  a  tutto  ciò  di  cui  essa  è  termine,  in  specialissimo 
quando  si  riferisce  solo  ad  una  parte  di  ciò  di  cui  essa 
è  termine  ;  vi  è  poi  il  modo  significandi  essenziale 
subalterno,  che  è  come  intermedio  tra  quello  e  que- 
sto; il  modo  accidentale  si  suddivide  anch'  esso  in 
assoluto  e  rispettivo  ;  è  assoluto  quando  1'  espres- 
sione è  costruita  in  modo  da  non  aver  alcun  rap- 
porto   con    altro,  è  invece  rispettivo  quando  la  co- 

,  struzione  è  tale  da  aver  alcuni  rapporti  di  dipendenza 

'anche  con  altro. 

Tali  sono  i  fondamenti  su  cui  Duns  Scoto  poggia 
poi  r  analisi  di  tutte  le  parti  grammaticali,  comin- 
ciando dal  nome,  a  proposito  del  quale  ^)  egli  ap- 
profondisce la  fondamentale  distinzione  aristotelica  di 
nome  e  verbo,  mettendo  questi  in  relazione  alla  dl- 

^stinzione  tra  modus  entis,  e  modus  esse,  e  definendo 
il  primo  :  modus  habitus  et permanentis  rei  inhaerens 
ex  hoc  quod  habet  essentiam,  mentre  il  modus  esse 
est  modus  fluxus  et  successionis  rei  inhaerens  ex  hoc 
quod  habet  fieri,  col  primo  sta  il  nome  ed  in  subor- 
dine il  pronome,  mentre  col  secondo  sta  il  verbo, 
ed  in  subordine  il  participio. 

Giunti  a  questo  punto  è  inutile  che  noi  seguiamo 
nelle  sue  ulteriori  elucubrazioni  il  nostro  autore, 
riguardando  esse  la  grammatica  in  ispecie,  piuttosto 
che  il  linguaggio  in  genere:  ciò  che  a  noi  maggiormen- 
te interessa  di  far  rilevare  è  come  in  rapporto  con 
tutto  quanto  sopra  stia  la  tendenza  dimostrata  da 
Duns  Scoto  nel  libro  delle  sentenze  (Opus  oxoniense) 
1)  Duns  Scoto,  op.  cit.,  cap.  vm. 


NEL    PENSIERO  DI  DUNS  SCOTO  239 


di   garantire   all'  intelletto   la    percezione  immediata 
della  realta  individuale. 

Duns  Scoto  infatti,  come  dice  il  Wulf  ')  am.mette 
oltre  la  conoscenza  astratta  ed  universale  delle  cose, 
frutto  del  sapere  distinto,  una  conoscenza  intuitiva, 
che  ci  rappresenta  confusamente  1'  essere  concreto 
e  suigolare  (species  specialissima)  ~).  Questo  concetto 
del  singolare  sorge  al  primo  contatto  dell'intelligenza 
col  di  fuori  e  si  forma  parallelamente  alla  cono- 
scenza sensibile  dell'  oggetto.  Ora  è  evidente  che 
quando  nella  sua  «  Grammatica  speculativa  »  Duns- 
Scoto,  come  già  si  è  visto,  parla  del  modus  intel- 
ligendi  passivus,  si  riferisce  appunto  alla  species 
specialissima,  che  è  nel  concetto  dello  Scoto  diversa 
dalle  percezioni  sensibili.  Queste  infatti  per  se  stesse 
non  bastano  ad  attuare  in  noi  il  modus  intelligendi  atti- 
vo, bisogna  che  anch'  esse,  individuali  come  sono, 
sieno  trasformate  in  concetto:  l'individuale  però  non 
può  in  linea  immediata  che  dare  l'individuale,  olo  arri- 
vandosi all'universale  per  via  mediata,  a  proposito  della 
quale  Duns  Scoto,  ribatte  aspramente  le  teorie  dell' 
illuminazione  o  lux.  interior,  che  accennata  da  S. 
Agostino,  era  stata  svolta  eccessivamente  da  Enrico 
di  Gand  s). 


1)  Wulf,  op.  cit.,  pag.  404. 

2)  Notiamo  il  contrasto  tra  Duns  Scoto  e  Spinoza  ;  se  per  quello  la 
coscienza  intuitiva  ci  dà  l'essere  concreto  e  singolare,  per  questo  invece 
essa  ci  dà  l'  essere  in  genere,  cioè  la  nozione  della  sostanza  fondamen- 
tale, substrato  di  tutti  gli  attributi  di  cui  però  noi  non  ne  possiamo  co- 
noscere clie  due  :  materia  e  spirito,  e  di  tutti  i  modi. 

3)  Cfr.  DUNS  SCOTO,  Sentent.  II,  Dist.  Ili,  quaest.  4. 


240  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

Il  modo  significandi  passivo  adunque  più  essere 
il  correlativo  immediato  dell'  attivo  per  mezzo  del 
modo  intelligendi  attivo  anche  nel  caso  si  tratti  di 
realtà  individuale. 

Di  tutto  ciò  abbiamo  la  conferma  in  alcuni  passi 
delle  otto  questioni,  che  Duns  Scoto  scrisse  sui  due 
libri  «  De  interpretatione  »  di  Aristotele.  La  questione 
prima  di  essa  è  :  Art  nonen  signiflcet  rem  an  pas- 
sionem  ^),  e  si  riferisce  alle  ben  note  parole  di  Ari- 
stotele ~)  :  Snnt  ergo  ea  qiiae  siint  in  voce  earum  qiiae 
sunt  in  anima  passio  nam  notae,  et  ea  quae  scribuntur 
earum  quae  sunt  in  voce.  Duns  Scoto  sostiene  la 
sentenza  di  Aristotele  dando  però,  ne  pila  né  meno 
di  quella  che  abbiamo  visto  fatto  da  S.  Tommaso 
nel  commento  del  De  Interpretatione  stesso  ed  in 
altri  passi  •^),  all'espressione pass/ones  animae  il  signi- 
\^  ficato  di  conceptiones  intellectus  :  anche  Duns  Scoto 
ammette  che  il  nome  significhi  non  la  cosa,  ma  il 
concetto  della  medesima*). 

Le  cognizioni  nostre  possono  essere  di  tre  spe- 
cie e  cioè  abbiamo  le  vere  species  intelligibiles  come 
actus  primus  in  sua  propria  natura,  poi  le  species 
intelligibiles  come  il  prodotto  delle  prime  e  deir 
apprensione  delle  qualità  delle  cose,  poi  le  cogni- 
/^  zioni  particolari  delle  cose  sub  condicionibus  indi- 
viduantibus  Ora  queste  non  possono  essere  espresse 


1)  Duns  Scoto,  De  interpretatione,  ediz.  cit.,  voi.  I,  pag.  212  e  sgg. 

2)  Aristotele,  De  interpret.,  lib.  I,  cap.  I. 

3)  Cfr.  S.  TOMMASO,  Siinima,  part.  I,  quaest.  13,  art.  I.  e  quaest.  8, 
De  potentia,  art.  I. 

4)  Res  non  sigiiificatur  ut  existit,  sed  ut  intelligitur,  (DUNS  SCOTO, 
De  interpret.,  quaest.  Ili,  §.  3,  ed  cit.,  pag.  189). 


NEL  PENRIERO  DI  DUNS  SCOTO  241 

come  sono,  o  per  lo  meno  come  a  noi  risultano  nelle 
percezioni  sensibili  che  ne  possiamo  avere,  bisogna 
che  anch'  esse,  per  così  dire,  si  trasformino  in  una 
species  del  secondo  ordine,  resteranno  sempre  in- 
distinte, perchè  avranno  ragione  sempre  d'  una  realtà 
individuale,  come  tali  però  potranno  essere  nominate. 

È  perciò  che  Duns  Scoto  rifiuta  assolutamente 
la  teoria  platonica  che  il  nome  significhi  la  cosa 
come  esiste,  no,  esso  esprime  la  cosa  anche  sin- 
gola in  rapporto  sempre  al  concetto  sia  pure  indi- 
stinto che  noi  ce  ne  facciamo  ;  donde  la  formola 
dello  Scoto  nomina  siint  similia  intelledui,  il  che 
però  non  esclude  anche  una  certa  somiglianza  colla 
cosa,  perchè  più  avanti  ^)  sostiene  il  nostro  autore 
che  in  fondo  vi  può  essere  somiglianza  tra  cosa  e 
passio,  giacché  la.  passio  oltre  che  un  accidens  quid- 
dam  in  subiedo  può  anche  considerarsi  come  signum 
rei  in  mente,  ed  allora  poiché  la  parola  è  segno  della 
species,  e  questa  è  segno  della  cosa  mediatamente, 
quella  può  considerarsi  anche  signum  delle  cose. 

Duns  Scoto  procede  poi  a  dimostrare,  ciò  che 
del  resto  sosteneva  già  Aristotele  e  dopo  di  lui 
altri  di  cui  abbiamo  parlato,  che  il  segno  e  quindi 
la  parola  non  può  essere  né  vera  né  falsa  per  sé, 
ritorna  poi  egli  all'  impositio  ad  placitwn  -)  e  così  si 
spiega:  dicunt  quod  vocesfìunt  notaeper  impositionem; 
impositio  vocis  cum  fit  ad  placitum  potest  esse  ipsi 
similitudini  exsistenti  in  anima,  secundum  quod  si- 
militudo   est  signum   rei,  sicut  potest  imponi  rei,  ut 

1)  Duns  Scoto,  De  interpret.,  quaest.  I,  §  8. 

2)  Duns  Scoto,  De  interpret.,  quaest.  I,  §  8. 


242  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

intelligitiir  et  sic  ratio  concliidit,  quod  nomen  potest 
significare  rem  utintelligitur.  Su  ciò  ritorna  anche  nella 
questione  IV  0,  in  cui  combatte  la  tesi  di  coloro 
che  sostenevano  essere  il  nome  qualche  cosa  di 
naturale  e  come  tale  significare  naturalmente,  a  cui 
contrappone  quest'  altra  che  le  cose  ed  i  concetti 
sono  signa  natiiraliter,  quod  est  enim  a  natura  est 
idem  apud  omnes,  ma  i  nomi  non  vengono  da  na- 
tura, dunque  non  sono  naturali,  perciò  gli  uomini 
sono  aeque  scienteSy  ma  non  aeque  loquentes. 

Tale  è  quanto  in  Duns  Scoto,  se  pur  bene  abbia- 
mo saputo  interpretare  il  di  lui  pensiero,  si  riferisce 
alla  filosofia  del  linguaggio:  è  certo  che  quella  conce- 
zione delle  species  speciatissimae,  integrata  dal  modo 
intelligendi  passivo,  e  dal  modo  significandi  aiììvo,  ha 
avuto,  come  riconosce  anche  il  Croce  '),  una  grande 
influenza  sullo  svolgersi  del  pensiero  ulteriore  per 
ciò  che  riguarda  1'  Estetica  :  possiamo  dire  però  che 
anche  di  tale  concezione  nella  storia  della  Scolastica 
si  sono  avuti  dei  precedenti,  e  precisamente  in 
Guglielmo  d'  Alvernia  ed  in  Matteo  d'  Acquasparta. 

Anche  quegli  infatti,  contrariamente  ad  Aristo- 
tele, ammetteva  che  tra  le  forme  intelligibili  l' intel- 
ligenza conosce  anzitutto  le  sostanze  individuali  ■'), 
mentre  Matteo  d'  Acquasparta,  dichiarando  insuffi- 
ciente  la   teoria  tomistica  secondo  cui  «  intellectus 


1)  Duns  Scoto,  De  interpret.-,  quaest.  IV,  §,  1  (pag.  190  ediz.  cit.)- 

2)  B.  Croce,  op.  cit.,  pag.  179. 

^3)   Al.   Baumgartner,  Die  Erkennislehre  der  Wilhelm  voti  Auver 
ne,'Miinster  1  893,  pag.  48  e  sgg. 


NEL  PENSIERO  DELL'OCCAM    E  DI  BACONE    243 


singulare  cognoscit  per  quandam  reflexionem  » ,  am- 
mette invece  che  noi  conosciamo  le  cose  individuali 
intuitivamente  per  delle  species  singolari  proprie  ^). 

Dopo  Duns  Scoto  due  altri  autori  meritano  un 
breve  accenno  da  noi  :  1'  Occam  e  Ruggero  Bacone. 
Già  abbiamo  discorso  della  teoria  gnoseologica  di 
quello,  la  quale  diede  luogo  a  quel  terminismo  concet- 
tualista, che  fu  r  ultima  risposta  importante  alla 
questione  degli  universali,  come  pure  abbiamo  di- 
scorso della  così  detta  teoria  dei  segni,  e  del  passo 
in  cui  si  definisce  la  natura  del  verbum  mentale  ; 
aggiungiamo  ora  che  l'Occam  così  definisce  le  voci  : 
dicimus  voces  esse  signa  subordinata  conceptibus  vel 
intentionibus  animae^  non  quia  proprie  accipiendo  hoc 
vocabulum  «  signum  »  ipsae  voces  significent  ipsos 
conceptus  primo  et  proprie,  sed  quia  voces  imponuntur 
ad  significanda  illa  eadeni,  quae  per  conceptus 
mentis  sìgnificantur,  tanto  è  vero,  aggiunge,  che  se 
un  dato  concetto  mutasse  il  suo  contenuto,  o,  per 
usare  la  paro(a  stessa  dell'  Occam,  il  suo  significato, 
anche  la  sua  espressione  senza  una  nuova  institu- 
zione  muterebbe  il  significato  suo  :  d' altra  parte 
appunto  perchè  si  tratta  di  un'instituzione  volontaria 
i  nomi  possono  cambiare  il  significato  loro,  mentre 
COSI  non  può  succedere  per  il  concetto  '-)• 

Ruggero  Bacone  finalmente  merita  un  accenno 
per  aver  col  suo  concetto,  richiamante  la  lux  interior 


1)  Mathaeuts  ab  Aquasparta,  Qimest.  dispatatae,  Tomo  I,  quaest. 
de  fide  et  de  cognitione,  ed.  Quaracchi  1903,  pag.  307. 

2)  Occam,  Summa  totiiis  logicae,  lib.  I,cap.  U.  Ciò  t  ripetuto  anche 
nel  proemio  del  commento  al  De  inlcrpretat.,  Cfr.  Pemntl,  op.  cit. 
voi.  HI,  pag.  339. 


244  LA  FILOSOFIA   DEL  LINGUAGGIO 

agostiniana,  dell'  incapacità  radicata  nell'  uomo  di 
raggiungere  il  vero,  e  della  necessità  per  ciò  di  una 
rivelazione  divina,  offerto  argomento  allo  sviluppo 
posteriore  di  quel  tradizionalismo,  che  culminò,  come 
già  si  è  detto  nel  De  Bonald;  tra  questo  però  e  Bacone 
sta  questa  differenza  che  mentre  per  il  De  Bonald  la 
rivelazione  è  primitiva,  ed  il  linguaggio  trasmette  i 
suoi  dati,  per  Bacone  invece  la  rivelazione  divina 
è  speciale,  e  varia  da  uomo  ad  uomo  ^). 

Dopo  i  citati  autori  ben  si  può  dire  finito  il 
periodo  glorioso  e  fecondo  della  Scolastica,  la  de- 
cadenza della  quale  fu  senza  dubbio  accelerata  dal 
terminismo  dell'  Occam  da  una  parte,  e  dallo  Scoti- 
smo  dall'  altra.  Un  fremito  di  vita  nuova  si  va, 
contemporaneamente  ai  citati  maestri  e  poscia  svol- 
gendo nel  pensiero,  come  nelle  coscienze,  ed  un 
grande  rinnovamento  vi  si  va  lentamente  preparando. 
L'  umanità  civile  sembra  abbia  allora  sofferto  tutte 
le  ansie  e  tutti  i  dolori  di  una  nuova  creazione  :  il 
periodo  infatti  umano  della  storia  nostra  si  è  iniziato 
poco  dopo,  periodo  nello  studio  e  nel  giudizio  del 
quale  non  tocca  ora  a  noi  di  entrare. 


1)  WULF,  op.  cit.  pag.  426. 


CONCLUSIONE 


Vale  certo  la  pena  che  a  conclusione  del  nostro 
lavoro  si  espongano  qui  in  forma  sintetico  -  schema- 
tica i  risultati  positivi,  a  cui  crediamo  di  esser  giunti 
colla  nostra  analisi  particolareggiata  : 

1)  Anzi  tutto  è  certo  che  nella  Patristica  e  nella 
Scolastica,  come  del  resto  nella  speculazione  elle- 
nica, non  si  sono  viste  tutte  le  parti  della  filosofia 
del  linguaggio. 

2)  Le  parole  nella  Patristica  e  nella  Scolastica 
furono  a  torto  giudicate  sempre  come  qualche  cosa 
di  fisso  e  di  rigido,  uscite  belle  e  fatte  dalla  testa  di 
un  primo  institutore  di  esse,  dimenticandosi  affatto 
la  lenta  elaborazione  collettiva  di  cui  esse  sono  pro- 
dotto sempre  evolventesi  '). 

3)  Si  è  specialmente  nella  Patristica  tentato  di 
risolvere  sopra  una  base  monogenetica  il  problema 


1)  È  questo  appunto  il  carattere  di  differenza  tra  la  filosofia  del 
linguaggio  quale  si  è  svolta  nel  M.  E.  e  quella  iniziatasi  dal  Rinasci- 
mento. Nei  tentativi  fatti  dal  Nizolio,  e  da  Pietro  Ramo  per  abbattere 
la  dialettica  Aristotelica,  essi  si  mantennero  ancora  ligi  ad  una  specie 
di  concezione  statica  del  linguaggio,  il  primo  die  intravide  il  carattere 
dinamico  di  esso  determinato  dal  suo  continuo  evolversi  in  effetto  alla 
diversità  di    tempi,   di   luoghi,  di   condizioni  storiche,  fu  Leonardo  da 


246  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 


delle  origini  storiche  del  linguaggio,  ma  lo  si  è  fatto 
in  forma  esegetica,  a  spiegazione  cioè  dei  dati  di  fatto 
contenuti  nella  Bibbia,  il  che  d'altronde  era  inevita- 
bile essendo  impossibile  il  pretendere  che  il  problema 
delle  origini  fosse  studiato,  come  è  studiato  oggi  nel  suo 
duplice  assunto  per  rispondere  alle  domande  I)  quali 
parti  costitutive  delle  lingue  reali  sieno  da  ritenersi 
per  originarie  ;  il)  da  quali  espressioni  prelinguisti- 
che sia  nata  la  lingua  stessa  ^). 

4)  È  falsa,  per  Io  meno  per  ciò  che  riguarda  e 
Patristica  e  Scolastica,  1'  opinione  del  Renan  che  la 
tesi  tradizionalistica  dell'  origini  del  linguaggio  sia 
stata   la   preferita    dai  teologi,  dovendosi  piuttosto 


Vinci  (Cfr.  GIOVANNI  Piumati,  Note  viadane  sulla  lingua,  in  raccolta 
Vinciana  fascicolo  IV,  1907-903,  pag.  68),  che  determinò  così  queir  indi- 
rizzo seguito  poi  con  tanta  larghezza  e  con  tanto  frutto  da  alcuni  dei 
nostri  cinquecentisti  (cfr.  Fr.  Fiorentino,  Bernardino  Teiesio,  Firenze 
1872,  voi.  I,  pag.  143)  e  dal  Leibniz  (cfr.  H.  HOEFFDING,  op.  cit., 
Voi.  I,  pag.  328),  anche  per  tale  argomento  avversario  dell'  Hobbes, 
il  quale,  come  già  si  è  detto,  fu  partigiano  di  una  concezione  del 
linguaggio,  in  cui  troppa  parte  era  concessa  da  un  lato  al  ragio- 
namento cosciente  e  dall'altro  all'arbitrio.  Abbiamo  già  avuto  oc- 
casione di  dire  come  l' indirizzo  dinamico  del  Vinci  e  del  Leibniz 
sia  stato  poi  seguito  dal  nostro  Vico  e  dal  Dugald  -  Stewart.  È  inu- 
tile aggiungere  che  esso  è  quello  seguito  oggi  nella  psicologia  mo- 
derna specialmente  per  opera  del  Wundt,  ^ia  per  ciò  che  riguarda  la 
formazione  del  linguaggio  nel  suo  triplice  aspetto  fisiologico,  psichico  e 
sociale,  sia  per  ciò  che  riguarda  le  facoltà  mitopeiche  dell'  uomo  in  ge- 
nere, cioè  le  creazioni  mitiche,  dette  nel  loro  complesso  dal  Renan  il 
secondo  linguaggio.  Si  è  anzi  tanto  approfondita  una  tale  concezione 
dinamica,  che  il  Du-Bois  in  quel  suo  libro  suggestivo  :  L'  education  de 
soi-méme,  or  non  è  molto  ha  parlato  persino  della  necessità  di  un  in- 
ventario delle  parole,  per  vedere  quali  servano  ancora  e  fino  a  che  mi- 
sura, e  quali  no.  (P,  DUBOIS,  L' education  de  soi-méme,  Paris  1908, 
pag.  22). 

1)  Cfr.  W.  Wundt,  Vòlkerpsychologie,  U,  584, 


CONCLUSIONE  247 


credere  che  tesi  pregiudiziale  per  questi  sia  stata 
quella  per  cui  Dio  avrebbe  dato  all'  uomo  col  resto 
anche  la  facoltà  di  parlare,  ma  che  le  parole  sono 
frutti  dell'  elaborazione  umana. 

5)  L' influenza  da  una  parte  di  Platone  ed  in 
subordine  degli  Stoici  ed  in  certo  qual  senso  di 
Epicuro,  e  dall'  altra  queilo  di  Aristotele  a  propo- 
sito della  questione  del  linguaggio  si  è  perpetuato  an- 
che nella  filosofia  cristiana,  prevalendo  la  prima 
nella  Patristica,  e  la  seconda  nella  Scolastica. 

6)  Fino  a  S.  Tommaso  si  è  visto  di  quando  in 
quando  rinascere  la  questione  nucleo  del  «  Cratilo  » 
platonico  se  le  parole  sieno  il  migliore  anzi  1'  u- 
nico  mezzo  per  conoscere  la  natura  delle  cose, 
questione  dagli  Scolastici  risolta  in  senso  negativo 
come  già  un  tempo  da  Platone. 

7)  La  Scolastica  ha  approfondito  la  differenza 
tra  nome  e  concetto,  linguaggio  esterno  ed  interno, 
arrivando  perciò  con  sottile  analisi  psicologica  al  pro- 
blema fondamentale  della  espressibilità  dei  concetti. 

8)  Che  tesoro  di  conoscenza,  come  dice  Io 
Stuart  Mill,  e  come  in  parte  riconosce  anche  di 
Manzoni  nel  suo  dialogo  «  Dell'  invenzione  »  si  possa 
trovare  nell'etimologie  non  fu  mai  negato  né  dalla  Pa- 
tristica né  dalla  Scolastica,  pur  essendo  quasi  tutti,  e 
specialmente  gli  Scolastici,  persuasi  della  teoria  aristo- 
telica della  positio  nominis  ad  placitum. 

9)  Accejini  anche    diffusi   e   nella  Patristica  e 


248  LA  FILOSOFIA  DEL  LINGUAGGIO 

più  nella  Scolastica,  come  già  in  Aristotele,  si  pos- 
sono rintracciare  sui  rapporti  tra  funzione  del  nomi- 
nare riguardante  cognizioni  d' ordine  intuitivo,  e 
funzione  estetico -espressiva  in  genere,  per.  quanto 
specialmente  nella  Scolastica  il  destino  della  filosofia 
del  linguaggio  sia  prevalentemente  stato  unito  al 
destino  della  logica,  come  già  era  avvenuto  da  A- 
ristotele  in  poi  nella  filosofia  greca. 

Come  conclusione  sintetica  poi  si  può  dire  che 
la  formula  generale  della  Scolastica  perciò  che  ri- 
guarda la  filosofia  del  linguaggio  è  questa  che  leg- 
giamo in  S.  Bonaventura  ^)  : 

bJon  sermoni  res,  sed  rei  sermo  est  siibiectus. 

Dal  lato  storico  poi  aggiungiamo  che  le  nostre 
ricerche  sulla  filosofia  del  linguaggio  nella  Patristica 
e  nella  Scolastica  ci  hanno  un'  altra  volta  persuasi 
della  sentenza  di  Jules  Simon  : 

Il  Medio  Evo  è  ben  più  profondo  di  quello  che 
non  sembri  a  prima  vista  ~). 


1)  S.  Bonaventura,  Sentent.,  lib.  I.  Dist.  XXH,  quaest.  l. 

2)  J.  Simon,  Abélard  et  la  Pfiilosophie  aii  douziéme  siede  (Revue 
des  deux  Mondes,  1846,  I  Genn.,  pag.  64). 


Ef^KAlfl  -  CORI^IQE 


Pag.  6,      riga  15,  invece  che  causale  leggi  casuale. 

»      16,    riga  18,  invece  che  x>£cjs'.  leggi  d-éozi. 

»  49,  riga  33  e  34,  invece  di  Rechercher  si  legga 
Recherches,  ed  invece  di  delle  Libniz  si  leg- 
ga del  Leibniz. 

»      63,     riga  13,  invece  di  ovojxa  si  legga  ovopia. 

*     64,    riga   7,    invece  di  a  prò'  si  legga  a  pro- 
posito. 
100,  riga  7,  invece  di  àYpaix'j.aGTc,  si  l^gga  à- 
Ypàfx'xaro?  e  piuttosto  di  pretosissimum  si 
legga  pretiosissimum. 

»  128,  riga  15,  invece  di  come  stoico,  per  quanto 
già  volto  si  legga  come  stoica  per  quanto 
già  svolta. 

»  174,  riga  27  invece  di  e  citata  si  legga  5/  ri- 
porta e  più  sotto  invece  di  in  proposito 
anzitutto  si  legga  in  proposito  ;  anzitutto. 

»  191  riga  7  invece  di  /'  una  e  V  altra  si  trova 
per  poter  si  legga  /'  una  e  V  altra  per  poter. 

»     245,  riga  5  e  6,  dopo    le    parole    nella  Patri- 
stica e  nella  Scolastica  si  aggiunga /worc/zè 
in  Dante. 
Per  gli  altri  errori  od  omissioni,  che  si  possono 
trovare    nel    testo  o  nelle  note,  V  Autore  si  rimette 
all'  indulgenza  ed  all'  intelligenza  dei  lettori. 


DEL  MEDESIMO  AUTORE  : 


La  Coscienza  religiosa  medievale  -  Angelologia 
Torino,  Fratelli  Bocca  1908,  lire  6. 


Di  prossima  pubblicazione  : 

La  teoria  dell'  istinto  nella  filosofia  greca 


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