i>ott ipaolo iKotta a filosofia bel liriQUaQQiO nella |l>a^ tristica e nella Scolastica ^peta premiata Dalla nr MC- caDcmia Oi iciense /H^orali e |^oliticbe t)i i^>apoU. t:^ M Ci Cerino 1909 Dott paolo IRotta a filosofia bel linguaggio neua pn- tristica e nella Scolastica pera pi-emiata Dalla IR- Bc- caDemta DI sctense /Iftoralt e ipoUticbc Di IfapoH- ^W cM ;ifratelll :aaB BDitoci = tToctno 1900 =: 23084S . jfrancesco Ifiovati nel 6U0 (BiubUeo ITlnivereitario con animo riconoscente e evoto iRovcmbre 190S INDICE Prefazione pag. XI Parte I. la speculazione del linguaggio NELLA FILOSOFIA GRECA Capitolo I La filosofia dei linguaggio preso- cratica e platonica .... pag. 3 Sommario : La filosofia del linguaggio in Pitagora, negli Eleatici, in Democrito ed in Eraclito. Le ricerche sulla parola nel periodo sofistico e loro significato. Il Cratilo di Platone in rapporto al suo valore storico e filosofico. La tesi fo .damentale del Cratilo ed argomenti diretti ed indiretti in appoggio ed a confutazione di essa. Critica di tali argomenti. Capitolo II La filosofia dei linguaggio nella speculazione dopo Platone pag. 30 Sommario : La speculazione del linguaggio nelle scuole socratiche mi- nori ed in Aristotele. Punto di contrasto in proposito tra Platone ed Aristotele. La dottrina del linguaggio degli Stoici con riguardo speciale alla teoria del Xsxtv. Le nuove vedute sull'origine del linguaggio e degli elementi naturali della parola in Epicuro. La filosofia del linguaggio negli Scettici, gli Eclettici, i commentatori di Aristotele, Filone ed i Neoplatonici. Parte IL la filosofia del linguaggio nella patristica Capitolo III La filosofia del linguaggio nella Patristica pag. 67 vili INDICE Sommario : Motivi generali e particolari per cui una vera filosofia de 1 linguaggio non si svolta nella Patristica. La questione storica della lingua primitiva quale fu posta dai Padri. L' opinione della priorit della lingua ebraica ed argomenti pr e contro la mede- sima. La questione dell' origine divina ed umana del linguaggio. Soluzione platonica- stoica del problema sulla natura della parola. Come fu spiegato 1' intervento divino nella produzione del di- scorso umano. Contesa tra Eunomio e Gregorio di Nissa. Capitolo IV La filosofia del linguaggio in rapporto alla psicologia patri- stica pag. 95 Sommario : La questione del linguaggio ne' suoi rapporti psicologici. Il linguaggio dell' uomo e la manifestazione dei sentimenti nei bruti. Elementi fisiologici nella produzione dei suoni. Ele- menti psicologici del linguaggio e loro rapporto colle facolt dell' anima. li sermo interior secondo la Patristica. Rapporti tra linguaggio interno ed esterno, e rapporti tra pensiero e parola. La questione del linguaggio ne' suoi rapporti morali. Parte ///. la filosofia del linguaggio nella SCOLASTICA Capitolo V La filosofia del linguaggio ed i suoi rapporti colla logica in genere e colla questione degli universali in ispecie . . pag. 121 SOMMARIO: Carattere specifico di differenza tra Patristica e Scolastica in riguardo al nostro argomento. Il posto della logica in rapporto ai programmi di studio nelle scuole medievali, ed alla conoscenza delle opere di Aristotele. Rapporti di dipendenza tra logica e filosofia del linguaggio nella Patristica. Le speculazioni in proposito di Fortunaziano, Marciano Capella, Giovanni Damasceno, Boezio, Al- enino, Isidoro, Scoto Erigena. La questione degli universali e suo rapporti colla logica in genere e col problema del linguaggio in ispecie. La speculazione pi elevata di S. Anselmo, Abelardo, Giovanni di Salisbury, Gilberto della Porretta, Adelardo di Barth, Ugo di S. Vittore, S. Tommaso, Pietro Ispano. INDICE IX Capitolo VI La filosofia del linguaggio in rapporto alla psicologia ed alla metafisica scolastica . . pag. 183 S0MA4ARI0 : Il problema delle origini del linguaggio nell' uomo in rap- porto alla scienza di Adamo. - Rapporti tra pensiero e parola nella Scolastica in relazione alla teoria gnoseologica di S. Tommaso e dell'Occam. Le speculazioni del linguaggio in Alberto Magno, Pie- tro Lombardo, S. Bonaventura, S. Tommaso, Dante Alighieri, Duns Scoto, Occam, e Ruggero Bacone. Conclusione pag. 245 PREFAZIONE // presente lavoro fu presentato e premiato al Concorso bandito nell'anno 1906 per ranno 1907 dalla Societ reale di Scienze Morali e Politiche di Napoli. Era la terza volta che il tema : La filosofia del linguaggio nella Patristica e nella Scolastica , veniva proposto dalla suddetta societ, la quale ben due volte aveva dovuto dichiarare che nessuna delle memorie presentate meritava premio. Riproposto per V anno 1907 con altri due temi, questa nostra me- moria, che, anonima, era allora contrassegnata dal motto del Petrarca : Pulcra movent oculos, sed pro- sunt apta fruenti, /w dichiarata meritevole del premio, il quale per nella sua entit materiale fu per met attribuito ad altra memoria, in cui era trattato un altro dei tre temi a concorso. La commissione esaminatrice era formata da Fran- cesco D' Ovidio, Filippo Mosci, ed Iginio Petra ne relatore, il quale, dopo aver esposto i motivi per cui non potevano premiarsi gli altri lavori presentati sul medesimo tema da noi trattato, in merito al nostro cosi si esprime ^) ; 1) Reale Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Rela- zione del Socio Iginio Patrone sui concorsi a premi del 1906, Napoli 1908, pag. 19 e sgg. XII PREFAZIONE Pi fausto giudizio la commissione pu esprime- re della terza memoria anonima sulla filosofia del lin- guaggio. segnata colle parole Paler movent oculoSj sed prosimi apta fruenti, ed un manoscritto che numera 164 pagine di formato grande, in carat- teri fitti e cos poco chiari, da sembrar quasi una spensierata sfida alla pazienza dei lettori. Per fortuna 1' affanno dell' averlo letto com- pensato neir insieme dalla bont del contenuto. Comincia dal trattar di proposito della specula- zione ellenica sul linguaggio, esorbitando dal tema cui poteva convenire solo un breve e lucido rias- sunto delle speculazioni classiche, il quale fissasse bene il punto di partenza del lavorio medievale. Ma tratta molto bene il soggetto che non era tenuto a trattare, specie delle dottrine di Platone nel Cratilo, e, sebbene i lavori del Bonghi e del Gussani gli abbiano dato un aiuto efficacissimo ad orientarsi, mostra una larga conoscenza di opere straniere. La disamina che fa di poi della filosofia del linguaggio nella Patristica e nella Scolastica attesta larghissima informazione, acume sufficiente neir in- terpretare e neir argomentare soda dottrina. V autore ha visto direttamente il carattere storico espositivo del tema ed ha serbato fede in complesso all'as- sunto. Nei due capitoli che consacra alla Patristica tratta del problema storico delle origini, come fu posto e dibattuto dai Padri, e discorre della psi- cologia patristica e tratta del sermo interno e dei rap- porti fra linguaggio interno ed esterno e tra pen- PREFAZIONE XIII siero e parola. E V esposizione ed il discorso ben fatto, ed raccolto e connesso secondo 1' ordine della materia e secondo la successione del tempo. Nei due ampi capitoli che seguono e che for- mano una buona mezza parte del volume, 1' autore tesse r esposizione e la disamina della filosofia del linguaggio nella Scolastica, chiarendo assai bene il perch ed il come i destini della filosofia riguar- dante le parole sieno, nella tradizione della scuola, intrecciati e saldati con quelli della logica e della dialettica, e vedendo da vicino la connessione di quella filosofia col problema degli universali. Indugia quindi neir analisi dei rapporti fra pen- siero e parola specie in riferimento alla teoria gno- seologica di S. Tommaso, e dell' Occam, ed espone il processo delle speculazioni sul linguaggio in Al- berto Magno, Pietro Lombardo, S. Bonaventura S. Tommaso, Duns Scoto, Occam e Ruggero Bacone. In tre pagine finali accoglie in forma schema- tica brevi, ma plausibili conclusioni generali sug- geritegli dal dibattito del tema.... = Intercalate ed aggiunte nella relazione si trova- vano alcuni appunti, dei quali si tenuto calcolo prezioso per rendere questo nostro lavoro pi degno e completo. Sopra tutto si colmata la lacuna, cos giustamente notata nella prima redazione, per non aver noi fatto cenno della dottrina di Dante sul lin- guaggio, dottrina, come ha scritto il D' Ovidio, non da semplice poeta n affidata solo al divino poema. XIV PREFAZIONE Abbiamo perci cercato di mettere in evidenza quale sia il pensiero fondamentale svolto dall' Alighieri in al- cune delle sue opere minori, e specialmente nel De vulgari eloquio, approfittando per tale intento della lucida e perspicace memoria scritta in proposito dal D' Ovidio stesso. In quanto poi air aver dato sviluppo forse pi di quello che si sarebbe aspettato alla speculazione del linguaggio , quale si intessuta nella filosofia el- lenica, siamo ancora del parere che ci era neces- sario, essendosi appunto determinato in quella ed il problema delle origini e della natura del linguaggio e quelle sue soluzioni, intorno a cui non poco si affaticata la riflessione dei Padri e delle scuole. Per ci tenendo sotf occhio gli ultimi lavori del Lersch, dello Steinthal, del Susemihl, del Bonghi^ del Giussanij del Prantl, del Chaignet, dello Zeller e di altri abbiamo anzi in questo rifacimento del nostro allar- gato di un po' quanto gi era contenuto nella me- moria manoscritta, cercando anche per quella parte, come per tutto il resto, ove ci siamo studiati da un lato di rendere pi raccolto e preciso il discorso, e dalV altro di metterlo maggiormente in raffronto con le speculazioni ulteriori, di raggiungere quel termine ideale di perfezione, a cui, per parere stesso della Commissione, che ci ha giudicato, la memoria no- stra per i suoi notevoli pregi di tanto gi era vicina. Intanto approfittiamo di questa occasione per ringraziare un'altra volta ancora gli illustri della Commissione, che con tanta benevolenza ci hanno gi- PREFAZIONE XV dicato, ben lieti dichiarandoci se anche per essa si sar di un po' chiarito nelle sue ragioni storiche quel problema del linguaggio che Origene fin da' suoi tempi giudicava profondo ed impenetrabile, e che il Du-Bois-Reymond or sono pochi anni chiamava uno dei sette enigmi del genere umano. DOTT. Paolo Rotta Professore di Filosofia nei RR. Licei PARTE I. La speculazione del linguaggio nella filosofia greca Capitolo I. La filosofia del linguaggio presocratica e platonica Sommario : La filosofia del linguaggio in Pitagora, negli Eleatici, in Democrito ed in Eraclito. Le ricerche sulla parola nel periodo sofisiico e loro significato. Il Cratilo di Platone in rapporto al suo valore storico e filosofico. La tesi fondamentale del Cratilo ed argomenti diretti ed indiretti in appoggio ed a confutazione di essa. Critica di tali argomenti. La questione dell' origine e della natura del linguaggio ben presto s' impose alla speculazione greca, certo pi presto di quello che non creda il Croce 0, che la vorrebbe discussa per la prima volta in Grecia dai Sofisti. certo che nell'antico ilozoismo ionico, come in genere in quasi tutta la filosofia presocratica, una discussione d' ordine cos psicologica, quale poteva essere quella riguar- dante il linguaggio, difficilmente avrebbe per s potuto trovar luogo : quei filosofi infatti, preoccupati prin- cipalmente dal desiderio di conoscere quale fosse r origine, la causa, il principio e l' ultima realt delle cose, che cosa cio rimanesse sempre immu- 1) B. Croce, Estetica come scienza dell' espressione e linguistica generale. Parte U, Storia, Milano -Palermo -Napoli, 1904, pag. 173. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO labile ed identico a se stesso nelle infinite vicende di nascimenti e di morti, non avrebbero trovato modo di connettere alla loro speculazione, cos piena della fiducia che la realt fosse cos come essa si presentava allo sguardo, alcunch che toc- casse tanto davvicino le condizioni soggettive del sapere, come poteva appunto essere la questione del linguaggio, ed iniziasse cos quella critica della conoscenza, che occup e preoccup poi tanto il pensiero ellenico dai Sofisti e da Socrate in poi. Il periodo per psicologico - dialettico, afferma- tosi colla Sofistica come reazione spontanea delle forze della subbiettivit contro 1' abuso delle forze dell' oggettivit, non sorse ad un tratto, e come da una parte verso 1' avvenire noi vediamo che di tale profondo mutamento i Sofisti non hanno ancora coscienza scientifica, dall' altra verso il passato noi sappiamo che indizii di ricerche psicologiche, fatte an- cora senza uno scopo diretto, ma subordinate a specu- lazioni d' ordine cosmologico e cosmogonico, si sono intrecciate e nel cosmologismo pitagorico, e nel!' ontologismo eleatico, e nel dinamismo eracliteo, e nel mecanismo democriteo; naturale quindi che accenni a speculazioni suH' origine e sulla natura del linguaggio gi nei sistemi presocratici teste citati, oltre che nelle vaghe espressioni dei primi poeti ^), si possano per quanto faticosamente ed in modo ancora incerto rintracciare. 1) Cfr. Cratilo, 391 D. E, 392 A, B e segg. PRIMA DI PLATONE Pitagora, che per la storia della filosofia ha grandissima importanza per aver egli preconizzato il principio platonico di stabilire V essenza delle cose in qualche cosa di pensato, sicch al suo si- stema i numeri stanno come al sistema platonico le idee, davanti al fatto meraviglioso del linguaggio gi deve aver provato quel senso profondo di me- raviglia ^), che per se stesso impulso a soddisfare la curiosit ed a creare la scienza. Pare che egli inclinasse all'opinione, sostenuta pei, come vedremo da Cratilo nel dialogo platonico, che da lui prende il nome, che i vocaboli hanno un significato naturale e necessario "-), e che credesse opera singola di uomini sapientissimi V imposizione dei nomi alle cose ^), per quanto non mancano dati per credere 1) Si tratta di quella meraviglia, di cui parla per es. con tanto entu- siasmo Galileo nel dialogo dei massimi sistemi, in cui si dice che il lin- guaggio il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane (Cfr. A. De MARCHI, Origini e vicende dell' alfabeto, Milano 1908, pag. 4). 2) Si detto pare, che le notizie riferentisi alle spiegazioni date da Pitagora sul linguaggio si trovano nel neoplatonico Proclo, il quale, come dice il Bonghi, ha avuto cura di accompagnarle con spiegazioni, che sentono di un pitagorismo molto posteriore al filosofo di Samo (Cfr. R. Bonghi, Dialoghi di Platone, Voi. V. Il Cratilo, Roma 1885, Proemio, cap. V. pag. 136). anzi in base a ci che contrariamente a quanto afferma il Rothenbiiecher (A. Rothenbuecher, Das System dar Pyfliagoreer nach den Angaben des Arisi. Berlin 1867, li. pag. 592) lo Zeller (E. Zeller, Die philosophic der Griechen 1, 450) nega che gli inizi delle ricerche linguistiche si debbano riferire a Pitagora. Anche l' as- serzione di Simplicio {Catcg. Scliol. in Arisi. 43, b. 30) secondo cui i Pitagorici avrebbero fatto nascere i nomi cf uos'. e non issasi, non rico- noscendo per ogni cosa che un solo nome indicato dalla sua natura dallo Zeller dichiarata di nessun valore e da attribuirsi alle categorie falsamente attribuite ad Archita (E. Zeller, op. cit. I, 450, nota 2). 3) Cfr. CiCEROMS, Tusecnl. \, 25, 62, ELLENO, Var. liist. IV 17. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO che fra i Pitagorici stessi si pensasse che inventrice dei vocaboli un' attivit spirituale diffusa in tutti, cio la o-/Yj concepita come un ricettacolo d' imma- gini e quindi di vocaboli, che sono appunto immagini, in contrapposto al voc, concepito come ricettacolo di tipi e di cose '). Evidenti allusioni a speculazioni degli Eleatici sulla genesi del linguaggio si trovano nel teste citato dialogo di Platone ~), mentre pili precise no- tizie abbiamo in proposito intorno al pensiero di Democrito, che, contro la probabile sentenza di Pitagora, e come vedremo anche di Eraclito, soste- neva essere il linguaggio invenzione artificiale del- l' uomo ''), invenzione, per non gi arbitraria e causale ^), ma sibbene s razionale e necessaria '^ che la natura stessa ha costruito gli organi pi atti a quello ^). 1) Cfr. Bonghi, op. cit. pag. 137. 2) Bonghi, op. cit., pag. 134. 3) Bonghi op. cit. pag. 146, cfr. G. B. ZOPPI, La filosofia della grammatica, Verona 1891, pag. 32 4) Democrito cos si esprimeva " AvS-ptOTio'. X'r/r^c, s'iocoXov 7i?vaavxo upcpaaiv ITiC, po'jXTic:. (Dem, fras-. mor. 17, ediz. MuUach. pag. 167, e 383.) 5) cco le precise parole di Democrito (Fra^. phys. 41); Oov p^[ia iidxTjV yrfvzza,'., XX -iidvza % Xyou ts xal bTz' va";'- y-riQ- (Cfr. Bonghi, op. cit. pag. 358 - 359). 6) Cir. E. Zeller, op. cit. I. 807. Ha senza dubbio ragione lo Zel- ler di notare la contraddizione tra il disprezzo mostrato da Democrito per qualsiasi concetto teleologico, e tale corrisponden za da lui con tanta compiacenza notata tra organi e funzioni. Tale contraddizione per non ci pu far dubitare dei testi, da cui il teleologismo democri- teo ci si rivela. PRIMA DI PLATONE Negli scolii al Cratilo, attribuiti a Proclo, si riportano i quattro argomenti su cui Democrito a- vrebbe appoggiata la tesi di cui si discorso ; essi sarebbero : cose diverse si denominano cogli stessi vocaboli ; pii vocaboli si adattano a significare una stessa ed unica cosa : i vocaboli si mutano ; non tutti i vocaboli danno luogo agli stessi derivati. Il Bon- ghi per con quel suo solito acume, che fa di lui uno dei pii esaurenti interpreti e dilucidatori del pensiero ellenico, che abbia relazione coi dialoghi di Platone, dimostra che tali argomenti non pos- sono essere stati veramente di Democrito ; certo per che questi si occupato dell' origine del si- gnificato dei vocaboli, ed ha ad esso assegnata una ragione non oggettiva espressa nella natura, come pur r indirizzo del suo mecanismo potrebbe far supporre, ma sibbene soggettiva, posta nel!' arbitrio dell' uomo, tale sua tesi appoggiando sopra alcune osservazioni concernenti le relazioni rispettive dei vocaboli, considerati nel loro uso, se non cos espli- cite come quelle indicate dallo scoliaste e da noi poco sopra ricordate, certo per non troppo da esse diverse. Non meno importanti devono essere state le spe- culazioni di Eraclito sull' argomento, di cui si di- scorre. noto come il tenebroso pensatore di Efeso abbia forse per il primo in modo esplicito saputo innestare al problema cosmogonico, che, come si detto, era allora il fondamento per ogni scuola, oltre che 1' antropologico ed il morale, anche il pro- blema gnoseologico, che egli risolveva nel senso 8 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO che bisogna prescindere dai dati dei sensi, i quali ci danno le sole apparenze : ci che importa la conoscenza razionale dell' universale, cio dell' ar- monia dei contrasti, la Sixyj od il xoiv? \ry(oc, per usare le parole stesse di Eraclito, hi rapporto ed in effetto di tale soluzione come poteva Eraclito risol- vere la questione della natura del linguaggio ? Evi- dentemente egli non poteva che affermare che i nomi in fondo mostrano la natura delle cose da essi significata ^), e che unico studio, che sui vo- caboli si pu fare, si di scrutare questa natura, che appunto la cognizione razionale nascosta sotto le parvenze diverse dei suoni : questi adunque entrerebbero nella grande corrente del tutto, mentre il loro significato profondo la realt di carattere razio- nale, in cui verrebbero ad identificarsi i contrarli come nella ragione suprema dell' essere -) Pur troppo, dati gli scarsissimi frammenti del ^acro poema di Eraclito, da lui stesso, secondo la leggenda, deposto nel tempio di Diana quasi allo scopo che le proprie opinioni non venissero diffuse, noi per nulla sappiamo per quale processo dialettico Eraclito abbia cercato di dimostrare quanto sopra : se dovessimo riferire a lui tutto quanto il suo se- 1) Anche lo Zeller quantunque non creda, contrariamente all' opi- nione del Lassalle, che si debba riferire ad Eraclito la dottrina, se- condo cui il nome delle cose ci rivela le loro origini, riconosce per che essa s' accorda perfettamente colle altre dottrine del grande filo- sofo di Efeso (cfr. E. Zeller, op. cit. I. 659). 2) Cfr. in proposito LASSALLE, Die Philosophie Herakleitos des Dunkeln, Berlin 1858, H. part. pag. 412. PRIMA DI PLATONE guace Cratilo nel dialogo platonico espone per ri- battere r opposta sentenza di Ermogene, dovremmo conchiudere che gi Eraclito era abbastanza pene- trato neir analisi dei vocaboli per dimostrare anche con essa i punti fondamentali delle proprie dottrine ; anche qui per dobbiamo convenire col Bonghi ^) che ben difficile, se non impossibile, discernere quanto di ci si debba attribuire al maestro e quan- to allo scolaro ; comunque suU' appoggio di alcuni frammenti del poema della natura di Eraclito, e so- prattutto in base ad un passo dell' interessantissimo commento di Ploclo al Parmenide platonico, in cui si afferma che come della scuola eleatica era proprio r insegnare mediante concetti, e della pitagorica il condurre alla cognizione degli enti mediante nozio- ni matematiche, cos era di Eraclito la via mediante i nomi ^), si pu conchiudere che la ricerca della realt mediante V analisi etimologica delle parole gi da Eraclito stesso era stata iniziata e condotta a buon punto. Naturalmente nel sistema eracliteo, 1) Cf. Bonghi op. cit. pa^. 140. Lo Zeller (op. cit. I. 659, note 2 e 3) ci pare troppo radicale nel negare qualsiasi rapporto tra le dot- trine sul linguaggio quali appaiono formulate da Cratilo nell' omonimo dialogo di Platone, e quali a lui sono riferite oltre che da Proclo nel passo citato pi avanti, anche da Ammonio {De Interpr. 24 b ; 30 b), ed Eraclito stesso. Sar difficile distinguere quanto si deve al maestro e quanto agli scolari suoi, in ci conveniamo col Bonghi, ma negare a priori qualsiasi rapporto ci pare eccessivo, perch nella deficienza di testi precisi non lecito anteporre le negazioni nostre alle afferma- zioni degli antichi, perci che oltre checol Bonghi noi andiamo d' ac- cordo in proposito anche collo Schuster (P. Schuster, Heraklit von Ephesus, Leipzig 1873, pag. 318 esgg). 2) Procli, Comm. ad Parm. Ediz. Stallbaum, pag. 479. 10 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO come Cratilo stesso riconosce nel rispondere alle incalzanti domande di Socrate ^), non era esclusa r idea di un qualcheduno, che ai vocaboli abbia dato origine, di una specie cio di legislatore, il quale per, date la concezione panteistica del dinami- smo fenomenista eracliteo, per cui il fuoco il dio stesso mutantesi ovunque in grazia di un' energia intrinseca a lui stesso, energia che anche intel- ligenza, non poteva essere altro che 1' essere uma- no, neir anima del quale appunto tale fuoco divino si conserva nella sua forma pi pura. La questione della natura e delle forme del lin- guaggio divenne per cos dire d' attualit, quando essa della sfera serena delle speculazione astratta discese neir ordine dell' utilit pratica per opera dei Sofisti. noto quale sia stato il significato del mo- vimento sofistico, e come in esso e per esso dal re- lativismo logico, che suonava la pi grande sfiducia nella soluzione del problema della conoscenza di se stesso, impostosi allora con tutta la sua importanza, si sia ben tosto arrivati al relativismo morale, che tanto bene s' accordava colle condizioni di quei tempi, nei quali in Atene, divenuto il cervello della Grecia, ribollivano sfrenatamente le ambizioni di raggiungere in qualunque modo i primi posti, sicch si vide tosto la critica pratica infrangere i sacri le- gami delle tradizione, e tutte o quasi le abitudini di pensiero sciogliersi per lasciar posto al libero 1) Cfr. Cratilo 431. D. PRIMA DI PLATONE 11 esame. La convenienza di studiare le parole ed il linguaggio allora s' impose come uno dei mezzi per raggiungere lo scopo pratico dell' esistenza : di ci abbiamo testimonianze concordi in Senofonte ^), in Isocrate '') ed in Platone ), il primo dei quali anzi dichiara che tale studio era fatto tutto a scapito delle vera ricerca degna di filosofi. In ordine al pensiero, quale fu l' indirizzo se- guito dai Sofisti nelle loro speculazione sul lin- guaggio ? Anche qui per rispondere noi dobbiamo soprattutto interrogare Platone. Le due sentenze gi considerate di Pitagora e di Eraclito da una parte, e di Democrito dall' altra ormai tenevano il campo, e come in fondo intorno ad esse tutte la discus- sione di Socrate nel Cratilo platonico, cos intorno ad esse deve essersi svolta V investigazione dei Sofisti, in senso realistico, come vedremo, quella, in senso nominalistico questa. Gorgia poteva ben meravigliarsi come mai mediante suoni si potessero significare colori e cose non udibili ""), e molto probabilmente Ippia d' Elide, e non lui soltanto, approfondire lo studio delle due teoriche delle lettere e dei ritmi, quali saranno poi svolte anche nel Cratilo di Platone, e di cui Aristofane prender occasione per aggiungere un altro dileggio al Socrate, quale dipinto nelle 1) Senofonte, De venatione, 13. 2) ISOCRATE, De permutatione, 48. 3) Platone Euthyd, 305 A. Cfr. in proposito : Prantl, Geschiclite der Logik, Leipzig 1855, Voi. I, pag. 11. 4) Gorgia in De Xenoph. Mei. et Gorg. (in Arist. ed. Didot) cap. 56 Cfr. : B. Croce, op. cit. pag. 173. 12 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Nubi. ^), Protagora e Prodico si trovavano ancora alle prese col problema se il linguaggio fosse per natura o per convenzione. Di Prodico Socrate nel Cratilo ricorda due scritture, in cui si discorreva del perch e del come del significato dei vocaboli -), ed in parecchi passi di Platone ^) viene sottilmente derisa V arte di Pro- dico di distinguere quelli non gi secondo il con- cetto di una somiglianza reale tra il suono e la cosa espressa, sicch ogni vocabolo sia appropriato ad esprimere un solo oggetto e non altro che quello, ma sebbene, secondo una felicissima induzione del Bonghi ^) pienamente conforme all' indirizzo generale della Sofistica tutta quanta, in relazione al semplice uso delle singole parole, sicch lecito conchiudere che Prodico traesse appunto dell' uso il motivo e la ragione in genere del significato dei vocaboli. Protagora invece, a proposito della questione del linguaggio, segu ed approfond l' indirizzo stesso di Eraclito, del quale in fondo si pu ritenere un seguace non solo in rapporto all' argomento, di cui stiamo trattando, ma anche in genere per tutta quella sua concezione relativistica-scettica, che deriva- zione legittima della risposta data al problema gno- seologico da Eraclito stesso ^). L' etimologizzare, 1) Aristofane, Nubi, verso 638. 2) Cratilo, 384 B. 3) Protag., 337 A. 340 C, 358 A., Menon. 75 E., Charon. 163 D. Euthid. 277 E. 4) Bonghi, -op. cit. pag. 151. 5) Platone stesso (Teeteto, 152) che parla di rapporti tra Eraclito e PRIMA DI PLATONE 13 per esempio, era comune nella speculazione prota- gorea e tale operazione, fatta anche per ottenere il retto uso delle parole ^), in essa si faceva in rap- porto a quella dottrina che Platone attribuisce ap- punto a Protagora nel dialogo, che da lui prende il nome e che si pu formulare cos : V intelletto umano crea i vocaboli secondo V impressione che riceve dalle cose, secondo cio 1' opinione che se ne forma, per il che essi sono diversi -). evi- dente che con tale dottrina male si accordava il concetto fondamentale di Protagora : essere ognuna cosa ci che a ciascuno pare, questo concetto be- nissimo si sarebbe accordato coir antica opinione di Democrito, sostenuta nel Cratilo da Ermogene, che ciascuna cosa abbia quel nome qualsiasi che le si mette. Coir antica opinione di Eraclito invece, con- divisa pienamente da Protagora e da lui applicata anche in certe sue dottrine grammaticali sui generi dei nomi e sulle varie specie di discorsi ''), si ve- niva in fondo ad ammettere che ad ogni cosa cor- Protagcra, e senza dubbio tali rapporti sono molto pi verosimili di quelli che da Epicuro (DIOGENE L. IX, 53 ; X, 8) si credeva fossero intercorsi tra Protagora e Democrito (Cfr. F. Ueberwegs, Grnndriss der Geschichte der Philosophie, Siebente Aufgabe, Berlin 1886, voi. I. pag. 95-96. 1) Cfr. Platone, Phadr. 267. C. 2) Protagora, 332 A. 3) Cfr. Aristotele, Rhet. HI, 5 ; Poet. 21 ; Elenc, Sophist. I ; Ari- stofane, Nubi 666, 851, 1251; QUINTILIANO, Inst. III. 4: (Cfr. BON- GHI V, op. cit. 152, -e 359). Diogene Laerzio, per es., (IX. 53) dice che Protagora per il primo distinse il discorso in quattro forme e modi e cio : s'/wY], ponvjaic;, Ttywp'.o'.c;, svxoXi^, 14 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO risponda un' essenza sua propria sempre costante e coerente a se stessa, s da rispecchiarsi sempre ed egualmente nel vocabolo che V esprime. Platone nel Cratilo ^) tale contraddizione ha notato, senza per insistervi, o perch a lui bastava mettere un' altra volta in iscacco il famoso Sofista, o perch anche egli nel Cratilo stesso in contraddizioni caduto, senza potersi da esse liberare in modo esauriente. V eco di tante discussioni sulla natura del lin- guaggio sino a noi arrivato per opera di Platone, che di esse, come dice il Croce, ci ha lasciato il mo- numento eterno nel Cratilo, miracolo di luce e di tenebre, come chiamato dal Bonghi '-), il quale di esso ha tentato di spiegare il significato profondo, dopo d' aver fedelmente riassunte le spiegazioni, che del medesimo hanno, tentato i diversi chiosatori ed interpreti nel corso dei tempi. Fra r ondeggiare delle diverse soluzioni che suir origine e sulla natura dei nomi si avvicendano nel Cratilo platonico, ci che risulta in modo evi- dente la connessione della questione, di cui vi si discute, con un' altra ben pii larga e di ordine pre- giudiziale e cio la questione gnoseologica della cono- scenza, da Platone discussa, come noto, anche nel Teeteto, in cui appunto si tenta di dimostrare che la cognizione non sta n nella sensazione, n nell' 1) Cratilo, 385 E ; 386 D. 2) Bonghi, op. cit. pag. 31. NEL CRATILO DI PLATONE 15 opinione, n nell' opinione giusta, n nell' opinione giusta e provata, e si lascia indirettamente in- tendere clie la vera cognizione sta nella visione delle idee. E perci che di tutte le interpretazioni date del Cratilo la pi probabile pare a noi quella del Giussani ^), il quale, allargando quanto in pro- posito il Susemihl ~) e lo Steinthal ^) gi avevano intui- to, viene a dichiarare che il problema posto da Platone nel Cratilo questo : Quale il valore del linguaggio rispetto alla cognizione ? e ci per confutare quanto i Sofisti, e Cratilo, probabilmente perch seguace di Eraclito, affermavano ^) che i nomi sono non solo il migliore, ma il solo mezzo, che conduca alla co- noscenza delle cose, giacch al contrario di ci sta il pensiero nucleo di tutto il dialogo : la cogni- zione viene dalle idee e non dalle parole ; in altri termine il realismo socratico in contrapposto al nominalismo sofistico '0. Le due tesi, ormai tradizionali, come abbiamo visto, nel pensiero ellenico presocratico, vengono nel Cratilo nuovamente esposte, Cratilo, da buon eracliteo, vi vuol sostenere che il linguaggio '^osl 1) e. GiUS3AN[, La questione del linguaggio secondo Platone e se- condo Epicuro, (Memorie del R Istituto Lombardo di Scienze e di Let- tere, Voi. XX, fascicolo H pag. 105 e sgg.). 2) M. Susemihl, Entwickelung der platonischen Philosophic, Leip- zig 1860, H. voi. pag. 144 e sgg. 3) H. Steinthal, Geschichte der Sprachwissenschaft, Berlino 1890, pag. 76 e sgg. 4) Cratilo, 436 A. 5) Cfr. in proposito O. WiLLMANN, Geschichte des Idealisms, Braunsweig 1894, voi. I pag. 347 e sgg. 16 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO non gi nel senso che cpcjsi sia V origine del mede- simo, ma bens nel senso che il nome deve corri- spondere in s stesso alla r^baic della cosa nominata, altrimenti esso non solo non sarebbe nome giusto, ma un non nome affatto; Ermogene invece, in questo seguace piuttosto di Democrito, sostiene che i nomi sono affatto arbitrarli senza alcun bisogno di una relazione qualsiasi tra essi e la cosa nominata, nulla importando se anche vi opposizione tra un senso inerente per s al vocabolo e la natura del nominato. evidente che ambedue le tesi concordavano in questo che non pregiudicavano per nulla la que- stione deir origine prima del linguaggio, questione che vedremo direttamente affrontata da Epicuro, o per lo meno presupponevano entrambe in linea pregiu- diziale che gli uomini stessi avevano posto i nomi alle cose, cio il linguaggio era per tutti Qkazi, ma questo mettimento di parole per alcuni era stato fatto seguendo la natura (^fast), per altri invece per un semplice accordo ( aDvi^r^vc-^j). vero che nel Cratilo e' anche un accenno all' ipotesi di- vina del linguaggio ^), ma tale ipotesi, per quanto accennata anche da Socrate, posta avanti da 1) Cratilo, 438; Cr.. Devtschle, Die platonische Sprachphilo- sophie, Marburg 1852, pag. 48. In merito a tale opinione dell' origine di- vina del linguaggio, vale la pena che noi ricordiamo anche 1' opinione espressa da Protagora nel dialogo omonimo di Platone (322 A), secondo la quale l'uomo avrebbe prima avuto cognizione degli Dei, e poi avrebbe imparato ad usare il linguaggio. NEL CRATILO DI PLATONE 17 Cratilo stesso nella discussione come un vago so- spetto, su cui Socrate crede inutile insistere e non vi insiste di fatto, anche perch non quello il pro- blema che interessa direttamente Platone, il quale in tutto il dialogo mostra non gi di negare il pro- blema primo dell' origine del linguaggio, ma sibbene di averlo sorpassato, per convergere tutte le risorse della sua dialettica a liberare il problema gnoseolo- gico di un altro ostacolo, forse pi pericoloso di altri discussi nel Teeteio, che alla soluzione di esso si opponeva, quello cio che derivava dalla presunta naturalezza dei nomi, analizzando i quali si sarebbe, secondo alcuni, arrivati a conoscere l' intima natura delle cose da essi significati. Quale la conclusione a cui arriva Socrate nella lunga discussione sostenuta per la maggior parte del dialogo ^ con Ermogene e poi col vero suo avversario Cratilo ? Anche qui, come in altri dia- loghi di Platone, la conclusione, se pur v' , di carattere piuttosto negativo. Dapprima Socrate di- scute la teoria di Ermogene e sulla base di moltis- sime etimologie contesta a lui diritto di ammettere che i vocaboli siano una pura ed arbitraria inven- zione dei primi uomini, e giustamente a nostro cre- dere, perch se fosse vero che i pi sapienti degli uomini, i dialettici, come sono da Socrate stesso chiamati '), avessero creati i vocaboli, come era ipo- 1) Di 44 capi, di cui risulta il Cratilo ben 37 sono impiegati nella discussione con Ermogene. 2) Cratilo 390 C. 18 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tesi pregiudiziale di Ermogene e di Socrate, un fatto che tale creazione essi avrebbero fatto dietro certi criteri, e con alcune norme risultanti loro dal- l' impressione fatta sulla mente loro dalle cose da nominarsi ; ci adunque Socrate tenta coli' etimo- logie di spiegare ad Ermogene, e lo fa tanto piii volontieri in quanto che ammettendo come ragione del vocabolo il fatto psicologico dell' impressione comune fatta dalle cose da nominarsi sulla mente degli uomini, veniva a battere un' altra volta in breccia il relativismo di Protagora, che ammetteva ogni cosa avere un oooia pienamente soggettiva, mancando di ogni base oggettiva, il che era ne- gato dall' impressione uguale fatta dalle cose per tutti, impressione che presupponeva un elemento oggettivo sempre uguale e coerente a se stesso, mentre d'altra parte sfatava anche 1' opinione di Eu- tidemo, secondo cui ogni cosa pu in ogni momento parere ed essere ad ognuno in ogni modo ^). Senonch salva cos la controtesi di Socrate in raffronto alla tesi di Ermogene, non resta per salvo per nulla il modo che Socrate adopera per dimostrare quella : nella prima parte infatti delle sue etimologie egli non fa altro che scindere i vocaboli nei loro presunti componenti, nel che fare egli sposta il problema, facendolo, per cos dire, in- dietreggiare, senza punto risolverlo ; vero che pi avanti egli parla anche degli elementi primi, 1) Cratilo 368 B-E. NEL CRATILO DI PLATONE 19 le lettere, i singoli suoni, e le sillabe ^), collo scopo esplicitamente affermato di dare ad ognuno di tali elementi un valore specifico -'), ma evidentemente nel far ci Socrate tentava spiegare obsciimm per ob- scurus, e non riesce a far sprigionare alcun sprazzo di luce ad illuminare le incognite formidabili del problema, che egli aveva preso a discutere, inco- gnite che egli intu, ma che non pot risolvere anche per le condizioni stesse della scienza d' allora. Si disputato se tutto il lavoro etimologico, quale si mostra nel Cratilo, non fosse in fondo in fondo che un continuo gioco di ironia ') ; alcuni passi del Cratilo stesso conforterebbero una tale opinione, specialmente quelli in cui Socrate col sor- riso sulle labbra dice ad Ermogene che in quel giorno egli veramente si sentiva in vena di etimo- logizzare, perch invasato di sapienza divina, infu- sagli quella mattina da Eutifrone ^), e gli altri nu- merosi in cui egli e di fianco, e di fronte, ed alle spalle colpisce con sottilissima ironia i seguaci di Eraclito a proposito specialmente della loro teoria del perpetuo divenire del tutto '") ; riflettendo per bene ci dobbiamo convincere che se V ironia so- 1) Cratilo 426 C-427 D. 2) Tra 1' altro Socrate sostiene che 1' / dalla lingua adoperato ad indicare ci che sottile, orbene un tale riflesso suU' esilit del suono i rimase poi comune nella grammatica medioevale (Cfr. Fr. d' Ovidio, Dante e la filosofia del linguaggio, in Studi sulla D. C, Milano - Pa- termo 1901, pag. 502). 3) Cfr. C. GIUSSANI, op. cit. pag. Ili 4) Cratilo 39(5 D. 5) Notiamo che la famosa formola eraclitea Tidvxa ps si legge ap- punto nel Cratilo (412 A), come anche nel Tceteto (181 A). 20 LA ^FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO cratica rivolta forse contro V abuso nel!' etimo- logizzare, non lo affatto contro V uso ^), tanto pi che u n tale lavorio d i ricerche Socrate sparge qua e l osservazioni seriissime e profondissime in istretto rapporto col problema nucleo di tutto il dialogo, proposto pi avanti da Cratilo stesso sotto la formola : i nomi si danno per ragione d' insegnamento, perch essi rispecchiano veramente la natura della cosa nominata ~). Se badiamo bene infatti tutta la prima parte del dialogo coir occhio rivolto alla seconda, vediamo che tra le due vi un legame pi stretto di quello che a prima vista non paia, appunto perch nella seconda non sono che messe in luce da una parte le conseguenze e dall' altra i principii di tutto quanto a mo' di esemplificazioni si andato nella prima svolgendo. Socrate nel rispondere al semplicismo di Ermogene, che i vocaboli calcolava come mere in- venzioni artificiali ondeggianti a caso nel mare delle conoscenze umane, dimostra tutto il lavorio riflesso, che sotto le parole s' asconde : essi sono i termini che fissano e legano ed irrigidiscono tutte le note costituenti i concetti, esse non nel loro suono ma- teriale, ma sibbene nelle loro esigenze formali sono r esponente necessario del pensiero umano, quello pu essere qualsiasi, come qualunque pu essere il 1) E noto che anche oggi si ammette che il processo delle ricerche linguistiche riposa in gran parte sulo studio delle etimologie e sulla storia individuale delle parole e dei loro elementi (Cfr. W. D. WHIT- NEY. La vie dii langage, Paris 1875, pag. 257). 2) Cranio 425 E. NEL CRATILO DI PLATONE 21 colore di una medicina, non essendo il colore parte dell' essenza di un farmaco, una volta per fissato, il suono strumento necessario nell'espressione del con- cetto, non gi per quello che esso , ma sibbene per quello che esso esprime nell' accordo o per lo meno nell' abitudine di tutti ^), tanto vero, ag- giunge ripetutamente Socrate, che il quello che del nome pu variare e trasformarsi s da perdere il primitivo valore significativo : ci ben poco im- porta, purch, rimanendo 1' accordo nell' intendere date cose significate da date parole, tali parole adempiano sempre il loro ufficio tra gli uomini -). Come si vede, tale ordine di considerazioni se sono importanti per noi^ non risolvono per nulla la questione proposta da Ermogene, mentre sono im- plicitamente negazione della tesi di Cratilo ; per ri- spondere a quello, Socrate avrebbe dovuto, come dice benissimo il Giussani '), fare quello che ha fatto poscia Aristotele, distinguere cio il doppio aspetto sotto cui si deve considerare 1' essere della parola, il suo essere come prodotto storico ed il suo essere come prodotto di pensiero ; ci non avendo fatto, per tutto la prima parte del dialogo Socrate continua a confondere V esser suo come prodotto storico, predicando di questo ci che in realt non si doveva che predicare di quello. 1) I passi del Cratilo, da cui soprattutto crediamo si pu dedurre quanto sopra, sono : 386 E, 300 A, 393 D, 394 A, B ; 411 D. 2) Anche qui le parole di Socrate sono esplicate, cfr. Cratilo, 435 B-D. 3) Giussani, op. cit. pag. ni. 22 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO perci che Ermogene non ha una risposta definitiva sulla propria tesi, appunto perch se ad una con- clusione definitiva e sintetica Socrate avesse voluto venire, avrebbe nella medesima visto vaneggiare quella contraddizione stessa eh' -egli aveva qua eia sparso per tutta la discussione pur tra le risorse pi attraenti del suo spirito e la suggestione pi pene- trante de' suoi sorrisi. Egli che, come gi si detto, la vera que- stione non era gi quella esposta da Ermogene, ma sebbene quella sostenuta da Cratilo, che Socrate ha sempre di mira anche quando s' indugia a ri- spondere al primo. Nella discusrsione infatti soste- nuta con Ermogene il protagonista in fondo non fa altro che prepararsi la strada su cui poter cam- minare pi spedito, quando pi tardi direttamente si trover di fronte il vero avversario ; dimostrando il tesoro di pensiero che sotto e dietro le parole si appiatta, egli solo in apparenza piglia di fronte la tesi di Ermogene, dalla portata della quale esorbitava il problema della produzione logica dei concetti, il passaggio cio dalle immagini singole alla formazione del concetto astratto ed universale, bastando solo ad essa una risposta negativa o positiva sulla somi- glianza tra cosa e persona, cosi leggermente negata da Ermogene ; tutto ci invece aveva rapporto stret- tissimo colla tesi di Cratilo, ed perci che So- crate insiste neir etimologizzare, cercando di ridurre dapprima i nomi propri e particolari a nozioni co- muni e pi generali, e queste poi a nozioni pi ge- nerali ancora su su fino a quei concetti universali, che . NEL CRATILO DI PLATONE 23 Aristotele avrebbe chiamato categorie, e che Socrate, sempre coli' occhio rivolto ad Eraclito e per esso a Cratilo, riassume tutto ironicamente nel concetto di moto. Come si vede adunque tutto un lavorio sulla sostanza delle parole e non sulla forma della medesima che fa Socrate, il quale, pur ammettendo anche una certa giustezza nel suono delle parole, gi ammessa del resto anche da Protagora ^), il che era perfettamente logico, giacche, come gi si detto, dovendosi e volendosi in qualche modo spie- gare r origine dei vocaboli, era naturale V ammet- tere che nella scelta di essi avesse pur presieduto un criterio qualsiasi, quando sopra questa giustezza vuol ragionare, opponendosi con ci direttamente all' opinione di Ermogene, usa di due argomenti teorici che proprio non hanno alcun valore. Uno che come le cose hanno un' essenza loro oggettiva in- dipendente dalla nostra cooperazione, e per le o- perazioni che si fanno sulle cose, per es. il bruciare ed il tagliare, sono determinate da codesta loro na- tura, cosi r opinione dei nominare '), a proposito dei quale argomento, come osserva giustamente il Giussani ), il caso d' opporre : paragone non ragione, giacch col dare un nome ad una cosa non si fa proprio nessuna operazione sulle cose. Anche 1' altro argomento non meno debole ; Socrate dice infatti : ogni proposizione vera o I) Cratilo, 391 C. 3) Cratilo, 386 E e sgg. 3) Giussani, op. cit. pag. 109. 24 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO falsa, dunque per esser vera bisogna che ogni sua parte sia vera, quindi una certa giustezza ci deve essere nei nomi, che sono appunto le parti della proposizione ^), al che gi benissimo ha obbiettato Aristotele col dire che solo un giudizio pu esser vero 0 falso, mentre un nome da solo non n vero, n falso, esso quello che , ed solo col- r aggiunta dell' idea dell' essere o non essere che pu derivare la verit o la falsit del rapporto sta- bilito tra due o pi nomi. Siamo adunque qui in presenza di un vero sofisma, il quale per prova un' altra volta come a Socrate importava soprattutto trascinare la discussione sul valore non materiale, ma bens formale dei vocaboli, in quanto sono ter- mini espressivi di concetti, e tutto ci per esser pi pronto ad opporsi alla tesi di Cratilo sul va- lore materiale dei vocaboli in quanto esclusivi e- lementi didattici sulla natura delle cose da essi e- spressa. Il ragionamento usato da Platone per combat- tere tale tesi cos si pu ridurre in forma schema- lica. I nomi sono espressioni di concetti, quindi essi sotto di s nascondono la vera natura delle cose, la quale appunto si trova riassunta n suoi caratteri essenziali e generici nel concetto ; tale rap- porto intimo e necessario per tra nome e concetto non gi da riferirsi al nome come composto di quei dati suoni, ma sibbene al suo carattere formale 1) Cratilo, 385 B, C. NEL CRATILO DI PLATONE 25 di essere quel nome diverso da altri ; falsa quindi, 0 per lo meno enormemente eccessiva la tesi di co- loro che, come Cratilo e gli Eraclitei in genere, dall' analisi del nome vorrebbero arrivare alla natura della cosa : perch essi partono da ci che nella maggioranza dei casi puramente accidentale e relativo per arrivare a ci che eminentemente generale ed assoluto ; per giungere a questo ci vuol ben altro criterio estraneo e superiore al linguaggio, criterio che Socrate nel Cratilo non espone, ma che tosto ci fa pensare alia teoria platonica delle idee. Esposto cos il ragionam.ento opposto a Cratilo, si capisce subito quanto valore per esso abbia la discussione fatta precedentemente sui moltissimi nomi, colla quale Platone ha voluto mostrare entro quante limitazioni vada inteso il principio che i vo- caboli sono 'fasL a quante cause d' errore vada soggetta la formazione cpasi delle parole, a quanti svisamenti vadano soggette le originarie formazioni 'fasL ed a quante incertezze quindi vada incontro r indagine della nozione o valore predicativo origi- nariamente contenuto nei vocaboli. Ora se ci , e si noti che a tale risultato So- crate giunto pur partendo dall' idea di opporsi alla sentenza di Ermogene, che negava appunto qual- siasi rapporto naturale tra cosa e vocabolo, e se anche coli' analisi degli elementi primi delle parole, che pur dovrebbero rispecchiare in se maggiormente la natura delle cose, gi Socrate era venuto a ve- dere tutta r incertezza, anzi tutta la falsit di accet- tare gli elementi od i vocaboli primi quali strumenti 26 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO di cognizione ^), in che modo si poteva sostenere, co- me faceva Cratilo, che i nomi solo ci insegnano, per- ch essi soli sono non gi il migliore, ma 1' unico mezzo di arrivare alla cognizione degli oggetti ? ^) A tali argomenti d' indole, diremo cosi, pratica Platone ne aggiunge ben altri d' indole piuttosto teo- rica, che senza dubbio rappresentano la parte pi seria e pi profonda di tutto il dialogo, appunto perch confutazione solenne di quella tesi, che, una volta ammessa, avrebbe suonato opposizione fortis- sima alla teoria nucleo di tutto il sistema gnoseolo- gico di Platone. Anzi tutto Socrate combatte il con- cetto di Cratilo, su cui evidentemente la sua tesi si fonda, della costante e piena ed essenziale giustezza dei nomi, in apparenza riducendo i nomi a ritratti, in realt riducendoli, mediante il confronto coi ri- tratti, quasi a simboli dotati di una minima ed insi- gnificante virt espressiva "). Inoltre egli oppone a Cratilo quest' altro argomento : chi mise i nomi, li mise secondo il concetto che s' era fatto lui delie cose, ma se questo concetto era sbagliato ? evi- dente che noi corriamo gran rischio di esser tutti in- gannati, cercando gli oggetti dietro le scorte dei nomi *). Cratilo allora, che credeva tutto il linguag- gio formato sul concetto eracliteo del moto essen- 1) Cfr. Cratilo 424 C ; si veda in proposito la sottile ironia di So- crate nelle parole : Le cose in veste di suoni vocali, che bella figura! (425 D). 2) Sulla portata cos esclusiva della tesi di Cratilo cfr. Cratilo 436 A, 3) Cratilo, 432 E, 435 C. Cfr. GlUSSANI, op. cit., pag. 121. 4) Cratilo. 439 B. NEL CRATILO DI PLATONE 27 ziale delle cose, ed al quale tale credenza pareva confermata da tutta la precedente indagine etimolo- gica, risponde che il pericolo d' inganno nei primi nomenclatori appare manifestamente escluso da quella coerenza del linguaggio con un unico concetto fon- damentale ^) ; ma Socrate gli mostra in primo luogo che quella coerenza non gioverebbe, perch po- trebbe esser tutto sbagliato coerentemente ad un principio sbagliato, poi gli fa vedere che la coe- renza non esiste, e che alcuni nomi sono fondati non gi sull' idea di moto, ma piuttosto di stare ~), d' altra parte se e' bisogno dei nomi per conoscere le cose, con che nomi le avranno conosciute quelli che primamente crearono i nomi per le cose ? '). Cratilo se la sbriga dicendo che chi ha imposto i nomi sar stato un essere sovrumano, ed allora devono essi esser tutti giusti per forza ; ma Socrate di rimando : allora la divinit si sarebbe contraddetta, perch e' contraddizione nei nomi, supponendo gli uni un con- cetto delle cose, gli altri un concetto opposto, per il che 0 gli uni o gli altri non sono giusti. Cratilo 1) Cratilo, 436 C. 2) Cratilo, 436 D-437 D. Per decidere la questione tra i nomi che accennano moto e gli altri che accennano stare, Socrate ironicamente propone il criterio della maggioranza, e cio dice: vediamo se quelli che indicano moto sono i pi, se si, quello sar il vero. Naturalmente Cratilo rifiuta di accettare un tale criterio (Cratilo 437. D). Notiamo che questo forse il primo caso in filosofia in cui si propone un tale cri- terio della maggioranza, criterio che, come noto, lo Stuart-Mill ha poi sostenuto, come qualche cosa di legittimo, nel campo morale per la stima, che si deve fare per certe azioni, le quali saranno buone se sa- ranno come tali stimate ed attuate dalla maggioranza degli uomini. 3) Cratilo, 438 C. 28 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO allora col solito ritornello risponde : quelli che sem- brano i nomi falsi non sono nomi. Quali ?, incalza Socrate, gli uni o gli altri, quelli che indicano moto 0 quiete ? Non sapendo Cratilo che dire, Socrate si affretta a venire alla conclusione di tutto quanto il dialogo ; dunque, egli dice, poich e' guerra fra i nomi, per decidere fra essi e quindi anche per de- cidere sulla natura degli enti, necessario un ben altro criterio che non sia il nome stesso, criterio su- periore, discutere sul quale per cosa ben mag- giore che da te e da me, per ora e' da conten- tarsi per lo meno di questo che gli enti non gi dai nomi, ma molto da essi stessi si devono e ricercare ed apprendere ^). questo un velato accenno alla teoria delle idee ? Gi abbiamo risposto in modo affermativo, neir opinione che ben poco significato avrebbe il Cratilo di Platone, se non avesse alcun rapporto col problema gnoseologico, risolto da Platone appunto colla teoria delle idee in genere, e colla dottrina della reminiscenza in ispecie, n pi n meno di quello che sarebbe del Teeteto se tale rapporto non esistesse anche in lui e per lui. E cos, date le due note tesi tradizionali sulla natura del linguaggio e- sposte da Ermogene e da Cratilo, Socrate non ha accettato n 1' una, n 1' altra, egli ha combattuto la prima per poter meglio far giustizia della seconda ; il problema a poco a poco sotto V assillo della sua 1) Cratilo, 439. B. NEL CRATILO DI PLATONE 29 dialettica si spostato ed ingrandito, da psicologico esso si fatto metafisico. Ermogene e Cratilo da Socrate dopo la disputa di quel giorno se ne saranno dipartiti non troppo soddisfatti : anche noi dopo la lettura del Cratilo, pur ammirando 1' arte squisita dell' autore, non ci sentiamo per nulla persuasi della soluzione negativa data al problema, sembrandoci piuttosto che s sa- rebbe dovuto cominciare l dove il dialogo invece finisce ; per riflettendoci pi bene, tosto ci accor- giamo che r agnosticismo di Socrate era forse il meglio che ci si poteva in proposito offrire, perch qualunque soluzione poteva infatti esser impedimento ad arrivare l donde solo ha potuto o potr deri- vare a noi di tale problema una soluzione adeguata. Capitolo II La filosofia del linguaggio nella speculazione greca dopo Platone SOMMARIO: La speculazione del linguaggio nelle scuole socratiche mi- nori ed in Aristotele. Punto di contrasto in proposito tra Platone ed Aristotele. La dottrina del linguaggio degli Stoici con riguardo speciale alla teoria dei sxxv. Le nuove vedute sull'origine del linguaggio e degli elementi naturali della parola in Epicuro. La filosofia del linguaggio negli Scettici, gli Eclettici, i commentori di Aristotele, Filone ed i Neoplatonici. L' indirizzo cos alto e diremo quasi generoso seguito da Platone nella discussione sulla natura dei nomi, la ricerca sui quali entr cos per lui definitivamente nel campo sereno della filosofia, dove, come avremo occasione di vedere in seguito, essa rimase poi a lungo sempre con dignit e de- coro, era senza dubbio frutto diretto dell' insegna- mento di Socrate, il grande paladino appunto della personalit pedagogica della parola, per usare un' espressione del Franti ^). Ciie ci sia, lo si pu anche dedurre da quanto sulla natura dei vocaboli si disput nelle altre scuole, germinate dall' inesau- 1) Prantl, Geschichte der Logik, Leipzig 1855, Voi. l, pag. 29. IL LINGUAGGIO NEI SOCRATICI MINORI 31 " ribiie tronco socratico come altrettanti rami minori di fianco al ramo principale della scuola di Platone. Considerassimo per i Cinici Antistene e tosto, come ci dice Aristotele ^), vedremmo ben chiara la distinzione tra conoscenza per concetto ed astra- zione mentale, e ben riconosciuta V incompatibilit di questa ad esprimere la complessit di quella ; considerassimo invece per i Megarici Diodoro, e tosto vedremmo che da lui si accentua quel sistem.a noto nella storia della filosofia colla denominazione di Nominalismo, che gi accennato nei Sofisti, gi gii attraverso gli Stoici ebbe poi tanta importanza anche nello svolgimento della filosofia cristiana me- dievale ~). Ammetteva tra 1' altro Diodoro che gi nella parola come tale sta in modo pienamente definito il momento significativo del concetto, tanto che impossibile che vi sia parola ambigua ed incerta, e quando nella parola e nel sentire pare che non ci sia accordo, egli perch si tratta di espressione oscura, non gi per ambigua, ambigui enim verbi natura illa esse debiiit, ut qui id diceret, duo vel plura diceret, nemo autem duo velplura dicit, qui se sensit unum dicere "). per soprattutto in Aristotele che noi troviamo ancor magnificamente affermata la nobilt che alla questione dei nomi gi Socrate e dopo di lui Pla- 1) Aristotele, Metapli. V. 20, VHI. 3 ; Cfr. anclie Diogene Laerzio. VI, 3. 2) Cfr. Prantl op. cit. pg. 36, 37 3) Gellio, XI, 12. 32 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tone avevano accordata, e come quegli per ci che riguarda la logica ha pienamente compresa e svolta e sistematizzata la grande intuizione socratica del concetto in contrapposto all' antico particolarismo sofistico ^), cosi per ci che riguarda i vocaboli, egli appronfond maggiormente la loro vera natura, quale solo era stata appena adombrata da Platone neir ultima parte del Cratilo, stabilendo appunto quella differenza a loro riguardo tra contenuto sto- rico, ed il loro essere come instrumento di comunica- zione, di pensiero che fu poscia feconda di tanti risultati indiscutibili. La dottrina aristotelica sulla natura del linguag- gio si pu cos riassumere : sono suoni vocali tutti quelli in cui la voce o sola od accompagnata strumento 0 ; sono quelli simboli o note, per usare la parola di Cicerone^), delle affezioni, '^at-viixaia, dell' animo, come i caratteri sono note dei suoni vocali ; ora le affezioni dell' animo sono in tutti le medesime, come medesimi sono gli atti, 7rriY{j.aia, che ad essi corrispondono : diversi invece sono per i diversi uomini i suoni vocali che li , possono esprimere, come diversi sono i caratteri : quelli adunque, cio gli atti, sono vere immagini delle affezioni ed hanno. 1) Cfr. Prantl, op cit. Voi. 1 pag. 95, 2) Aristotele, De Jnterpretatione 2. 16 e sgg. Avremo occasione pi avanti di conoscere l' importanza di questo passo dello Stagirita in rapporto alla Patristica ed alla Scolastica. 3) Cicerone, Top. 8. 35, dove si legge : Itaque hoc idem Aristoteles ojiPoov appellai, quod latine est nota. IN ARISTOTELE 33 per dir cos, carattere al tutto oggettivo, questi invece, cio i suoni, non ne sono che i segni pura- mente arbitrari e soggettivi ^). Da ci derivava per Aristotele 1' altra dottrina importantissima, gi anche questa accennata da Pla- tone, che dell' uso e dell' abitudine fa parecchie volte accenno, senza per dare alla loro portata una base sicura di stima; se le parole sono segni arbitrarli, evidente, diceva Aristotele, che il loro valore, come strumento di pensiero, non sar frutto che di un accordo di quelli che le usano : -) ; nessuno vocabolo in altri termini ha significazione per na- tura ^) ; ci certo per Aristotele, il quale per non ha voluto spiegarci poi perch essi sieno quel che sono, se cio essi sieno (p^si o {>ast, per na- tura 0 per r opera di alcuni uomini, come pure era 1) Giustamente il Bonghi (op. cit. pag. 178) mette a confronto con tali dottrine aristoteliche le contrarie dottrine accennate da Platone, che i vocaboli furono trovati non per imitare gli altri suoni, ma per imitare il concetto delle cose che indicano {Cratilo 423 B.), e che il nominare un atto come ogni altro atto (386 D. e sgg.) ; ci pare per che a confortare la propria tesi che Aristotele abbia veramente conosciuto il Cratilo, il Bonghi avrebbe potuto ricordare quella parte di questo in cui si parla degli atti, con cui 1' uomo pu manifestare le sue affe- zioni (Cra///o 422 E -423 B.), che molto probabilmente lo spunto primo della dottrina aristotelica dei 7tpdY[iaxa |i!.|JLr^|Jiaxa in contrapposto ai vocaboli semplicemente aYjiis!,a. 2) Vale la pena che anche qui noi richiamiamo le parole stesse di Ari- stotele : ioxi Xfoz auas |Jiv aY]|iavx'.>tc oOx w^ opyayov Ss, XX' oOTZBp s^pYjxai %ax oovS-txtqv. (De Interp. IV. 4). 3) Aristotele nel passo citato del De Interpret. dice : ^lias'. xiov voaaxtov oSsv saxu 34 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ammesso da Platone ; il contenuto storico dei sin- goli vocaboli, pur essendo distinto dal loro essere come strumento di pensiero, non curato dalla Stagirita che nega perci. alcun valore alla decom- posizione del vocabolo per la ricerca del suo si- gnificato ^), come nega, e giustamente, come gi si detto a proposito dell' opposta dottrina accen- nata da Platone, che vi possano essere nomi veri 0 falsi. Sbarazzato cos il campo di tutti gli impacci che derivavano dalle considerazioni riguardanti le parole in quanto suoni, Aristotele in un passo fa- moso del De anima -) stabilisce la differenza tra la parola dell' uomo, ed i suoni emessi dagli altri ani- mali, differenza che sta appunto nel significato im- presso a quella della immaginazione (t aviaaia). Tanto quella per come questi hanno comuni certe con- dizioni fisiche, tra cui la pi importante la presenza dell' aria, e certe condizioni fisiologiche, sulle quali ritorna spesso Aristotele, segnando in proposito al- cuni insegnamenti, che poi restarono come punti fissi della scienza ulteriore ^). La parte per pii importante delle dottrine di l)Cfr. Bonghi op. cit. pag. 180, e Giussani op. cit. no. Notiamo per che tale affermazione di Aristotele, la quale pure ebbe fortuna neir et di mezzo, fu in certo qual modo infirmata dello Stagirita stesso laddove egli ha formato parole nuove per dare colle etimologie ragione di un dato concetto, pensiamo per es. al S-.j^aoTr^g ed al Zlyjx'.oc, oxi ScXa ax ( Eth. Nic, V. 4. 9). 2) Aristotele, De anima U, 8. 3) Aristotele, De hist. anim. II, 17 ; De pari. anim. II, 17 e sgg. ; De physiognom, 2 ; Problem. XXXIII, 4. IN ARISTOTELE 35 Aristotele riguarda le parole in quanto instrumenti del processo intellettuale. Memore della diminutio capitis inflitta al vocabolo da Antistene, e contrario all' ottimismo manifestato in proposito da Platone 0, Aristotele confessa che il linguaggio purtroppo un espediente difettoso ed incerto per la ragione dell' uomo ~) ; oh se si potesse, dice lo Stagirita, nel ragionare presentarci gli uni e gli altri le cose stesse, senza passare attraverso i simboli di essi : le parole ^) ! Ci per impossibile, le parole adun- que sono da stimarsi come utile all' acquisto della scienza ^), anzi esse stesse devono essere oggetto di studio, da qui, per esempio, la distinzione prima- mente affermata da Aristotele tra voci con senso ('^covai arj(j.avTrx,a') e voci prive di senso (-^tovai aor^- ^at ^), tra nome e verbo, tra ovofia cio e p'?)[j.a ^). Quello che vale soprattutto per per Aristotele r agitarsi del pensiero, la formulazione cio del giudizio come rapporto negativo e positivo di con- cetti e r attuazione del ragionamento come rapporto 1) Cratilo 384 B. 2) Aristotele, El. Sopliist. 164 A. B. 3) Anche questo un riflesso che dur poi, come vedremo, poi per tutta r et di mezzo fino al Cusano (Cfr. NICOL CUSANO, De docta ignorantia, Lib. I, cap. II). 4) Aristotele, De sensii et sensibili, cap. I. Notiamo che la ne- cessit del linguaggio per ' uomo fu poi sostenuta, come vedremo, an- che dalla Scolastica, la quale per pot corroborare 1' argomento ari- stotelico con un altro, la non necessit della parola negli angeli ; su tale questione si pu leggere quanto ha scritto Dante, anche in ci fedele interprete degli insegnamenti delle scuole, {De vulgar eloquio I, 3). 5) Cfr. G. B. Zoppi op. cit. pag. 84 : con senso sono p. es. i nomi ; senza senso sono le particelle e 1' articolo. 6) Cfr. Bonghi op. cit. pag. 179. 36 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tra giudizii, da qui V insistenza di lui ad approfon- dire la differenza tra dialettica, retorica ed apo- dittica, tutte e tre unite nel fatto puramente estrin- seco del linguaggio, ma divise profondamente per r uso, r attrito, e la relazione dei concetti e dei giudizii, di cui ogni discorso risulta ed ogni verit discorsiva emana, tanto che mentre la prima non ci pu dare che verosimiglianza e V incertezza dell' indistinto, e la seconda non per Aristotele, come dice il Boutroux *), che 1' applicazione della dialet- tica ai fini della politica, cio a certi fini pratici, la terza ci d invece la verit e la certezza univer- sale e necessaria della scienza '). Anche in Platone si possono trovare tracce di tutto ci, ma solo Ari- stotele, come vero creatore dell' analitica dello spi- rito, ha saputo di tali cognizioni fare un sistema completo e sicuro, in cui i vocaboli entrano come elementi secondarli in rapporto ai diversi suoni, di cui risultano, e come elementi essenziali in quanto espressioni abitudinarie e concordate di tutte quelle operazioni fondamentali dello spirito, per cui 1' uomo acquista la scienza e garantisce a se stesso di essere arrivato al possesso della medesima. E cos con Aristotele e per Aristotele le sorti del linguaggio, considerato come materia di discus- 1) Boutroux, tudes d'histoire de philosophie, Paris 1901, pag. 184- 2) Su queste differenze stabilite da Aristotele tra dialettica ed apo- dottica e sui rapporti delle medesime colla retorica, la quale colle aUre due ha pure comune il linguaggio (STtiaxigjiYj aTiaaa [lex Xyoy s- ox, dice Aristotele xnAnal. post. II, 19),cfr.PRANTL, op. cit. pag. 76 e sgg. NELLE DOTTRINE STOICHE 37 sione filosofica, furono sempre pi unite alla sorte della logica, per quanto non manchino anche in lui, come ben nota il Croce ^), alcuni passi, in cui lo Stagirita pare accenni ad isolare la funzione lingui- stica della funzione propriamente logica, ed a porla insieme colla funzione poetica ed estetica ; essi sono quello -), in cui V autore dichiara che oltre le pro- posizioni enunciative che dicono il vero ed il falso logico, ve ne sono altre che non dicono ne il vero n il falso, come le espressioni delle aspirazioni e dei desiderii (s/yj), e 1' altro '), in cui Aristotele critica un certo Busone, il ^uale aveva affermato che una cosa turpe resta turpe con qualunque parola la si designi, ribattendo che le cose turpi si possono esprimere e con parole che le mettono sott' occhio in tutta la loro crudezza, o con parole che le velano. Dopo Aristotele la filosofia dei linguaggio ebbe ancora nella tradizione filosofica ellenica cultori insigni, tra cui principalissimi gli Stoici ed Epicuro, pi ligi quelli all' indirizzo logico formale cos rigidamente affermato da Aristotele, tanto da riu- scire i veri concettualisti dell' antichit, pi libero e geniale questo nelle sue intuizioni profonde. Riattaccarono infatti gli Stoici il linguaggio alla mente (^^.vota), e diedero origine a quella com- 1) Croce op. cit. pag. 174. 2) Aristotele De Interpret. cap. IV. 3) Aristotele Rhet. ni. 2. 38 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO plessa ed ancora oscura teoria del Xs^iv. col quale ben difficile credere che essi volessero distinguere la rappresentazione linguistica dal con- cetto astratto, come pare accenni il Croce e prima del Croce lo Steinthal *). Partivano gli Stoici da un nominalismo tanto assoluto quanto in contrap- posto al realismo di Platone. Zenone nega infatti risolutamente che le idee possano esistere in se stesse e per se stesse, esse sono v:rarjZT:GL, cio senza realt, senza obbiettivit, noi per possiamo acquistare le nozioni di qualit accidentali, di cui queste idee sono suscettibili, e per conseguenza dar loro dei predicati, TrpocjTjYopLa? '). Da tale premessa e dalla teoria sensistica gno- seologica per cui si affermava 'dagli Stoici la sen- sazione essere il principio di ogni conoscenza, dalla sensazione nascere il ricordo, dai ricordi mul- tipli 1' esperienza, dai ragionamenti sull' esperienza e dalla combinazione finalmente dei concetti la scienza, rampolla la teoria del Xs^tv. Di fronte alla trattazione delle forme delle parole come tali, cio co- me semplici suoni, la quale formava una delle parti del- la dialettica, ponevano gli Stoici la dottrina del aTj[j.aL- v[ivov, che entrava nel dominio della logica, dei rapporti cio tra le parole e le cose (l 7cpY[j.aTa), che gli Stoici credevano veri rapporti di natura, dati i quali ne derivava per essi la concezione di qualche cosa 1) H. Steinthal, Geschichte der Sprachwissenschaft bei dea Grie- chen und Rmern, Berlin 1890-1 Voi. I, pag. 289-90, 293, 296, 2) Stobeo, Ed. I, 12. NELLE DOTTRINE STOICHE 39 di intermedio tra il pensiero e le cose, in cui le esigenze di entrambi venissero come ad associarsi e diventare elementi di conoscenza ^), mediante ap- punto il carattere della dicibilit. In altri termini Xsxr erano per gli Stoici le cose espresse o suscettibili di essere espresse, di essere cio trasportate nel mondo esterno per quel sistema di segni, che si chiama appunto linguaggio ; tali Xs-z-r non erano le rappresentazioni o le immagini delle cose, come si potrebbe credere a prima vista, perch le imma- gini sono lo spirito stesso in questo od in queir altro stato ; essi sono ancor meno le cose oggettive che il linguaggio cercherebbe di elevare all' essere cio di ipostasiare in qualche modo, perch le cose esistono per se stesse e dalla sfera del loro essere non possano uscire ; no, Xs/tiv, come gi si disse, era un qualche di intermedio tra soggetto, ed oggetto, incorporeo per, vuoto di ogni contenuto come il tem- po e lo spazio -) ; mentre la voce ed il suono della voce e r oggetto sono dei corpi, i Xsxt non hanno esi- stenza che per la rappresentazione della ragione, e rappresentazione della ragione tale per cui 1' og- getto presentato presente alla ragione stessa, suscettibile di essere accettato, e di prendere una forma razionale in base appunto all' oggettivazione 1) Ammonio {Ad Arisi. De interpret. f. 15 b.) chiama appunto il Xsxxv degli stoici [lrjov tra vor^iiaxa e upayiiaxa (Cfr. C. Prantl, op. cit. pag. 416). 2) Sext. EMP. Adv. Mat/iematicos, Vili. II (Cfr. C. PRANTL. op. cit. pag. 416). 40 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO delle nostre idee generali, sotto V assillo delle quali gli oggetti si trasformano, assumendo anche il modo della loro espressione, che, come gi si detto, qualche cosa di eminentemente naturale ^). Il processo adunque conoscitivo risultava per gli Stoici composto, come ben dice il Chaignet -), di questi diversi elementi : 1' oggetto, il soggetto, il pen- siero, che non altro che uno stato dello spirito in quanto tende a prendere come sua materia quel dato oggetto ^), il XcXTv, cio la trasformazione completa dell' oggetto in entit razionale dicibile, la parola finalmente che il segno che il Xs^tv esprime. II Franti mette in relazione il Xsxtv degli stoici col XYo? sjj/p'r/o?, cio innato, di Platone e di A- ristotele, e veramente esso quella concezione richia- ma, per quanto sopra di essa non si pu dire che si sovrapponga del tutto, giacche il X^oc s[jl^d/0(; dei due filosofi citati, come vedremo a suo tempo il sermo interior degli Scolastici, riguarda piuttosto il rapporto tra pensiero e parola, il Iato cio interno del linguaggio rivolto alle psiche, mentre la teoria del XsvwTv degli Stoici concerne piuttosto una vera facolt speciale dell' uomo, in cui s' appunta il mec- canismo della parola, come qualche cosa di natu- 1) Tale interpretazione del Xsxxv degli Stoici non un fondo molto diversa da quella in proposito data dallo Zeller (cfr. E. Zeller, op. cit. IV pag. 78, pag. 86 della terza edizione Lipsia 1880). 2) A. Ed. Chaignet, Histoire de la Psychologie des Grecs, Paris 1890 Voi. II pag. 140. 3) Sulla differenza tra pensiero e Xsxxv negli Stoici cfr. Plutarco, Placit philosoph. IV. 11. NELLE DOTTRINE STOICHE 41 rale : in altri termini paragonando il linguaggio ad una superfice curva, il Xygc sjx'po/oc ne rappresenta la parte concava interna, ed il linguaggio espressivo la parte convessa esterna, mentre il Xsxxv di quella curva sarebbe come la generatrice. Alla teoria dei XsTti gli Stoici connettevano le loro dottrine logiche e le loro dottrine grammaticali, il che era perfettamente naturale, perch dato che le idee ed il linguaggio non sono che le due facce del medesimo fenomeno psicologico, il che ammette- vano anche gli Stoici, ne derivava per essi la con- seguenza che i Xs'^t erano per le parole ci che il giudizio interno ( X70? svO-i^sTo?) era per la pro- posizione che la formula ( X^o? Tupocfopizf;). Noi non insisteremo troppo su tali rapporti, solo ricor- dando la distinzione fra i XsTcu completi e che ba- stano a s stessi (atoTeX-^), e gli altri a cui manchi qualche cosa (iXXtTcr^), fra quelli si ponevano le pro- posizioni categoriche (^u'xaTa), le interrogazioni, le questioni ^) e secondo Filone anche le imprecazioni ed i giuramenti ~), fra i secondi invece si mettevano i predicati ( y.axTiYOfy/^jiata ), da distinguersi in acci- dentali od indiretti, ed in essenziali 0 diretti. Come si vede, qui siamo arrivati in piena grammatica, contrariamente a quanto era avvenuto in Aristotele, che dalla grammatica invece molto probabilmente era partito per arrivare alla teoria delle categorie lo- 1) Cfr. su ci Sex. Emp., Pyrrh. Hyp., I, 14. 65. e A. ED. Chai- GNET, op. cit. Voi. II. pag. 107. 2) Philonis, De Agricult., 161. 42 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO giche. Notiamo per che in fondo la teoria dei Xsxi aSyzoxsXri pu sotto un certo aspetto ricongiungersi anche alla dottrina delle TcrjoXri^Bic, o nozioni pri- mitive ammesse dagli Stoici, come qualche cosa di innato, essendo ormai indubitabile che essi erano, in rapporto appunto alla TupoXrj'psic, innatisti, contra- riamente a quanto affermavano lo Zeller, e lo Stein, che pretesero di fare dei seguaci di Zenone non solo dei materialisti, ma anche degli empiristi senza riserve 0- Un' ultima osservazione a proposito della filo- sofia del linguaggio quale si svolto tra gii Stoici riguarda 1' origine che ai vocaboli essi attribuivano. Di essa gi abbiamo fatto menzione, ricordando come tre cose e linguaggio si ammetteva dai se- guaci di Zenone un vero rapporto di natura, aggiun- giamo ora che esso era interpretato come un rap- porto di imitazione. Il Bonghi a tale proposito af- ferma -) che con tale dottrina gli stoici si allontana- vano da quanto Platone nel Cratilo ^) affermava sul- r impossibilit di una relazione tra suoni che le cose possono dare ed i suoni con cui le parole sono 1) Cfr. su ci A. Ed. Chaignet, op. cit., pag. 128 e sgg. Notiamo che anche perci che riguarda il criterio della certezza gli Stoici ricor- revano alla loro teoria dei Xsxxcc, giacche pur ritenendo come pura- mente soggettivo tale criterio, concepito come la forza di convinzione (vtaxaXTjTixixv) inerente ad una rappresentazione, il potere cio che possiede una conoscenza di provocare la nostra adesione invincibile, attribuivano per, contraddicendosi in modo strano, tale forza non gi alla senzazione. ma ai Xsxxa 2) Bonghi, op. cit. pag. 181. 3) Cratilo, 423. C. NELLE DOTTRINE STOICHE 43 composti. Ci vero, dobbiamo per aggiungere che nel Cratilo stesso si pu trovare il primo spunto della dottrina stoica per una certa somiglianza ori- ginaria della parola coli' oggetto da essa espresso. Non aveva forse detto Socrate che, per esempio, Tra cagione della sua mobilit serve benissimo per esprimere il moto, che il suono / invece op- portuno per rendere tutto ci che e fine e sottile, che le sibilanti rappresentano benissimo il concetto di tutto ci che fa fiato e cos via ') ? Ora non si ammetteva implicitamente con ci una somiglianza tra suono e cosa, pressoch simile a quanto era poi affermato dagli Stoici ^) ? Del resto abbiamo in pro- posito un passo di S. Agostino ) sulla dottrina stoica dell' imitazione che non ci lascia nessun dubbio 1) Cratilo, 426 C-427 D. 2) Cfr. A. QiESSWEiN, DicHaiiptrobleme der Sprachwissenschaft, Freiburg 1893, pag. 168. 3) Ecco il passo di S. Agostino (De Dialectica 6). Stoici autiimant nullum esse verb'nm, cuius non certa ratio explicari possit. Et quia hoc modo suggerere facile fuit, si diceres hoc infinituni esse quibus verbis alterius verbi origineni interpretaris, eoriim rursiis a te origi- neni qiiaerendani esse, donec pcrveniatar eo, ut res cum sono verbi aliqua similitudine concinnai, ut cum dicimus, aeris tintinnitum, equo- rum hinnitum, ovium balatum, tubarum clangoreni, stridorem catena- rum ; perspicis enim haec verba ita sonare, ut ipsae res, quae his verbis significantur. Sed quia sunt res, quae non sonant, in his similitudinem tactus valere, ut si leniter vel asperc sensum tangunt, lenitas vel aspe- ritas literarum ut tangit auditum sic eis nomina peperit : ut ipsuni lene, cum dicimus leniter sonai, quis item et asperitatem non et ipso nomine asperam iudicet ? lene est auribus, cum dicimus voluptas, a- sperum, cum dicimus crux. Ita res ipsae afficiunt, ut verba sentiun- tur. . : Haec quasi cunabula verborum esse crediderunt, ubi sensus re- rum cum sonorum sensu concordarent . 44 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO sulla portata di questa ^) e sulla somiglianza sua con quanto gi era stato sostenuto da Platone -). Per trovare per una dottrina sulF origine del linguaggio ben pi precisa, che nei nostri tempi ebbe un' influenza ben maggiore di tutte quante le altre formulate dall' antica speculazione ellenica, dobbiamo venire ad Epicuro. Il Bonghi ammirando r altezza del concetto platonico sul linguaggio, in cui egli vede il predominio di un elemento intellet- tuale, in quanto vi si afferma un' intima relazione del vocabolo e dei suoni articolati colle affezioni dell' animo e coi concetti della mente, giudica meno nobili le posteriori teorie stoica ed epicurea, perch in esse quella relazione sciolta e cos 1' elemento intellettuale sopraffatto dal suo elemento natu- rale ^). Abbiamo gi visto come ci non sia perfet- tamente vero per ci che riguarda la dottrina stoica, consideriamo ora la dottrina epicurea e tosto ci convinceremo, come gi ha dimostrato il Gius- sani ^) che non lo nemmeno per essa. 1) Dubbi invece ci sarebbero ancora se noi in proposito non aves- simo che il passo di Diogene Laerzio (VH 83), in cui di tale imitazione si trova pure un accenno. 2) Da quanto sopra si detto ci pare di poter dedurre che non riper- cussione di dottrina platonica si'deve vedere nelle parole di Giovanni Sa- lisburiense citate dal D' Ovidio (op. cit. pag. 436), come appunto questi vorrebbe : Ipsa quoque nominum impositio aliarumque dictionum, etsi arbitrio humano processer, naturae quodamuoo obnoxia est, quam pr modulo probabiliter imtatur ; in tali parole noi piuttosto sentiamo r eco della dottrina stoica dell' imitazione, la quale nell' et di mezzo doveva essere conosciuta se non altro per il tramite di S. Agostino, autore tanto letto in tale et. 3) Bonghi, op. cit. pag. 182. 4) C. GiUSSANi, op. cit. pag. 129. NEL SISTEMA EPICUREO 45 Anzitutto dobbiamo dire che il problema che Platone ed Epicuro risolvono non lo stesso. Per Platone, come si visto, era un naturale sottinteso che il linguaggio fosse l>as'., tutta la questione era di vedere se la d^nK; dei vocaboli fosse ^shr^zi o aovO-fjX-^], se cio nel porre i vocaboli i legislatori avessero rifranta la natura delle cose da nominarsi, 0 li avessero invece posti per un accordo tra gli uomini stessi ; abbiamo poi visto come per Platone tale questione tradizionale nella filosofia ellenica abbia servito come occasione a trattarne un' altra ben pi importante per lui, quella cio che si rife- riva alla conoscenza della natura delle cose mediante il linguaggio. Ora ad Epicuro tutto ci non interessa che in linea diremo cos subordinata : la questione vera, fondamentale per lui quella che si riferiva veramente all' origine del linguaggio, era cio quella di vedere se tale origine si fosse iniziata per natura, come un fatto fisiologico e non piuttosto come un' operazione pensata e voluta dagli uomini, e a risposta a tale questione, risposta che noi tro- viamo recisamente formulata nella lettera di Epicuro ad Eudoto, che 1' embrione del linguaggio stata cpasL ; ossia i primi suoni espressivi furono emessi per fisiologica necessit, tale embrione per gli uo- mini all' intento di farsi un utile strumento di co- municazione hanno sviluppato a vero linguaggio ponendo (^aei) dei nomi alle cose, ma nel porre questi nomi essi non hanno proceduto ad arbitrio. 46 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ma ragionando (Xoyi?sx()) e dietro certe ana- logie ^). inutile che noi cerchiamo qui di indagare quanto anche in rapporto all' origine della lingua sia stato divinatore Epicuro, e come in fondo in fondo egli non si discosti molto nella seconda parte della sua teoria da Platone ; pi interessante sar in- vece per noi vedere sopra quali appoggi di prin- cipii e d esperienze una tale teoria poteva, secondo la mente di Epicuro, posarsi. Anzitutto spiegava egli i suoni della voce u- mana in relazione alla sua dottrina fondamentale degli atomi -), tali suoni cio sono in rapporto a reali emissioni di atomi, chiamati da Lucrezio primor- dia et principia vociim , i quali emanano dai tessuti degli organi aventi diretta comunicazione coli' aria esteriore ^). Quello 1' elemento naturale del linguag- gio, a cui ben tosto se ne aggiunge un altro, che Lu- crezio ancora chiama utilitas ^), il quale posto di fianco al primo, come impulso alla sua attuazione, spiega abbastanza bene per Epicuro ed i suoi il sorgere prima del linguaggio e poi l' intervento della ragione nello sviluppo di quello. Come si spiega 1' utilit di cui fa cenno Lucre- zio ? Essa si spiega come un vero bisogno psico- 1) e. QiUSSANi, op. cit. pag. 120. Sopra il linguaggio in Epicuro cfr. anche E. Zeller, op. cit. HI, 416, e A. ED. Chaignet, op. cit. Voi. II pag. 363 e sgg. 2) Lucrezio, De rerum natura IV, 535. 3) Diogene Laerzio, X. 53. 4) LUCREZIO, op. cit. V, 1026. NEL SISTEMA EPICUREO 47 logico integrato dalle suaccennate condizioni fisio- logiche . Gli uomini, in altri termini, subiscono affezioni (:ri>r|) e ricevono impressioni mentali (cpav- TGixara) e queste per naturale necessit fanno loro emettere dell' aria, la quale esce dalla bocca in di- versi suoni foggiata da quelle affezioni e rappresen- tazioni mentali. Il linguaggio perci una vera fun- zione naturale, pressapoco come lo il volare per r uccello, r usare delle corna per il toro. Tutto ci per non basta, perch due obiezioni formidabili potevano sorgere, e sono sorte difatto, in contra- sto alla spiegazione data e cio : Se con essa si spiega come i suoni si sono originati, per nulla per si capisce come a tali nomi si sia dato un senso speciale si da poter diventare essi ben tosto segni delle cose ; d' altra parte se 1' emissione dei suoni qualche cosa di naturale, come si spiega la diversit dei linguaggi presso i diversi popoli ? Alla prima obiezione si rispondeva da Epicuro col dire che le cose hanno esse stesse una voce ^), il che vuol dire secondo 1' interpretazione del Chai- gnet -) che la presenza delle cose e la loro azione suir uomo strappa, per cos dire, dal di lui appa- rato vocale dei suoni naturalmente legati alle rap- presentazioni anteriori o simultanee di quelle cose-'). 1) Diogene Laerzio, X. 31. 2) A. Ed. Chaignet, op. cit. pag. 349. 3) E evidente che questa dottrina di Epicuro si riconnettc al suo modo di risolvere il problema della conoscenza mediante le emanazioni atomiche, tracce delle quali noi possiamo trovare, oltrech in Democrito. 48 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Deriva da ci la conseguenza che ogni parola con- tiene in s un significato che gli intimamente per natura associato e che evidente per se stesso a tutti ^) . Nessuna meraviglia adunque che Epi- curo, come ci dice Cicerone ~), tanto insistesse sulla considerazione dei significati delle parole ; ammet- tendosi infatti che l' imposizione d' un nome ad una cosa suppone la conoscenza immediata della mede- sima, conoscenza che, come si disse, offerta dalla natura stessa, implicitamente si veniva a dire che le parole in fondo sono i segni di nozioni generali ^) : la conoscenza adunque possibile anche coli' analisi di esse, senza cio le risorse della logica, concepita come arte di ragionare, appunto perch condizione logicamente anteriore al linguaggio un' idea prima prodotta per le cose e concepita per un riguardo diretto, senza la quale 1' uomo si troverebbe perduto in una moltitudine infinita di impressioni e di sen- sazioni individuali, istantanee ed isolate, e parlando non potrebbe pronunciare che suoni vuoti di senso ^). anche in Empedocle ed Anassagora. D' altra parte in certo qual senso anche Aristotele aveva opinato che non si pu pensare senza immagini (Cfr. A. ED. ChaigNET, op. cit. Voi. II pag. 373), orbene Epicuro a tale opinione diede un fondamento pi esplicito, per conchiudere che non vi pu essere pensiero non rivestito d' immagine, e che una rap- presentazione vi tanto per gli intellegibili, come per i sensibili (Cfr. PLUTARCO, Plact. Phil. IV, 8. 9). 1) Cfr. Diogene Laerzio, X 33, dove si dice: Tiavxt ouv viiaxt x Tig&ioc, uTtoxsxayiivov vapys saxi. 2) Cicerone, De Finibm II. 2. 3) Diogene Laerzio, X. 35. 4) Diogene Laerzio, X. 31 (Cfr. anche A. Ed. Chaignet, op. cit. pag. 350). NEL SISTEMA EPICUREO 49 Come si vede Epicuro viene per una via ben diversa e molto meno arbitraria ad ammettere la tesi sostenuta da Cratilo, ed oppugnata da Platone nel dialogo che da quello prende nome, che cio le parole sono il migliore anzi 1' unico modo che noi abbiamo per arrivare alla conoscenza della natura delle cose ^). Alla seconda obiezione riguardante la diversit di linguaggio per i popoli diversi, Epicuro rispon- deva che tale diversit era in funzione delle 'diver- sit fisiologiche che distinguono nazione da nazione, per cui diversi erano le affezioni, diverse le rappren- tazioni e quindi diversi anche i suoni. Ogni lingua, in altri termini, il prodotto diverso di razza, di clima e di luogo, nel senso che questi tre fattori colle loro esigenze peculiari hanno determinato esi- genze fisiologiche e psicologiche diverse, sicch anche il linguaggio naturale delle cose per adattarsi ad esse diversamente risuona in paesi dove dissi- 1) Notiamo che ad una conseguenza pressoch simile arrivato an- che Giambattista Vico nella sua Scienza nuova ; seguace anche egli dell'origine naturale del linguaggio, come poco dopo in modo pi espli- cito lo furono ed il Dugald Stewart (cfr. Dugald Stewart, lmcnts de la Philosophie de l'esprit huinain Paris i845, Voi. MI, Sect. I pag. 2 e sgg.) ed il Cesarotti (Melchiorre Cesarotti, Saggio sulla filosofia delle lingue. Padova 1802, part. pag. 3 e sgg. ), egli nega che le parole pos- sono significare ad libitum, come era appunto l' insegnamento di Aristo- tele, ed in genere, come vedremo, di tutta la filosofia medievale, per sostenere che le parole debbono avere significato naturalmente (Cfr. GiAM- BATISTA Vico, Principio di scienza nova, Milano 1831, Voi. I, lib. II, corollari, pag. 276). Non forse inutile ricordare qui tutta l' importanza della speculazione sul linguaggio di Cartesio (Principe de Philosoph. Part. I, . 74), del Reid {Rcchexcher sur l'Esprit huniain, cap. IV. sect. II), e delle Libniz, chiamato appunto il Copernico della linguistica (Cfr. D ' OVIDIO, op. cit. pag. 50G). 50 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO mili sono quelle *). Esistevano adunque diversit pri- mitive neir emissione dei suoni, gi fin quando tale emissione era semplicemente spontanea, come spon- taneo ancora negli animali -), in seguito poi gli uo- mini raccolti sempre pi in gruppi sociali ed accortisi sempre pi del grande vantaggio di quella scambie- vole comunicazione di sentimenti e pensieri, per rendere queste manifestazioni pi chiare e precise, ed insieme pi brevi e fisse, posero di comune ac- cordo i nomi alle cose, ogni nazione i suoi. evi- dente qui, come dice il Giussani "), l'errore di pro- spettiva storica, per cui troppo presto dalle condizioni prime si sarebbe venuto alla civilt, comunque importante anche quest' ultimo tratto dalla dottrina epicurea perch con esso si ammette direttamente r intervento della ragione, che, dopo aver esaminato le invenzioni e le scoperte spontanee della natura, 1) Questa obiezione della diversit del linj^uasgio per i popoli diversi ritorner anche pi tardi ad affacciarsi nella speculazione; Dante la ri- solver in confronto alla variet delle classi sociali ed alla diversit delle professioni (Dante, De vulgari eloquio, Lib 1. cap. VII), pi tardi il Vico verr in proposito alla medesima conclusione di Epicuro, affermando anch' egli che le lingue sono frutti diversi dell' ambiente, clima od abitudini dei popoli diversi {Principii di scienza nuova, ediz. cit. Lib. II, pag. 277). 2) LUCREZIO, op. cit. V. 1061 - 1070 3) C. Giussani, op. cit. pag. 133. Epicuro avrebbe potuto mitigare un po' questo suo errore di prospettiva storica, se, come momento in- termedio tra il linguaggio dei primi uomini selvaggi, della condi- zione dei quali tanto bene parla Lucrezio, (Lib. V, 922-1008) ed il lin- guaggio delle nazioni civili avesse posto le condizioni, in cui secondo Erodoto si trovavano, per ci che riguarda la favella, gli Etiopi, i quali pi che parlare stridevano (Cfr. ERODOTO, IV, 183. Cfr. anche Plinio, VII. 2, e Pomponio Mela, I. 8). NEL SISTEMA EPICUREO 51 pu correggerle, completarle, sistematizzarle, ele- varle cio air altezza di una scienza metodica e di un' arte riflessa. Aggiunge finalmente Epicuro che anche cose non viste da quelli, che pur le avevano viste, e- rano importate nella cognizione e nella lingua dei loro connazionali, perch essi le manifestavano con de' suoni, che dapprima erano istintivamente emessi per il naturale effetto delle ricevute impressioni, e poscia probabilmente ripetute per l' impulso del4a volont. Anche in tal caso tali parole erano capite e per la generale e nota analogia tra suoni e cose espresse, e perch scelte col ragionamento dietro appunto questo generale analogia stessa. Tale in breve la dottrina di Epicuro sull' ori- gine, sulla natura e sullo svolgimento del linguaggio, dottrina senza dubbio importante non solo perch forse la sola completa che la Grecia antica ci abbia dato, ma anche perch in armonico sincretismo si trovano in esse fuse insieme e le tradizionali spe- culazioni dell' ellenismo antico sulla questione se la posizione delle parole sia '^gs'. o o'^vO-r^y/^^. e le teo- ria di Platone sul linguaggio e sui suoi rapporti col problema logico e col problema gnoseologico. La dottrina di Epicuro fu, come in generale avven- ne per tutti gli insegnamenti della sua scuola poco com- presa dai posteri: gi di essa Lucrezio diede troppo importanza al fattore naturale per lasciare un po' neir ombra il fattore razionale '). Ci si accentu 1) Cfr. A. ED. Chaignet, op. cit. pag. 348. 52 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tra gli antichi e neil' epicureo seriore Diogene di Enoanda '), ed in Proclo -), che tale fattore di ra- gione riguardante la dirne dei vocaboli dimentica- rano affatto, come avvenne poi generalmente nell' et di mezzo. , Con Epicuro ben si pu dire finito il periodo costruttivo dell' antica filosofia ellenica ; le di lui dot- trine, come quelle degli Stoici, si protesero in avanti attirando a se coli' andamento quasi di una fede re- ligiosa gli spiriti pi grandi ; fuori di esse Io scet- ticismo e r eclettismo incrostarono il pensiero, tar- pando a questo le ali per librarsi in alto nelle pi serene sfere della speculazione riflessa. Era naturale che nel periodo di diffidenza, che s' inizi cos in Grecia in contrapposto al periodo di confidenza, che aveva dato gii ultimi splendori nelle due scuole citate, si dovesse anzi tutto intaccare la fiducia nella facolt conoscitiva dell' uomo, per ritor- nare cos a quel relativismo logico dei Sofisti, donde Socrate e Platone ed Aristotele e Zenone ed Epicuro avevano cercato, per quanta in modo diverso, di al- lontanare gli spiriti. Date le strette relazioni tra il problema gnoseo- logico ed il linguaggio, delle tendenze scettiche, in- 1) Cfr. Rheinisches Museum, 1892, pag. 440. 2) Procli, Scholia in Cratylum, ediz. Boissonade, Lipsia 1820 pag. 6 Ecco le parole di Proclo: ^[p 'Euxoopos l\z^zv oxi o/J sTiiaTYjtivcog o'xo', sB-svTO x v|iaxa, XX cp'ja-.xw; xlvo- tjisvoi, (b? ol pr^oaovTsg v-cd Tixatpovxsc; xac |au%w|Jisvoi xal OXax- X0VXS5 xal oxsvd^ovxsg. NELLO SCETTICISMO 53 generatesi nella trattazione di quclio, risentirono le speculazioni riguardanti la natura di questo e cos noi vediamo, per esempio, gli scettici domandarsi : Se le cose non si possono conoscere, a che ser- vono i segni con cui noi le t'issiamo, le affermiamo e le comunichiamo ? '). Come si vede siamo qui ancora in presenza dell' antico scetticismo del vec- chio Gorgia, che per opporsi alle dottrine eleatiche sosteneva appunto che 1' essere non esiste, che an- che se esistesse non sarebbe conoscibile, giacche dovrebbe essere una cosa sola col pensiero, nel quale caso sarebbe impossibile 1' errore ; anche se fosse conoscibile, esso non sarebbe insegnabile, giacche lo si dovrebbe insegnare con segni, i qua- li potrebbero avere valore diverso da uomo ad uo- mo ; per evitare ci bisognerebbe conoscere pri- ma con qual segno si vuol intendere 1' essere, il che suppone gi ci che si deve fare. Un argomento per lo scetticismo, cos aperta- mente professato da Pirrone, e poi da Enosidemo e da Sesto Empirico, era la diversa soluzione data del problema dei segni dal pensiero contemporaneo di Epicuro e degli Stoici -'). Epicuro concepiva il segno e quindi la parola come qualche cosa di e- minentemente sensibile, gli Stoici invece, come si e visto, ponendone 1' essenza nel ='/,tv, specie intel- 1) Ctr : A. EU. Chaignbt, op. cit. pa^. 512, 516. 2) Ricordiamo che gi per lo scctUcisino sofistico ciano stato arj^o- inento le diverse soluzioni date del problema cosmologico e cosmogo- nico dal pensiero precedente degli Ionici, Eleatici, Pitagorici e Meca- nisti. 54 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ligibile intermedia tra V oggetto ed il soggetto, la con- cepivano come qualche cosa di intelligibile. Quale di quelle due teorie cos inconciliabili e contrarie contiene la verit ? '). Per accettare 1' insegnamen- to di Epicuro, bisognerebbe prima in linea pregiu- diziale, dice Sesto Empirico '), dimostrare che i sensi sono infallibili ; ci senza dubbio ammesso da Epicuro, ma negato in modo assoluto da De- mocrito, dice ancora Sesto Empirico, e prima di lui, aggiungiamo noi, da Eraclito. Ammettiamo pure che i sensi non ci ingannino, resta sempre insoluta la domanda : per quale ragione noi adotteremo per questo e per quel segno, e quindi per questa o per quella parola, questo o quel significato e non un altro ? '). Riguardo poi alla dottrina stoica, gli scettici avevano buon gioco nel dire che proprio non ci sono argomenti sufficienti per decidere se i Xsv.x veramente esistono ; d' altra parte per poter arrivare a saperlo bisogna pur ancora usare di prove, che in fondo si appoggiano ancora suH' interpretazione di segni : siamo adunque in un circolo vizioso, di cui gli Stoici hanno avuto il torto di non accorgersi *). Quale adunque la conclusione ? La conclusione si che anche rispetto alla questione dei segni e quindi del linguaggio bisogna essere agnostici, sospendere 1) Cfr. Sext. Emp, Matli. VHI. 177. 2) Sext. Emp, Math. VUI, 293. 3) Sext. Emp, Math. VHI 201. 4) Sext. emp, Math.YlU.26\. NFLLO SCETTICISMO E NELL'ECLETTISMO 55 cio il nostro giudizio, non potendo noi in modo alcuno formularne uno qualsiasi '). Anche nello scetticismo della media e della nuova Academia di Arcesilao e di Cameade non meno fortemente si attacc qualsiasi soluzione po- sitiva del problema gnoseologico e per ci stesso qualsiasi speculazione sul linguaggio, che con quello avesse relazione alcuna. Poteva pur Cameade, come dice Cicerone -), rinnovare 1' antica distinzione di Eraclito tra una conoscenza perfetta ed assoluta ed una conoscenza inferiore e relativa, ma soggiun- gendo che questa solo concessa all' uomo, che perci si deve solo accontentare della probabilit, non gi della certezza, svisava il concetto di Era- clito, che la prima delle due conoscenze credeva per lo meno possibile al sapiente e senza dubbio dava origine a dottrine, a cui, secondo Cicerone stesso ") , non mai avrebbe dovuto esser rivolta la giovent. Vero si che Filone di Larissa, rifacendosi pi direttamente, come dice Cicerone *), all' insegnamento platonico, appena dopo Cameade tenta di salvare qualche punto fisso nella conoscenza, ma ormai 1' indirizzo scettico eclettico aveva gi pervaso ogni fremito di pensiero : gli Stoici andavano rabberciando le loro dottrine con materiali presi qua e l cam- 1) 'Avyy.Yj xai y^ii? srioy/?/ ;isvs:v, ciicc in proposito Sesto Empirico (Math, VMI 259). 2) Cicerone, Acad. Pi: 2. 30 e 31. 3) Cicerone, De repiiblica MI. IG. 4) Cicerone, Acad. Post. I, 4 e HI, 18. 56 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO biandone solo i nomi '), altri, insofferenti forse del presente, si diedero allo studio delle fonti, dei mo- numenti originali del passato, specialmente di Pla- tone e di Aristotele, donde la frase di Seneca : Quae philosophia fiiit, philologia est facta ~) ; i Pe- ripatetici eclettici, forse meglio che i Platonici, ten- nero un po' alto il vessillo della speculazione spe- cialmente per ci che riguarda il problema appunto gnoseologico e le questioni logiche '). Sulla que- stione, per esempio, delle dieci categorie aristoteli- .che, dagli Stoici, com' noto, ridotte a cinque *), si accese forte disputa tra Alessandro Afrodisiaco, di cui purtroppo sono andati per(juti i commentarli al De Interpretatione di Aristotele '), del quale per Andronico di Rodi, capo della scuola esegetico-e- ciettico-peripatetica negava V autenticit '^), Eustazio, Ermino, Aspasio ed altri peripatetici eclettici e pi tardi Porfirio, credendo alcuni che le categorie ri- guardano solamente le parole (tcs^I 'fcovcv), mentre altri, Porfirio per esempio, sostenevano che esse ri- guardavano vere nozioni prime dello spirito. Si tratta qui de! primo sviluppo della famosa contesa tra Nominalisti e Realisti, a proposito della quale vale la pena di ricordare come gi Ermino giudi- 1) Tale 1' accusa che Pisone, il quale personifica i Peripatetici nel De Finibiis di Cicerone, fa appunto agli Stoici {DeFin. V. 25). 2) Cfr. A. ED. Chaionet, op. cit. Voi. HI, Paris 1890, pag. 85. 3) A. Ed. ChaionI'T, op. cit. pag. 222. 4) Cfr. C. Franti., op. cit. Voi. I, pag. 426 e sgg. 5) C. Prantl, op. cit. Voi. I, pag. G21. 6) C. Prantl, op. cit. Voi. I, pag. 547. NEI COMMENTI AD ARISTOTELE . 57 cava che le categorie hanno rapporto alle cose, giacche le parole non sono mai vuote, e sono sem- pre dette intorno alle cose ^). -Ci che per maggiormente interessa il nostro argomento l'interpretazione che rmino stesso dava di quel passo al principio del De Interpretatione di Aristotele, in cui si dice che i fenomeni psichici, che sono espressi dal linguaggio, sono identici presso tutti : ecco il passo ^) : iori [xv oov r sv if] 'f tov-^j :rav}"/5{xara tf^? 'J>'V/i?- evidente, secondo Ammo- nio % quale sia il senso dil tali parole : Aristotele cio stabilisce da una parte che le lettere e le pa- role non essendo identiche presso tutti gli uomini sono frutto, come simboli delle affezioni umane, di una convenzione (\>a'.?), mentre le idee e le cose essendo identiche per tutti sono V opera della natura {'sh'jic). Ermino pare contesti anche tale uguaglianza degli stati di coscienza in tutti gli uomini, giacche ponendo nel testo greco al posto dell' ossitono xat il perispomeno tora viene a dire che le pa- role sono bens note dell' affezioni dell' animo, le quali, se si trovano in tutti, non sono in tutti iden- 1) Notiamo che tale opinione di Ermino, che si legge negli scol/'i anonimi di Aristotele, contradetta da quanto Porfirio dice che Ermino pensava intorno alla questione appunto delle categorie, le quali non sarebbero gi i generi primi e pi universali degli esseri naturali e le differenze prime e fondamentali dei termini, ma piuttosto le attri- buzioni verbali proprie a ciascun genere di esseri reali (Cfr. A. Ed, Chaignet, op. cit. pag. 222). 2) Aristotele, De Interp. IG. 2. 3) Ammonio, Sch. Arisi.. 101, b. 1-12 (Cfr. A. ED. Chaignet, op. cit. pag. 223). 58 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tiche, perch identico il solo fatto del trovarsi di esse in ognuno ^). Del gi citato Alessandro Afrodisiaco pur importante per noi oltre che la distinzione de^ lin- guaggio interno (vootV^svov), che solo apparentemente richiama il Xsxiv degli Stoici e che piuttosto un'altra anticipazione del sermo interior degli Scolastici, del linguaggio espresso ( sy/f (ovo'jjj.svov), e del linguaggio scritto (vpa'xjxcvov). di cui il terzo simbolo del se- condo, come guesto del primo ''), anche la dottrina sulla parola, dottrina che gi nei tempi antichi Am- monio svisava, dicendo negli scolii ad Aristotele ") che Alessandro sosteneva essere 1' origine del lin- guaggio esclusivamente naturale -e spontanea. evidente che tale opinione era troppo contraria agli insegnamenti in proposito di Aristotele, perch potesse essere professata da chi nei tempi antichi fu dello Stagirita l'interprete pi fedele, tanto da essere chiamato un secondo Aristotele ; ed infatti leggendo il De Anima dell' Afrodisiaco vediamo che egli la pensava ben diversamente da quanto asserisce Ammo- nio : la parola come suono, egli dice, una specie d rumore prodotto dall'animale in quanto animale, cio il suono prodotto in seguito ad una rappresentazione qualunque o di una eccitazione qualsiasi, giacche tutto ci che r animale fa in quanto animale il risultato di una rappresentazione (-^avraaia) o di 1) Cfr. Zeller, op. cit. Tomo IV. pag. 700. 2) Prantl, op cit pag. 548. 3) Ammonio, Sch. Arisi 103 b 23. NEI COMMENTI AD ARISTOTELE 59 un'eccitazione interna istintiva {y^:fi.) La natura adun- que ci ha fatto capaci di stabilire le parole, d' imporre nomi alle cose, ma il rapporto tra i vocaboli e le cose non gi opera della natura, ma bens il risultato di una convenzione. 11 linguaggio non gi innato ci che innato la facolt speciale che lo crea ^). Se i risultati fossero il risultato della natura, tutti gli uomini avreb- bero lo stesso linguaggio, e 1' ordine, con cui per for- mare le parole i suoni elementari si succedono e si rag- gruppano, sarebbe dappertutto identico -). Ora i fatti provano che cos non , e che la differenza neir ordine del raggruppamento dei suoni elementari e delle sillabe costituisce una delle differenze pro- fonde, se non la sola, delle lingue '). Poco prima ed attorno ad Alessandro di Afro- disia ben poco noi abbiamo che meriti di essere ri- cordato a proposito del nostro argomento ; quando noi infatti ricordassimo 1' opinione di Apuleio sull' orato prominciabilis, che forse pi del Xs-^tc stoico richiama il X&70C -o-xavrr/.:: dei commentatori ari- stotelici ^), le dieci categorie, corrispondenti alle dieci parti del discorso, escogitate dal neopitagorico Nicomaco di Ceraso '), le sottili distinzioni di ca- 1) Come si vede, abbiamo qui un'anticipazione non solo di quanto la Scolastica ha pensato intorno ali' origine appunto del linguaggio, ma di quanto pi tardi ancora Cartesio ed il Leibniz diranno della facolt cono- scitiva dello spirito umano in genere. 2) Abbiamo gi visto che questa era un' obiezione fatta anche agli Epicurei. 3) Cfr. A. Ed. Chaignit, op. cit. pag. 255. 4) Prantl, op. cit. Voi I, pag. 580. 5) Per ottenere queste 10 parti del discorso Nicomaco ed i Pitago* rici vi facevano entrare il nome appellativo [Ti^oor^^oplT.) e la parti- cella espletiva (Tiap uy^p-oiia, Cfr. Chaignet, op. cit. pag. 305. 60 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ratiere tutt' affatto estrinseco fatte da Boeto tra vo- caboli tautonomi ed eteronomi, di cui i primi erano suddivisi in omonimi e sinonimi, ed i secondi in eteronomi in senso stretto, ed in polionimi e paro- nimi 0, e quando noi aggiungessimo quanto poco originali si sieno in genere mostrati i Romani anche a proposito della filosofia del linguaggio, noi avre- mo detto tutto quanto ci pu interessare. vero che Cicerone come gi prima Varrone -), e Quintiliano dopo ^), in parecchi luoghi parla della dialettica e de' suoi uffici ^), vero che egli, come anche Quin- tiliano '"), riconosce tutta V importanza dell' etimolo- gizzare per la definizione perch ex vi nominis argii- mentiim elicitiir '^), ma una vera dottrina sul lin- guaggio noi possiamo ben dire che il genio romano non ha saputo darci in modo alcuno, mentre la co- scienza religiosa popolare, come al solito, interpret anche il fatto del linguaggio come opera degli Dei e specialmente di Mercurio '^). Dalle scuole eclettiche, di cui abbiamo teste fatto parola, passiamo ora a far rapido accenno a quanto 1) PRANTL, op. Cit. pag. 547. 2) Cfr. su Varrone ISIDORO, Origines, li. 23. 3) Quintiliano, Inst. XH. 2. 4) Cfr. Cicerone, Brutus 417 ; Acad li 58 ; Top. II 6 ; T^e Orat. II, 38 ; De Finibns I, 7, 22. 5) Quintiliano, Inst. I, 6, 26 ; V, 10. 58. G) Cicerone, Top. VIII, 35; e Acad. II. 18, 56. Cfr. Prantl, op. pag. 517. 7) Cfr.-S. Agostino, De Civit Dei, VII, 14, e Zeller. op. cit. IV- 67. Tutte !e favole intessute nell' antichit classica per spiegare 1' ori- gine del linguaggio si trovano lucidamente riassunte dal Vico (VICO, Scienza nova, ed. cit. pag. 261 e 293 e sgg.). IN FILONE 61 in relazione al nostro argomento hanno pensato e Filone ed il Neoplatonismo. Di Filone inutile che noi richiamiamo la soluzione mistico -razionali- stica data da lui al problema gnoseologico, solo ricordiamo come il medesimo ammettesse neh' anima due parti, 1' una irrazionale, e muta (Xovov), 1' altra invece razionale e dotata di voce ('fojvY^v). anche quella per concorre alla formazione del linguaggio nella sua parte fisiolgica, in quanto questa fun- zione della vita : il vero principio per della parola data dallo spirito, perch il linguaggio non gi solo un suono, ma sibbene un suono a cui si connette un pensiero che si vuol comunicare agli altri, e che talvolta esce incoscientemente come nelle esclama- zioni ^). In virt di tal privilegio 1' uomo impone lui stesso i nomi alle cose, il che fa nel medesimo i- stante in cui le concepisce nella loro natura, nella loro essenza e nelle loro propriet. Perci la conce- zione delle cose si confonde per cos dire, o per lo meno intimamente legala alla parola, e quindi, con- clude Filone, rinnovando un pensiero degli Stoici e di Epicuro, a cui per egli giunto per vie ben diverse, il linguaggio esprime esattissimamente le cose e le loro propriet specifiche -). 1) Abbiamo gi visto che anche Aristotele dava importanza speciale alle esclamazioni, le quali dal Vico furono poi considerate come una delle manifestazioni prime del linguaggio umano (Giambattista Vico, op. cit. pag. 289). 2) Le dottrine suesposte di Filone sono da lui svolte nell'opera sua : De mundi opificio ; la conclusione riportata snona cos in Filone : s'i'^sa'.vo'jaa xc T(v O-ox'.usvcov iTr^xa^ [.ia Azx.d-r,v'X'. xs y.a vor^iVr^vai, Cfr. A. ED. Chaignet Voi. HI. op. cit. pag. 467. 62 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Per ci che riguarda il Neoplatonismo, diciamo subito che grandissima fu l' importanza che ebbe specialmente Porfirio in tutta 1' et di mezzo, dovuta in gran parte alla traduzione che della sua : Etaavovr^ lU zac 'Arj'.aTOTsXooc VvarY^vcif^iac. detta anche, Tisr ^vrs zovOv ^), fece Boezio : d' altra parte noto che la famosa lotta cos lungamente contesa, come vedremo pi avanti, nel M. E. fra Nominalisti, Reali- sti e Concettualisti storicamente prese origine diretta da un passo appunto di tale opera, in cui Porfirio si era accontentato di porre i termini del problema, senza per nulla indugiarsi e risolverlo. Orbene an- che a proposito della questione del linguaggio il grande scolaro di. Plotino esercit poscia una grande influenza, prima di tutto perch per opera sua si rinsald definitivamente il contatto gi stabilito da Aristotele e dagli Stoici tra filosofia del linguaggio e le disquisizioni logiche, avendo egli considerato lo studio dell' Organon di Aristotele come un' in- troduzione necessaria alla filosofia di Platone, in secondo luogo perch avendo egli nella questione sopra i rapporti del linguaggio scritto ed orale col pensiero dato un grande peso alla percezione interna gi preformata dei concetti, s da stabilire, come dice Boezio -'), tre specie di discorsi od orazioni, una 1) Le cinque voci, di cui parla Porfirio, e che ebbero poi tanto se- guilo nella storia della logica (e per convincersene basterebbe pensare alla .grande importanza che ad esse d Marciano Cappella nella sua A rtes liberales ) sono : genus, forma, differcnto, accidens, proprinm (cfr. C. Prantl, op. ct. Voi, I pag, 674.). 2) Boezio, De Inferprct II, 12. NEL NEOPLATONISMO 63 qiiae litteris contine tur, secunda qiiae verbis ac no- minibiis personat, tertia quam mentis evolvit intel- lectuSy diede luogo in modo diretto a quella conce- zione della lux interior di cui parla S. Agostino, la quale a poco a poco si trasform nel sermo inte- rior di alcuni Padri e degli Scolastici. Dopo. Porfirio ed i suoi seguaci pi nulla ab- biamo nella filosofia antica ellenica, che valga la pena di essere ricordato : la logica s' and man mano impaludando nel puro campo formale, e se ancora si continu degli ultimi commentatori di Aristotele a discutere intorno alle distinzioni di opo; 'sL'j'.z. ovojxa, pf^jxa. '-')) ^o si fece in modo che nes- suna scintilla di pensiero rigeneratore e costruttore brillasse e si tramutasse alla sua volta in impulso per speculazioni ulteriori. Solo Giamblico continu a sostenere V origine naturale ed il significato neces- sario dei vocaboli, mostrandosi anche in ci se- guace di Platone e di Filone, e contro Aristotele, la di cui teoria sulla significazione ad placitum delle parole era stata in tempi a Giamblico pi vi- cini ripresa e sostenuta da Galeno-). Ormai il Cristianesimo e come religione e come fatto sociale aveva gettato nella sfera del pen- siero riflesso nuovi fermenti di speculazioni e di vita. Tolto di mezzo ormai il tentativo di Filone di congiunzione del pensiero ellenico col Giu- 1) Prantl. op. cit. Voi. I. paj;. 651. 2) Cfr. in proposito GIAMBATTISTA VICO, Principii di scienza nova ed. cit. pag. 259 e 276. 64 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO daismo, e pi tardi lo sforzo del Gnosticismo a che tale congiunzione si facesse col Cristianesimo, il pensiero cristiano a poco a poco si eresse libero e fiero per contendere le posizioni occupate ancora da Scettici, Eclettici , Neopitagorici e Neoplatonici ; in ci esso riusci a qual prezzo e con quel van- taggio di contenuto lo vedremo, sempre a pr' del nostro argomento, pi avanti. PAKTE II La filosofia del ling^^SE'^ Isella Patristica Capitolo III. La filosofia del linguaggio nella Patristica in rapporto al problema storico delle origini Sommario: Motivi generali e particolari per cui una vera filosofia del linguaggio non si svolta nella Patristica. La questione storica della lingua primitiva quale fu posta dai Padri. L' opinione della priorit della lingua ebraica ed argomenti pr e contro la mede- sima. La questione dell' origine divina ed umana del linguaggio. Soluzione platonica- stoica del problema sulla natura della parola. Come fu spiegato I' intervento divino nella produzione del di - scorso umano. Contesa tra Eunomio e Gregorio di Nissa. Ben profonde sono le distinzioni tra Patristica e Scolastica, come profonda la differenza tra la tattica di chi sta per conquistare un paese nemico, e quella di chi cerca di, organizzare secondo ogni ordine civile e politico le conquiste fatte. La Patri- stica infatti, ben diversamente dalla Scolastica, di cui avremo occasione di parlare pi avanti, ha anzi- tutto, come ben dimostra il Wulf ^), un carattere frammentario, appunto perch i suoi atteggiamenti sono determinati dalle diverse contingenze di tempo di luogo, di minaccia, di offesa e di difesa, in cui essa si trovava. Mostrare quale sia il dogma, difen- 1) M. De Wulf, Histoire de la Pliilosop/iie medievale, 2. ediz Lonvain 1905, pag. 93. 68 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO derlo da ogni attacco dell' eresia, o da ogni com- promesso col Giudaismo e col Paganesimo, conser- vare in mezzo a divergenze pericolose 1' unit di disciplina nel governo della Chiesa, ecco gli scopi di quei primi scrittori del Cristianesimo, i quali per- ci la filosofia posero senz' altro al servizio del dogma, non solo in relazione al primato della dogmatica sul pensiero riflesso , dovuto al pri - mato della rivelazione sulla ragione , ma anche per lo scopo di trarre da quella unicamente i soc- corsi e gli appoggi per la migliore spiegazione ed accettazione di questo. evidente che cos essendo le cose non ci poteva essere unit nello svolgimento di tutta la Patristica ; manca infatti della medesima una sintesi filosofica , come invece pi tardi si ebbe e potente una sintesi filosofica scolastica ; si po- sero, vero, allora alcuni principii, che diventa- rono tosto e si perpetuarono poscia come il centro di ogni palpito di speculazione cristiana, le dif- ferenze nella quale furono in rapporto appunto alla lontananza maggiore o minore da quel centro ; ci furono inoltre argomenti che quasi da tutti in quei primi secoli di fervore e di lotta furono trattati con abbastanza coerenza ed uniformit di deduzioni, ma anche tale coerenza, oltre che dai rapporti inevitabili che esistono ed esisteranno sempre tra un certo nu- mero di questioni religiose ed alcune esigenze della filosofia, era determinata da una non minore coe- renza neir attacco e nel!' offesa da parte dei nemici ed interni ed esterni della nova religione di Cristo. NELLA PATRISTICA IN GENERE 69 per questo che la scelta degli argomenti tanto negli apologisti quanto nelle prime scuole cristiane di Occidente ed Oriente il pi delle volte indipen- dente dagli autori, i quali li trovavano, per cosi dire, belli e preparati dalle movenze dei nemici, che per un elementare principio di tattica non si potevano lasciar senza risposta. E le risposte venivano infatti, pronte, rigide, veementi e contro il Paganesimo, che, agonizzando nella sua configurazione ideale tentava negli aneliti dell' agonia gli ultimi sforzi per non morire del tutto, e contro il Gnosticismo, che, come protesta della religione, della scienza e della filoso- fia del mondo pagano contro 1' universalit della fede e della morale, contro 1' uguaglianza dei doveri e dei diritti per tutti gli uomini promulgati dal Cristo e da suoi seguaci, tent appunto di strozzare il Cristianesimo nella sua povera culla, e contro tutte le altre -eresie, che in ogni parte del mondo cerca- vano rompere queli' unit di disciplina e di pensiero, da cui solo poteva derivare il trionfo completo. E si noti contrasto delle cose : il fermento primo di si aspra per quanto naturale opposizione al Cri- stianesimo stava in gran parte nella tradizione del pensiero filosofico antico , specialmente platonico e neoplatonico ; orbene anche la Patristica, che si svolse appunto in un tale periodo di civilizzazione cos imbevuto di idee greche, all' influenza di queste non pot sfuggire, pur tentando essa co' suoi rap- presentanti migliori e specialmente cogli spiriti magni della scuola catechistica di Alessandria Clemente ed Origene e poscia con S. Agostino di indirizzare 70 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tanto tesoro di sapienza antica verso i nuovi de- stini indicati da Cristo, e da quanti il suo pensiero avevano per i primi interpretato e spiegato. Potevan ben e Lattanzio ^) e Tertulliano -) colla rigidit e 1' esclusivit del loro pensiero opporsi a tutto ci, e maledire quasi 1' antica filosofia greca ; questa pigliava non di meno la sua vendetta allegra, perch di essa era ormai impregnata 1' aria tutta che si respirava, di essa ormai parlava qualsiasi palpito di vita, avendo essa ormai segnato quelle traiettorie, che qualsiasi speculazione riflessa per esser e rima- ner tale doveva per forza seguire. Or cos stando le cose, come si presenta a noi la Patristica in rapporto alla questione che ci ri- guarda, e cio in rapporto alla filosofia del linguag- gio ? Per rispondere a tale domanda dobbiamo anzi- tutto considerare il fatto che essa era per nulla di natura tale da richiamare a s le menti dei primi scrittori e pensatori cristiani, perch nessuna insidia vi si annidava,* che il Paganesimo potesse offrire a propria difesa contro il Cristianesimo, e nessun pericolo a cui questo si dovesse opporre. Gi lo si detto, la Patristica nel suo svolgimento non fu in gran parte, e specialmente nei primissimi secoli, che un ininterrotto gioco di controtattica contro gli assalti dei propri nemici, siccome questi dall' argo- 1) LATTANZIO, Diviiae insiitiitiones, Libro III, cap. 21, 22 (MiGNE, Pai. Lai. VI pag. 417). 2) Tertulliano, per esempio, chiamava Platone : omnium haeretico- rum condimentariam (Cfr. Tertulliano, De anima cap. 23 (Migne Pat. Pat. W, pag. 729). NELLA PATRISTICA IN GENERE 7 1 mento del linguaggio ben poco vantaggio alla pro- pria causa potevano trarre, di esso non usarono, e su esso perci la Patristica ben poco ebbe a che pensare e decidere. D' altra parte badiamo bene : in fondo in fondo neir economia del sapere antico le ricerche riguar- danti il linguaggio non erano speculazioni, dire- mo cos, d prima necessit, ma sebbene specula- zioni quasi di lusso. Solo con Platone esse assun- sero un' importanza maggiore di quello che per s potevano avere, perch fatte allo scopo evidente di rendere pi lucida e tersa la soluzione del pro- blema gnoseologico ; dopo di lui, dopo gli accenni troppo fugaci di Aristotele ed accanto alle tendenze troppo astratte degli Stoici, esse ebbero una svi- luppo originale con Epicuro, ed i suoi, ma Epicuro ed i suoi furono come i grandi scomunicati dell' Ellenismo, e la congiura del silenzio, che tanto presto travolse, per esempio, Lucrezio, dur anche pi tardi nei secoli. Dopo Epicuro la questione del linguaggio troppo supinamente un il proprio de- stino con quello della logica e della grammatica. Ora evidente che non di logica o di gramma- tica potevano discutere quei primi scrittori cristiani, che la propria fede, condivisa con tutto V entusiasmo e con tutto il candore compatibile coli' anima umana, vedevano offesa in nome di speculazioni ben pi profonde e feconde ! per questo che mentre la Patristica ha trattato, per esempio, dei demoni, del XYoc. del ::v50>xa. per non parlare che di argomenti speciali, appunto perch la diversa interpretazione 72 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO data sopra tali questioni dai filosofi non cristiani passati e contemporanei potevano in modo imme- diato essere d' ostacolo all' ortodossia, ed impulso air eresia, non ha trattato se non incidentalmente del linguaggio, appunto, perch nessuno effetto d'or- dine pratico sarebbe da una tale discussione deri- vato. In base ai tali motivi finora ricordati ben pos- siamo dire che per gli scrittori di quei primi secoli di nuovo fervore religioso e sociale, dato che tanto sot- tile era il filo della tradizione classica sui problemi linguistici, il linguaggio doveva in un certo senso apparire un' altra volta cos stretto e compenetrato alle cose ed ai concetti da non poterlo considerare astrattamente come un mero segno estrinseco, del quale vi fosse da dire chi 1' avesse inventato e come altri r apprendesse. Il D'Ovidio pensa che tale fossero le condizioni, in cui si trovava chi in modo cos frammentario ed incerto del linguaggio ha parlato al principio del Genesi ^), orbene qualche cosa di si- mile si pu pensare anche per gli apologisti^ ed i primi Padri, i quali pure sempre si trovavano nelle condizioni di dover tendere a qualche cosa di ben pi concreto di quel che fossero per se stesse le parole. Si aggiunga poi che in relazione alle domande pili facili ed elementari che la ricerca sul linguaggio poteva far sorgere, specialmente per ci che riguarda la sua origine, gi le Sante Scritture rispondevano in 1) D. Ovidio, op. cit. pag. 490. NELLA PATRISTICA IN GENERE 73 modo che, per quanto magro ed incerto in se stesso metteva per in evidenza alcuni principii su cui r accordo non manc tosto a formarsi. Conside- riamo per esempio ci che si legge al principio del Genesi '), Dio avrebbe egli stesso imposto il nome alla luce (ym) ed alle tenebre (laylh). Ci noi possiamo benissimo spiegare pensando, come dice il Minocchi '-) che secondo la filosofia ingenua del linguaggio presso gli antichi popoli ") solevasi pensare e dire che il nome di una data cosa fosse non un' espressione relativa e soggettiva, come diremo noi, ma bens una designazione della sua propria essenza: ognuno perci degli antichi popoli era propenso ad affermare che la sola sua lingua fosse r essenziale e precisa designazione delle cose e che invece le lingue d' altri popoli fossero altret- tante designazioni del vero linguaggio, come per balbuzie. Il concetto di lingua barbara e di popolo barbaro, (alla lettera balbuziente), si riscontra infatti non meno tra i Greci ed i Latini che fra i Babilo- nesi e gli Ebrei '). E perci che lo scrittore sacro si adatta all' esigenze popolari della scienza con- temporanea, dicendo che Iddio stesso pose quei 1) Genesi, 1, 5. 2) S. Minocchi, Genesi, cap. i (Studi Religiosi, Gennaio -Febbraio 1907 pag. 8). 3) Osserviamo ciie ci non avveniva solo nel pensiero dei popoli, 1' o- rigine divina del linguaggio abbiamo visto accennata anche nel Cratilo di Platone, in cui si afferma pure la naturalezza dei vocaboli, nel senso che essi esprimono la natura delle cose, come sostennero poscia anche ed Epicuro, e gli Stoici, e Filone. 4) Cfr. Salmo CXIV. 1. 74 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO nomi, di cui si parlato. Evidentemente queste con- siderazioni, che potremmo in modo analogo ri- petere anche per l' imposizione dei nomi fatti da Adamo, e per la confusione delle lingue avvenuta dopo la torre di Babele, non erano fatte dai primi scrittori cristiani, a tutt' altre cure rivolti, i quali perci accettavano fedelmente e senza discutere o discutendo in modo tutt' affatto superficiale ed inci- dentalmente quanto la Scrittura diceva in proposito. Anche pi tardi, nei secoli cio della Scolastica, come vedremo, il racconto biblico coi suoi tre punti fondamentali : 1' esplicita affermazione cio che la molteplicit degli idiomi fosse stato un castigo di Dio, e gli impliciti sottintesi che il parlare fosse una facolt primaria ed immediata dell' uomo e che la favella prima fosse stata 1' ebraica ^), fu sempre il punto di partenza per la speculazione d' ordine lingui- stica, il che avvenne anche per Dante, che pur fu cos ardito e geniale nelle sue dottrine sulla lingua. Tali sono i principali motivi, per cui noi pos- siamo affermare non esservi stata una vera filosofia del linguaggio, nel vero ed esteso senso della pa- rola, in tutto lo svolgimento della Patristica ; spunti per qua e l di essa non mancarono, rapidi ac- cenni a speculazioni, che, approfondite, avrebbero a quella per la strada maestra condotto, non sono rari, il che cercheremo appunto di dimostrare, per quanto ci sar possibile, in questa parte del nostro lavoro. 0 Cfr. in proposito FR. OVIDIO, op. cit. pag. 492. IN CLEMENTE ALESSANDRINO 75 Il primo accenno alla questione del linguaggio in scrittori cristiani possiamo trovare in Clemente Ales- sandrino, che nato al principio del III secolo d. C. e successo a Panteno nella direzione della gloriosis- sima scuola di Alessandria, centro allora della scienza cosmopolita, ne' suoi otto libri degli Stromati espose la dottrina di Cristo in relazione al pensiero filosofico antico e contemporaneo pagano, verso il quale pur tanta deferenza egli, come in genere tutti della sua scuola, nutriva. Comincia egli in un passo di quelli a stabilire il numero delle lingue a 72 contrariamente a quanto altri storici, appoggiandosi su un passo del Genesi '), affermavano portandolo a 75 -). Parla egli poi dei dialetti della Grecia, 1' attico, l' io- nico, il dorico, r eolico, ed un quinto comune a tutti, accenna all' opinione di alcuni Greci, tra cui ricorda Platone, del quale pi avanti cita espressamemte il Cratilo, che anche gli Dei avessero un loro dialettp speciale, deducendo ci dai responsi da quelli dati nei sogni e negli oracoli ') ; tocca del bisogno d' or- dine biologico che spinge gli animali a manifestare con segni gli stati loro interni, s da poter essi avere aiuto da quelli della medesima specie ; rifacendosi poi infine in modo evidente a quanto Cicerone af- ferma in uno dei primi capi del libro primo delle Tu- 1) Cfr. Genesi, XLVI. 27. 2) Clemente, ales., Stromatuni, I, 21 (Migne, P. G. VUI paj>. 878 e sgg.). 3) Quest' opinione del linguaggio degli Dei ritorna anche nel Vico nella sua triplice divisione del linguaggio in lingua degli Dei, degli eroi, 0 degli uomini, divisione che corrisponde alla sua tripartizione della storia in genere. (Cfr. VICO, op. cit. pag. 267 e sgg.). 76 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO scalane che gli uomini primitivi, perch pi vicini in ordine alla divinit, da questa furono maggiormente illuminati su alcune verit fondamentali, espone Cle- mente r opinione, convalidata anche questa volta da quanto Platone dice nel Cratilo, a proposito dei nomi ::brj e xv*? ^), che i dialetti barbari sono YVL7.ai, e che in essi i nomi sono posti veramente da natura Tali sono in breve gli accenni al linguaggio fatti da Clemente Alessandrino, accenni che meritano da parte nostra che vi indugiamo sopra alquanto, perch essi ci daranno modo di esporre nel modo pi sistematico possibile ci che per se stesso nes- sun ordine avrebbe. Anzitutto a proposito di quanto afferma Cle- mente in relazione alle 72 lingue, diciamo che esso rappresenta uno dei punti comuni della Patristica, per quanto diverso fosse il motivo, per cui quel nu- mero era giustificato. Alcuni, appoggiandosi su pa- recchi luoghi delle Scritture, lo traevano dalle 72 genti in cui era diviso il mondo, a cui sarebbero stati dati come protettori altrettanti angeli '), altri lo traevano dal numero dei figli di Giacobbe, che entra- rono in Egitto '). S. Epifanio invece lo derivava dal numero di quelli che tentarono di costruire la torre di Babilonia ^), S. Isidoro lo metteva in rela- 1) Cratilo 410 A. B. 2) Le stirpi erano appunto 72, 32 discendenti da Cam, 15 da Sem, 25 da laphet (Cfr. S. Epiphanii, Adv. Hacr Lib I, 3. (MlGNE, P. G. XLl, pag. 674). 3) Cfr. Deutoronomio XXXII. 8. 4) S. Epiphanii op. cit. Lib, I, 1-4 in Migne, P. G. XLI pag. 186. NEI RIGUARDI BIBLICI 77 zione al numero dei seniori, super qiios cecidit spiritiis Dei ') : alcuni finalmente lo ponevano in rapporto alle 72 generazioni che, secondo S. Luca, sarebbero intercorse tra Adamo e Cristo -) Comunque sia di ci, il fatto si che il racconto biblico della torre babilonica fu nella Patristica accettato e tramandato cos com' ; S. Agostino lo amplific con partico- lari angelologici ^), altri particolari vi aggiunse pi tardi S. Prospero d' Aquitania ^), Teodoreto di Ciro lo pose a fondamento delle sue teorie sull' origine delle lingue '), S. Giovanni Crisostomo lo accett per proclamare formalmente la monogenesi del lin- guaggio "), di cui del resto nessuno allora non ha mai dubitato : mentre d' altra parte esso si tramut in argomento per la glorificazione dell' opera di Cristo. S. Massimo '), per esempio, mette in rapporto la divisione delle lingue col ricongiungimento di tutte le genti fatto per mezzo della parola divina di Cristo, e col miracolo di cui si parla negli Atti degli Apo- toli ^) della discesa dello Spirito Santo, per cui gli Apostoli coeperunt loqiii alils lingiiis proiit Spiri- 1) Ctr S. Clemente, Stromatuni, Lib. I cap. XXI, nota (AUgne P. G. VHI pag. 879). 2) S. IRENEO, Adversiis Hacrescs, Lib. Ili, cap. 23. 3) S. Agostino, De Civit. Dei, XVI. 5. 4) S Prosperi Aquitani, De vocatione omnium gcntium, Lib. II cap. 14 (in MlGNE, P. L. LI, pag. 699. 5) Theodoreti, Quaest. in Genesim (in AliGNE P. G. LXXX pag. 166). 6) S. Giovanni, Crisostomo, Doemones non gnbernare mundum, Homil., I. cap. 2 (in Migne, Patrologia Graeca, XLIX pag. 256). 7) S. MAXIMI T.\UR., Sermo, 4 (in A\IGNE, P. L. ILVIII pag. 636, 8) Atti Apost. II, 2-4. 78 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tiis dahat eloqui illis. Anche S. Cirillo Alessandrino ') insiste sopra una tale relazione, per la quale cos anche il fatto della diversit delle lingue assumeva un carattere religioso a maggior gloria dell' opera redentrice ed unificatrice di Cristo e de' suoi disce- poli 0- Col racconto biblico della confusione delle lin- gue, conseguenza della superbia degli uomini, andava per i Padri congiunta la questione della lingua pri- mitiva. Quale cio dei linguaggi umani era stato il primo ad esser parlato dagli uomini ? o per meglio dire, quale era stato il linguaggio di Adamo ? Sulla credenza alla monogenesi delle lingue, non e' era dubbio '), tutto stava a vedere quale fra tutte le lingue si poteva dire 1' originaria, e la risposta era facile ; la lingua matrice era l'ebraica, cio quella delle Sante Scritture, ci dichiarato esplicitamente da S. Ge- rolamo ^), da S. Giovanni Crisostomo ^), ed anche 1) S. CiRYLLi Alexand, Conim. in loelem prophet, I. XXXV (in MIGNE P. G. LXXI pag. 378). 2) Notiamo che i Padri, per meglio giustificare una tale relazione fra la dispersione delle lingue ed il potere miracoloso degli apostoli di parlare qualunque lingua, potevano far appello a parecchi passi delle scritture che di ci contenevano accenni (Cfr. Isaia, XXVIII, II ; Amos, Vili. 11, 12; Ezechiele III, 26; Psal. CXVII. 27; S. Paolo I Cor ^IV, 22, 27, 31). 3) Per ci che riguarda tale argomento anche noi col D' Ovidio (op. cit. pag. 505) crediamo che Dante stesso abbia pensato che l'azione diversificante che ha sulla lingua il suo diffondersi nello spazio non venne in campo che dopo la confusione babelica. 4) S. Gerolamo, Comm. in Sopii, cap. III fin Migne P. L. XXV. pag. 1384). 5) S. Giovanni Crisostomo, Honiilia XXX in Genesim (Migne P . G. LUI. pag. 287). E LA LINGUA PRIMITIVA 79 da S. Agostino '), per quanto il giudizio di questo non sia dato in forma decisiva. A tale opinione per se ne opposero nella tra- dizione patristica altre, quella, per esempio, di Teo- doreto che sosteneva esser prima la siriaca ; Gregorio di Nissa, appoggiandosi su quanto si dice in un passo dei Salmi -), credeva che gli Ebrei abbiano comin- ciato a parlar V ebraico solo dopo V esodo dall' E- gitto '), finalmente altri credevano che la lingua principe fosse P aramaica '^). Efremo di Siria aveva dunque ragione fin da' suoi tempi di dire che solo di alcuni Padri era 1' opinione che la lingua matri- ce sia stata 1' ebraica '). Il curioso si che le diverse risposte date al problema della Ursprache si appoggiavano tutte su ragioni etimologiche. Se per alcuni la lingua ebraica fu la prima, essa per non si chiamava originariamente, cos non essendoci bisogno, S. Agostino che parla ''), di un nome speciale, esi- stendo alle origini una lingua soia ; fatta la di- visione delle lingue, essa assunse quel suo no- me da Eber, al tempo del quale si attu appunto il grande delitto della torre di Babele ; dopo di lui la lingua ebrea si tramand come qualchecosa di 1) S. Agostino, De civitate Dei, XVI. II. 2) S. Gregorio Nisseno, Contra Eunomium, 1, 12. (Migne, P. G. XLV, pag. 997). 3) Salmi, LXXX, 6. 4) Cfr. GURIEL, Elemento lingiiae chaldaicae, Roma 1850, paj?. 1 esgg. 5) S. EPHREMI, App. Siriae, I, 134. 6) S. Agostino, De civitate Df/, XVIU. 39; cfr. anche Deciv.Dei XVI, 11. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO sacro, tanto vero, dice ancora S. Agostino, che Mos dovette nominare alcuni che spiegassero al popolo tutto ci che alla lingua ebraica apparteneva. Ora tutto ci negato da Teodoreto Siriaco, che, pieno r animo delle nobili tradizioni della sua patria, in cui fin dal tempo di Alessandro Magno era pe- netrato il soffio della speculazione greca, e da cui uscirono pi tardi le scintille prime, che illuminarono il sorgere della civilt araba ^), dice invece che i nomi delle Sante Scritture, come quelle di Adamo, Cam, etc. sono di origine prettamente siriaca, perch siriaca era la ling.ua prima dei primi uomini : ed al- lora come si spiega V origine della lingua ebraica ? Cos : essa non una lingua naturale, ma sibbene doctrina et arte comparata, non 'poaiy.T^, ma otoay.r/^. cio Dio don 1' uso di essa a Mos, che la ridusse come a lingua sacra per il codice delle leggi ; per questo che Mos, il grande legislatore, dovy/.xj). di quella degli Stoici che i nomi invece sieno per natura, piimis vocibus res ipsas, qiiibus siint nomina, imitantibus, e, degli Epicurei, secondo cui i nomi sono per natura nel senso che primi homines quasdam voces de rebus ipsis temere ejectarunt ^). Come si vede anche in O- rigene si attu quella parzialit nel giudicare delle teorie di Epicuro, tentando anch' egli di far passare 1) Origene, Adv. Celsum Lib. I, cap. 24. (Migne P. G. Voi. II pag. 242). 84 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO r antico filosofo come un semplice sostenitore dell' origine naturale del linguaggio, e dimenticando cosi tutta la seconda parte della dottrina di lui, gi da noi considerata, parzialit che gi abbiamo visto in Diogene d' Enoanda ed in Proclo. A voler esser giusti, dovremmo anzi dire che anche la prima parte della teorica epicurea sull' origine naturale del lin- guaggio, determinata dal bisogno d' ordine fisiolo- gico e psicologico, si trova nella Patristica molto meglio riprodotta in Eusebio -di Cesarea ^), laddove riportando ed allargando un passo di Diodoro di Sicilia -) e forse avendo sott' occhio anche un altro passo analogo di Vitruvio ^), oltre che i gi citati di Lucrezio, viene efficacemente a descrivere lo stato fermo degli uomini primitivi con queste parole : ciimqiie vocem UH confiisam primum et ab omni si- gnificatione vaciiam effunderent, singiilis paulatim vocibiis articulata proferendis, signisque rerum qiiae occurrebant inter sese constitutis, notam eoriim sibi omnium explicationem interpreiationem fecisse. Jam vero quod coetus eiusmodi ioti passim orbe confla- rentur singulique voces proni cuique temere ac for- tuito visum erat componerent, non eandem idcirco loquendi rationem cum universis communem fuisse. Atque hunc formae linguarum multiplices, primaeque illae hominum societates omnium parentes et capita gentium extiterunt. 1) EUSEBII Caes, Praep. Evang. Lib I, cap. VH. (MlGNE P. G. XXI pag. 54). 2) DiOD. Sic, Bibliot., hist. I, 8. 3) Vitruvio, De Architect., II, 1. E L' ORIGINE DEL DISCORSO UMANO 85 Del Cratilo platonico gi abbiamo visto ac- cenno neir opera di Clemente Alessandrino, di esso qualche secolo dopo parl ancora S. Teodoreto ve- scovo di Ciro, che di quello riporta ed approva al- cune etimologie ^), d' altra parte gi si ricordato -) come nella grammatica medievale sia rimasto il con- cetto dell' esilit dell' /, concetto che eminentemente platonico, come si visto a suo lungo parlando appunto del Cratilo, trov nell' et di mezzo la sua espressione pi efficace in Isidoro di Siviglia ) ; possiamo dire per che un' esposizione chiara della teoria platonife del linguaggio nella Patristica non fu fatta, anche per la difficolt enorme di trovare un filo conduttore in mezzo alle apparenti e reali con- traddizioni di quel dialogo di Platone. Chiara invece appare in Origene 1' opinione di Celso, sul linguaggio solo che quegli, forse per ra- gione di polemica, pone questo tra gli aborriti Epi- curei, ^) mentre in realt Celso fu uno di quei pla- tonici eclettici 0 pitagorici che portarono in avanti gli insegnameati dell' Academia per un giro di tempo ben maggiore di quello che non abbia cre- duto Seneca "'). Celso adunque, secondo Origene, credeva, ed in questo si mostrava piuttosto aristo- telico che platonico, nil referre lupiter dicas an 1) THEODORETl Epis., Gracc. affect. Gap. III. (MlGNE P. G. LXXXIII, pag. 863 e 875). 2) Cfr. del nostro lavoro. Gap. I. pag. 19. 3) ISIDORO, Orig., I, 4. 17. 4) Gfr. A. Ed. Ghaignet, op. cit. Tomo UI, Paris 1890, pag. 191. 5) Seneca, Nat. guaest., VU. 32. 86 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Diespiter art Adonaeus, an Sabaot, an Animus, an Pappaeiis, appunto perch poco importa il suono dei vocaboli, solo interesssando il significato dei' medesimi ^). Alla presenza di tali dottrine degli antichi suH' o- rigine e sulla natura del linguaggio come si compor- tata la Patristica ? e caso mai che cosa ha essa alle medesime contrapposto ? Possiamo anzitutto affer- mare che in genere la Patristica fu contraria all' arbi- trio ammesso nell' uomo da Aristotele per la posizione dei nomi, venendo in proposito ad opinione ben di- versa da quanto in merito a tale questione ammetteva, come vedremo la Scolastica. La Patristica, in altri ter- mini, fu piuttosto per la spiegazione platonico-stoica che non per quella dello Stagirita, per cui invece, e le ragioni le vedremo pi avanti, si dichiar in genere la Scolastica. -) Le parole di Origine in pro- posito sono recise ; Et nane idem repetimiis nominum naturam non esse ad hominum placitiim, ut visum est Aristoteli. Tale predilezione della Patristica per l' indirizzo platonico, che i nomi corrispondono veramente alla natura delle cose, si comprende benissimo, oltre per il rifiorire del Neoplatonismo in quel giro di tempo anche per il fatto che tale indirizzo meglio si accor- dava con un punto comune di tutta la Patristica stessa che cio anche il linguaggio, come tutto il resto, 1) Origene, Contra Celsuni, Uh. V. 2) Avremo occasione a suo tempo di discorrere dell' opinione di Dante in proposito, il quale in un passo della Vita nova (cap. XIII) mostra di accettare la dottrina : nominum sunt consequentia rerum. E l'intervento divino nell'origini 87 viene da Dio. Gi in proposito Origene, rispondendo a Celso, e con lui agli altri epicurei, parla di un occulta quaedam thcologia qiiae iiniversitatis opifici congruat, qua propter nomina sunt efficacia ; questa per una concessione alle antiche superstizioni del Paganesimo, perch quella theologia, di cui parla il grande scolaro di Clemente di Alessandria, riguarda non solo le sacre parole della religione nuova, ma sibbene anche quelle di altre religioni , che usate secondo le superstizioni antiche producevano, per il fatto appunto di essere quel che erano, cose mi- rabili. Pi esplicito, 0 per meglio dire, pi cristiano Eusebio di Cesarea, che a commento di quelle parole che, poco sopra citate, erano state tolte, come si disse, da Diodoro in Sicilia, lamenta appunto che in luogo di Dio si sia voluto in esse parlare di una fortuita quaedam ac sponte odiata huius universi di- sposino, .il che egli ripete anche pi avanti nell' opera sua De praeparatione Evangelii ^) . Contempora- neamente S. Basilio r origine divina del linguaggio chiaramente afferma -) e dopo lui S. Gerolamo ), S. Agostino ^), S. Giovanni Crisostomo '), e molti altri, i quali interpretando in modo letterale il rac- 1) Eusebio Caesar, De prepar. Evang., Lib. H, 3. 2) S. Basilio, Homilia li in Oeut. XV. 9 (Migne P. G. XXXI, pag. 198 3) S. Gerolamo, Comm. in leremiam, Lib. IV, cap. XX (Migne P. G. XXV pag. 839). 4) S. AGOSTINO, De civitafe Dei, VII 25. 5) S. Giovanni Crisostomo, Doenwnes non gubernare mundum Hom., I cap. 2. (MIGNE P. G. XLIX pag. 24G). LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO conto biblico dell' imposizione dei nomi da parte di Adamo a tutte le specie di animali, hanno veduto in ci r opera evidente di Dio ^). Vero, si che il gi citato S. Basilio in un suo discorso ') chiama il linguaggio munas naturale, la quale espressione si pu benissimo spiegare pensan- do non solo alle parole sulla naturalit del linguag- gio che S. Basilio gi poteva leggere in S. Clemente in rapporto appunto alle teorie degli antichi filosofi in proposito, ma probabilmente anche a quanto nei tempi antichi aveva narrato Erodoto, accogliendo nelle sue storie ^) V episodio del re egiziano Psam- metico , il quale volendo sapere quale fosse la prima parola, che naturalmente poteva uscire dalla bocca di un bambino, per poter decidere quale fosse la nazione matrice, seppe che un bambino, mandato in una solitudine con una nutrice muta, pronunci per prima la parola Bxxoc, che in linguaggio frigio vuol dir pane ^). Abbiamo detto che molto probabil- mente la conoscenza di questo aneddoto pu aver determinato il grande Basilio, eruditissimo luminare della Cappadocia, a credere naturale il dono del linguaggio, e tale probabilit la deduciamo per ana- logia del fatto che 1' aneddoto suggestivo di Ero- 1) Cfr. B. Pererio, op. cit. Tomo I, Lib. V, pag. 202. 2) S. Basilio, Senno n De Doctrina et admonitione (MIGne P. G. XXXn pag. 1134). 3) Erodoto, Historiae U, 2. Di casi pressoch simili avvenuti in tempi moderni discorre a lungo lo Steinthal (Steinthal, Ursprung der Sprache, Berlino 1888 pag. 277-281). 4) Sul valore di tale e consimili esperimenti cfr. D' OVIDIO, op. cit. pag, 491 e sgg. E l'ipotesi tradizionalistica 89 doto ci tramandato anche da Tertulliano '), il quale pure, volendo poi spiegare 1' origine del linguaggio, fa derivare questo, secondo il suo grande principio : magistra natura, anima discipula, dalla natura stessa ') Comunque per sia di ci, non si deve credere che le espressioni e di Basilio e di Tertulliano sieno in contraddizione all' opinione comune dell' intervento divino neir origine del linguaggio, Tertulliano stesso ci toglie qualsiasi dubbio su ci, quando nel passo stesso citato chiama Dio magister ipsius naturae ; se questa adunque ha operato immediatamente nella for- mazione del discorso umano, in modo mediato 1' ori- gine di questo si deve per sempre attribuire a Dio. Ora tutta la questione sta a vedere come i Pa- dri potevano o sapevano spiegare tale intervento di Dio nella produzione della favella dell' uomo. Il Re- nan ha affermato che l' ipotesi tradizionalistica, per cui il linguaggio sarebbe stato infuso da Dio, sicch r uomo da questo avrebbe insieme ricevuto e rice- verebbe ed essenza e parola, tradizionale nella teologia cristiana ') ; orbene, per ci che riguarda il periodo patristico, dobbiamo assolutamente negare che ci sia, che anzi durante un tale periodo ab- biamo argomenti per dire come una tale ipotesi sia anzi stata solennemente oppugnata. Gi S. Agostino afferma che l' imposizione dei 0 Tertulliano, Ad nationes, Lib. I cap. 8 (Migne P. L, Voi I, pag. 284. 2) Tertulliano, De testimonio animae, cap. V (Migne P. L. I, pag. C89). 3) Renan, Origine da Langage, Paris 1858, pag. 8. 90 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO nomi opera della ragione umana, e lo afferma in modo esplicito, ecco infatti le sue parole ') : Illud quod in nobis est rationale, id est, qnod ratione uti- tur et rationabilia vel facit vel seguitar, quia naturali quodam vinculo in eorum societate astringebatur, cum quibus UH erat ratio ipsa communis, nec homini homo firmissime sociari posset, nisi colloquerentur atque ita sibi mentes suas cogitationesque quasi refun- derent, vidit esse imponenda rebus vocabula, id est significantes quosdam sonos : ut quoniam sentire ani- mos silos non poter ant, ad eos sibi copulandos sensu quasi interprete uterentur. Nel grave dibattito per avvenuto nel IV secolo tra Gregorio di Nissa ed Eunomio si rileva meglio r opposizione a qualsiasi tendenza tradizionalistica in proposito. Eunomio ebbe, com' noto, una grande impor- tanza nella storia del pensiero religioso cristiano, perch egli fu grande fautore dell' omoioousia cio delle sola somiglianza tra il Figlio ed il Padre, contro la dottrina dell' omoousia, cio parit di na- tura tra quello e questo, sostenuta con tanto calore dai Padri dell' ortodossia. Per ci che riguarda il nostro argomento noi possiamo dire essere stato Eunomio un seguace quasi fedele di Filone 1' ebreo, dal misticismo del quale molto probabile abbia direttamente attinto le proprie opinioni sul linguag- gio, data r influenza storicamente provata di Filone sullo svolgimento del pensiero ulteriore, e special- 1) S. Agostino, De ord. Il cap. 12. NELLE DOTTRINE DI EUNOMIO 91 mente sul misticismo neoplatonico nel secolo IV, r et appunto di Eunomio, pienamente in fiore/ D' altra parte egli pu essere considerato come un lontano antecessore della teoria tradizionalistica, che affermatasi gi in alcuni teologi dopo il Rinasci- mento '), trov la sua pi completa espressione nel De-Bonald del quale sono le parole : // est nces- saire qiie V homme pense sa parole avant de parler sa pense -), appunto perch il a falla que le cra- teiir donnt a V homme et V instrument de la parole et la manire de V empio yer et de s' en servir'). Opinione pressoch simile era fin dal secolo IV manifestata da Eunomio, il quale pure era favore- vole ad una soluzione ultra naturale del problema delle origini del linguaggio : i nomi, egli diceva, sono come 1' essenza delle cose, quindi dipendono anch' essi direttamente da Dio ^). La tesi contraria di S. Gregorio era cos da lui stessa riassunta : Nos asserimus nomina ad res declarandas et signifi- candar fiumana sollertia inventa esse ^), a cui per- fettamente corrispondono quest' altre : inventio ver- borum singulorum ad rerum significano nem a nobis 1) Cfr. Steinthal, Ursprung der Sprache, Berlin 1888, 4 Aufl. pag. 45. 2) De Bonald, Lgislatiom primitive, Paris 1803, parte I, pag. 54. 3) De Bonald, Grammaire generale, Paris 1799, parte l. pag. 117. 4) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, Lib. XM. (Migne P. G. XLV, pag. 906). 5) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, Lib. XII. (Migne P. G. .XLV, Pag. 963) 6) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, Lib. XII. (Migne P. G. XLV, pag. 990) 92 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ipsis excogitata est''). Gli argomenti portati in campo dal santo per ribattere la tesi dell' avver- sario a vantaggio della propria, sono di due or- dini, e cio naturali e teologici ; i naturali sono trat- ti dalla costituzione dell' uomo : in fondo la spie- gazione ultrarazionale di Eunomio che il linguaggio sia stato infuso da Dio neir uomo, spinta a suoi estremi limiti, portava alla conseguenza che i nomi potevano essere preesistenti all' uomo 0, ora il santo aveva buon gioco nel rispondere che per la pro- nunzia delle parole ci vogliono organi e che perci : proprium est corporeae naturae per verba cordis et a- nimi sensiis emmtiare~), tanto vero soggiunger pi tardi Teodoreto ^), che in cielo non esister pi linguaggio, come concepito ed attuato da noi. Gli argomenti d' ordine teologico erano escogitati in contrapposizione a quanto affermava Eunomio sul discorso attribuito dalle Scritture a Dio : se que- sti ha parlato, concludeva egli, vuol dire che la parola qualche cosa che appartiene a Dio, e di cui questi pu disporre a vantaggio di altre crea- ture ^), al che S. Gregorio risponde che le parole di Dio non sono che divinae voluntatis indicatio- nes, aliter atque aliter ratione eoriim qui gratiae fi- 1) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, Lib. xn. (Migne P. G. XLV, pag. 966). 2) Gregorio, Nisseno, Cantra Eunamium, Lib. XH. (Migne P. G. XLV, pag 979). 3) Theodoreti, //z^erp. Epist. I ad Carinth. cap. XIV. (Migne, P. G. LXXXH, pag. 335). 4) Gregorio Nisseno, Cantra Eunamium, Lib. XH. (Migne, P, G. XLV. pag. 998). E LA CONTESA FRA EUNOMIO E GREGORIO 93 iint partlcipes, sanctonim puro et ratio nes tenenti principatiim intellectni illucesccntes . Se adunque Mos ha parlato del linguaggio di Dio, lo ha fatto non in rapporto a reali discorsi di lui, che in modo ben diverso avr manifestato i suoi divini voleri, ma sibbene propter pnerilem imbecillitatem eorntn qui ad Dei cognitionem adducebantur. D' altra parte dove mai Mos dice che Dio diede il codice completo del linguaggio umano ^) ? Si deve dunque ritenere, con- cludeva il santo scrittore, che Dio non infuse gi il linguaggio beli' e fatto in noi, ma sibbene fece r uomo come capace di ogni scienza cos capace anche di discorso '-). Parr a prima vista che questa soluzione data al problema delie origini del linguaggio da Gregorio di Nissa sia in opposizione a quanto si affermava poc' anzi suir interpretazione piuttosto platonica che aristotelica data dalla Patristica in genere della na- tura dei vocaboli, ora ci non in realt, giacche se pur vero che Gregorio ammetteva il linguaggio come opera ed invenzione logicae humanae facul- tatis "), nel che egli sembrerebbe un seguace della spiegazione di Aristotele sul linguaggio posto ad placitum hominis, aggiunge per tosto queste parole : res autem secundum naturam et vim cuique inditam 1) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, cap. XU (Migne P. G. XLV pa^'. 1002). 2) Gregorio Nisseno, Cantra Eunomium, cap. XII (Migne P. G. XLV pag. 990). 3) Gregorio NIsseno, Cantra Eunamium, cap. XII (Migne P. G. XLV pag. 994). 94 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO significative voce aliqiia nominantur, colle quali pa- role evidente che anche Gregorio di Nissa, nel dare ragione della parola, segue l' indirizzo di Pla- tone, seguito poi in certo qual modo dagli Stoici ed anche da Epicuro, che le parole sono veramente per natura, perch vi un nesso reale tra suono, con cui esse si esprimono, e la cosa, che da esse vien nominata. Capitolo IV. La filosofa del linguaggio in rapporto alla psicologia patristica. Sommario : La questione del linguaggio ne' suoi rapporti psicologici. Il linguaggio dell' uomo e la manifestazione dei sentimenti nei bruti. Elementi fisiologici nella produzione dei suoni. Ele- menti psicologici del linguaggio e loro rapporto colle facolt dell' anima. 11 sermo interior secondo la Patristica. Rapporti tra linguaggio interno ed esterno, e rapporti tra pensiero e parola. La questione del linguaggio ne' suoi rapporti morali. Quanto nel capitolo precedente si detto tutto quanto la Patristica ha saputo o potuto esco- gitare intorno alla questione del linguaggio consi- derata nel suo aspetto storico ; vediamo ora che cosa essa ha saputo o potuto dire intorno al mede- simo argomento considerato ne' suoi riguardi psi- cologici , cio nei suoi rapporti col pensiero : siamo qui in un campo che pi direttamente tocca la cos detta filosofia del linguaggio, riguardando questa sopra tutto le relazioni del linguaggio col problema in genere della conoscenza. Abbiamo visto a suo luogo come il Cratilo di Platone si debba interpretare come una prepa- razione alle teorie delle idee ; essendosi, infatti in esso mostrato che dalle parole non si pu cono- 96 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO scere la natura delle cose, vi si veniva esplicitamente ad accennare ad un altro criterio di conoscenza, alla teoria cio delle idee. evidente che, cos in- terpretato, il Cratilo risolveva una questione che rimaneva pregiudiziale anche per quegli scrittori della Patristica, che ammettevano la teoria delle idee e con essa 1' altra teoria della reminiscenza come spiegazione delle origini delle idee stesse, e della conoscenza che noi possiamo avere di esse, hiten- diamo soprattutto parlare di S. Agostino, il quale, come noto, dapprima si era appunto risolutamente pronunciato in favore della reminiscenza platonica ^). vero che pi tardi egli ritratt tale sua ideologia '), il che fece per respingere la teoria platonica della preesistenza delle anime, restando per sempre per- suaso dell' innatismo delle idee, spiegando questo 0 per r intervento successivo di Dio, a misura che la nostra intelligenza si svolge, o per un' azione unica del medesimo, che al momento dell' unione del- l' anima col nostro corpo avrebbe deposto in quella un tesoro latente di sapere % Sotto un tale punto di vista, cio direttamente dal problema fondamentale dell' origine delle idee, ben avrebbe potuto la questione del linguaggio, considerata sempre ne' suoi riflessi psicologici, es- sere attaccata nel suo punto sostanziale, invece cos non fu : la Patristica infatti per essere coerente 1) S. Agostino, De gnantitate animae, 20. Cfr. De Trinitate, XH, 15. 2) S. Agostino, Re t rad., I, 8. 3) Cfr. F. Martin, Saint Augustin, (Los grands philosophes), Paris 1901, pag. 5. ED I SEGNI NEGLI ANIMALI 97 alle ragioni della sua esistenza, di cui gi si di- scorso un po' addietro, anche la questione del lin- guaggio affront in modo accidentale e saltuario, man mano la foga della discussione e soprattutto r entusiasmo della fede offriva il destro. Anche qui 1' impulso primo a trovare quel filo, che possa unire le frammentarie speculazioni dei Padri suir argomento che e' interessa, ci offerto, come gi per la parte storica di esso, da S. Cle- mente di Alessandria. Egli infatti nel passo gi ci- tato in altro luogo parla di ^lazToi X^m C^wv, del che fa accenno in un passo, riportato da Ori- gene *), anche Celso, il quale al sistema di segni, ricordati da S. Clemente, in uso tra gli elefanti, scorpioni ed alcuni pesci aggiunge i colloqui de- gli uccelli. Una manifestazione adunque di ci che si attua dentro possibile anche negli animali, solo neh' uomo per essa, associandosi alla riflessione pu assurgere all' importanza di discorso, cosicch la differenza tra questo e quella la stessa che S. Agostino con molta precisione dimostra esistere tra il modo di conoscenza degli uni ed il modo di cono- scenza degli altri. -). Ci chiaramente affermato da S. Basilio, il quale mette benssimo in confronto r elemento, diremo cos, fisiologico del linguaggio col di lui elemento psicologico. Quello non asso- . Ultamente necessario al linguaggio, tanto vero 1) Origene, Contra Celsnm. IV. (Migne, P. G. XI, pag. 222). 2) Cfr. S. Agostino, De civitate Dei, XI, 27. 98 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO che si constaremus anima nuda statini certe cogita- tioniun ope inter nos congrederenmr,^) colle quali parole sono in rapporto quelle altre di Origene, con cui si afferma, come gi aveva fatto Aristotele, che si possono talvolta proferire suoni senza che abbiano significato alcuno, mentre anche possibile di- scorrere intra nos ipsos, senza pronunziare parola al- cuna'), il passo gi citato di Teodoreto, in cui si sostiene che in paradiso i linguaggi si renderanno perfettamente inutili, e le parole di S. Agostino, in cui si spiega il modo col quale possa parlare Iddio non gi per corpus et interposito corporaliiim lo- coriim intervallo, sed ipsa veritate, si qiiis idoneiis sit od audiendum mente non corpore''). Finch per si su questa terra, dove 1' uomo rimane sempre un composto di anima e di corpo '^), anche 1' elemento fisiologico ha la sua importanza, che la Patristica riconobbe con Nemesio, per e- sempio, il quale nel suo trattato di Psicologia De natura hominis, parla appunto degli instrumenta vo- cis, fra cui egli cita et museali qui intus sunt in mediis lateribus et thorax, et palmo, et aspera ar- teria, et larynx, et horum maxima quod cartagilo- nosum est, et nervi recurrentes, et lingula, et os, et 1) S. Basilio, HomiUa in Deut. XV, 9. (Migne, P. G. XXXI, pag. 198). Opinione pressoch di simile gi abbiamo visto in Aristotele, e vedremo pi tardi nella Scolastica. 2) Origene, Comment. in Ioannem, U, 26 (Miqne, P. G. XIV, pag. 170). 3) S. AGOSTINO, De civitote Dei, XI, 2. 4) Cfr. S. Agostino, De civitate Dei, XIII, 24. NEI RIGUARDI FISIOLOGICI 99 omnes musciili qui has partes movent '), con Gre- gorio Nisseno, che in un commentario all' Eccle- siaste descrive il lavoro fisiologico che senza fa- tica, in effetto dell' abitudine, compie la lingua per pronunciare le parole -), con Lattanzio ') che nel De opificio Dei mette in evidenza gli atteggia- menti degli organi vocali, con S. Ambrogio ') che neir Hexaemeron, loda in modo nobilissimo la pre- cisione degli organi diversi del petto e della bocca nella formulazione dei suoni diversi, con S. Ago- stino ^), e con altri, i quali tutti s'indugiano nella descrizione anche degli elementi fisiologici del lin- guaggio per spremere nel loro inalterabile e fecondo ottimismo un argom.ento di lode per 1' opera ma- gnifica del Creatore ''). Anzi questa colorazione religibsa che distingue profondamente 1' ottimismo dei citati autori della Patristica dal teleogismo delle fonti, donde essi attinsero quei rilievi di ordine fi- siologico, fonti che noi possiamo facilmente rin- tracciare nel Timeo di Platone, dove questi, in- segna esser la voce una certa pulsazione dell' aria '), 1) NEMESI!, De natura liominis, cap. 14. (Migne, P. G. XL, pag. 667). 2) Gregorio, Nisseno, In Eccles. Hom. I. (Migne, P. G. XLIV. pai;. G30). 3) FiRM. Lattanzio, De opificio Dei, cap. 15. (Migne, P. L. vn, pa^'. 620. 4) S. Ambrogio Hexaemeron, lib. VI, cap. 9. (Migne, P. L. XIV, pag. 269. 5) S. AGOSTINO, Confessioni, I, Vili. G) Bisognerebbe leggere in proposito per convincersene quanto hanno scritto Lattanzio e S. Ambrogio nei passi citati 7) Questo elemento fisico dell' aria indicato da Platone, e fissato 100 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO arrivante al cervello ed al sangue per mezzo delle orecchie, nel De Generatione animalium, nel , colla 1) Sulla rationes seminales ammessa da S. Tommaso nell' intelletto umano cfr. Quaestiones disputatae, De veritate, quaest. XI, De ma- gistro, art. I. ED IL SERMO INTERIOR 105 conclusione evidente che cogitatio nihil aliud est qiiam interior lociitio '). In un altro passo del De Trinitate, citato da S. Tommaso'), si trova la seguente espressione che pienamente concorda con quanto sopra : Verbiim nihil aliud est quam cogita- tio formata. Son questi trasparenti accenni alla teoria del sermo interior, corrispondente pressapoco al lavoro discor- sivo che r intelletto nostro compie per passare da una verit generale a verit particolari attraverso a tutti i rapporti di convenienza che si possono stabilire tra quella e queste. S. Agostino, sempre al passo del XV libro del De Trinitate, citato da S. Tommaso, aggiunge che verbum quod foris sonat signum est verbi quod intus latei, cui magis verbi competit nomen, nam illud quod profertur tronsiens, alias carnis ore vox verbi est verbum, quia et ipsum dicitur propter illud a quo ut foris apparet assum- ptum est. Mettendo in relazione tutto ci con quanto sap- piamo dell' innatismo agostiniano in rapporto ai principii generali, e pensando a quella lux interior, di sapore evidentemente neoplatonico '), che S. Agostino ammetteva dentro di noi come rifrazione della potenza di Dio, che cos concorre alla cono- scenza intellettuale^), possiamo conchiudere che il 1) Cfr. S. Bonaventura, Sentent. Lib. H, Art. HI. quaest. 1. 2) S. Tommaso. De ventate, in Quaest. disp. quaest., IV, art. 1. 3) Cfr. Prantl, op. cit, Voi. I pag. 63G. 4) Son parecchi i passi di S. Agostino che alla lux interior si pos- sono riferire, cfr. SoUl. I. 1, 8; De Trinitate, XII, 15; De Magistro, passim. 106 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO santo d' Ippona ammetteva come inseparabile la pa- rola dal pensiero nel processo discorsivo della mente nostra, mentre forse cos non credeva che fosse per le cognizioni d' ordine eminentemente intuitivo. Era questo un argomento importante, che la Scolastica poi assunse per decidere la questione se in Dio ci possa essere linguaggio, argomento che oltre che in S. Agostino quella poteva rintracciare anche in S. Giovanni Damasceno, del quale appunto S. Tom- maso nel luogo citato riporta questo ragionamento in merito alla questione di cui sopra : in Deo non potest poni nec motus nec cogitatio quae discursu quodam perficitur, ergo videtnr et verbiim nullo pro- prie dica tur in divinis. Poteva sorgere la questione della diversit dei nomi presso i popoli diversi in apparente contrasto coir indissolubilit tra pensiero e parola, ma ad essa gi aveva fin da' suoi tempi risposto Tertulliano con quelle sue significantissime parole : omnibus genti- bus una anima varia vox, unus spiritus varius so- nus, proprio cuique genti loquela, sed loquelae ma- teria communis ^), appunto perch, come dice altrove Tertulliano con una di quelle frasi incisive, che caratterizzano il suo stile, sermonis corpus est spiri- tus, tanto vero che prior est animus quam litera, come prior est sermo quam liber, prior sensus quam siylus, et prior homo ipse quam philosophus et poeta ~). 1) Tertulliano, De Testimonio animae, cap. VI (in Migne P L. I pag. 691. 2) Tertulliano, Adv. Praxeam, cap. VU. (Migne P. L. \\, pag. 187). ED IL SERMO INTERIOR 107 il che viene perfettamente a spiegare 1' altro passo del forte scrittore africano : quodcwnqiie cogitavcris, senno est : in te enim secundiis qiiodammodo est sermo per qiieni loqaeris cogitando, et per qiieni cogitas loqnendo ^), con cui oltre clie mettere gi in evi- denza la concezione del si ricono- scono anclie gli intimi rapporti tra pensiero e parola. Anche S. Gerolamo parla in una sua epistola di taciti animi cogitatio, e di arcanus eius sermo '), mentre nel commentario al profeta Geremia parla di conceptus animo sermo divinus, nec ore prolatus qui ardet in pectore '). In modo per pi evidente del sermo interior parla S. Massimo confessore, uno dei primi ammi- ratori ed imitatori della filosofia neaplatonica della Pseudo Dionigi. Divide egli, come gi gli altri, di cui si parlato, il linguaggio in quanto sem- plice manifestazione degli affetti concitati dell'animo da porsi, sotto una tal forma, alle pari coi cinque sensi, di cui formata la parte dell' animo priva di ragione, dal sermo interior o Xyo? che rappresenta la stimma hominis perfectio, anzi il commercio dell' uomo collo spirito divino *). Del Xyoc sv^iO-sio? parla il medesimo autore in uno de' suoi opuscoli. 1) Tertulliano, Adv. Praxeom, cap. V. (Migne P. L. U, pas. 183). 2) S. Gerolamo, Epistola XCVm (Migne P. L. XXn pag. 808). 3) S. Gerolamo, Comni. in lercmiatn Lib. IV cap. 10. (Migne P. L. XXIV pag. 837). 4) S. Maximi Confessoris, Alia ex vatic. cap. 19 (Migne P. G. XC, pag. 1400). 108 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO dando per a tale espressione un significato pi largo di quelli che non le abbiano dato gli Stoici, egli lo concepi,sce infatti come un vero sermo cordis et animi, cio un motus animi plenissimus, qui fif ea parte quae ratiocinatar, nulla prolatione ac vocis sono expressus, ex quo senno, qui ore profertur prodit *), mentre gli Stoici colla denominazione di Xyj(: ivoiO-sTOi; volevano significare a preferenza il vero ed esclusivo giudizio logico. In un altro opuscolo pi esplicitamente ancora il medesimo autore mette in relazione il sermo in mente repositus, qui est animi sermo in ipsa rationis facultate emer- gens absque ulla pronunciatione, che si trova in tutti, anche nei muti, coli' altro qui ore profertur, il quale alcunch di puramente accidentale rispetto al primo assolutamente essenziale '^). La dottrina per del sermo interior solo col gi citato S. Giovanni Damasceno assume la sua formula completa, formola che si trova in quella parte della di lui opera principale De fide orthodo- xa, che come un pccolo ed esauriente trattato di psicologia. in essa infatti che 1' autore divide, si noti bene, la parte ragionevole dell' uomo in due cio nel discorso interno (Xyoc voii^-s'uo?) e nel discorso esterno o prolatizio (jrpo'f opizc.) per quello noi siamo esseri Xoyixol, per questo XaXvjTiywOi ''), 1) S. MAXIMI CONFESSORIS, Opuscula 8 (MlGNE P. G. XCl pag. 22). 2) S. MAXIMI CONFESSORIS, OpiiscuU, 153 (MlGNE P. G. XCI pag. 278). 3) S. Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa. cap. XXI (Migne P. G. XCIV, pag. 935). ED \L SERMO INTERIOR 109 cio forniti della facolt di parlare. Anche qui le denominazioni sono stoiche, ma il loro significato per pi largo, perch riguarda non solo la pro- duzione 0 r espressione del giudizio logico, ma sibbene 1' attuazione e la manifestazione di qualsia- si moto conoscitivo dell' animo. Anche per ci che riguarda il sermo interior, facile il rintracciarne le fonti nella speculazione greca : abbiamo gi sopra citato il Xyoc voiO-EToc degli Stoici : baster che noi accanto ad esso ri- cordiamo il Xgyoc s!j/{;'r/G^ di Platone e di Aristotele e soprattutto la triplice distinzione di cui parla nella sua Isagoge Porfirio, tanto noto e studiato per tutti quanti i secoli dell' era cristiana, e cio, per usare le parole stesse del di lui traduttore e com- mentatore Boezio, r oratio, quae litteris continetiir, seciinda quae verbis ac nominibus personat, tertia quam mentis evolvit intellectus ^). Dopo aver stabilito nel modo indicato la no- zione del sermo interior in contrapposto al prela- tizio, la Patristica passa a studiare le relazioni fra r uno e r altro, ed ecco che in proposito S. Cirillo, per esempio, riconosce la velocit nella cognizione interna discorsiva dell' intelligenza e la lentezza in- vece del discorso esterno ~), mentre d' altra parte S. Basilio osserva che talvolta la lingua in certe con- 1) Cfr. C. Prantl, op. cit. Voi. I pag, G36. 2) R. Cyrilli, HlEROS. Catechesis VI 2 (MlGNE P. G. XXXVI pag. 539). E forse questo un' eco di queir insufficienza della parola rispetto al pensiero, di cui gi parlava Aristotele, e che fu notata anche dalla Scolastica gi gii, come si visto, fino al Cusano. no LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO dizioni tumultuarie dell' animo precorre il palpito della riflessione '), sicch mentre talvolta quello come un telnm pacatissimiim, altrevolte un teliim semper carrens ''), per il medesimo S. Basilio poi i discorsi sono vere immagini dell' animo ^), mentre per Teodoro Mopsnesteno non ne sarebbero che un'ombra^). Sono questi, come si vede, accenni alla questione del nesso tra pensiero e parola, a proposito della quale vale la pena che noi ripor- tiamo i gludizii di Tertulliano, e di S. Agostino, perch abbastanza espliciti e precisi. Il primo in- fatti ^), apertamente dichiara che impossibile pen- sare senza associare alle diverse rappresentazioni del pensiero anche le parole con cui noi le sappiamo e le possiamo esprimere ; ecco le sue parole : Vide Cam tacitiis seenni ipse eongrederis ratone hoc ip- siim agi intra te, occurrente ea Ubi ewn sermone ad omnem cogitatus motiim, et ad omnem sensus fui pulsimi. QiiodcLimqiie cogiiaveris sermo est; qaod- cumque senseris ratio est. Loquaris illiid in animo necesse est, et diim loqueris, conlocutionem pateris sermonem, in quo inest et haec ipsa ratio, qua cum co cogitans loquaris per quem loquens cogitas. Ita secundus quodammodo in te est sermo, per quem lo- queris cogitando et pei quem cogitas loquendo. 1) S. Basilio, Homilia in Psalmum XXVHl (Migne P. G. XXIX, pag. 374). 2) S. BASILIO, Moralia, cap. 34 (Migne P. G. XXXVH pag. 1307). 3) C. Basilio, Epistolae, Classe I Litt. IX (Migne P. G. XXXiI pag. 267) 4) Theodori Mopsnesteni, Comment. in Oseni, cap. VII (MIgne P. G. LXVI, pa^. 165). 5) Tertulliano, Adv. Praxeam, cap. V (MIgne P. L. Il pag. 183). NEL SUO SVOLGIMENTO PSICOLOGICO 111 S. Agostino in uno splendido passo delle sue Confessioni ') affronta un problema diverso da quello accennato da Tertulliano : questi sostiene infatti che il pensiero dentro di noi non possibile sen- za r associazione delle parole alle diverse rappre- sentazioni di quello, S. Agostino invece dimostra come le cose stesse si apprendono coi loro nomi, quali si pronuciano da chi ci circonda, tanto che a poco a poco questi si associano indissolubilmente colla conoscenza di quelle dentro di noi. Il santo d' Ip- pona parla di se stesso e dopo aver efficacemente detto che le prime manifestazioni dell' animo si e- sprimono quasi istintivamente ciim geniitibus, et voci- bus et variis membrorum motibiis, aggiunge : prensa- bam memoria, cum ipsi appellabant rem aliquam, et cam secandum eam vocem coi pus ad aliqnid mo- vebant, videbam et tenebam hoc ab eis vocari rem illam qaod sonabant, cum eam vellent ostendere. D' al- tra parte i sentimenti altrui si possono interpre- tare anche dalle espressioni spontanee dei mede- simi, quali possono essere le diverse contrazioni del volto, et nuius ocalorum et coeterorumque mem- brorum actus ; a ci si aggiungono i diversi suoni delle voci indicanti le diverse affezioni e cos a poco a poco il materiale delle espressioni si va arricchendo et ita verba in variis sententiis locis suis posita et crebro audita, quorum rerum signa essent, paulatim colligebam, measque jam volunta- tes, edomito in eis signis ore haec enunciabam . 1) S. Agostino, Confessioni Lib. I capo Vili. 112 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Da tale acquisto per della conoscenza delle cose associate in tal modo ai loro nomi non deriva affatto per S. Agostino la^ conseguenza che essa basta, no, perch veramente nos non discimus ver- bis fors sonantibus, come egli stesso dichiara in un passo interessantissimo del De Magistro ^), sed do- cente intus ventate. Pare che in tale sua opera anche S. Agostino abbia voluto portare altri argomenti alla dimostrazione di quanto Socrate aveva sostenuto nel Cratilo, non poter le parole essere V unico ed esclu- sivo mezzo per arrivare alla conoscenza della natura delle cose : tesi questa che noi gi abbiamo detto esser pregiudiziale anche per S. Agostino data la soluzione sua del problema gnoseologico. 11 pensiero in proposito di S. Agostino esplicito : la cogni- zione delle parole possibile solo dopo la cogni- zione delle cose : rebus cognitis verborum quoque cognitio perficitur, verbis vero auditis nec verba di- scuntur. Nella storia psicologica del proprio spirito egli aveva trovato, come si visto, argomenti d' or- dine pratico a conforto di tale sua opinione, nel De Magistro invece egli scruta la questione del la- to filosofico, per togliere, come gi aveva fatto Platone in relazione alla teoria gnoseologica delle idee, un altro degli ostacoli che fosse opposizione alla sua idea fondamentale di carattere quasi onto- logico dell' interna et directa illuminano, da parte di 1) S. Agostino, De Magisiro, XI. 3C. Avremo ancor occasione di parlare pi avanti del De Magistro, di S. Agostino in proposito della questione De Magistro di S. Tommaso NEI SUOI RIGUARDI PSICOLOGICI 113 Dio nella produzione dell' umana conoscenza. Ecco le parole del santo in proposito : Non enim ea verba quae novimus discimus, aut qiiae non novimus di- dicisse nos possumus confiteri, nisi eorum signfica- tione percepta, quae non auditione vocum emissarum, sed rerum significatarum cognitione contlngit, per il che, conclude il santo, quando sono pronunciate delle parole o noi 'sappiamo che cosa esse signifi- cano, 0 non lo sappiamo : se lo sappiamo si tratta piuttosto di un ricordare che non di un imparare, se poi non lo sappiamo, allora non si tratta nem- meno di un ricordare, ma solo di un impulso a sco- prire che cosa mai quella parola udita voglia signi- ficare. Come si vede, trattando pressapoco del mede- simo argomento, S. Agostino viene ad una conclu- sione ben pi positiva che non Platone, il quale si accontentato di abbattere sotto i colpi e della dialettica ed anche dell' ironia la tesi di Cratilo, senza per conchiudere con una dichiarazione pre- cisa del valore che si deve concedere alle parole come strumento di conoscenza ; in S. Agostino in- vece tale dichiarazione noi troviamo chiara e pre- cisa. Un argomento che ha relazione con quanto so- pra quello che riguarda l' innominabilit da parte dell' uomo di ci che, considerato in rapporto alla sua sostanza e non gi in rapporto a suoi possi- bili accidenti, soverchia la potenzialit della sua in- telligenza : intendiamo qui parlare della innominabi- lit per substantam di Dio, sul quale argomento, se 114 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tanto ha poi insistito, come vedremo la Scolas- stica, abbiamo larghissimi accenni anche nella Patri- stica, la quale pure, come per esempio noi troviamo esplicitamente dichiarato in S. Dionigi Areopagita ^) ed in S. Isidoro Pelusiota-), concorde nel soste- nere tale innominabilit. Ed a proposito del con- cetto di Dio ricordiamo qui quanto Tertulliano ha scritto intorno a ci che egli chiama il linguaggio di lui. noto che uno degli ostacoli ad ammettere il monoteismo era per la coscienza religiosa pagana la solitudine in cui si sarebbe trovato il Dio unico ; orbene Tertulliano oppone che il Dio unico non mai affatto solo, perch egli essere per eccellen- za razionale, come tale quindi va continuamente ri- volgendo dentro di s tutto quanto si trova nell' in- finita onniscenza sua ; tale continuo rivolgimento il suo linguaggio, linguaggio che si attuato e si attua sempre in lui, anche quando il prodotto di esso egli non ha ancora manifestato fuori di s '), pressapoco come si attua anche nella nostra mente un vero linguaggio, anche quando noi siamo soli, 0 non intendiamo affatto di esprimerci a parole. Altre considerazioni d' ordine psicologico sul linguaggio noi possiamo trovare qua e l nella Pa- tristica. Teodoreto, per esempio, in un passo de' suoi commenti alle S. Scritture mette sufficentemente in evidenza il meccanismo delle espressioni dei senti- 1) S. Dionigi Areopagita, De divinis nominibus, cap. V. 2) ISIDORO PELUSIOTA, Epist., lib, IV, epist. 211. (MlGNE P. G. LXXVIII, pag. 1306). 3) TERTULLIANO, Adv. Praxeam, cap. V. (MiGNE P. L. II, pag. 184). NEI SUOI RIGUARDI PSICOLOGICI 115 menti umani, tra cui appunto si devono annoverare le diverse modulazioni del linguaggio *). Degli ef- fetti delle emozioni e delle passioni sul linguaggio SI da potere od accelerarlo o sospenderlo, parla S. Giovanni Damasceno -). SuH' efficacia del discorso come mezzo di comunicazione anzi come condizione importantissima di vita sociale ha efficaci accenni il gi citato S. Basilio, che riconosce tutta 1' utilit dell' uso della parola ut alter alteri cordis Consilia aperiamiis, eaque unusquisque propter naturae socie- tatem communicemns ciim proximis ex abditis cordis recessibus velut ex cellis qnibasdam penariis depro- mentes ^), alle quali parole fanno eco altre non meno efficaci di S. Ambrogio e nel commentario ai Salmi ^), in cui riconosce che il nome est quo pro- prie unusquisque significatur quod ei non sit com- mune cum coeteris, e nell' Hexaemeron ^), dove con forma poetica a proposito sempre dell' efficacia del discorso cos si parla : lingua vero plectrum lo- quentis 9 est, vox quoque aeris quodam remigio ve- hitur et per inane portatur eademque vis quae aerem OTeodoreto, Comment. in Micliaeam,cap. I.(Migne,P.G.LXXXI, pag. 284;. 2) S. Giovanni Damasceno, De Fide orthodoxa, cap. XVI. (Migne P. G. XCIV, pag. 910). 3) S. Basilio, Homilia ad Deut., XV. 9. (Migne P. G. XXXI. pag. 193). 4) S. Ambrogio, In Psalmum XLIII. (Migne P. L. XIV, pag. 1100). 5) S. Ambrogio, Hexaemeron, lib. VI, cap. 9. (Migne P. L. XIV, pag. 269). 6) Notiamo che questa metafora del plettro ricompare, dopo S. Ambrogio, anche nell' Hexaemeron di Giorgio Pisida. (Cfr. Georgi Pl- SIDAE, Hexaemeron verso 651 in Migne P. G. XIV, pag. 1485). 116 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO verbcrat, nane commovet, mine demulcet aiidientium affectum , iratiim mitigat, fractum erigit , solatiir dolentem. Anche sull' origine non del linguaggio in ge- nere, ma dei singoli nomi la Patristica ha manife- stato qualche opinione, cos, per esempio, S. Gio- vanni Crisostomo riconosce che tante volte certi nomi sono dati non per un motivo intrinseco, ma per una casaulit puramente accidentale ^), il che con- fermato ripetutamente anche da Teodoreto, laddove dice : Nomen rei ioti a parte saepe tribuitur ~ ), mentre di solito, come dice Isidoro di Pelusio ^), 1' imposizione del nome ad ogni cosa si fa ab eo quod praecipuam vim in ea habet, il che conferma un' altra volta V opinione che realmente, secondo la Patristica, tra nome e cosa corra un rapporto in- trinseco di convenienza. Dalle considerazioni fatte dalla Patristica sull' efficacia della parola era facile per essa il passag- gio a considerar questa ne' suoi riguardi morali, sui quali infatti quella, memore di quanto in propo- sito ripetutamente si legge nelle Sante Scritture, insistette a lungo. Sermo sine actu atque officio suo nihil est, leggiamo nel De Gubernatione Dei di Sal- viano, prete di Marsiglia del V secolo ^) : tutto 1) Giovanni Crisostomo, In Genesim, sermo 7. (Migne P, G. LIV, pag. 614). 2) THEODORETI, Epist. 33. (MlGNE P. G. LXXXIII, pag.- 1347). 3) S. ISIDORI PELUSIOTAE. Episf., lib. IV, lett. 114. (MlGNE P. G. LXXVIII, pag. 1187). 4) Salviani Massiliensis, De Gubernatione Dei, lib. II. cap. I. (Migne P. L. LXX, pag. 70). NEI SUOI RIGUARDI MORALI 117 stava a vedere quale poteva essere tale offichim ed ecco che fin da' suoi tempi di esso parla S. Clemente Alessandrino, proibendo i vanos sermones, le contentiones loquaces, e simili '). S. Basilio rac- comanda di riflettere molto prima di parlare -j, al- trove esplicitamente dichiara : unum vitae indicium esse sermonem ^), mentre in una delle sue generose omelie benissimo raffronta il linguaggio dell' uomo saggio e sincero con chi mostra animo dubbioso e mendace : sermo quidem verus et a sana mente proficiscenSy dice egli in proposito, simplex est et unius eiusdem rationis eadem de iisdem semper affir- mans ; varius vero et artijciosus, cum multum im- plexus sit et praeparatus, sexcentas formas assumit, seque ad gratiam colloquentium conciliandam trasfor- mans versutias animo versa/ ^). S. Ambrogio nel suo De fficiis , imitazione cristiana dell'antico De offi- aYs di Cicerone, spesse volte parla della misura e del- la giustizia che sr deve conservare in ogni occasione neir uso della parola, perch questa corrisponda adeguatamente al suo scopo '). S. Giustino pone invece in guardia contro le lusinghe di linguaggio di certi dottori, che coli' incanto della parola vor- 1) S. Clemente, Constitutiones apostolicae, lib. H, cap. X. (Migne P. G. I, pag. 587). 2) S. Basilio, Epistolae, Classe HI, Epist. 332. (Migne P. G. XXXII. pag. 1703). 3) S. Basilio, Homilia in Psul., XLVllI. Migne P. G. XXIX, pag. 435). 4) S. Basilio, Homilia in principium Proverbioruni 7 (Migne P. G. XXXI, pag, 399). 5) Cfr., per esempio, S. AMBROGIO, De fficiis, lib. I, cap. X, ^MIGNE P. L. XVI, pag. 37). 118 La filosofia del linguaggio rebbero trascinare all' errore 0, e cos via via po- tremmo continuare ancora a riportar altre sentenze d' indole morale dei Padri, se non credessimo suf- ficenti quelle finora ricordate. Con esse noi crediamo d' aver reso nel modo piia preciso che ci stato possibile quale veramente sia stata la speculazione della Patristica intorno alla questione del linguaggio ne' suoi riguardi storici psicologici, e morali. Quanto valore essa abbia in s, lo si vedr meglio dal confronto colle specula- zioni analoghe della Scolastica. 1) S. Giustino, Dialogiis, 36. (Anione P. G. VI, pag. 306). PMTE III. La filosofia del linguaggio nella Scolastica Capitolo V. La filosofia del linguaggio e i suoi rapporti colla logica in genere e colla questione degli universali in ispecie Sommario : Carattere specifico di differenza tra Patristica e Scolastica in riguardo al nostro argomento. Il posto della logica in rapporto ai programmi di studio nelle scuole medievali, ed alla conoscenza delle opere di Aristotele. Rapporti di dipendenza tra logica e filosofia del linguaggio nella Patristica. Le speculazioni in proposito di Fortunaziano, Marciano Capella, Giovanni Damasceno, Boezio, Al- enino, Isidoro, Scoto Erigena. La questione degli universali e suoi rapporti colla logica in genere e col problema del linguaggio in ispecie. La speculazione pi elevata di S. Anselmo, Abelardo, Giovanni di Salisbury, Gilberto della Porretta, Adelardo di Barth, Ugo di S. Vittore. S. Tommaso, Pietro Ispano. Molto discussa fu la questione delle origini della Scolastica, la quale ancora in oggi, nel concetto di molti e forse dei pi, interpretata come una mescolanza di teologia e di filosofia, quasi che neir et di mezzo una distinzione ben profonda non fosse stata fatta tra quella e questa. Non tocca certo a noi porre i termini riguar- danti la questione delle origini ed esporre gli argo- menti per dimostrare tutto 1' errore storico di quella confusione di cui si parlato, tanto pi che per il nostro argomento abbiamo un carattere specifico per cui possiamo distinguere ben nettamente nella 122 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Speculazione cristiana il periodo patristico dal pe- riodo scolastico. Parlando della speculazione ellenica sul lin- guaggio abbiamo visto come essa abbia finito per saldare insieme i destini della filosofia riguardante la parola coi destini della logica : durante il periodo patristico tale congiungimento non perdur non gi perch rotto coscientemente da un nuovo indirizzo di speculazione suir argomento che ci interessa, ma perch sciolto dalle ragioni stesse di esistenza di un pensiero religioso cristiano in raffronto alla so- pravvivenza e perci alle minacce ed alle insidie di una tradizione di pensiero pagano. Man mano per questo and dileguando e nella sua contenenza positiva, e nella sua influenza sullo svolgersi dell' eresia, anche la Patristica and per- dendo la sua ragione di essere e di manifestarsi sotto quelle forme che per necessit di cose aveva assunto fin dal principio, e quando dopo le tri- stezze dei primi secoli dell' et media, in cui in un tenebroso silenzio parve affogare il pensiero riflesso, nel secolo IX risorsero i liberi studi col sorgere delle scuole nella loro triplice forma : monacali, episcopali e palatine, allora una delle prime scienze a ristabilirsi fu appunto la logica, anche perch questa, specialmente per opera di Boezio e di Cas- siodoro era stata una delle ultime a naufragare neir oblio ; e la logica cos risorgendo trasse con s anche quella parte della filosofia che la tradizione aveva con lei associato, e cio la cosi detta filoso- fia del linguaggio, e la trasse sotto quella forma E LA SCOLASTICA IN GENERE 123 eh' essa aveva quando colla logica appunto era momentaneamente svanita. S' intende che tale decadimento e tale risurre- zione non vanno intesi come qualche cosa di cate- gorico e di assoluto. Se da una parte infatti nella Patristica addentellati tra logica e filosofia del linguaggio si possono rintracciare, dall' altra anche dopo r avvento della Scolastica discussioni d' ordine prevalentemente psicologico intorno al discorso si sono susseguite, come pure si sono attuati rapporti tra la questione del linguaggio e la teologia. Quello che certo si che in tutto lo svolgersi della Scolastica, cio, per dirla col Wulf ^), di quella sintesi di pensieri, in cui tutte le questioni che la filosofia pu proporsi sono trattate, e dove tutte le risposte sono armonizzate s da allacciarsi e da sostenersi 1' un 1' altra, trionf a proposito dell' ar- gomento che e' interessa piuttosto V indirizzo ari- stotelico, che non V indirizzo platonico, del quale abbiamo riscontrato invece la prevalenza per tutto quanto il periodo patristico. noto che di Aristotele nella prima parte del M. E. non si conosceva che il De Interpretatione * nelle traduzioni di Marco Vittorino e di Boezio, del quale pure fu pii tardi conosciuta anche la tradu- zione delle Categorie . Nella prima met del XII se- colo si venne a conoscere in Occidente il primo libro dei Primi analatici, la Topica, ed i Ragionamenti sofistici, e cio tutto 1' Organon ad eccezione 1) M. De Wulf, op. cit. pag. 127. 124 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO dei Secondi analtici e del secondo libro dei ^ Primi analitici, i quali furono noti solo nella 2^ met di quel medesimo secolo ^). Gli Scolastici adunque dei primi tempi non videro e non consi- derarono in Aristotele che un logico ed un logico oscuro-^), tanto che dall' Organon suo poterono nascere, come dice il Fiorentino ^), le dispute famose del Realismo e del Nominalismo, e l'insegnamento di Abelardo. Aggiungiamo a ci che la biblioteca filosofica de- gli Scolastici conteneva per la massima parte libri di logica e di dialettica, tra cui importanti l' Isa- goge ed il trattato delle cinque voci di Porfirio, che quelli credevano un semplice seguace di Ari- stotele, non potendo, per mancanza di fonti, sup- porlo infeudato ad una specie di panteismo, i Com- menti di Boezio alle Categorie ed al De Interpreta- tione dello Stagirita, ed i- suoi trattati originali sulle diverse parti della logica, i commenti eclettici .di Calcidio al Timeo, che potevano col loro anda- mento metafisico correggere un po' 1' influenza e- sclusiva ed esagerata della dialettica e della logica aristotelica, le opere dialettico-retoriche di Cicerone, quelle logiche dello pseudo S. Agostino, le artes li- 1) Cfr. in proposito : Clerval, Les coles de Chartres au moyen ge Mem. de soc. archol. Eure et Loir, 1895) pag. 244. 2) Boezio chiama Aristotele turbator vcrborum , mentre un autore sconosciuto del secolo X parla di labirinto aristotelico, cfr. V. Baum- Gartner, Die philosophie des Alanus de Insulis. MUnster 1896, pag, lOesgg. 3) Franc. Fiorentino, Saggio storico sulla filosofia greca, Firenze 1864 pag. 364. E GLI STUDI DEL MEDIO EVO 125 berales di Marciano Capella, il trattato dei nomi divini dello pseudo S. Dionigi ^), e tosto capiremo come la logica, specialmente come era stata con- cepita e fissata da Aristotele, dovesse veramente informare il risorgere della filosofia in genere e qualsiasi questione riguardante il linguaggio in i- specie. Nei programmi di studio, cio nella classifica- zione delle cos dette arti liberali, volgarizzata da Boezio, Cassiodoro, Marciano Capella ed Alenino, la logica ebbe a poco a poco il sopravvento sotto il nome di dialettica a svantaggio delle altre due parti del trivio ; la grammatica e la rettorica. vero che al trivio ed al quadrivio si aggiunse poi, come qualche cosa di pi, la filosofia e come fastigio supremo la teologia, essendo assurda 1' o- pinione del Ferrre -) e del Marietan ^), che vor- rebbero far rientrare la filosofia nel trivio. La lo- gica per rimase come una specie di propedeutica dello spirito, utile e necessaria per qualsiasi cam- mino questi avesse voluto intraprendere e come introduzione alla logica rimase Io studio della gram- matica, alla sua volta creduta ratio et origo om- mium artium liberaliiim, come chiamata da Ilde- 1) Su tale argomento della biblioteca filosofica medievale cfr. : WULF, op. cit. pag 149-157. 2) Ferrre, De la divisioii de sept arts liberaux (Ann. de Phil. Chrtien., luin 1900) 3) Maritan, Problme de la classification dcs sciencesd' Aristote a S. Thomas, Paris 1901. L'opinione contraria invece sostenuta dal Willmann (OTTO WiLMANN, D/rfa/c/ZA: als Bildungslelire, Brunswik 1903, Tom. I, pag. 267 e sgg). 126 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO rico di Montecassimo, scolaro di Paolo Diacono ; anzi nello studio di essa tanto si esager, special- mente degli Italiani, i quali, come dice Radulfo Gla- ber ^), lasciarono ogni sorta di studio fuorch la grammatica, che Gregorio Magno credette suo pre- ciso dovere di opporvisi -). Date adunque tali precise disposizioni di fatto, evidente perch la filosofia del linguaggio per quel poco che valse e si attu nel medio evo, o per meglio dire nella prima parte del medio evo, si ritrov legata un' altra volta alla logica ed alla dialettica, il che simbolicamente gi indicato nella figurazione poetica di Marciano Capella, che rappresenta appunto le sette arti liberali sotto la forma di vergini donzelle al seguito di Filologia, fidan- zata di Apollo, la grammatica vi invece descritta come una figlia di Memfi, portando su un piatto degli istrumenti per sciogliere la lingua ai bambini, mentre la dialettica vi rappresentata come una donna dal viso emaciato tenente in una mano un serpente. Abbiamo poco sopra affermato che gi nel pe- riodo patristico si possono rintracciare momenti di congiunzione tra filosofia del linguaggio e la logica. La questione gi accennata della innominabilit di Dio di ci sarebbe una prova, perch in fondo considerata bene tale questione, che, accennata gi 1) Rodolfo Glaber, Historiarum, Uh. U. cap. 12. 2) Cfr. Gaspary, Storia della leti, italiana, Volume I cap. 1. E D I SUOI LEGAMI COLLA LOGICA 127 nelle Sante Scritture in un passo della Sapienza ') nella Patristica oltre che dai gi citati autori venne discussa da S. Anastasio Sinaita "), da S. Ago- stino ) e da S. Febadio ^), entrava direttamente nel campo della logica, riguardando essa appunto r imposssibilit di applicare un termine a ci che soverchia le potenzialit dell' intelletto umano, a quello ci che indefinibile, cio irreducibile a ter- mine maggiore in estensione e perci minore in comprensione, perch categoria non solo d' ordine logico, ma anche categoria d' ordine morale. Ci per non basta ; il Franti ci ricorda infatti in proposito V estratto dell' Organon fatto da Gregorio di Nazianzo ad uso delle scuole ^), i libri di logica che S. Gregorio stesso ^) dice di aver tentato di scrivere nella sua giovent, e soprattutto la Dialectica di Fortunaziano, la quale contiene qualche passo di non dubbio interesse per il nostro argomento, quello, per esempio, in cui in certo qual modo si ristaura la vecchia teoria stoica del asztc. Dopo aver infatti Fortunaziano ') definito la parola dicendo : Verbiim est uniusciiiusqiie rei signiim, quod ab audiente possit intelligi a loqiiente prolatiim, et 1) Sapientia, XIV, 21. 2) S. Anastasio Sinaita, Viae dux, cap. il (Migne P. G. LXXXIX pag. 54). 3) S. Agostino, De Trinitate Lib. V cap. 5. 4) S. Febadio, De fila divinitate, cap. VI (Migne P. L. XI pag. 42). 5) Prantl, op. cit.VoI. I pag. G57. 6) S. Agostino, Retract. I. G. 7) C. Consulti Fortunatiani, Dialectica, Basilea 1542. cap. 5, cfr. C. Prantl, op. cit. pag. 568. 128 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO loqui est articiilata voce signum dare, aggiunge : omne verbum sonai, sed quod sonai nihil ad dialec- iicam, et tamen cum de his disputatur praeier dialec- iicam non est ; quidquid autem ex verbo non aiiris sed animus sentii, ex ipso animo tenetar incliisum, dicibile vocatnr, cum vero verbum proceda non prop- ter se, sed propter aliud aliquod significandum, dic- tio vocatur ; res autem ipsa, quae iam verbum non est ncque verbi in mente conceptio, niiil aliud quam res vocatur proprio iam nomine : haec ergo quattuor distincte teneantur : verbum, dicibile, dictio, res. Come si vede il dicibile di Fortunaziano, concepito appunto come id quod ipso animo tenetur inclusum , un evidente derivazione del Xsxtg? degli antichi Stoici come stoico, per quanto gi volto nel Cratilo plato- nico, r opinione del medesimo autore che ogni parola possa esser ricondotta per via etimologica al suo vero significato, essendovi una ccta simili- tudine tra cosa significata ed il suono con cui quella espressa similitudine che poteva essere estesa fino al contrasto (Incus a non lucendo). perci che For- tunaziano cerca di stabilire il vero concetto di ver- bum che fa derivare da verbero, cio da verum bum. che sta per bombum suono ^), derivazione questa che ha avuto fortuna nel medio evo, tant' vero che la troviamo ancora in S. Tommaso, che cos si esprime in proposito : Unumquodque nomen illud praecipue si- gnificai a quo imponitur, sed hoc nomen verbum impo- 1) Fortunaziano, op. cit. cap. 6. (cfr. Prantl, op. cit. pag. 669) ED I SUOI LEGAMI COLLA LOGICA 129 aitar a verberatioae aeris vel a boata, qaasi verbum aoa sit aliaci quam veram boaas ^). Questo passo di S. Tommaso appare tosto come una concessione fatta all' indirizzo platonico dell' eti- mologizzare secondo il rapporto di natura tra cosa e suono, e quindi sembra esso in contrasto alla tendenza aristotelica, la quale negando un tale rap- porto veniva a negare uno degli effetti primi dell' eti- mologizzare : ci difatti, e se ne capisce il perch. S. Tommaso deve aver ricevuto quell' etimologia bella e che fatta dalla tradizione stessa dell' insegna- mento medievale ; siccome per essa trovava le sue origini in autori vissuti in pieno rifiorimento plato- nico, come appunto Fortunaziano, fiorito nel V se- colo, cos era naturale che di tale indirizzo plato- nico ne risentisse ; di ci prova anche quel ver- beratio aeris di cui parla S. Tommaso stesso, ver- beratio che trova le sue fonti, come gi si detto, in filosofi antichi, tra cui Platone stesso nel Timeo, per quanto non manchi anche in Aristotele. Non si tratta adunque di uno strappo volontario all' indi- rizzo in fiore neh' et di mezzo, ma d' una conces- sione volontaria imposta come un luogo comune nella tradizione scolastica -). Ritornando ora al nostro argomento, possiamo dire che 1' autore, che, pur appartenendo ancora al 1) S. Tommaso, Quaestiones dispiitatae. De veritate Quaest. IV. De verbo, art. I. 2) Notiamo che anche nella filosofia del Rinascimento si continu 1' e- timologizzare per scoprire la ragione dei termini ; curiosa fra le etimologie di quei tempi quella del Bohme, il mistico calzolaio-filosofo di Gorlitz che faceva derivare qualitas dal tedesco Quelle (fonte). Cfr. H, HOEFF- DING, La storia della filosofia moderna, Tomo 190G, voi. I, pag. 70. 130 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO periodo patristico, ha saputo trattar del linguaggio in rapporto alla logica sistematizzando le proprie investigazioni sopra uno schema definito e preciso, fu S. Giovanni Damasceno. Il Willmann ^), come noto, fa appunto comin- ciare la Scolastica alla prima met del secolo VII! colla ;c7j7Tj Yvcasox; di S. Giovanni di Damasco basandosi sul fatto che le parti di tale opera sono precedute da zscpXaia '^LXocjo'fLx, o prolegomeni filosafici, s da riuscir essa come il primo saggio di quelle sistematizzazioni teologiche che si succes- sero pi tardi col nome di Sentenziarli , anche sulla sostanza dei quali la tut^yy] Yvcbasto? del Dama- sceno ebbe influenza, come dimostra il Wulf ~) a proposito del pi celebre dei sentenziari, quello di Pietro Lombardo. La citata opinione del Willmann a noi pare accettabile, perch precisamente in queir opera che il grande scrittore di Damasco, in contrasto ai frammentarli accenni di tutta la Patristica sulla que- stione del linguaggio, ha saputo, stando sul terreno della logica, costruire una teoria chiara e definita. Vale la pena che noi ne riportiamo qui i passi che pi interessano il nostro argomento ^). Comincia l' autore a distinguere i suoni che hanno un significato da quelli che un significato non hanno e continua : vox quae nihil significai ani 1) O. Willmann. Geschichte des Idealismus, Brunswch 1896, Tomo n. pag. 342. 2) Wulf, op. cit., pag. 214. 3) S. Giovanni Damasceno, Fons scientiae, cap. V. (Migne, P. G. XCIV, pag. 539 e sgg.). NELLA LOGICA PRESCOLASTICA 131 art/culata est, (e sarebbe quella che si pu scrivere, per es. azivSa'f o?). aiit articulata non est (quella che non si pu scrivere, per es. quella che si ingenera dair incontro di due sassi) ; di entrambe le catego- rie nulla philosophiae cura est. Vox autem significans aut non articulata est (quello che non si pu scri- vere, per es. un latrato di un cane), aut articulata est (il linguaggio umano). Significative articulata vel est universalis (homo) aut particularis (Petrus) ; sed ne particularis quidem vocis rationem habet philosophia, sed significantis, et articulatae, et universalis. Come si vede qui sia- mo in pieno campo della logica, in quanto che col- r ultima distinzione siamo arrivati alla concezione del vocabolo come termJne del concetto. E di logica risente anche quanto vien dopo, in cui lo scrittore divide il termine significativo arti- colato ed universale in sostanziale, ed adiectizio, quello est qui essentiam, hoc est naturam rerum de- clarat, adiectitius est qui accidentia indicai ; il santo poi continua ancora, sempre su terreno logico, a parlar di genere, di specie e di differenza, il che non pi interessa il nostro argomento *). 1) Ecco in un quadro le divisioni logiche del Damasceno a propo- sito dei suoni : ( Sostanziali / A .v.i.t. ^Universali / Adiectizie Articolate ^particolari / Significative l y ( Non articolate Voci \ / i Articolate \ Non significative \ (Non articolate 132 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO certo che tali distinzioni e divisioni di S. Gio- vanni di Damasco esercitarono non piccola influen- za sullo sviluppo della Scolastica, egli infatti fu fra gli scrittori bizantini uno dei primi ad essere cono- sciuto per la traduzione, che della sua opera prin- cipale Tzrfcq 7VWC5SCOC fece ben presto Burgondio da Pisa. Influenza non piccola esercit neh' et di mezzo anche Marciano Capella, di cui gi abbiamo avuto occasione di parlare poc' anzi : pu darsi che tale influenza, come appare al Wulf ^), sia stata per nulla meritata, essa per non si pu in modo alcuno ne- gare, essendo stato, come si visto, tale autore uno dei pii!i alla mano nella biblioteca filosofica dell' et di mezzo specialmente per ci che riguarda l'opera sua sulle artes liberales , in cui a pro- posito della dialettica egli discorre a lungo delle sei parti della medesima, quali gi erano state fissate nella tradizione, s che esse, per esempio, gi si trovano in S. Agostino ~) : esse sono : de loquendo, de elo- qiiendo, de proloquendo, de proloquiomm stimma, de indicando, ed ultima quae dicenda rhetoribiis commo- dafa est. La fusione della logica colla speculazione sul linguaggio in Marciano Capella appare pii che mai evidente, quando si veda quali oggetti egli* sot- topone a ciascuna di tali parti della dialettica. Nella prima, per esempio, de loquendo egli si domandava quid sit genus, quid forma, quid differentia, quid 1) Wulf, op. cit. pag. 155. 2) PrANTL, op. cit., Voi. I, pag. 672. NELLA LOGICA PRESCOLASTICA 133 accidens, quid definitio, quid totum, quid pars, tutte questioni d' ordine logico, insieme per ad esse ecco le domande, quid sii univocum, quid plurivo- cum e specialmente quae rebus verba sua sint, quae aliena et quot modis aliena sint, colle quali ultime domande si affronta il problema dei rapporti tra cose e nomi, secondo la tradizionale traiettoria della filosofia greca intercorsa da Pitagora gi gi fino agli Stoici, che ancora in quel giro di tempo, se- condo la parola esplicita di S. Gerolamo *), erano creduti come gli inventori della logica. Nella se- conda parte poi Marciano Capella discende alla grammatica, il che pure era gi avvenuto nella spe- culazione stoica, ed ecco le domande : quid sid no- men, quid verbum, quae subiectiva pars sententiae sit, quae declarativa e cos via, mentre nella terza si ritorna ancora alla logica colle questioni : quae sint differentiae proloquiorum in quantitate, in quali- tate, quid sit universale, quid particulare, e cos via anche nelle altre parti un intrecciarsi continuo di grammatica, di logica, di speculazione sul linguaggio, quale appunto gi si era verificato al tempo della decadenza del pensiero ellenico, e si verific poi nelle origini e nello svolgimento della Scolastica. L' autore per che pi di ogni altro ebbe in- fluenza in tutta r et di mezzo, fissando in modo decisivo il trionfo di Aristotele nelle ricerche d' or- 1) stoici, logicam sibi vindicant, dice S. Gerolamo (Contro Riifi- num, Lib. I, 311 in Migne P. L. XXIII, pag. 442). 134 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO dine logico, e quindi anche nelle speculazioni su queir argomento di cui stiamo trattando, fu Boezio ^). Vale quindi la pena che noi ci fermiamo alquanto sopra di lui, che da tutti gli autori del M. E. fu conosciuto, studiato, sunteggiato, discusso, confu- tato e difeso. Importanti in modo speciale per noi sono i di lui commenti, a noi arrivati sotto due forme di re- dazione, del De interpretaiione di Aristotele, a proposito del quale se Cassiodoro pot dire che quando Aristotele lo scriveva calamiim in mente tingebat '), noi potremo aggiungere che tutti i trat- tatisti medievali, quando i loro trattati di logica e di dialettica s' accingevano a scrivere, la loro penna tingevano appunto nei commenti che di quel- r opera dello Stagirita aveva fatto Boezio. Il processo conoscitivo-dialettico anzitutto cosi riassunto da Boezio : Res ab intellectii concipi- tnr, vox vero conceptiones animi intelledusque -') si- gnificai, ipsi vero intellectus et concipiunt subiectas res et significantur a vocibiis, cum igitiir tria sunt haec. . , quartam quoque quiddam et quo voces ip- sae valeant designari, id aateni sunt litterae scriptae namque litterae ipsas significant voces : quae quat- tuor ista sunt, ut litterae quidem significent voces, 1) Cfr. in proposito Ueberwegs, Grundriss etc. Voi. I, pag. 332e sgg. 2) Prantl, op. cit., voi, I, pag. 723. 3) evidente che qui la parola intellectus presa in senso diverso della prima volta, mentre allora essa rappresentava una facolt attiva dello spirito, qui invece considerato come un prodotto dello spirito, nel qual senso tale parola rimase anche dopo nella Scolastica, NELLE OPERE DI BOEZIO 135 voces vero intellectiis, intelledus autem res concipiant ^). Per, aggiunge Boezio, non qui tutto, giacche come tu puoi trovare suoni che non hanno senso, puoi anche trovare suoni a cui nulla corrisponda nella realt, cio intelledus sine alla re sibi subiecta, il che Boezio, anticipando quanto poi pi diffusa- mente e pi sottilmente dir in proposito Duns Scoto, spiega col fatto che /' animus hominis non soliim per sensibilia res incorporales intelligendi est artifex, sed etlam fingendi sibi atqiie mentiendi. Stabilito cos il rapporto tra pensiero e parola, Boezio affronta 1' altra questione gi tanto contro- versa nella filosofia greca, sulla posizione del nome, ed anche qui commentando la famosa definizione di Aristotele: nomen est vox significativa secundum pla- citum sine tempore, cuiiis nulla pars significativa est se- parata, egli si mostra strenuo sostenitore della per- fetta indipendenza di natura tra nome e cosa ; ecco in- fatti le sue parole, quali si leggono nella sua introdu- zione Ad Categoricos Syllogismos -) ; secundum pia- citum veto adiunctum est in definitione, quoniam nullum nomen natura significai, sed secundum placitum ponen- tis constituentisque voluntate. Illud enim unaquaeque res dicit quod ei placuit qui primus rei nomen impres- sit. Aliae sunt enim voces naturaliter significantes, ut canum latratus iras canum significai, et alia eius quaedam vox blandimenta gemitus etiam dolorum, 1) Anitii Manlii Severini BOETHii, De interpretatione, in Opera, Basilea 1570, pag. 296. 2) A. M. S. BOETHii, op. cit. pag. 559. 136 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO sed non siint nomina, qaod non designant secundum placitum, sed secundum naturam, alle quali parole fanno riscontro quest' altre pi esplicite ancora che si leggono nel commento al De interpretatione ^) : Aristoteles dicit placitum quod nullum nomen natura- liter constitutum est, ncque unquam sicut subiecta res a natura est, ita quoque a natura veniente voca- bulo mmcupatur ; sed honiinum genus, quod et ratione et oratione vigeret, nomina posuit, eaque quibus libuit litteris syllabisque coniungens singulis subiectarum rerum substantiis dedit, ed a modo di conclusione Boezio aggiunge a favore della sua tesi queir argo- mento appunto, che tanto aveva affaticato Epicuro, ed a cui questi aveva dato una soluzione per quei tempi ardita : Hoc autem ilio probatur, dice Boezio, quod si natura essent nomina, eadem apud omnes gentes essent, ut sensus quoniam natnraliter sunt, iidem apud omnes sunt. D' altra parte si domanda ancora l' autore : non forse vero che noi alla stessa substantia diamo nomi diversi, sicch, per esempio, usiamo dei termini gladius, ensis, mucro, per esprimere la stessa cosa ? Ora ci sarebbe pos- sibile, se veramente i nomi fossero per natura ? evidente come quest' ultimo argomento sia piuttosto specioso che forte, giacch se non altro sarebbe ri- torcibile, perch si potrebbe dire : se i nomi sono dati dall' arbitrio dell' uomo, perch questi per e- sprimere la stessa cosa ha inventato nomi diversi ? 1) A. M. S. BOETHII. De interpretatione, ed. cit. pag. 308. NELLE OPERE DI BOEZIO 137 Lo Spunto poi dell' altra argomentazione a cui gi fin da' suoi tempi aveva, come si visto, ri- sposto Epicuro, si trovava in Aristotele stesso e precisamente in quel famosissimo passo del De In- terpretatione che, integrato da un altro non meno famoso del De Anima, tante discussioni e com- menti ebbe nell' antichit e nel medio evo. Noi lo riportiamo qui nella traduzione stessa di Boezio, perch appunto sotto una tal veste che esso fu maggiormente conosciuto ^) : Quae siintin voce sunt notae passionimi quae sunt in anima, et quae scribuntur sunt notae eorum quae sunt in voce, atque ut litterae non sunt apud omnes eaedem, ita nen vo- ces sunt apud omnes, eaedem sunt etiam res quarum hae passiones sunt simulacra. Un altro punto di Aristotele Boezio ha pur creduto di largamente commentare, per quanto a' suoi tempi, in cui nessuno ormai sosteneva ancora r antica opinione di Platone concernente la naturale giustezza dei nomi, esso avesse perduto della sua importanza ; intendiamo parlare di quel pa^so, in cui lo Stagirita sosteneva che la verit o la falsit non sta tanto nei nomi quanto nella composizione di essi, cio nel giudizio, al quale proposito cos Boe- zio si esprime ') : omne nomen iunctum cum verbo enunciationem reddit et suscipit mendacii veritatisque naturam, ed altrove : non homo vero non est nomen atqui non est constitutum nomen quo oporteat id 1) BOETHli, De interp. ediz. cit. pag. 297. 2) BOETHii, ed. cit. pag. 560. 138 La filosofia del linguaggio appellare: quia nec est orato nec negatio, sed est nomen infinitum, quia srmiliter in quovis inest tam ente, quam non ente, tantoch, per esempio, egli aggiunge, hircocervus significai quideni aliquid non- dum tamen verum quidpiam aut falsum, nisi esse aut non esse adiiciatur vel simpliciter, vel secundum tempus : dato ci, cos Boezio integra la vecchia definizione di nome data da Aristotele : Nomen est vox significativa, secundum placitum, sine tempore cnius nulla pars coniuncta faciens enunciationem aut falsitatis aut veritatis. Boezio si diffonde a commentare di tale defini- zione la parte che riguarda il nessun senso che hanno le diverse parte dei nomi, sieno esse sillabe, sieno esse veri vocaboli, come succede nelle parole composte, tutto ci per gi si trovava chiaramente indicato da Aristotele ; pi interessante invece la spiegazione di quell'inciso sine tempore^. Aristo- tele aveva fatto, come gi abbiamo detto a suo luogo, distinzione tra ovo[j.a e pr^[xa, cio tra nome e verbo e Boezio, sulle di lui orme, sostiene appunto in parecchi luoghi ^) che due sole sono le parti del discorso, il nome ed il verbo, giacch ceterae non partes, sed orationis supplementa sunt. La differenza specifica tra questo e quello sta appunto in ci che il primo cio il nome espres- sivo sine tempore, il secondo invece esprime cum tempore, la definizione infatti di verbo da lui 1) Cfr. BOETHii, De SyU. Cat., ediz. cit. pag. 583; De interpr. pag. 310 (Cfr. Prantl, Voi. I. pag. 693). NELLE OPERE DI BOEZIO 139 COS formulata sempre sulle traccie dello Stagirita : verbum est vox significativa secundum placitum cwn tempore, cuius nulla pars significativa est separata, ali- quid finitwn designans et praesens ; in altri termini, spieghiamo noi, il nome della categoria di tempo non toccato, giacche ci che esso esprime vero tanto al di qua come al di l di tale categoria, potendo esso trovar luogo e nel campo infinito della possibilit, come in quello della realt e della necessit ; il nome cio rappresenta come una condizione statica possibile 0 reale, o necessaria, sempre in lelazione al lavoro logico pi 0 meno perfetto, di cui esso il termine ; il verbo rappresenta invece un' attuazione qualsiasi dinamica o di un' azione o di una passione, per ci esso deve per forza concepirsi come alcunch che s' inizii e quindi come alcunch che si consumi, quello adunque che il verbo esprime fieri sine tem- poris notatione non potest, conchiude Boezio, met- tendo cos in evidenza anche uno dei motivi fon- damentali, per cui alle due classi e di nomi e d verbi tutte le altre parti del discorso si possono filosoficamente ridurre. Da tutto quanto abbiamo finora esposto ben si vede quanto sia vero ci che stato affermato : essersi gi nel periodo patristico del pensiero cri- stiano formata una tradizione sui rapporti tra logica e filosofia del linguaggio, per quel tanto che que- sta allora poteva valere, cosicch quando la Patri- stica cadde, ed a poco a poco i nuovi orientamenti della vita civile e politica ingenerarono quelle cond- 140 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO zioni da cui usc poi la Scolastica, questa pot to- sto attuare i suoi caratteri specifici, attaccandosi a quel filone di pensiero filosofico aristotelico, che gi aveva saputo tanto bene prodursi nei secoli- precedenti intorno all' Organon dello Stagirita. E si noti condizione speciale in cose: dal se- colo Vili al XII secolo, cio nel periodo delle ori- gini e delle prime manifestazioni della Scolastica, tutto fu ancora incoerente ed incerto. La Metafisica, come ben dimostra 1' Espenberger, ^), vi ancora frammentaria ed ondeggiante bizzarramente tra idee aristoteliche e platoniche : la dottrina seducente delle idee, madre del Realismo ad oltranza, tosto si trova di fronte alle contrarie teorie aristoteliche di so- stanza, di natura, di persona : i concetti fondamentali del Peripatetismo di materia e di forma, chiave di volta' di tutta la sintesi scolastica-tomistica posteriore, vi sono ancora mal compresi, la materia, per esempio, il chaos per Alenino, 1' atomo materiale per Gio- vanni di Conches, una massa qualitativamente co- stituita e dotata di moto dinamico per le scuole di Chartres e se qualcuno, come dice il Wulf '), rico- nosce in essa il carattere di indeterminato assoluto e di passivit che vi riconosceva Aristotele, per incapace di approfondire tale nozione : la forma poi non gi considerata come il principio sostanziale 1) M. ESPENBERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardiis, Miin- ster 1901, pag. 36. Cfr. anche Domet De VORGES, S. Anselnie, Paris 1901 pag. 149 e sgg. 2) Cfr. Wulf, op. cit. pag. 139. AL SORGERE DELLA SCOLASTICA 141 dell' essere, ma piuttosto come una somma di pro- priet ; in altri termini in quel periodo si agitano le formule antiche, ma chi pi chi meno, tutti si mo- strano incapaci di interpretarle secondo lo spirito loro. Qualche cosa di simile avviene per le dot- trine cosmologiche, a proposito delle quali si o- scilla tra due tesi inconciliabili : quella della vita au- tonoma della natura, trasvestimento inaspettato dell' antica teoria platonica dell' anima del mondo e della concezione del fatum stoico, e 1' altra tesi della individualit di ogni essere naturale contenuto nell' universo, sostenuta da Abelardo e da Giovanni di Salisbury. Cos in psicologia nel campo della qua- le vero che -fino al secolo XII regn indisturbato S. Agostino, e quindi per mezzo suo un indirizzo platonico, non per questo per mancarono e dubbi ed incertezze ed errori : creazionismo e traduciani- smo, per esempio, come gi nello spirito di Ago- stino, vi si alternano e vi si confondono, si vuol salvare 1' indipendenza dell' anima e si arriva d' al- tra parte a riguardarla come una propriet della materia ; cos in morale dove tutto si riduce ad una descrizione delle virt particolari ricalcandosi malamente ci che gi avevan fatto gli Stoici, cos in teodicea, e cos in genere per qualsiasi altro palpito di pensiero. La parte invece del pensiero riflesso che non fu toccata ne da incertezza n da dubbio, e che si tramand sotto una forma gi rigidamente compo- sta a sistema fu appunto la dialettica, dove Aristo- tele regn senza rivali, e regn secondo verit e 142 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO giustizia, perch conosciuto nel suo vero essere, o per meglio dire nelle genuine opere sue. La tradi- zione intessutasi gi nel periodo patristico tale re- gno prepar con tutte le arti del buon ordine e della coerenza ; S. Agostino ') stesso col tessere nel De civitate- Dei V elogio dello Stagirita lo pro- clam degno della corona, che poi a questo fu data e conservata, tanto pi che 1' elogio del santo d' Ip- pona si congiunge all' elogio che egli fa della dia- lettica per la spiegazione stessa delle Scritture, e cosi la dialettica aristotelica fu il solo punto fisso e sicu- ro fino al secolo XII circa, in mezzo all' ondeggia- re di tutto il resto nel campo infinito del pensiero riflesso. Vale la pena che noi di questo regno passiamo tosto a considerare alcuni momenti, quelli che ci interessano, lasciandone nelT ombra tutte quelle de- viazioni 0, per meglio dire, tutti quegli eccessi di potere, a cui esso ha pur dato luogo, fra i quali il pi grave fu senza dubbio quello messo in luce dal Baumgartner -'), per cui essendosi abusivamente trasportata la teoria del giudizio dal dominio logico al dominio metafisico si dato luogo ad una falsa interpretazione della teoria ilemorfica, che fu poi motivi di tante incertezze ed errori. 1) Aristotele in tutto citato tre volte dal vescovo d' Ippona, che nel De civitate Dei, (Vili. 12) lo chiama; vir excellentis ingenii. 2) V. BAUMGARTNER, Die Philosopliie des Alanus de Insiilis (Bei- jrage zur Geschichte der Phil. d. Mittelalters U, 4). MUnster 1896, pag. 57 e sgg. AL SORGERE DELLA SCOLASTICA 143 Intanto vediamo che in Alenino *), il grande interprete ed esecutore delle riforme pedagogiche escogitate dal genio di Carlo Magno in quella fresca primavera di rinascenza attuatasi nella sua corte, nella sua opera De dialectica e nella sua Gram- matica nulla si trova che non si possa gi rintrac- ciare nelle opere di Boezio, di Cassiodoro, ed anche di Isidoro di Siviglia, il quale per quanto cos ' poco nei suoi 20 libri delle Origini od Etimologie, ragioni intorno a questioni di logica, di dialettica, e di linguistica, pure abbastanza chia- ramente dimostra tutto l' indirizzo tradizionale ari- stotelico da lui seguito anche per tali questioni. Le differenze, per esempio, nella dialettica tra Platone ed Aristotele sono da lui ben notate, come trasparente la sua preferenza per quest' ultimo ~). Riportiamo di S. Isidoro questo passo solo, che pressapoco si trova riprodotto poi anche in Aleni- no ^) : Nomen dictum quasi notamen qiiod nobis vo- cabulo res notas ejficiat, nisi enim nomen sciers, cognitio rerum perit, concetto questo che troviamo oltre che in Alenino, come si detto, anche in Fre- degiso, scolaro di Alenino, laddove dice : omne no- men finctum aliquid significat, ut homo, lapis, li- gnum : haec enim ubi dieta fuerunt simul res quas significant intelligimus '). Parrebbe a prima vista di trovarci qui davanti 1) Cfr. WULF, op. cit., pag. 144. 2) ISIDORO, Origini, lib. I, 1; I, 7; U, 22. 3) Cfr. Prantl, op. cit., Voi. II, Leipzig. 1861, pag. 17. 144 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ad una derivazione platonica ^) a base di rapporto di natura tra nome e cosa nominata, ma ci non ; il fatto che, detto un nome, noi veniamo a cono- scere la cosa che con esso viene significato, s' ac- corda infatti benissimo anche colla teoria fonda- mentale di Aristotele che nessun rapporto di natura vi tra quello o questa, trattandosi solo di un rap- porto stabile o per convenzione o per abitudine, tanto pila che Fredegiso ha quel finctum, il quale la- scia nessun dubbio in proposito ; per Platone infahi e per i suoi seguaci, gli Stoici, Filone, Eunomio, i nomi non si possono in alcun modo chiamare fincta , cio foggiati od inventati dall' uomo, giacche essi sa- rebbero posti dai pi abili, dai pi periti, da quelli cio, che avendo meglio studiate le singole cose ne hanno visto meglio la natura, e per ci da questa, come da un elemento oggettivo, spillato, per cos dire, il nome. Una deviazione invece, per quanto fugace, dall' indirizzo peripatetico preponderante, come si detto, in quei tempi nel campo della logica, troviamo in Scoto Erigena. Non qui il luogo di mostrare tutta la grande influenza che I' Erigena ha esercitato sullo svolgimento del pensiero filosofico medievale ulte- riore. Egli che per il primo in pieno secolo IX colla sua opera principale De divisione naturae ha sa- puto elaborare una sintesi completa di filosofia, fu 1) Ricordiamo a questo proposito l' insegnameuto, evidentemente d' origine platonica, di S. Isidoro suH' esilit dell' /, di cui gi si par- lato. (Cfr. del nostro lavoro, cap. HI, pag. 85). NEL PENSIERO DI SCOTO ERIGENA 145 senza dubbio il padre di tutto quel fermento razio- nalistico-mistico, che gemmazione del Neoplatonismo antico si and fissando secondo le due traiettorie del Panteismo e dell' Emanatismo. A noi basti qui ricordare come V Erigena, il quale la propria specu- lazione cominci ad esercitare commentando le opere del pseudo Dionigi, di cui papa Paolo I aveva inviato un esemplare a Pipino di Francia, da esse ritrasse tutto V andamento largo e maestoso del suo filosofeggiare, diventando e rimanendo poi sempre un neoplatonico convinto, per quanto le sue dot- trine cercasse mai sempre di conciliare coi dogmi della Chiesa, e coi dettami delle Scritture, non dubi- tando per di tormentar queste sotto le audacie di interpretazioni allegoriche per addattarle alle proprie dottrine, come, per esempio, egli ha fatto a proposito della creazione del mondo, che, secondo il suo con- cetto, doveva invece essere stato ed essere ancora una creazione fatta da Dio di se stesso nell' uni- verso tutto. evidente che con tali liberi ed arditi intendi- menti mal si potevano conciliare le strettoie a cui la tradizione aveva ridotta la logica e la dialettica di Aristotele : l' interpretazione che della natura della parola aveva dato Platone molto meglio s' ac- cordava coi fondamenti di tutta la sua speculazione, ed infatti ad essa egli ader, ed sua, per esempio, la sentenza : ci che noi conosciamo nelle parole necessario che noi conosciamo anche nelle cose da esse significate*: qiiod de nominibns cognoscimus necessarium est ut in his rebus quae ab eis signifi- 146 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO cantar cognoscamus '), in cui evidente 1' afferma- zione di un rapporto di natura tra nome e cosa si- gnificata ; dall' Erigena, per esempio, conservata la derivazione areopagitica di O-i? da O-w, io corro, fatta collo scopo di mostrare che veramente la di- N^init corre nelle viscere del mondo, sicch questo non che una vasta ondulazione del divenire di- vino. Anche laddove -) T Erigena fa 1' elogio della grammatica e della retorica, descritte velati qaae- dam membra dialecticae, tiene alta 1' estimazione fi- losofica s dell' una come dell' altra, in quanto le concepisce sempre in relazione ad rerum nataram, sicch trattando di esse gli argomenti devono ap- punto esser tratti ex rerum natura. Le stesse defini- zioni che r Erigena d della grammatica e della re- torica ') e della dialettica 0, i rapporti tra nomi e cose indicati anche dalle seguenti sue parole '') : no- mina apposita e regione sibi alia nomina respiciunt, necessario etiam res qaae proprie eis significa ntar, oppositas sibi contrarietales obtinere intelliguntur, i raffronti tra i cos detti nomina lucis colle species reram visibiles ed intelligibiles ed i nomina tenebra- ram colle cause omnem sensum et intellectum sape- rantes ''), tutti insomma gli accenni ad una specu- lazione qualsiasi sul linguaggio rivelano nell' Eri- 1) Scoto Erigena, De divisione natnrae, I, 14. 2) Scoto Erigena, V, 4. 3) Scoto Erigena, l, ^7. 4) Scoto erigena, v, 4. 5) Scoto Erigena, l, 14. 6) Scoto erigena, ni, 29. E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 147 gena un largo senso d' interpretazione platonica a proposito della natura dei nomi e dei loro rapporti alle cose. L' Erigena ebbe, come noto, una grandissima importanza nella storia della filosofia per il fatto d' aver egli, partendo dal suo concetto fondamentale dell' identificazione dei gradi dell' astrazione coi gradi dell' intelligenza 0, rimessa, per cos dire, all' ordine del giorno quella questione degli universali, che se idealmente risale a Platone ed ad Aristotele, storicamente si inizia da un passo dell' Isagoge di Porfirio. Anche qui dobbiamo intenderci ; vi furono degli autori quali 1' Haureau ed il Taine che tutta la Sco- lastica vorrebbero ridurre ad una disputa continua ed ininterrotta intorno agli universali, ora ci non vero, per quanto la lotta sia stata combattuta strenua- mente da una parte e dall' altra da realisti, concet- tualisti e nominalisti, i quali talvolta offrivano di s uno spettacolo, che pot strappare sorrisi ad uo- mini relativamente spregiudicati come Giovanni di Salisbury '). Noi non possiamo certo seguire tutte le mo- venze assunte in relazione a tempi ed a luoghi di- versi da tale contesa, dovendoci solo accontentare di mettere in evidenza le relazioni necessarie che il problema degli universali doveva avere ed ha avuto di fatto colla speculazione sui nomi. 1) Cfr. in proposito Ueberwegs, Gnindriss etc, Voi. U pa.ii. 139. 2) Giovanni di Salisbury, Polkraticus, lib. VU, cap. 12. (Ioan- NIS SARESBERIENSIS, Opera, Lusduiii Batavoruin, 1595, pag. 385). 148 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Anzitutto notiamo il fatto che la questione, di cui stiamo parlando, nata appunto sul terreno della logica, da cui a poco a poco arrivata a quello psicologico, per invadere finalmente quello metafi- sico, dove solo poteva avere una soluzione ade- guata ; ricordiamo i precedenti storici : Porfirio si era domandato : i generi e le specie esistono nella natura, o non sussistono che in pure costruzioni dello spirito ? Dato che essi sieno delle cose, sono esse corporee od incorporee ? Esistono essi fuori degli esseri sensibili o sono realizzati in esse ^) ? evidente che la domanda fondamentale la prima ri- guardante appunto r obbiettivit dei generi e delle specie, che in fondo non sono che gli oggetti dei nostri concetti , produzione questi della no- stra facolt astrattiva, i di cui risultati noi fis- siamo appunto coi termini del nostro linguaggio. Se noi infatti non avessimo questi, noi saremmo sempre daccapo, ed inutile sarebbe tutto il lavoro lo- gico dello spirito nostro, come sarebbe inutile, per usare alcune note similitudini dell' Hamilton, quello di chi volesse scavare una galleria nella sabbia senza so- stenere con sostegni la parte di scavo gi composta, o di chi volesse penetrare in un paese avversario da conquistare, senza assicurarsi alle spalle le con- quiste gi fatte con opportune fortezze. 1) Ecco le parole di Porfirio : Mox de generibus et speciebus illud quidem sive subsistant, sive in nudis intellectibus posita sitit, sive subsistentia corporalia sint an incorporalia, et utnim separata a sensibi- libus an insensibilibus posita et circa haec consistentia, dicere reca sabo. (Cfr. BOETHii, Opera, Basilea 1579., pag. 53), E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 149 Boezio ne' suoi commentarii all' Isagoge di Porfirio non seppe dare alle domande del filosofo neoplatonico che risposte poco coerenti e poco precise, e cos la questione si trascin rimanendo sempre sott5 la forma : gli oggetti dei nostri con- cetti esistono nella natura (subsistentia), o si ridu- cono a delle pure astrazioni (nuda intelleda) ? Sono si 0 no delle cose ') ? Quante e quali furono la risposte ? Il Mercier, a tale riguardo nella sua Criteriologia generale ~) dice che esse furone quattro : abbiamo prima il Rea- lismo esagerato, copia di queir antico di Platone, secondo il quale vi armonia tra concetto e realt oggettiva, la quale quindi esiste nello stesso stato di universalit che riveste la realt pensata : all' e- stremo opposto vi il Nominalismo, il quale al con- trario del Realismo ad oltranza, il quale sogn il mondo reale secondo gli attributi del mondo pen- sato, modell il pensiero sulle cose esteriori, negan- do perci l'esistenza dei concetti universali, e rifiu- tando air intelletto il potere di dar ad essi origine. In mezzo a tali due estremi sta : I" il Concettualismo, che ammette 1' esistenza ed il valore ideale dei con- cetti universali, non il valore loro reale ; i concetti hanno per termini mentali oggetti \xmvQ:x?>dA\{oggettivit ideale), ma noi non sappiamo se essi hanno un fonda- mento al di fuori di noi, e se nella natura gli indivi- dui posseggono distributivamente {oggettivit reale, 1) Cfr. LOKWE, Kampf zwischen Rcalismiis iind Nominalsmiis in Mittelalter, Prag 1876. pag. 30. 2) D. Mercier, Criteriologie generale, Louvain, 1900, pag. 300 et sgg. 150 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO l'essenza che noi concepiamo come realizzate in ciascuno d' essi ; IF il Realismo moderato, aristote- lico, 0 tomista, che ammette il valore ideale, ed il valore reale del concetto : le cose, usiamo ancora le parole del Mercier, sono particolari, ma noi abbia- mo il potere di rappresentarcele astrattamente ; ora il tipo astratto, quando l'intelligenza lo scorge per rifles- sione e lo mette in rapporto coi soggetti particolari in cui esso realizzabile, attribuibile a ciascuno d' essi ed a tutti : quest' applicabilit del tipo a- stratto agli individui la sua universalit. Tali sono le quattro risposte alle domande for- mulate da Porfirio in un trattato di Logica, come appunto r Isagoge, il Wulf ') dice che il Realismo assoluto contro il buon senso, ed vero, esso per aveva avuto uno splendido campione in Pla- tone ; d' altra parte ricordiamo che 1' esemplarismo agostiniano nella sua forma primitiva gi gi fino alla species intelligibiles da S. Bonaventura e da S. Tommaso ammesse negli angeli, ) alla rationes semi- nales ammesse da S. Tommaso stesso era una gran- de concessione fatta all' antica teoria idealogica di Platone : ben pi strana a noi appare invece la ri- sposta nominalistica, e non solo a noi, ma anche ad altri, i quali messisi a giudicare di essa sul ter- reno storico hanno potuto convincersi che in realt non mai esistita nell' et di mezzo una scuola di filosofia, la quale si sia formata e raggruppata in- 1) Wulf, op. cit. pag. 162. 2) Cfr. in proposito : P. ROTTA, La coscienza religiosa medievale, Angelologia, Torino 1908, pag. 74, E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 151 torno ad una tesi cos inetta, quale poteva esser quella, secondo cui 1' universale non che una ri- sonanza dell' aria, il soffio materiale della voce, o^ flatus vocis 0. Comunque per sia di ci resta un fatto che tutta la contesa degli universali si iniziata e per non poco si svolta su terreno grammaticale logico e non avrebbe potuto esser diverso : tutta la que- stione infatti stava nel decidere quale doveva essere il contenuto per i singoli nomi, concepiti con sim- boli necessari dei singoli concetti. Considerata anzi sotto questo punto di vista, noi possiamo dire che tale lotta rappresenta lo svolgimento di uno dei ca- pitoli pi interessanti di qualsiasi filosofia del Pn- guaggio. noto che si discusso a lungo se prima tra gli uomini abbiano avuto corso i nomi comuni o non piuttosto i nomi proprii ; Adamo Smith nella sua Teoria dei sentimenti morali ~) ha sostenuto che prima ci devono essere stati nomi proprii, cio no- mi individuali, il Leibniz invece pensava il con- trario, pr axiomate habens, sono le sue stesse paro- le, omnia nomina quae vocamus propria aliquando appellativa fiiisse, alioquin ratione nulla cstarent. ') Questa opinione fu validamente difesa in tempi a 1) Cfr: Groeber, Gnindriss d. roman. Philol., U, pag. 550, n. 1, dove si riporta in proposito l'opinione dei Windelband. 2) Cfr. Dugald-Stewart, Elementi de la Pliilosophie de V Espri, humain, Paris 1845, voi. Ili, pag. 21. 3) L'opinione del Leibniz riportata pure dal DuRald - Stewart (loc. cit). 152 La filosofia del linguaggio noi pi vicini dal Max Muller ^) dal Rosmini "-), dal Darmesteter ^) dallo Zoppi ^), 1' opinione dello Smith fu recentemente difesa, per quanto in parte modificata, dal Fonsegrive '). Una tale questione non fu per nulla direttamente posta in tempi anti- chi, per quanto, secondo il Giussani ^) V opinione che ogni nome in origine sia stato un predicato, e quindi ogni nome proprio sia stato comune, il presupposto necessario di tutta la discussione quale si svolta nel Cratilo di Platone. Neil' et di mezzo se tale questione non fu po- sta sotto il suo aspetto storico fu per, per cos dire, coinvolta nel problema pi largo e generale de- gli universali. Prima di decidere cio se prima ci furono i nomi generali, i nomi cio che possono cor- rispondere ad una serie estesa di cose, che per la loro eguaglianza logica in ordine a comprensione ed estensione possono essere comprese in un solo concetto, e quindi essere espresse con un termine solo, o se non piuttosto prima ci furono i nomi particolari, nomi cio che possono corrispondere ad un individuo solo, era necessario risolvere la que- stione pregiudiziale : il genere e la specie esistono poi come qualche cosa di reale fuori di noi, o esi- 1) May Mueller, The science of Thought, London 1887, pag. 432. 2) Cfr.G. MORANDO, Corso di Filosofia, voi. I, Milano 1898, pag. 225, e sgg. 3) H. Darmesteter, La vie des mots, Paris 1887, pag. 41. 4) ZOPPI, op. cit., pag. 166, 167. 5) G. Fonsegrive, lements de Philosophie, voi. I, Paris 1890 pag. 243. 6) C. Giussani, op. cit., pag. no. E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 153 stono solo come qualche cosa allo stato ideale dentro di noi 0 non esistono affatto, o sono semplicemente flatus vocis ? Per il Nominalismo, per esempio, non avrebbe potuto aver valore che la tesi difesa poi dallo Smith, giacche come si sarebbe potuto par- lare di nomi comuni, quando si negava per fino r esistenza dei concetti universali ? evidentemente quelli non sarebbero stati in tal caso che etichette sopra dei recipienti vuoti. Per il Realismo invece le cose sarebbero andate ben diversamente, e le mo- dalit stesse della speculazione di Platone ne sono una prova. La tesi, sostenuta poi dal Leibniz, ha detto, come si visto, il Giussani, il presupposto del Cratilo platonico, noi possiamo aggiungere che essa il presupposto di qualsiasi soluzione realistica, ed anche solo concettualistica della questione degli universali. Una volta infatti che si ammetta il concetto, e lo si ammetta come produzione della facolt astraente dello spirito nostro in rapporto a reali caratteri di so- miglianza tra le diverse serie delle cose, una volta che tale concetto lo si creda applicabile non di- ciamo ai tipi delle cose relativamente esistenti, co- me avrebbe potuto dare un Realismo qualunque ad oltranza, ma lo si creda applicabile agli individui stessi in quanto in questo lo spirito riscontra quel tanto di comprensione con cui per astrazione ha plasmato il loro tipo ideale, quando tutto questo si ammetta secondo i dati di un semplice Realismo moderato, allora, e solo allora, la parola avr tutta la sua importanza e tutto il suo valore, allora e solo allora essa sar etichetta di quei recipienti di 154 LA filosofa del LINGUAGGIO cui tutti conosceranno il contenuto, allora e solo allora il linguaggio sar veramente il complesso di quelle tessere che son utili e necessarie per il com- mercio degli animi. In caso contrario la parola non sar pi termine fisso di un lavoro comune coe- rente ed omogeneo, ma sebbene semplice descrizione fugace che colla cosa, a cui sar momentaneamente applicata, dovr scomparire nel caos dell' indistinto mfinito, sicch tutti allora ci troveremmo nel caso del Sofista greco, il quale ebbe la bizzarria di por- re ad un suo schiavo un nome nuovo chiamandolo neppure , e se ne vantava credendo cos di aver dimostrato che ogni parola potesse diventare signi- ficativa ad arbitrio, senza capire, nota il celebre linguista Max MUller, che con quel neppure po- teva benissimo chiamare un dato individuo, ma che mai quel nome avrebbe potuto istituire il nome co- mune schiavo , perch questo era gi ormai tra- dizional termine di un dato concetto, sicch facendo quella sostituzione nessuno pi V avrebbe inteso, perch si sarebbe tagliato il ponte, su cui era pos- sibile la comunicazione tra gli uomini di quella bricciola di sapere raccolta amorosamente nel seno di quel dato concetto. Queste sono le ragioni di ordine logico per cui noi crediamo conglobata nella questione degli uni- versali anche un grande problema di filosofia del linguaggio, nel che andiamo d' accordo col Croce *), il quale pure crede che in quella disputa secolare 1) B. Croce, op. cit., pag. 178. E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 155 non si pot non toccare in qualche modo la rela- zione tra il verbo e la carne, tra il pensiero e la parola. Certo si che ben diverso sarebbe stato lo svolgimento di tutta la contesa, che, nata su terreno logico, sopra di questo rimase per tanto tempo, se oltre che 1' Organon dello Stagirita si fossero presto conosciute anche quelle altre sue o- pere, in cui egli, integrando la metafisica di Eraclito con quella di Parmenide, scioglie la questione dei rapporti tra individuale ed universale in quel modo che fu uno dei punti specifici e caratteristici di tutto quanto il Peripatetismo. Ed ora da tali considerazioni d' indole generale veniamo a vedere un po' pi da vicino qualcuno di questi autori che si sono gettati nella disputa, e ci allo scopo di avere la contropprova di tutto quanto abbiamo poco sempre affermato. Gi si discorso di Fridigiso, uno dei primi campioni del Realismo, a cui tosto s' aggiunsero, per non citare che i principali, Remigio d' Auxerre, Gerberto, Fulberto, fondatore della scuola di Char- tres, Oddone di Tournai, scrittori tutti di logica e di dialettica : trattarono essi qualche volta anche di metafisica, ma in modo frammentario, rivolgendo tutto, r acume della loro speculazione a quelle que- stioni di logica, in cui, trattandosi dei concetti e dei giudizii, tosto si ingenerava l'addentellato per discutere intorno all' oggettivit di quelli, che essi, come realisti, ammettevano assicurando cos non solo il contenuto ideale, ma anche reale della parola in quanto manifestazione di concetti. 156 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO E COS accadde anche nell' altro campo, cio in quello degli antirealisti, i quali, badiamo bene, quando del dilemma di Porfirio si attaccarono alla seconda parte dicendo che gli universali non sono gi delle cose realizzate allo stato universale nella natura, ma solo pure costruzioni dello spirito ( nuda intellecta), cio astrazioni verbali, non vollero gi prendere posizione in quel Nominalismo di cui si parlato prima, il quale molto probabilmente stato pi una finzione posteriore fatta quasi per una ra- gione di contrasto al Realismo ad oltranza, che un reale sistema di una determinata scuola. L' Antirea- lismo ebbe piuttosto un carattere negativo, cio esso fu negazione dell' esistenza di una realt universale, solo pi tardi esso affront direttamente il vero problema, che era al di sopra del dilemma di Porfi- rio, acni troppo ligia si tenne la speculazione degli universali nei primi secoli, cio il modo con cui si potevano conciliare in motivi pi larghi e profondi la sostanzialit degli- esseri individuali, i soli esistenti, e r esistenza in noi di concetti universali. Per i primi secoli, in altri termini, gli antirealisti si accon- tentarono di ammettere i concetti anche universali, concetti eh' essi chiamano nomi di cui riconobbero tutta r importanza in quante espressioni rigide delle astrazioni umane ; ed strano che giudicando le cose e risolvendo la questione, che tanto allora affaticava le menti da un tal punto di vista, non avessero sentito anche il bisogno di approfondire anche la natura di tali nomi, le loro origini, il loro significato, di fare cio anche un po' di filosofia del E LA QUESTIONE DEGLI UNIVERSALI 157 linguaggio, dato appunto che col linguaggio si pote- vano fissare quei termini, a cui corrispondeva, come contenuto, il solo esistente nella grande economa del tutto ! Invece questo non avvenne ; anche in antirea- listi come Rabano Mauro ed Heiric d' Auxerre, scrittori anche questi soprattutto di logica e di dia- lettica secondo il solito indirizzo di Aristotele, Por- firio e Boezio, nessuna traccia noi troviamo di un pensiero nuovo intorno al linguaggio. In Heiric tro- viamo, vero, un passo in cui ben si distinguono i tre elementi, qiiibus omnis collocutio dispiitatioque perficitur, e cio : res, intellectns, et voces : res sunt qtias animi ratio ne percipimus, intellectns vero qno ipsas res addiscimus, voces qnibns quod intellecta capimus significamus . Come si vede siamo qui an- cora alle medesime distinzioni gi stabilite da Boe- zio. Poi Heiric aggiunge : Praeter haec autein tria est alind quoddam quod significai voces, hoc est litterae, harum enim scriptio vocum significano est . Rem concipit intellectns, intellectam voces designant, voces autem litterae significant. Rarsus hornm quat- tnor duo sunt naturalia, id est et res et intellectus, duo secundum positionem hominun, hoc est voces et lit- terae *), il quale ultimo rilievo richiama evidente- mente tutto quanto Boezio" aveva ripetutamente scritto a suffragio della teoria aristotelica della po- sitio nominum secundum hominis placitum. Eppui'e doveva essere cos spontaneo il problema dell' ori- 1) Prantl, op. cit., voi. II, pag. 41. 158 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO gine e della natura dei nomi stessi per chi come Heiric d' Auxerre credeva che con essi si esprime- vano i concetti universah, gH unici esistenti nel campo dell' universalit ! eppure date le res e l' in- tellectas, come cose naturali, doveva essere cos spontanea V investigazione intorno all' essenziale u- nit del linguaggio siccome segno degli umani concetti, intorno alle istintive espressioni dei bruti ed intorno ai rapporti di quello colle cose stesse e colla verit ! Ed invece tutto ci non fu sentito ne da Rabano Mauro, ne da Heiric d' Auxerre, ne da Roscellino, il quale pure, secondo di contemporaneo suo Ottone di Frisinga : primiis nostris temporibus sententiam vocum institiiit '). noto che Roscellino pass sempre come il rappresentante genuino del pi puro e perci del pi netto Nominalismo, ora, secondo le felici in- duzioni del Wulf, anche tale luogo comune delle solite storie della filosofia si deve credere ne pi n meno che una leggenda, giacch il fatto si che' egli ha lasciato troppo poco dell'opera sua, perch noi possiamo questo poco interpretare nel modo voluto ed imposto dalla tradizione. Di lui infatti abbiamo solo una lettera indirizzata ad Abe- lardo e poi parecchi passi che a lui si riferiscono nelle opere di S. Anselmo, Abelardo, Giovanni di Salisbury, i quali tutti affermavano che per Roscel- lino i generi e le specie non sono che voces . Come si deve interpretare quel voces ? Forse nel 1) Wulf, op. cit., pag. 171. NEL PENSIERO DI S. ANSELMO 159 senso voluto da un Nominalismo puro, per cui le voces non possono gi esser termine del concetto, e cio di un pensato universale ? Il Wulf non crede che si deve interpretare cosi il sententia vociim, di cui parla Ottone di Frisinga, noi crediamo che egli abbia perfettamente ragione appoggiandoci anche sopra quanto troviamo in S. Anselmo "'), in cui si dice che per negare 1' esistenza del colore all' in- fuori degli oggetti Roscellino diceva che il colore sta agli oggetti come la saggezza sta all' anima, in cui se vero che si tende ad affermare la realt dell' individuale e' per anche manifesta la neces- sit mentale di un substrato, a cui far aderire nel- r intelletto ci che appunto individuale. In pi spirabil aer per ci che riguarda il no- stro argomento veniamo con S. Anselmo. Fu questo un pensatore davvero insigne nella collana degli scrittori cristiani dell' et di mezzo, e se la sua fa- ma per i pi si trova specialmente attaccata alla formula credo ut inielligam -), che in linea sto- rica da S. Anselmo fu applicata esclusivamente a questioni teologiche, mentre pur concetto di lui che anche la ragione una sorgente indipendente e propria di sapere, d' onde il suo grande rispetto per la dialettica ^), in realta egli, seguace del lu- minoso pensiero di S. Agostino ^), fu il primo che 1) S. Anselmo, De Fide Trinitatis, l. 2) S. Anselmo, Proslogium, cap. I. 3) Cfr. DOMET DE VORGES, op. cit., pag. 135. 4) Lo dice S. Anselmo stesso nella prefazione al Monologiiim : Nilil potili invenire me didicisse qiiod non catlwliconim patnini et maxime beati S. Augustini scriptis cohaereat. 160 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO seppe sul terreno dell' ortodossia scolastica dar corpo alla prima sintesi filosofica, che fosse reazione sapiente alla sintesi antiscolastica ed in non piccola parte eterodossa di Scoto Erigena. S. Anselmo per ci che riguarda la questione degli universali si de- cise per il Realismo, un Realismo pieno e completo che talvolta nel Monologio si manifesta con for- mole tali da far sospettare quasi un Panteismo. Partendo da un tale punto di vista S. Anselmo ha visto il nesso che si poteva filosoficamente stabilire tra la questione degli universali e la filosofia delle parole, anzitutto egli nel Monologio pressapoco con- formamente a quanto dir pi tardi Alberto Magno, fautore, come creatrice della parola dell'imaginazione, che per gli Scolastici poca differenza ha della memoria, stabilisce per quella cme origine la memoria ; in se- condo luogo egli ha visto molto bene la questione del linguaggio sotto il suo aspetto psicologico ; la mente, egli dice, trae da se stessa 1' imagine di ci che pensa, imagine che naturalmente fatta a pro- pria somiglianza, e che solo idealmente noi pos- siamo disgiungere dalla mente, che l'ha concepita ; tale imagine la parola della mente, e 1' agitarsi ed il susseguirsi di tali parole ci che costituisce il linguaggio mentale ; su tale concetto S. An- selmo insiste molto a lungo : per esempio, egli dice, quando si pensa alcunch extra mentem, la pa- rola mentale della cosa pensata non nasce gi dalla cosa stessa, ma sibbene dall' imagine della cosa, che gi nella memoria di chi in quel dato momento pensa, o che per il tramite dei sensi si trae allora NEL PENSIERO DI S. ANSELMO 161 dalla cosa reale fuori di noi 0- Per il che, dice al- trove il santo, rem unam tripliciter loqiii possumiis : 1) sensibiliter, usando di segni sensibili, 2) insen- sibiliter rivolgendo tra di noi tali segni , 3) nec sensibiliter, nec insensibliter, rivolgendo tra di noi non gi i segni, ma le cose stesse, o per meglio dire le immagini delle cose quali la memoria ha in s, o quali i sensi ci vanno continuamente offrendo. Di queste tre specie di linguaggio, naturale soltanto la terza, inquantoch i suoi elementi sono uguali per tutti : tali parole naturali sono molto pi vere che non le altre non necessarie con cui noi ci espri- miamo, perch molto pi simili alle cose, di cui tentano di esser copia precisa ~). Come si vede qui siamo alla presenza di una profonda dottrina d' ordine psicologico per ci che riguarda la fa- colt del parlare nell' uomo : che cosa infatti essa ? non altro se non un' espressione estrinseca di ci che naturalmente avviene, in noi, in cui e' un vero linguaggio espressivo per immagini, cio per parole che sono vere immagini delle cose formate nel nostro pensiero. In base a ci S. Anselmo affronta anche la questione gi discussa da Platone nel Cratilo suir efficacia della parola , quale pronunciata, nel produrre la cognizione ; S. Anselmo nega, come gi Platone, una tale efficacia perch la cognizione pu nascer solo in noi dal linguaggio naturale 1) S. Anselmo. Monolosium, cap. 63. 2) S. Anselmo, Monologium, cap. 10. 162 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO interno, non gi da quello artificiale esterno, nes- sun rapporto esiste infatti tra le parole del no- stro discorso colle cose, mentre le parole mentali da una parte colle cose hanno un rapporto di na- tura, e dall' altra sono omogenee alla nostra stessa facolt conoscitiva, e non ci pu essere cosa pen- sata da noi senza che abbia il suo corrispondente motto verbale, tantoch conclude S. Anselmo : Tot sunt verba in mente cogitantis, qiiot siint res cogi- tatae '). E forse superfluo far osservare quanto bene una tale teoria psicologica di S. Anselmo s' accordi colla soluzione realistica da lui data del problema degli universali : sulla questione poi dell' efficacia della parola come mezzo di conoscenza il santo ritorna nel dialogo De Ventate'), dove troviamo un passo di una certa importanza : Il maestro in esso ha parlato della lectitudo enunciationis, ma il discepolo sente tosto una difficolt nascergli nella mente, quella difficolt cio che pi tardi, come ve- dremo, vedr e risolver anche Duns Scoto, e cio egli cos domanda al maestro suo : Video qnod dicis, sed doce me quid respondere possim, si quis dicat quia etiam cum oratio significai esse quod non est, significai quod debet, pariter namque accepit significate esse et quod est et quod non est, nam si non accepisset significare etiam quod non est, non id significaret, quare etiam cum significai esse quod non 1) S. Anselmo, Monologium, cap. 63. 2) S. Anselmo, Dial. de veritate, cap. 2. NEL PENSIERO DI S. ANSELMO 163 est, significai qiiod debet, ac si qiiod dcbct signifi- cando recta et vera est, siciit ostendisti, vera est oratio etiani ciim enantiat qiiod non est. Al che il maestro risponde : Vera qaidem non solet dici cimi significai esse qiiod non est ; veritaiem tamen et recti- tudinem habei, quia facii qiiod debet. Sed ciim signi- ficai qiiod est, diipliciter facii quod debet, qaoniam si- gnificai et quod acceoit significare, et ad qaodfacia esiy sed seciindum ha ne reciitudineni et veritaiem, qua signi- ficai esse quod est, usu recia est et vera diciiur enun- ciano, non secundum illam, qua significai esse etiam quod non est. Alia est igiiur reciiiudo et veriias e- nunciationis, quia significai ad quod significandum facta est, alia vero quia significai quod accepii si- gnificare, qnippe isto immutabilis est ipsi raiioni, illa vero muiabilis. Come si vede, qui ancora, come gi si detto, r antica questione della giustezza dei nomi trattata da Platone, e da S. Anselmo lumeggiata sotto un aspetto nuovo cio sotto il suo aspetto logico ; e' era, come noto, la soluzione data da Aristotele, secondo cui la giustezza data dall' aggiunzione del verbo essere, riguardando verit e falsit non gi la parola, ma sibbene il giudizio. S. Anselmo invece riconosce una giustezza ne' nomi in questo senso : i nomi hanno comunque un significato, cor- rispondono essi quindi sempre ad una realt, perch corrispondono sempre ad un concetto, che , per quanto re.ilt ideale, pur sempre qualche cosa di positivo. Pu d:irsi che a questa realt ideale cor- risponda si 0 no una realt oggettiva fuori di noi, 164 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO e S. Anselmo nel suo Realismo ad oltranza era largo neir ammettere una tale oggettivit ; quando una tale corrispondenza esiste tra concetto ed oggettivit, allora la parola pu veramente dirsi e retta e vera in doppio senso, prima di tutto perch significa ci che deve, in secondo luogo perch esprime ci che : quando invece tale corrispondenza non e' , la pa- rola rimane pur sempre vera, perch serve sempre ad esprimere un concetto, negativo nell' ordine della realt. Tutto ci in modo molto incerto era stato veduto anche da Scoto Erigena ^), ma quanto pi chiaro ed esauriente la spiegazione in proposito di S.- Anselmo ! Anche il dialogo De Grammatico di S. Ansel- mo si svolge tutto intorno ad una questione di lo- gica, perch in fondo non altro che una ricerca sottile intorno a comprensione ed estensione dei due concetti di uomo e di grammatico per metterne in evidenza le reciproche relazioni : osservazioni qua e l di una certa im.portanza non mancano anche in tale dialogo, che solo nei primi paragrafi a noi si presenta con carattere discretamente sofistico : pii avanti invece, per esempio -), S. Anselmo viene a dichiarare che il nome esprime molto meno delle cose, il che dal lato logico perfettamente vero, perch il nome termine del concetto, ed esprime solo r essenziale, mentre le cose, essendo singole, oltre che quei caratteri essenziali, per cui esse sono quel 1) Scoto erigena, De div. natiirae, \\\. 5. 2) S. Anselmo, De Grammatico, cap. XH. NEL PENSIERO DI S. ANSELMO 165 che sono, hanno anche quelle parvenze specifiche, per cui sono diverse dalle altre della medesima specie ^). Altrove il nostro autore, ripigliando una distinzione gi fatta, come si visto, da S. Gio- vanni di Damasco, divide e nomi e verbi in sostan- ziali, ed accidentali '), ed approfondisce tale distin- zione Vi da giungere a trattare delle categorie ari- stoteliche, a proposito delle quali scrive ^) : Sed quoniam voces non significant nisi res, dicendo quid sit qiiod voces significent necesse est dicere quid sint res. Come si vede abbiamo qui il riflesso di quella fiducia nella realt oggettiva che caratterizza il decalogo categorico di Aristotele in raffronto, per esempio, al tetralogo delle categorie Kantiane, espressioni delle forme a priori della mente nostra. A proposito finalmente della divisione fatta, come si visto, da Aristotele di nomi e verbi, basata, come poi in lungo e in largo ha spiegato Boe- zio, sul significare alcuna cosa sine tempore o cum tempore, S. Anselmo osserva che hodiernum a ri- gor di termini dovrebbe appunto essere un verbo, ap- punto perch significai aliquid cum tempore ^). L' andamento largo introdotto da S. Anselmo anche a proposito delle speculazioni sul linguaggio, fu tosto seguito da altri spiriti luminosi di quel 1) Ci confermato da S. Anselmo stesso, laddove dice che tutte le accidentalit sono della cosa e non del nome. Cfr. S. Anselmo, De Grammatico, cap. XVII. 2) S. Anselmo, De Grammatico, cap. XV 3) S. Anselmo, cap. XVH. 4) S. Anselmo, cap. XIll. 166 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO giro di anni : notiamo prima fra essi Giovanni di Sa- lisbury, che assurgendo dai secchi ed aridi studii della Grammatica, a cui molti si erano allora ridotti accontentandosi di analizzare pedestremente la gram- matica di Prisciano ^), arriva ad una concezione larga e quasi umanistica del trivio e del quadrivio, da lui chiamati come le sette voci che conducono r anima nel santuario della scienza, il di lui trat- tato Metalogiciis tutta una carica a fondo con- tro tali esseri chiusi ad ogni soffio geniale in ri- guardo agli studii della dialettica : egli restituisce alla logica il suo impero, ma vuole che non sia sempli- cemente un vano formalismo sterile ed esangue -), essa necessaria perch la scienza formativa per eccellenza, appunto perch offre il miglior insegna- mento al pensare ed al parlare, senza di cui ogni filosofia impossibile ). Per ci che riguarda le sue dottrine logiche, egli si riferisce, e lo dichiara lui stesso, ad Aristotele ed a Porfirio ^) in riguardo per al nostro argomento ha qualche osservazione di una certa importanza : dal lato filosofico Giovanni di Salisbury fu un rea- lista moderato aristotelico : l' analisi della cono- scenza astratta ad un tale Realismo lo ha condotto ") ; ora partendo da un tal punto di vista egli ha ca- pito tutta r efficacia del nome rispetto alle cose ; 1) Cfr. Giovanni di Salisbury, De septem septenis, cap. 2. 2) Cfr. Giovanni di Salisbury, Metalogicus, H, 9, 10. 3) Cfr. Giovanni di Salisbury, n, 20. 4) Cfr. Giovanni di Salisbury, n, il ; IV, 17: etc. 5) Cfr. Giovanni di Salisbury, n. 20, NEL CONCETTUALISMO DI ABELARDO 167 queste sono singole ed individue, ma il nome tale che pu invece convenire anche agli universali (rei nomen latiiis patet ut possit iiniversalibiis convenire '), r universalit per del nome possibile e sicura quando sia frutto di analisi di particolari, sia cio r espressione dell' astrazione fatta dalla mente sulle parvenze singole delle singole cose, senza di cui anche V universalit non sarebbe possibile, e quindi non sarebbe possibile il concetto e col concetto il nome : ora la dialettica tende appunto a rendere manifesta la forza del discorso e delle parole, cio a mostrare il loro grado di universalit in rapporto alla singolarit delle cose realmente esistenti fuori di noi ~). Opposto in certo qual senso a tale modo di concepire V universalit dei nomi quello indicato da Abelardo, secondo cui V universalit non sta gi nelle cose e nelle parole, ma sebbene nel discorso, il quale solo universale (sermo soliis est praedicabilis) , quan- tunque cio i discorsi sieno composti di parole, pure non queste ma quelli si possono ritenere universali ^). Questa soluzione di Abelardo merita senza dub- bio di essere approfondita, cio di essere messa in relazione ai fondamenti primi di quel sistema, che, da lui iniziato, ebbe nella storia del pensiero il no- me di concettualismo, bagliore primo di qualsiasi forma di criticismo ulteriore. 1) Cfr. Giovanni di Salisbury, Metalogiciis, II, 20. 2) Cfr. Giovanni di Salisbury, III, 2. 3) Tutto ci si trova in un passo del Reinusat citato dal Prantl, ^op. cit., pag. 175). 168 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Per capir meglio ci che vogliamo spiegare ri- portiamo anche quest' altro passo di Abelardo : Neqiie enim substantia specierum diversa est ab es- sentia individiiorum, nec res ita siciit vocabula di- versas esse contingit ^), parole queste che confer- mano quanto abbiamo pi indietro affermato a pro- posito appunto di concettualismo. Si affermato al- lora che secondo i concettualisti, ed Abelardo fu il pi illuminato di essi, esiste il valore ideale dei con- cetti universali, non esiste per, o per lo meno non si sa se esista il loro valore reale, cio se nella na- tura gli individui posseggano distributivamente V es- senza che noi concepiamo come realizzata in cia- scuno di essi. Le parole quindi, in quanto sono ap- punto denominazioni delle cose, non possono es- sere dotate di universalit, perch appunto sono r espressione psicologica di ci che non sappiamo se abbia in se tale universalit, quelle quindi non possono valere pi di quello di cui sono simbolo. Le parole per sono anche espressioni di concetto e come tali possono essere universali, ci vero, a patto per che esse s' intendano solo come qual- che cosa di ideale, cio non si riferiscano alle cose, ma consumino la loro potenzialit entro di noi, nel nostro intelletto, in altri termini nei nostri giudizi!, e quindi nel nostro discorso. cos, a nostro credere, che si devono inten- dere le suesposte opinioni di Abelardo, ed cos che un' altra volta resta comprovato quanto l' inter- 1) Cfr. M. De Wulf, op. cit. pag. 204. ED 1 NUOVI FERMENTI DI PENSIERO 169 prelazione filosofica del valore delle parole abbia seguito passo passo iicll' et di mezzo le diverse soluzioni del problema degli universali. L' altezza a cui la logica era stata portata per opera dei citati autori a cui potremmo aggiungere Gilberto della Porretta, integratore di Aristotele colla sua opera Liber sex principionim e Thierry di Chartres, altro illuminato campione contro i Cor- nificiani, che nella storia della filosofia passarono nei secoli XI, e XII come i retrogradi della logica, perch verbalisti e sofisti, nugiloqiii ventilatores, come li chiama Giovanni di Salisbury, che li boll nel suo Polycraticiis, dando loro il nome da un Corni- ficio -), che di quelli fu uno dei poco nobili rappre- sentanti, tale altezza, diciamo, non venne mai meno, specialmente quando in Occidente si venne a cono- scenza delia speculazione bizantina orientale, e di quella degli Arabi, i quali con Avicenna e con A- verro tanto impulso avevano dato alla logica, libe- ramente commentando Aristotele, s da portar quella nella sfera della speculazione viva, non lasciandola impaludare nella morta gora di un puro formalismo senza moto e senza risorsa ! Ormai intanto la questione degli universali a- veva perduto il suo agreste sapore di novit : il Rea- lismo ad oltranza ingenuamente inconseguente della prima met del secolo XII, per cui si attribu un' en- tit universale ai nostri concetti specifici e gene- rici, senza per sottoscrivere all' unit panteistica 1) Giovanni di Salisbury, Polycraticns, VU, 12. 170 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO delle cose, che pur ne era una conseguenza logica, rappresent per breve tempo una delle tendenze preponderanti nella Scolastica, propriamente detta, la quale si trov cos sospinta fra le dottrine di Guglielmo di Champeaux, secondo cui V essenza u- niversale unica ed identica in tutti i subordinati, in ciascuno dei quali quella contenuta secondo la totalit del suo essere, non essendo V individualit che una modificazione accidentale della sostanza specifica, e la specie un accidente dell' essenza ge- nerica ^), e r indifferentismo di Adelardo di Barth, secondo cui ogni esistenza individuale, ma in ogni individuo si riscontrano insieme delle determinazioni che gli appartengono in proprio e costituiscono la sua qualit differenziale (differens) e delle realt specifiche e generiche, che si ritrovano non differenti (indifferens) negli altri individui subordinati al me- desimo titolo di genere e di specie ; adunque il medesimo essere, che secondo il diverso punto di vista con cui lo si considera, chiamato individuo, specie e genere. tale dottrina, come si vede, un tentativo di conciliazione tra Platone ed Aristotele, alla quale Adelardo aveva potuto arrivare, partendo dalla con- siderazione appunto del come possono venir presi i nomi : ecco le parole di Adelardo : si res consi- deres, edem essentiae et generis et speciei et indi- vidui nomina imposita sunt, sed respectu diverso ') ; 1) Tale dottrina fu combattuta da Abelardo. Cfr. ViCT. COUSIN, Oeu- vres indites de Abelard, Paris 1839, pag. 513, 514. 2) H. WiLLNER, Das Adelard von Barth Traktat : De eodem et di- erso, Miinster 1903, i^g. 11. E I NUOVI FERMENTI DI PENSIERO 171 dal che appare che siccome il medesimo nome pu esser preso in diversi significati, cio come nome di individuo, di specie, e di genere, e siccome sotto tale diverso aspetto, esso si pu applicare alle cose, queste sotto un certo punto di vista possono adun- que essere nel medesimo momento ed individui, e specie, e genere, secondo appunto la dottrina poco sopra esposta. A sollevare il pensiero in sfera pi alta e pi feconda venne in Occidente nella seconda met del secolo XII e nella prima del XIII, la conoscenza di quasi tutte le opere di Aristotele, e dei commenti che di esse gi avevano fatto i pensatori arabi ^). Fu quello un fermento nuovo, che gettato in mezzo alla contesa di elementi diversi produsse ben tosto indirizzi nuovi non solo in ordine al pensiero filo- sofico, ma anche e forse pi in ordine al pensiero teologico. Gi fin dal secolo IX alcune controversie avevano ingenerato nuovo impulso alla speculazione teologica in riguardo a suoi addentellati colla filosofia e spe- cialmente colla questione degli universali : ricor- diamo la questione sulla predestinazione e la li- bert sollevata dal monaco Gottschalc, combattuto a proposito del determinismo teologico da Rabano Mauro, e da Hinemaro di Rheims, quella della trans- substanziazione sollevata da Berengario di Tours, combattuto da Lanfranco di Pavia, quella finalmente 1) F. Fiorentino, op. cit., pag. 318. 172 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO sulla Trinit sollevata da Roscellino, combattuta da S. Anselmo e da Abelardo insieme. Aggiungiamo a ci l' indirizzo mistico di S. Bernardo e dei Vittorini, 1' atomismo di Guglielmo di Conches, il panteismo di Bernardo di Tours e di Almorico di Bena, il materialismo dei Catari e ve- dremo quanti elementi si erano gi in Occidente ela- borati nel campo del pensiero riflesso, e quanta ef- ficacia adunque avrebbe potuto esercitare sopra di esso il nuovo impulso aristotelico alla determina- zione di nuovi indirizzi e di nuove traiettorie. Non per questo la logica e la dialettica vennero meno nella stima e nello studio di quei tempi : essa, secondo la concezione araba, divenne come V in- strumentum preliminare di ogni filosofia, costituendo di questa la prima parte, preceduta solo dalla scientia litteralis o grammatica e dalle scientiae civiles : poe- tica e rectorica ^), Ugo di S. Vittore pot intorno alle origini di quella discutere attribuendo il me- rito a Platone di avere istituito per il primo logi- cam rationalem '). Commenti* intorno al De Inter- pretatione di Aristotele si continuarono a scrivere, ad imitazione di quello che gi avevano fatto Boe- zio e di poi gli arabi ); ed in uno di essi, anonimo del secolo XI, di cui parla il Franti ^), si trova 1) Tale, per esempio, il compito attribuito alla logica da Dome- nico Gundissalinus, uno dei pii influenti precursori del Tomismo, e dei pi rimarche\ oli traduttori di Aristotele, (Cfr. M. De Wulf, op. cit., pag. 287). 2) Prantl, op. cit., Voi. H, pag. 111. 3) Prantl, op. cit., Voi. H, pag. 300. 4) Prantl, op. cit.. Voi. Il, pag. 204. NEL DE INTERPRETATIONE DI S. TOMMASO 173 questa frase che per noi ha una certa importanza ; Duplex est significato vociim, una quidem de rebus, altera vero de intellectibus, la quale distinzione vif^|xaTa), di cui parla Aristotele, si devono intendere le conceptiones inlellectns, anzi aggiunge in proposito che Andronico di Rodi negava 1' autenticit del De intepretatione per il fatto appunto che Aristotele chiama passiones ci che ; invece conccptio, od intellectiis , e cio il nostro concetto ^). Per trovare per il trattato di logica che meglio riassuma le idee di quei tempi, perci che riguarda Tommaso, Dante poteva forse conoscere le inclinazioni gi da noi consi- derate a suo luogo e di Scoto Erigena ed anche d! S. Anselmo ad am- mettere un certo rapporto di convenienza necessaria tra le cose ed i loro nomi; in fondo anche la ratio innoiescendi ammessa, come ve- dremo, da S. Bonaventura come terzo elemento nei nomi accanto alla voce, ed al significato, e tutto 1' indirizzo della speculazione del mistico di Bagnorea poteva essere impulso a spingere Dante ad ac- cettare quella sentenza del nomina siint consequentia rerum, a propo- sito della quale se noi non conosciamo la fonte, possiamo per conoscere abbastanza da quanto sopra si detto, i motivi della sua accettazione da parte di Dante. Del resto anche qui l'Alighieri non stato coerente a s stesso, come lo vedremo pii!i avanti anche per ci che riguarda 1' origine divina del linguaggio; in un passo infatti del De Vulgari Eloquio. {Uh. I, cap. 3), egli parla di significano ad placitum delle parole. Possiamo adunque concludere che se da una parte vero quanto dice il D' Ovidio (op. cit., pag. 493) che in Dante si assomma tutto quel che di pi e di meglio diede la speculazione linguistica medievale, dall' altra pur vero che in lui si trovano anche quelle discontinuit che in tale specu- lazione r et di mezzo ha segnato 1) S. Tommaso, De interpretationc, lib. I, sect. IV. 2) S. TOMMASO. lib. I, sect. V. 3) S. TOMMASO, lib. 1, sect. II. 176 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO non solo la logica, ma anche il nostro argomento, dobbiamo arrivare alla Siimmiilae logicales di Pietro Ispano, cio di colui che, diventato poi Gio- vanni XXI, ordin nei 1277 all'arcivescovo di Parigi di procedere ad uu' inchiesta sulle dottrine insegnate nelle scuole di quella citt, inchiesta da cui risult la condanna di ben 219 popolazioni, in cui, oltre che r Averroismo furono anche condannati alcuni de- gli insegnamenti del Tomismo, di quel sistema cio che meglio di ogni altro aveva saputo interpretare e ricreare 1' antico Peripatetismo secondo 1' esigenze della pili severa ortodossia. Nella Summiilae, diventato poscia il testo pi diffuso di logica, noi troviamo sistematicamente e- sposto tutto ci, che, secondo i programmi dell' Universit di Parigi, si divideva in logica vetus, contenente le dottrine svolte dai libri logici di Por- firio, e di Boezio, logica nova, contenente le dot- trine della Topica, degli Elenchi, degli Analitici di Aristotele, a cui si aggiunsero poi alcuni ulteriori svolgimenti che furono chiamati logica novissima ^). Per ci che riguarda il nostro argomento Pietro Ispano si riferisce del tutto agli insegnamenti dello Stagirita : inizia egli infatti 1' opera sua dalla defi- nizione di dialettica, di cui interpreta a suo modo il nome dicendo : Dicitur aiitem dialectica a dia, quod est dna, et logos, qiiod est sermo et ratio, quasi diiorum sermo vel ratio, scilicet opponentis et 1) Fr. Ueberwegs, Gmndriss der Geschichte der Philosophie, voi. II, pag. 190, 301. NELLE SUMMULAE DI PIETRO ISPANO 177 respondentis in dispiitatione ^), poi continua : sed quia disputano non potest haberi nisi mediante ser- mone, nec sermo nisi mediante voce, nec vox nis mediante sono, (omnis enim vox est sermo) ideo a sono tamquam a comnmniori inchoandum est. Data la definizione di suono, egli viene ad assumere que- sto come genere di cui una specie sarebbe la vox, che definisce alla sua volta : somis ab ore animalis prolatus naturalihus instrumentis formatus. Coeren- temente a quanto gi si sapeva, passato come un luogo comune nella tradizione patristica e scola- stica come una derivazione degli antichi insegna- menti fisiologici di Aristotele e di Gallieno, Pietro Ispano parla appunto di tali strumenti della voce e, noti in tutto il resto del M. E. furono questi suoi distici, in cui di essi si parla : Instrumenta novem sunt : guttur, lingua, palatum, Quattuor et dentes, et duo labia simul, oppure : Instrumenta decem sunt: guttur, lingua, palatum, Quattuor et dentes, pariter duo labia pulmo '). Delle voci alcune sono significative ed altre no, significativa est illa quae auditui nostro aliquid repraesentat, ut homo, equus, vel gemitus infirmorum qui significai dolorem, vox non significativa est illa quae auditui nostro nihil repraesentant ut bu, ba, bap), 1) Petri Hispani, Summnlae logicales cum Vensorii Parisiensis expositionem, Venetiis 1622, Tract. I, paj;. 7. 2) Cfr. PRANTL, op. cit., voi. HI, Leipzig 1807, pag. 41. 3) Petri Hispani, op. cit., pag. 12. 178 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Ci detto, viene 1' autore a quest' altra distinzione ben pi importante per il nostro argomento : Vocum significativ amili alia significai nataraliter, alia adpla- citum : vox significativa nataraliter est illa qiiae apud omnes homines idem repraesentat, ut latratus canum et gemitus infirmorum, vox significativa ad placitum est illa qiiae ad voluntatem primi instituentis aliquid repraesentat, ut homo, equus etc. Come si vede siamo qui ancora alla presenza dell' antica dottrina di Aristotele, del vocabolo si- gnificativo ad placitum primi instituentis, come pure gi acquisito alla tradizione era quanto possiamo leggere pi avanti : il nostro autore parla della di- visione delle voci significative, e dice : vocum si- gnificativarum ad placitum alia complexa ut ratio, alia incomplexa, ut nomen et verbum, il che vuol dire che alcuni suoni sono composti e sarebbero tra i si- gnificativi gli umani discorsi, altri invece sono semplici e sarebbero i nomi ed i verbi, non ammettendo Pietro Ispano altre parti semplici originarie essenziali del di- scorso air infuori delle due indicate, ne pi ne meno di quello che gi abbiamo visto fatto da Aristotele, Boe- zio, S. Tommaso ed altri ; di Boezio anzi il nostro au- tore ripete quasi alla lettera gli insegnamenti in propo- sito colle parole: etsciendum est quod dialecticus solum ponit duas partes orationis scilicet nomen et verbum, alias autem omnes appellai syncategoremativas, idest consignificativas '). Anche le definizioni di nome e di verbo sono le tradizionali tramandateci da A- 1) Petri Hispani, op. cit., pag. 19. E LA PRECISIONE DEI TERMINI 179 ristotele, colla differenza specifica tra quello e questo del cum tempore et sine tempore, gi da noi spiegata a suo luogo parlando appunto di Boezio ; dopo di che Pietro Ispano entra direttamente nel campo della logica, nel quale proprio inutile che noi lo se- guiamo. In quel frattempo intanto si era acuito il desi- derio della pi grande precisione possibile neir uso dei termini da usarsi s in filosofia che in teologia. Gi nella logica bizantina massima era stata la cura della cos detta propriet dei termini ^) ; in Occidente di una tale precisione gi aveva parlato Boezio nel suo trattato De diiabus animis e S. Anselmo verso la fine del suo . Bonaventura, Sent. lib. H, dist. H. Pars. I. art. I e dist. VIU, art. I, quaest. I). Ci ammettcjva S. Bona- ventura per salvaguardare il principio d' invduazione anche negli angeli. Su tutto ci vedi quanto si detto nell' altra opera nostra. La coscien- za religiosa medievale- Angelologia- Torino 1908, cap. UI, pag. 27 e sgg. Sulla differenza tra la dottrina della materia, e della forma in Ari- stotele e l'interpretazione data di essa nella Scolastica, cfr. H. Hoeff- DiNG, op. cit., Voi. I, pag. 7 e sgg. NEL PENSIERO DI S. BONAVENTURA 215 possiamo molto meglio conoscere quale sia stato il pensiero di tali filosofi in rapporto al nostro argomento. Cominciando dal mistico pensatore di Bagnorea, possiamo anzitutto dire che accenni frequenti per quanti sempre frammentari relativi al nostro argo- mento troviamo nell' opera sua filosoficamente pi importante, il commento cio alle sentenze di Pie- tro Lombardo. Cos, per esempio, a proposito del nome di Dio egli dichiara che i nomi si possono studiare sotto due aspetti e cio uno oggettivo in quantum ad id c,ui imponitur, e V altro soggettivo in quantum a quo imponitur ') ; vero si che tale duplice aspetto S. Bonaventura riferisce in modo speciale al nome di Dio, a proposito del quale gi Pietro Lombardo aveva cercato di interpretarne il senso per trovare in esso la sostanza di ci che egli , ci non di meno questo cercar di studiare r essenza sia pure di Dio basandosi sullo studio dei nomi (e questi nomi sarebbero V ego sum quisum della Bibbia, ocjia, substantia, persona e simili) ha un certo sapore platonico, che ben s'addice del resto all'indirizzo speculativo - mistico - agostinia- no di S. Bonaventura. Tale inclinazione verso il Platonismo nello stu- dio dei nomi appare ben piia evidente nella trattazione 1) S. Bonaventura, in Sententianim libros (Venetiis 1580) lib. I, (list. II. 2) Pietro lombardo, Sententiae, lib. I dist. 2. Prima di Pietro Lombardo ci aveva fatto S. Ambrogio nel I libro De Trinitate, S. Gio vanni Damasceno (De fide ortlwdoxa, 1,12), il quale fra le altre etimologie porta quello di ^zc, da i^oj, che gi abbiamo visto in Dionigi Areopa- gita, ed in Scoto Erigena; cfr. anche S. AGOSTINO, De Trinitate V. 16- 216 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO del problema : an Deus nominahilis sii *). La risposta naturalmente negativa, conformemente a quanto gi avevano pensato, e 1' abbiamo visto a suo luogo, parecchi Padri. S. Bonaventura per non s' accon- tenta deir autorit dei Padri, e trova argomenti di ragione per confortare la sua opinione, e tali argo- menti sono per noi di non piccola importanza. Prima di tutto il santo dice : Nomen proportio- nem et similitudinem aliquam habet ad nominatum, ut vox ad significatum, ma Dio infinito, la voce in- vece finita, dunque non vi ne vi pu essere pro- porzione tra quello e questa, dunque non ci pu es- sere nec expressio nec nominatio Dei per vocem. In se- condo luogo : omne nomen imponitur a forma aliqua, ma in Dio non si pu porre nessuna forma, dunque egli innominabile, d' altra parte omne nomen si- gnificai substantiam cum qualitate, ma in Dio est mera substantia sine guantate, per ci egli non pu essere giustificato da un nome. Non tocca ora a noi considerare il valore di tali argomenti di S. Bonaventura in rapporto air es- senza di Dio ; fermando piuttosto brevemente la nostra attenzione sulla portata di essi per quel che valgono in s e per s, troviamo che con tali argo- menti S. Bonaventura vien ad ammettere un vero rapporto di proporzione e di somiglianza tra nome e cosa nominata : ecco un problema che Alberto Magno aveva risolto, come si visto, in senso ne- gativo, tenendosi ben saldo alla tradizionale opi- 1) S. Bonaventura, lib. I, dist. XXH, art. I, quaest. I. NEL PENSIERO DI S. BONAVENTURA 217 nione della positio nominis ad placitiim, mentre S. Tommaso insiste ed a lungo solo sulla somiglianza tra la cosa ed il concetto, che di essa forma 1' in- telletto nostro 0, il che noi abbiamo gi visto in merito al verbum cordls da lui ammesso in Dio, a proposito del quale vale la pena che noi ricordiamo come nella Sum- ma cantra gentes egli apertamente dichiari che intellec- tus autem divinus nulla alia specie intelligit qiiam essen- tia, sed essentia sua est similitudo omnium rerum, dal che deriva che verbum ipsius est similitudo non solum sui intellecti sed etiam omnium quorum est divina essen- tia similitudo '). Perci invece che riguarda il rapporto tra concetto e nome esterno anche S. Tommaso ri- gido sostenitore della dottrina di Aristotele. S. Bonaventura invece pare sia del parere che suono e cosa hanno tra loro una proporzione, anzi una somiglianza, la quale vi dovr essere tra il no- me e la forma per cui esso s' impone. Che molto probabilmente tale sia 1' opinione di S. Bonaventura lo possiamo dedurre, oltre che da quanto gi s ripor- tato di lui, da quest' altro passo ') : egli, riassumendo suoi concetti, dichiara che nel nome ci sono tre e- lementi e cio la voce, il significato ed un terzo e- lemento : la ratio innotescendi. Mettiamo ora a con- fronto questa triplice inclusione di elementi nel no- me coir esclusione assoluta nel nome di qualsiasi elemento significativo od intentio rei fatta da Al- berto Magno, e poi si veda se non abbiamo ragione 1) S. Tommaso, Summa cantra gentes, I, 53. 2) S. TOMMASO, op. ct., loco citato. 3) S. Bonaventura, Sent. lib. I, Dist. XXn, quaest. 2. 218 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO per sospettare che nella concezione del santo di Bagnorea vi probabile il riflesso non diciamo del- l' opinione di Platone in proposito, ma per lo meno dell' indirizzo suo nel risolvere V ardua questione dei rapporti tra nome e cosa nominata. Tralasciando altre distinzioni poste da S. Bo- naventura sulla relativit dei nomi, relativit che pu essere intrinseca (come nel nome incarnatus), ed e- strinseca (come nel nome similis) '), sulla loro po- sizione ex tempore et per accidens ~), distinzioni queste che riguardano piuttosto la cosa significata che non il rapporto fra nome e cosa, veniamo a vedere quale sia stato il pensiero del nostro autore sulla que- stione : an lociitio angeli idem sit quod eiiis cognitio ") ; la soluzione che egli d di tale problema da lui cosi formulata : Non idem est angelis locutio quod cogitatio ; nam locutio sapr verbum addii respec- tiim ad alteriim, scilicet protendendo speciem intelligi- bilem ad altenim ; com.e si vede il rapporto stabilito tra cogitatio e locutio non d' uguaglianza, ma sib- bene di differenza, che questa quella pii^i 1' estrin- secazione mediante segno di ci che nel pensiero solamente intrinseco. Anche qui a noi poco importano gli argomenti d'ordine metafisico riferentisi direttamente agli an- geli, solo interessandoci quella che riguardano i rap- porti in genere tra pensiero e parola. Anzitutto S. Bonaventura mette in evidenza il concetto di locutio 1) S. Bonaventura, Seni. lib. I, Dist. XXH, quaest. 4. 2) S. Bonaventura, Sent. lib. 1, Dist. XXX, quaest. I. 3) S. Bonaventura, Sent. lib. il, Dist. X, art. 3, quaest. I. NEL PENSIERO DI S. BONAVENTURA 119 sprihialis, non potendo affatto discorrere di altra specie di linguaggio negli angeli. Tale lociitio spi- ritualis non in fondo che il verbum cords di S. Tommaso, quindi qualche cosa in pi che non la cogitano formata di S. Agostino, che oltre ad essa vi la manifestatio . Ci esplicitamente detta da S. Bonaventura colle parole: locutio non est aliud quam conceptiis manifestatio, e pi avanti : loqui non est aliud quam verbum gignere sive formatto : sed cogitatio nihil aliud quam verbi formatto, vel verbi conceptio : ergo cogitatio est nihil aliud est quam in- terior locutio. Come si vede in queste parole di S. Bonaventura vi implicito il concetto che il fatto stesso del pensare mentre si attua si traduce gi neir intelletto in qualche cosa che pu essere og- gettivato in un simbolo od in un segno : cogitatio egli dice infatti, e con lui molti altri, come si visto, interior locutio, ora una locutio non conce- pibile se non in rapporto ad un sistema di azioni interne, che si susseguono, si accavallano, si alter- nano pressapoco come nel linguaggio esterno si susseguono, si accavallano e si alternano i vocaboli, segni estrinseci dei concetti intrinseci : tanto vero che S. Bonaventura ha prima detto : cogitatio nihil aliud est quam verbi formatto o verbi conceptio. Forse qui il santo si riferisce allo stato solito della mente nostra, per cui noi non possiamo mental- mente dividere il concetto dalla parola ; forse per anche implicito nel suo pensiero la considerazione che anche quando la parola non esiste per un dato concetto, questo stesso tende per sempre ad og- 220 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO gettivarsi in qualche cosa che non sar un suono pronunciabile, ma sar sempre un' immagine, un sim- bolo, che entrando poi nella serie degli altri segni mentali degli altri concetti, Scjr anch' esso un nu- mero di quella gran somma, che appunto V inte- rior locutio : quello che certo si il nesso pro- fondo tra pensiero e parola da S. Bonaventura ri- petutamente affermato, tanto che pi avanti leggia- mo ancora queste sue parole : dicere in se idem fit quod cogitare vel cogitando intelligere. Per discendere pi profondamente nel pensiero del nostro autore possiamo forse dire che se la cogita- no come la materia, su cui si attua il magistero della nostra ragione, la locutio invece la forma sotto cui si trova esternamente limitata la materia dalla ragione nostra elaborata, forma che visibile dal nostro occhio interno, perch fissata o fissan- tesi sotto un simbolo afferrabile. Locutio quae dif- fert a cogitatione addii aliquod signum exprimens, dice S. Bonaventura, non riferendosi solo al lin- guaggio umano, ma sibbene anche al linguag- gio angelico, in cui escluso qualsiasi elemento materiale ; sopra la natura di un tale signum molto sottilmente insiste il santo scrittore, e vale la pena di seguire il suo ragionamento, perch in fondo si tratta di modalit che si avverano anche nella parte spirituale del linguaggio umano. Un tal segno, spiega S. Bonaventura, est aut species, aut res ; si species ergo pari ratione indiget alio signo, et similiter quaereretur de ilio alio tertio, nec erit ibi status sicut nec in primo. Si aukm est NHL PENSIERO DI S. BONAVENTURA 221 res ani intelligibilis aiit sensibilis, sensibilis non quia quidqmd est in angelo est spirituale; si intelligi- bilis, quaere quare magis Ulani apprehendit angelus , cui sit sermo, quain ipsam speciem quae est in intellectu angelico et iter uni illa res, quae est in uno an- gelo, non p test fieri in ver itale in alio angelo ; ergo oportet quod fiat secundwn similitudinem, et lune pari ratione species existens in intellectu unius an- geli potest generare sui similem in alio, aiit si non, quaeritur quare non, Neir uomo invece il segno sensibile, pur ri- manendo sempre fisso che anche nel!' uomo, per discendere un grado dall' angelo, ed anche in Dio, per salire invece di un gradino, locutio non est a- liiid quam cogitatio ; I' uomo infatti quando parla con un altro non solo pensa, ma il suo pensiero interpreta e spiega all'altro formando una voce sensibile, la quale appunto come il mezzo di comunicazione tra uomo ed uomo, il che si spiega col fatto che nel- r animo altro 1' atto della conversione sopra s stesso, ed altro 1' atto della conversione a qual- che cosa d' altro : nel pensare si tratta di atti della prima specie, il linguaggio invece atto della se- conda specie. Cosi adunque si aggiunge al pen- siero il discorso mediante segni sensibili; finche 1' anima infatti col corpo, non pu ricevere impres- sioni che mediante la forza dei sensi. Come si crea tale segno sensibile? Qui S. Bo- naventura s'accorda con Aristotele e con Alberto Magno neir ammettere 1' intervento dell' immagina- zione {mediante via imaginaria) nella creazione dei 222 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO segni, approffitta anche qui dell' occasione per ri- chiamare la sua idea di un rapporto tra nome e cosa, giacch trova in quello una similitiido intelligi- bilis o signatiim intelligibile che per illud sigmim a- scendit mediantibus sensitivis ad intellectum alterius. E cos conclude il nostro autore, conveniens est ut sicut homo compositiis est ex anima et corpore, eiiis locutio aliqiiid habeat spirituale (cio il linguag- gio interno, la cogiiatio formata ed il suo riflesso nel segno esterno) et aliqnid corporale (e cio il se- gno come suono). Tale quanto d' interessante abbiamo trovato in S. Bonaventura in relazione al nostro argomento, vediamo ora di mettere a confronto colla specula- zione del santo di Bagnorea quella parallela di S. Tommaso. Gi abbiamo avuto occasione in questo stesso capitolo di ricordare parecchie delle opinioni dell' Aquinate, ricordiamo ora prima di tutto questa os- servazione di lui che richiama quanto gi abbiamo riscontrato in S. Bonaventura : Verbum alicniiis di- centis vdetur esse similitudo rei dictae in dicente ^), in cui pare ci sia l'indirizzo di un rapporto tra pa- rola e cosa significata, per quanto ci sia quel videtur che lascia la cosa in sospeso ; forse in quel passo di S. Tommaso e' come un' anticipazione del con- cetto espresso da S. Agostino, e da quello riportato poco dopo sul verbo interno a cui, secondo il ve- 1) S. Tommaso, Qimest. disput. De veritate, quaest. IV, De ver- bo art. L NEL PENSIERO DI S. TOMMASO 223 SCOVO di Ippona meglio conviene il nome di verbo, contrariamente e quanto in proposito pensa S. Tom- maso, come si capisce dalle parole : verbo qiiod est in voce magis convenit ratio verbi; certo si che fugace e solitario queir accenno ad una simi- litudo tra il verbiim e la res dieta, sicch per nulla esso ha dato luogo ad uno svolgimento ordinato e coerente, quale abbiamo visto in S. Bonaventura. Pi avanti nella medesima quaestio troviamo questa constatazione di fatto, che il verbnm exterius ciim sit sensibile est magis notuni nobis quam inte- riiis, il che se si capisce quando si pensi che per S. Tommaso, come gi si visto, // verbum exte- rius est id quod est intellectum, non ipsum intelligere, mentre il verbo interius est ipsum intellectum, d'altra parte pare in evidente contrasto con quanto dice subito dopo r Aquinate, richiamando la ben nota dottrina di Aristotele, e di quasi tutta la Scolastica, cio che il verbum est significativum ad plactum. Come infatti si pu dire sia pi noto ci che arbitrario, mentre necessario in certo qual modo il concetto, sostanza appunto del linguaggio interno ? questa un' obbiezione gi cos formulata dal commentatore delle Summulae logicales di Pietro Ispano ^) : Illud quod ad placitum est variabile in infinitum, varietur ergo si vox significet ad placitum, sua significano erit variabilis in infinitum, et sic nulla erit certa cognitio de significatione vocis si- gnificativae, al che il medesimo risponde : Illud I) Petri Hispani, Simmulae logicales, ed. cit., pag. 15. 224 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO quod fit ad placitum ciiinslibet indifferenter variatar, non tamen quod determinate fit ad placitum unius, sicut et vox significativa, quae significat solum ad placitum primi instituentis. Comunque per sia di ci, resta un fatto che S. Tommaso esclude affatto alcun rapporto di natura tra nome e cosa significata, il verbo esterno espri- me il concetto, cio il verbo interno, appunto perch, come si legge in un passo della Summa contra gentes, sunt omnia nomina imposita ad de- signandum speciem rei creatae ^), talvolta poi un nome solo pu significare parecchi concetti per una certa loro ragione di affinit ~), ma tutto ci arbitrariamente tanto che, come avrebbe detto 'Ari- stotele, poco importa sia questo o quello il nome con cui quel dato o quei dati concetti si esprimono ; r importante che poscia esso od essi si esprimano sempre con quel nome, il quale cos a lungo andare, si fonde insieme al concetto per formare pratica- mente una cosa sola, mentre razionalmente sono due cose ben distinte ed indipendenti. Che tale veramente sia in fondo il pensiero di S. Tommaso lo si pu anche rilevare dallo studio con cui egli investiga la parola in raffronto alla precisione del concetto che essa esprime. Vi sono due modi di conoscere, egli dice, uno per perfec- tam comprehensionem, e l' altro per simplicem co- gnitionem, cos il dicibile e quindi il detto sar di 1) S. TOMMASO, Summa contra gentes, I, 30. 2) S. Tommaso, Summa contra gentes, IV, 42. NEL PENSIERO DI S. TOMMASO 225 due specie : uno per perfectam expressonem, l'altro per siinplicem narrationem : noi parleremo di Dio, per esempio, per simplicem narrationem ; Qg^W invece, sibi soli intelligibilis, sar sibi soli effabilis et nomi- nabilis non alio nomine quam ipse sit, nec alio verbo quam ipse sit. Come si vede in tale distinzione dell' Aquinate escluso qualsiasi studio della parola in se e per se : il valore di quella, qualunque sia il suo suono, perfettamente arbitrario, dipende dalla precisione o meno del concetto che esprime ; ci ancora pi evidente in quanto leggiamo pi avanti sempre nella medesima quaestio , quando cio S. Tommaso nega che ci sia altro rapporto tra cosa e nome all'infuori di quello che risulta dalla totalit o meno del concetto che in esso si riflette, come in una forma che non gli certo essenziale ; vi , in altri termini, una proportio tra cosa e nom.e dipendente appunto dal grado di espressione della parola, riferentesi al grado di cognizione del relativo concetto. Ci che si conosce nel nome lo si riconosce per modnm qiiietis , dice 1' Aquinate, quasi volesse dire che in esso si scorge come il deposito estrinseco ed irrigidito di ci che vivo e vibrante nel concetto. Come si vede, non si poteva meglio mettersi in contrasto, per quanto piuttosto apparente che reale, coir antico intendimento di Eraclito, con tanto fine ironia messo in evidenza da Socrate nel Cratilo di voler cio anche nei nomi, in quanto nomi, trovare un riflesso del moto perpetuo delle cose ! Un' altra questione delle Disputatae merita 226 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO da noi di essere accennata, quella che porta il titolo: De Magistro ^), questione proposta in questa formula : Niim homo docere aliiim possit et dici ma- gister vel Deus soliis. la trattazione d tale pro- blema rivolta in modo speciale contro S. Agostino il quale, come noto, nel De Magistro rappre- senta appunto Dio come il maestro interiore dell'a- nimo. Era questo un problema, che rasentando i confini di un ontologismo pericoloso, alla mente di S. Agostino doveva apparire circondato da un' urgenza d' ordine pratico, dato lo scetticismo in cui gli ultimi eredi dei sofisti avevano, come si visto a suo luogo, affogato il pensiero anche in effetto all' arbitrario e non sicuro uso delle parole. Aristotele in proposito gi si era espresso molto espli- citamente con queste parole ; Per accidens magnum adfert adiumentum sermo ad acquirendam sapientiam prudentiamque ~). Anche S. Tommaso risolve la questione in senso positivo dicendo : Cam non sunt in anima ipsae scientiae concreatae, dici potest unus homo a- lium docere, et illiiis esse mogister, causando in ipso scientiam lamine naturalis rationis illius, qui addicit exponendo illi per signa discursum quem facit. Vero si che pi avanti V Aquinate dichiara che cognitio rerum in nobis efficitur non per cognitionem signo- rum, sed per cognitionem aliquarum rerum magis certarum, sicut principiorum, Come si vede, questo 1) S. TOMMASQ, Qiiaest. dispai. De veritaie, quaest. VI, art. I. (Z Aristotele, De sensii et sensibili, cap. \. NEL PENSIERO DI S. TOMMASO 227 UH ritorno dell' antica tesi s lungamente discussa nel Cratilo, che le parole per se non sono mezzo, anzi il mezzo migliore per giungere alla nozione dell'essenza delle cose ; Platone conchiudeva il suo dialogo con un accenno fugace ed incerto alla dot- trina delle idee, S. Tommaso invece ben pi e- splicito in merito, parlando egli ampiamente della ratlones seminales quarum cognitio est nobis natii- raliter insita quasi sint semina qnaedam omnium se- quentium cognitorum. hi tale concezione di S. Tommaso evidente r influenza di S. Agostino il quale pure ammetteva le rationes seminales '), eco vivo dei Xyol GTs^ofiaT!- y.Qi ammessi dagli Stoici, e forse anche riflesso in- diretto delle idee platoniche, il che si pu sospet- tare dalle parole stesse di S. Tommaso : Formae intel- ligibiles, ex quibus sapientia consista, et sunt rerum similitudines, et sunt formae perficientes intellectum. Ed ora veniamo brevemente a vedere come si sia svolto il pensiero di S. Tommaso in rapporto alla questione del linguaggio negli angeli. Vera- mente il problema in proposito affrontato dall' A- quinate diverso da quello discusso da S. Bona- ventura : questo ha ricercato infatti se la co- gnizione degli angeli idem sit quam locutio, pre- supponendo gi che la locutio negli angeli esista ; S. Tommaso invece affronta direttamente la que- stione dell' esistenza del linguaggio negli angeli stessi : ecco infatti come egli formula un tale pro- I) S. AGOSTINO, De genesi ad Utterani, VII, 28. 228 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO blema : Num iinus angelis alteri loquatur ^) e la sua risposta affermativa : dicitar angelus iinus alteri lo- gia, manifestando ei interiorem mentis conceptum ~). Come ai solito anche qui S. Tommaso pone prima tutti gli argomenti contrarli alla sua tesi per ribatterli dopo ad uno ad uno, e cos provare la verit della soluzione proposta : di tali argomenti consideriamone due che hanno interesse con quanto stiamo trattando. Anzitutto si poteva obbiettare : In ornai lociitione oportet esse aliquid, quod excitet aadientem ad attendendnm verbis loqtientis, quod a- pud nos est ipsa vox loquentis, hoc autem non potest poni in angelo ergo nec locutio, al che S. Tommaso risponde che silentium privai locutionem vocalem qua- lis est in nobis, non spiritualem, qualis est in ange- lis, giacch se i segni in noi sono sensibili, perch la nostra cognizione, che discorsiva, nasce dalle cose sensibili, un segno pu essere qualunque carattere, per cui una cosa si possa conoscere : anche una forma intelligibile pu adunque essere un segno di ci che per essa si conosce, cio pu essere una species in cuius actione intellectus fit in or- dine ad alium, come appunto avviene negli angeli. Altra obbiezione quella che S. Tommaso trova in Avicenna sotto questa forma : in nobis causa 1) S. TOMMASO, Qiiaest dispai. T>e veriiaie quaest. IX, art. IV. 2) Notiamo che tale specie di comunicazione tra angelo ed angelo direttamente per conceptus era ammesso anche in Dante {De valgavi eloquio I, 2), il quale anzi nel passo citato ricorda tutte e due le specie di conoscenza e quindi di comunicazione della cognizione ammesse dalla Scolastica negli angeli, la vespertina e la mattutina (Cfr. in proposito ?. Rotta, La coscienza religiosa medievale - Angelologia, Torino 1908, pag. 74). NEL PENSIERO DI S. TOMMASO 229 lociitionis est multitudo desideriorum, quam constai ex miiltis defcctibus provenire, quia desideriiim est rei non habitae, ora negli angeli non e' difetto di nulla, dunque non e' desiderio, e quindi non v' linguaggio ; al che S. Tommaso risponde : dicendwn multitudo desideriorum pr tanto dicitar esse causa locutionis, quia ex multitudine desideriorum sequitur multitudo conceptuum, qui non possunt nisi signis valde variis exprimi : ora i concetti esistono anche negli angeli, ed anzi la moltitudine di essi n//o a//o desiderio requirit desideria comunicandi alteri quod ipse mente concipit, quod desiderium in angelis im- perfectionem non ponit, *) nella quale risposta di S. Tommaso notiamo l' accenno ai vincoli, ormai tradizionali al tempo di lui, tra la questione del lin- guaggio e la logica : esistono desiderii, dice 1' Aqui- nate, ma questi non si possono tradurre in segni se non quando si sieno mutati in concetti '), il che in certo qual modo gi era stato affermato e dimo- strato, come si visto, anche da Alberto Magno. Gli altri argomenti discussi riguardano piut- tosto il lato metafisico, che il lato psicologico della questione ; come conclusione possiamo dire che an- che qui S. Tommaso insiste nel dimostrare che il segno esterno, la parola, non un elemento essen- 1) Ricordiamo che anche il Leibniz nella sua Teodicea anunettova che negli angeli, come nei beati, dovessero manifestarsi desiderii da inte- grare e resistenze d' ordine intellettuale da vincere, e ci per render possibile l'esercizio dell'attivit loro, in cui sta appunto la loro perfe- zione. (Cfr. H. HOEFFDING, op, cit., voi. I, pag. 355). 1) Ci detto anche nella Su.mnia cantra ij;cntes, (IV ^)) : rei ali- cuiiis inteUectimUs conce pt io dicititr verbiim. 230 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ziale nel linguaggio : si intellediis noster posset- ferri in intelligibilia immediate, anche in noi la lo- cutio non sarebbe per segni esterni, dice S. Tom- maso, ripetendo implicitamente l'antico desiderio e- splicitamente formulato, come si visto, da Aristotele colle parole : oh! se si potesse rpel ragionare presentarci le cose, senza passare attraverso ai simboli di esse ! Un altro punto messo un' altra volta in rilievo da S. Tommaso , per dir cosi, 1' espressibilit ine- rente e quasi essenziale dei concetti tanto negli uomini quanto negli angeli ; anche in questi, come in Dio, la cognizione non discorsiva, ma sebbene intui- tiva ^), eppure anche in essi implicito ci che S. Tommaso chiama ordinatio cogitationis ad alterum, la quale in noi non che Vintentio reisimlis colla ten- denza ad espandersi anche fuori di noi ^) : ogni palpito di pensiero tale anche perch in certo qual modo esprimibile tanto alla coscienza nostra quanto agli altri : se 1' uomo non lo sa tante volte esprimere all' esterno, perch incapace di formu- lare o trovare il segno con cui esprimerlo : per la sua coscienza per 1' espressibilit, cio l'assunzione di una forma rappresentabile, si attua sempre, pi 1) Il problema della conoscenza negli angeli fu uno dei temi pre- diletti dalla teologia cristiana ; S. Agostino (De Gen. IV, 24), S. Bona- ventura, (Sent. lib. II, dist. IV, art IV, quaest. I e II) e S. TOMMASO, {Summa Theol. I, LXII, art. 8) l'ammettono con un carattere intuitivo per quanto sotto due forme, la vespertina e la mattutina. Sarebbe in- teressante un confronto tra la distinzione di cognizione discorsiva ed intuitiva ammessa dagli Scolastici per ci che riguarda gli uomini, gli angeli e Dio, e la distinzione parallela fatta in proposito dallo Spinoza. Probabilmente s tratta anche qui di un punto di contatto che spiega meglio nelle sue origini storiche il panteismo dello Spinoza stesso. 2) Cfr. S. Tommaso, Summa cantra gentes, I, 53. NEL PENSIERO DI DANTE 231 0 meno confusamente poco importa ; ncgii angeli in cui non vi pu essere incapacit di sorta, anche perch non esiste impaccio alcuno di materia, V e- spfessibilit ossia la tendenza a diffondersi dei con- cetti dall' uno all' altro si attua sempre ed attuandosi d appunto luogo a quello eh' il linguaggio loro, e che sarebbe anche il linguaggio dell' uomo, se an- che egli fosse una pura forma, senza materia alcuna. Prima di passare a Duns Scoto, ricordiamo ora brevemente il pensiero di Dante in relazione al no- stro argomento. Abbiamo gi avuto occasione di considerare alcuni punti delle dottrine in proposito dell' Alighieri, il quale pi che tutto ha considerato il problema del linguaggio sotto il suo aspetto sto- rico, introducendo per nella soluzione di tale pro- blema essenzialmente storico alcuni elementi d' or- dine filosofico, che formano appunto la genialit e la novit della sua dottrina. Intendiamo alludere alla gran legge della indefinita divariazione delle lingue nello spazio e nel tempo, dalla quale Dante fu per via logica condotto a detronizzare I' ebraico stesso da lingua originale, s da credere, come egli stesso fa dire ad Adamo nel XXVI del Paradiso, che nel- r epoca della confusione babelica gi parecchie de- generazioni della lingua primitiva si erano attuate, degenerazioni che quasi pi nulla avevano lasciato d'intatto nel linguaggio di Adamo, sia che da Dio esso gli sia stato infuso, sia che dal primo uomo esso sia stato trovato. in altri termini una conce- zione essenzialmente dinamica di un divenire continuo 232 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO da Dante surrogata, prima assai che dal Vinci e dal Leibniz, a quella d'ordine catastrofico ammessa allora dai pila in base al fatto indiscutibile della confu- sione babelica. Anche Dante ammetteva tale fatto, ma i motivi che determinarono il grande effetto della molteplicit della lingua da lui posto in un fenomeno d' ordine perfettamente naturale, e cio nelle condizioni diverse delle diverse specie di lavo- ratori che alla gran fabbrica delle torre attesero ^). Le lingue cosi nate seguitarono poi, secondo Dante, s per la loro diffusione nello spazio e s pel vol- ger del tempo a scindersi e suddividersi ciascuna indefinitivamente in un numero ognor crescente di dialetti ognor pi degeneri, dando cos luogo alla sterminata variet delle favelle umane. La qual va- riet appunto f un giorno sentire il bisogno d' in- ventare una lingua convenzionale e regolare, non soggetta all' arbitrio individuale, non imitabile, a- datta a trasmettere i pensieri anche ai lontani ed agli avvenire. Tale V ebbero i Greci ed altri, ma non tutti i popoli, e tal fu la Grammatica, ossia il latino. Questo il modo con cui Dante concilia i due elementi, il naturale e 1' artificiale del linguag- gio : in fondo V antica questione della zbaic e della Gov&rj7,rj elaboratasi nella antica filosofia el- lenica, e risolta dal nostro poeta-filosofo in modo ben pi profondo di quello che non avesser fatto ed 1) Cfr. Dante, De Vulgari eloquio I, 7; sull'origine psicologica di tale spiegazione dantesca vedi quanto ha scritto il D'Ovidio, (op. cit. , pag. 494), il quale ha ben ragione di credere che ad un fiorentino di quej tempi la trovata di affidare alle Arti la confusione delle lingue dov balenare assai naturalmente e parer felicissima. NEL PENSIERO DI DANTE 233 Isidoro di Siviglia, e Brunetto Latini per salvare la dignit del Greco e del Latino accanto alla priorit dell' Ebraico ') ; sono i diritti della natura salva- guardati in rapporto alle esigenze della civilt, ed insieme armonicamente fusi a spiegazione di quella legge del divenire continuo delle lingue, che, fissata da Dante, per quanto gi prima di lui vista dalla filosofia greca, da sola, come ben dice il D'Ovidio '-), basterebbe ad assicurargli il vanto di essere stato uno dei veri precursori della linguistica. Ed ora dopo aver fatto accenno alia soluzione del problema storico sul!' origine del linguaggio quale stata formulata da Dante ritorniamo a veder quali altre speculazioni la Scolastica abbia saputo attuare intorno al linguaggio in quanto espressione di pen- siero, cominciando da Duns Scoto. Non tocca a noi designar qui tutta V importanza del formalismo peripatetico agostiniano di Duns Scoto in relazione al suo contrasto col pensiero tomistico, contrasto riguardante in filosofia la so- luzione specialmente dal principio d' individuazione e dei problema gnoseologico.^) Fortunatamente abbiamo di Duns Scoto un' o- pera speciale riguardante il nostro argomento, e cio quella dal titolo De modis significandi, a cui molto probabilmente fu aggiunto dopo dagli editori l'altro ti- 1) Cfr. in pj:oposito: D'OVIDIO, op. cit. pag.493. 2) D'Ovidio, op cit., pag. 507. 3) Su ci cfr. Fr. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Firenze 1868 pag. 137 e sgg. e del medesimo autore : Bernardino Telcsio, Firenze 1872, Voi. I, pag, 187. 234 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO tolo di Grammatica speculativa ^). Da essa soprattutto potremo ricavare quali sieno state le idee di Duns Scoto in rapporto al linguaggio, quantunque la sot- tigliezza eccessiva, e la lingua poco chiara ren- dano penosa la lettura di quel libro, il che del resto avviene di tutti gli altri del medesimo autore. hi essa anzitutto Duns Scoto sostiene che due sono i modi nel significare, uno attivo, 1' altro pas- sivo : il primo quello per cui la voce significa la propriet delle cose ; il passivo invece quello per cui la propriet delle cose viene significata per mez- zo della voce ; in altri termini, spiegheremo noi, nelle significazioni fatte dall' uomo vi un elemento soggettivo che si diparte da noi e va alle cose, ed un elemento oggettivo che parte dalle cose e viene a noi : il primo elemento si termina nel segno, il secondo invece nella cognizione, quello perci ma- teria di studio anche nella Grammatica, questo invece materia di studio esclusivo dalla filosofia -) salvo per per quella parte che vi anche in esso di formale. evidente che i due elementi s' integrano, non per nel senso che mancando 1' uno debba man- care anche l'altro, perch continua lo Scoto, priva- tiones etfigmenta sub nullis proprietatibus cadunt, cum non sint entia, et tamen voces significativae privaiio- num et figmentorum modos significandi activos habent, ut coecitas, chimaera, et similia. Come si spiega ci ? Si spiega col fatto che non proprio sempre neces- 1) JOANNIS Duns Scoti, De modis significandi sive Gramatica spe- culativa in Opera omnia, Lugduni 1639, Voi. I, pa^. 45 e sgg. 2) Duns Scoto, op, cit., cap. in. NEL PENSIERO DI DUNS SCOTO 235 sario che il modus significandi activns tragga la sua ragione d' essere da una propriet speciale di quella cosa, di cui significazione, che talvolta lo si pu trarre da propriet di altra cosa che alla prima non ripugni ; cos, per esempio, noi non possiamo per- cepire le sostanze separate, eppure noi le chiamia- mo, imponendo ad esso nomi che derivano eviden- temente da alcune propriet sensibili, appunto per- ch esse per s non possono essere per noi ele- menti passivi, su cui proiettare 1' attivit nostra si- gnificante. Delle cose finte da noi poi troviamo la ragione della significazione dalle parti con cui noi le abbiamo composte, in tesi generale si pu dire che noi attivamente possiamo nominare anche enti che non sieno positivi extra animam, perch essi sono sempre positivi in anima, e quindi sono enti secimdiim animam ; la ragione quindi della loro significazione sta precisamente nella ragione del loro essere. Certo si , dice lo Scoto '), che i modi significandi adivi immediate a modis intelligendi passivi sumuntur. Per capir ci ricordiamo che lo Scoto divide anche un modus intelligendi activus da un modo intelligendi passivus, il primo riguarda la facolt del- l' intelletto di concepire le propriet e quindi di e- sprimerle, il secondo invece la propriet stessa in quanto appresa dall' intelletto : ora che il se- condo debba essere la fonte per 1' attuazione del primo evidente, quando si pensi che le ragion} dell' essere non possono in modo alcuno diventare materiali di elaborazione nostra se non quando esse 1) DuNS Scoto, op. cit., cap. I, pag. 46. 236 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Siene state da noi apprese. Dal che deriva che se l modus significandi passivo ed il modus intelligendi passivo sono materialmente la stessa cosa, dal lato formale non lo sono affatto, che quello riguarda la propriet delle cose absolute, cio oggettivamente considerate, questo invece riguarda tale propriet in quanto gi stato appresa dall' intelletto, cio soggettivamente considerata : materialmente quindi riguardano la medesima propriet, dal lato formale invece presentano caratteri diversi '). il modo invece essendi et modus intelligendi activus et modus signi- ficandi activus differiscono fra loro e dal lato for- male e dal lato materiale, ed infatti il modo essendi riguarda la propriet delle cose in s, cio sotto la ragione stessa' dell' esistenza, il modo intelligendi activus riguarda l' impressione e 1' elaborazione di quella propriet nell' intelletto, il modo significandi activus 0 consignificandi (quando si tratti non pi ^ di un nome, ma di una dictio) rappresenta la ridu- zione di quella propriet sotto la ragione di voce. Abbiamo adunque tre gradi : la ratio rei extra ani- mam, ratio intellectus, ratio vocis. V Lo Scoto continua ancora a mostrare che il mo- dus intelligendi activus ed \ modus intelligendi passi- vus, come pure il modus significandi activus ed il modus passivus differiscono fra loro dal lato mate- riale e convengono invece tra di loro dal lato for- male, il che si pu dimostrare con ragionamento analogo ai gi fatti. Dati tali precedenti chiaro quale sia la ragione della voce significativa per Duns Scoto: essa come NEL PENSIERO DI DUNS SCOTO 237 causa efficiente remota avr la propriet o le propriet delle cose da essa significate, mentre nel!' intelletto avr la sua causa efficiente prossima ') ; d' altra parte sar pure evidente la differenza che il mede- simo autore fa tra voce e segno : voce il suono considerato come tale, cio la materia, mentre se- gno il suono in quanto manifestazione dell' ela- borazione dell' intelletto attivo, cio la forma : i ^grammatici studiano evidentemente le voci solo inci- ^'dentalmente come suoni, ma essenzialmente in quanto esse sono i pi abili segni per significare le cose -) Dopo tutto ci Duns Scoto, sempre con quella sottigliezza, che fa di lui uno dei pii astrusi e diffi- cili filosofi, viene a distinguere i modi attivi del significare in essenziali ed accidentali. La ragione di tale divisione, come in quella parallela fatta da Gio- vanni Damasceno e poi da altri, come si visto, di carattere evidentemente logico ; e cio essenziale H modo per cui quel dato termine, considerato come segno 0 quella parte di discorso, considerato come consegno, esprime semplicemente 1' essere o secon- do il genere, o secondo la specie, V accidentale quello che non esprime semplicemente da solo l' es- sere 0 secondo il genere o secondo la specie, ma ha bisogno dell'integrazione di gualche altro elemento : tale modo accidentale quindi ben diverso dalla nozione, comune nella scolastica, del nome espri- mente suhstanflain ciim qiialitate. Il modo attivo essenziale poi suddiviso in 1) Duns Scoto, op. cit.. cap. IV. 2) Duns Scoto, op. cit., cap. VI. 238 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO generalissimo, quando 1' essenza della parola si rife risce a tutto ci di cui essa termine, in specialissimo quando si riferisce solo ad una parte di ci di cui essa termine ; vi poi il modo significandi essenziale subalterno, che come intermedio tra quello e que- sto; il modo accidentale si suddivide anch' esso in assoluto e rispettivo ; assoluto quando 1' espres- sione costruita in modo da non aver alcun rap- porto con altro, invece rispettivo quando la co- , struzione tale da aver alcuni rapporti di dipendenza 'anche con altro. Tali sono i fondamenti su cui Duns Scoto poggia poi r analisi di tutte le parti grammaticali, comin- ciando dal nome, a proposito del quale ^) egli ap- profondisce la fondamentale distinzione aristotelica di nome e verbo, mettendo questi in relazione alla dl- ^stinzione tra modus entis, e modus esse, e definendo il primo : modus habitus et permanentis rei inhaerens ex hoc quod habet essentiam, mentre il modus esse est modus fluxus et successionis rei inhaerens ex hoc quod habet fieri, col primo sta il nome ed in subor- dine il pronome, mentre col secondo sta il verbo, ed in subordine il participio. Giunti a questo punto inutile che noi seguiamo nelle sue ulteriori elucubrazioni il nostro autore, riguardando esse la grammatica in ispecie, piuttosto che il linguaggio in genere: ci che a noi maggiormen- te interessa di far rilevare come in rapporto con tutto quanto sopra stia la tendenza dimostrata da Duns Scoto nel libro delle sentenze (Opus oxoniense) 1) Duns Scoto, op. cit., cap. vm. NEL PENSIERO DI DUNS SCOTO 239 di garantire all' intelletto la percezione immediata della realta individuale. Duns Scoto infatti, come dice il Wulf ') am.mette oltre la conoscenza astratta ed universale delle cose, frutto del sapere distinto, una conoscenza intuitiva, che ci rappresenta confusamente 1' essere concreto e suigolare (species specialissima) ~). Questo concetto del singolare sorge al primo contatto dell'intelligenza col di fuori e si forma parallelamente alla cono- scenza sensibile dell' oggetto. Ora evidente che quando nella sua Grammatica speculativa Duns- Scoto, come gi si visto, parla del modus intel- ligendi passivus, si riferisce appunto alla species specialissima, che nel concetto dello Scoto diversa dalle percezioni sensibili. Queste infatti per se stesse non bastano ad attuare in noi il modus intelligendi atti- vo, bisogna che anch' esse, individuali come sono, sieno trasformate in concetto: l'individuale per non pu in linea immediata che dare l'individuale, olo arri- vandosi all'universale per via mediata, a proposito della quale Duns Scoto, ribatte aspramente le teorie dell' illuminazione o lux. interior, che accennata da S. Agostino, era stata svolta eccessivamente da Enrico di Gand s). 1) Wulf, op. cit., pag. 404. 2) Notiamo il contrasto tra Duns Scoto e Spinoza ; se per quello la coscienza intuitiva ci d l'essere concreto e singolare, per questo invece essa ci d l' essere in genere, cio la nozione della sostanza fondamen- tale, substrato di tutti gli attributi di cui per noi non ne possiamo co- noscere clie due : materia e spirito, e di tutti i modi. 3) Cfr. DUNS SCOTO, Sentent. II, Dist. Ili, quaest. 4. 240 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Il modo significandi passivo adunque pi essere il correlativo immediato dell' attivo per mezzo del modo intelligendi attivo anche nel caso si tratti di realt individuale. Di tutto ci abbiamo la conferma in alcuni passi delle otto questioni, che Duns Scoto scrisse sui due libri De interpretatione di Aristotele. La questione prima di essa : Art nonen signiflcet rem an pas- sionem ^), e si riferisce alle ben note parole di Ari- stotele ~) : Snnt ergo ea qiiae siint in voce earum qiiae sunt in anima passio nam notae, et ea quae scribuntur earum quae sunt in voce. Duns Scoto sostiene la sentenza di Aristotele dando per, ne pila n meno di quella che abbiamo visto fatto da S. Tommaso nel commento del De Interpretatione stesso ed in altri passi ^), all'espressione pass/ones animae il signi- \^ ficato di conceptiones intellectus : anche Duns Scoto ammette che il nome significhi non la cosa, ma il concetto della medesima*). Le cognizioni nostre possono essere di tre spe- cie e cio abbiamo le vere species intelligibiles come actus primus in sua propria natura, poi le species intelligibiles come il prodotto delle prime e deir apprensione delle qualit delle cose, poi le cogni- /^ zioni particolari delle cose sub condicionibus indi- viduantibus Ora queste non possono essere espresse 1) Duns Scoto, De interpretatione, ediz. cit., voi. I, pag. 212 e sgg. 2) Aristotele, De interpret., lib. I, cap. I. 3) Cfr. S. TOMMASO, Siinima, part. I, quaest. 13, art. I. e quaest. 8, De potentia, art. I. 4) Res non sigiiificatur ut existit, sed ut intelligitur, (DUNS SCOTO, De interpret., quaest. Ili, . 3, ed cit., pag. 189). NEL PENRIERO DI DUNS SCOTO 241 come sono, o per lo meno come a noi risultano nelle percezioni sensibili che ne possiamo avere, bisogna che anch' esse, per cos dire, si trasformino in una species del secondo ordine, resteranno sempre in- distinte, perch avranno ragione sempre d' una realt individuale, come tali per potranno essere nominate. perci che Duns Scoto rifiuta assolutamente la teoria platonica che il nome significhi la cosa come esiste, no, esso esprime la cosa anche sin- gola in rapporto sempre al concetto sia pure indi- stinto che noi ce ne facciamo ; donde la formola dello Scoto nomina siint similia intelledui, il che per non esclude anche una certa somiglianza colla cosa, perch pi avanti ^) sostiene il nostro autore che in fondo vi pu essere somiglianza tra cosa e passio, giacch la. passio oltre che un accidens quid- dam in subiedo pu anche considerarsi come signum rei in mente, ed allora poich la parola segno della species, e questa segno della cosa mediatamente, quella pu considerarsi anche signum delle cose. Duns Scoto procede poi a dimostrare, ci che del resto sosteneva gi Aristotele e dopo di lui altri di cui abbiamo parlato, che il segno e quindi la parola non pu essere n vera n falsa per s, ritorna poi egli all' impositio ad placitwn -) e cos si spiega: dicunt quod vocesfunt notaeper impositionem; impositio vocis cum fit ad placitum potest esse ipsi similitudini exsistenti in anima, secundum quod si- militudo est signum rei, sicut potest imponi rei, ut 1) Duns Scoto, De interpret., quaest. I, 8. 2) Duns Scoto, De interpret., quaest. I, 8. 242 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO intelligitiir et sic ratio concliidit, quod nomen potest significare rem utintelligitur. Su ci ritorna anche nella questione IV 0, in cui combatte la tesi di coloro che sostenevano essere il nome qualche cosa di naturale e come tale significare naturalmente, a cui contrappone quest' altra che le cose ed i concetti sono signa natiiraliter, quod est enim a natura est idem apud omnes, ma i nomi non vengono da na- tura, dunque non sono naturali, perci gli uomini sono aeque scienteSy ma non aeque loquentes. Tale quanto in Duns Scoto, se pur bene abbia- mo saputo interpretare il di lui pensiero, si riferisce alla filosofia del linguaggio: certo che quella conce- zione delle species speciatissimae, integrata dal modo intelligendi passivo, e dal modo significandi aivo, ha avuto, come riconosce anche il Croce '), una grande influenza sullo svolgersi del pensiero ulteriore per ci che riguarda 1' Estetica : possiamo dire per che anche di tale concezione nella storia della Scolastica si sono avuti dei precedenti, e precisamente in Guglielmo d' Alvernia ed in Matteo d' Acquasparta. Anche quegli infatti, contrariamente ad Aristo- tele, ammetteva che tra le forme intelligibili l' intel- ligenza conosce anzitutto le sostanze individuali '), mentre Matteo d' Acquasparta, dichiarando insuffi- ciente la teoria tomistica secondo cui intellectus 1) Duns Scoto, De interpret.-, quaest. IV, , 1 (pag. 190 ediz. cit.)- 2) B. Croce, op. cit., pag. 179. ^3) Al. Baumgartner, Die Erkennislehre der Wilhelm voti Auver ne,'Miinster 1 893, pag. 48 e sgg. NEL PENSIERO DELL'OCCAM E DI BACONE 243 singulare cognoscit per quandam reflexionem , am- mette invece che noi conosciamo le cose individuali intuitivamente per delle species singolari proprie ^). Dopo Duns Scoto due altri autori meritano un breve accenno da noi : 1' Occam e Ruggero Bacone. Gi abbiamo discorso della teoria gnoseologica di quello, la quale diede luogo a quel terminismo concet- tualista, che fu r ultima risposta importante alla questione degli universali, come pure abbiamo di- scorso della cos detta teoria dei segni, e del passo in cui si definisce la natura del verbum mentale ; aggiungiamo ora che l'Occam cos definisce le voci : dicimus voces esse signa subordinata conceptibus vel intentionibus animae^ non quia proprie accipiendo hoc vocabulum signum ipsae voces significent ipsos conceptus primo et proprie, sed quia voces imponuntur ad significanda illa eadeni, quae per conceptus mentis sgnificantur, tanto vero, aggiunge, che se un dato concetto mutasse il suo contenuto, o, per usare la paro(a stessa dell' Occam, il suo significato, anche la sua espressione senza una nuova institu- zione muterebbe il significato suo : d' altra parte appunto perch si tratta di un'instituzione volontaria i nomi possono cambiare il significato loro, mentre COSI non pu succedere per il concetto '-) Ruggero Bacone finalmente merita un accenno per aver col suo concetto, richiamante la lux interior 1) Mathaeuts ab Aquasparta, Qimest. dispatatae, Tomo I, quaest. de fide et de cognitione, ed. Quaracchi 1903, pag. 307. 2) Occam, Summa totiiis logicae, lib. I,cap. U. Ci t ripetuto anche nel proemio del commento al De inlcrpretat., Cfr. Pemntl, op. cit. voi. HI, pag. 339. 244 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO agostiniana, dell' incapacit radicata nell' uomo di raggiungere il vero, e della necessit per ci di una rivelazione divina, offerto argomento allo sviluppo posteriore di quel tradizionalismo, che culmin, come gi si detto nel De Bonald; tra questo per e Bacone sta questa differenza che mentre per il De Bonald la rivelazione primitiva, ed il linguaggio trasmette i suoi dati, per Bacone invece la rivelazione divina speciale, e varia da uomo ad uomo ^). Dopo i citati autori ben si pu dire finito il periodo glorioso e fecondo della Scolastica, la de- cadenza della quale fu senza dubbio accelerata dal terminismo dell' Occam da una parte, e dallo Scoti- smo dall' altra. Un fremito di vita nuova si va, contemporaneamente ai citati maestri e poscia svol- gendo nel pensiero, come nelle coscienze, ed un grande rinnovamento vi si va lentamente preparando. L' umanit civile sembra abbia allora sofferto tutte le ansie e tutti i dolori di una nuova creazione : il periodo infatti umano della storia nostra si iniziato poco dopo, periodo nello studio e nel giudizio del quale non tocca ora a noi di entrare. 1) WULF, op. cit. pag. 426. CONCLUSIONE Vale certo la pena che a conclusione del nostro lavoro si espongano qui in forma sintetico - schema- tica i risultati positivi, a cui crediamo di esser giunti colla nostra analisi particolareggiata : 1) Anzi tutto certo che nella Patristica e nella Scolastica, come del resto nella speculazione elle- nica, non si sono viste tutte le parti della filosofia del linguaggio. 2) Le parole nella Patristica e nella Scolastica furono a torto giudicate sempre come qualche cosa di fisso e di rigido, uscite belle e fatte dalla testa di un primo institutore di esse, dimenticandosi affatto la lenta elaborazione collettiva di cui esse sono pro- dotto sempre evolventesi '). 3) Si specialmente nella Patristica tentato di risolvere sopra una base monogenetica il problema 1) questo appunto il carattere di differenza tra la filosofia del linguaggio quale si svolta nel M. E. e quella iniziatasi dal Rinasci- mento. Nei tentativi fatti dal Nizolio, e da Pietro Ramo per abbattere la dialettica Aristotelica, essi si mantennero ancora ligi ad una specie di concezione statica del linguaggio, il primo die intravide il carattere dinamico di esso determinato dal suo continuo evolversi in effetto alla diversit di tempi, di luoghi, di condizioni storiche, fu Leonardo da 246 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO delle origini storiche del linguaggio, ma lo si fatto in forma esegetica, a spiegazione cio dei dati di fatto contenuti nella Bibbia, il che d'altronde era inevita- bile essendo impossibile il pretendere che il problema delle origini fosse studiato, come studiato oggi nel suo duplice assunto per rispondere alle domande I) quali parti costitutive delle lingue reali sieno da ritenersi per originarie ; il) da quali espressioni prelinguisti- che sia nata la lingua stessa ^). 4) falsa, per Io meno per ci che riguarda e Patristica e Scolastica, 1' opinione del Renan che la tesi tradizionalistica dell' origini del linguaggio sia stata la preferita dai teologi, dovendosi piuttosto Vinci (Cfr. GIOVANNI Piumati, Note viadane sulla lingua, in raccolta Vinciana fascicolo IV, 1907-903, pag. 68), che determin cos queir indi- rizzo seguito poi con tanta larghezza e con tanto frutto da alcuni dei nostri cinquecentisti (cfr. Fr. Fiorentino, Bernardino Teiesio, Firenze 1872, voi. I, pag. 143) e dal Leibniz (cfr. H. HOEFFDING, op. cit., Voi. I, pag. 328), anche per tale argomento avversario dell' Hobbes, il quale, come gi si detto, fu partigiano di una concezione del linguaggio, in cui troppa parte era concessa da un lato al ragio- namento cosciente e dall'altro all'arbitrio. Abbiamo gi avuto oc- casione di dire come l' indirizzo dinamico del Vinci e del Leibniz sia stato poi seguito dal nostro Vico e dal Dugald - Stewart. inu- tile aggiungere che esso quello seguito oggi nella psicologia mo- derna specialmente per opera del Wundt, ^ia per ci che riguarda la formazione del linguaggio nel suo triplice aspetto fisiologico, psichico e sociale, sia per ci che riguarda le facolt mitopeiche dell' uomo in ge- nere, cio le creazioni mitiche, dette nel loro complesso dal Renan il secondo linguaggio. Si anzi tanto approfondita una tale concezione dinamica, che il Du-Bois in quel suo libro suggestivo : L' education de soi-mme, or non molto ha parlato persino della necessit di un in- ventario delle parole, per vedere quali servano ancora e fino a che mi- sura, e quali no. (P, DUBOIS, L' education de soi-mme, Paris 1908, pag. 22). 1) Cfr. W. Wundt, Vlkerpsychologie, U, 584, CONCLUSIONE 247 credere che tesi pregiudiziale per questi sia stata quella per cui Dio avrebbe dato all' uomo col resto anche la facolt di parlare, ma che le parole sono frutti dell' elaborazione umana. 5) L' influenza da una parte di Platone ed in subordine degli Stoici ed in certo qual senso di Epicuro, e dall' altra queilo di Aristotele a propo- sito della questione del linguaggio si perpetuato an- che nella filosofia cristiana, prevalendo la prima nella Patristica, e la seconda nella Scolastica. 6) Fino a S. Tommaso si visto di quando in quando rinascere la questione nucleo del Cratilo platonico se le parole sieno il migliore anzi 1' u- nico mezzo per conoscere la natura delle cose, questione dagli Scolastici risolta in senso negativo come gi un tempo da Platone. 7) La Scolastica ha approfondito la differenza tra nome e concetto, linguaggio esterno ed interno, arrivando perci con sottile analisi psicologica al pro- blema fondamentale della espressibilit dei concetti. 8) Che tesoro di conoscenza, come dice Io Stuart Mill, e come in parte riconosce anche di Manzoni nel suo dialogo Dell' invenzione si possa trovare nell'etimologie non fu mai negato n dalla Pa- tristica n dalla Scolastica, pur essendo quasi tutti, e specialmente gli Scolastici, persuasi della teoria aristo- telica della positio nominis ad placitum. 9) Accejini anche diffusi e nella Patristica e 248 LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO pi nella Scolastica, come gi in Aristotele, si pos- sono rintracciare sui rapporti tra funzione del nomi- nare riguardante cognizioni d' ordine intuitivo, e funzione estetico -espressiva in genere, per. quanto specialmente nella Scolastica il destino della filosofia del linguaggio sia prevalentemente stato unito al destino della logica, come gi era avvenuto da A- ristotele in poi nella filosofia greca. Come conclusione sintetica poi si pu dire che la formula generale della Scolastica perci che ri- guarda la filosofia del linguaggio questa che leg- giamo in S. Bonaventura ^) : bJon sermoni res, sed rei sermo est siibiectus. Dal lato storico poi aggiungiamo che le nostre ricerche sulla filosofia del linguaggio nella Patristica e nella Scolastica ci hanno un' altra volta persuasi della sentenza di Jules Simon : Il Medio Evo ben pi profondo di quello che non sembri a prima vista ~). 1) S. Bonaventura, Sentent., lib. I. Dist. XXH, quaest. l. 2) J. Simon, Ablard et la Pfiilosophie aii douzime siede (Revue des deux Mondes, 1846, I Genn., pag. 64). Ef^KAlfl - CORI^IQE Pag. 6, riga 15, invece che causale leggi casuale. 16, riga 18, invece che x>cjs'. leggi d-ozi. 49, riga 33 e 34, invece di Rechercher si legga Recherches, ed invece di delle Libniz si leg- ga del Leibniz. 63, riga 13, invece di ovojxa si legga ovopia. * 64, riga 7, invece di a pr' si legga a pro- posito. 100, riga 7, invece di Ypaix'j.aGTc, si l^gga - Ypfx'xaro? e piuttosto di pretosissimum si legga pretiosissimum. 128, riga 15, invece di come stoico, per quanto gi volto si legga come stoica per quanto gi svolta. 174, riga 27 invece di e citata si legga 5/ ri- porta e pi sotto invece di in proposito anzitutto si legga in proposito ; anzitutto. 191 riga 7 invece di /' una e V altra si trova per poter si legga /' una e V altra per poter. 245, riga 5 e 6, dopo le parole nella Patri- stica e nella Scolastica si aggiunga /worc/z in Dante. Per gli altri errori od omissioni, che si possono trovare nel testo o nelle note, V Autore si rimette all' indulgenza ed all' intelligenza dei lettori. DEL MEDESIMO AUTORE : La Coscienza religiosa medievale - Angelologia Torino, Fratelli Bocca 1908, lire 6. Di prossima pubblicazione : La teoria dell' istinto nella filosofia greca /^ Date Due ^ 1 rAC/yifj^ ^ snTufu^ - lOiolHia :.^7 i uUiu> Sufttdu Oat, n. 1137 Rotta P r6 XOScQ m ITLE LaXilQ sof ia_del linguaggi ft'i^jk__i:mnir /25/67 3-10-69 V/77 %l/p^ ILL to Cornei ILL to Un: P 105 r6 Rotta 2 3o^4;
Friday, June 20, 2025
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