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Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z A

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alcimaco: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), a pupil of Pythagoras. Exiled from Crotone when the local population rose against the Pythagoreans. His subsequent fate is unknown. Alcimaco.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alcio: i due ortelani -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of the two philosophers following what the Italians call the “Orto” (the Garden) – the other was FILISCO (si veda) – expelled from Rome back to where they came from – Athens --  *before* the infamous embassy. Alcio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alcmeone: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to lamblichus of Chalcis, a pupil of Pythagoras. His main interest is in medicine, and he regards health as a kind of internal balance. He studies perception and believes that the eyes are connected with the brain, which is itself the centre of emotion and thought. According to Diogenes L., he also writes on physics, arguing that the soul is always in motion and the moon, planets and stars are eternal (Barnes, Early Philosophy, Harmondsworth, Penguin) Guthrie, A History Ancient Philosophy, Cambridge; Huffman, 'Alemaeon', The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Zalta. Medaglia. Quasi tutte le informazioni superstiti circa lui sono state messe in discussione dagli studiosi. Essi si sono chiesti se fosse un medico o un fisiologo ("impegnato ad indagare la natura"), se fosse un pitagorico o in relazione con i pitagorici, se il suo atteggiamento fosse da qualificare come empirico, se ha, primo in Occidente, praticato la dissezione del corpo umano, se il ruolo centrale da lui attribuito - secondo le fonti dossografiche - al cervello nel coordinare le sensazioni non è da ridimensionare. La revisione critica delle testimonianze e dei frammenti di A. ha determinato di fatto il superamento di tutti quegli entusiasmi, certamente prematuri, che vorrebbero il crotoniate il padre dell'anatomia, della fisiologia, dell'embriologia, della psicologia, della medicinastessa. Si è aperta, in tal modo, sul piano metodologico, la via per una comprensione autenticamente storica della figura di A., dimensionata nel tempo ed in situazione. Moltissimi frammenti dei testi scomparsi, ma citati particolarmente da Teofrasto, sono stati raccolti da Codellas e da questi è possibile evincere la sua filosofia. Si può pertanto affermare che A. è il primo filosofo naturalista (Strata). Doty ha ripercorso la storia per quell'epoca straordinaria di A., giungendo a concludere che le sue scoperte devono essere considerate rivoluzionarie al pari di quelle di Copernico e di Darwin. Da notare che il grande Aristotele nega i rapporti fra cervello e fenomeni mentali in quanto toccando il cervello, non si hanno sensazioni e il cuore è ultimo a morire, localizzando dunque qui le capacità della mente. Dalla vita di A. non sappiamo molto. Aristotele riferisce che, quanto all'età, A. è giovane quando Pitagora è vecchio. Tuttavia, il passo non è contenuto in tutti i manoscritti né concordemente riferito dai commentatori antichi.  Contemporanei e diretti interlocutori di A. sono, secondo Diogene L., Brontino, Leonte e Batillo; personaggi considerati da Giamblico pitagorici. La sua patria viene dalle fonti identificata con Crotone. Il padre è, secondo la tradizione dossografica, Períthos (Diog. Laert.; Clem. Alex., Strom.) Diogene Laerzio considera Alcmeone discepolo di Pitagora. Il suo impegno avrebbe riguardato per lo più la medicina. Tra i fisiologi viene annoverato da Teofrasto. Secondo il giudizio di Galeno, A., allo stesso modo di Melisso di Samo, Parmenide di VELIA (si veda), Empedocle di GIRGENTI (si veda), Gorgia di LEONZIO (si veda), Prodico e degli autori antichi in genere, scrive un saggio, “Sulla natura”. Per Favorino e Clemente è addirittura il PRIMO a comporre un discorso intitolato “Sulla natura”. La sola attestazione che fa diretto riferimento ad A. come medicus è quella di Calcidio. Per il periodo storico in esame, la distinzione tra fisiologia/filosofia e medicina risulta essere non ancora strutturata – cfr. Grice: “We had the same problema at Oxford for ages – which I old Strawson when he was appointed professor of META-physical (‘trasnaturale’) philosophy!” -- Non solo la linea di demarcazione fra questi due ambiti è fluida, ma all'interno dell'indagine "sulla natura" confluivano sia lo studio della natura, che del corpo umano e, più in generale, per gl’enti tutti, apprezzati e osservati nella loro globalità. Il primo frammento pervenutoci di A. contrappone l'onniscienza certa e immutabile degli dei alla scienza mutevole e ipotetica degl’uomini che desumono le proprie tesi dai segni visibili nei corpi esaminati. Sulle cose invisibili e sulle cose mortali solo gli dei hanno la certezza. Agl’uomini è dato il congetturare. Non congetturare a caso delle cose più grandi. Tuttavia, tale sapere non viene ancora associato alla filosofia.  Il dossografo Aezio attribuisce ad A. la teoria divenuta molto comune della salute come equilibrio – “isonomia” -- tra elementi o proprietà (dynameis) opposte. A. dice che la salute dura fintantoché i vari elementi, umido secco, freddo caldo, amaro dolce, hanno uguali diritti (isonomia), e che le malattie vengono quando uno prevale sugli altri (monarchia). Il prevalere dell'uno o dell'altro elemento, dice, è causa di distruzione. La salute è l'armonica mescolanza delle qualità (opposte). Maddalena in Giannantoni. Simile dottrina ricorre, altresì, nel trattato ippocratico Sull'antica medicina. V'è infatti nell'uomo il salato, l'amaro, il dolce, l'astringente, l'insipido e mille altre cose dotate di proprietà diversissime sia per quantità sia per forza. Ed esse mescolate e contemperate l'un l'altra né sono evidenti né causano dolori all'uomo; quando però una di esse sia separata e permanga come sostanza a sé stante, allora diviene evidente e causa dolori all'uomo. Opere di Ippocrate, Vegetti, Torino, Utet. Nel riportare la dottrina dei pitagorici, secondo la quale le contrarietà sono per essi principi delle cose che sono, Aristotele, dubita che all'origine vi fosse stato un contributo determinante da parte di A.. Questi, ad ogni modo, sostene che duplici sono per lo più le cose riguardanti l'uomo. A differenza dei pitagorici – continua Aristotele – A. non define quali sono le contrarietà. Nomina, pero, quelle che gli capitavano, bianco nero, dolce amaro, buono cattivo, grande piccolo.  Nel suo Commento al Timeo di Platone, Calcidio rifere che A., esperto di questioni fisiche, è il primo che seziona animali viventi. In particolare la sua attenzione si concentra a mostrare come sono fatti gl’occhi. Secondo la testimonianza di Teofrasto, A. ha modo di identificare determinati canali – “poroi” -- che conduceno la sensazione dall’organo di senso (I pele II orecchie III naso IV lingua V occhi) al cervello, descrizione che si riferisce ai fori dei nervi cranici.  Dal punto di vista storico, la critica più accorta riconosce come i canali, cui fa riferimento Teofrasto, sono, per quel che concerne III l'udito e IV l'olfatto, grosse strutture, quali i condotti delle narici e il meato uditivo esterno. Nel caso I dell'occhio, tuttavia, le osservazioni effettuate da A. non riguardavano esclusivamentestrutture esterne o di superficie. Molto è infatti frutto di una conoscenza delle strutture retrostanti l'occhio. Il medico e fisiologo crotoniate si può al riguardo desumere che ha in forma assai limitata e circoscritta praticato su animali una recisione dell'occhio per mettere allo scoperto le strutture retrostanti, che si dipartono alla volta del cervello. Infatti descrive in maniera inequivocabile le vie ottiche (nervi ottici, chiasma e tratti ottici), come riportato da Calcidio. Solo dopo Aristotele la dissezione comincia ad imporsi, per diventare pratica assai diffusa e sistematica. Nel complesso si può riconoscere che il primo impiego del coltello a vantaggio della ricerca sulla natura risale ad A.. Questo rese possibile la scoperta del collegamento nervoso tra l'occhio e il cervello e da avvio a riflessioni sulla reale sede delle sensazioni in quest'ultimo organo. Di rilievo la testimonianza di Teofrasto (De sensu). Tra quelli che non credono che LA PERCEZIONE nasca da simiglianza è A.. Il quale prima di tutto definisce la differenza tra uomo ed animali non razionale. L'uomo, A. dice, si distingue dagli altri animali perché CAPISCE, mentre gl’altri animali PERCEPISCONO (potch) ma non CAPISCONO (cotch). Per A., infatti, PERCEPIRE (potching) e CAPIRE (cotching) sono due attività diverse, e non, come crede Empedocle di GIRGENTI (si veda) una sola e medesima attività. Poi A. parla delle singole percezioni. Dice che udiamo con le orecchie -- perché in esse è il vuoto. Questo vuoto, dice A., vibra, e cioè emette un suono con la cavità, e l'aria ripete la vibrazione. Gli odori li percepiamo col naso, conducendo al cervello l'aria mediante l'inspirazione. Distinguiamo i sapori con la lingua, perché essa. essendo calda e molle, col calore disfa, e mediante la rarefazione dovuta alla sua morbidezza accoglie e distribuisce i sapori. Per gl’occhi gl’uomini vedono mediante l'umidità che circonda gl’occhi. Gl’occhi, dice A., contenneno FUOCO, come è mostrato dal fatto che mandano scintille quando sono colpiti. Gl’uomini vedeno dunque mediante la parte ignea e la parte trasparente, e tanto meglio vede quanto più è puro. Ogni percezione, dice A., giunge al cervello e lì le varie percezioni s'accordano. È appunto per questo che anche s'ottundono quando il cervello si muove e cambia di posto: perché in tal modo ostruisce i canali attraverso i quali passano le sensazioni. Del TATTO (V) A.  non dice né come né con che cosa si ha. Questo dunque dice A..  --  Maddalena in Giannantoni. Secondo Aezio, A. afferma che le anime sono le CAUSE del proprio movimento e di quello dei CORPI nel quale sono immerse. Poiché il moto proprio delle anime è continuo e ininterrotto, esse possono essere assimilate ai corpi celesti divini e da ciò si può derivare la loro immortalità. Ciò che si muove è vivo e ciò che si muove continuamente è continuamente vivo e quindi immortale. L'argomento di A. è ripreso da Platone nel “Fedro”. Diogene Laerzio conserva l'incipit dell'asserito trattato di A. “Sulla natura”. A. di Crotone, figlio di Pirito, dice questo a Brontino e a Leonte e a Batillo. Delle cose invisibili e delle cose visibili soltanto i XII dei  hanno conoscenza certa – “sapheneian.” Gl’uomini possono soltanto congetturare – “tekmairesthai.” Maddalena in G. Giannantoni. Il «metodo tipico della conoscenza umana consiste, per A., nel “tekmairesthai” – ovvero, nel procedere appunto per indizi, congetture, prove. Egli, in tal modo, non fa che teorizzare la sua stessa prassi, abituato a interpretare l'esperienza per ritrovare in essa un significato, un valore di sintomo, e risalire così all'unità della malattia e delle sue cause. Sotto questo profilo, con A. si apre una via verso il sapere, una via che passava pur sempre attraverso l'osservazione. Vegetti. Perilli, A. tra filosofia e scienza. Per una nuova edizione delle fonti, in «Quaderni Urbinati di Cultura Classica»; Lloyd, Metodi e problemi della scienza, trad. it., Laterza, Roma; Huffman, A. in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information; Metafisica’ Diogene Laerzio, Vite dei filosofi; Vita di Pitagora; Perilli; Lloyd; Arist., Metaph.; Hist. anim.; De gen. anim.; Diog. Laert.; Per le testimonianze e i frammenti di A., vd. H. Diels, W. Kranz, (a cura di), I presocratici. Testo greco a fronte, a cura di Reale, Bompiani, Milano, Maddalena in G. Giannantoni (a cura di), I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Bari-Roma, Laterza; De sensu; De elem. sec. Hippocr.; F.H.G.; Strom.; In Tim.; Krug, La medicina nel mondo classico, Firenze, Giunti; Ronchi, La scrittura della verità: per una genealogia della teoria, Di fronte e attraverso; Lo spoglio dell'occidente (n.3), Jaca; Metaph.; Wrob. de sensu. Lloyd,  Chalcid in Tim; Wrob in Cardini Pitagorici Antichi; Staden, Herophilus. The Art of Medicine in Early Alexandria, Cambridge; Lloyd, A. Krug; Pitagora e i pitagorici: l’anima; Codellas, A. of Croton: his life, work and fragments, in Proceedings of the Royal Society of Medicine; Doty, A.’s discovery that brain creates mind: a revolution in human knowledge comparable to that of Copernicus and of Darwin, in Neuroscience; Perilli, A. tra filosofia e scienza, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica; A., su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. su Enciclopedia Britannica, Huffman, Alcmaeon, in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information; Biografie; Filosofia; Letteratura; Magna Grecia; Medicina. Eraclito filosofo greco antico Empedocle filosofo e politico greco antico Scuola pitagorica antico movimento esoterico e metafisico basato sugli insegnamenti di Pitagora. Grice, The Causal Theory of Perception. Luigi Speranza, “Grice e Alcmeone” per H. P. Grice’s Gruppo di Gioco, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Keywords: perception, causal theory. Alcmeone.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alderotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Alderotti; but then his favourite treatise was Aristotle’s little thing to his son, Niccomaco – which Hardie instilled on me like a leech!” “Alderotti was what we would call a Florentine-Bologne-oriented Aristotelian; he thought, with Aristotle, that the heart trumps the head --  Grice: “What I like most about lderotti is his archiginnasio – no such thing at Oxford! So, as Speranza says in “Colloquenza all’archiginnasio,” Alderotti knew what he was doing, even if his pupils did not!”Scienziato e filosofo erudito, scrisse per l'amico e protettore Donati, uno dei primi testi di medicina in lingua volgare, il Della conservazione della salute. Il più conosciuto medico del medio evo, tanto da meritarsi una citazione nel Paradiso d’ALIGHIERI (si veda), insegna a Bologna, applicando, durante le sue lezioni di medicina, un innovativo metodo scolastico. Inizia la lezione con una lectio o expositio di un passo tratto da un testo autorevole (di Ippocrate, Galeno, ecc.). Procede poi per quaestiones con riferimento alle IV cause aristoteliche. La causa materiale -- la materia della trattazione --, la causa formale -- la sua forma espositiva --, la causa efficiente -- l'autore dell'opera -- e  la causa finale -- il fine o lo scopo dell'argomento prescelto. A questo punto il maestro formula una serie di dubia, cui fanno seguito i momenti euristici della disputatio ed, infine, della solutio. ALIGHIERI (si veda) lo cita in modo dispregiativo nel “Convivio.” Temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno che l'avesse laido fatto parere, come fece quelli che transmuta lo latino de l'etica ciò e A. ipocratista provide. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere. Tra i primi volgarizzatori toscani è A., il famoso fiorentino, professore a Bologna, uno dei personaggi più notevoli del suo tempo. A. è pure il primo traduttore italico della morale a Nicomaco, che volgarizzata entra oramai a far parte della cultura generale. Di traduzioni della Nicomachea, c'eran le due greco-latine dell'Ethica vetus e dell'Ethica nova, frammentarie,e quella del liber Ethicorum completa letterale. Ma il volgarizzatore non puo certamente servirsi di un testo incompleto o di traduzioni letterali che avrebbero evidentemente lasciato Aristotele oscurissimo nel volgare come lo è nelle traduzioni latine. Ci sono le traduzioni arabe: quella del commentario di Averroe. Ma come si puo presentare per la prima volta a'laici, incapaci di comprendere un vastosi stema filosofico, Aristotele con tutto il bagaglio delle sue dottrine logiche e metafisiche che servono di base all'Etica? Resta il compendio alessandrino-arabo, e questo difatti ammesso alla facile diffusione del volgare divenne il testo morale aristotelico di moda. A. riduce in volgare il compendio alessandrino-arabo della morale a Nicomaco. Poco più tardi [Ho in un lavoro precedente trattato dell'Etica volgare e francese; a quel lavoro modesto richiamo il lettore il quale, trattandosi di una questione già molto controversa, voglia con sicurezza accogliere le nostre conclusioni. Giacchè ora alle conclusioni sono costretto dalle necessità e dall'economia dell'argomento. MARCHESI, Il Compendio volgare dell'Etica Aristotelica e le fonti del VI libro del Tresor in Giorn. Stor.della lett.it.] LATINI (si veda), nel Tresor accolge il volgare di A., modificato secondo il testo originale latino ch'ei conosce e a cui porta contributo di meditazioni. Sicché tra i due compendi è una notevole differenza: una differenza che va tutta a favore di ser LATINI (si veda) il quale ha il vantaggio di lavorar dopo in un tempo in cui, per quella energia naturale della filosofia novella, si progrede assai rapidamente nel gusto e nella filosofia. La traduzione di A. in gran parte fedele al contenuto, nella forma è condotta con una notevole indipendenza rispetto alla frase latina, e non di rado si vede la sicurezza ch'è nell'intendimento del traduttore e la buona conoscenza che A. ha del linguaggio filosofico. Spesso compendia la materia. Daltra parte, allarga tante volte la frase o il concetto e diluisce nel volgare il testo latino per bisogno di ripetizioni e di esempi o di ampliamenti, servendosi, come fa in principio, di qualche altro rifacimento, e aggiungendo dichiarazioni proprie. A. non è un traduttore che si preoccupi dalla frase e voglia mantenersi fedele alla parola o al tenore dell'esposizione. A. è un COMMENTATORE E INTERPRETE occupato del contenuto FILOSOFICO che pur vuole spesso acconciare dal lato espositivo nella maniera più rispondente, secondo lui, a'bisogni della chiarezza e della semplicità. Generalmente palesa una certa libertà nel compendiare e nel rendere il concetto con espressioni diverse dall'originale, come quando, per es., A. traduce il latino “vita scientiæ et sapientiæ” come “vita contemplatiua”. Qualche volta invece il concetto è più largamente definito per l’aggiunta di qualche breve dichiarazione che serve a chiarirne il contenuto e a precisarlo di più rispetto alle considerazioni precedenti. Cosi il testo dice che l'uomo rifugge dai luoghi solitarî o deserti o ermi, ed A. aggiunge. “Perchè l'uomo naturalmente ama compagnia. Altrove è detto che beatitudine è cosa completa che non abbisogna. Delle parti più confuse e difficili a intendersi fa una para-frasi, invertendo anche l'ordine delle idee e disponendole in maniera più agevole per la intelligenza finale, seguito in questo naturalmente da LATINI (si veda). Ecco un esempio. RERVM QVEDAM SVNT COGNITE APVD NOST ET QVEDAM SVNT COGNITE APUD NATVRAM. OPORTET ERGO VT AMATOR SCIENTIE CIVILIS PROMTUS SIT AD RES EXIMIAS ET SCIAT OPINIONES RECTAS. OPINIONES AVTEM RECTE SVNT VT IN ARTE CIVILI INCIPIATVR A REBVS APVD NOS COGNITIS ET IN CONSVETVDINIBVS PULCRIS ET HONESTIS FACTA SI ASSVETUDO PRINCIPIVM ENIM ESTET INCEPTIO A QVA RES EST. EX MANIFESTO EXISTENTE SVFFICIENTER QVIA REST EST, NON INDIGETVR PROPTER QVID RES EST. INDIGET AVTEM HOMO AD PROMPTITVDINEM HABITATIONIS VERITATIS RERVM BONARVM AVT APTITVDINE BONE INSTRUMENTALITATES EX QVA SCIAT VERVM AVT FORMA PER QVAM ACCIPANTVR PRINCIPIA RERVM HABEO FACILE. QVI VERO NEVTRAM BABVERIT HARVM APTITVDINVM AVDIAT SERMONEM HOMERI POETE VBI DICIT QVIDEM BONVS EST HIC AVTEM APTVS VT BONVM FIAT. La rendizione di A.: Sono cose le quali sono manifeste alla natura, e sono cose le quali sono manifeste A NOI. Onde, in questa scienza ch’e l’etica, si dee cominciare dalle cose le quali sono manifeste a noi. L'uomo lo quale si dee studiare in questa scienza ed apprendere, si dee ausare nelle cose buone e giuste e oneste. Onde gli conviene avere l'anima sua naturalmente disposta a quella scienza. Ma quello uomo che non hæ neuna di queste cose, è inutile a questa scienza – “d'altra cosa.” A. chiarisce “di fuori da sè.” Altre aggiunte, come quelle di aggettivi, tendono solo ad accrescere l'efficacia del concetto. D’altra parte, A. co-ordina spesso le frasi sciolte e le considerazioni staccate del LATINO nella continuata semplicità di un solo periodo. LATINI (si veda) riempie le lacune. Molte espressioni trascurate d’A. o tralasciate a dirittura per difficoltà d'intendimento sono supplite nel “Tresor.” Per es., il testo fa una triplice divisione delle arti. QVEDAM HABENT SE HABITVDINEM GENERVM ET QVEDAM HABITUDINEM SPECIERVM ET QVEDAM HABITVDINE INDIVIDVORUM. A. omette la terza categoria degl’arti, notando solo le generali e le particolari. LATINI, traducendo anche con finezza etimologica, completa. Altrove sono interi brani del tutto omessi nel volgare che LATINI (si veda) restituisce alla esposizione del compendio aristotelico. Diamone un esempio. Arsciuilis non pertinet La scienza da La science de cité go pueronequeprosecuto- reggerelacittade ridesideriiatqueuicto- non conviene a fantneàhomequivueille rie,eoquodamboigna- garzonenèauo mais A. non vide nel compendio alessandrino il legame tra le due considerazioni,e omise l'ultima;difatti il com pendiatore o il traduttore latino butta giù una frase fuor di senso che non ha rapporto alcuno con l'originale; Aristotele dice:«non è acconcio l'uditore giovane perchè èinesperto delle azioni che riguardano la vita, e i discorsi della nostra verner ne afiert pas à en  1 risuntrerum seculi, mocheseguitile cequeanduisontnonsa neque proficit ipsis. Non son ensuirre sa volonté, por tem. que ilse torne me, enim intenuit ars ista scientiam sed conuersio. nem hominis ad bonita- suevolontadi,pe- chant des choses dou sie rò che non cle: car ceste ars ne qui savi nelle cose del ert pas la science de l'o secolo. à bonté.  scienza da queste si tolgono e intorno a queste si aggirano – “οι λόγοι δ'εκ τούτων και περί τούτων”. Non pero tutte le lacune sono supplite da LATINI. La omissione di qualche concetto importante nel volgare è giustificata dal fatto ch'esso si trova altre volte particolarmente espresso e dalla facilità di richiamarlo alla mente nei luoghi ov'esso è ripetuto. Cosi avviene per il principio più volte enunciato della eccellenza del bene voluto per sé, rispetto al bene voluto per altro. LATINI elimina pure qualche ridondanza del volgare. Cosi nell’ “ARS DIRECTIVA CIVITATVM”, che A. traduce “l'arte civile la quale insegna reggere la cittade”, LATINI omitte ‘civile’. Altre volte, invece, la espressione è più estesa in LATINI, come quando traduce il semplice « princeps » riferito all'arte civile, mentre più sicuro intendimento dell'espressione. Dice il testo che la beatitudine, come l'uomo che dorme, non manifesta alcuna virtù quando l'uomo la possiede in abito e non in atto. LATINI spande. E poco prima alla definizione della potenza razionale ch'è più degna quando si è in atto, LATINI aggiunge “chè il bene non è bene se non è fatto.” Talune espressioni proprie del volgarizzatore vanno oltre i bisogni della chiarezza e la necessità dell'intendimento. Laddove il testo latino dice del bene dell'anima ch'è il più degno di tutti, LATINI insere il concetto della divinità mette di suo la ragione evidentemente per il bisogno di ribadire il principio che pone in dio il sommo bene e di asservire il trattato aristotelico alle idea  il volgare dice solo « principale e sovrana ». L'aggiunta comunemente è fatta per maggiore precisione e per un  con « colui che sta nel travito ». LATINI riconduce all'esatta interpretazione. Nello sfrondare le ridondanze del volgare e nel ridurre la materia alle proporzioni dell'originale latino, LATINI non sempre riesce a cogliere l'esatto intendimento della parola, e riducendo smarrisce l'idea che vi èracchiusa; ilt. Ha. QVEM AD MODVM PERITI AGONISTÆ EATQVE ROBVSTI CORONANTVR QVIDEM ET ACCIPIVNT PALMAM APVD ACTVM AGONISET VICTORIE. A. traduce. A ė somigliante di quello che sta nel travito a combattere, chè solamente quelli che combatte et vince, quelli a la corona della vittoria, e fa vera illustrazione e IMPLICATUVRA della frase finale. “E se alcuno uomo sia più forte di colui che vince, non à perciò la corona, perch'egli sia più forte, s'egli non combatte, avvegna che egli abbia la potenzia di vincere.” LATINI si ferma alla prima parte trascurando il significato particolare dell’apud che qui sta per post. Pure nell’intelligenza della parola latina il testo di LATINI è generalmente più fine del volgare, nel quale tal volta si trova sconvolto l'ordine delle frasi e delle idee [Un esempio: LATINO: difficile: A. impossibile. LATINO: in omnibus artificibus. A.: nelle cose artificiali. lità contemporanee della fede. Generalmente LATINI ha maggiori riguardi per il testo, perciò che riguarda i concetti semplici e le singole espressioni. Cosi LATINI corregge la frase talvolta malamente resa o ingiustamente compendiata e confusa d’A.. A. si restringe talora a molto semplice espressione, impropria, che mal si adatta al concetto latino, come quando traduce “periti agonistæ atque robusti” per deviazione dal retto intendimento del latino. Riporto un brano. A. traduce la seconda parte del periodo: ut pote. come se fosse esplicazione del concetto già espresso: opera decora exerceat. LATINI la riferisce invece al precedente: absque materia. Nel volgare italico et al volta anche, in maniera al quanto diversa, in LATINI l'espressione latina è modificata quando apparisca troppo cruda. In fine del compendio aristotelico si parla di uomini che non si possono correggere con parole, per cui occorre “assiduatio verberum tam quam in bestia.” A. traduce vagamente “pena.” LATINI è più civile ancora. Il volgarizzatore di LATINI tende spesso, più che A., a modificare quelle che a lui sembrano asperità di giudizio o durezze d'espressione. Così, nello stesso brano, de'delinquenti per natura, di coloro che non possono correggersi con parole nė per castighi, dice il t. «tollendisunt de medio», e A. letteralmente “son datorre di mezzo.” L. è meno severo. È un riscontro casuale; ma sinoti ad ogni modo come l'urbanità dell'espressione del volgare e la temperanza cortese di giudizio pare si accordi coi principi positivi di un diritto criminale molto recente! E LATINI si accorda talvolta con A. nel m o  T. difficile est enim A. perciò che non homini ut opera decora è possibile all'uomo exerceat absque mate ch'egli faccia belle o riautpotequodha pereech'egliabbia beatpartemcompeten arte la quale si con tem rerum bone uite pertinentiumetcopiam eabbondanzad'amici familieetparentumet ediparenti,eprospe prosperitatemfortune. rità di ventura sanza venga a buona vita, li beni di fuori. ne... 5 1 l'on face b e lesoevres, seiln'ia gran part des choses avenables à bono vie et habondance d'avoir etd'amisetdeparenz, et prosperité de fortu  dificare le opinioni del testo, come quando fieri amendue della loro vita comunale, rinnegano il detto d'Aristotele che l'ottimo governo sia nel principato, affermando migliore il governo delle comunità. LATINI qualche volta fa dei tagli al testo latino e al volgare, sopprimendone talune espressioni non per amore di brevità, ma evidentemente perch'ei si rifiuta di accoglierne il giudizio. Ciò risulta chiaro dalla costanza con cui l'espressione è soppressa ogni qualvolta si presenti nell'intendimento VOLUTO DALL’AUTORE. Una prova. Il compendio latino e con esso A. fa una duplice divisione della virtù: virtù intellettuale, come sapienza, scienza, e prudenza, e virtù morale come castità, larghezza, umiltà. E poi lo esempio. Quando noi volemo lodare un uomo di virtude intellettuale diciamo. Questo è un savio uomo intendevile e sottile. Quando volemo lodare un altro uomo di virtude morale, diciamo. Questo è un casto uomo umile e largo. Nell'uno e nell'altro caso LATINI sopprime a dirittura l'espressione che racchiude il concetto della umiltà. La prima volta quando parla della virtù morale, soggiunge un po'in fastidito e non curante del testo. Ed è curioso e notevole documento questo d’uno tra i più illustri rappresentanti del laicato dotto del tempo, uomo di parte e d'azione tenace e bellicosa e guelfo ardente, che si rifiuta cosi chiaramente di accogliere l'umiltà tra le virtù morali, ribellandosi al giudizio che uomo umile ė uomo virtuoso. C'è qui l'alto sentire del laico e lo spi [ex parte moralium largum uel castum uel humilem. uel modestum eum appellamus. Rito sdegnoso elaboria cavalleresca del tempo, che si annidava bensi nella fierezza solitaria e nella severa integrita dell'uom casto, o sorrideva nel magnifico gesto signorile dell'uom largo e cortese, ma non si acconciava a indossare il saio dell'umile curvato. Quale dei due volgarizzatori ha merito maggiore e chiaro. A. ha il merito della priorità. Compendia troppo, abbrevia, toglie parte di considerazioni e di esempi al testo latino. LATINI che lavorò a ppresso a lui è più fine e completo, e poi anche il suo volgarizzamento si presta allora assai meglio del volgare d’A.. A. molte volte amplia o riduce la materia. LATINI traduce con maggiore fedeltà sia nell'evitare le ripetizioni inutili del volgare sia nel colmarne le lacune rispetto all'ori ginale latino, le cui espressioni segue con attenzione e riproduce spesso con esattezza. Siamo nel periodo dei compendi e dell'enciclopedia. Un compendio fatto è fatica ri sparmiata al mæstro che deve dire le «chose universali ». LATINI, che ha intelligenza fine, trasse il compendio italico  e l'incluse nell'opera sua e ne colma le lacune e ne affina i contorni e lo ripuli di fronte al testo latino da cui egli pompeggiandosi dicea di aver tratto la parte morale. E non fa cenno d’A.: egli accoglie, corregge, assimila; d'altra parte è tutta una letteratura e una divulgazione anonima e i diritti di proprietà non sono ancor sorti. C'è però da osservare che nel ritocco della materia volgare LATINI non va oltre qualche singola espressione o frase, trascurata o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad acconciare la materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee sono esposte nel volgare o compendiate o disposte o interpretate. Questo dunque testimonia onorevolmente che A. è allora ritenuto autorevole INTENDITORE – “come Hardie” – Grice -- del trattato aristotelico anche da un uomo per cultura famoso come ser LATINI, sebbene al grande discepolo di costui non appare ugualmente felice dicitore del volgare. Tuttavia le modificazioni introdotte d’A. e assai più ancora da LATINI non sono tali da farci notare la presenza di nuovi elementi etici o l'azione modificatrice diretta del volgarizzatore spinto da una evoluta coscienza sociale del tempo. I filosofi del medio evo accolgono e credono. Sono ansiosi di notizie. Si accetta tutto, il vero e il falso, anzi più il falso che il vero. Ad A. che scrive un sonetto sulla pietra filosofale risponde LATINI che ragiona sulle virtù delle pietre. È ancora intatto l’edificio secolare che più tardi la critica riduce nei frantumi donde sorge la nuova coscienza degl’individui e delle genti. MAGLIABECH. Carmina magistri A. de florentia super scientiam lapidis philosophorum ex Alberto Magno edita feliciter. Solvete i corpi inaqua a tuti dico voi che intendete di far sol et luna delle duo aque poi prendete l'una qual più vi piace e fate quel chio dico datella a ber a quel vostro inimico senza manzare i dicho cosa alguna morto larete e riverso in bruna dentro dal cuore del lion anticho poi su li fate la sua sepoltura si e in tal modo che tuto si sfacia la polpa e lossa o tuta sua giuntura. La pietra aretee da poi questo si facia de terra aqua et daqua terra fare così la pietra uuol multiplicare e qual intendera ben sto sonetto sera signor de quel a chi e suzetto. Il compendio alessandrino-arabo presta dunque la materia etica aristotelica al volgare d'Italia; e la morale a Nicomaco puo cosi divenire libro di attualità adoperato e sfruttato, nella valutazione dei principi etici e nella decisione delle finalità umane, dai nuovi scrittori volgari: tra questi ė ALIGHIERI, a cui A. da motivo   di presentare in più nobil veste il volgar di Toscana, e LATINI ha ad ora ad ora insegnato come l'uom s'eterna ».  Questo saggio fa parte di un altro più esteso e completo sui rifacimenti aristotelici latini e volgari, il quale spero verrà presto a portare un contributo, non privo d'interesse, alla storia ell'aristotelismo e a colmare qualche lacuna la conoscenza del movimento filosofico che è prima: giacchè ne'volgarizzamenti e ne'rifacimenti sta i cultura; seguendo il volgarizzarsi e il diffondersi della filosofia “classica”, specialmente, noi troveremo i sentiero ascoso che va d’ALIGHIERI a PETRARCA Ma ora ho fatto opera molto modesta; trattando solo le spi. ese questioni critiche agitate intorno al compendio volgare ell'Etica, ho inteso risolvere taluni dubbî, lungamente mante nūti, ed eliminare molti errori. Il lettore, che attende forse uno studio riassuntivo sulla influenza della morale aristotelica, comprende come questo sia possibile solo alla fine dell'opera, quando le ricerche già fatte e i risultati ottenuti ci metteranno in grado di poter volgere uno sguardo sicuro e sereno su quel grande campo dove la tradizione aristotelica alligno rigogliosa e tenace ramificandosi e abbarbicandosi per una serie copiosis. sima di rampolli viziosi e invadenti. Il compendio volgare dell'Elica nicomachea e per la prima volta impresso a Lione a cura dell'editore Tournes, su di un manoscritto appartenente a Corbinelli. Manni stimo inutile, per le moltissime mende, la edizione,condotta inoltre su un solo manoscritto,e ristampò il trattato aristotelico valendosi principalmente di II codici Laurenziani. L'ultima ediz. è condotta da Berlan in base a un esemplare dell'ediz. lionese emendato e comple tato da Zenone su un ms. Il compendio volgare dell'Elica aristotelica è quello stesso che forma un ibro del Tresor volgarizzato, secondo la comune opinione, da Giamboni. Pero si trova anche in tutte le edizioni del Tesoro volgare: Treviso, Flandrino (de Lisa), Venezia, Fratelli da Sabbio, Venezia, Sessa;Venezia, a cura di Carrer il quale nel libro VI seguì anche le due edizioni, Lionese e del Manni;Bologna, ed.da Gaiter il quale si valse di tutte le stampe precedenti, de'mss.del Tesoro e di raffronti continui col testo originale Eppure di questo compendio manca una stampa che ne ripro duca fedelmente e criticamente la lezione;giacchè a tutti gli editori dell'Etica,che eseguirono le loro stampe sulle precedenti o solo col sussidio di qualche ms.,sfuggi quella rigogliosa co munione di codici, che abbiam potuto noi esaminare, da' quali [L'Etica d'Aristotile ridotta in compendio da Latini et altre tradutioni et scritti di quei tempi. Con alcuni dotti Avvertimenti intornoallalingua, Lione,Giov.deTornes. L'Etica d'Aristotile e la Rettorica di M. Tullio aggiuntovi il libro de' Costumi di Catone, Firenze, Dall'edizione lionese trasse la parte riguardante le quattro virtù un tal Luigi Ruozi che la pubblicò modifican dola nell'ortografia e nella lezione: Trattato delle quattro virtù cardinali compendiate da Latini sopra l'Eticad'Aristotile,Verona. Etica d'Aristotile compendiata da ser Brunetto Latini e due leggende di autore anonimo,Venezia, sarà possibile, con un esame complessivo, trarre nella sua veste primitiva l'antico volgarizzamento toscano; d'altra parte gli editori più recenti del Tesoro nel curare la lezione del VI libro, ritenendolo, com'era naturale,volgarizzamento dal francese, come tutti gli altri libri, credettero opportuno acconciarne la lezione anche inbase al testo francese,alterandone laveste originaria e originale. Intorno a questo antico e primo compendio volgare dell'Etica si è agitata una lunga e spinosa questione. Esso fin dalle prime stampe porta il nome di Latini, e il fatto stesso poi che si trova inserito nel testo volgare del Tresor, di cui costi tuisce appunto la materia del VI libro, non ha mai fatto dubitare ai critici e agli editori ch'esso non si debba considerare come una parte del Tesoro e quindi,come tutti gli altri libri, volga rizzamento di Bono Giamboni.Solo il Mabillon, ritenendo che Brunetto stesso avesse volgarizzato il suo Tresor, credeva che ciò fosse pure avvenuto dell'Etica. Il primo dubbio intorno al traduttore del compendio francese in toscano fu mosso dal Manni, indotto da una nota del Salviati il quale « trovò in fronte « a un particolar testo dell'Etica: Qui comenza l'Elica di Ari. « stolile volgarizzata per mæstro A. medico e philosopho «dignissimo».Ad ogni modo egli si acqueta volentieri all'au. torità della Crusca che cita il Tesoro « tutto » stampato per traduzione di Bono Giamboni [Altri che vennero dopo nota rono che qualcuno dei mss. dell'Etica indicava un mæstro A. come il volgarizzatore dell'opera; difatti il Lami ritiene che ilvero traduttore sia A., e il Mebus,seguito dal Maffei, sostieneche la versione d’A., fatta probabil mente assai prima,venisse più tardi inserita nel Tesoro volga. rizzato,in tuttiglialtri libri, da Giamboni. Lo Chabaille, Museum Italicum, Paris. Novelle letterarie, Firenze, Storia della lett. ital., 3a ediz., Firenze. VitaAmbrosii Traversarii, che curò la edizione critica francese del Tresor, dalla perfetta somiglianza ch'è tra l'Elica e il vi libro del Tesoro, deduce che Brunetto avesse tradotto Aristotile in italiano prima ancora di voltarlo in francese, e che quindi il compendio volgare del l'Etica dev'essere a lui attribuito Paitoni, che scrisse sopra tale argomento un lungo articolo, finisce col non sapere da che parte decidersi Zannoni ha spinto in vece la questione molto avanti,servendosi di un passo del Conrito di Dante (Tratt.), dove è fatto cenno di un volgarizzamento dal latino dell'Etica per opera di Mæstro A., ilcui volgare Dante chiama «laido».Lo Zannoni ri tiene « che Brunetto voltasse in francese il volgare di A. « e che il Giamboni a questo desse luogo nella sua versione «delTesoro»(3). Questa congetturaèancheaccoltadalPuc cinotti,ch'è stato il più accanito difensore di A.. Sundby combatte tutte le opinioni precedenti:quella delloCha. baille e dello Zannoni,opponendo loro le parole stesse di Bru netto che,nella sua introduzione, assevera di aver tradotto dal latino in francese,de latin en romans;quella del Mehus, citando il passo di Dante il quale parla evidentemente di una traduzione dal latino. Egli reputa diversa da quella che abbiamo la traduzione di A.,dicui sifacenno nel Convito; afferma recisamente che Brunetto ha tradotto Aristotile dal latino in francese e che il testo italiano dell'Etica è opera di Giamboni. Gaiter, ch'è il più recente editore delTesoro, seguendo, come pare, la congettura di Chabaille, confonde la Lilivresdou Tresor par Brunetto Latini, Paris, Biblioteca degli autori antichi greci e latini volgarizzati, Venezia, Il Tesoretto e il Favolello di ser Brunetto Latini, Firenze, Prefazione,pp.XXXV sgg. Storia della medicina,Firenze, MARCHESI. Della vita e delle opere di Brunetto Latini, Firenze,1884,pp.139 sgg. La stessa opinione del Sundby aveva esposta prima V. Nannucci,Manuale, Firenze, Nicomachea con ilLibro de'Vizi e delle Virtù e con il VI libro del Tesoro, il quale « fu prima compilato e poscia dall'autore «annestato nella maggior parte del Tesoretto»; e altrove ricorda una nota del Sorio che attribuiva a Brunetto Latini il volgarizzamento dell'Elica d'Aristotile; del resto non fa cenno della questione. Il Cecioni, perultimo, trattando delSecretum Secretorum, in una breve digressione sull'Elica volgare, dopo avere riassunto tutte le opinioni,assicura che A. deve averne fatto una traduzione, poichè altrimenti sarebbe inesplicabile il motivo per cui parecchi codici di rispettabile antichità attribui. scono la traduzione aA.;ma del resto afferma che la questione circa il volgarizzamento dell'Etica, che noi possediamo, rimane indecisa nè si potrà forse in alcun modo risolvere. Cosi scetticamente si chiude la questione, irresoluta. Dopo l'esame dei codici dell'Etica volgare e latina e del Tesoro, non è più lecito dubitare di poter decidere la questione in modo definitivo, e a definirla concorrono parecchi dati positivi e sicuri; il primo, di capitale importanza: la tradizione manoscritta. Il compendio volgare della Nicomachea ci ha una ben larga ed evidente tradizione isolata.Nelle biblioteche di Firenze,ove il latino del testo aristotelico ebbe per la prima volta veste volgare e popolare conoscenza, ben ventidue codici ci attestano della larga diffusione che il volgarizzamento ebbe come opera a sė, indipendente da altre opere più larghe che la integrassero. A'codici fiorentini si aggiungono altri che ho potuto esaminare: due Ambrosiani,tre Marciani,uno della Nazionale di Napoli, uno della Comunale di Nicosia. Pochi altri mss. dell'Etica si trovano sparsi per le biblioteche d'Italia, ma da ragguagli cortesi che ho potuto avere di essi, è lecito dedurre come tutti quanti ade riscano per contenuto e per lezione al nucleo centrale e fonda mentale dei mss.fiorentini.  Ediz.cit.del Tesoro, Prefaz.,p.xv. Propugnatore. Tutti icodici presentano una redazione unica del volgarizzamento,che è quella stessa della edizione Manni, con la quale ho fattolacollazione. Le varianti frequenti nella lezione, le inversioni,le omissioni reciproche, gli scambi, le lacune del testo a stampa sopra tutto, si debbono, oltre che alla bontà maggiore o minore del modello, a sbagli de' trascrittori, e non valgono dinanzi alla somiglianza e conformità dell'assieme.Molte lacune e accorciamenti si possono attribuire soltanto a sbada taggine de'copisti per le gravi difettosità che ne vengono al senso, e sono indubbiamente prodotte dalleespressioni consimili cheapocadistanza han prodotto la facile omissione: giacchè il copista credendo di proseguire saltava d'un tratto il brano. Accanto alle lacune, che dànno qualche volta luogo a strane combinazioni d'idee,va notato un buon numero di ampliamenti, di cui taluni sono ripetizioni di luoghi antecedenti.Qualche volta le parole si trovano collocate in maniera diversa nel periodo o sostituite con altre e mutate con lo scopo di abbreviare o modificare il costrutto (2 ); le molte differenze ortografiche vann ori ferit e al tempo della trascrizione. Fra i codici che più si accostano al testoastampa vanno notati 6.c.g.h.4.2.m.p.e specialmente d ed e,iquali hanno pure comuni con il testo Manni molte particolarità ortografiche.Le maggiori divergenze presentano i codd.7 e 1;in quest'ultimo è notevole un'aggiunta al libro sesto Nel cod. V la lezione presenta spiccate differenze, (1) È da osservare come nel secondo libro (cap.IX del Tesoro) occorrano tre parole greche trascritte con caratteri latini:19)apeyrocaliaoapeiorocalia(4.y.) edanche apeyrochilia (6) eapherocalia (g):in pa recchi codici tale parola è mancante perchè manca il brano che la contiene; eutrapeles (x.y.4.m.p.)o eutrapelos(2.6.7.d.e.f.g.h.)ed anche eutrapelo (6) ed eutrapeleos (8); 3o recoples orechoples(e.g.) ed anche recupes (6) erecopls (2).Inqualchecodice, come nel cod.1, il copista salta il passo dove avrebbe dovuto introdurre le parole greche. (2 ) Come si nota anche particolarmente nell'Ambr. C. 2 1, i n f., ch'è una trascrizione umanistica della seconda metà del '400, (3) Manni, Gaiter,p.115:«in questo cambio era grande brigæt  specialmente nella seconda metà,dalla lezione comune,e risente dell'influenza dell'opera francese di Brunetto e dell'azione diretta modificatrice del trascrittore: l'influenza del francese in questo codice, come nell'Ambros. c. 2 1 i n f., c i è attestata indubbiamente dal fatto ch'essi vanno oltre il limite solito dell'Elica e proseguono con le stesse parole, intorno alla differenza tra la retorica e la scienza di fare le leggi, le quali chiudono il VI. libro del Tresor; ma possiam dire che per quanto la lezione di V sia in molti punti alterata,non presenta tuttavia una redazione diversa dalla comune dei mss.e delle stampe del Manni e del Gaiter, alla quale ultima specialmente aderisce verso la fine.Dall'esame critico della lezione risulta una somiglianza intima tra icodd.1 e 7; tenendo poi conto delle particolarità più comuni, possiamo stabilirediversi gruppi di codici:a) 1.a.y.5.6.7.8.x.r. 9. che ci danno la più autorevole lezione;b) g.C.d.e.f.N.r. 2.s.;c) 4.m.p. Come s'è detto, il compendio volgare dell'Etica si trova pure inserito nel volgarizzamento del Tresor, di cui forma la prima metà della seconda parte, o meglio il VI libro, secondo la indicazione comune.Dei venti codici del Tesoro da me esaminati, dodici solamente contengono il trattato aristotelico: gli altri sono mutili. La lezione dell'Etica ne' codici del Tesoro, tranne le solite Jivergenze omai notate come comuni in questa redazione del l'Etica volgare,è da collegarsi alla stessa famiglia dei codici isolati e de'testi a stampa. C'è da notare nel complesso un numero maggioredivarianti, omissioni, aggiunte, frequentissimi sbagli di trascrizione e qualche breve interpolazione del copista  «pero fue trovata una cosa c'aguagliasse et questa cosa si è il danaio. « percio che l'opera di colui che fa la chasa si aghuaglia ad opere di colui « che fæ i calzari col danaio; chè per lo danaio puote l'uomo donare et « prendere le grandi cose e picciole, per cio che 'ldanaio è uno strumento «perloquale ilgiudicepuotefaregiustizia, pero che el danaio èleggie «senz'anima. ma il Giudice è leggi ech'à anima et dio glorioso si è leggie « uniuersale d'ongni cosa »,   stesso,che sidistingue subito permancanza di riscontroinaltri codici. Oltrere P, che servirono di base allastampa fiorentina, uno de'codici più fedeli all'ediz.del Manni è l'Ambros.G. 75 Sup. e Z,dove pur si trova una grande confusione causata dallo spostamento di varie parti.Tra icodd.più scorretti dal lato ortografico e P. In base alle particolarità più comuni icodd.del Tesoro si possonodividere ne'seguenti gruppi:19) d.v.1. 2°)n. λ.π.φ.3ο)λ.μ.γ.Ρ.Ζ.ε.Ambr. Riassumendo, possiam dire: la lezione del testo aristotelico volgare appare generalmente, ne'codd.dell'Etica e del Tesoro, fluttuante,poco sicura.Ma lesolite differenze nella espressione, nella struttura del periodo, le frequenti omissioni e aggiunte di parola,gli spostamenti e le lacune,comuni alla maggior parte dei codici,riguardano più d'ogni cosa la bontà della copia,la correttezza del modello copiato, la esperienza o la libertà del l'amanuense, ma non compromettono in alcun modo l'unità del volgarizzamento. La materia dell'Etica si trova nella maggior parte dei codici ugualmente distribuita.Una grave inversione presentano 1. d. e.s.; in essi il testo dap.6 Manni [Gaiter 25: compimentoe forma di uirtu ] va d'un tratto a p. 18 (Gaiter 57: ciascuno huomo che ingiusto et reo sie] e seguita sino a p.21 (Gait.66: E pero è bestial cosa seguir troppo la dilettazione del tatto] donde torna indietroap.9 [Gait.34: La potenzia uæ'innanzi all'acto] e prosegue sino a p. 18 [Gait. 57: dee l'uomo essere punilo];quindi tornadinuovoap.6 (Gait.25:beatitudoècosa ferma et stabile] seguitando sino alla fine del primo libro [p.8 M., 31 G.: Questièun casto huomo, humile et largo).È determi nato cosi uno scambio reciproco, nel principio, de'libri secondo e terzo.  'T 8 G. MARCHESI Un'altra inversione è nei codd.del Tesoro a.T. X. u.In essi iltesto dell'Etica dalla fine del cap.XXIX (pp.M.35,G.101: l'uomo si uiene a fine con grande sottilglianza de li suoi in tendimentine le cose le qualisonbuonema questasottilglianza e cerlezza e sauere ragion diuina e le dilettationi che l'uomo elegge per gratia d'altro.son queste ricchezza etc.... Jez.u] corred'untrattoalcap.XXXVIII (pp.M.41,G.121] e prosegue sino al primo periodo del cap.XXXIX (pp.M. 43,G. 125:per a u e r e lungamente u i n t i li desideri della carne. Lo magnanimo serue bene.....u]; quindi ritorna al cap.XXXIV (pp.M. 37, G.110) eva sino al cap.XXXVIII (pp. M.41, G.120:inman. giare e in bere e in luxuria e tutle dilectationi corporali ne la misura delle quali l'uomo elegge per se medesimo.et quando ella e rea si detta callidita. ne le cose ree si come incanta menti.....u]; dopo itre primi periodi del cap.XXXVIII torna cosi nuovamente al cap.XXIX (pp.M. 35,G. 101). La stessa inversione nell'ordine della materia h a il m s. V i s i a n i. I codici dell'Etica, in gran parte,presentano la solita divisione della materia in dodici libri,che non di rado è limitata alla semplice indicazione numerica,senza alcun accenno all'argomento svolto (h. 4. ); i n p a r e c c h i c o d i c i (y. c. e. h. 4. m. r.) l a materia oltre che in libri è divisa in tanti capitoletti; in altri, soltanto in rubriche le quali sono qualche volta costituite dalle stesse parole del testo,come in 5 e 6.Altri co. dici mancano di qualunque divisione sia in libri che in rubriche (p.8.Amb.). L'Ambr. C.21inf.,delsec.XV,presentala partizione comune fino al decimo libro;la materia degli ultimi due è divisa in tre capitoli (c.53':tracta di la beatitudine la quale puo hauere in questo mondo: Di po la uirtu diciamo di labeatitudine; c.57 "tracta che se l'huomo ha buona natura la ha da dio: sonno huomini che sonno buoni per pauura; c.57'di Gouernamento dilacittade:lonobilehuomoetbuono regitore di la citta fa nobili et buoni cittadini). In d in luogo di libri è detto fioretti, e cosi pure al principio di v: Fioretti dell'Elicha d Aristotile del primo libro. . Dei codici del Tesoro, taluni (e,u,n) non danno alcuna in dicazione sul modo con cui la materia è distribuita;altri (a,a) hanno un elenco delle rubriche posto in principio alla seconda parte dell'opera, vale a dire il VI libro; in 8 è un rubricario generale posto in principio del Tesoro; le rubriche di t fanno!   parte del testo,e una divisione in capitoli si trova in r (De leuile nominale de le tre potenzie del'anima Come lobene si diuide de la polenzia dell'anima de la uerlude intellectuale di che l'omo desidera tre cose |de le uerlude che ssono inabito comesitroualauerlude comel'omopuo farebene e male de le tre isposizioni in operatione de le cose che conuienefareperforzætc.). In due codici (Z eAmb.) tutta la materia del VI libro è divisa in cinque capitoli: 1°) « Incipit «libro d'eticha Aristotile; Secondo capitolo d'elicha Ari «stotile:sonooperationi lequali homo fa;39)Terzocapilolo « d'eticha: due sono le specie d'amista; Quarto capitolo de « eticha: la dilectatione è nata e notricata; Quinto capitolo « de etica: Dopo le uirtù diciamo oggimai della beatitudine ».Altri codici presentano la divisione per libri o per rubriche che si trova nelle stampe. Riferiamo il titolo originario dei dodici libri dell’Etica, træn dolo da'codici più antichi ed autorevoli, del sec.XIV: « Prologo « sopra l'etica d'Aristotile Qui si finisce il prologo di questo « libro d'Aristotile. Qui appresso si comincia il primo libro e « tracta in questo primo libro della felicitade: le uite nominate ve famose.IQui comincia ilsecondo libro dell'Etica d'Aristo « tile e comincia a diterminare delle uirtudi e primieramente « mostra che ongni uirtu che noi abbiamo è per costumanza « d'opere:Concio siacosa che siano due uirtudi.|Qui comincia “il terzo libro dell'etica e tratta dell'operazioni le quali sono “volontarie e che non sono uolontarie: Sono operazioni le quali « l'uomo fæ sanza sua uolontade uqi comincia il quarto libro « dell'etica d'Aristotile ove si ditermina di quella uertude la « quale è detta uertude della liberalitade:Larghezza è mezzo in « dare e in riceuere pecunia qui comincia il quinto libro del « l'etica e determina della giustizia la quale è uerti che dee « essere nell'operatione delli huomini: Iustizia si è abilo lau « de u o l e qui comincia il sesto libro dell'Etica e cominc a a d e « terminare delle uertudi intellettuali per ciò che infino a quie «ellisiæditerminatodelleuirtudimorali:Due sonolespezie « delle uirtudi |Qui si comincia il settimo libro dell'etica del « sommo filosofo Aristotile e ditermina della uertude la quale è detta uertude della contenenza: Li uizii de costumi molto « reil Qui comincia l'ottavo libro dell'etica d'Aristotile nel quale «ditermina dell'amistade la quale è cosa necessaria all'uomo: « Amistade si è una delle uertudi dell'uomo IQui comincia il nono libro dell'etica d'Aristotile il quale ditermina della pro «prietade dell'amistade: Lo conueneuole agualliamento si « aguallia le spezie Qui comincia il decimo libro dell'etica « d'Aristotile nel quale tratta della dilettazione e della felicitade « per ciò che pare che queste due cose si sieno fine de la dilet. « tazione et dice qui che la dilectazione si è fine dell'operazione virtuosa:La diletlazionesiènatænotricata|Quicomincia « l'undecimo libro dell'etica d'Aristotile nel quale ditermina della beatitudine la quale puote l'uomo auere in questa uita. Et dice « qui che la beatitudine è cosa perfecta: Dopo le uirtudi di c i a m o oggi mai | Qui comincia il dodecimo libro dell'Etica. E t determina come l'uomo il quale à buona natura si l'æ dalla « grazia di dio, et questi cotali sono disposti ad acquistare uer. « tudi: Sono uomini che sono buoni per natura ». Del rubricario più comune diamo per saggio quello del primo libro:«Perqualescienziașireggelacittade delleuiteet « quale è laudabile |di due modi di bene che è beatitudine «delle potentie naturali dell'anima demeriti delle operationi adi tre spezie del bene Comes'acquistætconserualabeati. « tudine |Onde uiene la beatitudine e di che à bisognio chi « non puote auere la beatitudine per che /che cose sono aspre « a sofferire |come æ similitudine l'uomo felice con dio onde « procede felicitade in che comunica l'uomo colle piante et colle «bestieetincheno dell'animacom'æcontrarimouimenti « della uertu intellettuale e della morale ».Nel codice Marciano II,141,la materia è diversamente distribuita in dodici «parti»; la prima non è indicata,poi «della forteça: Diciamo omai di « ciascuno habito della liberalità: largheça è meço in dare « del conuersare: dopo questo dobbiamo dire di quelle cose    «dellagiustitia: Justiciasi è habilol audabile dello intellecto « dell'anima: Due sono le specie delle uirtudi |de tre uitii primi: «Vilii e costumi molto rei dell'amistade: Amistade e una «delle uirtude dell'uomo e d'iddio |dello aguagliamento della «amistade: Lo conueneuole ad guagliamento della dilectatione: « La dilectatione si è nata e nutricala della beatitudine:Quando «noiauemodeterminato delcorreggimentodeVitii.depaura. « della pena: La scienzia delle uirtudi si a questa utilitade ». Il compendio volgare del Trattato Aristotelico, come si può desumere dall'incipit e dall'esplicit di ogni codice,veniva più comunementeindicatocoltitolodi Elhica d'Aristotile, ed anche: Etica del sommo phylosofo Aristotile; molto più raramente: Fioretti dell'Elica d'Aristotile. Occorre anche talvolta la indi cazione latina: Elhica Aristotilis, e più sovente quella di Liber Ethicorum. Ne' codici del Tesoro il titolo più comune è pure: l'Etichad'Aristotile,edanche:l'EtichadelgrandesauioAri slotile;in parecchi si trova l'indicazione latina:Ethica Ari stolilis. Nei codici dell'Etica manca ogni notizia intorno alle necessità e a'criteri dell'opera.Fa eccezione ilcod.Marciano II, 134 il quale contiene, solo fra tutti, l'epistola proemiale del volgarizzatore ad un amico,che a quella fatica del tradurre avevalo indotto. « Incipit proemium transductoris huius operis « uulgaris.— Più uolte essendo amicho mio da la tua gintileza « con grande instanzia infestato l'Eticha Iconomicha et politicha de « Aristotile de lingua latina in parlar (moderno] et uulgar ti « transducha. La quale richiesta considerando truouo la mala «sua axeuolezza uincere ogny mia faculta.Et anche hauendo « udito altri circha a questa opera auere insudato non m'è pa «ruto douerse seguire per fugire la riprensione de molti.Ma pure la forza de la tua amicizia è tanta che mi constringie et fami intraprendere quello che mi cognosco impossibile.Onde la gratia superna inuocho al principio di tale faticha doue « mi mecto seguendo el uoler tuo iusta mia possa. Et perche el « dire de Aristotile è scropoloso et stranio molto dal modo del « nostro parlare, pure quanto potro ad esso mi acostero.Alcuna « uolta le sue proprie parole et alcun altra el senso dimostraro «suzinto,seruando la uerità del testo.Ma auanty che questo « cominci alquanto della persona et essere suo toccharo ad cio « che le sue opere pergrate siano da te riceuute ». Il prologo non ci porge alcuna notizia storica,e del resto sulla sua auten ticità ci lascia grandemente perplessi. Il fatto che,tra tanti manoscritti dell'Etica, noi lo troviamo solo in questo,abbastanza tardivo,della fine del sec.XV,può destare grave sospetto,ma non sarebbe ad ogni modo motivo sufficiente per indurci a rin negarlo senz'altro. Ben altri motivi non ci permettono di prestar fede all'autenticità del proemio Marciano. In esso il volgarizza tore dice di aver udito « altri circa a questa opera avere in « sudato »; l'espressione è molto ambigua; giacchè o si riferisce a precedenti volgarizzatori,e ciò non è possibile perchè A. fu il primo a volgarizzar l'Etica, o a traduttori latini; ma per quanto sappiam noi in nessuna delle traduzioni latinedella Ni comachea si leggono accenni alle difficoltà del traduttore; solo Ermanno ilTedesco,nel prologodellasuaversione delCommen. tario d'Averroè alla Poetica d'Aristotele,dice della grande dif ficoltà da lui trovata « propter disconuenientiam modi metrifi «candiingræco cum modometrificandiinarabo, etpropter auocabulorumobscuritates»(1);ma ci sembrer ebbe affatto inopportuno scorgere nel prologo alla Poetica di Ermanno un rapport col prologo all'Etica diA.. Epoinel1200eneltre. cento è ben difficile trovare la nota individuale,sopratutto nelle traduzioni; furon più tardi gli umanisti che alteri del merito proprio rivelarono a quattro venti le difficoltà del lavoro da essi intrapreso e compiuto; del resto tutta la parte del pro logo, di cui ora parliamo,si connette con la præmunitio tanto comune agli scrittori del quattrocento, i quali nell'introduzione alle opere loro ci ricordano spesso la difficoltà dell'argomento e il timore della critica e la debolezza dell'ingegno e il riguardo Il prologo è pubblicato dal Jourdain (Recherches critiques sur l'age et l'origine des traductions,latines d'Aristote, Paris).   amorevole per l'amico che la vince sulle giuste considerazioni e preoccupazioni dell'autore.È questo,ripeto,un motivo comune agli umanisti,a'quali l'aveva comunicato lo spirito retorico delle composizioni proemiali latine. Lo stile poi del proemio è assai diverso dal volgare di A., ch'è quale potea rampollare schietto di mezzo all'efflorescenza letteraria dell'ultimo dugento.Lo stile del prologo marciano ri. sente molto invece di quel volgare farneticante da scuola e da sacrestia che pretendea ingentilirsi nel '400 signorilmente, usur pando gli addobbi lessicali delle forme latine.C'è in fine un ultimo argomento decisivo. Nel titolo dell'epistola proemiale è adoperata la parola transductoris,e nel volgare stesso del pro logo si trova adoperato il verbo transducere. Ora nel sec. XIII e XIV la espressione latina traducere non è ancora passata col significato moderno nel latino e nel volgare; il primo, come pare, ad usare il vocabolo traducere con il significato di tradurre, fu il Bruni; d'allora soltanto s'introdusse nel latino e quindi nell'italiano (1). Sicchè possiamo affermare che il prologo Marciano è di avan. zata fattura quattrocentina.Come sia comparso non sappiamo, nè torna conto indagare e congetturare sulle cause e sulle ori gini di tutte lescritturecheapparveroingrande numero,affac cendate e moleste,in quel tempo di continue esercitazioni re toriche e di finzioni letterarie. Stabilita la unità del volgarizzamento contenuto ne'codd.del l'Eticædel Tesoro,passiamooramai allaindicazionedell'autore. De' ventinove codici dell'Elica, da me esaminati, ventidue sono anonimi;uno,del sec.XIV (5), attribuisce la traduzione a un mæstro Giovanni Min.(2); sei codici (4.y.&.g.m.p.) danno il nome del volgarizzatore dell'Elica, traslatata in uulgari a magistro A.. (1) Vedi R. SABBADINI,Del tradurre iclassici antichi in Italia,in Atene e Roma,an.III,no 19-20,col.202. (2)Explicitethica Aristotilis translate amgio iohemin. vulgare. deo gratias. Dei codici del Tesoro,tre del sec.XIV,oltre la solita attri. buzione a Brunetto in principio di tutta l'opera, alla fine del sesto libro ci danno un'indicazione particolare del volgarizzatore, la quale è sfuggita a tutti gli studiosi del Tesoro ed è di molta importanza per la questione agitata intorno all'autore del com pendio volgare. Ecco dunque le soscrizioni.a:Explicit etica Aristotilis a magistro A. in uulgare traslala; T: Explicit hetica Aristotilis a magistro A. in uolgare trasleclata; 1:Explicit Elicha Aristotilis a magistro Tadeo in uulghari traslatlata. Dalla tradizione manoscritta si può dunque ricavare: 1o) che ilcompendio volgare della Nicomachea ebbe una larghissima diffusione come testo particolare, indipendente da altra opera; 2°)ch'esso,quando non correva anonimo,veniva comunemente attribuito a mæstro A.. Ma da'codici del Tesoro balza fuori un nuovo cumulo d'in dizi gravi e sicuri, che infirmano seriamente l'unità del vol garizzamento dell'opera di Brunetto,attribuito sempre con cordemente per intero a Bono Giamboni: 19) Parecchi codici del sec. XIV danno, come s'è visto, il nome del volgarizzatore del l'Etica: Mæstro A.; la soscrizione finale, perchè non si possa ritenere aggiunta posteriore,è sempre di mano del copista che ha trascritto il codice per intero.Questà attribuzione è l'unicachesitroviintuttoilms.,oltreaquellageneralecon cui va riferito il complesso dell'opera a Brunetto.Ciò è di spe. ciale importanza per noi: difatti, giacchè il copista solo per l'Etica sente il bisogno di riferire il nome del traduttore, vuol dire ch'ei sapeva che solo quella parte del Tesoro rimaneva estranea al volgarizzamento generale dell'opera, e il volgare di A. vi si trovava come inserito. In qualche codice anepigr. e mutilo,come a,l'attribuzione a A. è anzi l'unica indica zione di autore che sitrovi in tutta l'opera.2 ) Di solitoicodici mutili si fermano prima di giungere all'Elica; d'altra parte pa recchi mss.del Tesoro si arrestano alla fine del compendio aristotelico. Ciò dimostra che questo costituiva come un punto    di fermata, era un libro introdotto a parte, si che poteva benis simo arrestare al libro V l'amanuense che fosse sprovvisto del. l'originale, o determinare una pausa nella trascrizione,alla fine del libroVI. Nel cod.r,miscellaneo,l'Elica è preceduta dal VII libro del Tesoro: si può notare dunque il distacco ch'è tra le due parti, non considerate come legate e dipendenti nella stessa opera. In qualche ms.,come ri,precede una tavola della materia che giunge sino a tutto il libro V, escludendo la rimanente, dall'Elica in poi; e ciò dimostra ancora che l'Elica arrestava quasi il corso regolare dell'opera volgarizzata ed era estraneaalvolgarizzamento del Tesoro. Un particolare fon damentale: il cod.d ha questa soscrizione dell'amanuense,al l'Etica: Ecplicit l'Etica Aristotile in questo tanto che io noe trouata; ciò significa chiaramente che il copista, per trascrivere la parte dell'opera che comprendeva il compendio aristotelico, era obbligato a ricorrere ad un altro testo che non era quello unico del Tesoro. Ci resta finalmente da osservare che mentre tutti i codici del Tesoro differiscono quasi sempre e in m a niera notevole nella lezione, mostrano invece una concordanza molto maggiore nell'Etica; vuol dire che si tratta di un testo particolarmente prefisso a'trascrittori.Ciò dimostra ancora la maggiore divulgazione del testodell'Etica lacui lezione più re golare, rispetto alla lezione caotica del Tesoro, era fissata da una più grande diffusione delle copie. Concludiamo questa prima parte. Dall'esame dei codici e della materia manoscritta ci risulta che esisteva nel secolo XIV un compendio volgare della Nicomachea, attribuito a mæstro A., che noi troviamo anche inserito integralmente nel Tresor vol garizzato, di cui costituisce il VI libro. Ma nèicodicidelTesoro,nèquellidell'Eticacidicono da Il Sorio da questo particolare, ch'egli osserva nel cod. Ambr., trasse argomento principale diattaccoallaautenticità delVIIlibrodel Tesoro.La opinione del Sorio fu combattuta dal Gaiter (Propugnatore) con argomenti dubbi ed indecisi: l'uno e l'altro eran difatti fuor di strada.  che volgarizzó A..La questione è importantissima;data la identità tra l'Elica e il volgare del VI libro del Tresor non resta che una questione di priorità:0 Brunetto si servi di A., o A. di Brunetto; vale a dire,o mæstro A. volgarizzo il VI libro del Tresor, il quale ebbe così tradizione e fortuna isolata da tutto il resto del volgarizzamento, ch'è opera di Bono; o Brunetto si servi per il suo Compendio francese del volgare di A.,che fu introdotto però intatto nel Tesoro, in luogo di un volgarizzamento diretto dal francese. Nel Convito di Dante è unpasso che spinge molto avanti la questione: Tratt.I,cap.10:«La gelosia dell'amico fa l'uomo «sollecito a lunga provvedenza: onde pensando che perlo desiderio di intendere queste Canzoni alcuno inletterato avrebbe «fatto il comento latino trasmutare in volgare,e temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno che l'avesse laido « fatto parere, come fece quelli che trasmutò il latino del «l'Etica,ciò fu A. Ippocratista,provvididiponere «lui,fidandomi di me più che d'un altro».IlSundby,che vuole ad ogni costo ritenere di Bono tutto il volgarizzamento del Tresor,se ne sbriga assai piacevolmente: « Nel caso adunque che il passo succitato del Convilo fosse esatto in tutte le sue « parti, la cosa sarebbe chiarissima: la traduzione di A. dovrebbe essere affatto diversa di quella di cui noi ci occu « piamo,e questa si dovrebbe attribuire a Bono Giamboni. E non ci sarebbe niente da dire; resterebbe però fin ora da spiegare,se non altro,la tradizione manoscritta che,laddove non tace,dà il nome del volgarizzatore:A.,accordandosi col passo di Dante; e d'altra parte non sarebbe lecito trascurare quegl'indizi che non danno certamente più come sicura l'unità delvolgarizzamentodiBono.Nedevefareombra l'appellativo di « laido » dato da Dante al volgare di A., giacchè per MARCHESI. certo questo non è il modello migliore di prosa trecentistica, e la opinione del Nannucci,di cui si fa forte il Sundby,può ri tenersi giustificata da un sistema di ammirazione proprio della fede e dell'entusiasmo delle generazioni passate per tutti i do cumenti letterarî del nostro trecento. Tutto dunque ci fa credere che il volgarizzatore sia mæstro A.: Esiste una sola Etica volgare in tutti i codici; 2 )i codici che portano il nome del volgarizzatore l'attribuiscono a mæstro A.; la dichiarazione esplicita di Dante, il quale ha l'aria di parlarne come dell'unico, comunemente noto, volgarizzamento ch'esistesse a suo tempo dell'Etica latina. kesta anche esclusa la prima congettura,che A. volgarizzasse il francese di Brunetto; Dante ce lo dice esplicitamente: « colui « che trasmutó lo latino dell'Etica. Del resto, a prescinder da altriargomenti principali e decisivi, ch'esporremosubito,ilcom: pendio volgare dell'Etica non può ritenersi come volgarizzamento del VI libro del Tresor per le frequenti differenze, non solo di forma ma di sostanza, che presenta rispetto al testo francese: e sono omissioni o aggiunte di pensieri,di esempi,di considerazioni, ampliamenti o riduzioni di concetti: e tutto questo non può ammettersi nella traduzione di un'opera,a meno che il traduttore non abbia voluto rimaneggiare per conto suo l'originale. Dunque A. volgarizzò e compendio da una delle redazioni latine del testo aristotelico, la quale e nota allora sotto il nome di Liber Ethicorum, nome ch'è anche particolarmente proprio di un'altra redazione latina della Nicomachea, letterale e molto oscura, cui il commento tomistico a v e a spinto allora alla massim a diffusione. Dal testo tomistico difatti il Sundby fa derivare il compendio francese e volgare dell'Elica,e pone iraffronti;ve dremo appresso come il critico danese si sia messo su una falsa (1)Manuale della lett.italiana,vol.I,p.382. IlN. trova anzi l'Etica «adorna di molta purezza e semplicità di stile».  MARCHESI.   strada.Ad ogni modo che A. abbia tradotto direttamente dal Jatino ci è confermato dal confronto tra l'Etica volgare e il Liber Ethicorum da cui dipende; se avessimo scarsezza di argomenti o mancanza di prove sicure potremmo anche valerci delle soscri zioni di taluni codici dell'Etica e del Tesoro che indicano il nostro volgarizzamento come Elhica Aristotilis e più spesso Liber Ethi corum,facendoci sospettare lasua provenienza dal testo latino. Di mæstro A. i codici (4. y.) ci dicono soltanto che su « florentino » e Dante aggiunge ch'ei fu medico, « Ippocratista ». Di un A., d'Alderotto, fiorentino, « fisico massimo », scrisse, con la solita ingenuità,una breve vita Filippo Villani,il quale ce lo descrive di parenti oscuri, poverissimo, dedito ai mestieri più vili, e col cerebro oppilato e tenebroso fino ai trent'anni. Passati gli anni trenta « si consumarono quegli umori grossi; A. divenne un altro uomo e rivelòilsuo ingegno dedicandosi allo studio delle arti liberali,della filosofia e per ultimo della medicina,che insegnò pubblicamente a Bo logna. Dice il Villani: « Fu costui de' primi infra' moderni che adimostrò le segretissime cose dell'arti nascoste sotto i detti « degli autori, e la spinosa terra e inculta solcando all'ottimo « futuro seme apparecchiò. Questi, sprezzati alcun tempo i so pravvegnenti guadagni,cupido di gloria e d'onore,si dette a « commentare gli autori di medicina. Nella qual cosa fu di tanta «autorità,che quello ch'egli scrisse è tenuto per ordinarie achiose,lequali furono postene'principali libridimedicina. E fu in quell'arte di tanta reputazione, quanto nelle civili « leggi fu Accorso, al quale egli fu contemporaneo. Il Villani ci riferisce inoltre un aneddoto molto curioso, riportato poi da Le Vite d'uomini illustri Fiorentini,colle annotazioni del co.G. M a z zucbelli,Firenze, Biscioni, in una nota sopra A., inserita nelle Prose di Dante e del Boccaccio, Firenze, 1723, vuol dimostrare che A. era di famiglia cittadinesca,che possedeva effetti stabilieche prese per moglie una de'Ri goletti, il cui padre aveva il titolo di dominus, che in quei tempi si con cedevasoltantoa cavalieri.Cfr. notadelMazzuchelli, MARCHESI Negri (1) e dal Fabricio (2), intorno agli eccessivi compensi che A. « tenuto come un altro Ippocrate da'Signori d'Italia in « fermi » (3), esigeva per le sue visite giornaliere; e ci narra che chiamato a Roma dal pontefice,Onorio IV,richiese cento ducati d'oro al giorno; invece,dopo la guarigione del pontefice, n'ebbe in compenso diecimila. Villani non ci dà alcun cenno cronologico;dice solo che fu seppellito a Bologna d'anni ottanta.Giovanni Villani (Storie,seguito dal Fa. bricio, dal Poccianti e dal Cinelli, pone l'anno della morte nel 1303;l'Alidosi sostiene invece che A. morisse,il Biscioni e il Negri, per approssimazione, nella fine del sec.XIII.Delle opere di A. ci attesta il Mazzu chelli ch'esiste una raccolta a stampa col titolo « Expositiones «inarduumAphorismorum Hippocratisvolumen. Indivinum « Prognosticorum Hippocratis librum. In præclarum regi. a minis acutorum Hippocratis opus. In subtilissimum Iohan «nitiiIsagogarum libellumIohan.Bapt.Nicollini Salodiensis a operainluceme missæ.Venetis, apud Luc.Antonium Iuntam. Scrisse anche in ci. Galeni Artem parvam commen taria, Neapoli, Mazzuchelli, che attribuisce anch'egli a A. la traduzione in volgare dell'Elica d'Aristotile, aggiunge che nella libreria dei pp.Minori Osservanti in Cesena si con serva un ms.intitolato Magistri Taddei Glossæ in Galenum, eiusdem Aphorismata. Di mæstro A. si conservano in al cuni codici parecchi trattatelli medicinali e fra questi è par Istoria degli Scrittori Fiorentini, Ferrara, Biblioth. latina mediæ etinfimæætatis, Patavii, Notissimo anche un distico del Verino (de illustr.urbis Florent., lib.I)su A.: «Est quoque Thadæi celeberrima fama,non alter For « sitan in medica reperitur ditior arte ». A proposito di questo aneddoto vedi la erudita nota del Mazzuchelli, Cfr. Mazzuchelli, Biblioteca Angelica (Roma),Thaddæi de florentia  ticolarmente diffuso un libellus de seruanda sanitate o libellu's conseruandæ sanitatis, dedicato a Corso Donati. Fra i m a noscritti che lo comprendono è di speciale importanza l'Ambrosiano J. 108 sup.,del sec.XIII per una nota posta in principio, di mano dello stesso copista che trascrisse tutto il codice: « Iste « libellus scriptus et compositus per probissimum et prudentis « simum uirum dominum magistrum Taddeum de Flor. doctorem « in arte medicine in ciuitate bononie transmissus nobili militi « domino Curso donati de florentia », È notevole anche il proemio del trattato medicinale:« Quoniam passibilis et mutabilis a existit humani corporis conditio, complexionem et consisten « tiam quam a principio sue originis homo habuit non seruando, « necessarium extitit artem et scientiam inuenire,per quam in « sanitate et natura et corpus hominis conseruetur, motus igitur « precibus et amore cuiusdam mei amici,multa mihi dilectionis «teneritate coniuncti nec non pro utilitate aliorum hominum, « more uiuentium bestiarum ad conseruationem sanitatis et uite « in humanis corporibus libellum medicinalem inuenire disposui « de libris et dictis philosophorum breuiter compilatum ». Da queste ultime parole risulta ancor meglio l'identità ch'è tra l'autore del libellus, studioso sfruttatore e compendiatore di m a teria filosofica e l'autore del nostro compendio volgare dell'Etica. Il trattato di A.,molto curioso,contiene quei precetti igienici che bisognerebbe osservare fin dal principio della giornata in torno alle abluzioni del capo,all'igiene della bocca,dello stomaco, libellus medicinalis; Magistri Thaddæi de florentia de r e giminesanitatis; Curacrepotorummagni Tadeiabeocom posita. Riccardiana, Magliabechiana,cl.21,cod.62;141. Membran.a due colonne;contiene:19) Vegetii de re militari libri; Isiderus de bellis; a c.31a segue la notissima epistola de cura et modo rei familiaris di Bernardo,al gratioso militi et felici domino Raimundo domino CastriAmbrosii;a c.32 asegue iltrattatodiA..Ilcod.consta d icc. 3 5 n. num., l a c. 3 4 * e 3 5 a v u o t e. Questo cod. si trova legato assieme con un altro membr. dello stesso formato, di cc.19 scritte perdisteso,con tenente i Saturnali di Macrobio.    MARCHESI de'cibi,delle bevande, della digestione,del sonno;sulle condi zioni del corpo umano durante le diverse stagioni e quindi sulla igiene delle stagioni. Segue a dire della efficacia terapeutica, molto larga,dialcune pillole,da prendersi avanti o anche dopo ilcibo,compostedaun«frateRobertodeAlamania»conuna quantità di sostanze vegetali e aromatiche. La parte trascritta nel cod.Ambros. finisce con la ricetta adatta «ad faciendum «cristerepropassioneyliaca». Questo A. famosissimo medico del suotempoedanchepoeta(1), autoredicommentari e di trattati, insegnante l'arte della medicina nell'Accademia di Bologna,fualtresìquellochetradussedallatinoinvolgare il compendio dell'Etica aristotelica. E veniamo al VI libro del Tresor. È noto ed è stato detto da tutti gli editori e gli studiosi del Tresor, ch'esso risulta da m o l teplici e varie compilazioni fatte in diverso tempo da Brunetto, su scrittori specialmente latini; poi riassunte e combinate nel compendio enciclopedico francese del mæstro di Dante. Lo C h a baille anzi afferma che Brunetto avea preludiato alla compila zione del Tresor con opuscoli separati in prosa e in verso, fra cui l'Elica d'Aristotile,ch'egli dunque suppone,come parecchi altri,compendiata e volgarizzata da Brunetto Latini,prima della compilazione del Tresor (2). Ma su ciò non vale la pena discu tere,giacchè sarebbe combattere contro imulini a vento. Magliabech. Tadæi magistri de Florentia Carmina. Op. cit., Introd., p. vi.  Riferiamo un passostesso di Brunetto:Liv.I,cap.I:«Il « (cist livres) est autressi comme une bresche de miel cueillie « de diverses flors; car cist livres est compilés seulement de « mervilleus diz des autors qui devant nostre tens ont traitié « de philosophie, chascuns selonc ce qu'il en savoit partie; car « toute ne la pueent savoir home terrien, porce que philosophie « est la racine d'où croissent toutes les sciences que home peut savoir. Egli dunque non dice di essersi limitato a raccogliere e tradurre scritti latini soltanto; e si deve intendere anche di volgari. Fra questi è il compendio dell'Etica di mæstro A. che Brunetto, valendosi anche di raffronti continui con il testo latino originale,trasporto nel VI libro del suo Tresor. Allo Zannoni, il quale riteneva che A. avesse tradotto Aristotile di latino in italiano e che Brunetto poscia voltasse il testo di A., Sundby oppone le parole di Brunetto, che nel Prologo della seconda parte (il Tesoro volgare) dichiara di tradurre il libro d'Aristotile de latin en romans. Per venire in aiuto di quanto abbiamo asserito non è necessario ricorrere alla sottile nota del Paitoni, ilquale sosteneva che il volgare italiano si chiamava anche « latino »; giacchè essendosi Brunetto servito non solo del volgare di A., ma anche,come vedremo,della redazione originale latina,anzi avendo acconciato e rifatto in molti punti il volgare in base al testo latino, è chiaro come abbia potuto dire d'aver tratto il suo compendio dal latino,che del resto è anche l'originale dell'Etica diA.. E poniamo le nostre conclusioni. Il compendio volgare dell'Etica è la traduzione che mæstro A. fece di una delle redazioni latine del testoaristotelico,laquale ci è rimasta.La traduzione è in gran parte fedele al contenuto, nella forma è condotta al quanto liberamente: spesso il traduttore compendia la materia, d'altra parte allarga sempre la frase o il concetto e diluisce nel volgare il testo latino per bisogno di ripetizioni o di esempi o di ampliamenti, servendosi, come fa in principio,di qualche altro rifacimento o aggiungendo delle dichiarazioni proprie.A. non è un traduttore letterale che si preoccupi della frase e voglia mantenersi fedele alla parola o al tenore dell'esposizione; egli I codici del Tesoro traducono « di latino in uolgare », ovvero « di « latino in romanzo » o « di gramaticha in uolgare ». è solo un interprete occupato del contenuto che pur vuole p a recchie volte acconciare dal lato espositivo nella maniera più rispondente, secondo lui, a'bisogni della chiarezza e della s e m plicità.È l'originale una traduzione latina, di un compendio alessandrino-arabo della Nicomachea, elementarissimo, semplice e piano, ridotto a una esposizione riassuntiva molto breve, e talvolta anche efficace, nonostante l'incertezza e la poca fedeltà di talune espressioni. Molti luoghi fondamentali, anzi diciam pure tutte le parti più notevoli per gravità e serietà di enunciati, per difficoltà di contenuto critico, vengono senz'altro omesse interamente, o ri dotte alla loro ultima e più semplice espressione. Cosi, per dare qualche esempio, nel 1° libro è saltato il passo importante al principio del cap.3,in cui Aristotile nega la possibilità diotte. nere una precisione assoluta nei giudizi e pone la necessità del giudizio per approssimazione; altra omissione considerevole è quella della prima metà del cap.4,in cui Aristotile passa alla definizione del supremo de beni, alla critica del concetto di fe licità, e si accinge a discutere la dottrina platonica del bene assoluto; è tralasciata pure tutta la confutazione della dottrina platonica delle idee (cap.VI) e l'astrusa enunciazione fondamen tale dell'Eudaluovía aristotelica considerata come bene vero ed assoluto che comprende in sè, unificandoli, tutti gli altri beni necessari all'autarchia della vita; e della seguente trattazione intorno a'principii (cap. VII) non è alcun cenno nel compendio. Dei brani accolti tuttavia è vero e proprio ampliamento. Ad ogni modo il testo si prestava benissimo all'intelligenza comune per l'intendimento più facile e semplice e la forma più piana che non l'oscurissimo Liber Ethicorum del commento tomistico. (1)Questo compendio fu conosciuto prima dal Jourdain in un codice della Sorbona; e più tardi dal Luquet (Hermann l'Allemand, in Revue de l'histoire des Religions, Paris, in due mss. della Biblioteca Nazionale: il n ° 12954, che pone la data della versionenel1244,eilno16581 che è forse lo stesso veduto dal Jourdain.  Come compendio poteva anzi dirsi ben riuscito;giacché per ri durre allora in più brevi proporzioni l'Elica nicomachea, ch'è da per sè una condensazione poderosa delle norme logiche e de principi esposti nell'Organo, bisognava appunto sfrondarla di tutti i luoghi più ardui 'a spiegarsi e a comprendersi senza l'aiuto di richiami e di collegamenti, e semplificarne e chiarirne il contenuto eliminando la rassegna delle opinioni e la parte critica, sopprimendo le divisioni minori, togliendo il carico degli argomenti favorevoli o 'contrarî ad ogni problema e riducendo questo alla sua più semplice ed elementare espressione.Ilcom pendio arabo latinizzato era dunque il testo etico aristotelico di moda piùrecente.Essocièrimasto,sottoilnome diLiber Ethico r u m, i n u n codice Laurenziano, già Gaddiano (Plut.) membr. in fol., a due colonne,di cc.scr.219,miscell. Enon tuttodiunamano; contiene:una Cronicadianonimo; laHistoria troiana di Darete frigio,premessa un'epistola:Cor nelius Nepos Sallustio Crispo suo salutem; Graphia aureæ urbisRomæseuantiquitatesurbisRomæ dianonimo;Eu tropii historia romanæ Ciuitatis dilatata a Paullo Diacono: Liber Alexandri regis; un'epistola di Alessandro ad Aristo tile intorno alle regioni e alle cose notevoli delle Indie; Liber Sibyllæ, di Beda; un'epistola dell'abate Ioachim; un'ora zione di Seneca a Nerone; i LibrideremilitaridiVegezio; 11) ilLiberEthicorum,d'Aristotile:vadac.131ac.142;la materia è distribuita in ventidue capitoli indicati dalla iniziale colorata;manca ognialtradivisione.Com.:Incipitliberprimus Ethicorum. R.;allafine: Incipiamus ergoetdicamus.Explicit prima pars nichomachie Ar.que se habet per modum theo rice et restat secunda pars que se habet per modum pratice. Et est expleta eius translatio ex arabico in latinum. Anno incarnationis uerbi. La soscrizione, importantissima per la storia di questa reda zione,è di mano dello stesso copista,scritta con lo stesso in chiostro e coi medesimi caratteri di tutto il testo aristotelico. Seguono di mano più recente e in carattere minuto alcune cita    zioni dell'andria e dall'Eunuco di Terenzio.La lezione dell'Etica verso la fine è molto incerta e in taluni punti a dirittura insa nabile. Dopo il Liber Elhicorum vengono le orazioni catilinarie e iltrattato de Senectute,l'orazione di Sallustio contro Cicerone, l'invettiva di Cicerone contro Sallustio, le orazioni pro Marcello, pro Ligario,proDeiotaro,ilibride Officiis,iParadoxa,epoi la Catilinaria e il Giugurtino di Sallustio; seguono, di mano del sec.XIV, alcune bolle di papa Bonifacio VIII. La versione dell'Etica, compiuta nel 1243, si deve con molta probabilità attribuire ad Ermanno ilTedesco (Hermannus Alemannus),il quale trovandosi in quel tempo nella Spagna,a Toledo,aveva due anni prima (nel 1241) ridotto in latino il commento di Averroè alla Nicomachea,e più tardi nel 1256 compi la versione di altri due testi arabi di Averroè relativi alla poetica e alla retorica d'Aristotile. La traduzione di A.,che dovette essere di poco,meno di un ventennio, posteriore, corse ed ebbe fortuna e divulgazione; ce lo attesta il buon numero di codici, l'uso che ne fece Brunetto, la dichiarazione di Dante che ne parla come di cosa comune mente nota,egli che molte espressioni del volgare di A. ricorda nella sua Commedia. Brunetto Latini più tardi si accinse a svolgere nella parte morale del suo Tresor la dottrina etica di Aristotile. Egli si servi del volgare di A.,ma prese anche in mano il testo latino: c e l o dimostrano le aggiunte e le modificazioni introdotte, che corrispondono in tutto con il Liber Ethicorum; qualche altra volta ridusse il volgare di A. e quindi con esso anche il latino della redazione araba. Nessuno vorrà certo ancora dubitare che l'Etica di A. sia tratta dal compendio francese di Brunetto, rivendicando a questo la priorità; giacche,pur volendo saltare sul passo di Dante, sulla particolare designazione de'codici,sulla tradizione isolata dell'Elica volgare,rimane sempre una barriera dinanzi a cui bisogna fermarsi:la materia de'due Compendî.La dipendenza diretta dell'Elica dal testo latino ci è fra l'altro attestata dalle numerose espressioni latine trasportate di peso,quando corrispon dano nel lessico volgare, nel compendio di A.; mentre Brunetto è costretto tante volte a tradurre dirersamente,m u tando la dizione, e dall'Elica e dal Liber Ethicorum. D'altra parte poi nell'Etica molte cose ci sono che mancano nel com pendio franceseeche pur dipendono dal testo latino.Un'ultima prova: tutti i codici dell'Elica e del Tesoro si chiudono allo stesso modo, con le stesse parole, e la chiusa non corrisponde al testo francese. Brunetto va più in là di A.: egli include nel suo compendio tutta la fine del rifacimento latino. Se si do. vesse considerar l'Etica come un volgarizzamento del libro VI del Tresor,anzi che come un compendio indipendente,non si spiegherebbe più quella ostinata lacuna e quella costante diver genza alla fine. Solo cinque codici dell'Elica, di trascrizione al quanto tarda, seguono volgarizzando l'opera di Brunetto: i tre codici Marciani e i coddice Ambros. C 2 1. i n f., i quali rivelano molto chiaramente l'influenza del testo francese. In essi il brano finale è volgarizzato in modo del tutto differente; ciò è na turale: giacchè nessun codice dell'Etica e del Tesoro dava quella parte del testo francese, i trascrittori, che tennero l'occhio al Tresor, dovettero pensare, ciascuno per conto proprio, a volgarizzarla.Anzi il Marciano II, 134 contiene tutto quanto ilcompendio di A.,compreso ilbrano finale rias suntivo,che non si trova invece negli altri codici dell'Etica o del Tesoro iquali proseguono col testo francese sino alla fine; e questa nel Marc.II,134 ci appare evidentemente come una sovrapposizione voluta dal trascrittore. Naturalmente tutti i giudizi e i sospetti di ampliamenti, di aggiunte, di mutamenti arbitrarî del volgarizzatore, di sbagli continuati degli amanuensi, agitati dagli editori del Tesoro, ca dono innanzi all'entità e al valore storico diverso dei due com pendi, volgare e francese. E data la priorità del volgare, cadono anche meschinamente tutti i tentativi di emendazione apportati dagli editori alla lezione del VI libro in base al testo francese. Nel Propugnatore Gaiter, che accude allora   Quale dei due traduttori, in fine,abbia merito maggiore non possiam dire.A. ha ilmerito della priorità;Brunetto che lavoròappresso a lui è più fineecompleto,e poi anche ilfran cese si prestava allora molto meglio del volgare italico.A. qualche volta amplia o riduce la materia, Brunetto si richiama al testo.Siamo nel periodo de compendi e dell'enciclopedia. U n compendio fatto è fatica risparmiata al mæstro che deve dire le«chose universali».Brunetto,che aveva intelligenza fine, trasse il compendio italico alla lingua di Francia e l'incluse n e l l'opera sua e ne colmo le lacune e ne affino i contorni e lo ripuli di fronte al testo latino,da cui egli pompeggiandosi dicea di aver tratto la parte morale del Tresor. E non fa cenno di A.: egliaccoglie,corregge,assimila;d'altraparteètuttauna let teratura e una divulgazione anonima quella che dall'ultimo m e dievo va al trecento,e i diritti di proprietà letteraria non sonoancor sorti. E poi mæstro A. forse non appariva degno di menzione speciale al mæstro di Dante; echisa, forse, che in questo non dobbiamo trovare indizio di una lotta accademica, svoltasi di mezzo al laicato dotto della seconda metà del dugento e nel trecento,negli Studi pubblici,tra medici inchinevoli alle lettere e letterati avversi a'medici? C'è però da osservare che nel ritocco della materia volgare,in base al testo latino, Bru netto non va oltre qualche singola espressione o frase, trascurata o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad ac conciare la materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee furono rese nel volgare o compendiate o disposte o interpretate riguardo all'originale latino.Questo dunque testi monia onorevolmente che A. era allora ritenuto autorevole  MARCHESI a preparare,con l'aiuto dei mss.e del testo francese,la sua edizione del l'operadi Brunetto, inunsaggiodicorrezioni alVI libro,siscagliasempre, con taluni intendimenti spiritosi,contro l'amanuense che tanto strazio avea fatto del presunto volgare di Bono; e con l'aiuto del testo francese si affanna a correggere gli sbagli e a colmare le lacune lasciate dai trascrittori e da Bono stesso.  ed esperto intenditore del trattato aristotelico anche da un uomo per cultura famoso come ser Brunetto, sebbene al grande di scepolo di costui non apparisse ugualmente felice dicitore del volgare. Dunque Brunetto si valse del volgare di A. (1), ch'ei ri. dusse e acconciò in molti punti in conformità al testo latino, come si vedrà chiaramente dal confronto che faremo. Più tardi gli amanuensi del Tesoro,al posto del VI libro,introdussero il volgare già ben noto dell'Elica, essendo ben chiara e conosciuta la dipendenza del compendio francese dall'altro volgare.Cosi resta anche spiegato il fatto che parecchi codici del Tesoro si fermano all'Etica: Il compendio di A. rimaneva, rispetto al VI libro del Tesoro, originale e fondamentale; in un volgariz zamento italico dell'opera di Brunetto esso dovea necessariamente e naturalmente tenere il posto del francese che da esso proveniva. Già anche loChabaille noto come la seconda parte del Tresor, interamente consacrata alla morale, offre «plus d'ensemble « et plus d'unitė » (2); ed anche noi durante l'esame critico dei codici abbiamo potuto osservare come appunto il VI libro non presenti quella lezione così fluttuante, incerta, caotica degli altri libri;ciò è ben chiaro:icopisti avevano un testo già da lungo tempo fissato. Con questo se abbiamo voluto rilevare la differenza che l'Etica offre, nell'incertezza minore della lezione, rispetto a'libri volga rizzati del Tesoro,non intendiamo affermare che la lezione del compendio di A. siacostante e sicura.La mancanza diuna lezione rigorosamente affine nella maggior parte dei codici si deve al fatto ch'essi servivano non ad uso letterario, nel qual caso la lezione avrebbe dovuto essere molto più rigorosa,ma ad uso morale;per cui itrascrittori,quando non erano affatto (1) Così lo studio accurato della questione e la inconfutabile testimonianza del documento son venuti a confermare in parte la fortunata ipotesi dello Zannoni. MARCHESI Ho già detto che gli amanuensi introdussero il compendio di A. nel posto del VI libro del Tresor; ho detto gli amanuensi e non il volgarizzatore, giacchè non mancarono alcuni (non oso affermare se Bono od altri) i quali vollero volgarizzare tutta l'opera,compreso il VI libro; ma il nuovo volgare dell'opera francese,di fronte al comunissimo compendio originale di A., rimase eclissato e restò soltanto in pochi codici quattrocentini, che ho potuto rinvenire.I codici sono due,di valore e di con tenuto diverso. Magliabechiano cartac.del sec.X V, in 4o,di cc.53 scritte ed 8 bianche,anepigrafo.Ilcod.contiene l'Etica tratta evidentemente dal Tresor, giacchè va oltre il limite del compendio di A., e comprende la chiusa del libroVI dell'originalefrancese.A c.46'segue,senzaalcuna par ticolare indicazione, il trattato sulla « doctrina di parlare ad Alessandro; infineac.53': ExplicitAristotilisEuthica uul garis Amen. La lezione si mantiene per una buona metà fedele al testo comune dell'Elica; dal cap.47 sino alla fine presenta una grande ed accentuala differenza e mostra evidentemente la Secondo la edizione Gaiter.  ignoranti,semplificavano dove e come volevano,buttando giù il periodo anche ridotto, che sembrasse loro di rendere in ogni modo fedelmente l'idea espressa dall'autore e di significare lo stesso concetto. Nei codici dell'Etica si trovano molte espressioni qualche volta incerte, fluttuanti dalla differenza ortografica al periodo ridotto o allargato o smembrato o dissennato, che ci testimonia da una parte della negligenza o della caparbietà di trascrittori ignorantelli,in un tempo in cui tutti quanti tenevano un crogiolo dove manipolare la pasta morale delle dottrine ari. stoteliche o supposte tali, e dall'altra parte dello stato de' testi donde copiavano,che,data lagrande diffusionedell'opera,doveano a forza portare le tracce di cancellazioni,aggiunte,modifica zioni,lasciatevi dai possessori:filone di muffa questo che ci fa tante volte scivolare il piede lungo il percorso delle trascrizioni trecentistiche di autori ritenuti catechisti o morali. L'Etica (ediz.Manni, Li Tresors. Liv. II, Magliabech. 21. 8. pp.52sgg.).L'uomo part.I, chap.XLI.Li 149. c.33. ch'è buono si diletta in bons hom se delite en semedesimo abbiendo soimeisme, pensantas allegrezza delle buone bones choses; autressi operazioni, eseegliè sedeliteilavecsonami, buono molto allegrasi cuiiltientautressi com conl'amico suo, lo quale mesoimeismes. Maisli eglitienesiccomeun mauvaishomtozjorsest altrosè; mailreofugge enpaor, ets'esloignedes dallenobiliebuoneope- bonesoevres;etseilest razioni,os'eglièmolto moltmalvais, ils'esloi reo si fugge daseme- gnedesoimeisme;car desimo,peròchequando egli sta solo si è ripreso da ricordamento delle maleopere, ch'egliha fatto, enonamanèse, faites, et blasmesacon. nèaltrui, perciòchela science, etporcehetil natura del bene è tutta mortificata inluinel profondo della sua iniquità; nènon si diletta soiettoz homes; etce avientporcequelara cine de touz biens est ilnepuetseulsdemorer, sanztristesce, porceque illi remember desmau vaisesoevresqueila  influenza continuata del testo francese, si che c'è da pensare a una nuova redazione sovrapposta. Riporto un brano che valga a far notare meglio le differenze e le relazioni dell'Etica di A. col testo francese e il volgare del cod. Magliabechiano. mortefiéeenlui, eten son mal ne se puet de. tutto el bene è mortifi. pienamente nel male ch'eglifa,perciòchela liter plainement, car cata in lui.etnel male natura del male si'l træ toutmaintenant que il non si può dilettare pie. al contrario dellasuadi- sedelite, enune chose namente,percioche lettazione,edèdiviso malfaite,lanaturede quand'eglisidilettadi insemedesimo,eperciò son mal si l'atrait au èinperpetuafatica ed contraire deceluidelit. quellomalesieltræ angoscia, epieno d'ama- Etàcequelimauvais al contrario di quella ritudineedisozzuradi estpartizensoimeisme, dilettatione.percioche perversità. Adunquea siconvientqueilsoitl'uomoreoèdiversoet L'uomo ch'è buono si diletta in se medesimo pensando nelle buone cose, et similmente si diletta coll'amico suo, el quale egli reputa se medesimo. Ma l'uomo ch'è reo sempre sta in paura et fuggie dall'o pere buone; et s'egli ė molto reo fuggie da se medesimo et non può stare solo sanza tristizia, impercioch'egli si ricor da delle sue rie opere, ch'egli à fatte et ripren delo la coscienza sua. Et perciò vuole male a se medesimo et ad ogni altro huomo.Et questo èperchèlaradicedi uno male, la natura di   quello cotale uomo nes- en continuel travail de in se medesimo è m e sunopuoteessereamico, penseret plains demolt stierechesiain continua per ciò che l'amico deve insemedesimo,ecompi. ne se laisse cheoir en a lei. Lo cominciamento lla possa tornare a bene. doit efforcier chamentodellainiquità lettazione, laquale l'huo piglia accrescimento gars; mais li fermes mo ba nelle femmine, per usanza di tempo. liensquitozjorsestavec alqualesiuadinanzi L'officio del confortare l'amistiéetquipointne unodiletteuolesguarda  MARCHESI sance sensible; et ce confortamento,ma pare cede loconfortamento poonsnosveoirpar.i. essereetsomigliarsia puoteesseredettaami- homequiaimeparamors llui;mælcomincia stade per similitudine, une dame,car tout avant mento dell'amista è di infino atanto ch'ella passe unsdelitablesre scunouomosidee guar- niuno huomo può essere chose quià amer face. amico aquello tale,per dare ch'egli non caggia in questo pelago d'ini- sere et en itele male niuna cosa la quale sia quità,anzi si dee isfor- zare di venire a finedi mecineparcuiilpuisse seria et tale infelicità bontà, perlaqualeabbia Certes, et en itele mi- cioch'egli non ha in se aventuren'aurailjà daamare. Ettalemi. ainz se felicitade. Adunquecia. queiln'ænluinule maliceetdeiniquitéque ch'eglinonsilascica mentononèamistà, ave- l'on ne puet ræmbre, dereinquestoistraboc gnachè egli si somigli inordinato! Addunque dilettazione e allegrezza àbienvenir:donques nonhamairimedioche chascuns se gart que il chascuns que il viegne et della malicia la quale àlafinde bontépar èsanzarimedio anzisi dell'amistà si è dilettazione sensibileavutadi- quoiilsepuissedeliter del'uomo sforzare ac nanzi,si come l'amista mento d'allegrezza colli tel tresbuchement de suoi amici.Lo conforta. Addunque ciaschuno huomo si de guardare amertume,etyvresde fatichæt pensieroetsia avere in se cosa da a- laidesceetdeperversité, pieno di molta amari mare.E questo cotale etqueilsoitdestortpar tudineetèebbrodisoz hæ in se tanta miseria, misere neant ordenée. zura di peruersita, et che non è rimedio niuno Donc nus ne puet estre sia distorto per miseria ch'egli possa venire a amisdetelhome,porce en soi meisme et avec cioch'elli uengha alla d'unafemina,allaquale sonami. Confors n'est finedellabontaper la v'hadinanzidilettevoli pasamistié,jàsoitce qualeeglisipossadi guardamenti,eladiletta- que illesembleàestre: lettareinsemedesimo, zionesièlegamedell'a- mais li commencemens et hauere compimento mistà,eseguitalainse- d'amistiéestunsdeliz didilettationecolsuo parabilemente.Ladispo- rasavorez par conois- amico.L'amistà non è sizione dalla quale pro   Gli huomini rei tardo s'accordano nelle oppi nioni: et sono sanza parte d'amista, et per  se desevre, ce est deliz. si pertiene a colui ch'à insegravezzadicostumi ed esercizio di vertude, unità d'opinione e con cordia di mettere amore, perciò che le discordie dell'openione sono da trarre dalla nobile con. gregazione,acciòch'ella rimanga unita di pace e in concordia di volon tade. Quelle cose che danno altrui vera digni. tade da reggere,sisono le uirtudi e le loro opere e l'unità dell'oppinione; e questo si truova negli uomini buoni, concios sia ch'egli sono fermi e costanti in fra loro, e nelle cose di fuori, perciocch'egli uogliono bene continuamente.Ma rade volte addiviene che gli uomini si accordino in una oppinione,eper cagione di compiere gli loro desideri si soste: gnano molta briga e molta angoscia e molta fatica, ma non per ca. gionedivertude,ehanno moltesottilitadiinseper ingannare colui,con cui hanno a fare, e perciò sempre sono in rissa e in tenzone. C. MÆCHESI. Cil habiz dont pre mierementnaistlicon fors puet estre apelez amistié par semblant jusqu'à tant que il croist par longuesce de tens. Et li ofices dou confort affiert au preudome et au ferme que il soit griez en moralité de sa vie et es proesces et es costumes et toutes ver tuz, et plains de science et de bone opinion et de concorde, desirrous d'a. mor; por ce devroient estre ostées toutes des cordes et malvais pen. sers d'entre les nobles compaignies des homes, si que il puissent vivre en pais et en concorde de propre volonté,cele chose qui plus aide à maintenir et governer les dignitez des vertus et ses oevres.Et la con corde des opinions et es bons homes,porcequ'il sont parmenant dedans soi et es choses dehors; car toutes foiz jugent et vuelent bien. mentoellegamechenon si parte e sempre con lei et la dilettazione (sic). L'abito dal quale pro ciede confortamento si può dire amista per si. militudine infino a tanto ch'elli crescie per lungo temporale. L'ufficio del confortatore s'appartie ne a buono huomo et al fermo, el quale è graue di costumi et exercitato nelle uirtu,et essere pie toso di scienza et auere accontamento d'oppinio. ni, et concordia intro ducta d'amore (sic),per. ciò che le discordie delle oppinioni sono per disfa re le diuisioni dell'opere le quali sono nella nobile congregazione in con cordia di uolontà.Quella cosa la quale aiuta reg. giereladignitàelavirtu et l'opere delle uirtu.et concordiadelleoppinioni si truoua negli huomini buoni et costanti intra se et nel desiderio delle cose di fuori, percio che perano bene et uogliono Limauvaishomepo bene. s'acordent à lor opinion; car il n'ont en amistie nulepart, et poracom plir lor desirriers suef questi cotali sempre ado   frentilmaint espoines chagionedicompierele et mainttra va ilconmie le loro conchupiscienzie poramistié; etsontes eglisostengonomolte mauvaishommesmain- faticheetmoltitraua tes mauvaises soutil- gli:. per chagione d'a lancesporengigniercels mista, et molti scaltri quiàel sont à faire, et mentietmoltesottilita. porcesontil touzjors Et sonohuominireiper enpaineeten angoisse. chagione d'ingannare L'altro codice, che ci presenta una redazione affatto nuova e dipendente in tutto direttamente dal testo francese, è il Maglia bechiano (vecch. segn.), cartac.delsec.XV, a due colonne,di cc.scr.160; con le didascalie in rosso e rozzo disegno a colore nella prima iniziale e ne'margini della prima pagina. Contiene il Tesoro; precede un indice della materia:a c.5*: Questo libro si chiama il Tesoro il quale è chauato per lo mæstro Burneto Latino di Firenze di piu libri di filosofia che sono strati per li tempi. Qui comincia l'eticha di Aristotille; finisce l'Etica a c.76: Qui finisce il libro dell'eticha d'Aristotille. La soscrizione finale a carta Qui finisce il libro del Tesoro che fa il mæstro Bruneto Latino di Firenze. dio ne sia lodato. La lezione offertaci dal ms. Mgl. è infelicissima e costellata di sbagli, di contorcimenti e travisamenti di parola che pare non si possano attribuire tutti quanti al copista. (“And that’s why Hardie disliked it!” – Grice). Il volgarizzatore in molti punti dà a vedere di essere poco felice conoscitore del volgare come poco esatto intenditore degallico. Molte espressioni gallliche o sono adattate malamente all'idioma italico o lasciate intatte a dirittura e trasportate di peso nel volgarizzamento. Ma ciò vede il lettore nel confronto che Hardie e Grice poneno tra il testo del Liber Elhicorum e l'Etica di  coloro ch'anno a fare con loro per cio sempre sono in brigha ed in angoscia.  A.  col compendio di LATINI (vedasi) e il volgare del Tresor; confronto da cui balza fuori un documento largo e complesso, vivo e certo della tradizione morale aristotelicadel “Lizio,” come A. chiama la scuola, nel tempo in cui vive e conosce e compone ALIGHIERI (vedasi).  Dell'Etica di A. Hardie e Grice danno la lezione critica, quale risulta da’codici più autorevoli dell'Etica e del Tesoro, diversa quindi da quella offertaci dalle stampe che si son succedute fin ora. Liber Ethicorum. L'Etica d'Aristotile. Omnis ars et omnis incessus et Ogni arte e ogni dottrina e ogni omnis sollicitudo vel propositumet operazione e ognie lezione pareado quelibet actionum et omnis electio mandare alcun bene. Adunque bene ad bonum aliquod tendere videtur. dissero li filosofi, che lo bene si è Optime ergo diffinierunt bonum di quello lo quale disiderano tutte le centes quod ipsum est quod intenditur cose. Secondo diverse arti sono diversi ex modis omnibus. Sunt autem in- fini; che sono tali fini che sono ope tentaperartes multas diversa. Que- razionie sono tali finiche non sono da menim sunt actio ipsa metet que- operazioni, ma seguitansi alle opera dam sunt ipsum actum. Cum quesint zioni. Conciosiachosache siano molte artes ac ipsarum actiones multe, arti e molte operazioni, ciascuna hæ erunt intenta per ipsas multa. Ac losuofine.Verbigrazia. La medicina tamen actum in ipsis existit melius si hæ un suo fine, cio è fare sanitade, actione. Est igitur intentum per me- el'arte della cavalleria la qualein dicinam sanitas et per artem regiti- segna combattere, si ha un suo fine uamuelred actiuam exercituum uic- per lo quale ella è trovata, cio è vittoria et pernauium structiuam naui- toria, e la scienza di fare le navi, si gatio et perdomus rectiuam diuitie; hæ un altro fine cio è navicare; e la etista sunt acta honorabilia. Que- scienza che insegna reggere la casa dam autem artium habentse habi- suæ la famiglia sua ha e un altro tudine generum et quedam habitu- fine, cio è ricchezza. Sono al quante dine specierum et quedam habitudine arti le quali sono generali e sono individuorum. Ideoque quedam ipsa. Al quante le quali sono speciali e con rum sunt sub aliis, ut sub militari factura frenorum et cetere artium instrumentorum militarium, et sub tengon si sotto quelle. Verbigrazia. La scienza della cavalleria si è generale, sotto la quale si contengono altre arte exercitu alicetere omnes bellice scienze particolari, siccome è la scienza siue litigatorie. Et simpliciter hono- di fare lifrenieleselleele spadee rabilissima omnium atrium est con- tuttel'altre, le quali insegnano fare stitutiuæt instructiva ceterarum. cose, le quali sono mistieri abatta Et quemadmodum quibusque rebus glia; equeste arti universali sono più a natura productis est perfectio quam degneepiùonorevilidiquelle, im. Perse naturaintendit, etintellegibi. Perciocchè le particolari sonfatteper libusest perfectio quamintendit per l'universali. Esiccome nelle cose In tutto il principio del compendio di A., e quindi anche del testo francese, si sente l'influenza diretta dell'altra redazione del Liber Ethicorum, che servì di base al commento d’Aquino. Ecco il latino di quest'altra redazione: « Omnis ars et omnis doctrina, similiter « autem et actus et electio, bonum quoddam appetere uidentur. Ideo bene enunciauerunt bonum,  beržalglio per suo adirizamento,tutto   Tutte arti e tutte opere e tutte in. Tous ars et toutes doctrines et tramesse sono per chiedere alcuno touteseuvresettouztriemenz sont bene. Dunquedissebeneilfilosafo porquerre aucun bien, donquesdis- chequeglichetuttelecosedeside trentbienli philosophequeceque rano è ilbene. Secondo le diuerse toutes choses desirrentest le bien. arti sono le fini diverse. Chetalifini Selon cdiversars, lesfinssont di. sonoopere, talisonoch'esconodel verses; cartelesfinssonteneuvres, l'opere.Eperciochemoltesonol'arti et teles sont celes quel'onensuitpar el'opereciascuna à suo fine.Che medicina æ una fine cioè a fare lesarsetlesoevres, chascune a sa santade. Ela fine dela batalgli asi fin; carmedicinea une fin,ceest ènetoria, el'artedifarenauià àfairesanté; etbatailleasafin, unaltrofine,cioènauichare. Ela les oevres; et porce que maintes sont porquoielefutrovée, ceest victoire; scienza cheinsengnaagouernarea et les ars de faire neis ont une autre l'uomo sua magione e sua familglia fin, ceestnagier; etlasciencequi àun'altrafinecio è ricchezza. Et sono enseigneàhomeà governersa maison alcune arti che sono gienerali e al et samaisnieauneautrefin,ceest cunechesonospezialli, cioèpersua richesce. Etsontaucunesarsquisont diuisione, eperòsonol'unasottol'al generaus, etaucunesquisontespe- trasi come la scienza di chaualleria ciaus, c'est particuleres, etaucunes ch'ègienerale,edisottoaquella sontsarzdevision; etporcesont sono più altre scienze partichullari, lesunessouzlesautres; sicomme cioè la scienza di fare frenieselle est la science de chevalerie, quiest espadeetuttel'altre cosecheinse generaus,etdesozlisontautres gnanoafarecosecheabattalglia sciencesparticuleres, ceestlascience bisongnano. de faire frains et seles et espées, et E l'arti universalli sono più dengne toutesautresarsquienseignentà epiùonoreuolichel'altre, percio fairechosesquiàbataillebesoignent. Chelle particullarisono trouatteper Et cistartuniversalesontplusdigne leuniversali. E così tutte le chose queliautre, porcequelesparticu. che sono fatte per natura è unadi leressont trovees par les universales. retana cosa per a che la natura in Ettoutaussicommeenchosesqui tendefinalmente. Altre si tutte le cose sont faites par nature est une dar- chesonofatteperartièunafinale reinechoseàquoila natureentent cosaachesonoordinatetuttelecose finelment,autressieschosesquisont diquellaarte. Esicomecoluiche faites par art est une finel chose à Li Tresors. Magliabech.quoi sont ordenées trestoutes les træ di sua arte a uno sengnio à uno   « quod omnia appetunt. Differentia uero quædam uidetur finiam. Hi quidem enim sunt opera «tiones; hiueropræterhasopera quædam. Quorum autemsuntfinesquidampræteroperationes, « in his meliora existunt operationibus opera. Multis autem operationibus entibus et artibus et doctrinis,multi sunt et fines. Medicinalis quidem enim sanitas,nanifactiue uero nauigatio, •yconomicæ uero diuitiæ.Quæcumque autem sunt talium sub una quadam uirtute, quemad modum sub equestrifrenifactiuætquæcumque aliæ equestrium instrumentorumsunt:hæc « autem et omnis bellica operatio sub militari; secundum eundem itaque modum aliæ sub alteris. In omnibus itaque architectonicarum fines omnibus sunt desiderabiliores his quæ sunt sub ipsis. « Horum enim gratia et illa prosequuntur. Quest'esempio, che manca nella nostra redazione latina, è tratto dal Liber Ethicorum del commentotomistico: Igituretaduitamcognitioeiusmagnum habetincrementum,etquemad modum sagittatores signum habentes seintellectus,eodem modorebusef. fattepernaturaèunoultimointen fectisabarteestperfectioquam per seintenditartificiumhumanum.Hac finalmente, cosìnellecosefatteper autem perfectioestbonum ad quod arteèunointendimentofinale, al intenditur, et est optimum eorum que queruntur propter ipsum et di quelle arti; siccome l'uomo che ipsius causa. Scientia igitur istius est sættahalo segno per suo dirizza scientia diuina maximi existensiuua. mento, coşiciascunaartehæ menti in uita et CONVERSAZIONE hu. un suo finale intendimento, loquale mana. Habentes igitur intentionem dirizzalesue operazioni.Adunqua acpropositumdignum ualdeestut l'artecivile,laqualeinsegnareggere inueniamus inquisitione remqueest lacittade, éprincipaleesovranadi perfectiouoluntatis.Arsigiturdi. tuttealtrearti, perciocchèsottolei rectiuaciuitatumprincepsestartium, sicontegnonomoltealtrearti, le quali eoquod sub hac continenturresho. sonoonorevili,siccomelascienzadi norabilesualideconsistentie;utpote farel'ostee direggere la famiglia, arsexercitualisetarsfamiliedo- elarettoricaèanchenobile,percio mus dispensatiua ac rethorica,et ch'ella si ordina e dispone tuttel'altre eoquodipsautitarartibusactiuisomni- chesicontegnonosottolei, elosuo bus et componitet ordinatlegesearum compimentoàilfinedituttel'altre. Atqueiuditia etdistinguitinter Adunquelobenelo qualesiseguita laudabilesetillaudabiles.Huius itaque artisperfectioacpropositumadpro- l'uomo, percioch'ellalocostringe priatpropositaomniumartiumreliqua- di fare bene e costringelo di non rum. Bonum igiturusitatumsecundum fare male. La recta dottrina si è che suum modum est bonum humanum. L'uomo si proceda in essa, secondo ipsum namque effectiuum estcetero- chelasuanaturapuotesostenere. rum bonorum omnium artium et Verbigrazia:l'uomocheinsegnageo saluatartificesnequidaganthorridum metriasidee procedereperargo dimento lo quale la natura intende quale sono ordinate tutte l'operazioni di questascienza, sièlobene del  chosesdecelart.Etaussicomme altresiciascunaarteæunafinale cilquitraitdesonar causeignala cosache'ndirizaquellaopera.Qui celui bersail por son adrescement, parla del gouernamento della citta tout autressi a chascune ars Dunque l'arte che insen finelchosequiadrescesesoevres. Gnia la citta gouernare è principale Donques l'art qui enseigne la cité àgovernerestprincipausetdame etsoverainedetoutesars, porceque desouzlisontcontenuesmaintesho- norablesars,sicomme rectoriqueet lasciencedefaireostetdegoverner e donna di tutte l'arti, peròchedisottoaleisonotuttii mæstrionoreuoliecontiensisotto luitutte molteonorabillearti, sicome retoriccha e la scienza di fare oste edigouernaresuamasnada.E an samaisnie;etencoreestelenoble, coraè nobile peroch'ellamettein porcequeelemetenordreetadresce toutesarsquisouzlisont,etlisiens compliemensetsafinssiestfinet compliementdesautres.Donquesest ele li biens de l'ome, porce que ele constraintdebienfaireetelecons- traint de non mal faire. Lidroizenseignemenzsiestque onailleselonccequesa naturele ordineeadirizzaartichesonosotto lui,eilsuocompimentodisuafine sièfineecompimentodel'altre. Dunque ilbene che diquestascienza uiene si è bene dell'uomo pero che 'l constringniedinonfarelomale. E il diritto insegniamento ch'ell'à inleisecondosuanaturalepuote soferire. Cioèadirechecoluiche puetsofrir; ceestà direquecilqui insengna gouernaredeeandareper enseignegeometriedoitalerparar- suoi argomenti chesonoapellatidi gumensquisontapelésdemonstra- mostrazioni.Erittorichadeeandare cions, etenrectoriquedoitalerpar perargomentieperragioneuedere argumenzetparraisonvoiresembla- senbiabille, eciò auiene percioche ble. Etceavientporcequechaschuns ciascunoartieregiudicabeneedicela artiensjugebienetditla veritéde ueritàdiciòcheapartienealsuome cequiapartientàsonmestier,eten stiere, ecosiinciòèilsuosenno sottile. ce est ses sens soutis.  une e sovrana La scienza di città governare non La science decitégovernerne sifamichaafanciullonedahuomo afiertpasàenfantneàhomequi chesegualesueuolontadi,percio vueilleensuirresa volenté,porceque che amendue sono non sacenti delle anduisontnonsachantdeschosesdou cosse del seculo, chequestaartenon siecle;carcestearsnequiertpasla chiedela sienza dell'uomo, mach'egli science del'ome, maisqueilsetorne sitorniabontà.Esapiatechein àbonté. Etsachiésqueenfesestde. fateèinduemaniere, chel'uomo ij.manieres;carlihompuetbien puotebeneessereuechiodi tenpo estrevielsdeaageetenfes demors; euechioperhonestavita.   autillaudabile. Et saluatioquidem mentifortiliqualisichiamanodimo. Uniuslaudabilis existit,quantomagis strazioni, elorettoricodeeprocedere gentiumacciuitatum. Rectadoctri. Nella sua scienza per argomentie natioestinquirereinunoquoquege- ragioniverisimili; equestosièpercio nerumiuxta mensuramquamsustinet checiascunoarteficegiudichibene naturailliusgeneris; etutexigitur etdicalaveritadediquellocheap. Quidema mathematico demonstratio partieneallasuaarte. Lascienzada et a rethore sufficientia persuasiua. reggere la cittade non conviene a Unusquisque enim artificumrecto garzonenèauomo cheseguitilesue iuditio iudicat de eo quod est infra h a cose buone e giuste e oneste; onde Rerumquedamsuntcogniteapud gli conviene avere l'anima sua natu nos, et quedam sunt cogniteapud ralmentedispostaaquellascienza: naturam. Oportetergoutamator maquellouomo che non hæneuna scientieciuilispromtussitadres diquestecose,èinutileaquesta eximiasetsciatopinionesrectas. Opi- scienza Questo ci prova chiaramente che Brunetto non ebbe tra mani altro testo latino fuor del compendio alessandrino-arabo; giacché le altre traduzioni greco-latine della Nicomachea gli avrebbero dato la giusta indicazione del poeta: Esiodo. Ma forse pertutto il riferimento, che  son volontadi, peroche non > bitum suæ scientiæ, et in hoc est nelle cose del secolo. E nota che gar perspicax ipsius scientia. ludicans zonesidiceindue modi, quanto al autem deomni sapiensestomnipe- tempo e quanto alli costumi, che ritiaimbutus. Arsciuilis non pertinet può taloral'uomo essere vecchio di pueroneque prosecutori desiderii atque tempo e garzone di costumi, e tal uictorie, eoquodambo ignarisunt fiata garzone di tempo e vecchio di rerum seculi, neque proficitipsis. Non costumi. Adunqueacoluisi conviene enim intenditarsista scientiam sed la scienza di reggere la cittade, lo conuersionem hominis ad bonitatem; quale non è garzone di costumie neque differt puer et ateautinmo- che non segui tale sue volontadi, se ribus pueris, non enim aduenit quidem non quando si conviene e quanto si defectus ex parte temporis sed propter conviene ed ove si conviene. usum uite in moribus puerilis; pueri ergo dissoluti et desideriorum prose- cutores non proficiunt penitus ex arte civili. Qui autem utitur desiderio secundum quod oportet et quando sono cose le quali sono manifeste alla natura, e sono cose le quali sono manifeste a noi. Onde in questa scienza si dee cominciare dalle cose, oportet, et quantum oportetet ubi oportet, hic plurimum proficit ex scientia artis civilis. lo quale dee studiare in questa scienza, ed apprendere, si dee ausare nelle le quali sono manifeste a noi. L'uomo savi   et puet estre enfes par aage et viel Dunque la sienzia di città ghouer parbonevie.Donqueslasciencede nare è a fare huomo che non sia governer citez n'afiert à home qui fanciulo de cuore molle e che non estenfesensesfaizetquiensuie sesvolentės,selorsnonquantille covient faire et tant comme il co- vient,et là où il se covient,et si comme est covenable. seguasuauolontadi,senoquelliche siconuengonoetanto com'ellesi debono e la dove si conuiene e si come conueneuole. E sono chose che sono chonueneuoli a natura e cose chesonoconueneuolliannui;che Iliachosesquisontconnuesà nature et sontchosesquisontcon- chisivuolestudiareasaperequesta neuesànos;porquoinosdevonsen scienza, eglideeussarecosegiustee cestesciencecommencieraschoses buoneeoneste,ond'egligliconuiene quisont conneuesànos,carquise auerel'armi naturallemente aquesta vuetestudieràsavoircestescience, scienza,macoluichenonanèl'uno ildoituserdeschosesjustes,droites nèl'altroriguardiaciòchedee.Se et bonnesethonestes,oùillicovient 'lprimoèbuonoel'altroèapere avoirl'ame naturaument ordenée à gliato ad essere buono. Ma chi da cestescience;maiscilquin'ane ssenonsanienteenonaprendedi l'onnel'autreregardeàcequeHo- ciò chel'uomogl’insenguia,egliè merusdist:Selipremiersestbons, deltuttomecciante.- Quidicedelle liautres estappareilliezàestrebons; treuie Dacontaresono mai squidesoinesetneant,etqui.ij.uie. L'unaèuiadichonchupi. n'aprentdecequehomlienseigne, senziæ diconuotizia.L'altraèuita ilestdoutoutmescheanz. Les cittadina,cioèdisennoediproeza viesnomées quisontàcontersont ed'onore.Laterzaécontenpratiua..ij.L'uneestviedeconcupiscenceet E più ujuono secondo la uita delle decovoitise;l'autresiestvieciteine, bestie, ch'èapellatauitadichonchu ceestdesensetdeproesceetd'onor; pisenzia,peròch'egliseghonolaloro la tierce est contemplative: et li uolontade e loro diletto. E chatuna plusorviventselonclaviedesbestes, diqueste.ij.uiteàsuapropriafine quiestapeléeviedeconcupiscence, diuerse dal'altre,tuttoaltresìcome porcequeilensuientlorvolentezet [lasienzadiconbatteredi]medi lordeliz. Etchascunedeces.ij.vies cina à sua finediuersa dalla scienza asaproprefin,diversedesautres, delconbattere, chèquellabadaafare toutautressi comme medicineasa santà,equellaadauereuetoria.Qui findiversedelasciencedecombatre; diuisadelbene Ubene carelebéeàfairesanté,etcele ėinduemaniere,che'unamaniera autreàvictoire. Libiensesten è ch'èdisideratapersemedesimo[e ij.manieres;carunemanieredebien l'altra)eun'altramanieradibeneè niones autem rectæ sunt ut in arte Le vite nominate e famose sono ciuiliincipiaturarebusapudnos tre;l'unasièvitadiconcupiscenza, cognitis, etinconsuetudinibuspul- l'altrasièvitacittadina,cioèvita crisethonestisfactasitassuetudo diprodezza ed’onore; la terza si è principium enim est et inceptio a vita contemplativa: e sono molti quaresest. Exmanifesto existente uominichevivonosecondolavita sufficienterquiaresest,nonindigetur dellebestie,laqualesichiamavita propterquidresest.Indigetautem diconcupiscentia,perciòchesegui. Homo adpromtitudinem habitationis tano tutte le loro volontadi; ecia leritatisrerumbonarumautaptitudine scunadiqueste vitesihasuofine boneinstrumentalitatisexquasciat propriodiversodaglialtri,sicome uerum,autformaperquamaccipian- l'artedellamedicinahadiversofine turprincipiarerumabeofacile.Qui dalla scienza dicombattere,chè'l veroneutramhabueritharumaptitu- fine della medicina si èdi fare sani. dinumaudiat sermonem Homeripoete tade,e'lfinedellascienzadifare ubidicit: Illequidem bonusest,hic battagliesièvittoria. Benesièse autem aptus ut bonus fiat. Vite condo due modi, chè è uno bene lo famosetressunt. Uitaconcupiscen- qualeuomovuoleperse, eunaltro tieetuoluptatis,uitaprobitatiset benelo quale l'uomo vuole peraltro. honoris,uitascientieetsapientie; Benepersesìcomelabeatitudine, pluresuerohominumseruisuntuo- bene peraltruisonodettiglionori luptatis uitam bestiarum eligentes elevertudi,perciòcheuomovuole inexecutionedelectationum.Sunt questecoseperaverebeatitudine. autem termini harum uitarum distan. Natura lcosa è all'uomo ch'eglisia teset bonaipsarumbona diuersificata. cittadino,etconversicongliuomini Sicutergobonum quodestinarte artefici,econtralanaturadell'uomo exercitualiestaliudabonoquodest sièd'abitaresoloneldeserto,elà inartemedicinali, sicabinuicemalia ovenonsianogente,peròchel'uomo sunt bona trium uitarum. Et bonum naturalmente ama compagnia. quidem medicine est sanitas, bonum Beatitudo si è cosa compiuta,la exercitualisestuictoria.Estautem qualenonabbisognaneunacosadi bonumsecundumduosmodos:bonum fuoridase, perlaqualelavitadel per se et bonum propter aliud; et l'uomosièlaudabileegloriosa.Adun. quesitum qui demproptersemelius quelabeatitudinesièlo maggior est quesito propter aliud. Nosuero beneelapiùsovranacosælapiù manca nel compendio di A., BranettosivalseanchedelLiberminorum moralium:«.aduertat « intentionem poetæ dicentis: Optimus est hominum qui a semet ipso intelligit quod expedit.Qui « autem ab altero hoc intelligit, est in uia directionis. Qui uero nec a semet ipso intelligit nec « ab altero recipit, hic uir est inutilis, est qui est desirrez por lui meisme, et une autre maniere de bien est qui est desirrez por autrui. Biens par lui est beatitude,qui est nostre fin,à quoi nos entendons;bien par autrui sont les honors et les vertuz; car ce desire li hom por avoir beatitude. Naturale cosa è a l'uomo ch'egli sia cittadino e ch'egli conuersi in tra le gienti, cioè intra gli uomini e intra gli artefici. E contra natura sarebe abitare in diserto oue non à persona,però che l'uomo naturale. mente si diletta in conpangnia. Bea tittudine è cosa conpiuta, si che non à niuno bisongnio d'altra cosa fuori di lui, per chui la uita degli uomini ė pregiabile e groliosa:dunque è beatitudine il magiore bene di tutti, e la più sourana cosa e la trasmil gliore di tutti i beni che sieno. Qui diuisa di treposanzie Tutte le opere dell'uomo o sono malvagie o [buone.om.]. Colui che lle fa buone l'opere,egli è degno d'auere il compimento della uertu di  L'anima dell'uomoæ.ij.posanze. L'una è uegiettative,e questa è co mune ad alberi ed a piante, ch'egli anno annima uigettatiua,altresìco m'àno gli uomini; la seconda è apel latta sensitiua; la terza è apellata r a zionabile,l'èperquestoche l'uomoè ragioneuole e diuisato da tutte le cose, per ciò che niuna altra cosa æ anima razionale se no l'uomo;e questa possanza è alcuna uolta in natura e al cunauoltainpodere.Ma beatittudine è quand'ella è in opera e non miga quand'ella è in podere solamente; chè s ' egli no 'l f a, egli non è mi c h a buono. Naturel chose est à l'ome que il soit citeiens,etque ilconverseentre les homes et entre les artiens; car contre nature seroit de habiter en desers où il n'a nule gent,porce que li hom naturelmentsedeliteen com paignie. Beatitude est chose complie,si que ele n'a nul besoing d'autre chose fors de li,par quoie la vie des homes est puissanz et glorieuse: donques est beatitude li graindres biens de touz et la plus soveraine chose et la très mieudre de touz biens qui soient. L ' ame del' o m e a j i j. puissances. L'une est vegetative, et ce est c o m mun asarbresetasplantes,caril ont ame vegetative aussi come li home ont;lasecondeestapeléesen sitive, et est c o m m u n e à toutes bestes, car eles ont ames sensitives; la tierce est apelée rationable,et por ceste est li hom divers de toutes choses,porce que nule autre chose n'a ame ratio. nableselihom non.Etcestepuis sance rationable est aucune foiz en oevre et aucune foiz en pooir; mais beatitude est quant ele est en oevre, et non pas quant ele est en pooir seulement; car se il ne le fait, il n'est mie bons. ch'è disiderata per altrui. Bene per lui è beatitudine, ch'è nostra fine a che noi intendiamo.Bene per altrui sono gli onori e le uertu: chè questo si disidera per auere beatitudine. Toutes les oevres des homes ou   Ogni operazione che l'uomo fæ o ellaèbuonaoellaèrea;equello uomo lo quale fa buona la sua ope. razione, si è degno d'avere la perfezione della virtude di quella opera zione.Verbigrazia: lo buono cetera tore,quando egli cetera bene,si è degnacosach'egliabbiailcompimento di quella arte,e lo rio tutto il con. trario. Adunque se la vita dell'uomo è secondo l'operazione della ragione, allora si è laudabile la sua vita, quand'egli la mena secondo la sua propria vertude; ma quando molte vertudi si raunano insieme nell'animo dell'uomo, allora si è la vita dell'uo mo molto ottima e molto onorata,e molto degna,sicchè non puote essere più;perciò che una virtude non puote beatitudinem ultimam propter se uo lumus,cum sitfinisnosteretintentum à nobis; honores autem et uirtutes propter beatitudinem, eo quod per ipsas pertingimus ad illam. Homo naturaliter ciuilis est et con uiuithominibusetsocietatesexercet comel'uomo; lasecondapotenziasi cumartificibusdecenter,nequeap chiamaanimasensibilenellaquale petitsolitudinemnequedesertum participal'uomocontuttelebestie, neque heremum. perciòchetuttelebestiehannoanima Beatitudo es tres completa, nullius sensibile;laterzasichiamapotenza indigens, perquamuitahominislau. razionale, perlaqualel'uomosiè dabilisexistit. Beatitudoigiturexce diversodatuttel'altrecose,perciò lentissimum est eligibilium et opti. che neuna altra cosa hæ anima ra mumbonorum,cumsitperfectiore zionale, sicomel'uomo.E questa rumoperabilium. Sicutigiturestin potenziarazionalesiètalorainatto qualibetartiumbonumquodillaars etalorasièinpotenzia;ondela intendit,etsicutestcuilibetmem. beatitudinedell'uomosièquandoella brorumcorporis actuspropriusin vieneinatto, enonquandoellaèin quoeialiudnoncomunicat,sicest homini actus proprius in quo aliud ei non comunicat. Homini autem se cundum animam uegetabilem COMUNICANT terræ nascentia,et secun dum animam sensibilem comunicant ei animalia; actus uero ei proprius, inquo nullum aliud ipsi comunicat, est actus secundum rationem et di scretionem. Ratio uero duplex est: potenzia: ratio uidelicet actualis et ratio poten tialis;dignior autem ad intentionem rationis et magis cognita est ratio actualis,ut pote actus hominis di. scernentis et agentis. Et omnis actio quam agit actor aut est bona aut est mala. Actor autem bene agens in omni arte meretur intentionem uir tutis, ut bene citharizans citharedus bonus; citharizans autem male malus. ottima che l'uomo possa avere. L'a nima dell'uomo si ha tre potenzie; l'una si chiama potenzia vegetabile, nella quale comunica l'uomo cogli arbori e colle piante,perciò che tutte le piante hanno anima vegetabile, si    bonesoumauvaisessont.Etcilqui quell'opera.Chècoluichebeneopera fait lesbonesoevres,ilestdignes è degnod'auereil compimento di suo d'avoirle complimentdelavertude mestiere,equeglichemalfanno,il celeoevre;carcilquibiencitoleest contrario. Dunqueselauitadell'uomo dignesd'avoirlecomplimentdeson è secondo l'opera di ragione, alora mestier, etciquimallefait, lecon- è da pregiare quand'eglila mena traire;doncselaviedel'omeest secondolapropriauertu. Maquando seloncl'oevrederaison,lorsestele mantieneuertusonogliuominisaui, prisablequantillamaineseloncla esauioebisongniabile,enorevolee propre vertu; mais quant maintes moltodengniosichepiùnonpotrebe vertuzsontenl'ome,savieestbesoi. essere; percidcheunasolauertunon gnableethonoréeetmultdigne, si puotefarel'uomodeltuttobeatone queplusneparroitestre,porceque perfetto.Chèunasolarondineche uneseulevertunepuetfairel'ome uengnianèunosologiornotemperato detoutebeatitudeneparfait;carune nondonaciertanainsengniadelprimo solearondelequivieigneneunsseus tenpo. Eperciòinunopocodiuita jorsatemprésnedonentcertaineen- d'uomoeinunopocoditenpoch'egli seignedouprintens;etporceenpo facciabuoneopere, nonpossiamoperò devied'ome,neenpodetensque direch'eglisiabeato. Qui ilfacebonesoevres, nepoonnosdire diuisa di tre maniere di bene. Il queilsoitbeates. Libiensest beneèdiuisatointremaniere,che devisezen.iij.manieres, carliuns l'unoèilbenedell'anima,el'altro estbiensdel'ame,etliautresest delcorpo. Mailbene dell'anima è il doucors, etlitiersdehorslecors; piùdengnio chenullodeglialtri, maislibiensdel'ameestplusdignes peròcheglièilbenedidio,esua quenusdesautres,carceestlibiens formanonèchonosutaseperl'opere de Dieu, et saformen'espasconneue separlesoevresvertueusesnon.Et sanzfaillebeatitudeestenquerre lesvertuzetenelsuser,maisquant beatitudeestenhabitetaupooir del'ome,etnonensesfaiz,ceest àdirequantilporroitbienfaireet ilnelefaitmie, lorsestvertuous aussicommecilquisedort, carses oevres ne ses vertuz ne se mostrent pas. Mais l'omquiestbeatescovient aussicommeparnecessitéqueilface uertudiose non.E sanza fallo beati tudineèinchiedereleuertuefarle. Maquando beatitudine ènell'abitoe inpoteredell'uomononèsenone fatti:questoèadire,quandoeglipuote benefareeno'lfaaloraèegliuer tudiosoaltresìcomecoluichedorme; chè sue opere e sueuertunonsimo strano. Ma l'uomo ch'èinbeatitudine conuiene altresì come per necissetà ch'eglifacciailbeneinoperæsi comeilsauiochampioneeforteche lebiensenoevre.Etsicommeli sichonbatteuuoleportarelacorona Actusigiturhominisunæstuitarum l'uomo fare beato,nè perfetto,sic famosarum trium prenominatarum, una rondine quando appare uitascilicetrationisetscientieet sola, eunosolodietemperatonon sapientie. Etomnis quidemresbona dànnocertadimostranzachesiave. existitetdecorapropteruirtutemsibi propriam. Vita ergo hominis actus estanimeintellectiueperuirtutem sibipropriam;sedcumuirtutesani- memultesint, eritperoptimam et honoratis simam in fine et dignissimaminfineperfectioniset complementi. Unanempehyrundononpro- nosticaturuerneque diesunicatem- peratiæris,sicnecuitapaucæt lobenedell'animasièpiùdegno tempus modicumsignumcertumsunt benedineuno,elaformadiquesto beatitudinis. bene si non si conosce se non nell'o Bonum tripliciter diuiditur; est perazioni, le quali sono con vertudi. bonum anime et bonum corporis et nutalaprimavera;ondeperciò nè. inpicciolavitadell'uomo,nè in pic ciolotempochel'uomofacciabuone operazioni, nonpotemodicereche l'uomosiabeato. Lo bene sidivide in tre parti, chè l'unosièbenedell'anima,l'altrosi è bene del corpo, el'altro si è bene di fuore dalcorpo. Di questi tre beni,  come bonum extra corpus. Bonum ergo delle vertudi e nell'uso loro; ma quoddignissimebonumdiciturest quandolabeatitudineènell'uomoin bonum anime, neque apparet forma abito, e non in atto,allora si è vir istiusboni, nisiinactibusquisunt tuosacomel'uomochedorme,lacui auirtute. Et beatitude quidemest operazione e virtudenonsimani. inacquisitioneuirtutumetinusu festa; mal'uomobuonodinecessità earumsimul.Cumquefueritbeatitudo è bisogno che l'aoperisecondol'atto, in homine tamquam in possessioneet et è somigliante di quello che sta habituet non actu, tuncesttamquam neltravitoa combattere; chè sola uirtuosus dorniiens cu non apparet mente quelli che combatte et vince, actionequeuirtus. Beatusautemactu quellià la coronadellavittoria; e necessarioexercet beatitudinem. Et se alcuno uomosiapiùfortedicolui, quemadmodumperitiagonisteatque chevince, nonàperciòla corona, robusticoronanturquidemetacci. perch'eglisiapiùforte,s'eglinon piuntpalmam apud actumagoniset combatte, avvegnach'egliabbiala uictorie, sicuirtuosielectiboniac potenziadivincere;ecosìlogui. beati laudantur et premia uirtutum derdone della virtude non ha l'uomo suscipiunt dum apparent operationes se non in fino a tanto ch'egliadopera ipsorum secundumueritatem;etisto. lavirtudeattualmente; equestosiè rumuitæstin se ipsa delectabilis. perciòcheloloroguiderdoneela Unusquisque enim hominum delecta- lorobeatitudineèladilettazione,che La beatitudine si è nell'acquistare  della uettoria, tutto altresì l'uomo buono e beato æ il guiderdono e la loda della sua uertu ch'egli fæ et mostra ueracemente per queste opere, perciò che il guiderdono delle sue opere e della beatittudine è ildiletto ch'egli n'atantoe com'egli opera la uertu; chè ciascuno si dileta in cid ch'egli ama; il giusto si dileta in giustizie e l'asagia e gli piacciono, e 'l uertudioso nelle uertu. Et tutte l'opere che sono per uertu sono belle e dilettabille in se medesime. Beatitudeestlachoseau monde Beatitudine èl acosa al mondo che quiesttrèsdelitable,maislabeati tudequiestenterreabesoingdes biensdedehors;carilestdurechose quel'onfacebelesoevres,seiln'ia grant part des choses avenables à bonevieethabondanced'avoiret d'amisetdeporenz,etprosperitéde fortune, et por ce la sapience abe. soigned'aucunechosequifaceco perciòlasapienzaàbisongniod'al noistre sa valor et ses honors.Se cuna cosa che faccia conossere suo aucuns done as homes dou monde, ualore e suo onore.Se alcuno dona disglorious et soverainsfaiz, l'en ahuomodelmondodonogroliosoe doitbiencroirequecildonssoitbea. Sourano fattol'uomo debenecredere titude,porcecequeestlamieudre che quellodonosiabeatitudine, perciò chosequiestrepuisseaumonde; car ch'eglièlamigliorecosachepossa eleestmulthonorablechose, etest esserealmondo;ch'ell'èmoltoono. licompliemensetlaformedevertu; rabilecosa[essere]edèilcompimento neiln'estpasditdouchevalnes elaformadellauertu;nèeglinonè desautresbestes,nedesenfans,que michadettodelcaualloedel'altrebe ilsoient beates,porce qu'il ne font oevres de vertu. Beatitude est chose ferme et estable, tozjors en une fermeté, si que ele ne stie,nè degli fanciulli che sieno beati, perciò ch'egli non fanno opere di uertu. Beatitudo è cosa ferma et stabille. Arrestiamo qui la trascrizione del cod. Magliabech., sembrando ci la parte trascritta suciente ad attestare la propria dipendenza dal testo francese. milglioreepiugioiosætradiletta bille: mallabeatitudinedeeessere interræbenidifuori. Chè gliè dura cosa che l'uomo faccia belle opere e ch'egli abbia parte di cose aueneuolliahuonauitædabondanza d'auereedabondanzad'amiciedi parenti e prosperita di fortuna, e  F sages champions et fors qui se combat et vaint emporte la corone de victoire, toutautressilihom bonsetbeatesa le guerredon et la loange de la vertu que il fait et mostre veraiement par ses oevres, porce que li guerredons de la beatitude est li deliz que l'om atentcomme iluevrelavertu,car chascuns se delite en ce que il aime: lijustessedeliteenjustise,etlisages en sapience,etlivertueusenvertu; et toute oevre qui est par vertu est bele et delitable en soi meisme. virtude, si è bella e diletteuile in se Beatitudo autem omnium rerum est medesima. Beatitudo si è cosa ot optimaiocundissimaatque delectabi- tima, giocundissimæ dilettabilissima. lissima. Beatitudo tamen quest hic La beatitudine, la quale è interra, si bonisexterioribusindiget; difficile abbisognadeglibenidifuori,perciò est enim homini ut opera decora che non è possibile all'uomo ch'egli exerceatabsquemateriautpotequod facciabelleopereech'egliabbia habeatpartemcompetentemrerum artelaqualesiconvengaabuona boneuitepertinentiumet copiam vita, e abbondanza d'amicie dipa familie et parentum et prosperita- renti, eprosperitàdiventura,sanza temfortune.Ethacquidemdecausa libenidifuori; eperquestacagione indigetarssapientiearteregnandi, nonabbisognaalcunacosachefaccia ut apparere faciat honorificentiam manifestare il suo onore e lo suo va suiatqueualorem. Etsialiquarerum lore. Sealcundonoèfattodidome donata est hominibus a deo excelsa nedio glorioso e eccelso agli uomini etgloriosa, dignumestutbeatitudo delmondo, degnacosaè da credere siue FELICITAS donumsitdiuinum se- che quellodonosiabeatitudine,im cundumquodipsæstoptimaomnium perciòch'ellasièlapiùottimacosa rerum humanarum; est igitur de onorevole molto e compimento e rebus prehonorabilibus,cum sit com.  turineoquodestamatumapud eglihanno, infinoatantoch'egliado ipsum; delectetur ergo iustus in perano la virtude; chè il giusto si justitiætuirtuosusinuirtuteet dilettanellaiustiziæ'lsavionella sapiensinsapientia.Etactionesfientes sapienza, elo virtuoso nella virtude; peruirtuteminseipsissuntdelecta. eognioperazione,laqualesifaper biles uenuste ac decore. forma di virtude. E neuna genera plementum uirtutis siue forma et zione d'animali puote avere beatitu fructusipsius Non diciturautem dine,senonl'uomo,eneunogarzone deequo neque de alio aliquo anima- nonhæ beatitudine, perciòcheneuno liumhuiusmodi,nequedepueris,quod animalenèneunogarzonenonado sintbeati,eoquodnequehuiusmodi perasecondovertude. animalia neque pueri agant opera Beatitudo si è cosa ferma e stabile uirtutis.Etbeatitudoestresfirma sempresecondounadisposizione, nella stabilis secundum dispositionemunam, quale non cade varieta denèpermu inquamnoncaditalteratioet permutazione alcuna, e non v'ha talora tatio, etnoncomitanturipsameuen: beneetaloramale, matuttaviabene, tusuarii,etnuncbonitasnuncmalitia. E questo siè perciòchelabonitade Etenimbonitasetmaliciæstin opere elareitadesi ènella operazione hominis; et columpnabeatitudinis dell'uomo. La colonna della beatitu estoperasecundumuirtutem; co- dinesièl'operazione, chel'uomofæ 1   se remue pas,et si n'est mie une foiz bien et autre mal, mais toutes foiz bien,porce que li muemenz de bonté ou de malice n'est pas se es oevres des homes non. Li pilers de beatitude est lesoevres que l'onfait selonc vertu,et la colone dou con traire est les oevres que l'on fait selonc vice; et la vertus ferme et estable est en l'ame de l'ome.Li hom vertueus ne se contorbe ne ne s'es maie por nule temporal chose qui li avieigne; car il n'auroit jà beatitude se il s'esmaioit,car dolor et paor abatent l'oevre de vertu et la joie de beatitude. Felicités est une chose qui vient par vertu de l'ame, non pas dou cors. Aucunes choses sont mult griez à sostenir;mais quant l'on les a bien sostenues,lors apert et se mostre la hautesce de son corage; et sont au tres choses qui ne sont griez à sos tenir, ne li hom qui les sueffre ne mostre pas que en lui soit force.Et jà soit ce que mort et maladies de filz soient griez à sostenir, ne doivent pas remuer l'ome de sa felicité; car bienetfelicité,ethome felixet Dex glorious et benois sont tant digne chose et tant honorable que nulz pris ne nule loenge ne lor sofit pas; et nos devons reverer et magnifier et glorifier Dieu sor toutes choses et si devons croire que en lui sont tuit bien et toutes felicitez.,porce que il est commencemenz et achoisons de touz biens. secondo virtude,e la colonna del con trario suo si è l'operazione, la quale l'uomo fæsecondolovizio;equesta operazione si erma e stante nel. l'anima dell'uomo,et l'uomo virtuoso non si muove,e non si turba per cosa contraria temporale che gli possa a v venire, perciò che già non arebbe beatitudine, s'egli si conturbasse, perciò che la tristizia e la paura si toglie altrui l'allegrezza della beati. tudine. Sono cose le quali sono molto forti a sostenere; ma quando l'uomo l'à sostenute pazientemente, si dimostra la grandezza del suo cuore; e sono altre cose le quali sono lievi a sostenere,e perché l'uomo le so. stegna non si mostra grande fortezza in lui, siccome morte di figliuoli e loro malitia.Queste cose,avegnache ellesiano forti,non permutano l'uomo di sua felicitade.La felicitade e l'uomo bene avventurato e domenedio bene detto e glorioso sono tanto degna cosa e tanto da onorare che le loro lodi non si possono dicere,e spezial mente si conviene a noi di reverire e magnificare messere domenedio sopra tutte cose, e dee l'uomo pen sare di lui, che nel suo pensare ha l'uomo tutto bene, e tutta felicitade, perciò ch'egli è cominciamento e ca gione di tutto bene.  lumpna uero contrarii beatitudinis est opera secundum contrarium uirtutis; et optima operationum secundum uir tutem est stabilissima earum in ani ma;et uita beatorum continua est semperperactioneshonorabilesbonas; et uirtuosus perfectus absque ex tollentia speculatur in rebus virtuali bus et substinet irruentia mala et tollerat ea tollerantia decenti et non turbatur cor neque formidat ex ma. gnis calamitatibus ex temporis malitia occurrentibus; nisi enim eas decenter sustinuerit conturbabitur eius felicitas et inducentur super ipsum meror et tristitiaque impedient secundum uir tutes operationes. Quedam autem actionum malitie difficiles sunt ad sufferendum: sed quando acciderint homini et eas sustinuerit,demonstrant eius magnanimitatem. Alie uero que. dam facilepossuntsufferrietheecum inciderint homini et eas sustinuerit, non demonstrant eius magnanimita tem; et mortuis ex bonitate actionum filiorum et ex malitia ipsarum con tigit [modicum aliquid tante, in. quam,quantitatis].transmittetfelices a sua felicitate ad infelicitatem; neque infelices a sua infelicitate ad felicitatem. Bonum etfelicitasatque felices et deus benedictus et excelsus digniora sunt et honoratiora quam ut lau dentur. Immo conuenit quidem uene rari deum et ipsum singulariter m a gnificare et eius intuitu felicitatem etfelicesetbonum,cum sintresdi. uine, et gratia quorum omnia alia aguntur;et creditur de eo quod est Felicitade si è un atto il quale procede da perfetta virtude dell'anima et non del corpo.   Principium bonorum etipsorum causa, quod sit res diuina. Felicitas est quidem actus anime procedens a uirtute perfecta,non cor poris sed anime. Prima di passare al raffronto della parte finale nelle diverse redazioni, non sarà inopportuno riprodurre ancora un brano, del principio del secondo libro, che valga a confermare le diffe renze e le relazioni da noi stabilite tra i due compendi, volgare e francese, e il testo latino. Liber Ethicorum. Litresor, Virtus ergo duplex est – Grice: NONSENSE: Virtue, like philosophy, is entire!--., Porceapert uidelicetintellectualiset ilque.ij.manieressont moralis;intellectualis, devertuz: l'uneestde utsapientiætprudentia l'entendementdel'home, etsimilia.Laudantese- ceestsapience, science nim hominem ex parte Et uirtutum quidem tuel,nos disons:ce est  uirium intellectualium eum appellamus. intellectualium genera prisierdevertu intellec uns sages hom etsoutis; par enseignement,et liumestperbonam et porcelicovientexpe honestam conuersatio- rience et lonc tens. La nem;nequesuntinno- vertudemoraliténaist bispernaturam.Res et croistparbonuset enimnaturalesnonegre. honeste;car ele n'est diuntur a natura sua pas en nos par nature; perassuetudinem,utpe- àcequechosenaturele tra,quæsempertendit ne puetestremuéede et sens; l'autre est de sapientem eum dicimus autscientemaut(secun- choses semblables. Et dumaliquidhuiusmodi); cepuetchascunsveoir sed ex parte moralium clerement; car quant largumuelcastumuel un home humilem uel modestum mais quant nos le volons tioetincrementumfit prisierdemoralité,nos inhomineperdoctrinam etdisciplinam;ideoque chastesetlarges.X.La in eius acquisitione ex- vertu de l'entendement perimentoindigetettem- estengendréeetescreue pore longo. Generatio autem uirtutum mora en l'ome par doctrine et moralité,ce est chastée et largesce, et autres disons:ceestunshom nos volons L'Etica.– Due sono le virtudi; l'una si è dettaintellettuale,sicco me lasapienza e scienza e prudenza; l'altra si chiama morale,sicome castitade e larghezza ed umiltade; onde quando noi volemo lodare alcuno uomo divertudeintellet. tuale,diciamo: questi è un saviouomo,intende vile e sottile; e quando noi volemo lodare un altro uomo di virtude morale, cioè de costumi, si diciamo:questi è un uomo umile e largo.- Concio siacosachesiano due vertudi,una intel lettuale e l'altra morale, la intellettuale si si in genera e cresce per dottrina e insegnamento,e la virtude morale si si in. genera e cresce per b u o na usanza;e questa ver tude morale non è in noi per natura,percioc cbè natural cosa non si puote mutare della sua disposizione per contra   riausanza.Verbigrazia: ad centrum naturaliter, lanaturadellapietrasi etignisadcircumferen èl'andareingiuso,onde tia, numquam assue non la potrebbe l'uomo receptionem, et perfi questevirtudinonsono tiunturinnobisexbona in noi per natura,la po. A. amplio e chiarì meccanicamente l'esempio della pietra e del faoco, valendosi del latino del Liber Ethicorum del commento tomistico: puta lapis natura deorsum latus non autiqueassuescitsursumferri, nequesideciesmilliesassuescat quis,eumsursumiaciens»;e sopratutto del Liber minorum moralium: Lapis enim qui naturaliter deorsam descendit quamvis « quis probiciat ipsum sursum uicibus innumerabilibus, quarum non comprehenditur multitudo, «uolens per hoc assue facere ipsum mouerisursum, numquam habebitpossibilitateminhoc.Et similiter ignis non est possibile at recipiat per assuetudinem diuersum motionis suæ ». nos par usage; por quoijediqueces vertuz ne sont pas dou tout en nos sanz nature ne dou tout selonc nature; mais li commencemenz et la racine de recoivre ces vertuz sont en nos par nature,et le lor c o m pliment est en nos par usage. Et toutes choses  tanto gittare in suso, situm; neque aliarum ch'ella imprendesse ad rerumullaassuescetop. Andareinalto ;elana- positumnaturesue. turadelfuocosièd'an. Attamen cognationem dareinsuso,ondeno'l aliquamhabetconsue. potrebbe l'uomo tanto tudo cum natura et co trarreingiuso, ch'egli gnationemaliquamcum imparassedivenirein intellectu. Nonsuntita que in nobis uirtutes niunacosanaturalepuo- morales naturaliter, ne tenaturalmente farelo quepreternaturam; sed contrario della sua na- nati sumus ad earum giuso; eduniversalmente tura. Mà avvenga che scunt huiusmodi oppo consuetudine. Item omne puissanced'aprendrela tenziadiriceverleèin quodinnobisestnatura. estennousparnature, noipernatura,elocom- literpreextititinnobis etlicomplemenzesten pimentoèinnoiper potentialiter,deindeap usanza. Ondequestever. paretactualiter.Ethoc tudinonsonoinnoi al manifestumestinsen postuttopernatura;ma sibus. Sensus enim in laradicee'lcomincia. nobisnonfiunteoquod mentodiriceverequeste uideamusuelaudiamus multociens,sed e con trariofitinnobis.Ha bemus enim eos prius naturaliteretpostmo. vertudi si è in noi per natura, e'lcompimento elaperfezionediqueste virtudisièinnoiper usanza. Ognicosala dumexercitamurineis. sonordreparusage con traire.Raison comment: la nature de la pierre est d'aler tozjors aval, ne nus ne la porrait tant giteramont que ele seust sus aler; et la nature doufeuestd'aleramont, ne nus ne leporroit tant avaler que il seust en aval metre la flamme. Et generalment nul na tural chose ne puet par usage aprendre à faire lecontraire de sa nature. Et jà soit ce que ceste vertuz ne soit en nous par nature, certes la   diusinterextremadicta, Et porunemeismechose  et d'oïr, et par celui quella potenziao dee ethocmodoestinom- pooirvoitetoit,etnus vede, enonvedel'uomo nibus artificibus.Nam nevoitdevantqueilen prima eode, ch'egliab- hedificatores sumus ex ait le pooir. Donques bialapotenziadelve- usuhedificandietcytha. savonsnosquelipooir dereedell'udire. Dunque rediexusucytharizandi; est devant le faire.Mais vedemo già che la po- ex bene quidem facere es choses de moralité tenziavadinanziall'atto. hocbonisumusinbiis, estli contraires;car E nelle cose morali è ex male autem mali. l'uevre et li faiz est de. tutto locontrario, chè vant le pooir. Raison l'operazioneel'attova eadem fituirtusetcor- comment:aucunshom dinanzi alla potenzia. rumpitur.....autem a la vertu de justise, Verbigrazia: l'uomosi similiter sanitates. Et cor mentneleseustlimais. rumpunturexpaucitate tresseiln'eneustovré fatteprimacase, edal- etmultitudine,uttimi- autrefoiz. Autressi se trimenti non potrebbe ditas et procacitas. Ti- vent aucun bien citoler peravereeglimoltevolte averequellaarte, seegli midusenimfugitomnia, Exeisdemergoetper porce que il a devant hæ la virtude che si actiones laudabiles cor- fait maintes cevres de chiamagiustiziapera- rumpunturproptersu- jostise; etunsautresa vereegli fattoinnanzi perfluitatemautdiminu- lavertudechastée, porce molteoperazionidigiu. tionem, utexercitia su- que il a devant fait stizia, edhæl'uomola per fluaaut diminutæt maintesoevresdecha virtudechesichiama nutrimentisusceptiosu-stée.Toutautressiest castita deperavereope- perfluaautdiminutafor- des choses de mestier rate dinanzi molte ope- m a m sanitatis corrum- et de art.On scet faire razionidicastitade;e punt, equalitasautem maisons,porcequeon cosiadivienedellecose ipsorumsanitatemfacit enamaintesfaitespre artificiali, chè l'uomo et auget et conseruat. Et mierement; car autre hal'artedifarelecase uirtutes morales porce que il en sont non l'avessemoltevolte procax autem omnia in- molt usé. Et li hom est adoperata dinanzi;esi. uadit. Fortitudo autem bons por bien faire,et migliantemente l'arte qualeèinnoiperna- Virtutesautemacqui- qui sontennosparna tura, sièprimæpoi rimusexfrequentatione turesontpremierement sivieneinatto,siccome actuumhabitusinducen- enpooiretpuisen fait, avviene de sensi del- tes. Iusti etenim sumus aussi comme li sens de l'uomo,chèprimaha exusuactuumiustitie, l'ome;cartoutavanta l'uomo la potenzia dive. et casti similiter, scilicet li hom pooir de veoir dere e d'udire, e per ex usu actuum castitatis, del ceterare ha l'uomo inhisesthabitusme- mauvaispormal faire.   et inest fortitudo ei qui scit fugere a fugiendis et inuadere inuadenda, ethichabitusacquiritur Per una medesima exconsuetudineuilipen cosasigeneranoinnoi di (sic) terribilia.Sicca levirtudi,esicorrom ponosequellacosasifa indiversimodi;eadi viene della virtude si comedellasanitade,che una medesima cosa in diversi modi fatta fa ella sanitade e corrompela. Verbigrazia: la fatica s'ella è temperata si in. genera sanitade nel corpo dell'uomo,e s'ella è più che non si con. viene o meno che non si conviene,si corrompe lasanitade;esìadiviene della virtude che si cor rompe per poco e per troppo, e conservase per tenere lo mezzo.Verbi. grazia: paura e ardi mento corrompono la prodezzadell'uomo;per cio che l'uomo che ha paura si fugge per tutte le cose, e l'uomo ch'è arditoassalisceognicosa e credelasi menare fine; e nè l'uno nè l'al. tro non èprodezza;ma la prodezza si è tenere lo mezzo intra l'ardi mentoelapaura;edee stitatishabitusacqui. ritur ex consuetudine retrahendiseauolupta tibus,etsimiliterseha betinceterishabitibus laudabilibus. per avere molte volte ceterato; e l'uomo è buono per far bene,e lo rio per far male. naissent en nos et se cor rumpent les vertus,se cele chose est menée en diverses manieres;tout autressi c o m m e la santé; car travailleratempree. ment engendre santé au corsdel'ome;maistra vailler o plus ou mains que mestiers n'est,cor ront la santé; mais meenneté la garde et acroist: autressi est de vertu, car ele corront et gaste par po et par trop,et si se conserve et maintient par la meenneté.Raison com ment: Paors et harde corrumpent la proesce del' om e; c a r li hom qui a paor s'enfuit por toutes choses, ne n'ose nule emprendre; et li hardis emprent à faire toutes choses,et les cuide mener å fin. Et sachiez que l'une ne l'autre n'est pas proesce: mais proesce est aler entre hardement et paor. Et doit li hom foïr les choses qui sont à foïr, et envaïr les choses qui sont à envaïr. Et cist habiz est aquis par usage de desprisier les terri bles choses,et habiz de chastée est aquis par u a mens l'altre virtudi,siccome tu hai inteso della pro dezza; chè tutte le virtù s'acquistanoesisalvano per tenere lo mezzo. Col raffronto del devez entendre de toutes vertuz. brano finale mettiamo termine a questo prospetto comparativo, che porta un contributo,non privo d'in teresse, alla conoscenza della fortuna aristotelica, ed è d'impor tanza fondamentale per la storia dei compendî neolatini del l'Elica nicomachea.  che sono da fuggire. E sage de retenir soi contre l'uomo fuggire le cose cosideiintenderein tutte ses covoitises. Autressi   Liber Ethicorum. Educatio puerorum secundum no- Dee essere lo notricamento delli bilem legem necessaria est ad indu- garzoni secondo la nobile legge, e cendumeispermodumcastitatiset ausarliadoperazionidivirtù, ein non per modum continentie. Inde- questo dee essere per modo di castità, lectabilisenimest apud plures homi. enon per modo di continenzia, per. Numususuirtutum per modum con- ciocchèl'uso della CONTINENZA TEMPERANZA non è tinentie.Nequeabstrahendæsteis dilettevolea molti uomini, enonsi manus statim post pueritiam, sed dee ritrarre la mano di gastigare continuanda est eis usque ad con il fanciullo via via dopo la fan sistentiam et robur virilitatis. In ciullezza; anzi dee durare in fino al rectificando quosdam sufficit redar- tempo, chel'uomo è compiuto. Sono gutioetcastigatio sermocinalis, in uomini che si possono correggere aliisautem quibusdam uixsufficitas. per parole e sono altri che non siduatio uerberum tam quam in bestia. si possono correggere per parole, Neutrouerohorummodorumrecti- anziv'èmistieripena. Esonoaltri ficabiles tollendi sunt de medio. No- che non si correggono in niuno di bilisetstrenuusrectorciuitatisciues questiduemodi, equesticotali nobilesefficit, etbonioperatoresha- sono datorredimezzo. Lonobilee'l benteslegemetoperalegisexer- buonoreggitore dellacittafanobili centesaduersantureisqui contraria cittadiniebuoni, li quali servan ola agunt, etsibonaagant. Inpluribus leggeefannol'oper achecomanda ciuitatibus iam abiit regimen uite la legge e sono avversari a coloro hominum ideoque dissolute uiuunt che non osservano gli comandamenti et propriassectantur uoluptates.Et dellalegge, avegnach'ellifacciano regimen quidem conuenientius est bene. In molte citta di èitoviailreg. communis prouisio moderata,cuius gimento della vita dellihuomini,però usum obseruare possible est et non che si vivono dissolutamente ese summedificile: etquodcupitquili. guitanolelorovolontadi. Lopiùcon betseruariinseetamicisetfiliiset venevolereggimentoche porresi familia. Et precipueydoneusadtalis puotenellacittà, sièquellocheè regiminisconstitutionemestillequi temperatoprovedimento, intalmodo sciuerit quod dictum est in hoc libro. che si puoteosservareenonètroppo Scietenimcanonesuniuersalesad grave; equelloloqualedesidera particulariadistrahere. Communis l'uomo che si osservi insèenelli  I codd. ce questicotalisono rei perchè sonopartiti in tutto dal mezo, et « debbono essery odiati si come sono li lupi et cacciati d'ongne buono luogo. Lo nobile etc. L'Etica d'Aristotile. Li Tresors, Magliabech. Et li norrissemens des enfans doit I nodrimenti da fanciulli debbono estrenoblesentelmanierequeil esserenobili, sichesiabeneapreso soientaprisàfaireetàuserlesbones afareedausodibuoneopereper oevresparchastée non mieparcon- chastitænomicapercontinuanza. tinance, carcontinancen'estmiecon- Che continuanza nonemicha conue venablechoseasgens;etl'onne neuollecosaagienti; el'uomo non doitpasostercestusagenecest deemichaleuare questausanzane chastiementmaintenantqueilont questochastighamentoimmantenente enfance passée, mais maintenir la ch'egliàla fanciullezasua, maman jusquesàtant quelidroizaagessoit tenerla insinoa tanto che il diritto acompliz. Iliahomesquipueent estre governé par chastiement de paroles, et autresiaquinepueent mieestrechastiéparparoles,mais par menaces de torment; et autre home sontquel'onnepuet chastier ne parl'unne parl'autre; ettelhome doiventestrechastiésiqueilnede- mourentavecautresgens. Li chacciatisi ch'egli nodimorino con noblesgouverneresdelacitéfaitles l'altrigienti. Quidicedelgouerna citeiensnoblesetlesfaitbienoyrer mentodellacitta Ino. etgarderlaloietcontresterasautres biligouernamentidellacitta defanno quinelagardent, jàsoitcequeil icittadininobilieglifabene operare lefacentbien, Maintescitez sontoù eguardarelalegieecontradirea ligouvernementdelaviedel'ome quegliche nollaguardano,concio sontdestruit, etviventdissoluement, siacosach'eglifaccianobene.Molte car chascuns va après sa volenté. città sono oue il gouernatore della Liplus nobles governemensquisoit ụitadell'uomoè distrutæuiuono enlaviedel'ome, età moinsde disolutamente, chè chattuno poineetdetravail,estcilquel'on apressosuauolonta. Ilpiùconuene consiredemaintenirsoietsamaisnie uolle comandamento egouernamento etsesamis,etcilpuetconvenable- chesianellauita dell'uomo e apena mentmaintenirgensquiaurala dipeneeditraualglioè quellache science de ce livre; porce que il l'uomo considera di mantenere se e saurajoindrelesenseignemensuni. suamasnadæsuoiamici; equeuli verselsaveclesparticulers; carci- puote conueneuollementemantenere teiennecommuneest diversedela gientecheàconsecolascienzadi particulere,aussicommeentozmes- questolibro; peròch'eglisapragiun agiosiacompiuto. Esonohuomini chepossonoesseregouernatipergha. stigamentodiparole,ealtrisonoche nopossonoesseregastigatiperpa role, ma perminacieditormenti; e altrisonochel'uomononpuotees seregastigati nè per l'unonè per l'altro; etallihuominidebbonoessere     A. riduce molto sensibilmente il testo latino e ne sopprime a dirittura la fine. Forse A. ritenne compiuto a quel punto trattato aristotelico della morale e credette opportuno escludere le parole seguenti. Forse a lui medico e mæstro fa ombra quell'accenno, in fine, all'arte della medicina. Probabilmente A. rappresenta più da vicino il metodo pratico, e il libellus de servanda sanitate pnò darcene fede. S'è cosi, A. non puo piacevolmente accogliere l'affermazione aristotelica.  Namque ciuilitas differta particulari suoi figliuoli e negli amici suoi. E quem ad modum in medicina et ceteris lo buono ponitore della legge si è potentiis operatiuis; inhacintentione quegliloqualesale regole universali, nonmodicæstdifferentia. Inomnibus le quali sono determinate in questo ergo huius necessaria cognitio uni. libro,et salle coniungere alle cose uersalium simul et particularium. particulari le quali vegnono altrui Experientia enim sola non est sufficiens in hiis, neque scientiauniuer- saliuminipsissecuræstetcerta absque experimento. Multi ergo m e dicorum sola freti experientia in se ipsis,quidem intendunt,bene uidentur operari et in aliis non proficiunt quicquam,eo quod naturam ignorant. Considerandum est itaque qualiter et per que erit quis peritus legislator. Erit autem hoc per noticiam rerum ciuilium, que subiectum sunt huius potentie. Quemadmodum se habet in ceteris artibus consimilibus huic, posse experientie in inuentione legis non estmodicum.Quidam putauerunt quod hac ars et rethorica sint unum et idem: in uno etiam putauerunt intralemani,peròcheabeneordi. esse uiliorem hanc rethorica: et leue quid reputarunt scientiam condendi le. ges. Non estautem sic;electionam que in arte qualibet actus nobilis est, et quidem per duo est,siue per scien tiam et experientiam: et per scientiam quidem est actus illius inventio et per experientiam est ipsius directio et certificatio. Et universaliter connare le leggi si è mistieri ragionee sperienza.   di uiuere coronpono ibuoni usi di  tiers; carenchascunechoseconvient gniere lo'nsigniamento uniuersale il conoistreles particuleresetlesuni. Chol particullare; chèciertauitadi verseleschoses, porcequeseuleespe. comuneèdiuersadallaparticullare, rience n'estmiesoffisansence; et savoir les universels choses n'est pas altresicomeintutti mestieri, chèin ciascuna cosa conuiene conoscere li seure chose sanz l'esperience; ainsi commenosveonsmaintmirequi par particullari e queste uniuersali cose, peroche solla SPERANZA non èmica soficiente in cio; e sapere l'uniuersali cosenon è mica sicuracosasanza seule experience sevent maint bien faireenlormestieretenseignierne les porroientasautres, porcequeil n'ontsciencedes universels. Donques l'esperienze; sìcomenoiueggiamo molti mediciche per sola speranza seracilparfaizmaistresdelaloi neseguemoltobenefareinsuome. quiseitlesparticulerschosespar stiere, einsengniareno'lpotrebono experience et qui seit les choses agli altri, però ch'elgli non áno universels. scienza de l'uniuersali cose. Dunque Home furent qui cuidierent que sara quegli perfetto mæstro della rectoriqueetla science demaistrie legie chefæle particullari cose deloifussentunemeismechose,et persperienzæ che sa le coseuni penserentquecestesciencefustle- uersali. giere; maislaveritén'estpasainsi, Huomini furono che credottono che porce que li maistres de la loi doit lla retoriccha e la scienza di m o estresemblablesàsesciteiens, et strarelegiefossonounacosa, epen doitsavoircestart, etquilesaura sarono che questa scienza fossele liseraprofitable, etautrementnon; giere; ma llaueritanonècosi,però etseilcommencastà faireloisanz cheimastridellalegiedebbonoes cestescience, ilneporroitdoitrement sere similgli antialoro cittadinie conoistrenejugierlabontéde sana- ture, deacomplirladefautedesa science, mais porcequenoscuidons consirertouteshumaineschosespar legiesanzaquestascienzæglinon guise de philosophie, simetronstout potrebe dirittamentegiudicharenė avant lesdizdesancienssages; et conosere di bontà di sua naturane encepenseronsquelesdes ordenées conpieladifaltadisuascienza. Ma manieres de vivre corrumpentles perochenoi abbiamo d'andarecon bons us des citez, etliconvenable siderandotutteumanecose perguisa les redrescent, etquiestl'achoison diphilosophia,simetonotut'auanti demaleviededanzlacitéetdela i detti deli antichi sauieciòpen bone, et parquoilaloiest semblable seremonoicheledisordinatemaniere as costumes. Debono saperequestaarte: chilese guirrasaràprofitabileealtrimenti non.Es'eglicominciasonoafare   ditio legum similatur potentiis ciui libus, nec potest esse conditor legum qui non habuit scientiam istius artis. Qui uero habuit eam proficiet per experientiam et qui non, non. Et cum inceperintimponere legem absque habitu scientiali, non recte discernent. Neque bene iudicabit, nisibonitaset excellentia multa nature suppleat de. fectum scientie. At quantum cumque natura bene disposita sit, est tamen promtior et expeditior est in uere iudi. cando,cum secum habuerit certudinem artificialem.Quoniam itaque proponi mus speculari in rebus humanis modo philosophico, substinemus primitus dictaantiquoruminhoc; deindeconsi derabimus modos uiuendi,qui extant; qui ipsorum corruptiui sintconsortii ciuilis in ciuitatibus quibusdam et rectificatiui in quibusdam, et qui corruptiui in omnibus et qui rectifi. catiui in omnibus, et que est causa bonæ uite quarundam ciuitatum et que causa quarundam habentium se e contrario, et quarum leges con suetudinibus similantur. Incipiamus ergo et dicamus.  cittadini,e le conueneuoli la dirizzano, e chi è chagione di malla uita dentro alla città e della buona, e perché la legie è sembiante a costumi. Da questo prospetto risulta chiaro quanto abbiamo prima affermato, ed insieme con la questione dell'etica volgare è risoluta quella non meno importante del volgarizzamento del Tresor e delle fonti di esso, che Sundby con molto buona volontà ma con poca fortuna rintraccia nel latino dell'altro Liber Ethicorum, del commento tomistico e nelle chiose d’AQUINO (si veda). È naturale che il critico ha qualche volta gridato all'impossibilità di trovare il passo corrispondente nell'originale, ch’egli rinvenne del resto molto malconcio e scompigliato nel volgare di LATINI. Nè Sundby è il primo a esser tratto in inganno circa le fonti del libro del Tresor. Già Mehus parla di un'etica latina di cui si valse LATINI, compilata per incarico dell'imperatore Federico I a Napoli, e di una traduzione in latino del Liber magnorum Ethicorum, fatta sotto gl’auspici di Manfredi da mæstro Bartolomeo di Messina. Mehus è senza dubbio fuor di strada. Giacchè quest'ultima opera rimane estranea alla tradizione dell'Etica nostra, nè di quella prima imperiale versione d'Aristotile pare che non sia lecito dubitare. De'rifacimenti latini dell'Etica aristotelica dirò compiutamente in un prossimo lavoro; giacchè non è più possibile star paghi alle vecchie notizie,e d'altra parte le buone ricerche del Jourdain non sono affatto compiute e i risultati da lui ottenuti non sono più in buona parte sostenibili. Della Nicomachea si conoscono cinque redazioni latine nel 1300; delle quali tre derivano direttamente dal greco: l'Ethica uetus che comprende solo il secondo e il terzo libro,l'Ethica noua che contiene il primo libro, e il Liber Elhicorum che abbraccia tutti i libri e al posto dei primi tre inserisce con frequenti ritocchi e modificazioni il testo dell'Ethica noua e dell'Ethicauetus. Il Liber Ethicorum, che fu commentato d’AQUINO (vedasi), ebbe larghissima diffusione,come pare anche dal numero e dalla importanza de'mss. che lo contengono, insieme col commento tomistico servi di testo fondamentale per l'instituto filosofico etico del tempo. Per il tramite arabo ci son pervenuti due rifacimenti latini della Nicomachea,d'indole ben diversa: il Liber Ethicorum, volgarizzato d’A., che SERVE DI FONTE al Tresor, e il Liber Minorum Moralium o liber Nickomachiæ, tradotto dall'arabo in latino per opera di Ermanno il Tedesco (Herman nus Alemannus). È questa la parafrasi dell'Etica fatta da Averroè; il rifacitore non volle solo tradurre l'opera m a intese altresi chiarirla e spiegarla,accrescendone e sviluppandone idati dimostrativi che nel testo sono ridotti a'risultati de'processi lo gici.Aristotile parve un po'contratto;l'arabo ne distese imuscoli Fin ora ho potuto esaminare ventidue mss.,di cui quattro del sec.XIII (Laurenzian.89,sup.44;XIII Sin.1;79,13; XIII Sin, diciassettedelse colo (Ambrosian. F. 141 sup.; A. inf.,di mano di Boccaccio; Laurenz. XII Sin.7; XII Sin.9; Nazion.Napoli,VIII G. 11;G. 25; G.27: Riccard. III;Marciana (mss.lat.) cl.VI,39, 41,43,44,122;Uni vers.Padova; Antoniana; Capit. Padova G. 54; e uno del sec.XV:Ambros.R. 50. sup.).  Laurenz. , sup. Trova si pure impresso in tutte le edizioni di Aristotele con il commentario di Averroès (Venezia, Andrea d'Asolo; Giunta). Laurenz. X I I I, Sin. 1 2; V I I I, Dext. 6. (3) Ashburnham.e ne arrotondo icontorni, stemperandone la fibra. Aristotile, ada giatosi nella mollezza araba un po' adiposa, si presento all'in telligenza un po'incerta, bambina alquanto e stentata,delle nuove genti latine che con più agevolezza poterono,cosi in veste più larga,contemplarlo e comprenderlo; e l'opera aristotelica, accresciuta di quel po' di cemento della parafrasi araba che riempiva gl'interstizî apparenti della sua costruzione ideale,poté intendersi e premere sulle coscienze senza l'aiuto di un com mentario apposito che dissolvendone l'unità finale ne facesse a p parire gli elementi semplici di formazione. Cod.Ashburnhamiano955[= 1]membr.sec.XIV,conlaprimapagina miniata.Tit.: L'Etica del sommo phylosofo Aristotile; la soscrizione finale si legge difficilmente; pare: Explicit liber Ethicorum Aristotelis phylo. sophj in uulgari idioma scriptus: di cc. scr. 48, le cui ultime presentano molte abrasioni. Cod.Magliabechiano 12.8.57 [52]membr.sec.XIV;titolieiniziali color.,di cc.scr.26. Com. Prolago sopra l'etichadel sommo phylosofo Aristotile; in fine: Explicit liber ethicorum Aristotilis. deo gratias. In fondo è ilnome del trascrittore «Sander me scrissit». Cod.MagliabechianoA.2.3.2[= 3]membr.sec.XIV;titolieiniziali in rosso,di cc.scr.22. Com.: Prolago sopra l'etica d'Aristotile; in fine: Qui finisce il libro dell'Etica del sommo filosafoAristotile il quale tratta delle uertudi che ssi conuegnono auere a cchostumi ed a buona vita delli huomini. In fondo « Giouanni di Lapo Arnolfi lo fece scriuere. Compiesi di < scriuere m »; più sotto è indicato iltrascrittore«Sanderme scrissit»:è lostessodelcod.precedente. MARCHESI.   Cod.Magliabechiano 2.4.274[= 4) membr.sec.XIVexc.dicc.scr.44, miscell., contiene il Trattato sulle avversità della fortuna (c.1-16'). L'Etica com.: Incipit Ethica Aristotilis translata in uulgari a magistro A. florentino; infine: Explicitethica Aristotilistraslatatape rmæstro A. deo grazias. A c.1a « Qui cominciano le robriche di tutto il libro dell'eticha « d'Aristotile traslatata per lo mæstro A. ». Cod.Marciano (mss.ital.)II,3 [= M]membr.sec.XIV,225 X 164,di cc.46 non numerate;anepigr.Precede il trattato «de la doctrina di tacere «etdi parlare»diAlbertano da Brescia;finisceac.11a:Quifiniscee libro de la doctrina di tacere et di parlare el quale fece messere Alber tano giudice da brescia nell'anno domini Millesimo CCXL V del mese di dicembre Deogratias Amen.Dopo un foglio vuoto,ac.13a seguono alcune « Sententie Tulij et Senece et aliqua dicta Aristotilis », che vanno sino a c.18a. L'Eticii,anepigrafa,vadac.18'ac.46t;iltestoèmolto guasto e scorretto,senza alcuna divisione in libri; in fine: Finitus est liber deo gratiasAmen. Cod.Palatino634[=5] membr.sec.XIV;rubricheeinizialicolorate: di cc. scr.27, più una bianca. Tit.: Incomincia l'eticha d'Aristotile in uol. gare; in fine: Explicit ethica Aristotilis translata a mgio iohe min. deo gratias. Cod.Riccardiano 1538 [= 6;vecch.segn.S.III.47]membr.sec.XIV inc.,miscell.,con belle iniziali colorate e rabescate e numerose vignette intercalate nel testo,di cc. scr.231. Tit.: Incipit etthica Aristotalis. Segue all'Etica il trattato delle quattro Virtù, il Segreto de Segreti e da l t r e scrittur e sacre e profane;il cod.,come sivede dalla soscrizione finale,appartenne a un Bertus de Blanchis che ne fu forse anche il trascrittore. Cod.Riccardiano 1651 [= 7;vecch.segn.N. IV.27]membr.sec.XIV, coniniziali colorateer abescate, dicc.scr.50.Tit.:Prolagosopra l'ethica d'Aristotile;infine:explicitliberEthicorum Aristotelis. Contiene in oltre: Egidio Romano, la esposizione della Canzone di Cavalcanti. Cod. Laurenziano Sup.110[= a]membr.sec.XV, dicc.42.Nella  66 C. MARCHESI Cod. Riccardiano membr. sec. XIV, miscell.; presenta t r a c c e di quattro mani diverse;la più antica riempi ifogli dell'Etica (da c.5a a c. 3 0 ). Com.: Qui comincia l'etica d'Aristotile. Cod. Ambrosiano C.21.inf. membr.del sec.XV, dicc.58,con la prima pagina fregiata e miniata, con lo stemma del possessore e il ri tratto del filosofo; le iniziali di ogni libro colorate e fregiate. Com.: La Prefatione di 'l primo libro di l'Ethica de Aristotele ad Nicomacho suo figliuolo; nessuna soscrizione finale.   prima pagina è lo stemma del possessore con la indicazione « Jacopo di « piero benciuenni ciptadino florentino spetiale a pie'del Ponte Vecchio 1488 ». Tit.:Prolago sopral'eticadelsommo phylosofo Aristotile;infondoporta la data della trascrizione: 1451. Cod. Laurenziano [= r] cartac. sec. X V, di cc. 118. Precede a p. 1 « Insegnamento delle uirtudi e mortificamento de'uitii secondo Aristotile e detti e autorità notabili di Santi et di molti saui et filosafi et poeti » cioè, il VII libro del Tesoro. L'Etica cominciaac. Qui comincia l'etica d'Aristotile; in fine: Explicit l'etica d'Aristotile. Cod. Magliabechiano2.4.106[= m]cartac.sec.XV,dicc.77,miscell.; contiene volgarizzamenti di opere sacre.L'Etica(c.54-72t)com.: Qui co mincia un'opera facta per lo grande sapiente Aristotile detta l'Eticha; in fine: Finita l'eticha d'Aristotile translatata per mæstro A..deo gracias.Sottoèl'indicazionedell'anno Scrittadigennaio1459». Cod.Magliabechiano2.2.72[= p]cartac.sec.XV,miscell.:contiene la dottrina del parlare (estratta dalla P.I,cap.13del Tesoro), il Segreto de Segreti, il volgarizz. da Vegezio Flavio,un libro delle Aringherie etc. Si trova unito a questo un codicetto dello stesso formato, di cc. 18, conte nente una piccola storia o diario della città di Firenze. L’Etica va da c. 5 4 a c. 3 6 ', a n epigr. In fine: Compiuta è l'Etica d'Aristotile translatata in uolgare da mæstro A.. Cod. Magliabechiano21.9.90(= r]cartac.sec.XV exc.miscell.Con tiene una parte del trattato del Governo della famiglia di ALBERTI (vedasi) e dell'Etica solo il libro ottavo e nono; vede bene che il trascrittore ha volutoestrarrelaparte riguardantel'Amicizia;ambedue ilibrisondivisi in capitoletti. A c. 6 1 è l a soscrizione del copista Strozzi », eladata:. Codice Marciano (mss.ital.) I,134(= N) membr.sec.XV,205X 138, cc.64 non numerate,con le iniziali dei libri miniate e dorate. Com.: Incipit proemium transductoris huiusoperisuulgaris; iltestocom.ac.21:Libri Ethicorum siue Moralium Aristotelis qui sunt X in multa capitula diuisi, quia generaliterdemoribussehabet. Nam inprimo librodeterminat de felicitate morali et eius partibus. Segue un semplicissimo ristretto volgare degli Economici,indue libri:Incipiunt libri Ichonomicorum Ari. stotilis duo diuisi in aliqua capitula pertinentis ad gubernationem familie. Nam in primo libro determinat de partibus Iconomiceetde coniugatione mulieris et uiri, quæ dicitur nuptialis,de coniugatione parentum ad filios quæ dicitur paterna,et dominorum ad seruos quæ dicitur dispotica. « La scientia di regiere la casa ha nome Iconomicha et è differente da la scientia di reggiere la cipta la quale ha nome polliticha. Non solamente « perchè una cio e la Iconomica considera el regimento de la casa et la « politica el regimento de la cipta,ma etiandio perché in reggiere la casa «nondieesseresenonuno.».A c.61asegueun Extractum Aristotelis de libro Secreta Secretorum de arte cognoscendi qualitates hominum ad Alexandrum regem. In ultimo è questa soscrizione: « Ex Venetiis primo finis». Codice Marciano (mss.ital.) (= V]cartac.sec.XV inc.,272X200, di cc.48 non numerate,con la iniziale miniata e il titolo rubricato: Hetica d'Aristotile; finisce a c.38 ': Qui finisce il libro detto Ethyca d'Aristotile. Composto per lo nobile phylosapho Aristotile greco Atheniense scritto e compiuto. Nellestinche di firençe nel malleuato di sotto. Seguono due carte bianche, e a c. 41 il libro di sentenze, che si legge pure nel Marciano II, 3. Cod. Mediceo-Palatino membr.sec.XV,di cc.scr.54, più quattro vuote:ititolidei libri e dei capitolicolorati;scrittomolto nitida mente.Per incuriadichirilegòne'due primi quaderni è un'inversione cui pone riparo la opportuna numerazione delle pagine.C o m.: Incipit Ethyca Ari. Stotilistranslatainuulgariamagistro A. florentno; infine:Explicit Ethica Aristotilis traslatata per magistro A..Deo gratias Amen. Cod.Palatino cartac.sec.XV, dicc.44,miscell.;contiene il libro di ammæstramenti,sentenze,il libro di Catone,il trattato delle quattro virtù, e altri volgarizzamenti di carattere morale. L'Etica com.: Questa si è l'etica d'Aristotile; in fine: Explicit etica Aristotilis translata a magistro A.. Cod.Palatino510[= d]cartac.sec.XV inc.,dicc.111,miscell.;con. tiene volgarizzamenti da BOEZIO (vedasi), CICERONE (vedasi), etc. L'Etica com.: Qui chominciano i fioretti dell'etica d'Aristotile; in fine: Finiti i fioretti dell'etica deo gratias. Cod. Palatino  cart a c. sec. X V, dicc. 4 5: iniziali colorate e fregiate. Inc. Qui chomincia il proemio sopra l'ettichia di Aristotile Pren. cipe di filosafi; in fine: Finito e libro chiamato l'eticha d'Aristotile a di X X V d'ottobre mille quatrociento quarantacinque per le mani di filippo Adimari da firenze a uso e stanza di se e di suoi amici deo gratias. Cod.Riccardiano1084 [= c]cartac.sec.XV,dicc.49;inizialieru briche colorate. Inc. Comincia il prolago del libro della hetica d'Aristotile; in fine « deo gratias amen ». Cod.Riccardiano cartac. sec.XV, dicc.248,miscell.;con tiene scritture sacre.L'Etica va da c.49a a c.702. Com.: Prolagho sopra l'eticha del somo filosafo Aristotile; in fine: Finiscie l'eticha del sommo filosafo Aristotile deo grazias. Cod.Riccardiano 2323 sec. XV,di cc.51; rubriche e iniziali grandi colorate.Precede la Introduzione al dittare di «mæstro Giouanni « bonandree da Bologna », con questa ottava al principio « Di Bologna natio «questoautore|nellacittastudiandodou'ènato conallegrezzæmæstral «amore di giouani scolar questo trattato brieuementecomposeilcui ti «nore conciedeachi l'aurabeni studiato sopra quelche la epistola a di. manda et sofficientemente in lei si spanda ». L'Etica è compresa da c.20 ac.51;infine: Explicit Eth. Ar.traslatataamagistro A.inuulgare. Scribere qui nescit nullum putat esse laborem. Cod.Riccardiano1610[= h]cartac. sec.XV, dicc.26, miscell.;contiene il trattato delle quattro virtù.Com.: Incipit liber Ethicorum Aristotilis; infine:ExplicitliberEthicorum Aristotilis.Ilcopistafu«lulianusAndree a de Empoli che lo scrisse « per sè e per i suoi consanguinei ». Cod.Riccardiano cartac.sec.XV,dicc.69:inizialierubriche colorate,con frequenti macchie d'acqua nel margine.Contiene il Segreto de Segreti(1"-44a)el'Etica (441-68a); com.: Fioretti dell'eticha d'Aristotile del primo libro; in finc: Qui finiscie el libro dodecimo ed ultimo delle ticha composto perlonobile filosofo etsommo Aristotile.Amen. Cod. Ambrosiano J. 166 inf. Cartac., trascriz. rec. Il codice consta di più parti cucite insieme. L'ultimo quaderno contiene l’Etica, il Segreto,e il volgarizzamento dell'orazione pro Marcello. La trascrizione è fatta con molta probabilità su di un codice antico, fedelmente. L'Etica è anepigrafa; in fine: Explicit Eth. Ar.Manca ogni divisione della materia. Cod.Erbitense [Biblioteca Comunale di Nicosia].Cartac.,trascriz.rec. Contiene il volgarizzam. toscano del de Amicitia e il compendio dell'Etica, che manca del primo libro. Cod.Napolitano Nasion.XII.E: Copia recente d'un ms. quattrocentino posseduto dalla biblioteca di casa Bentivoglio. Contiene il trattato della fisimomia (sic), ch'è aggiunto in fine come tredicesimo libro dell'Etica.Inc.: Dell'Eticha del sommo filosofo AristotilelibriXIII;in fine: Qui son finiti i dodici libri dell'eticha del sommo Aristotile.  Cod.Ambrosiano G. Sup.(= Amb.)membr.sec.XIV,aduecolonne, con rubriche fregiate e colorate; di cc. scr. 121. L'Etica va da c.56a « In « cipit libro d'eticha Aristotile » a c.73a « Expicit libro d'eticha Aristotile. « Incipit libro costumantie. L'ultimo capitolo con cui si chiude il codice è: Come ilsignoredeestarearendereragione. Finisce (c.121a) «eprenderai « commiato dal consellio e dal comune de la citta e te ne anderai a gloria dea honore. Finiscelo libro di mæstro Brunecto Latini da Fiorenza». Cod. Ashburnhamiano 540 (= a)cartac.sec.XIV;anepigr.e mutilo, dicc. 138. L'Etica finisceac.73t: Explicitelica Aristotilisa Magistro A. in uulgare traslata. Il resto del Tesoro si arresta a cc.88 (lib.VII, cap.27]; a c.90 è un capitolo in terza rima di Dante: lo scrissi già d'amor pii uolte in rime,con una notizia sull'occasione ch'ebbe il poeta di scriver quella poesia;a c.94 è una legienda chome tre monaci andarono nel paradiso di lutiano. il qual e in terra... Seguono altri scritti,tra cui un framm. del Fiore di filosofi. Cod.Gaddiano cartac. sec.XIV,acef.e mut.; ilprimo foglio è aggiunto di mano diJacopo Gaddi, dicc.147, sciupatodall'acqua. Ilcodice si chiude con l'Etica,ed ha questa soscrizione: Finito el libro fatto e chon pulato per Latini. Il cod.come si vede da un'indicazione sulla guardia,apparteneva a'figliuoli di « Giouanni di ser Andrea di Michele « Benci lanaiolo cittadino fiorentino ». Cod.Laurenziano42.23(= ) membr.sec.XIV,contitoliinrossoe le iniziali colorate, e il ritratto del mæstro, in principio, dipinto nell'atto che insegna; di cc. 142. Il testo è diviso in tre parti: dopo la prima è un indice della materia precedente; un altro indice di tutta la rimanente m a teria trovasi alla fine del codice. L'Etica va da c. 59! « Cominciamento del « segondo libro del Tesoro lo quale e appella l'eticha che compuose Ari « slotile » a c.774 « Explicit hetica Aristotilis a magistro A. in uol. «gare traslectata». Infinedelcod.: «Explicitlibroloqualefuecomposto per lo mæstro Brunetto Latino di fiorenza et poi traslectato di fran ciescho in latino (Bondi pisano mi scrisse dio lo benedisse. Testario sopra nome, dio lo caui di gienoua di prigione. et a llui et a li autri che ui sono e da dio abiano benizione.Amen amen). La soscrizione è di mano dello stesso copista. Cod.Laurenziano 90 Inf.46 (= d)cartac.sec.XIV exc.,aduecolonne; titoli in rosso e iniziali colorate; di cc. L'Etica va da c. 74+ (Qui co. mincia l'ectica d'Aristotile et est la segonda parte del Tesoro) a c. 100a (Explicit l'etica Aristotile in questo tanto che io noe trouata).In fine del codice: Qui fenisce lo sourano libro-Explicit lo libro del Tresoro. Cod. Magliabechiano 2. 8. 36 (vecch. segn. 25. 258] secc. XIII-XIV: acefalo e mutilo di cc.91. Comincia al lib.II, P. I,cap.19 efinisceal lib.III,P.II,cap.21. L'Etica finisceac.19a,senza alcuna soscrizione. Tra il compimento della prima parte e il principio della seconda (cc.44-75)sono della stessa mano alcune tavole planetarie e astrologiche, tavole ad lunam et ad Pascham inveniandas etc. Proven.Strozzi. Cod.Palatino cartac. sec.XIVexc.,dicc.214; miscell.Con tiene,oltre il Tesoro,ilLibro di amæstramenti di costumi,le cinque chiari della sapienza,iltrattatodelle quattro Virtù morali,lo libro di Chato. L'Etica va da c.87+ Qui chominciano le robriche del secondo libro del Tesoro, cioèd'eticha d'Aristotile- epoi: Quisi chomincialo secondo libro del Tesoro e primamente dell'ecitta d'Aristotile) a c.115a [Explicit Etica Aristotilis a Magistro Tadeo in vulgari traslatta ta deo grazias. Finisce il Tesoro a c.175a.Al recto dell'ultima carta,dimano di poco po. steriore, si legge « Questo libro è di Giuliano di Giouanni Quaratesi: chi llo « achatta, piaccagli renderlo per l'amore di dio, e dalle lucerne e da' fan «ciullilorighuardi».Com.iltestodel Tesoro: «Questo è lo librochessi «chiama Texoro loqualeèchauato dalla bibbiæde'libridifilosofi a che ssono stati per li tempi ». Cod.Riccardiano 2221 (= 2)membr.sec.XIV,di cc.127; iniziali co lorateefregiate. L'Eticavadac. 58'«Incipit libbro elichaAristotile» a c.75'«Expicit libbrod'etichaAristotile».A c.1224: Qui finiscielo libro di mastro bruneto Latini da fiorensa. Si nota una grande confusione nella distribuzione della materia dell'Etica,prodotta dallo spostamento di varie parti.   Cod.Laurenziano 42. 19 (= P) membr.sec.XIV, a due colonne,con molte miniature e iniziali colorate; di cc.93. L`Etica va da c.40a « Qui « comincia la seconda parte del Tesoro di Burnetto Latino el quale libro e si chiama la ethica d'Aristotile » a c. 51a « Qui finisce l'Eticha d'Ari a stotile ». = u. membr. Cod.Casanatense1911(= )cart.sec.XV,dicc.130;anepigr.mutilo. L'Etica va da c.33* Qui chomincia il nobile libro che fecie il sauio Ari.   stotilefilosafocioèl'Eticasua)ac.45 (fincieillibrodel'etica). Inun'av. vertenza apposta al codice stesso è notata la mancanza della parteche ri guarda la Politica (lib.IX); vi si trova la teologia,divisa in due parti; com.: Voiuoresti ch'ioviconfortassi l'animeuostremaio dubito fare ilchontrario.;(in questo trattato si parla di dio,angeli,sacramenti, del l'anima).Nel fl.r.membr.della guardia è un indice della materia che giunge sino alla natura del delfino (V libro). Cod.Magliabechiano2.2.82(= n)cartac.sec.XV,dicc.111,mutilo; siarresta al principio dell'Elica (cap.1): sièinutileinquestascienza. Inc.: Qui comincia lo libro il quale fece ser Benedecto (sic) Latini di firense e parla della nascienza di tutte le chose e æ nome il Tesoro. L'Etica ha questo tit.: Qui comincia il sechondo libro del Tesoro facto per ser Brunetto latini di firenze il quale parla dell'ethica di Aristotile. Si trovano in questo codice altri volgarizzamenti da Seneca, Boezio, G e ronimo etc. Cod.Magliabechiano2.2.48(= v)cartac. sec.XV,dicc.153,mutilo; e x p l. « Q u i d i c i e della Branchacio e d i c h oncrusione ». I n c.: In comincia il Tesoro di Latini da Firenze conpilato in francescho. L'Etica va da c.60a [Qui parlla il mæstro della beatitudine.coe.parlla Aristotile sopra l'eticha] a c.81* [Qui finisce il secondo libro di questo trattato di ser Brunetto Latini oue brieuemente a trattato della beatitudine e delle uirttu sopra l’etica d’Arisstotile. Al mar g. i n f. della prima pagina si legge il nome di un possessore: Concini. I CODICI MUTILI DEL TESORO. Cod.Leopold.Gaddiano IV (= 0) membr.sec.XIV,a due colonne,con la iniziale dorata e dentro essa l'effigie dell'autore; di cc.40. Inc.: Qui in. chomincia el Tesoro di ser burnetto Latino di firenze. E parla del na. scimento e de la natura di tutte le cose. Si arresta alle parole « allora «uegnonolichacciatoriefanno»,cioè al penultimo capitolodellaprima parte (de unicorno).Sul foglio di custodia in fine si legge il nome del possessore « Liber mei Angeli Zenobii de gaddis de florentia ». Cod.Leopold. Gaddiano 26 (= T)cartac.sec.XIV,a due colonne,di cc.88. Inc.: Questo libro si chiama il Tesoro maggiore il quale fece mæstro brunetto Latini di firenze, e tratta della bibia e di filosofia e delle uecchie istorie ad amæstramento di choloro che leggierano.Contiene tutta la prima parte e il prologo della seconda (c. 85): « E poi uerra il prolagho apresso a questo dicha de l'eticha del grande sauio Aristotole ». Cod.Laurenziano 42. 22 (= E)cartac.sec.XIV,di cc.165;titoli in rosso e iniziali colorate, con l'effigie dell'autore in principio; mutilo. Inc.: In nomine Domini Amen. Qui comincia lo libro del Thesoro maggiore, lo quale libro fece mæstro brunetto Latino di fiorenza. Questo primo libro fauella del nascimento di tutte le cose di filosophia et di sue parti. Prologue de la natura di tutte cose. Si arresta alla prima parte: « per « ragunare la secunda parte di questo thesoro che dia essere da pietre pre «tiosecioecharbonchi perlle diamanti».La lezione di questocodice in moltissimi punti si allontana da quella comune delle stampe e dei codici, non solo per diversità di espressioni,ma anche per copia e qualità di notizie. Cod.Laurenziano 42. 20 (= B)membr.sec.XIV,a due colonne,col ri. tratto dell'autore in principio; titoli in rosso e iniziali colorate, di cc. 112. Inc. « Questo libro e chiamato il tesoro magiore il quale fece ser burnetto. « Latini di firenze il quale tratta de la bibbia et di filosofia et del cho « minciamento del mondo e de l'antichita de le uecchie istorie et de le a nature di tutte chose insomma ad amæstramento e dottrina di molti. «Ed erechato di francescho in uolgare apertamente».Comprende la prima parte e il prologo della seconda: Qui parla alquanto d'eticha d'A ristotile.A c.112a è un elenco de're di Francia. Cod.Laurensinno 42. 21 (= p) cartac.sec.XV,di cc.70. Inc.: Qui comincia il libro del Tesoro il qual fe ser brunetto da fiorença e parla del nascimento di tutte le cose.Contiene fino a tutto il libro V. Molte varianti. Cod.Magliabech.VIII.1375 (= U) membr. sec.XIV. Anepigr.,acef., matilo, dicc.32,aduecolonne,con le iniziali colorate.Proven.Strozzi.ediz.. Romagn., Bologna)ne «elliuengnano. Etperciononæinloropuntodifermeçça ketuttecose ve tutte creature si muouono e si mutano in alimento percio dico ken « questi tre tempi cioe li passati e li presenti e quelli ke sono a uenire non a sono niente se del pensiero noe a chuelli souiene de le cose passate e in « guarda la presente ed atente quelle ke deono uenire » etc.... sino a c. 41 (p. 94, ed. cit.) « e la reina non uolse aconsentire al matrimonio anzi la « uolea donare ». Da questo punto ch'è evidentemente interrotto, per man. canza di nesso con la pagina seguente,la distribuzione e l'entità della m a teria sembra in gran parte diversa dalla comune del Tesoro. Riferiamo talune rubriche: a c. 5a il cod. seguita « dira qui apresso Lamet frate di    Comelore Manfredi prega il ppche li concedess e il ren gno etc. etc. Seguita quindi a dire di Manfredi e della battaglia di Benevento e di Carlo d'Angiò e di Gianni da Procida e de'Vespri,lungamente.Vengono appresso altre narrazioni « Come si lamenta il conte Giordano Cod.Palatino 483 (= Q)cartac.sec.XV,dicc.65. Inc.:Quichomincia lo libro il quale fecie ser Benedetto Latini di firenze e parlla della n a scienza di tutte le chose e a'l nome il Tesoro. Comprende la prima parte e il prologo della seconda. Ne resta esclusa dunque l'Etica e il resto del Tesoro. Insieme con questo codice si trova legato un altro, di mano diversa, contenente iframmenti del Buouo d'Antona,in ga rima. Cod.Riccardiano2196(= w)membr.sec.XV,aduecolonne,dicc.67. Si ferma al punto ove parla del « modo di trovare l'acqua e delle cisterne » È da notare che ci troviamo di fronte a una lezione ben diversa dalla più comune. CONCETTO MARCHESI.  «Giosepoe figliuolo diJacobetc.... Come sicominciai agioaltempo «diSaulediJerusalem– Loquintoagiosicominciaquandoigiudei «eranoinpregione Danielf.gesseediSaul ·delgloriosoreSalomone «profetta de elias deloredugidiTebas– dieliseusprofete. de « isaie profette de germie profette etc. etc. ». A c. 9 abbiamo un cata logo di pontefici: segue la storia della chiesa di Roma e di Costantino. Poi « Come franceschi perdero lo 'perio di lo re imperadore di Roma « primo taliano di beringhieri come perdeo la sengnoria e uenne amao «dotto di Sasogna Reame della mangna Arigho della mangna «Comeloredifranciafusconfitto Comelo'peradorepreseliparlati «difrancia Come la chiesa uacantidi buoni pastoritradivalo'peradore tinuamente la natura lauora in tutte cose seguono figure astrono miche,della luna,del mappamondo. Finisce a c.32. « Dell'altra citta di uerso nasce lo fiume di rodano e uassene dall'altra parte uerso borghon « Francia diuide in « gnia e per proenza molto correndo e anzi che lli sia a mare si «duepartiellamaggioreparteentrainmare presoadArlil'altrobraccio.». Qui si arresta il codice. Come con KLII, A. FLORENTINUS. qua fortuna. Sunt quivelint ex humili prorsus loco, et infima populi fæce.Sed contra aliisvidetur editus exAiderotta gente,non patricia illa et primaria;duplex enim fuit;sed altera,minus quidem nobili,fedhonefta et liberali. A. certe patrem habuit, et ex gente A. di ctus est a Scriptoribus. Fuere A. fratres Simon et Bonaguida, homines obfcuri, quorum vix nomen ad nos pervenit. Ac A. quoque ip sum narrant non minimam ætatis partem non folum inglorie, sed ignominiose etiam transegisse. Adeo enim ftupidum a natura fuiffe tradunt,ut totis triginta annis n e c literas didicerit, nec honetto ulli artificio aprus fit visus. Itaque v i ctitasse ajunt sordido et illiberali quæftu, occupatum præ foribus sacelli S. Mi. chælis in Horto vendendis minutis candelis, quas ibi religionis causa accendi mos erat. Sed exactis triginta ætatis annis, quafi ex veteri somno experre ctum, et dissipata cerebri caligine, incredibili ardore excitatum ad literas, quarum discendarum ftudio Bononiam, adhuc rudem, et vix in Grammatica eruditum convolasse ajunt. Sed hæc, quæ de A. memoriæ tradidit Philip pus Villanius, quamquam et Florentinus, et non indiligens scriptor, et ad m o d u m antiquus, aliquis in dubium revocat, quod fabulis fimilia videan. tur; qua de re integrum erit unicuique judicium. IÌ. C u m igitur Bononiam venisset, ut optimarum artium ftudiis animum excoleret, in quo omnes consentiunt, FILOSOFIA totum, ac Medicinæ le de dit. Incidit A. adventus ad fcholas noftras in illud tempus, cum Medica facultas, quæ antea ufu fere et exercitatione peritorum tota continebatur, a FILOSOFI tractata, nova luce donari cæperat; fi tamen vetus illa Arabum Philosophia, quæ tunc scholas invaserat,n o n ubique tenebras et caliginem offundere poterat. Sed ita persuasum erat hominibus, atque hæc potislima A. laus fuit, quod primus ex noftris Medicinam cum Philofophia arctissi m o fædere conjunxisse visus sit. Tentaverant id quidem ante A. alii, (h) et erantin Academia noitra ante illum Phyficæ, five,ut dicere ama bant, Phyficalis ientiædoctores,& professores, quifacem A. ipfiprætu. lerant; nec dubito, quin eorum aliquem in scholis noftris audierit. Sed ille unus plus operæ contulit inftaurandis Medicina ftudiis ad ejus fæculi guftum, q u a m fuperiores omnes. Extant adhuc ampla ejus commentaria in libros vete rum Magiftrorum artis Medicæ, partim typis edita, partim manu exarata in locupletiorum bibliothecarum pluteis, quæ primum inter docendum in scholis nusprotulitexlibroHH. Excerpt.Scriptur. Annotaz. del Dot. Ant. M. Biscioni al Conventus S Crucis Flor. Vid. Ci.Mazuccbel,in Conv. di Dante. In Firenze   XVI. "Haddæus Florentiæ natus eft paulo post initium sæculi XIII.,(a) incertum THE, Nnn 2 Obiit anno MCCXCV., ut infra dice- teringum et c. Presentibus Mag. Salveto de tur.Cum igitur,Philippo genarius decesserit, natum oportet Villavio auctore, octo annoMCCXV. Com.Bonon. Ferraria et M a g. Santo de Cesena. Ex Mem. ab Pbilip. Villan, in lib. de laut.Florent. in Append. N. XII. Ex tabulisanni MCCLI., quas Biscio.Ci. Mazuccbel. loc.cit. Jul.Mag. A. professor artis Medicine Vid.Jo.Antr.Vunjted defair.viror. fil. qnd.d n.Alderotti de Florentia fecit Joan. illuftr. et c. nem dn. Anglonis fuum procuratorem ad re Petri Hispani, cipiendam pacem et remifsionem a Loteren. Ro.Pontifexrenunciatus,di&tusif Jeannes XXI., go qui dicitur Rigutius et a Bonino fuo fi commentaria babemus in librum Ifaac Medici, quæ lio et ab omnibus et fingulis aliis de consan- Jubtilitatibus dialecticis abundant. Ilm in hipo guinitate ipsorum... de omni injuria, et pucratem w Arijtotelem scripufe dicitur; nec du offenfione que dicebatur eise facta per Mag. bito, quin bæc fcripta aliquanto ante A. A. vel B.naguidam fuum fratrem commentaria prolierint. Sed quantum bæc illis vel per aliquem de contanguinitate ipforum præjliterint, doctorum hominum judiciun postea vel quæ diceretur eise facts per predictos L o vlendit. A.,   ab eo tradita, m o x ab auditoribus excepta, incredibilem ei famam concilia runt. Id autem in eo potissimum mirabantur homines, quod ita Medicinam tractaret, ut ejus facultatis canones et præcepta ad severioris FILOSOFIA ratio nes exigeret; quod nemo ante illum magno fuccefsu perfecerat. III. In hunc modum recepta eft in scholis noftris vetus illa Medicina FILOSOFICA, fi ita appellare licet, quæ brevi tempore omnes Europæ Acade. mias pervafit, et innumeros Scriptores tulit. Hinc agmen interpretum in Hip pocratem, et Galenum, atque Avicennæ in primis, aliosque veterum Medico rum libros, A. duce; cui non satis ad laudem fuit interpretem dici,sed plufquum interpres a quibufdam dici amavit, et ut alter Hippocrates apud Italos habitus eft. Ejus autem gloffæ, præcipuis Medicinæ libris adjectæ, in scholis communi suffragio receptæ sunt, et pro ordinariis, ut dicere folebant, longo tempore habitæ eodem loco fuerunt apud Medicinx Itudiofos, atque Ac curtianæ gloffæ legum libris appofitæ apud Juris Civilis professores. Magister etiam Medicorum jure di&us eft, ob excellentium Medicorum copiam, qui ex ejus fchola prodierunt. Tanta denique ejus nominis fama, et inre Medica celebritas fuit, ut perinde esset in usu popularis fermonis Thaddæum fequi,  ac Medicinam profiteri. IV. Docere cæpit A.., aut non multo fe rius; eodemque tempore scribendo vacabat, neque operam fuam curandis V.Cum igitur æque felix in curandis ægrotis, acdoctusinscholareputa retur, non folum in civitate noftra Medicinam fecit, sed paflim vocabatur ad curandos magnates, et viros principes per alias Italiæ civitates. Hinc aliquis de illo magnifice potius, quam verescriptum reliquit, non confuevisse illum aliis, quam principibus, et nobiliflimisviris curandis operam præftare. Sed il lud tamen indubium eft, non fivisse aliò fe abduci ad curandum quemquam, nifi pacta ingenti mercede, quæ non tam efiet pro loci diftantia, aut difficul tate curationis, quam pro fui dignitate, et facultatibus eorum, ad quos CU randos vocaretur. Neque far erat de mercede pacisci: nam fibi quoque cau. tum volebat de itu et reditu, accepta ingentis pecuniæ sponsione pro fecurita: te itineris·Dignæ sunt, quæ legantur, tabulæ an. scriptæ,cum Thaddæus Mutinam iturus esset ad curandum Gerardum Rangonum. In iisRan goni procuratores A. promittunt, fe facturos, ut liberum iter et expedi ium ad eam civitatem habeat, fufcipientes in se omne periculum, et impen sam: quod si pactis minime ftetiffent, promiserunt, fe eidem reftituturoster mille libras bononinorum, quas depofiti loco a Thaddæo ipfo accepisse fate bantur. Similes tabulas habemus cum Mutinam rurfus ment. in Parad. ALIGHIERI, dou a vellutela. MEDICINE ! Ita appellati:r a Benvenuto ImolenfiCum evo. apud Ercard. Corp. Histor. med. ævi col 1 1 lo ibid. Sed qui plusquam Commentator a Pbi. qui revera opus fuum tum inscripsit, is fuit Turrisanus A. auditor;de quo alibifermo erit. plufquam Commen M a per amor della verace manna Hic homo, cum penes Italos, ut al. fundature, Paradisi, t e r Hipocras haberetur. Pbilip. Villan. de Laud. Tbali læus ad calcem Commentar. ix A Florentiæ,five de Cl. Florentin. Non per lomondo, percuimo's'afo In picciol tempo gran dortorli feo. Dant.Aligber. de S.Dominico Ord.Prædicator. tis defiderari patiebatur. Docendi tamen, et scribendi laborem intermifit an no,utopinor,cum civilebellum, a Lambertacciis, et Jere. miensibusexcitatum, civitatem noftram miserandum in modum conculit.Sed ipfe quoque fatetur,se aliquando a scribendo ceffasse ob quæstum, quem curan dis ægrotis faciebat. Atque hinc apparet, quæ fides habenda fit Philippo Villanio, cum scribit, A., fpreto lucro, fe totum interpretandis vete. rum Magiftrorum libris dedille. Fallitur etiam Villanius, cum scribit, Thaddæum ftipendio publice conftituto Bononiæ docuiffe; nondum enim, eo vivente,Medicin æ profefforibus ftipendia attributa fuerant. lippo Villanio, aliisque Scriptoribus dictus et, fanna Diretro all'Ostiense et a Taldea (c!Eo anno Mag.Thaddæus Medicorum magitter moritur. Ricobald. Compilat.Cbronolog. pborismos Hippocrat. bulm.  Pbilip. Villan. loc. cit. ægro   evocaretur ad curandum Guidonem Guidonum. Utrasque in Appendice dabi mus.Sed quis credat, in his contractibus bona fide actum? Ego fraude caruisse non arbitror. Facit, ut ita credam, infignis Odofredi locus, ad fraudes pertinens Advocatorum sui temporis; qui cum immodicasmercedes præterjus falque pro suis advocationibus et patrociniis extorquere vellent a clientibus eos adigebant ad ftipendium, quali deberent ex causa mutui.Eodem artificio usum arbitror A., quem ne obulum quidem verisimile eft deposuisse apud Rangoni, et Guidoni procuratores. Sed ego tamen existimo, A., probum hominem et pium, non ita immitem fuiffe, ut tam ingentes pecu-, nias exigeret ab iis, quos curandos aggrederetur. Potius crediderim, hanc cau tionem voluiffe, ne jutta mercede fraudaretur, et damna fibi æquo jure præfta rentur, quæ quacumque ex causa pertulisset. Vocatus aliquando ad curandum Romanum Pontificem, negasse dici tur se iturum, nisi centum aurei nummi in dies fingulos penderentur. Quod cum immodicum videretur iis, quibus negotium datum erat, ut cum Thaddæo transigerent, neque ea de re conveniret; concessit tamen Pontifex, grandem quantumvis pecuniam vitæ et incolumitati fuæ pofthabendam ratus. Mox autem, cum arnice Thaddæum argueret, quod tam magno operam suam locaret, ille admirationem fimulans; ego vero, inquit, multo magis obftupesco, cum ceteri fere viri nobiles, et minores Principes quinquaginta et amplius aureos nummos mihi in dies conferre soleant, tibi, qui maximus es Chriftianorum Principum,grave visum esse,quod centum petierim.Sed Pontifex,ubi A. ftudio optime convaluit, decem millia aureorum eidem rependi juffit, non tam ut tantum virum pro dignitate fua, et ejus meritis remuneraretur, quam ut omnem ab se averteret avaritiæ suspicionem. Itanarrat Philippus Villanius, qui tamen Pontificis nomen filet• Sed hunc fuisse Honorium IV. alii Scriptores tradunt, et in primis Joannes Tortellius in libro de Medicina et Medicis ad Simonem Romanum. Sunt etiam qui hæc tribuant Petro Apono illuftri Medico, de quo alio loco dice mus. Sed credibilenon videtur,tum quiapotiormihiet auctoritas Philippi Villanii, et Joannis Tortellii, quam aliorum multo recentiorum, qui hæc de Petro Apono scripserunt;tum quia Honorii IV.ætate Petrus Aponus nondum ad tantam famam pervenire potuerat, ut ad curandum Pontificem accerseretur. Sunt qui immaniter augent pecuniam, quam Pontifex recuperata valetudine Thaddæo numerari jusserit; nec desunt qui non minus, quam ducenta millia aureorum accepisse dicant. Sed nimis multa mihi etiam videntur pro iis t e m poribus vel ea decem millia, quæ Villanius omnium modeftiffimus narrat. A. certe Medicinam faciens ad ingentes divitias pervenit;nec facile est reperire plures ejus facultatis professores, qui majores fint consecuti. Ejus autem commodis, et utilitatibus consuluit etiam non uno modo Populus Bononiensis. Ei nimirum, et ejus hæredibus concessa eft immunitas a vectiga libus, et remissio ab omni munere publico. Additum eft, ut libere a quovis intra fines Agri Bononienfis prædia, et fundos emere posset, quos vellet; modo ne ab exulibus et profcriptis. Itaque eum voluerunt gaudere omnibus civium commodis,neque iis oneribus obnoxium effe,quæ cives reipublicæ causa sustine re debebant. Ejus quoque discipulis eadem. privilegia, et immunitates populi beneficio concessæ sunt,quibus gaudebant ScholaresJuris Civilis et Canonici. Id autem, nominatim pro auditoribus Mag. A.  ftatutum, aliorum Medicina profefforum auditoribus communicatum est. Ita honor additus est Scholæ ad Simonem Romanum Medicum præftantif  Dicit advocatus, fi promittis mihi fimum. Ex Cot. Vatican. aput Apostol. Zenun milleaureos nominefalarii, nonteneris.Sed in Dissert. Volpian.faciasmihiunum inftrumentum, inquo con Ex Stat. Pop. Bon.tineatur, quod tu teneris mihi dare mille ex vel potius in quibus eji Rubri. causamutui. Odofred.inl. Sifubfpecie.C.de cadeprivilegio Mag.A. ductoris Fixi Polulando. Pbilip, Villan, loc. cit. ce et diicipulorum ejus. Vid.,dow Jo.Tortellius de Medicina& MedicisMedi.   Medicæ,quæ A. potissimum opera magis aucta, et nobilitata,parigradu deinceps fuit cum scholis Legum, et Canonum. X. Nescio quid molettiæ illi etiam intulisse credo Clarellum quendam,ut opinor, Medicum, five quod ejus doctrinam impugnaret, five quod medendi rationem carperet. Queritur de illo in Commentariis ad Joannicii Ifago gen, X I. Habere consuevit in familia sua Thaddæus Medicos aliquot, quibus adjutoribus uteretur five in scholæ muneribus, five in ægrotantium cura. Eo rum aliqua mentio eft in ejus teftamento, quod in Appendice damus. Dome ftica quoque negotia, ne quid esset, quo a suis ftudiis interpellaretur, per pro curatoresaliquando agere consuevit. procuratorem suum conftituit Octavantem Florentinum, affinitati fibi conjunctum,eum, qui Jus Pontificium exeunte fæculo XIII. in scholis noftris docuit;de quo fuo loco diximus. Vit. Append. Pertinet  hoc ad annum tisnominedñe Adelefuefilieipfi Mag. A. dum numero, quo luci altitudő indicatur. dieXV.MajiMag. tia. bus dicitur Regalettus Bunaguide de Floren.Quamdiu vixit priinum dignitatis locum tenuit interMedicinæ profef fores; ac multum ei quoque tribuerunt professores aliarum disciplinarum. Sed gravis offenfionis causa ei aliquando fuit cum Bartholomæo Varignana,qui ex ejus schola, ut verisinile eit,prodierat, et magiftro adhuc vivente ma gnopere celebraricceperat. Receperat ille in Medicina erudiendos quofdam, qui ad A. fcholam ante accesserant. Id ei magno crimini datum eft a A.; ac fortasse erat contra leges scholafticas,vel Academiæ noftræ mo rem. Neque vero aliter to'li diffidium potuit,& sarciri injuria,qua affectum fe credebat A., quam ubi Varignana promisisset omnem pænam pora'em, et fpiritualem ultro subiturum, q u a m in e u m ftatuissent Vicarius Ar. chidiaconi Bononienfis, et aliquot doctores ex Collegio Magiftrorum, arbitri ad tam rem delecti. (c) quæ cum scriberet, nondum, ut arbitror, id auctoritatis consecutus erat, ut hujusmodi obtrectatoris importunitatem fortasse A. natura suspiciofus, et ad inanes metus comparatus; quod,ni fallor, oftendunt etiam tot capta de securitate itinerum, et ftipendiorum fuo rum caurelæ, et iterata fæpius testamenta, de quibus diximus. Id porro ex ejus corporis habitu, et temperamento quid fuisse, pro certo habeo. Ipfe enim de se fatetur, fe somnambulum fuil. fe, (e) et interdum ex alio loco dormientem fine fenfu cecidiile. (f) ipfe (a) Vide tabulassocietatisinterMag.Gen A. doctor Fixice fecitsuum procurato tilemde Cingulo, Lou Mag GuilielmumdeDeza reminomnibusfuiscaufis&negotiisdn. ra fcriptas in Append. deo matrimonio unite trescentas libras Pifa.  Finitus eft tractatus de febribus do norum in forenis de duodecim.Pretereado mino Clarello, qui facit nos evigilare, et tran firepermentemno ftramquidquidmalipo. brasejusdemmonete. ErMen.Con. Bonon. test. Tbad. ir Isag. Joannic. Fortale ad Otavantem, qui putea canonum pro f e f. eundem pertinent, quæ babetad finem cap.36. Hoc eft, inquit, quod dicit tallidicus, qui fa. tereaque Adelæ fratrem, intelligimus extabulis cit omnia mala trautire per mentem noftram.scriptis in Mem. Com. Bon., Dequartoficprocedo:videtur,quod inquibuslegitur: Dn.Octavantedñi Guidalo homo poflitdormiendo fentire, nam dorinien do movetur, ficut patet in furgentibus de no. čte,quorumegofuiunus. Guidalottipater Sed locus fortasse mendojus in pe Bunoniæ degebat, ex Mem. Com.Bonon.,inqui a se avertere poffet. Sed erat accidere debebat, in quo insolens ali navit eidem propter nuzias quinquaginta li. for fuit, Guirlalutti Florentini filium fuiffe,propo cti de Florentia scolaris Bonon... emit dige. ftum. pretio lib.L. bon. Regalettusautem tem XII. A. fere sexagenarius uxorem duxit Ade lam Guidalotti Regaletti filiam,Octavantis, quem ante nominavimus, fo rorem, ex eaque filiam suscepit Minam, quæ adhuc innupta erat, cum Magiftrorum collegium jure tunc dice O &avantem deFlorentiasuumcognatum.Ex Mem, Com. Bonon. batur, nonautem Melicorum; quianonsolum Me XV.Jan. Mag. dicinæ, fed alia,um quoque artium liberalium pro fesjures complectebatur, ut ex ipfis hujus controver A. artis Fixice professor fil. and. Alde rotti de Florentia fuit confeffus habuiife a dño fæ actisapparet,quæin Appendiceexbibentur. Guidalottoqnd.dňi Regalettide Florentiado. Teftamentum fæpius, nec uno in loco A. fecit. Et quoniam perpetuo domicilium Bononiæ habuit, cum aliò diverteret ad curandos magnates, itinerum pericula reputans, propterea teftamentum sæpius fecisse videtur. Sed omnium poftremum Bononiæ condidit, quo cete ra omnia revocavit facta Bononiæ, Florentiæ, Ferrariæ, Romæ, Mediola ni, Venetiis, et alibi. Pro anima fua, et ad pias causas x. mille libras bonon. legavit: quæ immanis summa erat pro ætate illa, et privati hominis facultati bus. Ex his bis mille quingentas libras impendi voluit emendis prædiis pro pauperibus verecundis, quorum administrationem esse voluit penes Fratres de Pocnitentia. Viger ad hanc diem ut cum maxime pium hoc inftitutum,a pru dentissimis civibus adminiftratum in civitate noftra, quo consulitur egettati h o neftorum civium, quibus oitiatim mendicare victum vel natalium, vel ætatis, sexusve conditio fine pudore non finit. Fratribus Minoribus, penes quos sepeliri voluit, ubicumque ejus obitus contigisset, multa legavit. Atque illud viri prudentiam maxime demonftrat, quod præftari voluit in perpetuum ali menta uni ex Fratribus ejus Ordinis qui Parisiis theologiæ studeret, fupra numerum eorum, qui ibidem facris ftudiis destinati esse solerent. Jisdem Fra. tribus Minoribus Conventum erigi voluit, in quo tresdecim Fratres ali possent. Viginti ex fuis scholaribus magis egentes ex albo panno vestiri in die obitus sui mandavit, itemque familiares suos omnes masculos, qui secum eo tempore futuri essent. Statuit etiam impensam funeris fibi apud Fratres Minores cele brandi,& certam insuper summam, pro die feptimo obitus sui, trigesimo, cen tefimo, et anniversario, erogandam in Fratrum refectionem, ut iis diebus pro anima fua preces ad Deum funderent; qui mos ab antiquissimis temporibus ad eam ætatem pervenerat. Exliteris NicolaiIV. In Codicediplom. Quisibisuppetias ferrent, ubieffetopus,tumin docendo, tum in medendo. Etiam Bononiæ for Hanc Biscionius in adnotat. ad Convi. talle, antequan iter aliquod susciperet, teflamen vium ALIGHIERI Adolam vocat., sed in testamento tum fecerat, quod indicatum vidinius in Memor. Autograpbo en Adela. mff. Biblioth. publ. Bonon. Com. Bonon. ejus anni. (Quia Fratribus Minoribus quidquam pof Jam inde Uher- fidere non licebat, voluit ut medietas predicte tus facerdos Sanctæ Catharinæ de Saragotia contingentis ipfi Opizo perveniat ad Dominas legaverat X. corbes frumenti pauperibus vere cundis, ut ex ejus tejlamerto apud Fraires Mi- cujus dicte Domine nores: ex quo apparet ejus pii inflituti anti pendere pro necessitatibus Fratrum Minorum quitas. infirmorum fenum et forenfium. Vide teftam. Hos duos Medicos in schola fua, uti T. in Append. credibile efl, eruditos, in sua familia babebat, et Sorores S. Clare civitatis Florentie fructus et Sorores teneantur ex 1 mo N ipse extremum obiit diem. Sed ante illud tempus filium genuerat ex illegiti mo complexu.Hic patrisnomen geflit, & vulgo Thaddæolus dicebatur,cum que Nicolaus jure legitimorum nataliumdonavit. De bibliotheca sua in hunc modum ftatuit.Avicenna opera,quatuor voluminibus contenta, et Galeni item, quæ totidem voluminibus comprehensa erant,Fratribus Minoribus ea conditione legavit,ne ullo umquam tempore alie nari, diftrahive possent, aut e Conventu ipfo exportari. Fratribus B. Marize Servis legavit Metaphysicam Avicenna, Ethicam Aristotelis, et Sextum de N a turalibus Avicenna in majori volumine. Magiftro Nicolao Faventino Glossas fuas omnes, quas scripserat in veterum Medicorum libros, et Almanforem suum, et Magiftro Johanni Affifinati Serapionem suum,& Sextum de N a turalibus Avicennæ in minori volumine, fi quidem uterque in familia sua esset tempore obitus sui. Adelæ uxori fuæ,præter aliquam pecuniæ summam, cu biculi sui supellectilem omnem legavit, & veftes, & gemmas,exceptis dumta. xat valis aureis, et argenteis, et usumfructum domus Florentiæ in via S. Cru cis,& fundosinagro Florentino. Hæredesautem inftituit Minamfiliamsuam A. filium naturalem, et Opizum Bonaguidæ fratris sui filium; quibus, fi abfque filiis masculis legitimis decessissent, Fratres Minores, et pauperes verecundos fubftituit. Nupfit hæc A. filia Dorgo Pulcio Florentino sum X V. Obiit A. cum annos octoginta vixisset. Fuit autem ejus mors repentina, ut narrat Benvenutus Imolenlis, Dantis inter pres. Tumulatus eft apud Fratres Minores, quos vivus magnopere dilexerat, et apud quos ægrotus etiam aliquando sub extremum vitæfuæ tempus jacue rat. Sedejus fepulchrimagnifice extructi, & elegantis,quod eratprope januam Ecclefiæ, propter recentiora ædificia ibidem excitata, nulla jam vefti. Manni degli antichi Sigilli. Nicolaus V.mandavit utHofpitale S.AntoniiPatavini, quod FratresTer dieXX.Marzii A. Ordinis, five de Penitentia,ex bonis bæredita dæus erat in vivis, ut ex charta societatis in riis Mag. A. Bononiæ erexerant,indomum ter Mag. Gentilem Cingulanum, g Mag. Gui. pro Sanétimonialibus Franciscanis, ex Monasterio lielmum Dexarensem, quam in Append. danus. Ferrarienfi Corporis Cbriflitra. lucendis, convertere. Af eodem annoaddiem XVII. Juliiinvivisef tur.Sed r jijtentibus Fratribus,res ita compofita eft de defiderat, ut ex bis tabulis, quas indicavit infequentiannoper Bifurionem Bononiæ Legatum, CI. Montius:, die XVII. Jul. ut iratres Ecclefiam S. Antonii, cu aljacentes D. Ugolinus de Montezanico Dn. Novellonus ætes cum molicocenfuad bufpitalitatemexercen Megloris de Florentia Dn. Amadeus Poete damretinerent; fedbonareliqua,quæadeosex Dn.Frater Raynucciusqund. Deotaiuti com bereditate Mag.7budlæi pervenerant, novo Par milfarii et executores testamenti egregii vi tbenoni pro Sanctimonialibus Corporis Christi con ri& discreti Mag. A. Aruendo attribuerentur:pero qui fuit de Florentia artis Filice profetforis featumest, Catharina Vigria, quamnuncinSan. Fuerunt confeffihabuiffeadñoBartholomeo clarum Virginum album relatam veneramur, cum  MEDICINE mo genere nato. A. autem fivequod cælibem vitam duxerit,five quod filios non genuerit, aut pofteritatis memoria apud nos diu fuperftites non habuerit, certe nulla ejus superfuit. Sed opulenta Mag. A. hæreditas non ita humanis cafibus subjecta fuit, ut nobiles ejus reliquis non exiftant. Sanctillimum enim ad hanc diem civitatis noitræ Monasterium Corporis Chrifti, et Collegium Puellarum S. Crucis ex bonis hæreditariis Mag. A. initium legata insuper alia, quæ legi poffunt in tefta quali acceperunt. Mittimus mento ipso, quod in Appendice exhibemus. Unum addimus, quod maxi me memorandum videtur,aureosnempe florenos xv.in annos fingulos legatos Zco Scansalti Pisado, quamdiu futurus effer in Januensium carceribus, ex qui bus ubi eum liberari contigiffet, cc. libras bonon. eidem perfolvi a suis hæredia bus mandavit. Nota est ex eorum tima Pilanorum cum Januensibus rum vires miserandum in modum temporum scriptoribus infelix pugna mari pugnata,qua Pisano pax convenit. Tunc bello capri, qui supererant, redditi funt, effæti prope enecti. Diligentissimus Mannius jam, et tam longi carceris incommodis proftratæ funt. Magna corum cædes fuit, abductus præfertim ex nobilioribus. Ne atque ingens numerus in captivitatem que ullis conditionibus adduci potuere victores, ut captivos redderent. Ita enim confilium fuit sobolem invifæ primariis civibus detentis, ne procreandis liberis dare operam poffent, fuccide. civitatis impedire, totque fortissimis viris, ac re nervos civitatis, usque in illud tempus potentissimæ. Itaque non ante annos Sigillum Universitatis Carceratorum Januæ detentorum illustrat. Ex eorum numero erat Zeus Scanfalti, amicus, ut opinor, Thaddæi; qui quam pronus effet ad ferendam miseris opem, cum ex hoc, tum ex fingulis fere teftamenti sui capitibus liquet.Dn.Mina quondam Mag. A. Corporis Cbrisi, W Puellarum S. Crucis, quæ A. uxor Dorgiquondam Dorgi dePula vidit, lowindicavitCi.Montius. cis.Ex tabulisan.inarcbiv. publ.Flo vent. Inilicavit Cl. Biscion. Vide Append. gia pauci supererant, Ecclefiam S. Antonii, d adja centes æles, bonaque omnia ad eum locum perti deus confeffus eft quod ipse emit quandam pe. tiam terre... Actum in loco Fratr. Minor, ! Blanchi Cofe for. auri cccc, depofitos ab ipfo aliquot aliis Monialibus ex Ferrariensi Monaste. Mag. A. et c.Ex Mem.Com.Bonon. rio in nouum buc noftrum commigrantibus. Anno autem Fratres sertii Ordinis,qui Pbilippus Villan..die... Mag. A. nentia,erigendoPuellarumpericlitantium domici in camara Ministri ubi Mag. A. ja lio libere tradiderunt, quod in via S. Mamæ acebat infirmus prefentibus Mag. Bertolaccio, mæniffimo civitatis locu, non longe a Monasterio Fratris Venture Mag Nicolao de Faventia Corporis Cbrijli,conjtructumest,a S.Crucisti. &c. ExMem.Com.Bonon. tulo infignitum. Hæc ex monumentis Monialium   gia supersunt. Minime igitur audiendus eft Joannes Villanius, qui A. obitum protrahita, aut fi quis est alius, qui in aliud tempus referat. Paulo poft ejus mortem dillidium ortum est inter Fratres Ter tii Ordinis, five de Pænitentia, et Priorem fratrum Prædicatorum, ac Guardianum Fratrum Minorum in eligendis pauperibus ad præfcriptum teftamenti ip fius Mag. A.. Sed litem omnem fuftulit Dinus Mugellanus, clarus legum interpres, qui per illud tempus Bononiæ docebat, cui utraque pars arbitrium dederat. Possem hic plura Scriptorum teftimonia de A. admodum ho norifica afferre; possem et Scriptores multos emendare, multos supplere,qui de illo vel minus diligenter, vel minus vere scripserunt; in quo numero sunt præsertim scriptores noftri Alidofius, et Ghirardaccius. Sed hæc curabunt, qui magis otio abundant. Nunc ejus scripta recensenda funt, quæ et multa fue. runt, et magno in pretio habita. A. SCRIPTA. Expositio in arduum Ipocratis volumen. Galenus Aphorismos Hippocratis illuftri commentario exornavit. A. et Hippocratis Aphorismos, et Galeni commentarium diligenter exposuit.Cum autem in septem libros, fivepar ticulas Hippocratis volumen Aphorismorum diftributum fit, A. fcripto tradidit expofitionem suam in sex priora capita, eamque absolvit. Decimadie Septemb., utadejuscalcem adnotatum efttam in editis exemplaribus, quam in manu exarato, quod vidi in bibliotheca, Collegii Hispanorum Bononiæ. Eft autem hoc A. opus valde proli xum, cuiscribendo non uno tempore insudavit. Sic enim ad ejus finem ait: In his particulis explanandis diversa fuerunt tempora. N a m cum efjorn in nono anno mei regiminis (qui publice docebant regere tur) incepi gloffare Aphorismos a principio. Et infpatiofex menfium glossa. v i primam, fecundam, tertiam, a quartam particulas, a quintam usque ad illum Aphorismum: Mulieri menstrua fine colore. Tunc autem fupersedi, convertens me ad glosas, quas fuper Tegni feceram, completiores edendas; quas perfeci usque ad illud capitulum caufarum: Ad inventionem vero salu brium. Ibidem vero deftiti impeditus a guerra civitatis Bononiæ, au lucrati va operatione distractus. Poft vero placuit mihi refumere, ut complerem glof fas Aphorismorum, addendo ad eas, quas primo feceram. Et feci additiones Super primam, Be fecundam, no quartam particulam. In tertia vero particu la solum glossas veteres divis: Item in quinta particula super veteribies glosis quas feceram primo nullam additionem feci. Incepi autem de nova glosam in illo Aphorismo: Mulieri menftrua fine colore, ut dictum est. Quod hic habetde Bononiensium bello, pertinerevideturad Lambertacciorum, et Jeremienfium turbas, civitas noftra pæne desolata eft. Cum autem nono anno poftquam docere cæperat, ad inter pretandum Hippocratis Aphorismos le contulerit, in eoque opere tempus aliquod impendere debuerit, et rursum eo dimiffo, librum Tegni interpre tandum susceperit, et in eo verfatus fit, quoad Bononiæ in otio quietus esse potuit; subductis rationibus apparet, debuisse illum publice docendi in scholis noftris munus suscipere, imo ditavit hortulanum fuum. Vixit autem renze, noftro cittadino, il quale fu sommo Fisiciano sopra tutti. Je. scholas diceban  4. ооо annis Fuit Thaddæus medicus famosus, apud Murat. Antiq. med. ævi To. conterraneus auctoris, Dantis qui le In questo tempo morì in Bologna git& scripsit Bononiæ& vocatuseitplus. M. A. detto da Bologna, ma era di Fi. quam commentator.Et factus est ditiflimus, et mortuus est morte repen Villan, tina, et fepultus eft Bononiæ ante portam Extar Dini confilium,five fententia in Minorum in pulchra et marmorea sepultu- arcbivo Fratr. Prædicat. Bonon. ra. Benvenut. Imol. comment, in Purgat. ALIGHIERI Ad   Ad septimam particulam Aphorismorum quod attinet, Thaddæus perpetua in eam commentaria non reliquit, sed monuit auditores suos, fi quis voluif fet ex ore docentis excerpere, quæ in nenda in schola protulisset, fe deinde emendaturum, et utin ordinem re digerentur curaturum. Sic enim inquit: immediate Icribere intendo. Sed fi quis de meis auditoribus notare voluerit eas corrigam, o in petias redigi faciam. Hæc autem verba fcripfi, ut si alicubi minus completa expositio reperiatur, non adfcribatur ignorantiæ, fed potius novitati, a pigritiæ scriptoris. Sed Thaddæi commentaria in septi m a m partem Aphorismorum nufpiam apparent, et ejus loco circumferri solebat expofitio Zancarii, de quo alio loco dicemus. Expositio in divinum Hipocratis Pronosticorum volumen, A d cujus finem ita ada notatum eft in editis exemplaribus. Explicit liber tertius yra ultimus Pro. nofticorum Hipocratis fecundum antiquam translationem a A. Florentina explanatus. Sed revera Thaddäus ipfe non unam translationem præ mani bus habuit, fed faltem duas. Ad extrema vero capita, seu textus libri tertii nihil adnotavit A., aut certe nihil adnotatum reperio in edis tis exemplaribus; manu enim scripta explorare non licuit. A. Florentini in præclarum regiminis acutorum morborum Hipocratis volu men expositio. Hanc Thaddæus in proæmio fatetur se maxime procudisse ut rem gratam faceret Bartholomæo Veronenfi, quem fibi dilectiffimum vocat, et pollentis ingenii; aitque,non minimo fibi adjumento fuisse ad id operis perficiendum. Non attigit A., nisi tres priores libros hujus operis, ratus fortasse, quartum non effe legitimum Hippocratis færum,quod aliis visum erat, ut fatetur Galenus ipfe initio commentariorum in hunc quartum librum de regimine acutorum. Suam porro diligentiam oftendit A. in his commentariis exarandis, appellans ad verfionem Græcam, ubi in ea, quæ ex Arabica facta erat, vitium suspicabatur. Atque hinc apparet, duplicem ejus libri interpretationem per illud tempus in doctorum manibus verfatam fuisse, quarum altera ex Græca, altera ex Ara. bica lingua ducta erat. In fubtiliffimum figogarum Johannicii libellum expositio. E a m fic concludit A.: Scio tamen, quod de his obscure dixi, Jed fellus f u m a deficit charta: misera excusatio, et vix fapienti homine digna. Quæ hactenus recensuimus A. opera in unum volumen redacta Venetiis edita sunt per Lucam Antonium Junctam curante Joan ne Baptista Nicolino Sallodienfi, qui in epiftola nuncupatoria ad Aliobel. lum Averoldum Polenfium Antiftitem, et Romani Pontificis Legatum ad Venetos, impense A. laudat, illumque dicit, nonnisi ad lapsam Extat hic A. liber in Codice Vaticano, ejufque hæc eft æcono. mia. Initio agit de corpore sano, ejusque, ut ita dicam, essentia, et va. riis sanitatis gradibus; tum pergit in hunc modum: Nota quod dicit Johan nicius, quod fi unaquæque res naturalis propriam naturam jervaverit, facit fanitatem, fi vero ipfam dimiferit, facit ægritudinem, vel neutralitatem, fta tum fcilicet, quo necfanum eft, necægrum. Sequitur in hunc modum usque ad finem libri: Nota quod dicit Galenus; nota quod dicit Hipocras, Avicenna.Nota quod venæ non dicuntur oriri ab epate quod oriantur ex ea dem materia v c. Nota differentiam arteriarum ad venarum, originem nervorum W c. Nota quod partes totius capitis funt quatuor B c. Inter has notationes, in quibus totus hic liber decurrit, aliquas quæftiones interferit, Ad text. X. lib. I. ita inquit: Alia quod patet per translationem Græcam. Liba translatio non ponit hic nifi duos colores et c. III. text. X. ea Aphorismorum particula expo Super feptima vero particula nihil principum fanitatem recuperandam vocari consuevisse. Auctoritates are definitiones fuper libro Tegni, quamplures utiles dubitationes. uti Unde dicendum quod litera Arabica, Cod. Vatic. ex qua fumitur illa auctoritas, elt corrupta, 1 uti est illa: Quæritur hic an dari poffit membrum, quod nec recipitur, nec tribuit. Nunquam editus eft hic A. liber, quem ne ipse quidem au ctor satis elimatum cenfuit. Itaque rurlus Artem parvam Galeni, sive li brum Tegni interpretandum suscepit. Habemus hoc A. opus typis editum Neapoli cum hoc titulo: Commentaria in artem parvam Galeni. Neapolianno.Horum initiofatetur, fe præmaturam aliamexpo fitionem Artis parvæ edidisse,hisverbis: Atveroquoniamfuper eundem librum expofitionem facere necessitas compulit præmaturam, in qua non ut expedit Galeni instituta patefeci". Ideo e c. Magiftri A. conflia. In Codice Vaticano consilia Medica A. sunt centum quinquaginta sex.Minore numero,imo perpauca,lirecte memi ni, funt in codice bibliothecæ Cæsenaris Fratrum Minorum. Primum in utroque codice est de debilitate visus. Ultimum in codice Vaticano eft de virtute Aquæ vitis. Docet in eo modum præparandi alembicum cu. preum. Incipit: A d faciendam Aquam vitem, quæ alio nomine dicitur aqua ardens. Eft unum ex his consiliis de minctu urinæ cum fanguine. Incipit: Conqueftus est dn. Bartoločtus comes. Eft is Bartholottus comes Ripæ Insulæ Suzariæ et Bardinæ, de quo plura diximus, ubi de Rolandino Passagerio a r tis Notariæ doctore agebamus. Eft aliud A. confilium ad midtum f a n guinis pro Duce Venetiarum. Aliud item de impedimento loquelæ propter mollitiem linguæ. Incipit: Cura comitis Bertholdi. In librum Galeni de crisi. Eft in codice Vaticano. Magiftri A. de Florentia quæftio de augmento. Eft in codice Vatica A. artis Medicinæ in civitate Bononiæ doctorem. Eft in codice bi. bliothecæ Eftenfis, tefte Muratorio. Idem Italice extat, scriptus in m o d u m epistolæ cuidam ex Neriis Florentinis. Incipit: Imperciocchè la con dizione del corpo umano. Extat etiam latine typis editus Bononiæ cum libelló Mag.Benedicti de Nurlia ejusdem argumenti. Num autem Italice scriptus fit libellus ifte ab auctore suo, an latine, mihi non conftat. Italica tamen lingua, quæ tum nitefcere, et a Scriptoribus nobilitari cceperat, delectatum constat A., qui Ariftotelis Ethicam in eam linguam vertit; quamquam hunc ejus laborem haud magnopere laudandum exiftimarit Dantes in Convivio, ubi ait, velle se suum illum librum Italica, five, ut ipfe inquit, vulgari lingua donare, ne ab alio quopiam interprete vitietur, ut Ethicæ Ariftotelis contigit, quam A. dæus Italicam fecit. Eum purgare nititur Biscionius,vitio vertens non tam A., qui Italicam ex Latina non bonam, quam veteri interpre ti,qui nihilo meliorem ex Græca Latinam fecerat Ariftotelis Ethicam.Sed vix quisquam probabit hanc Biscionii defensionem. Id unum enim r e prehendit in A. Dantes Aligherius, quod Italicam interpretationem ejus libri non bonam dederit. Nihil autem impedit, quominus librum aliquem, licet mendofiffimum, et maxime corruptum, optime, quod ad nitorem verborum attinet, interpretari, et in aliam linguam elegantissime quispiam convertere possit. Habuerat A. Aristotelis Ethicam ex Thesauro Latini, ut observat Laurentius Mehus, qui de his abun de disserit in prolegomenis ad epiftolas Ambrofii Camaldulenfis, nuper Flo rentiæ editas. no. Libellus fanitatis conservandæ factus pay adinventus per probiffimum virum Mag. (f)E temendo,cheilvolgarenonfosse dato posto per alcuno, che l'avelse laido fat.  Epift.Ambrof.Cam. to parere, come fece quegli, che tramutò il Ooo 2  Cod. Vatic. 2 Expe latino dell'Etica, ciò fu A. Ipocratita  provvidi di ponere lui, fidandomi di me più (d) Murat.To.IX.Rer.Ital.Script.p.583. che d'un'altro.Convito di Dante.In Firenze Vid.Biscion.Annot.al Convitodi Dan Experimenta Mag. A. probata ab ipfo. Hunc titulum habet collectio ex. perimentorum Medicinalium Thaddæi in codice Vaticano. (a) Incipit: Omnes herbee a radices quæ debent prius coqui, abluantur mundentur Poit brevem præfationem, fire inftructionem, defcribere incipit primum Syrupos varii generis. Receptio Syrupi majoris fecundum M. T. Syrupus Jor. danus M. T. ad correctiones epatis aut fplenis  c. Deinde describit electua ria, inter quæ hæc confectio locum habet: Confectio qua utuntur magna tes in curia Romana, vagy maxime convenit in æftate fanguinem mundificans, colera fuaviter educitur. R. pulpæ Caffic fi. Tamarindorum 3. pe. nidii.zuc.violati añş.x.Syrupi violati, Ġ.Mirrhæ s3 conficianturfive dissolvantur cum tali fucco. X. Prunorum.ios feminum ordei mundi. lic quir. añ i 2 cum ifta aqua decoquatur usque ad spissitudinem mellis. Dein pergit ad vina medicata. In his ett Aqua vitis ad calculum M. B. ideft, M a. giftri Bartholomæi de Varignana, ut opinor, medici celeberrimi, cujus infra mentionem faciemus. Tum de oleis agitur, ibidemque describitur Tragea M. T. et Tragea M. B., ideft, Magiftri A., et Magiftri Bartholomæi. Pulveres fubinde varii, et pilulæ, et unguenta describuntur, tum remedia quædam ad peculiares morbos. N e c desunt fuperftitiofa quædam, et vanissima. Tale eft illud: Ut homo poffit ire super ignem fine læfio. ne. Dicas ifta verba. ter in nomine individuæ Trinitatis.Abyfon. Dalma. tiu, vel Magata, v e a s nudus. Emplaftra quædam poft hæc describuntur: fed in hujus libri extremis partibus vix ordo ullus apparet, ut conjicere liceat, aliena manu aliquid genuinis Thaddæi experimentis additum; quo ex genere esse arbitror superftitiola illa, quæ dixi. De Interioribus libri VI.a mag. A. correcti. Ita in codice Vaticano. A. de Bononia de aquis, oleis, a vinis medicatis. Extat inter codices mo locorecensuitejus Commentariain Ipocratem, mox Commentariain Avicennam; nam neque in alia Hippocratis opera fcripfit A., quam quæ indicavimus, quæque vel iple Biscionius feorfim poftea enumerat; nec ulla in Avicennam Commentaria scripsisse comperio.Addit tamen idem Biscionius descriptionem pulveris mirabilis Mag. A., quam re perit ad calcem libri M a g. Aldobrandini. E g o alterius pulveris descriptio n e m in hunc m o d u m reperi ad calcem Almansoris, ideft, libri Rasis in codice Vaticano. Recepta quam mag.Taddeusreliquitpauperibus in te ftamento: Cinamomi eleli s Macis. Croci aš 3 ij. Sene s fiat pul vis poftea R u s Tartari albi fubtilissime pulverizati, a misce fimul. Dosis ejus eft; 3 ij cum brodio poteftconfici cum zuccaro ut melius conserve tur. E u m d e m pulverem defcriptum vidi in codice bibliothecæ Cælepatis Fratrum Minorum inter confilia Medica Mag. A. ad libri marginem in hunc modum: Pulvis folutivus A. Cinamomi: 5. Macis.Cra ci añ 7. 3. 1. Sene ad pondus predictorum. Fiat pulvis, cui potes addere de zuccaro albo vel rubeo B eft delectabilior. DON  MEDICINE Thomæ Bodleii. Auxit immaniter Biscionius paucis verbis catalogum operum Thaddæi, dum pri (c) To. I. mill. Angliæ. Cod.  (d) Cod. Vatic. Aderotti. Taddeo Alderotti. Alderotti. Keywords: le quattro cause. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alderotti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il lizio a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Lizio, the friend and teacher of Marco Licinio Crasso. According to Plutarco, A. lives a very modest life and shows a great indifference towards material possessions, behaving more like a member of the Portico than the Lizio. Alessandro

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: Gl’ortelani -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A philosopher of the Orto, and friend of Plutarco. He may have been the same person as Tito Flavio Alessandro, a sophist and father of another sophist, Tito Flavio Phoenix. Tito Flavio Alessandro. Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A public official honoured as a philosopher. Appio Alessandro. Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). All that is known of A. is a funerary inscription found in Rome identifying him as a philosopher belonging to The Porch. Tiberio Claudio Alessandro. Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: gl’animali a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). He is discussed by Filone, in connection th problems concerning providence and the nature of animals. He pursues a career n public and military life. Tiberio Giulio Alessandro. Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il tutore di Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luig Speranza (Roma). Di Egea, he was a member of the Lizio and tutor to NERONE for a time. He writes a commentary on the Categories of Aristotle, but Nerone wasn’t interested “And that’s how Seneca comes into the picture” – Grice. Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: la filosofia dello schiavo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). He started life as a slave, but was later freed (or escaped). He goes on to teach philosophy. Alessandro Polyhistor. Alessandro.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alfandari: la ragione conversazionale e le implicature del Deutero-Esperanto – la scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Diplomatico. Durante la grande guerra opera come ufficiale di crittografia per il comando supremo militare. Diplomatico dello stato. S’incarica di alcuni lavori di esportazione. Grande conoscitore di lingue. Oltre al “neo,” parla fluentemente sette lingue. Suo è un progetto di inter-lingua di derivazione esperantista, il neo, dato alle stampe solamente in “Méthode rapide de Neo.” Coinvolto in prima persona negl’ambienti bellici e personaggio di spicco della diplomazia, A. sente presto la necessità dell'istituzione di una lingua comune, convinto che essa è la soluzione alle incomprensioni tra le nazioni, inclusi tra gl’italiani. Come i suoi predecessori, vuole che la sua lingua è di facile apprendimento, semplice, libera da ambiguità [H. P. Grice, “Avid ambiguity”], prevedibile. Per questo, pur approvando la grammatica dell'esperanto e del deutero-esperanto di H. P. Grice, decide di semplificare ulteriormente la sua morfologia, prediligendo radici lessicali più brevi - che talvolta però rischiano di produrre nel lettore il risultato opposto, peccando d’ambiguità. Il lessico è volto alla lingua che A. chiama GALLICA, ma sono presenti anche delle influenze dalla lingua latina e dalla lingua italiana (vedi «forse» 'forse' e «sen» 'senza'; ma cf. «somo» 'qualcosa' come l'inglese some (thing); «kras»  'domani' come il latino CRAS) e sintattiche anche dal tedesco e dal russo. La pronuncia, l'accento, l'alfabeto  Nella lingua “neo,” l'alfabeto è LATINO. Ogni lettera corrisponde ad uno e un solo suono preciso, che deve sempre pronunciarsi. Vi sono cinque vocali – A, E, I, O, U -- che possono variare in lunghezza, nonostante la quantità vocalica non sia fonologicamente pertinente, ma ‘implicaturale: NOIOOOOOSO. In presenza di nessi vocalici,  le vocali si pronunciano sempre separatamente.  L'accento cade sulla penultima sillaba nel caso in cui questa sia aperta (es. CV, CCV, come in «libro» ('libro]), sull'ultima nel caso sia chiusa (es. CC, VC, CVC, come in «amik» (a ' mik] da: AMIC-O), e la desinenza del plurale «-s» non modifica l'accento della parola (es. «libros» ['libros]). In una tabella, rappresenta la corrispondenza tra grafi e foni nella lingua neo. Gli ultimi due sono nessi di consonanti.  abcdefghiikmn  kImnopaIsturweyzshes  abtfdefghidkl mnopkwrsturwksis  ts. Gl’articoli sono invariabili e si dividono in determinato («lo») – l’articolo definito di Grice, “il re di Francia e calvo” – l’operatore iota di Peano -- e indeterminato («un»): some (at least one) (Ex). Gli aggettivi e avverbi  Come nell'esperanto, gl’aggettivi – “shaggy” -- terminano necessariamente in «-a» e sono invariabili (ad esempio «un bona soro» e «un bona frato»). Gl’avverbi, allo stesso modo, sono invariabili e, come  in esperanto,terminano in «-e». sostantivi  La derivazione esperantista è evidente anche nella terminazione dei nomi, ottenuta sempre tramite l'aggiunta della vocale finale «-o». La vocale finale dei nomi può essere omessa durante la pronuncia delle parole nel caso in cui questo renda più semplice il continuum del parlato (per esempio nel caso in cui la prima sillaba della parola successiva cominci con suono vocalico), ma mai se la parola termina con nessi consonantici che senza vocale finale risulterebbero di difficile pronuncia (come ad esempio «libr», «metr»; sono permessi invece «garden(o)», «frat(o) »).I pronom. È possibile intravvedere una somiglianza con l'esperanto anche nella scelta dei pronomi soggetto, in particolare nella prima e terza persona singolare [maschile] (rispettivamente «mi» e «li» in Esperanto). Tratto differente è invece la scelta d’A. di mantenere distinte le seconde persone singolari e plurali, quando invece in Esperanto  è presente per entrambe un solo pronome «vi».  Soggetto  Oggetto  Possessivi  1 sing. mi  Me  ma  II sing.  tu Te  ta  III sing. maschile  i  Le  III sing. femminile  el  le/ley  III sing. Neutro 1  le/it I plur.  nos  Ne Il plur. Ve  BSzzBÆu即即8  III plur. maschile  zi  Ze  III plur. femminile  zel  ze/zey riflessivo SO Se. È inoltre presente alla terza persona plurale dei pronomi personali soggetto una forma mista che indica gruppi in cui sono presenti persone o cose di entrambi i sessi «ziel». Si noti che i pronomi personali che sono preceduti da PREPOSIZIONE semplice si presentano alla forma soggetto, e non oggetto, come accade invece in inglese (es. ing. Are you coming with us? [it.  'venite con noi?'] e Neo «Venar vu con nos?», non «Venar vu con ne?»).  I verbi conoscono quattro modi (otto tempi), ciascuno dei quali presenta una specifica desinenza: «-ar» presente, «-ir» passato, «-or» futuro, «-ur» condizionale, «-iu» (monosillabi) o «-u» (polisillabi) imperativo e infinito, «-at» participio passato, «-ande» participio presente, «-inde» participio futuro. SONO QUINDI INESISTENTI IL MODO CONGIUNTIVO E LA MAGGIOR PARTE DEI TEMPI DELL’INDICATIVO ITALIANO. I loro SIGNIFICATI (Grice: utterer’s meaning) sono da formarsi tramite PERI-FRASI con l'ausilio di avverbi  di tempo e modo. I numeri della lingua Neo ricordano foneticamente quelli gallici, sebbene il loro sistema di composizione si avvicini più a quello ITALIANO. I dieci numeri cardinali sono «un, du, tre, qar, gin, sit, sep, ot, non, is». I numeri tra dieci e diciannove si formano posponendo le cifre  appena viste a «is-» (es. «istre» 'tredici'). Le decine successive al dieci si formano aggiungendo «-is» al numero della decina (es. «duis» 'venti', «treis» 'trenta'). A questi è poi possibile apporre altre cifre, del tipo «duisdu» 'ventidue', «treisqar» 'trentaquattro'). Le centinaia si indicano con  «ek» e le migliaia con «mil».  Esempio: 1234 = «mil duek treisqar».  I numeri ordinali si ottengono tramite un processo di suffissazione dei numeri ordinali, per cui si ha «dua» 'secondo', «trea» 'terzo', e così via. Fa eccezione solamente il primo numero, che si  scrive «prima» e non «una». Con queste poche e semplici regole è possibile cominciare a scrivere e parlare nella lingua neo. Essa nasce infatti anche per essere parlata, aspetto che la caratterizza e la differenzia da molti altri progetti. Ma si badi bene, che non lo differenzia dal suo modello diretto, ovvero l'esperanto. La sua peculiarità risiede proprio nella sua adattabilità anche alla prosa letteraria e alla poesia, come dimostrano le numerose traduzioni che il suo inventore offre nei suoi scritti, e non solo quindi alla comunicazione scientifica. Circa una ventina di anni dopo la creazione della lingua, A. si preoccupa anche di pubblicare un manuale di 1300 pagine contenente la grammatica completa e un vocabolario di  60000 parole del Neo. La proposta d’A. riscoge notevole successo, tanto che Dumaine, nel suo compendio delle lingue internazionali ausiliarie, “Précis d'interlinguistique générale et spéciale”, Parigi, scrive il saggio «Recherche d'un compromis Esperanto-Ido-Neo» in “Neo-Bulten,” diretta dallo stesso A., accostando il neo alle altre lingue più conosciute e utilizzate. Proprio questa sua facilità e semplicità le assicura infatti un posto fra i cinque progetti interlinguistici più importanti dalla autorevole International Language Review di Denver. BAUSANI, Le lingue inventate. Linguaggi artificiali. Linguaggi segreti. Linguaggi universali, Roma, Ubaldini. A. RAPID METHOD OF NEO INTER-NATIONAL AUXILIARY LANGUAGE COMPLETE COURSE GRAMMAR, EXERCISES, CONVERSATION-GUIDE  PROSE READINGS AND POEMS  ENGLISH-NEO  and  NEO-ENGLISH  VOCABULARY  EDITIONS BREPOLS S.A. FRIENDS of NEO", A.s.b.l., Avenue de Tervueren, Avenue Duray  BRUXELLES  BRUSSELS Belgium TO HARDIN  Pioneer and Promoter Pioner e Promover  of the Auxiliary Language.  d' Adlinguo.  O H 3 H A A  ГОС. БИБЛИОТЕКА насстраинай литературы  © KOPOREK A., Bruxel.  Print at Belgye.  A., Brussels.  Printed in Belgium.  To all the friends of the English language  Request to all our friends  Introduction to the English Edition  NEO Grammar The Alphabet  Pronunciation  Variability of words  Stress  The Article  The Adjective shaggy The Adverb  The Noun Pronouns  The Verb  Monosyllabic Verbs  Neo N u m e r a t i o n  T i m e  A g e  Ta b l e of t h e P r i n c i p a l Prepositions  Correlative Adjectives, Pronouns and Adverbs  T h e N a m e  Comparaison Degrees  Sentence Building  AFFIXES  Elision  Compound Words  Geographical Names  Useful Idioms  Some More Colloquialisms and Idiomatic Phrases  Proverbs  ENGLISH-NEO CONVERSATION GUIDE:  First Contacts  The Restaurant  The Cafeteria  Train Travel  Customs   By Car By Coach An Accident   At the Hotel  Air Travel  Shopping  At the Stationer's At the Bookseller's. At the Gentlemen's Hair-dresser's  At the Ladies' Hair-dresser's  At the Doctor's  Theatre, Concerts, Movies  Railway Coach and Ship Excursions  THE FIVE MAJOR CONSTRUCTED LANGUAGES  The LORD'S PRAYER  READING SELECTIONS PROSE  THE SERMON ON THE MOUNT  New York Herald Tribune Requiem  of Verdi at Paris St.  A.  Fradeletto  A.  Optimism or Pessimism Gosse Whitman  STRACHEY  Princess Charlotte of England  The Times Rediscovered Treasures of Prague Castle New York Herald Tribune Maugham taken to hospital  The Times Stewart arrives in America  The Observer World's Farewell to Churchill  The Times Fruitful or sterile politics?  The Times  Continental Bourses  New York Herald Tribune West Europe's growth slackening A. Lettre à mes amis POETRY. (Neo version in front of every poem)  APOLLINAIRE Le Pont Mirabeau (French)  BAUDELAIRE L'invitation au voyage (French)  BurNS. - Elegy on Captain Matthew Henderson (English) CARNER. Canço de vell (Catalan)  CocTEAU.  Le Cœur éternel (French)  DANTE. - Francesca da Rimini (Italian) DANTE. - Vita Nova (Italian) ELIot. - The rock (English)  ELUARD. - Mon amour (French) FLAISCHLEN. - Lege das Ohr... (German) ForT. - La Ronde autour du Monde (French) GEZELLE. - Gij badt op enen Berg (Dutch)  GOETHE. Wanderer's Nachtlied (German)  GoETHE.  Wer nie sein Brot.. (German)  GOETHE. - Mignon (German).. HARDY. - In Time of « The Breaking of Nations » (English)  HEINE. - Im wunderschönen Monat Mai (German)  HEINE. - Lorelei (German)  Hugo von HOFMANNSTHAL.  Ballade des äusseren Lebens (German) HORATIUS. - Carpe Diem (Latin) Victor HuGo.  Mes vers fuiraient... (French) 136  Victor HuGo. - La fête chez Thérèse (French)   Victor Hugo.  Extase (French)  KEATS. La belle dame sans merci (English)  LA FONTAINE. - La cigale et la fourmi (French)  Manuel MACHADO. - Cantares (Spanish)  Lorenzo DE' MEDICI. Quant'è bella giovinezza! (Italian) 142  Alfred DE MUSSET.  La chanson de Fortunio (French)  READ. - Day's aMrmation (English)  RONSARD. - Pour Hélène (French) SoLoMoN.  The Song of Songs (From a French version)   SHAKESPEARE.  To be or not to be (English)  SHAKESPEARE.  Sonnet 71 (English)  VALÉrY.  Le Vin Perdu (French)  Paul VA L É r y. - Le s y l p h e (French)  Paul VERLAINE. - E n Prison (French)  Paul VERLAINE. Il pleure dans mon cœur (French)  Paul VErLAInE, - Green (French)  Paul VERLAINE Colloque sentimental (French)  VIRGILIUS Gallus (Latin)  Assia WErFEL-LACHIN.  Merci (French)  Walt WHITMAN.  Salut au Monde! (English)  A. The old man's song (original Neo)  A. Why do you feel so happy? (original Neo)  D.S.B. — The Motto (English)  D.S.B.  The Task (English)  NEO'S OPTIONAL GENITIVE  ENGLISH-NEO DICTIONARY  NEO-ENGLISH DICTIONARY. TO ALL FRIENDS OF THE ENGLISH LANGUAGE. No auxiliary language aspires to be more than a "second language"  -- one that is used for communication when the two mother languages differ too greatly for mutual comprehension. In each country the national  languages soyeei baving nothing to fear from the rise of a "second  Far from constituting any threat to English, the auxiliary language is a positive safeguard, since it preserves the essential integrity by sheltering  it from the flood of neologisms that derive from different languages, and which would reduce English to an impoverished „business pidgin" such as that spoken in Melanesia.  REQUEST TO ALL OUR FRIENDS. The present work is priced $ 3,00 or sh. 22/- (postage free).  Encourage the movement by joining the „Friends of Neo", non-profit legally incorporated society.  Membership fees are as follows:  Active hershipp $ 2. sh. 15/- a year  $ 0. 6 0 s h.  4 / - a year  Goodwill Membership (symbolic) $  0. 5 0  s h. 3 / 6 a year  Life Active Membership (single payment) $ 12,- $ 4/6/-  Cheques and Money-Orders should be sent t o "Friends of Neo",  Brussels 5, Belgium: Postal Money Orders o r  LIST OF ABBREVIATIONS  ado.  arienture  Auxiliary Language Americanism  architecture  astronomis  Basie, binical  n  biology botany chemistry cinema  dialect  future  Greek SC  language  literary masculine  mathematics  measure  mechanics   medical  military  motoring  music  mythology  noun nautical negative number, numeral participle pejorative person, -al  philology  philosophy phrase physics plural  poetry, -tical  politics  popular possessive  past participle prefix  preposition  present  present participle  printing pronunciation  pronoun Russtense reflexive  relative religion  Roman  science  singular slang. Spanish subject subjunctive suflix  technic(al) theatre  transitive  United States  usually  vulgar zoology INTRODUCTION TO THE ENGLISH EDITION  The English edition of the "Méthode Rapide de Neo" (Brussels)  needed much more preparation and time than we had expected. The work  of translating the dictionary from French-Neo to English-Neo proved  to be particularly arduous. No doubt there are many imperfections,  for there is seldom an exact match between a term in one language and a term in another. We hope readers will bring to our attention the errors  they happen to notice. The coverage is considerably greater than for  the Méthode Rapide, and we estimate the present size at about 20,000  words for either part. The delay in publication of the English edition has provided the opportunity of amending a few NEO words and grammatical usages without impairing the essential structure of the language. Language has to adapt itself to the needs of the day and to take account of advances  in technology. Otherwise it runs the risk of being discarded like the Latin  that was left behind by its all too prolific progeny. We would have liked  to express our thanks to Blacklock who gave freely of his  time for the early publication of this Rapid Method. But he too is well  aware of the imperfections that must attend any such compilation  and  of the great debt which all linguistic engineers owe to those who have toiled in the same field before their time. So perhaps it would be invidious to single out Blacklock or any other individual. All we can say is  that without him the book could not have been published in the year  after International Cooperation Ycar.  We wish to express to Divall, Cliveden Road, London, our warmest thanks for his help in the correction of the printing proofs.  NEO GRAMMAR PRONUNCIATION. Neo, like Spanish, is pronounced exactly as it is spelt. No letter is silent. Every letter has one sound, always the same. VOWELS. There are 5 vowels: a, e, i, o, and u.They may vary in length and  are indifferently short or long. They are pronounced as follows: a like  palm, father; e like bet, bay, late, leather; i like bit, beet, in, if, easy;  o like on, oft, go, low; u like foot, rule, moon.  CONSONANTS: e and ch are pronounced like church, China; g like go,  get, gun; i like jet, John; r like red, rag, round, rat; s like sit, sue, son,  summer: z like zoo; x like axe,. box, excited (never z like example).  All other letters same as in English.  Definite article: “lo,” ‘the’.  Ending o may be dropped before words beginning with a vowel: l'arbo,  l'arbos the tree, the trees. When preceding an invariable word, ending s may be  added: los Smith, los Nelson the Smiths, the Nelsons. It may be added  also when suggested by a want of clearness or euphony.  INDEFINITE ARTICLE un: a, an.  The ADJECTIVE ends with the letter a: bona good; forta strong. The ADVERB deriving from an adjective ends with the letter e: forte  The NOUN ends with o (plural os): frato, fratos brother, brothers;  soro, soros sister, sisters; gardeno, gardenos garden, gardens; tablo,  tablos table, tables; libro, libros book, books.  Ending o is frequently dropped IN THE SINGULAR, so long as  NUMBERS:  mil milyon million  All other numbers by compounding these 13 elements:  isun isdu i s t r e i s g a r isgin issit issep isot isnon duis duisun  11 12 15 16 2 0 21  o t i s  80  o t i s u n nonis nonisnon ek un ek sepisot duck  t r e c k  g a r e k  300  81  101 2 0 0 400  qinek s i t m i l o t m i l g a r e k  s e p m i l n o n i s g i n 7095  500 6000 8400  OR PoNt; NOERS wima, a ast; dud second; trea third;  PRONOUNS  S U B J E C T (1) OBJECT (1) P O S S E S S I V E  m i I m e m e m a m y; mine  t u t e t a  y o u r; y o u r s  il you l e l a  h i s  e l s h e l e (-y) h e r l a her; hers  i t i t le, it it l a i t s  oneself; one s e oneself s a his; one's  n o S w e n e u s n a  our; ours  v u l v e y o u v a  your; yours  Zi they 2.0 them their; theirs  zel  they (fem.) ze (-y)  them (fem.)  10   After a preposition the pronoun takes always the  "subject" form: mi gar kon il I go with him; Venar v u k o n nos ?  are you coming with us?  Example for possessive adjective: m a dom, m a d o m o s m y house,  my houses; possessive pronouns end with s in the p l u r a l: lo m a,  l o m a s m i n e.  The VERB. Conjugation of the verb i (lo have) (same form for all persons)  P r e s e n t a r mi, tu, il, nos, vu, zi a r I  have,  have, he has  you  Past tense, Imperfect.. ir mi, tu, il, nos, vu, zi ir I h a d, you h a d  h e h a d we h a d  F u t u r e o r mi, tu, il, nos, vu, zi or I shall h a v e,  y o u will h a v e  Conditional (3)... u r mi, tu, il, nos, vu, zi u r should have,  y o u w o u l d h a v e  Imperative, Subjunctive iu Iu d u l d o ! have patience! (pron i-u)  Past participle had ( m i a r a t I h a v e had)  Present participle a n d e h a v i n g ( a d j e c t i v e: a n d a )  Compound participle.. i n d e having had (adjective i n d a )  (3) The "conditional" tense may be ignored by beginners and by persons  who don't use this tense in their mother tongue.  This verb i is the pattern and the ending of ALL OTHER VERBS:  t o s e e; n o s v i d a r we s e e; el v i d o r s h e will s e e; v i d i n d e h a v i n g seen;  p r o m e n i to walk; zi p r o m e n i r they walked; el a r p r o m e n a t she has  t h e r e; toye everywhere;  k o m p r e n i to u n d e r s t a n d; p l i t o p l e a s e; p i t o be a b l e: p a r v u ? c an you ?  po for; somo something; epe a little; dezi to wish; lente slowly; vit  quickly; speri to hope; k r a s to-morrow: oje to-day; yer yesterday;  fas almost; mul much, many; muy very.  Parlar vu Anglal ? No, mi xena. Do you speak English? No, I am  foreigner.  Mi k o m p r e n a r epe, mo no p a r I understand it a little, but I cannot  Miarur apreni an Neo. I should like t o learn Neo too.  s p e a k it.  N e o u n l i n g u o i z a e p l a z a.  Neo is an easy and pleasant language.  P a r m i fi s o m o p o v u ? Can I do something f o r y o u ?  P l i, p a r l u lente, m i no k o m p r e - Please, speak slowly, I don't under-  n a r. s t a n d.  M i s p e r a r v e vidi k r a s. I hope to see you to-morrow.  S a r vu of ik ? F a s s e m.  A r e  you  o f t e n  here ?  Almost  a l w a y s.  Bonid, Sir. Bonser, Madam.  Good morning, Sir. Good evening,  Madam.  Alvid, Damel Janin. Bonnox. Good-bye, Miss Jane. Good night.  After reading these two pages, you know all essential rules of Neo.  11  FIRST PART  G R A M M A R  The ALPHABET comprises 26 letters: 5 vowels (a, e, i, o, u) and  21 consonants:  Letter N o u n in Neo Pronunciation Letter Noun in Neo Pronunciation  a a that, add n e n n o, n o n e  b e (bay) b e s t lot, n o t e  e  d  ce (chay) c h u r c h (1)  p e (pay)  p o o r, p e r s o n  de (day) day g  k u (koo)  queen, cook(2)  e ( a y ) bed, day, Neo  e r (air)  r e d, r o o m  e l f a t h e r  e s  sit, s i s t e r  g e ( g a y )  h e ( h a y ) geart, home u  te (tay)  t o o l, t e a  u (00)  tool, cook  i (ee) is, e a r  ve (vay)  v a i n, v o i d  je (jay)  w e ( w a y )  w e l l, w a y  k e (kay) X  x e ( k s a y )  a x ( n e v e r g z as  e x a m p l e  1 e l  m e m  mother ye (yay)  yes, yet  z e (zay) z o o, r o s e  2) Ferte repron cations like sarisy its wound, just as the  sound of x is really ks. Rather than proper letters, q and x are convenient  signs to replace respectively ku (or kw) and k s; both ku (or kw) and  k s a r e a v a i l a b l e if preferred. Letter q is always followed by a, e, i or o.  L e t t e r combinations sh and kh are pronounced same as in English.  P R O N U N C I AT I O N  Neo, like Spanish and Italian, is pronounced exactly as it is spelt.  No l e t t e r is mute.  E v e r y l e t t e r h a s o n e s o u n d, a l w a y s t h e s a m e.  mistakes are practically excluded.  tong and rare thy win simple and patie  VARIABILITY OF WORDS  An endings is added to nouns and pronouns in the plural.  Verbs are conjugated according to the list on page 17.  All other words are invariable.  STRESS fails on:  1) the last but one syllable of words ending with a vowel: lIbro book;  t a b l e; p A t r o f a t h e r; m A t r o m o t h e r; A l m o soul; k o r A g o  courage: k o r A g a courageous; k e m i o chemistry; s e r i o series; g e o g r a r l o  g e o g r A i a geographical; d i s t r i b o  so astribute; OAtma inanimous; unalmEso unanimity. distribution; d i s t r i b i  2) the last syllable of words ending with a consonant: a m O r love; a m i k  friend; g a r d E n garden; kanOn gun; a v e n t U r adventure; experimEnt  experiment; m i a m A r I l o v e; vu venAr you come; zi vidOr they will  see; vu venUr you would come.  The s of the plural does not displace the stress: lEbros, tAblos, mAtros,  serlos, amikos, gardEnos, aventUros, experimEntos.  12  m o u r n i n g,  Before another vowel, i always gets stress, even in words that already  have another stress: tollo madness; m o p i o shortsightedness; b i o l o g l o  Stress n e v e r falls on t h e vowel u in t h e combination g u o: lInguo  language; a m b I g u e ambiguously, or after a and e: p l A u d i to applause;  kAuzo cause; klAuzo clause; Auto motor-car; nEutra neutral; rEumo  rheumatism; r E u m a rheumatic.  nineteen; department.  n O n c k n O n i s n O n 999; v I r v E s t d e p a r t m E n t I s n O n  men's-clothing-  THE ARTICLE  Definite article l o: the. Lo patro the father; lo patros the fathers; lo  matro the mother; lo matros the mothers; lo garden, lo gardenos the  garden, the gardens.  Ending o may be dropped before a word beginning with a vowel:  l ' a r b o, l ' a r b o s t h e t r e e, t h e t r e e s; l i d e o, - s t h e i d e a, -s; l ' o k, -os t h e  eye, -s; l'uk, -os the corner, -s; l'aventur, -os the adventure, - s; l'olda  vir, -os the old man, men.  In t h e plural, when preceding an invariable w o r d, e n d i n g s may be  a d d e d: los N e l s o n e x i r, los J o h n s o n  e n t r i r the Nelsons w e n t out,  the Johnsons came in; los sencesa k u r d'et infan me lasir this boy's  ceaseless "whys" tired me.  Ending s may also be added to give extra weight and when suggested  by a want of clearness or euphony.  There are no graphical (written) accents nor any diacritical signs in Neo.  T o m a r k t h e s t r e s s of f o r e i g n o r u n i v e r s a l w o r d s e n d i n g w i t h a s t r e s s -  c a r r y i n g vowel, a n a c c e n t is put o n t h i s v o w e l: p a s h a, p a p a. T h i s d o e s  "foreign" vorthe principle of accents' absence in Neo, as it only concerns  This accent may optionally be replaced by an apostrophe: pasha', papa'.  Indefinite article u n: a, an. Un v i r e u n f e m a man and a woman;  n o u n sol boy not a single boy.  Both definite and indefinite article may optionally be omitted, as is  normal practice in Russian, in Latin and in several oriental languages.  THE ADJECTIVE  The Adjective ends with the letter a: g r a n a large; leta small; forta  d e b l a w e a k; i z a c a s y; d u i a dificult; komoda convenient;  d e c e n t a d e c e n t; b l o n d a b l o n d: b r u n a b r o w n.  When the adjective is used as a n o u n, e n d i n g s m u s t be a d d e d in the p l u r a l:  lo g r a n a s the large ones; lo l e t a s the small ones; l o b l o n d a s t h e blond  ones; lo b r u n a s t h e brown o n e s; l ' a l b a s t h e white o n e s; l o s k u r a s  the dark ones.  Ending a may OPTIONALLY be dropped when the adjective PRECEDES  the noun t o which it relates (NEVER WHEN IT FOLLOWS 11), s o long  as this elision does not create confusion, and so long a s after the elision  the adjective has no more than ONE syllable or at most T W O:  13  e t d o m (eta d o m ) t h i s h o u s e  u x n u s f e l e t ( u n n u s a f e l e t ) m i r i c i r v a b o n b r i t v a b e a u t i f u l  f l o w e r s  a pretty little girl  I received your good letter  u n gentil d a m venir (un gentila a nice lady came  d a m )  let d o m o s e k l e z o s grana (leta small houses and big churches  d o m o s )  il un gentil boy (gentila boy) he is a nice boy.  The ADVERB deriving from an adjective ends with the letter e: forta  strong, forte strongly; e n e r g a energetic, e n e r g e energetically, e k o n o m a,  - o m e economic, -ically.  THE NOUN  The Noun ends with o (plural os): frato, f r a t o s brother, b r o t h e r s; s o r o,  table, tables liters; ibras book, rachos gurden, gardens; tablo, tablos  table, tables; libro,  Ending o is frequently dropped IN THE SINGULAR, so long as the  ENDING oS IS NEVER DROPPED.  Ending -in is used to design feminine nouns: doktor, doktorin doctor,  lady doctor; roy, royin (usual contraction: roin) king, queen; leon,  v e n d e r i n s e l l e r m,  (m, f ); librer, librerin bookseller (m; f); biblioteker, bibliotekerin  (usual contraction: b i b l i o t e k i n ) l i b r a r i a n (m, f).  PRONOUNS  m i  (u (3)  i l  el  it  S O  N O S  v u (3)  z i  z e l  SUBJECT (1)  I  y o u; t h o u  n e  s h e  it  o n e  w e  y o u  t h e y  they (fem.)  OBJECT (1)  m e me  t e you  le him  le, ley her  l e, i t  it  s e  oneself  n e  v e  us  y o u  z e  t h e m  ze, zey t h e m  POSSESSIVE (adj. and pron.)(2)  m a  l a  l a  l a  l a  s a  n a  v a  2 8  my; mine  your; yours  h i s  her; hers.  h i s: o n e ' s, h i s o w n  our; ours  Your; Yoeirs  14  After a preposition, the pronoun has always the  " s u b j e c t " f o r m: v e n a r t u k o n n o s ? are you coming with us ? m i e x a r  kon il I go out with him;  For the indirect object pronoun, you may also say: a mi, a tu, a il and  so on ( t o me, to you, to him); in the third person, you may also replace  le by lu (fem. luy) and ze by zu (fem. zuy), (only for the indirect object);  When, in t h e same sentence, you have two object pronouns, the one direct  and the o t h e r one indirect, the indirect one is placed first: m i te it v e n d a r  I sell it to you; nos ve l e p r e z e n t o r we shall introduce him to you;  nos le (lu) ve prezentor we shall introduce you to him.  2) Examples: m a dom, m a d o m o s my house, my houses; possessive  pronouns e n d w i t h s in the p l u r a l: lo m a m i n e; l o m a s mine (plural):  There exists also a "rich" possessive, more expressive: m i a, t u a, i l a, ela,  ita, soa, nosa, vua, zia, zela: nosas plu shira gam vuas ours are more  expensive than yours.  T h i s " r i c h " p o s s e s s i v e u s u a l l y follows the name to which it refers and  a d d s e m p h a s i s: P a t r i o m i a ! My fatherland (mine) !: P a t r o n o s a ! O u r  Father (ours) !  3) Several Neists suggest using tu when addressing a single person and  v u when addressing two persons or more, as was normal practice in  Latin.  SOME OTHER PRONOUNS:  l o w h a t: l o k i m e p l a r w h a t a p p e a l s t o m e; l o k e m i v a r i w h a t  I w a n t t o h a v e  (objeet k e n ) who (whom): Ki v e n a r ? Who is coming ?; k e n v i d a r  v u ? w h o m do you s e e ?; possessive k i a: k i a et l a p ? whose is  this pencil?  (object ke) relative pronoun: who (whom). L o v i r ki v e n a r the man  who is coming; lo v i r k e t u v i d a r the man ( w h o m you see.  Animals can be "he, she or it", as in English. When, in the same  sentence, o r in t h e same narrative, you have t w o pronouns, the one  relating to a h u m a n being, a n d the o t h e r one to a n animal, it is suggested,  in order to avoid confusion, to use il (or el) for the human being, and it for  t h e a n i m a l.  POSSESSIVE ADJECTIVES ma-, t a -, la-, el(a)-, sa-, na-, va-,  za-, zel(a)- are frequently used as PREFIXES:  maopine in my opnion; savole of his (own) free will; vadomye in your  house; raggin agthen conom ele and in decording to his conte after  maelte on my part, from me, on my behalf; navola decidos our free-will  decisions.  o h FEnglisa imsonal pronoun "it, this, that" (in Neo to or 1) is  e legala it h a s n o importance  it is all the same to me  me p a r a r strana it seems strange to me  nesar agi It is necessary t o a c t  s a r peria! that is all right!  o x i !  par bela oje this may happen!  it is fine weather to-day  15  But this pronoun may not be dropped when used as object or interrogat-  ively:  M i t r a r eto t o t e b o n a  Libar vu i t ?  Sar it posibla ?  I find this quite  D o  Still, y o u m a y s a y:  S a r v e c o a l a e s... ? Do you mind if... ?  because such a useful question cannot be confused for the statement.  Hider ai, zel mean also the one one we  the one who is coming  e l k e t u a m a r she whom you love  zi k i k a n t i r y e r s e r t h o s e w h o s a n g yesterday evening  i t k e v u b i l d i r the one you built  The pronoun zi has one rather special form ziel to denote a couple  (m, /) or a mixed-sex group.  EXERCISE  Mi te vidar, tu no me vidar. Va r vu exi kon mi ? Il d i c a r el no v e n o r. Mi te dor pan, tu me dor vin. Vo ta d o m ? em lo ma. Va kamos plu grana gam nas.  Ma dom plu leta gam ta. Mi no spar pri ko tu parlar.  Il parlar pril yera axident. El sem dicar to a sa matro. I see you, you don't see me.  Will you go o u t w i t h m e ?  H e s a y s s h e w i l l n o t c o m e.  I'll give you bread, you'll give me  w i n e.  W h e r e is your house ? Here is mine.  Your rooms a r e larger t h a n ours.  M y h o u s e  is smaller than y o u r s.  I don't know what you are speaking  about.  H e is talking about yesterday's  accident.  She always says everything te her  m o t h e r.  Nos exor kon zi krasmatin. We'll go out with them to-morrow  m o r n i n g.  Lo vir ki venir e ke tu no libar. The man who came and whom you  d o n ' t l i k e.  Mi vur spi kia et bel dom. I would like to know t o whom this  b e a u t i f u l h o u s e b e l o n g s.  Sar forse lo del derker. It is perhaps the director's.  Mi no spar lo ke t u var fi. I don't know what you want to do.  Ken inkontrir t u etmatin ? Whom did you meet this morning?  Lo dam dey filyo tu konar. The lady whose son you know.  P ar mi ti m a libros i n ta k a m ? May I put m y b o o k s in your room ?  Ya, mo no tiu lo tas nir lo mas. Yes, but do not put yours near mine.  Ve r m i te vidir k o n t a t r a t. I s a w you yesterday with your  Yer fir bela, mo oje pluvar. Yestethey it was fine, but to-day  it is r a i n i n g.  No me vikar resti domye oje. I don't mind staying home to-day  THE VERB  THE VERB I, to have, is conjugated as follows (same form for all  persons):  Present a r mi, tu, il, nos, vu, zi a r I have,  y o u  h a v e, h e  h a s  Past tense, Imperfect.. i r  F u t u r e ml, tu, il, nos, vu, zir hehdayou had,  O r mi, tu, il, nos, vu, zi or I shall have,  Conditional  • u r mi, tu, il, nos, vu, zi u r should h a v e,  y o u w o u l d h a v e  Imperative, Subjunctive i u Iu duldo! have patience! (pron i-u)  Past participle Present participle a t a n d e had ( m i a r at I have had)  h a v i n g ( a d j e c t i v e: a n d a )  Compound participle.. i n d e h a v i n g h a d ( a d j e c t i v e i n d a )  Trustionte in their mother od y beginners and by people who  This verb i is the pattern and ending FOR ALL OTHER VERBS  (every verb consists of a stem, suffixed by one of the eight forms of  the verb i ): Si to be; m i sar l a m; il s i r he was; nos s o r we shall be;  Sat been; fi to do; t u far you do; vu fir you did; el fur she would do:  l a n d e d o i n g; v i d i to s e e; il v i d a r he sees; v u v i d o r you will s e e: m i  have s e e n; p r o m e n i to w a l k; zi p r o m e n i r they walked;  el a r p r o m e n a t she has walked.  The Imperative-Subjunctive of polysyllabie verbs ends with u instead  of iu: Miru et fem! Look at this woman!; Nos promenu um lo kastel!  Let us walk around the castle!  ACTIVE COMPOUND VERBS are as in English: mi ar s a t I have  been; vu ar fat you have done; nos a r vidat we have seen; el i r pro-  menat she had walked; v u ur pensat you would have thought; zi or  e n d a t they will have finished.  This "occidental", construction may be replaced by the Esperanto  modified in Neo i n t o i n d a (with a u x i l i a r y verb s i, to be):  will have s e e n; v u finda you have d o n e; n o s v i d i n d a we have seen; el s i r  p r o m e m n d a she had walked; vu s u r p e n s i n d a you would have thought;  zi s o r e n d i n d a t h e y will h a v e finished. PASSIVE VERBS (auxiliary verb si): mi (sar) b a t a t I am beaten;  zi s i r b a t a t they were beaten; n o s s u r b a t a t we s h o u l d b e b e a t e n;  vu s o r b a t a t you will be beaten; zi s i r vidat pe mulunos they were  seen by many people.  This construction may be replaced by the verbal suffix a t: m i batatar  I am beaten; zi b a t a t i r they were beaten; nos b a t a t u r we should be  beaten; vu b a t a t o r you will be beaten; zi v i d a t i r pe m u l u n o s they were  seen by many people; il shar si batat he ought to be beaten. REFLEXIVE VERBS as in English: m i m e mirar I look at myself;  il se v u n a r he injures himself; il se kontrediear he contradicts himself.  This construction may be replaced by the verbal suffix is: m i mirisar  I look at myself; il v u n i s a r he injures himself; il k o n t r e d i c i s a r he  contradicts himself.  RECIPROCAL VERBS are conjugated with the verbal suffix ue: nos  a m u e a r we love each o t h e r; zi k o n t i n u e o f e n d u e a r they continuously  offend each other; Amueu e vu sor ixa! Love each other and you will  be h a p p y !    you (are) a clever b o y; m i p a r l a n d a I (am) talking;  nos s i r l u d a n d a we were playing; van il venir, mi s i r lejanda when  he came, I was reading;  mi ju fartor I am going to leave; nos ju arivor we are going to arrive;  i l ju a r i v a r h e is just arriving; nos ju udir we have just heard; nos  i r ju udat we had just heard;  e t d o m l u k e n d a this house is t o let; et kont v e r i f k e n d a this account  has t o be verified (checked, audited); y e n m u z e o v i d e n d a that museum  is worth seeing; ye mul rimarkenda kozos there are many remarkable  things.  EXERCISE  Dun tu dansar, mi laborar.  A s k u, so t e d o r.  Mi vendar e tu kofar.  El no bela, mo muy kleva.  D e z u r v u t r a v e l i e t s i z e ?  While y o u dance, I work.  will be given to you.  handsome, but very  intelligent. you like to travel in this  season ?  I l l e k t a r entide. He r e a d s all d a y long.  Kan kostar e t cap ? H o w m u c h d o e s this h a t cost ?  Ka lo presyo d'et cap ?  What is the price  E t o no m u y c i p a.  This is not very cheap.  Mi korespondar kon un Angla. I c o r r e s p o n d with an Englishman.  Mi lu s k r i b a r, il me rispar. I write him, he replies to me.  J u pluvor, dete mi no exar. It is going t o rain, that is why I  d o n ' t g o o u t.  Il ju venir da London e me aportir He has just come from London and  un bel libro. b r o u g h t m e a beautiful book.  M i s e m pensar a el, mo me I always think of her, but she has  Shendande dal tren, il kadir e Stepping out of the train, he fel  injured himself.  Si o no si, em lo gestyon. To be o r not to be, t h a t is t h e  Mi nur plezantar. Mi krar, tu me mokar.  I am on joe puling my lo6:  MONOSYLLABIC VERBS  The following monosyllabic verbs are the contractions of the forms  in b r a c k e t s:  i ( a v i t o h a v e p i ( p o s i ) to be able  bi (bevi) to drink pli ( p l a z i ) to please  di ( d o n i ) t o give s i ( e s i ) to b e  f i (fari) to do, to m a k e s h i ( s h a l i ) to have to  fli ( f u g i ) to fly s p i ( s a p i ) t o k n o w  g i ( g i ) t o g 0 s t i (esti) to stay, to be  j i ( i j i ) t o b e c o m e ti ( m e t i ) t o p u t  k r i ( k r e d i ) to believe t r i ( t r o v i ) to find  li (lati) to leave, to let vi (voli) to wish, to will  Both forms have exactly the same meaning; one may therefore optionally  use one or the other, according to one's t a s t e or t h e feeling.  Thus, you can choose either form: l'aglo f a r or Paglo flugar (the eagle  flies); mi no p a r fl eto, mi no posar fi eto, mi no par fari eto or m i no  p o s a r f a r i eto (I c a n ' t do this).  I t is suggested to use the dissyllabic ( t o syllable) form of these verbs  except for the auxiliary verb i) when addressing people in an international  meeting, i n which case it is also necessary (whichever language used) to  speak slowly, in order to make understanding easier.    NEO NUMERATION  CARDINAL NUMBERS:  100  m i l  1000  All other numbers by compounding these 12 elements:  tsun isdu istre isgar isgin i s issepisgt ison dais disun duise  duistre treis garis qinis sitis sitiolt ogis guis monismon elon  23 30 40 99  ekdu ekis duck treek qinek siteksitissit otek milun milis milekisun  1001 1010  d u m i l t r e m i l o t m i l treismil otismil duekmil ginekmil  2000 3 0 0 0 8 0 0 0 30000 80000 200000  500000  s i t e k m i l s i t e k s i t i s s i t  m i l y o n  t r e m i l s e p e k g a r i s t r e  6 0 0 6 6 6  m i l l i o n  3743  ginmil noneksitistre noneksitistre g a r e k s i t m i l 4 0 6 9 6 6  noneksitissit  m i l y o n (os) s e p e k n o n i s t r e m i l s i t e k s i t i s f r a n k o s: 46.793.660  g a r i s s i t f r a n e s.  Tokyo are is mil enos) abiteros: Tokyo hasad, ten milion inhabitants  (ab. = about)  S U F F I X E S. Ordinals: -a. U n a ( p r i m a ) first; u n e ( p r i m e ) firstly);  third; g a r a f o u r t h;  tenth; isdua twelfth; duisa twentieth; duisnona 29 th; q i n i s a 50th;  e k a 100th; m i l a 1000th.  M u l t i p l e s:  g a r i p l a fourfold; i s i p l a tenfold; isipli to  Cold; Piplae don, ls doubly deciple; -capia centupie;  e i p l i to .  Fractions: -im. D u i m, d i m half; t r i m 1/3rd; q a r i m 1/4th; isim  1/10th; qinisim 1/50th; e l i m 1/100th; milim 1/1000th; milyonim  o n e m i l l i o n t h.  Order, class: Primala primary; duala secondary; isala ranking tenth.  Collective: -0. Isos tens; isduo dozen; ekos hundreds; milos thous-  Grouping: -ope. Unope one by one; duope two by two; isope in  groups of ten; ekope by hundreds; milope by thousands.  Ordinals are needed for:  I s g a r a S e k l o (14a s e k l o ) fourteenth century;  D u i s a S e k l o ( 2 0 a s e k l o ) twentieth century.  Ordinals are not needed for:  ARITHMETIC.  B a s i c R u l e s:  division.  Adis addition; sotrak subtraction; multiplo multiplication; divid  19  2 + 2  3 - 1  X  3  8 : 2  = 4  = 3  = 9  = 4  d u p l u d u far q a r  g a r min u n far t r e  t r e yes t r e far n o n  ot pe du f a r gar.  Big Numbers:  m i l y o n million (1.000.000 or 106)  m i l y a r d milliard (U.S. "billion") 1.000.000.000 or 109)  b i l y o n billion (U.S. one thousand billions) 1.000.000.000.000 or 1012  t r i l y o n trillion (one million european billions) (1018)  g a r i l y o n quadrillion (1024)  q i n i l y o n ' quintillion (1030)  Powers:  62: sit d u p o s a (6/2ps)  8 5: ot t r e p o s a (8/3ps)  1012: is isduposa (10/12ps)  1024: is duisgarposa (10/24ps).  Roots:  2  \ 16: duradik de 16 (2rk/16)  1/27: treradik de 27 (38k/27)  1/256: garradil de 256 (1rk/256).  Weights and Measures:  g m l i t r o  g r a m m e t r o  dag  d e k a g r a m  d a m d e k a m e t r o  d a l d e k a l i t r o  hg  h e k t o g r a m  hm h e k t o m e t r o hl h e k t o l i t r o  kg k i l o g r a m k m k i l o m e t r o d e c i l i t r o  d g d e c i g r a m d m d e c i m e l r o c l  c e n t i l i t r o  cg c e n t i g r a m c m c e n t i m e t r o Q  g i n t a l (100 Kg.)  ™ g m i l i g r a m m m m i l l i m e t r o I n  t o n y o (1000 Kg.)  i n c o: inch; ped: foot; pundo: pound; milyo: mile;  n o d y o: k n o t; galonyo: gallon; lumanyo: light-year  parsek: parsec (3,26 light-years); m e g a p a r s e k: megaparsec (one  million parsecs).  International signs. Neo has adopted following international signs:  (kilo) No has adopted!  ( m i l i ) 10-3  M  G  T  ( m e g a ) 106  u ( m i k r o ) 1 0 - 6  ( g i g a ) 109  n ( n a n o ) 10-9  ( t e r a ) 1012  ( p i k o ) 10-12  Numbers Sit (6), Is (10) and Ek (100).  We long reflected before adopting these three terms instead of the more  international ones s i x, d e k a n d c e n t, w h i c h f i r s t n a t u r a l l y c a m e t o our  m i n d. O u r o p t i o n w a s d i c t a t e d b y r e a s o n s o f c l e a r n e s s a n d e u p h o n y.  H e r e are some examples of n u m b e r s c o m p o s e d w i t h sit, is a n d ek in  front of the same numbers composed with six, dek and cent:  s i t i s 60  s i x d e k  s i t i s s i t 6 6 s i x d e k s i x  s i t e k s i t i s s i t 6 6 6 s i x c e n t s i d e k s i x  qareksitisqin 4 6 5 g a r c e n t s i d e k g i n  q a r e k d u i s d u 4 2 2 g a r c e n t d u d e k d u  s i t m i l s i t e k s i t i s s i t  6 6 6 6 s i x m i l s i x c e n t s i x d e k s i x  s i t i s a  6 0 t h  s i t i s s i t a 6 6 t h  otekotisot 8 8 8  s i x d e k s i x a  o t c e n t o t d e k o t  20  These examples show that six often causes ugly alliterations; is and ek,  brief and clear and beginning with a vowel, compound themselves much  more harmoniously than dek and cent with other numbers  them. Nem mbers are those wanted by our age of radio and telephones  An expert's opinion:  Here is the opinion of Mr. F. J. K r ü g e r, Interlinguistics Counsellor of  A m s t e r d a m U n i v e r s i t y ' s L i b r a r y,  p r o m m e n t p o l y g l o t, w h o k n o w l e d g e o f all m a j o r c o n s t r u c t e d l a n g u a g e s, a n d a l s o o f a h a s g r e a t a w i d e  n u m b e r  of natural, living or dead, languages:  " N e v e r, in w h i c h e v e r l a n g u a g e, h a v e i m e t n u m b e r s t h a t s o u n d  a s c l e a r l y a n d a s h a r m o n i o u s l y a s N e o n u m b e r s. "  SHORT VOCABULARY: num number; numa numeral, numerical;  nume numerically; n u r i to number; numazo numbering; numado,  n u m i o n u m e r a t i o n; n u m o z a n u m e r o u s; n u m o z e n u m e r o u s l y; n u m o z o  numerousness; numon big number, great number; sennuma numberless;  n u m b e r l e s s l y; m u l m a n y; m u l u n o s many people; mulo  g a n t o q u a n t i t y; g a n t a quantitative ( a l s o: " q u a n t a " ); q a n t i to  quantify; q a l q u a l i t y; q a l a qualitative; g a l i, galifi to qualify; g a l a z o  qualification; q a l i a qualifying, qualificative; galat qualified.  zer(o) zero, nought; n i l o nothing; nix nothing at all, naught; nil..  no...; nili to annihilate; nilazo annihilation; nula worthless; nule in  n o w a y.  adisi to add up; sotraki to substract; multipli to multiply; multiplo  m u l t i p l i c a t i o n; m u l t i p l a l  plicand; m u l t i p l e r multiplier; m u l t i p l e s o multiplicity; m u l t i p l i b l a  multipliable; d i v i s i o n;  mutaniable disishiti; onidend ditdend, divizon division (mil).  m a t e m a t, - a, - e mathematics, a r i t m e t i o, -ical, -metist arithmetic, -ically; -ist m a t h e m a t i c i a n;  --etician; g c o m e t r i o,  m m e w a  - m e t r i s t geometry, - i s t a l g e b r a,  - a i c,  equation; s e n e n d i m a i n f i n i t e s i m a l;  d i f f e r e n t i a l; k a l k u l c a l c u l a t i o n; calculate; kalkulil,  k u l i n g o calculating machine; a d i s i l, a d i s i n g o a d d i n g m a c h i n e; k o n t  a c c o u n t: k o n t i t o c o u n t, t o r e c k o n; s t a n d e l balance (of account).  For DATES, t h e day's number is generally p u t before t h e m o n t h:  u n j a n a r January first; i s g i n n o v e m November 1 5 t h; t r e i s u n decem  D e c e m b e r 3 1 s t.; k a d a t o o i e ? w h a t is t o - d a y ' s d a t e ?; k a i d d e l m e s  of July; mi n a s i r je duisnon lebrar I was born on February 29th.  EXERCISE  Ke vur tu fi oje ? What would you like to do to-day?  M i shar gi shel librer e kof tre I must go to the bookseller's and buy  l i b r o s. t h r e e books.  A r t u s u f d e n g o ? Have you e n o u g h money ?  Mi a r d u e k g i n i s f r a n k o s.  I h a v e  2 5 0  f r a n e s.  S h a k libro k o s t a r sepis f r a n k o s. Each book costs seventy francs.  L o s t r e k o s t o r d o n k d u c k i s f r a n k o s. The three will then cost 210 francs.  Ve restor qaris frankos. Y o u will h a v e 4 0 f r a n c s l e f t.  L o d u i s t r e m a r s or un bel On March 23, we will have a fine  concert.  Ka lo presyo del plasos ? What is the price o f the seats?  Mi n o s p a r; l a s t y e s nos pagir ek I don't know; last time we paid  g i n i s f r a n k o s lo p l a s. 150 francs a seat.  21  Ke for tu krasmatin ? What are you going to do to-morrow  Mi sperar gi kinye kon ma frat. I hope to go to the movies with my  Kom gar ta filyo ?  Il studar jus universitye e laborar He studies la an hendersity and  Ma m a t r o me dar un libro. he is working very well.  Ta dom me plar mul.  My mother gives me a book.  Vur vu veni ne vidi etser ?  Mi vur, mo no par; mi no frida. I would like to, but I cannot; I am  Te miru nel spek: ta vizo lura. Look a t yourself in the mirror;  Sar un inka flek. Kom fir tu it ? It Tsan ink biot. Hoy did you do it ?  Mi no spar; forse dun mi skribir et I don't know; perhaps while I was  writing this letter t o my mother.  Cu tu vidinda l'iv ki flir tan vit? Have y o u s e e n t h e  was yvins so fist airplane that  Vo tir tu lo lapos ke mi te dir? Where did® you put the pencils  I gave you ?  Mize tir ik, mo nun mi no par ze I putt her here, but now I cannot  Aponu ta mant, nos  Put on your overcoat, we are soon  Pardonu, Madam, ve fir mi mal? I beg your hert yor pardon, Madam, did I  No dey, vu me fir nil mal. Don't mention it, you did not hurt  Mi no ir vidat vu sir ik. I had not seen you were here.  I was twice in F r a n c e.  Mi ik primyese. This is the first time I am here.  Kanyes gir vu kinye van vu Lon-  How many times did you go  t h e movies when you were in  Mi ye sir plulyes. I was there several times.  Unyes mi ye inkontrir va gefratos. Once I met there your brother(s)  and sister(s).  Dim d ' e t f o r t u n te  Ka ma standel, pli pertenar.  Half of this fortune belongs to you.  Mesense vu  ritirir t r e e k issit;  qinek treisgar S.  had £ 850; you drew out £ 316;  n o w y o u h a v e £ 534.  Ekos perar shakmes in rutaxidentos. Hundreds (of persons) perish every  i n r o a d - a c c i d e n t s.  grek filosof vivir yo This great Greek philosopher lived  t h o u s a n d s of years ago.  VOCABULARY: sekund second; m i n u t minute; oro hour; ordim  half a n h o u r; o r g a r i m q u a r t e r of a n h o u r; i d o d a y; n o x n i g h t; m a t i n  morning; m i d noon; ser evening; minox midnight; vek week: vekend  m o n t h; b i m e s t w o months; t r i m e s quarter, three  months; sitmes half-year; anyo year; seklo century; milanyo thousand  years, millenary; domid afternoon  alter to morrow; sem always; xi  neye late; sa, save e p sidago; fra within; inye within; fru early;  day: min t a Sung; VeRan do May day, Sad Tuesday; Mirko Wednes-  J a n a r J a n u a r y; F e b r a r F e b r u a r y; M a r s March; A p r i l April; Mey  May; Jun(yo) June; Jul July; Agost August; Septem(bro) September;  Oktob(ro) October; Novem(bru) November; Decem(bro) December.  Primaver, Lenso Spring; Zom Summer; Erso, Autumno Autumn;  Y e m W i n t e r  t e m p o t i m e; s i z o s e a s o n; p e r i o d p e r i o d; d u r i t o l a s t; p a s i t o go b y,  t o p a s s; pas- l a s t; n a r - c o m i n g, t o c o m e; d u n w h i l e.  W h a t time is it ?  Kaore venor vu ? At what time are you going to  Mi venor fra du oros. S a r is m i n g a r i m.  S a r is e q a r i m.  I'll be here a t 5 (o'clock).  I t i s now three o'clock.  I'll come within two hours.  It is late, it is already ten.  It is q u a r t e r t o t e n.  It is quarter past ten.  It is five m i n u t e s t o ten.  Sar is min is.  Sar non min duis.  Sar isun e duisgin.  It is ten minutes to ten.  It is twenty minutes to nine.  It is 11.25.  It i s almost half past eleven.  It will soon be eight.  Sar ja ot min sep.  It is already seven minutes to eight.  I have been here since six o'clock.  Mi arivir yo sit oros.  Mi ik d e p d u oros.  I a r r i v e d s i x h o u r s a g o.  I h a v e b e e n h e r e f o r t w o h o u r s.  At what time is the departure ?  Lo ship departar a i s exakte. T h e ship leaves exactly at ten.  We'll be here in a quarter of an hour.  Kan departos ar vu nok inye mes ? How many departures have  N o k qar d e p a r t o s: du departos Four m o r e departures: two de-  Mi no par giti pre un bivek. I cannot leave before a fortnight.  Zomoro. Yemoro.  T r e m a t i n e.  At any time (of the day).  S u m m e r t i m e. Wi n t e r time.  T h r e e o ' c l o c k in t h e m o r n i n g.  Every hour (adv.).  By n o w; b y this time.  Il a t e n d a r sa oro. Il pagat treisqin frankos ore. He bides his time.  thirty-five francs an  Suplemtempo pagat sitis frankos Overtime is paid sixty francs an  Il astir e arivir justore. m a d e h a s t e a n d a r r i v e d a t  the right time.  a treedim domide lo On June fifteen, at half past three  in the afternoon the t r e a t y  p e a c e w a s s i g n e d.  Narzome n o s departor Fransye. Next summer we'll leave for France.  Septembre mi sor Italye. I n September I'll b e i n Italy.  M i libar J u n a long idos. I l o v e J u n e ' s l o n g d a y s.  Mi sor Londonye nartud a is sere. I'll be in London next Tuesday at  Mi sir Swisye pasyeme. I was in Switzerland last winter.   (dun jinge  T u k a n a j a ? - Mi isot.  Mi sun isot. - Mi nonok duis.  Ma patro ja ginis.  I l aspar apene qaris.  @inanya, sitanya, Qarisanya, qinisanya.  Sitisanya, sepisanya.  AGE  How old are you ? - I am eighteen.  I'll soon be eighteen. - I am not yet  My father is already fifty.  H e h a r d l y looks f o r t y.  six, ten years old.  Quadragenarian,  (in h i s f o r t i e s, in h i s fifties).  Sexagenarialioies).  septuagenarian (in  Octogenarian, nonagenarian (in his  Otisanya, nonisanya.  Centenary (anniversary).  Jubilee (50th birtday),  Nasid; anyid; Birthday; anniversary; Saint's Day.  Pasanye nos celebrir lo garekado Last year  Shexpir-naso,  kespeare's birth.  Naranye nos celebror na nodependo Next w e will c e l e b r a t e o u r  independence jubilce.  Pasanye na granpatro  samany g o a t dei easy, Last sate m a n ather became  the centenary  y e a r of the  Lo pov nonisanyin kadir e vunisir T h e poor ninety y e a r s o l d w o m a n  fell and injured herself badly.  Sor l'endo de ta adol, tu sor adulta. It will be the end of your adolescen-  ce, you will be an adult.  TABLE OF THE PRINCIPAL PREPOSITIONS  a (al) t o (1)  les according to  a b from, beginning with  l o n g a l e. a l o n g, a t t h e s i d e of  a k o n t r e  c o n t r a r i l y t o  m e d e a m i d s t  a n t e  ( a n t e l ) before (space) (2)  m e z e b y m e a n s of  a p s e ( a p s e l ) n e x t to  n i r n e a r  d a ( d a l ) from  o b e above, up  c i s on this side  o n  d e (del) of  p e  pe) byover  d o ( d o l ) a f t e r (time)  ( p o l ) f o r  dorse rear, back of  на с п и н я po  p r e ( p r e l ) before (time)  d r e ( d r e l ) b e h i n d  p r i (pril) about, concerning  d u n during, w h i l e  p r o for, in favor of, per  e s k e ( e s k e l ) except  r e k t e l e o v e r l e a f  e x e out, out of  r i r b e h i n d  f a c e facing fra  r i s p e in r e p l y t o  H e r in spite of  v i t r e  b e h i n d  s e n  w i t h o u t  i m e i n s i d e  s h e a t, t o  i n l o k e i n s t e a d of  s u b u n d e r  i n f o l g e f o l l o w i n g  sube (subel) under, below  inte (intel) between, among  i n t r e ( i n t r e l ) inside  i n y e (inyel) within  j e ( j e l ) t o, i n, f o r, by, near (3)  ( k a u z e l ) because o f  k o n ( k o l ) w i t h  k o n f o r m e according k o n t r e ( k o n t r e l ) to  against  s u r over, above  s u r e a b o v e  t r a, t r a n s  t r u ( t r u l ) through  u (ul) at, in possession of   u m a r o u n d  u n t e ( u n t e l ) down  u s u n t i l  ver to, towards  CORRELATIVE ADJECTIVES, PRONOUNS AND ADVERBS  ADVERBS  PRONOUNS  ADJECTIVES  (locative: -ye)  (individual: -un)  (thing: -0) (mode: -e)  ka which, what  e t t h i s  yen that  k a u n which one  e t u n this one  y e n u n that one  k a o (usu: ko) what  (complement: k e )  e t o t h i s  y e n o t h a t  kae ( u s u: k o m ) how | k a y e (usu: vo)  w h e r e  e t e t h u s  y e n e in that way  etye (usu: i k ) here  y e n y e u s u  ye)  t h e r e  2 5  o s a other   s o m s o m e  s h a k each, every  t o t all  s e r t a c e r t a i n  o s u n a n o t h e r o n e  t o t u n o s (usu: tos)  (plural) all,  all people  s e r t u n s o m e o n e  t h i n g something  o s e o t h e r w i s e  s o m e s o m e w a y  o s y e s h a k o e a c h t h i n g  s h a k e in e a c h w a y  t o t o (usu: to)  tote quite, wholly  s e r t o a certain thing  e l s e w h e r e s o m y e s o m e w h e r e  s h a k y e in each place  t o t y e ( u s u toye)  everywhere  s e r t e in a certain s e r t y e in a certain  a n y w h e r e  t a l y e in such a place  nowhere  somewhe-  nilosye nowhere else  k e l a n y  t a l such  kelun anybody  t a l u n s u c h one  a n y t h i n g  t a l o s u c h a thing  k e l e a n y h o w  thus,  k e l v e nil no  etosa this other (2)  n i l u n nobody  e t o s u n t h i s other  n i l o  e t o s o nothing  t h i s o t h e r  a w a y  n i l e no wise  n i l y e s o m o s a o t h e r  n i l o s a  n o s o m e  o t h e r   o n e  s o m o s u n s o m e o n e  e l s e  nilosun nobody else  thing  s o m o s o e l s e  n i l o s o something  n o t h i n g else  s o m o s e in s o m e  o t h e r w a y  n i l o s e  in n o o t h e r  s o m o s y e r e else  w a y   feminine: kain, etin, yenin, osin, somin, shakin, totinos, sertin, kelin, talin, nilin, etosin, ete.   the adjectives osa, etosa, somosa, nilosa can never be elided.  CORRELATIVES are often used as PREFIXES: k a o r e ? at what t i m e ( h o u r ) ?; k a i n t e n t e e x i r il ?  with w h a t i n t e n t did he go o u t ? kaskope v e n i r i l ? for what purpose did he come ?; nilkaze in no case;  kelkaze in any case; etoxe in this occasion; talkondise in such conditions; kelvede whatever the weather.  Vo?  Unde  Vas  Lom  Кі ?  212  1010  2  Kur?  Neo very often contracts the preposition with the definite article  as given in brackets a b o v e ): al to the; a n t e l before t h e; a p s e l next to  the; d a l from the; del of the; dol after the; eskel except for the; grel in  k o n t r e l against the; nel in the; ol on, over the; pel by the; prel before  the; p r i l concerning the; subel under the; trul through the; ul at the  in possession of t h e; u n t e l down the:  Il dir sa dengo al pov vir.  Prel m a r l o de ma  f r a t.  Antel fenso un tablo. M a frat marlir prel guer. Dol g u e r ecos prosperir. El gir al garden kol filin  sener.  Zi parlar pril tertrem. He gave his money to the poor man.  Before my brother's marriage.  A t a b l e ( i s ) before the w i n d o w.  M y b r o t h e r m a r r i e d before the w a r.  After the war business flourished.  del en- She went to the garden with the  t e a c h e r ' s daughter.  T h e y a r e talking about the earth-   The terminal 1 of the contraction does not shift the stress from the  first syllable: Antel, Apsel, Eskel, kOntrel, kAuzel, etc.   je has all sorts of meanings and is used whenever doubt is felt regard-  ing use of other prepositions.  4) the preposition u (replaced i n Latin with the dative) corresponds  to the Russian u: u mi libro I have, I possess a book (Latin: est mihi  liber; Russian: u menyà kniga).  PREPOSITIONS AND ADVERBS are frequently used as PREFIXES, as well for adjective as for adverbial use:  p r e - w a r; p r e g u e r e before the w a r; p r e n a s a  b e f o r e t h e b i r t h; p r e e x i s t a preexistent;  existence; d o s k o l a after-school; d o s k o l e after school; d o g u e r a  a f t e r- w a r ; d o g u e r e after the w a r ; semviva always living; nokviva  n i u d a t never h e a r d ; n i v i n k a t n e v e r v a n q u i s h e d ; m a n a m e e n a m e m a  t r a t in m y name and in my brother's name.  EXERCISE.  Vo lo dom de t a profesor ?  Lo dom del profesor drel kiezo. The professor professor's house?  professor's  h o u s e b e h i n d  t h e church.  Mi j u v e n a r dal klezo. I h a v e just come from the church.  Perdinde lo klil del pordo, il entrir entered through  the kitchen's  El skribir un libro pril guer. She wrote a book about the war,  I'll go o u t e i t h e r with you or w i t h  venir etmatin. Vur tu i somoso ?  N o b o d y  else c a m e this morning.  Wo u l d else you like to have something  Dank, mi nesar niloso. Thank you, I don't want anything  e l s e.  Et labor endenda inyel vek. This work is to be finished within  t h e w e e k.  S a r lo libro ol t a b l o ? Is the book on the table ?  U il du filyos e un filin. He has two sons a n d a daughter.  N o fexu kontre destin! Don't struggle against destiny!  Nel mensocar vi par edi kelore. In t h e dining-car you can eat at  Vidir vu somun nel dom del l i b r e r ? Did y o u s e e a n y b o d y a t t h e b o o k -  seller's h o u s e ?  Ye sir sa filin kon la spozo. There was his daughter with her  husband.  п о ч е м у  L'ensener parlar al alevos.  Il parlar kon u n alevin.  1l parlar pril libro de la patro.  Il p a r l a r pri sa libro.  T h e t e a c h e r t a l k s to t h e p u p i l s.  H e is t a l k i n g w i t h a (girl) p u p i l.  He is talking about  He is talking about his (own) book.  The man with the grey gloves.  l o s v e n i r k u n e k o l n u v v e s t o s. All came t o g e t h e r w i t h t h e new  Kelo il dicar, no Whatever he says, d o n ' t b e afraid.  Mi p r e n a r e t u n ; t o t o s u n o s po vu. I take this one; all others are  Eto me plar, yeno no. This pleases me, that does n o t.  Mi fonir al doktor; somosun rispir. I called the doctor; somebody else  Venu kon mi shel doktor, ose mi Come with me to the doctor's;  otherwise I will not go.  Rispe v a brif, nos glada v'informi In reply t o your letter, we are glad  Es vu par atendi us kras, mi vole  the book y o u a r e looking for.  wait u n t i l t o m o r r o w,  I'll willingly go out with you.  THE NAME  Ka ta n a m ? Ma nam J a n. Skolye tos me namar Net.  Sar it u n s u r n a m ? E t o n u r lo minifa de Jan. Somyes zi me surnamar Nux. your n a m e ? - My name  Al school, everybody call me Net.  I s t h i s a n i c k n a m e:  Jan's diminutive.  s o m e t i m e s  nickname Nuts.  T e n u g a r e t o ? D o e s this bother you ?  N o, m i n o ize a r g a. No, I do not get angry easily.  Tu r a g a ; tu b o n k a r a k t a. E t e tu sor  sem ixa. natured; thus you will always be  Mi m e dicar: ridelu, osunos te I s a y t o myself: smile, others will  smile at you.  Ka ta fanam (familnam) ? names, your family name (sur-  Pli, Madam, ka va felnam? If you please, Madam, what is your  H a v e y o u a nom-de-plume ?  adoptir lo pseudonim "Sen- I adopted the pseudonym  p i n t e r ? Mi l e konar Do you know this painter?  pel nam; il parar i bon fam. a good repation seems to have  Mi sur glada le koneli.  r e p u t a t i o n.  a c q u a i n t a n c e.  Mi inkontrir ye mul ma konelos. I m e t t h e r e m a n y a c q u a i n t a n c e s of  Maname e name tot membros de In my name and in t h e name of all  na Socado, mi dezar ve feliciti. members o f our Society,  t o congratulate you.  Il ju namadat ambaser Parisye. H e has j u s t b e e n a p p o i n t e d a m -  bassador i n Paris.  Il certe meritir et namado. Н е certainly deserved this ap-  pointment.  Il as grana as vu.  Il y u n i r a  gam vu.  Il min exijema gam vu.  COMPARISON DEGREES  He is as big a s y o u.  H e is y o u n g e r t h a n y o u.  H e is less exacting than you.  27  Grana, granira, granega (muy gra- Large, larger, very large;  n a );  fen, bro, genest (doyeran. Bremely lage, the largest one.  belega ( m u y bela); Beautiful, beautiful, very  beautiful;  belisima, lo belesta (lo plu bela).  Leta, letira, letega (muy leta); S m a l l, extremely beautiful; most beautiful.  s m a l l e r, v e r v s m a l l:  letisima, l o letesta (lo plu leta). extremely small, the smallest (one).  Olda, oldira, oldega (muy olda); Old, older, v e r y o l d;  oldisima, l'oldesta (lo plu olda). extremely old; the oldest (one).  Un oldun, un oldin. An old man, a n old woman.  SENTENCE BUILDING  Sentence building is very free in Neo.  The English student may freely  copy the order that comes naturally to him, according to the rules of his  own language.  The adjective may be placed before or after the word to which it relates,  and similarly for the object pronoun and for the adverb. You may say:  M i v e a m a r as well as M i a m a r v e (I love you).  COMPLEMENT'S TRANSPOSITION. Especially in poetry, one  before the subject.  patron libir f l y o = filyo libir patro the son loved the father  Ion mint patre t a t e i n t o the tern fooked at the girl  femon m i r i r lo fel = lo iel m i r i r lo fem the girl looked at the woman. This ending n may be used only in case of transposition. Beginners  may totally ignore it.  For Neo's OPTIONAL GENITIVE see above.  AFFIXES  PREFIXES:  ad-deputy, assistant, under-, sub-  adsekrerunder-secretary;adderkersub-manager;  a d r o y v i c e r o y; a d k o l n e l  lieutenant-colonel;  a d l i n g u o auxiliary language.  a m b - both  a m b e l t a of b o t h s i d e s; a m b e l l e o n b o t h s i d e s;  a m b - d e z o both side's wish; a m b d e c i d e by both  side's decision.  3)  ante- before (place)  a n t e k a m antechamber; antegardo vanguard:  a n t e c e n i r o centre-forward;  a n t e k o r t e l fore-  c o u r t; a n t e b r a s o fore-arm  anti- contrary, anti-  antialkola anti-alcoholic; antiatoma anti-atomic;  a n t i k o l o n y i s m o a n t i - c o l o n i a l i s m; a n t i f e b r a  antipyretic; a n t i p r o t e k i s m o antiprotectionism;  a n t i k o n s t i t u a a n t i c o n s t i t u t i o n a l.  a r e i - higher degree,  most, extreme,  bi-, du- two-, bi-  a r c i d u x a r c h d u k e; a r c i r i k a e x t r e m e l y rich;  areikolma overcrowded; areivesko archbishop;  a r c i v e s k a archiepiscopal  b i l i n g u a bilingual; dalimes nimon languages:  bimetala bimetallic; bimesa bimonthly (of  ¥   m o n t h s )  8 )  b i s - twice, double  bo- kinship by  m a r r i a g e  b i s v e k a t w i c e - w e e k l y; b i s m e s a twice-monthly;  biside twice a day; bisanye twice a year.  b o p a t r o father-in-law; b o m a t r o mother-in-law;  b o f r a t brother-in-law;  b o s o r s i s t e r - i n - l a w:  bofilyo son-in-law;  b o f i l i n daughter-in-law;  b o e l t r o s parents-in-law  di-  1b) do-  privative,  d i f to undo; diarmo disarmament; d i v a n t a g i  to disadvantage; d i p o e z i to depoetize  d o m i d  d o m i d e a f t e r n o o n; in d o m i d a a f t e r n o o n;  afternoon; d o g u e r a postwar;  d o g u e r a p r e s y o s postwar prices; d o s k o l a after-  s c h o o l  I1) dui-  difficult  d u f p l e k i b l a diflicult  to t o  d u f l e k t i b l a difficult t o e x p l a i n; d u i v e n d i b l a  s e l l; d u f k a p i b l a  difficult  g r a s p:  dificult to read; d u f u d e r a  h a r d o f  h e a r i n g   ex- ex-, former  e x r o y ex-king; expresident ex-president;  e x s p o z o f o r m e r  h u s b a n d  13) ge- of both sexes  14) in- entering,  15) inter- between  16) intra- i n t e r i o r  g e s i r o s l a d i e s a n d g e n t l e m e n; a n d s i s t e r s; g e s p o z o s h u s b a n d  g e i r a t o s b r o t h e r s  a n d wife (Gesp.  M r. a n d M r s. )  i n m i x i  t o interfere; inkasi to encash; inkesi  t o encase; involvi to envelop  i n t e r v e n intervention; interlini to interline;  i n t e r n a s y o n a i n t e r n a t i o n a l  i n t r a v e n y a i n t r a v e n o u s; i n t r a m u s k l a i n t r a -  muscular; intraderma intradermic; intracelula  intracellular  17 ize-  e a s y  i z e p l e k i b l a easy to explain; i z e d i c i b l a  easy  to s a y; i z e k o m p r e n i b l a  e a s y u n d e r s t a n d  18) in-  just  ¡ u m a r l a t j u s t m a r r i e d: j u p a r s a t just p u b l i s h e d;  j u n a s a t n e w b o r n: j u a r i v a t j u s t a r r i v e d; j u r i c a t  j u s t received   mal- pejorative  m a l l a m a ill-famed, malformation; m a l i x luck; m a l o n e s t a  d i s h o n e s t; m a l a b i o a w k w a r d n e s s  20 mis- badly  m i s i n i o r m o m i s i n f o r m a t i o n; m i s p o s a l mis-  f e a s a n c e; m i s t r a t i mishandle; m i s p r o n u n c o  m i s p r o n u n c i a t i o n   mul- many, poly, m u c h  m u l f o r m a multiform; m u l d e n g a having m u c h  money; mulsilba polysyllabic; mulsorta artiklos  many s o r t s of articles   nar- next, to come  n a r v e k next week; n a r i e s next m o n t h; n a r m e s a  32 ni-  33 по -  34) pas-  35 pre-  36 re-  n a r s a b a n e x t S a t u r d a y ' s; n a r y e s  n a r o x e on the next occasion  n e v e r  n i u d a t never heard, unheared-of; n i v i d a t never  seen; nivinkat unconquered, never vanquished  n o p o s i b l a i m p o s s i b l e;  n o e n d a t unfinished;  n o v e r a not t r u e; n o v o l e unwillingly; n o k r i b l a  unbelievable; nonegibla undeniable; nonoposibla  last, past  not impossible p a s m i r k o last Wednesday; p a s v e k last. week;  p a s v e k a l a s t week's;  p a s y e m a  last w i n t e r ' s;  p a s a n y a last year's  before (time)  p r e i s t o r a p r e d a n k i orchistorie, in trevance;  t h a n k  preistor  predestination; p r e l a s t a last b u t o n e  repetition  refi to do again; renuvi t o renew; relekti to read  again; reinstal reinstallation; r e p r i n t reprint,  reimpression; r e m a r l o remarriage; redici to say  again  3 7 ri-  cinship replacement  3 8 r i n   rear, back  задний  назад  r i m a t r o s t e p m o t h e r;  ripatro stepfather;rifrat-  by r e m a r r i a g e;  stepbrother,  h a l f - b r o t h e r: r i s o r s t e p s i s t e r, h a l f  sister; r i p y e s o s spare p a r t s; r i r o t s p a r e wheel;  r i g u m o n spare t y r e; r i f o l y o s refills (sheets)  r i r s h o p back-shop; r i r g a r d o rearguard; r i r s i z o  late season: r i p e n s o hidden motive; r i r a k t i v a  retroactive; r i r i g i to go into reverse  2 9  конец созона  3 9 ) s a m -  9 0 s e m i - hall-  41) s e n -  42) s u l - under  similarity,  equality  samlandan fellow-countryman; s a m t e m p e at  t h e same time; s a m k o l o r a o f t h e s a m e color;  ideas; s a m i d e a n,  samidein a man, a woman having the same ideas.  semivege half-way ( a d v. ); s e m i t e r p, - e  half-lime; s e m i l o n g o half-length; semimorta  h a l f - d e a d; s e m i b a k  lack  s e n m o v a i m m o b i l e; s e n m o v o i m m o b i l i t y; seno-  d o r a odourless; s e n k o n d i s a unconditional; s e n -  p o s o powerlessness; sendulda impatient; s e n -  d u l d o impatience  s u b t e r a underground (adj.); s u b m a r a submarine  (adj.); s u b m a r i o r s u b m a r i n e (ship); s u b s u o l  subsoil; subdevolva under-developped; substimi  t o u n d e r r a t e When preceding a vowel, sub- may be replaced by  s u - suagent, sub-agent, sub-agency;  s u e v a l u i undervalue; s u o f i c e r n o n - c o m -  missioned Officer  43)  over, super s u r o m superman; s u r o m a s u p e r h u m a n; s u r s t i -  m a d i t o overvaluate; s u r k o t i t o  44) 10.  s u r a b o n d o s u p e r - a b u n d a n c e  all-, any- multi-coloured;  anyhow; tosorta of all sorts; tosorta jensos all  s o r t s of p e o p l e  45) tri, tre-  t h r e e  t r i m e s  t h r e e months, q u a r t e r; t r i m e s a,  q u a r t e r l y: trigon t r i a n g l e; t r e b e d a k a m bedroom with 3 beds. t r i p e d  tripod;  46) tris- three times,  t h r i c e  trismese three times a month; trisanya periodik  periodical published thrice yearly  47) un-  one, mono-  u n a l m a, - e u n a n i m o u s, -ly; u n a l m e s o u n a n i m -  i t y; unelta, -eso unilateral, - i t y; unkolora  o n e - c o l o r e d; u n d e r k a v e o o n e - w a y  street;  unsilaba monosyllabic  48) y 0 - a g o yolong long time ago; yopok a short time ago;  y o v e k w e e k a g o; y o v e k o s s o m e w e e k s ago;  yoanya koronazo the coronation of a year ago  Neo also uses Greek and Latin prefixes poli-, p a r a -, m o n o -, qasi-,  p e n t a -, e x a -, e p t a -,  S U F F I X E S:  - a C pejorative v i r a c o bad man, ruffian; b o y a c o bad, nasty boy,  g u t t e r s n i p e; l i b r a c o b a d b o o k; v e r k a c i to bungle,  -ad a c t i o n  d u m a d o nonsens e;  T a n f a r o n a d o f a n f a r o n a d e;  s h e n a d o s t a g i n g; s h e n a d e r s t a g e - m a n a g e r: m o -  v a d i to move on  function,  office  b l o w  -al language    botanic family  order, class  p u n c h ; p e d a d o k i c k ; p e d a d i to k i c k  Carmal Parisian slang;"  spanch; spanisa;  lang, Grekaya modern  G r e k: R u s a l R u s s i a n: N e d a l  Dutch; Polnal Polish; Cimal chinese, Japonal  r o z a l ( - o s ) rosaceac; c i p r e s a l cupressaceae; v e r-  b e n a l ( - o s )  t e r t i a r y ; p r i m a l u n a p r i m a r y - s c h o o l p u p i l, a m a n  o f primary culture; u n d a l i ú n a secondary-school  schoolgirl    - a l d o chief,  p r i n c i p a l l  stasyonaldo station-master; partedaldo party-  leader; o r k e s t r a l d o orchestra-leader,  s t a t a l d o  c h i e f of s t a f t  member of  c i v a n, c i v i n c i t i z e n ( m, 1 ) ; f e l d a n, f e l d i n p e a s a n t,  p e a s a n t w o m a n ; s a m r i l i g a n, - g i n c o r e l i g i o n i s t  (m, 1) bovan(-os) bovidea; r u m i n a n r u m i n a n t ;  s h a l a n ( - o s ) o v i d a e ; o v a n  oviparous  - a r o  edaro refectory; pransaro dining-room; ludaro  p l a y i n g p l a c e ; p r e g a r o  chapel  - a r y o  destinaryo addressee; latadaryo legatee; bene-  t i c a r y o beneficiary  - a v a  firava ferriferous; k u p r a v a cupriferous; a u r a v a  a u r i e r o u s ;  n i l a v a  h a v i n g nothing, devoid,  -ayo  material thing  d e s t i t u t e edayo food, victuals, feed; bevayo drink ; dorayo  something hard, callosity; medikayos medecines,  -azo action  f o r m a z o formation; l u s t r a z o polishing; s a p o n a -  -eg large, big, much,  very  -el vaguely connected  w i t h t h e r o o t  very l a rg e ; t o r t e g a  particular meaning; only a n indeter-  minate relation b e t w e e n the word finishing  corresponding H a m e l (from  f l a m flame) will-o'-the-wisp; fansel (from fanso  fancy) gadget  - e I n  good-natured;  w h e e d l i n g: s o n y e m i t o  - e n d a   -ensi  -er   -eso   - e s t  - e t   - e y o   -grat O   -ia   -ibl   -ia  -le    b e m e n d e d: v e r i f i k e n d a t o b e  verifica; l u k e n d a  vidend a valensee B; lakena do besent back;  a g e n d a agenda (things to be done)  s k u r e n s i to d a r k e n ; k l a m e n s i to s t a r t s c r e a m i n g ;  p l o r e n s i to s t a r t weeping  vender seller; kofer  b u y e r ; o p r e r workman;  workwoman ; tennisman;  tenis(er)in tennisplayer(woman);  b o n e s o (contraction of prudenteso) prudence;  whiteness; n e r e s o  b e l e s t a  most beautiful; g r a n e s t a the largest;  b o n e s t a the b e s t ; m a l e s t a the worst  b o y e t little b o y ; f e l e t l i t t l e girl; d o m e t small  h o u s e ;  to sip  o m e y o humanity; y u n e y o young people ; noble y o  nobility (noble people); K r i s t e y o Christendom  g e o g r a l g e o g r a p h e r ; g e o g r a t a g e o g r a p h i c: g e o -  g r a t i o geography; b i o g r a i biographer; biografa  biographical; -flo -aphy  kia whose; nilunia nobody's; tosia everybody's;  l o p o v i a v i v the poor man's life  i b l a available; p o s i b i a possible; v i d i b l a visible;  v e n d i b l a saleable; l e k t i b l a readable; n o p o s i b l a  i m p o s s i b l e  d e s c e n d a n t  Eraklid Heraclidan; Israelid Israelite; latinida  o f l a t i n o r i g i n  c a u s e  kie for what reason, w h y ; e t i e f o r t h i s r e a s o n ;  n i l i e for no reason; kelie for any reason; s o m i e  f o r s o m e r e a s o n  determining, c a u s i n g  d o r m i l a  soporific ; e x i t i l a exciting;  b e n i l a  helpful, beneficial; l e z i l a prejudicial ) - i g  -i¡  -il  to go  to become  i n s t r u m e n t,  t o o l   -in feminine   - i n d having done   -inil small container   -ingo machine   - i o (pron. i - o ) art,  trade; a whole,  a set  bedigi to go to bed; dormigi to go  t e n s i g i to go to the window; laborigi to go to  d o r m i j i t o fall a s l e e p ; o l d i g t o g r o w o l d ; v i d i b l i j i  t o b e c o m e v i s i b l e ; b e l i j i to grow b e a u t i f u l  o r i l clock, watch;  nutcrackers ;  a p p a r a t u s ; s u k r i l sugar t o n g s ; d e n t i l tooth pick ;  d e k t o r i n lady doctor; roin queen; venderin  salesgirl; p i n t e r i n  seamstress; leonin lioness; tigrin tigress  vidinde having s e e n ; r i c i n d e h a v i n g r e c e i v e d ;  o l d i g i n d e having grown old; o l d i j i n d a who has  s u g a r bowl; s a l i n i l salt-  l a v i n g o w a s h i n g - m a c h i n e ; p l a t e n i n g o w ashing - up  medicine; p a n i o bakery, baker's shop; i n d u s t r i o  industry; oldio old people; old things; socio  49) -д уо (р г:: и-уо)  container, small  place or book  - у е place   -yer, -eyer plant,  s i g a r e t u y o cigarette-case; o k i l u y o spectacle-  c a s e: totuyo hold-all, bin; garduyo sentry-box;  o r d u r u y o  r e c t o r y; t r e n u y o  time-table; fonuyo call-box, t e l e p h o n e booth:  o r u y o  f o n a d r e s u y o telephone directory  klezye at church, to church; kinye at the movies,  to the movies; Londonye in London, to London;  B r u x e l y e  a t Brussels, to Brussels; skolye al,  to s c h o o l; d o m y e h o m e, a t h o m e; t o y e  e v e r y - n o w h e r e  w h e r e; s o m y e somewhere; nilye  apple-tree; r o z y e r r o s e - t r e e; t r u l y e r  peach-tree; pirseyer pear-  tree; fragyer strawberry plant  so a n y times; d u y e s twice; e k y e s  h u n d r e d d a y s t i m e s; i d y e s; o n e d a y; p a s i d y e s a g o; n a r i d y e s o n e o f t h e s e c o m i n g s o m e  d a y s.  to Paris; Fransye in, lo France; Romye in, to Rome; Italye in, to  or when speaking of places in general:  Mi gar klezye I am going to church; mi gar al San Paul klezo I am  going to St. Paul's Church; el gar skolye she goes to school; el g a r al  N o r m a s k o l s h e g o e s t o t h e N o r m a l S c h o o l; il s u n g o r a l I n g e n e r s k o l  he will soon go t o t h e E n g i n e e r i n g S c h o o l; m i U n i v e r s i t y e  the Universily; i l g o r s k o l y e xenye he will go to school a b r o a d; il g o r  a u n x e n a skol b e will go to foreign school; il g o r s k o l v e d o r i v e  he will go to school in the village; il g o r al d o r i o s k o l he will go to the  village school.   -ior m e a n s of  fishing-boat; destroyer; ivior  transport aircraftcarrier;   - i r comparative  a l t i r a t a l l e r, h i g h e r; granira larger;  •smaller; f o r t i r a s t r o n g e r; k l e v i r a more clever;   -is reflexive  o f i r a m o r e f r e q u e n t; o f i r e more often  seirist to loke takesh munisi to punish one-   -ism, -ist doctrine,  p a r t i s a n ) - i l i l l n e s s,  med. affection   - l o g, -a, -io science,  art (pron.: i - o )   - o l young animal   - o n d g o i n g t o;  to c o m e  k o m u n i s m o, -ist(a)  ciner diphtheria; epit hepatitis; uremit urae-  dermolog, - a, - i o dermatologist, -ogical, -ogy;  nel m e s o s v e n o n d a in the  d e p a r t o n d a the ships that are   -orio (pron.: i - o ) factory  b i s g i t o r i o biscuit f a c t o r y; t e l o r i o linen manu-  factory; k o r d o r i o rope-making, rope-manufactory.  -oyo ( p r o n.: o - y o )  skriboyo desk, writing-table; klozoyo cupbora,  T u r n t t u r e  wardrobe; frigoyo refrigerator, cooler   -oz a b u n d a n c e  rikozo great richess; r i k o z a very rich; lumoza  luminous; l u m o z o effulgence, sheen, glare   -ue r e c i p r o c i t y  l i b u c i to love e a c h o t h e r: l i b u c u ! love e a c h o t h e r !:  m u t u a l a i d; b o n b o y o s e l p u e a r good   -ul tiny  boys help one a n o t h e r  o m u l h o m u n c u l e; i n f a n u l t i n y t o t; m a n u l tiny  h a n d; p e d u l tiny foot; k a t u l kitty (cat)  i n d i v i d u a l  lo v u n u n t h e wounded m a n; lo v u n i n the wounded  (fem.: -in) w o m a n; m a l u n  m a n; m a l i n  p r i z u n prisoner; p r i z i n woman prisoner  ELISION  One may OPTIONALY (never obligatorily), and SO LONG AS THIS  DOES NOT INTERFERE WITH EUPHONY AND CLARITY, elide  following words: the article lo before a word beginning with a vowel:  P a r b o,  l ' a r b o s the tree, the trees  l'eldo, l ' e l d i n o s l ' a v e n t u r o s the hero, the heroines  d ' A r t u r A r t h u r ' s a d v e n t u r e s   t h e preposition de and the word ke (pronoun or conjunction), and  also the object pronoun, before a word beginning with a vowel:  l ' a v e n t u r d ' e l boy this boy's adventure  l ' o r e l o s d ' u n a s n o a n a s s ' s e a r s  l ' o k o s d ' u n f e m k ' i l v i d i r the eyes of a w o m a n he saw  m ' a m a r tu a s m i l ' a m a r ?  do you love me as I love you ?  il d i e a r k ' i l V a m a r he says t h a t he loves you   the two-syllable (one syllable after elision) or at most three-syllable  (two syllables after elision) ADJECTIVE, when PRECEDES the  noun to which it relates, NEVER WHEN IT FOLLOWS IT:  e t (a) dom  t h i s h o u s e  yen (a) floros t h o s e f l o w e r s  n u s ( a ) l e t ( a ) k a m o s nice little r o o m s  un gran(a) bel(a) klezo a big b e a u t i f u l c h u r c h  mi ricir ta gentil(a) brif I received your kind letter  let(a) domos c klezos g r a n a S m a l l h o u s e s a n d l a r g e c h u r c h e s  4) the ending o of the NOUN, but ONLY IN THE SINGULAR..  plural's designation os MAY NEVER BE ELIDED see NOUN  mele n u r e the ending at of the past participle, when used as a noun suffixed with  in (feminine) :  l a k u z a t; l'akuzin ma l i b a t; ma libin ma benamat; ma benamin the accused ( m; 1)  my beloved (m; f)  my much beloved (m; /)   t h e sullix er and other suffixes, to reduce the length of a few feminine nouns above):  biblioteker; bibliotekin librarian ( m; /)  m a t e m a t i s t; matematin mathematician ( m;  korespondent; korespondin c o r r e s p o n d e n t m;   a n y word may be elided, when this is suggested by the  r h y t h m or b y T h e poet is of course granted  extra freedom in this matter, as his muse may suggest to bim.  COMPOUND WORDS  C o m p o u n d words are very frequent in Neo. They a r e f o r m e d by  simple joining, b u t a h y p h e n can always be used to help the r e a d e r who  is new to Neo, and when the resulting compound word seems too long :  b o n a good, k o r h e a r t; b o n k o r good-heartedness; b o n k o r a good-hearted  D o n a g o o d; v o l w i l l; b o n v o l g o o d w i l l; b o n v o l a, - e goodwilling, -ly  mala bad, ill; malkore illnaturedly; malvol ill-will  Skol school, m a e s t r o t e a c h e r; s k o l m a e s t r o schoolmaster  d o r i o village,  k l e z o c h u r c h; d o r i o k l e z o village c h u r c h  a r t a r t; i s t o r history; a r t i s t o r art-history; A r t i s t o r - S k o l Art-History  e n t a whole; k o r heart; e n t a k o r e whole-heartedly  a m o r l o v e : p e n sorrow; amorpen love-sorrow  menso dining; car c a r; mensoear dining-car  When writing compound words, it is suggested, as soon as the word  seems too long, or as soon as there is a danger of confusion, we separate  the composing words with a hyphen: skol-maestro, art-istor, dorio-  m e n s o - c a r.  its or sund was have t o r are sister, sach, smoisestro. ceping  English compound words as "cigarette-holder", "cross-bearer", "pen-  "pen-wiper", "windscreen-wiper" are translated in Neo either  directly (with e n d i n g -er for a person, ( s i g a r e t i l ), kruz-porter, plum-tenil, t o o l ) : s i g a r e t - p o r t i l  v i t r e l - s h u g i l,  o r by using t h e infinitive: p o r t i - s i g a r e t, p o r t i k r u z, t e n i p l u m ( p l u m i l ),  Shugiplum,  The English idiom "from day to day",  from year to year", and so on,  is shrunk in Neo t o single words comprising the initial syllable and the  This useful device can be extended to adjectival (ending -a) and to  verbal ( e n d i n g - 1, etc.) u s a g e : l e t l e t a s m a l l e r c o m e s m a l l e r a n d s m a l l e r; l a d l a d a u g l i e r a n d a n d s m a l l e r; l e t l e t i to u g l i e r : o l d o l d i t o be-  g r o w  older and older.  So k o n s t a t a r un idida melazo.  E t land far ananya progres.  Viv ye shirshira.  Nun il melmelar.  Il melar idide.  A d a y to day improvement is  ascertained.  T h i s c o u n t r y  is m a k i n g a year  t o y e a r  p r o g r e s s.  L i f e is there more a n d more expensive. He is now doing better and better.  He is getting better from day to day.  34  El n u s n u s a r idide. She is growing prettier and prettier  f r o m day to day.  Nos adsir al orora pizazo del situo. We witnessed t h e h o u r to h o u r  deterioration of the situation.  " t h e m a n w i t h t h e g r a y g l o v e ",  word: lo nerkapla fel, lo grizganta vir, lo verdroba d a m.  GEOGRAPHICAL NAMES. Geographical names have been arbitrarily established in Neo. They  a r e s u b j e c t t o c h a n g e s, a c c o r d i n g to l o c a l p r e f e r e n c e o r t a s t e, o r for o t h e r  unaccountable reasons. The changes may be no less arbitrary than the  c a r l i e r forms.  H e r e is a list of s o m e of t h e s e n a m e s :  Country name Inhabitant   language  fashion, manner  and adjective  B r i t, b r i t a B r i t a, B r i t i n Great Britain, B r i t i s h  Briton, Britisher,  B r i t i s h w o m a n Anglo, a n g la Angla, Anglin  Angla l England, English Englishman,  English Englishwoman Franso, -a Fransa, -in Fransa l France, French Frenchman, Fren c h  F r e n c h w o m a n  I t a l i o, - a l a I t a l a, - i n I t a h a n, I t a l a l I t a l i a n  I t a l y, I t a l i a n I t a l i a n woman Belgo, - a  Belga, Belgin   britana, -e a, ado  a f t e r  t h e British  manner ( style )  anglana, - e after  the English  manner  transana, -e  after the French  manner  italana,  -e the Italian  manner b e l g a n a, - e  a f t e r  Belgium, B e l g i a n, - w o m a n  D e c l a n d, d e u c a D e u c a, Deucin D e u c a l d e a u c a n a, -e  German (1) German, - w. G e r m a n  R u s i o, r u s a  R u s a, R u s i n R u s a l r u s a n a, - e  R u s s i a  Russian, - w.  R u s s i a n  Cin, c i n a China, C i n a, C i n i n C i n a l  c i n a n a, -e  C h i n e s e  Chinaman, - w. Chinese  Ned(o), n e d a Neda, Nedin N e d a l Nedana, -e  Netherlands, Dutchman,  D u t c h  ( H o l l a n d ) D u t c h Dutchwoman  S U R S, s u r s a Sursa, - i n s u r s a n a, -e  U. S. S. R.  G r e k i o, g r e k a Greece, Greek Graka, -in G r e k a l m o d e r n  Greek mod creekrekana, -e  G r e k )  E u r o p, -a E u r o p a, - i n  e u r o p a n a, - e  Europe, A m e r i k, - a Amerika, - i n A m e r i k a l  a m e r i k a n a, -e  A m e r i c a,  Azyo, a z y a Azya, -у і п a z y a n a, - e  Asia, -jatic  A f r i k, a f r i k a A f r i k a, -in afrikana, -e  USA (USIO), usa Usa, -in Usal, Amerikal usana, - e  U.S.A., American   A u s t r a l y o, - y a Australya, -yin australyana, - e  Australia (4)  Austro, austra Austra, - i n austrana, -e  Austria, - i a n  85  Japon, -a Japan, Japona, -in  Japanese  A r a b i o, a r a b a Arab, -in  Arabia, - l a n  T u r k i o, t u r k a Tu r k ( a ), - i n T u r k e y, Swis, a Switzer" S w i s a, -in  land, Swiss  O c e a n y o, -ya Oceanya, - i n  Oceania, - i a n   Mexik, - a Mexico, Mexixa, -in  -an  Mexico, Mexil- Mexikurba, -in  u r b o, - a M e x i - Mexikoa, -oin  co-City A l g e r y o, - y a Algerya, -yin  A l g e r i a, - i a n  A l g e r a, -a A l g e r a, -in  A l g i e r s, o1 -  T u n i s y o, -ya Tunisia, - i a n  T u n i s, - a T u n i s y a, Tunisa, -in  -yin  Tunis, of -  L o n d o n, l o n d o n a L o n d o n a, - i n  London, Londonian  Paris, -a P a r i s a, -in  Paris, -ian  R o m a, - a Rome, Roma, - i n  R o m a n  Japonal  japonana, -e  A r a b a l  a r a b a n a, - e  T u r k a l  turkana, -e  swisana, -e  o c e a n y a n a, - e  m e x i k a n a, - e  mexikurbana, -e  algeryana, -e  algerana, -e  t u n i s y a n a, -e  tunisana, -e  L o n d o n a l   l o n d o n a n a, - e  P a r i s a l   p a r i s a n a, -e  R o m a l   r o m a n a, - e   G e r m a n i o means Old Germany (history) (germana, German, -in;  g e r m a n a n a, - e .   Belgal might mean "French as spoken in Belgium"; same, Swisal  Ameraland Osal rand Amerin (inguage) or „English as  3) A m e r i k a l and U s a l mean  spoken i n America (in t h e United States").  4) "australa" (belter "Suda"), would mean "austral, southern".  5) o c e a n means " o c e a n " ( o c e a n a oceanic).   L o n d o n a l m e a n s: London slang, Cockney; P a r i s a l: Parisian argot;  R o m a l R o m a n dialect. Inhabitants may also be called: Britun, -tin; Anglun, Anglin;  Fransun, Fransin; etc.  For the languages, there are verbal, adjective and adverbial deriv-  a t i o n s:  a n g l a l a, - e in English; a n g l a l i to speak, to k n o w English;  t r a n s a l a, - e i n F r e n c h; t r a n s a l i to speak, to know French;  rusala, -e in Russian; rusali to speak, to know Russian.  C u s o m u n ik f r a n s a l a r ? D o e s a n y b o d y s p e a k F r e n c h h e r e ?  E t a n g l a l a t r a d u k This English translation is not good.  M i b a d u k o r et l i b r o r u s a l e. I'll t r a n s l a t e this book i n t o Russian.  R u s s i a n t e a c h e r w h o  l a r p e r t e. knows English perfectly.  glishman.  Zi a r un t r a n s a anglala klavin. They have a French girl-typist for  English correspondence.  Old, classic, or constructed languages don't need the suffix -al: Latin  Latin; G r e k ancient Greek (modern Greek: grekal); S a n s k r i t Sanskrit;  Esperanto Esperanto; Neo Neo.  I l l a t i n a r m o no g r e k a r.  El esperantar e near.  He knows Latin b u t he does not  k n o w a n c i e n t G r e c k.  She knows Esperanto and Neo. USEFUL IDIOMS  There is nothing so difeult as translating idioms from one language  into another.  When an English idiom does not appear clear enough in a  word for  word translation, try and give this idiom its real meaning in quite simple  l a n g u a g e.  Here are some attempts to translate the true meaning of some English  idioms:  So great a m a n.  Un t a n gran vir.  A certain Mr. Smith.  S e r t S r  Smith.  To set a n example.  Di l'exemplo.  What a surprise you are giving me! K a s u r p r e n vu m e d a r !  I am coming in a f e w minutes. Mi v e n a r fra p o k m i n u t o s.  Three shillings a head. Tre shilingos pro cet.  To go a-hunting. Gi yagi (yagigi).  To a b a n d o n oneself to... A b a n d o n i s i  T a k e n a b a c k,  Tre paid for ki acaried, aghast. Disckurati saton a s t o n o c a.  W h a t ' s the m a t t e r ? К а m a t ?  In broken a c c e n t s.  K o n v o k r o m p a t.  T o m e e t  with acceptance.  I n k o n t r i aprov.  Road  accident.  R u t - a x i d e n t.  Aircraft accident.  I v - a x i d e n t.  T h e d i s p u t e h a s b e e n s e t t l e d. Lo kontendo aranjat.  his a c c o u n t s. L e s la  d i c o s.  To acknowledge receipt of a letter.  R i c a v i z i u n b r i f.  To put in action. Aktadi. - Movadi.  It adds up to ten thousand franes. Montantar ismil frankos.  The lack of a d j u s t m e n t  b e t w e e n  Za malkun.  their t e m p e r a m e n t s.  M u c h a d o a b o u t n o t h i n g, Mul rum po nilo.  W i t h o u t f u r t h e r a d o. Sen plu. - Sen oso.  They found it to their advantage. Zi t r i r it vantaga (po zi).  T o take medical advice. Konsulti mediker. - P r e n i m e d i k a  o p i n.  F o r e i g n  Affairs.  Foreign Office.  Xenecos. Xenecado.  T h a t ' s a n o t h e r a ff a i r !  E t o osa  gestyon!  T o w i n a l t e c t i o n.  G a n i a f e k t o. - G a n i s i m p a t i o.  H o w I w o u l d like to b e y o u n g a g a i n !  K a n mi d e z u r resi y u n a !  Now and again. - From time to time.  Temtempe.  To be over age.  Si s u r a j a; suraji.  This cime ed esur propswith me.  Nos grear va propozo. E t klim no me k o n v e n a r.  A i r - c o n d i t i o n ( t o ); - e d; -ing.  E r k i; e r k a; erko.  (Via) Air-Mail. - By a i r.  I v e. -  E r e.  Air-tight. Air-hostess.  Ermetika. Er-ospin.  A i r- b r i d g e.  E r - p o n t. Er-portat.  A i r - b o r n e.  A l a r m s i g n a l.  A l a r m c l o c k.  Alarmil. Velyil.  F i r s t of a l l.  At all hours. - At a n y time. Toprime. K e l o r e.  N o t a t all.  N i l e. - N i x e.  That's all.  Eto to. Sar to.  All included  To i n s e.  All of a  sudden.  S o d e n e.  All right!  O. K. ! O k e !  To allow oneself.  Alms-house  Permisi Azil Ospizo Altar-boy  Korgoboy.  Neo's OPTION/.L GENITIVE  We may optionally use in Neo the sullix ' ('oy), corresponding to the  English 's to mark the genitive:  ma patro'y dom  ma librer'oy filin  nos no libar et fem'oy modos  et libros-oy print exela  my father's house  my bookseller's daughter  we d o n ' t like this woman's manners  the printing of these books is excellent.  Both OPTIONAL GENITIVE's sullix - y (-oy) and COMPLEMENT  TRANSPOSITION'S sullix -n (-on, -an) (see page 28) were suggested by  Mr. Béla Mariash (Hungary).  Pronunciation of letter "¿". According to Mr. Adrian J. Pilgrim's (Leicester)  convincing suggestion, we have decided to accept for this letter the optional use  of both English (John, jolly) and French (Jean, joli) pronunciations.  Compound infinitive verbs. We wish to p o i n t o u t the equivalence of following  verbal forms:  = s i v i d a n d a ( t o b e s e e i n g ):  v i d i n d i = s i v i d i n d a = i vidat (to h a v e seen):  vidondi = sividonda (to will have seen):  = si vidat (to be seen).Arturo Alfandari. Alfandari. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alfandari,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Alfandari.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alfieri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di LVCREZIO, il filosofo repubblicano – la scuola di Parma – filosofia parmigiana – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Parma). Filosofo parmegiano. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Parma, Emilia-Romagna. Grice: “I like Alfieri; the enzo is vital – Vittorio Alfieri has statues at Torino! V. Enzo Alfieri dedicated his life to prove that Democritus was more of a poet than a philosopher. ‘Indeed, I will go as far as to argue that he ain’t no philosopher!’ Unfortunately, Abbagnano ignored him, and Lucrezio stayed in the canon! Then Alfieri tried to study the idea of the ‘in-divisibile,’ the ‘atom’ and the ‘clinamen,’ and how Lucrezio was a good poet but a bad philosopher!” Allievo di CROCE (si veda). Vive a Milano ove si laurea in filosofia e insegna filosofia alla Bocconi e Pavia.  Allievo di MARTINETTI (si veda) e CROCE (si veda), di cui condivide l'ideologia liberale e il approccio filosofico, ma anche gentiliano non ortodosso secondo la definizione di Spirito, è un oppositore del regime fascista che lo arresta quando a Milano scoppia una bomba all'ingresso della fiera che fa sospettare che si tratta di un fallito attentato al re. A. è incarcerato a San Vittore assieme a tre altri filosofi: Malfa, Segre e Vinciguerra. È liberato senza processo per l'interessamento di Croce che tramite Marinetti ha intervenire MUSSOLINI – il filosofo ufficiale. Un secondo arresto avvenne presto per la scoperta di lettere ritenute compromettenti dalla censura fascista. È scarcerato per l'intervento di GENTILE (si veda) ma dove lasciare entro due giorni l'insegnamento a Modena e trasferirsi a Milano dove riusce a sopravvivere grazie all'aiuto di amici e di parenti che lo ospitarono.  A Milano ottenne il primo incarico alla Bocconi dove rimane fino al suo trasferimento a Pavia. Suoi amici, maestri e testimoni di libertà, come lui stesso li definì, oltre a Croce, sono Prezzolini, Radice, Flora, Albertelli -- ucciso alle Fosse Ardeatine -- e, tra i più vicini e affezionati, Spadolini.  Fortemente critico nei confronti del movimento di sinestra e impegnato attivamente per le riforme della scuola, fondatore "Movimento per la libertà e la riforma dell'università italiana" e il comitato nazionale per la difesa della scuola e divenne presidente dell'"Associazione amici dell'Gerusalemme. Collabora a “L’'Italia: che scrive che riusce a mantenere una certa autonomia nei confronti del fascismo. Monarchico, iscritto al partito liberale Italiano, si avvicina agli ambienti della destra, aderendo al Sindacato libero scrittori italiani e collaborando con Volpe e “Intervento” di Gianfranceschi. Collaboratore per la filosofia de “Il Giornale” diretto da Montanelli.  Tra i suoi saggi vanno annoverati studii sulla filosofia romana, “La tristezza di Pindaro”; “Lucrezio”; “Gl’atomisti” e opere di estetica, L'estetica dall'Illuminismo al Romanticismo. Ad A., oltre ad un suo epistolario con Croce, si devono due memorie autobiografiche -- “Maestri e testimoni di libertà” e “Nel nobile castello” -- dove sono originalmente ritratti personaggi della vita culturale e politica italiana da Croce a Scotti, da Jacini a Casati, a Flora. Troiano, Allievo di Croce, Corriere della Sera. Ferrari, Martinetti e Banfi, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero Filosofia Treccani. Tarquini, Gli sviluppi di LA SCUOLA DI GENTILE:  da Carlini Spirito, in Croce e Gentile Treccani; Mariuzzo, La Scuola di Pisa, in Croce e Gentile Treccani. Veneziani, LXVIII pensieri sul CXVIII: un trentennio di sessantottite visto da destra, Firenze, Loggia de' Lanzi; Elia, Monarchici e partito, su Italia Reale.  Croce, A., Lettere,  Milazzo, Spes; Garosci, Nel nobile castello, in Tempo presente, Forum per A., Rendiconti, parte generale e atti ufficiali; Cicalese, A. maestro di studi e di vita, in Antologia, A.: maestro e testimone di libertà: atti del Convegno, Cremona, Circolo Culturale Croce; Parente, A. e il nobile castello, in Belfagor. Già A. nell’introduzione al breve primo scritto bembiano incluso in una strenna dell’editore Sellerio, ha colto una possibile connessione ai dialoghi platonici più letterari, dove a proposito del piacere ecfrastico dello scrittore per il podere di S. Maria del Non scrive. Bembo si compiace a descrivere il luogo a lui caro, il fresco riparo dalla calura estiva, il fiumicello, i pioppi piantati dal padre, il quale si stupisce che nella piana verso le pendici dell’Etna vi siano platani, che gli fanno forse risovvenire i platani d’Ilisso. L’intuizione diviene più. Del resto l’opera stessa prima del Bembo, il “De Aetna”, richiama a quei molteplici interessi – spesso da e su testi  – che ispira le Castigationes Plinianae. E la stessa felice ambientazione del dialogo già di per sé dilata i confini dell’oggetto esegetico e rilancia tutte le più vitali istanze di plenitudo culturale, di renovatio che Barbaro stesso (e Poliziano per suo conto) indica tra gli scopi della propria lezione (Mazzacurati). Sono una plenitudo e una renovatio che si muovono anche da quell’indirizzo filosofico e umanistico insieme che era stato così caratteristicamente veneziano, da Barbaro a Valla: nella ripresa di un tutto autentico Aristotele che Aldo consacra con la sua monumentale edizione delle opere aristoteliche ispirata alla lezione di Ermolao e dedicata a Pio. Proprio sulla base della retorica e della poetica aristoteliche, ripresentate come esemplari dopo secoli e secoli sulla laguna, poteva svilupparsi anche la filologia più nuova del Bembo, tutta fondata sul concetto di creazione artistica, non come furor o inventio platoniche, ma come imitatio naturae e su una considerazione critica nuova della lingua», Branca, La sapienza civile, c Bembo Pietro. De Aetna: il testo di Bembo presentato d’A., note di Carapezza e Sciascia (Palermo: Sellerio) concreta se posta a confronto con un altro testimone contemporaneo di Bembo, Giraldi. Questi infatti nella sua lettera introduttiva a Renata di Francia alla Historia Poetarum Latinorum, su uno sfondo tutto boccacciano -- l’occasione della peste e la conseguente riunione di una piccola brigada (Pico e Piso) --, così si esprime nel presentare la cornice diegetica del trattato. A., critico verso la cecità dell'eruditismo dei filologi che si affannano a congetturare e spostare, sminuzzare e riattaccare i luoghi del poema di LUCREZIO, sintetizza ancora. Il canto del sonno e dei sogni si riattacca a quei canti precedenti, ai canti delle illusioni, e apre la via ai versi contro la più terribile delle illusioni: contro l'amore. Ecco come viene il sonno: una parte dell'anima è dispersa fuori, una parte si è raccolta nel profondo della sua sede, e le membra si sciolgono, e manca il senso, perché il senso è opera dell'anima. Ma il senso non manca interamente, perché, se no, non si potrebbe riaccendere mai più e sarebbe la morte. La causa del sonno è la continua perdita di atomi da parte del corpo, perdita che avviene specialmente per le incessanti percosse degli atomi aerei; e questi versi sono bellissimi, nella narrazione dell'inavvertito conflitto, eppoi nella rappresentazione della sonnolenza, con versi rotti e con un verso finale di grande dolcezza.POPLITESQVE CVBANTI SÆPE TAMEN SVMMITTVNTVR VIRISQVE RESOLVUNT. E il sonno segue al cibo e alla stanchezza, perché allora è avvenuto un tanto più grave turbamento di atomi in noi. Qui passiamo all’illusioni. Ognuno si sogna quello che è la sua occupazione del giorno. Gl’avvocati sognano di trattar cause, il generale di guidare eserciti alla guerra, il marinaio di lottare coi venti, LUCREZIO d'essere sveglio a scrivere il 'De rerum natura'. Ed ecco quelli che si sognano i pubblici spettacoli, dopo essersene storditi per tanti giorni. I cavalli, che sognano le corse. Il cane, che sogna la caccia e fiuta in aria ve si agita; i merli si sognano di sfuggire ai falchi. Così gl’uomini: sanguinosi e paurosi sogni di re, sogni terrificanti di uomini che si credono alle prese con pantere e leoni, e gente che parla dormendo e svela tutti i propri segreti, e gente che immagina di morire o di precipitare da alti monti, e gente che ha sete e si sogna di essere presso un fiume e di bere infinitamente”. E' come se all'interno di un'argomentazione piana, di un'espressione variata, di un vocabolo già abusato, di un ritmo additivo irrompessero sistematicamente una rivendicazione terminologica, un elemento imprevisto, un segnale indecifrabile, un'interruzione del ritmo, un vestigio ad investigare. Non cessano infatti di stupire, per vistosità e normatività, un'accelerazione espressiva e un turbamento linguistico, i quali tuttavia, anziché disperdersi in una sorta di dadaismo originario o di impazzire nel gioco retorico, concorrono al prima e al poi della dimostrazione, alla proporzione del dettato, alla simmetria e regolarità del verso. Essi stessi riducibili a struttura, più simile ora ad un reticolo cristallino, ora ad una tavola aritmetica, ora ad un ordinamento geometrico. Questa compresenza dell'uno e del molteplice, del medesimo e del diverso, del codificato e del nuovo -- responsabilità morale di annunciare un nuovo mondo. Linguistica, che porta alla preoccupazione dell'iso-morfismo, al voler far combaciare vocabolo e oggetto segnato, segnante ordine linguistic, ordine cosmico. La eversibilità e convertibilità di ordine fisiologico o naturale, e di ordine filologico -- verbale. Anzi, la fisiologia irrelata e caotica sembra comporsi e prendere forma in un divenire “caosmico” proprio grazie alla filologia, la quale ordina sintammaticamente il molteplice -- il complesso nel semplice, nel semplicissimo (atomon, indivisum), domina il caos, resiste alla morte ed all'amore, e, anziché immaginare o assecondare l'esistente, lo ferma e se ne appropria. A VT NOSCAS REFERRE EARVM PRIMORDIA RERVM CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA CONTINEANTVR ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE QVIN ETIAM REFERT NOSTRIS IN VERSIBUS IPSIS CVM QVIBVS ET QVALI SINT ORDINE QVÆQVE LOCATA NAMQVE EADEM CÆLVM MARE TERRAS FLVMINA SOLEM SIGNIFICANT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS SI NON OMNIA SVNT AT MVLTO MAXIMA PARS EST CONSIMILIS VERVM POSITVRA DISCREPITANT RES SIC IPSIS IN REBVS ITEM IAM MATERIAI INTERVALLA VIAS CONEXVS PONDERA PLAGAS CONCVRSVS MOTVS ORDO POSITVRA FIGVRÆ CVM PERMVTANTVR MVTARI RES QVOQVE DEBENT ATQVE EADEM MAGNI REFERT PRIMORDIA SÆPE CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA CONTINEANTVR ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE NAMQVE EADEM CÆLVM MARE TERRAS FLVMINA SOLEM CONSTITVVNT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS VERVM ALIIS ALIOQVE MODO COMMIXTA MOVENTVR QVIN ETIAM PASSIM NOSTRIS IN VERSIBVS IPSIS MVLTA ELEMENTA VIDES MVLTIS COMMVNIA VERBIS CVM TAMEN INTER SE VERSVS AC VERBA NECESSEST CONFITEARE ET RE ET SONITV DISTARE SONANTI TANTVM ELEMENTA QUEVNT PERMUTATO ORDINE SOLO AT RERVM QVÆ SVNT PRIMORDIA PLVRA ADHIBERE POSSVNT VNDE QVEANT VARIÆ RES QVÆQVE CREARI. Analogia tra formazione di "verba" et versus e formazione res, espressa dagli eadem e dal parallelismo tra "significant" e “constituunt” resa esplicita nella spiegazione della paronomasia ignis/lignum iamne videas eadem paulo inter se mutata creare gnis et lignum?  Quo pacto verba quoque ipsa  inter se paulo mutatis sunt elementis, cum ligna atque ignis DISTINCTA VOCE NOTEMUS. Costituenti minimi semantica (parola, sillaba, articolazione, prima articolazione, seconda articolazione, terza articolazione), natura (radice, atomo, molecula). Reversibilità dei co-efficienti dei costituenti minimi -- “positura”, “motus”, “ordo” -- che già nella metafisica aristotelica -- dell'aristotele perduto -- sono indicati come le sole e tutte differenze che possono presentare tra loro le lettere. Circolarità tra realtà fisica e linguistica con successione intrecciata delle argomentazioni nei due passi elemento -- ELEMENTUM (gr. stoicheion) è costituente originario sia di alfabeto che natura, secondo Democrito e Leucippo, fonte Metafisica, Aristotele. IL PORTICO, nella sua lotta contro GL’ORTELANI, sostiene la legge finalistica del Logos come vera unica legge che indirizza la scrittura delle opere e la formazione delle cose. Platone sostene l'esperienza letteraria come micro-cosmo produttori del reale. Concursus motus ordo positura figurae. Sono documentati come 'produttori' del 'reale' (res, rerum) in Leucippo, Democrito (dalla Metafisica) ed Epicuro e sono gl’esatti sinonimi latini dei termini greci – “individuum”, atomon; “elementum”, stoicheion, simple, simplice, simplicissimum. Il verso è straordinario, dal punto di vista ritmico, tutto spondaico, e semantico, essendo costituito da soli sostantivi elencati a-sindeticamente, e culminante dal punto di vista fonico su “ordo”, quasi palindromo, appena bi-sillabo. Un verso icastico, che riprende i termini già esposti ma in ordine sparso e vi associa “figurae”, termine con una doppia valenza (ma monosemia) materiale e linguistica. Numerose testimonianze nei testi grammaticali latini fanno emergere la perfetta corrispondenza della terminologia atomistica e linguistica, in quanto tutti i termini "concurcus", "motus", "ordo" et "positura" sono specificamente grammaticali. motus concursus gramm: fenomeni fonetici: sinalefe (contrazione in un'unica sillaba di due vocali, solitamente dittonghi), sineresi (contrazione in un'unica sillaba della vocale terminante di una parola e di quella iniziale della successiva), iato (incontro di vocali forti successive). Il “distaccamento”, l'”accostamento”, il “mutamento” degl’atomi convertono la natura delle cose nello stesso modo in cui l'”omissione”, l'”aggiunta”, il “mutamento” delle lettere convertono l'identità delle parole. Il modello grammaticale sembra in ogni caso essere preminente e fungere da paragonante per scoprire e chiarificare i meccanismi del mondo atomico, “ex apertis in obscura”, per rendere più semplice il passaggio dall'esperienza sensibile della littera scritta all'invisibilità degl’infinitesimi atomi, elementa. Gramm: flessione (verbo) musica: ritmo retor: figura retorica  ut potius multis communia corpora rebus multa putes esse, ut verbis elementa videmus. L'assimilazione tra “verbum” e “res” fornisce una giustificazione e funzione della filosofia, nonché annulla il divario tra filosofia e poesia, aprendo la strada della ben più successiva divulgazione scientifica. È convinzione epicurea quella dell'iso-morfismo tra parole e cose, e tale risulta nella costituzione del poema intero, costruito come un cosmo vero e proprio. La valorizzazione di ogni singola parola, la sua attenta scelta si riflette in un innalzamento a materia poetabile delle realtà anche più umili, come “minerali, piante, fiumi, cielo, mare, terra, fiere, uomini”. Si crea così una democrazia linguistica ante litteram, lontana dal buonismo religioso, spesso degradato in ipocrisia, o dagl’esperimenti degl'atomismo logico di Russell, che demolendo la sintassi o creando l'enumerazione caotica volevano demolire la società borghese e capitalistica e criticare la massificazione elevando ogni singola parola, pur immersa nella sua massa uniformemente bianca e nera che è il testo. Vittorio Enzo Alfieri. Alfieri. Keywords: Lucrezio, l’implicatura di Lucrezio, la folla di Lucrezio, Croce, filosofia romana, la terminologia della grammatica filosofica di radice del portico: elemento, figura, individuo, concorso. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alfieri” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alfonso: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Santa Severina – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Santa Severina). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Santa Severina, Crotone, Calabria. Grice: “I like Alfonso – no, he ain’t a Spaniard; the surname was pretty popular in Southern Italy after the roaming of the Spaniards! And it’s ultimately barbaric, that is, Goth!” “Typically, for a philosopher, a professional one, I mean, he started with logic for teenagers (il ginnasio ed il liceo), but with a twist – he called his lectures (his ancestor may testify) ‘logica reale,’ or colloquenza reale – and he tried to criticse “il Vera,” who had written “Il problema dell’assoluto.” “Like me, he has an interest in S is P and S is not P (questo uomo no est sensibile). His first utterance is actually, NOT ‘the fat cat sat on the mat, and as he sat on the mat, he saw a rat” – but the rather naïf ‘il sole e luminoso.’ He gives two other examples, which are easy to detect, since he does not use quotes but ITALICS!: “questo corpo est rotondo” and “questa pianta fiorisce.” His idea, like mine, or Peacocke’s,, or Speranza, is that that is pretty much enough to deal with the most serious problems in philosophy: the judicatum, and its component Concetto 1 e Concetto 2 – “Questa pianta fiorisce’” -- Un temperamento di spirito positivo e di evoluzionismo idealistico, che attesta l’origine del suo metodo e la serietà dei suoi studi, ma che dimostra pure quanto egli si sia discostato dall’indirizzo del Vera e dello Spaventa per accostarsi a quella che fu chiamata la sinistra hegeliana»  (Luigi Ferri). Filosofo. Autore di pubblicazioni scientifiche e di numerosi articoli su riviste letterarie e quotidiani, alcuni dei quali sulla Calabria e sui personaggi delle tragedie di Shakespeare, che gli fanno guadagnare l’attenzione per l’approccio singolare alle opere del grande drammaturgo. Da una famiglia di proprietari terrieri, si dedica all'approfondimento delle Sacre Scritture, grazie ai due fratelli del padre, canonici del capitolo metropolitano della cattedrale. Questi studi -- parte dei quali pubblicati con il titolo “Le donne dei Vangeli” (Firenze, Successori Le Monnier) -- manifestano un approccio *positivista* sull'analisi del testo biblico. Terminati gli studi nel suo paese natale si trasfere a Catanzaro, dove è allievo del letterato e patriota rocchitano Gallo-Arcuri. Frequenta il liceo ginnasio Galluppi, conseguendo la licenza ginnasiale. Ottenne in seguito la licenza liceale con lode al liceo classico del convitto Vittorio Emanuele II di Napoli, che gli fa valere, su concessione del ministero della pubblica istruzione, la possibilità di iscriversi alla facoltà di filosofia presso la Regia Napoli. Alla facoltà di Filosofia, dove, allievo di SANCTIS, VERA, e SPAVENTA, ottenne vari riconoscimenti.  Consegue la lauree in filosofia. I lincei gli assegono il premio reale per la filosofia per il saggio dal titolo “Kant: i suoi antecessori e i suoi successori”. Su espressa volontà del padre fa ritorno a Santa Severina. Ma la passione per l'insegnamento prevalse e partecipa ai concorsi a cattedra per i licei, iniziando a insegnare Filosofia in Sicilia: Caltanissetta, Messina e Catania. Da questa esperienza di insegnamento cominciarono ad evidenziarsi sempre di più le sue qualità didattiche, tant'è che il ministro della Pubblica Istruzione Boselli lo convoca a Roma per affidargli la cattedra di filosofia nei licei, prima al liceo ginnasio Umberto I e poi al Liceo Visconti. Comincia a collaborare con le più importanti riviste, tra cui il Nuovo Convito, la Rivista d’Italia, la Rivista moderna politica e letteraria, la Rivista italiana di filosofia, la Nuova Antologia, L’Educazione, la Rivista italiana di Sociologia, la Rivista di filosofia e scienze affini e con diversi quotidiani, tra cui L'Osservatore Romano. Chiamato dal ministro della Pubblica Istruzione Boselli ad insegnare filosofia all'Istituto Superiore, dove, in seguito a concorso, divenne Professore. Ha come colleghi Pirandello e Capuana. Durante i trantaquattro anni di insegnamento all’istituto superiore, è relatore di oltre trecento tesi. Per il Dizionario illustrato di Pedagogia, curato da Credaro e Martinazzoli, redasse la voce Istituti Superiori femminili di Magistero. Anche libero docente di filosofia alla Regia Roma.  All'insegnamento affianca sempre una prolifica attività di saggista, pubblicando saggi che spaziano dai temi dell'educazione e della morale all'economia politica, dagli studi sull'ambiente e sulle foreste all'analisi criminologica dei personaggi shakespeariani. Il suo sommario delle lezioni di pedagogia generale (Loescher) è giudicato dalla Reale Accademia dei Lincei frutto d'amorosa meditazione e di mente abituata alla ricerca e alla costruzione filosofica, che esce dai confini degl’ordinari trattati di pedagogia per elevarsi ad una sintesi mentale superiore. Tenne la prolusione all'Universal Congress of Races di Londra, che è poi pubblicata col titolo “Speculative psychology and the unity of races” (Loesche). Membro del Congrès indu progrès religieux a Parigi. Consulente medico della Real Casa d'Italia durante il regno di Umberto I e del Palazzo Apostolico Vaticano sotto il pontificato di Benedetto XV.  Mai volle aderire ad alcuna corrente filosofica e politica, ed è fortemente avversato dal ministro della pubblica istruzione GENTILE (si veda), che decide di mandarlo anzitempo in pensione con un provvedimento ad personam. Si tratta del Regio Decreto all'interno della Riforma GENTILE, che anticipa, per i soli professori del Magistero, il collocamento a riposo al compimento del settantesimo anno anziché al settantacinquesimo, come per gl’altri docenti universitari. Il suo posto è immediatamente occupato da RADICE, amico di Gentile. Anche CROCE intervenne nella vicenda in favore di A., chiedendo a GENTILE una deroga a tale decreto, ottenendo però risposta negativa. La salma è portata sulla carrozza della Real Casa e seppellita nel Cimitero del Verano. Santa Severina, gli ha intitolato una via del centro storico e la Scuola elementare. Saggi: “Le donne dei Vangeli” (Firenze, Monnier); “Sonno e sogni” (Milano, Trevisini); “Principii di logica reale” (Roma, Paravia); “Lear” (Roma, Alighieri); “La dottrina dei temperamenti” (Roma, Alighieri); “Psicologia” (Torino, Boccai);  “Pregiudizi sull'eredità psicologica (genio, delinquenza, follia)” (Roma, Alighieri); “I limiti dell'esperimento in psicologia” (Roma, Loescher); “La filosofia come economia” (Roma, Loescher); “Lo spiritismo secondo Shakespeare” (Loescher); “Psicologia criminale. Critica delle dottrine criminali positiviste” (Roma, Loescher); “Il Cattolicismo e la filosofia” (Roma, Loescher); “Otello delinquente” (Loescher);  e “Pedagogia: l'educazione come economia” (Roma, Loescher); “Note psicologiche, estetiche e criminali ai drammi di Shakespeare: Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello” (Milano, Società Editrice); “Principii economici dell’etica”; “Naturalismo economico”; “Principi naturali d’economia politica” (Roma, Athenaeum); “Gl’alberi e la Calabria dall'antichità a noi” (Roma, Signorelli); “La dis-occupazione: cause e rimedi” (Torino, Bocca). Nicolò d'Alfonso Il  del Sud  Furio Pesci, Pedagogia capitolina. L'insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma, Parma, Ricerche pedagogiche, Francesco d'Alfonso, Nicolò d'Alfonso. Ritratto di un intellettuale indipendente, Bisignano, Apollo edizioni, cit Gallo-Cristiani, In memoria del filosofo Nicolò d'Alfonso, Roma, A. Signorelli editore, La vicenda del pensionamento di Nicolò d'Alfonso è ricostruita e ampiamente documentata in Nicolò A.. Ritratto di un intellettuale indipendente, Francesco A., L'onesto solitario. Vita e opere del filosofo Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole edizioni,  Francesco A., Nicolò A.. Ritratto di un intellettuale indipendente, Bisignano,  Francesco A., Amleto e Ofelia. La critica shakespeariana negli scritti di Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole; Pesci, Pedagogia capitolina. L'insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma  Parma, Ricerche pedagogiche, Gallo Cristiani, In memoria del filosofo Nicolò A., Roma, A. Signorelli; Mariantonella, Marchesini e la «Rivista di filosofia e scienze affini», Angeli; Macris, Nicolò A.: uno studio introduttivo, in Quaderni Siberenensi, Catanzaro, Ursini, Luca, Santa Severina. L'antica Siberene, Pubblisfera; Testa, La critica letteraria calabrese, Pellegrini; Bernardo, Santa Severina dai tempi più remoti ai nostri giorni, Istituto editoriale del Mezzogiorno; Santa Severina Università La Sapienza di Roma Accademia dei Lincei Liceo classico Albertelli.   Il prof. Nicolò A. presenta Note psicologiche, estetiche e criminali ai grammi di Shakspeare Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello. Una nuova fase dell'economia politica; Speculative psychology and the unity of races. Il cattolicismo e l'insegnamento della storia del cristianesimo nell'Università di Roma; La filosofia della storia nel nostro tempo; Morgagni e la biologia moderna; In Calabria». A., come già risulta dall'elenco dei sagg presentati, s'è occu pato di argomenti disparatissimi, senza che però, a giudizio unanime della Commissione, egli sia riuscito a trattarne alcuno con metodo scientifico. Per la più parte sono saggi occasionali e informativi, discorsi, prelezioni. Ma invano si cercherebbe un'indagine compiuta con intento scientifico. Le nole psicologiche sui drammi dello Shakspeare, che del resto sono una ristampa di articoli pubblicati già parecchi anni addietro, per molti rispetti sono pregevoli, contenendo osservazioni giuste, e in ogni modo attestano l'amoroso studio che l'A. ha fatto dei drammi dello Shakspeare; ma, a giudizio unanime della Commissione, non sono titolo sufficiente per l'assegno del premio a cui il A. aspira. E' un insegnante che ha una lunga e onorata carriera, e moltissime saggi. Ma queste che pur contengono molti pregi, riguardano la psicologia, la logica e la pedagogia La stessa opera che s'intitola Saggio di filosofia morale è un saggio di psicologia applicata alla critica dell'antropologia criminale. Il Sommario delle lezioni di filosofia generale – LA FILOSOFIA COME ECONOMIA -- in cui espone i concetti cardinali del suo approccio, non tratta propriamente problemi morali, al cui studio non arreca contributo notevole l'opuscolo Principi economici dell'Etica. Formulati in questo modo i giudizi riassuntivi intorno ai quattordici candidati, e vagliati comparativamente i titoli di ciascuno, e tenuto conto infine dell'esito della prova orale, la commissione procede alla votazione definitiva, secondo le norme. La terna risulta così concepita in ordine alfabetico: Calò con III voti favorevoli e due contrari; Ferrari, con III voti favorevoli e due contrari; Orestano, a voti unanimi. II voti riporta il candidato Zini. Essendosi quindi proceduto alla graduazione dei III candidati designati per la terna, in ordine di merito, si ha il seguente risultato: 1°Orestano con voti IV contro uno; Ferrari con voti III contro due; Calò con voti III contro due. Il candidato Calò ha un voto come primo nella terna. La Commissione pertanto propone a V. E. di nominare Orestano professore di filosofia a Palermo. Roma, Il Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione, esaminati gl’atti del concorso,li riconobbe regolari e nell'adunanza delibera di restituirli al Ministero senza vazioni.  La Commissione Osser.  Quando un maggior numero di uomini si strinsero in rapporti fradi loro e furono animati dal *fine comune* (mutual goal) di *aiutarsi* (reciprocal helpfulness)  nel superare le difficoltà per la vita, onde si vide il grande vantaggio del lavoro collettivo, questo fatto ha una grande importanza per quegl’uomini e pei primordi dell'umanità in genere. È allora necessaria la dimora fissa in un luogo, ciò che dovea  LA STORIA DEL LINGUAGGIO.   diminuire loro idisagi e le incertezze del domani. Si preferi di dimorare presso le rive dei fiumi, dei laghi e del mare, che offrivano certi vantaggi. Risoluto il problema dell'esistenza nell'oggi, è reso possibile il tentativo di produrre pel domani, allora si principio ad allevare il bestiume ed a coltivare la terra, prendendo insegnamento, come potevano, dalla natura. Allora è reso maggiore il bisogno di *esprimersi* (express ourselves) e d'*intendersi* (comprehend ourselves) in un più largo ambito e nacque nell'uomo il desiderio di ben provvedere al suo avvenire, à quello della tribů o della piccola società ed a ricordare la vita passata per trarne insegnamento per l'avvenire. È reso ancora necessario il tradurre in segni materiali, e perció più memorabili, i rumori e le voci di *espressione*: prima origine della scrittura e della lettura. Ma, anche in questo caso, quando non si tratta di do vere riprodurre l'immagine sensibile delle cose, ma di usare SEGNI più o meno facili ad eseguire e da connettere alle parole, ciascuno dove significare da principio in modo affatto ARBITRARIO ed inintelligibile agli altri le proprie rappresentazioni. Solo posteriormente, per mezzo d’accordi, alcuni *segni* (segnante/segnato) sono ricunosciuti da parecchi siccome *esprimenti* alcune date *rappresentazioni*. Si *stabilisceno* (Grice – established procedure) cosi tanti segni (segnante, segnato) per quante sono le parole in uso. Però un cosiffatto costituirsi della società primitiva non avvenne per un aggruppamento solo, in un solo sito, di uomini e di famiglie. Dato invece il continuo dirimersi e disgregarsi degli uomini preistorici, bisogna ammettere che è dovuto avvenire, isolatamente, in vari punti della superficie della terra; e per ciascuna piccola società dovettero stabilirsi speciali segni di scrittura e di lettura. Questi movimenti d’emigrazione e d'immigrazione, di conquiste, raggiunte con la violenza o con la calma e l'astuzia, sono più frequenti nei primordi della storia, poichè in quei tempi non tutti i bisogni individuali e sociali dell'uomo potevano essere sollecitamente soddisfatti, quantunque fosse stato prepotente in lui il desiderio di soddisfarli. E poichè ogni gruppo sociale migrante, come ha un complesso di parole, cosi puo avere un complesso di *segni* a quelle corrispondenti, avvenendo lo stesso per la società che subiva l'immigrazione o il dominio, con la mescolanza degli uomini dove ancora avvenire una mescolanza di differenti linguaggi. In questo caso il gruppo sociale più potente dove esercitare il suo dominio sul popolo nuovo arrivato o sul debole. È necessario perciò che gl'imponesse anche la propria lingua, altrimenti non sarebbe stata possibile la comunicazione degl’animi, prima condizione al vivere. Queste società col vivere a lungo in un sito andarono incontro ad alcuni disagi per lo sfruttamento del terreno non ancora coltivato secondo la legge naturale o per la distruzione degl’animali boschivi o infine perchè il loro sviluppo sociale dove far loro avvertire NUOVI BISOGNI o per dar nuove esplicazioni alle loro energie. Nasce perciò in loro o in parecchi di essi il bisogno di avvicinarsi ad altre società, sia per offrire a queste i prodotti particolari del loro suolo e della loro industria e rice verne altri, sia per offrire loro le proprie energie organiche dalle quali volevano trarre un profitto. L'avvicinamento e poi la reciproca compenetrazione degl’animi avvenne per via pacifica o per la violenza e la forza, onde la società sopravvegnente sottomise a sè l'indigena. sociale. Ma si deve anche ammettere che il popolo vinto o il nuovo ha in parte contribuito a modificare la lingua dell'altro, non potendosi ammettere che esso si fosse potuto così facilmente e presto privare della sua lingua abituale e l'altro non ne ha subita alcuna modificazione. Cosi, come la parola (del greco parabola), anche altri segni dove subire molteplici metamorfosi in ragione del vario congregarsi e disgregarsi degl’uomini, in ragione dei vari influssi che quelle società esercitarono fra di loro. E quando in mezzo alla vita indeterminata delle società primitive sorge un popolo energico e forte che acquisto di sè una coscienza superiore a quella degl’altri popoli che si sforza di soggiogare e di dominare ed impose loro i suoi costumi, le sue credenze,  è quello il primo popolo veramente storico e allora la lingua di esso è imposta ai vinti ed ammesso riconosciuto da questi. Ma un popolo che sa esercitare il suo dominio è destinato a vivere e a perpetuarsi. È necessario allora che esso diventi qualche cosa di organico, che ha un ordinamento interno, che ha leggi ed istituzioni. Un popolo cosi costituito è costretto a conservare ed a coltivare la propria lingua, dando un valore determinato alle proprie parole; perchè solo cosi è possibile il governo che deve implicare la stabilità delle leggi e della istituzioni alle quali deve perció connettersi una lingua determinate e fissa, altrimenti quel popolo ricadrebbe, come, malgradociò, tende sempre a ricadere, allo stato primitivo di disgregamento. In un popolo che vive e dura la lingua deve non  solo fissarsi ma le parole di cui consta debbono moltiplicarsi. E ciò non può non ammettersi se si considera che una società che vive non può non compiere, per mezzo degl’individui che la costituiscono, un'attività psicologica scrutativa e conoscitiva sulla natura circostante. Questa che da principio apparisce come qualche cosa di molto semplice, come un tutto a sè, in ragione che più si esercita l'attività umana sopra di essa,apparisce distinta in una molteplicità di gradi o di oggetti i quali alla loro volta da prima appariscono indeterminati nelle molte proprietà di cui risultano e, progressivamente, appariscono sempre più determinati. Tale è stato il movimento della conoscenza dai primordi della storia sino ai nostri tempi e non si è peranco arrestato. Di nessun oggetto si può dire che esso sia stato cosi studiato ed analizzato in tutte le sue note, in tutti i suoi rapporti, che un ulteriore studio nulla di nuovo potrebbe darci. Quantunque questo processo di scrutazione e di conoscenza si sia eseguito sopra ogni cosa, pure non tutti i popoli hanno all'istesso modo fatte le loro conquiste in ogni ramo della realtà. Giacchè alcuni hanno scrutato un ramo ed hanno lasciato intatto un altro di essa e, conseguentemente, la lingua si è più arricchita in quella regione della natura che non in un'altra. Inoltre è avvenuto nella storia che, come gli uomini hanno fatto un progresso nel campo della conoscenza, si sono ingegnati di servirsi delle loro cognizioni per modificare la natura esteriore a loro profitto, producendo una molteplicità di beni e sovrapponendo cosi all'opera della natura una nuova creazione che è quella dell'arte. Tutte le istituzioni sociali sono creazioni dello spirito, Cosi quando un popolo emerge nell'arte della guerra e delle conquiste, come il popolo romano, deve anche creare una nomenclatura in cose militari e guerresche. Giacchè, anche in questo caso, ogni nuova veduta, ogni nuova invenzione, per quanto possa sembrare poco apprezzabile, pure deve essere contrassegnata dalla sua parola. Tale lingua non puo riscontrarsi nei popoli che, nel movimento storico, precedettero quelli. Ed allora la nuova lingua potrà inprosieguo divenire patrimonio di nuovi popoli; perchè le conquiste di una nazione nel campo della conoscenza e dell'attività pratica tendono a divenire patrimonio ed eredità delle altre nazioni, Una nazione che emerga nel mondo pel suo dominio sul mare, ciò che non può avvenire senza la costruzione di vascelli di meravigliosa complicazione, come il popolo ligure, deve creare una nomenclatura marinaresca, sia per le varie parti e di vari apparecchi di cui consta un vascello, come per la loro funzione e per gli uomini che vi si addicono, nomenclatura che *prima della formazione di quei vascelli non avea ragion d'essere* e che ora deve essere accettata dalle altre nazioni che vogliono costruire  nelle quali se la natura interviene, essa non vi è come puramente tale, ma rianimata da un nuovo soffio. La storia ci fa vedere che ogni società civile ha prodotto qualche cosa di particolare in un ramo delle istituzioni sociali; o nelle leggi o nell'industria, nel commercio, nell'arte militare, nelle belle arti, nella religione, nella scienza. Corrispondentemente a questo progresso nell'attività intellettuale e pratica, nuove forme particolari debbono sorgere che contribuiscono ad accrescere la somma delle parole di un popolo. -- navi di quei tipi o forme, onde quelle parole genovese o ligure debbono in massima parte essere accettate come tali dalle altre nazioni. Anche una nuova e grande religione, come il culto di Marte, il dio della guerra dai romani, dovette formarsi una nuova lingua relativamente alle antiche religioni, quantunque alcune parole di queste siano state conservate nella nuova religione, all'istesso modo che qualche cosa del contenuto delle prime religioni si perpetua nel contenuto delle altre. E, poichè la religione, sopra tutto la religione istituta dal primo principe, Ottaviano, compe netra ed informa tutti gli aspetti della vita individuale e sociale, esercita la sua azione modificatrice nella lingua di tutte le istituzioni sociali. Nel culto romano di Marte troviamo parole che hanno un contenuto differente da quello che avevano nei popoli precedenti o che non ancora hanno accettato il Cristianesimo, quantunque le stesse parole possano prima essere state usate.E, poichè il Cristianesimo è stato il punto di partenza di un grande e lungo svolgimento artistico, teologico e filosofico, informato ai suoi principii, si è dovuto ancora produrre una lingua atta a rendere in tutti i loro elementi le nuove e grandi concezioni. Cosi l'attività pratica sociale e le istituzioni contribuiscono a fare arricchire la lingua latina dei romani. Ma infondo a questo progresso linguistico sociale dobbiamo trovare come principale fattore l'attività individuale di un CICERONE, di un LUCREZIO, di un VARRONE, di un ROMOLO! Come avviene delle nazioni che non fanno un passo innanzi nel progresso dell'umanità se non per l'opera dei grandi uomini che esse nondimeno hanno creato eeducato, avvieneanche pel progredire della lingua dialettale – o soziale – altre l’idioletto. Giacchè gl'individui in quanto vedono aspetti nuovi della natura o della vita s o  Però da principio essi hanno ricevuto dalla società in seno alla quale sono nati e cresciuti un linguaggio che era patrimonio comune a molti; essi l'hanno solamente arricchito in quel ramo di attività nella quale hanno espli cato la loro energia e,se questa riguarda immediatamente la vita del popolo,potranno le nuove parole divenir popolari, altrimenti rimarranno sempre chiuse nella cerchia dei pensatori e degli studiosi. Così la lingua filosofica di CICERONE non è popolare o ordinario o volgare come non è popolare o ordinaria o volgare la filosofia, mentre il linguaggio della religione e dell'arte potrà più facilmente scendere sino al popolo e divenire suo patrimonio; perchè esse al popolo sopra tutto s'indirizzano ed in esso debbono trovare alimento. -- Pertanto se la lingua dell'arte, della filosofia, della storia differiscono in qualche modo fra di loro, differisce anche la lingua di un cultore di quella data branca di attività umana da quello di un altro. Così il idoletto o idioma di Platone differisce da quello di Aristotele e di Hegel. La lingua, l’idioletto, o l’idioma di Omero differisce da quello d’ALIGHIERI, di Shakespeare e di Goethe. La lingua, l’idioletto o l’idioma di Tucidide e di Erodoto differisce da quello di LIVIO, di TACITO, di MACHIAVELLI. E ciò perchè ciascuno scrittore impiega nella realtà che studia e perciò nella lingua che trova e contribuisce a creare, quella sua attività particolare che   ciale contribuiscono a formare la lingua ed imprimono parole nuove a nuovi fatti reali che si sono scoperti od escogitati. Ippocrate, che fu il fondatore della scienza medica nell'antichità, fu anche il creatore della lingua medica che si conserva in fondo alla compless lingua medica moderna. Cesare dette nuove determinazioni ed una più grande precisione alla lingua militare. lo spinge ad usare nuove parole o a dare un nuovo contenuto o segnato a vecchie parole o it nobilitarle o a degradarle. In questo modo la lingua di un popolo che, come ogni conquista dell'uomo e dell'umanità, tende a sminuire e a perdersi, è sostenuto dalla vita nazionale ed è migliorato dal progresso che essa fa in ogni ramo dell'atti vità umana. Il suo progresso va di pari passo col progresso dell'umanità,  all'istesso modo che il decadere di questa trae seco il decadere della lingua. Una nazione mantiene integralmente la sua lingua quando una sola vita ed un solo pensiero circolano in essa quando vi è, cioè, unità nazionale, onde tutti i cittadini hanno la stessa educazione, la stessa coltura, le stesse aspirazioni, volgono la loro attività allo stesso fine collettivo, partecipano intimamente agli avvenimenti nazionali, sono animati dello stesso spirito religioso, artistico. Quando lo spirito nazionale si affievolisce o cade, tendendo allora la lingua a degradarsi, la scuola apparisce come una sostituzione alla vita sociale, la quale può creare il culto della lingua nazionale, facendo interpretare e gustare i capilavori letterari, storici e politici che quella data nazione possiede. In questo caso la scuola può creare un movimento per un nuovo risorgimento nazionale e per mezzo di essa può la lingua durare e vivere anche quando le istituzioni che la formarono e la sostennero son decadute. Ma se in quei casi la scuola manca, tutto va in rovina.  Nella scuola va incluso anche il culto per l'arte, quando questa non rappresenti il puntosalientedella vita nazionale, come avvenne in Grecia la quale dovette la popolarità di quella meravigliosa lingua primieramente al  culto per Omero I cui canti, artistici e religiosi insieme, venivano imparati a memoria e ripetuti e cantati da tutto il popolo. La religione ha anche essa una grande potenza a mantenere in vita una lingua, quando ogni altra istituzione sia perita in una nazione; perchè essa, tendendo a difondere un complesso organico di principii e di massime a tutto un popolo, in modo che tutti gl'individui vengano illuminati e spinti all'azione da essa (e già la religione esercita la sua azione in tutti i fatti della vita, onde la lingua religiosa penetra in ogni cosa), deve tenere perciò vivo il culto per la lingua nazionale. Quando queste condizioni mancano la lingua si discioglie, soprat tutto se quella nazione continua ad essere il centro d'im migrazione di altri popoli, come avvenne dell' IMPERO ROMANO dopo la sua caduta, in cui, con la invasione dei barbari, quando la scuola mancava, nuovi linguaggi e nuovi costumi penetrarono che dovettero affrettare la disorganizzazione di quella lingua in tanti linguaggi particolari a varie provincie e luoghi, varianti fra di loro secondo che varie erano le nuove condizioni di ciascuno. Alcuni di questi particolari dialetti più tardi divennero ancheessi nuove lingue, quando apparvero i poeti, gl’oratori, gl’istorici, i legislatori, i religiosi, i quali, per adattarsi al popolo al qualedoveano volgerel'opera loro, dovettero bene conoscere il nuovo linguaggio ed,usan dolo, gli accrescevano prestigio e destavano il culto per esso. In questo modo una grande lingua si discioglie e gli altri linguaggi che vengon fuori da quella dissoluzione possono di nuovo nobilitarsi e divenire storici. La lingua tedesca non sarebbe divenuta una nobile e bella lingua se Lutero, col movimento religioso che egli. Risulta da quel che si è detto che non è stato un solo il popolo storico, ma vari,quantunque però si debba a m mettere che questi si sieno manifestati in una regione piuttosto che in un'altra del mondo e che vi sieno stati p o poli storici di cui non sono rimaste vestigia;perchè la parte che essi hanno rappresentato per la storia dell'u manità in genere non è stata di grande importanza, onde non sono divenuti centro di attrazione di altri popoli e non hanno avuto perciò l'energia di sottometterne e di dominarne altri. All'istesso modo che ogni popolo ha una storia parti colare e comparisce e sparisce dal teatro del mondo e ad un popolo si succedono altri popoli ed ognuno ha la ere dità degli altri ed ha insieme aspirazioni, tendenze ed uno spirito proprio,si foggia ancora in modo particolare la propria lingua. E come il suono o la voce è l'espres sione dello stato interiore psichico indeterminato dell'a  fondo ed inizio, in cui dovea avere gran parte la cultura del popolo, non avesse destato un culto per essa.I grandi poeti tedeschi, gli storici, i filosofi, gli scienziati,animati dallo spirito della riforma,contribuirono poi a rendere importante nel mondo e nella storia quella lingua. L'a vere la Grecia conservata, dopo la sua caduta, la sua antica lingua la quale, tenuto conto dei mutamenti necessari che in essa son dovuti avvenire pel progresso del pensiero umano, si è continuata nella lingua greca moderna, si deve all'essere essa, dopo la sua caduta, stata quasi tagliata fuori dal grande movimento del mondo, il cui centro divenne ROMA, e al non essere più essa stata fatta segno alle invasioni e alle immigrazioni di altri popoli. Quando, dopo la rovina dell'impero romano, il pen   animale o dell'uomo, anche la lingua, nel complesso si stematico delle sue parole, è l'indice dello stato intellettuale di un popolo, della sua storia, del grado della sua eticità, della sua energia, delle sue aspirazioni economi che, artistiche, sociali, religiose, scientifiche. Sicchè, conosciuta la lingua di un popolo, ci è dato conoscere la sua vita naturale e spirituale; perchè nulla è nella vita naturale e spirituale degli uomini che non sia in qualche modo nel suo linguaggio. Diciamo in qualche modo,per «chè la lingua non è l'espressione perfetta della vita e del movimento della psiche. Le parole di cui il linguaggio consta sono sempre vi 'brazioni tradizionali,empiriche o convenzionali per espri mere alcune rappresentazioni o azioni o energie delle cose; sono perciò involucri naturali ed estrinseci in cui si avvolge la coscienza e la mente per esprimere la realtà delle cose e degli avvenimenti; la cui ricchezza di par tivolari, d'intrecci e di energie è profonda ed inesauribile. Sono perciò una pallida immagine della realtà e della mente,quantunque siano però qualche cosa di superiore e di più perfetto relativamente al linguaggio indetermi nato. E quando vi è dissdio tra realtà e lingua, di modo che quella apparisce alla mente nel suo progresso di complicazione, mentre la lingua si pietrifica, questa diviene un impaccio alla espressione dellamente che di continuo si muove e si svolge; ed è solo rompendo questo in volucro sensibile e dandogli un valore più nuovo e più altochesi possono intendere e manifestare le più ascose pieghe del pensiero e della mente; giacchè per intendere il pensiero non vi vuole che il pensiero. Ad ogni modo la mente nella sua progressiva formazione si sforza di creare il suo linguaggio; perchè il linguaggio serve pel pensiero; e foggia nuove parole o nuove combinazioni di parole o dà un nuovo significato alle vecchie parole. E perció la storia ci fa vedere che quelle nazioni che sono state ricche di pensiero, co inella sfera di attività pubblica e sociale,come nella s'era artistica, religiosa, scientifica, hanno avuto una lingua ancora ricca di parole, di locuzioni,diflessioniper espri mere i più fuggevoli moti della realtà e dello spirito; ed in quella nazione in cui la vita del pensiero è stata poverit o nascente si è ancora avuta una lingua povera. di parole e di uso. Ciascuno di questi gradi dell'evoluzione del linguaggio è l'espressione dello stato psichico e cerebrale di quei dati popoli, stato in parte ereditato in parte acquisito; dello stato degli organi vocali e dell'ambiente cosi na turale come etico che gli uomini si sono creato ed in cui sono vissuti. Queste tre serie di fattori hanno la parte principale nella storiadel linguaggio e, secondo il grado. -- del loro accordo dello sviluppo di esso, costitu'scono la lingua peculiare di un dato popolo.  -siero cristiano che porto seco una nuova civiltà, più pro fonda e più complessa della romana, a poco a poco si sostituiva alle vecchie istituzioni, LA LINGUA DEL LAZIO non potè essere più adatta ad esprimere il nuovo pensiero, sopra tutto dopo le invasioni barbariche; e se fu colti vata dalla Chiesa e dai dotti,questi per entrare in re lazione col popolo e partecipare perciò alla vita nazionale, dovettero usare il vulgare. Qualche cosa di analogo avviene nella storia dell'in   è psicologicamente molto simile agli animali, emette an.che esso dei suoni indeterminati. Ma in ragione che ac. quistano maggior sviluppo i sistemi del suo organismo e gli organi vocali e le sensazioni acquistano maggior pre cisione funzionale, il bambino si assimila gli elementi delle voci o delle parole che ode intorno a sè,assimila zione che è resa facile da predisponenti condizioni ere ditarie, le riferisce alle cose con cui è in rapporto, le fissa nella memoria, si sforza di pronunciarle,riuscendovi male da principio;ma dopo unalunga esercitazione,ar riva a pronunziare bene ed a mano a mano non solo al cuni monosillabi, ma anche parole più o meno semplici. Nella storia del fanciullo si ha insomma come riepilogo quello che è avvenuto nella lunga storia dell'umanità; cosi il bambino da poco nato non ha altro modo per esprimere isuoi stati interni che ilgrido,ilpianto,che sono poco più che un moto riflesso, una forte sensazione che si estrinseca per le vie del respiro.  - dividuo. Come il grido indefinibile che l'animale emette •è l'espressione dello stato indeterminato dei sentimenti che lo agitano e dello stato informe delle rappresenta zionichelo muovono,come della povertà dei centridelsuo: sistema nervoso, cosi il bambino che nei suoi primi anni [Abbiamo usato promiscuamente la parola linguaggio e lingua; ma è bene dichiarare che la lingua implica maggiori determinazioni che non il linguaggio che è qualche cosa di più generale ed inderminato relativamente ad essa. La lingua è un linguaggio divenuto classico o storico, con nesso cioè ad una vita nazionale, per cui ogni parola ha una storia e le cui origini si possono seguire anche in altri linguaggi che sono presupposti della lingua che si   Dopo che le parole son divenute storiche, sono state cioè connesse ad un segno materiale,possono continuare, sopra tutto in tempi in cui le lingue si formano, ad a vere una storia circa alla loro struttura. Ed anzi tutto pare non si debba ammettere che, quando LA LINGUA PREISTORICA abbia principiato a divenire STORICA, si fossero tra dotte in segni materiali tutte le parole parlate. Invece si deve aminettere che queste dovettero essere moltissime neila loro gradazione di pronunzia da individuo ad iudividuo, da tribà a tribù, per la ragione detta precedentemente. E quando si volle tradurre in segni una parola la quale aveva immense gradazion,essi furono appunto quasi una. somma di una molteplicitii di parole parlate le quali se: poterono fissarsi in segni non poterono però definitivamente fissarsi in un tipo di vibrazione fonica ad esse corrispon denti,quantunque pero questo fosse stato il fine dell'in venzione dei segni materiali e della scrittur a e questo. fosse anch e il fine dell'inseegnamento della lettura. Da ció segue che le parole parlate furono moltissime relativamente alle impresse. Stabilitasi la forma della parola parlata e della i m pressa non si tenne più alcuna ricordanza della deriva-. zione primitiva di essa nè si pensó più a modellare le: parole sulle forme delle vibrazioni naturali. Dovette per  - studia. Si può dire ‘lingua’ della natura, ‘lingua’ degli animali, ‘lingua’ dei bambini, ma non lingua senza quotazioni. L'uomo che per morbi perde la facoltà di parlare che prima posse deva in modo perfetto, non *parla* più la lingua, *ha* però una lingua. La condotta dell'uomo si può chiamare una ‘lingua’ in quanto manifesta per mezzo di una. serie di atti tutto un concetto interiore della vita.] ció necessariamente ammettersi che i primi popoli storici dovetterò averə ciascuno una nomenclatura e corrispondenti forme d'impressione e di scrittura e,nel loro con tinuo movimento di espansione e di concentrazione, tutto dovette mutare fino a che un popolo non raggiunse la sua stabilità. Ma anche allora la stabilità della lingua non fu definitiva. Abbiamo detto che la parola è qualcosa di molto più complesso del semplice suono o della semplice voce o esclamazione o della semplice imitazione di suoni o rumori naturali, quantunque derivi da essi -- è già un suono o più suoni e rumori connessi che complessivamente e sprimono una rappresentazione formata od un'azione od un concetto.Vi sono perciò parole di pure voci o suoni, altre di puri rumori ed altre infine risultanti degli uni e degli altri. Studiando l'acquisizione della loquela nel l'individuo vedremo come egli dall'attività più semplice passa alla più complessa, cosa che,come avviene ora nel l'individuo, si veritica anche nella storia dell'umanità in genere. Dovettero perciò iprimi uomini da principio pronunziare parole risultanti di pure voci o di puri rumori. Anche allora, o più tardi poterono pronunziarsi monosillabi, che sono l'unità di un rumore edi una voce. Il mono-sillabo è perció la parola più conforme alla possibiliti tisiologica e psicologica di esecuzione fonica dei popoli primitivi e rappresenta la vibrazione primitiva della cosa, trasformata dall'attività fisiologica e psicologica degl’uomini. Le lingue dei primi popoli sono per cio monosillabiche. Ed a questo proposito possiamo noi indagare se le lingue primitive sono più o meno ricche di parole delle lingue moderne o in generale delle lingue più complesse. E bisogna dire di si se si pensa che, quantunquepei primi popoli storici il mondo esteriore fosse qualche cosa di molto semplice, pure, nel ri produrre gli oggetti essi teneano conto solo della vibra zione la quale era varia d'intensità nelle cose ed era ancora più variamente ripetuta od imitata dagli uomini di una popolazione e dalle varie popolazioni. Onde varie parole doveano primitivamente indicare la stessa cosa. Anche perché, potendo una stessa cosa dare vibrazioni differenti, essa veniva indicata con quella tale vibrazione della quale più s'interessava il soggetto. Cosi il cavallo poteva essere indicato pel suo nitrire, per lo scalpitare, pel m ovimento della criniera, pel rumore che fa nei masticare il cibo, per la velocità nella corsa, ecc. cosa assumeva. In tal caso la parola monozillabica primitiva si dice  -- Per questa ragione le parole dovettero molto più delle cose esse represe in considerazione. Ma in tempi più progrediti abbiamo una lingua più complessa, in cui cioè le parola o la maggior parte di esse sono risultanti di più sillabe; e in questo caso le parole monosillabiche non spariscono. E questa le lingue poli-sillabiche o la agglutinante o l’articolata. Perchè in esse la sillaba si collegano o si articolano con la sillaba. La parola poli-sillabica potè divenir tale o perchè mono-sillabi di una lingua si vide che corrispondevano alla stessa cosa, di modo che, pronunziandole insieme due o più esigenze venivano conciliate. O perchè una sola sillaba assume una voce nuova secondo che la nuovi movimenti; perchè le cose assumono ancora nuove energie se l'attività scrutatrice del soggetto si esercita.su di esse.   radice la quale non cessa di essere parola, perchè esprime una rappresentazione, per quanto indeterminata, ma è considerata come una parola elementare la quale è come il ceppo comune ed originario di altre parole. Essa, entrando in rapporto con altre parole più o meno semplici o pure assumendo varie flessioni, si complica in modo da esprimere una rappresentazione più complessa o un concetto. Se la lingua mono-sillabica, esprimendo rappresentazioni indeterminate, e la LINGUA PRIMITIVA, la lingua agglutinante o articolata segnano un *progresso* relativamente alle precedenti. Perchè in essa, una parola poli-sillabe e un complesso di al meno due parole mono-sillabe e perció si parlano da quei popoli nei quali è più sviluppata l'attivitàr appresentativa, onde un solo mono-sillabo non sempre è sufficiente ad esprimere una rappresentazione molto complessa. La lingua del Lazio, la maggior parte delle cui parole hanno flessioni, in cui la “radice” e il “tema” assumono varie forme e una lingua flettente. E quella che han raggiunto il maggior sviluppo possibile e puo costituire l'espressione di una tela organica di concetti e di un pensiero dalle più ricche gradazioni e di sfumature appena apprezzabili. In tale lingua, il nome sostantivo o aggetivo ed il verbo assumono flessioni (declinazione e congiugazione) e mediante tali forme si esprimono i vari rapporti delle cose e l'avvenimento dell'azione nei vari gradi di tempo e di condizione in rapporto con l'avvenimento di altre azioni. Una lingua flettente e perció *posteriore* anche alla lingua agglutinante, quantunque non bisogna credere che, quando esse appariscano, le parolea gglutinanti e monosiilabiche non esistano più. Esse sono le ultime apparse nella storia  - Con lo sviluppo della lingua del Lazio va di pari passo lo sviluppo del mondo logico. Giacchè sono due aspettidiuna stessa cosa.. Il pensiero e la sua manifestazione sensibile. Non si può ben comprendere l'importanza della lingua del Lazio senza vedere l'importanza dell'energia logica che è inclusa in esso, la quale sottratta, l'attività della loquela rimarrebbe un fenomeno puramente fisico e *fisiologico* ma non umano, o pure sa rebbe l'espressione di uno stato interno indeterminato.  delle lingue, e sono state parlate e scritte da popoli ricchi di pensiero e di azione. Se dunque le lingue ultime dei popoli civili, che noi crediamo le più perfette, perchè ricche di flessioni (onde tra queste bisogna comprendere la latina o lingua del popolo del Lazio) ha avuto una così lunga e avventurosa istoria ed alla loro formazione hanno, piùo meno immediatamente, con corso tanti e cosi disparati elementi e lingue di minore perfezione e lingue anche complesse e ciascuna lingua, per quanto immediata sia, risulta di elementi molteplicissiini ed accidentalissimi (per quanto vi sia qualche cosa di costante),comparisce chiaro quanto debba essese difficile, fare una compiuta anatomia della lingua del Lazio ed assegnare a ciascuno elenento di essa, a ciascuna parola di cui essa risulta, il suo vero valore e la sua vera istoria. Bello stesso; Sonno e sogni. E. Trevisini, Milano-Roma scolastico. E. Trevisini,Milano-Roma. Il parlare, il leggere e lo scrivere nei bambini, saggio di 00 1 Saggi di pedagogia: (il problema dell'educazionemorale. Le donne dei Vangeli. Monnier, Firenze. La rappresentazione psicologica è l'immagine che l'oggetto della percezione lascia di sè nel campo co sciente quando è sottratto all'azione stimolante che esso può esercitare sugli organi dei serisi del soggetto. Questa rappresentazione è tanto più indeterminata ed imprecisa per quanto più l'oggetto che l'à prodotta risulta di un numero grande di qualità e di note,per quanto più breve è stato il tempo che essa ha agito da stimolo sul soggetto, per quanto meno sviluppata è l'attività percettiva cosciente del soggetto e per quanto meno questa si è esercitata su di esso. Non vi è oggetto del mondo esterioreilquale,dopo l'osservazione volgare e dopo lo studio scientifico, non risulti di una molteplicità di note e di qualità ed in cui queste qualità non abbiano un determinato grado d'intensità; ma queste note non appariscono determi nate e distinte fra di loro innanzi al soggetto quando l'oggetto gli si presenta d'innanzi per laprima volta o quando per la prima volta l'anima principia ad es sere attività cosciente;allora l'oggetto apparisce come un tutto indistinto,anzi apparisce come una nota sola. Cosi appariscono il mondo esteriore e gli oggetti di esso al bambino nel primo sbocciare della sua coscienza e cosi devono essere apparsi all'uopo primitivo che non ha avuto una potente attività scrutatrice; ed in questa stessa posizione è l'uomo moderno dirimpetto a quelle cose più o meno complicate che gli si parano d'innanzi per la prima volta e che non ha avuto il tempo di scrutare. In ragione che l'attività cosciente si esercita sempre più intensamente sul mondo este riore gli oggetti a mano a mano appariscono come distinti gli uni dagli altri ed in ciascuno oggetto la nota uniforme e primitiva che lo designava si pre senta progressivamente moltiplicata in più note dif ferenti.  a mano ad affievolirsi, a divenire sempre più imprecise, a perdere una parte delle note che le costituiscono e lentanente a sparire quando non vengano rianimate, mediante nuove percezioni degli stessi oggetti che le han prodotte, nella coscienza; 10 Se l'attività del soggetto si esercitasse sulla rap presentazione dell'oggetto già percepito piuttosto che sull'oggetto ripetutamente percepito, non vi sarebbe progresso nella scrutazione dell'oggetto, anzi vi sa rebbe regresso; perchè è legge psicologica infallibile che le rappresentazioni degl’oggetti già percepiti tendono a mano   mentre la ripetuta azione del soggetto sull'oggetto fa sempre scoprire di questo nuovi aspetti e nuove re lazioni;ed a questa condizione la rappresentazione dell'oggetto sempre più si arricchisce e si compie e risponde più precisamente all'oggetto reale. Si può fare a meno dal percepire più oltre l'og getto e considerare solo la rappresentazione in sè stessa quando esso è stato cosi studiato ed analizzato e scrutato che un ulteriore studio non aggiungerebbe nulla di nuovo allarappresentazione diesso,laquale però, perchè si mantenga integra, deve spesso ripro. dursi nel campo della coscienza.E ciò può sopra tutto avvenire quando l'oggetto che si studia risulta di poche qualità e determinazioni; ma quando l'oggetto è ricchissimo di struttura, di organi e di funzioni, quando presenta un vasto e ricco sistema di fatti e di fenomeni, riesce quasi impossibile rappresentarlo compintamente, senza che alcuni aspetti di esso non sfuggano alla coscienza o non spariscano da essa.In questo caso il soggetto, per quanti sforzi faccia ad apprendere e conservare la rappresentazione compiuta · dell'oggetto, non può fare a meno dal tornare a per cepire spesse volte l'oggetto del suo studio per sem pre meglio comprenderlo e conservarlo. Sicché, parlando qui della rappresentazione psiclogica, non s'intende dire che quella rappresentazione la quale rimane nel soggetto dopo la ripetuta azione di esso sull'oggetto: ciò che è la rappresentazione dell'oggetto percepitu. Ed è questa la condizione pilt importante perchè la rappresentazione psicologica possa divenire obbietto della logica, quantunque non sia primitivamente tale. La rappresentazione della sensazione pura o lo stimolo della sensazione non può mai divenire obbietto della logica; perchè la sensa zione non consta che di certi stati dell'anima, che sa distinguere e che anzi attribuisce a sė stessa, senza riferirli allo stimolo: e ciò per quegli animali che per tutta la loro vita rimangono nella cerchia della sensazione pura.Ma nell'animale e nel l'uomo che rimane solo temporaneamente nella cerchia della pura sensazione dove stimolo ed animo si con fondono e che oltrepassa questa cerchia per divenire percezione e coscienza che è dualità tra l'anima che ora diviene soggetto e lo stimolo che diviene oggetto, ciò che prima ha determinato la sensazione (lo stimolo) può divenire oggettodellapercezioneedellacoscienza e poi della logica; anzi non vi è oggetto della logica che non sia oggetto della coscienza. Onde segue che la materia prima del mondo logico è fornita dall'oggetto della percezione che è l'oggetto della coscienza, senza del quale non potrebbe darsi attività logica di sorta; perchè l'attività logica del soggetto si deve esercitare sempre sopra un oggetto, come il soggetto non diviene attività logica senza la sua relazione coll'oggetto. Il soggetto cosi diviene at tività logica, non nasce tale e la sua attività dere esercitarsi o sull'oggetto naturale esteriore o sulla rappresentazione interiore di esso,  essa non 12   In una zona logica cosi ampia non va compreso solamente l'uomo superiore con la sua potente ener gia logica, nè solamente l'uomo medio con la sua or pura Però il passaggio nel soggetto dalla pura sensa zione alla logica non è rappresentato da una linea cosi precisa che si possa dire: Di là dalla linea vi è tutto il mondo delle sensazioni, di qua vi è tutto il mondo logico compiutamente formato; giacchè, come avviene in ogni sfera che passa in un'altra sfera, quella che passa non è completamente esclusa come tale da quella in cui passa. E non bisogna credere che, superato una volta il confine, questo sia supe rato per sempre; perchè la vita della o delle rappresentazioni di sensazioni può tornare come puramente tale anche quando una volta si sia pene trati nel campo logico. Inoltre è difficile per lo stu dioso tracciare questa linea in cui l'anima cessa di essere meramente sensitiva e fa il primo ingresso nel campo logico. Come ogni grado dell'esistenza,la logica occupa una determinata zona, chiusa fra due determinati limiti, di cui l'uno rappresenta il minimo della logicità,tanto che dilàda questo limite nonvièattivitàlogicane obbietto logico e l'altro rappresenta l'entità logica nel suo più alto grado. Dal primo all'ultimo limite il mondo logico compie un processo che implica una progressiva perfezione,per cui, partendo dal fatto puramente sensitivo, si allontana sempre più da esso per divenire entità logica compiuta. sensazione   dinaria potenzialità logica; ma ancora l'uomo volgare, il fanciullo, gli animali superiori ed alcune specie degli animali inferiori che arrivano a percepire.Però se, come avviene in ogni sfera dell'esistenza che ha una serie di gradazioni, la sfera logica presenta un sistema cosi ricco di gradazioni le quali passano l'una nell'altra in modo appena apprezzabile, tanto che è quasi difficile distinguerle, pure si può dire che tutte queste gradazioni vanno comprese in tre grandi sot tozone le quali possono chiamarsi la logica meccanica o estrinseca, la logica chimica o intima e la logica organica. La prima zona,rappresentandoleformelogichepiù elementari, se può stare di per sè come pura logica meccanica, si ritrova però anche nelle due zone sus seguenti; e cosi la sfera chimica si ritrova ancora nella sfera organica che è la più compiuta. In generale si può dire che l'oggetto della perce zione ovvero la rappresentazione di esso principia a mostrare il primo movimento logico allorché cessa di apparire innanzi al soggetto come risultante di una sola qualità naturale,ma apparisce come distinto in due o più qualità connesse in qualsiasi modo fra di loro ed allora si ha la forma primitiva della rappresentazione logica. Una qualità sola ed incomunicabile ad altre qualità e zon trasformabile non fornisce al cuna materia logica. E se un fatto naturale,secondo che è più scrutato dal soggetto, comparisce sempre più ricco di qualità e si vede la ragione intima per cui le varie qualità convengono all'oggetto,è chiaro che esso diventa progressivamente obbietto di una entità logica superiore. Ma può avvenire ancora che,dopo uno studio più profondo e comprensivo fatto sull'oggetto, questo ap paia innanzi al soggetto come intimamente connesso ad altri fatti esteriori ad esso, tanto che senza di questi non potrebbe essere quello che è. E, se vi sono oggetti le cui note ed i cui rapporti sono immobili e fissi, ve ne sono altri in cui le qualità che li costi tuiscono ed i loro molteplici rapporti con enti fuori di essi si trasformano e cangiano. È chiaro allora che l'entità logica dell'oggetto si accresce e si complica. Può avvenire ancora che l'oggetto che ora è studiato comparisca come l'ultimo risultato di una storia spe ciale propria o di una storia di altri enti simili o dis simili da esso; onde l'importanza delle note attuali che lo costituiscono si accresce e mostra cosi una n a tura assai più elevata.La rappresentazione logica ha cosi una considerevole latitudine; perchè principia quando il soggetto vede almeno due note nell'oggetto e si conserva ancora quando si è scoperto in esso un numero grandissimo di qualità. Si è detto e ripetuto che è il linguaggio che segna nell'uomo il primo apparire delle attività logiche. Ma non si considera che la parola “LINGUA”, avendo un largo contenuto e significando qualsiasi manifestazione dei fatti interni psichici, siano sensitivi che rappresentativi ed emotivi, ha una larga applicazione cosi NEL CAMPO ANIMALE come nel campo umano; onde non si vede con determinazione la necessità del co-esistere solamente nell'uomo della LINGUA e della funzione logica, si deve però ammettere che la LINGUA che è un linguaggio formato e divenuto classico (onde vi è differenza tra LINGUA e lingua-GGIO), quando è bene usata dal soggetto uomo, può far vedere in questo le più grandi energie logiche, all'istesso modo che una LINGUA imperfetta o poveramente usata può manifestare nell'uomo rudimentali qualità logiche. Però non si può concedere che deve necessariamente intervenire LA LINGUA per potersi trovare nella sfera logica e per potere compiere funzioni logiche. Individui nati muti o sordo-muti possono compiere con grande coerenza logica i loro atti, all'istesso modo che LA LOQUELA non sempre rivela una perfetta energia logica, come avviene per disordini nervosi e mentali o per ritardato sviluppo di tutte le attività psichiche. Al l'incontro ciò che è indispensabile perchè il soggetto compia le più elementari funzioni logiche è l'oggetto della percezione e la rappresentazione molteplice del l'immagine di esso, come è manifestato dagl’atti e dalla condotta che gl’ANIMALI e l'uomo non ancora parlante hanno verso quegli oggetti sui quali si eser cita la loro attività e dal giovarsi che l'animale fa di alcune qualità degl’oggetti. E la rappresentazione molteplice dell'immagine degli oggetti è anzitutto necessaria ancora per l'uomo logico che parla, la rappresentazione e l'esecuzione della parola udita, parlata e scritta non essendo che un'altra specie di rappresentazioni speciali degli stessi oggetti sopraggiunta alla prima; per cui il lavoro psicologico e logico del l'uomo è assai PIÙ COMPLICATO DI QUELLO DELL’ANIMALE [cf. H. P. Grice, M-intending] anche perchè, per la sua grande energia psichica, l'uomo moltiplica le rappresentazioni relativamente semplici che delle cose hanno gl’animali, onde LA LINGUA diventa nell'uomo assai più intricata e complessa. Segue da ciò che la LINGUA umana è una NUOVA AGGIUNTA che si fa alla rappresentazione primitiva dell'immagine delle cose. Ma rimane sempre questa l'obbietto delle ATTIVITÀ LOGICHE COSI ANIMALI COME UMANE [Grice, “Method in philosophical psychology, on an eagle doubting whether p or q]. Questo è ancora dimostrato dalla patologia della LINGUA UMANA; poichè è stato constatato che, quando l'uomo perde la memoria della immagine percepita delle cose e conserva la ricordanza della PAROLA (PARABOLA) udita, parlata o scritta, che ad essa corrispondono, la sua LINGUA è divenuta un caos; perchè, essendo perduto il nesso tra la cosa e la sua PAROLA PARABOLA udita e parlata, l'attività logica non si può esercitare sulle PAROLE PARABOLE, perché non si può esercitare sulle cose, come allora è manifestato dalla sconnessione e dalla incoerenza della lingua.  Del giudizio e dei suoi elementi. Quando il soggetto distingue per la prima volta un dualismo nell'oggetto, cioè da una parte quello che, prima di questo atto psichico, costituiva tutto l'oggetto, indistinto nelle sue qualità, e dall'altra quello che scorge ora in esso mediante l'atto di distinzione e vede che questo è connesso con quello in modo che senza di esso non sarebbe, si fa quel che si dice un GIUDIZIO (Grice, JUDICATING that the a is b – the dog is shaggy -vs. VOLITING). Sicché per avere un giudizio occorrono due fatti distinti fra di loro ed un atto psicologico che li connetta. Però bisogna considerare questi tre elementi di cui consta il giudizio come dati tutti e tre insieme nello stesso atto. Dei due fatti che possono dirsi anche TERMINI (‘l’A, la B’), perchè SIGNIFICATI con parole PARABOLE, il primo, quello che prima del l'atto psicologico fa una sola cosa con la qualità che ora si distingue da esso e che meglio osservato e scrutato può mostrare altre qualità inerenti a sé, onde può divenire obbietto di altri giudizii, si chiama SOGGETTO – cf. Strawson, Subject and predicate in logic and grammar. La nota che gli si attribuisce si dice aggettivo od attributo – ‘SHAGGY”, predicato. L'atto psicologico col quale gli si attribuisce è il verbo – in sensu stricto, la copula. Bisogna bene intendersi sul significato della parola ‘soggetto’, che si usa nel giudizio. In generale soggetto significa ente attivo, ente operoso. Si chiama soggetto l'anima cosciente e distinguente sè dall'oggetto e nel l'istesso tempo l'anima che esercita la sua attività sul mondo esteriore che considera come suo oggetto. E poichè dall'animale inferiore all'uomo e dall'uomo eminente per pensiero e per azione questa attività conoscitiva ed operativa sempre più si afferma e cresce, è cosi che la parola “soggetto”, quantunque possa applicarsi indistintamente alla serie degl’enti animali, pure compete in sommo grado all'uomo ed all'uomo che abbia la più grande energia nel campo del pensiero e dell'azione – cf. Hampshire THOUGHT AND ACTION. Intesa cosi la soggettività, scendendo dall'animale alla pianta, sembra non essere più il caso di dovere applicare la parola soggetto. Ma, poichè la pianta è un organismo dutato di attività la quale consiste nel compiere una serie di funzioni interiori per le quali è continuamente messa in rapporto coll'ambiente esteriore ad esso (aria, luce, terreno) e manifesta, quantunque in modo assai più imperfetto di quel che si compia nell'animale, per mezzo di una serie di fenomeni esteriori, i suoi fatti interiori ed il suo organismo compie una storia, pure SI PUO CONCEDERE IL NOME DI “SOGGETO” alla pianta (“Someone is hearing a noise”), la quale cosi manifesta anche essa una certa energia. Ma i grammatici ed i logici hanno anche dato il nome di soggetto non solo ad ogni opera dell'uomo, che può considerarsi come un tutto armonico in sé, avente un determinato fine, ma ad ogni parte di essa, ad ogni ente della natura inferiore ed inorganica o ad un frammento di essa, ad ogni minerale, ad ogni fatto meccanico o chimico e financo hanno considerato come soggetto le qualità e gli attributi stessi delle cose. Però l'uso che in questo caso i grammatici hanno fatto della parola “soggetto” può essere giustificato, considerando che ciascuno degli enti inferiori agli enti organici e psichici è sempre un com plesso, anche quando sia semplice parte, di qualità o proprietà concentrate e connesse insieme; onde, rigorosamente parlando, non si può negare ad essi una certa energia senza la quale le proprietà non potreb bero esistere in essi. Possiamo chiamare questa energia, meccanica, fisica o chimica; ma è sempre una energia E non si può non concedere che le qualità stesse che si considerano come attributi delle cose possano essere considerate ancora esse come soggetti,quando si riconosce che ciascuna qualità,essendo inerente a molti soggetti i quali hanno altre proprietà differenti, contribuisce in modo differente all'energia di ciascuno di essi. Cosi quando si parla della gravità che è una proprietà dei corpi, si vede che essa si manifesta di versamente secondo che si tratta di an corpo gassoso o di una pietra o di un liquido o di un pendolo o del sistema planetario.  Quando il soggetto del giudizio è considerato o stu diato dal soggetto psichico allora può anche chiamarsi oggetto; perchè, quantunque attivo in sè, è sempre qualche cosa di passivo relativamente al soggetto psi chicoilqualeesercitalasua azionescrutatricesudiesso.  Il secondo termine del giudizio, cioè quella qualità o quella determinazione che, quantunque insita nel soggetto o estranea ma conveniente ad esso,per mezzo dell'atto psicologico gli si riconosce come connessa, è stata chiamata dai logici attributo o predicato.Rap presentando il soggetto un gruppo di proprietà dif ferenti, suscettivo di ulteriori giudizii,e l'attributo una sola qualità o determinazione, è chiaro che questo può essere applicabile a più soggetti, non essendo ciascun soggetto costituito di attributi assolutamente speciali a sé; ma in mezzo ai tanti attributi comuni a molti soggetti ha solo qualcuno che conviene esclu sivamente a lui. Dei molti attributi che costituiscono un soggetto una parte sono sensibili o percettibili per mezzo degli organi dei sensi. Ogni oggetto del mondo esteriore è fornito di peso,ha una grandezza variabile, una re sistenza, è situato ad una certa distanza dallo spet tatore, ha una forma fissa o cangiante,un colore,una composizione mineialogica, chimica o organica, può presentare una struttura determinata, uno stato ter mico, può vibrare in modo differente nella intimità clelle sue molecole, può esercitare un'azione più o meno irritante o elettrica o offensiva sull'organismo   del soggetto,può dare speciali odori,può essere gn. stato per mezzo della lingua. Ma vi sono altri attri buti i quali non sono percepiti per mezzo degli or gani dei sensi ma vengono compresi mediante un atto della mente, quantunque le attività percettive possano contribuire o avere contribuito alla comprensione di queste nuove specie di attributi. Sono tutte quelle qualità che riguardano la provenienza od il fine del soggetto,isuoirapporticon altrioggetti,lasuaazione favorevole o nociva su di essi o viceversa. Inoltre il soggetto acquista attributi non semplicemente sensi bili quando desta in noi stati interiori piacevoli o do lorosi,ricordanze,speranze etimori,ma qualche cosa di più che sensibile, poichè in quel caso viene scossa l'intimità della nostra vita interiore. Quantunque a primo aspetto sembri che ogni at tributo sia una qualità semplice e non suddivisibile in altre qualità,benchè una qualità possa averevari gradi d'intensità, ciò che non la fa considerare come qualche cosa di fisso, pure può una qualità essere il risultato di un sistema di altre condizioni o attributi. Quando diciamo che l'animale è sensibile, la nota della sensibilità pare che sia una qualità sola; ma, se si pensa che per essere sensibile l'animale deve im plicare una serie di organi e di funzioni e di condi zioni esteriori all'organismo, si è costretti ad ammet tere che quest'attributo è come la risultante di fatti molto complessi, non è dunque un attributo semplice. Se diciamo che Giulio ė ragionevole quest'attributo è  Il soggetto e l'attributo non potrebbero costituire il giudizio senza l'atto psicologico col quale l'uno ė connesso con l'altro; senza questo atto i due termini non avrebbero fra di loro altro legame fuori quello accidentale della coesistenza e della successione, che è un legame psicologico, non logico. Rigorosamente parlando,è quest'atto che costituisce ilverogiudizio; però senza i ter.nini esso non potrebbe essere, non sarebbe che una mera possibilità. Questo atto che è espresso dal verbo è quella scrutazione che l'anima attiva fa tra i due termini, per la quale si riconosce che l'uno è connesso indissolubilmente,intimamente e necessariamente con l'altro. Questo nesso intimo che lega i due termini è un fatto obbiettivo delle cose, non è una pura produzione dell'atóività psicologica, però non si pno pervenire ad esso senza l'attività picologica. È questa un'alta attività a cui l'anima umana per viene;perché per mezzo di essa può internarsi nella natura dell'obbietto, vederne il movimento, compren derlo ed assimilarselo. Sicché non si arriva al fatto logico senza l'attività psicologica e senza di questa l'energia logica rimarrebbe nella inconsapevolezza delle cose naturali, rimarrebbe per sempre muta ed inco municabile ad alcuno, Per questo ogni atto giudica  di una natura cosi complessa che deve presupporre un ricco sistema di condizioni perchè possa darsi. L'attributo ragionevole perciò non implica un fatto cosi semplice come l'attributo pesante.   tivo non è un atto meramente psicologico,ma è anche obbiettivo, il suo contenuto cioè corrisponde al conte nuto delle cose;ed in quest'atto si uniscono e com penetrano l'energia psichica e l'energia delle cose. Con l'atto giudicativo, subbiettivo insieme ed ob biettivo, si entra nel vero campo logico e si può dire che è sul giudizio che poggia tutto l'organismo logico e che è il giudizio, considerato nel suo sistematico svolgimento,che costituisce la parte più importante della logica e che il primo prodursi della più rudi mentale attività giudicativa dell'uomo o dell'animale segna ilprimo apparire del mondo logico. In generale si può dire che sempre che ilsozgetto principia a giudicare l'oggetto della percezione o la  24- Però'seil giudizio come necessaria convenienza dell'attributo al soggetto è la forma più perfetta alla quale il soggetto pensante non arriva se non dopo una lunga educazione,vi sono molte forme di giudizio inferiori ad essa, che possono considerarsi come tanti tentativi che l'anima fa per penetrare nell'intimità delle cose ed impadronirsene. Ciò conferma il fatto che non vi è un limite netto tra la psicologia e la logica e che se vi è una parte della psicologia quella inferiore, in cui non vi è nulla di logico,e che se vi è un'altra parte della psicologia, quella ultima e più raffinata, in cui ogni energia o la più parte delle energie sono logiche, vi è una larga zona psicologica in cui si manifestano le prime tendenze logiche ed in cui il lavoro logico è eseguito allo stato bruto.   rappresentazione di esso,allora questa cessadiessere rappresentazione psicologica e diviene rappresenta zione logica; e non vi è alcuna rappresentazione logica la quale non sia insieme, implicitamente od esplicitamente, giudizio. E, se l'infimo gra lo della rappresentazione logica deve implicare un solo giudizio almeno nella sua forma primitiva e bruta,un'alta rap presentazione logica si ha quando essa implica un gran numero di giudizii. Delle tre parti in cui si può considerare divisa la logica (la meccanica, la chimica e l'organica), la rappresentazione logica cosi intesa esaurisce le due prime parti. Se l'anima non può principiare ad eseguire funzioni logiche dall'infimo al massimo grado se non quando è divenuta percettiva,perchè allora solamente distingue fra di loro i fatti del mondo esteriore e distingue al cune proprietà di ciascun fatto,giacchè senza la mol teplicità dell'obbietto non può eseguirsi funzione lo gica di sorta, nondimeno non in tutto quello che per cepisce od in tutto quello che si rappresenta nella coscienza interiore vi è energia logica o, quando vi è, non vi è all'istesso grado in tutto. L'anima vivente o va incontro ad una varietà di fatti e steriorioquestilesipresentano a caso ovvero a s siste ad un inovimento di rappresentazioni o fa l'una cosa e l'altra insieme ed intercorrentemente. Questi fatti si succedono o coesistono fra di loro e sono per cepiti dal soggetto nella loro successione o nella loro coesistenza. Ogni fatto deve perciò connettersi ad un altro fatto; e questa connessione può essere di due specie,o casuale estrinseca,ovvero intima,vera,con veniente. Bisogna però distinguere la casualità e la estrin- sechezza,tra ifatti psichici,che rimane sempre tale pel soggetto, per quanto questo possa elevarsi alla più alta attività psichica,dalla casualità e dalla estrin sechezza che apparisce tale al soggetto solo tempo raneamente nel primo periodo della sua storia,quando non ancora è giunto al grado di potere compiere un lavoro psicologico cosi intenso da sapere vedere una connessione intima tra due fatti; onde questa gli si presenta estrinseca senza esser davvero tale e, con un ulteriore sviluppo dell'attività soggettiva,sparisce la estrinsechezza e comparisce la intimità. no Non si può non ammettere però che questa estrin sechezza vera è in certo modo relativa al grado di sviluppo dell'attività del soggetto psichico;perchè,a vendo ciascun soggetto nel mondo es'errore un campo  Nel caso della estrinsechezza vera, per quanto in oggetto si succeda ad altri od apparisca al soggetto in concomitanza con altri oggetti, anche con un ac curato studio, non si saprà mai trovare una ragione del succedersi di un avvenimento ad un altro o della coesistenza di un fatto con un altro, di una qualità con un oggetto;giacchè ciascuno oggetto apparisce come assolutamente indipendente dirimpetto all'altro, perchè non lo modifica in alcun modo nė ne ė dificato.   speciale nel quale si esercita la sua attività, onde é messo frequentemeate in rapporto di coscienza solo con un determinato aggruppamento di oggetti, egli può vedere meno di estrinsechezza tra questi oggetti che non tra quelli estranei alla sua azione.In ragione che il soggetto allarga sempre più il suo campo og gettivo e lo scruta con maggiore intensità l'estrinse chezza si allontana sempre.E quando l'obbietto del l'attività soggettiva è tutto l'universo allora il filo sofo,guardando le cose dal più alto punto di vista che è quello dell'unità,non vede più estrinsechezza di sorta tra le cose;perchè ogni cosa vi apparisce come organo di un vasto sistema ed è necessariamente connessa a tutti i gradi di esso. La intimità, la verità e la convenienza tra due oggetti (e perciò tra due rappresentazioni) o tra un og getto ed una sua proprietà si ha allora quando l'uno non può essere in alcun modo indipendente dall'altro per cui sempre che è dato l'uno è dato l'altro o, se prima è dato l'uno, dopo verrà necessariamente dato l'altro. Ora questa intimità ha vari gradi che possiamo riepilogare in tre zone logiche principali,presentando ciascuna zona immense gradazioni. La prima zona, quella più elementare in cui si de signano le prime linee del mondo logico, di là dalla quale vi è il puro mondo degli oggetti delle percezioni e delle loro rappresentazioni scomposte e sconnesse, ha questo di particolare che in essa alcuni oggetti o rappresentazioni sono, è vero, legate, da nessi intimi, ma questa intimità è al suo minimo grado,rasenta quasi la estrinsechezza; perchè della loro intimità non si vede altro che il semplice succedersi costantemente diuna rappresentazione adun'altraodilsemplicecoe sistere di una rappresentazione con un'altra.E questa conquista il soggetto può avere fatto non solo per pro pria esperienza ma anche per tradizione o per quel che si è detto consenso degli uomini. Qui non si vede alcuna ragione della convenienza delle due rappre sentazioni,alla qualeilsoggettorimaneperfettamente estraneo; e tutta l'attività del soggetto si esaurisce nel vedere questo puro costante coesistere e succe dersi delle cose e perciò il giudizio che esso compie è semplicemente meccanico, non fa che constatare quanto avviene nel mondo naturale. Così l'attività del soggetto qui è meccanica e delle cose non afferra che il semplice meccanismo,l'energia più elementare della natura, il muoversi delle cose per la loro pura gravità o per la loro forza od il muoversi per forze estranee ad esse ma che agiscono su di esse. In questa zona logica va compresa anche quella elementare attività giudicatrice mediante la quale si scopre o constata qualche proprietà o qualità che in teressa gli organi sensibili e percettivi del soggetto, come il sole è luminoso; è un'attività giudicativa molto elementare.A questa zona logica possono per venire gli animali superiori e quegli animali inferiori i quali si elevano alla percezione, quantunque gli a nimal¡ non possono esprimere con paroletaligiudizii, poichè bastano certi atti o movimenti che l'animale esegue a dimostrare che esso hacompiutoungiudizio. Ma questa attività meccanica logica non solamente rappresenta la prima epoca dell'energia logica umana e l'energia dialcuni animali,ma anche quando l'uomo è atto ad elevarsi ad una attività logica superiore compie ordinariamente giudizii logici meccanici. È questa la posizione dell'uomo incolto. Di tutti gli a v venimenti naturali ed umani ai quali egli assiste non può vedere altra intimità che quella meccanica ed estrinseca; alla ragione intima dei fatti egli non perviene. La seconda zona che si dice chimica e che sta più in alto alla precedente ed alla quale non si perviene se non per mezzo della precedente rappresenta quel campo della logica in cui il soggetto può compiere un più complesso lavoro di penetrazione tra gli og getti, onde quei nessi intimi che prima vedeva in modo quasi estrinseco sono visti davvero nella loro intimità. La parola chimica sembra bene adoperata;perchè cor risponde a quello stato della energia della materia in cui gli elementi relativamente semplici si compe netrano ed uniscono insieme per formare un corpo di una più elevata natura ed in cui corpi di complessa natura si scindono nei loro elementi sem plici;ondelachimicadelcampo logico corrisponde a quel grado delle attività psicologiche per le quali il soggetto afferra la convenienza vera di un oggetto. e delle sue proprietà e vede le intime ragioni per le  29 nuovo   La zona chimica logica si evolve cosi dalla mec canica non solo, ma questa coesiste nella chimica; perchè, anche quando vediamo il rapporto chimico di duerappresentazioni,vièsempreillato meccanico, l'incontro cioè di due oggetti o di un oggetto ed una qualità, quantunque questo meccanismo sia assorbito e trasformato dal chimismo. Avviene nel campo lo gico quel che avviene nel campo naturale in cui il chimismo implica ilmeccanismo,quantunque non sia semplicemente tale, essendo ilmeccanismotrasformato ed elevato ad un più alto grado di esistenza nel chi mismo il quale senza di esso non potrebbe darsi. Però non bisogna credere che, quando l'uomo è ar rivato alla zona chimica della logica tutti i suoi atti logici siano giudizii chimici;perchè questi,implicando una grande difficoltà acompiersi, nonpossonofarsida ciascun uomo che in un campo speciale che ha scelto come materia del suo studio e delle sue ricerche; il resto della sua attività logica è rappresentato sempre dal meccanismo e questo può intercorrere nel chimi smo logico od alternarsi ad esso.  quali il soggetto non può fare a meno di quellapro prietà e questa deve sempre necessariamente andare congiuntaalsoggettoinquellecondizioni.É questo, si può dire, il campo della conoscenza vera e della scienza dove il soggetto compie le più elevate forme di giudizio,risultato di una lunga scrutazione psico logica nei rapporti delle cose. Il giudizio nella sua for.na più elevata, implicando quell'atto del soggetto cosciente mediante il quale si riconosce che ad un oggetto del mondo naturale o ad un ente spirituale che qui diviene soggetto logico con viene intimamente e necessariamente un dato at tributo, esprime un rapporto tra i due termini che nelle stesse condizioni,deve essere tale costantemente, sempre vero, oggi e sempre, qui ed ovunque. Per questa ragione il giudizio non va soggetto a mutazioni per tempo e perciò si esprime sempre com'è,in tempo presente.Ogni dubbio,'ogni incertezza circa alla concordanza perfetta dell'attributo col soggetto nondarebbeilverogiudizio;seperòilsoggetto ri conosce l'incertezza nel suo atto giudicativo e cerca di uscirne per addurre la verità, sforzandosi di eser. citare tutto il suo potere percettivo nella scrutazione dei termini e nel loro rapporto, allora l'incertezza è unbene,perchèciconducealverogiudizio.Per la stessa ragione, quando in un giudizio interviene il desiderio o la speranza od iltimore,non siavrà ilvero giudizio. I logici classici si sono molto occupati della nega zione nei giudizii e li hanno perciò distinti in affer mativi o positivi e negativi: affermativi sono stati detti quei giudizii in cui si riconosce che l'attributo conviene al soggetto, negativi quelli in cui questa convenienza non si ha.Ma evidentemente ilogicinon hanno ammesso che è sull'oggetto della percezione o della sua rappresentazione che primitivamente deve volgere ogni giudizio e che bisogna guardarsi bene dal giudicare prima di avere studiato e scrutato bene l'oggetto.Se questo sifacesse, si vedrebbe la inutilità e la vacuità di una gran parte di qnesti giudizii ne gativi,come è dimostrato anche dal fatto che alcuni giudizii negativi possono tradursi in positivi.Quando si ammette che un dato corpo non è solido, implici tamente si ammette che è liquido o gassoso.Per que sta ragione i veri giudizii devono essere tutti positivi; perchè, rigorosamente parlando, lo scienziato deve conoscere quello che una cosa è non già quello che non è. Quando si tratta che il soggetto può avere uno di due attributi che sono fra di loro contrari e che se gli convieneuno di essi gli sconviene neces sariamente l'altro, si dice che allora si possono for mulare due giudizii, l'uno negativo e l'altro positivo. Ma è facile osservare che, fatto il giudizio positivo, è perfettamente inutile formulare il negativo ilquale con parole diverse,per mezzo della negazione,ripete la positività del primo giudizio. Vi sono però dei casi in cui pare che il giudizio negativo dovrebbe aver luogo. Cosi noi sappiamo che una data pianta deve fiorire; se la guardiamo in un'e poca in cui il fiore non è apparso,dobbiamo dire che la pianta non è fiorita; ma d'altra parte è in es.a la possibilità di dovere fiorire; poichè in tutti i fatti che implicano uno svolgimento od una storia non tutte le qualità che devono costituirli possono essere date belle e compiute dal bel principio; perchè ciò escluderebbe la storia; a ciò pensando, la pura nega. tività di questo giudizio è spuntato. Che se poi guar diamo la pianta non fiorita come ci si presenta per cettivamente, allora non si ha alcuna ragione a par lare di negazione. Sappiamo inoltre che la sensibilità deve essere un attributo necessario all'uomo; ma permalattiedelsi stema nervoso questa funzione può perdersi, onde il direalloraquest'uomonon sensibile, potrebbepa iere un giudizio negativo incontestabile; ma si tra scura di considerare che quani'o l'uomo è divenuto insensibile non è pixi l'uomo compiuto, ma l'uomo che è nel declivio della dissoluzione e della morte e che, dicendo che non è sensibile, si riconosce che la sua  Molti, parlando e scrivendo, anche di cose scienti fiche, fanno grande uso di questi giudizii negativi; ma è questa una consuetudine di linguaggio chequalche volta fa anche vedere la poca sicurezza e la povertà delle nostre cognizioni; perchè il difficilc non sta nel dire quel che una cosa non è,ma qnelche è davvero. attribuzione sarebbe la sensibilità e che questa si è perduta solo per condizioni morbose. Nondimeno se il giudizio negativo è possibile esso può solo avere la ragione di essere in questi casididissoluzione edi sfacelo degli organismi e delleistituzioni,quantunque anche allora,stando alla semplice percezione, si po trebbe semplicemente giudicare quel che l'oggetto pre senta di positivo; m a allora il soggetto che pensa non può fare a meno dal paragonare la primitiva gran dezza o la perfezione tipica di una data cosa con la dissoluzione e la rovina presente, onde quel che è ora è la negazione di quel che era prima. Può avvenire lo stesso quando si tratta di paragonare varioggetti fra di loro. Il giudizio nella sua forma classica è rappresentato dal soggetto, dal presente del verbo essere e dall'at tributo. Ma il soggetto per tenere avvinto a sè l'attributo deve esercitare una certa energia che indica il vero nesso tra il soggetto ed il suo attributo; ora il giudizio formulato in quel modo non fa vedere tutta questa attività del soggetto,ne fa vedere,si può dire, la minima parte. All'incontro sono i verbi attributivi i quali possono risolversi nel verbo essere e nell'at tributo, che manifestano la vera energia, la vera at tualità del soggetto, che costituisce il giudizio nella sua realtà vivente; perchè fanno vedere il soggetto che si manifesta nel suo attributo e fanno vedere l'at tributo vivificato dal soggetto.Per questa ragione il giudizio espresso nella sua forma classica trova più ragione di essere applicato nelle sfere inferiori mec. caniche della natura,quelle che manifestano una energia più povera, relativamente alla energia animale ed umana erelativamente all'altaenergiadella vita dello spirito. Qui tutte le attività, tutte le funzioni che si esercitano e che si esprimono con verbo sono gin dizii viventi. Se diciamo questo corpo é rotondo l'a' tributo, quantunque inerente al soggetto, pure è con siderato come qualche cosa d'indifferente ad esso. Qui si tratta del giudizio nella sua primitiva forma. Ma se diciamo questa pianta fiorisce facciamo un giudizio della seconda forma, perchè qui vediamo il soggetto che crea il suo attributo e vive in esso Ammesso il concetto del giudizio qui dato, risulta evidente che ogni giudizio implica una sintesi ed una analisi insieme e nello stesso atto. L'analisi vi dà la dualità dei termini, siano nello stesso soggetto che tra due oggetti; e l'analisi è un morrento necessario al giudizio; poichè senza il dualismo giudizio non vi sarebbe; m a d'altra parte cesserebbe l'atto stesso del  e per esso. Più elevata e spirituale è la natura del soggetto e più è ricco di attività speciali e più verbi glisipos sono attribuire e più giudizii compie, svolgendosi e vivendo.Più ilsoggetto appartiene alle sfere della materia bruta e meno verbi gli si possono attribuire più le sue qualità possono essere espresse con la forma classica del giudizio; ma ciò non toglie che anche giudizii di questa fatta possano eseguirsi sopra alcuni soggetti di elevata natura.   giudizio se questo non fosse insieme sintetico; cés sando la sintesi cesserebbe anche l'analisi e viceversa. Non vi sono perciò giudiziipuramente analiticinè pu ramente sintetici;per conseguenzailsoggettovivente compie continuamente un'analisi ed una sintesi delle sue qualità e lo scomparire dell'una o dell'altra ap porta la morte di esso. Quando diciamo giudizio diciamo ancora ragione, pensiero. Però come il giudizio consiste più nell'atto psicologico,corrispondente al nesso intimo che vi è tra due rappresentazioni, che nella distinzione dei ter miui, quantunque i termini siano necessari al giudizio e senza di essi giudizio non vi sarebbe,lo stesso deve dirsi del pensiero e della ragione. Se non che queste due parole, considerate come semplice giudizio,dicono molto meno di quel che dicono quando sono adoperate nel senso assoluto del loro contenuto. Quando diciamo il pensiero, la ragione si vuole intendere il sistema di tutti i nessi possibili di tutte le rappresentazioni delle cose della natura e dello spirito insieme, sog gettivamente ed oggettivamente considerate. Quando poi sono applicate come semplice giudizio equivalgono ad un pensiero,una ragione. Per alcuni logici la parola proposizione esprime la stessa cosa chela parola giudizio eperòsiadoperano promiscuamente queste due parole. Ma se vi sono verbi attributivi che possono ridursi a giudizio,ve ne sono però altri i quali non vi si possono ridurre, perchè non corrispondono pienamente a quel che siè detto dovere essere un giudizio. Quando conosciamo  Si comprende però che gli avvenimenti storici pos sono essere guardati dal punto di vista estrinseco e quasi accidentale come fanno gli storici che riprodu cono i fatti semplicemente nel modo come sono successi; ma questi stessi fatti possono anche essere studiati scientificamente e filosoficamente, considerati cioè in quel che essi hanno di intimo,di necessario e di co stante; allora, entrando quei fatti nel dominio della scienza,possono divenire obbietto di giudizii, le proprietà e le speciali energie dei fatti naturali o psichiciosociali, ecc.allora possiamo faregiudizii; perchè si hanno avvenimenti e fatti che sono sempre gli stessi nelle stesse condizioni e si manifestano co stantemente ad un modo; ma se narriamo le gesta di Annibale o di Alessandro, ciascun verbo che siamo costretti ad operare non può essere il verbo di un giudizio; perchè esprime un avvenimento singolo che non è stato prodotto che da quel tale individuo in quelle sue particolari condizioni ed in quelle condi zioni di tempo,di luogo,in quello stato speciale di un popolo,avvenimento che non può più riprodursi e perciò il giudizio non si ha quando si deve espri mere uii fenomeno che non può ripetersi frequente mente,che è avvenuto una volta e non piùequando non si vede alcuna necessità del suo ritorno. In questo caso,più cheillinguaggioscientificoelogico,abbiamo illinguaggio storico,ed allora,più che ilgiudiziosi ha la proposizione:cosi è spiccata la differenza tra il giudizio e la proposizione:questo esprime gli avve nimenti storici, quello i nessi logici. Il soggetto che giudica é determinato dall'atto stesso del giudizio alla vitapratica.Ogni essere vivente, dal l'animale infimo all'uomo, si sforza, come è noto, una condotta assai elevata, presupponendo ciascun suo atto una molteplicità di giudizii;onde si vede l'intimo rapporto che passa tra una grande intellettualità e la vita pratica. ancora sottomettere ai suoi bisogni la natura esteriore, ed ogni atto,ogni movimento che l'animale esegue,cer cando di fuggire il malessere e di addurre a sè il benessere, presuppone una distinzione negli oggetti concuièinrapporto.La formicachevaincercadel frumento, riconoscendo in questo la proprietà di n u trire, non solo compie un lavorogiudcativo ma anche un atto col quale manifesta tale lavoro psichico. In tutti i pericoli che gl’animali schivano come in tutti i movimenti che fanno per prepararsi il nido o per andare in cerca del cibo e per conservarsi, si possono riconoscere gl'atti che presuppongono il giudizio, per quanto questo possa essere classificato tra i giudizii meccanici. I psicologi in questo caso parlano d'istinto. Ma è sempre l'istinto nel giudizio. In questo senso gli atti degli animali equivalgono ad un linguaggio che esprime alcuni nessi logici, quantunque sia il lin guaggioin una forma bruta e monca. Intuttigliatti che gli uomini fanno per raggiungere i loro fini e la loro felicità si può riconoscere la conseguenza di un giudizio.E si comprende come l'uomo eminente che ha una perfetta conoscenza delle cose possa avere di Il soggetto può compiere sull'oggetto un numero grande di giudizii secondo che pixi educato e svilup pato è ilsuo potere di scrutazione e secondo che più complicata è la natura dell'oggetto. Cosi, vivendo e studiando, la rappresentazione psicologica primitiva che il soggetto ha delle cose si arricchisce di attributi e di qualità ovvero sirisolvein attributiiquali erano primitivamente confusi in quel che dicevamo oggetto e che costituivano tutto l'oggetto. Nondimeno durante e dopo questo processo di scrutazione l'oggetto rimane sempre come qualche cosa in cui alcune qualità sono distinte ed altre indistinte, potendo le qualità indi stinte ricomparire subito distinte secondo che l'attività giudicatrice si rivolge su di esse ed allora le distinte ritornano indistinte. Si verifica anche qui un'applicazione speciale di quella legge psicologica secondo la quale in una data unità di tempo il soggetto non può compiere che un lavoro limitato e,come non può scrutare che succes.  per la prima volta sipresentino allo studio del soggetto; in questi casi è la legge generale che pre domina. Dopo che si è compiuto sopra un oggetto un n u mero considerevole di giudizii non si deve credere che allora l'oggetto sia conosciuto pienamente. Più chela conoscenza del soggetto, si ha allora la conoscenza di un mucchio di note coesistenti; perchè, se il giu dizio è un'alta funzione psicologica e lozica, non è però la più alta la quale si ha invece quando tutte le note di cui l'oggetto risulta appariscono in esso come organizzate, cioè si ha un organismo di giu sivamente un dato numero di oggetti e di rappresen tazioni, per la stessa ragione non può compiere in una unità di tempo e nello stesso atto psichico che un numero limitato di giudizii, quantunque succes sivamente possano essere compiuti sopra un oggetto tutti i giudizii di cui può essere suscettivo. Però non si può sconoscere che le abitudini della mente possono arrivare ad un'altezza cosi meravigliosa:da conside rare come compiuti una serie di giudizii che non si haavuto il tempo di compiere pacatamente o di compierli in un breve atto: è il meccanismo che penetra nelle più elevate regioni psichiche ed in cui si sem plifica, per mezzo della ripetizione, il processo giu dicativo primario che è più lungo e difficile. Ma in questi casi si deve trattare di compiere sempre giu dizii già compiuti altre volte o negli stessi oggetti od in oggetti differenti già percepiti, non in oggetti che   dizii. In generale con la parola conoscenza si vuol dire non solo l'apprensione e la ritenzione delle pro prietà dell'oggetto e degli oggetti in connessione fra diloro,ma ancorailoronessiconlealtreproprietà dello stesso oggetto e con le proprietà delle altre cose, a differenza del pensare e delragionareincuisitiene pii conto dei nessi delle cose. Quando l'oggetto è un mucchio di proprietà, queste aderiscono a quel centro comune che primitivamente costituiva tutto l'oggetto indistinto in sè stesso;e,se si ha qui il grande vantaggio che ciascuna nota e per mezzo dell'atto giudicativo connessa all'oggetto, non si vede la ragione del coesistere di tutte queste qualità nell'oggetto e non sivede alcuna ragione del l'incontro delle note fra di loro.La parola mescolanin che usano i naturalisti quando vogliono indicare il coesistereel'essere diparecchi corpi incontattol'uno dell'altro senza perdere la loro natura corrisponde a questa sfera dell'obbietto logico in cui si possono c o m piere molti giudizii sullo stesso obbietto, ma senza che l'uno eserciti una preponderanza sull'altro,senza che l'uno abbia un valore superiore all'altro,e perciò ciascun giudizio ha un valore per sè; e considerati tutti fra di loro costituiscono una mescolanza. Quando il soggetto cominciaa scorgerenella rapresentazione la proprietà più appariscente, quella sopra tutto per la quale l'oggetto ha costantemente un valore speciale ed un uso,ed intorno a questa nota costantemente si aggruppano, con nessi pi'i o meno 3. - +1   intimi, altre note si principia a scorgere nell'oggettu i primi rudimenti del sistema il quale può darsi non solamente tra le note dello stesso oggetto, ma anche tra più oggetti, secondo il campo su cui si esercita l'attività soggettiva. Intendere logicamente il sistema significa fissarlo nel suo minimum primitivo ed in una forma più com plicata e seguirlo a mano a mano sinoallaforma piiz completa in cui cessa di essere puro sistema e di venta sistema funzionante, sistema di sistemi ed ganismo vivo.  un si OL L'intendimento del sistema è stata una delle pii grandi conquiste che ha fatto il pensiero filosofico in generale ed il pensiero logico in particolare. Questa parola che primitivamente ha significato la molte plicità scomposta delle cose è stata ulteriormente usata ad indicare la molteplicità ordinata di esse. È la filosofia di HEGEL che ha compreso il sis'ema nella sua forma più alta e come non era mai stato fatto prima. Considerando Hegel l'universo come stema, si è molto addentrato nella comprensione delle cose. E, come il sistema occupa una gran parte cosi nel mondo della natura come in quello dello spirito, perchè interviene in ogni grado di essi e senza il si stema nessuna cosa potrebbe intendersi, cosi costi tuisce anche una sfera del mondo logico, tanto che senza di esso non potrebbe intendersi il concetto che rappresenta in sommo grado l'energia logica. Il sistema nella sua forma primitiva trova il suo   In questa forma primitiva il sistema apparisee, anche al soggetto superiore, nel regno minerale ed inorganico od anche in tutto ciò che l'uomo, serven dosi di materiali bruti ed amorfi, foggia pei suoi bi sogni; poichè qui si hanno sempre forme inferiori di sistema.Qui le qualità connesse al sistema sono co stanti finchè dura l'oggetto; non hanno una energia superiore a quella meccanica, fisica o del chimismo inferiore od inorganico. Il sistema solare presenta una forma più perfetta di sistema;perchè esso presenta una molteplicità,un centro ed una periferia e gli uni di cui risulta sono di visi fra di loro e dal centro per mezzo di grandi tratti di spazio e sono uniti al centro del sistema  riscontro nel regno minerale; il sistema della seconda forma trova il suo riscontro nel regno della vita; ma anche qui si riproduce, quantunque trasformato, il sistema della prima maniera. La forma più rudi mentale di sistema si ha quando ilsoggetto aggruppa intimamente intorno alla nota più importante dell'og getto altre note secondarie od intorno ad un oggetto principale altri oggetti di secondaria importanza fra i quali passino rapporti più o meno estrinseci. È questo il sistema quale apparisce alla soggettività volgare la quale non sa considerare l'oggetto diver samente anche quando ha dinanzi a sè un sistema nella sua più alta forma quale può apparire allo scien ziato. per legge di gravitazione. Per quanto si osservi qui in la   alto grado di sistema, perchè ciascuno degli elementi non è autonomo,ma connesso al centro, pure serva tra le parti di cui il sistema risulta una grande estrinsechezza. Per trovare una più elevata forma di sistema dob biamo entrare nel regno della vita e nei tessuti che co stituiscono l'organismo animale o vegetale;ma anche qui il sistema si presenta in una grande e meravi gliosa graduazione; perchè se in questa sfera gli ele menti che devono intervenire non sono,  si os non sono, come nelle formeprecedenti,esseriinorganici,ma entidotatidi vita e di una più o meno grande energia interiore e non sono divisi fra di loro per mezzo di distanzepiù o meno grandi,ma sono in qualche modo in contatto fradiloro, ilcentroperò che deve implicare ilsi stema non è sempre determinato, anzi non vi è nei sistemi dei tessuti vegetali o nei tessuti di un'impor tanza inferiore degli animali,comeperesempio iltes sutograssosoedil connetti vale. Per questa ragione ė più perfetto quel sistema in cui gli elementi istolo gici che sono dotati di vita sono non solamente con nessi od in contatto fra di loroma anche unitiinuna comunione funzionale e che vi sia un centro ove con vergano le attività degli elementi e che l'energia fun zionale dal centro s'irradii anche verso la periferia. E, come vi è una sola funzione, quantunque assai multiforme, che circola pel centro e per le parti che, per contrapporle al centro, possiamo chiamare peri feria, vi deve anche essere la stessa identità di co   stituzione chimica tra gli elementi istologici di cui risulta il sistema. I biologi distinguono il sistena dall'apparecchio il qnale consiste in un complesso di organi di varia struttura, ordinatiinmodo fra diloroda compiere'una: funzione di complessa natura.Cosisidice apparecchio respiratorio, uditivo, visivo, ecc. Inteso l'apparecchio in questo senso, ha una importanza logica intermedia tra l'organo ed il sisteina, superiore a quello, infe riore a questo. Ma un siste.na della vita non ha che una funzione speciale e non autonoma; perchè è connesso agli altri sisteini e non può compiere questa funzione senza l'in tervento e l'aiuto di altri sistemi. È qui che l'auto nomia del sistema principia a venir meno; perchè cia. scun sistema non fa che compiere una funzione spe ciale in un sisteina che conprende tutti i sistemi della vita, ciò che s'indica col no.ne di organismo. Anche dicendo sistema di sistemi si dice sempre meno di quel che dice la parola organismu, la quale include una grande intimità e reciprocità funzionale tra i singoli sistemi e tra gli elementi istologici di cui risulta il sistema. Da questo punto di vistasesideve riconoscere che il sistema circolatorio sanguigno sia un grande si stema si deve però ammettere che non vi è nell'orga nismo un sistema più compiuto del nervoso, sia per la elevatezza della funzione che per la meravigliosa struttura e per la ricchezza e bellezza delle forme che esso presenta. Nel sistema una parte può venire sottratta senza cheilrestodies30vadainrovina;maun organo qualunque dell'organismo non può essere tolto senza che l'organismo non perda una nota fondamentale della vita, la quale induce una diminuzione generale della perfezione organica e funzionale e se l'organo ha una importanza grande nell'organismo adduce la caduta o la morte di esso. La parola fisiologismo adoperata nel senso moderno (non nel senso antico e greco secondo il quale signi fica semplice attività naturale) contrassegna la nota più saliente dell'organismo che è la vita animale.Però il fisiologismo non è una sfera naturale autonoma ed indipendente dalle altre zone inferiori naturali; in esso  -46 Sipuò dire che solamente in questo secolo,pei grandi progressi che si sono fatti negli studi sulla vita in senso largo, si è potuta comprendere la grande importanza dell'organismo. Quando si dice che l'uni verso èun organismosivuole indicare un fattodiuna natura assai più complessa ed elevata che quando si dice che esso è un sistema. Quegli elementi che nel sistema diciamo parti nell'organismo diventano organi iqualisono, è vero, parti, manonconnessialresto più o meno estrinsecamente, come avviene nel sistema ordinario; e sono elementi attivi e funzionanti pel resto dell'organismo tanto che contribuiscono grandemente a tutta l'energia dell'organismo e viceversa, questo dà ad essi un alto significato che, fuori dell'organismo, non avrebbero.  Ilchimismo, quantunquerappresenti una seriedi fatti inferiori a ciò che costituisceilfisiologismo,pure costituisce parte integrante di questo, cosi nel senso scientifico come nelsenso logico,tanto che senzachi mismo non potrebbe darsi fisiologismo; poichè non vi è funzione fisiologica la quale non implichi una serie di complicazioni e riduzioni chimiche. E, poichè non vi è fatto chimico che non implichi nello stesso tempo fatti meccanici e fisici; il fisismo èparte integrale del chimismo,cosi scientificamente come logicamente,e per conseguenza anche dell'organismo. Ed il fisismo si trova nel fisiologismo non solo come assorbito dal chimismo, ma anche come indipendente da questo. Cosi nell'organismo, oltre ai fatti chimici si trovano fatti anche puramente fisici, quantunque questi si tro vino in complicazione coi fatti chimici e fisiologici; ma però il soggetto può fissarlied isolarli dagli aitri fatti e considerarli come puramente fisici. Avviene cosi nell'organismo logico quel che avviene nella natura in generale in cui le zone inferiori sono ciascuna autonoma e per sè e nell'istesso tempo in al troeper altro.La meccanica e la fisica rappresentano invece sono implicate il chimismo ed il meccanismo ofisismo (adoperando anche questa parola nel senso moderno non nel senso antico secondo il quale vorrebb e indicare semplicemente il fatto naturale. Si sa che la fisica moderna studia solamente alcuni fatti della n a tura, come la gravità, il calorico, la dinamica, l'elet tricità,la luce,la vibrazione dei corpi,ecc.).   alcuni gradi della natura dove si manifestano in tutto il loro potere.Ed anche la chimica è una zona per sé della natura,ma frattanto in questa devono ne cessariamente intervenire le sfere precedenti, mecca nica e fisica, altrimenti non potrebbe sussistere come chimica.E similmente i fatti più complessi della na tura quali sono la vita vegetale ed animale non po trebbero sussistere senza le due zone precedenti; giac chè non vi è fenomeno vegetale ed animale senza che v'intervengano fatti fisici e chimici. Ifisiologi,inquestiultimitempi,avendo riscon trato fatti meccanici nell'organismo ed una certa so miglianza dell'organismo al meccanismo, si sono stu diati a tracciare le differenze che passano tra l'orga nismo ed il meccanismo ed hanno conchiuso che l'organismo non è un meccanismo. Per quanto giuste sieno state le osservazioni fatte, pure avrebbero rag. giunta una più vera conoscenza dell'organismo se avessero detto che esso implica ilmeccanismo, quan tunque il meccanismo che si trova nell'organismo non sia come quello che si trova nei congegni meccanici, ma trasformato e complicato dai fatti della vita;ondeé sempre una sfera dell'organismo.  18 Nel campo psicologico si raggiunge la sfera della perfezione quando l'anima èdivenuta organismo degli stati suoi, di sè stessa e dell'oggetto, ciò che è la mente; e non si raggiunge questo punto senza essere passati pel meccanismo psichico prima e pel chimismo poi;enondimeno queste due formediattivitàpsichica   esistono sempre nella mente come due sfere subordi nateefondamentali per essa,tanto che quando l'or ganismo mentale comincia a decadere, permanentemente o temporaneamente, ricomparisce il chimismo prima e poi gradatamente il meccanismo come forme autonome psichiche,e,quandoperunaincompiuta educazione psicologica,l'uomo non raggiunge la mente, si arre sta al chimismo. Il meccanismo psichico pure contras segna la vita animale e l'ultimo stadio di decadimento della mente già compiuta. La parola organismo trova più propriamentelasua applicazione, che non la parola sistema, quando si vuole significare in modo saliente quel che sia la famiglia, la società o lo Stato.La molteplicitàdegliin dividui funzionanti di cui una società risulta,l'essere questi individui animati da un fine comune che è lo spiritonazionaleecheècomeilcentrodelle individua lità,la varietà di classi,di funzioni, di aspirazioni, di attività in cui si possono scorgere tanti fini secon dari o aspetti speciali e necessari del fine comune,onde non tutti gl'individui partecipano all'istesso modo al raggiungimento di questo fine, ilpermanere dello spi rito nazionale mentre gl'individui che vivono in esso e per esso muoiono erinascono, fa diuno stato un or ganismo assai più complesso e di un'assai più elevata natura che non l'organismo animale. E più lo stato ė organico in questo senso e più è perfetto. Si può dire anzi che,dal primo costituirsi dello stato sino allo stato come può essere ai giorni nostri, si nota una  tendenza a raggiungere la forma perfetta della orga nicità. Quando si parla di organismo, sia che si tratti del l'organismo vegetale od animale, che dell'organismo etico sihad'innanziunaltro fatto più complesso che ne rende più difficile la conoscenza ed è che l'organismo non può essere conosciuto in sè stesso se non è messo in relazione con tutto ciò che lo circonda. La pianta non può essere conosciuta se non si conoscono le sue relazioni con l'aria,col terreno,col calorico, ecc.La vita animale non sipuò conoscere pienamente se non si vedono irapporti che la legano al cibo che rappre senta il mondo esteriore, all'atmosfera, al clima, al luogo.Sisa che l'animaleassorbisce qualche cosadal mondo esteriore e lo rende ad esso per altri modi e per altre vie.Anche gli organismi etici non possono sussistere senza un ambiente non solo naturale, ma anche etico. Uno stato non può esistere senza il suo territorio,senza un determinatoclima,senzaiprodotti delsuolo,come non pno aver una vita spirituale propria senza assimilarsi il pensiero degli altri stati, senza essere in rapporto con essi e senza esercitare un'azione sugli altri stati. Il soggetto, passando dall'oggetto in cui questo è una mescolanza a quello in cui è un sistema ed a quello in cui è un organismo, compie un lavoro giu dicativo chimico progressivamente intenso.Conseguen temente larappresentazione dell'oggetto sidetermina sempre più e diventa anche essa sistematica ed or   Perchè si abbia il concetto logico le note di cui il concetto risulta devono essere comprese tutte nel loro organismo, di ognuna di esse deve vedersi la neces sità e l'importanza; poichè se di qualche nota non si sa vedere la necessità, cioè se non si vede diessa la connessione al tutto e dalle parti o agli altri organi od alle altre parti dell'oggetto, mediante un giu dizio intimo od una serie di giudizii, non si ha più ilconcettologico; siha allorala rappresentazione logica. Sicchè la rappresentazione logica si ha non solamente quando delle proprietà che costituiscono l'oggetto una o parecchie sono viste nella loro con nessione intima con esso e le altre sono viste acci dentalmente, ma anche se l'oggetto è compreso,nella maggioranza delle sue note, nel suo sistema e nel suo organismo e solamente una nota di esso non è vista nel sistema o nell'organismo, non si può dire che si abbia allora la conoscenza compiuta dell'og getto;sihasempre una conoscenza inferiore cheè  ganica non solo in sè stessa, ma anche in connes sione con altre rappresentazioni; cosi anche a mano à mano la rappresentazione bruta e puramente psico logica diventa rappresentazione logica. Ma quando l'oggetto o la rappresentazione di esso è un sistema od un organismo, allora siamo innanzi ad una nuova zona logica che è il concetto che vuol dire conoscenza sistematica ed organica delle cose. Cosi si può fare una distinzione precisa tra la rappresentazione logica ed il concetto logico. Poichè la conoscenza sistematica ed organica del l'oggetto è l'ultima a raggiungersi dal soggetto,s'in tende che prima di averlo pienamente raggiunto, un certo numero di note ha dovuto essere considerato come inesplicato od accidentale e non è stato espli cato se non dopo un ulteriore studio del soggetto. La perfetta conoscenza di un oggetto o di un fatto può non essere stata raggiunta dall'individuo che pensa;ma può possedersi dagli scienziati o conser varsi negli annali della scienza; può ancora non es sere stata raggiunta dagli scienziati. In tutti e due questi casi si è nella sfera della rappresentazione lo gica, non del concetto. Finora i logici non han fatto distinzione tra r'ap presentazione e concetto ed han contrassegnato l'una e l'altro insieme con la parola idea. Si sa che la pa rola idea è stata largamente usata dai filosofi greci, dai filosoa del Medio-Evo e del Rinascimento e dai filosofi moderni e contemporanei. Quantunque dallo studio delle opere di Platone e di Aristotele appari sca che questi due grandi filosofi abbiano bene di stinto quel che ora si dice conoscenza rappresenta tiva dalla conoscenza perfetta delle cose,la opinione dalla verità,pure essi,usando la parola idea, pare  32 la rappresentazione logica. In questo caso una o pa recchie note sono considerate come inesplicabili ed accidentali, mentre le altre sono considerate come ne cessarie ed esplicate (la nota esplicata è la nota con nessa all'oggetto mediante l'atto giudicativo).   che non abbiano tenuto conto di questa distinzione e l'abbiano invece adoperata per indicare indistinta mente l'una cosa e l'altra: ciò che, trattandosi di un fatto di tanta gravità per la scienza, non può non ingenerare confusione ed equivoci nella mente del lettore. Gli stessi equivoci hanno sostenuto, adoperando la parola idea i filosofi del Medio-Evo, del Rinascimento, i filosofi moderni e contemporanei. Non si deve però noverare tra questi HEGEL il quale frequen:emente nei suoi libri accenna alla differenza che deve pas sare tra la rappresentazione e la nozione od il col cetto. E se è vero che anche egli fa moltissimo uso della parola idea, l'adopera però per indicare il si stema od i vari gradi del sistema dell'universo; ed in questo caso è chiaro che la parola idea deve corri spondere al concetto. Ma, anche posteriormente all'Hegel,ilogici, ado perando la parola idea, non han creduto necessario dichiarare se essa deve corrispondere alla rappresen tazione od al concetto; però nel fatto l'hanno adope rata per indicare l'una cosa e l'altra indistintamente come si vede dai trattati di logica che circolano per le scuole di tutte le nazioni. E vi sono anche alcuni logici che adoperano promiscuamente le parole idea e concetto;ma non si può dire che la parola concetto che essi usano corrisponda a quel che si è detto do vere essere il concetto, anzi, stando a certe divisioni che essi ne fanno, si deve conchiudere che per concetto essi intendono la rappresentazione. Cosi essi, tra le altre divisioni dei concetti, ne fanno una in concetti chiari ed oscuri,distinti e confusi, completi ed incompleti; ma un concetto che sia oscuro o con fuso od incompleto deve essere una rappresentazione non un concetto. Per l'uso equivoco che della parola idea si è fatto per tanti secoli e perchè può ancora ingenerare con fusione nella mente, sembra necessario il non doverla più adoperare,tanto più che le parole rappresentazione e concetto,che sono anche esse due parole classiche, corrispondono benissimo a distinguere due gradi dif ferenti di quello che i logici hanno indicato con la parola idea. La parola concetto ha nella lingua latina ed ita liana un significato assai profondo e complesso;poiché esprime l'ultimo e più compiuto risultato di un pro cesso, di una serie di avvenimenti i quali hanno avuto il loro punto di partenza in un fatto che è il loro presupposto necessario e la loro possibilità.E questi avvenimenti devono essere legati fra di loro con legame tale di successione che ciascuno di essi non può rappresentare che un dato grado del processo, non può prodursi cioè prima che si sieno dati altri gradiod avvenimenti più o meno elementari che esso pre suppone e da esso devono prodursi altri gradi più c o m plessi i quali menano al pieno risultato del processo. Cosi si vede che la parola concetto include w a storia e che questo processo concettuale si riscontra non solo nella natura, nel suo insieme, ma anche in ogni grado di essa con questo diparticolare che più ci eleviamo nelle sfere alte della natura, quali sono la sfera della vita e dell'umanità,più questo processo. lin   si esegue compiutamente e, relativamente, in breve tratto di tempo ed ogni proprietà di ciascuno entedi queste importanti zone della natura compie insieme con le altre proprietà una storia. Quel processo che avviene nella vita dell'animale e della pianta risponde bene a quel che è un concetto. Si sa che la pianta ha il suo punto di partenza nel germe che può considerarsi come il grado infimo di essa,di là dal quale non vi è nulla della pianta. Partendo dal germe la pianta attraversa una serie di gradi,lo sviluppo delle foglie e la trasformazione di esse nel fusto, nei rami, nei fiori e nel frutto che racchiude il seme, ciò che segna il grado ed il limite ultimo dell'esistenza della pianta; onde essa parte dal germe e ritorna al germe. Si può dire che nel germe sono implicati tutti i gradi della pianta e che il grado che segue alla trasformazione del germe lo include come un presupposto necessario e cosi pos siamo dire del grado successivo relativamente ad es:a. È stato dimostrato che il fiore è una trasformazione della foglia ed il frutto è una trasformazione del fiore e perciò anche della foglia e che anche il seme sia una foglia trasformata; onde nel frutto sitrova come un grado ad un presupposto necessario il fiore e perciò anche la foglia, all'istesso modo che nel fiore sitrovalapossibilitàdelfrutto.Ora lastoria com piuta della pianta si ha quando essa attraversa tutti questi gradi e si considera uno di essi come quello a cui mirano i gradi precedenti, cioè il frutto ed allora  56   possiamo dire di avere il vero concetto della pianta. Cosi quando diciamo concetto diciamo anche sviluppo. Da ciò si vede che il processo del concetto che è il concetto stesso delle cose non deve essere inteso come una progressione aritmetica.Da un grado non sipassa all'altro mediante una aggiunzione di qualche cosa a  -- Ma gli avvenimenti di cui risulta il concetto non solo devono essere legati fradi loro pel nesso di suc cessione ma anche pel nesso di coesistenza; giacchè, quando il concetto è dato,esso rappresenta un com plesso di avvenimenti o di proprietà le quali ha con quistato e conservato nel suo processo,di cui ciascuna è necessaria, benchè non necessaria all'istesso modo chelealtre,perl'attualitàdelconcetto;enon po trebbe mancare senza che il concetto venisse sconvolto o degradato. Però bisogna bene intendere questo conservare che il concetto fa delle proprietà che acquista, nell'at traversare tutti i gradi necessari prima di attuarsi pienamente; giacchè le proprietà di un grado non sono conservate come precisamente tali nel grado seguente, ma sono conservate ed insieme trasformate e complicate. Cosi nel fiore non abbiamo la somma delle qualità della foglia insieme con quelle del fiore; ma le qualità della foglia si sono trasformateinquelle del fiore, di modo che vi si conservano ma non come puramente tali,son divenute cioè proprietà nuove.E questa trasformazione avviene in tutti i gradi che il concetto attraversa. qualchecosaltro il quale, dopo l'aggiunta,rimanga come puramente tale insieme con la cosa aggiunta, di modo che l'ultimo grado possa essere considerato comelasommadeigradiprecedentiedincuiigradi precedenti si conservino come puramente tali. In vero iprimi filosofi hanno compreso il mondo come una progressione quantitativa;peressilaveritàdelle cose non era che un risultato di una moltiplicazione o di una sottrazione dell'istesso principio naturale; e l'esplicazione dell'universo dal punto di vista m a t e matico e quantitativo è stato quasi sempre tenuto di mira dai pensatori e dagli scienziati. Anche aitempi nostri in cui le scienze particolari possono dare larghi contributi per arrivare ad una concezione organica delle cose e dell'universo, è sempre il punto di vista quantitativo che esercita le più grandi attrattive su gli scienziati, anche quando si tratti di argomenti i più complessi ed ipiù remoti dalla quantità pura,come la vita sociale o nazionale o la vita organica; si sa che anche ai giorni nostri ilcervello,come organo supremo dellavitaorganicaementale dell'uomo, sicrede non po tersi altrimenti intendere che considerandolo dal puuto divistaquantitativo.Ma ènotoche Platone ed Aristotele avevanointravistochelamatematicaedilnumero sono insufficienti per la comprensione piena delle cose e che l'Hegel e VERA, apiùriprese,hanno molto insi stito nel far vedere l'importanza limitata della mate matica nel sistema dell'Universo e nel far vedere che il sistema delle cose non può essere compreso che dal  punto di vista qualitativo e specifico il quale però presuppone come un elemento subordinato la mate matica, ciò che è ben diverso.  a numero, quantità a quantità, mentre la chimica va dall'identico al non identico, che è il vero processo delle cose. Il processo chimico non esclude il processo matematico;perchè non può esservi processo chimico senza il processo matematico; si sa che la chimica procede aggiungendo atomi ad atomi, molecole a molecole, ciò che è processo quantitativo e, mentre nella sfera della quantità, aggiungendo quantità a quantità, questa è semplicemente aggiunta o sovrapposta a quella la quale,dopo questa nuova aggiunzione, nulla acquista enulla perde della sua natura qualitativa primitiva; aggiungendo all'in contro chimicamente atomi o molecole specifiche ad atomi ed a molecole specifiche, viene come risultato un corpo avente proprietà nuove, tutte diverse dalle proprietà che avevano gli elementi di cui si compone il nuovo corpo. Si sa che l'idrogeno e l'ossigeno di cui sicompone chimicamente l'acqua hanno proprietà diverse dalle proprietà che ha l'acqua. E ciò si può dire di tutti i corpi composti relativamente ai corpi semplici di cui risultano.È questo illato importante e meraviglioso del processo chimico. Noi crediamo che il principio chimico, la cui importanza è sfuggita agl’antichi e si è vista solo ai tempi moderni, possa, più del principio matematico, esprimere bene il vero svolgimento delle cose; giacchè la matematica procede dall'identico all'identico, aggiungendo numero a numero, Sembra ora assodato dalla scienza chimica che l'immensa varietà dei corpi composti inorganici ed organici si possano tutti scomporre in quei pochi e determinati corpi semplici ora conosciuti. Ebbene, in qual modo con cosi pochi corpi semplici si possono ottenere corpi innumerevoli con proprietà differentissime gli uni dagli altri? Semplicemente mutando le disposizioni chimiche o molecolari; od aggiungendo semplicemente una molecola di un nuovo corpo a molecole costituenti prima un altro corpo o moltiplicando una molecola specifica di un corpo composto di determinate molecoleo sottraendone alcune ad alcune. È questo processo che ci dà corpi di natura tanto differenti e diversi. Ma se la chimica occupa un largo campo nella natura, dalla materia prima alla materia cher aggiunge la più alta forma complicativa, alla sostanza nervosa, dappertutto nella natura essendo vi più o meno lente e continue complicazioni o semplificazioni chimiche, il principio però chimico, quello secondo il quale di due o più cose od elementi che si uniscono si forma un nuovo grado il quale ha proprietà nuove e differenti da quelli dai quali risulta, rimane non solamente nella natura ma anche nella storia delle cose naturali ed in quelle dello spirito. L'ANIMALE non s'intende aggiungendo alle note che costituiscono LA PIANTA, la sensibilità ed il movimento; e se è vero che ALCUNE QUALITÀ DELLA PIANTA SI TROVANO NELL’ANIMALE, queste hanno assunto una natura tutta nuova nell'ANIMALE, tanto che, rigorosamente parlando, ciò che costituisce LA VITA DELLA PIANTA non si rinviene punto COME TALE nell'ANIMALE; perchè quelle note che costituiscono la pianta sono nell'animale elevate ad una nuova zona e vivificate e complicate e moltiplicate da una nuova vita. La nutrizione dell'animale è tutta differente dalla nutrizione della pianta, all'istesso modo che la struttura organica della pianta differisce dalla struttura animale. Ciò porta necessariamente una differenza notevole nella storia della pianta ed in quella dell'animale. Sicchè tutto è nuovo nell'animale relativamente alla pianta e si ha nell'animale una nuova e complessa serie di proprietà tutte differenti dalle proprietà vegetali. Cosi una proprietà che si aggiunga modifica tutte le altre proprietà, come fa la sottrazione di una data proprietà o funzione nell'animale.  Nella storia organica e psicologica del REGNO ANIMALE troviamo dominare lo stesso principio. Giacche, se vi è una vasta scala di specie animali, in ciascuna specie la modificazione di una data proprietà organica e psichica, relativamente ad altre specie, adduce con sė una corrispondente trasformazione di tutte le altre proprietà organiche, funzionali e psichiche. Cosi la forma esteriore degl’animali non è indifferente al loro grado di energia funzionale e di energia psichica. La sensibilità è varia secondo le varie forme organiche, secondo le varie forme di sistema nervoso. I movimenti sono vari secondo che è varia la sensibilità ed è vario il sistema schelettico ed il sistema muscolare. Una Inoltre l'individuo come tale ha attribuzioni che non  -varietà organica dunque non si ha senza avere unà varietà di tutte le altre proprietà e funzioni dell'animale; cosi di ogni proprietà animale. Si sa inoltre che alla VITA di uno stato devono con correretante condizioni, tanti fattori. Ma c'inganniamo se crediamo che ciascuna condizione non eserciti secondo il suo grado alcuna azione determinante su tutte le altre condizioni e perciò su tutta la vita nazionale. La ricchezza non è nè il solo fine né il solo fattore di una nazione. Ma uno stato ricco può avere un gran mezzo per creare condizioni necessarie ad elevare lo spirito di una nazione in tutti i suoi aspetti, a far felice la fa miglia e gl'individui; e d'altra parte uno spirito nazionale elevato trova molte vie aperte all'acquisto della ricchezza. I grandi individui contribuiscono a far grande una nazione e d'altra parte sono le grandi nazioni che fanno le grandi individualità. Un'alta vita reli giosa non può intendersi e compiersi che nelle grandi nazioni e d'altra parte lo spirito religioso dà un ele vato contenuto all'arte,allaletteratura, spingegliuo mini alle investigazioni scientifiche e filosofiche, può dare indirizzi nuovi alla vita politica, commerciale, economica dei popoli, può dare un'impronta speciale a quel che sidice spirito nazionale. Ciascun fattore della vita sociale dunque, mentre è modificato dagli altri fattori, dal loro grado di energia o di decadimento, contribuisce a modificare,svolgendosi,quale che sia il suo grado, gli altri fattori.  ha come faciente parte della famiglia in cui acquista nuove e più alte qualità,onde,senza il sacrifizio e senza l'abnegazione dell'individuo,lafamiglianon può vivere una vita rigogliosa. Cosi le attribuzioni della famiglia sono differenti da quelle dello stato, quan tunque senza la famiglia lo stato non potrebbe essere, essendo questo costituito di una moltitudine di fa miglie e perciò d'individui, i quali nello stato acqui stano nuove e più alte qualità; onde nello stato le famiglie e gl'individui non sono come sono fuori dello stato, Il principio chimico domina cosi la vita della n a tura e dello spirito,non ilprincipio matematico, quan tunque la chimica implichi e presupponga lamatema tica senza la quale né il chimismo, nè la natura, nè lo spirito stesso potrebbero essere.Onde,sepuò dirsi che il chimismo è lo schema dell'organismo delle cose, la matematica può dare lo schema quantitativo del chimismo e per conseguenza dellecose; ma perquesto è più lontana che non la chimica dalla realtà che non può intendere e che è sopra tutto qualitativa; ed è la chimica che fa intendere il concetto e che costi tuisce la seconda zona logica e che è parte integrante della vita del concetto più che la quantità la quale può corrispondere alla prima zona logica. S'intende che qui si parla del chimismo logico, non della chi mica come sfera della natura, la quale ha anche essa il suo concetto, come qui si parla della matematica come principio logico;non della matematica come sfera    speciale del pensiero e delle cose; poichè come tale ha anche essa il suo concetto. Sicché non si nega che la matematica possa dare un certo schema della realtà e che perciò non sia una certa logica; si afferma solamente che essa ci dà uno schema assai povero della realtà, che non ce la fa intendere. In vero la logica classica non è stata che la logica matematica e se vi sono oggi dei logici i quali, coltivando la logica intesa matematicamente, credono di coltivare una nuova logica, essi s'ingannano, quantunque però diano nuovi svolgimenti alla vec chialogicalaquale,se nonpuòesserelalogicadella vita e dello spirito,può essere però la logica delle sfere inferiori della natura, della meccanica, in tutti i suoi gradi, e della fisica intesa come grado della natura in generale. Si sa che tutti i fatti meccanici e fisici possono ridursi a formole matematiche, quan tunque allora non saranno la meccanica e la fisica che ci guadagneranno, le quali sono sfere molto più con crete e ricche che le matematiche pure; onde,ridotti i fenomeni meccanici e fisici a schemi matematici, essi perdono la loro concretezza, perchè sono semplificati (le cose non potendo essere intesa che dal punto di vista semplificativo ecomplicativoinsieme;onde,s'in tende la meccanica e la fisica non solamente quando sono intese matematicamente, ma quando sono intese matematicamente ed insieme meccanicamente e fisica mente; in quel caso guadagna però la matematica la quale estende i suoi confini). I fatti però meccanici e fisici dell'organismo non sono cosi facilmente riducibili a schemi matematici; non avendosi allora il meccanismo ed il fisismo puro od inferiore, ma ilmeccanismo ed ilfisismo come gradi dell'organismo,onde quei fatti sono allora determi nati da cause chimiche ed insieme fisiologiche e per ciò sono di una provenienza oscurissima e complica tissima; perchè il fatto meccanico o fisico può essere effetto di moltissime e svariate condizioni organiche e sono nello stesso tempo effetto e causa di altri fe nomeniorganici.Cosisipuòdiredei fenomeni psi chici e sociali; onde, per quanti sforzi la matematica faccia per entrare in questo regno, essa non potrà impadronirsene mai, potrà però calcolare matematica mente i fenomeni estrinseci di essi.Ciò conferma sem pre più il principio che non può essere la matema tica lo schema della realtà; ma è il chimismo. Aristotele, il primo grande logico dell'antichità e quasi il fondatore della logica, le cui dottrine per secoli hanno doininato e dominano ancora nelle scuole, perché non si possedeva ai suoi tempi una conoscenza profonda della natura e dello spirito come si possiede ora, non poteva darci che la logica quantitativa che si può considerare come il grado primitivo e più ele  È lo studio profondo dei fenomeni biologici come in gran parte è stato compiuto ai nostri tempi, che può farci vedere la grande importanza del processo logico chimico per raggiungere il vero concetto delle cose;e ciò non era possibile prima dei nostri tempi.   mentare della logica. Hegel poi può dirsi il fonda tore della nuova logica più per avere fatto vedere l'insufficienza della logica classica ad intendere la realtà anzichè per averci dato compiuta la nuova lo gica;e ciò perchè anche ai suoi tempi gli studi na turali e biologici non avevano raggiunto quell'alto grado cheraggiunsero posteriormente. Nondimeno l'ap parire della logica di Hegel segna nella storia un'e poca grandiosa;poichè,per mezzo di essa sono state poste le basi e si sono fatti i primi passi della lo. gica reale come può aversi e svolgersi ai nostri tempi. Inteso il concetto come l'ultimo risultato del pro cesso storico e chimico delle cose non ha più quel l'importanza che ha nella logica classica il capitolo della comprensione e della estensione dei concetti, in cui il concetto è inteso solo quantitativamente. Bisogna distinguere il concetto che sta per co.n piersi dal concetto compiuto; quello può essere chia mato concezione o concepimento che indica appunto l'atto del compiersi del concetto. Ora nell'atto che il concetto si forma attraversa vari gradi di cui cia scuno, se è considerato come arrestato nel suo c a m mino,può essereconsiderato come unconcettopersė; e si considera come grado di un altro concetto se as sume qualità e forme nuove di esistenza tanto che puòcorrispondere adun concettopiù compiutodiesso; ed in questo caso esso fa parte della concezione o del concepimento del nuovo concetto; e ciò può dirsi di ogni concetto. Considerando da questo punto di vista l'universo, si scorge facilmente che ogni sfera,ogni grado di esso è insieme concepimento e concetto, cioè è assorbito e complicato chimicamente in un concetto più alto e nello stesso tempo può essere considerato come un con cetto in sè. Questo duplice fatto forma dell'universo un vasto sistema e nell'istesso tempo un grandioso organismo;perchè ciascun concetto è in sè e per sè ed insieme in altro e per altro. conce  Questo principio si osserva con evidenza in tutte le zone delle mondo della natura. I minerali ed i feno meni fisici sono insieme in sè e per sè in una deter minata zona della natura (concetti); ma essi sono per la chimica relativamente alla quale sono pimento.Cosi la chimica rappresenta anche una de terminata zona del mondo naturale;ma, mentre è in sè, e perciò è un concetto, è anche concezione;perchè la chimica è per la vita della pianta e dell'animale e perciò, mediatamente,anche ilminerale è per lavita. Nel regno della vita questo processo diconcepimento continua; perchè, quando è data la forma infima della vita vegetale, si passa da forme vegetali semplici a forme gradatamente e successivamente più complesse sino all'ultima forma vegetale che potrà dirsi la più compiuta.In questo processo quei gradi che inatura listi dicono specie rappresentano appunto la conce zione della pianta;per cui ciascuna specie èinsieme concetto e grado del concetto superiore.Lo stesso può dirsi della pianta relativamente all'animale e del mondo della vita animale in generale. Quando si considera l'uomo nell'ordine della natura sembra che in lui si abbia l'ultimo risultatodellastoria e del processo naturale; ma d'altra parte l'uomo non è per sè solamente; perchè egli è quel che è per la famiglia e per lo spirito nazionale che egli contribuisce a formare ed in cui vive e si muove,all'istesso modo che lo spirito nazionale è per Dio che è il puro per fetto spirito in cui perciò si ha il vero concetto ed a cui tutta la concezione dell'universo aspira; perchè Dio non è più per altro ma per sè ovvero ė inaltro per sè; e tutta la vita ed il movimento della natura e dello spirito terreno non sono che un processo di ele vazione a lui e fuori di lui non sarebbero e non po trebbero esplicarsi. Cosi vi è un solo concetto e l'universo è una serie di concepimenti che sono relativamente concetti.E questi concetti costituiscono un processo di compli cazione che è chiuso tra due limiti estremi, il massimo ed il minimo. Il limite minimo si ha nell'elemento primo della naturaeperciò del pensiero,diqna dal quale vi è il sistema e l'organismo dei concetti, di là dal quale vi è il nulla della natura e del pen siero. Come tale questo limite minimo dei concetti può essere concepimento od elemento del concetto che segue ma non concetto.Il limite massimo ècostituito dal concetto assoluto, di là dal quale vi ha del pari il nulla e di quà dal quale vi è tutto ilsistema e l'or ganismo dei concetti. Ciò posto i concetti sono nella natura e nello spi  Le cose sono cosi in se stesse, obbiettivamente, con cezione e concetti; ed il soggetto, volendo conoscerle, deve seguire lo sviluppo di ciascuna di esse, dal suo primo ed infimo grado sino alla sua più compiuta realtà;deve seguire il processo del formarsi e del trasformarsi delle proprietà costituenti l'oggetto che siconcepiscesinoalsuoultimostato,come avviene degli enti morti o sino al massimo grado della sua energia, come avviene degli esseri viventi o degli or ganismi etici.Quandoilsoggettoavràcompiutoquesto lavoro psicologico insieme elogico di concezione in modo che questo processo corrisponda alprocesso obbiettivo  rito, e perciò nel pensiero,dispostiinmodo seriale; onde ciascun concetto che è tra i limiti ha un prima ed un dopo ed è concetto del concepimento 'precedente e concepimento del concetto seguente.Non sipuò dire però che il concetto che precede sia compreso come tale e nel senso della logica classica e con tutti i concetti precedenti dal concetto seguente; poichè il chimismo che domina il processo dei concetti non a m mette la comprensione nel senso classico, che è conside ratain senso puramente quantitativo. Del pari non si può dire che ciascun concetto si estenda in altri concetti; perchè esso è chimicamente assorbito e trasformato dal concetto che segue immediatamente e non si può tro vare come semplicemente tale in altri concetti'; onde la estensione secondo la logica dei secoli non risponde al vero; perchè in questa i concetti sono estrinseci gliuniagli altri, per cui non vi è organismo di concetti. della cosa, egli allora avrà raggiunto il concetto di essa: ciò che può dirsi cosi dei singoli concetti o di un si stema di concetti che del concetto assoluto.  L’economia nella vita dell’animale e dell’uomo. L’attività economica è una nota propria e fondamentale  della vita animale ed umana. Essa è rappresentata prima dalla  fisiologia, cioè dalle funzioni dell’organismo. Ogni funzione organica, studiata analiticamente, dimostra una dualità, cioè due  termini: l’organismo vivente che rappresenta l’unità degli organi funzionanti; e il mondo a lui esteriore con cui è in continuo rapporto (alimento, ossigeno dell’aria, acqua, calore, luce, ecc.). L’uno dei due termini scisso dall’ altro annullerebbe insieme con la vita l’attività economica; e l’organismo dovrebbe  disfarsi.   La vita, sostenuta da organi di elevata struttura e costituzione chimica, implica l’ unità degli elementi istologici, dei  tessuti, dei sistemi e degli organi che la rappresentano. Ma la  funzione di ciascun organo e sistema, mentre ha un fine che si  esercita o dentro l’organismo, in aiuto ad altre funzioni, o fuori  dell’organismo, contro il mondo esteriore per dominarlo e farlo  servire ai suoi bisogni, deve implicare una continua perdita  materiale degli organi funzionanti, che si riduce contemporaneamente in una degradazione chimica di sostanze componenti  i tessuti e gli organi, dallo stato di elevata natura a quello di  più elementare costituzione molecolare. Nello stesso tempo deve  associarsi ad uno sviluppo di forze fisiche (forza meccanica,  vibrazioni molecolari, calorico, elettricità).   In tal modo i due termini debbono entrare in un rapporto  molto intimo e continuo fra di loro; giacché il termine esterno  naturale, rappresentato dall’alimento, dall’ossigeno dell’aria, dall’acqua, deve diventare interno. Infatti l’alimento da sostanza  esterna e morta, quantunque di elevata costituzione chimica. I  giacché è stata vivente, come la carne, le uova, il latte, le erbe,  frutta e semi di varie piante, modificati esternamente e poi ingeriti dall’animale e dall’uomo, vengono ancora modificati, ridotti in sostanze relativamente semplici. Passate poi nel circolo  sanguigno vengono ancora modificate dalla presenza dell’ ossigeno che i globuli rossi del sangue hanno fissato per nutrire i  tessuti in contatto dei quali sono messi e dai quali si compie  l’assimilazione. In tal modo il cibo raggiunge la sua massima  elevcizione; da termine esterno e morto diventa interno e vivo.  Ma qui comincia la scissura interiore, onde il termine interno  diventa per mezzo della funzione anche esso morto in alcuni  suoi elementi e le sostanze che lo costituiscono, decadute e semplificate, vengono così restituite al mondo esterno, per mezzo  dei reni, della cute, del polmone e ancora modificate dalle glandolo di speciale segrezione; all’ istesso modo che l’energia che  costituiva il termine interiore si risolve in forze meccaniche e  fisiche le quali si spengono entro l’organismo stesso e nel mondo  esteriore, anche per mezzo del lavoro.   Il termine interiore che da prima è un organismo vivente   di elevata struttura, perchè è e sussiste, si può chiamare bene, secondo lo scrittore del j)rimo capitolo della Genesi, per cui è   bene tutto ciò che è creato da Dio; ed il termine esteriore,   perchè anche esso è e sussiste, si deve anche esso chiamare   bene; ma, poiché deve essere degradato come tale, e trasfor %   maio e ridotto nei suoi elementi; diviene male. E male il decadere, lo scomporsi, il menomarsi degli enti. Ma, poiché dai suoi  elementi di nuovo si ricompone, si organizza ed alimenta la  vita, diviene di nuovo bene; ma bene interno, come il bene interno si trasforma in male interno airorganismo da prima, poi  in male esterno; perchè nei suoi elementi primi si trasforma in  male esterno, cioè in elementi inorganici senza una finalità superiore. Ma di nuovo può divenire bene esterno, perchè per  mezzo di essi si possono ricostituire i beni esterni più elevati  (piante, animali, ecc. Il bene cosi si trasforma in male e questo  in bene. L'antico detto corruptio unius gene ratio alterius esprime un principio che domina il regno della vita vegetale ed  animale, giacché anche la pianta si trova in una posizione dualistica tra sè e il mondo a lei esteriore (il terreno, Tarla, la luce) ed è perciò in lotta con esso che tende a conquistare,   come questo è in lotta con la pianta. L'animale è in una lotta   più intensa col suo termine esteriore, la natura, come questa   %   è in lotta contro l’animale. E questo lo schema più semplice  della vita vegetale ed animale. Distinta cosi l’attività economica in due termini e fatta l’analisi di questi, apparisce più chiaro il concetto generico di  economia. Quantunque questa parola sia stata adoperata la prima  volta in Grecia ed intesa come legge, amministrazione della  casa, implica anche il concetto di soddisfazione, di godimento,  che gli animali e noi abbiamo di qualche cosa che dalTesterno  penetri nel nostro organismo. Coinvolge anche il concetto d'integramento, conservazione, elevazione di qualche cosa di materiale per mezzo del lavoro delTuomo o per opera della natura stessa, ma che rimane sempre nel mondo esterno alTuomo  e di cui questi può cercare di godere. Importa notare la differenza tra Teconomia della vita animale e quella delTuomo, che implica insieme con la vita organica o animale, qualche cosa di superiore o mentale. Benché  una grande differenza vi sia anche nel regno stesso delTanimalità, nelle sue varie specie, dall’aniraale infimo a quello della  più complessa organizzazione, giacché dalla prima alla seconda  specie il processo della vita si va sempre più complicando e  specificando, alT istesso modo che si complica ed aumenta di  volume Torganisrao nei suoi tessuti e nei suoi organi; onde si  ha un'organizzazione più vasta e complessa, pure in quest'arapia graduazione di animali lo schema dell* economia della vita  è identico in tutti; benché varia sia la quantità dell' alimento  ingerito ed assimilato e poi consumato e ridotto ad elementi  semplici, come corrispondentemente varia sia la somma delle  forze fisiche esplicate. L'animale infatti, a qualunque genere o specie appartenga,  non vive che monotonamente, sempre nel presente, benché varia sia la sua attività esplicata per vivere, secondo la natura  della specie a cui appartiene, e vario sia l'ambiente naturale e  climatico in cui vive. Esso non ha cura che per conservarsi e  per fuggire i pericoli che lo minacciano; cerca la tana, il cibo,  e l’acqua per dissetarsi; alleva con molta cura i suoi nati e provvede per il loro alimento; li protegge contro le insidie degli  altri animali sino a che essi non possano vivere da sè. Non  provvede pel suo avvenire e, durante la vita, non è suscettivo, a causa delle limitate sue condizioni psicologiche, a migliorare  la sua posizione economica, come è avvenuto pel suo passato  in cui si è riprodotto sempre identicamente lo stesso tipo e  la forma del suo organismo. Dall’animale all’uomo si fa un passo gigantesco; giacché  questi, a causa della superiorità della struttura del suo organismo e della sua intelligenza, si volge a studiare continuamente  sè e il mondo esteriore. Avendo il suo organismo molteplici bisogni, egli si sforza di soddisfarli per mezzo delle sostanze che  trova nel mondo esterno; e, a differenza dell’animale, prevede  i suoi bisogni avvenire e provvede come può affinchè nulla  abbia a mancargli pel futuro. E, se tende da prima a sfruttare  la natura, come fa l’ animale, di poi, apprendendo da essa stessa  i suoi metodi, si sforza di produrre ciò di cui ha bisogno per  vivere (piante ed animali speciali). Si apn; cosi all’ uomo il   campo della produzione dei beni naturali di cui ha bisogno, e %  che può ottenere per mezzo deir ingegno e del lavoro. E una  lotta che egli deve sostenere contro la natura, che ha avuto  principio col suo primo apparire sulla terra, che è andata sempre crescendo ed intensificandosi lungo il processo della storia  e con lo sviluppo della civiltà; e che non avrà mai fine, finché  dura la vita umana. La materia economica non può perciò essere intesa fuori  della sua storia, anzi essa fa una sola cosa con la storia delr umanità; giacché questa ha la sua base nell' economia e  senza di questa non potrebbe essere; all' istesso modo che nessun aspetto 0 grado del mondo naturale ed umano sfugge alla  storia e fuori di questa non potrebbe comprendersi. La scienza  economica dunque deve trattarsi storicamente. È questo un tentativo che può farsi solo oggi, in tempo di un grande sviluppo  dell'esperienza e della rifiessione umana, in cui il pensatore acquista coscienza di sé, dei propri bisogni fisiologici e mentali e del  mondo esterno naturale, in ciò che può soddisfare i detti bisogni. Questa materia cosi deve essere studiata nei suoi due termini, il soggetto e l'oggetto, economici, ciascuno nella sua storia  e nel suo rapporto con l'altro, senza del quale nessuno dei due  termini potrebbe sussistere sotto l'aspetto economico; e questo  rapporto é tutto tra i due termini, per lo quale questi si uniscono e dividono continuamente. È la storia dell’umanità e della  natura insieme nel loro aspetto drammatico. Nel trattare i principii naturali di economia bisogna trarre  insegnamento prima dello studio della storia del’umanità. Ma  nella storia fatta dagli storici più valorosi e rinomati l'aspetto  economico non è messo gran fatto in evidenza; come se per loro non avesse avuto che un' importanza trascurabile; non veniva   perciò compreso e considerato nella sua obbiettività e non si  sognava che un giorno i posteri sarebbero stati curiosi di conoscere, nei suoi particolari, il metodo e la materia dell' attività  economica dei popoli di cui si narrava la storia. Si credeva  che il cibo e gli altri beni di cui l'umanità ha bisogno sarebbero  stati sempre abbondanti e perciò non meritava che gli uomini se ne preoccupassero. Del resto anche gli storici più recenti  si sono cosi condotti verso l’aspetto economico della popolazione. Pure in ogni scrittore non possiamo non trovare qualche  accenno alla vita economica delle nazioni di cui si narra la storia  0, se non alla economia normale, aireconomia patologica, come la carestia, la pestilenza, i risultati della guerra, le emigrazioni e le  immigrazioni, i perturbamenti della natura fatti per opera della  mano deiruomo, che, facendo vedere la deviazione del processo  economico normale e naturale nella storia, fanno meglio vedere  le necessità di questo. Avviene così nel campo economico quel  che avviene nel regno della vita, per cui le malattie che sono la  deviazione funzionale degli organi dal processo tipico normale  della vita, che apportano anche una corrispondente alterazione  chimica, istologica ed anatomica degli organi, hanno dato non  pochi contributi alla conoscenza delle funzioni normali della vita. Vi sono poi le grandi crisi economiche nazionali o universali, come quella che ora si attraversa sull’ incarimento del  costo della vita, un fenomeno nuovo e gigantesco che non ha  avuto l’eguale nella storia, la cui origine oscura ci obbliga a  riflettere e a meditare per risolvere l’enigma. Vi sono inoltre  gli errori della storia che il popolo stesso compie per suo proprio istinto o che compiono gli uomini di governo, errori di cui  è piena la storia e che, con le loro conseguenze patologiche,  fanno meglio comprendere il processo logico e progressivo della  storia come avrebbe dovuto essere. Cosi è stato disastroso per  la vita dei popoli il non avere compreso la natura propria della  moneta che si è voluta sempre di metallo prezioso, per cui  alla scarsezza di questa si debbono alcune rivoluzioni ed un  arresto nello sviluppo del lavoro e della produzione dei beni e  r arricchirsi di alcune nazioni che ne hanno molta a danno di  altre che ne hanno poca. Ma il presente stato economico del  mondo in cui l’ industrialismo ha raggiunto un grado di vitalità •   esuberante da per tutto ed attira l’energia e V operosità del  maggior numero degli uomini i quali affluiscono nelle industrie  e nelle città disertando i campi e i villaggi, ci spinge a studiare il presente fenomeno e, mettendolo in relazione col passato economico, ci apre la via ad intendere la storia economica deir umanità.  Ma la storia economica che fa una sola cosa con la storia politica, artistica ed intellettuale delle nazioni, nell’ aggregarsi  o disgregarsi continuo di queste, è certo un grande e cospicuo  periodo del processo logico della storia del mondo ed è anche  quello più memorabile: quello cioè che, per essere stato esperimentato primitivamente da alcuni uomini, riconosciuto e provato da altri, aggruppati da prima in piccole tribù o società, e  poi esteso, ad altri, è trasmesso a mano a mano ai posteri col  contatto degli uomini, attraverso il loro nascere, crescere e  morire. E l’attività economica che è stata sempre viva nella storia, quantunque abbia operato in modo inconscio agli uomini,  negli ultimi due secoli ha raggiunto uno sviluppo considerevole  insieme con lo sviluppo industriale e con l’estendersi del commercio nel mondo. Questa da prima si è sviluppata istintivamente ed impulsivamente per mezzo dell' ingegno dell’uomo  che ha saputo trovare ed aprire le vie; poi è venuta la scienza  dell' economia industriale e commerciale, che ha riconosciuto i  fatti compiuti e ne ha formulato e cercato di spiegare le leggi.   Sicché non è stata la scienza economica che ha destato l’attività economica, bensì questa ha dato origine a quella.   Si può rintracciare dunque, attraverso la storia intellettuale,  politica e pratica dell’umanità, una storia economica. Ma la storia politica rappresenta il processo degli avvenimenti umani di  cui si conserva memoria; si è perciò innanzi ad un’epoca molto  avanzata dalla storia, quella in cui l’uomo ha cominciato ad acquistare consapevolezza della sua superiorità sulla natura e  della possibilità del suo dominio sugli uomini inferiori per ingegno ed attività pratica. Ma la storia memorabile e memorata  presuppone la preistoria, che è di là dalla memoria degli uomini e che nondimeno ha dovuto preesistere alla storia. Come  nessun aspetto della civiltà e delle istituzioni umane sfugge alla  preistoria, quale il linguaggio, la politica, l’arte, la religione, ecc.,  così avviene dell’economia e della scienza economica. E la storia d’altra parte si connette alla preistoria di cui è continuazione e complicazione, onde si può dire che nella preistoria si  trovano i principii economici più semplici ed elementari che  nella storia progressivamente si sono andati complicando; ma  che sono sempre vivi ed attivi nella storia ulteriore: ed appariscono nella loro semplicità nelle grandi crisi di economia sociale, quando si sente il bisogno di tornare alla vita naturale  e primitiva. Non bisogna però ammettere una barriera tra la  preistoria e la storia. Ciò che fu il principio è la base odierna  deir edificio economico.   Quantunque la preistoria pura e primitiva sfugga alla nostra osservazione, pure, come è avvenuto pel linguaggio, strumento fondamentale deirintelligenza e deir attività pratica umana  e del progresso scientifico, si può rintracciarla prendendo le  mosse daireconomia naturale che può avere rappresentato essa  sola neirepoca preistorica tutta T umanità, che di poi divenne  storica, economia che anche oggi deve essere considerata come  il sostegno deireconomia storica, industriale odierna, e senza la  quale questa è destinata a fallire. In questo senso, guidati dalla  logica della realtà delle cose e dalla psicologia speculativa, si  può rintracciare il processo preistorico dell’ economia. Il punto  di partenza è qui Teconomia fisiologica, comune da prima all’animale e airuomo, giacché ambidue sono soggetti economici  che hanno la natura come termine a loro opposto. Ma, mentre,  come si è detto, la soggettività animale ha un arresto nel suo  sviluppo, la soggettività umana all’ incontro prosegue senza limiti, cercando di conoscere la natura ed adattarla alla soddistazione dei suoi bisogni, che con la sua intelligenza sa scoprire  in sé, nel suo organismo e nella sua mente, nuove lacune da  colmare. A differenza però deiranimale in cui Torganismo si sviluppa rapidamente, onde breve è per esso il periodo in cui ha  bisogno delle cure dei genitori, perchè ben presto può fare uso  delle sue forze e rendersi indipendente, onde vive guidato dai  suoi istinti, l'uomo all’ incontro ha bisogno di un certo numero  di anni per potere da sé provvedersi del cibo e colmare tutti  i suoi bisogni. Ben presto morrebbe se, appena nato, non avesse  le cure materne, ed anche se venisse abbandonato a sé stesso  neH'infanzia e neiradolescenza. Molte altre cure poi richiede,  ed anche un certo numero d’anni, se egli vuole educarsi, esercitare un facile mestiere od una difficile professione; e volesse  elevarsi nella sfera dell’ alta cultura, dell’arte o della scienza.  In questo lungo periodo della sua vita il giovanetto è allevato  e educato dalla famiglia, o dalle istituzioni di beneficenza, dall’iinsegnamento pubblico e dalla religione. In tutto questo periodo dell’infanzia e della fanciullezza  il dualismo è rappresentato dal fanciullo, ente passivo nella sua  attività, e dalle istituzioni familiari e sociali, che sono il termine  veramente attivo, il quale, servendosi di elementi c vie naturali,  eleva e conduce il bambino all’attività pratica, affinchè possa  col tempo provvedere ai suoi bisogni. Il giovanetto, diventato  adulto, deve da sè solo risolvere il problema dell’esistenza, per  quanto possa essere agevolato dalle istituzioni; allora egli si  trova d’innanzi alla natura alla quale domanda i mezzi di vita  0 di conservazione. Questi sono rappresentati dal ricovero e  dall’alimento che è fornito dagli animali e dai frutti e semi di  piante; e vegetali di una elevata costituzione chimica. Qui comincia la lotta tra 1’ uomo e la natura. Questa è da prima provvida madre per lui, onde gli concede facilmente ciò di cui ha  bisogno, ma non senza che egli taccia qualche sforzo, qualche  fatica, andando in cerca deU’alimento, sottomettendosi anche a  gravi pericoli e spesso rimanendo vittima delle intemperie o  degli animali che egli ha cercato di abbattere e conquistare.   E questa la condizione dell’ uomo primitivo che non ha avuto dal passato insegnamenti e tradizioni; per cui l’esperienza  e l’osservazione debbono cominciare da lui che è fornito di un  organismo che si presta ad una grande varietà di lavori; e di  intelligenza che gli è guida all’ attività pratica, allo studio ed  alla conoscenza della natura della quale cosi può meglio servirsi; e conserva memoria delle sue conquiste, passate e presenti. Ma la natura, dà all’ uomo i mezzi di vita, purché li cerchi, non glieli assicura per sempre. Comincia cosi l’attività per  la ricerca del cibo e comincia ancora un’epoca di disgregamento per la ricerca dei luoghi dove la natura fosso più ferace di veg'etabili e di animali, atti a far vivere l’uomo. In quest’ epoca,  certamente non breve, si ha un grande disgregamento del genere umano, in tutta la superficie della terra, per quei luoghi  dove la vita fosse possibile; giacché in quest’epoca in cui il lavoro collettivo non era ancora principiato, l’uomo voleva essere  solo con la sua famiglia a conquistare e a godersi la preda. D altra parte 1’ uomo in lotta con la natura primitiva, che  si slanciava ad imprese difficili ed audaci, in tempi in cui l’aria  sulla superficie della terra era buona ed in cui ralimentazione  era prevalentemente carnea, dovea dare al suo organismo uno  sviluppo ed una resistenza ammirevole, che lo rendeva atto a  trionfare dei più grandi ostacoli che nel suo cammino potesse  incontrare. Grande era anche la potenza generativa, per cui gli  uomini si moltiplicavano facilmente. Quel genere di vita tutto  naturale dava un’educazione anche naturale all’ uomo, che gli  dava la massima resistenza all’ impresa e lo rendeva refrattario  agli stimoli morbosi sino alla vecchiezza, se fosse riuscito a superare il periodo della fanciullezza, flrano i tempi di Ercole.  In tutto questo lungo periodo egli cerca, con l’ingegno che la  vita nomade e mal sicura dell’ avvenire rendono più acuto, a  modificare minerali e legna per costruire strumenti che rendessero più facile il conseguimento del fine di vivere; a rendere  alcuni animali adatti ad essere guidati, a viaggiare, a portare  masserizie ed a ottenere la prole di essi, anche per potersene  alimentare.   Finché si é in questo stato di vita nomade ed incerta in  cui non si può essere sicuri della vita avvenire ed in cui gli  uomini tendono continuamente a dividersi, le conquiste iiella  conoscenza dei metodi per servirsi della natura vanno perdute  e non é necessario il linguaggio che é possibile quando é data  una certa associazione di uomini i quali, a intendersi scambievolmente, conservino la tradizione delle precedenti attività limane che agevolano la vita. Tutto questo lungo periodo della  vita umana sulla terra, di una larga estensione sulla medesima,  può essere indicato col nome di 'preistoria dell’ umanità. La  quale bisogna intendere non come ristretta in un solo angolo  della superfìcie della terra, ma come diffusa da per tutto, e dove la vita dell’ uomo fosse possibile, e rappresenta la famiglia da per tutto disgregata in famiglie, di cui ciascuna aspirerà  più tardi ad entrare nella storia e da nomade diventare fìssa. In tutta questa lunga epoca i due termini dell’attività economica sono r uomo e la natura; 1’ uomo il quale é uscito da  quello stato di felicità del periodo della sua fanciullezza in cui  vive a spese della sua famiglia o della carità altrui; ma l’uomo  che deve fare uno sforzo per andare in cerca dei mezzi di sussistenza; deve cioè andare incontro ad una perdita di forza muscolare e psichica, che, aggiunta alla perdita che apporta la vita   in sé stessa, apporta una perdita maggiore o un male interiore  maggiore. La natura, dando da viv^ere all’uomo, ha una perdita in sé 0 una degradazione, quantunque parziale e limitata; ma  questa perdita apporta all’uomo un bene interiore. La mancanza di sicurezza dell’alimento pel domani in questo periodo della preistoria in cui non ancora si erano conosciuti  i metodi e non si possedevano i mezzi per ottenere gli animali  di cui avrebbero potuto servirsi e nutrirsi e né anco si sapevano conservare le carni degli animali di cui si era andati in  caccia, é la nota preminente di questo cosi largo periodo dell’umanità. La storia della civiltà ha per fondamento la storia  dell alimentazione. Il passaggio dalla preistoria alla storia, dalla  vita naturate allo stato di civiltà, si ebbe quando si potè provedere ad un alimento che potesse conservarsi per qualche anno,  assicurando così il prolungarsi della vita umana ed il fissarsi  di alcune popolazioni in dati siti della superficie della terra dove la produzione di date sostanze alimentari potesse avvenire. Scambio e stimoli economici    Si eiiira cosi in un altra c più elevata sfera deH’attività  economica che è quella dello scambio (e questo avviene cosi  nella zona industriale propriamente detta che in quella naturale  ed agricola). Si cominciano così a formare dei piccoli mercati  in cui r uomo vende e compra. Jla s’ intende che, prima che  nella storia si stabilissero dei veri mercati, queste operazioni  di scambio avvenivano egualmente, quantunque in modo più vago, appetiii ai)parve la libertà e l’ elezione nel lavoro dell’uomo. Nella sfera dello scambio si ha una maggiore facoltà di  acquisto ed un risparmio di tempo e di forza (ciò che è propriamente r attività economica); perchè il soggetto economico vende  ciò che ha prodotto facilmente e bene per acquistare ciò che da  sè stesso non avrebbe i)otuto produrre che male e con molta perdita di tempo. E ciò in generale; perchè l’ ingegno umano poti ebbe in ciò darci una smentita, non essendo molto rari quegli  uomini che hanno saputo tanto bene educare il loro ingegno e  1.1 loio attività pratica da diventare valenti produttori di una  varietà di beni e in modo perfetto. E questo avviene cosi per  la produzione dei beni inferiori e materiali che dei beni superiori ed artistici. Importa notare che lo scambio può avvenire tra questi e  quelli, come con le attività intellettuali dell’uomo. Cosi il letterato, r uomo istruito e dotto, l’ insegnante, il medico, l’ ingegniere, l’ avvocato, scambiano il loro sapere, la loro dottrina  e l’arte, con beni materiali. Anche nella sfera dello scambio,  l’acquisto implica una perdita, quantunque la perdita sia ridotta  al minimo; perchè quello che il produttore perde gli è costato relativamente poco lavoro, mentre quello che acquista è per lui  un guadagno, perchè ha un prodotto che si suppone buono, che  egli non avrebbe potuto eseguire, anche perdendo molto tempo. Per mezzo del lavoro artistico dunque la produzione dei  beni si specializza, mentre questi si possono moltiplicare senza  limiti, perchè ognuno può trovare nell’uomo una sorgente di  bisogni da colmare e nuove comodità che si desiderano, nuovi  beni che riescono a quel fine. E poiché in tutti gli uomini si ha  r istesso metodo e perciò gli stessi bisogni che si tende a soddisfare, i nuovi beni prodotti sono ambiti da tutti. Ma qui deve  intervenire l’opera dell’istruzione che sveglia e fa riconoscere  aU’uomo i propri bisogni e fa sviluppare in lui il desiderio di  soddisfarli.   Moltiplicandosi i beni che l’uomo ambisce, egli può acquistarli tutti col suo prodotto particolare che alla sua volta viene  ambito dai produttori dello merci altrui, con le quali egli scambia la sua. Il principio economico qui non solo si conserva, ma  si eleva ad una più alta potenza di acquisto. Ma più tardi 1’uomo ha avuto un istrumento d’acquisto non  solo nel suo ingegno e nelle sue forze muscolari, ma anche nella  macchina che egli, aiutato dalla conoscenza delle leggi meccaniche ha prodotto ed applica ancora alla produzione di una  grande varietà di beni.   E necessario qui promettere che la macchina come invenzione umana è stata preceduta dalla macchina che è insieme  nell’organismo animale ed umano. L’ organismo infatti è insieme  meccanismo; e se come organismo è qualche cosa di più elevato  del meccanismo che implica, come meccanismo non cessa di  essere macchina; macchina organica si, ma sempre macchina. Lo schema della macchina si ha infatti in tutti gli organi e i  sistemi più importanti deH’organismo; nel cuore col sistema vasaio annesso; neU’apparecchio digestivo con le sue glandolo, come in ciascuna glandola; nell’apparecchio respiratorio; nei reni  e nella vescica; nel sistema osseo-muscolare-nervoso. L’occhio è  una macchina, come l’orecchio. Anche nel cervello si trovano  gli elementi più complicati della macchina; all’istesso modo che  le funzioni di tali organi sono insieme funzione e meccanismo. È  proprio della macchina costruita dall’ ingegno umano il venir "•uw'mo''  Hìacchina die è ormo Ne oiganismo, anche essa per mezzo di questo.nuove   l.i macchina esteriore, sia immediatamente che mediatamente  per mezzo delle forze fisiche.uiawmente, L’apparire della macchina è stato accolto con grande entusiasmo da tutto il mondo, perchè ha portato una fraudo rivo  uz.one nel campo della produzione, poiché l’A accresciuta co.isierc^olmcnte; ma ha anche contribuito ad una maggiore speCK hzzaz.one d. produzione. E poiché la macchina è stata applic a anche al trasporto dei beni in tutto il mondo, per mare e  PCI terra, ha anche contribuito ad accrescere in modo come  non era possibile prima, il commercio mondiale. Sicché ol!  e solamente possibile a pochi uomini godere di una grande   J-h nomi I che sono nel mondo. Si ha cioè il grandioso fenomeno de la umversalizzazione del godimento dei beni. È questo  nsuUato di una lunga storia nell'attivirà degli scambi che  pimcipiata in modo limitato, tra individuo e individuo, per una’ lunpo tra vari aggruppamenti umani, tra varie popolazioni e  mi/ioiii, e tra tutte le parti del mondo. È questa veramente la   pffffcernza.' dell’industrialismo   S’intende che se prima lo scambio comincia cedendo merce  per merce, e in certe condizioni questo può sempre avvenire  lo scambio e.1 commercio che rendono accessibili le merci da  |.cr t„„o, h„„ dovuti avvenire con la moneta che é,m mé.t  tei mine, inventato da governi, tra due merci o più merci; per cui  «1 lavora, cioè si danno le proprie forze, il proprio ingegno e   a propria produzione, per guadagnare danaro e si ambisce questo per provvedersi di tutti i beni di cui si ha bisogno. Segue  ancora che, in ragione che la produzione, gli scambi e il cL-moneta ìr^nmiido; È qui necessario far notare che, se la parola stimolo interlene a ogni passo nella trattazione dei fenomeni fisiologici e  pa ologici, come nei fenomeni psicologici, intendendo la psicoogia in tutta la sua ampiezza, in tutte le sue forme e in tutti i  suoi gradi, apparisce chiara la necessità dell’ intervento frequente  di questa stessa parola anche nello studio dei fenomeni economici, giacché anche questi hanno un fondamento fisiologico e  psicologico, senza il quale non potrebbero essere. Così nella produzione si ha uno stimolo interiore a produrre, il bisogno interiore organico e psicologico, immediato o prossimo, che deve  sparire, facendo col lavoro esistente il bene che si desidera: l’immagine interiore cioè deve tradursi in atto col lavoro produttivo  e che diventa anche stimolo esteriore, la materia esteriore ottenuta col lavoro, per mezzo della coltura (sostanze vegetali) o con  rallevamento del bestiame (sostanze organiche). Queste debbono  alimentare e far vivere 1’ uomo, trasformando la materia morta  e bruta che deve dargli alcune comodità o godimenti dell’ animo. Si ]Hiò dire che sono gli stimoli e gli stati interiori a spingere 1 uomo all attivila; e più questi sono numerosi ed elevati  più muovono l’individuo al raggiungimento dei suoi materiali od  alti filli che egli vorrebbe vedere tradotti nel mondo reale. Ma  alla sua volta gli stimoli interiori sono il riflesso di stimoli esteriori, di oggetti già percepiti o immaginati. È questo ciò che si  esprime con la parola ambizione umana la quale, se è la nota  preminente dei grandi uomini è anche una nota importante degli  uomini mediocri e d’ infimo ordine, giacché ogni uomo, secondo  il grado della sua costituzione mentale e della conoscenza del  mondo esteriore, naturale ed umano, vorrebbe far suoi tutti i  beni che conosce, sia di basso che di elevato ordine. Il cibo è uno  stimolo per l’alimentazione e la fame è uno stimolo per provvedersi del cibo. Cosi il gusto letterario e le conoscenze scientifiche  possono essere uno stimolo interiore per ajiprofondirsi nel campo  dell’arte e delle.scienze.   Non solo sono stimoli i due termini economici, oggetto e  soggetto, 1 uno per 1 altro: nia è anche stimolo il mezzo termine  fra le due merci o tra il soggetto e l’oggetto, cioè la moneta.  L come è nota della natura umana l’insaziabilità dei beni materiali e spirituali, quando questi siano conosciuti; ciò che è difficile, come 1 illimitatezza nell’acquisto, cosi avv^iene per la moneta. Di questa anche 1 uomo non è mai sazio di possederne;  perchè riconosce in essa una possibilità ed uno stimolo per acquistare altri beni. Ed il possesso è di vari gradi. Vi è il possesso limitato della moneta, per quanto questa possa essere grande,  e di essa l’uomo si contenta e che vuole o conservare o spendeie, 0 di questa egli si serve come stimolo per la produzione  di nuove ricchezze. Proprio quando la vita economica, industriale, commerciale,  è molto complessa ed estesa, e tutto il mondo umano sembra  un grande mercato come è ora, per cui grandi sono i bisogni c  le richieste dei beni da per tutto; e l’ambizione umana si estende  ed intensifica ovunque, allora la ricchezza può essere adoperata  come strumento (stimolo) per acquistare nuove ricchezze. Cosi  viene stimolata la sete deH’uorno per l’acquisto indefinito della  ricchezza; perchè vi è richiesta di tutti i beni che egli conosce  e di cui vuole godere, come da per tutto viene apprezzato e  richiesto il lavoro dell’uomo..Si comprende in tal modo come  piu sovrabbonda il danaro in una società, più gli uomini.sono  spinti all attività pratica e cresce la loro ambizione per guadagnare e godere. Uomini che hanno quest’aspirazione e non hanno  danaro, ma riconoscono di avere ingegno, forza muscolare e  tempo per arricchirsi, ricorrono al prestito del danaro. Ma cosi  si entra in una categoria economica più elevati, quale è appunto  il presfito, il cui polo opposto è il capitale. Il semplice possesso  della ricchezza, sia questa rappresentata dalla moneta o da altre  specie di beni immobili e mobili o da prodotti industriali od  artistici, se è come semplice servizio personale o della famiglia,  non merita il nome di capitale. Si richiede invece che essa si.a  data in prestito. ll capitale-prestito cosi rappresenta un più alto grado dello  scambio; e, come in questo, ciascuno dei due termini o soggetti  economici acquista e perde, cosi avviene nel capitale-prestito;  ma anche qui la categoria di acquisto e perdita implica una più  elevata economicità. Cosi colui che prende in prestito acquista la  ricchezza ma la perdita e rimandata aH’avvenire; si ha cioè il  bene presente; ma la perdita che dovrà aversi nell’ avvenire  consisterà non solo nella restituzione del capitale, ma anche  nell’ interesse convenuto. Frattanto l’uso provvido ed economico  del capitale avrà dovuto fargli acquistare nuove ricchezze. Anche nuove ricchezze acquista il capitalista, cedendo temporaneamente la sua ricchezza ad altri; ma va incontro anche ad  una perdita temporanea della sua ricchezza durante il periodo  della sua cessione; perchè non se ne può servire.   Col capitale e col prestito l’attività economica da una sfera  limitata e quasi individuale, quale è quella dello scambio, da  prima in una ristretta cerchia, s’ingigantisce ed estende da prima in ciascuna nazione e più tardi gradatamente in tutto il  mondo; con la fondazione o moltiplicazione delle banche che  dànno una grande diffusione al capitale e al credito, stimolando  l’attività economica produttiva e portando la diffusione delle  merci da per tutto. E ciò con l’aiuto della macchina che ha  moltiplicato e specializzato la produzione dei beni industriali e  li fa penetrare, come vi fa penetrare anche i beni naturali, in  tutto il mondo umano. Ma per quest’attività si richiede l’ ingegno;  all’istesso modo che l’esercizio di essa fa sviluppare l’ingegno. La produzione dunque della ricchezza capitalizzata e capitalizzante, per cui si tende sempre a ridurre al minimo la   perdita, nello stesso tempo che si tende a jiortare al massimo  l’acquisto, deve essere sempre l’obbietto dell’attività del soggetto  economico. Me questa che già fece esistente il capitale si affievolisce, l’oggetto per mancanza di governo e di direzione tende  ad arrestarsi nel suo processo e, per le mutate condizioni esteriori, tende a deviare, a perdere la sua potenzialità di acquistare ed a venire cosi scemato come semplice ricchezza. Sicché, se dalla produzione diretta primitiva alla produzione  capitalistica si ha una progressione per cui pare che la ricchezza  si produca da sé, indipendentemente dal soggetto, pure l’attività  di questo deve intervenire, cercando di farla progredire ed accrescere. Deve prevedere il cammino che si può e si deve fare e provvedere alla conservazione della ricchezza ed alla sua diflusione proficua; ciò che è il lavoro di critica e di speculazione  che il soggetto deve tare. Ad ogni modo questo lavoro, se implica una piccola perdita di tempo e di forza organica e psichica,  pure riduce con l’esercizio al minimo questa perdita; onde si  può dire che se il lavoro di produzione che da prima è grande,  secondo la quantità e la specificità d’impiego del capitale, esso  è di poi menomato e perciò agevolato; anzi deve al meccanismo, guidato dall’ intelligenza, il suo grande sviluppo.  All’incontro nella produzione naturale il soggetto deve sostenere una lotta intensa contro il suo oggetto, la natura indomita e ribelle, che può essere vinta temporaneamente ma non  definitivamente; giacché essa offre sempre nuove difficoltà al  soggetto produttore, anzi si può dire che dai primi tempi della vita umana sulla terra, queste difficoltà si sono andate sempre  accentuando. E ciò perchè, se la natura da prima, dopo uscita  dal suo stato selvaggio, dava facilmente all’ uomo i suoi prodotti, col progresso del tempo gliene ha dato sempre meno, anche essendosi moltiplicato l’ ingegno e il lavoro dell’ uomo volto  contro di essa. E ciò mentre gli uomini si moltiplicavano ed accrescevano con la loro associazione i loro sforzi per la produzione agricola. Sembra che d’ oggi innanzi il lavoro dell’ uomo contro la  natura per obbligarla a produrre ciò di cui ha bisogno diverrà  sempre più intenso ed i mezzi più necessari alla vita diverranno sempre più difficili a conquistare. In altri termini la lotta tra l’uomo e la natura diverrà sempre più intensa; perchè la finalità di questa è in opposizione alla finalità di quello; ed una conciliazione solamente è possibile alla condizione che ciascuno dei  due termini conceda all’ altro qualche cosa di sé, senza annullarsi, anzi sostenendosi l’ uno con l’altro. Questo fa vedere che  r uomo deve essere limitato nelle sue pretese verso la natura e  che, se questa deve dare qualche parte di sé all’ uomo, non  può e non deve dare tutta sé stessa se non a costo di annullarsi;  perchè allora anche la natura, dominata dall’ uomo ed alla quale  questi domanda i mozzi di vita, dovrà venir meno alle sue promesse, producendo in lui le più grandi delusioni.   Frattanto, mentre i prodotti dell’industria si moltiplicano  indefinitamente e progressivamente da per tutto, in quantità e  qualità, richiedendo questa un esiguo lavoro muscolare e meno  tempo, ciò che incoraggia l’ irregimentazione dei lavoratori, tanto  più perchè questi vi hanno la promessa di una vita agiata e  comoda, quasi sempre in città, senza sospettare che un giorno  avessero a scarseggiare gli alimenti necessari alla vita, i lavoratori delta terra, all’ incontro debbono sostenere una lotta lunga  faticosa ed intensa per procacciarsi di che vivere. Del valore e delle sue forme inferiori   Le attività economiche, come quelle fisiologiche, sono cosi  connesse ecl intralciate fra di loro che l'esposizione logica e sistematica ne riesce oltremodo difficile, Non si può trattare un aspetto, una categoria economica se in essa non intervengano,  sottintese o manifeste, altre categorie. Sicché da prima si può  avere una conoscenza parziale o sconnessa di alcune funzioni;  e solamente dopo che si è raggiunta la piena conoscenza di  tutte, si può principiare a vederle ordinatamente. È que.sta la  ragione della difficoltà nello spiegarsi i fenomeni economici. E  l’ordine consiste nell’universalizzazione dei vari principii e nel1’ unificazione di que.sti in tutte le loro gradazioni, in tutti i loro  movimenti, nei loro reciproci rapporti, tanto da apparire come  lo svolgimento di un principio solo. Sotto quest’aspetto molto  importante è il principio del valore in economia politica, cosi  in quella naturale come in quella industriale; e in tutte le istituzioni umane nelle quali questo concetto interviene. Ma solo una  esposizione storica e sistematica, in che consiste la vera trattazione logica della dottrina, può farcela intendere in tutti i suoi  gradi ed aspetti. Negli ultimi tempi si è parlato di valore in materia di arte  di scienza, di filosofia, di religione; ma poiché in tali rami di  attività umana, cosi come sono stati trattati, la dottrina del valore non é dedotta da un principio più universale che comprenda  e questi e tutti gli altri rami del mondo naturale ed umano,  quella trattazione riesce incomprensibile e vana. E, benché si  possa dire che la filosofia e la religione implichino la più alta  sfera del valore, pure, se esse vengono considerate come per sé, senza alcuna comunicazione col resto del mondo, non come   il risultato di uno svolgimento e di una storia, il concetto del  valore che da esse si può trarre non deve essere soddisfacente.  E se il valore è una categoria universale che interviene in tutti  i gradi deiressere, nel mondo metafisico, come nel fisico e nello  spirituale, in ciascun grado ha un aspetto particolare, ha qualche  cosa d'identico e di differente con la stessa categoria di valore  degli altri gradi del mondo reale. Far distinguere perciò le differenze dall’ identità del valore in ciascun grado della realtà è  il dovere di colui che tratta questa materia. Da prima potrebbe sembrare che la teoria del valore si  identificasse con quella del bene; ed in vero vi è molta identità  fra le due categorie. Però del bene i filosofi e i moralisti hanno  dato più un concetto comprensivo che analitico e storico; ed  alcuni Tànno identificato con Dio stesso, il sommo bene. Essi  hanno anche fatto notare la varietà dei beni che sono nel  mondo e l'ànno anche sistematizzati; hanno messo il bene e tutti  i gradi di esso in correlazione col male e con tutti i mali possibili. Ma la dottrina del valore include quella del bene e del  male insieme, però le compie, mettendole in una posizione dualistica ed unitaria insieme, quasi drammatica; scinde cioè la materia in due termini in lotta fra di loro, rorganismo e il mondo  esterno che ha valore per quello, può cioè tornargli a bene;  vede una dualità tra l'anima, la mente e il mondo esterno. E se  nella prima zona l’organismo vivente deve accettare e subire il  mondo esterno quale è, pure reagendo contro di esso; nella seconda zona r anima e la mente possono modificare per sè il  mondo esterno, elevandolo; o produrre addirittura qualità nuove neiroggetto. E questo l’aspetto nuovo ed originale della dottrina del valore, il cui regno in verità é quello della vita organica, vegetale  ed animale, le zone cioè superiori della natura; ed anche quello  deH’aniraa umana, nelle sue attività inferiori e nelle superiori,  intellettive, pratiche ed anche creative, che sono i gradi più  eminenti del mondo umano. L’attività umana perciò diventa essa  stessa una forma altissima di bene, il bene attivo, limitrofo a Dio  stesso: non il bene immobile che può anche menomare se stesso  e il suo termine opposto che presuppone e per cui è; può produrre cioè il male, dal quale può, è vero, di nuovo nascere il  bene che rientra nella sua ricostituzione storica e progressiva.  Ma, se r organismo e la mente rappresentano il regno e la  vitalità del valore, essi non esauriscono tutta la natura; vi è  in questa qualche cosa che essi presuppongono, senza di che  non potrebbero essere e muoversi; e che si può dire il loro  presupposto. E se si va a fondo nello studio della natura questo  che noi chiamiamo presupposto si risolve in una serie di presupposti, una serie di gradi di cui ciascuno è presupposto e  presuppone altri. E questa è pure un’ ampia zona del valore  che si può dire puramente naturale, la quale, studiata, apparisce  come l’unità e la sistematizzazione di altre sottozone. Si ha cosi  la zona fisica la quale comprende e quella della materia e quella  delle forze. Sembra a prima vista che questa sia come chiusa  in sè ed isolata dal regno della vita e perciò fuori il mondo  del valore. Forme superiori del valore  Il processo ascensivo e discensivo, chimico, minerale, il quale,  non bisogna dimenticarlo, è sempre un processo di elevazione  e di menomazione insieme del valore, diventa più intenso in  quella sfera più elevata della chimica che è 1’ organica in cui  entra in composizione il carbonio. Pure quest’ attività è relativamente qualche cosa di semplice se si studia in sostanze singole  che sono fuori dell’ organismo vegetale ed animale o estratte  da questi. Ma se si.studia entro di questi, l’ intensità trasformatrice del movimento chimico e di valore organico diventa straordinariamente complessa, quantunque questa complessità sia  minore nella pianta e maggiore nell’animale. In quella è considerato il lavorio complicati vo mentre è vivente; e con la morto  si ha il lavorio analitico. Nella vita interna dell’animale albi  contro intensissimo è il lavorio di scomposizione, come è quello di composizione e di reintegramento, in tutti gli atti della vita,  sia considerata in ciascuna cellula e in ciascuna fibra che in  ciascun organo o sistema e nell’ unità funzionale di questi. Qui  il concetto del valore, cosi in ciascuno elemento della vita,  come in ciascun organo e tessuto e nell’ insieme dell’organismo  vivente, diviene di tanta molteplicità, complessità e varietà, che  la mente umana non può seguirlo in tutti i suoi elementi e in  tutti i suoi intimi processi.   Vi è una più alta regione della natura, rappresentata dalla  vita animale e vegetale nel loro insieme, come si svolge nel  mare dove vivono insieme piante ed animali in lotta fra loro;  e sulla superficie della terra che è rappresentata dal bosco nel  cui mezzo gli animali vivono e prosperano, come è avvenuto  nelle epoche primitive della natura vegetale ed animale. Qui ciascun animale, ciascuna pianta, è un elemento della vita natumle, animale e vegetale, nel suo insieme e nella sua universalità, nella quale si può riscontrare, in proporzioni ancora vaste  ed universali, il processo di elevazione e di riduzione, che si ha  in ciascuno organismo vivente, onde piante e generazioni di  piante muoiono ed altre nascono, come animali e generazioni di  ammali muoiono ed altri nascono; ed alcuni servono di cibo  (hanno un valore) per altri: la corruzione degli uni è la venerazione degli altri. Ma per la vita vegetale ed animale hanno  un valore ancora il clima, le condizioni atmosferiche, le condizioni del suolo ed anche le condizioni storiche di questo; giacche la vita vegetale ed animale nella loro lunga storia, come  elidono a modificare lo stato del terreno, contribuiscono ancora  a modificare la vita vegetale ed animale, onde animali si nutrono m modo più o meno rigoglioso di piante e di altri animali; e la dissoluzione delle piante e degli animali rende più  energica la vitalità delle piante.   hin qui vi ò un processo puramente inconscio di movimenti  naturali e di elementi, di cui gli uni hanno valore per gli altri,  -la, benché l’animale distingua ciò che può avere un valore  Ku- lui (positivo o negativo), come l’alimento, l’acqua, la tana,  .1 c ura pei figli, la ricerca del clima a lui propizio, la fuga dai  leiicoli, alcune di queste cose sono un prodotto puramente naurale, che l’animale trova d’ innanzi a sé; solo alcuni animali  ivendo il potere limitato di costruirsi il nido e la tana altre  i Olio tenomeni istintivi. Apparso l’uomo con l’intelligenza di cui è dotato, che egl’esercita e sul mondo circostante e su sé stes.so, il suo organismo  I sua anima, e tutto ciò che ha fiuto suo, nel mondo esterno  Ultra la natura e gli elementi che la costituiscono, acquistano  I 11 pili alto valore. Studiando sé stesso, egli non può non avvcrtire e scoprire i bisogni, le lacune che si generano conti1 uamento nel suo organismo e nel campo della sua mente; e  con la sua intelligenza prevede i bisogni avvenire. Nello stesso  t ‘inpo, essendo messo in rapporto col mondo esterno, egli studia  questo negli elementi, nelle qualità e proprietà, che lo costituis-ono, nei suoi movimenti; cerca di adattarlo a sé; e non solo  d colmare i suoi bi.sogni per mezzo di qualche cosa, di qualche   elemento di esso; ma anche di elevare il proprio benessere, di  assicurarlo per sè ed i suoi per l’avvenire. Tutto questo processo  è avvenuto dal principio della storia dell’ uomo sulla terra e si  è andato progressivamente affermando, intensificando e svolgendo, sino a noi. E non solo non si è arrestato; ma con lo studio  progressivo della natura, nella sua materia e nelle sue forze, .sembra voglia assumere proporzioni più vaste anche nel nostro  tempo in cui non si lascia nulla di tentare e di studiare per  applicarlo al miglioramento ed al progresso umano. Questo lavoro l’uomo ha compiuto empiricamente ed inconsapevolmente dai primi tempi; e più tardi in modo più o meno  scientifico, organico e progressivo. Cosi deve essere inteso il  progresso che l’umanità ha fatto nel campo del sapere. A questo  progresso nel regno della conoscenza si è andato sempre associando un progresso nell’ attività pratica la quale è divenuta  anche materia di studio per l’ uomo; questi due ordini di  attività essendo 1’ uno indivisibile dal’ altro e l’uno stimolando  1 altro nel suo sviluppo. A questo processo coiioscitivm e pratico,  che implica un lavoro distintivo delle cose si è associato un  progresso nel linguaggio. Ad ogni atto distintivo o cosa distinta  applicandosi una nuovni parola, ciò ha contribuito al lavoro di  associazione e di conservazione delle conoscenze e delle attività umane.   Sarebbe un lavoro importante ma lungo seguire questo  fenomeno nella storia, per cui si è riconosciuto un valore ad un  dato minerale, ad una data pianta o animale, che hanno contribuito alla soddisfazione di un bisogno organico o al mantelli  mento della vita o a dare certe comodità. Si è riconosciuto nelle  parti di alcune piante e nelle sostanze animali un valore nutritivo e conservativo. E il primo valore che l’uomo ha cercato  nelle cose è stato quello che ha potuto contribuire a mantenerlo  in vita, come ha tatto 1 animale. Sono state cioè le cose necessarie che egli ha cercato. Fatto sicuro del vivere, egli ha cercato  a ben vivere; quindi la ricerca e l’uso delle cose utili. Ma, accanto a questa attività, si è sviluppata quella inventiva, per cui  egli, aiutato sia dal suo ingegno che dalle scoperte scientifiche,  ha cercato di costruire istrumenti, congegni, apparecchi e più  tardi, macchine, che contribuissero a modificare le inatGrie che dovessero essergli utili. Sicché da una parte ha impiegato le  sue attività intellettive a scoprire, nei regni delia natura, elementi, sostanze, energie, che potessero giovargli, dall’altra ha  cercato di trovare i mezzi per servirsene. Queste attività dal loro più primitivo inizio nella storia  sino a noi, attraverso i millenni, si sono andate svolgendo ed estendendo con l’estendersi delle comunicazioni e delle associazioni  umane. Sarebbe una ricerca importante seguire nella storia il  processo per cui 1’ uomo, singolo da prima, ha trovato un’utilità  in un dato animale, in una pianta o in un minerale. Si può rintracciare questo cammino nelle letterature antiche, medioevali e  moderne di tutte le nazioni; giacché in varie epoche si vedono  nominati speciali metalli, piante ed animali, ai (]uali o alle parti  dei quali 1 uomo ha attribuito un valore e di cui si é servito. Così  l’uomo mano a mano ha aggiunto al valore delle cose, latente ed  inconscio, un nuovo valore. E, se da prima questo era qualche  cosa di limitato, più tardi al primitivo valore si sono aggiunti  nuovi valori, nuovi usi della cosa; nuovi congegni si sono inventati, nuovi metodi si sono adoperati per poter estrarre la  cosa, modificarla, farla servire ai vari usi della vita; metterla  in commercio affinché tutti gli uomini ne godano. Tanti metalli  e metalloidi che dalle epoche primitive della natura erano sepolti nelle viscere della terra, aventi una semplice potenzialità  di valore chimico, vengono disseiipelliti dall’uomo ed ai quali la civiltà moderna dà alte attribuzioni economiche, come l’oro, 1 argento, il ferro, il rame, il solfo, il carbonio, ecc. Hi sa che se presentemente ipiesta sola unica sostanza, il carbonio, venisse  a mancare, tutto il ritmo della vita contemporanea verrebbe  arrestato. Giacché é un istrumento di moltiplicissime attività  tisiche, meccaniche, chimiche e perciò, si può dire, rende possibile la vita economica del nostro tempo. Ma questi bisogni acciescono l’attività umana la quale si volge a rintracciare le sostanze di cui ha bisogno, da per tutto, cosi sulla superficie  ionie nelle viscere della terra. Anche le forze fìsiche le quali prima erano in balla della natura, come le forze meccaniche,  il calorico, la elettricità, sono state non solo conquistate e dominate dall’uomo ma ancora dirette e specializzate per la produzione  di certi dati movimenti, beni o comodità della vita. La forza meccanica e l’elettricità hanno dato un impulso straordinario  alla civiltà odierna. Più tardi l’uomo crea e dà certe attribuzioni di valore alle cose, come fa con la moneta, tanto necessaria  al mondo economico. Inoltre il valore acquista un nuovo e più  alto contenuto ed un significato nuovo nel mondo psicologico  ed artistico, come nella sfera religiosa. Ma in queste ultime e  così alte sfere dell’attività umana tale dottrina merita una trattazione a parte. Nicolò Raffaele Angelo D’Alfonso. N. R. D’Alfonso. Nicolò d'Alfonso. Keywords: principii economici dell’etica, valore superiore, valore inferiore, economia, principio di economia di sforzo razionale – scambio, exchange – worth, assiologia, valore economico, l’economia di Platone, l’economia di Aristotele, linceo, dissertazione su Kant ai lincei – naturalismo economico – no positivista – critica a la psicologia criminologica positivista, Amleto, lo spettro di Amleto, Macbeth. Linguaggio e mente, il sole luminoso, l’oggetto rotondo, la pianta fiorisce – logica reale – psicologia del linguaggio, la storia del linguaggio, storia e prestoria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alfonso” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Alfonso.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Algarotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia,Veneto. Grice: “You’ve got to love ‘il conte Algarotti’; he is the typical Italian philosopher of language, relishing on ‘la bella lingua,’ by which they do not mean the Roman! “La Latina, in bocca di un popolo di soldati, e concise e ardimentosa.’” Grice: “Algarotti thinks that the Florentines have enriched it – ‘Imagine Aligheri in Latin!” – Grice: “All that should be lost on Oxonians, but it ain’t!” – Consider ‘conciseness.’ One of my conversational maxims is indeed, ‘be concise, i. e. or viz., avoid unnecessary prolixity [sic].” – So, if the Roman tongue was the tongue of soldiers, and a soldier needs to be concise in communicating with another soldier – The justification of the maxim is in the practice of ‘soldiering.’ With ‘ardimentosa’ we have moer of a problem!” – Grice: “In any case, Algarotti’s excellent point is that each conversational maxim has its root in the practice of the corresponding conversants!” -- Grice: “Nobody can fail to be enchanted by the drawing by Richardson of Algarotti!” -- essential Italian philosopher. Grice: “I don’t have a monicker, but Algarotti had two: il cigno di Padova and il Socrate veneziano. Spirito illuminista, erudito dotato di conoscenze che spaziavano dal newtonianismo all'architettura, alla musica, è amico delle personalità più grandi dell'epoca: Voltaire, Argens, Maupertuis, Mettrie. Tra i suoi corrispondenti vi sono Chesterfield, Gray, Lyttelton, Hollis, Metastasio, Benedetto XIV, Brühl, e Federico II di Prussia.   Saggi. Nacque da una famiglia di commercianti. Dopo un primo periodo di studio a Roma continua gli studi a Bologna, dove affronta le diverse discipline scientifiche nella loro vastità. Si trasfere a Firenze per completare la propria preparazione letteraria.  Inizia a viaggiare, raggiungendo Parigi. Presentare il proprio newtonianismo, opera di divulgazione scientifica brillante. Il saggio è prima apprezzato, e poi denigrato da Voltaire, che dal lavoro del suo caro cigno di Padova — come è solito appellarlo — trasse alcuni temi dei suoi Elementi della filosofia di Newton. Voltaire e A. si sono conosciuti personalmente a Cirey nello stesso periodo in cui l'italiano preparava il saggio. Dopo il periodo trascorso in Francia, A. si reca in Inghilterra, per soggiornare per qualche tempo a Londra, dove è accolto nella Societa Reale. Tornato in Italia si dedica alla pubblicazione del Newtonianesimo. Dopo un breve ritorno a Londra, anda a visitare alcune zone della Russia (fermandosi in particolare a San Pietroburgo) e della Prussia.  Quando il re Federico si reca a Königsberg a incoronarsi, A. si trova in mezzo gl’applausi e il giubilo di quella potente e valorosa nazione misto e confuso coi principi della famiglia reale, e stette nel palco col re, spargendo al popolo sottoposto le monete con l'immagine di Federico. Fu in tale congiuntura che questi conferì a lui, quanto al fratello Bonomo e ai discendenti della famiglia Algarotti, il titolo di conte, meno vano quando è premio del sapere, e lo fa suo ciambellano e cavaliere dell'ordine del merito, mentr'era alla corte di Dresda col titolo di consigliere intimo di guerra. Dal momento che conosce Federico né l'amicizia, né la stima del re, né la gratitudine, la devozione e il sincero affetto del cortigiano vennero meno, né soffersero mai alcuna alterazione. L’amicizia fra A. ed il re e estesa anche alla sfera più intima. Il re lo volle non solo a compagno degli studi e dei viaggi, ma altresì dei suoi più segreti piaceri, essendoché della corte di Potsdam, ora fa un peripato, ed ora la converte in un tempio di Gnido, il che significa: in un tempio di Venere. Utilizza la propria influenza anche a favore degli oppositori filosofici a Venezia, Bologna, e Pisa. Altre saggi: “Viaggi di Russia”; “Il Congresso di Citera” -- un romanzo dedicato ai costumi galanti e amorosi rivisitati secondo quanto osservato nei diversi luoci in cui soggiorna. Altre opere: edizione con indice analitico – reproduzione anastatica -- Poesie -- Epistole in versi -- Annotazioni alle epistole -- Rime giusta l'ediz. di Bologna -- Elegia ad Francisci Marive Zanotti Carmina -- Dialoghi sopra l'ottica Neutoniana -- Breve storia della Fisica ed esposizione dell' ipotesi del Cartesio sopra la natura della luce e de' colori. I principi generali dell'ottica -- La struttura dell'occhio e la maniera onde si vede; e si confutano le ipotesi del Cartesio e del Malebranchio intorno alla natura della luce e de colori -- Esposizione del sistema d'ottica neutoniano. Il principio universale dell'attrazione -- Applicazione di questo principio all'ottica -- Si confutano alcune ipotesi intorno la natura de colori, e si riconferma il sistema del Neutono -- Opuscoli spettanti al neutonianismo. Caritea, ovvero dialogo in cui spiega come da noi si veggano dritti gli oggetti che nell'occhio si dipingono capovolti e come solo si vegga *un* oggetto, non ostante che negli occhi se ne dipingano *due* immagini -- Dissertatio de colorum immutabilitate eorum que diversa refrangibilitate -- Memoire sur la recherche entreprise par m. Du fay, s'il n'y a effectivement dans la lumie re que trois couleurs primitives -- Sur les sept couleurs primitives, pour servir de réponse à ce que m. Dufay a dit à ce sujet dans la feuille du Pour et contre -- Le belle arti. L'Architettura. La Pittura. L'Accademia di Francia ch'è in Roma. L'opera in musica. Enea in Troja. Ifigenia in en Aulide: opera -- Sopra la necessità di scrivere nella propria lingua -- La lingua francese -- La Rima -- La durata de' regni de' re di Roma -- L'impero degl'incas -- Perchè i grandi ingegni a certi tempi sorgono tutti ad un trat o e fioriscono insieme -- se le qualità varie de' popoli originate sieno dall' influsso del clima, ovveramente dalle virtù della legislazione -- Il gentilesimo. Il Commercio -- Cartesio -- Orazio -- La scienza militare del segretario fiorentino. Discorso militare -- La ricchezza della lingua italiana ne' termini militari -- Se sia miglior partito schierarsi con l'ordinanza piena oppure con intervalli -- La colonna del cav. Folfrd -- Gli studj fatti da Andrea Palladio nelle cose militari -- L'impresa disegnata da Giulio Cesare contro a' Parti -- L'ordine di battaglia di Koulicano contro ad Asraffo capo degli Aguani. L'ordine di battaglia di Koulicano a Leilam contro Topal Osmano. Gl'esercizi militari de' prussiani in tempo di pace -- Carlo XII re di Svezia -- La presa di Bergenopzoom. La potenza militare in Asia delle compagnie mercantili di Europa -- L'ammiraglio Anson -- La scienza militare di Virgilio -- La guerra insorta tra l'Inghilterra e la Francia -- Il principio della guerra fatta al re di Prussia dall' Austria, dalla Francia, dalla Russia, etc. -- Gl'effetti della giornata di Lobositz -- La condotta militare e politica del ministro Pitt -- Il poema dell'arte daila guerra -- Il fatto d'armi di Maxen -- La pace conchiusa l'anno MDCCLXII tra l'Inghilterra e la Francia -- La giornata di Zamara -- Viaggi di Russia -- Storia metallica della Russia -- Lettere a milord Hervey sopra la Russia -- Lettere al marchese Scipione Maffei sullo stesso argomento -- Congresso di Citera -- Giudicio di Amore sopra il Congresso di Citera -- Vita di Stefano Benedetto Pallavicini -- Sinopsi di una introduzione alla Nereidologia -- Lettera sopra il prospetto o Sinopsi della Nereidologia. 387 Risposta dell' Autore -- Gl'effetti dell'invasione dei goti e de'vandali in Italia -- Le Accademie -- Michelagnolo Buonarroti -- Gl'italiani -- Il passaggio al sud per il norte -- L'industria. Gl'inglesi -- Bernini -- Metastasio -- Gl'abusi introdottisi nelle scienze e nelle arti -- Le donne celebri nella letteratura -- La difficoltà delle traduzioni -- Il commercio -- Fontenelle -- La forza della consuetudine -- L'utilità dell' Affrica per il commercio -- Il secolo del seicento -- Ovidio -- Cicerone -- Plutarco -- I romani -- L'etimologie -- I  principi dotti -- L'eleganza nello scrivere del Vasari e del Palladio -- Galilei -- La maniera onde si venre a popolar l'America -- Dante Alighieri -La lingua francese -- Voltaire -- Euclide -- Le misure itinerarie degli antichi -- La questione della preferenza tra gli antichi e i moderni -- Il secolo presente -- Omero -- Lettere di Polianzio ad Ermogene intorno alla traduzione dell'Eneide del Caro -- La Pittura -- Descrizione dei quadri acquistati per la Galleria di Dresda -- La prospettiva degli antichi -- Pitture ed altre curiosità di Parma -- Pitture di Mauro Tesi -- Pitture di Cento -- Pitture di Bologna -- Pitture di varie città di Romagna -- L'Architettura -- Un'antica pianta di Venezia, prete so intaglio di Alberto Durero -- L'uso dello appajar le colonne -- L'origine delle basi delle colonne -- Descrizione dei disegni di Palladio ed altri per la facciata di s. 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A Bettinelli -- Del co: A. al consigliere Pecis --Del co: Algarotti al co: Aurelio Bernieri. -- Di Federico II. Re di Prussia al co: A. -- Del Principe Guglielmo di Prussia -- Del Principe Ferdinando di Prussia -- Del Principe Enrico di Prussia -- Del Principe Brünswic -- Del cardinale di Bernis -- Del sig. du Tillot. Del co: A. a Federigo II -- Del co: A. al Principe Guglielmo -- Del co: A. al Principe Ferdinando -- Dello stesso al Principe Enrico -- Dello stesso al Principe Ferdinando di Brünswic -- Dello stesso al cardinale di Bernis -- Della marchesa di Châtelet. Di Voltaire -- Di Maupertuis -- Di Formey ---- Del.co: A. a Voltaire -- Del co: A. a Formey -- Dello stesso a madama Du Boccage -- Di mad. Du Boccage al co: Al. --  Del co. A. alla stessa -- Del triumvirato di CRÀSSO, POMPEO E CESARE. È sepolto nel camposanto di Pisa in un monumento di stile archeologizzante, tradotto in marmo di Carrara. L'epitaffio è quello che per lui dettò il re di Prussia: “Algarotto Ovidii aemulo” --  Neutoni discipulo, Federicus rex". Algarotti medesimo si era preparato il disegno del sepolcro e l'epitafio, non già per orgoglio, ma spinto dal sacro amore del bello che anche in faccia alla morte non poteva intiepidirsi nel suo petto. Aperto al progresso e alla conoscenza razionale, esperto del bello (si prodiga come fautore di Palladio), fu rispetto alla filosofia un grande assertore delle teorie di Newton, sul conto del quale scrisse uno dei suoi più noti saggi, Il newtonianesimo. Viene considerato una sorta di Socrate veneziano e per comprendere la sua statura di insigne filosofo con un'infinita sete di sapere e divulgare è sufficiente porsi davanti al suo innumerevole campo di interessi. Al di là del suo ruolo di spicco nell'illuminismo filosofico, fu anche un diplomatico e un procacciatore d'arte. In particolare viaggia cercando antichita romani per conto di Augusto III di Sassonia. È noto che fu a comprare a Venezia il capolavoro di Liotard, il pastello de La cioccolataia, che poi divenne una delle perle a Dresda. Di bell'aspetto, dotato di un aristocratico naso aquilino (esiste al Rijksmuseum uno suo ritratto a pastello, sempre di Liotard, nel Saggio sopra Orazio non perde occasione di far notare come questi fosse ambi-destro, e tanto lodava i vantaggi di questa disposizione, che c'è chi suppone che egli la condividesse. Ebbe a filosofare praticamente su tutto, affrontandocon l'acuta attenzione dello scienziato presso ché ogni aspetto dello scibile umano. Basti ricordare i saggi “Sopra la pittura”; “Sopra l'architettura”; “Sopra l'opera in musica”; “Sopra il commercio”; “Poesie”. Il demone ben temperato. tra scienza e letteratura, Italia ed Europa, Sinestesie,  Note  Umberto Renda e Piero Operti, Dizionario storico della letteratura italiana, Torino, Paravia, 195226.  Ugo Baldini, BRESSANI, Gregorio, in Dizionario biografico degli italiani,  14, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Francesco Algarotti, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., su Enciclopedia Britannica, A., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., su Find a Grave.  Opere di A., su Liber Liber.  Opere di A. A. (altra versione), su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Algarotti,. Spartiti o libretti di A., su International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC.  Progetto per ridurre a compimento il Regio Museo di Dresda su horti-hesperidum.com. Sito A. dell'Treviri, su algarotti.uni-trier.de. La casa d’A. è aperta da settembre  come alloggio turistico. A. e Palladio, su cisapalladio. Il newtonianismo per le dame, su google.com. Opere del conte A., su google.Corrispondenza con Federico II di Prussia V D M Illuministi italiani --  LGBT  LGBT Letteratura  Letteratura Teatro  Teatro Categorie: Scrittori italiani del XVIII secolo Saggisti italiani del XVIII secolo Collezionisti d'arte italiani Venezia PisaTeorici del restauro Illuministi Scrittori trattanti tematiche LGBT Membri della Royal SocietyViaggiatori italiani Mercanti d'arte italiani. Il conte A. adunque per più ragioni, secondo che egli dice, entra in pensiero, che della metà a un di presso s'avesse ad accorciar la durata de’ regni de’ re di Roma. Alcune di queste possono considerarsi come certi sguardi, che getta ad un traito sopra tutto il corso degli anni, che. E per trattare ordinatamente la quistione reputo necessario l'accennare prima ditutto il cammino, che ho avvisato dover battere per giungere al vero. Breve lavoro sarebbe pertanto i l rispondere alle opposizioni della prima maniera, che fa contro le epoche dagli antichi fissate alla storia de' re, in ispecie a quelle, che sono in principio del suo saggio, le quali sono tratte, direi cosi, dalla sola natura del soggetto. P r ciocchè alcune ch'egli aggiugne in fine del suo saggio, quantunque risguardino in genere tutto il tempo della durata de' sette regni, contuttociò tratte sono dagli avvenimenti narrati dagli storici, e sono come un  fidicono passati. Sotto cotesti Re. Altre, e queste sono in maggior copia, risguardano più particolarmente ciascun regno, e s'in gegna con tutto questo di dimostrare, com e i fatti, che dagli storici, e principalmente da Livio ci furono tramandati, facciano guerra alle epoche assegnate da esso altri scrittori di quelle storie; le quali ragioni io non istimo Livio medesimo, e dagli essere di tal peso, che s'abbia -perciò ad infringere l'autorità degli storici, ed abbre viare della metà circa la durata de'mentovati Regni.  un risultato delle osservazioni sue sopra ciascun regno. Ma riesce poi più lunga faccenda il togliere quelle contraddizioni, e ripugnanze, che dice ritrovarsi tra i fat tiregistrarinegli annali  degli storici, e le epoche da elli assegnate. Ben è vero, che per questo rispetto chi volesse restringersi unicamente a mettere la cosa in dubbio, quella stessa facilità, con cui prese per guida que’.foli Storici, che gli andavano a grado, e fece scelta di que ' foli luoghi di questi, che gli erano favorevoli, potrebbe appigliarsi ad altro Scrittore, oppure ammertendo gli stesii sceglier da quelli que'luoghi (che al certo non gli mancherebbono), i quali favorissero l'antico cronologico sistema. Ma questo sarebbe porre folianto, c o m e disli, in dubbio la cosa; anzi il far vedere, che non mancano testimonianze in favore sia dell'una, che dell'altra opinione, riuscireb be di non poca confusione, e darebbe a credere a' poco avveduti, che la quistione definir non sipossa. Onde io credo, che far si debba un passo più oltre, vale a dire non appagarsi di ridur la cosa a tal segno soltanto,che vengano ad indebolirfi le ra gioni addotte d’A. contro l'antico Cronologico Sistema, per m o d o che non    che per l'altra, o pure anche che venga non fiavi per una parte ragion più forte, a rendersi più probabile l'antico Sistema, m a di più innalzarlo al grado delle cose più fi cure, che affermar si possano di quella pri ma età di Roma:ilche per recare adef fetto si dovrebbono esaminare le qualità, ed il particolarcaratteredi ciascuno degli Storici, che scrissero gli avvenimenti di que' secoli, e confrontandone i luoghi, far ragio ne dal tempo, in cui vissero, dal fine,per cui presero a dettare le loro Storie, in somma ad operarsi per conciliarli fra di loro, ed accertarsi per mezzo di una sana Critica della verità de'fatti, onde chiaramente siscopra, se questi, ove sieno ben accertati, sieno poi tali, che all'epoche ripugnino. Ora adunque seguendo lo stesso ordine te nuto dall'Autore nel Saggio suo, allorchè mi sarò ingegnato di rispondere a quelle generali opposizioni, ch'egli fa, e dopo che avrò delineato non dirò già un ritratto, m a un lieve abbozzo de'tre principali Scrittoridelle Storie di Roma sottoi Re, mi farò distin tamente ad esaminare quelle irragionevolez ze; ed anche ripugnanze, com'ei le chiama, per cui stimò doversi abbreviar ciascun R e gno, e per conseguente di molto, cioèdella  i b metà   metà forse, doversi scemar la durata di tutti fette iRegni. Si risponde ad alcune obbiezioni, che fa A. coniro l'antico dero  no, CAPO Cronologico Sistema. Per farci a considerar quelle ragioni, che adduce prima di tutto l'Autor nostro nel suo Saggio, e che tutta la quistione abbraccia fa d' ilpremettere, uopo, e che gli mette troppo bene a conto, ed è che i fatti fieno staticonservati illesi dalla semplice tradizione, che tro egli chiama vaga, senza ajuto degli A n nali,i quali perirono nelle fiamme, cui die 1 noftri ultimi tempi alcuni Letterati Francesi dell'antica avanti Pirro osservato Storia molti luoghi avendo Roma farono doverne dubitar della certezza nel qual dubbio se fosse per avventura 'egli en trato, non opporre che, essendo il tutto dubbioso egualmente egli un partito Ora è da avvertire prender che a questi di sottilmente, p e n più ragionevolmente potrebbe i fatti dagli Storici narrati all'epo di mezzo per al  dero in preda i Galli la Città di Roma, e le epoche sieno state interamente distrutte da quell'incendio, nè per quelte sole tradi zioni veruna valendo, abbiano dovuto gli Storici posteriori immaginarsele a senno loro. Il qual partito, soggiugne il noitro Autore, ben volentieri presero essi, trovando modo di appagar con questo quel natural deside rio,che,nonmeno diciascuna famiglia, ha ciascun popolo di spingere, come e'fece ro, tant'oltre quanto poterono nella oscuri rità de'tempi la propria origine. E quello che è più lidà a credere,che a ciò fare giustificati fossero dalla opinione, la quale ei dice ch'essi aveano, che tante generazio ni corressero quanti Re; onde circa tre R e gni largamente in ogni secolo si avessero a porre, essendo ogni generazione di trentatrè anni: laddove egli pensa, che più brevi di molto sieno di Regni, non giungendo questi l'uno fagguagliato coll'altro se non ai di. ciotto o vent'anni, secondo che scrisse il Neurone (a), la qual legge, segue egli a dire, si vede confermata in quella unga fe rie d'Imperadori, che da Yao infino a ' di b2 (a) “The Chronology of the ancient kingdoms of Rome, amended by Newton. Veggansi le due tavole Cronologiche in fine. nostri tennero il vasto Impero della China, D a tutto questo si raccoglie fupporsi dall'Au tor noftro, che quella vaga tradizione, la quale conservò gli avvenimenti, comechè facili a ricevere alterazioni, a cagion delle molte circostanze, che fogliono accompagnarli, anzi che conservò, c o m e di alcuni dovrem notare le epoche precise, in cui non abbia potuto conservare le altre epoche più notabili, vale a dire la durata di ciascun Regno, e per conseguen te la somma dello spazio di tempo,che ab bracciarono tutti isette Regni insieme,quan tunque cosa non meno importante di m o l tiffimi fatti, che pur furono da cotesta sua tradizion conservari, e non capace di pren dere come ifatti diverso alpetto passando per le bocche degli uomini. Non troppo ra gionevole pertanto mi sembra la sua preten. fione, e per asserire, che gli Storicidique' primi tempi di R o m a non fossero informati di queste epoche, farebbe mestieri produrre qualche testimonianza, o almeno congettura, da cui si potesse chiaramente inferire che di quelle veramente informati non fossero, la qual cosa non facendo egli, io ftimo, che non maggior ragion fiavi per credere a' fatti, che alle epoche. Cie seguiti sono 1 Ciò posto o è l'antica Storia di Roma del pari tutta dubbiofa, e d in questo caso inutili sono le osservazioni sue, o è del pari certa tanto a' farti, ed rispetto alle epoche allora non hassi a dire,che le, quanto i che sieno state supposte ci. Senzachè se gli Storici si fossero i m m a ginato a piacer loro le durate de'Regni se condo la legge delle generazioni, com'egli pensa, non si sarebbono tolto la briga di far registro di quanti anni precisamente sia stato ilRegno diciascun Re, edavrebbonodato qualche cenno d' aver seguita una tal legge; fe pur non vogliam credere, non che seguit sero una regola da essi giudicata sicura,ma che avessero concepito di tessere un dolce inganno a'contemporanei loro, il che, senza che se ne adducano le prove, conceder non si dee a giudizio mio per modo nessuno. epo da'pofteriori Stori- [il malizioso disegno 1 Quantunque però sia abbastanza Ito, che, quand'anche tutta l'antica Storia di Roma fi fosse, non solo ugualmente per semplice tradizione conservata instrutti della Cronologia, che de'fatti por si debbano gli Storici mentovati; nulla dimeno, fia per salvar dalle fiamme questa Cronologia, d a cui divorata,ma anche più manife la presume ľ sup Aus b   due (6)Quae incommentariisPontificumaliisquepublicisprive. tisque erant monumentis incenfa urbe pleraeque interiere. T.Liy. Dec. I.Lib. VI.inprinc. Plut. in Numa inprinc.  non che vorrà negare. Autor noftro, sia perchè resti maggiormen te confermata la certezza dell'antica Storia di Roma (la quale a vero dire già ha a v u to troppo più valorosi difensori di quello ch'io m i sia ) stimo pregio dell'opera il *mostrare, che non fu poi, qual per alcuni si dipinge,si funesto l'incendio de'Galli per gli annali di Roma. E per cominciar da Livio, della testimo nianza di cui si fiancheggia in prima il no ftro Autore, oltrechè mostreremo fra breve, che a lui non poco premeva di fare passar per dubbiosi gli antichi avvenimenti seguiti avanti l'incendio de'Galli, se si considera no attentamente le parole di lui (b), que ste non vengono a dir altro, se buona parte de'monumenti perì in quelle. fiamme,ilche nè io, nè alcuno, penso, Plutarco poi non dice altro, se non che, secondo quello, che avea osservato un certo Clodio,supposte erano alcune m e m o rie appartenenti a Numa, essendo le vere mancate nella presa di Roma. Se da questi   ро . 23 due luoghi di LIVIO, e di Plutarco si possa inferire, che abbiano gli Archivj di Roma fofferto un generale incendio, lo lascio al giudicio de'giusti estimatori delle cose. Se Roma fosse itata inaspettatamente presa di asfalto, non riuscirebbe forse difficile ilcon cepirlo;ma ad ognuno è noto,che iRo mani, dopo l'infaufta giornata di Allia, in cui furono da’Barbari sconficci, vedendo di ·non potere per modo nessuno difendere la Città dal vittorioso esercito de'Galli,ebbero ancora tale spazio di tempo  (tre giorni dicono DiodoroSiculo, e Plutarco) da po ter fornire di munizioni il Campidoglio,m e t tervi alla difesa il miglior nerbo della solda tesca, i più valorosi Senatori, e la più vi gorosa gioventù, ove ancora per teftimo nianza del medesimo Diodoro posero in fal v o quant' oro, argento, vesti preziose, e cose rare, che s'avessero (f): ebbero t e m b4 Diodor. Sicul, non  le Vertali di ricoverarsi a Cere, non r é itando nella Città fe non que'venerandi vecchị, che vollero rimanervi. Ora adunque Liv ) Diodor. Sicul. Bibliot. Stor. ed. Amft.. Plut. in Camillo. ed incerta, ma poco o nulla men pregevole delle Storie medesime, di cui abbiamo fatto parola sopra, e per mezzo di cui, secondo quello che abbiamo osservato, riesce  non avranno o i guerrieri rinchiusi nella roca o quelli, che lisottrassero colla fuga. all' eccidio della Città, falvati dalle fiamme quegli antichi Annali? I n verità bisognereb be far forza a noi medesimi per idearci Romani accesi com'erano dell'amor Patria, e solleciti di ogni cosa, che potesse fervire alla gloria di quella, così Voffius de Hift. Lat. O p a i della ca, ranti delle proprie poco Storie.M a supponiamo cu che,che questi an fossero periti; il famoso Vossio Annali osserva tacciar non per questo tica Storia dubbia credibile l'an avessero di Roma, essendo pur anche i loro Annali, che le circon fi dovrebbe vicine Città, con tuto ad un bisogno loro; ed in secondo alle luogo non essereda cre dere, che coloro fra'Romani, i quali li legge vano, custodiyano duto la memoria, scriveano del tutto: ed ci riduciamo a quella tradizione vaga,, non però,che di falsa, o cui i Romani abbiano mancanze supplire, avessero in tal caso po per ed, Amst. CICERONE, de Orat. de Legib. Nulla enim lex neque pax, neque bellum, nequè res ficnotata: Corn. Nep. in Attico. Senex Historias fcribereinstituit, quarumsuntlibrisep.  Ma che serve affaticarsi di provare con congetture una cosa, di cui abbiamo cost chiare, e sicure testimonianze? Non giunse ro gli Annali Maslimi. a'rempi di CICERONE, e non ne reca egli giudizio in più luoghi. delle opere sue? Onde Fabio Pirrore, Lucio Pilon FRUGI, Valerio Anziate Scrittori che furono tra lemani dị Dionigi, e di LIVIO, avranno prese le memorie per dettare le Storie loro, se non da'monumenti, che avanti l'incendio esistessero? Pomponio A t tico intrinseco amico di CICERONE, che se condo Cornelio Nipote  non tralasciò in certo suo libro di porre sotto l'epoca pre cisa cosa alcuna riguardevole del popolo Romano, CATONE, il primo libro delle Storie di cui comprende i fatti de’ Re di Roma come riferisce lo stesso Cornelio, onde avran tratto i materiali per quest' opere loro? VARRONE il più dotro de'Romani, uomo al  tiesce non solo ugualmente, m a più credi bile eziandio la Cronologia de'fatti. certo ili luftris estpopuli Romani, quae non in eo,fuo tempore com,primus continet res gestasRegum populi Romani Corn. Nep. in Cat. certo di non facile contentatura,su che avrà fondato l'opinion sua contraria a quella di CATONE circa al tempo della fondazion di Roma, se non sopra monumenti,che a'suoi tempi ancora esistessero, in cui fosse accura tamente descritta quella prima età? E,va gliami per ultimo l'autorità di quel diligen te investigatore delle antichità Romane Dio. nigi d'Alicarnasso, quante tenebre egli non dilegua coi Commentarj de’Censori, e con altre memorie, le quali pajono anteriori alla famosa irruzione de'Galli, o almeno sopra quelle compilate? E non è forse da crede. re, che a quel Dionigi, il quale dovendo per mezzo di un suo computo fissar la giu Ata epoca della fondazione di Roma, fi Itu dia di portare tanti monumenti, per venire in cognizione del numero d'anni, che cor sero dalla deposizion di Tarquinio insino all' incendiodiRoma,e che circa alla durata de'Regni non muove la minima que stione, anzi concordando con LIVIO, gli af segna il medesimo numero di anni;a quel Dionigi,cui è data la lode di esattissimo nel fissar le epoche, come più sotto vedremo, Dionyf. Halic: Antiq. Rom. ex ed, non Graeco-Lat. Friderici Sylburgii Lipfiae. Che poi per vantare antichità abbiano gli Storici allungata la Cronologia, è noto a d ognuno esserregola dell'Arte Critica, doverfi presumere, che alcuno abbia ingan, nato sulla fola luogo bio non nato in suo pro l'ingannare, m a doversi a d d'aver egli.veramente ciò fatto; ed oltre a questo non può cade dur prove manifeste sopra Dionigi., come quello, ch'essendo straniero re per modo nessuno un talsospetto non era tentato dall'amor della patria a mentire per adularla, e che fece un particolare ftudio di chiarire l'antica Storia di Roma. che sarebbetor non mancassero i suoi fondamenti per accer tartaldurata,come cosa fuord'ognidub congettura, Non istimo ora del resto dover parlare della diversità, che l'Autor nostro dice cor Tere tra le generazioni, e le successioni de' Regni;giacchè è manifesto non aver gli Storici seguito una tal regola, e quand'an. che seguita l'avessero potendosi far veder di leggieri, che se per alcuni motivi da lui e dal Neutone addotti sembra, che iRegni debbano riuscir più brevi, che le, per altri rispetti potrebbe più lunghi restassero tazioni. Tanto più che dovrò accennare in generazio succedere, che i Regni, che le gene ni  luogo più opportuno quelle regole ch'io stimo doverli osservare, nel fiffar queste g e nerazioni, potendosi queste sotto diversi a f petti riguardar da ' Cronologi. (mn)Description de l'Empire de la Chine par le P.Dus Halde.Faites de la Monarchie Chinoise  per dare a divedere, che quella rego Mi basterà per ora notare, ch' in quella lunga serie degli Imperadori della Cina s'in • contrano n o n una volta sola, m a diverse fiare sette Regni di seguito, i quali se non giungono, si avvicinano però assai allo spa zio di tempo, che tolti insieme durarono i Regni de'Re diRoma:per comprovarla qual cosa giova il recarne alcuni esempj, che m'è venuto fatto di ritrovare ne'fatti di quella Monarchia descritti dall'accurato P. Du-Halde (m).Nella prima.Dinastía da Ti Pou-Kiang insino a Kiè corsero dugento e dodici anni. Nella seconda da Tching-Tang infino a Tai-Vou passarono dugento e quat tro anni; e nella terza Dinastía dugento 'e venticinque da Tchao -Vang insino a Li-Vang. Facilmente non saranno questi foli i casi, in cui,non uscendo dalla serie degli Imperadori della Cina, fecte Regni di seguito abbiano abbracciato più di due secoli; tanto però basta la, 2.9 gi  la, la quale pure è vera, trattandosi di l u n ghissimo spazio di tempo, riesce falsa nelle itesse Tavole Cronologiche degli Imperadori Cinesi, quando si reftringa a fette soli R e gni. Ed ecco come si vengono a sciogliere tutte quelle diffico'tà inosse dall'Avior no stro per diminuir la credenza, che prestar fi dee agli Storici, e rendere improbabile in genere la lunghezza di questi Regni. Ora fa di mestieri farsi a considerare quelle ragioni, ch'ei deduce dalla ripugnanza dei fatti, di cui fecero gli antichi Scrittori re gistro,alleepoche,per venireadaccorciar ciascunRegno:Seiodicesli,che concor dando a un dipresso tutti gli Storici nelle epoche principali, e circa la durata de'Re-. gni, e discordando ne'fatti, ilconsenso loro nello afferir la durata dee meritar. troppo maggior fede, e pertanto doversi come lup-, posti rigettar quegli avvenimenti, e quelle epoche particolari di alcun fatto, che taluno fra essilasciò ne'suoilibri descritte, che ripugnano a quello, la di cui certezza è chiaramente,e concordemente da essi affe rita; se jo ciò dicefli, mi servirei di una ragione più atta a far forza, che a persua dere. Perciocchè resterebbe sempre una c o tal nebbia, ed oscurità nella mente de'Lega   gitori, non vedendo eglino quali oltre a que ito fieno i motivi, per cui come falsi s'ab biano'a rigettar questi fatti, che falli certa mente avrebbono a d essere, quando ad una verità fi opponeffero. Laonde è convenien te o farne vedere per altre ragioni la fal fità, o mostrarne la non ripugnanza, quan do, come di alcuni veri dovrò fare meno avvedutamente ripugnanti, sieno stati dall'Au tor nokro creduti.Per condurre a fine le quali cose, siccome è d'uopo far uso delle regole, che prescrive l'Arte Critica, stimo pregio dell'opera il premetter quella, la quale più d'ogni altra ttimali necessaria, ed è il chiarir bene a quale Scrittore s'ab bia per CAPO. Si unus aut alius (Hiftoricus) adverfus plures teftifi: Centur, Historicorum conferendae dotes, fecundum cas je dicandum. Genuenfis in Arte Logico-Crit. COSI. l'antica Storia Latina, i di cui av. venimenti cadono nella nostra quiltione, a ri correre, ed in caso di disparere, a quale fi debba prestar maggior fede. Trattasi della credenza, che prestar fi dee a LIVIO, Dionigi d'Alicarnaso Plutarco, per rispetto ai fatti, che R a gli Scrittori, in cui troviamo descritti i principi di quella Nazione, al di cui co fpecto dovea tremar l'Universo, primeggia no Tito Livio, Plutarco per le vite, che stese de'due primi Re, e Dionigi di Alicarnasso. Penso adunque esser buona cosa l'in.vestigare prima di tutto il vero carattere di ciascuno di questi, per rispetto al maggiore o minor caso, che far si vuole della au torità di taluno di effi per riguardo a tal altro,ne’racconti,che pressodiloro sitrovano. per (a) Come Livio scrive, che non erra, Dante Inf. cant.  che non Fra cądono nella presente quistione. Se farò poi in questa disamiņa precedere Tito Livio agli altri due, si è, perchè di lui fi pregia più che d'ogni altro l'Autor nostro, e glid à ad una voce col creatore della nostraLingua,non meno chedellano Itra Poesia la lode di Scrittore 2 erra, la qual lode se vera se giusta sia. Livius etiam, et Curtius artem declamatoriam affe&taffe videntur. Nimiam ftyli.curam in Hiftorico fufpettam ho beo,Genuens. in Arce Logico-Crit. per rispetto a quel tratto della Storia Latina', che cade sotto la controversia noftra, verrà brevemente esaminando. pol L'andar dietro alle quistioni, e dubbie tà, che s'incontrano nella Storia de primi tempi di Roma, il diradar lenebbie,incui si avvolgeva quell'oscuro secolo, era cofa, che ripugnava all'indole di Livio, il qual certamente più compiacevafi nel dipingere con quel luo vivo, e maestoso itile i bei giorni di R o m a, che in ricercarne sottilmen te le origini traendo alla luce gli avveni menti, che succeduti erano in quelle rimote età. Pare veramente ch'egli dovesse te mer forte non i suoi lettorifi disgustassero, se egli si fosse messo in un tale intricato sen tiero, sentiero, che male egli avrebbe p o tuto spargere di tutti i fiori della sua E l o quenza; la quale fua Eloquenza però, per dirlo alla sfuggita, rende sospetta a tal Critico la veritàde'fatti da lui narrati (b). Principale intendimento era adunque di lui lo stendere la Storia più luminosa di Roma, vale a dire allor quando falira a gran   possanza, ed a grande onore questa Repubblica cominciò a stender le ali  Pontificum libros annosa volumina Storia in fine, la quale troppo più che l'antica era confacente algeniodi Livio, ed alcomun desiderio dei Romani de'suoi tempi, per cui preso avea a dettarla.Che se Tacito parago nando le Storie de'tempi suoi a quelle di que sto secolo, di cui favelliamo, dice, che m i nute,e poco memorevoli farebbono sembrate le per cose, 1Uni verso. Quando, domati finalmente i feroci popoli dell'Italia, qual rinchiuso fuoco, che rovescia ogni ostacolo più forte, avventò le fiamme in grembo all'emula Cartagine, ed a Corinto, e loggiogata parte coll'armi, par te coll' accortezza la Grecia tutta, e corsa l' Asia trionfando, essendo, per servirmi delle parole di Tacito, l'antica, e natural ansietà ne'mortali della potenza cresciuta e scoppia ta colla grandezza dell'Impero (c), sidivise in quelle fazioni, che tanti e si gran casi somministrarono alla Storia. Storia di gran di imprese, di gran personaggi, e di gran di avvenimenti ripiena; Storia non troppo lontana dal secolo, in cui egli vivea, e per cui non avea a rivoltare Tacit. Hist. Cte nimia obfcuras, velut, quae magno ex intervallo'lo ci vix cernuntur; tum quod, et rarae por cadem tempo ra literae fuere,u n a custodia fidelis memoria rerum g e ftarum; et quod etiam fiquaein commentariis Pontificum, aliisque publicis, privatisque erant monumentis incenja urbe pleraeque interiere. Clariora deinceps certioraque ab secun 'da origine velut ab ftirpibus laetius feraciusque renatas urbis, gefta domi militiaeque exponentur, mo cose, ch'egli avea a raccontare, e che non erano da eguagliarsi le Storie sue agli A n nali antichi di Roma, poichè gli Scrit tori di quelle narravano guerre grosse, Città sforzate, Re prefi, e sconfitti, e dentro di scordie di Consoli con Tribuni, leggi a'fru menti, zuffe della plebe co'grandi,larghilli mi campi, scarso all'incontro e stretto effe re il suo: che ne avrà dovuto pensar Livio paragonandole a quelle di que'rimoti, ed oscuri secoli? Se non tralasciò pertanto del tutto di far menzione de'principj de’ Romani, non altra ragione, penso io, averlo a ciò moffo, fe non per non incorrer la tac cia d'aver composta una Storia mancante, e per potersi in certo modo fpianar la ftra da a descrivere le susseguenti famose impre se di quel popolo d'Eroi. Ed in fatti dalle sue stesse parole fi rac coglie non aver egli troppo dibuon ani TACITO, Annal. &.. cum vetufla  m o lavorato a ftendere quel tratto delle sue Storie. Cofe le chiama oscure per troppa antichità, e che, per così dire, a cagione della grande distanza appena più sivedeano. Parla di quelli avvenimenti in modo che fi scorge, che poco o nessun conto ne fa cea, tanto più dicendo, ch'esporrà più l u minose, ed accertate gelta della quafi da più fertili, e rigogliole radici rinata Città dopo l'incendio de'Galli. Poco, ei dice, scriveasi avanti l'irruzione de' Galli, e se al cune memorie eranvi negli Annali de’ Pontefici, ed in altri pubblici, e privati m o n u menti,buona parte di queste peri nelle fiam me. La qualcosa, posto che veramente molte memorie ancora esistessero a'suoi gior ni di que'tempi, come ben feppe rinvenirle Dionigi, dà non lieve motivo d i dubitare non il dire, che molti di questi monumenti periti fossero in quell'incendio sia un mendi cato pretesto di lui per ispacciarsi in poche parole di quelle antichità. Per raccogliere il tutto in breve non p a re, che in questo tratto di Storia almeno Livio sia quel Livio, che non erra, e che a più buona ragione, che non quel verso di ALIGHIERI, adattar fe gli.patrebbe il giudicio  di с2   di Quintiliano, ove dice,che quella dol ce facondia di Livio non sarà mai per a p pagare colui, che non la venuftà del dire, m a la verità cerca nella Storia. Perlaqual cosa a giudicio non solo del P .Rapino, ma di quasi tutti i più valenti Critici, e per l'accuratezza, e per lo discernimento, e per la verità delle cose narrateanteporre fidee a LIVIO Dionigi d'Alicarnasso. Questo Storico è appunto il nostro caso. Perito egli era della lingua, e de'costumi de'Latini,fra cui fece lunga dimora.Con temporaneo di Livio, Critico eccellente p r e se a trattar quella parte della Storia Latina, ch'era più oscura per la lontananza de'tem consultò tutti gli antichi Romani Scrit tori diligentemente; e siccome si scorge, se condo quello, che abbiam notato, che l'in tenzion di Livio era di trattar principalmen te la Storia di Roma dopo l'incendio de' Galli, così il fine di Dionigi era d'inftrui re i suoi lettori nelle antichità soltanto di quella Nazione, per le quali sue doti ftimò   pi? il Neque illa Livii lattea ubertas fatis docebit eum, qui non speciem expofitionis, fed fidem quaerit. Quiptil. Rapin. Réflex. sur l'Hift.  Sto. Bodino di doverlo in questa parte pre ferire a tutti gli altri Storici Greci e Latini. E se per avventura non è, come osservò il Rollin (i), nella lingua lua si eloquente, e si colto come Livio nella Latina, in quanto all'accuratezza, e diligenza il vince sicura mente d'affai.Che poi più cose, e più ac intorno antichità presso di lui, che presso Livio fi curatamente descritte ritrovino, è anche il parere di quel VARRONE dell'Ollanda Gerardo Vossio (k), ilqual coll' autori tà di Eusebio, e dello SCALIGERO, l'ultimo fuo sentimento egli fiancheggia de quali lo commenda appunto per quella dote, di cui noi abbisogniamo, voglio dire per essere stato egli più d'ogni altro dili gente nel fissar le epoche. M a a che serve andar raccogliendo le testimonianze de'Cri tici? Niuno v'ha fra' letterari, che ignori quanto Dionigi sia benemerito delle Romane antichità, e che non sappia esser egli alla C3 alle Romane Dionyfius Halicarnasseus antiquitates Romanorum ab ipfius urbis origine tanta diligentia confcripfit, ut Graecos omnes, ac Latinos fuperaffe videatur. John Bodin. Meth. a d f acil. Hift. cogn. Rollin Histoire Anciene; Voffiusde Hift. Graecis,&ibi Euseb. in prep. Evang., et Scaligerin animad. Euseb., il qual dice: Curatius co niemo tempora obfervavit,   E'ben vero esservi taluno fra'moderni,il quale non fa gran calo dell'autorità di lui per riguardo a ciò, che scrive intorno alle origini de'popoli d'Italia, avendo a parer suo Dionigi,per gloria della propria nazio ne, dato luogo troppo leggermente alle con getture, per derivar dalla Grecia i primi abitatori dell'Italia (l). Lascio ad altri il giudicare le giusta fia, o no quest'accusa; m a, quanrunque fosse ben fondata, non so avrebbe per questo a dubitare delle cose n a r rate da lui, le quali cadono nella nostra qui ftione: perciocchè in quella parte dell'Ope ra sua, di cui servir ci dobbiamo, n o n trattasi più delle prime origini de' popoli Italici, m a delle origini soltanto primi tempi di Roma; onde non può più aver luogo quel sospetto, ch'egli abbia v o luto adulare la nazion sua, non essendovi piùlagloriadiquellainteressata in modo nessuno. Questo Storico pertanto, quantun que venga una volta fola in campo nel Saga  Storia Latina de primi tempi quello, che è alla Storia d'Italia de'secoli di mezzo l'eru dito, e diligente.Muratori. e dei gio Guarnacci Origini Italiche. Veniamo ora finalmente a Plutarco.M o l to discordanti sono i giudici, che di lui re cato hanno i Critici:perciocchè, se a molti Letterati di grido siattribuisce per una par te quel detto, che se in uno universale in cendio di tutti i libri un solo scampar se ne potesse dalle fiamme, si vorrebbono falvare le vite di Plutarco; non manca per altra parte chi ne rechi troppo più vantaggioso giudicio, e fra gli altri un celebre Lettera to Inglese il Signor Midleton giunse a chiamar l'opera di lui un abbozzo piuttosto, che il compimento di un gran disegno. A chi fu Saggio sopra la durata de'Regni de’ re di Roma. A. ediz. di Livorno. Nella edizione fatta di questo Saggio in Firenze non è mai citato Dionigi, anzi nella lettera a Zanotti dice A. che non avea voluto leggere altri scrittori, che parlassero de’ re di Roma fuor chè LIVIO e Plutarco. Conyers Midleton prefaz, álla Vita di CICERONE, per  gio del nostro Autore (m ), sarà però quello, che più d'ogni altro ci additerà la strada, che li vuol battere per giungere al vero nella presente materia, c o m e quello, il quale più giustamente di Livio merita il nome di P a dre di Romana Storia. ! altro pon mente alle belle qualità, per cui fu lodato, ed a'diferti, perliquali C4   Del resto per giungere a farci una chia ra idea del merito di questo Autore fa d' uopo prendere d'alquanto più alto i princi p j.Quantunque pertanto pregio essenziale della Storia sia la verità de'fatti, si voglio no con tutto ciò offervare e la scelta che fa l'Autore di questi, e le rifleffioni, e l'ordi ne, con cui dispone ogni cosa, e la dici tura, di cui si serve, del che tutto nell'al tra nostra Opera abbiamo copiosamente ragionato. Ora per parlar soltanto delle riflel fioni, queste son quelle, che danno a vede re il giudicio dell'Autore intorno alle cose narrate, giudicio,che resta più o meno de gno di stima a misura, che viene ad esser fondato sopra valide ragioni, e che non esce di quella scienza, a cui ènoto aver con Jode dato opera lo Storico. Le considera  1 fu ripreso, riuscirà agevole il comporre i lorodispareri. Vero è, che ilSignorMidle ton ne recò più svantaggioso giudizio di al cun altro, perchè forle non ritrovò in lui, come bramato egli avrebbe, abbastanza en comiato l'Eroe, a gloria di cui egli consa crò una sua assai lunga, ed elaborata o p e ra, nella quale però sembra ad alcuni, che ne tefla egli piuttosto il Panegirico, che la Storia. zioni,   zioni di un Polibio, o di un Cesare sopra l'arte della guerra, o di un Tacito sul  Inoltre dalla scelta, che fa de'fatti, fi Arte Poetica di Zanotti verno de'popoli intanto degne sono di c o m tore le manifeste, in quanto hanno essi fama di ef mendazione fere stati di quelle facoltà ottimi conoscitori M a fupponiamo, che sitralascino. dallo Scrita riflessioni,non èforsevero, è per così dir forzato lo Sto che narrando rico a dar segni della approvazione fapprovazion,odi sua? Cosi pensa quel dotto, e Scrittore, uno de'primi lumi d' leggiadro Italia, cui il Conte fto fuo Saggio (o). Ora que ognun Algarotti indirizzo ciò posto professò principalmente sa, che Plutarco fcienza de'costumi; questa cui le altre tutte qual più direttamente s'hanno a riferire, come raggi d'un meno cerchio al centro, esercita l'impero suo so pra le azioni tutte degli uomini, ond'è m a nifesto, che anche supposto, che Plutarco alcuna osservazione do reca giudicio dell'azione non aggiugnesse fcrivendo, e giudicio, di cui non piccol caso facoltà,narran ', che va de uscito dalla penna di un Fifar fi dee,come losofo de'più rinomati dell'antichità. go la poi, a, qual viene Rag.,Bologna qual dà maggiormente a conosce re il bellicofo genio di quell'Alessandro del Settentrione Carlo XII., loggiugne, che tal cosa lasciato non avrebbe d'inserire nella vita di lui un Plutarco. Remmo. Discordimilitari Disc, e nel formare il carattere de'perso naggi, di cui stende la vita. Egli non sia p paga delle azioni pubbliche, e ftrepitose, nè si ferma intorno alla sola corteccia, m a seguendo, per dir così, i suoi Eroi in ogni lu go, e non temendo di abbassarsi col de. scrivere certe minute particolarità, entra ne? più fecreti ripostigli dell'animo loro, e pre fentà al lectore ad un tempo medesimo un fedel ritratto e di esli, e della umana na. tura. E questa singolar dote di Plutarco fu giàdal nostroAutore osservata; poichènar rando in un suo discorso un tal fatto parti colare, il qual dà viene in cognizione della perizia di lui nello scoprire le più nascoste proprietà del cuore umano, e nel formare Questo è il favorevole aspetto, fotto cui riguardar fi possono le vite da lui scritte,e gli encomj,di cui gli furono cortefi iCrie tici,vengono a ridurlia questo.Ma sevo leffimo poi in materie dubbie, ed oscure ri poläre interamente sulla fede di lui, corre  altri. remmo non piccolo pericolo d'ingannarsi. Plutarco, con ben raro esempio, congiun geva un ingegno straordinario ad una credu lità somma (difetto, da cui i rari ingegni fogliono per altro andar esenti, cadendo più sovente nell' eccesso contrario). Forse ritene va in questo parte degli influfli del Cielo di Beozia. Occupato da'negozji, ch' ebbe a trattare, e dall'impiego di dare lezioni di Filosofia, poco tempo gli rimaneva per ac certarsi della verirà delle cose, che s'accin geva adescrivere.Sifa,ed eglistessolo con feffa, che ignorava la lingua Latina, nè o b bligato era dalla necessitàa d iftudiarla, ava vegnachè dimorasse in R o m a, servendo la lingua Greca a que' tempi presso i Latini di lingua,come fuoldirsidiCorte,cioè par lata dalla più leggiadra, e brillante parte delpopoloRomano,edi linguadotta.La (ciopensare di quanti sbaglj una tale igno ranza possa essere itato cagione. Che della fola autorità di lui pertanto non si debba far molco caso, è il sentimento del dotto Bodino, del Rualdo, del Dacier, e di Bodin. Method.Hist. Interdum etiam in Romanorum antiquitatelabitur.Ruald.animad.inPlut. Dacier nelle note alla fua traduzion francese delle Vite di Plutarco. Vero   Vero è, che l'erudito Giureconsulto Ei neccio (r) per salvar dalle accuse de'Critici un luogo di Plutarco, ove narra questo Sto rico aver Numa concesso certi privilegj alle Vestali, i quali si sa indubitatamente non essere stati ad effe concessi senon dopo que sto R e, avvisofli di fare una mutazione nel teito di lui,di modo che seavantidiceva: aver conceduro grandi onori alle vergini Ve Itali, veniffe a dire: loro concedettero (i Romani ei sottointende ) molti onori, e fog giugne, che per sì fatta maniera salvar li possono molti luoghi di questo Storico.cen Turati dagli eruditi. M a lasciando stare, che molti non saran no quelli,che con una talcurafanarfipof fano; non so, perchè con tanta facilitànon. essendo il luogo di Plutarco un frammento di qualche antico Giureconsulto, il qual abbia necessariamente cogli altri a concordare, si avventuri da lui questa emendazione, fen za addurne altra ragione, fe non che ilfal varsi con questa l'autoritàdi Plutarco.Am mesfa una tal Critica si fanno scomparire con poca fatica tutti gli sbaglj de'libri, che ci restano dell'antichità. Heineccius ad legem Papiam Poppaeam. Amít, apud Wetftenios, Sia adunque per la ignoranza della lingua Latina, lia molto più per lo genio credulo, e poco critico, anzi qualora trattasi di Sto rie lontane da tempi fuoi portato al meraviglioso Plutarco, non è guida ficura per chi vuol penetrare nelle più rimote istoriche notizie. Quella Storia favolosa, che dic' egli rinvenirli nelle origini delle nazioni prende, e li ftende troppo negli scritti di lui sopra i diritti della vera Storia maggior mente sgombra dalle finzioni presso altri Scrit tori. M a per riguardo a quella parte della Storia di Roma, i di cui avvenimenti ca d o n o nella nostra quistione, potea troppo qui  cilmente schivar gli errori. Non avea egli nella sua stessa lingua le accurate fatiche di Dionigi di Alicarnasso Scrittore, che ben dovea esfergli noto, e noto veramente gli era, facendone egli menzione? Perchè adunque non si restrinse a lui solo, tralasciando quelle fue popolari, e favolose tradizioni? Niuno dubiterà pertanto, che in questa parte della Romana Storia pofpor si debba Plutarco a Dionigi. E ben riuscirà singolar cosa, fe recherò in mezzo l'autorità dello stesso A., il quale, fuori di questa fa Plut, in Theseo in princ.   quistione non lasciò di rendere il dovuto omaggio a Dionigi, e di mostrare il poco caso, che far fi dee della sola autorità di Plutarco ne 'fatti de' Romani, efefarò ve dere aver egli in cofamolto più recente negato credenza a quel Plutarco, a cui tan to s'affida per rispetto ad avvenimenti ri motissimi dalla età di lui. Bafta per chiarirfi di quanto ho detto dar un'occhiata a ciò, che scrisse l'Autor nostro intorno all'impre fa di Cesare contro a'Parti. Questo è quanto ho io stimato dover pre mettere circa la fede, che prestar fidee agli Storici, innanzi di farmi ad esaminare. la verità, o falsità de'fatti, e la ripugnan ża o non ripugnanza di questi alle epoche il che mi studierò quanto più brevemente per me sipossa di recare ad effetto. Alicarnasco, Polibio danno una più esatta contez fa delleragioni dei costumi Romani che non fanno i Romani medefimi. Ma quei Greci sapeano a fondo la lingna Latina, buona parte della vita erano viffura co'Romani ec.  A. Disc. Milit. Disc. Sopra la impresa disegnata da Giulio Cesare contro a'Partipo La verità si è, che ognuno si può effere ac corto quanto nelle cose dei Romani fia poco efatro Plu tarcoec., Egli è certo che delle cose Romane le migliori informazionisi può dire che le dob biamo a' Greci. Ed è naturale che così sia. A forestieri ogni cosa giugne nuovo ec, Di qui èche Dionigi   Dis cIsecnedndeenndo ora coll'Autor -noftro al para ricolare, ci si fa innanzi il Regno del bel licoso Fondatore della Romana grandezza, e sarà secondo quello, ch'io Atimo Indole guerriera, dic'egli, danno ad una voce tuttigli Storici al Fondatore di quella Impero, che dovea coll'armi fare la con. quista del Mondo. Questa indole bellicosa piùnonfipuò celebrare in Romolo, quando fi mostrasseaver eglipassatola maggior par te del suo Regno in grembo alla pace:ora le prime guerre di lui contro i Sabini, che ridomandavano le donne loro, e contro al quni altri popoli per gelosia d'Impero, furo no tutte breviffime, e della penultima guerra contro a’ Camerj ce ne dà l' tarco, che non cade più in là dell'anno sedicesimo dalla fondazione di Roma. Ne dopo questa si ha notizia di alira guerra, falvo Regno di Romolo.? cagio ne di non piccola maraviglia il farsi a c o n siderar la prima venir ad abbreviare la durata. ragione,ch'egliadduce per epoca Plu. Plut.in Romulo, salvo di quellaco'Vejemi, i quali doman davano, che fosse loro restituita Fidene, come Città di lorragione, dicui Romolos' era impadronito, avanti che egli s'impadro niffe di Camerio. E questa guerra non si ha da porre più tardi, che sotto l'anno d i ciassettesimo dalla fondazione di Roma 0 là in quel torno non essendo verisimile che una nazione potente com'erano iVejenti tardasse gran tempo a cercare di riavere il suo. Senzachè ognun ben fa, che le guer re tra que popoli erano subitanee, tra loro la vendetta non tardava molto a seguitar l'offesa. Posto adunque, ei soggiu gre, che l'ultima guerra fatta da Romolo cadeffe nell'anno diciassettesimo del suo Regno, se non vogliamo, che i Romani fie no stati più lungo tempo in pace che in guerra fotto il reggimento dilui,nonsivuo le farlo regnar trentotto anni, m a della m e tà circa il Regno di lui accorciar fi dee Questa è la prima ragione, che adduce l'Autor noftro per abbreviar la durata del Regno di Romolo, a proposito di cui,,co m e già disli, strana riuscir dee a chi pon mente quella epoca, su cui fonda egli ilsuo argomento, ed è ľ  epoca della e che tro i Camerj somministrata guerra con da Plutarco. A., che la durata del Regno · di Romolo attestata da tutti gli Storici vuol distruggere, adopera per mandarla in rovi na un'epoca di un fatto particolare,dicui niuno fa menzione, fuorchè il solo Plutarco Storico a tutti i Critici, ed a lui medesimo sospecto. E d in fatti di questa guerra contro i Camerj LIVIO non ne parla punto nè p o co, prova forse della trascuratezza di lui nel tessere l'antica Storia. Dionigi  poi, il quale nel collocarla frale guerre co'Fide nati, e co'Vejenti da Plutarco non discor da,non dice però, che questa precisamen te seguita sia l'anno sedicesimo di Roma. Vede pertanto ognuno,ch'io potrei, rifiu tando la testimonianza di Plutarco, togliere ogni fondamento a questa ripugnanza, m a conveniente mi pare di mostrarmi cortese ful bel principio delle osservazioni mie. Concediamo adunque, che nell'anno fe dicesimo di Romolo succeduta appunto sia questa guerra coi Camerj:.con qual ragio ne si prova, che tantosto abbiano impugna te le armi i Vejenti? Forse perchè avendo i Vejenti mosso contro i Romani per riaver Fi...  Dionyf. Halic. Dice Plutarco, che i popoli circonvicini vedendo riuscir bene tutte le guerre a Romolo, da invidia,e da timore agitati, ftimarono non essere la sua crescente gran dezza da guardar con occhio indifferente, e doversi opprimere una potenza, era ne' suoi principi formidabile Laon de i Vejenti,i qualitenevano un ampio paese, ed erano de'più potenti fra' Tosca ni, mosfero contro Romolo, chiedendo la restituzion di Fidene che dicevano essere di giurisdizion loro; il che, foggiugne Plutarco, non solamente ingiusto,m a ridicolo era, poichè domandavano come ad efli sper tante una Città, che non avean difeso, quan  che già do Fidene come Citrà di lor ragione soggioga ta da Romolo innanzi a Camerio, non è da credere, che un popolo potente come quello abbia tardato molto a farsi rendere il fuo, essendo le guerre a que'tempi fubitanee,nè tardando molto la vendetta a seguitar l'of fela? Ora io intendo dimostrare,anchecollo stesso Plutarco, effer piuttosto da credere, che alla guerra co' Camerj seguita fia las guerra co'Vejenti dopo qualche notabile spa zio di tempo. Plut. in Romulo.   do da Romolo era stata assalita, e lasciati in quel tempo gli uomini in balia de'nemi ci, aspettavano allora a pretenderne lemura. LIVIO poi dice, che presero le armi i V e jenti, non perchè fossero possessori di Fidene loro tolta da Romolo, ma perchè i Fidenati erano anche Toscani, e quel che è più, perchè temevano non le armi de' Romani avessero ad esser fatali alle vicine nazioni; e Dionigi in fine dice, che il pretesto della guerra fu la strage de' Fide nati. Ora adunque, poichè siamo certi,che per gelosíad'Impero, e non per altro im pugnarono le armi i Vejenti, li dee piutto Ito credere effere questa gưerra fucceduta qualche tempo notabile dopo quella coi Ca. meri; perciocchè stava ad osservare questo popolo, le poteva assicurarsi della sua forte Tenza arrischiar nulla, e se riusciva a qual che altra nazione di abbattere i Romani: veggendo poi, che s'erano felicemente sbri gati da quelle, e che anzi salivano ogni sanguinitate (nam Fidenates quoque Etrufci fuerunt ), et quod ipfa propinquitasloci, fiRomana armaomnibusin.  d 2 gior  LIVIO. Belli Pidenatis contagione irritaii Vejentium animi, et con festafinitimis effent, fimulabat. Dionyf. Halic. Oltr' a ciò, avvegnachè seguita fosse., come si dà a credere l'Autor noftro, questa guerra circa all'anno diciassettesimo dalla fondazione di Roma, chi ci assicura, che altre non ce ne sieno state, le quali, come di non gran conseguenza, non sieno state dagli Storici giudicate degne di entrare negli A11 nali loro? Pretende pure egli stesso, che non fisia tenuto accurato registro de'fatti, anzi confervari fi fieno per mezzo di una cotal vaga, ed incerta tradizione? Veda adunque non se gli possano ritorcere le sue stesse ar mi, e ch'egli medesimo ammetter debba p o ter offer fucceduti cali da cotefta fua vaga tradizione non conservati.  giorno a maggior buona cosa il non lasciarli fortificar nella grandezza stimò esfer pa ce. Se ruppe adunque per propria sua ial vezza la guerra, è probabile, che ciò non abbia fatto se non dopo un qualche conside rabil tratto di tempo, nel quale abbia ve duto, che nessuno s'arrischiava di sfidar Romolo a battaglia. Queste osservazioni,a me pare,bastar po trebbono per dimostrare, cheleirragionevo lezze ręcate in mezzo dal nostro Autore non sono di tal peso, che vagliano ad in fringere la Cronologia, e sminuir la durata del   del Regno di Romolo: nulladimeno stimo pregio dell'opera, acciocchè maggiormen te appaja la verità, fare una luppolizione, Orsù adunque abbiasi per non detto tutto ciò, di cui abbiamo ragionato sin ora.Dianli per invincibili le ragioni del nostro Autore. Concedafi la presa di Camerio esser seguita; com'ei pretende,l'anno sedicesimo di Ro m a, l'anno seguente la guerra co'Vejenti, e dopo questopace profonda; che ne segui rà per ciò? Si opporrà questo per avventu ra a quell’indole bellicosa, che gli Scrittori danno ad una voce al Fondatore del R o m a no Imperio? Non potrà un Principe dopo essere felicemente riuscito in molte pericolo se imprese, dopo essersi procacciato stima, e venerazione presso le vicine nazioni colla fua bravura, goder de'frutti delle sue vit torie, e riposando all'ombra allori 9. col mantenere il guerriero valore vivo, e rigoglioso ne'suoi soggetti, fare in modo,che la fama diprode,ed invittoac quistatası, ed il sapersi esser egli a guerega giare sempre apparecchiato, gli proccurino una pace non inquieta,turbata, e vergogno fa,ma ferma,ftabile,sicura,pienadiglo ria, e di virtù. Troppo sarebber funesti all? uman genere gli Eroi, e troppo infelice vi de'conquistati ta d 3  A.. Epistole in verfa ep.16. sopra il Commercio pag. Dionyf. Halic. se per guerra fosse valente, ce ne assicura Dionigi, ove con quanti modi studiato fi di sia ta avrebbono eglino stessi a menare, acquistarsi tal n o m e, viver dovessero o g n o ratra le stragi, e tra'l sangue. E non eb be lo stesso Autor nostro a lodare l'amor delle bell'arti, la profonda Scienza Politica, e le altre civili virtù di quel bellicoso Prin cipe, il quale tanto, vivo, il processe, ed in tanto illustre modo, morto,rese celebre la memoria di lui? E non fu la verità ster fa, che animò la sua tromba, quando ce. lebrò quel paese. Dove un Eroe audace, e saggio Nestore, e Achille in un fa fede al Mondo, Che l'Italo valor non è ancor morto. Troppo fiera fu adunque l'idea, ch'egli fi formò in questo suo Saggio di un Principe guerriero,potendo essere molto bene, e che Romolo abbia la maggior parte del suo Regno passato in pace, e che ciò non ostan te a sminuir non si venga la gloria milita re, dicui gode presso gli Storici. E che nell'arti nonmeno di pace, che 4   fia di ordinare lo stato va divisando. Ne meno di un Romolo vi avrebbe voluto,per assodare, ed unire con faldi nodi una sì mal ferma società, e per ispirare la dovuta fom missione, una sola foggia di vivere, di pen fare in certo modo, l'amordella patriaido. lo de’ Romani., e fonte di tutte levirtù loro, in uomini di varie nazioni, di non ottimi costumi, per l'armi, e per le vittorie feroci. Nè quelle parole, che Plutarco mette in bocca di Numa, quando per sottrarsi dallo accettare il Regno offertogli insiste, dicendo, che di un uomo di spiriti ardenti, e in sul fior dell'età, che non di un re ma di un condottier d’esercito hanno di bisogno i Romani per fronteggiar que'potenti nemici, che Romolo avea lasciato loro sulle braccia; quelle parole, dico, non sono da tanto, come si cre dell’Autor nostro, che, anche concedendo non esservi ftata dopo l' anno diciassettesimo del Regno di Romolo guerra alcuna, perciò ritrar debbasi la morte di lui al diciottesimo, o ventesimo anno del suo Regno. Temeva Numa, che i po poli circonvicini, i quali non s'attentavano di moleftar i Romani, poichè ben sapevane  qual d4 Plut. in Numa, Storici, che finsero aver que'personaggi, i quali a favel lare introducono, ragionato secondo le cir costanze, e giusta l'indole loro. Dalle mal sime, che nel corso del suo Regno dimostrò Numa, dalla non curanza di luiper gli ono ri ricavo Plutarco questa parlata da lui fat ta, rifiutandoil Regno offertogli da'Romani. A proposito del qual nulla trovarsi appreffo Livio, altra prova. forse della sua trascuratezza, e che Dionigi rifiuto è da notare qual prode Principe li reggeffe, non pren dessero animo dal genere di vita tranquillo, e filosofico, che noto era ad ognuno essere da lui professato, e non volessero lasciarsi sfuggir di mano una occafione sì favorevo le di abbattere un popolo, il quale già d a to avea tanti non dubbj fegni di voler fot tomettere le confinanti nazioni, ed in queto modo è da intendere, che Romolo la sciato avesse potenti nemici sulle braccia a' Romani. Senzachè, per non ripeter quello, che già disfi, e di nuovo mi converrà dire intorno al poco credito, che far sidee della autorità di Plutarco, certa cosa è, che quelle parole, le quali presso di lui si leggono come di Numa,s'hanno ariguardarealpari delle altre concioni,sia di LIVIO, chedilui, quai lavori della mente degli Storici 1  fire stringe a dire, che avendoperbuo no spazio di tempo ricusato ilRegno, s'in duffe poi ad incaricarsene a persuasione de' fuoi, è inutil cofa riuscirebbe cercar in Lo stesso Plutarco poi è quello,che fom miniitra il fondamento ad un'altra ragione, con cui ftudiasi il noitro Autore di abbre viare il Regno di Romolo. Ammette.egli adunque, che nel cinquantesimoquarto anno dellasua età giunto siaa morte Romolo, ma conceder poi non vuole,che difolidi ciassette anni abbia cominciato a regnare, la qual cosa è forza dire, quando foftener si voglia, che di anni trentotto stata sia la durata del Regno di lui. Le ragioni, che egli adduce per mostrare non poter Romolo esser cosìper tempo falitolulTrono,non fono altre, se non che ciò ammesso,non po. terli quelle tante cose, che questo Principe facea secondo Plutarco con sì tenera età conciliare; ed essere maggiormente impro babile, che si giovane abbia fondato u n a Città, fiasi fatio Capo di un popolo, ed  pone Plutarco. 1 abbia sto Storico quelle parole, che in bocca gli Dionyf. Halic. Plut. in Romulo. que   A., Disc, milit. Disc. Per via della conversazione, dice che Plutarco conviene instruirsi delle particolarità, che sonos fuggite agli Storici abbia guidato difficilissime imprese, c o m e a tutti è noto. Ma io non so ritrovare in primo luogo ripugnanza veruna tra la età, e la condot ta di Romolo innanzi a'principi del suo R e ' gno,principalmente se vogliamo attenersi a ciò che di lui narrano LIVIO, e Dionigi, e non ricorrere a Plutarco quale pren dendo le notizie dalla bocca di que' Romani, con cui conversa, come stesso'noftro che dalla venerazione, in cui quelli tenevano dell' Imperio leggiadro Autore, ben è da credere, ogni cosa, che appartenesse al Fondatore loro,sia Scrittor erudita, ed elegante, dice che la grandezza sero i Romani cia, e dell'Alia dopo le conquiste, avea (parfo voluttà non ebbe, e di gloria fu que'pri lume di chiarezza de’ m i loro antenari posteri, qual rozzo, e barbaro popolo sem il, i quali senza la fama avverti lo. Un, che in fatto di stato ingannato Francese pari, a cui giun della G r e per così dire un Non so sei moderni noftri Criticii le Clerc, é i Muratorigli avessero menato buono tal fuo Criterio. Euremont Ouvres mélées, pre  Montesq. Consid. sur les causes de la grand. Des Rom. a segnes venando peragrare falous: hinc robore corporis bus animisque fumo jam, non feras tantum fubfiftere, fed in latrones praeda onuftos impetum facere, pastorie busque rapta dividere, et cum his crescente in dies grege juvenum ferias, ac jocos celebrare,  pre 1 farebbono stati riguardati dalle colte n a zioni. Io non voglio per niun modo adot tare il parere di lui, anzi penfo, che lo stesso Montesquieu, il quale osservò c o n occhio si filosofico tutto il corso della Romana Storia, abbia avvilito di non  Dionyf. Halic. ful bel principio della sua Opera (n) l'ori gine di quella Città Regina; ma credo Tuttavia di potere a buona ragione sospetta fondato sopra popolari tradizioni, e proveniente dalla bocre del racconto di Plutarco ca di coloro,che qual Nume Romolo ado ravano, quando nè Dionigi, e nè pur LIVIO danno di ciò il minimo cenno. Ed in fatti Dionigi ci fa sapere soltanto, che i due giovani Principi furono condotti Città de'Gabj, perchè loro s'insegnassero leLettere,laMusica,ed ilmaneggiarle armi alla foggia Greca insino a tanto che pervenissero alla pubertà, e tutti que'p r e gi, i quali attribuisce loro LIVIO. Quum primum adolevit aetas nec inftabulis, nec ad peco troppo alla  disconvengono punto alla giovanile età, a n zi più diquella, ched'ogni altracomecor porali esercizj fon convenienti. M a su via concedasi per vero ciò, che dice Plutarco, sarebbe poi da farne le maraviglie, che un giovane d'ottimo ingegno fornito cominci a dar segni di quella prudenza, che ha da tilucere un giorno in lui. Educato Romolo, come fu, non v'ha inverisimiglianza nessu na,cheinlui,avvegnachè giovanetto,sfa villasse un raggio di qualche cosa maggior del comune Ma dirà egli, per quanto, e dalla natura di belle doti fornito,e dalla educazione in strutto suppor si yoglia Romolo, che abbia edificato una nuova Città, che si sia fatto capo d'un popolo, che abbia guidato diffi cilissime imprese, sempre con si tenera età mal potrafficoncordare. Non sipuò nega re, che di troppo maggior forza, che non  e cominciassero a svilupparsi que'semi di generosità, che dalla sua prin cipesca origine avea tratto? Oltre di che quan te volte il corso dello ingegno è più velo ce di quello degli anni? Una illustre prova ben ce ne diede lo stesso noftro Conte A., il quale nella sua prima età in molte, e varie facoltà dimostrò l'acume, e la perfpicacia dell'ingegno suo. la   la precedente sia questa ragione: vediamo con tutto ciò il modo, con cui Romolo di venne Re, e non parrà più forse tanto dif ficile il concepire, che si giovane sia giun to a tanta grandezza; e prina d'ogni cosa prendiamo le più sicure notizie di quello, che è succeduto dalla nascita di Romolo in Gino al tempo, in cui fu innalzato alTrono. A tutti que'racconti della infanzia diR o molo io ltimo doversi preferire quello di F a bio antico Storico seguito da molti, come dice Dionigi, ed acui più propende egli medesimo, come quello, che favole chia m a le narrazioni degli altri Scrittori. Egli adunque rigettando quella poetica finzione della Lupa, nega insino, che fieno stati ef posti i due gemelli; che anzi afferma aver Numitore per destro modo sottoposti altri fanciulli, i quali furono da Amulio spieta tamente trucidati. Quindi essere stati i due Principi da Faustulo educati, ed inviati, perché ricevessero una insticuzione, secondo che richiedeva la origine loro, alla Città de' Gabj; il qual Fauftulo, per dirlo alla sfuga gita, quaprunque pastore de'Regj armenti, è da credere fosse poco meno di un uomo  Dionyf. Halic. di   di stato de'nostri dì, attesa la semplicità de costumi di que'tempi. Ritornati poi dalla Città de'Gabi, legue a dir Fabio presso Dionigi, di consenso dello stesso Numitore, i due giovani Principi fi azzuffarono co'p a stori di lui, e gli sforzarono di ritirarsi in un co'loro armenti dà certi pascoli tuttoc chè comuni. Questo aver fatto Numitore per poterli accufare, e trovar m o d o di far entrare senza dar sopetto tutti que' pastori nella Città. Ordita una tal trama, esser v e nuto Numitore dal fratello Amulio a lagnarsi, e chiedere a lui, che gli dovesse consegna Te que'due Fratelli col Padre loro, i quali l'aveano sì villanamente oltraggiato, e d a n neggiato nelle cose sue, se pure seguito era ciò senza colpa di esso Amulio.Amulio per dare a divedere, che avuto non ne avea al cuna parte, manda tosto per esli,  dando,che nella Città venir dovessero non il solo Faustulo co'suoi supporti figliuoli, m a tutti coloro eziandio, i quali erano di tale delitto accagionati. E con tal mezzo essen dosi, oltre a 'rei, grandissima moltitudine nella Città introdotta, Numitore, dopo aver a' giovani l'origine loro, i loro cali, e le offele da Amulio ricevute, averli scoperto animati alla vendetta, ed averli persuasi a esli, coman non  non lasciarsi sfuggir di mano sì favorevole occasione di eftirpar quel Tiranno come fe cero. Questo è quanto si raccoglie da Fabio presso Dionigi; narrazione, lia per la quali tà del testimonio, sia per la veritimiglianza, da antiporsi sicuramente a quella di Plutarco, che porta in se stessa scolpito ilca rattere della finzione, e che al primo aspet to si dà a conoscere per lavoro della fanta sía de'Romani de'suoi tempi, da cui attin geva questo Storico le sue notizie, i ogni cosa nel loro Fondatore finsero straordi naria, e maravigliosa. N o n fu adunque solo Romolo in quella impresa, anzi fu a quella stimolato dall'Avo, e fu diretto da quello il suo valore, perchè produr potesse non solo discordie, e sangue, ma utilità, e fi curezza. quali  con Non voglio poi ora parlare diquellaopi nione accennata da Dionigi e se non -abbracciata, nemmeno riprovata da lui, che R o m a stata sia anteriore a Romolo; onde egli non Fondatore diquellaCittà,ma Capo soltanto d'una colonia chiamar 'si debba; Plut, in Romulo. Dionys. Halic. concedo, che ne sia stato ilFondatore,ma è da sapersi, che, ha l'idea di edificare una Città, lia i mezzi per condurla a fine, fu rono opera di Numitore, e non diRomolo. Dionigi di questo ci assicura, dicendoci, che due fini il mossero a ciò fare; primie ramente per dare un ricetto degno di loro a'due giovani Principi, in secondo luogo per isgravare la troppo grande popolazione della Città di Alba, allontanando principal. mente coloro, che avean seguito le parti di Amulio, ond'egli poteffe regnare libero di ogni sospetto. La qual cosa è, avvegnachè oscuramente accennata da Livio (u): per ciocchè dicendo questo contro l'autorità però e di Fabio, e di Dionigi, i quali per ianti rispetti degni sono di maggior fede, che il disegno di fabbricare una nuova Città fu pure Numitore,  opera della mente dei due Fratelli,m a n i felto indizio, che troppo non erasi studiato di diradar le tenebredi que'primi secoli, soggiugne, ch'eravi allora una gran molti tudine diAlbani,e di altri,con cui pote vano popolarla. Nè mancó Lores quoque accefferant, come. Dionyf. Hasic. LIVIO. Supererat multitudo Albanorum, Latinorumque, ad id per come attesta Dionigi, di somministrar loro e danari,ed armi,ed ognialtra cosa,che abbisognasse per edificareuna Città. Ed a quella parte di popolo, che seco condot ta avea Romolo, fra cui eranvi non po chi de' principali di Alba, iecondo il parer dell'Avo, ragionò sul cominciare della edi ficazione. Dal tutto il fin.qui detto pertanto ftati  e Dionyf. Halic. Dionys. Halic. Dionyf, Halic. ramente ne risalta non esserpunto cosa in verisimile, che di soli diciassette anni, o di diciotto abbia potuto Romolo farquello,che pur fece, se lipon mente, che in quelle sue prime imprese ebbe sempre a'fianchi l' Avo, ed ogni cota secondo il consiglio di lui esegui;fu egli l'Achille d'ogni impre fa,Numitore ilChirone. Tanto ho stimato dovermi stendere su que ho particolare, perchè non è Plutarco il solo, che ciò scriva; ma lo stesso Dionigi chiaramente attesta aver Romolo incomincia to il fuo Regno di foli diciotto anni. Vero è, che se si dovessero togliere dagli anni, che corsero avanti N u m a cinquanta giorni, i quali vogliono molti Autori essere 1 chia. stari aggiunti da questo Re, oltre ad undi ci giorni, che pur mancavano all'anno fe condo la riforma, ch'egli ne fece, tre anni fi vorrebbono togliere dalla età di Romolo, quando ascese al Trono, nè vi farebbe per venuto di diciassette, o diciotto anni, di quattordici, o quindici. Anche ciò con cesso nel modo, che divenne Re, non sa rebbe gran meraviglia, che divenuto lo foffe in età si tenera, non avendo forse altro egli fatto, senon imprestare ilsuonome alieim presedell'Avo:ma dipiùsivuolnotare che quegli Autori, da cui raccogliesi esser giunto al Solio Romolo di soli diciassette, • diciott'anni, non sono di parere, che tanti giorni mancassero all'anno avanti Numa. za  r Dionigi, il qual dice (aa) essere il Fon dator di Roma morto di cinquantacinque anni dopo averne regnato trentafette, e che aggiugne sulla testimonianza di tutti gli a n tichi Scrittori, i quali parlarono di lui, che molto giovane fu innalzato al Solio vale a dire di soli diciott' anni, di questa rifor ma dell'anno fatta da Numa, per quanto io ne abbia osservato, non ne dà alcun cen no, silenzio, che congiunto colla accuratez Dionyf. Halic. Plut. in Roinulo. Plut. in Numa. LIVIO;  MACROBIO Salurnal. Numa quin quaginta dies addidit, ut in trecentos quinquaginta qua. suor dies za di lui mi mette in dubbio della verità della cosa.Plutarco poi, che dice esseregli morto di cinquantaquattro anni, onde abbia dovuto incominciare ilsuo Regno di diciassette, parla di questa riforma, ma vuole, che Numa altro non abbia fatto,le non aggiugnere gli undici giorni, che m a n cavano all'anno, e togliere l'irregolarità de' mesi, che erano in uso, essendovene tale, che non giungeva a venti giorni, e tale, che giungeva a trentacinque e più. Che al tro egli non abbiafatto, che regolare i mesi, ed aggiungervi alcuni pochi giorni, è quello pure, c h e intorno a questo raccogliere fi possa da LIVIO. So, che molti Scrittori, come MACROBIO, OVIDIO, CENSORINO, ed altri furono di contrario parere. Si dee però distinguere tra quelli, che asserirono, che l'anno avanti Numa era di soli dieci mesi, e quelli,che dissero precisamente di quanti giorni fosse composto, perchè potrebbe essere, trattan e2 dosi annus extenderetur, OVIDIO, Falt.] dosi di Scrittori molto lontani da'tempi di Numa, che da quelli, i quali lasciarono scritto essere stato l ' anno avanti Nu ma di soli dieci mesi, abbiano altri, come forse Macrobio,argomentato, che l'anno foffe di foli trecento e quattro giorni, la qual congetturą ognun può vedere, quanto sarebbe · fallace, potendo esser benissimo, che fi fa. cessero avanti N u m a dei mesi più lunghi a l fai del convenevole, e si venisse a compor re con foli dieci mesi l'anno di trecento cinquantaquattro giorni, non di foli trecento e quattro. Del resto il.Signor Dacier afferma, che alla opinione, che di soli trecento e quattro giorni fosse composto l'anno avanti Numa prevalse quella, che giugnesse ai trecento cinquantaquattro per l'autorità principalmen te di Fenestella, e di Licinio Macro. Credo pertanto, che ciò basti per togliere quello 'ombra d'inverisimiglianza, c h ' altri ritrovar potesse tra l'età di Romclo, e l'elier egli giunto ad ottener la Corona, dovendosi, le condo la più comune opinione, togliere fol tanto pochi mesi, che risultano dagli undici giorni, i quali mancavano all'anno avanti (f) Dacier nelle note alla vita di Nuina di Plutarco, Numa, Così dice il Signor Dacier nelle mentovate sue annotazioni doversi leggere Plutarco, e non trecento e sessanta, come molto bene lo dà a di vedereil contetto,  Numa, e non tre anni dalla età di diciotto. Senzachè a me baita, come già disfi, che da quegli Autori, da cui fi rica-. va questa età di Romolo quando fali sul Trono, non fi può l'obbiezione dedurre in modo alcuno, anzi il primo glıtoglieilfon damento, non parlando di questa riforma. lui di dell' anno, te, il secondo la confuta espressamen dicendo, che l'anno avantiNuma giun geva ai trecento cinquantaquattro giorni. Onde mi pare a sufficienza dimostrato, che tuttique'fatti,iqualirecatisono inmezzo dall'Autor nostro come ripugnanti alla d u rata del Regno del primo Re diRoma,ot timamente con questa possono conciliarsi, e vengono a perdere.ogni lor forza, e a di. leguarsi cutte le contrarie ragioni. L'Ami des Hommes Des Pro cui  V. Fondare Regno di Numa. CAPO Ondare un Regno, e dargli le leggi sono due operazioni cosi fra loro diverse dice un valente Politico, che richiedono per lo più due distinti Principi per eseguirle. Nascono ordinariamente gl'Imperj nella fe. rocia de'popoli tra la discordia,e learmi: laddove la Legislazione (intendo io di quella, che veramente meriti un tal nome ), è uno de'più preziosi frutti della pace.Ed èben conveniente, che ciò, che rende per quan to si può gli uomini felici, tra quello for ger mal poffa, che ne fa l'infelicità m a g giore. Ed in effetto le leggi di Romolo,. di cui abbiam sopra fatto parola, riguarda vano soltanto lo stato corrente degli affari, erano leggi, che abbisognavano, per così dire, allagiornata. Numa si che fu poi quello, che concepì una vasta pianta di L e gislazione, un general Sistema, il quale m i rar dovea alla eternità; Sistema, che sotto di se comprendeva eziandio la Religione,di hibitions. Ma l'Autor noftro, quafichè ridur non si possa a credere, che senza alcuno indirizzo ira popoli feroci, e pressochè barbari, g i u n gere Per  fia potuto Numa a tanto senno da cui egli secondo l'uso de' Legislatori,iquali furono a' tempi degli Dei bugiardi, utilmen te fi servi per fiancheggiarne quelle leggi, quegli instituti, que'coitumi, e quelle opi nioni, che a parer fuo doveano maggiormen te contribuire alla felicità della Nazione: per se, mette in campo quella tradizione, che correva per bocca de'Romani insin da'tem pi di Augusto, secondo cui dicevasi essere Itato ilRe Numa uditor di Pitagora:onde le belle doti, le quali rilussero in lui, frutto fieno stato degli ammaestramenti di quel Filosofo, la qual tradizione torna molto in a v vantaggio del suo Sistema. Perciocchè, dic' egli, posto che Numa sia stato discepolo di Pitagora, siccome sappiamo da CICERONE, LIVIO, e da altri scrittori esser giunto queIto Filosofo in Italia in età molto lontana dal tempo, in cui comunemente fi pone. Numa, dee questo far accorciare almeno la durata de'cinque susseguenti Regni, perchè il Filosofo possa essere contemporaneo del Re Legislatore. еА 3 da   Per rispetto al qual suo ragionamento dei che se egli si fosse soltanto servito di quella tradi zione, secondo cui dicevasi N u m a essere Itato uditor di Pitagora, da questo n o n avrebbe potuto inferirne cosa alcuna in fa vore del suo Sistema, potendosi una tal voce concordar molto bene coll'antica Cronologia, cioè dicendo, che Pitagora venne in Italia in que'tempi, in cui secondo questa, fi crede regnasse Numa; facendo ascendere in una parola Pitagora a'tempi di lui.Ma siccome egli desiderava farlo discendere a’ tempi pofteriori, non bastavagli questa s e m plice tradizione, bisognava, che d'altronde in cui coreito raccoglier potesse il tempo, Filosofo venne in Italia: preselo da Cicero ne, e da Livio, ma non s'avvide, che vo. lendo servirsi della autoritàloro,erapoi for za rinunciare a quella tradizione base avea posto alla obbiezion sua. Percioc chè vero è bensì, ch'essi dicono esser giun to questo Filosofo molto più tardi in Italia di quel tempo, in cui secondo l'antica C r o nologia regnava N u m a, m a in tanto l'asse riscono in quanto l'uno lo fa contemporaneo di Servio, di Tarquinio il Superbo, o, del Console BRUTO (si veda) l'altro. Volendo pertanto at gno è di particolar considerazione. che per 9 te   266., ed ivi Giamblico, e Diodoro. Diogen. Laert. In Pythagora; Clem. Alex,  il qual venne Pitagora in Italia, poichè ne lia l'epoca, come bene osservò incerta il dotto Gerdil, non però Scritto gran fatto fra loro i più accreditati far ri, i quali di tal sua venuta dovertero fessagesimaleconda te concordano quale asserisce piade 'feffagefima Clemente Alessandri. Diodoro menzione piade sesfagefimaprima sotto la facilmen no, che lo mette conda, e finalmente fotto la pone forto, Giamblico l’Olim, le quali epoche (c), il aver egli fiorito fotro l'Olim con Diogene Laerzio con variano la fessagesimale con Eusebio dice esfer egli morto nel quarto anno della fettantesima Olimpiade Diogene mentovato - ottanta o novant'anni. LIVIO poi, CICERONE- in cui quantunque del in età di, e per attestato Laerzio ne, renerli ad effi, non v'era ragione per a b bracciare soltanto il tempo, e n o n di qual R e fu contemporaneo questo Filosofo le non il tornar questo in avvantaggio del suo Sistema. lo pon parlerò qui del tempo, ntroduz. allo Studio della Relig.; Strom.; Diogen. Laert. ed altri Scrittori in tanto ci danno 19 epoca inquanto,come ho accennato,cidi con di qual Re fu Pitagora contemporaneo le quali epoche però da loro fissate non ef cono dagli anni, che secondo la Cronolo gia comunemente ricevuta, corsero dal fine del Regno diServio, insinoalprincipiodel Consolato; del che niente è da maravigliarsi, poichè essendo probabile aver dimorato in Italia questo Filosofo un notabile spazio di tempo, tale Scrittore avrà tolto l'epoca, di cui fece registro, dall'anno della sua v e nuta,tal altro da un fatto accaduto essendo lui in Italia, tal altro dalla sua partenza, o dal tempo di mezzo della sua dimora, onde possono aver detto tutti ilvero,quando fiasi fermato in Italia non più di venticinque anni, che tanti ne corsero appunto dalla morte di Servio infino al principio del Consolaro. Tutto questo adunque io lafcierò da par te.Concedo, che ammettendo per vera quella popolar voce, essa dovesse piuttosto far discender N u m a a'tempi di Pitagora, che far ascender Pitagora a'tempi di Numa. Ma quello, a cui principalmente badar fi dee, è, che questa tradizione medesima non è fondata sopra alcuna autorevole testimo nianza, che la renda credibile. Vero è,che ne  2 al.  verità  nelsuo gover  alcuni rammentati da Livio, da Dionigi, e da Plutarco furono di parere, che da Pitagora, il quale in quella parte d'Italia, che Magna Grecia nomavası, gittò ifonda menti della sua filosofica serta, N u m a ricevu to avesse quelle maflime di Religione, e di Politica, che pose in opera no. Ma è da considerarsi negar Livio ciò apertamente, non essendo secondo luivenu to Pitagora in Italia,se non sotto ilRegno di. Servio Tullio, e dopo alcune ragioni, con cui studiasi di mostrar l'insusistenza della opinione di costoro, soggiugne, che di sua natura inclinato fosse alla virtù cotesto Re, nè bisogno avesse di straniera instituzione bastandogli la dura, e severa disciplina degli antichi Sabini, de' quali non v'avea una vol ta più incorrotta nazione. E questa se LIVIO. Dionyf. Plut.in Numa.LIVIO. Auétorem doctrinaeejus, quianonexa taralius,falfo Samium Pythagoram edunt: quem Servio Tullio regnante Romaecentum amplius poftannos inul tima Italiae ora.juvenum emulantium ftudia coetus habuiffe conftat..fuopte igitur ingenio, temperatum animum virtutibusfuisfeopinor magis, instru&tumquenon tam peregrinis artibus, quam disciplina teirica, ac tristi veterum Sabinorum, quo genere nullum quondam incorru. prius fuis.   verità origine ebbe per avventura da una Colonia di Spartani venuta in Italia a't e m pi di Licurgo, come appare dalle memorie antiche nazionali portate da Dionigi, e di cui anche ne dà un cenno Plutarco, la qual Colonia è da credere che trasfufo avesse ne’Sabini buona parte de'costumi de' Lacedemoni. CICERONE poi in più luoghi delle opere sue afferma fuor di alcun dubbio esser giunto questo Filosofo in Italia sot to ilRegno di Tarquinio ilSuperbo,eche in Italiapur era a que’tempi,in cui Bruto diedelalibertà a'Romani(h).SottoilCon solato di Bruto lo mette pure Solino, ed AULO GELLIO in fine dice effer venuto questo Filosofo in Italia sotto il Regno dello stesso Tarquinio Superbo. Dirà forse taluno, che l'alterigia de’ Ro Dionyf. Halic. Plut. in Numa in piternum Hanc opinionem discipulus ejus Pythagoras maxime confirmavit, quicum ·Superbo regnanteinItalian veniffet tenait magnam illam Graeciam ec. CICERONE Tusc. BRUTO patriam liberavit. Aulus GELIO Noet. Attic. Poftea Pytagoras Samius in Italiam venit Tarquinii filio regnum obtinente, cui cognomento Superbus fuit,  mani princ. Ferecides Syrus primum dixit animos hominum ellefema Quaeft. Pythagoras, qui fuit in Italia temporibus iisdem, quibus L.   mani fu cagione del non darsi credenza a questa tradizione dai dori, quafichè ellite messero non venir con questo a scemare la gloria di que'primi secoli,, riconoscendo da un Greco l'Institutore della Religione, ed il più favio de'Re loro. Quantunque questa non paja ragion bastante per negare ciò, che gli Scrittori Romani ci dicono: poichè ammessa questa regola, rifiutar fi potrebbe come supporto tutto ciò, che uno Storico narra di avvantaggioso per la nazion sua, v e diam tuttavia ciò, che ne dissero i Greci. E' da credere; che questi sisarebbono recato ad, onore l'aver dato a Romani il Maestro di Numa: che per Greco passò presso Dionigi e Plutarco Picagora, che che ne sia della opinione di alcuni moderni, i quali nè Greco.il. vogliono, e nè, pure di quelle Greche Colonie fondate negli ultimi confini d'Italia.  pal  Ora ciò non oftante Plutarco nonscio glie la quistione, e reca foltanto in mezzo le varie opinioni, che a'suoi di correvano, fra le quali degna è di considerazione quella di coloro, che asserivano essere venuto in Italia un certo Pitagora Spartano, il quale avea nella Olimpiade sedicesima riportata la Plus,in Numar   bre Dacier nelle annotazioni alla sua traduzione francese delle vite di Plutarco; alla vita di Nuina.  palma ne'giuochi Olimpici, fotto Numa terzo anno appunto del Regno di lui il Dacier fi ride di una tale opinione, fembrando a questo Critico ripu gnanza da non potersi comportare, che u n personaggio atto a dare instruzioni ad un Re, e ad un Re,qual fu Numa, abbia gareggiato in Olimpia per ootttenere il premio del corso.Ma a me pare con buona avendo Spartani questi additato parecchj al Re ftrato fondamento uli degli sommini Legislatore alla favola., abbia ed pace di 'un tanto uomo, che le usanze moderne lo abbiano ingannato nel giudicar delle antiche. A tutti è noto, che Socrate il più rinoma to Filosofo della Grecia non isdegnava di suonar la cetra, e che anzi non lasciò di esercitarsi nella lotta; ed oltre a ciò non era poi mestieri, che fosse un gran scien ziato costui per instruire N u m a delle leggi degli Spartani. Si sa, che quel popolo nella rigidezza de' costumi, e privazione di prel so che tutte le cose, le quali rendono dol ce la vita, godeva per altro dell'avvantag gio d'aver leggi, che per la semplicità, e   con  brevità loro, e per la cura del governo nel farle apprendere a'fanciulli erano note a tutti coloro, che doveano obbedirvi. N o n farei pertanto lontano dall'ammettere que fta opinione,se altro non vi fosse in con trario, fuorchè questa ripugnanza ritrovata dal Signor Dacier; m a rinunciar vi fi dee per troppo più forte motivo, ed è la te stimonianza di Dionigi, il qual dice non ri levarsi da alcuna memorabile Istoria, che stato vi sia in Italia altro Pitagora anterio re al famoso Filosofo. Del resto, che il celebre Filosofo di questo nome nonsia stato a'tempi di Numa, con molte, ed incontrastabili ragioni Atelio Dionigi si prova, e di più ac cenna ciò, c h e diede occasione a questa voce sparsası nel volgo, e sono la venuta di Pitagora in Italia, la sapienza di Numa fuori dell'usato della nazion sua, a cui sipuò ag. giugnere la conformità della dottrina, ed il ritrovarsi presso alcuni antichi Scrittori, da cui non dissente Dionigi, che Numa è chiamato al regno il terzo anno della fedi cesima Olimpiade, il qual anno designarono dallo Dionyf. Halic.con dire, che fu quello appunto, in cui quel certo Pitagora Spartano avea riportato il premio de'giuochi Olimpici. E le pure è fondata quella taccia data a Dionigi di derivare da'Greci assai più di quello, che ragion voglia delle cose de’ Romani,Greco da lui efsendo Pitagora stimato, ben è da credere, che nel secolo, in cui eglivivea, fossero i dotii,uomini sicuri della falsità di questa popolar tradizione. Chiaro è adunque abbastanza, che nessun caso si volea fare di questa, quando da'più dotti fra' Romani, e fra' Greci fu non solo rigettata, m 3 confutata eziandio, e quando fondato sopra l'unanime consenso loro già esitato, non avea l'erudito Stanlejo di chiamarla fas vola folenne Quello, di cui abbiamo infino ad ora raa gionato,non risguarda il regno di Numa, m a tendeva ad accorciare i cinque seguenti Regni,ed inquestoluogo se*o'èdovuto trattare, perchè da cosa appartenente a lui ricavata era l'obbiezione. Facciamoci ora a considerare quelle ragioni, per cui accorciar debbasi il Regno di Numa medesimo. Pare adunque primieramente all'Autor nostro, che non Stanlejus in Hift. Philosoph. Io non fo rispondere altro a queste ragio ni,se non lasciare al giudicio di chiha fior di senno,sesianon solo maraviglioso, eri pugnante, ma soltanto fuori dell'ordinario corso delle cose, che, quando un uomo fia stato di singolare ingegno dalla natura for nito, e quand'esso abbia posto cura in col tivarlo, giunga in età di quarant'anni ad acquistarsi il grido di favio: tanto più che sappiamo aver Numa ha l'arte di conciliarsi venerazione presso gente rozza, e per conseguente superstiziosa, collo sfuggire il con  non potesse esser fornito nella fresca età,ei dice, di quarant'anni questo Re di tanta fcienza, e di cosi alto lenno 2 che già ri suonaffe la sua fama non folo pressoi suoi nazionali, m a ancora presso gli stranieri, e che il suo nome già dovesse far tacere in un subito ogni particolar riguardo, e le ani mosità delle parti, che per lo spazio di un anno intero contefo aveano fra loro dello Imperio. Che tale fosse la riputazione, che si avea della sua scienza, nelle cose divine, ed umane, che quantunque i Padri vedes sero la grandezza, che tornava togliendo il Re dalla nazion loro,nondime n o niuno ebbe ardire di preporre ad un tal uomo. alcuno a'Sabini, 7 f   consorzio degli uomini, dimorando ne'sagri boschi, col disprezzar le pompe, M a questo non è il tutto, segue a dire il nostro Autore. Tazio, che reggeva Roma insieme con Romolo, preso al grido della fapienza di N u m a, gli ditde Tazia unica sua figliuola in moglie; ed ancorchè dalla Storia non abbiasi in qual tempo ciò preci samente avveniffe, si può affermare senza tema di errore, questo essere avvenuto nei primi anni del Regno di Romolo dacchè Tazio morì prima della guerra co'Fidenati, e co'Camerį, cioè prima dell'anno sedice TACITO, Annal. Nobis Romulus ut  e le grandezze, e lasciar che corresse la voce dei suoi pretesi congressi colla Ninfa Egeria.La fama della sua giustizia non era tale da afa sicurar i Romani, che non sarebbono stati molestati da 'Sabini, quantunque essi avesse ro tolto il Re della nazion loro? Doveano finalmente concordare una volta i Padri, e stanchi forse i Romani, e mal foddisfatti, come quelli, che dato ne aveano non dubbj segni,del governo di Romolo, il qualpen deva al tirannico, fi contentarono di eleggere a R e loro un Filosofo. fimo, libitum imperitaverat.   fimo, o diciassettesimo del Regno di Romolo; e Plutarco inoltre atteita, che Tazia era morta, quando Numa fu chiamato al Regno, e che era vissutacon effo luilo spazio di ben tredici anni. Quindi ei rac coglie, che gran tempo innanzi fioriva la fama della fapienza di Numa, e dice,che, volendosi ritenere il compuro di Plutarco, sarebbe di necessità asserire contro ogni ve. risimiglianza, che all'età di soli venticinque anni la fama della fapienza di Numa fosse già tanta da indur Tazio Re ad allogare una fua unica figliuola con lui u o m o priva Ed ecco altre opposizioni,a cuidàsem pre il fondamento il folo Plutarco. E che fede fi dee prestar mai a questo Scrittore,  to, f2 е  onde conchiude non potersi fare a m e no di non dare un sessant'anni almeno a Numa, quando ad una voce fu eletto Re di Roma, e ne deduce, che se vogliamo, che, come s'ha dagli Storici, sia vissuto in fino all'età di ottantatré anni, avendo vent' anni più tardi, che non è la comune cre denza, incominciato a regnare, è neceffario, che di altrettanti fi venga ad accorciare il suo Regno. Plut. i n Numa. avanti lui? Per formarci una chiara idea della falsità del ragionamento del nostro A u tore, connettiamo alcune delle epoche di Plutarco, che è il suo Achille per questi due primi Regni col suo Sistema Cronologico. Tredici e più anni avanti alla morte di Romolo ei raccoglie da questo Storicoesser seguite le nozze di Numa con Tazia. Que sto Storico medesimo dice esser nato N u m a nello stesso tempo che Romolo innalzava le mura dell'alta sua Roma: ma vuole il nostro Autore, che di foli diciannove anni circa stato sia il Regno di Romolo, dunque ne seguirebbe a ritenere tutte queste e p o che di Plutarco,e congiungerle col suo S i stema, che nel fefto, o fettimo anno della età  e per rispetto almatrimonio di Numa con Tazia, e per rispetto all'esatto numero di anni, che vissero insieme, minute particola rità, le quali sfuggono agli stessi contempo sanei? D'onde ebbe egli si particolarinoti zie,che aver non potè non già ilsoloLi vio,ma nè pure l'accurato Dionigi,ilqua le tanta maggior diligenza usò nello stende re le sue Storie, che di maggior criterio è fornito, e che visse notabile spazio di tempo Plut. in Numa. 1 età fua N u m a avesse menato moglie, ridi colo affurdo, ed inverisimiglianza troppo maggiore al certo, che non sia quellad' averla menata nell' anno vigesimoquinto. So che rigetterà egli quest'epoca, poichè chia ramente scorgesi doversi secondo il suo Si Itema porre  f 3 la nascita di Numa quarant'anni innanzi alla fondazione di Roma; ma è da riflettere,che se di quelle, direi così, m i nute epoche, di cui favella Plutarco, non ne danno gli altri Scrittori un minimo cen no,nel mettere la nascita diNuma alprin cipio del Regno di Romolo, o là in quel torno, concordano tutti; poichè tanto asse risce Dione, lo stesso si raccoglie a un dipresso da Livio, ed infine l'accurato Dionigi dice che Numa quando giunsealSo lio, era vicino al quarantesimo anno, onde non essendovi, come a luo luogo opportu no abbiam mostrato ragione alcuna di ab breviare il Regno di Romolo, fi vuol pure secondo lui mettere circa a'prinċipj di Roma la nascita di Numa. Perlaqualcosa stra no dee riuscire, che l'Autor noftro rifiuti Dion. Cocej. in fragm. Peiresc. ex ed.Rei. quella mari Hamburg. LIVIO. Dionys, Halic. quella epoca di Plutarco, la quale è atte Iata dagraviffimi Scrittori,ed ammetta quel le, nello asserir le quali trovasi solo questo Stórico. E' adunque forza rigettare le epo che di Plutarco, e queste sue minute noti zie,non solo perchè incerte,ma perchèfe fi colgono tutte insieme mal congiungerli possono col Sistema del nostro Autore. Per rispetto poi a quelle parole di questo R e presso Plutarco, con cui rifiuta il R e gno, le quali pajono a lui disdicevoli i n bocca  M a concediamo, che queste particolarità accertate fieno, e n o n ripugnino col Sitte m a di lui le epoche stesse di Plutarco, che grande assurdo ne seguirebbe poi? Che Tazio avrebbe data lasua figliuola in isposa a Numa, mentre questi era di soli venti cinque anni;a Numa de'principali fra' Sa bini; a Numa, che già erasi acquistato per avventura riputazion d i fapiente; a Numa infine, che quantunque giovane, ben si può far ragione dal gran renno, che poscia di mostrò, che di venticinque anni uguagliasse molti uomini, i quali già fossero avanti nell' età. Qui mi pare in una parola, che la grandezza moderna abbia offuscato l'intellet to del nostro Autore nel recar giudizio dell' antica semplicità. E' ben vero però, che fa d'uopo fer marsi ancora alquanto intorno ad una sua considerazione, la quale entrambi gli abbrac cia,ma spero,chemi verrà fatto di dimo, bocca di un uomo di soli quarant'anni,già ne abbiamo sopra ragionato. .Basta aggiugnere, che quantunque proferite le avel le questo Re Filosofo in taleesà, male non gli sarebbono state in bocca. Forse tuttigli uomini hanno da potersi vantare di militar bravura? E quando vantatosene fosse,non era egli noto, che mai vissuto non avea fra l'armi? Concedası, che questa dote fosse necessaria ad un Principe in quelle circostan ed egli appunto mostrò di stimarla tale e per questo accettar non volea l'offertagli Corona. Non hanno pertanto da parer disdi cevoli, e vergognose in bocca di un Filosofo di quarant'anni, mentre Numa di tutt' altro pregiavasi, che di stare in full armi, ed avea preso b e n diverso cammino per giungere alla gloria. Laonde mi pare, che già li fia fatto chiaramente vedere, che per quello, che spetta a'due primi Regni, non avea l'Autor noftro per accorciarli. alcun bastantemotivo Itrare ze, f A (+) Cap ly.   Strare non aver questa maggior forza delle altre sue obbiezioni. Pare adunque all'Autor noftro improbabile, Tullo Ostiliori accendere petti de'Romani (nervati che abbia la bellica virtù ne® di sessantacinque anni dice risultare l'antica Crono logia da quarantatré anni del Regno di Numa, da un anno d'interregno, e da ven tuno pacifici già da una pace anni, i quali sessantacinque di Romolo. secondo potuto samente potuto Tullo Ostilio delta re dopo sì gran tempo Romani, e guidarli come ei fece si animo alla vittoria: fi ponga però soltan to mente alla pace, da cui uscivano i Romani, e biano interrotto l'ardor guerriero n e ' per qual guerra una e chiaramente fi verrà a comprendere, come ciò fia poflibile. tal pace ab Lasciando ora da parte, se quegli ultimi anni di Romolo sieno stati cosi pacifici come si dà a credere il nostro Autore, o fe almeno, come abbiamo sopra mostrato, non abbia quel bellicolo Principe mantenuti vivi gli spiriti marziali ne'suoi Soggetti; venia mo a vedere, fe ammettendo questasilun ga pace,ne risulti tale inverisimiglianza, per cui abbiasene a negar la possibilità. Tutta la ripugnanza consiste nel concepi come abbia те, La pace de'Romani non era nata dall' ozio, è dal timore, ma era una pace, che ben lungi dal paventar de'nemici era in istato di farsi temer da quelli:onde non dovea pure sembrare improbabile al nostro A u tore, che le circonvicine nazioni gelose della grandezza di Roma non ne abbiano turba ta la tranquillità. E che senno sarebbe stato il loro di romper guerra con un popolo pol sente, e valoroso, che vivea in pace bensi, m a in una pace lontana dalle morbidezze, dura, rigida,anzi feroce, che non le of fendeva in cosa alcuna, che dava speranza in fine di voler depor l'armi, confervar l' acquistato, nè più curarsi di estendere i confini? Aggiungafi inoltre di quai belle doti a b bia il saggio N u m a fornito i suoi soggetti pendente il suo pacifico Regno. Numa acconciò il popolo a Religione, e Divinità, per servirmi delle parole di Tacito, fu, vale a dire, datore di quel freno, e {pro ne sì necessario, promosse, favorì, e ftudioffi in ogni modo di farfiorirel’Agricoltura,co me hassi non già dal solo Plutarco, ma da Dionigi eziandio. Ora ciò posto non iscriffe Plut, in Numa, Dionyf, Halic. TACITO, Annal. Che A. Saggio sopra il Gentilefiro  go lo stesso noftro A., seguendo il parere del Segretario Fiorentino, che, se dove sono le armi, e non Religione, con dif ficoltà fi può quella introdurre, dove è Religione, facilmente si possono introdurre le armi? E in quanto allo avere un popolo di agricoltorinon avrà egliavuto probabilmen te sotto gli occhi una riflessione veramente aurea diPlutarco,laqualequestopiùFilo. fofo, che Storico inserisce nella vita di Numa, ed è, che, se in villa si perde quella temerità, e malnata voglia, che ci spinge a rapire le sostanze altrui, fi conserva però ottimamente tutto il necessario coraggio per difender le proprie? Che più? Non diceegli stesso, che quel Principe, che ha uomini può farne presto de'soldati, che un zappatore, un contadino li avvezza agevole mente a marciare, a patir caldo e gelo, alle fatiche, ed agli ordini della milizia? Ecco in qual maniera da que'robusti contadini, della Religion loro veneratori, amanti della patria abbia Tullo Ofilio potuto ben tosto crarre un poderoso esercito. A. Viaggi di Rusia ra, avere Che se altri poi si volgerà a considerare, per qual guerra abbia questo R e rotti gli ozj dellapatria, e spintii Romani all'ar mi, come s'esprime Virgilio, vedrà,che ca de rovinata del tutto la ripugnanza i m m a ginata dal nostro Autore. Nella prima guer che ebbero i Romani dopo il Regno di Numa, non trattossi di uscire dal proprio paese,e andarad invaderecon armata ma no l'altrui, trattosli di difendere i propri confini dagli Albani', che per gelosía d'ima pero vollero la guerra con esli, e le per avventura non si-sarebbono questi accinti di buon animo ad una straniera espedizione, è da credere, che non avendo ne'campi perduto il necessario coraggio per difende re il suo, con tanto maggior ardore moffi G fieno a rintuzzare la forza degli ingiusti aggressori. Che tali poi fieno stati gli Alba ni, avvegnachè Livio secondo l'usanza fua distintamente non ne favelli, non ce ne lasciano dubitare e Diodoro Siculo, e lo Atesso tante volte lodato Dionigi. Per ciocchè il primo dice, che finfero gli Alba ni di aver motiyo di lagnarside'Romani per LIVIO Diod. Sicul. excerp. Legat. Dionys Halic. iRomani sia per gara di primato, sia a cagione di questo stesso maltalento, che contro esli gli Albani dimostravano, non mancassero di corrisponder loro in malevolenza, e già in questo modo fparli fossero que'semi di odio, i quali scoppiarono poi in guerra manifesta. Nè tralasciarfidee,cheilnuovoReTullo Ostilio già erasi colle sue belle qualità cat tivato l'affetto de'Romani, e col distribui re a'bisognosi cittadini certe terre, le quali aveano appartenuto a'due primi Re, come scrive Dionigi, avea già dato ad effi  avere un pretesto di muovere contro esli, come quelli, che portavano invidia alla p o •tenza loro; e Dionigi attesta, che Cluilio Dittator di Alba volle la guerra co’Roma ni, e permise a'suoi di dare il sacco impu nemente alle terre loro.Aggiungafi, che gli Albani, come sopra abbiam cacciato una parte del popolo loro, la qua le a persuasion di Numitore, che per rego la dibuon governo volea purgarne laCittà lua,era ita con Romolo probabile, che vedessero di mal occhio cre sciuta a tanta grandezza una Città formata de’rifiuti loro, e che d'altra parte riferito, avean a Roma, onde è mo 1 Diony. Halic.  motivo di sperare di dover condurre una vita felice sotto il governo di lui. In abbiano Regni di Tullo Ostilio, Anco Marzio, Ccoci ora giunti al Regno di quel Tullo Oftilio, che meritò di nuovo corona per la sua perizia militare, e guidò alla vittoria. pure il nostro Autore, che d'alcun poco s'ac VIRGILIO, Aeneid,  potuto cor Patria si cara, e che già per le civili, e militari virtù di Romolo, e per lo senno di Numa salita era ingrande stima,ed ono re presso le vicine nazioni. difendere una Eccoci e Tarquinio Prisco. que Ita maniera resta verisimile, che i Romani robusti, e valorofi com'erano dilornatura, offesi da un popolo ad essi odioso, governati, e retti da un favio, e prode Principe, che amavano, Agmina J a m desueta triumphis Questo Regno adunquenon meno diquello del suo fucceffore Anco Marzio defidera   Vero è, che si potrebbe in primo luogo fospettare e dell'età si avanzata di Anco e della stessa asserzione, che questo R e alla morte sua non avesse un figliuolo, il quale giunto fosse alla pubertà. Perciocchè il n o Itro Autore da un'epoca del suo Plutarco raccoglie, che giunto già foffe Anco all' anno sessantesimoprimo dell' età sua, quan do venne a morte, prestando intera fede a questo Storico, allorchè dice, che Anco ni pote di N u m a per parte di una figliuola alla morte dell'Avo già era nel quintoanno dell' età fua; minuta particolarità, di cui egli folo c'instruisce, non facendone motto non solo Livio, m a nè pure Dionigi, entrambi  corcino, avvegnachè non possano chiamarfi di lunga durata, non giungendo ilprimo se non a trentadue anni, ed il secondo a ven tiquattro, secondo la Cronología comunemente ricevuta; e la ragione, che lo spinge ad abbreviarli, non è altra, se non l'improba bilità, che, secondo lui, risulta dal doversi ! fupporre nell'antico Sistema, che il Re Anco Marzio fia morto nella età di anni fel fantuno senza aver figliuoli, i quali già per venuti fossero alla pubertà. Plut. in Numa in fine. i   fe dati questi per ne nyf. Halic. LIVIO. Jam filii  i quali fi restringono a dire, che questo R e nipote era per via di una figliuola del Re Numa. Nè certaèpurequell'altraal serzione del nostro Autore, che alla morte di Anco non fosse ancora alcun suo figliuo lo giunto alla pubertà: perciocchè, te LIVIO descrivendo non troppo accuratamente quel primo secolo di R o m a secondo l'ufan za fua,diceallasfuggita,cheifigliuolidi Anco erano vicini alla pubertà, Dioni gi, il quale con occhio più diligente scorse que'tempi, attefta, che uno de'sopraccen nati figliuoli era già pervenuto alla pubertà, e l'altro ancora fanciullo (e). Dubbiosi sono pertanto,per nondirfalsi,ifondamentidella difficoltà. Vediamo ora, veri fia almeno questa convincente". Perdonimi  A.; ma io debbo con fessare, che quando lessi questa parte del suo Saggio,non potei fare a meno di non com piangere m é costesso la deplorabil sorte della umana ragione, non potendosi coloro, che LIVIO. NumaePom pilii Regis Nepos filia ortus Ancus Martius erat.Dio prope puberem aetatem erant. Dionys, Halic. ne fanno la gloria, qual certamente egli era liberare da'pregiudizi pienamente. Grave presunzioneinvero contro alla giustiziadella causa si è l'esser forzato un u o m o del suo senno a ricorrere a tali ragioni per sostenerla. La grande impressione, che avea fatto in lui il Sistema Cronologico del Neutone, 1'opinione, che aveva della dottrina di quefto Filosofo fecero sì, che lasciò sfuggir dalla penna certe ragioni, le quali eglim e desimo, le altri gliele avesse opposte, non avrebbe né m e n o degnate di risposta se è da credere, che tutti gli uomini facciano, e d Anco medesimo abbia fatto quello,che pru dentemente far fi dovrebbe. Se finalmente anche concesso, che ne'giovani suoi anni abbia   Lascio pertanto al giudizio de'giusti matori delle cose, se l'esser morto il Re Anco Marzio in età di anni sessantuno fen za aver figliuoli, i quali trapassasseroiquac tordici ami, sia tale inverisimiglianza, che ci sforzi a negar fede a'più gravi Scrittori delle cose Romane di que'tempi, e lascio per conseguente pure al giudicio loro, fe, fupposto, cheil partito prudente fosse di tor moglie, essendo egliancor giovane perpo terlasciare, come l'Autor nostro s'esprime, dopo le figliuoli attial governo, esti abbia tolto moglie, sia cosa inverisimile, che se non tardi abbia avuti figliuoli,o pu re morti fieno avanti lui i primi,non rima nendovi che gli ultimi. Tutte queste cose, come dicea,io le lascio al giudicio de'let tori, e mi reftringerò soltanto a dimostrare, che la speranza, la quale prudentemente a y rebbe potuto nodrire, che i suoi figliuoli poteffero succedergli nel Regno, non era tale da spingerlo a tor moglie affai per tempo, la qualcosa per recare ad effetto mi con verrà indagare attentamente quelle leggi, o per dir meglio costumanze,secondo cuicrea vanli i Re di Roma; tanto più che, oltre all' effere materia per se importante, non ci riuscirà forse inutile l'averla trattata nel de. corso di queste osservazioni. Chi dunque prende a considerare la con ftituzione del governo di Roma a que tem pi,hadapormente innanzi di tutto,che le cose non erano ordinate, come sono negli Statide'giorninoftri, ma chesenonrego lavansi gli affari del tutto all' avventura, elea  forza, e l'accortezza aveano per l'ordina rio'non poca parte nelle deliberazioni. Dif ficile pertanto sarebbe trovare le leggi fone damentali, secondo cui fissata fosse la suc cessione al Trono, ovvero il modo della la g   A due capi ridur si può la base della constituzione di qualunque Stato: al modo, con cui si e leggono, od intendonsi eletti quel Principe, o que' Magistrati, che hanno da reggerlo, ed alla autorità, che questi hanno sopra i loro soggerti. Della autorità, che i Re di Roma avessero soprailorosog getti, non appartenendo punto alla presente quistione, io non farò parola. Chi deside raffe per avventura d'esserne informato, potrà ricorrere a Grozio, ed al Cellario ed a que'luoghi degli antichi Scrittori da essi accennati. Mi volgerò bensì a mostra che Grotius de Jure Belli et Pacis Chriftoph. Ceilar. Breviar. Antiq. Roman..feff.1.1 elezione: tuttavia connettendo alcuni luoghi degli Scrittori, e facendovi sopra alcune ri flessioni, verremo in chiaro, per quanto comportar lo possa un si rimoto secolo, di quelle consuetudini, le quali, secondo c h e io stimo, tenevano luogo presso i Romani di leggi fondamentali. per quanto raccoglier si poffa dalle scarse notizie di quella età il Regno di Roma piuttosto elettivo, che altro chiamar li dee. re, 1 E 03.120.  ma E prima di tutto, le dalla qualitàde'Re, i quali fuccedettero l'uno all'altro, si può ricavare alcuno indizio, certa cosa è, che in que'sette Regni mai figliuolo non succe dette al padre, che anzi tutti furono di di verle famiglie. Non parlo di Tarquinio il Superbo, il quale non per giusta strada, m a colla forza, e per mezzo delle scelleratezze giunse al Trono, a cui mai sarebbe in al tro modo pervenuto.Veda adunque l'Au tor noftro, se dalla elezione di Anco, che nipote era per via di una figliuola di N u che non subito dopo il Regno dell' Avo,ma dopo quello diServioTullioasce se al Trono, inferir se ne possa, che piut tosto pendesse ad essere successivo il Regno di Roma. Che se Tarquinio Prisco allonta nò da Roma i figliuoli di Anco nella ele zione del nuovo Re, la qual precauzione egli s'avvisa dimostrar, che vantassero que sti giovani diritto al Trono,si vuol notare, che tutto facea per li figliuoli di Anco,per muovere i Romani a conceder loro il Regno, e tutto era contrario a Tarquinio. Erano i primi discendenti da N u m a figli uoli di Anco Principe, che congiunto avea le più belle qualità de'suoi antecessori, o n de è detto da Livio uguale a qualunque de' pal. g 2  Pa  LIVIO. Medium erat in Anco ingenium,& Numae, et Romuli memor. Id. ibid. Cap. 14. n. 35. Cuilibet fuperiorum Regum belli ) Dionyf. Halic. Lib. III, pag. 184.  1 Too  passati R e nella gloria delle arti sia di Sequitur jactantior Ancus Nunc quoque jam nimium gaudens popu laribus auris. Uno di questi poi secondo Dionigi già era alla pubertà pervenuto.Laddove Tar quinio oltre ad essere straniero essendo stato dal morto Anco fuo fingolar benefattore d e ftinato per tutore a'suoi figliuoli, la qual cosa fece per avventura, lusingandosi, che avrebbe egli tentato ogni modo di aprir loro la strada al Trono,nè per gratitudine questo dovendofi fupporre ignoto a' R o m a ni, certa cosa è, che eravi ragion di teme re per lui di non poter ottenere il suo in tento, quantunque il Regno fosse elettivo, se i figliuoli di Anco avessero potuto chia marlo, esponendo a' Romani i meriti del paces che di guerra, e quello, che è più grandemente amato dal popolo,secondo che disse Virgilio in que'suoi versi, ove più da Storico, che da Poeta favella. pacisque,& artibus, et gloriapar. Virgil. Aeneid. Padre loro, la di cui memoria era ad effi si cara. Sapea benissimo l'astuto, ed a m bizioso Tarquinio, qual impressione far p o tea nel popolo l'aspetto de' giovani Princi pi, ed il rinfacciargli, che avrebbono fatto la sua ingratitudine. Temè pertanto la pre senza loro giustamente, e trovò m o d o di allontanarli da’ Comizj. Dal fin quì detto chiaramente risulta, che non ostante i pregj, che vantavano i figliuoli di Anco, essendo stati esclusi dal Trono, a cui quantunque per molti motivi gliene dovesse esser chiusa la strada, fu innalzato Tarquinio, ben lungi dall'inferire da questo allontanamento, che nella elezio. ne del R e i voti stessero ordinariamente per la ftirpe Reale, 'avendo un tale allontana mento bastato ad escluderli, se ne dovea a più buona ragione dedurre, che i Romani niun riguardo avessero al sangue Regio nella elezione del Re loro. min, Alienum quod exaétum: alienioremquod ortum Corin tho:faftidiendum quod mercatore genitum: erubefcendum quodetiam exule Demararo narum patre, VALERIO MASSIMO, Ma veniamo ora con testimonianze degli Storici a dimostrar maggiormente il diritto de'Romani nell'elezione de’ re loro, eco.. g3  ininciando da Livio: Servio Tullio, dice questo Storico, avvegnachè foffe coll'uso al possesso del Regno, tuttavia perchè sa peva, che il giovane Tarquinio andava dif ieminando esso regnare senza ordine espres so del Popolo, conciliatosi il buon voler della plebe col distribuir certe terre tolte a’ nemici, fi arrischio di porre in deliberazio ne a'Romani, fe volevano, ed ordinavano, che regnasse o no, e con tanto general c o n senso, con quanto per lo innanzi alcun al tro giammai Re fu dichiarato. Ove è da notare,che Tarquinio il Superbo per farsi strada al Trono non vanta già i suoi diritti come figliuolo di Re, nè taccia Servio di usurpatore, perchè coll'occasione di a m m i nistrar la tutela di lui era giunto al Princi pato, m a dice, che fenza espressa elezione del popolo Servio Tullio governava il R e gno: e Servio per dileguar que'rumori,non risponde già non essere un tal consenso n e cessario, ma, assicuratosi prima dell'affetto quam jam ufu haud dubie Regnum poffederat; tamen quia interdum jactari voces LIVIO Serviusquam del a juvene Tarquinio audiebat fe injusu populi regnare, conciliata prius voluntate plebis, agro capto ex hoftibus viritim diviso, aufus eft ferre ad populum, vellent juberentne fe regnare: santoque consena fui, quanto haud quisquam alius ante, Rex eft declarcius;   # Questo è quanto dice Livio lo Storico, di cui l'Autor nostro maggiormente si pre gia; m a per dare a vedere con alcun altro Scrittore la verità medesima, a chi della a u torità del solo Livio non si volesse appaga consideriamo c o m e parla lo ítesso S e r vio presso Dionigi per difendersi dalle accu fe di Tarquinio: mentre io era disposto (ei dice adunque a Tarquinio ) a rinunciare il Regno i Romani mi trattennero, sulqual Regno essi hanno diritto, e non voi altri, o Tarquinj; quindi prosegue: siccome al vostro Avo (cioè a Tarquinio Prisco ) fu dato il Regno, quantunque estero, ed alie nisfimo dalla cognazione diAnco, sprezzati i figliuoli di Anco non fanciulli e nipoti, m a nel fiore dell'età loro, nello stesso modo a m e f u concesso, perchè il Popolo Romano non un erede del Padre metre algo verno della Repubblica, ma un personaggio veramente degno del Principato. Tutto questo vien confermato dalla con g4  'del popolo, pone in deliberazione a’Romani, le volevano, che seguitasse a reggerli, cose tutte, che l'autorità del popolo nella elezione de'Re appieno dimostrano. dotta 1 re, (in) Dionyf.Halic. dotta di Tarquinio Prisco verso i figliuoli di Anco; chi si vorrebbe dare a credere, che un uomo cosi accorto avesse commesso tale inconsideratezza di lasciar dimorare in Roma questi Principi, e non proccurare di al lontanarli per destro modo da quella Città se avesse loro usurpato il Regno? Bisogna credere, ch'ei s'avvisasse dinon esser reo d'ingiustizia veruna contro d'essi, non altro avendo fatto, se non usare una destrezza per ottener dal Popolo una cosa, di cui questo poteva liberamente disporre. Vero è, che sia Anco Marzio, fia Tare. quinio Prisco, destinando per tutori de'pro pri figliuoli personaggi, i quali doveano ef sere per ogni ragione ad elli tenuti grande mente, si lusingarono, che questi proccurasse roa'lorofigliuoli quelRegno, cheime desimi procacciarono per fe, servendosi per l'appunto del credito acquistatofi penden te il governo de'benefattori loro. M a que sta cura medesima, ed il non aver sortito l'effetto desiderato da que’ due Re, dimo-. ftra vie più il poco riguardo, ch'avea il Popolo Romano al sangue Reale nelle ele, zioni de’nuovi Principi. Del resto, se da quel general ritratto de? costumi de'Romani di que'tempi, che racs  Troppo parrà a taluno, che dilungato mi fia in questa materia, la quale in vero non avrei trattato così ampiamente, se non mi fosli dato a credere, che anche prescinden Montes Esprit des Loix LIVIO cogliesi dalla Storia, si può trarre qualche congettura, essendo propria di popoli rozzi peranco e semibarbari una costituzione in forme di governo, non è da credere, che la successione al Trono di padre in figliuo lo stabilita fosse tra esli, essendo questa frut to di secoli più colti, e per recar finalmen. te la testimonianza di qualche moderno Scrit tore ', che questa verità abbia riconoíciuto, basterà per tutte quella del Montesquieu, il quale asserisce chiaramente e fuori di verun dubbio, che il Regno di Roma era elettivo. Veda adunque l'assennato lettore, se la SPERANZA di lasciar figliuoli atti al Regno allamorte fua era tanta da muover Anco a tor moglie assai per tempo, e se anche c o n cedendo tutte le conseguenze, che da que Ro matrimonio cosi per tempo contratto ne deduce il nostro Autore, le quali altri forse non avrebbe alcun ribrezzo a negare il fon damento, che a queste ei pose, siastabile, e fermo fufficientemente. do do dalla nostra quistione, non sarebbe per avventura riuscito discaro il veder posto in pieno lume untal punto. Tempo è ora, che veniamo al Regno di Tarquinio Prisco. Se de'Regni di Tullo Ostilio, ed Anco Marzio toccò per così dire soltanto alla sfug gita il nostro Autore, di troppo più forti r a gioni fi crede afforzato per accorciar la d u rata di quest'ultimo. E qui debbo di nuovo avvertire, che l'essersi egli appagato degli scarsi racconti di Livio, e il non aver rivolto l'occhio a quel lume, che mena di ritto per l'oscuro calle di que' primi tempi di Roma, voglio dire a Dionigi, è stato cagione dell'aver egli ritrovate ripugnanze, che non vi sono. Strana a lui pare, per istringere le sue ragioni in breve,la disfimu lazione de' figliuoli di Anco, che per tren totto anni aspettarono luogo e tempo vendetta, e vendetta ei dice eseguita contro un usurpatore del Regno in pregiudizio loro, avvegnachè fosse itato instituito tor di essi dal Padre medesimo. E d'altra parte a lui pare, che troppo grande disdet ta sia stata la loro, che di tanta dissimula zione dopo aver indugiato intino alla età di cinquant'anni ad operar quel fatto, non ne abbiano colto frutto alcuno alla tu. tuttociò essendo cona rimasi esclusi dal Trono. per altro grido di accurato nel raccogliere i fatti descritti dagli Antichi, e il di cui difetto non è la brevità, cioè, ch'essendo stato ucciso il famoso Augure Accio Nevio colui, di cui si racconta il prodigio vero o supporto della cote tagliata col rasojo, i figliuoli di Anco attribuirono questa uccisione a Tarquinio, fia perchè, essendo il R e entrato in pensiero di far m u tazioni nelle leggi, temeva non gli dovesse di Ma se avesse egli consultato Dionigi, avrebbe veduto, che vero è bensì aver in terposto i figliuoli di Anco trent'otto anni tra la ingiuria, e la vendetta in questo fen fo, che potessero recate ad effetto le loro crame, ma vero poinon è, che in questo frattempo questa medesima scelleratezza altre volte macchinato non avessero,laqual cosa non sivenne a sapere,se non dopochè eb bero eseguita quella tragedia: Chiaramente in farti asferisce Dionigi, ove narra la morte di Tarquinio, che coteíti figliuoli di Anco più volte aveano tentato di togliergli la vita, che anzi aggiugne questa partico larità, omeffa da uno Storico moderno, il quale ha Dionyf. Halic. Rollin Hift. Rom.  di nuovo efier contrario questo Augure,coa m e altre volte trovato lo avea, sia perchè egli non fece le necessarie ricerche per stato a  1 conoscere, e punirne gli uccisori. Riconci liolli Servio Tullio con Tarquinio, ma avendolo ritrovato facile al perdono, dopo tre anni il messero a morte nel modo, che de scrive Livio. Dirà taluno non esser da cre dere, che abbia Tarquinio sì facilmente p e r donato un tale attentato a'figliuoli di Anco; m a forse vero era ciò, di cui l'accagiona vano, e se ne avesse mostrato risentimento, avrebbe dato peso all' accusa. Del rimanen te è da credere, che note non fossero a Tarquinio le antecedenti macchinazioni, perchè dicendo Dionigi unicamente a proposi to di quest' ultima, che lo ritrovarono fa cile al perdono, dimostra, che le altre giun te non erano a cognizione di lui; onde cagion di quella accusa, ben avesse egli m o tivo di tenerli per malcontenti, ma non a segno di volergli toglier la vita. ri che allora pre Anzi di più è da notare cipitarono l'impresa i  figliuoli di Anco, quando sividero chiusa lastrada dipoteredopo la morte del vecchio R e, esponendo i m e riti del Padre loro, procacciarsi il Regno; voglio dire quando giunto Servio inalto   stato presso a Tarquinio, ed instituito tutor re de' figliuolidilui, vedevano, chequesti amato, e ten Tutto questo succeduto non sarebbe, se fosse stato, come pensa l'Autor noftro, Tar quinio un usurpatore, poichè non avrebbo no dovuto tentare tante obblique strade, usar tanta diffimulazione, ed è da credere, che più facilmente, e più presto sarebbono forse venuti a capo de'loro disegni. M a già so pra abbiam messo in chiaro, ch'elettivo ef Tendo ilRegno di Roma ingrato bensi, e sconoscente ad Anco fuo benefattore non usurpatore chiamar fi può Tarquinio Prisco. Strano pertanto non dee riuscire che abbiano frapposto i figliuoli di Anco trentore'anni non già tra l' ingiuria, e la e riverito da'Romani poteva con tro esli servirsi del credito rante ilRegnodi Tarquinio.Fecero per tanto pensiero di arrischiare il tutto iare, le poteva loro venir fatto con una d i {perata impresa di far levare il popolo a r u more,presso cui(prestando fededileggie ri l'uomo a quello, che spera ) stimato a v ranno, potere ancor molto la memoria del di quel Trono, a cui avvisavano di non poter giugnere in Padre, e così impadronirsi altro modo. acquistatofi du ma de   deliberazione, che fecero di vendicarsi,m a tra l'ingiuria, ed il vedere la vendetta loro eseguita non sarebbe questo il solo esempio, che delle contraddizioni c'instruisca dello spirito umano. Non avete, dice pure egli stesso A. Disc,milit.Disc.Sopra la Giornata di Maxen.  Non fa ora quasi più mestieri di farmi a dimostrare, che per non aver esli colto al cun frutto dalla loro lunga dissimulazione, non sidee,come fa l'Autornoftro,negare, che di trentotto anni stato non zio di tempo, il qual corse dalla morte di Anco a quella di Tarquinio Prisco. E chi non sa, che moltissime volte non riescono ad uomini avvedutissimi i loro disegni? Dice pure lo stesso A., che l'efito il quale importa il tutto innanzi agli occhi del volgo, è nulla innanzi a quelli del fa vio? E d ancorchè fuppor fi volesse, che i figliuoli di Anco, i quali aveano per si lungo tempo con tanta cautela l'affare, non avessero poi usate condotto le dovute della c o n giura, non farebbe questo, per servirmi di avvertenze nell'ultimo scoppiar nuovo delle parole di lui in altra sua o p e sia lo spa tan ra  tante volte veduto la medesima nazione, il medesimo uomo prudentissimo ragionevolisii m o in una cosa, imprudente, ed irragione vole in un'altra, benchè in ammendue gli dovessero pur esser di regola le stesse m a l fime, gli itefli principi? Del rimanente chi la, se non si farebbo no gli uccisori impadroniti del Trono, quan do Servio Tullio, e Tanaquilla non foliero stati così avveduti, come e'furono? A tutti è noto, che Tanaquilla fece correr voce, che Tarquinio ancor vivea, affinchè niente si tentaffe di nuovo, e Servio avesse c a m ро di premunirsi. Onde possiam conchiude re, che nè pure in questoRegno diTar quinio vi è ripugnanza tale tra i farti, e le epoche, che ci sforzi ad abbreviarlo. Regni di Servio Tullio, e di Tarquinio E il non aver consultato Dionigi traffe più volte l'Autor noftro in errore, secondo A. Dialoghi sopra l'OtticaNeuron, quello, SE Superbo. Dialog. Per venire adunque prima di tutto alle ragioni, per cui giudica l'Autor nostro d o versi abbreviare il Regno di Servio Tullio: fu Servio, ei dice, ucciso da Lucio Tarquinio, di poi cognominato il Superbo, che voleva ricuperare il Regno paterno toltogli d a effo Tullio, uomo intruso, e dischiattaser vile,e fu ucciso dopo un indugio di qua rantaquattro anni, il che, segue eglia dire, vie maggiormente pare inverifimile a chi fa considerazione, che questo Tarquinio era già uomo da menar moglie, allorchè Servia Tullio divenne Re, ch'egliera dispiritiol tre quello, che abbiam sopra dimostrato, onde ritrovò irragionevolezze, ed inverisimiglian ze tali, che stimò doversi di sì lungo trat to di tempo abbreviar la durata de'Regni de'RediRoma,ilnon aver rivolto lo sguardo a questo Storico assurdi gli fece rinvenire in questi due ulti mi Regni. Perciocchè in vero gliere le difficoltà mosse de'cinque primi Regni contro la durata non avrebbe molte volte fairo mestieri d i mente a Dionigi; m a più difficile riuscireb be il rispondervi per rispetto ultimi,se non si face fleuso della autorità di lui. troppo maggiori ricorrere necessaria. a questi due, per iscio 1   che abbrancato Servio nel mezzo della persona lo si portò di peso fuor della Curia,e gittollo giù perli gradini;ora sea quarantaquattro anni del Regno di Servio si aggiungono venti circa, ch' eidovea ave re alla morte di Tarquinio Prisco,verrà ad esser vecchio di sessantaquattro anni, allor chè dimostrò tanta gagliardía. Questi sono i motivi, per cuistima l’Au tor nostro esser più inverisimile aver Servio regnato quarantaquattro anni, che Tarqui nioPrisco trentotto.Già abbiamosopradi mostrato non esser punto contraria a'fatti la durata del Regno di Tarquinio, ora verre mo a far vedere effer non meno verisimile la durata del Regno di Servio, che quella non  tremodo ardenti, ed ambiziosissimo,.e v e niva tuttodi stimolato ad occupare ilRegno da Tullia sua moglie femmina trista fopra ogni credere, e malvagia. Dal che ne c o n chiude esser m e n o probabile, che Servio Tullio abbia potuto regnare quarantaquattro anni, che Tarquinio Prisco trentotto. Oltre di questo ei riflette, che Lucio Tarquinio, il quale vivente Servio Tullio è sempre q u a lificato giovane, fosse tuttavia giovane, e robusto alla fine del Regno di quello, la qual cosa egli arguisce da ciò, che fi leg ge, LIVIO Tuumeft..... non sia del suo antecessore. Desidererei per tanto prima di tutto lapere, onde abbia r a c colto l'Autor noftro quella particolarità,c h e al principio del Regno di Servio già fosse Lucio Tarquinio in età da menar moglie. Di questo non m i venne fatto di ritrovarne parola presso gli Storici, e non mi posso persuadere, che perchè Livio descriven do le azioni di Servio pone prima di tut to aver egli date in ispose due sue figliuo le a Lucio, ed Arunte, per questo abbia l' Autor nostro stimato di poter mettere q u e sti due matrimoni al principio del Regno di Servio: perciocchè in questo caso ognun vedrebbe sopra quanto fallace congettura egli avrebbe avventuraro questo fatto. M a quando pure da Livio ciò ricavar fi potesse, vorrei di più, ch'altri mi sciogliel se questo nodo, cioè se a tale età già per venuto era Tarquinio Superbo alla morte di Tarquinio Prisco, c o m e riuscir poffa proba bile, che Tanaquilla con quelle si eloquenti parole eforti presso Livio Servio Tullio a Servi fi vir es Regnum, non eorum, qui alienis mani. bus peffimum facinus fecere: erige'te Deosque duces re. quere, qui clarum hoc fore caput divino quondam circum Desidererei pure, ch'altri insegnar mi sa pesse ilmodo dicomporre insieme l'aver Tanaquilla un figliuolo giunto alla luccenna ta età, ed il proccurar, ch'ella fa il R e gno a Servio piuttosto, che a Tarquinio suo figliuolo. E d ecco che senza rivolgere al tro Storico, che il folo Livio, dando vento anni circa a Tarquinio Superbo al princi pio del Regno di Servio, ne risultano in verisimiglianze grandissime, per toglier le quali altro far non si potrebbe, che suppor re fanciullo Tarquinio Superbo alla morte di Tarquinio Prisco; il qual partito essendo a prendere le redini del Regno ancor manti del sangue di Tarquinio Prisco, e a vendicar la morte dell'uccilo fuo marito, A m e sembra, che ad una tal vendetta ad ogni m o d o piuttosto ella proprio figliuolo, se questi già pervenuto era al ventesimo anno dell'erà sua, ed è ben da credere, che u n giovane Principe nel fior de'suoi anni facesse troppo più m e morabil vendetta della uccisione del Padre di quello, che fosse per fare Servio Tullio. fufo igni portenderunt: nunc te illa coeleftisexcitesflama ma:nunc expergifcerevere:& nosperegriniregnavimus: qui fis non unde natus fis, reputa: Si iua, re subita 2 confilia torpent, at tu mea confiliafequere. animar dovesse il fu quello, Posto ora adunque, che ancor fanciullo fosse TarquinioSuperbo alprincipio delRe. gno di Servio Tullio, ne segue, che da lui allevato, non avendo vedute. le grandezze del Regno dell'Avo, del quale lapea. aver Servio vendicata la morte collo allontanarne dal Trono gli uccisori, e per ultimo stret to seco lui in vincolo di parentado, e spe rando di succedere ad un uomo già oltre negli anni per commettere la scelleratezza che commise, dovettero concorrere questi due impulsi, vale a dired' avere a lato una malvagia, ed ambiziosa femmina, e d'ef fer fuori di speranza di poter succedere a Servio Tullio, avendo questi, come ce ne affi e  quello, che toglie tutte le ripugnanze, d altra parte non raccogliendosi dagli Stori ci, di qual' età precisamente ei fosse alla morte di Tarquinio Prisco, sarebbe quello, che prendere li dovrebbe.M a non abbia m o bisogno di congetture, poiché, che Tarquinio Superbo fosse per anco fanciullo, non figliuolo, ma nipote di Tarquinio Pri sco, chiaramente viene attestato da Dionigi; il che dovremo di nuovo notar più fotto. Dionys. Halic. re frapposto qualche indugio, affinchè m a • nifeftamente n o n risaltassero agli occhi i d e suno  5 che ci dicono gli Storici (e), per potere stringere quel scellerato matrimonio, fra l'una delle quali, e l'altra avranno p u assicurano Livio, e Dionigi, fatto pen fiero di rinunciare il Regno, e dare la lic bertà a Romani. Ma è da avvertire, che forse qualche notabil tempo trascorse oltre il ventefimo anno del Regno di Servio, innanzi che si congiungessero con quelle infa m i nozze Lucio Tarquinio, e Tullia: per. ciocchè, fupponendo, che avanti al vente fimo anno del Regno suo non abbia Servio date le sue figliuole in ispose a' Tarquinj, ad ognuno è noto, che Tullia moglie era di Arunte, e non di Lucio, e Lucio a m m o gliato era coll'altra figliuola di Servio, o n de ebbero a passare per tutte quelle scelle ratezze, litti loro. Credo poi veramente, che dopo ch' ebbero coronate le commesse iniquità colle nozze, non si debbano per modo nef h3 LIVIO  tani mite tam moderatum imperium deponere eum inani. mo habuisse quidam Auctores funt, ni fcelus intestinum li. berandae patriae confilia agitanti interveniffet. Dionyfi Halic. LIVIO. Dionyf. Halic. che la ragione, per cui finalmente val sero preffo Tarquinio le persuasioni della sua rea moglie, fu l'aver questi inteso c h e Servio volea dar la libertà a’ Romani, alla qual risoluzione forse fu egli spinto princi. palmente dalle malvagità della figliuola, e di Tarquinio. Vedeva egli benislimo che Tarquinio da lui giudicato indegno del T r o no,appunto perchè tristo,giàdovea forse essersi formato una fazione di ribaldi pari suoi, e che dopo la morte di lui o avreb be forzato i Romani ad eleggerlo a Re lo ro, o pure quando avessero avuto tanto co raggio di eleggerne un altro, prevedeva, che avrebbe tentato ogni mezzo, ed anche accesa una civil guerra per giungere al Trono. E d'altra parte Tarquinio Superbo, se con questa risoluzione di Servio non sifosse veduta tagliata ogni strada, non avrebbe avventurata la sua fortuna e la sua vita LIVIO. Initiumcura  suno passar sotto silenzio i continui stimoli di una donna, quale si era Tullia, onde a buona ragione abbia detto Livio (F), che il principio di sconvolgere ogni cosa da una donna ebbe origine: m a contuttociò io sti me mo, bandi omnia a foemina orium ift   Tolti ora diciannove o venti anni dalla età, che aver dovea Tarquinio il Superbo, onde venga ad essere di soli quarantaquat sro o quarantacinque anni, e non di sessan taquattro, quando gittò giù per ligradini della Curja Servio Tullio, non parrà più in nessun m o d o inverisimile tanta gagliardía. Senzachè io lascio al giudicio degli assen nati, se, anche concedendo, che di sessan taquattro anni abbia Tarquinio fatta una tal prova, menandosi allora una vita più dura, e per conseguente più robusta, ed essendo Tarquinio riscaldato dalla collera, sia poi cosa da farne tanto le meraviglie.Onde mi pare di potere a buona ragion conchiudere, medesima come fece, ma servito fifareb be della fama dell'Avo suo dopo la morte di Servio, che già era oramai pieno di anni per farsi elegger Re da'Romani, cosa, la qual potea giustamente sperare potergli riu sčir più agevole, che d 'intraprendere, com ' egli fece, di usurpare il Regno vivente lui medesimo. Ben vedea, che se tentato avel 1 se inutilmente questo passo di trucidare il suo Suocero, ed impossessarsi coll'armi del Solio, non gli rimaneva più speranza alcu na. Non arrischiò adunque iltutto, senon quando si vide in procinto di tutto perdere. chę ) <che siccome non v'ha motivo di accorcia. re i precedenti Regni, così nè pure ve ne ha alcuno per accorciar quello di Servio Tullio. Siamo finalmente pervenuti al Regno dello steffo Tarquinio Superbo ultimo Re di Roma. La principal ragione, che adduceľ Autor noitro per abbreviare il Regno di lui, e che abbraccia anche i Regni di Tarqui nio Prisco, e di Servio Tullio, è questa. A c cadde,ei dice, che verso la fine del Regno di Tarquinio Superbo, Sefto Tarquinio, e Tarquinio Collatino essendo a campo ad Ardea, vennero a contesa chi di loro avesse moglie più onefta; d'onde poi nacque, c o m e ognun fa, il Consolato, e la libertà di R o m a. Ora questo Tarquinio Collatino a quel tempo secondo le parole di LIVIO era giovane, e secondo lo stesso Autore era figliuolo di Egerio, a cui Tarquinio Prisco suo Zio commise la guardia di Collazia Città novellamente acquistara nella guerra S a Regiiquidem juvenes interdum orium conviviis comeslaf. fionibusve inter fe terrebant; forte potantibus his apud (fratris hic filius erat ) Collasiae in praefidio relictus  bina, Sextum Tarquinium incidit de uxoribus mentio etc. LIVIO. bina, e ciò fu verso il principio del Regno di Tarquinio Prisco, il quale viene acade re fe non prima l' anno centocinquanta se condo il computo comune della edificazione di R o m a. Convien dire, ei soggiugne, che Egerio a quel tempo avesse almeno i suoi quarant'anni, fe vogliamo crederlo atto a Costenere un carico di tanta gelosía, come è quello di castodire una Città, di nuovo a c quisto, e se vogliamo, che fosse nato, come si h a da LIVIO, prima che Tarquinio Prisco veniffe a Roma.Ma come può fta re, ei conchiude, che un uomo di quarant' anni l'anno di Roma centocinquanta avesse un figliuolo'ancor giovane l'anno dugento quarantaquattro? Cioè quasi un secolo dopo, come non fi voglia dire, ch'egli avesse fi gliuoli passati i novant'anni, il che merita va aver luogo secondo lui tra le meraviglie della Storiadi Plinio,non traifattidiquella di Livio. Pensa adunque l'Autor noftro, che s e vogliamo ritenere questa discendenza de'Tarquinj, fa mestieri prendere ilpartito di accorciare i Regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio, e di Tarquinio Superbo, che occupano il tempo, che è di mezzo tra il figliuolo, ed il Padre. Molte cose io potrei qui porre sotto )Collariae inpraefidio reli&us.T. Liv.loc.fupra cita  opera ucchio del lettore per isciogliere questa dif ficoltà, come farebbe il dire, che non sifa precisamente il tempo, in cui sia stata con quistata Collazia; che Livio Storico non trop po'accurato può esserfi ingannato nel dire, che già nato era Egerio prima che Tarqui nio Prisco venisse a R o m a, che la custodia d'una Città non era carica a que'tempi, per esercitar la quale dovesse u n guerriero effer giunto all'età di quarant'anni: tanto più trattandosi di un Zio, che una tal c u ftodia commette ad un Nipote: perciocchè non essendo in quell'età le cose così rego late,come a'dinostri, piùo sservavasinegli uomini, i quali davano al mestier delle armi,la bravura,elagagliardia,doti, di cui potea egli molto bene esser fornito alla età di venti o venticinque anni che non il senno, che a ' n oftr i tempi in un Governatore fi richiede, per fuppor ilqual sen no ci vorrebbe per avventura più avanzata età. Potrei dire di più, che se vogliamo Itare alle parole di LIVIO, da queste nonfi può dedurre, che la custodia della Città sia Itata a lui principalmente come Capo commesla, ma solamente che fu lasciato di presidio inquella Città dal Re fuo Zio.Por ter essere finalmente, che questo Collatino giovane più non fosse, attesochè, per non far parola della poca esattezza di Livio, questo Storico non dice precisamente, che giovanefosseCollatino,ma cheiRegjgio vani passavano il tempo in conviti, mentre erano occupati in quella piuttosto lunga,che viva guerra, 1 gliuolo sotto le quali parole di Regi giovani può egli aver foltanto intesi i figli uoli del Re, e non Collatino, quantunque della stessa famiglia, tanto più che dicendo egli dopo,che stando essibevendo pressoSe sto Tarquinio, ove pur Collatino cenava, cadde ildiscorso sopra le moglj (k), a me pare, che quelle parole ove pur Collatino cenava, dimoltrino, che sotto quelle ante riori di Regj giovani non altri abbia volu to intendere Livio fuor che ifigliuoli di Tarą quinio. M a comunque fiafi di ciò, s'abbia per nulla il fin quì detto, concedasi essere impossibile, che Egerio abbia potuto avere un figliuolo giovane al fine del Regno di Tarquinio Superbo. Sappiasi adunque, che Dionigi crede Collatino nipote,e non fie Forte potansibus his apud Sextum Tarquinium ubi Collatinus coenabat. LIVIO ) Dionys, Halic. L'ultima ragione, con cui l'Autor nostro ftudiali di abbreviare il Regn o di Tarquinio Superbo, e che abbraccia anche quello del fuo predecessore Servio Tullio, ei la ricava da questo. Tarquinio quando pervenne al Principato, avea secondo lui sessantaquattro anni, a'quali chi aggiugne i venticinque che si dice aver egli regnato, troverà, che era questi in età di Ottantanove anni, a l lorchè fu cacciato dal Regno, la qual par ticolarità posto che vera,n o n sarebbe stata passata dagli Storici sotto silenzio. Che più, segue egli a dire, leggeli, che il medesimo Tarquinio parecchj anni dopo che fu c a c ciato di Roma, combatté a cavallo al L a go Regillo contra il DictatorePostumio, ciò, che verrebbe a cadere l'anno centefimo circa della età fua, onde ei correrebbe la giostra c o n un secolo sulle spalle,affurdo, prosegue egli, non punto diffimile da quello avvertito da Luciano (n), che quella Elena,  gliuolo di "Egerio, ed in questa maniera con un colposolositagliailnodo. 1 i Per cui l'Europa armolli,e guerra feo, E l alto imperio antico a terra sparse, LIVIO. Lucian, in Somnio seu Gallo, quando desto quelle si celebri fiamme i n petto a Paride già fosse coetanea di Ecuba. suo.  Lalcio io qui,d'avvertire, che a Tarqui nio Superbo si vogliono torre que'vent'anni, iquali,come già sopra abbiam mostrato, gli dà di troppo l'Autor noftro, onde per dirlo alla sfuggita, non avea egli da mara vigliarsi, che gli Storici abbiano taciuta quella particolarità, che quando Tarquinio fu cacciato di Roma, già era pervenuto alla età di oitantanove anni. Quello poi, che tronca ogni quistione per rispetto alla giornata del L a g o Regillo si è, che Dionigi (o), ch'egli pure reca in mezzo a questo proposito, e non gli presta fede, riprende quegli Storici, i quali narrano tal fatto, e dice doversi credere suo figliuolo, e non lui medesimo esser quello, che fu,ferito com. battendo contro ilDittatore Poftumio. O v? è da notare che anche facendo il caso, che con sole congetture si dovesse scioglie re questo nodo, essendovi due mezzi noti al nostro Autore per togliere l'inverisimi glianza,, cioè o di abbreviare i due.Regni di Servio Tullio, e di Tarquinio Superbo, o pure di dire non essere stato lui,m a il Dionyf.  Halic.  Si dà risposta a varie opposizioni. Chiaro Hiaro ora resta abbastanza, che le in. verifimiglianze raccolte dal Conte Algarotti, s'altri le viene minutamente osservando,non  fuo figliuolo quello, che ritrovossi alla giord nata del Lago Regillo, il nostro Autorem prende piuttosto il primo, cioè quello, che favorisce l'opinion sua, quantunque a m m e t ter non si possa per modo nessuno, quando si sa, che Dionigi, il quale avea con tan ta cura studiati gli antichi Storici Latini, e che se non altro fu tanti secoli più antico del Conte Algarotti, Dionigi in s o m m a così diligente nel fiffar le epoche, stima più prudente partito prendere il secondo. La scio ora pertanto decidere da chi diritto ragiona, se tali fieno i motivi addotti dallo Autor noftro, che si debba pure accorciare il Regno di Tarquinio Superbo,o se piut tosto,come ioavviso,non resistanoalla autorità degli antichi Storici, e debbano c a dere a terra come damento, del tutto privi di fon fon  folamente non sono valevoli a mandare in rovina la Cronologia comunemente ricevuta, m a nè pure hanno forza per ispargervi fo: pra alcuna ombra di dubbietà,nè efferne cessario ricorrere a quel suo ripiego di a b breviare pressochè della metà la durata de' sette Regni per conciliare la giovanile erà di Romolo colle grandi cose, ch'egli ope To, e l'età di Numa colla sua esalcazione al Trono. Nè secondo quello, che abbia m o osservato, l' uomo indugia troppo cogli ftimoli della vendetta, e dell'ambizione a fianco anzi lungo spazio di tempo non ba fta ad estinguerli; nè quella gagliardía,che trovar non si può nella vecchia età, avvien che vi si trovi, onde senza negar credenza, com 'egli pretende, a' più gravi Storici dell' antichità in cosa, in cui tutti convengono, quale si èla duratade'fette Regni, torna ogni avvenimento (per servirmi delle stesse fue parole in contrario senso ) nell' ordine naturale delle cose.  nolo. 1 Del resto si dee avvertire, e di fatticre do, che ognuno avrà avvertito quanto d e boli, e leggiere fieno le inverisimiglianze ed assurdi,dicuiservisli ilnostro.Autore per distruggere la durata de'mentovati Regni, e venire a confermare il Sistema Cronologico del suo Filosofo. Quand o altri nes gar vuole la verità di un fatto attestato da gravi Storici per folo glianze, o contraddizioni, queste devono ef ler tali, che ammesse per vere il fatto al trimenti fufliftere non pofsa: perciocchè è legge dellaPoesia,non della Storia,ilnarra re soltanto cose verifimili. La.Storiaècon tenta di narrar cose vere; e quante cose, a v vegnachè vere inverisimili ci pajono per una minuta circostanza o smarrita, o di cui non pensarono gli Scrittori di far menzione,per un costume, per una legge, per una fog. gia particolare di vivere, di cui come di cose a'contemporanei loro notiffime, n o n istimarono dover far parola? In s o m m a molte volte assomigliar potrebbefi la Storia ad una macchina, la qual produca maravigliosi ef fetti, ei di cui ordigni sieno ignoti. Tali dicono essere i nostri orologi per rispetto a’cinesi,e noinondirado, inispecieinquan. to allaStoria, laqual'èo da’tempi,oda? paesi nostri lontana, fiamo nel caso loro. Ecco adunque,che leguate non fi fossero le inverisimiglianze i m maginate dall'Autor noftro, sono queste si deboli, che come saette vibrate contro una motivo d'inverisimi quantunque eziandio di falda armatura, ben lungi di recare alcuna offesa,  offesa, cadono effe medesime infrante a terra, chę  E appunto per iscogliereil nodo, ch'egli benissimo vedea, ch'alori gli avrebbe potu to mettere innanzi agli occhi, vale a dire per qual ragione egli opponesse alcuni fatti, in cui discordano gli Storici alla durata di tutti i sette Regni tolti insieme, ed alla d u rata di ciascheduno in particolare, in cui sono a un di presso di un medesimo pare re, ei dice, che la memoria de'fattidovet te con più sicurezza essere conservata dalla tradizione, che non fu da quante volte, mentre quelli avvennero tornato un Pianeta al medesimo sito del Cie lo; la qual risposta io non so, se basterà per appagare chi considera alquanto adden tro nellecose; perciocchè a me pare noti zia non meno importante,e degna di esse re dalla tradizione, e dagli Scrittori a' p o steri trasmessa il numero degli anni, che occupòilTrono un Principe,diquello,che fieno molti fatti, a cui presta l'Autor n o ftro intera credenza. N e aveano i Romani bisogno di troppo fortili astronomiche culazioni, come pare, ch'egli accennar v o glia, per sapere di grosso, quando terminal le,eprincipiassel'anno.Ed unaprova, che questa tradizione del numero degli anni, i essa trasmessa sia {pe   ' epoca di molti de principali fatti, non si sia notato però l'anno preciso, in cui segui ciascun fatto. Ove è da riflettere che lo stesso noftro Autore dicendo non ef fere da credere, che gli Storici sapessero quanti anni sieno trascorsi, mentre andava no fuccedendo i fatti, è forza,che ammet  guerra di Romolo con lo veramente credo poi, che quantunque tenuto fi sia registro non solo del numero degli anni, che durarono i Regni de'Re di Roma, ma ancora del Regno di ciascun. R e, e dell ta, che abbia regnato ciascun Re, e per con seguente della somma di tutti isetteRegni, inratta conservata fi fia, si può dedurre da quella ammirabile concordia degli Storici nella Cronología, concordia, la qual non si vede certamente ne'fatti. che non sapesser nè pure l'anno preci fo, in cui questi avvenimenti seguirono. Ora con questa sua sola concessione viene a ro vinare buona parte delle ragioni, ch'egli apporta per abbreviare ciascun Regno. E d in fatti quante volte non fi serve egli di epoche di avvenimenti minuti, e per lo più; registrati soltanto da un Plutarco, per ritro var ripugnanze nell'antico Cronologico Sistema, come sarebbe,per recarne alcuno esem pio, l'epoca della tro e del diverse guerre; tempo Approssimandosi l’Autor nostro al fine del suo Saggio, reca altra prova contro l'anti co Cronologico Sistema,e ben sivede,che avendola riserbata in ultimo, ei crede, che dia questa l'estremo colpo, e il nodo del tutto recida. Questa prova, ei dice, è c a vata dalle generazioni di uomini, le quali tro i Camerj, che è in Plutarco, l'epoca del matrimonio di Tazia con N u m a, che trovali presso lo Iteffo Storico, come anche il precito numero d'anni, che vissero insie m e, il qual pure èri cavato dallo esatto re giftro, che il medesimo Plutarco ne tenne, per non parlare de cinque anni nè più nė meno,che avea Anco allamortediNuma e degli anni, in cui seguirono precisamente della nascita di Egerio, ch'egli raccoglie da Livio. Le quali epoche tutte oltre all'essere tratte la maggior parte da Plutarco o da Livio, credulo il primo, Itraniero, e lontanissimo da'tempi,poco accurato l'altro,non dovea no per nessun modo addursi da lui, come quello, che pretendea non aver la tradizio ne potuto tramandareepoche di troppom a g gior rilievo, che queste non fieno, e c h e sono da tutti i più gravi Storici ammesse per vere. fono i2   sono indicate dagli Autori nella Storia dei R e diRoma,le qualigenerazionidice,che con vincono di falsa la loro Cronología quanto alle durate de'Regni. Nella vita di Romolo, ei segueadunque, liha,che OttilioAvo lo di Tullo Ottilio mori nella guerra contro a'Sabini, la qual fu ne'primi anni di R o ma,iRegni pertanto,eiconchiude,diRo molo, di Numa, e di Tullo Oftilio non si stendono più là, che il tempo razioni.Da Numa ad Anco Marzio,ei se gué, ci è una generazione sola, perchè l' uno era Avolo dell'altro; dal che seguita, che la generazione tra Numa, ed Anco coincidendo col tempo di Tullo Oftilio, ci fia l'età di un uomo qualche anno più o meno da Tullo al fine del Regno di Anco. Onde dal principio del Regno di Romolo allafinediquellodiAncocorrono datre generazioni. Lucio Tarquinio Prisco, pro legue egli, uno de'Lucumoni dell'Etruria, viene a Roma uomo maturo sotto ilRegno di Anco, de cui figliuoli fu instituito tuto re: e però l'età di Tarquinio convenendo con quella di Anco, non resta che una. e fola generazione tra il Regno di Anco il Regno di Tarquinio Superbo figliuolo del Prisco. Talchè, ei conchiude, dal principio di due gene del   del Regno di Romolo alla fine di quello di Tarquinio Superbo fi contano quattro sole generazioni in circa, e non più. Ora som mando insieme gli anni di quattro genera zioni, che corrono durante ifetteRe diRo. m a fi hanno cento trentadue anni; poiché una generazione di uomini trentatré anni. E fommando insieme gli anni di ciascun Re, secondo il computo di LIVIO, fi hanno d u gento quarantaquattro anni; e vi ha più di un secolo di differenza tra due risultati, che pur avrebbono ad essere uguali. D'altra par te facendo, che tocchi a ciascun R e l'uno ragguagliato coll'altro diciannove anni di Regno, come vuole il Neutone, fi ha cento trentatré anni, e tra questi due risultatinon corre differenza niuna. di comune sentimento vengono dati a  9 fSin quì il nostro Autore. Io per rispon dere a questo lungo ragionamento prima di tutto voglio concedere, che quattro fole g e nerazioni fieno corse da Romolo insino a Tarquinio Superbo: perciocchè ciò si riduce finalmente a dire, che durante i Regni dei serte Re, quattro uomini in tutto il Romano popolo ebbero prole un dopo l'altro di sessanta e un anno. Ora farebbe poi forse questa impossibilità tale fisica, per cui non i3   fi dovesse più prestar fede agli Storici delle antiche memorie de'Romani? Ma, suppo sto (quello però, che in nessun modo con cedere fi può che questa fosse inverisimi glianza tale, per cui sipotesse negar cre denza alla Storia, s'è forse l' Autor nostro bene assicurato, che, non uscendo da quelle persone, di cui egli fece scelta per fissare le generazioni, quattro soltanto corse ne fie no pendente il Regno dei sette Re? Dio nigi (a) attesta pure, che Tarquinio S u perbo fu nipote, e non figliuolo di Tarqui nio Prisco?Questo accuratissimo Storico d o po aver fatto parola di molti assurdi, che ne seguirebbono, fe figliuolo, e non nipote ei fosse di Tarquinio Prisco, fi afforza colla autorevole testimonianza di Pison Frugi, il qual solo tra gli Storici affermò questa cosa. Nè mancadiaccennarequello,cheperav ventura fu cagion dello sbaglio: poichè dice, che dall'essergli nipote per natura, e figli uolo per adozione fieno stati forse gli altri Storici ingannati. Nè giovaildire,comefal'Autornoftro, che la contrarią opinione cioè, che figliuo lo fosse questo Re, e non nipote di Tarqui Dionys, Halic.Hic, L. Tarquinius Prisci Tarquinii Regisfiliusneposre fuerit parum liquet:pluribus tamen auctoribusfiliumcreg diderim LIVIO In quanto a Collatino poi, quà di nuovo addotto dall'Autor nostro p e r confermare il 2 fuo di numerare in quegli arcaismi come le autorità, contentofli e non si fece a pesarle il diligente sciando da Dionigi. In secondo luogo, la perder tempo ľ autorità di Dionigi, la quale, com ' è palese, è molto più da segui re, che non sia quella di Livio, ben diver sa è la maniera di spiegarsi dei due Scritcori intorno a questo affare,l'uno ne tocca alla sfuggitą, l'altro vi si ferma, ragiona reca latestimonianza di uno de'più antichi Storici, e sappiglia a quella opinione, la quale sia per lo credito, che ha all'Autore fia per, quinio Prifco fu opinione dei più, ed opi pione abbracciata da Livio medesimo; d o vendosi in primo luogo riflettere alla manieta, con cui LIVIO s'esprime, vale a dire, che questo punto era assai all'oscuro, che egli peraltro seguendo i più credevalo figliuo lo; il che dimostra aver egli benissimo veduta la difficoltà, ma che non volendo, come sopra abbiam notato lo contesto di tutta la Storia, gli pare più sicura. is   suo Sistema, già sopra abbiamo osservato raccogliersi dallo stesso Dionigi, che n i pote era, e non figliuolo di Egerio. Ciò posto ne viene, che senza uscire da quelle persone, di cui egli osservò le generazioni, non quattro, m a cinque numerar se ne debe bono d a Romolo inlino a Tarquinio Super bo: onde se aver non si dovea per assurdo tale da negar fede alla Storia l' essersi ritro vare quattro persone in tutto il popolo Romano le generazioni, di cui fossero di fef santa e un anno, tanto meno dovrà parer ripugnante, che cinque susseguite ne sieno, ciascheduna delle quali uguagliatamente non oltrepassi i quarantanove anni. Dionyf. Halic. que Ma dirà il nostro Autore, che ad una generazione comunemente si danno soli tren tatré anni, laonde non si può essere così largo, e concederne a ciascheduna di queIte quarantanove. Qui mi convien prendere d'alquanto più alto i principi, e si verrà a conoscere, che quelle generazioni, a cui comunemente fi danno trentatré anni, o secondo altri tren tacinque,non sono della specie di quelle osa servate dal nostro Autore. Vediamo adun  que quali fieno quelle, a cui diedero tal nu: mero di anni i Cronologi, e verremo in chiaro, fe tali fieno le osservate da lui. La Cronologia, come tutte le altre facoltà,dee seguir la natura, come maestro fa ildiscen te, per dirlo alla Dantesca, e pure è che collo.Specularvi sopra molte fiate,in luo go diavvicinarsiaquellaaltrilafugge,e gli ultimi passi sono quelli c h e riconducono a lei nella  vero, L e generazioni pertanto, che fiffarono i Cronologi circa a trentatré anni, sono quelle, che generalmente si osservano in un lungo spazio di tempo nella maggior parte famiglie di una nazione; laonde, fe fiof servano in una sola, o poche famiglie, a n che per lungo tempo questa osservazione, non è più fattasecondo la regola, che general mentela maggior parte abbraccia:percioc chè, se nella maggior parte delle famiglie sono uguagliatamente le generazioni di tren tatré anni,potrebbe succeder benissimo, che fi ritrovasse una famiglia, od anche diver se, in cui queste foffero o più lunghe, più brevi. Se poi non si osservassero in un lungo spazio di tempo, riuscirà ancor più agevole il ritrovarne. M a le generazioni, di cui servifli il nostro Autore, nè corsero delle -   nella maggior parte delle famiglie, nè in lungo tempo, anzi nè pure in unasola fa miglia, essendo composte di diverse perso ne d i varie famiglie. Certamente se si fa un Cronologo ad osservare per tal modo le generazioni, ben tosto fisserà la regola ge nerale di queste a settanta e più anni, per chè in un notabil tratto di paese popolato iopenso,chenon passisecolo,senzachèfi veda uno, o forse più uomini, che di tale età hanno prole. Lo sbaglio in somma d’A. consiste nello aver presa la regola d a quello che suole generalmente avvenire, gli esempj da ciò, che in pochi succede, ed aver pensato, che que'casipar ticolari sotto la general regola cadessero, onde la Cronologia degli Storici delle cose de? Romani sottoi R e s'opponesse a quella legge, che osservaro aveano nella natura i più periti Cronologi. Nel che quanto sia a n dato lungi dal vero credo d'aver fatto ba ftantemente palese. Due ragioni reca ancora finalmente l'Au tore in difesa del Sistema del Neutone,cui è necessario rispondere innanzi di por fine a quelte nostre osservazioni. La prima fiè, che tal Sistema discolpa Virgilio esattissimo Poeta, ci dice, da quello anacronismo i m  putatogli volgarmente per conto de'tempi, in cui vissero Didone, ed Enea. La secon da, perchè giustifica quella comune tradi zione tenuta in Roma, che N u m a foffe fta to uditor di Pitagora. Ora per rispondere alla prima, questa. ammetter fi dovrebbe senza dubbio veruno qualora fosse stato Virgilio tenuto a soddi sfare alle leggi della verità storica;ma non fa mestieri ricordare, che da tali leggi sciolti sono i Poeti.Raro è quel vero, che non abbia bisogno del finto per aggradire ai più, e se non inftillano virtù, col dilet tare mancano i Poeti al principal fine dell' arte loro; tanto più, che fecondo quello che pensa il dotto P. dellaRue (d),non per ignoranza delle antiche Storie, m a per dar ragione de'famosi odj, i quali si lungo tempo fra' Cartaginesi, e la Nazion suam durarono, e per introdurre quel patetico, che tanto piacque, come ce ne assicura OVIDIO, a'suoi contemporanei, e tanto è degno di piacere ad ogni età,e ad ogni popolo, non ebbe difficoltà di commettere (4) Ruaeus in not. ad. VIRGILIO .Aeneid.  quell'OVIDIO Trift. Eleg. Nec legitur pars ulla magis de corpore toto. Quam non legitimo foedere junétus4 mor,   quell'anacronismo.  S'aggiunga, che que ito anacronismo non era tale che facil mente potesse venire scoperto dalla comune de'Leggitori, da'quali soltanto balta, che non vengano scoperti gli errori storici dei Poeti: perciocchè correa fama fecondo A p piano, che Cartagine fosse stata fonda ta alcuni anni avanti all'eccidio di Troja da una colonia di Fenici, presso i quali poi ricoverossi dopo lungo tempo Didone, del che non lascia Virgilio didarne qualche cen nei?  Appian. apud Ruaeum cit. loc. no, > onde trattandosi di tempi assai lontani dalla età di Virgilio, questo rumore basta va per render tale la finzione, che non fof se la verità ad un tratto conosciuta,e vinta a terra cader dovesse la invenzione di lui. Ma abbreviando della metà iltempo,che durarono i Regni de'Re di Roma viene forse a nulla cotesto anacronismo? E che fa rebbe, se il nostro Autore inutilmente ado perato fi fosse, e che anche togliendo pref so che la metà degli anni dalla somma di tutti quelli, che corsero sotto a'Regni dei fette R e, non si venisse con questo a ren der probabile in alcun modo, che Enea, e Didone potessero essere stati contempora   Tre secoli e più corsero,secondo gli an tichi Scrittori, dall'incendio di Troja alla fuga di Didone, come osservaron o il dotto Petavio, e l'erudito Commentator di Vir gilio della Rue: ora da trecento e le dici anni (che tanti ne corlero fecondo il Petavio dall'eccidio di Troja alla fondazion di Cartagine ). togliendone cento e undici, come piace all'Autor noftro,vale adire facendo venire Enea in Italia cento undici anni più sardi, rimangono nulladimeno d u gento e cinque anni di svario. Laonde é chiaro, che nè VIRGILIO abbisogna della di fesa del nostro Autore, nè, quand' anche ne abbisognasse, sarebbe questa bastante per do Petav. Rationar. tempor. Cartagofundata dicitur anno posttemplum incoatum qui est annus poft Trojanam calamitatem Ruaeus loc, supracis.  te svanire l' anacronismo da lui commesso. fa  nei? Sia adunque egli pur certo, che cote fto fuo ripiego nontoglie, ma soltantosmi nuisce l'anacronismo di Virgilio; che anzi questo rimane peranco maggiore di due le coli. N è soltanto vuole il Conte Algarotti, che fia alla più esatta verità conforme ciò,che si legge in un Poeta, purché in alcun m o   anno  > che comunemente credefi centesimo undecimo dalla fondazion di Roma, alprin cipio del Regno, di cui già dovea effer giunto Numa al quarantesimo primo della età fua (se pur vogliamo seguire ical coli dell'Autor nostro, il quale dando diciannove anni circa di Regno a Romolo faprincipiare il suo Regno aNuma giàvec chio di sessant'anni ), e fissando d'altra p art, come già sopra abbiamo osservato, le condo la mente di lui, la venuta di Pitas gora anno soli do favorir possa il suo Sistema; ma preten de eziandio, che maggior credenza prestar fi deggia ad una popolar voce,laqualtor na in avvantaggio della opinion sua che a'più rinomati Storici dell'antichità. Già abbiamo sopra veduto il suo parere circa all'essere stato Pitagora contemporaneo anzi Maestro di Numa, ora adunque a confer mare vie più ilsuo Sistema, lorecadinuo vo in mezzo quasichè ridondar debba in avvantaggio di questo il porgere, che fa fa vorevole interpretazione ad un a tale popolar voce. Avendone però già altrove fuffi cientemente favellato, non mi resta altro da aggiugnere, se non che, anche fiffando il principio del Regno di Romolo secondo lo intendimento del nostro Autore, a quello Queste sono le riflessioni, le quali, fecon do quello, ch'iopenso, chiaramentedimo streranno, che A. cadde trat to dal suo Filosofo in errore. Se parranno per avventura troppo più lunghe di quello, che neceffario fosse, gioveràin primo luo go considerare, che bastano poche parole per mettere una cosa in dubbio, m a effer forza per iftabilirne la certezza ricorrere a' principi, onde riescono sempre le risposte più lunghe delle opposizioni; in secondo luogo, c h e ho stimato dovermi fermare alquanto in torno a certi punti, i quali oltre allo influi re nella materia, che per me trattar fi do vea, poteano essere forse non del tutto inu tili per chiarir la Storia di quella prima età di Roma. Che  gora in Italia circa a quello anno, che giu dicasi dagli Storici dugentefimo quarantesi moquarto diRoma, virimaneciònon ostan te un anacronismo di cento trentatré anni tra la venuta di questo Filosofo in Italia, ed il tempo, rendere in cui Numa-già era perve anno della età sua; o n de il Sistema del Neutone non può nè pure nuto al quarantesimo Pitagora, e Numa contemporanei, come non può affolvere Virgilio te dall’anacronismo interamen di Didone, e di Enea. Che se,come fpero,mi è riuscitodifar vedere l'inganno del Conte Algaroiti, sarà questa una novella prova di quanto sia in tralciato il cammino del vero, quanta 1 sia connesso, ed unito l'errore: collo inge gno umano, poichè gli uomini fommi non tralasciando desser uomini, in tutto spogliar non se ne possono. La più bella discolpa del resto che addur si possa in difesa di lui, îi è il dire, che fe pur s'ingannò, s'ingan nò seguendo un Neurone. L'opinione del Newton fu sostenuta in Italia dal conte Algarolti in un suo saggio sopra la durata de're gni de'Re di Roma,scritto nel 1729,cioè due anni dopo la morte di Newton e un anno dopo la pubblicazione del libro di lui!.Ora,in questo suo saggio l'Algarotti lascia poche censure intentale contro la cronologia dei primi due secoli e mezzo di Roma,procurando di provare in particolare come non fosse succeduto davvero ciò che per una ragione generale il Newton aveva affer malo che non era potuto succedere. Ilsuo fondamento è soprallulto Livio; e in secondo luogo Plutarco, non 1Ilsaggio d’A. si trovanelvol.IV dellesueopere (Cremona), Ma laristampa chequivi n'è fatta non è in tutto conforme all'edizioni anteriori,delle quali ioho la seconda, Firenze presso Bonducci; e dico la seconda perchèl'editoreinunaletteradidedica all'illustrissimo sig. Serristori chiama questaunari stampa,e nonpuò esservistata, se non una sola edizione prima, perchè una lettera d’A a Zanotti, che precede il saggio, è del 24 dicembre 1745, e da essa appare che il saggio non fosse stato stampato prima. In questa lettera A. dice appunto di averlo scritto oramai sedici anni passati,quando dava opera alla Cronologia sotto la scorta di quel lume vero d'Italia, Eustachio Manfredi, e che non vi avrebbe più riguardato, se voi nonmia vesteeccitatoain andarlovi come fate»; e se n'era distolto, perchè « distratto da mille altre cose, e gli pareva,che non fosse da moltiplicare in iscritture e in istampe intorno a cose già trattate,benchè in modo diverso dal mio.» Que gli il quale aveva trattat a questa, era un Inglese di cui non dice il nome,ma di cui gli aveva dato notizia,in un suo viaggio in Inghilterra, Condui t, erudito gentiluomo inglese ed erede del Newton, quello stesso che ha scritto una lettera di dedica alla Regina, messa avanti alla Cronologia.Lo scritto dell'Inglese doveva esser pub blicato in fronte d'una storia Romana. Non so chi fosse. E. M a n fredi scrisse gli « Elementi della Cronologia con diverse scritture appartenenti al Calendario Romano. Sono pubblicati in Bologna Egli accetta la datavarron della fondaz. di Roma, LAMONARCHIA. riferendosi a Dionisio mai; anzi confessando di non avere lello se non i due primi. Ora,ilsuo assuntoé che i fatti che LIVIO racconta dei Re,non s'accordano col numero d'anni che questi, secondo lui stesso, avreb. bero regna lo. Il ce prova, mostrando per Romolo, quanta parte del suo regno resti vuota di avvenimenti,e quanta sial'inverisimiglianza, che, a17anni, ch'è l'etàincui si dice cominciasse a regnare, desse già segno di tanta prudenza civile e virtù di guerriero, quanta gli se ne attribuisce; per Numa,che dovesse,poiché eletto per la fama sua e per avere avuto in moglie Tazia, essere asceso sul regno a sessant'anni; per Tullo Ostilio ed Anco Marcio, che dovessero aver avuto più breve regno, di 32 anni il primo, di 24 il secondo, se dev'es. sere vero, che i figliuoli di queslo, il quale aveva, a detta di Plutarco, cinque anni alla morte di Numa, non fossero ancora maggiorenni alla sua,cioè quando Anco avrebbe avuto sessantun anni; per Tarquinio Prisco, che non può avere regnato trenlolto anni, se dev'essere stato ucciso per opera de'figliuoli di Anco, attentato da giovani, ancora freschi del torto ricevuto, e non da uomini di cinquant'anni quanti ne avreb bero avuto alla morte di Tarquinio dopo cosi lungo re gno, anche supposto che non ne contassero se non soli dodici alla morte del padre; per Servio Tullio,che a i Cosi dice nella lettera allo Zanotti, secondo sta nell'ediz.; ma non è ripetuto in quella dell'edizione,che è variata anche in altri punti. E di fatti in questa seconda edi zioneècitato Dionisio,,permostrare come questi, accor gendosi dell'impossibilità, che Tarquinio Superbo assistesse egli stesso alla battaglia del Lago Regillo, vi fa invece assistere il figliuolo Tito.Però, anchecosi, lostudio d’A. resta,come prima, poggiato tutto sopra Livio e Plutarco.  dargli quarantaquattro anni di regno, Tarquinio Superbo, il quale era già ingrado dimenar moglie al principio diquello, non avrebbe potuto a sessantaquattro anni opress'apoco ucciderlo nel modo che si racconta; per Tarquinio Superbo infine,che Tarquinio Collalino non avrebbe potuto essere giovine alla fine del regno di lui, poichè egli era figliuolo di fratello,se il suo cugino avesse avulosessantaquattro anni al principio del regno stesso; e che, se questi n'aveva tanti allora, n'avrebbe avuto ottantanove, quando su sbalzato dal trono, e cento alla battaglia al Lago Regillo dove avrebbe combattuto a ca vallo,e sarebbe poi morto, si può aggiungere, di cento trèanni. Sicché l'Algarotti crede che questi regni si debbono accorciare lulti, se la storia di ciascun Re si deve accordare colla duratadel regno.E di quanto biso gni accorciarli, egli lo trae da un'altra considerazione, cioè dal numero di generazioni, intervenule durante la monarchia. Queste,egli dice, non poter essere state se nonquattro:poichèiregnidiRomolo, diNuma ediTullo Ostilionon siestendono più di due generazioni, stante ché Ostilio,avolodi quest'ultimo, è contemporaneo di Ro molo; un'altra generazione richiede il regno di Anco, che è vissuto la maggior parte di sua vita durante il regno di ullio; ed un'altra, i regni di Tarquinio Prisco. di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, poichè il primo ha del pari vissuto la maggior parle di sua vita durante il regno di Anco. Sicché contando ciascuna generazione per trentatré anni,la durata della monar Chia sarebbe stata di centotrentadue anni,e ne tocche rebbero a ciascun Re, l'uno ragguagliato con l'altro, diciannove.  Sopra la durata de'Regni DE RE DI ROMA. Gli è una neceffaria conse guenza delSistemacronolon gico del Neutono abbrevia re considerabilmente i regni de' sette Re di Roma, a ciascun de' quali agguagliatamentegli Storici danno trentacinque anni di regno, mentre il comun corso di Natura secondo le offervazionidel Filosofo, non ne concede loropiù di diciot to o di venti. La qual conseguen za separesse stranaad alcuno,pur dovrà meno parerlo a chi risguar derà, che gli Archivi di Roma perirono dalle fiamme nel tempo che Ma noi (chiarati anco in questa parte dalle of (1) Plut, in Numa in principio p. 59.ed. Grecolat, Francofurti.  16 che i Galli occuparono quella Cita tà(1),onde gliStoricinonebbę. ro dipoi alrro fondamento di quel lo scriveano, se non se la tradi zionevaga ed incerta,ch'era ri masa delle cose passate Talmente che ritenendo esli i nomi de'Re e registrando le azioni di quelli che tuttavia duravano nella m e moria degli uomini, fecero una Cronologia a modo loro. E questa Cronologia allungandola più del dovere, poterono in quella incer tezza fatisfareaquelnaturale ap petitocosidelleFamigliecome del le Nazioni, di cacciar le origini l o r o il pịù in dietro che posso none l la caligine del tempo.Come Livioscrivechenonera ra.DanteInf.29:  offervazioni del Neutono,possiamo rimettere le cose al debito ordine nella serie de'tempi, e ciò fare mo non in altro modo che aflog gettando i Re di Roma a quelle comunileggi diNatura, alle qua li ubbidiscono nelle Tavole cro nologiche tutti gli altri Re della Terra.Pur nondimeno questa par cosa duraa molti che si debba f r a n ger,dicono efli,l'autorità di Sto ricichenonerrano(1),echevo gliano uomini di jeri giudicar m e glio degli antichi di cose passate tantisecoliavanti.A questiioin tendo di ragionare;e perchè ilN e u tono nella fua Cronologia non fa al tro che accennare così in generale la detta quiftione, io intendo d i fputarla con alcune particolari ragioni,e quefte derivate appunto da quegliStorici,dell'autoritàde' quali e'fanno sì gran caso, e maffi-. me daTitoLivioPadre diRoma na Istoria.Nel che io mostrerò, che avolerritenere ifattida efio lui riferiti, egli è forza rigettar le epoche da esso affegnate 'a quelli, come non sivogliaammettere(che niuno ilvorrà) certe irragionevo lezze da non ammettersi,che na scono da'suoi raccontimedefimi, e da quella sua Cronologia, E prima diognialtracosa io metterò innanzi una Tavoletta de' regnidiquestiRe distesagiustal' oppinioncomune la qualeporrà fotto l'occhio in un tratto l'anti co Sistema,eserviràameglio in tendere ilseguente Ragionamento. Tarquinio Superbo Numa muore dopo un regno di anni 38 Tullo Oftiliom u o IV.Anco Marziomuo redopounregnodi anni V. Tarquinio Prifco muore dopo un remgno di anni Tulliomuo ·redopoun regnodi - anni 1 TavolaCronologicade' anni anni RediRomasecondor de' ab oppiniondiT itoLivio. Regn.Romolo muore Interregnodiun'anno Í è cacciato da Roma dopounregnodi anni 25 re dopo un regno di anni DOV i. Servio Ba Dove non sarà fuor di propofi to avvertire quello che avverte lo stelloNeutono comedaltem poincui la Cronologia cominciò ad ellercertaedesatta,non sitrovain tutta laStoria pure un'esempio di sette R e, i più de'quali furono a m mazzatied uno deposto,che ab biano regnato dugenquarantaquat tro anni senza interruzione veruna. Ma venendoal particolare, e in cominciando da Romolo, i fatti di questo Principe dopo il ratto del ledonne,primacagione delmet tersi in arme. Nella Cronol. dellaE  furono le guerre contro i?Sabini, che ripeteano le donne loro, e. leguerrecontroal cuni popoli per gelosia d'imperio. Plutarconedà l'epoca della pe nul-, diz, Franzese giuri sdizione, laqual Fidene era stata soggiogata da Romolo innanzi Camerio. Il che ne somministra assai pro α)και την πόλιν ελών, τοίς. μεν ημίσεις των περιγενομένων εις Ρώμην εξώκισε,τών δ'υσομερόν- τωνδιπλασίους έκ Ρώμης κατώ κισεν εις την Καμερίαν Σεξτιλίαις Καλάνδαις.τοσύτοναυτώ περιήν πολιτών εκκαίδεκα έτησχεδον οί κάντι την Ρώμην. nultima di queste guerre che fu contro i -Camerj, l a quale epoca ca -, de nell'anno sedicesimo della edificazione di Roma,e del Regno di Romolo. E dopo questa e gli non imprese altraguerra se non contro iVejenti, chemoslero cono tro i Romani domandando la resti tuzion diFidere, come di,Città che siapparteneva alla loro probabile argomento di por questa ultima guerra guerra l'anno decimofetti mo della edificazion di Roma o là in quel torno, non essendo punto verisimile che i Vejenti domandaf sero la restituzione di cofa tolta troppo lungo tempo avanti; tanto più che siccome era rozza.a quei di l'arte della guerra,rozza altresì era quella de'Manifesti. Stando an Rom. in fine. In Numa in princip.dunquecosìlacosa,cioè che l'ul tima guerra fatta da Romolo cadel senel'anno decimosettimo delre gno suo, e facendolo regnare tren totto anni,comedicePlutarco, ne rimarrebbe uno spazio di ven tun'anno in bianco, voglio dire tuttopacifico e quieto, e con verria dire che sotto il reggimen to A queste particolariragionidi abbreviare il regno di Romolo se ne aggiugne un' altra non meno ftringente tratta da Plutarco, fe condo cui egli deveaver cominciato diquel Re fosserostatiiRom mani molto più tempu in non in guerra; il che non accorda punto con quella indole bellicosa che tutti gliAutori ad una voce danno al fondatore di quello Iinperio. Ne ciò accorderia pure con quelle pa role che Plutarco mette in bocca á Numa, il quale per rifiutare il Regno offerto gli dalRomani,dice che si convenia loro un Condot tierod'esercitoanzicheunRe per cacciare que' potenti nimici che Romolo avea lasciato loro in sulle braccia. pace che. Plut,in Numa nRom.infine  ciatoa regnare in età di anni di cialette, dacchè egli è morto di anni cinquantaquattro secondoi computi di quello, e ne à regnata trentotto. Ora come sipuò egli mai conciliare con una età cos sì tenera quelle tante cose che fa cea costui secondo lo stesso Plutara co,perlequalisivoleaunaetà più gagliarda, e più ferma?Egli eccellente ne'consigli e nella civil prudenzá mostrò moltepruovedel suo mirabile ingegno inoccasiondi trattar co' vicini, attendeva agli ftudidell'artiliberali;fi esercita vanellefatiche, nellecacce delle fiere,nelperseguitare gliaffaslini, nel purgar levie da'ladroni,e nel difender dalle ingiurie coloro che fusleroftati oppressi dall'altrui fu per perchieria:modi tutticheil feceró crescere in reputazione fra glialtri påstori,e chedebbono fara locrescerdietàapponoi. Nè lo aver' egli guidato a quel tempo impresedifficilisfime,lo efferfi fat to capo di un popolo, e lo aver fondato una Città ne rimoveranno dall'oppinione di farlocominciare a regnar più tardi, e di accorciare ilsuoregno. tore E da Romolo passando a N u ma,eglinoncisonomenfortira gioni per abbreviare il regno anco di questo. Io lascio ftare quella quistione roccata da Livio,e da Plutarco come questo Legisla Plut.in:Rom. Numap. LIVIO. Ed. Ald..:   por Authorem do&trina ejus quia non extat,alius,falfo SamiumP y thagoram edunt,quem Servio Tül lo regnante Rom et centum amplius poft annos in ultima Italiæ ora cir ca Metapontum Heracleamque de Crotonam juvenum æmulantium fta diacatus habuilleconstat.Liv,Ibid.  26 gnan tore potesse essere stato uditor di Pitagora, il quale essendo venuto inItaliapiùtardiche Numa non cominciò a regnare secondo la co mune oppinione, ne farebbe Plut,in Numa  Pherecides Syrus primum di xit animos bominum esse fempiter nos:antiquusfane:fuit enim meo regnante Gentili.Hanc opinionem discipulus ejus Pythagoras maxime confirmavit, quicum Superbo re   fu CICERONE Tusc. Quæft. il regno suo più sotto, e per conseguente accorciare almeno le durate degli altri cinque regni, che furonodaesso Numa fino alRegi fugio;della certezza della qual'e pocanonsi dubitadaniuno lo Jascio, dico,questa quistione,la qua lenon risguarda tanto la durata del regno diquesto Re, quanto il prin cipio di quello:e vengo a cið che ne appartienepiù davicino, porre Plutarco ne dice che Numa aveva quaranta anni, quando gnante in Italiam menisset, tenuit magnam illam Greciam ac. Pythagoras qui fuit in Italia temporibusiisdem,quibusL. Bru tus patriam liberavit. InNuma p.62,   28 qua rantatre, la quale ultima cosa ne dice fimilmente Livio..Ma qui io domando le parrà ragionevole ad altrui,che incosìfrescaetàpo tesseNuma essergiuntoaquelloe minente grado di fapienza, che fi dice;emoltopiùpoiseparrà ve risimile, che tenendo egli maslime modi di vivere differenti dagli u fatinel fuo paese, egli potesse esser salico in così alto grado di re LIVIO fu eletto in Re di Roma, e che la governò per lospaziodi pu Plut. InNuma Romulus feptem do triginta regnavit annos. Numa tres a quadraginta - Vedi Plut. in Numa in princip.   Annumque intervallum regni fuit. Id ab re quod nunc quoque tenet nomen,interregnum appella tum. ld paullo post. Consultissimus vir omnis di  putazione,che lo facesse riverire non solo appo gli stranieri, ma nel proprio paeseeziandio per così straordinario modo,come narrano; e per recar le molte parole in u. na, che l'autorità del nome suo. fossetale,ch'ella dovesse in un subito far ceffare le animosità, e le gare delle parti, che per lo Ipazia di un'anno aveano conteso in Ro.: m a per lo Imperio Ma egli Patrum interim animos certamen regni ac.cupido verfa bat etc.  ci LIVIO. Plut.in Numa  --- a y  ci è ancora alcuna altra confider1 zione da farsi.Tazio che reggeva Roma insieme con Romolo,mcf so dalla gloria e dal nome dilui che tantoalto suonava,selofece genero dandogli per moglie una sua unica figliuola che si chiama va Tazia. Quando questoavvenif feper appunto nonsilegge;ma eglièverobensì,che ciðfumol divini atque'bumani juris dito nomine Nume Patres Romani quamquam inclinari opes ad Sabi nos rege inde fumpto videbantur: t a m enne que se quisquam, nec fa Etionisfuæalium,nec denique Pa trum aut Civium quenquam prefer re illo viro auf ud unum omnes. Numa Pompilio regnumdeferendum decernunt,  LIVIO. Plut. In Rom. sua to di buon'ora nel regno di R o molo,dacchè Tazio muorì prima della guerra co'Fidenati, e co'Cameri,cioè prima dell'anno see dicesimo del regno di Romolo; e d'altra parte ne racconta Plutarco che Tazia era morta quando N u ma fu chiamato al regno, e ch'era vissuta con esso luilo spazio di tredicianni. Dal chetuttofi deeraccogliere,che grantempoa vanti la morte di Romolo fioriva la fama della fapienza di Numa;e converrià dire,ritenendo il computo di Plutarco, cheavendo Numa foli venticinque anni,questa fama fossegiàtanta, che inducefle Tazio Re a dare in matrimonio una Plut .in Numa. sua unica figliuola a lui uomo privato, il che mostra essere alieno da verisimiglianza, Diremo per tantoa salvareilvero, cheNuma dovesse avere sessanta anni almeno quando fu eletto con tanta unani mitàaRediRoma;eciòpofto, gli staranno molto meglio inbocca quelle parole che periscansarsi da questo carico gli fa dire Plutarco, qualmente alle condizioni de'Ro mani era bisogno che laCittà avef seun Re dianimoardente erobu sto, le quali parole più tosto fi disdirieno che no ad un'uomo di quarantaanni.Postoadunque che Numa, come ragion vuole,comin ci a regnare vent'anni più tardi che non si crede,> di altrettanti an ni fi verrà ad accorciare ilsuo re gno   in età in circa di ottantatre anni.  gno, dove si voglia ch'egli sia morto come narrano,  sta E per tal modo abbreviando il regno di Numa, e similmente quello di Romolo, si verrà a render più probabile la lunghezza del la pace di cui godè Roma a tempo attorniata da popoli estre mamente gelosidellasua grandezza, come ellaera.Questapace giusta l'antico computo farebbe dileffan tacinque anni,iqualirisultano dal la somma de'quarantatre del regno diNuma,daun'anno d'interre gno,e da'ventun'anni passati da Romolo, dirò così, nell'ozio e nella cessazion dalla guerra; e g i u C: quel ετελεύτησε δε χρόνον ο σ ο λύντοϊςογδοήκοντα προσβιώσας. Plut,in Numa.   ven  di pre 34 itale cose discorse, questapace viene ad essere di ventiquattro an ni in circa e non più. E da ciò riesce molto più verisimile, come Tullo Ostilioerededelregno,non dell'arti di Numa, abbia potuto facilmente rinvigorir ne' Romani la bellica virtù inspirata loro da R o molo,ecomeabbiapotuto sente combatter con feroci Nazio ni e soggiogarle; il che di troppo fáriafuordell'uso,e della oppi nion comune se la virtù de' R o manifossestata(nervatadauna pa c e di fesfantacinque anni. Io non dirò nulla de' due fuf seguenti regnidiTullo Ottilio,edi Anco Marzio,ilprimo de'qualiè di XXXII anni, l'altro di Tullus magna gloria bel li regna vitannos duosdotriginta. LIVIO. Jam.filii prope puberem etatem erant Id. Ib.  35 ventiquattro, se non che ab breviandogli un tal poco, egli ne parrà piùverisimilequello che di ce Tito Livio de'figliuoli di Anco Marzio: cioè che alla morte del padre e'non fossero ancora ag giunti agli anni della pubertà Regnavit Ancus quatuor dig viginti. Ib.p. 26. a tergo. Anco Marzio aveva cinque anniallamorted iNuma(3):sea cinque se ne giungano trentadue, e ventiquattro, avremo leffantun’ anno,cioè l'età d'Anco Marzio allamorte fua;ilqualeavriadova to naturalmente lasciare figliuoli più adulti, postoche egliavesse regnato ventiquattro anni, e Tul C2 lo annos Plut. in Numa lo trentadue; e cið perchè seconda ragione,un regio uomo come si era Anco Marzio e che fu poi Re, dovea menar moglie assaidibuon' ora per lasciare il regno a'figliuoli nella più ferma età che far fi po tesse. Eniente farebbe ildire,ch' egliavesle avuto figliuoli maggio ri di età che morisfero innanzi a lui, e che questa cura del padre di la fciar figliuoli atti al regno futle del tutto inutile in un regno e lectivo qual sieraquello diRoma, poichè dall ' una parte egli pare improbabile che dovessero ellere morri in tenera età tutti i primi suoi figliuoli più tosto, che gli altrs,edall'altrocanto eglisem bra che si avesse risguardo alla stir pe regia nella elezione del Re. Segno è di questo, che i Romani chiamarono al regno il medesimo An   Ma  Anco Marzio nepote di Numa che Tarquinio Prisco allontand i figliuoli diluida Roma neltem po de'Comizj C3 do peromnia expertus (L.Tarquinius ) postremo tutore diam liberis regis testamento insti tueretur Jam filiiprope pube remætatemerant.EomagisTar quinius instare, utquamprimum comitia regi creando fierent: qui.. bus indi&tisfub tempus pueros vem natum ablegavit:isque primus de petisse ambitiofe regnuin et c. LIVIO atergo. Tum Anci filii duo, etfi a n tea femper pro indignissimo habue rant fepatrio regno tutorisfraude pulsos:regnare Romæ advenäm non modo civica, fed ne Italica qui demftirpis et c..terg. e  Nel luogo citato. Ma non è già così da passar sotto silenzio il regno del medesi mo TarquinioPrisco successoredi Anco.Ne viene costui rappresen tato come usurpatore del regno, secondo che disli, a' figli di quello, de'quali egli era stato istituito tu tore dalpadre. Egliregna tren totto anni,e vien finalmente ammazzato per opera degli stessi fi gliuolidi Anco vaghidi ricuperare il regno paterno tolto loro dalla frande dell'uomo straniero. Nel che Sed injuria dolor in Tarquininın ipsum magis quam in Servium eosftimulabat Duo de quadragefimo fer me anno ex quo regnare cæperat Tarquinius bc.Id.Ib. ipse regiinfidi aparantur.Id. Ib. aullo poft. ob hæc   che chi non ammirerà la flemma incredibile di costoro, che tra la ingiuria e la vendetta polero in mezzo trent'otto anni, spazio di tempo bastante a sedare e spegner forfe nell'animo qualunque più violenta passione? Questo fatto a dunque dovette avvenire nella lo to giovanile età non molti anni d o polamortedel padre; il che quan to è comprovato dalla vatura del fatto medesimo, lo è altresi dal non ne avere effiraccolto frutto alcuno, come coloro che dopo la uccisione di Tarquinio rimasero ne più nè meno esclusidal regno pa terno.La qualcosaben mostraef fere questa stataopera di età gion vanile e inconsiderata, e non di quella ferma e matura di cinquan ta anni, in cui LIVIO gli fa con troogni verisimiglianzaoperarque  Ita. C4   Che diremo oltre del suo suc cessore Servio Tullo, il quale nel fapno regnare quarantaquattro an ni? Se non che dobbiamo di moltoaccorciarean coquesto regno, per quella medesima ragione per la quale abbiamo accorciatoquello di Tarquinio Prifco fuo predeceffore. È Servio Tullo anch' ello mello a morte da chi volea ricuperare il regnopaternotoltoglida essoTul lo,ch'era di schiatta fervile,e chefuportosultronodi Roma per artifiziodi Janaquilę moglie diTar sta Tragedia, E però rimane che fi debbaabbreviareilregnodi Tar quinio Priscocomesiè fattode' superiori. 1 qui Servius Tullus regnavit, annosquatuor quadraginta.. a tergo.   e preso dalla più violenta ambizione; e ch'egliin quinio Prisco. È in ciò dovrà pa rere molto strano che Lucio Tarquinio, che fu poi cognominato il Superbo,abbiaaspettatoa metter lo a morte quarantaquattro anni.E molto più poi le altri vorrà por menteatrecose,chequestoTar quinioera giovine fatto allorchè Servio Tullo fu aflunto al Trono, ilqualela prima cosa diede per moglie due sue figlie a due giova ni Tarquinj Lucio ed Arunte; che questo Tarquinio era di natu ra 3rdentifima EtnequalisAneiliberum animusadversusTarquinium fuerat, talisadversusse Tarquinii liberam esset: duas filias juvenibus, regiis' Lucio atqueAruntiTarquiniisjunio git a tergo    fine era eccitato cotidianamente ad occupare il regno da Tullia fua moglie la più stimolofa è rea f e m mina che fulle mai. Le quali cose considerate che fieno,faranno che debba credersi molto più irra gionevole che Servio Tullo abbia potuto regnare quarantaquattro an ni,che Tarquinio Prisco trentotto. Et ipfe juvenis ardentis animi do domi #xore Tullia in-, quietum inimum stimulante   Sen Servius quanquam jam  fu haud dubie regnum possederat; tamen quia interdum jactari voces a juvene Tarquinio audiebat büs, àtergo. a tergo, quid te stregium juvenem confpici jenis Nel fine del regno di Ser. Tullo. Senzache questoTarquinio,che è sempre chiamato giovine nella vi ta di Servio Tullo, moftra effére robusto e giovinę tuttavia allafi nedelregnodiquello,come co luichepiglioServioperlomez zo della perfona, e sollevatolo in alto lo gittò giù per la scala della Curia. La qual pruova giova nile non avrebbe potuto altrimenti fareseaquarantaquattro anni del regno diServioneaggiungiamo venti più o meno,ch'egli ne do yea avere alla morte di Tarquinio Brisco;.che lo farebbono vecchio di sessantaquattro anni allorchè ei (1)Multo ætateį viribus va lidior medium arripit Servium,es latumque eCuria in inferiorempar temper gradusdejecit.Id.Ib.p.34. a tergo.  per  de uxoribus mentio, Suam quisquelaudat miris modis,  Ora venghiamo finalmente ale lo stesso Tarquinio Superbo che fu l'ultimoRe diRoma iAvvenne verso la fine di questo regno,che nell'offidionedi Ardeainforgesle quistione traSesto Tarquinio e Tarquinio. Collatino marito di quella Lucrezia,chị de'dueavesse più savia moglie, dal che poi nacque, come Yaognuno), Confolato ela libertàRomana,Ora quertoTar quinio Collatina secondo le parole di Livio era giovine","e Yecondo lo ftesto autorem pervenne ad occupare il regno 5. Upitni HI,1, cer era figlio di un Inde IT: Forte potantikusbisapud Sextun Tarquinium ubii collati aus cænabat, Tarquinius Egerii fs lius incidit (fratrisbicfilius e rat Regis) Cyllațiæ in præfidio re lietus.a tery. eerto Egerio,il quale fu lafciato da Tarquinio Prisco alla guardia di Collazia Città di novella con quita nella guerra Sabina verso la metà del regno fuo o la in torno, che viene a cadere nell'an no cencinquantacinqueincircadal Collatio.c quisquid citra Collariam agri erat Sabinisadema ptum Egerius py,sub Indecertamine accenfoCollatinusne gatverbisopus effe; paucisid quide12 horis poffe:frisi,quantum cæteris præftet Lucretia. Quin sivi gor juventa ineft confcendimus, e qws,invifimulqise præsentesstrarun ingenia? LIVIO Vedi'anco la Tavoletta Cronologica registrata di topra.la edificazione di Roma,lomi penso che sarà mestiero darea ques sto Egerioaquel tempo per lo meno XXX anni, sì perchè l'età sua foffe in alcun modo eguale al cari co commessogli dal Re Tarquinio Prisco, sìperchèquesto Egerioera nato prima del tempo in cui Tar quinio venne a Roma sotto il re. gno di Anco (2), Ora come può egli starecheun'uomoditrent'anni ļ' anno di Roma cencinquanta cinque avere unfigliogiovine l'anno du genquarantaquattro,come non sivo glia supporre ch'egli avesse questo figlio dopo l'età degli ottant' an ni? ilche ben vede ognuno quan to LIVIO che è di niez zo tra ilpadre,e ilfigliuolo.  to siacontrario all'ordinario corfo delle cose naturali. Per lo che se vorremo ritenere questa discenden za de'Tarquinj, bisognerà accor ciare ilregiodiTarquinio Prisco di ServioTullo e similmente di TarquinioSuperbo,che occupano tutti e tre il tempo ot Un'altrapruova peracccrcia re ilregnodiTarquinio Superbo e quello eziandio di Servio Tullo fuopredecessore, fipudcavarda questo. Tarquinio Superbo quand? egli occupò il regno avea festanta quattro anni,come abbiani veduto poco innanzi, a'qualichiaggiunga i venticinque che fi dice avere ef fo regnato troverà,ch'egli avea L. Tarquinius Superbus regna ottantanove ánniallorchè fu elpus: fo dalregno;laqualcosapofto che vera, avšia merit:ito d'esser nota=; ta dagli Storici. Che più? Si legno gechequestoTarquinio parecchi annido poil  e g i fugio combattè a cavallo alLago Regillo con tro il Dittatore Postumio, il che gnavit annos quinque la viginti ! Regnatum konæ ab condita Urbe ad liberatam. Id. Ib.infinepo. LIVIO in Pofthumian prima in acie firos adhortantem inftruen temque Tarquinius Superbus quam quam jam '&tate a viribus erat gravior equum infeftus admifit; ietusqueab latere,concursufuorini receptus in tutum eft. du  che verrebbe a cadere nell'anno centesimo e più.là ancora dell'età sua, irragionevolezza troppo mag giore chenon sipuò comportare, e la qual nasce pure anch'essa, co me ognunvede,da uncalcolofon dato sopra leEpoche Liviane. Come adunquesidebbano le var molti e dalle du rate de'regnidi inni cotefti R e, egli si provato rimane abbastanza altrimenti nasco dagliassurdiche insieme i nelvoler comporre no le altre condizioni che ac fatti,e regni; medesimi cer questi conpiù compagnano furono i quali fatti dalla tra a'pofteri men tezdatrasmesli quantevolte dizione,che non un pia tornò. Ed egli abbastanza, come se fi riducano seguirono del Cielo tre quelli sito neta al medesimo provato è medesimamente le,cred'io, SO  durate di cotesti Re allà ordinaria legge diNatura,che li faregna re presi insieme diciotto o venti anniperuno,secondocheàdisco perto il Neutono, tutte le difficol tà siappianano, esvauiscono leir ragionevolezze tutte degli Storịci. La qual cosa benchè sia oramai fuor d'ogni quistione,mi piace aggiu gnere un'altra pruova, perchè fi vegga vie meglio qualmente sorga il vero da ogni lato, come all' in contro da ogni lato si manifefta 1 errore·Questanovellapruova fa rà ricavata dalle generazioni d'uo mini che sono indicate dagl’autori nella storia di detti re, le quali anch’esse arguiscono di falla la tecnica loro cronologia in quanto alle durate de’regni. Nella vita di Romolo fià, che Ottilio Avolo di Tullo Oftilio morì nella guerra   mo [Principes utrinque pugnam ciebant: ab Sabinis Metius Curatius, ab Romanis Hoftius Hoftilius [τετάρτω δε μηνί μεν την κτίσιν ως φάβιο ςισορά τοπε ρι την αρπαγήν ετολμήθη των γυ Voixãi. Plut. in Rom. Plut. descrivendo co mele Sabine divisero la zuffatra i Romani, e Sabini aggiugne: aipšv. muidice κομίζ εσαινήπια προς ταίςαγκάλαις  racontro i Sabini, che viene a cadere ne’ primi anni di quel regno. Il regno pertanto di Rout Hostius cecidit etc. LIVIO. Indo Tullum Hostilium nepotem Hostilii,cujus in infima arce clara pugna adver Sus Sabinos fuerat, regem populus. jussit. Plut. In Rom.] molo di Numa e di Tullo Ottilio, non occupa a un di presso che il tempo di due generazioni: quella del padre,o della madre che dir vogliamo di ello Tullo Ostilio, che duvette nascere al principio del regno di Romolo, e quella di Tullo Ostilio medesimo Da Nuna ad Anco Marzio suno due generazioni, poichè ello Numa era avolo di Anco Marzio; dat che ne seguita che la generazione tra Numa ed Anco finendo al tempo di Tullo Ostilio, rimanga·una generazione sola da Tullo alla fine del regno di Anco. Con che dal principio del regno di Romolo al [Numa Pompilii regis ne pos filia ortus Ancus Martiuserat. LIVIO. Plut. In Numa] ne  la fine di quello di Anco corrono in circa tre generazioni. Lucio Tarquinio Prisco prima detto Lucumo ne viene a Roma uomo maturo nel regno di Anco, onde la generazione di Tarquinio coincidendo con quella di Anco non resta che una sola generazione di uomini tra il regno di Anco e il regno di Tarquinio Superbo figlio di Tarquinio il vecchio o Prisco, Adunque dal principio del regno di Romolo al la fine di quello di Tarquinio Superbo corrono IV sole generazioni in circa di uomini e non più, Egli è il vero che LIVIO dice dubitare alcuni, se questo Tarquinio Superbo fosse figliuolo a [LIVIO eat ergo. Hic L. Tarquinius Prisci Tarquinii filius, ne posve fuerit, parum liquet: pluribus tamen authoribus filium crediderim devolvere retro ad stirpem fratrifi milior quam patri.  a ter go. Quas Anco prius, patre deinde Sito regnante, perpelli fint. Tarquinius reges ambos patrem vie, filium perfecisse a terg.  nepote del Prisco. M a senza che i più erano di oppinione ch'ei gli fusse figliuolo, oppinione abbracciata da esso LIVIO medesimo, egli si può mostrare, che da Tarquinio Prisco al Superbo corresse una sola generazioneper esser Col latino ancora giovane in ful fine del regno di Tarquinio Superbo, mentre il padre suo Egerio è uomo già fatto nel regno di Tarqui nio Prisco,come abbiamo veduto avatt   avanti.Ora fommando insieme gli anni di IV generazioni, ognu na delle quali ragguagliata è di XXXIII anni, si hanno cento e trentadue anni, e dando a ciascun Re XIX anni di regno, si hanno cento trentatre anni, il che derivato dalla legge di natura co sì maravigliosamente conviene col la regola cronologica del Neutono, che le osservazioni astronomiche più a capello non convengono colle teorie ec o'calcoli di quel grand’ uomo. Io non aggiugnerò altroa questo ragionamento, se non che a quel modo che la cronologia di Neutono assolve VIRGILIO che è il più esatto de’ poeti da quello acronismo imputatogli comunemente. Vedi la cronologia di Neutono te in rispetto a’ tempi in cui vissero ENEA e Didone, così ella può giustificare quella comun tradizione tenuta in Roma che NUMA è uditore di Pitagora, e che non meno contribuisse a fondar quello imperio, il qual è signor delle cole, la virtù italiana che la romana sapienza. Algorottus. Francesco Algarotti. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, "Grice ed Algarotti," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Algarotti.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alici: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale reciproca – la scuola di Grottazzolina – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Grottazzolina). Filosofia marchese. Filosofo italiano. Grottazzolina, Fermo, Marche. Grice: “If an Italian philosopher tells me he believes in God, I stop calling him ‘philosopher’!” --. Grice: “I like Alici; he has philosophised on some of the topics *I* did, since it should not surprise anyone, since we are philosophers (if I’m also a cricketer!) --.Grice: “I will organize some overlaps in hashtags: compassione. – serious study – il terzo incluso – I curiazi, i moscheteri -- ”:noi dopo di noi,” ‘we after we’ – the meta-language – romolo e remo; ossia, il bene condiviso;:romolo e remo; ossia, condividere la deliberazione; eurialo e isso, ossia, dall’io al noi; colloquenza romana; amore: l’angelo della gratitudine; eurialo e nisso: amore d legarsi – la reciprocita; pilade ed oreste --  luigi Alici Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana. Presidente nazionale dell'azione cattolica italiana, Allievo di Rigobello, insegnato a Perugia, Roma, e Macera. Direttore della Scuola di Studi Superiori Leopardi. Studia Agostino. Saggi dedicati al rapporto tra interiorità e intenzionalità, comunicazione e azione, libertà e bene, con particolare attenzione alle tematiche dell'identità personale e della reciprocità a-simmetrica, esaminate anche sotto il profilo della loro rilevanza morale – anche temi della fragilità e della cura, e il rapporto tra natura, tecnologia e libertà.  Impegnato fin da giovane nell'azione cattolica, ha ricoperto numerosi incarichi, responsabile dell'Ufficio studi; direttore della rivista culturale "Dialoghi"; consigliere dell'associazione dall’assemblea nazionale, e presidente del consiglio. Membro del consiglio dell'Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Bachelet di Roma; Comitato Scientifico della Collana di “Filosofia morale” (Vita e Pensiero, Milano); Comitato di direzione della rivista “Dialoghi” (Roma); Consiglio Scientifico del “Centro di Etica Generale e Applicata” (Pavia); Comitato scientifico della rivista “Hermeneutica” (Urbino). Membro del Comitato Scientifico della Fondazione “Lanza” (Padova). Dirige inoltre la sezione di Filosofia della Collana “Saggi” (La Scuola Editrice, Brescia) e della Collana “Percorsi di etica” (Aracne Editrice, Roma). Altri saggi: “Il linguaggio come segno e come testimonianza. Una rilettura di Agostino”(Edizioni Studium, Roma); “Tempo e storia. Il "divenire" nella filosofia” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il pensiero del Novecento Editrice Queriniana, Brescia); “Il valore della parola. La teoria degli "Speech Acts" tra scienza del linguaggio e filosofia dell'azione” (Edizioni Porziuncola, Assisi PG); “Presenza e ulteriorità, Edizioni Porziuncola, Assisi (PG)); “La dignità degli ultimi giorni” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “Con le lanterne accese. Il tempo delle scelte difficili, Ave Edizioni, Roma); “L'altro nell'io. In dialogo con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il terzo escluso, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “La via della speranza. Tracce di futuro possibile”  (Edizioni Ave, Roma); “Cielo di plastica. L'eclisse dell'infinito nell'epoca delle idolatrie” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo), (Premio "CapriSan Michele); “Amare e legarsi. Il paradosso della reciprocità, Edizioni Meudon, Portogruaro); “Filosofia morale” (Editrice La Scuola, Brescia); “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” (Editrice La Scuola, Brescia); “L'angelo della gratitudine, Edizioni Ave, Roma); “Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici” (Quaderni di Spello”, Edizioni Ave, Roma,  (Premio “CapriSan Michele); “Il fragile e il prezioso. Bio-etica in punta di piedi, Editrice Morcelliana, Brescia); “InfinitaMente. Lettera a uno studente sull'università, EUM, Macerata,. Edizioni di opere di Sant'Agostino La città di Dio, Rusconi, Milano; Bompiani, Milano. La dottrina cristiana, Edizioni Paoline, Milano; Confessioni, Sei, Torino, Manuale sulla fede, speranza e carità, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma. “Il potere divinatorio dei demoni, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma; La natura del bene, Città Nuova Editrice, Roma; Il libro della pace. «La città di Dio, XIX», Editrice La Scuola, Brescia); “Agostino nella filosofia del Novecento (con R. Piccolomini e A. Pieretti), 4Città Nuova Editrice, Roma (comprende: Esistenza e libertà, Interiorità e persona, Verità e linguaggio, Storia e politica). Azione e persona: le radici della prassi, V&P, Milano, Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, Il Mulino, Bologna, La filosofia come dialogo. A confronto con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma, Filosofi per l'Europa. Differenze in dialogo con Totaro, Eum, Macerata, Agostino. Dizionario enciclopedico, di Allan D. Fitzgerald edizione italiana curata assieme a Antonio Pieretti, Città Nuova Editrice, Roma); “Forme del bene condiviso, Il Mulino, Bologna, “La felicità e il dolore. Verso un'etica della cura” Aracne Editrice, Roma,. Dialogando. Idee, pensieri, proposte per il nostro tempo, Edizioni Ave, Roma); “Unità e pluralità del vero: filosofia, religioni, culture, Archivio di filosofia); “Il dolore e la speranza. Cura della responsabilità, responsabilità della cura, Aracne Editrice, Roma); “Prossimità difficile. La cura tra compassione e competenza, Aracne Editrice, Roma); I conflitti religiosi nella scena pubblica. I: Agostino a confronto con manichei e donatisti, Città Nuova Editrice, Roma); “Noi dopo di noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro” (FrancoAngeli, Milano); “I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra prossimità e distanza, Aracne Editrice, Roma); “I conflitti religiosi nella scena pubblica. II: Pace nella civitas, Città Nuova Editrice, Roma); “La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia, (con G. De Simone eGrassi), Ave, Roma. L'umano e le sue potenzialità: tra cura e narrazione (conNicolini), Aracne, Roma. L’etica nel futuro (con F. Miano), Ortothes, Napoli-Salerno. Pagina di presentazione nel  docenti dell'Università degli Studi di Macerata, su docenti.unimc.  Dialogando. Il blog di Luigi Alici, su luigialici.blogspot. Predecessore Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana Successore Paola Bignardi.  “Love and duty are the cement of society” (Elster). “Love and duty are *not* the cement of society. The mechanism is *reciprocity*. Seemingly co-operative, helpful, altruistic behaviour, based on versions of the ‘I’ll-scratch-your- back-you-scratch-mine’ principle, require no nobility of spirit. Greed and fear suffice as motivation: greed for the *fruit* of co-operation, and fear of the consequence of *not* reciprocating the co-operative helpful overture of the other.” (Binmore). Chi tra Elster e Binmore ha ragione? Chi che vede nell’amore il “cemento della società”, o chi che considera invece la reciprocità dei due soggetti, basata su egoismo e paura, come il meccanismo sufficiente per tenere assieme la società? Oppure le cose sono più complicate? Grice propone di penetrare all’interno delle dinamiche della gratuità, della reciprocità e del tipo di razionalità che sottostanno ad esperienze conversazionale che potremmo chiamare “sociali”, come sono quelle dell’Economia di Comunione Conversazionale [cf. Bruni e Pelligra]. In particolare ci domandiamo a quali condizioni un soggetto o un’impresa mossi da una razionalità diversa da quella standard possano sopravvivere e svilupparsi in un contesto dove esiste una eterogeneità di soggetti interagenti. Inizieremo evidenziando le caratteristiche base dell’idea di razionalità che muove l’homo oeconomicus, cioè l’agente considerato “standard” dalla teoria economica convenzionale. Quindi introdurremo un tipo di agente non standard, mosso da una razionalità in cui l’azione donativa ha una ricompensa intrinseca. Questo fa in modo che la reciprocità possa assestarsi come equilibrio stabile. Nella sezione 3 vedremo che, quando agenti eterogenei interagiscono tra di loro, le cose si complicano e gli esiti non sono più scontati. Per far questo ci serviremo della forma più elementare di giochi evolutivi; saremo, così, in grado di mostrare i risultati più interessanti del modello, che espliciteremo nelle conclusioni. Smerilli Bruni  Bellanca, Crivelli, Gori, Gui, Pelligra Zarri. Perché è così difficile cooperare (per l’economia)? L’idea di razionalità è dove sono maggiormente concentrate le assunzioni della scienza economica circa il comportamento umano, che potremmo anche chiamare antropologia filosofica, o psicologia filosofica. La razionalità economica, non cerca, principalmente, di descrivere il comportamento “quale è” nella realtà, ma piuttosto di individuare dei criteri di comportamento ottimo, razionale appunto, che fanno in modo di poter individuare tra i tanti comportamenti possibili quelli ottimizzanti – anche se tra analisi descrittiva e normativa esiste poi uno stretto rapporto. Le caratteristiche base dell’idea standard di razionalità economica, possono essere sinteticamente enucleate guardando alle assunzioni, che restano spesso implicite, del “gioco” più famoso utilizzato oggi in economia: il cosiddetto dilemma del prigioniero. Esso, nell’ambito della teoria dei giochi1, è usato per mostrare come la ricerca dell’individualistico tornaconto, in molte situazioni (in particolare in quelle dove non è possibile stipulare un contratto vincolante per le parti), non solo non porta al bene comune, ma neanche al bene privato dei singoli individui. La logica che sottende il gioco è usata per spiegare molti dei dilemmi dovuti all’assenza o al mal funzionamento dei mercati: dall’inquinamento, alla congestione del traffico, alle difficoltà della co-operazione. Il gioco rappresenta l’interazione tra due individui, che chiamiamo Romolo e Remo, identici (hanno le stesse informazioni e la stessa struttura di preferenze, i due elementi che fanno la diversità tra gli agenti economici –a cui va aggiunto, nel caso di imprese, il potere di mercato). Romolo e Remo si trovano a scegliere in una situazione ‘strategica’ di inter-dipendenza, ciascuno sa di avere di fronte un soggetto identico a sé, con le stesse preferenze, e *entrambi* conoscono la struttura del gioco (le ricompense, o pay-off associati agli esiti, che dipendono dalle proprie azioni o muoti conversazionali e da quelle dell’altro/i). Quali sono le preferenze? Per restare nel concreto, pensiamo ad una situazione famigliare: la raccolta differenziata dei rifiuti (ma il ragionamento, come si capirà immediatamente, è di portata più universale). L’ordine di preferenze dei nostri due giocatori, e in generale dell’homo oeconomicus standard che di norma l’economista ha in mente quando descrive il mondo, sono le seguenti. Al primo posto Romolo ed Remo – o Eurialo e Niso -- mettono: “l’altro fa la raccolta e io no”. A questo esito del gioco associamo il punteggio massimo, diciamo 4 punti. Al secondo posto “tutti la facciamo, me compreso” (3 punti). Al terzo “nessuno la fa” (2 punti). Al quarto “solo io faccio la raccolta differenziata” (1 punti). La tabella e il grafico sottostanti (che sono due modi diversi di rappresentare questa situazione, rispettivamente in forma normale ed estesa) rappresentano sinteticamente la struttura del gioco. La teoria dei giochi è oggi pervasiva nella teoria economica. Essa è soprattutto un linguaggio che consente di rappresentare in modo molto efficace interazioni (chiamate “giochi”) di tipo ‘strategico’, cioè situazioni nelle quali i guadagni, non solo monetari (chiamati pay-off, ricompense), dipendono dalla scelta dell’ altro soggetto o individuo inter-agente con lui, e non solo dalla propria (deliberazione condivisa). La teoria dei giochi ha oggi un campo di applicazione molto vasto, che va dalla collusione tra imprese all’inquinamento, dalle scelte elettorali al rapporto paziente-psicologo. Va notato che sebbene, per semplicità e per ragioni di chiarezza espositiva, abbiamo assegnato pay-off numerici (ipotesi che verrà eliminata nelle prossime sezioni), in realtà siamo all’interno di un orizzonte di tipo ordinalistico. Di per sé i valori numerici non possiedono alcun significato, e quello che conta è l’ordine delle preferenze individuali. Data una tale struttura di preferenze, si dimostra facilmente che Eurialo e Niso, *se sono razionali*, sceglieranno entrambi di *non* co-operare (non fare la raccolta differenziata), ritrovandosi così al terzo livello di preferenza (con due punti ciascuno: 2 punti per Eurialo, 2 punti per Niso), una situazione “dominata” dalla co-operazione reciproca (fare tutti la raccolta), in cui avrebbero ricevuto tre punti ciascuno (3, 3). Eurialo  Co-opera Co-opera 3,3 1,4 Non co-opera Non co-opera 4,1 2,2. Nella rappresentazione in forma estesa, gli esiti del gioco esprimono bene le caratteristiche base dell’idea di soggetto che l’economia normalmente segue nel costruire i suoi modelli. Il suo mondo ideale è quello in cui gode dei benefici (ad esempio un mondo non inquinato) senza sostenerne i costi che preferisce trasferire sull’altro, se può (separare i rifiuti, depositarli in raccoglitori diversi, ecc. ). Da qui il dilemma. Si dimostra facilmente che, poiché si trova di fronte uno/a con la stessa “razionalità” e preferenze, la soluzione del gioco è che entrambi Eurialo e Niso si ritrovano al terzo livello dell’ordinamento di preferenze, cioè nessuno fa la raccolta differenziata, quando invece ciascuno avrebbe preferito che tutti la facessero (che infatti si trova al secondo posto). E la realtà delle nostra città e del nostro pianeta ci dice quanto questi dilemmi siano reali e urgenti, e quanto la scelta ‘sociale’ non si discoste poi tanto dal modello astratto utilizzato dall’economia. Tutto ciò ci dice che la *soluzione* del gioco, e gli esiti dilemmatici dipendono sostanzialmente da due ipotesi base circa la razionalità. Primo, l’individualismo: ragionare esclusivamente nei termini di “cosa è ottimo, o meglio, per me: mittente/recipiente”). Secondo: lo strumentale (la bontà di una azione si misura sulla base della sua capacità di essere un *mezzo* condizionale per ottimizzare i pay-off, non per il suo valore categorico intrinseco. Date queste ipotesi, la non- [Nella tabella i numeri (i pay-off) esprimono utilità, quindi il più è preferito al meno. Il primo numero si riferisce a Niso, il secondo ad Eurialo. Nell’appendice abbandoniamo i numeri e passiamo ad un caso più generale (dove i pay-off è espresso in lettere, ordinate non in modo cardinale). Va aggiunto che non ogni inter-azione rappresentabili come dilemma del prigioniero porta a risultati dilemmatici e sub-ottimale a causa dell’antropologia sottostante. Si pensi, ad esempio, agli  [3  cooperazione (nessuno fa la raccolta) è un *equilibrio* stabile del gioco (o equilibrio di Nash), dal quale nessuno dei giocatori ha convenienza a spostarsi uni-lateralmente, a meno che non si sia capaci di stipulare un *patto* vincolante. Se un patto vincolante non è possibile -- si pensi alle interazioni quotidiane con numerosi agenti, come nel traffico stradale -- o troppo costoso, *non* cooperare risulta la ‘strategia’ ottimale per due ragioni. Prima se Eurialo suppone che Niso è azionale (individualista e strumentale) allora se co-operassi avvierei Eurialo allo sfruttamento (1 punto).Se invece Eurialo ha buone ragioni per pensare che Niso *non* è razionale o, come dice Dawkins, “ingenuo”, e che quindi si lasce sfruttare, Eurialo ha una ragione in più per *non* cooperare. Otterrai infatti 4 punti. Quindi l’esito dilemmatico è una combinazione di paura alla Hobbes e di opportunism. Se va male Eurialo cade in piedi e non si lascia sfruttare. Se va bene Eurialo prende tutto. Una razionalità puo essere con ricompense *non* materiali. In un mondo fatto di due individui mossi da questa razionalità la co-operazione può essere raggiunta solo quando siamo capaci di auto-vincolarci a delle regole non opportunistiche, per un bene individuale maggiore. Io gratto la tua schiena, tu gratti la mia. Questo principio è, in mille varianti, il tipo di co-operazione che può emergere tra due soggetti razionali di questa maniere. Grice lo chiama ‘altruismo reciproco’ -- individuando un comportamento pro-sociale in tutte le specie animali, dove però l’altruismo disinteressato non esiste, ma è solo maschera di più sottili forme di egoismo (o amore proprio e non benevolenza). In ogni caso la co-operazione è interamente condizionale e non un imperativo di tipo kantiano. Eurialo aiuta Niso a condizione che Niso aiuta Eurialo e vice versa. Viene comunque spontaneo chiedersi se negli esseri umani – o almeno due filosofi oxoniensi -- ci sia qualcosa di diverso, in termini di socialità, rispetto alle scimmie o alle formiche. Al di fuori di questi specifici casi nei quali la co-operazione emerge, un atto che non punti a rendere massimo il proprio interesse, di breve o di lungo periodo, è considerato *irrazionale* o ingenuo, poiché si diventa pasto degli altri individui più aggressivi, che cresceranno e prospereranno a spese degli ingenui. Forse molti degli atti di co-operazione a cui assistiamo nella vita quotidiana possono trovare la loro spiegazione sulla base di questo tipo di logica individualistica, strumentale, e condizionale. Non tutti però. E’ infatti nostra convinzione che la convivenza civile, e le dinamiche economiche conversazionale, conoscono anche altre forme di co-operazione, che possono emergere sulla base di un ragionamento mosso da un tipo *diverso* di razionalità non utilitaria ma assoluta. In quanto segue, cercheremo di esplorare le implicazioni che scaturiscono dalla seguente domanda. Come cambia il gioco della vita in comune se complichiamo la visione antropologica sottostante i modelli economici? L’elemento di diversità (rispetto all’approccio standard) che qui introduciamo, è la presenza di un valore *intrinseco* categorico assoluto ingorghi stradali. Questi sono perfettamente rappresentabili come dilemmi del prigioniero. Ma sarebbe impreciso definire gli automobilisti che escono per andare a lavoro individualisti e strumentali. Ma abbiamo a che fare con un problema di mancanza di co-ordinamento in una scelta collettiva, che se vogliamo rimanda anch’esso a una dimensione ‘sociale’ (come la capacità di addivenire a patti vincolanti), ma, antropologicamente, è meno coinvolgente di casi dilemmatici che riguardano l’inquinamento o il rapporto con il fisco. Questo per dire che la teoria dei giochi è un linguaggio che trascende l’ambito economico e la sua tipica forma di razionalità; e infatti essa è utilizzata anche per modelizzare agenti mossi da forme razionalità *non* strumentali (come in parte fa Grice). (Dal nome del matematico che nei primi anni cinquanta introdusse questa nozione di equilibrio stabile). Il fatto che nella realtà concreta riusciamo a non cadere nel dilemma dipende dal fatto che spesso riusciamo a disegnare patti o contratti vincolanti, con sanzioni. Grice mostra che anche il richiamo di allarme che certi uccelli emettono per avvisare il gruppo dell’arrivo di un predatore, a *rischio anche della propria vita*, è il risultato di un calcolo egoista. L’uccello può più facilmente salvare la sua vita se tutto lo stormo si sposta e non rimane isolato. -- associato a un comportamento di gratuità, da cui discende la possibilità di sperimentare una co-operazione, o reciprocità, non primariamente strumentale e condizionale, ma assoluta, costitutiva dell’umano, e categorica. Questo agente economico intende pertanto la reciprocità diversamente da come essa è usata oggi in economia. Rispetta l’ambiente, paga le tasse o edifica la casa rispettando i vincoli del piano regolatore (tutte faccende cooperative), ad esempio, perché questi comportamenti sono per lei dei valori, perché le danno una ricompensa intrinseca, e non solo strumentale (i vantaggi materiali della cooperazione, che pure sperimenta). Questo diverso tipo di agente non è quindi puramente consequenzialista e utilitario come invece è l’agente-individuo. Non valuta cioè la bontà del muoto conversazionale solo sulla base della conseguenza che tale muoto produce, ma tiene conto sia di una componente assiologica o deontologica – non aletica --, legata al valore, sia di una componente procedurale, più legata ai tipi di relazione all’interno delle quali il suo muoto si sviluppa. Sa inoltre che il suo muto è pienamente *efficace* se anche l’altro si comportano allo stesso modo (se reciprocano). Ma non condiziona il suo comportamento a quello dell’altro (come invece farebbe l’homo oeconomcus-individuo standard). Al tempo stesso, se l’altro si comportano sulla base della stessa razionalità assiologica e dello stesso valore intrinseco, allora egli soddisfa al massimo le sue preferenze, e anche il benessere sociale aumenta. In base ad una tale struttura di valori, o cultura della reciprocità gratuita, al primo posto dell’ordine di preferenze questo tipo di agente economico non mette, diversamente dal tipo standard, “tutti co-operano tranne me”, ma “tutti, me compreso, cooperiamo”, o doniamo. E questo perché il comportamento in sé è parte integrante del suo sistema di valori. Al secondo posto dell’ordine di preferenze pone: l’altro co-opera, io no. Al terzo posto: io co-opero, l’altro no. Al quarto, nessuno co-opera. Per capire questi valori si può partire dalla struttura di ricompense (i pay-off, cioè i numeri che misurano le ricompense) del dilemma del prigioniero. Ma occorre aggiungere, o sottrarre, ai pay-off materiali una componente intrinseca, sulla base della teoria classica della felicità o calculo eudaimonico, o beatifico, nella quale il comportamento buono in sé, o *virtuoso*, ha una ricompensa intrinseca. Così, se un soggetto ha fatto propria questa cultura della reciprocità gratuita o, per usare un’espressione più forte ma anche più corretta, della “comunione” (la communita immune), quando Eurialo co-opera e la controparte, Niso, no (pensiamo sempre all’esempio ambientale, o, se si vuole, ad un rapporto di amicizia), il suo pay-off, materialmente uguale a 1 (come nel gioco standard), aumenta a causa delle ricompensa intrinseca (che poniamo pari ad uno), attestandosi a 2. Se Eurialo invece *non* coopera ma la controparte, Niso, sì, ecco allora che il pay-off, pur essendo materialmente pari a 4, diminuisce a 3, perché si inserisce una *sanzione* intrinseca. 4 – 1 = 3. Si pensi a chi, pur avendo fatto propria la cultura della reciprocità, in un certo muoto non è coerente perché non riesce a vincere la tentazione del vantaggio materiale. La sua soddisfazione è comunque minore a causa della sanzione intrinseca, che potremmo chiamare anche insoddisfazione o senso di colpa o vizio. Il mondo peggiore (pay-off = 1) è quello in cui ciascuno è chiuso in se stesso. Qui il pay-off è 1 perché si parte da quello materiale (2) e gli si sottrae il valore intrinseco (2 – 1 = 1). Il mondo migliore è invece la *reciprocità*, un incontro mutuo di gratuità: (4), il pay-off materiale della co-operazione (3) più la componente intrinseca della gratuità. Sui vari usi della categoria di reciprocità nella teoria economica, cf. Crivelli. Questo ordine di preferenze dipende dall’ipotesi che la componente intrinseca dei pay-off sia costante e pari ad uno. Un’analisi più approfondita dovrebbe studiare i casi quando la motivazione intrinseca è maggiore, minore o uguale alla componente materiale. Non è da escludere, ad esempio, che all’aumentare di quest’ultimo dovrebbe aumentare la tentazione di tralasciare gli aspetti intrinseci. Se fare, ad esempio, la raccolta differenziata diventa estremamente costoso e laborioso, il numero di quelli, anche bene intenzionati, che la faranno diminuirà. Inoltre, una tale analisi ammette la possibilità di confronti  -- La componente intrinseca dell’azione è legata alla teoria classica della felicità o calculo eudemonistico di Bentham. La felicità, essendo il risultato di una vita virtuosa, è fuori dalla logica strumentale. La virtù è praticata perché ha un valore intrinseco, non per un calcolo machiavelico strumentale costi/benefici. La virtù, in particolare quella civica, ha bisogno di reciprocità perché porti ad una vita sociale pianamente realizzata, ma non può pretenderla, solo attenderla dalla libertà dell’altro. Ecco perché dagli antichi fino ad oggi alla felicità è associato un elemento *paradossale*. La feicita ha bisogno di reciprocità, ma solo la gratuità può suscitarla senza pretenderla. Un “gioco di reciprocità” (intesa nella maniera appena detta), che rimane sempre del tipo dilemma del prigioniero, può essere dunque rappresentato come segue: Eurialo Dona Non-Dona   Dona 4,4 2,3 Non-Dona 3,2 1,1 Rappresentiamo anche questo gioco in forma estesa. Dalla tabella, o dall’albero decisionale, si nota che se i due giocatori hanno questa stessa struttura di preferenze, l’unico esito stabile del gioco o equilibrio di Nash, dal quale cioè nessuno è incentivato a spostarsi, è “dona-dona”. Quindi per interpersonali di utilità, cosa peraltro non inusuale quando l’utilità attesa si calcola con la funzione di Von Neumann Morgernstern. Per un’analisi approfondita dei pay-off psicologici cf. Pelligra. Sul paradosso della felicità cf. Bruni. Il modello che può essere considerato il capostipite dei giochi del tipo gioco di reciprocità è quello introdotto da Sen -- questi giocatori-persone donare (o co-operare) è ‘strategia’ strettamente dominante, e l’unico equilibrio stabile del gioco è la reciprocità o la *comunione*: dona/dona. Cosa ci suggerisce questo gioco, pur nella sua estrema semplicità? Se sono un soggetto che ha questi valori non ho alternative a cooperare: gli altri possono rispondere o meno, e quindi il mio benessere/felicità è incerto (stando al gioco precedente, posso ottenere in termini materiali 2 o 4 punti): ciononostante per me l’unica possibilità, l’unica azione razionale, è cooperare, o come abbiamo detto, donare. Così, per fare un esempio, se sono alle prese con un fornitore difficile, non ho alternative al donare. Potrò trovare reciprocità o no, ma in ogni caso l’alternativa, ‘non-dona’ – che, nella pratica, significherà ogni volta qualcosa di diverso – è per me la peggiore (perché è sempre dominata dalla co-operazione) a causa della ricompensa (sanzione) intrinseca. E’ questo un soggetto che per alcune scelte non calcola i costi e i benefici. Che senso ha fare la raccolta differenziata se solo io la faccio. Ma agisce sulla base di un valore, o di una norma etica interiorizzata. Ciò spiega, tra l’altro, perché in certe società l’ecologia o il rispetto delle norme civili sono messe in pratica anche in contesti nei quali sarebbe razionale (nel senso standard) non farlo: iclassico fazzoletto di carta buttato fuori dal finestrino quando nessuno ci osserva, e quindi nessuna sanzione può essere applicata. D’altro canto, davanti a queste nostre considerazioni qualcuno potrebbe obiettare. Ma se ipotizzate che gli individui traggano soddisfazione dal muoto conversazionale stesso, diventa banale spiegare l’emergere (dalla perspettiva della psicologia filosofica) della co-operazione. In effetti l’idea è semplice. Ma ci auguriamo non banale, ma bizarra. In particolare, gli aspetti più interessanti intervengono quando pensiamo che nel mondo reale, nel mercato in particolare, non sappiamo normalmente con chi stiamo giocando, se abbiamo cioè di fronte un soggetto del primo tipo o uno del secondo. E qui entriamo in quello che possiamo chiamare il “paradosso della reciprocità” o della comunione, che possiamo sviluppare sinteticamente come segue, mettendo assieme i vari pezzi fin qui costruiti. Una vita buona ha bisogno di reciprocità genuine. La reciprocità genuina però non viene suscitata se la logica che ci muove è primariamente strumentale. La risposta dell’altro, la reciprocità, non possiamo pretenderla, ma solo *attenderla* dalla libertà dell’altro. Co-operare porta quindi a due esiti diversi (indicati con 2 o 4) in base alla risposta o non risposta dell’altro. Per comprendere questi risultati, si consideri che ognuno sa che l’altro ha di fronte due possibili scelte: donare e non donare, e, date le loro preferenze, qualunque scelta faccia l’altro per ciascuno è preferibile donare -- considerando anche il pay-off intrinseco. Se infatti l’altro giocatore (Eurialo) sceglie “donare” i punti di Niso sono 4 (mentre la mossa “non-dona” avrebbe portato solo 2 punti); e anche se Eurialo scegliesse “non donare”, Niso preferisce sempre “donare” che gli dà 2 punti invece di 1 (che è il pay-off di “non-dona/non-dona”). Può valere la pena specificare che qui con “donare” non si intende l’altruismo o la filantropia -- che possono restare atti individualisti. Donare è sinonimo di ciò che la cultura greco-romana chiama “amore”, e cioè un atto gratuito ma che ha sempre di mira la *reciprocità*, il rapporto personale con l’altro (amore-amicizia). Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che più che di una diversa forma di razionalità in questo caso siamo in presenza di un soggetto che ha solo preferenze diverse, ma la cui razionalità resta quella standard strumentale, perché in fondo anche lui massimizza la propria utilità. Noi preferiamo pensare che una persona che agisce mossa da motivazioni intrinseche sia più efficacemente rappresentabile da una forma di razionalità che Grice chiamava “rispetto ai valori” o assiologica che non dalla classica razionalità strumentale, che si caratterizza proprio per il suo essere tutta basata sul calcolo utilitario.Qui infatti nostri soggetti co-operativi fano la scelta non sulla base di un calcolo, ma per un valore. È ovvio che esiste una circolarità tra motivazioni intrinseche e il comportamento dell’altro -- su questo cf. Bruni e Pelligra. Per questo la vita in comune è fragile, come anche i filosofi – da Aristotele in poi - ci insegnano, perché essa dipende dalla risposta dell’altro – l’amore di Eurialo e reciprocato dall’amore di Niso e vice versa. Quale evoluzione? Facciamo ora un passo avanti, e ci domandiamo cosa succede quando soggetti standard e soggetti non standard (il secondo tipo che abbiamo appena descritto) interagiscono tra di loro. Sono situazioni che Grice studia. Sono ormai numerosi i modelli con un agenti altruistico che interage con un agenti auto-interessato. Qui ipotizziamo quattro casi, che, con diversi gradi di astrazione, possono rappresentare alcune situazioni reali che vengono a verificarsi quando l’interazione avviene tra soggetti diversi, perché mossi da culture diverse. Utilizzeremo, allo scopo, i rudimenti della teoria dei giochi evolutivi, nella sua forma più elementare, il cui elemento innovativo è l’introduzione della componente immateriale del pay-off corrispondente alla ricompensa intrinseca. Ipotizzeremo cioè i nostri giocatori immersi in un ambiente abitato da popolazioni diverse, dapprima due, e poi tre. La teoria dei giochi evolutivi utilizza lo stesso linguaggio, e in buona parte la stessa metodologia, della *biologia* evolutiva. Tra più popolazioni esistenti in un dato ambiente, nel tempo sopravvive quella che ha la fitness – capacità di adattamento – maggiore. Se due popolazioni hanno la stessa fitness sopravvivono entrambe. Ma se una ha una fitness minore delle altre è destinata all’estinzione, non nel senso biologico del termine (morte di tutti i soggetti di quella specie), ma che quel comportamento non verrà riprodotto, e saranno imitati i comportamenti vincenti. Il dibattito sull’applicazione di una tale metodologia agli essere umani e alle loro popolazione è aperto, e controverso. In quanto segue noi non intendiamo abbracciare la filosofia, né la metodologia, dei giochi evolutivi. Riteniamo soltanto che il linguaggio dei giochi evolutivi ci aiuti a mettere in luce dinamiche, che riteniamo reali, non facilmente individuabili con linguaggi diversi. Il nostro è quindi un esperimento, che ci piacerebbe, in futuro, portare avanti, mettendo a quel punto in questione alcuni assiomi che nell’attuale teoria dei giochi evolutivi ci appaiono troppo semplificati, come il concetto di fitness: semplificati, ma non inutili, come speriamo di mostrare. Primo caso: Tipi 1 e Tipi 2, non riconoscibili Come primo caso facciamo le seguenti ipotesi. Esistono solo due tipi tra loro non riconoscibili. Chiameremo tipi 1 quelli standard, e tipi 2 quelli non-standard o di reciprocità. Le ricompense intrinseche sono determinanti per la scelta (che, come visto, fanno sì che per il tipo 2 sia sempre razionale, perché strettamente dominante, “donare”). Ma per la sopravvivenza nel tempo di un tipo di agente, la cosiddetta fitness (misurata -- La versione più semplice di tali modelli si può trovare nel Manuale di microeconomia di R. Frank. Un testo classico è quello di Axelrod, e un recente studio, basato su evidenza sperimentale, è quello di Bowles. Un modello vicino a quello qui presentato è Sacco e Zamagni. Interessanti considerazioni metodologiche si trovano in Crivelli. Vale la pena specificare che mentre nella biologia evolutiva l’unità di selezione è il gene, in economia l’unità di selezione è il comportamento; inoltre, mente in biologia la trasmissione è ereditaria in economia essa avviene per imitazione. Sono i vari comportamenti adottati e imitati che rendono un agente più efficiente di un altro. Un contributo importante a questo riguardo è l’articolo The evolutionary turn in game theory diSugden -- dal valore medio dei pay-off materiali), contano solo i pay-off materiali, non i pay- off dovuti alla ricompensa intrinseca. c. I pay-off materiali sono i seguenti. Coopera – coopera. Non coopera – coopera. Coopera – non coopera. Non coopera – non coopera. Con a > b> c> d. La probabilità di incontrare un tipo 1 è p1, mentre quella di incontrare un tipo 2 è p2, dove, per la definizione di probabilità, p2 = 1- p1 In questo primo caso lo scenario non è roseo per i tipi 2. Si dimostra, infatti, che a sopravvivere saranno solo i tipi 1, e questo risultato è indipendente dalla percentuale di tipi 1 e 2 presente nella popolazione. Infatti, anche se i tipi 2 fossero la quasi totalità (ex. 99%) dell’universo, sarebbero destinati ugualmente all’estinzione perché sistematicamente sfruttati dagli individui. SE VALGONO LE IPOTESI PRECEDENTI, SOPRAVVIVONO SOLO I TIPI 1, PER OGNI VALORE DI p1 e p2. Se supponiamo un intervento ridistributivo dello stato che preleva risorse dai tipi 1 per sostenere i tipi 2 (es. ciò che avviene normalmente nei sistemi di stato sociale con le imprese sociali), il gap di fitness si riduce, e in certi casi potrebbe essere nullo, consentendo così la co-esistenza dei due tipi. Situazione diversa se ipotizziamo che i due tipi siano, per l’esistenza di un qualche segnale, riconoscibili, e che il tipo 2 decida di interagire soltanto con i suoi simili.  Aggiungiamo, quindi l’ipotesi. Rispetto ai giochi delle prime due sessioni, ora ricorriamo esplicitamente a pay-off ordinali, dove la sola condizione rilevante nella misurazione dei pay-off è il loro ordine, e cioè che a sia maggiore di b, b di c e c di d. Indichiamo con Fi la fitness dei tipi 1, e con Fp la fitness dei tipi 2. F1 = p1c + p2a F1 = p1c + (1-p1)a F2 = p1d + (1-p1)b. La tesi F1>F2 equivale quindi a: p1(b-a) + p1(c-d) > b-a, per p1 = 0 la disuguaglianza diventa a>b ed è quindi vera per p1 = 1 la disugualglianza diventa c>d ed è quindi vera osservo che valore di p1 (0, 1), p1(c-d) >0 p1(b-a) > b-a, perché b-a è minore di zero, quindi: F1>F2 valore di p1 [0, 1]. È possibile inoltre dimostrare che, per tutti I giochi di questo tipo, quale che sia la posizione iniziale di partenza, l’unico equilibrio evolutivamente stabile verso cui si converge nel tempo è quello che prevede l’estinzione di una delle popolazioni, nel nostro caso dei tipi 2.  9  e. i tipi sono riconoscibili e l’interazione è selettiva (il tipo 2 gioca solo con i simili). Se la riconoscibilità è perfetta (cioè la probabilità di simulazione è nulla), si dimostra facilmente che sarebbero i tipi 2 a sopra-vivere. Infatti, in questo caso vale il Risultato. SE IPOTIZZIAMO PERFETTA RICONOSCIBILITÀ DEI TIPI, SI ESTINGUONO I TIPI 1. Questo secondo risultato ci dice già qualcosa d’importante. La riconoscibilità, anche quando non perfetta (come nella realtà normalmente avviene), aumenta la fitness dei tipi 2. Ciò spiega, ad esempio, l’emergere del fenomeno della “rete”, una realtà tipica dell’economia sociale. Le varie componenti ed espressioni dell’economia sociale tendono infatti a cercarsi e scegliersi l’un l’altra: reti di imprese, reti di consumatori che insieme preferiscono le imprese sociali, reti di imprese (si pensi ai consorzi di co-operative, di veri livelli), risparmiatori e consumatori (il fenomeno delle banche etiche e della finanza etica). Nella realtà, però, supposto che un agente 2 voglia evitare di interagire con i tipi 1 (cosa da non dare per scontata), la perfetta riconoscibilità o la simulazione nulla sono comunque altamente irrealistiche (sono troppi i soggetti con i quali un’impresa e anche una persone interagisce: lavoratori, finanziatori, concorrenti, fornitori, consumatori). E’ quindi necessario ricorrere ad altre ipotesi per giustificare teoricamente lo sviluppo delle imprese sociali nel tempo. E’ quanto di cerca di fare negli altri due casi. Introduciamo ora un *terzo* tipo che si aggiunge ai due precedenti. Potremmo chiamarlo ‘civile’ o griceiano. Ipotizziamo che: f. il tipo 3 gioca una strategia “colpo su colpo”, una strategia intermedia (rispetto alle altre due più “radicali” dei tipi 1 e 2, che, rispettivamente, co-operano mai e sempre), che lo fa co-operare con chi coopera, e *non* cooperare con chi *non* coopera. Quest’ultimo co-opera quindi con chi coopera, e *non* co-opera con chi *non* co-opera. Il tipo civile o griceiano, non attribuendo un valore intrinseco (o attribuendogliene uno troppo basso) all’azione donativa, *non* ha “cooperare!” o “cooperiamo!” come ‘strategia’ *dominante*. La strategia dominante e “Siamo razionali”. Ma se ha di fronte un tipo 2, pur riconoscendolo, non lo sfrutta preferendo reciprocare. E’ un 21 La correlazione esclusiva tra tipi può avvenire per almeno due ragioni: o perché l’agente sceglie il tipo preferito che viene riconosciuto attraverso un segnale (che deve essere affidabile), oppure perché si trova in un cluster, cioè in un’area nella quale si trovano soltanto soggettio dello stesso tipo – pensiamo, ad esempio, ad una comunità locale come il gruppo maschile della sub-faculta di filosofia a Oxford, dove la probabilità che un agente si trovi ad interagire con uno “like- minded” è altissima, ed è indirettamente proporzionale al numero di forestieri – non filosofi non oxoniensi -- presenti in quella comunità. In questa situazione, i casi interessanti si trovano sui confini, dove la probabilità di interazioni miste aumenta (pensiamo agli effetti dell’introduzione di pratiche e comportamenti nuovi da parte del gruppo femminile, di missionari o di emigranti da Cambridge). Il segnale, inoltre, per essere efficace dovrebbe essere troppo costoso da imitare da parte dei tipi 1, come l’adesione ad un codice o procedimento di comportamento o ad una struttura di valori molto forte (come nelle botteghe del commercio equo e *solidale*, o nelle imprese di Economia di Comunione). Con riconoscibilità perfetta, la probabilità di incontrare un tipo simile è 1, mentre la probabilità di incontrare uno diverso è 0. Quindi F1 =(0(a) + 1(c))=c, mentre F2 = (0(d) + 1(b)) = b, quindi: F2 > F1. Rispetto a quella classica, questa versione di colpo su colpo è modificata, poiché non inizia sempre con un muoto di cooperazione, e poi il gioco non è ripetuto --  soggetto leale, che per questo chiamiamo “civile” o griceiano. Si ipotizza quindi l’esistenza di un segnale, utilizzabile solo dal tipo civile o griceiano, che gli permette di discriminare perfettamente tra i tre tipi che ha di fronte. Si ipotizza quindi che le altre due imprese non possono, o non vogliono, utilizzare quel segnale (pensiamo, ad esempio, a chi pur sapendo di rischiare entrando in un ambiente molto opportunistico, rifiuti l’idea della nicchia e accetti di scendere in campo, non utilizzando quindi il segnale di riconoscibilità. Cosa succede in questo caso? Innanzitutto è possibile vedere come la fitness del terzo tipo è sempre maggiore di quella del tipo 2. Infatti vale il risultato. SE E SOLO SE VALGONO LE IPOTESI PRECEDENTI (a. – d., f.) SI HA: F3 > F2 VALORE DI a, b, c, d, VALORE DI p1, p2, p3. Un secondo aspetto che emerge, è che l’evenienza che la fitness dei tipi 2 possa risultare maggiore di quella degli 1 dipende dalla percentuale di tipi 3 civili griceiani presente nella popolazione. Più quest’ultima è alta, maggiore è la fitness dei tipi 2 e minore quella dei tipi 1. Qui per semplicità supponiamo che gli scarti tra i pay-off siano uguali tr aloro, cio è che sia: (a–b) = (b–c) = (c–d). Tali scarti possono essere visti, rispettivamente, come vantaggio dello sfruttamento, premio della cooperazione e costo della coerenza. Anche nell’esempio numerico precedente tali scarti sono uguali (tutti pari ad 1). Con queste semplificazioni, vale il seguente risultato. SE VALGONO LE IPOTESI a.–d., f., g., F2>F1 SE E SOLO SE p +p <p. Il risultato ci dice ancora qualcosa d’importante. La sopra-vivenza dei tipi 2 dipende anche dall’esistenza, e dal numero, degli agenti del terzo tipo, cioè di soggetti che, pur *non* attribuendo un valore intrinseco ma derivato dalla razionalita generale all’azione del co-operare o donare non “sfruttano” il muoto co-operativo (come fa invece il tipo 1), ma reciprocano. Rispondono alla co-operazione. Per questo denominare questi tipi “civili”. Questo risultato può essere utilizzato anche a sostegno del ruolo della cultura civile – la conversazione civile – la civil conversazione del rinascimento italiano popolarizzato in tutta Europa. La sopra-vivenza e lo sviluppo di imprese e un soggetto più radicali, come i tipi 2, dipendono anche dalla “cultura civile” presente nell’ambiente dentro il quale operano. Di qui l’importanza duplice della diffusione della “cultura”, alla quale le imprese sociali non possono non attribuire grande importanza. Le imprese dell’EdC, ad esempio, dedicano un terzo dei propri utili alla formazione alla *cultura del dare*. Da una parte la cultura re-inforza le motivazioni intrinseche dei tipi 2, e dall’altra contribuisce ad aumentare e rafforzare il senso civico e la cultura della co-operazione dalla quale, indirettamente, dipende anche la loro sopra-vivenza e il loro sviluppo. Supponiamo, per assurdo, che la tesi non sia vera: Dovrà essere: F3 ≤ F2  => p1c + p2b + p3 b ≤  p1d + p2b + p3b = > p1c ≤ p1d, disuguaglianza che non e’ mai verificata essendo, per ipotesi, c>d. p1d + p2b + p3b > p1c + p2 a + p3c p1 (d − c) + p2 (b − a) + p3 (b − c) > 0;<=> p1(c−d) + p2(a−b )< p3(b−c) p1+p2 <p3.  Altra implicazione del risultato è il prendere coscienza che affinché i tipi 2 possano svilupparsi, i tipi civili debbono essere abbastanza numerosi. In particolare, si dimostra che la fitness dei tipi 3 è maggiore di quella dei tipi 1 se e solo se i tipi 3 sono in numero maggiore dei tipi 2. Ipotizzando, come nei risultati precedenti, l’uguaglianza tra gli scarti, abbiamo un altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL LEMMA, F3>F1 SE E SOLO SE P2<P3. Rappresentiamo le due fitness nello spazio delle fitness e di p2. 0 P2* 1 P2 F1, F3. Da questo emergono due ordini di considerazioni. Il valore soglia di P2 (P2*) oltre il quale F3 diventa minore di F1 dipende dalle pendenze delle due rette, rispettivamente a per F1 e b per F3: (a – b) misura infatti il vantaggio che i tipi 1 hanno rispetto ai 3 per la presenza dei tipi 2 che sfruttano. Quindi minore è questo vantaggio, maggiore è la quota di tipi 2 che i tipi 3 possono tollerare Se a=b le due rette sarebbero parallele. Si nota che i tipi 3 perdono fitness con l’aumento dei tipi 2, e la differenza di fitness massima si ottiene in corrispondenza di P2 = 0. E’ il meccanismo che potremmo chiamare i figli delle rivoluzioni che uccidono i padri, perché li considerano troppo radicali, come i francescani di seconda generazione che rimossero Francesco dal governo dell’ordine, perché con il suo radicalismo impediva – a loro dire – lo sviluppo del francescanesimo più moderato e minacciava la morte stessa del movimento. Nell’ultimo scenario, ipotizziamo che la motivazione intrinseca, la componente non materiale dei pay-off, possa avere un effetto non solo sulla scelta ma anche sulla fitness. Finora non abbiamo fatto ciò per un senso di realismo. Eurialo puo persuadersi a vivere nella piena correttezza verso Niso perché attribuisce a tale comportamento un valore intrinseco. Se però poi non arrivano i risultati economici, se ho -- F3 >F1 <=> p1c +p2b  + p3b > p1c + p2a + p3c <=> p2pb + p3b > p2pa + p3c <=> p2 (b-a) > p3 (c-b) <=> p2 (a-b) < p3 (b-c) p2 < p3. Il valore soglia P2* è pari a P3, come sappiamo dal risultato.  F1 F3  -- ad esempio costi troppo elevati, la fitness di Eurialo ne risente. Ora però abbandoniamo questa semplificazione, e ipotizziamo che la fitness sia influenzata anche dalle motivazioni. Alcuni esperimenti dimostrano come i comportamenti ispirati da motivazioni intrinseche e da logiche di gratuità, oltre a non avere buoni sostituti - nel senso che in tali casi altre forme di incentivi monetari non funzionano - portano anche una maggiore efficienza in termini di risultati. Perché quindi non ipotizzare una fitness influenzata anche dalle motivazioni intrinseche? Le fitness del primo e del terzo tipo restano le stesse (questi due tipi non hanno motivazioni intrinseche), mentre cambia quella del tipo 2, dove la motivazione intrinseca è rappresentata da un ε > 0,29 che viene aggiunto ai pay-off materiali. Le fitness dei tre tipi diventano perciò le seguenti: h. F1 =p1(c) + p2 (a) + p3 (c) F2 =p1 (d) + p2 (b) + p3(b) + ε F3 = p1 (c) + p2 (b )+ p3 (b). Si dimostra che è possibile che la fitness dei tipi 2 sia maggiore anche di quella dei tipi 3. Vale infatti il: Risultato. SE VALGONO LE IPOTESI a. – d., f., h.: 1. F 2≥ F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)31E 2. F2 ≥ F1, SE E SOLO SE ε≥ P1(C–D) + P2(A–B) + P3(C-B). C’è un rapporto diretto tra ε e (c –d) dove (c – d) misura il costo della coerenza per la fitness dei tipi 2, poiché è quanto questi perdono per essere coerenti con la loro cultura ottenendo “d” quando interagiscono con i tipi 1, invece di giocare, come i tipi 3, *non* coopera, ottenendo così “c”, che è maggiore di “d”. Il valore più piccolo che può assumere ε (cioè l’effetto materiale delle motivazioni intrinseche) affinché valga la disuguaglianza F2>F3, è ε* = p1 (c – d). Possiamo quindi osservare che, maggiore è il costo della coerenza (c – d), maggiore dovrà essere il valore-soglia ε*. Inoltre, c’è un rapporto diretto anche tra ε* e p1: se i tipi 1 sono, relativamente, molto numerosi, allora ε* dovrà essere più alto (e viceversa in caso contrario). Pensiamo, per fare un esempio, ad una impresa di Economia di Comunione che nel campo della legalità si comporta come un tipo 2. Paga le tasse, rispetta le leggi, per una norma etica alla quale attribuisce un valore intrinseco, non strumentale. Un tale imprenditore se opera in un mercato nel quale il costo della coerenza è molto alto o i soggetti opportunistici sono relativamente molti, per non estinguersi dovrà fare in modo che le proprie motivazioni etiche si traducano in maggiore fitness in una misura relativamente maggiore rispetto allo stesso imprenditore operante in un mercato più civile e dove i soggetti opportunisti sono meno. Come a dire che più un mercato, e una -- Rustichini e Gneezy -- A rigore potrebbe anche essere minore di 0. -- Ipotizziamo quindi che solo i tipi 2 e non i 3 “civili” abbiamo motivazioni intrinseche. F2 ≥F3 p1(d) + p2(b) + p3(b) + ε>p1c + p2b + p3b ε ≥ p1(c−d). F ≥ Fp(d) + p(b) + p(b) + ε≥p(c) + p(a)+p(c) 21123123  ε ≥ p1(c−d)+ p2(a−b)+ p3(c−b) -- società, premia i “furbi” (con condoni, ecc.) e penalizza i tipi cooperativi (con leggi che non riconoscono sgravi fiscali per le imprese sociale, ad esempio), più questi ultimi dovranno far sì che le motivazioni etiche si riflettano in maggiore efficienza, altrimenti non sopravvivono. Affinché valga invece la seconda disuguaglianza, F2 ≥ F1, il valore-soglia di ε, che chiameremo “ε ̊”, dovrà essere: ε ̊ = P1(C – D) + P2(A – B) + P3(C- B). E quale il rapporto tra i tipi 3 e i tipi 1? SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1, F3 > F1, SE E SOLO SE P2 < P3 (b − c). (a − b) Come interpretare questo? (b – c) è il vantaggio dei tipi 3 rispetto ai tipi 1 (solo i tipi 3 co-operano con i tipi 2 ottenendo “b”), possiamo quindi chiamarlo il premio della cooperazione, mentre (a – b) è il vantaggio dei tipi 1 rispetto ai 3, perché è il premio dello sfruttamento che gli standard ottengono nei confronti dei tipi 2, al quale invece i tipi civili rinunciano. Dal Risultato 4.2. emerge un’affermazione a prima vista inquietante: affinché si affermino i tipi 3 (sui tipi 1) sarà necessario che i tipi 2 non siano troppi; in ogni caso questi ultimi potranno essere tanto più numerosi quanto più il “premio della cooperazione” sovrasta il “premio dello sfruttamento”. Se infatti i tipi 2 sono numerosi essi diventano pasto per i tipi 1, che hanno così un vantaggio relativo sui tipi civili. Il risultato potrebbe, infine, essere ulteriormente rafforzato se che quando un tipo 2 incontra un altro tipo 2 ottiene un di più dovuto alla reciprocità (il pay-off diventerebbe in questo caso a). i. F2=P1 (d)+P2(a)+P3(b)+ε La fitness dei tipi 2 potrebbe così essere maggiore di quella dei tipi 3 e 1 con un ε anche minore rispetto al valore di altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1 E L’IPOTESI i. 1. F2≥F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)+P2(B–A) E 2. F2≥F1, SE E SOLO SE ε≥P1(C–D)+P3(C-B). “ε**” e il valore soglia di ε, affinché valga la disuguaglianza F2≥F3 e, ricordando che la quantità (b – a) è negativa, possiamo subito notare che ε**≤ ε*. Similmente, ε ̊ ̊ =  p1 (c – d) + p3(c –b) è minore di ε ̊. Le motivazioni intrinseche e il di più della reciprocità si rafforzano a vicenda e rappresentano una strada molto interessante per esplorazioni. F<F p(c)+p(a)+p(c)<pc+b+pbp<p(b−c). 1312312323(a−b). F2 ≥F3 p1(d)+p2(a)+p3(b)+ε≥p1c +p2b + p3b ε ≥ p1(c−d)+ p2(b−a). F ≥Fp(d)+p(a)+p(b)+ε≥p(c)+p(a)+p(c) 21123123ε ≥ p1(c−d)+ p3(c−b).  Riassumiamo i punti ai quali siamo giunti ragionando, con l’aiuto della teoria dei giochi, attorno alle prospettive e alle sfide di uno scenario economico nel quale fanno la loro comparsa soggetti diversi da quello standard. Un primo punto emerso in diverse parti di questo scritto è che un agire economico improntato alla gratuità e alla reciprocità, o alla comunione, in un ambiente abitato da agenti eterogenei non cresce con la politica dell’aumento numerico: escludendo l’ipotesi di perfetta riconoscibilità dei tipi, l’aumento numerico, di per sé non basta a far sì che i tipi 2 sopravvivano. Sono invece tre gli aspetti strategicamente cruciali affinché esperienze rette da una logica come quella delineata possano svilupparsi. Lavorare sulla cultura media della società (che noi abbiamo espresso con il “terzo tipo”, quello civile): il messaggio che emerge una volta che abbiamo esteso la dinamica ai terzi tipi è che i tipi 2 possono sopravvivere e svilupparsi soltanto all’interno di un’economia civile, un’economia nella quale sono numerosi gli agenti leali, che pur non attribuendo un alto valore intrinseco all’azione donativa (e quindi non hanno “donare” come strategia strettamente dominante in tutti i tipi di gioco), sono comunque corretti se incontrano un agente co-operativo, non lo sfruttano e co-operano con esso. Poiché le motivazioni intrinseche dipendono in parte dall’approvazione sociale, esiste un effetto di complementarietà strategica. Tanto più tali comportamenti sono diffusi, tanto più saranno premianti36. Infatti, uno sviluppo interessante del modello potrebbe essere quello di vedere sotto quali condizioni i tipi 1 possono trasformarsi evolutivamente in tipi civili, ma in questo scritto non lo abbiamo fatto. Va comunque aggiunto che se è vero che un impegno culturale che si limita a rafforzare le motivazioni intrinseche dei soggetti di tipo 2 non può bastare, al tempo stesso, però, questa seconda direzione ricopre un ruolo fondamentale, per evitare che nel tempo scompaia il tipo 2 e ci si assesti sul terzo tipo. Un mondo senza soggetti che, *almeno in certi contesti* -- ceteris paribus --, *donano* *incondizionalmente*, sarebbe un mondo più povero. La presenza dei due tipi civili e griceiani – Eurialo e Niso -- ci dice che nel tempo saranno questi ultimi gli unici a sopravvivere, a meno che le motivazioni intrinseche si riflettano nei pay-off ed il loro “riflesso” sia relativamente grande. Questo risultato è già di per sé significativo. Anche se in determinati contesti la motivazione intrinseca non riesce a migliorare la performance dei tipi 2, la presenza, magari solo transitoria, dei tipi 2 svolge un importante ruolo civile e culturale: permette cioè che l’incontro (o equilibrio) si assesti sulla reciprocità e non scivoli nella mutua diffidenza. Senza l’esistenza dei tipi 2, o, paradossalmente, senza il loro sacrificio, i tipi civili non avrebbero potuto sperimentare la reciprocità, perché in un mondo popolato solo da loro e da tipi standard, l’unica esperienza possibile è la diffidenza reciproca, la *non* cooperazione (war is war). Ciò serve a gettar luce sul significato culturale e civile che nella storia hanno esperienze radicali -- Ciò implica la possibilità di equilibri multipli ordinabili, cioè la stessa popolazione può essere altamente inefficiente o altamente efficiente a seconda che un numero anche piccolo, al limite anche un solo soggetto, decida di cooperare. 37 E’ infatti verosimile che i tipi 3, quelli civili, abbiano nel loro “programma” la possibilità della cooperazione perché nell’ambiente esiste, o è esistito, il tipo 2: certo si potrebbe teoricamente ipotizzare che i tipi 3 co-operino tra loro anche in assenza dei tipi 2. Ma, storicamente, la cultura civile dell’umanità è andata avanti grazie all’esistenza di esperienze *totalitarie* che hanno creato categorie nuove che poi hanno contaminato la cultura generale. Pensiamo, ancora una volta, alla regola d’oro, o, più recentemente, ai movimenti ecologisti -- come la comunione dei beni totale, certe forme di accademie o monachesimo, e in generale i primi tempi dei fondatori di nuovi carismi (si pensi, per tutti, ad un Francesco d’Assisi e alla sua vicenda storica. Simili esperienze non sempre sono riuscite a sopra-vivere con tutta la loro radicalità, ma senza di quelle chi è venuto in contatto con loro (nella nostra metafora, i “tipi civili”) non avrebbero potuto elevare il livello della convivenza Senza coloro che si sono fatti imprigionare, e hanno dato la vita per i diritti o per la libertà, oggi l’umanità – il tipo umano personale di Grice -- sarebbe meno libera e meno diritti sarebbero riconosciuti. Un po’ come avviene con il sale, che si perde nella massa ma dà quel di più al tutto. La metafora del sale non è però l’unica presente in quel codice della cultura occidentale che è il Vangelo: vi è anche quell della città sul monte, una città che illumina la città sotto monte. La dinamica evolutiva potrà condurre l’economia sociale, e l’economia di comunione, o sul sentiero sale della terra o in quello città sul monte. Ma, in entrambi i casi, occorre che la cultura rafforzi le motivazioni intrinseche. E forse questo il messaggio culturale che il giocco conversazionale griceiano vuole dare. Araujo, V.“Quale visione dell’uomo e della società?”, in Bruni, L. e V. Moramarco, L’Economia di comunione: verso un agire economico a misura di persona, Milano: Vita e Pensiero. Aristotele, Etica Nicomachea, Milano: Rusconi. Axelrod, R. The evolution of cooperation, New York: Basic Books. Binmore, K. Game theory and social contract, Cambridge Mass: MIT Press, Bowles, S. et al. In Search of Homo Economicus: Behavioural Experiments in 15 Small Scales Societies, American Economic Review, 91, Bruni, L. La felicità e gli altri, Città Nuova, Roma. Bruni, L. e R. Sugden, Moral canals: trust and social capital in the work of Hume, Smith and Genovesi, Economics and Philosophy, Bruni L. ePelligra, Economia come impegno civile, Roma: Città Nuova. Crivelli, L. Quando l’homo oeconomicus diventa reciprocans”, in Bruni e Pelligra. Dawkins, R. The selfish gene, Oxford University Press, Oxford. Frank, R. Microeconomia, Milano: McGrow-Hill. Elster, J. The cement of society. A study of social order, Cambridge: CUP. Gneezy, U. e A. Rustichini. A fine is a price, Journal of Legal studies, January. Gui, B. Economic interactions as encounters, mimeo, Università di Padova. Hollis, M. Trust within reason, Cambridge: CUP. Nussbaum, M. C. The fragility of goodness: Luck and Ethics in Greek tragedy and Philosophy, Cambridge: CUP. Pelligra, V. Fiducia r(el)azionale, in Sacco P.L. e S. Zamagni. Putnam, R. Bowling Alone, New York: Simon e Schuster. Sacco P.L. e SZamagni. Un approccio dinamico evolutivo all’alturismo”, RISS, Sacco P.L. e S. Zamagni. Complessità relazionale e comportamento economico, Bologna: Il Mulino. Sen, A. Isolation, assurance and the social rate of discount”, Quarterly Journal of Economics. Sugden, R. The Evolutionary Turn in Game Theory, Journal of Economic Methodology, Weibull, J. Evolutionary Game Theory, Cambridge MA: MIT Press. Zanghì, G. Dio che è amore, Roma: Città Nuova. Luigi Alici. Keywords: reciproco, alici, amore proprio ed amore altrui, self-love and other-love – il paradosso della reciprocita – eurialo e niso – noi – condividere la deliberazione – eidolon – comunita, immunita, genovesi, il canale morale, la fidanza e il capitale sociale in Genovesi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alici” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Alici.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alighieri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Firenze -- filosofia fiorentina – filosofia toscana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. dante. Grice: “Problem with having Alighieri as a philosopher is that rhyming is not usually considered a priority – that’s why the old Romans like Lucrezio never had to rhyme – you might say metre is essential to Parmenide and Lucrezio – and that there is metre in my prose if not in endecasibili!” -- Grice: “This is important for an Oxonian; since Sir Peter once told me that he made an effort to understand Italian – ‘or Tuscan implicature,’ to be more precise – just to be able to digest Inferno compleat with rhyme.’” Grice: “Must say that my favourite Dante is ‘lasciate ogni speranza voi ch’entrate.”” Grice: “The Italians, all being Renaissance men, love to catalogue as ‘philosopher’ those whom the head of the Sub-Faculty of Philosophy at Oxford would NOT: Alighieri, one of them!” Grice: “But then, a sport of Italian philosophers is to ramble on “Pinocchio,” too!” -- “The Commedia and philosophy.” Liste di opere. Refs.: “Philosophical references in Dante’s Commedia.”  Se voleme guardare in LINGUA d'oco e in LINGUA DI si, ec.e  D’oco, ec. Non giudico superfluo il dire alcuna cosa su questa. Massimamente quelli di LINGUA denominazione ancor chè ne sia stato già parlato d’altri. È costume de’ nostri antichi, volendo essi denominare il linguaggio d’una nazione, prendere il suo distintivo dalla particella affermativa del volgare di quella gente. Per tanto la lingua italiana si dice la lingua del si, la tedesca dell' io, la gallica dell’oi, la provenzale dell’hoc. Eco sì si vada discorrendo dell'altre lingue. Varchi nel Tuo Ercolano facendosi interrogare da Castiglione sul particolare della lingua italiana, con queste parole: Cbi la cbie mase la lingua del si? Risponde: seguiterebbe una largbissi modi. visione, che ho fa delle lingue nominandole da quella particella colla quale affermano – come è la lingua d'hoc, chiamata da volgari lingua d'OCA; perciocchè hoc in quella lingua significa quanto væí nella greca, e etiam ita mella lasina, e pelle soffre si; perciò A. dice: Ab Pisa, vitupero delle gesti del bel paese là, dove’l si suona. Ed avanti a Varchi Benvenuto da Imola su questo medesimo luogo. Quia generaliter omnis gens italica ut unturisto vulgari sì. Ubi germani dicunt “io”, do aliqui gallici dicunt “oi”, do aliqui pedemontani dicunt ol vel dic. Leggo foc credendolo errore del copista nel MS Laurenziano Derivano tutte queste particelle dal latino. Il “si” nostro deriva dal “sico”,  “sic est”, e forse più interamente da “sic est bec. “Od” al contrario deriva da “hoc”, “est hoc.” L'altra di queste voci è presa da’ provenzali, cioè l'hoc. E da questa è non solamente illor parlare denominato “lingua d'oco”, che vale a dire lingua dell'hoc. Ma il paese ancora “Linguadoca”. E ne'tempi più balli della latina lingua è detto “Occitania”, il qual paese non è altro che l'antica Gallia Narbonensis. Lo “io” del tedesco derova dal latino “illudbocest”, ed in più perfetta pronunzia “ja”, dal latino “iam est”. Il gallico ai, dall “hec illud est”, che bene si ritrova nell'antico “ouill”, che adesso è diventato “oui”. Ed, in somma, il piemontese ol, dall'istesso “hoc illud”. Sicché, a proposito del passo d’A., in lingua d’oco, e in lingua di sì, vuol dire in lingua provenzale, ed in lingua Italiana. Concioffiacbè  conciosracofache. Lingua, dal lat. 'lingua', voce usata in due significazioni. Principal nel significato proprio, per quell'organo mobilissimo del corpo anide che è posto nella bocca ove si stende dall'osso joide fin dietro denti incisivi. La lingua è la sede del senso del gusto, serve alla funzione del succhiare, alla masticazione, alla deglutizione, alla pronuncia delle parole, ed allo sputare. Varia molto nella grandezza ha la forma d'una piramide, appianata dall'alto al basso, rotonda su i suoi angoli, e terminata da certa punta ottusa che guarda ne davanti. Ma, in uso metaforico, 'lingua' vale pure idioma, linguaggio, favella. A. usa 'lingua' nei due suoi significati principali spesse volte nelle sue opere, nel secondo significato metaforico specialmente nel Vulg. El. Nella Div. Com., 'lingua' si trova XXX volte -- XIX nell'Inferno (II, 25; X1,72; IIV, XV, 87; XVII, 75; XVIII, 60,126; XXI, 137; XXII, 90; xxx,133; IITL 72, 89; XXVII, 18; XXVIII, 4, 101; xxx, 122; XXXI, 1; XXIII, 9, 1146; III volte nel Purgatorio (vii, 17; XI, 98; xix,13) e VIII volte nel Paradiso. 63; X1, 23; XVII, 87; XXIII, 55; XXVI, 124; XXVII,131; XXXIII,70,708. Sulle dottrine d'A. concernenti la lingua – cioè, in uso metaforico, il linguaggio umano, conviene rimandare al Vulg. El., specialmente al libro I di questo saggio. Si notino i seguenti usi. Lingua, riferito a sete; Inferno xxx, 122. Trarre la lingua, per Spingerla fuori della bocca; atto di SPREGIO; Inf. xvii, 75.-3. Mostrare ciò che puote una lingua, per condurre un idioma all'apice della sua perfezione; Purg. VII, 17.-4. Scernere nella lingua, le parole dette o scritte; Purg. XV, 87.-5. la gloria della lingua, Il pregio d'un idioma, e la maestria dell'usarlo; Purg. XI, 98.-6. A. chiama la lingua italiana “lingua di sì”, la provenzale lingua d'oc, la francese lingua d'oil;Vulg. El. 1, 8, 30 eseg.; cfr. Vit. N. xxv, 24 e seg.-7. Concernente la lingua primitiva A. esterna in diversi tempi dee opinioni diverse. Secondo Vulgare Eloquenza I, 6, 29 e seg. la lingua dei primi parenti è parlata da tutti i loro discendenti sino alla edificazione della torre di Babele, e dagl’brei anche dopo, onde la lingua primitiva è semplicemente l'ebraica (dalla quale per A. deriva l’italiano). Invece secondo Par. XXVI, 124 e seg. la lingua primitiva, parlata da Adamo, è tutta spenta già prima della confusione babilonica. La lingua adamica non ha dunque che fare nè coll'ebraica, nè con altre lingue, come la lingua del si o l’italiana. Anche in merito alla maggiore o minor nobiltà della lingua dei Romani  A. muta opinione. Secondo il Convito. I, 5, 76 e seg. la lingua dei romani è più bella, più virtuosa e più nobile dell’italianao. Invece, secondo il Volgare Eloquenza 1, 1,  il volgare è più nobile del Latino. La seconda opinione è tutta propria d'A. e segna un progresso nello svolgimento di quello che Grice chiama ‘la semantica d’A.’. La prima è la corretta e l’opinione dominante del tempo, accettata anche d'A., finchè i suoi studi e l’altri italiani lo indussero a lasciarla. La tèrra d’Occitania a gardat fin a aüra un immense patrimòni gropat simplament a sa lenga, una lenga qu’es istaa la primiera, comà es ressauput, naissuá dal latin, a èsser escrita, una lenga que vuèlh soventar, a donat vita a la primiera literatura moderna europencha, quèla qu’a servit de model per totas las autras lengas, qu’aviá trobat dau l’acomençament sa forma escrita, fòrça unitaria.  Es pas aicí lo luòc adont percorrer l’istòira de nòstra lenga faça als colonialismes qu’an empachat la creacion d’una lenga e de istitucions politicas unitarias mas la retrobaa unitarietat culturala de la tèrra occitana en cèstos darrieri ans a fait creisser un’ideá, beleu un utopiá, quèla de una Nacion, malaürament sença estat, de una Nacion culturala.  Lo mot Occitaniá, ben conoissut fin a la Rivolucion, a retrobat sa modernitat geografica, istorica, lingüistica. Malaürosament nòstra lenga ilh es aüra, apres mila ans, entren de se perdre, de se esvantar al solelh. Un procés qu’a començat a partir dal segle XVI, quand nòstra tèrra occitana a perdut definitivament son autonomiá. Quèlos que los expecialistas de la lenga noman gallicismes, an começat penetrar en Occitaniá sobretot a partir de l’ordonança de Villers-Cotterêts quand lo francés es devengut lenga uficiala de la lei e de l’administracion francesa.  Eissubliaa la cultura dal Meianatge, quèla, per se comprener, dals trobaires, la lenga occitana es chaüta dins l’umbla condicion de, e zo dizo abó una paraula francésa, patois, patés. Cèsta paraula la vòl dire parlar abó las pautas, abó los pès.  Dins las Valadas avem perdut la valor de la paraula patois e l’anobrem tranquilament per dire que parlem a nòstra mòda, comà la se ditz dins tantas valadas. Mas lo mot patois pòl indicar qualsevuèlhe parlar natural dal mond, sença donar una precisa indicacion sus la lenga parlaa. Per aiquò Occitan es l’unica paraula que pòl servir per nomar nòstra lenga, l’unica que rend justiça a mila ans d’istòira. Pas mens de viatge sabem pas de adont arriba nòstre vocabolari, quala istòira an nòstras paraulas.  Comà bien sabon, la plus part dal vocabolari es d’origina latina, comun a quasi totas las lengas romanzas. Un’autra partiá dal vocabolari ven dal grec e decò aicí zo partagem abó las autras lengas; un’autra encara nos ven de las lengas alemandas o germanicas, de quèlos puèples qu’an envaít l’Imperi roman. Resta una fòrta presença de paraulas que beleu nos venon de las lengas parlaas dins nòstros territòris quand los romans sion arribats en çò nòstre: de lengas de sobstrat, que normalment partatgem en lengas anarias, al es a dire d’ancianas lengas mediterranèa comà lo ligure, l’etrusc o de lenga arias pre-latinas comà lo gallic o la lenga celta.  Comà la se pòl comprener sien drant a un tresaur lexical en partiá ben conoissut, mas adont los trabalhs lexicologics abondan pas e adont de ensemb lingüistic comà l’occitan alpec, nomat a son temps vivarò-alpenc, reston mal conoissut.  Comà a escrit Geuljan dins son “Dictionnaire Etymologique de la Langue d’Oc”,  l’occitan est la seule grande langue romane dépourvue d’un dictionnaire etymologique.  Volem pas de segur far concorrença al trabalh qu’es istat entrenat per lo Prof. Geuljan, mas prepausar de trabalhs sus l’etimologiá de paraulas pas gaire conoissuás de nòstra Valadas e de l’encemb occitano-alpenc per arribar, dins lo temps, a la redaccion d’un Diccionari Etimologic de l’Occitan Alpenc.  Pas mens nòstre Diccionari Etimologic sarè bilengas, es a dire li aurè una partiá entierament en lenga occitana e una traducion italiana. Escriure un Diccionari sus nòstra lenga adont per chasca paraula la se dona la traduccion dins una lenga diferenta de la nòstra me sembla una chausa que vai contra la lenga meseima.  Pensatz a un vocabolari de l’italian o dal francés o de un’autra lenga adont la descripcion de la paraula siè dins un’autra lenga.  Per l’occitan pareis siè la nòrma. Lo Tresor dóu Felibrige de Mistral, lo vocabolari de Alibert comà tuts los autri que sion istats realizats dins cèstos ans donan la paraula en occitan, mas tota la descripcion, e pas mesquè la traducion, dins un’autra lenga, o lo francés o l’italian.  Per far un autre exemple, plus recent, cito un grand trabalh de lexicografia comà quel de Jusiana Ubaud, adont tota l’introduccion e la descripcion de l’òbra es en francés. Perquè un’obra sus la lenga occitana deu èsser ilustraa en se servent d’un’autra lenga? Cèstos diccionaris rintran dins la categoriá dals vocabolaris “dialectals”; meseime los pauqui vocabolaris fait aicí dins las Valadas, normalment de l’occitan local a l’italian, rintran dins aicèsta categoriá.  Los catalans non pas, nos mostran, abó sos Diccionaris, que se pòion justament redigir de diccionaris completament en lenga sença la sugecion d’un autra lenga, comà totas las autras lengas nacionalas.  Per aiquò, en cèst espaci, en cèsta rubrica, chercharem de esclarzir l’origina de certenas paraulas, beleu pas gaire conoissuás, de nòstre vocabolari. Ritrovando io, che alcuno avanti me abbia della VOLGARE ELOQUENZA niuna cosa trattato, e vedendo questa cotal eloquenza esesere veramente necessaria a tutti, conciò sia che ad essa non solamente gl’italianai, ma ancora le femine, et i piccoli fanciulli, in quanto la natura permette, sisforzino pervenire. Volendo al quanto lucidare la discrezione di coloro, i quali come ciechi passeggiano per le piazze, e pensano spesse volte, le cose posteriori essere anteriori. Con l’aiuto che Dio ci manda dal cielo, ci sforzeremo di dar giovamento al parlare della gente italiana volgare. Nè solamente l'acqua del nostro ingegno a si fatta bevanda piglie  ma  remo, ma ancora pigliando, ovvero compilando le cose migliori da gl’altri, quelle con le nostre mescoleremo, acciò che d'indi possiamo dar bere uno dolcissimo idromele. Ora perciò che ciascuna dottrina semantica deve non provare, aprire il suo suggetto, acciò si sappia che co sa sia quella, ne la quale essa dimora,dico, che 'l parlar volgare chiamo quello del VOLGO, nel quale i fanciulli sono assuefatti da gl’assistenti, quan do primieramente cominciano a distinguere le voci, o vero, come più brevemente sipuò dire, il Volgar Parlare affermo essere quello, il quale senza altra regola, imitando la balia, s'apprende da nostro padre e da nostra madre (‘lingua matrix’).  Ecci ancora un altro secondo parlare il quale I ROMANI chiamano “letteratura” (greco: grammatica). E questo secondario hanno parimente i greci e altri, ma non tutti – i anglo-sassoni mancano delle lettere ma hanno delle rune -- perciò che pochi a l'abito di esso pervengono. Conciò sia che, se non per spazio di tempo e assiduità di studio, si ponno prendere le regole, e la dottrina di lui. Di questi dui parlari adunque l’italiano volgare è più nobile dell’antico romano, si perchè è il primo ch’è da l'umana generazione italiana usato, si eziandio perchè in esso tut to'l mondo ragiona, avegna che in diversi vocaboli e diverse prolazioni sia diviso. Si ancora per essere NATURALE a noi, gl’italiani,  essendo quel l'altro – come la lingua del VIRGILIO – ‘artificiale’. E di questo più nobile è la nostra intenzione di trattare. Il testo latino dei romani ha: ipsa (locutione) per fruitur. Ossia: di esso si serve.  Nn dico nostro, perchè altro parlar ci sia che quello dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono, solamente all’italiano è dato il parlare italiano, sendo a lui necessario solo. Certo non a gl’angeli, non a gli animali inferiori è necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato in vano a costoro -- non avendo bisogno di esso. E la natura certamente abborrisce di fare cosa alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la intenzione griceiana del parlar nostro, ni un'al trace ne troveremo che il manifestare ad altri i concetti dell’ANIMA nostra. Avendo adunque gl’angeli prontissima, e ineffabile sufficienzia d'intelletto da chiarire i loro gloriosi concetti, per la qual sufficienzia d'intelletto l'uno è totalmente noto all'altro, o per sè, o almeno per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti sono rappresentati bellissimi, e in cui avidis simi sispecchiano; pertanto pare, che diniuno SEGNO di parlare abbiano avuto mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando quei spiriti, che cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può rispondere. Prima, che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono  che l'uomo italiano – “homo sapiens sapiens” -- solo ha il COMERCIO del parlare. Qeesto, l’italiano, è il nostro vero, naturale, e primo parlare: Qa bene essere, devemo essi lasciar da parte, conciò sia che questi perversi non vollero aspettare la divina cura. Seconda risposta,e meglio è, che questi demoni a manifestare fra sè la loro perfidia, non hanno bisogno di conoscere, se non qualche cosa di ciascuno, perchè è, e quanto è 1: il che certamente sanno; perciò che si conobbero l'un l'altro avanti la ruina loro. A gl’animali inferiori poi non è bisogno provvedere di parlare. Conciò sia che, per solo istinto di natura, siano guidati. E poi tutti quelli animali che sono di una medesima specie hanno le medesime azioni e le medesime passioni. Per le quali loro proprietà possono le altrui conoscere. Ma a quelli che sono di diverse specie non solamente non è necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe stato, non essendo alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi è opposto che il serpente che parla a la prima femina, e l'asina di Balaam parla, a questo rispondo, che l'angelo ne l'asina, e il diavolo nel serpente hanno talmente operato, che essi animali mossero gl’organi loro; e così d'indi la voce risultò distinta, come vero parlare; non che quello de l'asina fosse altro che ragghiare e quello del serpente altro che fischiare. Il testo ha: non indigent, nisi ut sciant qui libet de quolibet, quia est, et quantus est. Parrebbe più proprio il tradurre cosi. Non hanno bisogno di CONOSCERE se non ciascheduno di ciaschedun altro che è, e quanto è: ossia l'esistenza e il grado. Se alcuno poi argumentasse da quello, che quel ingenoso romano, OVIDIO, dice nel V de la Metamorfosi che il pico parla; dico che OVIDIO dice ‘parla’ FIGURATAMENTE, intendendo altro. Ma se si dice che il pico  presente o altro uccello  come il papagallo del principe Maurizio ‘parla’, dico ch'egli è FALSO. Tale atto non è parlare, ma è certa imitazione del suono de la nostra voce italiana; o vero che si sforzano di imitare noi in quanto soniamo, ma non in quanto parliamo. Tal che se quello che alcuno espressamente dice, ancora il pico ridice, questo non è se non rappresentazione, o vero imitazione del suono di quello, che prima avesse detto. E così appare a l'uomo italiano solo essere stato dato il parlare l’italiano. Ma per qual cagione esso gli è necessario, ci sforzeremo brievemente trattare. Che fu necessario a l'uomo il comercio Ovendosi adunque l'uomo non per istinto di natura,ma per ragione. Ed essa ragione o circa la separazione, o circa il giudidizio, o circa la elezione diversificandosi in ciascuno. Tal che quasi ogni uno della sua propria. La voce del testo “discrezione” sarebbe resa meglio dalla parola “discernimento” -- del parlare -- specie s'allegra. Giudichiamo che niuno intenda l'altro per le sue proprie azioni, o passioni, come fanno le bestie; nè anche per speculazione l'uno può intrar ne l'altro, come l’archangelo Gabriele, sendo per la grossezza, e opacità del corpo mortale la umana specie da ciò ritenuta. È adunque bisogno che volendo la generazione umana fra sè COMUNICARE i suoi concetti ha qualche SEGNO sensuale e razionale per ciò che dovendo prendere una cosa dalla ragione e ne la ragione portarla, bisognava essere razionale ma non potendosi alcuna cosa di una ragione in un'altra portare se non per il mezzo del SENSUALE è bisogno essere sensuale, perciò che se 'l è solamente razionale, non puo trapassare. Se solo sensuale, non potrebbe prendere da la ragione, nè ne la ragione de porre. E questo è SEGNO che il subietto, di che parliamo, è nobile. Perciò che in quanto è suono, el segno è per natura una cosa sensuale. In quanto che, secondo la volontà di ciascuno, IL SEGNO significa qualche cosa, il segno è, come dice Grice, razionale. Ilt esto ha. Hoc equidem SEGNO est, ipsum subjectum nobile, dequo loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est. Esse; RATIONALE VERO IN QVANTVM ALIQVID SIGNIFICARE VIDETVR AD PLACITVM. A noi pare più giusto l'interpretare questo passo cosi. Questo SEGNO -- l'aliquod rationale signum et sensuale, di cui parla poche righe più sopra) è per l'appunto il nobile soggetto di cui parliamo. Sensuale, per natura, in quanto è suono fisico – la fissi greca la natura romana. Razionale, inquantoche, se   che uomo (zoon logikon) è prima dato il parlare, e che disse prima, et in che lingua. l'uomo italiano solo è dato il parlare l’italiano. Ora istimo che appresso debbiamo investigare, a che uomo è prima dato il parlare, e che cosa prima dice, e a chi l’umo parla, e dove e quando, et eziandio in che linguaggio il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del Genesis, ove la sacratissima scrittura tratta del principio del mondo, si truova la femina, prima che niun altro, aver parlato, cio è la presontuosissima Eva, la quale al diavolo, che la ricercava, dice. Dio ci ha commesso, che non mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo tocchiamo, acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si trovi la donna aver primieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che crediamo, che l'UOMO è quello che prima parla. Nè cosa inconveniente mi pare secondo la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale interpretazione stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di troppo; ma, per compenso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col senso di tutto il Capitolo. Manifesto è per le cose già dette, che a pensare, che così eccellente azione de la il  generazione umana prima da L’UOMO, che da la femina procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato dato primieramente il parlare da Dio, subito che l’ha formato. – cf. La teoria stoica sull’origine naturale del linguaggio e la prima significazione naturale -- Che voce poi è quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in pronto; e io non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per modo d'interrogazione, o per modo di risposta.Assurda cosa veramente pare,e da la ragione aliena, che da l'uomo è nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò sia che da esso, et in esso è fatto l'uomo. E siccome, dopo la prevaricazione dell’umana generazione, ciascuno esordio di parlare comincia da heu; così è ragionevol cosa, che quello che è davanti, cominciasse da allegrezza, e conciò sia che niun gaudio sia fuori di Dio, ma tutto in Dio, & esso Dio tutto sia allegrezza, conseguente cosa è che 'l primo parlante dicesse primieramente Dio. Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo aver prima per via di risposta parlato, se risposta è, devette esser a Dio; e se a Dio, parrebbe, che Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello che avemo detto di sopra. Al qual dubbio risponderemo, che ben può l'uomo aver risposto a Dio, che lo interrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella LOQUELA DEL LAZIO (la latina), che dicemo. Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non si pieghino secondo il voler di Dio, da cuièfatta, governata, e conservata   ciascuna cosa? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per comandamento della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di Dio,di maniera che fa risuonare i tuoni, ful gurare il fuoco, gemere l'acqua, e sparge le nevi, e slancia la grandine; non si moverà egli per comandamento di Dio a far risonare al cune parole le quali siano distinte da colui, che maggior cosa distinse?e perchè no? Laon de et a questa, et ad alcune altre cose credia mo tale risposta bastare. Dove, et a cui prima l'uomo parla. ta così dalle cose superiori, come da le inferiori, che il primo uomo drizzasse il suo primo parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo parlante parla subito, che è da la virtù animante ispirato: per ciò che ne l'uomo crediamo, che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire, pur che egli sia sentito, e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, PROMETEO, di ogni perfezione principio et amatore, inspirando il primo uomo con ogni perfezione compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale non prima cominciasse a sentire, che 'l fosse sentito. Se alcuno poi dice contra l’obiezioni, iudicando adunque (non senza ragione trat che non è bisogno che l'uomo parla, essendo egli solo; e che Dio ogni nostro segreto senza parlare, ed anco prima di noi discerne; ora (con quella riverenzia, la quale devemo usare ogni volta, che qualche cosa de l'eterna volontà giudichiamo), dico,che avegna che Dio sa, anzi antivedesse (che è una medesima cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non di meno volse che esso parla; acciò che ne la esplicazione di tanto dono, colui, che graziosamente glielo avea do nato, se ne gloriasse. E perciò devemo credere che da Dio proceda, che ordinato l'atto dei nostri affetti, ce ne allegriamo. Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale è mandata fuori la prima FAVELLA; perciò che se è animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori. Se dentro, diremo che dentro è il loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozj umani si hanno ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che molti per le parole non  intesi da molti, che se fussero senza esse. Però fia buono investigare di quel parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che nacque senza sono altrimente Di che idioma prima l'uomo parla, e donde è l'autore di quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupillare età vide, nè adulta. In questa cosa, sì come in altre molte, Pietra mala è amplissima città, e patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo. Però qualunque si ritrova essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua nazione sia il più delizioso, che si trovi sotto il sole, a costui parimente sarà licito preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione, a tutti gli altri; e conseguentemente credere essa essere stata quella di Adamo. Ma noi, acui il mondo è patria, sì come a'pesci il mare, quantunque abbiamo bevuto l'acqua d'ARNO avanti che avessimo denti, e che amiamo tanto FIRENZE, che pe averla amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del nostro giudizio più a la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il piacer nostro, o vero secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in terra loco più ameno di FIRENZE; pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli altri scrittori, ne i quali il mondo universalmente e particularmente si descrive, e discorrendo fra noi i varj siti dei luoghi del mondo, e le abitudini loro tra l'uno e l'altropolo, e'lcircolo equatore, fermamente comprendo, e credo, molte regioni e città essere più nobili e deliziose che TOSCANA e FIRENZE, ove son nato, e di cui son cittadino; e molte nazioni e molte genti usare più dilette vole, e più utile SERMONE, che gl’italiani. Ritornando adunque al proposto, dico che una certa forma di parlare è creata da Dio insieme con l'anima prima, e dico forma, quanto ai vocaboli delle cose, e quanto a la construzione de’ vocaboli, e quanto al proferir de le construzioni; la quale forma veramente ogni parlante lingua userebbe, se per colpa de la prosunzione umana non è stata dissipata. Di questa forma di parlare parla Adamo, e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de la torre di Babel, la quale si interpreta la torre de la confusione. Questa forma di locuzione hanno ereditato i figliuoli di Eber, i quali da lui furono detti ebrei; a cui soli dopo la confusione rimane, acciò che il nostro Redentore, il quale dove nascere di loro, usasse, secondo l’umanità, della lingua della grazia, e non di quella de la confusione degl’ebrei. È adunque l’ebreo idioma quello, che è fabbricato dalle labbra del primo parlante confuso. ' Il testo ha: qui ex illis oriturus erat secundum humanitatem, non lingua confusionis, sed gratiæ frueretur. E deve tradursi: il quale dove vanascere di loro secondo l'umanità, usasse della lingua della grazia – o di GRICE --, e non di quella della confusione. Hi come gravemente mi vergogno di rin  e per. A en ta generazione umana. Ma perciò che non possia mo lasciar di passare per essa, se ben la faccia diventa rossa, e l'animo la fugge, non starò di narrarla. Oh nostra natura sempre prona ai peccati, oh da principio, e che mai non finisce, piena di nequizia; non era stato assai per la tua corruttela, che per lo primo fallo fosti cacciata, e stesti in bando de la p a tria de le delizie? non era assai, che per la universale lussuria, e crudeltà della tua fami glia, tutto quello che era di te, fuor che una casa sola, fusse dal diluvio sommerso, il male, che tu avevi commesso, gli animali del cielo e de la terra fusseno già stati puniti? Certo assai sarebbe stato; ma come prover bialmente si suol dire, Non andrai a cavallo anzi terza; e tu misera volesti miseramente andare a cavallo. Ecco,lettore, che l'uomo, o vero scordato,o vero non curando de le prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le sferze, che erano rimase, venne la terza volta a le botte, per la sciocca sua e superba prosunzio ne. Presunse adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo, sotto persuasione di gigante, di superare con l'arte sua non solamente la na tura,ma ancoraessonaturante,ilqualeèDio; e cominciò ad edificare una torre in Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè confusione, per la quale sperava di ascendere al cielo,avendo intenzione, lo sciocco,non solamente di aggua gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore.Oh cle menzia senza misura del celeste imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal figliuolo? Ora innalzandosi non con inimica sferza, ma con paterna, et a battiture assueta, il ribel lante figliuolo con pietosa e memorabile corre zione castigò. Era quasi tutta la generazione umana a questa opera iniqua concorsa; parte comandava, parte erano architetti,parte face vano muri,parte impiombavano, parte tiravano le corde ", parte cavavano sassi, parte per ter ra,partepermareliconducevano.E cosìdi verse parti in diverse altre opere s’affatica vano, quando furono dal cielo di tanta con fusione percossi, che dove tutti con una istessa loquela servivano a l'opera, diversificandosi in molte loquele, da essa cessavano, nè mai a quel medesimo comercio convenivano; et a quelli soli, che in una cosa convenivano una Witte osserva che in luogo di pars amysibus tegulabant, pars tuillis linebant, come leggeva erro neamente la volgata nel testo latino, si deve leggere: pars amussibus tegulabant, pars trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre: parte arrotavano sulle pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano. istessa loquela attualmente rimase, come a tutti gli architetti una, a tutti i conduttori di sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di tutti gli operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera, di tanti varj linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più eccellente l'arti ficio di ciascuno, tanto era più grosso e barbaro il loro parlare. Quelli poscia, a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti nè lodavano lo esercizio loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la sciocchezza de gli operanti.Ma questi furono una minima parte di quelli quanto al numero; e furono, sì come io comprendo, del seme di Sem, il quale fu il terzo figliuolo di Noè, da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la antiquissima locu zione fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er la detta precedente confusione di lingue non leggieramente giudichiamo, che allora primieramente gl’uomini furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per tutte le regioni e angoli di esso. E conciò sia che la sottodivisione del parlare per il mondo, principal radice dela propagazione umana sia ne le parti orientali piantata, e d'indi da l'u no e l'altro lato per palmiti variamente diffusi, è la propagazione nostra distesa; final mente in fino a l'occidente prodotta, là onde primieramente le gole razionali gustarono o tutti,o almen parte de i fiumi di tutta Europa. Ma ofussero forestieri questi, cheallorapri mieramente vennero, o pur nati prima in E u ropa, ritornassero ad essa; questi cotali por tarono tre idiomi seco; e parte di loro ebbero in sorte la regione meridionale di Europa, parte la settentrionale, et i terzi, i quali al presente chiamiamo Greci, parte de l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia da uno istesso idio ma,dalaimmonda confusione ricevuto, nac quero diversi volgari, come di sotto dimostre remo; perciò che tutto quel tratto, ch'è da la foce del Danubio, o vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali (li quali da i confini d'Inghilterra, ITALIA e Gallia, e da l'Oceano sono terminati), tenne uno solo idioma: avegna che poi per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni, Inglesi e altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato; rimanendo questo solo per segno, che avessero un medesimo prin cipio, che quasi tutti i predetti volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal termine di questo idioma,cioè da iconfini de gl’ungari verso oriente,un altro idioma tutto quel tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si chiama Europa, e più oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che resta, tenne un terzo idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia; perciò che volendo affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè Spa gnuoli, Francesi et Italiani. Il segno adunque che i tre volgari di costoro procedessero da uno istesso idioma, è in pronto;perciò che molte cose chiamano per i medesimi vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e vive,muore, ama,& altri molti.Di questi adunque de la meridionale Europa, quelli che proferiscono oc tengono la parte occidentale, che comincia da i confini de’ GENOVESI; quelli poi che dicono sì, tengono da i predetti confini la parte orientale, cioè fino a quel promontorio d'ITALIA, dal quale comincia il seno del mare Adriatico e la Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi sono settentrionali a rispetto di questi; perciò che da l'oriente e dal settentrione hanno gli Ale manni, dal ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha: A b isto incipiens idiomate, videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud occupa vittotum quod ab inde vocatur Europa, nec non ul terius est protractum. Totum autem, quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere tradotto cosi: A cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari verso oriente, un altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là si chiama Europa, e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della rimanente Europa tenne un terzo idioma. glese, e dai monti di Aragona terminati, dal mezzo di poi sono chiusi da' Provenzali,e da la flessione de l'Appennino. Noi ora è bisogno porre a pericolo 1 la Il verbo periclitari del testo latino qui vale mettere alla prova, cimentare.  ragione, che avemo, volendo ricercare di quelle cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de la variazione, che intervenne al parlare, che da principio era il medesimo. Ma conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si vada, però so lamente per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo da parte, conciò sia che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio abbia ad esser causa ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si, e altri oil. E che questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la grammatica. A la quale convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne la edificazione di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte cose convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil,  Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor. Il re di Navara, De'finamor sivientsenebenté. M. Guido Guinizelli, Nè fè amor, prima che gentil core, Nè cor gentil,prima che amor,natura. Investighiamo adunque, perchè egli in tre parti sia principalmente variato,e perchè cia scuna di queste variazioni in sè stessa si varii, come la destra parte d'Italia ha diverso par lare da quello de la sinistra, cioè altramente parlano i Padovani, e altramente i Pisani: e investighiamo perchè quelli,che abitano più vi cini,siano differenti nel parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e Fiorentini;e ancora perchè siano differenti quelli,che si convengono sotto un istesso nome di gente,come Napole tani e Gaetani, Ravegnani e Faentini; e quel che è più maraviglioso, cerchiamo perchè non si convengono in parlare quelli che in una medesima città dimorano, come sono i Bolognesi del borgo di san Felice, e i Bolognesi  della strada maggiore.Tutte queste differenze adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con una istessa ragione saranno manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza la sua ca gione, in quanto effetto, perchè niuna cosa può fare ciò che ella non è. Essendo adunque ogni nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con l'uomo creata) a nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale niente altro fu che una oblivione de la loquela prima, et essendo l'uomo instabilissimo e va riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè continua può essere; ma come le altre cose che sono nostre (come sono costumi et abiti), simutano; cosìquesta, secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va riarsi.Però non è da dubitare che nel modo che avemo detto,cioè,che con ladistanziadeltempo il parlare non si varii, anzi è fermamente da tenere; perciò che se noi vogliamo sottilmente investigare le altre opere nostre,le troveremo molto più differenti da gli antiquissimi nostri cittadini, che da gli altri de la nostra età, q u a n tunquecisianomoltolontani1. Il perchè audacemente affermo, che se gli antiquissimi Pavesi ora risuscitassero,parlerebbero di diverso parlare di quello, che ora parlano in Pavia; nè altrimente questo, ch'io dico, ci paja maraviglioso, che I qualicisianomolto lontani (magis....quam a coetaneis perlonginquis).   ciparrebbe a vedere un giovane cresciuto,il quale non avessimo veduto crescere.Perciò che le cose, che a poco a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto;e quanto la va riazione de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto essa cosa è da noi più stabile esistimata.Adunque non ci ammiriamo,se i discorsi di quegli uomini,che sono poco da le bestie differenti, pensano che una istessa città abbia sempre il medesimo parlare usato, conciò sia che la variazione del parlare di essa città non senza lunghissima successione di tempo a poco a poco sia divenuta, e sia la vita de gli uomini di sua natura brevissima. Se adunque il sermone ne la istessa gente (come è detto) successivamente col tempo si varia, nè può per alcun modo firmarse, è necessario che il par lare di coloro, che lontani e separati dimorano, sia variamente variato; sì come sono ancora variamente variati i costumi et abiti loro, i quali nè da natura,nè da consorzio umano sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la conve nienzia de i luoghi nasciuti. Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi tempi e luo ghi. Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non par suggetta al singulare arbitrio di niuno, e consequentemente non può essere variabile.Questa adunque trovarono,ac ciò che per la variazion del parlare, il quale  De la varietà del parlare in Italia da la destra e sinistra parte de l'Appennino. Ra uscendo in tre parti diviso (come di, per singulare arbitrio si move,non ci fossero o in tutto tolte, o imperfettamente date le a u torità, et i fatti de gli antichi, e di coloro da i quali la diversità dei luoghi ci fa esser divisi. sopra è detto) il nostro parlare nella comparazione di se stesso, secondo che egli è tri partito, con tanta timidità lo andiamo ponde rando, che nè questa parte, nè quella, nè quell'altra abbiamo ardimento di preporre, se non in quello sic, che i grammatici si trovano aver preso per avverbio di affirmare: la qual cosa pare, che dia qualche più di autorità a gli Italiani, i quali dicono si.Veramente ciascuna di queste tre parti con largo testimonio si d i fende. La lingua di oil allega per sè, che, per lo suo più facile e più dilette vole Volgare, tutto quello che è stato tradotto, o vero ritrovato in prosa volgare,è suo; cioè la Bibbia,ifatti de i Trojani e dei ROMANI, le bellissime favole del re Artù, e molte altre istorie e dottrine 1. ma: 0 · Il Fraticelli avverte, a ragione, che qui bisognava tradurre non: la Bibbia,ifatti de' Trojani... i libri che contengono i fatti de' Trojani. L'altra poi argomenta per sè, cioè la lingua di oc; e dice che i volgari eloquenti scrissero i primi poemi in essa, sì come in lingua più perfetta e più dolce; come fu Piero di Alver nia et altri molti antiqui dottori.La terza poi, che è de gli Italiani, afferma per dui privilegj esser superiore; il primo è, che quelli, che più dolcemente e più sottilmente hanno scritti poe mi, sono stati i suoi domestici e famigliari, cioè Cino da Pistoja, e lo amico suo; il secondo è, che pare, che più s'accostino a la grammatica, la quale è comune.E questo, a coloro, che vogliono con ragione considerare, par g r a vissimo argomento. Ma noi lasciando da parte il giudicio di questo, e rivolgendo il trattato nostro al VOLGARE ITALIANO, ci sforzeremo di dire le variazioni ricevute in esso, e quelle fra sè compareremo. Dicemo adunque laItalia essere primamente in due parti divisa,cioè ne la de stra e ne la sinistra; e se alcuno dimandasse qual è la linea che questa diparte,brievemente rispondoessere il giogo del'Appennino; il quale, come un colmo di fistula, di qua e di là a diver se gronde piove,e l'acque di qua e di là per lunghi embricia diversi liti distillan, come Lucano nel secondo descrive; et il destro lato ha il mar Tirreno per grondatoio, il sinistro v'ha lo Adriatico. Del destro lato poi sono regioni la Puglia,ma non tutta, Roma, il Ducato 1,  + Ducato di Spoleto, Toscana, la Marca di Genova. Del sinistro so no parte de la Puglia, la Marca d’Ancona, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trivigiana, con Venezia. Il Friuli veramente, e l'Istria non possono essere se non de la parte sinistra d'Italia; e le isole del mar Tirreno, cioè Sicilia e Sardigna,non sono se non de la destra, o veramente sono da essere a la destra parte d'Italia accompagnate.In ciascuno adun que di questi dui lati d'Italia, et in quelle parti che si accompagnano ad essi, le lingue de gli uomini sono varie; cioè la lingua de i S i ciliani co iPugliesi, e quella de i Pugliesi coi ROMANI,e dei ROMANI coi Spoletani,edi que sticoiToscani,edeiToscani coiGenovesi,e de i Genovesi co i Sardi. E similmente quella de i Calavresi con gli Anconitani, e di costoro coiRomagnuoli,e dei Romagnuoli coi Lombardi, edeiLombardi coi Trivigiani e Veneziani, e di questi co i Friulani, e di essi con gl'Istriani; ne la qual cosa dico, che nessuno de gl’Italiani dissentirà da noi. Onde L’ITALIA sola appare in X I V Volgari esser variata: cia scuno dei quali ancora in sè stesso si varia: come in Toscana i Senesi e gli Aretini, in L o m bardia i Ferraresi e i Piacentini; e parimente in una istessa città troviamo essere qualche variazione di parlare,come nel Capitolo di so pra abbiamo detto. Il perchè se vorremo cal culare le prime, le seconde, e le sottoseconde variazioni del Volgare d'Italia,avverrà che in Si dimostra, che alcuni in Italia hanno brutto et inornato parlare. Ssendo IL VOLGARE ITALIANO per molte varietà dissonante, investighiamo la più bella et illustre loquela d'Italia; et acciò che a la nostra investigazione possiamo avere un picciolo calle, gettiamo prima fuori de la selva gli a r boriattraversati,elespine. Sicome adunque i Romani si stimano di dover essere a tutti preposti, così in questa eradicazione, o vero estirpazione, non immeritamente a gli altri li preporremo; protestando essi in niuna ragione de la Volgare Eloquenza esser da toccare. Di cemo adunque il Volgare de'Romani,o per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i Volgari Italiani; e non è maraviglia, sendo ne i costumi e ne le deformità de gli abiti loro sopra tutti puzzolenti. Essi dicono: M e sure, quinte dici 1. Dopo questi caviamo quelli de la Marca d’Ancona, i quali dicono Chigna mente sciate siate 2; con i quali mandiamo via questo minimo cantone del mondo si verrà,non solamente a mille variazioni di loquela, m a ancora a molte più. I Sorella mia, che cosa dici? Qualmente siate state, i Spoletani. E non è da preterire, che in vitu perio di queste tre genti sono state molte can zoni composte, tra le quali ne vidi una drit tamente e perfettamente legata, la quale un certo fiorentino, nominato il Castra, avea com posto; e cominciava,  Una ferina va scopai da Cascoli Cita cita sen gia grande aina Dopo questi i Milanesi, et i Bergamaschi,& i loro vicini gettiam via; in vituperio de i quali mi ricordo alcuno aver cantato, Ciò fu del mes d'ochiover.  Dopo questi crivelliamo gli Aquilejensi, e gli I striani, i quali con crudeli accenti dicono Ces fastù; e con questi mandiam via tutte lem o n tanine e villanesche loquele, le quali di brut tezza di accenti sono sempre dissonanti da i cittadini, che stanno in mezzo le città, come i Casentinesi, et i Pratesi. I Sardi ancora, i quali non sono d'Italia,ma a la Italiaaccom pagnati, gettiam via: perchè questi soli ci p a jono essere senza proprio Volgare, et imitano la grammatica,come fanno le simie gli uomini; perchè dicono, Domus nova,e Dominus meus. Una ferina vosco poi da Cascoli   In te l'ora del vespero, Il Fontanini propone di leggere: Zita zita sen gia a grande aina. Zita vale gita; e aina val fretta.    Ancor che l'aigua per lo foco lassi.  Amor, che longamente m'hai menato. Ma questa fama de la terra di Sicilia, se dirit tamente risguardiamo, appare, che solamente per opprobrio de'principi Italiani sia rimasa; i quali non con modo eroico,ma con plebeo seguono la superbia. Ma quelli illustri eroi Federico Cesare et il ben nato suo figliuolo Manfredi, dimostrando la nobiltà e drittezza de la sua forma,mentre che la fortuna gli fu fa vorevole,seguirono le cose umane,e le bestiali sdegnarono. Il perchè coloro,cheeranodialto De lo Idioma Siciliano e Pugliese. Ei crivellati (per modo di dire) Volgari d'Italia, facendo comparazione tra quelli che nel crivello sono rimasi, brievemente sce gliamo il più onorevole di essi. E primiera mente esaminiamo lo ingegno circa il Siciliano, perciò che pare che il Volgare Siciliano abbia assunto la fama sopra gli altri; conciò sia che tutti i poemi, che fanno gl'Italiani, si chia mino Siciliani,e conciò sia che troviamo molti dottori di costà aver gravemente cantato,come in quelle canzoni, Et,   Se questo poi non vogliamo pigliare, ma quello che esce de la bocca de i principali Si ciliani, come ne le preallegate canzoni si può vedere, non è in nulla differente da quello,che è laudabilissimo, come di sotto dimostreremo. |Traduzione letterale di altripices, chesignifica in gannatori., cuore e di grazie dotati,si sforzavano di ade rirsi alla maestà di sì gran principi; talchè in quel tempo tutto quello, che gli eccellenti Italiani componevano, ne la Corte di sì gran re primamente usciva. E perchè il loro seggio regale era in Sicilia, è avvenuto,che tutto quello che i nostri precessori composero in Volgare, si chiama Siciliano; il che ritenemo ancora noi; et i posteri nostri non lo potranno mutare. Racha, Racha.Che suona ora la tromba de l'ultimo Federico? che ilsonaglio del secondo Carlo? che i corni di Giovanni e di Azzo m a r chesi potenti?cheletibiedeglialtrimagnati? se non, Venite, carnefici; Venite, altripici 1; Venite, settatori di avarizia.M a meglio è tor nare al proposito, che parlare indarno. Or dicemo,che se vogliamo pigliare il Volgar Siciliano,cioè quello che vien da imediocri pae sani, da la bocca de i quali è da cavare il giu dizio, appare, che il non sia degno di essere preposto a gli altri;perciò che 'l non si profe risce senza qualche tempo, come è in  Traggemi d'este focora se t'este a bolontate. I Pugliesi poi, o vero per la acerbità loro, o vero per la propinquità dei suoi vicini, che sono Romaneschi e Marchigiani, fanno brutti barbarismi. E'dicono,  Per fino amore vo'si lietamente.  Il perchè a quelli, che noteranno ciò che si è detto di sopra, dee essere manifesto, che nè il Siciliano, nè il Pugliese è quel Volgare che in Italia è bellissimo; conciò sia che abbiamo m o strato, che gli eloquenti nativi di quel paese sieno da esso partiti.  De lo Idioma de i Toscani e dei Genovesi. per la loro pazzia insensati, pare che a r rogantemente s'attribuiscano il titolo del Volgare Illustre; et in questo non solamente la   Volzera che chiangesse lo quatraro.Ma quantunque comunemente ipaesani pugliesi parlino bruttamente, alcuni però eccellenti tra loro hanno politamente parlato, e posto ne le loro canzoni vocaboli molto cortigiani, come manifestamente appare a chi iloro scritti con sidera,come è, Madonna, dir vi voglio.E, opinione dei plebei impazzisce, m a ritruovo molti uomini famosi averla avuta: come fu Guittone d’Arezzo, il quale non si diede mai al Volgare Cortigiano; Bonagiunta da Lucca, Gallo pisano, Mino Mocato senese,eBrunetto fioren tino, i detti dei quali, se si avrà tempo di esaminarli,noncortigiani,ma proprjdeleloro cittadi essere si ritroveranno. Ma conciò sia che i Toscani siano più de gli altri in questa ebrietà furibondi, ci pare cosa utile e degna torre in qualche cosa la pompa a ciascuno de i Volgari delle città di Toscana.I Fiorentini par. lano, e dicono,  Non facciamo altro.  I Pisani,  Bene andonno li fanti de Fioranza per Pisa. I Lucchesi,  Fo voto a Dio,che ingassara eie lo comuno de Luca. I Senesi,  Vo'tu venire ovelle? Di Perugia, Orbieto, Viterbo e Città Castel lana, per la vicinità che hanno con Romani e Spoletani, non intendo dir nulla.Ma come che quasi tutti i Toscani siano nel loro brutto par Onche rinegata avessi io Siena. Gli Aretini,  Manuchiamo introcque.  lare ottusi,non di meno ho veduto alcuni aver conosciuto la eccellenzia del Volgare,cioè Guido, Lapo et un altro, fiorentini, e Cino Pistojese, il quale al presente indegnamente posponemo, non indegnamente costretti.Adunque se esami neremo le loquele toscane, e considereremo, come gli uomini molto onorati si siano da esse loro proprie partiti, non resta in dubbio che il Volgare, che noi cerchiamo, sia altro che quello che hanno ipopoli di Toscana. Se alcu no poi pensasse che quello, che noi affermiamo de i Toscani,non sia da affirmare de iGenovesi, questo solo costui consideri, che se i Genovesi per dimenticanza perdessero il z lettera, biso gnerebbe loro, o ver essere totalmente muti, o ver trovare una nuova locuzione; perciò che il z è la maggior parte del loro parlare; la qual lettera non si può se non con molta aspe rità proferire.  nino, et investighiamo tutta la sinistra parte d'Italia, cominciando, come far solemo, a levante. Intrando adunque ne la Romagna, dicemo che in Italia abbiamo ritrovati dui Vol gari, l'uno a l'altro con certi convenevoli con  De loIdioma di Romagna, edialcuni Transpadani,especialmentedelVeneto. P Assiamo ora le frondute spalle de l'Appen trarj opposto !, de li quali uno tanto femenile ci pare per la mollizia dei vocaboli e de la p r o nuncia, che un uomo (ancora che virilmente parli) è tenuto femina. Questo Volgare hanno tutti i Romagnuoli, e specialmente i Forlivesi, la città de i quali, avegna che novissima sia, non di meno pare esser posta nel mezzo di tutta la provincia. Questi affermando dicono Deusci, e facendo carezze sogliono dire oclo meo,e co rada mea.Bene abbiamo inteso,che alcuni di costoro ne i poemi loro si sono partiti dal suo proprio parlare,cioèTomaso et Ugolino Buc ciola faentini.L'altro de idue parlari,che ave mo detto, è talmente di vocaboli et accenti ir suto et ispido, che per la sua rozza asperità non solamente disconza una donna che parli, ma ancora fa dubitare, s'ella è uomo. Questo tale hanno tutti quelli che dicono magara, cioè Bressani, Veronesi, Vicentini, et anco i P a doani, i quali in tutti i participj in tus,e de nominativi in tas, fanno brutta sincope, come è merco, e bonté. Con questi ponemo eziandio i Trivigiani, i quali al modo de i Bressani, e de i suoi vicini proferiscono lo v consonante per f, removendo l'ultima sillaba, come è nof per nove, vi f per vivo; il che veramente è barbarissimo, e riproviamlo. I Veneziani ancora non saranno degni de l'onore de l'investigato Il testo latino ha: duo. vulgaria, quibusdam convenientiis contrariis alternata. tra i quali abbiamo veduto uno, che si è sfor zato partire dal suo materno parlare, e ridursi al volgare cortigiano, e questo fu Brandino padoano. Laonde tutti quelli del presente Ca pitolo comparendo alla sentenzia, determiniamo, che nè il Romagnuolo nè ilsuo contrario,come si è detto, nè il Veneziano sia quello Illustre Volgare che cerchiamo. CA Fa gran discussione del parlare nolognese. quello che della italica selva ci resta. D i cemo adunque,che forse non hanno avuta mala opinione coloro, che affermano che i Bolognesi con molto bella loquela ragionano; conciò sia che da gli Imolesi,Ferraresi eModenesi qualche cosa al loro proprio parlare aggiungano; chè tutti, sì come avemo mostrato, pigliano dai loro vicini, come Sordello dimostra de la sua Mantova, che con Cremona, Bressa e Verona confina. Il qual uomo fu tanto in eloquenzia, che non solamente ne i poemi, m a in ciascun modo che parlasse, il Volgare de la sua patria abbandond.Pigliano ancora iprefati cittadini Volgare; e se alcun di loro, spinto da errore, in questo vaneggiasse, ricordisi se mai disse,  Per le plage de Dio tu non verás ; Ra ci sforzeremo, per espedirci,a cercare   la leggerezza e la mollizia da gl'Imolesi, e da i Ferraresi e Modenesi una certa loquacità, la qual è propria de i Lombardi. Questa, per la mescolanza de i Longobardi forestieri, crediamo essere rimasa ne gli uomini di quei paesi; e questa è la ragione, per la quale non ritro viamo che niuno, nè Ferrarese, nè Modenese, nè Reggiano,sia stato poeta;perciò che assue fatti a la propria loquacità, non possono per alcun modo,senza qualche acerbità, al Volgare Cortigiano venire. Il che molto maggiormente de i Parmigiani è da pensare; i quali dicono inonto per molto. Se adunque i Bolognesi da l'una e da l'altra parte pigliano, come è detto, ragionevole cosa ci pare che il loro parlare, per la mescolanza de gli oppositi, rimanya di laudabile suavità temperato: il che per giudi zio nostro senza dubbio esser crediamo.Vero è che se quelli, che prepongono il Volgare S e r mone de iBolognesi,nel compararli essi hanno considerazione solamente a i Volgari de le città d'Italia, volentieri ci concordiamo con loro. M a se stimano simplicemente il Volgare Bolognese essere da preferire, siamo da essi differenti e discordi; perciò che egli non è quello che noi chiamiamoCortigiano& Illustre;ches'elfosse quello,ilmassimo Guido Guinizelli,Guido Ghis liero, Fabrizio, & Onesto,& altripoetinon sariano mai partiti da esso; perciò che furono dottori illustri, e di piena intelligenzia ne le cose volgari.   Più non attendo il tuo soccorso, Amore.  Le quali parole sono in tutto diverse da le pro prie bolognesi. Ora perchè noi non crediamo che alcuno dubiti di quelle città che sono poste ne le estremità d'Italia; e se alcuno pur dubita, non lo stimiamo degno de la nostra soluzione; però poco ci resta ne la discussione da dire. Laonde disiando di deporre il crivello, accid che tosto veggiamo quello che in esso è rimaso, dico che Trento, e Turino,& Alessandria sono città tanto propinque a i termini d'Italia, che non ponno avere pura loquela; tal che se così come hanno bruttissimo Volgare,così l'avessono bellissimo, ancora negherei esso essere vera mente Italiano, per la mescolanza che ha de gli altri.E però se cerchiamo il Parlare Italiano Illustre, quello che cerchiamo non si può in esse città ritrovare.  Il massimo Guido, Fabrizio,  Madonna, ilfermocore. Lo mio lontano gire. Onesto  e pascoli d'Italia, e non avemo quella pantera, che cerchiamo, trovato; per potere essa meglio trovare, con più ragione investi ghiamola; acciò che quella, che in ogni loco si sente, et in ogni parte appare?, con sollecito studio ne le nostre reti totalmente inviluppia mo. Ripigliando adunque inostri istrumenti da cacciaredicemo, cheinognigenerazionedi cose è di bisogno che una ve ne sia,con la quale tutte le cose di quel medesimo genere si abbiano a comparare e ponderare, e quindi la misura di tutte le altre pigliare.Come nel numero tutte le cose si hanno a misurare con la unità;e di consi più e meno, secondo che da essa unità sono più lontane, o più ad essa propinque. E cosi ne i colori tutti si hanno a misurare col bianco; e diconsi più e meno visibili, secondo che a lui più vicini, e da lui più distanti si sono.E sicome diquestichemostrano quan tità e qualità diciamo, parimente di ciascuno I L'edizione del Corbinelli ha: redolentem ubique, etnec apparentem. Witte propone di leggere: nec usquam apparentem.  De lo eccellente Parlar Volgare, il quale è comune a tutti gli Italiani. A poi che avemo cercato per tutti i salti D de i predicamenti e de la sustancia pensiamo potersi dire; cioè che ogni cosa si può misu rare in quel genere con quella cosa, che è in esso genere simplicissima. Laonde ne le nostre azioni, in quantunque specie sidividano,sibi sogna ritrovare questo segno,col quale esse si abbiano a misurare; perciò che in quello che facciamo come simplicemente uomini, avemo la virtù,la quale generalmente intendemo?; perciò che secondo essa giudichiamo l'uomo buono e cattivo;in quello poi che facciamo, come uomini cittadini,avemo la legge,secondo la quale si dice buono e cattivo cittadino;così in quello, che come uomini italiani facciamo, avemo le cose simplicissime. Adunque se le azioni italiane si hanno a misurare e ponde rare con i costumi, e con gli abiti, e col parlare,quelle de leazioni italiane sono simplicissi me, che non sono proprie di niuna città d'Italia, ma sono comuni in tutte 2; tra le quali ora si 2 Il testo latino ha: inquantum uthominesLatini agimus,quædam habemus simplicissima signa,idest morum,et habituum, et locutionis, quibus LATINO actiones ponderantur et mensurantur. Quce quidem nobilissimasuntearum,quæ LATINORVM sunt,actio num, hæc nulliuscivitatisItaliæ propria sunt,sed in omnibus communia sunt: inter que nunc potest di scerni Vulgare. Il Fraticelli raddrizzò la traduzione del Trissino a questo modo: in quello che, come uomini   Il testo latino ha: virtutem habemus, ut genera literillas (actiones) intelligamus.Edevetradursi:ab biamo per intenderle (leazioni) generalmente,lavirtù.   può discernere il Volgare,che di sopra cerca vamo, essere quello,che in ciascuna città ap pare, e che in niuna riposa 1. Può ben più in una,che in un'altra apparere,come fa la sim plicissima de le sustanzie, che è Dio, il quale più appare ne l'uomo che ne le bestie, e che ne le piante, e più in queste che ne le miniere, et in esse più che ne gli elementi,e più nel foco, che ne laterra.E lasimplicissima quantità,che è uno,più appare nel numero dispari che nel italiani facciamo, abbiamo certi segni semplicissimi, cioè de'costumi, degli abiti e del parlare, coi quali le azioni italiane si hanno a misurare e ponderare.Adun que quelle delle azioni italiane sono nobilissime, che non sono proprie di niuna città d'Italia, ma sono co muni in tutte: tra le quali ora si può discernere il Volgare. Il Trissino, in luogo di nobilissime, ha semplicissime;eforselasua lezioneèlavera.Levoci nobilissima, hæc,propria,communiaedinterquo non possono riferirsi ad actiones, ma a signa: cosicchè si dovrebbe tradurre segni nobilissimi. M a il dir segni nobilissimi è, certo, poco conforme al concetto generale del Capitolo, nel quale l'autore non parla che di semplicis simi segni: e quindi la traduzione più propria parrebbe dovesse essere la seguente: ora, quelli, che sono segni semplicissimi delle azioni degli Italiani, quelli non sonpropri di nessuna città,ma comuni a tutte:trai quali....;epiùbrevemente: iqualisegnidelleazioni degli Italiani non son propri di nessuna città.  4 Vulgare.... quod in qualibet civitate apparet, nec cubat in ulla. Il Manzoni, citando questo passo nella lettera al Bonghi, da noi ristampata, traduce più esatta mente: il Volgare, che in ogni città dà sentore di sè, e non si annida in nessuna.   pari; et il simplicissimo colore,che è ilbianco, più appare nel citrino che nel verde. Adunque ritrovato quello che cercavamo, dicemo, che il Volgare Illustre, Cardinale, Aulico e Corti giano in Italia è quello, il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna, col quale il Volgare di tutte le città d'Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare. Perchè questo Parlare si chiami Illustre. Erchè adunque a questo ritrovato Parlare aggiungendo Illustre,Cardinale, Aulico e Cortigiano, cosi lo chiamiamo, al presente di remo; per il che più chiaramente faremo parere quello, che esso è. Primamente adunque d i m o striamo quello che intendiamo di fare, quando vi aggiungiamo Illustre, e perchè Illustre il dimandiamo.Per questonoiildicemo Illustre, che illuminante et illuminato risplende. Et a questo modo nominiamo gli uomini illustri, o vero perchè illuminati di potenzia sogliono con giustizia e carità gli altri illuminare, o vero perchè eccellentemente ammaestrati, eccellen temente ammaestrano, come fe'Seneca e Numa Pompilio; et il Volgare di cui parliamo, il quale innalzato di magisterio e di potenzia, innalza i suoi di onore e di gloria. E ch'el sia da magisterio innalzato, si vede, essendo egli  O n senza ragione esso Volgare Illustre o r niamodisecondagiunta, cioèche Cardinale il chiamiamo, perciò che si come tutto l'uscio seguita il cardine, talchè dove il cardine si volta, ancor esso (o entro, o fuori che 'l si pie  Perchè questo Parlare si chiami Cardinale, di tanti rozzi vocaboli italiani, di tante per plesseconstruzioni,ditante difettivepronunzie, di tanti contadineschi accenti, cosi egregio, così districato, così perfetto e così civile ri dotto, come Cino da Pistoja e l'amico suo ne le loro canzoni dimostrano. Che 'l sia poi esaltato di potenzia, appare: e qual cosa è di maggior potenzia che quella, che può i cuori de gli u o mini voltare, in modo che faccia colui che non vole, volere;e colui che vole, non volere, come ha fatto questo, e fa? Che egli poscia innalzi di onore chi lo possiede, è in pronto: non sogliono i domestici suoi vincere di fama ire,imarchesi,iconti,etuttiglialtrigrandi? certo questo non ha bisogno di pruova.Quanto egli faccia poi i suoi famigliari gloriosi, noi stessi l'abbiamo conosciuto, i quali per la dol cezza di questa gloria ponemo dopo le spalle il nostro esilio. Adunque meritamente dovemo esso chiamare Illustre. NA Aulico, e Cortigiano.  Il testo latino ha: Est etiam merito curiale dicen dum, quia curialitas nil aliud est, etc. Il Fraticelli os serva in questo proposito quanto segue: La Curia è il foro, illuogo o vesitrattanogliaffaripubblici;ma es  ghi)si volge; cosi tutta la moltitudine de i Volgari de le città si volge e rivolge, si move e cessa,secondo che fa questo.Il quale veramente appare esser padre di famiglia; non cava egli ogni giorno gli spinosi arboscelli della italica selva? non pianta egli ogni giorno semente o inserisce piante? che fanno altro gli agricoli di lei se non che lievano, e pongono, come si è detto? Il perchè merita certamente essere di tanto vocabolo ornato. Perchè poi ilnominiamo Aulico, questa è la cagione: perciò che se noi Italiani avessimo Aula,questi sarebbe palatino. Se la Aula poi è comune casa di tutto il regno, e sacra gubernatrice di tutte le parti di esso; convenevole cosa è che ciò che si truova esser tale,che sia comune a tutti,e proprio di niuno; in essa conversi et abiti; nè alcuna altra abi tazione è degna di tanto abitatore.Questo ve ramente ci pare esser quel Volgare, del quale noi parliamo; e quinci avviene, che quelli che conversano in tutte le Corti regali, parlano sempre con Volgare Illustre. E quinci ancora è intervenuto che il nostro Volgare, come fore stiero va peregrinando, et albergando ne gli umili asili, non avendo noi Aula.Meritamente ancora sidee chiamare Cortigiano,perciò che la cortigiania niente altro è,che una pesatura de   le cose che si hanno a fare; e conciò sia che la statera di questa pesatura solamente ne le ec cellentissime Corti esser soglia, quinci avviene, che tutto quello, che ne le azioni nostre è ben pesato, si chiama cortigiano. Laonde essendo questo ne la eccellentissima Corte d'Italia p e sato,merita esser detto Cortigiano.Ma a dire che 'l sia ne la eccellentissima Corte d'Italia pesato, pare fabuloso, essendo noi privi di Corte; a la qual cosa facilmente si risponde. Perciò che avegna che la Corte (secondo che ụnica si piglia, come quella del re di Alema gna) in Italia non sia,le membra sue però non cimancano;ecome lemembra diquelladaun principe si uniscono,cosi le membra di questa dal grazioso lume de la ragione sono unite; e però sarebbe falso a dire, noi Italiani mancar di Corte quantunque manchiamo di principe; perciò che avemo Corte, avegna che la sia cor poralmente dispersa, sendo dal Trissino tradotto la Corte, viene a prodursi confusione, perchè Corte è sinonimo di Aula o Reggia, Per l'esattezza del significato converrà rendere la voce curialitas per curialità: e cosi in appresso per cui curiale le voci curia e curialis., e   Che i Volgari Italici in uno si riducono, Uesto Volgare adunque,che essere Illustre, Q Cardinale,Aulico e Cortigiano avemo dimo strato,dicemo esser quello,che si chiama Vol gare Italiano; perciò che sì come si può tro vare un Volgare che è proprio di Cremona, così se ne può trovar uno che è proprio di Lombardia, et un altro che è proprio di tutta la sinistra parte d'Italia; e come tutti questi si ponno trovare, così parimente si può trovare quello, che è di tutta Italia. E sì come quello si chiama cremonese e quell'altro lombardo,e quell'altro di mezza Italia, così questo che è di tutta Italia si chiama Volgare Italiano.Que sto veramente hanno usato gl’illustri dottori che in Italia hanno fatto poemi in Lingua Vol gare; cioè i Siciliani, i Pugliesi, i Toscani, i Romagnuoli,iLombardi,e quelli delaMarca Trevigiana e de la Marca d’Ancona. E conciò sia che la nostra intenzione (come avemo nel principio dell'opera promesso) sia d'insegnare la dottrina de la Eloquenzia Volgare; però da esso Volgare Italiano,come da eccellentissimo, cominciando, tratteremo nei seguenti libri, chi  e quello si chiama Italiano. siano quelli, che pensiamo degni di usare esso, e perchè, e a che modo, e dove, e quando, et a chi sia esso da dirizzare. Le quali cose chia rite che siano, avremo cura di chiarire i Vol gari inferiori, di parte in parte scendendo sino a quello che è d'una famiglia sola.  e quali no. del nostro ingegno,e ritornando al calamo de la utile opera,sopra ogni cosa confessiamo, che 'l sta bene ad usarsi il Volgare Italiano Illustre così ne la prosa, come nel verso. M a perciò che quelli che scrivono in prosa,pigliano esso Volgare Illustre specialmente da i trovatori; e però quello che è stato trovato, rimane un fermo esempio a le prose,ma non al contrario; per ciò che alcune cose pajono dare principalità Corbinelli e, dietro lui, tutti gli altri hanno poli citantes, che non ha senso ol'hamoltooscuro;ma forse si deve leggere sollicitantes.  Quali sono quelli che denno usare il Volgare Illustre, P. Romettendo 1 un'altra volta la diligenzia La voce inventum qui significa poetato.   al verso; adunque secondo che esso è metrico, versifichiamolo 1, trattandolo con quell'ordine, che nel fine del primo Libro avemo promesso. Cerchiamo adunque primamente, se tutti quelli che fanno versi volgari, lo denno usare, o no. Vero è, che cosi superficialmente appare di sì; perciò che ciascuno che fa versi,dee ornare i suoi versi in quanto 'l può. Laonde non sendo niuno di sì grande ornamento, com'è il Volgare Illustre, pare che ciascun versificatore lo debbia usare. Oltre di questo, se quello, che in suo genere è ottimo, si mescola con lo inferiore, pare che non solamente non gli tolga nulla, ma che lo faccia migliore.E però se alcun versificatore, ancora che faccia rozza mente versi,lo mescolerà con la sua rozzezza, non solamente a lei farà bene, ma appare che così le sia bisogno di fare; perciò che molto è più bisogno di ajuto a quelli che ponno poco, che a quelli che ponno assai;e così appare che a tutti i versificatori sia licito di usarlo. M a questo è falsissimo; perciò che ancora gli eccellentissimi poeti non se ne denno sempre vestire,come per le cose di sotto trattate si po trà comprendere.Adunque questo Illustre Volgare ricerca uomini simili a sé,sì come ancora fanno gli altri nostri costumi et abiti: la m a gnificenzia grande ricerca uomini potenti, la · Il testo latino ha ipsum carminemus, che non vale versifichiamolo, ma pettiniamolo, rimondiamolo.  porpora uomini nobili; così ancor questo vuole uomini di ingegno e di scienze eccellenti; e gli altri dispregia, come per le cose, che poi si diranno, sarà manifesto.Tutto quello adunque, che a noi si conviene, o per il genere, o per la sua specie, o per lo individuo ci si convie ne; come è sentire, ridere, armeggiare; m a questo a noi non si conviene per il genere; perchè sarebbe convenevole anco a le bestie; ne per la specie; perchè a tutti gli uomini saria convenevole: di che non c'è alcun dubbio; chè niun dice,che'lsiconvenga aimontanari.Ma gli ottimi concetti non possono essere, se non dove è scienzia,& ingegno; adunque la ottima loquela non si conviene a chi tratti di cose grossolane; conviene sì per l'individuo; m a nulla a l'individuo conviene se non per le pro prie dignità; come è mercantare, armeggiare, reggere.E però, selecoseconvenienti risguar dano le dignità, cioè i degni; et alcuni possono essere degni, altri più degni, et altri degnissi mi;è manifesto,che le cose buone a i degni,le migliori a i più degni, le ottime a i degnissimi si convengono. E conciò sia che la loquela non altrimenti sia necessario istromento a i nostri concetti, di quello che si sia il cavallo al sol dato; e convenendosi gli ottimi cavalli a gli ottimi soldati, a gli ottimi concetti (come è detto) la ottima loquela si converrà. Ma gli ottimi concetti non ponno essere,se non dove è scien zia,& ingegno;adunque laottimaloquelanon si convien se non a quelli, che hanno scienzia, et ingegno; e così non à tutti i versificatori si convien ottima loquela, e consequentemente nè l'ottimo Volgare; conciò sia che molti senza scienzia,e senza ingegno facciano versi.E però, se a tutti non conviene, tutti non denno usa re esso; perciò che niuno dee far quello, che non si gli conviene.E dove dice,che ogni uno dee ornare i suoi versi quanto può, affermiamo esser vero; m a nè il bove efippito !, nè il porco balteato chiameremo ornato,anzi fatto brutto, e di loro ci rideremo; perciò che l'ornamento non è altro, che uno aggiungere qualche con venevole cosa a la cosa che si orna. A quello ove si dice, che la cosa superiore con la infe riore mescolata adduce perfezione, dico esser vero,quando laseparazionenonrimane;come è, se l'oro fonderemo insieme con l'argento; ma se la separazione rimane,la cosa inferiore si fa più vile; come è mescolare belle donne con brutte. Laonde conciò sia che la senten zia de i versificatori sempre rimanga separata mente mescolata con le parole, se la non sarà ottima, ad ottimo Volgare accompagnata, non migliore,ma peggiore apparerà,a guisa di una brutta donna, che sia di seta o d'oro vestita. Ephipiatum vale insellato, e balteatum vale cin turato. In qual materia stia bene usare Apoichè avemo dimostrato, che non tutti  il Volgare Illustre. D tissimi denno usare il Volgare Illustre, conse i versificatori, m a solamente gli eccellen quente cosa è dimostrare poi, se tutte le m a terie sono da essere trattate in esso, o no; e se non sono tutte, veder separatamente quali sono degne di esso. Circa la qual cosa prima è da trovare quello che noi intendiamo,quando dicemo degna essere quella cosa, che ha di gnità, si come è nobile quello che ha nobiltà; e così conosciuto lo abituante, si conosce lo abituato, in quanto abituato di questo; però conosciuta la dignità, conosceremo ancora il degno. È adunque la dignità un effetto, o vero termino de i meriti;perciò che quando uno ha meritato bene, dicemo essere pervenuto a la dignità del bene; e quando ha meritato male, a quella del male; cioè quello che ha ben c o m battuto, è pervenuto a la dignità de la vittoria, e quello che ha ben governato, a quella del regno; e così il bugiardo a la dignità de la vergogna, et il ladrone a quella de la morte. Ma conciò sia che in quelli, che meritano bene, si facciano comparazioni, e cosi ne gli altri, perchè alcuni meritano bene,altri meglio, altri   ottimamente, et alcuni meritano male, altri peggio,altripessimamente;e conciò ancora sia, che tali comparazioni non si facciano, se non avendo rispetto al termine de imeriti, il qual termine (come è detto) si dimanda dignità, manifesta cosa è,che parimente le dignità hanno comparazione tra sè,secondoilpiù& ilmeno; cioè che alcune sono grandi, altre maggiori, altre grandissime; e consequentemente alcuna cosa è degna, altra più degna, altra degnis sima; e conciò sia che la comparazione de le dignità non si faccia circa il medesimo objetto, ma circa diversi, perchè dicemo più degno quello che è degno di una cosa più grande, e degnissimo quello che è degno d'una altra cosa grandissima; perciò che niuno può essere di una stessa cosa più degno; manifesto è che le cose ottime (secondo che porta il dovere) sono de le ottime degne.Laonde essendo questo Volgare (che dicemo Illustre) ottimo sopra tutti gli altri volgari,consequente cosa è,che solamente le ottime materie siano degne di essere trat tateinesso;ma qualisisianopoiquellema terie,che chiamiamo degnissime,è buono al presente investigarle. Per chiarezza de le quali cose è da sapere, che si come ne l'uomo sono tre anime, cioè la vegetabile, la animale e la razionale, cosi esso per tre sentieri cammina; perciò che secondo che ha l'anima vegetabile, cerca,quello che è utile, in che partecipa con le piante; secondo che ha l'animale, cerca,   quello, che è dilettevole, in che partecipa con le bestie; e secondo che ha la razionale, cer ca l'onesto, in che è solo, o vero a la natura angelica s'accompagna; tal che tutto quel che facciamo, par che si faccia per queste tre cose. E perchè in ciascuna di esse tre sono alcune cose, che sono più grandi, et altre grandissi me; per la qual ragione quelle cose, che sono grandissime, sono da essere grandissimamente trattate, e consequentemente col grandissimo Volgare; ma è da disputare quali si siano que ste cose grandissime. E primamente in quello, che è utile; nel quale, se accortamente consi deriamo la intenzione di tutti quelli, che cer cano la utilità, niuna altra troveremo, che la salute. Secondariamente in quello, che è dilet tevole; nel quale dicemo quello essere massi mamente dilettevole, che per il preciosissimo objetto de l'appetito diletta; e questi sono i piaceridiVenere.Nel terzo,cheèl'onesto, niun dubita essere la virtù. Il perchè appare queste tre cose,cioè la salute,ipiaceridi Ve nere, e la virtù essere quelle tre grandissime materie, che si denno grandissimamente trat tare, cioè quelle cose, che a queste grandissime sono; come è la gagliardezza de l'armi, l'ar denzia de l'amore, e la regola de la volontà. Circa le quali tre cose sole (se ben risguar diamo) troveremo gli uomini illustri aver vol garmente cantato; cioè Beltramo di Bornio le armi; Arnaldo Danielo lo amore; Gerardo de  Bornello la rettitudine; Cino da Pistoia lo a m o re; lo amico suo la rettitudine. Beltramo adunque dice,  Non puesc mudar q'un chantar non esparja.  Arnaldo,  Laura amara fa 'ls broils blancutz clarzir. Gerardo, Non trovo poi, che niun Italiano abbia fin qui cantato de l'armi. Vedute adunque queste cose (che avemo detto), sarà manifesto quello, che sia nel Volgare Altissimo da cantare. In qual modo di rime si debba usare Raci sforzeremo sollicitamente d'investi 0 gareilmodo,colqualedebbiamo stringere quelle materie, che sono degne di tanto Volgare.Volendo adunque dare ilmodo, col quale Per solatz revelhar Que s'es trop endormitz. Degno son io,che mora. Doglia mi reca nelo cuore ardire. il Volgare Altissimo. Cino, Lo amico suo,  queste degne materie si debbiano legare; primo dicemo doversi a la memoria ridurre,che quelli, che hanno scritto Poemi volgari,hanno essi per molti modi mandati fuori; cioè alcuni per Canzoni, altri per Ballate, altri per Sonetti, altri per alcuni altri illegittimi et irregolari modi, Come di sotto simostrerà. Di questi modi adun que il modo de le Canzoni essere eccellentissi m o giudichiamo; là onde se lo eccellentissimo è delo eccellentissimo degno, come di sopra è provato,le materie che sono degne de lo eccel lentissimo Volgare, sono parimente degne de lo eccellentissimo modo,e consequentemente sono da trattare ne le Canzoni;e che 'l modo de le Canzoni poi sia tale, come si è detto, si può per molte ragioni investigare. E prima,essendo Canzone tutto quello che si scrive in versi, et essendo a le Canzoni sole tal vocabolo attri buito, certo non senza antiqua prerogativa è processo. Appresso, quello che per sè stesso adempie tutto quello per che egli è fatto, pare esser più nobile, che quello che ha bisogno di cose che sieno fuori di sè; m a le Canzoni fanno per sè stesse tutto quello che denno; il che le Ballate non fanno, perciò che hanno bisogno di sonatori,aliqualisonofatte;adunque séguita, che le Canzoni siano da essere stimate più n o bili de le Ballate, e consequentemente il modo loro essere sopra gli altri nobilissimo, conciò sia che niun dubiti, che il modo de le Ballate non sia più nobile di quello de i Sonetti. A ppresso pare, che quelle cose siano più nobili, che arrecano più onore a quelli che le hanno fatte; e le Canzoni arrecano più onore a quelli che le hanno fatte, che non fanno le Ballate; adunque sono di esse più nobili, e consequen temente il modo loro è nobilissimo. Oltre di questo, le cose che sono nobilissime, molto ca ramente si conservano; m a tra le cose cantate, le Canzoni sono molto caramente conservate, come appare a coloro che vedeno ilibri; adun que le Canzoni sono nobilissime, e consequen temente ilmodo loro è nobilissimo.Appresso, ne le cose artificiali quello è nobilissimo che comprende tutta l'arte; essendo adunque le cose,che si cantano, artificiali, e ne le Canzoni sole comprendendosi tutta l'arte, le Canzoni sono nobilissime,ecosìilmodo loroènobi lissimo sopra gli altri.Che tutta l'arte poi sia ne le Canzoni compresa, in questo simanifesta, che tutto quello che si truova de l'arte, è in esse,ma non si converte 1. Questo segno adun que di ciò che dicemo, è nel cospetto di ogni uno pronto; perciò che tutto quello che da la cima de le teste de gli illustri poeti è disceso a le loro labbra,solamente ne le Canzoni si ri truova. E però al proposito è manifesto, che quelle cose che sono degne di Altissimo Volgare, si denno trattare ne le Canzoni. Sed non convertitur. Più chiaro di non si converte sarebbe però non e converso,ovvero non al contrario. De la varietà de lo stile secondo la qualità de la poesia. L'adpotiavimus del LATINO nonvaleavemo approvato, ma abbiamo dato a bere. Fraticelli propone che si tra duca per traslato: abbiamo dato un saggio.  A poi che avemo districando approvato 1 co, e che materie siano degne di esso, e parimente il modo, il quale facemo degno di tanto onore, che solo a lo Altissimo Volgare si con venga; prima che noi andiamo ad altro, di chiariamo il modo delle ca nzoni, le quali pajono da molti più tosto per caso che per arte usur parsi. E manifestiamo il magisterio di quel l'arte, il quale fin qui è stato casualmente preso, lasciando da parte il modo deleBallate e de i Sonetti; per ciò che esso intendemo dilu cidare nel quarto Libro di quest'opera nostra, quando del Volgare Mediocre tratteremo. R i veggendo adunque le cose che avemo detto, ci ricordiamo avere spesse volte quelli, che fanno versi volgari, per poeti nominati; il che senza dubbio ragionevolmente avemo avuto ardimento di dire; per ciò che sono certamente poeti, se drittamente la poesia consideriamo; la quale non è altro che una finzione rettorica, e po sta in musica.Non di meno sono differenti da i, grandi poeti, cioè da i regulati; per ciò che quelli 1 hanno usato sermone et arte regulata, e questi (come si è detto) hanno ogni cosa a caso; il perchè avviene, che quanto più stret tamente imitiamo quelli 2,tanto più drittamente componiamo; e però noi, che volemo porre ne le opere nostre qualche dottrina, ci bisogna le loro poetiche dottrine imitare. Adunque s o pra ogni cosa dicemo, che ciascuno debbia pi gliare il peso de la materia eguale a le proprie spalle, a ciò che la virtù di esse dal troppo peso gravata, non lo sforzi a cadere nel fango. Questo è quello, che il maestro nostro ORAZIO comanda,quando nel principio dela sua Poe tica dice,  Voi, che scrivete versi, abbiate cura Di tor subjetto al valor vostro eguale. Dapoinelecose,che cioccorrono + Il testo latino ha isti:quindi non quelli,ma questi; e per conseguenza nella riga seguente non questi, ma quelli. Sarebbe più chiaro dire i primi in luogo di quelli.  devemo usare divisione, considerando da cantarsi con modo tragico,o comico, o ele giaco. Per la Tragedia prendemo lo stile s u periore,per la Commedia lo inferiore, per l'E dei miseri. Se le cose che ci oc legia quello cantate col correno, pare che siano da essere modo tragico, allora è da pigliare il Volgare Illustre, e conseguentemente da legare la Can a dire, se sono  1 Il testo latino ha: tensis fidibus adsumat secure plectrum; che deve essere tradotto: tese le corde, a s suma francamente ilplettro.  zone; m a se sono da cantarsi con cómico, si piglia alcuna volta ilVolgare Mediocre, ed al cuna volta l'Umile; la divisione de i quali nel quarto di quest'opera ci riserviamo a mostra re. Se poi con elegiaco, bisogna che solamente pigliamo l'Umile.M a lasciamo gli altri da parte, et ora (come è il dovere) trattiamo de lo stile tragico. Appare certamente, che noi usiamo lo stile tragico, quando e la gravità de le sen tenzie, e la superbia de i versi, e la elevazione de le construzioni,e la eccellenzia de ivocaboli si concordano insieme. M a perchè (se ben ci ricordiamo) già è provato, che le cose somme sono degne de le somme, e questo stile che chiamiamo tragico, par e essere il sommo dei stili; però quelle cose che avemo già distinte doversi sommamente cantare, sono da essere in questo solo stile cantate; cioè la salute, lo amore e la virtù, e quelle altre cose, che per cagion di esse sono ne la mente nostra conce pute, pur che per niun accidente non siano fatte vili. Guardişi adunque ciascuno, e di scerna quello che dicemo; e quando vuole que ste tre cose puramente cantare, o vero quelle che ad esse tre dirittamente e puramente se gueno, prima bevendo nel fonte di Elicona, ponga sicuramente a l'accordata lira il sommo plettro 1,e costumatamente cominci.Ma a fare   questa Canzone e questa divisione come si dee, qui è la difficultà, qui è la fatica; per ciò che mai senza acume d'ingegno, nè senza assiduità d'arte, nè senza abito di scienze non si potrà fare. E questi sono quelli che 'l Poeta nel VI de la Eneide chiama diletti da Dio, e da la ar dente virtù alzati al cielo, e figliuoli de gli Dei, avegna che figuratamente parli. E pero si confessa la sciocchezza di coloro, i quali senza arte,e senza scienzia,confidandosi solamente del loro ingegno, si pongono a cantar som mamente le cose somme.Adunque cessino que sti tali da tanta loro presunzione; e se per la loro naturale desidia sono oche, non vogliano l'aquila,che altamente vola, imitare sentenzie a bastanza, o almeno tutto quello che a l'opera nostra si richiede; il perchè ci affretteremo di andare a la superbia dei versi. Circa i quali è da sapere, che i nostri pre cessori hanno ne le loro Canzoni usato varie sorti di versi, il che fanno parimente imoder ni; m a in fin qui niuno verso ritroviamo, che abbia oltre la undecima sillaba trapassato, nè sotto la terza disceso. Et avegna che i Poeti, De la composizione deiversi e de la loro varietà sillabica. Noi pare di aver detto de la gravità de le A   Italiani abbiano usate tutte le sorti di versi, che sono da tre sillabe fino a undici, non di meno il verso di cinque sillabe, e quello di sette, e quello di undeci sono in uso più fre quente; e dopo loro si usa il trisillabo più de gli altri; de gli quali tutti quello di undeci sillabe pare essere il superiore sì di occupa zione di tempo, come di capacità di sentenzie, di construzioni e di vocaboli; la bellezza de le quali cose tutte si moltiplica in esso, come manifestamente appare, per ciò che ovunque sono moltiplicate le cose che pesano, si molti plica parimente il peso.E questo pare che tutti i dottori abbiano conosciuto, avendo le loro illustri Canzoni principiate da esso; come Bornello, Ara auzirez encabalitz cantars. Il qual verso avegna che paja di dieci silla be,è però,secondo la verità de la cosa, di undeci; per ciò che le due ultime consonanti non sono de la sillaba precedente.Et avegna che non abbiano propria vocale, non perdono però la virtù dela sillaba; & ilsegnoè,che ivi la rima si fornisce con una vocale; il che essere non può se non per virtù de l'altra che ivi si sottintende. Il re di Navara, De finamor sivient sen e bonté. Ove se si considera l'accento e la sua cagione, apparirà essere endecasillabo. Amor,che longiamente m'hai menato. Per finamore vo silietamente. Amor, che muovi tua virtù dal cielo. Al cor gentil ripara sempre amore. 11 Giudice di Colonna da Messina, Guido Guinicelli, Rinaldo d'Aquino, Non spero che giammai per mia salute. Et avegna che questo verso endecasillalo (co me sièdetto) siasopratuttiperildoverece leberrimo, non di meno se'l piglierà una cer ta compagnia de lo eptasillabo, pur che esso però tenga il principato, più chiaramente e più altamente parerà insuperbirsi, ma questo si rimanga più oltra a dilucidarsi. Così diciamo che l’eptasillabo segue a presso quello che è massimo ne la celebrità. Dopo questo quello che chiamiamo pentasillabo,e poi il trisillabo ordiniamo.Ma quel di nove sillabe, per essere il trisillabo triplicato, o vero mai non fu in onore, o vero per il fastidio è uscito di uso. Quelli poi di sillabe pari, per la sua rozzezza non usiamo se non rare volte; per ciò che ri tengono la natura de i loro numeri,i quali s e m Cino da Pistoja, Lo amico suo: Erchè circa il Volgare Illustre la nostra nobilissimo; però avendo scelte le cose che sono degne di cantarsi in esso, le quali sono quelle tre nobilissime che di sopra avemo pro vate; et avendo ad esse eletto il modo de le Canzoni, si come superiore a tutti gli altri modi, et a ciò che esso modo di Canzoni pos siamo più perfettamente insegnare, avendo già alcune cose preparate, cioèlostile,& iversi; ora de la construzione diremo. È adunque da sapere, che noi chiamiamo construzione una regulata composizione di parole, come è, Ari stotile diè opera a la filosofia nel tempo di Alessandro. Qui sono diece parole poste regu latamente insieme, e fanno una construzione.  pre soggiaceno a i numeri caffi, sì come fa la materia a la forma. E cosi raccogliendo le cose dette, appare lo endecasillabo essere su perbissimo verso; e questo è quello che noi cercavamo. Ora ci resta di investigare de le construzioni elevate e de i vocaboli alti, e fi nalmente, preparate le legne e le funi, inse gneremo a che modo il predetto fascio, cioè la Canzone, si debba legare. De le construzioni, che si denno usare ne le Canzoni. P si   M a circa questa prima è da considerare, che de le construzioni altra è congrua, et altra è incongrua.E perchè(seilprincipiodelano stra divisione bene ciricordiamo)noi cerchiamo solamente le cose supreme, la incongrua in questa nostra investigazione non ha loco; per ciò che ella tiene il grado inferiore de la bontà. Avergogninsi adunque, avergogninsi gli idioti di avere da qui innanzi tanta audacia, che v a dano ale Canzoni;de iquali non altrimenti so lemo riderci, di quello che si farebbe d'un cieco, il quale distingues sei colori. È adun que la construzione congrua quella che cerchia mo.Ma ci accade un'altra divisione 2 di non minore difficultà, avanti che parliamo di quella construzione,che cerchiamo,cioè di quella che è pienissima di urbanità; e questa divisione e, che molti sono i gradi de le construzioni, cioè lo insipido, il quale è de le persone grosse, come è, Piero ama molto madonna Berta. Ecci il semplicemente saporito, il quale è de i scolari rigidi, o vero de i maestri, come è, Di tuttiimiserim'incresce;ma homaggiorpietà di coloro, i quali in esiglio affliggendosi, r i vedeno solamente in sogno le patrie loro. Ecci ancora il saporito e venusto, il quale è di alcuni, che così di sopra via pigliano la Rettorica, come è, La lodevole discrezione del Meglio, forse, ragionasse o giudicasse di colori. 2 Meglio distinzione (discretio). Nuls hom non pot complir adreitamen. Amerigo di Peculiano, Si com’l'arbres,que per sobrecarcar.  Præparata qui ha il senso di preveniente.  Si per mon Sobretot no fos. Il re di Navara,  T a m m'abelis l'amoros pensamens.  Arnaldo Daniello, marchese da Este,e la sua preparata 1 magni ficenzia fa esso a tutti essere diletto. Ecci a p presso il saporito e venusto, ed ancora eccelso, il quale è dei dettati illustri, come è,Avendo Totila mandato fuori del tuo seno grandissima parte de i fiori, o Fiorenza, tardo in Sicilia, e indarno se n'andd. Questo grado di constru zione chiamiamo eccellentissimo, e questo è quello che noi cerchiamo, investigando (come si è detto ) le cose supreme. E di questo sola mente le illustri Canzoni si trovano conteste, come: Gerardo,  Dreit amor qu'en mon cor repaire. Folchetto di Marsiglia,  Sols sui qui sai lo sobrafan, que m sorts. Amerigo de Belimi,  Tegno di folle impresa a lo ver dire.  Avegna ch'io non aggia più per tempo. Amor, che ne la mente mi ragiona. N o n ti maravigliare, lettore, che io abbia tanti autori a la memoria ridotti; per ciò che non possemo giudicare quella construzione, che noi chiamiamo suprema, se non per simili esempj. E forse utilissima cosa sarebbe per abituar quella, aver veduto i regulati poeti, cioè Virgilio, la Metamorfosi di OVIDIO, STAZIO e LUCANO, e quelli ancora che hanno usato al tissime prose; come è Tullio, Livio, PLINIO, Frontino, Paolo Orosio, e molti altri, i quali la nostra amica solitudine ci invita a vedere. Cessino adunque i seguaci de la ignoranzia, che estolleno Guittone d'Arezzo, et alcuni al tri, i quali sogliono alcune volte 1 ne i vocaboli e ne le construzioni essere simili a la plebe. Nunquam invocabulisatqueconstructionedesuetos plebescere. Non dunque alcune volte,ma sempre. CAVALCANTI,  Poi che di doglia cor convien, ch'io porti. > Guido Guinizelli, Cino da Pistoja, Lo amico suo, 1   dere ricerca, che siano dichiarati quelli vocaboli grandi, che sono degni di stare sotto l'altissimo stile. Cominciando adunque, affir miamo non essere piccola difficultà de lo intel letto a fare la divisione dei vocaboli; per cið che vedemo, che se ne possono di molte m a niere trovare.De i vocaboli adunque alcuni sono puerili, altri feminili, et altri virili, e di questi alcuni silvestri,& alcuni cittadineschi chiamia m o 1,& alcuni pettinati, e lubrici; alcuni irsuti e rabuffati conosciamo; tra i quali i pettinati e gl’irsuti sono quelli che chiamiamo grandi; i lubrici poi e i rabuffati sono quelli la cui riso  nel metro volgare. A successiva provincia del nostro proce. Quali vocaboli si debbano porre e quali no 1Corbinelli ha: et horum quædam silvestria,quæ dam urbania:eteorum,quo urbana vocamus,quo dam pesaethirsuta,quædam lubricaetreburrasenti mus. La traduzione del Trissino va raddrizzatacosi:edi questi alcuni silvestri,e alcuni cittadineschi;e di quelli che chiamiamo cittadineschi, alcuni pettinati e irsuti, alcuni lubricierabbuffati. Altrihanno invece:quædam pexaet lubrica, quædam hirsutaetreburra:cioèal cunipettinati e lubrici (ossia scorrenti),alcuni irsuti e rabbuffati., nanzia è superflua; per ciò che si come ne le grandi opere alcune sono opere di magnanimità, altre di fumo, ne le quali avvenga che così di sopra via paja un certo ascendere,a chi però con buona ragione esse considera, non ascendere, m a più tosto ruina per alti precipizj essere g i u dicherà; con ciò sia che la limitata linea de la virtù si trapassi. Guarda adunque, lettore, quanto per scegliere le egregie parole ti sia bisogno di crivellare; per ciò che se tu consi deri il Volgare Illustre, il quale i Poeti Vol gari, che noi vogliamo ammaestrare, denno (come di sopra si è detto) tragicamente usare, averai cura, che solamente i nobilissimi vocaboli nel tuo crivello rimangano. Nel numero dei quali ne i puerili per la loro simplicità, com'è mamma e babbo,mate epate,per niun modo potrai collocare; nè anco i feminili, per la loro mollezza, come è dolciada e placevole; nè i contadineschi per la loro austerità, come è gregia e gli altri; nè i cittadineschi, che siano lubrici e rabuffati, come è femine e corpo, vi si denno porre. Solamente adunque i citta dineschi pettinati et irsuti vedrai che ti resti no, i quali sono nobilissimi, e sono membra del Volgare Illustre. E noi chiamiamo pettinati quelli vocaboli, che sono trisillabi, o vero v i cinissimi al trisillabo, e che sono senza aspi razione, senza accento acuto, o vero circum flesso, senza z nè a duplici, senza gemina zione di due liquide, e senza posizione, in cui Qucecampsarenon possumus, cioèchenonsipos sono scansare. la muta sia immediatamente posposta, e che fanno colui che parla quasi con certa soavità rimanere, come è amore, donna, disio, virtute, donare, letizia, salute, securitate, difesa. Ir sute poi dicemno tutte quelle parole, che oltra queste sono o necessarie al parlare illustre, ornative di esso. E necessarie chiamiamo quel le che non possiamo cambiare 1; come sono al cune monosillabe, cioè si, vo, me, te, se, A, E, I, O, U; e le interjezioni, et altremolte. Ornative poi dicemo tutte quelle di molte sillabe, le quali mescolate con le pettinate fanno una bella armonia nella struttura, quantunque abbiano asperità di aspirazioni, di accento, e di duplici, e di liquide, e di lunghezza, come è: terra, onore, SPERANZA, gravitate, alleviato, impossibilitate, benavventuratissimo, avventuratissimamente, disavventuratissimamente, sovramagnificentissimamente, il quale vocabolo è endecasillabo. Potrebbesi ancora trovare un vocabolo, o vero parola, di più sillabe, m a perchè egli passerebbe la capacità di tutti i nostri versi, però a la presente ragione non pare opportuno; come è onorificabilitudinitate, il quale in volgare per dodeci sillabe si compie; et in grammatica per tredeci, in dui obliqui però. In che modo poi le pettinate siano da es sere ne i versi con queste irsute armonizate,   lascieremo ad insegnarsi di sotto.E questo che si è detto de l'altezza dei vocaboli, ad ogni gentil discrezione 1 sarà bastante. Ra preparate le legne e le funi, è tempo da legare il fascio; ma perchè la cogni zione di ciascuna opera dee precedere a la ope razione,laquale ècome segno avanti iltrarre de la sagitta,ovvero del dardo; però prima,e principalmente veggiamo qual sia questo fascio, che volemo legare. Questo fascio adunque bene ci ricordiamo tutte le cose trattate) è la Canzone; eperòveggiamochecosasia Canzone, e che cosa intendemo quando dicemo Canzone. La Canzone dunque,secondo la vera significa zione del suo nome, è essa azione o vero pas sione del cantare; sì come la lezione è la pas sione o vero azione del leggere; m a dichiariamo quello che si è detto, cioè, se questa si chiama Canzone, in quanto ella sia azione o in quanto passione del cantare. Circa la qual cosa è da considerare, che la Canzone si può prendere in dui modi, l'uno de li quali modi è, secondo "Ingenuce discretioni,cioè ad ogni non viziato di scernimento., Che cosa è Canzone, e che in più maniere può variarsi.   o tuono, o nota, o melodia. E niuno trombetta, o organista, o citaredo chia m a il canto suo Canzone, se non in quanto sia accompagnato aqualche Canzone;ma quelli che compongono parole armonizate, chiamano le opere sue Canzoni.Et ancora che tali pa role siano scritte in carte e senza niuno che le proferisca, si chiamano Canzoni; e però non pare che la Canzone sia altro, che una c o m  che ella è fabbricata dal suo autore; e così è azione; e secondo questo modo Virgilio nel primo de l'Eneida dice,  lo canto l'arme e l'uomo. L'altro modo è, secondo il quale ella da poi che è fabbricata si proferisce, o da lo autore, o da chi che sia,o con suono,osenza,ecosì è passione. E perchè allora da altri è fatta, et ora in altri fa, e così allora azione, et ora passione essere si vede.Ma conciò sia che essa è prima fatta,e poi faccia;pero più tosto,anzi al tutto par che si debbia nominare da quello che ella è fatta, e da quello che ella è azione di alcuno,che da quello che ella faccia in altri. Et il segno di questo è, che noi non dicemo mai, questa Canzone è di Pietro perchè esso la proferisca, m a perchè esso l'abbia fatta. O l tre di questo è da vedere, se si dice Canzone la fabbricazione de le parole armonizate, o vero essa modulazione, o canto; a che dicemo, che mai il canto non si chiama Canzone, ma 0 suono, piuta azione di colui, che detta parole a r m o nizate, et atte al canto. Laonde così le Canzo ni, che ora trattiamo, come le Ballate e Sonetti, e tutte le parole a qualunque modo armoni zate, o volgarmente, o regulatamente, dicemo essere Canzoni; m a perciò che solamente trat tiamo le cose volgari,però lasciando le regulate da parte,dicemo,che dei poemi volgari uno ce n'èsupremo, il quale persopraeccellenziachia miamo Canzone;  Donne, che avete intelletto di amore. E così è manifesto che cosa sia Canzone,e se condo che generalmente si prende, e secondo che per sopraeccellenzia la chiamiamo. Et a s sai ancora pare manifesto che cosa noi inten demo,quandodicemoCanzone;e consequente Meglio forse, quiealtrove, un collegamento (conjugatio), che la Canzone sia una cosa suprema, nel terzo Capitolo di questo Libro è provato;ma conciò sia che questo,che è dif finito, paja generale a molti, però risumendo detto vocabolo generale,che già è diffinito,di stinguiamo per certe differenzie quello che so lamente cerchiamo.Dicemo adunque che la Canzone,la quale noi cerchiamo,in quanto che per sopraeccellenzia è detta Canzone, è una con giugazione 1 tragica di Stanzie equali senza risponsorio, che tendono ad una sentenzia, come noi dimostriamo quando dicemmo 2 2Iltestolatinoha:utnosostendimus,cum diximus.   mente qual sia quel fascio,che vogliamo legare. Noi poi dicemo, che ella è una tragica congiu gazione; perciò che quando tal congiugazione si fa comicamente, allora la chiamiamo per diminuzione cantilena, de la quale nel quarto Libro di questo avemo in animo di trattare.   Stanzie,e non sapendosi che cosa sia Stan zia, segue di necessità, che non si sappia a n cora che cosa sia Canzone; perciò che de la cognizione de le cose, che diffiniscono, resul ta ancora la cognizione de la cosa diffinita, e però consequentemente è da trattare de la Stanzia, accio che investighiamo, che cosa essa si sia, e quello che per essa volemo intendere. Ora circa questo è da sapere, che tale voca bolo è stato per rispetto de l'arte sola ritro vato; cioè perchè quello si dica Stanzia, nel quale tutta l'arte de la Canzone è contenuta, e questa è la Stanzia capace, overo il recettacolo di tutta l'arte; perciò che sì come la Canzone è il grembo di tutta la sentenzia,così la Stan zia riceve in grembo tutta l'arte; nè è lecito di arrogere alcuna cosa di arte a le Stanzie s e quenti; m a solamente si vestono de l'arte de la. Quali siano le principali parti de la Canzone, e che la Stanzia n'è la parte principalissima. Ssendo la Canzone una congiugazione di   prima: il perchè è manifesto, che essa Stanzia (de la qual parliamo ) sarà un termine, o vero una compagine di tutte quelle cose, che la Canzone riceve da l'arte;le quali dichiarite, il descrivere che cerchiamo,sarà manifesto.Tutta l'arte adunque de la Canzone pare, che circa tre cose consista, de le quali la prima è circa la divisione del canto, l'altra circa la abitu dine1deleparti, laterzacircailnumero dei versi e de le sillabe; de le rime poi non face mo menzione alcuna;perciò che non sono de la propria arte de la Canzone.È lecito certamente in cadauna Stanzia innovare le rime, e quelle medesime a suo piacere replicare; il che, se la rima fosse di propria arte de la Canzone, le cito non sarebbe.E se pur accade qualche cosa de le rime servare, l'arte di questo ivi si con tiene,quando diremo de la abitudine de le parti. Il perchè così possiamo raccogliere da le cose predette, e diffinire, dicendo, la Stanzia è una compagine 2 diversi e di sillabe, sotto un certo canto, e sotto una certa abitudine limitata. 2 Il testo latino ha: limitatam compaginem. La voce abitudine, qui e altrove, significa propor zione, disposizione. S ne la Canzone. Che sia il canto de la Stanzia, e che la Stanzia si varia in parecchi modi Apendo poi che l'animale razionale è uomo, e che sensibile è l'anim a, et il corpo è animale; e non sapendo che cosa si sia quest'a nima, nè questo corpo,non possemo avere per fettacognizionedel'uomo;perciòchelaperfetta cognizione di ciascuna cosa termina ne gli ul timi elementi, sì come il maestro di coloro che sanno, nel principio de la sua Fisica affer ma.Adunque pera vere la cognizione dela Canzone, che desideriamo, consideriamo al presente sotto brevità quelle cose,che diffiniscano il dif finiente di lei; e prima del canto,da poi de la abitudine,e poscia de i versi e de le sillabe in vestighiamo.Dicemo adunque,che ogni Stanzia è armonizata a ricever una certa oda, o vero canto; ma pajono esser fatte in modo diverso, che alcune sotto una oda continua fino a l’ul timo procedeno, cioè senza replicazione di al cuna modulazione, e senza divisione;e dicemo divisione quella cosa, che fa voltare di un'oda in un'altra;la quale quando parliamo col VULGO, chiamiamo Volta.E questeStanziediun'oda   sola Daniello usò quasi in tutte le sue Canzoni; e noi avemo esso seguitato quando dicemo, · Il testo ha syrma, che è quanto dire strascico.   Al poco giorno,& al gran cerchio d'ombra. Alcune Stanzie sono poi, che patiscono divi sione. E questa divisione non può essere nel modo che la chiamiamo, se non si fa replica zione di una oda o davanti la divisione, o da poi, o da tutte due le parti, cioè davanti e da poi. E se la repetizion de l'oda si fa avanti la divisione, dicemo, che la Stanzia ha piedi; la quale ne dee aver dui; avegna che qualche volta se ne facciano tre, ma molto di rado.Se poi essa repetizion di oda si fa dopo la divi sione, dicemo la Stanzia aver versi. M a se la repetizione non si fa avanti la divisione,di cemo la Stanzia aver fronte; e se essa non si fa da poi,la dicemo aver sirima?,o vero coda. Guarda adunque, lettore, quanta licenzia sia data a li poeti che fanno Canzoni; e considera per che cagione la usanza si abbia assunto si largo arbitrio; e se la ragione ti guiderà per dritto calle, vederai, per la sola dignità de l'autorità essergli stato questo,che dicemo con cesso.Di qui adunque può essere assai mani festo a che modo l'arte de le Canzoni consista circa la divisione del canto; è però andiamo a la abitudine de le parti.e de la distinzione de'versi che sono da porsi nel componimento. tudine,sia grandissima parte di quello,che è de l'arte; perciò che essa circa la divisione del canto, e circa il contesto dei versi, e circa la relazione de le rime consiste; il perchè a p pare, che sia da essere diligentissimamente trat tata.Dicemo adunque,che la fronte coi Versi 1, et i piedi con la sirima, o vero coda, e pari mente i piedi co i Versi possono diversamente ne la Stanzia ritrovarsi; perciò che alcuna fia ta la fronte eccede i Versi, o vero può ecce dere di sillabe e di numero di versi; e dico può, perciò che mai tale abitudine non avemo veduta. Alcune fiate la fronte può avanzare i Versi nel numero de i versi, et essere da essi Versi nel numero de le sillabe avanzata; come 1 Trissino traduce con la stessa voce verso tanto il carmen che da Dante fu usato nel significato proprio e comune di verso, quanto il versus che fu invece usato da lui per indicare una data parte della stanza,che consta d'un certo numero di versi. Per togliere ogni equivoco noi stamperemo in corsivo e con l'iniziale maiuscola la parola Verso quando corrisponde al latino versus. De la abitudine de la Stanzia, del numero de ipiedi e de le sillabe, noi pare, che questa che chiamiamo abi, se la fronte fosse di cinque versi, e ciascuno dei Versi fosse di due versi, et i versi de la fronte fosseno di sette sillabe,e quelli de i Versi fosseno di undeci sillabe. Alcuna altra volta i Versi avanzano la fronte di numero di versi e di sillabe come in quella che noi dicemmo, Ove la fronte di quattro versi fu di tre ende casillabi e di uno eptasillabo contesta:la quale non si può dividere in piedi; conciò sia che i piedi vogliano essere fra sè equali di numero di versi, e di numero di sillabe,come vogliono essere frà sè ancora i Versi. M a siccome dice mo, che i Versi avanzano di numero di versi e di sillabe la fronte, così si può dire, che la fronte in tutte due queste cose può avanzare i Versi; come quando ciascuno de i Versi fosse di due versi eptasillabi, e la fronte fosse di cinque versi; cioè di due endecasillabi e di tre eptasillabi contesta. Alcune volte poi i piedi avanzano la sirima di versi e di sillabe, come in quella che dicemmo, Et alcuna volta i piedi sono in tutto da la si rima avanzati; come in quella che dicemmo,  Donna pietosa, e di novella etate. E si come dicemmo, che la fronte può vincere di versi, et essere vinta di sillabe, et al con Traggemi de la mente amor la stiva. Amor, che movi tua virtù dal cielo.trario; così dicemo la sirima. I piedi ancora ponno di numero avanzare i Versi, et essere da essi avanzati; perciò che ne la Stanzia pos sono essere tre piedi e dui Versi, e dui piedi e tre Versi; nè questo numero è limitato, che non si possano più piedi e più Versi tessere insieme. E siccome avemo detto ne le altre cose de lo avanzare de i versi e de le sillabe, così dei piedi e dei Versi dicemo, i quali nel medesimo modo possono vincere, & essere vinti. Nè è da lasciare da parte, che noi pigliamo i piedi al contrario di quello che fanno i Poeti regulati; perciò che essi fanno il verso de i piedi, e noi dicemo farsi i piedi di versi, come assai chiaramente appare. Nè è da lasciare da parte, che di nuovo non affermiamo, che i piedi di necessità pigliano l'uno da l'altro la abitudine et equalità di versi e di sillabe, perciò che altramente non si potrebbe fare repetizione di canto. E questo medesimo affermiamo doversi servare nei Versi. De la qualità de i versi, che ne la Stanzia si pongono, e del numero de le sillabe ne i versi. Cci ancora (come di sopra si è detto) una certa abitudine, la quale quando tessemo iversi devemo considerare;ma acciò che di  E, quella con ragione trattiamo,repetiamo quello che di sopra avemo detto de i versi; cioè che ne l'uso nostro par che abbia prerogativa di essere frequentato lo endecasillabo, lo eptasil labo, et il pentasillabo; e questi sopra gli altri doversi seguitare affermiamo. Di questi adun que,quando volemo far poemi tragici, lo endecasillabo, per una certa eccellenzia che ha nel contessere, merita privilegio di vincere; e però alcune Stanzie sono che di soli endecasillabi sono conteste, come quella di Guido da Fiorenza, Donna mi prega, perch'io voglio dire.  Donne, che avete intelletto di amore. Questo ancora li Spagnuoli hanno usato, e dico li Spagnuoli che hanno fatto poemi nel volgare Oc. Amerigo de Belmi,  Nuls h o m non pot complir adreitamen.  Altre Stanzie sono, ne le quali uno solo epta sillabo sitesse;e questo non può essere,se non ove è fronte, o ver sirima, perciò che (co me sièdetto)neipiedieneiVersisiri cerca equalità di versi e di sillabe. Il perchè ancora appare, c h e il numero disparo dei versi non può essere se non fronte o coda; ben chè in esse a suo piacere si può usare paro, o disparo numero deiversi.E così come al  Et ancora noi dicemo:cuna Stanzia è di uno solo eptasillabo formata, così appare,che con dui,tre,o quattro si possa formare; pur che nel tragico vinca lo endecasillabo,e da esso endecasillabo si co minci.Benchè avemo ritrovatialcuni,chenel tragico hanno da lo eptasillabo cominciato, cioè Guido de iGhislieri,e Fabrizio Bolognesi, Et alcuni altri.Ma se al senso di queste Can zoni vorremo sottilmente intrare, apparerà tale tragedia non procedere senza qualche ombra di elegia. Del pentasillabo poi non concedemo a questo modo; perciò che in un dettato grande basta in tutta la Stanzia inserirvi un pentasil labo, ovver dui al più ne i piedi; e dico ne i piedi, per la necessità !, con la quale i piedi et i versi si cantano; ma b e n non pare che nel tragico si deggia prendere il trisillabo, che per sè stia;e dico,che per sè stia;perciò che per una certa repercussione di rime pare, che frequen Propter necessitatem,qua pedibusque versibusque cantatur; per la necessità che nei piedi e nei Versi si deve cantare. (Fraticelli.)  E, E, 1  Di fermo sofferire, Donna,lofermocuore,  Lo mio lontano gire. temente si usi; come si può vedere in quella Canzone di Guido fiorentino,  Donna mi prega, perch'io voglio dire, Poscia che amor del tutto m 'ha lasciato. Nè ivi è per sè in tutto ilverso,ma è parte de lo endecasillabo, che solamente a la rima del precedente verso a guisa di Eco risponde. E quinci tu puoi assai sufficientemente conoscere, o lettore,come tu dei disponere, o vero abituare la Stanzia; perciò che la abitudine pare che sia da considerare circa i versi. E questo ancora principalmente è da curare circa la disposizione de i versi: che se uno eptasillabo si inserisce nel primo piede,che quel medesimo loco,che ivi piglia per suo, dee ancora pigliare ne l'altro; verbigrazia, se 'l piè di tre versi ha il primo et ultimo verso endecasillabo,e quel di mezzo, cioè il secondo, eptasillabo, così il secondo piè dee avere gli estremi endecasillabi, et il mezzo eptasillabo; perciò che altrimenti stando, non si potrebbe fare la geminazione del canto,per usodelqualesi fannoi piedi,come sièdetto;e consequentemente non potrebbono essere piedi. E quello che io dico de i piedi, dico parimente de i Versi; perciò che in niuna cosa vedemo i piedi essere differenti da i Versi,se non nel sito; perciò che ipiedi avanti ladivisione della Stan zia,ma i Versi dopo essa divisione si pongono., Et in quella che noi dicemmo: De la relazione de le rime, e con qual ordine ne la Stanzia si denno porre. T dealcuna cosa al presente non trattando però de la essenzia loro; perciò che il proprio trat tato di esse riserbiamo, quando de i mediocri poemi diremo.Ma nel principio di questo Ca pitolo ci pare di chiarire alcune cose di esse; de le quali una è, che sono alcune Stanzie, ne le quali non si guarda a niuna abitudine di rime, e tali Stanzie ha usato frequentissima mente Daniello,come ivi,  Si m fos amors de joi donar tan larga?  E noi dicemo, L'altra cosa è che alcune Stanzie hanno tutti i versi di una medesima rima, ne le quali è superfluo cercare abitudine alcuna; e così resta che circa le rime mescolate solamente debbia mo insistere;in che e da sapere,che quasi  Et ancora sì come si dee fare ne i piedi di tre versi, così dico doversi fare in tutti gli altri piedi. E quello che si è detto di uno endeca sillabo, dicemo parimente di dui e di più, e del pentasillabo, e di ciascun altro verso. Alpocogiorno, & algrancerchiod'ombra. Il testo LATINO ha: qui suas multaset bonas cantiones nobis ore tenus intimavit. Fraticelli traduce: ci canto a voce, ossia ci canto improvvisando.  tutti i Poeti si hanno in cið grandissima licen zia tolta;conciò sia che quinci la dolcezza de l'armonia massimamente risulta.Sono adun que alcuni, i quali in una istessa Stanzia non accordano tutte le desinenzie de i versi; m a alcune di esse ne le altre Stanzie repetiscono, o veramente accordano; come fu Gottoman tuano, il quale fin qui ci ha molte sue buone Canzoni intimato Costui sempre tesseva ne la Stanzia un verso scompagnato, il quale essò nomina chiave. E come diuno, così è lecito di dui e forse di più. Alcuni altri poi sono, e quasi tutti i trovatori di Canzoni, che ne la Stanzia mai non lasciano alcun verso scompa gnato, al quale la consonanzia di una o di più rime non risponda. Alcuni poscia fanno le rime de i versi, che sono avanti la divisione, diverse da quelle dei' versi, che sono dopo essa; et altri non lo fanno; ma le desinenzie de la pri ma parte de la Stanzia ancor ne la seconda in seriscono. Non di meno questo spessissime volte si fa, che con l'ultimo verso de la prima parte, il primo de la seconda parte ne le desinenzie s'accorda; il che non pare essere altro, che una certa bella concatenazione di essa stanzia. La abitudine poi de le rime,che sono ne la fronte e ne la sirima,è sì ampla, che 'l pare che ogni atta licenzia sia da concedere a ciascuno, m a non di meno le desinenzie de gli ultimi versi sono bellissime, se in rime accordate si chiudeno; il che però è da schifare ne i piedi, ne i quali ritroviamo essersi una certa abitudine servata; la quale dividendo dicemo, che il primo piè di versi pari, o dispari, si fa; e l'uno e l'altro può essere di desinenzie accompagnate,o scom pagnate; il che nel pie diversi pari non è dubbio; m a se alcuno dubitasse in quello di dispari, ricordisi di ciò che avemo detto nel Capitolo di sopra del trisillabo,quando essendo parte de lo endecasillabo, come Eco risponde. E se la desinenzia de la rima in un de i piedi è sola, bisogna al tutto accompagnarla ne l'al tro; ma se in un piede ciascuna dele rime è accompagnata, si può ne l'altro o quelle ripe tere, o farne di nuove,o tutte,o parte, secondo che a l'uom piace,pur che in tutto si servi l'ordine del precedente: verbigrazia, se nel primo piè di tre versi le ultime desinenzie s'accordano con le prime, così bisogna accor darvisi quelle del secondo; e se quella di mezzo nelprimo piè è accompagnata, oscompagnata; così parimente sia quella di mezzo nel secondo piè; e questo è da fare parimente in tutte le altre sorti di piedi. Ne i Versi ancora quasi sempre è a serbare questa legge; e quasi s e m pre dico, perciò che per la prenominata con catenazione,e per la predetta geminazione de le ultime desinenzie,ale volte accade il detto or 8 Il testo latino ha: cum in isto libro nil ulterius de r i t h i morum doctrina tangere intendamus. E si dovrebbe tradurre: che in questo libro non vogliamo parlar pivo della dottrina delle rime. Nel Corbinelli questo ultimo capitolo è diviso in due. Il decimoterzo finisce con le parole: tanta sufficiant. (a bastanza è.); e il decimoquarto comincia con le parole: di ne mutarsi. Oltre di questo ci pare conve nevol cosa aggiungere a questo capitolo quelle cose che ne le rime si denno schifare, conciò sia che in questo libro non vogliamo altro che quello che si dice della dottrina de le rime toccare Adunque sono III cose, che circa la posizione di rime non si denno frequentare da chi compone illustri poemi. L’una è la troppa repetizione di una rima, salvo che qualche cosa nuova ed intentata de l'arte ciò non si assuma, come il giorno de la nascente milizia, il quale si sdegna lasciare passare la sua giornata senza alcuna prerogativa. Questo pare che noi abbiamo fatto ivi. Amor, tu vedi ben, che questa donna. La seconda è la inutile equivocazione la qual sempre pare che toglia qualche cosa a la sentenza. La terza è l'asperità dele rime, salvo che le non siano con le molli mescolate, per ciò che per la mescolanza delle rime aspere e delle molli la tragedia riceve splendore. E questo dell’arte, quanto a l'abitudine si ricerca, a bastanza è. Avendo quello che è de l'arte [Il testo latino ha: discretionem facere che qui vale trattare partitamente della Canzone assai sufficientemente trattato, ora tratteremo del terzo, cioè del numero di versi e delle sillabe. E prima alcune cose ci bisognano vedere secondo tutta la stanza, e altre sono da dividere, le quali poi secondo le parti loro vederemo. A noi adunque prima s’appartiene fare separazione di quelle cose, che ci occorrono da cantare. Perciò che alcune stanze amano la lunghezza e altre no. Con ciò sia che tutte le cose che cantiamo, o circa il destro o circa il sinistro si canta, cioè che alcuna volta accade suadendo, alcuna volta dissuadendo cantare, e alcuna volta allegrandosi, alcuna volta con ironia, alcuna volta in laude e altra in vituperio dire. E però le parole, che sono circa le cose sinistre, vadano sempre con fretta verso la fine, le altre poi con longhezza condecente vadano passo passo verso l'estremo Ex quo quo sunt artis. Avendo quello che è de l'arte. Ed ha il titolo seguente: De numero car minum et syllabarum in Stantia. Del numero dei versi e delle sillabe nella stanza.). Grice: “Alighieri’s theory of language is a simple one – hardly as sophisticated as that of the Stoics. We communicate the passions of our souls – And he concludes that it’s the Toscani who communicate best, even if ‘tosco’ means ‘rough’ in Toscano!” -- Alighieri. Keywords: lingua del si, la divina implicitura, lasciate ogne [sic] speranza voi ch’entrate, inferno – section on ‘divina commedia’ in philosophical dictionaries. ‘inferno’ catabasis, -- la catabasis d’Enea di Virgilio --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alighieri” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Aliotta: all’isola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’esperienza – la scuola di Palermo -- filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Aliotta; he has philosophised on most things I’m interested in: ‘la guerra eterna’ is a bit of a hyperbole if you go by a principle of helpfulness, but that’s Aliotta! – He has focused on Lucrezio, which is fine – But he has also studied ‘colloquenza romana’ systematically – and more into the Italian rather than Roman idiom, he has explored Galileo (not the father, thouh: “Some like Galileo Galiei, but Vincenzo Galilei is MY man); he is also like me a ‘philosophical psychologist,’ along the lines of Stout and Wundt, that is – he as given proper due to the idea of ‘esperienza’ – unlike Oakeshott, who abuses of the notion! – and indeed, others see his attachment to ‘esperienza’ as an ‘ism’ (lo sperimentalismo).  He has also discussed the semiotics of Vico, and the idea of life-form, following Witters (‘cricket come forme di vita’). And he has explored one intriguing idea, that the so-called ‘meaning’ of life (‘il significato del mondo,’ actually) is that of ‘sacrificio’ which is very fine with me – but then it would, since I like ‘Another country’ – the ‘sacrifice’ Dei Lincei, nonché dell'Accademia Pontaniana e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti. Fonda la rivista di filosofia “Logos”. Allievo di TOCCO (si veda) e SARLO (si veda), è influenzato molto dalla concezione della conoscenza scientifica del secondo, che si riface alle teorie di Brentano.  Si interessa in particolar modo alla psicologia e l’epistemologia.  Tra i suoi allievi vi sono ABBAGBABI (su veda), Carcano, Carbonara, Lazzarini, Martano, Marzi, Petruzzellis, Sciacca, e Stefanini, anche se la sua indole non dogmatica e aperta a diverse culture e suggestioni non da luogo alla formazione di una vera e propria scuola riferibile al suo nome, ma incoraggia i suoi allievi a indirizzarsi su percorsi culturali autonomi, emancipandosi dall'egemonia esercitata dall’idealismo di Croce e di Gentile.  Al suo magistero può essere associato anche la figura di Musatti, che si indirizza allo studio della psicologia dopo aver assistito alle lezioni sull'argomento tenute d’A. a Padova, divenne socio dell'Accademia delle scienze di Torino.  A lui è intitolato il dipartimento di filosofia di Napoli. Nella sua prima fase, prettamente psicologica, A, afferma che un fatto psichico non puo essere quantificata come avviene con un fatto naturale fisico esistente e misurabile, in quanto un fatti psichico e un elemento costitutivi della coscienza. La psicologia, perciò, essendo una scienza empirica che studia un fatto psichico interno al soggetto, si serve del metodo dell'INTROSPEZIONE -- riferendosi a una formulazione matematica al solo scopo simbolico (cf. Grice, “Personal Identity”). La particolare concezione della conoscenza dell'autore, intesa né come esistente in sé, né come iscritta nel processo dialettico del pensiero, lo allontana sia dalle posizioni positiviste che da quelle idealiste.  Nella sua filosofia emerge una visione contraria all'idealismo. Né Hegel, nemmeno Fichte, né tanto meno Schelling col loro proposito di racchiudere tutta la realtà nel pensiero, sebbene con sfumature diverse, soddisfano A., che invece paragona il pensiero a un processo VIVENTE, costruito da tanti centri individuali tesi verso una armonia, continuatrice dei fenomeni dell'universo. A. si sofferma sulla co-ordinazione o co-operazione delle conoscenze, sulle intese fra al meno due persone, sulla sintesi della scienza e soprattutto sulla ricerca filosofica a cui assegna il compito particolare di supervisione dei campi di conoscenza con il fine di limitarne i dissidi e di ampliare, il più possibile, il punto di vista delle scienze particolari. A. afferma che l'unico metodo che consente la ricerca della verità sia l'esperimento. La verità stessa non è assoluta e unica ma prevede vari livelli, i superiori dei quali sfruttano e inglobano quelli inferiori. La ricerca filosofica possiede, secondo l'autore, un formidabile strumento di indagine e di verifica che si chiama "storia".  In alcuni saggi  ("Il sacrificio come significato del mondo”) A. sembra avvicinarsi a un modello di pensiero a metà strada tra il pragmatismo e lo spiritualismo, nel quale mette in rilievo l'esperienza morale e il sacrificio – l’eroe di J. O. Urmson -- considerato come l'esempio di re-alizzazione più elevato, sia per l'individuo sia per la collettività – la diada eroica d’Eurialo e Niso. L'affermarsi dello sperimentalismo produce in A. una serrata critica all'astratto intellettualismo nonché apre la strada alla ricezione di studi avanzati sulla cosiddetta 'filosofia scientifica', in un panorama di reazione idealistica contro la scienza e di graduale affermazione in Italia di scienze come la sociologia (Rinzivillo, A.. L'idea scientifica dello sperimentalismo in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura. Altri saggi: “Platone”, “Aristotele”; “LUCREZIO”; “Epitteto”. La reazione idealistica contro la scienza; La guerra eterna e il dramma dell'esistenza; L'estetica di Kant e degl’idealisti romantici; Il sacrificio come significato del mondo; Il relativismo dell'idealismo e la teoria di Einstein”; “Evoluzionismo e spiritualismo”; “Il problema del divino e il nuovo pluralismo”; “Le origini dell'irrazionalismo”; “Filosofi tedeschi”; “Critica dell'esistenzialismo”; “L'estetica di CROCE e la crisi dell'idealismo”; “Il nuovo positivismo e lo sperimentalismo”; “Relatività” (Sansoni Editore). Belardinelli, in Dizionario Biografico degl’Italiani, accademia delle scienze Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino, Pomba, Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino, Pomba,  Sciacca, Lo sperimentalismo di A., Napoli, Abbagnano A., in "Rivista di Filosofia", Dentone, Il problema morale e religioso in A., Napoli, Mecacci, A., in Cimino,  Dazzi, La psicologia: i protagonisti e i filosofici (Milano, LED); Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma, Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. A. consultabili nell'Archivio di Storia della Psicologia, su archivio di storia psicologia roma Filosofia Filosofo Accademici italiani Professore Palermo Napoli Accademici dei Lincei Professori Università degli Studi di Napoli Federico II Membri dell'Accademia delle Scienze di Torino. LIMENTANI MASNOVO LEVI MARESCA VOLPE LAMANNA LA FILOSOFIA IN ITALIA, PERRELLA, NAPOLI,Città di Castello, Società Anonima, Vinci. Il saggio, che è l'estratto di Logos, non vuol essere una visione sintetica della filosofia italiana da un punto di vista unico, ma solo una guida analitica allo studio di essa con informazioni bibliografiche. Chi vuole orientarsi nel LABIRINTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA può trovare nel volume del Sommario di Storia della Filosofia ( Napoli, Perrella) IL FILO D’ARIANNA che lo guida attraverso il cammino della filosofia italiana, che dal positivismo con una progressiva eliminazione d’ogni realtà trascendente giunge all'assoluta immanenza dell’idealismo attuale per ritornare poi insoddisfatto a una nuova affermazione della trascendenza. L’idealismo assoluto ormai declina verso il tramonto. Una nuova forma di realismo albeggia all'orizzonte. La crisi della guerra conduce molti spiriti verso l'irrazionalismo scettico-mistico, quando non li persuade a rifugiarsi nella tradizione cattolica. Noi siamo fermamente convinti che è sterile ogni tentativo di ritorno al passato, perchè è negazione della storia. Crediamo che la speculazione, se vuol essere feconda, deve procedere sulla via tracciata dallo sviluppo della filosofia moderna. Un realismo che pretendes ritornare all’immobilità delle essenze platoniche, che togliesse alla coscienza ogni efficacia reale nella costruzione del mondo della realtà e della verità, facendone solo una luce che rischiara ciò che è fatto ab aeterno; un realismo insomma del tipo di quello che è l’ultima moda tedesca, toglie alla vita ogni significato, facendoci perdere le migliori conquiste della filosofia moderna. Ci auguriamo che IL GENIO ITALIANO rimane immune da quella brutta moda e si mantiene sulla linea gloriosa del suo rinascimento, che è affermazione dell’attività dell'uomo nel mondo concreto della sua esperienza. Contro il dogmatismo platonico, le sottigliezze scolastiche, le nebbie mistiche, le negazioni scettiche, contro tutti gl’arbitrii della fantasia e della ragione a priori non vi è che un solo metodo sicuro, cioè l’esperimento storico delle nostre umane verità. Napoli, A. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo segnalarne: quella del nome di RENDA (si veda) che per la finezza dei suoi studii di psico- dissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L oblio, Torino, è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo pensiero Renda si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia dell’azione di Blondel col suo libro La validità della religione, Città di Castello.  Dice LIMENTANI (si veda) nel Positivismo italiano, che le difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’ italiano dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso, onde puo essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -- della quale sembra più interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che non i tratti comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde adesione a una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla costruzione di un sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca filosofica propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo ripone e ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la esperienza come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza, ritiene che la cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla scientifica, e anche non possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte ai problemi della metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente negativo, concepisce la natura come universale meccanismo, escludendone la teleologia e, pure affermando la irreducibile diversità della materia dallo spirito, non crede che da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del reale, interpetra il mondo dei valori come prodotto della evoluzione psicologica, e dei valori stessi domanda la spiegazione e la giustificazione alle leggi della psicologia. Ma l’accordo che può anche essere parziale sopra questi principii non esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi, perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella discussione dei problemi, che non ad anteciparne in concreto la soluzione: onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova di necessità a ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che proverebbero senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme: particolarmente in Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi della indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo e della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del loro più profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo, anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come sistemazione di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale, atteggiamento di opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali del positivismo da altri indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che pròfessano oggi di essere positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i « quadri  non sono stati mai poveri come adesso: eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la influenza del positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale di quei pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. 2.Il periodo storico che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività filosofica di R. Ardigò; questi, nato nel 1828 a Casteldidone, pubblicò nel 1870 « La psicologia come scienza positiva , segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina, già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella commemorazione di P. Pomponazzi e morì a Mantova nel 1920, avendo atteso fin quasi all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del sistema ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i mara- vigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come delle scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le intemperanze del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le origini prossime del movimento positivista sono da ricercare nella scuola di G. D. Romagnosi, dalla quale uscirono Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Ma il Ferrari, rappresentante di un fenomenismo estremo che reca le tracce d’influenze discordi e tende a sboccar nello scetticismo, non orientò il suo pensiero verso il positivismo così decisamente come il Cattaneo: questi è comunemente riconosciuto come l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace banditore della dottrina, nel ventennio 1850-70. Nel Cattaneo, patriotta insigne, cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si manifesta l’interesse per la glottologia, la storia e la politica, la demografia, la economia e la organizzazione tecnica della industria e dell’agricoltura: ne’suoi scritti filosofici, non ammette conoscenza che non sia di fatti, e attribuisce alla filosofia una funzione sintetica rispetto alle altre scienze: raccogliendo la eredità del Vico, pone come fondamentale il pro-^ bleina deH’incivilimento: la civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una finzione mentale, che non può adeguarsi alla varietà e alla concretezza del mondo umano; la psicologia individuale deve integrarsi nella psicologia sociale, o psicologia delle menti associate; mente non si dà, nè funziona e si forma se non in un giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i conviventi operano uno sopra l’altro e ogni generazione scomparsa sopra le successive. è a un tempo il fondamento della unità sociale e della continuità storica. La dottrina del Cattaneo s'intona al positivismo del Comte e all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia costituita in perfetta indipendenza dall'uno e dall’altro, e contiene germi che dovranno maturare nella filosofia dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di C. C.). Maestro acclamato e autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari, che aveva mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul progresso della Filosofia della Storia, di risentir la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La Filosofia positiva e il metodo storico», 1865) l’indirizzo storico già prevalente nelle scienze morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come le scienze naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o sperimentale. La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il suo apostolo più fervido in Giovanni Canestrini ( « Antropologia » * 1888 « La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi fondamenti ’ » 1887 « La teoria di Darwin » 1887 ), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè ogni teleologia («Il naturalismo moderno» 1866 «Il rinnovamento della medicina in Italia» 1888). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore nella clinica di Napoli. 3. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina delI’Ardigò e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico, e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo concetto si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si separano se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di Comte, nè quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il naturalismo del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono umani: ma il fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata che ne abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione dell’oggetto nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza incorrere nei sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra termini di pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale, è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico della percezione» 188?). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di H. Spencer e il positivismo» 1883). La materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me e Non-Me) che vi si costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico. «L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale) caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una formazione naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega l’essere e ne domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si specifica la realtà: la preminenza e la priorità del problema gnoseologico rispetto a tutti gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che appunto dallo studio del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il concetto della natura come indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita virtualità di successivi che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il processo dall’indistinto al distinto è governato dalla legge del ritmo, la quale spiega come ogni formazione naturale debba sempre essere un ordine, malgrado le accidentalità proprie di ogni ordine dato, che è sempre l’effettuazione di uno tra infiniti altri possibili. Per la universale ritmicità si ha infatti nella natura non il caso, ma la cosa e il fatto, il tipo e la legge, l’impero, dunque, della causalità; ma causalità non è forma a priori dello spirito, nè semplice successione che generi per abitudine l’attesa del riprodursi del passato; l’idea di causa è una formazione naturale endogenetica per l’esperienza subita dal mondo esterno, onde avvertendo costante- mente una determinata successione, siamo costretti ad ammettere che il fatto precedente ha in sè una condizione e ragione di causare: ogni fatto, dunque, emerge in modo necessario dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra parte, la necessità non esclude il caso, perchè l’ordine si attua in seno all’universo che è infinito: onde il fatto può a un tempo dirsi, per la sua intrinseca necessità, equazione del determinato, e, per la imprevedibilità della sua determinazione necessaria, equazione dell’infinito: poiché l’indistinto non è un sistema chiuso, il distinguersi di uno o dell’altro ordine è casuale. Il determinismo non elimina dunque la casualità, nè semplicemente l’ammette come espressione della nostra ignoranza: ma la riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto della realtà, non meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per necessità naturale da una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi non assegnabile, o non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del suo principio, non solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli elementi costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione naturale nel fatto del sistema solare » 1877; la trilogia: « Il Vero» 1891 «La Ragione» 1894 «L’Unità della Coscienza» 1898). E’ una formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente feconda del sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di risolvere. Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di autonomia, cosi la filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali che in essa si unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio della Storia della filosofia » « Il compito della filosofia e la sua perennità). Sopra i contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della confluenza mentale come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è assunta a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La Morale dei positivisti » 1879) come, ancora, la morale s’integri in una sociologia che è piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione naturale della Giustizia, intesa come forza specifica della società («Sociologia» 1886) come infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino in ima pedagogia, che pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione intellettuale come della educazione morale (La Scienza dell’educazione).  L’A., dal 1881 prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo il Marchesini, il Dandolo, il Tarozzi, il Ranzoli, il Troilo. Giovanni Marchesini (n. 1868), prof, di ped. a Padova, fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini» (1899-1908), illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina, elevandosi dalla esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e rielaborazione (« La vita e il pensiero di R. A. »  «R. A. L’uomo e l’umanista). Il M. ha definito il positivismo dell’Ardigò come naturalismo umanistico e questa denominazione designa la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi universale: egli concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico, biologico, psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando con la impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico» 1893 «Il simbolismo nella conoscenza e nella morale» 1901). Umanistico è detto dal Marchesini il naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della persona umana e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli che hanno più diretta attinenza con la pedagogia (« L’educazione morale» 1914 «I probi, fond. dell’ed. » 1923 «Disegno stor. delle dottr. ped. 7 » 1922), si manifesta più che mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto umano, come formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio dello spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio » 1902). Sulla stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come rispetto della personalità nella sua costituzione specifica (« L’intolleranza e i suoi presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come assoluto acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente («Le finzioni dell’anima » 1905). In esso, e nelle sue singole specie, si reintegrano le inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza metafisica, ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle idealità » 1914). Nella teoria del M. si ravvisa ante- cipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e significativi la filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni singolare fortuna e grande diffusione. Giovanni Dandolo (1861-1908), prof, di fil. teor. a Messina, concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece oggetto d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi e alla rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti fisiologici corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è il riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione; ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà. Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero. Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e la percezione esterna» 1898 « Le integrazioni psichiche e la volontà» 1900 «La causa e la legge nell’interpretazione dell’universo» 1901 «Intorno al valore della scienza» 1907 «Studi di psicologia gnoseologica» 1905-7, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic. e di st. della psic.). Giuseppe Tarozzi (n. 1866), prof, di fii. a Bologna, occupa in Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo, ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo (« Della necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza » consente una soluzione esauriente della questione relativa alla determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è contingente, e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica l’idea della esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla conoscenza; da ciò s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni appartengono alla esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae. Il reale così inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria della conoscenza razionale: e però è l’infinita varietà, che come tale non può essere se non II dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico dell’in- finitamente vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito. La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il riconoscimento di leggi proprie del pensiero, dal¬ l’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di queste leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico, dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effet¬ tivo dell’ideale. La libertà dello spirito, come rivelazione dell’in¬ finito nella coscienza, e capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste fra necessario e infi¬ nito, in quanto quello pone un limite che questo esclude, vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del male, ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbliga¬ zione, trascende i limiti dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il carico del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè esso come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può essere fine a se stesso, bensì presup¬ pone un reale ateleologico che si offre come oggetto e materia al teleo- logismo in cui esso ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura indifferente, nell’ordine dei valori, l’utile, il regno dell’interesse egoistico, in cui l’uomo a questa natura indif¬ ferente obbedisce. Moralità è spiritualità, e spiritualità è successiva trascendenza di fini gli uni rispetto agli altri. Con il sentimento dell’infinito ha affinità profonda il sentimento estetico: l’estetica non determina una distinta regione dello spirito, ma si afferma sovrana, come espressione sintetica della humanitas. La pedagogia idealistica che risolve la educazione nell’autoeduca¬ zione, ripugna al senso comune: la educazione dev’essere spiritua¬ listica, perchè promuovere negli educandi il loro valore propria¬ mente umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro vita interiore. Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T. appartiene alla storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto a interessi molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì è portato a rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente meglio coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori umani; ma egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale dell’energia dello spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale (Gentile), non sia appunto il programma che il positivismo propone a se stesso e ha virtù di realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo sistematico tutte le idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale contemporanea » 1897 « Ricerche intorno ai fond. della certezza raz. » 1899 «Menti e caratteri » «La virtù contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene » 1901 « Il contenuto mor. della libertà del n. tempo» 1911 «L’educazione e la scuola» 1918-21 «Note di estetica sul Par. di Dante» 1922). Anche Erminio Troilo (n. 1874), prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant» 1904» B. Telesio » 1910 « La fil. di G. Bruno » «Figure e studii di st. della fil.), manifesta, nella esposizione delle sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno spirito che si cerca: tutta la sua feconda attività di scrittore è infusa di pathos profondo. Egli riferisce a un’antitetica che si rivela fondamentale nell’attività dello spirito, il perenne avvicendarsi dei due indirizzi, positivistico e idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che superando la unilateralità delle contrastanti vedute, integri il positivismo con una sua propria costruzione teoretica (« Idee e ideali del Pos. » 1909 «Il Pos. e i diritti dello spirito» 1912). Il suo atteggiamento di calda simpatia per il sistema dell’Ardigò non gli vieta di criticarne il concetto dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a una finale identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi egli oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte, dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale, pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia (« Filosofia, vita, modernità » 1906 « La conflagrazione » 1918). Il positivismo del Trailo si determina come Realismo Assoluto : e un Realismo assoluto è anche la dottrina di Cesare Ranzoli (n. 1876), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della conoscenza non è nè una ima- gine dell’oggetto esterno, nè una creazione del soggetto, bensi lo stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si pone come identico a sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto, come spirito e come natura (« L’idealismo e la fil. » 1920). Porsi come natura significa rappresentarsi e « distendersi » in quei rapporti spaziali e temporali che risultando dalla mutua irreducibilità degli elementi della conoscenza, e quindi del reale, si possono definire come la visione panoramica che il reale ha di se stesso («Teoria del tempo e dello spazio» 1923). Lo spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza, ossia il limite di quel processo d’individuazione che rappresenta la legge fondamentale della realtà : legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma esprime al contrario la fusione del caso con la causalità (« Il caso nel pensiero e nella vita» 1913). Queste idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un modello di stile filosofico: anche di lui può dirsi, come del Dandolo, che la natura sobria dell'ingegno si riflette nella composizione nitida e organica delle dottrine, ma non vieta di avvivarne efficacemente la espressione con imagini colorite e vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La fortuna di E. Spencer in Italia» (1904), ha dimostrato che il positivismo nostro mosse i suoi primi passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato ben presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana, che meglio si accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre tradizioni filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del Rinascimento, ma anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che si continua ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer, meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso: l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo hegelismo: fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia della natura, il valore del principio della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta parte, evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di evoluzione trae il sacerdote giobertiano Gaetano Trezza (1827-92), bene a ciò preparato dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una intuizione naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il filosofo: le sue idee si organizzarono («La critica moderna» 1874) intorno ai due concetti, della relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli appaiono come una serie di trasformazioni perenni e. della immanenza delle leggi cosmiche che sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio delle volontà trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso fra gli scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile, combattuta, per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da spiritualisti e da positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra quel movimento di pensiero che ebbe per organo la « Rivista di filosofia scientifica, fondata e diretta da Enrico Morselli (n. 1852), prof, di psichiatria a Genova. L’opera di lui è soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica an- tiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico, manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da ciò indotta non a cedervi bensì a superarle - e una psicologia che si rende conto dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in Italia» 1887 « Id. id.» 1904 « L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà» 1889 «Il darwinismo e l’evoluzionismo» 1891 «La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal. » 1906 ecc.). Classiche sono le ricerche biopsicoso- ciologiche del M. sul suicidio (1879). Anche a dire del M. («C. L. e la fil. scient.» 1906), Cesare Lombroso (1836-1910), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte, quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate, quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla influenza che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso determinismo bio sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la legislazione penale è debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di lui e de’ suoi discepoli, con il movimento della filosofia scientifica («L’uomo delinquente» 1878 « L’anthrop. crim.» 1891 «L’uomo di genio» 1888 «Nuovi studi sul genio» 1901-2). Alla negazione del libero arbitrio e alla fondazione .di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra la responsabilità morale, diede opera, con altri, Enrico Ferri (n. 1856), fondando quella scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia (1869) « La circolazione della vita » di Jacopo Moleschott (1822-93): questo libro, nel quale il fisiologo olandese, prof, a Torino, sostenne le proprie vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i cultori delle scienze biologiche : e un tale indirizzo è manifesto nelle ricerche psico-fisiologiche del tedesco J. Maurizio Schiff (1823-96), prof, di fisiologia a Firenze («Sulla misura della sensaz. e del movimento» 1869 «La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, il russo Alessandro Herzen (18391906: « Fisiol. e psicol. » 1878 « La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività psich. » «Il moto psich. e la coscienza » 1879) che nell’« Ana¬ lisi fisiologica del libero arbitrio umano » (2 a . ed., 1870) illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico, delle azioni umane; e dell’antropologo Giuseppe Sergi (n. 1841), già prof, a Roma (« Elem. di psic. » 1879 «L’origine dei fenomeni psichici» 1885), studioso anche di problemi pedagogici (« Per l’educazione del carattere » 1884 «Educazione e istruzione» 1892). Le vedute del Sergi furono impugnate dall’antropologo Ettore Regalia (1842-1914), sostenitore della tesi che il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari, cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione » 1916). Un altro antropologo, Tito Vignoli (1827-1915), coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica (« Peregri¬ nazioni psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione delle malattie men¬ tali e le ragioni filosofiche che sono poste a suo fondamento fu¬ rono combattuti dal grande clinico Augusto Murri (n. 1841; «Noso¬ logia e psicologia» 1924). 6. Non si staccò dall’indirizzo materialistico Gabriele Buccola, il quale a Reggio Emilia dpve sotto la direzione di Augusto Tamburini, e più recentemente di Giuseppe Guiceiardi, ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria avviò ricerche psico¬ metriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge del tempo nei fenomeni del pensiero » 1883). Ma scarso è il contributo diret¬ tamente recato dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche sperimentali, alle quali attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o studiosi estranei alla milizia filosofica. Allo studio spe¬ rimentale delle emozioni contribuì poderosamente Angelo Mosso, prof, di fisiologia a Torino (1846-1910: «La paura» 1884 «La fa¬ tica» 1891), studioso anche di problemi educativi, il quale aderì alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al lombrosiano Mariano Luigi Patrizi, prof, di fisiologia a Modena) è dovuto il primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai problemi sociali e del lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a tentativi d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia positiva («Saggio psico antropol. su 0. Leopardi» 1895 «Il Caravaggio e la nuova crit. d’arte » 1921) . Zaccaria Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per es. con studi sopra le relazioni fra emozioni e lavoro musco¬ lare) e particolarmente coltivò le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia tecnica scolastica, portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al problema della valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di psicologia e pedagogia dei deficienti («Edu¬ cazione dei deficienti»1915)si dedicò Sante De Sanctis, prof, di psicol. a Roma (n. 1862), autore anche di apprezzate ricerche sopra i sogni (1899). Benemerito della pedagogia correttiva è Q. C. Fer¬ rari, direttore dal 1905 della Rivista di Psicologia. Angelo Brofferio (1846-94), prof, di st. della fil. a Milano («La filosofia delle Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività nella sistemazione della psicologia e, sopra saldo fondamento psi¬ cologico, della gnoseologia positivistica : si propose il problema della classificazione delle specie della cognizione, come propedeutico rispetto al problema dell’origine, razionale o sperimentale, della cognizione, e ridusse le intuizioni, per le quali la esperienza è resa possibile, alla intuizione fondamentale del numero (unità e molte¬ plicità), la quale s’integra in quelle della quantità (intensità) e della qualità; ma di quella intuizione egli illustrò la natura sperimentale: (I) Scarso è il contributo recato dai positivisti, alla estetica : oltre all’antro¬ pologo Mantegazza, professore a Firenze (« Epicuro » 1891-2), autore anche di molto fortunati studi sulle emozioni, si può appena ricordare Mario Pilo («Estetica» 1894 «Psicologia musicale» 1904) e Adelchi Baratono («Sociol. estetica» 1899): quest’ultimo, autore anche di lodati «Fondamenti di psicologia sperimentale» (1906) ha coltivato poi di preferenza la pedagogia, con indirizzo criticistico. il preteso a priori non è se non la esperienza accumulata della razza. Il positivismo affermando, in contrasto con il materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione e precludendosi la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la possibilità di fondare sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e di appagare la invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi nelle esperienze spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che aveva da prima accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza » 1884 « Man. di psic. » 1889 « Per lo spiritismo » 1891). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento della filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire - secondo una legge dinamica universale - si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del pensiero. La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal sentire nascono così l’io come il non-io. E il sentire è anche base della morale. La vita, la quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini la collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi agli effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere s’informa anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita («Nel regno del conoscere e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio dell’io» 1919 «Alle soglie della metafisica» 1922). 7. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, dal Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della educazione: e si onora anzitutto del nome di Aristide Gabelli (1830-91), che professò un positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la diagnosi severa condotta da un punto di vista rigidamente conservatore dei mali morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva consistere in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio, il verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione («Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia » 1880 « Riordinamento dell’istruzione elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» 1888 «L’istruzione in Italia» 1891). Andrea Angiulli (1837-90), prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo d’interdipendenza: ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la virtualità dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica, evoluzionistica e relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa di sè anche la morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra con la cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette negl’individui anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza se non nella e per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico, praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita. Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere, d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica. L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino, nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia e la ricerca positiva » 1868 «La Ped., lo Stato e la Famiglia» 1876 «La Fil. e la Scuola» 1888). Siciliani, prof, di ped. a Bologna, aspirò a una sistemazione del positivismo italiano, sulla traccia di Galileo e del Vico e in armonia con l’evoluzionismo («Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia» 1871). La sua pedagogia ha a fondamento la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (« La Scienza nell’Educ. » 1879 «Rivoluzione e Ped. moderna» 1882). Fornelli, prof, di ped. a Napoli, contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (« Studi herbartiani » 1913), la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi Credaro (« La Ped. di G. F. Herbart » 1900): ebbe vivo il senso della importanza del problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La volontà è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo («Educazione moderna» 1884 «L’Insegnamento pubblico ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione» 1891). Saverio Francesco De Dominicis, già prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii dell’evoluzionismo e del darwinismo («La dottrina dell’evoluzione» 1878-81); ha determinato, in base alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini della educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ. » 1907-13), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem. » 1896) sopra la formazione dei maestri. Giovanni Antonio Colozza (n. 1857), prof, di ped. a Palermo, concepisce non diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema della filosofia scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» 1885 «La Ped. nei suoi rapporti con la Psic. e le Se. Soc. » 1903): ma ha temprato il forte e indipendente ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento psicologico della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici, nella revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico: dal ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla fede nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se esista la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped.» 1895 «Del potere d’inibizione» 1898 «La meditazione» 1903 «Questioni di Ped.» 1911 «Il metodo attivo nell 'Emilio. Ripensando l ’Emilio » 1912 «La matematica nell’opera educativa» 1915). Guido Della Valle (n. 1884), prof, di ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza », 1905): ma prevale nell’opera sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure (Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica, Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e ravvisa nella pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti, cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta. L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.: Voi. I. Le premesse dell’Axiol. pura» 1916,). Maria Montessori ha coltivato l’« Antropologia pedagogica », ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped. scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc. nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient. » 1920). Giacomo Tauro (n. 1873), lib. doc. a Roma, autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un piano sistematico (« Introd. alla ped. gen. * 1906): ha studiato « Il probi, delia coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola» (1911), ha affrontato questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità mentale e la concentraz. della istruz. » 1907) e alla formazione del maestro (« La preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped. » 1920), ha, infine, assunto il silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate, fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito» 1922). Per Raffaele Resta (n. 1876), lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e omo- genesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato, inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come il farsi maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di corrispondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale) alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica (l’autonomia) nella migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) « L’anima del fanciullo e la ped. » 1908 «I probi, fond. della ped. » 1911 «Trattato di Ped. 1 » 1919 « L’educaz. del geografo » 1922. 8 11 carattere umanistico della morale dei positivisti è stato già rilevato. Paolo Raffaello Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivi- stica dei valori porta a costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della vita psichica, organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il sentimento, che è il Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la so- disfazione avvenuta e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il senso di tutto il mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo pedagogico assume a fine della educazione la perfetta formazione degli organi individuali dei valori umani, informandoli al sistema storico della coltura: la educazione deve tendere a sostituire i valori religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la superstizione del divino con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I » 1897 « Ricerche sistematiche per una fil. del costume. I 1900 «La fi!, mor. e i suoi probi, fond. » 1902 « Le basi dell’umanismo » 1907 «L’umanismo ped. » 1908»). L’umanismo etico di Giovanni Cesca (1859-1908), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale dell’umanità» 1902 «La Fil. della vita» 1903 « La Fil. del- l’az. » 1908). La religione identificata con la forza della idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a identificarsi con la educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento, deve rivolgersi all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C. costruisce la pedagogia generale (1900) sopra fondamento evoluzionistico: il suo pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo unitario, realiz- zantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In Erminio Juvalta (n. 1863), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi (« Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della morale » 1914 « I limiti del razionalismo etico » 1919) son tutti il frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile bisogno di chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni dei problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma anche i termini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine morale sono fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei problemi di ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono anche le questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come d’interesse prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i problemi morali indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della realtà e della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della coscienza morale. Lo J. crede alla possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di norme da seguire, se non nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore di universale preferibilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il fine sia umanamente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa forma di condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa maniera d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista dello J. si differenzia da quello che ha prevalso tra i positivisti). Perchè le norme sieno norme etiche, si richiede che sia ammesso come postulato che il riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza rispetto a qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale. L’esigenza caratteristica di una norma morale (esigenza giustificativa, diversa dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la osservanza della norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il fine che sodisfa a questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti i socii trovino nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente possibilità esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e ancora promette, notevoli contributi. Francesco Orestano (n. 1873), prof, di st. della fil. a Palermo, ha coltivato la storia della filosofia e della pedagogia («Der Tu- gendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche» 1903 «L’originalità di Kant» 1905 « Comenio » « Angiulli » 1907 «Rosmini» « L. da Vinci») e la filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza del bene e del male» 1911 « Gravia Levia» 1914 «Prolegomeni alla scienza del bene e del male » 1905 « Pensieri’ » 1923). Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci dell’indirizzo critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa uscire dalla descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela insufficiente di fronte alle questioni più essenziali che la mente umana può proporsi di fronte alla realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita una soluzione : la esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non rivela al pensiero la totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei problemi. D’altra parte l’O. ha finora soprattutto inteso a costruire sul terreno della esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla descrizione più economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti funzionali elementari (espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei fenomeni morali; e ha portato nn ricco geniale contributo al problema del valore e della valutazione, considerato cosi in generale come dal punto di vista etico. Ogni sistema di vita morale consiste infatti in un complesso di valutazioni, tendenti a obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un sistema di prin- cipii e di leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per questo se ne assume come sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza non è che una piccola sezione della personalità: e quest’ul- tima è coestensiva col sistema della vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico sociale, una composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale dell’io è un mito che non spiega nulla. La valutazione è una funzione dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore non può essere fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il concetto del valore come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale senza obbedire ad alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione morale è pertanto il riferimento di un oggetto particolare d’interesse al concetto fondamentale che si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi: questo concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento relativo, ma che una volta fissato, agisce come principio assoluto. Tale definizione s’integra nella definizione del fatto morale come impiego effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un tale concetto unitario, esplicito o implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole se stessa, che sceglie da sè i suoi propri modi di essere: il mondo morale è una teleologia in azione. Ma la vita non può pensarsi nè volersi che socialmente: la personalità sociale è il soggetto della esperienza etica, la quale presenta cosi due aspetti, sociale e personale. L’O. riconduce tutte le valutazioni a un comune denominatore, la vita, che è la massima misura umana della realtà e del valore: il valore della vita, poi, è una funzione dipendente del valqre supremo idealmente concepito: per Luigi Valli, lib. doc. a Roma, «Il Valore Supremo » (1913) s’identifica con la vita stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo di una corrente d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce la legge di proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori stessi una meta fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte consapevole di ogni processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della morale, che devono via via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti gli altri sono valori relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò supremo, nel quale e per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori conoscitivi che sono anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa Rivista (III, 2), il V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria della religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della religione » (1904). Zino Zini, lib. doc. a Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al realismo critico: afferma l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e del tempo, e svolge una teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione del tempo: la nostra sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto è formata di rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è soggetta alla legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per cui nella realtà soggettiva sorgono queste forme fonda- mentali, esistono nella realtà oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo»). Nel campo della morale, lo Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è venuto sempre più accostando (« La morale al bivio» 1914) alla posizione cri- ticistica, in antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può essere annoverato qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica, la quale sia l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati dalla scienza. Lo Z. ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed eteronoma, tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai peccato, e, svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come impedimento alla formazione della personalità libera e responsabile (« Il pentimento e la morale ascetica» 1902): egli ha ricostruito la storia psicologica del sentimento e della idea di « Giustizia », e studiato il problema sociale come problema che è anche morale e che trova la sua soluzione non nella socializzazione della proprietà, ma nella partecipazione di tutti alle condizioni di una civiltà superiore (« Proprietà individuale o proprietà collettiva?» 1902). Scolaro dell’Ardigò e del Marchesini, Ludovico Limentani (n. 1884), prof, di fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che un’etica indi- pendente dalla metafisica deve abbandonare ogni pretesa normativa o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto formale fra la coscienza del dovere la quale si spiega con la costituzione pluralistica della personalità e della società e la condotta effettivamente praticata: misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione morale strido sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra le quali caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta del soggetto e le aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della indagine etica » 1912 «La morale della simpatia» 1914 «Moralità e normalità» 1919 «L’onore e la vita morale» 1923). Guglielmo Salvadori (n. 1879), lib. doc. a Roma, contribuì efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con traduzioni di opere dello Spencer e monografie illustrative (« H. S. e l’opera sua» 1900 «La scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie econ.-soc. di H. S.» 1901 «L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di H. S.» 1903); combattè gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità» 1909) ed ebbe a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale dei sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente empirica, rivelatesi insufficienti ( « Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.», 1903), come nel fondare sopra la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un concetto positivo del diritto naturale («Das Naturrecht und der Entwicklungsgedanke» 1905). 9. Il positivismo italiano già nel suo fondatore, il Cattaneo, è, sulle orme del Vico, storicismo: Marselli, scolaro del De Sanctis, dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica, ormeggiato lo Hegel, provò poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria» 1873 80 «Le leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R. Troiano diede opera alla costituzione de «La storia come scienza sociale» (Voi. I. 1898), combattendo il concetto dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e protostorica («L’origine degli Indoeuropei» 1903), condotte sulla traccia luminosa d’intuizioni del Cattaneo, Enrico De Michelis procedette ad approfondire il problema della conoscenza storica. Le scienze di leggi dalla matematica alla sociologia e la storia lato sensu, rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale, neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle scienze storiche» 1914). Giambattista Grassi Bertazzi (n. 1867), prof, di st. della fil. a Catania, fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia. Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considerò i problemi morali dal punto di vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di fil. mor.» 1881): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la classificazione e seriazione dei fatti sociali : approfondì la dottrina del metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze ( « La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte», 2. Ed. 1907). Ma della vastissima letteratura sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo e nel primo decennio del presente, non è il caso di far parola: sopra quella emergono per l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al metodo positivo gli « Elementi di scienza politica» di Gaetano Mosca ( 2' ed., 1923), prof, di diritto costituzionale a Roma, (n. 1858) e il «Trattato di sociologia generale» di Pareto (1848-1923): questi scrittori, se pure non fecero professione di filosofia, con il loro pensiero robusto e originale esercitarono grandissima influenza sopra la formazione delle giovani generazioni. Scolaro dell’Ardìgò, Achille Loria (n. 1857), prof, di economia politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti, ricercò un principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita sociale: non si propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il materialismo storico come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente estreme illazioni («Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con parola lucida colorita efficace la conoscenza del movimento sociologico contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti progressi» 1900 «Verso la giustizia sociale » 1904-15). La concezione della storia come divenire automatico e fatale dei processi economici, e la interpretazione del materialismo storico come applicazione della filosofia materialistica alla storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO (si veda), prof, di st. della fi!, a Bologna. Già Labriola, prof, di fil. mor. a Roma, aveva sostenuto che il materialismo storico deve fondarsi sopra una dottrina di attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un essere passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti: queste, mentre limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di esse per reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create sono da lui, nel processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il mar- ximo del L., contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente separati ed entificati, rivendica il principio della unità della vita e della storia («Saggi intorno alla concez. mater. della st. » 1895-8). Anche il Mondolfo, autore di pregevoli saggi di psicologia (* Studi sui tipi rappresentativi» 1909) e di storia della filosofia (« E. B. de Condillac » 1902 « La morale di Hobbes » 1903 « Le teorie mor. e poi. di Helvétius » 1904 «Il dubbio metodico e la st. della fil.» 1905 «Il pensiero di R. Ardigò» 1908 «La fil. di G. Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» 1911 « Rousseau nella formaz. della cose, mod. » 1913 « F. Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi pedagogici e culturali («Libertà della scuola» 1922), interpreta il materialismo storico come intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica della storia (« 11 materialismo stor. di F. Engels» 1912 «Sulle orme di Marx J » 1923). A fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio, per cui la dialettica reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana della idea, ossia il principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che restituisce all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella vita, affermando di fronte alla realtà dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la storia umana si sviluppano in un rapporto dialettico fra soggetto (bisogni, aspirazioni, volontà degli uomini) e oggetto (condizioni naturali e storiche): questo si pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo all’attività umana e alle conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna sua lotta, e che si convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente spetterà la funzione di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di superamento. In questo volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la preminente impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico e, insieme, la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente nella storia. Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli estremi partiti rivoluzionari ha contribuito validamente Ettore Gambigliani Zoccoli (« L’anarchia - Gii agitatori - Le idee - I fatti - 1907), autore anche di saggi sopra la filosofia dello Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor. a Catania. 11 - Largo contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia giuridica, nei quali aveva già stampato un’orma profonda Roberto Ardigò con la sua Sociologia. Uno sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il criticismo si ravvisa nei tre volumi delle Opere (1908) di Icilio Vanni (1855-1903), prof, di f. d. d.° a Roma, che assegnò alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico, fenomenologico, deontologico: mise in luce la esigenza gnoseologica implicita nello stesso positivismo conitiano e illustrò la dottrina etico-giuridica dello Spencer: segnò le linee fondamentali di un programma critico di sociologia, riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi. Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Giuseppe Carle (1845-1917), prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita soc.» 1880 «La F. d. d°. nello Stato mod. 1902-3), ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da Biagio Brugi, prof, d’istituz. di d° civ. a Pisa (n. 1855: « Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc. 4 » 1907), seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse e illustrò la dottrina dell’Ardigò ; da Gino Dallari (n. 1872: «La esigenza del posit. crit. per lo studio fil. del dir. » 1903 « Il pensiero fil. di H. Spencer » 1904 « Il nuovo contrattualismo nella fil. soc. e giur.» 1911 « F. d. d.° e scienza storica dell’incivilimento» 1913); e da Gioele Solari (n. 1872: «La scuola del diritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche dei sec. XVII e XVIII» 1904 «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» 1911 «li probi, mor. » 1900), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista fu Salvatore Fragapane, prof, di f. d. d°. a Bologna, che sostenne contro il contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto, della coscienza e della società («Contrattualismo e sociol. contemp. » 1892), applicò al campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (« Il probi, delle origini del dir. » 1896) e combattè l’eclettismo del Vanni, negando il compito deontologico della f. d. d.° (« Obbiettò e limiti della f. d. d.° » 1897-9). Scolaro del Fragapane e illustratore dell’opera del Vanni è Antonio Falchi (n. 1879), prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni» 1903 «Sulla differenziaz. del diritto dalla mor. » 1904 «Le mod. dottrine teocratiche» 1908 « I fini dello Stato e la funz. del Potere»), che negò la legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica prestò Vincenzo Miceli, prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione della f. d. d.° per la parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte tecnica alla dottrina generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » 1905 « Prin- cipii di F. d. d.° » 1914). Considerarono la vita del diritto da un punto di vista evoluzionistico e antropologico Schiattarella, Giuseppe d’Aguanno (1862-1908) e Giuseppe Vadalà Papale (1854-1921), prof, di f. d. d.° rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f. d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico» 1899), fece conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico straniero (« Saggi di sociologia » 1899 « I fondamenti giu.el solidarismo » 1914) e assegnò alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica e teleologica («Sociologia e psicologia» 1902). Il Levi (n. 1881), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna alla filosofia il compito di discutere il problema gnoseologico, e conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia del diritto, differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma logica o «guisa» dello spirito umano; assume come concetto fondamentale dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della forma logica del diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» 1914 « F. d. d.°e tecnicismo giuridico» 1920 «Saggi di teoria del d.° » 1924 « La Fil. poi. di G. Mazzini » 1917). Alfredo Bartolomei (n. 1874), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggio giovanile discusse, alla stregua di una metafisica monistica e apprezzò con equanimità e acume « I principii fondam. dell’etica di R. Ardigò e le dottrine della fi], scientifica » 1900, ma il suo ulteriore pensiero si svolse in direzione piuttosto criticistica che non positivistica. Benvenuto Donati (n. 1883), prof, di f. d. d.° a Macerata, ha portato contributi allo studio del diritto come fenomeno, e si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche, rendendosi benemerito degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 1909 «11 socialismo giur. e la riforma del d.° » 1910 « Il rispetto della legge dinanzi al principio di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes » 1919 «Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi » 1921 « Essenza e finalità della scienza del d° » 1924). Roberto Vacca ha tracciato le linee di un programma di f. d. d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.° sperimentale» 1923). 12. Il positivismo fu portato naturalmente a contribuire a quel movimento che può definirsi di filosofia della scienza. Positivistico è l'atteggiamento assunto nel suo libro «Scienza e opinioni» da Bernardino Varisco (n. 1850), prof, di fil. a Roma, il quale non potrebbe esser annoverato oggi più tra i positivisti, dopo la revisione e le integrazioni alle quali è stato indotto dal suo indomito spirito di ricerca. Il V. distingue assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone d’infiniti corpuscoli, estesi ma fisicamente indivisibili, dotati di proprietà psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano; e, quantunque duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La fisica del V. si riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella del P. Secchi: l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli, mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va soggetto. Non esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il V. mantiene anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che consta. P. es.: consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il remo sia spezzato, non è punto- vero. Quello che consta non è dunque vero, in generale, che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di quello che consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C da P è assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto con certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che ci fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu chiamato il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze positive (dimostrative, secondo Galileo, il quale riteneva opinabili tutte le altre dottrine). Fine della filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le sue opinioni, è la discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica ci sia o non ci sia un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia giustificata. Ed egli rispondeva allora che alla riflessione il soprannaturale non può constare; il sentimento del soprannaturale, qualunque ne sia il valore oggettivo, non può essere tradotto in cognizione distinta, non può servire di fondamento alla costruzione del sapere. 1 nomi di Federigo Enriques e di Eugenio Rignano si trovano associati nell’impresa di promuovere con la rivista « Scientia > (fondata nel 1907 e tuttora fiorente sotto la direzione del R.) la coordinazione del lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teorie, e di affermare un apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi della scienza» s’intitola il libro (1906) con il quale l’E. (n. 1871), matematico di fama già mondiale, si annunziò come rappresentante di un positivismo che può dirsi critico, dominato come tale, dalla consapevolezza della esigenza gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E., deriva dall’esame della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben giustificata la definizione della sua costruzione come positivismo critico: l’E. infatti elimina il dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno rappresenta il lavoro scientifico come un progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che legano fra loro le cose, e il concatenamento delle cause naturali: e questo progresso concepisce come procedimento di approssimazioni successive, dove dalle deduzioni parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più probabili, più estese ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche, alle quali può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare scoperte e teorie scientifiche fa oggetto di studio il fondamento psicologico e il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche opera una revisione delle stesse dottrine positivistiche, con il fine di escluderne i residui metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale dimostra se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della previsione e l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati della realtà non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e volizioni che condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti elementari riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale suppone un insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a certe condizioni volontariamente disposte riesce con la definizione del reale come invariante della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare, contro le teorie della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la comprensione del «fatto bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera dell’E. è ispirata alla fede razionale nel valore della scienza e al principio della continuità e interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione del contrasto « razionalismo-storicismo » il pensiero dell’E. va sempre più evolvendosi nel senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con l’empirismo da un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo» 1912 «Per la storia della logica » 1922). Rignano, lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi sociologici biologici psicologici: ha esposto criticamente la sociologia comtiana, soprattutto dal punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di Fil. pos. di A. C. » ): ha spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti con una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti recati a favore così del preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale. Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima della vita («Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse scien- tifique» ). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri: da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze affettive (« Psicologia del ragionamento » 1920). Così la sola proprietà mnemonica spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La memoria biologica » 1922). I nomi del Varisco, dell’Enriques e del Rignano mostrano come il pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare pur vedendomi costretto, per non esorbitare dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo insufficiente — l’opera di Peano (Calcolo geometrico 1 principii di Geometria logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Mario Pieri, Alessandro Padoa, Cesare Burali-Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e filosofico che, partendo dagl’insegnamenti del Peano e di Antonio Gar- basso (« Fisica d’oggi. Filosofia di domani » 1910), Annibaie Pastore, prof, di fil. teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli meccanici (« Sopra una teoria della scienza » 1903 « Logica formale dedotta dalla consideraz. di modelli meccanici » 1906 «Del nuovo aspetto della scienza e della fil.» 1907 «Sillogismo e proporzione» 1910 «Il pensiero puro» 1913 «Il problema della causalità» 1921). Il calcolo logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue ultime opere il P., superando la posizione di questo suo iniziale nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. 13. — Al positivismo — anzi al positivismo più rigoroso ed estremo — va pure ascritta la « filosofia scettica » di Rensi, prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido, scrittore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione, o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma, quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale, e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti. Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia (e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la constatazione del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione del fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è mera espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere, scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » 1919). Di conseguenza, anche nel campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo spirito cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati, qua e là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia dell’Autorità» 1920 «Introduzione alla scepsi etica» 1921). Anche l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che scepsi estetica (« La scepsi estetica» 1919) e come «bello» non può valere se non la valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi suoi scritti («L'irrazionale, il lavoro, l’amore» 1923 « Interiora Rerum » « Realismo » 1924) il R. accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui ricordato Levi, prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi, dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone» 1910 « Id. nella fil. di Platone» 1920 «Sulle interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.» 1920), mod. («La fil. di Berkeley» 1922) e conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. » 1904 ecc.). Il L. («Sceptiea*) rappresenta un radicale scetticismo che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla consueta accusa d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso l’idealismo assoluto, si fondano sopra una concezione realistica, che, in quanto voglia rispondere a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è senza giustificazione, anzi in contrasto con il presupposto fondamentale del conoscere (costituito dal mio io pensante): tutte - dico fuorché una, il solipsismo, che da questo presupposto direttamente deriva, e che, sebbene criticabile perchè includente innegabili irrazionalità, è fra tutte la più plausibile. Contro il positivismo, il solipsismo sostiene che il dato dell’esperienza esige una interpretazione del pensiero, e però non ha valore per sè. L’estetica del L. («La fantasia estetica» 1913) si riassume nella tesi che « l’opera d’arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente e suscita in chi la contempla uno stato particolarissimo, irreducibile e non del tutto definibile ». 14 In Sicilia il positivismo si presenta con aspetti caratteristici nella filosofia dell’identità di Corleo, prof, di fil. mor. a Palermo, e nel radicale empirismo di Cosmo Guastella (1854-1922), prof, di fil. teor. a Palermo. Nel C., positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma egli con la pura osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere alla metafisica e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità la quale non si riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della scienza, rende possibile la costruzione di una filosofia che adegui la esattezza della matematica. Il C. ha una concezione atomistica della vita psicologica: dalle percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e, presentandosi come in parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono tutte complessi, identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la sintesi spontanee, che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili di queste si presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si separano naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo stesso fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della esperienza, emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil. univ. » 1860-3 «Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità» 1880). Guastella procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi) e, nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso. Non si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che si risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile che quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del pensiero: rientra, in sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver fiducia nelle nostre facoltà. La parte più originale della dottrina dei G. è la Filosofia della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento psicologico delle costruzioni metafisiche e la dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto che è la metafisica, richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza irresistibile a trascendere la esperienza, e come si determinano le varie forme sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei fenomeni? Tale tendenza è tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte le idee che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che ci sono più familiari: particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà sul nostro corpo donde la filosofia volizionale e del movimento per urto donde la filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con. I. Sui limiti e l’ogg. della con. a priori 1897. II. Fil. della Metafisica 1905» «Le ragioni del fenomenismo» 1921-3). Non era mio compito considerare le relazioni del positivismo italiano con le filosofie ch’esso trovò già vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a dimostrare la profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che scaturisce da una necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo apparire il positivismo fu accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che non ha disarmato mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più esaurientemente sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il predominio nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura. Ha tenacemente resistito all’imperversare di polemiche, le quali hanno sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena, mossa unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia di Roberto Ardigò, e trovando in sè la virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e affinando in sè il senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo : e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura nazionale. Firenze, R. Università. Dice MASNOVO (si veda) in “IL NEOTOMISMO IN ITALIA” che nel tracciare in poche pagine le vicende del TOMISMO (AQUINO (si veda)) italiano ferma l’attenzione piuttosto sulle situazioni che sugl’uomini: la quale cosa, se torna utile sempre nella storia della filosofia, molto più torna utile quando il periodo a cui si guarda è abbastanza recente. Le ragioni sono di prima evidenza. Entriamo in argomento. Non ò possibile caratterizzare secondo verità l’AQUINO AQUINISMO senza prima formarsi un’idea esatta dell’AQUINO AQUINISMO anteriore. Certo le scuole domenicane italiane mantenneno sempre in qualche efficenza il loro AQUINO (si veda) AQUINISMO e prima e dopo. Nonpertanto se l’AQUINISMO d’AQUINO italiano s’afferma vivamente e risolutamente e via via negli anni successivi, ciò è dovuto principalmente al canonico piacentino BUZZETTI (si veda), le cui lezioni sono già diffuse in manoscritti per l’Italia, e i cui scolari avevano già iniziato all’AQUINISMO d’Aquino, più o meno fortunatamente, TAPARELLI (si veda), LIBERATORE (si veda) e tant’altri dentro e fuori della compagnia di Gesù. PECCI (si veda) a Perugia è certamente sotto, l’influsso di Sordi, piacentino e scolaro di Buzzetti: è lecito pensare il medesimo del canonico napoletano Gaetano Sanseverino (3).  A. Masnovo, Il Neotomismo in Italia, p. 129. (Società Editrice « Vita e Pensiero», Milano, 1924).  Cfr. «L’amico d’Italia», anno IV, Torino, 1825, voi. Vii, p. 200. Quivi Don Carlo Gazola, tessendo l’elogio In morte dello zio Vincenzo Buzzetti, ci fa sapere che lo zio « tracciò egli un corso breve di filosofia, che tiensi nel seminario vescovile di Piacenza e nelle pubbliche scuole di Reggio e in quelle di Napoli; filosofia in che null’altro difetto ritrovasi fuor quello di sommamente piacere a tutti i giovani d’ingegno». (3) A. Masnovo, Il Neotomismo in Italia. Buzzetti rimetteva a nuovo il tomismo, consapevolmente o no, sotto la spinta del movimento romantico, e l’inseriva, certo consapevolmente, nella reazione che, tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, si scatenava anche in Italia, compreso il ducato di Parma, avverso l’empirismo del Locke e il sensismo del Condillac. Anzi si può e si deve dire che in Italia il Buzzetti è (cronologicamente almeno) il primo grande rappresentante della reazione anti- sensistica. Certo non può venire in gara col Buzzetti il Rosmini, la cui attività letteraria comincia quando il Buzzetti è morto (1824). Quanto al Galluppi la sua reazione all’empirismo data dal 1819: anno nel quale egli inizia la pubblicazione del «Saggio filosofico sulla critica della conoscenza... ». Or noi sappiamo che prima del 1816 il Buzzetti professava il suo battagliero tomismo in contrasto al sensismo. Infatti il P. Serafino Sordi, entrato nella Compagnia di Gesù verso la fine del 1816 , aveva già seguito il corso tomistico dettato nel Seminario di Piacenza sotto l’ispirazione del Buzzetti. Questo tomismo, per cosi dire, buzzettiano, che riprende non già come un effimero capriccio ma come sforzo e forza davvero vitali, e che, col Sordi e col Taparelli col Liberatore e col Sanseverino, si svolge perennemente a contatto del pensiero e delle preoccupazione ambienti, a che punto trovasi del suo svolgimento nel decennio 1870-1880? A questa dimanda risposi ampiamente in altra circostanza (3). Qui basti ricordare che il Liberatore nel 1858 aveva già scritto i due volumi « Della conoscenza intellettuale » destinati ad affermare la dottrina tomistica della conoscenza frammezzo alle opposte correnti del tradizionalismo, dell’ontologismo e del rosmi- nianesimo; che nel 1875 aveva terminato il trattato «Dell’uomo» risultante dei due volumi «Del composto umano» già pubblicato nel 1862 e dell’« Anima »; che fin dal 1860 aveva impresso alle sue « Institutiones » l’indirizzo decisamente tomistico (4), svolgendovi la metafisica generale e la speciale. Quanto al Sanseverino, egli 0) L’opuscolo galluppiano «Dell’analisi e della sintesi», scritto fino dal 1807, prescindeva dall’origine semplicemente sensistica o no delle idee che entrano a formare le nostre conoscenze ossia i nostri giudizi (Galluppi, Saggio filosofico. . ., Libro 1, c. Il, paragr. 37 e ss.).  A. Masnovo, // Neotomismo in Italia. Masnovo, Il Neotomismo in Italia, p. 115. (4) Cfr. «Institutiones Philophiae .. Romae, Typis Civilitatis Catholicae, 1869. Quivi da pag. 3 a p. G è riportata la prefazione dell’edizione del 1860; la quale prefazione appunto ci avverte del deciso indirizzo tomistico che ormai assumono le «Institutiones» liberatoriane. E l'avvertimento non è disdetto dall’opera. era sceso prematuramente sì nel sepolcro il 1865 a soli 54 anni, ma ci aveva lasciato di suo « I principali sistemi della filosofia sul criterio», e la monumentale « Pliilosophia Christiana cum antiqua et nova comparata  ». Non occorrono aggiunte per convincersi che, mentre il decennio 1870-1880 fila i suoi giorni, la restaurazione del tomismo quanto a metafisica, cioè per la sua parte capitale, è già un fatto compiuto. Il dualismo di Dio immobile e del mondo diveniente, nonché l’altro dualismo di potenza e di atto in ogni cosa creata e più precisa- mente di materia e di forma nelle cose corporee, il Neotomismo li ha già affermati risolutamente. Di più il Ncotomismo ha già applicato l’ilemorfismo ai viventi in genere (dove la forma è l’anima) e in particolare al composto umano che è una unità sostanziale vivificata da un’anima sussistente, spirituale, immortale. A proposito della cognizione umana il Ncotomismo ha già proclamato l’irriducibilità della medesima a semplice risultato di senzazioni, e insieme riconosciuto per ciascun uomo la necessità dell'intervento di un proprio e intimo principio spirituale (l’intelletto agente) affine di universalizzare il dato del senso. I principii poi onde si svolge la vita conoscitiva dominano soggetto ed oggetto. Passando dall’ordine speculativo a quello pratico, Dio (ben inteso, personale e trascendente) è già stato proclamato fonte del dovere nella vita morale e fonte dell’autorità nella vita sociale. Ma il Neotomismo italiano del periodo 1870-1880 oltre a trovarsi dinnanzi a la metafisica dell’Aquinate, già restaurata, ha piena consapevolezza della cosa. Nel 1875 sulla Civiltà Cattolica  il Liberatore dichiara che « rimessa oggimai in onore la vera metafisica, è mestieri porre in armonia con essa la scienza fisica»; parimenti nel 1875 lo stesso Liberatore nell’ultima pagina del suo « Dell’anima umana » ripete che « la vittoria per ciò che riguarda la parte metafisica sembra assicurata massimamente dopo che il movimento ristoratore dall’Italia si propagò nella Francia, nella Germania e nella Spagna. Ma il trionfo della sana dottrina non è compiuto se non viene esteso anche alla fisica, compilandone una che stia in perfetta armonia colla metafisica, e che, facendo tesoro  Com’è detto nel Monitum Editorum apposto al primo dei sette volumi della « Philosophia Christiana » (ed. 1878), il Can. Nunzio Signoriello, dopo la morte del Sanseverino suo maestro —, « bisce voluminibus manus admovit eaque in meliorern ordinem redegit, et quartum Logicai voliimen condidit prae- cedentibus omnino aequale».  Civiltà Cattolica. di tutti i progressi delle scienze esperimentali, mostri come essi, lungi dal contrastare, confermano anzi la parte razionale dell’antica filosofia. A questo convien che sieno volte quinci innanzi le cure dei veri sapienti; e io non dubito che il provvido Iddio susciterà tra breve tra i cultori delle scienze naturali chi sappia trionfalmente applicarvi l’ingegno e la fatica». Al Liberatore fa eco il Card. Giuseppe Pecci, il quale aH’inaugurazione dell’Accademia Romana di San Tommaso d’Aquino il giorno 8 Maggio 1880 pronunciava queste parole all’indirizzo degli accademici: «Dunque la vostra restaurazione (filosofica) si stende per indiretto ma efficacemente alla restaurazione eziandio di tutte le scienze. E quanto alle scienze razionali, richiamata una volta in luce la dottrina di San Tommaso, la restaurazione può dirsi quasi fatta: non rimane che arricchirla e ampliarla nelle applicazioni. Più lungo studio richiederanno dal vostro ingegno le scienze naturali...  ». Adunque secondo il Pecci, come secondo il Liberatore, non vanno cercati nel decennio 1870-1880 gl’inizi del neotomismo: che anzi, secondo loro, il movimento neotomistico propriamente filosofico si conclude in questo stesso decennio. Che se particolari caratteri assume, comeassumeeffettivamente.il Neotomismo in questo decennio, uno possiamo riporlo fin d’ora, come autorizzano e ce ne fanno dovere il Liberatore e il Card. Giuseppe Pecci, nel tentativo di porre a contatto la filosofia scolastica, ormai risorta, con il mondo delle scienze fisiche e naturali. Col bisogno di penetrazione nel campo scientifico si fa sentire anche il bisogno d’intensificare la volgarizzazione. Appunto sui mezzi di diffondere la ristorata filosofia chiama l’attenzione una serie di articoli della Civiltà Cattolica, comparsi nel 1870. Mentre caratterizziamo cosi il neotomismo dopo il 1870 non vogliamo escludere da questo periodo ogni sviluppo di speculazione; come non vogliamo escludere dal periodo precedente l’opera di volgarizzazione e di penetrazione scientifica. Caratterizzando, ci basta guardare agli elementi che, pur non essendo esclusivi, hanno una prevalenza indiscussa. Vediamo dunque quali forme concrete vanno assumendo dal 1870 in poi i propositi di penetrazione scientifica e di volgarizzazione. * * * Guardiamo anzitutto all’opera di volgarizzazione. Se la restaurazione del tomismo nel secolo XIX è dovuta all’iniziativa privata  L’accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino (pubblicazione periodica). che deve superare autorevoli contrasti (I), la divulgazione si compie in gran parte per l’intervento dell’autorità ecclesiastica e più precisamente dal Pontificato Romano. Ed è naturale. Filosofia e Chiesa, in fondo in fondo, risolvono il problema della vita. Quando le due soluzioni armonizzano, benché ottenute dalla Filosofia e dalla Chiesa con mezzi propri anzi finché cosi ottenute , il mutuo appoggio torna onorevole e vantaggioso per entrambe, e risponde certo a un diritto, ma più ancora a un preciso dovere. Nell’opera di volgarizzamento dopo il 1870 possiamo distinguere due aspetti: uno positivo consistente nell’emissione di documenti ecclesiastici a favore del Neotomismo, nell’istituzione di accademie, nella pubblicazione di riviste e simili; uno, per cosi dire, negativo consistente nell’eliminare dalla circolazione dottrine che si fanno passare come di ispirazione tomistica, ed effettivamente tali non sono. I due aspetti, idealmente distinti, praticamente si confondono. L’aspetto positivo richiama subito alla mente l’enciclica « Aeterni Patris» ossia «De Philosophia Christiana ad mentem S. Thomae Aquinatis doctoris Angelici in scholis catholicis instauranda », prò mulgata nel 1879 addi 4 agosto festa di San Domenico dal pontefice Leone XIII, fratello dell’ex gesuita e fervido tomista Card. Giuseppe Pecci. Da questa enciclica i cattolici sono invitati a dare il loro nome alla filosofia che si ispira a San Tommaso d’Aquino. Nello stesso anno 1879 si imprende, per ordine e per munificenza del Pontefice, una grande edizione delle opere dell’Aquinate, non ancora terminata oggidì. Un anno dopo, cioè nel 1880, e ancora il 4 agosto, San Tommaso è proclamato da Leone XIII patrono delle scuole cattoliche. È facile comprendere l’influsso capitale di questi documenti, che non creano certo il neotomismo; cooperano però validissimamente alla sua diffusione. Le accademie tomistiche pullulano per ogni diocesi accanto ai vescovadi e ai seminari. Si può convenire che il movimento guadagnando in estensione perde in proti) Basti pensare all’iiitervento dello stesso Superiore Generale contro quei gesuiti che a Napoli circa il 1833 tentarono la restaurazione del tomismo. (Cfr. A. Masnovo. Il Ncotomismo in Italia, p. 61).  Se il Gentile, dedicando sulla «Critica» del 20 novembre 1911 un capitolo della sua Filosofia in Italia dopo il 1850 ai Neotomisti, e parimenti il Saitta nel suo volume Le origini del Neotomismo nel secolo XIX avessero ben notato il momento esatto e il significato preciso dell’intervento ecclesiastico a prò’ del Neotomismo, già spontaneamente affermatosi prima del 1870, non avrebbero tratto motivo da questo stesso intervento per svalutare il Neotomismo. Fatto questo rilievo, è giusto tributare omaggio tanto al Gentlte quanto al Saitta per l’interesse addimostrato verso il neotomismo. fondita. Ma è questa la naturale vicenda delle cose umane, e meravigliarsene sarebbe da ingenui. Tra le accademie del periodo che c’interessà merita particolare men 2 ione l’« Accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino» , inaugurata, come sopra fu detto, l’otto maggio 1880. Suo organo è il periodico omonimo « L’accademia romana di San Tommaso d’Aquino », che inizia le pubblicazioni subito nel 1881 ed esce annualmente in due fascicoli. 1 collaboratori principali sono, oltre il Card. Giuseppe Pecci, i professori Francesco Satolli, Benedetto Lorenzelli, Giuseppe Prisco e i P.P. Tommaso Zigliara O. P. e Camillo Mazzella S. I. , che, tutti, finiranno cardinali della Chiesa Romana. Si aggiungano i padri gesuiti Liberatore e Cornoldi, il can. Nunzio Signoriello, mons. Salvatore Talamo, l’avv. Giovanni Fabri, il prof. Giannantonio Zanon ed altri ancora. Abbondano naturalmente i commenti a San 1 ommaso. Il Card. Pecci pubblica nel volume secondo la sua « Parafrasi e dichiarazione dell’opuscolo di San Tommaso «De ente et essentia » ; altri si fermano di preferenza intorno agli articoli che S. Tommaso dedica alla cognizione umana nella Somma Teologica dalla questione LXXXIV alla LXXXVIII. Questi commenti anche oggi si possono leggere con profitto. Oltre i commenti a San Tommaso, trovano largo posto gli attacchi al rosminianesimo, come portava la necessità del momento. Non era infatti possibile diffondere la genuina filosofia dell’Aquinate senza incrociare le armi con i fautori del rosminianesimo, i quali tenevano a far apparire coincidenti rosminianesimo e tomismo: coincidenza perfettamente illusoria, sopratutto dopo che, morto il Ro- mini, era venuta alla luce la sua «Teosofia», sdrucciolante ornai, sulla buccia dell’ente ideale, troppo apertamente ancorché preterin- tenzionalmeute, verso l’ontologismo o intuizionismo divino che dir si voglia, e verso il panteismo. A mente calma e fredda, con animo scevro da ogni passione di parte, oggi si può convenire che il sistema ideologico del « Nuovo Saggio sull origine delle idee » prc disponeva ai mali passi. Ebbi altra volta occasione di scrivere che Già a Napoli nel 1874, ricorrendo il sesto centenario della morie di San Tommaso d’Aquino, era stata istituita un’« Accademia di S. Tommaso d’Aquino» ; e pure in Roma nello stesso anno 1874 aveva incominciato a vivere !’« Accademia filosofico medica di San Tommaso d Aquino. Nel 1892 dalla tipografia vaticana usciva, sotto il velo dell’anonimo, la celebre « Rosminianarum propositionum quas S. R. U Inquisitio, approbante S. P. Leone XIII, reprobavit, proscripsit, damnavit Trutina theologica ». Si seppe di poi esserne autore il Card. Mazzella. Rosmini disimpegnò nella prima metà del secolo XIX una funzione veramente utile in prò’ del Neotomismo, sospingendone i cultori a prendere contatto con la filosofia ambiente estranea od avversa. Aggiungo ora che gli si può e gli si deve riconoscere il merito di aver insistito, sia pure deviando, sull’elemento divino nella cognizione umana. Il domani filosofico ritornerà sicuramente su questo elemento. Ma fu, almeno almeno, un gran perditempo quel volersi da troppi e sistematicamente nella seconda metà del secolo XIX indurare, o per illusione o per arte polemica, nel difendere una coincidenza assolutamente irreale. Questo nocque oltremodo al rosminianesimo nel giudizio degli uomini imparziali ed equilibrati, che dovettero scorgervi o troppa ingenuità o troppa (come dire?) virtuosità. Certo San Tommaso non ha nulla di comune con le debolezze intuizionistiche e panteistiche del Rosmini: senza dire che San Tommaso attribuisce proprio all’astrazione la formazione degli universali, mentre il misconoscimento di questo potere dell’astrazione è la base stessa della speculazione rosminiana nel « Nuovo saggio sull’origine delle idee ». Fra coloro che sulle pagine dell’* Accademia Romana di San Tommaso d’Aquino » polemizzarono più diffusamente e più autorevolmente contro il rosminianesimo va ricordato Liberatore. Il neotomismo aveva chiarita e giustificata le sua posizione speculativa di fronte al rosminianesimo ed alla sua ideologia pericolosa fino dall’opuscolo di Sordi. Dice VOLPE nel “HEGELIANISMO ITALIANO”, 6,P Svill, PP° dell ° he g elis "'° SUl !° He sei, dopo aver affermato che il gran mento dello H. sta nella scoperta della dialettica come relazione sintesi di opposti e aver soggiunto che oltre la sintesi degli opposti c è la sintesi dei distinti, conclude che il torto dello H è di aver confuso quella dialettica con questa. Oltre gli opposti, essere e nulla, spiiito e natura, vero e falso, ecc., i quali non sono reali che nella sintesi di cui costituiscono i momenti astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i distinti: bello, vero, utile, buono, i quali non si trovano fra loro nella stessa relazione degli opposti, reali solo nella sintesi- ma sono, invece, egualmente, tutti reali e concreti, così da poter sussistere I nno accanto all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi orme dello spinto è, pel C., questo: esso procede per diadi (invece che per triadi), nelle quali il primo termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV, end ° anch ’ esso una sua sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così, l’arte, si è visto, è alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto, è anche arte, cioè ha etica^ ° rC espress . lv ° : la volizione economica è amorale, ma quella senni n* V, ’T economica > la volizione morale essendo anche sempre utile Lo spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un grado all altro: passa dal grado intuitivo al logico, all’economico, all etico, e dall’ultimo trapassa ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1 contenuto pratico alla nuova intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu, “ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel grado intuitivo, ad es., è già implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno all’altro. E il passaggio consisterebbe, infine, nel divenire esplicito ciò che era Lplidtò Ili Ora è necessario osservare subito, che in questa teoria del Croce vengono così in contatto due dialettiche contrarie: quella degli opposti e quella dei distinti. Sono, dunque, due differenti specie di rapporti che concorrono al ritmo dialettico, crociano, dei gradi: il mutuo rapporto dei gradi in quanto tali, cioè distinti, concreti, e quello degli stessi in quanto astratti momenti di ognuno dei gradi concreti. Il grado intuitivo, ad es., ha due significati ben diversi, quello di momento della sintesi a priori logica (sintesi, si è visto, d’intuizione e concetto), e quello di sintesi a priori estetica, grado concreto e indipendente, come tale, dal grado logico, che, a sua volta, come tale, è in egual relazione verso di quello. Ove è palese, che, nel primo caso su accennato, si ha una relazione di opposti, e nel secondo una relazione di distinti. È in questo punto dell’incontro delle due dialettiche, che si sono soffermati più a lungo i critici del Croce. È stato osservato, ad esempio, che le due dialettiche si annullano l’un l’altra ; che il concetto dell’implicito-esplicito, che deve spiegare il passaggio da un distinto all’altro, è un semplice mito, non differente, essenzialmente, da quello del passaggio dall’inconscio al conscio ; che il concetto stesso di circolo è mitologico, e così via. Il carattere espositivo di questo scritto c’impedisce di entrare nella questione: si è ricordato ciò per informazione del lettore. Fin’ora si è discorso dell’estetica, della logica, della filosofia della pratica: veniamo ora alla Teoria della storiografìa (1917) che conclude il sistema della filosofia dello spirito quasi con una brusca correzione. In quest’ultima opera il C. vuole integrare la sua unificazione precedente della filosofia e della storia nel giudizio percettivo, col concetto della contemporaneità della storia. La storia, antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè sempre relativa al soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa; badando però a intendere questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè, che condizioni essa e superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa così la storia, come procedente dall’universalità del soggetto, come attualità piena dello spirito, essa appaga allora l’esigenza filosofica di possedere la realtà nella sua pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un distinto momento dello spirito, viene sminuita di valore. In relazione, infatti, al nuovo concetto di storia, la filosofia, nel senso più adeguato e profondo, viene ad  G. De Ruggiero, La Filosofia Contemporanea, voi. Il, p. 164.  N. Spirito, Il nuovo idealismo italiano. essere il momento trascendentale della conoscenza storica, alla quale appresta le categorie necessarie a pensare la totalità del reale. « La filosofia non può essere altro che il momento metodologico della storiografia, dilucidazione delle categorie costitutive dei giudizi storici...». Dilucidazione che «si muove nelle distinzioni dell’Estetica e della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e tutte le congiunge nella filosofia dello spirito ». Il pensiero del C. conclude, dunque, ad una sopravvalutazione della storia, o filosofia in largo senso, di fronte alla logica, o filosofia stricto sensu: conclude, infine, parrebbe a due concetti di filosofia: la logica, o filosofia stretta, che come tale resta al di qua dell 'atto storiografico, o filosofico in senso profondo. Ecco quel ch’è sfato chiamato, anche recentemente, l’umanismo del Croce. Umanismo, si è detto, perchè tutta la storia della storiografia assume il valore di una storia della filosofia incentrata nel concetto dell’uomo, del mondo ch’è il suo mondo (Vico), e dei suoi bisogni spirituali . È stato ancora osservato, che quel ch’è la funzione della filosofia rispetto al problema della scienza nei filosofi del neo-criticismo positivista, si ritrova nel Croce, come coscienza critica immanente all’atto storiografico, di cui essa è il momento puramente trascendentale . IL La formazione mentale di G. Gentile ha origini diverse da quella crociana. A Bertrando Spaventa, e, attraverso questi, a Hegel, Fichte, Kant, Cartesio, e ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si riallaccia, fin dagli inizi, la meditazione del fondatore dell’idealismo dell’atto. È, poi, partendo in particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei propone, indipendentemente dal Croce, e sulle orme dello Spaventa, della dialettica hegeliana, che il pensiero del G. dà i primi frutti originali. Lo Spaventa, studiando le tre prime categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere, divenire, aveva osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg, Vera etc.), che « questa posizione imbrogliata dell’essere e del non-essere (lo stesso e non-lo stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se si toglie di mezzo il pensare non se ne capisce niente». E il Gentile, negli studi intitolati, appunto, La Riforma della dialettica hegeliana (1913), affermò, che « Se l’essere non è più un’idea in sè, ma una cate (Carlini) goria, e categoria è atto mentale, come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti che come unità di essere e non-essere, cioè divenire? L’atto si fa, fit, diviene. È in quanto diviene... Quando è semplicemente, non è». E potè concludere, altrove: « L’essere che Hegel dovrebbe mostrare identico al non-essere nel divenire che solo è reale, non è l’essere che egli definisce come l’assoluto indeterminato (l’assoluto indeterminato non può essere che l’assoluto indeterminato I); ma l’essere del pensiero che definisce, e, in generale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo (perchè, se fosse, il pensiero non sarebbe quello che è, ossia un atto), e perciò ponendosi, divenendo». In conclusione, l’essere, il non-essere, il divenire, non sono più, pel G., posizioni logiche, obbiettive del reale, com’erano per ('Hegel, ma momenti della coscienza in atto, del pensiero pensante, in cui il divenire, come sintesi degli altri due termini, esprime nient’altro che il processo del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti, rigidi, in cui l’analisi lo rompe : e cosi, com’è stato già osservato, tutta la sovrastruttura della logica hegeliana crolla. Crolla, perchè vien mostrato che la deduzione hegeliana delle categorie, che voleva essere sistematica, contro quella empirica di Kant, e conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non riesce a questa conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti invece di realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri pensati usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il pensato, come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità, la vita: anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e ferme: platonismo, in fondo. L’unità, dice il G., non può esser data che dal pensiero in atto, dall’atto in atto. La vera Idea è atto, l’unica categoria è Yatto spirituale ; onde «tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino come meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però per il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto categorie del pensare che si guarda come pensato (la storia); e sono una sola infinita categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». Ma allora la deduzione hegeliana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una deduzione empirica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la sua non può essere la deduzione delle categorie, ma « un caso fra infiniti casi possibili di deduzione, o meglio... un frammento o un moti ) Cfr. De Ruoqiero. mento della eterna deduzione, in cui consiste la storia non pure del pensiero, come s’intende comunemente, ma del mondo ». Non pure del pensiero, ma del mondo, perchè l’atto, a cui si riduce l’Idea pel ò., è occorre dirlo? actus purus, nel senso più moderno e integrale, come atto che è tutta forma perchè è tutta materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è quel processo autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua concreta individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi dell’Io puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie in rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia (1913-14) la compie come è stato acutamente osservato in rapporto alla Fenomenologia. Come il pensiero puro non ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere, del conosciuto, secondo gli schemi della logica formale, per giungere alla piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come pensiero consapevole e attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i gradi psicologici della conoscenza, la sensazione, la percezione, la rappresentazione, etc., perchè non può mutuare da altri che da sè, non soltanto la sua forma, ma anche il suo contenuto . La dottrina psicologica tradizionale che concepisce il processo psichico effettuantesi per gradi monadisticamente distinti, è possibile soltanto per una concezione analitica dello spirito; onde questo può essere di volta in volta, sensazione, percezione, concetto etc., solo in quanto venga considerato, naturalisticamente, come un aggregato di momenti giustapposti, gli uni fuori degli altri. Ma se si concepisce io spirito come vivente unità originaria, come pensiero pensante, pensare e non pensato, ogni molteplicità scompare e tutti i gradi psichici si risolvono n eli’unico atto dello spirito. Nella sensazione è già lo spirito nella sua intierezza, e la sensazione è perciò necessariamente anche percezione, giudizio, concetto, conoscenza, volontà, come tutti questi gradi non sono che sensazione: quel sensus sui ch’è, infatti, lo spirito. Tuttavia non si creda che manchi nel O. il concetto di un processo fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia che, identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello spirito. Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più come gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni concrete, storiche, vieppiù ricche col progredire del processo. Cioè, ogni  De Ruooiero. atto dello spirito non è che la coscienza più profonda di un atto anteriore, che è il contenuto del primo, il quale naturai mente è la forma di quello. « La sensazione-contenuto è dentro la sensazione- forma, risolta e assorbita nell’attualità di questa ». Ogni atto di coscienza può dirsi percezione rispetto a una sensazione precedente, la quale, in quanto atto spirituale, fu anch’essa percezione. Cosicché si passa da percezione a percezione, o, è Io stesso, da sensazione a sensazione. E in sostanza la sensazione è una sola: l’atto spirituale nel suo interno mediarsi, e che, mediandosi m eterno, si svolge attraverso infiniti momenti, infinite sensazioni. Venendo alla dottrina propriamente pedagogica del Sommano, ne accenneremo il concetto fondamentale: che educatore e educando sono due momenti di un’unica realtà, l’Universale, io Spirito, onde hanno in esso la loro profonda unità: scompare così ogni hiatus fra l’uno e l’altro; e il processo educativo non è che processo di reciproca autoeducazione: ognuno vede nell’altro sè stesso, lo Spirito, e attraverso l’altro forma un migliore, un più alto sè stesso. Processo di universalizzazione, dunque, processo eminentemen e etico. 11 miracolo dell'educazione è spiegato; e la prassi educativa ha nel concetto d e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida più certa. È stato riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario segna una tappa ideale confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo spiritualistico del Sommario venne assumendo - è stato osservato  - negli scritti successivi, L'esperienza pura e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto puro un carattere più univeversale in quanto dal problema del a formazione dell’uomo si passò a quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri problemi concernenti la realta e le sue categorie. Il principio dell’idea come atto acquistò sempre piu carattere metafisico. . Già nel primo dei due scritti suaccennati 1 atto viene concepito come pura esperienza che lo spirito fa di sè, eliminando in tal modo qualunque presupposto dello spirito, sia oggettivo che soggettivo, e generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza nelle sue infinite concrete distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in un'esperienza storica, non nei senso della storia presupposta all atto e quindi empiricamente concepita, ma della storia che si attua quale vita eterna dello spirito. Nell’atto veniva così risolta l’antitesi di a priori ( 1 ) Carlini, op. cit., p. 232. e di a posteriori, e si concludeva a un formalismo assoluto, o, che è lo stesso, a un empirismo assoluto . Ma questo esplicito significato metafisico appare in tutto il suo sviluppo nella Teoria, uno dei capolavori del G. Qui, attraverso i problemi della storia della filosofia, attraverso soprattutto il problema kantiano e hegeliano, è dimostrato dal G. come lo spirito generi da sè stesso la natura: il mondo del molteplice e crei nella sua dialettica unificatrice moltiplicatrice spazio e tempo. Lo spirito viene concepito come conceptussui, concetto che pone sè stesso, autoctisi. Ma questo porsi è, naturalmente, non immediato, ma mediato. Lo spirito si pone attraverso la natura, l’oggetto; il soggetto si pone mediandosi come oggetto. Quell’unità ch’è lo spirito si pone, perciò, come molteplicità, attraverso la molteplicità, appunto perchè non è unità immediata, statica, ma mediata in sè stessa, dialettica, unità, insomma, dinamica e concreta, vivente. In altri termini, lo spirito si afferma negando, non si svolge se non negando perennemente il suo opposto, la natura, che è per ciò suo essenziale momento dialettico, e però spirito anch’essa, e non un’entità a sè, concepibile come astratta dallo spirito. La natura, insomma, come non-essere di quell’essere ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il dolore sono egualmente il non-essere di quell’essere; eterno momento del processo della verità, del bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si concepiscono immutabili, ab aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma se la verità e il bene, come pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono perennemente superare sè stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da superare. E però, errore e verità, male e bene non sono realtà distinte, indipendenti, ma i momenti di una sintesi, che è « errore nella verità, come suo contenuto che si risolve nella forma», è «male onde il bene si nutre, nel suo assoluto formalismo». Finiremo con un cenno, purtroppo frettoloso e assai inadeguato, dell ultima grande opera del G., forse il suo maggior capolavoro, certo, a tutt oggi, il suo testamento filosofico, per la compiutezza della sistemazione: il Sistema di logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti fondamentali della speculazione gentiliana, naturalmente implicito nei precedenti, è quello dell’identità della filosofia con la sua storia: infatti se la filosofia è concepita come processo di autocoscienza, essa è storia, storia eterna in tempo; e però  Carlini. ogni sistema coincide col corso storico del pensiero, in quanto esso riassume e potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi precedenti, che non sono che momenti idealmente anteriori di que\Yunico processo di pensiero autocosciente, ch’è — eminenter — la filosofia. Orbene, il sistema di logica attinge certo la sua capitale impor¬ tanza, nell’assieme dell’opera del G., da questo: che esso vuol es¬ sere ed è l’ultima riprova concreta, effettuale del suaccennato prin¬ cipio dell’identità di filosofia e storia della filosofia. Esso ci mostra, di fatti, come il sistema gentiliano, la nuova logica del pensiero pensante, si costituisca a patto di ricapitolare in sè, di conservare e giustificare, inverandola, l’antica logica ari¬ stotelica, la logica del pensiero pensato. Infatti, la dialettica aristo- teiico-scolastica vien mostrata come grado necessario alla dialettica del concreto, in quanto essa, dandoci la legge del pensiero pensato (A — A) ci spiega il momento dell 'oggettività del pensiero a sè stesso, oggettività necessaria, se —ricordiamolo — il puro pensiero dev’essere concepito non come immediata soggettività, ma come soggettività-oggettività, soggetto-oggetto, mediazione, dialetticità. Occorre osservare, che qui il logo della logica del pensato, del¬ l’astratto, cioè A = A, viene negato al tempo stesso che conser¬ vato, perchè non è più considerato a sè, da un punto di vista astratto, ma è considerato dal punto di vista concreto, cioè in fun¬ zione del logo della logica concreta, cioè del pensiero pensante, A = non A? Conservare ch’è negare; inverare, come è, difatti, di quel divenire ch’è lo spirito, la filosofia. E però è giusto -riconoscere, ancora, che in tal modo « tutto il processo storico del concetto di logica si risolve, identificandovisi, nel nuovo concetto dialettico » : quello del Gentile; e che, ripetiamolo, la verità del principio del circolo di filosofia e storia della filosofia, è dimostrata dal sistema stesso del G.; che, mentre convalida quel principio, ne è, a sua volta, — si noti — convalidato, fondato po¬ sitivamente: storicamente. Croce e Gentile hanno suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di idee, e di discepoli, attorno a sè: il primo soprattutto nell’ampio campo della cultura letteraria e storica in genere: il se¬ condo nel campo della filosofia teoretica e della storia della filosofia. Nominare discepoli del Croce non è cosa facile, perchè, facen¬ ti) Spirito. dosi sentire il suo influsso nel largo campo della cultura storico- letteraria, tutti, in quest’ultimo ventennio, sono stati e sono ancora, in certo senso, crociani: in ispecie i critici di letteratura e arte e gli storici sono permeati di pensiero crociano, anche se lo negano- Soprattutto, il concetto crociano dell’arte è, si può dire, entrato a far parte del patrimonio di idee necessario a chi voglia pensare e vivere in armonia col progresso effettivo del pensiero della storia. Dei critici letterari, che hanno subito, consapevolmente o no, l’influsso dell’estetica crociana, ricordiamo qui G. A. Borgese, che, per quanto staccatosi in seguito da Croce, serba traccie di pensiero crociano nelle pagine migliori; Emilio Cecchi; Alfredo Gargiulo, autore d’un d’Annunzio; Luigi Russo, autore d’on Di Giacomo e di un Verga; e infine Attilio Momigliano ( Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella critica delle arti figurative ci piace notare Lionello Venturi; nella critica musicale F. Torrefranca e G. Bastianeili. Piò facile è far qualche nome di discepoli del Gentile, essendo più tecnico, e quindi più ristretto, il campo su cui si è irradiato il pensiero gentiliano: filosofia teoretica e storia del pensiero speculativo, come si è detto. Ricorderemo, anzitutto, due pensatori, Armando Carlini e Giuseppe Saitta, che si posson dire i rappresentanti di due interpretazioni e svolgimenti opposti del pensiero del Maestro: la dottrina di destra come è stato detto (I) - del Carlini, in cui si tenta di svolgere entro l’ambito de\V attualismo alcune esigenze empiristiche come quella della pluralità dei soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal mondo oggettivo, della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello Spirito (1921); e la dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore, più profonda identificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo spirito come eticità (1920). « Armando Carlini, professore nella R. Univ. di Pisa, proviene dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato spiritualistico piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia gentiliana. L’attualismo del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi diversi: l’uno costituisce l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed è il motivo psicologico e lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso della vita interiore, onde l’autocoscienza e la personalità coincidono nel processo autocreatore dello spirito; l’altro è un ritorno al problema hegeliano-spaventiano della dialettica come logica melati) Cfr. Spirito. fisica, onde l’atto, più che spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il mondo della natura e dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un puntualismo, in cui tutte le distinzioni di problemi spirituali si neutralizzano in un concetto generico dell’attività del pensare. Egli tenta, perciò, di ripigliare la prima posizione e di svolgere il concetto del ritmo interno all’atto come il problema fondamentale dell’attualismo. L’atto realizza se stesso come quello. « Io penso» ch’è unità in una dualità di vita e di pensiero, di personalità morale e di riflessione filosofica su essa. La distinzione posta in seno all’atto gli permette di riguardare questo come condizione trascendentale di una dualità tra il mondo dell’esperienza sensibile o mondo del conoscere, e quello dell’azione ch’è propriamente il mondo storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non coincidendo più dentro sè con se stesso, fa appello a un punto di vista trascendente, in cui quel dissidio venga pacificato, e pone così il problema fondamentale della vita religiosa. Il Carlini e il Saitta sono anche storici, in ispecie il secondo: al Carlini si deve un’ampia monografia sul Locke, al Saitta monografie sul Gioberti, sul Ficino e vari saggi. Alla destra appartengono ancora il Ferretti e il Codignola, pedagogisti; alla sinistra Guido De Ruggiero, autore di un saggio sulla Filosofia contemporanea e di una Storia della Filosofia, opere di carattere critico, prevalentemente. La posizione mentale del de Ruggiero, di fronte aH’idealismo del Croce e del Gentile, può essere caratterizzata da una più viva preoccupazione dell’importanza speculativa dei problemi sulla scienza della natura. Il D. R. fin dal 1913 in una monografia dal titolo : La scienza come esperienza assoluta ripudiava nettamente le dottrine prammatistiche della scienza accolta nel sistema crociano e poneva il problema dell’unità della scienza della natura e della filosofia, abbozzando una teoria del positivismo assoluto, in cui le scienze, guardate nella loro intima genesi spirituale, piuttosto che nell’astratta oggettivazione naturalistica, erano reintegrate nella vita speculativa dello spirito. E più recentemente in un saggio sui Problemi della scienza e della umanità ha ulteriormente sviluppato questo punto di vista, mostrando la necessità che le due correnti dell’idealismo moderno, quello storicista che fa capo al Vico e allo Hegel e quella scientifica, che fa capo alla Critica della ragion pura di Kant, a torto dissociate dall’idealismo contemporaneo, vengano ricomposte in una unità articolata e sintetica, per cui, pur riconoscendo il carattere storico della vita spirituale, questa storia non s’isterilisca in un mero umanesimo, ma includa in sè l’opera delle scienze naturali, e attraverso di esso, il mondo stesso della natura nella sua pienezza. Ampia attività storica hanno esercitato altri due pensatori più ligi alle dottrine del Maestro: Vito Fazio-Allmayer, con saggi.su Galileo e sulla Teoria della libertà in Hegel-, e Adolfo Omodeo autore di una Storia delle origini cristiane in più volumi. È da ricordarsi ancora Antonio Anzilotti, autore di un Gioberti, studiato nella sua filosofia e prassi politica e Cecilia Dentice D’Accadia, che ha dedicato specialmente la sua attività allo studio del problema religioso in Schleiermacher e Kant. In pedagogia, Giuseppe Lombardo- Radice, autore di una Teoria e storia dell'educazione e di molti saggi pedagogici, è il maggiore interprete e prosecutore della pedagogia idealistica del Maestro, nella teoria e nella pratica. POSTILLA BIBLIOGRAFICA SU CROCE E GENTILE. Delle seguenti opere si cita solo l’ultima ediz. Croce (Pescasseroli, prov. di Aquila): Estetica come, scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia 5» ediz. Bari, Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari, Laterza, 1920; Filosofia della pratica. Economica ed etica. 9* ediz. Bari, Laterza, 1923; Teoria e storia della storiografia. 2* ediz. Bari, Laterza, 1920; Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’Estetica italiana. Bari, id. 1910; La Filosofia di G. B. Vico. 2 1 ed. Bari, id. 1922; Saggio sullo Hegel. 2” ed. Bari, id. 1913; Nuovi Saggi di estetica. Bari, id. 1921. Giovanni Gentile (n. a Castelvetrano, prov. di Trapani): La riforma della dialettica hegeliana. 2* ed. Messina, Principato; 1 problemi della scolastica e il pensiero italiano. 2» ed. Bari, Laterza, 1923; Sommario di Pedagogia come scienza filosofica. 2* ed. Bari, id. 1920-22; Teoria generale dello Spirito come atto puro. 3* ed. Bari, id. 1920; Sistema di logica come teoria del conoscere. 2» ed. Bari, id. 1921-23; Discorsi di religione. Firenze, Vallecchi, 1920; Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento. Firenze, id. 1920; La Riforma dell’educazione. Bari, Laterza, 1920; Frammenti di estetica e letteratura. Lanciano, Carabba. Dice Lamanna in “IL REALISMO PSICOLOGISTICO NELLA NUOVA FILOSOFIA ITALIANA” che Sarlo, nato nel 1864 in un paesello della Basilicata (San Chirico Raparo), venne alla filosofia dalla medicina. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si compiaceva di frequentare, con le lezioni della Facoltà cui era iscritto, quelle di lettere e filosofia: e fu, tra l’altro, uditore dello Spaventa negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione un volumetto di Studi sul Darwinismo, ch’egli scrisse ancor giovanetto nel 1887 attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passò, come medico, nel Manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ebbe maestri: fu un autodidatta: dovette cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed era naturale che la trovasse solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di positivismo, lo portarono dapprima a seguire questo indirizzo di pensiero: e in uno degii organi della filosofia positivistica, la Rivista dell’Angiulli, egli fece le sue prime armi. Ma non tardò ad allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne ac - quistando coscienza delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustrò poi in quelle Note sul positivismo contemporaneo in Italia, pubblicate in appendice agli « Studi sulla Filosofia contemporanea » nel 1901, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formando nel decennio 1890- 1900. Concorsero a questa formazione lo studio del Rosmini, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del neo-criticismo, come Luigi Ferri, Filippo Masci e, in particolare, Francesco Bonatelli, e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative del pensiero filosofico e psicologico contemporaneo, segnatamente inglese e tedesco, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fece conoscere in Italia. E di questa sua attività furono frutto due saggi rosminiani: La logica di A. Rosmini e i problemi della logica moderna e Le basi della psicologia e della biologia secondo A. Rosmini considerate in rapporto ai risultati della scienza moderna (Roma) poi rifusi in altri lavori ; due volumi di Saggi filosofici (Torino, Clau- sen) posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi —; studi su autori stranieri sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi del tempo nostro (Firenze, La « Cultura Filosofica» editrice); saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità (Roma, Balbi, 1898), e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia contemporanea : La Filosofia scientifica (Roma, Loescher, 1901). L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi del De Sarlo, è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali del pensiero del De Sarlo, anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, ha tratto i principii del suo filosofare non più dal neo-criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo inglese da Locke a Mill —; dall’intuizionismo della scuola scozzese specie per il rilievo costantemente dato agli assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza interna e infine dal realismo dell’Her- bart e del Lotze. Conseguita nel 1894 la libera docenza in filosofia presso l'Università di Roma, insegnò questa disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, fino al 1900, quando ottenne per concorso la cattedra di filosofia teoretica all’Istituto di Studi Superiori di Firenze, cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un Maestro. Presso lo stesso Istituto Superiore fondò nel 1903 un Gabinetto di Psicologia Sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi: molte e importanti ricerche vi sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la potenzialità scientifica- mente produttiva del Gabinetto sia stata assai ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a trovare. Dal 1907 al 1917 il De Sarlo ha diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi. Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il socialismo come concezione filosofica Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber. Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, in collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, 1 voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La formazione della coscienza filosofica odierna Uno sguardo alla filosofia I compiti della filosofia nel momento presente. b) Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea Lo psicologismo nelle sue principali forme; I diritti della Metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia contemporanea. c) Altri quattro studi su particolari problemi o correnti filosofiche : Il significato filosofico dell'evoluzione [Filosofia e scienza dei valori Stillo spiritualismo odierno]. Filosofi del tempo nostro. Firenze, La «Cultura Filosofica» editrice, 1916. [Contiene studi su Paulsen, Hodgson, Ward, Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, Bonatelli]. Psicologia e Filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La « Cultura Filosofica » [Contiene: Alcuni studi di filosofia generale, importantissimi per la comprensione della posizione del De Sarlo nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Vecchia e nuova Psicologia  La psicologia e le scienze normative L’esperienza psichica L’individuo dal punto di vita psicologico Il soggetto La causalità psichica Sensazione e coscienza. b ) Due ampi studi di psicologia metafisica: Il concetto dell'anima nella psicologia contemporanea Idee metafisiche intorno all’anima Saggi contenenti la materia per un orgànico trattato sulle funzioni psichiche : La classificazione dei fatti psichici L’attività conoscitiva  L’attività immaginativa Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq studio intorno a Le determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. (Appartengono a questo gruppo altri saggi minori.- Sulla teoria somatica delle emozioni Sullo studio dei sentimenti nella psicologia inglese contemporanea - Sulla percezione delle forme). d) Studi di psicologia fisiologica e patologica: Cervello e attività psichica  L’attività psichica incosciente  Sulla psicologia della suggestione Le alterazioni della vita psichica  La psicologia degli animali]. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché quelPordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza il De S. presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo il D. S., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume « Il Pensiero moderno ») è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evoluzione, lungi dall’essere come vuole, ad es., l’hegelismo un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per il De S., quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di questa parola. Prima della « Dialettica trascendentale » e quindi prima della Critica della Ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica del De S. ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un principio unitario? Il De S. risponde che la filosofia è aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e come interdipendenti: perchè le idee universali ossia le nozioni metafisiche fondamentali intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo spirito dice il De Sarlo (p. 412) non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia. Lo psicologismo del De S. non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche direche sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale come grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi questa che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica l’abbiamo già detto è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale ; e dall’altro lato non sono cose in sè come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili. Ma e con ciò il De Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità sia questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte IL REALISMO PSICOLOGISTICO 139 non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal significato equivoco della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); porre in luce lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della civiltà; considerare tutte le istituzioni per qualunque via primamente sorte alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue basi più solide e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento che abbiamo più particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico di stretta aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. Dalla scuola di SARLO (si veda) usce A. (n. Palermo, professore di filosofia nell’Università di Napoli). A. inizia la sua attività di studioso con un saggio sulla misura in psicologia sperimentale, Firenze, R. Istituto di Studi. Nel campo specificamente FILOSOFICO, A. si afferma, oltre che con saggi minori e con l’attivissima sua collaborazione alla Cultura Filosofica di Sarlo, col saggio, “La reazione idealistica contro la scienza” (Palermo), che è una bella battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare i concetti scientifici. (cf. H. P. Grice, IL DIAVOLO DEL SCIENTISMO]. Il motivo centrale di questo saggio è che i concetti della scienza – e. g. psico-logia -- non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza, inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altr’intuizioni che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi limitati. Questo modo d’INTENDERE IL CONCETTO SCIENTIFICO, come processo d’integrazione dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può mettersi al suo posto, ma la completa ed arricchisce, già nelle sue discussioni con CROCE (si veda), ora raccolte in L’estetica del Croce e la crisi dell’idealismo moderno, Napoli. A. contrappone alla teoria dello pseudo-concetto, con la quale Croce innesta nel ne^hegelianismo la dottrina di Mach intorno al valore puramente pratico ed economico dei concetti. E questo motivo di ri-vendicazione del valore teoretico della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero d’A. anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione spiritualistica del mondo, La Cultura filosofica, comparse poi come conclusioni della traduzione inglese del suo saggio La reazione idealistica contro la scienza (The Idealistic Reaction against Science, London) egli passa attraverso la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del mondo. Questa fase della sua filosofia, che comincia col saggio, La guerra eterna e il dramma dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la parte gnoseologica nei saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive del mondo (Palermo), Relativismo e Idealismo (Napoli), Il problema di Dio e il nuovo pluralismo (Città di Castello), è caratterizzata da un radicale sperimentalismo, il quale però sia per i principi! da cui muove e le conclusioni a cui arriva, sia specialmente per gli arditi procedimenti che segue, si allontana di parecchio dallo sperimentalismo di Sarlo, come è facile scorgere dalla esposizione che segue. La realtà, per A., è l’atto stesso di esperienza che ha due aspetti, distinti, ma sempre uniti, il soggettivo e l’oggettivo. Non posso aver coscienza di me senza distinguermi dal mondo e dalle altre persone. L’affermazione della mia individualità implica dunque l’affermazione degl’altri individui e del mondo, da cui mi distinguo. Non ha senso parlare d’un soggetto in sè o d'un oggetto in sè, nè di soggetti come monadi solitarie fuori di questa relazione. L’io e il mondo e le varie anime non esistono che nella sintesi concreta dell’esperienza, come momenti, distinguibili, ma inseparabili, del suo processo. Questa sintesi è, per A., l’unico vivente modello a immagine del quale possiamo costruire le altre attività reali che non ci son date all’intuizione immediatamente. E l’atto di esperienza col suo processo di unificazione e distinzione del soggettivo e dell’oggettivo, come dell’individuo e delle altre persone, col suo ritmo di concreta durata e la sua intuizione dello spazio concreto, è l’unica forma a priori, soggettiva ed oggettiva insieme. Le forme della nostra conoscenza, dunque, non sono pure apparenze; bensì le forme stesse della realtà che si svolge, essendo questa appunto il concreto processo dell’esperienza. Questo processo, per A., è inesauribile; non ha nè principio, nè fine. Non ha senso domandarsi donde sia derivata la esperienza. Ed è originaria la forma della sua distinzione nella pluralità degli individui; pluralità che non esclude, come abbiamo già detto, la concreta unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso in cui si coglie la distinzione, si coglie insieme indissolubilmente l’unità dei termini distinti. I soggetti d’esperienza son dunque originarli e imperituri nella loro eterna correlazione. Possono da una forma oscura di vita elevarsi a una forma più consapevole e chiara, o dalla luce della coscienza discendere nella penombra, ma non si estinguono mai, non cessano di essere e di agire come spontanee energie motrici del processo della realtà. Queste attività non sono originariamente coordinate al raggiungimento d’un fine, allo svolgimento di un piano razionale che si at- turi nella storia del mondo. La materia corrisponde alla fase in cui esse si urtano disordinatamente in continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro spontaneità in tutte le direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti di azioni complessive delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della materia. La vita dalle sue forme più semplici alle più complesse è il coordinarsi di quella attività a un fine comune, che si raggiunge provando e riprovando attraverso secolari esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale. E l’armonia del mondo non è mai completa, ma si va ancora realizzando attraverso le più alte funzioni dello spirito: l’arte, la scienza, la religione e la filosofia, che sono tutte forme diverse per le quali la vita dell’individuo si integra progressivamente con la vita degli altri. E le sintesi più alte si raggiungono sempre con l’esperimento: non c’è nessuna teoria e nessun sistema che possa pretendere una giustificazione a priori: la dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi logici dei neo-hegeliani l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della sua dottrina della verità. Il vero non è nella corrispondenza a un modello oggettivo, sussistente in sè; ma non è neppure nel processo puramente dialettico del pensiero. Una teoria è vera se le azioni da essa suggerite riescono a realizzare un superiore accordo delle nostre attività umane e delle altre innumerevoli energie operanti nel mondo. E questo criterio non vale soltanto per le teorie scientifiche, ma anche per i sistemi religiosi e filosofici che debbono sottoporsi anch’essi all’esperimento storico. Non vi sono categorie immutabili e definitive, nè nel mondo della natura nè in quello dello spirito. Tutte le forme di sistemazione sono provvisorie e relative. Non c’è una verità assoluta, ma gradi diversi di verità e realtà, secondo che realizzano forme più complete e integrali di vita d’esperienza. L’errore, il falso non è quindi neppur esso tale in senso assoluto; ma è una visione parziale, frammentaria, unilaterale rispetto a una veduta più alta e più comprensiva. Tutte le intuizioni individuali, tutte le varie prospettive sono vere e reali, ciascuna dal suo punto di vista; ma è più vera e reale quella che riesce a coordinarle in una visione più completa da un punto di vista più alto. E questo non esclude e cancella i punti di vista inferiori, ma in sè li comprende integrandoli; dimodoché il progresso verso i più alti gradi di verità è insieme un elevarsi a una maggiore ricchezza di vita. Nel nostro pensiero è la realtà stessa che si tormenta nello sforzo di attingere una superiore armonia. CALÒ (si veda) (n. Francavilla Fontana, in prov. di Lecce) è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi di Firenze. Rivolse la sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà come attitudine propria dello spirito individuale, presupposto indispensabile della libertà etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza di porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti. Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma l’obiettività e universalità dei valori morali, riconosce insieme che questi non hanno esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente della personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la sola realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati lavori, costituiscono la conclusione o i principii ispiratori dell’esame critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a necessità d’altro genere  al che il C. ha dedicato anche altri scritti minori, tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti etici (in « Atti del Congresso di psicologia » Roma). Vi sono inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana, il cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si fa consistere dal C.  come, l’abbiamo visto, dal De S.  nel successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o paramorali; nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica, della cultura e del pensiero ; nella successiva soluzione dei conflitti nei quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di armonizzarli in valutazioni sintetiche; nella estensione della loro applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri campi di discipline filosofiche (notevoli, p. es., i suoi studi sulla dottrina del Brentano intorno al giudizio tetico e intorno alla classificazione dei processi psichici, e parecchi saggi storici e critici sul Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia dell'attenzione in rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa); Fatti e problemi del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra (Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia della pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli di¬ rige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica del Calò furono rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola, che nel 1916 af¬ fermò essere Calò « il più serio avversario della pedagogia idea¬ listica in Italia » . Invero, il C., mentre ammette una filosofia del¬ l’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche, sia in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività umana, considerati in rap¬ porto al progressivo potere d’attuazione del fanciullo; vi sono in¬ fine tipi e norme didattiche che si ricavano dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la pedagogia non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di vedute e di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e integrando, riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente spiri¬ tuale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di perfezio¬ namento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto educando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al C. come un processo di formazione nel quale le attività del soggetto e la forma valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si tratta di nutrire e di promuovere in  Kant nella storia della pedagogia e dell'etica, Napoli Nonostante ciò  o forse appunto per ciò —Codignola, facendo la storia della pedagogia italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenz), si è contentato di accennare al Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo spiritualistico eclettico»;  e questo raccostamelo come questa caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura Jormale, senza peral¬ tro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti (conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e in¬ sostituibilità della cultura umana e storica e di quella realistica e scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspet¬ to essenziale dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione, l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unita¬ ria, garanzia conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha discusso  e non soltanto in sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due legislature  problemi concreti, come quello del¬ l’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale, della riforma universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e prontezza di visione dei termini essenziali di ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari generali, calore vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleiermacher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica» edit.,), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze,) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’* anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo  postoda altri individui all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). BONAVENTURA (si veda), libero docente e incaricato di psicologia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di psicologia sperimentale, dopo alcuni scritti minori di psicologia e di logica, pubblicò un grosso volume su Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia naturale (Firenze, « Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup. »,), in cui i dati della fisica, della chimica, della fisiologia non dirò solo che siano largamente utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per la soluzione del problema, se sia o no possibile spiegare le differenze qualitative tra le diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di energia: problema che il B. risolve in modo negativo, dimostrando che la riduzione delle molteplicità qualitative delle energie fisiche ad un’unica forma nel senso del meccanismo e di taluni indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente egli ha volto la sua attività più in particolare agli studi e alle ricerche di psicologia, compiuti, nel laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi propri della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche, per lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale, per le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero, il punto di partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i problemi psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del valore dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume intitolato appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni dell'introspezione, Firenze, 1915), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il problema della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: problema che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza fondamentale per la fisica e per la matematica, dall’altra forma il punto centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati. Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spaziali visivi nella psicofisica) sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e straniere; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un grosso volume già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono trattati in tutti loro asp. Antonio Aliotta. Aliotta. Keywords: esperienza, l’implicatura di Lucrezio, sacrificare, significare, sacrificare, guerra eternal. aliotta l’implicatura di lucrezio il filosofo di campagna la guerra eterna — sacrificare/significare — croce — il latinismo dello storicismo — galilei — vico – lucrezio -- epicureismo campano -- Refs.: Luigi Speranza, Grice ed Aliotta” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Allegretti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la scuola di Forlì –filosofia emiliana -- filosofia italiana – Lugi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Forlì). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Forli, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “I love Alegretti; very Italian; imagine: after tutoring for a while on dialettica at Firenze,, he retires to Villa Allegretti, Rimini, where he philosophises ‘De propositionibus’ (sulle enunciate) as part of the Dialettica!”  Grice: “He was so proud of the meetings at his villa that he called it ‘our Parnassus’!” Grice: “Allegretti’s idea of the villa meetings was modeled after Plato who, with fewer means, met at the gym in theVIlla Echademo!” -- – cf. Raffaello, “Il Parnaso.” -- Stemma della famiglia Allegretti Coa fam ITA allegretti Blasonatura cuore d'oro su campo azzurr. Noto per aver fondato, secondo alcuni storici, la prima accademia letteraria d'Italia.  Fu figlio di Leonardo A., giudice a Forlì, di parte guelfa. Appartene ad un'antica e cavalleresca famiglia, il cui capostipite fu Mazzone A. (Mazzonius Alegrettus), che prende parte alla crociata in Terra Santa e per arma scelse un cuore d'oro su campo azzurro.  Legge filosofia a Bologna e Firenze.  Fonda la prima accademia con un gruppo di intellettuali: Calbolo, Orgogliosi, Sigismondi, Speranzi, Arfendi, Morandi, Aldrobandini, Aspini e A.. Per motivi politici, gl’Ordelaffi, signori di Forlì ghibellini, imposero il confino ai fratelli Si trasfere perciò a Rimini. Richiamato dall'esilio, coinvolto in una faida familiare degl’Ordelaffi, è nuovamente costretto a fuggire a Rimini, ove fonda una accademia, dei Filergiti – cf. Firlegito -- con vocazione insieme letteraria e scientifica.  La sua prosapia s'innestò negl’Aspini mediante una Margherita di Francesco A., che sposa un Lodovico, che è erede degl’averi e del cognome degl’A.. Si trova il seguito di questa famiglia nel senese e nel modenese (a Ravarino).  Note  Fonte: Valenti, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in. Il suo saggio principale e considerato il “Bucolicon”.  Ma scrive anche un epicedio per la morte di Galeotto I Malatesta, signore di Rimini; un carme al Conte di Virtù; un carme per la divisa della tortora; Eglogae, in latino; un carme sulla bissa milanese, cioè lo stemma dei Visconti, il biscione.Marchesi, Memorie storiche dell'antica, ed insigne Accademia de' Filergiti della città di Forlì..., Forlì, per Barbiani, Bonoli, Storia di Forlì scritta da Bonoli corretta ed arricchita di nuove addizioni, Forlì, Bordandini, Valenti, A. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., Filosofi. Nasce a Ravenna, da Leonardo A., appartenente a famiglia guelfa di Forlì, in un anno da porsi tra quelli immediatamente precedenti il 1326. È supposizione abbastanza fondata (cfr. Massera) che legge FILOSOFIA nello studio bolognese. Lettore di DIALETTICA a Firenze. Benché se ne perdano poi le tracce, è indubbio che si trova da qualche tempo a Forlì quando e colpito, nella sua qualità di guelfo, dal bando d’Ordelaffi. Ma la fama di dottrina in filosofia che lo circonda e tale che egli e ben presto richiamato alla corte forlivese, dalla quale, però, dovette di nuovo fuggire per aver rivelato la congiura che Ordelaffi tramando contro suo zio. A. si rifugia a Rimini, dove e precettore di Malatesta. La sua villa e luogo di raccoglimento, di studio e, di dotti convegni, cui si compiace di dare il nome di Parnaso; donde la notizia, tratta dagl’annali forlivesi di Ravennate, secondo cui A. "Arimini novum constituit Parnasum", notizia ripetuta ed elaborata poi da vari scrittori nel senso, del tutto fantastico, che egli fonda già allora una vera e propria accademia. Ha rapporti abbastanza stretti con la corte viscontea. Muore a Rimini. A. gode di non piccola fama. Citato nel “De fato et fortuna” di Salutati, e in corrispondenza col Salutati di cui si ha una lettera a lui con unito un lungo carme latino, e con Loschi, del quale si conservano due epistole metriche (ed. in Massera) a lui dirette.  Fatta eccezione per un problematico trattato in prosa “DE PROPOSITIONIBVS”, attribuitogli da Cobelli nelle sue Cronache forlivesi (Bologna), tutte le opere d’A. di cui si ha notizia si riferiscono alla sua attività fantasiosa. Ci rimangono: un lungo carme a sfondo mitologico-pastorale intitolato Falterona, pieno di IMPLICATURE – o CONTORTE ALLEGORIE POLITICHE (Venezia, Bibl. Marciana); un componimento a carattere araldico-encomiastico dedicato a Visconti (ed. da  Novati in appendice allo studio Il Petrarca ed i Visconti in Petrarca e la Lombardia, Milano); un Epitaphium in onore di Malatesta (Milano, Bibl. Ambriosana); un carme Ad Ludovicum Ungariae inclitissimum Regem (Venezia, Bibl. Marciana). La sua fama, però, e legata soprattutto al “Bucolicon,” che Biondo, nella sua Italia illustrata (Basilea), giudica seconda soltanto alle Bucoliche di VIRGILIO e che Massera ha tentato con buoni argomenti di identificare in una raccolta di egloghe attribuita a Mussato. Ad A., infine, come opina Sabbadini, andano attribuiti i cosiddetti Endecasyllabi di Gallo, che egli ha, secondo la tradizione, scoperti a Forlì ma che, invece, molto probabilmente contraffa, credendo erroneamente che quel poeta e nativo di Forlì. Epistolario di Salutati, ed. Novati, Roma, in Fonti per la storia d'Italia, Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, Carrara, La Poesia pastorale, Milano, Massera, A. da Forlì, Atti e memorie d. R. Deput. di storia patria per le prov. di Romagna, Thorndike, A history of magic and experimental science, New York, Bertalot, L'antologia di epigrammi d’Abstemio nelle edizioni sonciniane, Miscellanea Mercati, Città del Vaticano. La stessa origine hanno le presunte accademie di Rimini e di Forli, che gli scrittori fanno fondare a A. da Mantova, uomo versato nella filosofia. Uno storico di Forli, Bonoli, appunto nelle sue Istorie della Città di Forlì? Dice. Strepita ancora di Forlivesi la fama d’A., FILOSOFO. Compone La Bucolica, che doppo quella di VIRGILIO non vede forse il mondo la più bella; tra le tenebre dell'antichità, manifesta molte compositioni del nostro Gallo, e in Rimini, ove poi ricovrossi, per schivar l'ira degl’Ordelaffi, erresse una fioritissima Accademia. La notizia passa indi nel proemio delle Leggi vecchie, di stinte in XII Tavole, dell'antica Accademia de’ Filergiti di Forlì e nuovi ordini-sopra essa Accademia, aggiungendovisi però oltre l'Accademia riminese anche un'Accademia in Forli, che e pure stata fondata d’A: l'Accademia dei Filergiti. A. – vi si dice – Filosofo illustre, non si contenta di esercitare in Forli sua patria virtuose sessioni, che ancora in Rimini, dove sbandito ricovrossi, er gette una nuova Accademia. Queste parole sono ripetute tali e quali da Malatesta nel L'Italia Accademica però nella parte ancora inedita di quest'opera che giace nella Gamba lunghiana, e dove si tratta appunto in particolare delle Accademie. Petrarcae Epistolae de Rebus Familiaribus et Variae, curate da FRACASSETTI, Firenze. Forli,  In Memorie storiche dell'antica ed insigne Accademia de'Filergiti della città di Forlì, Rimini. Ma anche qui si tratta di un abbaglio. Aspettando che maggior luce venga data in proposito in quella vita d’A., che Novati promette da parecchio tempo, basta notare che a base delle notizie circa queste due Accademie stanno le seguenti parole degl’Annales Forolivienses. Tempore ecclesiae Arces in his civitatibus factae sunt: Bononiae, Imolae, Faventiae et Forolivii. A. Forli viensis philosophus clarus agnoscitur, qui plures Endecasyllabos Galli civis Forliviensis poetae invenit et Arimini novum constituit. Par Quest'ultima parola e interpretata senz'altro per Accademia, a cui, come al solito, furono ascritti i personaggi principali del tempo, perfino Petrarca. Cfr. La Coltura letteraria e scientifica in Rimini di Tonini, Rimini; cfr. anche del medesimo: VitaeVirorum Illustrium Foroliviensium. Forli Cfr. Della vita e delle opere d’Urceo detto Codro di Carlo MALAGOLA. Bologna. Cfr.Epistolario di Salutati per cura di Novati, Roma, Rerum Italicarum Scriptores, Milano, di Rimini. Egli dice di più che l'Accademia fondata d’A. in Rimini si radunava in una sala del palazzo Malatesta, adornata dei ritratti dei filosofi più celebri,e che vi e ascritto anche il Petrarca. Marchesi dal canto suo circa l'Accademia fondata d’A. in Forli dice che costui lasciata da parte la se verità degli studi filosofici, ne'quali aveva spesi con molta gloria i suoi giorni, fraccolti in una degna Assemblea i filosofi più perspicaci, fa la memorabile fondazione, benchè senza nome particolare, regolamento ed impresa, invenzioni delle succedute età, ma col solo generico d’Accademia. Sono i suoi colleghi, o piuttosto discepoli Calbolo, Orgogliosi, Sigismo ndi, Speranza dei Speranzi, Arsendi, Morandi, Aldobrandini, Aspini e A., tutti illustri per sangue, ed assai più per l'affetto che professavano per la filosofia. Per le frequenti sessioni che, tenevano a porte aperte, e per gli ammaestramenti e saggi dati d’A, il fondatore, s'avanzarono molto i primi Accademici colla coltivazione della filosofia, sopra ogni altra scienza da essi tenuta in pregio. Esiliato poi A. da Forli, l'Accademia anda dispersa, eleraunanze vennero riprese solo nel secolo xv per opera d’Urceo. nasum DELLA TORRE Orbene si osservi che A. e in Rimini maestro di filosofia di Malatesta; e qual cosa più naturale che assieme al Malatesta si trovassero altri membri delle principali stirpi Riminesi? Epperò quel Parnasum va senza dubbio inteso per scuola di umanità e non già per Accademia nel senso che l'intendono gli scrittori su riferiti. Quanto poi all'Accademia di Forli, come osserva giustamente Tiraboschi, severamente e esistita, lo scrittore degl’Annales Forolivienses che nota il Parnasum aperto d’Allegretti in Rimini, ha a tanto maggior ragione notata un'Accademia. fondata in Forli, le cui vicende appunto egli si propone di narrare; ed invece nulla. Come alsolito, gli scrittori di cose forlivesi, che, interpretando Parnasum per Accademia credevano che A. fonda appunto un'Accademia in Rimini, sapendo che A. e anche a Forli, gliene fa fondare sen z'altro una anche in Forli, ascrivendovi come al solito quanti in quel tempo vi erano di filosofi insigni per ingegno e per cultura. E con questa mania, si andò tanto oltre, che si raggrupparono insieme perfino gli architetti del duomo di Milano per farne un'Accademia; la quale e cominciata mentre Visconti anda pensando di gettar le fondamenta del Duomo. Vi si sarebbe atteso a quella maniera di fabricare,che i moderni chiamano alemana. Avrebbe àvuto sede nella corte ducale compiacendosi in estremo quello stesso duca del fabricare e dell'udirne talvolta discorrere i maggiori architetti di que'tempi, che sono Giovannuolo e Michelino, da'quali sono ammaestrati i compagni di Bramante. Non occorre certamente fermarci piú a lungo per dimostrare l'assurdità di queste affermazioni. Basti il dire che questa volta a base di esse non sta il più piccolo dato di fatto. Cfr.ANGELO BATTAGLINO, Della corte filosofica di Malatesta Signore di Rimini in Basinii Parmensis poetae Opera prae stantiora. Rimini, e Lettera di Salutati a Malatesta in Epistolario di Salutati a cura di NOVATI, Roma. Velim igitur, simichicredideris, eum (Giovanni da Ravenna) decernas inter tuos recipere et in locum magistri tui, viri quidem eruditissimi, quondam A. et in eius provisionem acceptes et loces. Cfr. BORSIERI Il supplimento della Nobiltà ili Milano. Milano, e ZANON, Catalogo etc.iSi dia in proposito la più semplice scorsa alla prima parte di il duomo di Milano di Boito, Milano. Jacopo Allegretti. Giacomo Allegretti. Allegretti. Keywords: colloquenza, dialettica, villa, villa Allegretti a Rimini, Bucolicon, Andrea Speranzi, i filergiti, “De propositionibus”, scuola di Firenze, dialettica a Firenze, accademie italiane dall’A alla Z, Andrea Speranzi, il primo accademico italiano a Firenze. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Allegretti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Allievo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di San Germano Vercellese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (San Germano Vercellese). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. San Germano Vercellese, Vercelle, Piemonte. Grice: “I love Allievo; of course he reminds me of all those scholars back in the day that I relied on for my philosophising on ‘intending’ – since isn’t this an act of the ‘soul’ – I mean Stout, and the rest – I once was a Stoutian, and then for better or worse, I became a Prichardian!” --  Grice: “Now Oxford never knew what to do with people like Stout – surely ‘the Wilde’ readership was a possibility, but Lit. Hum. and the Sub-Faculty of Philosophy always considered ‘mind’ – (as in the journal, ‘a journal of psychology and philosophy’) secondary to metaphysics! We thought The Aristotelian Society had more prestige than the Mind Association, and we still do!” – Grice: “So Allievo, like myself, was fascinated by Stout and Spencer and Bain and – in the continent, closer to Allievo, and always having more prestige than the barbiarian islanders! – Grice: “Add to that the charm of his italinanness versus the Germanic coldness of a Wundt – his name is unpronounceable to Allievo – and you get to the heart of his philosphising on ‘psicofisiologia’ – where the ‘io’ meets the ‘tu’ – and his focus, having studied the philosophical tradition in Rome – to ‘educatio fisica’ – which obviously needs to be psicofisica!” -- Wundtan d Flechner!”. Frequenta la facoltà di filosofia di 'Torino e segue l'insegnamento di Rayneri, filosofo di matrice rosminiana. Laureatosi, insegna a Novara e Domodossola -- dove conosce SERBATI (si veda), Ivrea e Ceva. Collabora alla Rivista contemporanea di Chiala. Arriva alla cattedra a Torino. Spiritualista, e propugnatore del cosiddetto sintesismo degl’esseri, principio secondo il quale nessuna parte di un ente può sussistere divisa dal tutto dell'ente stesso, e nessun essere può sussistere né operare diviso dagl’enti che costituiscono l'universo. Socio dell'Accademia delle scienze di Torino. Critico dell'hegelismo, A. sostene doversi rifare alla tradizione filosofica spiritualista per combattere sia la dottrina hegeliana che quella positivista si sta in diffondendo. Si dedica a ricerche di antropologia. E autore anche di un saggio di vaste proporzioni dedicata a Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia, dalla scuola ionica a Bruno (Torino).  Altre saggi:  “Saggi filosofici”; “Studi antropologici”; “L’uomo e il cosmo”; Si espone e si disamina l'opinione di Brothier. Si espone e si giudica la teoria di Hirn. Segue l'esposizione critica della teoria di Hirn. Büchner. Si pone la questione e si accenna il come risolverla. Si accenna la differenza tra l'uomo ed il bruto. Concetto definitivo dell'antropologia. Valore ed importanza dell'antropologia. Del metodo in antropologia. Divisione dell'antropologia. Concetto della persona umana. Analisi della persona umana. La virtù intellettiva. Della coscienza personale. La coscienza di sè e la conoscenza esteriore. Individualità soggettiva della conoscenza esteriore. Universalità oggettiva della conoscenza esteriore -- Il potere animatore ed affettivo -- Del corpo umano in sè e nelle sue attinenze col potere animatore -- L'organismo esanime ed il potere animatore -- Unità sintetica della persona umana TEORICA DELLA VITA UMANA -- La vita latente anteriore alla nascita -- L'infanzia -- Le prime origini dei problemi psico-fisiologici. L'attività volontaria -- La suprema libertà dello spirito -- Varie forme della personalità umana derivanti dall'attività volontaria -- Attinenze tra la facoltà conoscitiva e l'attività volontaria -- Corrispondenza dell'organismo col potere affettivo -- Trapasso dalla teorica dell'essenza umana alla teorica della vita umana -- Il corso della vita umana -- Della conoscenza esteriore -- Mente e corpo distinti ed uniti nella persona umana -- La gioventù -- La virilità -- I poteri della vita  -- Teorica della sensitività -- L'atteggiamento esteriore dell'organismo ed il potere animatore -- Concetto comprensivo della persona e dell'essenza umana La vita maschile -- La vecchiaia -- Delle potenze in riguardo all'oggetto -- Delle potenze in rapporto col soggetto umano -- Delle potenze umane in particolare -- Specie del potere affettivo -- Del potere animatore -- Distinzione essenziale tra la mente e l'organismo corporeo -- Unione personale della mente coll'organismo corporeo -- Del potere affettivo -- Carattere universale ed ufficio del sentimento -- Concetto e forme della vita umana -- La vita propria e la vita comune -- Divisione del corso temporaneo della vita ne'suoi periodi fondamentali -- Durata della vita umana -- Dei periodi della vita umana in particolare -- Considerazioni generali in torno i periodi della vita -- La vita oltremondana -- Delle potenze umane in generale -- Delle potenze considerate nel loro sviluppo -- La vita fisica e la vita mentale -- Del senso fisico e delle sensazioni -- Del senso spirituale e de' sentimenti -- Del sentimentalismo -- Dell'istinto -- Della percezione sensitiva -- Della fantasia sensitiva -- Teorica dell'intelligenza -- Della speculazione e della memoria. Dell'intelligenza in riguardo al soggetto conoscente -- Dell'intelligenza in riguardo all'oggetto pensabile -- L'esperienza e -- L'intelligenza umana e LA PAROLA --  Dell'immaginazione. Concetto generale dell'immaginazione. Specie dell'immaginazione. Efficacia dell'immaginazione. Delle potenze estetiche. Teorica della volontà. Potere della volontà. L'operare della volontà. La libertà del volere. TEORICA DEL CARATTERE UMANO E DEL TEMPERAMENTO -- Ragione e genesi del carattere -- Concetto generale del carattere id. Dell'intuizione. Dell'attenzione intermedia tra l'intuizione e la riflessione -- Della riflessione -- Dell'istinto in ordine all'oggetto -- Trapasso dalla teorica della sensitività alla teorica dell'intelligenza -- Concetto generale dell'intelligenza -- Dell'intelligenza in riguardo al soggetto pensante -- La libertà del volere e la scuola positivistica -- Critica del determinismo positivistico -- La libera volontà e l'ambiente Art.7. Sintesismo dei poteri della vita -- Del senso -- Dell'istinto rispetto allo scopo la ragione. Dell'intelligenza in riguardo all'oggetto conosciuto -- Del carattere in ispecie -- Del carattere riguardato nella sua fonte -- Del carattere rispetto alle potenze ed alle forme dell'attività umana -- Del carattere morale -- Il carattere umano nella specie, nelle stirpi, nelle nazioni -- Del temperamento -- De'temperamentiinparticolare -- De'temperamenti in rapporto fra di loro “Studi pedagogici”; “Attinenze tra l'antropologia e la pedagogia”; Il linguaggio e la scrittura -- Dell'attenzione -- Dell'immaginazione sensitiva -- Dell'arguzia -- Della riflessione -- La memoria ed il ricordo -- Educazione del senso del bello -- La Levana di Giovanni Paolo Richter – Cenni biografici dell'autore --- Concetto generale -- Importanza ed efficacia dell'educazione -- La Levana o Scienza dell'educazione -- Appendice: Dell'educazione fisica infantile -- Dell'educazione della donna. “Esame dell'hegelianesimo”; “Il ritorno al principio della personalità”.  Corvino, Dizionario biografico degli Italiani alla voce corrispondente  in F. Corvino, Op. cit. ibidem   A., su accademia delle scienze. A., su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giuseppe A., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Giuseppe A., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Giuseppe A.,  Filosofia Filosofo  Filosofi San Germano Vercellese Torino Membri dell'Accademia delle Scienze di Torino. L'intelligenza umana e la PAROLA (dal greco, parabola) sono due termini,che mostrano l'uno verso l'altro armonica corrispondenza e vicendevolmente si spiegano e s'illustrano, come lo spirito ed il corpo nell'uomo. Il conoscere ed il sapere umano ritrae dalla ‘parola’, che lo riveste, una peculiare impronta, che lo distingue dal conoscere proprio degli spiriti puri, e la lingua rivela la tempra mentale. L'intelligenza infantile si schinde dal suo germe in grazia della ‘parola’, con essa va via via sviluppandosi e progredendo, con essa ha comuni le vicende e le fasi. Infatti, la ‘parola’ torna necessaria all'effettivo pensare, all'effettivo conoscere. Finchè il pensiero non si concreta nella ‘parola’, ed in essa per così dire non s'incorpora, nès'incarna, è inconsistente, sfuggevole, vago, non per anco formato, ma solo rudimentale ed appena sbozzato. Le percezioni, che si hanno degli oggetti esterni mercè isensi, sono confuse, indistinte, e si dileguano col dileguarsi degli oggetti percepiti. Ben si possono in certo qual modo fissare colle immagini, le quali rimangono anche nell'assenza degli oggetti materiali. Ma le immagini sono pur sempre *individuali*, come gli oggetti, cui si riferiscono, e per di più sfuggevoli e vane.Veri pensieri e vere cognizioni propriamente dette non si hanno se non mercè la ‘parola’. E e questa torna tanto più necessaria, quanto più la idea da SIGNI-ficare (o segnare) e generale ed astratta, ed ecco ragione per cui I BRUTI NON ‘PARLANO’ (Monkeys can talk) siccome quelli, che sono destituiti della facoltà di generaleggiare e di astratteggiare. Che se ponga si mente non più alla percezione esteriore, ma alla ragione ed alle funzioni diverse della riflessione, la necessità della ‘parola’ si chiarisce ancora più evidente a segno che senza di essa tornerebbe impossibile la formazione di qualsi voglia specie dell'umano sapere. Se adunque la ‘parola’ è vincolo necessario, che lega la mente col mondo delle idee e mezzo es -- Vedi la nota g in fine del volume. Due altre ragioni si aggiungono a confermare vie meglio la necessità di siffatto studio, l'una sociale, pedagogica l'altra. La ‘parola’ non solo è mezzo alla formazione dei pensieri e delle idee, ma altre sì organo il più acconcio A MANIFERSTAR la proposizione ALTRUI, epperò vincolo necessario, che congiunge l'uomo co'suoi simili in comunanza di vita, condizione potissima della società umana. Gli spiriti umani, perchè ravvolti nell'involucro dell'organismo corporeo, non possono rivelarsi l'uno all'altro, nè intendersi, nè mutuamente rispondersi senza qualche MEZZO SENSIBILE riposto in qualche atto o movimento del corpo: quale è appunto la ‘parola’, la cui potenza ed efficacia sugli animi altrui è meravigliosa. Ancora, essa non solo è una necessità sociale, ma altre sì pedagogica, perchè è vincolo essenziale, che unisce in armonia di intendimenti e di voleri l'educatore coll'alunno, il maestro col discepolo, tanto chè senza di essa ogni educazione ed istruzione vera ed efficace rimane un vano e sterile desiderio. La ‘parola’ e l'immaginazione, quando vengono raffrontate l'una coll'altra, appariscono convenire insieme in ciò, che entrambe importano una dualità di elementi, sensibile ed intelligibile [[psico-fisico]] insieme accoppiati, e sono potenze individualizzatricie rappresentative dell'idea sotto forma sensibile. Ond'è che tal fiata l'immagine ridesta la ‘parola’, tal altra la ‘parola’ ri sveglia l'immagine, ed amendue rinvengono un punto di comune contatto nel linguaggio metaforico, figurato, immaginoso. Ciò nulla meno evvi tra queste due potenze siffatto divario, che l'immagine essenzialmente si di spaia dal semplice SEGNO, ed oltre di ciò la ‘parola’ è un sensibile tolto dall'organismo umano, l'immagine per contro è un sensibile attinto dalla natura esterna. Riguardata nella sua nativa essenza la ‘parola’ può venire definita un sensibile umano SEGNANTE (o significante) un intelligibile. Umano, dico, perchè riposto in qualche atto o movimento del nostro corporeo organismo, quale il gesto, la voce pronunciata ed udita. Rintracciando la ragione spiegativa dell'essenza della ‘parola’ noi la rinveniamo nell'essenza stessa dell'uomo. Infatti i due costitutivi della ‘parola’, quali sono IL SEGNO [o SEGNANTE]  sensibile e l'e lemento intelligibile [IL SEGNATO], ritrovano la ragione ed il fondamento loro nei due supremi costitutivi dell'essere umano, quali sono l'organismo corporeo [il segnante] e la mente [il segnato]; e come all'essenza dell'uomo torna tanto necessario lo spirito, quanto il corpo, così è tanto necessario alla ‘parola’ il SEGNO quanto l' idea significata [IL SEGNATO]. Onde si vede ragione, percui ai bruti, destituiti di mente, fallisce la ‘parola’. Inoltre a costituire la ‘parola’ non basta la dualità degli accennati elementi, ma occorre, che siano contemperati ad unità, essendochè il sensibile debbe essere SEGNO [segnante] di un intelligibile.  -- esenziale alla formazione de' pensieri ed all'acquisto delle conoscenze effettive, appare manifesto, che l'intelligenza umana, ad essere compiutamente compresa, va altresì studiata nelle sue attinenze colla ‘parola’. Ora quest'unità importa un primato dell'intelligibile sul sensibile, ed ha la sua ragione nel dominio della mente sull'organismo corporeo, ciò è dire nell'armonia stessa dei due supremi costitutivi dell'uomo. In fatti la mente nostra padroneggiando l'organismo, con cui è naturalmente congiunta, essa è che eleva i gesti, la voce, l'udito, il moto delle membra alla virtù di significare [O SEGNARE] una idea o un sentimento dell'animo, vincolando questi con quelli. Di qui la bella sentenza di Cicerone intorno l'origine della ‘parola’. Vox principium a mente ducens (De natura Deorum). Nella parola adunque il segno O SEGNANTE sensibile e l'idea, o IL SEGNATO, sono due termini inseparabili tanto, quanto sono nell'uomo indisgiungibili lo spirito ed  il corpo. Da siffatto interiore e naturale compenetramento fluiscono alcuni corollarii, che reputo opportuno di accennare. Il pensiero progredisce di pari passo col linguaggio. La lingua corre le medesime sorti e segue le stesse fasi che il pensiero,tanto chè la ragion spiegativa delle origini, dei progressi, delle trasformazionie del corrompersi di un idioma va rintracciata nello studio delle vicende, a cui soggiace il pensiero di un popolo, che lo parla. Dichesi pare quanto vadano errati non pochi cultori della filologia, i quali la segregano onninamente d allo studio del pensiero umano, di cui il linguaggio è l'ESPRESSIONE esteriore, togliendole di tal modo il carattere di scienza, non solo, ma trasmutandola in un tessuto di errori. Lo stampo e l'indole peculiare di un idioma arguisce uno stampo o tempra singolare di mente in chi lo adopera. Epperò come gli è vero, che la lingua genericamente presa è nota specifica, che distingue l'umano pensare e conoscere da quello di altri esseri intelligenti, così è pur vero, che i differenti idiomi in particolare sono note altresì distintive, che differenziano le une dalle altre le menti umane individue e nazionali. Tuttavia in mezzo a questa tra grande varietà di lingue etnografiche apparisce un fondo comune, su cui tutte sono intessute, e, direi, uno spirito universale, che tutte le informa e le solleva ad una unità superiore, essendochè la mente umana, se si manifesta molteplice e varia nelle molteplici nazioni e nei varii individui, risguardata nella suas pecifica essenza è una ed identica, perchè, governata dalle medesime leggi logiche e rivolta all'universalità del vero. E quest’unità radicale delle lingue riverberata dall'unità specifica della mente umana arguisce logicamente l'unità originaria e specifica del genere umano, come la loro moltiplicità arguisce la varietà delle razze,in cui esso è distribuito sulla faccia della terra. Consegue ancora dal principio stabilito, che il tradizionalismo, il quale pronuncia, che l'uomo riceve dalla società insieme colla ‘parola’ anche le idee e la virtù dello intendimento, apparisce erroneo, siccome quello, che disconosce il primato dell'idea sul segno vocale, e l'ingenita virtù della mente di elevare la voce a dignità dinunzia del pensiero. Se l'uomo impara dalla società il linguaggio, ciò è dovuto alla virtù, che possiede la sua intelligenza, di intenderne il significato o SEGNATO. Infine discende quest'altro corollario, che non manca della sua importanza pedagogica. Vera istruzione non è, quando il discepolo riceva passive la parola del maestro, come se questa dia bell'e fatta all'alunno l'idea, la quale invece vuol essere un portato del suo lavoro mentale, e quindi si deve cooperare alla forma zione della ‘parola’. Poichè altro è ricevere la ‘parola e meccanicamente ripeterla, altro è FARLA NOI. IMPLICATURA. La’ parola’ ‘altrui ha sempre alcunchè di vago, di incerto e di oscuro per CHI LA RICEVE, mentre presenta un SENSO FERMO  e più o men definito per chi se la forma, come si avvera nella formazione di un neologismo come ‘implicatura’. Il linguaggio umano trae le sue prime origini da quell'impulso spontaneo della NATURA, che spinge l'infante a significare O SEGNARE mercè di una GRIDA INARTICOLATA il suo BISOGNO, il suo desiderio, la sua sensazione, e già abbiamo chiarito altrove, come a poco a poco egli ne abbia svolto il suo linguaggio ARTICOLATO. Ma la grida primitiva, onde si svolse il linguaggio articolato e convenzionale, non costituiscono tutto quanto il linguaggio naturale, spontaneo o di azione, il quale abbraccia altresì IL GESTO, il movimento, la fisionomia ed altri segni ed atteggiamenti esteriori della persona. Ora GESTO può anch'esso svolgersi e perfezionarsi, o come complemento del linguaggio o accompagnando e compiendo il linguaggio articolato, o da sè solo sotto forma di linguaggio mimico, quale lo scenico dei drammatici e lo educativo dei sordo-muti. Il linguaggio articolato primeggia sul naturale, perchè il suono articolato o l'organo vocale, accompagnato dall’organo auditivo,è più pie ghevole, più facile, più svariato e perfettibile,più acconcio ad esprimere le idee in tutte le loro articolazioni. Esso può essere o parlato, o scritto. La ‘parola’ parlata riesce più viva della scritta, più ESPRESSIVA, più animata, ma alla sua volta questa è stabile e permanente, quella sfugge vole e mobile. Il linguaggio articolato riveste forme diverse corrispondenti alle forme progressive dell'intelligenza nelle varie età degli individui. Quindi si distingue un linguaggio proprio dell'intuizione e del sentimento, un altro della riflessione e della coscienza, un altro della scienza e dell'arte. Il linguaggio dei popoli e degli individui fanciulli è povero, sintetico, metaforico e figurato. Quello dei popoli e degli individui adulti è più o meno concettoso, la grammatica ne è fissa, la prosa misurata. Quello dei popoli colti e dei pensatori è dotto, analitico e sintetico ad un tempo. Imparare a parlare è qualche cosa di più elevato che non imparare le lingue particolari; e noi impariamo a parlare apprendendo LA LINGUA MATERNA. Questa lingua, che abbiamo imparato da piccini, quando la nostra intelligenza cominciava a schiudersi, costituisce per noi il linguaggio per eccellenza. Ogni altra nuova lingua, che sia pprenda, si capisce soltanto mediante il suo paragone o rapporto colla lingua materna, ed a questa con maggior ragione convengono tutte le lodi, che noi attribuiamo alla lingua dei Romani come mezzo di coltura. Il bambino è sempre tanto desideroso di udirvi, che spesso vi interroga anche su cose conosciute, unicamente per aver occasione di ascoltarvi. Or bene tutto il mondo esteriore vien fatto comparire e brillare davanti alla fantasia del bambino mediante il nome, con cui vien designato ciascun oggetto. Tutto ciò, che è corporeo, venga analizzato sotto gli occhi del fanciullo durante i suoi due primi lustri, ma non gli si faccia analizzare affatto tutto ciò, che è solo spirituale. La lingua materna siccome e la più innocente delle filosofie pel fanciullo, siccome il più valido esercizio di riflessione. Parlategli molto e con precisione, ed anche da lui esigete la precisione.Una PROPOSIZIONE oscura, ma che diventa chiara se ripetuta una volta, provoca l'attenzione e rinforza l'intelligenza. Non temete mai di non essere intesi, e nemmeno se si tratta di intere proposizioni. La vostra faccia, il vostro accento, e il vivo bisogno che sente il fanciullo di comprendere, rendono chiara la cosa per metà. E questa prima metà farà col tempo capire anche l'altra. Pensate che I fanciulli. [SVILUPPO DELLA TENDENZA ALLA COLTURA DELLO SPIRITO] come facciamo noi per la lingua greca o per qualunque altra lingua straniera, imparano prima a CAPIRE la nostra lingua, che a ‘parlar’-la. Al bambino parlate sempre come se avesse qualche anno di più. L'educatore, il quale a torto attribuisce al suo insegnamento troppa parte di ciò, che impara l'alunno, ricordi che il bambino porta già pronto in se medesimo ed imparato tutto il suo mondo spirituale (cio è le idee morali e metafisiche), e che la lingua con tutte le sue immagini sensibili non serve che a rischiarare questo mondo interiore. Qui trova suo luogo la questione dello studio della lingua dei romani come mezzo di coltura mentale. Lo studio della lingua de romani e come una ginnastica dello spirito, che ne riceve una scossa ed eccitazione salutare.Esso studio, non tanto in virtù del mero vocabolario, quanto in forza della grammatica, che è la logica della lingua, costringe lo spirito a ripiegarsi sopra di sè, a riflettere sulla ‘parola’, considerandole come un riverbero della propria attività intuitiva. Dal linguaggio si passa a dire dello scrivere, ed anche su questo punto non sono meno assennati ed acuti I suoi accorgimenti. In sua sentenza, lo scrivere, ancora più che il ‘parlare’, separa e concentra le idee, perchè il suono meccanico della ‘parola’ parlata insegna a scosse e passa rapido, mentre i caratteri della scrittura ‘parlano’ in modo continuato e distinto. Lo scrivere facilita la produzione delle idee assai più che il suono rapido della ‘parola’, essendo esse una veduta interiore più che un'audizione esteriore. Sotto altri riguardi la ‘parola’ parlata assai sovrasta alla parola scritta, essendochè quella è ‘parola’viva, che esce animata dall'interiore organismo e discende potente nell'anima di chi la ascolta, mentre questa è parola morta, che esce dalla penna inanimata e non è che una debole eco della prima. Esercitate di buon’ora, e gli prosegue, il fanciullo a scriver e I pensieri suoi proprii piuttostochè ivostri. Risparmiategli i temi comunissimi, quali sarebbero le lodi della diligenza, del maestro di scuola,dei governanti ecc.Niente più nuoce a qual siasi componimento, quanto la mancanza di un oggetto proprio e di inspirazione. Una lettera, provocata unicamente dalla volontà del maestro, e non da un bisogno del cuore, diventa una  morta apparenza di pensiero,un inutile consumo di materia mentale. Se fate scrivere lettere, siano rivolte ad una persona determinata e sopra un determinato oggetto. Lo scrivere una pagina eccita e sveglia l'intelligenza assai più che il leggere un libro intiero. Vi è tanto poca gente,che sappia scrivere con un po'di garbo, quanto son pochi coloro, che sanno dire quattro periodi continuati  [2. Dell'attenzione. È avviso dell'autore,che l'attenzione,riguardata non in generale,ma specialeerivolta ad un particolare oggetto,non va raccomandata,nè suscitata o promossa con mezzi esteriori, quali sarebbero il premio od il castigo, poichè in tal caso il fanciullo più che all'oggetto proposto all'osservazione, terrebbe l'animo attento al premio, che lo attrae, od al castigo minacciato. Pongasi mente, che esso non è atto a sostenere un'atten zione prolungata e non mai interrotta;perciò non pretendete, che anche trattandosi d'un argomento, che possa interessarlo, vi presti la sua attenzione in qualunque ora e luogo e per tutto il tempo prescritto dai nostri regolamenti scolastici. La novità è pure una potente attrattiva per l'attenzione, m a per ciò stesso non va sciupata ripetendo troppo spesso le medesime cose sicchè diventino monotone e stucchevoli.] Chi dovrà un giorno fare giustizia e scrivere veramente la storia del pensiero filosofico italiano nell’ultimo secolo, non potrà non dare una gran parte allo spiritualismo: del quale certo uno dei più illustri e combattivi rappresentanti è stato ed è»1. Le parole di Calò attestano una realtà difficilmente discutibile per chi si approcci anche alle vicende della pedagogia italiana nel mezzo secolo successivo all’Unità. A. compì gli studi al seminario arcivescovile di Vercelli. Vinta una borsa al collegio Carlo Alberto di Torino, si iscrive nella Facoltà di filosofia della Regia Università. Si distinse per la preparazione e l’applicazione negli studi. In un saggio pubblicato sulla «Rassegna Nazionale», Cottini riporta una lettera scritta da Aporti che comunica ad A. la vincita di un premio che ammontava a trecento lire per i suoi meriti filosofici, segno premunitore di una carriera accademica di primo piano. Laureato, e chiamato alla direzione di una scuola di metodo presso Novara. Iniziò così una serie di seminarii che lo portarono in diversi centri piemontesi. Trasferito a Domodossola, poi ad Ivrea, quindi nel collegio di Ceva e successivamente a Casale Monferrato. E destinato all’insegnamento di filosofia al Regio Liceo di Porta Nuova a Milano. Calò, A. Filosofo, in Vita e mente di A., Torino, Scuola Salesiana; Gerini, Filosofi italiani, Torino, Paravia; Braido, A., Dizionario Enciclopedico, Torino, S.A.I.E.; Biagini, A. Enciclopedia; Brescia, La Scuola; Cottini, A. «Rassegna Nazionale», ogica e metafisica, all’Academia Scientifica – Letteraria. Ebbe modo di stringere rapporti con alcune delle personalità di spicco della cultura milanese: Pestalozza, Poli, Cantù, Dandolo. Continua a tenere i rapporti con l’università torinese, dove supera l’aggregazione nella Facoltà di lettere e filosofia, con giudizi molto positivi di Mamiani ROVERE (si veda) e di Rayneri. Sonno anni di intenso studio. Torna a Torino nominato insegnante di filosofia al Regio Liceo Cavour e incaricato del corso all’Università, dopo la morte di Rayneri. Continua ad insegnare nella scuola sino a quando e nominato titolare della cattedra. Divenne ordinario ed insegn ininterrottamente all’Università di Torino. La sua produzione e copiosa. I suoi saggi più importanti sono: Saggi filosofici, Della filosofia in Italia, L’antropologia e l’hegelismo, L’Hegelismo e la scienza, la vita, L’educazione e la nazionalità, L’educazione e la Scienza, Del positivismo; Delle idee dei Greci, Studi, Riforma 4 Cottini riporta un ricordo di Parato, risalente al giorno A. passa il concorso per l’aggregazione a Torino. Parato, anch’esso decoro e vanto della scuola italiana, dice nella sua Vita, che avendo nel giorno stesso della pubblica prova incontrato Rayneri, allora professore nel Torinese Ateneo, gli venne dal medesimo annunciato con trasporto di gioia che il Collegio Universitario ha allora allora accolto nel suo seno una sicura speranza della filosofia italiana. Cottini, A. Nel suo articoli, Cottini trascrive una lettera di A. indirizzata a Raineri, rinvenuta dallo studioso Roca tra le carte che Raineri affide agl’archivi dei padri rosminiani. Si tratta di pagine molto significative, scritte poco dopo la morte del figlio Giulio, deceduto all’età di soli dieci anni: «Professore carissimo, Vi sonon grato e riconoscente della vostra lettera consolatoria. La profonda e grave ferita, che mi sta aperta nell’animo, è insanabile, ma pure ringrazio di cuore gl’uomini del loro pietoso ufficio. L’immagine del mio povero Giulio mi accompagna dovunque, eppure so che vivo non lo rivedrò mai più sulla terra. La mia mente è con lui nel sepolcro, dove assisto col pensiero alla dissoluzione delle sue povere membra, che si confondono colla polvere della terra e in ogni passo che faccio, mi pare ci sentirmi dire: Padre, perché mi calpesti? Ah, se io avessi la sventura di essere materialista, vedendo che il mio Giulio è tutto finito in un pugno di polvere, non saprei resistere all’idea di rinunciare anch’io alla vita in modo violento. La fede, solo la fede cristiana, mi fa forte nella lotta tremenda, e rassegnato ai duri, eppur sempre adorabili voleri di Dio. La natura mi ha strappato dal seno il mio diletto per convertirmi il corpo in poca polvere; la fede miaddita il suo spirito sempre vivo in cielo e mi assicura che quella poca polvere si rifarà corpo vivo per mantenerla. Non ho voluto che la salma di mio figlio giacesse qui a Milano, dove non si pensa più ai poveri morti: l’ho fatto in quel campestre cimitero, accanto ai sepolcri, dove riposano lacrimate le ossa de’ miei genitori. E vorrei anch’io abbandonare per sempre Milano, ma non posso nulla per me. I molti miei amici vivamente mi solleticano di chiedere la cattedra di pedagogia vacante nell’Università di Torino, e ci andrei volentieri, ma io mi tengo forte nel mio proposito di non chiedere più nulla al Potere. Ieri mi è giunto notizia che è morto un mio fratello ammogliato, lasciando dietro di sé tre creature. E quasi tutto ciò non bastasse, ho il mio ultimo bimbo di quatto anni ammalato da 25 giorni di febbre miliare, in grave pericolo di vita ed ormai disperato dai medici. Sono infelice, ma l’infelicità non è così, quando si è con Dio, il quale ci addolora quaggiù per bearci in cielo. Ricambiate i mieri saluti a quall’anima di Iacopo Bernardi: ditegli che gli sono proprio riconoscente della parte che prese al mio dolore, e voi vogliatemi sempre bene»] dell’educazione mediante la riforma dello Stato, Esame dell’hegelismo, La filosofia antica, Opuscoli, Rousseau filosofo; Breve compendio di filosofia elementare ad uso de’ licei; Elementi di filosofia ad uso delle Scuole normali del Regno e il Compendio di Etica ad uso dei Licei, con più edizioni e ampiamente adottati nelle scuole italiane. A. collabora attivamente alla pubblicistica pedagogica e filosofica del tempo. Con Passaglia e il principale animatore del Gerdil, organo dei giobertiani e spiritualisti torinesi, che ha però breve durata non riuscendo a superare l’anno. Vi scriveno, tra gli altri, Bertini e Bertinaria. Diresse “Il campo dei filosofi,” un periodico fondato a Napoli da Milone, poi trasferito a Torino. Si tratta di un’esperienza pubblicistica che ha una certa rilevanza nel dibattito filosofico italiano, come ha già sottolineato Garin. Vi collaborarono autori come Giovanni, Toscano, Morgott, Peyretti, Rayneri, Tagliaferri, Bonatelli, Marsella, Tiberghien, e Bosia, Cfr. Chiosso, La stampa filosofica scolastica in Italia, Brescia, La Scuola. Dopo aver citato alcuni brani della rivista, Garin osserva. Il “Campo dei filosofi”, la rivista vissuta a Napoli e poi passata a Torino sotto la direzione d’A., si propone di combattere soprattutto l’idealismo dell’Hegel e il positivismo del Comte – come scrive A. nel programma, continuando del resto l’attività iniziata a Napoli dal barnabita Milone. Oltre i saggi di critica all’hegelismo, altri ve ne comparvero, d’A., di Giovanni, di Donati, di Selvaggi, e di Tagliaferri. E l’attività della rivista in questo settore merita di essere studiata tanto più che non è privo d’interesse il legame subito stabilito fra hegelismo e positivismo, quasi gemelli nemici. Dopo aver ricordato la facilità con cui diversi idealisti si convertirono al positivismo negli anni seguente all’Unità, Garin spiega questo fenomeno riprendendo e valorizzando l’analisi d’A. che vede in queste due teorie apparentemente distanti, un comune denominatore. Quell’onesto filosofo che e A., professore a Torino, che alimenta una vivace e seria discussione intorno all’hegelismo sul “Campo dei Filosofi Italiani”, che mette insieme un onesto libretto su L’hegelismo, la scienza e la vita, pubblicando a Torino, un Esame dell’hegelianismo, che vuole essere un bilancio, crede di poter individuare una convergenza profonda fra positivismo e hegelismo. L’Hegelianismo – scrive – e il positivismo, che a tutta prima hanno sembianza di due dottrine diametralmente opposte e riluttanti, in realtà sono fra loro congiunti da un punto di contatto intimo e profondo. Assoluta IMMANENZA, realtà come processo e sviluppo, celebrazione della scienza. Ecco alcuni dei punti su cui insiste A., pur avverso a entrambe le concezioni. Ma comunque si valuti la sua disamina, e al di là dei casi degl’hegeliani passati al positivismo, una cosa certa A. coglie esattamente: l’esistenza di una ‘riforma’ in atto della dialettica del senso dell’evoluzionismo, con tutto quello che una veduta del genere implica, in metafisica, in politica, in diritto, e in morale, per usare le sue parole. Proprio dentro questo processo, già avviato nell’ambito dell’eredità feurbachiana, si muove fra tensioni e polemiche Labriola: contro l’evoluzionismo spenceriano al posto del moto dialettico della storia, contro il socialismo neo-kantiano-positivistico al posto del marxismo, per una rinnovata filosofia della prassi, ma anche – lo dichiara a Engels per una sostituzione del metodo genetico a quello dialettico, il che non e solo questione di parole. Garin, Filosofia in Italia, Bari, De Donato. Polla, Leonardi, Naville, Passaglia e altri. In seguito pubblica una serie di articoli sulla Rivista filosofica. Quando e ormai divenuto uno tra i principali protagonisti del dibattito nazionale, A. assunse la direzione de «Il Baretti», un foglio dedicato a questioni scolastiche. Qui vi apparvero per lo più una serie di saggi utili a lumeggiare le sue posizioni in merito alla libertà e, più in generale, alla politica ministeriale. A. rappresenta una delle personalità di primo piano del spiritualismo italiano. I suoi saggi divennero un punto di riferimento per la riflessione, trovando una considerevole circolazione pedagogica, per riprendere una categoria riproposta da Prellezo. La Bertoni Jovine ne parla come il maggiore esponente dello spiritualismo, sino a considerarlo, esagerando, come la guida della corrente. A. insegna in un Ateneo come quello torinese che oltre ad avere con quello napoletano il primato, rappresenta uno dei poli principali del dibattito italiano, sia in campo accademico, che in quello pubblicistico e scolastico. Cfr. Chiosso, La stampa scolastica in Italia; Chiosso, I giornali scolastici torinesi dopo l’Unità; Stampa nell’Italia liberale. Giornali e riviste. In un saggio dedicato a Rayneri, a cui ne segue uno analogo su A., Prellezo invita ad approfondire la capacità di influenza dei spiritualisti più impegnati teoreticamente con la realtà filosofica. Egli parla della necessità di promuovere ricerche puntuali allo scopo di definire limiti e portata dell’incidenza delle dottrine non solo nell’ambito delle riforme dell’insegnamento pubblico, ma anche, ad esempio, in quello dell’azione dei fondatori e primi membri delle istituzioni dedicate all’insegnamento. Prellezo, Pensiero e politica scolastica. Il caso di Rayneri, in «Annali di Storia delle Istituzioni scolastiche», Brescia, La Scuola, Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia della scuola italiana, Roma, Editori riuniti, Il neo spiritualismo d’A. se riuscì a creare una corrente alla quale aderirono studiosi come Conti e Alfani e tutto il gruppo della Rassegna Nazionale non ha la capacità intrinseca di operare un capovolgimento della filosofia e neanche quella di combattere efficacemente il positivismo che, benché debole dal punto di vista speculativo, e portatore di vivissime esigenze socali, sostenute dai partiti democratici» D. Bertoni Jovine, La scuola italiana, Roma, Editori Riuniti; Serafini, Cultura italiana, Roma, Bulzoni. Riguardo alla circolarità d’A. nello spiritualismo, merita di essere accennata la collaborazione con i salesiani. Il docente vercellese poté conoscere presumibilmente l’esperienza educativa della congregazione già negli anni dell’Università, prima come studente della città di Torino, e poi quando divenne professore. Diversi collaboratori di Don Bosco frequentarono infatti l’ateneo subalpino. In seguito, uno dei suoi figli studiò al collegio salesiano di Mirabello. Il docente vercellese si avvicinò sempre più alla congregazione: collaborò nel collegio salesiano di Valsalice, partecipò alle numerose manifestazioni scolastiche e culturali dei salesiani in città15, fece spesso visita in qualità di «esperto» alle scuole del santo piemontese. Alcuni studiosi salesiani hanno parlato di una vera e propria amicizia tra Don Bosco e il pedagogista vercellese16. Un episodio risulta significativo nella ricostruzione di questo rapporto. Quando l’oratorio di Valdocco rischiò di essere chiuso per dei provvedimenti voluti dal Ministro Correnti, A. si offrì per cercare di salvare l’istituto. Aiutò don Bosco nella compilazione dell’istanza da inviare al Ministero e si impegnò per inoltrare un ricorso al Consiglio di Stato. Negli anni seguenti mantenne stretti i rapporti con gli altri salesiani più giovani, soprattutto con don Durando, direttore generale degli studi delle scuole salesiani. Il pensiero dello studioso vercellese ispirò anche alcune opere dei primi pedagogisti salesiani17. Prellezo documenta l’influenza della pedagogia di A. sulla Storia della pedagogia di Cerruti e sugli Appunti di pedagogia di Barberis18. Una certa influenza è anche rilevabile nelle Lezioni di pedagogia di don Vincenzo Cimatti. Sul tema si rinvia al documentato e approfondito studio di: J. M. Prellezo, A.negli scritti pedagogici salesiani, «Orientamenti pedagogici», Proverbio ricorda la presenza dell’A. alla seconda rappresentazione del Phasmatonices di Rosini. «Le insistenza per la replica furono tali che il sipario si riaprì l’otto giugno: vi accorsero molti torinesi, tra cui il professor G. A., docente di pedagogia alla Università di Torino, il quale “andava per la sala del teatro a trarre innanzi persone ragguardevoli”, mentre negli intervalli venivano eseguite le romanze verdiane di G. Cagliero» G. Proverbio, La scuola di don Bosco e l’insegnamento del latino, in F. Traniello (ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare, Torino, Sei, Trat tando del santo piemontese, Braido ha osservato: «reali furono le relazioni, perfino di cordialità e di amicizia, con alcuni teorici della pedagogia contemporanei, come A. Rosmini, Rayneri, G. A.» P. Braido, L’esperienza pedagogica preventiva, Don Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di Pedagogia cristiana nella storia, Si veda anche: J. M. Prellezo, A.negli scritti pedagogici salesiani, Su tale legame Pietro Braido ha rilevato: «Giannantonio Rayneri e A.esercitarono un palese influsso diretto su due note figure di studiosi salesiani di pedagogia, rispettivamente Cerruti e Barberis; gli inediti Appunti di Pedagogia sacra di quest’ultimo rivelano un’evidente dipendenza. A., benefattore e sostenitore di Don Bosco, si batté strenuamente per la sopravvivenza delle scuole di Valdocco, mettendo a disposizione, in difesa della libertà educativa, la sua energica contrarietà al centralismo burocratico del Ministero della P.I.» in P. Braido, L’esperienza pedagogica preventiva nel secolo XIX, Don Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di Pedagogia cristiana nella storia, 313. 18 J. M. Prellezo, A.negli scritti pedagogici salesiani, 406-412. 19 413.  26  verità, anche altri manuali pedagogici del tempo si ispirarono alla riflessione dell’A.20. Se l’opera del vercellese fu accolta subito con favore dal circuito cattolico liberale e da quello salesiano, il gruppo intransigente non sembrò accorgersi del suo contributo. Solo all’inizio del Novecento, quando la dialettica interna nel mondo cattolico assunse toni meno aspri, anche «La Civiltà cattolica» lo menzionò per le sue posizioni a favore della libertà d’insegnamento21. Sebbene l’opera di A. mantenne una dimensione prevalentemente nazionale, egli attirò l’attenzione di alcuni studiosi stranieri come Naville, Daguet, Blum. Dopo una lunga esistenza spesa interamente alle riflessione educativa si spense a Torino. Influenze rosminiane e dimensione europea Alla costruzione del sistema pedagogico e filosofico dell’A., contribuirono molteplici scuole e sollecitazioni. Gran parte degli studi dedicati al pedagogista vercellese hanno rilevato un’«evidente traccia della riflessione rosminiana»22, come già aveva sottolineato nelle sue ricerche Gentile23. Per cogliere le ragioni di tale influenza, occorre in primo luogo considerare il peso del rosminianesimo nella cultura pedagogica e filosofica piemontese della prima metà dell’Ottocento. L’Ateneo torinese rappresentò con i seminari lombardi uno dei maggiori centri di influenza e propagazione della filosofia del roveretano24. Si tratta di un afflato radicato, che si conservò ancora a lungo nella cultura subalpina25. A. trascorse, pertanto, gli anni della sua formazione universitaria in un contesto permeato dal pensiero rosminiano. Diversi dei suoi professori erano discepoli rigorosi del roveretano. Grazie ad un suo docente, A. poté avere un primo contatto con Rosmini: Pier Antonio Corte inviò al pensatore roveretano un breve scritto dello studente vercellese per averne un parere. Poco tempo dopo, Rosmini rispose all’invito del professore e 20 Tra gli altri, Arcomano, sottolinea come il saggio di Costanzo Malacarne, Sunti di pedagogia, un classico della manualitstica pedagogica del tempo, appaia fortemente influenzato dalla pedagogia di A.. Cfr. A. Arcomano, Pedagogia, istruzione ed educazione in Italia, Chiosso, Editoria e stampa scolastica tra otto e novecento, in L. Pazzaglia (ed.), Cattolici, educazione e trasformazioni socio – culturali in Italia tra Otto e Novecento, Chiosso, Novecento pedagogico, Brescia, La Scuola, Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, Messina, Principato, Gambaro, Antonio Rosmini nella cultura del suo tempo, «Il Saggiatore», Traniello, Cattolicesimo conciliarista, Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, Stresa, Edizioni rosminiane] apprezzò il lavoro pur sottolineando i limiti dello scritto di A., allora solo ventiduenne26. Pochi anni dopo, il pedagogista vercellese ebbe anche l’occasione di conoscere personalmente il Rosmini, poichè allora dirigeva un corso di Metodica a Domodossola, frequentato da alcuni allievi dell’Istituto di Carità. Del roveretano ebbe una impressione eccezionale. Ricordando quella circostanza, ne parlò come di una persona dotata di una «modestia pari alla sua grandezza», ma anche di una profonda serenità, probabilmente legata, in quel periodo, al recente Dimmitantur per le sue opere. Il legame con il rosminianesimo fu corroborato da Giovanni Antonio Rayneri, da cui A. ereditò la cattedra all’Università di Torino. Professore e sacerdote, il Rayneri rappresentò un protagonista nel fermento educativo e pedagogico piemontese tra gli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento. Il suo sistema pedagogico si innestava sull’impianto filosofico del roveretano, di cui offrì un’organica riproposizione in chiave educativa. L’elaborazione di Rayneri fu di vitale importanza per la circolazione della pedagogia rosminiana. La lezione del suo predecessore rimase un costante punto di riferimento per l’A.. Lo studioso vercellese curò a pubblicazione postuma del saggio Della pedagogica, una summa in cinque volumi del pensiero del Rayneri, «supplendo il libro e mezzo, che mancava, con pochi appunti rinvenuti fra le carte dell’autore»29. Si tratta di un’opera considerata da A. come una delle maggiori confutazioni agli errori della pedagogia moderna30. In una delle sue prime opere più importanti,: L’Hegelismo e la scienza, la vita si trova una dedica molto significativa al suo maestro31. 26 In una lettera datata 17 febbraio 1852, il Rosmini scrisse al Corte: «La ringrazio d’avermi comunicato lo scritto del signor Giuseppe A.. L’ho letto con piacere e confermo pienamente il giudizio favorevole da lei portato e mi congratulo colla R. Università se fa di tali allievi, mi congratulo con Lei e coll’autore del detto scritto, che mi par l’ugna del leone. Quello che può mancare alla proprietà del linguaggio verrà in appresso, essendo cosa che solo s’impara cogli anni... Queste sottili osservazioni però non impediscono che il lavoro favoritomi sia degnissimo di lode» Citata in G. B. Gerini, La mente di A., Torino, Tipografia S. Giuseppe degli artigianelli, A., Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, Milano, Cogliati, Chiosso, Rosmini e i rosminiani nel dibattito pedagogico e scolastico in Piemonte in Antonio Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, 102. 29 G. Cottini, A., 71. 30 Nella commemorazione già citata scrive: «La Pedagogica mi apparisce una spiccata antitesi dell’Emilio di Gian Giacomo Rousseau; in quella tutto è semplice, connesso, lucido, ordinato e preciso: in questo tutto è sconnesso, incoerente, saltuario; il nostro Pedagogista ha la coscienza del suo pensiero, misura i suoi conoscimenti, non trascorre mai gli estremi; il ginevrino scatta fuori con grandi paradossi che colpiscono, con pensieri sublimi, grandi originali, dove la verità è in lotta continua con l’errore; Un’altra idea della vita, un giusto sentimento della natura umana, un vivo ed operoso concetto del dovere, sono questi i principi filosofici, che informano la Pedagogica del RAYNERI, principi diamentralmente opposti a quelli dell’umanismo contemporaneo, che fa dell’uomo Dio a se stesso» G. A., Commemorazione del primo Centenario della nascita di Rayneri, letta in Carmagnola, Asti, Tipografia Popolare Astigiana, La dedica recita: «Alla cara e venerata memoria di Rayneri, Che primo fra gl'italiani tentò elevare all'unità sistematica della scienza la. Pedagogica da lui per un ventennio professata all'Università di Torino questo tenue lavoro con riverenza di discepolo piamente consacro». Il vercellese fu invitato a tenere un discorso in occasione del centenario dalla nascita di Rayneri32. Ormai prossimo alla pensione, ripercorrendo quasi cinquant’anni di insegnamento universitario, ricordò con queste parole il maestro: «Gran parte della mia vita pedagogica sta collegata col nome di lui, essendochè negli anni miei giovanili, sedendo sui banchi dell’Università io ascoltava la sua magistrale parola, e che egli ha illustrato per poco più di un ventennio quella cattedra, che io tengo da quasi mezzo secolo»33. Durante gli anni del suo magistero, A. rimase sempre in contatto con gli ambienti rosminiani, collaborando anche ad alcune riviste ad esso legato34. Diversi concetti e posizioni del sistema del vercellese sono chiaramente mutuati dall’alveo rosminiano. Un primo elemento è l’idea della personalità, che A. pone al centro della sua pedagogia35. In questo campo, accolse gran parte dell’impianto psicologico e antropologico del roveretano, riproponendo la tripartizione delle facoltà: senso, volontà e intelletto, largamente utilizzate e approfondite dal professore piemontese. Al Rosmini lo legano anche ragioni e argomenti di critica alla filosofia moderna. Al pari del roveretano, ma anche di altri autori spiritualisti, A. riunì Kant e i pensatori idealisti sotto la stessa etichetta di «scettici». Un altro elemento riguarda l’unità di filosofia e pedagogia, di cui A. si fece araldo di fronte agli eccessi di metodologismo cui erano tentati anche alcuni studiosi cattolici36. All’idea di unità, è collegato un altro concetto rosminiano accolto da A., vale a dire quello del «sintetismo»37, strettamente connesso a quello di «armonia», considerato nodale per comprendere la sua idea di educazione38. Non senza motivo, Berardi riassunse la teoria della personalità dell’A. come una «traduzione del sintetismo di origine A., Commemorazione del primo Centenario della nascita di Giovanni Antonio Rayneri, letta in Carmagnola.Tra le altre, offrì la sua collaborazione alla rivista La Sapienza, Rivista di filosofia e di Lettere, diretta da Papa. Cfr. Antonio Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, 65. 35 Giovanni Calò sostenne come, in fondo, «Quella del Rosmini è una pedagogia della personalità» G. Calò, Pedagogia del Risorgimento, Sansoni, Firenze, Commentando un breve intervento dello studioso vercellese sulla pedagogia del Rosmini, Cavallera ho osservato come «l’A. individua nel concetto di unità la forza del pensiero pedagogico rosminiano uscendo dai consueti schemi della illustrazione della metodica, ma non va oltre tale precisazione» Cavallera, Rosmini nella Pedagogia dell’Ottocento, Come conferma Mazzantini: «Rimasero sempre per lui fari di orientamento, nella sua vita di studioso, le dottrine ontologiche (già in gioventù manifestateglisi evidenti) della gradualità e del sintetismo degli esseri» Mazzantini, I capisaldi del sistema filosofico pedagogico di G. A., «Rivista Pedagogica» In merito la Quarello, che ha dato alle stampe uno dei lavori più precisi ed elaborati sull’A., ha osservato: «Nella dottrina pedagogica dell’A. la legge fondamentale è dunque l’armonia, legge che necessariamente deriva da quella suprema filosofica: “Il sintetismo universale”» V. Quarello, G. A., studio critico, Lanciano, Carabba] rosminiana»39. Sebbene il vercellese, ad esempio nei Saggi filosofici, sul tema si rifaccia alle opere del Krug, le tracce del discorso rosminiano sono evidenti. Se tali elementi mostrano un chiaro ancoraggio all’opera rosminiana, da una lettura più attenta delle opere di A. emerge tuutavia anche una serie di differenze con il roveretano che non permettono di ascrivere in toto l’opera del professore piemontese tra quello del circuito rosminiano vero e proprio, rispetto al quale, al contrario, manifestò l’esplicita intenzione di differenziarsi. Si tratta di una posizione che, secondo uno dei più importanti pedagogisti di scuola rosminiana, poteva tuttavia essere letto in modo positivo40. Già Francesco Paoli, curatore di alcune delle più importanti opere postume del Rosmini e suo ultimo segretario, nel saggio Della scuola di Antonio Rosmini, recentemente ripubblicato, nel disegnare la geografia del rosminianesimo in Italia sottolineava la dissonanza tra l’A. e il roveretano41. Questa precisazione di Paoli, peraltro in un libro con toni marcatamente apologetici, denota come tra i seguaci «osservanti» del roveretano, l’A. non fosse considerato un rosminiano «ortodosso», nonostante la riconosciuta prossimità. La distanza tra i due pensatori è documentata dal fatto che nelle opere del vercellese i richiami e le influenze dell’opera rosminiana si diradano. La maggior parte dei espliciti riferimenti al roveretano, infatti, si riscontrano nei primi lavori dell’A., in specie nei Saggi filosofici, con chiari rinvii all’ontologia, alla metafisica e alla logica. Ma già in un’opera dell’anno seguente, Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866, il legame con il sistema del roveretano appare più distaccato. In particolare, si coglie un certo ridimensionamento dell’apporto del Rosmini. Delineando l’itinerario della pedagogia italiana del primo Ottocento, sebbene non manchino apprezzamenti positivi, A. sottolinea come il vero innovatore della pedagogia italiana fu il Rayneri. Si tratta, senza dubbio, di un’interpretazione impensabile per qualsiasi studioso rosminiano42. 39 R. Berardi, La libertà d’insegnamento in Piemonte 1848-1859 e un saggio storico di A., «Quaderni di cultura e storia sociale», febbraio 1953, p. 62. 40 Cottini rileva come: «Circa la discordia fra l’A. e il sommo Roveretano, osservò giustamente il mio quondam condiscepolo Prof. Giuseppe Morando, che il dissenso aperto e leale dell’A. porge maggiore rilievo alla riverenza sconfinata che questi gli professò, ed all’omaggio, ch’egli gli rese in ogni occasione» G. Cottini, Giuseppe A., 67. 41 Scrive il pedagogista di Pergine: «Di presente l’onore della Filosofia e della Pedagogia è sostenuto nell’Università di Torino dal Prof. Giuseppe A., che se non professa del tutto la filosofia del Rosmini, l’accetta in gran parte e la onora colla esemplarità della vita e colle molte gravi sue pubblicazioni pedagogiche» F. Paoli, Della scuola di Antonio Rosmini (a cura di Ottonello), 38. 42 Scrive: «Del Rosmini, per quel che spetta alla pedagogia rigorosamente intesa, non si aveva che il Saggio sull’unità dell’educazione, opuscoletto di poche pagine. I lavori del Tommaseo sono studi serii, monografie peregrine, pensieri, desiderii, come egli stesso li intitola, sono preziosi elementi scientifici, ma un organico sistema di scienza non fanno; egli stesso si tiene in guardia dalla mania de’ sistemi anche in  30  In alcune opere degli anni ’70, quando il sistema dell’A. si consolidò, il vercellese si discostò esplicitamente da elementi non secondari della filosofia rosminiana. Nell’opera in cui sistematizza con più rigore le sue teorie ontologiche, vale a dire Il problema della metafisica, si affranca dal roveretano in merito alla dottrina dell’essere. Mentre Rosmini crede che l’oggetto primo della metafisica sia l’essere categorico, astratto e comunissimo, egli lo identifica nella realtà infinita e finita considerate nel loro insieme e nelle «vicendevoli loro attinenze». Nello stesso saggio, riconoscendo nel fatto di pensare il primo noto della metafisica, si preoccupa di sottolineare l’assenza di tale idea in Rosmini44. Sempre in campo gnoseologico, A. contesta inoltre la teoria secondo cui dall’intuito si arrivi alla visione dell’essere ideale universalissimo. Stando al pedagogista vercellese, l’intuito percepisce la realtà confusa ed indeterminata, opponendosi così ad uno degli elementi caratterizzanti la gnoseologia del roveretano, oltre che oggetto di aspre contese con la filosofia neoscolastica. Pare ancora più netta la posizione esposta negli Studi psicofisiologici in merito alla psicologia e al rapporto tra anima e corpo: «In che ripone il Rosmini l’essenza dell’anima umana? È assai malagevole impresa il cogliere su questo punto della psicologia capitalissimo il suo pensiero; tanto parmi intricato, inconsistente, incerto!». E poi motiva: «Il concetto psicologico del Rosmini oscilla incerto tra questi tre pronunciati: 1° l’anima umana è sentimento dell’Io e niente di più: il sentire animale sta all’infuori di essa, ossia non è contenuto nella sua essenza; 2° l’anima possiede di fatto, siccome suoi essenziali costitutivi, il principio sensitivo animale ed il principio intellettivo; 3° il principio sensitivo è virtualmente contenuto nelle intellettivo». Contrario a tali posizioni considerate equivoche, proporrà un duo dinamismo coordinato su cui avremo modo di trattare in seguito. La valenza delle critiche mosse al pensatore roveretano dall’A., è confermata dalle dure repliche di alcuni dei più «fedeli» epigoni di Rosmini. A questo proposito, sono molto significativi due scritti di Pietro De Nardi, rosminiano ortodosso, che stampò due severi pamphlet contro l’A.. pedagogia, e crede che addestrando in maniera variata il pensiero si serva, meglio che con severe teoriche, all’unità dell’idea. Il Rayneri seppe far tesoro de’ profondi e svariati lavori parziali de’ pedagogisti, che lo precedettero, coll’intendimento di ricondurli all’unità della scienza» A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, Torino, Tipografia Subalpina di Stefano Marino, 1901, pp. 148-149. 43 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, Torino, Stamperia reale, 1877, pp. 35, 46. 44 47. 45 G. A., L’uomo e il cosmo, Torino, Tipografia Subalpina, 1891, p. 298. 46 G. A., Studi psicofisiologici, Torino, Tip. del Collegio degli artigianelli, 1911, p. 60; 47 Ibid., 62;  31  Nel 1883, pubblicò La teorica rosminiana dello sviluppo graduato della ragione umana difesa da P. De Nardi contro la traccia di contradditoria che ad essa ha dato G. A.. In questo saggio lo studioso rosminiano considerava «gravissima nella sostanza»48 la critica mossa da A. riguardo lo sviluppo della mente nell’opera del roveretano, esposta ne Il positivismo in sé e nell’ordine pedagogico. L’anno seguente De Nardi pubblicò Due sillogismi di A.contro la percezione intellettiva come viene percepita da A. Rosmini49, nel quale contestava al pedagogista vercellese prima il merito di un appunto sulla filosofia del roveretano riguardanti i rapporti tra l’anima sensitiva e intellettiva, e poi criticò un presunto pensiero del vercellese secondo il quale «oggetti» di natura diversa non possano comunicare fra loro. Una prima risposta alle accuse del De Nardi appare ne L’uomo e il cosmo (1891), dove A. confuta i pamphlet e una recensione apparsa su Il Rosmini del marzo 1887, sostenendo che fossero state travisate le sue parole. Dopo aver mostrato l’infondatezza delle critiche fattegli, muove una critica molto significativa a certi epigoni del Rosmini i quali «s’immaginano, che il sistema rosminiano sia tutto quanto verità esso solo, sicché chiunque osa muovergli qualche appunto, bisogna dire che cammina nella via dell’errore»50. Per lumeggiare più chiaramente il rapporto tra A. e Rosmini, è inoltre indispensabile citare i due testi in cui l’A. trattò specificatamente dell’opera del roveretano: il brevissimo saggio, Il concetto pedagogico di A. Rosmini51 e il più sostanzioso articolo dal titolo Antonio Rosmini uscito prima nella rivista universitaria «Studium», e poi pubblicato nel 191252. Il primo lavoro, seppure breve, appare tuttavia molto significativo. Tale saggio fa parte del già citato Per Antonio Rosmini, un’opera che raccolse in due volumi gli interventi al congresso commemorativo per il centenario dalla nascita del filosofo, organizzato dall’Accademia degli Agiati di Rovereto nel Maggio del 1897. 48 P. De Nardi, La teorica rosminiana dello Sviluppo Generale della Ragione umana difesa da Pietro De Nardi contro la taccia di contradditoria che ad essa ha dato Giuseppe A., professore all’Università di Torino, Intra, Bertolotti, 1883, p. 3. 49 P. De Nardi, Due sillogismi di Giuseppe A., Professore all’Università di Torino, contro la percezione intellettiva come viene concepita da Antonio Rosmini esaminati da Pietro De Nardi, Professore di Filosofia nel Collegio Internazionale Italiano di Torino, con appendice del medesimo in risposta a T. Mamiani, Modena, Vincenzi, 1884. 50 G. A., L’uomo e il cosmo, 417-418. 51 G. A., Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, A. Antonio Rosmini, Pavia, Tipografia Fratelli Fusi, 1912. 32  Nel suo intervento A. riconobbe in prima istanza le virtù filosofiche di Rosmini53, attestando l’importanza di lavori come il Saggio sull’unità dell’educazione e Del supremo principio della metodica per lo studio della filosofia e della pedagogia. Tra i principali meriti, individuò l’aver difeso l’idea che l’educazione è vera, efficace e perfetta solo quando è «schiettamente cristiana». Un concetto che, secondo A., intuirono in tanti ma «niuno meglio del Rosmini seppe farla risplendere di quella lucentezza ideale, che scaturisce dalla ragione speculativa»54. Nella stessa sede, tuttavia, A. volle sottolineare le differenze tra il suo sistema e quello di Rosmini55. Questa precisazione in un consesso con chiari intenti apologetici a pochi anni dal Post obitum, conferma con limpidità la volontà di A. di smarcarsi dalla discendenza rosminiana. Il secondo saggio citato, Antonio Rosmini, è molto più consistente e permette di approfondire le idee di A. circa il roveretano. Introducendo il lavoro, fa notare la grande risonanza che ebbe il pensiero di Rosmini, e cita tra i suoi discepoli Tommaseo, Cantù, Sciolla, Berti, Cavour, Bonghi, Pestalozza, Corte, Rayneri. Conduce poi un’analisi particolareggiata dell’opera filosofica e pedagogica del Rosmini, muovendo una serie di critiche e «correzioni» al pensiero del roveretano. Riguardo l’articolazione delle scienze nel sistema del roveretano, parla di un’ambiguità del Rosmini circa il legame tra la psicologia e l’antropologia56. In seguito contesta la seguente definizione di uomo tratta dall’Antropologia di Rosmini: «l’uomo è un soggetto animale, dotato dell’intuizione dell’essere ideale indeterminato e operante secondo l’animalità e l’intelligenza». A. trova in questo enunciato un eccessivo risalto per la parte «naturale» dell’uomo. Nel definire la persona, A. preferisce mettere l’accento sulla natura spirituale dell’uomo, poiché in esso l’animalità «è subordinata alla spiritualità, che la informa e la governa»57. Tale critica è poi smussata tenendo conto del modo in cui Rosmini affronta e suddivide la scienza antropologica. Riprende inoltre la critica al concetto dell’intuizione primaria dell’uomo dell’essere ideale indeterminato: «Questo - dice A. - è un pronunciato fondamentale del sistema di Rosmini, ma è impugnato da molti, e non è una verità dimostrata con tanto rigore, che debba essere accettata da tutti»58. Sempre in campo gnoseologico corregge l’espressione rosminiana di «sentimento corporeo» che secondo 53 «È virtù propria del genio speculativo risalire ai supremi principi dell’essere e del sapere, e nella loro unità comprensiva raccogliere tutto un intero ordine di idee organate da questo sistema» G. A., Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini. Ed io, sebbene da lui discorde in alcuni punti delle sue dottrine filosofiche, mando questo mio lavoruccio in attestato della mia scienza sincera e profonda ammirazione verso tant’Uomo» Ibid, vol. II, p. 523. 56 G. A., Antonio Rosmini, 8. 57 Ibid., 9-10. 58 10.  33  A. dovrebbe essere «senso corporeo», e poi aggiunge: «Come pure io non so capire come mai il senso intellettivo, la cui esistenza è innegabile, possa essere compreso come parte nel tutto, nella sensitività animale, come fece l’autore»59. Anche in campo pedagogico, fa degli appunti alquanto critici. Trattando dell’unità dell’educazione sostenuta dal Rosmini, lamenta l’assenza di un adeguato approfondimento del concetto di varietà60. Un'altra definizione contestata riguarda il rapporto tra le affezioni casuali e l’ordine interiore. A. riporta senza rinvii al testo originale: «si conduca l’uomo ad assimilare il suo spirito all’ordine delle cose fuori di lui, e non si vogliano conformare le cose fuori di lui alle casuali affezioni dello spirito suo». E poi ne prende le distanze, «correggendo» le posizioni del Rosmini»61. Sullo stesso argomento, commentando poco dopo la parte del Saggio sull’unità dell’educazione relativa all’«Unità degli oggetti» sostiene che è «alquanto sconnessa». A. fa notare come il Rosmini abbia dedicato molto spazio all’analisi dell’apprendimento e dell’educazione durante l’infanzia, soffermandosi sullo sviluppo delle facoltà del bambino. Il pensatore vercellese, tuttavia, fa notare come un corretto sistema pedagogico debba tener conto dell’intervento educativo, e del fatto che spesso si insegnino cose che il bambino non sa ancora, e che quindi lo studio delle naturali facoltà del bambino non sia sufficiente ma debba essere integrato dai metodi educativi esterni62. Anche se riconosce al Rosmini il contributo sulla libertà d’insegnamento, a dispetto per esempio di un Gioberti giudicato eccessivamente statalista, l’A. contesta al Rosmini l’affermazione secondo cui la scuola dovrebbe «guardarsi dallo spirito individuale siccome 59 12. 60 «L’autore ripone nell’unità la legge suprema dell’educazione; nel che io non convengo pienamente con lui. L’unità vera, effettiva, feconda non può andare disgiunta dalla varietà, né questa può andare scissa da quella. Unità senza varietà è arida, sterile, priva di moto e di vita; varietà senza unità è sparpagliata, dissipata, che si sciupa nel vuoto. L’uno nel vario, il vario nell’uno, ossia l’armonia è la legge suprema della vita in ogni ordine di cose. Epperò all’umana educazione l’unità e la varietà tornano essenziali amendue ad un modo. Certamente l’autore non esclude, né perde di vista la varietà, giacché riconosce la molteplicità delle dottrine, che si insegnano, e delle potenze, che vanno educate; ma occorreva che avesse in modo esplicito riconosciuta e formulata la varietà accanto all’unità, siccome egualmente necessaria» G. A., Rosmini,  «Però in riguardo alla dottrina del Rosmini, a me par giusto l’osservare, che se per una parte sonvi nel nostro spirito affezioni casuali, le quali vanno acconciate e conformate all’ordine oggettivo delle cose fuori di noi, per l’altro anche nell’ordine esteriore vi hanno accidentalità e turbamenti casuali e fortuiti, a cui lo spirito nostro non che adattarsi, deve seguire una reazione, conservando intatta la sua indipendenza. Anche nel nostro spirito esiste un ordine oggettivo posto dalla nostra natura, sicché la formula del Rosmini sembra bisognevole di essere corretta e parmi più conforme a verità l’affermazione che il supremo principio pedagogico dimora nel mantenere in perfetta armonia l’ordine oggettivo dello spirito dell’alunno coll’ordine oggettivo delle cose fuori di lui. S’intende da sé, che quest’armonia importa il riconoscimento di un principio superiore divino, ed inoltre supremo, in cui l’ordine oggettivo esteriore e l’ordine oggettivo interiore hanno il loro centro di unità e la loro cagione efficiente»  «Il Rosmini, intento, alla legge suprema direttiva dell’umano pensiero descrive per filo e per segno i momenti successivi, per cui progredisce e per cui va condotta la mente infantile, il Pestalozzi in iscuola tracciava sulla lavagna a’ suoi fanciulli una proposizione, che di presente essi non comprendevano, ma avrebbero compreso col tempo» 29.  34  da suo capitale difetto», e osserva: «Questa opinione dell’autore parmi bisognevole di essere ritoccata. Sta bene che l’educazione pubblica non debba tener conto delle singole famiglie e de’ singoli individui, ma se non vuole incorrere nel dispotismo e trasmodare, occorre che essa rispetti mai sempre lo spirito informatore della famiglia e la personalità individuale di ciascun uomo, essendochè lo stato è fatto per le famiglie e per le persone singolari, non questo per quello»63. Oltre alle critiche, emergono anche una serie di considerazioni positive. A. considera di vitale importanza il contributo di Rosmini nell’aver mostrato la conciliabilità tra lo spiritualismo e la realtà naturale dell’uomo64, di aver riportato la pedagogia ad un metodo realista65, il richiamo all’armonia come principio educativo, valorizza il tentativo di salvare l’unità della persona, l’idea di sviluppo armonico delle facoltà umane ed elogia il merito di aver unito didattica ed l’educazione. Vivo apprezzamento egli esprime circa il legame tra pensiero e nazionalità. A. scrive che «è meritevole di nota il rapporto, che il Rosmini istituisce fra il metodo filosofico e la diversa tempra degli ingegni proprii delle singole nazioni». Lontano da tentazioni sciovinistiche e da forme di autarchia culturale, il vercellese sostenne l’importanza di conservare le tradizioni della filosofia italiana. In questo senso cita la lezione III Del metodo filosofico in cui Rosmini scrive «Il vero metodo è indigeno all’Italia: il carattere dell’ingegno italiano consiste nella chiarezza» e ne sottolinea l’importanza66. Altri autori spiritualisti influenzarono A.. Tra questi esercitò un considerevole ascendente il Bertini67, almeno «quello» precedente alla conversione razionalista. Lo studio della sua opera, l’Idea d’una filosofia della vita, rappresentò un momento importante nello sviluppo del pensiero di A.. Il pensiero di Bertini lo convinse ad affermare il Primo teologico, vale a dire Dio inteso come potenza, sapienza, amore infinito, il Primo cosmologico e cioè che il creato è l’essere che partecipa della potenza, amore di Dio, e 63 21. 64 «Come la sua filosofia è essenzialmente spiritualistica, così il carattere, che informa la sua dottrina pedagogica, è lo spiritualismo, non però lo spiritualismo gretto ed esclusivo, che sacrifica la materia allo spirito, bensì lo spiritualismo largo e comprensivo, che riconosce come parte anch’essa essenziale dell’umano composto l’organismo corporeo, ma lo vuole subordinato all’impero dell’anima razionale» Trattando del contributo pedagogico e scolastico dell’impostazione rosmininana osserva: «Un secondo punto di capitalissima importanza per la scuola normale è questo: “prima regola del metodo filosofico (scrive l’autore) è che l’osservazione precede il ragionamento”. Questa norma riguarda propriamente il procedimento, che deve tenere il pensiero nella costruzione della scienza» Sull’influenza del Bertini sull’A., Virginia Quarello che pubblicò nel 1936 uno dei lavori più completi e attenti sulla filosofia dell’A. scrisse: «L’influenza del Bertini sull’A., specie nel campo religioso, è stata fortissima tanto che il pensiero dell’uno non solo si connette, ma perfettamente aderisce a quello dell’altro» V. Quarello, G. A., studio critico, 62.  35  quindi il Primo enciclopedico per cui «l’infinito s’intria nel finito»68. Secondo Vidari oltre che il Rosmini, proprio al Bertini, A. dovrebbe la fondazione del suo sistema filosofico69. Stretti rapporti ebbe anche con Augusto Conti. Nei Saggi filosofici (1866) riportò tre scritti sull’opera del samminiatese: uno riguardante la Storia della filosofia, una recensione di un libro scritto sul toscano da Pietro Dotti, e un lavoro sui legami tra il pensiero di Naville e quello di Conti, con particolare attenzione alle considerazioni espresse dal filosofo ginevrino nel testo La vie éternelle. A. condivide una serie di concetti del Conti, come la critica al principio moderno secondo cui la filosofia nasca dal dubbio e non dalla sorpresa dell’essere70, l’analisi dei criteri della filosofia e il legame con il senso comune, il concetto di errore e di distinzione. Nel commento alla Storia della filosofia si possono riconoscere diverse analogie tra le concezioni dei due pensatori. Del testo citato, A. sottolinea diversi elementi positivi: l’idea che la storia della filosofia debba essere un confronto tra le teorie filosofiche e la filosofia perenne, l’importanza attribuita alla biografia e al contesto culturale per cogliere la filosofia, e il criterio «cronologico» con cui il Conti conduce la narrazione della storia della filosofia guidati da cause di relazione e connessione. L’unico appunto mosso dall’A. al Conti riguarda la questione degli universali71. A. fu anche un buon conoscitore del panorama culturale europeo e dei maggiori pedagogisti e filosofi stranieri. Si tratta di un elemento non così comune tra gli autori della seconda metà dell’Ottocento. Nonostante diffidasse di una certa esterofilia, che contestava 68 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe A., «La Cultura filosofica», n. 5, Sett-Ott. 1910, p. 447. 69 «Movendo dalla formula giobertiana «l’ente crea l’esistente», che non lo soddisfaceva del tutto, e passando attraverso all’Idea di una filosofia della vita del Bertini, che ad A. era parsa un’opera provvidenziale per la filosofia italiana dopo i traviamenti a cui l’aveva esposta il Gioberti, Egli si arresta al concetto cristiano – cattolico della creazione, per cui da una parte è Dio infinito creatore libero, dall’altra gli enti finiti e reali che trovano in quella la loro causa prima» G. Vidari, Giuseppe A., Torino, Stamperia Reale Paravia, 1914, p. 6. 70 «Ripudiando il criticismo come propedeutica della filosofia, egli vuole che il conoscere sia fin dalle prime tenuto per vero, e come tale riconosciuto ed esaminato dappoi, e non già posto in problema. La natura umana, perché ragionevole, è nella verità, opperò il conoscere naturale è di per sè evidènte, non già problematico nè bisognevol di prova. In questa evidenza del vero o del conoscere ci ripone il supremo ed intrinseco criterio della filosofia, dal quale fluiscono poi e nel quale si appuntano come criterii secondarii ed estrinseci l'affetto della verità, il senso comune, la tradizione scientifica e la rivelazione» G. A., Saggi filosofici, Milano, Gareffi, Osserva il pedagogista: «Quanto è poi al concetto filosofico del nostro Autore, sebbene mi paja più comprensivo assai e più conforme a verità che non altri parecchi, durerei tuttavia non poca fatica ad accoglierlo come definitivo e perfetto. E veramente (per tacere qui di altri argomenti in contrario ) io non so fare buon viso a quella ontologia scolastiso-wolfiana non ancora abbandonata a' di nostri, che egli pone come parte integrale, anzi sublimissima della filosofia; giacché l'essere astrattissimo e onninamente indeterminato, in cui si vogliono concentrati i sommi universali di essa ontologia, ove si pigli da sè, disgiuntamente da Dio e dalle realtà finite, convertasi in un aereo ed inconsistente fantasma, che mal reggendosi di per sè è quindi impotente ad ammanire un saldo fondamento alla protologia, cardine di tutto il sapere» Ibid., soprattutto ai positivisti e agli hegeliani, accolse nel suo sistema diversi elementi di autori stranieri: «Dello spiritualismo tedesco accetta e il sintetismo trascendentale del Krug (l’io riflette sui “fatti della conoscenza” anzi nella coscienza, per l’originaria armonia di pensiero e realtà, ideale e reale si sintetizzano) e in concetto del Krause della personalità ed essenza divina (“l’essere Dio è il principio personale del mondo”) e il suo Panenteismo, conciliante in sintesi sia la ragione con l’esperienza, sia il processo analitico (dall’io e dal finito a Dio) con il processo sintetico (da Dio all’io ed al finito.)»72. Nel Krug apprezzò la capacità di conciliare il realismo con l’idealismo73. Dello studioso riprese nei Saggi filosofici (1866)74 il principio della sintesi a priori, nel tentativo di spiegare l’origine dell’unità tra oggetto e soggetto. Si tratta di un concetto facilmente accostabile all’idea primaria di Rosmini. A. raccolse così soprattutto le tesi di quanti cercarono di superare le antinomie dell’idealismo75. Un altro autore molto importante nella biografia intellettuale di A. fu Lotze76, il successore di Herbart all’Università di Gottinga. Del filosofo sassone cita i Principes généraux de psychologie physiologique77 che definisce un «lavoro magistrale»78. A. lo cita nell’elaborazione della sua psicofisiologia, nel tentativo di sostenere con il suo «duodinamismo coordinato» un approccio che coniugasse gli studi sperimentali con la struttura spirituale della persona. Importante anche il legame con Maine de Biran di cui accoglie le idee circa il legame tra la persona umana e la persona divina, A. oltre che il principio de «l’autocoscienza della personalità vivente»79. Spesso citato fu anche Heinrich Pestalozzi. Il pedagogista vercellese fu quasi «devoto» all’esempio e alla pedagogia dell’educatore svizzero. Non senza ragioni Calò lo definì un «pestalozziano». L’unica critica che gli mosse riguardò l’utilizzo del termine «organismo», al quale A. preferisce quello di persona. 72 V. Quarello, G. A., studio critico, cit., A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, Milano, Agnelli, 1868, p. 42. 74 G. A., Saggi filosofici, 30. 75 «E dirò che, con il Krause e con il Jacobi, proprio lo Stahl fu sempre presente all’A., nella sua opposizione decisa all’idealismo post-Kantiano» V. Quarello, G. A., studio critico, 83. 76 A riguardo, la Quarello ha osservato: «Più forte, certamente, fu l’influsso di Lotze specie nel campo psicologico, benché, a mio credere, si possa pure far risalire al Lotze il concetto di Dio come suprema realtà personale, che crea il mondo degli spiriti personali» 82. 77 H. Lotze Principes généraux de psychologie physiologique, nouvelle edition, traduite de l'allemand par A. Penjon, Paris, Bailliere, 1881. Si  tratta di una traduzione del primo capitolo del testo H. Lotze, Medizinische Psychologie oder Physiologie der Seele, Leipzig, Weidmann’sche bucchandlung, 1852. 78 G. A., Studi psicofisiologici, cit. 79 V. Quarello, G. A., studio critico, 29.  37  Altri autori hanno sottolineato il ruolo del vercellese nella ricezione dell’herbartismo in Italia80. Sempre Calò lo giudicò «più herbartiano di quello ch’egli stesso non creda»81, un giudizio che fu in seguito emendato82. L’opera dell’A. è anche segnata dall’opera del Naville, a cui lo accomuna la convinzione che alla base della pedagogia ci debba essere l’antropologia e non l’etica come per Herbart o la psicologia scientifica come per molti positivisti. Nella voce sull’A., presente nell’Enciclopedia Filosofica di Sansoni83 e riportata in quella Bompiani84, Pozzo accosta A. perfino a Plotino, riprendendo la valutazione del Gentile, sostenendo che il vercellese aveva una concezione teistica di «tipo plotiniano (l’ente uno infinito pone fuori di sé il molteplice e a sé lo richiama) da cui deriva il concetto di armonia dell’universo, come “coesistenza” (o “sintetismo”) di esseri che cooperano sotto l’imperio dell’inesauribile atto di Dio». In sintesi, ci sembra di poter ragionevolmente sostenere che nonostante i diversi apporti e «contaminazioni» con diversi autori, il professore piemontese abbia preferito smarcarsi da discendenze unidirezionali. Più che di Rosmini, di Pestalozzi, di Rayneri, egli si sentiva un rappresentante dello «spiritualismo italiano». Egli considerava questa corrente come la più genuina tradizione nazionale85, oltre che in linea con la più autentica pedagogia e 80 In merito alla crisi del positivismo iniziata già negli anni ’80 dell’Ottocento, Malatesta e la Bertoni Jovine commentarono: «Il Labriola prima, il Fornelli e l’A. poi e in ultimo il Credaro, avevano prodotto una svolta molto sensibile negli studi introducendo nella pedagogia i princìpi più validi dell’herbartismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia della scuola italiana, 43. 81 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di A., Prato, Tipografua Carlo Collini, Calò, Dottrine e Opere, Lanciano, Carabba, 1932, p. 262. 83 Enciclopedia Filosofica, Firenze, Sansoni, 1967, vol. I, pp. 192-193. 84 Enciclopedia Filosofica, Milano, Bompiani, Nel testo già citato Della pedagogia in Italia ripercorre la storia della pedagogia italiana e chiosa: «Le opere pedagogiche chiamate fin qui a rassegna rivelano un carattere comune, che tutte le segna di una medesima impronta: lo spiritualismo. È questo il carattere dominante e tradizionale di tutta la pedagogia italiana da Vittorino da Feltre al Rayneri. Essa riconosce nel perfezionamento dell’uomo la preccelenza del principio spirituale sull’organismo corporeo, l’immortalità personale dello spirito umano e la dipendenza di esso da Dio risguardato come spirito conscio di sé, distinto sostanzialmente dal mondo, causa creatrice e finale di quanto sussiste. Essa considera la nostra temporanea esistenza siccome tirocinio e preludio di una esistenza oltremondana, e conseguentemente vuol preparare il fanciullo alla sua duplice destinazione, vuol educare in lui l’uomo temporaneo che passa quaggiù soffrendo, e lo spirito immortale fatto per una seconda vita. Essa ripudia siccome offensiva della dignità della persona umana la dottrina che vuole il fanciullo esclusivamente allevato per la patria e pel reggimento politico dominante, facendolo così, di essere avente ragione di fine, un semplice mezzo agli arbitrii del Governo e della società. L’ideale dell’uomo perfetto che la natura ha preformato nell’infante, essa lo addita vivente in Cristo, assegnando per iscopo all’opera educativa la virtù cristiana, non la virtù naturale, né la civile, né lo sterile misticismo. Per lei non si da istruzione vera ed efficace senza l’educazione dell’animo; non vera educazione morale senza religiosità; non religiosità vera senza Cristianesimo cattolico, sicché l’educazione ha da abbracciare tutto l’uomo e con tale universalità ed armonia, che i sensi vengano subordinati alla ragione, il corpo allo spirito, la libertà a Dio, la vita temporanea alla oltremondana. Mercé questo carattere dello spiritualismo la pedagogia italiana contemporanea mantiensi fedele alle sue tradizioni secolari e si ricongiunge colla scuola spiritualistica platonica di Firenze, perché discepolo ed amico di Giovanni di Ravenna, il grande scuolaro del Petrarca» A. La pedagogia italiana antica e contemporanea, 158.  38  filosofia greca86. A. era convinto che fosse una tradizione che andasse difesa87, soprattutto dall’idealismo e dal positivismo, considerate teorie di «importazione» aliene allo spirito filosofico italiano. I. 2. Gnoseologia e metafisica I testi in cui A. affronta i problemi più specificatamente metafisici e gnoseologici sono i Saggi filosofici, Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola Jonica a Giordano Bruno e Studi antropologici: l’uomo e il cosmo. Non si può affermare che su tali questioni il contributo di A. abbia avuto una reale originalità. Lo studioso si è limitato piuttosto alla ricerca di alcune basi teoretiche che gli permettessero di fondare la sua pedagogia su una prospettiva «realistica», com’è stata definita la sua filosofia88. La carenza di approfondimenti è stata oggetto delle critiche di alcuni studiosi dell’A. come la Quarello89 e Mazzantini90. Sebbene il contributo di A. non abbia apportato novità rilevanti nel discorso gnoseologico e metafisico del tempo, espose comunque il suo pensiero in modo organico e coerente. Egli considera la Metafisica come il momento fondamentale della ricerca filosofica, caratterizzata dall’universalità e dalla trascendenza. La definisce come «scienza del Primitivo»91 o «Scienza de’ supremi principii del sapere e dell’essere»92. Contro gli orientamenti antimetafisici di marca positivista e scettica, considerava l’abrogazione del problema del senso e del «tutto» come un tradimento della filosofia. Essa trovava la sua ragion d’essere in quel mandato della persona umana, che strutturalmente e spontaneamente interroga l’Universo e ne pretende un significato. In questo senso la metafisica collocava la sua origine nel desiderio dell’uomo di «rendersi ragione di questo 86 G. A., Studi pedagogici, Torino, Tipografia Subalpina. Accusato di nazionalismo, A. si difese: «Noi siam lontanissimi dall'assumere il nazionalismo per sommo ed infallibil criterio del Vero; che anzi arditamente sosteniamo, che nel principio di nazionalità qual è universalmente ammesso v'è del troppo e del vano assai da tor via, e gli bisogna essere ricondotto entro a più ragionevoli e modesti confini. Noi invece propugniamo l'italiana filosofia non per ciò solo che è italiana, ma primamente e precipuamente perché fondata sulla verità del Teismo cristiano, siccome ripudiamo l'Idealismo di Hegel ed il Positivismo di A. Comte perché disformi entrambi dal Vero, e non già perché l'uno di tedesca, l'altro di francese origine» A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 14. 88 V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, «Educare», maggio - giugno 1952, p. 151. 89 V. Quarello, A., studio critico, 21. 90 C. Mazzantini, Due filosofi spiritualisti piemontesi della seconda metà del sec. XIX, «Archivio di Filosofia, organo del R. Istituto di Studi Filosofici», Roma. A., Saggi filosofici, 284. 92 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, 5.  39  gran tutto, che dicesi universo»93, un’esigenza che non può essere soppressa, pena la negazione dell’identità umana. Sulla scorta del rosminianesimo e di molta filosofia cristiana, A. rileva come la crisi della metafisica fu prima inaugurata dal soggettivismo di Cartesio e poi consacrata dal criticismo di Kant. La gnoseologia moderna era soggiogata, a suo giudizio, da un equivoco legato alla volontà di condurre in dubbio il valore veritativo e orientativo dei criteri dell’evidenza e del senso comune insiti nell’uomo. Si tratterebbe di un cortocircuito conoscitivo dai corollari disparati. Se, infatti, da un lato si svaluta la ragione riducendone il dominio (kantismo), dall’altra si arriva a «divinizzare» l’Io (idealismo), attribuendo alla razionalità umane quasi gli stessi attribuiti che i teologi avevano sino ad allora riservato al Creatore. Per superare l’impasse, A. sollecitò in coro con il resto degli spiritualisti una correzione radicale della prospettiva. La filosofia non poteva uscire dalla palude dello scetticismo, se non «attestando» e «accettando» dei criteri conoscitivi immanenti all’uomo. Questa soluzione era considerata l’unica possibilità per uscire dall’equivoco gnoseologico moderno. Le sue posizioni gli costarono la critica del Gentile, che nel saggio sulle origini della filosofia contemporanea, inserisce l’A. tra i «mistici», cioè tra quei filosofi che continuavano a «credere» nell’esistenza di una realtà «esterna» all’Io pensante. Non potendo «dimostrare» l’esistenza del mondo e spiegare il suo rapporto con lo spirito, secondo Gentile, i realisti accettano in modo fideistico il senso comune. Per questa ragione, ossrvò che quella di A. è «una filosofia fondata sul mistero dell’evidenza»94, una critica poi ripresa e approfondita dalla Quarello95. Il sintetismo, cioè un’interpretazione della relazione intima tra l’essere e il pensiero in un’ottica realista, era considerato da Gentile come una soluzione non fondata per motivare la relazione tra la mente e il «supporto» mondo esteriore96. Questa visione armonica dell’essere, è anzi letta da Gentile, nella sua tipica riduzione della storia della filosofia a preambolo di un compiuto Io spirituale, come delle tesi idealiste «mancate». 93 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Bruno, 2-3. 94 G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, 366. 95 V. Quarello, A., sudio critico, 20. 96 «Il sintetismo dell’A., dunque, non vale più dell’ordine del Conti. Anche per A. basta il sintetismo ad aprire tutte le porte e svelare tutti gli enimmi. Così il gran problema gnoseologico del rapporto del pensiero con l’essere, per A. è prima risoluto che formulato. Criticismo o scetticismo? Separazione dell’essere dal pensiero, o identità dell’uno con l’altro? Ma il sintetismo c’insegna che tutto è unito e distinto in natura, e ciascuna forza opera consociata con tutte le altre! Anche il soggetto e l’oggetto vorranno essere insieme connessi, ma non confusi: conciliati in un armonia, che non sia per altro la negazione delle loro differenze» G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, 366.  40  Il filosofo siciliano riconobbe in ogni caso in A. «una certa inquietudine circa la saldezza del suo principio filosofico»97, originata dal confronto con la logica hegeliana, che gli avrebbe «turbato i sonni» nel corso della sua opera. Di fronte alla tesi idealista, A. reputava l’accettazione dell’essere come l’atto più consono alla natura razionale dell’uomo98. Si tratta di un’attestazione «misteriosa», ma non per questo irrazionale99. Il primo dato della coscienza è la percezione di un mondo fuori di noi, tale dato si può o accettare o rifiutare, non si può dimostrare. Secondo A. la filosofia trova il suo fondamento nella constatazione dell’esistenza dell’essere. Il pedagogista sollecita perciò a tornare ad un sano realismo, a ripartire dal mondo delle cose, dal dato semplice della sua esistenza, dal mistero del sé, per giungere solo dopo all’Eterno. Ciò ha conseguenze gnoseologiche importanti, tra le quali il fatto che stando all’A. il ruolo iniziale nel ragionamento risiede nell’intuito che si muove verso la comprensione. Nel saggio Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, egli traccia una serie di stadi, o passaggi, con cui si sviluppa un pensiero filosofico compiuto. Un primo livello della riflessione riguarda la constatazione dell’esistenza di un senso comune e di criteri con i quali di norma si valuta e si giudica, in un secondo momento vi è un pensiero critico che si interroga sulla veridicità di quanto pensato, nell’ultimo passaggio il pensiero speculativo indaga e verifica con criteri validi e veritativi. Per l’A., la riflessione speculativa non è la negazione del senso comune, ma ad esso è strettamente legato, poiché i criteri veritativi emergono spontaneamente nella persona, e non sono la costruzione dell’impegno filosofico. Il compito della metafisica è dunque proprio quello di riconoscere la «realtà della vita, pur mentre la spiega e si solleva al di sopra di essa per dominarla dall’alto: essa rispetta le credenze universali del genere umano, conformasi alle esigenze della natura umana, tien conto de’ suoi bisogni, soddisfa le sue imperiose aspirazioni, e non disconosce veruno degli elementi integrali dell’umanità». Osserva a proposito «Nel fatto della cognizione il soggetto e l’oggetto si compenetrano misteriosamente l’un l’altro senza però smettere ciascuno la sua la propria ed individua natura» A., Saggi filosofici, In un brano molto significativo, quasi replicando a tale obbiezione, A. enuclea la sua concezione del mistero: «La ragione ha certamente il diritto di respingere l’assurdo, perché l’assurdo ripugna, ma non ha diritto di respingere il mistero, perché il mistero è una proposizione, di cui si conoscono i singoli termini, che la compongono e non si comprende bene il nesso, che collega il soggetto col predicato. Quindi possiamo affermare che in ogni mistero dogmatico vi è sempre alcunché di conosciuto accessibile alla ragione, come in fondo di ogni verità conosciuta dalla ragione umana vi è sempre alcunché di ignoto, di tenebroso, un’ombra del mistero» A., Appunti di Antropologia e Psicologia, Torino, Carlo Clausen, A., Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, 41  A. identifica nel «primo noto», evidente e concreto, la base della sua speculazione metafisica. Si tratta di quanto il vercellese chiama anche Io penso, da cui nasce la constatazione che l’essere esista e che possa essere riconosciuto nella sua realtà e verità. Sulla relazione tra il pensiero e il reale, si pone in continuità con il concetto di sintetismo esposto da Rosmini. A. ammetteva un Universale ontologico assoluto a cui erano subordinati i singoli universali ontologici, attraverso la legge del sintetismo e dell’armonia101. Il suo realismo gli impedisce di ammettere sia tesi che vorrebbero la causa del reale come qualcosa di non reale, sia quelle le forme di spiritualismo che identificano Dio con qualsiasi essere ideale. Secondo A. sebbene Dio sia l’origine dell’uomo e di tutte le cose non si identifica con esse. E anche qui applica una delle regole classiche della sua filosofia, il «Distinguere per unire», enunciato già nei primi libri, e posto alla base della sua gnoseologia102. In questo senso, avversa sia l’identificazione del pensiero con l’essere di origine idealista, sia il monismo materialista. La Quarello ha considerato insufficiente la spiegazione della relazione tra l’Io e il non Io nel pensiero del Vercellese: «Il punto debole del sistema d’A. è proprio qui, in sede gnoseologica, nell’avere, cioè, posto a base della speculazione puramente filosofica l’evidenza dei dati della realtà, nell’avere voluto che il sapere filosofico non fosse che elaborazione del sapere naturale (oggettività della conoscenza) ammettendo poi, senza spiegarla, un’intima “conciliazione” fra ragione ed esperienza»103. E ribadisce «L’A. non ci spiega il come dell’atto conoscitivo anche se ampiamente ha tentato di svolgere la sua tesi di una corrispondenza tra pensiero e realtà, tra soggetto ed oggetto, tale da essere considerata una unione stabilita da natura, secondo la legge dell’ordine universale per la quale tutti gli esseri armonizzano in unità una molteplicità di parti e cooperano e sono uniti fra loro, pur rimanendo distinti, sì da formare una totalità armonica» Il principio della personalità. Suraci spiega con le seguenti parole il «percorso» che va dal primo nota alla vera conoscenza. A. nota che il pensiero, nel suo movimento dialettico, descrive un circolo non vizioso, ma solido per cui dall’uno gnoseologico, l’universale oggetto dell’intuito primitivo, si passa al molteplice della cognizione determinata, distinta, oggetto della riflessione: dal molteplice si passa poi alla visione comprensiva delle cose e quindi alla visione mentale dell’Uno ideale. Dialetticamente la mente umana, secondo A., non fa che “discorrere dalla cognizione intuitiva o virtuale dell’Uno gnoseologico alla cognizione riflessa o attuale del suo molteplice ideale, e dalla cognizione attuale del molteplice ideale alla cognizione attuale dell’Uno gnoseologico”. Questa formula del movimento del pensiero somiglia molto da vicino a quella enunciata dal Rosmini nel n. 701 della sua Logica, al quale A. si attiene, citandolo spesso nel corso di questi “Saggi” e, potremo dire, in tutte le sue Opere» V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, 158. 102 G. A., Saggi filosofici, 3. 103 V. Quarello, A., studio critico, 21. Lesse all’Università di Torino una prolusione dal titolo, Il ritorno al principio della personalità105. In quella occasione, ripercorse l’itinerario delle sue opere identificando in questo concetto il punto cardine di tutto il suo pensiero106. Questa considerazione fu poi ribadita qualche anno dopo nella prefazione degli Opuscoli pedagogici107. Oltre a riprendere il contenuto di questo principio e a mettere in luce la rilevanza nell’economia del suo pensiero, diversi autori hanno considerato l’elaborazione del principio della personalità come il più importante contributo di A. alla storia del pensiero pedagogico e filosofico108. Calò ne ha ricordato la valenza pedagogica, osservando come «nessuno con tanta consapevolezza e chiarezza aveva prima di lui messo in luce quel principio e mostratane la fecondità e illuminatane vivamente tutta quanta l’opera educativa»109. Con questo principio, A. affronta la più profonda questione antropologica, vale a dire la specificità dell’uomo rispetto al resto della natura. Di fronte alla domanda «chi è l’uomo?» A. parla della persona come «una mente informante un organismo corporeo»110. Egli individua due piani strettamente connessi: «nell’uomo la mente ed il corpo sono due sostanze diverse, eppur fatte l’una per l’altra il corpo è animato, l’anima è [A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino. Torino, Tipografia degli Artigianelli. Citò la prima prolusione letta all’Università nel 1870, in cui già enucleò tale principio. Scrisse: «Questo nuovo concetto, che allora mi era balenato alla mente, fece la sua prima apparizione nella mia Prolusione universitaria del 1870, intitolata appunto Il principio della personalità, base della scienza e della vita. “Questo principio (io scriveva allora) è quel centro ideale, che vale a comporre le antinomie tra le dissidenti scuole filosofiche nel mondo del sapere, ed i dissidi tra gli elementi sociali nel mondo dell’operare, e questi due mondi della scienza e della vita insieme composti solleva ad una unità superiore, che è il punto di contatto e di armonia di entrambi. Enunciando in una breve e chiara formola questo concetto, poniamo che, senza il riconoscimento speculativo e pratico della personalità, non si dà né vera scienza, né vera vita per l’uomo.” Da quel punto questo principio diventò il pensiero dominante della mia mente, il tema perpetuo delle mie meditazioni, lo spirito animatore de’ miei lavori e delle mie lezioni, la mia credenza filosofica rimasta incrollabile e costante in tanto volgere di anni, in mezzo a tante rivolture e volteggiamenti d’ingegni e di dottrine, l’arma della mia critica contro tutte quelle teoriche e quei sistemi che inchiodarono la scienza e la vita sul nudo calvario dei fenomeni sensibili, senza uno spirito che li animi e li illumini»  «Tutti i miei lavori pedagogici, a qualunque punto della umana educazione si riferiscano, sono informati da una idea unica e suprema, il concetto della personalità umana: da esso si vanno logicamente esplicando, in esso si ritrovano il loro principio di armonia, in esso si compongono ad una comprensiva e potente unità» G. A., Opuscoli pedagogici, Torino, Tipografia del Collegio degli Artigianelli, Cannella, che peraltro afferma come il pedagogista piemontese non sia stato «in Italia conosciuto ed apprezzato abbastanza» scrive sul principio di personalità: «Lasciando da parte le sue critiche storiche, acute, precise, e bene spesso pregevolissime, io credo, per esempio, che la sua idea fondamentale pedagogica dell’educazione della personalità meriti molta considerazione e racchiuda in sé il nucleo vero, intorno a cui si deve aggirare una dottrina pedagogica. E così si può dire di molte sue opinioni sui problemi pratici, dove tanta confusione regna oggi, e dove l’A. ha già disegnato soluzioni assai giuste» G. Cannella, Opuscoli pedagogici inediti ed editi di Giuseppe A., in «Rivista di Filosofia Neoscolastica»,  Calò, Dottrine e Opere, 261-262. 110 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, Torino, Tipografia Subalpina] incorporata»111. L’uomo è definito «sintesi vivente di un’anima razionale e di un corpo organico, insieme composti ad unità di essere; o meglio ancora è una mente informante un organismo corporeo, prendendo qui il vocabolo mente come sinonimo di spirito, ossia di anima razionale»112. Questo primo antropologico scaturisce dalla sua profonda origine: «Lo spirito umano, ossia la mente sostanziale è persona per essenza, il corpo umano con essa congiunto in unità di essere è personale per derivazione e partecipazione, ossia è della nostra personalità complemento estrinseco, non già principio intrinseco»113. Si tratta di una prospettiva che ha implicazioni teologiche. Trattando di questo principio Mazzantini ha osservato: «non è, dico, d’importanza suprema solo in quanto rivela l’uomo a se stesso, ma in quanto altresì offre un principio supremo interpretativo della realtà universale, compresa la stessa realtà divina»114. Su questo versante, è stato osservato come il principio della personalità sia imprescindibile dal teismo di A. Per il vercellese, infatti, il concetto di persona trova la sua ragion d’essere e il suo compimento nella relazione con la Persona infinita116. In una radicale e metafisica indagine antropologica, A. individuava la questione nodale della scienza pedagogica: «Ora l’idea fra tutte la più comprensiva, la più feconda, la generatrice di tutto il sapere speculativo, è, se io ben veggo, l’idea della personalità. Il moto riformatore della scienza debbe esordire da lei»117. Il destino della pedagogia era legato al rispetto di questo principio, che invece considerava minacciato dalle teorie coeve. Nel saggio già citato Sulla personalità umana, elenca una serie di orientamenti che [A., Appunti di Antropologia e Piscologia, 3. 113 G. A., L’uomo e il cosmo, cMazzantini, Due filosofi spiritualisti piemontesi Ha scritto in merito Suraci: «Il principio “personalistico” serve all'A. per affermare senz'altro in sede pedagogica, che, “la personalità finita dell'educatore e quella dell'educando si reggono sulla personalità infinita di Dio, trovano in questa la loro ragione sulla personalità infinita di Dio, trovano in questa la loro ragione di essere la loro causa efficiente”. Ebbene, bisogna porsi da questo punto di vista ontologico ed essenzialmente religioso per intendere a pieno il valore e il vero significato della pedagogia dell'A., nella quale convergono con ricchezza di argomenti e di ampia e, spesso, di esauriente trattazione scientifica, tutti i temi relativi all'essenza e allo svolgimento della natura umana e della educazione dell'uomo. La religiosità, la credenza di Dio e nella immortalità dell'anima, rimane, per il nostro autore, il punto di partenza e di arrivo dell'azione educativa, il cardine essenziale in cui si radica e gira la pedagogia; è luce inoffuscabile che deve rischiare l'idea e il fatto dell'educazione: “l'uomo si muove in Dio, principio della sua vita, fine supremo della sua esistenza”» V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, La coscienza personale è il primo, fondamentale pronunciato da cui esordisce la scienza. La persona umana sovrasta per eccellenza e nobiltà di natura su tutto il corporeo universo; ma finito qual è sottostà alla personalità infinita divina. Non bisogna mai perdere di vista questa dualità di essere personali, che si richiamano e si corrispondono; poiché, tolta la prima, l’uomo rimane oltraggiato nella sua dignità personale e diventa una cosa; tolta la seconda, si apre il varco al più ignobile egoismo, alla libertà più sfrenata, alla più selvaggia indipendenza. L’uomo riconosce l’esistenza di un essere personale infinito, dacchè egli stesso è una persona finita, e con esso si congiunge con un vincolo d’intelligenza e di amore. Questo vincolo costituisce la religione, la quale forma l’oggetto della disciplina religiosa» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino. A., Sulla personalità umana, Torino, Fina, reputava nocivi a tale principio118. Divide queste teorie in due gruppi. Nel primo inserisce i sistemi che disconoscono la persona nella vita speculativa: il panteismo, il calvinismo, il fatalismo, il materialismo e l’ipermisticismo. Si tratta di teorie accomunate dalla svalutazione dell’apporto dell’individualità nella storia e nella vita. Nel secondo raggruppa gli orientamenti che menomano il ruolo della persona nella vita pratica: il socialismo, la statolatria, il dispotismo del costume. Si tratta di teorie che riducono la persona ad un «mezzo» per il raggiungimento del progresso della società. Nell’ultimo sistema citato, il dispotismo del costume, A. si schiera contro certa sociologia «per cui ciascuno vien tratto a conformare il proprio vivere e pensare, al vivere ed al pensare altrui come a norma suprema»119. Oltre alle teorie citate, il pedagogista vercellese denunciava il rischio di ingigantire il ruolo di un aspetto della persona a discapito della sua totalità. Il professore vercellese riconosce questa tendenza in due grandi sistemi che allora si contendevano il campo della filosofia: il positivismo e l’idealismo. Secondo A. la mente non è quella degli idealisti, staccata dal corpo e superiore ad esso, ma non è neanche quello dei positivisti e di certi psicologi sperimentali che riducevano il pensiero ad un’espressione materiale. Anche se non si confonde con essa, la vita della mente e dello spirito è intimante connessa con quella carnale120. La loro relazione non deve condurre all’assimilazione di una delle due nature che compongono l’uomo 121. Entrambi i livelli sono distinti in una stretta «collaborazione»: «l’essere umano possedendo un corpo organato alla vita materiale non può essere spiegato tutto quanto senza la materia, ma neanco può essere spiegato colla sola materia, dacchè il suo organismo è informato di una sostanza spirituale»122. Sebbene il rapporto tra materia e spirito nell’uomo rimanga un «mistero»123, non è ammissibile assimilare su questo presupposto la persona al resto della natura determinata. Nella vita dell’uomo, infatti, emergono proprietà irriducibili alle dinamiche delle entità. L’uomo è siffattamente costituito, che non vi ha parte del suo essere, la quale non viva congiunta coll’universo corporeo esteriore. Sentire, pensare, volere, sono i tre supremi attributi costitutivi dell’umano soggetto; e tutti e tre si svolgono in intima ed operosa corrispondenza colla natura, fuor della quale rimarrebbero atrofizzati» A., L’uomo e la natura, Torino, Carlo Clausen, La natura e lo spirito sono uniti «ma sarebbe gravissimo errore il credere, che siffatta unione si converta in una identità, negando così ogni sostanziale distinzione fra l’uno e l’altra, e confondendoli in una comune essenza. La distinzione esiste e non distrugge l’unione. Poiché nel mondo esteriore le sostanze sono corporee, e quindi i fenomeni e le forze sono fisici; nel mondo interiore la sostanza è l’anima, i fenomeni sono psichici, le forze sono facoltà o potenze. Ma il punto più spiccato, che distingue questi due mondi, malgrado la loro cospicua armonia, sta in ciò, che l’anima ha la coscienza de’suoi fenomeni, il dominio delle sue potenze; e questa coscienza di sé, questo dominio di sé manca alla natura» A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, A., Studi psicofisiologici] fisiche. Come osserva A.: «il punto più spiccato che distingue questi due mondi malgrado la loro cospicua armonia, sta in ciò, che l’anima ha la coscienza de’ suoi fenomeni, il dominio delle sue potenze»124. Negando la natura spirituale dell’uomo, la realtà effettiva della persona sfugge alla comprensione: «È un dogma del senso comune ed un pronunciato della sapienza filosofica tradizionale, che l’uomo non è tutto quanto materia organata, come non è neppure uno spirito puro, bensì una sintesi stupenda, un’armonia vivente di questi due distinti principii insieme composti ad unità di persona: ponete che tutto il suo essere si risolva in un composto di molecole organate a vita materiale, e voi non capirete più nulla dei solenni problemi, che agitano la coscienza dell’umanità, più nulla delle sublimi aspirazioni, che fervono indomabili nei penetrati dello spirito umano»125. Per il vercellese, è lo spirito che dà dignità all’uomo, sollevandolo dal resto della natura. La persona esprime il grado sommo dell’essere e lega l’individuo all’eterno. La coscienza dell’esistere colloca la persona in una dimensione irraggiungibile per qualsiasi altro essere della natura. L’esigenza di sottolineare il primato spirituale lo portò il docente piemontese a criticare in una serie di lavori la definizione aristotelica dell’uomo come animale politico126, che reputava ambigua. Data la confusione antropologica coeva, A. non reputava conveniente indicare primariamente nell’uomo la natura animale. Si rischiava di avallare le tesi dei materialisti positivisti e di un certo evoluzionismo, che volevano ridotto l’uomo ad un «bruto», per usare le parole di A.128. Il pedagogista avvertiva il rischio di ridurre lo studio della persona, al solo aspetto materiale: «Per conseguente l’antropologia, anziché scienza distinta e superiore, apparirà niente più che una parte della zoologia, parte la più sublime, se vuolsi, ma pur sempre una parte» A., L’uomo e il cosmo. Osserva: «La tristissima definizione, l’uomo è animal ragionevole, non solo capovolge l’ordine naturale, che regna tra questi due elementi, ma soppianta ben anco la stessa personalità umana, la quale ha la sua propria sede e radice nella mente imperante sull’organismo corporeo e fornita di una perenne sussistenza, mentre essa pone l’animalità siccome soggetto, di cui la ragionevolezza apparisce un mero e semplice predicato, tantochè venendo meno la prima, cessa issofatto la seconda, né questa può spiegare altra virtù, che non sia compresa nella cerchia di quella»127. In seguito ribadisce che accoppiare «all’animalità la ragionevolezza come ad un soggetto un attributo suo è un disconoscere il primato dello spirito sulla materia e della mente sull’organismo corporeo nell’uomo, ed un aggiudicarlo alla materia sullo spirito, al corporeo organismo sul principio pensante»  A/, Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, Genova, Tipografia del R. Istituto dei sordo – muti, 1874, p. 7. 128 «Mentre il bruto opera per impulso irresistibile di cieco istinto, l’uomo opera consapevole di sé e del fine a cui mira, ed è arbitro delle sue azioni. Questa potenza, per cui l’umano soggetto si determina da sé ad operare per un fine conosciuto, è la volontà» A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 46.  129 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, Per riscoprire l’autentica alterità umana, era invece compito dell’antropologia evidenziare nello sviluppo della persona quegli aspetti irriducibili al divenire determinato. A. richiama all’osservazione dell’uomo, delle sue facoltà, e della sua azione. Egli afferma che in ogni uomo inizia, prima o dopo, la «vita spirituale» che consiste nella coscienza del sé e del mondo: «Io sono: con questo pronunciamento un essere personale si desta alla vita, annunzia la propria esistenza, afferma se stesso, rivela sé a se medesimo, e specificamente si differenzia dagli esseri impersonali che esistono, pur non sapendo di esistere. Questa coscienza di sé può essere più o meno viva, più o meno ampia e potente, ma è pur sempre necessaria all’io, poiché una incoscienza assoluta ripugna alla natura di un essere intelligente, qual è la persona»130. Nella visione di A., l’affiorare dell’Io, diviene così la prova della natura spirituale della persona: «Il vocabolo io chiude esso solo in sé la più decisiva confutazione del materialismo, essendochè il ripiegarsi che fa l’io sopra di sé ed il riconoscersi siccome sostanzialmente identico nella dualità del soggetto riflettente e dell’oggetto riflettuto è dote propria dello spirito ed affatto ripugnante all’essenza medesima della materia, che è di sua natura impenetrabile, cioè tale da non poter compenetrare interiormente sé stessa e tutta riconcentratasi siccome in semplicissimo punto: chè in tal caso cesserebbe di essere materia»131. L’emergere della individualità personale all’interno del mondo, indica anche lo sviluppo della coscienza alla scoperta della propria esistenza132. L’Io emerge primariamente in due connotati propri, vale a dire l’intelligenza e l’attività volontaria133. In questo senso definisce la persona come «sostanza dotata di intelligenza, mercé cui ha coscienza di sé affermandosi quale unità vivente di vita sua propria distinta dalla realtà esteriore e pur con questa unità, e di attività volontaria, per cui possiede sé stessa e dispiega liberamente la virtualità sua in ordine al fine universale segnato dalla personalità infinita di Dio»134. Questi due attributi sono l’espressione della coscienza, in A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino A., Sulla personalità umana, 17. 132 «La coscienza personale è l’io, che rivela sé a se medesimo. Ora quali sono le rivelazioni della coscienza interiore? L’io sente di essere uno od identico con se medesimo, di possedere un’esistenza effettiva e reale, si riconosce e si afferma una sostanza sussistente, attiva, semovente, operosa, che svolge la sua intima virtù in una molteplicità di pensieri, di affetti, di voleri, ed in sé li raccoglie ad unità» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino i«Lo studio della personalità umana è lo studio dela mente contemplata primariamente in sé medesima, poi nelle attinenze su coll’organismo corporeo. La mente, sede della personalità, emerge da due supremi costitutivi, che sono l’intelligenza conoscitiva e l’attività volontaria» G. A., Sulla personalità umana, 16.  134 55. 47  cui l’uomo trova la sua indipendenza, alterità e potenza rispetto al resto della natura135. Con altre parole, A. osserva: «Dovunque c’è la persona, cioè un soggetto dotato di intelligenza ed attività volontaria, là vi è lo spirito. La persona è una energia, un’attività, una forza, non cieca, ma intelligente e conscia di sé, non fatale e necessitata, ma libera e signora di sé, lo domina e lo trasforma informandolo giusta il suo ideale: ma la materia non conosce né se stessa, né lo spirito, non domina sé medesima, ma è irrepugnabilmente dominata dalle forze, che la investono»136. Nell’uomo, infatti, la volontà è radicata nell’intelligenza137. Solo una prospettiva simile, per A., è capace di comprendere la vita della persona, e salvare la sua unità138. Commentando una parte del celebre libro di Smiles, Self – help, tradotto in Italia con il titolo Chi si aiuta Dio l’aiuta, A. scrive che ognuno: «sente di essere un’attività consapevole di sé ed arbitra del proprio operare, una forza morale, che si muove all’atto non per esteriore costringimento, ma per intrinseco impulso intelligente e libero. “Se ciò non fosse (scrive lo Smiles nel capitolo VIII della sua opera Chi si aiuta Dio l’aiuta), dove sarebbe la responsabilità? A che gioverebbe lo insegnare, l’ammonire, il consigliare, il correggere? A che servirebbero le leggi, ove non fosse la credenza universale, come è un fatto universale, che gli uomini obbediscono o no ad esse, secondo che deliberarono individualmente?”»139. 135 «La persona è un tutto individuo e sostanziale, che afferma sé come distinto dalla realtà universa; un soggetto, che possiede sé stesso mercè il pensiero e la volontà; una monade, che è conscia sui et compos sui, è presente a sé ed è tutta in ciascuna delle molteplici sue forme, determinazioni, momenti e stati, sicché il secreto de’ grandi caratteri dimora nel conservare la propria individualità personale in mezzo alle forze contrarie padroneggiandole; una sostanza dispiegantesi per intrinseca sua virtù da un centro o principio supremo di vita suo proprio e che nello esplicamento del suo contenuto compenetra tutta sé stessa in una viva ed attuosa unità di intendere e di volere» A., Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, Torino, Carlo Clausen, 1903, p. 15. 137 Secondo A. l’attività volontaria è «la fonte secreta, inesauribile, da cui prorompe tutta la corrente della vita umana, ed a cui rifluisce con perpetuo circolar movimento. Il voglio pronunciato dall’io attesta l’atto di una coscienza personale ed annuncia il lavoro. S’intende da sé che questa forza, quest’attività interiore dell’io non è una volontà cieca, inconsapevole di sé, bensì illuminata dall’intelligenza, essendochè chi dice coscienza, dice conoscenza, e propriamente conoscenza di sé» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 8. 138 «La coscienza è la rivelazione dell’anima a sè stessa nella sua natura e ne’ suoi fenomeni, nella sua sostanza e ne’ suoi modi, nella sua essenza e nella sua attività, nel suo essere e nelle sue manifestazioni. Così il concetto della personalità umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito di intelligenza e di libera volontà, è il solo, che concilii la molteplicità dei fenomeni coll’unità del loro comune soggetto, sicché questi due termini nello sviluppo della vita umana si mantengano indisgiungibili, e si rischiarano l’un l’altro» G. A., Studi psicofisiologici, 74. 139 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 47.  48  L’esistenza nella persona di una unità tra mente e corpo, rappresenta una premessa incontrovertibile su cui dipanare il discorso antropologico e pedagogico140. Negare questa dualità nell’uomo, significherebbe disconoscere un dato di realtà. Stando al pedagogista, la stessa idea di scienza appare contenere implicitamente l’affermazione dell’esistenza della coscienza141. A. dedicò ampio spazio al rapporto tra la dimensione spirituale e quella corporale. Com’è già stato osservato, l’uomo è sintesi tra persona e corpo, due nature che si mantengono in una relazione di armonia nell’uomo. In questo senso egli definisce l’uomo come «persona organata»142 o «persona incorporata». Questa relazione, pone il problema di come i due livelli siano coordinati tra loro. Come premessa a questo problema, A. scrive che «nell’uomo non vi sono due esseri, ma uno solo; quindi in lui le potenze mentali dell’anima e le funzioni animali del corpo si svolgono complicate insieme, sicché non si può tracciare una linea di separazione tra i fenomeni psichici ed i fisiologici»143. Contro i positivismi chiarisce in più di un’occasione che la vita della mente va distinta da quella materiale. Osserva: «L’anima non trae la sua origine dagli organi del corpo, ma (dicevano i pitagorici) vien dal di fuori nel corpo è un’emanazione dell’etere, simbolo dell’anima universale, ossia di Dio animatore supremo»144. Nel testo Studi psicofisiologici, si occupa in specie della relazione tra la natura spirituale e quella fisiologica, citando diverse opere di studiosi tra cui Marat, Lèlut, Lotze, Cerisem, Cabanis, Broussais ed Herzen. Polemico contro il monismo scientista, propone una teoria chiamata duodinamismo, che spiega in questo modo: «Mentre il monodinamismo concentra la vita umana tutta quanta in una sostanza, cioè o nel solo spirito o nella sola materia componente l’organismo corporeo, il duodinamismo riconosce nell’uomo due centri di vita sostanzialmente distinti, cioè l’anima razionale e la forza vitale, e da quella fa rampollare i fenomeni mentali, da questa i fenomeni fisiologici ed animali»145. La teoria si 140 Per A. l’uomo è «La persona, sostanza individua, sussistente in sé, volontariamente attiva; l’unità è l’identità dell’io nella molteplicità e varietà dei suoi modi e dei suoi fenomeni; la vita intima ed individuale intrecciata colla vita esterna e comune; la vita mentale svolgentesi insieme colla vita organica. Ecco le rivelazioni della coscienza personale, rivelazioni, che costituiscono le prime, spontanee intuizioni dello spirito umano, salde, inconcusse, irrepugnabili. Ora da ciascuna di queste rivelazioni la ragione vede spuntare una serie ordinata di problemi, che ammaniscano la materia, su cui la scienza ordisce le sue trame e compie il suo lavoro speculativo» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 10. 141 «Così coscienza e scienza sono i due poli, fra cui si muove il mondo della speculazione: la coscienza ci rivela la personalità dell’essere, ed alla luce di questo principio la ragione costruisce la scienza» 10. 142 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 14. 143 G. A., Studi psicofisiologici, 26. 144 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, Cuneo, Tipografia Subalpina di Pietro Oggero e C., A., Studi psicofisiologici, 69.  49  rifà ad autori come Barthez, Montpellier, Lordat. Essa «concilia insieme la molteplicità della natura umana coll’unità dell’Io individuale. Infatti l’anima razionale non essendo uno spirito puro, ma congiunto colla materia, è essa che informa ed avvia il corpo, è il suo principio ed animatore: così il principio corporeo produce i fenomeni della vita fisica ed animale, ma in grazia della forza vitale ricevuta dall’anima, la quale in tal modo produce direttamente e per se stessa i fenomeni della vita mentale, ed indirettamente, ossia per mezzo del corpo i fenomeni della vita corporea»146. Al naturalismo e al positivismo contestò, come già accennato, la riduzione dell’antropologia a un «capitolo della fisiologia, ad un ramo della zoologia»147. A. chiarisce è che non è contrario alla fisiologia, ma al «fisiologismo». Negli Studi pedagogici cita il caso dei fisiologi come Salvatore Tommasi, che sostengono come la disciplina non porti necessariamente al materialismo148. Inoltre osserva come anche alcuni positivisti abbiano ammesso una serie di difficoltà nello spiegare la vita mentale con la sola fisiologia. Per suffragare la sua tesi rinvia al saggio Herzen, Il cervello e l’attività celebrale, nel quale lo studioso riconosce quanto sia ancora lontana la possibilità di chiarire aspetti fondamentali del funzionamento della mente umana. A. trae queste conclusioni: «Così i più grandi rappresentanti del positivismo contemporaneo riconoscono l’ignoto, che giace in fondo al problema dell’unione tra la vita fisica e la vita mentale dell’uomo. Certamente la fisiologia moderna co’suoi luminosi ed incontestabili progressi ha sparso molta luce su questo problema, ma non ha svelato il mistero che lo avvolge»149. A. si poneva come obiettivo di salvare insieme le esigenze spirituali e i dati fisiologici. Osserva: «Il principio antropologico da me propugnato è antico quanto l’uomo, il quale intuisce per natura la personalità del suo essere, ma è pur fecondo di novità e di progressivo sviluppamento, perché ammette insieme armonizzati i due supremi fattori della scienza, voglio dire l’esperienza, che apprende la fenomenalità delle cose, e la ragione, che coglie il loro essere sostanziale»150. Nel principio della personalità si palesa lo spiritualismo di A., che viene spiegato così dalla Quarello: «Realismo spiritualistico e spiritualismo teistico: tale è la filosofia d’A.. È realismo in quanto il pensiero è l’ “attività” di un essere reale (io = persona); è spiritualismo in quanto la persona è essere uno, sostanziale cosciente di sé (“lo 146 72 147 G. A., L’uomo e la natura, A., Studi pedagogici, A., Studi psicofisiologici, A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18  novembre 1903, 14. 50  spiritualismo, egli scrive, proclama la personalità umana”); è teismo in quanto Dio è pensato come persona (“il teismo proclama la personalità infinita di Dio”)»151. Lo spiritualismo dell’A. trae alimento dal principio della personalità. Se da una parte, infatti, si afferma una dimensione irriducibile alle dinamiche nell’uomo, e dall’altra l’attestazione di questa «natura» dell’uomo conferma il suo spiritualismo. «Preso nel suo ampio senso – osserva il pedagogista vercellese - lo spiritualismo risiede nell’ammettere l’esistenza di sostanze immateriali, che cioè non cadono sotto i sensi e non hanno le proprietà della materia, quali sono la figura, la grandezza, l’estensione, la divisibilità, il movimento locale, bensì sono fornite di intelligenza e di libera volontà»152. In questa duplice difesa dello spirito e della realtà materiale, sembra di poter affiancare A. al personalismo nato in Francia diversi decenni dopo, a cui lo accomunò la volontà di «evitare che la persona umana fosse schiacciata dal materialismo positivistico o assorbita nel vortice del monismo idealistico»153. I. 4. Antropologia e pedagogia Secondo A., la pedagogia deve fare i conti con la realtà educativa e le sue dinamiche154. La riflessione teorica e la vita formativa rappresentano due poli indispensabili l’uno all’altro155. A. prospetta, in questo senso, un metodo di ricerca pedagogico sia empirico che razionale. Egli lo definisce «dialettico» in quanto «contempera insieme l’esperienza e la ragione, i fatti e i principi»156. La storia della pedagogia documenta come qualsiasi riflessione sistematica sull’educazione, abbia sempre fondato le sue posizioni su una concezione dell’uomo e del suo ideale. Anche per A., l’antropologia come «scienza dell’essere umano»157 si 151 V. Quarello, A., Studio critico, A., Appunti di Antropologia e Psicologia, 8. 153 Pedagogie personalistiche e/o della Pedagogie della persona, Brescia, La Scuola, 1994, p. 15. 154 «Siccome l’educazione è ad un tempo un’idea ed un fatto, così la Pedagogia, che ne rampolla, assume il duplice carattere di scienza e di arte. Essa è scienza perché l’esplicazione razionale di quell’idea; è arte, perché ideale tipico di quel fatto. Come scienza è un sistema di cognizioni, una teoria speculativa intorno l’educazione umana, epperò potrebbe appellarsi pedagogia pratica» A., Studi pedagogici, cit., 1889, p. 25. 155 «Così la scienza pedagogica è la teoria dell’educazione, l’arte pedagogica è la pratica dell’educazione; scienza ed arte, teoria e pratica bisognevoli l’una dell’altra. Poiché la mera pratica dell’educazione, non illuminata dalla scienza pedagogica, non è vera arte, bensì cieco empirismo; la scienza pedagogica alla sua volta, non tradotta in pratica, né fecondata dal magistero dell’arte, rimane una vana e sterile teoria» A., Concetto generale della storia della pedagogia, Pavia, Bizzoni, A., Studi pedagogici, A., L’uomo e il cosmo, 1.  51  prospetta come uno studio di fondamentale importanza tanto per la teoria quanto per la pratica educativa158. A.colloca l’antropologia al centro dell’organigramma di tutte le scienze. Egli individua il suo obiettivo nella conoscenza dell’essenza unitaria della persona. A. non pensa all’antropologia come ad una etnografia, ma come «scienza generale sull’uomo» connotata da un orizzonte metafisico. Dallo studio generale sull’uomo, discendono due gruppi di discipline, quelle che lo studiano nella sua accezione individuale, e quante ne approfondiscono l’aspetto sociale160. Le scienze che studiano l’uomo sotto l’aspetto individuale si dividono a loro volta in altri due gruppi. Del primo fanno parte tutte le discipline che si occupano della mente: logica, estetica, etica, eudemonologia, filologia, pedagogia. Al secondo gruppo afferiscono le scienze che riguardano l’organismo corporeo: fisiologia, anatomia umana, patologia, terapeutica, igiene, ginnastica. Le scienze che riguardano l’uomo sociale sono secondo A. la politica, la giuridica, l’economia pubblica colle scienze industriali e commerciali, la storia, l’etnografia, la filosofia della storia. Tutte queste discipline sono legate all’antropologia, che permea e fonda qualsiasi aspetto dello scibile umano. Secondo A., la prospettiva sulla natura e il senso della persona, permea le possibili soluzioni avanzate riguardo la vita della società, le sue leggi, le sue prospettive, il suo sviluppo. Osserva: «Ogni problema sociale, vuoi politico, vuoi artistico, vuoi religioso, cova in sé un problema antropologico»161. Questa relazione è ancora più evidente per quanto concerne la scienza pedagogica, con la quale l’antropologia ha un «vincolo indissolubile»162. Lo studioso piemontese, infatti, pur riconoscendo un proprium alla pedagogia nell’affrontare dei problemi fondativi e generali sull’educazione, considerava necessario il contributo delle altre scienze, indispensabili per completare e integrare la ricerca pedagogica163. Tra queste primeggia l’antropologia filosofica poiché necessaria per chiarire 158 «L’educazione dell’uomo presuppone la conoscenza dell’uomo stesso, epperò la pedagogia o scienza dell’educare e la didattica o scienza dell’istruire, hanno il loro fondamento nell’antropologia, o scienza che studia l’essere umano» A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 3. 159 A. sostiene che l’antropologia studia «l’uomo nella sua intima e generalissima essenza, ossia nell’integrità e pienezza complessiva del suo essere» A., Studi psicofisiologici, Cfr. A., Appunti di Antropologia e Psicologia, A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 4. 162 G. A., Studi pedagogici, 39. 163 Nel seguente brano elenca le discipline ausiliarie alla pedagogia, che sono: «1° L’antropologia generale, che studia l’uomo nella dualità di anima e di corpo e nella unità della sua persona; 2° la psicologia, che studia l’anima umana nelle proprietà della sua natura e nella varietà delle sue potenze; 3° la logica riguardata siccome la teorica della verità e della scienza; 4° l’etica, che studia il Buono, norma ed oggetto della libertà morale umana; 5° la cosmologia, che è una spiegazione scientifica del mondo; 6° la metafisica,  52  la natura e il fine dell’educando, e quindi dell’educazione. Nonostante i diversi ambiti di ricerca «tra l’antropologia e la pedagogia intercedono le due fondamentali attinenze della distinzione e dell’unione»164. Se il principio della personalità è il fulcro dell’opera d’A., l’antropologia è il centro della pedagogia. Non a caso, quando il professore vercellese sostituì Rayneri sulla cattedra di pedagogia all’Università di Torino, cambiò il nome dell’insegnamento da «Metodica» in «Antropologia e Pedagogia». Il carattere di ciascun sistema pedagogico dipende dalla prospettiva antropologica: «le diverse e contrarie teorie pedagogiche professate dai cultori di questa disciplina traggono appunto la loro ragione e origine dai diversi e contrari concetti antropologici, da cui essi hanno preso le mosse, e su cui hanno costrutto il sistema»165. Per capire e pensare l’educazione occorre una chiara idea su cosa sia l’uomo, se ci sia e quale debba essere il suo compito nel mondo: «Ogni dottrina pedagogica ritrae dai principi antropologici su cui si regge, la virtù peculiare, che la informa, e lo stampo singolare, che la individua»166. Non si possono slegare questi due aspetti nella riflessione: «L’uomo e la sua educazione sono due termini insieme compenetrati, come un principio e la conseguenza sua, e che li disgiunge, è mente piccina che né l’uno, né l’altra intende. L’uomo spiega se stesso nell’educazione e l’educazione riflette se stessa nell’uomo; e sempre il concetto antropologico ed il concetto pedagogico serbano l’uno coll’altro rispondenza esatta o veri o fallaci che siano entrambi»167. La correlazione è necessaria. In un altro brano chiarisce gli scopi delle due discipline: «La distinzione delle singole scienze origina dalla distinzione dei loro oggetti: l’una non è l’altra, perché versa sopra un oggetto suo proprio, che non è quello dell’altra. Per conseguente la scienza antropologica dalla pedagogica si differenzia essendochè quella ha per oggetto suo l’essere umano, questa l’educazione umana, l’una studia l’uomo nell’integrità e compitezza dell’esser suo, l’altra sotto il peculiare riguardo della sua educabilità; la prima si propone di rispondere alla domanda: Che cosa è l’uomo; la seconda ha per ufficio di soddisfare all’inchiesta: Che l’educazione e come l’uomo va educato. Ecco il rapporto di distinzione, ma da questo stesso già si rileva il vincolo unitivo, che stringe l’una all’altra le due discipline, essendochè l’uomo e la educazione sua sono due termini inseparabili. La pedagogia ha coll’antropologia un vincolo così intimo e necessario, che trova in questa il fondamento e che studia l’Essere primitivo in sé e ne’ suoi rapporti col mondo e coll’uomo» A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, Torino,Tipografia Subalpina di Stefano Marino, A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, «Rivista Pedagogica Italiana», Asti; A., Delle idee pedagogiche presso i greci, A., Opuscoli pedagogici, cit., 1909, p. 10.  53  la ragion sua ed in ogni punto del suo processo si regge sui principii supremi della scienza antropologica»168. Per fare pedagogia occorre dunque possedere una «conoscenza scientifica dell’origine, della natura, del fine dell’uomo»169. Bisogna tenere conto del fatto che nella temperie culturale in cui A. sosteneva queste posizioni, porre l’antropologia filosofica a fondamento della pedagogia, non era un’ovvietà, soprattutto quando essa era collocata entro un contesto metafisico. Porre il baricentro del discorso pedagogico sulla questione antropologica, era considerato da A. come la risposta emergente ad una problematica educativa reale. Si trattava di un problema radicale che faceva da discriminante tra le varie teorie. Le risposte alla questione circa la natura dell’uomo, non erano infatti da considerare secondarie per la qualità della relazione pedagogica: «Educare è sviluppare le virtù insite dell’uomo fanciullo. Ma che cosa e quale è mai l’uomo che si vuol educare? Forse l’uomo di Molescott, un mero giuoco di elementi chimici colla predominanza del fosforo pensiero, e niente più? O l’uomo-scimmia de’ moderni naturalisti? O l’uomo de’ panteisti tedeschi fatto una cosa sola con Dio? O l’uomo de’ razionalisti trasformato in libero pensiero? O l’uomo de’ mistici che lo spiritualeggiano per intero, mentre i materialisti lo abbruttiscono?»170. Per A., si trattava di domande impellenti. La pedagogia esigeva nuova chiarezza sull’idea di persona: «Oggi più che mai essa reclama un supremo principio vitale, che risponda al suo altissimo compito, ricomponga ad unità di organismo potente la sua squilibrata compagine e le additi l’ideale suo, verso cui cammina franca e sicura»171. Secondo il pedagogista, la domanda circa la natura dell’uomo non poteva essere affrontata con gli strumenti epistemologici delle scienze esatte, incapaci di cogliere l’essenza della persona. Tale compito spetta alla filosofia, che diviene la prima interlocutrice della pedagogia. In più di una occasione chiarì che la sua era una «pedagogia filosofica»172 poiché si «fonda sopra un principio essenzialmente vero ed inconcusso, quale è quello della natura umana riposta nella personalità dell’io, e nel suo procedimento adopera non la sola esperienza disgiunta dalla ragione, né la sola ragione astratta, che disdegna la realtà dei fatti, bensì entrambe queste due potenze conoscitive, e l’una in armonia coll’altra» A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino, A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Torino, Carlo Clausen. Stando a Calò, uno dei punti centrali nell’opera dell’A. è questo: «Non trascurare le esigenze dell’esperienza né quelle della ragione; ecco, secondo l’A., il primo canone del metodo filosofico»174. Ciò è confermato anche dall’esigenza di rompere le catene del misurabile, e allargare la pedagogia alla profondità e al mistero della persona. Solo «La pedagogia filosofica riconosce nell’alunno un’anima razionale non già separata dal corpo, ma con esso vitalmente congiunta in unità di persona, sebbene da esso distinta, un’anima, che sviluppa di continuo le sue energie in una successione di fenomeni, che formano la sua vita, epperò vuole un’educazione, che si estenda a tutto quanto l’uomo nella dualità delle sue sostanze e nell’unità della sua persona, alla vita temporanea e alla futura»175. La natura delle domande che l’esigenza dell’educazione ci pone, non si possono risolvere con il metodo scientifico176. A. non portò sostanziali novità nella riflessione epistemologica, ma difese la prospettiva pedagogica spiritualista, confutando i detrattori della metafisica in campo antropologico. Secondo Serafini, nonostante «il modello disciplinare intorno al quale egli lavora è ancora, in larga misura quello di una pedagogia come scienza pratica (quantunque punti particolarmente sulla figura d’una disciplina complessa) che si differenzia dal modello elaborato in ambito positivistico particolarmente per gli effetti che su questo ha il suo personalismo»177. Un altro carattere distintivo della pedagogia d’A. è l’idea della specificità nazionale della pedagogia. Occorre secondo il pedagogista pensare in continuità con la storia del proprio popolo e con le proprie attitudini. Su questo tema trovò una consonanza con il saggio di Antonino Parato dal titolo «La scuola pedagogica nazionale», non senza motivo diverse volte citato d’A.. I. 5. L’educazione 174 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico d’A., 8. 175 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Spiega A. «La pedagogia è la scienza dell’educazione umana; e siccome l’uomo non può essere convenientemente educato se prima non è conosciuto secondo verità, quindi è che la pedagogia dipende ed attinge da tutte quelle scienze, che hanno per oggetto la conoscenza ragionata dell’uomo riguardato in sé ed in rapporto colla realtà universale. Ciò posto, che cosa è l’uomo, donde esso viene e dove va? Come si congiungono in lui ad unità di vita il corpo e la mente? I suoi destini si compiono quaggiù o in una vita ultramondana? Esiste la verità e la scienza, a cui aspira la sua intelligenza? Esiste una legge morale, norma della sua libera volontà? Che cos’è questo mondo esteriore, che lo circonda, ed in cui è posto a vivere? Qual concetto dobbiamo formarci di quell’essere assoluto ed infinito, che è l’oggetto della moralità e religiosità umana, origine prima e fine ultimo di lui?» G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 245-246.  177 G. Serafini, L’idea di pedagogia nella cultura italiana dell’Ottocento, cIn più di un’opera, il pedagogista vercellese denunciò una grave crisi educativa, che egli imputava alla confusione imperante circa i caratteri di una formazione adeguata178. Sulla base del principio della personalità, egli considerava l’efficacia educativa legata alla previa soluzione data al senso della perfettibilità dell’uomo179. Mancando, come già si è accennato, una concezione adeguata sulla natura dalla persona, anche la pratica educativa ne veniva fuori menomata. Tra i fondamenti pedagogici di A. si colloca questa massima: «Sul sentimento e sul rispetto della dignità della persona si fonda l’arte dell’educare»180. Al pari di un ampio stuolo di pedagogisti ed educatori, il docente vercellese era convinto che non si dà autentico sviluppo della persona senza un intervento formativo181. La natura esteriore, infatti, «non è per se stessa educativa nel senso rigoroso della parola, bensì tale diventa allorquando il fanciullo in sé accogliendola l’accompagna e la feconda colla coscienza del suo sviluppo»182. Per tratteggiare i caratteri precipui dell’educazione, A. si rifà alla lezione di Rayneri, che nella Pedagogica enumerò cinque attributi imprescindibili: Unità rispetto al fine, Universalità rispetto a tutte le facoltà umane che devono essere medesimamente sviluppate, Armonia tra le potenze umane, Gradazione, Convenienza, cioè – oggi diremmo – personalizzazione dell’intervento educativo183. Mentre il suo maestro considerava la «convenienza» come la più importante di queste leggi, A. sostiene il primato dell’armonia184, quale condizione necessaria per un’educazione efficace185. 178 G. A., Studi pedagogici, 21-22. 179 «L’opera educativa si modella sul concetto dell’uomo: quale noi lo conosciamo, tale lo educhiamo, e per conseguente ogni dottrina pedagogica si informa e si esempla sopra una dottrina antropologica.(...) L’educazione muove dalla natura originaria dell’uomo, come da suo fondamento, lo segue nel corso progressivo della sua vita governando lo sviluppo delle sue potenze, mira ad un ideale di perfezione, a cui intende sollevarlo» G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, Tipografia Subalpina, Torino, 1910, pp. 81-82. 180 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,   G. A., Studi pedagogici, 67-68. 182 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 68. 183 G. A., Studi pedagogici, 106. 184 109-112; 185 L’educazione deve essere armonica rispetto a tutte le facoltà della persona «Che l’alunno debba essere educato in armonico accordo colla natura fisica circostante, colla famiglia e colla nazione, a cui appartiene, coll’organamento sociale, in cui vive, col grado di civiltà e collo spirito proprio del tempo, è una verità già riconosciuta e proclamata dalla pedagogia filosofica. Poiché l’alunno non è una monade solitaria ed isolata, chiusa ad ogni comunicazione esteriore, bensì abbisogna della convivenza di altri esseri, a fine di espandere la sua vitalità interiore e compiere il suo esplicamento. Ma egli possiede una personalità sua, che non può essere sacrificata al mondo fisico sociale; è fornito di una libertà interiore, che gli conferisce il dominio di sé medesimo, sicché egli è quale vuole essere, non quale lo fa la necessità insuperabile dell’ambiente; non potrebbe vivere una vita comune nel consorzio con altri esseri se anzi tutto non vivesse in se medesimo di una vita tutta sua propria; non potrebbe mettersi in conformità di accordo coll’ambiente, se da prima non fosse in concorde armonia con sé stesso; non potrebbe acconciarsi alle impressioni del grande organismo  56  Sebbene guidata da un criterio unitario, l’educazione può essere analizzata nella sua molteplicità. A. parla di un’educazione fisica, intellettuale, estetica, morale, religiosa. Distingue tra quella naturale, che segue lo sviluppo delle facoltà della persona, e quella esterna, guidata da modelli valoriali, culturali e intellettuali dal discente. Il perno dell’educazione della persona è la sua razionalità ed intelligenza. Riprendendo la tripartizione rosminiana delle facoltà umane186, A. ricorda come l’interiorità della persona sia il vero oggetto dell’educazione, mistero non materiale187, ed eccedente i meccanismi fisiologici188. I fenomeni dell’interiorità sono governati da leggi come quella di associazione, simultaneità, successione, e si fondano sulla dinamica delle potenze umane, tratto tipico della pedagogia rosminiana, che si dividono in corporee o fisiche e in spirituali o mentali189. Compito dell’educazione è di sviluppare le potenze umane, in cui l’intelligenza umana si esprime come desiderio spirituale190. Se l’educazione è il mezzo attraverso cui l’uomo può essere se stesso, questa va rivolta a chiunque. A. considerava necessario offrire a qualsiasi persona l’educazione e l’istruzione, senza discriminazioni per le condizioni economiche, sociali, o di genere. In questo senso contesta i positivisti che negavano la possibilità e l’utilità di occuparsi dell’educazione e dell’istruzione dei diversamente abili. Negli Opuscoli Pedagogici191 sostiene la necessità di educare i sordomuti, i nevrastenici, i balbuzienti, i ciechi, ed esorta ad approfondire gli studi sui mezzi con i quali sia meglio educarli, richiamando a prendere esempio da altre nazioni europee come la Francia. Nel saggio su Rousseau, contesta l’idea difesa nell’Emilio, secondo cui i della natura, se anzi tutto non sentisse il vitale influsso dell’organismo corporeo suo proprio; infine egli aspira ad un ideale della vita futura, il quale non può trovar luogo nella cerchia dell’ambiente della natura tutto circoscritto ad un punto del tempo e dello spazio» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 19-20. 186 «Sentire, intendere e volere, in questa triplice classe di fenomeni psicologici si raccoglie tutto lo sviluppo del nostro essere spirituale» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 6. 187 «I fenomeni interni o psicologici non si veggono cogli occhi del corpo, non si toccano, non si odono, non si odorano: un pensiero, un affetto, un volere non hanno forma o figura, non divisione o dimensione, non grandezza o misura: essi soltanto alla coscienza si mostrano e sono oggetti di osservazione interiore» 7. 188 «I fenomeni interni sono di loro natura superiori all’organismo; i sentimenti, i pensieri, i propositi deliberati sono manifestazioni esclusivamente proprie dello spirito, al cui compiuto sviluppo i fenomeni dell’organismo corporeo intervengono bensì, ma come condizione soltanto, non some causa» 7-8. 189 «Ciò posto, siccome i fenomeni interni ci vennero superiormente distribuiti in tre classi supreme, affettivi cioè, intellettivi e volitivi, così siamo condotti ad ammettere tre supreme potenze umane corrispondenti, la sensitività, l’intelligenza e la volontà, intendendole con tale larghezza, che la sensitività comprende tanto la sensazione animale, quanto il sentimento spirituale, l’intelligenza abbracci tanto la percezione o fantasia sensitiva quanto la ragione, e similmente la facoltà spirituale della volontà si mostri preceduta dagli appetiti inferiori e con essi collegata» 12. 190 «Come l’istinto animale provvede alle esigenze della nostra vita fisica, così l’istinto spirituale fornisce alla vita mentale i beni, che le sono proprii. Ora lo spirito vive del Vero, del Bello, del Buono, e vi si sente portato da naturale istinto, il quale viene così a distinguersi in intellettivo, estetico e morale» 29.  191 G. A., Opuscoli pedagogici, 94-97. 57  diversamente abili, A. parla di «storpi», non abbiano diritto all’istruzione e all’educazione192, ribadendo la convinzione che l’educazione sia un diritto per tutti. Tutti gli uomini sono persone, qualunque sia la loro condizione, e ognuno merita di essere educato e istruito, anche se ciò deve essere fatto secondo le inclinazioni e le potenzialità di ciascuno. Analogamente contestò Platone quando estromette i «malconformati di corpo» dalla cerchia degli educabili. Inoltre fa notare come «anche lo Spencer a’ di nostri muove rimprovero alla società che si prende cure dei miserabili, dei poveri, degli infermi, fino a dichiarare una grande crudeltà il nutrire gli inetti a spese dei capaci degli operosi»193. A. considera questa prospettiva come una diretta conseguenza del materialismo: disconoscendo il valore assoluto dell’uomo, non ha più senso la cura di quanti non «funzionano», non «producono», quanti insomma sarebbero solo un peso per il sistema economico. Secondo A. solo il riconoscimento della dignità suprema dell’individuo permette il rispetto di ciascuno e la sua valorizzazione. Dimenticata la persona nell’uomo, si elimina la ragione dell’eguaglianza degli esseri umani e dunque il diritto all’educazione per tutti. Sulla base del principio della personalità, il pedagogista vercellese fu altresì un difensore dell’istruzione e dell’educazione delle donne. Anche per l’A., come per molti altri studiosi della seconda metà dell’Ottocento, era necessario concepire l’educazione della donna in armonia con l’ufficio della maternità e la cura della famiglia, compiti a cui secondo il pedagogista la donna era naturalmente destinata. Dopo aver difeso il ruolo della donna nella famiglia, spiega: «Né altri di qui inferisca, che la donna circoscrivendo nel recinto della casa il suo genere peculiare di vita debba crescervi e passarvi i suoi giorni solitari, ignorante, incolta, spregiata e negletta. Anch’essa possiede per natura tutte le facoltà costitutive della specie umana, a cui appartiene; epperò ha, quanto l’uomo, diritto alla verità, alla felicità, alla virtù, al rispetto della dignità umana, che in lei rifulge, al perfezionamento suo proprio. E se abbia da natura sortito qualche raro pregio di mente e di spirito, qualche felice attitudine al culto di qualche disciplina, od arte, o nobile professione sociale, chè non venga mai meno alla sua prima e natural missione, alla quale è chiamata nel santuario domestico»194. A. reputa che sia necessario offrire un percorso educativo e di istruzione anche alle donne meno abbienti. Dopo aver analizzato le opere della Saussure, contesta il fatto che si parli dell’educazione solo per i ceti sociali più alti: «Però io non posso passare sotto 192 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 160. 193 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 113. 194 117-118.  58  silenzio, che in questo eletto lavoro pedagogico della Saussure è tutto rivolto alla coltura della donna di agiata e civil condizione, come lo sono altresì le opere pubblicate dalle due egregie donne italiane, la Colombini e la Ferrucci intorno l’educazione femminile. Eppure anche l’educazione della donna popolana ed operaia può e deve fornire al cultore della pedagogia bello e grande argomento di studio e di meditazione, per quantunque debba essere discorso sott’altra forma ed in proporzioni più modeste»195. Nonostante l’inciso finale, il discorso dell’A. sembra innovativo rispetto alle comuni pratiche e teorie pedagogiche. La donna inoltre, in quanto persona, non poteva essere considerata proprietà di alcuno. Per questo motivo critica Rousseau che aveva fatto di Sofia una moglie totalmente asservita al marito. Al contrario: «La donna non è nata per essere la schiava né dello Stato, né dell’uomo»196. L’attività dell’educatore e della scuola deve anche essere in armonia con quella familiare. La famiglia è l’inizio e il paradigma dell’educazione. Chi si occupa di educazione deve avere come modello l’istituzione familiare. A. sostiene la necessità di una famiglia generosa, laboriosa e aperta. Contesta la famiglia rappresentata nell’Emilio, considerata isolata ed egoista. Invero, persistono nella sua opera ancora alcuni stereotipi sul sesso femminile. A. parla di un’inferiorità fisica197, e sostiene che «nella donna il sentimento e l’affetto predominano sull’intelligenza e sulla volontà», e sebbene sottolinei i vantaggi di questa caratterustica femminile198, considera l’uomo maggiormente capace di sottomettere la volontà alla ragione199. Secondo A. la durata dell’educazione abbraccia tutta la vita. L’uomo ha sempre da essere perfezionato. Il suo cammino verso il compimento di se stesso è costante200. È tuttavia vero che la vita è composta da diverse fasi, ognuna ha delle particolari esigenze educative. A. contesta cesure nette nella teorizzazione dello sviluppo della persona. 195 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, Torino, Libreria Scolastica di Grato Scioldo, 1884, p. 222. 196 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 159. 197 «Insegna la fisiologia, che l’organismo corporeo è più gagliardo e più robusto nell’uomo, più esiguo e più delicato nella donna; questa diversità di struttura deve naturalmente riuscire ad una differenza tra le potenze fisiche del sentire e del muoversi corporeo» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 16-17. 198 «Essa pensa più col cuore, che col cervello. La verità la sente più che non la mediti, la intuisce più che non la ragioni, la crede senza avvolgerla fra le tortuose spire del dubbio, la accoglie tutta quanta viva ed intiera senza dissolverla e notomizzarla col coltello dell’analisi; pensa e riconosce Dio come un bisogno del cuore, anziché come un principio della ragione; posa il suo pensiero sulla realtà concreta e vivente e mal si rivolge alle aride astrattezze, alle generalità trascendetali» 17. 199 «Venendo alla volontà, anch’essa nella donna soggiace alla influenza del sentimento, nell’uomo procede a tenore della ragione» 18. 200 «L’educazione comincia colla vita e mai non cessa, perché la nostra perfettibilità dura quanto la nostra mortale esistenza; però essa muta tenore ed ufficio ed indirizzo secondo il mutare delle diverse età» G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 33.  59  La vita non può essere divisa in tappe con demarcazioni rigide, dato che la crescita è graduale e soggettiva. A tal proposito critica Rousseau, il quale «ha rotto l’uomo (e con esso l’educazione) in tre pezzi, che spuntano non si sa come, l’un dopo l’altro, il fanciullo, l’adolescente, il giovinetto: e sotto il taglio della sua anatomia psicologica la personalità è finita»201. Tale istanza è legata ad uno dei principi cardine dell’educazione in A., vale a dire l’armonia. «Se la virtù e l’anima e l’universo e Dio medesimo e tutto quanto esiste è armonia, appar manifesto, che anche essa l’educazione deve posare e reggersi tutta quanta sull’armonia, come suo fondamentale principio, val quanto dire essenzialmente ed integralmente ordinata all’armonico sviluppo delle forze del corpo e delle facoltà dell’anima»202. Importanti appaiono alcune annotazioni sul rapporto educatore-educando. Se la persona è libera e tende alla sua libertà, l’educatore non può agire sull’educando non tenendo conto di questo aspetto proprio della persona. Dato che l’uomo è libero, non si potrà ridurre l’educazione ad un meccanismo, l’educatore non costringe, non forza, non chiude, ma mostra, fa ammirare, interroga, sollecita, suscita. Su tale principio l’A. riprende fortemente il modello della paideia greca, contrapposto alla modernità che confusa sulla natura spirituale della persona e dunque sulla sua libertà, ha costretto l’insegnamento in un procedimento vuoto e disumano. Non c’è libertà senza l’autorità. La pedagogia moderna, di cui Rousseau è il più alto rappresentante, ha disconosciuto tale evidenza. Nonostante sia giusto assecondare la crescita naturale del bambino, non lo si può privare dell’intervento esterno: «Mai non ci deve cadere di mente, che nell’educazione umana suolsi seguire come infallibil maestra la natura medesima, sicché nulla mai si tenti, né si faccia, che contraddica a’ suoi principii, nulla si dimentichi, né si trascuri, che torni opportuno o necessario a secondarlo nel suo spontaneo sviluppo. Ai dì nostri vide questa potenza educatrice della natura Rousseau, ma di troppo la esaltò fino a bandire siccome inutile e nocivo il magistero dell’arte. Aristotele non disconobbe la virtù educatrice, che giace nella consuetudine o costume, e nella coltura della ragione o disciplina. Poiché i germi del Bello e del Buono deposti in noi da natura non crescono già né maturano mercé l’opera dei beni esterni, né il caso e la sorte fa sì che noi diventiamo onesti; bensì richiedesi a tanto fine l’esercizio della facoltà del volere e del sapere»203. 201 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 117. 202 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 34. 203 155.  60  Per questo stesso motivo mette in guardia da una sopravvalutazione dell’autodidattica: «L’io umano è un soggetto personale, e quindi fornito di una energia pensante sua propria, per cui aspira scientemente e liberamente alla conoscenza della verità, siccome suo naturale obbietto; ecco l’origine ed il fondamento dell’autodidattica. Ma la personalità umana individua è limitata per natura, e quindi bisognevole di un intervento esteriore: ecco la ragione dei limiti, che circoscrivono l’autodidattica»204. La persona ha bisogno di altre persone per essere introdotta nell’esistenza. In un altro brano, A. individua nella «nuova psicologia» l’origine dell’equivoco: «L’autodidattica si regge tutta quanta sulla personalità dell’io, riguardato come un soggetto sostanziale fornito di una individualità singolare, per cui è consapevole che l’energia pensante, di cui è fornito, è tutta sua propria, e che gli atti intellettivi, in cui si svolge, vengono da lui ed a lui appartengono come loro principio originario e comune soggetto. Ora i fautori della nuova psicologia rinnegano apertamente la libera attività e la personalità dell’io umano riducendolo ad un insieme complessivo di fenomeni mentali, che non appartengono a nessun soggetto e si succedono a tenore di leggi ineluttabili, facendo dell’anima umana una mera funzione dell’organismo corporeo»205. La prima regola del maestro è il rispetto per il discente, che è l’attore principale dell’atto educativo. Una vera educazione è contraddistinta dal rispetto e dalla pazienza. L’educatore è chiamato a essere umile, non c’è inoltre insegnamento quando l’insegnante non impara a sua volta: «Il maestro deve di sicuro sovrastare al discepolo per ampiezza di dottrina, per coltura e sviluppo mentale, ma non dimentichi mai, che in faccia all’immensità dello scibile quel tanto, che egli sa, è poco meno che nulla, e gli bisogna perciò imparare sempre, ed imparare nell’atto medesimo, che istruisce gli altri»206. A. riprende la celebre frase di Plutarco che critica l’insegnamento come «riempimento», e sostiene che «Il vero imparare è un lavorare colla propria mente ed avere consapevolezza della verità scoperta e del come siamo giunti a scoprirla; il vero insegnare è un accendere la scintilla del pensiero e mantener viva la fiamma della riflessione. La parola del maestro riesce all’alunno necessaria in quella guisa, che ad un seme l’aria e la luce esteriore del sole, il quale destando la virtù sopita in esso lo schiude dal suo germe e lo tien vivo ed atto a spiegare le sue forme. L’acquisto della scienza è un martirio per uno spirito giovanile abbandonato alle solitarie ed isolate sue forze, come il possesso materiale 204 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 16. 205 17. 206 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 83.  61  della scienza non conquistata colla nostra meditazione somiglia a splendido patrimonio avito, eredato da nepoti degeneri e dappoco»207. Educare è dunque far cresce armonicamente le capacità dell’alunno, è un atto della vita che fa entrare nella vita, sviluppa e forma il carattere, ma soprattutto tende a far essere se stessi, e cioè autocoscienza del mondo. Educare significa formare le capacità umane, ma soprattutto interrogare il discente, contagiare l’esigenza di conoscersi e di capire se stessi. Nel suo studio, la Quarello riporta una frase della Marchesa di Lambert citata dall’A. nello Studio Storico critico di pedagogia femminile (1896), in cui la pedagogista sostiene che: «La più grande scienza sta nel sapere essere in sé»208. L’educatore è chiamato a condurre l’educando a questa vetta. L’azione formativa risulta dunque una continua interrogazione ed esortazione. È molto interessante la considerazione di Calò, secondo cui l’A. puntava ad un’azione educativa che «correggesse con un movimento centripeto verso il nucleo più profondo dell’io il movimento centrifugo verso l’esterno, che sapesse fare procedere l’educazione dal di dentro, non dal di fuori».  In questo «stare in sé» l’uomo scopre una dimensione infinita che lo interroga, lo spiazza. La persona sente in sé il richiamo di un’alterità misteriosa ma a cui si sente inesorabilmente legato: «Dovunque si muova l’educazione trovasi in faccia all’infinito sempre, perché l’educando è persona finita sì, ma che pur si muove e gravita verso l’infinito». Su questi presupposti, A. è convinto che non si possa negare l’educazione religiosa ai giovani: «La coltura impertanto dell’intelligenza, e dell’attività volontaria va ordinata a Dio. Così la personalità finita dell’educatore e dell’educando si regge sulla personalità infinita di Dio, e trova in questa la sua ragion di essere, del pari che la sua cagione efficiente. Educazione vera non è, che non sia personale sotto entrambi questi riguardi. Il materialismo, che spegne nel fango la personalità dell’uomo, l’ateismo, che nega a Dio la sua personalità infinita, il panteismo, che nega all’uomo ed a Dio una personalità loro propria per confonderli in una medesima sostanza, conducono ad un’educazione disumana, omicida, perché è negazione della persona. La formazione del carattere, intorno alla quale si travaglia tutta l’arte educativa, torna opera impossibile, ove non si regga sulla personalità dell’essere infinito»210. Strettamente legato alla questione della vocazione umana ed educativa, è il concetto di «carattere», con cui A. riprende un tema caro ad altri pedagogisti cattolici e non. Il carattere è definito come «quello stampo, o quell’impronta speciale, che configura 207 84-85. 208 V. Quarello, G. A., Studio critico, 106. 209 G. Calò, Dottrine e Opere, 25. 210 G. A., Opuscoli pedagogici, 31.  62  ciascuna natura umana»211. Con questo concetto intende l’universalità dell’essere persona nella particolarità del singolo. «L’alunno accoppia in sé l’umanità comune a tutti i suoi simili, e l’individualità propria di lui solo»212. Un altro passo chiarisce tale relazione: «il genere (umano) vive nell’individuo sotto forma del carattere»213. È compito dell’ufficio educativo riconoscere e far fruttare l’individualità della persona214. Secondo l’A.: «l’uomo di carattere è colui, che pensa con verità e colla propria testa, è arbitro del suo operare e conforma le sue azioni esterne coi suoi interiori convincimenti, sempre mirando all’ideale divino della perfezione»215. Ma per condurre al vero carattere bisogna educare, non basta istruire. A. definisce l’educazione del carattere come il «punto di gravitazione» e l’ «apogeo»216 dell’educazione. All’educatore spetta il riconoscere il carattere dell’alunno, la sua coltivazione, e l’aiuto verso la vocazione personale di ciascuno. Così «Il fanciullo è persona, cioè sostanza individua, che in sé armonizza la virtù conoscitiva, fonte della vita operativa, congiunta con un organismo corporeo, sede della vita fisica e ministro della vita spirituale. La vita speculativa si sviluppa mercé l’acquisto del sapere, oggetto dell’educazione intellettuale, la vita operativa mercé la formazione del carattere, compito dell’educazione civile, morale, religiosa, la vita fisica mercé il rinvigorimento, la salute e la destrezza del corpo, termine dell’educazione fisica; e tutte e tre queste forme di educazione deggiono armonizzare insieme, come armonizzano dell’unità dell’umano soggetto le tre forme di vita umana»217. Il carattere va educato sin dalla prima infanzia, e in esso l’esempio è il principale fattore218. L’apice della formazione è il carattere morale, vale a dire la libertà dell’uomo di obbedire esclusivamente alla legge morale insita nell’uomo. A. considerava il rispetto e obbedienza a questa legge, come il compimento della libertà, che certo non riteneva essere un arbitrio assoluto del 211 G. A., L’uomo e il cosmo,  G. A., Studi pedagogici, 336. 213 G. A., L’uomo e il cosmo, 357. 214 «La formazione del carattere è opera nostra, sebbene abbia suo fondamento in natura, e le occorra il sussidio dell’arte educativa» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 50. 215 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 4. 216 G. A., Studi pedagogici, 322. 217 G. A., Opuscoli pedagogici, 31. 218 «Il carattere morale non forma lì per lì come per incanto nell’età virile; ma, come ogni opera grande e duratura, che sorge da piccoli inizii, esso fa le sue prime prove nella puerizia, e progredisce con lento lavorio sino alla compiuta sua forma mediante l’opera concorde dell’alunno, del maestro, dei genitori, durante tutto quel lungo periodo educativo, che dalla prima puerizia si stende sino al termine della gioventù» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 91.  63  soggetto219. Il pedagogista vercellese è, infatti, convinto che «Volere liberamente il dovere, ecco, secondo me, la formula di tutto l’ordine morale»220. Per un’educazione efficace è imprescindibile lo sviluppo della capacità di volere e seguire ciò che è bene. «La dignità umana rifulge nel carattere. Plasmare nel fanciullo il carattere dell’uomo, che esprime la santità della vita in sé, nella famiglia, nella patria, questo è dell’arte educativa il supremo, altissimo ufficio»221. Parlando dell’insegnamento in classe dice che «ogni atto educativo dev’essere un’affermazione, un’impronta della sua individualità personale. Così si forma il carattere, così l’alunno impara a diventare uomo maturo di senno, esperto della vita, arbitro delle sue sorti»222. L’ultima opera dell’A., datata 1913, è dedicata allo studio comparato tra Giobbe e Schopenhauer. Contrapposto al nichilismo, al pessimismo, e al disimpegno del secondo, Giobbe rappresenta la vera statura umana, colui che nonostante le circostanza si spende per la verità. Osserva A.: «L’operosità della vita, perché si compia con efficacia, con dignità e decoro, richiede in noi la coscienza della nostra libertà personale rivolta ad un ideale supremo, il sentimento della nostra propria vigoria, il voglio imperioso dello spirito pronto a lottare contro le difficoltà, gli ostacoli, con imperturbabile costanza sino al sacrificio, riverente a quanto si presenta di grande, di nobile, di sacro, di divino»223. L’A. critica la riduzione dell’intervento educativo all’istruzione, riprendendo una battaglia tipica della pedagogia spiritualista. Sulla base dell’antimetafisica e del relativismo etico di certo positivismo, più di un pedagogista ridusse il compito dell’educazione all’istruzione, estromettendo dai suoi compiti la formazione del carattere, e quindi dell’autocoscienza e della libera volontà. Tale approccio ha come premessa fondamentale la convinzione che non ci sia nulla di vero, e quindi di insegnabile, fuori dalle asserzioni scientificamente dimostrabili. A questo proposito può essere utile richiamare un aneddoto raccontato da A. riferito ad una visita di Padre Girard all’Istituto del Pestalozzi: «Nell’atto che il Padre Girard stava visitando l’Istituto di lui, egli uscì fuori con queste parole: “È mio intendimento, che i miei 219 Per queste posizioni fu criticato da Santoni Rugiu: «L’A. ha della moderna pedagogia una concezione normativa (come sempre, d’altronde, nella concezione cattolica), la vede cioè non come un’indagine libera e obiettiva sulla natura e sulle condizioni reali in cui si svolge la formazione dei soggetti, ma come l’elaborazione di un insieme di indiscusse norme, appunto, che guidino alla perfezione morale e spirituale. Guai a lasciarsi travolgere dal «gran movimento sociale» e ritenere che esso indichi sempre la via del progresso e della civiltà» A. Santoni Rugiu, Storia sociale dell’educazione, Milano, Principiato, 1987, p. 528. 220 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico,89. 221 G. A., Opuscoli pedagogici, 18. 222 G. A., Principi fondamentali di Scienza Pedagogica, in «Rivista Pedagogica», n. 10, 1930, p. 687. 223 G. A., Giobbe e Schopenhauer, Torino, Tipografia Subalpina, 1912, p. 41.  64  alunni non tengano per vero, tranne ciò solo, che possa essere loro dimostrato come due e due fan quattro”. Al che il Girard rispose: “Se io fossi padre di trenta figli, nemmeno un solo ve ne affiderei ad essere ammaestrato, perché non vi verrà mai fatto di dimostrargli come due e due fan quattro, che io sono suo padre, e che egli è tenuto di amarmi»224. Le parole di Padre Girard erano utili a spiegare quali fossero i rischi dell’ipertrofia della ragione scientifica e matematica. Limitando il veritativo al «misurabile», infatti, si escludevano dall’educazione tutta una serie di apprendimenti e principi morali indispensabili alla vita e alla formazione del carattere. Anche su questo punto A. esorta a distinguere ma senza dividere. L’educatore deve far crescere tutte le capacità umane, sia quelle del «cuore» che quelle della «mente». Era convinto che «la natura non si riforma, bensì va riconosciuta e rispettata»225. E la natura della persona non può essere ridotta alla pura istruzione, ma ha bisogno della certezza morale, dei principi, dei criteri per distinguere bene e male. I. 6. Critica all’idealismo e al positivismo Una parte considerevole delle opere di A. è destinata alla critica dell’idealismo e del positivismo. A tali correnti, sin dai primi lavori, A. addossò le responsabilità della profonda «crisi»226 e confusione che ammorbava la filosofia italiana. Oltre ad una lunga serie di studi dedicati a questi sistemi, anche negli altri saggi di A. appaiono frequenti incisi polemici contro queste teorie. Calò ha rilevato come questa ricorrente confutazione e polemica del positivismo e dell’idealismo, rappresentò un tratto specifico del pensiero del pedagogista vercellese «L’atteggiamento critico contro le due correnti suddette forma la preoccupazione costante e costituisce, insieme con il principio della personalità, svolto dall’A. in tutti i suoi aspetti, il motivo fondamentale e la sostanza del suo pensiero filosofico»227. Secondo alcuni studiosi A. avrebbe avuto nei confronti delle teorie coeve un atteggiamento difensivo ed eccessivamente «polemista»228. Caramella, un gentiliano che certo non concordava con le critiche dell’A. all’hegelismo e ai suoi epigoni, fu molto severo con il pedagogista, e ne sminuì il contributo, riducendolo ad una lamentela sterile e arretrata: «Ma venendo ai risultati effettivi della sua vasta opera di più che mezzo secolo, 224 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 89. 225 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 261. 226 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 6. 227 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe A., 4. 228 S. Caramella, Lo spiritualismo pedagogico in Italia, «La nostra scuola», n 13-14, 1921, p. 9.  65  qual è il significato storico dell’A.? Niente di meno ma niente di più che un’ostinata battaglia cattolica contro lo scientifismo, senza che dal cozzo si generasse mai una scintilla nuova»229. Una critica analoga gli venne mossa da Vidari230. È facile riscontrare nell’opera di A. toni duri, se non apocalittici, nei confronti di teorie giudicate dannose non solo alla pedagogia, ma anche alla vita educativa e sociale del paese. In molti saggi mancano aperture concilianti, mentre le posizioni espresse sono spesso risolute e poco inclini ad aperture. Ma, a onor del vero, va riconosciuto che le critiche portate dal pedagogista sono sempre articolate e suffragate da una conoscenza precisa degli autori e delle scuole esaminate. «L’A. non fa mai la critica per la critica: il suo scopo è sempre molto preciso, quello di dimostrare e di salvare certi principi e certe verità filosofiche»231. All’interno del lungo itinerario delle opere dell’A. possiamo distinguere due momenti. Sino agli anni ’70 dell’Ottocento, si concentrò in particolare sull’idealismo, mentre in seguito si occupò quasi esclusivamente del positivismo, data l’incipiente influenza che iniziava ad avere sulla pedagogia e filosofia italiana. Già alla fine degli anni ’60, A. notava come il positivismo si accingesse a dominare il clima nelle Università italiane e negli studi filosofici e pedagogici, mentre l’idealismo era destinato a restare ai margini del dibattito. Nel 1903, ricordando quel tornante storico, commentò: «Il campo filosofico era in allora combattuto da due scuole di tutto punto opposte, l’idealismo hegeliano, che andava declinando dal suo apogeo, ed il positivismo anglo-francese, che si annunziava ristauratore sovrano della scienza e della vita»232. In quegli anni, la scuola idealistica era viva quasi esclusivamente a Napoli grazie a Spaventa e Vera. A., peraltro docente in una sede dove l’idealismo era quasi inesistente, si misurò criticamente soprattutto con i positivisti. Come accennato, i lavori di critica all’idealismo si concentrano in larga parte nelle opere giovanili, in particolare nei Saggi filosofici (1866) ne L’hegelismo, la scienza e la vita, (1868) e nell’ Esame dell’hegelismo (1897), un saggio più breve di quello precedente dove riprende pressappoco le stesse tematiche. 229 9-10. 230 «In tutti questi lavori la mente dell’A. si presenta sempre nell’atteggiamento di chi, incrollabilmente fermo e sicuro nelle proprie convinzioni maturate in uno studio severo e diuturno, vede nell’avversario e nelle dottrine da lui rappresentate un pericolo esiziale per la società e per la scuola, in cui esse si diffondano. Onde non tanto Egli mira a penetrare ed esporre l’idea dell’avversario nella sua genesi e nelle sue eventuali giustificazioni, quanto a metterne in rilievo le deficienze o le contraddizioni o le inaccettabili conseguenze» G. Vidari, Giuseppe A., 8. 231 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe A., 447. 232 G. A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 3.  66  Alcuni cenni polemici contro l’idealismo sono presenti anche in altri testi, tra cui L’antropologia e l’umanesimo (1868), Della vecchia e della nuova pedagogia (1873), L’Antropologia ed il movimento filosofico sociale (1869); La pedagogia e lo spirito del tempo, Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia (1877) Studi filosofici sul carattere delle nazioni  Sulla personalità. Il testo in cui espone in modo più articolato le sue tesi contro l’idealismo è L’hegelianismo la scienza e la vita, un lavoro giudicato da Eugenio Garin «onestamente espositivo»233. L’opera fu scritta in occasione del concorso Ravizza del 1865-1866, che chiedeva agli scrittori di cimentarsi con questo tema: «Quali pratiche conseguenze derivino dall’idealismo assoluto di G. Hegel nella morale, nel diritto, nella politica e nella religione?». Il testo, che vinse il premio, fu poi rivisto e pubblicato. Nell’opera, l’A. delinea l’origine dell’hegelismo, mettendo in luce l’humus kantiano da cui nacque l’idealismo. Il pedagogista enuclea i passaggi che portarono dalle posizioni del filosofo di Königsberg ad Hegel. A. ricorda come Kant fosse allora considerato il nuovo «Socrate» per aver salvato la scienza dallo scetticismo, mentre egli pensava che il kantismo fosse stato la «tomba» della scienza e della filosofia234. L’errore di Kant fu quello di disconoscere il primo dato filosofico, vale a dire l’evidenza dell’essere. Egli perpetuò quella torsione prospettiva cartesiana che si piegò sull’affidabilità della ragione, dimenticando lo stupore e l’attestazione del mondo. A. osserva che l’uomo neanche penserebbe se non ci fosse quel «fuori». Così Kant aveva «condannato il soggetto ad un perpetuo e violento celibato segregandolo dalla realtà oggettiva»235. Osserva A.: «Scienza assoluta intorno il pensiero umano, ignoranza assoluta intorno la realtà universale, ecco i due poli del Criticismo di Kant, la finale risposta che egli diede alla sua prima domanda. Con questo suo sistema originale Kant reputava di avere ricostrutto su salda base il sapere speculativo, e quetati una volta i dissidii che da secoli sconvolgevano il regno della metafisica: Ubi solitudinem faciunt (direbbe qui Tacito), pacem appellant»236. Ma se lo scopo di Kant era quello di salvare la scienza, egli superò lo scetticismo di Hume, in quanto non riuscì a riconoscere il senso e i motivi della scienza metafisica. E ciò fu confermato dagli sviluppi successivi della filosofia. Nei cinquant’anni trascorsi tra la pubblicazione della Critica della Ragion Pura, 1781, e la morte di Hegel, 1831, la Germania visse un radicale cambiamento culturale. Dallo scetticismo di Kant si arrivò attraverso Fichte e Schelling, all’affermazione dell’idealismo 233 E. Garin, Tra due secoli. Socialismo e filosofia in Italia dopo l’Unità, 56. 234 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 22. 235 31. 236 29.  67  assoluto di Hegel, che secondo A. non fa altro che trarre le nefande conseguenze di quel divorzio tra l’io e il mondo, che se aveva portato Kant allo scetticismo, conduceva Fichte alla tesi dell’Io assoluto, origine e creatore del mondo. Si trattò di una deriva di quelli che chiamò in un altro testo i «trascendetalisti tedeschi», i quali «estendendo fuor di misura il potere dell’io umano, lo posero creatore dell’essere e del sapere, e finirono collo spogliarlo della soggettività ed individualità sua, confondendolo col massimo degli universali»237. Nel saggio A. dedica diversi capitoli a questi passaggi, concentrandosi dopo Kant, su Fichte e Schelling. In ultimo affronta in modo analitico la figura e la filosofia di Hegel, introducendo il suo pensiero con un’accurata esposizione della vita, oltre che un’analisi degli apporti e delle influenze che ne condizionarono il pensiero. Successivamente, ne enuclea il sistema filosofico, con un’analisi articolata. A. parte dal concetto generale di filosofia, quindi affronta il metodo dialettico, il concetto dell’Idea e il suo sviluppo nel Sistema. Poi tratta della Logica, della filosofia della Natura e infine della filosofia dello Spirito. In conclusione sintetizza i motivi della critica all’idealismo. Il seguente brano compendia la critica di A.: «Il nome di Idealismo assoluto con cui viene designata la dottrina di Hegel, ne rivela tutto lo spirito e ne compendia il contenuto. Il suo sistema è tutto in queste due parole: Idea assoluta, od in altri termini Idea e sviluppo, giacché l'essenza dell'Assoluto è un esplicamento universale, un moto continuo e senza fine. Come per Condillac tutto è sensazion trasformata, così per Hegel tutto è Idea trasformante. L'idea essendo assoluta si fa tutte le cose, e con questo suo diventare universale spiega successivamente tutto l'essere, perché riproducendolo rivela le intime essenze delle singole cose, sicché l'Idea assoluta si manifesta ad un tempo siccome il sistema della scienza e l'insieme della realtà, identità universale delle idee e delle cose, del pensiero e dell'essere. Datemi materia e moto, diceva Cartesio, ed io creerò l'universo. Hegel pigliando in senso trascendentale il motto cartesiano avrebbe potuto ripeterlo dicendo: Datemi Idea e sviluppo, ed io vi ridarò rifatta e spiegata la realtà universale»238. L’identificazione dell’essere con l’idea conduceva l’idealismo a numerose antinomie ed epicicli, elencati dall’A.. Il pedagogista fa notare come Hegel, mentre tacciava di misticismo i realisti, chiedeva un atto di fede nel riconoscimento dell’Io assoluto. In conclusione, A. ripropone la ragionevolezza del realismo. Secondo il pedagogista vercellese, il reale anticipa, sporge e supera il razionale. Una frase dell’Amleto di 237 G. A., Sulla personalità umana, 18. 238 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 59.  68  Shakespeare è ripresa dall’A. come legge della filosofia, «v'hanno cose e in cielo e in terra di cui le nostre filosofie non si sognano neppure»239. La diaspora degli hegeliani e le numerose critiche fattegli dai suoi discepoli evidenziano tanto il fascino della prospettiva hegeliana, quanto la sua fragilità. L’errore cruciale dell’idealismo è la negazione della validità di quella serie di evidenze e strumenti che l’uomo ha nel suo naturale rapporto con il mondo: «il sistema dell’identità assoluta contraddice ai pronunciati della coscienza e si oppone ai dati del senso comune e del sapere naturale; dunque è insussistente»240. Per questa ragione, A. definisce Hegel come uno «spietato Torquemada del senso comune»241. Il pedagogista riprende l’analisi rosminiana e considera gli idealisti fondamentalmente degli scettici. Osserva: «La scienza è la spiegazione razionale della realtà sussistente: ora la realtà va anzitutto schiettamente osservata quale si presenta alla nostra percezione, e non già indovinata a priori e ricercata attraverso le pieghe del nostro cervello. Una teoria della realtà, costrutta col puro ragionamento e non fondata sull’osservazione, non è scienza seria e verace, ma un tessuto di astruserie, che potrà tutt’al più dimostrare la potenza immaginativa di chi l’ha costrutta. L’idealismo trascendentale germanico de’ tempi nostri ha sacrificato l’osservazione della realtà al puro ragionamento. Esso ha preso le mosse dal concetto più astratto, a cui si possa giungere ragionando, e colla virtù di quel concetto vuoto ed indeterminato pretese di costruire la realtà universale»242. Prima Gentile243 e poi la Quarello244, criticarono all’A. una conoscenza poco approfondita di Hegel. Se non si può considerare il pedagogista vercellese tra i massimi studiosi di Hegel, dai suoi lavori emerge un confronto nel merito con il cuore delle posizioni idealiste. Altri autori, come il Suraci, parlarono dell’opere sull’Hegelismo come «una critica quanto mai acuta e serrata»245. Anche per altre teorie, A. non bada ad una erudizione pedante sulle vicende di una corrente, ma al cuore e al significato delle sue principali direttrici filosofiche. Come è già stato accennato, dopo alcuni lavori dedicati all’idealismo, A. diede largo spazio alla critica del positivismo, che occupò gran parte della sua attenzione nella sua carriera seguente. Il pedagogista si accorse della rapida diffusione del positivismo nelle Università. Uno degli atenei in cui tali teorie presero piede e si diffusero era proprio quello 239 143. 240 G. A., Saggi filosofici, 6. 241 372. 242 G. A., Antonio Rosmini, 33. 243 G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, 370. 244 V. Quarello, G. A., Studio critico, 128-129. 245 V. Suraci, A.filosofo e pedagogista, 84.  69  di Torino, che era stata sino a pochi anni prima una roccaforte del rosminianesimo e dello spiritualismo cristiano. Come ha ricordato Giorgio Chiosso: «Proprio a Torino la cultura positivista stava compiendo il massimo sforzo con Moleschott, Lessona, Lombroso, Mosso per tracciare una antropologia incentrata su esclusivi tratti fisio – psichici e fortemente condizionata dalla cultura evoluzionista»246. Come ebbe a scrivere Norberto Bobbio, Torino rappresentava sul finire dell’Ottocento «la citta più positivista d’Italia»247. A. individuava come ragione della diffusione di tale corrente un forte appoggio politico, che era diventato come abbiamo già rilevato, il braccio ideologico dei gruppi anticlericali che spesso sedevano nelle poltrone più importanti del neonato Stato italiano. Il pedagogista aveva una chiara percezione di tale egemonia e non mancò di denunciarla. Scrisse a proposito «Il partito iperdemocratico, che nei lontani sfondi della rivoluzione italiana del 47 appena s’intravvede indistinto e sfumato, prese a poco a poco forme più spiccate e concrete, e fattosi potente tende oggidì a tenere esso solo il campo. Esso novera potenti ingegni fra i suoi numerosi seguaci, che ne bandiscono i principii dalle cattedre universitarie, dalle tribune parlamentari, dalle officine della pubblica stampa. La sua arma è la critica, il suo dogma supremo è l’umanesimo sociale, ossia il naturalismo pagano razionalizzato. E la critica, dacché fu inaugurato il Regno dell’Italia una, si spiegò con forze maggiori che mai. Essa si pose ad abbattere il principio di autorità nell’ordine del pensiero e della vita, a dissolvere le credenze morali e religiose dell’universale, a minare le fondamenta di tutta la dommatica del cristianesimo, a snaturare l’indole nativa e tradizionale della filosofia italiana»248. Nonostante il peso del positivismo fosse riscontrabile già nei citati dibattiti del ’47, fu solo con l’Unità che ai positivisti fu concesso quello spazio privilegiato col quale poterono diffondere le loro teorie e avere una inaspettata diffusione. Come denunciò A.: «Ai seguaci e promotori della nuova scuola pedagogica il Governo prodiga la pienezza de’ suoi favori, e sotto la potente sua egida assicura il trionfo»249. Se i capi scuola europei del positivismo meritarono, da parte dell’A., delle analisi approfondite e alcuni, rari, apprezzamenti, la valutazione degli epigoni italiani fu molto severa. Essi vennero ridotti al rango di semplici ripetitori di autori più organici come Spencer, Comte, Bain. A. si limitò ad affrontarne in modo sbrigativo la produzione positivistica italiana nel saggio La pedagogia italiana antica e contemporanea (1901). In 246 G. Chiosso, L'interpretazione rosminiana di Giuseppe A., «Pedagogia e vita», n. 6, 1997, p. 152. 247 N. Bobbio, Introduzione, in E. R. Papa (ed.), Il positivismo e la cultura italiana, Milano, Angeli, 1985, p. 13. 248 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 161-162. 249 168.  70  esse il pedagogista si lasciò andare a valutazione in parte ingenerose e tranchant. Affrontò le teorie di Angiulli, Siciliani, Gabelli, e di altri pedagogisti minori. Il primo è considerato il «principe» fra i cultori del positivismo in Italia. Viene definito come un «pensatore robusto e profondo, ma non originale»250 che ricalca fondamentalmente le posizioni di Spencer, e dunque tutti i suoi errori. La riduzione spencieriana dell’uomo ad un animale, mina le basi del pensiero di Angiulli: «Lottando contro la realtà dell’io, che egli ha negato e che s’impone inesorabile al suo pensiero, si vede costretto a ricorrere ad una novità di linguaggio, ad una dicitura attortigliata ed involuta, ad un ritornello di espressioni stereotipate, che spargono una nebulosa caligine sul tutt’insieme della sua dottrina»251. Un altro errore a cui lo conduce la negazione del principio della personalità è la statolatria nel campo dell’istruzione pubblica. Pietro Siciliani è invece accusato di eclettismo e di aver mal combinato istanze inconciliabili, producendo un sistema contradditorio e instabile. In una prelazione risalente al 1882, rammentò il cambio di opinione sul positivismo, prima criticato e poi elogiato252. Del sistema del Siciliani l’A. denunciò l’incapacità di giustificare sui presupposti positivisti l’esistenza della libertà e i fondamenti della morale. Negli Opuscoli lo accusa di trasformismo e scrive che «muta di dosso i panni a tenor della moda»253. Stando ad A., questa «accozzaglia» di principi spuri condanna alla mediocrità la pedagogia del Siciliani: «Egli non si afferma né spiritualista, né materialista, né idealista, né ontologista, né trasformista, né positivista, e lascia capire che vuol essere qualche cosa di più e di meglio di tutto ciò; ma non ci presenta un principio superiore a tutti questi sistemi, che impronti il suo pensiero e lo determini per quello che è»254. Si occupò anche di altri autori come Emanuele Latino, Aristide Gabelli, Edoardo Fusco in cui rileva sostanzialmente gli stessi errori di Siciliani e dell’Angiulli. Saluta invece con soddisfazione il ritorno allo spiritualismo di Ausonio Franchi, al secolo Cristiano 250 169. 251 174. 252 Nel saggio cita direttamente le parole di Siciliani e poi le commenta: «“Troppo scettici, noi Italiani abbiamo bisogno di fede: troppo anneghittiti dal positivismo, abbiamo bisogno di sacro entusiasmo nella scienza, nell’onestà, nell’onore, nei principii di giustizia, nell’attività del lavoro, nell’autorità creata da noi stessi, nell’Italia. Possiamo dunque accettare il Positivismo? No. Inteso come sistema, il Positivismo è dottrina assolutamente negattiva, non ha storia, non ha principii; è contrario allo spirito filosofico di nostra età, è dannevole nelle sue applicazioni morali, estetiche, politiche, religiose, storiche. Nol possiamo accettare come sistema, perché contrario alla nostra istoria, alla mente dei nostri padri, all’indole nostra, al nostro genio, alle nostre tendenze, contrario ai nostri bisogni fisici e intellettuali [in nota: P. Siciliani, Critica del positivismo]”. Chi pubblicava or non è molto queste righe contro il sistema positivistico, è quegli stesso, che oggi ha inalberato il vessillo del positivismo dlla sua cattedra di pedagogia in una celebratissima Università italiana, mutando dottrine con quella leggerezza medesima, con cui altri muta di dosso i panni a tenor della moda» G. A., L’educazione e la scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881, Torino, Marino,  G. A., Opuscoli pedagogici, 122. 254 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 177.  71  Bonavino, di cui esalta le Lezioni di pedagogia che viene indicato come un testo fondamentale per la pedagogia spiritualista. Le considerazioni dell’A. restarono severe. Valuto le teorie positiviste «disumane e liberticide»255. Inoltre avversò una certa indifferenza degli epigoni di Comte che sembravano sordi agli appunti delle altre correnti pedagogiche. In più d’una occasione A. lamentò la loro indifferenza alle critiche, oltre alla poca onestà intellettuale256 Come già accennato, i suoi studi si concentrarono soprattutto sui fondatori del positivismo europeo: Comte, Spencer, e Bain. Le sue numerose opere dedicate a questa corrente, rappresentano una prima sistematica reazione dello spiritualismo italiano al positivismo europeo. Il lavoro più preciso e sistematico su tale corrente è Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico (1883), definito dalla «Civiltà Cattolica» come una «splendida e serrata critica di questo sistema»257. Nella prelazione tenuta per l’anno accademico 1881-1882, A. annunciò che durante il corso sarebbe sceso «nell’arringo a combattere il positivismo riguardandolo siccome una larva ingannevole della scienza, siccome un pericolo esiziale della pedagogica»258. Nel solco di quelle lezioni pubblicò poi il lavoro. L’opera si divide in due parti principali: nella prima tratta delle origini del positivismo e ne mette in discussione i fondamenti filosofici, nella seconda critica le conseguenze pedagogiche ed educative. A. identifica come causa prima del positivismo, la stessa dell’idealismo, vale a dire la crisi della metafisica avvenuta con la modernità, che Kant sancì nella Critica della ragion pura, sostenendo la sostanziale inconoscibilità del non sperimentalmente. Il metodo scientifico si dogmatizzò, pretendendo di estromettere dalla conoscenza e dalla vita privata e pubblica tutto ciò che non è misurabile. Il positivismo si configurò come una nuova prospettiva epistemologica, metodologica e antropologica, fondata sulla negazione di tutte le conoscenze non verificabili sperimentalmente. In questo senso, si oppone a qualsiasi 255 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, I. 256 Nel saggio su La scuola educativa, A. riporta una critica fattagli da Fornelli che nel testo La pedagogia e l’insegnamento classico, accusò il professore vercellese di aver travisato le posizioni di Comte. Dopo essersi difeso, critica anche una evidente storture delle sue posizioni, avendolo assimilato all’idealismo: «Ma il più grosso abbaglio del mio critico è questo: io non sono punto quell’idealista, che egli s’immagina mostrando di non aver letti i miei lavori filosofici, o di averne frainteso il significato malgrado la loro conveniente chiarezza. Mi additi un solo passo, da cui risulti che io ripongo le origini prime del pensiero in concetti astrattissimi, anteriori e superiori ad ogni realtà concreta e sussistente, ed io mi do’ per vinto» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 218. 257 Linee di pedagogia moderna, «La Civiltà Cattolica», quaderno 1565, 1915, vol. III, p. 542. 258 G. A., L’educazione e la scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881, 15.  72  considerazione metafisica, di cui è «la sua negazione assoluta ed esclusiva»259. In questo rifiuto consiste, per il pedagogista vercellese, anche «il carattere direi negativo del positivismo»260. Va tenuto conto, che A. riconosce l’apporto positivo delle scienze sperimentali e della metodologia scientifica. Senza alcun timore verso gli esiti della ricerca empirica, il pedagogista attribuisce alla scienza (non al positivismo) il merito di aver accresciuto notevolmente la conoscenza del mondo e il benessere materiale. Tuttavia, A. individua proprio nell’euforia per gli esiti della tecnologia la presunzione di certo positivismo. Galvanizzata dalle scoperte scientifiche: «esaltò l’esperienza sensibile siccome l’unica e suprema ed assoluta fonte di tutto lo scibile umano, rigettò tra le illusioni tutto ciò, che trascende i suoi confini, assegnò unico oggetto della scienza i fenomeni disgiunti dalle sostanze e respinse la ragione siccome facoltà trascendente che contempla la sostanzialità delle cose»261. A. ricorda come il metodo sperimentale non possa racchiudere tutto il campo dello scibile, pena l’esclusione di ambiti conoscitivi fondamentali per la vita umana. Rivolgendosi ai positivisti A. scrive: «No, la mente umana non può fermarsi ai confini dell’esperienza, come alle colonne di Ercole: i grandi problemi dell’esistenza, soffocati dalla vostra dottrina, risorgono davanti alla ragione e le si impongono irremovibili. Voi non riuscirete mai a cancellare dalla coscienza del genere umano questo indestruttibile sentimento, che noi non siamo sfuggevoli fenomeni, quasi ombre erranti alla ventura nel deserto, bensì persone vive, forniti di una ragione che trascende la cerchia dell’esperienza sensibile e si innalza alle supreme idealità della vita. Gli ingegnosi apparecchi meccanici, di cui avete forniti i vostri laboratori di psicologia sperimentale, potranno procacciarsi nuove ed interessanti notizie intorno la vita sensitiva dell’uomo esteriore, ma non ci sapranno dir nulla intorno i misteri dell’anima, il secreto lavorio della sua vita intima, le sue sublimi aspirazioni»262. La scienza esatta e sperimentale non può esaurire tutto il campo della conoscenza dell’uomo. Inoltre, secondo A., l’esautorazione della metafisica dal campo dello scibile danneggia la stessa scienza. Essa, infatti, nasce da domande metafisiche, si nutre di concetti e di una logica che non può essere rinvenuta nella esperienza materiale, ma solo in quella spirituale. L’antimetafisica getta il positivismo in un paradosso: lo scientismo, 259 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 13. 260 10. 261 G. A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 14. 262 14-15.  73  infatti, nega le premesse della scienza. Con l’affermazione «non esistono che fatti» si esprime un giudizio generale e veritativo sul mondo, portando avanti un discorso propriamente metafisico. Scrive A.: «Dicono infine che, seguendo la dottrina evoluzionistica, le teorie non sono più campate in aria quali sono foggiate dall’apriorismo, ma riescono l’interpretazione oggettiva dei fatti. Sta bene: i fatti vanno adunque interpretati; ma con quale criterio? Certamente con qualche concetto o principio ideale, superiore ai fatti stessi, perché questi per sé sono lettera morta, bisognevole dello spirito, che la vivifichi e la illustri. Eccon quindi chiarita l’insufficienza dell’esperienza alla formazione della psicologia e della pedagogia»263. Il positivismo si autodefinisce teoria delle scienze positive, ma secondo A., la costruzione di un sistema filosofico accede già ad una dimensione della riflessione che travalica i confini dell’esperienza empirica. Si tratta di una «astrazione» che si serve della logica, del giudizio, dell’argomento. In questo senso, se i positivisti volessero essere coerenti con le loro posizioni, dovrebbero «liberarsi da concetti «metafisici» come quelli di causalità, identità, o di non contraddizione. In questo senso, per il pedagogista vercellese, l’assoluta antimetafisica del positivismo, si traduce in un suicidio della scienza stessa: «Dacchè dunque l’antropologia studia l’uomo pensante, il quale sovrasta alla materia e possiede in sé i principi ideali necessarii alla costruzione del sapere, consegue che essa è lo spirito informatore delle discipline positive e naturali, e che il naturalismo, che la impugna, distrugge le stesse scienze della natura e contraddicendo a se medesimo fa della metafisica col proclamare che la materia è l’essenza universale di tutto, che è infinita, eterna, mentre tutto questo trascende i limiti dell’esperienza e dell’osservazione sensibile»264. A. giudica la posizione gnoseologica dei positivisti fondamentalmente scettica, in quanto le loro premesse conducono all’inevitabile dissoluzione della conoscenza: «Una critica priva di principii universali ed assoluti, che la rischiarino, è una critica, che pretende di essere fine a se stessa, anziché mezzo potente per giungere al Vero, ossia è criticismo scettico. Il positivismo contemporaneo ha menato un gran guasto nel campo della critica odierna, la quale è insorta a dissolvere e disfare quelle medesime verità universali, che è tenuta a rispettare siccome fondamento della sua esistenza»265. A proposito di tali nefande conseguenze, A. ebbe modo di criticare il Romagnosi, che vicino a posizioni simili 263 G. A., Gli evoluzionisti e il metodo in pedagogia, «Rivista Pedagogica Italiana», Asti, 1897, vol. I, pp. 305-306. 264 G. A., L’uomo e la natura, 17. 265 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 9.  74  sosteneva che è sano solo colui che la pensa come la maggior parte dei suoi concittadini, non avendo più un riferimento metafisico su cui fondare la validità delle posizioni266. Inoltre il materialismo non può che portare ad una confusione nella scienza, in quanto se la conoscenza è un prodotto necessario dell’esperienza personale, e nasce da questa in modo spontaneo e incontrollabile, perde di significato la valutazione delle teorie che non sono né vere né false, ma unicamente frutto della determinazione. Scrive a proposito: «Ora se il pensiero è sempre di necessità quale lo forma l’esperienza, ossia quale lo esige la condizione fisiologica, in cui versiamo, allora cessa ogni distinzione tra un vero ed un falso pensiero, e così il pensiero a priori, o sarà vero anch’esso, oppure dovrebbe negarsene l’esistenza, siccome di un fatto impossibile, mentre l’evoluzionista lo piglia ad oggetto della sua critica»267. Invece l’esistenza della scienza conferma la presenza di una natura non materiale nell’uomo, solo la persona ha coscienza del mondo e cerca la verità. Un altro nodo insolubile per il positivismo è l’esistenza della libertà. La scienza esatta, come ha insegnato Kant, non può attestare la sua esistenza, e il materialismo e determinismo di certi positivisti la negano. Se l’uomo non è più libero, si chiede A., come lo potrà essere la scienza? Inoltre ad A. pare pretestuoso l’uso della scienza contro la metafisica e la religione. Le scienze naturali «anziché escludere di loro natura la metafisica, rinvengono in questa sola la loro suprema ragione, sì che non lasciano più luogo alla filosofia positiva. Infatti, un fisico, un chimico, un astronomo, può ammettere i pronunciati del teismo e dello spiritualismo, senza punto rinunciare ad un solo dei teoremi della propria scienza (valga l’esempio di Newton, del Galilei, del Padre Secchi, del Pasteur)»268. Un'altra «vittima» del positivismo è l’antropologia, che da tale corrente viene snaturata. La negazione della metafisica ha notevoli ripercussioni sulla scienza dell’uomo, poiché getta nell’indecifrabile la sua essenza personale. Il positivista non può conoscere la vera essenza dell’uomo, in quanto la persona non può essere raggiunta e compresa nell’esprit del finesse. Scrive A. «Colla loro antropometria non giungeranno mai a misurare le profondità dell’anima, a scandagliare gli immensi problemi, che si agitano nelle intimità dello spirito umano»269. La persona non è rilevabile nell’esperienza come se fosse un fenomeno fisico, è riscontrabile solo nella riflessione oltre il sensibile. Occorre, stando ad A., sollevarsi dal fatto, per constatare l’Io: «Il positivista vuol fatti, nient’altro che fatti, né vuol saperne di esseri individui, di sostanze permanenti. Ma il factum (e chi nol 266 G. A., Studi psicofisiologici, 29. 267 G. A., Gli evoluzionisti e il metodo in pedagogia, 304-305. 268 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 16. 269 G. A., Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, 6.  75  sa?) è un sostantivo verbale derivante dal verbo facere, è un participio che presuppone l’ego facio, tu facis, ille facit: importa l’essere, che fa, il soggetto operante, e rompe in una contraddizione il positivista separando l’un termine dall’altro»270. Ma tale agnosticismo si trasformò presto in una negazione. Infatti, per i positivisti, «L’uomo non è una sintesi vivente di due sostanze, spirito e corpo essenzialmente distinte, eppur composte ad unità di persona, bensì un complesso di fenomeni fisiologici e psicologici, diversi di grado soltanto, ma non di essenza da quelli animali»271. Osserva nei già citati Opuscoli pedagogici: «Negli intimi recessi dell’anima, dove non penetra coltello di anatomico, dove non giunge lente microscopica di fisiologo e naturalista, si nascondono secreti che accennano all’Infinito, si destano aspirazioni, che vengono dall’alto e nell’alto ritornano. Quei secreti, quelle aspirazioni il positivista riguarda quali vani fantasmi, e lo spirito umano quale un fantasma multiforme errante fuori del mondo della realtà. Duri tempi per questi tempi»272. Così la prospettiva epistemologica dei positivisti mette in discussione la scienza dell’uomo e sfigura la persona. Osserva A.: «il sistema antropologico dei materialisti non è la scienza nuova, che cerchiamo, ma la negazione della scienza»273. La loro antropologia risulta dunque un grande «equivoco»274. Per questo chi approccia l’antropologia positivistica è «trascinato entro una selva intricata di osservazioni senza un’idea suprema dominante, che lo sorregga e le dia unità, anima e vita a quel tritume di particolari»275. Il miglior esponente di questa prospettiva è Spencer che enuclea tali concetti nel Primi Prinicipii, così commentati dall’A.: «Per quantunque la credenza nella realtà dello spirito individuale sia inevitabile, e benché sia riaffermata non solo dall’unanime consenso del genere umano, ed adottata da tanti filosofi, ma ben anco dal suicidio dell’argomento scettico, pur tuttavia non può venire per nulla giustificata dalla ragione: havvi ancora di più; allorquando la ragione è messa alle strette di pronunciare un giudizio formale, essa condanna tale credenza... di guisa che la personalità di ciascuno ha coscienza, e la cui esistenza è da tutti avuta per un fatto certissimo sopra ogni altro, è tal cosa che non può in veruna guisa essere conosciuta; la conoscenza della personalità è vietata dalla natura medesima del pensiero»276. 270 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 87. 271 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 243. 272 G. A., Studi pedagogici, 13. 273 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 13. 274 12. 275 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 58. 276 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 315.  76  Il filosofo britannico non può che giungere ad un riduzionismo antropologico. Scrive ancora A.: «Lo Spencer fa sua (né vi ha di che stupirne) l’osservazione di uno scrittore, che cioè a riuscire nella vita occorre primamente essere un buon animale»277. Tale prospettiva è inaccettabile per l’A., secondo cui l’uomo è strutturalmente differente dal resto della natura: «L’umano soggetto, insino dal primissimo istante della sua mortale esistenza, è non solo di grado, ma di specie differente dal bruto, perché la mente, ossia l’anima razionale, che lo costituisce uomo, ei la possiede per natura, e non l’acquista punto col tempo, non la vede allo sviluppo progressivo dell’organismo corporeo. Questo giustissimo concetto pitagorico, che tanto bene risponde al sentimento naturale della dignità umana, sta diametralmente opposto alla moderna dottrina del positivismo evoluzionistico, il quale sentenzia che nel neonato l’animalità si viene a poco a poco trasformando in unità in virtù delle leggi fisiologiche dell’organismo animale, il quale, mentre nella prima infanzia della vita si manifesta mercé le sole funzioni inferiori del senso fisico e del cieco istinto, proseguendo nel suo sviluppamento, acquista la virtù di esercitare esso stesso la facoltà superiore dell’intendere, del ragionare e del volere, sicché la mente, lo spirito, l’anima razionale, che tanto ci sublima e ci differenzia dal bruto, non sarebbe già una sostanza diversa dall’organismo corporeo, bensì rimarrebbe pur sempre in fondo l’animalità stessa che funziona sott’altra forma più elevata»278. L’uomo è ontologicamente differente rispetto al resto della natura. Il positivismo al contrario «afferma che l’io umano non è un’energia vivente, un’attività libera e conscia della sua personalità sostanziale, bensì un mero complesso di fenomeni che non appartengono a nessuno»279. Queste posizioni antropologiche, denuncia A., portano ad inevitabili corollari pedagogici: «ai giorni nostri e nella nostra Italia in fatto di pubblica educazione si trascorre agli estremi, sicché questa gran legge dell’armonia rimane offesa. All’educazione fisica si attribuisce una importanza esorbitante, e assai più di quanto le convenga ed in suo servizio si lavora in tutti i rami ed in tutte le guise, mentre la formazione del carattere che è di tutta l’umana educazione la parte più nobile e più prestante, giace pressoché dimenticata e negletta. Lo Spencer esaltando sopra misura la cultura dell’organismo corporeo ha asserito che l’uomo debb’essere anzi tutto e soprattutto un buon animale, ma ha dimenticato che si può essere un buon animale ed un pessimo soggetto ad un tempo»280. 277 322. 278 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 28-29. 279 G. A., Opuscoli pedagogici,  G. A., Principi fondamentali di Scienza Pedagogica, 680.  77  Invece la persona è quella briciola dell’Universo che appartiene a se stessa, e a ciò deve essere educata. La persona sente, capisce e vuole. La riduzione dell’uomo ad animale compromette la morale, e cioè l’immanenza dei criteri di bene e di male e la responsabilità personale. A. individua le conclusioni di queste premesse nell’opera di Spencer, il quale negando la libertà, «nella sua psicologia riguarda la volontà quale una evoluzione dell’istinto fisico ed assoggetta perciò l’opera umana ad un fatale e necessario determinismo, in cui i fenomeni psichici si succedono gli uni agli altri con un intreccio indissolubile. Torna quindi inutile, anzi contrario a ragione, il pronunciare, che siamo moralmente tenuti a compiere le azioni per noi vantaggiose ed astenerci dalle dannose se esse non dipendono dal nostro libero volere, ma sono per insuperabile necessità predeterminate le une alle altre»281. Si tratta di una posizione con nefandi corollari morali e pedagogiche. «Rigettando la libertà – infatti - viene per ciò stesso a mancare ogni ragione di responsabilità morale, in quella guisa che, rovesciato un principio, cadono tutte le conseguenze sue»282. Si tratta di una corollario spesso negato dai positivisti. A. ben evidenzia questa contraddizione e osserva «parlano della necessità imperiosa di formare il carattere dell’alunno, di promuovere lo sviluppo spontaneo della sua attività mentale, di educarlo alla libertà di pensiero; ma in tal caso la logica li costringe ad accogliere il concetto filosofico dell’uomo, da cui discendono tutte queste conseguenze pedagogiche, e rigettare il concetto antropologico positivistico da cui fioriscono conseguenze pedagogiche diametralmente opposte»283. Si tratta di un’aporia che emerge con chiarezza nella «retorica» sull’autodidattica284. Privato della libertà e del fine, l’uomo si rifugia nell’accidia: «Vivere adunque alla giornata secondochè porta il caso fino a che venga l’unus interitus hominum et iumentorum, ecco l’unica morale a cui possa logicamente far luogo il positivismo»285. A. critica ancora lo Spencer quando nella sua Educazione morale, intellettuale e fisica riduce la morale a «conservazione propria diretta», una considerazione che se è 281 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 309. 282 109. 283 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 5. 284 Scrive sull’argomento: «I propugnatori della nuova scuola positivistica vanno proclamando la somma importanza dell’autodidattica e dell’educazione del carattere, e se ne fanno banditori come di una loro scoperta; ma con ciò non si avvedono, che danno una smentita alla loro dottrina, la quale facendo dell’io umano un mero fenomeno senza sostanza, e rigettando fra le illusioni la libertà dello spirito, toglie di mezzo quella personalità, per cui l’alunno colla sua interiore energia conquista le conoscenze e vi attinge la fermezza incrollabile del volere» G. A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 13.  285 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 262. 78  spiegabile col suo darwinismo non è accettabile ai fini di una convivenza e di una prassi educativa. La vita diviene adattamento e sopravvivenza. Senza un fine ultimo non può esistere educazione, ma solo adattamento, e cioè in qualche modo abbruttimento e alienazione. Il positivismo è la negazione della vera educazione e «non ha ragione di usurpare il posto della scienza, così compromette fatalmente le sorti dell’educazione umana»286. In questo senso, non sconsacra solo la fede e la metafisica, ma anche la vita umana, la fiducia, l’amore, la morale, gli ideali. La nuova antropologia dei positivisti ha conseguenze nefaste sull’educazione. Negato il principio della personalità e il valore della libertà, l’educazione è declassata ad adattamento. Il fine della formazione si riduce all’ «allevamento» di un buon animale, il suo unico interesse e scopo dovrà essere quello di collaborare al benessere dell’Umanità. Nella prospettiva positivistica perde di significato quella formazione del carattere, della volontà, e di emancipazione dalle funzioni biologiche, in cui risiede secondo A. lo scopo dell’educazione umana. Anche l’istruzione, come contesta A. al Bain, è ridotta a comunicazione di nozioni, sempre funzionali alla produzione o alle condizioni sociali, e senza nessun riferimento all’educazione, agli ideali, ai valori. Non si bada più alla formazione del carattere, ma alle capacità cognitive, privandole però del fine e della direzione. L’educazione cessa di essere esortazione per divenire condizionamento. Il suo senso nella pedagogia positivistica viene svilito in quanto «manca il pensare grandioso, elevato, che raccoglie una molteplicità svariatissima di idee particolari in una potente ed organica unità; manca quel soffio di idealità, che innalza lo spirito dell’educatore al sentimento del suo arduo e sublime magistero»287. Oltre all’idea di libertà, di morale, e di educazione sono le stesse scienze umane che vengono ribaltate sulla base dei principi antimetafisici, materialisti e naturalisti. A. denuncia che «Le scienze della natura hanno usurpato il posto delle scienze dello spirito: la psicologia, la morale, la filosofia in genere non hanno più una esistenza loro propria e distinta, ma sono trasformate in altrettanti rami delle scienze naturali»288. La pedagogia vede messi in discussioni i suoi principi fondamentali: «Una scienza pedagogica senza verità universali e necessarie, un’educazione senza ideale, ecco le conseguenze, che derivano dal principio, che l’esperienza è la norma unica e suprema della disciplina pedagogica»289. 286 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 27. 288 G. A., Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, 4. 289 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 8.  79  Il primo dato necessario alla pedagogia che il positivismo confonde è la natura non materiale della persona: «La nuova scuola, mentre proclama di non voler accogliere nella cerchia della scienza altro che fatti, inconseguente a se medesima rinnega alcuni fatti di singolarissima importanza. Giacché è un fatto irrepugnabile, che l’educatore e l’alunno, l’uno di fronte all’altro, sentono di essere non già meri fenomeni insieme implicati, bensì due persone vive e reali, che hanno ciascuna affetti, intendimenti e voleri suoi propri, ed affermano la loro individualità col vocabolo io; sentono di essere attività libere, consapevoli di sé, arbitre del proprio operare. Ora la nuova scuola proclama illusorii questi due solennissimi fatti, che sono il fondamento primo dell’opera educativa». L’antimetafisica mette in discussione un altro elemento necessario per la pedagogia, vale a dire l’evidenza che «L’uomo è un soggetto educabile. Questo concetto semplicissimo ed elementare trascende la sfera dell’esperienza»290, e non può dunque essere incastonato nell’architettura positivista. La persona inoltre ha bisogno di un ideale, di un fine a cui piegare la sua esistenza. «Senza ideale non si vive da uomo, non si vive personalmente; e l’ideale vero non ci viene da una scuola, la quale insegni che la vita umana si risolve tutta quanta in un gabinetto di fisiologia, non ci viene dalla nuda esperienza. Essa mi dirà quello che io sono di fatto, o integro o corrotto che io mi sia; l’ideale invece mi rivela quello che io debbo essere; quello dell’esperienza è l’ideale del momento che passa, del punto che scompare; il vero ideale abbraccia l’universalità del tempo e dello spazio»291. In un altro saggio osserva: «L’esperienza mi dice quello, che è di fatto, non quel che debb’essere; mi apprende cioè che l’uomo viene realmente educato, ma non già che lo debba essere; è dessa la ragione, che muovendo dal concetto della persona umana ne argomenta che l’educazione le è necessaria ed essenziale. Così la sola esperienza non vale a somministrarci la verità universale e necessaria dell’educabilità»292 L’educazione ha bisogno di un ideale. Questo brano sintetizza chiaramente i concetti suaccennati: «Che se il soggetto educando de’ positivisti, conscia ed arbitra di sé e cagione efficiente degli atti suoi, è niente più che una mera successione de’ fenomeni, i quali non appartengono a nessuno, ognun vede, 1° che voi farete del vostro alunno non già una libera individualità, che pensi da sé e si regga per virtù interiore, bensì un meccanismo di fenomeni insieme raccostati dalla forza dell’abitudine; 2° che la santità del dovere è sfatata e l’educazione morale torna impossibile, perché i fenomeni passano senza lasciar traccia di sé, e le nostre risoluzioni 290 6. 291 G. A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 15.  292 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 6. 80  volontarie sarebbero una risultante di fenomeni ossia di forze meccaniche cooperanti; 3° che anch’essa l’educazione religiosa non ha più ragione di essere, perché il positivismo è la negazione della metafisica, come scienza dell’Essere assoluto, e la negazione della religione, come amore intelligente ed operoso dell’Essere divino»293. La pedagogia positivista viene inoltre criticata in quanto si fregia di aver portato fondamentali novità per la pratica educativa. A. chiarisce che: «I positivisti s’immaginano di avere dato alla scienza dell’uomo e della sua educazione un impulso affatto nuovo e potente, di averle impresso il suo vero indirizzo, di averla ricostruita sulle sue giuste fondamenta come se tutti i grandi pensatori, che meditarono prima di essi intorno a queste due discipline, avessero brancolato alla cieca; e tutta la riforma, della quale vanno altieri, sta nell’aver circoscritto tutto il compito dell’antropologia e della pedagogia allo studio de’ fatti umani ed alla ricerca delle loro leggi, indipendentemente da ogni considerazione relativa alla sostanzialità del me, in cui essi fatti hanno il loro comune principio, il loro punto centrale ed armonizzatore»294. Ne La nuova scuola pedagogica analizza le novità che i positivisti si prendono il merito di aver apportato alla pedagogia: metodo intuitivo, autodidattica e adattamento. A. fa notare come siano tutte intuizioni e nozioni assai note prima della nascita del positivismo e prima ancora della comparsa della pedagogia. Per quanto riguarda le scienze umane, A. contesta la trasformazione positivistica della psicologia in una branca della fisiologia. Tale critica è legata alla battaglia per la difesa della personalità umana e della sua libertà. Ciò che A. intendeva difendere era l’idea che i fatti psicologici non fossero solo fisici, ma fondamentalmente spirituali. Il mentale non può essere trattato come il biologico, per cui l’oggetto della psicologia deve essere l’io sostanziale e non la sua espressione fisiologica o fenomenica. Per tale motivo la psicologia deve seguire, a detta di A., un metodo filosofico e non scientifico, con cui invece si può indagare l’uomo da un punto di vista anatomico o fisiologico. Così per l’A. «la psicologia è quella parte di filosofia, che ha per oggetto l’anima umana studiata ne’ suoi fenomeni e nel suo essere sostanziale mediante la coscienza perfezionata dalla riflessione al ragionamento»295. Tale concezione deve essere contestualizzata in un periodo in cui la scienza italiana era parecchio lontana dagli approcci e dai risultati dei laboratori psicologici svizzeri, tedeschi e francesi. Questa difesa del collocamento della psicologia nella filosofia da quanti la volevano ridotta a pura fisiologia, nacque dalla paura 293 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 409. 294 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 87. 295 G. A., Appunti di Antropologia e Psicologia, 24.  81  che tale prospettiva avallasse la riduzione dell’essere umano a un mero meccanismo biologico. Occorre inoltre far notare che A. tenne in grande considerazione le scienze sperimentali, anche se denunciò l’alto rischio dello scadimento della scienza in scientismo. Osserva «Non vi è amatore del vero sapere, che non riconosca e non ammiri i grandi progressi fatti dalle scienze naturali, e lo splendido avvenire, a cui sono chiamate, proseguendo per la retta via dell’osservazione sincera e compiuta dei fatti fisici, fecondata da una lenta e prudente induzione verificata mediante la prova e riprova di ben condotto esperimento. Questo successo e sicuro progredire del pensiero nella scoperta delle leggi e delle forze della natura avvantaggia le sorti dell’umanità e conferisce potentemente alla civiltà ed al perfezionamento sociale, essendochè l’uomo la fa sua rivolgendola al compimento del suo ideale. Se non che mentre per una parte il progresso delle scienze naturali conforta l’animo di liete speranze, per l’altra si nota con rincrescimento la tendenza di alcuni illustri ingegneri contemporanei a trascendere i confini proprii di esse scienze e riguardarle siccome la vera e sola scienza, a cui tutte le altre vanno sacrificate, come se in esse sole fosse incarnato lo spirito scientifico»296. Appare dunque poco fondato l’appunto mosso dalla Bertoni Jovine all’A., che criticò al vercellese una presunta ostilità nei confronti della scienza e del suo valore educativo. Secondo la studiosa emiliana, per A.: «Tutte le scienze che si valgano di questo metodo e che inducono l’educando all’osservazione spregiudicata dei fatti storici e naturali sono dunque scienze diseducative o quanto meno non-educative, se per “educative” s’intendono soltanto le suggestioni che rafforzano la fede»297. In un lavoro successivo provò a giustificare la supposta contrarietà all’insegnamento della scienza, con l’esigenza di difendere il «dogmatismo» in funzione dell’ostruzionismo al progresso sociale e civile298. 296 G. A., L’uomo e la natura, 12-13. 297 D. Bertoni Jovine, Storia della scuola popolare in Italia, Torino, Einaudi, 1954, p. 387. 298 «Ad ogni modo, pur attraverso una prosa gonfia e nello stesso tempo reticente, è opportuno districare il filo delle argomentazioni del pedagogista torinese. Il punto sostanziale della sua polemica è la critica del valore educativo della scienza. La scuola moderna si fa un feticcio della scienza sottovalutando altri elementi formativi dello spirito umano. Ma di quale scienza parla A.? Lo chiarirà in una nota inviata alla Reale Accademia di Scienze di Torino. Si tratta soprattutto si quel complesso di problemi e di studi che si raggruppa sotto il nome di “sociologia” e che interessa tutti i problemi della vita moderna, compresi quelli educativi. Egli non avrebbe probabilmente trovato tanto rivoluzionarie le teorie del positivismo, dello scientificismo, dello storicismo, se tutte insieme queste nuove teorie non avessero giusitificata l’esigenza di dare un nuovo sviluppo e un nuovo orientamento alla scuola; se in altri settori della vita pubblica quell’esigenza non si fosse collegata con necessità fatte sull’analfabetismo non avessero messo l’accento sull’influsso che una struttura economica arretrata aveva sulla scarsa efficienza della scuola. In questo legame l’A. trova il punto più pericoloso delle nuove dottrine pedagogiche che segnavano il tramonto di quello spiritualismo al quale egli si richiamava con nostalgia. Ad esse attribuisce il fallimento scolastico italiano, richiamando gli educatori ad una maggiore prudenza nell’accettare quel metodo positivistico che  82  Nel testo Studi Psico fisiologici (1896) riprese diverse scoperte fatte in ambito sperimentale e ne valorizzò i meriti e la valenza pedagogica. In più d’una occasione dovette difenderne l’importanza per la pedagogia da quanti, come gli idealisti, ne contestavano il senso e l’utilità299. Tale avvicinamento alla psicologia sperimentale gli costò la critica dell’idealista Santamaria Formiggini che avversando l’ilemorifismo dell’A. vide nell’apertura alla psicologia sperimentale un tradimento della realtà spirituale:300 D’altra parte pare chiaramente inesatto il giudizio di Vidari che fa dell’A. un osteggiatore della psicologia, sostenendo che il principio della personalità è «anti-sperimentalista» e «anti – sociologico»301. Invece l’armonia tra il materiale e lo spirituale, il loro “accordo”, era proprio ciò a cui A. puntava. Le due discipline, psicologia e fisiologia, non dovevano essere confuse ma ben distinte nel comune studio sull’uomo. Scrive a proposito: «La psicologia si trova in intimo contatto colla fisiologia, ma ciascuna di queste due scienze va distinta dall’altra, perché la prima ha per oggetto suo proprio la mente co’ suoi fenomeni psichici, la seconda l’organismo corporeo colle sue funzioni vitali; e tuttavia sono unite insieme da quel medesimo vincolo, che congiunge nell’uomo l’anima razionale ed il corpo organico, e così unite costituiscono l’antropologia»302. A causa di ciò A. non può essere considerato come un nemico della psicologia sperimentale, ma contro quella che esclude la «natura personale» nell’uomo. La critica del positivismo e del materialismo è connessa a quella sull’evoluzionismo. A. fa notare come il darwinismo non sia una necessaria conseguenza del positivismo, ciò è confermato dal fatto che non fosse condivisa da autori come Auguste Comte o Stuart Mill. Nella Nuova scuola pedagogica (1905) A. osserva: «La nuova scuola pedagogica annovera nel suo seno alcuni seguaci dell’evoluzionismo darviniano, i quali accusano la distruggerà il metodo dogmatico [in nota: G. A., L’indirizzo storico e sociologico della pedagogia contemporanea, Torino, 1908]. Tutte le scienze che si valgono di questo metodo e che inducono il fanciullo all’osservazione spregiudicata dei fatti storici e naturali sono dunque scienze diseducative o quanto meno non-educative, se per “educative” s’intendono soltanto le suggestioni che rafforzano la fede» D. Bertoni Jovine, Storia dell’educazione popolare in Italia, Bari, Laterza, 1965, pp. 221-223. 299 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, 14. 300 «Forse l’A. si lasciò trascinare nella sua vita dal desiderio di porre la sua psicologia in maggiore armonia con le teorie scientifiche sull’emozione che allora si diffondevano in seguito all’indirizzo di studi del Wundt; volle dimostrare la possibilità di coordinare il suo sistema coi risultati della scienza più moderna; ma naturalmente non poté riuscire bene nel suo intento, perché l’eclettismo è il più difficile di tutti i sistemi» E. Santamaria Formiggini, La pedagogia italiana nella seconda metà del secolo XIX, parte I, gli spiritualisti, Roma, A. F. Formiggini, 1920, p. 281. 301 Vidari sostiene che l’A. è contrario alla «psicologia fenomenistica, che è per la Pedagogia rovinosa, negando essa il principio fondamentale della sostanzialità e unità della Persona» G. Vidari, Giuseppe A., 8-9.  302 G. A., Appunti di Antropologia e Psicologia, 26. 83  vecchia pedagogia di posare sopra una psicologia astratta e dualistica, per cui mancava di salde basi scientifiche, adoprava un metodo puramente soggettivo ed astratto e toglieva di mezzo ogni raffronto tra i fenomeni psichici dell’uomo e quelli degli animali. Tutte queste accuse presuppongono che l’evoluzionismo, a cui si appoggiano, sia una verità scientifica rigorosamente dimostrata, ma cadono l’una dopo l’altra, dacché il Darwinismo è una mera ipotesi sostenuta da pochi pensatori, che lo scambiano per un teorema scientifico dimostrato. Anche riguardato come una pura ipotesi bisognevole di conferma, l’evoluzionismo è ben lontano dallo adempiere i difetti ingiustamente attribuiti alla pedagogia filosofica e rinnovare di sana pianta la scienza educativa nelle sue basi, nel suo metodo, nelle sue attinenze sociali»303. In tale testo conferma una considerazione fatta già nel 1874: «L’alterazione della specie sostenuta da Darwin è una mera ipotesi, che va ogni di più perdendo valore e seguaci»304. Di certo la previsione è risultata sbagliata. Tuttavia, il fatto che A. considerasse la teoria dell’evoluzionismo come una probabilità appare giustificabile sulla base delle conoscenze scientifiche e delle prove addotte dal darwinismo alla fine dell’Ottocento. Va peraltro tenuto conto che la critica dell’A. fu abbastanza superficiale e incentrata su questioni filosofiche più che scientifiche (non ne aveva gli strumenti). L’idea che il pedagogista vercellese difendeva era comunque la stessa, l’irriducibilità dell’uomo alla natura. Nel testo L’uomo e la natura (1906) si interroga: «possiamo noi ammettere che la specie umana abbia avuto origine dalla materia universale diffusa nello spazio per via di una lenta e progressiva trasformazione degli organismi viventi? Lo asseriscono i seguaci dell’evoluzionismo materialistico, ma non lo hanno mai dimostrato seriamente né punto, né poco; né dimostrare lo possono perché nemo dat, quod non habet, e la materia bruta primitiva non racchiudeva certamente in sé il germe di quella sublime razionalità, che è il carattere costitutivo della specie umana. Carlo Vogt nelle sue Lezioni sull’uomo si sbraccia a dimostrare, che le diverse razze umane originarono dalle differenti famiglie di scimmie, ma ristrinse tutto il suo esame alla morfologia del cranio umano raffrontato con quello scimmiesco, e non disse verbo delle facoltà mentali proprie dell’umanità: che veramente avrebbe avuto un disperato partito per le mani, se avesse preteso che la mentalità dell’uomo è sbocciata dalla brutalità della scimmia»305 Stando all’A. il positivismo non è perdente solo sul piano teoretico. È la vita a condannare questo sistema. Nell’introduzione degli Studi Pedagogici, A. riprende il 303 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 12. 304 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 10. 305 G. A., L’uomo e la natura, 10.  84  romanzo di Dickens, Duri tempi per questi tempi, e cita diversi brani al fine di mostrare la confusione a cui porta il positivismo nella vita reale, infatti è inevitabile che venga svilito il compito dell’educatore, svalutata l’immaginazione, sminuito il sentimento e l’amore. Il positivismo soffoca l’esistenza. Anche se A. ricorda che «il cuore è tal forza che più di ogni altra della natura scoppia irresistibile quanto più lungamente e violentemente repressa»306, il positivismo conduce inevitabilmente alla «ruina e lo sfacelo della vita domestica e sociale»307. A. contesta anche le posizioni positivistiche sulla scuola. Critica Comte che impone alle prime classi un quadro orario composto quasi esclusivamente con materie matematico scientifiche, sminuendo quelle umanistiche. Nonostante le critiche A. riconosce alla nuova pedagogia anche dei meriti308. Uno degli apporti importanti del positivismo è stato quello di riavvicinare la scienza pedagogica all’analisi e all’osservazione degli aspetti empirici dell’educazione. Comunque se A. dopo gli anni ’70 risultava preoccupato per l’avanzata del positivismo, alla fine della sua carriera ebbe occasione di esultare per la sua decadenza. A. poteva scrivere che «Il positivismo pedagogico attraversa una grandissima crisi e va via via smarrendosi in mezzo a diversi e contrari indirizzi. La mancanza assoluta di critica, la cieca fidanza si sé, il dogmatismo sostituito al ragionamento ed alla discussione, la noncuranza delle dottrine contrarie, il disprezzo della tradizione, tolgono a questo sistema ogni efficacia scientifica e segnano il suo decadimento»310. 306 G. A., Studi pedagogici,  «Nessuno mai, che abbia fior di senno, rigetterà siccome sciupato, fallito e contrario al vero tutto il lavoro della nuova scuola pedagogica. Anch’essa ha le sue parti buone e commendevoli accanto alle malsane e morbose; ha messo in bella luce alcuni punti, che non erano stati sufficientemente lumeggiati; ha posto in rilievo alcuni fatti educativi mediante un’analisi sottile ed accurata; ha dato un nuovo impulso all’educazione fisica ed alla coltura del pensiero; ma il principio fondamentale, su cui essa posa, è radicalmente sbagliato; epperò tutte le verità, che essa contiene nella sua dottrina, non le può logicamente ammettere, se non a condizione di rigettare il suo principio supremo, mentre la pedagogia filosofica le può accogliere tutte quante, perché rientrano nel principio che le è proprio» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, «Il positivismo (sarebbe ingiustizia il disconoscerlo) ha recato non poco giovamento agli studi antropologici coll’averli ritirati dalla via dell’incompiuto ed esclusivo metodo trascendentale dell’antica scuola e condotti su quella dell’osservazione e della storia; ma è solenne errore quel suo fermarsi alla nuda osservazione dei fatti e delle loro leggi senza punto assorgere allo studio delle origini, della natura e della destinazione dell’uomo che è causa efficiente e ragione spiegativa di quei medesimi fatti.”309 Osserva ancora: “Certamente dimostrerebbe ingiusto verso la nuova scuola chi le negasse il merito di avere efficacemente contribuito all’incremento della scienza pedagogica; ma dall’altro lato è giuoco – forza riconoscere, che nel corso delle sue indagini ha passato sotto silenzio argomenti e problemi pedagogici di altissimo rilievo» 27.  310 G. A., Opuscoli pedagogici, 6. 85  Concludendo, si può rilevare come A. abbia scovato nelle critiche al positivismo e all’idealismo un errore comune. Entrambe mancano infatti di realismo, e riducono sia il campo dello scibile che quello dell’esistente Il contributo alla storia della pedagogia Gli studi di storia della pedagogia costituiscono una parte cospicua nella produzione di A., che nella sua lunga carriera si è occupato di diversi periodi, che vanno dalla pedagogia antica greca e romana, all’itinerario della riflessione europea tra il XVIII e il XIX secolo, alla storia dello spiritualismo italiano. L’importanza data agli studi storici è inoltre confermata dal fatto che i testi in cui A. espone il “suo” sistema pedagogico e filosofico sono lavori di storia della pedagogia, vale a dire i Saggi filosofici, gli Opuscoli e Il problema metafisico. Tra le opere più importanti vi è il già citato Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico (1883), che non si limita ad una critica sui contenuti ma riprende con precisione lo sviluppo delle teorie pedagogiche di Comte, Spencer, Bain. Sulla stessa corrente, è particolarmente significativo il testo La psicologia di Herbert Spencer: studio espositivo-critico (1898). Al contributo della pedagogia svizzera dedica il libro: Delle dottrine pedagogiche di E. Pestalozzi, A. Necker de Saussure, F. Naville e G. Girard (1884). Un altro testo importante è Delle idee pedagogiche presso i Greci (1887). Nel 1901 pubblicò La pedagogia italiana antica e contemporanea in cui in un capitolo è riportato un testo pubblicato quaranta anni prima: Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866 (1867). Negli Opuscoli pedagogici (1909) presenta saggi su l’Helvetius, Gerdil, Jacotot, Kant, Herbart, Blackie ed altri. Importante anche lo studio sul fondatore della pedagogia moderna, G. G. Rousseau filosofo e pedagogista (1910) e l’ultima opera che rappresenta il testamento pedagogico dell’A.: Giobbe e Schopenhauer (1912). Un altro importante contributo fu la traduzione e l’introduzione della Levana di Richter, e lo studio su Maine de Biran e la sua dottrina antropologica (1895). 311 Sui punti in comune delle due teorie scrive: «Queste due specie di umanismo filosofico hanno due punti comuni in cui convengono, ai quali corrispondono due punti di discrepanza, in cui esse differiscono. Anzi tutto entrambe concordano nel proclamare l'autonomia illimitata del pensiero umano, che nulla più riconosce oltre di sè: da ciò poi che l'attività del pensiero si spiega e come ragione avente per oggetto il mondo soprasensibile, immutabile ed assoluto delle essenze, e come esperienza la quale coglie il mondo sensibile, mutabile e relativo de' fenomeni, ne viene una ragion soggettiva per cui l'umanismo filosofico si specifica in razionalismo assoluto ed in empirismo universale. Ancora, esse convengono nel proclamare il moto indefinito delle cose e delle idee, mercè il quale l’uomo, disertando il posto segnatogli dalla propria natura, o si faccia identico con Dio, che gli sovrasta, trasumanando, o si confonda colla materia che gli soggiace. disumanandosi; e di qui una ragione oggettiva, per cui l'umanismo differenziasi in antropoteismo ed in naturalismo» G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 9-10.  86  Uno dei periodi più studiati dall’A. fu la pedagogia del XIX secolo. Nel testo Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, (1884), innalza la scuola svizzera come un momento importante per l’intera scienza e storia della pedagogia, una scuola che seppe integrare le spinte della modernità con una prospettiva antropologica spiritualista. Un altro testo molto significativo è il già citato Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866 (1867). Questo saggio ripercorre con precisione lo sviluppo della cultura pedagogica e della legislazione scolastica in Piemonte e in Italia, in un decennio decisivo per la costruzione della scuola italiana. Commentando questo saggio Gerini ha scritto: «La monografia, composta per incarico del Ministro della P.I., è il primo saggio di storia pedagogica scritto in Italia, che sarà sempre consultato da quanti vorranno conoscere il nostro risorgimento educativo»312. Dello stesso avviso anche Arcomano, che commenta: «È una rassegna delle situazioni, delle attività e delle opere del ventennio 1846-1866, in fatto di istruzione ed educazione, e si può considerare un capolavoro di chiarezza nella interpretazione degli avvenimenti e nella presentazione delle idee che circolavano»313, anche se poi rileva come il testo è forse troppo concentrato sulla realtà subalpina. Il testo ebbe vasta eco nel dibattito pedagogico, lo troviamo spesso citato in opere di altri autori314, abbastanza rare sono le critiche315. In questo saggio A. esalta i protagonisti di quella stagione come Vincenzo Troya, Agostino Fecia, Vincenza Garelli, Carlo Boncompagni. Riprende poi tutte le discussioni sulla riforma della scuola, e trova nell’esperienza pedagogica del Piemonte e della Toscana nella metà dell’Ottocento i due laboratori della nuova scuola e della nuova pedagogia. È molto significativo il peso dato dall’A. alla «Società pedagogica» e anche alle riviste del tempo. Questo testo, contribuì a dimostrare come fosse solo un mito l’idea propagandata dai positivisti secondo la quale la pedagogia precedente alla loro non avesse avuto nulla da dire. A. fa risaltare la pedagogia spiritualista risorgimentale e quel clima di liberalismo educativo che sarà tradito e defraudato dalla statolatria e dal positivismo. 312 G. B. Gerini, La mente di Giuseppe A., 44. 313 A. Arcomano, Pedagogia, istruzione ed educazione in Italia, 56. 314 Cfr. C. Uttini, Nuovo compendio di pedagogia e didattica: ad uso delle scuole e delle famiglie, Torino, Libreria scolastica di Grato-Scioldo, 1884, p. XIV. 315 Si vedano per esempio gli appunti negativi di Vidari: «Abbastanza buono per la parte della pedagogia contemporanea è il Saggio dell’A., il quale porta in esso il contributo delle sue proprie memorie e impressioni; ma anche qui il senso della vita storica, cioè della interiore unità onde si collegano nel loro svolgimento le dottrine, è quasi del tutto assente, e invece prevalgono le preoccupazioni personali dell’autore» G. Vidari, Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico, 4.  87  Senza dubbio lo studioso può essere considerato uno tra i primi storici della pedagogia italiana, e non solo per il numero dei lavori pubblicati, ma anche per la teorizzazione dell’ambito disciplinare e delle metodologie di ricerca. A. espone il suo pensiero circa il fine e il metodo della Storia della pedagogia nel breve opuscolo Concetto generale della storia e della pedagogia (1901), anche se accenna a tale questione in diversi altri saggi. Nel lavoro citato, parte dalla considerazione dell’educazione come fatto e concetto comune. La pratica e la teorizzazione educativa sono imprescindibili, e la scienza pedagogica si sviluppò sotto la spinta di voler vedere perfezionata l’arte educativa. In questo senso continua: «La necessità di una scienza pedagogica emerge dal difetto inerente all’inconscia educazione naturale, e quindi dall’insufficienza del suo concetto»316. Egli rivendica uno statuto epistemologico propria alla storia della pedagogia, che distingue tanto dalla pedagogia in sé, che dalla storia dell’educazione. In questa direzione critica Paroz che nella Histoire universelle de la Pédagogie non separa le due discipline317. A. distingue anche la storia dell’educazione in generale, vale a dire i tratti tipici dell’educazione e la sua storia universale, dalla storia dell’educazione di una particolare tradizione o società318. Nei suoi studi richiama l’importanza della precisione storiografica ed uno studio approfondito delle fonti. In particolare rimarca come la storia dell’educazione debba essere: ordinata, veridica, ragionata, compiuta. Chiede di riferirsi sempre a «fonti accurate e sicure»319. Uno degli aspetti innovativi dei lavori dell’A. è il peso dato allo studio del contesto e della personalità dell’autore320. 316 G. A., Concetto generale della storia della pedagogia, 1. 317 «La storia dell’educazione ha per ufficio suo proprio di esporre le diverse forme, che prese l’educazione presso i diversi popoli antichi e moderni; per contro la storia della pedagogia espone le origini e lo sviluppo di questa scienza attraverso le dottrine, i sistemi, le teorie de’ pensatori, che la coltivarono. [...] Per certo queste due specie di storie sono fra di loro congiunte da intime attinenze e si lumeggiano a vicenda, ma la loro distinzione va tenuta in conto per non confondere due ordini di cose affatto diversi, quali sono le idee pedagogiche de’ pensatori e le azioni educative degli istitutori» 3. 318 «La storia dell’educazione, riguardata rispetto alla sua estensione, viene a diversi in universale, particolare e singolare. La storia universale si estende all’educazione di tutti i tempi dai più remoti ai contemporanei, di tutti i popoli e barbari e civili, e antichi e moderni. La particolare comprende un periodo storico generale, quale sarebbe la storia dell’educazione antica, o parte di un periodo storico, come ad esempio la storia dell’educazione dal 1500 a noi. In entrambi i casi abbraccia l’educazione presso tutti i popoli ristretti però ad un tempo determinato. È altresì particolare quella, che espone l’educazione di una nazione considerata o in tutta la durata della sua esistenza (quale l’educazione presso i romani) o in uno de’ suoi periodi storici (quale l’educazione dei romani nel periodo repubblicano). Infine è singolare, se si restringe o ad un dato secolo (come la storia dell’educazione ai tempi della rivoluzione francese), o ad un Istituto educativo, quale l’Istituto pitagorico o l’Istituto educativo di Vittorino da Feltre; ed allora piglia più propriamente nome di monografia storica» 3-4; 319 4. 320 Già in uno dei primi saggi esponeva con chiarezza tale principio: «La critica ha da descrivere la genealogia del genio speculativo; ha da seguirlo in tutto il suo periodo evolutivo ricordando i sentieri e le vie riposte per cui è passato prima di giungere al suo ideale definitivo; ha da studiare il movimento speculativo dell'epoca in mezzo al quale si svolse; ha da sceverare nelle pagine della storia le idee di cui ha elementato il proprio sistema e significare come queste nel proprio sistema s'intrecciarono e vi ricevettero un'impronta peculiare e sistematica. Tale è l'ufficio narrativo della critica. Oltre a tutto questo, apprezzare nel suo giusto  88  Come la storia dell’educazione, anche la storia della pedagogia si può dividere in generale e particolare. Il suo fine non si limita ad una narrazione asettica della riflessione educativa, ma trova il suo senso nella valutazione delle teorie pedagogiche rispetto all’autentica scienza pedagogica. Scrive A.: «Da queste generali considerazioni intorno al come si forma e si va svolgendo la pedagogia emerge da sé il concetto della sua storia, la quale apparisce una ordinata e razionale narrazione dello svolgimento progressivo della scienza pedagogica attraverso i tentativi fatti dai pensatori di tutti i tempi e luoghi a fine di determinare l’ideale tipico dell’umana scienza»321. In particolare, sono significativi alcuni brani presenti negli Studi pedagogici (1889)322 e ne La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, in cui mostra come lo scopo dell’approfondimento storico è strettamente connesso al fine della scienza pedagogica. L’A. sostiene che l’educazione possa essere studiata o nel suo svolgimento pratico o da un punto di vista speculativo. La pratica educativa può essere di tre tipi: quella che normalmente le persone attuano, quella di una determinata società, e la vera arte di educare. Come l’educazione, anche la teoria pedagogica sembra connaturale alla vita umana. Per tale motivo in ogni epoca l’uomo si è fatto un’idea circa il miglior modo di educare. Così, secondo A., esistono tre tipi di teorie pedagogiche: la pedagogia volgare, quella del singolo pensatore, e la scienza pedagogica. Il compito della storia della pedagogia quello di individuare il differenziale tra quanto pensato in passato e la scienza pedagogica. La storia ha così un valore fondamentale della riflessione pedagogica, poiché propone agli studiosi interlocutori di vaglia, anche sé A. ricorda di distinguere la scienza dalla storia324. Il seguente brano ben lumeggia la distanza tra ciò che si è pensato e la scienza: «Fu detto che la storia universale è tutta una congiura contro la verità: nell’ipotesi che stiamo valore il punto iniziale da cui un sistema piglia le mosse, il processo a cui s'informa il suo sviluppamento, il termine finale in cui si è chiuso; pronunziare se nella storia del pensiero speculativo esso segni un periodo di sosta o di progresso; giudicare se il problema filosofico sia stato concepito in tutta la sua integrità e giustezza, e risoluto a dovere; epperò se siano state convenientemente satisfatte le esigenze del pensiero spéculativo senza punto disconoscere i pronunziati universali della sapienza comune, anzi armonizzandoli colle conclusioni della ragion filosofica: ecco l'altro ufficio della critica che discute» G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 18. 321 G. A., Concetto generale della storia della pedagogia,  G. A., Studi pedagogici, 28-31. 323 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 7. 324 «I cultori della pedagogia trovano nella storia una saggia maestra, che additando gli errori dei pensatori che li precedettero, da un lato, e dall’altro le verità da essi scoperte e lumeggiate, li consiglia a procedere ammisurati e guardinghi nei loro tentativi, li anima e li sorregge all’amore ed alla conquista del vero, ed allarga l’orizzonte del loro pensiero. Riconoscendo l’utilità e l’importanza della storia della pedagogia, guardiamoci però dall’ingrandirla oltre il convenevole.» G. A., Concetto generale della storia della pedagogia, 8.  89  discutendo, bisognerebbe ripetere, che anch’essa la storia della pedagogia è tutta una congiura contro la scienza pedagogica»325. Nel stesso saggio critica il Siciliani e il suo testo Storia critica delle teorie pedagogiche nel quale sostiene che la scienza pedagogica si fonda sulla esperienza storica dell’educazione326. Se per Siciliani la scienza pedagogica è frutto di evoluzione, per lo spiritualista A. la «vera» scienza pedagogica è una, e ad essa ci si può avvicinare o allontanare. Entra poi in merito a come si fa la storia della pedagogia. Spesso si è costretti a raccogliere le «idee slegate e frammentate» in opere non propriamente pedagogiche, scovando le «teorie particolari intorno a qualche punto di educazione, o sia che esse formino un tutto da sé distinto da ogni altro, o sia che giacciano implicata ed involte in opere di altra natura», ma anche «i trattati che abbracciano un compiuto sistema pedagogico, dove l’educazione è contemplata in tutta l’integrità del suo organismo, quali ce ne porge in copia moderna». Bisogna quindi studiare le opere dell’autore, i frammenti della sua opera presente in altri autori, la tradizione su di lui. «Gli scritti originali di un pedagogista sono essi soli le vere fonti, da cui si attinge limpida e netta la sua dottrina, mentre i frammenti registrati nelle opere di altri scrittori, e la tradizione scritta od orale, anziché fonti, sono rivi più o meno puri». Dai suoi scritti occorre innanzitutto cogliere in concetto centrale di un autore, cercandone poi le cause. Occorre comunque valutare la pedagogia degli autori studiati: «Ma il compito più elevato, più grave e ad un tempo più arduo della critica storica risiede nel cernere nelle esposte dottrine la parte vera dalla erronea, la certa dall’incerta ed opinabile, l’elemento soggettivo, particolare, relativo, dall’oggettivo, universale, assoluto, che solo può passare nel dominio della scienza pedagogica»327. Lo storico dovrà stare attento ad ancorarsi sempre alla scienza pedagogica328. In conclusione sintetizza così il compito dello storico della pedagogia: «Ai quattro uffici propri della storia pedagogica ora accennati fanno natural corrispondenza quattro distinte e successive forme speciali, che essa può rivestire nel suo progressivo sviluppo. La storia della pedagogia rintraccia primamente i materiali, che entrano a comporla, ed in questo suo primo studio riveste la forma di memorie e frammenti. Poi si accinge ad esporre e descrivere le raccolte dottrine, e qui assume la forma di cronaca, alla quale succede la forma di storia propriamente detta, 325 9. 326 10. 327 15. 328 «Lo storico deve scansare due estremi; da un lato la troppa fidanza di sé ed il cieco immobilismo nelle proprie idee, dall’altro l’incostanza e la volubilità del pensiero, a cui potrebbe essere trascinato dallo spettacolo di tanti sistemi diversi e contrari» 16.  90  che corrisponde all’ufficio etiologico od inquisitivo, finché s’innalza alla sua più perfetta forma, quale è la filosofia della storia, che risponde all’ufficio critico e speculativo»329. Il senso della Storia della pedagogia ha appunto lo scopo di rilevare il differenziale presente sia tra i modi che le popolazioni che ci hanno preceduto avevano di educare in confronto con la vera arte di educare, sia il confronto tra le varie teorie pedagogiche e la vera scienza pedagogica. Osserva A.: «Quindi ancora ne consegue, che introno al medesimo oggetto conoscibile (ad esempio intorno l’essenza dell’educazione, od al suo fine, od alle sue leggi) possono darsi e si danno di fatto molte teoriche, e quel che è più le une dalle altri discordi ed avverse, mentre una sola è la scienza e sempre a se stessa concorde, perché una sola è la verità, in quella guisa che nell’ordine geometrico tra due punti dati non può correre che una sola linea retta, mentre di linee curve se ne possono condur chi sa quante». Il senso della Storia della pedagogia è analizzare i sistemi pedagogici confrontandoli con la vera scienza pedagogica. Dunque: «La storia de’ sistemi pedagogici è sostanzialmente la storia de’ tentativi felici od infelici, retti o traviati, fatti dai cultori dell’arte educativa per giungere al Vero siccome fondamento di essa; per lo contrario la storia della scienza pedagogica è la storia della Verità educativa riguardata nel suo progressivo esplicamento»330. Sulla base di questa prospettiva, i numerosi studi di storia della pedagogia di A., sono un dialogo rispetto a determinati principi pedagogici con gli autori trattati, più che un’esposizione oggettiva del loro pensiero. Lo studio della storia della pedagogia secondo A. può condurre a una migliore comprensione dell’educazione e a quei tratti unici e particolari che la caratterizzano. Per tale ragione nelle sue ricerche spesso trova degli spunti per confermare alcune delle sue tesi o muove critiche agli altri sistemi pedagogici, in primis ai già citati positivisti. I testi sono dunque ripetutamente accompagnati da valutazioni personali, commenti, paragoni, e non pochi giudizi sferzanti. Ha scritto puntualmente Vidari «Si comprende da tutto questo come l’A. nei suoi studii di storia delle dottrine antropologiche e pedagogiche fosse guidato e mosso più che dal proposito di comprenderle nel loro processo di formazione, di inquadrarle nel momento storico a cui appartennero, di seguirle nei loro sviluppi, nelle loro irradiazioni e conseguenze, da quello piuttosto di saggiarle e 329 16. 330 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 6.  91  giudicarle in rapporto a quei principi fondamentali di scienza dell’educazione, che egli andò illustrando in tutto il resto della sua produzione filosofica»331. Dalle posizioni prese di fronte al «laboratorio della storia della pedagogia» si precisa ancora meglio il sistema pedagogico di A.. Forse anche per questo la lettura di questi testi aiuta a cogliere il cuore e le preoccupazioni pedagogiche dell’A.. Il tema principale su cui A. si confronta è per la maggior parte legato a prospettive antropologiche e alle loro conseguenze in campo educativo e scolastico. Giustamente Valdarnini osserva: «qual criterio adotta l’A. per giudicare della verità o della falsità delle dottrine di cui è intessuta la storia della Pedagogia? Questo: il sentimento e il concetto della dignità propria della specie umana»332. Da Seneca a Rousseau ciò che l’A. valuta è quale l’idea di uomo essi comunicano e difendono. Ma tale prospettiva ha secondo alcuni studiosi portato a esiti negativi. La Quarello, ad esempio, critica il fatto che certi giudizi storici siano «troppo soggettivi»333 e fa notare che alcune valutazioni dell’A. partono «talora da “presupposti dommatici” più che da dimostrazioni convincenti»334. Tra le altre, critica la scarsa considerazione data al Kant della Critica della ragion pratica. Di un’idea contraria è Vidari quando osserva che «alcune delle osservazioni critiche che l’A. muove alla dottrina morale di Kant, per quanto non nuove, sono giuste e fondate»335. Come già accennato, sempre stando alla Quarello, A. non avrebbe colto il contenuto della filosofia di Hegel, riducendo la portata dello Spirito e dell’Assoluto hegeliano336. Tra gli altri, il principio della libertà d’insegnamento è uno dei criteri con cui valuta le teorie pedagogiche. Nel testo Delle idee pedagogiche presso i greci la questione della libertà d’insegnamento decide della divisione degli autori. A. affronta prima Pitagora e Socrate, che sono considerati i difensori di un’educazione libera, e poi Senofonte, Platone e Aristotele, che considera difensori di una visione spartana e statolatrica dell’educazione. Affrontando tali autori esprime la sua idea di educazione e di libertà. Scrive: «Plutarco non separa la famiglia dallo Stato, né la confonde con esso. Per lui la famiglia non è solo un grado della gerarchia dello Stato, ma un centro, che ha uno sviluppo suo proprio. 331 G. Vidari, Il contributo di A. alla Storia della Pedagogia, «Rivista Pedagogica», n. 10, 1930, p. 689. 332 A. Valdarnini, A.storico della pedagogia, in Vita e mente di Giuseppe A., cit., 1913, p. 56. 333 V. Quarello, G. A., Studio critico, 124. 334 124. 335 G. Vidari, Il contributo di A. alla Storia della Pedagogia, 692. 336 V. Quarello, G. A., Studio critico, 128-129.  92  L’educazione, senza punto dimenticare di preparare il fanciullo a divenire buon cittadino, ha sovra tutto per compito suo di formare in lui l’uomo mercè il culto della famiglia»337. Sugli «avversari» della libertà scrive invece: «Platone aveva confuso la famiglia collo Stato fino ad introdurre il Governo nei penetrali del santuario domestico, e colla famiglia anch’esso l’individuo veniva assorbito nella comanza politica. Aristotele giunse a distinguere la famiglia dallo Stato, ma il suo pensiero su questo grave argomento mostrasi perplesso ed oscuro, tant’è che l’uomo in sua sentenza non è tale, perché persona individua, perché padre o marito, o figlio, ma perché cittadino»338. Un altro brano su Platone mostra la pertinenza tra il concetto di persona e quello della libertà d’insegnamento, e come la perdita del primo faccia necessariamente scivolare nello statalismo: «Il massimo e capitale errore, che falsa la politica e conseguentemente la pedagogia di Platone e scorre e s’inviscera in tutte le parti della sua teoria, questo è di avere sacrificato l’attività personale dell’individuo all’onnipotenza dello Stato, di avere assorbito l’uomo nel cittadino. La dottrina politica di Platone è un esplicito socialismo governativo: l’individuo esiste e vive in servigio esclusivo dello Stato, è niente più che una molla, un ordigno del gran meccanismo sociale, giacché nell’assoluta ed oppressiva unità della comunanza politica si perde ogni libertà personale. Epperò l’educazione riesce essenzialmente ed onninamente politica, mentre dovrebb’essere primamente e sostanzialmente personale: l’umana persona, spogliata della sua dignità finale, viene educata come semplice mezzo e strumento della civil società»339. Concludendo la parentesi greca scrive: «Lo Stato adunque non prevale sull’individuo, bensì gli sottostà come effetto della sua cagione; e quando Aristotele a sostenere la supremazia naturale dello Stato sulla famiglia e sui singoli uomini osserva, che il tutto trionfa sulla parte, perché distrutto quello, anche questa vien meno, possiamo ritorcere il suo argomento contro di lui avvertendo che la parte congregandosi con altre parti, forma essa il tutto, e se quella scompare, anche questo ruina. In una parola non l’individuo è fatto per lo Stato, bensì lo Stato è fatto per tutti e per ciascuno, epperò l’educazione debb’essere umana e personale, prima che politica e civile»340 In alcuni punti le valutazioni dell’A. sono decisamente esagerate. Nel testo su Giobbe e Schopenauer apre una parentesi molto sommaria contro il popolo ebraico341, rasentando il razzismo. In altre occasioni il suo giudizio è palesemente sproporzionato. 337 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 163. 338 162. 339 131-132. 340 148. 341 G. A., Giobbe e Schopenhauer, 36-37.  93  Come quando nell’introduzione al lavoro su Delle idee pedagogiche presso i greci (1887) osserva «Pitagora e Socrate ci appariscono gloriosi campioni di una pedagogica, che si muove libera di sé, franca da ogni ressura governativa, sorretta da un ideale divino, che consacra la persona, santifica il dovere, suggella l’immortalità della vita personale. Platone ed Aristotele ci si mostrano fautori dello Stato educatore, che disconoscendo ne’ singoli uomini la dignità della persona individua, trae con sé a perdimento tutta la Grecia»342. Anche Santamaria Formiggini contesta all’A. la scarsa precisione su taluni lavori, in particolare fa riferimento agli studi su Rousseau ed Herbart. Inoltre sostiene che l’A. non riuscì a «penetrare oggettivamente nel pensiero degli autori che studia e che critica»343. Però poi ammette che «Come pedagogista egli lascia a grande distanza gli altri per la larga informazione storica, che è uno degli elementi essenziali per la trattazione ponderata ed illuminata delle questioni educative, è condizione per un vero progresso delle teorie. Egli può considerarsi veramente uno dei primi pedagogisti che abbiano indirizzato gli studiosi italiani a mettere in raffronto e in rapporto i loro studi con i risultati del pensiero pedagogico straniero, perché dai confronti scaturisca più viva e più nuova la verità, perché si evitino ripetizioni di teorie discusse e superate»344. Oltre ad imprecisioni, i lavori dell’A. risultano approfonditi e curati. Lo studio su Rousseau criticato dalla Formiggini, è ricco di riferimenti bibliografici ma soprattutto offre una chiave di lettura molto interessante del pensatore ginevrino non temendo di evidenziarne i pregi, ma anche le contraddizioni, le ambiguità e i rischi. Non pensiamo di essere lontani dal vero affermando che nonostante la sterminata bibliografia sull’autore dell’Emilio, il libro di A. risulta ancora oggi ricco di spunti e di considerazioni. Il merito di A. come storico della pedagogia emerge ulteriormente se paragonato ai lavori coevi di storia della pedagogia, dai quali si distanzia per riferimento alle fonti e immedesimazione. Senza dubbio si può affermare che A. può essere considerato uno tra i primi storici della pedagogia italiani. I. 8. La scuola educativa 342 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, II. 343 E. Santamaria Formiggini, La pedagogia italiana nella seconda metà del secolo XIX, parte I, gli spiritualisti, 12.  344 322-323. 94  Nel corso della sua carriera, A. diede ampio spazio alla riflessione sulla scuola, cui attribuiva un ruolo decisivo per il destino delle nazioni345. Se riferimenti e accenni su questioni scolastiche sono disseminati in molti dei suoi libri, in un saggio del 1904, La scuola educativa, è presente una sistematizzazione più articolata e completa delle sue posizioni. Riflettendo sulla funzione di questo istituto, A. racchiude le questioni più importanti del problema in quattro semplici domande: «1° in servizio di chi è ordinata la scuola? 2° a chi spetta il diritto di governarla? 3° in quale giusto rapporto deve serbarsi colla famiglia e colla società? 4° come debb’essere organata l’educazione e l’istruzione nella scuola?»346. A. è convinto che l’autentico e principale scopo della scuola sia lo sviluppo perfettivo della persona nella sua totalità. Caratterizzata da una appassionata ricerca della verità e del bene dell’alunno347, auspicava fosse animata da un vero «culto della personalità dell’alunno»348. Contro il determinismo di certa didattica, sosteneva l’idea di una scuola in cui il rispetto della vera libertà potesse divenire il fine e lo stile della vita educativa349. Su queste prospettive invocò una convergenza dell’istruzione e dell’educazione, che dovevano coabitare e collaborare in vista di uno sviluppo integrale della personale350. La conoscenza e l’educazione, dovevano potenziarsi a vicenda. In questo senso considerava l’istruzione anche come un aspetto necessario per la formazione solida del carattere351. 345 «La casa dunque, il tempio, la scuola sono i tre grandi centri dell’umana coltura, i tre solenni convegni sacri alla comune educazione. La scuola segnatamente apparisce il santuario del sapere, il tirocinio della vita sociale, il vivaio della civiltà; epperò essa racchiude nelle sue modeste pareti le sorti di un popolo e collo splendore o coll’oscuramento del suo ideale segna i giorni di grandezza o di decadenza di una nazione. Dall’importanza massima della scuola agevolmente si misura la necessità di formarcene un concetto adeguato e verace, che risponda al suo intimo organismo ed al suo ideale» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 68. 346 69. 347 «La scuola è luogo sacro al culto del Vero e del Buono, ciò è dire è il santuario della sapienza, essendochè questa congiunge in sé il lume speculativo della scienza e la pratica onestà della vita. Oggidì il carattere educativo della scuola è misconosciuto. La scienza ha cacciato fuor della scuola la virtù e la divinità. Si è consumato un divorzio tra l’istruzione della mente e l’educazione del cuore. Istruzione in iscuola, educazione in casa. Si aprono ogni dì nuovi edifizi scolastici per piantarvi l’albero della scienza, senza badar più che tanto, se all’ombra dell’albero germogli e si spieghi il fiore delle virtù domestiche, civili e religiose. Quest’eresia pedagogica va ogni di più propagandosi, e minaccia giorni luttuosi alla famiglia ed alla patria. La scuola (ripeto col Tommaseo) se non è tempio, è tana; e quando mai fosse tana, dovrei ripetere col Rousseau: L’uomo che pensa, è animal depravato. Gli è allora che la scuola diventa davvero un semenzaio di socialismo, perché i giovani ne escono poi gonfi di borra enciclopedica, quanto vuoti di ogni principio morale e religioso, e riversandosi nella gran società diffondono la corruzione, che portano in seno, pretensioni, sprezzanti, spostati, scontenti di tutti e di tutto, gittando qua e là il disordine e lo scompiglio» 78. 348 70. 349 «Se l’alunno non è lui il primo educatore di se medesimo, che spiega la personalità sua e la afferma spiegandola, gli altri educatori persona la vera loro ragione di essere, perché non formano più una persona, ma foggiano una macchina» 67.  G. A., Studi pedagogici, 65-67. 351 «Lo studio è un dovere, e dall’idea del dovere sorge appunto il carattere» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 92.  95  Uno degli errori maggiori individuati da A. era quanto chiamava «enciclopedismo», vale a dire la riduzione del ruolo della scuola a veicolo di nozioni da sommare nelle menti degli allievi: «L’enciclopedismo (perché tacerlo?) è il verme roditore delle nostre scuole, il cancro dell’educazione moderna»352. A. auspica che l’accumulo di conoscenze si coniughi con lo sviluppo di uno spirito libero e creativo: «L’enciclopedismo violenta, tortura, conquide, le potenze mentali del giovine: la virtù intellettiva, che concepisce l’ideale, il sentimento, che lo accalora, l’immaginazione, che lo colorisce, giacciono spossate»353. Il pedagogista osservò come la scuola somigliasse sempre più «all’aria morta di una biblioteca»354. Mancava quella spinta ideale che è invece propria dell’educazione. A questa stortura del compito educativo, concorse un traviamento del ruolo dell’insegnante: «Pur troppo si è ormai perduta di vista questa gran verità pedagogica, che il maestro, segnatamente delle scuole elementari e secondarie, debb’essere non solo l’insegnante, ma ben anco l’educatore de’ suoi alunni, interessandosi delle loro persone, vegliando sulle loro sorti, vivendo con essi la vita del cuore, come fa un padre, una madre co’ figli suoi»355. Da queste premesse, era convinto che il “cuore” degli educatori fosse il ganglio vitale della pratica educativa e al contempo il discriminante della sua efficacia356. A. si sofferma a considerare come l’insegnamento sia un’azione propria della persona, ed espressione della sua specificità. Si impara e si insegna con le parole, suoni che uniscono nel significato le coscienze e le conoscenze dell’educatore e dell’educando. Poter capire costituisce la superiorità dell’uomo sulle cose357. In questo senso, A. sottolinea come: «Lo sviluppo dell’intelligenza è intimamente connesso colla parola, la quale è un segno sensibile esteriore, che esprime un’idea»358. La parola si impone così come 352 G. A., Opuscoli pedagogici, 14. 353 425. 354 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 250. 355 249. 356«Pestalozzi, Girard, De la Salle furono grandi istitutori, perché furono grandi cuori, che sentirono la santità del loro apostolato, e fecero di sé nobile sacrificio per loro alunni. Senza cuore non si educa con dignità, non si ammaestra con verità, non si impara con senno; e la scuola diventa essa stessa corpo senz’anima. Ed in quella guisa che le istituzioni politiche anche ottime declinano, si disfanno e finiscono, quando sono guaste dallo spirito settario, dall’ambizione sfrenata dei reggitori, dal dispotismo sotto maschera di libertà, così gli istituti scolastici anche meglio organati languiscono e cadono giù, quando nei governanti che li dirigono e nei maestri che professano, sottentra l’indifferenza e l’apatia, il mestierismo e la cupidigia del guadagno, la vanità pretensiosa e lo scetticismo demolitore» in G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 182-183. 357 G. A., Studi pedagogici, 102-107. 358 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 44.  96  «necessità pedagogica», da indirizzare verso l’educazione della persona359. Per tali motivi il fulcro della scuola è la spiegazione360. La sua importanza è attestata, secondo A., anche dalle difficoltà di relazione e di formazione dei sordo - muti361. Considerava un grave errore pensare che la mera istruzione potesse bastare all’educazione: «Che l’istruzione faccia colla educazione un’adequazione perfetta e si converta con essa, è fatale errore, il quale trascina la società a distrette più deplorande, che non quelle medesime dell’ignoranza e della rozzezza. L’uomo non vive di sola conoscenza, ma ben anco di virtù e d’amore, perché alla potenza dell’intendere accoppia la libertà del volere e la facoltà del sentire. Laonde la scienza è sibbene una splendida manifestazione dell’umana essenza, ma non è punto l’umanità tutta quanta: nell’immensa sfera dello svolgimento umano essa tiene un posto luminoso, ma non il solo, né il più elevato, sottostando alla vita morale e religiosa»362. Questa mancanza, era colta da A. soprattutto nella scuola secondaria, dove lo sviluppo razionale e il prossimo approccio alla vita, meritavano una relazione educativa e valoriale piena, e non solo limitata all’istruzione: «La nostra scuola secondaria non educa, perché è tutta nell’istruire: le materie di studio sono tenute estranee allo sviluppo del sentimento morale e religioso. La cattedra non è un apostolato di civile e morale insegnamento, ma di puro sapere: rilassati e pressochè spezzati i vincoli tra la scuola e la famiglia, e maestri ed i discepoli». L’assenza di un’educazione morale e religiosa, senza la quale lo sviluppo integrale della persona era reputato da A. impossibile, fu variamente ripresa: «Questa idolatria della scienza fa le sue tristissime prove nel campo della pubblica istruzione; l’istruzione è come una gran fiumana che allarga il santuario della scuola e caccia via la coltura morale e religiosa, come se vi fossero soltanto teste da riempire, e non anco anime da ispirare, cuori da educare. Questa specie di fanatismo per il culto del sapere è la piaga precipua, che vizia oggidì l’organismo della pubblica educazione.»363 Due delle sue citazioni preferite erano la celebre frase di Tommaseo: «La scuola se non è tempio, è tana» e il motto socratico Non scholae sed vitae discendum. Oltre che culto 359 «La parola è pur anco una necessità pedagogica, perché vincolo essenziale, che unisce le intelligenze e le volontà del maestro e del discepolo, dell’educatore e dell’alunno, ma a tale riguardo occorre, che la parola del maestro sia luce intellettuale piena d’amore, e che il discente non la riceva passivo, ma la faccia ripensandola. Un insegnamento parolaio sciupa se stesso in un’intrinseca contraddizione, essendochè appartiene all’essenza medesima della parola l’ufficio di significare un’idea» 45. 360 «Il programma governativo è, per così dire, l’embrione della materia d’insegnamento, il didattico ne mostra le giunture, le articolazioni in forma di compagine, il libro di testo porge l’organismo in carne ed ossa e polpa e sangue, la spiegazione del testo è la vita, che circola per entro l’organismo» . 361 98. 362 G. A., L’educazione e la scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881, 6.  363 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 59. 97  della verità, la scuola doveva infatti divenire tirocinio alla vita, e non doveva essere staccata da essa364. Ciò implicava anche un assetto didattico in cui era prevista la formazione professionale e la ginnastica. Sotto questo profilo critica la proposta educativa di Platone365, considerata eccessivamente spiritualista. La scuola deve preparare soprattutto alla partecipazione alla società, della quale essa può diventare importante fermento di progresso e umanizzazione. In questo senso, contestò posizioni come quelle di Rousseau, che mettevano in evidenza le ingiustizie perpetuate nella socialità scolastica, invece che i suoi aspetti formativi366. A. sottolinea il rapporto virtuoso tra educazione e società. Solo se cresce il singolo, progredisce la comunità. Giustamente A. ricorda che «La personalità umana giustamente intesa ed educata a dovere porta la floridezza sociale»367. La scuola non poteva, tuttavia, essere vista come funzione della società, e soprattutto del suo potere politico368. Il controllo sociale esercitato mediante la scuola rischiava di tradire il principio della personalità369. Il legame con la vita e l’unità dell’educazione, doveva essere corroborato da una stretta collaborazione tra gli istituti scolastici e la famiglia. Per questa ragione propone l’abolizione dei convitti, preferendo che gli allievi restassero nella loro famiglia370. In caso di necessaria lontananza dalla propria casa, A. indica come modello le pensioni libere inglesi in cui gli alunni seppur lontano dalla propria casa vivono con un’altra famiglia, a 364 «Quest’armonia tra la scuola e la società esige che nell’ordinamento delle discipline scolastiche si abbia speciale riguardo a quelle che sono peculiarmente reclamate dallo spirito del tempo, dai bisogni sociali, dall’indole della nazione. Però anche qui non va dimenticato, che la scuola, pur mentre si attempera alle condizioni della società, non debbe servire alle medesime, come se fossero l’ideale supremo e definitivo di ogni umano consorzio» G. A., Opuscoli pedagogici, 37. 365 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 103. 366 «Il mio concetto della persona umana, in servigio della quale dico ordinata la scuola, è ben altro dal concetto della natura umana, in cui Rousseau vuole riposto il fine supremo della educazione. Nell’essenza medesima della persona umana, che è intelligenza ed attività volontaria, io scorgo la fonte medesima della socievolezza, ossia la virtù di stringersi in comunanza di intendimenti e di voleri con altre persone, mentre l’autore dell’Emilio reputa le istituzioni sociali natefatte a snaturar l’uomo, spogliandolo dell’unità sua per assorbirlo come parte nel tutto» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 71. 367 71. 368 «La scuola non può, non debb’essere una funzione della società, perché ne verrebbe essenzialmente snaturata. Infatti, la scuola è un santuario di persone, ossia di creature intelligenti e libere, e non già una agglomerazione di bruti o di cose. Ora la persona non è uno strumento ai voleri altrui, ma è una creatura sacra, fornita di diritti, che vanno rispettati da qualunque potere sociale, da qualunque autorità umana, il diritto all’esistenza, alla verità, alla felicità, alla virtù, sicché se ad esempio la prosperità di un popolo intiero costasse la schiavitù o la distruzione di una sola creatura umana, già per ciò stesso dovrebb’essere detestata come un delitto. Orbene, ponete che la scuola sia una funzione,una proprietà, un’appartenenza della società e soggiaccia al suo assoluto dominio, e allora gli alunni non verranno più educati siccome persone, che appartengono a sé stesse, ed ordinate ad un fine, da cui hanno diritto di non essere deviate, bensì come mancipii del volere sociale, come cose o strumenti in servizio della società» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 23. 369 «L’individualismo egoistico ed il socialismo oppressivo sono due estremi, che contraddicono agli intendimenti della natura, la quale mentre chiama gli uomini alla convivenza sociale, vuole ad un tempo salva la personalità di ciascuno». G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 99.  370 G. A., Studi pedagogici, 333-335. 98  volte la stessa dei propri insegnanti. Ciò aiuta a supplire la funzione dei genitori, che deve rimanere un paradigma. Non è un caso che parlò della scuola come «seconda famiglia»371. In merito all’organizzazione della scuola avanzò una serie di proposte. Sosteneva il primato degli asili italiani rispetto a quelli fröbeliani372, auspicava una scuola elementare unica senza distinzione di censo373, mostrandosi fortemente preoccupato per una divisione della scuola classista374. Propose la fusione del ginnasio con la scuola tecnica per rimandare la scelta della scuola superiore di tre anni, ipotizzando così la nascita di una scuola media unica. Sostenne il valore dell’educazione classica, un insegnamento della filosofia armonico con le altre discipline, un più ampio spazio alla storia italiana. Della scuola superiore critica l’eccessivo numero di materie, e il quadro orario troppo lungo. Inoltre contestò i criteri di valutazione negli esami, nei quali si preferisce la quantità alla qualità degli apprendimenti, inducendo ad una mentalità enciclopedica e non critica. Anche per questo motivo propone di eliminare la Giunta centrale per gli esami di licenza liceale. Per quanto riguarda le scuole normali prospetta un quadro orario in cui si affermi il 371 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 86. 372 «I nostri asili infantili sono una creazione del genio nazionale e per un trentennio conservarono la loro originale impronta. Verso il 1860 entrarono in lotta coi seguaci della scuola germanica, che insorsero coll’intendimento di atterrarli e sulle loro rovine costrurre i giardini fröbeliani. I novatori lottarono e lottano tutt’ora coll’opera e colla parola, nelle Conferenze pedagogiche e nei privati convegni, con ardore sempre vivo, invocando ben anco in loro aiuto la potenza ministeriale (Vedi l’opuscolo Società dei giardini d’infanzia di Udine, ecc. Udine, 1981, pag. 24). Ed il Ministero non nascose la sua simpatia pel fröebelismo. Già nel regolamento del 188°, all’art. 28, esso sostituiva alla denominazione asili d’infanzia il vocabolo giardini; poi impose ai professori di pedagogia presso le scuole normali l’obbligo di insegnare alle allieve maestre in teoria ed in pratica il metodo di Fröebel, prescrivendo lo stesso metodo alle scuole italiane aperte all’estero, e nella sua Circolare del 27 gennaio 1889 manifestava l’intendimento di «trasformare man mano i numerosi asiloi, secondo vecchi metodi governativi, in istituti educativi informati a una dottrina che prenda il nome dal Pestalozzi o da Fröebel, o meglio da entrambi; tal fine si può ben dire ci abbia segnata la via, nella quale dobbiamo metterci». Nel fervore della lotta non mancarono valenti istitutori, che, come l’Uttini a Piacenza, il Colomiatti a Verona, la Goretti – Veruda a Venezia, si adopravano con saggio accorgimento a riparare gli abusi ingenerati nelle scuole aportiane da sbagliate applicazioni pratiche, ad adempiere i difetti ed introdurvi le ragionevoli migliorìe, pur conservando intatto il principio interiore della loro origine» 127-128. 373 Attacca quanti volevano fare una scuola per il popolo e una per la classi agiate e scrive: «Quindi si fa necessaria una scuola, la quale abbia appunto per iscopo di fornire quella coltura, la quale occorre a tutte le classi sociali senza riguardo ed eccezione di sorta. La scuola che risponde a questo fine universale è appunto la scuola elementare, così denominata, perché ha per oggetto gli elementi della coltura umana. Da questo suo concetto si scorge che essa non ammette disparità tra i figli dell’operaio e i figli del facoltoso, perché la coltura primordiale è la stessa per tutti: non deve mirare agli uni piuttosto che agli altri, ma va ordinata in servigio di ambedue: essa è ad un tempo democratica ed aristocratica, rurale ed urbana, popolare e borghese. Alle corte, intendete voi che la scuola elementare accolga a comune ammaestramento i figli di tutte le classi sociali, o quelle soltanto della classe operaia? Nel primo caso, la trasformazione, che propugnate, non più ragione di essere: nel secondo caso, create un dualismo irragionevole» 140.  99  «primato» alla pedagogia, mentre nei licei, legandosi ad una battaglia tipica di quegli anni, fu fautore della centralità della filosofia375. Da un punto di vista metodologico richiama alla necessità di conoscere le facoltà psicologiche dell’A. e denuncia l’ignoranza della classe magistrale su tali tematiche. Gli insegnanti sembrano essere più preoccupati di offrire agli alunni conoscenze precise e copiose, rispetto a capire quanto i loro alunni possano imparare. Un altro aspetto avversato dall’A. è un’idea caporalesca della disciplina, che dimentica l’importanza della libertà e del consenso per un’educazione efficace. Voleva che la scuola educasse al patriottismo. Ciò non deve far pensare ad un A. nazionalista e sciovinista, il pedagogista era però convinto che la scuola dovesse difendere la tradizione, la cultura e la filosofia italiana376, di cui i giovani avrebbero dovuto acquisire consapevolezza e orgoglio. Inoltre considerava importante l’assimilazione dell’idea di nazione, intesa come comunità a cui appartenere e da servire. Per questo propose di sostituire all’ «educazione civile», la materia di «educazione italiana». Riguardo al tema dell’obbligo scolastico, che coinvolse il dibattito pedagogico durante la costruzione del sistema scolastico nazionale, A. si oppose alla sua applicazione, perché lo considerava illiberale. Il pedagogista non intendeva restringere il diritto all’educazione ad un’élite, ma riteneva che l’obbligo non fosse un mezzo adatto per la diffusione dell’istruzione e dell’educazione377. Egli era altresì convinto che bisognasse convincere alla scuola e non costringere378. Come non si possono obbligare le persone ad essere virtuose o a lavorare, così non le si può costringere ad istruirsi, mentre può moltiplicare le scuole e formare bravi insegnanti che attirino le famiglie ad iscrivere i figli nelle scuole379. Dove c’è costrizione, secondo l’A., non può esserci una vera educazione. I. 9. La libertà d’insegnamento e la riforma della scuola 375 «Nelle scuole normali spetta alla pedagogia il posto supremo ed intorno ad essa vanno coordinate tutte le altre materie. Nei licei la filosofia deve tenere il campo, siccome quella, che in virtù del suo carattere universale è atta a collegare in armonico accordo tutte le altre discipline» 116. 376 Cfr. G. A., Studi pedagogici, 36. 377 G. A., Dell’istruzione obbligatoria, Torino, Tipografia Subalpina. Sull’argomento, in un saggio cita Lambruschini, che in una relazione presentata al Ministro Berti scrisse »L’istruzione e l’educazione son cosa di sì alto ordine, e così degna di essere desiderata e cercata per se medesima, che la violenza nell’imporle ne scema il pregio agli occhi si chi deve riceverle, e ne spegne l’amore. Da un altro canto, comechè si adoperi il Comune acciocchè l’istruzione sia ricevuta da tutte le famiglie, non riuscirà mai nell’intelletto, se nelle famiglie non nasce l’amore dell’istruzione”, dopo di ciò commenta “In Prussia erasi organizzato un sistema di polizia, per cui allorquando un fanciullo si rifiutava di recarsi a scuola, né il padre ve lo mandava egli stesso, un poliziotto lo pigliava a casa e lo trascinava a scuola come un pubblico malfattore» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 137.  379 G. A., Dell’istruzione obbligatoria, 12. 100  Le posizioni di A. sulla scuola e sulla libertà d’insegnamento sono state in parte già oggetto di studio380. Si tratta, infatti, di un contributo di rilevante importanza nell’economia delle vicende scolastiche del secondo Ottocento. Le opere più importanti in cui affronta tali questioni sono: L’educazione e la nazionalità, La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, Intorno le scuole normali e gli asili di infanzia fröbeliani, Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, Della istruzione obbligatoria e La scuola educativa, poi rivisto e pubblicato. A questi vanno aggiunti altri come: La Riforma dell’educazione moderna mediante la riforma dello Stato, Il Classicismo nelle scuole, Esposizione critica delle opinioni di illustri pedagogisti intorno il rapporto tra l’educazione privata e la pubblica, Delle condizioni presenti della pubblica educazione (1886)391, raccolti negli Opuscoli pedagogici (1909). In realtà, l’intera produzione dell’A. è disseminata di richiami e rilievi su tali questioni392. 380 I lavori sinora pubblicati lasciano spazio per ulteriori studi e considerazioni. Il testo di Bonghi, Idee di A. circa la libertà d’insegnamento, «Cultura», è scritto nel vivo delle polemiche scolastiche del tempo e manca di una necessaria distanza critica e storica; il lavoro di R. Berardi, La libertà d’insegnamento in Piemonte 1848-1859 e un saggio storico di G. A., 60-74, prende in esame una sola opera del pedagogista, vale a dire Della pedagogia in Italia, e soffre di una conoscenza parziale dell’opera del pedagogista; il saggio di A. Consorte, Scuola e Stato in Giovanni A., «Ricerche Pedagogiche, seppur significativo, approfondisce soprattutto le polemiche tra lo studioso piemontese e l’apparato ministeriale, tenendo peraltro conto solo di alcune sue opere. A., L’educazione e la nazionalità, Torino, Tip. del giornale Il Conte Cavour, A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, Torino, Tip. Salesiana, 1879. 383 G. A., Intorno le scuole normali e gli asili di infanzia fröbelliani, Torino, Tip. Subalpina,1888. 384 G. A., Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, Torino, Tip. del Collegio degli artigianelli, 1889. 385 G. A., Della istruzione obbligatoria, Torino, Tip. Subalpina, 1893. 386 G. A., La scuola educativa. Principi di antropologia e didattica: pedagogia elementare, Torino, Tip. Subalpina, 1893. 387 G. A., La scuola educativa. Principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., 1904. 388 G. A., La Riforma dell’educazione moderna mediante la riforma dello Stato, Torino, Tip. Subalpina, 1879. 389 G. A., Il classicismo nelle scuole, Torino, Tip. M. Artale, A., Esposizione critica delle opinioni di illustri pedagogisti intorno il rapporto tra l’educazione privata e la pubblica, «Rivista pedagogica italiana», 1-2, 1898. 391 G. A., Delle condizioni presenti della pubblica educazione. Prolusione letta nella R. Università di Torino il 25 novembre 1886, Torino, Tip. Subalpina, 1886. 392 In tutte le opere dell’A. sono ricorrenti degli incisi nei quali lo studioso propone parallelismi con le condizioni scolastiche coeve. Il seguente brano pare particolarmente paradigmatico. Dopo aver esposto i caratteri della pedagogia romana, ad esempio, A. riporta un passo di una lettera scritta da Plinio il giovane ed indirizzata a Corellia Ispulla, nel quale le suggerisce di scegliere con oculatezza l’insegnante di retorica per il figlio. Subito dopo, A. chiosa: «Qual profondo divario tra i tempi di Plinio ed i nostri in riguardo ai pubblici studi! Allora la scuola si muoveva libera da ogni potere governativo, epperò la scelta dei maestri spettava ai genitori come un sacro e coscienzioso dovere. Ora invece lo Stato impone alle famiglie i maestri da lui solo fabbricati ad immagine e somiglianza sua. Una radicale riforma intorno a questo rilevantissimo punto della vita civile e sociale è una necessità pedagogica. La libera attività dei cittadini, su cui posa in gran parte la civiltà moderna, non consente che essi vengano trattati come fanciulli, i quali hanno nel governo il loro supremo educatore ed assoluto maestro. La libertà non è privilegio esclusivo di nessuno.  101  Il problema della libertà d’insegnamento occupa un posto privilegiato nell’opera di A.. Quest’attenzione è indubbiamente legata all’evoluzione del sistema scolastico italiano, di cui il pedagogista vercellese denunciò la deriva monopolistica ed un assetto contrario alla libertà d’insegnamento. Stando allo studioso, tali politiche avevano profonde radici filosofiche e pedagogiche. In particolare, erano la conseguenza da una parte della crisi del concetto di libertà, e dall’altra, del «mito» dello Stato nato con la modernità. Lo sbriciolamento della metafisica, inaugurato nel ‘600, condusse alla confusione circa l’esistenza e il ruolo della libertà personale. Ciò portò ad una certa sfiducia verso l’iniziativa privata, preferendo al rischio educativo la gestione del processo formativo. D’altra parte con la modernità si impose il profilo di uno Stato simile al «Leviatano» prospettato da Hobbes, nel quale il governo di pochi si arrogava il diritto di fagocitare e sacrificare le singole individualità in nome del bene della collettività. Un «mostro», come lo definì A., ingombrante, fatto di meccanismi politici e burocratici. Da ciò la scuola e l’educazione non erano più considerate una responsabilità della famiglia, ma dello Stato393. Il vercellese definiva questo statalismo anche «socialismo governativo». In una sua opera spiega: «socialismo dico ogni istituzione che la santa autonomia della persona e della famiglia disconosca in qualsiasi modo, rimestando ad arbitrio quella convivenza sociale che ha da posare sicura sulle leggi eterne dell’umanità»394. In un altro saggio commenta: «Socialismo governativo è lo Stato moderno; socialismo pedagogico è l’educazione moderna. Lo vuole la logica, lo proclamano i fatti. Onnipotente è lo Stato? Dunque onnisciente. Creazione sua la società? Dunque suo feudo la scuola. Esso, che si reputa l’umanità, ben può dire di sé: l’educatore sono io»395. Secondo A., da tale pretesa nacque il controllo sul sistema scolastico, sui programmi, sul reclutamento degli insegnanti, sull’organizzazione degli esami, sui libri di testo. La monopolizzazione della scuola era sentita dall’A. in modo catastrofico: «Là dove l’educazione propria della famiglia viene sacrificata all’educazione dello Stato, vano è lo sperar bene delle sorti di una nazione»396. Scrive: «Non si dà libero cittadino senza il governo di sé, né si da governo Governi lo Stato le sue pubbliche scuole; ma siano libere le famiglie di associarsi insieme per fondare istituti educativi ed imprimere ad essi un indirizzo rispondente alle loro aspirazioni egualmente che allo spirito del tempo. Così sorgerebbe una nobile gara, da cui la pubblica educazione trarrebbe singolare e felice incremento», in G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 40. 393 Commentando il progetto di legge di Baccelli sul riordinamento degli studi universitari, lo studioso vercellese scrive: «Il Ministro, che l'ha proposto, sente che nella coscienza universale ferve irrefrenabile l'aspirazione alla libertà; ma ad un tempo è imbevuto del dominante pregiudizio, che il Governo è lui il primo e sovrano motore di tutta la vita pubblica e civile, è lui l'unico ed assoluto maestro ed educatore della nazione, che la legge è lui, come Luigi XIV proclamava sé lo Stato» G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., Torino, Tip. Subalpina, , p. 5. 394 G. A., Opuscoli pedagogici, 11. 395 11-12. 396 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 89.  102  di sé quando lo Stato siede arbitro e donno di tutte le attività umane. Tolta di mezzo l’autonomia personale de’ singoli cittadini anche l’indipendenza della nazione diventa ingannevol menzogna; e verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo quella sarà che esso combatterà non per l’indipendenza dalla straniero, ma dalla statolatria»397. Va notato che nella prospettiva di A., il concetto di Stato è ben separato da quello di Nazione, come giustamente ha rilevato polemicamente la Bertoni Jovine398. Per il pedagogista la Nazione è espressione della civiltà, di valori, di tradizioni, di una storia, mentre lo Stato non necessariamente ne rappresenta e asseconda gli interessi. La famiglia rappresenta il punto di congiunzione tra l’individuo e la Nazione, e ad essa lo Stato deve rispondere nell’organizzazione della scuola. Lo stato è nato per servire la famiglia, e suo compito è garantirne la libertà. Secondo A.: «È necessario far penetrare nella coscienza sociale questa gran verità, che principio, cardine e ragion d’essere dello Stato è la famiglia, che fondamento e centro unificatore della vita pubblica e civile è la vita domestica, e che perciò i primi educatori per diritto e per natura sono i genitori, che lo Stato non possiede un diritto pedagogico e scolastico assoluto e supremo, ma relativo soltanto e derivato dalla famiglia»399. Per queste ragioni: «Il Governo non può avere altro diritto scolastico, se non quello, che gli venga implicitamente o esplicitamente consentito dalla famiglia, ciò è a dire un diritto relativo, non assoluto, secondario e non supremo, partecipato e non originario»400. Non sembrano dunque fondate le critiche mosse ad A., circa la connessione tra l’antistatalismo e un presunto individualismo scaturigine del principio della personalità, segnalato da Vidari401. Il pedagogista non professava una totale anarchia in campo educativo, ma esautorava lo Stato dal diritto assoluto sull’educazione. 397 G. A., Opuscoli pedagogici, 18. 398 «Uno dei più forti oppositori della preminenza dello Stato nell’educazione fu Giuseppe A., dell’università di Torino, che svolse il concetto di “nazione” distinguendolo da quello di Stato. Lo Stato non ha alcun diritto ad educare, mentre la nazione che “è lo stesso uomo collettivo”, influisce con tutti i suoi elementi sullo sviluppo dell’individuo; onde nazionalità ed educazione sono due fatti inseparabili. È naturale che fra i più importanti elementi della nazione l’A. collochi la religione e la Chiesa pur accettando dagli avversari alcuni elementi più moderni diventati realtà con le vittorie liberali. Con l’esigenza di uscire dal ristretto cerchio della famiglia, si assimila infatti, in questa ideologia, il concetto basilare di patria. Si supera così il punto critico che divideva i liberali dai clericali: “Dio, patria e famiglia” divengono i tre pilastri fondamentali dell’educazione sui quali i cattolici più avanzati e i liberali moderati vi ritrovano la concordia; ma se i clericali assimilavano l’educazione patriottica, esigevano che i liberali accettassero l’educazione religiosa. E questo era possibile perché nonostante la vittoria laicista ottenuta con la legge Coppino, non era mai stata definita la questione dell’insegnamento del catechismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia della scuola italiana, 25. 399 G. A., Opuscoli pedagogici, 43. 400 G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 73. 401 «In fondo l’impronta fortemente individualistica, un po’ derivata dal principio della persona, ma molto anche da una deficienza del senso della continuità e unità storica nella vita dello spirito, è prevalente in tutta la pedagogia dell’A.; e si presenta poi in forma estrema là dove, applicando alla politica e al diritto i  103  Sulla paternità della responsabilità educativa, famiglia o stato, si giocò il dibattito pedagogico sul tema, considerato tale non solo in ambito spiritualista402. A. attribuisce alla famiglia la responsabilità educativa. La famiglia è il nucleo che solo può permettere il futuro della Nazione e una vera educazione delle giovani generazioni. Sugli stessi principi, critica aspramente anche Fröbel per non aver riconosciuto il primato della famiglia sulla società.403 Sotto questo profilo sono evidenti i richiami alla tradizione del cattolicesimo liberale, che attribuiva alla famiglia un valore educativo centrale, nelle opere di autori come Berti, Gustavo di Cavour e Rosmini, i quali fondavano la libertà d’insegnamento proprio sul principio della libertà e sul protagonismo educativo della famiglia. Attacca in più di un’occasione gli hegeliani come Spaventa e i positivisti come Siciliani, Angiulli, De Dominicis, considerati fiancheggiatori della statolatria. Il seguente brano lumeggia le sue idee: «Riponendo nella famiglia la suprema autorità scolastica noi ci troviamo collocati nel giusto punto di mezzo tra i due opposti sistemi, dei quali l’uno attribuisce al Governo un assoluto e supremo diritto sopra la scuola, l’altro gli niega ogni e qualunque siasi ingerimento pedagogico. Se lo Stato possiede bensì un’autorità nell’ordine scolastico, ma subordinata a quella della famiglia e de’ privati cittadini, ne consegue che esso deve lasciare luogo alla libertà della scuola, e potersi con questa conciliare. E qui si vede la ragione di ammettere, oltre le scuole pubbliche governative, anche le scuole private, le quali però non devono essere una storpiatura, una copia forzata e stereotipata delle scuole governative, ma hanno diritto di muoversi libere e spontanee dentro un’orbita loro propria. Il libero insegnamento va riconosciuto siccome una delle più splendide forme della libertà politica e civile, che informa la scuola moderna»404. Egli non teorizzava l’anarchia in campo educativo, ma uno Stato meno opprimente e più rispettoso della libertà. Come ha fatto notare Giorgio Chiosso, egli preferiva allo «Stato educatore» uno «Stato regolatore»405. Egli, infatti, non escludeva il controllo dello Stato suoi concetti, arriva a concepire la libertà d’insegnamento in modo essenzialmente antistatale, così da affermare che “lo Stato non possiede un diritto pedagogico e scolastico assoluto e supremo, ma relativo soltanto e derivato dalla famiglia”» G. Vidari, Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico, 86-87. 402 Non è un caso che la voce “Libertà d’istruzione” curata da Fornari nel Dizionario Illustrato di pedagogia di Credaro e Martinazzoli, che rappresenta uno spaccato della pedagogia italiana di fine Ottocento, introduca il tema con la domanda «A chi appartengono i figlioli?» Cfr. P. Fornari, Libertà d’istruzione, in A. Martinazzoli e L. Credaro (ed.), Dizionario illustrato di Pedagogia, Milano, Vallardi, 1895, vol. II, p. 62. 403 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 117. 404 G. A., Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, 24-25. 405 G. Chiosso, Alfabeti d’Italia, Torino, Sei, 2011, p. 93.  104  sull’istruzione406. Nonostante la comune rivendicazione della libertà di insegnamento, le tesi dell’A. si discostavano da quelle allora prevalenti nel mondo cattolico, in particolare negli ambienti dell’intransigentismo. In questo caso il principio della libertà d’insegnamento era alquanto strumentale e sostenuto più per ragioni pragmatiche che per la sua validità pedagogica. La vera scuola era quella «cristiana» e in nome di questa si avvertì l’esigenza di creare una scuola cristiana parallela a quella statale, in linea con quella logica «separatista» dal “paese legale” che ebbe largo corso dopo Porta Pia. Per questo motivo era chiaro che una rivendicazione simile sarebbe stata immotivata in uno Stato rispettoso dell’educazione religiosa e cristiana407. Per A. invece, la libertà rappresentava un valore effettivo per la scuola. In questo senso contestava la contraddizione di molti sedicenti liberali, che in molti paesi europei negavano la «lotta»408, cioè la concorrenza, proprio in campo educativo. Secondo il pedagogista il concorso di soggetti privati all’istruzione del popolo, il confronto e il «gareggiamento» tra le diverse realtà, rappresentava un volano per il miglioramento della scuola. Per mostrare i vantaggi dell’applicazione di tale principio, A. approfondì con appositi studi i sistemi di istruzione di Gran Bretagna e degli Stati Uniti, dove i principali liberali avevano forgiato anche le istituzioni scolastiche. Un altro stato indicato come modello da A. per quanto riguarda l’autonomia scolastica è il Belgio, di cui cita ed elogia gli articoli della Costituzione concernenti la libertà d’insegnamento409. Alla realtà educativa degli Stati Uniti dedicò un saggio dettagliato intitolato Dell’educazione pubblica negli Stati Uniti D’America410. In esso sostiene come la peculiarità del sistema scolastico americano fosse la libertà dei cittadini di fondare e 406 Sempre criticando il citato progetto di legge Baccelli sull’Università scrive: «Ecco il primo articolo della sua proposta: “Alle regie Università e a tutti gli altri Istituti d'istruzione superiore è concessa personalità giuridica ed autonomia didattica, amministrativa, disciplinare sotto la vigilanza dello Stato”. È cosa manifesta, che autonomia e vigilanza sono i due concetti supremi, a cui s'informa questo disegno di legge; ma è pur evidente, che il giusto significalo dell'autonomia dipende dai limiti, che vengono segnati alla vigilanza. Che lo Stato vegli, bene sta: ma la vigilanza sua va circoscritta entro determinati confini, sicché non trasmodi in un illimitato ingerimento e soppianti la libertà» G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., 5. 407Luciano Pazzaglia ha rilevato come, soprattutto dopo l’Unità, più che la difesa del principio della libertà d’insegnamento in quanto tale, prevalse nella Chiesa la rivendicazione della sua prerogativa educativa. Commentando la significativa allocuzione di Pio IX alla Gioventù italiana del 6 gennaio 1875, lo studioso della Cattolica osserva: «Pur continuando a sostenere la tesi del monopolio educativo della Chiesa e a condannare, parallelamente, la libertà d’insegnamento come principio che mal si conciliava con i diritti della verità di cui solo il magistero sarebbe l’autentico interprete, concedeva che in certe condizioni la libertà d’insegnamento potesse diventare per i cattolici uno strumento essenziale al raggiungimento dei loro obiettivi» in L. Pazzaglia, Educazione e scuola nel programma dell’Opera dei Congressi (1874-1904), in Cultura e società in Italia nell’età umbertina, 426. 408 G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., 8. 409 G. A., Lo Stato educatore, in Opuscoli pedagogici, 68-69. 410 Il saggio è inserito negli Opuscoli pedagogici, 380-406.  105  mantenere delle scuole. Secondo A. ciò permise di far sorgere tantissime scuole pubbliche non statali che hanno accresciuto la vita scientifica e sociale della giovane nazione, che seppur fondata da poco, aveva di gran lunga superato nella libertà e nella preparazione le scuole del vecchio continente. Sostiene inoltre che l’Università americana fosse molto più democratica di quella italiana. Seppur finanziata dalle tasse di tutti i cittadini le Università italiane erano frequentate quasi solo da persone benestanti, a causa delle alte tasse che venivano chieste alle famiglie di studenti. Negli Stati Uniti invece anche se le Università si mantengono quasi esclusivamente sulle tasse degli studenti gravando relativamente poco sui bilanci statali, esistevano numerose borse di studio che permettevano agli studenti capaci, ma con pochi mezzi, di poter frequentare prestigiose Università. Nel testo valorizza anche le «Scuole di scienza» e cioè le Università scientifiche di medicina e ingegneria che si diffondevano nel paese. Gli Stati Uniti erano un chiaro esempio del fatto che il monopolio dell’istruzione fosse in contraddizione con i principi dello stesso liberalismo. A. sostiene che «Il libero insegnamento va riconosciuto siccome una delle più splendide forme della libertà politica e civile, che informa la società moderna»411, i liberali italiani erano incoerenti con i loro stessi principi. Scrive su tale contraddizione: «La libertà delle scuole è la suprema necessità del momento, se già non fosse un principio sacrosanto scritto nel codice della civiltà vera; è l’unica tavola di salvamento nel presente naufragio della nostra istruzione. Ma qual è l’opinione dominante su questo vitale argomento? Anche qui dissidio di menti e lotta di idee. Propugnatori del libero insegnamento non mancano, ma ad esso non sanno fare buon viso i novatori e gli iperdemocratici, i quali lo vogliono angustiato in tale strettoie governative da farne un monopolio per sé e per i loro seguaci. Ingrato spettacolo di gente che vela con una mano la statua della libertà dopo di averla coll’altra levata alla pubblica venerazione»412. Ma le posizioni dell’A. erano in controtendenza rispetto agli indirizzi del Ministero. La lobby massonico liberale che tenne le fila della Minerva nei decenni successivi all’Unità contrastava la battaglia per la libertà d’insegnamento dietro la quale vedeva la mano della Chiesa preoccupata di non perdere l’egemonia sull’istruzione e sull’educazione, messa in seria discussione dopo l’Unità. L’istruzione pubblica e l’Università resteranno sotto il totale controllo del Ministero, le scuole libere saranno tollerate, ma discriminate sotto il profilo giuridico ed economico. Niente fu fatto per una vera parità nell’erogazione dei titoli di studio, una delle questioni da 411 G. A., Lo Stato educatore, in Opuscoli pedagogici, 68. 412 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 164-165.  106  cui dipende l’effettiva libertà d’insegnamento. Lo statalismo scolastico, infatti, è primariamente un monopolio di «abilitazioni», controllando le quali il governo «obbliga» e i giovani a frequentare le sue scuole. D’altra parte, costringeva le scuole libere ad adeguarsi ai dettami governativi. In un testo osserva: «Bella concorrenza davvero sarebbe quella di Istituti privati ridotti ad una storpiatura o miserevole copia dei governativi! Bella libertà scolastica quella di chi fosse legato mani e piedi ai ceppi dell'Autorità ufficiale»413. Paradossalmente il percorso di statalizzazione della scuola e di riduzione degli spazi di autonomia per le iniziative educative libere iniziò in un periodo in cui la pedagogia sembrava andare in una direzione opposta. La libertà d’insegnamento fu, infatti, un tema largamente sviluppato nella riflessione cattolico liberale che aveva caratterizzato la stagione risorgimentale. Lambruschini, Rosmini, Tommaseo, Gioberti, con le dovute differenze, auspicavano per lo Stato un ruolo da supervisore nell’educazione pubblica, non quello di gestore e macchinatore dell’istruzione e dell’educazione. Il percorso di statalizzazione tradiva quei principi di libertà caratteristici del clima culturale del ’48. A. denunciò questa inversione di tendenza, riprendendo i temi della Società pedagogica: «Il primo Congresso generale tenuto dalla Società in Torino nell’ottobre del ‘49 rivelava in modo solenne l’unità di disegno e l’universalità del concetto che la governava: senatori del Regno e deputati del Parlamento, autorità ministeriali e scolastiche, membri di Accademie scientifiche e reggitori di istituti educativi, professori e dottori di Università e maestri elementari, sacerdoti e laici, esuli degli altri Stati della patria comune illustri per sapere, intelligenti promotori della pubblica educazione, là convenivano a pubblica discussione, e nella arena del dibattimento discendevano insieme affratellati i cultori degli studi classici e speculativi coi maestri dell’istruzione tecnica e professionale, i reggitori di pubblici e governativi istituti scolastici ed i favoreggiatori del privato e libero insegnamento. Così il Piemonte, appena sorto a nuova vita, adoperava in servigio di nobilissima causa il diritto di libera associazione allora sancito nel nuovo Statuto Carlalbertino, ma, prima che negli stati politici, scritto a caratteri indelebili nel gran codice della natura; così esso porgeva uno splendido esempio di attività cittadina e di privata entratura, che sole sanno a tenere a modo la podestà del governo così lesta ad invadere diritti non suoi. E si fosse mantenuta costante quell’attività e quell’entratura privata, e propagatasi più rigogliosa e compatta in tutte le regioni d’Italia! Chè ora la pubblica istruzione del nostro paese non gemerebbe soffocata da alcuni anni sotto lo strettoio del potere esecutivo»414. Già nel saggio sull’hegelismo del 1868 attribuì a A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, Cavour e al «cavourinismo» la colpa per il profilo illiberale della scuola italiana415. Una simile lettura del pensiero e delle responsabilità dello statista piemontese sembra essere confermata dall’iter della legge Lanza416. Esso quindi vedeva nei principi della legge Casati degli aspetti positivi, poi traditi dalle politiche successive. Le polemiche con la Minerva Il docente dell’ateneo subalpino non si limitò a teorizzare i princìpi intorno a cui si sarebbe dovuta realizzare la libertà scolastica, ma entrò in diretta polemica con gli esponenti politici più o meno «statolatri» che, tra la sua giovinezza e la maturità, governarono il Dicastero dell’Istruzione Pubblica. Qualche anno dopo la laurea, già noto per alcune pubblicazioni, A. fu incaricato dal Ministro Berti di scrivere un saggio sulla scuola e la pedagogia italiana in occasione della mostra universale della Arti e delle industrie a Parigi. Ne uscì il saggio Della pedagogia in Italia, che, tuttavia, non incontrò il parere positivo del ministero, motivo per il quale il libro non fu presentato alla fiera419. Commentando quell’episodio Gerini osservò come mentre il positivismo fosse una dottrina «protetta in alto», «agli avversari della pedagogia spiritualistica furono prodigati tutti i favori del Ministero, a lui l’oblio»420. Le posizioni espresse dall’A., considerando le quali non desta meraviglia la censura ministeriale, sono utili per introdurre le sue critiche alla politica scolastica post unitaria. Già nello scritto del 1867, l’A. nel ripercorrere gli anni del riformismo 415 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, Morandini, Da Boncompagni a Casati: l’affermazione del modello centralistico nella costruzione del sistema scolastico preunitario, in Pruneri, Il cerchio e l’ellisse, centralismo e autonomia nella storia della scuola dal XIX al XXI secolo, 50. 417 Tale lettura è confermata in un opera della fine del secolo. Scrive: «Or mezzo secolo fa veniva promulgata la legge pel riordinamento della pubblica istruzione, che ancora oggidì governa il nostro insegnamento universitario. Quella legge porta l'impronta del tempo, che l'ha inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di grandi speranze. La libertà non era un nome vano ed illusorio, ma una santa realtà potentemente sentita, lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata col rispetto dello patrie istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella grande idea dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo italiano splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci riconosciamo più. Siamo discesi sempre più giù per la china del decadimento. Lo Stato andò sempre più invadendo il campo riservato all'attività dei cittadini comprimendo sotto il suo strettoio le energie individuali» A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da A., A., Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866, cit.; poi in A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 84-168. 419 Lo stesso pedagogista racconta la vicenda in A., Della pedagogia in Italia; Gerini, La mente d’A., pedagogico subalpino all’origine della riforma Boncompagni del 1848421, lamentava che gli ideali originari – ispirati al principio della libertà scolastica – fossero stati in seguito gravemente compromessi dalle iniziative successive che avevano invece rafforzato il ruolo dello Stato422. Secondo Gerini, l’ostilità del ministero ebbe delle conseguenza nella progressione di carriera dell’A.: Straordinario nel 1871, ottenne la promozione ad Ordinario solo nel 1878423. In un’altra occasione sembrò al pedagogista vercellese di aver subito un torto dalle autorità politiche, quando cioè, eletto consigliere comunale, fu volutamente escluso dall’assessorato all’istruzione424. La lettura di A. sull’evoluzione del sistema scolastico italiano fu ripresa nel già citato La Legge Casati e l'insegnamento privato secondario apparso nel 1879. In questo scritto l’A. denunciava la contraddizione tra le norme a tutela della libertà scolastica prevista dal testo del 1859 e la loro attuazione pratica, sulla base del principio politico secondo cui il Governo «sopravveglia il privato a tutela della morale, dell'igiene, delle istituzioni dello Stato e dell'ordine pubblico». Per quanto la Casati riconoscesse l’utilità di una proficua «concorrenza degli insegnamenti privati con quelli ufficiali»426, le norme e gli atti successivi andarono contro questo principio. Per A. era evidente che politiche simili fossero dettate dal timore del Clero e della sua presenza educativa, ma ciò non poteva minimamente giustificare la soppressione della libertà. Va sottolineato come il principale redattore del testo legislativo, fu il sacerdote Rayneri. Cfr. M.C. Morandini, Da Boncompagni a Casati: l’affermazione del modello centralistico nella costruzione del sistema scolastico preunitario A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 90. 423Secondo Gerini, genero dell’A. (ne aveva sposato la figlia), curatore di numerosi saggi sul pedagogista, il ritardo non fu casuale. Citando una lettera dello stesso A. al ministro De Sanctis e alcune considerazioni di Parato, egli sostiene che ci fu una ostruzione ministeriale alla carriera del vercellese, motivata dal suo credo spiritualista e dalle sue posizioni critiche nei confronti delle politiche ministeriali. Cfr. Gerini, La mente di A., Come racconta Gerini: «Dopo le elezioni amministrative del 1895, essendo riuscito con bella votazione consigliere (il 20° su 80), l’A. venne chiamato a far parte della Giunta. Costituita la quale “l’opinione generale e più favorevole, specie nel corpo insegnante di tutti i gradi d’istruzione, dalla elementare alla universitaria, era che nella distribuzione dei varii rami di amministrazione fra gli assessori, al prof. A. sarebbe toccato il governo dell’istruzione, essendo egli la persona meglio indicata, per attitudini particolari ben note, a tenerlo: invece venne destinato dal sindaco alla direzione della Biblioteca dei Musei”. Naturalmente l’A. con sua lettera in data 5 luglio rinunziava all’assessorato. Il sindaco Rignon, cui non menziono in questo luogo a titolo d’onore, non gli affidava l’ufficio dell’istruzione perché non si conoscevano ancora abbastanza le sue idee intorno al governo delle scuole, pur essendo disposto a commetteglielo quanto avesse avuto campo di far conoscere il suo modo di pensare (Osservatore scolastico di Torino, 13 luglio 1895). Il fatto non abbisogna di commenti. Basti il dire, che qualche tempo dopo il Rignon chiamava all’assessorato dell’istruzione un avvocato, il quale non aveva mai dimostrato d’intendersi d’amministrazione scolastica. – Nelle successive elezioni l’A. declinò in modo irremovibile la candidatura» R. D. art. A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, 12. 427 “La potenza che voi paventate nel clero; non la distruggerete colla forza dei divieti, ma la fortificate colla mostra della persecuzione e colla vostra sfiducia nella libertà. Voi la volete la libertà, ma per voi e per 109   Nell'appendice l’A. dimostra tale tesi, analizzando nel dettaglio i diversi provvedimenti elaborati dai successori di Casati, tra cui Natoli, Coppino e Correnti, criticandone lo scarto rispetto ai principi della legge fondativa del ’59. E così icasticamente conclude: «Da vent'anni e più anni la legge riconobbe e sancì il principio del libero insegnamento: da quasi venti anni il Governo continua a misconoscerlo, la burocrazia a manometterlo»428. La stessa lettura dell'evoluzione dell'ordinamento scolastico italiano è confermata in un altro testo di vent’anni dopo. Un caso esemplare del «tradimento della Casati» riguarda la figura dell’istitutore libero. Come spiega A., secondo la legge: «L’istitutore è governativo o libero, secondochè la scuola, in cui esercita il suo magistero educativo, è retta dallo Stato o da privati cittadini. All’uno il governo prescrive la sostanza e la forma del suo insegnamento, la misura, il procedimento, il criterio direttivo. Dall’altro la vigente legge 13 novembre 1859 esige i titoli, che lo autorizzano, ed il rispetto dell’igiene, della morale e delle patrie istituzioni, epperò la sua libertà non è assoluta; ma non concede al Governo di sindacare, se e quanto, e come egli educhi e insegni; chè altramente la libertà dell’istitutore si risolverebbe in una vana parola»430. Ma alla libertà riconosciuta dalla Casati, conclude l’A., corrisposero norme restrittive che di fatto compromisero l’iniziativa dei liberi insegnanti. Non meno severa era la denuncia dei rischi dell’ingerenza statale sull’identità delle scuole private: «Dalle recenti statistiche – così scrive – si rileva come gli istituti secondari liberi affidati alle provincie, ai comuni alle corporazioni religiose, ai privati, gareggino per numero con quelli del Governo; il che è splendido argomento del grande amore, che nutrono i cittadini, per l’incremento degli studi e lo sviluppo della coltura sociale; ma non si può non provare ad un tempo un sentimento increscevole e doloroso in veggendo come tanti nobili sforzi vengano in gran parte sciupati dallo smodato ingerimento del Governo, il quale introduce la monotona e rigida uniformità de’ suoi gli amici vostri; a siffatta guisa di libertà anche i vostri avversarii potrebbero fare buon viso, anche la Czar delle Russie: di una veneranda matrona ne avete fatto una brutta ed intollerabile Megera.” A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, 28. 428 Ibid, p. 26. 429 Un passo di un saggio del 1899 conferma la lettura di A.: «Or fa mezzo secolo fa veniva promulgata la legge pel riordinamento della pubblica istruzione, che ancora oggidì governa il nostro insegnamento universitario. Quella legge porta l'impronta del tempo, che l'ha inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di grandi speranze. La libertà non era un nome vano ed illusorio, ma una santa realtà potentemente sentita, lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata col rispetto dello patrie istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella grande idea dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo italiano splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci riconosciamo più. Dal 1859 al 1899 siamo discesi sempre più giù per la china del decadimento. Lo Stato andò sempre più invadendo il campo riservato all'attività dei cittadini comprimendo sotto il suo strettoio le energie individuali» A., L’autonomia universitaria proposta da Baccelli ed esaminata da A., 3. 430G. A., La scuola educativa. Principi di antropologia e didattica: pedagogia elementare, metodi, de’ suoi programmi, de’ suoi studi là dove dovrebbe lasciare, che si svolga libera, varia e feconda la vita scolastica»431. Ciò dipendeva, a giudizio del pedagogista piemontese, dal monopolio statale dei titoli di studio, mediante il quale il Governo disincentivava l’iscrizione negli istituti liberi. Inoltre il «pareggiamento» delle scuole libere, condizione per erogare titoli equiparati a quelli statali, era regolamentato da norme restrittive e obbligava all’omologazione con il sistema statale. Come denunciò il vercellese: «A chiunque si muova fuori dell’orbita degli studi segnata dal Governo, è chiuso irrevocabilmente l’adito alle professioni liberali; potrà procacciarsi una coltura scientifica e letteraria ampia ed eletta per quanto si voglia, ma prima pur sempre di un carattere pubblico e legale, e ridotta ad un puro ornamento dell’animo e nulla più»432. A. leggeva bene la situazione della concorrenza tra scuole statali e non statali. La Talamanca, riprendendo il dibattito parlamentare su tali argomenti, fa notare come le scuole private cattoliche avessero un numero maggiore di studenti rispetto a quelle statali. Cita il senatore Menabrea che nel maggio del 1872 fa notare come sui 4136 studenti che avevano sostenuto la licenza liceale, ben 2670 provenivano da scuole private e seminari433. Ma come dimostrano le vicende successive, il sistema nato dalla Casati avrebbe portato, come denunciato dall’A., all’assottigliamento delle scuole private. Sulla volontà del governo di attuare la libertà d’insegnamento è particolarmente significativo un breve saggio dal titolo: L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da A.434. Il testo non riporta la data di pubblicazione, ma si può desumere da alcuni brani che sia stato dato alle stampe nel 1899. A. critica nel testo della legge una profonda ipocrisia. Da una parte si affermava il principio dell’autonomia, ma nei fatti esso rimaneva un flatus vocis, in quanto veniva contraddetto dal resto della legge. Infatti il progetto non segnava i limiti della “vigilanza” governativa; sanciva che i confini dell’autonomia sarebbero stati in seguito definiti dal Consiglio Superiore e dal Consiglio di Stato (senza contrattazione con gli atenei); affermava che la nascita di nuove Università, Istituti o Scuole d'istruzione superiore, o di Facoltà poteva avvenire esclusivamente per decreto; attribuiva al Ministero il potere di respingere le 431 G. A., Opuscoli pedagogici, Talamanca, La scuola tra Stato e Chiesa dopo l’Unità, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità, cit., vol. I, p. 365. 434G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da A., proposte di nomina o di conferma dei professi ordinari e straordinari avanzate dalle Università. In questo modo, ironizza A., «il Governo lascia alle Università il governarsi da sé, purché si governino a modo suo»435. Il pedagogista guarda così al modello medioevale, tornando a contestare l’idea secondo cui gli istituti nascano per legge e non dalla libera associazione. Conclude citando Villari, correlando la mancanza di autonomia con la crisi dell’Università437. Un altro aspetto che A. considerava illiberale e nefasto era il controllo dei libri di testo, con cui il Ministero poteva indirizzare politicamente e culturalmente l’insegnamento. Lo stesso pedagogista pubblicò un pamphlet nel quale difese un saggio di un professore siciliano438 che, stando alla sua narrazione, incorse ingiustamente nella censura ministeriale439 a motivo del suo orientamento filo cattolico440. 435 7. 436 «Seguendo l'ordine numerico del disegno di legge, passiamo all'art. 3 che suona cosi: “La creazione di nuove Università, Istituti o Scuole d'istruzione superiore, o di loro Facoltà o sezioni, non potrà avvenire se non per legge”. Anche qui abbiamo un segno del tempo. Sentendo proclamare l'autonomia degli Istituti scolastici superiori, il nostro pensiero corre spontaneo alle gloriose Università medioevali, che sorsero e fiorirono non per decreti di Stato, ma per libero valore di insigni maestri, di studiosi discepoli, di privali cittadini, fervidi amatori della scienza, e ci immaginiamo di essere ritornati a quo' felici tempi di scolastica libertà. Illusione! A nessuno si concede di creare nuove Università, o facoltà universitarie, o Scuole d'istruzione superiore senza il placet regio o parlamentare. Non si osa proclamare francamente e incisamente il principio, già sancito dal Belgio coll'articolo della sua Costituzione: “L'insegnamento è libero; ogni misura preventiva è vietata”» «Io potrei proseguire più oltre la mia critica, ma dalle poche considerazioni, clic sono venuto fin qui esponendo, emerge, per quel che a me ne pare, la conclusione, clic la proposta autonomia è irretita fra tali e tante strettoie da essere ridotta ad una vana parvenza, mentre la vigilanza dello Stato non ha confini, che la circoscrivano, non ha norme, da cui sia vincolata. 11 segnare i giusti limiti della vigilanza governativa, non è qui luogo da ciò: questo solo panni di potere ragionevolmente affermare, che questo disegno di legge conferisce al Governo poteri assolutamente inconciliabili colla autonomia universitaria veramente intera. Qualche anno fa Pasquale Villari scriveva: “Colle libertà, eolie nuove leggi, regolamenti e mutamenti, con nuovi professori italiani e stranieri, noi non siamo ancora riusciti a far nascere nelle nostre Università una vera vita scientifica: esse non rispondono all'aspettazione giustissima del paese. E perché, dimando io? Perché il Ministero arrogandosi il diritto supremo ed assoluto della pubblica istruzione ed educazione, ha governato a sua posta le Università invece di mostrarsi ossequente alla legge non mai abolita, informata ai più larghi o giusti principii di libertà /in nota cita il libro di Martelli, La decadenza dell’Università italiana”» Si tratta del libro di G.B. Santangelo, La Famiglia e la Scuola, letture proposte alle allieve delle classi femminili, esercizi fondamentali di lettura, scrittura e calcolo per le bambine, Palermo, Amenta, A., Clericalismo e liberalismo, ossia i libri di lettura del prof. Santangelo censurati dal Ministero della Istruzione pubblica e difesi da A., Palermo, Tip. delle letture domenicali, Nella relazione del Ministro in cui si valutava negativamente il testo difeso dall’A., si accusava il libro di un certo «odore di sagrestia». A tale accusa, lo studioso piemontese replicò: «Ah finalmente ecco qui la chiave omerica, che apre l’arcano di una critica spigolistra, permalosa, assassina! L’Autore per ragione pedagogica e per debito di programma ha qua e là nei suoi libri (e non dalla prima all’ultima parola, come, bugiardamente asserisce il Relatore) parlato di Dio e delle cose sante: dunque giù botte da orbo sulla sua mal battezzata cervice! In verità addolora il vedere il Ministero suggellare coll’autorità sua il giudizio di chi parla un linguaggio tanto plateale e lacera il primo articolo dello Statuto fondamentale del Regno e l’articolo della vigente legge organica della pubblica istruzione! Ma già il sentimento religioso è puzza di sagrestia, che ammorba e va proscritto in nome della nuova Igiene! L’Ermenegarda morente del Manzoni sclamava: “Parlatemi di Dio, sento ch’ei giunge”: il moderno epicureo grida: Non parlatemi di Dio, sento che mi si guasta la digestione. Se il Santangelo fosse stato un prete spretato, che avesse gettato il tricorno alle ortiche, o  L’unico momento in cui sembrò potersi fermare la parabola monopolistica, fu la nomina a Ministro dell’istruzione del senatore palermitano Perez. Il neoministro mostrò la volontà di mettere mano ad una riforma della scuola volta a difendere il principio della libertà d’insegnamento. L’A. prese subito le difese del Ministro in un articolo pubblicato nella Gazzetta piemontese e stese il saggio La riforma dell’educazione moderna mediante la Riforma dello Stato, che trovò l’apprezzamento del neoministro. Gerini documenta come Perez avesse l'intenzione di chiamare A. stabilmente al Ministero, con lo scopo di redigere una riforma della scuola e dell’Università incentrata sulla libertà d’insegnamento e contraria alla deriva monopolistica intrapresa dai suoi predecessori442. L’A. fu infatti presto coinvolto nella compilazione di un nuovo Regolamento per la licenza liceale in sostituzione di quello precedente definito dal ministero Correnti. Il nuovo regolamento, nel quale A. ebbe «non poca e vivissima parte, intendeva ricondurre gli esami di licenza liceale alla loro «primiera forma legale, allorquando l'alunno privato si presentava a sostenerli presso qualunque pubblico liceo dello Stato e senz'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio. Il suo scopo era quello di restituire più ampia libertà agli studenti delle scuole non statal. Il pedagogista documentò nel saggio sulla legge Casati come il testo trovò il consenso della maggior parte dei provveditori e dei presidi sui quali era stato fatto un sondaggio preliminare. Ma il progetto suscitò anche numerose polemiche. Accusato dagli ambienti liberal-democratici di voler favorire la scuola libera (e quella cattolica in specie), a pochi mesi dal suo insediamento, Perez dovette abbandonare il un frate sfratato, che avesse bruciato il convento per andare a godersi la vita, i suoi libri avrebbero incontrato ben altro giudice ed altro mecenate» in A., Clericalismo e liberalismo, ossia i libri di lettura del prof. G. B. Santangelo, In un autografo il Ministro scrisse ad A. «...m’accorgo come Ella sia fra quei pochi cui non travolge la mente l’idolatria dello Stato onnipotente e onnisciente» in A. Consorte, Scuola e Stato in A., Gerini, La mente d’A., A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, Così il professore piemontese sintetizza i punti salienti del Regolamento: «Gli articoli più sostanziali di esso Regolamento, che avrebbero radicalmente mutato l'attuale sistema degli esami di licenza, sono: il quinto, che restringe l'esame sulle materie nei limiti, in cui esse furono svolte nel terzo anno, quando si siano superati gli esami di promozione dei due primi anni; il settimo, che lascia libero il candidato privato di iscriversi presso qualunque pubblico liceo del Regno; il nono, che lo proscioglie dall'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio; il dodicesimo, che incarica i professori liceali della preparazione di temi per le prove scritte, ed inchiude l'abolizione della Giunta centrale. Eppure quel regolamento era un semplice richiamo alla legge Casati: si intendeva di ricondurre gli esami d licenza liceale alla loro primiera forma legale, allorquando l'alunno privato si presentava a sostenerli presso qualunque pubblico liceo dello Stato e senz'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio. E se ne fece una questione di clericalismo, mentre era una questione di legalità. dicastero. Il caso sembra confermare quanto annotato da Limiti: «Il problema della scuola privata sembra essere fatale per la sorte di taluni ministri della Pubblica Istruzione e qualche volta per la sorte degli stessi governi!»449. Sebbene impossibilitato ad incidere effettivamente negli indirizzi della scuola, la sua collaborazione con il Ministero continuò negli anni seguenti. Come ricorda Prellezo: « esprime il suo parere sui programmi delle Scuole normali; nel 1885 viene incaricato dal Ministro Coppino dell’ispezione delle Scuole normali del Piemonte e della Liguria; lo stesso Ministro Coppino lo chiama a far parte della Commissione reale per il riordinamento della scuola popolare. Molto più duro fu il rapporto con il Ministro Paolo Boselli, che guidò la Minerva durante i due primi governi Crispi. Qualche mese dopo il suo insediamento, A. criticò Boselli a motivo della censura di un testo già citato. Questo iniziale contrasto probabilmente convinse il pedagogista piemontese, chiamato a far parte della commissione presieduta da Villari per stendere i nuovi programmi delle scuole elementari, a non partecipare a buona parte delle sedute. Pesò probabilmente la convinzione di rappresentare un’esigua minoranza all’interno della commissione, formata in larga maggioranza da studiosi di area laicista e positivista. Qualche tempo dopo l’A. attaccò più severamente il Ministro con il pamphlet dal titolo Lo Stato educatore ed il ministro Boselli452. Si tratta di un saggio con toni molto 448Così commentò l’A.: «Il Ministro Perez, rara avis, ritornando al concetto della legge arditamente si accingeva a spastoiare le scuole private ed a redimere gli istituti governativi da quel formalismo artifiziato e da quel enciclopedismo, che insieme congiuravano a sciupare gl’intelletti giovanili e sfibrare i caratteri. Ma il dio Stato colpiva a mezzo del lavoro la mano ribelle del suo Ministro. La genìa burocratica con ignobili e subdole manovre, la stampa liberalesca con una critica sleale ed assassina lo precipitarono ben presto di seggio miterandolo da clericale! Come avevano adoprato alcuni anni prima verso il Ministro Berti, propugnatore sincero di libertà» in A., Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, 4. 449G. Limiti, Momenti e motivi della legislazione sulla scuola non statale in Italia, in S. Valitutti, Scuola pubblica e scuola privata, Bari, Laterza. Prellezo, A. negli scritti pedagogici salesiani. Introducendo il lavoro A. denuncia: «Questa turba liberalesca altro non vede e non adora che se medesima, e va gridando: l’Italia siamo noi, noi siamo il patriottismo, la libertà, la Costituzione, lo Stato: chiunque non ci appartiene è nemico della patria, chi non è con noi, è contro di noi. Sì, i clericali sono contro di voi, perché i nemici della patria siete voi, voi i demolitori delle franchigie costituzionali e della indipendenza politica, gli oppressori della libera attività dei privati cittadini. Oh benedette rimembranze del 1848, allorchè si vagheggiava, anelando, un ideale di unità e di floridezza sociale, di dignità e di indipendenza nazionale, di vera e larga libertà politica e civile, sorretta dalla religiosità e dall’integrità del costume! In omaggio a quell’ideale languivano nelle carceri del dispotismo austriaco o cadevano decapitati sul palco i martiri italiani; cimentavano sui campi lombardi la vita contro gli stranieri i prodi. Orta quel santo ideale conquistato con inauditi sacrifici di sangue e di danaro, è buttato nel fango da una turba di affamati, di ambiziosi e di settarii» in G. A., Clericalismo e LIBERALISMO, ossia i libri di lettura di Santangelo censurati dal Ministero della Istruzione pubblica e difesi da A.. Solo la prima parte del saggio, intitolata Lo Stato educatore, è stata ripubblicata in G. A., Opuscoli pedagogici. aspri, ma composto da critiche precise e circostanziate come è stato notato da Bonghi. Nel saggio ribadì le accuse al sistema statolatrico italiano e stigmatizzò una serie di provvedimenti emanati dal Ministro: criticò il decreto il quale prescriveva che, per le sole scuole statali, la licenza elementare fosse titolo sufficiente per l’ammissione alla prima classe del ginnasio e della scuola tecnica; contestò la circolare dell’8 agosto 1889 con cui, in mancanza di maestri legalmente abilitati, dava la possibilità ai militari congedati che avevano superato l'esame prescritto per gli aspiranti sergenti, di insegnare nelle scuole assicurando la metà della copertura con fondi ministeriale, al contrario di quanto avveniva per gli altri insegnanti; protestò contro una circolare ministeriale nella quale, a dispetto dell’art. della legge Casati, s’impediva ai parroci di presiedere gli esami di istruzione religiosa; recriminò che il corso di pedagogia non risultasse tra i corsi obbligatori per il conseguimento della laurea in Lettere e Filosofia454. Criticò, inoltre, i toni di una circolare finalizzata al riordino degli Orfanotrofi e dei Conservatorii e stigmatizzò la «faziosità» con cui il Ministro gestì i trasferimenti tra le diverse Università per influenzare le vicende concorsuali. Questi elementi condussero A. a tacciare Boselli di «cesarismo scolastico». In conclusione avanzò una proposta provocatoria e risoluta: «Delenda Carthago. Il ministero della pubblica istruzione va annullato. La proposta dell'abolizione del dicastero, peraltro avanzata già in Parlamento dal deputato libertario e socialista Morelli, non rappresentava in effetti agli occhi di A. la condizione ideale per il governo dell’istruzione pubblica, ma costituiva la fatale soluzione alla «metastasi statalista» che soffocava la scuola italiana. Confermò le stesse posizioni in un 453 Commentando il saggio, il Bonghi osserva: «L’A. è professore di pedagogia come tutti sanno, e tanto ha scritto della scienza che professa, e posto molta cura a’ problemi, che vi si trattano, da meritare, di certo, che un suo studio sulla materia dell’educazione, teorica e pratica, non passi inosservato. Quello che annunciamo, è diviso in due parti. Nella prima tratta la questione se e quale parte spetti allo Stato nell’educazione; e viene alla conclusione media e vera, che la suprema autorità scolastica risiede nella famiglia, e allo Stato spetta un ufficio complementare e di vigilanza. La seconda è una critica minuta – e talvolta, il che non è bene, acre – della condotta dell’attuale ministro di Pubblica Istruzione. Né si può negare che una buona parte dele osservazioni sia giusta, e a ogni modo consigliamo il ministro di darvi peso, e non immaginarsi, che, prima o dopo, non ne avranno. Soprattutto le considerazioni intorno al concetto e alla condizione dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari, come appaiono nelle più recenti circolari del ministro, ci paion degne ch’egli vi rivolga la sua attenzione» R. Bonghi, Idee di A. circa la libertà d’insegnamento, Sullo stesso tema il pedagogista aveva già scritto un pamphlet: A., Il ministro Coppino e la pedagogia, Torino, Borgarelli, A., Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, Concludendo il saggio A. ricorda la sua fedeltà alle istituzioni dello Stato Italiano: «Pubblicando questo lavoro io non ho inteso di venir meno ala ragionevole riverenza dovuta all'autorità ministeriale; e ne fa prova manifesta il rispetto, che io professo sincero per le leggi dello Stato, per le patrie istituzioni, per le franchigie costituzionali, per la nazionale indipendenza. Ho censurato gli atti governativi adoperando quella crudezza di forma, che risponde alla gravità del male, esercitando un diritto, che lo Statuto conferisce ad ogni libero cittadino, adempiendo un dovere impostomi dalla carità del loco natio e dalla coscienza del mio mandato. Ho parlato il linguaggio dei fatti; ed i fatti li smentisca chi può, li riconosca chi deve.  articolo intitolato Salviamo la scuola!, nel quale dopo essersi soffermato sulle storture della scuola statale e sul suo ordinamento illiberale ritornò a prospettare la soppressione del Ministero. Un attacco così diretto non restò senza conseguenze. All’opuscolo del pedagogista replicò infatti un libretto anonimo intitolato Lo Stato educatore – botte di un educatore – risposte di un educato458 che, stando al Gerini, sarebbe stato redatto negli uffici del ministero. La risposta alle critiche è non solo pungente quanto, del resto, le denunce d’A., ma scade a livello di attacco personale. Oltre a difendere ogni singolo provvedimento annotato dallo studioso vercellese, l’autore si abbandona alla denigrazione della sua attività didattica e scientifica: «Ha una famiglia pedagogica A.? No. E la ragione è una sola, ed è naturale e chiara, non si può dar famiglia senza amore. Omnia vincit amor. Ma l’A. non ha amore, se non verso sé medesimo. Il sentimento che noi scorgiamo nel prof. A. non è, no, mal volere; è piuttosto un affetto immoderato che lo muove a far troppo di sé centro a sé stesso; talmente che egli rende, senza forse accorgersene, l’immagine dantesca di cosa che sé in sé rigiri; e rigirandosi, egli nella sua vaga visione si esalta così, che gli par di poggiare su, ad un punto superiore a quello di chi nella scala sociale e nella realtà dei fatti è più alto di lui»460. L’acida polemica continuò con un ulteriore passaggio in una replica d’A. nel breve saggio: Risposte di un educato: un educato. Fin dalla prima pagina lo scritto era poco conciliativo, sia nel difendere le sue tesi sia nel contestare le accuse, così chiosando ironicamente lo statalismo ministeriale: «Beati i popoli (ripiglio io), retti da un governo così raccolto ne’ suoi giusti confini, così ossequiante alle leggi ed ordinato in ogni atto suo, così alieno dallo esclusivismo e tanto rispettoso della libera attività de’ cittadini All'educazione nazionale peggior ventura che quella del Ministero di Boselli non è toccata mai. Il dilemma si affaccia irrevocabile. Delenda Carthago! L’abolizione del Ministero di pubblica istruzione si impone imperioso, urgente, indeclinabile. La salute della nostra grande ammalata, che è la scuola, è a questo prezzo. Per questa via sola si giunge a smantellare la roccia della vastissima setta, che impera sovrana alla Minerva. Dacchè il parlamentarismo rasenta la bancarotta, può ben far senza di un Ministero, liberandoci da quella smania di legiferare, da quel subisso di leggi e regolamenti e decreti e circolari scolastiche, che intralciano il regolare processo della pubblica istruzione e comprimono la libertà degli studi» Salviamo la scuola! in «La libertà d’insegnamento. Bollettino trimestrale della “Unione pro Schola Libera”», Torino, Tip. S.A.I.D. Lo Stato educatore – botte di un educatore – risposte di un educato, Roma, Stabilimento Civelli. segnatamente nel campo pedagogico, che alla famiglia non venga impedito di comporsi nell’ordine suo ed adempiere la sua missione educatrice. Torna a criticare Boselli sulle pagine de Il nuovo Risorgimento. Alle accuse precedenti ne aggiunse altre come quelle circa l’ingerenza della Minerva sulla scuola dell’infanzia, la nomina di un impiegato di biblioteca ad ispettore scolastico di prima classe, e il fatto che «il ministro Boselli con una sua ordinanza deferiva l’anno scorso alle singole Commissioni esaminatrici la proposta dei temi per le prove scritte della licenza liceale, offendendo l’articolo  del R. regolamento allora vigente. Si trattava secondo l’A. della persistenza di una serie di «abusi del potere esecutivo», in cui scorgeva il tradimento dello Stato di diritto e della libertà: L’Italia è tutta infesta da una turba di pseudo-liberali, che la libertà fanno strumento di servitù, e della patria, delle franchigie costituzionali, delle leggi dello Stato si fanno sgabello per salire in alto sitisbondo di dominio e di oro, corrompendo il pubblico costume e le istituzioni politiche e civili della nazione»464. Un altro episodio che segnò lo scontro con la Minerva, risale al pensionamento di A., quando il dicastero era guidato dall’onorevole Credaro. Il pedagogista, ormai anziano e con poche forze, chiese al Ministero che gli affidasse un sostituto. La Facoltà nominò il pedagogista Romano, «ex» spiritualista e cattolico convertito al positivismo. Lo studioso era già stato bocciato in una serie di concorsi per conseguire la libera docenza a Torino, Milano, Palermo e Bologna. A Catania addirittura tutti e cinque membri della commissione esaminatrice diedero esito negativo. La nomina di un candidato simile come suo supplente, peraltro agli antipodi rispetto alla sua linea pedagogica, portò l’A. a prendere dura posizione contro la Facoltà e il preside Vidari, e poi a chiedere di andare definitivamente in pensione, per impedire al Romano di insegnare sulla sua cattedra. Raccogliendo una serie di articoli apparsi su giornali e riviste come Italia Reale, L’Unione di Vercelli, Il Momento, Il Corriere d’Italia, I diritti della scuola Studium, fu pubblicato un pamphlet sulla vicenda. Furono inserite anche due lettere inviate da A. a due di queste riviste come ringraziamento della solidarietà dimostrata, e un piccolo scritto dallo stesso pedagogista in cui chiariva ulteriormente i contorni della vicenda. La posizione di A. sulla vicenda è molto significativa: G. A., Un educato anonimo, Torino, Tip. Subalpina, A., Boselli e la legge, «Il nuovo Risorgimento. A. e la sua cattedra, Torino, Tip. S, Giuseppe degli artigianelli. emergono sia un vivo attaccamento all’impegno pedagogico e magistrale466, ma anche forti dissidi con l’ambiente universitario. Nelle sue ricostruzioni A. attribuì a Vidari, allora preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, la responsabilità dello smacco subito, collegando l’appoggio da parte del preside del Romano e un generale poco rispetto dimostrato anche con altri episodi, in virtù della sua aderenza ai principi spiritualisti e alla sua fede. Un altro testo in cui attacca il Ministero è il testo Del realismo in pedagogia, nel quale contesta le posizioni espresse da SANCTIS (vedasi) in uno scritto pubblicato ne la «Gazzetta letteraria di Torino», in cui lo statista napoletano sosteneva come la classe magistrale dovesse ispirarsi ad un realismo di impronta pragmatista. A. è invece convinto che l’anima della scuola poteva essere un solido ideale umano. Senza valori certi,  Si tratta di una lettera inviata a l’Unione di Vercelli, per ringraziare delle parole in sua difesa. Scrisse: «Io non sono più maestro. Non è la morte, che mi abbia rapito alla cattedra, ma è qualche cosa di peggio. In questi ultimi anni la mia vita universitaria fu amareggiata da grandi dolori. Pur tuttavia avrei continuato nel mio insegnamento; ma quando mi si volle imposto per supplente un rifiuto di tutti i concorsi universitari, a cui egli si è presentato, esclamai: Basta così; e mi ritirai nel santuario della vita privata, abbandonando alla dimenticanza ed all’oblio quei tra infelici che malignavano sulla mia persona. Abbandono con certo qual rammarico la cattedra, che per più di cinquant’anni mi fu cara compagna di lotta del pensiero, nella conquista della verità, e vedendo scomparire a me d’intorno quella folla sempre nuova di giovani studiosi che nel volgere degi anni veniva ad ascoltare la mia povera parola, mi pare quasi che la mia vita si spenga nell’isolamento. No, non si spegne, ma semplicemente si trasforma. Veggo che la mia più che attuagenaria esistenza volge al tramonto, ma io mi esalto pensando al Divino Maestro, al Pedagogo eterno, al Verbo vivente, al Redentore dell’umanità. Dopo aver accennato i concorsi falliti da Romano, A. commenta l’ultimo a Catania «quest’ultimo poi gli fu veramente disastroso, non avendo riportato nemmeno un voto favorevole. Tanto è che coloro stessi fra i miei colleghi che per lo passato lo avevano sempre protetto e difeso a spada tratta, in faccia a quel disastro esclamarono: È un uomo liquidato! Ma che? Questi medesimi lo proposero per mio supplente e poi riuscirono ad insediarlo sulla Cattedra di Pedagogia da me lasciata vacante. Viva la libertà del dire e del disdire! Il Romano deve il presente suo splendido successo a Vidari, il quale rifiutando di interpellarmi intorno la scelta del mio supplente, sostenne in Consiglio di Facoltà insieme con sei altri professori presenti all’adunanza (senza contare tre altri, che diedero voto contrario) che fosse proposto il libero docente, fallito in tutti i concorsi universitari di pedagogia specie in quel disastroso di Catania. A. riporta nello scritto un brano di una lettera uffficiale scritta da Vidari in occasione delle sue dimissioni, e così la lo commenta: Egli mi rivolse un saluto perché abbandoni l’Università, ma non aggiunge sillaba, che esprima il menomo rincrescimento di aver perduto in me un collega, e quando presentai le mie dimissioni non mi ha significato il menomono desiderio che fossero ritirate. L’augurio anche’esso mi sa di forte agrume. Che nel placido riposo io possa lungamente deliziarmi nei prediletti miei studi? – Ma questi cari miei studi prendono forma e vita dalla pedagogia italiana tradizionale fondata sul teismo cristiano. Ora questa pedagogia l’avete cacciata via dalla mia Cattedra per fare luogo alla dottrina razionalistica del mio supplente, sicché l’augurio a me rivolto viene a tradursi in questi termini: Deliziati senza fine negli studi tuoi, ma non qui in queste aule universitarie in mezzo a noi e nella realtà della vita sociale, ma in mezzo alle mi- stiche regioni del soprannaturale, nelle sedi beate dei Campo elisi conversando cogli spiriti magni di Aporti e Rayneri. Sì, io serberà sempre viva la mia ragione filosofica sorretta dalla fede religiosa in Cristo; ma voi vi vantate razionalisti e calpestate la scienza collocando sulla cattedra chi non la possiede; voi esaltate la libertà del pensiero, e v’inchinate a tutte le dottrine, fossero pur dissolventi e scettiche: soltanto il pensiero cristiano non trova grazia presso di voi. A., Del realismo in pedagogia, Torino, Roux e Favale, 1878 inserito in Id., Opuscoli pedagogici, si sarebbero abbandonate le giovani generazioni a progetti e prospettive volgarmente materiali e pragmatiste, condannandole all’alienazione. La battaglia d’A. in favore della libertà d’insegnamento si tradusse – per quanto egli fosse già avanti negli anni – nel sostegno alla fondazione dell’associazione «Unione pro schola libera. Società nazionale per la libertà d’insegnamento», fermamente voluta da Piovano e da Bettazzi, finalizzata diffondere le ragioni della libertà scolastica, contro lo statalismo e i suoi fautori. A. è scelto come presidente generale effettivo, carica che ricoprì solo per un anno, dopo il quale si allontana progressivamente dal nucleo direttivo e organizzativo dell’associazione, a cui continuarono a legarlo comunque lo spirito e le motivazioni di fondo. Inizia ad essere pubblicato anche il Bollettino dell’associazione, La libertà d’insegnamento, un trimestrale a diffusione nazionale pubblicato inizialmente in circa tremila copie. La nascita e l’attività del sodalizio ebbero notevole risonanza contribuendo a vivificare il dibattito sulla libertà scolastica che stava registrando in quegli anni una notevole ripresa. In un convegno svoltosi a Genova, dal titolo Istruzione ed educazione cristiana del popolo italiano gli eredi dell’Opera dei Congressi, confluiti nelle Unioni Cattoliche, lodarono l’iniziativa d’A. e nella seconda delle tre risoluzioni fu sancito uno stretto rapporto con l’Unione torinese. La Civiltà Cattolica – che a lungo aveva praticamente ignorato le tesi d’A. – dedicò al Convegno un articolo, riportando le conclusioni dell’assise cattolica ed encomiando l’operato dell’A. e dell’«Unione pro schola libera. Appaiono significative le affermazioni conclusive dell’articolo, nel quale si celebrano affianco agli allievi i più importanti rappresentanti del cattolicesimo liberale francese. G. Chiosso, La stampa pedagogica e scolastica in Italia. Chiosso, Gentile, i cattolici e la libertà di insegnamento nei primi anni del Novecento, in G. Spadafora (ed.), Gentile. La pedagogia, la scuola, Roma, Armando. Nella seconda delle tre risoluzioni fu scritto che il Congresso «Plaude all’Unione pro schola libera sorta in Torino sotto gli auspici del venerando prof. A., e a tutte le altre istituzioni aventi lo scopo di tutelare i diritti dell’insegnamento libero; Fa voti che l’azione in favore della scuola libera sia efficacemente coadiuvata dai padri di famiglia, dagli insegnanti degli istituti privati e specialmente dall’azione illuminatrice della stampa quotidiana; Delibera di affidare all’Unione stessa l’incarico di studiare ed attuare quei mezzi pratici, che valgano a salvare quanto resta ancora di libertà d’insegnamento nella vigente legislazione e di ottenere dai pubblici poteri quegli immediati temperamenti, che servano a sopprimere le più odiose disposizioni regolamentari contro l’insegnamento privato» Il congresso cattolico di Genova, La Civiltà Cattolica, quaderno. Scrive l’autore dell’articolo: Dopo queste semplici osservazioni intorno alla prima risoluzione, lasciamo ai lettori di apprezzare l’importanza della seconda risoluzione del congresso; in cui si traggono con un senno pratico degno di ogni encomio, le conseguenze legittime del principio fissato nella prima. Quale campo fecondo di attività, non meno benefica che urgente nelle singole deliberazioni di questa seconda Èa partire da questo periodo che il pensiero pedagogico del pedagogista vercellese iniziò a essere apprezzato e diffuso anche al di fuori del circuito del cattolicesimo liberale. Lo confermano una serie di articoli pubblicati sulla «Civiltà Cattolica, l’attenzione delle «Rivista di Filosofia neoscolastic, i meriti riconosciutigli da Meda, e un celebre saggio di Monti, La libertà della scuola in cui si trovano citati gli scritti d’A. e si ricordano le sue battaglie scolastiche. Nel frattempo A.aveva lasciato questo mondo.  risoluzione! Le ponderino attentamente i cattolici italiani; i giornalisti, i conferenzieri e gli stessi sacerdoti, in Chiesa e fuori di Chiesa, ne facciano il soggetto del loro apostolato, finché il popolo se ne impossessi e ne sappia fare buon uso specialmente in tempo di elezioni: da ciò dipende la salvezza della gioventù e della patria! Noi ne siamo sì profondamente persuasi, che non possiamo fare a meno di mandare da queste pagine un saluto e un augurio solenne all’Unione pro schola libera di Torino e al suo venerando presidente  A., il più illustre pedagogista che oggi vanti l’Italia, degno rappresentante delle tradizioni filosofiche ed educative veramente italiane; la cui fama è pur troppo assai inferiore al merito, perché ingiustamente eclissata dal predominio del positivismo anglo – sassone e teutonico negli atenei e nelle scuole normali del regno. Possa il suo nome tramandarsi ai posteri con quelli di Montalembert, di Falloux e di Dupanloup per la Francia, come simbolo della conquistata libertà d’insegnamento per l’Italia!” Il congresso cattolico di Genova. In tre articoli pubblicati sulla pedagogia contemporanea sono citate le opere di A. e le sue critiche al positivismo. Cfr: Linee di pedagogia moderna, cFinalità educative, quaderno; L’opera educativa positivista, quaderno; Cannella, Opuscoli pedagogici inediti ed editi di Giuseppe A., cMeda, Universitari cattolici italiani, Monti, La libertà della scuola, principi, storia, legislazione comparata, Milano, Vita e Pensiero. Antropologia e di pedagogia nell'Università di Torino Torino,Carlo,Clausen. In un'opera assai importante pubblicata dall'illustre prof. A., della quale ho a suo tempo discorso in questa autorevole Rivista,leggeşi un capitolo inscritto: Prime origini dei problemi psico. fisiologici,checontieneingermelamateria della presente memoria, la quale richiama a sè l'attenzione di tutti coloro che s'interessano dei più gravi problemi della scienza antropologica. Pigliando le mosse dall'origine storica e psicologica dell'Antropo logia,dellaqualedeterminapurei limiti,l’A.poneinsodo ilVero, l'incerto e l'ignoto di questa disciplina, per dichiarare quindi l'ana. logia tra il mondo esteriore della natura ed il mondo interiore dell'anima. Ma se il mondo esterno ed il mondo psicologico interiore si rispecchiano e si rassomigliano sotto certi riguardi, tra l'anima ed il corpo nell'uomo, intercedono analogie assai più intime, spiccate e na• turali, intorno alle quali si trattiene a lungo l'Al. Ora uno dei più cospicui punti di corrispondenza tra l'anima ed il corpo si manifesta nel parallelismo di sviluppo attraverso le successive età della vita umana: parallelismo però, che non è nè assoluto, nè continuato,tanto meno poi un'identità. Un'altra corrispondenza è quella che intercede tra la mente sada ed il corpo sano, tra le malattie dell'anima o quelle del corpo. L'A. Studi antropologici– L'uomo ed il Cosmo Unvol. in 8gr. circa Torino Tipogr. Subalpina editrice.  Psicologia. Studi psico-fisiologici. Memoria di A., professore BOLLETTINO PEDAGOGICO E FILOSOFICO. ripone la sanità della mente nell'armonico e regolare sviluppo della medesima, e la sanità del corpo, nell'equilibrio operoso delle funzioni fisiologiche. Conseguentemente distingue una duplice specie d'igiene, di patologia e di terapeutica, corrispondenti alle due sostanze componenti l'essere umano. Anche i duestati della veglia e del sonno si corrispondono fra di loro, essendochè su ciascuno di essi le potenze dell'anima e le funzioni dell'organismo si mostrano sotto forme speciali edana. loghe. Lo spirito poi ed il corpo in tutto ilcorso ascensivo del loro perfezionamento si prestano vicendevoli uffici, poichè lo spirito deve ai sensi esterni la prima conoscenza del mondo sensibile corporeo; a LA PAROLA, che è un SEGNO SENSIBILE ordinato ad esprimere un intelligibile, lo svilnppo del suo pensiero; alla mano (nella cui struttura Elvezio non dubita di riporre la superiorità dell'uomo sul bruto) lo strumento della sua attività artistica e morale. Lo spirito alla sua volta ricambia dei suoi servigi ilcorpo,inpalzandolo alla dignità prco pria della persona umana,e conferendogli virtù singolari,assai supe jiori alla sua costitutiva essenza. Iofatti il corpo umano, informato dalla mente che lo governa, è reso capace di compiere azioni a cui non arrivano i corpi dei bruti, sia che venga riguardato nell'intiera compagine del suo organismo, sia che lo si consideri nella speciale struttura delle sue parti e nelle funzioni de'suoi sensi particolari. A questo punto l'A. richiama ad un'ordinata rassegna la molteplice varietà dei fenomeni, che si svol gono nell'interiorità del nostro essere, e che forniscono argomento di una specialedisciplina,lapsico-fisiologia,dellaqualetraccialelinee generali, non senza avvertire che di essa ai nostri tempitrovansicenai nelSaggio sui'principiiedilimitidellascienzadeirapportidelfisico e del morale del Cerice, e più ancora nei Principi generali di psico login fisiologica di Lotze. La scienza psico-fisiologica, dice l'A.,suppone come sua condizione la psicologia e la fisiologia e facendo tesoro delle cognizioni che le ammannisce l'unaintorno all'anima umana,l'altra intornoall'organismo corporeo,s'innalza a studiare ilsupremo principio generatore di tutti i fenomeni della vita umana che forma il problema fondamentale di tale disciplina.Ilquale può ricevere due soluzioni principali, secondo che ilprincipio generatore di tutti ifenomeni riponsi in una sostanza o nei fenomeni stessi. Nel primo caso abbiamo il dinamismo; nel secondo il fenomenismo. Il primo può essere mono-dinamismo, se riconduce tutti i fenomeni umani ad una sola sostanza, la quale potendo essere o l'anima od il corpo, bipartisce il mono-dinamismo in animismo e materialismo: duo-dinamismo se pone una differenza essenziale tra ifenomeni mentali ed i fisiologici. Il fenomenismo si bipartisce pure, potendo essere dualistico od e voluzionistico, secondo che riconosce una linea di distinzione trai due ordini di fenomeni, ovvero sostiene che sitrasformano gli uni ne gli altri. A. esamina con singolare lucidezza di pensiero e grande chiarezza d'esposizione queste diverse classi di sistemi psico-fisiologici, considerandoli nei loro più noti rappresentanti; ed è degno di consi derazione l'esame della dottrina di Serbatti su questo punto. Venendo allo scioglimento del problema,vuolsi distinguere il duodinamismo esclusivo dal temperato. Ora se il primo non risolve il problema perchè separa l'uno dall'altro idue principii costitutivi dell'uomo, per guisa chel'anima razionale è causa unica essa sola di tutti e soli i fenomeni mentali e non interviene per nulla nella produzione dei fenomeni fisio logici ed animali, il principio vitale poi è esso solo il generatore dei fenomeni della vita corporea e mantiensi affatto estraneo ai fenomeni mentali; il secondo pel contrario siccome quello che mantiene distinti i due principii costuitutivi dell'uomo, e riconosce ad un tempo la loro vicendevole influenza, talch è i fenomeni mentali si compenetrano coi fenomeni animali e si condizionano a vicenda, dà un'equa soluzione al problema. a Cosi, conclude l’A., il concetto della personalità umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito d'intelligenza e di libera volontà, è il solo,che conciliila molteplicità dei fenomeni coll'unità delloro umano soggetto, sicchè questi due termini nello sviluppo della vita umana, si mantengono indiegiungibili, e si rischiarano l'un l'altro. Su questo concetto si fonda appunto la notissima divisione della psi cologia in empirica e razionale.» Tale è nelle sue linee generali lo studio dell'insigne filosofo subal pino che mostra un ingegno vigoroso sempre ed acutissimo:e siamo certi che l'accoglienza fatta alle altre opere di lai, sarà rinnovata per questa memoria,nella quale si scrutano ipiù ardui problemi della scienza dell'uomo. Giuseppe Allievo. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Allievo” – The Swimming-Pool Library. Allievo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Allioni: deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza  (Torino). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Con Allioni. Novecento novantanove Cod.: codice di corrispondenza amichevole internazionale, Torino, Impronta. Dulichenko’s Boellu is  a misspelling). A code for friendly international correspondence. Digital pasigraphy is indicated in DIAL under the  number 901.121. In the same edition, Dulichenko mentions the linguistic project Arioni-Boera, number  854.74, referring to Fuishiki Okamoto (Rikichi, or Fuishiki, Okamoto.  Perhaps we are dealing with the same project. Indeed, in the introduction, Okamoto lists  several works that influenced the Babm9 language, including Arioni-Boera. Taking into account that Oka moto’s native language is Japanese, it can be assumed that the Japanese spelling is the source of the  confusion. The thing is that there is no “l” sound in the Japanese language. Instead, they pronounce “r”  (voiced alveolar flap [ɾ]). The surnames Allioni and Boella could easily have been transformed into Arioni-Boera in some Japanese source.  In order to distinguish cardinal numerals from other numbers corresponding to code words, they are  written in parentheses: (1), (2), (3), etc.  References: [2], [17], [45], [53]. Ernesto Boella. Boella. Keywords: deutero-esperanto.  Grice e Boella.

Con Boella. 999 Cod.: coice di corrispondenza amichevole internazionale. Keywords: deutero-esperanto. Refs.L Luigi Speranza, “Grice ed Allioni”. Allioni.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alminusa: all’isola – l’implicatura conversazionale dei nobili siciliani – filosofia siciliana – la scuola di Catania -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catani, Sicilia. Grice: “Cutelli is like Hart, a jurisprudent, rather than a philosopher!” Si laurea a Catania. Un saggio e il “Patrocinium pro regia iurisdictione inquisitoribus siculis concessa”. Vuole escludere dal "privilegium fori" numerosi delitti come la resistenza a pubblico ufficiale, ed omicidio anche tentato.  Altro saggio: “Codicis legum sicularum libri quattuor” dove manifesta un'idea di politica amministrativa che mira a creare un centro unificatore e un ministro superiore, cui fosse affidato il compito di amministrare e dirigere la monarchia, ottenendo il rilancio economico, la riduzione delle spese e il riequilibrio del conto fiscale. Si reca a Napoli. Acquista il feudo di Mezza Mandra Nova.  Altro saggio: “Catania restaurata”. Altro saggio: “Supplex libellus.”Acquista il feudo di Alminusa e il borgo già creato da Giuseppe Bruno, figlio del fondatore Gregorio, per atto del notaro Pietro Cardona di Palermo. Ad Aliminusa dota la chiesa di Santa Anna e stabilisce un legato di maritaggio di dieci onze l'anno in favore di una figlia dei suoi vassalli, come si scorge dal suo testamento redatto innanzi al notaio Giovanni Antonio Chiarella di Palermo. Acquista il feudo di Cifiliana.  Il suo testamento rivela la volontà di destinare una parte dei suoi possedimenti alla fondazione di un collegio d'huomini nobili in cui si dovesse studiare filosofia: il Convitto Cutelli, o Cutelli.A Catania gli sono dedicati una piazza sita sul percorso della centrale via Vittorio Emanuele II e il Liceo Classico "Mario Cutelli".  Dizionario biografico degl’italiani.  Una utopia di governo. La formazione dell'élite in Sicilia tra Settecento ed Ottocento. Il "Collegio Cutelliano" di Catania, in "Quaderni di Intercultura". Conte di Villa Rosata. Conte Mario Cutelli di Villa Rosata e signore dell’Alminusa. Alminusa. Keywords: i nobili, i nobili siciliani, homosocialite, boys-only, male-only, Convitto Cutelli, élite filosofica, all-male establishment, Oxford as non-co-educational – the coming of Somerville! – Grice’s play group as an all-male play group, the idea of nobilita, nobility. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alminusa” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alopeco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Alopeco was a Pythagorean.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Altan: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del soggeto -- simbolo, valore – ermeneutica antropologica – la scuola di San Vito al Tagliamento – filosofia friulana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito al Tagliamento). Filosofo friulano. Filosofo italiano. San Vito al Tagliamento, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Altan; he is of course an anthropologist and not a philosopher, although his first rambles were on Croce and philosophy as synthesis of history! – but then I lectured on Peirce’s misuse of ‘symbol,’ and Altan, not a philosopher, just like Peirce was not – repeats the mistake – Welby should possibly know better – Grice: “Altan fails to explain why the Romans felt the need to borrow ‘symbolum’ from the Greeks, and never return it!” Grice: “The examples in Short and Lewis for the Roman use of ‘symbol’ are extravagant – Peirceian almost!” – Grice: “Altan’s point is that a ‘soggeto,’ to communicate via ‘logos’ with another ‘soggeto’ in a colloquium, must rely on this or that symbol, which means that he must rely on this or that ‘valore’ – and unless you share those values, you don’t quite grasp the implicatum in the use of the symbol.” Nato da un'antica famiglia friulana. Uno dei massimi esperti di antropologia culturale.  Destinato dalla famiglia alla carriera diplomatica, si laurea in giurisprudenza a Roma. In Albania durante la seconda guerra mondiale, partecipa alla resistenza, militando nel partito d'azione.  Dopo le vicende belliche, conosce CROCE (si veda) grazie a cui fa il suo ingresso nel panorama culturale italiano.  L'incontro con CROCE, avvicina la sua filosofia all'idealismo crociano ed allo spiritualismo etico, come testimoniano i suoi saggi di questo periodo. Trascorre quindi dei periodi di studio e di ricerca a Vienna, Parigi e Londra, dove si accosta pure all'antropologia e all'etnologia.  Grazie all'influsso di MARTINO (si veda), CANTONI (si veda) (di cui e anche assistente volontario) e Tentori, si dedica all'antropologia secondo un approccio che non si basi esclusivamente sulla ricerca sul campo e l'etnografia ma che fa soprattutto ricorso alla filosofia. Influenzato pure da Malinowski, si oppone allo strutturalismo, aderendo successivamente al FUNZIONALISMO nonché a un marxismo mediato dalla scuola francese degl’Annales. Insegna antropologia culturale alla Facoltà di Filosofia di Pavia, Trento, Firenze e Trieste. Organizza a Roma un convegno di antropologia della società complessa. Vive tra Milano e la sua villa a Grado. Sulla base della sua iniziale formazione in filosofia del diritto nonché della sua vasta conoscenza filosofica generale, dopo una fase di ricerche sulla fenomenologia del simbolo, volge la sua attenzione verso i metodi applicati all'analisi semiotico, quindi si dedica allo studio dei comportamenti e dei valori che lo hanno poi condotto ad approfondire, da una prospettiva storico-culturale e con una visione alquanto critica, la dimensione identitaria degl’italiani.  A. cerca di far capire sia all'opinione pubblica che ai politici italiani l'importanza e la necessità di dare al loro paese una religione civile, come la degl’antichi romani. In questo progetto, vanno inserite alcune fra le sue opere come La coscienza civile degl’italiani e il manuale di Educazione civica. Si dedica allo studio delle basilari componenti simboliche dell'identità etnica italiana – specialmente friuliana --, concentrandosi, a tale scopo, sulla categoria dell'ethnos, individuandone ed analizzandone cinque principali componenti: I l'"epos" -- cioè, la memoria storica collettiva; II l'"ethos" -- cioè, la sacralizzazione di una norma e di una regola in un valore) III il "logos" -- cioè, il linguaggio interpersonale e la conversazionale; IV il "genos" -- cioè, l'idea di una comune discendenza: la ‘gens’ degl’antichi romani -- ed V il "topos" -- cioè, il SIMBOLO di una identità collettiva comunitaria stanziata su un dato territorio – come il Friuli -- allo scopo di trovare una possibile soluzione razionale, dal punto di vista dell'antropologia, ai conflitti tra i vari etno-centrismi.  Altre saggi: “La filosofia come sintesi esplicativa della storia. Spunti critici sul pensiero di CROCE e lineamenti di una concezione moderna dell'Umanesimo” (Longo e Zoppelli, Treviso); “Pensiero d'Umanità. Sommario breve d'una moderna concezione speculativa dell'Umanesimo” (Bianco, Udine); “Parmenide in Eraclito, o della personalità individuale come assoluto nello storicismo (Udine); “Lo spirito religioso del mondo primitivo” (Saggiatore, Milano); “Proposte per una ricerca antropologico-culturale sui problemi della gioventù” (Mulino, Bologna); “Antropologia funzionale” (Bompiani, Milano); “La sagra degl’ossessi: il patrimonio delle tradizioni popolari italiane nella società settentrionale” (Sansoni, Firenze); “Personalità giovanile e rapporto inter-personale” (ISVET, Roma); “Le origini storiche della scienza delle tradizioni popolari” (Sansoni, Firenze); “Atteggiamenti politici e sociali dei giovani in Italia” (Mulino, Bologna); “I valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche in Italia” (Bompiani, Milano); “Comunismo e società” (Mulino, Bologna); “Valori, classi sociali, scelte politiche” (Bompiani, Milano); Manuale di antropologia culturale. Storia e metodo” (Bompiani, Milano); “Modi di produzione e lotta di classe in Italia” (Mondadori, Milano); “Tradizione e modernizzazione: proposte per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (Campo, Udine); “Antropologia. Storia e problemi” (Feltrinelli, Milano); “La nostra Italia: arretratezza socio-culturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi” (Feltrinelli, Milano); “Populismo e trasformismo. Saggio sull’ideologie politiche” (Feltrinelli, Milano); “Per una storia dell'Italia arretrata” (Monnier, Firenze);  “Una modernizzazione difficile. Aspetti critici della società italiana” (Liguori Editore, Napoli); “Soggetto, simbolo e valore. Per un'ermeneutica antropologica” (Feltrinelli, Milano); “Un processo di pensiero” (Lanfranchi, Milano); “Ethnos e Civiltà. Identità etniche e valori democratici” (Feltrinelli, Milano); Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta” (IEVF-Istituto editoriale veneto friulano, Udine); “La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale” (Gaspari, Udine); “Religioni, simboli, società: sul fondamento umano dell'esperienza religiosa” (Feltrinelli, Milano); “Gl’italiani”: Profilo storico comparato delle identità nazionali europee” (Mulino, Bologna); “Per un dialogo fra la ragione e la fede” (Olschki, Firenze); “Le grandi religioni a confronto. L'età della globalizzazione (Feltrinelli, Milano); Identità etniche, Una religione civile per l'Italia d'oggi, emsf. biografie/ anagrafico.asp?d=328 Il crogiolo, archive. web/ emsf.rai/biografie/ anagrafico ?d=328; “L'esperienza dei valori”, “Identità etniche e valori universali” archive./ /http://emsf. biografie/anagrafico.as Modelli concettuali antropologici per un discorso inter disciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in: Psicoterapia e scienze umane, polser.wordpress.carlo-tullio-%altan-modelli- concettuali- antropologici-per-un-discorso -interdisciplinare-tra-psichiatria- e-scienze-sociali-in- psicoterapia- e-scienze -umane -Citazioni «Per la destra l'antropologia è roba per selvaggi; la sinistra pensa solo all'economia; altri sono ancorati a schemi anglosassoni, che vedono le strutture politiche come realtà a sé», da un'intervista rilasciata a Rumiz e pubblicata in La secessione leggera, Roma, Riuniti, Cfr. il saggio autobiografico: C. Tullio-Altan, "Un percorso di pensiero", Belfagor. Rivista di varia umanità,  nonché il testo autobiografico Un processo di pensiero, Lanfranchi Editore, Milano,  Cfr. U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di Antropologia. Etnologia, Antropologia Culturale, Antropologia Sociale, Zanichelli, Bologna, voce A. 772.  Cfr.//controluce notizie-old-html/giornali/a 14n03/18-culturaecostume- altan.htm  Cfr.//segnalo/ TRACCE/ NONPIU/ tullio-altan Frutto di questo nuovo programma di ricerca, e peraltro la monografia Lo spirito religioso nel mondo primitivo.  Cfr. A. Rigoli, Lezioni di etnologia, Renzo e Reau Mazzone editori, Ila Palma, Palermo, Cfr. Fabietti, Remotti, cit.  Fra cui Catemario, Cardona, Galli, Lanternari, Musio, Remotti, Rigoli, Satriani, Tentori.  Cfr. Tentori, Antropologia delle società complesse, Armando, Roma. Da un punto di vista storico, è da ricordare come l'antropologia culturale ha origini giuridiche. Invero, molti dei maggiori antropologi della seconda metà Professore sono giuristi o, quantomeno, avevano una formazione giuridica. Ciò fondamentalmente è dovuto al fatto basilare per cui nessuna società umana è priva di una qualche forma di diritto, anzi tutte le istituzioni sociali hanno una imprescindibile dimensione giuridica; cfr. Fabietti, Remotti, "Antropologia giuridica".  Cfr. Ignazi, "Populismo e trasformismo nell'analisi di A.", il Mulino. Rivista di cultura e politica. Angioni, "A.: un antropologo "anti-italiano". Familismo amorale e clientelismo tra i mali del Paese", in: Il Sole 24 Ore,  Cfr. Enciclopedia delle scienze filosofiche   in.  Cfr. A., "La dimensione simbolica dell'identità etnica",  Finis e Scartezzini, Universalità e differenza. Cosmopolitismo e relativismo nelle relazioni tra identità e culture, Angeli, Milano.  Qui, per regola, si intende una norma, in genere non necessariamente codificata, suggerita dall'esperienza o stabilita per convenzione o consuetudine, spesso in riferimento al modo usuale di vivere e di comportarsi, sia individualmente che collettivamente; cfr.  A. Ethnos e civiltà. Identità etniche e valori democratici, Feltrinelli, Milano -- nonché i ricordi di Galimberti e di Massenzio comparsi su La Repubblica e reperibili all'indirizzo  Cfr. pure Rigoli, A., Un processo di pensiero, Lanfranchi, Milano; A. "Un percorso di pensiero", Belfagor. Rassegna di varia umanità, Ferigo, di A., Metodi et Ricerche. Rivista di studi regionali,   Atti del Convegno Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una riflessione su A., Udine-Aquileia, i cui sunti sono stati pubblicati, Candidi, sulla rivista Italia Contemporanea. Fascicolo speciale dedicato ad A. della rivista Metodi et Ricerche. Rivista di studi regionali.  L'antropologia italiana. Laterza, Roma; Alliegro, Antropologia italiana. Storia e storiografia, SEID, Firenze, A., C. Signorelli, "A proposito di alcune critiche: dibattito A.-Signorelli", in Rivista della Fondazione Italiana dei Centri Sociali, Roma; Forniz, "Il Palazzo A. in S. Vito al Tagliamento: dimore illustri nel Friuli occidentale", in Itinerari. A. su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti; Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli.  Biografia su feltrinellieditore. Biografia, su blog.graphe. Convegno in memoriam, su qui. uniud. Ricordo biografico, su contro luce. Filosofia Sociologia  Sociologia Categorie: Antropologi italiani Sociologi italiani Filosofi italiani Professore, San Vito al Tagliamento Palmanova Accademici italiani Studenti della Sapienza Roma Professori dell'Università degli Studi di Pavia Professori dell'Università degli Studi di Trento. Carlo Tullio-Altan. Altan. Keywords: soggeto, simbolo, valore – ermeneutica antropologica, Croce, filosofia come sintesi, Velia, la porta rossa di Velia, fascismo, ideologia politica italiana, ideologie politiche italiane, simbologia, simbolismo, ermeneutica, mercurio, ermete, mercurio, humano, uomo, umanesimo, Altan e Passolini, Palazzo Altan – Altan nobile friulese, il conte Carlo Tullio-Altan – la etnia friulese, ‘friulese, non italiano’ – dizionario biografico dei friulesi – friul – la lingua friulese – la base romana – la occupazione romana. Aquileia – i friulesi durante il fascismo – contro il friulese, italisazzione – Altan e la resisenza – etnia e italianita, -- romanita ed italianita – friulesita  --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Altan” – The Swimming-Pool Library. Altan.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alvarotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale retorica – la scuola di Padova – filosofia padovana –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Nacque nell'antica famiglia nel palazzo di famiglia in contrà Sant'Anna. Il padre e archiatra di Leone X. Insegna semiotica a Padova e studia a Bologna sotto Pomponazzi (si veda) Alla morte di Pomponazzi, ritorna a Padova dove insegna fino al decesso del padre; dopo di ciò dove occuparsi attivamente della sua famiglia.  A questo periodo risale la composizione che verranno pubblicati da  Barbaro con il titolo di dialoghi filosofici: Dialogo d'amore”, “ Dialogo della dignità delle donne”; “Dialogo del tempo di partorire delle donne” e “Dialogo della cura famigliare”; due dialoghi lucianei “Della usura” e “Della Discordia”, seguiti da quello “dialogo delle lingue” e da “Dialogo della retorica” e infine quello “Delle laudi del Catajo, villa della S. Beatrice Pia degli Obici e quello Intitolato Panico e Bichi. Questi dialoghi sono le opere più note di A., nonostante siano stati pubblicati a sua insaputa e non siano mai stati riconosciuti, e hanno avuto decine di ristampe.  C’e anche un “Dialogo della vita attiva e contemplativa” che non venne però inserito nei Dialogi per motivi tuttora sconosciuti. Degl’infiammati, amico di Tasso, si occupa della revisione della Gerusalemme liberata. Autore della Canace, pubblicata a Venezia,  tragedia che da seguito a un'accesa polemica tra l'autore e Cinzio.  In seguito intervenne anche nella polemica tra lo stesso Cinzio e Pigna a proposito dell'”Orlando furioso” e del romanzo come genere letterario. Si trasfere a Roma dove divenne amico di Caro. Tornato a Padova compose i “Discorsi Su Alighieri”, “Sull'Eneide”; “Sull'Orlando furioso” e il “Dialogo della istoria.” Fautore di un classicismo ancor più estremo di quello del vicentino Trissino, cui rimprovera di aver tratto dalla storia e non dalla mitologia il soggetto della sua Sofonisba. Conformemente all'uso greco e, naturalmente, nel pieno rispetto delle unità aristoteliche, si ispira all’Eroides ovidiane per la Canace. Sepolto nella Cattedrale di Padova negl’avelli degl’Alvarotti. Nell'andito della porta settentrionale gli venne eretto un monumento ad opera di Campagna.  A Opere tratte da' mss. originali, Forcellini, Venezia, Occhi, A., in Trattatisti, Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi, Cammarosano, La vita e le opere di A., Empoli, Tipografia R. Noccioli; Bruni, A. gl’infiammati, in Filologia e letteratura, Bruni, Sistemi critici e strutture narrative, Ricerche sulla cultura fiorentina del Rinascimento, Napoli, Liguori, Fano, Notizie storiche sulla famiglia e particolarmente sul padre e sui fratelli di A., in Atti e memorie dell'Accademia di Padova, Padova, Randi; Fano, A., Saggio sulla vita e sulle opere, Padova, Drucker;  Floriani, I gentiluomini filosofi. Il dialogo culturale, Napoli, Liguori; Fiorato, Fournel, Il “camaleonte” e il “cuoco”. A. e la critica del romanzo, in « Schifanoia, Jossa, Rappresentazione e scrittura. La crisi delle forme poetiche rinascimentali, Napoli, Vivarium; Jossa, Verso il barocco. A. e Borromeo: tra retorica e mistica, in Aprosiana,  Pozzi, Le lettere familiari d’A., in «Giornale storico della letteratura italiana » Pozzi, La critica fiorentina fra Bembo e Speroni: Varchi, Lenzoni, Borghini, in M. Pozzi, Ai confini della letteratura. Aspetti e momenti di storia della letteratura italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso, Sperone Speroni, volume monografico di « Filologia veneta », Padova, Editoriale Programma, TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Camillo Guerrieri Crocetti, Sperone Speroni, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sperone Speroni, su sapere, De Agostini.  Luca Piantoni, Sperone Speroni, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Sperone Speroni, su Liber Liber.  Opere di Sperone Speroni, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sperone Speroni,. Audiolibri di Sperone Speroni, su LibriVox.  Michele Messina, Sperone Speroni, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. DIALOGO DELLE UNGVE. I NT ERLttC VTO R I,  Tìembo l Lazaro, Cortegwo, Scolte, 1 Lafcari, Perette.  odo dir,mcffer Lazaro, che la Signoria di Vettetia iìb\é condotto a legger greco, la» tino nello jìudto di Padoua:è ite ro qucUot Lai. Monfignorp. BtM. Che prouificnc è lauo* fira:Ls z. Trecào feudi d'oro. SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo ne lettere, cr con li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe» roche mnonsòbuomonifjuno della uojìraprofcfiiioue t che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato : eoa le buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà no la uìta loro pot(erc s <£r nude; cerne fono ite per Io puf* fitojrì allegro etìandia con lo jìudioj^rglijiudkfidi pa doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero iquale tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^ the egli ui bifognerà fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difiàtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare, quanto adunai infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina. Ikhe fare nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati* carni, cr con le uofbre bieuoli fatiche operar gloria in uoi,et in aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba pregato Dommcdio^hc mi du grattaci occajìosc una  N uotd DIALOGO me ut concia: patti catdtopmow di Kd.RU per ztr* LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam  ritti che mfTuno a* è ^op^ etw / M g" S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m* CT MU  fi hLnU Éfee«W»e«^ è Aium» fi fattamente,  f, prtri n***rrL«i Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £ feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe  m fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif <U«,fenr icWi delolw&tectwto altre f ^«"f*  frtae:>£ di <pdk<dtre ne il deh «e W4,  DELLE LINGVE. t)g  può recare il parlar bene attamaniera del uolgo. Bem. 1*2$ è ben uero,cbe tanto più uolontieri fi dotterebbe iin parar lalingua grecarla latina, che la Tofcanaì quan to di quc^a quelle altre due fono più perfette, er più ca* re. ma che la Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn* te lo direi j parte per non èrebugia,parte per non parer dbauer perduto tutto quel tempo,che prender udii in ap prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per quel* lo che io n'oda dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan to o poco meno fiata la li Genna>ua.LAT.A me pare, quando m guardo, che talefia la uolgar Tofcana perù* fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero* che la uolgar e non ì altroché la latina guatla^? corrot U boggimai dalla lunghezza del tempo, o dalla forza de barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual cofa gli italiani, U quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon gono,o fono fcnzagiudiw, non dtjcerncndo tra ytcU lo, chcè buono, crnon buono io priui in tutto d'inge- gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde quthììauuiene,che noi ueggiamo auucnire di alcuna human* compietene :la quale fiemadi uigor natura* le nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m m ilfuo corpo, quello in flemma cornate, che rende lo buomo da pocoì^r nelle proprie operatimù il fa ef= fere conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud- rebbe dare per legge ad ogn'uno :a uolgariilncn parla- re latinamente, per non diminuir la riputatione di me- fìa lingua diurna: a letterati, che mai da loro, fe non . cojbrtìti di alcuna ncceftità, non fi parlale volgare  U i atta  Si maniera de gli ignorantùacciocbel uclgo arrogante ton Vcfiempio&r autoritàde grandi huamini, no» preti* iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta rei et ai arte ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef* (er haxaro, qui tranoi ditene il male che uoi tioiete di ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche fe- ce Vanno pacato mejfer ROMOLO (vedasi) in quejia città ; il quale orando pubbcamente,con tante, er taliraghni biafimo total lingudAordfujbc innanzi bareitolto d'effer mor to famiglio di CICERONE (vedasi), per batter bene latinamente par iato : che uiuer bora con quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se io crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi Padova, che la lingua latina fuffe cofa da feguitare, er da fuggir U Tofcana ; 6 io non u onderei a legger latino, ofbcrc* rei che delle mie letttoni paco frutto fe ne doueffe piglia* re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t giudicarei,cb'ef$i man zafferò d'intelletto,non fapendodtilmgueretra pnnei* pij perfe noti, strale conclufioni : il quale difetto non ha rimedio niffuno . Onde io tti dico, che pia toflo «or* retjiper parlare, comeparlaua Marco TuUio latino, che effer papa Clemente . Costig, Et io cono* feo di motti kuomini, che per effer mediocri Signori, fi (ontentarebbono d'effer muti, già non dico che iofta una didaeSo numero -.ma dico bene dicob con uofbra grati*, poi che il affitto è dal mio poco intetiettojo non tiedo per qual ragione debba Ibuomo apprezzare la Un gua greca, ne la latina > che per f aperte [prezzare, mi* tre, er corone, che fe ciò fujjfc, flato ferebbe di maggior égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene, er di CICERONE (vedasi): che non è bora f imperio, et il Papato, EhmbJ Non creggiate, etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt lingua latmadi Cicerone, la quale era commune a lui t cr gli altri Romani : ma mfieme con le parole latine e* gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu* propria y ertoli d'altriita quale tanto più ecceUentt dee riputar fi d'ogni mondana grandezza, quanto aWal* tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o perforte,out a quella delle feienze monta. [anima nofira non con altre: ali, che con quelle del fuo ingegno,%r della fua indù* foia . Io fo nuUa per rifletto a quegloriofi : ma qudpo* coccio nefo delle lingue, non lo cangierei al Marche* fttodi t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio, ckeuoicrcggiate>cbe molti de Senatori, vde Confala* ri di Roma, non che tutta la plebe coft latino parlale » come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu fu Rem* obligata,èic alte vittorie di Cefare. Onde io difli,ty />£>= n dicodinuouo, che più i)limo,& ammiro U linguaio» tino, di ciccronctcbe [imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del la qual lingua parlarci al predente >non tantoperfodhfa* re aldiftderio di quefìo gentiluomo da bene, quato per che io fono obligato di farlo.ma otte uoificte,non fi con* «iene, ée altri che uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra' mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli farebbe («ih» toprofontuofo. Bem, Quejlo ufficio dilodar Ulingu* latina per molte ragioni dee effere mjbro ; parte per ef» fergiàdejlinatoad infegnarla pubicamente : parte per ejferltpiu partigiano che non fono io, il quale non tifli* no cotante: fi che però io difèregi la uolgare Tofana :  n $ cr <jr a tcbe io non la prepofi fe non ad un Mirebefatoyoue ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo . Dunque a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt to iUa ]xngui,atta quale il nome uoflro,cr la fama uofhra è grandmane obligata: cr con quello buongentilbuo* ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò di confeffire d'bauere anzi dello feemo, che nò, per udir uoi ragionar della fua ecceUenZd.L AZ.Et io, poi che UO lete cofi ; uolontieri la loderò, con pitto di potere ìnfìe* inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri* ZA che uoi (babbiate per mule. B e m. San contento : mi fu ilpatto communc,cbe quaio uoi uituperarete; io pofa fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin gua latina, rendendouila ragione perche io la preponga, atta fignark del mondo ; ma finire non neramente, tanto ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren do fìcuro, che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai efferle molto più amico, che uoi non fiete al prefente al* Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi farete da* poi. bora io uoglio per lamia parte, che qual bora cofi direte,cbe io non intenda, interrompendo il ragionamen to,poffapregarui, che la chiariate. Laz. So» contento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine cimio,cbt quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli Muti animali, in quejl'una principalmente ci difcoliiamo da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un (al tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic. Dunque fe cofi è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé bruti, il qu*k parto ì er fcriuerà meglio. Per la cofa chiunque ama d'ejfer kuomo perfettamente, ceti o= giti Audio dee cerare 'dì parlare, er fcriuere perfetta* mente : er chi ha ucrtìi di poterlo fare, ben fi può dire * ragione lui effer tale fra gli altribuomini,quali fatigli buomini iftcfc per ricetto alle tejiie . qua! tutti di parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini quafi uguabnè* te j appropriarono. Onde le loro lingue uègono adefur qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci (anno diuerfi per eccellenza dalle barbare^ dalle irratioitaU creata re. Et è hi drittoiccnciofta cofa che tra poeti volgari ufi tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag* guagliarft a virgdio,ad Homero, ne tra foratori a De= molibene,oaì\ùrco Tullio, Lodate quaiouoltte il?c trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne egua Upò>ne inferiori troppo nicini li facciate alli antichwn- Zi da loro tanto lontani li lrouerete,cbe tra quei rifares- te cft d'annoverarli . Hcra no ucglio nominar d'un in n* no i jeriffori Greci, et Latini di gradcjcccllòta,cb'io «3 ne Marci a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle due copie. troucrajii a cofloro in altra lingua alcun paref di" rò di memai no fono di fi rea uoglia,ej fi fW/to.cbe leg* gelido i lor uer/i er Icrationi Icro^on mirallegri . tutti gli altri piacer iMtigU altri diletti, fejìcgiuochijuoni, caulinno dietro a que^uno.ne dee b«omo merauigliar fene,però the gli altri folazzifono del corpo jet quello è dell'animo . onde quanto èpiunobile cofa rinteflettodel Jen/o, tante è maggiore et più grato quejlo diletto di tutti gli altri. Coki. Beri iti credo ciò ebe dicete iperoche qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del nojbro Boccaccio, hnorno certamente di minor fa\na t che Cice- rone nmè,Ìo mi fento tutto cangiare : majìtmamente leg genda quelli di Rujlico,&- d' Alibechrf Akthiel, di Pc ranella,^ altre cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di chi le legge, cr fanno fagli a lor modo, Ver tutto ciò io non direi ioutr buomo arguire f eccellenza d'alcuni lingua : più lofio credo U natura de le cofe deforme bd= vere uirtà d'immutare il cerpo,er la. mente di chi legge. B e m. Qucjìo nò,ma la facondia è fola,o principale c#> gtone di far in noi cofi mirabili effati. ey elicgli fìa ti ue rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò, ey il Boc* caccio mnthofcanoiv non faranno quefti miracoli, dunque meffer Lazaro dice il «ero, quando di idi effetti pone la cagione nelle lingue . JM i non proua per qucjìo tafua ragione non fi doucr imparar altra, lingua, che U Istmo, i ej la greca : perocbejc la nofha volgare froggi= di no» è dotata di co fi nobili autori: già nonècoftimpof: fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco meno ecc cl- ienti di Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella Ungi wAgare,qualifono cofloro nella greca,ty nella la* lina. Lai. Quando cgliamtcrra, che la hngtu hoU gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes rUy i [noi Xìemoflbcni iOÌlhoraconpglierò che ella fia cofa da imparare, come è bora la latina, ©- lagreca  Ma qucjìo mai non farà: conciona cofa che la lingua non lo patifee per efjer barbara,fi come ella è ; er non capace ne di numerose di ornamento . Che fe que quat* tro,non che altri, rinafeejfero un'altra uolta, © con l'ingegno. pgm,e con {"industria mcdefima,con la quale grecami" te cr ùtinmente poetarono cr orarono, parlaffero er feriueffero uoìgmncte^i no [{irebbero degnidel nome foro . Non uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no* mi non declinabili, i utrbifetrzA coniugatone, cr /f nzd participio ;er tutta finalmente fetxtd niffuna bontà* CJ* meritamente per certo: contiofiaa>fa,cbe per quello che io n oda dire da fuoifeguaci, la fua propria perfettionc eofftc nel dilungarfi dalla lamaìneUaquale Miele parti dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione mi tajje di biafmurla, quejìofuo primo principio, cioè/co* farfi dalla latina,* ragione dùneflrdtìua dcSafua pravi* tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte d'bauer battuto la origine,e taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt cipalmente,piu che odiarono li Komam t cioè da fracefv, tt da Provenzali : da quali non pur i nomi,i uerbi, ©* gii tduerbi di leim torte anebora deh" orare,*? del poeta* refiderittò. O gloriofo linguaggio . nominatelo come ni piacevole che italiano nòn lo chiamiate s effendo uenm to tra noi d'oltre il mare, 0* di Ila daUdpi } onde è chtufc f [Un : che gii non è propria de Frane* fi la gloria, che fiatine fiano inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata ncMlmperiodiRomain quamainon uennein Italia ttatiom niffuna fi barbara,?? «>fi primi dtbumanità, Hwwi > Goffi, Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro* pheo, non ni lafcùffe alcun nome, o alcun nerbo de pi» eleganti, ctìeUababbiaifj mi diremmo ibe Hoig<o» mente parlando poffa nafeere CICERONE (vedasi), o Virgilio i Ve rmente fequejhkngM fujjc colonia delklatina ;non  oferei «/era eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m óiftinti canfufione di tutte le barbarie del mondo.nelqui k Cbioi prego Dio che mandi ancbora li fu* difcordia ; U quale sparando una par oh daU altra, er ognun* di loro mandando alla propria fua regione ; finalmente ri* mmga a queHapouera Italia il fuo primo idioma : per lo quale non meno fu merita dalle altre prouincie ; che te muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte tofe uolgari,?? guadagnato pimi d'baucre affai in per Aere di fìudiarlexb'egli è meglio non lefdpere che faper termi quante uolte per mia disgratia rìbo alcuna ueduta iltrettante meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és ridtpenfando fra me quale fu già, er quale è bora li Un* gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT noi uedranogUmai Cicerone } o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno Schiumi, che Italiani uolgari ; faluo fe per gioco non fi dirà in quel modo, che iferui fanno ri lor Re ; er i prU gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi Cicerone, Morder Turchi pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò parlando una uolu con un mio amico, che moto ben sin tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo udir dire, chi Auicenna banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con nofceumo efferfuenon tutto iWinuentione delle cofa quanto allo fide, ndquale di gran lunga auanxaua tutti gli altri fcrittori di quella lingua, eccetto quelbde l'Ai* corano. Dunque come proportioneuobncntc Auicenm fi direbbe Marco Tullio fi-agli Arabi ;cofi confeffodi.* vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè morto il Virgi* Ito uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio.  dipmto. Ma il buono cr il nero Virgilio, ìlquale, k* f dando fornire da canto, dotterebbe rbuomo abbraccia* re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f Homero ; cr facendo altramente fimo a peggìor conditione, che non fono gli oltramontani, li quali esaltano cr riucrijcono fommamentek nojìralmgua Latina ;er tanto ne ap* prendono, quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe pare in loro fuffe al difio ; mirendo certo che di breue k Gcrmmia,et kGallia produrrebbe di molti ueri Virgilif Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er uergogna del nojiro pocogiudicio)non fokmcnte non l'honoriamoynaa guì* ftdiperfone feditiofe tutta uk procuriamo di cacciarla della fuapdtrkìzr in fuo luoco far federe queffaltra-Ael U quale ( per non dir peggio ) non fi fa patria, ne nome. Cori, A me pare meffer Lax<iro,che le uofbre ragia mperfuadano dltruia non parlar mai uolgarmente :U qulcofd non ft può far e, fatuo fenon fifabric&ffetmd nmua città* k quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi parUfjefe non latino . Ma qui iti Bologna chinop. par.* laffe uolgare t non barebbecbil'intcndeffi,ey pareb* be un pedante; ìlquale con gli artigiani fitceffe il TwI* Ho fuor di propofito . L a z. Anzi uoglio, che cofi come per U granari dì quelli ricebi fono grani d'ogni manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre biade fi fata- te, dtUe quali altre mangiano gli buemini, altrele be* fliediqueUa caja;cofi fi parli diuerjamente bor lati* no, bar uolgare, oue er quando è mejlieri . Onde fe Ibuomo è in piazza, in uiSa, o in cafa col uolgo, co* contadini, co' ferui, parli uolgare, cr non altramente :   ma nelle [cole delle dottrine er tra i dotti, oue pofii/cmo Cr debbiamo effer huominifu bumano,eioè Ittino il ra* $jonamento.cr altrettanto fia detto della fcrittura:k* quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la elettrone latina, «taf imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide* rio di gloria ; la quale mal ci può dar quella lingua, che «acque, er crebbe conia nofbra calmiti* fj tuttauia fi tonfava con krouina dinoi.'B et m. Troppo afpr amen \e acculate qucfta innocente lingua: la quale pare che molto più ui fu in odio : che non amate la lattina er k greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di lodar quel* k principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo il cafo,mtuperare; bora bautte fatto in contrario: quelle non bauete lodatoci quella una fieramente ci biafimate; et per certo a gran tcrto: peroebe ella non è punto fi bar tarara, ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci bauete dipinta, che fe la origine di lei fu barbara da prùt ciptoi non uolete uoi che in ifyatio di quattrocento o cin* qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia? per certo fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac dati uennero ad babitarc in Italia, farebbero barbari: le perfone, i coflumi,ryk Imgualoro farebbe barbara : lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa, quantunque manfueta, er bumana fi potrebbe dir barbara fe l'erigi* ne delle cofefuffe bafìate di recar tcro quefìa infame de» nominatione . Confcffo adunque k lingua nojtramaterz tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta di molte er diuerfe uocijnomi,uerbi t ZF altre parti dora tione ile quali primier amenti da prone ©* mie natani    d e 1 1 v l i H o v i. ro^  in Italia iiffemirutcpid cr artificiofa cura denojìn prò genitori in fime raccolje : er ad m fuono, ad uru nor* md, dà un ordine ft fittamente compofe, ebe c$i ne/or* «uro» qttctk imgtu, k quale bora è propria nofha,cr tion d'alai, imitando in quefìo ld madre nofbd natura: U qudle di quattro elementi diuerfi molto fra loro per qua» liti, er per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti, er più nabli i che gli clementi non fono, imaginatcui, mefi fer UXtro, di uedere [imperio, k dignità, le ricche zc, le dottrine, er finalmente le perfone, er la lingua £ Italia in forza de barbari in maniera, che il trark lor Me mani fu cofa quafi imponibile : ttoi non vorrete m uerc al mondo imercantarie ifiudiarc! parkre uoicuo fb-i figliuoli ì Ma kfckndo da parte [altre cofe t parla* rete latino, cioè inguifa,cbe no it intendano iBolognefi; o parlante in maniera ch'altri intenda,^ rif^odat Dan qut una uolta il parkr uolgarmente era fona in ìtalk ; ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi dice > di quella faxa, er neceflita torte, er l'inéujìria detUfud lingud.Zt co/ì come nel principio del mondo gli fcuouii- mdaUefiere fi difendevano fuggendo,®- uccidendo few za altro; bor paffundo pia oltre a beneficio er ornamene to deUd perfona ci uefiiamo delle lor petit: co/ì da primi, d fine follmente d'effere intefi da chi regnata, perlaM* mo uolgdre: bord a diletto,er a menarla del nojbo no me parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O egli farebbe me* g(io che fi rdgiondffe latino: non lo nego; ma meglio }w febbe anebord, che i barbari mai non baueffero prefa, ne dibatta [Udii i cr the l'imperio dì Komafuffe du- motato in eterno, Dunque fendo altramente., àie fi dee fa* re f uoglùtm morir il dolore! réiar mutolii V non partar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì Le afe, i feinpi/jCr finalmente ogni artificio moderno, i difegni, i ritratti di metallo er di marno non fono da e\ fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però habitare tri ho fchi f non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc, nanfa criccare, non adorar Dio i bafla a rfciwwo mffer L*= zaro mio caro, che egli faccia ciò che egli fa, er può fa* re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, et mmonifco ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er Utina, quelle abbracàe,queHehabbia career con l'aiu* to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no ha partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm po P w ui uuò dtre, farà alcuno perauentura,cui ne na* turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me* vUouolgare, ée latino inunfeggetto, rjmuna ma ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi vedete le cofe latine del Petrarca, cr del Boccaccio, et tagliatele aUc loro uolgarUi quelle niuna peggiore iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda capo confei» et ammonifeo noi meffer Lazaro, [cratere er parlare Unno, comequetio che $ai meglio jatuete& parlate latino, che non uolgare : tua ira gcntilhuomo, il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro nlcanentollrmgedfar altramente, olir amente confidio • cf /scendo altramente nmfolmente non muerett l^ Q mrato, m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,& parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ; ouetnalamentc fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe a dottiparimentc,cr indotti Ne làperfuadaTtloquen* tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com pontre uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo della lingua moderna, è in alcune materie poco meno nu torrefa, & di ornamenti capace delia grecai della fd=» ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le profe il lorfluffo di orationeje lorjigure,ey le loro eie* gonfie di parlare, rcpetitioni, conucrfioni } complefiioni cr altre tai cofe-per le quali uon è forfe t come credetegli uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono diuerfr. Torte del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn* nella Lima, ey nella tbojcana . Se meffer tataro ci ne gaffe quefio: io li dcm4ndercì,onde è adunque ^che le cen to noueUe non fono beUe egualmente,™ ifcnettt delVe trarca tutti parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che egli dkeffe niuna or ottone, niun uerfo tbofeano non ef* fer più brutto, ne piti bello dell'olir o,w per confeguen* te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o neramente con feffarebbefra le molte compojìtioni uolgari alcuna più, alcuna meno clegóte et ornata demolirà trouarfhla qual cofa non farebbe cojj, quando eUefuffero del tutto priue dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore io negai k lingua moderna bauer infe numero, ne orno* ' mentore confonantia,w lo nego di nuouo, non per ejbe rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc Thmmo,fttt za punto faptr fonare ne camburro, ne tromba, jolo che gUoiama mito, per la loro fpiacciiokzxa, pttogùtdicare ure non effere firomcnti atti tifare hamtmU, ne Mo ; coft udendo, formando per me mcdefimo que* fte parole uolgari, alfuomdi ciafeunadi loro feparat*. tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente affai bene comprendo, che diletto poffanorecare agli orecchi de gii afeokanti le profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è, che queflogiudicianon Uhi ogrìuno t ma colora foUmcn te, i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti, er de i titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue eri/io giunte alcune natii de Turchi, udire in quelle mi tornare di molti fbramenUi dei quale nel più. fpkceuole, nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co loro, che non fono ufi Se dclkie fìtalit, pareua quella una dolce muftea ndtrettanto fi puodire della numero? fità dett'omianc, er delnerfo di quefta lingua. Alcuna ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*« (4 er mcn brutta fa CtmdeR'altrayna quella infe è tur* mania?? mufm di tamburri,anzi d'archibufì e di falco* netti, che introna altrui [intelletto, er fere,?? (ìroppia fi fattamente, che egli non è pw atto a riceuere impref* Clone di pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape* rare. Per la qual cofa chi non ha tempora «erta di food* re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee fare o* tiofo, che por mano a i tambum traile campane delia volgare: imitandoieffempio di PaUadede quak-per non fi dilìorcere ttelk faccia fonandogittò uia la piuaji che era data inuentrice va' fu a lei più gloria il partirla da .f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che non fu utile a mrfia il ruoglterla, a 1 fonarla,, onde ne  perdette    DELLE I.IHGVI, IOJ  perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore quéprinùm tiebi Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd nicrjjHow udendo con /fatto trappaffar la hr uita : er àie noialtri pojìeriori habbiomo fatto dellahriii forza titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà altrui quelli violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria fu a loro l'ejjlr folerti nelle miferie : ma biafmc,crfcor* noianatltrijhora che liberi femojl dar ricette &con jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della ncjìra utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare : altro non effetido quefla ìmgua ualgarc, che uno iv.ditio dimojlratiuo della ftruitù che gli Italiani Guerreggiane do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo fo= ro tri argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice) Rampare gran quanta di danari di cuoio cotto col cerno di fan Marco, er con quelli fcjlcntò, tj uùifc laguerrai cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace hmeffero continuato a prendere quella moneta, ejrafar h digiorno in giorno più bclla,tj dimiglior ccramegià farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara fc alcuno ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento,fa* eeffe del cuoio the foro ; non farebbe egli pazzo coftuiifì ueramtnte . Ma noialtri, cui mancando iltheforo lati* no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolgare ; quelli non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he étto nonne conofee, «e tocca, ma uenutone fatto di ri* courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia conferiamo : crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo* ro, er l'argento di Roma, diamo ricetto alle reliquie di  O tutta  DI A I O G O  iultta la barbaria deh nondo. Cori. A me paremef* fer Lazaro,che quello non fu ne lodar la lingua Latin*, ne uitupcrar la uolgareyna più tojlo un certo lamentar fi drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco fruttile >ft t cofi è molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non vi uedo partir ttobntieri. L a z. Varui che"! bufimo di quefta lingua fta poco, quando io congiungo ilnafcimen to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0' del nome latinai CT l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel* letto tgi'a me non laudante in que&a maniera, per farmi piacere . Cor t. Citi non giudico biafmo-ma me* Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer quella, di cui non può Ihuómo parlare y tacendo larouìna di Rem, che fu capo del mondo . cr che quello fta ucro ì poniamo che non i Barbari, ma i Greci Ib^ejfcro disfatta,cr che da indi In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un biaft* mrefte la lingua Àttica iperoebe tufo di lei fuffe con- giunto alla frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato fujfe,no finb be fulaguafta,ma riformata l'Italia .perche non fola* mente non biaftmerei il disfacimento di quejio imperio, ma loderei Dio che lui batte ffc uoluto ornare di linguag già conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag giare il danno Sbatter perduta la lingua, che la libertà ì L A z. Si fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu fbuamo,o franco,ofoggettOì fempremai è huomo, ne da ra più d"huomo ima li lingua Latinaha uirtudiftre di buomini Dei, cy di morti, non che di mortali che ftamo, immortali perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma* pò, efee/t dijìefe per tutto, è gii guajìo ; m U memori*  dm  IQ< J  detta grZdexza di hà conferita* neUhijhrie ai Saltijlh, CT di Limojura ancora, durerà fin cbe'l deh fi mal uerauzr altrettanto fi può dire delF imperio^- della /w* gita de Greci. Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà le p molti fccoli non l'ba,cb'io credala bijùria arerai latinawne Greca, e Latinayna come l'bifiorid ch'èttà èi laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i fempre mai (tome alcun due) testimonio del tempo, luce della ucriù, utta della memora, maefko della ima d'altrui, crnnoucUamento dell'antichità. Lat. Voiditeilucro no effer propria qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La Une,non che altra lingua ne fa partecipe, ma percioebe tutte l h,)lorie Gre. he, et Latine non hanno battuto tal pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme compoje alcuno hitomo eloquente ; fendo perfette quelle die lingue. Onde gli animali di KomaM quali lenza aiu no ornamento, ccnfanplki, er anclwra rozze parole, narrammo gli auenimenti di lei, non durarono molti an* ni m di hro fi parlerebbe ; fe altro fcrùtore,quafidaco paltone molfo, non ne faceffe parola. Dunque fe quelli il tempo ha fato dtuenir nulli, li quali affai doueuam ha* tur di elegantia, effeuio ferini latinamente, bar che}* dell btjhrie uolgart ì cui ne naturale dolcezza di lingua, ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far care, ne gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben bene in che coft confitta la foauit* della lingua, cj-dcUe parole latine, er la barbara jbiaceuotezza deRe uM* gari, anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza, grandìfiÒM numero di nomi, participi Latini con  O 1 Lro toro ftrana prowntidtione, le più mite mi fuortd.no non fo che Bcrgamtfco nel capo : àkrdtant ù fogliano forcai ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una fimilc ielle uolgari la nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di proferire. hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori' Ù concijtor iole non è giudice competente del fuow, CT degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota k Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni però Bergamafcd : ne perche tdefidgiudicdta^iumdo ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto, hiueda letto in Ouidio, lAida Re più falere lodare Io Ridere delle cannucae di Vdth che kfoautù deUd cetra fApal Ìo. C o r t. Ecco io fon contento diconfejfxrui, chele crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi \nì due, per qual cagione la imncrofiù, ej confotidnza delle ordtioni, er de uerft di queftd lingua chiamale ma ftutarcbàuft : condofucofd che i gran mdejlri di con' tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non mùfamo canto, o mottetto,cbe le parole di lui nofiano Sonetti, o Casoni uelgari.qucflo è pur fegno che i no» fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è, gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto, CT quella delle profe, cr de' uerfi una cofa medefimam suite fono,& diuerfe, onde non fotmente delle coft malgari, ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con fi, c>~ mottetti t della cui barmonix generabnente sinica 4c ogni oreccbia;pcroche quali fono ifaporidUa lingua, fj a gli occhi, CT di ndfo i colori, et gli odori, tale i il J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor tutura, etfenzd jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia ccuotc,cl dijjikceuole.Mail numero,?? -Ubarmonk dei l'or ationc,&- del uerfo latino, nonè altroché artifìcio* fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe, fecondo labrt uitì, er li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk che noi altri cbimkmopicdi, onde mi fioratamente carni m dal principio atta fine il utrjb, <cr loratione . er fono dìdiuerfe maniere quefìitai piedi, facendo i loro pafii lunghi,®- corti, tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo- do, er c beWarte quelli inficine adunare fi fattamète,cht iten disordino fra fc ftefiijna tuno, atfaltroyt? tutti in* ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma* teric alami piedi fono qujfi peculkrhetfra lor piedi qua li meglio,quali peggio s'accompagnano al loro ukggio i CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne, no bauen do riguardo ne atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit tende di ragionare i uerfì,^ torationifue nafeono zop* pe,CT non dourebbe nutrirgli: et' di queftd eotal melodia non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei altreft poffmto formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro* faianonfodireperquairagione fiammerofa chiama* ta,fe Hbuomo in lei non s'accorge,o non cura ne di fpon* dei,ne didattili, ne di trocbei,ne danapejU, er finabnè* te diniuna maniera di piedi : onde fi moue l'oraitone bea regolata . Veramente quefìa nuoua befìia di profit uol* gare,o èfenza piedi, er fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha quelli dijpetie diuerfe molto dati Greca, er dalla Latina : er per confeguente dì coft fatto animale, come di tncftro <t cafo creato,oltrdticojlume,a- l'ùitentione di  O 3 egli 6%ni buono inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte, ne faenza . iuerfi neramente, inquanto fon fatti iundiàfìl libc t rion.paionoin tutto priui di piedi, che lefllibe in loro hanno luogo, rj- nfficio di piedi : ma in quanto qneUc cotal poffono effer lunghe, er breui a lor uoglia; m ti non.d'trò che fia diritto il lor eaUefaluo fe M ojìgnor non Jkeffelc rime effer fabpo^gio de uerfi, rbe zìi fi* ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual ofa non itti par itera ; pcroche, per quelle ch'io n'oda dir; le rime fono pia tefìo come catena del Sonetto&aUa Cannone; che piedino nunì, di uerfi loro, et tanto uoglio che ne fu detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello che fe ne può ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie jìacr troppa forf?, (e aUaerefenza Monfignore firn guarderà : il quale meglio di me conofe, er piton'ame* rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt mcrì,come fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa no riha lafua parte, er m à>e modo la fi babbix, per ef fere affé facile da uedere,ma lontana dal noftro propos nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan* zi confidando quello effer itereche ne dicelie, non tan* to perche fa uero, quoto perche fi ueda ciò che nefegm io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi dttem patena che nò-, effer però anchora affi picchia, er fot* tile uerga la quale non haappieno fioritolo che i frutti prodottile ella può fare: certo non per difetto della ni tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre; ma p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col tiuorono abaftazam aguiftt dipianta feludggiajn quel medeftmo deferto, atte perfe a nafctre cominciò, fenzai vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni, che le fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi morire . Etfeque primi antichi Romani foffero fiati jì negligenti in colature la Latina, quanto 4 pullular co* tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu* td fi grande ; ma cfii,* grafi di ottimi agricoltori, lei pri* interamente tramutarono da luogofdudggioadomeftU co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli, rt maggior frut ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo* ro (ambio lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol* mente detratti dalla Greca : li quali fóltamente inguift le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al tronca che boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin* di nacquero in lei que fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e - hquetiza-con quel numero,?? con qucU ordine ifltffo, A quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua natura > quanto d'altrui artificio aiutata, fuol produrre ogni Un gua . Perochel numero nato per magiflero di Tbraft* macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate finalmente fc* ce perfetto dunque f Greci, er Latini huominì pi» foUeciti alia coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al* U nofka j noi; trouarono in quelle fe non dopo alcun tmpo,cr dopo molta fatica, ne leggiadria:, ne numero i già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue* mo tanto, che bafìì, neSa uolgare ; ne quindi de prcn» der Ihuomo argomento a [brezzarla, come uil cefa, er dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa* rtbbt meglio dk fu >z? none una fa Ilota, per lo paf*  o 4 /fife, fato, cr fa Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè uerrà, che (f altra tinta eccellenza fia la volgere dotatd, che [e per effer e a wfhi giorni di ninno flato s crmen gradita,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e* ra gii grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani mi non douea kfeiar fermare le radici furi ultra lingua nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU la Hebrea, Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre miffe Àouer effere al mondo fola una lingua t ej non più » anele [ertueffero, ey parkfjero li mortali, cr aiterebbe #f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra U lìngua Thofcani, cr quella con uofbre ragioni efìirpare del inondo, uoi parlarefle etiandto cantra li "Latina, et U Greca . benché <j:«/f a pugna ftefìtn 'crebbe non fo* lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra Dio: ilquale ab eterno diede per legge immutabile ad agni co fa creata non durare eternamente ; ma di continuo duna in altro fiato mulxrfi: bora duanzando,et bora diminuì* do fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon rìno* ttarjt. Voi mi direte } troppo indugia boggitìtai la perfet* tione della lingua, materni : er io ui dico che cofs è,come dite imitale indugio non dee far credere altrui effer co* fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui può fif eerto lei douerfi lungo tempo godere la fua perfezione, quarhora egli auuerrà ch'eUafe l'babbia acquiftata. Che cofì usici la natura : la quale ha deliberato, che qual or* ber tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla inuecebìe, ZTfs muoia : er in contrario, che quello duri per molti ami, il quale lunga Ragione bar a penato a far fronde. Sarà adunque U nofira lingua in conferuarfì la fua dota» ti perfettione lungamente difidcrata, ey cerati* lìmite forfè dd alami ingegni ; fi quali, qmnì o tnen fàa'&ttenfe dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi» dijjìcìtmcntr le fi k/ei< no «/ciré (fella memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della noftré vergogna >effendo uenuta in Italiainfieme con la rovi* wa di lei . Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra folertia, cr del noflro buono or dimenio : che, cofì come uenenda Enea dt Troia in Italia ad bonor fi recò lafcìare fcrìtto in un certo trofico drizzato da lui,queUe cjfere (lato fe armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci puooffere l'hauer cofa in Italia tolta di mano a coloro, che noitolfero di libertà . virtifinabnente^itando effer uolcfti maligno, più toflo douerfì adorar daRe genti il So le orientc^c l'occidente: la lingua Greca & "Ldtinagii effer giunte ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar tafoUmente tj ingk>flro:ouc quanto fio, difficile cof* Imparare a parlare : ditelo uoi per me,cbe non ofate dir cofa latinamente con altre parole, ebe con quelle di Ciee reme . Onde quanto parlate, uferiuete latino non è al* tro,che CICERONE (vedasi) trafyoflo più tofio da ebarta a Siria, ebedamaterka materia : benebe queflo non è fi uofhro peccato, che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj maggiori, er migliori di me i peccata però non indegno difeuft, non poffendofarfi altramente . Ma quejìepo* che parole dette da me cantra U lingua latina per land gare non difiiper uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto bene difenderebbe ejucjla lingua nouette chiper lei far uolcjfedifféfa : quando a lei non mancOttK cuore, ne or* mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore che cofUetniatc dì dir maledeUa lìngua lattina ; cernie fe eU U f 'offe k lingua del uoflro Sant o di Padoua : alla quale è ditanto conforme, checome quella fu dipcrfimagin ui uaUctàfantitÀè cagione che bora pofla in un taberna* colo di criHallo fu dalle genti adorata; cofi quejU degna reliquia del capo del mondo R orna, guaflo er corrotto fià molto tempo, quantunque boggimai fredda crfecca fi taceu inondimene fatta idolo dalcune pqcbeeyjuper jlieiofe per folte, colui da loro non è Cbrtfìiano tenuto t the non l adora per Dio . lAa adoratela a uojb-ofetmo, fola che non parliate con effo ki. er «olendo tenerla in tocca cofi morta come è, firn lecito di poterlo fare : ma parlate tra uoi ciotti le uofhe morte Latine parole ; er d noi idioti le noflre uiue uolgari,con la lingttd che Dio ci dteiejafitte in pace parldre.BE ti . Doueuate, per ag* Quagliarla compitamente alla lìngua del j 'anta, foggion* gere qualmente torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì Uo le fono degnLcr pretioftftimi tabernacoli ; onde ki co tuie cofa beata riuerìamo,et incbìniamoMa per certo ne lma,nt [altra non mcritaua che la tenejìe per morta-fi* perando tutt'horanewrpi nofìri et nei 'anime quella fa* httc,qnefla utrtutez con tutto ciò lodo fommamente la no fha lingua uotgare,cioè Thofcana ; aceìoebe non fta al arno che intenda della uolgare di tutta italia: Toscana dicojion la moderna, che vfa il nolgr hoggidi ;ma fanti eamde fi dolcemente pariamo il Petrarca tj il Boccac ào:rhe la lingua di "Dante fente bene^et fyeffo più del lo bardo,chc del Tbofcanoì tt oue è Thofcam, è più toflo Tbofrdiìo di contado,ehe di città. Cunque di quella par* h,quella lodo,queÙa vi perfuado apparare, ebequantm que ella nenfugiunta aìlafua uera perfettione, ella non dimeno le è gii uenutafi preffo ; che poco tempo ut è 4 uolgere ; oue poi che arriuata farà ; non itibito punto, che quale è nella Grecaci nelk Latina, talefia in lei us- ti di far uiitere altrui mirabilmente dopò la tnorte, cr «I Ibora fi k uedremo mi fare dimoltinon tabernacoli, m*t tempi;, V ultori : alla cui uìfitatione concorrerà, da tutte, le parti del mondo brigata di fpirii i pellegrini j che le fi ranno lor tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut. Dime quefeiouorrò bene fcriuere uolgarmète, couerramitòr nare anafeer Tbof^ano! Bem. Kafcer nò ma fìudìar Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer Lombar do,che Fior ent ino i per oche Tufo del parlar Thofcobog gidiètanto cÓtrario dUe regole della buona lingua ibo /tini, che piti nuoce altrui e ffernato di quella prpuincia. cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì ma wn può effer Thofca per natura cr per arte B E v. Difficilmente per certo^ffendoTujanza,che per lughe% za di tempo è quafi ccnuertita in natura, diuerfa in tutto dalTarte,Onde,eome cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi tediuienebuon Cbrijìiano, arpia crede in Cbrijh chi mila credcua,q'ianto fu battexata ; cofì qualunque tton è nato Tbofcano più meglio imparare la buona lingui Tbofcana, cfie colui non fa, il quale da fanciullo in fu, fempremai parlò peruerfamente Thifcano . Cort. Io, the mai non nacqui,ne fludiai Tbofcano, male pofjò rivendere alle ucftre parole ; mndimmo 4 me pare.cbe DIALOGO  piti fi cormengd col uofho Boccàccio il parlar Fiorentino madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde eglipotreb he effcr molto benebbe huomo nato in Milano,fenza b4 Ucr mai parlato alla maniera Lombarda, meglio appren ieffe k regole deUa buona lingua Thofcana,cbe nanfarebbe il Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park lombardo boggidì,crdiman d^matàmparle,etfcrìud regolatamente Thofcano meglio, e? pi» facilmente del Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al trainane a tempo antico per bene parlare Greco,& Ld t ino, farebbe (iato meglio nafeere Spagnuolo,cbe Komai HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem. Quefìotw: perche h Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual tnevtc in ogni perfona pure,et non contaminate dSk bar borie dell'altre UnguexT coft bene fi parlauadalpopolo per le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata. Onde egli fi legge di Theophrafìo, che fu tun de lumi della Greca elcquenza,effendo in Atbene,*Ue parole ef fer fiato giudicato foreftiere da una pouera feminetta di contado . Cojt. lo per me non fo come fi fila quejì* coja; ma fi ui dico, che douendo Studiare in apprendere dama lingua ; più tcflo uoglio imparar la Latina c h Greca, che la uolgar : la quale mi contento ihauer por* tato con effo meco dalla cuna et dotte fafcie t fenz* eer* caria altramaite, quando tra te prefe, quando tra uerft degliauttorìThofcaniB i m. Cofi facendo ucifcriue* rete, et parlante a cafo,non per ragione: peroebe nium altra lìngua ben regolata a tltalkfenon queu n ma,di cui vi parlo, Cosi, Almeno dirò quello che io baucrò BELI, I t I M fi T li HI  in cuore et Io jludìo che. io porrei in wfik&parolctte di qucfh et di quellofi lo porrò in trottare et dijporrc i con cotti del? animo mioionde fi Aerina la uitadellafcrittura: che male giudicò poterfi ufare da noialtri a figafkttre i nofìri concetti qucUalingtia, Thofca, o Latina ch'ella fi fu.U quale impariamo,®- effercàiamo non ragionando tra noi i nojbi accidenti,ma leggendo gli altrui, QueSa d di notori chiaramente fi uede in un giouane Vadouano di nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che talhoracon mol- to (indio, che egli ui mette, akutid coft componga atU manieri di Petrarca, er fld lodato dulie perfone non» dimeno non fono da pareggiare i Sonetti, er le Canzo* ni di lui atte fu* comedie, le quaUnelldfua lingua natk Mturabnente,<cr damma arte aiutato par che gli efebi* no della bocca: non dico però che huomo farina ne Vada uano, ne Eergdmafco ; mt uoglio bene, che di tutte le lingue d'Italia paliamo accogliere parole,?? alcun mo* do didire, quello tifando cornea noipiacaji fdttMcntti ehe'l nome non fi difcordi dal uerbo > ne l'adiettro dalfo? Slantiuù; la qual regola di parlare fi può imparare in tre giorni, non tra grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed gentilhiiommnon ijìudiando, maginocattdo er ritów do, fenza alcuna fatica » er con diletto de difcepoli, cT de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa guift di fiudio bajtaffe altrui a far cofa degna di laude,®- dt me r duiglu, ma egUftrebbe troppo leggera cofa il farli e* terno per fama, er d numero de buoni er lodati lentia* ri in picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che egli non è. Btfognageuù^uomamio caro, uolèdo andar e f> perlemmì,w per le bocScdeUe perfonedel monda, lungo tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m fé flclfo } difa di ù Mammona degli huomintjudar et agghiacciar più wltetct quanto altri itungii, et dùT* me a tuo Agio . pmr /urne, et mgghure .Cor t. Contatto ciò muffirebbe faalcofail diuemr ghrwfo j cucaltrc bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne dite Hot mef (er Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof: Hon- fenorèi che (i «o/ìr a JcntetEci ponga fine die nojhrt M L a z. Cote/io non/Vò w, cb'w uorrei éetditfen (oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt tra (ora, « cùct» d«ettt ^guìfa diregno partito, pw ^«ofmm- *erorà#ro kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem Memi contro aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU mente dati 'amor denutriti lavale douete amare, er riuerire fapra ogm cofa, ma daltodw che uoi portate 4 ùue&a lingua uolgare,che mncendo,utncerete il miglior-  «JiWtijidgmafdo del quale prende dmodo argomento  impararla, a «ti • L A C"»^* fM ^ totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi opra* tecomr*ULatùia,v la GrecaM wMra lingua «olg** refi M«> CT fi 4mua. Cobi. MWigmw . ne i rwilaretóe giorti Kwer me debole combattitore, et gii itinco«e& battagltadianzi Stinti conmeffer Lazaroì  tauttonta, et dottrina Kotfro ledili ambedue mfiane mi datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco qualpm. perche, non ttokndo mjfer Lazmcongwar con ejjo *. - meco <t difendermi^ ego uoifrgnor Scolare, che con fi lungo I '.kntìo, cj fi attentamente ci bauete afcoltatUcbe baimdo alcuna arma,con la quale noi mi poetate aiuta* re, fiate contento di trarla fuori per me,che poi che <jue« fla pugna non è martak,potete entraruifenza pma^ac cofiandoni a quella parte,cbe piti ui piace: benché più to fio ui douete accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct oue è gloriai' effer uintodacofi degno auuerfarìo.S c no u Gcntffbuomo io non parlifìnhcra,pcrocbe io non japed che m dire, non effendo mia profetatone lo fatato delle linguema uolontieri afcoltati bramando, CT fperando pur d'imparare. Dunque bauenda a combattere m difejtt d'alcuna uo&ra ftntenza > non ui pojfendo aiutare, to ui coniglio, che fenzame combattiate; che eghè meglio per uoi il combatter foh,che da perfona accompagnato* la quée, come inejperta deformi, cedendo in fui prin- àpio della battagli ui dia cagione di temere, Cf fard dare al fuggire. Corteo. Con tutto ciò,fe mipo* tete aiutare, che a pena credo che fia altramente } fendo fiato ft attento al nvfìro contratto, aiutatemi, che io uc ne prego,faluofe non jprexzate tal queBione, come uil cofa, (jdift poco ualore, che non degniate di entrare in campo con cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di parlar di materia, di che ti Bembo al prefente, cr altra uoìtail Peretta mio precettore inficine conme})er Lrf* fcari con non minor fapienz*, che eleganza ne ragionò ì troppo mi degnarei,jei fapefii, ma di ognicvja tufo poco, cr delle lingue niente, come queiio, che della tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere, CT dsfo togfM Lati*    B I A L o e o  tu. Unto follmente importi i quanto baflaffe per farmi intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U quali,per tjueUo che io noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU ni,ma barbari: della uolgare non parb;cbe di fi fatti Un* guaggì mai non feppi,ne maìcurdidifapercjdlua ilmio Fado nano ; del quale, dopo iilatte delia nutrice, mi fu il uolgomaeSlro . C o r t. Tur a wi cor.ucrrà diparlare, fenm altro, quello almeno,cbe ri apparale àd vcreito, eydal Lafcari ; liquali cofi fauuinente ( ceree mi dite) parlarono intorno a qucUa mai erid .Scaoi, Poche cofe delle infmite,che a tal materia pertengono,puo im» parare > in un giorno, chi non le afcolta per impa* rare; penfando che non b'tfogni imparare, Beh. Dit ene almeno quel poeo, che ut rimafe neUi memòrid} che a mefic caro [intenderlo . Laz, Volentieri in tal cd/o udirò recitare lopenione del mio macibro Peretta il quale, auiiegna cheniuna lingua fapeffe dalla Manto' ima infuori; nondimeno come huomo giudiciofo, er ufi rade uoltc a ingannar fi, ne può bauer detto alcuna cofi eo'l Ldfcorixbe Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui adùqu e, chefe niente ue ne ricordatdlcuna cofa delfuo paffuto n gionamentonon ni flagrane diriferire.S c h o l, Cofi ft faccia, poi che iti piace ; che anzi uogUo effer tenuto ignorante,cofa dicendo non canofeiuta da. mei ebedifeor tc/e rifiutando que prieghi^be deano effermi common* fomenti, ma ciò fi faccia conpatto, che cornea me non è bonore il riferirui gli altrui dotti ragionamenti ', cofi il tacere alcuna parali, li quale dailbora in qua mi fu «« fcit4detitt memoria t nonmifia ferino a vergogna. Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t purche dicU te. Se ho L. L. "ultima itolta che mcjfer Lafckari uen* ne di Trancia in Italia j fondo in Bologna, oueuolontie ri habkaua i cr tuffandola il Perttto,come era ufo di fu re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato con ef* fo lui, lo dimandò meffer Lafcbari, Vofira cccelienza macflro Piero mio caro,chc legge quejYamoiP e k. Si* gnor mio io leggo i quattro libri della Meteora d'Anito tele, L asc. Per certo bella lettura è la ucshra: ma come fate d'cjpofitorìt Per, De latini non troppo bene ; ma alcun mio amico m'ha feritilo duna AkffandrO. Lasc. "Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte le doppo Arinotele : ma io non credeua che noi fapefìe lettere greie . P b ». Io t'ho Uttno,non greco. Lasc. Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc. Perche io giudico Aleffandro Apbrodifco greco come c, tanto diuerjo da fé medejìmo, poi che latino è ridotto, quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo potrebbe efjer che uero fuffe : ma io non uifaceua differenza, anzi pai faua, che tanto mi doueffe gwuare la lettione latina, cr uolgare(fe uolgttre fi ritrattale Aleffandro)quàto a gre ci la grecai con quefia jperanza incominciai a jiudiar fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut* te latino, che non Chabbiate del tutta, ma per certo la noe jka dottrina farebbe il doppio,^ maggiore, cr mr^/io* re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto da uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro lejpoje. Per. Per qual cagione,'Lajc, Verciocht piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole jo  P no  DIALOGO  no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa fud Ungiti, che nel* l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco, per douer far fi più facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no ragioncuok,anzi difconuencuole, non ifcemandof pun* to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe meglio, et più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa lamente pbibfopbu,cbc non farebbe, dando opera alla, grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per quefla ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Greco ; ma follmente il uolgare Mattonano ; a" con quefo phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in feruigio di cbi uerri doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA, quanti ne fono greci,cjr latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo* ni fi deffe a fare uolgari : forfè i buoni phibfopbantiff rebbom in numero affai pia jbefii,che a di noétri non/o* iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se, O non u intendono uoiparlate con ironia. Peb. Anzf parlo per dire il nero ; er conte buomo tenero deU'honor degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi, cofì pre* f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi guardi,cbe io fu pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift* deri di priuarne chi nafeeràdoppo me. La s c. Volon* ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo* tu conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelligibile. p e r. DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi quella età generalmente in ogni fetenza fon men dotti, et di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e centrati dome icondofu copi che molto meglio, et  DELIE LINGVt, 114  pia fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot* trina trouaU, che trovarla] da fe medcfimo ? La st. Che fi può dire altrove non che indiamo diw.ée in peg- giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le quéi mia ne n'ha, er ofo dire la principale, che noi aM modeniuiuiamo uhiirnogran tempro, confinando la mi glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua agli anticbi.epcr dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe nione,che lojludio della lingua Greca, cr Latinaji* ca gione dell'ignoranza: che fc'l tempo, che intorno ad effe perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido phihfophiaipcr auetitura Feta miderna generarebbe quei piatovi, ry quelli A rifloteh, che proda eua Cantica . M<i noi tim più che le canne,pentitiquafi Shauer UfcUto la cuna,ey efierhuemini diuemti, torniti un altra uoita fanciulli, altro non facciamo dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe imparare a parlare chi hiino,chigreco,cs akuno(ccme Dio utiolc) Tofano : li quali anni finiti,?? finito con ef= fo loro quel uigore,zr quella prontezza, la quale natu* ralmente /«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora procuriamo difarcipbilofopbi, quando non ftamo atti al Ufheculatione delle cefe . Onde feguendo l 'altrui giudi* ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna Yilofo fa, che ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat= to,quaiitunquefato d' artificio f fimo dipintore, non può efier del tutto fintile all'idei ; cofi noi,benche forfè per al tezza d'ingegno nofamoputo inferiori a gli antichi ! 0* dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto lungi > ì m po fiati fuiati dietro aUefaucle dcUe parole colera final*  p i mente    n I A LOGO  mente mitwnopHklophando m^UakunACofié^ emiendodcemnw knojtra mduUru. Lasc. Dm IJcljhdiodeUe lingue nuoce altrui finalmente, co* Itici ditele fi dee f^kieivb? 9t% AnjA  JW/i far deismo per taire, che d ogni coja per tutto Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se. Come wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó d-reWe- uiihuorc diphilofopbare wlgarmenteta-fenxa bauer cogmtionedellalingua Greca, er UHM Vt% fiLrfupur che gli autori Greci,V Latmifmduceffe* rou dlani, Lasc. Tinto farebbe fruire Anftoff ledi line** Grw tn umbri ; fatto trafbmtareun MMCKfi unaolm di un ben colto horUceUojn un bo* C CQ di pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A ai tre (ballcòe da queRe di aueU lìngua Volgare Per. Io bo per ferra*!* le Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi* ta er r ibJww, come U Kòmma, cr 1 Atemefefma d'un medino wforr.rt d« mortoli^ un fine ccnungm dici* formatele io non uorreiebe uoine parlato come di coLdaUa natura prodotte ; effendo fatte,cr regolate dallo artifìcio delle perfone a beneplacito loro, non pian  ^Jmih^io^mimcemiAv^. ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi  «uekJtatomMoytttro le parte delmndo una cofa mdefum ^nondimeno, perciò che diuerfi huomm fono didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcnte, la qitaU diucrfttà, er confufìane delle uoglìe mortali degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque non nafcono k ''»g" e pw f e medefme, a giàfadi albergo <fber he ; quale debbolc,w inferma nella fua fyetic,qu*kfaif<t ^rrobufla, etatU meglio aportarlafommsdinofbi kit mani concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo dal uo ter de" mortali, Per la qualcofa, cofi come fcn%a mutarfi di co!ìume,o di natione, il Trandofo,et l'lngle{e,non pur il Qfccojy il Romano, fi può dare a philefophare, coft eredo ebe la fua lingna natia poffa dir iti compiutamente communicare la fua dottrina. Dunque traducendof; a no flri giorni la pbilofophia jeminata dal nofìro Arrotile nebuoni campi tf Atbene, dilegua Greca in uolgare,ciò farebbe non gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile àueniffejna farebbe fi di kntam propinqua, V di for e* {licra > cbe etU è y cittadina (fogni prouinàa . Et forfè in quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc cofe orientali ano* yroutile porta alcun mercatante d'india in ìtalia,oue meglio perauentura fon ccnofciute,cr tratMc,cbe da co loro non fono the olirà Umore lefeminorno > er ricolfc* ro; fnnihnente le fpeculaticm delnofko Arrotile cidi* ucmbbono più famigliarle non fon lwra-&' più faci* mente farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare al* cuna dotto Imomo le riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo* no atte afìgmficarc diuer fi concetti, alcune i concetti di dotti,alcune altre de gli indotti, la. Greca ueramente Un to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr quelle fignijicd re,natura ifieffxjio banano prouedimeto pare che ihab bu formata : er fe credere non mi miete, credete abne*  P 3 f»  no d Platone, mentre ne parla mljuo CrrfiRo . Onde ci fi può dir di tal lingua., che (piale è il lume a colori, tale di i fu alle dijcipkne ifenza il cui lume nulla itcdrcbbc il ivijiro bumano intelletto; mi in continua notte d'ignoran tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad Arijìo tilt, CT alla ucriùycbc lingua alcuna del mondo{fu editai fi uoglia) non pojfa hauer da fe jlcjfa priuilegio di fignifi care i concetti del nollro animo >ma tutto confìtta nello arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di pbilofo* phia con parole Mamouane,o Milane fi inoligli può ef* /tv difdetto a ragione ; pia òe difdetto gli jìa il pbibfa* pbarc,or l'intender la cagion delle cofe, nero è,cbe,per* ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia jc non greco et latino sgià credimi che far non pojfa aU frinente : cr fain di uiene ebe follmente di co/e tuli, er algori uolgarnun'e parla, orferiue la nofhra eti Et co m: i corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con alcuna uerghsita per riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri mhleri della diurna philofophia più tojlo c5 le lettere del l'altrui lingue, che con li tiiua uoce di queila noBra mo* icrn a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei» to da molti, ninno ardtfcediripigliarb. Ma tempo forfè pochi anni apprejfo uerrà ebe alcuna buona perfona non meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto mercatantia : cr per giouare aUdgente, non curando dell'oc dio,ne della inuidia de litterati, condurrà d'altrui lingua dia noilra le gioie, ryi frutti delle feicntie j le quallibo r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc, Veramente ne di fama, ne di gloria fi curerà, chi uvrrà prender la imprefa di portar k philofophk dati lìngua £-A tbene nella Lombarda : che tal fatica itow,cr bufi" mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò, per fa Doniti dc/k ic/j<,ttM non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U prima ne dica male,poco da pei mille, er mille altri lode. ramo,tt benediranno ìlfuoj\udio,queUo ritenendogli che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale, togliendo di mo* rir per la fallite degli buomim,fcbernito primieramen* te,bujmato,cr trucifìffo d'alcuni tippocriti.hcra alla fi ne da chi! conof<e,come iddio, et Saluttor noflro ft ritte rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo uoftro buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta Mefia : il quale, Dio uogliacbefta fintile* quello che anebora affrettano li giudei; acciò che berefia cofi itile mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti le . Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che non ut fate a di noflri il redentore di quejla lingua uoU gare f Per. Perche tardi ccnobbi la ucritk ;er a tari po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere. Lasc. Cofi Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg* giite;faluofe,comè fanno i maliticft, queQovicco no bU fonate, ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le ragioni dk nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb* ha dirle per ifberxare icrnonè cofi eoft éffiàle U co* gnition delle lingue ; che bucino di meno che di me* diocre memoria, er fenz* ingegno ueruno, non le pcfft imparare : quando non pur a dotti, ma d forfennati Atbenicft, er Romani, folea parlare eloquentemente CICERONE (vedasi),?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio  P 4 «tfnif «inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU le dite lingue t non per grandezza d'oggetto ; ma) olamen, te perche aUo lludio delle parole contri la naturale meli nxtione del nojlro bumatio intelletto ci riuolgiamoul qua le difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde diurna perfetto, non contenta d'efferc altroue piegato, otte ornando la lingua di parolctte er di dande refli uas ttd Li nofbra mente. Dunque dal contrailo che è tnttauid tra la natura dell'animi, er trai cojlume del nojlro jlu* dio,dipende la difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de* gna neramente non d'wuìdktma d'odio: non di fatica 3 mt difajlidio : er degna finalmente di douere effere non ap prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non è cìboma fogno, er ombra deluero cibo delTinteUetto . V a s c, Mentre noi piatiate cofi, io imaginaua di ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin Unguabm* barda udirne parlai e tra loro ogni tùie maniera di gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre tali per fané, con certi fuoni,<cr con certi accenti, i più noiofi, er ipitt {brani, che mai udijii alla tòta mia . In quejlo mezzo, mi fi paraua dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po veramente di rontagniuolo piangendo, er lamentando^ i' Arijlotih,cbe difprezzando lafua eccellcnzatbautft fediate condotta, et minacciando di non twlre fior piti in terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere : ilquale ifeufandofi con effo lei „ negaua d'bauerU offefa giamai : fempremai bauerla amata, er lodata ne me* no che borreuolmente batterne fcritto, o parlato men* tre egli luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae no ncVergomafco, er mentire chi dir uolcffc aUranvm te : olla qui uifione diftderaua che noi mfujHe prefetste. •P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei tetto non douerfi U pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc con ogni linguai (ho ualorc effàhaffc : quefiofarfi an# a gloria, che a ucrgogm di hi . la quale (e non fi (degni Stergare negli intelletti Lombardi, non fi dee ancb$ (degnare (Teff, r tratta daHU br lingua : l'Indù, la Srtf tbia,CT f Egitto, cue babitaua fi uokntieri, produrrc gc* ti cr parole molto pi.i jkane e pi» bai bare, che non fono bora le Mantouanc, er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio tkU Ungua greca,® 1 latina bauer quaft delnoflro mondo crftf ciato ; mentre hv.cmo non curando di faper, che fi dica } nanamente fnok imparare a parlarci et lafciandof Intel letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar in ogni ct4,m ogni prouincid, cr in ogni babùo effer (emprcnai ma cofa medeftma ; Lupaie, cefi cerne uolonticrifa fuz arti per tutto l mcndc,non meno in tcrra,cbc in cielo; cr per effer intenta aUa produttione delle creature rationa* Unon fifeorda delle irratiotitlii ma con eguale artifìcia genera noi,er t bruti animaliicofi da ricchi parimentc,et peneri huommi, da nobili, er «ili perfone con ogni Un* glia, greca, latina, hebrea, cr lombarda, degna d'effere&-conofcittta,cr lodata. Gli auge Hypcfci er tre be(ìie terrene d'ogni maniera,bora con un (uovo, ho u con altro fenza dijìintione di parolai loro affetti f già (icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu no con la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu* re,cr i linguaggi efferc fiati trottati ma ajaltite teUa n* turala quahicome diumd,cbe etk è)non ha mefticri iti mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra, gecioée abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti, manife\ìando (un Ultra ifecreti dei cuore, più facilmente canfeguias no la noflra propri* fe liciti ; laquale è pefìd neUmtcU tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u* fare da mortali, la quale con più agio apprtndemo: er €omemeglio farebbe itatele foffe fiato pofiibilc) Chaue re un sol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato da gli huomiri, cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et ragioni neUamaniera, ebemen fi fcofladatta natura : k qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo :ey a tempo-, quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et étrotavto barri detto al mio maeflro Anjlotilc ideila etti eleganza goratione poco mi i urarei, quando fènza ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne, ma per bauer bene in atto intefo<bcne pérldtOi&benclcrit to di tei : la verità trouata da hi, tadifpofitene, cr Cor* dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare eflerfua propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu* tomento di uoce : il nome falò di lui difeampagnato dalla ragione ( quanto a me ) ejjere di affai piatola auttoritd, a lui fiore, fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer uelef* fc Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani f noi libri tramuta incluùm i '.inguaiarne glibcbberoi greci = mentre greci gli jludu iurta . li quai libri con ogni iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta  non Athcniefi ima philofophiicr con quefìa riftojl* mi farci pai-tito da lui . L a s c. Di'fe pure, CT diff derate aè che uolete j m i io Jprro, òe a di uoftri non utdrete Arijhtik fitto minare. Per. Perciò mi doglio delhmiferaccnditione di quefli tempi moderni, ne quali fi finiti non ad ejfer, mt a parer fauio : che ohc fola una liti di ragione in qualnnque linguaggio può con du ne alla cogniimedeìh iteriti ; quella da canto lafdi ta, ci mettiamo per jìrada,ti quale in eff. tto tanto ci dfc lunga dal noftrofme {quanto altrui pare, che ni ci metà uicini ; che affai credemo d'alcuna cofa faperc, quando, fenza conofeerc la natura di ki:pofi mio dire in che mo- do In nominali CICERONE (vedasi), PLINIO (vedasi), tmctfo, cr VIRGILIO (vedasi) tra latini fcrittori ;cr tra greci Platone, Arijhtile t De mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici parolctte fan- noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn giujx, che dir lingua greca, C latina par dire lingua di ulna, cr che la lingua volgare fa una lingua inhu* man, prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for* fe non per altra rdgione, faluo perche qucftunx da fanciulli, cr fina jhidio imperimi) ; oue a quel* laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue, lequali giudichiamo più conuenirji con le doArine, che non fanno le parole della E «griffa, cr del batte f* ino con ambidue tai facramentii la quale feioccaop* penione è fi fiffanc gli animidc mortai, che molti fi fanno a credere, che a douere farfi philofophi bxjti lo* rofapcrefriuere, cr leggere greco fenza più : non aU tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile, aguija difolkt*    to in cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti con lui mfiemefuffc corretto a entrar loro neWinteSct* tea fargli propbeti: onde molti n'ho già vedutiti miei giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni fdcnza,con fidundofi folamentc neUacognition della lingua, bmm hauuto ardimento di por mano afuoi libri, quelli a guifa de gli altri libri d'bumanità publicamtnie ponendo . Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di Grecia par rebbe opra, perduta fi per la indegniti della linguaicome per l'angujHa de' termini, dentro a quali col fuo Ikguag gioè r'màiiufahtaha, uanaiflimando l'imprefa dello Jciuere, er delparlare in maniera, ebe non [intendano, li iìudiofi di tuttol mondoMa quello che non è fiato ue* duto da meìfpero douer uedere (quando che fia) chi no* /ceni dopo mc&r 4 tempo t che le perfone certo piti dot' te t ma meno ambitiofe delie brefenti, degneranno £ef* jer lodate nella lor patria, femy. curar fi, che la Magna, c .diro fìrano paefe riticrifca i lor nomi ichefela forma delle parole, onde i futuri pbibfopbi ragioneranno, er fermeranno delle fetenze, farà commune alla plebe, tin* iellato, er il fentimento di quelle farà proprio de gli a* autori, V jiudiofi delle dottrinerò quali hanno ricetto, noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S c a ol.Gw sapparcccbiauamcffer LafcariaUarijj>ojla,quando fo* prauenne brigata di gentillniomini, che ueniuano a uifì* tarb, da quali fu interrotto [incominciato ragionamene toipercbc faktati [un [altro con prameffa di tornare al* tra uoltajl Peretto,et io co lui ci partimmo. Cojteg. Co fi bene mi difendere con [annidelmacftro Peretta  che DELLE UNCVt. "9  che l'I por mano alle uojire, farebbe cofdfuperfbd per- ii <M cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno a quefìamate rid fulfe iiojìra profetane > nondimeno io mi contento, ée uì tacciate: ma del foccorfo preftatcmi.partt dd Tdii tariti di coft degno philofophofdrte dette rdgionUnte* dettelo ue ne muto immite grdtici&uiprometto, che perfinire ilfdjìidio dello imparare a parlare con le Un gue de' morti; feguitando il coniglio del maeflro Perei* tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere Romam,parlar Ko mano, 0-fcriutre Romano : V * uoì meffer L4Zaro, cornea perjona d'altro parere,predico,che indarno tcn* tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in ltdlidktwjhra Un* gua Latina, cr dopo la totale réna di tei, fottcuM* terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu huo mojhefojlcnere ue la poteffext chiuque atta rumasi pofe>aguifd di Polidamante fu oppreffodalpefoi feoM, cUgìdce del tutto, rotta parimente dal principio et dal dal tempo; quale Aéletd, o qual gigante potrà uantarft ii rQtmWne a me parere a uofbri fritti riguardose ne uogliate far pruoua-xonftderando chel mètro jerme* re latino non è altroché mandare ritogliendo per que» fì'auttore, cr per queUo,bora un nome, bora un ucrbo, hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo,/e noi fperate (quafmuouo Efculapio) che il porre mjir.ne cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU; non ui accorgendo, che nel cader ^ dififuperbo edificio, una parte diuenne poluerej? un'altrd dee effer rotta (« più pczzdt quali uolcre in uno ridurre, farebbe cofdim* paRibik Jenzd, 'he molte fono dell'altre parti, k quii r ' ' ruiwfe timafè in fondo delmucchio, o mudate daltempo,Hen fon trottate d'dkwno:onde minore,cy men ferma rifarete lafabrica, ch'eUa non erida prima : cr uettendoui fatto di ridur lei alla fu* prima grandezza ; mai non fa acro, (he «01 le ditte Inferma, che antkaincte ledicrono que" fn'mi buoni architetti, quado mona la [abbicarono: anzi oucfoleua effer la fala, farete le camere, cmfjnddrete le pori e, cr delle jineftre di lei } que&a alta, quell'altra baffa nformarete: iuifode tutte, £r intere rifugeranno tefue mmtglie, onde primieramente s'i&unwaua il pa* lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce del Sole alctt fiato di trijlo uento entrerà, che fari inferma la flanzd, finalmente fari miracolo più, che httmano prottadimen* fo il rifarla mai più cguale,o fintile a quetTantic^ejfen* do mancata (idea, onde il mondo tolfe l'effempio di edì* ficatU . perche io ui etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler faruifmguUre dagli altri buominh affaticandoti uana* mente fenz4prouolhro ì et 1 d'altrui. Lai. Perdonate* migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle parole delmiomacftro perettoUqualenonfolainentenon rie» faua,eome Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi bt* puntava d'effere a farlo sforzato ; dtftdcrando macia, neUd quaUfenzA l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò* b }ludiare,& farft perfetto in ogmjaenzaJa quale ope nione io non hudo, ne uitupero, perche quello nonpofa fo,quejlo non uogUoìdico follmente non effere Hata hene intefa da uoimde la deUberatione uoiìra non hauerk origine ne de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del maejiro Pe* retto :m àalm&ro appetita ì hqmlefeguite quanta  n'aggrada, che altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag- gio, the io tenga, è più lungo cr piti fatkofo del «oSroì ptraftenttar* non fjajluanoiO'd fine delk magioni* ti a buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi condur* ù, B £ m, Mefier LdZaro dice il uero,& u\ggiungù cbe'l Peretta in qucll'hota{comefime pare) attuto del le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et altre /imi li fetente. Perche po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT cofì bene poteffe pbilofopbareil contadino, come il gen (fl/7«o»io,er il Lombardo, come il Romano; non è però the in ogni lingua egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^ tonciofiacofa che fra loro luna frn pia et meno dotata de gli orn ament i della profa, er del uerfojbe taUra non è. ha cjualcofafu tra noi difputata da prima, fenZftjar p< role deBe dottrinexT eome albera ui difìi,cofi uì dico di nuouoìche fe uoglia ut urna mai di comporre o canzoni; c noueUe al modo uoiìro, cioè in lingua, che fia diuerft dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli Petrarca, o Boccac tioyper duentura noi {irete buon cortigiano, ma. poeta,o oratore non mai. Onde tmto diuoifi ragionerà,ej fare* te conofeiuto dal mondo, quanto k usta uidurerà, ey no più ; < ociofta che la uofbra lingua RotiMiw hébk uerti tt forili piutoBogratiofo, cheghriofo. Dialogo della rhetorica. Valerio, Brocdrio, Soranzo.  A l. Horrf mentre, che noi ridiamo,?? giuochiamo o Bro cardo Jl Cardinale Don Her* cole col Friuli, e col Nauagc* ro,w cafa de lambafciador co t armi, dieno effere a quejlion* dijputado fra loro detta nojìra mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej duole loro il nofbro tardare, perche a me pare, cbcfenz* indugio niuuo noi andiamo a trouarlikqual cofajhieri diferainful par tir fi da lorojagionduamo diàouer farext quello, fenoli penaltrofi atmeno t percbe il soràio fludiofifìimo gioua ne,©" no bene ufo difoler perder te fuegiornate,delfm iffer co noi coglier poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU l.tZZo.'B r o. Io ho openiane* cbeiefferprefente a loro dotti ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t cht «Ut nojbri fludij mal fi confaccia k questo dijputata.per chepiutofìo configlierei,chefra tui,cofa parlando, (he ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta giornata* t /ìa la co/a, qtule il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww di, che iol iQnabbi t di tutto cuore moferfi, et offero hoggi, (ytuttauia. Val. Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi uotenticrifijeguarà. S o a. Forfè accettando le uoihre offerte farò tenuto profontiwfo; ma a mio danno non io fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a phdojopbi io fbc cular rimettendo,dcUa ulta ciuile,nolha humana profef* fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo uiuci* mìe nonfoUmcnte la bontà de cojlumi col morahnete o per ore, ma il parlar beat a beneficio ddl'haucre., delle ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt qua! cofa perauentura è utrtu non mcn bella infe jlefi^omen gicucuole al li bumankjJeUa prudenza, et detkgwfiitUi ma in m* siero difficile do poter effer'apprefdst effercitata da noi tbenuUdpiu.lo ueramente quato ho di tempo, cr dOnge gtìo uohntmi tutto dono dllo jìudio dell' eloquenzdMcbc faccio $arte leggendo, parte fcriuende ; er quei precetti tdempicndo^he CICERONE (vedasi), ey Quintiliano con meli* cu ra lìudivrono d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò nuU k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm., rj legga quanto io mi troglker ciò è, perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar te loro fono infittiti i e7$<$é uolte (òche io m'inganno) f uno aSdkro fi contradice : io giudico, Cicerone tfferc fitto oratore moka miglior, che Rbetore:fì come quel* b,cbe meglio parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4 di quejlty, io fono in dubbio fe Torte Oratoria deSd Un* pia Latina fi conuegno con Poltre lingue, jbetuimaitc con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel quale io ho opinione che a dilettare alcunmamnconico, mutando il Boccaccio gualche noueUéft pojfafcriuere fenzdpm co fa ueramente ditterfa dalle tre guifh dicduje .; le quali da latini fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro arte Rhetowa fi nominarono . Do quejH adunque, rydaah*  <C tri tdi dubij, che di continuo mi s'aggirano neu"inte n etto t infm bor j. non ho trottato chi mi fuiluppi ; che di miti, che io n'ho pregati più mite, a tale manca ilfapere, a U le il modo dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni cofa da uoifapuU con bcUo, er difereto ordine [lete ufo.* tidiragionare. percbe,hora, che uaipottte,io ttiprego, che de precetti di cotale arte, quanto a uoi pare, che mi fu lecita di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala Cerio egli è il nero quel che uoi dite, cheli Khetorica è buoni parie di nojtra iuta cmU ; fenZA là quale rimane mutola ogniutrtu : ma ella è cofa da ogni parte infini* t a, er è difficile parimente il tronarui cofi il principio, come il fine, quindi ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi libri parlandone, mai non ne parla in un modo : come e Adunque pojiibile che dWimproiafo in un giorno, tale& Unti arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc. Quejìo è cofi imponibile m lo dimanda il Stronzo, ma alprc ferite tf una parte dì Uì, er fu la parte che uoi uorrete, famìgliarmente parlando, è ben degno che'l campiacia* te. Vai. Io per me in quanto poffo pronto fono d douerU piacere > dicale? chiede ciò che a lui piace,ch'io ne ragioni. S o tL.Miodifiderio farebbe da principio face» doro/, (fogni fua parte infmo afta fine mformareùkbe effere non potendo, ditejni almeno una cofa, cioè,chefetf do ufficio decoratore il perfuader gliafcoUanti dilef tando,infegnando,rj mouédo,ìn qual modo di quefìi tre, più conueneuole affarte fua con maggior laude dife, re chi ad effetto il fua diftderio .Val. Molte cofe in foche parole mi domandate; onde io comprendo j che piu fapete dcSa Khctortca, che non ui atunza impararne. La quefiione è bellif?ima,aMa quale non terminando* me dijputondo rifonderò. Voiopporecchiateuinonfo* Unente od udire, ma a contradire : cr cefi ficài il Bro cardo, il cui parere nella preferite materici perauentura farà diuerfo dal mio. B r oc. Senza altramente poi* faruijl mio parere fi è, cbe'l diletto fta U uertu deKord* tione,onde ella prende la bcttezzd,zr U forza d perfua* derechìl accolta : che poflo cafo che f Oratore, quanto è in lui,habbia uirtu £mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon gli accidenti, dalli quali impedito non può fornire a fuo ufficio. Ciò fono U bruttezza del corpo fuc,U dijpropor tion della itoccj.i mala fama del fuo cliente, h dtshonc fladclla confa, cr finalmente la (lanchezza de glt auditori, li quali lungamente fiati attenti alle parole de gli auuerfarij,fchùà fono daffofcoltare : fenza che il fuo nome altrui ad ira, a mifericordia, o ad altro affit « to coUle, dee effere co/a non sforzala, ej per confeguente noiofa 5 ma fornmamente piaceuole a quel cotale, cui egli muoue, ©" jojpmge . Segno ueggiamo, che A precettori dell'arte non bafiando il darci tonofeereinge nerale in qual modo lOratorria poffentt di comouere li noftri affètti idiflintamentc quali fiata i coflumi de ighuani, uecebi nobili, itili, ricchi, c poueri cidi* moftrano : itile nature de i quali con bell'arte tantedet* to lor motùmento uomo cercando dtaccommodare . Dettinfegnare non parlo, che non ha il mondo la mag* gior pena, che [imparare mal mtontieri.quefìojàoe grìwto, che fi morda, fofferc fiato fanciullo, cr f>l* fb io,per quel ch'io prono al prefente mczo vecchio Jì co me io fono ; che mai non odo il Koinojne leggo Bartolo, c Bili) (il che faccio ognigiorno per compiacere a mio fière ) ch'io non bclìemmi gii occhigli orecchilo ingcgno fflio,©" lo uitamia condannata innocentemente afa ucr cofa imparare, che mi fio noia il faperhMdarm adu que iinfegnare, 0" dì moucr non dilettando ci fatichi uno i zi dilettando fenza altro(quanta è la forza del com piactre)ftasno polenti di perfuader gliafcoltantitripor tondo U difiato tintoria non per forzarne quali merito di ragione, ma come gratta a noi fatta da gli afcoltanti, per quel diletto, che nelle menti di quelli fuol partorire Torà* tione ben compojìd, ©" bea recitata, E f ucr amete quella ì buono Oratore, il quale parlando £ alcuna cofa princi palmcntcnon con U confa trattata, fi come fanno ì philo fophi,mo con tarbìtrio^ol nuto&col piacere degli au* ditori,tenta,cr procura dì convenire,qucUi allcttando in maniera, che altrettanto dì gioia rechi loro loratione la otte eUamoue, ©" infegna, quanto fare ne la ueggiamo mentre ci lo adorna per dilettare . er queSio è quanto mi par di dire nella prefente materia . Val. No» pen* pie dtcofi tatto ifbedirui dalla imprefa già cominciata, the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle meglio non diflm* guendo, nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò polla, adunque egliè meflicri che in qnefla confa medefì* ma argomentiate altramente :ilche fatto, perche al So* rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa bello ordine mofhrarete in che modo, er per qual uia prò udendo coté uicà del dilettar gli afcoltanti poffa acquifiarft f orario)» uotgare : che a tal fineife io non ntingaa mìgli udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon le ragioni, per le quali fi può Koftrar chiarantnteipet fetto Oratorcdilettandopiu che tnfcgnxndo,omouenda ti fttóttfficio adempire: te quai ragioni, {Indiando dejfet brieue,perche a uoi pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt rai di tacere s ma fé mi o Scròto, cotanto difiderate (fòt lèderle, er ciò ut pare che molto bene al fatto uojiro per Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri incornili darò i quindi ti principio prendendo j che la Rhetoriat non è étro,cbe un gentile artificio d'acconciar bene, et leggiadramente quelle parole, onde noi buominifignifi* marno Um (altro i concetti de nofìri cuori. Diremo adu que, che le parole nafeono al mondo dalla bocca del noi* goderne i colori dulie herbe ì ma il Grammatico <fWf Orator famigliare t quafi fante di dipintore,queBa decada* Cr polifcctonde il macjlro della Khetorka dipingendo U ucritiyparlit er ori a fuo modo. Che cofi come col pendei  10 materiale t uolti, er i corpi delle perfonefa dipingere  11 dipintore la natura imitando, che cefi fatti ne generò s cofi k lingua decoratore con lo flilc delle parole bora in Senato, bora ingiudkio, bora al uotgo parlando, ci ritragge la ueritÀ ila quale proprio obietto delle dottrine fyecuUtiuejwn altroue che nelle fcboleg? tra pbilo* fophi corniciando ; finalmente dopo alcun tempo d grufi pena con molto fludio impariamo .Ut è il nero, che coji come a ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il ueder>ni,fn Za Altramente hauer contezza de miei coltumi, o lunga* «ente con effo meco domfkarf: » dipingendo l'artefice  DIALOGO miffabra cofa di me.faluo U ejhrema mixfuperficie,nota agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a bene orare in o* giù materia ball<i ti conofecre un certo no /o che detta tic ritk che di continuo ci jia innanzi fi come cofa, ti quale ne i nofìri aitimi naturalmét e difaperk itftderofi, fin di principio uoik imprimer Domenedio, Può bene effere, tyfbefic uolte adiiuenc che la ignoranti* del uutgo f 0« rotore afcoltando,colga in f cambio cotale effigie dipinta, lei ifìimando U uerità ; non altr umente per anenturd>chc l'idolatra plebeioje dipinture^- le 0atttc,nojkc buma* ne operationi s f accia fuo Dio, er come Dio le riuerifed* Può anche ejfere che Foratore ori a fine d'ingannar le. perfonerfando loro ad intendere, che'lfuo diffegm fìa il uero,non del nero ftmilitudìne ; nclquat cafo quello coM lejnon ofìante il fuo ingegno merauigtivfo, meritarebbe, che fi sbandiffe del mondo itydift fatti oratori fi deono intender le parole di chi biafima la Khetorka ; cioè colo ro che ad altro fine la effercùancyhe tindulìria ciuile no U fermò. La qual cofi no pur a lci,ma a qualunque altra più honoreuole,et utile arte è tra noi,facilmente intrauit ne.Uora al propofito ritornado, certo per le cofe già det te, in qualche parte no fìa difficile il giudicare la queflian coiiiweiittJ, percioebe Cinfegnare, il quale è jtrada alla uerità propriamente parlandolo è cofa da Oratore; piti tofto è opra diUe dottrine fpectdatitte; le quali fono fden Ze non di parole, mi di cofe, parte dìuine, parte prò* dotte dadi natura . Kelìa adunque che noi tteg giamo quale ufficio f ìa più proprio deli" Oratore trai ddstta* re, zi d mouere, fi mamme, che innanzi tratto; un  COROLARIO inferiamo ; cioè, conciofia cofi chel perfetta Oratore tuie fappia,qual parli ; e quale in fegna tale imm par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo intelletto^ che non fa nidla 3 fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per Unto fempremai in ogni età rari furono non pur li buoni ma i mediocri Oratori ; ertili nofìri fono ronfimi ino gm lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il faper bene U miti, ma ii pxrcr difaperk, Hor di quejìo non più i er aUe l te del diletto, et del mouimento conferiate che io ini riuolga . Certo,nattfrabnente parlando,ogni dilettofièiHomnentojna. in contrario, fiando ne itcrmini di quella arte, ogni Oratorio mouimento è diletto; concio», fu cofi che'l perfetto Oratore muoue altrui non per fcr za, er con uìoknx.4, in quel modo che noi mouiamo le cofe graia aRinju, o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai muoue ha cotifome affindination del fm affetto : U* <jiol cofa non può effer, che non glifia altra modo pù* ce«oJr,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi come dian* Xt io diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte. «•mutamente le dijhofitioni degli ascoltasti : i cui affet» ti col mutamento della fortuna, rj degli anni fono u* fati di ttarùrfi ifalxo, accioebe tomfeenda il buon». Oratore otte pieghino k pacioni de petti lpro,iui col ut* gore delle parole (indie, ©" f enti dì ritirarli. Et per «r (o,fèl mouimento rhetorico fuffe Saltra maniera } ogni mgenua perfona come sforzata, ty tiranneggiata dall’Oratore mortalmente Codiarebbe : ne pofp credere che ninna Kepublica, bene o male ordin.it*, fol che tJU tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei*  SI 4 Urft in una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi gijbr-ttiiZr le leggi loro di dominar stttgegniffro . Re* jta a dirut in qttal inoliti diletti tal mcwmai ù, er onde uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo partorii fcc i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co* taitofe paiono alquanto più pkfcefoWie . ck orione, tttttauia egli è hello ilfaperlt; miggiormenle Se alla ma tem di che partiamo, grandemente fon pt t'inaiti . Mi deUa prima brievemente miefbedirò : Che fi come i^di* pintore, or il poeta t dite artefici il? Oratore fmbùnti, per diletto di noi fanno tterfì, er imagim di diuerfe mi* nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud liete *po/i i't buono Oratore nm folamente con le [accie, con gli ornamentici co numeri, ma ad ira, ad odio or ai inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen te mai non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no pianga con effofeco ilftto mah;non per tanto eonfideran io con che gentile artificio ci dipingefp il poeta l'amor fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie tà,non pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual cofa non dee parer merauiglia a chi per troppa aUegrez ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare . E ti uero che una tallettione è polènte di più, or meno commettermi, fecondo che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t ma in ogniguifa più mi è agrado il lagrùnnr con virgi* Ito, die non è Under con klartkle : Md tornando oSl* rottone,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli l 'aranti pudendo il fuono coniteniente alfuo morfoji le* uifufo i er filta tanto fin che fbwmor perturbato fi rifolitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii nr! Iwcgo jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet* lòtte ntoffo udirà alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal to piacere sfoga il cédo f cbe k complelìione naturale, o altro tirano accidente gli tiene accefo nell'animo ; il quat piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk* ceuole,et noiofa moltOtcbc non diletta,fe non per queU4 conformiti eb'è tra lci,ty l'affetto deWafcoltanteila quaì cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm giornata i « comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé méte fìn'mmojfi ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii mente park ndo,taipmere non diletto, nw mournié to ft& nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe non « fi (àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti* to dinar zi nel conformar fi aWaffctto nedtkttaua(concia fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non buone ) pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in pothe parole fe ne doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto di l mouimento è coni un rifo nato innoinondi uerà atte* fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final» mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì motti,kfcntemie,k figurej colori,k elettione, il nume» rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord delkmateria, et al quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr dino dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo* no cofe tutte quante per far natura fommamente pìaeeuo li i nelle quali di continuo non altramente fuol compiacer fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni, er de colorì materiali fi dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera  tutetà tnatetà m poco o Brocardo, mentre ancora ( benché di kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del cominciato ragiona" mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in- dire eiòy che ante pare di poter dire con uertta de gli *f* fettig? de movimenti di quelli: perciò cheto ho per fera ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co movere, ma £ acquetar le procelle, che neUe parti pia bajfe de nofbri animi, Ora, fottìo, er la màdia (uenti contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi coautore; 0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma mi principio del fio fermane jnutando foratone, chefe Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati prigioni. E k il Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend re, può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom vittima, che male adopera lo [uà fetenza > quafi medico, che auelena gl'infermi ; o è di farlo corrette, fendo coft mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel* f oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto fargli jentire dell'altro efìremo contrario, La qual cofé auegnadio che ver afta, non per tanto, uolgarmente par landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore ìt cominoiter gii jifeta, fecondo il qual modo di faueUare fece il Soranzoùfua dimanda :percìocbe il mouimento èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache la quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j* tori orano apnc non d'acquetare, ma di commouere gli af cattanti. Io iter amen te per una terza ragione, ho api mone, che ali Oratore {hu portegna d commouere, che  tacqm^  tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete dogUaffettì t queUimmua > a'fofp'tngaìche grandifiima noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri animi» qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4 role in unahor^che inmolti anni utrtuofanentc uiuen* do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho . Hor ne* dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci ittita della uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr gli affètti è operatione piti, ometto aU 'Oratore bonore* itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe il mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli Athenkfi i maio non uedoebe egli fiatale, confideranno the Foratore nel trattar de gli affitti, ponga mente pili tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba,òealkr4 gione,cuifola tocca di temperarne . Ma pojìo cèfo che eofi }ìa, come mi dite, io ho per fermo, che cofi come per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del foratore a gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri td.nw opinione, cr di nero Jhntlitudwe,fmelcmentc k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani fuolgene rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu: eonciofia cofa che U uirtù è un buono babito di cofiunù, ilqualencn con parole in ijlantejnu con penfieri,or con opre a lungo andare ci guadagmmo . Wrf accioche non creggute che U buona arte Rhe* torica di tutte Urti reinajia una eerta buffonariadd far ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cucina cimi la^imigliarono) noi douete fapere, che dd numero dcu"arti,altre fono piaceuolij^ altre utili : quelle fono le utili, le quali communementc nominiamo mecanke: delle piaceuolt parte Im uiriù di dilettar l'animo, parte il cor» po delle perfonew parlando più chiaramente pjrte il feti fojparte la mente fuol dilettare. La dipintura,et la rnufì* Citigli occhiagli orecchi'; gli unguentari},il j;<j/ó i! cww co, li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza del c.ddo Ino, tutto l corpo con magHìerio piaceuolc,fono tifali di con* fortareittu te artiche Ciiìtdletto dlcitano,qvMtù al prò pofito fi conuiene,fono due ; cioè rhetorica cr Voefta: le quali, muegnadio che altramente che per gli orecchi paffando, non peruegnano aU\ntelletto, nondimeno perciò fono da effer dette intctkttudi, che elle fono arti deU le parole, ijkometi deltinteuettoi con li quali figmfìchia tao lun tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del la «o£rc,cr de fuoni è la mufìca, con la quale annoucrando igrauijzr gli acuti } quegli in manier4 tempriamole diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono infieme a generar thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo* «c,CT diletta mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot* fia fono artifici] delle noci de gli huomini, nocome gratti C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in quanto elle fonfegni delTinteUetto, quelle accordando fi fatta' mente, che ne nefea. una confonantia, U quale, metaphoriamente parlandola primi rhetori al numero mufteo dflimighandola, numero anch'effa fu nominata: fcnxA d qital numero,non è oratione la erottone; er col qml nu* imo ogni mlgarttet inerudite ragionamento più hauer  nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben uolcrlo mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir* mifiimo, è fondato il dìfcorfo di tutu Urte oratori* ) c mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada noi ci faccia tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen tia quanto egliè grande, non è altro che cinque membra, CT non piu,cìoè parlando latinamente jnttentione,difj>o* fttione, elocutione, attiene, CT memoria . Infra le quali, finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte, quafì fuo cuora effe anima la chiamafihnon crederei di mentire: dalla quale, non chealtrojl nome proprio della eh* quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et per certa la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per tengono : le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U erottone } ma la terza, per quel chefuona il uocabob,i propria parte delle parole, le quali non à cafo, ma eoa giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate* gna che la elocutionc fia un terzo membro della chqitett tia, iiuerfomolto da primi duci nondimeno ella è fuo membro fj principale, che netta ifleffa elocutione nuoti* inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annouerare. etctoè, perciochenon ciafehedma elocutione è or* toru,anxi in ogni linguaggio «vite fon k paroltjequali ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile per* fona mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co' famigliari parlandoci guarderebbe di proferire: etguar derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi che un tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe ufato di conuerfaram le parole gUruromte dfikhcbia fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe mdefime <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe gli decenti loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark è «-ti/few: it quale folo,o primo fa Orator lOrat ore. Et ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né" Rbeto ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più toflo di prudenti, cr accorti huomini, che di eloquenti Oratori Job il [ito Me parole è tutta Ixrte Oratoria: onde tutu è k quejìione del dilettare, del mettere, cr AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono frutti cCinuentione, le cui parti fon proemio^arrattone, diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr epilogo; cofi il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione. "gorfe io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine, CT le greche uà mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di* teua pur dianzi > non difecrnendo frale parole come io U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali fion curando k cofe grani, che aUedottrmepertengono, follmente deUeamorofe con nouellettt, cr con rime fi dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo arditi in tentar le fetenze^ pochi fono,crfeit&t fama ; CT fi anticbiycbel ngionarne co' uocaboli loro, per la loro UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono, fareb* he opri perduta . Io uermente qualunque wua in uece ài njtrationcii amftrmdtme.cr di confutarne, diui* [mento, confirmamento, cr dif ermamente dicefii, me tnedefìmo tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol perei m marna* ebe in qudparte Sortitone fidjc intra.  topcr to per ragionarne, potrebbe effcrcbe io r,d fcorclifii . F, v adunque mn mule iìrkorrere a forrejìicri, le cuiuoci intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando i Latmìi quatt dd padri Grechi le dottrine,?? le parole prendendo, ferono lor priuitegio di poter tffer Ro>w« ne cornetti in lor feruigio le adoperarono .Val. Infitto a qui uoi non ufajle parola, che alcun uolgare a fiottandola fe ne douefa merauigUd re: ; ma procedendo pinoltrit uoi incaperete in concetti che ragionandone, a volere efiere intefo, uifid meflieri di proueder di «dei* toh, che a gli orecchi di Italia fi confacciano un poco meglio, che t Latini non fanno, B k o c. Ragionando con efio uoi netti prefente materia, la cui mente di gran lunga lentie parole preuiene, non ho paura di doucr dire ucabolo che peregrino to ejitjlimiaie . Val. kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi pochi, et con jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene > habbiate tolto a parlare: nientedimeno io tri configlio, che cenquetTammo, er in epteimodonefautUiate, che mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno untine ragionafte; laqualcofa perauentura auerrà t perciochtl Soranxo Mgentifiimo gnardatort de ho* fhi detti, quelli in uno raccoglier k, CT raevUì, non pò* irà fare che moki just amici diftderofi di novità, non ne faccia partecipi .So% Certo m fui partir di Vincgia mio germano mefier eteronimo grettamente mi comandò, che mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni cofa^he h giudicaci notabile, ne lo donefit auifare, er botte fot* to infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft DIALOGO  tmbit r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um* ito ì Papi,ctgflmpcrddorì.B boc. Ben conofeo meffar Gieronimo, atk prefenza dd quale ne paroline oprc,fe non elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp foche fare ilpotrejle) farcjìe bene, detto che io xrihébk mia opinione,queUa jlelfa con altro jìilc di feri uere,che non V udite dame; che una coft è il pastore prk «diamente,?? dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro, i lor fmuere altrui d perpetudmemork de paffati ragio- namenti .r?ncl aero,fcciò hauefii penfato *thor, the fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì tojio non r| fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper' tengono,*? foprd tutto il porle inficine, con heUo or« ime ckfcheduna afuo luogo dijliutamctc efbticareèfat tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio errai neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se otte io pen fitte hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt di tutta l'arte oratoria (che ch'io nefappk) Ifaermcnte- parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^ che al fitto mffroccwengonojwieucmente percorrerò: coft ài un tratto pagarò il debito del dmer dirui mia opi Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar dirómpili faggio nocchiero di me kfeiando k cura di do utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito ritorni do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e U mauere effer due opre d'muentione  conciofiacofa che quoto motte il proemio,®- [epilogavamo infegtia la tur  rottone, ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in meglio mi* openione,cr cofa a coft proportionando j a me pare di douer direbbe impegnare propriamente alia dijj>oft* tiene portegna ; tome in contrario k confufion delle cofe ci partorifee ignoranti, Adunque [empremai col mo lamento la àutentione, et con k dijfccfitione Cuifegnare > dm il dilettoci che parliamo, con lafua madre clocutio* ne,forma,',a' aita dell'eloquenza, meritamente accampi gnarerao. Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O rotore confìderatcg? a tre jìiU ucnendo,cioè che tre mo di di dbrejuna aU "altro con mijura agguagliatilo, io li con giungo in maitiera,cbe la ciufa giudicale, cui è proprio la grattiti dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa deli beratiua coljuo }Ul bajfo,& minuto alla dtfbofitìonc, cr aUo infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua medio* cremente trattata.aUa elocutione,et al diktto,dirittamctt ttfta ribadente. Le quai cofe m cotal modo difpoéìe,pro cedendo più oltra facilmente fi può concludere, che cofì come tra le parti d oratìone la elocutione è la prima, CT k caufa dimojiratiua è k più nobiie,ct più capace d'opti ornamento, che d'altre ducnonfono&glifìili del dtre, l'I più perlettto,zx più uirtuofo è il medmera ilquale non è auarojx prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto, ma altero, non audace, ne piiftUxiìimo, ma ualorofo; non kfciuojte (lupido, ina temperato,coful diletto oratorio al mouimento, ey affmfegnare è ben degno, che fi pre* ponga . Però ueggiamo non fempre mauere,o magnar Voratore > ben quello ijleffo per ogni parte ioratione, in ogni cauja con parole elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu  K le  te non contento del diletto delle parole, per raddoppiar* ne il piacere*? compitamente addolcirne,r icone ai ge* flo^dff 'attiene detoratione condimento, cr mele, er Zucchero foauifiimo degli orecchi, et degli occhi nojìri, X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen de in gwi/rf la uertù deli'oratu ne, che ella è nuUajcn* %ieffa;la quale fentenza da Dcmojlhene data, E/cIn* lìt fuo auuerfmo poco appreffo con bcllaproua ci con' fermò i mentre leggendo a KhodianiU oratione di De* tnojlhene, marauigliandofi gli afeoitanti, bebbe a dire Ueramente m^rauigliofa effere Hata la oratione, effoDe tnojlhme recitandola iquafi dire mlejle,Cattentioncdel recitatore potere feentare,cr accrescer forza aU'oratio* tic j er in maniera da fe mcdeflma tramutarla che non pa rejjè pia d'ejfa. Val. inu jrc&cfori/ Soranzo eonfentd^ cbedikttattdopiu, che infegnando, omoitcndopcrfuadd la oratione,egli difetta d'intendere con quat ragioni con tra la mente di Cicerone gli protiarcfe, che la caufa de* mofìrattua fiapiu nobile dell'altre due,0-che defliliil migliore fia il mediocre : ef per certo da due colali pre* ìmffe più tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide re U queflion dijbutota. ErOc. Qui dfbcttaud,che inter rompere le mie parole ì fendo certo,chcctò io difii dcUd tanfi dmoflratiua, cr delio Me mediocre Subitamente rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo» che ragionata di cotai cofe con mufemplice narrattone, cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun* gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per* imicretCW k tre fwM d'erottone m maniera che atta in  ucn   l^O  ucntione il mouimentonelkcdufa giuàicìak t conlo jUl graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio ne Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul tintamente ti diletto ali a docutioue, nettd caufa demojìra tiut con lo Ihlc metano propriamente fmferiffe Al qud* le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini, effere flato offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi cari laqual cofafe eofi è(cbe certamente è cofi)uoi me de fimi per una ijleffa ragione argomentando k oratoria. tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua, alle altre due partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo nercte;cbs no è honejlo ilbncn col ti ijlo agguagliarexia. il tuono al buono,etal migliorejl miglior fliie,fwfe-,c<t« fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee pareggiai, M a de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del diletto fi èfauellato a bajlàza. Dunque alle caufe ucnen* 4o>come io dilUjtoji ridico di nuouo, che la caufa demo* fìratiudè laputborreuole, la più perfetta, la più difficì le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due: la qual cofa mentre io tento di dimofirarui, io iti prega, che non guardando alh fama de gli faritlori detta Kheto rka, poniate mente atta uerka : la quale da ragione aiti* tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co* fa è il parlar di quejla arte, le ucne fue, ifuoi membri » l'offa, i ncrui, er la carne fud dnnoaerdndo, partendo: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con Itrd* gioii! operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen* te al uolgo, àgiudteio, d Senatori, <fteìUaUettando,cr mouendo iti che non faccio ai prefente orje una uol*  Ri U U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t ubìdiendo,a mio padre, la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a litiganti. Hot di quefio non più, et al propoftto ritorniamo. Io ucrmentc le tre caufe oratorie per li lor fini, per Ufo ro ufficij,et per te loro materie 3 con diligenza confiderai dojia pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm fta infra tutta la principdled cui fine è koncflà; U cui ma teria è uertù^cr il cui ufficio è il dilettar intelletto, ®- di ien fare ammonirlo. Quindi nacque il coflunte nella republica ateniese, publicamente ognanno queicittadi* ni lodare,iquali fortemente per la br patria combattei dojfuffero flati ammazzati. La quale annua aratiom (fe A Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti lorojut to in un tempo le madrij padri,® le mogli confolaua he nignamente 5 ma ifrate&j figliuoli,®- i «ipoteche doppo lor rimaneuano, a douer quelli imitare, ®- farfì loro fintili mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo ìeua dir CiceroneCICERONE (vedasi), ninna guisa d'or ottone potere efferne più ornila nel dire,ne più utile alle Kep.di quefia una,di mojìr attua : i cui precetti bornio uertu non folamente di farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con bella arte ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non amene ; con effe qudifpeffe fiate guerre mgiuBe perfm demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor gliimtocenti offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente peruuentura più, che io non debbio, uà comparando fra loro le tre caufe oratorie ; il che faccio, perche io difidt* ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre flaper contradire: mi ambiiue col uojìro ingegno il mio difetto adempiendoci parte in parte k mie parole d$in guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t etfra me jìeffo confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di Demollkene, fomm<mentc daWattion dependente Jbofer minima openione,cbe nelle caufe deliberatine, cr guidi* cidi molto più opri la natura decoratore, cr della mate rid,cbe non ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di* mojhratiud,neUd quale kggendo,non è men bella U ora» tione, che recitando iperò ueggiamo mediocri Oratori bene informiti delle ciudi materie, cr aiutati dattattio* ne, tj dalla memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par htre affai bene : che in té cafi dalle cofe trattate nafeono in noi le parole ; le qualiconcordate con li concetti deffa nimo, ne riejce queUa barmonia, che fa 3upir chi l'afols td.Verk qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori, che non curado della uaghezza delle parole efqmftte, ad alcune altre non coft beUe,ma proprie molto» cr di gran forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando, ci debbiamo appigliare : ma nella caufa dimoflratiua è ine* flierinon foLonente di concordare le parole a i concetti^ ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente ddunare, chepa* re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :& quelle ijìefji parole bor raddoppiare, er replicarle pia mite jhora a contrari) eògiungerlc ; imitando la projpet tùia de depintori,iquali molte fiate il negro al bianco oc* compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et più ilhi* (Ire cifimojbri lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua* te fono puro artificio, ma in mdniera difficile, che dWitnprouifo poter lodare, o uituperare eloquentemente, farette opra miracolosa. E il uero che nell'altre due cdU f edema uolta tutta betta, er tutti ornata ua emulando U oratione ; cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij i il quali proemij ; benché primi fi proferivano, nondimeno ft come co/c più oratorie,et di «tàggìor magiflerio, gli ut timi fono > che fi compongono : cr li quali CICERONE (vedasi), padre, cr principe degli ebquéù douédo orda rc, di parolai» parola bnparaua^ 4 memoria gli fi man dalia. Adunque può bene efjer,cbe le due guife, Senato* riae giudicale ftano agli fotimmi pi» neceffarie di que* &a terza demo\bratiua;et che da loroifi come prime che fi trattarono ) Thiftd, Corace, o altro antico Qra ore l'arte Rbetorica i'infegnaffe di generare ima lepiuuot te quel, ch'è ultimo per origine,àuenta primo in perfet* rione j fempremai neUbumxne oper adoni, iui è »wggior l'artificio, oueil bìfogno è minore : eonciofiacofa, che nei bifognila nojlra madre Naturaper fe fola, da niund arte aiutata è tenuta diprouederne. Naturalmente con le xmpe, O* «> danti pugna t Orfeo" fi L ione ; et U damma con U preSexx.* del cor/o /ho fifotragge aU fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ; nj la Ragna teffendo fi pr xura di nutricar ji una noi buominicrea'ure ciuilicontaiutodeUe parole, mefU cfegnideU'inteUet* to, con gli amici dell' auenir configliamo ; a" raffrenai* dole mani delTìrdccndia minijìre,hor dar.entcid noi prefenti ci difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo. Poco adunque miai caft ci puoinfegnar l'artificio ìfc non dijponere, er ordinare U inueiuione naturale ì ma mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui ti a k parole, le cofe col loro ordine, CT col /j(o /cw ro jóro puro artificio : il <jMd!e /cmiiufo nefk «afwa <fc/» le due prime, cr dafl 'indujlria nudrito divenne grande » CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età, fi fc in* tiero.et perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi lira la buona confà demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le altre due pia inferiori f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che v.ei kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon laudate, erbiafunato cln le perturba ;et ne confglidel* k Kepttblicc la libertà, la pace, er la giuda guerra con /ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U cerati . Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di DemoBbcne,neUe Verrine et Antonimie di Cicerone,, riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le caufe 0* ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando, ofo di* rcj che le due prime fono il fenfo del tatto, fenzà le quili non nafceua,ne uiuerebbe la oratione : ma la caufa demo flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce ->che fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del* Maitre iutnon èpofjcnte dipcruentre . Sia dimando m buono buomo pien d'ELOQUENZA,?? d'ingegnojlqudle u* feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX «e/ig.1 a Harfi in Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*. gli accu[a,o difcnde,ecco un tale amocato, che uendc al uolgo lefue parole :fe delibcra,non fendo parte deUs Re publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli, er jiafua uita otiofa ì non ueramentc, ma di continuo con lajua penna nella caufa danofìratiuabiafìttmdùtty  R 4 lo  toltitelo Ufua eloquenza effercitara . La qttat cofa non per odio>o per premio, ma per itero dire facendo jn poco tempo non follmente da pari fuoijma da /ignori, et da regi (ari temuto,?? Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh t{! lente (fe non m'inganna lafimiglianza)è il ritratto delt Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun* quefì è,einon può efferefe non grand'bmmo,ondc ante pare, che quefìa caufa demofkatiaa tale fid alla fenatoria, w giudidale, quali fono le dignità ecclefiafticbe aUe grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t qnejieper propria indufbia acquisiamo . er ro/ì come un ^articolar gentWhuomo fatto Papa è adorato da (noi /ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa demofbra tiua cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se nitore non degnarebbeno di guardare. Ncn per tanto jon de uegnaxbe neff altre due cavfe i parlaméti aratori) per li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi demoflratiue, non è difficile il giudicare. Perciò che ifog* getti di quelle due fon cofe trance pertinenti parte alla uita della perfona, parte aUo Hata della Kepublìca : wt4 quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare, folmente gli altrui nomi, cr memorie, d*ogn'm(orno di tode,z? biafimi ita dipìngendo . Adunque, cofì come il tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici in camifeia co le coltella affilate, è affetto non men grato per le ferite typel ftngue, che fta il combattere a giuoco esercitato da fehermidori con artificio merauighofo,caft te caufe ciudi altrettanto per le materie trattate fono ufate di di* Iettarne, quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del dire ne recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come dmziio dicetu)cbein Senato, et in giudkio i medio* tri Oratori uolontieri affidino, out il difetto dell'arte col [oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz m le orationi demofkdtiue ( fi come ancora i poemi ) /e «ori fon cofd perfetta,non è chi degni ne d'udire, ne di He ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd demojbati Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi, et correggeteli. Val. Può ben effer, che quel ck'è detto bdjlì al diletto^ alìd ciuf a demollratiua, ma non balli a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre, fiete obli' g<rto di (duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po tria parlare de gii ornamenti^ delle fomcdcldirt,o' dello flil mediocrexoneicfìd cofd che L ebcutionc è quei k punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto, cf con lo jìil mediocre kbltondcaufd demofhriìiua fa decompdgnata da me : mi qucflaè opra d'altro ingegno, et tfdlìriindufhridrcbedetli urna, fenza che ciò farebbe uri njcir fuori di quel proposto, interno di quale pideque al Soranxo,cbeiofaueUaffc, Sor. Come Brocdrdo, è fuor di propofito il ragionar dello fìile, con effol quale Urationc genera in noi il diletto,cbt al mouimento,r? d l'infegnate facete proua di proferìref Broc. Ocià ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo, cr non Cmtendo come io deurei i per la qua! cofa in ogniguifd io ho ragion di tdeere, Val, Ecco Brocardo noi conferii' tìamo,che'l parlamento de lìili,quando a uoipiace,in ah trofempo fi diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete) infegnatene ài che nwùera ì O' quai precetti o fermando, IL TOSCANO ORATORE [cf. Grice, “The Oxonian philosopher”] in ciafcheduna delle tre cdufe,pof* fa ornarli di quel diletto, il qual impreffo ne noftri annui ne perfuade a douerfarc a fsto modo :che con ul patto noi rijbemdefìe alia qucjìian del SorM^o. Bnoc, Guardate che d dbrcofa non m'induciate, che la lingua Tofcana tri faccia battere in difbctto,cbe molte co/è puh tio beUe,cr nobili molto, quando fon fitte ; la cui origine è ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a feotari di medefima,per fare ogni amo urta anatomia di cor pi bitmani,cj in quelli uedera,oue er come notte meft ne portino le nojìre madri,®' portati cipartortfconojio fon men care te belle donne,che elle fxmo agli idioti, che té fccreti non fanno : però dite ficur amente, che'l parlamen toma cominciato farebbe nuUa.fe in tal fmeiton terminaf fe. B r oc. Vorrò pofeia, che minfegnate an  àie noi i udiri madidi perfuadere, con li quali, benché molto taoff.-ndano.me al prefente fignor ergiate sfor, %ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc. Per certo fi, percioebe attendendo aSe mie panie, noi iatparsrete quel? ijteffa ignoranza, che in mollami con moka indultria, er con poco honore la mia fcioccbexzA mha guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo da dtre nonfono altro,che la bidona de i miei dudij; con effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor. ogni punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con U quali brutti er uih{came diccjie)diuenti atto a far bel* la la or ariane italgare. Adunque incominciate,(euci me am.tte, CT quanto più facilmente potete,diclmtr atemi il itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil cofa fìe Udopra-e ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno ingegno par 110 fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con animo d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin da primi anni dijìierando altra modo di parlare, cr di fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c que* /io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da ogiù mlgare)quanto a fine chc'l nome mio co qualche latt de tì-a ifamofi fi tiumeraffe;ogn 'altra curapofipojìa,aU(t tettiott del Petrarca~,ey delle cento Nouelk, confommo fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non pochi meft per me mede fimo effercìi atomi, ultimamente da Dio infbirato, rkorfi al noftro Mefjer Tripbon GabrieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi, Cr intefi per fett amente <]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no* tar mi doueffe,hauea trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro buon paére primieramente mi fece noti i uocabolipci mi die regole da conofeere le declinationi-,et coniugationide nomi, er uerbi Tofcani : finalmente gli articoli j prono* ttiij participif,glì aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di* fiìntmentc mi dichiarò : tanto, che accolte in uno le co* fette imparate, io ne compofi una mia grammatica : con la quale fcrìuendo, io mi reggeua : in maniera,che in po* co tempo il mondo m'hebbe per dotto, ty tienimi anche* ra per tale. Sor. infmhcra non dite cofaxbe ci peti* tiamo ^udirla icr cofifbero the dek'auanzo atterrà, fe colmaefko,eycon gli autori antedetti d'impararlo ut configliajle . Bkoc. Dunque al rimanente ucnendo, poi che a me parue ieffer fatto un foknne grammatico,    DIALOGO  tonfberanzagrandijlima di ekfcheduno,cbe miconofce m, io ini diedUlfar uerfiiaUbora pieno tutto di numeri, ài fententie,pr di parole Vetrarcbefcbe ì er Boccacciane, per certi anni feicofe amici amici marauiglhfe . po* fck parendomi,ehe la mia uena iincmtinckffe afeccare ipcrcioebe alcune uoìtemi mancaua i uocabott, er non battendo che dire in dmerfi fonetti, uno ifleflò concetto mera venuto ritratto ) a quello ricorfì, chefe il mondo boggidi ; er congraudifiima diligenza feì un rimario, o vocabolario «algore: nelqualeperàlphabeto ognipa* rok,cbegk ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy tra di ciò in un altro libro i modi loro del deferiuer le co* fegiorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, jberan* Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che ne parolaie con* tetto non ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro non me nefuffero effempio. Vedete uoi boggimai <t qual haffex&t dijeefi ; er È» che Bretta prigione, cr con che Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui, che io non u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom biàut foro)ogni lor cofa cofi latina come uolgarc trafeor fb i cr ueggendo le foro cofe latine per rifletto alle To* fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite ttircperciocbe a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien temente uarie arti poetiche, er uarie arti oratorie corre fpondcfferczrcbe Petrarca, e Boccaccio le lor uol garifapcndo, ma le latine (colpa o" agogna de tempi loro) ignorando, tante bene Tofcdnamente fcriueffero; quanto male latinamente poetarono; er orarono. Perk qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer  Triphone, Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U tino mi richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale mcttendomijon giunto a tale } cbe io ueio il male^non lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua dir* miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c m,&fiper ben kfua lingua,et in contrario il non [aper- ta latina, benché Torte tenefje, fu cagione difarbgran* de neffuna, ma neSaltra molto manco, che mediocre . UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4 di nojhri U città di Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non ha poeta, ne oratore pare al Bembo gentiluomo Vini* tiano . A dunque potuto barebbe PETRARCA (vedasi) con VIRGILIO (vedasi), cr con CICERONE (vedasi) far fi tal oratore, ®- tal poeta latino, quale U Bembo con Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti to Tofcano : la qualcofi non emendo auucnuta,/cgno è t óc in due lingue ha due arUi però il Petrarca con l'arte fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef* fomentre egli fcrifjh nella fualingua Tofcana. Conftr* mauamiaopenione iluedere ogni giorno alcuni buomi* ni pur Tofcani latrati, er digrand^ima fama, li quali tolti dal Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir gilio imitando faceuan uerfi uolgari ; li quali mezzo tré volgari,®" latmi,parimentc a volgari,?? a latini jpiace* nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio parere, er con giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon* fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la rimo,o delfuo loco mouendolx fileiubro gran parte di quella formami* gare ; che i latini, er loro arte naturalmente ékonfee . qualcoft fi pronai ia in quel tempo, quando (q&tfì nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare ìhe roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef* futa, itone degnai appropriar fi. Mouemianchora <t douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa il quale contri i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce Agli orecchi, ne men leggiadro nel caminare, di qual jì uttol dcgliantiévAc quaipiedi poco appreffo perauen* tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni, er effe* rienze predette, a primi jludif tornai ; er aU'bora, oh tra'l continuo ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U quakofa perfe fola fenza altro artificio può partorire di gran bene ) con maggior cura di prima ponendo mente «fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io tredeua) al poetai all'oratore pertinenti ; le quali,poi che uokte,che tal faccia, brieuemente ui cjblicarò. Pria meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey penfando, ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk re, tutte eleganti, mi fu auifo di ritrouarle ; er quelle in modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua, che col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette, er molte, In frale quali ( qttafifìeUe per lo jereno dimezzami* te ) nluccunto alcune poche, parte antiche, ma di uec* Metz* non difaiaceuole s buopo, unquanco,fouentc : parte mghe, er leggiadre molto, le quali, quafi gemme belle agli occhi di cufcbeduno,folamente digentiti, et alti ingegni fono adoprate : quali fòno>gioia, fpeinejrai, dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le quali mm lingua erudii* non parlerebbe, ne ferimebbe k  mano. Ci  maio, fé gli orecchi noi cofcntiftero. L ungo farebbe ti co Uriti dijimtamète tutti i uerbiigli aducrbijxt l'altre parti doratione> che fanno illumini juoi iter fuma una co fa non tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di la bora il corpo, hard Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor lo (ìdrc,hor ltifdegno,horla pietà,bor la etàfmfinalmé te bar uiua 3 bor morta deferiuendo, ty magnificando, k più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente ogni cof<t dell'altrui Uocifuote adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t tj tetto d'oragli occhi folitfìelletZapbiro, nido cr alber go d'amore de guancie,bor neue et rofe,bor latte cr fuo co; rubini i labri, perle i dentista gola cr 1/ petto, bora moria, bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl rimanente, che è ntols to,pcr tioi medefsmi oficru&rete. Hor venendo alia ora* tiotte, mila quale quejlo raro buomo le parole, che io ui lodai co bella arte ua coponendojifguardado alla copia, io m'accotfi che bauedo detto Una mlta litme,fitoco,cate ftajdilcttOjdoloreft altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel Sonetto no ridiceuajna in lor loco raggio,luce,fp lèaorei fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre, pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta ua di reppticare. Oltra di ciò io comprefrxbe egli *<naM di contraporr e i cantrarif& a quelli i propri) affetti, cr le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di ftderauddella difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura correjpotidcndo)ì,ufciuafuora il contètOicbejente 1 gn'u noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma ueramaiteqicHx cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre  uff tan diligenza offeruata, che té contrari], crtaiuod, quafi (ili della fua telajn teffendo U ormone fono ordì* te in manieri, che ne afare per U fhrettezza, ne troppo motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni parte (tanno mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior uertu, quanto men della profa i noBri uer(t uotgart atte lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma perciò che nei la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi deriamojni farma,et fine determinato, cifrai quale non fpetie, è mefiierì di fiatubrr. la qualcofa non è altro che'l numero ( cofi il cbiamorno gli antichi ) del qual numero hoggipromifì, gt incomìnàai, ma non compiei di par* Urui. accioche piena informatione d'ogni mio jtudio por tiatCyitoi douete [opere che'lnoftro numero fi come quel lo demolire lingue : propriamente è mifura della gra&ez ZA del utrfo : le cui parole ben dijpojte, er ben termi* nate a Urotanto, er più piacciono a&'inteUetto quanto ti fuono, quanto lauoce, quanto ilntouerdeUdperfona t CT de piedi de baRatori, er de muftei gli occhi, er gli orecchi fuol dilettare . Onde io giudico al tempo antico forfè in Prouen%a,o in Skika,queimedeftmi, che erano mujìci cr danzatori, effere flati poetiiiquati pareggiati do i lor uerftai balli, aicami,ejafuoni, borfonettì bor canx,one,et hor ballate i lor poemi fi nominarono. E l'I «ero che altramente mifurauano i uerft foro i latini, er altramente noi uolgari li mifurìamo: quelli, in fillabe d l ui dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie ne feceuatmk quali infteme adunate norie mifure,cr uà rie forme di numeri (piedi dicono li fcrittori) iombi,tro cheì,fboiidci,dattili, er mapcfti ne uaiimnoa rùtfcirc : con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro', et ttmerajfero. Ma noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi nore arte, a 1 con più ragion mijuradofrutto eguale ala. tini finalmente ne riportiamo, percioche non curando del la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane dclc, quelle in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete to de gliafcoltanti rendono intiera la claufula,cr in ucr< fo ne la cpnuertcno . il quai modo da mifurjrc è ccffyu* ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa, ro'.e di cuifon parti, fccma,o rompe nel meza : ma ne lor. luoghi co lorofuoni&r intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai cofe non finno forfè i Latóri, o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee randa IcfUabe non come patii di dittionc, ma inquanto brietii, cr iti quarti lunghe, troncando col loro /««ae- re le parole, cr non parole tendendole, fanno numeri, (he non fon numeruna pagi, o braccia, o altra cofa cou lemifurante la oratione, non altramente, chefe ella M* fe\unafuperftcic ben continua, cr di un ptzzo /c/o : nel qual cahjpejfe mite quello <t Latini fuole auuenire men- tre efii fondono i ucrfi faro,, he a Latini, cr a noi con li cantori adiuienc-J quali concordando le parole al/e note, fenza curar de lignificanti, fan barbarifmi nonfoppor tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la volgare fcan* fioncfiapuro numcro,tai:to, àie fole undici fdlabe, co» munqttc infoile fe adunino, facciano il uerfo Tofcano; ma è meltìeri in ntmeràdolc anziché all'ultima fi perucgna^lquuuoinfa la quarta a in fu k fefia, o infila otta  S ua Ua fèdere; ouerkogkcndo lo fpirko,fdcilmenlònfmo al fine ci conduciamo. Bifogna adttque che la quartajafe* (ìa,& la ottaua fiUaba fu ecft piana, in maniera, che k uocegia faticata comodamele uifiripofi,et adagie.Verò non è uerfo, Voi ch"m rime fparfo afeohate il f nono ; ne quelk.Voi Min rime fparfo il fuono afcoltate.ma bene è bello, et buon uerfo con tutti gli altri di quel sonetto, Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono . Forfè direte co yual ragia da poeti udgm la undecima fiRaba(quafì Fu* M delie colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per termine, oltre al quale non fi mettejje f A che rijpondo, che cofi uolfero i primi padri del uerfo di quefla lingua; li quali per auentura mal poteuano accommoiarlo a fuoni, a contà& <* balli lom fi più oltra lo diflendeuatto, o è più to iìocbe'lnojhronerfo Tofcano allhora è uerfo perfetto, quando egli è giunto alla rima. Adunque perche più fo* Ilo ft conducete a perfetti: ne, di fole undici fillabe, alla più lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter farft più brieue : er col conftglio di chi l'afcolta, alcuna folta con cinque, mafouente con fette fiUabe mtieramat te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei dir delk rima, ma non ho tempo da ragionarne iperò paffando alla prò fa, nofhra propria materia, nella quale [e egltu'hanume ro alcuno ; noi il togliamo dal uerfo,ty in lei lo trappian turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già dette fi può coeludere che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo Ito appunto i medefmi che noi trouiamo nel uerfo, fc non che! uerfo ripofando in fu le quattrojinfu le fei,o in fu le vttofue ftltabe^ neUe undici terminando, ha più certi, r  pi» noti ifuoi numeri che U profi non hainéSa quale farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata alqua to in fui quarto paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer» maffc . Dunque in qual moda iti dirò io cbe'l boccaccio fuggendo iluerfo, loratione deUe fue Cento noueUe sin* gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher Zo, ne io l'ho prefa perche io mi uantidi confumark, Z7 condurk k buon fine ; ma aecioche conofeiate quali, er quanti infm horafiano jlati i miei Budip et di che piccia k utilità ; doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi hoggidl,fè non altro, fi almeno di meglio fpcndere il uo* flro tempo,che io il mio ncnfeppifarejmpararete a mie fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole, le quali ufi il Boccdccio, et'4i cui dunzi ui ragionai,hor k kr co pofitkmejbora i fini de alcune ckufuk, hor le materie del le NoKeifo ninna cofa mi fi paraua innanzi che numero fa s cioè compita, ®- da ogni parte perfetta non mi pareffe di ritrouark.E' il ucro cheper diuerfe cagioni ciò auuenir giudicaudtCr hor natura, et bora arte lo cfiftimaua ; C per dirui ogni cofa, hor con gli orecchi del corpo,hor con la mente deh" intelletto di cofì credere mi configliuà . La elegantk, er antichità de uocaboli, co ì loro fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di diletto defiderofe, compitamente addolcivano, La proprietà, er trasktione, k natura d'alcune cofe perfettamente aU [intelletto rapprefentando,fenz<t modo mi diUttauano. Tanno anebora in unaltraguifa numerofe le fue Nouek te i pari, ifmili, er i contrariai quali fi come è loro natura, alcune stolte in alcune ckujule pienamente corre*  $ x fyondcndofìjiel paragone acquetandomi, non poteuano non contentarmi . Per U qud ragione,a me par tua di po- ter dire gli au uenbnenti di Pinnuccio, cr di Nicotofaji Spinelloccio, er del Ceppa di Cimone, di Salabetto, di Mibrogiuolo, er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad ingiuria, er cafo a cafo totalmente quadrando, le ter no uelk far numerofe. Kmneroja altrcfi poliamo dire la orationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo imbratta, oue la bellezza iella uaUe dette donne, la greffezza di Fero» do, la uanttà dinudana Lifctta, la cofcjUonedi Ser Ciap pettetto, «r finalméte la mortalità di Firenze ci è deferite ta,ft fattamente, che più altra non fi defidcra : parla anebora in alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna del Mazza, hor lafuoccra di Arriguccio, bar la moglie di quel di Cbinzica,®- dice o>/fr,er parole in maniera al la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la ritraggono; quello Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0 mo dipintore co colorile con l'arte fua no potrebbe adont bfare. Ma il numcrofo,di che ubo detto fin qui,pche può effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui, bene è cofa da farne fltma, er ebeà trottare quel, che cerehiamo facilmente r.e può guidare,?? far lume : però, pajjan do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU le claufaie,come douemo, armiamo . Dette quali due cofe, l'una nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero* fa U 'altra è fontana del mmero,et d'ogni bene che fa par fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla fontana, quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare, er in effetto è cojì, che torrione delle noucìle è talmente coìnpofli, che chi hi orecchie non inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU U tiene di perfetto, er di numcrefo: la cagione oltre a queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie, ma [intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan tunque uolte ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos ro adunatele ne aftra. ne aperta la lorofabrica ne rie fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt mero è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd le : alla qaale\fu fi intento il Boccaccio, che alcune uolte uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli uidc, o minti di kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe 8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li coportò, &U cefi cane dalle parole ben compojle,frafe medefme alcuna uolta per k profa deUe\nouclle nafeono verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì oratione parte graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati dipulkhre . con effo i quali U Boccaccio non più a cafo t  per natura delie parole, ma cv leggiadro artificio ua te gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP fra i termini delle Icr claufule compitamente acceglièdo,  1 quài mauri moderando la oratione,et la vaghezza del torfqfuo con piaceuolì intoppi foauanente a frenando, hamio uertù non fokmente di dilettarne, ma dì giouarne,che in quelmodo, che la dejhezza della perfona con lapofjanza congiunta, le mftre forze fa gròtte fe^ mi defbuamonel difender fi pi» ficuro, ey neUo fendere più itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume ri rfceofflprfgriirtrf è più cara ad udire ; cr <J»« concrfft, cb'ellafignifica, con maggiore efficacici fuol imprimer neWinteSetto . Forfè affrettate ch'io ue li nomini t cr che in trocbei,iambi 3 dattiÙ, CT piedi colali latinamente parlàdogli uì dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei acrfo,ouc nafeono, er onde li prende toratione,non fon nomati, ne figurati 3 neRa profa, oue cfiìfon peregrini, quai figure, quai nomi può toro dare che ne ragiona ì Adunque a luoghi dotte efii albergano conducendotti, et quafì muto additandogli, il rimanente al uofbrofiudio co metterò. Ma itoi deuete fapere che enfi come la compofì tion della profa è ordinanza delle noci delle porole,ccfj i numeri fono ordini delle fiUabe loro i con U quali dilet* tondo gli orcchbi, la buona arte oratoria incominciamoti tinua, er finifee la oratone : percioche ogni cUufula co* me ha principio cofi ha mezp, cr fine, nel principio fi M mouendo, cr afeende meUnezo quafi fianca dalla fati* cacando m piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\ fine per acquetarfi. Hora in quoti luoghi deUa fua uia di qua dal fine debbia pofarfì l'oratione,et quote fiUabe dal principio fta totani la prima paufa, no è precetto che nel comanàixt comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo; ft perche la profa uttók effer liberajonde il numero no le è legamela compimento ; fi per fuggire ilfafiidio ycbe co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci recar eh be loratione : fi anchora perche afententie.er affètti di* jfrari,partinteruaUi diparole non fi couengono . Che fe'l nerfonon fallidifce, ciò odimene perche ì fuo numero è puro numero, cr quafi muro della fua fabrica ; il male [mattato con altri numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co» trurifcr d'ognintorno di rime,d'tpitbeti,& di figure di* pinto perde il colore, maggiorméte che molte mite il fin del ucrfò è principio, et talhor mezo della fentcn%a i ma nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa role iperò abondando ài dipintore farebbe operaaffet* tata,nm dilettevole jet oratoria,ma ridienti, puerile . Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para* gonandok, concluderemo mi medefima oratione per di ucrfe cagioni poter effer numerofa, cr non numero fi, perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole ÙSfóme, €7 mal compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* ., rij.ct quei fimili fan fonorajtta afyra molto lorationezr la caporione elegante [beffe fiate guafla il ucrfox? non uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta ben capane le parok non bette, cr dura wka belle malamcn te ua componendo 5 et può occorrere che cofì come nella mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^ k no bua ik,o per ufanza, per arte fono tra loro concordi ì cefi ì pari>i fnmliw i contrari}, cofe tutte per lor natura ben rifonanti,qualche uolta co uoce a$ra,ty àfforme, qual, che uolta feioce mentc^ et a bocca aperta ua e faticando U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm /<* perfettamente compofta, quafi fiume del proprio cor p dppagandofi,nonfi cura non cht digìugere al fine,m di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non le mancale, continuamente tutta firn uita eminareb* be . però a numeri ricorriamo, lìquali attrauerfando I4 (tratte pkccxoinmtc con Infinge, cr con uezzi ariti*  ' £ 4 jre* f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino, er non ualcn do la cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal fio grado,con violenza tarrefìino. Sor. Qae/fd leg gede nwnerideUa profauolgarepar molto incerta, er confufa nondOìinguendo otte, quando, et quante fiate dì qua dal fine debbia fermarli Toratione ; ne con quai pie* di cammì,o a qual termine fi conduci per ripofarfi . Md che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er affetti di* fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero che nella profa pitiche neluerfi,un medefimo numero fta delle cofe,ct delle parole tBxoc. BrieuementerìjbS derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia zi detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona ioui,hebbi a dire, che mufico ponedo infieme le mei gra tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc campuceua a gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa, s'ingegna di dilettare. Adunque egli è ufficio d'oratore dir parole non solamente ben rifonanti, mamtctligibìli } ey a comete ti signiftcati correfhonientì, chc si come nei ritraiti dì Titiano, oltra il diffegno, la fimiglianzà confideriamo(et fendo tali(fi come sono veramente) che i loro essempij pie namente ci rapprefentìno, opra perfetta, eydilui degni gli efiiflìmiamo > co fi ancora nell’oratione conia teflura delle parole, con i loro numeri, er con la loro concinnità tintentionifigrìfìcate paragoniamo: procurando che le parole pronunciate si pareggino alla sentenza, et co quel lo ORDINE [Grice, “Be orderly”] le significhino, che [ha notate la mente. Ver la qual cofafe i concetti sono gravi, le parole a dover loro rifondere deano farjì di fiUabe>cbe U lingm peni alcjua to nel PROFERIRLE [Grice, UTTER]; fiano jpefiiiripofi, ey non s’mdugie il finire ìil contrario nelle parole jo' nella SENTENZA piace* uoliueggofare a BOCCACCIO (si veda), w altrettanto pofimo dir degl’affetti. Perciocke i colerici con parole udibili, e prcjìe molto, mu imanm conicipi gramentc y agguaglun= do conle parole ?humor e, sono da esser PRO-NUNCIATI: che tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non pc ngd mente alla Uinghezz^o BREVITÀ (Grice, “Be brief, avoid unnecessary prolixity [sic]) loro,f, che piedi [e ne cempongd ; nondimeno nci prouiamo ogni giorno, che in cffefUabe con pia tcmpo, et più dffrdn; entefi prò fc.ifconoleconfoiuntii bclciiocaliìion fanno, llke Da te considerando,alcund tic Ita nelle canzoni ; er nella ce* mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f léffe rime molto dfprc, non per dltrofaluo perche al feg getto di che pdrhatdyi^ro molto, er priuo aitato d'u- gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro non uuole, che dilettarne,!* l’oratore dilettando ci per» fuade ; però è mefticrìche le parole decoratore totalmente si confacciavo a CONCETTI SIGNIFICATI, er che i ntmte ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo, et il fin fuo.uada <t paro col mezo, et col principio della SENTENZA, ikhe de uersi non adiviene, i cuinumsri non da concetti deWinttì IcttoTtiaddbdUifunm acanti fon dependenti, El efuin* di uiene, cbe I PERFETTI ORATORI SONO RARI IN NUMERO piu,chc i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo obligati d lor numeri, et però il uerso paia oprat Uberto fd&digrmdifiimo magislerio ; nondimeno certieffm do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol  to lo penfari(ifufo,fufo i . fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU orecchi guidati A mezo,ey al fine facilmente con esso lo ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la profa,laquale dilet tondo er pervadendo congl’orecchi,- con Cintetiettcr, fumo oblìgati di misurare; guardando sempre che te parò le nonfian più corte, opiu lunge della SENTENZA SIGNIFICA fa : che ciò effendo, troppoo fcura, o troppo fredda riufei rcbbcTcratione. Sono adunque i fuoì numeri meno [enfi Mùtua affé più nobiliiun po più Uberi, ma non men certi di quei del uerfo i manon appare Uhr certezza, albergando neUe SENTENZA <>kquai sono cose intellettuali. E< ofo dirc, che cq/ì come più perfetta è la muficddelletre uod the deUe due; come mchoraè pm perfeita U dipintura de più coìori s che non è queUa de pockixojììa prefa, nelhi quale agl’orecchi ci all'inteUetto fi cecorda la lingua è oratione più numerosa del uerfome la Ungua, ctgl’orecchi aiue sole membra del nostro corpo t sono usate dì co Uenirsi  Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti fmhorA in PETRARCA (si vda), et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er con quel frutto che uoi uedete; ne me ne pento del tutto, fyeràdo che i mici errori funo altrui occafione di dauer bene opcrareia me nmgii, tiquale auezxo a fallire appe na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor. Seti uojbro fallo è fi picciolo che uoi peniate a uederb, fiate certo che agli altrui occhi fe totalncte imtiféile^e rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno ronzammo che bafìi, nÓ lo difcernc:ct(che è peggiorai taddlme diuerttà non puo affiffarfinel fuo fbkndorc. Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m* (fra ignoranza ha prìmlegio di potarmi giouare infogni domiaicana cofa,non ktentteociofa. B«oc. Hohijono gli mori onde io mi trotto impacciato; ma tutti nafcono daìiaradiccji che dianzi ui RAGIONAI [conversazione e ragione]: cioè, che torte lati tu deh"orare>o- dei poetatela diverfa dalla Toscani, tìqttakerrore doterebbe effer e a cufchedtmo manifejliffimo. quindi or gomento^bek mie lunghe, zrpueriliof fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri, deUa cui l’armonia k mie orecchie s di miglior [nono difi* derofe, compitamctite non fi contentano. Sor. Deffrf m<t ierk de numeri poco baurete dafaueUare, fe a lombi, er 4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te MISURE LATINE knojira prof a uolgarefi pojfafar numero fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè fri ueder. Sor. Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti tametriin quefla littgua, dando loro quei piedi^nde itati tiifono ujatidi cammare-.pofckaUa profawnendo, con quei medefmi in altra guifa dijpofli faticarci dinumerar la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc< caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo, per le loro-orme uenendo procuriamo difeguitarli, con* tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non fecondi,ma terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat (io, mentre io era d'opinione che k nojbra arte oratoria, cr poetica, attro non foffè che imitar loro ambidue; prò fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione, ry dal di* fw dclfhonore, chcfa ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do  non Mn fcffe che CICERONE (si veda) in alcun libro àeUdfud arte orato rid, cotdlguifa difludio da Carbone adoprdtcgrandemé tefuol bùftmare; lodando aWmcontro il tradurre cCun4 ìingua iti un'altra i poemi, er la ratiomdc piufamofrXa* qual cofa(per uero dire) ionon bo fatto fin qui dubitarti do per le ragioni antedette, che la fententia fritta da CICERONE (si veda) delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non fi effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no fendo ofo di effercitarmi, molti mefi fono'uiuuto otiofo et fél Valeriononmi conftglia t non fo che farmine Waue* iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare Soranzoì ' perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii dete IL RAGIONAMENTO principiato; il cui fine ( fc il difiderio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano parecchie yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìeh percbe di quei di Soranzo non mièrimafo chefauellaretcbe battedo detto per quii ragioni, fecando me,il diletto fta la airtit de![ordtione,zT la eattfa demoftratiud, inquato io poj fo, foprd t 'altre effahttd, olirà di ciò della forma deWcf ferrite che tiene Umondo hoggìdì, zrde numeri quel io n intendo, er quanto io dubìto ragiona tom,o bene, c male che io ne parlafiijo pretendo ibaucr rifpofìo 4* Idcjueflìone ifahofe io non entraci tra quei PRECETTI INFINITI [Grice: “Conversational maxims – how many? Ten: a decalogue!] precetti infiniti H far proemij, di narrare J argomentare, er di epi \ogar rATaratìone, o a fitte, ake figure, a GL’ORNAMENTI DEL DIRE, o dltattione, odUa memoria mi riuoglie(fe, o degl’afctti, o de flati dipintamente uifaueUajìi. ìlebe fare ttonfaperei s'io nolefti, ne dotterei fe io fdpef.ifendo cofa mnpertmente, a fuori al tutto di qucl propojìto, tutor no al quelle fcìlsoranzo la fita dimanda. Val. Vc&t tdrtìi farebbe qucUadeS Oratore, feragionando fuor di propofito dilcttajfe in maniera che chi ludiffe noi difeet neffe. B eocar. Alita cofa è IL PARLAMENTO [PARABOLA] àeWQra* torc,cj -altra è quello del KhetorcSun diletta,®- l'altro infegnaj bench'ìo fia rhetore atto meglio a dovere irnpa rarc, chc IN-SEGNARE. Val. Almeno rttinfegnarete rìfho dere a gli argomenti d'alcuni grandi, i quali confcffcmdo {quel che noi dite ) la Rhetorica essere arte, U quale ne nofkri animi piacere, ®- gratta partorifea figuentementt non àmie utrtit, maperuerfa adulatione fi fanno lecito di chìmxrU,<£r,come uirìo di makguifajei fbandifeono delle Republiche. Bkoc. Dell’ACCADEMIA parlateci quale inperfonadi Socrate jtonper uer dire, ma Polo,®- Gcrgià tettando, coquello animo bìafimò U rhetorica, che altra uolta a Trafimacho, et Glaucone fe leuar Fingiuftì f i'i . Che cofì come fecondo lui, a cittadini, ey guardiani delle republiche è neceffaria la muftea, arte più ditette uole che utile, cofi a medefmi è buona cofa tmparare et teffercitarfì nella rhetorica, gioia s cr ditetto dell’inteletto. Ma accioche molto bene ilmio intento dpprendidte, Koi douete fipcre che i sentimenti degl’animali{ da i qualicomeda cose più note, è bé fatto che il nofhro efìent pio prciidiitmo) inféntcndo gli obietti loro, fe buoni fono s'allegrano, ® fe rcì,cioè àamofì alle ulti loro, fono ujati di contriftarft. Adunque, come ti cane ha piacere di ue deregr fiutare, etmngiare cibo che lo conferma li di fbiuciono tema-zzate, cofì tamente di fapere defidcroft ji dtletta del uero, cr ilfaljb, cofa contraria al fdo difiderio, twjommmenteper sua natura abbonda : er per c erto quale è il cibo càio Homaca, tale è k uerità all’intelletto} ma la bugia è il veleno che lo difhrugge: cr d'immortale die nacque, peggio che morto fa divenirlo. Hora et (enfi tornando, cetto l'huomo è animale pia gentilefco, et di na tura migliore che le bcHie non fono,il quale foUeuato dai LA BRUTTURA DI BRUTTI ad altro attende, che ad empiexfi U gold, er molte fkte, per uedere una. dipintura, udire una muflcafaniettfete pdtifcejoglknda anzi dipafeer gli occhi, er gl’orecchi, non jenzA damo della perfona, the di uuundcm MeridlineUa cucina ingnfftrfi. Laqml cofd,fì carne è uera de fentimetiicofi ha luogo nell’inteìlct to,alqmle fimilméte dee ejfer tecitojafckndo il uero che b mtrica.akuna uoìta per dilettar fupoter gujiare il pk ceuole. Nclqual cafo perauentura il noftrohumino intel letto è più dttànOytbe humano,percioche inquanto bumno cioè nudo d'ogni dottrinaci <f imparare difìderofo,cor re al uero che'l fatiama co uerft,et co profeper fuo dilet to fcherzando fimile è molto alle inteMigèzeJe quali non per faper più ch'elle sappiano, ma per fokzzo fotta d pì« di,miradofi,fono uaghe di riguardarne. Che }e noi forno FILOSOFI, tali a noi fono k Retorici et k poefid quali i frutti dUe tduole de fgnoriìlt quali dopo ceni quando fon fatiji Cùpiacendo al pakìo } alquanti per gentilezza ne ma giano-Mi d coloro che gii no fono, et fon perfarfì FILOSOFI, ledue arti predette fono i fiori che innanzi d i frutti JeRe fcienze, ù miti loro di fruttare difiderofe^uafi pia ta k primauera, fi dilettano di fiorare. Aluotgo poi che non fa mJkjte fa péfier di ftpere^tpur i parte delk rc  piètica, pub\ka,loratiani,et U rime fon tatto l cibori tutto l fi-ut ta deUd fui tàa . li qttd «oìgo non Ktutndo «irti didige rir ìefcknzejzT mfm prò conuertirk,de hro odori* cr delle toro finulitudmi gli Oratori afcoltandofuokiippat gdrfyo'coft ume,et mantienft, Dunque io non uedo per quul cagion k Rhetor icet debbufbanda fi delle Repiéli che, fendo arte che baper fubietto te nojhre bumane opt rttionkonde hanno origine le Republkhe: che bauegn<t dio che Foratore con ragioni probabili, cr anzi ùiccrte che nòidilettando, cr pervadendo giudichi, cr regga le diali operationii nondimeno fommamente è di con* mcndaretCr dbauer cara la fua folertiaxkfla quale le co fawflre perfettamente, zrproprimente, m quel moda che a loro effèrt fi conukne,fono trattde&r còfiderate. Quejlodko prefupponedo che uoifappiate(ikhe è noto ad ognuno)cbe l'huomo e mezzo teagf animali, cr fuitcUigenze, però comfee fe (ìeffo in un modo mezzana tra la fcienza,ebe egli ha de Brutti, cr ti fede, onde egli adora Domenedio, Il qual modo non è amo che openione generata dalla Rbetorka, con U quale il uohrfuo Cr faitrtuka parenti, cr amici, neUafua patria ciuil* mente uiuendojee curar di corregger cxbe}e una opera medefima in uarij tempi dalle leggi cktadinefcbe,hor uie tata,<er hor comnandata può effer aitio,®- uirtà-ragio* ne è bene che k nollrc Republkhe, non <k faenze dima firatiue, uere,^ certe per ogni tempojma con Rhetori che opmiotìiuariabih^rtramutabiìi(,qual fontopre,^ U kggi nojhre)pr udentemente finn gouermte. Vero Sa erate dannato a torto dell'ignoranza de giudici, abbi*    DIALOGO  dendo dUaopinione della fin patrìd,uolontieri fi fe incori tra alla inortc:U quale, pbilojophicamente argomentane do,come iniqua,?? mgruffc peiujoue tentar di fuggire. Etne! uc ro,comc il pinlofopbo ufo di intender nuTaltrd cofa filno quelk, che per li fenfi uenendogli ua ad dlber gare neffbitcUeitOjtMto men crede, quanto più fa cojj il medcfimo,ufo aVopre della natura,laquale eterna co leg g'e eterna,ct mconiutabilc ijuoi effetti produce,makmcn te può effere atto algouerno deRa Repubtica: le cui leggi per boneHe cagioni battendo ricetto a tempi, a hogbi % dUa !<tiht4,dUefttefoize,ct 4Wakm,fyeffc fiate da (tv. di altro mutano fornu&fembiahte; però ji creaiìo i magi- iìrati, li quali non altramente reggano lorotbc effe noi Sono adunque le legginon acri dei, quali fono la natura,. CT rinteUtgéze,nu fono idoli da quelli ijlefii adorate poi che fon fatte,che con loro arti le fabricaroiio.'Però è ben fatto,che con faenza non necefforia, ma ragioneuole,no pcrfctta,ma aìl'cffer loro perfettamente correfyondente, foratore, di cui parliamo, kèbia cura di conferuarle : chefe il noBro intelletto intendendo fi fa fimile alla cofi intefa, come può effer àie Thnomo auczzo a contemplar hfutìanza, er le maniere de bruttifi confacela col xege giment o della, città f più toflo c da credcre,quel che ogni giorno ueggiamo, che quejlo tale al fio fapcrfimiglim- dofi,udda cercado k}'olitndme,w in quella phiiofipbM do (ìfepelifca. li contrario fa Foratore, la cui arteji cui gouerno,i cui cafìumi, er le cui parole fono cofe propria, mente ciuadinefcbe,non credutc,non japutenu perfuafe co maggior dMtatione di qtfeUa, che k fciéza dnnojh-a tìwt det altre cofe più biffe, cr meno a noi pertinenti ci 4pporta:che maggior dtlettatione è il ueder jokmentc, o fenz4 <tiiro,udir parlare tino amico da noi amato, ®- ha* vuto caro,che ttedtrc,udire,gttjiare, er toccare tuttele befìic del mondo : con k quàl dilettatone perfttadcndo^ gloria,®- (tinte afuoi cittadini fuolgcnetar loratcre t non altramente, che co i dilpttt carnati gli mimali fenz* ragione generUo l un labro, facciano intera k toro fpt eie che altro non fendo k nójìra gloru, che openione, che hanno gl’uomini dell'altrui fenno cr ual/orejagio nt è bene, che k rhetoricótartipcio delle ciuHiopcnioni, fenza altramente philofophare, de nofiri nomi k partorifea,, Quatito adunque è più nobile,®- più amabtlco* fa del generar de figliuoli latterà gloria frutto (temo della uirtii,per k quale, a Dio ottimo mafiimo ueramen* te ci afiimigliamo, tanto è più utile aUa Kepublica labuo ita arte oratoria di qualfi ueglk fetenza, che delle cofe de&ttnatuxt. con ragioni infallibili puQacquijlar fi k no* iira mente . VoLadunque Soranzo ( che già è tempo, che t ttoi riuotga il parlare,®- in (otMx, cerne 4.a mi ì incominciò } continuate Imtprcfa, ® alloflu* dio detfelpquentia, che fi per tempo tentajìe, bora, che già ne è tempo, con tutto i[ cuore donai cut, cr confacrateui, Conofco per. mote pruouc il ualor dello ingegno uoftroal quale benché fio, attoafapere, ®- operare ogni coft,che a gentiluomo pertenga, nondimeno,fea fan* biantidellaperfonajcjìimoni dell'anima, fi dcedarjede, conftderando la figura deUafacck,et del corpo uopro, i mouùnenti di queko,U leggiadria defk linguaja uoce,ei  T i fìait {fianchi piati tutti di molto &mta, chiaramente compri do uoi c/Jir nato 4 cfowere effer oratore,il quale neUa wo« firn Rep,tra Scnatori,e tragittici acculiate,et deliberi* tc,o nella corte di Roma tra letterati uiuendo,pcr diletto Ìel mondo,ccn grandilf ma uojbra ghria,bkfimando^ lodando componiate CT fermiate, quale bo fperanza che mi farete, fe accompagnando co la natura la indujhriajn quella parte riuctgtrete la mfte, oue tti chiama U uojìrd neUd x contentandola d'effer buomo,le cofebumanehua mattamente curaretc,ey apprezz&ctejche ejfendo imagine e finuglknxa di Dio, ben può bajlam che la uojìra fetenza fia una nobile dipintura,deUa medefma turiti dì tettante la ttoflra mcnte,m quel modo che de ritrattimi* terialifiwl dilettar fi U ttijìa. Che fe l'anima rationalefor Iftdjef uitd de noflri corpi, è immortale intelletto ( il che hoggiXambafciadot Contarmi col Cardinale »Cf cogli akri,fì come io ttimo,a ncluderanno > creder debbiamo t che'l itero cibo,cbe la nutrica, fia non faenza mortale da\ mi in terra aequijìdta, ma alatm cofa diurna conuenìéte ti f ito efferrJcUa quale alia gran menfa di Dio eipafcìd* moticlparadifo. ryurtqueintalcafofolamentea dilettar (intelletto fludiaremo t rt impararmoMpingendo con le parole la ucritk daquale liberi fatti dalla prigìo della cor* tte,in propria forma uede,et confèpla la mjlra méfe.Mi polio cafo(cbe Dio noi uoglia)che la ragione fta cofa hit mana,come noi ftamojaqual najca uiua,et inora con effo noijcertofuo ufficio dee effere ildifeorrere hunanamen» tejetqueUo principalmente confidcrare, ebefìconuiene éUa bumanità, torte oratoria adoprando,con la quale in I^ff  tjue (là uita ciuSe,lemfìre Immane opcratiotà moderi» mo,et reggiamo. Ef per certo conte i colori materiali^* do fermine luoghi loro, mandano a gli occhi Fmagini, per lo cui mezo ti a>nojciamo,coft il itero dcUa naturai di Dio,m>n mfejìe([o,chenon poliamo, ma nell'ombra delle noBre opinioni contentiamo di Acculare: le quati (pitto piti ne dilett<tno t t<tnto più douemo credere che fio* nofmtli altiero, oue è npojh il piacere, che neramente ne fa felici. Ma acciò che neU'tmparar cr effercUar U Khetorica,queUo a uoi che a me auate, non intrauegtiai appigliateti intieramente a configli di Meffcr Tripbon Gabric&c,nmuo Socrate diquefìa etile cui uiue parole bene ìntefe da uoi,piu dì bene u'apportaraimo in un gior* nojolo,che a me non fece in due mefi la lettion del Boc* caccio,col rimario ch'io ne carni . Qjufìinon men corte fe,che dotto uohntieri il fentiero^h'à buono albergo co* duce con diligenza Hi moftrark con quello uno il Petrar ca V il Boccaccio leggendo } non pur le ciancie da me of* feruate,(y notate, ma i fecreti dettate laro mi ben notf a mlgarUfacihnente penetrarcte: imparando in qualma do latinamente, cr grecamente parlando 3 queUi imitiate, CT loro fintile diuctitiatc . il quale M. Tripbonefebora fufic in Bobgna s me certamente dagli errori del mìo paf fato ragionamento, et il Valerio dalla fatica del fuo fuiu ro,perauentttra hbcrarebbe, terminando la quejìione in manierarne poco,o nulla uauanzarcbbe da dubitarci!} tanto uoi udirete il Valerio, ilquale fi puodirluidopà UUal cuiparere(che dianzi io dicefii) io ui conforto che iààttentate. Vai. Ricordini.maca alcuna cosa. Keywords: “Dialogo della lingua”--. Speroni degli Alvarotti. Speroni degl’Alvarotti. Alvarotti. Keywords: retorica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alvarotti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amaduzzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Savignano sul Rubicone – filosofia romagnese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Savignano di Romagna). Filosofo italiano. Savignano sul Rubicone, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “Oddly, I had an occasion to refer to Amaduzzi’s birthplace in my little thing on Caesar crossing the Rubicon!” -- “I love Amaduzzi: he writes about the academy of Paris, and the academy of Berlin, but nothing about the English Acadeemy! He notes that the warrior – against the Trojans, was Echademos – and ‘it is naturally that the first important Accademy was founded in Tuscany, -- since a Tuscan hates a Roman!” –Grice: “Amaduzzi’s hobby was to collect references to ‘accademies,’ – “which are all nonsensical, since only ONE has a ‘rigid’ designation link to EchEdemos!”. Discepolo a Rimini di Bianchi, si trasferì a Roma, dove inizia la sua attività di ricerca ed erudizione, sia pure tra numerose ristrettezze. Un assestamento nella sua vita si registra come rilevano i diari dei suoi primi diporti -- gl’odeporici autunnali eruditi --  le brevi perlustrazioni compiute nei dintorni della città eterna o comunque entro lo stato della chiesa, emblema di un genere letterario di viaggio che mostra chiaramente la sua versatilità di interessi.  Grazie alla protezione di Clemente XIV, anch’egli ex allievo di Bianchi, e professore di lettere greche presso La Sapienza, e il Collegio Urbano. Divenne ispettore della Congregazione di Propaganda Fide, ottenendo da Clemente XIV la carica di soprintendente della relativa stamperia. Con la quale cura la pubblicazione, scrivendone le prefazioni, in particolare di importanti trattati di grammatica di lingue orientali, fra cui l'ebraico, il persiano, l'armeno, il tibetano e perfino il malayalam.  Per i suoi studi ottenne ottima reputazione presso i principali esponenti del panorama culturale, entrando in contatto e in corrispondenza, tra gli altri, con Metastasio, Monti, Denina, Pindemonte, Tiraboschi, nonché con  Spallanzani.  Fra i suoi saggi spiccano anche dissertazioni di ordine FILOSOFICO, che s'innestavano nell'alveo di un illuminismo moderato. Infatti, con i discorsi su La filosofia alleata della religione e sull'Indole della verità e delle opinioni (per i quali a denunciato all'Inquisizione), i cui temi di fondo sono ispirati a Locke, egli cerca di coniugare il sensismo con il cattolicesimo, poiché vede nel sensismo un valido approccio alla conoscenza dell'uomo. Vicino alle istanze del giansenismo regalistico, come emerge dall’ultradecennale corrispondenza con Scipione de' Ricci, ha parte significativa nella discussione che porta al decreto di soppressione della Compagnia del Gesù.  Si occupa anche di archeologia, curando fra l'altro i “FRAGMENTA VESTIGII VETERIS ROMÆ” -e la “Raccolta di antichità agrigentine”. In questo ambito s'inscrive l'ampia corrispondenza con Antinori. Compose, inoltre, canzoni e rime, e pubblica anche per la Stamperia del Bodoni a Parma un commentario su Anacreonte. E tra gl’accademici dell'Arcadia, con lo pseudonimo di “Biante Didimeo”.  Altri saggi: “Dissertazione canonico-filologica sopra il titolo delle instituzioni canoniche De officio archidiaconi, s. e., s. i. l.”; “Donaria duo græce loquentia quorum unum in tabula argentea apud moniales Saxoferratenses S. Claræ, s. e. (Roma); “Discorso filosofico sul fine ed utilità dell'accademie, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “La filosofia alleata della religione: discorso filosofico-politico, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “Discorso filosofico dell'indole della verità e delle opinioni” (dai torchj Pazzini, Siena); “Carteggi ad virum clarissimum Janum Plancum archiatrum, et patricium Ariminensem epistola (Rocchii, Luca); “De veteri inscriptione Ursi Togati ludi pilæ vitreæ inventoris epistola” (Francesium, Romæ); “Epistola ad Iohannem Baptistam Bodonium qua emendatur et suppletur commentarium de Anacreontis genere eiusque bibliotheca” (in ædibus Palatinis typis Bodonianis, Parma). Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Morelli, Olschki, Firenze, Lettere familiari, Donati, Accademia dei Filopatridi (Savignano sul Rubicone); Carteggio, Turchetti, Edizioni di storia e letteratura (Roma); “Leges novellæ V anecdotæ imperatorum Theodosii junioris et Valentiniani” (Zempelianis, Romæ); “Alphabetum Brammhanicum seu Indostanum Universitatis Kasi, (a J. Ch. Amadutio editum), Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma); “Alphabetum hebraicum addito Samaritano et Rabbinico, Sac. Cong. de Propag. Fide, (Roma); “ALPHABETVM VETERVM ETRVSCORVM” “Nonnulla eorundem monumenta, Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma);  Alphabetum Græcum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Roma; Alphabetum grandonico-malabaricum sive samscrudonicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide, Roma); “Alphabetum Tangutanum sive Tibetanum, Sac. Cong. de Propaganda Fide, Roma); Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta” (Settarium, Roma); “Catalogus librorum qui ex tipographio sacræ congreg. de propaganda fide variis linguis prodierunt et in eo adhuc asservantur, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Avæ finitimarumque regionum, typis Sacræ Congregationis de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum Persicum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Romæ); “Alphabetum Armenum], Sac. Cong. De Propaganda Fide, Romæ); “Characterum ethicorum Theophrasti Eresii capita duo hactenus anecdota quæ ex cod. ms. Vaticano sæculi XI (Regia, Parma); “Alphabetum Æthiopicum sive Gheez et Amhharicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); L'Accademia dei Filopatridi di Savignano crea il centro di studi amaduzziani, su proposta di Montanari, autore di vari testi su A.. Tra le principali iniziative del centro:  «Giornate amaduzziane»: una giornata di studi annuale su A.; «Biblioteca amaduzziana»: la pubblicazione di opere (biografiche e non) su A. Il primo volume è Elogio d’A. di Bianchi, una biografia. T. Scappaticci, Gl’odeporici d’A., in Fra Lumi e reazione. Filosofia e società, Cosenza, Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Cfr. Metastasio, Opere, Firenze, Cappelli, Del carteggio inedito tra  Antinori e A.. Studi archeologici, Perfilia, Aquila, Spallanzani, Lettere di Spallanzani a A. Ditta tip. Conti, Fænza, L'espressione è di Piromalli.  A. Piromalli, La letteratura calabrese,  I, Pellegrini, Cosenza, A., Raccolta di antichita agrigentine alle quali si uniscono i disegni del tempio di Teseo in Atene e di quello di Pesto il tutto espresso in 53. rami, Zempel, Roma, Cappelli, Lancetti, Pseudonimia. Ovvero tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, Milano, A., Odeporici autunnali eruditi, ovvero diario di un viaggiatore curioso ed erudito,  I, Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, A. Rime, Donati, Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Verucchio, Fabi, A., Dizionario Biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Montanari, A. e la scuola di Bianchi, Accademia dei Filopatridi, Studi Amaduzziani, Viserba di Rimini, Montanari, A., illuminista, «Romagna arte e storia», Montanari, Appendice storico-critica in A., La Filosofia alleata della Religione, rist. an. Il Ponte, Rimini,Montanari, A. editore a Roma delle Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti clementini, Quaderno, Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, Montanari, A,, Scipione De' Ricci ed il ‘giansenismo'  «Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Olschki, Firenze, Scappaticci, Fra lumi e reazione. Filosofia e società nel Pellegrini, Cosenza; Caffiero, Filosofia e religione: A. e Scipione de' Ricci, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere A. MLOL, Horizons Unlimited srl. Documenti sui fratelli A. Filosofi italiani Professore Savignano sul Rubicone Roma Scrittori italiani, secolo Linguisti italiani Poeti italiani Orientalisti italiani Accademici dell'Arcadia. A. e una delle teste più filosofiche e veramente erudite d’Italia. La sua famiglia træva origine da Longiano, com'egli stesso nella prefazione del DEVOLUTIO AD S. R. E. afferma. Grato enim animo me ab hoc solo Longiani ad Sabinianense traductum recordor, quinimirum exeagente progpatussim, cuius sint ab initio certissima inter vos incolatus monumenta etc. Ama tanto, oltre l'età, lo studio e la fatica, che il padre ne venne find'allora a buone speranze; e però e posto fra gl’alunni del Seminario di Rimini, ove prese gl’ordini clericali. Furono sì rapidi i progressi ch'egli fa, da destare ammirazione grande di sè. Compiuta la carriera degli studii, ed appresa assai bene lingụa latina, eloquenza, e ragion poetica usce del seminario, e si da tutto alla FILOSOFIA, fidato alla scorta del famoso dottor Bianchi, il quale della propria casa, aveva fatto una scuola per chi volesse usarne, ricca di biblioteca, di museo, di giornali; e di quanto e da lui privato LONCIANI DI 1 procurare a bene del pubblico. Nè solo filosofia, ma lingua greca impara da Bianchi, e sì bene da uscirne solenne mæstro. Gli piacque anche conoscere la legge, e però si fa ad udire lezioni dell'avvocato Pasolini che e pubblico professore di giurisprudenza nella stessa città. A. non più discepolo, ma amico e fratello di Bianchi si cessa dalla sua scuola, e poco appresso recossi a Roma. Appena ha preso stanza nella metropoli del mondo cattolico non è a dire come prestamente desse a conoscere di quale ingegno e fornito, e come entra sse nella grazia dei più distinti personaggi che al lora quivi mostravansi. E a ciò gli valse specialmente la benevolenza e la protezione del magnifico Fantuzzi, cui non sose la porpora de cardinali desse o ricevesse più splendore. Perocchè egli nella sua vita. E tutto in proteggere gli uomini dotti, e, fatta neraccolta presso di sè, giovarli d'ogni maniera conforti, e quel che più è, senza pompa di fasto in mezzo ad una vita illibata e modesta. E perchè io mi voglia di molti altri tacere, non passerò sotto silenzio i cardinali Boschi, Torrigiani, Borgia, Garampi, Doria, Antonelli,Mare foschi, Zelada, Giovanetti, il cardinale duca di Yorch, e infine il Ganganelli che e poi Papa gloriosissimo e de gnodi più lungo pontificato. Che anzi quest'ultimo l'ebbe fra suoi più cari, e levato alla cattedra di Pietro se ne valse in molte e gravi bisogne. E s'egli ha più a lungo vivuto, ad A. non sarebbe forso mancata eminenza di carica pari al suo ingegno e dal suo'merito. Ma per rendermi al'filo della narrazione dirò che, poichè A. a più tornate ha letti discorsi PROFONDAMENTE FILOSOFICI e nobilissimi in Arcadia, tutta Roma fu piena delle sue lodi. Egli perasse con dare i desiderii de’suoi genitori, che avrianó voluto far di lui un giureconsulto, poichè non erano giunti adaverlo sacerdote, diemano alla giurisprudenza; ma essendo d'animo sehietto, e nemico di cavilli, e d'in sidieforensi, più che alfôro si tenne, ai libri dei gius pubblicisti, e si mise a svolgere le opere del Cujaccio, dell'Alciati, del Gottofredo, del Gravina e di somiglianti, sdegnoso di quell'ammasso informe di leggi, di prati  che, di consuetudini sotto cui sovente venivano artatamente sepolte la verità e la giustizia. A prova del profitto che egli fe’in questa ragione di studii pubblica prima d'ogni altra cosa le V novelle inedite degli imperatori Teodosio juniore, e Valentiniano III, nella quale opera non so qual più si mostrio buon legista, o critico acuto o profondo archeologo. Nè la sciò aparte gli studii teologici, perocchè a’ suoi pia ceva che ei si guadagnasse alcun impiego ecclesiastico, e come si manifesta per alcune sue erudite dissertazioni, in breve in questa scienza pure entra molto innanzi. Gli fu mæstro il celebre Marcelli agostiniano; e tanto s'interna nelle dottrine del grande dottore Agostino, che a difesa delle medesime ebbe più volte a combattere. Si conobbe pure di quel la parte di diritto, che io dirò sacro perché riguarda la canonizzazione dei Santi, e si esercitò in più cause, essendo promotori della Fede Forti prima, e Pisani dappoi. Ma dove più di forza intese fu nella cognizione de'sacri canoni, indispensabile a chi voglia penetrare nelle ecolesiastiche antichità con sicurezza digiudizio. Belle dissertazioni, le quali comprovano conoscenza somma che egli aveva dei canoni, lesse egli nell'accademia che il sullodato Fantuzzi ha formata in Roma de'più chiari personaggi, di cui era protettore. Non acquetossi a questi studii la mente dell'A., la quale sentiva d'averforzada stendersi a più largo campo, e però si fece ad ap prendere la lingua ebraica e molte altre orientali, e n’eb be amæstri Teoli,  Eva, Giorgi, Assemani, cime d'uomini, anzi di sapere. Non è maraviglia dopo questo, se appena scorso un'anno dalla sua venuta in Roma, Torrigiani con onorevolissima lettera raccomanda l'A. al principe di Francavilla, a cui spettava provvedere di custode la biblioteca Imperiali; officioche ben con venivagli, e che avrebbe ottenuto, se la morte del marchese Imperiali non avesse rese vane le premure dell’ottimo porporato. In questa occasione ebbe pure una raccomandazione del duca di Parma. Intanto A.  In questo mezzo essendo accordata la giubilazione a Gautier, professore che fu di lingua greca nell'Archiginnasio romano, Clemente XIV di moto proprio gli nomina successore A., ed egli n'ebbe il diploma. Essendo passato di vita Bicci, che ha la direzione della tipografia di Propaganda, A. con viglietto, della segreteria di Stato e nominato a quell’uffizio in luogo del defunto. E quì mi piace notare una bellissima lode a lui doyuta, qual è di aver meritato i primi pensieri del suo principe, edi non averli comperati con viltà di adulazione, o tristo mercimonio di corte. Anche, un altra lode si ebbe l’A., e fu del mostrarsigrato alsuo mæstro Jano Planco; peroc che si adoperò onde, avesse grado di Archiatro del Pontefice, e gli siaumentasse l'onorario che aveva in patria, e quel che è più rimarchevole scampasse dal 1'umiliazione di soggiacereallefave annualmente; co sadi rilievoassai,perchè troppo spesso avviene, che nei municipii prevalga il privato risentimento dei yo 8 non si cessando mai dalle sue erudite occupazioni, ac-. cresceva ad un tempo in sapere, ed in fama. E seb bene avesse a sostenere fin dai primi anni la guer ra degl'invidi, e dei tempi, nimicizie perpetue dei buoni ingegni,pure non ristette perquesto. In una lettera al dottor Giovanni Lami scritta li si luglio 1.768 si legge cosi: = Non godono le nostremuse quella tranquillità, che loro invidia l' infelicità dei tempi che corrono. Pure non ostanteio,che mi pre servo per quei tempi più lieti che spero,non inter metto lemieletterarie occupazioni(Nov. Lett.di Firenze).Elettonel15.maggiodel1769.a.Pon teficeMassimo Ganganelli, tutta Roma,che benediluisiconosceva,seneallegro,e piùchemail'A., il quale ebbe ascrivere poco appresso sotto questo pontificato cominciano a risorgere le lettere. E perchè quella gran mente che era Papa Ganganelli vede va che il ravvivare gli studii,e gli uomini, che per quelli hanno grido,ristorare, è opera disavio e buon prin cipea questo sivolse,e cercavamodo diprovvederel'A. per cui aveva speziale stima, e benevolenza. 1.  tanti al bene del pubblico. Quanto poi studiasse por gersi r i conoscent e a l l' immortal suo benefattore Pontefice lo danno a vedere le opere che egli pubblico, e che vanno sì onorateper lo mondo, chenon è permes 80 ignorarle a chi abbia pure attinto a prime labbra glistudiidiantichitàsacræ profana.Lasacracon gregazione diPropaganda volendo dar segno di aggra dimento alle tante fatiche dell'A., gliconferì la cattedra di lingua greca nel collegio Urbano,la qualeera rimastavacante per la morte del celebre. Raffæle Vernazza. Ciò funel: il 27  9 salito, e la grazia dei grandi, bre.Ilgridoincheera,loa parola del vero captivavasi cui egli collasevera avesse per poco posto sì in alto, c h e, se egli vevano, avría posto la mano per piegato alle artidi corte che nome; non letterato che non volesse fortuna.Nonviera accademia trooicapeglidella ne ricercasse,il averloa socio,enon non si onorasse commercio di let;non giornale che non si riputasse tere.coll’A. dotti pensieri. Fu ascritto a vanto pubblicare i suoi 6. febbra alla società letteraria de'.Volsci di Velletri Etrusca di Cortona il 5. jo del ., all'accademia, alla Fulginea li 29. gennajo aprile col nome di Nestore.1 8. a quella dei Forti in Roma,e ne scrisse a modo delle dodici ta ottobre col nome di Biante Didimeo voleleleggi;all'Arcadia il 7. febbraro ; all'accademia dei Placidi di Re; alla società georgica dei canati1'8. aprile 1779: all'acca Sollevati di Montecchio  demiarealediScienze,eLetteredi Napoliil5.agosto di Verona il4. giugno del del1779: alla Filarmonica il 7 settem Colombaria diFirenze:alla società degliAffidatidi Pavia il bre del 1785., all'accademia di Dublino li del ;alla reale Ibernese 4. giugno anno;alla reale di Scienze 21. novembre dello stesso il30. agostodel . eamolte al eLetteredi Mantova letterarjdi quei giorni. tre.Scriyeva nei migliori giornali Pressocchè tutti gli articoli provegnenti da R o m a senza me d'autore del Lami,le quali furonopoi continuate n o, che leggonsi nelle Novel le Letterarie,sono cosa dell’A . Ebbe anche mole dal Lastri di Palermo,nell'Ef ta mano nelle notizie de’Letterati di novem e n   femeridi letterarie,enell'Antología di Roma,neglian nali ecclesiastici di Firenze. Carteggiava in Italia con tuttiipiùdistinti uominidiqueltempo,fraiquali siami lecito nominare Lami, Bandini, Lastri, Passeri, Olivieri,Mandelli, Vettori,Ferri,Mingarelli,Giovenaz zi, Bianchi, Pietro Borghesi, ePasqualeAmati suoi con cittadini. Fuor d'Italia poi aveva corrispondenza di lettere estesa più che mai, come si può vedere da mol ti volumi che esistono manoscritti nella pubblica li brería di Savignano., Chi potesse, dice ildottissimo Isidoro Bianchi in una nota (36) all'elogio ch'egli scris şe dell'A., raccogliere e regalare al pubblico tutte le lettere famigliari, che il nostro Cristofano ha nel corso della vita iscritte a tanti e così dotti amici d'ognirango,d'ognicondizione,siavrebbecertamen te un'opera di moltissimi volumi, che nel merito su pererebbe forse molte altre, che egli ha vivendo rese pubbliche collestampe;un'opera pienadianeddoti interessantissimi, la quale ci presente rebbela più veridica e genuina storia de'più grandiosi fatti e singola ri avvenimenti, che nel giro di non molti anni si 80 no nel nostro secolorapidamente succeduti.Gli ogget ți di politica, e le grandi notizie del giorno formaro no una parte essenziale del suo erudito carteggio. Egli ben conosceva le corti, e i ministri di gabinetto, e di stato, e in particolar modo i principi, ei loro rispetativi interessi.E certo benchè egli nulla ambisse, pure aveva voce in corte,e ilPapa volentieri l'udiva, eglifidavacosed'importanzaassai.Ma poichèquel grande Pontefice ebbe a cedere a fato immaturo, la fortuna si volse contro l'A., il quale dovette sentirne i colpi più avversi eduri a sostenere.Alcuni glidavano tacciadimalfilosofo, altri altrimenti il' mordevano.Ilmondo parteggiava avarie fazioni,e tutte erano contro l'A., perchè egli non istudiava ad alcuna, anzi combattevale tutte per seguire la verità, Non mancavano forse le gare degl'invidi, e di quegli che volevano fargli scontare a caro prezzo labenevos lenza che aveva goduta di Papa Ganganelli. Nel 1790. usci un libello famoso contro di lui senza data di luo. go, Aveva per titolo Lettera di un viaggiatore istruito, ad un amico di Rama risguardante principalmente la  ! 10   dottrina dell abbate Cristoforo A.. Era quel libro una catena di calunnie e d'infamie; non più che sedicipaginesistendeva,ma insedicipagine chiude vaquanto puòlarabbias temperarein moltivolumi.Ven devasi inRoma,ma senza luogo enome di stampato re. L'autore non è a richiedere, che si stette e starà sempreocculto: elomerita. L'A.,comecchèsu periore fosse alle male arti dell'invidia e della calun nia, pure tenne dell'onor suo rispondere e scolparsi; e dettò uno scritto intitolato Rimostranza al Trono Pontificio,emanifestoalPubblico= Equestofino dal 1790. era in punto per le stampe. M a consigliato dagliamici a presentarne prima il Papa, alloraPio VI, anzichèmandarlo allaluce, eglicondiscese. L'ebbe  in fatto il Pontefice, lolesse,conobbe lacalunnia,eren dendolo con molta benignità all'autore gli fe'travede re, che egli avrebbe punito i calunniatori col trionfo delcalunniato.Ma lavitanonbastòall'A..Sa rebbe assai desiderevole che questa Rimostranza fosse data a luce, perocchè oltre allo scoprire fino al fondo l' animo dell'autore, mostra la condizione dei suoi tempi, e di molte cose incerte rende pienissima fede. Ivi egli parla di sè con libertà di filosofo, e fa il ca rattere suo qual era in fatto, ed i suoi stessi difetti non nasconde. Si confessa amatore della filosofia, non di quella che in barbaro gerga di voci più barbare non dà che frasche, e sofismi, m a di quella nerboruta e vigorosa che prese spirito dal Galilei, da Bacone, da Cartesio, da Newton e dagli altri di tale schiera, i quali, abbattute le vecchie superstizioni e le matte fre nesie, rimisero al suo seggio la ragione,e in quello stesso che la innalzavano la mostrarono più riverente, ed ossequiosa alla Religione.E apertamente dichiara solo quella filosofia piacergli, che è guida e conforto degli uomini, mæstra di costumi, e di civiltà, e che nasce dalla carità cristiana, che è la sola per cui la società ha fermezza, e innanzi cui scompare ogni fel lonia ed ogni pubblica sventura.E non disconfessa il suosentirsidisoverchiotrasportatoadireilveronu do e calzante,e l'essere sdegnoso de tristi, e insofa  Vedi rimostravza al Trono Pontifieio] ferente di oltraggi.Insomma io non credo che altri possa ritrarre lụimeglio, di quello che egli stesso in quella scrittura si ritrasse. L'abate Francesco Gusta nella sua Vita di:Co stantino, oltre il pụngere sovente ! A., e tal volta inveire contriesso, lo tratteggia come soverchia menteamicodi novità,elomandadelparicolPe reira, col Tamburini, col Natali, e col Zola .Ma cheil Gusta parlasse per invidia, e per bassissima vendetta, sitravede in leggendo quella vita; e l'A. ben fe? a punirlo collo sprezzo dell'opera, e dell'autore. Egli il 16. maggio ottenne di essere giu bilato dalla cattedra di lingua greca nel collegioUre bano, e il decreto n'è molto onorevole. Nel dicem bre dello stesso anno cadde malato, e giudicarono che egli avesse pericolosa ostruzione alla milza, ed al fe gato.Siposeinletto,e arigorosacura;ma ilmale anzi che cessare rincrudì, e lo mise fuori d'ogni speranza di riaversi. Anima nobilissima come era,accettò l'annunzio del pericolo suo con serenità di volto, e tranquillità, e adoperò in quello stremo da quel filo sofo cristiano, che per tutta la vita aveva mostrato. Sia qui debita lode ai cardinali Antonelli, Borgia, G a rampi, che luisoccorsero generosamente in ogni gui sa; perocchè egli non aveva modo da sè di sostenere lunghe spese di malattia; non avendo mai voluto far denaro,anche potendolo.Ne glimancarono buoni ami ci in quell'estremità,che ben n'aveva di tali; sebbe ne egli fuor del mondo col cuore solo fidava in Dio, e però presi i conforti della chiesa, dispose delle poche cose sue,e tranquillamente passa. Morendo lego alla patria la sua ricca biblioteca che è il meglio dell'eredità sua; legato preziosissimo specialmente peisuoi scritti, e pel carteggio. Fu portato al sepolcro in abito clericale suo principale ornamento edecoro,come,egli primadimoriredichiarò; poichè egli aveya ricevuti, come siè detto, gli ordini minori. Tutti i giornali d'Italia piansero laperdita di tantuomo.L'abbateOssuna ex-gesuitamæstrodirettori: pa in Savignano ne inserì un bell'elogio nella gazzetta di Cesena;unaltronemiseilP.Pujatinegliannali eça clesiastici di Firenze. Anche Mazzuchelli nella sua grand'opera degliScrittoriitalianinefeceun bell'elogio: ma il più ricco di tuttifu letto nella reale accademia delle scienze e belle lettere di Mantova il 29. novembre del . dall'abate don Isidoro Bianchi,con appresso il catalogo delle opere dell'illustretrapassato; catalogo â cui rimetto i miei lettori, perchè penso che di m e glio non si possa fare. Basti sapere che ilnumero delle opere dell'A. tra le edite, e quelle che inedite rimangono nella biblioteca savignanese vanno oltre à cento venti, é ve ne ha alcuni di gran mole. Non possoperò quipassarmid all'accennarneuna per oni 1 A. si ebbe grandi amarezze, e fu = Lege'snovellæV.anecdotæImperatorum Theodosiiju nioris,etValentiniani111.etc.= Intornolaqualeil dotto Bianchi dice così = Ai colti bibliografi non è ignoto, che in tempo che l'abate A. era in R o ma occupato per la pubblicazione di quest'opera in signe,inRavennapure sitravagliava dal dott. Žirardini per lo stesso oggetto. Or la morte dello stampatore,cheincominciò l'edizione romana,é ledue malattie di quello che la prosegui (vedi Nov. Lett. del Lami a col. 822. ) ritardò la medesima più oltre del tempo assegnato nel manifesto, che usci ai 21. di giugno del 1766; é nel quale si promettevä il libro nel prossimo agosto, quando per le suddette c a gioni realmente non uscì che nel 1767. L'edizione in tanto del Zirardini si rese pubblica nello stesso mese di giugno dell'anno sumentovato, e dal Lami ne fu subitoriportato un lungoestratto,chesiè creduto di mano dello stesso Zirardini, o di qualche altro suo intimo amico dimorante in Roma (Marini): Un altro breve annuncio della stessa edizione fæntina fadatodaigiornalistid'Yverdon (tom.I.1768)av vilendola forse un po'troppo in confronto della roma na.Questoannunziounpo'vibratomisedimoltomal amore il Zirardini, e stuzzicò un letterato romano (it prelodato Marini)molto amicodel medesimo ad inse rire nel tomo 3. del giornale di Pisa un lungo estrat to dell'edizione delle cinque Novelle fatte in Færiza dal dott.Zirardini, attaccando l'abbate A. d'im postore e di plagiario, come se egli nella sua edizione] La cosa era in sè semplicissima. Due dotti quali erano Zirardini, el'A.avevano estratta00 pia delle cinqueNovelle quasi inpari tempo;amendue vi ponevano studio intorno per illustrarle;l' uno in sciente l'altro le pubblicava. Or che male è qui? lo avviso che se i giornalisti d'Yverdon avessero con più lode trattata l'edizione fæntina non si sarebbe mossa querela alcuna nè dallo Zirardini, nè da alcun altro. M a il Zirardini punto dalle parole dei giornalisti d ' Y verdon, e rinfocato dal Marini, che vedeva forse di mal'occhiosalitoinfama1'A.,chealloraa lui non era amico più che d'apparenza (cosa che si pro va benissimo per molti fatti,ma piùper le lettere del Marini al dottissimo pesarese Olivieri le quali nella pubblica biblioteca di Pesaro si conservano )cominciò a fare lagnanze, ed avventarsi contro l'A..Sebbene sa rebbe piùveroildire, cheilZirardini,chemodestoepaci fico era di natura, si lasciò reggere in tutto dal Marini stesso; il quale si fe' innanzi al pubblico co'suoi scritti a c cusatore dell'A.,più presto che buon difenso redelZirardini.Egliè fuordubbiochemolto inge nuamente l'A., nel S, X. della prefazione dopo aver mostrata nel suo vero essere la cosa, diè le più belle lodi che mai al Zirardini, sino a confessare che ove avessepotuto,sisarebbeegliastenuto dalpubblica re l'opera sua, dopo avere conosciuta quella dell'illu stre ravignano. Eccone le parole = Neque hic nunc silentioprætereundum dum opus hoc nostrum prælo traderetur, has ipsas Novellas ex eodem Othoboniano Codice depromptas faventinisArchiitypisprodiisselu culentissimo commentario illustratas Antonii Zirar dini ravennatis viri consultissimi, qui eundem codi cem insciis nobis ab ipso Ruggerio jampridem obti, nuerat, qui sane longe effusiori doctiorum adnota tionum segete,ulteriorique rerum doctissimarum ap  999 » 14 romana si fosse approfittato dei lumi, e della erudizio ne sparsa nell'edizione fæntina. L'abbate A. però,cheebbe sempre a cuoreilproprio onore,esem pre si fece un dovere di vendicare igravitorti, che la malignità congiunta all'invidia avesse saputo recare alladi lui onestà,e buona fama,non tardòapubblica re sotto il finto n o m e di Evisio Erotilo la sua apología. 92 99  jypáratu rem perfecit;quod sane sinobis, antequam hanc spartam curandam susciperemus, innotuisset, w cîtrapublicæfidei, quajamob stringebamur injuriam; eademfortedimittianobispoterat.= (Ginanni t. 2. Memorie storico-critiche degli scrittori ravennati ): Dopo questo io non posso credere per conto alcuno a ciò che francamente il Marini afferma nella sua im. mortaleoperadeipapiridiplomatici.L'A. volle far credere di non aver lettö il libro del giures consulto ravennate,chepur aveva tutto coraggiosamento te espilato و Parole che bene consuonano alle acers bissime che scriveva all'Olivieri, dalle quali si pare, che per buon viso che mostrasse all'A. pure vi avesse mal'animo contro.Tanto possono le passioni nel cuore degliuomini piùsapienti,etale èlasciagura perpetua delle lettere italiane! L'A. fu uomo pio, caritatevole,generoso; bocca di verità.Cogli amici affabile,con tutti umano; socievole. Consultato dai primi dotti volentieri lorð sinceramente si prestò. Sappiamo infatto che fu inters pellato dal famoso Pasquale Amati per la sua col lezione dei Poeti latini,come si legge nel tomo I. pax gina 6. della prefazione; dal dottorFantini per le an tichità di Sarsina, che ristampò in Fænza: in cui si trovano varie aggiunte dell'A.; dal Ferri; dal Bianconi,dalcardinalRiminaldi,aiqualidièmoltis sima mano.Faceva volentiericopiaaltruidelsuo vasto sapere, e spesso scrisse per altri donando la fatica e la gloria che ne verrebbe. Grato oltre ogni credere tramandò ai posteri le lodi di quanti a lui premoriro no amici, e benefattori. Se qualcuno a lui caro o sti mato veniva offeso nell'onor letterario o in altro, e gli si levava a difesa, e acerrimamente ripugnava le accuse. Intraprese viaggi per diversi luoghi d'Italia onde meglio erudirsi, visitando biblioteche e codici, e molti ne trasse dalle tenebre.Usava ogni di notare in un libro le cose vedute, o fatte. Amò lapoesía, e giovine dettòversi italiani, iquali,comecchèritraggano assai del secolo in che visse, sono degni di essere letti. Si piacque oltremodo delle artibelle, e ne rendono fede i'elogioche egliscrisse di RaffæleMengs, e l'amici xia che lo lego al Winckelman, al Bianconi, al Bottari;  16 'e ai primi artisti di Roma. Non 'cercò, anzi rifiutò ca riche offertegli. Dalle lettere a lui dirette da varii m i nistri sirileva cheegli fuinvitato dalla real corte di Napoli allacarica di CustodedellaBiblioteca regiæ delmuseofarnesiano,'edi coadjutoreperpetuo della reáleaccadèmia il 2. settembre con onora rio di 300 a 400 ducati, ed altre buone condizioni. Ed essendosene scusato 'fu di nuovo invitato con più vive istanzel' con più largheof ferte.Nè unsecondorifiutobastòacessarel'inchieste: poichè il 24. luglio del . gli furono offerti mille d u cati,equelch'egli volesse,solochesirecasseadac cettare l'invito. Altrecariche purericusò,perchèa tutto anteponeva lo starsi fra 'suoi libri in R o m a. La patria accettando ilgeneroso legato fattoglidi oltre 4000 volumi gli ordinò solenniesequie nella chie sa maggiore a spese pubbliche, a cui intervennero il magistrato, e i principali cittadini di ogni ordine. Fu posta sullaporta della chiesa una 'onorevole iscrizione dettatadall'eruditissimoPietroBorghesi,laquale andò pure'alle'stampe.Appresso nell'atrio dellecasedel municipiofuincisala seguente iscrizione scritta dal chiarissimo suoconcittadinocavaliere BartolomeoBor ghesi figlio di Pietro, la quale dice così. Jano · Christophoro · Mich · F · Amadutio Philologo: Eruditissimo Ordo • Sabinianensium Civi. Bene ·Mer. ·Altro onore vole titolo puresarà in breveposto entrolabiblioteca, ovecongrandesennoe gloriadei trapassati, a stimolo dei viventi 'concittadinisono in marmo descritti gli elogidiquantireseroillustre la patria dell'A., che fu pur quella del Barbaro, dei Borghesi, degli Amati, è del Perticari. N.B.Ilritrattoèstatoricamiglia A.  in Savignano. mpato da quello esistente nella fa MONTANARI PROF. G. I.DI BAGNACAVALLO = SCRIS. EA est temporis ed acitas, ut cum ftapaullatim diflolvat, nullaque res fit vel pretio,velfoliditate,velquocumquealio nomine præftans, quæ eius imperium detreftare (e poffc confidat. Si Romanorum monumentaadæternitatemconftru&a perpendamus, quæ nunc vel diruta, vel male confiftentia oculis nofiris obverfiantur, intimo quodam doloie percellimur, et ægre licet, indubie tamen fluxam rerum humanarum conditionem agnofeimus. Ceterum is eft de animi noftriimmortalitate nobisindituslenius, atqueitaaltedefixus, ut veluti tacite ab eo profe&um intelligamus tum defiderium, quotangimur, veterummonumentorumanxieperquirendorum, tum lolertiam, quam in lifdem vel reipfia confervandis, velinlongiusduraturamateriæxcipiendisimpendimus. Hæc peragentes videmur quodammodo inanimatis rebusnoftramtribuere immortalitatem,qui&eafdempofteritati commendemus, et earumdem præfidiovelutinosipfos ad transacftas remotiffimas ætates, ad quas pertinent, transferamus, atque I II atque ita exiguam nimis vitæ noltræ brevitatem vel producendo, vel compenfando nobis libentiffime blandiamur. Quæ ergo veterum artes, et profeffiones condiderunt, Signa, Protomas, Hermas, Anaglypha, Sarcophagos, Titulos, ceteraquemonumenta colligeretumprimumfategitFrancifcusPetrarcha, quem Tuæ ætatis perpauci, plures fequiorum temporumimitati, tumMulca,& Villasiifdemlucupletantesa litu, Iquallore, quin& interituprovidilTime vindicarunt.Sed in irritum cefolTet hæc ipfa follicitudo, nili typorum etiam accefliffet luccenturiata fedulitas. Quot enim diffracta Mufoa, quot iam Villæ labefactatæ, et quot vel avulfa, vel rurfus obruta, atque etiam foede difrupta, quæ ibidem exfiftebant, monumentavelutiaboculisnollrisaufugerunt 1Quarelætandum nobis elt, eo pervenille humanæ mentis acumen, utiplistemporum,&rerumvicilTitudinibusoblittere,&vim inferre non dubitaverit, et curas curis addendo nova excogitaveritprælidia, quibus diuturniori huiufmodi monumentorum confervationi prolpiceret. Hmc ergo elf, ut quæ in unum collecta monumenta perierunt, perenniter vivant in eruditorum Voluminibus vel typis æneis contignata, vel doctis illultrata adnotationibus, quibus nunc autographorum deliderium nobis reparari quodammodo videatur. Quare non aliam ob cauffam, neque etiam abfimili ratione quæ olim laudabili providentia Cyriaci, &: Afdrubalis ex Matthæia gente Procerum, et lovii Marchionum tum in Hortis Cælimontanis, tum in Ædibus ad Circum Flaminium coafta, et collocata fuerunt omnis generis monumenta, nunc primum æreis formis infoulpta, nollris illudi ationibus ditata, in unum collecta, rite dilpolita, ac tribus comprehenfa Voluminibus preli beneficio in publicam lucem emittuntur. Licetenim, utfuolocomonuimus, &deinceps etiam monebimus, multa eorum a prioribus hilce domiciliis pro  III profectain celeberrimumillud MufarumSacrarium,Mufeum nempe Clementinum Vaticanum, conceffierint ævo quam longiffimo fruitura, tamen non omnia illuc fe receperunt, multa quinimmoproculiamabiere, acmultætiamindies fatifcunt. Videt, credo, porro unufquifque, ereomninofuifle, utquæ olimfuerittantamonumentorumcongeries, unooculiiftu perluftretur, tumdomi,& foris,tumpræfenti,acfuturo tempore innotefcat. Deliderandum quidem erat, Hortos, et Ædes Matthæiorum tantis confpicuas monumentis litteratorum obtutibus exhiberi, ne tot aliis, numquam cum iis comparandis, quæ hoc beneficium nactæfuerant, veluti quodammodo inferiores et haberentur, et effient. II. Poftquamlitterarum, &veterumfcriptorum,rnonumentorumque ftudium adolevit, tum artes ipfæ, quibus ab honeftate nomen efi, barbariem a Gothis, Langobardis, ceterifque feptentrionalibus populis inaufpicato invectam Italia exfulare iulfierunt, homines conformare fe urbanitati, cultui, et magnificentiæ Romanorum veluti quadam concertatione facta coeperunt. Inter cetera Romanæ magnificentiæ opera, quibus luxus impenfius excreverat, &.ipfe Perfarum faftus, et opulentia obfcurata omnium iudicio cenfebatur, Villæ profecto fuerunt, quibus nihil pulchrius, nihil amoenius, nihil præftantius &fpatiiamplitudine, &ftruHuræexcellentia, et ædificii decore, &: operum copia haberi poterat. Exftant nunc etiam Tibure Hadrianeæ Villæ veltigia, quæ fupra reliquas plane excellebat, et ex qua tam infignia et Græcorum, et Ægyptiorum monumenta prodierunt, ut iis Mufeum Capitolinumtamquam cimeliisomninolingularibus,omniumque præfiantiffimis inclaruerit (0. Scatebat porro Tiburtinus ager Pyrrhi Ligorii Defcriptio Villæ Tiburtinæ Hadriani Cæfaris. Romæ 1551. in fol. eum Jiguris • Vide lofephum Roccum Vulpium Vet.Lat. Tom. X. y Sc omnes Tiburtinos Hifloricos, Ioh. Franc. Martium, et Antoninum Regium, tum_, Idyllium Fabii Crucii, inferius citandum Omnium   IV ager multis aliis privatorum civium fecedibus longe clegantiffimis, inter quos omnium deliciarum genere conferta eminebat Mæcenatis Villa, aderantque aliæ, quæ ad Manlium Vopifcum(0,MunatiumPlancum,SalludiumCrifpum,C. Caffium, Quintilium Varum, Marcum Lepidum, et Cynthiam Propertii amicam, aliofque pertinebant. Prætereo Ciceronis Tufculanum , quod fuerat antea Syllæ, tum Formianum, Cumanum, Puteolanum, et quod omnibus celebrius, porticu, et nemore infigne, atque Academicis quædionibus facrum, Pompeianum. Celebre et Horatii diverforium in Sabinis, Catulli extra Portam Valeriam ad ripam Anienis , Senecæ in via Nomentana 5), Martialis ibidem C6), et longo laniculi ingo (V, aliorumque. III.Horumigiturimitatiexempla(æculiXVI.magnates opulentia, luxu, et litteris prædantes fuburbana condere coeperunt amoenidima, quorum primum illud cd, quod in oppido Bagnaiæ anno coidxi. inchoatum tandem perfecit Ioh. Francifcus Gambara Card., et Viterbiends Eccleliæ Epifcopus, cuius fata et Francifcus Marianius (s), et Felicianus Buldus (9) late alienigenarumfrequentiacelebraturhæcVilla,nec caruic præfentia IOSHPFII II. Imp. Pii Felicis Aug. 3 cuius rei memoria marmore infculpta hæc Imp. Cæf. lofepho. II Petro. Leopoldo. M. Etruriæ. Duci Archiducibus. Andriæ. Germanis. Fratribus PP. FF. AA Hadrianæ. Villæ. vedigia In. hoc. fundo, ac. vicinia, confpicua Huius. Villæ. Dominus, demondravit Iofephus. Eqiles. de. Fide Aulæ. Cæfareæ. Confiliarius XIII. Kal. Apr. A. MDCCLXIX prolianæVillæexidimat; tum Gregorium Placentinium de Tafculano Ciceronis 3 nunc Crypta Ferrata; Romæ 1758.  Vide Differtazione di Domenico de Sanctis tra oli Arcadi Falcifco Carijliofopra la Villa di Orazio Flacco; Roma pel Salomoni 1761., 8c Decuoverte de la Maifon de Campagne d'Horæe par PAbbe Bertrand C.ap Martin-Chaupy; d Rome Hendecafyll. XLII.  Epiff 104., et 110. Lib. I. Epig. 106. Lib. IV. Fpig. In Parergo de Fpifcop. Viterbien. pojl Differtationem de Etruria Metropoli; Romæ Ifloria della Cittd di Viterbo; in fine del Vid. Ioh.LucamZuzzcrium(D'unaantilaCronologiade'Vefcovi; Roma.Conditoca Villa [coperta fui dojfo dei Tufalo; Venezia rum nomina hifce Verfibus Petri Magni ibidem (0 Vid. Statium Sifa. Lib. I. 3. 17 479 qui Ruifincllac delicium Jocum fuiffe Tuiexaratis innuuntur: Nec   V profequuntur. Tum prodierunt, ac longe lateque inclaruerunt Horti Tiburtini, quos poft Card. Bartholomæum Quevam, qui aluliolll. obtinuerat, Card. Hippolytus Eflenfis exftruxit, permagnifico prætorio auxit, et antiquis ftatuis, picturis regiaque prorfus fupelleftile locupletavit. Hi dein in Card. Aloyfium Eflenfem translati funt, quo vita funbto, ex, Hippolytite ftamentaria voluntate, et iudicialifententia, eorumdem usura XII. annorum spatio cedit Sacri Collegii Decano, donec purpura donato Alexandro Eftenfi, eorumdem ius in ipfa familia'inftauratum cft, novafque a legitimis dominis et additiones, et reparationes poftea habuerunt(0. Tiburtinum hoc delicium carminibus celebravit M. Ant. Muretus, ac prædicarunt infuper Libertus Folietius , Ioh. Francifcus Martius (s), Antoninus Regius, Fabius Crucius W, Ferdinandus Ughellius 05), Francifcus Scottius»), Rodulphinus VeNec placuifle tibi laus ultima3 magne Riari, A quo primus honos 3 nobilitafque loci. Quod fi longa tuæ ncvifTct flamina vitæ Invida Parca, nihil quod quereremur erat. Saltem magnanimi virtus præclara Rodulphi Serius ad fuperos hinc abiifTet heros. Nunc j o Dive loci præfes, tibi Gambara poft hos Contigit haud opibus } fed pietate pari. (0TeflesfuntfequentesInfcriptiones’: I. Regios. Eftenfium. Principum Hortos. iinmenfo. Card. Hippolyti Sumptu. præruptæ. rupis Afperrimis. cautibus In. mollilTimi. clivi. penfiles Ambulationes. converfis Ac. terebrati. per. montis. vifcera Duffcis. ex. Anniene. innumeris Fontibus. admirandos. ab. Aloyfio nutius Magnificentiori. forma. conftru&i Et. venuftati. quam. vides Reftituti Anno. Salutis. Tyburtinum Hippolyti Card. Ferrarien. ad Flavium Vrfinum Card. ampliff. 3 inter Opera fubJiciva Vberti Folieti Genuen. Romæ apud Zanettum 1S’79j et In 1'om. I. Part. II. Thefaur. antiq. bijtor.ltalic.Ioh.Georg.Grævii.Lugd. Batav. 1704.  Hiflor. Tibure. Lib. V. num. 174. Thef.. Græv. Vol. III.4.  Antichitd di Tivoli di Antonino dei Re; Tom. eod. Thef. Græv.  Ville di Tivoli deferitte dall'Arc/prete Fabio Croce di detta Citta; ldilio divifo in due racconti 5 nei quali fedelmente Ji narratio non meno le Ville, che anticarænte v'ebbero, e frequentarono gl*Imperatori, Re con altri infigniperfonagEt.Alexandro.Cardinalibus pi,ecelebrivirtuofi, raalamedefimadella SereMagna. fplendidi. cultus Acceflione. nobilitatos II. Serenifiimi.Francifci. II. Mutinæ. Regii. &c. Ducis Vel. abfentis. munificentia Fontes. ifli. temporis. iniuria. collabentes nijjima Cafa d*EJle &c. 1» Roma per it Mancini 1664. in 8. (6) In additionibus ad Alpbonfum Ciacconium de Fontiff. Rora. 3 S.R.E. Cardd., ad ann. 1539. ubi de Hippolyto Card. Eftenfi. (7) In Itinerario Italiæ Lib. III.631.   nutius(0, IohannesPetroskiusO), IolephusRoccusVulpius , Barottius , aliique. Picturam vero æneis typis Romæ publicavit Corona Pighius. In hos oculos Ilios potiflimum intendit, et horum exemplo incenius eit CyriacusMatthæius, quodeinluosinCælimontioexcitaret, quoslatedeferibemus, poftquamceteros, quideinRomæ, vel in eius vicinia conditi funt, levi calamo attigerimus. IV7. Fere eodem tempore excitari coepit ab Alexandro Farnefio Card., Paulli III. fatris filio, Caprarolæ delicium, infigni praclertim architectura lacobi Barotii a Vignola, St præclaris Thaddæi, Friderici, St Octaviani fratrum Zuccariorum, Antoniique Tempeftii picturis celebratiflimum b). Heicetiam laudandinunc veniuntHorti,quiprimumexiuflu Card.IuliiMedicei, qui fuit poflea Clemens VII. P. M., formam præbente Raphæle Sanctio, conftructi funt ad Clivum Cinnæ (nunc Montem Marium dicunt ), picturilque Iulii Romani, StIoh.Utinenfisornatifunt,actandeminFarnefiam gentem, quæ cultu fplendidiores, St opere ampliores fecit, devenerunt W Recenlenda infuper eft Villa Philonardia, quam EnniusPhilonardiusS.R.E. Card. Tiburefibicomparavit, quæque nunc fquallet, St rimarum plena undique fatifeit, atque dilabiturb). Quid vero memorem Hortos a Iulio III. extra Portam Flaminiam dein mire exftruStos, a Faufto Sa Defcrizione topografica 3 ed iflorica di Roma moderna Tom. II.925. bæprarola &c. Opera de' pih celebri Arebitetti 3 difegnata da diverfi. Libro in 8$. fol. 3 c mezzi fol. Imper. Parte III. Tum Deferizione 3 e relazione iflorica dei nobilijftmo real palazzo di Caprarola&c.daLeopoldoSebafliani;Romapergli  Trigonometrica Dioecefls, et Agri Tiburtitii Topograpbia 3 ‘veteribus 1viis 3 'villis 3 ceterifque antiquismonumentisexculta&c. RomætypisGenercflSalamoni3pag.XIII. eredidei Ferri 1741. inS.Vide Epigramma Au($) Vet. Lat. Tom. X.  Memorie Ifloriche de’ Letterati Ferrareft; opera pofluma. In Ferrara nella Stamperia Camerale 1777. Vol. I.336. CS) Vide Studio d’Arcbitettura civile fopra varie Cbiefe, Cappelle di Roma 3 e Palazzo da Carelii Urfii Romani de Caprarolæ deferiptione ad Card. Farnefium Lib. III. Epigr. 21.75utriufque editionis Parmen. 1589. 3 et Bonon. Nunc Villa Madama vulgo audit \ (7) Vid.‘Iofephum Roccum Vulpium Vet. Lat. Tom. X. Lib. XVIII. Cap. X.379  bæio(*)&FrancifcoCommendonio.C2)carminibuslaudatos, tum a Scottio Cd, BoifTardio 3 CiacconioW 3Panvinio, aliifque fufe defcriptos? Ii namque a Clemente XIV., et PIO VI. Summis Pontificibus nuper reparati eruditorum omnium oculos in fe converterunt, et æneis formis expreffi, noftnfque illuftrationibus audi in publicam lucem ad Architedonicæ artis præfertim adiumentum propediem prodibunt. Laudari vero lure poftulant Horti Medicei in Colle Hortulolum exfiflentes, a Card. Ioh. Puccio Politiano inchoati, et dein ab altero, eoque eximio Romanæ purpuræ ornamento, tum Magno Etruriæ Duce Ferdinando Mediceo multis eruditæ vetuftatis præclaris reliquiis, et exoticarum linguarum typographia longe celeberrima magnificentiffime amplificati. Commemoratio faltem defiderium reparet Hortorum Carpendum, quos in Quirinali olim ædificaverat, atque adeo præclaris ornamentis infigniverat Rodulphus Pius S. R. E. Card., ut CXXXVI. amplius ftatuæ in iis numerarentur, quarumpræffantioresrecenfetLJlyffesAldrovandiusV)3eas infuper referens, quas et ipfius Palatium in Campo Martio fervabat.Hisiungantur&Hortiilli,quioliminSuburra prope Amphitheatrum Flavium, et Templum Pacis a Card. Lanfranco conditi, Carpenfes dein fadfi funt. Prodierunt et hoc tempore Horti Farnefiani Tranftiberini (8J, aliique PalatinifV,ubinuncvineæ,&;vepres. Necreticendifuntmodo mato Epigrammatam Lib.I. pag.Sj., fi7.,,33., 138., 144.3 148., i;i., ij6., ij7., 161,  Ex Mf. Cod. Epiflolar, Cornelii Muflii Epifc. Bituntini apud CI. Præfulem Stephanum Borgiam a Secretis Sac. Congr. de Propaganda Fide.  Itiner. Ital.483.  Topograpbia Vr.bis Romæ Tora. I.Jo. et feqq.  In vitis Ptmtif., 'ubi de Iulio III. (fi) ln vita Ia/ii III. poli vitas Barth. Platinæ. Hortis Carpenfibus legendus Boiflardius loc. cit. pag.46.jScottiusloc.cit.Lib.II.Cap.VII[. pag.476.j Francifcus Swertius Lib. II. Itiner. Italiæ 3 Andreas Victorellius, æ Ferdinandus Ughellius apud Ciacconium in Rodulphi Pii Card. vita3&Floravantes Martinellius Romæxethnica facra$y. Vide Portæ eCtypum inter opera Architectonica Iacobi Barotii a Vignola^ Tab. XXXXV. (8) Vid. Scottium loc. cit.416., Boif Tardium (7) D elieStatue antiche, cbepertutta Roma, loc.cit.pag.11., &UrfiumLib.I.epigr.12.pag.52. fiveggono 329J. Vid. fuperius201. De (9) Vid. Scottium444.   VIII ma*nificentiffitni Horti Quirinales Card. Guidonis Bentivoh Ferrarienfis, quibus nulli Romæ erant arboribus fplendidiores, ut et lilvæ lpeciem præberent, et labyrinthi b).Succedant dein HortiCælii,qui,defcribenteloh.BaptiftaFonteio-, ad dexteram laniculum habent, ad lævam Vaticanos montes, ante fe Tiberim, SancTi Spiritus Fanum, et Xenodochium, pojlfe Prata Neroniana, fornaces lateribus excoquendis infimaas, edito in colle,fecundum ædes Cacfias refertiffimas ipfis antiquitatibus. Horum Hortorum Inlcripuones multas refert ipfe Fonteius, lulius Iacobonius, cetenque, ac nonnulla eorumdem vetera monumenta iamdiu inde avufa ad augendam Capitolii maieftatem præcipue emigrarunt b. Nonnullisantiquitatis exuviisditatiq uoqueerant HortiAventini Maximorum H). Nec fua careat laude Blofianæ Villæ amoenitas, et Hortorum Coloccianorum apud veteres Sallu ftianosO123) tumobveterum monumentorum copiam, tumob litteratorum conventum celebritas. Infuper memoretui AuguftiniChifiiSuburbanum Tranftiberinum,inFarnefiamgentem translatum, magniRaphælis picturis, multifque antiquitatibus IpedlatiffimumV; 5 Marcelli Ccrvinii Card., et dein Pontificis Max. Villula elegantiffimaV), ac Petri Melinii altera V), in qua Poe Vid. Scottium479.} et BoifTardiurrL.47.  Deprifea GæftorumgenteLib.Il. Cap.XIII.154. Vid. Urfium Epigr. 19. Lib. III.72., ubi de fimulacro Veftæ in Hortos O&avii Cæfii translato.  In Capitolio: Clemens.XI.P.M Romæ. de. Dacia. Triumphantis Captivorumq. Numidarum. Regum. Statuas Ex. Hortis. Cæfiis Addito. Ægyptiorum. Signorum. ornatu Porticuque. a. fundamentis. excitata Ad. augendam. Capitolii. maieftatem Tranftulit Anno. Salut. M. D. CC. XX "4) Vid. lulium Iacobonium appendice ad Fonumdeprifea Gæftorumgente Vid. Fauftum Sabæium Lib. 111. Epigram., 525., 524., et 5*5edicRomæ isj6(6) Vid. Virum Cl. loh. Francilc. Lancellot-,m in vita Angeli Coloccii præmilta operi, cui ulus:PoefieItaliane, eLatinediMtuifg.'i»' IoColocci&c.hfi.772-PUires''"rcriP‘iones Corcianæ migrarunt in Palatium Caid. Carpine!: Le Smetio in Præf. Infer. (7) Suburbanum Aitgitfini Chifi per Blofum illadium. Romæ per lacobum Mazocbium Rejn. Academiæ Bibliopolam 1J12. (8) Vid. Sabæium loc. cit.568. (9) Vid. Benedi&i Lampridii Cremon. Odem in eliciis Poetar. halor. Tom. IX Poetas de more familiæ coena excipere ipfe folebat. Accedat Villa Lantia in laniculenfi calle fita, quam Iulii Romani architeftura, et piHuræ celebrem præfertim fecerunt. Accipe nunc et veteres Hortos Vaticanos (0, quibus Hortus Botanicus quinetiam Nicolai V. iufiu olim conditus adneclebatur,quofqueamoenioresfecithoctemporePiusIV.,exflxufto 'ibidem delicio fane elegantiffimo, ufus opere Pyrrhi Ligorii, qui formam dedit, et perficiendam curavit. Huc etiam revocanda Villa ampliffima, quam ad Tufculanum ædificavit Card. Marcus Siticus Altempfius Pii IV. fbroris filius, quæMondragonisdiflæft,quæquedeinfaftæitCard. ScipionisBurghefii,aquomultætiamhabuitincrementa. Sed iam properemus ad celebres Hortos Viminales, five Exquilinos, quos Sixtus V. condidit, infignibufque ornavit veterummonumentis,quiproinde&Perettii,&Montaltini dicti funt, quos Aurelius Urfius Romanus (d præfertim carminibus celebravit, quofque dein fuos fecit Ioh. Francifcus Nigronius Genuenfis S. R. E. Cardinalis O. Tum his iunganturproximitate,&eiufdemPontificisbeneficentia,&aufpiciis affines Horti Viminales Martii Frangipanii0), qui nunc adStrotiamgentempertinent; atqueitafinisim ponaturpræcipuis, quæ tulit ruralia delicia fæculum XVI. IV.Necminoricelebritate,magnificentia,acveterum monumentorum congerie præftiterunt huiufmodi Suburbana, quæ (i) Belvedere vulgo audiunt. Vid. Delie. Poetar, halor. Iani Gruteri. Vid.HortiRomanibrevemHiJloriamGeorgu. Bonellii CI. Medicinæ Profefloris in Archigymnafio Romanæ Sapientiæ ad Tom. I. Horti Botanici Romani1. (;) Carminum tib.II. pag.:8. Peretthm, fm Sixti V. Pontif. M. Horti Exquilim, et Lib.IUEpigr. 24.73, de Perettina Sixti V. P. M VUlq carmine deferipta, mittit nempe verfus fuperius indicatos.  In inuro Hortor, prope Bafilicam Tiberianam: Sub. præfidio. Deiparæ I.F.tit.S.M.in.Ara.Cæli.Card.Nigronus Se. fuos. fuaque. conflituit Die. V. Aug. ann. Domini. MDCCVII  In fronte Ædium: Sixto. V. Pont. Max Ob. collata In c‘. fe. beneficia Hortofque. Viminales Au Flos Martius. Frangipanius Grati. animi. ergo b   X quæ dein fæculo XVII. exftru&a funt. Tufculum quidem amoenitate loci multos ad fe rapuit, et ad deliciarum feceffus ibi dem ædificandos invitavit. Talis eft, quem Petrus Aldobrandinius Clementis VIII. fratris filius regiis prorfus impenfis, et apparatibusexfiruxit0),& cuiabipfograto prospectu nomen inditum est. Eidem etiam accepti referendi funt, qui in Quirinali colle eius Ædibus iunguntur, et veterum nuptiarum picturis, ex Titi thermis addu&is, Horti potiftimum celebrantur. Romæ in Ianiculi vertice prope Portam Aureliam delicium fibi comparavit InnocentiusMalvafiaV)AnnonæPræfectus, eumlocum occupans, quemibi Horti Martialis olimobtinuerant (r). Quis vero pro dignitate referat Hortos Pincianos fplendidiftimos, quos condidit Card. Scipio Caffarellius in Burghefiamgentemadfeitus,quoiquetot,actantiselegantioris antiquitatiscimeliis, tum&picturislocupletavit?Manillius, Montelaticus, Leporeus, Brigentius, aliique C) latis fuperque eofdem celebrarunt. Nec iple Paullus V. Burghe Infcriptlo ibi legitur: Petrus. Aldobrandinius Clem.VIII.Fratris.Filius Redacta. in. poteflatem. Sanftæ. Sedis. Ferraria Reipublicæ. Cbriftianæ. fallite. reflituta Villam. hanc Deducta. ex. Algido. aqua. extruxit Vid. Villa Aldobrandina Ttefculana, et varii il($) Vid. Epigr. LXIV. Lib. IV: Hinc Jeptem dominos videre montes, Et totam licet æjlimare Romam. litisHortorumi& Fontiumprofpettus;infol.Epitifingolari.IuRomaperGio.FrancefcoBuagni didit Dominicus Barriere. Tabulis XV., et dicavit Ludovico XIV. Galliarum Regi.  Perfecit anno 1604., ut docet Infcriptio, quæ fic fe habet: in S. 3 Aufctorem habet Dominicum Montelaticum. Defcrizione della Villa di Borgbefe di Lodovico Leporeo in 4. Vide Apes Urbanas Leonis Allatii185. Poetica deferiptio Villæ Burghefiæ vulgo Pineianæ Andreæ Brigentii. Romæ  fius.  Villa Borgbefe fuori di Porta Pineiana di Giacomo Manilii Romano,hiRomaperLodovico Grignani , in S. Villa Borgbefe fuori di PortaPincianacon Pornamenti3chefioffervano nel di lei palazzo, e con le figttre delle Statue In. hoc. Colle. lani. Bifrontis. memoria Et.Martialis.Poetæ.Hortis.celebri in8.Deorum ConciliuminPinciisBurgbeftanis Suburbanum.hunc.fecefium Domo. clauftro. flatuis. picturis Fonte. aviario. pomario. vinea Inftruftum. ornatum Innocentius. Malvafia. Cam. Apo/t. Clericus Annonæ. Præfe£tus. fibi. amicis Animi. caufa. comparavit Anno.Sal. MDCCIIII HortisabEr/.Iob.Lanfrancoimaginibus,monocrornatibus} et ornamentis exprejfum. Delineavit, et infculpfit Petrus Aquila, fol. IX. imper. FpiJlola Francifci Blancbinii de nobilijjimo hofpite Comitis de Traufnitz nomen profejjo, et in Villa Pinciana Burgbefiorum Principum excepto die 27. Maii 1716. Romæ.   'XI fius, qui Quirinale Mutatorium Pontificum excitavit, Hortos ibidem defiderari, neque eofdem et veterum monumentis-, &. ceteris honeftæ voluptatis deliciis carere voluit. Celebres et antiquis monumentis referti funt Horti Ludovifiani, quibus locuscumvetuftisSalluffianis Hortiscommunisaliquainparte efi, quique Cardinalem Ludovicum Ludovifium præcipuum auftorem habent. His neftantur Horti alii Ludovifiani iucundifiimi, quos dein fuos fecit gens nobilillima de Comitibus, in Tufculo politi. Non elegantia folum, fed etiam Ioh.TomciMarnavitiiBofnenfis Epifcopidefcriptiocelebrem fecit Villam Sacchettiam Oftienfem. Quis omnes recenfeat Barberiniæ gentis delicias et in Vaticano ubi olim Horti Neronis, et in Ianiculenli, et in Quirinali colle (ri, et ad Callrum Candulphi etiam magnifice conditas? En Rufina Villa in veitice Tufculi, ubi Tulculanutn Ciceronis aliqui ftatuerunt, ut et fuperiusinnuimus, quam Alexander Rufinus Romanus Melphienfium Epifcopusexftruxit. Prodeat&nunclaniculenlis Nobilia Villa, cui nunc Spadiæ a gente, quæ eam poftea obtinuit, nomen efi, quamque inter Aureliam Portam, et Hortum publicum Botanicum Vincendus Nobilius excitavit ri). Sed Ianiculenfem collem nulla magis confpicuum fecit, quam Pamphilia Villa, cuius pi-oPpedum, delineationem, et præftantiora monumenta typisæneisper Ioh. Bapt. Faldam inlcuiptisexhibuitIoh.IacobusRubeus,quiopusinfcribens Principi Ioh. Bapt. Pamphilio perperam Alexandri Algardii C0 Villa Sacchetta OJlienfis cofmograpbicis tabulis, et notis illuftrata > rujlicanis legibus, officinarumque infcriptionibus adnotata &c. Romæ apud Ludov. Gngnanum 16jo.i,; 4. vid. Leonem Allatium in Apib. Vrban. Vid.Tetium in Ædib. Barberin. p.37o& feqq. G)Hæcibidem legiturlnfcriptio: Villa. Nobilia Viator Hic. ubi. Ædes., ad. animos archiInter. amoena. exhilarandos A. Vincentio. Nobilio. excitatas Adfpicis Aug. Cæsarem. aquæ. de. fuo. nomine. vocitatæ Ex. Lacu. Alfiatino. milliario. XIV Conceptæ Et.in.rranfliberinam.Regionem.perduftæ Emiffarium.exftruxifle. ne. fis. nefcius Dixi. abi. felix. &. vale An. Sal. b2   XII architecturam fecit, cum ad Ioh. Franc. Grimaldium Bononienfem pertineat (0. Exquilinum vero collem tenet, atque ornatVillaAlteria,inqua Statuæ,Frotomæ, Infcriptiones, et sepulcri Nafonum Picturæ nonnullæ veteres adfervantur. Iuftinianea Villa, quæ extra Portam Flaminiam et veterum cimeliis, et recenti cultu conlpicua olim erat, nunc omnino fquallet, eiufque ornamenta præcipua iam ad alteram iuxta Lateranum fitam amplificandam proceflerunt . Dies me deficeret, ficeterasminores Villas, Cofiagutiam, Caipineam, Cæferiniam, Urfiniam ad Arcus Neronianos, Gilliam via Portuenfi, Cafaliam in Cælimontio, Gymnafiam in Aventino, Sannefiam via Flaminia, Nariam via Salaria, Cinquiniam viaNomentana,aliaiquefingillatimpercenfere,acdefcribere nunc vellem. V. Quare memorentur nunc tandem Villæ præftantiores, quas tulit noltra ætas. Præftat extra Portam Nomentanam splendidecx ftructa PatritiaVilla (fi, quamimmortalis memoriæ Pontifex Clemens XIV. honeltum oblectamentum capturus quotidie fere adire confueverat. 1 ranitiberinas Ædes Corfiniæ gentis, olim Riariæ, ubi iam degerat Chriftina Succorum Regina, ornatiores facit Viridarium amplum, amoenumque, quod iifdem coniungitur. Fluic proximum elt aliud eiufdem Corfiniæ gentis Delicium extra Portam Aureliam,exSimonis Salviiarchitecturaconltructum,lofephi Pafferiipicturisinfignitum,pomarioauctum,&veterumcolumbariis, quæ Petrus Sanctes Bartholius illuftravit W, et quo(0VillaPamphilia3eiufquePalatiumcumfuh Ioannes profpeUibus } Jlatua^ fontes } vivaria, theatra > Card areolæ 3plantarum3 viarumqueordinescumeiufdem ahfoluta delineatione. Romæ formis loh. Iacobi de Rubeis in fol. Dicitur hæc Villa Re/rePatritius fpiro. Vid. Præf.adlibrum,cuititulusde'Sepol In fronte Ædium hæc leguntur: cri degli antichi; et opus alterum eiufdem poftumum editum Parifiis a CU. Viris Caylufio9 et Marietteio 3 quod infcribitur Peintures antiques. rum   XIII rum unum eft libertorum Verginiæ gentis, noftra ætate dete£him('), refertifiimum; quod licet exafto fæculo ortum, noftro tamen maxima ex parte eft amplificatum. Ad Portairu. Nomentanam, contra Coflagutiam Villam, novam excitavit Colbertiiæmulus SilviusValentiusGonzaga Mantuanus,S. R. E. Cardinalis, Sc fapientiffimi Pontificis Benedicti XIV. a fecretioribus confiliis, quam doctis omnibus patere iubebat, Sc antiquis infcriptionibus, exoticis plantis, pluribufque ex India, et America adveftis cimeliis abunde ditaverat, quæque dein a Card. Prolpero Columna Sciarra comparata Barberiniæ genti nunc acceflit. Extra eamdern Portam aliam fibi paravit Villam, nonnullis antiquis monumentis ornatam, Cardinalis Hieronymus Columna Ærarii Pontificii Quæftor, Camerarius vulgo nuncupatus. SecefTum quoque via Aurelia libi fecit iucundiflimum Card. Iofephus M. Feronius Florentinus, qui primus docuit hortos topiario opere ex malis medicis instruere, ne voluptas, Semagnificentia folo fiimptu,Stfterilitate diftingueretur, quin potius ex ipfo luxu, et oblectamento non mediocris gigneretur proventus. Deliciis, et elegantia fpectatif {imam Villam infuper ædificavit extra Portam Salariam non longe ab Aniene, et ponte Narfetis Flavius Chifius Iunior S.R. E.Cardinalis, quemmoxdirafatiforsperemit. Verumceteris fupereminet, &iamomnium maximefama celebraturfplendidiffimaVilla,quamextraPortamSalariamædificavit,St quotidie etiam amplificat Eminentiffimus S. R. E. Cardinalis Alexander Albanius, qui regio plane cultu, Sc exquifita elegantia ipfam perfecit. Ægyptiaca, Græca, Sc Romana eiuditæ antiquitatis monumenta ubique fe produnt, quorumpleraque anecdota typis æneis expreflit, doctifque illuflravit explico Vid. EphemerideslitterariasFlorentinasCl. O) Vid. Elogio dei Card. Silvio Vale,ni Go«Ioh.Lamiianni1765.n.21.3 &feqq.coi.jai.j zaga (deiCh.Monfig.ClaudioTodefchi). « &peqq. Roma dalle Jlawpe dei Salomoni ^*PaS-34*   plicationibus Vir Cl., idemquc infeliciflimus Ioliannes Winckelmannius Saxo, olim Nethnicii in Agro Drefdenti Bunavianæ Bibliothecæ, quæ in Electoralcm pottea migravit, Cultos alter, tum Romanæ Ecclefiæ facra profefTus, Romanarum antiquitatum præfe&ura ornatus, Bibliothecæ Vaticanæ Scriptor Græcus renunciatus, et Albaniæ iplius Bibliothecæ curandæ præpofitus (0. Cetera, quæ ipfe intafta reliquit, eadem plane ratione expofuit Vir alter eruditiffimus Stephanus Raffeius C2); utceterospræteream,quifparfimipfavel explanantes, vel laudantes celebratiffimam hanc Villam undique præftiterunt. Tanto apparatui refpondent et picturæ, quæ aubtorem habent Antonium Raphælem Mengfium, cuius prædantia eo pervenit, ut Urbinatenfis virtuti proxime acceflifie omnium iudicio exiltimetur. Vere quidem dixeris et Gratias, et Mutas heic habere domicilium, ac veterum Confulum, et Auguftorum tamquam redivivam exfurgere maieftatem. Non igitur mirum, ti fplendiditTimum huius Villæ atrium patuerit Camoenis Dardani Aluntini, Iotephi II. Cæfaris , et Hermelindæ Thalææ, Mariæ Antoniæ Walburgæ Bavarenfis, Saxonicæ Electricis viduæ  laudes concinentibus, ipfumque Augultitlimum Principem, &: Romanorum Imp. electum, Romæ degentem, anno cididcclxix. a. d. XIV., et V. Kal. Aprilis et invifentem, et admirantem tantarum rerum copiam, (0Monumenti autlchiineditifpiegati, ei‘tllujtrati da G:o. Winckelmann &c. Torni II. Roma  in fol.  Ricerche fopra uti Apolline della Villa.j dellEmoSig.Card.AlejjandroAlbani.IuRoma  Saggio di ojfervazioni fopra ttn Bafforilisvo della Villa fuddetta (efprimente il voto di Berenice ) In Roma. Ojfervaziom fopra un altro BafforilievodellameiefmaVillaAlbani(elprimente Ercole domatore d’Echidna Scitica ). Differtazione fopra uh fmgolar combattimento efpreffo in Bajforiliem, efflente nelta Villa fuddetta, c cioe Ja monomachia di Mennone con Achille). et præFilottete addolorato 3 altro Bafforilievo tiella Villa JleJfa; in fol.  Adunanza tenuta dagli Arcadi per Velezione della Sacra Reni Mæfla di Giufeppe II. Re de’ Romani. In Roma cui adne&itur Tabula ænea exprimens frontem Ædium } et Atrii ornatiHimi.  Adunanza tenuta dagli Arcadi nella Villa AlbaniadouorediS.A.R.MariaAntoniaWalburga di Baviera Elettrice Vedova di Saffonia, fra le Pajlorelle acclamate Ermclinda Talea.• In Roma & præftantiam,ibidemmirecoaddam,&concinnedilpofitam confpexerimus (0. Recenfitis Hortis omnibus, aut faltem celebrioribus,quivelpræceflerunt, velfubfequutifuntMatthæianos noftros,reflatmodo,utdeiplispreflius,&latiusdicamus. Locum nunc perpendimus. Iidem fiti funt in ea Pomoerii parte, quam Aurelianusintra Urbemcomplexuseft,quæque in Regione II. Cælimontana comprehendebatur. Manflones Albanas antiquitus hunc locum potiflimum tenuifle, cenfueruntBoiflardiusCj), Marlianius W,&DonatiusD,fed nullam, quaniterentur, rationemattulerunt. Quareincertus, fiNardinio0)credimus,adhuceftharumManfionumlocus, neque nos quidquam etiam hac de re ftatuere aufimus alibi de iildem loquentes. Proxima huic Cælimontii parti fuifle, immo iplam occupafle aliquando Caftra Peregrinorum ab Augufto inftituta, alii cenfuerunt, atque inter ceteros Panvinius W, et Vignolius (?), innixi potiflimum veterum infcriptionibus,inquibuseorummentio,quæquevelinareaÆdiculæ Sanctæ Mariæ in Domnica, vel prope Ædem rotundam S. Stephani inventæ funt; ut nunc præteream, quæetiamin laudata area erutæ fuerunt Benedi&i Ægii Spoletini ætate, quasipfeedidit(IO), quibufqueadduddus&eademCaftraibidem agnovit, et eos, qui ponunt ad Templum SS. IV. Coro(i) Huius rei accipe monumentum ibidem pofitum: lofepho. II Pio. Felici. Augufto Quod. has. Ædes. præfentia. fua Maximus. hofpes. impleverit Alexander. Card. Albanus M. P nato($)Rom. vet. Append. ad Fragmenta 'vejligii 'veteris Romæ lob. Petri Bellorii Tab. Defer. Vrbis Romæ } TheJ\ Antiq. Romau. Grævii.  lnfcript.felecl. pojl Differt, de Columna Imp. Antonini Pii183. j e feq. (10) In adnotationibus ad Apollodori Atbenien.  Vid. Fabrettium de aquis 3 et aquæductibusn.45.ad53. Bibliotb.,fivedeDeor.origine&c.Romæinæ Topograpb. Vrb. Romæ dibus Antonii Bladi  Vid. apud Gruter. Topograpb. Vrb. Romæ XVI natorum (0, impugnavit.Muripars feptentrionalis, quaHorti Matthæianicinguntur, licetadvetus Monafterium, dequo mox dicemus, potiflimum fpectct, pertinebat olim ad ductum aquæ Claudiæ, cuius ibidem divortia erant; pars enim in Antoninianas Thermas, utteltantur litteræadhuc confpicuæ... NTONIANA, magnis laterum tabulis e muro paullulum prominentibus confectæ W; pars in Palatium Cæfarum tendebat, ut produnt veftigia aquæductus interdum occurrentia. His adneftitur arcus adhuc exftans ex lapide Tiburtino, fuper c]uo aqua ad Aventinum procedebat, et in quo legitur inlcriptio fatis nota: P. CORNEUVS. P. r.DOLABELlA C. 1VN1VS. C. F. SILANVS. FLAMEN. MARTIALIS COS LX.S.C FACIVNDVM. CVRAVERVNT. IDEMQVE. PROBAVERVN.T Via, quæ ad Clivum Scauri per Curiam Hoftiliam ante Hortosnoftrosprocedit,eacenfetur,quaolimperTabernolam, antiquæUrbisvicum,attendebaturinCæliumU).Prope etiamaderatrotundumTemplumvelFauni(j),velBacchi) velClaudii,aPombaiamVefpafianiImpp.,utaliicenfuerunt, quodnuncNicolai Circiniani, vulgoPomerancii,&Antonii Tempeltii picturis, veterum Martyrum diros cruciatus exPri Inter ceteros Boijfard. Topograpb. Vrb. Rora. Tom. I.His nunc accedit Horatius Orlandius Ragionamento fopra ut?Ara antica (dedicataaVulcano).Roma.art.ult.pag.95. Suppiem-adJVuv.T*hef .Muratoriipag.So.n.5.,  Vid: Epiftolam Flaminii Vaccæ latinitate' fed mutilam, aliique. Fornicis typum habes apud donatam a Montfauconro in Diario Italico Cap. X.14S. Gudius81. n. 10. refert tabulas inventas c regione vineæ S. Sixti, «Sc Thermarum Antoninianarum ad radicem Montis Aventini verfus regionem dictam Pifcinam publicam 3 in quit, bus hæc legebantur: A^VA. CLAVDIA. ANTONIANA. NOVA VIRIÆ. ALCESTE. ET. L. VIR1I. ANTIQ FORTVNATI  Refert Gruterius176. n. 2.3 Panvinius de Civ. Rora. Ioh. Bapt. Piranefium Tom. I. Airtiq. Koman. Tabula Fig. I.  Nardin. Rora, •veter. Borrichius de antiqua Vrbis facie Cap. IV., Rondininius de SS. Ioh. 3 et Paullo, eoruraq. Bajilica in ‘Drbe Roma vetera monumenta.  In inferiptione hoc loco detefta, quam refert lulius lacobonius Append. ad Fonteium de prifeaCæjiorumgenteCap.IV.pag.38.3memoratur ÆD1CVLA GENIO AGRESTI dicata.primentibus  ornatum, duplicique columnarum ordine fuftentatum Divo Stephano Martyrifacrumeft. Heicetiamnum confpicuifuntarcus Neronianiaquæ Claudiæ, quibus aquaipfaad Palatinumdeferebatur. Proximætiamerat Curia Hoftilia, a Tullo Hoflilio III. Romanorum Rege magnifice ædificata, cuius adhuc haberi reliquias, hafque cenfendas efle ingentes arcus ex Tiburtino lapide, quibus fuperftat nunc turriscampanaria, longainfuperfubftrudioneinhortumporredos, recentiores plures, præeunte Flavio Blondio 0), Confenferunt; idque eo magis, quod ibidem quatuor Pulvinaria marmoiea eruta fuerint, quæ dein ad fcalas Ædium Matthæiarum in Circo Flaminio translata fuerunt, quæque nos fuo loco(T adduximus. Ceterum Pompeius Ugonius d), aliique ædificium aliquod Cæfarum ætate excitatum in hilce ruderibusagnofcendum potiusexiftimant, quodparumcredibile videatur pofl tot fæculorum lapfum, poft tot Urbis excidia, atque poft tot imperii viciftitudines hactenus antiquiflimi ædificii reliquias, annorum edacitatis, et direptionum furoris vidrices, fupereflepotuifie.Montfauconiushacdere_» etiam dubitavit, quod ægre in animum libi induceret, immanemillamædificiimolem,caftrorummoremunitam,unicam fuifle Curiam; quin potius hinc coniedafie nonnullos refert, exftitiflehocloco CaftraPeregrinorum. Heicquidem fuifle ædes Sandorum fratrum Iqhannis, et Paulli, in quorum honorem dicata eft proxima Bafilica, ambigi non poteft; quarum quidem veftigia haberi putat Philippus RondininiEcclefiæ militantis triumphi) five Deo amaRomæ inflaur. Lib. I. hilium Martyrumg/oriofapro ChrijlifidecertaVol.II.horumMonumentor.ClafT.X.Tab. mina ) prout in Ecclefia S. Stephani Rotundi Romæ vifuntur depicia, a Vincentio Billy æneis Tab. expreffa. Romæ.  Interioris huius Templi profpe&um habes apud Ioh. Bapt. Piranefium Tom. I. Antiq. Roman. Tab. XXV. Fig. II. ' LXXII. Fig. I., et II., Tab. Fig. I., et II., et Tab. LXXIV. Fig. I., et II.93., et feqq. Vid. Ficoronium Vejligia di Roma antica Lib. I.,cap. XIV.87.  Eibro de Stationibus Vrbis.  Git. Diar. Ital. Gap. X.148 XVIII ninius CO in quibufdam arcubus, et ruderibus prope laudatam Bafilicam exfiftentibus, quorum nemo Scriptorum meminit. Sub Hortis noftris vetus aliquod etiam fuille ædificium, arguere licet ex marmore reperto eo loci, quod refert Fabrettius , et in quo habetur fimulacrum Veftæ, et artis piltoriæ inffrumenta, modium, spicæ, et mola verfatilis, cum hac epigraphe: VESTÆ. SACRVM C. PVPIVS. FIRMINVS. ET MVDASENA.TROPH IME VII. Veterum ædificiis. Hortos Matthæianos ambientibus, ufque dum recenfitis, accedant Chriftiana Templa, quæ iifdem ita adhærent, ut ipforum pars effe videantur. Nihil amplius dicemus de Templo S. Stephani, et de Balilica SS. lob., et Paulli, quæ titulus Pammachii dicitur, cum de his,utpotepaulloremotioribus,fatisiamactumvideripoffit. Omnium quidem proximior Matthæianis Hortis eft Eccleha S.Mariæin Cyriaca, livein Dominica, quæ&in Domnica,&in Navicula h)?anaviculamarmorea,caudavotilocata, quæ ante Templum cernitur, dicta eft. Hæc navis mfignita eft roftro apri caput referente, quam ex voto Marti, vel alio Numini politam aliqui putant a milite in Caftris peregrinis degente. At Ficoronius  Cybeli potius dicatamu» fufpicatur, quod aliud viderit anaglyphum, ab ipfo etiam vulgatum b) 5 in Mufeum Veronenfe profectum, ubi navis cernitur, in qua vehitur Dea Cybele, quamque Matrona velata, funis ope, cui adligata eft, extra aquas ad fe trahere dextera manu nititur, hac fubiecta infcriptione: (0 &e SS. Martyribus lobanne 3dr Paullo, Seft.I. n.3. eorumqueRafilicainVrbeRoma‘veterarnonumenVulgoNavicella. MAta &c. Romæ Ai Tabulam Iliadis poftColumnam Traian.pag.339.3SiInfer. Cap.VIII.n.277.Pag-632. Attulimus&nosTom.III.Clafs.X.Syllog. Infer.  Le ve/ligia, e rarita di Roma antica MATRI.DEVM.ET.NAVI.SAI.VIÆ SALVIÆ. VOTO. SVSCEPTO CLAVDIA.SYNTHYCHE D.D Nomen Cyriacæ, vel Dominicæ Ecclefiæ inditum videtur acelebri MatronaRomana,quæibidemædeshabuerit('), ut et prædium habuit in Agro Verano. Forte fandæ huius Matronæ imaginem habes in antiqua pidtura ex ipfius Coemeterio ad S. Laurentii extra muros iam eruta, quam Cl. Ioh. Bottarius 00 ex Arringhio adduxit. Ceterum Sanctæ Domnicæ nomen, et natale Bollandius affert  ex Menæis Græcorum ad d. VIII. Ianuarii; fed hæc Virgo Africana, quæ floruit fub TheodofioM.ufque adLeonem,&Zenonem Augg.,anoftra differt.VualafridiStrabonisG)fententiam, aDomino,cuicultus in illa æde redditur, nomen repetentem, quia omnibus ædibusfacriscommunem, acceterasetiam huicquidemnonabfimiles fententias haudmorabimur. EcclefiahæcaPafchaleI. a fundamentis ampliata, et renovata fuit, cuius exftat vermiculataabfisaduabus porphyreticiscolumnisfuffentataG); quibus accedunt XVIII. infuperexGræcomarmore,nigro, et viridi, columnæ aliæ nihilo inferiores. Sanctæ Balbinæ corpus ibidem reconditur, atque heic Sixtum I. per Levitam Laurentium ecclefiæ thefauros pauperibus diffribui mandafle, funt qui tradant. Vetuftiflima quidem haberi debet hæc Ecclefia, cuius mentio eft in veteri Defcriptione Regionum Uriis,editaa MabillonioG), ubiagensdefeptemviisufque.> porta Ajinaria, ftatim fubditur Sancta Alaria Dominica. Adfæculumfaltem XI.pertinerevideturArchipresbyterRencdillus Diaconus Sanctæ Alariæ, quæ Domnica dicitur,  Roma fotterranea Tom. II. Tav. CXXX.17S. cuV id. Floravantem Martinellium Roma ex ethnica facra214. (6) Vetera Analecta365. fecund. edit.  Aci. Santf. lanuar.4S3. Viet.Franc.Viflorii Differt.Philolog.pag.$1. Parif.1725.  De rebus ecclejiajlic. Cap. VII. c2 XIX   JiX cuius monumentum in Divi Stephani in Monte fitum, et a Doniod) adductumheicfiltimus: HIC. REQVIESCIT. CORPVS. DEVOTVS. XPI FAMVLVS. ARCH1PBR. BENEDICTAS. DIAC. SCI. MA RIF,. QA. DOMICA. Q. OMS. Q. AD. HANC. BASILICA. IN GREDITIS. DIGNEMINI. ORARE. PRO. ME. PECCATORE. AC. P. XPI. NOMEN. OMS. CONIVRANS. VT NVLLVS. HOC. TVMVLO. VIOLARE. AVDEAT. 3 SI. QVIS <0 AVTEM. VIOLARE: P: SVPSERIT: i A. PATRE. ET. FILIO. E. SPS SCI. ANATHEMATE. IM. P.. P. DANATVS. EXISTAT Certe quidem, ut innumeris exemplis o(tendi pofTet, ab VIII. ufque læculo ad. XI. ufus obtinuit has malas precationes, a Chriftiana pietate, et manfuetudine alienas, et a fola temporumbarbarie, &infcitiaquoquomodo excubitasadhibere(3>; quidquid contra Reinefium Fabrettius M reponat. Cum Benedictus dicatur Diaconus huius Eccleliæ, apparet nondum ad Archidiaconum pertinuifie, ut dcin factum videbimus. Iam in noftra Diflercatione in tit. Canonicum de officio ArchidiaconiWadduximus Chartamanec dotamannidcccclxxxii., in qua memoratum cernimuslohannem Archidiaconumfumviac Santiæ Apojlolicac Sedis, et præpojitum venerabili Diaconiæ Santlæ Dei Genitricis Alariæ, quæ appellatur Noha;incuiusnimirum Archivohæcipfa Chartafervatur. Quarearguerelicet,pofterioritemporehocfactumeffe; nec fane documenta, quæ id adltruant, occurrunt fæculo XII. maiora. Commode in Chronico Ricardi Cluniacenfis, quod abanno Chriltidccc. Usquead annum mclxii. pertingit,quod(0 Jnfcrip. antiq. C!afT. XX. n. 71.539. ex fchedis Nic. Alemanni. que  D iffertazione Canonico-Filologica fopra il titolo delle IJlituzioni Canonicbe de Officio Arcbidiaconi, recitata dali’Abate Giovanni Criflofano Arnadtizzi la fera de’ 17. d'Agoflo deiPanno. in  Vid. Hieron. Fabrium Ravenna antiqua116., Mabillonium ile re Diplornat. ArringhiumRoraRomanelPAccademiadelPEmin.3eRev.Sig.Carfubterran. Lib. IV. Cap. XXVII., aliofque. dinale Gætano Fantuzzi &c. adnot. $.57.  Syntag. veter. Infcript. Clafl*. XX. n. 440. Tom. XVII. Nova Raccolta d'Qpufcolifcientifici3  Infcript..no. e flologici, Venezia.   XXi queaMuratoriorelatumeft(0, recenfenturDiaconiæCardinalium S.R.E. decem, et odo, quarum princeps Sundæ AlariæinDomnica,ubiejiArchidiaconus.Huicacceditteftimonium Petri Manlii apud Mabillonium (12), ubi legitur: S.Alaria in Domnica, ubi debet ejje Archidiaconus; et Leonis Urbevetaniapud Cl. loh. Lamium (A, ubi hæc habentur: S. Alaria in Domnica, ipfe eji Archidiaconus altorum; quorum primus ad læculumXII., alter ad XIV. pertinet. At vero hanc Ecclefiam haud Cardinali Archidiacono adfignatam, nili labente ipfo fæcula XII., credere licet, cum certum fit, triginta, vel viginti ad fummum annos ante eius exitum ipfam Diaconum, non Archidiaconum obtinuiffe. Docet id Bulla Innocenti!II.annimcxlii. apudHarduinium,cuifubfcripfitGerardus Diaconus Card. S. Alariæ in Dominica. Id etiam adfirueret D. lacobus tit. X. Alariæ in Navicella, qui a BollandiftisV) recenleturex Marchefiointereos Cardinales,qui interfuerunt canonizationi S.Brunonis Epifcopi Signini, quam Signiæ anno mclxxxi. peregit Lucius III. Summus Pontifex, nili critices regulæ obliderent, Bollandiflæ ipli hanc Cardinalium recenfionem affumentum iudicarunt, et iure merito; neque enim fi lincera lubnotatio fuiflet, Ecclefia ipfa titulus dicta efiet, quo vocabulo numquam Diaconias appellatas aut antiquitus, aut recenter inveniemus. Quo tempore vero hæc effedefieritiurisArchidiaconiCardinalis,incertum;verofimile tamen eft, id accidifte, cum, translata Avenionem Apoftolica Sede, Romanæ dignitates mutationem aliquam fubierunt, et Gallicos mores induerunt, et ipfa Archidiaconi iurifdiftio, et munus magna ex parte ad Camerarium delata eft. Honorii III. ætate Ecclefiam hanc pertinuifle ad EcAntiq. med. ævi Concil. Tom. VI. Par. II. coi. 1170.  Ord. Roma». In Comment. prævio ad A£ta S. Brunonis ($)Delie,erudii.Toni.II.pag.28. Epifc. Signinidie XVIII.Iuliiqum.24.    Ecclefiamalteram S.Thomæ, StS.Michælis Archangelide de Formis (de qua mox dicemus ), innuit laudati Pontificis Bullaannim ccxvii.,quainterceteraspoffeffiones, quaseidem confirmat, refertabjidam,&inclaujirumEcclefiæB.vllariæ in Donnica (0. Parochialem vero curam eidem adnexam etiam fuilPe, docent Litteræ Apoftolicæ SixtilV. C), quibus Apollonius de Valentinis et Canonicatibus Lateranenfis Ecclefiæ, St S. Mariæ in Via lata, St Parochia S. Mariæ Navicellæ interdicitur. Honor, quo, Archidiaconali dignitate deleta, Eccleliahæc decidit,integratusquodammodovifuseft, cum Card.Iohannes Mcdiceus Pontifex Max. Leonis X. nominerenunciatus eft. Ipfe enim inftaurari illam iullit, atque ut id pro dignitate fieret, Raphælis Sanclii opera ufus eft quoad Architectonicæ artis concinnitatem, lulium vero Romanum, St Perinum Bonacurfium Vagæ difcipulum pro pibturæ ornamento adhibuit. Tum eadem obtigit Card. Iulio -Mediceo, Leonis X. patrueli, Archiepifcopo Florentino, Sc S. R. E. Vice-Cancellario, qui poftea fuit Clemens VII., licet et Ecclefiam S. Clementis, et alteram S. Laurentii in Damafo dein fibi adfeiverit. Eadem Diaconia potitus eft poftea Iohannes Mediceus Cofmi I. Magni Florentiæ Ducis filius, qui a_. Pio IV. Cardinalis eft renunciatus, et cuius exftant tres epilholæ de ipfius Ecclefiæ cultu, Sc famulatu (0, quem apprime (0 Collect. Bullar. Sacrofantlæ Bafilicæ Vagliare } perche rifeda in la Cbiefa della Navicella ticanæ&c.Romæ. aujfiziare,&dipiu3perchefattovederlecofe3  Ex Tom. 96. Regeft. Brev. Sixti IV.74. in Archivo fecr. Vaticano. CS) LetteredeiCard.G:o.de’Aledicifigitodi Cofano 1. Grati Duca di Tofeana, efiratte da un nifi Roma. Fib. Ili.505. Lettera feritta dal Poggio. al Podefta di Grofleto, a cui dice di voler pariare a M. Porzio Fanuzio Canonico della Navicella 3 che capitava coli j o a Monte Fano. Ivi506. Lettera feritta dal Poggio al Vefcovo Cefarino, a cui dice > che manda D. Gio. luo famiche di prefente occorrono farfi per riparazioni di quelluogo, meloavvifiparticolarmente 3acciofi pojfadaropportunoriparo&c.Homandatoper quel medefimo Porzio Fanuzio per aver da lui informazione di quel3 che fiara a fiua notizia delle cofe di quella Cbiefa. Ivi507. Lettera feritta dal Poggio a di detto al Babbi in Roma: Noi mandiamo il prefente D. Gio. nojlro famigliare 3percbe rifeda a ujfiziare vella Cbiefa della Navicella j non volendo noi filia 'fenza un Cappellauo 3 fimo a tanto, cbe fi verranno ritrovando 3 e riordtnando   XXIII me curaffie conflat. Huic vita fundo in eamdem fucceffit Cardinalis Ferdinandus Mediceus, marmoribufque ornavit, ac refecit, antequam ampliffima dignitate abdicaret, et Magni Ducis Etruriæ, denato Francifco eius fratre, infignia reciperet.Habuit& Card.Carolus Mediceus, cuiusmemoriamarmoreaibidem cerniturfuprafacrariiportam. Tandeminitio huius fæculi tenuit etiam ex eadem regia domo Card. Francifcus M., de quo nihil eft aliud, quod moneamus. Presbyterum Beneficiatum, qui Ecclefiæ inferviret, facrumque faceretdiebusfeffis, PaullusV.inftituit(0,idquemunerisprimus obivit Vir Cl. Leo Allatius, antequam ad maiora fibi viam faceret in Urbe officia. Ex Diaconia in titulum presbyteralem convertit Benedidus XIII 0);ac tandem Monachis Græco-Melchitis Congregationis S. Ioh. Baptiflæ in Soairo OrdinisS.BafiliiMagni,poflulanteSacraCongregationedePropaganda Fide, Templum cuftodiendum, et ædes incolendas Benedidus XIV. conceffit. Vili. Huic proxime fuccedit Templum S. Thomæ in Cælio, quod& S. Thomæ, et S. MichælisinFormisdidumeft,cuiquehofpitale adnexumerat. DudusaquæClaudiæ,quieidemadhærebant,nomendeFormisinduxerunt G). Ecclefia hæc fuit olim Abbatia in Urbe non ignobilis;cumeiusAntiftes,teftePanvinioG),intervigintiAbbates, qui Romano Pontifici celebranti adeffe confueverant, decimus tertius accenferetur. Eamdem pollea Innocentius III. conceffit Fratribus Ordinis Sandifs. Trinitatis Redemptionis captivorum, quam proinde, dum vixit, incolatu, corporis vero exuviispoflobituminfignivit S.IohannesdeMatha, licet dolealtrecofe.Vedrete 3cbeabbiaqualcbepotoprefente3 0fiarelazionedella Corte di Roma &c. In Roma fa 3 cbe ci pare impojjibile, cbe non ve ne Jia.  Fabrett. de aquis 3 et aquædtM* Dif Tert. IXVid. Martinellium loc. cit.215.  Lib. de VU• 'Urbis EccleJ'.142.  Vid. Equitem Hieronymum Lunadorium Staco di Jlanza 3fe ve n’’ealcuna pertinente alia Chie XXIV licet dein in Hifpanias translatæ fuerint. Interea Honorius III. Bullam emifitd), qua Ordinem prædictum commendat, Ecclaliameidemconcetfamfub Apoltolicæ Sedistutelalufcipit, privilegiis ornat, facras ædes, ac bona quamplurima eidem lubditarecenfet,&confirmat.Quareibidemmemoratformam, fcilicet aquæ Claudiæ ductum, fuper ditia Ecclejia S. Tbomag cum ædificiis, cimitcrio, crucibus, et aliis pertinentiisfuis: montem cum formis, fi?aliisædificiispojitum interclaufiram Clodei(CaftellumnempeaquæClaudiæ, quod forma quadratum, et magna ex parte integrum Fabricius W vidit), fi? inter duas vias, unam videlicet, qua a præditia Ecclejia S. Thomæ itur ad Colifcum, fi? aliam, qua itur ad SS. lobannem, fi? Vaulum fi?c. Exftat adhuc fupra fores hofpitalis, five coenobii tigillum ex mutivo Ordinis, quem diximus, Redemptionis captivorum, et arcui marmoreo forium hæc inferipta leguntur: MAGISTER.1ACOBVS.CVM. FILIO.SVO.COSMATO. FECIT. HOC.OPVS Dein Poncellio EJrfinio Cardinali commendatam Ecclefiam ipfam fuiffe infuper patet, donec Urbano VI. iubente anno mccclxxxvii. menfæ capitulari Vaticanæ Bafilicæ adnexa fuit, ipfaque unio ex Bonifacii IX. Diplomate dat. V. Idus Novembris confirmata eft. Ceteras Apoltolicas Bullas lohannis., five XXII. 0), Bonifacii IX. O, et Eugenii IV. W iam editas in Bullario Vaticano, et ad hanc Ecclefiam pertinentes fciens prætereo. IX. Defcripfimus locum, quem tenent nunc Horti Matthæiani,tumediticia &vetera,&fubfequentia, quæipfisobiacent.Rcftatmodo,utdeeorumaubtore,forma,&præftantia dicamus. Ii fiquidem auctorem habent nobiliffimum, toAnn'2'7-viiColleU. Bullar. SacrofanU. Baftl.Vatie. &c.Romæ1747.Tom.I.pag.iod.  D efcript. Vrb. Romæ et ma Cit.Collecl. fttillar.Bafil.Vatic.. XXV &magnificentiflimum Virum Cyriacum Matthæium,Alexandri filium, Cyriaci nepotem, qui fane avitam gentis fuæ amplitudinemho copere explicandam fiulcepifievifusefi. Non noftrumheicefi;,MatthæiægentisoriginemaPaparefchia, quæ genuit Gregorium, poftea Innocentium II., deducere, quodvifuminprimisefi:OnuphrioPanvinioCO,AlbertoCaf fio G), Felici M. Nerino , aliifque; non enim id ipfius vel vetuftati,velnobilitatiacceflionisplurimumfaceret.Monumentum fiquidem fæculiXIII., quodcontinetSenatusconfultumhabituminTemploS.MariædeCapitolio,quodque ex apographo Perufino edidit Cl. præfui lofephus Garampius nunc apud Aulam Vindobonenfetfi Apofiolicus Nuntius meritifiimus G), gentis huius præfiantiam fatis prodit, cum inter ceteros nobiles Romanos viros recenfeatur etiam ibidem lohannes Matthæi, quemGarampiusipfenoftrisadferibere non dubitat G). Ceteros ex hac gente illufires viros recenfere quinetiam non iuvat, quorum monumenta præfertim confulere facile quifque poflit apud Cafimirum Romanum, Francifcanæ familiæ Alumnum, ubi de Templo Aracælitano G). Quare circa annum mdlxxxi. Villæ huius confiruftionem aggrelfus efi: Cyriacus nofier, et ad annum mdlxxxvi. perfecit, utdocentmonumenta,quæibidemmarmoreinfculpcnda curavit,quæquenemoadhucedidit.Siquidemfupraportam Villæ parte interiori hæc leguntur: CYCod.Mf.dcGente Matthæiain Bibliotheria alculto dellaR.ChiaradiRhnino&c. In caFrangipania. Roma Differt.VIII.pag.244.jefegg. Memorieijloriche dellavitadi S.Silvia&c. Vid. Indicemvoc.Mattei Memorieijlorichedellacbiefaje convento Detemplo,& coenobioSS.Bonifaciij& Aledi $. Maria in Araceli di Roma &c. In Roma Ad not. Memorie ecclefiajliche appartenenti all'ijloxiihijlorica monumenta in Append.n.VIII.pag.   XXVf Tum inferne: CYRIACVS. MATTHÆIvs. HORTOS GENTILICIOS.CVLTV.ÆDIFICIO VETERVM.SIGNORVM.COPIA INLVSTRIORES. ET. AMOENIORES REDDIDIT A. S. M. D. LXXXI CYRIACVS.MATTHÆIVS HORTOS. CÆLIMONTANOS A. IACOBO. MATTHÆIO. SOCERO. SVO SIBI. POSTER ISQ__. SVIS. DONO. DATOS. MVLTIS • ORNAMENTIS MAGNIFICENTIVS. EXCVLTOS. SVÆ. ET. AMICORVM OBLECTATIONI.DICAVIT M.D.LXXXVI Quæ ille præftiterit, ut ampliffimos undequaque Hortos hofce efficeret, prodit etiam epigraphe, quam affixit parieti  Ædium ad meridiem, quæ ita fe habet: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEX F. CYRIACI.NEP HORTOS.CÆLIOS GENTILICIOS. POMARIIS AVIARIIS. NF.MOR1BVS OBELISCO.ÆDIFICIIS IAM.INSTRVCTOS AD. MAIOREM. POSTEROR SVORVM.AMICORVMQ_ OBLECTATIONEM VETERIBVS ETIAM.SIGNIS EXORNAVIT Huic etiam infcriptioni confbna eft altera, quam edidit Petrus Leo Cafella (0, quæ forte Hortorum domini, et conditoris fuffragium non tulit, cum nullibi ipfam infculptam viderim. En ipfam: CY(0 Elogia illufirium Artificum;, Epigrammata, Ionis, de Tufcorum origine, et Republica Florett&foferiptiones, poli Librum deprimis Italiæco-tina,pag.186.edit. Lugdun. CYRIACVS.MATTHÆIVS.ALEXANDRI.F CYRIACI.N GENIO. CÆLIMONTANÆ. SALVBRIORIS. AMOENITATIS HORTOS. GENTILICIOS. SIBI. ET. SVIS. ÆDIBVS. ET AQVIS. IRRIGVIS. EXCOLVIT. FONTANIS. EXHILARAVIT QVÆ. PRO. GRADVVM. CORONA. EX. EPISTYLIIS. ALTE SVBSILIENTES. FLORVM. IN. CIRCIS. FLORVM LVDVNT.LVDICRA TVM. ET. AREAM. ET. AREOLAS TOPIARIIS.SEPSIT.POMARIIS VALLAVIT AMBITVM.MVRO.CINXIT VETVSTEIS.MONVMEN TEIS.SIGNIS. DISPOSITIS ET.MVNIPICENTISSIM A.S.P.Q R INDVLGENTI.A OBELISCO. EXORNAVIT X. Quare Hortos nortros vel hilce infcriptionibus ita iamamplos, excultos, elegantes, &locupletes defcriptos habes, ut vix nobis, quæ infuper adnotentur, relinquantur. Innuemus tamen. Ædes, quæ in medio Hortorum adfurgunt, ex lacobi Ducæ architeilura conditas fuilTe, quarum vertibulum porticu ornatur, columnis, lignis, ac protomis infignita; quemadmodum aula, et cetera, quæ fequuntur, cubicula undique et lignis, et protomis, et columnis, et anaglyphis, et cippis, et aliis rarirtimis cimeliis, inter quæ menfæxviridiporphyreticomarmore, miruminmodumpræcellunt. Porticum enim in primis ornant Statuæ ex alabartro Pomonæ, et Midæ Phrygiæ Regis, aliæque Bacchi, Faunorum,&Caracallæ.Tumauladirtinguebaturpræfertim Simulacro colofleo M. Aurelii Antonini, et Statua equeftri L.Aurelii Commodi, qui Antoninus alter, vel Hadrianus antea cenfebatur, quæ dein in Mufeum Clementinum Vaticanumtranslatæft. Inadiacentibuscubiculisrecondebatur d2 XXVII   XXVIII batur inter cetera caput Ciceronis, quod nunc in Ædibus adCircum Flaminium, caputalterumIovisSerapidisexbafalte, tum caput Plotinae Traiani uxoris, et Signa Dianae, &.Herculis, Graecifculptorisopera, aliaque, quaeiamVaticano Mufeo,utinfradicemus,infuperaccefierunt,Fauni cum utre iacentis, et alterius a Satyri pede fpinam extrahentis, actandem Statua Amicitiae, opus Petri Paulli Olivem, quam Cyriaco Matthaeiodonodederat VirginiusUrlinius, ut patet ex epigraphe, quam exhibet lamella aenea ibidem appoiita: VIRGINIVS. VRSINIVS CYRIACO. MATTHAEIO AMICITIAE. MONVMENTVM STATVERE ILLVSTRIVS. ME. IPSA AMICITIA NON.POTVIT MDCV Aditus ex foribus Hortorum recda ad Aedes ducit per ambulacrum, utraque parte ornatum urnulis fepulcralibus elegantiffimis, ut nufquam tot ullibi fe vidiffe affirmaverit Montfauconiusb). Aedium vero externus paries meridionalis multis etiamdiffinguiturSignis,acpraefertimImpp.IuliiCaelaris, Octaviani Aug., Cl. Domitii Neronis facrificantis habitu, Liviae Aug. Coniugis, tum etiam Cereris, ac Bacchantum. In medio autem pariete tollitur (lemma Matthaeiae gentis, pileo ornatum, cui haec subscribuntur: HIERONYMO. CARD MATTHAEIO Hicenimfuit Card.tituliS. Pancratii,Cyriaci,&Afdrubalis frater, cui iidem titulum etiam pofuerunt in Templo Aracaelitano (2^>. Area dein panditur, in qua celebris Urna IX. Mu(0 Diar. Italie. Cap. X.148. dal P. F. Cajimiro Romano &c. Vid. Memorie ijloriche della chiefa, e conVid. aliud monumentum vento di S. Alaria in Araceli di Roma raccolte /•-rr.   XXIX Mufarum proflat, et in cuius medio cernitur Obelifcus Aegyptius variis infcriptus hieroglyphicis litteris, quas haud moramur, cum neque Hermapionis perlonam geramus, qui Obelifcorum inlcriptiones olim interpretatus Auguftum decepit, neque etiam Kircherium imitari lubeat, qui eamdem_. Provincia mornansdecepitfeipfum. CeterumMarchioScipio MafFeius (0 in ea fuit fententia, ut putaret, fculpturas Obelifcorum nullam fcripturam praefeferre, notafque illas nulliusgeneris efle litteras. Quare id dumtaxat innuemus, Matthaeianum Obelifcumaltumefle XXXVI.palmos,latumvero ad baflm palmos IV. Caret vero litteris, five notis X. a bafi palmis,livequodilledataoperafieftusfuerit,fiveignecafu confumptus. Verumtamen novem primae, quae in cufpide conlpicuaefunt notaeadquatuor lingulalatera,omninoconveniuntcumiis, quasexhibet Obelifcus, olimIpinaeimpolitus CirciFloraeinvicoPatriciointerViminalemcollem,& Exquilias, nunc in Hortis Mediceis ereftus. Nofter vero exftabatolim ante fores minores Templi Aracaelitani, e quibus in plateam Capitolinam delcendcbatur, five in eius Caemeterio, ut placet Boiflardio , in cuius bafe, tefte lacobo Mazochio G), haec legebatur inlcriptio, quam Gruterius (+) ipfe adducit: deo.CAVTE FLAVIVS.ANTISTIANVS V.E.DE.DECEM.PRIMIS PATER.PATRVM Tandempetenti CyriacoMatthaeioexSenatusconfultoa.d. III. Idus Septembrisannimdlxxxii.concefluseft Obelifcus,quem fuisin Hortiscollocavit,acdeinduplexmonumentumineius  Art. erit, lapid. Lib. I. coi. 3.  Epigramm. Vrb.21. a ter.  Topograpb. Vrb. Romae Tom. I.24.  lnfcript.99. n. 4. ba XXX bafe infcripfit, quo fuum gratum animum Populo Romano largitori tortaretur, Primum, quod meridiem relpicit, hoc eft: CYRIACVS.MATTHAEIVS OBELIS CVM. HVNC. A. POPVLO ROMANO.SIBI.DATVM.A CAPITOLIO. IN. HORTOS SVOS.CAELIMONTANOS TRANSTVLIT.VT. PVBLICAE ERGA. SE. BENEVOLENTIAE MONVMENTVM. EXSTARET Alterum vero boream verfus ita fe habet: S. P. Q_. R CYRIACO.MATTHAEIo OBELISCVM. HVNC. SVMMO CONSENSV.DARI.DECREVIT VT. IIORTORVM. EIVS PVLCIIRITVDO. PVBLICO ETIAM. ORNAMENTO AVGERETVR Huius Obelifci typum non dedimus, quod aere incifus olim non fuerit, neque id nunc Librario luberet, neque nos etiam apprime necertarium cenferemus. Si quis velit eumdem confulere,facilecomperietapudMontfauconium0),Iohannem Barbaultium , ac Bonaventuram, et Michaelem OverbekeiosL).  Ipfum etiam defcripferunt, ac laudarunt Scottius (A } (0 Antiq. explic. Tom. II. Par. II. Lib. II. Cap. VII. Tab. CXL1I1. n. 5.332.  Les plus beaux Alonumeuts de Rome ancientie3 ou Recueil des plus beaux morceaux de Pantiquite' Romaine qui exijleut encore, dejjines par Monfieur Barbault Peintre ancien Petijtonaire du Roy a Rome 3 et grave eu 12S. plancbes avec leur explication; fol. max. a Rome cbez Boucbard de Pimprhnerie de Komareb 1761. Pl. 30. n. i.p. 47. CaO)LesreflesdePancienneRomerecherchez&c. et gravez par feu Bonaventure d'Overbeke &c., imprimesauxdepensdeMicbeld'0-verbeke.Ala Haye cbez Pierre Gojje Pl. Vide etim Degli avanzi delPantica Roma 3 opera pofluma di Bonaventura Overbeke PittoreInglefe&e.3accrefciutadaPaoloRolliPatrizio Todino. Iu Londra 1739. §. JLVIII.177.  Itiner. ltal. Cafimirus Romanus 0), Marangonius, qui fingulos etiam Romanos Obelifcos enumerat 0), tum Ficoronius, Venutius, Titius, ceteriquc, qui Romanas antiquitates, &c magnificentias defcribendas fumpferunt. Reflat nunc caput coloflale Alexandii Magni, quod plateam hanc ornat parte meridionali, quoque nullum in Urbe maius. Siquidem a mento ad ladicem capillorum mensura eflfex pedum pariliorum, totum vero caput odio pedum, ut proinde fexagintaquatuor pedibus conflaret eius Statua, fi integra fuperelTet. Sane caput marmoreum Domitiani in impluvio Ædium Capitolinarumeflquinquepedum, acproindeintegraStatuaquadraginta dumtaxat pedum fuiflet; nec aliter fuadent pes, et alia membrorum frufla, quæ ibidem exllant. Tum in Villa Ludovifiæfl' caputcoloflalequatuorcirciterpedum;&inIuflinianeæxtraPortam Flaminiamhabebaturolimcolofluslufliniani Imp., neccle’funtinaliisvillis,acædibusRomæ Statuæaliæ proceritatevulgariduplo, auttriplomaiores. Caput vero noflrum, quod Alexandro M. tribuitur, quodque nos fuoloco (Villuftravimus, ex Aventini ruini serutumfuit, ut prodit infcriptio, quæ ibidem legitur: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEXANDRI. MAGNI. CAPVT. EX. AVENTINI RVINIS. EFEOSSVM. INIVRIA. TEMPORVM NONNIHIL. CORRVPTVM.ANTIQ_VÆ FORMÆ. ET. NITORI. RESTITVIT VETVSTATIS.AMATORIBVS SPECTAN DVM. PROPOSVIT Ipfum vero accurate descripflt MontfauconiusW,aflad quem pertineat, incertum elfe afferuit. Hinc Ficoronius M mul(0 Cit. Memor, ijloricbe della chiefa, e confino alia36$. ventodiS.MariainAraceli&c. Tab. VII.pag.9.  pag.71.  Diar.Ital.Cap.X.pag.148.  Delie cofe gentilefchej eprofane trafportate  Offervazioni contro il Diario dei P. Mont• ad ufo, ed ornamento delle Cbiefe 3 dalla555. faucon3 1.   XXXII multas eidem gemmas, et numifmata obiecit, quibus ex formæ fimilitudine fidem huic etiam monumento conciliaret. Sed contra repofiuit Romualdus Riccobaldius (0, qui Plutarchifi) teftimoniumurgens, incertamAlexandriM.effigiem etiam tunc temporis exlfitifie contendit, ac magis dubiam faciam fuifie deinceps, cum Caracallam lubido incefiit adfcribendi fibi Alexandri nomen, præcipiendique quinetiam, ut ipfius vultum quifque fibi pararet, fervaretque. XI. Præftat vero hæc leviter attingere, ut ceteras Hortorum Matthæiorum partes perluftrando defcribamus. Areola hinc occurrit, cui ab amoeno afipeclu fi) quæfitum nomen eft, et ex qua moenia ab Aureliano producta ufque ad Portam Capenam, et Latinam, et Thermarum Antoninianarum ingentia rudera intueri præfertim licet. Statuæ, et infcriptiones heic ordine difpofitæ habebantur, quarum priores referebant Apollinem Citharoedum, Martem, Mercurium, Dianam, Herculem, Poetam cum cycno, Feminam velatam cum puero, Gladiatorem, et Pudicitiam. Ambulacris hinc inde recurrentibus ad oppofitam partem area altera occurrit, inquapræfertimHermæconfpiciuntur,quibusPlatonem, Heraclitum, Ariftotelem, Ifocratem, Epicurum, Diogenem, Ariftomachum, Pindarum, Anacreontem, Euripidem, Ariflophanem, Hefiodum, Apollonium Tyanæum, Pofidonium, Apuleium, L. Iunium Rufiicum, Archimedem, aliofque referre vulgo cenfetur. Quid iuvat conclavia, quæ fex præfertimnumerantur, nemora, topiaria, aliaqueloculamenta fingillatim defcribere, eaque fignis, anaglyphis, aliifque monumentis fere undique diffincla Labyrinthum tamen innuemus,licetvixnuncinveftigandum,ecuiusregioneaffingit co Apologia dei Diario Juddetto Cap.LX.pag.48.  Belvedere vulgo audit.  In vita Alexand. M. pro XXXIII procera columna porphyretica viridis coloris, quæ ob minutiffimas, ex quibus coalefcit, materiæ partes lingularis merito cenfetur. Nec aliæ defunt hinc, et illinc difperfæ columnæ, quarum pleræque multi ædimandæ funt, quæque XXVII. fummatim numerantur. Nodrum vero non ed fontes, pomaria, viridaria, ceteralqueHortorumpartesvillicis commendatas defcriptione profequi. Innuemus tamen fub Ædibus haberi hortulum malis aureis confitum, ac fupra eius odium hoc didichon legi: HAVRI. OCVLIS. ET. NARE. LICET. TIBI. VIVA. VOLVPTAS SIC. ALITVR. TANTVM. CARPERE. PARCE. MANV Plures funt in Hortos ingrefius; fed duo infigniores, quorum unum, idque princeps, prope Templum S. Mariæ in Domnica;alterumvero adCuriam Hodiliam,quiconditoris nomen gerit, cum longa linea infcriptum habeatur: HIER. MATTHÆIVS. DVX. IOVII. AN. IVBILÆI. MDCL XII. Habes, quæ fuerit Hortorum Matthæiorum amplitudo, amoenitas, et prædantia. Hinc nil mirum, d advena somnes infui admirationem rapuerint, tumcivesad se ipsos sive describendos, live illudrandos invitaverint. Quare Scottius('),Mabillonius, Montfauconiusb),Addifonius (d, Richardius b), aliique inter exteros tum ipfos expenderunt, tum in fuis hodoeporicis prædantioreseorumdem partes defcribere fatagerunt. Inter nodros vero illos potidimum quoquo modo illudrarunt Pinarolius, FicoroniusW, Vehin. Ital.  Itin. Ital.88.  Dior. Ital. Cap. X.148.  The Works of the right honourable lofeph Addifon EJ'q., Beingh remarks onfeveral parts of Jtaly &c. in the Tears Dubii»  Defcription hiflorique} et critique de Phalle; a Dijon Trattato delle cofe piri memorabili di Roma, opera di Gio. P. Piuaroli; Roma Le •vejligia 3 e rarita di Roma antica; Roma, Le Jingolarita di Roma moderna   XXXIV VenutiusCO, Vafius W, et Titius^); Celebrarunt vero inter Poetas Aurelius Urfius Romanus , et Ludovicus Leporeus C). Tum monumenta ipfa, quæ in illis adfervantur, nacta funt qui et typis exprelTerint, et explanaverint, ut luo loco monuimus. Si Signa lpectes, eorum præflantiora adducta habes a Paullo Alexandro MafFeio, et Bernardo Montfauconio.SiAnaglypha,eorumpleraqueeditaviderelicet apud Sponium, Bellorium, et ipfum JVIontfauconium. Si Infcriptiones, noftris pleni funt celebres thefauri, live collectionesiameditæab Apiano, Mazochio, Smetio, Urlinio, Gruterio, Reineho, Sponio, Malvafia, Gudio, Donio, Fabrettio, Muratorio, Maffeio,Donatio,aliifque.At,quæ lane elt rerum humanarum infelix conditio, ita paucis ab heincannisimmutatælt Hortorumnoltrorumfacies,utqui cosintueaturpræltantioribusmonumentisIpoliatos,atque undique collabentes, dicere fimiliter poffit: Iam fcgcs cjt, ubi 'Troiafuit. Sanenon nullas marmoreas Infcriptiones in Cæliis Hortis exltantes conceflcrat iam Alexander Matthæius Iovii Dux Cl. Præfuli Raphæli Fabrettio, ut ipfe grati animi caufla fæpe commemorat, in fua domelticarum Inlcriptionum fylloge, et nos quinetiam fuis locis advertimus. Tum ex iis profectum eft in Mufeum Capitolinum, poftulante BenediftoXIV. Pontifice Max.,marmorÆbutianum,iamanobis adductum (D, et antiqui Romani pedis, aliorumque Architecto (0Accurata,efuccintadefcrizione topografinuovo finoalTannoprefente. InRoma1763.pag. ca, e tjlarica di Roma moderna, opera pofiuma di Ridolfino Venuti &c. Roma 1766. prejfio Carlo Barbiellini Tom. I.4.  Itinerario iflruttivo divifo in otto fiazioni 3 0 giornaie per ritrovare con facilitd tutte le antiche 3 e moderne magnificenze di Roma, di GiufeppeVafiInRoma1765.11.58.pag.62.  Defcrizione delle pitture, fcalture, e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dati'Abate Filippo Titi da C.itta di Cafielk,conPaggiuntadiquantoeflatofattodi 208., e 475.  Carminum Tib. III. Epigr. edit. Parmen.,&Bonon.3ubihæchabentur: ln Hortos Mattbæiorum: Komæ fepultæ hinc intueri imaginem, Arcus,theatra,Scimperiivireslicet. Urbis, et Orbis lumina, et miracula.  Poefie; ln Roma Sonetto. Tab.LXII. Fig. I.118.   XXXV flonicac artis inftrumentorum forma infculptum; cuius rei memoria exftat in titulo marmoreo, qui ibidem appofitus ell f ^. Sed noftra ætate maximum palTi lunt detrimentum, cum novi Vaticani Mufei condendi neceflitatem peperit erumpens quotidie veterum monumentorum copia, et eorumdem alportationis impediendæ providentia. Poftquam igitur Sandlillimus, ac fapientilTimus Pontifex Clemens XIV., quem ut poteprimum litterariæmeæ fortunæparentem, &publicætranquillitatis,quafruimur,fundatoremfempergratoanimi fenfu, et laudum præconiis profequar, Ambulacrum Vaticani Palatii, quo iter eft ad Bibliothecam, veteribus Infcriptionibus in clalfes naviter diftinefis V) ornandum fufeepit; tum Chriftianum Mufeum, quod æternæ memoriæ Pontifex Benediftus XIV. iam excitaverat, et gemma affabre Iculpta, Editus eft a CI. Præfule Ioh. Bottario in opufculo, cui titulus: Indice delle antichita 3 cbe fi cujiodiscono nel Palazzo di Campidogltc &c.8., poft Philippi Titii librum de Pi&uris, Sculpturis j et Architecturis Romanis ab eo amplificatum3 quoddeinfeorfimbisetiameditumfuit: MoGrut. Fabrett. de Aquis, et aquædu6tib. Differt.II.73., et 74. n. 129. j et feqq. HucconfluxeruntpræterMatthæianas, veteres Infcriptiones domus Porciorum 3 tum plures Paflioneii Eremi apud Camaldulenfes in Tufculo. Ceterum vide varias antiquas Infcriptiones ex iis 3 quæ pro hac ingenti colleftione coa6tæ fuerunt 3 vel memoratas, vel addu6tas in Epiftola noltra edita in Ephemeridibus litterariis Florentinis. n. 10. coi. 14S., et n. feq. coi. 170, um in aliis n. 45. j et feqqcoi. 6yy. 3 et feqq., dein n. 48. coi. 7$S.3 ac tandem n. 1. earumdem Anecdotorum noftrorum. De Feriis Latinis huc addu&is vid. quæ adnotavimus hoc I. Vol. Clafs. VII.73. e2 00  (0 Ephemeridumanni .coi.4.3tumn.2.coi.10. Confuleetiam Opufculum, cuititulus: Adlnfcriptionem M.lunii PudentishocipjoannoRomæ deteffam adverfus anonymi convicia curæ pojlerioDono.Hieronymi.Principis.Alterii res(CaietaniMelioris).Romæ 177$.Vid.EpheÆbutianum merides Romanas eiufdem anni 3 ubi de eadem InEx.Matthaeiorum.Villa feriptioneEpiftolaCl.viriMatthiaeZarilliin.XXI.161. Habes etiam aliquas Infcriptiones Vaticanas editas a CI. Viro Caietano Marinio Tom. IX. 3 et feq. Diarii Pifani litteratorum 3 et in Sylloge veter. Infer. 3 qua claufimus III. Volumina Marmora. omnia. antiqui. pedis Modulo. infculpta Scriptorumq. teftimoniis. commendata Benedictus. XIV. P. O. M In. Mufeum. Capitol. tranftulit Anno. Pontif. III Dono. Hieronymi. Ducis. Matthaei Capponianum Non. ita. pridem. Via. Aurelia. reper Ex. Aedibus. Capponianis Dono. Alexandri. Gregorii Marchion. Capponii Eiufdem. Mufei. Curatores. perpetui Statilianum In. Ianiculo. alias. effofium Ex. Hortis. Vaticanis Colfutianum. feu. Collotianum Ex. Marii. Delphini. Aedibus  Aldrovand.121.    Mofaici ferpentis emblema referente (0, et Carfagnanae figillo(*), testimonio sane luculentissimo antiquae eiufdemfidelitatiserga Beatum Petrum, &RomanamEcclefiam,provide ditavit, novique cubiculi elegantifiime picti a temporum noftrorum Apelle, Antonio Raphaele Mengfio, accefiione auxit, ut Papyris omnibus per Bibliothecam, et fecretum Tabularium olim difperfis, in unum colleblis, aliifque Vibloriae gentiscomparatiscertuslocuseffiet (?);acinfiuperEtrufcorum Vafculorum, quibus Bibliothecae Vaticanae fcrinia 01nantur, fupcllecfilem mire amplificavit M; ipfumque tandem aeneorum monumentorum Mufeum a Clemente XIII. fplendide exftrucfum, praeter recentia ad fe dono mifia Vindobonenfis, Parifienfis, Taurinenfis, Palatinae, aliarumque legaliumfamiliarumaureanumilmata,argenteisnummisquinetiarn FerettiaeE), et Palfioneiae EI gentis, tum et ballarinii Mufei Wfanerariffimis, Herodis AntipaeE)lingulariaeneo  Offervazioni di varia erudizione fopra un carneo antico rapprefentante il ferpente di bronzo, efpojle da Orazio Orlandi Romano &c. In Roma 1773. per Arcangelo Cafaletti. Vide cenfuram_, noftram in Ephmerid. Litter. Romanis eiufdem anni num. XLI., 8c XLIE  Vid. Ephemerides litterar. Florentinas anifl' 1771n. 12*43c°l* 194j et feqq. Articulum nos ipfi fuppeditavimus Donum Cl. Praefulis Stephani Borgiae. llluftratum pridem fuerat a Cl. alio Praefule Iofepho Garampio edito opere, cui titulus:IlluflrazionediunanticoSigillodellaGarfagnana. In Roma 1759. per Niccolb, e Marco Pagitarini. Anonymi Lucenfis cenfuris refponfio nunc paratur. ^ rid. in cit. Ephem. Flor. n. 1. numgubiui de tribus Vasculis Etruscis encaatice piclis a Clemente XIV• P O. M. in Mufeum Vaticanum inlatis Differtatio. Florentiae 1772. in Typograpbia Mouckiana Ex Mufeo Anfideiano Perufino. Alia plura Vafcula in Vaticanam Bibliothecam migrarunt ex munere Antonii Raphaclis Mengfii eximiiPi&oris, et Raphaelis Simonettii PatritiiAuximatis,CanoniciBafilicaeVaticanae3&SS.D. N. a cubiculo.  Vid. articulum noftrum in Ephem. litter. Flor, anni 1771. n. 14. coi. 210. (6) Vid. ibid. n. 31. coi. 482. (7) Nempe Simonis Ballarinii Praefe&i Bibliothecae Barberiniae j et a cubiculo Pontificio, qui obiit V. Idus Martii anni 1772. Hic donavit aliquot rariora, et vetuftiora numifinata Pontificia, feu potius nummos; cetera empta poft eius obitum. coi. 5.3 ubi alter articulus nofter de huiufmodi Papyris. Adde Papyrum alteram dono datam ab Equite Marchione Carlo Mufca Bartio Pifaurenfe, dequaconfule EpiftolamnoftraminfertamEphemo3inNummophylacioClementisXIV.P-O.M. meridibus Florent, et praefertim n. 49. coi. 774., et n. 51. coi. . Vid. et Praefationem noftram ad Fragmentum Papyri faecali V. 3 velVI.&c.inTom.II.Anecdotor.litterar.p.437.  Iobannis Bapt. Pajferii Pifaurenfis Nob. Euaffervato, demonflratur, Cbrijhrm natum ejfe anno VIIIante aeram vulgarent contra veteres 0mnes, et recentiores Cbranologos, auBore P Dominico MagnanOrd. Minirn. Presb.&c. Romae  typis Arcbangeli Cafaletti. Vid. 8c Epifsolamnummo, aerae Chriftianae inchoandae documento, Bruti, Sc Numoniae confularis familiae aureis nummis Plancani Mufei('), quorumunuspretiofiffimus, alteranecdotus,Titi,Sc Traiani argenteis Graecis nummis rarioribus maximi modulis vigintiduobusin M.Antoniinummislegionibus,&binisineditis Lucretiae, et Minutiae gentis, a Traiano reftitutis numifmatibus Mufei Zarilliani , veterum Beneventi Ducum ab Arigilio ad Georgium Patricium aureis, argenteifque nummis bene multis 0), Etrufci pueri in Tarquinienli agro eruti præclariffimohmulacroexæreG),TabulisæneisOftranorum, & Sentinatiumveterum UmbriæpopulorumG), tumpaterisG), fiftrisG), inauribus (s), vitris vetuftilTimis C9), ac ceteris huiufmodi monumentis munificentiffime locupletavit; id infuper conlilii cepit, ut novum omnino Muleum in ipfis Innocentii VIII. cubiculis, infigni porticu, adytifque ornatiffimum ad excipiendumfigna, protomas, anaglypha, ceteraque marmorea monumenta excitaret. Inlatum fuit quapropter in ipfum, ut primum licuit, Iovis Verofpiæ gentis marmoreum Signum præclarissimum (IO), tum aliud omnino integrum, rarum]ara noftram in Ephem. litter. Florent, n. 35. coi. 517*) et feqq. Donavit Henricus Sanclementius Monachus Camaldulenlis } nunc Gregorianii Coenobiiad Clivum Scauri Abbas.  De his vid. Epiftolæ noftræ partem 3 quæ eft in Ephem. litter. Florent, anni 1773* n* 47* coi. 745.3 et n. 49. coi. 772.3 et feqq. De nummo Bruti vide etiam 3 quæ adnotavimus Tom. II. horum Monumentor. ClalT.II. Tab.XII. Fig.I. pag.29.  Vid. Epiftolam noftram in cit. Ephcmcrid. ann. 1774n43* c0,‘67S. et feq.  Vid. camdem ibid. coi.68 1. Donum Cl. Præf. Steph. Borgiæ.  Vid. articulum noftrum in cit. Ephcmer. anni 1771n. 49. coi. 774. 3 et Præfationem nostram ad Alphabetum veterum Etruscorum29. Videndætiamloh.Bapt.PajferiiPifaur.JVob.Eugubini de pueri Etrufci æneo firnulacro a demente XIV. PO. M. in Mufeum Vaticanum inlato Dijfertatio. Romæ in Ædibus Palladis 1771* Confule tandem 3 quæ nos adnotavimus hoc I. Vol. Clalf. X.108. Donum præclarifiimi PræfuJis Francifci Carrarii Bergomatis} qui etiam pateras j et numifmata aliquot argentea donavit 3 de quibus vide Epiftolæ noftræ partem 3 quæ eft ad n. 40. coi. 628. Ephem. Flor. ann. 177 1.  Vid. articulum noftrum in laud. Ephem. eiufdem anni n. 1. coi. 4. Retulit Muratorius Thef. Infer,563. n. 2. 3 et164. n. 1. (6) Vid. Epiftolæ noftrae partem in Ephem. Flor, ann. 177^. n. 47. coi. 745. Adde pateras Carrarianas, de quibus fuperius adnot. 4. (7) Vid. ibidem. (8) Vid. eiufdem Epiftolae partem, quae eft ibid. n. 49. coi. Vid. Ephemerides litter. Romanas anni 1774. n. VI. pag.41. DonumCl.PraefulisMariiGuarnaccii Volaterrani.  Vid. articulum noftrum in Ephem. Flor, anni 1771. n. 49. coi. 777.3 quaeque adnotavimus hoc   XXXVIII rumque Ottaviani Augufti (0, Meleagri alterum longe celeberrimum Aedium Pighinianarum 0), lunonis, et Narciffi (s) non deterioris artis, et famae gentis Barberiniae, Sardanapali fuo nomine inferipti , Paridis Aedium Altempliarum (j), Dianaeftolatae, & fervibalneatorisV)HortorumPamphiliorum, Dilcobuli laudatiffimi in agro Romano non ita_» pridem eruti, aliorumque; Tum Borgiae gentis Helvii Pertinacis rariffima Protome (8), aliaque Antinoum referens, Card. I tidetici Marcelli Lantis munus (9), Antifthenis Athenienfis I hilofophi Herma Tiburtinus 0°), Ara Vulcani Hortorum Cafalium ('05BigacircenfisadDiviMarciBalilicamiacens<12), hoc Tom. I. ad Tab. I.2. Vid. typum apud £q. Paullum Alexand. MafFeium in ColleEtionc veterum Signorum Romae Tab. Vid. quae adnotavimus hoc Tom. 1. ClalT. VIII. Tab. LXXVL77.  Vid. EpiRolae noftrae fragmentum in Ephcm. Flor, anni 1770. n. 15. coi. 231., quaeque adnotavimus Tom. III. horum Monument. ClalT. V. lab. XYX.59. Vid. apud eumdem MafFeium ibid. Tab.) Laudantur haec Signa ab omnibus RomanaCanVid. typum Tab. 36. cit. Villae Pamphiliae. (S) Typum aeneum habes apud lof. Roccum Vulpium Vet. Lat. profati. Tom. IV. Cap. VI. Tab. VII. Vid. Fpiftolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, anni 1773. n. 34. coi. 551., quaeque adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXVI. Fig. II.42. (9) Meminimus hoc ipfo Vol. ClalT. VIII. Tab. Vid. Epiftolam noftram in laud. Ephemer. eiufd. anni num. 45. coi. 715. 3 et n. 47. coi. 742. rumAntiquitatum feriptoribus,alterumveroadOORagiotiamentodiOrazioOrlandiRomam ducitur a Hier. Tetio in Aedib. Barbariniis litt. N. a Cl. Ioh. Winckelmannio Monum. antiq. inedi V°l. F n. 207., Protomen porphyreticam Philip pi Imp., et duos Sarcophagos, de quibus omn bus vide Epiftolae noflrae partem in Hphcin. Flo; ann. 1772. n. 45. coi. 711.  Vid. eius typum apud Winckeimanniur loc. cit. Vol. I. n. 163., cuius illuftrationem ha b_s \ ol. II. Par. III. Cap. I.219.  Apud Maffeium cit. Colle#. Tab. CXXIV116. (6) De Dianae Signo Winckelmannius loc. cit. X° l U' Par’ L CaPVII. n. III.27. Vid. t)pum T„b. 5-3. in y t/la Pamphilia, eiufque palatiocumfuisprofpeclibus, fatuis,fastibus&c. Romae formis Iacobi de Rubeis. (7) De Servi balneatoris Signo, quod Senecae falfo tribuitur, vide eumdem Winckelmannium Jbid. Par. IV. Cap. IX. n. II. Jitt. C.256. fopra un’Ara antica pojjeduta da Monfig. Antonio Cajali Governatore di Roma. Iu Roma per Arcangelo Cafiletti 1772. Vide, quae nos adnota. vimus Tom. III. horum Monument. ClalT. VII. Tab. XXXVII. Fig. II.73. Adde vas cinerarium elegantilTimuin, quod fimul dono datum cft,&abOrlandioilluftratum.PraecelTeratantea donum Capitis aenei Balbini Imp., de quo nos in iudicio, quod de hoc Opufculo emifimus in Ephemerid. Roman. anni 1772. n. XXXV.276., et in Epiftolae fragmento, inferto Ephemerid. Florent, anni 1771. coi. S21. (12) Eius fchema exhibuit Tab.III.fub n.XLVIII. ad Cap. XXIII. coi. 2111. Valerius Chimentcllius illuftrans Marmor Pifanum de honoreBijfelli(Tom. VII. Antiq. Rom. Graevii') qui balnearem feliam putat, et rurfus alferit Cap. XXVII. coi. 2130. Vid., quae adnotavimus Tom. III. ClalT. VIII. Tab. XJLVII. Fig. II.87.   XXXIX Candelabra BarberiniaCO, Zeladianum C2>, aliaque ad Divae Agnetis extra Portam Nomentanam adfervata OJ, Sarcophagus Veliternus quantivis pretii Sex. Varii Marcelli V), Urna Tudertina (A egregii Etrufci operis, et altera Perufina V) arcanis ethnicorum fculpturis infignita, aliaque permulta, quae fciens praetereo, quaeque iam eruditorum fcriptis longe, lateque inclaruerunt. His omnibus accedunt praeftantiora Hortorum Matthaeiorum Signa, quorum pleraque fuperius etiam pro re nata defignavimus, Cereris nempe Pedentis (7), et ftantis (8), Fauni dormientis (9), et a Satyri pede (pinam extrahentis 0°), armatae Amazonis (‘0, velatae.» Pudicitiae 02), OHaviani facrificands C'3), Traiani Pedentis, Commodi equo vecti (**), duo Hiftrionum (igilVid. Epiflolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, Alterius ex his Candelabris fchema habet Winckelmannius loc. cit. Vol. I. n. 30., agitque de eo Vol. II. Par. I. Cap. XII. n. i»36., et alibi. Vid. adnot. feq.  Vid. articulum noftrum in Ephem. Florent, eiud. anni n. 45. coi. 71 5., et feqq. Vid. Opufeulum, cui titulus: Difcorfo deW Abate Gaetano MarinifopratreCandelabriacquijlatidalS.P. demente XIVb> ftfa *77*• PreJF° Aaoftino Pizzorno. Tab. III. aeneae. Ex Diarii Pifani Tom. III. art. V.177.  Ex V. 3 quae exftabant y IV. in Mufeum Clementinum Vaticanum adfportata, quintum fuo loco reli&um ed:. De his multi Romanarum antiquitatum Scriptores verba faciunt.  De hoc Sarcophago s qui a pluribus editus, et illuftratus effc, vide Ephemerides Romanas ann. 1775. n. III.17. (5) Vid. Epiftolam noftram in Ephem. Flor, anni 1771n* 45h coi. 712.3 et feq. De hac Urna verba fecimus etiam in hoc I. Vol. ClalT. X. adnot. ad Tab. CII.107.3 et Vol. III. ClalT. V.Tab.XXIV.Fig.I.pag.5-7. la corum fculpturis in/ignito 3 in quibus fymbolice facra quaedam revelatae Religionis mvfieria adumbrantur 3 et Clementi XIV. P. O. M., ac fapientijfimo ad incrementum Mufei Pontificii Vaticani ab Emerico Bologninio Ferufiae, e?* Vmbriae Praefide humillime oblato Coniecturae loh. Bapt. FaJJerii Pifaur. Regiae Academiae Londinenfis 3 Infiituti Bononienfis Socii. Romae  apud BenediBum Francefium. (7) Matthaeiana monumenta ad Mufeum Vaticanum ornandum comparata innuimus in EpiHolae noftrae articulo, inferto Ephem. Flor, anni 1771.0.1col. 6. Singula vero in his Voluminibus defignavi. mus. Vide ergo Signum Cereris fedentis Tom. I. ClalT. II. Tab. Tab. Vid. ibid. Tab. XXX.24., et feq., et apud Maffeium Tab. Tab. Tab. XL.32. (11) Ibid. ClalT. IV. Tab. TX.53., apud Maffeium Tab. CIX.202., 8c apud Montfauconium Antiq. explic. Tom. IV. Par. I. Tab. XIV. n. 2.2. Ibid.ClalT.V.Tab.LXII.pag.$6.3 et apud Maffeium Tab. CV1I.99.  Vid. eamdem Epiftolam noftram in cit. Ephem. Flor.n.47.coi.741.3&feqq.3tumea,quae Tab. innuimus Tom. III. horum Monum. ClalT. II. Tab. XII. Fig. II.22. Exftant etiam De marmoreo fepulcrali Cinerario Ferufiae effoffo3 arcanis ethni(14) Ibid. Tab. LXXXV.84.  Ibid. Tab. XCIII.92., et apud Maffeium Tab. CIV.96. Notae funt Ficoronii expo«   XL la (0, ac truncus militis gladio cincti, galeamque pede dextero prementis W; tum Protomae Iovis Serapidis G) Sileni (P, Plotinae W, et L. Veri(6); infuper aenea capita Neronis (7), et Treboniam Cg), lymplegma vel Ariae, et Poeti, vel Portiae, et Bruti (9), St animalium collectioni accenfiti Aries arae impolitus P°), Leo, St Aquila PO; praeterea bafes pompam Iliacam referentes ('V, et anaglypha Coniuges IfidifacrilicantesC'S), VeturiamalloquentemCoriolanumP4), natale Romuli, St Remi C‘j), et Nymphas fontium praelides  exhibentia; ac tandem Cippi, Urnae, et Infcriptiones bene multae, quas fuis locis delignare fategimus C17). Cetera vero aliter diftracta, et praefertim Marci Aur. Antonini praetextati Protomen a Gavino Hamiltonio Anglo comparatam (,s) haud perfequi vacat, quum iam tantus Vaticanarum divitiarum fplendor in fui nos modo rapuerit admirationem. Quare li tantae rerum antiquarum fupcllectili ibidemcoadtaeaddasceleberrima,iamtumibidemadfervata, marmoreaSignaiacentiaCleopatrae,liveNymphaeadfontem dormientis ('A, Nili C*°), St Tiberis amnium, tum cetepofhdationes adverbiis Maffeium 3 et Montfauco(ii) Leo3& Aquila defiderantur in noltra hac nium,quodhocSignumHadrianotribuerint. collectione. Ibid.Claff.X.Tab.XCIX.pag.100.3& (12)Tom.III.Claff.IV.Tab.XXV.Fig.I. apudSponiumMifcell.erud.antiq. Se6t.IX.n.1.  Nunc reftauratur 3 ut in integrum Signum evadat. Quare mirum videri non debet apud nos defiderari.  Tom. II. Claff. I. Tab. I. Fig. II.3.   Ibid. Tab. VI. Fig. II.8. (5) Ibid. ClafT. III. Tab. XV. Fig. II.34. (6) Ibid. Tab. XXIV. Fig. I.40. (7) Ibid. Tab. XIII. Fig. II.32. (8) Ibid. Tab. XXXI. Fig. I.46. Vid. Epiftolae noltrae fragmentum in Ephem. Flor. 1771. n. 52. coi. 822. (9) Ibid. Claff. V. Tab. XXXIV. Fig. I. pag.48.  Ibid. ClafT. X. Tab. LXIX.92., et apudMontfauconiumAntiq.explic.Tom.II.Lib. III. Cap. I. n. 2.49. Tab. IX. n. 1. &II.pag.44. (13) Ibid. Tab. XXIV.41. (14) Ibid. Claff.VII. Tab.XXXVII.Fig.I. pag.7 r (15) Ibid. Tab. ead. Fig. II.73* f 16} Ibid. Claff.X.SeCt.I. Tab.LIII. Fig.I.pag.95*. (18) Vid. Tom. II. Claff. III. Tab. XXII. Fig. I.38. (19)Vid.Ioh.WinckelmanniumTraCtatupracliminariadMonumentaantiquaanccdotaCap.IV.XC. Vol. I. (20) Vid. Epiftolam noltramin Ephemeridibus Jitter.Florent,anni1775".n.2.coi.22.3&feqq., ubi de huius Statuae reltauratione 3 et lingua perperam crocodilo affi£ta.   XLI ra longe praeclariflima Apollinis Pythii, Laocoontis, Antinoi, Herculis cum Aiace (0, Antinoi, et Veneris, truncus Herculeus, quod opus erat Apollonii Athenienfis, et MichaelisAngeliBonarotiifpedaculum, actandemvasingensporphyreticum,larvasfcenicas, arasfacrificiales ab Agrippae Pantheo avedas, aliaque nonnulla, nae tu dixeris, erudite Ledor, praeftantiora quaeque artis miracula heic Romanae magnificentiae Genio templum parafTe, fibique aeternam afieruifle incolumitatem. Sed quid non infuper Iperandum aPIOVI.Pont.Opt.Max.,cuiusprovidentianuncregimur, et cuius dudu, confilioque, dum Aerario Pontificio praeeflet, tantumopusinchoatum, acperfectumeft?Ipfeenimliberalium artium amore incenfus iam tantum opus amplificandum regio plane animo, et magnifico fumptu fufcepit, iamque multa plane egregia antiquitatis cimelia, quae in lucem aufpicato nunc e terrae finu prodierunt, fedulo conquilivit, atque paravit,quibusauguftumhocMufarumdomiciliumprodignitate exornet. Huc nimirum confluet Fauni Signum celeberrimum ex rubro Aegyptio marmore, Hermae Bacchandum, et Herculis lane elaboratiflimi, Antifthenis alter haud vulgaris, tumDomitiaeAuguftaenonobviaProtome,olimComitis lofephi Fedii deliciae, ac peritorum omnium admiratio. Huc item migrabit Mularum chorus, &. Graeciae fapientum Hermae, ipforum nominibus*, et lentendis infcripti, aliique veterum tum Poetarum, tum Philofophorum plane fimiles, quos Tiburtinus ager nuper eduxit!2). Huc etiam procedet Alpafiae Herma alter hoc iplo anno detedus, aliaque e Caftrinoviruderibusfimulerumpentia monumentaG).Hucle reciCO quae ex Winckelmannio adnotavimus mus Tom. II. ClafT. VII. Tab. LII.Fig. I.69. et ad Tom. II. CiaIT. III. Tab. XXV. Fig. I. Vide Epiftolas Caietani Torracae Centum41.,&adTom.III.Claff.V.Tab. cellenfis Medici clariflimirelatasin Tom.III.AnVideAnthologiamRomanamTom.I.num. thologiaeRomanaen. quaeque nos etiam adnotavi-297.3 n. XLI.J27., et n. LII.409. f Vid.   xlii recipient et vas ex bafalte clegantiiTimum in Quirinali effoffum, et alterum ex alabaftro pretiofiffimum ad Augufti Maufoleum recens erutum, ceterique ibidem detecti et Livillae Germanici Caefaris filiae (0, et Tiberii Caefaris Drufi Caelaris filii (*), et Caii Caefaris., Tiberiique Caefaris, tum et alterius anonymi, Germanici Caelaris filiorum emortuales tituli, et Auguftae domus nova indubia monumenta. Huc infuper adducentur quatuor lymplegmata, Herculis facinora exprimentia, nempe Geryonem Hilpaniae Regem tricorporeum ab ipfo bello fuperatum, Diomedem Thracem quadrigis devictum, tripodem ab Apollinis Sacerdotis manibus vi ereptum, ScCerberumcanemtricipitemtriplicicatenaadfuperos retractum, quae nimirum inter Oftiae rudera non ita pridem reperta funt. Huc tandem accedet et Protome Perufina Antonini Caracallae W, et altera Lavinatium Sabinae Hadriani uxoris, et Anaglyphum bubulum Ocriculanum, et Picena Falarienfa Monumenta W, et Mufivum Tulculanum Medulae caput referens, et alia fexcenta tum ad Hortos Carpentes, tum in Quirinali, tum ad Curiam Innocentianam, tum alibi detecta, quibusenarrandisdiemperderem.Necdeeruntaltero aeneorum monumentorum Mufco perrara, atque felecta cimelia,praefertimqueeffolfaexactoannoadAventinumClunienfis Senatus confulti aenea tabula, Graecaque numifinata anecdota Tigianis Armeniae Regis cum Eratonis fororis vultu V), Octaviae Augufii fororis cum anadyomenes Veneris tyVid. 8c quae nos adnotavimus noftro Tom. III. ClalT. X. Sefl. XIII. n. 66.171. (0 Vide Epift. anonymatn CI. Viri Ioh. Ludov. Blanconii} Saxonici Ele&oris a confiliis, &. Romae Oratoris laud. Tom. III. Anthol. Rom. n. LI. p. 401. Vid.Epiftolamalteramciufdem Tom.IV. Anthol. Rom. n. I.2. (S) Vid. Epift. tertiam eiufdem Joc. cit. n.II. p.9.  Vid. quae nos adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXX. Fig. II.46. po (S) Vide Opufculum 3cui titulus:Suile Citta Picene Falera 3 e Tignio Dijjertazione epijlolare delP Abute G.ufeppe Colucci ai Signori di Falerone. Fermo . in S. /w*Cap.IV.pag.jS. (7) Vid. Tacitum Annal. Lib. II. initio. Part anter. legitur: BAdAETC. BAC1AE.QN. TITPANHC averfa vero parte: EPATft. BACIAEI2C. T/TPANOT.AaEA3>H.   XLIII po CO, Silani Syriae Praefidis poft Quirinum, ubi infcripta anni nota novum ad coniebtandum aerae Chriftianae principium lumen afferret , Titi,& Domitiani cum peculiari Laodicenfium epocha, Philippi lenioris, iuniorifque in Stecloris urbe pcrcufla, cetera huiulmodi Graecis Coloniis accenlenda. Sed quo me abripit tantarum lautitiarum ingens prorfus, ac mira congeries?Quapropteriamediverticuloinviam.Singula hulquedum expofiuimus, quae ad Hortos Caelimontanos Matthaeiorum pertinent; nec quidem de Hortis Palatinis, quae ad ipfos olirn fpefitabant, ac pollea Spadiae,dein Magnaniaegentisiuribuscefferunt,iuvatquidquamattingereG). Nuncverodeeorum Aedibusurbanis verba nobis facienda funt. Huius gentis maiores avitas aedes habuerunt in regione Tranfliberina ad pontem Caeftium, qui Infulam Lycaoniam Ianiculo iungit, quae adhuc exftant, quibulquefidemconciliantgentilitiafiemmatahincin.deappidta, &iplapontiscufiodia Matthaeiis Ducibusetiamnum concredita, Pontificia Sedevacante. Multisinlcriptionibus ornatas fiuiIIehasaedes, patetpraelertimex Gruterio , RcinefioG), Seldenio G), et Kirchmannio(?), qui earum nonnullas, addita huius loci defignatione, adducunt. Excitatis aedibus urbanis, Tranftiberinas deferuiffe verofimile eft. Certe quidem tam laxo lolo potiti funt, ut Infulam condiderint, quae ex variis, iifque amplis, et elegantibus domibus coalefcit. De iis fingillatim dicemus, at primum vetera aedificia, quae hunc locumtenuerunt, ceteralquevicinias perpendemus.Circus Flaminius quidem in regione Urbis nona litus praelertim de(0 Cum epigraphe OkTAOTIA; et averfa parte KftlnN.  Cum epigraphe: ANTIOXEliN.Enr. SIAANOY. AM.  Venuti Roma moderna Tom. 11.395. Iufcript. Romati.22. n. 3. > Sc 6.3fieri31. n. 11.,32. n. 12., et86. n.4., 8c 5. (5) Syntagma Infer, antiquar. Cl. IX. n. 67.SII'j et Claff.XI.n. 105., &feqq.pag.645;  De Diis Syris Syntagm. II. Cap. I.220.  De funeribus Romanor. '. edit. Lugd. Batav. apud Hackios 1672. f2   XLIV fcribendus venit, quem, fi Feftum, Liviique epitomatorem (') audiamus, exftruxit Flaminius Cenfor, qui etiam viam Flaminiam Roma Ariminum ufque, five potius ad Rubiconem amnem munivit, vel Flaminius alter antiquior, PlutarchotefteC),quipopuloRomanocampumlegavitprocertaminibus equeftribus obeundis. Celebratos hoc loco etiam ludos Tauricos Diis inferis facros, vel ludos Apollinares poli: Cannenfem cladem inftitutos vulgo fertur C), ac nundinas quinetiam habitas teftatur Tullius . Diu huius Circi reliquiae confervatae funt, et multae adhuc exftant. Flabetur Bulla Caeleftini III. Rom. Pont., qua enumerantur, et confirmantur bona Ecclcfiarum Sanctae Mariae Domnae Roiae, &. S. Laurentii in Caltello aureo, quaeque data elt Laterani annocidcxck.a.d.IV.nonas OctobrisindictioneX., atque ibidem ita deferibuntur Circi Flaminii veftigia tunc exfiltentia: Idem Cajiellum aureum cum utilitatibus fuis, videlicet parietibus altis, et antiquis in circuitu pojitis, cum domibus, ocaminatis,eifdemqueparietibusdeforisundiquecopulatis-. Hortum, qui ejl mxta idem Cajiellum cum utilibus fuis, et fuperioribus Criptarum; Populum foras portam iam difti Caficlli a parte Campitelli, et regionis Sanfti Angeli ufque in Burgum61.Cajiellumenimaureummedioaevo,&Palatium quoque dictus fuit Circus Flaminius, ut cetera etiam vetcia ingentia aedificia a rudioribus infimae latinitatis feriptonbus vocata laepe fuerunt. Hinc Ecclefiae Sanfti Laurentii, quae in eius ambitu comprehendebatur, nomen in ajidlo aureo, tum etiam in Palatinis, corrupte vero PallaClm\ ac tandem TM claifura adhaefit, ut inter alios animadvertit Ioh. Vignolius (s). Hoc etiam adnotavit Iacobus Grimal(0 Lib. X.  Froblem. 6j. ad A“k• '4' Lib' '  Liv. XXX. 38. Adnot. 5. ad S. Leonis III. Tom. II. Libri Pontificalis.   XLV maldiusO), qui agens de Monafterio S. Laurentii in Palatinis, dicebatur, inquit, in Palatinis propter Circum (Flaminium), quemignarePalatiumvocabant.ItaCircumNeronis Palatium appellant,& MontemS.Alicbaelishacdecauffa Palatiolum. De Ecclelia S. Michaelis in Palatiolo vide FTancifcum M.TurrigiumC)latiusdifferentem.Etiamapud Anaftafium Bibliothecarium in vita S. Petri Palatium Neronianum memoratur; quemadmodum in Codice Vaticano <h), ubi quaedam ad Balilicam Sanctorum XII. Apoltolorum fpectantia habentur, Forum Traianum Traiani Palatium dicitur, ac alibi Palatium Antonianum dictae etiam funt Thermae Caracallae. Quare Templum noftrum S. Lurentii in Palatinis, ac monafterium noviter reltauravit Hadrianus I., et coniunxitcumaliomonafterioS.Stephaniiuxtaipfumpofito, et in Baganda dicto, ibique Monachos ad pfallendum in tituloSanbtiMarciordinavit.Necaliudinfuper,quam noftrum putandum forte eft Templum S. Laurentii Palatini, cuius mentio eft in Bulla S. Leonis IX. (V, licet Bullarii Vaticani editores V) ad S. Laurentii in Pifcibus revocaverint, ac de eo dubius haeferit Eques Francifcus Victorius, dum IX. Templa S. Laurentio facra in Urbe recenferetO. Heic etiam fitum erat Templum S. Mariae Domnae Rofae, cuius mentio fupra occurrit, et habetur infuper in Ordine Romano, quodque cum ceteris in conftrubtione Monafterii S. Catharinae de Funariis C) dirutum eft. Andreas Fulvius  aetate fua, Clemente fcilicet VII. regnante, exftitiffe etiamnum huius Circi formam, et veterum fedilium figna tradit, atque in (0 In Lib. Mf. de Canonicis Bajtlicae S. Petri Cap. II.  Bella Cbiefa di S. Micbele Arcbangelo} e di San Magno Cap. VII.20.  Sub n. 5560.  Vid. Florav. Martinellium Roma ex etbnica eius faera364. (5) Tom. I. Bullar. Baftl. Vatican.26.  Ibid. adnot. .  Differt. Pbilolog..  Ibid.371., et 374. ($0 Vrbis antiquit. Vid. infer, p. XLVIII. adn. 2.   XLVI eius cavea erectum laudatum Templum S. Catharinae cognomento dc Funariis, quod ibi ob loci commoditatem, et areae longitudinem funes intorqueri confueverint. Eiufdem Circi formam faeculo XVI. depictam, quam tamen multa ex parteingeniumfupplcverit,affertMontfauconius(0exLauro. 1orro iuxta Fulvii, aliorumque fententiam Circi latitudo fpatium occupavit, quod inter officinas, five apothecas oblcuras, forumque Iudaeorum eft intcriectum. Huiufmodi quidem apothecae olirn iunctae erant non Circo folum Flaminio, fed aliis etiam Circis. Numularium, nummorum fcilicet permutatorem,veleorumdemaeffimatorem, dcCirco Flaminio habesinveteriinferiptionea VignolioadductaW} Vitriofficinaminibietiamfuilfedocet Martialis(?)dicens: Accipe dc Circo pocula Flaminio. Habetur Pomarius dc Circo Alaximo ante pulvinar apud ReinefiumO, &Sponium0), quinempeinternegotiantesminutos, et faTOTTCAas olera vendebat, non autem viridaria colebat, ut placuit Sponio. Siquidem faepe occurrit in veterum inferiptionibus delignatus locus, ubi opifices officinas fuas aperiebant, ut in noftra Infcriptionum fylloge obfervaVimus V). Ad eas autem officinas, cum Card. Dominicus Gymnafius exacto faeculo Templum S. Luciae a fundamentis una cum adiunctis aedibus, et monafferio renovaret, efFoffae funt ingentes columnarum fpirae, et fcapi e Tiburtino lapide, ac quadratae eximiae magnitudinis. Quare lutnmus Circus in hemicyclumcurvabaturadplateamMarganamvulgodictamnon longe a Capitolio, ac flectebatur ad Aedem S. Angeli in Foro Pifcario; eius autem ima pars, ubi Circi carceres habe(0 exf/ic. Tom. III. Par. II. Lib. III. Cip. III. Tab. CLIX.27S.  Infcript.felecl.pag.141.poftDiflertat.de Columna I/np. Antonini Pii. ($) Epigraru. 75. Lib. XII. ban Syntagm. Infcript. antiq. CluIT. XI. n. 7^. C5) MifcelL erud. antiq. Se61. VI.230.  Tom. III. ClaflT. X. Secl. VI. n. 11.119.3 et leq.   XLVII bantur, pertingebat ad Aedem S. Nicolai ad Calcarias didi, et ad palatium Ducum Caefariniorum. Certe quidem Templum Apollinis CO,quodaliiMulis, velHerculiCudodi(aerumdixerunt, Circo Flaminio adhaerebat; nec aliud fpatium obtinuifle, quam quod nunc tenet Aedes S. Nicolai, et adiun6lum Collegium Clericorum Rcg. de Somafcha, docent vefligia fphaericae parietis, cui adneduntur Ionicae columnae incendio corruptae, et ex veteri marmorato concinne refedae, quorum lingula adhuc in Cavaedio eiuldem Collegii confpicua lunt. De Aede altera Neptuno dicata, quae erat 'in Circo Flaminio, et cuius Aedituus erat Abafcantius Aug. Lib. , cum nullae fint reliquiae praeter antiquae inlcriptionismemoriam,haudpraedatpluribusdilferere.Ceterum condat, in ea fuiffie multa tum Signa, tum Anaglypha, quqrum nonnulla Neptunum, Thetim, Achillem, Nymphafque marinas delphinis vedas referebant, et tamquam Scopae opera praedicabantur. Anaglypha quidem nonnulla affixa etiam nunc funt parietibus Aedium Matthaeiarum, Nymphas marinas d), et Pelei, et Thetidis nuptias (s) exprimentia, quae forte ad hoc Templum pertinuerunt, et in hac vicinia erui potuerunt. In iplo Circo Flaminio exditide etiam Signum Achillis, Cephidbdori opus, tradit Plinius: verum hoc, ceteraque huiulmodi vel abfumplit temporum iniuria, veladhuccelatinvidatellus.QuidmemoreminfuperCirco FlaminiopropinquasAedesMartis,Vulcani,Bellonae,Cadoris, Pietatis, ipdufque Iovis Statoris, quas Onuphrius Panvinius (7)dudiolerecenfuit?Quapropterdedgnata CirciFla Le antichita Romane 3 opera di Glo. RatiJla Piraneft; Roma  Tom. I. n. 94.ig.  Infcriptionem} quae exdabat in pratis Quin£tiisinvineaquadam3refertOnuphriusPanvinius de Ludis Circenfibus Cap. XVIII. 3 ubi de Circo Flaminio,igg. edit. Parif.  et ex eo etiam ceteri.  minii PLINIO (si veda) JVatural. Hift.  Claffi II. Tab. XII. Fig. I.21., et Tab. ead. Fig. II.22.  Ibid.Claff.VIII.Tab.XXXII. pag.61. 3 et Tab. XXXIII.64.  Loc. cit. Loc. cit.   XLVIII minii longitudine, a platea nempe Margana ad Aedes Cacfarinias, ccterifque eidem adiacentibus aedificiis, apparet Aedes Matthaeianas id loci nunc tenere, quod media fere pars Circi olim tenere debuerat. Tertis quidem cft Pyrrhus Ligorius (0, atque etiam laudatus Panvinius , paucos annos ante harum Aedium conrtructionem, multam Circi partem adhuc integram exftitiffe, praefertim eo loci, ubi etiamnum erigiturdomusa Ludovico Matthaeio excitata, dequainferiuslatiusdicendumerit; cumibidem,utroqueetiamferiptore afferente, multa marmora effoffa fuerint, ac potiflimum Anaglyphum Circenfibus ludis infignitum, quod non aliud, quam noftrum fuo loco adduclum, exiftimamus. Nec illudpraetereundumin Cavaedio Matthaeianaenortraedomus parietibus affixos cerni quatuor arcus femicirculares, foliis, rolifque diftinctos, quorum duo integri adhuc funt, duo vero dimidia fere parte fccti (fragmentis hinc inde fparfis) quofque fupra Circi Flaminii carccrum fores olim exftitifie exiftimat CO Librode’Cerchir Comtnciavaqueflo mus Marganiae,ubiinhemicycliformamdefne (il Flaminio) dalla piazza de' Morgani3 e finiva appunto al fonte di Calcaram, abbracciando tuttclecafede'Mattel3eflendendofifinoalianuo*i'a •via Capitolina 3 ripigliando in tutto qtiel giro j/joltealtrecafe. Daqueflolatode'MattelilCircopoebiannifonoeraingranparte inpiedi;la parte piu intiera flava nel fto della cafa di LodovicoMattel3ilqualeha cavatounaquantita di tr avertini dei Circo in qttel luogo 3 e tr ovatovi tPali i Ce ui fregio in u» ran pt inagliato de' putti 3 che fopra de' carri facevano i giuocbi Circenft, e nella cantitia trovaronfi altri travertim 3 e videft alquauto dei canale 3 per dove pajfava /'aequa, la quale ora chiamap it fonte di Calcaram, forfe per la calce, che hi fi macerava. Loc. cit.129: Porta Carmentalis, fecundo murorum Vrbis ambita, quos T. Tatias eam Romulo regnans exfiruxit, radicibus Capitolii condita fuit, a qua llaud procul Circus Flaminius erat, ad eam partem vergens, ubi nunc efi Vrbs Roma. Cusus longitudo protendebatur ab area dobat 3 uf'que ad novam viam Capitolinam 3 ubi carceres>& XIII. ojlia erant: latitudo vero fuit ab Aedibus Ludovici Matthaeittfquead Calcariaefontern, ubi efl ojfctna tin:loris ambiens eo circuitu apothecasobfcuras Matthaeiorum3&multasdiverforumprivatasdomus. Cuiusfundamentise Tiburtinolapide, quaeMatthaeiorum, &vicinisaedibusfuppofitafunt, antealiquotanniserutis3 marmorea tabula pueros currilia ludrica agitantes incifos continens reperta fuit. Adhuc vero exflat antiquus Circi euripus limpidijftmus tincioris ofpcinam praeterfluens 3 qui fons Calcariae a vicinis (quae ibidem coquebantur calcis fornacibus ) dicitur. Eius Circi arena lateribus minutijpmis tranfverfe flratis opus tefjellatum fuprapofitum habebat. Vide&Fulvium l.ib.IV. cap.deCircoFlaminio, ubi ait: Longitudo eius Circi ab Aedibus nunc DPetri Margani3 (snS.SalvatoreinPenjiliufque adAedesD.Ludovici MatthaeiiuxtaCalcaranum, ubi caput Circi. Tom. III. CiaIT. VIII. Tab. XLVII. Fig. II87.   XLIX mat Carolus Blanconius liberalium artium cultor eximius, idemque fcientiffimus, et Ludovici Saxonicae Aulae a confiliis, et komae Oratoris, a quo Circi Caracallae formam, et univerfam illuftrationem praeflolamur, meritiflimus frater; ratus fcilicet hoc loci, vel non longe effodi eofdem iam potuif fe, et dein fedem hanc, atque ufum nactos fuiffe. Quae infuper ad hunc Circum flmul pertineat, reflat adhuc decurrens aquae vena, quae habetur in crypta vinaria cuiufdam domus Matthaeianis Aedibus propinquae (0. Abundare enim aquae copia Circum opus erat, fi XXXVI. crocodilorum lpeftaculum ibidem edidit Auguflus (fi. Nec nifi ad Circumfpeffaffeverofimileeflaliquamquoqueaquaepartem, quae etiamnum decurrit iuxta proximam, cui ab ulmo nomen efl, cloacam. XIV. Iam monuimus Matthaeiorum Infulam in plures difpefci Aedes, quae tamen ad unam, eamdemque gentem olim pertinebant. Antiquiores eae effe videntur, quae meridionalem plagam, et plateam tefludinum, quod eae fontis crateri infculptae, refpiciunt; in qua nimirum aquae Saloniae, Gregorio XIII. Romano Pontifice, in Urbem Mutii Matthaeiicurisdedubtaefons cernitur, quatuorvafibus, conchilioruminflar,exAfricanomarmore,totidemqueaeneis delphinorum fimulacris a Thadaeo Landinio Florentino annocioidlxxxv. Conflatisinfigniterornatus (fi. Haequidem Aedesaubloremhabent Iacobum Matthaeium,quiproiifdem condendis architectonica opera ufius efl Nanni Bigii, earutnque parietes diftingui voluit Thadaei Zuccherii pibturis, quibusFurii Camillifacinoraexprimebantur, licetquaeinfronte erant, obdubta calce paucis ab hinc annis inepte oblitteratae Vid.Venutiumantica RomaPar.II.Cap. pograpbia Lib.VII.pag.161.ater.edit.Venet., et Andream Fulvium Anticbita di Roma Dio Lib. LV. Lib. V.g21. a ter. Venezia Vid. Barthol. Marlianium Vrhis Romae To L tae iam fuerint, iis, quae funt ad latus, dumtaxat refervatis. Duo etiam interiora cubicula eiufdem pennicillo exornata infuper fuerunt. Ante Templum SS. Valentino, et Sebaftiano dicatum furgunt Aedes, quas Iacobi Barotii a Vignola opera condidit LVD.MATTHAEIVS. PETR ANT. F1LIVS. LVD. NEPOS ut supra fores flat epigraphe conditorem ciens, quaeque ad Matthaeios Paganicae Duces iam fpeclabant, multifque veterum monumentis inftru&ae erant. Nec alia, quam quae heic fervabantur Signa, cenfenda funt, quae fub Caefaris AuguftiO), et Aurelii Caefaris  nomine in Aedibus LudoviciMatthaeiihaberiait, acetiamediditlacobus Marcuccius; quorum alterum habetur etiam inter Icones a Heronymo Franzinio editas (A. Hifce Aedibus aliae adhaerent prope ulmi cloacam, quae Bartholomaeum Brecciolium architectum agnofcunt. Hincfequunturaliaea LudovicoMatthaeio(fi PhilippoTitio credimus ) aedificatae anno cididlxiv. ante Divae Luciae Templum,fedabAlexandroMatthaeioexftructac,fiearum foribus infcriptum lemma attendamus, ut revera attendi debet (A, Bartholomaeo Amannatio, ut nonnullis placet, vel Claudio Lippio, ut alii cenfent, formam aedificii praebente. Earum interiora cubicula Francifci Caftcllii picturis diitinguuntur. Has vero nunc tenent Caietani Duces, qui fibi iplis compararunt, quemadmodum et Nigronios, et Duratios, et Serbellonios dominos pro divertis temporibus eaedem antea agnoverant W. (0 Antiquar. Statuar. Vrbis Romae Libri IIT. Romae 1623. j edidit lacobus Marchuccius in fol. Lib. III. Tab. 93.  Ibid. Tab. 94.  Icones Statuar, antiquar. Vrbis Romae Hieronymi Franzini Bibliopolae ad* Signum Fontis 0pera. Romae 15S9. in 12. XV. Ve Q uare h°c Joco corre&a volumus} quae a Titio decepti temere diximus Tom. III. CIa(T. VIII. Tab. XLVII. Fig. Vid. Defcrizione delle pitture, fculture 3 e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dalPAbate Filippo Titi &c.86. fino a 90.5 tum etiam Itinerario ijlruttiuo divifoinotto   LI XV. Verum non id nos nunc agimus, ut has veluti appendices Aedium Matthaeiarum defcribamus; Potiori namque iure ad fe nos avocant, quae R magnificentiores, et fplendidiores firnt iuxta dextrum latus Ecclefiae, et Monaflerii S. Catharinae de Funariis, quaeque Afdrubalem Matthaeium Cyriaci fratrem auCtorem habent. Id docet infcriptio in cavaedio exfiftens, quae ita fe habet: ASDRVBAL.MATTHAEIVS. MARCHIO.IOVII VETERVM SIGNIS TAMQVAM SPOLIIS EX ANTIQVITATE OMNIVM VICTRICE.DETRACTIS DOMVM. ORNAVIT. ET. PRISCAE. VIRTVTIS. INCITAM EN TVM POSTERIS.RELIQVIT. ANNO.DOMINI.cioiacxvi Carolus Madernius architectonicum opus rexit, et interiora cubiculafuispennicillisexornarunt Francifcus Albanius, Iohannes Lanfranchius, et Dominicus Zampierius. Pictae vero tabulae etiam exftant hinc inde difpofitae, quae Caelii, Roncallii, Trigae, Saracenii, Mutianii, Morigii, Renii, Barbierii, Gobbii, Petri Berettinii, Bonarotii, Galli, aliorumque opera praedicantur. Alt nulla res et celebriores, &praeftantioresfecithas Aedes,quamveterummonumentorum undique difperforum praeclara congeries. In cavaedionamque, fcalis,acperiltylioligna,protomae,anaglypha, cippi, aliaque huiufmodi occurrunt, quae fummatim innuere fat erit. Cavaedium habet praefertim Signa Apollinis Sagittarii, et Herculis, tum Romanorum Impp. Iulii Caefaris,Caligulae,Claudii, Neronis,Domitiani,aliaque Gladiatorum. Inter Anaglypha fpectandum praecipue venit facrificium Capitolinum, et Militum Praetorianorum feditio. Hinc to Jiazioni, o olornate per ritrovare con facilita tna &c. di Vafi tutte le anticbe 3 e moderne magnificenze di Ro§2   LII Hinc fi exitum quaeras verfus Divae Catharinae Templum, habebis Nymphas marinas a delphinis, ac tritonibus vebtas, Bacchi, et Ariadnae nuptias, et Mulas defundo Poetae famulantes, quas marmore infculptas cernas. Si vero meridiem verfus egredi lubeat, occurrent Amores Deorum victores, Polyphemus, Se Galathea, Sphinx fcopulo iniidens, et Oedipum aenigma folventem aufcultans (0, tum Bacchi, et Herculis uterque thronus marmoreis tabulis expreffi. Si ad porticumretrocedas, &ibidemconditas,&DeumMithram, et Hylam a Nymphis raptum anaglyptico opere exhiberi intueberis. Si fcalas albendas, Bacchans occurret, dein Fortuna, tum Iuppiter Signis expreffi; hinc parietes ornatos confpicies Anaglyphis referentibus utramque venationem Commodi, et Philippi Impp., ac Pelei, et Thetidis nuptias; ac tandem ipfos fcalarum gradus identidem di/tinctos offendes pulvinaribus, quae quaternario numero inventa ad Curiam Hoftiliam et fuperius, et fuo loco monuimus. lam ventum ad periftylium, quod aulam refpicit, atque heic pedem figens fuper aulae poftes cerne viri incogniti Protomem, tum leorfim Aefculapii Signum ad laevam, quod medium habent co¬ lumnaeduaemarmoreae,quibusCybelisduoSigillafuperftant, tum aliae fimiles e regione aditant duo pariter Cybelis Sigillafuftinentes.Hincduaealiaecolumnaeadpoftesdifpofitae, totidemque contra itantes capitulis caniftriformibus initructae; tum iacens inferne ante Aefculapii Signum Sar¬ cophagus vindemiali opere infignitus, ac muris appicta Anaglypha, quae referunt tabulam Heliacam, Priami occifionem, et lacrificium taurile lovi, et quatuor anni tempeftates. Ex hoc loco Ipectare licet cavaedii parietibus inhaerentia hinc inde cetera praeclara Anaglypha, quae nimirum rurfus exhi(0 Hoc Anaglyphum ab operis noftris omiflum eft, caruitque aeneo typo j quo ipfum Le&oribus nothis exhiberemus. LIII hibentPelei,&Thetidisnuptias,&Proferpinaeraptum, tum Venerem concha veftam, pompam Iliacam, aliam Bachicam, Orpheumcantumulcentemanimantia, Meleagri, et Atalantae fabulam, Bacchi, et Ariadnae nuptias, facrificium Iovi, et lunoni, Antilochum Patrocli mortem Achilli nunciantem,tabulamvotivamAefculapio, Hygiae, Fortunae, hx. Baccho, aliaque bene multa, quibus Icientes parcimus. Quare etiam memorare lingillatim negligemus plures praecipue cippos, aliaque marmorea monumenta, quae in ambulacro fubdiali, quo cavaedium veluti bipartitum cernitur, adlervantur.Aefculapii, &Hygiae,aliaqueiacentia Sileni,Fluminis,acSomniSignaheic Iparlimdifpolitatantumindicafie litfatis. Sicelebrem, aclingularemprorfus M. Tullii CICERONE Protomen innuerimus in Aedium pinacotheca exlillentem,nileritreliqui,quodexponamus; liquideminteriora cubiculaomnicarentantiquitatisornamento. XVI. Nequeetiamhaecipfatame gregiavetullatismonumenta &illuftratoribus,&laudatoribuscaruerunt.Videas liquidem praeftantiora Anaglypha adducta a Sponio, Montfauconio,Bellorio,Aleandrio,Spenceio, Winckelmannio, aliilque; multalque veteres Inlcriptiones fere ab iis omnibus editas, qui eas in unum collegerunt, quolque fuperius citavimus, cum de Hortorum Caeliorum monumentis fermonem haberemus. Nec tacuerunt exteri Scriptores, noltrique etiam Topographi, praefertimque Ficoronius (0, Venutius 0>, Valius (s), et Titius  coadtam heic tantam et monumentorum, et elegantiarum congeriem.Atdelideranduminfuper erat, has Aedes, utpote quae 1'eorlim ab Hortis Muleum referantlocupletiffimum, illuftratore,actantaefupelleftiliseditore haud carere. Iam porro hanc lortem tulerant et lulti(0 Le singolarità di Roma moderna Cap.VILp.65.  Loc. cit. n. 193.198.  Roma moderna   Loc. cit.86., e 461. nia LIV nianearum Aedium Tablinum (0, et Mufeum gentis Odefcalchiae (*), et Antiquitates, ac ornamenta alia Aedium Barberiniarum, necqualemcumqueetiam defideraverat defcriptionem ipfum Strotianae domus Mufeum U); quibus nunc baudinferioreserunt Aedes Matthaeianae,eilqueadnexa venerandae vetuffatis cimelia. XVII. Aff utinam et Horti, et Aedes Matthaeiorum, eifque adiuncta monumenta eum nacla fuiffent illuftratorem, et editorem, qui eorumdem praedandae, ac dignitati par eflet. Si exiguum quidem ingenium nofixum, cui eadem concredita, perpendatur, dolendum inprimis elt eorumdem exornationem, promulgationemque nobis potiffimum obtigifie, tumineaincidifle tempora, inquibus variisdidrahebamur itudiis, et occupationibus longe quidem inter fe diflitis, ut edita interim per nos opera latis offendunt. His accefferunt multarum morarum interiecfa impedimenta, obquaenobis in medio veluti curfu didentis tum mentis alacritas, tum piopofiti noflri unitas, quae ab affdua fyffematis, et methodiiecoidatione,&exfecutionependet,identidemminui, tuibaiiquevidebatur.Fluxeruntiam Xlf., &ampliusanni, ex quibus hanc provinciam lufcepimus, quam quidem per hoc tempus tot vicibus et affumpfimus, et intermifimus, ut faepeiamexantlatoslaboresinffaurare, &.multosmoxinirritum ceffuros abfumere cogeremur. Non hoc tamen noffra culpa factum quis credat, quibus operis ardor, et fedulitas (0 Galleria Giufliniaua dei Marcbefe Vincettz° GiuftMani Par. I. Tavole CL1I., e Par. II. Taveh CLXV'11. iSji. infol. M armi, Statue, Carnei, ed altro efflenti ”'&n Appartamenti, e Galleria delPEccmo Sig. D. Livio Odefcalcbi Daca di Bracciano, Nipote d’lnmcenzo PP. XI. in fol.,70z, (Trafponati gran parte in Aranquez ). Hinc prodiit Mufeum Odefcalcbum,fve Thefaurusantiquarum Gemmarum 6-c. Accejferunt aerea Deorum, ac Dearum fit idola3 marmorea item anaglypha, mouumentaque alia plura &c. (Illuftratore Henrico BrulaeiOj et Ni°olao Galeottio) Tom. II. Romae 1751. in fol.  Dominici Panaroli Mufeum Rarberinum. Romae, Hieronymi Tetii Aedes Rarberinae ad Quirinalem. Romae typis Mafcardi  incipit recenfio veterum Protomarum, et Signorum ufqne ad220.  Defcrizionc dei Mufeo Strozzi 3 di Gio. M. Crefcimbeni3frale ProfedegliArcadi.   LV fit maxime ia deliciis, quofque properatio ad finem tamquam ex naturae incitamento urgeat vel in ipfa rerum aufpicatione. Nonhinc tamenexcufationempeterenobismens eft aut ofcitantiae, aut negligentiae noftrae; fied id potiflimum nunc monitum voluimus, ut diverforum temporum, quibus noftrae per univerfum opus difleminatae aflertiones refpondent, quaeomninoneceflariaeftet,ratiohaberetur• Quare Lebtorum noftrorum humanitate confifi non aliud nunc exponerefatagemus, quamtotiusnoftrio peristexturam, vel profpectum, quem quidem paucis expediemus. XVIII. Illuftrandae ingenti huic veterum monumentorum colledtioni manum iam admoverat Rodulphinus Venutius Patritius, &. Academicus Etrufcus Cortonenlis, Nicolai Marcelli Marchionis, et Philippi Praepofiti Liburnenfis Virorum Cll.frater, BenvenutiIofephi Marchionis,acubiculo Petri Leopoldi Magni Ducis Etruriae, Socii, et Amici noftriobfuamvirtutem,  acfuavitatem fpectatiliimi patruus, Romanarum antiquitatum Praefes, ac Vir denique multis eruditis,doctitqueeditis Voluminibuslongenotiftimus.At vix opus hoc aggreftus fuerat, cum ecce mors ipfum peremit a.d.III.Kal. Aprilisannicididcclxiii., necultraprimiVoluminis Tabularum, quae Statuas comprehendunt, illuftrationem procellit. Fadtum interim eft, ut onus in nos conlatum fuerit adornandae quartae Bellorianae editionis Vejiigii veteris Romae, et fex Tabularum anecdotarum elaborandae Appendicis (0; quae licet ab imperita, ac iuvenili prorfus manu profectae tunc forent, cum tamen aliquod approbationis fuffragium a doctis viris obtinuiftent, in caufla fuerunt, cur oculi in nos conficerentur, et digni, qui in Venutiani ope(i) Haec omnia paraverat etiam ante nos Ioh. Bapt. Piranefius initio Tom. I. Antiq. Roman. ufque, fed ut Opus omne abfolveret, et una ederet univerfum, priorumVoluminum publicationein retardavit, et noftrae editioni temporis principatum reliquit.   LVI operiscomplementumfuccederemus, infuperhaberemur. Qual'e ipiius apographum, quod et emandatum, et aliqua etiam fui parte reformatum fuerat a Contuccio, olim Kircheriani Mufei Praefecto, et deletae Loyolitarum Societatis Alumno, mox vita functo, traditum nobis fuit, quod antequam iterum expendei emus, umveilos archetypos monumentorum, quae tum in Hortis Caelimontanis, tum in Aedibus urbanis iVlatthaeioi um adfervabantur, fingillatim invifendos, ac pene contrectandosa nobiseflecenfuimus. Verumutideafedulitate, acfeiefecuiitateabfolveremus, quaenosvelabofcitantia,vel ab ingenii licentia immunes faceret, focios nobis adiunximus Ioh. Baptiflam Vicecomitem Romanarum Antiquitatum Praehdem meritiflimum, eumdemque doctiflimum, atque ipflus filium Ennium Quirinum vix ex ephebis egreflum, ob miram vetcus eruditionis peritiam, qua inter cetera difciplinarum ornamenta praecellebat, plurimi aeftimandum, nunc vero in dies et fcientia, et fama magis inclarcfccntcm, et PII Vi. P. O. M. a fecretiori cubiculo, qui mihi fcilicet praefto effent, quaeque forent vel adnotanda, vel conftabilienda, difcuffis fententiis, 6t omnibus naviter expenfis, una mecum decernerent. Multa fane Venutius ftatuerat, multaque etiam publica voce invaluerant, quae typis exprefla iam apud vulgum fidem omnem obtinuerant. At nos veritatis unice folliciti, et fymbola omnia, et vultuum lineamenta iuxta critices regulas, et ope ceterorum monumentorum expendentes, multa immutanda, atque aliter exponenda cenfuimus. Hinc facium eft, ut multae Statuarum illuflrationes, quas i. Volumen compleCti debebat, expunctae fuerint, eilque noftras subrogandas curaverimus. Hinc etiam faftum, ut ceteras live infciiptiones,fivenomenclaturas,quasnonnullisTabulis, ex quibus reliqua Volumina compingi debebant, iam ipfe adleverat, eidem etiam cenfurae, ac reformationi fubiecerimus. Quid hac in re a nobis geftum fuerit, fupervacaneum erit nunc exponere, cum haec quidem illufirationes, et adnotationes noftras legentibus patere facile poffint. Ac fane multa etiam ex Venutii explicationibus fuperflua, vel nimis nota amputavimus, Graecum textum adduftis ex Latina verfione Graecorum Scriptorum locis adiunximus, et omnia in eum ordinem, quem nobis propofuimus, accurate redegimus. Nec etiam minorem infumpfimus diligentiam, ut Scalptorum erratis, quae commode licebat, medicina aliqua per nos fieret.• Multae fane fabulae non omnino eleganter caelatae occurrunt, quumnonomnesvelimmutare,velexpolireinnoftraefiet poteftate. Ceterum id faltem curavimus, ut Caesarum, ceterorumque imagines fatis cognitae ad veram vultus, quae in autographo haberetur, formam redigerentur, ceteraque omnia fuis prototypis apprime refponderent. Nec alia fane poftopusa Scalptoribusomninoabfolutum, antequamnos hanc provinciam fufciperemus, follicitudo nobis relinquebatur. XIX. Sed iam qui ordo a nobis fervatus fuerit, innuamus. Numina quidem praecedere aequum erat, tum ut Divinitati, quae his etiam indiciis a gentilitate petitis adfiruatur, inprimislitaremus, tumutveterumethnicorum, quorum monumenta tractamus, facro inhaereremus fyftemati. Quare Numinaipfa, quaeStatuisexpreffahabebamus, cumaliamaiorum gentium, eademque felecta, insignia, et eximia cenferentur, alia vero minorum gentium, eademque adfcriptitia, minufcularia, et putatitiadicerentur,infuasclafiesdi-* ftribuerefiuduimus, utproindefuuscuique honorolimetiam redditus fervaretur. Hinc Caeleftes Deos primae Claffi adfignavimus, Terreftres fecundae, Silveftres tertiae, Semideos, h five LVIIl five Indigetes quartae, ac quintae demum Deas Virtutes. Tum Diiseorum Miniftros, & Sacerdotes fubiunximus, quibusin Clafle fexta factus eft locus. Sacerdotibus fuccedunt Magiftratus, ac proinde ex temporum ratione Confules feptimam Claflemobtinuerunt. Hisfubnectuntur Imperatores Romani, quibus Claflis obtava occupanda obtigit. Barbari Reges nonnifi pone eorumdem domitores collocandi erant, atque hinc Clafle nona ipfos comprehendi opus fuit. Decima Mifcellanea continet; undecima Statuas iacentes. Atque haec eit totius I. Voluminis, quod CVI. Tabulis conflat, difpolltio. Nonabfimilirationefecundumdigeftumeft, quod XC. Tabulas continet, quodque in Protomis, Hermis, Clypcis, et nonnullis Anaglyphis fimplicioribus referendis verfatur. Hinc Protomarum Deos exprimentium Claflls prima; tum Protomarum Heroas, et Viros illuftres praefeferentium Claflis fecunda; dein earumdem Imperatores, et Auguftas repraefentantium Claflis tertia; ac tandem Imperatores Germanicos faeculi XV., Si XVI. exhibentium Claflis quarta. Sequitur Claflis quinta, quae Capita incognita; fexta, quae Hermas, feu Terminos; septima, quae imagines quadratis, et rotundis figuris inclufas; obtava, quae Anaglypha cum variis hominum, et mulierum imaginibus; nona, quae figuras anaglypticas lingulares; decima, quaetrophaea, pulvinaria,capitula, bales, truncos, et candelabra; ac tandem duodecima, quaelarvasfcenicas, &ceteramo numentamifccllacontinet. Sed iam tertium Volumen procedit, quod Anaglypha, Sarcophagos, Cippos, et Infcriptiones compleblitur, ac ex Tabulis aeneis LXXIV. coalefcit. Ordo Claflium etiam in hoc ipfo Volumine lervatus eft, ut proinde prima comprehendat Deorum imagines; fecunda Fabulas ad Deos pertinentes; tertia Bacchanalia; quarta Monumenta Aegyptiaca; quinta Monumenta Graeca ante bellum Troianum; fexta eadem poft ipfum bellum; feptima Monumenta Romana hiftorica; odtava ritus, mores, et artes veterum; nona Sarcophagos, et Urnas fepulcrales; ac decima tandem veteres Infcriptiones, quaeinfuperordine, quem Gruterius, ceteriqueinvexerunt, difpofitae a nobis lunt, ac proinde in XIV. SeHiones digeftae confpiciuntur. Eaedem GCCXXXII. plus minus numerantur, et earum fere omnes ab aliis editae iam fuerant. Neque nos eas dumtaxat, quas in Hortis, et Aedibus Matthaeiorum deprehendimus, proferre fluduimus, fed infuper eas omnes huc revocavimus, quas olim ibidem exftitilTe vel nosipficognoveramus, velexearumdemcolledoribusconflabat; ne in hac noflra Monumentorum congerie quidquam deeffet, quodolim&celebres, &praellantesHortosnoftros potiffimum effecerat. Indices etiam Infcriptionibus fubiecimus,quorumprimus Scaligerexemplarpropofuitin Gruteriano thefauro. His tandem fubiunximus generalem etiam omniumpotiorum, quaeIII.hifceVoluminibuscontinentur, rerumIndicem,cuiuspraefidio, quodcumque opuseffet,a LeHoribus nollris inveniri poffet. XX. Haec elt univerfa Operis noffri compages. An verofingulaprodignitate praeftiterimus, nonnoffrumeftiudicare. Id tantum affirmare poffumus, omnes tum animi, tum fedulitatis nervos nos intendifle, ne vel aliquam muneris noffri partem neglexiffie, vel a ratione, ac luce, quae peculiares habentur faeculi XVIII. dotes, ac notae, quaeque fingulas facultates attingere aequum eft, quidquam abfonum admiffife videremur. Quapropter id nobis propofuimus, ne inreplerumquedubia, &ancipitivelfomnia,velcommenta in fcenam produceremus. Qui enim vel natura duce, vel cogitandi arte magiftra veritatem confeHari, et rerum evidentiae infidere didicit, aegre fane fertur vel ad incerta, vel ad cerebrofa. Saepe igitur contenti fuimus varias Antiquariorum fententias proferre, et intactum fimul argumentum relinquere,nevideremurnovamtantum opinionem inceterarum acervum inducere, vel coniedturas conieduris addere. Quid enim infuper congefia vel vacillans opinio, vel levis coniectura, aut etiam audax paradoxum litterarum incrementoconducit? Pabulishilcequidemfuaviflimisfruantur, quibus in rc quaque leviffima libi plaudere, etymologiis abfirufiora quaeque definire, remotiorum aetatum aenigmata folvere, fequiorumtemporumruditatesingerere,nugarum feries oftentare, umbras pro corporibus amplexari, carbones pro unionibus vendere (qui elt antiquariae facultatis abutus longeeliminandus)volupeelt. Noscerte, quianimicaulla, et ultro delatae occupationis occalione, huiufmodi ftudio vacavimus, haud fane operae noltrae poenituit, qui nimirum folidas hiftoriae, chronologiae, veterum linguarum, artium, ac rituum utilitates unice lpeckantes aliquam videmur et noftris notionibus, et famae quinetiam accelfionem feciife, tumampliflimaehuius Urbis, veterumelegantiarum undique feracillimae, incolatum gratiorem nobis, et iucundiorem praeftitific. Quare ab omni ingenii licentia, quae vel veritatis criterio adverfaretur, vel quae nullo tum rationis, tum auctoritatis valido fundamento niteretur, femper abhorrere nobis folemne fuit; ac quidquid, vel omnibus tacentibus, vel omni deficiente exemplo, a nobis proferendum fuit, nonnifi modefte, et fere cum trepidatione propofuimus. Rati infuper ex monumentorum inter fe collatione, quae vel rerum affinitate, velquacumquealiarationelibiinvicemrefponderent, veram plerumque prodire pofle SIGNIFICATIONEM, vel receptis fcriptorum fententiis maius etiam polle robur accedere,   dere, id praefertim curavimus, ut quae fimilia ia ceteris Mufeis, et in iplis Antiquariorum libris exftant monumenta, tamquam conflantis, et indubiae veritatis vadimonia proponeremus. Nihilenimmagis valetadiudiciumderealiqua tum ob vetuftatem, tum ob obfcuritatem incerta quoquo modoiufte,re&equeferendum, quamconflansmonumentorum conformatio, et eorumdem accurata comparatio. Haec fuit inftituti noftri ratio, cuius fane ope fi quid dignum hac luce elicimus, iri totum veritatis, et certitudinis, quam gerimus, notioni acceptumeftreferendum;finminus,haud fateri nos pudebit, impares nos huiufmodi Audio fuifie, quod aliorumgratia,nonnoftromarteexcoluifleingenueprofitentes aliquam faltem veniam hoc iplo nomine confecuturos confidimus. Qui legis, feliciter vale. Quae m hoc. Statuarum Volumine continentur. CLASSIS I. Chiae continet deos caelestes. Tab. Iuppiter. Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Tab. V. Apollo Pythius, Tab. Apollo Sagittarius. Tab Apollo, Tab. Apollo, Tab. Apollo, et Marsyas. Tab. Mars. Tab. Mercurius. Tab. XII. Bacchus. Tab. Bacchus asino insidens, Tab. Bacchus, Tab. Amor. Tab. Amor cum Herculis symbolis. pag. ead. Tab Amor canens. Tab. XVIII. Venus, Tab. Amicitia, pag. 15. Tab. Minerva. CLASSIS II. Quae continet DEOS TERRESTRES. Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Ceres. Tab. XXVI. Ceres, Tab. Ceres, pag. 21. Tab. Ceres, Tab. XXIX. Ceres. Tab..Ceres.pag.ead. Tab. XXXI. Ceres, Tab. XXXII. Urania, CLASSIS III. Quae continet DEOS SILVESTRES. Tab. Faunus, Tab. Faunus. Tab. Faunus, Tab. Faunus, Tab. Faunus, Tab XXXVIII.Faunus, Tab. Faunus. pag. ead. Tab. XL. Faunus, et Satyrus, Tab. Silenus, pag. $3. Tab. Silenus. Tab. Silenus, pag.' ead. Tab.. Diana, Tab. XLV. Diana, Tab. XLVI. Diana, Tab. Flora, Tab. XLVIII. Pomona, Tab. Pomona, Tab. L. Pomona, pag. ead. Tab. LI. Nais. CLASSIS IV. Quae continet DEOS INDIGETES. Tab. Hercules, Tab. L111. Hercules, Tab-LIV. Hercules, Tab Bellerophon, Tab. Aefculapius» Tab. LVII. Aefculapius. Tab. Hygia, Tab.LIX.Hygia, Tab. LX. Amazon. CLASSIS V. Quae continet VIRTUTES DEAS. Tab. LXI. Pudicitia. Tab. LXII. Pudicitia, Tab. LX III. Fortuna, Tab. Fortuna, Tab. Abundantia. CLASSIS VI. Quae continet DEORUM SACERDOTES ET MINISTROS. Tab.LXVI.Camilluspuer. Tab. LXVII. Bacchans. Tab. Bacchans. Tab. LXIX. Bacchans. Tab. LXX. Bacchans. Tab.   Tab. Sacerdos Cereris facrificans. CLASSIS VII. Quae continet LXIII Tab.XCIII. L. Aurelius Commodus. Tab. M. Aur. BaRianus Antoninus Caracalla. Tab.XCV.P.LiciniusGallienus, CONSULES. CLASSISIX. Quae continet Tab. L. lanius Brutus, Tab. ConfuI. pag. 71. CLASSIS VIII. Quae continet IMPERATORES ETAUGUSTAS. REGES BARBAROS. Tab. Mida Rex Phrygiae, Tab. XCVII. Ptolemaeus Rex Aegypti.. Tab.  C. Julius Caefar. Tab. C. Iulins Caefar. Tab. Octavianus AuguRus. Tab Octavianus AuguRus. TabLOctavianusAuguRus•. Tab.CGladiator, Tab . Livia. Tab. LXXX. Caius Caligula, Tab. Tiberius Claudius, Tab. Claudius Domitius Nero. TabL Claudius Domitius Nero. Tab. LXXXIV. Flavius Domitianus. Tab. Nerva Traianus Ulpius. p.ead. Tab Marciana AuguRa. Tab. Sabina AuguRa.. Tab. Antinous, Tab. Antoninus Pius. Tab. M. Aurelius Antoninus. Tab. XCI. Annia FauRina Tab. Aurelius Commodus. Tab. CI. Gladiator, Tab. CII Femina velata cum puero. p. ead. Tab. CIII. Femina Rolata. CLASSIS XI. Qitae continet STATUAS IACENTES. Tab. CIV. Fig.  Silenus, Tab. ead. Fig. Flumen. Tab. Fig. Sc 11. Amores quiefeentes. Tab.CVI.Fig.i., 11., et m. Somni, et Mortis Genii, ERRATA CORRIGE. pag.xxxii.referre. TAB. Florentia. ibid. SebaRianus Blanchius. Franc. Ant. Gorium.. not. 2. cap. 102. Tubere. coi. 1. quos Etrufcis in manibus funt. ibid. Enomao • ibid. coi. 2. onorabant. PALLIATA. referri. TAB.  Florentiae. Iofephus Blanchius. Ant. Franc. Gorium. ferre. Tibure. qui Etrufcis in manibus funt, Oenomao. honorabant. STOLATA. Curatore: Fragmenta vestigiis veteris Romae --ADONEA. Adonidis mmen apud Ouidiutn. AEDIS HERCVLIS MVSARVM AEDIS. lOVIS InporticihusOBauU. Injiaurau ah Hadriano * AEDIS. IVNONIS. In porticihus OBauU* Aedes Palladis inforo T^erua* AEDES-OPIS 62 Aedes Telluris in forel^erud* 'vide Templum* Aedium Paiamatummagnifcentia • Aedes Romanomm nohilium, Aid infacris Aedihus* f Atnhulatio circa celUih^ 6.Aedium AMPHITHEATRVM AnemoneflosapudGuidium, ' Apollo Sandalarius AQVEDVCTIVM. AquaduBus Ajud Claudia i AquaduBus Aqua Mania reflimti a Tratano 3 9,ah Alexandro Seuero, ArcusfeulanusadPorticumOBauia• Arcus Germanico»& Drufo • AREA.APOLLINIS cumara. area. VALERIANA CVS.MAXIMVS AREA. MERCVRII cumara« AREA. POLL VCIS Traiani.CauediuminAedihus  Area cumar4in Quirinali«  Alexander Seuerusinfatirauit  AqueduBus Aqua Martia* 40 4^ 9.io Armamentaria.Ij. s> AniariumDomitiorum• ihid* Atrium in Aedihus.  ATRIVM. LIBERtATIS. s 1SJ AulaAdonidis• ihtd. AulaRegiainTheatro. BALINEVM. AMPELIDIS. BALNWM. CAESARIS. BALNEVM. SVRAE* 31 Balnea. coTiNi. B ^ < 23 57 balneaadJolemexpofta0 J BalneaVirorum,acMulierum• ihid* 77 BASILICA. AEMILI. 27 48 Basilica.LiGiNii. }9 15 tT BASILICA. VVLPIA.  IZ c Capitolium.   CASTRA. MISENATIVM;  H 10 CaftraPeregrina, 1$  CaflellumAquaManiacumtrofh*tii  \ Ciceronislocusillufratus• AREA.RADICARIA. 4S\fIRCVS.FLAMINIVS 7t ^7 Cir^   Circi CISTER.NAE. Cijierthe TUiand CLIVVr.yTcTORIAE Clajfiarij dimijji honejia mijjtone ac ciuitate donati • ihid* 7 i ihid» 19 1 5 j S7 5 HORREA: CANDELARIA. 40 HORREA. LOLLIANA 4 Horrea puhlica > priuata ad uarm vfus• 6 HORTI. CELONIAE. FABIAE 44 Horti Gallieni, HORTI. PALLANTIANI 40 ^• I Columnatio in Uterihmfionte &fo(lico Column<&contraantas i O5 j DOMVS. CORNIFICIA Cornuafcena CVRIA.IVLIA D DELVBRVM. I^INERBA E, Capu 6j INTELLVRE 57 In Tellure locus extra Templutn Dicta Domitiani.* 47 27 51 Liciniana Baflica. Lollianiful Seuero. Lollianustyui, tP*GentianusConful  Dipteros columnatio duplex^ DOMVS. CILONIS Domus (lelU Confulis Domus interior 5 Domus Romanorumnohilium. "T. E 4S 44 l^cclefiafmB<e MarU Ae^yptiaca oUmTemplumfortune njirilis.MarUinPorticuolimlunonis T^icolai olim louis MACELLVM;  24.S,StephaniadTiherimolimMatuu &4 Macellum l^leronis • MAVSOLEVM. AVGVSTI MONVMENTA. MARIANA Muri Vrhis inflauratl al Arcadia CST* Honorio. NAVALEM Piummus Alexandri Seueri cum Cajiello Aft<e MartU* T^ummus T^eronis, O ilidl 85 39 Euripus in Circo Ealius Clio, eiufijue muniafu l Seuero fapi^ium in porticilus. Eons Lolltanus. Gallieni Ba(tlica,& Horti in Effuilijs GRAECOSTASIS. Gyn<eceum • n HECATONSTYLVM.33. Hecatonftylum in Hojlilium feu \^uriamffojliliam corrupts 8 1 j G 10 6 i r MVTATORIVM. 47 IJ Orilejlra in Teatro» ^In Amphitheatro, Palatium Licinianum • Perypteros 47 5 S7 LAVACRVM.AGRIPPINAE Telluris cumBaJfo. LVDVS.MAGNVS M  Marci Aprippto magnificentia 6 Per^   ^erijlylia duplicia in JeMus TiBura amiqua infants • Vimcothem. Pifcim* Pltn^ locus illufiratus. Porta Trigemtm ante Claudiufn i P O M g VS. AEMILIA. 5* t 6 6i ^3 9 fundator Jmperij cognominatus Ichnographiam Vt hisin iemplo PL ch muli iocauit ihidi et I,  ibid. iozj Porticus Metelli cum duabus Jedtbus io PORTICVS OCTAVIAE. Et HE9.10 Porttcus pBdu U i Ionicaeiufque ornamentA Porticus Pompeii flecatonjlylon i Porticus nohiles atiobilibuspi Burii SVBVRA SVMI GHORAGII 35 9 5 10 S 70 1 1.2.19 6 $ 45 cogmminau Porticus simplex Pronaon Pseudodijneros. R templvm. c6 ncori5ia^ 39 Fortun vrilis  Matuu. ibid. REGlA Romuli templum injtauratum a Stipt SiUtro i Rom ejligiumfeu knographia Scena Theatrii Septa Agrippina SEPTAa VLlA SEPTA TRIGABJA Septorum reliquU inVialata t Sepulcrurn DOmitiorUm. Sepvikrurrt GNi DOMITII w 45 CALVIN! 61 Sepukfum PhitomeUfeu Lufcini* SEVERI. ET. ANTONINL AVG. )Sf.N. 19 SeptitHiusSeuerUsKejiitutorVrUs et Rom*. i.2«i9 VlA.jTOVA 70 ibid* S 3 (jillknii 45 61 !Septi:^onium. -v.. StdtUa Apollinis in Vaiicdno. Statu in nieflibulo*fact adium Staiud celkires in Thottnis. Staiudt tV piBur* tfoffe adArcum SERAPAEVM Stattia Apollinis Sandalarij » Vide tab. X V U T raiani. Fheatrum Bilbii THEATRVM MARCELLI THEAfRVM POMPEH Theatri Pompeij reliqitU ad Cdmputn Flord in*dibulV rftiotumi Thernid (iatuis exornatd. T hermd hyemdles i Troph*a Ttdiani iiulgo ar in in Capitolio i Traianus inflaurauti AqudduBus Aqu Marti. Veflibula Regalia. Vefligiumfeu Ichnographia Vrbis J 5 VICVS SANDALARIVS Ioannis Cristophori Amadutii. Giovanni Cristofano Amaduzzi. Amaduzzi. Keywords: Filopatridi, i filopatridi.  Alfabeto etrusco, alphabetum etruscorum, alphabetum veterum etruscorum, grandonico-malabaricum sive samscrudonicum. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Amaduzzi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amafinio: la ragione conversazionale all’orto a Roma – filosofia Italiano – Luigi Speranza.  (Roma) filosofo italiano. RomaVive probabilmente negli stessi anni di CICERONE, che lo cita in coppia con un certo Catio. Dove, dunque, aver operato a Roma a partire da quando CICERONE inizia ad occuparsi dell'ORTO come un “trend” della cultura romana. A. e uno dei primi romani a redigere un'opera in latino per far conoscere e diffondere la filosofia e in particolare la fisica – dell’orto.  Benché la sua opera avesse avuto successo, CICERONE la giudica il lavoro insufficiente soprattutto per quanto riguarda lo stile ma non solo. Opere rappresentative di questa filosofia, in latino si può dire non ne esistano. O, se mai, sono assai poche. Ciò è dovuto alla difficoltà della materia e al fatto che i nostri connazionali sono presi da ben altri problemi, e ritenevano inoltre che quelle non sono cose da piacere a gente senza istruzione come sono loro. Mentre essi taceno, venne fuori A.. Quando usceno i suoi saggi la gente ne rimane impressionata, e accorda notevolissimo favore alla dottrina di cui egli era rappresentante, per la facilità con cui si capiva, per l’attrazione esercitata dalle seducenti lusinghe del piacere, e anche perché, dal momento che non le e offerto nulla di meglio, prende quello che c’e. Ma quando i loro stessi autori ammettono apertamente di non saper scrivere né con chiarezza, né con ordine, né con gusto, né con eleganza, io rinuncio senza rammarico a una lettura così poco attraente. Tanto, le teorie della loro scuola le sanno già tutti quelli che abbiano un minimo di cultura. Così, visto che poi non si preoccupano nemmeno loro del modo in cui scrivono, non vedo perché gli altri debbano andare a leggerli: che si leggano tra di loro, con quelli che la pensano in quel modo. Noi invece siamo dei parere che, qualunque cosa si scriva, si debba scrivere per il pubblico colto: e se non riusciamo a mantenerci sul piano adeguato, non dobbiamo per questo dimenticarcene. Ad Familiares. Howe, A., LUCREZIO and CICERONE, in "Journal of Philology", Enciclopedia Italiana Treccani. Cicerone, Academica. Cicerone, Tusculanae Disputationes. Cicerone, Tusculanae disputationes. Klebs, Amafinius, in RE. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A., su Enciclopedia Britannica, VDM Epicureismo Antica Roma   Biografie    Ellenismo   Filosofia Categorie: Filosofi romani Filosofi Filosofi Romani Romani Epicurei [altre] A Gardener. He was criticised by CICERONE for his poor understanding of the teachings of the First Gardener, thought, his inadequate literary style, and for devoting his attention to relatively uneducated people. At least in part this is because A. chooses to teach and write about the philosophy of L’ORTO in Latin, enabling him to reach a wider but often less sophisticated audience. The extent to which he genuinely misrepresents L’ORTO is impossible to tell as no texts survive, but he does seem to have helped to make the ideas of the school better known and appreciated. Gaio Amafinio. Amafinio

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ambrogio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di SEBASTIANE – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like the Italian philosopher, Ambrogio – he was born, of course, in Germany! And he never wrote in Italian! But the fact that he got all his inspiration not so much from God but from Cicerone’s Liber II De Officiis, makes him an ineludible step in Lit. Hum. at Oxford!” -- Grice: I prefer the spelling “Ambrogio,” or if not “Aurelio Ambrosius”To call him Ambrosisus is like calling me Gree.” Grice: “Not to be confused with Ambrose and his orchestrasweet!”on altruism. known as Ambrose of Milan. Roman church leader and theologian. While bishop of Milan, he not only led the struggle against the Arian heresy and its political manifestations, but offered new models for preaching, for Scriptural exegesis, and for hymnody. His works also contributed to medieval Latin philosophy. Ambrose’s appropriation of Neoplatonic doctrines was noteworthy in itself, and it worked powerfully on and through Augustine. Ambrose’s commentary on the account of creation in Genesis, his Hexaemeron, preserved for medieval readers many pieces of ancient natural history and even some elements of physical explanation. Perhaps most importantly, Ambrose engaged ancient philosophical ethics in the search for moral lessons that marks his exegesis of Scripture; he also reworked Cicero’s De officiis as a treatise on the virtues and duties of Christian living. ambrogio: Sant'Ambrogio  Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai cercando altri significati, vedi Sant'Ambrogio Disambiguazione Ambrogio da Milano" rimanda qui. Se stai cercando lo scultore e architetto italiano, vedi Ambrogio Barocci. Sant'Ambrogio di Milano Ambrose Of MilanMosaico di Sant'Ambrogio di Milano nel sacello di San Vittore annesso alla Basilica del Santo, probabile ritratto del vescovo.   Vescovo e Dottore della Chiesa    Nascita Augusta Treverorum (Treviri), MorteMilano, Venerato daTutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principaleBasilica di Sant'Ambrogio, Milano Ricorrenza4 aprile (vetero-cattolici) 7 dicembre (cattolici) 7 dicembre (ortodossi) Attributiapi, scudscio, bastone pastorale e gabbiano Patrono diMilano, Alassio, prefetti, Lombardia, Rozzano, Monserrato, Buccheri, Cerami, Vigevano, Castel del Rio, Sant'Ambrogio di Torino, vescovi, Omegna, Carate Brianza, Caslino d’Erba Manuale Aurelio Ambrogio vescovo della Chiesa cattolica AmbroseGiuLungaraTemplate-Bishop.svg   Incarichi ricopertiVescovo di Milano   Natoincerto 339-340 a Treviri Ordinato presbitero? Consacrato vescovo Deceduto a Milano   Manuale Aurelio Ambrogio (in latino: Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Augusta Treverorum, incerto Milano) funzionario, vescovo, teologo e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa.  Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo fino alla morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.   Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano, Altare di Sant'Ambrogio, 824-859 ca., Ambrogio ordinato vescovo Aurelio Ambrogio nacque ad Augusta Treverorum (l'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in Germania), nella Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie da un'illustre famiglia romana di rango senatoriale, la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei Simmaci (era dunque un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco).  La famiglia di Ambrogio risultava convertita al cristianesimo già da alcune generazioni (egli stesso soleva citare con orgoglio la sua parente Santa Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti preferì la fede») e stesso una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina (consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio) e Satiro di Milano, vennero poi venerati come santi.  Destinato alla carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma, dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium (imparò il greco e studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita pubblica dell'Urbe.  Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano Dopo cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio  (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo apprezzamento da parte delle due fazioni.  Nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò precipitare. Il biografo Paolino racconta che Ambrogio, preoccupato di sedare il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa, dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. I milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo. Ambrogio però rifiutò decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: come era in uso presso alcune famiglie cristiane all'epoca, egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né aveva affrontato studi di teologia.  Paolino racconta che, al fine di dissuadere il popolo di Milano dal farlo nominare vescovo, Ambrogio provò anche a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle dipendenze. Fu allora che accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti a Milano e venne ordinato vescovo. Riferendosi alla sua elezione, egli scriverà poco prima della morte:  «Quale resistenza opposi per non essere ordinato! Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l'ordinazione fosse ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami.»  Nonostante, come scrisse più tardi, si sentisse «rapito a forza dai tribunali e dalle insegne dell'amministrazione al sacerdozio», dopo la nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici e teologici.  Episcopato  Ambrogio con le insegne episcopali Gli impegni pastorali Quando divenne vescovo (nel 374), adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti terrieri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).  Uomo di grande carità, tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis)  La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.  Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo, probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali basilica di San Nazaro (sul decumano, presso la Porta Romana, allora era la Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di Sant'Ambrogio (collocata a sud-ovest, era chiamata originariamente Basilica Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum).  Il ritrovamento dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che ne attribuisce il merito ad un presagio, per il quale egli fece scavare la terra davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice. Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione (secondo un rito importato dalla Chiesa orientale) nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome Severoriacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri da parte del vescovo di Milano diede grande contributo alla causa dei cattolici nei confronti degli ariani, che costituivano a Milano un gruppo nutrito e attivo, e negavano la validità dell'operato di Ambrogio, di fede cattolica.  Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana, e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico canto.  Politica ecclesiastica L'importanza della sede occupata da Ambrogio, teatro di numerosi contrasti religiosi e politici, e la sua personale attitudine di uomo politico lo portarono a svolgere una forte attività di politica ecclesiastica. Egli scrisse infatti opere di morale e teologia in cui combatté a fondo gli errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi (tra i quali Palladio) che lo ritenevano pari a loro.  Si mostrò in prima linea nella lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte imperiale. Si scontrò per questo motivo con l'imperatrice Giustina, di fede ariana e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e, con l'editto di Tessalonica, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Il momento di massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli ariani chiesero insistentemente con l'appoggio della corte imperiale una basilica per praticare il loro culto. L'opposizione di Ambrogio fu energica tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici, "occupò" la basilica destinata agli ariani finché l'altra parte fu costretta a cedere. Fu in questa occasione, si racconta, che Ambrogio introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la basilica. Fu inoltre determinante per la vittoria di Ambrogio nella controversia con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e Protaso, che avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, il quale guadagnò in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della città.  Fu infine forte avversario del paganesimo "ufficiale" romano, che dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per questo motivo si scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria rimossi dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano. Rapporti con la corte imperiale  Sant'Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore, nel dipinto di Van Dyck. Molto probabilmente questo episodio non avvenne mai: A. preferì non arrivare allo scontro pubblico con l'imperatore, ma lo redarguì in privato. Il potere politico e quello religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a cominciare daCostantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa, nella quale il primato petrino non era pienamente assodato e riconosciuto. A questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza della corte imperiale, e la sua precedente carriera come avvocato, amministratore e politico, che lo portarono più volte a intervenire incisivamente nelle vicende politiche, ad avere stretti rapporti con gli ambienti della corte e dell'aristocrazia romana, e talvolta a ricoprire specifici incarichi diplomatici per conto degli imperatori.  In particolare, nonostante il convinto lealismo verso l'impero Romano e l'influenza nella vita politica dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni non furono sempre pacifici, soprattutto quando si trattò di difendere la causa della Chiesa e dell'ortodossia religiosa. Gli storici bizantini gli accreditarono questo atteggiamento come parrhesia (παρρησία), schiettezza e verità di fronte ai potenti e al potere politico, che traspare a partire dal suo rapporto epistolare con l'imperatore Teodosio.  Essendo Ambrogio precettore dell'imperatore Graziano, lo educò secondo i principi del Cristianesimo. Egli predicava all'imperatore di rendere grazie a Dio per le vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro il senatore Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria fatto rimuovere dalla Curia romana  Chiese poi a Graziano di indire il concilio di Aquileia per condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei vari concili ecumenici ed anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi ortodossi. In questo concilio Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo.  Ambrogio influì anche sulla politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che un gruppo di cristiani aveva incendiato la sinagoga della città di Callinico, l'imperatore decise di punire i responsabili e di obbligare il vescovo, accusato di aver istigato i distruttori, a ricostruire il tempio a suo spese. Ambrogio, informato della vicenda, si scagliò contro questo provvedimento, minacciando di sospendere l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a revocare le misure. Critica aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città: in tre ore di carneficina erano state assassinate migliaia di persone, attirate nell'arena con il pretesto di una corsa di cavalli. Ambrogio, venuto a conoscenza dell'accaduto, evitò diplomaticamente una contrapposizione aperta con il potere imperiale (con il pretesto di una malattia evitò l'incontro pubblico con Teodosio) ma, per via epistolare, chiese in modo riservato ma deciso una «penitenza pubblica» all'imperatore, che si era macchiato di un grave delitto pur dichiarandosi cristiano, pena il rifiuto di celebrare i sacri riti in sua presenza («Non oso offrire il sacrificio, se tu vorrai assistervi», Lettera 11). Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e nella notte Natale di quell'anno, venne riammesso ai sacramenti.  Dopo questo episodio la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente:  furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di lesa maestà, punibile con la condanna a morte.  Nel 393 Milano fu coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla conquista della città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì e andò ritirarsi a Bologna. Durante un soggiorno temporaneo a Faenza scrisse una lettera ad Eugenio. Poi accettò l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio. Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano.  Alla sua morte, per sua stessa volontà, fu sepolto all'interno della basilica che tuttora porta il suo nome, fra le spogli dei martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie, rinvenute sotto l'altare nel, furono trasferite in un'urna di argento e cristallo posta nella cripta della basilica.  Pensiero e opere  Rilievo gotico raffigurante Ambrogio. Tra gli attributi del santo c'è il miele, simbolo della dolcezza delle prediche e degli scritti Fortemente legata all'attività pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, spesso semplice frutto di una raccolta e di una rielaborazione delle sue omelie e che quindi mantengono un tono simile al parlato.  Per il suo stile dolce e misurato del suo parlato e della sua prosa, Ambrogio venne definito «dolce come il miele» e tra i suoi attributi compare perciò un alveare.  Esegesi Oltre la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta seguendo un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale del testo sacro (in particolare per quanto riguarda l'Antico Testamento): ad esempio, ama ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo o esempi di virtù morali. Fu proprio questo metodo di lettura della Bibbia ad affascinare Sant'Agostino e a risultare determinante per la sua conversione (come egli scrisse nelle Confessioni V, 14, 24).  Secondo Gérard Nauroy, «per Ambrogio l'esegesi è un modo fondamentale di pensare piuttosto che un metodo o un genere: [...] ormai egli "parla la Bibbia", non più con la giustapposizione di citazioni dagli stili più diversi, ma in un discorso sintetico, eminentemente allusivo, "misterico" come la Parola stessa». Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana:  «Bevi dunque tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell'anima»  (Ambrogio, Commento al Salmo) Tra le opere esegetiche spiccano l'esauriente commento al Vangelo di Luca (Expositio evangelii secundum Lucam) e l'Exameron (dal greco "sei giorni"). Quest'ultima opera, ispirata ampiamente all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in sei libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo. Anche in questo caso, il racconto della creazione è occasione di evidenziare insegnamenti morali desunti dalla natura e dal comportamento degli animali e dalle proprietà delle piante; in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio necessariamente legato con tutto il creato dal punto di vista non solo biologico e fisico, ma anche morale e spirituale.  Morale e ascetismo Un altro gruppo significativo consiste nelle opere di argomento morale o ascetico, tra le quali risalta il De officiis ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti i fedeli. L'opera ricalca l'omonimo scritto di Cicerone, che si proponeva come manuale di etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a questioni politico-sociali. Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera ai suoi "figli" in senso spirituale, cioè il clero e il popolo di Milano), la struttura (il libro è ripartito in tre libri, dedicati all'honestum, all'utile e al loro contrasto risolto nell'identificazione tra i due) e alcuni elementi contenutistici (tra i quali i principi della morale stoica, come il dominio della razionalità, l'indipendenza dai piaceri e dalla vanità delle cose, la virtù come sommo bene). Questi elementi sono rivisti con originalità in chiave cristiana: agli exempla tratti dalla storia e dalla mitologia classica, Ambrogio sostituisce ad esempio storie ed esempi tratti dalla Bibbia. In generale, è lo stesso orientamento del testo a non essere più etico-filosofico ma prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega fin dall'inizio: «Noi valutiamo il dovere secondo un principio diverso da quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita, noi addirittura danni» (De officiis). Allo stesso modo, le virtù tradizionali vengono rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides (lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio, esempi di fortezza divengono i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri, gli schiavi, le donne.  Altre cinque opere sono dedicate alla verginità, specialmente quella femminile (De virginibus, De viduis, De virginitate, De institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la validità della vita matrimoniale. La scelta della verginità è ritenuta l'unica vera scelta di emancipazione per la donna dalla vita coniugale, in cui si trova subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla scelta degli sposi e in particolare della donna: «Davvero degna di compianto è la condizione che impone alla donna, per sposarsi, di essere messa all'asta come una sorta di schiavo da vendere, perché la compri chi offre il prezzo più alto» (De virginibus). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte dalla famiglia («Se vinci la famiglia, vinci anche il mondo», De virginibus).  Società e politica  Ambrogio assolve Teodosio dopo l'episodio di Tessalonica Nel confronto con la società e gli ideali del mondo latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di guardia:  «Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore comuni a tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio di un ufficio proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero.»  (Esamerone) Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis dall'episodio di Tessalonica:  «Per quale motivo [ebbero] "una cosa santa sul morso" se non perché frenasse l'arroganza degli imperatori, reprimesse la dissolutezza dei tiranni che, come cavalli, nitrivano smaniosi di piaceri, perché potevano impunemente commettere adulteri? Quali turpitudini conosciamo dei Neroni e dei Caligola e di tutti gli altri che non ebbero "una cosa santa sul morso"!»  (In morte di Teodosio, 50) Di fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrog io vide nel cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimo avrebbe dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e distruggere le istituzione imperiali («Voi [pagani] chiedete pace per le vostre divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a Cristo», Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova linfa offerta dalla morale cristiana.  A. richiamò infine la società romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla sperequazione economica, Ambrogio contrapponeva infatti la morale del Vangelo e della tradizione biblica. Così egli scrive nel Naboth:  «La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Tu ricco non dai del tuo al povero [quando fai la carità], ma gli rendi il suo; infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi.»  (Naboth) Antigiudaismo Magnifying glass icon mgx2.svg Antisemitismo § Antigiudaismo teologico. Per Ambrogio era fondamentale la storia di Israele come popolo eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito ambrosiano, le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia ebraica, la conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia, come era comune nel cristianesimo dei primi secoli, forte era anche la volontà di mostrare l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non aveva riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le prerogative della Chiesa nascente.  Ad esempio, nell'Expositio Evangelii secundum Lucam, commentando un passo del vangelo di Luca in cui un uomo invaso dallo spirito di un demonio impuro, grida: «Ah! Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per rovinarci? So chi tu sei: il Santo di Dio», A. critica aspramente l'incredulità della gente circostante:  «Chi è colui che aveva nella sinagoga spirito immondo di demonio, se non la folla dei giudei che, come stretta da spire serpentine e legata dai lacci del diavolo, simulata la purità del corpo, profanava con le immondezze della mente interiore? Ebbene: era nella sinagoga l'uomo che aveva lo spirito immondo; perché lo Spirito Santo lo aveva ammesso. Era entrato infatti il diavolo dal luogo da cui Cristo era uscito. Insieme, si mostra la natura del diavolo non come ostinata, ma come opera ingiusta. Infatti quello che attraverso una natura superiore professa il Signore, con le opere lo nega. E in questo appare la sua malvagità [del demonio] e l'ostinazione dei giudei, poiché così [il demonio] spandé tra la folla la cecità della mente furiosa; affinché la gente neghi, colui che i demoni professano. O eredità dei discepoli peggiore del maestro! Quello tenta il Signore con le parole, essi con l'agire: egli dice "Buttati!" (Luc.), questi sono assaliti perché [lo] buttino.»  L'episodio di Callinicum Le cronache storiche riportano un episodio che può essere considerato rivelatore dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. A Callinicum (Kallinikon, sul fiume Eufrate, in Asia, l'attuale al-Raqqa), una folla di cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano condannò l'accaduto e, per mantenere l'ordine pubblico, dispose affinché la sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario.  Ambrogio si oppose alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae) per convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del vescovo: «Il luogo che ospita l'incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie della Chiesa? Il patrimonio acquistato dai cristiani con la protezione di Cristo sarà trasmesso ai templi degli increduli?... Questa iscrizione porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga:Tempio dell'empietà ricostruito col bottino dei cristiani -... Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i suoi giorni festivi...»  Citando dalla lettera di Ambrogio a Teodosio (Epistulae variae):  «Ma ti muove la ragione della disciplina. Che cosa dunque è più importante, l'idea di disciplina [mantenimento dell'ordine pubblico] o il motivo della religione?»  Nell'epistola Ambrogio si attribuì la responsabilità dell'incendio: «Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato»  A... si spinse ad affermare che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva ancora dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che bruciare le sinagoghe era altresì un atto glorioso.  Ambrogio non volle salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo. Secondo la visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da consultare doveva essere la Chiesa cattolica la quale, grazie ad Ambrogio, divenne la religione statale e dominante. In questa impresa lo scopo era quello di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge superiore alla quale tutti devono sottostare.  Mariologia Sebbene non si possa parlare di una mariologia vera e propria (intesa come pensiero sistematico), sono numerosi nell'opera di Ambrogio i riferimenti a Maria: spesso, quando si presenta l'occasione, egli si rifà alla sua figura e al suo esempio.  La sua venerazione per Maria nasce soprattutto dal ruolo attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, e dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a "generare" Cristo:  «Vedi bene che Maria non aveva dubitato, bensì creduto e perciò aveva conseguito il frutto della sua fede. «Beata tu che hai creduto». Ma beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti, ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio e ne comprende le operazioni. Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio: se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo»  (Esposizione del Vangelo secondo Luca) Ambrogio difende strenuamente la verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo: egli infatti, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale. Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di Cristo:  «Non c’è affatto da stupirsi che il Signore, accingendosi a redimere il mondo, abbia iniziato la sua opera proprio da Maria: se per mezzo di lei Dio preparava la salvezza a tutti gli uomini, ella doveva essere la prima a cogliere dal Figlio il frutto della salvezza»  (Esposizione del vangelo secondo Luca) Maria è inoltre modello di virtù morali e cristiane, in primo luogo per le vergini («Nella vita di Maria risplende la bellezza della sua castità e della sua esemplare virtù») ma anche per tutti i fedeli; di lei vengono esaltate la sincerità (la verginità «di mente»), l'umiltà, la prudenza, la laboriosità, l'ascesi.  Milano e il rito ambrosiano  Sant'Ambrogio con in mano il flagello contro i nemici di Milano, in un bassorilievo quattrocentesco Magnifying glass icon mgx2.svg Rito ambrosiano. L'operato di Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della città.  Papa Gregorio Magno parla del neoeletto vescovo di Milano, Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma"). Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi "ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città.  L'eredità di Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella vita civile e politica.  L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella Chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.  In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus (grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati "sant'ambrœs").   Sant'Ambrogio affrescato da Masolino, Battistero Castiglione Olona Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze conferite dal comune di Milano.  Sant'Ambrogio e il canto liturgico  Michael Pacher, Sant'Ambrogio, Monaco, Alte Pinakothek Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.  A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è sant'Agostino, che fu discepolo di Sant'Ambrogio.  Essi sono:  Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum); Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia); Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato complessivamente ben cinque volte dal vescovo di Ippona); Intende qui regis Israel (cf. Sermo). Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella ambrosiana in particolare, sono giunti fino a noi una moltitudine di inni in stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri per indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio. Biraghi ne indica tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare diciotto inni:  Splendor paternae gloriae (nell'aurora) Iam surgit hora tertia (per l'ora di terza domenicale) Nunc sancte nobis Spiritus (per l'ora di terza feriale) Rector potens verax Deus (per l'ora di sesta) Rerum, Deus, tenax vigor (per l'ora di nona) Deus creator omnium (per l'ora dell'accensione) Iesu, corona virginum (inno della verginità) Intende qui regis Israel (per il Natale del Signore) Inluminans Altissimus (per le Epifanie del Signore) Agnes beatae virginis (per sant'Agnese) Hic est dies verus Dei (per la Pasqua) Victor, Nabor, Felix, pii (per i santi Vittore, Nabore e Felice) Grates tibi, Iesu, novas (per i santi Gervasio e Protasio) Apostolorum passio (per i santi Pietro e Paolo) Apostolorum supparem (per san Lorenzo) Amore Christi nobilis (per san Giovanni Evangelista) Aeterna Christi munera (per i santi martiri) Aeterne rerum conditor (al canto del gallo) Gli autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità. L'esclusione va ascritta alla metrica di questi testi. Ambrogio aveva una predilezione per il numero otto. I suoi inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Egli vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi studiosi appare improbabile che egli sia venuto meno a questa preferenza e quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono attribuiti al vescovo milanese.  Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che l'autore della melodia sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi inni nascono consostanziati alla musica. Il Migliavacca nota come A. possedesse una conoscenza musicale approfondita. Le sue opere rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.  Leggende su Sant'A.  Spoglie mortali di A.o e Gervasio, rivestite dei paramenti liturgici, nella cripta della Basilica di Sant'A. a Milano. Su Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche:  Mentre Ambrogio infante dormiva nella sua culla posta temporaneamente nell'atrio del Pretorio, uno sciame di api si posò improvvisamente sulla sua bocca, dalla quale e nella quale esse entravano ed uscivano liberamente. Dopodiché lo sciame si levò in volo salendo in alto e perdendosi alla vista degli astanti. Il padre, impressionato da tutto ciò, avrebbe esclamato: «Se questo mio figlio vivrà, diverrà sicuramente un grand'uomo!». Ambrogio, camminando per Milano, avrebbe trovato un fabbro che non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel morso Ambrogio riconobbe uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo vari passaggi, un "chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel Duomo di Milano, a grande altezza, sopra l'altare maggiore. Nella piazza davanti alla basilica di Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna, comunemente detta "la colonna del diavolo". Si tratta di una colonna di epoca romana, qui trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto di una leggenda secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra Sant'Ambrogio ed il demonio. Il maligno, cercando di trafiggere il santo con le corna, finì invece per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a lungo di divincolarsi, il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La tradizione popolare vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando l'orecchio alla pietra si possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici. A Parabiago, A. sarebbe apparso il 21 febbraio 1339, durante la celebre battaglia: a dorso di un cavallo e sguainando una spada, mise paura alla Compagnia di San Giorgio capitanata da Lodrisio Visconti, permettendo alle truppe milanesi del fratello Luchino e del nipote Azzone di vincere. A ricordo di tale leggenda fu edificata a Parabiago la Chiesa di Sant'Ambrogio della Vittoria e a Milano, su un portone bronzeo del Duomo, gli è stata dedicata una formella. Opere: “Divi A. Episcopi Mediolanensis Omnia Opera”; “Oratorie (esegetiche)” “Exameron”; “De paradiso”; “De Cain et Abel”; “De Noe”; “De Abraham”; “De Isaac et anima”; “De bono mortis”; “De Iacob et vita beata”; “De Ioseph”; “De patriarchis”; “De fuga saeculi”; “De interpellatione Iob et David Apologia”; “David”; “De Helia et ieiunio”; “De Tobia”; “De Nabuthae historia; “Explanatio in XII Psalmos Davidicos”; “Expositio in Psalmum CXVIII”; “Expositio in Lucam De excessu fratris; “Satyri libri duo”; “De obitu Valentiniani consolation”; “De obitu Theodosii oratio Morali (ascetiche); “De virginibus” o “Ad Marcellinam sororem libri tres De viduis; “De perpetua virginitate Sanctae Mariae”; “Adhortatio virginitatis o Exhortatio virginitatis”; “De officiis ministrorum Dogmatiche (sistematiche): “De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; “De Spiritu Sancto ad Gratianum Augustum; “De incarnationis dominicae sacramento; “De paenitentia Catechetiche; “De sacramentis libri sex; “De mysteriis De sacramento regenerationis sive de philosophia; “Explanatio Symboli ad initiandos Epistolario: “Epistulae Innografia Hymni Altro Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis”. Tituli Curiosità S.Ambrogio essendo patrono delle api, rappresenta al meglio l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui è patrono festeggiato, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con combattività, spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione. Inoltre S.Ambrogio ha come secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di libertà e spazio immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò che trova nel rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira indietro a nulla per la propria sopravvivenza. Per le suddette simbologie, e per tutte le altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è ormai considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi" Note  lastampa/vatican-insider/it//10/02/news/milano- studi-confermano-l-identita-di-sant-ambrogio-e-di-due-martiri-Leemans, Peter Van Nuffelen e Shawn W. J. Keough, Episcopal Elections in Late Antiquity, Walter de Gruyter, A., Exorthatio virginitatis, 12, 82  Robert Wilken, "The Spirit of Early Christian Thought" (Yale University Press: New Haven, Walsh, ed. "Butler's Lives of the Saints" (HarperCollins Publishers: New York, Paolino, Vita di Ambrogio, 6  Basilica Vetus e Battistero di Santo Stefano alle fonti, su adottaunaguglia.duomomilano. 18 marzo.  Paolino, Vita di Ambrogio, 7-8  Indro Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, Ambrogio, Lettera fuori coll. 14 ai Vercellesi, 65  Ambrogio, De officiis, Biffi, Relazione al Meeting di Rimini, Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit.,  Graziano avrebbe voluto convocare un concilio numeroso, ma Ambrogio lo esortò a convocare un numero limitato di vescovi, affermando che per appurare la verità ne bastavano pochi e che non era il caso di incomodarne troppi, facendo loro affrontare un viaggio faticoso (Neil B. McLynn, Ambrose of Milan: Church and Court in a Christian Capital, University of California Codex Theodosianus Guida della Basilica di S. Ambrogio: note storiche sulla Basilica ambrosiana, Ferdinando Reggiori, Ernesto Brivio, Nuove Edizioni Duomo, Nauroy, L'Ecriture dans la pastorale d'Ambroise de Milan, in Le monde latin antique et la Bible. J. Fontaine e C. Pietri, Parigi Citato in Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo delle origini e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit.  Per un'ampia descrizione dell'episodio: Antonietta Mauro Todini, Aspetti della legislazione religiosa del IV secolo, La Sapienza Editrice, Roma, Craughwell, Santi per ogni occasione, Gribaudi, Giovanni, Chiesa e stato nel Codice Teodosiano, Tempi moderni, pag.120; Giovanni De Bonfils, Roma e gli ebrei, Cacucci, Mariateresa Amabile, Nefaria Secta. La normativa imperiale ‘de Iudaeis’ tra repressione, protezione, controllo, I, Jovene, Napoli,.James Hastings, Encyclopedia of Religion and Ethics, Kessinger Peruzzi, Il cattolicesimo reale, Odradek, Roma, Ambrogio, De virginibus, citato in L. Gambero, Testi mariani del primo millennio, Città Nuova, Rito Ambrosiano: la centralità dell'opera di Sant'Ambrogio per la Chiesa di Milano  Jacopo da Varazze, Leggenda Aurea, LVII. Un episodio analogo è riferito anche a Santa Rita da Cascia, vedi: Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia, Ed. Rizzoli, Milano, Per una narrazione della leggenda e della costruzione della chiesa si veda: Don Gerolamo Raffaelli, La vera historia della Vittoria qual ebbe Azio Visconti nell'anno della comune salute 1339 nel dì XXI febbr. in Parabiago contro Lodrisio V Limonti, Milano, Don Claudio Cavalleri, Racconto istorico della celebre Vittoria ottenuta da Luchino Visconti princ. di Milano per la miracolosa apparizione d’A., seguita in Parabiago, e dedicata al March. D. Giambattista Morigia G. Richino Malerba, Milano, 1745 Alessandro Giulini, La Chiesa e l'Abbazia Cistercense d’A. della Vittoria in Parabiago, Archivio Storico Lombardo, Ponzio di Cartagine, Vita di Cipriano; vita di Ambrogio; vita di Agostino / Ponzio, Paolino, Possidio, Città Nuova, Milano,Tutte le opere di sant'Ambrogio, Ed. bilingue a cura della Biblioteca Ambrosiana, Roma: Città nuova. Angelo Paredi, Ambrogio, FIR MilanoStoriaSec. IV-V Hoepli collana Collezione Hoepli Angelo Ronzi, Sant'Ambrogio e Teodosio: studio storico-filosofico, Visentini editore, Venezia. Enrico Cattaneo, Terra di Sant'Ambrogio: la Chiesa milanese nel primo millennio; Annamaria Ambrosioni, Maria Pia Alberzoni, Alfredo Lucioni, Ed. Vita e pensiero, Milano, 1989. Vita di A.: La prima biografia del patrono di Milano di Paolino di Milano, Marco Maria Navoni, Edizioni San Paolo, Pasini, A. di Milano. Azione e pensiero di un vescovo, Edizioni San Paolo, Cinisello B. Vaccaro, Giuseppe Chiesi, Fabrizio Panzera, Terre del Ticino. Diocesi di Lugano, Editrice La Scuola, Brescia, Piana, Ambrogio in  Enciclopedia Biografica Universale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, 2006, 434-442. Dario Fo, Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano Einaudi Torino, Passarella, A. e la medicina. Le parole e i concetti, LED Edizioni Universitarie, Milano Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della fede a Milano., Busto Arsizio, Nomos. Cardini, 7 dicembre 374. Ambrogio vescovo di Milano, in I giorni di Milano, Roma-Bari, A., in San Carlo Borromeo, I Santi di Milano, Milano,  9Boucheron e Stéphane Gioanni, La memoria di Ambrogio di Milano. Usi politici di una autorità patristica in Italia, Paris-Roma, Publications de la Sorbonne-École française de Rome,  (Histoire ancienne et médiévale, 133CEF, Sant'Ambrogio, [Opere], apud inclytam Basileam, [Johann Froben]  Sant AmbroeusTra storia e leggenda, Meravigli edizioni (in collaborazione con Circolo Filologico Milanese), Milano,   Satiro di Milano Santa Marcellina Agostino di Ippona Basilica di Sant'Ambrogio Patristica Diocesi di Milano Rito ambrosiano Paolino di Milano Chiesa dei Santi Ambrogio e Theodulo  A. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sant'Ambrogio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sant'Ambrogio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.  A., su sapere, De Agostini. A., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Sant'Ambrogio, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.   Opere di Sant'Ambrogio, su Musisque Deoque.  Opere di Sant'Ambrogio, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sant'Ambrogio,. Opere di Sant'Ambrogio, su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Sant'Ambrogio, su LibriVox.   su Sant'Ambrogio, su Les Archives de littérature du Moyen Âge. Sant'Ambrogio, in Catholic Encyclopedia, Appleton. Cheney, Sant'Ambrogio, in Catholic Hierarchy.  Sant'Ambrogio, su Santi, beati e testimoni, santiebeati. Epistole di S.Ambrogio, su tertullian.org.  Epistole di S.Ambrogio, su intratext.com. Opera Omnia dal Migne Patrologia Latina con indici analitici, su documentacatholicaomnia.eu. Cathechesi, su w2.vatican.va. di papa Benedetto XVI su A. in occasione dell'udienza generale PredecessoreVescovo di Milano SuccessoreBishopCoA PioM.svg Aussenzio San Simpliciano SoresiniV D M Padri e dottori della Chiesa cattolica VDMA. di Milano Antica Roma  Antica Roma Biografie  Biografie Cattolicesimo  Cattolicesimo Milano  Milano Categorie: Funzionari romaniVescovi romani del IV secoloTeologi romani Treviri MilanoAmbrogio di MilanoSanti romani del IV secoloCorrispondenti di Quinto Aurelio Simmaco Dottori della Chiesa cattolicaPadri della ChiesaSanti per nomeScrittori cristiani antichiScrittori romaniTeologi cristianiVescovi e arcivescovi di MilanoSanti della Chiesa ortodossa. Acta Sancti Sebastiani Martyris [Incertus]  -- San Sebastiano -- Sebastiano -- Ad Virginem Devotam   -- Apologia Altera Prophetae David  -- Apologia Prophetae David Ad Theodosium Augustum Commentarius In Cantica Canticorum De Abraham Libri Duo  -- De Benedictionibus Patriarcharum. De Bono Mortis. De Cain Et Abel Libri Duo -- De Concordia Matthaei Et Lucae In Genealogia Christi  -- De Dignitatate Conditionis Humanae Libellus. De Dignitate Sacerdotali. De Elia Et Jejunio Liber Unus  -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo De Excidio Urbis Hierosolymitanae Libri Quinque  -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque  -- De Fide Orthodoxa Contra Arianos  -- De Fuga Saeculi -- De Incarnationis Dominicae Sacramento -- De Institutione Virginis Et Sanctae Mariae Virginitate Perpetua   -- De Interpellatione Job Et David Liber Quatuor  -- De Isaac Et Anima -- De Jocob Et Vita Beata Libri Duo  -- De Joseph Patriarca -- De Lapsu Virginis Consecratae -- De Moribus Brachmanorum [Incertus]   -- De Mysteriis -- De Nabuthe Jezraelita -- De Noe Et Arca -- De Noe Et Arca Liber Unus [Fragmentum] -- De Obitu Theodosii Oratio   -- De Obitu Valentiniani Consolatio  -- De Officiis Ministrorum Libri Tres   -- De Paradiso -- De Poenitentia Liber Unus  -- De Poenitentia Libri Duo  -- De Sacramentis Liber Sex  -- De Spiritu Sancto Libellus -- De Spiritu Sancto Libri Tres   -- De Tobia Liber Unus   -- De Trinitate. Alias In Symbolum Apostolorum Tractatus  -- De Viduis -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres  -- De Virginitate -- De XLII Mansionibus Filiorum Israel Tractatus   -- Enarrationes In XII Psalmos Davidicos   -- Epistola De Fide Ad Beatum Hieronymum [Incertus]  -- Epistolae Duae De Monacho Energumeno [Incertus]  -- Epistolae Ex Ambrosianarum Numero Segregatae   -- Epistolae Prima Classis  -- Epistolae Secunda Classis  -- Exameron Libri Sex -- Exhortatio Virginitatis -- Exorcismus  -- Expositio Evangelii Secundum Lucam Libris X Comprehensa  -- Expositio Super Septem Visiones Libri Apocalypsis  -- Historia De Excidio Hierosolymitanae Urbis Anacephalaeosis --- Hymni  -- Hymni Sancti Abrosio Attributi [Incertus]  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Colossenses   -- In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Secundam  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Ephesios. In Epistolam Beati Pauli Ad Galatas  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Philemonem . In Epistolam Beati Pauli Ad Philippenses  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Romanos  -In Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Secundam  -In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum Primam  .  In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum Secundam  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Titum In Psalmum David CXVIII Expositio  -- Liber De Vitiorum Virtutumque Conflictu [Incertus]  -- Libri Duo de Vocatione Gentium [Incertus]  -Philosophorum Aliquot Epistolae [Incertus]  -- Precationes Duae Hactenius Ambrosio Attributae  -- Sermones Sancto Ambrosio Hactenus Ascripti  -- Sermones Tres  -- Vita Ex Ejus Scriptis Collecta [Editor]  -- Vita Operaque  -- Vita Operaque. Selecta Vetera Testimonia -- Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi [A Paulino Ejus Notario]  -- De Abraham Libri Duo  -- De Bono Mortis -- De Cain et Abel Libri Duo  -- De Isaac et Anima -- De Mysteriis  -- De Noe Et Arca. De Paradiso -- Epistola VIII -- Epistula ad Sororem  -- Epistulae Variae  -- Hexameron Libri Sex. Hymni  -- Vita  -- La Penitenza  -- La Penitenza  -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo [Schaff]  -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque [Schaff]  -- De Mysteriis  -- Mysteriis Liber Unus [Schaff]  -- De Officiis Ministrorum Libri Tres [Schaff]  -- De Poenitentia Libri Duo [Schaff]  -- De Spiritu Sancto Libri Tres [Schaff]  -- De Viduis Liber Unus [Schaff]  -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres [Schaff]  -- Epistola.  Exposition Of The Christian Faith  -- On The Decease Of His Brother Saytrus  -- On The Duties Of The Clergy  -- On The Holy Spirit -- Repentance  -- Some Letters  -Some Letters [Schaff]. To Marcellina His Sister Concerning Virgins.  -- Treatise Concerning The Widows. IL DIRITTO ROMANO Fu sopratutto col pacifico apostolato della scienza e della virtù,chequeigrandi uomini, cuila Chiesagiustamentesaluta suoi padri, illuminarono e vinsero il mondo pagano. Allo scetti cismo, frutto di astruse teorie filosofiche, che distruggevano senza edificare, essi opposero le verità cattoliche, profonde e s u blimi pei sapienti, chiare e popolari per la moltitudine,pratiche per tutti;alla spaventosa depravazione prodotta e mantenuta da una religione tutta materia e sensi,essi risposero coll'introdurre della sfibrata e morente società romana una moltitudine di uomini e di donne, i quali invece delle sterili declamazioni di Cicerone e di Seneca,offrivano sé stessi,ad esempio di Gesù Cristo, ostie viventi di sacrificio per la Chiesa e per l'umanità. I secolo IV segna appunto il massimo furore di quelle in cruente battaglie. S. Atanasio, S. Basilio, i due S. Gregorii, S.Girolamo,S.Agostino,S.Giovanni Grisostomo da una parte; Antonio e le migliaja di monaci e di sante vergini dall'al tra.Nel mezzo del secolo poi e nel mezzo dell'Occidente com pare il grande Arcivescovo di Milano,S. Ambrogio,che rac coglie la penna di S. Atanasio per trasmetterla a S. Agostino, e colla voce, cogli scritti e cogli esempi propri e della santa sua sorella Marcellina popola, non ideserti,ma le corrotte città latine di una legione di angeli terreni. Sublime missione al certo,ma non unica,a cui laDivina Provvidenza destinava il figlio del Prefetto delle Gallie, allora che inconsapevole de'suoi destini,giungeva in Milano, per esercitarvi qual Consolare l'autorità del Vicario d'Italia nella Liguria ed Emilia.Infatti nel congedare il suo giovine amico,Petronio Probo Prefetto del pretorio e cristiano, gli aveva detto:ricordatevi,mio figlio, di operarenon da giu dice, ma davescovo. L'opulentoesaggiosenatoreromano con quelle parole manifestava, senza comprenderne la forza profetica, il vizio radicale ed il maggior pericolo dell'impero romano,e quale avrebbe dovuto esserne ilrimedio:la cristia nizzazione cioè veraceed intera del governo e della legge Paulin,in vit.Amb.n.5.  A quest'opera tuttavia richiedevasi non un greco od un barbaro,ma un nobile romane discendente dall'antica razza conquistatrice;era conveniente non un uomo di guerra ne un colto letterato,ma un giurisperito,che dalla magistratura dell'impero terreno passasse alla magistratura dell'impero spi rituale.Tal fu Ambrogio,allorché nel 374 per mezzo di un prodigio fu eletto Vescovo di Milano. Se alcuno fosse stato allora ammesso da Dio leggerenel futuro avrebbe ravvisato nel Consolare romano fuggente l'o noreela responsabilità diVescovo,ilsecondo fraiquattro Dottori della Chiesa, che sono rappresentati sostenere la cat tedra di Pietro in Vaticano; ma insieme avrebbe meravi gliato contemplando da lungi la nuova società cristiana succe dere all'impero pagano,e S. Ambrogio,che formata la mente ed il cuore del grande Teodosio, ne congiunge la destra a tra verso isecoli con quella di Carlo Magno. Si; è evidente che S. Ambrogio ritorna fra noi appunto nel momento del maggior bisogno della Chiesa e della società, quando il paganesimo redivivo ha consumato ormai presso tutte le nazioni cristiane l'apostasia dello Stato dalla Chiesa e va lentamente scristianizzando tutti i codici e tutte le leggi dei popoli civili.Non è pertanto meraviglia se dalla scoperta delle reliquie santambrosiane la setta anti-cristiana intraveda una minaccia misteriosa a quelle che essa chiama le gloriose conquiste dell'umanilà; mentre il popolo veramente e sincera mente cattolico si commove ed esulta, come all'arrivo di uno sperimentato e valente capitano.  Nondimeno chi fu che sospettasse in que'giorni questa importantissima missione religiosa ecivile del nuovo Ve scovo di Milano? Gli uomini invero sono istrumenti e spet tatori quasi sempre inconscii,dellemeraviglie di Dio.Ben po chi giungono a sorprenderne la mano onnipotente e miseri cordiosa, allorchè in mezzo alle angoscie dei secoli più trava gliati, quando lutto sembra avviarsi a rovina,getta silenziosa ed inosservata la semente, che fruttificherà a suo tempo pace e prosperità alle generazioni venture.Furono isecoli cristiani che riconobbero la lontana,ma efficace opera di S. Ambrogio; ed è perciò con un trasalimento di gioja che noi, dopo quin dici secoli, da quel 74, in cui Dio lo dono alla Chiesa ed alla società, vediamo risvegliarsi l'eroe delle battaglie contro il paganesimo ed affacciarsi dalla sua tomba a riguardare le il lusioni, le convulsioni ed i terrori di questo secolo XIX, per errori e pericoli sociali tanto simile al secolo IV. Alla domanda perciò che ispontanea si presenta alla mente di ognuno,in questi giorni,in cui collo spirito della Chiesa, che è spirito di preghiera, ci prepariamo ad onorare gli avanzi mortali del gran Santo, gran Dottore e grande cittadino del secolo IV,vale a dire: perché ritorna ora fra noi S. Ambrogio? non si può chiedere una risposta intera ed adeguata che ai secoli avvenire.Essi ci mostreranno e spiegheranno laragione provvidenziale, per cui le reliquie del santo Arcivescovo e dei due martiri milanesi riapparvero in questi anni e non prima. Noi frattanto dal passato cercheremo di pronosticare il futuro; e dalla influenza tutta santa e civilizzatrice, che il C o n solare romano eletto Vescovo esercitò sul governo, sulle leggi e sulla società del secolo IV,ciconforteremo a sperare che in modo eguale e maggiore vorrà ora farci sentire la potenza di sua intercessione presso Dio in pro della tribolata e perico Jonte società moderna; speranza e consolazioni ben giuste,poi che nella Chiesa Cattolica anche le ossa dei santi profetano.  I. La divisione scientifica del Diritto in pubblico e privato era conosciuta,se non di nome,certo di fatto,anche nel l'anticoGiureRomano;eilprimo era fontedelsecondo,il quale sisvolgeva e modificava mano mano che si svolgevano e modificavano le istituzioni politiche. Un popolo eminenlemente guerriero e conquistatore,come era quello formato dai primi compagni e discendenti di Romolo, non poteva a meno di dare alla propria legislazione un impronta semplice,ma fiera e di spotica, spesse volte in aperta contraddizione co'diritti di na tura. Per essa la patria era tutto, l'individuo nulla, la famiglia un mezzo perdarguerrierialcampo, uominiprudentialforo lodata perció la madre dei Gracchi, che invece dei giojelli m u liebri fa pompa de'suoi figli, futuri tribuni della plebe; poi chè essa conciòrappresentavaladonna romana,qualelavo leva il ferreo diritto repubblicano. Quella patria infatti, per cui tutti e tutto si doveva sagrificare, non era che l'interesse e l'ambizione di poche famiglie patrizie discendenti dall'antica razza conquistatrice: all'infuori dei senatori e cavalieri non si conoscevacheplebe,efuoridiRoma tuttoilmondo,secondo il diritto pubblico romano, non era abitato che da vinti o da nemici. Di qui nacque e si perpetuò dai primi tempi di Roma quell'antagonismo fra senato e plebe, che fu causa non ultima della caduta della repubblicae dell'intronizzazione del dispotismo cesareo;diqui anche quella lotta continua con tutte le nazioni confinanti coll'impero, lotta che fini colla inondazione dei barbari. L'aspetto caratteristicoperò dell'antico Diritto Romano come di tutte le primitive legislazioni, è l'unione indissolubile dello Stato colla Religione. Essa presiede a tutti gli atti pubblici e privati; non si intima guerra ne si concede pace senza i feciali egliaruspici; senzaauspicj nonsiradunanoassemblee;nonsi stringono trattati che sotto la protezione degli dei, e la stessa proprietà privata è sotto la salvaguardia degli dei penati, cui i primi romani non si dimenticavano mai di salutare all'ingresso dellecase.La religione latina d'altra parteera essenzialmente nazionale,e si informava a quello spirito di famiglia, che appare l'anima ditutte leistituzioni romane;essa perciò rimaneva in carnatacolla repubblica, poiché Roma derivavadaglideiein taccar la religione era intaccare Roma,ed essendo Roma il mondo,era un dichiararsi nemici del genere umano.Più tardi, all'avvenimento dell'impero, Augusto uni ilsommo pontificato alla soprema potenza civile e militare e collocò l'altare della Vittoria nel senato,come testimonio e simbolo dell'eterna al leanza fra lo Stato ed il paganesimo. Laonde,quandoaltempo dell'abbrutito Tiberio,alcunipe scatori di Galilea predicarono una nuova religione, che diceva doversi obbedienza prima a Dio che a Cesare - essere glidei nazionaliidoliedemonii nostrapatriailcielo la terra luogo non di piaceri ma di prova - gli uomini senza distin zione di sesso edi città,siailromano che ilgreco,ilbarbaro, "loschiavo, tutti fratelli- figlidiun comun padreIddio- idegradati nipoti diCincinnato siscossero,come all'annuncio di un nemico alle porte,che minacciasse di rovesciare l'antica maestà di Roma. Il cristianesimoinfatti non era un semplice culto religioso, una delle mille superstizioni che dall'oriente si importavano alla capitale colle spoglie delle vinte nazioni e che il fiero politeismo romano riceveva come arra di pace e difusione dei popoli assoggettati; il cristianesimoeraun in tero sistema teorico e pratico, che abbracciava tutto l'uomo e siimponeva a tutte le questioni sociali, esigendo un'intera ri voluzione di idee, di costumi e di leggi, un cambiamento ra dicale nel diritto pubblico e privato dell'impero.Appena pro mulgata questa nuova dottrina aveva trovati assecli ferventi ed indomabili in ogni classe e condizione dell'impero; accolto sopratutto con trasporto fra quegli esseri, quanto spregiati al trettanto numerosi, quali erano nella società romana ledonne e gli schiavi. Non ci meravigliamo pertanto che la giuri sprudenza e la politica romana si trovassero bentosto nella necessità di risolvere un quesito, il quale involgeva le sorti dell'impero e dell'umanità. Se l'impero accoglieva il cristianesimo, questo che trasformava le donne ed i fanciulli in eroi, avrebbe salvato l'impero dallo sfascelo all'interno, all'esterno dai barbari, mansuefatti dalvangelo;ma loStatoconciòcessavadiessere ilsupremo Iddio; laChiesa assumeva con esso le parti dim a dre; lo schiavo, il vinto, la donna dovevano esser rispettati; s'umiliava l'orgoglio;cadevano Venere e Mercurio;regnava Cristo. Se per contrario volevasi sostenere l'onnipotenza dello Stato, la divinità degli imperatori, l'eternità di Roma, la nuova religione si doveva far sparire dalla faccia della terra.Da Ne rone a Massenzio gli imperanti romani si decisero per questa seconda politica e ne affidarono la cura al carnefice; il quale per tre secoli stancò uomini e belve, e non riesci che a ren dere più splendido il trionfo del cristianesimo. Costantino cambiò sistema e dopo aver bandito tolleranza,dichiarossi per ilnuovo culto; seguito dal figlio Costaozo, chefattosiperò da protettore giudice e padrone della Chiesa, divenne il triste modello di tutti i persecutori fino a doggi.Sopragiunse Giu liano,col quale ilpaganesimo, domato ma non spento, tentò fe roce, sebbene effimera, riscossa. Quando Ambrogio entrò Consolare a Milano,regnava Va lentiniano I, successo al buon Gioviano. Scelto dall'esercito l'imperatore era prode guerriero;accorse al Reno e all'onda sanguinosa dei barbari, che scrosciava e trasbordava dalle frontiere, oppose, per allora, un argine di ferro.  Tuttavia se la spada valeva coi nemici non giovava per le questioni interne, nè per arrestare la decomposizione sociale di quell'immane gigante,cui ilcristianesimo tentava invano di risanguare con forti e pratiche dottrine di virtù e sagrificio. La fede operava al certo nel segreto delle coscienze una im portantissima rivoluzionemorale;ma nonostanteglisforzidi Costantino, il mondo amministrativo si era tenuto in disparte dalla influenza e dalle istituzioni cristiane.Infatti sotto Valen tiniano, già confessor della fede avanti all'Apostata, il governo continuava colle massime e coi costumi dell'antica Roma pa gana;l'imperatore proseguiva a chiamarsi divino ed eterno; Lactant.,Instit.lib. V,cap.18.   aveva assunto i titoli e le insegne di pontefice massimo; m a n teneva ai sacerdoti degli idoli privilegi e sovvenzioni a carico dell'erario; mentre l'altare della Vittoria eretto nel mezzo del senato,attestava la politica incerta ed equivoca del regnante cristiano.Idue elementi opposti edinconciliabilierano invero tuttora di fronte e disponevano di forze eguali; più popo lareediffuso, massimeinoriente,ilcristianesimo;più po tente per ricchezze ed aderenze,in ispecie in occidente e fra le famiglie aristocratiche, il paganesimo, considerato da esse come simbolo e palladio dell'antica gloria romana. Valenti niano I reputò pertanto abilità politica il mettere lo Stato nel mezzo, come neutrale e paciere fra le due nemiche correnti. Enorme fallo politico, che si ripete continuamente ogni volta che nella società scendono in campo ad aperta battaglia i due eterni nemici, la materia e lo spirito, l'errore e la verità, la città degli uomini e la città di Dio ! Dall'errore nasce l'errore:un governo che esita e teme decidersi fra il cristianesimo e le superstizioni gentilesche, per quanto spiritualizzate dal neoplatonismo, fra Cristo e Satana,un tal governo non può reggersi che con una serie di ripieghi, sovente contraddittorii; per esso il principe cristiano non porterà che colpi troppo prudenti a quelle antiche istituzioni pagane, che rimanevano sempre incarnate nel diritto civile dell'impero. Quante questioni giuridiche, di cui ilprogresso introdotto dal cristianesimoreclamavauna prontaeradicalesoluzione,re stavano perciòsenza una risposta.Eppure necessitàstringeva, se l'impero voleva salvarsi ! La società era tuttora divisa fra una minoranza di opu lenti, che si chiamavano liberi e cittadini,ed una immensa maggioranza di uomini, cui il cristianesimo diceva fratelli dei superbi padroni,ma che la Roma conquistatrice aveva classificati fra gli utensili d'agricoltura ed industria e fra gli oggetti di commercio; gli schiavi reclamavano in nome della natura e della religione idiritti dell'uomo e del cristiano. Un'altra schiavitù legale era stata recentemente introdotta dal fisco rapace,che in nome della divinitàdi Roma,padrona del mondo,non solospogliava ma distruggeva;icoloni ed icu riali protestavano,io nome di una assennata economia politica, per un mutamento radicale nei principii che regolavano sia la proprietà,che l'esazione delle imposte. Il padre verso ifigli, Ulpian.Inst.I,tit.8.   il padrone verso gli schiavi, e perfino il creditore verso il d e bitore, anche dopo lesaggiecostituzioni di Costantino,con servavano diritti, che si assomigliavano troppo a quelli che la ferrea mano dei decemviri aveva scolpiti nel bronzo;la carità cristiana, la quale ne andava sbandendo dai costumi l'atroce esercizio, esigeva che il legislatore sciogliesse i sudditi da quelle pastoje dell'antico servaggio,con cui ilgiudice per rispetto ad una formulistica e sacrilega legalità conculcava l'equità e la giustizia. Che più; il matrimonio fondamento della società e la donna che ne è il cuore, erano sempre 'all'arbitrio di una legislazione,che sanzionava,col divorzio e colla tutela perpetua, una incredibile corruzione di costumi, massimo fra i pericoli dell'impero;or bene le vergini e martiri cristiane volevano,che un sesso santificato dalla Vergine madre di Dio, fosse ricollo cato nel posto assegnatogli dal Creatore e che il matrimonio, pei cristiani elevato a Sacramento, fosse anche pei pagani cosa seria e rispettata. Queste ed altre questioni,che travagliavano lasocietà ro mana nelSecoloIV, sisarannoessepresentateallavastae profonda intelligenza ed al cuore nobile e passionato del gio vine Consolare, in quel primo giorno che in Milano prese pos sesso dell'importante sua carica? Le parole e le gesta del m a gistrato divenuto Vescovo dimostrano, che A. le aveva comprese, e già risolte in quella, che tutte le compen diava:la cristianizzazione del governo e del diritto romano. A. vi si adoperò con quel tatto pratico carat- teristico dellaRoma conquistatrice del mondo,che ora è pas sato nella Roma capitale del cattolicismo.Cauto,prudente e piuttosto lento,l'antico romano taceva, meditava ed operava a colpo sicuro; non guidandosi a vivaci teorie più o meno ulo pistiche esso studiava ed aspettava, non preveniva gli avveni menti;e perciò mentre le colte e filosofiche repubbliche greche sparivano fra l'olezzo dei fiori ed il canto dei loro inimitabili poeti,il tardo romano si impossessava dell'universo. Questa impronta si ravvisa negli scritti e più nelle opere del grande Metropolita di Milano; perchè se ilcuore ardente di Vescovo cattolico lo moveva a parlare al suo popolo,a scrivere lettere e volumi, a portarsi alla corte e trattar cogli imperatori, la severa prudenza del magistrato romano gli dava quella calma e quella saggezza, onde isuoi detti ricevevansi come oracoli.   Suo primo atto fu volgersi a Valentiniano I, la cui indole buona ma violenta era stata esasperata da malattie e da cor tigiani e satelliti sanguinarii, per cui si riempiva l'occidente di gemiti e di lamenti. Cosa disse A. all'imperatore dagli storici contemporanei non ci è riferito; ma la risposta del so vrano e più il mutamento totale di sua politica dopo quel col loquio,ci dimostrano la prima vittoria sul dispotismo cesareo, Valentiniano lodò la franca indipendenza del vescovo e ne volle pe'suoi peccati conveniente rimedio. Cosa inaudita e fin allora creduta impossibile!La divinità imperiale, cui la legisla zione romana,anche dell'età classica, asseriva sciolta dalle leggi (princeps solulus a legibus),anzi legge vivente, e libero senza ombra di ritegno a dichiarar lecito ciò che jeri era illecitoed ingiusto, il dio di Roma, riconosce d'aver errato; ed i s u d diti,senza essere costretti,come era d'uso,a sgozzare e poi celebrar l'apoteosi dell'imperatore,possono ormai fargliperve nireleloroquerelepermezzodei Vescovi,rappresentanti la co mune madre, la S. Chiesa. Se ad alcuno però non piace questo progresso,perché introdottodaVescoviepreti,riservipure l'ammirazione per Ulpiano e Paolo, fra i più grandi giurecon sulti al certo dell'epoca degli Antonini,iquali celebravano la clemenzaelasaggezza diquelmostrochesichiamavaComodo! Un altro passo tuttavia rimaneva a fare: non solo la per sona,ma la stessa dignità imperiale doveva ripudiare officialmente il culto nazionale di Roma. Una cerimonia ridicola era stata introdotta da Augusto e ripetevasi infallantemente ogni volta era assunto un nuovo principe all'impero;lo stesso Co stantino non aveva osato di rinunciarvi.L'offerta però del titolo e delle insegne di pontefice massimo, che il senato faceva all'imperatore, inchiudeva un gravissimo significato, poichè era la conferma di quel vecchio diritto pagano e teocratico, del quale igiureconsulti non ardivano acora distruggere l'autorità tante volte secolare e che isenatori,in parte ancora idolatri, facevano studiosamente rivivere appena se ne presentasse l'oc casione.Rigettare quelle insegne era dunque sconfessare l'as soluta sovranità dello Stato sopra i beni, sulla vita e, ciò che più importa ai despoti,sulle anime e sulle coscienze dei sud diti. Quale fra i moderni vantatori di liberalismo in simile circostanza ascolterebbe la voce della ragione e della fede, par [Theodor. Hist. Eccl. Lib. IV,c. VI.  Digest. Const. Lib. I, tit. 4.   lante per bocca di Ambrogio? Lo stato attuale d'Europa ce ne è testimonio.Ben diversamente pensava però quel caro figlio spirituale di Ambrogio, come esso chiamava Graziano, il primo che alla deputazione del senato rispose:sè essere cristiano. Ottenuta questa seconda vittoria,se ne richiedeva una terza, perché il cristianesimo potesse lusingarsi di vedere il governo dei Cesari informatodisue caritatevolidottrine. Ragion logica voleva che l'ara della Vittoria, simbolo delle antiche superstizioni, sgombrasse il senato, molto più ora che l’imperatore, associatosi Teodosio, aveva vinti i Goti, invirtùnondi Giovemadi Gesù Cristo. Ilregalealunno d'Ambrogio,che primadipartirper la guerra, gli aveva chiesti consigli ed istruzione a conferma della propria fede, mostrossi coerente. Un mattino adunque i senatori entrando nella Curia,stupirono vedendo scomparsa l'ara e la statua d'oro,tolte quella notte per ordine sovrano. Il colpo inaspettato commosse la fazione pagana fino nell'ultime fibre: molti senatori tuttora partitanti per i vieti riti di Numa edeiFabii,siradunarono inquietieminacciosiper stendere una querela all'imperatore. Ma ai fianchi di Graziano vegliava Ambrogio,chegli parlòinnome deglialtrisenatori, del Ponte fi Milaniaso, dellasedecristiana.Invanopertanto ladeputazione instò; il giovine principe si dichiarò irremovibile e neppur volle ammetterla all'udienza. Graziano era allora nel fiore dell'età,nell'auge della gloria, gioconda speranza della Chiesa e dell'impero: e invece per uno di que'misteriosi decreti della Divina Provvidenza, che scon certano tutti gli umani ragionamenti e non lasciano luogo che all'umiltà ed alla adorazione, l'imperatore viddesi abbandonato dalle sue truppe e cadde vittima di infame tradimento.Il pa ganesimo erasi vendicato; e risorgevano le speranze degli idolatri, i quali rappresentati da Aurelio Simmaco Prefetto d i Roma e ricco sfondato, credettero di approfittarsi delle circostanze e del favore della corte, per fare pressione sull'animo sbigot titodel fanciulloValentinianoI e della superba, ma insieme debole, Giustina. Statista e letterato, filosofo e scrittore, il discepolo d'Ausonio esauri tutte le risorse del brillante suo in gegno e stese una supplica,vero capolavoro di rettorica; se natore poi e pootefice, e caro al popolo,cui non lasciava m a n carepanéecircesi,impiegò perilpoliteismo,alquale esso Baanard, Vita d’A..   stesso non prestava più credenza, tutta l'influenza della per sona e degli impieghi; e si riteneva sicuro della riuscita. In fattigià stavasi preparando il decreto che ristabiliva l'ara della Vittoria, allorchè A. sopragiunse dalle Gallie,ove alla corte dell'usurpatore Massimo aveva, con finezza di diplo matico consumato ed intrepidezza di vescovo cattolico,patro cinata e vinta la causa del pupillo imperiale. Benchè un rigoroso segreto presiedesse alla congiura dei senatori pagani ed ai consigli del Concistoro imperiale,geloso dell'influenza del Vescovo di Milano, tuttavia esso ne penetrò le macchinazioni; e presa la penna scrisse, non più all'Eterno, Invincibile, Germanico, Partico e c c., ma a l felicissimo e cristianissimo imperatore Valentiniano I I. In quella magnifica lettera, incui isentimenti più elevatidei Dottore e Ponteficecattolico si alternano e vestono la forma della più commovente tene rezza paterna, si trova già completamente tracciata la nuova politica cristiana, che fa i principi non padroni dei popoli, sib bene ministri di Dio e suoi luogotenenti sulla terra. Valenti niano perciò ode ricordarsi, che come tutti gli altri suoi sud diti, egli stesso è soggetto al Re dei Re; che un altro potere è sorto nell'impero a regolare le coscienze,al quale pertanto, cio è a i Vescovi, spetta il giudizio in materia religiosa: in caso contrario,come indegno della professione cristiana,venendo l'imperatore alla chiesa,vi avrebbe trovato A. alla porta ad impedirgliene l'ingresso. Bisogno cedere. A. ebbe lasupplicadiSimmaco e riprese la penna. In quel giorno il profondo giurista, il de stro avvocato,ilsaggio magistrato rivisse nello scritto del Vescovo e del santo. Il Metropolita milanese non bada a contendere coll'avversario in lenocinio di eleganze irreprensibil mente classiche: esso mira alla sostanza: perciò non allegorie, non scappatoje, non esitazioni,non dottrine incerte e,dirò, fosforescenti,tutto è massiccio;gli argomenti procedono ser rati, come le legioni romane, e la verità che appare evidente, abbatte, frantuma e disperde perfin la polvere degli annientati sofismi pagani.Simmaco s'appoggiava a tre argomenti:Roma disonorata per l'abbandono degli dei;le vestali reclamanti;la patria sfortunata e pericolante per la nuova politica cristiana degli imperatori.S. Ambrogio prende questi tre sofismi,li spoglia delle vesti affascinanti, li osserva, li analizza e li trova non altroche un accozzo difrasireboanti,vuotedisenso.Che parla Simmaco della dea Vittoria? La vittoria è un nome astratto: esso si realizza nel numero e nel valore delle legioni romane:Scipionevinse sfondandolefittecoortidiAnnibale, non ardendo incenso alla statua di Giove. Chiedono i pagani privilegiedentrateperi sacerdotidegliidoli? Dunque con fessano che senza essi non possono reggersi: ma noi, dice A., crescemmo fra leingiurie,le miserie,lemapnaje; e dei nostri benifacciamo il tesoro dei poveri. Le vestali? Oh ! quante immunità,privilegi ed entrate per sette fanciulle pro fessanti continenza temporanea fra il lusso e gli onori; il cri stianesimo invece ne presenta migliaja e migliaja, che si conse crarono a perpetua verginità nel nascondimento e nelle pri vazioni. Volete privilegi ed entrate alle vostre vergini? Le abbiano in misura eguale anche la moltitudine quasi innumerabile delle cristiane:non è secondo giustizia l'accordar preferenze: otutte,onessuna.Ilcristianesimocagione deidisastri del l'impero e della recente carestia d'Italia? I cristiani nemici della patria? — Avanti all'antica e sempre calunnia nuova il discendente degli Ambrogii, che aveva testė salvato l'Italia e l'imperatore, credė di imporre silenzio all'indegnazione del suo cuore romano: esso rispose con fina ironia, riscontrando le allegazioni enfatiche ed immaginarie di Simmaco colla reale prosperità di quell'anno, quale presentavasi agli occhi di tutti. Era un seppellire l'elegante declamazione sotto il peso della più terribile delle confutazioni, un meritato ridicolo. Ciò falto, A. non si arresta a riguardare il prostrato nemico e piglia l'offensiva.Allo scetticismo pagano confessatoda Sim maco,e che supplicava per una tolleranza,non solo pratica ma teorica, dituttiiculti, esso contrapone la chiara evidenza della fede e le forti convinzioni dei cristiani, Ritorce poi l'ar gomento; richiama la gloriosa ed ancor recente memoria di quel tempo,in cui ipagani non ammettevano l'indifferenza dello Stato per ogni culto,ma perseguitavano e massacravano; fa osservare che non è giusto imporre ai senatori cristiani i riti pagani e conclude dichiarando,che la natura stessa vuole ilprogresso:essere ormaitempo,che letenebre cedano,al sole,l'errore allaverità.La causa fu vinta:quel soffioche già spirò dal cenacolo nelgiorno di Pentecoste,portò via l'ultimo avanzo del paganesimo officiale, il quale invano una terza volta sipresenterà a Teodosio.L'alleanza secolare fra l'impero romano e l'idolatria è rotta; non solo, m a sono abbandonate le illusioni di una politica anfibia e contraddittoria, che voleva separato lo Stato dalla Chiesa, il corpo dall’anima son gettate; da quel punto le basi del nuovo Diritto Pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Graziano infatti, continuando l'opera di Costantino, aveva pubblicati varii decreti, sia in favore della Chiesa che contro gli eretici e manichei e contro gli apostati recidivi al paganesimo:ci giunsero nelle raccolte di leggi compilate più tardi per comando di Teodosio il giovine, e conosciuta sotto il nome di Codice Teodosiano. Frattanto Teodosio il Grande promulgava in Costantinopoli quella sua memorabile costituzione, in cui dichiarava la fede cristiana religione dell'impero, e fra le varie sette che ne disputavano il nome, osservava, intender esso quella sola, la quale profes. sata ed insegnata dal Pontefice Romano, allora Damaso,aveva con sé le note caratteristiche ed esclusive della verità. Qual rivoluzione nei principii legali e nelle massime di governo del Diritto romano! Ma nonbastavachel'imperatore facesse decreti,esso stesso doveva conformare le proprie azioni alle dottrine, che andavano informando la nuova legislazione. Se pertanto Giustina vuol favorire i suoi ariani e intima sia loro ceduto un tempio dei cattolici, A. si offre pronto a donare all'imperatore le proprie sostanze private, a sacrifi care lavita stessa,non mai ilpatrimonio della Chiesa.Se anche il grande Teodosio, illuso da una fantasmagoria di tolleranza religiosa, patrocinata ardentemente dall'indifferentismo ed i m moralità dei cortigiani, vorrà costringere il vescovo di Callinico a rifabbricare la distrutta sinagoga degli Ebrei, vedrà giun gersi una lettera rispettosissima, ma conquidente del Vescovo di Milano,nella quale l'equità,la giustizia, la fede cristiana ed anche i dettami di una saggia politica impongono a Teodosio di revocare il mal concepito decreto. Teodosio si mostra esi tante; ma A. insisteevince. Evincerà finoal punto di persuaderlo a promulgare una legge, con che il troppo vio lento principe impone agli altri giudici,e prima a sè stesso, di soprasedere ventiquattro ore dall'esecuzione d'ogni sentenza capitale; non solo, ma in abito da penitente lo vedremo con fessare ed espiare in faccia alla Chiesa ed all'impero le fatali conseguenze della impetuosa sua ira contro i Tessalonicesi. Magnanimo principe, degno dell'ammirazione di tutta la posterità! Esso fu grande quando sul campo di battaglia tre volte sgomino le legioni degli usurpatori e due volte ruppe e disperse le immense orde dei barbari; ma fu più grande allor chè nel vestibolo della Basilica milanese riconobbe, esser nessuno,fuorché Dio,padrone della vita degli uomini.Circadue centoquarant'anni prima un altro imperatore romano,sommo unicamente perlibidinié crudeltà, avevaespressoildesiderio che il senato e Roma stessa avesse una sola testa,onde poterla spiccare d'an colpo.A quell'imperatore,cui Seneca fu maestro, if sénato e l'impero si prostravano e ne placavano la divina cle menza con statue e sacrificii. Ora un altro principe grande per'mente, per cuore e per braccio, è in ginocchio avanti ad un Vescovo Cattolico, domandando penitenza per esser troppo trascorso nell'esercizio della giustizia contro alcunisudditi. Chisceglieremo, Teodosio o Nerone?A chi dove ascriversi il cambiamento totale nei principii che reggevano l'impero? I fattirivelanoilloroautore: seipregiudiziimoderni impedi scono a'molte intelligenze di leggerne il nome,è solo, come osserva uno scrittore francese di principii esso stesso tut. t'altro che cattolici, perchè il cristianesimo è troppo poco stu diato e'meno compreso. A., come tutti gl’altri padri della Chiesa,si occupava delle questioni sociali e politiche per lo più solo in direttamente: la sua cura cotidiana, il pensiero della sua vita era la santificazione del suo gregge; e le sue azioni e i suoi scritti tendevano unicamente a questo scopo.Ilsuo stesso libro degli Officii, quell'opera scritta ad imitazione di CICERONE (si veda), la quale,come rappresentante dei secoli cristiani, sebbene segni unqualche regresso nelle forme, locompensaconunimmenso progresso, nelle idee non mira che ad offrire al suo clero saggi precetti di santa vita.Ma si può egli sanar l'anima senza gio varealcorpo? Ecco pertantoS.Ambrogio,por professando osservanza dei canoni,che intimavano a pruti e vescovi una operosa residenza fra il popolo (2), togliersi da Milano, c o m parire alla corte, intraprendere disastrosi viaggi,ogni volta lo richiedeva la necessità della cosa pubblica. Teodosio gli affida i suoi due figli; e quando il grande Arcivescovo stava per entrare nell'eternità, Stilicone,ilreggente dell'impero,lo mando a scongiurare, che volesse pregar Dio per un po'd'altri anni, poiché l'Italia, lui morendo, pericolava Cousin citato da Troplong, De l'influence du christianisme sur le Droit civil des Romains, Epist.. Paulin, Vit.Ambros.n.45. Scuola Catt.ANon è perciò meraviglia, se negli scritti e più nelle azioni del Consolare romano divenuto Vescovo cattolico troviamo, sebbene quasi per incidente e per lo più solo in germe, accen nate e risolte le principali questioni di diritto, la cui completa trasformazione doveva esser l'opera dei secoli avvenire. La clemenza di Teodosio verso i vinti, gli sforzi di lui per siste mare l'esazione delle imposte, cuiibarbari, glierrori dell'impero e più l'interna corruzione dei costumi rendevano intollerabili, dimostrano che l'influenza di A si ste.ndeva dovunque eravi un ministero di carità da esercitare. Irrompono iGoti, mettono a ferro ed a fuoco l'Illirico e ne conducono gli abi tanti inservitù? A. spogliatosidituttoperredimerli, spezza e vende ivasi preziosi della Chiesa:essendochè più preziose, dicealsuo popolo, sonoleanimeredentedaCristo,chenon l'oro e l'argento consecrati al culto divino.Era lo scioglimento pratico per mezzo della carità di quella questione della schia vitù,cui Ulpiano e Pomponio dicevano di assoluto diritto delle genti  e che la nuova religione professante la fratellanza universale degli uomini, voleva sbandita dalla terra.Il cristia nesimo infatti ogni volta che vedea aperto ilcampo all'azione, viene attuando gradualmente l'affrancamento degli schiavi,con quella prudenza però che prepara prima la libertà delle anime e delle intelligenze, avanti di procedere alla liberazione dei corpi;poichè questa,se troppo repentina ed ispirata solo da passioni politiche,riesce in pratica egualmente fatale agli schiavi stessi ed alle nazioni che la compiono:gli Stati Uniti d'Ame rica ne vanno ora facendo l'esperienza. Era tuttavia principalmente nell'udienza episcopale,che S. Ambrogio rivelava nelle sue sentenze ilmagistrato cristiano e santo. Costantino, approvando ciò che di fatti già trovava nei costumi cristiani, donò alle decisioni dei Vescovi il medesimo valore giuridico,che ilsenso pratico degli antichi romani aveva ottenuto agli editti del pretore. Con ciò lo stretto diritto civile consecratodalleleggi delle XII Tavole, ilqualegià ritiravasi davanti al diritto di natura più ampiamente propugnato dai giureconsulti dell'età classica, cessava totalmente, o meglio si trasformava in quel codice, cui Agostino chiama divina Parecchi e lettere d el santo versano su gli officii, che ei sovente assom e vasi di intercedere presso l'imperatore per le vittime delle enormità fiscali... quae potestas (servorum)juris gentiumest; (Ulpian, Insl.I, tit.) e Pomponio conchiudeva che chi cadeva nelle mani del nemico gli re stava per diritto delle genti suo schiavo.(Tit., De captivis).  mente emanato per bocca dei principi; e che fatto pubbli care da Giustiniano, mentre l'impero d’occidente era distrutto e quello d'oriente minacciato,conserva all'antica Roma la gloria di dominare eternamente,se non coll'armi,col migliore primato delle leggi. Di fianco al diritto civile romano nasceva il diritto ca nonico. La proprietà è resa universale: non vi sono più distinzioni di res mancipi o nec mancipi, di dominio quiritario o per pre scrizione; non si possiede più secondo S. Ambrogio, in forza della cittadinanza romana, la quale comunichi il diritto di proprietà proveniente dalle conquiste;la fonte d'ogni diritto è Dio, di cui tutti gli uomini sono figli; e che unico padrone della terra, ne dà l'uso a chi legittimamente lo acquista. Scompajono egualmente le legillimae nuptiae come contra posto alle justae nuptiae ed al concubinato legale:non si parla più né di confarreazione, né di co -emptio, nè di usus per aqui stare alla donna idiritti matronali e la successione,come figlia al marito: non vi è pei cristiani che il matrimonio Sacramento della Nuova Legge, simbolodell'unionedi Gesù Cristocolla Chiesa:la legge ecclesiastica de determina gli impedimenti,ne prescrive i riti; ed il marito e la moglie si trovano eguali nell'obbligo di vicendevole fedeltà ed amore e nella santa emulazione del bene.«Nessuno, predica A., silusinghiappoggian dosi alle leggi umane... non è lecito al marito ciò che non è permesso alla donna. Per misurare ilprogresso introdotto dal cristianesimo,bisogna ricordare ciò che scriveva Tertulliano: al giorno d'oggi chi si sposa ha già concepito il progetto di ripudiarsi e il divorzio è come un frutto del matrimonio. La lettera del santo arcivescovoscrittaadun talPe tronio ci introduce a contemplare ilsegreto lavoro della Chiesa costituente gli impedimenti dirimenti, per la sempre maggior santificazione della società matrimoniale,cui invano avevan tentato di mettere in onore le Leggi Giulie e Pappia Poppea. S. Ambrogio infatti dissuade con parole severe l'amico dal progetto di contrarre colla nipote:cosa contraria,egli dice, alla legge divina (5). Si crede anzi che la costituzione civile Leges Romanorum divinitus per ora principum emanarunt,cit.dell'Oza- ' nam. L'impedimento di consanguineità in linea collaterale è di natura eccle siaslica:S. Ambrogio parla dellelogge divina considerata nelle sae dedazioni.  De Nabuthe Jezraelita,cap.I,III,etalibipassim. (3)D:Abraham. Apolog. pubblicata da Teodosio il grande circa ilmatrimonio fra i con giunti, glifosseispirata dal santosuo amico,consigliere e padre spirituale. Isuccessori del grande imperatore spaven tati dall'opposizione che l'impudicizia pubblica recava all'ese cuzione di simili leggi, si mostrarono incerti e indietreggiarono; ma l'impulso era dato e il cristianesimo, trionfando dell'immoralità, si impose poi pienamente anche alla legislazione. Il diritto di vita e di morte, che le leggi di LE XII TAVOLE concedevano al padre sul figlio, era già stato abolito durante ilperiodo,in cui la filosofia stoica, piegandoalsoffio spi rato dal Golgota, moderò tutta l'antica giurisprudenza (2). Costantino arrivò a decretare la pena del parricidio contro il genitore che uccidesse il proprio figlio. M a quanto cammino rimaneva tuttora a fare anche in questa materia per giungere a stabilire un pieno accordo colle imprescrittibili leggi di na tura! Non solo ilpadre conservava, come giudice domestico, ildiritto diinfliggere pene,benché moderate alfiglio;ma esse stesso dettava al magistrato lasentenza, che nei casi più gravi era reclamata dalla disciplina paterna. Arroge che l'esere dazionedimorava intatta fralesuemani, senzachelacrea zione, fatta da Costantino,delpeculio quasi-castrensee laparte concessa nella eredità della madre, bastasse a sottrarre ilfiglio di famiglia ad una autorità, che, sebben giusta, dee avere essa pure i proprii confini. Che più? Perseverava ancora il barbaro diritto nei padri di vendere i propri figli: S. Girolamo  ci ha conservati i lamenti di una misera vedova,cui ilmarito per supplire all'ingordigia del fisco, dovette vendere i tro figliuoli; S. Ambrogio stesso flagellando l'atroce crudeltà de gliusuraj, introduceunpovero padre che «usandodellaau toritàconferitagli dalla legge, ma negataglidallanatura» per pagare l'usurajo, da cui ebbe il pane, conduce all'asta i proprii figli; e con sanguinosa ironia esclama: « o miei figli, pagate le spese della mia gola, soddisfate il prezzo della mense paterna. Voi divenite il mio riscallo eil vostro servaggio ricom pėra la libertà mia Quai diritti, buon Dio, e quali ese crabili cause li facevano esercitare! Ben a ragione S. Ambrogio prosegue, narrando,chein uncaso simile, all'usurajo, ilquale Leg.5,C. Deincestisnuptiis.Troplong. C. lust. de patria potest. In vito Paphnutii De Tobia.  voleva approfittarsi della legge ed ostava ai funerali di un cre ditoreimpotente, avevaordinato: siprendessein casailca davere in garanzia del proprio debito; e ve lo fece traspor tare dal popolo. Con simile legislazione però chi avrebbe osato farsi mediatore per riconciliare coll'inflessibile autorità pa terna un figlio, il quale aveva ardito menare in isposa una donzella, non trasceltagli dal padre? Il diritto romano riguar dava taleatto,comeunattentatocontro natura;poichéla nuora, secondo la legge, diveniva figlia del capo di casa. Ma lacaritàcristianasilasciaguidare da istintidivini:fra Je lettere di S. Ambrogio, la 83.a è appunto diretta a un tal Si sinnio,onde persuaderlo non solo a perdonare ma a ricevere incasaun talfiglioeduna talnuora;eviriusci.Sublime cat tolicità della Chiesa ! Dopo undici secoli circa, fu riproposta ai padri del Concilio di Trento la scabrosa questione del matri monio contratto dai figli di famiglia senza il consenso del padre: e lo spirito del santo vescovo di Milano ricomparve nella prudentissima risoluzione del Sinodo Ecumenico. Quella lettera a Sisinnio invero rivela in S. Ambrogio un tatto pratico squi sito:ma insieme qual profonda conoscenza del cuore umano, quanta delicatezza e soavità di sentimenti in quel grande av vezzo a moderar l'animo degli imperanti e a stringer le redini dello Stato;il miele,giusta l'enigma di Sansone,gocciava di nuovo dalla bocca del leone. Le leggi che regolavano le successioni richiedevano pari menti importanti modificazioni. L'antica legislazione era il ca polavoro dell'aristocrazia; esaminando quella ferrea catena di eredi suoi, agnatizii, gentilizii, in fine alla quale non manca vano mai le spalancate fauci del fisco, non si può a meno di ammirare con un senso di sacro terrore quel vigore di con cetto, quella intrepida inflessibilità di logica, con cui per conservare i beni e di sacrifizii nelle famiglie, il legislatore romano non indietreggiava davanti alle più inique violazioni dei di ritti di natura. L'equità pretoria vi aveva già portato al certo qualche cambiamento coll'editto:unde liberi;ma ohime!di qnanto poco accontentavasi la sapienza di Cajo e degli altri giureconsulti della setta stoica! Prima però che Giustiniano si preparasse una imperitura e giusta gloria con quelle leggi sulle successioni, che ancora (!) A a e juris in iquitates edicto praetoris emendatae sunt. Troplong.  Che più? scrivendo al giudice Studio, il quale lo aveva consultato sul modo di comportarsi,quando dovesse pronun ciar sentenze capitali, il prudente ed amoroso vescovo gli in culca con ogni maniera di ragioni l'esercizio dalla clemenza, che deve giungere, esso dice, fin dove vi è giusta speranza di emenda del reo. Lungi però dalle moderne utopie, le quali in nalzando a principio l'abolizione della pena capitale per qual siasi grande malfattore, riescono in pratica a disarmare e con danpare gli innocenti,il santo giurista pone per base la giustizia della pena di morte e raccomanda all'amico la custodia delle leggi, « poichè mentre si leme la spada dei giudici, si reprime e non si stimola il furore dei delilli. La stessa procedura criminale è lucidamente delineata nelle due lettere a Siagrio vescovo di Verona.S.Ambro gio lo rimprovera d'aver troppo superficialmente ricevuto l'ac cusa contro la vergine Indicia; gli fa osservare che nel suo processo trascurò quasi tutti gli argomenti che potevano far prova giuridica in favore dell'accusata; mentre illegalmente aveva avuto ricorso a testimoniaoze ed atti quanto obbrobriosi altrettanto insufficienti; e gli descrive il modo da sè tenuto per riveder quella causa e cassarne l'ingiusta sentenza.Leggendo quelle lettere scritte nel secolo IV,l'animosicompiace riscon trando i medesimi principii tracciati dal nostro santo, seguirsi Ep. Conf. Ep. Vedi ancheBagnard,al presente sono la base di tutti i codici moderni, S. Ainbro gio l'aveva non solo preceduto, ma superato con un giudizio, la cui equità sembra oltrepassare i confini di una soverchia condiscendenza.Nella letteradifatti al Vescovo Mar cello, pel cui testamento eransi fratello e sorella a lui appellati, il santo ci descrive collocate di fronte le due opposte influenze, che si disputavano allora ilcampo delle leggi. La procedura ci vile avanti al magistrato ci appare da una parte irta di inter minabili acontroversie, azioni, recriminazioni molteplici,istanze, cavilli da curiale ; » la procedura canonica del vescovo dal l'altra tien l'occhio alla giustizia e non alle forme legali, e la stessa giustizia tempera e corregge colla carità. Cosi A. applica al diritto civile quella sua massima,che come ci attesta Agostino, soleva ripetere al suo popolo: la let tera uccide, ma lo spirito vivifica. tuttora dalla S. Congregazione del Concilio,quando trattansi certe questioni, le quali come quella giudicata da S. Ambro gio, richiedono la più dilicata prudenza. Di tal modo l'influenza del Consolare romano si stese su tutti irami della scienza e pratica legale,donando loro la vita el'amore, che provengono dalla croce diGesù Cristo. Non ci sarà perciò lecito di conchiudere,che il sommo Arcive scovo il quale nelle immense occupazioni del suo apostolato quasi mondiale, trovò tempo e mezzi da gettare le basi di un intera ristaurazione del diritto pubblico e privato, deve essere salutato,come la personificazione del genio cristiano nella se conda metà del secolo IV? S. Ambrogio infatti ben diverso dai grandi uomini volgari dell'epoca moderna, non studiò gli er rori ed ipregiudizii dell'età in cui visse se non per combat terli:gli avvenimenti stessi più fortunosi non lo scossero: non segui ma trascinossi dietro uomini ed istituzioni, informan doli del suo spirito di forza e di carità":esso pertanto è a tutto rigor di storia,l'uomo del suo tempo. Ritorna quest'anno il quindicesimo centenario, da che il Consolare fu eletto e consecrato Vescovo di Milano.L'impero romano,di cui S.Ambrogio avanti di chiuder gli occhi alla vita vidde le prime strette di morte,è sparito;ed ibarbari che lo distrussero,avendo prestato orecchio più docileallelezioni la sciate dal santo,crearono le nazioni cristiane.A qual punto però siamo noialpresente? La societàprogredisceoretrocede? Immense innovazioni onorano al certo lo spirito umano, che in questi ultimi tempi percorse e scrutò tutti i regni della n a tura, sorprendendone preziosi segreti:esso obbligo il fuoco a servire alle sue industrie, lo aggiogó al carro e traverso la terra;diede leggi al fulmine e lo costrinse a trasmettere ad immense distanze il proprio pensiero.Tuttavia nonostante que ste meraviglie, quale è il diritto pubblico e privato d'Europa e del mondo in quest'anno 1874? Diamo uno sguardo in giro: il Dio - stato b a r i alzato ovunque i suoi altari e non vi è governo che non gli abbruci in censo e sacrifichi vittime: e quali vittime ! Sono diverse le forme sotto cui si presenta ilredivivo paganesimo;ma è in forza dei medesimi principii,che essoristaural'anticabattaglia, sperando che il maggior progresso delle scienze fisiche e la maggior forza che ne proviene ai governi, gli daranno di po  IV.   ter questa volta abbattere l'indipendenza della Chiesa, ri durla a servaggio e prepararla alla morte. Dietro al diritto pubblico vien necessariamente trasformandosi il diritto privato; il matrimonio, qual fu consacrato e reso indissolubile dalla fede cristiana, l'istruzione della gioventù, che deve sottrarsi all'er rore,l'inviolabilità della proprietà sia privata che collettiva, e cento altre conquiste dei secoli cristiani vanno ritirandosi in faccia ad altre conquiste, per antifrasi dette moderne.Si grida progresso: ma basta gridarlo? Frattanto le popolazioni moyon lamenti,simili a quelli che si udivano nel secolo IV,reclamando contro isempre crescenti balzelli;una febbre di ricchezzadi vora gli uomini creati pel cielo; e nello sfondo di un non lon tano orizzonte vediamo avanzarsi il Comunismo, ultima fase del paganesimo,ilquale viene a prender possesso del mondo in nome della logica e della Giustizia di Dio. È in questi frangenti che ilvecchio campione del secolo IV si scosse nella tomba de'suoi quindici secoli e volle rivedere lasuaMilano. Non spetta certamente all'umana ignoranza di indovinare i di segni misteriosi dell'altissimo: Esso c e li manifesterà come e quando crederà meglio.Ma è egli possibile che questo gi gante di santità ritorni fra noi senza una missione degna di sua grandezza? Il consolante dogma dell'intercessione dei santi ci dà diritto alle più soavi speranze; poiché la S. Chiesa,e que sta nostra in ispecie,è la vigna già lavorata da S. Ambrogio; e la sua visita perciò non può portare che frutti di benedizione e di pace alla Chiesa ed alla società. AMBROSE (fourth century AD) Originally from Trier, Ambrose is usually associated with Milan where he became bishop in AD 374 and died in AD 397. He wrote a major work on ethics, On the Duties of Priests, which relies heavily on the On Duties of Cicero. In it he discusses Christian ethics with special reference to the clergy. (Nicene and Post-Nicene Fathers series II, vol. X). Ambrogio. Keywords: Sebastiane; Ambrose and his orchestra, male virgin, virgo, satyr, his brother satyr, san Sebastiano l’eroe romano, l’eroe stoico – cicerone – uffizi – diritto romano – normativa dell’impero, sebastiane, vita di sebastiane, nato a Milano – Derek Jarman, Sebastiane – lingua latina -- --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ambrogio” – The Swimming-Pool Library. Ambrogio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ambrosoli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Varese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Varese). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Varese, Lombardia. Grice: “I like Ambrosoli: ‘La filosofia è patrimonio dello spirito e non ha patria; l’hanno, invece, le dottrine e le scuole.’ But then he dedicates his life to Cattaneo – whose ‘patria’ informs his philosophy, as it does in Mazzini and in each philosopher Ambrosoli provided an exegesis for! At Oxford we call such a ‘philosophical historian’!” Uno dei protagonisti della storiografia filosofica. Allievo di CHABOD si dedica alla ricerca storica, coniugandola con un costante impegno civile per la sua Varese.  Laureato in filosofia a Milano, e dapprima docente di scuola secondaria, poi preside di scuola secondaria; successivamente e ordinario di Storia a Ferrara, Padova e Verona, dove e anche direttore dell'istituto di storia.  I suoi studi si orientarono particolarmente alla storia del Risorgimento e, nell'ambito di questa, all'opera di CATTANEO (si veda), con esiti unanimemente apprezzati sia per il rigore filologico che per l'acume interpretativo e la ricerca storiografica. Parallelamente contribuì alla ricostruzione della storia dei movimenti e dei partiti politici, con saggi dedicati al movimento cattolico e al movimento operaio e socialista.  Grande e il suo contributo allo studio del sistema educativo e delle istituzioni scolastiche, con apporti interpretativi che ancor oggi sono il riferimento per gli studiosi del settore.  Collabora a "Il Ponte" di Calamandrei, "Belfagor" di Russo, "Nuova Antologia", "Mondo Operaio", "L'Avanti!", "Critica storica", "Storia in Lombardia". E anche fervido sostenitore della nascita dell'Università a Insubria.  Altri saggi: “Varese e il Risorgimento”; “Il primo movimento democratico in Italia” (Roma, 5 Lune); “La formazione di CATTANEO” (Milano, Ricciardi); “Né aderire né sabotare” (Milano, Avanti); “La Federazione nazionale scuole medie (Firenze, La Nuova Italia (premio Friuli-Venezia Giulia  per un'opera di storia sociale) I periodici operai e socialisti di Varese e storia, Milano, Sugarco); “Libertà e religione nella riforma GENTILE (si veda), (Firenze, Vallecchi); “La scuola in Italia” (Bologna, Mulino); La scuola alla Costituente, Brescia, Calzari Trebeschi-Paideia); “Educazione e società tra rivoluzione e restaurazione, Verona, Libreria universitaria editrice); “MAZZINI (si veda), una vita per l'unità d'Italia (Manduria, Lacaita); “CATTANEO e il federalismo” (Roma, IPoligrafico), Varese. Storia millenaria, Varese, Macchione. Cura per Mondadori CATTANEO e per Boringhieri i volumi degli scritti del «Politecnico» Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri» A., ricerca storica e impegno civile, su va.cam com. Quirinale: dettaglio decorato, su quirinale. Filosofia Storia  Storia Categorie: Insegnanti italiani Storici italiani Professore Varese VareseFilosofi italiani. Luigi Antonio Ambrosoli. Luigi Ambrosoli. Ambrosoli. Keywords: ambrosoli – cattaneo – Mazzini – insurrezione milanese – filosofia romana – filosofia italiana – filosofia di varese – ‘La filosofia è patrimonio dello spirito e non ha patria; l’hanno invece le dottrine e le scuole.” Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ambrosoli”.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Ameinia: la setta di Velia alla porta rossa  -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. According to Diogene Laerzio, a Pythagorian and the tutor of Parmenide of Velia. Upon his death, Parmenide erected a shrine to him. Ameinia.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Amelio: la setta di Firenze -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. A follower of Plotino, who called him 'Amerio' -- suggesting indivisibility. He comes from Etruria where he studies with Lisimaco (si veda). Upon his arrival in Rome, he studies with Plotino, becoming a close friend of Porfirio in the process. A. writes a great deal. He takes copious notes of the lectures of Plotino and writes them up into a series of volumes for the benefit of his son Ostiliano Esichio. He writes another series of volumes attacking the views of the gnostic Zostriano, and he also produces a book defending Plotino against charges of plagiarising the works of Numenio. Given his output, there may be some truth in the suggestion of Cassio Longino that A. tends to write at greater length than is necessary. Amelio Gentiliano. Amelio.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Ammicarto: la setta di Velia alla porta rossa -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. Nothing is known about him except for one single reference by Proclo, in which he is commended for his skills in a style of dialectic associated with Parmenide di Velia. Ammicarto.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amico: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Cosenza – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice  (Cosenza). Filosofo cosentino. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Grice: “I like Amico; at the time when a philosopher’s duty was to watch the stars, he noticed that instruments are unnecessary given Aristotle’s conception of concentric orbits – His treatise was highly popular in Padova; therefore, he was killed – I cannot imagine the same thing happen to Ayer at Oxford after the success of his “Language, Truth, and Logic””! Insigne studioso di astronomia, brillante nella conoscenza del latino, del greco e dell'ebraico, abbraccia la scuola di filosofia dell'aristotelismo – LIZIO – padovano. Autore dell'operetta  “De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis set epicyclis” (Venezia, Pattavino e Roffinelli). Frequenta lo studium dei domenicani e Padova sotto Maggi, Passeri e Delfino. Per il resto della sua biografia si conosce ben poco se non quanto trapela dalla sua maggiore opera. Dalla sua opera si traggono le uniche scarne notizie relative alla sua vita, ovvero, come da lui stesso riportato nell'opera, che e cosentino di nascita. Del filone del peripatismo padovano. Membro dell'accademia di Cosenza. E il primo a mettere in discussione il modello peripatetico tolemaico. L’assassinio d’A. e provocato dall'invidia della sua filosofia – impicato d’un anonimo che compone l'epitaffio. IOAN. BAPTISTÆ A. cosentino, qui cum omnes omnium liberalium artium disciplinas miro ingenio, solerti industria, incredibili studio, Latine Grece atque etiam Hebraice percurrisset feliciter, ipsa adolescentia suorumque laborum et vigilarum cursu pene confecto, a sicario ignoto, literarum, ut putatur, virtutisque, invidia, interfectus est [ammazzatto da sicario ignoto per invidia delle sue lettere e virtù. --Monumentorum Italiae, quae hoc nostro saeculo et a Christianis posita sunt, libri 4). Assalito, derubato e ucciso mentre cammina nei vicoli di Padova. Il processo contro ignoti che segue accerta che e scomparsa una borsa contenente le carte con rivoluzionarie osservazioni. Subito dopo, l’inquisizione istitusce un processo postumo per eresia contro lui. D’A. fa menzione TELESIO (si veda) nella sua orazione in morte, ed il filosofo cosentino Aquino che lo define "così grande filosofo”. Cosenza gli dedica, inaugurandolo, il planetario della città che sorge a 224 metri s. l. m. nel quartiere Gergeri del capoluogo bruzio.  A., su Consortium of European Research Libraries,//thesaurus.cerl.org/. a. su OPAC  Catalogo del servizio bibliotecario nazionale,//opac. A. Cosentini de Motibus corporum coelestiu iuxta principia peripatetica sine eccentricis et epicyclis, su OPAC  Catalogo del servizio bibliotecario nazionale,//opac..Sacco, A., su Galleria dell'Accademia Cosentina, Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR. Concetta Bianca, DELFINO (Dolfin), Federico, su Dizionario Biografico degl’Italiani, Enciclopedia Italiana Treccani. Forin, Padova. Istituto per la Storia, Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini Padova, Antenore. Per il testo originale dell'epitaffio si veda Schrader, Monumentorum Italiae, quae hoc nostro saeculo et a Christianis posita sunt, libri 4, Lucius Transylvanus, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie raccolte Accattatis, Cosenza, Tip. Municipale, Giovan Battista Amico, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Martirano, L'arco di Ulisse. Vita ed opera di A., Bruttium et scientia, Laruffa, Francesco Sacco, A., su Galleria dell'Accademia Cosentina, Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR. Luigi Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, A. Forni, Mario Di Bono, Le sfere omocentriche di A. nell'astronomia del Cinquecento, Centro di Studio sulla Storia della tecnica. Franco Piperno, Da Eudosso di Cnido a A. da Cosenza, su Università della Calabria, progetto "Divulgare la Scienza Moderna attraverso l'antichità",// lcs.unical/.Swerdlow, Aristotelian Planetary Theory in the Renaissance: A.’s homocentric spheres, su Journal for the History of Astronomy, articles.adsabs.harvard.edu/. Astronomi e gli scienziati calabresi, A. in Provincia di Cosenza, provincia.cs, Filosofi italiani Professore Cosenza Padova Accademia cosentina. Cosentinus. A. L’incipit del nostro “Amico”. Gli anni ’30 del XVI secolo costituiscono una profonda frattura in fisica tra il “prima” e il “dopo”. Gli studi condotti nei due millenni precedenti vanno in direzione del geocentrismo, da Galileo in poi la fisica procede verso soluzioni differenti e l’individuazione del sistema eliocentrico ne e lo snodo fondamentale. Ma fino a quel momento, tutto ciò che costituisce “il prima” parte da Eudosso, Aristotele e Tolomeo. Purbach tenta la fusione tra Aristotele e Tolomeo. Osservando il cielo, si accorge degli errori contenuti nella Tavola di Toomeo. Decide quindi di recarsi in Italia, per consultare direttamente i manoscritti antichi nell’arduo tentativo di re-digere della nuova tavola e più affidabili di quella di Tolomeo, allora d’uso comune in tutta Italia. Purbach insegna a Padova. Prima affina la capacità di calcolo computando una tavola dei seni per ogni minuto primo, quindi redige “Theoricae novae planetarium”. Dal punto di vista tecnico, il testo contiene l’innovazione di svuotare una sfera omocentrica e di aumentare lo spazio in modo tale da far posto agli eccentrici e agli epicicli di Tolomeo. Mette a punto le sue nuove tavola, completandone il controllo attraverso la discussione con i peripatetici veneti ed il confronto con i manoscritti antichi raccolti nelle biblioteche italiane. Ma qualche settimana prima di lasciare Vienna per Venezia, muore. Purbach tenta la fusione tra il sistema del modo omocentrico e quello matematico dell’epi-ciclo. Dopo di lui, vi e Amico, un cosentino, che rilevera l’impresa.  Pochi anni prima la pubblicazione del capolavoro di Copernico, sia assiste a una fioritura di testi dati alle stampe ove le speculazioni sulla sfera omocentrica sono sempre e ancora in primo piano. Il campo della fisica sono ancora troppo giovani per avere strumentazioni sofisticate e la fisica viene dedotta, assumendo, forse presuntuosamente, il carattere di verità. Ma qualcosa si muove. La fisica e la strumentazione progrediscono e gli filosofi stanno procedendo in un processo senza soluzione di continuità che culminerà nel metodo. Nella diatriba si inserisce Fracastoro. Voi certamente non ignorate che coloro che si professano filosofi hanno sempre trovato grandi difficoltà nel rendere ragione dei moti apparenti che presenta la fisica. Infatti si offrono loro due vie per spiegarli: l’una procede mediante l’aiuto di quell’orbita che e detta omo-centrica, l’altra per mezzo di quella che e chiamata eccentrica. Ciascuna di queste due vie ha i suoi rischi, ciascuna ha i suoi scogli. Chi che fa uso dell’orbita omocentrica non arriva a spiegare il fenomeno. Chi che fa uso dell’eccentrica sembra, per la verità, spiegarlo meglio, ma l’opinione che si formano di questi corpi divini è indegna e, per così dire, empia. Essi attribuiscono loro delle situazioni e delle figure che non convengono alla natura dei cieli. Sappiamo che Eudosso e Callippo, i quali tra gli antichi hanno tentato di spiegare i fenomeni per mezzo dell’orbita omo-centricha, sono stati ingannati più volte in conseguenza di questa difficoltà. Ipparco è  uno dei primi che preferirono ammettere l’orbita eccentrica piuttosto che restare ingannati dai fenomeni. Tolomeo lo ha seguito e, subito dopo, quasi tutti gli astronomi sono stati trascinati da Tolomeo nella stessa direzione. Ma contro questi astronomi o, almeno, contro l’ipotesi degli eccentrici di cui facevano uso, la filosofia tutta intera ha sollevato continue proteste. Ma che dico la filosofia? È piuttosto la natura e le stesse orbite celesti che hanno protestato senza tregua. Finora non è stato possibile rintracciare un solo filosofo che acconsentisse ad affermare l’esistenza di queste sfere mostruose in mezzo a corpi divini e perfetti”. Ci si accorge, con decisione, l’ambito della scienza entro il quale si muovo scienziati, astronomi, astrologi e medici del tempo. La conoscenza maggiore dei classici ha portato una sorta di involuzione del pensiero, rientrato nell’ottica di quanto già affermato in passato, senza apportare grandi e significative migliorie. Da questo punto, invece, pur rientrando nella materia nota a tutti, sarà proprio il giovane cosentino a dare una ventata di innovazione in senso ovviamente relativo. Fracastoro, Homocentricorum, sive de stellis, liber unus, Venetiis, presentazione. Amico è un filosofo cosentino ucciso in Padova. Della sua biografia si conosce veramente poco: agli esigui dati certi si contrappongono notizie fantasiose e di provenienza dubbia. Tra i primi a dare informazioni sulla sua vita c’è Barrio. Vede la luce il suo poderoso lavoro sulla storia delle città della Calabria, rigorosamente scritto in latino, alle stampe del De antiquitate et situ Calabriae. Il risultato non soddisfa lo stesso autore, il quale decide di emendare quella versione, ma la morte impedisce la prosecuzione di revisione dell’opera. Quattromani inserisce nell’opera postille esplicative. Per arrivare alla pubblicazione definitiva bisogna attendere sino a quando Aceti, dopo un lungo e laborioso lavoro completa l’elaborato con aggiunte e note. Di Amico si legge una sorta di epitaffio nel capitolo dedicato a gl’uomini di Cosenza eccelsi per santità, dottrina e dignità. Per una disamina riguardo le informazioni frutto più di fantasia di qualche erudito locale che di sostanza di fonti cfr. Dalena, Firenze. Thomae Aceti, Accademici Consentini, et Vaticanae Basilicae clerici beneficiati in Gabrielis Barrii Francicani De Antiquitate et situ Calabriae Libros Quinque, Nunc primum ex autographo restitutos ac per Capita distributos, Prolegomeni, Additiones, et Notae. Quibus accesserunt animadversiones Sartorii Quattrimani Patricii Consentini, Romae, ex Typographia S. Michaelis ad Ripam Sumtibus Hieronymi Mainardi, come cita il frontespizio di una delle copie in possesso della Biblioteca Civica di Cosenza (Fondo Salfi). “Vi fu anche Amico, che descrisse i moti dei corpi celesti secondo i precetti dei peripatetici, cosa invano tentata per tanti secoli dagli antichissimi filosofi e se non fosse stato colpito da morte immatura avrebbe affrontato fatiche maggiori. Aceti, nelle note, aggiunge l’epigrafe di Padova, addirittura meno lapidaria del conciso inciso di Barrio. A Padova si legge di lui nel monumento delle epigrafi d’Italia: A Amico, cosentino, il quale, avendo percorso felicemente le discipline tutte di tutte le arti liberali con mirabile ingegno, solerte operosità, incredibile passione,  ucciso da sicario ignoto. Ucciso, come si ritiene, dalla invidia delle lettere e della virtù. Le virtù che ad altri portarono premi e vita perenne, per costui solo furono causa di uccisione. Andreotti, nella sua Storia dei Cosentini, cita il nostro nell’elenco dei componenti dell’Accademia telesiana, presieduta dal grande filosofo bruzio. Vi fiore Amico, nato in Cosenza – educato a Padova – conoscitore sveltissimo della filosofia e della fisica.  fScrisse costui seguendo la teorica peripatetica, “De motu corporum coelestium”, descrivendo tutti i movimenti de’ corpi celesti senza ricorrere, secondo che narra l’Aquino nel discorso su Telesio, per spiegarli a quel movimento eccentrico ed all’epi-ciclo inventato da Tolemeo, quando vuole conciliare la sua opinione della solidità de’ cieli co’ moti de’ corpi celesti. Morì egli in Padova, ucciso --  e non appartenne alla citata Accademia, che nell’epoca in cui per affari di famiglia dimora un anno in Cosenza. La sua opera va così intitolata – A.– De Motu Corporum coelestium”. La notizia ricalca, con qualche elemento in più, quelle già incontrate nell’opera del Barrio. Pochi dunque i ragguagli che si possono ricavare. Abbastanza poco è noto sulla sua genesi. Nato a Cosenza, morto a Padova, dove ha studiato, esperto nelle lingue colte, specializzato in metafisica e fisica, ucciso da mano ignota, proprio per la sua capacità filosofica. Capacità, questa che lo hanno portato  a essere membro della appena sorta accademia. Barrio, Antichità e luoghi della Calabria, aggiunte e note di Aceti, osservazioni di Sartorio Quattromani, Roma, trad. it. di Erasmo A. Mancuso, Brenner, Cosenza, presieduta dal ben più noto filosofo Telesio, “illustre cosentino”. La sua presenza in Accademia è quasi casuale, essendo rientrato nella città Bruzia solo quell’anno per affari di famiglia. Al rientro nelle Venezie, trova la morte. Quali informazioni possiamo estrapolare e spremere dalle fonti è veramente poca roba. Il gentilizio è di origine incerta. Il cognome è variamente declinator: Amico, Amici o d’Amico, in quanto nel latino medievale, nel titolo di un testo di utilizza il genitivo per quanto concerne il cognome dell’autore. Pertanto si presume che ‘Amici’ sia genitivo di ‘A.’, mentre ‘Amici’ sia la mera ripetizione, e “d’Amico” la traduzione italiana *del caso genitivo* latino. Per questo motivo, in questa sede si utilizza la forma più semplice. La famiglia ha una sua importanza nel contesto della “città libera” di Cosenza,  potendo permettersi, sia pur con enormi sacrifici, il mantenimento di un proprio membro agli studi in una città, di fama e retaggio culturale ottimi, ma così lontana. I sacrifici si posso ben immaginare, mancando, nella crescita di A., il padre, essendo prematuramente morto prima della sua nascita. L’assenza del capo famiglia, nel contesto del XVI secolo, società di fatto a carattere patriarcale, non ha sicuramente giovato nell’ambito dell’economia familiare, essendo assente proprio il fulcro stesso dell’istituzione. Ciò nonostante si può supporre un sicuro benessere, in quanto, anche in assenza del padre, un giovane rampollo di famiglia di ottimati puo permettersi gli studi lontani da casa. Nulla si conosce riguardo la sua formazione cosentina. Di certo, grazie a qualche insegnante, nel corso degli studi del trivio, conosce filosofia. L’ambiente, dopotutto, è quello emerso dal retaggio glorioso della Mégale Hellàs, ove gli studi della filosofia, della scienza, della medicina e dell’astronomia erano, per così dire, all’ avanguardia.  E anche dopo lo iato medievale. L. Piovan, A., TELESIO, DORIA: documenti e postille, in “Quaderni per la storia dell’Università di Padova”. Dreyer, Boquet e Taton utilizzano la forma ‘Amici’, ma è presente anche la forma ‘De’ Amici’. È a tutti noto che la città di Cosenza non sube mai vassallaggi tipici dell’infeudazione.  --  nuovi impulsi e ritorni agli antichi studi erano senza dubbio all’attenzione della koiné culturale cosentina. Ne è esempio lo stesso Barrio. Nella sua monumentale opera, i riferimenti storici sono in primo piano, così anche è per Fiore e Marafioti, nonché per lo stesso Quattromani. Una ricostruzione culturale ‘amiciana’, estremamente verosimile si deve a Piperno. Le arti del trivio, grammatica, retorica e dialettica, portati a termine nella città brettia gli avevano assicurato la conoscenza attiva e passiva delle tre lingue sapienziali, aramaico, greco e latino. Dopo tutto questo, era partito alla volta del Veneto, di Padova in particolare, per completare, in quello prestigioo studio à, gli studi delle arti del quadrivio, geometria, aritmetica, astronomia e musica, in vista di intraprendere poi, presumibilmente, un curriculum filosofico. In quei tempi l’astronomia era insegnata in funzione della astrologia e questa a sua volta svolgeva un ruolo ancillare a fronte della medicina, arte che pratica la diagnostica delle malattie e ritma l’attività di cura secondo il variare delle configurazioni degli astri nel cielo notturno; insomma la medicina era profondamente intrecciata con il sapere astronomico in una sorta di ‘astroiatria’”. Sono conosciuti però i maestri con i quali A. ebbe modo di formarsi. È egli stesso a dichiararlo, nella dedica a Ridolfi, introduzione alla sua opera. Questi sono tutti nomi che fanno parte del gotha scientifico-culturale dell’ambiente universitario patavino e non solo. Tra i maestri Amico annovera Delfino, Passeri, e Madio. DELFINO è il più celebre insegnante di astronomia e matematica. Tra i suoi allievi, divenuti a loro volta famosi, si ricordano, oltre a Telesio e A., Contarini, Piccolomini e Fracastoro. Passeri ricopriva, in quel lasso di tempo, la cattedra di filosofia naturale, è stato l’autore di un commento al “De anima”. A lui si deve l’introduzione di Amico agli aspetti più esoterici e raffinati dell’Aristotele autentico. Sull’ambiente culturale cosentino del periodo cfr. L. De Rose, Cosenza “faro splendidissimo di cultura”. L’Atene della Calabria e i Brettii raccontati da Barrio, in G. Masi, Tra Calabria e Mezzogiorno. Studi storici in memoria di Tobia Cornacchioli, ICSAIC, Pellegrini Editore, Cosenza. Piperno, A...., -- greco; mentre il Madio o Maggi, che a sua volta aveva scritto un commento alla “Poetica”, e già divenuto l’interprete più autorevole della tradizine peripatetica, a lui, ritenuto il “massimo rappresentante peripatetico” si rivolge il Telesio per un giudizio sulla propria opera. Quando Amico arriva a Padova, la sua vita si dipana in due diverse settrici: da un lato la vita universitaria, con i suoi lustri, gli studi i professori, dall’altro la realtà quotidiana, fatta di privazioni (di affetti, di soldi), di solitudine. Non avendo fonti documentate che diano certezze a qualunque ipotesi passibile di verosimiglianza, si deve necessariamente concentrare l’attenzione sul percorso di studi dell’Amico, percorso, forse, neanche compiuto sino in fondo, non essendo stata reperita in alcun modo una pergamena a suo nome. La opera di A. si incastona nell’ambiente padovano, ricco di stimoli e personaggi, dimenticata dopo la prematura scomparsa dell’autore, che tanta parte avrebbe avuto nella genesi della scienza moderna.  L’Università patavina vive, ormai da tempo, la rifioritura della corrente peripatetica sia per quanto concerne l’astronomia che per le altre scienze della natura – in questo, Padova e il Veneto si contrappongono a Firenze e alla Toscana dove è affermata, senza cesura, una adesione esclusiva al platonismo pitagorizzante. Certo, altre città in Europa, coi loro Atenei, hanno già imboccato la strada che riporta ad Aristotele. Si pensi, ad 122 Cfr. M. Di Bono, Le sfere omocentriche.Pataturk, Opere inedite perché non stampate, né scritte e neppure pensate, Valle Giulia, Roma. Piperno annota tristi particolari di un immaginario quotidiano padovano del giovane cosentino, ricostruito da Pataturk, non credibile e privo di fonti documentarie. L’autore, il più autorevole tra gli storici ponterandoti dell’astronomia [Pataturk n. d. A.], afferma che Amico, durante i lunghi e umidi inverni patavini, usasse lasciar dormire in casa, accanto a sé, sul letto, schiena contro schiena, il suo cane, un massiccio pastore della Sila Grande, che aveva condotto con sé dalle Calabrie – come per proteggersi dalla emarginazione anomica che, ieri come oggi, s’accompagna alla miseria di studente fuori sede squattrinato, in terra veneta. Il particolare può apparire irrilevante, anzi fatuo; e trattandosi di una fonte incerta perché irreperibile conviene lasciarlo cadere. Noi abbiamo scelto di farne uso, perché questa confidenza tra il filosofo ed il cane e considerata una prova per avvalorare una leggenda metropolitana che identifica il cosentino con il castigliano Ruy Faleiro, l’astronomo che, su richiesta del vicentino Pigafetta, aveva sciolto l’enigma del giorno perduto dai marinai della spedizione di Magellano”. Cfr. F. Piperno, Le imprese di Pigafetta, UNICAL/ variazioni sul tempo. Il nome di Amico (e in alcuna declinazione) non appare negli Acta Graduum Academicorum Gymnasii Patavicini. Index nominum cum aliis actibus praemissis, a cura di Elda Martellozzo Forin, Antenore, Padova. M. Di Bono, Le sfere omocentriche... -- esempio, a Basilea, Norimberga, Praga, Cracovia e la stessa Parigi. Ma, sebbene questi centri culturali abbiano conseguito risultati ragguardevoli e anche maggiori, nessuno di essi può “stare a confronto, sul piano della varietà di approcci, alla comprensione di Aristotele che si manifesta a Padova e nel Veneto”127. L’Ateneo patavino è campo fertile per l’educazione di astronomi (astrologi), medici e filosofi naturali, nella limitrofa Venezia sorgono, dopo la scoperta della stampa, gli impianti artigianali per l’editoria, che permette a tutti coloro che sono in grado di leggere e ovviamente alle persone istruite “di entrare in contatto diretto tanto con il pensiero dei classici quanto con l’elaborazione teoretica allo stato nascente dei contemporanei – non a caso, sarà nella città lagunare che verranno pubblicate, le prime due edizioni dell’Opusculum, malgrado che il suo giovane autore fosse, a tutti gli effetti, un perfetto sconosciuto. Il ventiquattrenne cosentino approfitta del particolare contesto storico e, convinto dagli amici Cipriano Pallavicini ed Aurio, quasi certamente a proprie spese, presenta il suo lavoro ai tipografi Giovanni Patavino e Venturino Roffinelli, i quali, appunto, lo propongono in carta stampata. La ristampa del volumetto, con aggiunte e correzioni, è tangibile prova dell’interesse che suscita l’argomento e di come è stato affrontato dal giovane autore. La Repubblica marinara di Venezia interpreta così il ruolo di collegamento tra le grandi civiltà mediterranee, latina, bizantina e araba; divenendo, per dirla con De Bono, il centro di riferimento obbligato tanto per i commerci librari quanto per i saperi astronomici. Schimitt, L’aristotelismo nel Veneto e le origini della scienza moderna, in L. Olivieri, “Aristotelismo veneto e scienza moderna”, Antenore, Padova. Piperno, A..... Piovan, A.. L’autore documenta come il filosofo cosentino Bernardino Telesio, a Padova, si assunse l’onere dell’eredità debitoria di Giovan Battista Amico, saldando una pendenza di venti scudi veneti a favore di un certo Doria, d’origine genovese e ritenuto per pregiudizio dedito all’usura. L’entità della somma è tale da supporre che Amico abbia impiegato i venti scudi per pagare il tipografo veneziano che aveva stampato il suo Opusculum. Cfr. M. Di Bono, Le sfere omocentriche.... Resta insuperato il citato lavoro di Braudel riguardo l’importanza della Serenissima quale coacervo di culture, orientale, mediterranea e del Nord Europa. Limitandoci qui solo ai testi d’astronomia editi a Venezia o nel Veneto, vi sono molte editiones principes degli autori dell’antichità: Arato, Manilio, Aristarco, Proclo, Macrobio, Igino, Marziano Cappella e così via. L’Almagesto di Tolomeo viene stampato, una prima volta, recuperando dall’epoca medievale, una vecchia traduzione dall’arabo in latino a cura di Gerardo da Cremona; una seconda volta sempre nella traduzione latina ma questa volta, ormai in pieno Rinascimento, dall’originale greco, per opera di Luca Gaurico. L’editoria veneta degli inizi del secolo XVI non trascura certo le opere astronomiche più recenti o contemporanee: vedono infatti la luce i testi di Alcabizio, Purbach, Bate di Malines, Sacrobosco, Regiomontano e così via131. L’aristotelismo veneto non è una nicchia per accademici, ma una sorta di ideologia filosofica che impregna di sé tanto la comunità dei colti quanto l’attività produttiva. Si ricordi che a Venezia esisteva allora un artigianato altamente qualificato che costruiva le lenti per i presbiti, usando le leggi dell’ottica geometrica riformulate dai peripatetici arabi. Questa trasversalità rende l’Ateneo patavino una tappa prestigiosa per i curricula dei più grandi filosofi naturali che insegnano astronomia; e di conseguenza a Padova convergeranno molti tra i più dotati studenti di astrologia, matematica e medicina, non solo dall’Italia ma da tutta Europa. Cfr. Bono, Le sfere omocentriche..., cit.. L’astronomia del De Motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentrici et epicicli di A. Un anno dopo la stampa de Gli omocentrici di Fracastoro, A. pubblica il suo opuscolo su medesimo tema. Che i due astronomi siano debitori alle teorie di Eudosso è lo stesso astronomo cosentino a dichiararlo nei suoi scritti: “Tra gli antichi alcuni si sono sforzati di unire l’astrologia alla filosofia naturale, altri, al contrario, hanno cercato di separare queste due scienze. Infatti, Eudosso, Callippo e Aristotele hanno cercato di ricondurre tutti i movimenti non uniformi, che i corpi celesti ci presentano, a dei collegamenti tra le orbite omocentriche riconoscibili in natura; Tolomeo, all’opposto, e coloro che hanno seguito il suo metodo hanno voluto, andando contro la natura delle cose, ridurle ad eccentrici ed epicicli”. “Gli astronomi attribuiscono i fenomeni che percepiamo, quando osserviamo i corpi superiori, agli eccentrici e a quelle sferette che vengono chiamate epicicli. Ma la loro riduzione di tutti questi effetti a tali cause è pessima. D’altra parte, non ci si deve meravigliare se hanno errato in tale riduzione, poiché, come afferma Aristotele nel primo libro degli Analitici Secondi, ogni soluzione diventa difficile allorché coloro che hanno la pretesa di averla trovata fanno uso di principi falsi. Dunque, se la natura non conosce né eccentrici né epicicli, secondo la giusta espressione di Averroè, sarà bene che anche noi rifiutiamo tali orbite. Noi lo faremo tanto più volentieri in quanto gli astronomi attribuiscono agli epicicli e agli eccentrici certi movimenti che chiamano inclinazioni, riflessioni o deviazioni, che non possono convenire in alcun modo, almeno a mio parere, alla quinta essenza”. “In quest’opera, forse, non si troverà nulla di completo, ma riterrò di aver fatto abbastanza se riuscirò a eccitare gli spiriti più illustri al desiderio di rendere più chiara questa spiegazione” (Ep. ad card. Nicolaum Rodulphum). Fracastoro, Homocentricorum, sive de stellis, liber unus, Venetiis A., De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentris et epicicli, Venetiis. Frontespizio dell’esemplare conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Prima edizione del De Motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentrici et epicyclis d’A., Venezia Nella dedica al Cardinale, il cosentino Amico avverte, con umiltà, l’intento dei suoi studi, confessando, in pratica, la gratitudine che deve a chi lo ha preceduto: i classici greci e latini e i trasmettitori arabi. Nei primi sei capitoli dell’opuscolo, secondo la tradizione, egli compone un breve excursus delle dottrine astronomiche di Eudosso, Callippo e Aristotele, concludendo che l’osservazione millenaria della volta celeste non autorizza a pensare che la natura sia costretta a muoversi per epicicli ed eccentrici. Dal settimo capitolo inizia a declinare le proprie teorie riguardo l’assetto cosmico. Amici, per primo, opera un vero e proprio pensiero critico riguardo le teorie antiche, e sebbene rimanga entro lo stretto cerchio di esse, promuove nuove formulazioni. Il cosentino dimostra dapprima che se vi sono due sfere omocentriche contigue i rispettivi assi perpendicolari tra di loro e se i poli della sfera esterna si muovono da una parte e dall’altra rispetto alla posizione media; se accade tutto questo, allora si vede facilmente che la sfera interna ora accelera ora ritarda. Subito dopo osserva che se i poli delle due sfere formano, più in generale, un angolo di n° gradi e l’uno ruota in verso contrario rispetto all’altro con velocità doppia, allora il movimento complessivo sarà una oscillazione su un arco di 4n° – in questo calcolo così elegante il nostro A. rivela quanto il suo talento debba, nella sua formazione accademica,alla geometria alessandrina rielaborata dagli arabi. Piperno, A. Introdotta questa innovazione nel sistema eudossiano, il giovane astronomo può concludere che sono sufficienti quattro sfere per ricostruire i movimenti apparenti del Sole; mentre per i sei pianeti – la Luna secondo la tradizione viene considerata tale — ne occorrono di più. 96  Si evidenzia pertanto una aggiunta di sfere che renda possibile la “salvezza dei fenomeni”, a discapito di un complicazione che già è palese ai tempi di Aristotele, che comporta un numero di sfere aumentato a ottantanove, come risulta evidente nella tabella seguente: Tabella 3 EUDOSSO Saturno 4 Giove 4 Marte 4 Venere 4 Mercurio 4 Sole 3 Luna 3 CALLIPPO 4 4 4 +1 =5 4 +1 =5 4 +1 =5 3 +2 =5 3 +2 =5 4 +3 =7 16 4 +3 =7 16 5 +4 =9 16 5 +4 =9 13 5 +4 =9 13 5 +4 =9 4 5 55 89 11 26 33 Di conseguenza, il subito solleva una obiezione decisiva alla teoria tolemaica: la Luna di certo non si muove su un epiciclo giacché, se così fosse, non potrebbe mostrare, osservata dalla Terra, la stessa faccia, come invece a noi tutti capita di costatare — secondo la fisica aristotelica un corpo che compia una rivoluzione attorno ad un centro deve rivolgere a quest’ultimo sempre il medesimo lato (Fig. 34). cosentino passa ad esaminare nel dettaglio l’orbita lunare; e Fig. Formulata così l’obiezione, il giovane astronomo si affretta a generalizzarne la portata: anche gli altri pianeti non possono muoversi su epicicli dal momento che i pianeti, corpi intrisi di divina perfezione, devono dipanare i loro percorsi in forme perfettamente analoghe e altrettanto pregne della succitata perfezione sublime. Quattro sfere vengono quindi assegnate a ogni pianeta, in grado di svolgere il ruolo previsto, nella teoria tolemaica, per gli epicicli. La sfera più esterna, detta d’accesso, ha i suoi poli nel piano dell’orbita planetaria e si muove da Nord a Sud con la stessa 98  velocità con la quale si muoverebbe il corrispondente epiciclo tolemaico. La sfera successiva, più interna, presenta dei poli che distano da quelli della prima di un quarto del diametro dell’epiciclo. Codesta sfera adiacente si muove in direzione contraria alla prima ma a velocità doppia. La terza sfera, ancora più interna, detta di recesso, i cui poli giacciono sull’orbita planetaria, si muove da Sud a Nord. Infine, la quarta sfera, la più interna, ha il suo asse a perpendicolo rispetto al piano dell’orbita planetaria e ospita, incastonato, il pianeta su un suo cerchio massimo. La composizione dei diversi movimenti delle quattro sfere dà luogo, di solito, al moto progressivo annuale del pianeta, da Ovest verso Est; come, di tanto in tanto a quello retrogrado, da Est verso Ovest. Solo la Luna, per via della alta velocità della sua quarta sfera, presenterà unicamente il moto progressivo,sia pure appesantito, di tempo in tempo, da un certo ritardo. Dopo avere così ricostruito qualitativamente, senza l’uso degli epicicli, tanto la regressione dei pianeti quanto il ritardo della Luna, il giovane astronomo affronta il problema ben più intricato di dar conto della variazioni della durata del moto regressivo planetario e del ritardo lunare. Questo insoluto è risolto con l’attribuzione a ogni pianeta di altre tre sfere poste tra la sfera d’accesso e quella di recesso già introdotte, in modo che venga opportunamente variato l’arco percorso durante il moto retrogrado. Inoltre, per prevenire lo spostamento della posizione planetaria verso latitudine più alte di quelle osservate, introduce altre tre sfere – portando così a dieci il numero totale di sfere per pianeta; e come se ancora non bastasse, per la Luna aggiunge una undicesima sfera destinata a spiegare il moto ciclico della linea dei nodi lunari, l’antico Saros dei babilonesi che si ripete ogni diciotto anni circa135. Malgrado l’evidente complessità del sistema del mondo così costruito, il cosentino si rende perfettamente conto che dieci sfere a pianeta non sono ancora sufficienti a dar conto di tutti i movimenti celesti reperiti lungo i millenni dagli astronomi; e aggiunge così altre sfere, portando alla fine a sedici quelle relative a Saturno, Giove e Marte, mentre per Venere e Mercurio ne basteranno, si fa per dire, solo tredici. L’astronomo inoltre ritiene, non certo a torto, che per procedere a d una previsione numerica, attraverso il suo sistema del mondo, delle posizioni e dei movimenti dei corpi celesti occorre fissare con maggiore precisioni le inclinazioni reciproche degli assi delle diverse sfere; e per far questo si richiedono ulteriori minuziose osservazioni dei sei pianeti e del Sole. Quanto alle stelle fisse, quelle incastonate nell’ottava sfera, bisogna che quest’ultima, oltre alla rotazione diurna sia affetta anche da un altro movimento, chiamato trepidazione, che ricostruisca la lenta precessione degli equinozi – il che, secondo la fisica aristotelica, può avvenire solo dall’esterno ovvero deve esistere una nona sfera che trasmette all’ottava il moto che emana dal motore immobile.  Si noti che Amico non confronta la sua teoria con le osservazioni astronomiche più recenti, bensì ne fa di sue e si tratta di osservazioni del tutto innovative. Il suo programma è quello di ritrovare tutti i risultati dell’astronomia tolemaica usando il sistema omocentrico piuttosto che gli eccentrici e gli epicicli. Non si pone il problema della correttezza sperimentale delle misure ereditate dalla tradizione medievale. Inoltre l’astronomo cosentino non si rende affatto conto che il suo sistema, pur intendendo fare salva la fisica peripatetica, in realtà le va decisamente contro. La capacità che ha il sistema omocentrico di ricostruire, sommando moti circolari, il movimento rettilineo dei pianeti nella fase di retrogradazione, testimonia che tra cerchio e retta non v’è quella differenza cosmologica affermata dalla fisica peripatetica, secondo cui nel senso che il cerchio appartiene alla perfezione del mondo sopralunare mentre la retta è partecipe del mondo sub lunare, della imperfezione terrestre. Bisogna aggiungere ancora che l’Amico è del tutto consapevole delle obiezioni alle quali va incontro il sistema omocentrico. La prima si riferisce al fenomeno della variazione del diametro e della luminosità apparente dei sette pianeti; per esempio, la Luna si mostra più grande in quadratura che alle sizigie, il Sole ha dimensioni maggiori d’inverno che in estate, Marte presenta una luminosità variabile con la posizione sulla fascia zodiacale. Questi fenomeni, infatti, sembravano indicare che la distanza Terra- Pianeta fosse variabile; e questo era una obiezione fatale al sistema omocentrico, che richiede appunto una simmetria sferica ovvero la conservazione della distanza. A. si confronta con questa questione e la risolve spiegando come il fenomeno sia dovuto alla contingenza che l’etere frapposto. tra la Terra ed il Pianeta osservato, non ha una densità uniforme. È necessario indagare questa spiegazione in dettaglio, giacché, malgrado si sia rivelata erronea, contiene un tratto essenziale della nuova fisica, quella basata sull’esperimento e non sull’esperienza. A., a Padova ha confidenza con gli artigiani degli opifici i veneziani – dove si lavorano le lenti per correggere miopia e presbiopia – e sa che un oggetto guardato attraverso la lente appare più grande in ragione diretta allo spessore della lente stessa. Egli, quindi generalizza la verità di questo esperimento all’universo nella sua interezza, ponendo alla teoria basi di “ottica empirica”. Di conseguenza i pianeti osservati dalla terra, malgrado si tengano sempre alla stessa distanza, ci appaiono più grandi quando, lungo lo zodiaco, si trovano in un punto nel quale l’etere è più denso. Analogamente la Luna si mostrerà più grande alle quadrature piuttosto che alle sizigie perché in queste ultime il suo forte splendore dirada l’etere che la circonda, sicché noi la vediamo come attraverso una lente più sottile che alle quadrature. L’altra obiezione è più di senso comune ma non per questo meno significativa. Il sistema omocentrico, rivisitato da A., resta notevolmente macchinoso. Esso, come mostrato nella tabella numero 3, richiede un numero di sfere nettamente superiore tanto di quello aristotelico quanto dei deferenti tanto degli epicicli tolemaici. Il giovane astronomo, però, rigetta l’obiezione affermando che egli cerca di ricostruire il cosmo così come realmente è, riproducendolo per similitudine su scala ridotta; ed è meno interessato ad un modello che rende sì più facile i alcoli ma comporta movimenti fisicamente inammissibili. Altrimenti detto, il cosentino, pur destreggiandosi assai bene con la geometria solida, si riconosce nella schiera degli “astronomi philosophi” intenti a conoscere la realtà del mondo e non in quella degli “astronomi matematici” indaffarati a formulare previsioni astronomiche quando non astrologiche, sulla base del computo. L’Opusculum si presenta come un trattato moderno, nel senso che il criterio di verità è assicurato dalla corrispondenza tra realtà fenomenica e proposizioni della teoria, e non già, come nella teologia medievale, tra fenomeni e parole della Sacra Scrittura o, andando ancora più a ritroso nel tempo, l’interdipendenza tra teorie scientifiche e filosofico/religiose del mondo antico. Nel mondo amiciano e del secolo della Rinascita Dio è una ipotesi di cui si può fare a meno, e non si trova nell’opuscolo una benché minima citazione biblica. La separazione tra scienza e fede, così tipica della modernità, afferma Piperno, è stata già totalmente interiorizzata dall’astronomo cosentino. L’Opusculum di Amici, come già detto, aveva vissuto una stampa e una ristampa a Venezia,  poi, presso lo stesso editore. E ancora una terza, postuma, questa volta a Parigi, a cura di Guillaume Postel, un intellettuale cosmopolita qualche po’ enigmatico, in bilico tra profezie millenaristiche e rigore scientifico – miscela non insolita per l’epoca. Tre edizioni di rilievo europeo nel giro di pochi anni e poi uno stato di latenza, quasi catalettico. Ssi pensi che il suo libro non sarà citato nella letteratura astronomica fino a quando Dreyer, nella sua classica storia della cosmologia, gli render. -- Amico non scompare del tutto dalle fonti letterarie. Il suo nome, assieme a una sintesi dell’Opusculum appare in molti testi di storia locale quando si ricomincia ad occuparsi di lui in quanto astronomo: cfr. Bono, Le sfere omocentriche..., -- onore, dedicando all’astronomo nato a Cosenza un intero paragrafo, volto alla rivalutazione della figura e dell’opera d’A. La ragione del lungo silenzio che avvolge per secoli il nome dell’astronomo cosentino è dovuta al trionfo della fisica di Galileo in Italia. Infatti, appena solo cinque anni dopo l’assassinio di Amico, usce dai torchi di una tipografia di Norimberga, il “De Revolutionibus” di Copernico, canonico della cattedrale di Frauenburg, ben più noto con il nome latinizzato. La diffusione del De Revolutionibus e capillare in tutta Italia, e le copie del libro saranno rieditate all’infinito è in atto la pacifica rivoluzione scientifica, meglio nota come rivoluzione copernicana o di galileo. L’elaborazione dela fisica subisce uno spiazzamento; lo scontro per l’egemonia teoretica non avverrà più tra peripatetici e tolemaici, bensì tra questi ultimi ed i copernicani. Prima si confrontavano due sistemi del modo, entrambi geo-centrici e geo-statici, che si riferivano alla stessa fisica. Oa la competizione va svolgendosi tra il sistema geo-centrico argomentato con la fisica aristotelica e quello elio-centrico bisognoso di una nuova fisica. In questo quadro, Amico sembra avere imboccato la giusta strada ma in direzione sbagliata. In effetti, il filosofo cosentino ha posto la domanda decisiva per risolvere la crisi che agli inizi del XVI secolo attanaglia il sapere astronomico: come riunificare l’aritmetica di Euclide con la filosofia naturale o astronomia. La questione è quella giusta. Ma la risposta – massaggiare il cuore ormai esausto d’ Aristotele – s’è rivelata troppo macchinosa; e dunque erronea. Dreyer, A History of astronomy..., cit. Oltre a questo testo che descrive a grandi linee il sistema amiciano, va ricordato l’articolo di Swerdlow, Aristotelian Planetary Theory in the Renaissance: Amico’s Homo-Centric Spheres, in “Journal of Astronomy”,  e ancora l’importante saggio di Di Bono e i lavori di F. Piperno, qui ampiamente citati. Nato a Thorn, sulle rive della Vistola, terra incognita contesa tra l’Ordine dei Cavalieri Teutonici e il Regno di Polonia; anche lui, come Amico, giunto a Padova, per studiare astronomia e medicina. Mi piace ricordare che ben diciotto secoli prima Aristarco di Samo ha messo in atto la teoria elio-centrica. Copernico, anche lui, si è mosso, in qualche modo, guardando indietro: con l’abissale differenza che i tempi sono ormai maturi. Sulle accuse di empietà mosse ad Aristarco cfr. L. De Rose, Le ragioni dell’etica nei confronti della scienza. Tre esempi in epoca antica, in F. Garritano, E. Sergio, Scienza ed etica, «Ou. Riflessioni e provocazioni». Eppure, sarà proprio quella ricomposizione, cercata e non trovata da Amico, a dar luogo alla scienza moderna e quindi alla modernità tout-court – poco più di mezzo secolo dopo, per opera dei Galilei, toscano tutt’altro che aristotelico, piuttosto intriso di neo platonismo. -- Giovan Battista, astronomo talentato, è morto giovanissimo, ucciso forse senza una ragione, prima di poter portare a compimento il suo destino, forse perché “caro agli Dei”, come vuole la sapienza antica. Non è dato sapere quale sarebbe stata l’evoluzione del pensiero di Amico, il suo destino intellettuale, il suo karma scientifico, se fosse vissuto abbastanza, soltanto pochi anni ancora, da imbattersi nel De Revolutionibus di Copernico. Le cose non sono andate così; e un giovane dal destino incompiuto, ma dall’indiscutibile intelligenza ha potuto solo tentare di dare un senso a teorie che valgono solo dal punto di vista dell’osservatore. Questo è un mondo antico, come direbbe Leopardi spazzato via a guisa di una mera illusione dalla rivoluzione astronomica prima e dalla mentalità moderna dopo. F. Piperno, A. Leopardi, Storia dell’Astronomia, in F. Piperno (a cura di), Arcavacata, Centro Editoriale UNICAL. Amici. D’Amici. Giovanni Battista Amico. Amico. Keywords: planteario di Cosenza, pianeta, de motibus corporis coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis set epicyclis – motti de’ corpori celesti giusta i principi peripatetici senza eccentrici ma con epicicli”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Amico” – The Swimming-Pool Library. Amico

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amidei: la ragione convversazioanle e l’implicatura conversazionale del leviatano – la scuola di Peccioli – filosofia pisana – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice  (Peccioli). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Peccioli, Pisa, Toscana. Grice: “I like Amidei; he knew Beccaria well, and thinks, with H. L. A. Hart, that debtors should not necessariliy go to jail, to which Beccaria famously responded: ‘depends on what you mean by necessarily should’” --  Frontespizio del Discorso filosofico-politico sopra la carcere de' debitori d’A., ed. Harlem (Paris), 1771. Non si sa quasi nulla sulla biografia d’A.. Si laurea in giurisprudenza a Pisa. Per le modeste condizioni della famiglia aveva chiesto di essere ammesso al collegio di sapienza, e ottene un posto gratuito. Stando ad una lettera di Verri al fratello Pietro, A. e un magistrato fiorentino, "notaro criminale".  Fra le poche cose certe vi è quella che conosce personalmente BECCARIA (si veda), di cui e un ammiratore e con cui e in corrispondenza. Altre saggi: “Discorso filosofico-politico sopra la carcere de debitori”; "La chiesa e la repubblica dentro i loro limiti. Concordia discors” -- dell'origine della potestà ecclesiastica – degl’oggetti sopra de' quali si reggira la postestà ecclesiastica -- dell'origine della potestà politica -- del sovrano -- delle conseguenze -- delle cause della forza della potestà ecclesiastica ne' governi temporali. de' limiti del sovrano o potestà politica -- dell'immunità, privilegj ed esenzioni de' beni ecclesiastici -- de' priviolegij ed esenzione personali degli ecclesiastici -- dell'asilo -- del matrimonio -- del celibato -- delle professioni religiose -- del giuramento -- de' benefizj ecclesiastici -- della scomunica -- della proibizione de' libri -- della religione, e della politica. “De' mezzi per diminuire i mendichi.” A. è noto soprattutto quale autore del "Discorso filosofico-politico sopra la carcere de' debitori". Ispirata direttamente del "Dei delitti e delle pene" di BECCARIA, il saggio è considerato uno dell più importanti espressioni del riformismo e dell'umanitarismo. L'opuscolo ha immediato successo. E recensito con favore dalle "Novelle letterarie" di Firenze, e dal "Journal encyclopédique". Ha una seconda edizione, con osservazioni di Vasco, uscita a Milano presso Galeazzi. Il testo d’A. influì certamente sulla riforma leopoldina che, per merito di Gianni, abolì la carcerazione per debiti -- ma occorre ricordare come un'analoga riforma venisse promulgata anche in Russia. Nella concezione relativistica delle leggi e nella critica alla legislazione romana dell'illuminismo giuridico-politico toscano di quegli anni, l'opera di A. si arricchisce di spunti egualitari rousseauiani -- rarissimi ancora nel pensiero illuministico toscano -- dai quali A. ottiene la giustificazione teorica per l'abolizione della pena detentiva dei debitori. Una edizione dell'opera apparsa in Firenze è una prova dell'esistenza in vita d’A. Dopo di allora, infatti, non si hanno più notizie biografiche certe su di lui.  La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti All'Amidei è attribuita anche un'opera edita poco prima il Discorso sopra la carcere de' debitori, "La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti". L'opera, pubblicata anonima è stata attribuita a A. a partire dall’anno di pubblicazione del Discorso filosofico-politico sopra la carcere de debitori. Finora mancano però elementi sicuri per confermare tale attribuzione, attestata solo da alcuni cataloghi di biblioteche e di cui non v'è notizia neppure nel "Dizionario di opere anonime e pseudonime" di Melzi. L'opera usce anonima e senza indicazione del luogo dell'edizione. Dove trattarsi di Pavia o di Firenze. Molti ritennero che e Napoli, identificando probabilmente l'edizione originale con una edizione ampliata, con falsa indicazione di luogo Amsterdam, sequestrata presso lo stampatore Campo di Napoli. Si tratterebbe in realtà di una ristampa contraffatta dello scritto apparsa nella città partenopea prima che e posta in vendita l'edizione proveniente da Firenze, e che venne sequestrata per la sediziosa proposizione dell'origine popolare della sovranità. Al suo apparire, infatti, per alcuni spunti contrattualistici rousseauiani, l'opera richiama l'attenzione dell'autorità laica e le vicissitudini di cui e oggetto sono ritenute importanti per ricostruire la fortuna di Rousseau in Italia. A Roma, autore dell'opera e ritenuto BECCARIA, e nel clima di irrigidimento contro le correnti giurisdizionalistiche e illuministiche che caratterizza il pontificato di Clemente XIII, essa e posta all'indice. Anche “De' mezzi per diminuire i mendichi,” e pubblicata anonima nel senza indicazione di luogo, ma probabilmente a Firenze, è solo attribuita ad A. Ma l'attribuzione risale già ai contemporanei. L'autore sostiene, in base a una concezione fisio-cratica, che il grave problema possa essere risolto solo per mezzo di una riforma fiscale. Società storica pisana, Bollettino storico pisano; Società storica pisana, Bollettino storico pisano. Carteggio di Verri. Nevati ed Greppi, Milano Beccaria, Scritti e lettere inediti, E. Landry, Milano. Landry segnala IV lettere d’A. a BECCARIA, in Biblioteca Ambrosiana, Milano. Beccaria. Frontespizio di Scritti e lettere inediti; Carteggio di Verri, Nevati ed  Greppi, Milano; Novelle letterarie, Journal encyclopédique, "Discorso filosofico-politico sopra la carcere de' debitori", Harlem, et se vend a Paris: chez Molini libraire rue de la Harpe, vis-a-vis la rue de la Parcheminerie. Venturi, Riformatore, Torino, Einaudi, Archivo General de Símancas, Estado Legajo, lettera di Tanucci al marchese Grimaldi Portici  v. Savio, "Dottrina ed azione dei giurisdizionalisti, in Arch. Veneto. Vedi lettera citata di Tanucci a Grimaldi; Lastri, Bibliotheca georgica, ossia Catalogo ragionato degli scrittori d’agricoltura, veterinaria, agrimensura, meteorologia, economia pubblica, caccia, pesca ecc. spettanti all'Italia, Firenze; Carteggio di Verri. Nevati e Greppi, Milano; Rosa, A. Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Cosimo Amidei, su Liber Liber.  Opere di A., su openMLOL, Horizons Unlimited srl.  V D M Illuministi italiani Filosofia Categorie: Giuristi italiani del XVIII secolo Filosofi italiani Professore Peccioli Firenze Illuministi A. AMUCO: not found. A. Magistrato fiorentino, "notaro criminale", stando ad una lettera di Verri; dati biografici di lui sono pressoché inesistenti, allo stato attuale della ricerca, se si esclude la notizia di suoi rapporti con Beccaria -- che A. conobbe personalmente e del quale fu ammiratore -- desumibile da un gruppo di lettere d’A. e qualche rapido cenno nella ricordata corrispondenza dei Veri.  A. è noto quale autore del Discorso filosofico-politico sopra la carcere de' debitori, Modena, che, ispirato direttamente dal Dei delitti e delle pene, e recensito con favore dalle Novelle letterarie di Firenze, e dal Journal encyclopédique. L'opuscolo è un'interessante espressione del riformismo e dell'umanitarismo. Esso nella concezione relativistica delle leggi e nella critica alla legislazione romana, partecipe in questo del diffuso antiromanesimo del tempo, si arricchisce di spunti egualitari rousseauiani, rarissimi ancora nel pensiero giuridico-politico toscano di quegli anni, ed anzi proprio dal pensiero di Rousseau ricava la giustificazione teorica per l'abolizione della pena detentiva dei debitori, Non sfuggi ai contemporanei questo contenuto sociale dello scritto di là dall'aspetto giuridico della questione tanto che persona illuminata venne richiesta di note al Discorso d’A. Apparve cosi, presso lo stampatore Galeazzi di Milano, una seconda edizione dell'opuscolo, con osservazioni di Vasco che ripropone le sue già note concezioni economico-sociali: Discorso filosofico-politico sopra la carcere de' debitori accresciuto di note critiche dall'autore de' Contadini, s. n. t. Cfr. recensione in Europa letteraria.  L'anno seguente esso e edito ancora a Harlem e Paris. Influi certamente sulla riforma leopoldina che, per merito di Gianni, abolì la carcerazione per debiti -- ma sarà da ricordare qui come anche in Russia venisse promulgata un'analoga riforma. A Firenze lo stesso A. cura una edizione dell'opuscolo, con aggiunte riguardanti un nuovo progetto di riforma della Legislazione. L’esigenza di riforma nel campo della procedura penale si articola in un discorso più ampio, di carattere amministrativo ed economico-sociale sul diritto di proprietà. Nelle critiche rivolte ai già aboliti sistemi dell'abbondanza e della grascia, e nella polemica contro le primogeniture e i fidecommessi, già colpiti dalla legge, dei quali viene reclamata la totale soppressione, è introdotto ancora, a difesa di un libero sistema di economia, il motivo umanitario-egualitario che informa tutto lo scritto. Il giornale enciclopedico di Milano sottolinea il significato dell'opera d’A., che resta a conferma dell'eco profonda, in Italia, di uno degli aspetti della filosofia di BECCARIA  Ad A. è attribuita un saggio di poco precedente: il “Discorso, La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti”, Firenze, ediz. ampliata, Firenze. Finora mancano però dementi sicuri per confermare una tale attribuzione, attestata solo da alcuni cataloghi di biblioteche (e di cui non v'è notizia neppure nel Melzi, Diz. di opere anonime e pseudonime.  Il saggio, particolarmente importante nell'ambito della pubblicistica giurisdizionalistica del tempo (cfr. Passerin), contiene chiari spunti contrattualistici rousseauiani, che l'autore non sviluppa però in senso antiassolutistico. L’interesse è proiettato invece sul diritto della sovranità che non si perdono per il non uso, per essere originalmente nel popolo, sui diritti dei principi circa sacra e sui limiti che la potestà civile può e deve porre ai privilegi, alle immunità e alle esenzioni della potestà ecclesiastica. Ma gli spunti rousseauiani, pur moderati ed elaborati - e talvolta avversari, come nelle pagine riguardanti il rafforzamento del vincolo sociale emergono evidenti, tra l'altro, laddove si discute dei limiti al potere assoluto e si giustifica, in nome dell'uguaglianza fra i sudditi, l'operato del duca di Parma contro Roma, e soprattutto laddove si polemizza contro il sistema dei concordati tra autorità statale e S. Sede e contro il diritto di asilo ecclesiastico. Un breve cenno, infine, al problema della tolleranza religiosa non ha gran rilievo nell'insieme delle argomentazioni, legate in gran parte, nonostante le suggestioni del nuovo pensiero di cui si è detto, a orientamenti tradizionali. La seconda edizione accentua la polemica circa il carattere civile, del contratto matrimoniale e quella contro gl’ordini monastici.  Al suo apparire il saggio richiama, per gli spunti rousseauiani, l'attenzione dell'autorità laica e le vicende di cui e oggetto costituiscono una pagina notevole della fortuna di Rousseau in Italia. A Napoli, per la sediziosa proposizione dell'origine popolare della sovranità -- cfr. lettera di Tanucci -- venne sequestrata presso lo stampatore Campo una ristampa clandestina dello scritto, proveniente da Firenze, prima che e posta in vendita. A Roma e ritenuto autore dell'opera BECCARIA e nel clima di massimo irrigidimento contro le correnti giurisdizionalistiche e illuministiche, che caratterizza il pontificato di Clemente XIII, essa e posta all'indice. Preoccupazione e la diffidenza per itemi rousseauiani dello scritto vennero ancora espresse, a proposito dell'edizione da Scipione de' Ricci in una lettera indirizzata al granduca Leopoldo (cfr. Passerin).  Fonti e Bibl.: Archivo Generai de Siniancas, Estado Legajo; lettera di Tanucci al marchese Grimaldi, Portici (indica Firenze come luogo di stampa dell'opera; ma molti contemporanei, cfr. Savio, considerarono napoletana l'ediz., identificandola con la ristampa); Beccaria, Scritti e lettere inediti, a cura di Landry, Milano --segnala IV lettere d’A. a Beccaria, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, Beccaria -- ; Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di Novati e Greppi, Milano, Reusch, Der Index der verbotenen Biicher, II, Bonn; Passerin, La politica dei giansenisti in Italia nell'ultimo Settecento, in Quaderni di cultura e storia sociale; Venturi, G. Vasco in Lombardia, in Atti d. Ace. d. Scienze di Torino, classe di scienze mor. stor. e filol.; Illuministi italiani, Riformatori lombardi, piemontesi e toscani, III, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli  -- riporta un passo di lettera d’A. a Beccaria, da Firenze, riguardante la traduzione di Morellet del Dei delitti e delle pene; Savio, Dottrina ed azione dei giurisdizionalisti, in Arch. Veneto. Cosimo Amidei. Amidei. Keywords: il leviatano; amidei — implicatura sovrana — implicatura intersoggetiva — implicatura sovresoggetiva — implicatura sovre-umana — implicatura sovrepersonale — hobbes — primo disegno — leviatano — carteggio con Verri — carteggio con beccaria (paragrafo XXXIV — la strada verso l’utopia giuridizzionalistica — la chiesa — the high church of england — Gianni abolisce la carcerazione per debiti — tacito. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Amidei” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Anassilao: il principe filosofo -- Roma – filosofia italiana (Roma). Filosofo italiano. A Pythagorean who is expelled from the whole territory of Italy by OTTAVIANO (si veda). PLINIO (si veda) Maggiore quotes his views on the use of hemlock, which A. believed may be effectively rubbed on adolescent girls’s breasts to make them permanently firm, but also on adolescent boys’s testicles to lower their libido. Anassilao.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Anceschi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del senso – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Anceschi; he plays with the idea of dialogue as a mirror (specchio) of ego and alter or ego and tu – I like that. He is the Italian equivalent of John Holloway, I suppose.” Si laurea sotto BANFI (si veda), ricopre l'insegnamento di estetica nella Facoltà di Lettere e filosofia a Bologna. L'interesse per la letteratura e le arti figurative si accompagna a quello per la filosofia anti-dommatica. Dopo la pubblicazione del saggio su  autonomia naturale, heteronomia artistica. “Autonomia ed eteronomia dell'arte” edita da Sansoni, le sue ricerche sulla figura e il modello letterario anti-idealistici trovano voce negli interventi pubblicati su “Orfeo” e su “Corrente” -- riviste da lui stesso promosse.  Sensibile ai diversi orientamenti culturali, si schiere a favore dell'ermetismo e dell’avanguardia, affiancando all'attività di teorico quella di critico militante. Pubblica i saggi di poetica e poesia. Con una scheda sullo Swedenborg e cura le antologie Lirici nuovi, Linea lombarda. VI poeti e Lirica. Della voce “ermetismo” e autore nell'Enciclopedia. Concentratosi sui modelli culturali dimenticati dall’idealismo, si dedica ai temi del barocco, dando alle stampe Del Barocco e altre prove Barocco. Con alcune prospettive metodologiche.  Non abbandona gli studi filosofici: “I presupposti storici e teorici dell'estetica kantiana”; “Hume e i presupposti empirici dell'estetica kantiana”; “Burke e l'estetica dell'empirismo inglese”; “Da Bacone a Kant. Saggi di estetica”. In particolare in “Progetto di una sistematica dell’estetica e dell'arte” delinea una teoria estetica intesa come fenomenologia della forma naturale e artistica. Sui principi della fenomenologia critica basa le ricerche.  Fonda “Il Verri” di cui e direttore, mentre diresse per Paravia la collana La tradizione del nuovo e Studi di estetica, che raccoglie i risultati delle ricerche filosofiche che egli conduce insieme con i suoi allievi. Per il suo impegno nel tener vivo il fermento culturale gli e assegnata a Mestre il prestigioso premio "Amelia" alla "tavola" di Boscarato. Centrali sono i temi della poetica (“Poetiche del Novecento in Italia”; “Le poetiche del Barocco) e delle istituzioni letterarie (Le istituzioni della poesia”; “Da Ungaretti ad ANNUNZIO (si veda)”, Che cosa è la poesia?”. Altre saggi: “Il caos, il metodo. Lineamenti di una estetica fenomenologica”; e Gli specchi della poesia. Riflessione, poesia, critica”. Riceve dai Lincei il Feltrinelli per la Critica letteraria.  Presidente dell'Ente bolognese manifestazioni artistiche, dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia Clementina di Bologna, socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei di Roma, dona la sua biblioteca e il suo archivio personale al Comune di Bologna; nella Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio.  Premi Amelia, a cura della "Tavola all'Amelia", prefazione di Perosa, Venezia-Mestre. Lo stesso anno il premio è assegnato anche per le arti figurative, a Guidi.  Premi Feltrinelli, su lincei.  Università degli studi di Bologna, Annuario dell'anno accademico, Bologna, Compositori, Il Verri Pontiggia  Quasimodo Montevecchi  A., su Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A., Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Anceschi, in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A., su Be, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di A.,.  Fondo A., Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna Approfondimento, su ibc.regione emilia-romagna. Studi di estetica, su unibo. V D M Vincitori del Premio Feltrinelli Filosofia Filosofo del XX secoloCritici letterari italiani del XX secoloAccademici italiani Professore Milano BolognaVincitori del Premio Feltrinelli Lincei Autori del Gruppo 63 Bibliofili Direttori di periodici italiani Fondatori di riviste italiane Premiati con l'Archiginnasio d'oro Professori dell'Università commerciale Bocconi Professori dell'Bologna Studenti dell'Università degli Studi di Milano. Sembra proprio che studiare una nozione letteraria voglia dire rendersi conto di ciò che essa ha voluto significare; studiare l'ermetismo vorrà dire vedere come l'ermetismo stesso, in quanto movimento letterario e culturale, ha inteso presentarsi per se stesso nell'attenzione ai motivi di coerenza, ma anche alle interne variazioni e differenze. Qualche considerazione va fatta, per altro, in limine intorno al nome. È noto: l'uso della nozione di ermetismo è frequente nel discorso della cultura per indicare quei movimenti, quelle manifestazioni, quelle situazioni del pensiero e della letteratura, in cui maniere oscure, ardue, chiuse e di comunicazione non diretta esigono, per esser partecipate, e anche solo intese, il possesso di una chiave che pochi sono in grado di adoperare. Il termine ha un'origine storica abbastanza ben definita e che istituisce subito il destino dei suoi significati. Dal nome di  Ermes Trismegisto si disse ‛ermetica' una dottrina di tarda età ellenistica in cui motivi oscuramente mistici di sincretismo filosofico-religioso si fusero con ipotesi di fantastica alchimia, in un tessuto linguistico segreto, ricco di allusioni, di difficile partecipazione. Si consideri anche che a Ermes Trismegisto si attribuisce l'aver chiuso (si disse, appunto, ‛ermeticamente') un'ampolla di vetro mediante la fusione dei bordi delle aperture. Oscurità, chiusura, tono di rivelazione sacra, un insieme di difficili connessioni tra mistica e alchimia, una presentazione immaginosa e immediata di oggetti intellettuali e riflessivi: ecco alcuni caratteri degli scrittori che per primi furono detti ‛ermetici'; ed ermetici, poi, vennero chiamati talora quei movimenti di pensiero occulti, misteriosofici, iniziatici, che spesso si posero in antitesi al pensiero dominante nel secolo, che costituiscono una ormai ben definibile tradizione secolare, continua, e che talora affiorano nella cultura essoterica con singolari sollecitazioni e insorgenze. Con intenzioni inizialmente screditanti, ma il nome venne poi accettato da molti scrittori, ermetismo si disse anche una tendenza della letteratura italiana tra le due guerre, che, venuta dopo l'esperienza dei crepuscolari e gli esperimenti dei futuristi, si distinse nettamente dal rondismo, come corrente dell'ultimo gusto neoclassico, e da ogni genere di ritornante realismo; ed è ciò di cui qui dobbiamo parlare. Ci sono opinioni molto diverse su questo movimento. C'è chi, in una ben definita prospettiva letteraria militante, vede in esso il momento più alto della poesia e del pensiero poetico del secolo nel nostro paese; e c'è chi, movendo da un particolare orizzonte sistematico, accusa la ricerca ermetica di ‛perdita della immediatezza' fino a vedervi intellettualismo e, al limite, una distrazione di giochi verbali; c'è anche chi, secondo un'ispirazione fortemente ideologica, vede in essa un pericoloso e condannabile momento di evasione rispetto al dovere della partecipazione e dell'impegno. Solo un'indagine diretta e particolare potrà definire  il diritto e il torto di considerazioni come queste; e, tuttavia, è difficile disconoscere che si trattò di un movimento influente, complesso, articolato in diverse disposizioni dottrinali e di poetica, con varie stratificazioni di momenti interni secondo una tradizione breve e intensa. Il movimento ebbe vita difficile negli anni in cui si manifestò, trovò una sua forza contro molti oppositori e reali resistenze, giunse fino ad operare sul costume e a cadere in un nuovo Kitsch, si dissolse alla fine della  seconda guerra mondiale, ma lasciò un'impronta viva, e anche un impulso nella cultura della poesia e della critica che, da un lato, è continuato per anni nel lavoro degli epigoni, e che, dall'altro, ha condizionato indubbiamente i modi in cui si manifestarono i movimenti che seguirono. Quanto alle strutture della poesia, forse è riduttivo il considerare l'ermetismo solo come una tendenza della letteratura italiana contemporanea, che, riallacciandosi alle correnti simboliste non soltanto francesi, anzi europee, intende la poesia come esercizio assoluto di linguaggio che in tanto vale in quanto riesce a esprimere l'intuizione lirica nella sua originaria purezza, escluso l'intervento di preoccupazioni didattiche, moralistiche, dottrinali e speculative in una volontà attentamente coltivata e resolutamente diretta al risalto di momenti di intensità e di innocenza; ma è anche riduttivo parlare dell'ermetismo solo come dell'espressione di una rivolta in cui si concreta l'appello orfico-cristiano, religioso, metafisico, negatore della storia, di una storia che si appiattisce di fronte all'assoluto, libero dalle strutture rettoriche, e inteso a propositi soprattutto di rinnovazione radicale dell'uomo. Ritorneremo su queste differenze di pronunzia e sul loro significato; ma, a questo punto, occorrerà ormai rendersi conto e giustificare l'uso della nozione di ermetismo nel contesto della situazione letteraria italiana tra le due guerre e nella individuazione del significato interno del movimento. L'ermetismo va considerato come un movimento europeo o italiano, o puramente ‛fiorentino'? Certo, ci furono aspetti, e li considereremo, della poesia e della poetica d' Europa che si potrebbero dire ermetici o che hanno avuto rapporti con ciò che diciamo ermetismo, anche tali che senza di essi l'ermetismo non sarebbe stato possibile. Uno dei connotati dell'ermetismo è certo quello di aver tenuto aperti i rapporti - se pure in modo limitato secondo una lettura pregiudicata - con l'Europa in tempi difficili; ma una situazione, un movimento di cultura che si siano collocati sotto quel nome si ebbero solo in Italia; trovarono caratteri particolari e individuati; determinarono una singolare, e un poco astratta, cultura della poesia per certi aspetti di rara intensità e inquietudine. Il tentativo di ridurre il movimento solo al gruppo dei ‛fiorentini' dà nel sofistico, o nel riduttivo; non è certo facile tagliar con il coltello una situazione tanto compatta quanto varia; molti fatti si diedero contemporaneamente nella convergenza di letture e di interessi comuni; il ‛gruppo fiorentino' fu certo autonomo per suoi caratteri, ma nella misura in cui portò certi motivi di una generazione nuova in un contesto comune. In realtà, nella prima generazione ermetica in Italia la prima voce fu quella di  Giuseppe Ungaretti. Luciano Anceschi. Anceschi. Keywords: senso, ermetismo ed implicatura, grado d’ermetismo dell’implicatura, l’impossibilita dell’implicatura ermetica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Anceschi” – The Swimming-Pool Library. Anceschi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Andrea: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Ravello – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Ravello). Filosofo campanse. Filosofo italiano. Ravello, Salerno, Campania. Grice: “I like Andrea, in more than one way!  Andrea made me realise how naïve Russell is with his ‘logical atomism;’ back in Naples, the Accademia degli Investiganti took thing really seriously. D’Andrea, a lawyer, like Hart, -- his claim to fmae is having written an ‘apologia in difesa,’ which I would abbreviate as just ‘in difesa’ of atomism – but my favourite is his unpublication, “Degl’atomi e degl’atomisti”!” Grice: “In Naples, unlike Oxford – cf. Locke and Boyle – it was understood that if you are an atomist you are, therefore, a libertine!” Da una ricca famiglia, studia a Napoli. Funzionario del vice-ré, il duca d'Arcos, a Chieti nel giustizierato dell'Abruzzo citeriore.  Frequenta villa Colonna, dove si illustrano i fondamenti dell’atomismo. Fondatore del salotto degl’InVESTIGanti alla sua villa Iambrenghi a Candela. Difende strenuamente l’atomismo nella “Apologia in difesa degl’atomisti” e nella “Risposta a favore di Capoa”. Avvocato primario del regno di Napoli, viaggia e partecipa alla vita intellettuale e agli studi in molti salotti filosofici italiani. Cortese, I ricordi di un filosofo napoletano, Napoli, Lubrano e C., Dogana della mena delle pecore in Puglia, regno di Napoli. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Accademia della Crusca. Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, pubblicata sotto licenza il rinnovamento culturale a Napoli in occasione del rinvenimento di un manoscritto sconosciuto degli "Avvertimenti ai nipoti" di Capone, Biblioteca di Foggia, Salottieri. Nasce a Ravello da un avvocato in Napoli, di buoni natali ma d'incerta fortuna. L'infanzia non e felice, per le gravissime ristrettezze della famiglia (Avvertimenti ai nipoti), né soddisfacenti gli studi, cui venne avviato fin troppo precocemente. Compiuti VII anni, infatti, e condotto a Napoli per apprendere la grammatica; a nove e collocato presso la scuola oratoriana dei gerolamini. Frequenta lezioni di legge, addottorandosi. Egli stesso dove sottolineare nei suoi Avvertimenti, i gravilimiti di quell'affrettata educazione. Nello scritto - che è insieme una sorta di testamento, una autobiografia e il richiamo a un modello di cultura e di comportamenti valido per tutto il ceto forense - ripercorre le tappe della sua formazione, descrivendola come un lineare progresso dalla grossa ignoranza, cui sembra condannarlo l'arretratezza dell'insegnamento e delle professioni giuridiche alle quali il padre l'avvia, verso l'incontro con le correnti della filosofia, la conquista delle nuove scienze e una concezione elevata del ruolo dei giuristi nella società. In questo itinerario intellettuale e civile, ben più dei suoi direttori, di cui lamentava anzi il mancamento, hanno inciso altre esperienze, personali o comunque estranee ai percorsi tradizionali. Per primo il rapporto con Paolo, il solo in città capace d'illustrare le dottrine giuridiche con gli strumenti filologici e sistematici della scuola culta. Poi l'impegno dopo la laurea per studiar le materie continue e pei loro principi, abbandonando l'impostazione praticistica dominante, che riduce la giurisprudenza ad un mero esercizio mnemonico o alla lettura disordinata dei decisionisti. Completata così autonomamente la propria preparazione, comincia a seguire il padre nel foro e presentò di lì a poco due allegazioni, l'una per la principessa di Casalmaggiore, l'altra per il principe di Pietraelcina, che gli procurarono una certa notorietà ed alle quali rivendicava il merito di aver introdotto nei tribunali napoletani "il nome di Cujacio e degli altri eruditi", insieme con "l'uso di disputare gli articoli secondo i veri principi della giurisprudenza". Frattanto a Napoli, avvicinandosi la metà del secolo, con i profondi sconvolgimenti sociali e politici che la segnarono, si definivano le linee di un'iniziativa culturale, promossa da ambienti diversi, sia umanistici, sia tecnico-scientifici, che non restò senza conseguenze sul pensiero civile, né trovò indifferenti, o soltanto passivi, i giuristi e i forensi. Ministri e scrittori di cose legali se ne fecero anzi protagonisti, cogliendovi con prontezza gli elementi di novità che potevano dare consistenza e respiro a un discorso critico sul Mezzogiorno spagnolo.  Di tali sviluppi il D. fu testimone attento, interprete informatissimo, in breve tempo autorevole sostenitore. Grazie ai consigli di Ottavio Di Felice, "un vecchio assai erudito e molto affezionato della nostra casa",colmò le proprie lacune nella conoscenza delle "buone lettere"; ammesso poi a frequentare l'accademia di Camillo Colonna, dove s'illustrava una nuova filosofia "non gran fatto molto dissimile da quella che oggi chiamano atomista", vi apprese a respingere il conformismo della dominante cultura ecclesiastica ed il tenace scolasticismo che la caratterizzava. Fu l'incontro più fertile della sua giovinezza ed egli stesso ne ribadì spesso il rapporto di continuità con le successive esperienze. Le discussioni di casa Colonna costituirono, infatti, il segnale d'avvio di un rinnovamento intellettuale a Napoli, presto dispiegatosi con l'arrivo da Roma di Tommaso Cornelio e l'azione intrapresa da talune accademie, che spostarono energicamente l'accento dai temi letterari o eruditi a quelli scientifici e sperimentali.  Superato, con la guida di Camillo Colonna, il limite di una scarsa dimestichezza con l'arte retorica, tenne intanto con unanime applauso un solenne discorso nella Congregazione degli avvocati di S. Ivone, istituita dai teatini ai SS. Apostoli, e poco dopo, il 10 giugno 1646,la difese in Collaterale, alla presenza del viceré duca d'Arcos, contro la pretesa dei gesuiti di fondarne una nuova. Con questa arringa (Pro Congregatione Sancti Ivonis, edita dal Comparato) egli guadagnò la causa e il favore del viceré, che lo nominò ad interim fiscale di Chieti, dove si recò alla fine dello stesso anno.  Il periodo trascorso in Abruzzo, mentre a Napoli e in tutto il Regno avevano luogo gravi sommosse, dette luogo a dicerie malevole sul suo conto, che lo tormentarono per tutta la vita. Un tardo episodio del febbraio 1682, quando il principe Antonio di Sangro l'oltraggiò in pieno tribunale con l'epiteto di "Masaniello", provocando persino un duello tra il proprio campione, Cesare Mormile, e un nipote del D., Antonio della Marra, lo indusse a scrivere una lunga Relazione de' servizii fatti... nella provincia di Abbruzzo Citra(s.n. t., ma Napoli 1682), per replicare alle insinuazioni di aver parteggiato allora per i popolari e per rivendicare invece il proprio lealismo alle istituzioni regie, sola garanzia di stabilità e di arbitraggio tra i ceti, e gli atti compiuti a difesa dell'ordine sociale e giuridico esistente, ivi compreso quello feudale, che era parte integrante della realtà politica dello Stato.  Tuttavia le "seconde rivoluzioni", che portarono a Napoli alla proclamazione della repubblica ed impressero al moto un carattere indipendentistico in un quadro politico più complesso e convulso, lo posero ai margini del conflitto abruzzese, sicché dopo due mesi trascorsi nel convento degli scolopi di Chieti, dove ebbe modo di leggere Cicerone e Campanella, pervenuta infine l'attesa nomina del nuovo fiscale e concluso l'affitto dell'arrendamento del sale nell'estate 1648,partì nel settembre per Napoli, che raggiunse in novembre, dopo un breve passaggio da Roma.  Qui non solo riprese l'esercizio dell'avvocatura, con crescente successo di prestigio e di entrate, ma si adoperò soprattutto per un rinnovamento scientifico e culturale, di cui non a torto il Giannone lo considerò protagonista e promotore principale (Istoria civile). Egli stesso sottolineò in seguito efficacemente, in una pagina giustamente famosa (Avvertimenti), il significato della svolta verificatasi a Napoli allora; l'importanza centrale ch'ebbe la diffusione delle opere di Cartesio; il ruolo essenziale di Tommaso Cornelio nel porre gli studiosi napoletani a contatto con il pensiero europeo; l'ostilità che le nuove dottrine incontravano presso i circoli tradizionalisti e la protezione ad esse accordata da taluni aristocratici; infine il proposito che animava i moderni di modificare l'assetto delle professioni, in particolare giuridiche, attraverso un confronto più intenso con le varie scienze.  Il momento era favorevole ad un'iniziativa dei gruppi intellettuali. L'opera di restaurazione, condotta dal viceré di Oñate secondo un disegno assolutistico volto a consolidare l'autorità delle istituzioni regie, prospettava un rinnovato compromesso tra monarchia e ceti privilegiati, deprimeva le aspirazioni della nobiltà più riottosa, maturate nei trascorsi disordini, offriva spazi nuovi e maggiori di presenza politica e di affermazione sociale ai forensi ed ai magistrati. A. ffiancò prontamente l'azione del viceré e dalla sua paterna cura per il "ristoramento" degli studi ottenne un avanzamento universitario per Gian Camillo Cacace e l'attribuzione a Tommaso Cornelio, nel 1653, della cattedra ripristinata di matematica. Nel frattempo svolgeva una parte considerevole nella breve rinascita degli Oziosi, tra i quali recitò diverse orazioni, in particolare a favore della "novella maniera di filosofare" e per un rapporto più stretto della giurisprudenza con "tutte le altre scienze". La grande peste del 1656, lacerando drammaticamente la vita della città, pose fine d'un colpo agli esperimenti e alle iniziative che si conducevano a Napoli e che vennero poi ripresi, dopo il flagello, con lentezza e difficoltà. Rientrandovi dopo il periodo del "contagio", trascorso nei feudi del principe di Cassano, A. dovette rinunciare per qualche tempo agli ambiziosi progetti di politica culturale, cui ritornò solo dopo alcuni anni impiegati nell'esercizio dell'attività forense per una clientela sempre più consistente ed altolocata. Si pose infatti in primo piano nelle vicende intellettuali della capitale quando con numerosi filosofi come  Cornelio, Porzio, Capua, Caramuel e molti altri, dette vita, al primo nucleo degli Investiganti, che prese a riunirsi in casa di Andrea Concublet, marchese di Arena.  Gli orientamenti dell'Accademia sono noti, così come la molteplicità ed eterogeneità dei motivi che vi si agitavano: dal probabilismo allo sperimentalismo, allo storicismo. Altrettanto celebre è l'episodio che ne riassunse simbolicamente il programma e gli inizi: la visita sotto la guida del D., da oltre cinquanta accademici, tra cui numerosi nobili e prelati di rango, al cratere di Agnano, per controllare la fondatezza degli antichi miti, raccogliere materiali da sottoporre all'indagine chimica, far esperimento diretto delle caratteristiche naturali del sito. Tra gli Investiganti il D. ebbe infatti un ruolo cospicuo. Preziosa cerniera tra i novatori e il mecenatismo di una parte almeno della maggiore aristocrazia, non pose nulla in istampa direttamente legato a quell'esperienza, ma di alcune opere fu consigliere ascoltato, di altre fu promotore o dedicatario, intervenne infine sui temi che si dibattevano non soltanto come suggeritore o patrono di opere e di iniziative, o come veicolo d'idee, d'interessi e di libri. Agli argomenti centrali del nuovo sapere - l'atomismo, le leggi del moto, il rapporto tra elementi fisici ed "incorporei" e, sullo sfondo, tra metafisica ed esperienza - dedicò in vecchiaia alcuni lavori, quando l'Accademia era da tempo ormai spenta, ma non cessate le dispute da essa animate, né l'eco che avevano suscitato negli ambienti napoletani, messi in fermento dalle energiche controffensive dei gruppi conservatori.  Nei manoscritti filosofici del D. - affidati, come altre sue opere, a una tradizione testuale non sempre chiarita - possono riconoscersi oggi tre lavori distinti. Il primo è un'Apologiain difesa degli atomisti (Napoli, Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.; esemplare mutilo con correz. autografe), prodotto perciò in un periodo difficile nella biografia dell'autore e in una fase particolarmente vivace della dialettica politica e culturale napoletana. Il secondo, la Risposta a favore del sig. Capoa contro le lettere apologetiche del p. De Benedictis gesuita, tradizionalmente assegnato al 1697, ma elaborato a partire dal 1695, risale anch'esso a un momento cruciale, coincidente con la disputa sul S. Uffizio e la conclusione del processo contro gli "ateisti" (l'esemplare migliore è quello della Bibl. naz. di Napoli, ms. I D 4, alle cui cc. corrisponde il frammento autografo della Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.; da segnalare anche la copia della Bibl. Angelica di Roma, ms. 1340, fatta eseguire per il card. Passionei dal pronipote del D., Giulio Cesare, nel 1752). Vi è inoltre una seconda stesura della Risposta, preparata tra il 1697 e il 1698 (se ne conoscono due diverse redazioni: Napoli, Bibl. naz., ms.; e ms. Brancacc.).  Scritti di replica o di polemica contro il profilarsi, in momenti di acuto conflitto, anche politico, di una rivincita della cultura "dei chiostri" sulle istanze del sapere moderno, le opere del D. non disegnavano un compiuto sistema, né seguivano fonti univoche d'ispirazione. Adombravano una sorta di filosofia del particolare e del concreto, che si nutriva di salde radici umanistiche e galileiane, proprie della tradizione napoletana, innestandovi gli insegnamenti di Cartesio e Gassendi, talvolta di Spinoza e di altri ancora, secondo un'impostazione che può apparire eclettica o incline al frammento, ma che rispondeva piuttosto al proposito di rivendicare il lascito trasmesso dai novatori al pensiero meridionale, il segno da loro impresso sulla vita morale e civile attraverso lo sforzo d'iscriverla nei circuiti del "secolo della filosofia", di aprirla, nel modo più largo possibile, al movimento intellettuale europeo, d'includere infine nel suo orizzonte i numerosi motivi che lo percorrevano, cogliendone i nodi essenziali e gli aspetti capaci di stimolare più fresche energie. Perciò, guidate dalla consapevolezza dei vasti riflessi della battaglia teorica in corso, esse riaffermavano, contro il dogmatismo ed il verbalismo scolastico imperversante, il metodo sperimentale, l'intuizione della materia e l'ipotesi atomistica, l'indagine storica come criterio di verifica delle autorità.  Comunque l'impresa cui il D. dovette maggiormente la sua fama di studioso e il successo presso le corti di Napoli e di Madrid furono le scritture composte nel 1667 e nel 1676 per respingere le pretese di Luigi XIV alla successione spagnola e contestare le tesi della pubblicistica che lo sosteneva.  Sin dal 1663 il re di Francia aveva reclamato i Paesi Bassi alla moglie Maria Teresa in base al diritto di devoluzione. La contesa si era infiammata via via tanto sul piano politico-diplomatico quanto su quello giuridico e dottrinale. I rapporti tra le corone si avviavano a rottura aperta quando, sul finire del 1666, il vicerè Pietro d'Aragona incaricò il D. di controbattere gli argomenti francesi. Il 28 febbr. 1667 questi sottoscrisse solennemente, alla presenza del viceré una Dissertatio de successione Ducatus Brabantiae (copia a Napoli, Bibl. oratoriana dei gerolamini, ms.), che venne subito inviata a Madrid. Tuttavia l'incalzare degli avvenimenti, con l'invasione francese delle Fiandre, seguita nel maggio, e il moltiplicarsi di trattati e libelli per il Re Sole, assieme al ruolo ufficioso rivestito nella polemica, imposero al D. di ritornare sulla materia, sicché nell'estate scrisse febbrilmente una nuova Risposta al Trattato delle ragioni della Regina Christianissima sopra il Ducato di Brabante, con altri Stati della Fiandra (Napoli 1667), che traeva spunto da un Traité anonimo, ma di carattere ufficiale, comparso a Parigi nel maggio dello stesso anno. La medesima Risposta, ritoccata, venne poi ristampata a Napoli con un Discorso e un Discorso aggiunto, di argomento storico-erudito, una appendice contenente la Copia di una lettera... nella quale si dà giudizio della Dichiarazione... del Re Christianissimo, redatta su incarico del viceré de los Velez come replica al manifesto di Luigi XIV per la guerra di Messina e già circolante sotto la data di Roma, 28 genn. 1676, e con altre due lettere di minore interesse (il libro cominciò a stamparsi nell'aprile 1676 e fu diffuso nel marzo 1677, come risulta dalla corrispondenza da Napoli di D. Ronchi; Roma, Arch. Doria Pamphili).  Strettamente legati all'occasione politica, gli scritti del D. ne seguirono le circostanze e gli svolgimenti, ma segnarono anche un passaggio di grande rilievo nella cultura napoletana del secondo Seicento. Se i due Discorsi, infatti, si avvicinavano in qualche modo al genere dei "bella diplomatica" che impegnava allora la migliore giurisprudenza europea, la Risposta confutava le rivendicazioni francesi in termini ben più avanzati delle consuete dispute avvocatesche, affrontando il tema della successione nel Brabante alla luce di una ricerca storica e di una meditazione sulle dottrine di Grozio, che la conduceva a individuare nel diritto di natura e delle genti le regole proprie al suo carattere giuspubblicistico. In tal modo rompeva l'isolamento del pensiero giuridico meridionale, lo apriva al confronto con le correnti d'Oltralpe, indicava un metodo storico per l'analisi degli ordinamenti e delle istituzioni che consentiva di determinare la natura privatistica o pubblicistica degli istituti, i loro rispettivi confini ed i fondamenti giuridici delle relazioni internazionali.  Non è dunque un caso se con quest'opera maturò nel D. un orientamento non solo giurisprudenziale, ma più largamente civile, fondato, in politica interna, sulla prospettiva di un accordo di governo tra il ceto intellettuale ed i viceré; sul lealismo spagnolo, in politica estera, giacché quell'impero restava, anche nel suo declino e col suo "genio tardo", atto a conservare più che ad innovare un puntello insostituibile per la pace e la stabilità dell'Europa, condizione per ogni sia pur relativa autonomia del Regno meridionale. Con la polemica sulla successione del Brabante prendeva forza, in sostanza, il difficile tentativo, condotto d’A. con cautele e prudenza, di collegare la battaglia culturale dei novatori alla riflessione e all'azione politica. Da allora infatti, nutrita dalla lezione di Machiavelli e dalle dottrine correnti della ragion di Stato, ma con l'aggiunta di un robusto realismo, che ne costituisce il tratto più caratteristico e originale, la sua attenzione si concentrò per circa un ventennio sulla scena internazionale, dove si decideva lo stesso destino del Regno di Napoli. Il rapporto tra gli Stati, la debolezza e l'immobilismo del sistema spagnolo, e di quello meridionale al suo interno, il dinamismo francese, infine l'emergere, da Napoli poco decifrabile, di altre potenze, divennero così l'argomento principale del suo nutrito carteggio col principe Doria, ed insieme lo sfondo di alcuni interventi forensi e di altri suoi scritti giuridico-politici (le une e gli altri editi ora da Mazzacane).  La familiarità col principe risaliva al 1673, quando il D. soggiornò presso di lui a Genova, Pegli e Torriglia, a conclusione di un periodo di viaggi guidati da curiosità intellettuali, non meno che da motivi di salute. Afflitto da serie crisi di ansietà e di apprensione, manifestatesi sin dal 1668 ed aggravatesi l'anno dopo con la morte del padre, forte di una solida situazione finanziaria, assicuratagli dalla funzione diavvocato primario del Regno, abbandonò la città poco più tardi, mentre precipitava una crisi nei rapporti politici degli intellettuali napoletani. Infatti se alla sua intesa col viceré d'Aragona si dovette l'avanzamento negli uffici del fratello Gennaro nel 1668 e l'incarico a lui, l'anno successivo, di difendere la "piazza" del popolo contro la nobiltà, tra la fine del 1669 e i primi mesi del 1670 il clima parve profondamente mutare, con la chiusura dell'Accademia degli Investiganti e la partenza da Napoli di alcuni suoi esponenti. Viaggiò per vari anni, con soggiorni più o meno lunghi in diversi centri italiani, raccogliendo consensi e amicizie, approfondendo gli studi scientifici e matematici, partecipando con vivacità alla vita intellettuale deicircoli che frequentava di volta in volta, come dimostrano le importanti lettere a Lucantonio Porzio (Napoli, Soc. napoletana di storia patria, ms. XX.B.24) e a Francesco Redi (Firenze, Bibl. Mediceo-Laurenziana, ms. Laur. Red. 219). Rientrò a Napoli nell'aprile 1675.  Le cronache della capitale, le relazioni degli agenti stranieri, le stesse lettere, spesso settimanali, al principe Doria consentono di seguire minutamente le sue attività professionali e la sua azione civile negli anni successivi. Tuttavia, nell'intreccio contraddittorio di una realtà arretrata, ma vitalissima, nell'accavallarsi di episodi maggiori o anche minimi, nel complicato scomporsi e ricomporsi dei vari "partiti", esse non si prestano a facili interpretazioni e non sono state interpretate uniformemente dalla storiografia. Del resto, qualsiasi lettura degli ultimi anni del D. è collegata con un giudizio sull'intera vita morale del Mezzogiorno durante il declino dell'impero spagnolo e nel profilarsi di una generale "crisi della coscienza europea". Perciò i dettagli di un'aneddotica spesso pettegola, le sfaccettature di un carattere umano incline alla melanconia, altero, ruvido ed anche "bizzarro", non possono esaurire il senso della sua presenza, vigile e critica, nella realtà napoletana di fine Seicento, il suo ruolo di maestro e guida intellettuale, di capostipite anzi di una genealogia spirituale che, attraverso il Biscardi e l'Argento, sarebbe giunta fino a Giannone.  Il governo del Velez segnò il momento di più consistente raccordo con la politica dei viceré e le aspirazioni egemoniche del ceto forense. Ne sono testimonianza eloquente, tra le altre, le scritture già ricordate sulle pretese del re di Francia, cui si aggiunse nel 1682 una Risposta al libro de' Francesi sopra li pretesi diritti del Re Cristianissimo sopra il Regno di Napoli et di Sicilia (Napoli, Bibl. naz., ms. XI.C. 25). A questa rapida "informazione" - una replica al Dupuy cui continuò a lavorare anche senza portarla a compimento - vanno aggiunte le difese in giudizio, sollecitate dal viceré, del marchese de Viso nel 1675, e dei Brancato e del Guaschi. Nello stesso anno rifiutò, con Carlo Cito, la designazione per la "piazza" del popolo, e l'episodio dimostra la volontà, e la possibilità tuttora attuale, di mantenere un'autonomia di partito per gli intellettuali e i forensi.  L'ascesa impetuosa di funzionari e ministri, profilatasi da lungo tempo e consolidatasi con l'assolutismo amministrativo del Carpio, spostando definitivamente il peso politico delle due anime del ceto civile, forense e togata, in favore di quest'ultima, divideva i rispettivi interessi e disegni e riduceva le possibilità, per la prima, di porsi con forza propria come centro di mediazione nella dinamica sociale e politica del viceregno. Perciò il D., emarginato e forse anche deluso dagli ambienti di palazzo (già nell'increscioso incidente del 1682 non si registrò né l'appoggio del Velez, né una risoluta solidarietà dei colleghi), si dedicò con rinnovata energia ai propri studi, per rianimare il gruppo disperso dei novatori dinanzi al ritorno in forze dello schieramento cattolico e del più oscuro spirito controriformistico.  Alla fine del 1684 morì il Cornelio e quella scomparsa sembrò segnare la conclusione di un intero ciclo della cultura napoletana, sicché assunse un significato evidente il carico preso dal D. per rivendicare il valore del suo insegnamento e la persistente vitalità della sua lezione. Egli infatti non solo sorvegliò l'edizione delle sue opere inedite, apparsa poi a Napoli, ma fece celebrare, nella primavera del 1685, un solenne funerale per il maestro, che ebbe il tono di un appello e di una perentoria riaffermazione di fedeltà ai principi della nuova scienza. Nello stesso anno stese anche la già ricordata Apologia in difesa degli atomisti e ricevette, tra ottobre e novembre, le visite di Mabillon e Burnet, che rappresentarono un alto riconoscimento, da parte dell'Europa dotta, del suo prestigio internazionale e del rilievo degli studiosi napoletani nell'ambito del sapere moderno.  Furono tuttavia episodi che non lo scossero da una sorta di doloroso isolamento, in cui si inserirono meditazioni religiose sempre più fitte, d'intonazione etica rigorista, da leggersi comunque in rapporto con alcune scritture, di difficile datazione, dirette a inserirsi nei grandi dibattiti europei di filologia biblica (Napoli, Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.). Di peso più concreto fu invece la nomina, ottenuta dal viceré conte di Santo Stefano, per la carica di giudice di Vicaria, della quale prese possesso il 10 maggio 1688. Egli tornava così sulla scena pubblica, ma attraverso un reclutamento nella burocrazia - sia pur mitigato dalla maggior comprensione del Santo Stefano, rispetto al Carpio, per le ragioni culturali dei novatori - che costituiva di fatto un'ammissione del sopravvento degli uffici sull'avvocatura da parte di chi, come lui, lo aveva sempre avversato, ed ancora sarebbe tornato a negarlo negli Avvertimenti.  Seguì nel luglio 1689 la promozione a consigliere nel Sacro Regio Consiglio, e poi a fiscale della Sommaria, dove s'insediò il 5 apr. 1690: tutti spostamenti che s'intrecciarono con i tortuosi percorsi, e gli intrighi, dei circoli ministeriali di quella vera e propria "Repubblica dei togati", che era ormai diventato il Regno di Napoli per sua profonda struttura.  Le funzioni di governo e le competenze finanziarie dell'organismo di cui entrava a far parte richiesero il suo impegno su questioni economiche di scottante attualità, che egli affrontò con uno spirito di cui è difficile sottovalutare l'originalità e l'importanza. Dalle allegazioni (sono note quella sul problema dei pedaggi e dei passi, intitolata Iura pro Regio Fisco, e l'altra, Ad interpretationem regiarum litterarum quibus fuit declaratum officia quae sunt de regalibus, in sostegno del carattere pubblico degli uffici; entrambe in N. Ageta, Adnotationes pro Regio Aerario, II, Neapoli) e dai suoi ripetuti interventi in Collaterale, nel corso (Arch. di Stato di Napoli, Collaterale. Notamenti, emerge infatti un complesso di temi e valutazioni, nei quali prendeva forma una acuta analisi dell'inferiorità meridionale, capace di coglierne la sostanza economica, ed un coerente piano di parziali riforme.  La linea prospettata dal D., spesso ripresa e ampliata nelle lettere al Doria, non può avvicinarsi alla contemporanea cultura mercantilistica. Essa tuttavia conteneva il richiamo, d'ispirazione pragmatica più che teorica, alle esperienze europee più avanzate (olandesi ed inglesi), la denuncia della venalità degli uffici come causa prima delle disfunzioni del sistema spagnolo e della questione beneficiaria come uno dei lacci più pericolosi che soffocassero il Regno, infine l'indicazione di misure concrete sui problemi della moneta, degli uffici, dei passi. Ma la sua perorazione per la libertà dei commerci e le proposte di riforma corrispondenti si arenarono subito, nonostante l'intesa col viceré, per la ferma opposizione del baronaggio. Si fa perciò più rara la sua presenza nei diversi consessi ministeriali. Èsostituito in Sommaria e fu giubilato, mentre risiedeva a Procida, donde dava vita a un rilancio della sua azione culturale.  Di tale intenzione erano state già segno la collaborazione prestata a Valletta per una scrittura, compiuta in quegli anni, relativa al conflitto accesissimo sulla giurisdizione del S. Uffizio e la stampa della Disputatio an fratres (Napoli), un testo capitale della scienza giuridica di fine Seicento, in cui, con matura sensibilità storica, egli poneva la consuetudine e l'interpretazione giurisprudenziale a fondamento del diritto del Regno e dei suoi svolgimenti. Risalgono inoltre allo stesso periodo alcune scritture e lettere sullo stato politico d'Europa e d'Italia (cfr. l'ediz. Mazzacane).  Le opere dell'ultimo biennio valsero a confermare il suo ruolo eminente tra le avanguardie intellettuali napoletane, sicché non sorprende la visita resagli a Procida dal Santo Stefano a metà dicembre 1695 per concordare un'azione contro l'offensiva curiale e gesuitica in atto, che si esprimeva sul piano e politico e culturale con la controversia del S. Uffizio, il processo agli ateisti, i libelli polemici tra cui spiccavano per ampiezza di argomentazioni le Lettere apologetiche del padre Benedictis, pubblicate a Napoli nel 1694 sotto lo pseudonimo di Aletino. Ad esse il D. replicò con le Risposte già ricordate, ma nel frattempo nuovi equilibri si profilavano a Napoli.  Altri temi più direttamente incisivi che non gli appelli per la moderna filosofia, si offrivano a costituire il cemento ideologico capace di saldare alleanze diverse tra i ceti e di rimescolarne gli schieramenti. Nella svolta di fine Seicento, dinanzi all'atto di accusa rivolto dagli ambienti cattolici alla nuova cultura e ai suoi progetti di rinnovamento, dinanzi ad un tentativo d'imporre il prepotere ecclesiastico, il ministero togato serrava le fila, si attestava sull'intransigente difesa della giurisdizione regia, assumendola in proprio, senza demandarne la definizione a intellettuali appartati, sia pure di grande prestigio, come il D'Andrea. La sua lezione investigante non poteva più rappresentare la base per un'intesa tra monarchia, viceré e magistrati, stabilitasi invece attorno al giurisdizionalismo, e difatti egli venne del tutto ignorato nelle iniziative del duca di Medina Coeli. Perciò gli Avvertimenti ai nipoti, completati nel 1696 e destinati a una straordinaria fortuna, assunsero spesso il tono di una apologia retrospettiva, pagarono il prezzo della contraddizione tra un modello ancora proposto e il realistico riconoscimento dei cambiamenti avvenuti. Il primato dell'avvocatura come alto magistero per il giurista moderno, argomentato con frequenti tinte neostoiche, e come via regia per acquistare ricchezza e potere, vi si accompagnava all'ambigua ammissione del risalto sociale e politico conseguito dal ministero, ispirando una ricognizione minuta sulle vicende del ceto forense negli ultimi cinquant'anni, che rimane esemplare per profondità ed acutezza di analisi, ma che non può nascondere il fallimento del tentativo di fissare le direttrici ideali per i nuovi gruppi dirigenti.Gli Avvertimenti furono terminati l'anno prima del ritiro a Candela, nei feudi lucani del principe Doria, dove D. si riduce per un impulso di solitudine e per curarsi lo stato fisico declinante. Morì a Candela (Foggia) di una febbre terzana contratta a Melfi nell'estate. La sua operosità non era venuta meno neppure negli ultimi mesi. Aveva infatti compiuto da poco un Discorso politico intorno alla futura successione della monarchia di Spagna (edito di recente dal Mastellone), che è il suo estremo messaggio agli intellettuali napoletani nella "cupa" finis Hispaniae.  Fonti e Bibl.: Fonte principale sono le notizie autobiogr. sparse negli Avvertimenti ai nipoti, pubbl. a cura di N. Cortese, I ricordi di un avvocato napoletano del Seicento. F. D.,Napoli, con intr., note e append. bibliografica ricche di riferimenti ai documenti ined. e alle testimonianze più antiche. Per le date di nascita e di morte si sono tuttavia preferite quelle indicate da L. Giustiniani, Memorie istor. d. scrittori legali del Regno di Napoli, I,Napoli, confermate rispettivamente dai Registri battesimali della chiesa madre in Ravello e dai documenti dell'Arch. Doria-Pamphili in Roma. Circa l'età in cui iniziarono i primi studi, si è adottato l'uso moderno di considerare l'anno di vita compiuto, anziché quello iniziato. Si è inoltre collocata la laurea, seguendo [Torrese], Diligentissima Neapolitanorum doctorum nunc viventium nomenclatura, Neapoli e Corrado, Nomenclatura doctorum Neapolitanorum viventium, Neapoli; la documentazione archivistica dell'Arch. di Stato di Napoli, Coll. dei Dottori, lacunosa, ne dà conferma almeno e silentio. L'elenco delle opere edite e inedite e delle lettere finora rinvenute è fornito da A. Mazzacane, I misteri de' Prencipi. Lettere e scritti politici di F. D., Napoli. Tuttavia, manca ancora una soddisfacente ricostituzione dei testi, avviata, per le opere filosofiche, da A. Quondam, Minima Dandreiana. Prima ricognizione sul testo delle"Risposte di F. D. a B. Aletino", in Riv. stor. ital. (ma v. anche A. Borrelli, L'"Apologia in difesa degli atomisti" di F. D.,in Filologia e critica. Per il carteggio, due lettere al Redi sono pubblicate e commentate da Tellini, Tre corrispondenti di F. Redi, in Filologia e crit.; numerose altre allo stesso sono studiate da A. Borrelli, F. D. nella corrispondenza ined. con F. Redi; quelle al Doria (ora pubbl. da Mazzacane) sono in buona parte citate ed utilizzate da R. Colapietra, L'amabile fierezza di F. D. Napoli nel carteggio con Doria, Milano, il quale riassume anche precedenti lavori propri, annota e discute in maniera completa la letteratura disponibile, antica e recente. Di essa perciò ci si limita a ricordare soltanto le monografie e le raccolte di saggi che hanno maggiormente animato, negli ultimi tempi, il dibattito storiografico sull'autore e sul secondo Seicento meridionale, rinviando agli indici per la precisazione delle pagine di diretto interesse: B. De Giovanni, FILOSOFIA e diritto in F. D. Contributo alla storia del previchismo, Milano; Id., La vita intellettuale a Napoli tra la metà del Seicento e la restaurazione del Regno, in Storia di Napoli, VI, 1, Napoli; N. Badaloni, Introduzione a Giambattista Vico, Milano 1961; S. Mastellone, Pensiero politico e vita culturale a Napoli nella seconda metà del Seicento, Messina-Firenze 1965; Id., F. D. politico e giurista. L'ascesa del ceto civile, Firenze, Discorso politico intorno alla futura successione della monarchia di Spagna; L. Marini, Il Mezzogiorno d'Italia di fronte a Vienna ed a Roma, Bologna; V. I. Comparato, G. Valletta. Un intellettuale napoletano della fine del Seicento, Napoli; IUffici e società a Napoli. Aspetti dell'ideologia del magistrato nell'età moderna, Firenze 1974; Id., Retorica forense e ideol. nel giovane D.,in Boll. del Centro di studi vichiani, l'allegaz. Pro Congr. S. Ivonis); R. Ajello, Arcana juris. Diritto e politica nel Settecento italiano, Napoli; Id., Cartesianismo e culturaoltremontana al tempo dell'"Istoria civile", in Pietro Giannone e il suo tempo, a cura di R. Aiello, Napoli; P. L. Rovito, Respublica dei togati. Giuristi e società nella Napoli del Seicento, Napoli; G. Galasso, Napoli spagnola dopo Masaniello, Firenze. A. Nacque nella Città diRavellonellaCoſta d’Amalfi o 1_óz7. come altri fi avvisarono. I suoi genitori furono Die go e Lucrezia Coppola della ſtessa Città', e nobile del sedile di Mon    58 -A N Montagna giusta l’avviso del nosiro autore. Il Padre, che_ se ne stava in Napoli addetto all’ esercizio del foro, appena ch’ ebbe oltrepassata l’infanzia lo se quivi condurre (a), e di~ anni 10..-affidollo alla educazione de’ PP. dell' Oratorio. F in da quesia tenera età incominciò a dar saggio de' suoi vivaci talenti, ritenendo con iſtupore quanto legger segli facea, e quanto anche da’dotti sentiva, onde il nome gli diedero di maeslro di me moria. La sua educazione però, esser dovea tuttaltra da quella, che gliene diede poi il padre ne’ primi anni di 'sua giovanezza. Egli accorgendosì della vivacità del figli0,non volle metterlo sot to la disciplina degli oggigiorno espulsi Gesuiti per applicarlo ben toſto allo ſtudio della giurisprudenza, anche sul sospetto, che quel li conoscendo i talenti del giova‘netto persuaso lo avrebbero a ve flire le loro lane,e privar con ciò la sua casa degli avanzamenti, ' che avrebbe potuto sperare dalla sua riuscita,p Dell’etàdianni12.‘ adunquemandollo adiſtudiargiurisprudenza,nien— te iſtrutto di quegli altri ſtudi necessari a ben intendere questa scienza. Buon per lui ch’ebbe_a maestro il tanto celebre Giannandrea di Pao lo,ottimo oratore dique’ tempi, e stato già discepolo di Alessandro...Turamino Sartese (3): giacchè a dir del nostro autore  corse ri ‘schio di esser discepolo di Gio. Domenico Coscia Calabrese, sopranno mato Casciana, uomo grosso d’ingegno, e ſtato già maesiro di Diego suopadre. Fe L0 attesia esso Francesco nell’introduzione de’ suoi avvertimenti. -Eglì ſtesso lo dice ne’ suoi avvertimenti, ove parla della casa Rovito. (3) Nicolò Toppi bibliot. napal. pag. 8. Giangiuseppe Origlia [sud. diNapol. r. a. p. '50. e Pietro Giannone jlor. civ. del Reg. di Napo!. [ib. 34.:0.8. Q. r. in fin. scrivono,'che quiz/Zi ancorchè Senese d’ origine su Napoletana. Ma-si sono ingannati a partito. Non pochi monumenti abbiamo da potergli reflituir la sua patria. Nel 1604. trovandosi in Ferrara scrisse una lettera al Cardinale Cammillo Borghese in cui scrive: e Neapoli per Tbyr-renum in pan-iam adveäiur-c Nel-. dimessosi dalla carica.di uditor di Rota nel {oro di Firenze, venne in Napoli, ed occupò la cattedra di diritto civi le,come appare-dalla letteravindirizzäta a D. Gio. Zunica Vicerè diNa 'poli, impressa nel libro de exaequariane legarorum, pubblicato nel i593. e dall’altra scritta dall'autore a Lorenzo Usimbardo., che fece precedere‘al suo opuscolo sulla L. non puro D.dejimfifri. Neap. in4.e . per morte del Colombino passò alla primaria, e tutte le opere, che pose qui a luce le dedicò' a’personaggí del suo paese; tal è quella sana a Cerretano, e Francese* Accarisio patrizj Sanesi, che precede al suo,opuscolo ad L. fruit—im‘, S. Papiníanur D. quem. dorperat. impresso nel 1600. E* da leggersianche l’accuratissimo Lorenzo Meho in praes. op”. Tura míni,ëdir.&nen/ir. Ne'suoiavvertimenti. 1 ñ    n, o AN 'gç Fece gli intendereildotto Gianandrea di Paolo,quantoeglieramal fondato ne’ primi ſtud;,e qual bisogno avesse,per ben. coltivare i suoi talenti nello apprendere la scienza del diritto.Siffatti avverti menti però dispiacendo all’ambizioso genitore, bramandojl più preſto di vederlo esercitato nel foro, nell’età di anni 17. con di spensa volle addottorarlo nell’una enell’altra legge per fargli intraprendere bentoſto un. tal esercizro. Egli non però l’accorto giovanetto volle secondare i desider) paterni. N o n interruppe per ciò dopo la laurea dottorale le sue' affiduc applicazioni nella let tura degli autori latini e greci, tanto prosatori,che poeti. S'in vaghi non poco delle opere di VIRGILIO (si veda), e di Omero, ed anche de’più scelti poeti toscani, per cui avendoci acquiſtata una partico lar passione, com’c’ dice, non potè però giammai vedersi da tan- ’ to a comPorre un *ver/b con'qualchc suo dispiacimento. Queſta ' insinuazione gliela diede peraltro anche il dotto Ottavio di Felice, avendogli fatto comprendere similmente quanto fossenecessariol'acquiſto della geografia e cronologia,senza di cui e’tratto non avreb be un maggior profitto dalla ſtoria, e che ſtato sarebbe ancor per lui molto vanta gioso apprendere qualche cosa di moral filosofia. Colla guida de’ su odati valentnomint giunto all’età di anni zo. in cominciò la carriera del foro, e ad iſtudiare gli articoli', che oc correano-nelle cause del padre. La prima scrittura,ch' e‘ mandò a ſtampa fu-sull’ articolo eccitato in un litigio del, principe di Ca salmaggiore,se l’interesse ~di più anni pote'a- eccedere il doppio della sorte principale. Lo spirito di novità con cui mane‘ iol-lo, piacque non poco alConsigliere Arias de Mesa stato diggi catte 'dratìco di Salamanca. La seconda in una causa d’ importanza del Principe d’Aquino col Duca dell’Acerenza per la vendita diGiu gliano, e in risposta di quella fatta da Giulio Caracciolo. M a poichè incominciò a veder da lungi. lavaſtità delle scienze, cad iscorgere qualeabilità ancor naturale richiedeasiñameritare ilnome dioratore,‘moſtrossìsul rincipio Corantoritenuto. diarringarc‘ nelle ruote, che su nella risoluzron di volersi di ’nuovo,rinchiudeñ re,-se animato non lo avessero i dotti, e poſtogli avanti gli occhi lasuaabilitàesapere. Undiqueſtisuil celebre Colonna Signore di somme cognizioni, dandogli de’savsi) precetti, e la notizia insieme di scelti scrittori aformarsi un buÒno e diverso ſti -le degli altri del foro. Ho ammise i-ndi nella sua letteraria accade-l mia-,che radunava in ogni settimana‘, perfarlo esercitare sì nello* scrivere, che nel parlare alla, presenza' di uomini colti. Queſto c sercizio confessa il noſtro autore che gli su di sommo aiuto, e che.perciò.vedeasinon poco obbligafo aqucſto gran protectorde’gtovani. Indi siascrissealla congregazione S.lvonc.,ove,recitò_una. suaart-?l 2. zio    60 AN zione in lode di quella is’tituzione; ed avendone riportati univerá sali applausi,incominciò pian piano ad incoragirsi,e a deporre quel timore, chel’aveafinallora sorpreso.Quindi trattenendosiunamat tina* nel Collaterale,in cui doveasi trattare la tanto famigerata cau sa tralla succennata congregazione,ei PP.Gesuiri, iquali pretendeano -fondarne altra, ed’ essendo ſtato chiamato dal Vicerè Duca d’Arcos il difensore di essa congregazione, non vi' si trovò per allora. Niu no de’ tanti avvocati della medesima,che vi s1 erano radunati vol le esporsi al cimento, ed il solo noſtro Francesco di anni ar. non già. zz. secondo vuole il Giannone si addossò eſtemporaneamente l’in carico,e parlando colla più sop‘rafflna elo uenza, e sodezza di ra— gione,ancorchè avesse dovuto rintuzzare [avversario Francesco Pra to,che parlato avea in favella Spagnuola’,ne riportò a suo favore siuna compiuta decisione. Queſto dir solea il noſtro autore, esser ſtato un de’ più segnalati punti di sua vita, e il primo passo alla gran fama, che andò dipoi sempreppiù acquistando., Volle il Vicerè crearlo fiscale nella Regia Udienza di Chieti, che vi an ‘dò poi verso carica ch’e liaccettòmal volentieri, e che dispiacque e ualmente aglialtriperve ersi allontanato dal foro un giovanedi rffattaesettazione. Egliperòdilàadueannivisireſti tui,'e dopo di ave 1 procacciata della gran vfama nel suo eserci zio insieme‘ con D. Michele-Pignatelli Preside -e governador delle -armióin ambedue’le‘provinciedegli'Abruzzi intempi sìmemo rabili di popolari rivoluzioni. Seguendo quelle provincie l’esem pio della capitale, quel savio Cavaliere’non trovò più abile Soggetto, che A., onde valersi in fiff‘atte circoſtanf ze a sedare ilfurore dell’insano popolaccio. Tanto nell’eseguire le incombenze del Pignatelli, quanto i nuovi ritrovati da lui, a ben riuscir nell’impresa in vari paesi tumultuati, moſtrò maisem pre una gran saviezza,ed una più che invecchiata prudenza-Chi unque volesse soddisfarsene legga la sua scrittura(ch’ io notcrò nel n. 7.) che conservasi tuttavia dall’amabile odierno Marchese di Pescopagano Sig. D. Diego A. Regio Consigliere di S. Chiara, -e del nuovo Tribunale dell’ Udienza dell’Esercito, Marina,Caſtel lidiquestaCittà,edell’Alcaida‘to,ilqualgentilmenteme lapassò nelle mani, ond’io tratte avessi lesuccennate notizie. Sa Giannone [lor. civil. del Reg”. di Napo!. edizd 723. (z) E’ norabìle, che tra i rubelli eranvi in Napoli Vincenzo, e Francesco d’Andrea di altra famiglia ignobile,e dessendo ſtatocreatodalpopoloCon figlierediS.ChiaraessoFrancesco,mandataindilañnon degliuffiziali s a m dallo flessoinsuriflo popolo, si credette da taluni, ehegil noſtro Fi -scale d' Andrea fosse stato il promosso,- qual equivoco su smentito da esso --Miehele Pignatelli'. O 4. u 1"A N.ci Sarebbe ritornato'in Napoli fin da Luglio 1648. se un ordine della Camera non l’avesse dovuto trattenere sino a Settembre dello ſtesso anno. In qual tempo ripigliò l’esercizio del noſtro foro, e sparse ditanto intalminiſtcroilgrido-disuararacapacitàed eloquenza, ch’ ebbero ad appellarlo ilcomun maeſtro,e il principe degli oratori (r).,Il Conte di Ognatte avendo, dinuovo mandato il Pignatelli nelle ſtesse Provincie, ed avendogli data la facoltà di eliggersi que’ mi niſtri.perUditori,che iùabilie dotti gli sembrassero, eglisulle rime fe'scelta del no r0 d’Andrea: ma `per quante fossero~ state e preghiere fattegli da quel Cavaliere, non volle avvedutamente interrompere altra volta il corso dell’avvocheria per non essergli, com’ e’disse,nè di utile, nè di decoro. Accaduta in Napoli quella fiera peſtilenza, sotto il governo del Conte di Castrillo, cedescrittaci da parecchi noſtri ſto rici, volle il Principe di Cassano seco condnrlo ne' suoi stati nella Calabria Citeriore. Indi cessato il contagio fatto rrtorno in N a poli, trovò quasichè tutti morti -i professori del noſtro foro. Per la scarsezza adunque di queſti, e più,per la sua 'abilità;'se gli ac crebbe ditanto il numero de’clientoli,che tempo non reſtavaglia riſtora'rsi dalle tante gravi applicazioni, asegno che incomincio ad infaſtidirsidi sua professione, e a contrarre delle varie indisposizio - uelle di Gomez e Bracati: il primo inqui q sito di capital delitto, l’altro di menomato. zelo verso del suo Sovrano. L’uomo quanto ‘era dotto, altre ttanto ancor fortunato. Egli ha a perorarle, laprima aVanti del vice-rè Cardinal d’Aragona, l’altra avanti del Visitator Casati, uom costui rigidissimo pe’diritti del suo sovrano; e nulladim`eno~ne riporto compiute vittorie, ed alla gran gloria, chevenne adacquiſtarsi consiffatti patrocini, ne, otten ne ancor delle buone' somme, che' a larga mano gli diedero i rei. Circa queſti tempi essendosene morto Diego suo‘genitore, ed avanzate più le sue indispofizroni, risolvette.‘di fare 'un viaggio per la noſtra Italia, a ffi n di ricuperare la quasi cadente dlhîi sa.-t-î- 11-Vedi il dotto Caſtelli adjeéiio”. 'ad Cart-aber” part. l. say-'l, n.34. et 35. Francesco Maradei prati:.` universal. proceflur execufi-vi cap. a. n. 64.1). 64. (z) Vedi il.P. D. Riaco:Jil giudizio `di Napoli csi/'sussidi‘ \ ni ed acciacchi sulla propria salute. ñ " f- Le prime cause, che difese dopo il ritorno dalla (Calabria, siiron passato conteggio cet., ln Perugia  in 3. e il.Ragguaglio della mirato losa protezione di Saverio ver-fit la Città e il Regno di Napoli ì nel contagio d’incertoautore,ma senzafallo Gesuita,inNapo- ii, e in Gratz. e di nua-vo Napoli.x743. inps. Parrino teatro de' Vic”) di Napoli edi-z: Vedi il noflro, autore negli avvertimenti a’suot mp0” 5. i. l. O ' '6:- AN lute. Egli girò per lo spazio di anni quattro, e luogo non vi.su j ove giugnesse,ch’ esatti non avesse i piu alti applausi esegni di ri spetto e venerazione. lo tralascio a far parola di que’ favolosi rac conti e del m o d o, 0nd’ egli viaggiato avesse per diverse parti dell’ italia; poichè ſtiam pur nella certezza d’ essersi fatto dappertutto conoscere,e dappertutto ancora esige atteſtatì diſtima ediammi razione. ln var} tribunali a preghiere de’ più grandi del. luogo, eb be a sar sentire la sua eloquenza, e donde partiva lasciava negli animi di tutti segni di affezione. Grandi furono gli onori, ch’ egli esigettc in Firenze e in Perugia, che in occasion di sua par tenza composero i Perugini la seghente raccolta intitolatas Affet ti ossequiosì delle Muse di Perugia nella Partenza d’A. Napoletano; In Perugia  in 4. Alle cantinue preghiere de’ suoi illuſtri clientoli, e dello ſtes’s’o Vicerè, come si dice, ebbe a ritornare in vqueſta Ca pitale, e ripigliare per la terza volta l’esercizio del foro. Ella è coſtante tradizione,ch’vogni qualvoltadovea perorare,radunavansi i più dotti di queſta noſtra Metropoli, e con essi gli eſteri anco ra. Il celebre Mabillon calato in italia col carattere d’Inviato del Re di Francia per visitare le noſtre bi blioteche ed -antichità,dice di averlo ascoltato non seme! in Mist fn principîs Satriani magna cum eloquentiae flumine et fulmine Perorantem, ancorchè perallora- fosse già di anni 60. Dice Pietro Giannone ch’ egli fosse stato il primo a sar risonare il nome di Cujacio,~-e di altri eruditi scrittori nelle sue aringhe. Autorità che’venne abbracciata dal Giannelli (á),e dal Grimaldi avvisando queſt’ultimo, che‘fosse ſtato il primainn-adattare delle opere del famoso'anacio. Ma sÎingannarono sull’autorità dellostes. Vedi le opere di Franc-,eseqRedi rom. 2. pag. rzt. e rom. Vedi Burner lnglese nel viaggio d’Italia, l'autore dell’epi/iol. de ”He ín/Zímendfl academ., ad Lam. Prism” Venet. 1709.7. 21. e la vita, che ne scrisse Biagio Majoli A'vitabile impressa nelle ”ire degli Arcadí ì] ~~iilvh to 1- p ' E’ troppo noto nella 'repubblica delle lettere queſto erudítislimo scrittore ~nato ‘in S. Pierremont nella Diocesi di Reims. 'ed _entrato nella Cangregazionej di S. Mauro l’afluò- tanta gloria colle sue opere. Vedi. h Cei-f. biblioteque -hi/Ìarique army”: du.Am/mm' de 'la Congregalìon a': S'.Maw., Ruinart ‘vita Mobil!. ‘ Mabillon im' Ita/ir. p. to;.‘~ - Giannone islar. civil. Giannelli editi-azione 'al figlio. Grimaldi isl_aría del/_e leggi {Magi/Ira” del Reg. di Nflp.Vedi le notizie: siam/ae degli A m d: mom', . a z-r.  z” ñ ó**Lt-ñ.: ax-   LA N 63 so nostro Francesco avendo volutodarsi un talvanto negliavverti mentiassuoiscrivendo: Iofuiil rima, che fecisentirene’no/Ìn" tribunaliil”urnedi Cujacio,e eglialtrierudiri.Ma chiunque rivolgesse inostri scrittori legali,che gli fioriron d’ innanzi, vi rat troverebbe spesso nelle opere loro i nomi'di tutti quegli autori,che surseroda Andrea Alciati fino algran Cuiacio. Se questi sivalea no nc’ loroscrittì delle autorità -di tutti que’ dotti interpreti,parte Italiani, veparte Oltramontani,come puòcredersi, cheperorando ne’ tribunali sentir non facessero anche iloro nomi. Questa gloria, chevolledarsiilnostro A., nonsapreicomescrbarcela..i Che da’ suoi tempi incominciata fosse.un epoca più felice, per un cet. tomodo introdottodalui.nelloscrivere,eadisputargliarticoli, nongià‘secondo il oco gusto de precedenti secoli, ma iustale regole della ragion civile,e delle nostre municipali leggi,e sì quel vanto che merita assolutamente il nostro autore. La storia e la cri tica, mezzi valevoli a ben intender le leggi, per quanto potè l’introdusse, -siccome'osserviamovnelle prime allega'zioni‘,ch"e’scrisse, e raccolte poi dal Moccia, e dal Staibano. e ì. - Egli s’impe nò, che.la giurisprudenza s’inse nasse anche con miglior metodo e’ erudizionc nella noſtra Univer lfà.'Si adoprò similmen te, che la cattedra di matematica si occupasse da Tommaso Cor ' nelio gran filosofo e medico’ di quel tempo, ch’egli venir fece da Roma quegliſtessoche introdussepoitranoi levopere del celebre CARTESIO, e volle-annoverarsi trai primi suoi ascoltatori. F e riſtabilire la.cattedra- di lingua greca con darsi al dot to Gregorio Messeri come anche indusse Cacace ad insegnare la rettorica, nel tempo -ſtesso ch' egli era pro fessore d’ iſtituzioni -civili, mancandovi una-tal cattedra nella Uni vcrsità degli ſtud), ch’ indi fu eretta, e conferita ad Antonio Orlan dino. Fece ancor risorgere ñl’accademia degl’Oziosi,e fu uno de’ fondatori delle accademie degli Oscuri. de’ Razzi, ‘de gl'I/zveſtiganri, e venne asgritt’o alla generale adunanza ‘d’Ar.:,..aaca ‘Osserva il mio leggitore le opeíe di Francescantonio d’Adamo, di Vince zo_ Alfani, di Domenico de Rubeis, cet-’per res’tar‘ persuaso- di quel che i è da me afferiro. -  Gio. Batìſta Manzo Marchese di Villa' iſtitui‘ una tal accademia. Vedi Capacciomisura / fiere . e d g b be il`suo principio addì 3. Maggio ne’chiolii’i di S. Maria delle Grazie... presso S. Agnello. Vedi Tommaso Coílo memoriale de’succejji del Regno p di Napo/ì, su eretta l’accademia degli Oscar!. (4) Nell’ anno ſtesso surseì'quell’ altra accademia sotto nome de’ Razzi. Quella celebre adunanza iſtituìta venne protetta da D. - Ao  ~› e cadiacolnomed i'Lariscasafl’o.Egli adunque ambiva ‘di riformare il guſto del foro. e della cattedra” e fe de’ sforzi a riuscirci.-Per quanto potè moſtrossi protettore de’ letterati, co’ quali piacevagli molto il conversare. Ebbe dell’ a micizia con Lucanconio Porzio, Luca Tozzi, Cammillo Pelle grino, Carlo Buragna, Grana-alfonso Borrelli, Nicolò Amenta, Giambatiſta Capucci, Daniel'lo Spinola, Michele Gentile e, D o menico Scutari, Pietro Lizzaldi Gesuita, Bartoli, Redi, Magliabechi, Giammario Crescimbeni, Giu seppe del Pa a, Fasano, Cornelio, Capua, e altriassaisiìmi;. Moltide quali,chescrìfferodelleope re, non lasciarono di`fargliquelle dovute lodi-nelle medesime, e parte gliele dedicarono ancora, come il Cornelio l’ opdka de eine, cumpulsione Platania:. ll Crescimbeni colmollo di lodi nella‘ifla ria del a 'volgarpmſta, e il Redi Co’ seguenti versi nel suo Bacco 6.1. AN i”Tosì‘ana:;L- -. ì ñ. E se ben Ciccio A. l Con amabile fierezza, \.ñ‘. Con terribile doleezàay, Tra gran mani d’eloquenza Nella propria mia[presenza .i` Inalzarundi‘*voeva.~9 ñ y- Il Conte di. S. Stefano Vicerè di Napoli lo relesse Giudice di Vicaria vverso e‘quì debbo notare un errore in cui sono incòrsi v,..,‘h —tutti A. Concublet Marchesed’Arena, dcflinandolapropriasuacasa.Ve di Giannone lib. 40. rap, 5. Lionardo di Capua; parer: ragion. 8. Carlo Suv sauna in Buragnae vita. Lucantonio Porzio in opnseus. de mom graùium,et ` deìorig. semi-nn. Borrelli nell’ api/i. dedie. al, suo libro da, mazionibu: naturalibus a gra-visure pendentióu:. Gl’iſtirutoti furono Cornelio, Lionardo, di Capua, il nostro d’Andrea, e il dilui germano‘ fratello Gennaro, da Reggente di Collaterale, e Delegato della giurisdizione. Gimmaelogi accademicipart.1. nell’elogiodi.PietroEmiliaGuaseo.A sti dell’ ush ed autorità della ragion civile L‘infin- Gianno neIibÌ38.mp4...[ib.40.rap.8.Staibanor. 2.resolat.185. Celano `delle notizie del bello, dell’ antico e curia/ò della Città di Napoli, x. 3. giornata V.. Fabroni 'vitae Ita/or. Ariani comment., dc chris iuriseonfl Napo!.Quel (PA-versa acido Asprino, ` ì,~~“ Che nonfl) s’è tigre/70,0 -vina, ’  EinaNapolise!-óea- p ‘ Del superi-bo Fasano in; compagnia cet. nèaltrimentiparecchi-altriscrittori. tutti coloro che ne han fatta parola avvisandosi, che il Re Carlo II.` innalzollo al grado di avvocato fiscale del Real patrimonio; qual carica essendogli troppo odiosa, commutar la volle con quella di Consigliere: ma da’libri delle discendenze del S. C. ri levasi, ch’ egli ebbe la commessa delle cause del Consiglier Ste— fano Padilla nel dì zo. e passò avvocato fiscale, e le sue cause furon commesse al Consigliere D. Pietro Messones con decreto die 6. mensir sulii. Dopo anni 9. in circa di esercizio miniſteriale,ne reſtò talmente annoiato, che rinunciar volle la toga, e cercar un pò d’ ozio filosofico, avendo menata sua vita da circa anni 50. tralle noiose cure del foro, e in una piucchè assidua applicazione. A tal fine si ritirò nella noſtra Mergellina,eproprionelladiluimasseria,checomprossi erdue. zooo. ove fin dal primo giorno assalito dalle frequenti viiredegli amici e clientoli, si avvide ben toſto, che non avrebbe soddisfat to il suo desiderio; quindi se passaggio nell’ Isola‘di Procida, lusin gandosi ch’ivi trovato avesse quel tanto suo bramato intento: ma non gli riuscì nemmeno tal sua risoluzione, frequentata venendo nel modo iſtesio la dilui abitazione da numerosa folla- di litiganti a chiedergli qualche suo savio regolamento, ed inquietato piuc~ che mai veniva dalle visite de’sav) viaggiatori Europei,che calava no nella noſtra dotta Italia per riverire un uomo, la cui fama erasi diggià sparsa per tutto l’orbe letterario. Fu coſtretto perciò por tarsi in Candela terra in Capitanata, ove venne. a morte addì IQ Settembre verso le ore z:. d- e di sua età settanta treesimo, e mesi,e non già come altri scrissero di anni.7t. Il Vescovo di.Melfi si adoprò nella miglior maniera, onde rendere gli ultimi uffizi alla sua memoriaznè mancò persona, che fatta gli avesseorazion funebre,laquale è ſtata da me lettamanoscritta,e non s0 se fosse ſtata benanche impressa. Il titolo èqueſto: In obi tu Domini Franci/ Zide A. RegiiConsiliarii,acinRegiaCa mera Fisci Petroni elegiacum carmen,et oratio nabita ab UJ.D. s0.Bapti/Za Patetta. Ora altro non resiami,che dare a’leggitori un elenco delle tante 'sue opere,ed i motivi 0nd’ ebbe a scrivere alcune delle medesime. E’ celebre nelle iſtorie la controversia mossa da’ Franzesi nell’ anno 1666. sopra il Ducato di Brabante, ed altri ſtati della Fiandra contro i Spagnuóli. Per affar sì serio vennegl’impoflo dal Vicerè D. Pietro d’Aragona. di scrivere in difesa del lor Sovrano Carlo Il. Egli l’Andrea eseguì bentoſto un tal comando, e gli presenta una sua dotta scrittura, col titolo: '. 1.Dijkrtatiode succeffione Ducatus Braáantiae. QuaMenditurmul- - Tom!. vI lam  AN lam Córislianiflîmae Reginae ad ejusdem _Dueatur la ereditata-m spem fieri;per Consuetua'inem illms pravmciae,quaefilias primi Îlori *vom: ad parenti-”n berediratem exclnsir liberi:, quam-ui: mn/?ulisorti;exsZ-Cimdo; quodea,tanquani rivarorumci-vinm propria, ni/Îil commune habent, eum sucçe zone_ Publica tori”: Principal”. Volle intanto il Vicerè, che m dllUl presenza sotto scritta l’avesse, affinchè sr'egiata del suo nome, impoſta avesse in Europa una più alta e maggiore autorità,e così manoscritta inviol la in [spagna. Ella non su mandata a ſtampa per non dar nuovo motivo a’ Franzesi di dire, che i noſtri fossero ſtati iprimi a pro vocar li al cimento, non avendo pubblicata alcuna delle scritture, ch’ in i in poi produsse-ro. M a nel mese di Maggio, come siebbe avviso,che il ñRe Criſtianiſtimo è giunto co’ suoi eserciti nelle frontiere della Fiandra, e che n"el medesimo tempo avea fatto pub blicare di suo ordine una scrittura inlingua spa nuolasi), coi titotolo: Traffado delos Deree/ms de la Reyna C riflianiflimn fi)er *vario: E/Zador dela Monarquia de Españ'a; toſtochè l’ebbe nelle mani ilVicerè D. Pietrantonio d’Aragona l’invia alnoſtro autore con ordine di rispondervi, nel mentre il re di Francia entratone’ paesi bassi avea incominciato ad usarvi tutti gli atti della ostilità. L’ Andrea vi fece la desiderata ris`poſta, e su una delle più celebri scritture, che vedute si fossero in tal occasione. Eccone il titolo: z. Ri/jdo/Za al trattato delle ragioni della Regina Cbri/liani/Iìma/b pra il Ducato del Brabante, con altri fiati della Fiandra, nella qualesidimoslral'ingin/lizia dellaguerra mossa dalRe diFran cia Per la conquisha di quelle Provincie; non o/lanti le ragioni, eee fifim pubblicate insito nome, Perla Pretesasueeeflioneafavor della Regina Cbri/lianijsima. In Napoli”;- infl Fu ripro dotta con un nuovo discorso, ed alcune lettere. Nel mentre che il noser d’A. sta mandando a stampa lasur riserita rispoſta, comparve altra conftttazione alla stessa scrittura de’Franzesi, scritta da un dotto miniſtro in franzese, ed essendone ve nuta una sola c0 ia in queſta Capitale, su da un eruditissimo mi. niſtro volta in lingua Spagnuola, e mandata di nuovo a ſtampa, e finalmente tradotta in italiano. Intanto un certo Aubery avvocato della Corte del Parlamento di Parigi diede fuori un libro: Des _ju/les Pretentions du Roi sur l’Empire.Paris. a cui si dice da Giannone, che l’Andrea data-vi aVesse altrarispoáia, e Vedi l'informazione al ieggitore di esso d'Andrea 'impressa nella risposla al` trattato delle ragioni cet. Giannone ci!. [Vedi Giannone As N 67 e'd impressa. in 4... x 3- Disputatio a” flames influida no/Zri Regnisucco-dan!, eum frati-i deeedenti non sunt eonjum‘îi ex eo latere, ande ea oàvenerunt. A d intelleéium Con/lirationis Regni m‘ de [iiceeflionibus, de sue cessionenobilium. Neap.apudParrinum,et Marian-1.in Ei la è ſtata riſtampata molte volte.. ex typogr. Simoni/ma. Avendo in queſta dilui opera consutato A. d’lfier nia, videli dopo la sua morte un certo Manieri dar fuori propugnaeulnm Winiense, come nei dicoſtui ar ticolo t'ratterò più a lungo.. 4. In un opera del Cardinal de Luca (z)trovasi una sua scrittura:sii per sèererariorum APO/Zolieorum /uP Preflione.. Consultariones in muffa sanno”. Majoratus s0. BaPti/Zae. Trovansi presso Torre. ì ó.RejÌmnsajm‘is’fli per suceeffione saltata-ia, et quando babe”; la cum, neene. Si hanno presso lo stesso Torre. Relazione de’jèr-vizj fatti nel tempo., ea’e/ercitö il Po/Zo di avvocatofi/ealenella rovineiadiAbbruzze Citra,eParticolar mente di tutto ciò‘, e e da lui si operò in ser-vizio di LM. menz tre din-arena le rivoluzioni Popolari; cominciate in Napoli .ete/Zinteneldi‘6.diAprile164.8.in Le altre sue opere rimaſte inedite,sono: Varie lezioni intorno alla filosofia delle scuole, e del moderno gu flo introdotto nell’arte difilosofare.Furonrecitaredaluinell’ac cademia degli Oziosi, e quantunque i suoi. sentimenti sembrassero flrani per allora, furon dipoi abbracciati e 'coltivati, Trattato degli atomi con varie lezioni filosofiche. Voiqarizzamento dell’erica d’Ari/Zotile. ‘ ' Difesa della filo/olio di Leonardo di Capa/t, contro l’Aletino indi— rizza/z al Principe di Feroleto. Queſt’ opera, ch’ avrebbefi dovuta mettere a luce, giacchè in essa l’autore fe pompa dei suo sapere, e varie furono le inchieſte de’letterati, non so perchè trascurato lo avessero i suoi eredi. Infatti il nofiro dotto Nicolò Amenta scrisse:non ba gnam', consomma mio piacere, e con profitiarne ‘ non (1) Alle altre scritture de’ Franzesi, non vi mancarono ‘altri dottíopposirori, che leggersi possono nel Diario Europeo rom.. e men tovate vengono dall’erudito Struvio Syntagm. [Ji/Zar.Germ. dafl'ertat. De Lucatraéi. deoffieiis.Romae1682. ' ñ.Jo. Torre traff. de susiefliom in Majoraxibmflet. Lugduni Ani/fln.1.: (4)*Idem ma‘.deprimogenitìs Italia: eap.39.5.7.e 9.ct”11.40.5.6. Lugdu- l m  Amenta nella Vita dì Lianarda di Caploa AN non poco, ho letto, e riletto: nè jb perchè il dilui fratello,il Tagguarde'vole per tanti capi, Regçente del Collateral Consiglia, Gennaro d’Andrea,non l’/7a fatto Pubblicare Per 'via delle [Zam pe, quantunque ne [/rabbia i0fatto pregare. In tretomi in foglio ella conservavasi nella celebre libreria di Valletta. ln un de’ Codici Magliabechiani in Firenze evvi una lettera- di esso Francesco de’ . con cui gli chiede notizia di var) libri, che consultar dovea per tal suo lavoro. Disror/b della nobil famiglia della Marra.,. Discor/n sopra la /uc‘reflirme di?pagna in morte quando filC-'Có’dsldel Re Carlo II d'Au/lriagia} disperatod'a-verprole.Lo scrissestando in Candela colla data’ del di Zisa/jime, ojjiano avvertimenti a’suoi nipoti, D. Gia. e D. A., per farlor divvisare, eneasoslenere la casa nella grandezza, in cuiegli,eil Reqqentesuofratellol’a'vean Palla,unicomezzo era l’avvor/;eria. Quelli avvertimenti, ch‘ egli scrive non sono stati impressi per aver incontrato l’ostacolo di alcuni personaggi, ch’ebbero a scorno il sar vedere la di loro ori gine da qualche professore del noſtro soro. Son tante però le copie a penna siſtentino in queſto nostro Regno, e fuori, ch’ è riuscito vano il loro impegno. Si vuole ch’ egli avesse compilata quella s’toria di alcune famiglie no bili del nosiro Regno, che altri però attribuiscono al Presidente Gaetano Argento.Ma imoderni noslri critici la vogliono a ragion tuttagdi esso d’ Andrea ’scorgendovi in essa un metodo tutto suo proprio, poichè l’Arge’nto quanto dotto, altrettanto un pò scarso nell’ordine delle scritture. Lasciò finalmente più volumi di allegazioni, come dice ne’ suoi avi vertimenti, mapochediqueſte sonoſtate conservatedaalcuniscrit t-ori,ed inseritenellediloroopere,come dalStaibano,Silva,Ma radei, e Sorge. ANELLO (Gabriella) mandò'a ſtampa: De judieiornm civiliflm ordinead Neapolis Tribunalium normam, necnonpro-w'nriarum, [cz-,Fumane, qua e: Curiarum infimarum Regni aélitandi i” aligui Imc minima 'varietas, advertitur,Pro Clerieorum PraHicorum in ÌBÌÌÌQEÌIti”,6tF.P.juvemsisusa, con/*cripta:bre-w,Foggiaeſtu dio/ae ju'UC’ÎIH-ls'l dieatus. ANGELIS (Baldaffarre de) dicesi giureconsulto Napoletano‘, edeb be a nascere nella decadenza come rilevafi dal ''.. le Vedi i giornali rie’letterati Venez. Sognare Vlsl. A. cet.  Smge in'sua pale/ira iuris t.z. allega:.7.   Parlando del Di Capua, Volubile, dice che vent'anni prima a Napoli è fiorita l'accademia degli Investiganti; un semplice calcolo ci riporta adunque all'anno Le parole del Volubile sono anche confermate, nello stesso luogo, da Cesare di Capua. Io credo,adunque, di non errare affermando che quest’accademia è fondata e che Buragna è tra i fondatori principali, pur non potendo, però, frequentarla a lungo, perchè alla fine di quello stesso anno dovette allontanarsi col padre da Napoli. E, del resto, l'accademia non fa che dar nome e sede ad una associazione di uomini già uniti da anni in un'intima comunanzadistudi, diintelletti,diaspirazioni.Andrea Con cublet, uomo amante degli studi e delle dotte compagnie, è il fondatore, dirò, materiale dell'accademia, a cui assicurò. Non premessa al Parere dello stesso, come da alcuni fu scritto, per la già notata confusione fra le opere di Capua. Nelle citate Lezioni la lettera del Volubile è preceduta da una prefazione di Cesare di Capua, che ci informa essere state queste Lezioni del padre suo, ancor vivente in quel tempo, recitate appunto nelle riunioni degli Investiganti; e anche il Di Capua parla della Accademia come di cosa anteriore di venti anni. Non vi può esser quindi dubbio. la vita con la sua munificenza é la sede col suo palazzo; ma,virtualmente,l'Accademia esisteva già. Fra gli Investiganti, con Capua, Cornelio, Buragna, Borelli, ed Andrea, troviamo Capucci, Pellegrino,  Caramuele, Bartoli, Porzio e qualche altro. Da Volubile sappiamo che l'Accademia aveva per impresa un cane bracco col motto lucreziano – LUCREZIO (si veda): VESTIGIA LVSTRAT; motto e impresa che ben rendono, insieme col titolo, la fi sonomia, gli scopi, gli ideali degli Investiganti. E, invero, gli Investiganti non vanno confusi con gli Addormentati, gli Insensati, con tutte quelle migliaia di in coscienti perditempo che avevano formate le tante Accademie di quel secolo. L'accademia degl’investiganti si collega direttamente a quella del cimento, fondata sette anni prima a Firenze, e ne trapianta a Napoli l'opera e le idee; essa, attraverso il Borelli e il Cornelio, mette capo a Galileo. Susanna stesso ci dice che il titolo è stato scelto appunto ad indicare come gl’investiganti si proponeno di percorrere le nuove vie filosofiche, procedendo con la ricerca e l'esperimento, simboleggiati nel cane bracco e nel motto. In mezzo ai cultori della scolastica e della casistica, Anima degli Investiganti, anche per la sua grande attività, fu Leonardo di Capua; non è però esatto dire, come il CARINI, che l'Accademia fu fondata da Capua; i contemporanei riconoscono, concordi, nel Concublet il fondatore, tanto è vero che, scomparso lui, l'Accademia morì. Così erra l'ORIGLIA, affer mando che il Vicerè Oñate favori l'Accademia degli Investiganti, perchè, come abbiamo veduto, il viceregno dell'Oñate durò  e gli Investiganti si costituirono in Accademia dieci anni dopo. Secondo il D'AFFLITTO, uno dei principali fondatori del l'Accademia e A.. Questo illustre storico che nell'apparato delle antichità di Capua iniziò la via, che poi il Muratori percorse con passo gigantesco, morì; percuil'essereilsuonon fraquellidegliInvestiganti,èuna nuova conferma di quanto fu, piùsopra, stabilito: checioèl'Accademia era già costituita che ancora abbondavano a Napoli, gli Investiganti sorgevano a rappresentare nuove idee, nuove cose e nuovi tempi; ed è perciò che è una gloria pel Nostro l'esserne stato uno dei fondatori, mentre, nello stesso tempo, è documento della sua grande cultura scientifica e della modernità del suo in telletto. Dell'influsso esercitato dagli Investiganti contro il vaneggiare della grande turba dei poetastri seguaci di Marino, abbiamo, fra le altre, una prova nelle parole dell'abate DE ANGELIS, contemporaneo, nella citata Vita di Caraccio.. Scrive Angelis. In poco conto sono in quel tempo per tutto il regno di Napoli.... la vaghezza e la purità dello scrivere italiano tenute. Per lo contrario erano intesi i componimenti di coloro che dal proprio sregolato capriccio eran dettati, con improprie metafor e ecc. Aggiunge poi che il Caraccio si tolse da questa cattiva schiera di poeti per i consigli e gli esempi degli Accademici Investijanti «uomini per universale consentimento an noverati tra i maggiori e più ce'ebri letterati dell'età presente e della passata»;efraimaggioridi siannoverail Nostro. Infatti L’Imperio vendicato di Caraccio non si può dire, in generale, infetto di cattivo gusto secentistico, al contrario di altri scritti anteriori dello stesso poeta.  Senonchè Cornelio, Capua e Buragna erano, oltre che scienziati e filosofi, uomini di lettere e gli ultimi due, insieme con qualche altro, anche poeti. E come nelle scienze, così nelle lettere, gli Investiganti rappresentano un profondo distacco da tutto ciò che è comune, anzi volgare; essi, voltando le spalle al marinismo, proclamano la necessità di una nuova poesia più conforme al buon gusto e alle patrie tradizioni poetiche. Fra gli Investiganti non c'è nessun m a rinista; essi ritornano a PETRARCA (si veda) e lo spogliano degl'lementi che vi s'eran sovrapposti e intorno eserci tano un influsso salutare, che fu da parecchi, della genera zione che sorgeva, sentito. E poichè Capua, in questo tempo,aveva per sempre abbandonate le muse,dob biamo ritenere che il Nostro, il maggior poeta fra gli Inve stiganti, in questa Accademia, in cui portò un contributo notevole di profondi studi scientifici, abbia esercitato un   preponderante influsso letterario, che corrisponde a quello esercitato dallo Schettini nell'accademia cosentina. Il nome del nostro si lega, dunque, a tutta una rivo luzione intellettuale, che abbraccia la scienza, la filosofia, la letteratura, e che certo deve essere meglio studiata e valu tata. Se avessimo le opere scientifiche e filosofiche del B u ragna, potremmo considerare tutti e tre i lati del prisma; ma non abbiamo che alcuni dei suoi versi, i quali però ba stano a dlarci testimonianza delle idealità poetiche di questa Accademia, della quale sono ifrutti migliori. Ma ci riman gono altri scritti scientifici, come quelli del Di Capua, già citati, e, con nuove ricerche, sarà possibile collocare gli I n vestiganti nell'importante posto che loro spetta, fra gli acca demici di questo secolo. Quanto durò l'Accademia ! Per meglio fissare alcune circostanze della vita del Buragna, dobbiamo cercare di ri spondere a questa domanda, almeno approssimativamente. Il Susanna scrive che la vita di questa Accademia fu breve. Nell'esaminare le rime del Buragna, meglio vedremo delinearsi questa verità. In fondo gli Investiganti sono precursori dell'Arcadia, tanto è vero, che fra essi colui che più visse, Capua, fu poi Arcade. Ma ognuno sa che vi furono due Arcadie e che la prima aveva in sè ideali poetici nobilissimi. Come al solito, le vaghe espressioni del Susanna sono malfide per stabilire una cronologia con sufficiente esattezza. Egli ci spiega come il Nostro, anche durante la sua dimora a Lecce, e cioè, come fu già detto, potesse continuare a prender parto ai lavori degli In vestiganti, tuttochè lontano da Napoli; infatti ora permesso di inviare per iscritto le proprie idee sciontifiche e filosofiche. Dice Susanna, (e cito il brano perchè getta un po' di luce sui procedimenti di quest’accademia. Licebat absentibus, ex Academiae institutis, sua mittere de PHILOSOPHICIS FILOSOFIA FILOSOFI rebus cogitata, quae recitarentur in congressu et per expo rimenta ad veritatis expenderentur trutinam. Moris quippe erat altera hebdomadae die ibi dicere quae quisque sentiret; altera, voro, insequentis heb doma da e experimentis dicta exercer e ». Susanna. Il metodo rispondeva agli scopi, ma vi era il difetto, comune a tante Accademie, anche gloriose, di voler creare una discussione che era fine a sè stessa e di cui, spesso, non v'era bisogno. e ciò ripetono coloro che ho citato; anzi il Caravelli, in un accenno, scrive. Disgraziatamente la coraggiosa ed importante Accademia morì quasi sul nascere ». D'altra parte lo stesso Susanna viene a parlare dell'Accademia soltanto a proposito del ritorno del Nostro da Lecce, dicendo che egli fu accolto dai soci festosamente e prese parte alle riunioni degli Investiganti,cheperò, dopononmolto,cessarono. E così altri contemporanei, pur notando la breve esistenza dell'Acca demia, non ci parlano di una vita addirittura effimera; anche l'opera esplicata dagli Investiganti presuppone una certa d u rata della società. E se il Nostro prese parte ai convegni in casa del Concublet e cioè dopo essersi defini tivamente stabilito a Napoli, e se, d'altra parte, l'Accademia non ebbe lunga vita, la fine degli Investiganti dovrà cadere. Ma io credo che l'Accademia abbia continuato a vivere fino a quest'ultimo anno; me ne foruisce una prova abbastanza convincente la valutazione delle cause per cui l'Accademia stessa finì. Il Susanna scrive che ciò avvenne per essere A. Concublet venuto a mancare; e così, su per giù, gli altri. Ora, tenendo legittimamente per sicure le notizie dei contemporanei, noi sappiamo che Concublet era ancora nell'Italia meridionale; in fatti appunto Borelli stampa. CARAVELLI. Però, (ed appare anche dalle parole del Volubile ), si tratta d i partenza e non di morte del Concublet, come credette il CARINI. Il Volubile non ci dà alcuna notizia sulla durata dell'Ac cademia. Qualcuno accenna ad ostilità dei Vicerè verso gli Investiganti; e, anzi, CARAVELLI, al medesimo luogo dell'op. cit., fa terminare l'esi stenza dell'Accademia per soppressione ordinata dal governo. « Fosse, scrive, invidia o sospetto, o innato spirito del male, la dottissima e tran quilla adunanza fu messa in mala voce e, dopo qualche scissura e qualche atto violento, ne fu ordinata la soppressione dall'imbestialito governo vi ceregnale ». Senonchè, per vero dire, e non per tenerezza verso l'infausto governo dei Viceré, questa notizia non risulta da alcun documento deltempo,  80   Intalmodo Buragna accresce valasuadottrinaelasua fama, ma s'avvicinava rapidamente per lui anche il momento dirinnovareildolore, giàprovatodiecianniprima;ildo lore di staccarsi ancora da tutta quella operosa vita di pen siero, da tutte le più care abitudini intellettuali e le più n o bili amicizie, per ricominciare il pellegrinaggio nella provincia. L'ora della giustizia era scoccata per Buragna, dopo lunghi dolori. Per quanto fitta fosse la tela di calunnie, di cui parla il Susanna, per quanto i Vicerè. È l'opera: De motionibus naturalibus a gravitate pendentibus. Reggio, non del tutto ignota agli studiosi. L'Accademia ci fornisce ancora una prova della impossibilità che Buragna sia rimasto a Cosenza. L'accademia verrebbe a protrarre la sua vita oltre i limiti cho le notizie di Volubile e Capua consentono.  -una sua opera scientifica, dedicandola al Concublet, parlando, anzi, nella dedica, degli Investiganti e della impor tante opera loro; ed è troppo noto il significato di queste dediche a mecenati intelligenti e generosi, perchè debba di lungarmi a dimostrare che ciò prova la presenza dello stesso Concublet a Napoli. Non si può, quindi, di molto errare fissando la durata di questa Accademia, che racchiuse la più eletta. Francesco D’Andrea. Andrea. Keywords: investiganti, salotto degl’investiganti, villa Iambrenghi, Candela, investigare, vestigio, motto: investigare, sequere, segno – segno, di sequere, non sequitur, sequitur, il cane, che tipo di cane e il meglio investigante – l’atomismo – vestigio, Boezio, vestigio, segno, nota – latinismo, Cicerone su vestigio, nota, segno, notificare, segnare, segnificare, significare, vestigare, investigare, interpretare il segno, seguere il segno, segno non sequitur, segno e consequenza, sequenza logica, segno e sequenza, etimologia di ‘vestigare’ – cfr. tedesco ‘steigen,’ anglo-sassone stagan, greco stechos --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Andrea” – The Swimming-Pool Library. Andrea.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Andria: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale – la scuola di Masafra – la scuola di Taranto – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Massafra). Filosofo tarantino. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Masafra, Tarnto, Puglia. Grice: “I like Andria; of course he brings more problems than solutions but that’s philosophy even if his philosophical credentials are obscure! “He did write a philosophical chemistry and a philosophical agriculture, but that’s because at Naples there were only two faculties: law and philosophy – he also wrote a ‘medicina filosofica’ – Grice: “Andria’s theory of life – as he calls it – osservazione generalie sulla teoria della vita’ – owes a lot to Aldini and Haller--  Mainly he elaborates and refines Haller, if you believe it – it’s all Italian to me, so it’s eccitbabilita, sensibilita, ed irritabilita. “Andria goes on to define this eccitabilita in terms of the ‘fluido elettrico’ con ‘sende nel cervello e nei nervi’ – which galvanism smacks of Aldini. Grice: “Andria classifies ‘vita vegetale’ o delle piante, and ‘vita animale’ – Note that ‘social life’ is understood by ‘eucarioti’ of higher order, in terms of reproduction (of life – hence re-productum). A fronte de' profondi misteri dell'immensa, ed eterna meccanica, colla quale l’Autor del tutto à voluto che sian le cose disposte ed ordinate, la forza dell'umano intendimen to si trova per l'ordinario talmente oppressa dalla propria picciolezza ed imbecillità, che o totalmente impossibile le riesce di penetrarvi dentro, o appena l'è concesso di conoscerne le più esterne apparenze; o pur finalmente, sembrandole di esser riuscita nel suo disegno, realmente non fa altro, che delirare e perdersi dietro la brevità e l'inezia delle sue idee.»  (N. Andria, Osservazioni generali sulla teoria della vita, 1804).Tre anni dopo la sua morte il suo nome apparve nella Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli il suo primo profilo bio-bibliografico Gennaro Terracina. Studiò nella città partenopea giurisprudenza, pubblicando nel 1769 un Discorso politico sulla servitù. Decise, poi, di proseguire i suoi studi applicandosi alla medicina. Allievo di Domenico Cotugno e Giuseppe Vairo, aprì a Napoli una scuola; concorse con Cirillo per l'ottenimento della cattedra di medicina pratica, poi conferita a quest'ultimo.  La sua attività di cattedratico, svoltasi tra Sette e Ottocento, nel contesto di un particolare periodo storico, fu principalmente di ricerca e didattica presso l'Università Regia degli Studi di Napoli, dove ricoprì vari insegnamenti dalla storia naturale, alla medicina teoretica e pratica, all'agricoltura.  Pubblicò diverse opere ad uso degli studenti di medicina ed apprezzate altresì in varie parti d'Europa.  A. prese a dettare lezioni di medicina teoretica; di patologia e di nosologia. Malato ed ormai cieco, fu congedato agli inizi del 1814, insignito del titolo di cavaliere da Gioacchino Murat (cognato di Napoleone), e il 9 dicembre morì di tifo a Napoli, dove fu seppellito nella chiesa di Santa Sofia, insieme al collega  Sementini.  A. ha subìto per più di un secolo una "congiura filosofica" perché medico e perché di Massafra, da cui gli epiteti spesso riferiti, nei pochi profili apparsi, alle sue origini provinciali; tuttavia, egli fu decano a Napoli ed ebbe amicizia e consuetudine epistolare con i nomi più noti ed importanti del panorama scientifico europeo dell'epoca. Non esistono studi sull'autore, eccezion fatta per alcuni contributi arenatisi agli anni ottanta del secolo scorso. A. fu socio fondatore e membro del Real Istituto d'Incoraggiamento e del Comitato Centrale di Vaccinazione, oltreché di molte altre Accademie italiane ed estere. A Massafra, città natale del medico filosofo, com'egli stesso si definisce, portano il suo nome ben tre vie (Via A., Lungovalle A. e Vico Casa d’A.) e una Scuola Media.  A Massafra è stato fatto un annullo filantelico speciale e una cartolina commemorativa.  Non vi è una materia in Natura che abbia per sua qualità intrinseca la vita, e meriti perciò di esser chiamata vivente. Né la vita è un fenomeno semplice, che a una sola materia appartenga, e nasca da una sola forza. Molte son le materie, e queste fra loro diversissime, che concorrono alla formazione di una macchina, in cui la vita risiede, le quali materie intanto, trovandosi separate, niuna vita producono. Osservazioni generali sulla teoria della vita. Il contesto storico in cui A. vive fa da “cerniera” ai due secoli più importanti della storia della scienza e della civiltà: il Settecento e l'Ottocento hanno “gestato” l'umanità contemporanea, provocato le guerre e portato l'uomo sulla Luna.  A. vive a Napoli, per certi versi quasi “fulcro” e “convoglio” delle principali idee e scoperte dell'epoca; la sua particolare sensibilità di scienziato di formazione filosofica lo porta ad assorbirne il carattere rivoluzionario e ad “anticipare” i tempi. La sua condizione di provinciale in-urbato, tuttavia, lo “veste” di una semplicità ed umiltà di cuore, la quale si esprime nelle lodi del creato e dell'uomo, «congegni perfettissimi» di straordinaria bellezza.  Oggi, questo significa “ri-orientare” la ricerca scientifica verso un fine che non sia l'“utile” economico (politico, militare), ma ricerca del vero e del bello nella tutela e nella salvaguardia di tutta l'umanità.  Dagli anni cinquanta dell'Ottocento la circolazione delle idee andriane (di “freno vitalistico” al meccanicismo più sterile) si arena sulla sponda di un “nuovo lido”: quel meccanicismo biologico che dell'anima e del pensiero ha fatto solo un aggregato chimico di molecole. L'eco dell'appello di A., così instancabilmente perpetrato, in ricerca come in didattica, si perde; si perde alle soglie di una svolta importante, la stessa che avrebbe prodotto la Grande Guerra, il delirio dei nazionalismi, la credenza che debba sopravvivere il più abominevole degli uomini, dove “fortezza” vale essenzialmente in-umanità, dis-umanità, non-umanità.  «Il filosofo [...] in tutto questo giro di cose, ravvisando le tracce della sapienza infinita di un Dio, è obbligato ad esclamare: quanto ammirabili, o Signore, sono le opere tue!»  (B. Vulpes, in Elementi di Chimica Filosofica). Altri saggi: “Discorso politico sulla servitù” (Napoli, Campo); “Piano di un corso di chimica pratica” (Napoli); “Trattato delle acque minerali” (Napoli: Manfredi); “Lettera sull'aria fissa” (Napoli);  “Elementi di chimica filosofica” (Napoli: Manfredi) -- Delle forze e delle materie di cui si occupa la chimica -- Del fuoco, sti che nederivano --- Delle principali combinazioni dell’ossigeno ede'composti chene risultano -- INTRODUZIONE alla Chimica – Dell’unione delle altre materie fi. nora non iscomposte, e de’ corpi,che quindisene otten -- Della cristallizzazione -- ne,edellasublimazione -- Della fusione. X zir X piùsolidi basamenti del globo terraqueo, che indi ne sorgono -- Dell'ossigenazione, et quindi della combustione e dell'atmosfera terrestre.-- Della congiunzionedelleterre,ede? --  Della soluzione. --- Degl’altri generi di combinazioni – Dell’operazioni chimiche -- Della distillazione, dell'evaporazio -- Della fermentazione, e della putrefazion. “Elementi di Fisiologia, Napoli, V. Manfredi); “Materia Medica” (Napoli, V. Manfredi, “Elementi di Medicina Teoretica” Napoli, V. Manfredi); “Istituzioni di Medicina Pratica, Napoli, V. Mandredi); “Prospetto generale dell'istituzione di agricoltura”; “Osservazioni generali sulla teoria della vita, Napoli, V. Manfredi); “Riflessioni su di un caso singolarissimo di gravidanza fuori dell'utero”; “Elementi di Medicina”. A partire da V. Cuoco, vari studi sono stati editi a proposito della Rivoluzione napoletana, la quale diede vita alla Repubblica partenopea, preparata dal triennio giacobino.  Per l'internazionalità del suo pensiero si vedano gli studi di M. A. Duca in Il pensiero scientifico d’A., Massafra, A. Dellisanti, Duca, Il pensiero scientifico d’A., Dellisanti Editore, Massafra  Melania Duca, A.: Epistolario. Lettere a Canterzani, Haller e Spallanzani, Antonio Dellisanti Editore, Massafra. Duca, A. et les origines de la psychiatrie moderne. Une contribution historiographique, in «Psychofenia», Duca, Troubles de l'alimentation, hypocondrie et mesmérisme en A., in «Psychofenia», Dedicato al filosofo A., su A.  Mondella, A., Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofi italiani  Filosofi italiani Professore Massafra Napoli. A.. A. Uno de’fenomeni più sorprendenti, che nell'immensa università delle cose continuamente si ammiran, è senza dubbio LA VITA [cf. H. P. Grice, Philosophy of Life, Zo-o-logy, Bio-logy], o sia quel l'assortimento di circostanze particolari che à luogo negl’esseri organizzati, e che decide della loro individuale esistenza. La qual cosa fa, che riesca un tal fenomeno per noi anche il più importante, non solo per l'interesse che la nostra curiosità ne prende, come d’un affare che tanto da vicino ci riguarda, ed è tutto nostro privativo; ma dippiù per l'impegno, in cui naturalmente ci dee mettere, di ravvisarne le principali molle, ed i mezzi perciò di farlo correre alla lunga, e con passi meno stentati è più sicuri. Disgraziatamente però è accaduto per conto della VITA quello che à soluto sempre avvenire trattandosi de’gran fenoineni della natura, tutte le volte che si è dall'uomo concepito l’ardito disegno di rischiararli, o d’interpetrarli in qualunque modo. A fronte de profondi misteri dell'immmensa ed eterna meccanica, colla quale  a2 l'Autor del tuto à voluto che sian le cose disposte ed ordinate, la forza dell'umano intendimento si trova per l'ordinario talmente oppressa dalla propria picciolezza ed imbecillità, che o totaliñente impossibile le riesce di penetrarvi dentro tutto si è abbandonato all’osservazione ed all'indagamento de soli fatti. Col favore di un metodo cosi servile, che è pur quello di cui la Natura si compiace, è permesso alle volte di giugnere allo scuoprimento di qualche picciola e disolata verità, la quale incanto senza l'ajuto d’altre innumerevoli, all' intendimento umano tuttavia ignotee nascoste è. tana dal render piena e perfetta ogni nostra coxposcenza. Nelle cose qui da noi rammentate; e che da ogni uomo anche di niuna esperienza son facilmente ammesse e conosciute, sembra esser contenuta la ragione, perchè nella cognizione del,  appena fes 4 1% è concesso di conoscerne le più esterne apparenze; o pur finalmente j sembrandole d’esser riuscita nel suo disegno, realmente non fa altro che delirare e perdersi dietro la brevità e l'inezia delle sue idee. Se qualche volta diversamente è avvenuto; è stato appunto, quando diffidando l'uomo di sèmedesi sempre londine  Ma pur bisogna convenire che fra le difficoltà, onde1'umana ragione trovasi continuamente inceppata, ed in mezzo delle tenebre, che l' avvolgono e rendono i passi suoi sempre vacillanti ed inceni, qualche verità di primo or 5 FENOMENO DELLA VITA tanto picciolo avvanzamena to si sia finora fatto, quanto ognun sa; non ostante l'importanza del medesimo, e la forza colla quale, come si è già osservato, à dovuto richiamar sempre a sè l'attenzione e l'indagine umana. Ne fanno testimonianza le tante cose, che in tutte l'epoche della filosofia se ne sono dette ed i tanti sistemi che se ne sono immaginati. I quali, a dire il vero, altro apparato per lo più non anno che di una pesante erus dizione, quella cioè che ordinariamente pud tro varsi nella storia delle idee e de'pensieri altrui, ricavati non dalla natura, ma dal fondo di un'im maginazione, spesse fiatę riscaldata, e mal prevenuta. E s’ammirazione qualche võlta pare che tai sistemi si abbian conciliato, ciò solo va inteso per parte di coloro, che senza conoscer l'arte ben difficile di saper non sapere, e privi perciò di ogni criterio, tutto ammettono ed in gojano, contenti della sola apparenza, o di qual che picciolo inal concertato artifizio. dine alle volte si rinviene, che una facile e gesterale osservazione fa saltare agl’occhi della maggior parte, o che gratuitamente si trova dalla provvidenza accordata per intrinseco ed essenziale appannaggio dell'umano intendimento. In una tal rubrica dee principalmente quell'assioma registrarsi di logica universale, in cui è stabili to secondo le diverse innumerevoli circostanze, che possono aver luogo nella grande, e nella minuta e sempre ugualmente sorprendente meccanica della Natura. Ne inutile è ora di osservare che una tal cosa sembra trovarsi principalmente verificata nel gran FENOMENO DELLA VITA, ove gl’uomini fin dal principio an dovuto conoscere ed ammettere una forza, che unicamente ne decide. Del che ne abbiamo un argomento non equivoco nel privilegio, col quale un tal fenomeno à solo meritato di esser nel comun linguaggio annunziato con una parola, ladi cui etimologia vien precisamente in quell'altra voce  che in Natura niun fenomeno vi sia senza una forza che lo produce, e che il principio perciò d’ogni movimento, o azione, o fenomeno che si voglia dire, in una forza consiste. Se non che questa forza medesima può esser semplice o composta, intrinseca o altronde ricercata con contenuta,che per immemorabile universal consenso altro che forza non à soluto mai indicare. Questa semplicissima osservazione, che è pur vera e grande e d’ogni ragion sostenuta, sembra la più atta a somministrare un solo punto di appoggio, onde alcuno possa spingersi in un'analisi profonda delle COSE DELLA VITA; e in tal modo potrà ben procacciarsi di che ragione, volmente contentare la sua curiosità, e, ciò che importa molto di più, soddisfare quella cocente natural sollecitudine, che ognuno à di render la propria esistenza, per quanto all'uom permesso, più durevole e meno infelice, Almeno cosi sembrando al nostro corto intendimento, prendes rem volentieri una tal traccia per ordinare l'analisi della VITA e portarla per ora tanto innanzi, quanto dalle nostre deboli forze, e dallo stato attuale delle nostre cognizioni potrà esser permesso. E mentre questo, e non altro, è ["Vita" viene da "vis", come anche "virtus", "vir", "virilitas", le quali parole tutte significano forza: o ciocchè nella forza consiste, o la contiene. Nella considerazione mo di fare, il principal segno delle nostre mife che qui ci proponia il nostro principal fine cii fare mundo veredi non andarci divagando in altre cose aliene dal medesimo, o poco atte a raggiugnerlo. Eviterem soprattutto le citazioni; ed ogni esame di opinioni diverse ed il rischio perciò di attribuir ad alcuno ciò che ad altri appartiene e di andar nuovendo picciole ed inutili gelosie. Contenti di prender dal sacro deposito della scienza ciò che al nostro bisogno potrà esser bastante, la --scerem ad ogni depositario poi la cura di riven dicar il suo, tutte le volte che lo crederà o p portuno al proprio interesse · Per noi, l'avrem certamente a singolar fortuna quando ci venisse accordata la sola scarsa lode,.che neppur a coa loro sinega,chenon potendo per naturale inet titudine alcun vantaggio recare, se ne dimostra no almeno premurosi ed invogliati. Della qual nostra buona volontà ci lusinghiamo che ottima testimonianza ce ne potrà principalmente venire da giovani che alle nostre lezioni an sempre assistito, o da chiunque altro che non isdegna di trovar tuttavia buono per il suo uso ciò che per mezzo nostro l'è potuto in qualunque modo pervenire. sarà    sarà l'assioma di sopra stabilito, dal quale si potrà per avventura losviluppo ottenere di con seguenze importanti, che disposte con metodo dalla natura istessa suggerito, ci potran forse a quel termine condurre, che formerà ora l'og geito principale di ogni nostra ricerca. Se la vita dunque in una forza consiste che continuamente si esercita bisogna necessariamente supporre attaccata ed inerente una tal forza alla macchina che VIVE, Questa qualunque facoltà che negl’esseri organizzati risiede per VIVERE, si è voluto in questi ultimi tempi eccitabilità chiamare. In vece di una tal parola, non saressimo ripugnanti, che quella ancor si usasse di VITALITÀ, e d'irritabilità universale, e di forza nervosa, o altra qualunque di simil calibro; le quali ancorchè si sia preteso che possan cose diverse designare, in ultima analisi però realmente non sono intese, che adichiarare IL PRINCIPIO GENERALE DELLA VITA considerato da diversi lati, o sotto forme diverse. Fra l'espressioni or qui accennate noi intanto riterremo la prima, si perché si trova bastante per esprimer ciò che accade, si perchè troviam un tal nome già qua si universalmente ammesso. COM  9 b >? Vi sarà anche per foi un altro motivo, quello cioè di potersi tal osserv.   lità 1  + 10 cosa in questo modo rappresentare, qual da noi si crede più opportuna, senza esser obbligati di ammetterne qualunque altra corrispondente al le altrui idee. Una definizione, che venga a tempo, toglie sempre ogni equivoco, che nel le diverse maniere di immaginare può aver luogo, ogni volta che con una sola voce sia venuto il talento di annunziarle. È un fatto costante che durante LA VITA si sentano dagl’esseri organizzati l’IMPRESSIONI, che molti agenti son capaci di farvi, ed alle quali si risponde sempre con del movimento, o con un particolar senso che si risveglia. L'eccitabilità è quella su di cui cade l'operazione di ogni natural agente. Questi agenti medesimi si an poi voluto chiamare stimoli, e il prodotto della di loro operazione eccitamento. Il quale non dichiarandosi altrimente che per mezzo del moto, e del senso, possonoben quind iqueste due cose rappresentare le forme principali del medesimo. Sembra dunque che PER LA VITA VI BISOGNI LA VITALITA O l'eccitabilità da una parte onde viene il senso ed il moto, e dall'altra il concorso de’stimoli onde l'eccitabilità o VITALITA si mette in azione. Senaza eccitabilità l'operazion de'stimoli è inutile, e niuna VITA produce, e senza stimoli l'eccitabi Tutti gli stimoli poi, per ragion della di loro intrinseca particolar naturalità non è richiamata a qualunque azione, ed alle ordinarie forine d’eccitamento si sono divisi in esterni, ed interni. Nella classe de primi l'aria va messa, ed il calorico, e la luce, ed il cibo, ed il sangue, ed ogni altra material cosa, quam li da noi si sono considerate sempre come gli stiamoli DELLA VITA, e con tal frase le abbiamo anche indicate tutte le volte che ci è toccato d'interpetrarle. Di questi stimoli intanto mentre che gl’esterni molte volte bastano a risvegliare un giro di eccitamento e di vira comune niera di operare, e diversa ma a tutti gl’esseri organizzati, non bastano poi senza il concorso degl’interni a costituire una VITA perfetta, com’è quella dell'uomo, fra tutti gl’altri esseri che VIVONO il primo certamente ed il più nobile. Gl’organ può operare. Per interni al contrario s'intendono i movimenti dell'animo – PRINCIPIO DI VITA! -- e quindi ogni morale azione, che non lascia pur in una maniera dichiarata di rimbombare sugl’organi del corpo, Corrisponde tutto ciò perfettamente a quello, che gl’antichi delle sei cose, comunemente dettenon naturali, intendeno, le che fisicamente su Quando l'affare è precisamente considerato me' termi oi finora proposti, niuna conseguenza puo dedursi onde favorir dichiaratamente lo stato attivo, o passivo della VITA. Ogni quistione divienne perciò inutile, ed è dissipato similmente lo scandalo che alcuna dell’opinioni accennate potrebbe recare a chi non ama occuparsi delle cose profondamente. Trattandosi di opposti, facilmente possono diuna medesima cosa intendersi, quando questa si consideri sotto i vari suoi aspetti, o in circostanze diverse. LA VITA a senso nostro può ben rappresentare uno stato passivo guardata per un lato, e nel tempo stesso uno stato pienamente attivo guardata per 1'altro. L'eccitabilità, o sia il germe immediato della VITA relativamente ai stimoli de’quali nulla può valere, è assolutamente passiva. Ma addiviene di botto attiva dietro l'azione de' stimoli medesimi, ricavando dal suo proprio fondo quell'energia ed attività, che spiega nell’eccitamento. Si potrebbe da alcuno chiamar: re-azione quella dell'eccitabilità. Ma questa re-azione medesima non è a buon conto che una lità dunque è passiva relativamente ai stimoli, vera azione qualunque abbia potuto essere il motivo, ed il modo di risvegliarsi. L'eccitabi  senza, atti attiva relativamente all’eccitamento ed a tutto il resto che ne può venire. Con una tale interpetrazione possono dunque benissimo restar conciliate le due idee opposte, le quali si trovano ugualmente vere, allogandosi ognuna nella sua propria nicchia. Nè convienne dimenticarsi in questa spezie d'indagine che non essendovi azione in Natura, che non sia il prodotto di un'altra, per l'intelligenza della prima basta conoscere ed ammettere quella, che inimediatainente la precede, e ne forma perciò la cagione immediata. Perchè altrimente per uscir d’imbarazzo, e finirla presto, Essendo una verità di fatto l' eccitabilità; ossia la facoltà che à la macchina VIVENTE di e muoversi, non lo è meno il doversi quella trovar sempre inerente alla maça si potrebbe da principio ricorrere alla suprema volontà dell'autor del tutto – il GENITORE di H. P. Grice --  ove senza contrasto alcuno incomincia la serie alterna di cagioni e d’effetti, chel'immensa catena rinchiude delle cose del mondo. Ma in tal modo bisogna pur convenire che invece di sciogliere il nodo non si fa altro cheru vidamente tagliarlo, e distruggere così ogni filo, nel quale è unicamente raccapezzato l'ordine delle cose poter sentire chig di ravvisarvi distintamente l'uomo os e l'uomo arterioso, e l'uomo muscolare ed il nervoso, china suddetta in tutto il corso della VITA. a tutti i peza non che può nascere il dubbio, che una tal facoltà risiegga ugualmente applicata a tutti i zi della macchina VIVENTE, o pure alcuno vene sia onde si propaghi, e venga agl’altri comunicata. Vi sono de’fisiologi che nella costituzione della macchina ANIMALE (LIZIO zoon – zoologia, biologia – psyche --) vi ravvisano tante parti, che con un singolar andamento dimostra no di esser molto fra loro diverse Se, quantunque poi tutte intese alla formazione di quelli uno, che l'intera macchina rappresenta e cosi di tutto il resto. Corrisponde tutto questo apparato di nuove parole, o per Si an voluto insignire col nome particolare di sistemi, ed è quindi insorto il sistema irrigatore, il sistema assorbente, il nervoso, il muscolare, il cellulare, e ogni qualunque altro che il bisogno puo richiedere. Vi è stato chi segnando con maggior precisione i contini diversi di cotai sistemi, per rilevare in tal modo l’insigne differenza che fra i medesimi sembra passare, e la gran parte che ciascuno di essi nella costituzione del corpo prende, non à avuto difficoltà nella considerazione, che à voluto fare della macchina umana seo, Noi intanto non sapressimo cosi facilmente intendere quanto la particolar considerazione de' pezzi della macchina ANIMALE, principalmente diversi fra loro per la diversità delle forme, o di altre circostanze non essenziali alla particolar natura della di loro pasta originale, possa contribuire a far ravvisare l'eccitabilità nel suo unico e vero e general aspetto. Sembra la medesima esser qualche cosa di cale importanza, alle forme, o a daltre minori circostanze appartenga, ma bensi direttamente alla pasta già ram  e per dir meglio di parole usate con nuova regola, a ciò che da altri con tuono più semplice ed iun gusto più antico ma nel fondo significante lo stesso, si è derto sostanza cellulare vasi,  e nervi, e muscoli, e ossa nel farne la particolare storia, e stabilire colla medesima i fondamenti della fisiologia. Prima di passare ad altri argomenti non è superfluo soggiugner anche qualchecosa sul flo gisto, affinchè in tal modo i principianti s'istruisca no di una dottrina, la quale ne'tempi precedenti ha avutotanto luogo in tutte le teorie chimiche. È anzi a tutti noto di essersi introdotto qua si universalmente l'uso di questa vocabolo ancora nelle altre Scienze. I Chimici, dopo di Sthal, pretendeno generalmente che dovesse  X 68 X in   X 69 X intendersi per FLOGISTO (GRICE, ACTIONS AND EVENTS) quella talcosa, che atacaccandosi a'corpi producesse in qualunque modo il principio della loro infiammabilità. si altri. bui vano in oltre al medesimo moltissimi altri fenomeni. Siccome nella combustione si raduna una grandissima quantità di fuoco, di cui prima non eravi alcun vestigio, cosi Sthal sorpetto che in questa operazione si sprigionasse quel fuoco, il quale trovavasi nascosto nel corpo infiammabile. Questo fuoco nascosto in modo da non dar SEGNO della sua presenza costituiva il FLOGISTO. E quindi si ravvisaa primo colpo d'occhio, che il FLOGISTO è indentico col calorico aderente. Ma la natura de’fenomeni richiede che quello com stituisse un ente di suo genere, trasfersisi tutto intero da uno in un altro corpo. Quindi bisogna immaginare una materia, o sia una base, alla quale il fuoco, o sia il calorico, si attacca ed in certo modo addivenisse fisso, cosi composto acquistasse un'adesione colle para ti de’corpi infiammabili. Nella prima edizione di queste nostre istruzioni ci siamo industriati di esporre questa teoria, sostenendola con tutte le nostre forze; e per lo spazio di quasi cinque lustri ce ne siamo serviti nel rischiarare tutti gl’argomenti chimici. Ed in vero colla sua applicazione vedevamo che i fenomeni non restavano spiegati con molta infelicità. Questo è stato ancora conosciuto da ruta ti i chimici di gran nome, che fiorirono dopo di Sthal, onde LA TEORIA DEL FLOGISTO (GRICE) si è qua puo  affinchè E3 si >   X 70 X siresa universale fino a’tempi presenti. Non può negarsi però, che non mai il FLOGISTO cosi inimaginato si abbia potuto apertamente diinostrare; e dal fin qui detto si deduce la sua ipotetica composizione. Ciò non ostante è una teoria comoda, ed ha il suo luogo per mancanza di una migliore. Il progresso però della chimica pneumatica, il quale a tempi nostri è addivenuto grandissimo, non solo l'haresa sempre più dubbia, ed inetta alla spiegazione de’fenomeni; ma (quello che magiormente importa ) ne le ha sostituita un'altra meno ipotetica, e più corri spondente ai fenomeni. Egli è vero, che i fautori dell'antica teoria fanno grandissimi sforzi per conciliare tutte le nuove teorie col FLOGISTO; ma ora senza difficoltà può dimostrarsi che questi sforzi sono infelici, come bisognosi sempre di nuove finzioni, o di false in terpretazioni. Francesco Nicola Maria Andria. Andria. Keywords: chimica filosofica, implicatura bio-chimica, biologia filosofica, teoria della vita, vita, virtu, virilita – l’implicatura flogistica – Grice: what science? Palmistry? What deliverance? Phlogiston theory? Rhetorical questions: he means No and No. Or non rhetorical and they are formidable obstacles to his constructive realism about which he could care less!--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Andria” – The Swimming-Pool Library. Andria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Angeli: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale – la scuola di Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “I like Angeli – I’m glad he dropped the ‘degl’angeli” – but then I would because he is into the infinite (insert infinity symbol here) as so am I – mainly in my elucidation of that Anglo-Saxonism of Indo-European origin (Latin, ‘mentatum,’ ‘mentitum,’ ‘mentitura,’ dicitura) – ‘mean’ – I refer to a self-referential clause to solve the problem, but then I also refer to Plato on geometry and the idea of a ‘de facto’ versus ‘de iure’ instantiation of a ‘regressus ad infinitum’ – So Angeli is bound to charm me!” Frate dell'Ordine dei gesuati, con la soppressione dell'ordine voluta da Clemente IX divenne prete secolare. Fedele allievo Cavalieri, insegna a Padova. E l'unica voce autorevole che continua a difendere la teoria degl’infinitesimi, in palese conflitto con i gesuiti.  Si dedica allo studio della geometria, continuando le ricerche di Cavalieri eTorricelli. Passa quindi alla meccanica, su cui spesso si trova in conflitto con Borelli e con Riccioli.  Altri saggi: “Della gravità dell'aria e fluidi, esercitata principalmente nei loro omogenei” (Padova, Cadorin); “Problemata geometrica sexaginta” (Venezia, La Noù); “De infinitorum spiralium spatiorum mensural” (Venezia, La Noù); “Accessionis ad steriometriam, et mecanicam” (Venezia, Noù); “De infinitis parabolis, de infinitisque solidis ex variis rotationibus ipsarum, partiumque earundem genitis” (Venezia, Noù); “Miscellaneum geometricum” (Venezia, Noù). Note  Fonte: M. Gliozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in.  Gliozzi, A., Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. in Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni, Andersen, "Cavalieri's method of indivisibles." Arch. Hist. Exact Sci. A. MacTutor, St Andrews, Scotland.  Opere di A. openMLOL, Horizons Unlimited srl.  Magrini, Sulla vita e sulle opere d’A., matematico Veneziano memoria di Magrini, letta all'Ateneo Veneto, Estratta dal Giornale Arcadico; Tip. delle belle arti, Filosofia Matematica  Matematica Categorie: Matematici italiani del XVII secoloFilosofi italiani Professore Morti Venezia Padova. Stefano d'Angeli, veneziano, lettore nello studio di Padova, provinciale veneto della sua religione de' gesuati, che fu soppressa, e discepolo di Cavalieri, di cui scrive, 'Herculem geometricum alterum Bonaventuram sc. Cavalerium, cui devotione i habitu sui conjunitillimus eiusque sub disciplinis tyrocinium in geometria ad novem dumtaxatmenses, ipso a vivis mei mortali angore, qui tunc ad eram, o geometrarum omnium luctus, aciactura sublatum, posui auspican tillinum, orc: Siren de celebre Cavalieri colle molte opere, che manda alla luce, e spezialmente per la sua geometria degl'indivisibili, l'origine della utilissima analisi degl'infinitamente piccoli, come Itall'oinne fanno menzione i Chi ariss. Giornalisti. Ma sono opere d’A: "Problemata", "De infinitis parabolis", "Miscellaneum hyperbolicum, o parabolicum"; "Miscellaneum geometricum", "De infinitorum spiralium spatiorum mensura". Le Considerazioni sopra la forza di alcune ragioni Fisico-matematiche addotte da Riccioli nella sua "Astronomia Riformata" *contro il sistema copernicano*; le seconde *contro il moto diurno della terra piegato da Manfredi nelle risposte alle prime riflessioni di Stefano de Angeli; le terze e le quarte sopra la lettura di Borelli sopra la confermazione di una sentenza dello stesso prodotta da Zerilli, ecc; "Della gravità dell'aria, e de'audi"; "Dialoghi due";ed altri tre gli stampo.  The concept of infinitesimal was beset by controversy from its beginnings. The idea makes an early appearance in the mathematics of the Greek atomist philosopher Democritus, only to be banished by Eudoxus in what was to become official “Euclidean” mathematics. We have noted their reappearance as indivisibles in the sixteenth and seventeenth centuries: in this form they were systematically employed by Kepler, Galileo's student Cavalieri, the Bernoulli clan, and a number of other mathematicians. It was Galileo's pupil and colleague Cavalieri who refines the use of indivisibles into a reliable mathematical tool (Boyer); indeed the method of indivisibles remains associated with his name to the present day. Cavalieri nowhere explains precisely what he understands by the word “indivisible”, but it is apparent that he conceived of a surface as composed of a multitude of equispaced parallel lines and of a volume as composed of equispaced parallel planes, these being termed the indivisibles of the surface and the volume respectively. While Cavalieri recognized that these “multitudes” of indivisibles must be unboundedly large, indeed was prepared to regard them as being actually infinite, he avoided following Galileo into ensnarement in the coils of infinity by grasping that, for the “method of indivisibles” to work, the precise “number” of indivisibles involved did not matter. Indeed, the essence of Cavalieri's method was the establishing of a correspondence between the indivisibles of two “similar” configurations, and in the cases Cavalieri considers it is evident that the correspondence is suggested on solely geometric grounds, rendering it quite independent of number. The very statement of Cavalieri's principle embodies this idea: if plane figures are included between a pair of parallel lines, and if their intercepts on any line parallel to the including lines are in a fixed ratio, then the areas of the figures are in the same ratio. An analogous principle holds for solids. Cavalieri's method is in essence that of reduction of dimension: solids are reduced to planes with comparable areas and planes to lines with comparable lengths. While this method suffices for the computation of areas or volumes, it cannot be applied to rectify curves, since the reduction in this case would be to points, and no meaning can be attached to the “ratio” of two points. For rectification a curve has, it was later realized, to be regarded as the sum, not of indivisibles, that is, points, but rather of infinitesimal straight lines, its microsegments.  La prima opera alquanto diffusa, ch'egli c o m pose e pubblicò in Venezia, ha per titolo: Problemata geometrica sexaginta circa conos, sphae ras, superficies conicas,sphaericasque praecipue ver santia. In questo volume sono svolte con tutto il rigore della scuola dottrine,che in tali materie fan no continuazione a quelle di Archimede e di Apollonio Pergeo. Frequentissime occasioni gli si pre sentano di usare la teoria degl'indivisibili,e fra que ste è la tesi,dove dimostra che il conoide parabo lico è la metà del cilindro ad esso circoscritto. Il grande Newton nella sua Arithmetica Universalis si occupa anch'egli a lungo di questa propor zione, perchè la prende come suo tipo ad insegnare la maniera, con cui l'analisi algebrica debba asse starsi alla risoluzione delle questioni geometriche; ed è in questo luogo ch'egli stabilisce le regole, che poi servirono a tutti gli analisti di norma in così fatti esercizii. L'inglese geometra, dopo tutte le opportune considerazioni, arriva a darci  riphaeria subtendatur ab ipsis. pe per satemi il termine, confermò ed ampliò con più s o lenne espressione nella molto profonda sua opera di recente pubblicazione, che versa sui Porismi di Euclide. E d eccovi esperte tutte le riflessioni che m'indussero e m ' incoraggiarono a passare a rasse gna i lavori dell'uorno che mi proposi oggi di farvi ricordato. In mezzo ai tanti curiosi problemi di questo li bro trovai degno di menzione quello così annunziato: Datis tribus lineis invenire semicirculum cuius risoluzione del problema una equazione del terzo la   Quello che alcun poco potè turbarmi nell'esame di questa opera si fu la qualche importanza, che il nostro A. sembra attribuire al così detto paradosso geometrico, perchè abbagliò lo stesso GALILEI (si veda), ed è che il centro di un cerchio è eguale alla sua circonferenza. Questo giuoco di parole,che come vedesi non presenta alcun senso se non as surdo, era un fatale intoppo nel quale si urtava quasi sempre nell' uso del calcolo degl' indivisibili, ed eccovene l'origine.  ! 20 grado,dicui,come è notissimo,non puòfarsila co struzione se non per mezzo delle coniche sezioni. La sola riga ed il compasso non possono qui essere usate allo scopo, se non nel caso, in cui due delle date rette sieno eguali,poichè in allora l'equazione cubica può comodamente venire abbassata al grado secondo. A. scioglie i due casi, senza la face dell'algebra,che allora non era accesa,l'uno per locum planum, secondo illinguaggio scolastico, e l'altro per locum solidum. Le sue costruzioni sono elegantissime,e mostrano chiaro che istintivamente anche gli antichi avevano un -segreto oracolo di analisi, che domesticamento consultavano,ma non fa cevano vedere al volgo. Vi risovvenga, o Signori, di quei due solidi d e scritti da me poco fa, cioè di un emisfero e di un cilindro incavato da un cono rovescio,cilindro che lo circonda, dei quali così facilmente si appalesa. l'equivalenza. Or bene: questa equivalenza si de duce col provare, che tagliati dovunque idue corpi con un medesimo piano segante parallelo.colla base comune d'entrambi, il circolo nato nell'emisfero   eguaglia a puntino la zona circolare spettante al cilindro incavato. E siccome ciò ha luogo per ogni piano segante immaginabile, dicevasi con molta fretta che ciò doveva effettuarsi anche nel piano tangente alla sommità della superficie sferica; il che, come si vede, presentava da una parte un centro (cioè il punto di contatto) e dall'altra una circonferenza, cioè lo spigolo nudo del cilindro terminato; dunque per la presa analogia,il centro, cioè quel punto di contatto, doveva essere eguale a quella circonfe renza. Noi lo accorderemo di buona voglia, se sono così teneri di questa inezia, poichè sotto il riguardo di superficie (e qui si tratta di superficie soltanto) così il centro come la circonferenza si possono egua gliare,perchè sono entrambi eguali a zero; ma que sto strano vaniloquio non può insorgere a pretesa, se non in quei casi speciali, ove si richiama ad uno stato anteriore di rapporto, e non può certo aver modo di entrare quando sitrattassediun qua lunque cerchio isolato in un piano. Bastava riflet tere che il ragionamento dimostrativo non era ri volto che a' piani seganti; dunque il piano tangente non v'entrava se non ad indicare il limite dove il rapporto di eguaglianza andava a cessare.La man canza di un linguaggio ben formato, e che ci fu dopo dalla teoria dei limiti perfezionato, impedì forse la spiegazione chiara del sofisma per parte Questa menda del nostro autoreriflessa sopradi lui dallo splendore di un gran nome,è a dismisura cancellata dai tanti lavori di gran lena ch'ei porse nel seguito. Tale è il suo Miscellaneum hyperbolicum  21 di tri cotanto valenti e degnissimi di rispetto. geome   dedicato agli Illustrissimi Cinquanta del Senato di Bologna in contrasegno di gratitudine per quella illustre città; nella quale sua opera tratta profondamente dei centri di gra vità dell'iperbola, delle sue parti e di alcuni so lidi, dei quali nessuno fino allora aveva parlato. Insegna a quadrare la parabola in doppia manie ra ed a guidare le tangenti a tutta la famiglia pa rabolica. Sulla parabola inoltre e sui co noidi di essa risolve curiosi problemi spettanti ai massimi, inscrit tibili ed ai minimi circoscrivibili. In questo suo li bro l'autore ambisce di pretendere alla priorità sul la Faille e sul Guldino medesimo, il quale nella rinomata sua opera Centro -barica, così confessa la sua mancanza in questo proposito: deest hoc loco hyperbolae ejusque partium centri gravitatis investi gatio. L'opera uscita dalla sua penna nel 1660 è m e ritevole di ricordanza,tanto per la persona alla quale viene dedicata, quanto e molto più per la materia che l'autore vi ha svolta. È stato umiliato quel lavoro all'eminentissimo cardinale Gregorio Barbarigo, Patrizio Veneto, ve scovo allora di Bergamo, e che in seguito, come tutti sanno, fu vescovo di Padova e morì l'anno medesimo della morte del nostro A., ed il quale vescovo fu poi annoverato fra i beati dal suo concittadino Carlo Rezzonico,Papa sotto il nome di Clemente XIII. La dedica, o Si gnori, era degnissima,poichè sappiamo dalla storia della vita del Barbarigo.ch'egli era dottissimo nelle cose matematiche, e per ciò sembra che a buon di Parlando della materia del trattato,che s'intitola De infinitorum spiralium spatiorum mensura, ella valse a collocarlo in un gran posto fra i geo metri del suo tempo: e quel soggetto fu poi anche ampliato coll'aggiunta ch'ei vifeced'un altro trat tato, detto De spiralibus inversis, stampato in Padova. Fine a quell'epoca gli antichi a v e vano assai beve conosciuto ed usato le proprietà, gli spazi, le tangenti della Spirale di Conone o di Archimede,ma di poco o nullasieravarcatoque sto termine. Il degli Angeli ci racconta egli stesso di essere stato parecchie volte stimolato a scandagliare più a fondo in questo mare,quando trovavasi in Roma. E quelli che così eccitavanlo erano un Michelangelo Ricci,da lui chiamato il Corifeo degl'italiani geometri, al che fece eco pienamente anche il Montu cla; poi un Francesco Slusio, riputato geometra fran cese, ed infine un matematico inglese di fama, Albio. Essendo egli allora troppo giovane ri cusò di affrontare cotali gravi ricerche, confessando modestamente il carico non trovarsi adattato agli omeri suoi. Ma più tardi,essendo in Venezia, e ri svegliatosi in lui colle nuove forze acquistate a n che il coraggio, intraprese lo studio delle infinite specie di spirali, e fu allora riverito per la novità dell'argomento e per la profondità della trattazione. Dopo di lui altri valenti coltivarono questo campo e lo trovarono ancora fecondo. Se non che la glo ria di esaurire in tutta la sua estensione un tale argomento era riservata al più moderno chiarissimo  23 ritto e senza lusinghe il degli Angeli lo invocasse col nome di Geometrarum Mecenas peritissimus.   matematico Varignon,inuna bellissimasua memoria, citata spesso e spesso indicata a modello ai giovani studiosi, la quale si trova inserita nelle Memorie dell'Accademia delle Scienze di Parigi. Tuttavolta a non iscemare di un punto il merito del Veneziano,tornaopportuno ilriflettere che quella Memoria straniera comparve anni più tardi, e di quegli anni di abbondanza, nei quali ľ analisi ardita aveva tanta sua ala distesa. Copiusi problemi di tutte le specie riguardanti le aree delle figure piane ed i volumi dei solidi non che i loro centri di gravità, si contengono tanto nella seconda parte di questo libro delle Coclee, quanto nel Miscellaneum Geometricum prodotto nel  24 Alle ora accennate due opere va unita per merito d'interessanti investigazioni quella del De infinitarum Cochlearum mensuris ac centris gra vitatis, dedicata a Leopoldo II dei Medici, granduca di Toscana, quegli sotto i cui validiauspiciisi for m ò e crebbe l'Accademia del Cimento. In questo dotto lavoro descrive la forma delle infinite coclee sìstrette esìallargate, chesigeneranopermezzo di triangoli, di rettangoli, di semicerchi,ed altre fi gure piane scorrenti con duplice moto, l'uno circo lare e l'altro progressivo, con diverso rapporto di velocità; ed assegna col metodo degl'indivisibili i volumi di questi solidi strani ed apparentemente intrattabili. Si propone in tale memoria l'autore di continuare e di estendere la strada tracciata ed i n cominciata assai pregevolmente dal Torricelli, m a ehe questo celebre uomo per cagione di morte la sciava ad altri da percorrere.   quanto ancora nell'opera pubblicata nell'anno primo in cui era entrato nella Patavina Università e che si intitola: Accessio ad Ste reometriam et Mechanicam in qua traduntur mensurae et centra gravitatis quamplurium solidorum.  Idea un nuovo genere d'in vestigazioni nell'opera intitolata de Superficie Ungulae, a cui si unisce una seconda parte, che tratta de quartis liliorum parabolicorum et cycloidalium. Ciò che porgesse a lui il destro di mettersi a trat tare questi argomenti lo racconta egli nella sua pre fazione. E comparso in Roma un opuscolo de cycloide et de figura sinuum, che vantava per autore un Onorato Fabri Gesuita, sotto il pseudonimo di Antimo Fabio: il buon A. s'invaghì di quest'opera ed indovinò che nella figura dei seni ivi celebrata latitabat non spernendum geometricum mysterium. E svelò a quanto pare pel primo ilmistero,dicendo che quella curva che noi chiamiamo sinusoide, altro non era che la sezione obbliqua d'un cilindro tagliato diagonalmente con un piano condotto pel raggio del quadrante base e sviluppata in un piano. Quantunque quell'Onorato Fabri non sia un nome molto onorato nella storia della scienza, poichè fu quest'uomo mai sempre av verso al GALILEI (si veda) e combattè ostinatamente tutte le belle scoperte dei giorni suoi, ilnostro matematico fa di lui qualche caso rispetto al citato libretto. Per altro è facile indovinare ch' ei lo faceva con una piccola dose di spirito di partito, giacchè sco priva nel Fabri un grande settátore del metodo del Cavalieri. E tanto anzi Fabri lo usava con in] Quell'opuscolo per tanto del Fabri diede occa sione ad A. di combinare problemi di tutte le specie intorno alle unghie cilindriche,ai loro cen tri di gravità, ai solidi da esse con varia maniera di movimento ingenerati. Raddoppiata la superficie svolta in piano dell'unghia cilindrica in tre modi diversi, egli costruisce una simmetrica figura, ch'ei chiama un giglio ungulare, dal quale poi altri gigli germogliano con altri ideati movimenti, e di tutta questa fantastica famiglia di figure aventi tutte per elemento l'unghia cilindrica, valuta secon do il solido le aree, i punti di equilibrio, i vari conoidi derivanti da quelle: e le stesse combinazioni, e gli stessi oggetti si propone nei suoi studi sulla semicicloide. Queste descritte, ed altre molte di eguale va lore, sono le opere geometriche del professore A., opere il dobbiamo pur dire con ricresci m ento, le quali al pari di quelle di altri illustri suoi contemporanei non vengono più lette. La ragione di questo abbandono non è a mio credere soltanto il Fu quel secolo uno dei più brillanti e privile giati,sì per la moltitudine degli uomini di genio su periore, e si per la grandezza dei trovati. Sembra che la natura abbia voluto in quei giorni di deca  temperanza,che ilnostro autore a suo riguardo così si esprime: ut ad indivisibilium arenam percurrendam fraeno potius quam calcaribus indigere videatur. progresso della scienza ed il lasso del tempo, che corre da quelli a'nostri anni, poichè le verità m a tematiche non sono soggette aprescrizione di tempo; la causa più vera e profondamente morale.] denza delle lettere mostrare quanto ella era capace di produrre per largo compenso alla dignità del l'uomo. L'Italia prima del sapere maestra, dopo la barbarie dell'età di mezzo diede in questo se colo potentissimi e rinomati ingegni,un Luca Vale rio, un Galileo, un Torricelli, un Viviani, un Cavalieri,un Pucci e moltissimi altri.Ma l'Europa produceva in quel tempo in altri climi il Nepero inventore del nuovo calcolo logaritmico, il Guldino scopritore di un nuovo cammino nello studio delle curve, il Keplero che tutti sanno, il Roberval; poi Pascal, Cartesio, Newton; poi Huygens e la portentosa famiglia dei Bernouilli, e quel mira colo del Leibnizio, di cui tante si onora l'umano intelletto. E come la comunione espansiva di que ste straniere intelligenze fece salire a passi gigan teschi il sapere e lo unificava, è ben da credere che il tributo, che a questo cumulo di ricchezza l'Italia poteva recare, avrebbe certo accresciuto il tesoro della scienza o di molto accelerato ilsuo an damento nella matematica pura, come l'Accademia del Cimento fece già a pro' delle naturali scienze. Ma gl'italiani, rispettate alcune eccezioni,si tene vano in disparte nel purismo sintetico, ed offerivano solitari sagrifizi alla greca sapienza, benchè con at tività e maestria nuove ricchezze portassero a que gli altari ed a quei templi vetusti.E mentre sde gnavano di dare ad altri la mano nella grande in vestigazione della verità, ebbero talvolta a provare qualche umiliante disinganno;come avvenne fra gli altri al Viviani nel suo vantato Ænigma geometri eum, che ben presto fu spiegato in più modi ed in più luoghi dagli oltramontani analisti. Attenutisi troppo scrupolosamente al linguaggio ed alle forma lità degli antichi, e non avendo voluto adottare quel calcolo algebrico, che tanto facilitava agli altri le dotte ricerche, si vennero a chiudere le porte per arrivare fino ai nepoti, e non rimasero le faticose ed ottime loro opere che come venerabili m o n u manti di storica scienza, che visitati non vengono se non da pochi pazienti eruditi. Mi si perdoni questa digressione, che per in tendimento aveva di mettere le produzioni del mio encomiato A. nell'aspetto sotto il quale è lecito oggi di riguardarle, e passiamo a par lare delle polemiche sue scritture.  28 È notissima nella storia della scienza la lunga lotta, che si riscaldò fra lui e Riccioli Gesuita, uomo rispettabilissimo per la multiforme sua dottrina letteraria e scientifica, e so prattutto riputatissimo astronomo.Questo dotto pro fessore, che in compagnia del P. Grimaldi suo al lievo, giovò non poco colle sue esperienze a conser mare le leggi dei gravi cadenti scoperte dal fioren tino Filosofo, ebbe poi a macchiare inescusabilmen te il suo nome coll'essere divenuto uno dei più pertinaci combattenti, che mai facesse battaglia al grande Italiano sulla sua tesi del moto diurno della Terra. Ma il sapiente Riccioli non si teneva contento ai soliti plateali sofismi stiracchiati fuori dalle sagre carte dagl'ignoranti; egli invece si sbracciò a con trastare in sul serio quel movimento del globo con argomenti fisico -matematici. Oltre alla tante volte addotta difficoltà di concepire la rotazione della terra   a cagione della forza centrifuga, che dovrebbe ge nerarsi, a detta degli avversarii, in tutti i corpi terrestri nel moto circolare diurno,per cui la massa del globo ben presto verrebbe disfatta, argomento che si abbatte colla dimostrazione consueta che la velocità della terra dovrebbe essere 17 volte m a g giore dell'attuale perchè la forza centrifuga potesse eguagliare soltanto la gravità dei corpi, il Padre Riccioli aveva coniato un argomento fisico-matematico tutto di suo gusto,al quale credeva che nes sun uomo di scienza potesse rispondere. Immaginatevi, ei diceva, che un grave siasi la sciato cadere dalla cima di una torreelevata,tanto che il corpo debba impiegare p. es. cinque minuti secondi per battere il suolo nella caduta. Dividendo quest'altezza in cinque parti nel rapporto dei tempi parzialidiquesta caduta con moto uniformemente ac celerato,cioè 1, 3, 5, 7, 9, figuratevi che il grave abbia ricevuto l'impulso da occidente in oriente a principio, c o m e voi pretendete, e troverete naturale ch'esso debba descrivere una curva. Ora il calcolo mi dimostra che le parti od archi di questa traiet toria rispondenti ai varii tempi summentovati sono pressochè eguali. Laonde le velocità del Il professore A. nell'anno 1663, quando  29 questi varii tempi, rappresentate da quegli archi, dovranno essere eguali,cioè nell'ultimo tempo come nel primo; dunque il corpo cadente dovrebbe bat tere la terra colla stessa forza come nel primo i stante così anche nell'ultimo, lo che è contrario all'esperienza, e perciò questo vostro sognato moto della terra non può esistere. in corpo   già da sei anni si trovava all'Università di Padova, si propose di abbattere tutti gli argomenti dell'a stronomo Gesuita, e ciò fece trionfalmente in va rie riprese colle sue prime, seconde, terze e quarte considerazioni sopra la forza degli argomenti fisico matematici del P. Riccioli contro il moto diurno della Terra,stampate in Padova. La confutazione sparsa per quei suoi quattro opuscoli riuscì un poco lunga e forse prolissa, poichè la compose alla forma di conversazioni fra un certo Conte Lescysky, un si gnore Offreddi ed il Matematico di Padova, ch'era egli stesso. La lentezza dei ragionamenti e delle d e duzioni dipendeva naturalmente dalla forma in dia logo dell'opera, poichè metteva il personaggio prin cipale nella necessità di togliere le più piccole dif ficoltà ed obiezioni degli altri due interlocutori. Ma la sostanza delle ragioni del Matematico di Padova si ristringeva a mostrare che il Padre Ric cioli, per altri conti commendevole,siera mostrato con sua vergogna in questo affare, atteso lo spirito di partito, assai inesperto nelle leggi più comuni della Meccanica.Mostrò cioè d'ignorare che nell'urto dei corpi contro un ostacolo irremovibile, come il piano sottoposto alla torre, dipendere doveva la forza della percossa non tanto dalla velocità asso Juta, di cui è il corpo animato, ma ancora dalla di rezione con cui la percossa discende. La velocità accordata pure che sia eguale nell'ultimo tempo come nel primo, non è poi egualmente inclinata nel corso della traiettoria nei varii tempi rispetto alla verticale.Decomposta in fatti la velocità assoluta in in una verticale e l' altra orizzontale, soltanto la [Ad ogni modo questa lunga controversia fu tutta col vantaggio del nostro concittadino, ed ebbe nella sua schiera tutti i veri scienziati d'allora, e non solo per questo conflitto, m a per la più possente ragione, ch' egli fu per carattere uno dei più caldi sostenitori del progresso in tutti i rami delle scienze fisico-matematiche. Ed invero nell'anno 1671 faceva di pubblica ragione in Padova due lunghi dialoghi fisico-m a t e matici; e tre altri che avevano per titolo Della gravità dell'aria e dei flui di esercitata principalmente nei loro omogenei: nei quali con amene conversazioni fra quegli stessi in  31 prima doveva operare nell'urtare; e siccome le in clinazioni della velocità nei varii tempi erano diverse, diverse pure dovevano risultare le componenti v e r ticali; e queste appunto si trovano, con facile di mostrazione, nello stesso rapporto crescente, come se non esistesse l'impulso orizzontale; e per ciò si conchiude che il moto della Terra per nulla si o p pone all'esperienza, e può ben anche con essa sus sistere. Rilevata così l'impotenza di Riccioli si usa rono dall'autore tutti gli ar gomenti indiretti, che potevansi per allora mettere innanzi. Là prova diretta del movimento rotatorio della terra, come ben sapete, signori, era riservata ai giorni nostri; chè ce la diede quel preclaro ingegno di Faucault, per mezzo del pendolo da lui idea to, e poi da quel suo giroscopio, che rende sen sibile il fenomeno fra le pareti d' un gabinetto di fisica.   terlocutori di sopra nominati, si svolgono tutte le leggi dell'idrostatica e si sciolgono le minute diffi coltà di certi paradossi, già noti in quella materia, e dei quali in allora ben pochi precettori davano una chiara spiegazione. Non pretende il nostro autore, com'egli asserisce con modestia nella introduzione, che queste súe composizioni contengano cose del tutto nuove e non tocche dagli altri; m a essergli stato di eccitamento a scrivere il desiderio di gio vare ai nobilissimi scolari di quel sapientissimo studio:i quali, diceva il nostro professore,camminando al dottorato pei ponti delle dottrine peripatetiche e delle formalità, poco o nulla vedevano della filoso fia sperimentale. La quale dichiarazione serve farci conoscere ad un tempo e lo stato delle p u b bliche istituzioni d ' allora, e gl' intendimenti del nostro A. sul vero scopo degli studii pegli uomini socievoli. Ma non è a credere ch'egli con tato zelo del sapere calcasse unicamente le sole aride ed ardue vie della severa matesi e delle scienze. Abbiamo invece ogni motivo per ritenere ch'egli nella clas sica letteratura fosse molto perito, egli che per molti anni della sua fresca età n ' era stato precettore fra i suoi: egli che con tanta sveltezza di dicitura usò mai sempre familiarmente la lingua del Lazio. Ed inoltre nelle lunghe dedicatorie epistole, rivolte ai più distinti personaggi dello stato e della chiesa, lo troviamo come uomo familiarissimo degli ameni stu di spargere sali ed argutissime mitologiche allusioni, e questo con frequente uso ed anche abuso a se conda del gusto del secolo. Il Bresciano dottissimo  32   A coronare il monumento,che oggi m'ingegnai d'innalzare in questo letterario ricinto al nostro c o n cittadino Stefano degli Angeli, non mi rimane che porvi sopra un'ultimaghirlandadifiori,cioèdifare ricordanza delle qualità dell'animo suo. E qui sarò breve poichè l'affare è assai vecchio. Questo sacer dote così esaltato e venerato dai suoi confratelli per più di trenta anni, così accarezzato e tenuto per familiare ed amico da tanti nobili e famosi per sonaggi, la intera vita del quale non respirò che osservanza scrupolosa dei proprii doveri, e fu inces santemente modellata alla ricerca e diffusione del vero, non poteva essere dotato che di bella indole e di soavi costumi. E mi basta ad accertarmene per tutte la testimonianza del più volte citato sto rico contemporaneo della Patavina Università, Carlo Patino, che con A. viveva domesticamente, ed il quale al suo riguardo si esprime con queste parole: Singularem Stephani comitatem, morum que suavitatem experiuntur quicumque illam d e » siderant, adeo facilis est omnibus, benignus et » beneficus. In ejus gloriam dictum sit nullum a » m e inventum, qui vel levissime de ejus dictis » factisque conquereretur ».  33 E qui darò termine alle mie illustrazioni sulla vita e sulle opere Mazzuchelli ricorda la corrispondenza che regnava fra A. ed ilcelebre antonio Magliabechi, in assai scritti di argomenti scientifico-letterari, e questo legame col fiorentino filologo serve bastan temente a dichiararlo non istraniero al consorzio dei dotti contemporanei di tutte le classi. di questo insigne matematico   e filosofo veneziano. Il desiderio di togliere da ob blio ingiusto e di mettere in piena luce i diritti a fama non peritura di quest'uomo il nome del quale così stretto si lega ad uno de' trovati più belli dell'italiano ingegno, m'infuse costanza, e dolce mi sembrò la fatica nella lettura di opere,che at tualmente pei modi mutati sono poco leggibili. So che potrebbe taluno ricantarmi essere ilnostro pre sente così fervido d'interesse nella scienza e nelle sue applicazioni al materiale benessere della vita da impedirci di guardare addietro nei secoli che f u rono. Ma io penso che sia non ultimo fragl'inte ressi del progresso e di quelli che lo promuovono, il celebrare con sagro zelo la memoria ed il bene fatto dai trapassati. Imperocchè con questo g e n e roso operare tramanderemo un buon esempio ai n e poti, a quei nepoti  34 « che questo tempo chiameranno antico », di non mancare di gratitudine ai primi informatori del bello,dell'utile e del vero.Così impediremo loro di gettare addosso un guardo compassionevole sui nostri prodigiosi lavori, che ora vagheggiamo con giusto orgoglio, m a i quali per fermo, secondo mento delle mondane cose,si contenteranno in al lora di venire conservati e posti in opera come materiali alla costruzione di nuovi e più amati edi fizii. Stefano degli Angeli. Angeli. Keywords: implicatura stereometrica – parabola infinita – Grice’s infinity – regressus ad infinitum, i cinque solidi platonici – la scatologia di Platone – il cerchio infinito – concetto limite, ottimalita – fisica e metafisica, fisica e aritmetica – aritmetica e geomtria – il moto diurno della terra, il sistema di galileo – antropocentrismo, ferita narcissista.   Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Angeli” – The Swimming-Pool Library. Angeli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Angiulli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica della dialettica – la scuola di Castellana Grotte – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castellana Grotte). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Castellana Grotte, Bari, Puglia. Grice: “I like Angiulli; especially since he brought some grice to the mill, as he crossed the pond to read “System of Logic,” but his heart is in Berlin --  he loved that monumental ‘aula magna’ where Hegel taught. “Once a Hegelian, always a Hegelian.” He loved Feuerbach because he multiplied dialectic – la dialettica della dialettica – Garin loved this!”  If there is a hashtag here is #metafisicacritica, since Angiulli oddly concludes with a synthesis: metaphysics (which includes the view that ‘la natura delle cose e la fenomenalita’) should be part of what he calls the ‘ricerca’ (and which Lakatos translated as ‘research’) --.” Grice: “I love the fact that Angiulli, seeing that Mill was so erudite yet never attended Oxford, thought that Oxford was perhaps ‘acccidental’” – Grice: “Another thing I love about Angiulli is that he can quote direct from greek, as in his note on nature spawning itself, without (a) the need to translate or (b) provide the boring stuffy academic source!” Importante esponente del positivismo.  Allievo di SPAVENTA (si veda), uno degli interpreti dell filosofia hegeliana in Italia, A. si allontana dalla scuola hegeliana napoletana dopo un soggiorno biennale di studi in Germania nonché in Francia e in Inghilterra. Adere al positivismo, ma rifiuta l'agnosticismo di Spencer, mentre ritenne possibile giustificare la religione dell'umanità di Comte in base alle scienze positive.  Insegna a Napoli e Bologna. Assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Napoli e candidato senza successo al parlamento nazionale. A. e ritenuto un progressista vicino al socialismo che egli invece contesta come dimostra la sua corrispondenza epistolare con Marx che conosce in Germania.  Massone, affiliato Maestro nella Loggia Fede italica di Napoli. A. ritenne che ci si doves adoperare per una riforma dell'istruzione in senso popolare e nazionale inserendo questo progetto nell'ambito di un rinnovamento dell'intera società che solo tramite l'educazione sarebbe riuscita a mantenere nel tempo le proprie caratteristiche. Occorre dunque una fusione fra cultura, sistemi educativi e la politica sociale realizzando così il programma del pensiero positivista che, secondo Angiulli, ha un valore soprattutto pedagogico, di una pedagogia scientifica, secondo i dettami positivisti, ma anche letteraria e liberale.  La pedagogia quindi non potrà non tener conto dell'antropologia che dimostra l'importanza della famiglia come nucleo fondante della società e della sociologia che stabilisce il collegamento tra educazione e una politica laica e liberale.  È nella famiglia, secondo A., che avviene la prima forma di pedagogia dove il padre rappresenta l'autorità e la madre il temperamento, tramite l'affetto, dei comportamenti infantili: elementi questi essenziali destilla formazione armonica di un cittadino in grado di esprimere solidarietà sociale e volontà di progredire resistendo a quelle pressioni clericali che caratterizzavano i primi anni della nascita dello stato unitario italiano.   I grandi progressi compiuti in questo secolo in ordine alle scienze p o sitive hanno avuto il loro riverbero nelle industrie e in tutto ciò che si po trebbe dire scienza pratica, la quale ha fatto dei passi giganteschi. È stato questo che ha contribuito a infiltrare nell'animo di tutti, nonchè un senso pratico della vita assai più raffinato, la tendenza al sacrificio di ogni più nobile cosa di fronte all'interesse. Data una tale costituzione psicologica, parecchi problemi son sôrti nel campo teorico. Si è detto:– A che la Poesia, a che l'Arte? Il tempo delle finzioni, delle illusioni e dei sogni è passato; ora si cerca ciò che ha un'utilità più o meno immediata, la realtà ci s'impone. Il terreno delle emozioni si va sempre più restringendo e l'intelligenza pervade tutto.Il grido Non più Poesia si è accompagnato col grido Non più Metafisica (Nicht mehr Metaphysik), ed abbiamo ancora nelle orecchie gli anatemi lanciati non solo contro la Metafisica,ma anche contro la Filosofia in genere. Il puro specialista in fatto di scienza si ascriveva ad onore il dispregio per ciò che fosse Metafisica. Questo stato però si può dire che sia durato poco,e da tutte parti re centemente è surta una reazione benefica contro la corrente antifilosofica. Ma se ci è un certo accordo quanto ad ammettere la Filosofia,regnano ipiù grandi dispareri per ciò che concerne i limiti da dover assegnare a tale disciplina. La maggior parte dei scienziati, per esempio, ha compreso che ciascuna delle loro scienze speciali ha per iscopo precipuo la scoverta di leggi sempre più generali, di leggi che raccolgano sotto il loro dominio il maggior numero di fenomeni. Generalizzando sempre,si arriva a certi principii che offrono sinteticamente la genesi di quasi tutti i fatti primitivamente raccolti e descritti dagli scienziati;esponendo e discutendo tali principii, sidiceche si fa la Filosofia di quella data scienza. Per codesti specialisti quindi non ci sarebbe una sola filosofia, o meglio, la filosofia come scienza a parte, ma ciascuna scienza avrebbe la sua. E pur volendo ammettere,notarono al cani, la filosofia quale scienza a sè, ad essa non rimarrebbe altro compito che quello di volgere intorno alla dottrina della conoscenza. Ci furono altri che proclamarono un sogno la sintesi cosmica, per modo che tutti i sistemi metafisici passati e futuri non avrebbero per loro che il valore di aspirazioni dell'anima, di espressioni di amore per l'Ideale. Codeste opinioni sono sostenute da filosofi di molto merito, nè si creda che non siano giustificate in nessuna guisa; ciascuna invece contiene una parte di verità; il difetto sta nell'aver esagerato troppo l'importanza di co desta parte e nell'aver escluso gli altri elementi. Quelli, per esempio, che hanno visto nella Metafisica nient'altro che ilromanzo dell'anima,non hanno tutti i torti, giacchè se in ogni lavoro scientifico quasi quasi si trova la nota della sensibilità, molto più si rinviene questa nella metafisica che è un lavoro d'insieme. Le condizioni della conoscenza non sono sempre in uno stato di semplicità ideale, ma si vanno sempre complicando,e l'oggetto della ricerca non appare con una nettezza definita, nè l'intendimento è comparabile ad uno specchio terso. L'uomo non ha abbastanza facoltà per quest'opera di creazione,perchè scovrire è creare.  L'immaginazione entra in giuoco,muo vendo dal fondo stesso del temperamento, di cui quest'immaginazione è un riassunto. Ogni spirito di scienziato ha dunque un certo fare originale, sub biettivo,anche nell'ordine delle conoscenze più lontane dalla complessità della vita. Che avverrà in ordine alle conoscenze più viventi e più complesse, e fra queste in ordine alla più complessa di tutte, come quella che riflette l'uomo e il mondo, vale a dire alla metafisica? I sostenitori dell'opinione che la Metafisica debba considerarsi come un romanzo dell'anima,ragionano a questo modo. Costruire un sistema è com piere, per mezzo di un'ipotesi esplicativa, la somma delle conoscenze esatte fornite dall'esperienza. Noi possediamo sull'universo e sull'uomo una certa quantità di nozioni positive, noi le coordiniamo e completiamo per via di una teoria generale,allo stesso modo che un geometra disegna una circonferenza intera secondo il semplice frammento di un cerchio. E queste nozioni posi tive, materia indispensabile della nostra ipotesi,ci sono apportate dall'espe rienza in due modi distinti. Da una parte il filosofo conosce i risultati ge nerali delle scienze sperimentali nel tempo in cui egli lavora, e vi conforma la sua immaginazione d'inventore d'idee; dall'altra parte questo filosofo ha subìto, almeno nella sua infanzia e nella sua giovinezza, le influenze infini tamente multiple e complesse della sua famiglia, dei suoi amici, della sua città,della sua regione. La sua vita sentimentale e morale ha preceduto ed accompagnato la sua vita intellettuale. Questa seconda iniziazione si unisce alla prima in modo che la scoverta d'una dottrina si trova essere insieme un romanzo dello spirito ed un romanzo del cuore. Coloro che limitano l'obbietto della Filosofia solo alla dottrina della co noscenza, neanche sono completamente nel falso. Se l'oggetto della Filosofia come sintesi cosmica è la ricerca della genesi dei principii fondamentali di ciascuna scienza speciale, è chiaro che per gradi si risale, generalizzando sempre, dal dominio di ogni scienza speciale a quello della Filosofia. Le con dizioni della scienza moderna son tali che il puro specialista quasi quasi si potrebbe dire che non è un vero scienziato.I legami fra le varie scienze sono oggi così stretti,che s'impongono alla considerazione di tutti.Ed ipro blemi un tempo di esclusiva pertinenza della Filosofia entrano ora nel d o minio delle scienze speciali. Identificando l'oggetto della Metafisica con la realtà immanente dell'esperienza e identificando il metodo di studiarlo coi procedimenti della scienza positiva, essa o non deve esistere, o si converte nella Fisica, intesa come scienza prima ed universale, in quanto tocca il problema cosmico, il problema dei principii fondamentali ed universali, pro blema che emerge da sè dalle scienze speciali, senza alcun lavorio partico lare. La Filosofia però è la continuazione delle scienze positive,costituendo la loro unità, il loro tutto, ma non è che un lavoro di compilazione. Come còmpito speciale ed originale della Metafisica non rimane alla fin delle fini che la dottrina della Conoscenza. L'obbietto del saggio dell'Angiulli  è appunto quello di esaminare i titoli che la Filosofia pud presentare per essere riconosciuta come scienza separata che ha un còmpito proprio. È stato per questa ragione che mi è sembrato opportuno dilungarmi prima un pochino nel delineare come stanno le cose attualmente. Prima e contemporaneamente alla pubblicazione del libro dell'Angiulli, parecchi altri hanno mostrato come la Metafisica fosse da considerarsi quale scienza con un obbietto ben definito. E si può dire che tutte le scuole filo sofiche contemporanee siano d'accordo su questi punti, che il vero oggetto del nostro sapere è la sintesi dello scibile, la ricostruzione ragionata del mondo analiticamente conosciuto,che la veduta metafisica deve essere sug gerita principalmente dai risultati delle scienze sperimentali, e di queste essere la migliore spiegazione possibile, e che non ha valore quella tratta zione metafisica, alla quale non sia fatto precedere un accurato esame del potere conoscitivo umano,una critica cioè della conoscenza. Gli Idealisti però non consentono che la Metafisica sia dichiarata una scienza positiva, perchè, a differenza di queste, essa ha un doppio intento: ha per oggetto materiale il pensiero, che differisce dagli obbietti delle altre scienze, e per oggetto formale lo studio delle relazioni supreme onde i singoli fatti si col legano fra loro.Le cognizioni proprie della Metafisica,secondo costoro,si ottengono bensì mercè l'osservazione, purchè questa sia psicologica, razi nale, anzichè solo empirica. Poi il procedimento della Metafisica nell'addurre la ragione delle conoscenze, non è quello delle discipline positive; queste debbono limitarsi all'esperimento ed all'induzione, laddove quella, oltre tali metodi, deve seguire speciali criteri suggeriti dalla critica della conoscenza,  Ora comincio col domandare: A quale delle categorie di pensatori ac cennatepiùsuappartiene l’Angiulli? A nessuna: per lui oltre la Filosofia di ciascuna scienza, c'è la Filosofia il cui obbietto è la sintesi cosmica e del sapere. Egli ritiene che i progressi delle scienze positive non hanno fatto pernientemutarel'obbietto dell'antica Metafisica –Sintesi cosmica (Cosmologia), Sintesi del sapere (Dottrina e Critica della Conoscenza) e Valore dell'esistenza (Etica) -- ma hanno solamente portato una rivoluzione in ciòche riguarda il metodo da seguire nella soluzione del problema metafisico. Angiulli qualifica la sua Metafisica come scientifica e progressiva,dichiaran dola scienza e non meno positiva delle altre. Se tale quesito fosse stato for mulato da un dommatico spiritualista o materialista che fosse, ci sarebbe da meravigliarsi poco, e la cosaavrebbepocoopunto importanza; ma il tenta tivo di una metafisica scientifica fatto da un partigiano così illustre del metodo sperimentale, è cosa degna di ogni considerazione.   per distinguere l'apparenza dalla realtà. Finalmente l'ordinamento delle parti nelle singole scienze è parziale, invece la disposizione di esse nella Meta fisica è totale: quelle ordinano cose, fatti; questa, oltre le cose, deve disporre anche le idee, e ordinare l'essere e il conoscere.Conchi one, la Metafisica e una scienza razionale, non positiva. Lasciando da parte ora le sottigliezze metafisiche che non fanno progredire d'un passo la scienza, dirò che tra i filosofi contemporanei quegli che molto si è occupato del problema metafisico è stato il Fouillée. Mentre la scienza pura e semplice, egli dice, non bada che ad oggetti particolari, fac e n d o astrazione dalla mente che li conosce, come d'altro canto la psicologià non si occupa che dei fatti mentali, facendo del pari astrazione da ciò che si co nosce per via dei poteri mentali, è solamente la metafisica che si occupa della relazione, del nesso esistente tra gli obbietti e la mente; e la vera realtà sta appunto in tale relazione, in tale corrispondenza. Però, a senso suo, tutte le altrescienze, compresala Psicologia, sarebbero dachiamarsipro priamente scienze astratte, mentre solo la Metafisica sarebbe da dirsi concreta. Insomma, l'oggetto della metafisica volgerebbe intorno alla reazione di tutto il nostro organismo mentale (conoscenza, volizione, sentimento) di fronte al Mondo.IlFouillée delrestoaccennasolamente aivariproblemimetafisici, ma non ne svolge, nè alcuno ne approfondisce, vuoi in fatto di cosmologia, vuoi in fatto di psicologia, non forma, direi,un trattato dei problemi metafisici, in modo che ti si dia la genesi delle idee filosofiche odierne positive. Tale merito era riservato, si pud dirlo con orgoglio,all'Angiulli,m e rito tanto maggiore, per le difficoltà che offriva il soggetto. La parte vera mente importante ed originale del suo saggio è di non aver solamente proclamata l'esistenza di una metafisica positiva e progressiva, di non averne solamente ideato il disegno, m a di aver eseguito questo, di aver gettato le basi di una Cosmologia e di una Psicologia quale oggi si può avere dal Positivismo ragionato. I partigiani dell'esperienza o non devono ammettere una Metafisica, o, se devono ammetterla, non possono accettare che quella,di ciamo pure, abbozzata d’A. Esporrò ora a grandi tratti i con cetti fondamentali dell'autore. Se gli oggetti della realtà conoscibile sono studiati dalle diverse scienze positive, rimane sempre da studiare l'insieme degli oggetti e le scienze stesse e quindi i rapporti, le connessioni esistenti tra gli oggetti particolarmente studiati dalle scienze, e tra le scienze stesse; campo codesto riservato alla Filosofia. Il dimostrare che è impossibile la formazione di una sintesi cosmica è già una ricerca filosofica. Ma veramente l'analisi degli oggetti cosmici è inseparabile dalla sintesi in cui essi ottengono il loro vero valore. E le scienze stesse si volgono a raggruppare più fatti sotto una nozione o una legge generale,o più nozioni e più leggi sotto una nozione od una legge ancora più alta.Ma in questa opera giungono a toccare un limite che di mostra la loro insufficienza. Gli ultimi sostegni e gli ultimi legami dei loro concetti sorpassano i confini delle loro indagini; perciò non possono trovare nella propria sfera la soluzione compiuta anche dei problemi speciali. La filosofia comprende quella parte di ogni scienza che s'innalza a principii e ad ideeuniversali, quellaparte che riconduce queste idee e questi principii ad una unità superiore. È parte di ogni scienza ed è una scienza a sé. Ed il Girard, dimostrando che la Filosofia non è un'opera aggiunta alle scienze, sibbene una loro parte integrante, distingueitna Filosofia delle scienze particolari, una Filosofia dei diversi gruppi di scienze, ed una Filo sofia centrale che è la loro sintesi ultima e definitiva. A. con ragione insiste molto su questo, appunto perchè rimanga ben chiarito il con cetto che dobbiamo formarci della Filosofia, e del suo compito nella cultura e nella vita. Le scienze, egli dice, per sè sole scoprono verità che diremo astronomiche, fisiche, chimiche; la Filosofia scopre verità cosmiche. Solo quando le verità attinentisi ai fenomeni meccanici, fisici, chimici, biologici, sociologici si collegano in un principio, in un rapporto comune, si ha una verità cosmica. Quando il Lagrange con la sua splendida applicazione del principio delle velocità virtuali a tutti i fenomeni meccanici, fuse in un tutto orga nico i diversi rami della meccanica che erano stati fino allora studiati sepa ratamente, ottenne una conquista scientifica di un grado superiore. Quando Grove e Helmholtz, mostrando che i vari modi de lmovimento possono essere trasformati l'uno nell'altro, apparecchiarono una base comune allo studio del calore, della luce, dell'elettricità e del moto sensibile,conquista rono una verità,la quale,sebbene tocchi già la sfera della filosofia,non esce ancora dai cancelli di una scienza speciale. M a quando il principio delle v e locità virtuali e il principio della correlazione delle forze furono dimostrati entrambi corollari del principio della persistenza della forza, conseguenze necessarie di un medesimo assioma, allora la verità conquistata appartenne all'ordine filosofico. Cosi anche quando Von Baer sostenne che l'evoluzione di un organismo vivente è un progressivo passaggio dall'omogeneità della struttura alla eterogeneità, egli scoprì una verità biologica;ma quando Spencer applicò questa medesima formola all'evoluzione del sistema solare, della terra,della vita,dell'intelligenza,della società,egli conquistò una ve rità filosofica, una verità non semplicemente applicabile ad un ordine di fe nomeni, ma a tutti gli ordini. Dopo averfissatoco destipunti, ilimitidellaFilosofiasembranobencir coscritti, nè vi dovrebbe esser luogo a discutere, se, poniamo, una data teoria sia da considerarsi come teoria filosofica,ovvero tale che non esca dai confini delle scienze speciali. Pure non è così, come si vedrà più giù, quando mi fermerò un po' sulla teoria darwiniana. L'Autore passa subito a fare l'applicazione dei principii su esposti. Svolge dapprima il concetto largo che bisogna formarsi dell'esperienza, ag. giungendovi l'elemento sociale e storico, entrambi tanto importanti; passa poi a delineare la dottrina della conoscenza, mostrando giustamente come sia impossibile trattare un tal soggetto, senza prima far precedere delle note paramente psicologiche. E poichè la Filosofia, se èsintesi del conoscereè anche sintesi dell'essere, A., nella parte III “ del suo libro si occupa della dottrinadell'evoluzione cosmica. Quivisono raccolti i più recenti risultati scientifici, ed è notevole che A. è perfettamente al corrente di ogni novità in ordine alle scienze della natura. Io non scenderò a partico larità; mi fermerd solo un momento su cið che concerne la Biologia, tanto per offrire un esempio della difficoltà che si prova a giudicare se una data teoria scientifica possa aspirare all'onore di essere detta filosofica. Porrò prima il quesito: Qual'è l'importanza che nella sintesi cosmica, qualesipuòformareoggi, ha ladottrina darwiniana? A questoriguardo regna ancora un po' di confusione: c'è chi vorrebbe vedere nell'idea darwi. niana la legge del mondo,e quindi nel darwinismo una dottrina filosofica, e c'è chi pensa proprio il contrario. Giova premettere che non va confuso il Trasformismo col Darwinismo: il primo certamente racchiude un pensiero generale che rasenta almeno il dominio della filosofia; dar ragione di tutto il mondo organico per via di trasformazioni graduali e consecutive è certa mente un'idea che raccoglie il massimo numero di fatti particolari organici e nello stesso tempo tenta di darne la spiegazione; tanto più se si pensa che un tempo tutto lo studio del mondo organico si riduceva a fare un in ventario più o meno ordinato degli esseri organizzati. Ma il Trasformismo è benaltra cosa del Darwinismo: questo in fin dei conti non è che una forma particolare di quello. Il Darwinismo è nient'altro che una teoria generale,la quale non esce dai cancelli di una scienza speciale. Ed infatti: raccoglie esso il massimo numero di fatti che si osser. vano nel mondo organico? Tenta, dico tenta e non a caso, di risolvere il massimo numero di problemi organici? La sua formola è tanto generale da dare la spiegazione della genesi dei fatti più importanti in Biologia? Pone esso tutti i problemi di origine? L'idea del trasformismo era già vecchia; Darwin non ha fatto che togliere da tale veduta tutto ciò che poteva sembrare estraneo alla scienza. Ed è stata l'impronta scientifica da lui data a tal genere di studi che ha fatto sì che le scienze ausiliarie concorressero a controllare i risultati già per altra via ottenuti. M a la selezione naturale non spiega tutti i fenomeni organici e molto meno connette questi coi fenomeni fisico-chimici.Di qui il bisogno che si è sentito di fare l'integrazione, come si è detto, della teoria darwiniana: si è completata, si è perfezionata, aggiungendovi molti altri elementi che l'hanno trasformata tutta. Essa, ridotta ad una teoria pretta mente scientifica, non offre quell'universalità propria di una teoria filosofica. È per questo che l'integrazione non concerne elementi accessori,ma riguarda la sostanzialità di essa. Per il Darwin, invero, dalla carestia dipenderebbe la variazione, mentrechè si è notato che il primo fondamento della varia zione risiede nell'opera della nutrizione, la quale riesce ad un accrescimento della sostanza vivente, per quel processo naturale onde essa, col concorso favorevole dei mezzi dell'ambiente esterno, accoglie in sè nello stadio evo lutivo più di quello che non perda. Dall'abbondanza dei mezzi nutritive -- Cfr. MORSELLI, Lesioni di Antropologia L'Uomo secondo la Teoria dell'Evoluzione, Dispense --  come ha notato il Rolph, dalla prosperità, non dalla miseria, dipende la variazione, l'accrescimento della materia organizzata. Questo accrescimento, segnando in pari tempo una conquista di nuovi caratteri ed una divisione di attività e di attinenze, si porge come svolgimento, come progresso. Giova notare anche qui che la prima storia della vita comincia dal rispecchiare le condizioni dell'ambiente ove essa si svolge. Innanzi alla lotta coi rivali l'essere organizato deve, di contro alla varietà degli agenti esterni, conquistare il suo posto. La legge della concorrenza non può essere il primo sostegno dell'evoluzione biologica: è solo un episodio di questa. La leggemalthusiana deve essere mantenuta in confini più giusti, poichè il rapporto della ripro duzione di fronte ai mezzi dell'esistenza, cangia, si trasforma col perfezio namento degli organismi. Chi voglia persuadersi di primo acchito come siano essenziali gli ele menti introdotti nell'integrazione fatta della teoria darwiniana, non ha che a volgere uno sguardo a ciò che tanto lucidamente ha scritto l'Angiulli nella parte biologica della sua sintesi cosmica. Egli, guardando sempre le cose da un punto di vista generale, cerca sempre di connettere e di scovrire i rapporti esistenti fra le cose, mentre il Darwin, puro scienziato, non vi presenta che serie di osservazioni con le rispettive dichiarazioni, senza mai tentare di unificare. A., peresempio, vi dice che bisogna ricon durre i principii e le leggi esplicatrici della derivazione delle specie all'effi cacia delle funzioni stesse della vita nutrizione e riproduzione adat tamento e trasmissione ereditaria. La legge dell'evoluzione biologica sarebbe la stessa della Fisiologia, dilargata nello spazio e nel tempo. A base del l'evoluzione biologica rimane quella virtù della variazione che scaturisce dalla complessità e dall'indefinitezza della composizione della materia orga nizzata. Cosi l'ultimo principio esplicativo delle forme e delle proprietà degli esseri viventi si trova in un cangiamento chimico. La trasmissione ereditaria si risolve in una semplice partecipazione di proprietà chimiche. Si è sentito il bisogno di ricorrere ad altri ausiliari per la dichiarazione del mondo organico, facendo sempre l'applicazione del principio posto, che bisogna spiegare la derivazione delle specie mediante l'efficacia delle fun zioni stesse della vita. Così anche la sensibilità e la motilità, se sono fun zioni integranti della vita, debbono avere un'efficacia trasformatrice degl’organismi. Senza gli stimoli della irritabilità, dice Virchow, non vi ha lavoro organico, nessuna assimilazione di materia formativa, nessuno svolgimento. Inoltre, come le attività e i rapporti della vita si accrescono e si moltiplicano, si accrescono e si moltiplicano del pari i fattori della varia zione.Ed a misura che i singoli fattori si elevano, nello svolgimento della vita, ad una forma più alta, acquistano un'efficacia trasformatrice sempre maggiore. Perd dobbiamo attribuire col Virchow alle forme più elevate della sensibilità e della motilità, al pensiero ed all'azione volitiva una m a g giore efficacia trasformatrice e perfettiva degli organismi concreti. Coi fatti della sensibilità e del movimento è congiunta nella sostanza organica la disposizione a riprodurli, che fu detta memoria, ed è il fonda mento dell'abito, senza di cui sarebbe impossibile la variazione degli esseri viventi. In tale proprietà va implicato quel processo di coordinazione o ag gruppamento degli effetti dell'esperienza che altri ha considerato come nota speciale dell'intelligenza. All'occasione di un sol termine di una relazione di un gruppo, dato da una sperienza presente, si riproducono anche gli altri termini non dati,ma con esso congiunti.Ora,l'anticipazione immaginativa è una condizione essenziale dei progressi della variazione perfettiva. La varia zione non avviene soltanto come effetto di azioni o di stimoli presenti, per manenti,ma avviene anche in anticipazione di azioni non presenti;non vi è un adattamento a relazioni attuali, ma benanche un adattamento a rela zioni future e previste. L'interna attività della rappresentazione anticipativa è sufficiente per sè a produrre una certa modificazione della struttura orga nica in anticipazione della funzione.Così si ristabilisce una specie di finalità negl'intimi svolgimenti della vita, rilevando l'efficacia dell'attività intellet tiva come fattore della trasformazione delle specie. Oltre all'adattazione per opera dell'immaginazione anticipativa, vi ha un'adattazione più specialmente intellettuale, perchè riguarda circostanze nuove e non previste,e non si riconosce in un abito già formato. Questa specie di adattazione selettiva o raziocinativa si appalesa gradatamente nella serie degli organismi, comin ciando dai più bassi, m a senza di essa sarebbe inesplicabile l'acquisto di molti istinti el inesplicabile il progresso della vita animale. La variazione, per esser progressiva e perfettiva, non può essere accidentale, abban donata alla pura lotta esterna degli organismi, ma deve essere promossa da una funzione coordinatrice ed anticipatrice delle relazioni dell'esistenza. Ora domando: Dopo un'integrazione di tal fatta, la quale si potrebbe chiamare la filosofia della trasformazione delle specie, perchè riunisce sotto un unico principio, giusto o falso che sia, tutti i vari elementi che concor. rono alla derivazione delle specie organiche, che cosa è divenuta la teoria darwiniana vera e propria, quale uscì dalla mente del suo autore? Niente altro, mi pare, che un caso particolare della grande legge della variazione organica. Già Darwin stesso confessa che egli rifugge dall'occuparsi dei problemid'origine,equindi di quellid'ordine generale;eppure,chivuol fare la filosofia della natura organica non può fare a meno di trattare la que. stione della genesi della vita, come di penetrare nella natura intima dei fenomeni implicati in essa,quali la nutrizione,la crescenza,la riproduzione, lasensibilità, la motilità, la variabilità. E A., chehaintesodi porgere le linee principali di una sintesi biologica, ha trattato a modo suo tutte codeste questioni. Potrà essere discutibile la soluzione data del problema, ma questo va sempre messo col tentativo della discussione. Alla teoria darwiniana manca per questo ogni individualità propria, e può entrare nei sistemi filosofici più diversi; individualità e precisione che Qui espongo semplicemente l'integrazione della teoria darwiniana offertaci dal l'Angiulli, non ne faccio la critica, perchè ciò non risponderebbe allo scopo che mi son proposto più sopradimostrare come il Darwinismo sia una pura teoria scientifica, non filosofica. Dirò solo che sarebbe oltremodo necessario precisare sia l'immaginazione anticipativa organica che l'adattazione raziocinativa. le vengono impartite dall'integrazione fattane, la quale racchiude un pensiero filosofico. Il concetto della selezione è per se stesso abbastanza elastico,e si presta alle più disparate interpretazioni, ond'è che per vedere un concetto filosofico in essa,la si è più o meno piegata alle proprie idee. La selezione, si è detto, è il fatto stesso della variazione prodotta dal complesso delle attinenze e delle condizioni interne ed esterne dell'essere vivente: è un'espressione a b breviativa di tutte le condizioni interne ed esterne di esistenza: non è la causa della variazione, ma è l'espressione di essa.La selezione, si è anche detto, non deve circoscriversi a significare l'accumulazione di quelle varia zioni che sono utili nella lotta coi competitori, ma deve essere intesa in un senso più generale, cioè come quell'aspetto della variazione che rende l'or ganismo atto a sopravvivere,come espressione metaforica del fatto che ogni equilibrio di forze meglio adatto a sopravvivere, sopravvive. Intesa a questo modo,rispondo io,la selezione naturale diviene un con cetto astratto, una forma vuota,e non più una legge concreta e produttiva, o,meglio,esplicativa dei fenomeni. Se essa non ci si presenta come un con cetto definito e preciso, si può lasciarla impunemente da parte. Ma è poi vero che nella mente del Darwin la selezione naturale significasse ciò che vogliono alcuni filosofi d'oggi? A me non pare: per lui era la legge dell'e voluzione organica. Aggiustarla ora in varie guise prova sempre più l'inde terminatezza delle vedute darwiniane, rileva la poca esattezza da parte di chi sconvolge le idee, ed in ogni caso è reso sempre più certo il fatto che la teoria darwiniana vera e propria è perfettamente estranea alla Filosofia. L'ultima parte dell'opera d’A. riguarda l'etica; vi si trova la giustificazione completa del titolo La Filosofia e la Scuola. Dirò solo che codesta parte non è inferiore alle altre da qualunque punto di vista si voglia considerare. Ora non mi è concesso discuterla; spero di farlo in altra occasione,ma non concluderò senza affermare che questo d’A. è fra i lavori filosofici dell'ultimo decennio, di cui maggiormente possa onorarsi il pensiero italiano.  sono, come l'Ente, altro che umane astrazioni. Noi non conosciamo il pensiero se non come un'attività, una funzione dell'umano organismo. Però lo spirito assoluto, e tutte le altre entità metafisiche sono una produzione di questa umana attività, un fenomeno psicologico. Vale dunque solol'opposito diciò che affermavaHegel:in luogo cioè di essere la natura e la materia una manife stazione del pensiero, egli è il pensiero una m a n i fesiazione della natura e della materia. Oltre alla materia non vi ha altro principio. Il materialismo ed il naturalismo è dunque ad un tempo la conse guenza e la confutazione dell'eghelianismo. Questa specie di dialettica della dialettica egheliana è un fatto storico, il cui maggiore autore fu il Feuerbach, M W L'io assoluto dell'Hegel, cioè il pensiero e lo spirito assoluto, affermato c o m e principio e verità di tutte le cose,non è altro che la massima di Pro tagora spogliata del carattere d'individualismo. Se Protagora esprimeva esagerato un fatto reale, H e gel esprime esagerata un'astrazione spiritualistica, che non è meno relativa del relativismo sofistico. Feuerbach tornaall'uomo concreto.L'uomo èan cora per luiilcentro della filosofia,ma nè più co m e l'individuo arbitrario dei sofisti, nè più come l'universale astratto dell'Hegel, si bene come tutto l'uomo,come sensibilità e come società. Di con tro all'idealismo si riafferma il realism. Solo  Però l'astrazione è produzione di nuovi concelli solo in quanto è trasformazione di precedenti.Anche per la psicologia moderna vale ciò che vale per la geologia modern a; le funzioni ed i prodotti psicologici sono spiegabili con le stesse forze fisiche e fisiologi che,con l'aggiuntadelfattoredeltempo.L'eredità. psicologica è un altro fatto accertato dalla scienza moderna e capace di recare molta luce in siffatte quistioni. Noi non facciamo che continuare le atti iudini e le conquiste del passato. Ilprogresso è l'educazione dell'umanità;la civiltà è un risultato d'esperienza, e non un miracolo di rivelazioni. Ma con tutte queste aggiunte e modificazioni dell'empirismo voi, si dirà,non potrete mai elevarvi sopra la sfera del sensibile;ossia le cause che voi potete ricercare non possono essere che altri fatti primitivi;eleleggichevoipotetescoprirenon pos sonoessere altro,che le relazioni costanti dei fatti. Precisamente questo: così l'uomo moderno ha in sè stesso il suo punto di appoggio, e la storia ha in sè stessa la sua legge, senza bisogno di entità teologiche o metafisiche che la dirigano, come la natura ha in sè stessa l'energia ed il principio della sua esistenza e della sua spiegazione. La natura fondamento della natura, ecco il grande principio della cultura ccidentale (ουδένάνευφύσιοςγίγνεται,γίγνεται .çúcevēxo.oto.). Allora ricadetenel positivismo schiell. No, perch è se il positivista ri li cne come. Opere: “La filosofia e la ricerca positiva: quistioni di filosofia contemporanea”; L'idealismo assoluto confutato dal materialismo. L'idealismo ed il materialismo nel corso della storia della filosofia. La filosofia greca. La filosofia naturale dei romani antichi. La fondazione della scienza positiva. Il medio evo. Il risorgimento italiano. La filosofia moderna. Il criticismo di Kant in Italia. La filosofia speculativa. La ricerca scientifica. La critica filosofica e la scienza positiva. La filosofia positiva. il positivismo filosofico in Italia. Che cosa manca al positivismo filosofico. Gli altri sistemi contemporanei. Vacherot, Renan, Taine, Comte, Mill, Littré. La filosofia come ricerca positiva.– V.La filosofia e la storia.   “Gl’hegeliani e i positivisti in Italia e altri scritti inediti”(Savorelli); Pubblicazione dell'Accademia toscana di scienze e lettere "La Colombaria". Gli hegeliani e i positivisti in Italia. Positivismo e socialismo. Problemi di etica; Evoluzione, educazione e società. Il prof. Haeckel e la pena di morte. Dal carteggio di A.". Collezione "Studi".  “La pedagogia lo stato e la famiglia”;  Natura complessa della quistione sociale. Riguardalari or ganizzazione della cultura nei diversi strati della socie tà. Problema dell'educazione. Antinomie dei sistemi pedagogici. Una Pedagogia scientifica è resa impossibile dalle dottrine della teologia e dell'ontologismo. La teoria dell'educazione presuppone la legge dello svolgimento nel campo della biologia e della sociologia. L'attuazione di un sistema scientifico dell'educazione nazionale presuppone la costituzione dello Stato libero, il trionfo libertà e di ordine. Appartiene agli uffici dello Stato. L'istruzione scientifica. La scuola laica. L'eliminazione del catechismo non rende la scuola antireligiosa. Non vi ha conflitti tra la scienza e la religione in generale. La perfezione religiosa deriva dai progressi della scienza. La scienza la religione e la morale. La scienza e l'arte. La scienza e la quistione economica. La scienza e la quistione politica. Difficoltà per l'attuazione del l'istruzione scientifica. La riorganizzazione delle scuole normali. Le condizioni dei maestri elementari. Insufficienza dell'azione diretta dello Stato. La famiglia. L'opera della madre. Il punto culminante del problema. L'istruzione richiesta nella donna per compiere il suo ufficio di sposa, di madre, di educatrice. Insufficienza dell'istruzione per migliorare il carattere e la condotta umana. Una dottrina di H. Spencer. Il Lewes.Verità  della politica scientifica. L'educazione è un dovere nazionale. È un principio di   VIII parziale di questa dottrina. È anche vero che l'istruzione determina gli affetti e conferisce al perfezionamento morale e pratico. Il Luys. Il Littré. Il nostro discorso rimane saldo ad ogni modo. Ammesso come vero che la condotta sia determinata dalle associazioni del sentimento, rimarrà vero che solo dalla conoscenza delle leggi onde si formano coteste associazioni, cio è solo dall'istruzione scientifica dipenderanno in ultima analisi gl'indirizzi dell'operare, il miglioramento morale dell'individuo e della razza. “La filosofia e la scuola” La quistione fondamentale della filosofia. Rapporti tra le scienze e la filosofia rispetto alla conoscenza della realtà. L'unità dell'oggetto e del processo conoscitivo. La filosofia non è una pura somma de' risultamenti delle scienze. Le scienze generano la filosofia. La moltiplicazione delle scienze agevola l'opera della filosofia. Tre modi d'intendere quest'opera della filosofla riguardo alle scienze. La filosofia è una ricerca progressiva, e può scoprire verità di un ordine superiore. Il *fondamento esplicativo* delle scoperte scientifiche è dato dalla filosofia. Influenza reciproca della scienza e della filosofia nel corso della storia. La filosofia come dottrina generale della conoscenza e della scienza. Medesimezza di natura tra la conoscenza comune, la scienza e la filosofia. Relazione storica della logica o dialettica e delle scienza. Classificazione della scienza. Dottrina del Comte. Rapporto delle scienza astratta e della scienza concreta. Un concetto della filosofia più compiuto di quello del Comte. La dottrina dello Spencer. Gli stadi dell'evoluzione cosmica e la clas sificazione della scienza. Il posto della psicologia filosofica nella classificazione della scienza. Bain, Spencer. La ricerca *meta-fisica* come *compimento indispensabile* della scienza e della dottrina della scienze. Lacuna del Comte. Il lato *logico* o dialettico ed il lato *cosmo*-logico della meta-fisica. La ricerca delle origini e degli elementi generativi dei fatti è una nota caratteristica della scienza e della filosofia. Contraddizione del Comte. Il Littré. L'inconoscibile dello Spencer. Il lato metafisico dell'etica. La religione dell'umanità e dell'inconoscibile. Sistema e speculazione. IV. Il problema della critica. Ladottrina del Kant si muove sopra un supposto *non*-critico. Gli elementi della conoscenza. Il molteplice. I problemi della filosofia,   della sensibilità. Le forme dello spazio e del tempo. Le categorie del l'intelletto. L'attività sintetica originaria della mente. La funzione sopra-individuale della conoscenza. Critica della dottrina kantiana. Il neo kantiani e i vetero-kantiani. I neo-criticisti e i vetero-criticisti. La critica e la psicologia filosofica. Il Liebmann, il Riehl, il Goering, il CARNERI. Il positivismo francese. Mill. I Spencer, Lewes. La critica dell'esperienza e la dottrina della conoscenza. Il falso supposto dualistico della vecchia critica. L'unità dell'io è un'illusione metafisica. La genesi della coscienza. L'embriologia mentale. Le facoltà psichiche sono una derivazione dell'esperienza. Gli elementi dell'esperienza debbono ricercarsi col soccorso dell'esperienza stessa. Le esperienze incoscienti. Le leggi della vita e le leggi dell'esperienza. Il senso e l'intelletto. La sensazione e la coscienza. L'attività trasformatrice dell'esperienza. L'esperienza ereditaria e l'esperienza individuale. L'esperienza abbraccia tutt'i lati della mente. La legge dell'esperienza e la legge dell'associazione. L'esperienza individuale e l' ESPERIENZA sociale e COLLETTIVA esperienza collettiva. L'esperienza storica. La psicologia sperimentale e la dottrina della conoscenza. Le leggi della sensazione e del pensiero. L'elemento a priori della conoscenza è un prodotto dell'esperienza stessa. Trasformazione dei gradi più bassi della conoscenza mediante le attività più elevate della mente. La genesi dei concetti e delle categorie. Le note della necessità e dell'universalità della conoscenza. Il principio della regolarità nell'ordine della realtà. Il realismo sperimentale. Le proprietà del reale. Lo spazio ed il tempo. Il fatto, la legge e la causa. La metafisica. La dottrina dell'evoluzione cosmica. Il problema intorno alla concezione del mondo. Sguardo storico della dottrina dell'evoluzione cosmica. I fattori della dottrina scientifica dell'evoluzione. Gli elementi primitivi della materia e della forza. La sostanza e il divenire. Due lati di un unico problema. Interpretazione più esatta del processo di evoluzione. L'evoluzione biologica. L'origine della vita e della mente. Le pro prietà capitali dell'essere vivente. La nutrizione, la riproduzione, la sensibilità, la motilità. L'origine delle specie viventi spiegabile mediante l'azione delle attività fondamentali della vita. La dottrina del Darwin. Estensione del principio della lotta per l'esistenza. La selezione è il *risultato* non la causa della variazione. L'efficacia dell'elemento psichico. L'*evoluzione sociale*. La legge dell'associazione nel seno della biologia. *Formazione della società etnica*. Struttura e funzioni dell'*organismo sociale*. Esagerazione dell'analogia biologica. La dottrina del Comte e dello Spencer. Dallo studio degl'individui non si può ricavare l'esplicazione del fatto sociologico. I fattori che determinano la differenza specifica e qualitativa del fatto sociologico. Il consentimento volontario e la creazione di prodottiche debbono essere appresi. Rapporti tra i prodotti della cultura nello svolgimento progressivo della vita sociale. La dottrina dell'Etica. La sociologia mette capo al problema dell'etica. La dottrina del l'etica compie il concetto della filosofia. Nell'etica si accoglie un problema di un significato cosmico. L'etica e la religione. La dottrina dell'evoluzione è il fondamento più saldo e perfetto dell'etica, ed è il fondamento di una nuova religione. La religione nella sua forma primitiva è una scienza nascente. Gli elementi costitutivi della religione. Il lato pratico, il lato estetico. La legge morale e la legge dell'ordine cosmico. Il fatto morale è il *prodotto* no n il presupposto dell'evoluzione. L'ottimismo e il pessimismo. Il concetto d'evoluzione e la nuova dottrina del migliorismo. La base biologica sociale storica dell'etica. Il fattore dell'ideale nell'etica e la quistione della libertà umana. La libertà è un prodotto sociale e storico. L'educazione rinnovatrice dell'esistenza sociale è una funzione dell'etica. L'educazione nel suo metodo e nel suo contenuto scientifico. Opinione dello Spencer. Le materie dell'istruzione designate dai fini della vita. Il loro ordinamento conforme allaclassificazione delle cognizioni scientifiche. Il fine dell'istruzione non si raggiunge se non si porge una intima connessione tra i diversi rami degli studi. Questa connessione è l'opera della filosofia. La filosofia nei diversi gradi della scuola. Gl’insegnamenti della scuola primaria debbono essere animati da uno spirito filosofico per raggiungere la loro efficacia educativa. Lo studio della filosofia nella scuola media. Trasformazione di questa scuola secondo i bisogni della cultura moderna. Lo studio della psicologia nella scuola media. La teorica della conoscenza. Lo studio della filosofia all'università. Efficacia pratica e sociale di questo studio.  Curiosità Al professore è stata intitolata, la Società Ginnastica Angiulli di Bari. Garin, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in.  A., La filosofia e la ricerca positiva, Napoli, Ghio, Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, Volpicelli, La Pedagogia: storia e problemi, maestri e metodi, sociologia e psicologia dell'educazione e dell'insegnamento, ed. Piccin, Espinas, La Philosophie expérimentale en Italie. Origines-Etat actuel, Paris, Alterocca, Sulla vita e sulle opere di A. A.,Milano,  Colozza, A. A., in Diz. illustrato di Pedagogia, Milano, Ferrari, Il Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli, all'esposizione universale di Parigi, La cattedra di filosofia, Napoli, Orestano, A. A., Roma, Gentile, La filosofia in Italia, I Positivisti. V. A. A., in "La Critica",  (e in "Le origini della filosofia contemporanea in Italia", II, Messina, G. Flores D'Arcais, Studi sul positivismo pedagogico italiano, Padova, Spirito e F. Valentini, Il pensiero pedagogico del positivismo, Firenze, Tisato, Positivismo pedagogico italiano,  II, Torino, Savorelli, Positivismo a Napoli. La metafisica critica di A. A., Napoli, Oldrini, Idealismo italiano tra Napoli e l'Europa, Milano, Donzelli, Origini e declino del positivismo. Saggio su Auguste Comte in Italia, Napoli, Cavallera, A. A. e la fondazione della pedagogia scientifica, Lecce, Positivismo Pedagogia Famiglia  Garin, A., Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di A. A. L'Unificazione, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Istruzione  Istruzione Filosofo del XIX secolo Pedagogisti italiani Castellana Grotte Napoli Massoni Professori dell'Bologna Professori dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Andrea Angiulli. Angiulli. Keywords: la dialettica della dialettica; l’antisignano del positivismo filosofico – metafisica critica – l’organismo sociale, il fatto sociale, la collettivita, il fatto collettivo, il fatto sociale – la societa, la collettivita, la collettivita etnica, la razza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Angiulli” – The Swimming-Pool Library. Angiulli.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Anioco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean according to Giamblico

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Annunzio: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale – la scuola di Pescara – filosofia abuzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Pescara). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Pescara, Abruzzo. Grice: “I will call him a philosopher.” D’Annunzio e il fascismo è una storia italiana. I Contemporanea. L’Illuminismo oscuro Il rapporto tra il vate e il fascismo è molto più complesso e burrascoso di quanto si pensi: un poeta buono nell'infondere emozioni e a forgiare l’immaginario collettivo, ma che poco ha a che spartire con Mussolini e la dottrina fascista.  Difficile trovare un personaggio più divisivo di Annunzio. O lo si ama o lo si odia. Chi lo ama, solitamente, sa vagamente perché. Chi lo odia, il più delle volte, non ha idea della ragione. Pochi si addentrano nel personaggio, nelle opere, nella biografia, nella sua filosofia, e finiscono per apprezzarlo per le sue magnificenze e contraddizioni, senza amarlo né odiarlo. L’uomo presenta slanci superbi e difetti inemendabili, che si elidono e restituiscono l’immagine di una persona straordinaria.  Propaganda Filippo Tommaso Marinetti. Come si seducono le donne Manuale di seduzione futurista. Coraggio, coraggio, coraggio: ecco l’afrodisiaco supremo della donna! Una celebre contraddizione di A. fu l'adesione al fascismo. La questione viene spesso relegata a una semplicistica organicità del vate al regime e alla sua dottrina politica, cosa che lo rende – come se interventismo, erotomania, morosità, dissolutezza e tossicodipendenza non bastassero – inviso e disprezzato dai più. Dire che Annunzio fosse un antifascista sarebbe un’esagerazione fuori luogo, dire però che fosse un fascista fatto e finito è altrettanto un errore, perché ben poco condivideva di quella dottrina e certo non fu amico di Mussolini. Il personaggio e le sue scelte sono figli di quel tempo complesso, e della lacerante crisi che l’Italia vive. Proiettiamoci allora con l'anima in quegli anni terribili.   Cartolina disegnata da E. Anichini per il centenario dantesco. Si vede l’Italia tra Dante e A., in una specie di simbolico passaggio di consegne. Il vate, nella mano destra un fascio curiosamente capovolto, è rappresentato come la più illustre personalità d’Italia: colui che, come Dante unifica linguisticamente lo Stivale, lo unifica con la forza della parola e delle mani. È una cartolina pubblicata per conto dei fascisti, in cui di Mussolini non si fa la minima menzione. Per tutti, se un duce ci è non può che essere Annunzio. È finita la Grande Guerra e l’Italia è sull’orlo di un altro conflitto, una guerra civile. I reduci sono delusi e arrabbiati, sia i cosiddetti interventisti democratici – quelli che intendeno portare il popolo in armi alla liberazione dei compatrioti sotto dominio straniero –, sia gli interventisti nazionalisti – coloro che auspicano che l’Italia, sconfiggendo lo storico rivale dispotico e arrogante, potesse sedere al tavolo delle grandi potenze – si trovano a stringere un pugno di mosche: alle trattative per la pace l’Italia ottiene ben poco ed è trattata con sufficienza. Tre anni di combattimenti, 600 mila caduti e la vittoria sul campo non garantiscono quanto era stato promesso nel Patto di Londra -- è la vittoria mutilata. I nazionalisti insorgono. A. occupa Fiume e la tiene fino a quando lo stesso governo italiano bombarda la città mettendo fine all’avventura della Reggenza Italiana del Carnaro. Come se non bastasse, in Italia scoppiano scioperi e rivolte. Gl'operai si ribellano, occupano le fabbriche, erigono barricate. Scioperano gli agrari, i sindacati si mobilitano, le piazze sono in tumulto, il Partito Socialista si agguerrisce: si compie il biennio rosso, che culminerà, almeno simbolicamente, nel Congresso di Livorno, quando la corrente massimalista del Partito Socialista secede, dando vita al Partito Comunista. I fascisti seminano violenza in tutta la Val Padana e anche oltre. Si scagliano contro i socialisti e le loro sezioni, contro gl'operai, i contadini, i comuni amministrati dalla sinistra. Sono il primo antidoto repressivo al biennio rosso. Obiettivo prestabilito: i rossi, la canaglia bolscevica, i pacifisti traditori. Uniti nella lotta, socialisti, comunisti e anarchici fronteggiano un nemico comune, le squadre di camicie nere.   La classe dirigente liberale è impotente, il parlamento litigioso e inconcludente, i politici non hanno consenso: le trattative di pace sono state condotte con scarsa convinzione e l’amministrazione pubblica è allo sbando. La gestione dell’ordine pubblico è quasi inesistente, tanto che frange dell’esercito, delle forze dell’ordine e alcuni prefetti iniziano a simpatizzare coi fascisti: almeno loro riescono a garantire un minimo di ordine, seppure in maniera inadeguata a uno stato di diritto.  Qui si incastra una doppia illusione. Da un lato, parte della borghesia industriale e agraria foraggia i fascisti in funzione anti-rivoltosa, contro i propri stessi lavoratori indisciplinati. Dall’altro, la classe politica *liberale* ritiene che queste squadre di *incolti picchiatori* siano utili a mantenere ordine e a prevenire una possibile rivoluzione socialista, e che spariranno a breve come tutti i fenomeni pittoreschi, capeggiate come sono da cinici opportunisti, violenti agitatori e da un parolaio magico. Gl'uni e gl'altri credono di potersi servire di questo movimento finché lo si farà durare, per i propri comodi.   Annunzio legge nella Capponcina -- è noto per le opere letterarie, i saggi filosofici decadentisti, le avventure amorose e per il suo gusto nel bel vivere. La guerra, Fiume e le folle sono di là da venire. A questa età, Mussolini si appresta a diventare capo del governo. In tutto ciò A. *è l’italiano più famoso all’estero* e più influente in patria. La parola del Poeta non è quella di uno scrittore o un politico normale. Annunzio è un *eroe di guerra*, è l’artefice dell’Impresa di Fiume. Occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo -- è uno scrittore acclamato, il più tradotto, il più amato e il più odiato. Ha un seguito enorme, migliaia di sostenitori appassionati, reduci di guerra e ammiratori comuni, e centinaia di legionari fiumani legati a lui da giuramento -- è un uomo che può raccogliere attorno a sé migliaia di fedeli, persone che tra le altre cose conoscono le armi. È un uomo pericoloso. Quando arringa, unisce; quando dileggia, divide. È bipartisan il Vate, piace a tutti e non appartiene a nessuno -- è inserito fino al collo nell’ALTA SOCIETÀ, piace agl'ARISTOCRATICI -- è un fervente patriota, beniamino di tanti nazionalisti. Ha incassato la stima di Lenin e in alcuni momenti pare davvero un rivoluzionario, per questo lo osservano diversi proletari.  Lo vorrebbero con loro anche molti fascisti. Ma A. non ricambia il favore ai demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida. È un ottimo momento, ma il Vate temporeggia. Stanco, disilluso, disgustato dalla politica e dal governo *liberale* che gli ha tirato addosso le granate, a lui che, *monarchico* e patriota, vanta sette medaglie al valore. Si è ritirato nella villa di Gardone, sul Lago di Garda, e sostiene che  non c’è oggi *in Italia* nessun movimento politico sincero, condotto da un’idea chiara e diretta. Perciò è necessario che noi facciamo parte di *noi stessi*, immuni da ogni mescolanza e contagio. Annunzio osserva il caos in cui l’Italia versa e decide di non gettarsi nella mischia. Lui ha già combattuto, non è questo il suo terreno. Spera in fondo che un giorno non lontano tutta Italia lo richieda a gran voce come paciere, novello *dittatore romano* che scongiura la guerra civile. Ha tutte le carte in tavola ma non le sfrutta. Dice di sé. Mi auguro di essere la persona alla quale un giorno si penserà dicendo: Avanti! Non resta che lui!  I fascisti credono sia arrivata la loro ora, ma manca un vero condottiero. Mussolini è l’ideologo, l’*inventore* del movimento, ben lontano dal diventare il *duce degli italiani*. Colui che in questo momento viene acclamato come *duce dalla gioventù* è A., il condottiero che deve portare al potere *la giovane Italia* nata nelle trincee, scalzando la pletora di politici vecchi e mercanteggianti che hanno vinto la guerra non per merito loro e hanno svenduto la patria allo straniero. A. ha il carisma, il seguito, la statura culturale per trascinare i giovani e i reduci a Roma, compiendo quella rivoluzione italiana che *nulla ha a che fare con la rivoluzione bolscevica*. Ci sperano i suoi seguaci, meno lo agogna lui. A. è però anche un cialtrone, un oratore capace di trascinare le folle nei momenti bui ma del tutto inadeguato alla politica intesa come mediazione e governo quotidiano. Ciononostante vanno in molti a bussare alla sua porta.  Contemporanea Nicola Maiale In Fiamme Violenza politica in Italia dalla belle époque alla marcia su Roma. Mussolini sigla il patto di pacificazione coi socialisti, che prevede la rinuncia bilaterale alla violenza e la *costituzionalizzazione* del movimento fascista, e all’interno dello stesso movimento le polveri esplodono. "Chi ha tradito, tradirà" si legge sui manifesti affissi dagli stessi fascisti a Bologna. L’ovvia implicatura è al tradimento del Mussolini socialista. La massa fascista, le squadre e i rispettivi ras, ripudiano la guida di Mussolini, che ricambia con le dimissioni (rigettate) e affermando che quello che era un movimento ideale si è trasformato in una banda armata al servizio del capitale. Mussolini è politicamente fuori gioco e i ras invocano il duce che è tornato da Fiume da pochi mesi. Dino Grandi e Italo Balbo si incaricano dell’ambasciata a Gardone per offrirgli la guida del fascismo. A. rifiuta nettamente, senza rispetto, e i due se ne vanno sdegnati. Anche Gramsci compie il pellegrinaggio! Non si sa quale sia la proposta perché Annunzio rifiuta di incontrarlo poiché, dice,  non posso lasciarmi imporre i colloqui.  Forse Gramsci vuole trascinare il poeta nel Partito Comunista, più probabilmente proporgli di unire i suoi legionari alla resistenza antifascista. Perché si sa che A. non ama i fascisti, seppure con una certa ambiguità, e il disprezzo è ancor più motivato dai toni che in quel momento Mussolini assume nei riguardi del Vate, quando smette la riverenza e dice apertamente che le iniziative politiche di A. sono irrilevanti, che egli è inaffidabile e capriccioso, inservibile e intrattabile. Non ha tutti i torti. Annunzio sarà anche stato l’eroe di guerra, il condottiero che prende Fiume in armi e la tiene per un anno e mezzo, ma è pur sempre un poeta, un dandy *narcisista* e *dissoluto*, uomo adatto alle arringhe, a infondere emozioni e volontà, a forgiare l’immaginario collettivo, ma di cosa sia la politica non ne ha idea e non vuole saperne nulla, disgustato com’è da tutto e tutti, desideroso solo di crogiolarsi nella sua solitudine e tornare ad essere quel che era, un operaio della parola, come ama sempre definirsi.   I due personaggi appaiono quanto mai diversi. In questa immagine si ritraggono un Mussolini primo *deputato* fascista, *sguardo severo* e *abbigliamento scuro*, minaccioso nell’espressione, e un Annunzio in uniforme, gli occhi persi nel vuoto, indubbiamente più affascinante, ma *meno granitico*. Nel periodo precedente la marcia su Roma Annunzio mostra particolare ostilità al fascismo. Dopo il fallito tentativo di Gramsci, sono ricevuti i capi della CGIL e persino Čičerin, commissario sovietico agli Affari esteri, tutti per attrarlo nell’orbita antifascista. Ma le parole faticano a trasformarsi in fatti. Di agire stivali sul terreno non se ne parla. Si fa vivo addirittura Nitti, il Cagoja, l’odiato primo ministro dei tempi fiumani, che gli scrive:  bisogna unire tutte le forze per finire questo regime di stupidità e di violenza, per riportare l’Italia ai suoi ideali di democrazia, di libertà e di lavoro. Non m’importa di me. Tu vedi il pericolo e puoi agire sulla *gioventù*, infiammandola e riportandola al buon sentiero.  Francesco Saverio Nitti Il momento di A. è giunto, può mettere finalmente d’accordo le forze in lotta e prendere le redini di un paese nel caos. Viene organizzato un incontro tra Nitti, A. e Mussolini. Due giorni prima il poeta cade da una finestra della stanza della musica, dal primo piano del Vittoriale. Sul volo dell’arcangelo, come lo chiama, vede fatta molta *dietrologia* e qui la storia fatta con i “se” potrebbe sbizzarrirsi. Chissà cosa sarebbe successo se si fossero incontrati e A. avesse espresso la sua terzietà e l’opposizione rispetto a un governo fascista. Fatto è che l’incontro viene annullato. Il poeta non lo sa ancora, ma è definitivamente uscito di scena.   La foto ritrae Mussolini come tutti lo conoscono. Non veste ancora l’uniforme ma già fa mostra di tutto il suo stile: attorniato da *camicie nere*, posa con lo sguardo arcigno, la mascella prominente e le mani sui fianchi. Pittoresco e quasi ridicolo all’apparenza, conquista nonostante ciò le folle, armato della retorica altisonante e aggressiva, trionfale e accattivante, che ha in parte imparato da Annunzio. Mussolini va a trovarlo ma non viene ricevuto. Si incontrano ugualmente ma senza risultati tangibili. Ormai i tempi sono maturi, i fascisti vogliono il potere e vanno a prenderselo. Ricorre l’anniversario della vittoria e A. è invitato nella capitale per presenziare le celebrazioni, per questo la marcia su Roma viene anticipata di una settimana. Mussolini teme che il Vate possa effettivamente convogliare alcune correnti in favore del governo e compromettere l’iniziativa fascista. Le squadre imperversano per le strade di Roma. Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare lo stato d’assedio e convoca Mussolini.  A. è ormai un relitto della politica. L’uomo che poteva fare non ha fatto, colui che aveva forze vive, uomini, consenso e autorevolezza, non aveva né l’idea né l’ambizione. Obnubilato dalla sua stessa grandezza, si è rimpicciolito fino all’inutilità. Forse l’aveva proprio cercata questa inutilità, non gli interessava praticare la politica quanto ritrovare se stesso e la sua arte, in solitudine, se è vero che confidò a un amico pochi mesi prima. "Ho voluto ri-entrare nel silenzio, ho voluto essere un capo senza partigiani, un *condottiero senza seguaci*, un *maestro senza discepoli*.  A. Mesi dopo, uno che per vivere la Grande Guerra ha falsificato la carta d’identità e si è qualificato come giornalista, che aiuta l’esercito italiano in Veneto nel servizio ambulanze, uno scrittore di nome Ernest Hemingway, scrive di Mussolini come del più grande bluff d’Europa. Aggiunge che  sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è A..  Purtroppo per l’Italia, cui nei successivi anni non verranno risparmiate sofferenze e costrizioni, la previsione di Hemingway non si rivela esatta. Un’opposizione è effettivamente incarnata dal Comandante, ma rimane silente, sepolta nelle mura del Vittoriale e dell’incombente vecchiaia.  Comunismo d'annunzio fascismo fiume A. Italia Mussolini prima guerra mondiale seconda guerra mondiale Socialismo socialisti italiani. La costituzione più bella del mondo. Quella sì, fu davvero “la più bella costituzione del mondo” e non per modo di dire. Per i contenuti, lo stile, la prosa, l’idealità che sprigionava. La Carta del Carnaro non fu scritta da pur insigni costituzionalisti e rivista da politici, come la nostra costituzione. Fu scritta da un grande sindacalista e rivista da un grande poeta-soldato. Parlo di Alceste De Ambris e d’A.. Fu animata dal confluire di tre grandi energie: l’amor patrio, lo slancio poetico e lo spirito sindacalista rivoluzionario. All’articolo 2 della parte generale, scritta da De Ambris sono condensate tutte le parole chiave della carta: democrazia -- diretta, sociale, organica, fondata sulle autonomie, sul lavoro produttivo e sulla sovranità collettiva di tutti i cittadini. È A. a parlare nella sua stesura della volontà popolare, del fato latino, e d'evocare il Carnaro di Alighieri, l'estremo confine della civiltà romana, e il culto della lingua. È d'Annunzio a sostituire 'repubblica' con quella più classica 'reggenza' -- intesa come governo del popolo. Fu A. a richiamarsi ai produttori e agl'ottimi. E fu Annunzio a indicare nella bellezza della vita, del lavoro e della virtus, la credenza religiosa collocata sopra tutte le altre, che guida lo Stato.  La forte impronta sociale e popolare della carta non impede il culto aristocratico dell’eccellenza e la tutela delle arti e delle discipline più nobili, del corpo e dell'anima.  Nella carta è garantita ogni libertà dei cittadini, il voto universale -- è poi ribadita la funzione sociale della proprietà privata ed era disegnato l’assetto delle corporazioni di arti e mestieri. Nove corporazioni raccoglievano i lavoratori nelle loro articolazioni (terra; mare, operai, impiegati, liberi professionisti, intellettuali); la decima corporazione era enigmaticamente riservata alla forze misteriosa del popolo in travaglio e in ascendimento, al genio ignoto, all’uomo novissimo, a colui che fatica senza fatica -- è risolto il dilemma tra parlamentarismo e presidenzialismo, riconoscendo centralità al lavoro e sovranità al popolo dei produttori -- è introdotta la figura di un comandante, inteso come il dictator romano, con pieni poteri ma limitati a un breve arco di tempo. Elementi costitutivi della carta sono l’auto-decisione del popolo, la possibilità di indire referendum, la tutela dei sacri confini nazionali e della civiltà italiana-latina-romana, l’istruzione e l’educazione del popolo come il più alto dei doveri della repubblica, la musica riconosciuta nella costituzione come un’istituzione religiosa e sociale. Nel linguaggio d’oggi dovremmo dire che sovranismo, amor patrio e populismo furono i cardini ideali della carta del Carnaro. La fusione tra poesia, trincee e sindacalismo è il suo timbro originale. Veniva poi costituita una Lega di Fiume che une in un solo fascio la forze sparsa di ogni. Cerca l’adesione della Russia Bolscevica ma si rivolge anche ai paesi islamici. Annunzio esalta il risveglio dell’Islam, auspice Italia, dispensatrice di diritto e giustizia. Memorabili i discorsi fiumani d'A. che prepararono il terremo alla reggenza del Carnaro e al suo statuto. Da L’orazion piccola in vista del Carnaro a l’Hic manebimus optime. E a Fiume vi rimane davvero. La carta del Carnaro non è il sogno proibito di una città-utopia separata dalla storia e non è nemmeno il frutto di un’avventura velleitaria d'un eroe disoccupato a caccia di emozioni, come l’ha sbrigativamente liquidata Emilio Gentile -- èinvece la visione più lucida e ardita della politica e della società di combattenti che la guerra la fano sul serio. Così De Ambris sintetizzò la carta ad Annunzio. Diamo al mondo l’esempio di una costituzione aristotelico-vichiana-nietzscheiana che in sé accolge ogni libertà e ogni audacia di Platone, facendo rivivere la più nobile e gloriosa tradizione della nostra stirpe italica. Esempio perfetto di rivoluzione conservatrice.Gabriele d’Annunzio. Annunzio. Keywords: Alighieri, quarnaro, reggenza, non repubblica, musica, dictator romano, commandante, il fiume, il fiumenismo, sindacalismo, utopia, dystopia, revoluzione conservatrice, implicatura fiumenista, la filosofia in d’annunzio, la carta di carnaro, aristotele, vico, Nietzsche. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Annunzio” – The Swimming-Pool Library. Annunzio

 

Luigi Speranza -- Grice ed Antemio: il principe filosofo -- l’accademia a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of the last of the Roman emperors. He studies philosophy and becomes acquainted with a number of members of the Accademia. He is made emperor, but dies V years later when trying to defend Rome from attack. Antemio.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Antimedon: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimedon was a Pythagorian. Antimedon.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Antimede: la diaspora di Crotone -- Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimenes was a Pythagorian. Antimede.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Antipater: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He teaches  philosophy and is responsible for introducing CATONE Minore to the Portico. He writes an essay on physics in which he portrays the whole world as a single living rational being – with its intelligence located in the aether. Antipater.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Antiseri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei solidali – scuola di Foligno – filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Foligno). Filosofo umbro. Filosofo italiano. Foligno, Perugia, Umbria. Grice: “Antiseri makes a distinction between what you CAN say and what you MUST ‘tacere’ (i. e. left implicit). Not exactly what I was thinking when I made the explicit/implicit distinction, but similarly! His point is that for Vitters, questions of the mystic – which Antiseri compares to Bonaventura! -- -- ‘la logica di un mistico y la mistica di un logico’! genial – I was thinking more along the lines that ‘You’ve just committed a social gaffe’ is best left implicit (“She is a windbag’) – our of manners, etiquette, and what I call the principle of conversational gentility!” – “So I find the ‘must’ too strong, and change it for a ‘may’ – but in Antiseri’s case, the point is conceptual: you just CANNOT make the mysitic explicit, and there is a need (his word) to keep whatever the mystic is Unexpressed.” Grice: “I like Antiseri, and he indeed quotes me, not only because he MUST, as in his history of contemporary philosophy, but because he LIKES it (cf. Italian piacere) – as surprised I was when I see that when discussing the future of metaphysics within analytic philosophy he relies on my Third-Programme for the BBC!” Grice: “Antiseri reminds me of myself, when he discusses ‘senso commone’ and ‘filosofia anallitica’ and ‘linguaggio ordinario’ – that’s why I used to joke, when lecturing in the New World – and at Welleseley, no less! – about the “Oxford School of Ordinary Language Philosophy”! Grice: “While Antiseri invests a lot to make logic of Austin, he has to because he has posited himself as giving ‘lezione di filosofia del linguaggio’!” Grice: “Most importantly, his key words, such as solidarity, are very much along the lines that base my ‘ethics of conversation’ which is Kantian in spirit --.” Grice: “Antiseri has to fight how to deal with this Kantianism along utilitarian lines, as when he confronts ‘horizontal’ to ‘vertifical’ (i. e. bad) subsidiarity – where a principle of subsidiarity – or respect for ‘il bene commone – gets balanced with the principle of solidarity. A Calvinist approach, to some!” – Antiseri: “It is amusing that Antiseri is forced to defend the relevance of the Romans, where that is taken for granted at Lit. Hum. Oxford!” Originario della città umbra di Spello, si laurea in filosofia a Perugia. Prosegue i suoi studi sui temi legati alla logica matematica, all'epistemologia ed alla filosofia del linguaggio. Insegna a Roma, Siena, e Padova.  Membro del centro studi Tocqueville-Acton. Collabora con “Avvenire.” Ha contribuito a far conoscere in Italia Popper. La filosofia d’A. è da tempo sottoposto a critiche all'interno del mondo filosofico liberale. A tal proposito sono interessanti le critiche recentemente mosse al pensiero dell'intellettuale da Morresi sul giornale L'occidentale e l'articolo su "espress" di Magister in cui l'opera di A. viene definita apologia del relativismo.  Altrettanto interessante è il commento al relativismo di A. da Falconi, e quello di Modignani in Critica liberale.  Altri saggi: “Perché la metafisica è necessaria per la scienza e dannosa per la fede” (Brescia, Queriniana);  Epistemologia e metodica della ricerca in psicologia, Padova, Liviana Editrice); C'è ancora spazio per la fede?, Milano, Rusconi); “Il filo della ragione, Roma, Donzelli); “Liberi perché fallibili, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Trattato di metodologia delle scienze sociali, POMBA Università); “Come lavora uno storico, Roma, Armando); “Liberali. Quelli veri e quelli falsi, Mannelli, Rubbettino); “L'università italiana. Com'è e come potrebbe essere, Mannelli, Rubbettino); “Tre idee per un'Italia civile,  Mannelli, Rubbettino); “Credere dopo la filosofia, Roma, Armando); “La storia: epistemologia contemporanea, Roma, Armando, Popper, Mannelli, Rubbettino); “L'agonia dei partiti politici, Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia delle scienze, Roma, Armando); “La medicina basata sulle evidenze, Memoria); “La Vienna di Popper, Mannelli, Rubbettino); “Quale ragione?, Milano, Cortina); “Teoria unificata del metodo, POMBA); “Cattolicesimo, Liberalismo, Globalizzazione, Soveria Mannelli, Rubbettino,  Karl Popper. Protagonista del secolo XX, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia, clinica medica e la "questione" delle medicine "eretiche", Soveria Mannelli, Rubbettino); “Principi liberali, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Idee fuori dal coro, Roma, Di Renzo); “Ragioni della razionalità [ 1], Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cattolici a difesa del mercato, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Come leggere Kierkegaard, Milano, Bompiani); “Come leggere Pascal, Milano, Bompiani, Credere. Perché la fede non può essere messa all'asta, Roma, Armando); “Epistemologia, ermeneutica e scienze sociali, Roma, Luiss University Press, Introduzione alla metodologia della ricerca, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Prefazione a Joseph Agassi, La filosofia e l'individuo, Roma, Di Renzo); “Ragioni della razionalità [2], Soveria Mannelli, Rubbettino); Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell'Europa?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Teorie della razionalità e scienze sociali, Roma, Luiss University Press); “L'ermeneutica è scienza?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e solidali. La tradizione del liberalismo cattolico, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La «via aurea» del cattolicesimo liberale, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La società aperta» diPopper, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Von Hayek visto d’A., Roma, Luiss University Press); “A. e Vattimo. Ragione filosofica e fede religiosa nell'era postmoderna, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti, Milano, Bompiani); “Dialogo sulla diagnosi. Un filosofo e un medico a confronto, Roma, Armando); “L'attualità del pensiero francescano. Risposte dal passato a domande del presente, Soveria Mannelli, Rubbettino); “In cammino attraverso le parole, Roma, Luiss University Press); “Contro Rothbard. Elogio dell'ermeneutica, Mannelli, Rubbettino); “Liberali d'Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino. Questioni disputate, su chiesa. espresso. repubblica.  Marx, un falso profeta sconfitto dalla storia, su lanuovabq.   Contro Popper, Bruno Lai, Armando Editore, Vedi L'impegno dei cattolici in politica si misura sui valori non negoziabili Archiviato il 21 gennaio  in. Di Morresi, l'Occidentale, 12 giugno.  Vedi Questioni disputate. Un filosofo cattolico fa l'apologia del relativismo di Sandro Magister, chiesa .espressoonline, Vedi Il relativismo inevitabile? Risposta a A., Falconi, Vedi La falsa "laicità" che piace al Corriere  in. di Modignani, Fondazione critica liberale,  Franco, Per una biografia intellettuale. In dialogo con A., in Franco, Sentieri aperti della ragione. Verità, metodo, scienza. Scritti in onore di A. nel suo 70º compleanno, Pensa Editore, Lecce,  23–43.  Relativismo. Citazionio su A.  docenti.luiss.  A. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Dario Antiseri,.  Registrazioni di A., su RadioRadicale, Radio Radicale.  Tocqueville-Acton Centro Studi e Ricerche, su tocqueville-acton.org. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloInsegnanti italiani del XX secolo Insegnanti italiani Professore Foligno Professori della Sapienza Roma. In un saggio in "Roma", A. studia e spiega 'Se e perché studiare ancora il mondo romano.' Non posso qui ripetere tutte le argomentazioni, cui rimando volentieri, ma il succo del discorso sta in questi due punti. Primo. Niente avviene al di fuori di una tradizione culturale. Le stesse rivoluzioni sono tali rispetto a una determinata linea di svolgimento, che ne costituisce il presupposto; perciò i grandi rivoluzionari sono stati tutti buoni conoscitori del passato. Secondo. La nostra tradizione culturale italiana è quella latina. Non c’è possibilità di auto-identificazione e di innovazione se la si ignora. Quindi lo studio di quell’ antico è una condizione di fatto della nostra civiltà italiana. Se ci fermassimo al primo punto, dovremmo considerare di buon auspicio per le nostre sorti la ripresa, che si sta verificando, di interesse per il passato, da quello immediato e locale al più lontano nel tempo e nello spazio. Visto più da vicino, questo interesse non collima col secondo punto. Non solo questo passato italiano è romano, ma è selettivo. Accomuna l’archeologia industriale ai graffiti preistorici, la cultura materiale e i valori. La selettività di per sé contraddice al *momento*  romano *antico* correttamente inteso. Anzi gli toglie la staticità del *classico*, cioè del modello unico, esemplare perfetto e irripetibile (quindi fuori della storia) e lo ricolloca nella dinamica dell’evoluzione umana, lega la unica Roma all'Italia d'oggi. Questa elettività diventa filosofica, quando considera il romano *antico* -- in sue fasi monarchica, repubblicana ed imperiale -- un momento come un altro, senza speciali incidenze sulla storia. Peggio, quando si configura in qualche modo come una ri-edizione della tesi della priorità vetero-italica, palaeo-italica, o archaeo-italica, sulla civiltà classica. Peggio ancora, se pre-dilige il *passato* eroico dell'Omero romano, Virgilio, quale che sia come tale, come un tutto indifferenziato, solo perché diverso. Si rischia di tornare così alla cultura dei sassi, che Leopardi rimprovera ai romani del suo tempo (lettera al de Sinner, cioè all’antiquaria di settecentesca memoria (cioè senza storia e senza lingua). Se nell’interesse verso *il romano antico* non ha per noi un posto preminente i tre *momenti* del romano antico -- regno, repubblica, principato -- questo è segno di perdita di storicità vichiana, gentiliana, o croceana, di oscuramento di valori, di restringimento di orizzonti. Quel momento del romano antinco non è importante solo perché ha aperto vie, costruito ponti, tracciato città, su cui ancora insistiamo, ma perché ha dato un impulso decisivo a un complesso filosofico, di idee, mentalità, istituzioni, che costituiscono ancora i nostri parametri abituali e la nostra cultura di italiani. Gli altri momenti forti, da cui si può volta a volta, non senza ragione, far partire la nostra riflessione storica, il rinascimento toscano, l’Unità d’Italia mazziniana, si sono misurati con questa tradizione romana antica, l’hanno arricchita o combattuta, mai ignorata. Se riteniamo naturale ancor oggi rifarci alla nostra genesi civile romana, dobbiamo subito porci il problema se si debbano studiare Roma e se non sia riduttivo assumere come punto di partenza *solo Roma*, cioè studiare la civiltà *latina*, del Lazio. Non si tratta di rinnovare la vecchia questione dell’originalità romana, che una volta costituiva un passaggio obbligato per ogni storia della letteratura latina. Quel problema rispondeva a diverse contingenze storiche e teoriche. Il suo ambiente culturale era Roma, dove il nazionalismo rispecchiava se stesso nella superiorità di Roma rispetto ai barbari. Il sostegno teorico era offerto dal mito del classicismo romano, cioè del modello a-storico e perfetto, attingibile solo dagli eletti. Nelle ultime fasi della sua storia, la tesi trova forti resistenze in Italia per la convergenza di due motivazioni diverse. Da una parte il nostro nazionalismo, culminato nella grande guerra, dall’altro la nuova estetica simbolista d’ANNUNZIO (si veda), che insegna a fare filosofia in se stessa. Oggi quei condizionamenti storici e quei presupposti teorici sembrano molto lontani. Del resto, a parte le punte polemiche, già la ricerca aveva portato a una revisione di fatto di questi atteggiamenti. La contrapposizione poi di una *romanolatria* è più pensabile come ideologia politica. Il mondo romani costituisce una unità, ma non tanto in senso sincronico, quanto in senso diacronico. Roma si dispone in successione, in una unità dinamica. Roma è fatto antico e non solo a livello dotto. Non è un fenomeno solo neoterico, ma anche delle origini e della fine. Roma accentua la tradizione per raccoglierne l’eredità e stabilire così il suo diritto successorio alla leadership mondiale. E’ corretto che i moderni pongano il problema in modo non diverso dagli antichi romani. Di qui discende anche la legittimazione a fare di Roma un possibile punto di partenza della riflessione storica. Se la civiltà romana è  tradizionale, nell’atto stesso di arricchire, trasformar, e diffonder una tradizione, studiare Roma è universale. Rimane ai romani antichi il merito di molte creazioni, e di averle trasmesse al futuro. Il concetto dell’uomo e della comunità, la storiografia, la scuola, la retorica rimangono quelle ereditate da Roma. L’asse culturale si conserva intatto. Si può senza difficoltà riconoscere che l’eredità romana, dal diritto alla lingua, non ha finito di operare. Si pensi per esempio alla lingua italiana, che, pur diversa com’è ormai dalla latina, conserva di quella i caratteri costitutivi e le energie generative. La stessa evoluzione del 'volgare' si è svolta e si sta svolgendo secondo modalità sempre latine. Un fatto significativo rimane il latino medioevale, che non è più il latino classico ed è una lingua di dottrina, però è una lingua viva, perché usata nella comunicazione reale. La sua peculiarità consiste nel non dipendere da matrice italica nazionalista. Usano il latino medioevale le genti che si riconoscono in un’unica cultura. Così quella lingua diventa propria anche dei non-neolatini e coopera alla formazione di una nuova unità, l’Europa, ben diversa, anche geograficamente, dall’Impero. L’Europa è una formazione post-romana, con materiali latini. Questa è un’importante ragione oggi per lo studio anche del solo latino. Quasi come uno slogan si potrebbe dire che Roma ha generato l’Occidente (una civiltà), l'Italia, e l’Europa (una storia). Entrambe le prospettive sono sprovincializzanti. Non c’è niente di più istruttivo che consultare i volumi dell’Année Philologique, che non solo si fanno di anno in anno più grossi, ma vedono allargare la partecipazione agli studi classici a paesi sempre più lontani e che sembrerebbero estranei a questa tradizione: dagli stati dell’Est alle nazioni in via di sviluppo. Segno che questa cultura non è neanche solo nazionale o europea o occidentale, ma ci appartiene come uomini senza esaurirci. Questi concetti sono generalmente ammessi e non hanno perciò bisogno di particolare documentazione. Ne discendono però alcune conseguenze sui modi corretti dell’atteggiamento odierno verso il mondo romano. Anzitutto si rifiuta l’ideologizzazione, specie politica. È invece oggetto di studio questo atteggiamento nel passato, specie recente (Fascismo, Nazismo: cfr. specialmente la rivista Quaderni di storia). Fa ancora ideologia (postuma e alla rovescia) chi osserva da una parte sola quest’uso politico del classico in passato (in genere considerandolo al servizio del potere o della classe dominante). In realtà l’ideologia del classicismo è sempre reversibile, fornisce insieme Bruto e Cesare, come è avvenuto a cavallo fra Sette e Ottocento. Ma in genere le ricerche hanno un respiro più ampio, volte come sono a indagare la presenza degli studi classici filosofici nella cultura moderna, quindi la partecipazione degli antichisti latinista e la loro relazione con gli orientamenti e movimenti coevi: è molto di più non solo della ideologia, ma anche della diretta influenza dei classici sui moderni. Rifiuto dell’ideologia e studio della presenza dei classici e del classicismo nel mondo moderno presuppongono senso vivo della storicità, ossia della continuità antico-moderna, che vuol dire due cose insieme: un legame che ci unisce agli antichi e l’alterità che, senza contraddirlo, ci distanzia. Di qui il rifiuto anche dell’esemplarità e del presentismo. L’esemplarità fa del romano un modello perfetto, imitabile ma irraggiungibile; questa concezione, oggi improponibile, in altri tempi ha avuto una sua funzione attivizzante (come nell’Umanesimo). Le conseguenze del mutato atteggiamento sono evidenti. Non si definisce più un’età aurea, non si parla più di declino, ma di trapasso. Decadenza romana o tarda antichità? intitolava H. Marrou un suo piccolo libro (ed. it. Jaca, Milano). Il tardo antico richiama molta attenzione. I convegni comensi, indetti in occasione del XIX centenario della morte di Plinio il Vecchio (e oggi disponibili negli Atti in tre volumi), si sono spinti molto oltre l’età dello scrittore celebrato, studiando la tecnica, la città, l’economia (vedi i titoli: Plinio il Vecchio sotto il profilo storico e letterario: Tecnologia, economia e società nel mondo romano; La Città antica come fatto di cultura). Rinunciando infatti all’ideale della esemplarità, il concetto di «classico» (nel senso di romano) esce dalla sola categoria del bello e del perfetto una volta per tutte e si arricchisce di valori e di problemi esistenziali. Si supera anche l’antinomia classico = forza contro debolezza, anacronisticamente riproposto dalla edizione italiana di un libro composto da W. Otto mezzo secolo prima (Spirito classico, La Nuova Italia, Firenze). Si esplorano province nuove (i papiri di Ercolano e l’epicureismo campano). Qualche volta si registrano scoperte notevoli (dopo Menandro, Callimaco, Cornelio Gallo, Rutilio Namaziano, la Seconda Centuria del Poliziano ecc.). Si ricuperano, nella loro umanità e nel loro valore documentario, autori e movimenti minori: il Favorino di Arelate di A. Barigazzi (Monnier, Firenze), le Questioni neoteriche (che comprendono i novelli) di E. Castorina (La Nuova Italia, Firenze). Anche nella filologia nostrana nasce l’interesse verso i rapporti fra Roma e la cultura d'Etruria (Scarpat, Il pensiero religioso di Seneca e l’ambiente d'Etruria, Paideia, Brescia nuova ed. F. Arnaldi, La crisi morale dell’età argentea, « Vichiana ». Estesa e polidisciplinare è la bibliografia sui rapporti tra Roma ed Etruria. Sono meno frequenti le monografie, ma non mancano le sintesi come quella celebre di Grimal, Le siècle des Scipions. Rome au temps des guerres puniques, Aubier, Paris -- Paideia, Brescia). Intensa è l’attività traduttoria dell’editoria italiana: va da Leeman, Orationis ratio. Teoria e pratica stilistica degli oratori storici e filosofi latini. Il Mulino, Bologna a R. Syme, Tacito (che è un grande affresco dell’età tacitiana), Paideia, Brescia di P Boyancé, Lucrezio e l’epicureismo, Paideia, Brescia, ancora a R. Syme, La rivoluzione romana, Einaudi Torino, da M. Pohlenz, La stoa, La Nuova Italia, Firenze, a W. Jaeger. Paideia, La Nuova ltalia, Firenze, a H.I. Marrou, Storia dell’educazione nell’antichità, Studium Roma. Ho citato un po’ a caso fra i titoli più famosi. La stessa ampiezza di questa produzione, con la eterogeneità dei suoi titoli, testimonia la lontananza attuale da un ideale ristretto di esemplarità. Di recente si è verificato, invece, un breve successo dell’ atteggiamento antitetico, cioè del presentismo, più rilevabile a livello di letteratura scolastica che scientifica, forse nel tentativo di rendere accettabile l’antico a un determinato pubblico, facendone vedere l’analogia col moderno. Il procedimento però è rischioso. Proiettando sull’antico la luce del moderno, tende a ritrovare in quello un doppio del presente, quindi ne rende inutile lo studio e impedisce di vedere i legami storici, cioè le fondamenta lontane del moderno, che legano e insieme differenziano, distinguendo nella continuità. Già il Rostagni avvertiva questo pericolo, riflettendo sul suo stesso lavoro (Aristotele e l’aristotelismo nella storia dell’estetica antica, « Studi ital. di filologia classica » ora in Scritti minori I, Aesthetica, Bottega d’Erasmo, Torino): eppure è noto quanto egli fosse guidato da un certo crocianesimo, andando alla ricerca di un’estetica dell’intuizione presso i classici. Il pericolo oggi si ripresenta leggendo i classici alla luce di altre ideologie attualizzanti. Legittimo è invece studiare nell’antico temi e problemi, che sentiamo vivi, ma sempre con coscienza storica, ossia proprio per scoprirne la formazione lontana: pace-. libertà, progresso, lavoro, scienza. L’atteggiamento corretto sarà dunque di porsi davanti all’antico senza cessare di essere moderni e (poiché quell’antico è greco-romano, cioè la nostra origine culturale) senza negare il debito e senza cancellare l’intervallo: dunque alterità più legame storico. Questo comporta anche l’uso di strumenti ermeneutici nuovi e la modernizzazione dei tradizionali. Di alcuni impieghi di tecniche recenti danno qui sotto saggio i contributi di V. Cremona e di G. Proverbio: sono appena esempi, cui altro sarebbe da aggiungere. Così, molto vivace è oggi la narratologia; e è il Convegno internazionale «Letterature classiche e narratologia» a cura dell’Istituto di Filologia Latina dell’Università di Perugia.. Gli strumenti tradizionali a loro volta hanno compiuto i progressi di tutte le tecniche; per la filologia in senso stretto danno informazioni il saggio e il materiale approntati da L. Castagna. Mezzi vecchi e nuovi si intrecciano per conseguire risultati più fini: Grillo ha messo la narratologia a servizio della critica testuale per risolvere alcuni problemi di lezione dell’Ilias Latina in Critica del testo. Imitazione e narratologia. Ricerche sull’Ilias latina e la tradizione epica classica, Bibliot. del Saggiatore, Monnier, Firenze. E’ facile constatare la differenza da una meccanica applicazione di criteri lachmanniani (almeno come vengono volgarmente intesi). E si veda quale cammino si è percorso dalla ricerca grezza e materiale delle fonti (la famigerata critica dei «fontanieri») alla più sofisticata tecnica allusiva e alla memoria poetica. A loro volta quelle che un tempo venivano chiamate discipline ausiliarie (archeologia, topografia, epigrafia ecc.) non solo si sono giovate dei progressi delle tecniche applicate, ma hanno esteso il loro campo ben al di là del mondo greco-romano, abbisognando quindi per competenza di un discorso riservato (come del resto la storia generale, intrecciata al diritto e all’economia, oltre che a queste stesse discipline e alla cultura materiale, nella prospettiva di una storiografia totale). Non si possono infine dimenticare alcuni graditi incontri o addirittura ritorni. La linguistica, sorta fuori e in opposizione alle lingue classiche, è salita man mano dalla frase al testo e ha ricuperato concetti della grammatica nata dal greco e dal latino. La logica e la critica letteraria hanno riscoperto la retorica classica senza la mediazione della filologia greco-latina, incontrandosi e quasi confondendosi con questo genere di studi. Della retorica, affermatasi a Roma come tecnica politica e poi diventata cultura, paideia e letteratura, si ripete oggi mutato nomine la dicotomia, da una parte nei mass media e nella pubblicità, dall’altra nella critica letteraria. Gli antichisti cooperano da parte loro a questo riavvicinamento: gli Elementi di retorica di Lausberg, ed. it. Il Mulino. Bologna, si presentano come un moderno manuale di linguistica; quella di E. Cizek, Structures et idéologie dans «Les Vies des Douze Césars» de Suétone, Editura Academiei e Les Belles Lettres, Bucuresti Paris è insieme un’analisi strutturalistica e retorica (studia la sovrasignificazione fornita, al di là dei concetti, dalla loro distribuzione). In questa prospettiva molte analisi letterarie su testi moderni rivelano una straordinaria possibilità di impiego di strumenti antichi. Dario Antiseri. Antiseri. Keywords: solidali -- antiseri — implicatura solidale — il concetto di solidale -- liberali d’italia – il principio del liberalismo – la mistica di Gentile e il liberalismo di Croce — Grice — metaphysics in Pears 3rd programme — Grice p.331 — ‘violazione consapevole della massima’ — flouting the maxim — la scuola di Oxford di filosofia analitica del linguaggio ordinario — Austin, Grice, … gruppo di giocco – Grice sa benissimo che la massima e violabile intenzionalmente e comunicativamente — Fidanza — il mistico — la logica di un mistico -- Roma – la relevanza della filosofia del mondo romano antico -- — La mistica fascisdta di Gentile —Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Antiseri” – The Swimming-Pool Library. Antiseri.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Antonini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Viterbo – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Viterbo). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Viterbo, Lazio. Grice: “I like Antonini, or Cinesio – you see, one problem of these Italians – but cf. Occam – by sticking to the first-name is that a researcher in the longitudinal history of philosophy has to check references to Aegeius viterbensis and Aegidius Cinesio! It was only recently that he was found to be one of the Antoninis! His place in the longitudinal history of philosophy is that famous pendulum between Plato and Aristotle – so after Aquinas’s Aristotle, Egidio – an almost Tuscan man! – finds Plato more pleasing – especially his philosophy of love in the symposium, the references to Ganymede as representing ‘amore,’ and he has the cheek to display all this hardly scholastic erudition (more of a renaissance thing) in his commentary of Lombardo’s sentences! Delightful – my favourite is his reference to Ganymede, for here we have the treatment of a subject (Zeus) of another subject as an object – and that’s just only one reading of Zeus’s intention --.”  Grice: “In any case, the sacrificial status of Ganymede is recognised in the Platonic tradition – as the manipulative use of a subject by another subject who is subjected as an object, rather --.” Sono gli uomini che devono essere trasformati dalla religione, non la religione dagli uomini»  -- prolusione al Quinto Concilio Lateranense. O.E.S.A. cardinale di Santa Romana Chiesa A. affresco, Sala Regia, Palazzo dei Priori, Viterbo Stemma egidio  Incarichi ricoperti Priore generale dell'Ordine di Sant'Agostino, Cardinale presbitero di San Bartolomeo all'Isola, Cardinale presbitero di San Matteo in Merulana, Vescovo di Viterbo e Tuscania, Patriarca titolare di Costantinopoli, Cardinale presbitero di San Marcello, Amministratore apostolico di Zara, Amministratore apostolico di Lanciano. Ordinato presbiteroin data sconosciuta Nominato vescovo2 dicembre 1523 da papa Clemente VII Consacrato vescovo10 gennaio 1524 dall'arcivescovo Gabriele Mascioli Foschi, O.E.S.A. Elevato patriarca8 agosto 1524 da papa Clemente VII Creato cardinale da Leone X Deceduto a Roma   Manuale. Apparteneva all'Ordine degli Agostiniani. Pur essendo i genitori di origini modeste, fanno compiere ad A. studi approfonditi presso il convento agostiniano viterbese della Santissima Trinità. Forse influenzato dalla predicazione di Genazzano, presente a Viterbo entra nell'Ordine degli Agostiniani, presso il medesimo convento per esservi ordinato sacerdote. Sotto il priorato di Parentezza, studia filosofia e si perfeziona, cominciando anche ad insegnare, presso le case del suo ordine ad Amelia, Padova, Firenze, Roma, Viterbo ed Istria. A Padova incontra più volte PICO (si veda), con il quale discusse di astrologia e cabalismo, ma, soprattutto, in quella città cura l'editio princeps di III commenti aristotelici di Egidio Romano, con notazioni contrarie ai peripatetici e ad Averroè. Più tardi conosce a Firenze l'umanista FICINO (si veda), di cui e allievo e successivamente amico, e con il quale si perfeziona notevolmente nello studio delle dottrine platoniche. Riario, protettore degli Agostiniani, che ha per lui grande stima, lo richiama a Roma dove, dopo una duplice e complessa prova, consegue il magisterium.  Oratore di straordinaria efficacia, particolarmente apprezzato in quegli anni da Alessandro VI, quindi dai suoi successori, paragonato da taluni a Demostene, e in contatto con i maggiori filosofi del tempo; oltre alla fitta corrispondenza con Ficino, va ricordata la frequentazione che ebbe a Napoli con Pontano -- che gli dedica il dialogo “Ægidius” -- e con i filosofi della sua Accademia.  Giulio II gli affidò la guida dell'Ordine agostiniano come Vicario apostolico; l'anno successivo il capitolo generale dell'Ordine lo confermò alla sua guida come Priore Generale, incarico che mantenne per molti anni, durante i quali riformò profondamente l'Ordine stesso, riportandolo agli antichi fasti con il pieno recupero della regola di Agostino. Durante quegli anni e uno dei più stretti collaboratori di Giulio II, che accompagnò nella sua missione contro Bologna e dal quale fu inviato come nunzio apostolico a Venezia e Napoli per ottenere l'adesione di quegli stati alla crociata progettata dal pontefice: venne anche inviato nella città ribelle di Perugia e ad Urbino. Il papa gli conferì il prestigioso incarico di tenere l'orazione inaugurale del Quinto Concilio Lateranense: A. pronunciò così una celebre, accorata allocuzione in cui parlò con determinata onestà dei mali della Chiesa, suscitando viva emozione nei presenti, molti dei quali lodarono lo stampo ciceroniano dell'orazione.  Morto Giulio II, anche il suo successore Leone Xappartenente alla potente famiglia fiorentina dei Medicicontinuò la stretta collaborazione con A., che impiegò in importanti missioni diplomatiche, come quella del 1516 in Germania, quando ottenne una difficile pacificazione tra Massimiliano I e la Repubblica di Venezia. Il papa innalzò A. alla dignità cardinalizia nel concistoro creandolo cardinale prete con titolo di San Bartolomeo all'Isola; quasi subito il porporato viterbese optò per il titolo di San Matteo in Merulana, antica chiesa agostiniana; molti anni più tardi, poco prima di morire, avrebbe infine optato per il titolo di San Marcello. Leone X lo nominò cardinale protettore dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino e, nello stesso anno, lo inviò come legato pontificio in Spagna per una complessa missione nella quale avrebbe dovuto impegnare Carlo V alla crociata contro i turchi. In quel periodo fu anche governatore di diverse città dello Stato Pontificio. Occorre altresì ricordare come a meno di quattro mesi dalla sua nomina a cardinale e quando A. era ancora Priore Generale degli Agostiniani, un monaco agostiniano tedesco, Lutero, affisse sulle porte della Schlosskirche di Wittenberg le notissime 95 tesi che avrebbero dato inizio alla riforma protestante.  Dopo la scomparsa di Leone X ed il breve pontificato di Adriano VI, fu eletto papa, con l'appoggio di A., un altro Medici, Clemente VII, che, pochi giorni dopo l'elezione conferì al cardinale viterbese la nomina a vescovo proprio della diocesi di Viterbo: l'anno successivo A. venne nominato patriarca latino di Costantinopoli e amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Zara. Purtroppo in quegli anni le indecisioni e gli errori politici di Clemente VII crearono problemi gravissimi al governo della Chiesa: il papa finì per schierarsi con i francesi, ma prima la sconfitta di Francesco I a Pavia, poi le incertezze della lega di Cognac aprirono le porte alla discesa in Italia di Carlo V con i suoi lanzichenecchi, culminata nel terribile Sacco di Roma, durante il quale venne distrutta -tra l'altro- tutta la ricchissima biblioteca d’A. nel Convento di Sant'Agostino. Il porporato si trovava allora nelle Marche e, per soccorrere il papa, assediato in Castel Sant'Angelo, organizzò -impiegando anche il proprio denaro- una spedizione armata, che non ebbe però fortuna per i molti ostacoli frapposti dai signori locali. Dopo quei dolorosi momenti la salute di A. andò peggiorando: questo fatto non gli impedì, peraltro, di tenere, durante il concistoro pubblico una famosa ed appassionata orazione sulla necessità di riformare la Chiesa dopo lo scisma luterano. Clemente VII dichiarò la sua disponibilità, ma sarà solo il suo successore, Paolo III, conterraneo d’A., a convocare l'importante Concilio di Trento, che segnerà, con la controriforma, la prima importante reazione della Chiesa al protestantesimo. Poco prima di morire il cardinale fu nominato arcivescovo di Lanciano; amministrò la diocesi lancianese a titolo di commenda per sette mesi, fino alla morte.  Morì a Roma e venne sepolto nella chiesa di Sant'Agostino, dove lo ricorda una semplicissima lapide sul pavimento della navata centrale, a cornu evangelii rispetto all'altar maggiore.  Filosofia, Ebraismo, Cabala  A., partic. di affresco, Sala del Cenacolo, Convento Santissima Trinità, Viterbo Egidio deve certamente essere considerato uno dei maggiori filosofi di quei secoli. Il suo primo impegno importante fu quando, studente a Padova, curò la pubblicazione con commento di tre opere del filosofo Egidio Romano: elaborò così un'autentica avversione nei confronti della filosofia di Aristotele e dell'averroismo, contro i quali ritenne che l'unico possibile antidoto fosse, specie dopo l'incontro con Ficino ed in perfetta armonia con Sant'Agostino, il neoplatonismo, inteso come «pia philosophia», cioè nella sua piena compatibilità con i valori cristiani. Uomo dottissimo, volle leggere tutte le opere che studiava nelle lingue originali in cui erano state scritte, per meglio comprenderne il vero significato: acquisì in tal modo una straordinaria conoscenza, oltre che del latino e del greco antico di cui aveva padronanza assoluta, dell'aramaico, per il Talmud e varie parti della Bibbia, dell'arabo, per il Corano e le opere di Averroè, e dell'ebraico, per la Torah. Ebbe una fitta corrispondenza con l'umanista tedesco Johannes Reuchlin, finissimo conoscitore dell'ebraismo, con il quale si intrattenne a lungo sia su temi relativi all'Antico Testamento sia sulla cabala (in ebraico Qaballáh), argomento da lui già affrontato con Pico della Mirandola, che trattava dei misteriosi simbolismi, parte dei quali nascosti nei numeri e nelle lettere stesse dell'alfabeto ebraico, che potevano avvicinare l'uomo a Dio. Le problematiche della letteratura ebraica e della cabala occuparono gran parte dei suoi ultimi anni di vita, quando tentò ripetutamente di ricondurre in ambito cristiano tutte le altre culture, dedicandosi in particolare ad approfonditi studi e ricerche sullo Zohar.  Lo scrittore e l'oratore  Raffaello:La disputa del Sacramento (affresco, Roma, Stanze Vaticane)  Egidio da Viterbo in preghiera, particolare di pala d'altare, chiesa Santissima Trinità, Viterbo Rimane ben poco della cospicua produzione letteraria di Egidio, sia a causa della perdita della sua biblioteca durante il Sacco di Roma, sia perché lui stesso, per modestia, non volle dare alle stampe molte delle sue opere. Tratta quasi tutti i campi della filosofia alla letteratura, dall'astrologia alla storia, dalla poesia alla geografia, dalla teologia all'arte: a quest'ultimo proposito si ritiene che il programma iconografico per gli affreschi di Raffaello della Disputa del Sacramento e della Scuola di Atene nella Stanza della Segnatura sia stato largamente ispirato dalla sua opera, con la probabile mediazione di Tommaso Fedra Inghirami. Da notare come Antonini preferisce di solito ritirarsi in luoghi tranquilli, come l'Eremo di Lecceto, presso Siena, o la sua città natale, Viterbo, o, ancora più spesso, due rifugi nei dintorni di quest'ultima: un Convento nell'Isola Martana, sul Lago di Bolsena, ed un Eremo nella selva del Monte Cimino. Meritano comunque menzione tre ecloghe latine di stampo virgiliano (Paramellus et Aegon, -- Paramello e Egone -- in Resurrectione Domini – la risurrezione del Signore -- e De Ortu Domini – L’orto di Dio --, sei madrigali dedicati alla famiglia Colonna  ed una favola silvestre dello stesso periodo (“Cyminia”, in volgare italiano viterbese. La a sua maggiore opera filosofica è costituita dai “Commentaria sententiarum ad mentem et animum Platonis” (I comentari dei sentenze sull’anima di Platone”, brevemente detta Sententiae ad mentem Platonis, che presenta l’ostilità all'aristotelismo e la necessità di sostituirlo, l'anima e la dignità umana; “Historia XX saeculorum” racconta le vicende di Alessandro VI a Leone X, attinsero a piene mani vari storici, da Gregorovius a Pastor, anche se il loro giudizio complessivo sulla Historia è perplesso, se non addirittura negativo. Tra altre opere meritano anche menzione il “Libellus de litteris sanctis”, sul significato recondito delle lettere dell'alfabeto romano, e la Scechina che guarda in la cabala.  Il campo nel quale Egidio riuscì comunque a dare il meglio è quello della retorica o dialettica colloquenza filosofica, divenendo uno dei migliori oratori di quei decenni, forse il migliore in assoluto, con giudizi sempre entusiastici da parte di tutti quelli che ebbero modo di ascoltarlo. In realtà egli era veramente dotato di un'eloquenza drammaticamente coinvolgente, capace di suscitare grandi emozioni negli uditori, sia che fossero ricchi principi, sia che si trattasse di poveri popolani; lo aiutava probabilmente lo stesso aspetto fisico, ascetico, con il viso pallido e scavato e la barba fluente. Tra le orazioni conservate vanno ricordate: quella nel certamen che lo vide trionfare su tre filosofi peripatetici e conseguire il magisterium. Altre saggi: “De aurea aetate” (o De Ecclesiae incremento), tenuta in San Pietro su incarico di Giulio II per onorare re Manuele I del Portogallo che aveva scoperto nuove terre e riportato una grande vittoria navale, lavoro dottissimo e ricco di riferimenti cabalistici; l'orazione delConcilio Lateranensegrande onore concessogli dal papache provocò indicibile emozione negli astanti e fece definire l'agostiniano viterbese il nuovo Cicerone; è in quest'ultima orazione la celebre sentenza di Egidio. “Sono gli uomini che devono essere trasformati dalla religione, non la religione dagli uomini”. Va infine ricordata l'orazione tenuta in occasione di un concistoro, sulla necessità di riformare la Chiesa, che viene da molti considerata come il vero preludio al celebre Concilio di Trento, convocato da Paolo III.  Genealogia episcopale Arcivescovo Gabriele Mascioli Foschi, O.E.S.A. Cardinale Egidio Antonini da Viterbo, O.E.S.A. Notizie molto precise sul suo luogo di nascita e sul suo esatto cognome sono reperibili nel lavoro di Giuseppe Signorelli, Il cardinale Egidio da Viterbo etc.,Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1929. L'opera dello storico viterbese, con una ricchissima documentazione bibliografica, costituisce un indispensabile fondamento monografico per lo studio di questo porporato; in particolare Signorelli precisa, con riferimento a numerosi manoscritti, perché debba essere ritenuta Viterbo la città natale di Egidio ed in base a quali errori diversi storici abbiano, sbagliando, ritenuto Canisio il suo cognome:il cognome esatto è Antonini.  Quanto sostenuto dal Signorelli è pienamente confermato da G.Ernst,A.  Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 1993, in quella che è probabilmente la più completa monografia su Egidio reperibile on-line, con notevole.  Pur essendo acclarato il cognome A., appare peraltro corretto chiamarlo semplicemente EGIDIO da VITERBO: Ægidius Viterbiensis o Viterbii è il nome con cui viene indicato nella bolla papale di nomina cardinalizia relativa al concistoro è il nome che compare nelle bolle da lui sottoscritte ed è, infine, il semplice nome che compare sulla sua lapide sepolcrale nella Chiesa di Agostino in Roma; sempre Egidio da Viterbo sono intitolate le principali monografie a lui dedicate da Signorelli, Ernst, Massa, O'Malley ecc.. Va infine ricordato come lo stesso Comune di Viterbo abbia chiamato Via A. la strada a lui dedicata parecchi anni fa nel centro storico cittadino e con la medesima intitolazione Egidio da Viterbo vi siano altre istituzioni viterbesi.  L'epoca della nascita è indicata ancora dal Signorelli, che cita vari documenti del periodo.  Si veda in proposito Lettera a Mannio Capenati, agosto 1504 citata in: Francis X. Martin, Friar..., cit., Appendice De materia coeli; De intellectu possibili; Egidii Romani commentaria in VIII libros Physicorum Aristotelis  Egidio non ricambiò mai la simpatia di papa Borgia, anzi il suo giudizio sul pontificato di Alessandro VI fu terribile, con parole di inusitata durezza; si veda Cesare Pinzi, Storia della Città di Viterbo, Viterbo, Agnesotti  Lo dice espressamente il Signorelli, Per la precisione fino al giorno in cui depose l'incarico davanti al Capitolo generale dell'Ordine, consegnandolo nelle mani dell'amico Gabriele Di Volta, nominato due giorni prima con breve di Leone X proprio su proposta di Egidio; v. G. Signorelli, op. cit., Capo Lo sottolinea bene Ernst (op.cit.).  L'episodio che vide A. alla testa di un esercito è ricordato in un intero capitolo (Da Vescovo a Duce) nella monografia del Signorelli, Paolo III, era nato come Alessandro Farnese nella cittadina di Canino, situata ad una trentina di chilometri da Viterbo.  La lapide, fatta collocare dal Priore Generale Gabriele Veneto, reca la seguente iscrizione: D.O.M. A. CARDINALI GABRIEL VENETUS GENERALIS (v. S. Vismara,Una grande figura religiosa del Rinascimento: A. su Biblioteca e società in// biblioteca viterbo/ biblioteca-e-societa/ index. php?fasc=12; il volumetto contiene gli Atti di un interessante Convegno di studi su A., nel anniversario della morte). Occorre notare come la lapide originale, praticamente distrutta dal tempo, sia stata sostituita nel 1982, a cura dell'Ist. Stor. Agostiniano con una nuova lapide che riporta, integralmente, l'iscrizione. Il background intellettuale e la relativa fonte egidiana dei due affreschi della Stanza della Segnatura sono stati promossi dallo storico gesuita Pfeiffer (Heinrich Pfeiffer, Die Predig des Egidio da Viterbo über das goldene Zeitalter und die Stanza della Segnatura, in:  Schmoll gen. Eisenwerth, Marcell Restle, Herbert Weiermann, Festschrift Luitpold Dussler, Monaco-Berlino, Deutscher Kunstverlag, Id., La Stanza della Segnatura sullo sfondo delle idee di Egidio da Viterbo, Colloqui del Sodalizio, Zur Ikonographie von Raffaels Disputa: Egidio da Viterbo und die christlich-platonische Konzeption der Stanza della Segnatura, Roma, Università Gregoriana Editrice) ripreso da Ernst, op.cit., e da G.Polo, Egidio da Viterbo e Raffaello, in Biblioteca e Società, Il ruolo di Fedra Inghirami quale mediatore tra A. e Raffaello è stato inizialmente ipotizzato da Paul Künzle, Raffaels Denkmal für Fedra Inghirami auf dem letzen Arazzo, in: Mélanges Eugène Tisserant,  VI, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, e si ritrova in: Christiane L. Joost-Gaugier, Raphael's Stanza della Segnatura: Meaning and Invention, Cambridge, Cambridge University Press, Per una sintesi si veda: Ingrid D. Rowland, The Intellectual Background of the School of Athens: Tracking Divine Wisdom in the Rome of Julius II, in: Marcia HallRaphael's School of Athens, Cambridge, Cambridge University Press,  Biblioteca apostolica vaticana, Ms Vat.lat.Il più autorevole di questi manoscritti è certamente quello autografo esistente presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (Mss.lat.,IX,B,14).  Tutti i giudizi degli storici sono ben riportati dal Signorelli, Riprendendo il Signorelli, descrive bene le sue grandi doti oratorie Sandro Vismara, Biblioteca e società, ATTI del Convegno...,op.cit.,pag.11.  Proprio a questa orazione si sarebbe ispirato Raffaello per due affreschi della Stanza della Segnatura, cioè la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene (v.Pfeiffer e Polo, ocitt..)  S.Vismara,op.cit..  Il testo  recita letteralmente: Homines per sacra immutari fas est, non sacra per homines.  Egidio da Viterbo, "Ecloghe", Jacopo Rubini, Sette Città,. Rafael Lazcano, Episcopologio agustiniano. Agustiniana. Guadarrama (Madrid), Hubert Jedin, Riforma Cattolica o Controriforma, Morcelliana, Brescia, Francis X. Martin, The problem of Giles of Viterbo: a Historiographical Survey, "Augustiniana",  Francis X. Martin, Friar, Reformer, and Renaissance Scholar: Life and Work of Giles of Viterbo Villanova, Augustinian Press, John W. O'Malley, Giles of Viterbo on Church and Reform: a Study on Renaissance Thought, Leiden, Brill, Heinrich Pfeiffer, Le Sententiae ad mentem Platonis e due prediche di Egidio da Viterbo, in: Marcello Fagiolo, Roma e l'antico nell'arte e nella cultura del Cinquecento, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, Cesare Pinzi, Storia della Città di Viterbo,  IV, Agnesotti, Viterbo, François Secret, Notes sur Egidio da Viterbo, "Augustiniana", Signorelli, Il cardinale Egidio da Viterbo agostiniano, umanista e riformatore, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, Viterbo Ordine di Sant'Agostino Umanesimo Cabala ebraica TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  A., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., su sapere, De Agostini. A. su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Egidio da Viterbo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Egidio da Viterbo, su ALCUIN, Ratisbona. 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Domenico Giacobazzi PredecessoreCardinale presbitero di San Matteo in Merulana Successore CardinalCoA PioM.svg Cristoforo Numai, O.F.M.O bs. Charles de Hémard de DenonvillePredecessoreVescovo di Viterbo e Tuscania Successore Bishop CoA PioM .svg Ottaviano Riario Niccolò Ridolfi (amministratore apostolico)PredecessorePatriarca titolare di Costantinopoli Successore Primate NonCardinal PioM.svg Marco Corner Francesco de Pisauro Predecessore Cardinale presbitero di San Marcello Successore CardinalCoA PioM. svg Enrique Cardona y Enríquez Grimani Predecessore Amministratore apostolico di Zara Successore Archbishop Pallium PioM.svg Francesco Pesaro (arcivescovo metropolita) Cornelio Pesaro (arcivescovo metropolita) Predecessore Amministratore apostolico di Lanciano Successore BishopCoA PioM.svg Angelo Maccafani (vescovo) Fortini, O.P. (vescovo) Filosofi italiani del XVI secolo Cardinali italiani Professore Viterbo RomaAgostiniani italiani Cabalisti italiani Cardinali nominati da Leone XPatriarchi latini di Costantinopoli Ebraisti italiani. Raptus GANYMEDIS. Ubi ea de AMORE tractavimus, quae aeterna sunt, nunc ad ea accedimus, quae ad mortales usque proveniunt. Utrumque enim in symposio disputatum est a Platone, et quod magnus deus AMOR est, quod ad aeternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque mortalium, quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum contempserunt, quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non sensilia ratione dimetiuntur.Rati ex aeterna causa res novas absque medio provenire non posse, ne aeterna, stabilis, immotaque res, de ea enim causa praecipue loquuntur, quae firma immota semper est, quasi quae novam rem pariat. Iam a priore statu mota videatur, eademque et immota et mota esset, quod veri nulla potest ratione. Sane divinus ille Amor ex aliquo semper effertur inaliquid,quod si quamanatex aliocogitetur Amor,aeternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex Amore ut, velut inmunera, quae hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem divini AMORIS adventus, tam aeternus non est, quam homines, quibus illa donantur.Mortales sunt, aeterni non sunt; neque accessus ille, illaque curatio quic-quam in Deo collocat novi nisi ex nostra quadam cogitatione. Sed id innobis oritur, quod ad aliquid est, in nobisque non eo in amore mutation ut, quemadmodum orientem solem spectantibus, dexter est antarcticus polus, articus sinister, quibus rursus occidentem spectantibus contrariaratio ut, efficiturque et dexter arcticus et sinister antarcticus, ac quam-quam immoti semper poli sint, qui tamen dexter erat sinister efficitur,non caeli parte, sed spectatoris corpore commutato. Ita sane ut, cumad bonas hominum mentes, cum ad morbos animorum curandos, ille loquntur V; locuntur N pariat] percipiat V sint] sunt  ac. V Utrumque est] Symp.  NV; Symp. N medicus … mortalium] Symp. N V accedit amor. Ita ad aegrum se conert, ut agitationem ac motum, nonamor ille divinus, sed solus aegri animus patiatur. Nam cum gemini AMORES, geminaeque sint Veneres, sicut Platoni placet, uterquesi processerit, urorenoscorripit. Sedalterperturbationum, morborum, malorum omnium causa est; alter sedationes, salutem, bonaque plane omnia elar-gitur.HincMenonillePlatonicusait, mortals non nisi divino gurore correptos bonos eri. Quae quidem sententia oraculo consentit, quo praedicatum est, caeli regnum vim pati atque a violentis mortalibus rapi. Utenim malus furor in era humanam sortem rapit mentem, ita divinus spiritu vehementi, supra hominum vires in caelum usque correptam men-tem vehit.  HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR FABVLA IN PHYRGIO PVERO COGITARI VOLEVAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO CONSILIO PROTECTVM SED DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTUM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT NON NISI AB AMATORE – VT HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORUM POTESTAS NON NISI IN DIVINVM ET AMOREM REFERATVR. Nam Plato cum tres furors ostendisset: Musarum, Bacchi, Apollinis, quartum etiam Veneris adiecitomnium maximum, sacratissimum, divinissimum. Aeterna vero de causa novi aliquid procisciquid prohibet, a libera praecipue atque immota omnino. Quippe quae idcirco non mutata usque iudicatur, quod quae aeterna voluntate in tempore se acturam statuit, eastatuto tempore fecit. Quare tantum abest ut mutata dicenda sit, quod in tempore quicquamegerit, ut mutatautique dicenda esset, si quod constituit, in tempore non egisset. Adde quod non ponimus spiritum illic esse, ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam uerit. Atque ita ad nos in tempore dicimus procisciillum cum divino aliquot coniungitur munere, quo prius nobis non coniungebatur. Callistoetenim, et amanti deo miscetur prius, et deinde ab eodem in caelum rapta est. Quibus quidem in rebus, non divinum AMOREM sed illam mutatam esse voluerunt, cumprius divina AMICITIA ac deinceps etiam caeli sede a divino AMORE donata est nactaque. Spiritus munus est quippe quem non aquis mergi sed superaquas erri scriptum est. Aquae etenim multae, Solomone teste, extinguere non possunt charitatem, quae una more olei virginum prudentum obrui in undas non potest, sublime tutumque supernatat. Ita quos sanctus [amor in marg. V animus] animis ac. V Quare] quarum ac.V esse] etiam V esse] esset  V etenim  om.  V  Salamone  N V cum placet] Symp. N N V Menon eri] Men. N N V puero]  asteriscus N Nam divinissimum] Ion  N V ; Phaedr. Ion  N caeli rapi] Mt. Aquae charitatem] Cant.] ille AMOR inhabitat, nihil mali metuunt, nullos adversos re ormidant ventos, nulla malorum tempestate iactantur. Quam quidem rem et prius Homerus et postea Maro posteris prodiderunt. Arctos Oceani metuentes aequore tingi, quod hii, quos divinus AMOR corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil possint, mergi ullis tempestatibus non possint. Iam verode AMORIS processibus quaesitum saepe est, duonesint, anunus. Alii duos aciunt, quod aeterna res eadem rei non aeternae esse non debeat. Aliiunum dumtaxatessecontendunt,quia duo sunt ad aliquid in spiritu:alterum re, alterum ratione. Quod vero ratione, non re ponimus, nihil erum constituat oportet. Res ex re oritur, non ex solius principio rationis. Nos medium malentes, modo quodam unum, modo alio duos processus esse volumus, omnis enim progressio inter duos iaceat terminosnecesse est, ut Daedali volatus e Cretensi coepit carcere, Calcidicaque levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam, quam in horto voluptatis esse docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex alveis in quos manat,spectare possumus. Si ex onte, unam, si ex alveis, plures esse dicendumest. Ita erme et AMORIS divini processus. Si ontem unde fluit adspicias, unus dumtaxat erit immortalis aeternusque, sicut unum esse principiumostendimus unde manat. Sin vero ea spectes, in quae tendit, quia alterum est aeternum, alterum temporarium, ut spiritus divinus et HUMANUM genus, id circo duosesse progressus asseverandum est. In onte enim si quid est quod sit ad aliquid in processu spiritus, unum dum taxatest. In unibus vero non unum, sed duo reperiuntur, quorum alterum in spirituaeternum, alterum in hominibus temporarium residet. De aeterno quidem Hesiodus disseruit, qui etiam Aristotele teste, erram et ante eam Chaos, hoc est vacuum,  ut idem interpretatur quod ii concedant oportet, qui mundum volunt conditum fuisse, ut etiam consensit interpresAverroes ante haec vero, utpote rebus antiquiorem AMOREM constituit,cuius postea partes uere, super aquas erri, et ut alii melius, rudi mundi et silvae et materiae incubare. AMOREM itaqueis vates aeternum essececinit, quem temporarium quoque universa ecit antiquitas,cum Iovem tra-xisse nxerunt ad Danaes, ad Laedae, ad Alcmenae consuetudinem. Nec aliud plane per divinos amores, per amatas Deo puellas, et (si ss esset ii  N re ponimus] reponimus V onte V spiritum V concedunt V Almenae  N V Arctos tingi] Virg.  N V omnis est] Phy.;. Phy;.Phy. N N V Aristotele Chaos]. Phy.  N N V Arctos tingi] Geo..Calcidicaque arce] Aen..dicere) per Iovis adulteria intellexere, nisi AMORIS divini adventum in homines, cum ex innumerabili pene mortalium turba ad interitum, adineros, ad miseriam properante, quidam seliguntur Deo cari, quibus et verum agnoscere, pedem retrahere, caelum contempta terra conscendere datum est. Dat siquidem Plato in Euthyphrone Divino AMORI, quicquidin mortalibus vel studiosi, vel sancti reperitur. Omne enim Diis AMICVM sanctum, diis vero NON AMICVM PROPHANVM arbitrabatur. Quicquid itaque spei, quicquid salutis, quicquid recti in hominibus esse potest, exmunere deorum esse voluit, cum ALCIBIADES ad bene, recteque agendum censuit non sufficere mortales. Id quoque vestigatione dignum putavere, ancum AMORIS Divini muneribus, quae donantur hominibus, ipse etiam Divinus AMOR Deus, ac ipse a nobis spiritus una cum muneribus possideatur. Plato in “Symposio” illud Hesiodi, quod prius adduximus, commemoravit, antiquissimum deorum esse AMOREM ut spiritum ostenderet Deum esse maximum, turbas novorum Deorum ipsa aeternitate antecedentem. Antiquissimum vero et primum intelligimus non modo qua deos alios anteit, verum etiam qua divina in nobis antecedit dona. Primum namque donorum omnium AMORE facit Aristoteles in Rhetoricis, quare nisi prius mortalibus AMOR detur, nunquam divina munera tribuuntur de iis, inquam, muneribus, quae AMICITIAM nobis conciliant divinam. Deum praeterea Aristoteles in maximo caeli circulo esse vult, ea dumtaxat nisus ratione, quod simplices incorporeaeque substantiae eo in loco sunt, sicuti in loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id agit AMOR ille divinus in nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex hostibus AMICI efficiamur, non potest idem ipse AMOR non esse innobis. Iungimur quoque non modo muneribus cum illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probetum nosse tum AMARE incipimus. Notitia enim AMORque Dei, quae praecipua a Deo munera generi humano tribuuntur, ut Deo et propius iungamur et iunctissime haereamus efficiunt. Atqui sicut Apostolo placet, quicunque haeret deo, ut unus cum Deo spiritus evadat, oportet. Fit denique in nobis dato munere ad aliquid, quo non modo dona suscepta, verum etiam dantem AMOREM aspicimus. Quamobrem efficitur, ut AMOR ille, qui deus est, alia quam prius ratione possideatur a nobis. Possidetur autem cum sese nobis insinuat, cum in udit se animo, cum sinui penetralibusque amatae mentis illabi- ut] et V nixus V ille  sl. N suscepimus V ut] et  V prius  in marg.V  autem] etiam  V .– Dat reperitur] Eut. N V ; Eutyphrone N Plato Amorem] Symp. N N V] tur.Quod si parum id persuaserimus, non potest Apostoli oraculum non persuadere, qui Dei AMOREM in discipulorum cordibus praedicat diffusum per spiritum, inquit, sanctum, qui datus est nobis. Quo quidem loco incredibile immortalium munus ostenditur, quo non modo divina dona, verum etiam Deus ipse donorum dator sese et dat et exhibet animae humanae. Ex iis vero, quae dicta sunt, dubitatio exoriri potest, sienim AMOR est donorum primum, nullo nos donari munere sequitur, nisi prius AMOREM spiritumque suscipiamus. Cum tamen non nullos constet improbos Spiritus divini dona suscepisse, spiritum tamen minime suscepisse. ria nomina intelligenda sunt nobis, quae saepe a rismegisto et a Platone in medium afferri consuevere. Deum namque apellitare soliti sunt patrem, verum, bonum. Patrem quidem nominant illamut causam, a qua pro ecti sumus. Verum, ut id quod summum intelligimus. Bonum, ut id quod ut beatisimus adamamus. aria itaque divina nominasunt, tres etiam rationes quibus in nobis est Deus. Quaenim Pater ac causa rerum est, omnibus inest rebus. Ea namque, quae sunt, similitudinem servant eorum, unde sunt, atque hoc pacto in rebus est Deus. Esentia, potestate, praesentia, quemadmodum publica senatus decretal censuerunt. Ego omnia impleo, dicebat oraculum. Quam quidem rem divinarum rerum consultissimus Maro in rusticis carminibus scriptamreliquit. Ab Iove, inquit, principium musae. Iovis omnia plena. Ubi et sententiam et sententiae causam elegantissime posuit scribens, Iovis esse plena omnia, atque ideo ab eo principium musae facere. Qui locus longe altius agit, quam prima carminis ronte videatur, voluit enim Iovis plena esse omnia, quoniam Musae principium, atque ortus a Iove ipso est. Filias enim Iovis Homerus Musas ecit. Musas etiam caelestesque deos una cum rebus omnibus a principio conditos a Deo fuisse constat. Quare id circo docet omnia esse plena Deo, quod Musae rerumque omnium pater est et causa ac principium Deus. Primamque rationem describit, qua Deus rebus inest, eiusque rei causam ostendit, quod Musae rerum quesit et pateret principium. Didicitex imaeo Deum esse non modo Musae, sed et rerum patrem, ubi insignis illa Platonis sententia est, actarum rerum patrem invenire difficile est, effari autem nulliunquam as est. Quod enim sit Deus, magno tandem negotio coniicimus, quid autem sit nullo studio, nullo labore in terris animadvertimus. rimegisto  illam] illi  N intelligmus  beatissimus] beatissimus V inquit  sl. N ac] et V advertimus V Ab plena] Virg. NV Didicit … est] im.NNV At esse ubique Deum Academia semper voluit, utpostea, non semel Plotinus testatus est, cuius quidem doctrinam ad Maronis interpretamenta necessariam esse, vel Servius atetur. Altera ratio, qua inest nobis Deus,est cognitionis et mentis, quod quidem divinum munus ii soli possident, qui sunt mentis rationisque participes. Iungitur namque Deo mens dum contemplatur Deum, utque divinas quasdam speculatur imagines, quibus aciem dirigit in divinam lucem; atque hoc pacto in contemplante estDeus per similitudines atque imagines quasdam, quibus modo quodam coniungimur Deo. Tertia ratio est cum inest nobis deus non modo tamquam verum cognoscentibus, sed tanquam bonum summum adamantibus. Illud cognitionis, hoc amoris est opus. Id menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum illud est interstitium, quod rei speciemaltera, altera non speciem, sed rem ipsam assequitur. Species enim lapidis, teste Aristotele, in animo est, non lapis, cumcontra bonumipsum ac malum, non in rerum imaginibus, sed in ipsissintrebus. Quaretertius hic nodus quoiungimurdeo, tanto est superiorepraestantior,quantoaurum, atque homo auri hominisque imagines antecellit. Licet intelligentia qua-dam nos ratione iungat Deo, ita tamen iungit, ut scientiae et mathematicae solent, quae aciunt necessaria quadam consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus, non tamen praestant, ut etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus imaginibusque contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit, nec unquam nisi pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum similitudines ad cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram rapit. Iarbam quem novit Dido, non admisit, quem amavit Aeneam virum cepit, non enimilli colloquia, non convivia, non munera, non consuetudo sat uit, quinpotius nunquam destitit, donec “speluncam Dido, dux et troianus eandem devenirent, ubiarctissimo connubiivinculoiungerentur. Atquehocest quod in Republica Plato monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis artiorem, cum disciplinarum necessitas similitudini mentem iungat, AMORIS vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod velut Maro AMORIS retinacula ut arctissima esse demonstraret, matrimonii illa et nuptia- vel sed V ii ipsi ac. V atque N altera om. NV sint sl. V nodus] modus ac. V potitur V Iarbam] Hyarbam N V  mathamaticis V denunciant V esse est] Enn.  lib. cap. et   lib. cap. N N V  hoc artiorem]. Reip.  N NV  speluncam devenirent] Aen. Rumiugosigni cavit. Idem quoque hicidem quo de agimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis, commercia namque humanarum animarum et inmortalis Dei, quae caritate amoreque conciliantur, non aptiori nomine appellate sunt, quamc onnubii atque nuptiarum. Quam obrem liberis, qui mores canit et castos et divinos, ab Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus VIRIS Epitalamii titulo inscriptus est, haud alio plane consilio, quam ut cum amoris nodum cogitemus, efficacissimum arbitremur. Est itaque in rebus Deus maximus primo quidem modo sicut causa iniis, quae vel proveniunt vel oriuntur ex causa. Est rursus in eo animante, quirationisest particeps, quadam et specierum similitudine et intelligentiae luce. Et denique in hoc ipso per sanctos caritatis amorisque complexus. Primum quidem naturae opus est, alterum studii, tertium AMICITIAE. Primum dat nobis essentiam, sequens cognitionem, postremum gratiam atque benevolentiam. Deus siquidem in primo et intellectum et mentem praebet homini, in secundo dei species et enigmata, in postremo AMORIS bene ciodatseipsum. Iam itaque constarepalam potest, quaemunera AMORIS ea sint, quae cum exhibentur hominibus, efficiunt ut auctor quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua pater et causa rebus insit omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad amorem pertinet, nullis cum muneribus praestatur hominibus, nisi ea AMORIS, gratiae, amicitiaesint. Extat oraculum clarissimum, quo AMORIS hoc divinissimum significatum est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo, et nobis domicilium faciemus. Hoc idem in Platonico Symposio indicat, quod in AMORIS ortu enia Poro miscetur, ut aperte AMORIS vis intelligatur, cuius inaestimabili et bonitate et beneficio et, ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima copuletur. O beatum munus! O felices AMORIS VIRES, O Fortunatos HOMINES, ubi divinus ille flagrat AMOR, ubi suas Deus exercet nuptias, ubi amatae sponsae commiscetur, ubi tanquam in thalamo cubat suo. Quidfasces, quid imperia, quid utiles hominibus voluptates prosunt? Qui si unum hunc AMOREM non possident, male omnia atqueexilio possident. Qui ut parentem et causam colunt deum, parum sese aellureevehunt, caelum que lunae dum taxat aspiciunt, quam terrae naturam sapere volunt et Aristoteles et Averroes, proindeque torpentes acgelidi AMORIS munera acesque non sentiunt. Qui vero contemplantur atque] ac  V costare  V  quoque quo V  inestimabili  V; inextimabili  N N ac a V Hoc copuletur Symp.  N V ad aciemus Io. ut verum in Mercurii orbem oculos attollunt, unde artium et discipli-narum munera tribui generi humano abulantur. Qui etsi amoris flam-mas nondum concipiunt, quoniam tamen orbis ille venereo iunctus est, nec sua stella a Veneris stella procul unquam migrat, atque utraque semper circum flammeum ardentemque micat solem, idcirco ab intelligen-tia, modo recta piaque sit, ad amoris ignes acilis patet aditus. Qui autemetiam Mercurii somnia virgamque apertis oculis transiliunt, quasi vene-reae columbae pennis, nisi ad Veneris se flammas caelumque recipiunt,quo qui tandem convolant, non in concertatione similitudinum dimicant vel laborant, sed in pace in id ipsum dormiunt laeti atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates: “quis,” inquit, “dabit mihi pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam! Huc se venturum isetiam ut poterat sperabat, geminas qui forte columbas aspiciens, quaetum caelo venere volantes, maternas agnovit aves. In hoc denique AMORIS caelum tertium raptus ille est, qui amorem absquerebus aliissatisesse,res alias absque amore nihil esse arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum prophetia, non cum miraculis semper datur deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si habeam, unum AMOREM non habeam, nihilomninosum. Quod vero sit donorum primum acitutaliquasempercum donis AMOR detur; si -- prior testo con note – apparato critico – Antonini. Ubi ea de AMORE tractavimus, qu æ æterna sunt, nunc ad ea accedimus, quæad mortals usque proveniunt. Utrum queenim in Symposio disputatum est a Platone, et quod magnus deus amor est, quod ad æternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque mortalium, quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum contempserunt, quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non sensilia ratione dimetiuntur. Rati ex æterna causa res novas absque medio provenire non posse, ne æterna, stabilis, immotaque res, de ea enim causa præcipueloquuntur, quæ rma immota semper est, quasi quæ novam rem pariat.Iam a priore statu mota videatur, eademque et immota et mota esset,quod eri nulla potest ratione. Sane divinus ille AMOR ex aliquo semper effertur inaliquid, quod si qua manatex aliocogitetur AMOR, æternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex Amore ut, velut inmunera, quæ hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem divini AMORIS adventus, tam æternus non est, quam homines, quibus illa donantur. Mortales sunt, æterni non sunt; neque accessus ille, illaque curatio quic-quam in Deo collocat novi nisi ex nostra quadam cogitatione. Sed id innobis oritur, quod ad aliquid est, in nobisque non eo in amore mutation ut, quem ad modum orientem solem spectantibus, dexter est antarcticus polus, articus sinister, quibus rursus occidentem spectantibus contrariaratio et, efficiturque et dexter arcticus et sinister antarcticus, ac quamquam immoti semper poli sint, qui tamen dexter erat sinister efficitur,non cæli parte, sed spectatoris corpore commutato. Ita sane ut, cumad bonas hominum mentes, cum ad morbos animorum curandos, ille accedit amor. Ita ad ægrum se confert, ut agitationem ac motum, nonamor ille divinus, sed solus ægri animus patiatur. Nam cum geminiAmores,geminæquesintVeneres,sicutPlatoniplacet, uterquesiprocesserit, urorenos corripit.Sedalterperturbationum, morborum, malorum omnium causa est; alter sedationes, salutem, bonaque plane omnia elargitur. Hinc Menon ille Platonicus ait, mortales non nisi divino urore correptos bonos feri. Quæ quidem sententia oraculo consentit, quo præ-dicatum est, cæli regnum vim pati atque a violentis mortalibus rapi. Utenim malus uror in ra humanam sortem rapit mentem, ita divinus spiritu vehementi, supra hominum vires in cælum usque correptam mentem vehit. HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR FABVLA IN PHYRGIO PVUERO COGITARI VOLEBAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO CONSILIO PROTECTVM SED DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTVM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT NON NISI AB AMATORE VT HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORVM POTESTAS NON NISI IN DIVINVM AMOREM REFERATVR. Nam Plato cum tres furoresostendisset: Musarum, Bacchi, Apollinis,quartumetiam Venerisadiecitomnium maximum, sacratissimum, divinissimum. Æterna vero de causa novi aliquid procisci quid prohibet, alibera præcipue atque immota omnino. Quippe quæ idcirco non mutata usque iudicatur, quod quæ æterna voluntate in tempore se facturam statuit, eastatuto tempore fecit. Quare tantum abest ut mutata dicenda sit, quod intempore quicquamegerit, ut mutat autique dicenda esset, siquod constituit, in tempore non egisset. Adde quod non ponimus spiritum illic esse,ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam uerit. Atque ita ad nos in temporedicimus procisciillumcumdivinoaliquoconiungiturmunere, quo prius nobis non coniungebatur.Callistoetenim,etamantideomisce-tur prius, et deinde ab eodem in cælum rapta est. Quibus quidem inrebus, non divinum amorem, sed illam mutatam esse voluerunt, cumprius divina amicitia ac deinceps etiam cæli sede a divino amore donata est nactaque. Spiritusmunus est quippe quem nonaquis mergi sed superaquas erri scriptum est. Aquæ etenim multæ, Solomone teste, extin-guere non possunt charitatem, quæ una more olei virginum prudentumobrui in undas non potest, sublime tutumque supernatat. Ita quos sanc-tus ille Amor inhabitat, nihil mali metuunt, nullos adversos reformidant ventos, nulla malorum tempestate iactantur. Quam quidem rem et priusHomerus et postea Maro posteris prodiderunt: “Arctos Oceani metuen-tes æquore tingi, quod hii, quos divinus amor corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil possint, mergi ullis tempestatibus non possint. Iam vero de AMORIS processibus quæsitumsæpe est, duonesint,anunus.Aliiduos aciunt, quod æterna res eadem rei non æternæ esse non debeat. Aliiunum dumtaxatesse contendunt, qui aduosuntad aliquid in spiritu: alterum re, alterum ratione. Quod vero ratione, non re ponimus, nihil rerum constituat oportet. Res ex re oritur, non ex solius principio ratio-nis. Nos medium malentes, modo quodam unum, modo alio duos pro-cessus esse volumus, omnis enim progressio inter duos iaceat terminosnecesse est, ut Dædali volatus e Cretensi coepit carcere, Calcidica que levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam, quam in horto voluptatis esse docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex alveis in quos manat,spectare possumus. Si ex onte, unam, si ex alveis, plures esse dicendumest. Ita erme et amoris divini processus. Si ontem unde fluit adspicias,unus dumtaxat erit immortalis æternusque, sicut unum esse principium ostendimus unde manat. Sin vero ea spectes, in quæ tendit, quia alterum est æternum, alterum temporarium, ut spiritus divinus, et huma-numgenus, id circoduosesse progressus asseverandum est. In onteenimsi quid est quodsitad aliquidin processu spiritus, unum dumtaxatest. In nibus vero non unum, sed duo reperiuntur, quorum alterum in spirituæternum, alterum in hominibus temporarium residet. De æterno quidem Hesiodus disseruit, qui etiam Aristotele teste, erram et ante eam Chaos, hoc est vacuum, ut idem interpretatur, quod ii concedant oportet, qui mundum volunt conditum fuisse, ut etiam consensit interpres Averroes ante hæc vero, utpote rebus antiquiorem Amorem constituit,cuius postea partes uere, super aquas erri, et ut alii melius, rudi mundi et silvæ et materiæ incubare. AMOREM ita queis vates æternum essececinit, quemtemporarium quoque universa ecit antiquitas,cum Iovem traxis senxerunt ad Danæs, ad Lædæ, ad Alcmenæ consuetudinem. Nec aliud plane per divinos amores, per amatas Deo puellas, et si as essetdicere per Iovis adulteria intellexere, nisi AMORIS  divini adventum inhomines, cum ex innumerabili pene mortalium turba ad interitum, adineros, ad miseriam properante, quidam seliguntur Deo cari, quibus et verumagnoscere, pedemretrahere, cælum contemptaterraconscendere datum est. Dat siquidem Plato in Euthyphrone Divino Amori, quicquidin mortalibus vel studiosi, vel sancti reperitur. Omne enim Diis AMICUM sanctum, diis vero NON AMICUM PROPHANUM arbitrabatur. Quicquid itaque spei, quicquid salutis, quicquid recti in hominibus esse potest, exmunere deorum esse voluit, cum ALCIBIADES ad bene, recteque agendum censuit non sufficere mortales. Id quoque vestigatione dignum putavere, ancum AMORIS Divini muneribus, quædonantur hominibus, ipseetiam Divinus AMOR Deus, ac ipse a nobis Spiritus una cum muneribus possideatur. Plato in “Symposio” illud Hesiodi, quod prius adduximus, commemoravit, antiquissimum Deorum esse AMOREM, ut Spiritum ostenderet Deum esse maximum, turbas novorum Deorum ipsa æternitate antecedentem. Antiquissimum vero et primum intelligimus non modoqua deos alios anteit, verum etiam qua divina in nobis antecedit dona.Primum namque donorum omnium AMOREM facit Aristoteles in “Rhetoricis”, quare nisi prius mortalibus amor detur, nunquam divina munera tribuuntur de iis, inquam, muneribus, quæ amicitiam nobis conciliantdivinam. Deum præterea Aristoteles in maximo cæli circulo esse vult,ea dumtaxat nisus ratione, quod simplices incorporeæque substantiæeo in loco sunt, sicuti in loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id agit Amor ille divinus in nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex hostibus amici efficiamur, non potest idem ipse Amor non esse innobis. Iungimur quoque non modo muneribus cum illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probe tum nosse tum amare incipimus; notitiænim AMORque Dei, quæ præcipua a Deo munera generi humano tri-buuntur, ut Deo et propius iungamur et iunctissime hæreamus efficiunt. Atqui sicut Apostolo placet, quicunque hæret deo, ut unus cum Deospiritus evadat, oportet. Fit denique in nobis dato munere ad aliquid,quo non modo dona suscepta, verum etiam dantem AMOREM aspicimus. Quam obrem efficitur, ut AMOR ille, qui Deus est, alia quam priusratione possideatur a nobis. Possidetur autem cum sese nobis insinuat, cum inudit se animo, cum sinui penetralibusque amatæ mentis illabitur. Quod si parum id persuaserimus, non potest Apostoli oraculum non persuadere, qui Dei amorem in discipulorum cordibus prædicat diffu-sum “per Spiritum,” inquit, Sanctum, qui datus est nobis. Quo quidem loco incredibile immortalium munus ostenditur, quo non modo divina dona, verum etiam Deus ipse donorum dator sese et dat et exhibet animæ humanæ. Ex iis vero, quæ dicta sunt, dubitatio exoriri potest, sienimA AMORES tdonorumprimum, nullonos donarimunere sequitur, nisiprius AMOREM Spiritumque suscipiamus. Cum tamen nonnullos con-stet improbos Spiritus divini dona suscepisse, Spiritum tamen minime suscepisse. ria nomina intelligenda sunt nobis, quæ sæpe a risme-gisto et a Platone in medium afferri consuevere. Deum namque apelli-tare soliti sunt Patrem, Verum, Bonum. Patrem quidem nominant illamut causam, a qua protecti sumus; Verum, ut id quod summum intelli-gimus; Bonum, ut id quod ut beati simus adamamus. ria itaque divina nominasunt, tres etiam rationes quibus in nobis est Deus; quænimPaterac causa rerum est, omnibus inest rebus. Ea namque, quæ sunt, simili-tudinem servant eorum, unde unt, atque hoc pacto in rebus est Deus:essentia, potestate, præsentia, quemadmodum publica senatus decretacensuerunt. Ego omnia impleo,” dicebat oraculum. Quam quidem rem divinarum rerum consultissimus Maro in rusticis carminibus scriptamreliquit: “Ab Iove,” inquit, “principium Musæ; Iovis omnia plena”; ubiet sententiam et sententiæ causam elegantissime posuit scribens, Iovisesse plena omnia, atque ideo ab eo principium Musæ acere. Qui locuslonge altius agit, quam prima carminis fronte videatur, voluit enim Iovis plena esse omnia, quoniam Musæ principium, atque ortus a Iove ipsoest. Filias enim Iovis Homerus Musas fecit. Musas etiam cælestesquedeos una cum rebus omnibus a principio conditos a Deo fuisse constat. Quare idcirco docet omnia esse plena Deo, quod Musæ rerum-que omnium pater est et causa ac principium Deus. Primamque rationem describit, qua Deus rebus inest, eiusque rei causam ostendit, quod Musæ rerum quesitet pateret principium. Didicitex imæo Deum essenon modo Musæ, sed et rerum patrem, ubi insignis illa Platonis sententia est, actarum rerum patrem invenire difficile est, effari autem nulliunquam as est.” Quod enim sit Deus, magno tandem negotio coniicimus, quid autem sit nullo studio, nullo labore in terris animadvertimus. At esse ubiqueDeum Academia semper voluit, utpostea, non semel Plotinus testatus est, cuius quidem doctrinam ad Maronis interpretamenta necessariam esse, vel Servius atetur. Altera ratio, qua inest nobis Deus, est cognitionis et mentis, quod quidem divinum munus ii soli possident, qui sunt mentis rationisque participes. Iungitur namque Deo mens dumcontemplatur Deum, utque divinas quasdam speculatur imagines, quibus aciem dirigit in divinam lucem; atque hoc pacto in contemplante est Deus per similitudines atque imagines quasdam, quibus modo quodam coniungimur Deo. Tertia ratio est cum inest nobis deus non modo tamquam verum cognoscentibus, sed tanquam bonum summum adamanti-bus. Illud cognitionis, hoc amoris est opus. Id menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum illud est interstitium, quod rei speciem altera, altera non speciem, sed rem ipsam assequitur. Species enim lapidis, teste Aristotele, in animo est, non lapis, cumcontra bonumipsum ac malum, noninrerumimaginibus, sedinipsissintrebus. Quaretertius hic nodus quoiungimur deo, tanto es tsuperiorep ræstantior, quantoaurum, atque homo auri hominisque imagines antecellit. Licet intelligentia quadam nos ratione iungat Deo, ita tamen iungit, ut scientiæ et mathemati-cæ solent, quæ aciunt necessaria quadam consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus, non tamen præstant, ut etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus imaginibusque contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit, nec unquam nisi pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum similitudines ad cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram rapit. Iarbam quem novit Dido, non admisit, quem amavit Æneam virum cepit, non enimilli colloquia, non convivia, non munera, non consuetudo sat uit, quinpotius nunquam destitit, donec “speluncam Dido, dux et Troianus ean-dem devenirent, ubi arctissimo connubiivinculoiungerentur. Atque hoc est quod in Republica Plato monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis artiorem, cum disciplinarum necessitas similitudini mentem iun-gat, amoris vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod velut Maro amo-ris retinacula ut arctissima esse demonstraret, matrimonii illa et nuptiarum iugo signi cavit. Idem quoque hicidemquodeagimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis, commercia namque humanarum animarum etinmortalis Dei, quæ caritate amoreque conciliantur, non aptiori nomine appellatasunt, quamconnubiiatquenuptiarum.Quamobremliberis,qui  AMORES canit et castos et divinos, ab Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus VIRIS Epitalamii titulo inscriptus est, haud alio plane consilio, quam ut cum amoris nodum cogitemus, efficacissimum arbitremur.Est itaque in rebus Deus maximus primo quidem modo sicut causa iniis, quæ vel proveniunt vel oriuntur ex causa. Est rursus in eo animante, qui rationis est particeps,quadamet specierum similitudine et intelligentiæ luce. Et denique in hoc ipso per sanctos caritatis amorisque complexus. Primum quidem naturæ opus est, alterum studii, tertium AMICITIÆ. Primum dat nobis essentiam, sequens cognitionem, postremum gratiamatque benevolentiam. Deus siquidem in primo et intellectum et mentem præbet homini, in secundo dei species et enigmata, in postremo amo-risbeneficiodatse ipsum. Iamitaqueconstarepalam potest, quæmunera AMORES ea sint, quae cum exhibentur hominibus, efficiunt ut auctor quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua pater et causa rebus insit omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad amorem pertinet, nullis cum muneribus praestatur hominibus, nisi ea amoris, gratiae, amicitiaesint. Extat oraculum clarissimum, quo amoris hoc divinissimum significatum est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo, et nobis domicilium aciemus.”HocideminPlatonico Symposioindicat, quodinAmorisortu Penia Poro miscetur, ut aperte Amoris vis intelligatur, cuius inaestimabili et bonitate et benficio et, ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima copuletur. O beatum munus! O felices AMORIS VIRES, O fortunatos HOMINES, ubi divinus ille flagrat Amor, ubi suas Deus exer-cet nuptias, ubi amatae sponsae commiscetur, ubi tanquam in thalamocubat suo! Quid asces, quid imperia, quid utiles hominibus voluptates prosunt? Qui si unum hunc Amorem non possident, male omnia atqueexilio possident. Qui ut parentem et causam colunt deum, parum sese aellureevehunt,caelumquelunaedumtaxataspiciunt,quamerraenatu-ram sapere volunt et Aristoteles et Averroes, proindeque torpentes acgelidi Amoris munera acesque non sentiunt. Qui vero contemplantur  ut verum in Mercurii orbem oculos attollunt, unde artium et discipli-narum munera tribui generi humano fabulantur. Qui etsi amoris flam-mas nondum concipiunt, quoniam tamen orbis ille venereo iunctus est,nec sua stella a Veneris stella procul unquam migrat, atque utraque semper circum flammeum ardentemque micat solem, idcirco ab intelligen-tia, modo recta piaque sit, ad AMORIS ignes facilis patet aditus. Qui autemetiam Mercurii somnia virgamque apertis oculis transiliunt, quasi vene-reae columbae pennis, nisi ad Veneris se flammas caelumque recipiunt,quo qui tandem convolant, non in concertatione similitudinum dimicant vel laborant, sed in pace in id ipsum dormiunt laeti atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates: “quis,” inquit, “dabit mihi pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam!” Huc se venturum isetiam (ut poterat) sperabat, “geminas qui orte columbas aspiciens, quaetum caelo venere volantes, maternas agnovit aves.” In hoc denique AMORIS caelumtertiumraptusilleest, qui AMOREM absquerebusaliissatisesse,res alias absque amore nihil esse arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum prophetia, non cum miraculis semper datur Deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si habeam, unum Amorem non habeam, nihilomninosum.Quod verositdonorumprimum acitutaliqua semper cum donisAMOR detur. Simplicitertamenexactequedari non dicitur, nisi dum munera tertii sunt generis et divina cum AMICITIA tribuuntur. Egidio Antonini. Antonini. Keywords: Ganimede, amore, amare, amatore, amante, amatum, significatum. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Antonini” – The Swimming-Pool Library. Antonini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Antonino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ imperare – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiaa – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. – marc’aurelio: antonino -- Grice: “Some call him Aurelio, but I call him Antonino, since the first time his thing was published in Latin, his thing was under ‘M. Antonini,’ no clue about the Aurelius!” -- Grice: “I once suggested to Strawson that he should write a dissertation on a comparison of Barberini’s and Xylander’s translation of Marcus Aurelius; you see, he was a Roman who philosophised in Greek; and he was translated to Latin only in the 1550s; and into Italian a century later! Sir Peter responded: “I guess you want me to detect all the misimplicata!’ ‘Misimpiegato,’ I replied!” Solo il presente ci è tolto, dato che solo questo abbiamo.»  (A. Pensieri) Marco Aurelio Antonino Augusto (in latino: Marcus Aurelius Antoninus Augustus; nelle epigrafi: IMP·CAES·M·AVREL·ANTONINVS·AVG. Meglio conosciuto semplicemente come A., è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale.  Nato come Marco Annio Catilio Severo divenne Marco Annio Vero, che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con la propria cugina Faustina, figlia d’Antonino, e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Antonino e imperatore sino alla sua morte, avvenuta per malattia a Sirmio secondo Tertulliano o presso Vindobona. Mantenne la coreggenza dell'impero assieme a Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da Antonino Pio. Morto Lucio Vero, associa al trono suo figlio Commodo. È considerato dalla storiografia tradizionale come un sovrano illuminato, il quinto dei cosiddetti "buoni imperatori" menzionati da Edward Gibbon. Il suo regno fu tuttavia funestato da conflitti bellici (guerre partiche e marcomanniche), da carestie e pestilenze. Marco Aurelio è ricordato anche come importante filosofo stoico, autore dei Colloqui con sé stesso, “Τὰ εἰς ἑαυτόν” nell'originale. Alcuni imperatori successivi utilizzarono il nome "Marco Aurelio" per accreditare un inesistente legame familiare con lui. Busto dell'imperatore Marco Aurelio (Musei Capitolini, Roma). Nome originale Imperator Caesar Marcus Aurelius Antoninus Augustus Tribunicia potestas 9 anni (da solo), 6 con Lucio Vero, 4 con Commodo e 15 con Antonino Pio per un totale di 34 volte: la prima volta dal 1º dicembre del 147, rinnovata annualmente al 10 dicembre di ogni anno. Cognomina ex virtute Armeniacus nel 164, Medicus e Parthicus Maximus, Germanicus, Sarmaticus. Titoli: Pater Patriae, Salutatio imperatoria10 volte:[1] I (al momento della assunzione del potere imperiale). MorteSirmio o Vindobona (attuale Vienna) PredecessoreAntonino Pio SuccessoreCommodo ConiugeFaustina minore FigliDomizia Faustina Aurelia Tito Aurelio Antonino Tito Elio Aurelio Lucilla Annia Aurelia Galeria Faustina Tito Elio Antonino Fadilla Annia Cornificia Faustina minore Commodo Tito Aurelio Fulvio Antonino Marco Annio Vero Cesare Vibia Aurelia Sabina Adriano Un altro figlio di cui non si conosce il nome nato dopo Tito Elio Antonino GensAnnia DinastiaAntonini PadreMarco Annio Vero adottivo: Antonino Pio MadreDomizia Lucilla Consolato3 volte:  Le principali fonti per la vita e il ruolo d’A. sono frammentarie e spesso inaffidabili. Il gruppo più importante è rappresentato dalle biografie contenute nella Historia Augusta, composte in epoca successiva al IV secolo.Le biografie derivate principalmente da fonti ormai perdute (come Mario Massimo), ma anche da Eutropio e Aurelio Vittore, ovvero quelle di A., Adriano, Antonino Pio e Lucio Vero, sono ritenute accurate e affidabili. Di Frontone, maestro di retorica di Marco e di vari funzionari di Antonino Pio, si conservano una serie di manoscritti irregolari. Nei Colloqui con sé stesso A. offre una finestra sulla sua vita interiore, ma gran parte dei libri risultano senza riferimenti cronologici e con pochi accenni al mondo esterno. La più attendibile fra le fonti del periodo è Cassio Dione, Egli scrisse una storia di Roma dalla sua fondazione al 229, chiamata Historia romana. Altre fonti letterarie e giuridiche, come gli scritti del medico Galeno, le orazioni di Elio Aristide e le costituzioni imperiali dello stesso Marco Aurelio forniscono ulteriori informazioni sul contesto storico e sociale in cui visse l'imperatore. Epigrafi e monete possono integrarle, così come i numerosi reperti archeologici. La sua famiglia e di origine romana, ma stabilita da tempo a Ucubi (Colonia Claritas Iulia Ucubi), una piccola cittadina. Essa salì alla ribalta alla fine del I secolo, quando il suo bisnonno, Marco Annio Vero, fu senatore e forse pretore. Il nonno, anch'egli di nome Marco Annio Vero, fu elevato al rango di patrizio. Il terzo Marco Annio Vero, cioè suo padre, sposa Domizia Lucilla. Lucilla maggiore, la di lei nonna materna, eredita una grande fortuna, tra cui una fabbrica di mattoni (figlina) a Roma, attività alquanto redditizia in un'epoca in cui la città era interessata da una notevole espansione edilizia. La famiglia della madre e di rango consolare, mentre quella del padre vanta addirittura una discendenza da Numa Pompilio. Busto di Marco Aurelio giovane uomo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, collezione Farnese. Il busto (fino al collo) è un rifacimento moderno. Nacque da Vero e Lucilla il sesto giorno prima delle calende di maggio, l'anno del secondo consolato di suo nonno Marco Annio Vero, corrispondente all'anno 874 dalla fondazione di Roma. La sorella, Annia Cornificia Faustina, nacque. Il padre Annio Vero muore giovane, durante la sua pretura, quando Marco ha solo tre anni. Anche se difficilmente può averlo conosciuto, scrisse nelle sue Meditazioni che ha imparato modestia e virilità dal ricordo di suo padre e dalla sua reputazione postuma. Lucilla non si risposa più. La madre di A., come da usanza della nobilitas, trascorse poco tempo col figlio, affidandolo alle cure delle domestiche. Ciononostante, Marco accredita a sua madre l'insegnamento della pietà religiosa, la semplicità nella dieta e come evitare le vie dei ricchi. Nelle sue lettere A. fa frequente e affettuoso riferimento alla madre, manifestandole la sua gratitudine, nonostante mia madre fosse condannata a morire giovane, trascorse i suoi ultimi anni di vita con me. Dopo la morte del padre, anda a stare dal nonno paterno Marco Annio Vero. Ma anche Lucio Catilio Severo, descritto come il bisnonno materno di Marco (probabilmente il patrigno o padre adottivo di Lucilla maggiore), partecipa alla sua istruzione. Crebbe nella casa dei suoi genitori, sul Celio, dove era nato, in un quartiere che avrebbe affettuosamente ricordato come il mio Celio. E una zona esclusiva, con pochi edifici pubblici e molte domus nobiliari fra cui il palazzo del nonno, adiacente al Laterano, dove Marco avrebbe trascorso gran parte della sua infanzia. Marco era riconoscente al nonno per avergli insegnato a tener lontano il brutto carattere, ma era anche grato agli eventi che gli evitarono di vivere nella stessa casa con la concubina presa dal nonno dopo la morte della moglie, Rupilia Faustina. Evidentemente questa donna o qualcuno del suo seguito potevano costituire una tentazione per Marco. La sua istruzione avvenne in casa, in linea con le tendenze aristocratiche del tempo. Uno dei suoi maestri, Diogneto, si dimostrò particolarmente influente, introducendo Marco a una visione filosofica della vita e insegnandogli l'uso della ragione. Per volere di Diogneto, prese a praticare le abitudini proprie dei filosofi e a utilizzarne l'abbigliamento, come il ruvido mantello greco. Altri tutores, Trosio Apro, Tuticio Proculo edAlessandro di Cotieno, descritto come un importante letterato (il principale studioso omerico del suo tempo), continuarono a occuparsi della sua istruzione. Deve ad Alessandro la sua formazione nello stile letterario, rilevabile in molti passi dei Colloqui con sé stesso. Adriano, convalescente nella sua villa di Tivoli dopo aver rischiato di morire per un'emorragia, scelse Lucio Ceionio Commodo (conosciuto poi come Lucio Elio Cesare) come suo successore, adottandolo contro la volontà delle persone a lui vicine. Lucio però si ammalò e morì, costringendo il princeps Adriano a indicare un nuovo successore, quando la scelta cadde su Aurelio Antonino, il genero di Marco Annio Vero che il giorno successivo, dopo essere stato attentamente esaminato, fu accettato dal Senato e adottato col nome di Tito Elio Cesare Antonino. A sua volta, come da disposizioni dello stesso princeps, Antonino adotta Marco, allora diciassettenne, e il giovane Lucio Commodo, figlio dello scomparso Lucio Elio Vero. Da questo momento Marco muta il suo nome in Marco Elio Aurelio Vero e Lucio in Lucio Elio Aurelio Commodo. Rimase sconcertato quando seppe che Adriano lo aveva adottato come nipote. Solo con riluttanza passò dalla casa di sua madre sul Celio a quella privata di Adriano, che si ritiene non fosse ancora la casa di Tiberio, come veniva chiamata la residenza imperiale sul Palatino). Adriano chiese in Senato che Marco fosse esentato dalla legge che richiedeva il venticinquesimo anno compiuto per il candidato alla carica di questore. Il Senato acconsentì e Marco divenne prima questore, ricevette quindi l'imperium proconsulare maius e il consolato. L'adozione facilitò il percorso della sua ascesa sociale: egli sarebbe verosimilmente divenuto prima triumvir monetalis (responsabile delle emissioni monetali imperiali) e in seguito tribunus militum in una legione. Marco probabilmente avrebbe preferito viaggiare e approfondire gli studi. Il suo biografo attesta che il suo carattere rimase inalterato: mostrava ancora lo stesso rispetto per i rapporti come aveva quando era un cittadino comune ed era così parsimonioso e attento dei suoi beni come lo era stato quando viveva in una abitazione privata. La salute di Adriano peggiorò al punto da fargli desiderare la morte, tentando anche il suicidio, impeditogli dal successore Antonino. L'imperatore, gravemente malato, lasciò Roma per la sua residenza estiva, una villa a Baiae, località balneare sulla costa campana, ove morì infine di edema polmonare. La successione di Antonino era ormai stabilita e non presentava appigli per eventuali colpi di mano. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio". Governo con Antonino Pio L'adozione (Monumento dei Parti, oggi presso il Museo di Efeso di Vienna): Antonino Pio (al centro) con Lucio Vero di sette anni (a destra) e Marco Aurelio di diciassette anni (a sinistra, alle spalle). All'estrema destra, sembra esserci Adriano. Magnifying glass icon mgx2.svgEtà antonina. Subito dopo la morte di Adriano, Antonino pregò la moglie Faustina di accertarsi se Marco fosse disposto a modificare i suoi precedenti accordi matrimoniali. Marco acconsentì a sciogliere la promessa fatta a Ceionia Fabia e a fidanzarsi con Faustina minore, la loro giovane e bella figlia, inizialmente promessa a Lucio. Ricopre il suo primo consolato nel 140, con Antonino come collega. In qualità di erede designato, fu quindi nominato princeps iuventutis, il comandante dell'ordine equestre. Assunse il titolo di Cesare,[69] divenendo Marco Elio Aurelio Vero Cesare, ma in seguito si schermì dal prendere troppo sul serio l'incarico. Su invito del Senato, Marco venne inserito contemporaneamente nei principali collegi sacerdotali, tra i quali figuravano i pontifices, gli augures, i quindecemviri sacris faciundis e i septemviri epulones. Antonino gli chiese di prendere la residenza nella Domus Tiberiana, uno dei palazzi imperiali sul Palatino. Marco avrebbe avuto difficoltà a conciliare la vita di corte con le sue aspirazioni filosofiche, anche se ammirò sempre e profondamente Antonino come un uomo giusto, esempio di condotta integerrima. Marco si convinse che la vita serena a corte doveva essere un obiettivo raggiungibile, dove la vita è possibile, allora è possibile vivere una vita giusta, la vita è possibile in un palazzo, per cui è possibile vivere la vita proprio in un palazzo affermò, trovandolo comunque di difficile attuazione. Nei Colloqui con sé stesso Marco sembrava criticarsi per aver abusato della vita di corte di fronte alla società. Come questore, Marco sembra abbia ricoperto un ruolo amministrativo secondario: i compiti erano la lettura delle lettere imperiali al Senato, quando Antonino era assente, e più in generale quello di essere una sorta di segretario privato del princeps. I suoi compiti come console furono invece più significativi, presiedendo le riunioni che avevano un ruolo importante nelle funzioni amministrative del corpo statale. Si sentiva assorbito dal lavoro d'ufficio e se ne lamentò con il suo tutore Frontone: Sono senza fiato a causa di dover dettare quasi trenta lettere. Egli era stato, nelle parole del suo biografo, preparato per governare lo Stato. Marco venne nominato console per la seconda volta, a soli ventiquattro anni. Una lettera di Frontone esortava Marco a dormire molto in modo che potrai entrare in Senato con un buon colorito e leggere il discorso con una voce forte. Marco si era lamentato di una malattia in una lettera precedente: Per quanto riguarda la mia forza essa è migliorata, sto cominciando a guarire e non vi è alcuna traccia di dolore nel mio petto, ma riguardo l'ulcera sto facendo un trattamento e faccio attenzione a non fare nulla che interferisca con esso. Marco era di salute cagionevole: lo storico romano Cassio Dione, scrivendo dei suoi ultimi anni, lo elogiò per essersi comportato a dovere, nonostante le numerose malattie. Matrimonio con Faustina  Busto di Faustina Minore, Louvre, Parigi. Nell'aprile del 145 Marco sposò la quattordicenne Faustina, come era stato programmato. Secondo il diritto romano, per far sì che il matrimonio potesse aver luogo, fu necessario che Antonino liberasse ufficialmente uno dei due figli dalla sua autorità paterna; in caso contrario Marco, in quanto figlio adottivo di Antonino, avrebbe sposato sua sorella. Poco si sa della cerimonia stessa. Vennero coniate delle monete con le immagini degli sposi e di Antonino, che avrebbe officiato la cerimonia come pontifex maximus. Nelle lettere rimanenti Marco non fa esplicito riferimento al matrimonio, durato trentun anni, e accenna solo raramente a Faustina. Dopo aver indossato la toga virilis nel 136 iniziò probabilmente la sua formazione oratoria. Aveva tre maestri di greco, tra cui Erode Attico, e uno di latino, Marco Cornelio Frontone, che Marco ricorda spesso come suo maestro di stile e di vita nei Colloqui con sé stesso. Frontone e Attico erano gli oratori più stimati dell'epoca, ma divennero suoi precettori solo dopo la sua adozione da parte di Antonino. La preponderanza dei tutores greci indica l'importanza di quella lingua per l'aristocrazia di Roma. Questa era l'età della seconda sofistica, una rinascita della letteratura greca. Sebbene istruito a Roma, Marco userà il greco per scrivere i suoi pensieri più profondi nei Colloqui con sé stesso. Erode era un uomo molto ricco e discusso, forse il più ricco d'Oriente e mal sopportava gli stoici, ma era un abile oratore e sofista; Marco, che sarebbe diventato proprio uno stoico, non lo ricorda affatto nei suoi Colloqui, nonostante si fossero incontrati molte volte nel corso dei decenni successivi. Quinto Giunio Rustico in un disegno riportato nel Crabbes Historical Dictionary. Busto di Erode Attico in marmo, risalente al II secolo d.C. e conservato al Museo del Louvre di Parigi. Frontone godeva di grande reputazione: nel mondo consapevolmente antiquato della letteratura latina era considerato, come oratore, secondo solo a Cicerone, una fama che oggi, in base ai pochi frammenti rimasti, può lasciare meravigliati. Non correva una gran simpatia fra Frontone ed Erode; eppure i due seppero in ultimo far scorrere una vena di reciproca cortesia e gentilezza, grazie anche a Marco. Frontone non divenne insegnante a tempo pieno di Marco e continuò la sua carriera di avvocato. Una causa famosa lo portò in contrasto con Erode, che era il principale accusatore di Tiberio Claudio Demostrato, un notabile ateniese difeso proprio da Frontone. L'esito del processo è ignoto, ma Marco riuscì a far riconciliare i due. All'età di venticinque anni Marco cominciò a disamorarsi degli studi in giurisprudenza, mostrando segnali di un diffuso malessere. Era stanco dei suoi esercizi e di prendere posizione in dibattiti immaginari. In ogni caso, l'istruzione formale di Marco era ormai finita. Aveva mantenuto con i suoi insegnanti buoni rapporti e continuava a seguirli con devozione, anche se la lunga istruzione ebbe negative influenze sulla sua salute. Quando A. era giovane Frontone lo aveva messo in guardia contro lo studio della filosofia, disapprovando come una deviazione giovanile le sue lezioni con Apollonio di Calcide. Pur se Apollonio potrebbe aver introdotto Marco alla filosofia stoica, sarebbe stato Quinto Giunio Rustico, il vero successore di Seneca, ad aver esercitato la maggior influenza sul ragazzo. Marco s'ispirò anche ad Epitteto di Ierapoli, le cui letture fu proprio Rustico a suggerire. Nascite e morti nella famiglia. Il 30 novembre 147 Faustina diede alla luce una bambina di nome Domizia Faustina Aurelia. Era solo la prima di almeno quattordici figli (tra cui due coppie di gemelli) che Faustina avrebbe partorito nei successivi ventitré anni.[92] Il giorno successivo, 1º dicembre, Antonino Pio attribuì a Marco il potere tribunizio, mentre l'imperium, cioè l'autorità sugli eserciti e sulle province imperiali, potrebbe essergli già stato conferito. Il potere tribunizio conferiva a Marco il diritto di proporre un provvedimento con prelazione sul Senato e sullo stesso Antonino. Questi poteri gli furono rinnovati, insieme ad Antonino, il 10 dicembre.La prima menzione di Domizia nelle lettere di Marco ne rivela la salute malferma.Lui e Faustina furono molto occupati nella cura della bambina, che sarebbe morta poi. Nacquero a Faustina due gemelli, celebrati da una moneta con cornucopie incrociate sotto i busti dei due bambini e la scritta "felicità dei tempi" (temporum felicitas). Essi però non sopravvissero a lungo. Tito Aurelio Antonino e T. Elio Aurelio, questi i nomi ricavati dagli epitaffi, morirono molto presto (entro la fine del 149) e furono sepolti nel mausoleo di Adriano. Lo stesso Marco scrisse: Uno prega: «che io non debba perdere mio figlio!»; ma tu devi pregare: «che io non tema di perderlo! Marco Aurelio: aureo FAUSTINA MINOR RIC III FAVSTINA AVGVSTA, busto con drappeggio FECVNDITA-TI AVGVSTAE, la Fecunditas (fertilità) seduta, con un bambino sulle ginocchia e altri due in piedi AV (7,37 g); 161 circa Il 7 marzo del 150 nacque una bambina, Annia Aurelia Galeria Lucilla, cui seguì Annia Aurelia Galeria Faustina, che sembra sia nata non più tardi del 153 (un altro figlio, Tito Elio Antonino, viene citato dalle fonti nel 152). Una moneta celebra la fertilità dell'Augusta (FECVNDITAS), raffigurando due bambine e un bambino (Lucilla, Faustina e Antonino, appunto). Il maschio non sopravvisse a lungo, considerando che sulle monete del 156 erano raffigurate solo le due femmine. Egli potrebbe essere morto nel 152, lo stesso anno in cui mancò la sorella di Marco, Cornificia.  Un settimo figlio nacque e morì poco dopo tra la fine del 157 e gli inizi del 158, come risulta da una lettera di Marco, datata 28 marzo del 158. Faustina diede alla luce altre due figlie: Fadilla e Cornificia, che portavano i nomi delle defunte sorelle di Faustina e di Marco.[99] Altri figli nacquero in seguito, oltre a Commodo e al gemello di questi, Fulvio Antonino. Si trattava di Marco Annio Vero Cesare, Vibia Aurelia Sabina e Adriano, che morì anche lui giovanissimo. Lucio divenne questore all'età di ventitré anni, due anni prima dell'età legale (Marco aveva ricoperto lo stesso incarico a soli diciassette anni).[63] Nel 154 ottenne il consolato all'età di venticinque, sette anni prima dell'età legale. Lucio non aveva altri titoli onorifici, tranne quello di figlio dell'Augusto. Aveva una personalità molto diversa da Marco: amava l'attività sportiva di ogni genere, in particolare la caccia e la lotta, e aveva evidente piacere ad assistere ai giochi circensi e alle lotte dei gladiatori. Non si sposò fino al 164. Antonino Pio non condivideva i suoi stessi interessi: desiderava mantenere Lucio in famiglia, ma non era sicuro di potergli dare gloria e potere. Come si nota dalle statue di questo periodo, Marco cominciò a portare la barba (oltre ai tipici capelli arricciati dell'età antonina), proseguendo la moda iniziata da Adriano, seguita da Antonino e che durò a lungo, sostituendo il tradizionale aspetto dell'uomo romano, completamente sbarbato. Nel 156 Antonino Pio compì settanta anni. Godeva ancora di un discreto stato di salute, seppure avesse difficoltà a stare eretto senza utilizzare dei sostegni. Il ruolo di Marco andò via via crescendo, in particolare quando il prefetto del pretorio Gavio Massimo, che per quasi vent'anni era risultato di fondamentale importanza con i suoi consigli su come governare, morì tra il 156 e il 157. Il suo successore, Gavio Tattio Massimo, sembra non avesse lo stesso peso politico presso il princeps e poi non durò a lungo. A. e Lucio furono designati consoli insieme, forse perché il padre adottivo sentiva avvicinarsi la fine che infatti giunse nei primi mesi dello stesso anno. Secondo i racconti della Historia Augusta l'imperatore, che si trovava nella sua tenuta di Lorium, due giorni prima di morire aveva fatto indigestione, vomitò e fu colto da febbre. Aggravatosi il giorno successivo, il 7 marzo 161, convocò il consiglio imperiale (compresi i prefetti del pretorio Furio Vittorino e Sesto Cornelio Repentino) e passò tutti i suoi poteri a Marco, ordinando che la statua d'oro della Fortuna, che era nella camera da letto degli imperatori, fosse portata da Marco. Diede quindi la parola d'ordine al tribuno di guardia, «equanimità», poi si girò, come per andare a dormire, e morì. Dopo la morte di Antonino Pio, Marco Aurelio era di fatto unico princeps dell'Impero. Il Senato gli avrebbe presto concesso il titolo di Augusto e di imperator, oltre a quello di Pontifex Maximus, sacerdote a capo dei culti ufficiali della religione romana. Sembra che Marco dimostrasse, almeno inizialmente, tutta la sua riluttanza a farsi carico del potere imperiale, poiché il suo biografo scrive che fu "costretto dal Senato ad assumere la direzione della Res publica dopo la morte di Pio". Egli deve aver avuto una vera e propria paura del potere imperiale (horror imperii), considerando la sua predilezione per la vita filosofica, ma sapeva, da stoico qual era, quello che doveva fare e come farlo. Anche se nei Colloqui con sé stesso non sembra mostrare affetto personale per Adriano, Marco lo rispettò molto e presumibilmente ritenne suo dovere metterne in atto i piani di successione. E così, anche se il Senato voleva confermare solo lui, egli rifiutò di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori: alla fine il Senato fu costretto ad accettare e insignì Lucio Vero del titolo di Augustus. Marco divenne, nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto mentre Lucio, assumendo il nome di famiglia di Marco, Vero, e rinunciando al suo cognomen di Commodo, divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero Augusto. Per la prima volta Roma veniva governata da due imperatori contemporaneamente.  Fin dalla sua ascesa al principato, Marco ottenne dal Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità (diarchia), con gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non si poteva condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In teoria i due fratelli ebbero gli stessi poteri, in realtà Marco conservò una preminenza che Vero mai contestò. Le ragioni pratiche di questa collegialità, voluta da Adriano forse per onorare la memoria di Lucio Elio, adottandone il figlio, e al tempo stesso lasciare l'impero a Marco Aurelio di cui aveva capito le grandi qualità, non sono completamente chiare. A dispetto della loro uguaglianza nominale, Marco ebbe maggior auctoritas di Lucio Vero. Fu console una volta di più, avendo condiviso la carica già con Antonino Pio, e fu il solo a divenire Pontifex Maximus. E questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: Vero obbedì a Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce all'imperatore. Subito dopo la conferma del Senato, gli imperatori procedettero alla cerimonia di insediamento presso i Castra Praetoria, l'accampamento della guardia pretoriana. Lucio affrontò le truppe schierate, che acclamarono la coppia di imperatores. Poi, come ogni nuovo imperatore, da Claudio in poi, Lucio promise alle truppe un donativo speciale, che fu il doppio di quelli passati: 20.000 sesterzi (5.000 denari) pro capite ai pretoriani, e in proporzione agli altri militari dell'esercito. In cambio della donazione, pari a diversi anni di stipendium, le truppe giurarono fedeltà ai due imperatori. La cerimonia non del tutto necessaria, considerando che l'ascesa di Marco era stata pacifica e incontrastata, costituì comunque una valida assicurazione contro possibili rivolte da parte dei militari. In seguito a questi eventi sembra che la moneta d'argento, il denario, cominciò un lento processo di svalutazione, che portò sia alla riduzione del suo peso che del suo titolo (% di argento presente nella lega), che passò dall'89% dell'epoca di Traiano al 79%. Il funerale di Antonino fu celebrato in modo che lo spirito potesse ascendere agli dèi, come era tradizione. Il corpo venne posto su una pira. Lucio e Marco divinizzarono il padre adottivo attraverso un sacerdozio preposto al suo culto, con il consenso del Senato. Secondo le sue ultime volontà, il patrimonio di Antonino non passò direttamente a Marco, ma a Faustina, che in quel momento era incinta di tre mesi. Durante la gravidanza sognò di dare vita a due serpenti, uno più agguerrito rispetto all'altro. A Lanuvium nacquero infatti due gemelli: Tito Aurelio Fulvio Antonino e Commodo, che poi sarebbe succeduto al padre come imperatore. A parte il fatto che i gemelli erano nati lo stesso giorno di Caligola, i presagi sembra fossero favorevoli, e gli astrologi trassero auspici positivi per i due neonati. Le nascite furono celebrate sulla monetazione imperiale. Statua equestre di Marco Aurelio (Equus Marci Aurelii Antonini), in bronzo, situata al Campidoglio (copia moderna non fedele dell'originale che si trova ai Musei capitolini) Subito dopo l'adozione, Marco promise come sposa a Lucio la figlia undicenne, Lucilla, nonostante fosse formalmente suo zio. Alle celebrazioni dell'evento, furono donate delle somme per i bambini poveri, come aveva fatto in precedenza Antonino Pio quando volle commemorare la moglie scomparsa. I sovrani divennero popolari tra la gente di Roma. Gli imperatori concessero piena libertà di parola, come dimostra il fatto che un noto commediografo, un certo Marullus, poté criticarli senza subire ritorsioni. In ogni altro momento, sotto qualsiasi altro imperatore, sarebbe stato giustiziato. Ma era un periodo di pace e di clemenza e il biografo riporta che Nessuno rimpiangeva i modi miti di Pio. Marco Aurelio sostituì vari funzionari dell'impero: Sesto Cecilio Crescenzio Volusiano, responsabile della corrispondenza imperiale, con Tito Vario Clemente, un provinciale, originario del Norico, che aveva prestato servizio militare nella guerra in Mauretania e in seguito aveva servito come Procurator Augusti in cinque differenti province. Costituiva l'uomo adatto per affrontare un periodo di emergenza militare. Lucio Volusio Meciano, che era stato uno degli insegnanti di Marco Aurelio, era governatore della prefettura d'Egitto. Marco lo nominò senatore, poi prefetto della tesoreria (Praefectus aerarii Saturni) e poco dopo ottenne anche il consolato. Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, padre dei futuri consoli di età severiana Gaio Aufidio Vittorino e Marco Aufidio Frontone, venne nominato governatore della Germania superiore. Non appena la notizia dell'ascesa imperiale dei suoi allievi lo raggiunse, Frontone lasciò la sua casa di Cirta e il 28 marzo rientrò nella sua residenza romana. Inviò una nota al liberto imperiale Charilas, chiedendo di potersi mettere in contatto con gli imperatori poiché, disse in seguito, non aveva osato scrivere direttamente agli imperatori. L'insegnante si dimostrò immensamente orgoglioso dei suoi allievi. Egli, ripensando al discorso tenuto per l'ascesa al consolato, elogiò A. con queste parole: C'era allora una straordinaria capacità naturale in te, perfezionata ora in eccellenza, il grano che cresceva è ora un raccolto maturo. Lucio era invece meno stimato dallo stesso precettore, i suoi interessi erano di livello inferiore. Annia Lucilla, figlia di Marco e moglie di Lucio Vero Il primo periodo di regno procedette senza intoppi, così che M.  poté dedicarsi alla filosofia e alla ricerca dell'affetto popolare. Ben presto, però, nuove preoccupazioni avrebbero significato la fine della Felicitas temporum, che il conio del 161 aveva con disinvoltura proclamato. Nell'autunno del 161, il Tevere esondò dalle sue sponde, devastando alcune comunità italiche e gran parte di Roma. Annegarono molti animali, lasciando la città in preda alla carestia. «Marco e Lucio affrontarono personalmente questi disastri» e le comunità italiche colpite dalla carestia furono aiutate, permettendo loro di rifornirsi del grano della capitale. In altri tempi di carestia, gli imperatori avevano tenuto le comunità italiche fuori dai granai romani. Gli insegnamenti di Frontone continuarono nei primi anni di regno di Marco. Frontone riteneva che, visto il ruolo ricoperto da Marco, le lezioni fossero più importanti oggi di quanto non fossero mai state prima. Riteneva che Marco desiderasse riacquistare l'eloquenza di una volta, eloquenza per la quale aveva per un certo periodo di tempo perso interesse. Frontone ricordò nuovamente al suo allievo l'antitesi tra il suo ruolo e le sue aspirazioni filosofiche: Supponiamo, Cesare, che tu possa raggiungere la saggezza di Cleante e Zenone, eppure, contro la tua volontà, tu non possa comunque avere la mantella di lana del filosofo.  I primi giorni di regno di Marco furono i più felici della vita di Frontone: il suo allievo era amato dal popolo di Roma, era un ottimo imperatore, uno studente appassionato, e, forse più importante, eloquente come lui voleva. Marco diede prova di grande abilità retorica nel suo discorso al Senato dopo un terremoto avvenuto a Cizico. Aveva trasmesso il dramma del disastro, e il senato era stato intimorito: improvvisamente la mente degli ascoltatori era più violentemente agitata durante il discorso, che la città durante il terremoto". E Frontone ne fu enormemente soddisfatto. Politica interna: l'amministrazione dello stato In politica interna, A. si comportò, come già Augusto, Nerva e Traiano, da princeps senatus, cioè "primo tra i senatori" e non da monarca assoluto, rivelandosi rispettoso delle prerogative del Senato, consentendogli di discutere e di decidere sui principali affari di Stato, come le dichiarazioni di guerra alle popolazioni ostili o le stipule dei trattati, come anche sulle nomine alle magistrature. Avviò anche una politica tendente a valorizzare le altre categorie sociali: ai provinciali fu reso possibile raggiungere le più alte cariche dell'amministrazione statale. Né ricchezza, né illustri antenati influenzarono il giudizio di Marco, ma solo il merito personale. Egli concesse cariche a persone che riconosceva come illustri eruditi e filosofi, senza guardare alla loro condizione di nascita. L'assetto amministrativo introdotto da Augusto quasi centocinquant'anni prima, che fino a quel momento aveva preservato l'Impero anche quando si erano succeduti imperatori dissoluti come Caligola e Nerone, oppure in occasione della guerra civile del 69, era imponente e la sua classe dirigente cominciava ad acquisire piena consapevolezza del proprio potere. Marco istituì l'anagrafe: ogni cittadino romano aveva l'obbligo di registrare i propri figli entro trenta giorni dalla loro nascita; colpì l'usura, regolarizzò le vendite pubbliche e distrusse tutti i libelli diffamatori che circolavano su molte persone. Proibì i processi pubblici prima che fossero raccolte prove certe, garantì ai senatori l'antica immunità dalle condanne capitali, a meno che ci fossero prove certe e una condanna ufficiale. Impiegò il denaro non in splendide architetture, ma in opere di ricostruzione estremamente necessarie, o in migliorie della rete stradale, da cui dipendeva la difesa dell'impero e il progresso del commercio, o in fortezze, accampamenti e città.Egli non amava particolarmente i giochi gladiatorii e gli spettacoli cruenti del circo, ma li indiceva e li frequentava solo se non poteva esimersi; più tardi formò unità militari ausiliarie di gladiatori a supporto delle legioni del nord, ma dovette richiamarli per il malcontento del popolo che, nonostante le economie necessarie a causa della guerra, reclamava il suo divertimento. Non riuscì a realizzare i suoi ideali stoici di eguaglianza e libertà perché l'esigenza di controllare le finanze locali portò alla formazione di una classe burocratica che presto volle arrogarsi diritti e privilegi e che si costituì quale classe chiusa.   M. Pontefice Massimo Trascorse, inoltre, molto tempo del suo regno a difendere le frontiere. Tra le altre leggi proibì la tortura per i cittadini eminenti, prima e dopo la condanna, poi per tutti i cittadini liberi, come era stato in epoca repubblicana. Restò valida per gli schiavi, ma solo se non si trovavano altre prove. Venne comunque proibito di vendere uno schiavo per utilizzarlo nei combattimenti contro le belve. Nei processi da lui presieduti cercò sempre la massima giustizia ed equità per tutti, anche quando doveva emettere una condanna secondo le leggi. A. e Lucio stabilirono ad esempio la non punibilità di un figlio che avesse ucciso un genitore in un momento di follia, materializzando così un primo concetto di infermità mentale. Come molti imperatori, Marco trascorse la maggior parte del suo tempo ad affrontare questioni di diritto come petizioni e controversie, prendendosi molta cura nella teoria e nella pratica della legislazione. Avvocati di professione lo definirono un «imperatore versato nella legge» e, come sosteneva il grande Emilio Papiniano, «molto prudente e coscienziosamente giusto». Egli mostrò uno spiccato interesse in tre aree del diritto: l'affrancamento degli schiavi, la tutela degli orfani e dei minori, e la scelta dei consiglieri cittadini (decuriones). Rivalutò la moneta da lui svalutata, ma due anni dopo tornò sui suoi passi a causa della grave crisi militare che l'impero stava affrontando a causa delle guerre marcomanniche. E mentre il fratello Lucio era impegnato in Oriente contro i Parti, Marco era impegnato a Roma in questioni familiari. La prozia Vibia Matidia era morta e sul suo testamento pendeva una disputa legale, dato che il suo ingente patrimonio aveva attratto l'attenzione di molte persone. Alcuni dei suoi clientes erano riusciti a farsi includere nel suo testamento attraverso vari codicilli. Tuttavia, le sue volontà non potevano essere riconosciute come valide, poiché in contrasto con la lex Falcidia: Matidia aveva infatti assegnato più di tre quarti del suo patrimonio non alla propria familia ma a gente estranea, fra cui un gran numero di suoi clientes. Marco si trovò così in una posizione imbarazzante, dato che Matidia non aveva mai confermato la validità dei documenti, anche se sul letto di morte alcuni dei sedicenti eredi avevano colto l'opportunità per farli convalidare. Frontone esortò Marco a portare avanti le rivendicazioni della famiglia ma quest'ultimo, studiato attentamente il caso, preferì che fosse il fratello a prendere la decisione finale. Benché a Roma vigessero la tortura e la pena di morte, applicate con facilità soprattutto nei confronti di schiavi e stranieri, la normativa di molti imperatori "illuminati" cercò di ridurre il numero di reati punibili con pene severe, come in passato aveva già fatto Tito. Per Marco anche gli schiavi andavano trattati come persone, seppure subordinate, e non come oggetti, evitando quindi ogni crudeltà e rispettandone la dignità, a differenza dei cristiani che spesso non si pronunciavano a favore della classe servile. Alcuni critici tuttavia temevano che il movimento filosofico-giuridico legato alla politica di affrancamento degli Antonini, se non fosse stato profondamente ancorato al sistema economico romano, basato principalmente sulla schiavitù, avrebbe portato all'abolizione de facto dell'istituto servile entro un secolo, ed avrebbe comportato gravi ripercussioni economiche. Marco mostrò un grande interessamento affinché a ogni schiavo fosse data la possibilità di riguadagnare la propria libertà, qualora il padrone avesse espresso la propria disponibilità a restituirgliela. Si racconta, infatti, che in una causa di manomissione, portata alla sua attenzione dall'amico Aufidio Vittorino, e citata in seguito dai giuristi come un precedente decisivo, egli favorì uno schiavo. Coerente con lo stoicismo, filosofia contraria alla schiavitù, emanò numerose norme favorevoli alla classe servile, estendendo le leggi già promulgate dai suoi predecessori, a partire da Traiano, e ribadendo per esempio il concetto di diritto di asilo per gli schiavi fuggitivi (che potevano essere puniti e uccisi in ogni modo dal padrone) garantendo loro l'immunità finché si trovassero presso qualsiasi tempio o qualsiasi statua dell'imperatore. Sul letto di morte, Antonino Pio aveva espresso la sua collera nei confronti di alcuni re clienti, che il Birley interpreta fossero quelli posti lungo i confini orientali. Il cambio al vertice dell'Impero romano sembra infatti abbia incoraggiato Vologese IV di Partia ad aggredire, nella seconda metà del 161, il Regno d'Armenia, alleato dell'Impero romano, nominando un re fantoccio a lui gradito, Pacoro III, un arsacide come lui. L'Impero dei Parti, sconfitto e parzialmente sottomesso da Traiano quasi cinquant'anni prima, era così tornato a rinnovare i suoi attacchi alle province orientali romane dagli antichi territori dell'Impero persiano. Il governatore della Cappadocia, Marco Sedazio Severiano, convinto che avrebbe potuto sconfiggere i Parti facilmente, condusse una delle sue legioni in Armenia, ma a Elegia fu sconfitto e preferì suicidarsi, mentre l'intera legione veniva completamente distrutta. E mentre tutto ciò accadeva in Oriente, nuove minacce si profilavano lungo le frontiere settentrionali della Britannia e del limes germanico-retico, dove i Catti dei monti Taunus erano penetrati negli Agri Decumates. Sembra che A. non fosse pronto ad affrontare simili problematiche poiché, come ricorda il suo biografo, non aveva potuto maturare un'adeguata esperienza militare, avendo trascorso l'intero periodo del regno di Antonino Pio in Italia e non nelle province, al contrario dei suoi predecessori, come Traiano o Adriano. Scena di guerra tra Romani e Parti, sul Monumento dei Parti a Efeso, celebrativo delle vittorie di Lucio Vero e Marco Aurelio contro Vologese IV. Poco dopo giunse la notizia che anche l'esercito del governatore provinciale della Siria era stato sconfitto dai Parti e che si stava ritirando disordinatamente. Era quindi necessario intervenire con grande rapidità, anche nella scelta dei migliori ufficiali da inviare lungo quel settore dell'Impero così strategicamente importante. Marco pose a capo della spedizione (expeditio parthica) il fratello Lucio perché, come suggerisce Cassio Dione, era robusto e più giovane del fratello Marco, più adatto all'attività militare. Birley suggerisce che Marco volesse spingere Lucio ad abbandonare la vita dissoluta che conduceva e a capire i suoi doveri. In ogni caso, il Senato diede il suo assenso, e nell'estate del 162 Lucio partì, lasciando A. a Roma, perché la città ha chiesto la presenza di un imperatore. Era però necessario affiancare a Lucio un adeguato staff militare (comitatus), ampio e ricco di esperienza, e che comprendesse anche uno dei due prefetti del pretorio: il prescelto fu Tito Furio Vittorino. I rinforzi vennero inviati da numerose province imperiali fino alla frontiera partica. Frattanto Marco si ritirò per quattro giorni a Alsium, una nota località turistica sulle coste dell'Etruria, ma le numerose preoccupazioni gli impedirono di rilassarsi. Egli scrisse allora all'amico Frontone, dicendogli che avrebbe evitato di descrivergli nei particolari quello che stava facendo a Alsium, perché sapeva che sarebbe stato rimproverato. Frontone rispose ironicamente e lo incoraggiò a riposare, prendendo esempio dai suoi predecessori: Antonino era stato un appassionato di palaestra, di pesca e di teatro, Marco trascorreva invece gran parte delle sue notti insonni a risolvere questioni giudiziarie. Dai loro scambi epistolari sappiamo che Marco non riuscì a mettere in pratica i consigli di Frontone poiché ho doveri che incombono su di me che difficilmente possono essere delegati e rimandati, adducendo la sua devozione al dovere. Conclude informandosi della salute dell'amico e salutandolo addio mio ottimo maestro, uomo dal cuore buono. Frontone rispose qualche tempo dopo, inviando all'amico una selezione di letture e, per rimediare al suo disagio per lo svolgimento della guerra contro i Parti, una lunga e meditata lettera, piena di riferimenti storici, indicata, nelle edizioni moderne sulle opere di Frontone, De bello Parthico (Sulla guerra partica). Frontone scrive che, anche se in passato Roma aveva subito pesanti sconfitte, alla fine i Romani avevano sempre prevalso sui loro nemici: Sempre e ovunque Marte ha cambiato le nostre difficoltà in successi e i nostri terrori in trionfi.[164]   Il teatro delle campagne militari orientali di Lucio Vero Intanto Lucio, partito dall'Italia e giunto dopo un lungo viaggio in Siria, fece di Antiochia il suo "quartier generale", trascorrendo gli inverni a Laodicea e le estati a Daphne. Durante la guerra, nel periodo autunnale/invernale del 163 o del 164, Lucio andò a Efeso per sposarsi con Lucilla, secondo quanto stabilito da Marco, nonostante circolassero voci sulle sue amanti, in particolare su una certa Panthea, donna di umili origini. Lucilla aveva circa quindici anni e venne accompagnata dalla madre Faustina, insieme a uno zio di Lucio, Marco Vettuleno Civica Barbaro, nominato per l'occasione comes Augusti. Marco che avrebbe voluto accompagnare la figlia fino a Smirne, in realtà non andò oltre Brindisi. Una volta tornato a Roma, inviò istruzioni specifiche ai governatori provinciali affinché non preparassero alcun ricevimento ufficiale. La capitale armena Artaxata, venne presa nel 163 e alla fine di quello stesso anno Lucio assunse il titolo di Armeniacus, pur non avendo mai partecipato direttamente alle operazioni militari, mentre Marco si rifiutò di accettare l'appellativo fino all'anno successivo. Al contrario, quando Lucio venne acclamato imperator, anche Marco accettò la sua seconda salutatio imperatoria. Le armate romane si attestarono stabilmente in Armenia e l'ex console di origine emesana, Gaio Giulio Soemo, venne incoronato re tributario d'Armenia, con l'assenso di Marco. Vide le armate romane entrare vittoriose in Mesopotamia, dove posero sul trono il re vassallo Manno. Avidio Cassio raggiunse le metropoli gemelle della Mesopotamia: Seleucia, sulla riva destra del Tigri, e Ctesifonte su quella sinistra. Entrambe le città vennero occupate e date alle fiamme. Cassio, nonostante la penuria di rifornimenti e i primi effetti della peste contratta a Seleucia, riuscì a riportare indietro e in buon ordine la sua armata vittoriosa. Lucio venne così acclamato Parthicus Maximus, mentre insieme a Marco venne salutato nuovamente imperator, ottenendo la sua seconda acclamazione imperiale. Ancora Avidio Cassio invase il paese dei Medi, al di là del Tigri, permettendo a Lucio di fregiarsi del titolo vittorioso di Medicus, mentre A. otteneva la IV salutatio imperatoria e il titolo di Parthicus Maximus. I Parti si ritirarono nei loro territori, a oriente della Mesopotamia. Marco sapeva di dover ascrivere il maggior merito della vittoria finale allo staff militare del fratello Lucio. Tra i comandanti romani si distinse Gaio Avidio Cassio, legatus legionis della III Gallica, una delle legioni siriane. Al ritorno dalla campagna, a Lucio venne tributato un trionfo (12 ottobre del 166). La parata risultò insolita perché comprendeva i due imperatori, i loro figli e le figlie nubili, come una grande festa di famiglia. Nell'occasione Marco elevò i due figli, Commodo di cinque anni e Marco Annio Vero di tre al rango di Cesare (il gemello di Commodo, Fulvio Antonino, era morto l'anno precedente).[176]  Scambi commerciali con l'Oriente Magnifying glass icon mgx2.svgRelazioni diplomatiche sino-romane. Proprio durante la guerra partica Marco potrebbe aver favorito l'apertura di nuove vie commerciali con l'Estremo Oriente. Si ricorda, infatti, negli annali del "Celeste impero", un'ambasceria inviata presso l'Imperatore cinese della dinastia Han, Huandi, nella quale i Cinesi chiamarono l'imperatore romano col nome di Ngan-touen o Antoun. Ciò sembra confermare che tale ambasceria (forse composta da soli mercanti), sia giunta in Estremo Oriente proprio durante il regno di Marco Aurelio o del suo predecessore, Antonino Pio, in quanto Antoun equivarrebbe in lingua cinese al nome latino della famiglia imperiale degli "Anto[u]n-ini". Statua di Marco Aurelio in uniforme militare (Museo del Louvre, Parigi).  Marcomanni e Sarmati nel 178 Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, venne inviato, dal 162 al 166, a governare la provincia della Germania superiore, ove si trasferì con l'intera famiglia (a parte un figlio che rimase a Roma con i nonni). La situazione lungo la frontiera settentrionale si presentava estremamente difficile. Una postazione lungo gli Agri Decumati era stata distrutta e sembra che molte delle popolazioni dell'Europa centrale e settentrionale fossero in fermento. Regnava, inoltre, molta corruzione tra gli ufficiali romani: Vittorino fu costretto, infatti, a chiedere le dimissioni di un legatus legionis che aveva preso tangenti e numerosi governatori esperti vennero sostituiti da amici e parenti della famiglia imperiale. Le tribù germaniche e altri popoli nomadi avevano iniziato le prime incursioni lungo i confini settentrionali romani, in particolare in Gallia e sul Danubio. Questo nuovo slancio verso occidente era causato dalle pressioni che subivano a loro volta dalle tribù germaniche più orientali e settentrionali. Una prima invasione di Catti nella Germania superiore era stata respinta nel 162. Molto più pericolosa fu l'invasione, quando i Marcomanni della Boemia, clienti dell'impero romano dal 19 (ma ribelli sotto Domiziano, che vi scatenò contro un'offensiva), attraversarono il Danubio, insieme a Longobardi e altre tribù germaniche. Contemporaneamente, i Sarmati Iazigi attaccarono i territori compresi tra il Danubio e il fiume Tibisco. Secondo la Historia Augusta, conclusa la guerra partica, scoppiava così quella contro i Marcomanni, una coalizione di natura militare, composta da una decina di popolazioni germaniche e sarmatiche (dai Marcomanni propriamente detti della Moravia, ai Quadi della Slovacchia, dalle popolazioni vandaliche dell'area carpatica, agli Iazigi della piana del Tibisco, fino ai Buri di stirpe suebica del Banato). Era la naturale conseguenza di una serie di forti agitazioni interne e dei continui flussi migratori che avevano ormai modificato gli equilibri con il vicino Impero romano. Questi popoli erano alla ricerca di nuovi territori dove insediarsi, sia in conseguenza della forte spinta che subivano da altre popolazioni, sia per il continuo aumento demografico della Germania Magna. Erano, inoltre, attratti dalle ricchezze e dalla vita agiata del mondo romano. In quel periodo la frontiera danubiana non poteva contare su buona parte dei suoi effettivi, sia perché molte legioni avevano dovuto destinare consistenti distaccamenti alla guerra partica, sia perché la grave epidemia di peste aveva falcidiato numerosi reparti. Tale epidemia avrebbe causato una catastrofe demografica prolungatasi per oltre un ventennio e paragonabile a quella causata dalla peste nera. Nel 166/167 avvenne il primo scontro lungo il limes pannonicus ad opera di poche bande di predoni longobardi e osii che, grazie al sollecito intervento delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio fu gestita direttamente dagli stessi imperatori, Marco e Lucio, ormai diffidenti nei confronti dei barbari aggressori, recatisi pertanto fino alla lontana fortezza legionaria di Carnunto. Al ritorno dalla campagna partica l'esercito portò con sé una terribile pestilenza, in seguito conosciuta come la "peste antonina" o "peste di Galeno", che si diffuse a partire dalle fine del 165 per quasi un ventennio, mietendo milioni di vittime e riducendo drasticamente la popolazione dell'Impero romano. Qualche anno dopo la malattia, una pandemia che oggi si ritiene potesse invece essere vaiolo o morbillo,[185] avrebbe finito per reclamare la vita dei due imperatori stessi. La malattia scoppiò di nuovo, nove anni più tardi, secondo Dione, e causò fino a 2.000 morti al giorno a Roma, infettando fino a un quarto dell'intera popolazione. I decessi totali sono stati stimati in cinque milioni. La colonna di Marco Aurelio o colonna antonina, fatta costruire dal figlio Commodo Dopo che la morte colse Lucio agli inizi del 169 (secondo la Historia Augusta in seguito ad un attacco apoplettico che lo colpì non molto distante da Aquileia, mentre autori moderni sostengono che il decesso, forse causato dalla stessa peste, sopraggiunse mentre era impegnato in nuove manovre militari lungo il limes danubiano), Antonino si trova ad affrontare da solo i barbari ribelli e con decisione, piuttosto che imporre nuove tasse ai provinciali, organizzò una vendita all'asta nel Foro di Traiano degli oggetti preziosi appartenenti al patrimonio imperiale, tra cui coppe d'oro e di cristallo, vasellame regale, vesti di seta, trapunte d'oro appartenuti anche all'augusta moglie, oltre a una raccolta di gemme trovata in un forziere di Adriano. In quell'anno Marco diede alla figlia Lucilla, rimasta vedova di Vero, un nuovo marito, il fedele Claudio Pompeiano, un militare esperto e affidabile, premiato in seguito con il consolato, nel 173. Marco avrebbe voluto associarlo al trono, al posto dello scomparso Lucio Vero, conferendogli perlomeno il titolo di Cesare, ma egli rifiutò sempre la porpora imperiale. Frattanto lungo il fronte settentrionale, i Romani subirono un paio di pesanti sconfitte contro le popolazioni di Quadi e Marcomanni le quali, una volta penetrate lungo la via dell'ambra e attraversate le Alpi, devastarono Opitergium (Oderzo) e assediarono Aquileia, il cuore della Venetia, la principale città romana del nord-est dell'Italia. Questo evento provocò un'enorme impressione: era dai tempi di Mario che una popolazione barbara non assediava dei centri del nord Italia.[192]  Contemporaneamente la popolazione dei Costoboci, proveniente dalla zona dei Carpazi orientali, aveva invaso la Mesia e la Macedonia, spingendosi fino in Grecia, dove riuscì a saccheggiare il santuario di Eleusi. Dopo una lunga lotta, Marco riuscì a respingere gli invasori. Numerosi barbari germanici vennero allora stabiliti nelle regioni di frontiera come la Dacia, le due Pannonie, le due Germanie e la stessa Italia. E sebbene ciò non costituisse una novità, Marco si adoperò per creare sulla riva sinistra del Danubio, tra l'odierna Repubblica Ceca e l'Ungheria, due nuove province di frontiera chiamate Sarmazia e Marcomannia. Quelli che erano stati insediati a Ravenna si ribellarono e riuscirono a impadronirsi della città. Per questo motivo, Marco non portò mai più nessun altro barbaro in Italia, e mise al bando quelli che qui si erano stabili ti in precedenza. Marco fu così costretto a combattere una lunga ed estenuante guerra contro le popolazioni barbariche del Nord, prima respingendole e "ripulendo" i territori della Gallia Cisalpina, del Norico e della Rezia, poi contrattaccando con una massiccia offensiva in territorio germanico e sarmatico, in scontri prolungatisi per diversi anni. L'imperatore, in seguito a questi conflitti, poté fregiarsi dei cognomina Germanicus e Sarmaticus, ma contestualmente abbandonò ufficialmente i titoli Armeniaco, Medico e Partico, che non volle più tenere dopo la morte di Lucio Vero, giacché andava a quest'ultimo il merito del loro conseguimento;[195] tuttavia egli, per via dell'impegno profuso lungo il fronte pannonico, non riuscirà più a far ritorno a Roma.  Dione e gli altri biografi raccontano anche alcuni episodi particolari della guerra, come il cosiddetto miracolo della pioggia, rappresentato anche nella scena XVI sulla colonna di Marco Aurelio.[196] I Romani, circondati dai Quadi in territorio nemico, si salvarono a stento da un possibile nuovo disastro. L'evento fu utilizzato dagli apologeti cristiani per sostenere che non sarebbero state le preghiere dell'imperatore a ottenere la pioggia in favore dei soldati romani assetati, ma quelle di alcuni legionari di fede cristiana.[197]  Sempre nel 172-173 scoppiò una violenta rivolta in Egitto, guidata dal sacerdote Isidoro, che arrivò a minacciare la stessa città di Alessandria. L'intervento di Gaio Avidio Cassio e le discordie interne ai rivoltosi portarono alla fine del conflitto entro breve tempo[198].  Rivolta di Cassio Avidio Cassio § La ribellione. Nel 175, mentre preparava una nuova campagna contro le popolazioni della piana del Tibisco, l'imperatore fu raggiunto dalla notizia che il governatore della Siria, Avidio Cassio, uno dei migliori comandanti militari romani, alla falsa notizia della sua morte, si era autoproclamato imperatore. Secondo quanto ci tramandano sia Cassio Dione che la Historia Augusta, Avidio Cassio accettò la porpora imperiale per volere di Faustina, poiché la stessa credeva che Marco stesse per morire e temeva che l'impero potesse cadere nelle mani di qualcun altro, visto che Commodo era ancora troppo giovane. Cassio venne acclamato imperator dalla Legio III Gallica mentre la gran parte delle province orientali, escluse Cappadocia e Bitinia, si schieravano a fianco dei ribelli.  All'inizio Marco cercò di tenere segreta la notizia dell'usurpazione, ma quando fu costretto a renderla pubblica, di fronte all'agitazione dei soldati si rivolse loro con un discorso (adlocutio) rivelando di voler evitare inutili spargimenti di sangue tra Romani. Ma dopo soli tre mesi, quando la notizia della morte di Marco si rivelò ufficialmente falsa, il Senato romano proclamò Cassio hostis publicus, nemico dello stato e del popolo romano e Avidio fu ucciso dai suoi stessi soldati. La testa dell'usurpatore fu portata a Marco, come testimonianza dell'uccisione, ma l'imperatore, che avrebbe voluto dimostrargli il suo perdono e salvarlo, non esultò, al contrario esclamò: Mi è stata tolta un'occasione di clemenza: la clemenza, infatti, dà soprattutto prestigio all'imperatore romano agli occhi dei popoli. Io però risparmierò i suoi figli, il genero e la moglie, lasciando metà del patrimonio paterno ai figli di Avidio Cassio, e donando una grande quantità di oro, di argento e di gemme alla figlia. Viaggio in Oriente Marco Aurelio: aureo MARCUS AURELIUS RIC III 357-159422M ANTONINVS AVG GERM SARM, testa laureata con corazza e paludamentumTR P XXX IMP VIII COS III, la Felicitas con caduceo e scettro AV (7,33 g). Nell'ultimo decennio di regno, mentre si trovava lungo i confini settentrionali imperiali, Marco scrisse i Colloqui con sé stesso, tornando di rado a Roma. Insieme alla moglie Faustina, al figlio Commodo, al seguito composto dai comites del consilium principis e a un ingente esercito, Marco visitò le province orientali Partito da Sirmio nel luglio del 175, dopo essere passato per Bisanzio, Nicomedia, Prusias ad Hypium e per Ancyra, giunse a Tarso, sostando in Cilicia dove, secondo Dione, molti si erano schierati dalla parte di Avidio. Poco dopo aver passato la località di Tanya, Faustina morì in circostanze poco chiare in un villaggio di nome Halala, sito in Cappadocia ai piedi dei Monti Tauri. Cassio Dione riporta alcune versioni sulla morte dell'Augusta: una prima ipotizza il suicidio, motivato dall'aver stretto accordi per la successione con Avidio Cassio; una seconda chiama in causa la gotta; una terza vedrebbe Faustina morire di parto dopo un'ennesima gravidanza all'età di quarantacinque anni. Dopo la morte venne divinizzata ufficialmente con degne cerimonie a Roma, per volere del Senato. L'Augusta, che aveva spesso accompagnato il marito in guerra, era stata la prima delle imperatrici romane a essere insignita del titolo di mater castrorum.[204] Halala, il villaggio dove era morta, venne rinominato "Faustinopolis". In suo onore furono istituiti collegi di sacerdotesse e create le puellae Faustinianae, in ricordo dell'istituzione benefica sorta in memoria della madre, la moglie di Antonino Pio, istituzione che si occupava di fanciulle orfane della penisola italica.[204] Le fonti antiche, in contrasto coi Ricordi di Marco Aurelio, spesso accusarono Faustina di dissolutezza e di aver ripetutamente tradito il marito, con marinai e gladiatori, tanto che da una di queste relazioni sarebbe nato Commodo, secondo una diceria riportata dal biografo della Historia Augusta. Dopo questa ennesima disgrazia famigliare, il princeps ripartì per la Siria, forse fermandosi a visitare la città di Antiochia (che si era schierata con Cassio), perdonandone i suoi abitanti, e qui potrebbe avervi svernato, incontrando alcuni personaggi locali come il patriarca Giuda I. Riprese, quindi, il suo viaggio per giungere nell'estate nel 176 in Egitto, dove ricevette una delegazione dei Parti. Nel viaggio di ritorno dall'Oriente, dopo essersi imbarcato per l'Asia Minore, passò per Efeso, poi Smirne (dove incontrò Elio Aristide) e, da ultimo, Atene, dove il filosofo cinico Zenone aveva fondato la scuola stoica, sotto il famoso portico dipinto, dichiarandosi "protettore della filosofia". Istituì quattro cattedre permanenti di studio, finanziandole, una per ogni principale scuola filosofica: platonici, aristotelici, epicurei e stoici.[209] In Grecia prese parte anche ai riti dei misteri eleusini.Durante il tragitto lungo l'Asia Minore e la tappa a Atene si rivolsero a Marco Aurelio e a Commodo anche alcuni padri apologisti cristiani. Decise di associare al trono imperiale il figlio Commodo, l'unico maschio superstite tra i suoi figli (dopo la morte del giovane Marco Vero Cesare e quella di alcuni nipoti), nominandolo Augusto e concedendogli la tribunicia potestas e l'imperium, benché avesse nei confronti del figlio alcune perplessità. Marco celebrò, quindi, il matrimonio di Commodo con Bruzia Crispina. A Roma, si dedicò ad amministrare la giustizia, cercando di riparare a torti e abusi del passato; dispose la celebrazione di giochi circensi, mettendo però un limite di spesa a quelli gladiatorii. Marco, che aveva battuto le popolazioni germaniche e sarmatiche a nord del medio corso del Danubio, ottenne per decreto del Senato romano il trionfo insieme al figlio Commodo, da poco nominato Augusto. In suo onore venne eretta una statua equestre, tuttora custodita nel Palazzo dei Conservatori. Offensiva finale in Marcomannia e Sarmatia L'impero romano alla fine del regno di Marco Aurelio, nel 180 L'apparente tregua sottoscritta con le popolazioni germaniche, in particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi, durò però solo un paio d'anni, fino al 177. Il 3 agosto del 178 Marco fu infatti costretto a marciare ancora una volta verso la frontiera danubiana, a seguito di una nuova sollevazione dei Marcomanni. Non sarebbe mai più tornato a Roma. Egli fece della fortezza legionaria di Brigetio il suo nuovo quartier generale e da qui condusse l'ultima campagna nella primavera successiva del 179, che aveva come obiettivo quello di occupare stabilmente parte della Germania Magna (Marcomannia) e della Sarmatia. Si racconta infatti che:  «I Quadi essendo poco disposti a sopportare la presenza di forti romani costruiti nel loro territorio tentarono di migrare tutti insieme verso le terre dei Semnoni. Ma Marco Aurelio Antonino che ebbe queste informazioni in anticipo della loro intenzione di partire per altri territori, decise di chiudere loro tutte le vie di fuga, impedendo la loro partenza.»  (Cassio Dione. Dopo una vittoria decisiva nel 178, il piano per annettere la Moravia e la Slovacchia occidentale (Marcomannia), per porre fine una volta per tutte alle incursioni germaniche, sembrava avviato al successo, ma venne abbandonato dopo che Marco Aurelio si ammalò gravemente nel 180, forse anch'egli colpito dalla peste che affliggeva l'impero da anni. La sua salute, da sempre fragile e in costante declino, sembra lo costringesse a fare uso anche di oppio per alleviare il dolore persistente che lo affliggeva da anni allo stomaco, rimedio prescritto dallo stesso Galeno. Eugène Delacroix, Ultime parole dell'imperatore Marco Aurelio, una rappresentazione moderna della morte di Marco: l'imperatore, al centro, siede a letto, circondato da amici e dignitari, e stringe il braccio di Commodo (a destra), vestito di rosso, sbarbato e abbigliato in maniera orientaleggiante, con orecchini e una corona, e che appare distante e poco interessato. «Uomo, sei stato cittadino in questa grande città: che ti importa se per cinque anni o per cento? Quel che è secondo le leggi ha per ognuno pari valore. Che c'è di grave allora se dalla città ti espelle non un tiranno o un giudice ingiusto, ma la natura che ti ci aveva introdotto? A stabilire che il dramma è completo infatti è chi allora fu responsabile della composizione, ora del dissolvimento; tu invece non sei responsabile né dell'una né dell'altro. Quindi parti sereno: chi ti congeda è sereno.»  (Marco Aurelio, 12.36.) Marco Aurelio muore nella città-accampamento di Vindobona (Vienna).[19] Secondo invece quanto riferisce Tertulliano, uno storico e apologeta cristiano suo contemporaneo, sarebbe invece deceduto sul fronte sarmatico, non molto distante da Sirmio (odierna Sremska Mitrovica, nell'attuale Serbia),[20] che fungeva da quartier generale invernale delle sue truppe, in vista dell'ultimo assalto. Il Birley ritiene infatti che Marco potrebbe essere morto a Bononia sul Danubio (che per assonanza ricorda la località di Vindobona), venti miglia a nord di Sirmio. Iniziando a stare male, chiamò Commodo al capezzale e gli chiese per prima cosa di concludere onorevolmente la guerra, affinché non sembrasse che lui avesse "tradito" la Res publica. Il figlio promise che se ne sarebbe fatto carico, ma che gli interessava prima di tutto la salute del padre. Chiese pertanto di poter aspettare pochi giorni prima di partire. Marco, sentendo che i suoi giorni erano alla fine e il dovere compiuto, accettò da stoico una morte onorevole, astenendosi dal mangiare e bere, e aggravando così la malattia per permettergli di morire il più rapidamente possibile. Il sesto giorno, chiamati gli amici e deridendo le cose umane disse loro: perché piangete per me e non pensate piuttosto alla pestilenza e alla morte comune? Se vi allontanerete da me, vi dico, precedendovi, statemi bene. Mentre anche i soldati si disperavano per lui, alla domanda su a chi affidasse il figlio, rispose ai subordinati: a voi, se ne sarà degno, e agli dèi immortali. Nel settimo giorno si aggravò e ammise brevemente solo il figlio alla sua presenza, ma quasi subito lo mandò via, per non contagiarlo. Uscito Commodo, coprì il capo come se volesse dormire, come il padre Antonino Pio, e quella notte morì.Cassio Dione aggiunge che la morte avvenne "non a causa della malattia per cui stava ancora soffrendo, ma a causa dei medici che, come ho chiaramente sentito, volevano favorire l'ascesa di Commodo", anche se secondo il Birley, "è inutile avanzare ipotesi". Officiato il funerale, venne cremato, e fu immediatamente divinizzato, mentre le sue ceneri furono portate a Roma e deposte nel mausoleo di Adriano, che divenne così il sepolcro di famiglia da Adriano a Commodo e, forse, anche per alcuni imperatori successivi, finché il sacco visigoto della città lo danneggiò gravemente. Le sue campagne vittoriose contro Germani e Sarmati furono commemorate con la costruzione della Colonna Aureliana e di un tempio. Marco Aurelio aveva stabilito che a succedergli fosse il figlio Commodo, che già aveva nominato Cesare nel 166 e poi Augusto (co-imperatore). Questa decisione, che mise di fatto fine alla serie dei cosiddetti "imperatori adottivi", venne fortemente criticata dagli storici successivi, poiché Commodo non solo era estraneo alla politica e all'ambiente militare, ma fu inoltre descritto, già in giovane età, come estremamente egoista e con gravi problemi psichici, appassionato in maniera eccessiva di giochi gladiatorii (a cui lui stesso prendeva parte), passione ereditata dalla madre.  Marco Aurelio riteneva, a torto, che il figlio avrebbe abbandonato quel genere di vita così poco adatto a un princeps, assumendosi le necessarie responsabilità nel governare un Impero come quello romano, ma così non fu. A conclusione del principato di Marco Aurelio, Cassio Dione scrisse un elogio all'imperatore, pur descrivendo il passaggio a Commodo con dolore e rammarico. Marco non ebbe la fortuna che meritava, perché non era fisicamente forte e poiché dovette affrontare, per la durata del suo regno, numerose difficoltà. Proprio per questo motivo lo ammiro maggiormente, in quanto egli, in mezzo a difficoltà insolite e straordinarie, non solo sopravvisse ma salvò l'impero. Solo una cosa lo rese infelice, il fatto che, dopo aver dato l'educazione migliore possibile al figlio, questi deluse le sue aspettative. Questa materia deve essere il nostro prossimo argomento, dato che da quel periodo dei Romani deriva oggi la nostra storia, decaduta da un regno d'oro a uno di ferro e ruggine.»  (Cassio Dione, 72, 36.3-4.) Carattere e pensiero filosofico Magnifying glass icon mgx2.svgColloqui con sé stesso, Pensiero di Marco Aurelio e Letteratura greca alto imperiale.  Statua equestre di Marco Aurelio (Roma, Musei capitolini) Marco Aurelio fu l'ultimo grande esponente dello Stoicismo. Marco scrisse i Colloqui con sé stesso, come esercizio per il proprio orientamento e auto-miglioramento. Il titolo è stata un'aggiunta postuma, originariamente Marco intitolò l'opera “A se stesso”, ma non si sa se avesse intenzione di renderla pubblica. Il saggio è considerato uno dei capolavori filosofici di tutti i tempi. Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque. «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna?»  (Marco Aurelio, 4.49.) Politica religiosa e atteggiamento nei confronti dei cristiani Magnifying glass icon mgx2.svgPersecuzione dei cristiani sotto Marco Aurelio. Sebbene Marco abbia da sempre seguito la linea indulgente degli imperatori Adriano e Antonino Pio, che continuò nei confronti dei culti ammessi, è elencato tra gli imperatori persecutori dei cristiani. Molti disordini si verificarono sotto il regno di Marco Aurelio, segnato da epidemie, carestie e invasioni e più volte le folle diedero la caccia ai cristiani, ritenuti responsabili di tutto (per aver causato la collera degli dèi, avendoli negati), e i martiri furono numerosi. Marco Aurelio, personalmente, non mostrò esplicito disprezzo per i cristiani, né li considerò un vero pericolo, ma piuttosto dei fanatici. Monetazione imperiale del periodo Magnifying glass icon mgx2.svgMonetazione degli Antonini. Il prototipo di statua equestre è senza alcun dubbio la statua equestre di Marco Aurelio. In precedenza l’opera bronzea si trovava nella piazza del Campidoglio a Roma, prima di essere sostituita da una copia e trasferita nell’adiacente Palazzo dei Conservatori. Historia Augusta, Cassio Dione, Aurelio Vittore, De Caesaribus, 16.  Tertulliano, 25.  Grant 1996,27.  Testo per esteso dell'epigrafe: Imperator Caesar Marcus Aurelius Antoninus Augustus.  Il luogo della morte è incerto tra Sirmio o Vindobona: Tertulliano, 25: (LA) «[...] cum M. Aurelio apud Sirmium rei publicae exempto die sexto decimo Kalendarum Aprilium» «essendo stato Marco Aurelio strappato allo Stato a Sirmio il 17 marzo.»  Aurelio Vittore, De Caesaribus, 16.14: (LA) «Ita anno imperii octavo decimoque aevi validior Vendobonae interiit, maximo gemitu mortalium omnium» «Il diciottesimo anno del suo governo, tra grandi lamenti, il più forte e più grande di tutti gli uomini morì a Vindobona»  Riportato invece così in Aurelio Vittore, Epitome de Caesaribus, 16.12 (compendio, più tardo, della stessa opera di Vittore, attribuita a lui stesso, ma con molta incertezza): (LA) «Ipse vitae anno quinquagesimo nono apud Bendobonam morbo consumptus est» «Egli stesso, nel cinquantanovesimo anno della sua vita, venne consumato da una malattia a Vindobona.»   Historia Augusta, Marcus Aurelius, 1.9; McLynn 2009,24.  Cassio Dione, Asse della zecca di Roma antica, RIC, III (Antoninus Pius); BMCRE,1917; Cohen, Cassio Dione.  Machiavelli, Gibbon Estensione e forza militare dell'Impero nel secolo degli Antonini; in particolare I.78, in cui l'autore descrive il buon governo degli imperatori adottivi; inoltre,273 nota 4 del testo disponibile su Google libri, in cui usa l'espressione "good emperors".  Cassio Dione. Il libro completo, che parla dell'epidemia avvenuta sotto Marco Aurelio, è andato perduto; questa nuova epidemia fu la più grave che lo storico avesse mai visto, a quanto narra nella "vita di Marco Aurelio".  Historia Augusta, A.,  Renan 1937.  Tra questi vi furono: Marco Aurelio Probo (CIL XI, 1178), Marco Aurelio Mario (imperatore nelle Gallie), Marco Aurelio Caro e Marco Aurelio Carino (CIL VIII, 10956), oltre a due imperatori suoi omonimi, Caracalla (AE 1911, 56) ed Eliogabalo (il cui nome imperiale ufficiale era "Marco Aurelio Antonino"; CIL VI, 40677 e AE 1990, 469) e che furono i primi, pur non appartenendo alla dinastia antonina, ad usare il suo nome. Questi ultimi due, in particolare, come già il padre di Caracalla, Settimio Severo, che aveva riabilitato la memoria di Commodo, divinizzandolo e rimuovendo la damnatio memoriae imposta dal Senato, e dato al figlio il nome di Marco Aurelio, cercavano un collegamento diretto con gli Antonini al fine di nobilitare le loro origini africane e asiatiche, quindi provinciali. Inoltre, una delle mogli di Eliogabalo era una nipote di Marco Aurelio stesso, Annia Faustina. Il nome Marco Aurelio divenne, quindi, un nome di famiglia dei Severi e, come «Cesare», «Augusto» e, più tardi, «Flavio», venne utilizzato come prenome imperiale da molti altri.  Birley 1990,317-318.  Birley 1990,269 ss.  Birley 1990,316.  Birley 1990,313-319.  CIL II, Birley 1990,31.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, Birley McLynn ,14.  Birley 1990,34.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 1.5.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 1.  Poiché suo fratello Marco Annio Libone è stato console nel 128 e difficilmente potrebbe essere stato pretore più tardi del 126, Annio Vero deve essere stato a sua volta pretore prima di questa data, verosimilmente, appunto, nel 124.  Birley 1990,34-35; Marco Aurelio, 1.2  Birley ,36-37; Tacito, Dialogus de oratoribus, 28-29; Marco Aurelio, 5.4.  Marco Aurelio, 1.3.  Birley; Marco Aurelio, 1.17.7.  Birley; Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.1; Marco Aurelio, 1.14.  Birley ,39; Marco Aurelio, 1.1.  Marco Aurelio, 1.17; Birley Marco Aurelio, 1.4.  Marco Aurelio, 1.6.  Norelli,75 Marco Aurelio, 1.6; Birley 1990,43.  Marco Aurelio, 1.10 e 1.12; Birley 1990,46.  Birley 1990,51-52.  Guido Clemente Birley Guido Clemente Birley 1990,69.  Birley 1987,38-42.  Birley, Cassio Dione, 69, 22.4; Historia Augusta, Hadrianus, Cassio Dione, 69, 22.1-4; Historia Augusta, Hadrianus, 24.8-13.  Birley 1990,63-66; Grant 1996,12.  Birley 1990,63.  Mazzarino 1973,328.  Marco Aurelio, 6.30: "Bada di non cesarizzarti, di non impregnarti con la porpora: succede infatti".  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 6.5; Birley Marco Aurelio, 1.16.  Marco Aurelio, 5.16.  Birley 1990,68.  Marco Aurelio, 8.9.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4 e 3.6.  Birley 1990,108.  Frontone, Ad Marcum Caesarem 4.8 (trad. da Haines 1.184 ss.).  Cassio Dione, 71, 36.3.  Grant 1996,24.  Birley Marco Aurelio, 1.11.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4; Cameron 1967,347.  Aulo Gellio, 9, 2.1–7 e 19.12; Birley 1990,76-78.  Birley 1990,65-67; molti critici moderni hanno avuto dubbi per l'ammirazione dei contemporanei. Filologi di fama espressero numerose critiche: Barthold Georg Niebuhr, lo descrisse "frivolo", Samuel Adrian Naber lo trovò "disprezzabile" (Champlin 1980, capp. 1-2); altri lo hanno definito "pedante e noioso", scrivendo che le sue lettere non offrono né l'analisi politica di un Cicerone né l'introspezione di un Plinio (Mellor 1982 commentando Champlin 1980); una ricerca prosopografica degli anni '80 ha riabilitato, almeno in parte, la sua reputazione, cfr. ad esempio, sempre Mellor 1982 su Champlin 1980.  Birley 1990,88 ss.  Birley 1990,78.  Birley 1990,113.  Birley Birley 1990,83 ss.; Marco Aurelio, 1.8.  Marco ricorda Epitteto come una guida spirituale, facendo spesso riferimento alle sue Diatribe e al Manuale come ad esempio in Marco Aurelio, 11.34, dove lo cita e ne commenta alcune massime.  Birley 1990,336-339.  Birley 1990,126 ss.  Champlin 1980,174 n. 12.  Frontone, Ad Marcum Caesarem 4.11 (trad. da Haines 1.202 ss.).  Birley 1990,130-132.  Marco Aurelio, 9.40.  RIC, III 682 (Aurelius); MIR, 18, 13-2a; Calicó, 2055 (moneta illustrata); BMCRE,399 note.  Inscriptiones Graecae ad Res Romanas pertinentes, 4.1399, tradotta da Birley 1990,140.  Birley Historia Augusta, Lucius Verus, 2.9-11 e 3.4-7; Birley Forse in omaggio ai filosofi greci o a causa di una cicatrice (cfr. Melani, Fontanella e Cecconi,58).  Bianchi Bandinelli e Torelli 1976, scheda 131 (ritratti di Adriano).  Birley Birley 1990,140.  Cassio Dione, 71, 33.4-5.  Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.4-8.  Birley Historia Augusta, Pertinax, 13.1 e 15.8  Birley ,142-143.  Historia Augusta, Lucius Verus, 4.2.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 15-16.  Historia Augusta, Lucius Verus, 3.8; Birley 2000,156  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 7.9.  Savio 2001,331.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 7.10-11; Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.8; Birley 1990,144-145.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 19.1-2; Birley 1990,145.  Historia Augusta, Commodus, 1.2.  Birley 1990,145-147.  Birley cita Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus, nos. 155 ss.; 949 ss.  Cassio Dione, 71.1, 3; 73.4.4–5.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.1.  Birley 1990,150.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.8; Birley 1990,151 cita Eck 1995,65 ss.  Vittorino minore fu console assieme al nipote di Marco Aurelio, Tiberio Claudio Severo Proculo nel 200 (AE 1996, 1163 e CIL III, 8237).  Birley  cita Frontone, Ad Verum Imperator 1.3.2 (trad. da Haines 1.298 ss.).  Frontone, Ad Antoninum Imperator 4.2.3 (trad. da Haines 1.302 ss.).  Birley Historia Augusta, Marcus Aurelius Birley Birley  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8-10 e 12.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, Pulleyblank Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus Aurelius, La grandiosa colonna di Marco Aurelio di fronte a Palazzo Chigi (alta 42 m) fu eretta per ricordare proprio le vittorie sul fronte germanico-sarmatico del Danubio. La colonna era sormontata da una statua dell'Imperatore, dove ora è posta quella di san Paolo, così come accadde per la colonna di Traiano, dove venne posizionata una statua di san Pietro in sostituzione di quella dell'Optimus princeps), in Coarelli 2008,42-43.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17 e 23.  Renan, Eusebio, 5.1.77.  Codice Giustinianeo, Digesto, 1, 18, 13.  Codice Giustinianeo, Digesto, Historia Augusta, Marcus Aurelius, 24.1-3.  Codice Giustinianeo, Digesto, Codice Giustinianeo, Digesto: «Item Marcus imperator […] et ideo princeps providentissimus et iuris religiosissimus cum fideicommissi verba cessare animadverteret, eum sermonem pro fideicommisso rescripsit accipiendum».  Birley 1990,165 ss.; Millar 1993,6 e ss. Vedi anche Millar Frontone, Ad Antoninum Imperator 2.1-2 (trad. da Haines 2.94); Birley 1990,164; Champlin 1980,134.  Historia Augusta, 24.1-3.  Svetonio, Titus, 8 e 9.  Casadei e Mattarelli Bloch Renan Birley 1990,170-172.  Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.7; Birley 1990,148.  Birley Mazzarino 1973,335 ss.  Frontone, De Feriis Alsiensibus 4 (trad. da Haines 2.19); Frontone, De bello Parthico 1-2 (trad. da Haines 2.21-23); e 10 (trad. da Haines 2.31); Guido Clemente 2008,633.  Luciano di Samosata, Alessandro, Cassio Dione; Luciano di Samosata, Cassio Dione, 71, 2.1.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.9.  Birley 1990,151-154.  Birley Champlin 1980,134; Frontone, De Feriis Alsiensibus 4 (trad. da Haines 2.19); Birley Frontone, De bello Parthico 10 (trad. da Haines 2.31); Birley 2000,150-164; Birley Historia Augusta, Lucius Verus, 9; Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4; Birley 1990,159.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4-6; Historia Augusta, Lucius Verus, 7.7; Birley Birley 2000,163.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.1; Historia Augusta, Lucius Verus; Frontone, Ad Verum Imperator 2.3 (trad. da Haines 2.133); Birley 1990,159; Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus, 233 e ss..  Birley 2000,162.  Farrokh 2007,165; RIC, III, Antoninus Pius to Commodus.  Birley 1990,163.  Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus, nos. 261ff.; 300 ff.  Birley ILS 1098; Birley 1990,179-180; Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus,401 ss..  Birley 2000,164.  Birley 1990,183.  Birley 1990,180; Pulleyblank 1999; Mazzarino.  Frontone, De nepote amisso 2 (trad. da Haines); Frontone, Ad Verum Imperator 2.9-10 (trad. da Haines 2.232 ss.)  Birley Lucio Dasumio Tullio Tusco, un lontano parente di Adriano, fu inviato in Pannonia superiore, per sostituire l'esperto Marco Nonio Macrino. La Pannonia inferiore venne affidata al poco conosciuto Tiberio Aterio Saturnino. M. Servilio Fabiano Massimo venne trasferito dalla Mesia inferiore a quella Superiore quando Iallio Basso si era recato ad Antiochia di Siria da Lucio Vero. La Mesia inferiore venne allora affidata al figlio, Marco Ponzio Leliano. La Dacia venne divisa in tre distretti, governati da un senatore pretoriano e da due procuratori. La pace non poteva durare a lungo, la Pannonia inferiore disponeva di una sola legione, ad Aquinco. Cfr. Alföldy 1977, Moesia Inferior,232 ss.; Moesia Superior,234 ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia, 245 ss.; Pannonia Inferior, Birley Southern Ruffolo Birley Stathakopoulos 2004,95.  Birley 1990,186-187.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 14.8; Historia Augusta, Lucius Verus, 9.11.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17.4.  Cassio Dione, Birley; Alföldy 1977, Moesia Inferior,232 ss.; Moesia Superior,234 ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia,245 ss.; Pannonia Inferior,251.  Questa invasione avvenne secondo Birley 1990,184-186, 194-196 e 207-208 ed altri studiosi moderni (Brizzi e Sigurani 2010,393-394 e 398) nel 170.  Birley 1990,208-213.  Guido Clemente Kneissl Infatti i cognomina Armeniaco, Medico e Partico sono assenti nella documentazione di carattere ufficiale posteriori al 172, come ad esempio i diplomi militari: nello specifico si veda, ad esempio, AE 1990, 1023 o AE 1987.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 24.4.  Tertulliano, 5, 6.  Michael Grant, The Antonines. The Roman Empire in Transition, Routledge, Birley Cassio Dione, 72, 27-29; Historia Augusta, Marcus Aurelius, 26.10-12.  RIC, Marcus Aurelius, 357 corr. (no P P); MIR; Calicó, 2017; BMCRE, Astarita Birley 1990,239-240.  Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus Aurelius, 19.1-8 e 26.3-9.  Ammiano, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Cassio Dione, Birley IG II2 3620  Historia Augusta, Marcus Aurelius, 27.1.  Historia Augusta, Commodus, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus Aurelius, 27.11-12.  Historia Augusta, Marcus Aurelius; Cassio Dione, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.5; Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.6.  Birley 1990,259-261.  Guido Clemente Cassio Dione, 72, 36; Grimal Birley citato in Antonio de Guevara, Vita, gesti, costumi, discorsi, lettere, di Marco Aurelio imperatore, Venezia, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Cassio Dione, Birley Cassio Dione, Erodiano, Commodo; Historia Augusta, Commodus  Perelli 1969,320-324.  A., Sordi Corpus Iuris Civilis. Codex Theodosianus. 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Predecessore: Antonino Pio161–180 (con Lucio Vero, con Commodo) Commodo Predecessore Console romano Successore Consul et lictores.png Gaio Bruttio Presente Lucio Fulvio Rustico II140 Marco Peduceo Stloga PriscinoI con Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio IIcon Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio IIIcon Tito Enio SeveroTito Statilio Massimo145 Gneo Claudio Severo Arabiano II con Lucio Edio Rufo Lolliano Avitocon Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio IVcon Sesto Erucio Claro II Appio Annio Atilio Bradua161Quinto Giunio Rustico IIIII con Tito Clodio Vibio Varocon Lucio Elio Aurelio Commodo IIcon Lucio Tizio Plauzio AquilinoMarco Aurelio Campagne partiche di Lucio Vero Guerre marcomanniche Imperatori adottivi Imperatori romani e relative linee di successione Stoicismo. Antica Roma Portale Antica Roma Biografie Portale Biografie Filosofia Portale Filosofia Letteratura Portale Letteratura   Categorie: Imperatori romaniFilosofi romaniScrittori romani Nati a Roma Morti a Sirmio Aforisti romani Dinastia antoniniana Consoli imperiali romani Stoici Annii Auguri Sepolti a Castel Sant'Angelo Marco Aurelio Persone legate ai Misteri eleusini. Italian philosopherone of the most important onesVide his letters to his tutor Frontino – A., Roman emperor and philosopher. Author of twelve books of Meditations (Greek title, To Himself), Marcus Aurelius is principally interesting in the history of Stoic philosophy (of which he was a diligent student) for his ethical self-portrait. Except for the first book, detailing his gratitude to his family, friends, and teachers, the aphorisms are arranged in no order; many were written in camp during military campaigns. They reflect both the Old Porch and the more eclectic views of Posidonius, with whom he holds that involvement in public affairs is a moral duty. Marcus, in accord with Stoicism, considers immortality doubtful; happiness lies in patient acceptance of the will of the panentheistic Stoic God, the material soul of a material universe. Anger, like all emotions, is forbidden the Stoic emperor: he exhorts himself to compassion for the weak and evil among his subjects. “Do not be turned into ‘Caesar,’ or dyed by the purple: for that happens”. “It is the privilege of a human being to love even those who stumble”. Sayings like these, rather than technical arguments, give the book its place in literary history. Ab avo meo Vero didici placidis esse moribus et iram abstinens. Ex estimatione parentis mei cius recordatione ad verecundiam et VIRO dignos mores usus sum. Matre in studio pietatis erga deos isberalitate gimitatus. Præterea in abstinendo anno perpetrandis modo sed et cogitandis flagitiis. Tum in frugalitate victus, ab opulentia comitante luxu remotissima. A pro-avo id habui ut ne in publicos ludos comcarem sed bonis præceptoribus domimex uterer, intellige regnullis hac in re parcendum sumptib. Ab educatore, ne auriga Praginus, aut Venetus, neuc palmularius aut scutarius fierem. Ab eodem tolerare labores, esse contentus parvo, operari, non immiscere mc multis negociis, haud facile calumniam admittere, didici. A Diogneto, tudium in res inanes non conferre, fidem abrogare iisque de incantationibus, de  monug pfligationib. acid genusalii reb pitigiatores et impostores referent. Nec animi causa coturnices alere, aut fi milium rerum studio et cupiditate teneri. Ite libere dicta ferre æquo animo, PHILOSOPHIAE ME ADDICERE, audire primo Bacchiu, deinde Tandasidem ac Marcianum, scriber dialogos puerili etate grabatu, pellem, aliağ ad greca disciplinam pertinentia, usurpare. RUSTICI monitu in ea deveni cogitatione, mores meos correctione ac cultu opus habere. Non esse imitandos sophistas, non esse instituendas de contemplationibus scriptiones ne que oratiunculas adhortatorias declamandum neq speciem VIRI exercitiis dediti, ac laboriosi ostentandam. Ad hæc rhetorica, poetica ed atrologia abstinendum, domincuesticu, negaliis huius modi rebutendum. Epistolas scribendas simpliciter, quomodo ipsius ad matrem meam est epistola Sinueſſam missa. In super placabilitatem este et in alloquio facilitatem exhibendam iis qui stomachu nobis moverint, aut aliquid deliquerít, simulatqii redire adofficium volint. Diligenter etiam legendum, nec omnino considerationem accuratam satis putandum, ne æceleriter adsentiendum loquacite LOQUACITER CONVERSANTIBUS. Commentarios Epicteti legendos, quorum et e domo sua mihi copiam fecit. Apollonius medocuit ut libertatem secta rer, certamg constantiam, negalio un quam, ne minimum quidem, quam ad rectam rationem respicerem ac semper mei similis essem in gravibus doloribus a missione prolis, morbis diuturnis. Uc quem in vivo exemplo evidenter contemplarer, posse eundem et durissimum esse et remissum quam maxime. Tum etiam ut in percipienda doctrina menon morosum præberem sed circumspicerem de homine qui palam experientiam et in tradendis scientijs facultatem mia nimum suorum bonorum putaret. Præterea modum beneficia utiis videntur ab amicis accipiendi ne vel accepta ea nos viliores redderent vel stupidem ne gligerenturato permitterent. In Sexto de præhemdi comitatem et exemplum domo ad arbitrium patris familias institute, vivem di secundum naturam, gravitatem nion simulatam, ing consulendo amicorum commodis sagacitatem, facilitatem erga privatos, mores omnibus accomodatos. Quo fiebat, ut eius consuetudo omni adulatione suavior ipseos codem tempore in summa apud cos quibus cum agebat veneratione esset. Porro autem expedicam viam acrationem inveniendi et disponendi præcepta ad usum vitæ necessaria. item quod nequc iræ neo alius cuius animi commotio nis ullum indicium dabat, sed simul et quam maxime affectibus vacuus et humanissimi erat ingenii. In codem honc stam famam finciactatione. Multa rumorerum scientiam citra ostentationem. Alexandrum Grammaticum obseruabam ab increpationibus sibi tempera re, neque ignominiose castigare si quis barbarum, lolocum, aut absonum quippiam protulisset sed civiliter id modo o dicendum fuerat, pronunciare. Perinde ac si respondens vel suam sententiam interponeret, aut rationem re ipsa non verbo cum altero conferret. Aut omni no alia quadam solerti et occulta correctione idem efficiebat. A FRONTONE didici ut scirem quæ consequeretur tyranidem invidia quæ varietas simulatione. Et quod omnino qui nobis patria icidicunt in humaniores quodammodo fint reliquis. Ab Alexando Platonico, ne crebro neve nil necessitate coactus cuiquam dicerem scriberemúeme esse occupatum ne ve identidem impendetia negocia prætendendo debita familiaribus officia detrectare, A CATULO, ne parvi facerem li quid amicus conquereretur, etiam et nulla id ab eo fieretratione. Sed anniterer eum in pristinam gratiam rcducere. Item ut summa animi contentione præceptorum laudem prædicarem. Uti de Domitio et Athenodoto traditum est. Ut yliberos vere diligere. A fratre meo SEVERO amore familiarić et ucritatis iustitiæ. Per eundem cognovi Thrasea, Helvidium, CATONEM, Dionem, BRUTUM. Idem mihi autor fuit ut animo conciperem formam reipublicam in qua æquis legibus codemý iure omnia administrarent, ac regni, cui nihil cf afet libertate subditorum antiquius. Eun dem observans curis esse vacuum, constantiam in honore PHILOSOPHIAE habendo, beneficentiam et liberalitatem perpetuam servare, bene sperare ac de amicorum in amore certo libipolliceri, aq bus animo elſet factus alieno idiis non occultum ferre. Nec amicis eius opus esse ut de ipsius voluntate coniectura facerent sed eam apertam elle. Maximus adhortatus me est, ut suo exemplo me ipsum regerem, neq ulla in re præcipitarem, animo bono cùm aliis in calibus, tum in morbis essem. Ut moribus ut erer temperatis, blandis, ac gravibus ut quæ instituissem expedite necma gnacum molestia perficere. Dicebat libi verba facienti aut a genti quic quam nemine non fidem habuisse ex animi ipsum sententia loqui vel agree. Nullius rei admiratione se obstupuisse nunquam aut seſsi nasse, aut cunctatum fuisse, nec trepidasse neq mæstitiæ, neo gaudii nimium fuisse, neqz iracundum neq suspiciosum sed beneficum, placabilem, veracm, magis có Itantia erroris secura o erratorum correc ioné præ se tulille. Neminem fuisse, afe 1 abipfo conteptum, aut ipso pstantiorem putaret. Liberaliter quoß facetum fuisse. Patris notavi humanitatem et inijs quæ semel essent accuratem deliberata, pmansionem vanægloriæ et eorumque putant, ne que sunt tim honoru contemptu, tudium laborum, assiduitatem. Libenter audiebat cos, qaliqd reip. utile poterant adducere. In tribuendo unicuip dignitate suu firmiter pſeuerabat, pitusubi intendendum et ſet, ubi remittedum. AMORES ADOESCENTU lorum coercebat, utilitati publicæ, oes cogitationes intendebat. Amicis sec uncce nan dı, autiter faciendi necessitate remittebat etque necessitate aliqua impediti cum non conitati fuerant, cunde fempirfum inveniebant.In consiliis accurateqd conducere possetīqrebat, ac conftanter, nec ob uiis quibusg cogitationik. contento fine consultandi faciebat.Amicitiam conservabat, neq vel satietaté amicorum capiebat, ne ad eosparandos furore aliquo ferebat. In oib.reb. ola sua i se repogta habebat, læto vultu. Longe futura puidebat. Arq et minima antem pparabat, idý citra tumultum. Acclamationes, oems adulationem compescebat. Quæ ad magistratum erant necessaria, semper custodiebat, sumptus procura bat, ncq detrectabat dcijsreb, causam dicere. Deos citra superstitionem cole þat, homines ne demerebatur, ncquc auram popularem captabat. In omnib, his sobrius, costans, nusquam ineptus, aut novitatis studiosus. Has porrò res, quæ ad vitę commoditatem aliquid conducunt, quas fortuna suppeditat, liberaliter, fimulý sincfastu tractabat, ita ut et liadeffent, haud solicite iis uteretur, nec defidcraret, li deeflent.Nemo fuit, quieum aut sophistam, aut vernam, aut hominem de schola esse diceret. Sed VIRUM MATURUM, absolutum, adulatione superiorem, qui et seipsum regere, et ali ospoflet, Iam PHILOSOPHIAM VERAM profitentes in honore habens, reliquis nihil exprobravit. Cæterum in consuctudi ne familiari commodus gratiosuso extra fastidium erat. Corpus suum moderate curabat, non ut qui vitæ CUPIDUS, aut cuiforme elegantia curæ esset, non tamen interim negligenter. Itag suæ diligentiæ causa paucissimis medicorum pharmacis et fomentis opus habuit. Id in co praeclarissimum fuit, quod facultate alicuius rei præditis concedebat abso invidia, utoratoriæ, historiæ, legum, consuetudinum, aliorum gid genus. Quin etiam ut gloriam iis rebusquibus excellebant, adipiscerentur, operam suam ipsis navabat. Eccum ageret omnia secundum instituta maiorum, ne hoc ipsum quidem studebat consequi, ut videretur a maioribus accepta obserualle. Ad hæc non erat vagus aut levis sed locise et negociis iisdem soleba timmorari. Post intentissimos capitis dolores, recens at que alaçer ad consueta opera redibat. Praeterea pauca ad modum habebat arcana et hæc quoq tantum derebus publicis. Prudens porroerat, moderatus cum in spectaculis exhibendis, tumin operum extructionibus congiariis et aliis huius modi negotiis. Guippe vir ed ex usu foret potius, quam quem gloria fa &tum sequeretur, reputans. Non utebatur alieno tempore balneis, non erat ædificandi CUPIDUS, non de ciborum, non vestium texturæ aut infacturæ, non formæ corporis elegantia anxius. Comitatus ei e prædio qui eum ab inferiori casa deduceret. Inter Lanuvinos plerum Tusculano publicano utebatur, etiam deprecante. Omnino in eius moribus nihil in erat in humanum, nihil in verecundum, nihil procax, ne quod dicitur ad sudorem usque. Sed omnia ita apta  et concinna ut li per otium cogitata fuissent, compositem, placidem, firmiter et sibi in vicem convenienter. Ac commodari posset ei id quod de Socrate memoratur, quod et abstinere potuerit,et frui reb.istis, quibus et carere ple rio per infirmitatem et in fruendo continere se nequeunt: at temperare fibi ab utroque uitio pofle et sobrium permanere, id VERO VIRI eft animo integroinui conspræditi: quod ille in morbo maximi præstitit.A diis bonos avos, bonos parentes, bonam sororem, bonos praeceptores, familiares, necessarios, amicos bonos accepi feren omnia bona: tum g in nullum eorum quicquam deliqui, quam quam ita affectus, ut, si occasio incidisset, utiq aliquid tale admisissem verum beneficio deorum evenit, neresita caderent, ut hoc in me depræhenderetur. Id quoque iis acceptum refero, quod non diutius apud concubinam avisum educatus, quodad PUBERTATEM CASTUS perveni, neque ante eam VIR sum factus sed tempus expectavi. Quod principi et patri subditus fui, qui erat omnem mihi superbiam excussurus, oftenfurúsque pofle eum qui in aula vivat et ftipatoribus carere et vestibus pictis et facibus, ftatuisý certi generis, reliquo ğluxu: Sed licercei proximum privato homini habitum ſumere: imò verò eum splendorem eos, qui principes rempub.gerere velint, demissio, res segnioresg efficere. Itemque eum fratrem sum nactus, qui moribus fuis me ad curam mei ipsius habendam posset excitate, honore autemet  amore in me suo delectare. Quod hberi mi hi neque indole, neque corpore pravinati sunt. Quodmagnos in rhetorica, poetica, reliquisg studijs progressus non feci, qme fortassis planem detinuissét, si me feliciter pficeresenlitlem. Quod mature cos a quibus sum enu tritus in dignitate constitui, quod mihi videbantur cupere, quodg id iuvenib. Adhuc praestiti, neo diu cas future spela cavi. Quod Apollonium, RUSTICUM, Maximum cognovi. Quod perspicueat ą sæpe numero naturalem vitam cum ani momeo reputavi, qualisnam ea esset: nimirum quodad deos attineret et co rum munera, cogitationcsoninde conceptas, nihil iam obstarc, quin aut secundum naturam viverem, aut non. Atque boc quidem fore mca culpa, qui deûm monitus,actantùm non præcepta non obferuaffem. Quòd in cali uita mcum corpus tandiu durauit.Quòdncquecú Benedicta,nc cumThcodoto rem ha bui, fed et pofteàamore cócitus, rcctæ rationi parui. QuòdRuſtico fæpiusin dignatus,nihil prætercà admiferim, cu ius mepæniterepotuiſſet. Quòd ma ter, cum esset adhuciu venis moritura, reliquos tamen vitæ suæ annos mocum exegit. Quod quotiescung pauperi ali cui, aut alias indigenti opitulari statuissem, nunquam audivi, pecuniam mihi non esse, unde id facere et quod mininum quam usu ucnit, ut alterius ope indigerem. Quod uxorem ita obsequentem, mei AMANTEM ac limplicem habui. Quod alumni quibus liberos meos credere idonei non defuere. Quod in somnis cum alia mihi remedia funtdata tum contra sanguinis ex creationem ac contra vertiginem, hocg Caietę. Sicut Chrękę  cuğanimü ad PHILOSOPHIA adiunxič ſem, nó incidi in sophistam aliquem aut scriptore vel a SYLLOGISMOS dissoluere doceret aut meteora traderet. Olahực deorum auxilio, forcuna indigent. Hec in Quadis ad Granuam. Solobatis sibi prædicere, erit ut incidam in curiosum, ingratum, contumeliosum  dolosum, invidum, DISSOCIABILEM. Omnia hęcijs euenc runt ignoratione bonorum et malorum. Ego vero, quinaturam boni perspectam habeo, quòdhoncstum fit, et mali, quod turpc, ipfamg eius qui peccat natura, quod mihi lit cognata non quia ciul dem carnis efs aut feminis sed mentis et divinem particulæ particeps a nullo cocum lædi pollum. Nequccnimiamo V turpitudinem aliquam quisquam con ijciec. Ei porrò quod mihi cognatum est, negira scipossum, neque insensus esse: ute nim unus alterum iuvaret in suo opere, eo nati sumus, ut manus, ut pedes, ut palpebræ, ut superiorum inferiorum o dentium ordines. quare contra natura est, ut in vicem nobis repugnemus: atqui succensere at a versari se invicem, idquidem est repugnare. Quidquid ego sum, idomne constat caruncula, animula et mente. Proinde missos fac libros, neß stude, non enim licet. Quin tu, ut mox vitam cum morte commutaturus,cor pussperne, quod est tabus, ossicula et reticulí muliebris instar plexus nervorum, venarum arteriarum. Animaquog considera, qualis ea sit. SPIRITUS nimirum, ne que is idem semper, sed qui in horasali us efflatur, alius ſorbetur. Restat tertia pars, principatum obtinens. Proindelic tecum reputa. Senex es? Ne patere hanc principem partem ulcerius feruire, necß alieno impetu raptari, neq fatú uel præ sensi niquem fer, vel im pedes subterfuge. Res decorum plenæ sunt prudentiæ. Fortuitæ aut non carent natura, complexude corum quæ a prudentia administratur. Inde omnia fluunt:necessitas etiam accedit, et totius universi cuius tu pars es utilitas. Porrò autem quòd natura univerſi fert, quod quem ad eam facit conservandam, id bonum est unicui vis univerli particulæ. Conseruant autem mundum, quemadmodum elementorum, ita et exipsis concretarum rerum mutations.Hec sufficiant tibi, ac sem per præceptorum locum habcant. Librorum vero Gitim proijce, ne murmurans moriare sed vere placatus, at ex animo gratiam diis agens. A Emento quandiu hactenus ea diftuleris, ac quoties prorogato tibi à diis tempore, co non ususlis. Certe aliqua do te animadvertere oportet, cuius mundi pars sis et a quo mundi gubernatore de fluxcris. Tum finem præscripti tibi temporis futurum. Quodquidem tempus G ocio sus intra parietes consumpseris, elabet, nequeredibit unquam tibi defuncto. Singulis horis animo in id incumbe ut fortiter, quemadmodum ROMANO ET VIRO CONVENIT id quod præ manibus est, per agas, accurata et non fi &ta gravitate, humanitate, liberalitate, iustictia g adhi bitis.Interea animum tuum ab omnib aliis cogitationib. abduc: quodita fict, si unum quodlibet negotium, eorum quæ in vita tua exequenda cibi fintpo stremum elfe iudicans, ita conficias, ut ne quid vanitatis, affectuum a conglio avertentium, simulationis, AMORE SUI, aut earum rerum quæ fato quodam ei negotio adiunctæ sunt improbationis admittat. Cernis, quam pauca Gint ea, quorum có pos vitam felicem ac diuinæ similem ui uerc homo potest? nam ea qui adferuarit, ab eo dijnihilultrà exigunt. Ignominia te ipsum affice anime, contemnete ipsum inquam ut enim honore te ipsum afficias, non tibi præterea tempus suppetet. Vita enim unicuiqueid præbet. Quæ tibi propemodum iam exacta eſt. Nonigitur te ipsum venerare sed felicitatem tuam aliorum in animis reposita habe. Non patere ab ijs quæ extrinfecus accidunt, te circúagi,ſed otium tibipa raut boni aliquid addiſcas,ac uagari de fine.Eft et alter declinandus error: nó. nulli enim actibus uitæ ſuæ'confecti de lirant, quòdfcopum nullum habent,ad qué omnes ſuos conatus et cogitatio nes dirigant. Haud temere quisquam repertus est infelix ea de causa quod non inquireret quid aliorum animis accideret. Qui ucrò luiiplius animi motib. non obsequitur, necessario miser est. Horum semper oportet recordari, quæ sit uniuerli natura, quæ mea, quomodóque hæc ad illam lit affecta, qualis pars ca cuius totius Git: adhæc neminem esse qui obstet, quo minus semper ea, quæ naturæ cuius tu pars es Gintconfentanca et agas et dicas. THEOPHRASTUS in comparatione peccatorum, ubi ostendit communiorem ea inter se conferendi rationem, PHILOSOPHICE, inquit, ea quæ per cupiditatem conmittuntur peccata, graviora esse iis quem periram. Et enim iratus videtur cum dolore quodam et occulte correptus animo a recta ratio ne divertere. Qui vero per cupiditatem peccat, victus a voluptate, intemperantior altero censetur, magilý EFFEMINATUS. Recte igitur et ut PHILOSOPHO diagnum erat. In maiori esse culpa pronunciavit cui voluptas, quam cui dolor peccandi fuisset causa: ac omnino hic ante læsus, et propter doloré iratus, ille sponte sua ad delinquendum cupiditatis explendæ causa fertur. Omnia tibi ita et agenda sunt et dicenda et cogitanda, ut Giam nunc vitam in exitu esse arbitreris. Cæterum e vivis discedere, si quidem dii sunt, nihil habet incommode. Neque enim ii te aliquo malo sunt affecturi. Sin autem, vuel non sunt dii, uc!res humanas non curant, quid atti nebatui vere in mundo deum, ac prouidenti z uacuo? Enim vero et sunt dii et rerum humanarum curam gerunt et ut ne homo in ea, quæ re vera sunt mala, incideret, id quidem in eius potestate posuerunt. In reliquis rebusliquid mali inesset, utique et hinc ei prospexissent, ne omni noin malum incideret. Quod uerò hominem deteriorem non efficit, quonam id modo uitam eius poflet redderepeiorem? Et quidem um niuerli natura nunquam neg perigno rationem,ncg fciens quidem, non ua lens autem cauere autemědare illa, tan tum errorem admiſerit,neque imbecil licatis,nequeinſcitiæ caula, ut bona et mala bonis malisque hominibus promiscuem et ex æquo accidant. Atqui mors et uita, honor et ignominia, dolor et voluptas, opes et paupertas, omnibus hæc uniuersa eadem ratione hominibus cum bonis tum malis contingunt, ſuntg neque honesta, neque turpia: ergo neque bona quidem, neque mala. Quam celeriter omnia aboletur, in müdo quidem corpora, in quo autem etiam corum memoria. Omnia quæ sub sensum cadut, ac præsertim ea, quæ vel voluptate alliciu ut, vel dolore terrent, vel faste suo clara sunt, quam vilia sunt ca omnia et contemptione digna, quam sordida, obnoxia interitui et mortua? Intelligentiæ est, indagare quidnam sintii, quorum opiniones et voces gloria. Quidnam estmors? Certe si quis ea per se intueatur, cogitatio neg omnia ab ea separet, quæ ciinesse videntur, isi am nihil aliud existimabic esse mortem, quam opus naturæ. At vero PUER EST, qui nature aliquod opus formidat. Et quidem mors non opus solum est naturæ sed et prodest ei. Qoónam modo Deus hominem attingis et qua hominis parte?preterea quomodo affe citur eo tactu pars illa? Nihil miserius cít eo, qui omnia circulando scrutatur, et quod aiunt ea etiam quæ ſunt infra terram rimatur, coniecturağ ea quæ in aliorum animis eueniant inquirit, neg ſentit ſufficere,utſuu quiſq quiin ipſo ineſt genium obferuet, eumlegitimè colat.Colitur autem, fi quis ſeiplum ab animi perturbationib.à vanitate,ab in dignatione eorum caufa quæ à diis aut hominibus aguntur concepta,uacuum conseruet. Quæ enim dijagút, virtutis causa honorem quæ ab hominibus, cognationis nomine AMOREM merentur: nonnunquam etiam miserationem, ratione ignorationis eorum quæ bona aut mala ſunt. qui sane defectus non uilior eſt eo, quo ne inter album et nigrum discernere poſsimus, impediunt. Quodf tria annorum millia tibi vivenda forent, insuperg triginta alia, tamen recordandum tibi est, neminem aliam ab ea quam vivit uitam deponere, negaliam dep nere quam eam quam vivit. Itagidem est longissimum spatium cum eo quod est brevissimum. nam quod praesens eſt, id omnibus idem est, quanquã id quod perijt, non fitidem, atqid quodamitti  temporis punctum eſſe apparet. Ete nimncß præteritum aliquis,neß futu rum quicquã amittere poteft:qui enim id ei adimatur, quod ne habet quidem. Duo itag hæc memoria sunt tenenda, unum, omnia ab æterno eſſe ciufdé for mæ, atq circulo reuolui,nequedifferre quicquam, eadémne cétum aliquis, aut ducentis annis, an uerò infinito videat tempore. Alterum, quodis qui diutif sime uixit, et is qui celerrimem moritur, tantundem amittunt: eo enim tantum priuantur, quod præsens est, quando id etiam solùm habent: quod autem non habet, neid ne deperditur quidem, Universa elle ſita in opinione. Quod patet ex his quæ cum Monimo Cynico sunt disputata. Perſpicua autem eft c ius quod dictum eſt utilitas, fi quis ea tenus eius fuauitatem admittat, quate nus ueritati congruit. Anima hominis contumelia se ipsam multis modis afficit. Primo, quum quantum in se ipsa Gitum eſt,abſceſſus quidam, et qua fulcus mundi fit. Abscedit autem à natura, quando ea quæ fiunt, iniquo fere animo: cuius quidem naturæ una in par e reliquæ singulorum naturæ omnes continentur. Deinde, quum hominem aliquem auerlatur, aut lædendi causa adversatur: hoc est iratorum. Tertiò, quum uoluptati aut dolori ſuccum bit. Quartò, quum fimulat, fidéquc aliquid autfacit aut loquitur. Quin to, quum fiquam actionem aut cona. tum ad nullum certum scopum diri git, fed fruftrà quicquam,nulláque con fequentia agit: quum oporteat etiam minima quæg ad certum finem referri. Finis autem animantiratis eprædi to propoftus eft utrationem atque Le gem ciuitatis uetuſtiſsimæ fequatur. Humanæ quidem uitæ tempus,momë tum eft, natura fluxa,fenſus obſcurus: totius corporis temperamétum putrc fcitfacilè, animauaga eſt, fortuna quæ fit, difficile eſt colligere, famaincerta eſt. Atque ut ſummam rei dicam, o mnia quæ ad corpus pertinent, fluuij naturam habent, quæ ad animā,inſom nij et fumi:uita bellum eſt, et peregri natio, fama poſt mortem,obliuio eft. b4  Quid ergo eſt quòd tutò hominem por fit deducere? PHILOSOPHIA. Ea verò in hoc consiſtit, ut genium quiin te est, incontaminatum conferues, atqz illesum, la voluptatibus et doloribus superiore: ut nihil fruſtrà, nihilfictè aut falſò agas: nihil cures, agátne quicquam alius, aut omittat.Præterea, ut ea quæ accidūt, fa tóue eueniunt, ita accipias, tanquã inde miſſa, unde tu quoqueneris.Poftremò, utplacıdo morté animoexpectes,quip penihil aliud,quàm diffolutionem ele métorum eorum,ex quibus unūquod libet animal concretum eſt. Iam Gipfis elementis nihil mali euenit continenti bus iſtis mutationibus, quibus ipfain ter ſe alia identidem in alia uertuntur, quænam causa est, cur de mutatione universi corporis, dissolutionéque fini ſtrum quicquam suspicari debeamus? Cum ea fecúdum naturam fiat. nihil vero malum est, quodnatura cuenit. Hæc Carnunti disputata. qonhoc tantum est considerandum, singulis diebus vitam cossumi, parcég eius ſubinde minorérelinqui: fed et hoc cogitandum,getſiquis diutius lit uictu rus,incertum tamen eſt, lítne fuppedita tura eadem intelligentia ad cognoſcen das res et contemplationem cuiusfiniseft peritia rerü diuinarű at humanarum, Etenim et delirare ceperithomo,fpira bit quidé nihilominus, nutrietur, imagi nabitur, appetet, reliquasgid genus facultates retinebit: ca vero vis, qua se i plo uti queat, rationes officii subduce re accuratas, quæ animo pręcepitin or dinem collocare, de coipſo an iam tem pus fit uitam relinquendi delibcrare, ac fi quæ alia sunt, ad quæ obcunda ratione probè exercitata opuseft, ea inquã uis iam antem extincta est. Feftinandum eſti gitur,nonidcò ſolú, quòd fubinde moc b s  ti propiores fimus, fed &quia rerum in telligentia nos ante exitum uitæ deſti tuit.Id quoß observandum, ca quę appendicis quafi loco adhæréthis quæ na tura fiunt,haberenonnihil gratiæ et o blectationis.Viquum panis pinlitur,ui demusquaſdam particulaseius rumpi: quod ipſum etli quodãmodo accidit præter inſtitutú piſtoriæ artis, habet ta mennónihil decoris,appetitumg cibi ſuo quodammodo excitat. Ficus quog quú maximè maturæſunt, fati scut, itém Oliuis maturissimis quiddam putredi niproximum,pulcritudinem peculiaré addunt. Iam ſpicas deorſum le flecten tes, leonis ſupercilium, fpumam apro rú ex ore effluentem,multa eiuſmodi alia fiquis ſeorſim confideret,intelliget ca ctGlongèabſuntà pulchritudine,tas men quia rebus naturalibus inhærent, et eas conſequuntur,co &ornatum his adferre, et delectare. Quam obrem qui attentiùs ea quæin rerum natura fi untmente contemplatus fuerit, nihil pon eleganter eſſe factum putabit, e tiam corum quæ appendicis loco res naturales conſequuntur. Itaque ue ros belluarum rictus haud minori cum uoluptate afpiciet, quàm quos picto res et figuli effingunt: uetulæ etiam et ſenis maturam ætatem, puerorúmque amori aptum florem caſtis oculis in tuebitur: multaque alia cernet, non a. pud omnes fidem inuenientia sed apud eos folùm, qui naturam, ciúſque opera rectè intelligit. HIPPOCRATES quummultos sanasset morbo, ipſemor bo deceffit. Chaldæi multis finem vitæ prædixerunt: post ipsos etiam fatum arripuit, Alexander, Pompeius, et C. Cesar, quum totas urbes toties deleuiſ ſent, commiſſó queprælio multa cqui. tum peditúmque millia cecidissent, i pli quoque tandem uita exceſſerunt. HERACLETUS, multa de natura rerum et incendio finem univerfo allaturo quum disputasset, ipse intercutc aqua distentus, ftercore bubulo oblitus mortem obijt. DEMOCRITUM pediculi, SOCRATES CICUTA absumplit. Quorſum hæc? Ingressus es vitam, navigasti, uc et us cs: discede. Quod fi abcundum esti n aliam vitam, equidem neibi quido erit quicquam dijs uacuum:lin omnissensus adiinet, non iam præterea dolores ac uoluptates ferēdæ, nec ferviendum vaſi tantò deteriori. Quinimo quod servit, id supererit, nimirum mens et genius: cum uas illud terra fit, et tabus.Proinde reli quum uitæ tépusne abſume de alijs co gitando, nifi ad commune aliquod co modum id referatur: alioquin enim in terim ab alio negotio detineberis.Nam cogitare,quid hic uelille agat, quamob rem, quid loquatur, quid cogitet, quid moliatur automnino de alijs effe folici tum, id uerò efficitur euagemur,neque obferuemus eam quæ principatú in no bis obtinet partem.Itaq;in ſerie cogita tionú declinanda eſt uanitas, omniúş maximè curiofitas, et malitia.Adſuefa cere teipfum debes, ut de his tantùm re bus cogites, de quibus fi quis te fubitò interroget quid nunc mediteris, confe ftim liberè pofsis refpondere, hocaut boc:nimirum ut ftatim conſtet,cogita tiones tuas eſſe ſimplices,placidas,con fentaneas animali fociato alijs, ac negligenti earum quæ ad uoluptatéoble et ationemúefaciant cogitationum,ua cuo contentionis, inuidiæ, fufpitionis, aliorúmue, quæ ſi te animoagitaffefaf fus eſſes,pudore ſuffundi oportuiſſet. Virad hunc modum compoſitus, non eft cur diutiusexpectet nomen eius, qui in optimorum Gii numero. Est enim fa cerdos quasi et administer deum, uti turg eo, quod in ipso tamquam sacrario est positum. Id autem hominem præstat purum a voluptatibus, inviolatum à do Ioribus, intactum A LIBIDINE inſciumo mnis malitiem, certatorem maximi certaminis (ne scilicet ullus cum affectus de ijciat altem tinctum iustitia, ex animo contentum ijs quæ eveniunt, fató vedesti nata ipsi sunt, non sæpe, ncg niſi magna et publica necessitate urgente, de alio rum dictis, factis, aut cogitationibus meditantem. Solis enim iis quæ in ipso sunt ad agendum intentuseſt, ac quæ à fato universi ipsi sunt deſtinata, continenter conſiderat. Nam illa cenſet honeſta et pulcra: quæ uerò fibi obtigerunt, cabo Dacſſe perſuaſum habet: quippe uniufs cuius factű et constat aliunde, et fecü aliud adfert.Meminit etiam oia ratione prædica eſſe interſe cognata, eſſeſ,ho minis naturæ cóueniens, ut omniūho minú curā gerat: exiſtimationem auté non ab omnibus hominibus petédam, sed ijs tantùm, qui naturæ conuenienter vivunt. Qui uerò aliter uiuunt, hi quales ſe domi et extra ædes,noctu at que interdiu gerant,ac quibus fc homi nibus admiſccant, perpetuò memoria tenet: ab his igitur laudariſe nihil cu rat, quum ij ne fibi quidem ipfis pro. bentur. Ne inuitus accedas ad agen dum, neque cotus humaniimmemor, neque non bene cogitata re, neque pa tere te retrahi:nein cogitationibustuis aftutiam ſecteris,nequeuerbolusfis,ne que multa negocia ſuſcipias. Enimue ro Deus qui in te ineſt, præfit'tibi, ma ſculo animanti, ſeni, ciui,Romano, ac principi, qui ſeita comparauerit, ut ad abitum inſtructus expecter quando re ceptui ex hac uita canat. Neiuramen toindigeas, néue hominis alicuius teſti monio, Hilari eſto uultu, ac qui exter  A nominiſterio poſsit carere., eám quam alij ſuppeditent quietc. Rectú elle expe dit te, nó quilapſus ſe erigat. Si quid in uita humanainuenis potius iuſtitia,uc ritate, temperantia, fortitudine,autfi quid aliud melius eſt, quàm animum tuum eſſe ſeipſo contentum, quatenus præſtat ut fecundum rectam rationem agas: ſi, inquam, in fato, et ijs quæ abfo tuo delectu tibi ſunt deſtinata inucnis aliquid his quæ dixi præſtabilius, caut fruaris toto animo incumbe.Sin co qui in te eft collocatus genio nihil præftan tius inuenis, qui et appetitus fibijpfi fubiecit, et uifa examinat, &à perſua fionibus ſenſuum ut dicebat Socrates scipsum abduxit, féque Dco ſubmißt et pro hominibus procurat: fi hoc inferiora omnia, et uiliora de prehendis, nulli alteri rei locum con cede, nefemel ad eam inclinans, poft hac proprium illum tuum bonum præ ferre omnibus rebus nequeas. Nes fas enim eft ullam aliam diuera generis rem bono rationcprædito, et effe &tri ci opponi: ut laudem popularem, principatum, divitias, voluptatum perceptionem: hæc omnia,quel parùm te iis accómodare uiſum fuerit,confeftim præualent et à recta uia abducunt. Tu uerò, inquam, fimpliciter ac liberè id quod eſt meliuselige,eiginhære:me lius autem eſt id quod conducit. At hocipſú fi ea ratione fitutile, quatenus métem habes, serva: lin quatenus es ani mal,repudia, et iudicium integrum reti ne. Id modo cura, ne quid, p tuo como do amplectaris, quòd pofsit aliquando tecompelleread fallendum fidem,pro dendam uerecundiam, odium alicuius, fufpitiones, imprecandum, ſimulandú, appetendúmue aliquid, quod parietes et uelamenta degideret. Etenim quimé tiacgenio fuo, et facris uirtutis eius pri mas defert, is tragediam nullam exci tat,nongemet,nó ſolitudinis,nófrequé tiæ hominum indigebit: plerung uiuet nekappetés quicquā, neqfugiens.diú ne aparuo téporis {patio incluſa cor pori animautatur, nihil omnino cura bit:nam etli continuo migrandum fit,i. ta facile diffoluétur ut fi ad aliam quan dam functionem uerecundè ac decen ter obeundam ſe conferat. Id unum fi per uniuerſam uitam obſerues,ut cogi caciones tuæ ſíper lint de ijs rebus quæ ad ſocietatem ciuilem nato animali, ei que rationis compoti cóueniant, nihil unquam in animodeprauatú, nihil puc rulentum, nihil contaminatú,nihilſug. gillatú invenies Ncą uerò fatum uitá imperfectam adhuc abrūpit, quemadmo dum dici poſſet de tragãdo fabula no. dum peracta diſccdéte.)præterea nihil feruile, nihilfucatum,nihil alligatum, nihil abſciſſum, nihil obnoxium,nihil occulcum. Venerare facultatem cogita trice: in co.n.ſuntoía, ut pars cui prin cipatum obtinés nihil unquam animo concipiat quod fit naturæ inconueni ens, aut conſtitutionianimalis ratione præditi.Illiusautem conſtitutionis eſt munus,ut à temeritate alieni, coétui hu mano adiuncti, dijsý obſequentes li mus. Proinde omnibus proie et is, hæc modo pauca comprchende, acmemo ria tene, gunufquifq tantùm, id quod præſens eittemporis punctum uiuit: reliquum uitæ aut iam exactum,autin in certo politum est. Exiguū ſanè tempus quod uiuit quil:perexiguus etiãter ræ, in quo uiuitur, angulus:etia longiſsi ma poſt obicú fama, cxiguum cft, quæ &ipſaper ſucceſsionem cóſeruaturho múculorum mox moriturorum, acne ſe quidem ipfos cognoſcentium, nedů cum,quiiampridem fato conceſsit. Ad dendum his quæ commemoraui præce ptis unum, nempe eius quæquouis tem pore animo noftro cogitanda accidit rei, definitionem ſeu deſcriptioné effe faciendam,quo tecúipſe differerepof fis, quęnam lit eiusnuda &abomnibus alijs ſeparata natura, ac qualis: tú quod proprium eius nomen, quæ item appel laciones eorum, è quibus ipfa confiata eſt, et in quæ diſſoluet. Nihil enim per indeaninum magnitudine extollit, ac uia et uerè poſſe lingula,quæ in hacui. ta nobis occurrunt, examinare, atß eo modo ſemper intueri,utunà deprehen datur, cuinam uniuerli parti unuquod. que uſui ſit, quo in precio habendúra tione cum iplius.uniucra, cú hominis, 14 qui ded quiciuis cſt ſupremæ ciuitatis, ac cuius quaſi domus lunt reliquæ ciuitates. Quid eft, quibusex elementis concres tum. et quandiu fert natura cius ut per maneat id, quòd modò cogitatione ani momco attulit?quaporrò uirtuteadid uſus cric?ſcilicetmanſuetudine, ortitu dine, ueritate, fide, ſimplicitatc, ea qua totus ex me aprus fum, cęteris?de lingu lis ergo dicédum. Hoc divinitus venit, hoc faci connexio, casus $ aut fortuna attulit,hoc pfectum eſt à cognato mco et focio,ignaro quidem quænam effet cius natura: ego autem et noui, et cofc cundum legem ſocietatis naturalem u toræquo animo, iuſté,limulgin mc dijs rebus coniecturam facio ut unicui que ſuum ut dignum eſt tribuam. Sirea &am rationem fequens, id quodinſtat agas diligéter,firmiter,æquo animo,nc quc inftituto negotio alia admiſccas, ſcd cuum geniumGincerum conſerues, perinde ac fi iam is dimittendus tibieſ let, atqita ſi perſeucres nihil expectás, nihil fugiens,fed eo quod ſecúdum na turam agis, et heroica in dictis factiſas ueritate cótérus, bene uiues. Nemo aut eſt, quihocimpedire poſsit.Quéadmo dum mediciad ſubita malacuranda,in promptu ſua inſtrumenta habent, at ferramenta: fictu ad res diuinashuman nalý præcepta inſtructa habe,atos para ta:omniaş etiam minimaita age,ut mc mineris hæc duo genera interfe eflc có nexa. Neg enim rem ullam humanárc ctè perfeceris,niſi ſimulcam ad deosre feras:neq contrà. Non erra amplius. Non eniin commentarios leges tuos, neque priscorum ROMANORUM et græcorum acta, excerptas ex libris, quæ tibijpfi in ſenectute utenda repoſuiſti. Itaqad fi nem propera,uanaló (pes miſlas faciés, tibiipfi opem fer, fiquidé (dum licet ) tui rationem habesullam. Neſciunt quàm multa fignificet uocabulum furari, ſerc re, emere,quieſcere, uidere quid sit agendum. Quorum hocnon oculis cernitur, ſed alio uiſu.Corporis ſuntſenſus, ani miappetitus, mentis praecepta. Imaginari aliquid, et uiſum concipere,nobis cu pecoribus eſt communc.Moueriappe titus explendi cauſa,id quidé et belluis contingit et ANDROGYNIS et Phalaridi et NERONI. Porrò mentem ducé habere ad ea quæ apparent eſſe officij, corum etiá eſt, qui deos eſſe negant, qui patria deſerunt, qui fimulac fores clauſere, ni hil non turpe perpetrant. Si igitur reli qua his quæ dixinius omnibus funtcó munia,reliquum ſanè eft aliquid, quòd proprium lit uiri boni: nempe æquo a nimo ferre ca quęaccidunt, fatog eie ueniút, in pectore collocatum genium non commouere, neg turba uiſorum perturbare,ſed quietum ſeruare, cique decenter tanquam Deo obſequi: nihil à ueritate alienum loqui,nihil præteriu ftitiam agere. Quòd fi nemohominum credat eum fimpliciter, uerecundè, ac tranquillo animo uiuere, tamdnneque ſuccenſebit cuiquam, nez deflecter à femita ad finem uitæ ducente:ad quem finem uenire debet homo purus, quie tus, ac diffolutu facilis, et qui nulla ui coactus ultrò ſuo ſc faro accommodauerit. VAE in nobis ineſt pars prī cipatum tenens, ea di ſecun dum natura fe habeat, ita ad ea quæ accidunt comparata cit,ut quouis tépore facile ad id quod poſsibile eft &conceditur ſe adiungat. Neg.n. materiã aliquä fibi ppria ſubic ctá habet, fed ut cum exceptione qua dam'ad ea fertur, quę propofita ſunt,ita id quod offertur ei, pro materia sua accipit. Quemadmodúignis, quiijs quæ inciduntpręualet,à quibus exiguus ly chnus fuiffet extinctus: at copiofiori gnis ſtatim ea quæ ipG iniecta lunt, Gibi accommodat,ato conſumir,atg ex ijs ipfis augetur.Nihil agendú fruſtrà,ne aliter, quàm ſecundum contemplatio nem, qua artisdefectus compleatur.Se ceflus uulgò quærunt hominibus,rura, litto ra,montes: tu quoq ſoles maximè cadeliderare. Atqui id planèeft rudiữ et  et abiectæ ſortis hominum. Tibi qua cúq uiſum fuerit hora licet in teipſum recedere:nuſquam enim neg tranquil lior, nec maioris otii ſeceſsus homini datur, quàm adanimum ſuum: præſer cim ei qui intus ea habet, in quæ aſpici ens,ftatim ſummam animi tranquillita tem reperit:bene nimirumomnibus in tus compofitis.Cótinenter igitur te eò recipe,ac teipfum renoua. Breuia auté fint quædam, et elementorú uicem ob tinentia, quæ tibiſtatim occurrant, om nig te molcftia liberent, et remittent nihil indignè ferentem corum ad quæ reuerteris. Quid enim fersindignè?nú hominüimprobitatem?Reputa tecü,i ta eſle ſtatuendum,ratione prędita ani.. mantia unum effe alterius caulanatum: tum æquanimitatem parté cflciuftitiæ: item non ſua cos peccare uolütate:quá multi exercitisinimicitijs, odijs, ſuſpi tionibus, confoſsi perierunt,ac in cine remreda et ifunt:ita et deſinetádem. At molcftú tibi eft fatum tuum? in mētem reuoca quomodo uniuerfi partes difti xerit uel prouidentia, uel atomiillę, uel  quodcungillud fuit, ex quo demóftra tum eft, múduminſtar ciuitatis effe. At quæ corpus attingūt,ca te afficiūt?cogi ta intellectú, cu femel feipfum college rit,ſuamý uim perfpexerit non permi ſceri Spiritui leniter aut aſperè moto: præterea quæ de uoluptate et dolore auditu perceperis,repete, atqillis adfé tire. Sed forlitan gloriola teſolicitúte net?refpice quá celerrimè omnia obli uione delcantur,quod fit chaos infiniti utrinæ æui,quá inanis famæfonus, quã ta inconftantia &incertitudo opinio num humanarum, quàm arcto includā tur hæc omnia loco. Quippe punctum eſt terra,at huius iplius quàm perexi guus angulus habitai? quot uerò ſunt in ca ipſa, aut quales illi, qui.tefint lau daturi? Proindememento in hanc (quã demonſtraui,particulam tui recedere; idó præcipue cura,ne cupiditate traha ris,fedliber mane,relợita intuere,ut VIRUM UT HOMINEM UT CIVEM UT ANIMAL MORTALE conucnit. Cæterum ex his quæ tibi infpicienti quàm maximèin promptu cffe debcãt, duo funt:alterú,gresipfæ animā non contingut, ſed extra eam fic matæ perſiſtunt.Perturbationes tátùm ex internis opinionib.naſcunt. Alterú, goía hæc quæ cernis, statim mutabun tur, nec crunt amplius perpetuog.com gita, quoriam eorú mutationib.ipfe in terfueris.Mundus quidérerum in uari as fubinde formas mutatio eſt, uita in o pinione confiftit. Si intelligentia eſſe pręditu, hominibus nobis inter nos eſt comune, erit &ratio, ob quam illud no bis adeft cómunis: ſin hæc, etiam ratio quæ præcipit quid agendum fit,quido mittendum, communis eric omnium: proinde &lcx. Quód Gita habet,ciues ſumus: crgo ciuitatis alicuius partici pes. Quo reliquit, múdú ciuitatis loco esse: cuius.n. alius civitatis dicere possimus comunionem esse humano generi? utruita ex hac comuni civitate nobis eſſe capacib, intelligentiæ, utiratione, et legi, datú est, an aliunde? Utenim ter renæ mihià cesra aliqua particulæ sunt tributæ et humorab alio quodā elemento, ités ſpiritus,calor, et ignca natura, ſuis fingula à fótib. admcderiuataſūt, puso  nihil enim eſt,quod non alicunde &uc niat, et aliquò abcat.) ita et intelligétia nobis aliunde data eſt. Mors, perinde acuita,arcanum cftnaturæ opus, ex ijſ dem elemétis in eadé confufio et mix tio.Deniq non est eares, cuius pudere aliquem debeat: neque enim eſt contra caufas animalis mente donati, ncg có tra eius ſtructuræ rationem. Hæcita, hiſq de caufis fiút neceffariò. Quod qui fieri nolit,perinde faciat, acli ficum ar borem fucco uelit carere. Omnino au tem memineris,intra breuiſsimum tem lo pòſt, ne nomen quidem ucftrum ſu pererit. Tolle opinionem, fimul etiam de accepto damno abolebitur cogita tio:hacý ſublata, ipſum etiam danum non crit. Quod hominéſeipfo deterio rem efficere nó poteft, id neg uită eius pciorem reddit,ncg lædit,nec extrin Tecus, neg intrīſecus. Natura utilitatis hoc neccſſariò fccit, ut quicquid acci dat,iufte accidat: quod, fi diligenter observes, ita haberc inuenies: atq hocdi co,non tantùm caufarum consequentia ita fieri, fed etiam ratione iuſtitiæ, et ab aliquo, g tribuat unicuip dignita te ſuū. Itaq,uti coepiſti,obferuare hoc perge, et quicquid facies, hoc modo a ge,adhibitabonitate, quo modo uerè bonus intelligitur:idgin omnibus tuis obſerua actionibus. Nonita tibi fentić dum eſt, quemadmodú is quiiniuriá fa cit, uel iple fétit,uelte cxiſtimare uult: ſed resipfæ quid uerè lint,perſpice.Sem per hçc duoin promptu habenda ſunt: alterú,utea tãtùm agas, quod ratio cius partis, quæregnum in te, et poteſtatem obtinetlegislatoris,te hortat, idý pros pter hominum utilitaté. Alterum, ut fi quis adfit, qui te corrigere, et ab aliqua opinionc deducereuelit, ſententiamu tes:modò ut ea mutatio fidé mereatur iuſtitiæ autpublicę utilitatis,aliúſuchu iufmodi cauſa, nóuoluptatisgloriæúc gratia facta eſſe. Ratione præditus es: cur ca non uteris? quid enim prætcrca deſideras, ca ſuum obeuntc officium? Scis te, utparté, interiturű in co, quod te produxit universo: imò potius facta mutationc allumcris ad mcntem cam quæcſtreliquarum origo.Multa thuris grana eidem aræ impolita, unum altes ro priusignicorripit, ſed nihil intereſt. Intra decimum diem, Deus uideberis ijs,qui te nuncbeſtiam et fimiam putát: fiquidem ad præcepta &ueneratione métis reflectas,ne et cogites uitam tibi in immenſos annos prorogatum iri. Mors imminet, ergo dum vivis et licet,bonus ut sis cura.Quantum otij lu cratur, quinon uidet quid proximus di catsagat, aut cogitet, ſed tantùm quid ipfe agat, curato ut hoc iuftú fit et fas. At quifecundum Agathonem fortèbo numno circunfpicit nigrosmores, fed propofitamlineam recto,non uago cur fu tenet. Quifamæ poftmortem cupidi tate ducitur,non cogitat quenlibetco Tum, quiipfius mentionem fint facturi, mox ipfum etiam moriturum: deinde itidem eum quihuic ſuccedit, idő.co uſcs, dum omnis memoria per attoni. tosinanifama,extinctoſý homines p pagatu aboleatur. Quinetiam fingeim mortales fore eos, qui tui recordentur, immortalemg tuifutură memoriam.. quid ergoid adte,ne dicam,mortuum? quid ueluiuo tibilaus proderit?nifi ra tionecuiuſdam difpenfationis: omitte enim nunc naturæ munus, huic tempo ri non conucnicns et de quo fuo loco erit differendum. Omne quod pul chrum eſt,ex ſeipſo tale cſt, atquc in ſc ipſo abſoluitur,nullámque ſui partem habetlaudem. Ideoid quod laudatur, co ipfoncß peius fit, neq melius. Idý ctiam deijs intelligiuolo, quęcómuni ori nominc pulcraaut bona dicuntur, ut quæ ex materia fiunt, &artis opera. Id autem quod rcuera bonum eft, noa magis alia quadam re opus adid, ut fit bonum, habet, quàm lex, ueritas, cran quillitas animi,uerecundia:quid horú uelli laudetur bonum fit, uel uitupera tione corrumpitur? Smaragdus quidem niſ laudetur, debonitate sua aliquid a mittit? quid aurum, ebur, purpura, cul ter, floſculus, arbuscula? Si permanent animi, quomodo cosab æterno capit aer: et quomodo terra abęuo uſquchu matorum corpora recipit? Quemad modum hîc corpora quum aliquádiu in terra delituere, mutantur, diſsipatag fpacium alijs cadaueribus præbent:fic animæ in aérem ſubuectę,quum aliquá diu ibi perftiterunt, mutantur, fundun turg, &ad menté omnium aliarum ge nitricem adiungunt, eağ ratione alijs aduentantibus locum cedunt. Hocrea fpóderi poteſt, pofito animas eſſc cor poribus ſuperſtites. Neq uerò tantùm multitudo ſepultorum eo modo cor porum confideranda eſt: ſed et corum quæ quotidie comeduntur à nobis, et beftijs animalium et fic quodammo do ſepeliuntur magno numero, acni hilominus fuppedicat ſpatium alijs, p pter corum in fanguinem, aërem, calo remgmutationem. Ratio autem ucri tatis conſtat, ſimateria et caufæ inqui rantur.Non eſt uagandum,fed in omni appetitu iuſticię ratio habenda:omnig in cogitatione,certitudinis.Quicquid tibi,ô Naturarerum, conuenit, id omne mihiconuenit,nihilſ mihi uelimmatu rum eſt,ueltardú, quod tibi ſit tépeſti uum:oéid fructum meum puto, quod tuæ ferunthoræ.Ex tcfunt, &in una to omnia, ac in te unam omnia redeunt, Quidam dixit, ô chara Cecropis urbs. ego autem de tccur non dicam, ô cha ra Dei urbs? Pauca age, inquit, fi tibi tranquillitas animi curæ eſt. Nihil co plus cnofert, quàm ea quæ neceffe eft, agere, et quæ ratio animalis ad ciui lem ſocietatem nati, ac quo ca modo dcligit. Id enim non modò rede a gendo, fed et paucaagendo animi tran quillitatem parit. Nam ex his, quæ plurima &agimus et loquimur,fi quis ca quæ non ſunt neceffaria tollat, is &maiori otio Pombaur, et pauciores per turbationes experietur. Itaque lingu. lis in rebus circunfpiciendum, ne quid non neceſſarium agamus: acnon mo dò actioncs, fed et cogitationes inuti les funt uitandæ. ita cnim fict, ut nea. &tiones quidem fuperuacaneæ conſe quantur.Facpericulum,ut tibiboniui uita quadret:eius inquam,qui fato fibi deſtinata æquo fert animo, contentus eſtiuſtis ſuis actibus, et placidoftatu:ui diſti illa,hæc quoqueintuere.Non per turbatcipfum, fed fimplex efto.Si quis U MAwy peccat, fibijpfi peccat. Tibili quidbom ni obtigit, ab initio tibiid fato tuo fuit deſtinatum. Omnino autem breuis quum sit uita, curandum ut præſens tempus lucreris rectam rationem et iu ftitiam ſequutus: ac in remiſsionibus animi ſobrius fis. Aut compofitus eſt certo ordine mundus, aut cófuſo quæ ram rerum temerè mixtarum, mundus tamen. An quum in te ipſo poſsitor dolocum habere, uniuerſum nullo or dine conſtare dicemus? præſertim om nibus in co rebus ita digeſtis, diffufis, atque inter fe affectis. Mores nigri uocantur mores effæminati, duri, fe ri, pecorum aut infantium fimiles, ſto lidi, fucati, fcurriles, cauponarij, tyrannici. Si peregrinus in mūdo habetur, quæin mundo funt, non cognofcit: haud minus peregrinus erit, qui ea quæ fiunt:non cognofcit: exul, quiciuilem rationem fugit: cæcus, quiintelligen tiæ oculos clauſos habet: pauper, qui alio indiget, nequein fe habet omnia quæ ad uitam conducunt. Abſceſſus,ſiuculcus mundi-eſt, qui ſe à communis naturæ ratione feiungit,in dignè ferendo ea quæ cueniunt:(caeń quæ te produxitnatura, omnia pfert.) fruſtum à ciuitate amputatum, quiſu am animam à communi et unica om nium ratione præditorum méte reſcin dit. Alius line toga philoſophatur,ali us abfg libro,alius feminudus,panes ſe non haberè,& tamen ingſtere rectæ rationi dictitans,alius ſe diſciplinis ſuis non alere, et tamen perfeuerare profi tens.Tu artem quam didiciſti,dilige, in cağacquieſce. Reliquam vitæ partem: ita exige, ut q ex animo dijs omnia tua commiſeris,negullius te hominisuel ſeruum uel tyrannum conſtituas. CóGidera ſuerbigratia) quęVeſpaſia nitēpore euenerint: inuenies homines tum nuptias contraxiſſe, liberos aluiſ ſeægrotaſſe,diem ſuum obijffe, bellige raſſe,feſtos dies egiſſe, negociatos fuif ſe,agricultură exercuiſſe,adulatosfuif ſc,præfractos ſe geſsiſle, suspicionibus indulgfie, inſidias feciſſe,quoſdami uo tis mortem uocaſſe,alios quiritatos de præſentererum ſtatu,amalle, theſauros d TU collegiſſe,conſulatus et regna expetiif fe.Nonne corum omnium uitaiå aboli ta eſt?Rurfus ad ætatem Traiani defcé. de: invenies eadem omnia, atque cius quo ætatis hominesmortuoseſſe,eo dem modo ſi etiam reliquas ætates et gentes totas conlideres, uidebis quàm multicú ad ſummú cótendiſſent,paulò poſt ceciderint, et in elementa reſoluti fint.Præſertim uerò hi memoria recole di ſunt,quos ipfe cognouiſti uana affc Etantes, cum agere fecundum id ad quod natura erant facti, cizinhærere, &eo contenti effc ceflarent.Id quoque opuseftmeminiffe,in unaquauis actio necantum uerfandum,quantum digni tas cius et modus permitcunt:ita fiet,ut non diutius quum par litreb.exiguisim moratus, nullú faſtidiú cótrahas. Vlita ta quondā uocabula, nuncinterpreta tionis loco funt: ita et corum quifuerút olim celeberrimi, nunc quodammodo ſunt glossæ, ut Camillus, Cæso,Volcſus, Leonnatus, cum paulò post SCIPIO, CATO, inde AUGUSTUS, ADRIANUS, ANTONINUS. Ist hus: omnia enim hæc euanida ſunt, et mox in fabulam abeunt: mox obliuio. nc oí a obruuntur.Ato hocdicodeijs, qui ad miraculü ufo clari erant: relig enim fimulato animam efflarunt, obscuri, et ignoti facti ſunt. Quáquá quid eſt omnino,cuius fit memoria lempiter ħa? Omnia füntinanía. Quid eftigitur, in qd Geſtudio incúbendú? Vnicú hoć, ut cogitationes antiuftæ, actiones ſo cietatem humanam refpiciant, ratio te punő fallat,itag lis alo affcctus,ut quæ cúqaccidút,catanğneceſſaria,nota,ab codé principio et fonte promanantia, approbes. Vltrò te fato ſubmitte, pate regid teijs quæ ei uiſum fuerit rebus destinare:oia in diéfunt, cum id recordat alicuius, túid, cius fit mentio. Nunquá nó con dera, oía permutationes fieri, neq uniuerſi naturæ quicquã eſſe ulita tius,ĝres mutare, et innouare. Omnia em quæ in natura ſubliſtűt,femina qua G ſunt corum, quæ cxillisſunt naſcitus ra; eftautem nimium rudis hominis exi Ntimare ea cătùm ſemina cfTe, quæ in cer ram aut matricem deijciuntur. IM lam morieris,neque in pofterumeris is quinunces,fimplex, perturbationu uacuus,nihilſuſpicans extrinfecus tibi poffe damni afferri, omnib. benignus, prudentiam in eo tantum utiuſtè agas poſiram cenſens. Intuere aliorum principem partem, acquænam fugiant,quæ ſequanturpru dentes. Tuum quidem malum non eſt in al terius animo pofitú,neg in conuerlio neulla aut mutatione cæli. Vbi ergo? in opinione demalistua. Nihiligitur malum eſleiudica, et omniabenehabc bunt.Quòd li corpus, quod animo tuo eft proximum,fecetur,uratur,ſuppure tur,putreſcat,tamen ea pars, quæ iudi care de his debet, quietaGt:hoceft,exi ftimet nihil effe neque bonum,neque malum,quod exæquo poteft bono at que malo accidere:nam quod'ei qui ſe cundum naturam uiuit, exæquo acci dit, id neque fecundum, neque contra naturam eft, Aſsiduè tecum cogita,mundum eſſe animal quoddam unum,unam naturā, uno animo præditum, quomodo om nia ad eius fenfum unicum rcferantur, omnia ab co unico appetitu mouétea gantur, ac omnes res omnium rerum caufæ aliqua ex parte fint,tum quis ca rum inter fe contextus et ordo. Animula es, quæ cadauer geſtat: ut Epictetus dicebat. His qin mutatione funt, nihil eſtma lum: utnequebonum quicquã his qui è mutatione exiftunt. Aeuum, fluctus quidam eſtrapidus carum quefiunt rerü:fimulcnim unum quodß et apparet &præterit, &aliud ſubſequitur, moxitem aliud ſuccedet. Omne quod nobis accidit, ita conſue tum eſt, et notum, ut roſa uere, fructus æftate. Eadem eſtratio morbi, mortis, calumniæ, inſdiarum, omniumg eorü, quæ ſtultis uel gaudium, uel triſtitiam afferunt. Quæ ſubſequuntur ſubinde, ca præcedentibus rite ſuccedunt.Non enim numerus tantum certus eft eorü, àfolaneceſsitate dependens:fed et có fentanca corum inter ſe colligatio. ac quemadmodum certo ordine resinter fe ſunt coaptatæ, ita quæ fiunt,non ſuc ccfsionem nudam,fed mirabilemctiam quandam inter fe coniun &tionem etne ceſsitudinem oftendunt. Dictum Hera cleti ſemper eſtmemoria tenédum:ter ræmortem fcilicer eſſe aquam,aquæ ac rem,aêrisigné,idý uiciſsim. Eius quo quc exemplum recolendum,quineſcie bet quorſum iter duceret, Et quod cum rationc quæ uniuerſum admini ſtrat, continenter conſuetudinem ha bentes, tamen ab ea diſcrepant: itag in quæ quotidie incidunt, ca noua ipfis et peregrina uidentur. Non tanquam ſi dormiremus, agendum nobis eſt et lo quendum: in fomnis enim tantum uide murnobissgere aut dicere. Nequeimi tádi ſunt nobis pueri, qà parentib.fuis * hucé,nudè, Gicutaccepimus,Quéadmo dulias tibi Dcorūdiceret, moriendum tibi aut cras, aut ad diētertiú: nojā ma gnopètertiú dié craftino pferres,nifi a nimielies oio abiectiſsimi.quátú emeſt interuallum? Eodēmodoiudicanon in magno effe fouédú difcrimine,poſtmil lenos acaonos, anuçrò çras decedas. Crebrò reputa, quàm multi medici fint mortui, qui ſæpenumero ægrotos inſpi cientes ſupercilia contraxerint: quot Mathematici, qui alijs exitú è uita præ dicédo ſeiactauerint:quotphilofophi, quide morte et immortalitate multa alleruiſſent:quotre bellica laudati, qui multos occiderant: quot tyranni, qui magna cum inſolentia tanquamimmor tales poteſtate luauſi crant:quot urbes mortuę(utita dică)ſunt,Helico, Pom peij,Herculanú, et aliæ innumeræ.Col lige etiam,quos tuipſc noftiunum poſt alium, cuius funus curaffet mortuos:Et quod heri fuit piſcis,cras critfalfamen tum, aut cinis. Momentancum itagté pus à natura eſſe conſtitutum, conſide randum eft æquoſ animo è uita abeun dum:perinde ac Goliua maturitaté co ſecuca G decidat,arboréqipfam tulit ac genuit,collaudet, et gratiasagat. Simi lis elle debespromontorij, adquod al fiduè fluctus alliduntur: ipſum autem perfiftit,utcunque undęæftuantes cir cùm ferátur.Diceret aliquis: infęlicem mé, cuiboçacciderit:quinimòfelicem t me, quihunc cafum fine dolore perfe ram, et nec præſentibus frangar, necfu tura extimeſcam.Nam unicuiqtaleąd potuit accidere: at non cuiuſuis craç,li ne dolore cum caſum excipere. Curigi tur illud potius infortunio, quam hoc felicitati adſcribis? autcuridinfelicita tem hominis appellas,in quo nihil mali palla eſt hominis natura? an uerò dam num tibi humanæ naturæ uideri poteſt id, quod non eſt contra uoluntatem naturæ çius? Quid ergo? Numcaſus ifte ef ficere poterit, quominusfis iuſtus, magnaminus,temperans,prudens, circum fpectus,tutus ab errore,uerecundus, li ber? autadimereomnino quicquam co rum, quçhominis naturę funt propria? Proinde quoțies inciderit quicquam, quod ad dolorem te prouocet, recor dare huius præcepti,non illud informado nium eſſe appellandum,fedfelicitati tri buendum, quòd id fortiter feran Eft quidem ignobile,præſenstamen ad contemnendam mortem auxilium, memoria repeterc eos, qui uitam inlon giſsimum extraxerc tempus. Quid enim hi 57 1 hi amplius consecuti sunt, quàmij, qui immaturamorte ſuntabrepti? Vtique ipfi etiam defuncti iacent, Cadicianus, Fabius,Iulianus,Lepidus, alijſ corum fimiles, q cúmultosex tulissent, ipfidein de elati sunt. Omninoeņexiguū eſt ſpa çium, időper quotlabores,inter quos, &quali in corpuſculo exigendum? Ne igiturmortem prore difficili accipe. In tuere cius quod retro eſtæui uaſtiratë, et eius quod reſtat,immenſam longitu dinem:in tanto tempore quid præſtat is qui tres ætatcs, ci qui uixit triduum? Semper breuiorem uiamingrederc: brevissima autem est ea, quamnatura præ ſcripſit. Itag in omni et fermone et a. et ioncidfectare, quòd eſtrosiſsimum. Hocpropoſitum laboribus,militia, çura rei familiaris, et folicitudi neliberat. Anè cum grauatim à fom no ſurgis, in promptu tibi ſitcogitare,tead humanum opusfaciendum ſurgere.lca que ergo dices) grauatè acccdo ad agé da ea, quorum cauſa natusſum, ac pro ter quæ in huncueni mundum? scilicet in hocfactus, ut decumbesin lectome ipsum calefaciam? Atquihoc iucundi dius eft. Ergónead uoluptatem natus es, nonad agendum?nonuides plantu las, palierculos, formicas,arcaneas, a pes, lingula hæc luo intenta officio: tu uerò ea quæ funt hominis obire recu ſas, nc ad id te confers, quod naturæ tuæ conuenit? At uerò quiete opus eſt. Sane: fed et huic,modü ftatuit natura, pinde,utedédi,bibédig: atqui tu ultra modú &laq gfatis é, pcedis:n reb.uc rò agedis intro moduſubliſtis. Fit hoc cò, qateipſum nó diligis:alioqn eń et natura tua, cius voluntate diligeres.Et cnim alij qui ſuas artes amāt, operibus fuis ita incumbunt, ut neque balneorü nog cibi curá habeant. Tu naturm tua non tanti facis, quanti aut tornator, aut histrio suam artem, quanti avarus argentum, &inanis gloriæ cupidus glo riolam. Hi enim quarum rerum ftudio tenentur,dum eas augere poſsint, cibų &fomnum poftponunt. At tibi actio nes ad ſocietatem ſpectanteshumanam uiliores uidentur', 'minorig opera di gnæ?Quàm facile eft omnem cogitatio nem quæ animo aut perturbationem af ferat,aut nóconueniat, reijcere, et delc re, ſtatimg effc in fumma animi tran quillitate? Omnem fermonem et actionemque fit fecundum naturam, dignam te iudi. ca:nca te auertat ab ijs reprehenfioare fermones aliorum ca consequentes. Sed fi quid fa et o dictúue pulchrumeft,idte neindignum putes. Alij cnim aliam ra fionem,alios appetitus fequuntur:ad quos tibi non eit refpiciendum,fed re Cta via cò pergendum,quò &tua,& comunis omnium ducitnatura: utriuf que autem una eademg eſtuia per ca quæ funt fecundumnaturam progre: dior,donec morte finiam: expirans qui dem eam, quá inſpiro quotidie animā, cadens uerò in terram, ex qua &femen meum pater, et fanguinem mater,&lac nutrix collegit: quæmeterratot iam an nos'quotidie alit cibo ac potu, quamc calcantem fert, ac totmodisipla abu tentem. Auſteritatem tuam ut admirêturno est. Sit fanè, at multa alia ad quæ tc non eflenatura aptum, dicere non po tes.Eaigitur profert, quętota funtin te: integritatem, grauitatem,laborum tole rantiam, uoluptatum abftinentiam,ani mum ſua ſorte contentum, pauca defi derantem,placidum,liberum, àcurioſi tate et nugis alienum, altitudine prædi tum.Nonſentis,quam multa poſsisprę ftare, de quibusnulla eſt excufatio na turæ ad ea non aptæ: et taméadhucfpó te tua inferius manes. Quid? Ante natura parum bene in ſtructa cogit indigna ri,cúctari, adulari, corpuſculum tuum incuſare, tuam ſortem improbare,leuć eſſe, animouagari:nonmehercle,fed his omnibus iampridem ut liberareris malis,in tua fuit poteſtate.Hoc tantum erat uitij, quod tardioris ingenij, ac qui non facilè affequeretur ea quæ traderé tur,exiſtimari poteras: Sed et hoc exer citationeerat corrigendum,neſubinde cogitares de tua tarditate, néue ca de lectateris. Eorum qui bene alijs faciút,triaſune genera:primum corum, quiſtatim exhi bito beneficio, ſtatim etiam quam ſint meriti gratiam reputant. Alterum co rum, quiid quidem non faciunt,ta conſcij quid fecerint,debitorem ſeiam habere cogitant.Tertij quodammodò ne hocipfum quidem quod fecere,no runt:uiti ſimiles, quæ uuam cum protu lit, ut femel ſuum deditfructum, nihil præterea quærit. Equus ficucurrit, canis fi uenatus eſt,apis fi mel fecit,fatis eſt. Homo auté l benè fecit,non reuocatur, ſed ad ali ud negocium tranſit, quemadmodum uitis,ut rurſum fuo tempore uuam producat. In his nc igitur eſſe debent, quæ aliquomodo fine conſequentiaid faciunt?equidem.ſed hocipſum debet confequi. Propriū cnim est inquit animalis lege sociati, ut sentiatle et societatis causa egisse &ut velit omninoid eû qui ſocietatis eft ciuſdem, sentire. Verum clt quod dicis: quod autem nunc dici tur, excipe. Proptereà ex eorum numc ro eris,quorüantè feci mentionem. Hi enim uerifimilitudine quadam proba bili abducuntur. Quòdh intelligereuis quidná litid, quod diximus, netimcas, ne obid actio aliqua ſocietati hominü inferuiés tibi Gt omittêda.Athenienlių erathocuotu:plue,pluuiã ò chare lu piterin agros et cáposAthenienſes de mitte. Enimuerò aut nihil eft optandū, aut omnino fimpliciter, et liberalitcr. Quod dicimus Aeſculapium huice quitationé, illi lotioné in frigida,alteri utnudispedib.ambulet, iniúxiſſe:nihil aliud eft cú dicim°, natura uniuerfi huic hoimorbú, defectú autamiſsionémen brialicui'impofuit.Náutilliccum dici mus iniunxiſſe,intelligit.AEſculapium HUO O unam rem ad alterāordinafic, uerbigra tia,camrem reſpectum habere ad fanita té:ica hicidqunicuiqaccidec, rationé babet et rcfpectumad fatū. Ita enim hęc nobis accidere et cógruere dicimus, ut opificesquadratoslapides in muris aut Pyramidibus extruendis congruere a lerunt, quippe certa cos collocation ne inter ſe componétes. Omnino enim una quædam eſt harmonia: atg ut uni uerG huius corpus ex omnib.corporib. eſt compactum, ita ex omnib.caufis Fa tum ſuprema cauſa conſtat.Id quod di co,etiam rudiſsimi intelligút homiues: dicút enim,hocſors cius tulit,hoceica ratimpolitú.Accipiamusergo hæcita, utilla quæ Acſculapius impofuit: nā et in illis multa ſunt aſpera, quæ tamen fpc ſanitatis ferimus.Tibi crgò corú quęcó munis naturatibiiniúxerit perfectio,fi milis ſanitati iudicet:atqita æquo ſuſci peanimo oía quæ fiút(ctiāli gd durius uidcat. ) quoniã adidducunt, quod ra tioncmúdić fanicas,népeadfelicitaté. Nihileſ accidiſſet tibi, nifi in réuniuer Gita ect:ncq cnim una quæuis natura i  quicquam fert,ſed id modò, quod re fpcctum adid quod ab ea adminiſtratur, habcat. Quare duæ ſunt rationes,cur ea que tibicueniunt, çquodebeas animoferre. Vna, quiaſors tua ficferebat, et tibi de ſtinata erant ab antiquiſsimacauſa fata li habentiaad te certum reſpectum.Al teras quòd ca faciunt adprofectum, et perfe &tionem, ac permanentiam eius, quòduniuerfo praecſt. Totum enim muti latur,fi etianminimam partem conti nuitatis et coherentieutmembrorum, ita etiamcaufarum difcindas. Id autem quantum intc eft,facis, quotiesea quæ tibi obtigerút,moleſtèfers,ac quodam modo tollis. Faftidire,animumdeſpondere,ac de terrerinódebes, fi nó ubiq tibi fuccef ſusrefpondet,fecundum recta præcep ta agere fingula cupienti:ſed fruſtratus conatu,cum redintegrare, et æquo ani mopleraq humanaferre: neque debet te eius,ad quod redis,poenitere.Nequc tibi eſt ad philofophiam tanquam ad pædagogum redeundum:Sed utſolent qui ex oculis laborant,ad ſpongiam et ouum, alij ad cataplaſma &perfufioné confugere.Ita enim nó opuserit tibi o. ſtendi,utrectęrationiobedias:ſed in ca ipſe acquieſces. Memento philofophiam ca tantum poſcere, quæ natura etiam tua exigit: tu aút aliud quippiam uolebas.Vtrum uc rò horum blandius'eft an nonhocpa eto dccipit uoluptas? Vide gratior no gt magnamitas, libertas, simplicitas,æ quanimitas, fanctitas? Quid enim ipſa prudentia Git acceptius,ubicùm animo tuoreputes facultatem quæ ſcientiam certam, et certis conſequentijs nixam habet, nuſquamlabi, et ubiq ſucceſſum habere? Res quidem ipfæ in tanta quodam modo uerſantur obfcuritate, ut philo fophorú plerifcb et ijs no ignobilibus, omnino pcipipoſſe nihil uifum fit:Stoi ci tamé poflc percipi, ſed planè difficul ter,cenſucrunt.Eft omnis noſtra aſſé lo talis, utfalli et mutati poſsit:quis c nim ſenó pofle errare dixerit? Trasfer itag cogitationes ad ipfas res fubice  et as,acuide quàm breues, uilesø Gne, quæ ctiam à cinædo, fcorto,autprædo ne poſsint teneri.Inde tranG ad mores corum, quibuscum uitam degis, inter quos uix eſt etiam gratiofifsimum per ferrc,ne dicam, quod uix ſeipſum quis perpeti pofsit. Tanta igitur in caligigine, sordibus, tātoo rerum, temporis, motuumý, et rerum quæ mouentur flu xu, non uideo quid lit effe in honore, aut obferuantia hominum. Contrà præ ftat feipfum confirmare, acmortemræ quo animo expectare,ncqmoram indi gnè ferre, fed in his modo acquieſcere duobus: uno, quòd nihil mihi accidet, quod nó fitſecundum naturam uniuer fi:alterum, quòd licet mihi, nihil agere quod contra Deum geniumg fit meú demo em ad hocme cópellere poteft. Subinde hoc teipſuminterroga: quam adrem nunc utoranimo meo? at et exa mina teipfum:ea pars, quam principem uocant, quomodo núc habet?cuiusaío prçditus ſum? num pueri, num ADOESCENTIS, num mulierculæ, num tyranni, num iumenti,num feræ? Qualia fint illa, quæ uulgò bona ha bentur, etiam hinc euidens fiat.Sienim animo concipias ca quæ ſunt reipfa bo na, utprudentia, ut temperantia,utiu fticia,ut fortitudo,hisiam antè reputa tis, nihil porrò audies nominari bonú, quod nófub hæc referatur. Quæ uerò uulgus hominum bona putat,ca qui an tè mente conceperunt,fimulatq nomi nari audiút,perfacilè accipiút, perinde ut liquidà Comico appolice di& ú eft. Hæc eſt fere uulgi de differentia bo norum opinatio:alioquin enim haud co peruentum eſſet, ut uera bona auer ſarent,diuitiarū aút, voluptatis aut glo riæ métionéita admitterét, utſcitè ato urbanè dicta.Progredere ergò,acinter roga,(intne in honore habendaet in bo nis ducenda hæc, quæ fi animo tuoima ginatus fueris,aptè quis dicere poſsit, cum quiiſta poſsideat,propterhác co piam ncubi quidem cacec habere. Ex forma et materia conſto: ho. rum uerò neutrum in nihil uertetur, ut neque ex nihilo extitit. Ergo om nis mci pars permutationem redigetur in aliquam mundi partem, atqhæcrur fus in aliam uniuerli portioné tranſibir, ido ad infinitum uſ. Huiufmodi auté mutatione et ipfe extici, et parétes mei, ide in infinitum uſo retrò eunti licet dicere:quãquam certis alioquin circui tibusmundusadminiftratur. Ratio et rationalis ars, facultates funt abiipfæ ſufficientes,fuisg operib. Progrediunturàſuo principio, acper gunt ad finem propoſitum:habent a et tiones earum à uiæ cuiinGftuntilleno men apud gręcos, utfine netoptásons:nos rectas effectiones dicere poſſumus.Ho rum nihil de homine dicipoteſt,neque enim ei conucnit, ea ratione, qua homo eft: Non hæchomo,ncgiplius natura profitetur:non eſt ca in humana natura perfectio.Proindein externis rebusnc quaquam erit finis homini cóftitutus, nepid bonum, quod finem illumabfol uit:Alioquin hominis partes non fuif ſét,ut eosdeſpiceret,nem laudedignus, quiſeita parat,utillis non indigeat:no que qui illis rebus abſtinct, bonus dici mercrctur, fiquidem cæ bona ellent Nunc uerò tanto quiſ melioreſt, quá to magisſeipſum ab illis rebusabſtinet. Talis erit intellectus tuus, qualia ſunt ca,de quibus ſubinde cogitas: nam à ui bis fcu cogitationibus illis animus im buitur.Inficeigitur eum adliduitatehu iuſmodi cogitationum, qualesſunt:ubi cunqueuiuere,ibietiam bene uiuere li cet:uiuere autem licet in aula, ergo etiã bene uïvere licet in aula. ltem alicuius rei caufa fingula ſunt facta cui ucrò gra tia unúquodgfa et ú eft,adid fert, ado aút fert in eo finis eius é poſitus: ubi ue ro finis,ibi ét bonú unicuiq. Ergo finis animanti ratione prędito ppolituseft, focictas, natos cnim nos effe ad eājiam pridem eft demonſtratum. An uerò non euidens eſt, deteriora præstantiorum, rurſumýex his unum alterius caufa esse. Præftantuerò inani mis animata,atq inter hæcipfa, ca quæ rationem habent. Ioſani eſt,ſectari impoſsibilia. At fic ri non poteft,quinmaliſuomore agāt. Nihil cuiquam accidit,nifi ita Natu rá deſtinarit. Id quod alius iniquè fert, e bas wal wideولا bus alteri accidit, qui fiue ignorationc cius caſus,ſineut magnanimitatem oftédat, cóftantiā tuetur,atqillæſus manet.Ini quú cſtigitur admittere,utinſcitia et o pinio prudētiäſupent. Etenim res ipfæ animúnequaqattingunt, non intrātad eu,ncg mouere, ncq uertere poffunt. Solusipſe ſeipſum ciet, ac quale iudicia umtulerit, talia ea quæ accidere, fiunt. Alia róeſumma nobis eſt necefsitu. do cũ hoíe cóftituta, quaeibenefacere, eumý ferre iubemur:cú aúcimpedire conant noſtras actiones, nó magis ad nos attinet, ộ Sol, uétus:beſtiæ. Ato hi qdé impedire effectú aliquãdo pofsint: animi uero appetitioné, et affectum no qucunt, quiahæcexceptioné habét, et conuerlionem.Ná omneid quodimpe dimento fuit effectioni,id animus ad ca quæ præcellerút,cóuertit, atßcomo do id, quod instituto operi, uiccoßinitę obftitit,ei iam confert aliquid. Id quodin múdo eft præftantiſsimū, cole. Eit aútid, qd oíbusreb.utitur,oía gubernat. Similiterid quoßhonora, q in te elt primú: nimirú illi alteri cogna tum, cesa üles DO Pe quatum,quòd et cæteris quæ in teſuntom nibus utitur, et tuam uitam regit. Quod civitati nullum affert detri mentum,idnc ciui quidé nocet. Hæcre gula recoléda tibič, quotieſcúq telæ ſum aliquâ eſſe cogitas.Sin ciuitas dam no affecta cft, ei qui ítulit,ſuccéferenó debes. Quid neglectú eft?Sæpenumero códdera, ệ celeriter oía quæ et funt et fi unt, abripiãtur et cuanefcát. Etenim et ipfęnaturę amnisinſtarin adſiduo funt fluxu, et cffectiones cótinétib.mutatio nibus obnoxiæ, et cauſarúinfinitæ ſunt uices: denią nihilferè perſiat, aut ſui fi mile durat.lā et pręteriti, et uenturiçuí infinita é, in qua oſaabolentur,uaftitas, Quî ergo ſtultitiæ nó damnet, qin hoc tā cxiguo téporis articulo ſupbit,appe tit,autmoleſtia fe affectú quiritaf. Universæ rerum naturam recordare, cuiusmini. mã parté tenes: totius zui,cui' breue et mométaneútibi éattributúſpacium:fa ti, cuius perexigua ad te portio ptinet. Peccatalius qs aduerſummc uiderit, ſuā habet affectioné, ſuum a &um. Ego in præſentia id habeo, quod me habere i t c et C a et 1 uult cómunis natura: agogid qd'age remeiubetmea natura. Pars animitui princeps neinucrtatur ullo uelleui uel alpero carnis motu, neg admittat per fuafones quçinmembrisoriuntur, Sed circumſcribatcas. Quòd fi ex ratione alterius conſenſusad intelligentiam ef ferútur, nimirum quatennsea cum cor pore copulata eft, tum quidem ſenſui, cum is a natura proficiſcatur, reluctan dum non eft: opinioniautem mali aut. boniadfentiremensnon debet. Viuendum eſt cum dijs.Vitam ucrò cum dijs agit, qui continenterijs ſuum animum oftendit probātem ea quę ipli fatum tribuit, agentemg ea quægenio placerent: quem lupiterſuæ quandam particulā naturæ unicuiæ prælidé, du coşdedit, nimirú mente atæ rationé. Neiraſcaris ei qui hircú olet, autcui aia fætet; nihil, n.ad teidcmaliredibit, Alæ iplius, et osita ſunt affecta,utne ceflc ùthæcmala conſequi, Rationc,inquis, præditus eſt homo, ac fi scrutari uclit, intelligere poteſt quainre delinquat.Benereshabet. Proinde tu, qui et ipfe præditus es ratione, mentem eiustuæ mentis motu cxcita, doce, commonefac: li enim obtempe rat tibi, fanabis eum, negira opuserit. Nonita hic uiuendú eſt tibi,ut Tra gedo autſcorto qui egrediés uiuere co gitat. Quòd li tibinon cóccditur,tunc uita excedere, ita quidé,ut qnihil mali patiatur,acfumiinitar abeat, Quid hoc rei eſſeputas? Dum uerò nihilme tale abducit,liber permaneo,neq mequif quam prohibet agere,ut uolo, uolo au. tem,ut naturæ animantis ratione predi ti, et ad certum nati conuenit, Mens quæ mundum gubernat, ſocic tatisrationcm habuit:itag et inferiora præftantiorumcaufa effecit,& pręſtan tiorum unum alteri ſubdidit. Videt, ut ſubiecerit, cóiunxerit,ac unicuiq ſecu dú dignitaté ſuú tribuerit,ea quęlunt pręſtátiſsima,mutuo cófenfu deuíxerit. Quomodo uſus es hactenus dijs, pa rentibus, fratrib. uxore, liberis, docto ribus, alumnis,amicis,familiaribus, fa mulis? an in huncuſquediem in nemi nem horrcū uerbóuefuiſti iniurius! Reminiſcere étą ſupaueris, actolc raueris: tum fabulam uitæ tibiiam pera tam,teş tuo miniſterio defunctum ef ſe. Quàm multa uidiſti pulcra? quot uo luptates quotdolores deſpexiſti? quot peruerfis hominib. æquúte præbuiſti? Quamobré animi artis et diſciplinæ uacuiarte et fcientia præditum confun dunt? quem uerò animum arte et ſcien tia præditum uocas?cum,qui principi um et finem cognoſcet,et mentem, quç per uniuerfam rerum natură penetrat, acper omnes fæculorum curſus defini tos atq; ftatosmundum gubernat. lãiá cinis eris, &oſſa nuda, nihil öter nomé(liquidéid ſupererit) tui reſtabit. Noméautnihil eftõſonitus. Atea quæ magniin uita precij habent,uana ſunt, putrida, cxigua, atą inſtar catellorum mordicantiŭ, aut pucrorü inquietorů, quimodò rident,mox plorant. Cæterű fides,pudor,iufticia, et ueritas. Climatib. tcrræ cæld petiere relictis. Quid ergò reſtat, te hîc detineat? fen Gliane tam fluxa, torý mutationib. cxpofita?an ſenſus, obſcuri, et qui facilè decipiantur?animula ipſa, quæ cft ex halatio à ſanguine? gloria inter huiuf modi homines, inanis illa? Quid ergo aliud operiris,niſiuelextinctionem,uel translationem,idý æquo animo?Quid interim dum eam occafio adducit,tibi fuffi ciet? Quid aliud, quàm deos uene rari etcollaudare,hominibus beneface re,eos etferre, et ijs abftinere:quæ cx tra tuæ carunculæ et animulæ ſunt po fata fines, ea meminiſſenex poſſeſsióis, nco poteſtatis tuæ eſſe? Semper potcs uti ſecundisſucceſsibus, Gredtæ uiæ in Giſtere uis,duo hæc obferuare, quæ di uinæ menti communia funtcum homi nis, omnisg ratione præditi aſalis ani mo: unum, non poſle te ab alio impedi ri:alterum,iniuſta uoluntate et actione | bonum eſſe collocatum, cumý ad fino efle appetitionesdirigendas: Si hocneg mca fitmalicia,ncqactio eſtàmeaproficiſcensmalicia:nequcco munitatidāno eſt, quid folicitus deco ſum?querò dānúě cómunis focictatis? Non debemus nos cogitationib.om ninoabripiédos præbere, fed opitulari quátum eius fieri poteſt, et dignum eſt, etiam li in medio lit defectus:ncqueid pro damno ducere.ca enim cófuetudo mala eſt. Sed quemadmodū ſenex di ſcedens rhombum alumni poſcebat, memorrhombú cffc.ita etiam hic: quo niam bonú aliquid fiatin roſtris. Heus homo,oblitus es, adhæc lint? lanè: Sed ca,in quibushiſtudiú ponát.Propterea tu quoqs ſtultus es fa et us? Aliquando uteung relictus, factusſum felix. Felici tas auteſt, utbonam tibiipfifortem uendices: id eft,boni motus ani mi,bonæ appetitiones,bonæ actiones. Aturauniuerfi ſuo guberna tori obedies eft, acbene có polita: quæ uerò cam guber nat mens,nulláin ſeipſa ha betmalè agendicauſam: quippenihilei ineft uitij,nc peccat,nc ab ea quic quam læditur: omnia uerò fecundum cam fiuntatßperficiuntur. Nullo ponein diſcrimine, algenſne, an calens, dormiturićsan ſomni fatur, malian benè audiens,moriens an aliud quid agens id facias, quod te decet: quando mors etiã una eft carum a et tio num, quæ ad uitam referuntur. Sufficit igitur ea etiam imminente, id quodin ſtat,benè collocare. Intrò refpice.Nullius rei nequepro pria qualitas,neqid quod cidebetur, te fallat. Omnia quæſubiccta ſunt,celerrimè mutantur, et autin halitum refoluun tur, fiquidem fit compacta corum ſub ftantia,aut diſsipantur. Mens uniuerli gubernatrixſcit quó ſe habeat, quid agat, et quá habeatma teriam ſubiectam. Vlcilcédi ratio optima eſt, ne ſimilis fias cius, qui iniuriam fecit. Unohocte oblecta, inguno hocac. Quieſce, ut ab una ſocietatis humanæ tuendęcauſa ſuſcepta actione,ad aliam tranfeas, dei memor. Princeps hominis pars eſt ea, quæſe ipfam excitat atą cict, feğz talem, qualem vult,efficit,præſtatý ut ea quæ eue niunt talia, qualiaipſa uult, fibi uidean tur. 04 Omnia fecundú naturā uniuerG fiúc: negenim poſſunt fieri fecundú ali ali quam,ſiue extrinfecus circumdantem, fiue incluſam,fiue foris ſuſpenſam. Vniuerſum aut confufio quædam eſt, et cótextus fortuitus rerum iterum àſé diuellendarum et diſsipandarú: aut unitionc ordine, et prudétia conſtat. Si prius illud uerum eſt, quid eft,curcu pia inani huic colluuiei et mixeuræim. morari? quid aliud expetendum,quàm ut in terram utcungredigar? quid per turbor?quicquid egero,tamen difsipa tio mc corripiet. Sin altero mó res ha bet, uencroreú, animoſ conftári ſum, et gubernantimundum confido. Cum te rerum præſentium ſtatus nó nihil perturbat,celeriterad teredi,neg ultràquàm neceſſe é, à modoeius quá inftituiſti cantilenæ difcede. Nam co fa cilius harmoniam tueberis, ſi continen ter ad eam reuertaris. Sitibi Amul etnouerca, et mater effet, illam quidem coleres, ettamen crebrò ad matrem te recipercs. Eadem eſtribi ratio aulę et PHILOSOPHIæ. Quarc ad hanc sæpe numero revertere, et in hacac quiefce, quæ efficit,ut etres aulicæ tibi tolerabiles uidcantur, et tu duminijs ucrſaris,ferri queas. Quid cogitandum est de cibis et id genus rebus? hoc eſſe piſcis ca dauer, illud auis, aut porci: item Fa lernum, ſuccum eflc exiguum uuulz purpuram capillos elle ouiculæ, modi. co teſtudinis fanguine imbutos: tum coitum,inteſtini parui affrictioné, mu ciğ excretionem non fine cóuulấone. Cogitationes hæ præclarę ſunt: nam ré ipfam attingunt,acpertranſeüt, ut qua lis cafit,cerni poſsit.His per omnem ui tam utendum eft:aclicubiresquàmma ximè uidetur comprobatu digna,tegu mentis cſt nudanda, ut et eius in cófpe dum ueniat uilitas,& id,quo fe oftenta bat, ei adimai. Etenim fucus impoſtor eſt callidiſsimus,ac tummaximèin frau dem inducit,cum quis maximèfe res ſe rias et dignas tractare putat. Videigit, quid de Xenocrate ipſo Crates dicat: Pleraq, inquit,corum, quæ uulgus ad miratur, fi fub habitu aunatura conti nerent, ad latiſsimè patentia genera ré uocabat,utlapides,ut ligna,ficus, uites, oleas.Quęſubarctiorib.aliquanto, ad animata,utgreges,arméta.Si qua paulò plº haberćt gratiæ, hęcad eareducebac a cópræhédútur fub ala róe prędita,nó quidé uniuerſali,ſed quatenus artes tra ctat, aut alias facultates: aut ipſa per fc. au L fcæſtimabat, ut:quidnam cſſct,poſside remultamancipia.Qui uerò animūra •• tione præditum cû omnibus ſuis facul tatibus,ciuilis coetus ſtudio uenerat, reliquarum is rerum nullam curat. Sed omnibus poſtpoſitisſuum animum ita affectum,atgita fe mouentem, ut ratio ni et ciuili ſocietati cögruit,conſeruat: ijs quiſunt eiufdem generis, utiden præftent,auxilio eſt. Quædam iam fiút, quædā mox exiſtent, quin &cius quod fic, pars iam nuncaliqua euanuit. flu xus, et alterationes continenter mundű renouất: quemadmodum infinitum æ uum temporis adſiduolapſu nouü ſub indereddit.In hocita @ flumine quifná ca quæ præterferút, ac quibusinfiftere nonpoſsit, honore aliquo dignetur?is quidem perinde lit,acli quis unum de præteruolátibus paſſerculis diligerein cipiat,atisiamè conſpectu cius abica rit.Itafe et uita uniufcuiufque hominis habet,ut halitus a fanguine ſublatus,& aër inſpiratus. Quale.n.eft quod femel animāattrahimus, et efflamus,id quod identidemfacimus,tale ctiam eſt, quòd f ac ad all a. ba omnem reſpirádi facultatem, quam hc ri aut nudius tertius nati accepimus, eò reddimus unde accepimus.Quod uege tamurmoreſtir pium, reſpiramusmore pecudú, et ferarú, quòduitsafficimur, quòd appetitionis cauſa mouemur, q congregamur, quòd nutrimur,omnia hæcnonmaioriſunt in pretio ponéda, quàm quòd excernimus cibirecremé ta. Quid igitur honore dignü est? num plauſus?nequaquá. Ergo nelaus quidé populi,quænihil eft aliud quãplauſus 1 nguarú.Sublata igit etiâ gloriola, quid reſtat, quod ſuſpiciamus et ueneremur? Equidéhoccenſeo, ut quemadmodú fa ciiinſtructiś à natura fumus,ita mouca mur.Eò nos etiam diligentia opificum, &artes ducût. Ois.n. ars huc collimat, utid quod paratú eft,aptü fit et idoneu adopus, cuius operis cauſa paratú eft. Idé querit uinitor,idé qui pullos equo rum domat,idé qui canes educat. Ergo &inſtitutio primęætatis et doctrina co contédunt:isý finiseſt,quem expetere debeas. Húc córecutus,nihileft in alijs rebus quod ſis tibi quæliturus. Quòd fi pergas ES pergas alia eciã expetere, nec liber cris, neg tibi ſufficies ipſe, negeris affectuú uacuus: neceſſariò. n.inuidebis, æmula beris,liniſtra ſuſpicaberisdehis, quiilla tibi adimere poſsúc,infidiaberis ijs, qui? id quodmagni fit à tepoſsidét. Oino.n. necesse est cu esse aio pturbato, qiſta de fiderat:fępe etiá deos incufare. Quiuc rò mente ſuam reuereturato colitis et fibi ip, probabitur, et cum cætu homi num bencei conueniet, cúmque dijs conſentier,id eft,laudabit quæcunque ij diftribuunt et ordinauerunt. Infrà, ſuper, atque circum te motus ſunt elc métorum. Motus uerò uirtutisin eorú nullo eft,fed diuiniore quadá, et adin telligendum difficili'uia procedit. Vide quid aganthomines. Eos qui eodem cú iplis uiuúttépore, laudare nolūt:ipfi uerò à pofteritate laudari magnü exiſti mant:nimirúabijs quos ne uiderunt, neq uidebūtunqua.Id uerò haud mul tò aliud eft, quàm ſi dolerét, non à prio ris etiá ætatishominib. felaudatos esse. Non, li quid allegintelligétia tua neqs, id daullopoile apprehendi homine exiſti 0 co ert as f 2ti ma: Sed quicquid homo poreft, quic quid ei conuenit, id et tibiconcediiu dica.ln palæſtra fi quis unguibus aduer farium laniauit,autcapiteincuſſo ferijt, nonindignamur, ncq;offendinjur,nco inſidiarum fufpectum habemus: caue mus quidem nobis abeo,non ut abho ſte, ncquc Gniſtrum quid de eo ſuſpica mur,tantùm placidè cum declinamus. Id fieri debetetiam in reliquis uitæ partibus, ucidem de alijsſentianus, quod de ijs, cum quibus collucamur: poflu muscnim (utdixi) citra fufpitionem et odiűabijscauere, et cosuitace. Si quis meredarguere poteft, et demonftrare, quòdnon recte ſentiam, aut agam,læto animo fentétiam mutabo:ucritatem.n. quæro, quæ nemini unquam dáno fuit; damnum autem facit,quiin crrorc et i gnorationcſua pmanct. Ego, quodcft mci officij, ago, cætera menonauellúc. Autenim anima,autrationc carent,aut uiæ ignara errant. Animantia rationis expertia,tú omnes ciuſmodi res et fub. iccta,magno et liberali animo ſunt ufur panda tibi,ncmpcrationeprædito. Hominibus uerò, ut ipſis quogmentcin ſtructis rationeſocietatis habita utere. Inomdisciònegocio deos comproca rc:neos ſolicitusefto,quantum tempo ris fpatium tibi adagendum detur:fuffi ciúteoim ucitres huiuſmodi horæ. Ale xander Macedo,agaloß eius, mortui in idem ſuptredacti: autenim aſſumpti ſunt ad mentēmundicam, qua fati ſunt reliquorum animi, aut diſsipati ſuntin atomos, unus perinde atgalter. Cum animo tuo conlidera,quàm multa uni co temporis momento fiantin uniuſcu iuſ @ noftrûm,cùm animo, tum corpo re:ita fict,utnó mireris, quòdlógè plu ra, imò uerò omnia quæ in mundohoc fiunt,fimul extent. Si quis à te quærat, quomodo fitnomen Antoniniſcriben dum: nónne fingulatim omnes literas proferres? Quid ergo fi qui iraſcuntur, num uiciſsim tu quoque ſtomachabc ris?nó potius numerum inibis placidè; Ingularum rerú? Itac ctiam hîçmemé to luis omnc officium quibuſdam con ſtare numeris: quos li imperturbatos ſeruaueris, ncq indignatibus alijs ipfo com Spro MIUS. quog indigneris,recta uiaid quod pro pofuifti,perficies. Inhumanum effe ui detur,hominem impedire, ne ad ea fera turquæ ei utilia et cognata uidetur. At quiid tu ne faciant prohibes quodam modo,dūiniquo animo fers cos delin quere.Ferútur enim utiqueadid, quod naturæ fuæ coniunctum, et utile putāt. Sed res nó ita habet. IditaB oftéde eis, et et doce citra indignationé.Morsfinem imponit ſenſuum motus, et cogitation num officijs,animúģàcorporismini- situ ſterio liberat. Turpe aút eft in hac uita, in qua corpus tuũlabori nỏ fuccubit animú tuú elāgueſcere.Videne à pręfé tiſtatu deiectus obruaris. Poteft.n.hoc fieri.Itaq; cóferua teipfum Gmplice, bo ne núintegrū,graué,apertū,iuſtitiæ ſtudio fum,piúerga deos, benignú, humanú, ad officiunituendúforté,annitere utta lite lispermaneas, qualetefacere uoluit phi c loſophia.ucnerare dcos,ſalaté homini busaffer. Breue eſt uitæ in terra degen dæ tempus,omniſg eius fructus, ſancta animi conftitatio, et actiones commu- beri pitati hominum utiles.Omniautdecet Anto SE maig Sophie Antonini diſcipulum.age. Quæ fuerit eius in agendo fecundum rationem fir mitas, quæ ubiqueæqualitas, quæ ſan ctitas, memento: quæ uultusferenitas, accomitas. Quantus ille gloriæ con temptor, quod eius in percipičdis reb. ſtudium, quum nihil prętermitteret,ni fi prius accuratèperſpexiſſet,ac cogno uiffet.Vt tulerit iniuftè ipfum repræhé. dentes, neque conuitium his repoſuc rit:ut nihilproperatè aut cupidèaggrel fus fit: ut calumnias nó admiſerit, ut di ligens fueritmorum actionúmque exa minator:non obtrectator,conmeticu loſus, non ſufpitioſus, non fophifta. Quàm paucisfuerit contentus, ut do moleco, ueſte, cibo,famulatu:quàm tolerans laborum,quàm lenianimo: ut tempusnequeadueſperam propter ui ctustenuitaté egerit,ita ut neexcernere niſi coſueta hora opus ei effet.Queeius in amicitia fuerit conftantia, &æqua bilitas: quomodo tulerit cos, qui ipfius fententia liberè impugnarent,gauilulý fuerit,fi quis melius aliquid oſtêderet. Qua ille deos religione coluerit citra ſuperſtitionem,recordare, ut iibi quo quc ultima hora perinde atque is fuit re ¿ te tibi coſcio adueniat. Expergiſcere, et tcipſumreuocafomnog diſcuſſo co gitans quæ te inſomnia perturbarint,ui gilās ea intuere,utilla inſpexiſti, Ex cor pufculo et anima con to. Corpuſculo nihilintereſt interres, neque enim po teft difcrimen ftatucre. Rationiautem inter ca diſcrimen habetur, quæ nóſunt ipfius actiones: has uerò oés in ſua ha bet poteſtate. Quod ipſum tantùm eſt de præſentibus accipiendum, præteritę enim et futurę animi actiones,ipſe quo que nullum habentiam diſcrimen.Ma nuiacpedi,dum ſuum agunt officium, nullus eſtpræter naturam labor.ita ho mini quoqueea agenti quæ ipfius ſunt partium, nullus eſt præter naturam la bor:ergo nę malum quidé.Quotuolua ptatibus,acquantis frui contigit latro nibus, cinædis, parricidis, tyrannis? Nonnc uidos ut qui ſordidas profiten. tur artes, uſque ad certum finem ſe pri uatis hominibus accómodent? nihilom minus tamčſuæ artis rationcm retinét, nab ea decedere uolunt. Nónne aútturpeft, fi architectus &medicus magis lux artis rationé reuercatur,quá ſuam homo, quæ quidé ei eſt cum deo communis? Aga& Europa, anguli ſunt mandi: uniuerſum mare, guttamundi: Athos, glebula mundi: omne inſtans tempus,púctum cſt æternitatis. Omnia funtparua,mobilia,interituiobiecta: 0 mnia inde ueniunt, profecta à principe uniuerfi,aut per conſequétiam. Etenim rictus lconis, lethalia uenena, omniaos maleficia,ut ſpina, cænú, pulcrarum et bonarum rerum ſunt additaméta, Non igitur ea aliena ab eo quod colisimagi nare,ſed fontem omnium rerum confi dera. Qui preſentia cernit,omnia uidit, quæ ab æterno fuerunt, et in infinitum uſg erunt, Omnia enim ſunt eiuſdem generis, et conformia.Sæpenumero co gita de omnium in hoc universorerum connexu, mutuag affectionc, Quodá cnim modo omnia inuicem ſunt impli cata,ca ratione amica mutuò. Aliud enim ex alio confequitur,propter con fantem motum, ac conſpirationem et fs unitionem (ut ita dicam )ſubeſſe. Quib. negotijs addictus es ſorte tua, his teac commoda: et quibus tehominib.fatū adiûxit, cos amore,idig uero,proſeque re.Organa, inſtrumenta, uaſa, quumid agunt,cuius gratia funt adornata, bene habent et quidéis qui ea parauit, abeſt abipfis.At in his quæ natura continen tur,remanet, intuſý eſt uis ea paratrix. Ita tanto magis honoranda eſt, &exi ftimandū, li ſecundum cius uoluntatem agere perſeueres, oía tibifecundum mé tem eſſe:idéo de alijs hoíbus oíbusin tellige. Quodcu exijsreb. quæ extra te,negin tua uolútate ſunt pofitæ, tibi Ppofueris,boniuel malinoie, id, fi uel utmalú tibi cótingat, uelfi, cú pbono ducas,adipiſcinon poſsis, efficiet ut et deos incufes, et odio habeas homines quiin cauſa ſūt,aut eo certe noíe ſuſpe cti habét, g uelmalú hochabeas,uelbo no careas.Propterhác rerú differentia, quam ipfi ftatuimus, fituc multa pecce mus. Quod fi ſola ea, quæ in nobis ſunt pofita,bona&mala tractaremus,nihil cauſęreſtaret,ne aut Deú incufaremus, aut cú hoíbusinimicitias ſuſciperemus. Oés ad eúde finé et effectú agimus: pars ſciétes, et certo ordine,pars inſcij. Qué admodú et dormiétes.Heracletus nifal 1 lor dixit eſſe operarios,qui adiuuétlua opera hæc quæ in múdo fiút. Alius aút alia róneid opus adiuuat:ſupuacanea opera eft eius qrephédit, et reniticonat ijs quæ fiút, ea reſcīdere:nā et hocuti tur múdus. Proide animum aduerte, in quorú tute numero reputes. Nã admi niſtratorhuius uniuerd, utiq tePombare &è, et accipiet te inter cooperarios.Tu vero ne ſis huiuſmodieorú pars, qualis eſtinfabula uilis ille et ridiculus versus, cuius mentioné Chrysippus facit. Sólne pluuiæ munia obire cupit,aut Aeſcula pius terræ frugé ferētis? Quid ucròfyde ra, anno diuerſa quidélingulis eſt actio, quętnadcómune opus cóferat?Quod fide me et his quęmihieuenire debue rút, dij cófultauerüt, rectè nimirú mihi confuluerút. Nam Deum fine confilio agentemnc cogitarequidem facile est: quæautem fuiſſet cauſa, propter quam malè mibi confultum uoluiſſet? Quid inde ad deos, et ad uniuerſum (cuius maximè habentróné fru et usredijſſet? Sin de me priuato nihil conſultauerüt, ac deuniuerſo utigrationes duxerunt, ex quo quum ea conſequutur que mihi cueniunt,non debet mc eoruinpcenite re.Sanède nulla re eos confilium inire, impiū eſt credere: autneſacrificãdum, neprecandum, neiurandum quidé, ne que quicquam corum faciendum,quæ fingula tanquam cum preſentibus et u nà uiuentibusdijs agimus. Sed tamen fi nihil illi de nobis ftatuerüt,licet mihi dcmeipfo cóGliú capere, ac demea uti litate deliberare. Vtile aút eſt unicuig id, quod eſt naturæ eius et conſtructio ni cófentaneú. Atnatura mea rationis eft cópos, et ciuili cætui accommodata. Civitas mihi est et patria,quatenus quidem ANTONINUS SUM, ROMA. Quate nushomo,mūdus:hçcigit tantùm mihi funt utilia, quæ his ciuitatibus condu cunt. Quælingulis cucniút,ca profunt uniuerſo: id eratfatis ſcire. Sed &hoc addendum, quòd fi animaduertere uc lis,ubig uidebis: quæ homini, autalijs hominibus * Sed nuncuocabulumu tilis accipiamus latius, ut etiam medijs rebus pateat.. Quæ in theatro aut fimili bus locis uides,ca quum ſemper eadem ſpectentur, et uniformia, fpe et aculiſa tictatem afferunt. Idctiam de tota uita ſentiendum. Omnia enim fuperiora et inferiora eadem funt et exijſdem cauſis excitcrunt.quouſ igitur? Adliduooís generis homines conlidera, qui ex om nis generis profeſsionibus et nationi busmortuiſunt: ita ut ctiam ufque ad Philiſtioncm, Phoebum et Origanio nem deſcendas. Hic fanè cogitandum, idem euenturú nobis, quodaccidit tot cloquentibusoratoribus, totgrauibus philosophis: HERACLETO, PYTHAGORæ, SOCRATI, tot Heroibus prius,deinde tot du cibus, tyrannis: tum Eudoxo,Hippar cho, Archimedi, alijs acutis ingenijs, magnanimis, laborioſis, callidis, contu macibus, his ipfis, qui caducam hanc et et in dies durantcm uitam hominūſub ſannarút, utMenippo &fimilibus.Hos omnes cogitandum eft dudú eſfemor tuos:quid auté maliinde habent?Quid hi, quorumne extant quidem nomina? Vnumhocſummi cſt pretij, ueritate iuſtitia feruata,mendacib. et iniurijsho minibus placidú uiuere. Cùm teipfum oblectare uis, cogita virtutes corú qui uiuunttecum: ftrenuitatem eius, illius uerecundiam, aut liberalitaté, aut aliud quippiam. Nihil enim eſt,quòd tantam afferatlætitiam, quantam limilitudines uirtutum in eorum quibuſcú uiuimus moribus expreſſæ,ac fefe cófertim offe rentes cófpectui. itaqz in promtu haben dæ.Noniniquè fers, tot libras te appen dere, &non trecentas: ita etiã quòdan norum certum, et conon maiorem ui ues numerum, indignari non debes.Etc nim ut corporis tanram, quanta cibi eſt tributa,portionem probas: ita &de té pore tibi ſentiendum eft. Annitendum eft nobis, ut perſuadeamusijs cum qui bus agimus: lin minus, etiam illis inuitis id agendú eft,quod iuftitiæ ratio iubet. Quod li quis ui te impediat,tranfi adę quanimitatem, eo impediméto ad al terius uirtutis opusabutere:memor, tc cú exceptione quadaíftituere actioné, negca appeterc,quęfieri nequeat.Itaq is füitimpetus animi tui, cui ſatiſfiat, ii id, cuius caufa citatuses, cóſequat. Glo rięcupidus, alienā actioné pluo bono reputat uoluptuarius affectioné,quai ple afficit:méte uerò pręditus, ſuã actio né. Licet etiá nihil de hisexiſtimare.ipſe.n.res nó funt eius naturæ, ut iudiciú no ſtrúefaciat. Adſuefac te, ut alio docéte cogitationes nó aliò diuertas,fed totus animo diceris fisintétus. Quodalucari nó pdeſt,id ncapiquidé pdeſt. Sinau tæ malè gubernét, aut no rectè curétur ægroti,dicúr:alius erat quærendus,cui mecómitterē: aut quo hic faluté naui gātib. uelægrotis ſanitaté afferet? Quá multiiam unà cũhis, quibuſcúin mun dum uenerüt, ex múdo exceſſerút?Mor bo regio laboratib.melamarú uidetur: morfis àrabida beſtia, aqua eft timori: pueris fphęrula pulcra cft. Quid ergo i raſcor? aut tibi minor uis uidetur elle fal Gitatis, q bilis apudictericũ, aut ueneni apud morſum à rabioſo animali.Nemo prohibebit, quin fecundú rationé tuæ naturęuiuas:nec tibi quicqua accidet, quod fit cótrarónéuniuerg.Qualcsfút illi, quibus cupimus placere, aut ppter qd, g cis ſuperlis,autper quasactiones? quàm celeriter æuum omnia abſcon. dat: imò quàm multa iam nunc occultauit? eſtmalicia?id, quod iệpenumero uidiſti.Et quic quid omnino acciderit, ex peditin promptu te habere hanc rcgula, ſæpeid effe à te uifum. Om nino fi ſuperiora &inferiora animore petas,inuenies omnia cadem eſſe, quo rum plenæ sunt priscæ,mediæ, recéteró hiſtoriæ, et urbes, et domus:nihilnouú eft,omnia uſitata et breui durātia tem pore.Neque uerò alia ratione extingui poſluntopiniones, quàm cogitacioni bus quæ ijs respondent, abolitis: quas quidem ut continéter reſuſcites, in tua cft pofitum poteſtate. Poſſum de re oblata exiſtimare, id quod oportet: li hoc poflum, quid eſt cur animo pertur ber?Quæ ſuntextra mentem meam, ni hil omnino ad cam attinét. Hoc modo affectus,rectus eris. Reviviscere potes: nam fi res quas antè uidiſti, rursus apud animum tuum contempleris, exactam uitæ partem qualirepetes. Inane pompa ſtudium, fabulæ ſceöi tægreges,armenta,uelitationcs,oſsicu lumcatello proiectum,auteſca in piſci nám iniecta, formicarūlaborcs,& one: rum geſtationes,murium perterritorü diſcurſus, Gimulacra ncruis tracta ut le moucát. In his igit oportetanimo pla cido, &non elato confiftere, et intelli gere,tanto unumquem dignum eſſe, quâto ea in quibus ftudium fuú is po ſuit. In oratione ſingula uerba, inijs quæ fiunt, lingulęappetitiones ſuntant maduertendę: ato hic ftatim uiden dú,quam ad finem cæ referantur; illic quidfignificent: Sufficitne intellectus meus ad hanc rem, an ſccus? Quòd G fufficit,utoř cô ad rem propogtam tanquam inſtrume to mihiab uniuerli naturaconcello Sin g. contrà, aut eam rem alteri cuidam, qui melius id poſsit, perficiendam relin quo,præfertim fi alioquin id agere offi cium meúnó iubet: autipfe perago pro uirilimea, adſcito mihi auxiliario,cuius opera mca'mensid efficerepoſsit,quod in præſentia fitcommodum, et focieta ti hominum conducat. Quàm multi quondam fucre cele bres, quorum nunc fama eft obliuioni tradita? quàm multietiam horum, qui iſtos celebrauerunt, è medio funt fub lati?) Ne ducas tibi pudori, li cuius auxilio uſus es.Propofitúeftenim tibiid agere, quod fit tuarum partium: perinde ac militiin oppugnatione muroru. Quid ergò faceres, li tu claudicans folus con ſcendere propugnaculum nequires: ab alio adiutus,pofles? Ne te perturbent futura. Nam fi ita uſus erit, peruenies ad ea eadem inftru ctus ratione, qua nunc in præfentibus uteris. Omnia inter ſe ſunt complexa ſacro nodo és i nodo neg quicquam ab altero eſ alie ñum, ordincenim omnia certo funt dif polta, unum eundem mundum ex ornent. Mundus ex omnibus conſtat unus, unusqueper omnia diffufus est d Deus, una natura,unalex,unaratio cô munis omnibus ratione præditis ani mantibus, una ucritas:Siquidem etuna eſt perfectio eorum quę eiuſdem funt ni generis, eiufdemó participia rationis ui animantium.. Omneid quodmateria conſtat, ce lerrimè in uniuerlo abolei: omois cau io fa, celerrimè in rationem uniuerfi adlus mitur:omnium rerum memoria quàm 20 primùm æuoconfunditur. id Ratione prædito animali cadem a. EEtio et fecundum naturam eſt, et fccun dum rationcm. Rectus,an qui erigatur? Quam ra. Itationem in unitis et compactis corpori bus habent membra, eatn obtinent ra tione prædita animalia in diullia, præ parata ad unam quandam actionem. Hæc cò magis animum tuum tanget, ſi crebro tibiipfi dicas: pars fum cius, quodeſtex ratione præditis conflatū, corporis:Si autem propter elementum R.dicas te eſfc partem, nondum ex ani mo diligis homines, nondum ex bene ficentia delectationcm capis, quam ue rè apprehendat animustuus,adhucde cori tantùm cauſa ita agis, non ut in te ipfumbeneficium conferens. Sanèalijsquęcun et accidant,corum eft, fi uelint, ca culparc.Ego quidem re bus mihi contingentibus, niſi in malis eas ducam, nihillædor:& licet mihi ea non putaremala. Quicquid alij loquantur et faciant, mc quidem oportet ellebonum:haud aliter,gliaurū uel ſmaragdus,uelI pur pura ſemperita diceret, quicquid alij dicant, aut faciant, ſmaragdum eſſe o. portet,me colorem ſeruare mcum. Mensipſa ſeipſam nó perturbat,hoc cſt,non afert fibiipfiullam cupiditaté autmctum.Si quid aliud eſt, quod pof fit cam terrere aut dolorem afferre, fa ciat ſanè: ipſa quidé per ſenulla opinio. nc libihosmotus affert. Corpuſculum ucrò uerò ipſum curet, ne quid patiatur dis cato, ſi quid patitur.Animonullus me tus dolor,aut opinio horum accidere pót.negem ci ſunthabitusad hęc. Per le omnimetu mcns uacat, niſ feipfam deftituat:ita &perturbationis, et im pedimenti exors. Felicitas eft bonus dæmo, ſeu bonü. Quid igiturtu hic agis phantafia? ubi, unde ueniſti, non enim te opushabeo. Sed uenifti fecundum priftinam con fuetudinem: non tibiſüccéſco, faltem abi, Siquis mutationem timct,is cogitet able ea nihil fieri poffe, ncque eſte ca quicquam naturæ uniuerli amicius.An tu lauare poffes, nifi ligna mutarentur? aut ali,nifi nutrimétomutato?autquid nam aliud utile poteft abf mutationc fieri?Non ergo uides etiam tuimutatio nem carum limilem eſſe,ac perinde nc ceffariam uniucrü naturæ. Per uniuer ſam naturam:tanquam per torrcntem, tranfeunt omnia corpora,uniuerſo ipa cognata, et eius opcrum adiutoria, uti et nostra invicem luntmembra. Quot Chrysippos, Socrates et Epictetos xuí iamn deglutijt. Idem de omnire et homi ne tibiad animum accidet. Vnum hocmeſolicitumtenet, ne ad faciam, quodhominis conſtitutio aut nolit factum,aut alio modo, uel tempo re factum velit. Propediem erit, ut et tu omnium re rum obliviſcaris,& nulla Gtuſquam tui memoria. Proprium hominieſt,ut etiam cos di Jigat,qui peccant. Fiethocl in menté tibi ueniat, elle cos tibi cognatos, im prudétia, et inuitos peccare, paulò pòſt et te, et illum qui peccauit,moriturum; idý potiſsimum,nó lælum te ab co.no enim eius peccato tua mens deterior, quàm fuerat,facta eſt, Natura mundi, ex uniuerſitatetaną ècera modò equum finxit,moxco con fuſo, materia iſta ad fabricam arboris ulacſt,deinde ad homunculi, inde ada. liarum rerum.Harum ſingulæ quá bre uiísimo duraruntſpacio. Atquiarcula utlicompingatur,nihil eftmali:ita neli diffoluatur quidé. Irati uultus oío eft cótra natyrä, quádo fæpius immoriedi fit prętextus,aut ad extremú extinctus eſt,ut oſo inflammarinópotuerit. Hoc ipfo intelligere labora, irá à ratione effe alienam. Nam fi etiã ſenſus peccati nul lus erit, quæ erit uiuendi cauſa? Quæcung uides, ea iam iam à guber natrice mundi natura in alias, rurſuso et deinceps in alias mutabit formas:ut femper recens fit mundus. Si quís aliquid contra te deliquerit, ftatim cogita quánam boni uel malio pinionc pcccauerit: id.n.fi cernas, miſc reberis eius,acneobmiraberis,neq ira fceris.Nam autipſeidé,quodis,bonum putas, aut aliud quidda eiuſdé generis: venia ergo danda: Sin tu secus de bonis et malis iudicas, cò placabilioreris ei qui falsus. Non deijs quæ abſunt, tanquam de præfentibus cogitandum eſt:fed præſentium ea quæ ſunt aptiſsi ma, deligenda funt,illorumg caulame moria repetendū,quánam rõefuiſſenç quærenda fiquidem abfuiffent.Caueta men præſentia adeò probes, ut etiam in honore ca habeas,ac fi quãdo abſint,p turberis.Intra teipſum uertere. Hæceſt natura mentis,utiuſtè agens, in hocg acquieſcés,nihil extra fe quærat, Aufer uiſå inhibemotum ncruorú, cir cunſcribe inſtans tempus,cognoſceid quod uclţibi,uel alij accidat, diuide fubiectum in materiam &formam, co. gita de poſtrema hora, Quod peccatú eſt, ibi ceſſat, ubi pec cațum ſubliſtit, Intendenduseſtanimus ijs quæ dicuntur, mente penetrandum in causas et effectus, Exorna teipfum fimplicitate& uere cúdia, coś, ut quæ ſunt medio inter uir tutem et uitium loco, in nullo ponas di fcrįmịne, Diligehumanum genus, obſe quereDeq:is enim aitomnia fieri certa lege. Quod fi diuina ſunt etiam elemen ta. Sațiseſt meminiſſę, hæc omnia certa lege conſtare,aut admodú paucaſecus, Mors é auţ diſsipatio,qui indiuidua rum particularum ſecretio,aut exinani tia,autextinctio, aut migratio, Dolorli fitintolerabilis, mortem af, fert:diuturnus ferri poteſt,interimga. nimus ſuam retinet tranquillitatem,ne que fit deterior. At partes dolorç con fectæ, ipsæ quæratur,fiquidem poflunt. Honinum opiniones de gloria intue cil re, quales Gint, quid propolitụm habc cidant,quid fugiant, Lide Viß in littore maris arenæ cumuli Co- alij ſuperaliosappulg,prioresoccultát, įta in uita quo priora à ſubſequenti bus celeriter abſconduntur. Platonicũ. Quiigituranim ocſt præ unditus alto et cognitioné habet omnis temporis, omnisg naturæ,an tu cúpu er tas exiſtimarç, quòd hominis uita ma - gnum ſit aliquid?Nequaquam,reſpon sc ditille. Ergo,inquam nemortem qui B: dem in malisille reputabit? Minimè Era uerò, Antiſthenicum,Regium eftmalè au dire, çum bene feçeris. Turpe eſt uulta co obſequi intellectuiſco componercita uutisiubeat,cumipfeintellectusſeipſum non componatat ornet. Namrebus iraſci,nihilfanè expedit: Iram curăt enim noſtram nihil.Dijslę. tiignaris, et nobis gaudia doncs. Frugiferam uti fpicam mcæ uitæ mc tam. At hoc quidem effe, illud nona then Lam LIK trCurl be Quod ſi dij me, libcross ncgligunt, Ratio eft et huic. Meum enim est bbene efle et iustitia. Non una lugere, Deg tremere. Platonica. Ego autem haudiniuria hoc retule. rim.Non rectè dicis, ô homo,liputas ef ſe uel uitam uel morté aliquo in diſcri mine ponendam ciuiro, qui uel alicu ius fit precij:acnon id potius unum có fiderare cum inter agendum,iuſténcan iniuftè agat, et eáne fintuiri boni anue rò fecus.Reienim ueritas, et Athenien ſes, ita habet, ut quo quis loco ſeipſum conſtituerit, exiſtimansita optimum el fe,aut cum ita Gtoptimum,cò colloca tus fuerit, ibi (mea quidem ſententia ) perGftere debeat, ac quoduis pericu lum ſubire,neg mortem, uelullam alia rem turpitudine grauioré ducere. Sed heus tu,uide,ne animimagnitudo,cibo pum aliud quidpiam ſint, quam ferua re, et feruari. Neque enim conceden dum eſt,eum reuera uirum diçimereri, qui quantocuný tempore uiuendum, acquc rationem uitæ habendamputat: Sed 1 leo sel gar, CO all 1 WC 1 ef Sed eum, qui dehis cura deo commife la, credens mulieribus, non pofle fa tum ab ullo euitari, id consderandum porrò ducat, quánam rationetempus uitæ conceſſum fibi quàm optimè exi, Curſus liderum conſiderareexpedit, quali eos comitaremur, et elementorú mutuæ mutationes crebrò cogitandæ. Hæ enim cogitationes uitæ humilis for des abſtergent. Bene eſt à Platonchoc dictum.Etiam cùm de hominibus loq. mur, intuendum est in pes terrenas. Etc nim qui memoria altius repetierit ho minú cógregationes,exercitus,agricul turas,nuptias,pacta,ortus,interitus,iu 1. diciorum turbas, uaftitates regionum, varias. Barbarorum gentes, ferias, lu dus, nundinas, in ſumma, qui colluui cm illarum, et ex contrarijs compol tum præteritorum aceruum, tantas 191 imperiorum mutationes recoluerit, is ecià futurā præuiderc poterit. Quippe et candem hæc habent cum præteritis for mam, nem alio possuptmo fieri, Itaçćç Cu alia edbo en idem eſt, quadraginta, an decies milių ſpacio annorum uitam humanam exa mines, nihil enim amplius uidebis. Exterra enim nata in terramredacta funt:quæucrògenus traxeruntcælitus, redicre ad æthercúpolü: fiuehæc quæ dissolutio complexuum, quibus ato miiunguntur, sive elementorum passio nis expertium dissipacio. Cibis, potug, et magicis adeo artibus Avertimus currum, et mortis fugi mus uiam. Flantem diuinitus auram Opus eft tolerarclaboribus, Luctu, lachrymisg calentibus. Est aliquis te peritior luctæ:quid tú? at rófocietatis humanę ſtudioſior eſt, non uerecundior, non ita commodè fert ca quæ accidunt, nó ita mitis homi num peccatis. Vbicung poteft aliquid perfici,fecun dum cómuné dijs et hominibusratio ncm, ibi nihil eftmali.Nam ubi utilita tem conſequi licet actionis, quære&a uia proccdit fecundum conſtitutioné i hominis,ibinon cft uerendum nequid fubfit tog fubfit damni. Vbig et femper in tuacſt manupofitum,ut ca quæin præfentia di biacciderunt, et approbes piè, et cúbo minibus quicccum lint,iuftè agas, &ui ſa oblata artificiofe examinesne, quid non facis perceptum admittatur. Noli aliorum mentes circumſpicere, ſed cò recta intuere, quò te natura ducit, cùm uniuerli, per ea quæ tibieueniunt,tum tua per ca quæ tibi ad agendum ſunt propoGta. Id autem unicuiq ad agen dum proponitur, quod eft eius conſti tutioni conſentaneum. Porrò ita con ſtituta ſunt et comparata fingula: reli qua quidem omnia corum cauſa, quæ mente ſunt prædita, nimirumdeteriora pręſtātiorum causa, ratione autem pro ditorum unum alterius caufa factú cft. Primas igitur inter partes ex quibus ho mo conſtat, ca pars obtinct, que fo cietatcm humanam reſpicit: alteras, ca, fibi à perſuaſionibus corporeisillo abſtinet.Rationccnim et intellectu prę ditimotusproprium eſt, ſeipſum circa ſcribere, &nco ſenſitiuæ,ncqueappe titiuçmotioniſuccumbere:harumem utrag ctiam brutorum cft. 1 qua Atintelle&iua principatum obtine re, neq ab illis regiuult:neciniuria, quig pecuius natura ferat,ut omnibus reli quis ipſa utatur. Tertiú eſt,uacuitas te meritatis et erroris. Quibus intéta pars princeps, rectà progrediat, ſuis cóiéta. Tanquam mortuo, &qui hactenus tantùm uitæ uſura fuerit cóceſſa, quod ſupereſt uiuendum tibi crit fecundum naturam,tanquam ex abundanti. Tu ſolus ca diligens, quæ tibi fatum iniunxit, contentus efto. Quid enim magis congruum, quàm ut ſingula cue niunt,ftatim cosante oculos habere, et cum eadem ipfis cucniffent, indignati ſunt,nouitatem rei mirati, &repræhen derunt ea. Vbinuncijſunt?nufquam. Quid attinet te corum fimilem effe uel le? acnon potius alijs fuum morem rc linquere, ipfein hoc effe, utrebustuis bene uraris? Idý poteris præftare, nec deeritmateria, modò animaduerte, et ftude, uttibiipliin omnibus actionib. uidearis honeftatem confecutus. Vtri ufgz uerò actionum finis recordandum cft.Intrò reſpice:intuseft fons boni,ſem per ſcaturiens,fiquidem femper fodias. Corpus conftare,acneq motu, ncg habitu diffolutum effe debet. Sicutem mens efficit, ut vultus Gt compolitus et aptus, ita detoto corpore uttale Gt annitendú eſt. Omnia hæc curandu é, ut ne oftétationis caula Gimulata fint. Vivendi ars palæſtricæ cft, quòd ſal tatoriæ fimilior,eò quòdipfa quo cu rat,utad ea quæ incidūt,neq; ancè lune præcognita,parata fit et à caſu tutum hominem feruet. Adliduò inquire, qualesij fint, quos teftimonium de te ferreuis, ac quæ co rum fint mentes.Ita nco cos qui inuo luntariè peccantculpabis, nee teſtimo nijegebis,fiinipfosfontes infpicias,un deijopinionesfuas,appetitiones hau ſerunt:Omnis animus, inquit illc, non ſua ſponte priuatur ueritatc: idem sentiendum de iustitia, temperantia, benignitate, omnibusý limilibus. Atnecef ſariū eſt quâ maxime, id te nunquã nó meminiflc:ita. n. erga oés crismitior. Dcomni dolorein própru fit tibi co gitare, cum ncg turpem efle, neqmen tégubernątricem reddere deccriorem feras. Id quog recordare,multa cú ea quippe hæcnegrationc materiæ, nem ſocietatis humanędamnum accipit. In maiori autem dolorum numero etiam Epicuri dictum prodeſt,eum ncg into lcrabilem eſſe,ncg æternum. fiquidem finium recorderis,ac non preiudicium in dem habeantcum dolore naturam, ta men occultèmodò moleſta eſſe:ut dor miturire, eſtum ferre,nauſeare:quorum aliquod li moleftè fers, dic tibiipfi,te dolori ſuccumbere. Vide neita afficiaris contra inhuma nos, ut homines contra homines. Vnde nobis conſtat Socratem fuiffc illuſtrem et meliori conſtitutionc præ ditum? Non enim ſatis eſt eum clariori morte occubuifle,aut peritiùs cum So phiſtis diſputalic, et patientiùs in frigo re pernoctalle, et Salaminium abdu cere iuſſus,fortiter rcpugnaſſe, acíuijs maieſtatem uultus præ ſe tuliſſe,dequo maximè dubitari poteſt an uerú id fuc rit. Sed hocconſiderandum eſt, quo ani mo fuerit Socratcs,an potuerit conten tus efle, Siiuſtumfc hominibus præbe ret, ac pium erga deos, annequç teme rè ob aliorum maliciam litindignatus, nec ullius inſcitiæ ſubferuiuerit, an ni hil corum quæli uniuerſi natura attri buiſſet, tanquam peregrinū autintole rabile acceperit, nunquám ne affecti bus carnis conſentientem mentempræ buerit. Non ita confudit omnia natura, ut no liceat circúfcribere ſeipſum, et quæ ſont propria cuix, caipfum in ſua reti nere poteftatc.Admodum cnim poſsi bile eſt,ut quis diuinus uir fiat,acă ne mine cognoſcatur. Hụius ſemper me mento:atqhuius etiam, quòduita bca ta in pauciſsimis rebus eft pofita. Nog guia deſperattice Dialecticú autPhyl cum futurum,iccirco etiã liberú,pudi cum,fociabilem,deog obedientem to fieri poſſe. In maximaapimi uoluptate licețui uere, tutum ab omni ui,utcung omnes quæ uolunt contranos clamitent:etia li corporeæ huius molis membra å ferig laniétur.Quid enim obſtat, quominus intcrim meas ſeipfam conſeruet in tran hic 10 5 quillitate,uero de rebus præfentibus iudicio, et uſu corú quæ ſuntpræma. nibusexpedito: ita quidem ut iudiciú rei fubicctæ dicat: fanè cu natura tua họces,etfi aliud uideris:urg ulus dicat rei oblatæ: Ego te quærebam. Semper cnim id quod adeſt, materia mihi eſt exercendæ uirtutis rationalis et ciuilis, omninog uirtutis humanę aut diuinç. Omni enim id quodaccidit,deo eft aut homini familiare, ncgnouum, ncgin fractabile,ſed conſuctum et tractabile. Perfectio morú hocpręſtat,ut omne diétanquá ſupremūagas,nihil tremas. nihiltorpeas,nihil Gmules.Dij, cu Gar immortales, tamen non indignè ferút, quodin tam diuturno zuo ſemper om nino tot improbos homincs perferre debeant: quinimo illorum curam fum mamgerunc. Tuautem qui iamiam cef fabisuiuere,defperas,idg unus è numc romalorum.Ridiculumeft te non fuge rc tuáipfiusmaliciam, id quod potes, aliorum uelle fugere, quodnonconce ditur tibi. Quicquid rationalis et ciuilis tua uis inuc  vn. ich inuenerit nc rationi cóſentancū,ncq ad focietatem conducens, id rectè ca indignum iudicabis. situ benè alicui feciſti, et cſt, quià to beneficium acceperit, quid præter hæc duo tertiumaliquid requiris ftultorü more,ut et uidearis bcnè feciflc, et gra tiam recipias. Nemo defatigatur accipi endo aliquid utile. Atqui utile tibi cita tcſecundum naturam aliquid agere: nc igitur dum alij prodes, dcfatigare tibi aliquid boni parando. Vniuerfi natura olim ad mundum fa bricandum fe contulit: nunc autem uck omnia quæ fiunt, confequétia fiút ſua,, uel ctiá in præcipuis corum, ad quæ fa mundi gubernatrix natura confert, ra tioninullum locum efle et cóGlio, tené dumeft. Hoc, et memoria tencas, multis in rebus animo ut his tranquilliori cffi ciet. hs 1 'D quoqad minuendamglo riæ cupiditatem facit, quòd non licet tibi adhuc totam uitam,quæàprima tuaæta te fuit, philofophicè uiuere: fed cumul tis alijs, cum uerò tibi ipli manifeſtum eſt factum,teproculà PHILOSOPHIA abef fea Gonturbatæ igitur funt tuæ ratio nes.cumaço ipfeiam nomen philofo phi facilèpoſsis adipiſci, et tuum inſti tutum repugnet. Siitaque uerè perfpe xiſtį, in quo litrespofita, omitte curare quis habearis:fatis autem fit tibi fireli quú uitæ arbitrio naturæexigas. Quid ca uelit, cogita, hinc te nihil diuellat. Expertus enim es circum quotres ua gatus,nufquam uitam beatam inuene ris:nonin ratiocinationibus, non in di uitijs, non in gloria, non in voluptate, nullibi.Vbi uero eſt?in agendo ea, quæ hominis natura requirit.Quomodo ita aget? Si eahabeatdogmata,à quibus có ſentạneæ appetitiones &actiones ueni ant.Quęſunt illa?debonis& malis.Sci licetNihil, effebonühomini, quod nó reddit iuftum, temperantcm, fortem, li beralem:nihilmalum,niſi quod horum contrarium efficiat. In omni actione à teipfo quere, qua lis ca tibi Gt. Nec poenitentia eiusmoue re: parum abeſt, ut moriaris, &omnia è medio fint. Quid prætcrca requiro, li præſens a &tio animalis eſt mente prædi ti,ſocietatis hominum ftudiofi et deo æqualis. Alexander, Caius, et Pompeius, quid hiad Diogenem, Heraclitum, vel Socratem? Hi enim nouerant res, earum cau ſas,materias:ita erant ipſarum mentes. inſtructę.Ibiuerò, quibusin rebuseſſet prudentia, et feruitus. Nihilominus cadem facicnt,eciam litute ruperis. Primum cſt hoc,neperturberis:om nia ſecundum uniuerli naturam eucni unt:paulò pòft,nuſquam eris,ficut núc Adrianus et Auguſtus. Deinde in rem ipfam intucre,eamg cólidera,recorda tusoz debcrc tc eſſebonum uirú, acad hominis natura uelit, ageid quod pro pofitum eſt cóftanter, aciuſtiſsimetúc te egiſſe puta:modòplacidè,uerecúdè, et citra ſimulationem cgeris. Vniuerli naturehoc agit,ut quæ hoc modo habcnt, aliòm Pomba, et exuno lo coin alium res transferat: Omnia con Itant mutationibus, neß quicquã mc tue: nihil enim noui,omnia uſitata cue niunt, et æqualiter diſpenſantur.Cæte fum unaquęg natura,firccta uia ingro diatur,fibiipfi fufficit.Natura autem in tellectiuaid facit, G'in cogitationibus, id obſeruet,ne falſo,aut obfcuro aftipu letur: impetus animi ad eas folum actio ncs dirigat, quæ faciunt ad ſocietatem hominum: catantum appetat et uitat, quæ in nobis funt pofita: omnia quæ à communi natura tribuuntur grata ha beat. Hiuius enim pars eſt,bcutnatura fi lij,naturæ ftirpis pars eſt: nifiquod hæc eſt eius naturæ quę et ſenſu et intelle Au carcas,impedirepoſsit:Hominjsną  gratis non iraſci. tura,pars eſt naturæ quæ impedirinon poſsit,intelligat, et iuita fit:liquidem æ qualiter, et pdignitate uniuscuiuſuis tempora,ſubſtantiam,actionem, et eué ta diuidit. Congdera autem æqualitaté că inuenturum te fifingulas res exami nes: finunam cum uniucrGs conferas, non item. Atqui licetlibidinem arcerc,uolup tatibus &doloribus ſuperiorem eſſe, item gloriola: licet ctiam ſtupidis et in Nemo te audiat uitam aulică repræ hendere,ac ne tu quidem teipfum. Penitentia eſt repræhenlo quędam fui ipfius, propter bonü aliquod dimif ſum:bonú uerò, oportet utile effe, ideo qúe ciºcura é haběda uiro bono et ho neſto.At nullus talis pænitentia ducc turobneglectam aliquam uoluptatem, ergo uoluptasncqin bonis eft, ncoin utilibus numeranda. Resita expédendæ ſunt.Quid é hocp ſc, et fua, ppria cóftitutionc? ģei° ſubită tia &materia, quæ forma? quod eius in mundo officiú,ac quandiu permanet? Si difficulterà fomno expgiſcaris, reminiſcere conſentaneum eſſe tuæ conſti tutioni, et naturæ humanæ, ut aliquid agas quod coetui humano pſit. Atdor mire,etiam brutis eſt communc. Quod autem unicuiq ſecundum naturam eſt, id et magisproprium ei eſt, et cognati us, adde etiam gratius. Hoc aſsiduo et quibuſcũæ incidétibus cogitationib, li fieri pofsit, in promptu habendum. Si de natura, affectibus,aut alijs reb. diſputare cum aliquo libet,ftatim teip fum antè interroga: Quænã is ſentit de bonis &malis.Nam opiniones de uolu ptate et dolore, eorumg efficientibus, de honore, ignominia, morte, uita. Non debet mihinouum aut mirum uideri, li quæ res hoc aut hoc modo a gát: cogitabo em, ita opus efle fieri. Co gitabo, licut turpe fit uelle me in mira culum raperefificus fructum ſuum pro ducat, ita etiam, fi mundus ea proferat, quorum eft ferax: etiam medico et gu bernatori turpe fit mirari uelle, li quis febricitaret, aut fi aduerſus uentus exi Iteret. Memento mutare ſententiam, et re aệ et èmonentiobſequi,perindeeffe libe ri. Tua enim adio fecundum tui animi impetum fit atque iudicium, tuamo mentem. Siin tua eſt poteſtate,cur facis? linin alterius,quid repræhendis? atomósne, an Deuni? quorum utrungeſt cum inſa nia coniunctum.Nihiligitur repræhen dédum.Nam fi potes,uel eum qui cau ſa eſt,corrige,ucl,fi prius nequis,rem ip fam: lin neutrum,quid iamtibi profuit repræhēdiffe? atqnihil fruſtra faciédű. Quod moritur,non excidit è mun do:nam ut conftat, et mutatur, ita etiã diffoluiturin elementa, quẹtibifunt cũ mundo communia.atq hæc ipfa ctiam mutantur,negindignè ferunt. Vnum. quodgeſtad certum finem factum, ut uitis, equus. quid mirum? etiam ſol, et reliqui dij pofluntdicere,cuius rei cau fa facti funt. Tu ucrò cuius cauſa? num uolupta tis? uide an hocferat intellectus. Natura confilium inijt de uniuſcuiuſ quereitam finc,quàm initio et duratio nc. Si quis pilam inſublimçiacier, quid h nam ea uelcûm effertur, uclcum defert, aut cadit quid bonimaliucpatit?Quid bullæ boni accidit fi conſtet,autmaligi diffoluatur? Idem de lucerna poſsisin telligere. Cogita quidfiat corpuſculo Genelcat, ægrotet,fi ſcortetura Breuis uita cft et laudantis, et cius q laudatur, cius quimentionem facit, et eius, cuius mentio fit:prçterca fit hocin angulo portionis mundi, acncque ibi quidem omnes contentiunt, imò nelie bi quidem ipfi quifqua. Tota ucrò ter ra punctumeft. Animum aduerte ſubicctæ opinio. ni,actioniaut di&to. Meritò hçcpatcris, malles uerò cras bonus fieri quàm ho dic. Siquid ergo, id ita fit à me, ut ad benefaciendumhominib.referatur.Ac cidit mihi aliqd,referoidad Dcos, om niumg rerum fontem,& originé,à qua omnia inter ſe connexa dependent. Lauare,quæ tibires uidetur? Oleum, sudor, sordes, aqua, ſtigmenta: omniaab ominanda.Ita fe omnis pars mundi, om nisgres ſubiecta habet. Lucilla Verum, deinde Lucilla fecunda Vini, da Maximum.Secunda Diotimum,Fau Itinam, Antoninus hæc omnia. Cęterű Adrianum, inde Celer. * Vbi ucro auſte ri illi &uates, et inflaci? ut ex auſteris Charax, et Demetrius Platonicus, Eudemon, et fi qui alij tales. Omnia in diem durant.iampridem mortui ſunt:quorú dam ne minimo quidem tempore dura uit mcmoria: quidam fabula facti ſunt: ponnulli etiam c fabulis jam cuanue rűt.Idigiimemoriatenédú, g necelſeç rit autdiſsipari tuâmixturā, autextin guianimulă,autmutari,ctaliò trasferri. Læticia hois é, ut faciat quæciſuntp pria.Propria aút cius funt:beneuolétia crgaſuũ genus,cótéptusmotuúq ſunt in lenGb.diftin &tio inter uiſa pbabilia, cótéplatio naturæ uniuerfi, et corúqſe cundú că fiút.Itě tres refpeétus:unus ad cauſam pximā,alter ad diuină çaufam, à quaoíaoíbus cueniüt,tertius ad cose nobiſcü uiuút. Doloraut corporima lus é:ergo ipfum id pnúcict,autalo.Scd animuspoteft fuam tranquillitatem et ferenitatcm conferuarc, ncc dolorem pro malo ducere. Omnc enim iudici ým, omnis impecus,appetitio, et inclinatio intus eſt:ncq.ci dolorquicquam mali affert. Quare omnia uila tolle ex animo, Continenter te ipſum admone:Núc in mea cft poteſtate,ut in animo hocni hilfitmaliciæ,nihil cupiditatis, nihil. cu multus: accum omnia ita cernam, uti funt, fingulis utor pro ipsorum dignitate. Hoc tibi licere,memineris fecúdum naturam. Loquere et in ſenatu, et cum quibus cunghominibus compofitè.Sana ora tione non eſt apertè femper utendum. Aula Augufti, uxor, filia, ncpotes, po ſteri,ſoror,Agrippa,cognati,proping, amici,ſoror, Agrippa,cognati, propinqui, amici, Areus Mæcenas, niedici, sacerdotes: omnino totam aulam mors abripuit.Deinde etiam accede, ubinon unusmodò eſt mortuus homo.Defecit tota Pompeiorum gens:hincmonimen tis etiam inſcribi uidemus,fuiſſe aliqué cius familiæ ultimum. Quàm anxij uc rò fuere maiores cius, ut aliquě ſuccel forem relinquerent: et tam necesse eft aliquem efle ultimum. Vita componenda est ita, ut conftet uniuſcuiuſ actionis ratio. Quarum li unaquęg ſuum, quantum cius fieri po teſtpræſtet officium, contentus fis:at queid quominusfiat,nemo tibi obfta re poterit.Sedobftabit,inquis, aliquid extrinſecus. Nihil quidem, quodiufti ciæ,modcſtię &prudentiæ impedimen tolt. Atqui fortaſsis aliquiduim agen dihabens impediet? quin tu id impedi menti boni conſule, fico ftatim facto tranfitu adid quo conceditur moderá to,alia emergertibi adio, quæ ad cam, de qua loquimur, conſtitutionem qua dret.Accipiendumline faſtu, dimitten dum cum facilitate, Si quando uidiftimanum abſciſlam, uelpedem,capútuc amputatum alicu biſcorâmă corporciacere, cogita ei ſe adfimilarc pro uirilifuahunc, qui im pá bat ea quæipli eueniunt,ſeg à commu ni ſocietate feiungit,aut agit aliquid ab čaalienum, Ita tu te ipſum ab unitione Dáturali abrupiſti,cuius eraspars narº: nücuerò teipſum abfcidiſti.Id uerò fei tum eft, quòd iterum tibilicetei adiun  gi:id quod nulli alij parti deus concef fit, ut ſeparata et auulla rurſum inoleſce ret toti.Hicmihi bonitatem conlidera, quæ homini tantum honoris detulit. Nam et initiò iplius in manu pofuit,ac à toto auelleretur: et deinde, ut auulfus redier,iterug cócreſcerco locü partis recuperarepoſſet, dedir. Nãquéadmo dugngulç ferè rationis cópotes naturą ab ea cæteras facultatcs, ita nos quoß hanc ab ipſa accepimus. quemadmo dumenim ipſa omne id quod obftat et rcfiftit,cóuertit, et fato fubijcit, ſuam partcm efficit:ita animal rationc prædi tum poteft omne impedimentum pro ſua materia accipere,coğuti adid, qd intenderat. Note cogitatio totiusuitæ confuna dat: neq animum aducrte ijs,quæ mul ta uidentur dolorem poffe afferre. Sed ſingulis rebus oblatis à te ipfo quæro, quid náca in rc Gtintolerabile:id cnim pudebit te fateri. Deindememineris,ne que præterita tibi, ncquefutura ullam afferremoleſtiam, fed præſentia tantű. Achæc cxtenuantur,& fuis ca limiti, bus, determines, cogitationem tuam redarguas,fi ca tam cxiguæ reinó Grfo rendæ. Num iam domini tumulo adfident Panthca, aut Pergamus? Num Adriani sepulchro Chabrias et Diotimus? ridi culum hoc. Quid verò G adGderent, ſentiréntne illi? autuoluptatem cape Tent, fiquidem ſentirent? aut fi cam ce piſſent, an coimmortales eſſentreddi te? Nónnchis quoquefatum fuit,ut ſencs &uetulæ priùs ficrent, inde mo scrétur? Quidautem illi poftmodò fa ciét, his mortuis? Oia hæc fætida funt, et tabus in facco. Si acutèuidere potes, afpiccetquàm fapientiſsimè iudica,inquitille. In conſtitutionc animantis mente præditi nullam inueniouirtutem quæ iuſticiam cxpellat: Sed quæ uolupra. tem cijciat,uidco continentiam. Si tuam opinionem detrahas ab ea quod uidetur dolorem afferrc, ipfe in tutiſsimo es collocatus.Quisipſe? Ratio.Verùm ego, inquies, non ſumra tio.Efto.Proinde ratio ſeipſamnedolo re afficiat:Si quid aliudin te eſt quodlæ datur,ipſum de fe iudicet. Cùm impedit fomnus aut appetitus, idmalú accidit uegetatrici animæ: quæ &alia ratione offenditur. Ita fi mensim pediatur,fitcum damno mente prædi tę naturę.Hæcoía ad te tranſfer.Dolor, uoluptas,attinguntte?Si uiſus impedia tur quominuscernat,impedituriã fen ſus. Quòd fi abſos exceptione aliquid appetis,iamid cú rationis capacis par tis incommodo fit:lin communetibi p poſitum eſt, neg læſus es, nec impedi tus. Mentis quidem proprias actiones nihil aliud impedire poteft:nonenimac tingitur ab igni ferro,tyráno,autcalum nia,aut alia ulla talire. Sphæra cum fit,rotunda manet. Indignum eſt, me mihi ipfi dolorem afferre,quinullum unquam aliúlubens læferim. Alijs aliæ res læticiam afferunt:mihi, fi pars mei princeps fana ſit, ne auerſe tur quenquam uel hominem, uel humanum calum:Sed omnia placidis afpici at oculis, omnia accipiat, ijsý utatur uti dignum est. Difce præsens tempus tibiip, gratificari. Qui commendationem pofterita tis magis curant,nó reputant dos horú Similes futuros,quosnuncægrè ferunt, argipä сcia mortales. Porrò quid om nino tua intercít, a talibusi) uocibuste cantent,autita de te fèntiant. Tolle mc, et ponc quocung uoluc tis, ibi enim utar genio mcopropicio.i. cótéto,& habeat ſe &agar naturæ mica confequenter. Id uerò an dignum eft,ut malè props tereà habeat animus meus, ac feipfo de terius?abicctus, appetens, anxius;per. territus? Ecquid co dignum inueniam? Homini dihilaccidere poteft quod nó fit humanum, nccboui,uiti,ſaxo quic quam, quod nonlit confentaneumcius naturæ. Quòd fi unicuigid contifigit; quod et cófuetum eſt,& naturale,quid eft cur indigneris? nihiliticoletabile ci bicommunisadfert natura. Sin propter cttrancam aliquam ré perturbaris: nó A illa tibi, fed tuum de ea iudicium, molc ſtiã affert: id uerò ut abolcás, in tua eſt poteſtate. Quòd fi quid eorú quæ in te ſunt, te moleſtat, quis eſt qui prohibe at,ncopinionem emendes? Similiter Gi doles te hocnon agere,prodeft cogi tare,curnon potius agasaliquid, quàm doleas: ſin aliquod potétiusobſtat,no li dolere, cùm nófiat tua culpa,neagas. At uidetur ujuendum non elle,nig hoc agatur: placidus ergo uitam relinque: quádo &is qui agit,moritur æquusim pedientibus. Memento partem tui principem ſu perari non poffe, cum in ſe collecta fc ipsa contenta est, neque quicquam pre ter uoluntatem agat, etiam fi noninftru eta ratione pugnam conferat. Quid er gò fier, li étà rõe parata, circúſpectè de reb.iudicet.Itaqmés ab affećtibus libe ta,arx é: nihil. n. munitius homo habet, quò refugiés fuperari nópót.Id qui nó uidit,indoctus est: qui uidit, ncq eòrc fugit, infortunatus. Siqd uiſa aut cogitationes tibi renú. ciāt, caue aliquid cu addas. Renunciacú 'cit, eft,aliquem tibi malè dixiſſe. Eftoid al latum,non taméid quo $,cflc teleſum. Video puerú ægrotare:uideo, sed g inpericulo Gt,non uideo, Ad hunc modú ſemper ingifte primis uilis, nihilipfein tus adijce:ita nihil mali erit.Imòhocad 1.dc,noſlete omnia quæ in mundo cuc niunt. Cucumis amarus cit,omitte cum: uc i pres in uia ſunt, declina cas:ncq uerò dicas, Cúrnam hæcin mundo sunt facta. Ridereris enim ab homine naturæ rerű indagatore, haudſecus quàm à fabro aut futore, damnares quòdinofficina ramenta et reſecamenta operum uide: res.Atquihi ca poſſunt aliquo abijce re: uniuerli natura nihil extra fe habet. Verùm hocin cius arte potiſsimùm mirari decet, q cùm ſeipſam circumſcri pâffet, omnia quæ in ſe habet, quæ ob noxia corruptioni,ſeniog, et nulli ele uſus uideantur, in ſeipſam tranſmutat, rurfus ex his alia noua efficit: ita utne que fubftãtiá extra ſe requirat, neqlo cum,quò uiliores res eijciat.Contenta eſtigitur ſuoloco,materia:& arte. Neqin rebus agendis flu et uandum eſt, ncqucin communi uita turbandú, ncque cogitatiouibus uagandum, nego omnino animus contrahendus, aut fü bito impetu efferendus,ncg uita occu pationibus inanibus attcrenda.Cædes peragunthomines, mactant, exccran tur: quid hęc poffunt,quominus mens tua permancat pura, prudens,modeſta, iufta? Quemadmodum fi quis limpido et dulcifontiaſsiſtens, eiconuicium fa ciat:illa quidem ob id non ceſſat purā aquam ſcaturire: quin &fi quis lurum, aut ftercus inijciat,tamen ſtatim illa dif fipabit atą eluet,ncgabijs obturabit. Quid ergo agendum, ut fontemper en nem habeas,non ciſternam? Compone te ipſum,ut fis ad oés horas liber, man fuctus,fimplex,uerecundus. Qui neſcit effe mundum, neſcit ubi ür. Qui neſcit, cuius rei cauſa fit natus, ncß quis ipſefit,neq; omnino mundú cflefcit.Quorum alterutrum cui decft, is cuius gratia extiterit,dicere ncqucat. Vter uerò tibi elegantior uidetur, isą plaudentium fugit laudem,anilli, qui ac negubi,nequc qui fint,cognoſcunt, Laudari cupis ab hic, et feipfum ſpa cio unius horæter execrat? placere uis homini, qui ne fibi quidem ipfe proba tur?nifi is probeturlibiipa,qui ferè om nium eorum, quæ egerit,poenitétia cor ripitur. Non iam tantùm unà ſpirandus eſt circumfuſus aër, fed et confentiendum cum méte quæ uniuerfa complectitur. Haud em minus uis intellectrix omni ci, quod cam trahere poteſt,circumfu fa eft, quam ſpiritus ſpirare uolenti. Generatim malicia mundo non ob eft:inſpccie auté,nihil lædit proximu: Soli ci obeltcui et conceflum eſt, ut cũ primüita uolucrit,liberari ea poſſit. Non magis ad meam uoluntas alie na pertinet, quam uel anima eius, uel caro.Nam etfi maximè uerum eft, una noftrûm cffc alterius cauſa natū, tamé principes noftrum partes,ſuum quæli. bet dominium obtinct.Etenim curalte rius malicia,mihieſſer malo? cum non Elit uiſum Deo,ut in alterius Gt potefta te, cſſemeinfelicemSol diffufus effe uidetur? atæ omni. no quidem fufus eſt, non tame effuſus, Fulio enim eius, cxtenſio.Itaq et fulgo res eius, quos nos radios,actinas ab ex tendendo Græci dicunt. Quod autem Git natura radij, uidere eſt, fi inſpiciaslu men ſolis per anguſtum in umbrofam donum immiffum. Recta enim im mittitur, et diuiditur ad obiectum foli dum corpus, quòd aërem intercipit:ibi ucrò permanct,ncq decidit. Ita &intel lectum fundiac difundi, non tamen ef fundi oportet: quippe utextendatur,ne quc ui et temerario impetu ad obiecta impedimenta impingat:ne concidat, fed perftet, et illuftretid, à quo acci pitur, id quidem, quòd eum transmit tet,ſplendore ſeipſum priuabit. Qui mortem metuit, aut amiſsioně ſenſuum timet, aut diuerfum fenfum, Quod& amitượt ſenſum,nihilutig ma lifenriet; lin alium ſenſum adipiſcetur, aliud erit animal, neg amittetuitam. Homines unus alteri cauſa natifunt, Diſccigitur,aut fer, Aliterjaculú,alitermens fertur.Hæc enim etâ cauta ſit, &in deliberatione uerſetur, rectà tamen fertur.ingredi in principem cuiuſuis partem: præbet au tem etiam alij unicuique ingredi in ſu am principalem partem. Viiniuſtè agit, impietatis reus eſt. Etenim cùm uni uer natura ratione prędi ta animantia eò effecerit ut quantum eius dignum eft,unum alteri profit,noceatautem ne quaquam: qui uoluntatem cius præua ricat, impius utißeſtin omniú dcorú primam.Acqui mentitur,etiam impic tatisin candem dcam fefe obligat. Na tura enim uniuerfi,corúcſt natura,quæ funt:hęc autem omnia interfecognata funt. Porrò autem cadem Veritas dicituf,uerorųý primaeft caufa. Quii. tagſtudiò mentitur, cò quod decipit, impius eſt: quinon dedica opera,eò, p ab uniuerh natura diſcrepat, &quòd præter decorum agit, repugnās uniuer, b naturæ:repugnatenim ei, quiin con frariam partem à ueris deflectit, prætop quam iplius natura ferat, quęcioccalio nes præbuit, quibus neglectis non pót jam uera à fallis diſcernere. Impietatis reus is quoque eſt, qui uoluptates tan, quam bonum appetit, dolorem utma, lum fugit.Hic enim peceſſe eſt ſæpenu merà incufet communem natura,quae ſi ça aliquid præter dignitatem bonis malísue tribuerit:ppterca, quod fæpe mal¡ uoluptatibus fruuntur,cag.quib. efficiútur eæ,poſsidet: boniuero dolo re afficiunt, et in caufas dolorişincidūt. Jam qui dolorem metuit mețuet aliquá do aliquid eorum,quçinmundo fient: įd uerò impium eſt.Rurfus qui uolupta tem confectatur,non abftinebit fe ab in juſticia:id uerò palàm impietas eít, O portet autě ad ea,quæ natura in utraq partem æqualia effecit (nca cnim utra que feciffet, niſi ad utranæ partem exx quoſe babuilſet)eum qui naturam uult lequi ducem, fimiliter æqualiter eſſe ef fectum,Ita et qui dolores et uoluptates, mortem et uitam,gloriam et ignomini am,quibusæqualirationcutitur natu 14, nonin eodem ponitmomento, pro culdubiò impiè agit. Quod auté dixi, Naturam communcm ijs exæquo uti, ita intelligendú eſt,qdea cueniút in u traque parté conſequentia quadam, iu xta antiquum prouidentiæ impetum, quo illa ab aliquo principio ſe ad res i ta diſponendas contulit,complexa ra ționes quaſdam corum quæ ellent futu ra, deſtinatis quibusdam facultatib. ex quibus nafcerentur ſubicctæ, muta ţiones, et fucceflus eorum, Gratiofius quidem crat, hominem mendacij, fimulationis, luxus et ſuper biæ omnis inexpertum mori: ſecunda (aiunt)nauigațio eft,fatietate horum af fcctum antemigrareè uita quàm illa ui tia probare. Nondum ne tene experien tia quidem docuit,utpeſtem fugias? Pestis enim eft ca intellectus corruptio, lo gè magis, quàm aëris quædam intempe' ries ifta &mutatio. Hæc enim animali peftis eft,quatenus uiuitillud: hæcho minum, qua ratione ſunt homines. Mortem non contemne, boni camć conſule, quippe remexijs unā,quasna turadecreuit.Qualcenim eftiuueneſco re, ſeneſcere, augerc, uigerc, dentes, barbam, canos ferre, liberos crcare, uterű ferre, parere, reliquæ $ naturales effe ctioncs, quas tempora uiteadferút, tale eft etrādiffolui. 'Hominis ita ßrationc utentis cft,mortem ncggraucm,ncquc uiolentam, neg contemnendam rem exiſtimarc,fed operiri eam, tanquam u nam è naturalibus actionibus:perinde atque nunc expectas, quando fætus ex utero tuçuxoris edatur, ita expectanda etiam hora, quaanimula tua ex hocre ceptaculo excidat. Quodfi rudequidé, ſed taméquod corattingere poſsit,do cumentum accipis,omninò ut facile fo ras mortem efficiet, fi cogites, quales ij fint à quibus diſcedas, et à quorum morum litanimus tuus ſeparandus col luuica luuie. Iraſci quidé ijs qui tecum uiuút, nequaquam debes, ſed corum curā gc rere,ijsý placidum te prebere:Cogitan dum tamē tibi eſt,te ab hominibusnon idem tecum fentientib. diſcedere. Hoc enim unam erat,quod poterat retinere in uita', G fuiffet homini datum uiuere cum ijs,quieademſentirent:Núc uides quàm laborioſa fitinter unà uiuentes diffenfio,ita ut dicas:ô mors, uenicele riùs,ne quádo ipſe quog meiipfius ob liuiſcar. Quipeccat,abiipfi peccat: quiiniuftè agit, et biipfi iniuftè agit, ſco malum efficiens ipſum,lædit. Sæpenu merò iniuriam facitis qui nihil agit, nó is modò quiagit. SiadGt certa de rebus fententia, et a ctio ſocietatem humanam ſpectans, et animus ita affe et us,ut boni cóſulat om nia quæ accidunt præter id quod eſt à cauſa profectum: hæcli adfint, ſuficiút ad opiniones tollendas, Gftendum im petum animi, extinguendum appetitú, &habendum paratam apudſeſc parté principalem. Vna uita brutis animantibus eft dis tributa:unamens, rationem adeptis. Qucmadmodum una eſt terrenorú ter ra, et unam lucem uidemus, unum aêre trahimus. quæcáqucuidendi et uiuédi uim habcmus. Quæ commune aliquid habent,con tendút ad id quod eft eiufdem generis. Omne terrenum ad terramuchit,omnc item humidum, aut aërcum ad ſuum iti dem genus,ita ut neceſſe fituiea inde in tercludi.Ignis furſum effertur, propter clemétarem igncm: omniuerò hic igni aliquid eſtparatum utinflammctur,ita ut omnis materia paulò ficcior facilè i gnem concipiat,quia minus eft in eius temperic id quod inflammationě pro hibeatItag et omnc, id quod commu nis mentis eſtparticeps, limiliter ad co gnatum ſuum contendit:atq etiam am plius. Quanto enim eſt alijs rebus præ Itantius, tanto &parațius ut cómiſcea tur cum co quod eiufdemcſt generis. I taquc apudipla ſtatim bruta inuenta ſunt examina, greges,pullorum educa tiones, atq id genusquali amores.Ani macnim iam in his eſt, ido quod ea in unum conduceret, apud præftantioré partem reperitur:id quodin plantis,la pidibus &lignis nó inuenitur.Atapud ratione õdita animalia,ciuitatcs funt,ct amiciciç, et domus, et concilia:ingbel lo pacta et induciæ. Apudpræſtátiora, etiam ex diuerfis modis unitio quædá conftat, ut apud aftra adcò aſcenſus ad fuperiora conſenſum etiam in de iua dis cfficere potuit. Atqui apud catan tùm, quæ mentem habent,obliuio mu tui ſtudij et conſenſus reperitur, et hic modònon uidetur quomodò adſe in uicem affluant.Quanquam etiam fi fu giant homincs hanc coniun &tioncm,ca men ab ea corripiuncur, naturanimirú præualente. Vidcbis autem id quoddi co, li animum aducrtas. Facilius cnim inuenies tcrrcum aliquid nulli terreno adiunctum, quàm hominem ab homini bus auulſum. Fructumfert &homo,& deus,&mú dus,fuo unumquodą temporc: quòd lconfuetum cſtin uite, ut luum fru et ű, nullum communem ferat, tamen ratio fructumfert &communem &propriú, naſcunturg ex eo alia quædam eiuſmo di, qualis est ratio. Peccataliquis.Sipotes,meliusillum doce:fin uerò, meminerismanſuetudi nem tibipropterea datam: nam et ipli dij illis ſunt clementes, qui& nonnul lis ad conſequendam fanitatem diuiti as, &gloriam, auxilium ferüt: adeò funt benigni. Id et tibi licet, neque impedit quiſquam Labora, non ut miſer, nec ut qui uel miſericordia,uellaudé conlequi ſtude as:idunum tibi fit propoſitum agere ſe cundum ciuilem rationcm. Hodie omni me periculo exemi,imò uerò omnia quæ uidebantur mala cie ci: nihil enim extrà erat,fed omniaintus in opinione mea. Omnia hæc, quæ in caducis funt, fa miliaria iam mihifecit experientia:du ratione autem ſunt diurna, materia for dida,omniatalia, qualia erat etiã apud illos, quosſepeliuimus. Resipfæ extrafores ſtát,nihilipfæ de feipfisnorūt, neß pnunciát. Quid igit deijs pronunciat?ratio. Negidperſua fione, fionc,ſed actione diſtinguit bonum et malum ciuilis animalis ratione prædi ti: ſicut ncßuirtusneg uitiú in perſua fione, fed actione. Lapidi in altum coniecto nihil mali accidit fi dccidat,ncg bonum, quòdin ſublime effertur. Introſpice corum animos, et uidebis quosij iudices timcant, et ut hi ſeipfos iudicent. Omniafunt in mutatione,ac tuipſe quog in perpetua alteratione, ac quo dammodo corruptione. Quin et totus mundus. Alterius peccatum ibi eſtre linquendum, ut firactionis defcctus,ap petitus, opinionis quics,ac quaſi mors. nihil mali. Tranfi nunc ad ætates, ut puericiam, adoleſcentiam,iuucatutem,ſenectam: horum omnium mutatio eft mors.aun quid mali?Trág deinde ad uită ſub auo acam,ſub matre, ſub patre: quinetiã ali as multas mutationes et fines inucni cs, quære ex teipso, an quid mali Git?Ad cundemmodum eſt etiam totius tuz ui sæ finis, quies,acmutatio. Perpende mentem tuam,uniuerfi,ac proximi:tuam,ut ea iuſtam reddas.uni uerfi ut recorderc cuius pars fis: proxi mi, ut uidcas fitnein ca igooratio,an uc rò incellcctus. Simul intelliges te factú ad explédum ciuile corpus,atqita om nem actionem tuam facere ad uitam ci uilem complendam.Etenim quecúquc tua actio nó ad focictatem humanam, tanquam finem uel propinquum uel remotum refertur,illa uerò uitam inter polat,& unitatem eius foluit; turbaso ciet,ficut in populo cam plebs ſeceſsio nem facit. Abhac concordantia. Pue. rorumirę,ludicra ſpiritus qui cadauera geſtant:ut co efficacius accidatidquod eſtin Necya. Vade adqualitatem cauſa, čamgå materia ſecretam confidera, tum quàm diu permanerc omnino pofsit ca pro pria qualitas. Paffus esinnumera, eò quod non có tentus fuiſti cua mente agere ca,ad quæ crat facta.Sed hæc fatis. Cum te alius repræhendit aut, odit, aut aliquid talcpronunciat,afpicecorú animulas: intra, et uide quales Gint.Cer nes nihil eſſe tibi laborandú, ut hocuel illud ij de teiudicent. Bene quidem ijs uelle debes: Datura em amicifunt, eos dij omni ratione iuuant,perinſomnia, uaticinia.Hæc quidem de quibus ijcer tant, circulus ſunt rerum mundanaa rum, quæ ſurſum deorſumgab unoz uoin alterum uoluuntur. Aut ad fingulas res uniuerſi intelle ctus ſe applicat, quod fi eftita, id, quò ca ſe applicat:approba. Aut ſemcltan tum impetüfecitipfa més, reliqua om nia conſequéter fiunt.* Et quid unum alicui. Quodam enim modoAtomi. Omninò autem, que Deus fit, recte omnia habent: ſiue temerè ſunt omnia; i nunquid et tu? lam nosomnesterra occultabit:poſt ipfa quogmutabitur: et res deindealię item in infinitum mutabuntur.Enimuc ro qui fluctusmutationum et motuum confiderabit, earumg celeritatem, is omnia mortalia contemnet. Torrentis inſtar cauſa uniuerſi rapit omnia. lam ó ipſa iſta ciuilia quàm ſuntuilia? et quàm k uidentur homunciones iſti philoſophi cè agentes,pleni eſſe muci? Quid facien dum? quod nuncnatura poſcit,cò con tende îi liceat, neqcura,an fit aliquis mortalium hoccogniturus.Neo Plato nis remp. ſpera: Sed contentuseſto,G uel minimum procedat:hứcqueipſum ſucceſſum cogita quàm non fit exi guus. Mutat aliquis illorum ſuum placitum? atquiline horum mutatio ne quid eſt, quàm feruitus gementium, &perſuaſos ſe esse simulantium. Vade nunc et Alexandrum et Philippum et Demetrium Phalereum mihi dic, Vide rint an ſcierint quid communis uolue ritnatura, et an leipfos ſub diſciplina te nuerint.Quod ſi tragicè tantùm ſeſe o tentarunt,nemo me damnauit, ut co gar eos imitari.Opus philoſophiæ ſim-, plex eft, et uerecundum.Nolimeaddu cere ad faſtú, qui præſeferat grauitaté. Supernè contemplari infinitaarmen ta,ſacrificia,omnis generis diuitias, in tempeſtatibus et ferenitate: quæ facta funt,cum ijs nata, quæitem deceſſerút. Conſidera etiam uitam eorum qui ante te,& qui poſt te uiuét: horú ét, qui hodie apud Barbarosuiuút: @multico rum ne nomen quidem tuum sciant, mul ti ſtatim obliuiſcentur, mulu cũ te núc laudent, ftatim ſunt culpaturi. Deniz quam res nullius momehti lit memoria aut gloria, aut aliquid tale. Vacuitas perturbationum in his quæ ab extrinſe ca cauſa accidunt, iuſticia in ijs, quarū actionum tu es cauſa: hoc eft impe tus animi, et actio, quæ finem habe at ſocietatem humanam: id enim eft tuæ naturæ conſentaneum. Multa fup uacanea ex hisq te perturbát,precidere potes,q tota in tua ſunt opinione fità, multūý laxitatis et ſpacij tibi acqrere. Torūmundū alo cócipe,tuuğæuú per pēde, tú celeré lingularú rerú mutatio. né.breue.f.efſe tēpus ab ortu ad interi.. túid uerò q huncfequit,idó pillú prę ceſsit,infinitú. Oía quę uides,celerrime interibút: hi quo,quieorú interitú ui dent, ipfi quog mox peribunt. Qui decrepita lenecta moritur, idem ferer cum co, quiimmaturamorte cadit. Quænam ſunt eorum mentes, quib. rebus ſtudent,quæ habent in honore, quæ amant?iudicate nudas ipforum in tueri animas.Cum uituperando obeſſc, aut prodeſſe laudando ſe putant, quæ cítilla opinio? Amiſsio uitæ nihil eft aliud quàm mu tatio: hacautem delectatur natura uni uerfi, fecundum quam omnia fiunt rc te. Abæternoreseiuſdem formæ natæ ſunt, licg eritin infinitum. Quid ergo dicis omnia facta, et futura male. Ergo nullus inter totdeos repertus eſt, qui ca corrigeret, ſed damnatuseſt mundus ut perpetuis malis conflictetur. Vide quàm putris ſit omniú rerum materia,aqua, puluis,oſsicula,fætor: rurſus calli terræ,marmora: fęces, aurű et argentum:crines,ueſtis,fanguis, pur pura,omnia reliqua eiuſdemmodi. Eti am quæ fpiritu conſtant, alio modo ta lia, atq ex hisin hæcmutantur. Satis miſeræ uitæ eft, et murmuris, et et imitationis? Quid perturbaris? quid in hisnoui? Qui terret te?nú formala ſpicc cã.nú materia? afpiceilla. Extra hæc nihil eft. Quin &iam crga deos ſim pliciot &melior esfaćtus. Idem eft Gue tribus hæc, live centum annis ea diſcas. Si peccauit, malum apud ipſum eſt: fortaſsis autem non peccauit. Aut ab una aliqua mente tanquam onteomnia progrediuntur, quæ cor poribus accidunt:proinde pars non de bet euentis totiusfuccenfere. Autato miſunt omnia,confufio, et diſsipatio; quid ergò perturbaris?Menti tuæ dicis. Mortuus es?perijſti, efferatus es, ſimu las, cs in cætu, aleris? Aut nihil poffunt dij, aut aliquid. Si nihil,cur non compræcaris eos?Sin pol ſunt,cur non magis etiam pecis ut dét tibi, ne quid horum metuas, autexpe tas,ncque magis doleas ſi abſit,quam ſi adfit.Omnino cnim li poſſunt adiuua reij homines, etiam in hoc poterunt. Fortè dices,Dcusea in meapoſuit pote ftate.Efto. Nónne crgo præſtatteijs ģ in tua ſunt poteſtate uti libere, quàm de · ijs quæ non ſuntin tua man u pofita,ſo icitum eflc, animo feruili et abiecto 9 3 k 3 Quis autem tibi dixit, deos non in his etiam, quæ penes nosſunt,auxilium ad ferre?Incipe ergo precari de his, et uide bis.Precat alius, ut cum aliqua cubet: tu petę, ne eius rei appetitustibioriat. Alius petit, ut certa releuetur, tu, neca leuari tibi op' ft.Alius,ne amittat filiú: tu, ne idipfum metuas. Omninò adhuc modum uota concipe, et quid fitfutu rum uide. Epicurus ait fibicum ægrotaret, nul la fuiffe de corporis affectione cum ſu is colloquia,fed decaufis rerum natura lium præcedentibus diſputatum conti nenter.Eı rei ſe intentum, mentem ha buifſe perturbationum uacuam, ut quę motuum corpuſculi nullam partem acciperet, ſuum bonum cuftodiens,idea qúe ſe ne medicum quidem qui appli caret pharmaca adhibuiffe; Sed uitam benè habuiſſe.Tuquod is in morbo po tuit,hoc liquid alterius rei incidat,ob ſerua. Vt eniin non defiftere à philoſo phia propter quæuis negocia, neg cũ quouis uulgari homine nugari,omnib, Sectis é cómunc.lic in omniactione cie b h ti incumbendum ſoli, q ppoſitum eſt,in ftrumétog quoadidutimur. Si cui? impudentia offenderis,ftatim percótare teipfum, an poſsit fieri, ut nulli fint in múdo impudétes.nó pótaūt hoc fieri: neigitpoſtula id qd herinequit:alio quin ipse quoß un'eris eximpudétib. ijs, quos effe in mundo oportet. Idem de uerſuto,infideli,omnidenim quocú quemó uitiofo in próptu ſit tibi cogita re.Ná firecorderis neceſſarioid genus hominú efle, fingulos æquioré te prebe bis.Id quoq utileé,ftatimcogitare,quá homini natura uirtuté cótraid pecca tú dederit.Remediū.n.tribuit, cotra in gratos manſuetudiné,cótra aliud uitiū, aliud pharmacũ. Olo aút licet tibi in ui am reducere eu qui errauit: nā oís q pec cat, cò errat, pàppofito aberrat. Denique quid inde tibidamniallatú é:inue nies quidénullú eorú quib.iraſceris, tale quippiam fecisse, quomés tua fit futu ra deterior:atquiin hocunico fitú crat, ut malú tibi atg dánú accideret. Quid verò malum aut novum accidit, fi indoctus į homo agit suo modo: uide ne tu tibiip c 2 0 k 4 ſe potius ſisrepræfendis, quinon præ fenferis fore, utisi: a peccarct. Eenim anſam tibi omnino præbuit ut cogita res, confentaneum eſſe utis ita pecca ret.Ac tamen eius oblitus,miraris eum deliquiſſe? Maximè ucrò fi cui infi delitatis uel ingratitudinis cauſa ſuce cenſes, intra te conuertere. Proculdu bio enim à te peccatum eſt, fi eum ita affectum iudicauifti fidem feruaturum: aucl beneficium conferens,non eo có tentus fuiſti quod dederis, neque fru - et tum teipſa ex actione capere cogitaui ſti. Quid enim aliud requiris, cum ho mini bene facis?non cibi ſatis eſt,te tuæ naturæ conuenienter egiſſe, ſed et mer cedé inſup defideras, perinde ac fimer çede oculus poſcat,quia uiderit,autpe des ppter grellus. Quéadmodú enim hæc ad certūfiné facta ſunt,ita ut ſecun dúfuam conſtitutioné atą naturam ſi egerint, fuum finem adepta ſciamus:ita homo adbeneficentiam natus, et quid beneficij cótulerit, aut aliud quid ege rit,quod ſocietati humanæ conducat, fecitid,cuiusgratia eſt factus, conſecu tus cft id, quod ad eum pertinebat. Ris aliquando, ô anima, bona, simplex, unica, et nuda, ſplendidior corpo re tibi circumiceto. Gu ſtabis olim amoris affo ctum:plɔna eris,nullius indigens, nihil deliderans ncg animati neque inanimi ad fruitiones uoluptatum:ncqtempus requires: quo diutius fruare,neq locũ, regionem, aut aèris commoditatem, nec hominum conuenientiam.Sed có tenta eris præfenti ſtatu, dele et aberis omnibus quæ cruntin promptu, tibig ipfi perſuadebis,omnia tibiadeſſe,om nia cuareétè habere,omnia à Dijs tibial lata,probabisquæcúq ijs probabunt, ac quæ tibi ad perfe&ti animalis ſalu tem dabunt,quod bonum eft, iuſtum, honeſtum,omnia generat at continet et ample &titur, quæ diſſoluuntur cò, ut alia exiplis exiftant. Eris aliquando ta lis, utita cum Deo et hominibus uiuas, utne quid in ijs repræhendas, neg ab illis damneris.Obferuaquid natura tua requirar, quippe qui tātùm à natura gu berneris:id deinde fac &admitte, nifi tuanatura,qua animales, cò fiat deteri or.Secundo loco animaduertédumeſt, qd animalis natura quæin te eft, requi rat:idgo mne omittendum eſt, nifide terius tit habitura ea natura, ob quam rationis particeps diceris: nempe ciui lis, et rationalis. His uſus regulis, nihil ages fuperuacancum. Omni quod tibi euenit, aut ita euc nit,ut tu laturuses, aut ſecus.Si como do, quo tuid ferre potes, non fer ægrè, fcd utnatura tua te docet: fin cótrà, no litamen indignari, etenim ipſum peri bit.Enimuerò memento cam eſſe tuam naturam,ut omnia feras ca,quæ an into lerabilia iudicare uelis nécne, in tua eſt fitum poteſtate,ſecundum uiſa, qua id tibi prodeſſe aut conuenirc ducis. Siquis errat; docercillum debes benigne, et oftendere quid non animaduer terit.Siidneſcis,teipfumaccuſa,imò ne teipſum quidem. Quidquid tibieuenit, id omne abę. terno tibi deſtinatum eſt,atą à conne xu caufarum fataliter tributum. Nam &quod tu es, et quæ tibi cueniút, ab æ terno dependent. Siue ex impartilibus corpuſculis, fi uc natura mundus conftat, id primum conſtat,eflcte partem totius quòd à na ra gubernatur.Deinde,coniunctionem tibi quandam eſſe cum eiuſdemgeneris partibus.Horum memor,quatenus par tem me eſſe totius fentio, nihilægrè fe ram eorum, quæ à toto mihi tribuútur. Parti enim nihil poteft nocere, quod to ti prodeſt. At totum nihil habet, quod nóip6 profit.Id, cùm omnibu set có mune naturis, tú Vniuerſi naturæ hoc accedit, quod ne ab ulla quidemextrin feca cauſa poteſt cogi, ut aliquid fibi dá nofum producat. Quatenus uerò mihi cognatio quædam eſt cum partib. quę funt eiuſdem generis, nihil agam quod non refpiciat communitatem, imà ſemper ad communem utilitatem diri gammeas actiones, et à contrario auer tam.Hisita conſtitutis,necefle eſt uitá proſperos habere ſucceſſus: ficut et ci uis uitam profperam intelligeres,proce dentis per actiones ciuibus utiles, boniş consulentis quæcung ei civitas tribueret. Omnes partes mundi interire necef farium eſt, hoceft, alterari. Quod fi hoc etiam malumipfis fit,nónne uniuerfum malè poſsit perdurare, partibus ad inte ritum, &alterationem cóparatis. Vtrú enim natura inſtituitſuas partesmalè af ficere,malog obnoxia, et quidéneceſ ſariò,efficere?aut perimprudentia hoc admifit? Vtrung quidem non eft ueri li mile. Quin etiam ratione Natura omiſ ſa, ipfarum rerum naturam confideret, item ridiculum erit hóc. Simul enim di cere, quod mundi partes à natura factæ ſintad mutationes et carummutatio ncs quafi contra naturam euenientes mirari aut indignè ferre, abſurdum ſit: præſertim cum fingula ex quibus ſunt conflata, in ea etiam diffoluantur. Aut enim diſcretio fit clementorum, cx qui bus concretæ ſunt res, aut mutatio, ſoli di quidem in terram,aèrci autem in ae rem, ita ut hæc quoß aſſumantur in Ra tionem uniuerfi, fiuehoc certis conuer fionibus inflammabitur, fiue perpetuis uicibus renouatur. Solidas autem &ae reas partesnon opinare ab ortu te habc re: omnia iſta heri et nudiustertius ex alimento et inspirato aêre affluxerunt: hæcgmutanti, non id quod ex utero matris attulifti. Poneaut,hocte admo dum adiungere propriæ qualitati:nihil rcuera,puto,adid quod dicitur. Cùm fumpferis tibiipfinomina hęc, bonus,uerecundus,uerax, intelligens, prudens,alti animi,caucne quando ifta nomina,amittas,alijsg camutes. Celc riter ea aſo repete, acrecordarcnole in telligentis indicari ſcientia dc fingulis rebus percipiendi, et eú, qui cogitatio nibus alienis non occupetur: pruden tis uerò, uoluntariam approbationem corum, quæ communis natura tribuc rit:altitudine animi,mentis intentioné et ſublimitatem, ſupraleues et duros motus carnis, gloriam,mortem, aliasg res elatæ. Siigitur teipſum dignum his nominibus præftiteris,non id appetés, utab alijs ita appelleris,alius eris,alião ingredieris uitam. Nam talem te porrò elle,qualis hactenus fuifti,hoceftin hac uita raptari &inquinari, nimis ſtupidi eft hominis, et VITAM AMANTIS, fimiliso eorum, qui in pugna aduerfusferas fe meſi ſunt. Hicnim pleniuulnerum et ta bi,tamen hortantur, ut in craftinum fer ucntur,iterum pugnaturi aduerſus eof dem ungues et dentes. Itaq te paucisi ſtis nominibus accommoda, ac,& qui dem pofsis,ea tuere, perinde at hin In ſulas quaſdam fortunatas commigral ſes.Sin teinferiorem ijs eſſe ſentis, fece de audacter in angulum aliquem,utibi uictoriam obtineas: aut omnino è uita abi, non iratus,ſed Gimplici et libero ani mo, atæ uerecundo, cùm id unum in ui ta egeris,uteo modo difcedas. Vt auté memoriam illorú nominum retincas, haud exiguú tibi ad feret adiumentú, ſi recorderis deorum, atß eos nolle fe adulari,fcd hocuelle, ut ratione prædita animalia, ipforum quàm fimilima ef ficiantur. Ficus,canis,apis,ſuum quoduis offi ciumfacit: idem eft &hominis partiú. Mimus, bellú, terror, ſtupor, ſeruitus: hæc quotidic delebút facra illa tua pla cita, quæè contemplatione naturæ rc rum hauſta circumfers. Omnia autem, ita ſuntinfpicienda &agenda,ut et cir cumſtantijs fimul ſatisfiat, et cognitio inactioné uertatur,ferueturó animicó ſtátia ex earūſciétia accepta. Ignorat, non tñ cft abfcóditú Quando capies fru &tum fimplicitatis?qñ grauitatis? quan do cognitionis fingularum rerum? quæ: nimirum fiteius natura, quis in mundo locus, quandiu ferat eius natura ut du ret, quibus ex rebus conflata fit, quis eam poſsit poſsidere,quis dare autadi Aranca, ſi muſcamceperit, exultat: alius G leporem, aut piſciculum,aut fu cm, aut urſum, autfarmatas,nónne hi ſunt prædones? Si opiniones exami ncs, quomodo unumin alterum tranf mere. mPombaur,uiam ac rationem contempla di parabis.Continenter autem hucani mum aduerte, teý huic parti adlucfac: nihil eſt enim quòd perinde animum magnum efficiat.Corpus enim exue, in telligensgiamiam te ex hominibus di ſcedentem ifta omnia deſerturum,torů teipſum da iufticiæin actionib. tuis ſer uandæ, in reliquis quę eneniuntrerum naturæ totum te cómitte: quid alij uel fentiant de te, uel agant contra te, ne ad mentem quidem tibi tuam accidat. Duobushis contentus eſto, ut et iuftè agas in præſentia, et id quod nunc tibi obtigit,boniconſulas. Omnes alias oc cupationes,omnia ſtudiamiſſafac,huic modò intentus,ut rectà ſecundum lege ingrediaris, deum ſequens. Quis lituſusderebus tanquam ſuſpe Etis deliberādis hinc patet. Si quid age dum fit,uideasą id elle ex uſu, firmiter cò procedendum. Sın id nonintelligis, inhibendaactio, et optimis utendum confiliarijs.Quòd G alia his aduerſa oc currant,progrediendum eft iuxta præ fentes occaliones,animo ci quodiuftú uidetur intento. Optimum enim eſt cú áttingere ſcopum. Quietus fimul, et ad motus facilis, fi mul et lætus, et conftans eftis, qui ra-. tionem ubiq fequitur ducem. Interroga ex teipfoftatim à fomno ex pergefactus,nū tua interſit, fi quæ iuſta funt et reétè habent, in aliorum fint poteſtate?Nihilintereſt. Nunquid oblicus es, illi qui aliorum fermonibus et laudibusfeiactant,qua les in lecto fint,quales inméta quid? a gant,quæ fugiant, quæ confectentur? quæ furentur,quærapiant? non quidé manibus et pedibus, ſed precioſiſsima ipforum parte,qua acquiri poteſt (ſi qs uelit) fides, uerecundia,ueritas,lex,bo nusgnius. Omnia danti et recipienti naturæ p bè inſtitutus et uerecundus dicit: Da quicquid uis, aufer quicquid uis. Ne que hocaudacia elatus dicit, fedeio bediens, camś probans. Vitæ cxigua reſtat pars:uiue tanquá inmonte. Nihilem refert hîc ne fisuel illic,modò ſcias te ubig in mundo, tan quam in urbe eſſc. Videant, inquirant hominemhomi nes uerum ac fecundum naturam uiué tem.Sinon ferunt eum, occidant:præ ftat'enimhoc,quàm illo modo uiuere, Noniam præçerea tibidiſputandum eſt, qualísnam ſit uir bonus: fed curan dum, ut fis uir bonus. Subinde tibi ante oculos pone æuũ totum, et uniuerſam natura:cogita, uc res ſingulæ ratione ſubſtantiæ nuclei fint oliuarum,temporis,tenebri cóuer lio:1dý de ſingulis rebusindaga.Quem admodum exiam diffoluátur, finto in mutatione ac qualiputrefactione et dil ſipatione: utunumquodą ſuam ucluti mortem habeat.Quiſuntilli, qui nunc comedunt,dormiunt,coêunt,uentrem purgant?cum quiimperant alijs, ſuper biunt,indignantur,inferiores increpát? quibusilli paulò antè feruierunt, et qui bus de caulis?quieruntpaulò pòft? Vnicuiqid prodeft, quod naturau niuerG fert,atx co quidem tépore, quo ca fert. Expetit quidem pluuiam terra: expetit autem uenerandus æther cum eſt repletus nubibus in terram decide re,ita et mūdusid agere cupit,quod fit: dico itaqmundo,meei adſentiri. Itag et hocfit, et dicitur fieri, quod mundus uultita fieri.Authic uiuis, et te adſuefe ciſti, aut aliò te confers, et hoc uoluiſti: aut defunctus tuo munere moreris. Nihil eſt præter hæc. Bono ergo esa nimo. Semper fit euidens, hoc efſe agrú: 1 et quomodo omnia funt hieijs qui in ſummo luntmóte, autin littore, autu. biuis. Omnino enim inuenies Platonis illud, ftabulo in monte abditus: et ba lare. Quid eſt mens mca? ad quid nunc ea utor?Eſtne aliquid mentis uacuum? cftne aliquid à comunitate diuullum? num affixum et admixtum carni, ut il ludunàmPombaur? Qui dominum ſuum fugit, fugitiuus eſt.Lex autem dominus eft. Ergo qui cótra legem agit, fugitiuus eſt. Acdolo-, rem aliquis,iram, aut metumconcipit, propter aliquid eorum quod facūeſt, uçlât, uel fict ſecundum uoluntatem et eiusqui uniuerſum gubernat.Hic uerò lex eſt tribuens ſuum unicuif. Ergo 13 qui hoc modo timet, dolet, aut irafcit, et fugitiuuseft. Pater semine in uterum matris dimillo abijt. Inde ſuccedés alia cau ſa agit, et abſoluit facum,animaduerten dum eſt ex quo quid efficiatur. Rurſus cibus per fauces dimittetur,deindealia cauſaluccedens,ſenſum,appetitum,ui tam,robur,omniaģiſta aliaefficit.Ita ea, quæ in tanta occultatione fiunt, co Gderanda ſunt, facultasģita conſiderá da eft,ut& eam quæ deorſum, et eam quæ ſurſum uergit uidemus, non ocu lis quidem corporeis, fed haud minus tamenperſpicuè. Alsiduò conſiderandumeſt,quomo do omniahęcſint,qualia fuerint,aclint bulæ atqfcenæ earundem in ſpeciem rerum, quasuelexperientia uidiſti, uel exantiquahiſtoria cognouiſti,ut,aulá Adriani,totam Antonii aulam,totam Philippi aulam, Alexandri,CroG.Om nia enimhæc, talia erant. Tantú per alios animo tibi finge cũ, quialicuius rei caufa doletautindigna tur,fimilem efle porcello qui mactatur, et calcitrat at grunnit, Similisetiã ei qui gemitin lectulo ſolustacitè alliga tionem noftram. et quod ſolianimali ratione prędito datum eſt ut rebusque cueniütfpóte obſequat. Olo aut ſequi eas,oíbusé neceſſariū.In fingulis reb. rereexteipfo debes, fitnemors mala, proptereà quòd ea re te fit fpoliatura. Cuni alicuius offenderis peccato,fta tim ad te reuertere, ac cogita quain fi milire tu pecces: ut,Quòd argetum,uo luptatem, gloriolam in bonisducas. Id iram mox obliuione delebit: accedat autem et hoc,uteum inuitum peccare ſcias. Quid uerò faceret coactus? Tu; li potes,efficene cogatur, Cùm Satyronem uides,Socratium ti bifinge conſpectu dari:cùm Eutychen, Hymenem,uel Euphratem cervis, Eutychionem, Syluanum, Alciphronem, uel Trophæiferum imaginare: Xenophon. te uiſo, Critonem aut Scuerum: denis ſingulis aliquem priorum certa ratio ne limilem oppone. Simuluerò tibi ad animum accidat,Vbinamfuntilli? nusquam,autubicung. Ita nunquam non cernes res humanas fumum ellc et uani tatem.Maximè fi recorderis id quod ſe mel mutatum eſt, nihil fore in infinito tépore. Tu aut in quo tempore es? aut qui non ſufficit tibi, breue hoc honeſte exigere?quam materiam, o ſubiectum fugis? Quid enim ſunthęcoia,nifi ex ercitia rationis quæ accuratè perfpexiç naturam earum quæ in uița occurrunt rerum. Perduraigitur, dum eas res tibị familiares reddas: Quéadmodú ualid ventriculus oía fibi effiçit familiaria: et ignis ſplendidus quidad ei inijcias, fla mã ex co &fulgore edit. Nulli liccat uerè dicere,nó efſe te fimplicé et bonu: sedmentiatur, quicúq hocde te ſentit. Id uerò omne penes te eſt:quis enim pa hibeat,nelisbonus&fimplex? Tibimo ftet ſententia,nó uiuere,nifi talis ſis:ne que enim patiturratio te niâ talem. Quid Git, quod poſsit de propoſita materia rectiſsimè dici, uel agi, conſide ra:quicquid erit,facere tibi uel dicere li cet,nemine obſtate:neo prætēdete im pediri.Nexprius deſine ſolicitudiné, ita ſis affectus,ut qďuoluptuarijs ſunt deliciæ, id tibi fit actio in ſubiecta et ob lata materia, humanæ cóftitutioni co ſentanea.Oé.n.id qdlicet tibi agere ſe cundú natură, p uoluptatehabendú é: licet aút ubią.Nam cylindro quidem non datur,ut quouis loco feraturſuo, p prio motu, ut negaquæ, neg igni,ne alijs, quęànaturaautanima rationis ex pertereguntur:multa enim ſunt quęob ſtent eis, et intercipiant.Mensautem, ſi ueratio per omnia quæ reſiſtunt perge re poteſt ſecundum ſuam natura et uo luntatem.Hanc facultatem anteoculos tuos ponens, g mens per omnia poſsit ferri, ficut ignis ſurſum, lapis deorſum, cylindrus per decliue,nihilpræterea re quire.Reliquaimpedimenta aut corpo reiſuntcadaueris,autpræteropinioné, ipfius métisremiſsionénó lædunt,ne que ullú afferunt malū:Alioquin is qui impediret,malus confeftim fieret. Na reliquæ res omnes ita ſunt compara tæ ut fi qd eis maliaccidat,ftatim dete riores fiåt.At hîc, a oío dicédüeſt,meli or etiam fit homo, maiorique dignus į aude,fi rectè utatur ijs quæ occurrunt. Omninò autem memoria tenendum eſt,ei qui natura ciuis eſt,nihil poſſe no cumenti accidere, quod nonidem ciui tati noceat.Atqui huic nihilnocet,nifi quod obfit legi.Eorum uerò, quæ incó moda autinfortunia uocant, nihillegi officit:ergo neg ciuitati,ncg ciui. Qui morſus eſt à ueris dogmatibus, ei ad recordationem uacuitatis dolorú et metusſufficiet uel minimum. quale illud: Sternit humi uentus folia. Haud aliter genus humanum. Foliorum uerò rationem obtinent &liberi tui, &ij homines qui acclamát et collaudantita,utfidem mereri uide antur, aut contrà execrantur,aut tacitè repræhendunt et fubfannant. Foliorú rationem obtinent et hi, qui famam po ſteritatis excipient.Hęcenimomniana fcuntur tempore ueris:pòſt animus ea deijcit: inde alia ipſorum in locum ſyla ua producit.Breuitas uerò téporis om nibus eſt communis. Tu autem omnia perinde atque æterna fugis aut appetis, paulò pòft moriturus:& cum quite ef feret,alius lugebit. Sani oculi eft,omnia uiſlia cernere, et non uiridia tantum uelle, quòd faci unt ij, qui vitio aliquo oculorum laborant.Idem de sano auditu et olfactu sentiendum, utriqomnia fui generis senli lia esse promptè appræhendenda: qua ratione etiam uentriculus ad omne a limétum paratus debet effe,inſtar mo læ, quæ ad quæcunque molienda para ta eſt.Proinde et més ſana parata debet eſſe ad omniaquæ occurrunt. Sed ea ģ hoc tantum curat, ut liberi fint ſalui, ut ab omnib.laudentur eius actiones, ocu lo fimilis eft uiridia, autdenti tenuia tan tum uolenti. Nemo eft adeò felix, cui mortuo non Gintadftituri quidam, qui malú quod ei obtigiſle putatur, haud malè lit con ſulturus:probus,dicent, et fapiens crat: nónne ad extremum aliquis dicet fe cum, Etipfe aliquando reſpirabo-ab hocpædagogo.Nulliquidem noſtrum erat grauis,fed feng tamen clam nos ab coſperni. Hæc de bono uiro dicentur. ant. Nobis quàm multa ſunt alia, ppter quæ multi ſunt, qliberari à nobis cupi Hæcmoriens li cogites, cò facili us diſcedes hinc, reputans te ex ea uita abire, ex quaijipli q ei' ſunt participes, quorum gratia táta certaminafuftinui, precatus ſum,pcuraui,meuolüt migra re,fortaſſe aliquid meamorte alleuatio nis fperátes. Quidé,curdiutius hic mo rari quæras? Nihilo tn minus benignus illis diſcede,morem tuum ſeruans, ami cus,beneuolus,propicius:negutis qui abripiatur,ſed quibenemoritur,animu la facilè ſe foluente è corpufculo. Eo modo et ab his diſcedendum eſt, quib. nos natura accommodauit et mifcuit. Difloluitnunc? diffoluor et à familias ribus abducor, non reluctans, non vim patiens. est enim et hoc unum corum, quç fiunt secundum naturam. Asvesce, utin omni re teipsum per con teris. Hçustu quorſum hocrefert? A teipso facinitium, teg primo examina, Memento facultatem motricem corporis intus latere. Hæc est facundia, hæcuita, hoc est, ut ita dicam, homo. Nunquam circumiecta vasa animo tibi propone et instrumenta hæc tibi afficta. Similia enini sunt dolabræ, cotantum differentia, quod adnata funt. Alioquin sine causa, quæ ea movet et continet, haud maio ri sunt usui, quàm radius te xtrici, calamus scriptori, flagellum auriga. Aec propria sunt animi ratione præditi. Se ipsum videt, se ipsum componit feipfumtalé, quale vult, efficit, fru &tus quosfert, ipfepercipit,(Erenim plantarú fructus, atg etiam animalium, alij percipiunt.) fuum finem conſequitur, quicung ui tæ fit terminus: nó utin ſaltatione, et a gendis fabulis,alijs id genus rebus fit, ut fi quid offendatur,tota actio fiat irri ta: fed is animus omni in parte, ubicuß depræhendatur, id quod oblatum eſt,e fedum et nullius rei indigum reddit, ita ut dicere poſsit ſeſuum habere.Con plectitur pręterea totum mundum, eiſ inanc circundatum,figuram eius, infini tatem qui, certis conuerlionibus con Itantem regenerationem uniucrſarum rerum contemplatur. Inde cognoscit, ncgnouum aliquid pofteris cuen turú,nem eos qui ante nos fuere,quica amplius nobisuidiffe:fed quod is qui è quadraginta annorú,fi méte utaturferè oía præcerita &fucura uidet in reb.eiul demformę.Hecquoß eifunt propria, amorproximi, ucritas, uerecundia, utni hil feipſa præſtantius ducat,quod qui dem ei cum Lege eſt commune,itaut ai hilinterfitinterreciam rationem, &ra tionem iufticiæ. Cantilenam iucundam,faltationem, et pancratium contemnes, Siuocélua uè fonantem diuidas in fingulos fonos, ata ſeorlim de fingulis ex teipfo quæ ras an ab co patiarete uinci:pudorcpro fe et ò afficieris.Idem dereliquis fuomo do intellige.Deniqin omnib.illis quæ nonfunt uirtus, nec à uirtute profici ſcuntur, memento ad partes corum re fpicere, diuifiones illa in cótemptum adducere: ids in uſum totius uitæ eft transferendum. Qualis eſt aia quęparata fit, fiiamde beat à corpore ſolui, et uel extingui,ucl diſsipari, uelconſtare.Vtautem licpara ta ſit, à peculiari iudicio uenit: non ut fimpliciter mortem aliquis ſubcatid Chriſtiani faciunt, fed bene ſubductisra tionibus et cum grauitate, ita ut et alte ri hoclincuerború cxaggeratione per, fuadere poſsis. Egi aliquid ad ſocietatem humana códucens: ergò utilitatem ſum cóſecu tus.Id femp occurrat, nequnquādebt. Quã tenes arte?Bonuseſſe. Quánam fic hocratione? Si contempler, partim na tură uniuerâ partimhominis ſtructurā. Initiò Tragoediæ prolatæ ſunt, quæ monerent de ijs quæaccidere homini bus ſolent, eam eſſe.rerum naturam, ut liceueniant.At uerò quib. in ſceną delectabamini, curijſdem offendimini in maioreuitæ humanæ theatro? Vide. ris quidem,quod ita hæcdebuerint per fici,quodý ea feruntetiam ij, qniclama uerunt. Id Cithoron. Et fanè quædam utiliter à poëtis dicuntur, quale eſtil ludin primis.: Quod li dijmenegligút, &liberos, Rationem habet illud.item. Nam reb. iraſciſanènihil expedit. Frugiferam utiſpicam meæ uitæ me tam. aliag id genus. Poft Tragedia uetus Comædia illata eſt,libertatédiſci plinæ accommodatam habens, cazip fa haud inutiliter nos monens, ne faſtu extolleremur. Cuius fimile aliquid etiã Diogenes uſurpauit. Poſthas &media quædã comedia et ad extremú noua aſſumptæ ſunt, haud alium ob finem, a ad ſtudiú artis imitando oftentandæ. Dici enim et ab hisipfis quædam utilia, nonignoratur: fed tota huius poëſeos et fabularum,ſcriptionis intentio qué nam finem reſpicit? Quomodoeuidens fit,non eſſe aliud uitæ propofitú ita có modú ad philofophádū,ut eftid, quod núc tenes?Ramusà pximoamputari ra monó pót, an et à tota arborere fecet: fic homo etiã ab uno auullus hoie,nó pornó écà toto excidiſſe cætu. Itagra mum quidem alius aliquis, homo feip ſum à proximo feparat, cum eum odit aut auerfatur:ignorat uerò étà tota ciui li ſocietate ſecadéroeabrumpitur. Ve runtamé hoc habemus munere louis, hác ſocietaté cóftituit,ut rurſum adcre ſcere pximo, et explere totú poſsimus: Ettamen ſi hæcauullio fæpius admitta tur,efficie,ut uniriiterum at coaleſce rehaud facile pofsit id quod erat auul fum:tum uerò, quòdfatent plátatores, non eadem eſt ratio rami qui ab initio floruit cum arbore,manfitgin ea,&e. ius qui amputatus;rurſus deinde eſt in fitus. Oportet igitur in eadem arborc elle, etfi nonidem cum omnibus ſentias. Qui tibi ſecundum rectam rationem procedenti impedimento funt,ut auer tere teà recta actionenópoffunt,ica ne que tua erga ipſos beneuolentia depel lantte:utrobiß teipſum eundem ferua, utnon modò iniudicado cóftantia, et agédo, fed &aduerſus eosqte phibere conantur, aut aliâs indignantur,māſue tudiné tuearis. Haudem minusinfirmi eſt illis iraſci, ô defiftere ab actione, et concideremetu perculſum: utrunque eft eius qui ordinem ſuú delerit, quod alter mctu facit,alter odio cognati fibi, &amicinatura. Nulla natura arte inferior eſt: quip PC cùm artes fint naturæ imitatrices. Quodſi eſt,utiq naturaomnium perfe et tiſsima &omnia compræhendens, ar tium folertiæ nequaquam cedet. Porro omnes artes præftantiorú gra tia faciunt uiliora:ergo et cómunis na tura. Acoz hic eſt ortusiuſticiæ: ab hac reliquæ uirtutes dependent:non enim conitabitiuſticia,ſi uelrebus ſuapte na tura neqz bonis nec malis nimium tri buamus,uel temerarij,ucl errori procli ues erimus: Non ueniunt ad teres eę, quarum fu ga uel appetitu perturbaris,fed tu quo dam modo ad eas accedis:iudiciumita la que deijs quieſcat,ita etipfçquieſcent, et et ne ſequeris eas,neg fugies. Animus globo ſimiliseſt, figuræ æ quabilis, quandones effertie, negcó trahit,ſed luminefulget, quo in omnib. et rebusueritatem cernit,& in ſe quoque Contemnorab aliquo: uiderit. ego ibi curabo,nequid contemptu dignum a gam autloquar.Oditmealiquis: uide ip rit.Ego quidem omnibus ſum placidus ces &beneuolus,atco ipſo promptus ad ne ch ere cm que ipſo. 100 god m oftendēdos alijs ſuos errores: neß hoc exprobrādi cauſa, aut ut patientiam o ftentem meam, fed ingenuè et pro bè. Quantus erat Phocion, nifi idip ſum præ ſe tuliffet. Intus enim omnia oportetrectèhabere, et à dijs conſpici hominem nullam rem indignè ferenté, autquiritantem. Quid enim mihi mali accidit,fi alius id agit, quod eſt naturæ tuæ commodum? nó accipies id quod nuncnaturæ uniuerfi eſt opportunum, cum ſis homo eò deftinatus,ut commu ni utilitati inſeruias? Qui contemnunt fe mutuò, ijdem mutuò ſe demerentur: et qui mutuò de primatu contendunt, mutuò libi con cedunt. Quam putiduseſt, et fallusille, qui dicit: Statui fimpliciter tecum agere. Quid agis? non erat hoc præfari opus: ipla reshocoftendet.Statim ipſo in uul · tuinſcriptus debet efTe fermo,acftatim ex iplis oculisapparere: Quemadmo dúex afpectu amatores ſenlum ſui ama fij.ſtatim cognoſcunt.Omninò uir bo nus et fimplex hircoli debet aliquld fi mile habere, ut qui ei adeft, uelit, nolit, tń cius fimplicitate depræhendat. One tatio aut ſimplicitatis, infidiæ ſunt te étæ:neq uerò quicộ turpius eftfubdo lis acinfidis congreſsib.Hocoím maxi mè fugito. Bonus,fimplex& manſuelº uir,hæc oíaí oculis habet, ncg calatét, Rectiſsimè uiuédi facultas é in tuo aío pofita,nimirú ut res neg bonas ne quemalas,in nullo ponas diſcrimine. Id fet, et unamquamlibet eorum conté pleris diuiſim, et rationetotius,memor nullam earúin animis noſtris de ſe poſ fe excitare opinionē, negadnos ueni re: sed ipsas quidem quieſcere,nosautem effe, q deijsiudicia faciamus apudnos, easýnobis quali depingamus:cú liceat tñ autoío no depingereillas, aut fihoc oío ſit admiſſum ſtatim delere. Exigui temporis attétio hæc eſt, indefinis erit uitæ.Quid obftas,quo minus hęcrectè habeant?Quęli ſuntſecundú naturam, gaudeillis, et erútfacilia:ſincótra natu ram,quære quid fit tibi fecundum natu ram,atpid contéde et si gloria careat. Ignoſcedūé.n.oīci, ſuuğrit bonum. Videunde uenerint omnia, ex quib. conſtent,in quod mutentur,qualia fint inde futura,tum nihilmalicis accidere. Primùm, quis mihi ad eos reſpectus. Nati fumusinuicéun ' alcerius gratia.A lia autem ratione natus fum utipfisprę ſim, ficut aries gregi, aut taurus ar mento. Rem altius repetc. Sinó conſtat mú dus ex atomis, utią natura cum guber nat. Quod fi detur, utiq deteriora præ ftantiorumgratiafunt: hæcuerò, unum propter alterum. Deinde, quales illi ſunt in menſa,le cto,alibi?Maxime autem quib. illi funt neceſſariò opinionibusaddicti, et qua to cum faſtu aguntſua. Tertium eft. Sircctè faciunt hæc, nó eſt indignè ferendum: ſinfecus, at non ſponte,ledignoratione peccant. Omnis enim anima invita privatur cum veritate, tum eo, ut possit cum uno quoli betut eſt dignum,uiuere. Itaque dolo reafficiútur,li iniuſti, ingrati, auari,om ninoſiniurij erga aliosdicantur. Quartum eſt.Ipfequoginmultis delinquis, es ipſorum ſimilis:ac tametG quibuſdam peccatis abſtines, tamen ha bitum ea faciendihabes, ac uel metus, uel gloriolæ conſectandem causa, aut aliud ob malum, abstines similibus peccatis. Quintunc hoc quidem ſatis ſcis, an peccent. Quædam enim ordinc fiút. Omnino autem multa experiri opusē, antè quàm certum aliquid dealiorum actionibus ſtatuas. Sextum.ut maximèſtomacheris,ta men uita hominum eftmométanca, ac paulò pòſtomncsmorimur. Septimum.Non actiones ipforúno bis moleſtiam exhibent, cùmeæfint in ipforum animis: fednoftræ opinioncs. Itaq tolle uoluntatem iudicandi de rc aliqua tanquam mala: limul ſuſtuleris iram.Quomodo, inquies,tollam? Sire putes,non eſſerem turpem.Namnig.fo la turpitudomalum eſſet,tu quogne ceffariò multis modis peccares,ficres latro, et omnia tentares. Octauum.Multò grauiora adferunt dolor et ira,quam obaliorum pecca: ta concipimus, quam ipla illa, ob quæ m 3 raſc imtur et dolemus. Nouú manſuetudo, li genuina fit, no adſcititia aut fucata,inuictač. Quid uerò uel extremæ libidinis homo tibi faciet, fi conſtantermanſuetudinem fer ues, acl res ita ferat, placidè eum hor teris ac doceas eo ipſo tempore, uacás huic reitum, cùm is te lædere nititur. Si dicas,Noli fili, ad alias res nati ſumº: ego quidem non lædar,ſed tu: ido eia pertè et integrè oftendas, neque apes, ullum aliud eorum quæad cætű apta funt natura animalium ita agere. Oportet autem neque irridendi,neque conuitiandi caufa hocfacere,fed aman ter, atq ita ut ne cor mordeatur, néue ccio abuti uidearis, acne quis adftans mirctur,fed ut cum ſolo, ita loqui de bes, etiam fi alijadlint. Horum nouem capitulorum memento, tanquam a Musis li ea dono accepiſſes. Acincipe tan dem homo efle, dum uiuis. Tam vero cavendum ne irascaris eis, quam ne aduleris. Utrunque enim a societate est alienum et damnosum. In promptu tibi fit ira accedente, non iram esse VIRI, fed man ſuetudinem: id ut humanius, ita et VIRILUS EST, requiritgrobur, nervos et fortitudinem: quænon ſunt apud indignan tes et morolos.Nam quanto proping or eftmanſuetudouacuitati affcctuum, tanto et potentia: acquemadmodum dolor,in impotétes cadit, fic et ira. Uter que enim uulnus accepit, &herbápor rexit. Quod fi lubet, etiam decimum à duce Muſarum donum accipe:nempe, Inſani eſſe,uellene praui homines pec cent.qui enim hocpetit, id petit, quod fieri nó pót.Alijs uerò cócedere ut fint mali, modònein tepeccent, ingrati eſt, et tyranni. Quatuor potiſsimum motus animi continenter ſuntobferuandi, ac, fi eos deprehenderis, inhibendi. Primò, ut dicas. Hæc cogitatio non erat neceflaria. Alterum,hocfacit ad ſocietatis diſſolu tionem.Tertium, hoc non ex te dices: nam non à le dicere, inter abfurdiſsima eft reputandum. Quartum: tibiipa ex probra, eſſe hoceius, quidiuiniorelui parte uincatur, et cedat ignobiliori et mortali parti, corpori ſcilicet &eius craſsis uoluptatibus. Aêreū, et oésigneęparticulæ quęcó miſtæ ſunt tuo temperamto, cth natu ra ſurſum efferantur,tamen ut obediãt ordini uniuerli,ab ipſa mixtione conti nentur.Similiter omne terrçumin te, et humidum,cùm natura ſua deorſum fe rantur, tamen in ſublimimanét, non in fuo naturaliloco. Adcò elementa uni verſo obtemperant, aca quò deſtinen tur per uim, manent, donec diſſolutio. nis rurſum canat claſsicum.Nonnc igi tur iniquum lit, ſolam tuam rationem nolle obedire,ſuumglocú indigne fer re.Etquidem nihil ei uiolentum impo nịtur: ea modò, quæ eius naturæ conue niunt. Et tamen ea non ſuſtinet, fedin contrarium fertur.Motusenim adiniu fticiam,luxuriem iram,dolores, et me tus, nihil aliud eft,quàm ſeceſsio à naru ra: et cùmanimusaliquid corum quęc ueniunt indignèfert, tunc quoqueluú locum deſerit. Etenim ad equalitatem et pietatem cóftructuseſt haud minus, quàm adiuſticiam: quia et hæ (pecies funt uirtutum,quibus benè defenditur focietas humana, imò etiam antiquio resiplis iuſtis actionibus. Quinon eundem per omnem uitam propofitum habet fcopum, is unus et idem eſſe,p totā uitam nequit.Non fa tis eſt, id quod diximus, niG et hocad datur, qualem eſſe oporteat eú scopú. Quemadmodum enim non eſt Gmilis de bonis utcunqueplurium opinio,ſed quæ eſt certorum quorundam commu nis:ita et ſcopus ciuilis, et communita tem reſpiciens eſt ſtatuendus, Adhuc qui oés fuos animi impetus direxerit, omnes actiones ſimiles reddet,cogmo ſemper ſuieșit fimilis, Murem montanum, et dameſticum huiusý pauorem et fugam, Socrates, et uulgi opiniones,Lamias uocabat,puerorum terriçulamenta. Lacedæmonij peregrinis ſub umbră fede adugnabāt in ſpectaculis, ipli quo uis loco fedebant, Socrates Perdiccæ quærenticur nő ad ipfum ueniret,refpondit:nc turpiſsi mointeritu peream.hoceft,ne benefi cio affectus, idnon poſsim compenſaa re. In Epheliorum literis crat hocprz ceptum, quod iubebat quotidie remi nilci alicuius ex antiquis, qui uirtutem coluiffent. Pythagorei manè nos coelum afpice se iubebant,ut recordemur eorum,qui femper fuum officium præſtant: ité or dinis,puritatis, et fimplicitatis nudæ:a ftris cnim nullum eft uelamentum. Memento qualis fuerit Socrates > củ pellem præcingeret, cùm Xáthippe uc fte fumpta procefsit:acquæ dixerit fo cijs Socrates pudorc affectis, ac recede tibus, cum uiderent eúin iſto ornatu. Núquàm fcribere &legere alios do. cebis: nih ipſe prius didiceris: id multò magis inuita eſt præſtandum.Seruus es, ratione cares.tú charũ cor mihi rifum fuftulit. Virtuti grauibus facient conui cia urbis. Infani eſt, ficus hyeme quærere.Tale eft puericiam quærere præteritam. Epictetus puerum oſculatus, interi us cum eo fe collocutum dixit. Fortaſsis cras mortem obibis. Abo minaris hoc: nihil dictu graue cft, ingt, quod aliquod opusnaturæ defignat:ni ſi abominere, quod fpicæ'metuntur: Vua primùm cruda,deinde matura fit, pòſt palla:hæc omnia rei ſuntmutatio nesnonin nihilum, ſed in id quodiam non eft. Nemo ut dicebat Epectetus latro eſt uoluntatis.Ars autem, aitidem, in ueniéda eft in adſentiedo, utgimpetus animiferuentur,ita uthabeátautadiun ctam exceptionem, spectét societatem et dignitatem. Cupiditate omnino abſtinendum çít, neque inclinandum ad ea quæ non ſunt penes nos. Itaq, inquit,non de leuire,ſed de in. fania certatur,nib SOCRATES dixit.Vultis ne compotes rationis animos habere, aut non?uolumus. Cuiuſmodi, bonos ne an prauos?ſanos. Cur ergo nó quæritis? Quia habemus. Quid igitur conton ditis? Mnia ista, quæ per circui tus temporum adipiſcio ptas,iam nunc habere potes, nifi tibiipfi invides: hoceft, Siomneid gpręte. rijt,omittast,uturum prouidentię com mittas,id modò quod præſens eſt,diri gens ad ſanctitatem et iuſtitiam: alte ram, ut boni conſulas ca quæ tibi fatū tribuit etenimid natura tibi attulit alteram, ut liberè ac fine ambagibus ueri tatem loquaris,agasok ſecundum lege, et ut dignum eſt. Non impediat autem teneg aliena malitia,aeg opinio,ncß vox,nequc fenſus circundare tibi carnis. Id enim curet, quod afficitur. Itaq jamio exitu cùm fis,tantummentem tu am,idç quod eſt in te diuinum,uenera beris:neo morrem metues,fed nequan do uiuere non fecundum naturam incipias. Sichomo eris dignus mundo quite protulit,nec amplius cris tan quam peregrinus patria tua, admirans ca quæ quotidie eueniunt,ncg de hac uclillare dependebis. Videt dcus omnia mentesnudas à ua lis materialibus et corticibus iftis repurgamentis.Sola enim fua intelllige tia ſola ifta cótingit, quæ abipſohucde fluxerút ac deriuata funt. Quodipfum tu quoque li facere afucſcas,magna cx parte efficies, ne ita circútrahare. Qui cnim nó aſpicit carncm circumicctam, occupaturin ueſte, domo,gloria, relia quisg exterioribus ac quali tabernacu lo contemplando. Tria ſunt ex quibus conſtas:corpus, anima, mens. Priora duo tátum ea ratio ne tua funt, quòd corum curam geris: Tercium folum ucrè tuum est, quod si separes à te. Quæalii dicunt aut faciunt aut quetuipſe,aut ģte futura pturbát, aut quæ corpori tibi circundato, uela nimulæunànatæ præter cuam uolunta tem accidunt, ac quæfluctusexterna. rum rerum uoluit:Ita ut intellectus ab illis rebus, quæ fato una sunt, exemptus libera apud feipfam uitā uiuat, agensiu Ita,probás euéta, dicens uera, fi inquam remoueas à menteres quæ ci conſenſu quodam naturæ adhærent, itemģfutu rum et præteritum tempus, efficies ex tcipfo globú, qualis illcEmpedocleus. Sefolo exultās,totus ceres atqz rotú dus:Diſces id tátú uiuereg uiuis, hocé. in præsentia.I ta fiet, ut ad fine ufo ui tæ tibi ſupereſt, pofsis abſque petürba tionibus generosè,& geniū tuú pbás atq amās exigere. Sæpenumeròmihi mirari ſubijt,quidnãeſſet rei, q homi nes cùm feipfos magis ĝ quenquam ali um diligat, iñ ſuam de ſeſe exiſtimatio nem minoris ducant quàm aliorum. Quòd fi quis Deus,aut prudens præ ceptor mandet, ne quid homo apud fe ipſum cogitet animóue concipiat, nisi id statim lit prolaturus, certè ne unum quidem diemid coleret: adeòmagis ue remur, quid proximus de nobis fit exi stimaturus, qusm quid ipsi nos. Qui fit, quod Dij, cum oía pulchrè et humaniter ordinauerint, hoc unu neglexerint,quod nonnullos homines apprime bonos, acin quos in plurimus ſuam erga deum pictatem quaſi teſſeris fecerunt teſtatam,unuinig lele familia res multis pijs actionibus et facrificijs effecerunt, femel fato functos nonredu cunt,fedomnia extingui finunt. Idaute Gita é,ſcias deos aliterinſtituturos fuif fe,& aliter fieri expediuiſſet.Nam fieraj iuſtum, erat utiq etiam poſsibile: ac di erat secundum naturam, certe naturaid tulisset. Quod ergò res nó ita habet Si tamen non ita habet,id tibi faciatfidem non fuiſſe ex uſu, ut aliter quàm eft fie ret.Vides enim ipſe quoquete, dúhoc fcrutaris, cum Deodeiure diſceptarc. Atqui non hocmodo cũ dijs colloque remur, nili cos optimos eſle &iuſtiſsi mos putaremus.Si autem tales funt, ni hil certè in rerum difpenfione iniuftè accontra rationem neglectumpręteric runt. Ad sue facte ad ea etiam, de qbus de ſperas.Etenim læua manus, cum adalia obeunda ſitinhabilis,propterca q non conſueuit: tamen frænumfortius quàm dextra continet. Qualete corripiecmorscorpore et ani mo?Conlidera uaftitatem æui quod an te et poft te est, brevitatem vitæ, materiæ imbecillitatem. Causas ipsas ab integumentis nudas inspice. Quo referantur actiones vide. Quid dolor, voluptas, mors, gloria, quis sibi ipsi occupationum sit causa.Neminem ab alioimpediri, omnia opinionibus constare. In uſu placitorum Gimilem oportetel ſe pancratiaftæ, nó gladiatori:hic enim enſem quo utit li deponit, interficitur, alter verò manum semper habet paratam, camg ut ex uſu eſt conuertit. Huiuſmodi res conſiderandæ ſunt, diuiſione earum facta in materiam, formam et respectum. Quanta est potentia hominis? Cui licet nihil aliud facere, qid,quoddeus sit laudaturus et amplecti omnia quæ ei Deusobtulerit. Quodad naturam conſequitur,eius cauſa dei non ſunt culpandi, nam nex volentes,neg inuiti peccant nec hoíes. Quamridiculus clt et perigrinus, qui ratur ca quæ in vita fiunt. Omnia funt aut neceffitas fatalis,at que ordo ineuitabilis, autprouidentia placabilis: aut confufio inanis et nul lum habés pręfectum.Quòdfi eft necef fitas ineuitabilis, quid reluctaris? fin p uidentia quę admittit placationcm, dignum præbe teipſum diuino auxilio. Sin confufio eft, cui præſtnemo,conté tus eſto, gin tanto rerum fluctuipſe in te habes mentem: quòd ſi te abripiat æftus,abripiat ſanè corpuſculú, animu: lam,acreliqua:mentem quidemnó ab ripiet. Quaſi uerò lumen candela tanti ſperluceat dum extinguatur, ne @ splendorem amittat: Veritas autem in te et iustitia et temperantia ante obitum tuú extingui debeat. Siquis deſe opinionem peccati præ beat, cogita:ecqd nofti, finepeccatú? ac fi peccauit:quid ſiipſe ſeipſum dam net, ide perindeeſt ac ſuum ipfius lædere oculum. Qui autem prauos pecca renon uult eius limiliseft, quinon uult ficum in ſuo fructu fuccum ferre, infantes plorare, equum hinnire: acli quz ſunt alia neceſſaria.Quid enim aliud faceret, quihuncfibi habitum contraxit. Si igitur trux eſt, cura eum morbum. Sinon conuenit,neagas:& non eſt uc rum,ne dicas. Tui animi motusita Gint compoſiti,ut omnia circunfpicias.Co gita, quid fit quod cogitationem tibi commouet: idğ excute dividendo in causam, materiam, respectum, tempus, intra quod ea resdesinet. Senti vel tan dem, elle aliquid in te præſtantius ac di uinius quam ca ſunt, quæ affectus ciét, ac quæ te mouent. Quid enim est intellectus? nummetus, nu suspicio, num CUPIDITAS, num aliquid aliud tale? Primò cogita nihilfruſtra eſſe agen dum, neq quod non aliquò referatur: deinde, ut non aliò ĝad ſocietatehuma nā referatur. Paulo post nusquam eris, nec quicquam eorum quæ núc cernis nco quisq eorû q núc uiuunt. Omnia cnim nata ſuntitaut mutétur, vertatur et pereant, ut in eorum locum alia na ſcantur. Omnia opinione cóſtát:hęc aúteſtin tua poteſtate. Tolle igit,cu lu bet,opinioné,eritộtibi tanĝ pronto riú præteruecto oía ſerena, et linus flu etibusuacans. Nulla, quçcung ca fic actio malú aliquid patitur,fi ſuo tempo re definat: icutnesis, qui agit, ca róc aliquid mali accipit. Itidem et corpus omnium in uniuerſum actionú, quod eſt uita,li ſuo tempore deſinat,nihilma li ea rationcpatitur:neqisquioppor tunè finem facit ſeriei iftiactionú,malú aliqd' fecit. Tepusucrò debitum et terminum natura costituit. Aliquamdo et privatim utin senectute. Oio aut univerli natura. Cuius quidem partib.mutatis, fem perrecens et uigesmundus perdurat. Seper uerò id pulchrū é et fpecioſum, o códucit uniuerſo.Finisita g uitæ, în gulis mala quidẻ có nó pót.gene cúnố fit turpis: quippe necuolútate ènoftra depédens,&àfocietate nó aliena. Bona aútfit: cú et opportune fiat reſpectu u niuerli, et profit, &diuinitus accidat. His cogitatis, tria hæcin,pmptu habe. Primúut in agendo cures, ne quid fru Itra agas, aut fecus quàna ipſa iuſtitia e giflet:in rebus extrinſecus accidentib. easfortunæ nutu,aut puidétiæ obtigif fe:quarú neutra éīcuſanda. Secundum, qua le unum quodlibetam privatioe fuéritufa dum animam accepit,indeý,donccca reddidit:ex quibus conflatum fit et in quæ diffoluatur. Tertium, ſurſum elato animo humanas res intuere, earumý multiplicem uarietatem: quàm multa circùm in aëre et inætheré habitét:caſ te uiſurum, quoties in ſublime attolla ris: utſintomnia.unius ſpeciei, et breui tempore durent. Hisne superbimus? Eijce opinionem, et faluus es. nemo id prohibebit. Rem aliquam moleftè ferés, oblitus es omnia fieri fecundum uniuerfi natu rā; &quod peccatum fit alienum:præ terea omnia ita ut nuncfiunt, femper fa eta effe, et futura,núcý fieri ubiq:item quæ homini fit cũ uniuerſo genere ho minú coniunctio:nó ea ſanguinis autſe minis,fed mentis communicatio. Obli tus es etiam mentem uniuſcuiuſg eflc Deum et inde fluxiſſe: nihil cuiĝpro prium effe, ſed illinc et fætum, &cor puſculú et ipſam animulā ueniſſe.Obli t'es oía uerſariin opinione, gid tm qd præſenseít, unuſquitg uiuit, et amittit. Crebrò apud animú tuú recole cose certis de rebus nimium sunt indignati, qui maxima gloria,calamitate, inimicitia, aliáue quacüq fortuna effloruerút. Deinde quære, ubi nam sintista. Nempe fumus sunt, et cinis et fermo. Aut ne hoc ipsum quidem. Simulad mentem tibi accidat, qualia Gntomnia. Ut Fabius Cattullinus rure, Lucius Lupus in hor tis obijt, Stertinius Baijs, Tiberius Caprei, Velius Rufus Et omnino opinionis cauſa diſcrimě inrebus indifferentibus ftatutum.Tum quàm uile fit omne quod reliſtit. Item quanto magis fit philofophięconfenta neum, in data materia tueri iuftitiam, modeſtia,ac fimpliciterdijs obſequi.Fa ftus enim qui ſuperbiæ uacuitatem o ſtentando exercetur, omnium eſt gravissimus. Qui quærit cur Deos colas, quomo do eos uideris, aut elle deprehenderis, ei reſpondebis, primùm efle cos uigles: deinde absqz hocſit, tamen animam me am cum non uideam,nihilominusma gnifacio:ita Deosquoq ex uiribus co rum quas identidem percipio,cùm eſſe intelligo,tum ueneror. In cò ſita eſt uitæ falus, ut fingulas res totas intuea ris, quid in iis formæ sit, quid materiæ: toto ało ageut iufta agas et vera dicas: Quid enim superest, q ut fruaris uita bo nis bona annectédo,ita ut minimú ſpa cium intermittas. Vnú eftlumenſolis, ét fiintercipiaturparietibus, muris,alijs innumeris rebus. Vnaeſt communis na tura,etſi certo modo affectis corporib. infinitis diſtincta.Vna anima, et si naturis in numeris,proprijs circúſcriptio nibus diſtributa uideatur. Una étmens, etsi discreta uideat.Reliquæ proinde di ctorum partes,tanquam ſpiritus et ſub iecta inſenſata, et inuicé nihilcóiunctio nis habentia, tamen ipfa quoqà mente et eius potentia continentur.Atpecu liariter intellectuseiuſdem generis ad iungit ſe naturis, neo a societate divellitur. Quid quæris? Ut vivas? Id est sentire,appetere,creſcere,deſinere, loqui, cogitare. Quid horú deſideratu dignu est? Quod Guilia sunt oia hæc,ad extrc mú te cófer, népe ut fequaris rationem &Deú ducem. Sed utrum huic instituto pugnat, ægrè ferre aliquid, an uerò morsid abolet? Quanta pars immenſi infiniti ę ui attributa eſt unicuiq? celeriterea in æternitate euaneſcit. Quanta pars universi? Quantas est univers? quantula in glebula terræ repis? Hæc omnia tecum cogitans, nihil animo magnum conci pe, hoc tantum, ut ductu naturæ agas, &feras quæ communis fert natura. Id cura, quomodomens tua ſeipſa utatur. In hocenim ſunt omnia. Cætera fine à uoluntate dependeant,quc ſccus, mor tua ſunt, fumus. Id maximè ad contemptum mortis facit, phi ét,qui dolore in malis, &uo luptaté in bonis duxerüt, tamen ea dei fpexerunt. Quiid tantùmboninom nc dignatur, quod eft opportunum, ac cui perinde eſt pluresne an pauciores fecundum rectam rationem præftiterit actiones,negin aliquo ponit diſcrimi ne,lógioréné an brcuiori tempore mű dum contempletur, ei mors nequaqua eſt terrori. Heustu, ciuis fuiſtiin hac magna urbe, adattinet, utrum quinquénio? Etenim quod secundum leges, id omni bus est æquum. Quid ergo grave accidit, si te urbe emittit dominus. Non is quidem iniustus iudex, sed natura quæ te introduxit; perinde ac fi prætorhi ſtrionem emitrate theatro, in quod cum introduxerit. Quod fi is dicat, fenon quinque, sed tres modo actus recital fe, recte dicet. Atvero in vita tres actus fabulam implet. Finem enim is determinat, qui et concretionis olim fuit et nunc est dissolutionis autor. Tuneutrius es causa. Discedeigitur æquo animo. Nam. &is qui te dimittit, propicius tibi est. Riconosco da Vero, mio avolo, la piacevolezza de’ costumi e'l non adirarmi. Dalla riputazione e ricordanza di mio padre una modestia virile. Dalla madre, la pietà verso gl'iddii, la prontezza nel donare ed il contenerini non solo dall'onprar male ma dal fermarmi cicziandio col pensiero. Ancora la semplicità nelle vivande e l'esser lontano dal vivere dovizioso. Appresi dal bisavolo di non frequentare le pubbliche ragunanze, e di valermi in casa di buoni maestri, col conoscere che in questo è di mestiere lo spendere senza risparmio. Dall'aio, di non parteggiare ne co' prasiani ne co' veneziani, ne co’ palmulari ne con gli scutari. Ditrava gliar volontieri, d'abbisognar di poco, d'operare da me medesimo, ne di troppo infaccendarmi, e difficilmente ammetter le calunnie. Da DIOGNETO, di non perdermi in cose vane e non prestar fede a ciò chei prestigiatori e gli stregoni dell'inicantare e discacciare le demonia e di altre cose tali si vantano, di non nutricare coturnici ne perdersi circa si fatti trattenimenti, di sopportare l'altrui libertà del parlare, D'ESSERMI FATTO DOMESTICA LA FILOSOFIA, l'haver udito primieramente Bacchio, appresso Tandaside, Marciano, l'haver composto nell'era puerile dialoghi, e di contentarmi di uni letticciuolo e di pelle e di tutti altre cose alla greca. Da Rustico: di formar in me concetto che i miei costumi habbiano bisogno di correzione, e di coltura, di non divertirmi all'imitazione de' sofisti, di non comporre sopra MATERIE SPECULATIVE e di distendere orazioncine efore tative, overo con altrui stupore ostentare di esser huoino di A vita rigorosa e benefico, di lasciar la rettorica, la poetica e l'elegante parlare, e no andar con l'abito solenne per casa ed usar si fatte cose, e discriver letteruzze semplicemente, come da lui medesimo fu scritto da Sinoessa a mia madre, di rendermi senza indugio reconciliabile co’ quelli, che danno qualche disguſtoso commettono qual che errore, subito ch'e'volessero ritornare al buono, nella lettura non contentarmi di passarla superficialmente ma con accuratezza, di non esser inconsiderato in dar l’assenso a ciarle e che leggessi i commentarii d'Epitteto, prouedendomi d'un esemplare di quelli ch'egli teneva in casa. Da Apollonio, il proceder con franchezza, con una ferma costanza senza vacillare e non rimirare ad al ître por grande che fosse, che alla ragione e l'esser sempre il medesimo ne' dolori più acerbi, nella perdita della prole e nelle lunghe malattie, dal vivo esemplo di lui riconobbi che può l'huomo esser fiſo e inficmemente rimer ſo. Era egli non tedioſo nello fpiegare;e ſcorgeuafi vn huo. mio, che riputaua ben chiara mente l'infima delle ſue doti la pratica, e ſpedita maniera dello ſpiegare i Theoremi. Da lui ancora imparai come biſogni riceuer dagli amici le grazie, ſenza rimanerne perciò oppreffo,nemeno co me inſenſato ſprezzarle. Da Seſtola piaceuolezza el'eſempio d'vna.caſa guida ta con carità: Il proponimen to di viuere fecondo natura: Vna grauità ſenz'affettazio ne:L'inueſtigare attentamen te il guſto degli amici: Il tollerare gl'idioti, e quelli, che opinano ſenza conſiderazio ne:L'effer con tutti confacce uole, ficchè la sua conversazione aggradiua aſſai più di qualſivoglia anche luſinghe uole adulazione; ed era in quello ſteſſo tempo ſomma mente riyeriro da quelli, che feco erano: E di più yna ap prenſiua nell'inuentare,e diſ porre con buon ordine le maffime neceſſarie al viuere. Non moſtraua mai alcun fe gno ne dira,ne d'altro affetto maera aſfai lontano da tutte le passioni; ed inſieme eglice lebraua, e lodaua gli altri, ma ſenza ecceſſo; ed era di gran sapere senza ostentazione. Da Aleſſandro Gramatico, il non ilgridare, ne riprén dere ingiurioſamente, ſe al cuno cometteſſe Barbariſmo, o Solleciſmo, o altro,chenon bene fonaua; ma con bella maniera ſuggerire quel tanto appunto, che ſi douea dire, apportandolo per cagione di riſpoſta, di confermamento, o di conſiderazione ſopra la coſa ſteſſa, non ſopra la paro la, o con qualch'altro manie roſo, e coperto auuertimento, 9 Da Frontone imparai qual ſia il tirannico liuore, la frode, e la doppiezza;e come tutti quelli chiamati da noi “patrizi” sieno in certa manie. m A 4 ra disamorati. D’Alessandro il platonico,non iſpeſſo, ne ſenza ne ceflità il dire, o fcriuere ad alcuno di non hauer punto di reſpiro; e per tal modo ſpeſſo eſentarſi dalle conuenienze che per l'affetto ſono douute a quelli, che con noi viuono ſotto preteſto, che li negozi ciaſſediano. Da CATULO di non havere in poca stima le querele de gli amicisancorchè foffero ir ragioneuoli; maprocurare di ritornarli nel solito stato; CO, sì ancora di celebrar di cuo re li precettori;le quali coſe fi rammentano di Domizio, e di Athenodoto: Finalmente di amare con vero affetto i figli uoli. Dal mio fratello Vero l'affezione verso i domeſtici; l'amor della verità e della giuſtizia. E per fuo mezzo hebbi notizia di Traſca, Elvidio, CATONE L’UTICENSE, Dione, e MARCO BRUTO; c mi formai nell'immagina zione vn reggimento di Re pubblica, con leggi eguali a ciaſcuno, e di vn Regno, che antepone ſopra tutte le coſe la libertà de' ſudditi. Dal medeſimo appreſi la negli genza difeſteiro, e la coſtan za nel PREGIAR LA FILOSOFIA, anteponendola a ciascun'altra cosa; e la beneficenza e la liberalità, non mai intermessa, lo sperar sempre bene e l’asicurarmi di esser AMATO DAGL’AMIICI. Non taceva, lasciando di fare la correzione a coloro, che conosce la meritassero sicchè a quelli, A 5 che gli crano caduti di grazia non lo tene celato. E non bisogna alli suoi amici conghietturare intorno a quello ch'egli voleva o non voleua, ma la di lui volontà e apertamente palese. Fu eſortazione di Massimo esser padron di se stesso, non lasciarsi aggirare in cosa alcuna ed esser di buon animo in tutti gli altri accidenti, ancora nelle malattie. Esser ben aggiustato ne' costumi, foane e onorevole e senza querimonia esecutore delle cose proposteli. E che tutti credessero ch'e' PARLA COME SENTE e che nel fare in nulla male opera. Di niente si maraviglia terriua: in niuna cosa e frettoloso o tardo o perplesso, i ne s'at accdioso o si faceva befe fe o vero era collerico o sospettoso, ma benefico, indulgente, e verace, e pare ch'e'e più tosto retto per natura, che corretto per istudio, ne giammai alcuno si tene da lui disprezzato ne manco presume di stimarſi di lui migliore e ſe fu faceto fu con modo. Appresi dal padre addotivo, l’imperatore ANTONINO PIO, la mansuetudine e la stabilità nelle cose già con esaminamento deliberare, di non esser vanaglorioso negli onori di apparenza ma amatore della fatica, operando di continuo, e di eſſer pronto ad v dir quelli che hanno da suggerir cose PER UTILE COMUNE,  Iin mutabile in dare a ciascuno quello che ſecondo il proprio merito gli era dovuto, ed esser discreto ad usar il rigore, come la moderazione, dove bisogna. Non era egli distratto con l'affetto verso de giovani ma al pubblico totalmente intento. Non merte GLI AMICI in necessità che feco cenassero ne bisogna che lontano peregri nafiero per lui, però lo trovano l'istesso quelli che per qualche necessità erano rima Ai indietro. E ricercatore ne'consigli esquisito e fermo. Non s'attacca ad ogni sufficiente indagazione delle opinioni che gli occorreno. Attento e a conseruarsi GLI AMICI de quali mai non si attedia ne pazzamente amavali e si contenta d’ogni cosa con volto sereno. L’antiuedendo, e preordinando di lontano, eziandio le coſe minime senza strepito. Non vuole sentirsi d'attorno ne acclamazioni ne adulazioni. Tenendo in buona guardia le cose necessarie al principato, e sempre provveduto di ciò che a quello fa mestiere, sopportando con pazienza se di questi e simili rigori viene tacciato. Non e superstizioso circa gl'iddii ne quanto agli huomini troppo popolare, cattando l'aura della plebe, ma in tutto attento, e ſodo, non dimenticando mai il convenevole. E quelle cose che conferiscono in qualche modo agli agi della vita delle quali la fortuna gli tera stata liberale;vfaua ad un’ora senza fasto, e iſchiettezza, dimodo ch'egli godeua indifferentemête del le preſenti, non bramando ciò chenon haueua. Non vi fu alcuno; che diceſſe di lui che fosse Sofista, o Caſalingo o pedante; mavn perſonag gio maturo,perfetto,ſuperio. re alle adulazioni, capace a gouernar ſe ſteſſo e gli altri; ed oltre ciò onoraua quelli, che veramente eranoFiloſofi; tuttauia non dileggiava gli altri.Era di più nelle conuer fazioni huomo compagncuo le, egrazioſo, peròfenza te dio.Del proprio corpo tene ua cura quanto conueniua, non come huomo del tutto dedito a prolungare la vita, o per fare il bello, però ne meno con traſcuraggine, ma in maniera tale, che col propio riguardo aſſai rade vol. te haueſſe biſogno di medi camenti, o al di fuori epitçi marſi. E ſpezialmente cedeua ſenza inuidia a que’tali, ch'e rano dotati di qualche facul tà, come a dire, o di ben lare, o dinotizia per via d'if toria, foſſe di leggi, o foſſe di coſtumi, o di altre fi fatte co ſe; anzi ſtudiauaſi che ciaſcu ņo ſecondo il proprio talen to acquiſtaſſe nome e crediato. E facendo ogni coſa ſe condo gl'inſtituti de'maggio. ri,non perciò veniua ad appa fire rigido guardatore dell' antichità, non efſendo amico di muouerſi leggiermente, ſuariare,ma di diinorare ſem pre ne'medeſimi luoghi, ed affari. E dopo i paroliſmidem dolori di teſta tornania ſubito freſco, e vigoroſo alle ſue ſoli te operazioni.Egli non hauea ua di molti arcani, ma po chiſſimi, molto radi, e queſti ſolamente circa gli affari del comune. Andaua con pru denza, e miſura nel conce dere gli ſpettacoli, nelle fab briche pubbliche, e congia rij, e ſimili opere, fi come colui, che riguardava a quel to, che conueniuà di fare e non alla gloria, che dal te coſe fatte ne era per ri fultare: Non vſaua bagni fuor di tempo,non era vago di edificarc, non inuentore di viuande, ne di teſſiture, etine ture di drappi, ne ambizio fo di ſeruirù di bella preſen za. A Lorio ýſaua la tonica cheſe gli prouuedcua dalla balla villa, e così sſana ordinariamente per Lanuuio: ma nel Tuſculano per ſoprauue fta yn tabarro; e di tal licen za ne faceua come ſcuſa. Era inſomma tale il ſuo tenor di viuere, non diſguſteuolc, non iinmodefto, non eccedente nelle ſue azioni, ne comeſi dice in prouerbio, Infino al ſudore; ma tutte le coſe fue ſi annouerauano così ben dif poſte, come ſe foſſero fatte a bellagio, placidamente, or dinatamente, con ogni vigo re, e conſonanza fra diloro. Onde a propoſito di lui ſi po teua dire, ciò che di Socrate ſi racconta ch'egli poteua aſtenerſi, e goderſi di quelle coſe, delle quali molti, e ncll? aftenerſi s' indeboliſcono, e nel goderle ſi moſtrano in temperanti. Ma l'eſfer padro 3 nic di ſe, e lo ſtar ſaldo, e sobrio nell'vno e nell'altro, è da huomo, che ha l'animo ben aggiuſtato, ed inuitto, come ſi vide nella malattia di MASSIMO. Dagl'Iddij riconoſco l'haucr hauuto buoni auoli, buoni genitori, buona ſorel la, buoniprecettori, buoni dimeſtici, parenti, amici, e quaſi ogni coſa buona: che, niun di loro inconfiderata mente io offendeſfi, benchè con tal natural diſpoſizione', che ſe foſſe venuto il caſo, io vi farei traboccato. Tuttauia per grazia degl'Iddij non ſe gui tal combinamento di co le, che ſi diſcopriſſe queſta mia inclinazione: E che io no foſſi più lunga mente alleua to appreſſo la concubiņa di mio auolo, come dell'hauer conferuata immacolata la mia pubertà; e che io non mi riſentiſsi d'eſſer in età virile prima del tempo, anzi in ol tre d'hauer indugiato dopo che io peruenni a quell'età: L'effereſtato ſoggetto ad un Principe padre, il quale era per farmi por giù ogni altcri gia, e per farmi appréderc che ſi può viuere in Corte ſenza che ſieno necaffarie le guardie, le veſti ſegnalate, le cerimonie delle fiaccole, e delle ſtatue, o altro ſimile ap parato; ma che ſia lecito il trattarſi sù l'andare di priua to,ne quindi auuilirſi, o de primerli per far quello, che conuiene ad vn Principe in riguardo del pubblico go uerno · Ancora d ' efformi tocco in forte vn fratello tae le, che poteua co’ſuoi coſtu. mi eccitare in me vn eſatta cura di me ſteſſo, mentre in-: fieme con l'onore, e con l'a more mi ricreaua: D'hauer hauuto figliuoli d'indole non tralignante, ne di corpicciyo lo mal fatti: Che io non fa ceſſi maggiori progreſſi nella Rettorica, e nella Poctica, o in fi fatti ſtudij, ne'quali for fe mi ſarei troppo ſuagato, ſe mi fofſi auuiſto che in quelli felicemente m' auanzaua: Che io preueniſſi di colloca re nelle dignità i miei edu catori, concioffiecoſa che mi pareua eli lo defiaſſero, non nutrendoli di ſperan za, come che cffendo ano cora giouani poteſſero al pettare quello che poſcia io era per fare: Parimente d'ha uer io conoſciuto Apollonio, Ruſtico, e Maſsimo: Che ſo uente, e chiaramente mi li presétaſse nell'immaginazio nc la forma della vita c011 ueniente alla natura. Onde', per quanto appartiene agli Iddij per le ammonizioni,as ) iuti, ed iſpirazioni da eſsi co partitemi, non vi è ſtata coſa, che mi tolga il viuere rego lato alla natura, o che'l man camento non proceda al tronde, che permia colpa, e per non offeruare io gli au uertimenti, de'quali fui da lo ro come addottrinato: Che: il corpo mio fia durato nella ſorte divita, che io ho menato: Di non mieſſer non ſolo accoſtato ne a Benedetta, ne a Theodoto; mache ancora dopo dalle paffioni ' amore ho conferuato la men te fana: Che ſpeffe volte tro uandomi adirato con Ruſtico io no fia traſcorſo tantoltre, che me ne habbia hauuto a pétire:E che giacchè mia ma dre era per morir giouane, io viuuto ſia cô eſſa inſieme ne glivltimi anni ſuoi.Ogni vol ta che io habbia voluto fou uenire il pouero,o qualunque altro biſognoſo, non vdij mai che i denari, co’quali poteffi ciò fare mi mancaffero; ne mai accadde tal’vrgenza, che io da altri gli accattaffı. D’ hauer conuerfato con vna moglie tanto riuerente, tan.. to amoroſa, e tanto ſchietta: Che ho haluto buona forte negli educatori per li figliuo li: Che in ſognomifieno ſtati fuggeriti molti rimedij, prin cipalmente quello allo ſputo del fangue, e quello alla ver tigine; di ciò hebbi la grazia in Gaeta ed anco in Chre fa: Che, eſſendomi io dato al l'acquiſto della Filoſofia, non m'abbattei in qualcheSofiſta; ne conſumai il tépo in iſqua dernare ſcartafacci, ne in or dire, e ſoluere fillogiſini; ne mi ſmarrij tra le quiſtioni meteorologiche. Queſte cofe tutte riconoſco dall'aiuto degl'Iddij, e dalla loro for tuna; dimorando io nel pacſe de' Quadi preſſo il fiu me Granua. Di bel mattino ho così da predire a me ſteſſo: E’faci le che io m'incontri in tale, che ſia o importuno, o diſ grazioſo, o proteruo, o malizioso o invidioso, o nemico di ogni comunanza. Tutti queſti difetti prouennero in eſsi dall'ignoranza del bene', e del malc; ma hauendo io notizia della natura del be ne, che è l'eſfer'oneſto; e del male, che porta al no oneſto; ed eſſendomi inſiememente nota la natura di chi nel male pecca, poſciachè egliè a me, cõgiunto no tanto per la ſimi. gliáza del ſangue, e della ge nerazione, quanto per la mé te, la quale è comeporzione, della diuinità, ne ho da trar re conſeguenza,che non pof lo rimaner leſo da alcuno de detti difettuoſi;concioffiecofa che niuno mi auuilupperà cô le ſue ſconueneuolezze; e non ho da ſdegnarmi con chi è a me congiunto neodiarlo, im perocchè ſiamo fatti a fin di cooperare, come li piedi, le mani, le palpebre, e de i den til'ordine di ſopra con quel di ſotto. Il contrariarſi dun que l’yno all'altro è contro all'iſteſſa natura, e l'adirarſi, e lodiarſi è vn contrapporſi. Tutto quell'eſſer mio ſi ri ſolue ad vn pezzo di carnuc cia, ad vno ſpiritello, ed al la parte ſuperiore, ch'è la mente. Laſcia da parte i libri, ne coſa alcuna ti diſtragga. Ciò non t'è permeſſo: ma co me sul'orlo della morte ſprez za quella carnuccia, che con ſiſte in ſanguuccio, oſſetti, ed in vna teflitura tramata di nerui, venette, ed arterie. Conſidera ancora che ſia lo ſpirito? aura che mai non ri mane ľifteffa; ma ognora B fuori ſi ſpira, e reſpirando di nuouo li attrae.La detta terza parte dunque di noi è quella, che ci gouerna, circa della quale così hai da diſcorrere, Se' vecchio non hai da com portare che queſta più viua in servaggio. E che ſia più per violenza ſtraſcinata dall' im peto, ch'è alieno dall'huma na comunicazione; e che non fi prenda più faſtidio di quello, che cagioni il fato al preſente, o in auuenire. L ' opere degl'Iddij tutte fon ri piene di prouidenza; e quelle della fortuna non ſono ſenza concorfo della natura, o del la coordinazione, ed intrec ciamento delle coſe guidate dalla prouidenza. Quindi tut to ſcaturiſce. Aggiugni anco ra, che così èneceffario, conferendo all' vniuerfo Mondo, del quale tu se porzione e ad ogni parte della natura è buo no quello che porta la comu ne natura; e ciò che s'affà al la di lei conferuazione - Però con feruano il Mondo così le mutazioni degli elementi,co. me quelle de compoſti. Que Ite coſe a te ſieno ſufficienti, e perpetui decreti. Caccia ľ auidità de'libri per non mori re fufurrando, ma con vera placidezza, ringraziando di tutto cuoregl'Idddij. Ammcntati da quan to tempo in quà se? andato differendo queſte co ſe; e quante volte de termini, a te aſſegnati da gl'Iddij, non ti ſe’valuto.Biſogna vnavolta che tu riconoſca di qualMon do ſij parte; e da qual Rettor del Mondo deriui: E come ti è ſtato circonſcritto yn termi ne di tempo, il quale, ſe tu ben non te ne varrai per tran quillarti, trapaſſerà, e tu con esso, leſſo;ne ritornerà più. 2 Sta totalmente, e in ogni tempo intento, come conuie ne ad yn Romano d'animo forte, e maſchio, ad ele guire quello, che hai tra ma no, con attenta, e non affet tata grauità, con humanità con libertà, con giuſtizia, con dar poſa a te ſteſſo, rimo uendo ogni altra immagina zione; E allora la rimouerai, quando facendo qualche a zione riputerai eſer l'vltima della tua vita, lontana però da ogni temerità, e da ogni appaſſionata auuerſione alla retta ragione, dalla diſſimu lazione e dall'amor di te ſteſ ſo, e da qualſiuoglia diſpia cenza alle coſe a te per fatali tà congiunte. Tu vedi quan te poche ſiento quelle coſe, le quali poffedendo, potrà vno viuere felice, e diuina vita; poſciachè gl'Iddij niente di più domanderanno a colui, che queſte tali coſe oſſerua 3. Rimprouera, o anima,rim, prouera a te ſteſſa, come t'è ſcorſo il tempo per propria mente honorarti, eſſendo che la vita comunemente ſe'n fugge;ela tua è già quaſi su I'vltimo, riponendo la tua fe licità nell'opinione degli ani mialtrui. 4 Perchè fe diſtratto dagli ac. cidenti ch'eſtrinſecamente di foprauuengono? Proccura del l'ozio a te ſteſſo, per appren dere qualche bene; e ceſſa da aggirar la mente. Inoltre hai da guardarti da vn'altro ſua. ria mento: Imperocchè alcu, ni quaſi delirano con le loro aziani: cioè quelli, che tra uagliano aſſai nella vita, ne hanno fine certo, doue indi rizzino ogni inclinazione, e tutta quanta la loro imma ginazione. $ Non fi vedrà facilmente alcuno eſſer infelice, perchè non comprende quel, che ſe gua negli animi altrui: ma è Forza cheinfelici fieno quelli che non offeruano i moui menti del proprio animo. Egli èmeſtiere che ti ri cordi fempre delle coſe ſe guenti: Qual fia la natura de principij vniuerfali, e quale la propria; ecome ſi riferiſca quefta a quella, equal parte ellaſia, e di qual vniuerfo: E cheniitno impediſce, che tu del continuo non facci, e non dichile cofe congruealla na B · til tura, della quale tu ſe'parte. Filosoficamente diſcor re Theofraſto intorno al far comparazione de'peccati, fe condo che più comunemente fi vſa tal paragonc, afferendo efſer più graui quelli,che per la concupiſcibile fi commer tono, di quelli, che per l'ira fcibile. Imperocchè l'adirato con qualche dolore, e occulto raggricchiamento dell'animo pare che ſi diſcoſti dalla ra gione; doue quegli, che pec ca per la concupiſcenza, vin to dal piacere, dimoſtra che in certo modo più da intem perante,e più da effeminato fdruccioli nel peccato. Retta mente dunque, e da filoſofo proferì, maggior colpa incora rere chi pecca con piacere, che qucgli, che pecca con dia ſpiacere: E in ſoinma l’ynos" assomiglia più a colui che per innanzi habbia ricevuto qual che ingiuria, e che, forzato dal dolore, entra in collera;l altro ſpontaneamente fi muor ue all'operare ingiuſtamente, portato a ciò fare dalla con cupiſcibile. 8 In tal modo hai da con durre P opere, ei penſieri, come tu foſſi in punto per vſcir di vita. Ne il dipartirti dagli huomini ti ha dapeſa re; poſciachè, eſſendoci gl'I et dij, quefti non poſſono mai indurre al male; fe poi gl'Iddij non ci foſſero, o nonhaueffen ro alcun penſiero delle coſe humane, che mi giouerà di viuere in yn Mondo manche: uole degl'Iddij, e doue mans chi la prouidenza?Ma e gl'Id BS dij cifono, ea cura loro ſono le coſe humane; e acciocchè lº huomo non cadetle in quello che veramente è male, il tut to ripoſero nel ſuo volere. Nell'altre coſe, ſe vi fofle del male, haurebbero pure in torno a queſto prouueduto, a cagione che niuno mai vi pericolaffe. E in vero quello che non può render la perfo na peggiore, come potrà far peggiorela vita ſua?La natura dell' vniuerfo ne ignorante mente, ne ſcientemente, ma per non poterle preferuare,ne taddirizzare le haurà trafcura te Ella certamente non com miſe sì enormepeccato, oper mancanza del potere, odel fapere, che i beni, eimali ac cadano vgualmente, e indif ferentemente agli huomini buoni, e a imaluagi;giacche la morte e fæ vita la gloria e'l disonore, il trauaglio e I pia cere la ricchezza e la pouertà; e così fatte coſe auuengono vgualmente agli huomini si buoni, si cattiui, non hauen do elleno in ſe nedell'oneſto ne del difoneſto; dunque non portano feca ne bene, ne male O come il tutto ben pre fto ſuamiſce!NelMondo i pro prij corpi, e dopo anche col tempo le memorie di effi fi dileguano. Di tal condizio ne fonotutte le coſe ſenſibilis e ſingolarmente quelle, che adefcano col piacere', o che atterriſcono col tranaglio, o per lo faſto ſono applætrdite, quanto fonovili,diſpregevo Li, fordide, e facili acorrom B 6 perſi,e già boccheggianti? 10 Tocca alla facultà intel lettuale l'auuertire, che coſa fieno quelli, nelle opinioni, e voci de'quali fi conftituiſce la gloria: Che coſa ſia il morire; il quale, fe alcuno il contem pla per ſe ſteſio ſolamente; e conla diſgiunzione della con: fiderazione ne ſepari tutte l? immaginazioni, che con effo vengono rappreſentate, com prenderà non eſſer altro, che yn opera di natura: Onde da fanciulletto è l'atterrirſi ad vi opera della natura; e pure il morire non ſolo è opera + zione della natura, ma molto a quella conferente: Come s? vniſce l'huomo a Dio; e con qual parte di ſe, e con qua ! maniera ancora tal particella dell'huomo all' ora è affetta e diſpoſta.  II Niuno è più miſerabile di colui che s'aggira per tut to a rintracciare ogni coſa, e Va razzolando comecolui dice fin nelle viſcere della terra; e an cora va cercando per con ghietture quello, ch'è negli animi altrui, non accorgen doſi che gli ſarebbe a baſtan za di paſſarfela bene col ſuo genio, e riuerentemente ſe condarlo, eſſendo dentro di lui. Queſta offeruanza però conſiſte nel preferuarlo puro dalle paſſioni, dall'eſſerarro gante, dalli diſguſti,che ſi pi gliano per quello che venga da gl'Iddij, o dagli huominis concioſliecoſa checiò, che vi: ene dagľ Iddij per la virtù s? ha da venerare;quello cheda: gli huomini, s’ha da amare per la congiunzione della natura: anzi alle volte in yn certo mar do fono degni di compaſſione, per non conofcere il bene, e il male; ne queſta ignoranza è minore dell? offüfcazione di poter diſcernere il bianco dal nero. Eziandio che tre mila anni ti rimaneffero a viuere e di più altrettante decine di migliaia', nondimeno ricor dati che niuno perde altra vita, che quella, cħeviue', ne altraviue;che quella cheper. de.. Al medeſimo dunque fi riduce così la vita funghiffima, comela breuiffima. Perchè quello, ch'è preſente, a tutti et vguafe,benchè quello, ch'è perduto, a tuttinon è va guale; ecosì quello, che et perde, pare chefiavn attimo folo. Imperocchène il paffatoy, neil futuro da niuno ſi perde; concioſliecofa che quelloche non ſi ha, come può eſſere tolto da veruno? Però dique ſte due coſe è da ricordarſi: l'vna, che dall'eternită tutte le cofe fono ſtate ſimili, vol. tandoſi in giro, e non v'è niu na differenza, ſe per cento, o per dugento anni, o pure per tempo indeterminato vedrai le medefime coſe: La ſecon da è, che colui, che lunghiſſi mamente ville, come quegli, che preſtiſfimo muore, refta no pareggiati nella perdita, mentre non vengono a rima ner priui, chedelpreſente, il quale ſolo hanno, eciò, che non fiha, non ſi perde. Ogni coſa ſta nell'opia nione, il che appariſce mani feſto dalli diſcorſi con Monimo Cinico. E chiaro farà l've tile di queſti diſcorſi, ſe da quelli ſe ne coglierà il midol lo della verità. Oltraggia ſe ſteſſa l'ani ma dell'huomo:Primieramen te allora che, quanto è per 0 pera fua, diuenta yn’apofte ma, o ghianduccia delmon do;mentre che chiunque mal volentieri prende quello, che il tempo porta, è vn ' diſtacs camento della natura, in par te della quale le nature di cia. fchedun degli altri ficonten gono:Secondariamente,quan. do ſi ha auuerſione a qualche huomo, o ſe gli opponeper danneggiarlo, come fanno que', che ſi adirano: Nel ter żo luogo tratta male fe me deſimaallora, che ſi arrende al piacere, o al dolore: Nel quarto, oue diſſimulando fina tamente,e ſenza verità, qual che coſa fa, o dice: Nel quin to, quando non indirizza l' azioni fue, eiſuoi moti à niun ſegno; ma opera a cafo, e ſenza congruenza; effendo neceſſario che ancora le coſe minutiſſime habbiano rela zione al lor fine. Ora il fine degli animali ragioneuoli è di ſeguire la ragione, e la leg ge della Città, e dell'anti chiſſimo gouerno. Il tempo dell' humana vita è vn punto: la ſoſtanza fluſſibile: il ſenſo caliginoſo: e la coagulazione di tutto il corpo facile a putrefarſi:lani moyn continuo rigiro: la for tuna difficile a conghietturarm fi: la fama vna incertezza  E per recare le inolte parole in vna: tutte le coſe corporali vna corrente, quelle dell'ani ma vn ſogno, e vn fuina d'ac qua: la vita yna guerra, e vor pellegrinaggio di vn viandan. te: e la famapoftuma farà di menticanza. Checofà è dun que, che pofſa fare durare 1 huomo Una sola  la Filosofia; e queſta conſiſte nel con feruare l'interno genio inno cente e ſenza taccia,ſuperio re a ' piaceri, e a ' dolori; che niente operi temerariamente, ne con bugiane con finzione: e che non habbia biſogno, che altri faccia, o non faccia. In oltre, che ben ricetia ciò, che auuieneso impoſto gli ſias come di là tutto auuenga, donde egli medeſimo è ve nuto; e ſopra tutto cheaſpetti la morte con animno ſërena, non: nonla confiderando, che co mevn diſcioglimento degli clementi, de'quali qualſiuo glia animale fi compone. E ſe agl'iſteſſi elementinon è ma. lala mutazione continua,che ſi fa di ciaſcuno di eſli in vn altro, per qual ragione hafli a temere la mutazione, e il di fcioglimento di tutti inſie me, giacchè è conforme al la natura e niente è male, eſſendo conforme ad effa? Fin qui a Carnuto. Ccoveredt gde jeunesse eos POS. Non è ſolamente da confiderare che la vitaſi va di giorno in giorno conſumando; e che di eſſa ne rimanc il meno; ma quel lo ancora fi vuole andar ri penſando, che quantunque yno viueffe eziandio d'au uantaggio, pur reſta quegli incerto ſe ſia per durargli la mente habile alla buona in telligenza degli affari, e di quella ſpeculazione, che ri chiede nel trattare le coſe humane, e diuine: Imperoc „chè fe comincierà perauuen. zura l'huomo a delirare, non perciò gli mancheran forze, ne il reſpiro, ne la facultà del nudrirſi, ne l'immaginatiua, ne gli appetiti,ne ſimili altre potenzc; ma s’eſtinguerà ben ſi affatto in lui quella del po terſi di ſe ſteſſo valere, e di perfettamente adempiere le parti del ſuo miniſtero, e di chiaramente ſpiegare i con cetti dell'animo, e di confi derare altrui, fe tal volta debba a ſe medeſimo dare la morte; e tutti finalmente quci ſimiglianti affari, i quali per ben riſoluere richiedel vn perfetto, e raffinato di ſcorſo.E'dunque da non iſtar fone a bada, non ſolo perchè la morte ſempre più s'appref ſa, ma perchè in oltre il ra ziocinio, e l ' intelletto noi fpeffe volte abbandonano innanzi alla morte. E'ancora da oſſeruare,che tuttociò, che alle coſe già dal la natura prodotte ſoprattuie ne, aggiugne loro yn certo che di bellezza, edi grazia; comeper eſemplo, quando il pane ſi cuioce, infrangonfi, e in varie guiſe apronfi four? eſſo alcune particelle di cro ſta, che fuor della creden, za, ed arte del fornaio co sì ſcrepolate con particolar compiacimento muouono P appetito. Così a i fichi, quan dogià ben maturi rompeſi la camicia; e allylive ſtagiona te, mentre principiano a pu trefarſi, fi viene ad accreſcere in tal particolare alletta mento: le ſpighe, che per lo pelo s' inchinano, il ſopraci glio del Lione, la baua, chc1 Cignale ſchiumando getta dal grifo, e altre coſe, delle quali, ſe ciaſcuna riguardaſi da per fe, appariſce lontana da ogni bellczza,per lo effe re all'opere della natura con giunte, recano a queſte orna mento, e agli animi deri guardanti diletto; Ondechi ha l'affetto e la conſiderazio ne intenta intorno a ciò, che vien prodotto nell' vniuerſo, quafi niente troverà anco nel le cofe, che a quelle addiuen gono, come neceſſarie pendi ci, che con qualche buona grazia non le veda congiu gnerfi. E così i veri digrignan ti grifi de viui animali non con ininor piacere rimirerà, che quelli, che con iſcherzo dalla pittura, e dal rilieuo ſo no rappreſentati; e vn certo vigorc, e vna certa maturità d'vna vecchia, o d'vn vec chio, non che la venuſtà de? fanciulletti, potrà con ben purgata viſta rimirare; e mol te ſimili cofe, che non ad ogn’vno ſaranno accette; ma ſolo a colui, che finceramen te ne'ſegreti,e nell'opere del la natura ſi ſarà internato. 3 Hippocrate, che haueua fanati molti infermi', amma latoſi egli ſe nemorì: I Cal-, dei a molti prediſſero le mor ti, ed eſſi poſcia furono dall: ora fatale portati via: Aler ſandro, Pompeo, e Caio Ce fare, hauendo intiere Città del tutto, e tante volte di ſtrutte, e tagliate a pezzi in battaglia molte decine di migliaia d'huomini tra fanti, e caualieri, eſſi ancora alla fi ne vſcirono di vita: Heracli to, dopo hauer con diſcorſo naturale trattato dell'incen dio del Mondo, gonfio le vi ſcere d'acqua, rauuolto in iſterco bouino, finì i ſuoi gior ni: Democrito da i pidoc chi, Socrate da altri vermi reſtarono eſtinti. A che quc ſti racconti? Entraſti in bar ca, nauigafti,approdaſti: Eſci fuora, e ſcendi; ſe pervn'al tra vita, iui ancora faranno gl'Iddij, eſſendo quclli per tutto "; ſe reſterai ſenz'alcun ſenſo, ceſſerai d'eſſere.ratte nuto tra i trauagli, ed i piace ri, e di feruire ad vn vaſel letto tanto inferiore, quanto la porzione è ſuperiore a quello, a cui ella ferue. Poi chè queſta è la mente, e il genio, doue quello terra, e putredine. 4 Non conſumare queila parte di vita, che ti riinane nel darti inipaccio,o penſiero de? fatti altrui, quando quelli non riguardino all vtile comune; altrimente tu reſterai impac ciato in coſa da te aliena, ro fiſticando, che faccia il tale, cd a qual fine e che dica, o penſi, o macchini, e altre co ſe ſimili, le quali ci fanno de uiare dall' offeruanza della parte, ch'è la propria di cia fcuno reggitrice. Concioffie coſa che biſogni nel diuilare ľ immaginazione, sfuggire ogni penſiero intempeſtiuo, e vano, e molto più quello, che habbia del vizioſo e del maluagio: Alucfare ancora vuolſi ſe ſteſſo a penſare ſolo a quelli particolari,de' quali, chi all'improuiſo t’interro gaſſe, che penſi tu adeſſo? tu polla con franchezza riſpon dere, ſenza interporre tempo di mezzo, queſto, e queſto; dalle quali riſpoſte ſubito manifeſtamente appariſca che i penſieri tutti ſono in te ſchietti, manſueti, come conuiene a i viuenti per l'hu mana comunicazione; e che, tu non ſei applicato ' a i piace ri, ne a qualſifia voluttuoſa immaginazione, non alle conteſc, non all'inuidia, o a i ſoſpetti, o ad altro, per lo che tu ti hauefli da arroſſire, diſcoprendo quello, che tu couaui per auuentura nell' C 2 animo. Giacchè vna perſona, così coſtituita, è quaſi vno degli ottimi, qual facerdo te, e miniſtro degl'Iddij,ſer uendoſi di quello, che den tro di lui riſiede Questo rende l'uomo illibato e libero da i piaceri, illeſo da ogni trauaglio, intatto da ogni ingiuria e ſenza vn mini mo ſentore di malizia, cam pione del maggior combat timento, da non eſſer ab battuto da paſſione alcu na, intinto nella giuſtizia in fino all'intimo, che con tut to l'animo ben riceue quanto auuiene, e quanto per defti no gli venga compartito. Non iſpeſſo ne, fuori che in grandi neceſſità, e che ſpet tano all' vtile comune, ri flettente a quello, che altri ſi dica, o faccia, o penſi, ſolo da vn canto intento a ' proprij affari, e dall'altro continu a mente attento a ciò, che per le contingenze dell' vniuefo a lui tocchi; acciocchè s'in duſtrij di rendere quelli di bella oneſtà compiuti, queſto reputi colmo d'ogni vtile e d'ogni bene. Concior ſiecoſa che, quanto a ciaſcu no viene dal fato deſtinato, fia portabile, e del bene ſeco portante. Ed egli tenga a mente, che a lui effcr dee fa migliare tutto quello che ha del ragioneuole, e che la natura dell'huomo richiede, e che dee applicare alla cura di qualunque ſi ſia degli aleri uomini.  Però non ha a vo ler dipendere dall' opinione così d'ognuno, ma ſolo di C 3 coloro, che viuono conforme alla natura; e dee offcruare quali ſieno quelli, che diuer famente viuono ilmodo, che tengono in caſa, e fuori, il giorno, e la notte, e quali, e con quali conuerſando ſi me ſcolino; Eper ciò non ſi ha ď hauer in alcun grado la lode di coſtoro, che ne meno fe fteſli contentano. Non opererai come con tro tua voglia, ne come ſcor dato del bene comune, ne ſenz' hauer prima ventilato efattamente l'affare, ne ritro fo; ne attenderai con bellet ti di vago dire a vanamente liſciare i tuoi concetti, non effendo ciarlone, ne troppo faccendiero. Iddio, ch'è in te, preſieda al tuo viuere da perſona virile, e nell'età auanzata, e di vita politica, e da nato Romano, e chema neggia gouerno. Sta in mo do tale apparecchiato e diſ poſto che alla prima chiama ta tu ſij pronto di ſtaccarti da i viui fi intero, che ti fia data credenza senza tuoi giuramenti o teſtimonianze altrui. Queſt'vno non manchi, ch'è tal ſerenità nell'animo, che non occorrono conforti efterni, ne di effere tranquil lato per opera d'altri: s'ha dunque ad cſſer per ſe ſteſſo retto, e non raddirizzato. 6 Se nella vita humana tu trouerai alcuna coſa migliore della giuſtizia, della verità, della temperanza, della for tezza, e in fomma fe altro meglio, che l'eſſer l'opera zione della tua mente sufficiente a ſe ſteſſa, acciò ca gioni, che tu operi ſecondo la retta ragione, e in ciò, che non può dipendere dal pro prio tuo conſiglio, al fato tu ti accomodi: ſe meglio dico di ciò tu truoui, od iſcopri,a quello volgiti con tutto l'a nimo, e godi dell'ottimo, che haurai ritrouato. Ma fe nulla t'appariſce, che ſia inigliore dell'iſteſſo genio, che in te riſiede, il quale habbia sottomessi a se stesso i proprij mori de'tuoiappetiti, ed eſamini le coſe. immaginate, e che dalle perſuaſioni, o alletta mcnti de' ſenſi, come Socrate dicea, ſia diſtratto, e con 1 affetto attento agli huomini, fi fia fubordinato agl'Iddij: Se di queſto trouerai eſſere ogni altra coſa inferiore, e più vile, non dar luogo nclla mente tua ad altra cofa veru na, alla quale vna volta che tu o propendendo, o decli nando aderifli, ſareſti ferma mente impedito a poter libe ramente preferire ad ogn'al tro il ſingolare, e proprio tuo bene; non eſſendo giuſto che al bene ragioneuole e operatiuo ſi contrapponga qualſiuoglia altro, che ſia in diuerſo genere, come fareb be l'applauſo della moltitudi ne, o la dignità, o le ric chezze, o il godimento de piaceri;tutte coſe le quali ha. uendo apparcnza, ancorchè in minimo, di adattarſi a noi, repentemente preuarranno, e ci rapiranno. Ondeio ti di co, attienti fchiettamente, e francamente al meglio; e С aderiſci a quellos e il meglio è quello, che a'te è di profit to; però ſe ſi confà, come a perſona ragioneuole, queſto riſerbati; ma ſe ſolo, come. ad animal viuente, riggetta lo, e ſenza gonfiartene,cuſto diſci il fologiudicio, per po ter formare vn eſame certo, e ſicuro. Non iſtimare giam mai, che ſia coſa conferente a te ſteſſo quella, che tal vol ta forzeratti a traſgredire la fede, mancarc all honore, odiare alcuno, ſoſpettare maledire, fintulare, ed ambi re qualche coſa, laquale hab bia biſogno di naſcondimen to di muri, e di velami. Im perocchè chi ſtima fopra tut to la propria ſua mente, e il genio, e l'operazioni della ſua virtù, quegli non fa azione da tragedia, non pia gne, non hannà biſogno di Itar folitario, ne della com pagnia di molti. Esquel che più importa, viuerà ſenza de fiderare, e ſenza sfuggire co fa alcuna; ne farà molto ca fo, ſe dell'anima circondata dal corpo ſe ne ſeruirà per più lungo, o per più breue tempo: acciocchè qual ora s'haueſſe a dipartire, così franco ſe ne vada, come ha ueffe a disbrigarfi di qualche affare, che gli conueniffe efe guire con decoro, e con ogni modeſtia: ofſeruando queſto folo puntualmente per tutta la vita, che i fuoi penſieri s. aggirino attorno qualche co fa, che ſia propria de viuen ti razionali, e ciuili. 7 Nella mente di perſona C 6 ben aggiuſtata, e purgata non trouerai niente di guaſto, niente di marciume, o che v'habbia fatto ſaccaia. Simil. inente. non troncherà il fato la vita di coſtui imperfetta, come ſi direbbe dell'Iſtrione, fe,auanti di finire, e compire il Drạmma,gli vditori all'im prouiſo piantaſſe. Di più non trouerai nulla di feruilc, ne di affettato, ne di appicci cante, ne di diſciolto che habbia biſogno d' eſſer corretto, ncd'eſſer ricoper ne to. Habbi in venerazione la facultà, che forma l'appren ſione, dependendo da queſta il tutto;acciocchè niuna opi nione s' inſeriſca nella tua mente, che non confcnta colla natura, e colla coſtituzione di viuente razionale: E queſta profeſſi di non cor rerc alla cieca, e che l'huomo fi confaccia con gli huomini, e verſo gl’Iddij ſia offequiolo. Rigettate dunque tutt'altre coſe, imprimiti ſolo queſte poche, e ſpesſo rammenta ti che da ciaſcuno ſi viue il ſolo momento preſente, il re fto l'ha gia viuuto, o gliè af fatto ignoto. Piccola adun que è l'età di ciaſcuno: Pic colo è il cantoncino della terra, dove ſi viue, e piccola, benchè lungi s'eſtenda, è a ' poſtuni la fama, proceden do queſta dalla ſucceſſione di homicciuoli, che preſto ſe ne vanno a morire, i quali non conoſcono le ſteſſi, non che colui, il qual di già lungo tcmpo morì. A'già eſpoſti auvertimenti s'aggiunga ancora di far ſem pre vna diffinizione, o de: ſcrizione di quello, che vie ne dall’iinmaginatiua rappre fentato acciocchè qual'è nudamente nella propria ſo ſtanza, e il tutto per tutte le parti diſtintamente, tu rico noſchi,e ſia a te ſteſſo eſpreſ ſo. e paleſato qual ſia il ſuo proprio nome, e i nomi di quelle parti, delle quali è compoſto, e nelle quali ſi ri foluerà. Perchè non è cofa, che a ſolleuare la generoſità dell'animo ſia più poſſente; quanto l'eſaminare con me todo, e verità ciaſcuna coſa che può accadere nella vita ': c riguardarla del continuo in tal modo, che tu comprenda inſieme a qual Mondo, qual vſo porgano, che poſto tena gano in riguardo dell’yniuer fo, e quale in riguardo dell' huomozil quale è cittadino di quclla ſopraniſlıma Cittade di cui le altre ſono come.abi. tazioni di famiglie: Che co fa ſia, o di quali principij ſia compoſto, e quanto tempo fia per durare quello, che al preſente m’imprime tale im inaginazione; e qual virtù in torno quello s'habbia da vla re: come a dire della manſue tudine, delle fortezza, della verità, della fede, della ſchiet tezza della contentezza, del la propria ſorte, e d'altre fi mili. Per lo che biſogna dire di ciaſcheduna coſa: Queſto viene da Dio, ma questo per fatale ordinazione, e conneſ fione delle cose del mondo o per una tale congiuntura, e fortuna: E queſto altro pro cede da vn tuo proſſimo, e congiunto, e teco conuer fante, ignaro di quello, che a lui pernatura ſi conuiene. Ma io che lo ſo m’auuaglio d' effo, fecondo le leggi naturali della comunicazione, con af fetto benigno, e giuſtizia; e inſieme nelle coſe indifferen ti, o mezzane mi ſtudio d' andar conghietturando, qual ftima a quelle habbiaſi a da re. Se tu, della retta ragione feguace, opererai quello che haurai dauanti ſtudiofa mente, validamente, placi damente, e non mirando ad altro che all'intrapreſo nego zio, anzi conferuerai il tuo genio puro, e conſtante, co me ſe già ti abbiſognaſſo di renderlo. Se dunque queſto offeru.crai, a niente altro at tendendo, niente fuggendo; ma nell'operazione, che hai tra le mani, conformandoti alla natura, e contentandoti d'eſprimere con verità eroica tutto ciò, che a dire intra prendi, tu viucrai felice. In vero non v'ha chi ti potra quefto impedire. u Comei Maeſtri del cu rare hanno ſempre alla mano gli ſtrumenti, e i ferri per ogni inopinata cura così habbi tu pronti i decreti a ri conoſcere per mezzo d'effi le coſe diuine e l'humane, in tutto ciò, che, quantunque mi nimushaurai da operare; ben ricordcuole come queſte fia no amendue tra di loro con giunte, non potendo far nulla, che appartenga agli huo mini, che per mera corriſpon denza al Cielojne per lo con trario. 12 Non andar più vagan do, mentre non haurai più da leggere i tuoi libretti di me morie, ne i fatti degli an tichi Romani, e Greci, ne le raccolte, che hai eſtratte da varij ſcrittori, le quali riſer bate t'haueui per la vecchia ia. Affrettati adunque ver ſo la fine, e abbandonando, mentre che t'è lecito, le va ne ſperanze, porgi ogni aiu to a te ſtello, ſe tu fe'a cuore a te medeſimo. 13 Gli huomini volgari non fanno quanti ſignificati hab biano le voci rubate, femina re, comperare, ripoſare; ne fanno diſcernere quello, che s'ha da operare: il chenon ſi fa con la viſta degli occhi, macon altra perſpicacia. Habbiamo il corpo, l'a nima, c la mente: Al corpo appartengono i ſenſi, allani ma gli apperiti, alla merite i decreti. Si formano le imma ginazioni ancora dagli ani inali bruti; ma il laſciarli trarre dagl'imperi degli ap petiti a guiſa di pupazzi tira ti con cordicelle, è cofa da beſtie, e da effeminaci, e d ' yn Falaride, ed'vn Nerone. L'applicarela reggitrice men: te all' apparenti conuenienze è ancora di coloro, i quali non tengono, che ci ſiano gl’Iddij, e che alle occaſioni abbandonano cziandio la pa tria, e che quando han chiu te le porte, fanno di tutto. Se dunque l'altre coſe ſono comuni alli già detti, reſta proprio dell'huomo dabbene l'amare, e abbracciare ciò che a lui auuenga, e che dal fato gli fia compartito, come il non rimeſcolare, e confon dere il genio, che nel mezzo del petto riſiede, ne pertur barlo colla moltitudine dell' immaginazioni: ma conſer varlo placido, e come a vn Dio, decenteinente portar gli riuerenza, ed oſſequio. Non proferendo mai parola, che tutta yera non ſia;ne fuo ri del giuſto facendo cofa al cuna. Se poi tutti gli huomi ni non crederanno, ch'egli fchicttamente, e oneſtamen te, e tranquillamente ſe ne viua, non però fi crucсerà con chi che ſia di loro; ne vſcirà mai dal dritto ſentiero, che lo conduce al fine della vita, al quale fa di meſtiere giugnerepuro,quieto, c pron to a diſcioglierſi, e acco- - modarſi di buona vo glia al proprio de ſtino. Nell interno che domina in noi quando ſi confor ma alla natura, reſta sì indif ferente a tutti gli auueni menti, che ſenza ripugnanza ſempre prontamente ſi tra fporta a ciò; ch'è poſſibile, e conceduto; Imperocchè non s'obbliga a materia deterininata; ma è facile verſo ciò, che gli venga propoſto, ben che con qualche eccezione; e quello, che in luogo dell eſcluſo è introdotto, s'appro pria come ſua materia, in guiſa del fuoco, quando nel le coſe, che incontra predo mina; dalle quali vna picco la lucernctta verrebbe e ſtinta,la doue vna gran fiam ma trasforma in ſe preſta mente tutto quello, che in nanzile è poſto, e lo conſu ma, e di quell'iſteſſo diuiene maggiore 2 Niun'opera ſi faccia a ca ſo, ne altrimente ſi eſegui ſca, ſe non conforme agli ammaeſtramenti di perfezio ne dell'arte. 3 Proccurano le perſone di ritirarſi nelle campagne,alla -50 he 9 or it 71 za 2. e 01 marina, e ne' monti, e an co tu queſti ſe' stato particolarmente ſolito d'amaro e queſta è coſa ordinarijfſima agl'idioti; eſſendo a te lecito in qualſifia tempo, che ti pia cerà, ritirarti in te ſteſſo. Ne c'è luogo per l'huomo di più quiete, e più lontano dalle faccende, per ritirarſi di quello del proprio animo; particolarmente ſe haurà in ſe formato tali concetti, che in quelli internandoti pron tamente rimanga in vna to tale tranquillità. Ne altro dico eſſere queſta calma che l'animo ben compoſto: Ritirati dunque ad oraad o ra, e rinnuoua te ſteſſo. Si eno però breui, è ordinati que' ricordi, i quali ad vn tratto fouuenendoti, ſaran no ſufficienti a liberarti dio gni moleftia, e di rimetterti nelle tue operazioni; alle quali ſenz' annoiarti farai ri torno. Poſciachè di qual co ſa pigti tu noia? forſe della maluagità degli huomini? Rammentati di quel decreto, che i viuenti ragioneuoli ſo no prodotti a pro \ vno dell'altro; e che il medeſimo ſofferire è part e della giuſti zia dell'huomo: e che quelli, che delinquono, no'l fanno di buona voglia; e quanti dopo hauere eſercitato l'oſti lità, i ſoſpetti, e gli odij, e trafittiſi ľ.yn l'altro, ſono morti e diſteſi ridotti in cene, re? quietati dunque vna vol ta. Ma tu non t'appaghi di quello, che dall' vniuerſo ti è ſtato diſtribuito. Richiama: D però nella memoria la pro porzione diſgiugnéte, che ci è, o la prouidenza, o gli atomi, o anco altre coſe, donde ben fi conchiude che il Mondo è in guiſa di ordinata Città. Se poi t'aggrauono le coſe cor poree, tu quì confidera che la mente, dopo che vna vol ta ſi ſarà in ſe ſteſſa raccolta, e haurà riconoſciuta la pro pria dignità, non ſi meſco ſerà con iſpirito, che venga ad eller morbidamente, o ru uidamente agitato. Aggiu gnidi più tutto quello, che del dolore, e del piacere tu hai vdito, e l'hai approuato. Mala gloricota ti diſtrarrà? Da vno ſguardo, come pre fto va il tutto in dimenti canza, e nel chaos dell'euo da amendue le parti immen fo, e nella vanità d ' yn rim bombo: e quanto mutabili, e ſenza giudicio fono quelli, che di noi poſſono formar concetto, e in quanto poco luogo tutto ciò li circonſcri ue; mentre tutta la terra è yn punto, e di queſta non è che yn cantoncello la noſtra abitabile; e quanti, e quali fono quelli, che ſieno per lo darti. Ricordati dunque di ritirarti in quella particella di te ſteſſo; e ſopra tutto di non ti diftrarre, e di non far refiftenza; ma fij. franco, e ri guarda l'opere da PERSONA VIRILE, D’UOMO, da cittadino, da viuente mortalc. Ma tra i ricordi più pronti e ſpe diti, i quali hai da conſide rare, fieno queſti due. L'yno, che le coſe iftcffe non s'at D 2 taccano all'anima, ma ſtan no al di fuori immobili; e che le turbazioni deriuano ſolo dall'opinione interna: l' altro è, che quanto vedi, queſto non iftarà guari a mu tarſi, e più non ci ſarà; e con fidera a quante mutazioni già tu ti ſe trouato, e di con tinuo tieni a mente, che il Mondo ſta nell'alterazione, la vita nell'opinione. 4 Se l'intelletto è comune, comune ancora è la ragione, mediante la quale noi ſiamo ragionevoli. E ſe è vero que ſto, eziandio la ragione, che comanda quello, che ſi deb ba, e che non ſi debba ope rare, ſarà coinune. E ſe è cosi, ſarà comune la legge; il che ammettendoſi, verre mo noi ad eſſer Cittadini; donde è, che hauremo da par ticipare di qualche Cittadi nanza; e conſeguentemente reſta il Mondo eſſere come vna Città. Concio ffiecofa che dirà alcuno: qual'altra Cittadinanza fitruoua fi co mune, della quale tutto il genere humano partecipi? E da queſta comune Città deriua l'iſteſſo effer noſtro in: tellertilo, e ragineuole, e le gale. O se quindi non ès-don de è perciocchèſi come quel lo, che è di terreſtre in me, da qualche terra a me ſi com, parte, el eſſere vmido da vn altro elemento, e l'eſſere fpiritale da qualche ſcaturi gine di ciò, e'l caldo, e l'i gneo da qualche altra pro pria ſorgente; imperocchè nulla prouiene dal nulla, co D3 me ne meno ritorna in quel che non è così anche l'intel lettiuo da qualche luogo fi comparte. 5 Tale è la morte, quale è la generazione, e ſono degli arcani della natura; queſta è miſtura degli elementi, e quel. la è diſcioglimento ne'mede fimi: In ſomma non ſe n'hà d'hauer vergogna, poichè non è contra la conuenienza del viuente intellettuale, ne repugna alla ragione della di lui conſtituzione, 6 La natura porta che queſte cofe da tali ca gioni nafcano neceſſaria mente; il che, ſe ad alcuno non piacerà, vorrà che'l frutto del fico non habbia lattificio. Quello in tutto, e per tutto rimanga nella mente, che tra breuiſſimo tempo tu, e quel tale vi morrete, e tra poco non ci ſarà, ne pu re il voſtro nome. Leua via l'opinione, che ſarà tolta la querela, che dice, IO SO NO STATO OFFESO, leua queſto dire: IO SONO STA TO OFFESO, e verrà tolta l'offeſa. Quello, che non fa peggiore in ſe l'iſteſſo huo mo, non renderà peggiore la di lui propria vita; e ne in ternamente, ne efternamen te l'offenderà. 7 La natura ad operare in tal modo per lo comune vti le fu neceſſitata. E ciò, che auuiene, giuſtamente auuie ne: il che ſe attentamente of feruerai, trouerai eſſer vero; ne per ſola conſeguenza di co, che è queſto, ma perchè D4 così vuole il giuſto; venen do da colui, il quale ſecon do il proprio merito, diſtri buiſce a ciaſcuno il ſuo.Of ſerua dunque tu queſto, co me hai dato principio; e nel fare qualunque coſa ado pera con qucfta oſſeruazio ne, e con lefſere huomo dab bene; ina di quella maniera, come s'intende propriamen te l'hucmo dabbene. Tutto ciò oſſerua in ogni tua ope razione. 8 Non farai concetto del le cofe fecondo il giudicio di chi t'oltraggia; ne come e quali eſſo vuole che tu le giudichi; ma conſiderale, quali eſſe veracemente ſono. 9 Debbonfi ſempre hauer in pronto queſti due punti: primieramente di non operare in modo diuerſo da quello che la ragione, Rcina, e leg gislatrice per l'vtile degli huomini fuggeriſce; ſecon dariamente d'effer facile a mutarti di parere, ſe qual cuno fi corregga, e rimuoua da qualche opinione; però queſto rimouimento s'ha ſempre d'appoggiare alla perſuaſione, che porti del giuſto,o del ben comune, O di coſe ſu queſto andare,non per compiacimento, ouero per apparenza di gloria. Hai tu la ragione? la tengo: Per chè dunque non te ne ſeruia Che vuoi cu altro, che que ſta, mentre ella fa quello, che è proprio di lei? 10 Come parte di queſto vniuerſo già ſe'ſtato conftitu ito, così tornando a chi t'ha DS fatto, diſparirai, o più toſtoy con qualche mutazione, fa rai ripoſto nella ragione fe minále di quello. Di molte granella d'incenso su Piſteffo altare vna cade prima dellº: altre, purchè ſi conſumi mula la importa. Tra dieci giorni tu parerai vn Dio a quelli alli quali ora ſembri vna be ftia; e yna ſcimia, fe ritorni a ri pigliare i decreti, e la vene mazione della ragione. Non fare i conti come fe hauefli ancora a viuere più migliaia d'anni. Il debito fatalc fou raſta, mentre viui,mentre ti è permeſſo diuenta buono.. II Quanto di quiere d'ani mo guadagna chi non bada a quello, che'l vicino diſſe, o fece, o pensò, ma ben fi ſolo a quello, ch' egli ſteſſo fa, acciocchè l'opera ſua ſia giuſta, e pia?, nericercando va ſe altri ſia di buoni, o rei coſtumi, ma corre a dirittu ra per la linea, ſenza punto da efla ſcoſtarſi? I2 Chi dietro alla fama apoſtuma ſe ne va,come ſtor dito, non conſidera come cia fcuno di quelli, che di lui li rammenteranno, anch ' egli preſto ſe ne baſirà, e così di nuouo quegli ancora, chea queſto ſuccedera, finchè ogni memoria, per mezzo di huo mini, parte ſtupiditi, parte già morti continuata ſi ſpen ga.Mapreſupponi tu, che quelli che terranno di te me moria fieno immortali, e la memoria rimanga immorta le? ciò che gioua a te 2 ne ora parlo di quando tu fa D 6 rai nh ada Te ef 1 rai estinto, ma del preſente mentre tu viui. Che è la lo de ſe non certamente yn tal condeſcendimento d'huomi ni. Tralaſcia dunque, come inopportuni i doni della na tura, mentre che dipendo no dal giudicio d'altri. Del reſto tutto quello, che in qualſiuoglia maniera è buo no per ſe ſteſſo è buono, e in ſe ſteſſo fi riſtrigne; ne tra le fue parti annouera la lode; onde non diuiene ne miglio re, ne peggiore. il lodato. Queſto dico ancora di ciò, che volgarmente ſi chiama buono: quali ſono le coſe, che o per la materia, o per l' operazione dell'arte tali fi ftimano. Ed in vero quello, che è realmente buono, di che ha biſogno di nulla più certamente che la legge, di nulla più che la verità, di nulla più, che la buona mente, che la modeſtia Quale di queſte per lo eſſer lodata diuiene buona, o bia-, fimata ſi corrompe? forſe di uenta peggiore lo ſineralduc. cio, ſe non è lodato? non di rafli il medeſimo dell'oro, dell'auorio, della porpora, del pugnalett, del fiorellino, dell'arbuscello? Se l'anime ſempre du rano, come fin dall' eternità le può contenere in ſe l'aria? e come la terra i corpi rac chiudere de' ſepolti di tanti ſecoli: Poichenell'iſteſſo mo. do, che la mutazione, e la re ſoluzione di queſti danno luogo ad altri cadaueri,dopo eſſer per qualche tépo quag. giuſo ſtati, così l'anime poi chè ſono ſtate traggettate nell'aria, e trattenuteuifi al quanto, fi tramutano, e ſi ſtruggono, e s'abbruciano, ri tornando nella ragione ſemio nale del tuttoje in tal modo fanno luogo ad altre, che appreſſo vengono a ricongiu gnerſi. A queſto ſi riſponde, che ſuppoſto che l'anime du rino, biſogna non ſolo con cepire la moltitudine de'cor pi così ſepolti, ma quella an cora degli animali, che cia fcun giorno da noize da altri animali ſi mangiano; poichè quanto numero le ne confu ma, ecosì in yn certo modo ſi ſeppelliſce nelle viſcere di quelli, che ſe ne cibano de tuttauia capono in questo luogo per la traſmutazione in in sangue, in aria, e in fuoco. Qualeè intorno a que ſto la notizia della verità il. diuiderſi in materiale, e cau-, ſale. Non fi vuole andar con aggiramenti vagando, ma in ogni appetizione dell'animo deefi aſſegnare il giuſto; ed in ogniimmaginazione con feruare quello, che ſi è compreso. Tutto quello, che a cé, o Mondo, è conueniente, a me ancora ſta bene. Nulla è a me acerbo, o tardivo, che a te ſia ſtagionato; ogni coſa, che portano le tue ſtagioni, è a me frutto. O natura, da te deriua il tutto, in te è il tutto, e a te il tutto ritorna. Diffe colui; Amata Città di Ci tropese tu non dirai,Amata Cit tà di Gione? Intrigati di poco, diſſe, se tu vuoi ſtare coll' animo quiero Non è miglior cola, che far ſolo ciò, che è neceſſario, e quello, che la ragione all ' huomo,nato per la vita ciui le, detta, e nel modo, che lo detta. Imperocchè queſto non folamente reca la tran quillità, che dal ben fare procede; ma quella ancora, che dal poco operare.ti au uiene. Concioſliecoſa che; fe la maggior parte di quello che ſi dice, o lifa, non eſſen do di neceſſitade, alcuno ri ciderà, egli ſe ne ſtarà int maggior ozio,c meno ſturba to. Perciò biſogna in ciaſcu na coſa in particolare ricor darſi che forſe ella ſi è vna di quelle, che non lon neceſſa rie. Biſogna in oltre non ſo lo toglier vią l'azioni, che non ſon tanto neceſſarie, ma ancora l'iſteffe immagina zioni, perchè così non ſegui ranno azioni ſuperfluc. Fa prova, come ti rie fca la vita d'vn huomo dab bene, cioè, cheſi contenta di ciò, che dall' Vniuerſo gli vien aſſegnato, che ſi ſoddis fa del proprio operare giu ſtamente, e della ſua man fuera diſpoſizione.Hai confi derato queſto.2 rimira queſt altro; non ti turbare, habbi l'animo tuo aperto. Chi pec ca, contro di fe pecca. Ti au uenne qualche bene? Dal principio dell'uniuerso ti fu ciò deſtinatose intrecciato in ſieme ognaltro auuenimena to.In ſomma la vita è breue. Vuolſi guadagnare il preſen te gote con feguire la retta ragio ne, e la giuſtizia. Sta attento di non rilaſſarti. 18 O il Mondo è vna bel la ordinanza,o'vn meſcuglio confuſo, tuttauia et Mondo. Ora ſe in te ſteſſo qualche Mondo,cioè,comeper efem plo,vna venuſtà può conſiſte. re, haurà poi da eſſer yn'im monda ſconuenenza neli'yni. uerfo, mentre in effo tutte le cofe fi vedono così diſtinte, c dilatate, con effer inſieme reciprocamente affette? 19 Ci ſono coſtumi negri, coſtumi effeminati, ferrigni, ferini, e diquelli, che ſono fimili a'brutali, e a ' fanciul leſchi, inſenſati, affettati, buffoneſchi, tauernieri, e ti rannici. Se fireputa pellegri no nel Mondochi non faciò: che in eſſo ſi truoua, molto o più pellegrino è colui, che ignora ciò, che in eſſo ſi fac cia. Fuggitiuo farà chi fugge 0 dalla ragione ciuile, è cieco chi ha chiuſo l'occhio dell' intelletto, mendico chi ha neceffità d'altri, e non ha ap " preſſo di ſe tutto quanto gli è neceſſario per vſo della vi ta. Eyna apoſtema del mondo, chi ſi diparte, e fi difrom pe dalla ragione della comu ne natura, non accomodan dofi agli auuenimenti; men tre gli produce quella mede fima, che ha te ancora pro dotto.E vna ſtracciatura del la Città, chi diſtacca la pro i pria anima dalla mente r et ei gioneuole, che è vna. 20. Ci è chi filoſofa ſenza tonica, e chi ſenza libro, vn' altro mezz'ignudo. Non ho del pane, diffe, e nonmipar to dalla ragione. Io non ho il cibo degl'inſegnamenti, e pur in eſſi perſcuero: Affe zionati all'articella, che im paraſti, e in quella acqueta ti.Mena il reſto della vita tua con riporre negl'Iddij la cura d'ogni tuo affare, e ciò con tutto l'animo: e dhuomo, che viua,non ti fare,ne tiran i no, ne fchiauo. 21 Conſidera, verbi gratia, i tempi di Veſpaſiano, tu vi vedrai tutte queſte medefi me coſe, cioè huomini, e far.nozze, ed educar figliuoli, ed ammalati, e morienti, e com battenti, e feſteggiantise mer. catanti, e agricoltori, e adu latori, e arrogantemente par Janti, e ſoſpettoſi, e infidiatori, e deſideranti la morte, e delle coſe, che ſuccedeuano ha lamentantiſi, e innamorati, e at intenti ad ammaſſar teſori, e e ambizioſi di Conſolati, e di 1 Regni; tutti fparirono, e della loro vita già non vi rcſta 1 nulla. Appreffo traſportati all'età di Traiano; di nuouo I rimirerai tutte le medeſime cofc, e pur la vita di quelli non ci è più.Similmente con ſidera altri ſegnalati inter ualli de' tempi e delle intere nazioni; e offerua,come tanti, e tanti allora gonfiati l' vno * contro l'altro,dilì a poco ca e dettero, c fi dileguarono ne gli elementi. Specialmente B t'hai da rammentare di quel li, che tu ſteſſo hai conoſcill ti, che vanamente affannati hanno tralaſciato d' operare  conforme alla propria diſpo fizione, e d'aderire tenace mente a quella, e di quclla foddisfarli. E neceſſario an cora di rammentarti,che l'ap plicazione in ciaſcuna azio ne ha la ſua propria conue nienza, e proporzione; per chè così tu non ti dorrai; ſe tu non più di quello chepor ta il pregio in queſte coſe minori, ſarai occupato. 22 Le voci già correnti, ora fono diſufate, e richie dono chioſe; così i nomi di quelli già tanto celebri fono in yn certo modo al preſente fimilia derte voci: tale è Ca millo, Cefone, Volefo,Leon.nato; e poco appreffo Scipio ne; e Catone; dopo anco Auguſto, c indi Adriano, e Antonino; perchè ogni coſa ſua Ct colla 211 ap 10 16 ber Ol ſuaniſce, e tofto paſſa in fa uoleggiamenti, cben preſto dentro d' yna totale obbli uione reſta ingoiata.E queſto dico di quelli, che a maraui glia yna volta riſplenderono; poichè gli altri nell'iſteſſo lo ro fpirare reſtarono ignoti, e niuno più ne domanda. Che coſa è dunque queſta eterna memoria? Tutto vanità. In torno a che dunque s'ha da porreil noſtro ſtudio in que ſto ſolo; che la mente ſia giu ſta, l'azione diretta al co mun bene,tale la ragione che mai non reſti ingannatå, el animo così diſpoſto, che ciò, che gliaccada, abbracci, co me foſſe a lui neceſſario, e co me famigliare, e come dall' ifteflo comun principio, e fonte deriuato. Di buon ani til zie id 700 DITI OP ON DC1 او و mo gettati nelle braccia del fato; permettendogli che e inuolga in quelle coſe, che a lui parrà. Il tutto va a giorni, e chi rammenta, e'l rammen tato. Mcdita del continuo, come tutto ciò, che ſi fa a per mezzo delle mutazioni fi fa; e auuezzati a conſiderare, che nulla ama così la natura del l' vniuerſo, come di mutare gli entie far delle coſe nuo ue a quelle aſſomiglianti. Perchè in vn certo modo o gni coſa, che è, ſemenza è di quella, che da eſſa s'ha da produrre; e tu t'immagini ef ſer ſoli ſemi quelli, che ſi traſ mettono nella terra, o nell' vtero. Coteſti fono penſieri da perſona molto idiota. Già ſei all' orlo detta morte e ancora non se' diue hel nen ZIO pe TI che can de nuto ſchierto, e libero dalle rei perturbazioni, da’ſoſpettid' eſſere dagli eſterni leſo, ne bi placido inuerfo tutti;ne ſtimi la prudenza eſſere il ſolo giu ftamente operare. 24 Rimira la mente conducitrice degli altri e ciò, che veramente fuggano e fe de guano i prudenti. Il tuo male non consiste nella mente d'altri o ne' rivolgimenti o variazione dell'ambiente Doue dunque la doue tu hai l'opinionede'tuoimali. Per di ciò non opinare queſto, che il tutto andrà bene; ancor chè il corpicciuolo, che a f quello è propinquo,fi ſeghi,fi abbruci, marciſca, ſi putre faccia; purchè rimanga quie ta la particella, la quale for ma l'immaginazione di que dit + C. ef E Ite ſte coſe, cioè che non giudi chi eſſer ne bene, ne male ciò, che può accadere, tanto all'huomo dabbene, quanto al cartiuo, Concioſliecoſa che quello, che ſimilmente auuiene a chi viue, secondo la natura, e a chi viue diuer ſamente, non è ne secondo la natura ne contro di essa. Conſidera del continuo il mondo come un' animale, composto d’una sostanza e di un'anima, e come all ynico ſenſo di quello tutte le coſe ſi riportino, e come con vn'im peto il tutto operi, e come tutte le coſe tra fe di tutto quello che ſi produce, ſon co. muni cagioni;e quale ſia l'in trecciamento, ola teflitura. Sei un'animuccia, che porta un cadauero; diceua Epitteto. A quelli, che ora ſono ali nella mutazione, niente è di male, come niente è di bene a quelli, che nella mutazio ne ſuffiſtono. 28 L'euo è come un fiume, e come yna corrente violen ta delle coſe, che ſi fanno, perchè, ſubito che ciaſcuna di quelle compariſce, è rapi ta, e altra ne compariſce, e queſta ancora ſi traſporterà. Ogni accidente è così ſolito, e famigliare, come nella pri mauera la roſa, c nella ſtate i frutti. perciocchè tale è la malattia, la morte la maledi cenza, l'inſidie, e ciò che rallegra i pazzi, o gli contri fta. Quello, che proſegue, ſempre ſi connette accon ciamente agli anteceden ti. poichè non è vna nume 1 orazione di coſe tra loro dif crete, e ſuſſiſtenti per necef ſità ſolamente di calculo; ma èyna congiunzione, ſecondo la ragione; e come ſono coor dinate, e ben congiunte tut. te le coſe che eſiſtono, così quelle, che ſifanno non han no vna ſemplice ſucceſſione, ma dimoſtrano vna certa ma rauiglioſa famigliarità, che è tra di loro. 29 Habbiaſi ſempre a mente quel detto d’ERACLITO. La morte della terra eſſere quando diuenta acqua; e la morte dell' ac qua, quando diventa aria; come del l'aria, quando fuoco, e così per l'oppoſito. E ancora da ri cordarſi di colui, al quale era ignoto,doue la ſtrada condu ceſſe; e di quelli, che ſpecial mente, e del continuo con uerſano con la ragione, la quale ogni coſa amminiſtra, e nondimeno da quella dif ſentono, e che quelle coſe, nelle quali ogni dis’abbat tono, a loro paiono ſtranie re. e che non biſogna fare, e fauellare in guiſa quafi di dormienti,perchèallora anoi ſembra difare, e di dire; ne fi hanno da imitare i fanciul li, i quali dicono con ſempli cità: Così habbiamo appreſo dai noftri maggiori. « 30 Se alcuno degl' Iddij ti diceffe, che hai da morire la domane,o al più lungo por domane, non molto ti im portarebbe, che foſſe più to ito domane, che poſdomar nc, ſe non le d'animoin eſtre mo tralignante. Imperocchè E 3 quanto ſi è l'interuallo d'vn giorno cosìno iſtimare gran coſa le fia più toſto dopo moltiſſimi anni che domane. Ripenſa contimamente teco medeſimo; quanti medici ſon morti, che ſpeſſo hanno le ci glia inarcate ſopra de i ma lati? quanti matematici, che come yn gran caſo le morti d'altri prediffero 2 quanti Fi loſofi dopo mille, e mille contefe della morte, e dell' inmortalità? quanti prodi in armi, che molti vcciſero? quanti tiranni,checon gran de preſunzione della loro potestà sopra l'anime ſi feruiro no, quaſi chenon foffero e glino ancora mortali? quan te Città ſono, per così dire, affatto morte? Elice, Pom pei, Erculano, e altre innu nie merabili. Traſcorri ancora quanti hai tu conoſcuti l'yno appreſſo l ' altro morti. Que gli dopo hauer fatto i fune rali dell'altro, ha ſteſo egli morendo le gambe, e dopo lui yn'altro. Tutto ciò in bre de tempo. In ſomma ſempre fono da conſiderare tutte le coſe humane,come d'vn gior no, e di prézzo viliffimo: ieri vn pochin di mocci,domanc falſume, o ceneri. E perciò queſto momento di tempo paffalo viuendo, ſecondo la natura, e muori tranquillo, come l'vliua, che fatta ben matura cade laudando la ſua producitrice, e rendendo gra zie all'albero, dal quale fpuntò. 31 Sij ſimile a vn promon torio, nel quale inceffante E 4 mente l'onde s'infrangono; e nulladimeno egli ſta ſaldo, e intorno a lui fi abbonacciano gli orgogli dell’acque. Infe. lice me, perche ciò mi è au uenuto l’anzi al contrario, me ſelice, che essendo miciò accaduto, me ne ſto ſenz'al cun dolore, nedal prefente offeso, ne temendo l'auueni re. imperciocchè queſto po teua ad ogni altro accadere, manon ognuno l'haurebbe ſopportato ſenza dolerſi.Per chè adunque più toſto quello infelicità che queſto felicità farà da noi giudicato? echia mi tu a pieno infelicità dell' huomo corefto, che non è difauentura alla natura hu mana? E diſauucntura della natura humana pare a te, che ſia quello, che non è contra ilvo il volere di lei? Quello che ella voglia, l'hai tu appreſo? Non é impediſce dunque queſto accidente, che tu non ſij giuſto, magnànimo, tem perato, prudente, conſidera to,,verace, modesto, libero, con le altre qualità, le quali efſendo preſenti, la natura humana gode ogni ſuo pro prio. Quanto al rimanente ricordati, ogni volta che al. cuna coſa t' induce ad attri ſtarti, di valerti di queſta ſen tenza. Che queſto, che t'è accaduto non ti è d'infelici tà, ma di felicità, foppor tandolo generoſamente. 32 Per certo è volgare aiu to, ma tuttauia efficace, per diſprezzar la morte, il ri membrarſi di quelli, i quali, attaccati al viuere, lungo Es: tempo durarono. Che hebbe, ro più queſti di quelli, che in eri acerba morirono?Giacor ciono ſenza dubbio in qual che luogo Cadiciano, Fabio, Giuliano, Lepido, e altri fi mili, i quali, dopo hauer fat ti i funerali a molti, eglino ancora furono poſcia ſepolti. Finalinente ci è poco d'inter ftizio, il quale con quante moleſtie, e con quali ſten ti, e in qual corpicciuolo vien ſofferto? Dunque non ne far gran conto į rimira però indietro all'immenſità dell'euo, e a te dauuanti yn altro infinito. In queſto, che differenza è tra vno morto a capo di tre giorni,e d'vn Ne ſtore di tre ſecoli? Per la ſcortatoia corri ſempre, e quella via, che ſi conforma alla natura, è la fcortatoia saluteuole. Però dì, e fa ogni coſa nella ma niera più ſalateuole. Impe r occhè queſto propofito libe ra dalle fatiche, da i com battimenti, da ogni ſimula zione, e da ogni oſtentazione. Vando dal ſonno neghittofamente la mattina ti fue gli, habbi in pronto. lo mi fueglio all'opera dell'huomo; ancora dunque ripugnanza fento, ſe io vo a fare quello pere, alle quali ſon nato, e per le qualiſono ſtato intro dotto nel Mondo forſe ſono ſtato ordinato, acciò tra piu macciuoli giacendo io mi riſcaldi? Maciò è di maggior guſto. Dunque a pigliarti gu ito, e in ſomma non al fare ne all'operazioni ſei nato? non vedile pianterelle, i paſ ferotti, le formiche, i ragnis l'api comecooperano all' or namento delMondo, e tu non vorrai fare quello, che ſpet ta all'huomo e non accorri a ciò, ch'è conforme alla nå tura tua? Ma biſogna pure ripoſarti. Biſogna.Ed in que ſto la natura aſſegnò lemiſu re; e diedele ancora, ed al mangiare, ed al bere; e non dimeno tu pafli oltre alla mi fura, e oltre alla ſufficienza. Non però così nell'opere; ma affai meno di quello ſi puote; concioffiecoſa che tu non a mi te ſtello, che quando ciò foffe, amereſti la natura, e'l di leivolere. Altri, che amano le loro arti, ſi conſumano ne’lauorij di quelle ſenza go der de bagni, e ſtando digiu ni. Tu fai men conto della tua natura, che il tornitore non fa dell'arte del tornire, o il ſaltatore dell'arte del fal tare, o l'auaro dell'argento, o il vanagloriofo della glo rietta; e quando queſti s'af fezzionano a cotalicofe, alle qnali ſono inclinati, abban donano più preſto ilmangia re, e il dormite, che il laſciar d'accreſcerle. E a te l'azioni fpettanti alla comunicazione humana appariſcono di più baſſo pregio, e men degne ď accuratezza. Quanto è facile lo ſcace ciare,elo fcancellare ogni turbolenta immaginazione, onon conueniente, e ſubito metterli in iſtato d'ogni tran quillità? Reputa te ſteſſo de gno d'ogni diſcorſo, e d'ogni azione, che lia conforme alla natura, ne ti ritragga il ri chiamo d'alcuni, o il biaſimo, che ne ſegue; masſe farà coſa oneſta da operare, o da dire, non te ne ſtimerai indegno. Imperocchè hanno quel li la propria loromente, e v fano della propria inclina zione, alle quali tú non hai da riguardare, ma dei cam minare per la diritta, ſegui tando così la propria comela comunenatura, delle quali amendue èvna via. Io cammi. nando me ne vo per le coſe, che ſono ſecondo la natura, finchè cadendo io mi ripoſe rò, e ſpirando in quello,don de ciaſcun giorno reſpiro, e si cadendo in quello, donde il ſemuccio da mio padre, e il fanguuccio da mia madre, e il lattuccio dalla inia nutri ce furonoraccolti; e del qua le per tanti anni ogni di mi paſco, e m’abbeuero, che mi foftiene mentre lo calco, e dello ſteſſo in tanti modi in '. abuſo. 3 Non hanno in chemara uigliarſi della tua acutezza fia così. Ci fono molte altre coſe,delle quali non puoi ne gare, che in te non ſia l'abi lità Mettidunque in opera quelle, che ſono tutte a tua. diſpoſizione, l'eſſere ſincero, grauie,tollerante della fatica, non amico del piacere, non, quereloſo della tua forte, biſognofa di poco, placidos libero,moderato, serio, e magnifico. Non t'accorgi quan te coſe tu hai poter di fare, per le quali tu non hai prete ſto, che la tua natura non fia atta, o abile; nondimeno di propria elezione te ne reſti, comedappoco al diſotto? forſe inetto per natural diſpo ſizione ſe neceſſitato a inor morare, ad eſſere tenace, ad adulare, ad incolpare il cor picciuolo, o a luſingarlo, ad effere vano, ed a cotanto nel l'animo agitarti d'eſſer natu ralmente inetto, e dappoco? Non per gl' Iddij. Ma però già vn pezzo fa di tutte que Ite coſe tu eri da te ſteſſo pof ſente a libcrarti.E ſolamente, ſe però è così,poteui ellerac cuſato come più tardo, e du ro ad apprendere. Ed in que ſto ancora ti doueui eſercitare, non trasuolando altroue con la mente, ne godendo della pigrizia. 4. Euni chi, quando ha vſa to qualche amoreuolezza in riguardo d'alcuno, glie lo di chiara incontanente per gra zia: eď emui ancora chi, ſe non vſa ſeco tal prontezza in ri conoſcerla, nondimeno ap preſſo di ſe penſa, quanto quegli li ſia debitore, e cono ſce molto bene quello, che egli haoperato. Fuui ancora chi in vncerto modo non co noſce quello cheha operato; ma è fimile alla vite,laquale, prodotto il grappolo,null’al tro di più richiede, dopo ha uer yna volta dato il ſuo frut to. Il cauallo, cheha corſo il cane,che ha cacciato; l'ape, che ha lauorato il mele; 1 * huoc huomo, che ha ben opcrato, non cerca acclamazioni, ma procede ad yn altr'opera, co me la vite torna a produrre dinuouo alla ſtagione vn al tro grappolo. Fra queſti dun que biſogna in un certo mo do eſſere, come chi ſenza ba dare opera? fi per certo. Nul ladimeno a queſto iſteſſo s'ha da badare.  Perciocchè, dirà alcuno, è proprio del comu nicatiuo che s'auuegga d'o perare, conformealla comu nicazione; ma perciò ſi vuole, per gl'Iddi, che anco quegli a chi fi comunica, fe n'accor ga. E'veriffimo coteſto, che tu dì, ma ſe tu non compren di quello, che'ora ſi dice, farai per tanto vnodi qnelli, de'quali ſopra s'è fatta men zione: concio ffiecoſa che ancora quelli da certo probabi le diſcorſo'fi diftraggono, ma ſe tu vorrai comprendere quale vna volta fia quello, che s'è detto, non temere; ne perciò laſcia d'operare per beneficio comune. Erano le preghiere degli Atenieſi: Pioni,pioui, ocaro Gion u éjsopra i campise gli orti degli A tenieſi. Però o non bisogna pregare, o farlo con iſchiet tezza, e con libertà. A quello, che comune mente ſi dice: ESCULAPIO ba oi dinqto a queſti il canalcare, o il lauarli con acqua fredda, d'andar a piedi ſcalzi;è fimile anco queſto che la natura dell? vniuerſo ha ordinato a quegli la malattia, o la ſtor piatura, o qualche perdita, o altro ſu queſto andare: poi chè nella parola, Ha ordinato, vi è vn tal ſenſo, che coſti tuiſce queſto in ordine a que ſto, come per riferirſi alla fa nità, e così qui quello, che accade a ciaſcheduno, è con ſtituito per relazione al deſti no. E però diciamo queſte coſe conuenirſi nel modo, che gli artefici dicono le pietre quadrate per le mura, e per le piramidi conuenirſi tra di loro in tale commetti tura combaciandoſi. Perchè in fatti l'armonia è viia, e ' fi come da tutti i corpi ſi viene a compirc vn tal corpo, che è il mondo, così di tutte le cagioni vien ad esser il fato vna tai cagione compita. Comprendono ciò, che dico anco le genti affatto idiote. imperocchè così fauellano. Queſto huyenne a colui, dun que queſto a colui douea ar rivare; e ciò era dal fato or dito a queſto. Prendiamo dunque ſi queſte coſe, co inc quelle, ſecondo che Eſculapio ordinò - Perchè molte coſe in vero in fc ſter ſe ſono aſpre, e nientediine. no noi l'abbracciamo per la ſperanza della ſanità. Penſa alle coſe, che per la comune natura auuengono, la perfe zione, e il compimento effe re, come a te la ſanità. E così tuto quello, che vien dato,benchè ti paia vn po co più aſpro ", abbraccialo, perchè conferiſce alla sanità del mondo, c agli proſperi auuenimenti, e beneficenza di Gioue. Concioſliecoſa che queſti non produſſe mai coſa alcuna, fe non per giouare all'vniuerſo; giacchè qualſifia natura non produce niente, che non ſia congruo al go uernato da lei.Però biſogna che per due ragioni tu amio gni qualunque coſa ti auuie ne. Quanto all'vna, perchè per te ſi fece, e a te s'ordinò, e a te in certo modo attiene, deſtinato da ſourane, e anti chiſime cagioni. Quanto all' altra, perchè al reggimento dell' voiuerfo ancora quel particolare,che a ciaſcuno au uiene, è cagione del progreſ ſo, e della perfezione, come anche in verità dell'iſtella per inanenza. Perciocchè ſi ſtor pia l'integrità del tutto, fe qualſifia particella tu tronche rai della conneſſione e conti nuanza,così delle parti come delle cagioni; e, per quanto è in te, lo tronchi, quando non ben lo riceui, ed in vn certo modo lo toglivia. Non s'ha da maledire, non da ſmarrirſi,nc ſtomacar fi, ſe volendo tu operare, ſe condo la rettitudine de'pre cetti, in ciaſcuno di quelli non ti rieſce; ma ancorchè ſij abbattuto, torna di bel nuouo ad eſſi, e ad abbrac ciarli nelle coſe, che hanno maggiormente dell'humani tà; e affezionatia quell'azio -ne, alla quale tu riedi. Nc ſi ha da tornare alla filoſofia, nel modo, che ſi fa al pedan te, ma come glinfermi d'oc chi ricorrono alle ſpugnette e all'youo, o come altri all' impiaſtro, e altri al lauamen to. Imperocchècosi non ostenterai d' eller lignoreg giato dalla ragione, ma di ri poſare totalmente in eſſa. Ri cordati, che la Filoſofia ſolo vuole quello,che la tua natu ra vuole:ma che tu hai voglia d'altro diucrſo dal voler della natura. Qual coſa ha più di queſte deldiletteuolc? poichè il piacere non ingan na egli noi per mezzo di quelle? ma tu conſidera, ſe più diletto dia la magnani-, mità, la franchezza, la ſchiet tezza, l'equità, la ſantimonia. E qual coſa vi è, che ſia più diletteuole della prudenza, quandoben conſidererai,che ſia il non fallire, e l'eſſer ben docile in tutto quello, che tocca alla facoltà dell'inten dere, e del ſapere? 8 Sono le coſe in yo certo F modo così ricoperte, che a non pochi Filoſofi, e queſti non ignobili. parue che del tutto fieno incomprenſibili. Anzi agl'iſteſſi Stoici ſembra rono difficili a comprenderſi. Ed eſſendo ogni noſtro aſſen ſo ſoggetto a cadere, e mu tarſi, in che luogo dunque fa rà l' immutabile? Riuolgiti però col penſiero a queſte co ſe preſenti;e cöſidera quanto ſieno momentanee, e di po ca ſtima: ch' elle poſſono ef ſere poſſedute da vn zanze ro, da vna meretrice, da vn aſſaſſino. Dopo queſto tra paſſa a i coſtumi di quelli che teco viuono, tra quali anco il più da te gradito, malage uolmente da te vien compor tato, per non dir che l'huo mo appena comporta ſe ſtesso. In queſta perciò caligine e immondizia, e in tal Auſli bilità della ſoſtanza del tem po, del moto, e di tutto quel, che ſi muoue, non potrà im maginarſi qual ſia quello che poſſa eſſer degno affatto di ſtima, e d'affetto. Dall'altro canto però biſogna confor tarſi ad aſpettare il natural diſcioglimento, e non dolerſi del rattenimento, ma ac quietarſi in queſte due ſole coſe: L'yna ſi è, che nulla mi auuerrà, che non ſia confor me alla natura dell' vniuerſo; e l'altra, che ſta in mio pote re di non operare contro il mio Dio, e genio:'concioſ fiecoſa che niuno ci forzi a traſgredir queſto. A che finalmente mi va glio ora dell'anima mia? Ad ogni momento ho da in terrogaré me ſteſſo, e ricer care che ſi fa adeſſo da quel la porzione, che reggitri ce viene chiamata? Di chi dunque preſentemente porto l'anima? per auuentura d'vn: bambolino, o d'vn fanciullo forſe dyna donnicciuola, d'vn tiranno, o d'vn giumen to, o d'una fiera? Quali ficno i beni, che alla moltitudine paiono tali; lo potrai quindi comprende re;poſciachè ſe vno concepi fce nell'animo efferui alcuni veramente beni, come a dire la prudenza, la temperanza la giuſtizia, la fortezzá, chii haurà con la conſiderazione concepito queſte tali cöfe, non potrà più dar luogo ad alcun'altra, che a queſto bene non ſi conformi. Ma ſe nella mente ſi faran concepi te quelle, che con faccia di bene agli più piacciono, da rà luogo, e facilmente rice uerà il detto del comico.Co sì fin il volgo immagina ſimil differenza;perchè altrimen te quel detto non offende rebbe, e non ſarebbe con if degno mal preſo. Per lo con trario l' ammettiamo come propriamente detto, quando cade ſopra delle ricchezz e, e de cominodi per lo luffo, e per la pompa. Passa più ol e interroga, ſe queſte coſe hai da pregiare, e ſtima re,quando di eſſe li truoua ef ſer detto con gaiezza, e gra zia, che al poſſeditor di det te coſe per la gran copia manca doue egli yoti il triſto facco. Sono ſtato compoſto di cauſa, e di materia, e ne l'vna, ne l'altra fi dilegucrà nel nul. la; giacchè di nulla non fu prodotta. Dunque ognimia parte mutandoli rientrerà in qualche parte del Mondo; e di nuouo queſta in vn'altra parte del Mondo ſi traſmute rà, e così in infinito. Per mezzo di queſta mutazione ed io ſon venuto, ed i miei genitori; e così retrogradan do in vn altro infinito. Ne ci e chi proibiſca di così parlare, ancorchè per peri odi terminati la macchina mondiale ſi regga. La ragione, e l'iſteſs'ar te ragioneuole ſono facultà a ſe medefime, e alle opere loro proprie ſufficienti. Muo uonli dunque dal loro proprio principio; e camminano dirittamente al propoſto fine. Per lo che ſi dicono rettifica zioni così nomate queſte azioni a ſignificar la rettitu dine del ſopraddetto cam mino. Neſſuna di queſte co ſe è da dir, che ſia dell'huomo la quale non conuenga all' huomo, come huomo, ne ſi richiedono dall'huomo, ne quelle profeſſa la natura del l'huomo, ne ſono perfezioni della natura humana. Non è dunque ne meno il fine dellº huomo ripoſto in quelle, ne meno il bene, che è il compimento di quel fine. Se pure qualche cofa di queſte foſſe conferente all'huomo, non gli apparterrebbe ne il diſpregiarla, ne il contrariar la: ne farebbe da lodarſi chi si moſtraſſe non hauer biſo gno di elle, anzi chi ſtudiaf fe priuarſi d'alcune di quelle, non ſarebbe buono, mentre quelle foffero buone. Ora però quanto più l'huomo ſi leua queſte coſe dattorno, 0 altre ſimili; o permette, che ſe gli leuino, tanto più buo no è. Tale farà la tua mente quali ſaranno le coſe, che ſpeſſe volte ti ſono paſſate per la fantaſia:reſtando l'ani ma colorata dall'immagina zione. Immergila dunque in fi fatte continuate immagi nazioni; delle quali yna ſi è quella che doue ſi puòviuere, iui ſi può anco viuer bene: ma nella Corte ſi può viucre, a dunque nella Corte puoſſi feuza dubbio ben viuere. E dinuouo queſt' altrà, che cia ſcheduna, coſa a qualche co ſa è diſpoſta, e dou' è di ſpoſta ſi porta, e doue fi porta conſiſte il ſuo fine, e doue è il fine, iuiè l'vtile, e il bene di ciaſcuno. Sicchè il bene del viucnte ragion euo le è la comunanza; e men tre teftè s'è dimoſtrato che perla comunanza ſiamo nati, non è euidente, che l'inferior bene per lo meglio è fat to, come vn meglio per l'al tro meglio?ma migliori deg! inanimati ſono gli animati, e degli animati li ragioneuoli. E da furioſo il profe guir le coſe impoſſibili: ma impoſſibile è che i cattiui non facciano alcune tali co fe. Niente auuiene a niuno, che non gli ſia ſtato dato a portare dalla natura; ma le medeſime coſe ſuccedono a gli altri, i quali o non com prendono l'accaduto loro, o per oſtentar la magnanimi tà, non ſi muouono dal lor fefto, e lieti ſe ne ſtanno Onde ſtrano parrà che l'in gnoranza, e la propria com piacenza fieno più poſſenti della prudenza. Le coſe per fe fteffe in niun modo tocca -no l'anima; anzi non hanno in quella l'introito, ne poſſo no piegarla, o muouerla. El la ſola riuolge, e muoue ſe ſteſſa: e le coſe, che le fo prauuengono fono tali, qua ſi ella ſe ne forma i giudicij. 15 Per vn altra ragione la natura degli huomini è a noi famigliariſſima, in quanto che noi dobbiamo far loro del bene, e tollerarli; in quanto poi alcuni relifto no all'operazioni, che a noi conuengono, l'huomo a me diuiene come vna coſa del le indifferenti non meno del fole, del vento, delle beſtie. Da queſti ſi può impee dire qualche operazione; ma non ſi può dare impedimen to, ne all'appetizione, ne al la diſpoſizione, a cagion della eccezione, e del ri. uolgimento. Conciosfiecoſa che la mente riuolge, e tra muta in coſa a ſe proporzio. nata tutto quello, che all? operare le da impedimento, e quello, che ratterrebbe l'o pera, l'iſteſſo diuiene opera, e quello che innanzi era oſta colo al cammino, ſe le fa. cammino. Di tutto quello, ch'è nel Mondo tu venera l' otti mo; e que to è quello, che, feruendoſi del tutto, il tut to gouerna. E così parimen te di quello, ch'è in te, onora l'ottimo,hauendo queſto fin golar relazione a quello.. Concioſliecoſa che, eſſendo in te, fi vale delle coſe tue, eſotto il di lui gouerno è condotta la tua vita. Quello, che non è di danno alla Città, non nuo ce al Cittadino. Applica que fta regola in ogni occorrenza in cui tu reputi d'eſſer offeſo. Se da queſto la Città non ri ceue nocumento, ne io lo ri ceuo; e fe la Citrà riceueffe nocumento, non biſogna, che tu t'adiri contra chi l'ha daneggiatta. Ma moſtra in che egli ha traueduto. Conſidera ben fouente la preſtezza,con la quale li por tino via, e ſi fottragghino tutte le coſe, che ſono, e ſi van facendo; poſciachè la ſo ſtanza a guiſa d'yn fiume è in continuo fluſſo, eľ opera zioni in non intermeſſe mu tazioni, e le cagioni ſogget te ad infinite riuolte. Nec è quaſi coſa alcuna, che falda ftia, e che non ſia vicina ad yn'immenſità infinita, sì del paſſato,come del futuro,ncl la quale il tutto ſpariſce.Co me dunque non è pazzo chi di queſte coſe ſi gonfia,o fe ne trauaglia,o ſi querela dicoſa, che per iſpazio di tempoan, che pochiſſimolo conturba 2 Ricordati della ſoſtanza vni uerſale, della quale tu partecipi per vna minima parte, e del vniuerfal tempo,del qua le vn breue ſpazio, o momen to te n'è aſſegnato; e nella ſerie fatale che parte fai? Alcuno pecca: che impor ta queſto a me? Egli ſe lo ve drà. Egli ha la propria diſpo ſizione, la propria operazio ne. Io al prefente ho quello, chela natura comune vuole, ch'io adcfſo m’habbia, e fo quello, che la mia propria natura vuole, che io adeſſo faccia. 18 La reggitrice, e domi, nante porzione della tua ani maſia immutabile, e inarren. deuole a i moti della carne, o morbidi, o aſpri che ſi fieno; ne vi ſi rimeſcoli,ma conten ga ſe ſteſſa, e confini quegli affetti dentro i ſuoi meinbri. Quando poi per vn'altra ſim patia ſi rinnalzaſſero alla mente, per effer ella vnita al corpo, ſtante l'eſſer il ſen ſo connaturale, non haſli a contraſtare con violenza, pe rò la mente reggitrice da ſe ſteſſa non v'aggiunga l'opi nione inrorno al bene, o al male. S'ha da viuere con gli Iddij. Viue con gl'Iddij chi loro fuela continuamente la fua anima effer contenta del diſtribuitole, ed operando tutto quello, che vuole il ge nio, dato a ciaſcuno da Gio ue per preſidente, e rettore, come parte a ſe medeſimo preſa, e queſto è la mente, e la ragione di ciaſcuno. 20 Non ti adiri tu con co Jui,al quale puton l'aſcelle? E con quegli altresì,che man da fuor dalla bocca fetente fiatore? che ti farà coſtui? Egli ha vna bocca ſi fatta, e l'aſcelle di tal condizione: Forza è, che ſimili eſalazioni eſcano da ſimili parti; Mal huomo, mi dirà alcuno, ha la ragione, e può s' egli au uerte conſiderare in che egli difetti. Buon prò ti faccia. Dunque per hauer tu ancora la ragione rifueglia la ſua ra gioneuole diſpoſizione con la tua, inſegnali aminoniſci lo. Perchè fe quello t'aſcol-. terà, lo riſanerai, e ſarà fu perflua ogni collera. 21 Non fare ne da rappre fentante tragico;ne da mere trice: Nella maniera che tu diſegni vſcir di vita, così ti lece ora di vivere? <a quando non te lo permetteſſero, allora eſci di vita, ma però, come da niuno infortunio abbattuto,ma quaſi tu dichi: Qui c'è del fumo, e io me ne vado. Ti par queſto gran coſa? mentre nient'altro mi fa vſci re rimango con la libertà, e niuno mi vieterà di far quel lo, che io vorrò. Vorrò però quello, ch'è conueniente al la natura dell'huomo ragio neuole, e nato per la vita cos mune. 22 La inente dell'yniuerſo è comunicatiua; e perciò hafat te le coſe peggiori in ordine alle migliori, e le più princi pali tra di loro ſcambieuol mente compoſe. Vedi come le ſubordinò, come inſieme le ordinò, e come quello che cra conueniente detre a cia ſcuna e le più principali con reciproca concordia con giunſe? 23 Come ti ſei portato fin ora con gl'Iddij, con i geni (tori, co fratelli, con la mo glie, con i figliuoli, co * pre cettori,co'nutricatori, amici, domeſtici, e ferui? hai tu fin ora oltraggiato alcuno di - loro, o in fatti, o in parole? -Ricordati di più per qualico fe ſe paſſato, e quali ſe ſtato fufficiente a tollerare,e come di già per te è adempita la • ſtoria della vita, ed è finito il miniſterio.E quante coſe bel le hai vedute? e quanti pia -ceri, e dolori hai diſprezza ti? quante coſe d' apparente gloria hai neglette? a quanti fconoſcenti ti dimoſtraſti benigno? Per qual cagione l’ani me ſenz'arte, e fenza ſcienza conturbano il perito nell'ar te, e l'erudito? quale dun que farà l'anima perita nell' arte, ed erudita nelle ſcicn • ze? quella, che ha notizia del principio, e del fine; e di quella ragione, che pene trando ogni ſoſtanza dell' vniuerſo, per tutta l'età, fe condo i periodi ordinaci,reg. ge il tutto. 25 Or or tu farai cenere, é carcame, ' o ſolamente no 1 me,ma ne pur nome, ridu cendoſi il nome in vn poco di ſtrepito, e di riſonanza; e certamente quelle coſe, che in queſta vita s ' hanno in i grandeſtima, ſono vane,pu tride, ſcarſe, e in guiſa dica gnolini, che ſi mordono, e di 2 putti, che contendono, e ri dono, e ad vn tratto paſſano al pianto. Ma la fede, la mo deſtia, la giuſtizia, e la verità Da ilarghi ſpazi della terra alCielo s? innalzarono. Che coſa adunque qui ti rattienca ſe le coſe ſenſibili, ſono faci liffime a mutarſi, e non ſon conſiſtenti, e gli organi del fenſo oſcuri, e facili a ri ceuere falſe impreſſioni, e l' iſteſſa animuccia del ſangue yna eſalazione, l'acquiſtar gloria appreſſo queſti tali è vanità. Che dunque aſpetti? Aſpetta placido o la eſtin zione, o la traportazione. E finchè il teinpo arriui di que ſto, che coſa a te farà ſuffi ciente che altro ſe non il ri uerire gl’Iddij, e lodarli, e be neficare gli huomini, sopportarli e aftenerſi da quelli? E quanto coſe ſono fuori del confine della carnuccia dello ſpiritello ricordati, che non ſono tre, ne ſotto il tlio comando. Potrai profpcrarti per. fempre, e ben incamminarti, e con buon ordine apprende dre, e operare. Queſte due co ſe ſono comuni così all'ani ma di Dio, come a quella de gli huomini', e d'ogni ra gioneuole viuente, cioè di non poter eſſere impedito da che che altro fi fia, e di porre nella giuſta affezione, e azio ne il ſuo bene; e in queſto ri ftrignere ogni ſuo deliderio. Se ne queſto è malizia naia, ne meno l'operazione procede dalla mia malizia, ne il comune viene offero, perchè di ciò mi trauaglio? e qual è il danno del comune? Non ti laſciar così totalmen te rapire dalle immaginazio ni, ma aiutati quanto puoi, e conforme alla conuenienza; e ancorchè nelle coſe mezza ne ſieno diffettoſi, non iftima re perciò, che queſto ſia dan no;perchè auuiene da mala conſuetudine. Ma come yn vecchio andandoſene richie deua la trottola del ſuo allies uo, ricordandoſi che al fine era vna trottola, così tu quì, o huomo, quando hai fatto ne’roſt ri qualche coſa di bel lo, non ti ricordi, che coſa queſto fia? me ne ricordo. Ma quello è pregiato da co loro; perciò dunque hai an che tu da impazzare? Impaz zauo già vna volta ſoprap preſo, douunque io foſſi, ed ero fortunato; e l'oſſer fortu nato, conſiſte nel dare a ſe hafteſſo vna buona forte: le buone ſorti ſono i buoni mo uimenti dell'animo, le buo ne inclinazioni, le buone azioni. La sostanzia dell'universo è ben ubbidiente e maneggieuole. E pur la ragione, che la reg ge, non ha in ſe cagione al cuna di mal fare; perchè non ha malizia, ne opera malamente, ne da eſſa coſa alcuna riceue leſione; ma il tutto conforme a quella fi fa e s'affina.  Sia a te indiffcrente d'operare quello, che ſi conuiene; ſe tu ti ſenti freddo o caldo o pur ſonnacchioſo o fazio di dormire o fc di te bene, o male ſi parli o tu ftij ſulmorire o in qualche altra azione, mentre pure quello è vno degli atti vitali per i quali noi finiamo. Baſta. dunque, e in queſto ben disponi il negozio preſente. Guarda al di dentro, ac ciocchè ne la propria qualità, ne il merito di coſa alcuna fenz ' auuedertene ti scappi. Tutto ciò, che hai dinanzi affai presto si cambierà, o di leguandofi, se la sostanzia consiste per via d'vnione, o dissipandoſi La mente reggitrice conosce bene con che disposizione e che cosa e in qual materia opera. s Belliſſimo modo di ven dicarſi con chi t'offcfe, è il non aſſomigliarſi a lui. In vna ſola cofa hai da godere, e d’acquetarti, cioè di paf ſare da vn atto conueniente alla comunità humana ad vn altra azione, pur conuenien te alla medeſima, con ricor darti, che ci è Dio. 6 La facultà reggitrice è quella, che ſe ſteſſa eccita, e volge, e forma ſe ſteſſa in quella guiſa, che ella voglia, e tutto ciò,cheauuiene ſi rap preſenta, quale più le piace. Ciascuna cosa si conduce a fine conforme la natura dell'universo e non secondo altra natura, che si fia, o esteriormente ambiente o al di dentro riſerrata ouero al di fuori ſeparata. Il mondo o è vn imbro glio, e auuiluppamento, e diſſipazione, ouero vnione, eordine, c prouidenza: Se i primi, per qual cagione deſidero io di conuerfare con questa massa confusa, e cotal nieſcolanza? a che m applico io ad altro, che ad eſſere per qualche modo ter ra? che ſto a perturbarmi? Concioſliecoſa che qualun que coſa io mi faccia la dif ſipazione al ſicuro m'arriue rà: ma ſe è l'altro detto in fe. condo luogo, io riueriſco co lui, che il tutto diſpone, e in lui m’acqueto e confido. Quando gli anuenimen ti eſtranei ti violentano per qualche verſo a perturbarti, prontamente ritorna in te ſteſſo; e non vſcire dal tenore, e concerto più diquello, che la neceſſità ti ſpigne. Im perocchè cóſeruerai più con fonanza, ſe toſto in eſſa ti ri metterai. Se inſieme tu ha uelli la matrigna, e la madre, tu quella feruireſti, e niente dimeno del continuio alla madre fareſti ritorno. Non altro a te è ora la Corte, e la Filoſofia: a queſta ſpeſſo ri torna, e in eſſa acquetati, per mezzo della quale le cofe, che in quella occorrono, ti parranno più tollerabili, e tu nell' iſteſſe coſe farai da tollerare. 10 O comeè bene formar ſi nell'immaginatiua intorno alle viuande, e altre cole ſi mili comeſtibili: che queſto ſia cadauero d'yn peſce,quel l'altro cadauero d'vn' vccello d'un porcello. Simil mente, che il falerno ſia pic cola gocciola d’yn grappo lino d'vua, e lo ſcarlatto pe luzzi di pecorella intinta col fanguuccio di vna conchi glia. Così ancora nelle coſe intorno al congiugnimento carnale, che fia vn diletico dell'inteſtino, e conqualche conuulfione yna egeſtione di yn moccino.Ora come queſti fimili conceputi penſieripe netrano je toccano il fon dodelle coſe in modo, che ſi vedano talis quali elle fono in queſta maniera biſogna ſeruirſi di queſti in tutta la vita, e doue le coſe paiono più degne di fede, dinudarz le, e riguardar la loro viltà e ſuilupparie dalla pompa, con la quale foſſero poſte in G 3 alterigia.Poichè l'apparenza è vnagrande ingannatrice e maſſime quando tu penſi di trattare le coſe ferie, allora più che mai t'affaſcini. Mira dunque a quel, che diſſe Cratete di Senocrate. Il più delle coſe, che la inolti tudine degli huomini ammi ra, ſi riduce generalmente a quelle, che hanno dalla na tura le forme, o dall'arte fon loro aggiunte; per cfemplo, le pietre, le legne, i fichi, le viti, e gli oliui, e quelle, che vengono ſtimate da huo mini alquanto più moderati, fi riducono alle coſe animate, ome a dire, gregge, ar menti: ma quelle, che ſono pregiate da perſone di più garbo, ſono le dotate d'a nima ragioneuole, non già di quell'anima, che è dell' vniuerfale, ma di quella, che fi val dell'arte, o altri mente come con ingegno penetra, o per dirlo ſempli cemente tutto tiene ſogget to, in guiſa d'una quantità diſchiaui. Però chi dell'ani ma ragioneuole, vniuerfale, e ciuile fa conto, non bada a nient'altro, ma ſopra il tutto conferua la propria anima di ſpoſta, e ſemouente ragione uolmcnte, e alla comunica zione humana, é con l'vni uerfale, ch'è del medeſimo genere, coopera. II Alcune coſe s'auanza no al lor facimento, e altre s'auanzano al lordisfaci mento; e di quello, cheſi va facendo, vna parte già è ſpas rita. I corſi delle coſe, e l'al G 4 te terazioni continuamentc ri nouellano l'infinita eternità, cd il Mondo; nella maniera, che il corſo non mai man cante del tempo lo rende ſempre recente. E chi è que gli, che in queſta corrente poſſa affezionarſi ad alcuna di quelle coſe, che via traf ſcorrono, mentre in quella non può arreſtarſi a queſti fa + rebbe in guiſa d'vno, che ſi metteſſe ad amare vn paſie rotto di quelli, che col volo trapaſſano, dopo che già dal. la viſta foffe fcappato. La vi ta di ciaſcheduno è come lo ſuaporamento del ſangue, e'l reſpirardell'aria. Poichè. qual'è l'attrarre dell'aria, e il renderla, che del continuo ciaſcuno fa, tale è ogni fa cultà reſpiratiua, che ieri, o ieri 1 ieri l'altro nafcendo fi rice uè, e l’ha da irimandare là, donde primafu colta. 12 Stimabil coſa non è, ne l'efferc fuentolati, come le piante, ne il reſpirare,come le beſtie, e le fieregne il riceue re l'impreſſioni nell'immagi nazione, ne l'effer tirato dal l'impėto delle paſſioni, ne lº adunarfi inſieme,ne l'alimen tarſi; poichè queſto è il me deſimo, che lo ſcaricar il fo prauanzo dell'alimento. Di che s'haurà da far conto de lo sbattimento delle mani? Non già. Dunque ne meno dell'applaufo delle lingue; poichè gli applaufi, ele ladi della moltitudine altro non fono, che ſtrepito di lingue. Mentre tu dunquc leui via queſta glorietta che ci riina G 5 ne da pregiare? Io per me re puto,che ſia il muouerſi, e com tenerſi fecondo la propria conſtituzione là;doue gli ftu dij,e l'arti conducono.Poichè ogni arte ha queſto per mira, che quello, che appreſta, lia abile all'opera, per la quale è diſegnato. Queſto pure ri cerca il lauoratore della vi gna, ed il cozzone de' pule dri, e’lcanattiere. E ledu cazione de' fanciulli, e glin. ſegnamenti a che altro s'in dirizzano? Qui dunque con ſiſte il pregio, e, ſe ciò ti ſta rà bene, di niente altro ti curerai. Cheſe non ti quie ti, e ſtimeraipiù altre coſe, allora non goderai della li bertà, ne ſarai ſufficiente a te ſteſſo, ne immune dalle paſſioni; conciofficcola che ti D ti ſarà di meſtiere d'eſercitar Pinuidia, e l'emulazione, e'l ſoſpetto verſo quelli, che habbiano potere di priuarti delle dette cofe; e anco di macchinar contro quelli » che le da te ftimate poſſiedo no. Onninamente è neceſſa rio che ſi conturbi chi ďal cuna di dette coſe è biſogno fo, e che in oltre ſpeſſo faccia doglienza degl' Iddij. Ma chi la ſua propria mente ris ueriſce, e pregia, compiace rà a ſe ſteſſo, e a quelli, che fecocomunicano s'adatterà, e fi conformerà con gl'Iddij, cioè loderà quanto eſli defti nano, e diſtribuiſcono. Le moſſe degli elemen ti ſono in giù, in fu, e in giro: però il monimento dellavirtù non confifte in niuna di que G 6 ſtę; + R ng  ſte;ma come coſa più diuina, per via malageuole a cõpren dere felicemente s'auanza. Che è quello, che fan no glihuomini? ricuſano di lodare coloro, che nel me deſimo tempo, e inſieme con effi viuono, e poi queſti iſteſ fi fanno gran conto d'eſſer lodati da’ poſteri, i quali ne mai conobbero, ne mai vec dranno; ed è quaſi lo ſteſſo, che fe tu ti doleſli, che da gli antepaſſati in lode tua non foſſe ſtato mai parlato. Non perchèate ſteſſo quello fia difficile a confe guire, hai d'apprendere,che Via impoſſibile all'haomo; ma ſe queſto all'huomo è pofſi bile, e conuencuole, Itima che anco tu lo poſſi arriuare. 16 Negli eſercizij corpo rali 1 DIMARCO rali, ſe vno con l'vnghie graffia, o vrtando il capo ha urà fatto piaga, non perciò glie la ſegnamo, ne ce n'of fendiamo, ne ombra ne prendiamo come d'inſidia tore; ancorchè ci guardiamo da lui, non, come da nimi co, ne con ſoſpetto, ma piaceuolmente ſcanſandoci. Queſto medeſimo s'vſi da noi ancora nell'altre parti, che reſtano della vita noſtra, do ue ci affatichiamo aſſai, co me contro quelli, che con noi s'eſercitano; perchè vn può, come ho detto, fcan fargli ſenza ſoſpetto, e odio. 17 Se alcuno potrà cor reggermi, o moſtrarmi, che io dalretto m’abbaglio con l'opinione, e con l'opere, di buona voglia mimuterò, essendo in me brama della vee rità, la quale non nocque mai ad alcuno: ma egli vien leſo dal proprio errore, e dalla ſua ignoranza, nella quale egli perſiſte.Io fo quel lo, ch'appartiene al mio of ficio; l'altre coſe non mi di ſtraggono, perchè ſono ina nimate, o irragioneuoli, o che errano e non riconoscono la strada. De viuenti irragioneuoli, e vniuerfal mente di tutte le coſe, e dem ſoggetti tu come ragioneuo le ſeruitene con grandezza d'animo, e franchezza, giac chè ragione non hanno; ma degli huomini, perchè eſ hanno la ragione, ſeruitene nel modo, checonuiene alla focietà humana. E ſopra tutto inuoca gl'Iddij, e non ti pi 1 gliar penadi quanto tempo tu haida porre in queſta o pera, perchè tre fole ore fo no baſteuoli. Alessandro Macedone, e 'l ſuo mulattiere, ora che ſon morti, ſono in tutto ri dotti al medeſimo. Auue gnachè o ſono aſſunti nell' iſteſſe ſeminali ragioni del Mondo 20 parimente ſono difperfi ne gli atomi. Conſidera quante coſes. dell'animo, o del corpo in yn momento di tempo in qualſiuoglia di noi tutte in ſieme fi facciano; ed in tal guifa non ti marauiglierai, fe molte più coſe, anzi tutto quello, che ſi fà, in queſt vno, c yniuerfo, che noi chiamamo Mondo, parinen te ſufliſtano.in 2Se alcuno t'interro ga, come fi ſcriua il nome et ANTONINO, proferirai tu appuntatamente ciaſcu-. na delle lettere? Che dun que s'egli entrerà in colles ra,entrerai ancor tu in collera? Anzi più toſto profe guendo non conterai tu ad vna ad vna con piaceuolezza le lettere? Però queſto ti ri durrai nella memoria, che ciò, che è conueniente, da alcuni numeri riceue il ſuo compimento.Queſti biſogna offeruare, e ſenza turbarſi, ne ſdegnarſi contro quelli, che prendeſſero Idegno, ter minar la faccenda per lo pro prio cammino. E' come yna crudeltà il non permettere agli huomi ni che ſi diano a far quello, che pare a loro s'adatti, e conuenga. Il che in vn certo modo tu vieti loro di fare, quando, peccando eſſi, tu ti diſguſti, e ti ſdegni; auuegna chè allora ſon portati a quel lo come a coſa, a loro conuc niente, e profitteuole. Ma la cofa, mi dirai, non va così. Dunque tu inſtruiſcili, e ciò dimoſtra loro ſenza alterarti. 22 La morte fa cellare l' impreſſioni, che da i ſenſi si cagionano., le commozioni violente per l'affezioni, co me ancora gli aggiramenti mentali, e ogni ſeruitù ver ſo della carne. Diſdiceuole coſa è, che in quella ſorte di vita, nella quale il corpo non s'infiacchiſce, l'anima prima del corpo s'infieuoliſca. Guarda di non inccfa rirti, per non intriderti, che così fuole auucnire. Però conferua in te ſteſſo la ſchiettezza, la probità, l'inte grità,la conueneuelezza, l'in genuità, l'amore del giuſto, la pietà, la piaceuol ezza, l'humanità, la fermezza nell operare cofe comuenienti. Sforzati di mantenerti tale, quale fu l'intento della Filo ſofia di formarci. Venera gľ Iddij, protegi gli huomini. Breue è la vita, e l' vnico frutto del viuer in terra è vna ſanta compoſtura d'ani mo, ed il far opere indirizza te al comun bene degli altri. In ſomma fa ogni coſa da vero allieuo di ANTONINO, Rio cordati, come egli sempre sta in un retto tuono d'operare ſecondo la ragione dell’uguaglianza ſua in tutte le cose della santità, della serenità della faccia della soauità, del diſprezzo della vanagloria e dell'attenzione nell'apprender gli affari. E come egli non haurebbe trapaſſato coſa alcuna, ſe prima non l'haueſſe ben co noſciuta, e perfettamente confiderata; e come egli comportaua quelli', che di eſſo a torto ſi lamentauano, ſenza ridolerſi diloro; e co ine in coſa alcuna non s'af frettaua, c non ammetteua calunnie; ne de' coſtumi, o dell'azioni era curiofo fpia tore, ne rinfacciatore, non timido non ſoſpettoſo, non ſofifta; ecome conten tauaſi del poco sì nell'abi tare, sì net dormire, sì pel 0 e veſtire, sì nel mangiare, si nella ſeruitù; come, pronto trauagliaua volontieri nel le fatiche, e con longanimi tà; e in qual modo fe la paf ſaua fin alla ſera con leggier riſtoro; non hauendo biſo gno fuor delle ore conſue te delle folite egeſtioni. In oltre conſidera la fermezza di lui fenza niuna variazio ne nell'amicizie; e la tol leranza' di chi liberamente contradicena a’fuoi pareri, e't godimento, fe venina da al tri moſtrata cofa migliore; e come era, religioſo ſenza fuperſtizione: acciocchè nel l'vltinio punto della tua vita ti truoui con fi buon co noſcimento di te fteffo, me'anuenne a lui. Riſuegliati e richiama te fter D fteſlo, e di nuouo fuori del fon no conſidera che i ſogni ti perturbauano, Torna riſuc gliato a rimirare queſte coſe humane, come miraui quelli. 25 Son compoſto di cor picciuolo, e d'anima. Al corpicciuolo dunque ogni coſa è vna, poichè egli non può farui differenza; maall? intendimento tutto quello è indifferente, che non è del le ſue proprie operazioni Ora le ſue operazioni tutte ſono nel di lui potere; e fra queſte, quelle che al preſen te folo maneggia: mentre quelle dell'auuenire, o quel le del paſſato anche eſſe già a lui ſono indifferenti. Non è fuor di natura la fatica alla mano, e al piede, finchè il piede fa quello, che ha da fare il piede, e la ma no quello, che la mano. Co sì ancora all'huomo, come huomo, non è fuor di natu ra la fatica quando opera quello, che ſi ſpetta all’huo mo; c ſe ciò a lui non è fuor di natura, non gli ſta male. Quanti piaceri ſi goderono i maſnadieri, i zanzeri, i par ricidi, i tiranni? Non confi deri come i mecanici artiſti infino agl'idioti in vn certo modo s' accomodano nientedimeno ſoſtengono la regola della loro arte, ne comportano, che da quella ſi manchi, Non farà coſa ſconueneuole, che l'archi tetto, o il medico riſpettino più la ragione della propria arte, che l'huomo la ſua, la quale gli è comune con gli Iddij? L'Asia, l'Europa ſono angoli del Mondo: tutto ľ Oceano vna gocciola del Mondo: il monte Atho una zollerella del Mondo: ogni tempo, che corre yn punto dell'eternità. Tutte ſon coſe piccolc, facili a mutarſi, che preſto fuaniſcono là, donde procedono, deriuando tutte dal comun direttore. Sicchè il grifo del Leone, e'l vele no, e ogni maleficio,come le ſpine, ela mota, ſono giun te forucnute da quelle coſe degne, e buonc. Dunque queſte coſe non reputar alie, ne da quello, che tu riueriſci, ma riuolgi nella tua mente il fonte di tutte le coſe. 28 Chi vede le coſe pre fenti, l'ha vedute tutte, fieno quelle, che furono per tutti i ſe 70 12 lle of chi in ori ſecoli, o quelle, che per gli infiniti ſaranno;eſſendo tutte dell'iſteſſo genere, e confor mità. Conſidera bene ſpeſſo la congiunzione di tutte le coſe mondane,e l'abitudine; o il riſpetto, che vna ha con l'altra; giacchè in certo mo do tra ſe tutte le coſe ſono intrecciate, e così tra di loro, ſecondo queſto, ſi affeziona no, poichè vna ſeguita l'al tra, o ſiaſi per lo moto loca le, o per la coſpirazione, o per l'vnione della ſoſtanzia. Adatta te ſteſſo a que' negozij; che ci ſono toccati in forte, ea quelli huomini, co’quali ſei deſtinato d'eſſere, poni affetto, ma di vero cuo re. Gl'iſtrumenti, gli arneſi, e ognivaſo, ſe a quello, ache è stato ordinato s'accomoda, è buono; ancorchè quegli', che lo fabbricò no vi ſia più. Ma di quelle coſe, che ſotto la natura ſi contengono den tro vi è; eperſeuera la facult tà che le diſpoſe. Perciò tanto più deeſi quella vene rare; e ſtimare, perchè ſe tu opererai, e ti gouernerai conforme al voler di quella, il tutto ti riuſcirà, ſecondo la tua intenzione; così an cora ad ognuno le cofe - rie ſcono, fecondo la mente di lui. 30 Quando fuor di quello, che cade ſotto la tua elezio ne hai a te ſteſſo preſuppoſto o bene, o male', è neceffa. rio, ſecondo l'auuenimento di detto male', o miſauueni mento di detto bene, lan H mentarti degl'Iddij, e anco ra odiar ' gli huomini, che ſieno ſtati cagione, o che a te ſieno ſoſpetti, come che poteſſero eſſer cagione di detti miſauuenimenti, o au uenimenti. E per queſta dif. ferenza verremo pure a peca car molto. Ma ſe folo giudi chiamo le coſe buone o cattiue, che ſono in noftro potere, non ci rimane niuna cagione, ne di dolerci di Dio, ne di contro gli huo mini con oſtil ſedizione op porci - 31 Tutti cooperiamo a compiere l'iſteſſo ouraggio, alcuni ſapendo, e compren dendolo alcuni ſenza ſaper lo. E quindi, al mio parere, Heraclito chiama operarij, e cooperarij nel facimento di tutto quello, che nel Mondo ſi fajanco da'dormienti.Altri in altro modo coopera, e molto largamente ancora quegli, che ſi querela, e que gli, che ſi sforza d'opporſi, e di diſtrugger le coſe,che ſi fanno: concioffiecoſa che, di ciò hebbe meſtiere ilMon do. Reſta dunque, che tu intenda tra quali di queſti tutti annoueri; poichè l’ ordinator del tutto in ogni maniera ſi ſeruirà bene di te, e ti riceuerà in qualche parte di quelli, che cooperano, 0 poſſono operare; ma tu fa di non hauer tal parte, quale nel dramavn vile, e ridico lo verſo mentouato da Cri ſippo. Forſe che'l sol ambiſce far da pioggia? ed Eſculapio da terra fruttifera? Non vedi com 3 li H 2 me ciaſcuna ſtella, quantun que dall'altre diuerfa, nien tediineno al facimento di vna, e iſteſſa coſa concor re 32 Se dunquegl'Iddij han no deliberato dime, e delle coſe, che a me ſono per au uenire, la deliberazione non farà, ſe non buona: hauena do in fe repugnanza il penſar yn Dio ſenzaconſiglio. Qual cagione lo mouerebbe a far mi del male? Poſciachè a los ro, e all'vniuerſo, del quale hanno ſpezial promuidenza, da ciò che ne riſulterebbe? ma ſe intorno a me non de liberarono, certamente in torno dell' vniuerfo hanno deliberato, per cui conſe guenza eſſendo queſti auue nimenti ordinati, debbo ab bracciarli, ed eſſer contento. Se poi di nulla ſi pigliano cura, il che è empio a crede Te, non facrifichiamo noi? non porghiamo preghiere? non giuriamo? e non faccia mo altre coſe, le quali tutte agl' Iddij, come ſe foſſero prefenti, e conuerſaſſero con noi; indirizziąmo? E ſean cora niente in riguardo no ftro deliberano, farà lecito ch'io pigli deliberazione di me ftcflojie la mia riſoluzio nenon farà altro, che intor no a quello, che mi torna 'bene;maquello torna bene a ciaſcheduno', che è fecon do la ſua conſtituzione, e nåtura. Ora la mia natura è ragioneuole, c cittadineſca. La Città, e la patria è a me Roma, in quanto ſon ma in quanto ſon huo. mo è il Mondo. Dunque quelle coſe, che a queſte Cittadi sono d'vtile, quelle fole ſono a mebuone. Quello che a ciaſcuno auuiene, conferiſce al' tutto. Queſto doueua effer fufficientes ma ancora di più quello in ogni maniera con perfpicacia of feruerai, che ciò, che acca de conferente all'huomo, anche agli altri huomini conferiſce. Ma al preſente s'intenda queſta parola Eup Os pov nelle coſe mezzane in ſenſo comune al bene, e al male. Come quanto ti ſi rap preſenta nella faccia del Theatro, o di ſimili luoghi, fe in vn modoſempre ſi ve de, e non mai cambi l'aſpetto, diuiene ſazieuole alla vi fta, l'iſtella apprenſione ſi fa negli auuenimenti per tutta la vita. Poichè ſottoſopra tutte le coſe ſono le medeſi me, e dalle medeſine ca gioni. Sin doue dunque? Conſidera del continuo tuto te le ſorti d' huomini, e ď ogni ſorte di profeſſione, e di tutte le nazioni, quei che fono morti, con arriuare fi no a Filiſtione, Febo, e Ori ganione. Paffa adeſſo ad al tre nazioni. Colà hauemo da tragettare, doue traget tarono tanti graui oratori, tanti venerandi Filoſofi. He. raclito, Pitagora, Socrate, tanti Eroi primieramente, e poi tanti condottieri, e ti ranni: e appreſſo a loro Eu doſſo, Hipparco, Archimede, e altri di perſpicace ingegno, magnanimi, amatori della fatica, Scaltriti, arroganti: e quelli ancora, che di que fta vita humana caduca, e giornaliera ſi ferono beffe come Menippo, e ſimili. Tut ti queſti conſidera che già yn pezzo fa giacciono. Ora che male è a loro queſto, e che male a quelli ancora, che in tutto ſono ſenza niuna no minata? Vna coſa iui è dc gna di ſtima, il viucr tran quillamente con li bugiardi, e gl'ingiuſti, vſando la veri, tà,e la giuſtizia. 34. Quando tu vogli ralle grarti, riuolgil'animo all’ec cellenze di quei:, ché teco viuono: come a dire all'atti uità di quegli, alla modeſtia di queſti, alla liberalità d? vno e così ad altra virtù di qualche altro. Non ci effen, do cofa, che tanto rallegri, quanto le ſomiglianze delle virtudi alviuo rilucenti nelli coftumi de contemporaneiig le quali tutte in vn tratto in fieme a noi rappreſentano. Per lo cheper quanto è pof fibile, le hai d ' hauer ſempre alle mano. Forſi tu ti duoli, che fei ſolamente di tante libbre, e non di trecento di Nell' iſtefla maniera, che fino a tanti anni prolungherai la vita, e non più. Perchè co me della ſoſtanzia corporea in quanto the determinata e acquieti, così fa ancora del tempo. 36. Sforciamoci di render gli huomini capaci: però o pereremo ancora qualche cofà contra guſto loro, quan do la ragione del giuſto così richieda.E ſe qualcuno vſan doti violenzati si oppone, trapaſſa alla placidezza fen za dolerti; e dell'impedimen to feruitene per vn'altra, vir tù; e ricordati che tu deſideri le coſe con dell'eccettuazio ne, non appetendocofe im. poflibili. Che coſa dunque appetiſco? quel certo defi derio regolato; e queſto tu ottieniquando, arriua quel lo, che primo, e principal mente viene deſiderato. L'amator della gloria dall'opere d'altri ſi perſuade il proprio bene; quegli, che ama la voluttà, dalle ſue pafſioni: ma chi ha ceruello, dalla propria operazione! E' in tuo potere ſopra ciò non formarne opinione, e non perturbarti nell'animo. concioſliecoſa che niuna co fa ha vna natural poffanza ſopra i noſtri giudicii. Auuezzate ſteſſo ad apo plicare attentamente a quel le coſe, che da vn'altro fo no dette; e più che puoi in ternâtinell'animo di chi fta parlandoti. 40 Quello, che non è gio. neuoleallo fciame, ne' meno gioua alla pecchia.  Se i marinari parlaffe Fo male del loro piloto, 0 gli ammalari del loro media co, forſe per ciò ad altro ar tenderebbono, che all'opera re, quegli per la ſaluezza de' nauiganti, e queſti per la fanità di quei, che fi ciira no? Quanti fon già morti diquelli, che meco ſon en trati nel Mondo? -43. Aglitterici pare ilme-, le amaro: e a ' morſi da ani mal rabbioſo l'acqua è di terrore: e alli putti è coſa bella il palloncino. A che dunque io m'adiro? forſi.pa re a te, che habbia minor forza quello, che falſamen te s'apprende, di quello cheha la bile nell'itterico, o'l veleno nell'arrabbiato a Non t'impedirà perſona, che tu non viua ſecondo la condizione della tua natu rà: e niente t'amierrà fuori della ragione della natura dell’vniuerfo.. 44 Quali ſono quelli, alli quali ſi deſidcra d'andar a verſo, e per qualiauuenimen, ti, e con quali opere? 0 quanto preſto i ſecoli ogni coſa copriranno, e quante han di già ricoperte! Che coſa è la mal nagità? è quello, che ſpeſſo hai veduto; e ad ognicoſa, che ti ſoprauuenga, prontamente rappreſon tati, eſſer lo ſteſſo, che ſpef fo hai veduto. Vniucrſala mente nelle coſe ſuperiori, ed inferiori, trouerai le me deſime, delle quali ſono pie nele Storie antiche, e quelle di mezzo tempo, e lemoder ne, e ora ne ſono piene le cittadi, e le caſe. Non ci è niente di nuouo, tutto è vſa to, e di corta durata. I dogmi, in qual' altra maniera ſi potranno in te cancellare ſe l'immagina zioni., che a quelli ſono con formi non ſi eſtinguono, le quali, a te ſta di continua menté rauuiuare? Reſta in mio poter di fare intorno a ciò quel concetto, che ſi conuiene: e ſe ſta nel poter mio, a chemi turbo? Quel lo, ch'è fuori della mia men te, non ha che fare in modo alcuno con la medeſima mente. Queſtoſia il tuo ſen timento, e cositu ſei retto. 3 Pofciache in tua balia è il ritornare in vita, riconoſci le coſe nel modo, che le hai già vedute; perchè in ciò conſiſte il ritornare in vita: Tali ſono la vana curioſità delle pompe, le rappreſen tazioni nelle fecne, i bran chi d'animali, le mandre, i giuochi d'arme; vn ofſetto gettato a cagnolini; i minuz žoli di pane buttati nel viua io de' pefci, i trauagli, e il vettureggiare delle formi che, le corfe in quà se'n là de toperti ſpauentati, i bam bocei, a quali ſi fanno far de moti con cordićelle. Bi fogna dunque tra queſte coſe fermarſi con animo tranquil lo, e ſenza ſtrepito: e confe guentemente apprendere, che tanto ciaſcun vale,quan to vagliono le coſe, intorno alle quali s'affanna. 4 E' neceſſario attendere nel parlare parola per parola a quello, che ſi dice: e nell' operare ad ogni moto: e nel l'vno riguardare ſubito a qual fine ſi rapporti; e nell? altro oſſeruare quello, che venga ſignificato 5 E' ſufficiente il mio intel letto per queſto, o non è? s' egli è ſufficiente io me ne vaglio come d'inſtrumento datomi dalla natura dell'yni uerſo nell'opcrare; se non è ſufficiente, o io cedo l'ope ra a chi poffa meglio di me condurla a fine, ſe non foſſe a me ſteſſo ſpettante, o vero la fo come poffo, feruendomi dell'aiuto di quegli, che può cooperando col mio intellet to effettuare quelloche ſia di preſente opportuno, e vtile alla comunione humana:per ciocchè ciò che fo, o da per 3 2 3 ine me ſolo, o con altri, dee ſolo indirizzarſi a quello ch'è pro ficuo, e più proporzionato al comune. Quanti, che ſom mamente furono celebrati, di già ſono paſſati nell'obbli uione? E quanti, che li cele brarono già tempo fa, ſono ſpariti a Non ti vergognar d effere aiutato; poichè ti con uiene operare quello, che ti appartiene, come ad vn ſol dato nell'affalto d'vna mura glia. Che dunque fareſti, ſe azzopppato non poteffi ſolo aſcendere fu i merli, e con yn altro poteſſi farlo? 6 Quello, che ha da auueni re non ti ſgomenti, perchè giugnerai a quello, fe ſarà di vopo, fornito dell'iſteſſa ra; gione, della quale tu ora ti ferui in ciò, che t'è preſente. olo bro gal ]l DO ď ti -7 Tutte le coſe ſono tra di loro auuinte, ed il nodo è fa cro, e quaſi' niuna è all'altra ſtraniera. Concioffie cofa che tra fc sono ordinatamente disposte, e adornano l'istesso mondo, poichè di tutte le coſe queſto è vno, e Dio è vno per tutto, vna la natura, e yna la legge, vna la ragio ne comune a tutti i viuenti intellettuali, e la verità yna, doue pure vna è la perfezio ne di quelli, che ſono dell' iſteſſo genere, e di quei, che della medeſima ragione par ticipano. Ogni coſa materia le preſtamente va a ſuanire nella ſoſtanzia dell'vniuerfo: e ogni cagione'efficiente pre ſtamente è aſſorbita dalla ragione vniuerſale. I ſecoli ancora dentro di fe ſeppelli ſcono lo ni. che id at to s ſcono preſtamente la mc moria di ciaſcheduno, s,is:: 8 L'animal ragioneuole ha la medeſima opcrazionéry fe condo la natura se ſecondo la ragione, o retto o raddirizzato. Con qual? abitudine fi riguardano i membrivnitid vn corpo con tale fi confans no gli enti ragioneuoli, ben chè diſuniti, PER HAVER DISPOSIZIONE A CONCORRERE IN UNA COOPERAZIONE. E maggior mente ti s'imprimerà l'intelligenza di queſto, ſe ſpeffe fiate diraia te ſteffo « Io ſono membro di queſto, aduna mento di razionali. Ma ſe col mutamento d'yna lettera dip'sno, cioè membro, farai fe'egos, che fuona parte, non di cuore porterai amore agli huo INC die a re ſteſſo. id -11 huomini, ene anche tu non ti compiacerai fenz hauere altro fine della beneficienza f operando per 'mera conue polo nienza, e non come per far beneficio. 10 Accada ciò che ſi vuole i d'eſteriori arucnimenti ſopra a coloro, che poſſono patir queſti accidenti, e quelli pa tendo ſi querelino pure à lor e voglia: che quanto a me, se io non reputo che ſia male l'auuenuto accidente,non ne reſto lefo: ora da me dipen de il non reputarlo. II Qualunque coſa altri ſi faccia, o ſi dica, tocca a med eſſer huomo dabbene:non al trimente, che ſe l'oroj ouero lo ſmeraldo, o la porporaco si delcontinuo diceſse; Che che altri ſi faccia, o dica; a na or el file 7110 Nad fe -em are di col me 1POC fuc da са ) ſim bil vie La 011 me tocca d ' eſſere ſmeraldo, e di ritenere il mio proprio colore. La porzione, che è in noi reggitrice,non è a ſe ſteſ ſa moleſta, cioè à dire, ella non s'atterriſce ne s'affige con la cupidigia, e ſe altri è poſſente d'atterrirla, ò di contriftarla, lo faccia. Certo è cheda per ſe ſteſſa con l'ap prenſione non fi riuolgerà a tali commouimenti. Alcor, picciuolo ſi laſci il penſiero, che non patiſca coſa alcuna, ſe potrà; e ſe patiſce lo dica. Però l'animuccia, che teme, e s'attriſta, e riceuc total mente l'apprenſione, niente patirà; concioffiecofa che non procederà mai al giudizio di cose simili. Quanto a ſe ſteſſa la por qu Id nd CC n  A 0 porzione in noi réggitrice è fuori d'ognibiſogno, ſepure da ſe ſteſſa ella non ſi fabbri ca la neceſsità, e nella mede fima maniera è imperturba bile, ed incapace d'impedi mento, fe da ſe ſteſſa non vien perturbata, o impedita. La felicità è il buon genio, o l'iſteſſo bene. Che dunque quì fai o fantaſia? deh pergľ Iddij, vattene comevenifti, nonho vopo di te.Seivenuta conforme all'antica vfanza: non m'adiro teco; ma vatte ne vna volta. 14 Alcuno ha paura della tramutazione; e qual coſa può eſſere ſenza tramutazio ne, e quale è più di lei ami ca, o domeſtica alla natura dell'yniuerfo? Ti potreſti tu lauare, ſe le legne non ſi tra 2 1 21 -2 al che d 1 mil 1mutaſsero? ti potreſti nutri re, ſe i camangiari non ſi tra mutaſſero? che altro fi com pierebbe di neceſſario ſenza la mutazione?Non vedi dun que come ancora il tuo tra mutarti è confacerole, e pa rimenre neceſſario alla natu ra dell'yniuerſo?. Per l'effen za di queſto trapaſſano quaſi per yn torrente tutti i cor pi connaturali; e cooperanti con l'yniuerfo, almodo che le parti noſtre tra di loro cooperano. QuantiChriſippi, quanti Socrati, quantiEpit teti il tempo s'è inghiottito? l'iſteſſo in fatti ti ſouuenga di qualunque huomo, e di qua lunque coſa. Vna coſa fola cruciandomi mi ſcontorce, cioè, che io non forſe faccia quello, che la conſtituzione dell'huomo non vuole, o nel la maniera, che non vuole, o come al preſente non vuole. Tra poco tu ti ſcorderai di tutti, e tra poco tutti ſi ſcor deranno di te. Proprio è dell'huomo amare anco quelli, che erra no;e queſto ſi fa, ſe nel mede ſimo tempo ti ſouuerrà, che quelli, che peccano, ſono a te congiunti; e che o per ignoranza, o non volendo, peccano; e come tra breuil ſimo tempo, e tu, e quellive n'andrete: e ſopra tutto per chè non ti ha leſo, mentre la porzione tua principale non l'ha deteriorata più che per linnanzi ella ſi foſſe. 16 La natura dell' vniuerfo dall'eſſenza vniuerfale, come ha ora formato vn ca: 3. da cera, 194 LIBRO SETTIMO caualluccio, e poi, quello di ftruggendo, ſe n'è valuta per materia d ' yn albero di poi d'vn homicciuolo, e appref lo per qualch' altra coſa; e ciaſcuna di queſte ha durato per cortiffimo ſpazio. Non reca al caffettino molcftia if diſcomporlo, ficome non gliela recò ne meno il fabbricarlo. La ſdegnoſa torbidez za del volto è oltre modo fuordel naturale; perchè fa fpeſſe fiate ſuanire la gratia di quello, ouero alla fine in guifa l'eſtingue, ch'ella non poſla giammai più ràuuiuarſi: Dunque, per queſto iſteſſo sforzati di apprendere che quello è fuori della ragione; poſciachè, ſe il riſentimento contra il peccare fi perde, a che gioua il viuere? 18 Le coſe, che tu vedi, tutto tra poco le muterà la natura, che gouerna il tutto; e dall'eſſere di queſte pro durrà altre cofe, come di nuouo altre dall' effenza di quelle, acciocchè il Mondo di continuo ſi conferui in giouentù. Quando vn commerta errore contro di re, toſto conſidera, che coſa egli pec Cando s'immaginò di bene, o dimale: perchè,conoſcen do queſto, lo compatirai, ſenza marauigliarti, o adi Tarti. Pofciache o formerai l'isteſſo concetto del bene ch' eſſo formò, o altro ſimi le a quello concepirai, on de fia neceſſario perdonar gli. Ma quando anco tu non 1 3 2 I 2 facefli lifteffo concetto del bene, o delmale, ti renderai più facilmente benigno ver fo colui, che ha traueduto. 20 Non s'hanno da conſi derare le coſe aſſenti nel ino do di quelle, che ora ſono: ma fi dee ſcegliere delle preſenti le più abili, e ricor darſi con quanto ſtudio quc fte fi cercherebbono, fe non foſſero preſenti. Però è inſic me da guardare cheper trop. po gradirle non ti auuezzi a ſtimarle vantaggioſamente., a ſegno tale, che, ſe ti inan caffero, te ne turbaſſi. 1.21 Raccogliti in te mede mo. La parte ragioncuole, e principale, è di tal natura, ch'è ſufficiente a ſe ſteffa, quando giuſtamente opera; e in ciò truoua la sua quiere. Scancella l'immaginazione, arreſta la violenza delle par fioni, circonfcriui il prefente del tempo, riconoſci quello, che auuiene così a te, come ad altri: diftingui, e partiſci quello, che ti ſta fra mano nelle fue cagionimateriali, e caufali: figurati l'vltima ora: laſcia l'errore comineffo a quello, e dove fu l'errore. L'animo dee star applicato a quanto si dice e la mente dee internarsi nelle cose operate, e negli operanti: Abbelliſci te ſteffo colla ſemplicità, è vergogna, e coll indifferenza, ch'è in mezzo tra la virtù, e'l vizio. Ama il genere humano, con formati con Dio. Quegli diſſe, ogni coſa eſſer ordina ta con legge certa, ma gl’elementi soli muoverſi con mouimento incerto, e for tuito. Baſta hauer nella me moria tutte le coſe eſſere rc golate con legge fiſſa, c po chiffime andare a caſo.. 23 Intorno alla morte: 0 è diſipazione, o atomi, o euacuazione, o eſtinzione, o trapaſſo. Intorno al dolore: fe non è ſoffribile porta via ſe fi allunga nõ è inſoffribile; e l'animo nel formare i con cetti conferua la ſua pro pria tranquillità, e la parte ſuperiore non peggiora: le parti affitre dal dolore, ſe poſſono,palefino il loro ſen timento. Intorno alla glo ria: riguarda gli animi di co loro, quali ſieno, e qualico fe abborriſchino, e qualiap petiſchino: e come l'arene de i lidi, che vna ſopra l'al tra venendo a ſoprapporſi naſcondono le prime, fimil mente nel noſtro viuere le coſe antecedenti ſono dalle foprauuenute ben preſto ca cellate. 24 Da Platone. Penſi tu dunque, che quegli, che ha penfieri da magnanimo colla fpeculazione d'ogni tempo, e d'ogni ſoſtanzia faccia gran concetto del viuere dell'huo po? Non può eſſer che ſia, riſpoſe. Dunque ne queſti potrà reputare che ſia male la morte. Non per certo. Detto di Antiftene. E' coſa da Re operar bene, e riceuer ne biaſimo. E ' ſconuenelio le, che'l noſtro volto obbe diſca, e ſi regoli, e s'abbel liſca, come la noſtra mente I 4 or 200 LIBRO SETTIMO ordina, e che queſta per fe medeſima non ſi regoli, ne ſi abbelliſca. Se con le cofe diſdegnar ti vuoi Che non curan diſdegno, il tutto è vano. A i mumi da cui morte va lontano Diaſi allegreza,e diaſi pur'a noi. Che ſi tronchi la vita, come ſuole Matura Spiga, e un viua, e un ' altro mora Che di me cura, e de' miei figli 'ancora Non ſi prendan gl'Iddij, ragion il vuole. 26 Da Platone. Io riſpon derei con giuſta riſpoſta. Che tu, o huomo, non ben diſcorri, ſe penſi douere fti mar coſa di gran momento il viuere, o il morire dell huomo, per poco ch'effo va glia, e non più toſto queſto solo confiderare, cioè, ſe quando opera, operi coſe giuſte, o non giufte e da huo mo buono, o cattiuo. Così il vero ſta, o citta dini d ' Athene: fe alcuno reputando il poſto cfler otti mo vi ſi collocherà Principe vi farà collocato, " conuiene, come a me pare, ch'iui ſi fermi, anco che vi foſſc pericolo, non facendo conto ne della morte d'altro, fuori che della brut tezza. Ma poni cura, o galant huomo, ſe altra coſa è l'effer buono, e generoſo, che'l faluare altri, e faluare ſe Ateffo · Concioffiecoſa che non è da deſiderarſi dall ' huomo veramente prodc la vita lunga,ne dee ftare appiccicato al yiuere, ma rimet terſi intorno a tutto ciò in Dio, credendo alle donne, che neſſuno può ſcanſare il fato; e in conſeguenza qui ha da premere in qual ma niera poſſa impiegare, per ottimamente viuere, il tem po, che gli reſta da viuere. Offerua il corſo delle ſtelle, comeſe tu giraffi in compagnia loro e confide ra del continuo le vicende uoli tramutazioni degli ele menti; perchè coll' appren fioni di queſte coſe fi purifi cano l'immondizie della vi ta terrena. Bene ne i diſcorſi dell'huomo fu da Platone af ſerito che ſi debbono con templar le coſe terrene, co me da alto in baſſo, le con greghe, gli eſerciti, i lano ri et is 20 90 7.1 her III le in ri de'campi, i congiugnimen ti de' parentadi, i diſciogli menti, le nafcite, le morti, gli ſtrepiti de' tribunali, i paefi diſertati, le varietà del te genti barbare, le feſte, i pianti, imercati,il rimeſco famento del tutto, e l'abbel limento del Mondo per le coſe tra di loro contrarie. Riuedi conſideratamen te le coſe dianzi ſuccedute: le tante mutazioni degl'Im perij. E lecito ancora preue dere le coſe future: perchè a tutti i modi hauranno l' iſteffa ſomiglianza, c non trauſeranno mai dall' ordine di quelle, che al preſente ſi fanno. Quindi auuione che il miſurar la vita humana con anni quaranta non ſia diffe rent e dal miſurarla con an 1 fir 1 0 I 6 ni 204ni diecimila. Perchè qual coſa vedrai tu di più? Vanno indietro le coſe, e ciò che diede La terra in terra, e nel celefte templo Ciò che venne dall'etera ſen riede Ouero queſta è, yna riſolu zione degl'intrecciamenti de gli atomised vna diſſipazione degli elementi, che non ſog giacciono à paſſione. Con beuande,con cibi,e con magia Della morte cerchiam ſuolger la via. Conuien Soffrir con ftenti, e ad occhi afciutti Il vento,ch'a noiSpira dagl'Iddi 29 Rieſce vno più di te de ftro nella lotta per atterrare gli altri: ma non ſia più co municatiuo, non più riſpet toſo, non più compofto ne gli accidenti, non più benigno verso gli abbagliamenti de ' profſimi. 30.: Douc, secondo l'intendimento comune agl’Iddij, e agli huomini,ſi può condurre vn'opera à fine, iui non è del male: auuegnachè doue è le cito di trouar l'vtile per l'o perazione, che proſpera mente s’auanza, e non trali gna dalla ſua diſpoſizione, iuinon s'ha da ſoſpettar di danno. In ogni luogo, e in ogni tempo ſta in re il pren der a grado, con la douuta pietà, quello, che preſente mente accade, e di portarti con glihuomini, li quali con te conuiuono, giuſtamente, ed eſaminare efattamente quello, che fi rappreſenta all'immaginazione; accioc chè non vi fubentri qualche coſa, che non ſia per prima bene compreſa. 31 Non inueftigare ciò che ad altri paſſa per la men te, ma riguarda diritta mente à quello, a che la natura ti conduce, o ſia quel la dell'vniuerfo, per le coſe che ti accadono, ouero la tua, per l'azioni, che da te dependono. Ora quellos? haurà a fare da ciaſcuno, che conſeguentemente corriſpo de alla ſua diſpoſizione. Per rò tutte l'altre coſe ſono diſm poſte per quelli, che ſono ragioneuoli, come in ogni altra l'inferiori in riguardo delle migliori, e le ragioner. uoli l'vna per l'altra.Dunque il primo e principale nella: diſpoſizione dell'huomo ſi è l’essere COMMUNICATIVO. Secondariamente non arrenderſi alle corporali inclinazioni. Concioſliecoſa che proprio del mouimiento ragioneuo le, e. intellettuale è dicir confcriuer fc fteffo, e non laſciarſi ſottomettere da mo. ti ſenſuali, o impetuolis poi chè tanto gli yni, quanto gli altri hanno del beſtiale. Ma la intellettiua vuol la preininenza, e non eſſere do minata da quelli: e a ragio ne; perchè è fatta per feruir ſi di tutti quelli. Il terzo nel la ragioneuole conſtruzione, è di non trauedere, nc d'ef ſer ſoppiantato. A queſte co ſe dunque applicata la men te proceda a dirittura, e co si conſeguirà quello, ch'è fuo proprio. 32 Come tu non hauefli havuto a uiuere, che fin ora, e già foffi morto, queſto fo pra più che c'è dato diuiuere, dourai viuerlo fecondo la natura, folamente contento di quello, che ti auuenga, e che ti è deſtinato dal fato, imperocchè qual coſa ti può efferpiù couveniente? 33 In ogni accidente vo glionfi hauere auanti agli oc chiquellija' quali occorſero cafi fimili, e che poi fi dole uano, e ſembrado loro ftrano fi lamentauano. Doue dun que ſono eglino ora? in niun fuogo. Vorrai tu dunque fare altrettanto? Perchè non la fci gli altrui rigui alli rigi ranti, e rigirati?: e non te ne ftai tutto intento come ti habbi da ſeruire di tali acci denti? Te ne feruirai dunque bene, e quelli ti ſerui ranno per materia. In ogni coſa, che farai; non hai da applicare ad altro, ne altro proccurare, che d'effer a te Iteffo buono. Nell' yno, e -nell'altro (fia di ciò, che hai da ſcanſare, o ſia di ciò, che hai da fare ricordati che'l foggetto dell'operazione è indifferente. Con perspicacia rimira dentro te stesso, che la fonte del benc è dentro di te, la quale non ceſſerà mai di ſca turire, ſe tu di continuo la terrai ſcanata. 35 Il corpo ha da ſtar fiffo, e non ſi ſtorcere, o fia nel moto, o fia nella poſtura. Perchè nel modo, che l'ani mo imprime vn certo che nella faccia, ferbandola ſe 7 1 Il ria, e ben composta, al trettanto ſi dee ricercare che ſegua intieramente nel corpo; e tutte queſte coſe s'hanno da offeruare fcirza affettazione. Il noſtro modo di viuere è più da affomi gliarſi alla Paleſtra, o lotta, che all'Orcheſtra, o al ballo; douendo alle coſeche ſopra uuengono, e non ſono pre ucdute trouarſi appareccħia to, e fermo pernon cadere. Giammai non laſcerai d'eſaminare quali ſieno quel li, dalli quali tu brami le te ſtimonianze, e quali l'inten zionidella loro mentc: per chè ne accuſerai quelli, i quali peccano inuolontaria mente, ne ricercherai la lo ro teftimonianza, fc rimire rai da qual fonte ſcaturiſco no 10 a,al ercare ate ni € fcuzi mode allomis Torta ballo lopera t no le loro opinioni, e i loro appetiti. Niun'anima, diſſe que gli, di ſua fpontanea elezio ne ſi priua della verità. L'i ſteſſo s'ha da dire intorno al la giuſtizia, alla temperanza, alla benignità, e a tutte le ſi mili.Però è fommamente ne ceffario di non mai ſcordar d'ognuno ſarai più benigno. In ogni coſa penoſa, che ti ſucceda, ti fouuenga prontamente che quella non ha bruttezza, ne può peggiorare la mente in noi reggitrice; poichè non le nuoce, nene in quanto è ragio neuole, ne in quanto è co municatiua; e nella maggior parte de dolori ti venga in mente quello d'Epicuro; Che to pre cchia dere ulcera quel let inter: per Uli, / taria a lo mit rico no 2 I 2Che non è intollerabile, o non è eterno; ricordandoti però di laſciarlo ne' ſuoi termini fen za aggiugnerui altro con la tua opinione. Ancora quel lo hai da hauer a mente, che molte coſe, che partecipa 110 propriamente del dolore, copertaméte ci trauagliano: come è l'hauer ſonnolenza, lo fmaniar di caldo, il patir faſtio di ſtomaco '. Quando dunquc alcuna diqueſte coſe maltolenticri ſopporti, con feffa a te fteffo d' ellerti arre ſo al dolore. Auuerti di non hauere tal volta quell' auuerſione agl'inhumani, che gl'inhu manihanno agli huomini. 40 Donde argomentiamo, che Socrate foffe illuſtre, e di diſpoſizione d'animo migliore? Mentre non baſta, che haueffe vna morte delle più glorioſe, c più acutamen te co ' Sofiſti diſputaſſe più ſofferentemente ſopra'l ghiaccio pernottaſſe, e co mandato a condurre quel Salaminio, più d'ogni altro generoſamente fi moſtraſſe renitente, e che per le ſtrade andaſſe con graue contegno. Intorno a che era aſſai da in ueftigare le così era vera mente. Maquello è neceffa rio conſiderare, qual ' animo s'haueſſe Socrate, e ſe egli po teſſe appagarſi d'effer giuſto inuerſo gl’huomini, e fanto inuerſo gļIddij,nő iſdegnan doſi temerariamente contro la malizia, ne punto feruen do all'ignoranza d'alcuno, ne accettando come ſtranie Fit Ho fe je. Te ne ng€ ra uc PC PE ra alcuna cofa datagli dall' vniuerſo, o ſopportandola come intollerabilc: në hauef ſe mai acconſentito, c piega to l'animo alle paſſioni della carnuccia. La natura non in fi corporò talmente il compó fto, quaſi che l'huomo non poſſariſtrignere, e regolar ſe lo medeſimo e far le ſue proprie VE coſe foggiaceré a ſe feflo. 41 Può eſſere facilmente, in che vn diuenga huomo diri no, e non fia conoſciuto da alcuno. Ricordati ſempre di queſto: e in oltre di quello, 1 che?l viucre felicemente conſiſte in pochiſſime coſe. E non perchè habbi tu per duto la ſperanza d' eſſere Dialettico, o Fiſico, ti ſtime rai rigettato dal poter eſſer libero, pudico, comunicati uO. E I uo, e oſsequente a Dio. 42 Senza alcuna violenza potrai trapaſſare la vita in vna piena giocondità, an corchè tutti ſtrepitino,come fi voglino, ancorchè le belue ſtrappino i membricciuoli di queſta mafsa, che t'è cres ſciuta addoſſo, perchè, che vieta in tutte queſte coſe ala l'animo di conferuar ſe ſteſso in tranquillità, e nel giudi cio vero delli circonſtanti accidenti, e collyſo pronto i delle coſe preſenzialmente ayuemute: in modo che poſsa il giudicio ſentenziare ſopra è quello, che vien accadendo: queſto fe' in ſoſtanza, ben chè lecondo l'opinione, al tro appariſci; e l'vſo poſsa di re all'accidente: tu fe' quel lo, ch'io cercaua. Perchè fem - 01 te elle est sempre quello, ch'è preſen te, ferue per materia della virtù ragioneuole, e ciuile; e inſomma è materia dell'ar te dell'huomo,ouero di Dio. Laonde tutto quello, che auuiene ſi fà famigliare a Dio o all'huomo; e non è coſa nuoua, ne intrattabile, ma conoſciuta, e maneggieuo le. 43 La perfezione de'coſtu mi porta feco queſto; ch? ogni giorno ſi trapaſſi come fe foffe l'vltimo, non ſi com mouendo a coſa alcuna, ne con iftordimento, ne con fi mulazione 44 GI'Iddij eſsendo immor tålicnon hanno a male, che in tanti ſecoli ſia a tutti lo to neceſsario comportare ta li, e tanti fcelerati, anzi han Q b f Uella bile ar Dio. che Dio cola m2 Cuo hanno in oltre di quelli vna total cura; e tu che ſtai già per mancare ti ſtracchi, non oſtante che tu ſij vno degli ſcelerati? è da riderſenc; tu non fuggi la tua propria mal uagità, il che è poſſibile, ę fuggi quella deglialtri, il che t'è impoffibile. 45 Quello, che la facultà ragioneuole, e ciuile truoua, non fecondo l'intelletto, ne ſecondo la ſocietà, con buon dettame lo giudica più viledi fe ftefla. 46 Quando tu hai benéfica to, e vi altro ha riceuuto il beneficio, oltre di queſto che terza cofa pretendi,comefan no i pazzi, di parer d'hauer fatto bene, e d'hauer a rice uere il contracambio? niuno s'affatica, mentre riceue vtili K tå, oſtur ch 9 come COM 2, ne ont 7mor s che tti lo are ta anzi 9 Tantà, e mentre l'vtile è azione ſecondo la natura; non ti af, fannar dunque riceuendo yti lità in quello che tu ſe'di gio uamento agli altri. La natura dell’yniuerlo per proprio inſtinto venne alla fabbrica del mondo, donde è che ora tutto ciò, che ſi va facendo, procede in ſeguime to di quello; ouero le coſe principaliffime, alle quali la mente reggitrice del Mondo ha:vna particolar inclinazio ne, ſono ſenza ragion prodot te. Se tu ciò a memoria ha urai, ti renderà più tranquillo in molte cse. E è azione non tia4 ndowe 'digia erloper e alla Ponde fi va imé coff lila 1 do 1 10 ota 1 Vello ancora è gio ueuole contro la vanagloria, con fiderare, che non iſta più in tuo potere l'eſſer viuuto tutta la vita, o almeno la paſſata dopo la giouentù, filoſofica mente: ma a molti altri, e a te medeſimo hai dato a co nofcere, che tu ſeben lonta no dalla DALLA FILOSOFIA. Dunque ti truoui imbrogliato: perchè K 2 1 1 # oramai non ti è più facile.d ' acquiſtare ſtima di Filoſofo, ſenza che ti è contraria ancor ra la tua profeſſione. Se adun que tu penetraſti veramente fin doue conſiſte ľaffare, non ti curar quale tú habbi da ef ſer riputato, ma baſtiti ſe tu il reſto menerai della vita,fe cõdo il dertame della tua na: tura. Conſidera dunque quel lo,ch'eſſa ſivoglia, ne altroiti diſtragga: perciocchè hai già prouato per quantecoſe ſe'i to vagando, ne mai in niuna hai trouato il ben viuere, ne nel fillogizzare, ne nella ric chezza, ne nella gloria,nenei piaceri, ne in che ſi fia. Don ue dunque farà? nell'operare ciò, che richiede l'iſteffa na tura humana. Come dunque queſto li eſeguirà? quand'v no faciled Elofoto ta anch eader zmente y101 dach fetu 2,fe na no haurà nell'animo fermati queidogmi, dalli quali han no origine gliappetiti, elo pere. E quali ſono queſti do gmi? quelli, che appartengo no ai beni, e a i mali, come nulla eſſer bene all'huomo, che non lo renda giuſto, tem peratoforte, liberale, enulla male, ſe non quello, che ope ra il contrario delle coſe ſud dette, 2 In ogni operazione in terroga così te ſteſſo: in qual maniera queſtaa me fi confà? forfe appreffo non ine ne pen. cirò a Di qui ' a poco io farò porto, e ogni coſa fuanirà. Che coſa di più ricerco, ſe no che l'azione preſente cõuen ga ad animale ragioneuole, e comunicatiuo, e che nella legge ſi conformi con Dio? Alessandro, Caiose Pompeio, che coſa ſono appetto a DIOGENE, ERACLITO, E SOCRATE? Queſti penetrarono le coſe, e le cagioni,e le materie, e tali erano le menti loro: ma quelli a quanti haueuano da prouedere? a quanti haueua no da ſeruire? 4 Ancorchè tu crepaffi tutttauolta gli huomini fará no l'iſteſſe coſe. Al bel primo non ti ſtare a turbare; poichè tutte le cole, fuccedono fe condo la natura dell'vniuerſo; e tra poco tempo tu farai nič te; ed in niun luogo, come non é Adriano, ne Auguſto. Appreſſo fiſſandoti nell'opera ſteſſa, conſiderala, ed inſieme riducendoti a memoria che ti biſogna eſſere huomo dab bene, e ciò che la natura del l'huomo richiede, fa ciò, che tu ti proponeſti con inuaria bile fermezza, e parla come giuſtiflimo ti parrà; però con placidezza e con rispetto e senza ſimulazione. Questa é della natura dell'uniuerso l'opera e'l ministero. Le cose che ſono qui traſportar colà, tramutarle leuarle di quà, ed iui riporle. Ogni cosa è mutazione, non però sì, che s'habbia da te mcre di nouità, andando il tutto ſecondo il conſueto; anzi le diſtribuzioni delle co fe fono eguali. Ogni natura ſi ſoddisfàdi ſe ſteſſa, s'ella cà. mina per la propria via. E la natura ragioneuole cammina bene, quando nelle immagi nazioni non conſente al falfo, o all'incerto; e negli appetiti, quando alle ſole opere co munali gli dirizza; e nellide fiderij, e nelle auuerſioni, qua do le reſtrigne a quelle coſe fole, che ſtanno in noſtro ar bitrio; e abbraccia volentie ri tutto quello, che dalla na tura comune le vien datos poichè è parte di quella, co me la natura della foglia è parte della natura della pian ta, ſe non che iui la natura della foglia è parte di natura, che è ſenza ſenſo, e ſenza ra gione, e che ſi può impedire: doue la natura dell'huomo è parte della natura ad impedi mento non ſoggiacente, in tellettuale, e giufta; mentre eſſa, ſecondo l'egualità, ei meriti, diſtribuiſce a ciaſcuno i compartimenti de' tempi, delle ſoſtanzie della cagione,  dell'operazione, e delle con tingenze. Anuertiperò,che non trouerai in niuna coſa, conſideratele ad vna ad vna, queſta vguaglianza pari ad vn tutto;maſi bene accumulata mente, conferendo il tutto dell'vne col tutto dell'altre. 6 Non te conceduto di poter leggere,maè in tuio po tere il non far delle ingiurie, -il vincere i piaceri, e idolori, l'effer ſuperiore alla glorietta: di più,il non alterarti contro de i difenfati, e degļingrati: anzi tè conceduto l'hauere etiandio cura di loro. Niuno ti oda querelarti del viuer nella Corte, neme no di quello, che tocca a te. 8 Il pentimento è vna tal riprenſione di te ſteſſo per yn ytile traſcurato. Ora il bene de' efſere qualche vtile, e de eſſere procurato.dall'huomo dabbene, e di buoni coſtumi. Ma neſſuno huomo dabbene, e bene accoſtumato haurà pen. timento di hauer traſcurato qualche piacere. Non è dun que coſa vtile, ne buona il piacere. 9 Che cofa è queſto ſecon do te ſteſſo nellapropria con ftituzione? Quale è il ſuo ſo ſtanziale, e materiale? Quale è il ſuo caufale? A che serve nel mondo? E quanto tempo fulliſterà? Quando ti ſuegli con di fguſto dal ſonno ricordati ciò etſer conforme alla tua conſtituzione, e fecondo la condizione naturale dell'huo. mo di produrre operazione a prò dell humana focietà: dove il dormire è comune an cora agli animali irragiuneuo. li. Quello perù, ch'è naturale ad ognvno, quello è più pro prio, e più comodo, ed è più giocondo. II Continuamente, ed in ogni immaginazione, giuſta tua poffa, eſamina la ſua na tura, ricerca le fue paſſioni, e dialetticamete intorno a quel. la diſcorri. In chiunque t'ab batti, prontamente diſcorri dentro di te; Queſti che maf fime può hauere intorno al bene, e intorno almale?. Im perocchè, fe ha tali, e tali maſſime intorno al piacere, e al dolore, e le cagioni dell’y -no, e dell'altro, intorno alla gloria, all'ignominia, alla morte, e alla vita, non mi ma rauiglierò, ne mi parrà coſa K 6 ſtrana, s'egli opera tali coſe; e mi rammenterò, che quegli è violentato ad operare in fi mile maniera. Rammentati, che come è coſa difdiceuole lo ſtimare ſtrano, che'l fico produca fichi così che'l Mon do produca quelle coſe, delle quali è fecondo. E ſimilmen te ancora farebbe vergogna al medico, ed al piloto il pa rer loro ſtrauaganza, ſe viene ad yno la febbre, e fe il ven to ſoffia in contrario. 12 Ricordati, che tanto il mutarſi quanto il conformar fi a chi ti corregge, non ti to glie l'eſſer libero; perciocchè l'azione è tua, e ſecondo il tuo appetito, e giudicio, co me anco conforme al tuo in, tendimento, ſi riduce a fine. 13 Se depende da te, pers ché in chè lo fai? ſe depende da al tri, di che ti lamenti? degli atomi, o degl'Iddij? mentre così l'vna, come l'altra è paz zia. Non dei querelarti d'al cuno: perchè ſe è in tuo po tere queſto, correggi l'iſteſſa azione; ma ſe quello non tuo potere, a che gioua il do lerti, giacché non conuiene far coſa alcuna inuano? 14 Ciò che morì non caſca fuori del Mondo:ſe reſta dun que qui, e qui fi muta, anco qui ſi riſolue nelle coſe pro prie, le quali ſono elementi del Mondo, e tuoi; e queſti pure ſoggiacciono a mutazio ni, nc fi qucrelano. Ciò che è, per qualche coſa è fatto, come a dire il ca uallo, la vite.Di che ti maraui. gli? Il Sole pure dirà, per qual'effetto ſon fatto, e così gli altr’Iddij. Tu dunque per qual coſa per pigliarti piace re? conſidera ſe l'intclletto lo comporta. La natura s'ha preſo pen fiero diciaſcuno, non meno del fine, che del principio, e della durata dellavita. 17 Quando alcuno tira in alto vna palla, che di bene ne riporta fa palla quando va balzata in alto, o che di male quando fcende, e quando ca de in terra? E che di bene n'auuiene alla bolla dell'ac qua, ſe dura in eſſere, e che di male, ſe fi dilegua. In que ſta guiſa puoi ancora diſcor rere della lucerna. Riuolta il corpo, e vedi quale è, e in uecchiandoſi, quale diuiene, o pure cadendo in infermità, o dap  o dappoi che s'ha preſo i ſuoi guſti carnali. 18 E ' di breuc durata echi loda, e chi vien lodato: il men touato, e chi lo mentoua.Ag giugniui, che ciò ſuccede in yn cantone di queſta regione, ne in quello ancora tutti ſono del medeſino ſentimento; ne pur yno è ſempre del medeſi mo con ſe ſtcffo.E tutta la ter ra è finalmente yn punto. 19. Applica l'animo a quel lo che ti ſi appreſenta, o al de. creto, o all'operazione, oal fignificato. Giuſtamente que ſto patiſci, perchè vuoi diffe rire a domane a diuenirc huo. mo dabbene, più roſto ch'er ſerlo oggi? 20 S'io fo coſa alcuna, la fo riferendola a bencficio d'huo. mini. Se m'auuiene qualche? l 1 P cofil 232coſa la riceuo, riferendola al.. tresì agl Iddij, e al forte d'or gni coſà, dal quale tutto ciò che auuiene inſiemederiua. Che ti pare che ſia il la uarſi? olio, fudore, fucidu, me, acqua', ſtrofinacci, coſe tutte difpiaceuoli: I ale èogni parte della vita, e tutto quel lo,che a noi fotto ſta. 22 Lucilla ſeppelli Vero, appreſſo morì Lucilla. Secon da fepellìMaflimo, appreſſo morì Seconda. Epitinchanó Diotimo, appreſſo Epitinchano. Antonino ſeppellà Fauſti na', appreſſo morìAntonino. In tal modo cammina ogni cofa. Celere ſeppellì Adria no, appreſſo morì Celere. Quelli anco d'acuto ſpirito, o indouini; o fuperbi, doue ho ra ſono? come Charace, Demetrio il Platonico, Eudemone, e altri ſimili d'acuto spirito tutte le coſe ſono tran. ſitorie in yn giorno, e di già morte, e mancate: alcuni ne meno per poco rcſtarono nel la memoria: altri trapaſſaro no in fauole; altri già dall'i ſteſſe fauole ſcancellati, Quel lo dunque non è da ſcordarſi, che biſogna o diſſiparli queſta tua compoſizioncella, o eſtin guerſi lo ſpiritello, o traſpor tarſi, e altroue riporſi. - La consolazione dell' huomo conſiſte nell' operare ciò, che appartiene all’huo mo; e appartienſi all'huomo il voler bene a quello, che gli è ſimile per natura: ſprez zare i moti delfenſo, diſcer ner le probabili apparenze, contemplar la natura dell'y Olli" ello 300 ha 710 on te ho DP niwer niuerſo, e tutto ciò, che in quella ſi produce. Tre fono le abitudini, l'vna alla ca gione,che circoncigne, l'altra alla cauſa diuina, dalla qua le il tutto a tutti deriua, la terza a quelli, che con noi vi uono. Il dolore o è male del corpo, el corpo ſia quello, che lo paleſi, o è dell'animo: ma l'animo ha in ſua balia il conſeruar la propria tranquil lità, e ſerenità, e di non rcpu tar, che quello fia male. Per chè ogni giudicio, e inclinac zione, e appetizione, e de clinamento ſta nel didentro e da indi non afcende male neſſuno. 25 Scancella l'immagina zioni del continuo dicendo a te fteffo: Ora è in mio potere, che in 10 tra 12 10 vi del 09 70: che in queſt'anima non hab bia luogo alcuna maluagità, ne la cupidigia, ne qualſiuo glia turbolenza: ma cono fcendo ciaſcuna coſa, fecon do il ſuo eſſere, mi ſerua di ciaſcuna per quanto vale. Ri cordati di queſta facultà a te conceduta dalla natura. 26 Parla nel Scnato, e con ciaſcun'altro in particolare co decoro, e non con troppa li fciatura, ma vſa vn modo fa no di parlare. La corte d'AUGUSTO, la moglie, la figlia, i nepoti, i defcendenti; la ſorella, Agri pa si parenti, I famigliari, gli a mici, Ario,Mecenate, i medici, i sacerdoti, tutta quel la corte è svanita con la morte. Mettiti poi a conſiderare altre famiglie,nelle quali non trouerai la morte d'vn huo mo ſolo, ma di tutte, come dei Pompeij. Mancò quella, e ne' fepolcri iſteffi leggiamo chi fu Byltimo di quella gen te: come anco. quello, che viene ſcolpito ne'monumen ti, vltimo della ſua gente. Conſidera poi quanto fi tra uagliarono i loro antenati, di laſciar yni fucceſſore, e pure fu di neceſſità, che alcuno for ſe l'vltimo, e qui parimente conſidera la fine di tutta quel. la gente. 28. S'ha collazioni ad vna ad yna a compor la vita; e ſe ciaſcuna vi ha la ſua parte, Thuomote nºha đa content - re; e che quella non habbia il ſuo pienoaſufficienza, niuno lo potrà impedire.Se poi s'op- ' poneſſe qualche cofa eftra nea?1€ lagi 110 11 Pr di 24 nea? niente al certo s'oppor rà al giuſto, modefto, e confi derato. Ma forſe qualche al tra operazione l'impedirà?Pc rò ſe tu prendi a grado l'iſteſ fo impedimento, e trapaſſe rai coll'animo ben aggiuſtato a quello, che ti vien dato ti ſi furrogherà vn'altra operazioa ne, che quadri a quella com poſizione d'animo di cui ora ſi parla, che veramente firice na ſenza fato, e fi laſci pure con facilità 29 Se mai vedeſti vga ma no, o vn piede troncati, avna tefta dal reſto del corpo reci fa in qualche luogo giacere; a queſti ſimile per quanto a il Luiſta ſi rendechiunque ricu fa le coſe ch’auuengono, e ſe ftetſo quafi tronca, o fa quel ſa lo, chenon ſi confaccia al be ne of Tele nd f noto iF ne degli altri, col diucller i in certo modo dall' vnione della natura; mentre tu effen do nato parte di cffa, da te ſteſſo te ne fe'reciſo, ma qui cade in acconcio il dire, che in tuo potere ſta di ritornarti a riunire: il che Dio a niuna altra parte ha conceduto, che ſegregata,e reciſa, di nuouo fi tornaffe a congiugnere. Però confidera la fouranz bontà, che tanto onore conceffe all' huomo. Poichè nel principio poſe inſuo potere il non di uel'crſi dal corpo intero, e dopo diuelto, il ritornare, ed il ricongiugnerſised il ricupe rare il poſto di parte. 30 Come ciafcuno de'ragio. neuoli ottenne dalla natura tutte l'altre facultà quaſi qua to è capace la condizione del. boz fa  € 1li ragioneuoli, così ancora da lei riceuemmo queſta facultà, la quale è, che in quel modo, che quella tutto ciò, che le reſiſte, e le oſta, lo conuerte, e rimette nel fato, e lo fa ſua parte, così l'animal ragione uole può d'ogni impedimen to farſi propria materia, e ben vſar di quello, a che ella per iſtinto e portata. 31 Non ti confonda l'imma ginazione di tutta la vita Non iſtare a ghiribizzare pen ſando quanti, e quali trauagli poſſano ſoprauuenirti; ma in qualunque delle coſe, che ti ſi preſentino,interroga te ſtefa ſo: in queſto fatto,che ci è d'incomportabile, che ci è d ' intolerabile? Concioſliecofaa che t'arroſſirai di confeſſarlo. Appreſſo ricorda a te ſteſſo, che 7 ge 10 14 fel 2 t C a C che ne il futuro,ne quello che è paſſato t'aggraua, ma ſem pre quello che è preſente; é queſto ſiſminuiſce,ſe diſtinta mente lo ſeparerai, e la men te tua riprenderai, ch'ella non fia baſtante a reſiſtere a que ſto ſolo. 32 Forſe aſſiſte per ancora al ſepolcro del ſuo Signore Panthea, o Pergamo? o pure a quello di Adriano Cabria, o Diotimo? E ' da riderſene, E ſe aſſiſteſſero, ne haureb. bono ſentimento? E ſe ne ha uefíero ſentimento, haureb bono godimento di queſto E ſe haueſſero godimento, fa rebbono diuenuti per queſto immortali? Non portò il f to, che ancora queſti prima diueniſſero vecchi, e vecchie, ed appreſſo moriſſero? Che dun il 762 en 101 JUICE Con 701 dunque erano perfare quelli, dopo che queſti foffero mor ti 2 Il tuttoè puzza, e mar cia in yn ſacco. 33 Se tu haiacuta viſta, adoprala, difle quegli ſauia mente, nel giudicare. 34 Non vedo, che nella conſtruzione dell'animal ra gioneuole ſia virtù alcuna re pugnante allagiuſtizia: ma fi bene vedo cffer repugnante al piacere la virtù della con tinenza. 35 Sea quello chepare ap porti a te meſtizia, detrarrai la tua apprenſione, tu ſteſſo ti ſe’poſto in ſicuro. Chi è quel tu ſteffo? la ragione. Ma io non ſono la ragione. Così fia: dunque la ragione non tra uagli ſe ſteſſa. Maſe qualche altra coſa in te patiſce del L male 16 han Foi [ um 10 The  male, ella medefima ne formi il fuo concetto. L'impedimento del fen ſo è male della natura vitale, e ſimilmente è male della na tura vitale l'impedimento del l'appetito: ed ecci eziandio vn altro parimente impedi mento, e male della conftitu. zione vegetatiuas. Così duna que l'impedimento dellamé te è male della natura intel lettiua; applica: tutte queſte coſe a te ſteſſo. Il dolore, e? I piacereti co muotono? il ſenſo fę n'auuer. drà. Nell'apperire ti ſi poſe oſtacólo ſe tu ti folli moffo fenza ſottraimento, e rifertias allora farebbe male delura: gioneuole;mia fe tu lo riceuí, come coſa comune tu non fe'dannificato, ne impedito, po es el Bio di tu né ele poſciache nigni altra cola ſuo le impedire le coſe proprie della mente: perchè in quieta la ne fuoco, ne ferro, ne ti ranno, ne maledicenza, ne altra coſa del Mondo può pe netrare:che cheſi faccia della palla, eſſa ſempre rimane tony da.:' 37 E' coſa indegna il mole ſtar me ſteſſo, mentre a niun? altro mai di proprio volere ho dato moleftia Altre coſe cagionano allegrezza in altri; io m'allegro, ſe la mia facul tà guidatrice ſtarà fana, la quale non habbia auuerſione ad alcuno huomo, ne adal cuna coſa di quelle, che fuc cedono agli huomini, mail tutto rimiri con occhi placi di; e riceua ciaſcuno, e dieſſo fi ferua,fecondo il ſuo pregio. L 2 38 Ve có LIF CA Mo It This 700 TO: Vedi di ſpendere a tuo prò queſto tempo preſente. Coloro, che più affettano la fama apoftuma, non conſidc rano, che quelli, da’quali la ſperano ', faranno tali, quali al preſente ſono coloro, che a lor non piacciono, poichè eſſi ancora ſono mortali. In ſom ma che t'importa, ſe quelli con tali, o tali voci ftrepitino, o habbiano di te queſta, o quella opinione? 39 Prendimise gettami do ue vuoi: poichè iui ancora trouerò il mio genio buono, e propizio, cioè a dire a me ſufficiente, purchè habbia e operi quello, che è confor me alla propria fua condizione. E' forſe coſa che meriti, cheper eſſa s'incommodi l'animo mio, e peggiori ſe ſteſ ſo con auuilirſi, appctire, confonderſi, e ſgomentarſi? E che trouerai, che tanto ine riti? Non può auuenire coſa a vn huomo, che non ſia acci dente, che non habbia dell? humano; ne al bue che non ſia accidente, che egli non habbia del bue; ne alla vite, che non ſia della vite; ne alla pietra, che non ſia proprio della pietra. Se accade dun que a ciaſcuno quello, che è folito, e connaturale, perchè t'attriſti? mentre non è intol lerabile quello, che la natura comune a te contribuiſce. E ſe ti pigli moleſtia per qual che coſa eſtranea, non certo efla ti moleſta,mail tuo giudi cio intorno a quella. E pure il cancellar quello depende da L 3 te. E ſe ti trauaglia qualche cofa nella diſpoſizione del tuo animo, chi è quegli, che ti vieta di rettificare il tuo concetto Con tutto ciò ſe tu ti affanni, perchè non operi tu ciò, che a te pare ben fat to? Perchè più toſto non ope ri, che contriſtarti? Mavna coſa più valeuole mi oſta Dunque non ti affannare; poi chè non proccde da te la ca gione del non operare. Ma non par che conuenga di più viuere, fe ciò non fi fa. Dùn que placidamente finifti la vita: mentre ancora quegli fa qualche coſa, che muore benigno eziandio verſo colo ro; che gli fanno oſtacolo. Osserva che la princi pal parte dell'huomo resta inespugnabil, quando in ſe Iter ko fel he UNO steſſa ritirandoſi di ſe ſi con tenta non facendo quello che effa non vuole, ancorché ſi metta in battaglia ſenza la. iuto della ragione. Che dun queſarà, quando coll'aiuto della ragione prudentemen te giudicherà qualche coſa? Per queſto la mente libera delle paſſioni è come vn'alta rocca, giacchè l'huomo non ha coſa più forte, nella quale ritiraro rimanga poi ſempre incípugnabile. Chì dunque queſto no comprende è igno rante: chi l'ha comprefo, non ſe ne vale,difgraziato. 42 Niente di più ſuggeri fci a te ſteffo di quello, che portarlo Ic mere priine ap prenſioni. T'è ſtato riferto, che il tale dice malc di te; queſto è vn rapporto. Ma L 4 che tu ſij ſtato, offeſo, non ſi contiene nel rapporto. Veg gio, che il figliolino è am malato, queſto ilvedo, ma che ſia in pericolo nol vedo già. Dunque reſta ſempre ne gli primi apprendimenti della immaginazione, e non v'ag. giugnere dentro da te ſteſſo niente d'autantaggio: e così niente ti ſopragiugne; anzi aggiugni, che non ti viene nuoua qualunque coſa, che nel Mondo accade. Il cóco mero è amaro, laſcialo; le fpine ſono nella ſtrada, ſchi fale, baſta; non iſtar a fog giugnere: e perchè queſte co fe ſono ſtate fatte nelMondo concioffiecoſa che ſi burle rebbe di te ogn'huomo, che fia inueſtigatore della natura: come appunto ſareſti derifo da of 12 do De le SI da vn fabbro, o da yn coiaio, ſe tu li condennafſi, per ve dere nella ſua bottega fca muzzoli, e ritagli delle coſe, che effi lauorano. E pure que gli hanno doue gittar queſte coſé; il che non può fare fuori di ſe la natura dell'vni. uerſo: maciò che recamara uiglia di queſta ſua arte è, che circonſcritta in ſe ſteſſa, quan to dentro di fe fi corrompe, e s'inuecchia, e appariſce non eſſer più ad alcun yſo, tutto in ſe ſteſſa tramuta, e di nuo uo di quelli forma cole recen tizin tal guiſa, ch'ella non ri cerca ſoſtanzia eftrinfeca, ne ha biſogno di luogo per git tarui le coſe più corrotte. Così le ſono baſteuoli la ſua regione, la ſua materia, e la propria arte. Dzi De TC O le Dj D D? 7 0 L 5 43 Non andar vacillando nelle azioni; e nelli congreſi non far confufione. Nelle immaginazioni non andar ya. gandojne in modo alcuno con Panimo o angoſcioſo, o trop po impetuoſo, non accupare ja vita in fouerchie faccende. Se ammazzano, fe mandano a fil difpada, fe con efecra zioni infeftano, che nuocono quefte coſe al conſeruarti Ja mente pura, prudente, contes nente, e giuſta? fiati per e fcmplo: le vno auuicinatofi ad vna fonte di dolce; c limpi da acqua,a quella diceſſe del le ingiurie,non perciò ceffereb be di porger l'acqua da bere, e fe ancora vi gettafle del fan go, ' e dello ſterco, immanti nente ella lo ſegregherebbe, e diffiperebbe, e in neſſun modo Llande agreb Nelli dara 1000 Otrop CINK cord ndan Mocht OCOMO artil СОЛь modo fe n'imbratterebbe.. Come farai dınque per hauer vna fontana ſempre viua; e non vn pozzo d'acqua fta gnante? Merci te ſteſſo ad ognora in libertà, ſtando con l'aniino trãquillo, ſchiet to, e modeſto. 44 Chì non sa, che coſa ſia il Mondo, non fa doue egli fia.E chi non ſa a che fine egli medelino fia ſtato fatto, non få ne qual'egli fi lia,ne che co. fa ſia il Mondo. A chi manca vna di queſte coſe, non può dire a che fine egli fia fatto Chi dunque pare a te, che ftia più contento, quegli, che fugge le lodi degliadulatoris o quelli, che nonfanno doue, o quali eſli fi fiano Ti com piaci d'effer lodaro da vnos che tre volte l'ora maledice Del et zarob limpi edel flerech berty bhe cfiun do L 6 se ſteſſo? Vuoi piacere ad huomo, che ne pure ſoddisfà a ſe ſteffodroddisfà a ſe mede ſimo quegli, che in tutte quafi le azioni, alle quali pon ma no, ſi pente? Avverti per l'avvenire non ſolo di reſpirare nell'am biente dell'aria, ma ancora di conformare i tuoi penſieri con l'intelletto, che tutte le coſe contiene. Concioffieco fache non meno queſta facul tà intellettuale fi diffonde, ed entra in quello che la puòat trarre, che quella dell'aria in quello, che può reſpirare. 46. Generalmente la mali zia non danneggia il mondo; e quella che riſguarda il par ticolare, non fa danno ad vn altro, ma a quel folo e noci ua, al quale ancora è conce duto read Idishi med quafi ma enie l'am ncora ofieri tele eco cu duto di libcrarſene, qualun que volta egli ſia pronto a volerlo. Al mio arbitrio è indift ferente egualmente l'arbitrio del proſſimo, ficome anco il fuo fpiritello, e la carnuccia: Imperciocchè fe bene ſiamo fatti principalmente l'vno per l'altro, niétcdimcno ciaſcuna delle menti noftre ha il fuo dominio particolare; altri mente ſeguirebbe, che la ma lizia del profſimo foſſe il mio male, coſa che non è piaciu ta a Dio, acciò non dependa da altri il far il mio ſtato in felice. Il Sole par, che fià dif fuſo, c veramente per tutto fi fpande, ma non però con queſto Ipandimento fi fparge, e perde; perchè queſta ſua ef fuſio Ged at iain ali doi par yn ci ce fuſione è vn diſtendimento': che però gli ſplendori ſuoi, o raggi ſi chiamano in Greco con parola, che viene dallo diftenderk. Ma quale sia la natura di queſto raggio, tu la potrai conoſcere,fe riguardila luce del sole penetrata per qualche feſſura in vna ofcura ftanza imperocchéciò ſi fa di rettamente, e quaſi vien diui fose ſquarciato da ogni corpo folidojin cui s'incontri no am * mettente più oltre l'aria: e qui ſi ferma,nc inciampa, ne cade. Tal effuſione, e diffuſione del eſſere della mente, non ell çuamento, ma diſtendimento; ficche agl'impedimenti chein. contro le ſi parano non violen. temcntene temerariamente re fifta, mà refti ſtabile, e illumi. ni ciò che la riceue. Imperoc chè  llo be 1 ih pier lill chè priua fe ſteſſo di luce, quegli, che non l' ammets te. 49 Chi teme la morte, o te me la perdita de'fenſi, o qual che altra forte di ſenſo, ſe non haurà niun fenſo, non fentirà male alcuno. Se poſſederà vn'altra ſorte di ſenſo, farà yn altro animante, e non reſterà di viuere. Gli huomini ſono fatti P'yno per l'altro; Dunque in ſegna, o ſoffriſci. Altrimente la faetta, al trimente ſcorre l'intelletto. Ma l'intelletto e quando cau tamente procede, e quando alla conſiderazione ſi volge, non meno ſi porta per diritto, ed al berſaglio. S'ha da penetrare den tro alla mente di ciaſcuno e per DO 1] Te te } 0 re e permetter altresì ad ognu no di penetrare dentro la pro pria tua mente. Chi fa ingiuſtizia fa vn atto d'empietà. Im perocchè, hauendo la natura dell' vniuerfo fabbricato gli animali ragionevoli, vno a prò dell'altro, acciocchè, ſe condo il douere, vno gioui all'altro, e in niuna guiſa gli muoca, chi traſgrediſce tal decreto di queſta, commette manifeſta empietà contro il nume' antichiſſiino tra gľ Id dij. Concioffiecofache la natura dell' vniuerſo è natura di enti, e gli enti hanno vna coral fratellanza con tutte l'altre coſe eſiſtenti. Di più queſt' iſteſſa fi noma verità, ed è prima cagione di tutte le cofe vere. Onde chi ſponta neamente mentiſce è empio in quanto con l'inganno fa in. giuſtizia, come ancora chi in uolontariamente mentiſce, in quanto difcorda dalla natura dell'vniuerfo, e in quanto ca gion deformità, ripugnando alla natura del Monda. Im; perocchè ripugna quegli, che per ſe ſteſſo è portato alla contrarietà delle coſe vere: giacchè haueua innanzirice uuto dalla natura alcuni in ſtinti, i quali poi eſſo traſcu rando, non può ora diſcerne re le coſe falſe dalle vore. E pure chi ſegue i piaceri, come coſa buona, e fugge il traua glio, comemale, commette empietà. Perchè è neceſſario, che coftui fi quereli ſpeſſe vol te della comune natura, qua fi ch'ella faccia diſtribuzioni di beni a traſcurati, ed a fol leciti contra il lor merito; effendo che fouente i traſcu rati fieno di piaceri abbon danti, e di quelle coſe ond'ef fi deriuano; ed i ſolleciti al l'incontro fieno da dolori op preſli, e cadano in quelle co fe, che dolore cagionano • In oltre chi teme i dolori, ha urà ancora in orrore qualchu na di quelle coſe, che hanno da ſucceder nel Mondo; e ciò fimilmente ha dell'empietà. chi va dietro a’piaceri, non s'afterrà dal far'ingiuſtizia, e qucſto Lira Ck Ho che all te: Ice FCH E re queſto è chiaramente empie tà. Biſogna, che a quelle co ſe, alle quali la natura comu ne egualmente ſi porta (per chènon haurebbefatta l'vna, e l'altra, fe all'vna, e all'altra di queſte coſe indifferenti non foffe ftata vgualmente pro penfa ) quelli, che vogliono eſſere ſeguaci della natura, hauendo i medeſimi ſenti menti, con eſſa ſiano vgual mente affetti. Dunquc chi a' dolori, ed a'piaceri, o alla morte, e alla vita, o alla glo ria, e al diſonore, delle quali egualmente fi vale la natura dell'vniuerſo, non è per fe ſteſſo parimente affetto, chia ra cofa è, che fia empio. Io però dico valerſi di queſti v gualmente la natura comune, in luogo di dire, che auuengono vgualmente per certa conſeguenza alle coſe, che ſi fanno, o che vanno ſucceden do conforme allancico im pulſo della prouidenza, col quale ſi moſſe ſin dal princi pio ad ordinare queſta bella macchina mondiale, hauendo concepute alcune ragioni del. le coſe future, e determinate le facultà feconde dell'eſi ſtenze, delle traſmutazioni, e di fimili fuccedimenti. 2 Migliore, e più deſidera bil coſa certamenteper l'huo mo ſarebbe ch'egli da quefta vita partiſſe digiuno affatto; così dire,del mentire, del ſimulare, del luſſo, e della fu perbia: defiderabile dopo ciò (quaſi come vna ſeconda men profpera nauigazione) ſareb be, che almeno vno già fazio 1:22 il alla to ali UTA per f j 10 j” 19 21 di queſte coſe,voleſſe più to fto morendo fpirare, che nel la prauità continuare viuen do". E non t'inſegna ancora l'eſperienza a fuggire dalla peſte? e la corruttela dell'a niina è aſſai peggior peſte a riſpetto di quella, che dall intemperie, e mutazione del l'aria, che d'intorno fi fpande, e fpira: poichè queſta peſte è degli animali in quanto fo no animati: e quella è degli huomini in quanto fono huo mini. 3 Non diſprezzar la morte, ma fija quella ben affctto, ef ſendo ancor eſſa yria delle co ſe; che la natura richiede; poichè quale è la giouentù; la vecchiaia, il creſcere, l'in uigorire, il naſcere de’denti, la barba, i canuti, il genera re100 nel ICP 1000 dali ell Mei de ant re figliuoli, portargli nel ven tre, e partorirgli, e altre ope re naturali., le quali prodịco, no le ſtagioni della tuavita, tale è ancora il diffoluerfi. Dunque queſto è da huomo, che ben ſi ſerue della ragione ne ſuperficialmente, ne impet tuoſamente, ne ſuperbamente fiporta verſo la morte;, ina l'attende come yn'opera del la natura. Nel inodo che tu ora, aſpetti o cheſca il fe to del ventre ditua moglic,.com hai da caſpetar l'ora, nella quale la tua animuccia diqueſto ricettacolo eſca ca dendo. E fe vuoi ancora vn conforto cordiale, benchè volgareztirenderàſoprammo do prontoalla morte l'appli cazione alle coſe preſenta nec, dalle quali douraieſſere ſe A oto des Tak ler jed Simi Jä Teni Nem If feparato, e a'coſtumi di colo ro, con i quali non t'haurai più da meſcolare: tuttavia con quelli non s'ha da rompe re, ma ſtudiare di curarli, e placidamente ſoffrirli. Onde hai da rammentarti, che que ſta ſegregazione s'ha da fare da huomini, i quali non han no teco glifteſli ſentimeriti: mentre queſto folo potrebbe ſeruirci di contrappeſo,e rite nerci in vita, ſe ne foſſe con ceduto il conuiuere con quel li; che haueſſero gl'iſteſifen timenti. Ma tu- ora vedi quanto malageuole ſia il con uiuere in tanta diffonanza de' conuiuenti. Sicché ſi può di re: Sollecita o morte a veni re, accioché io non arriui a fcordarmi vna volta di me ſteffo. 4 Chi  rola aurai mpe afait har caini ebbe 4 Chi péccas contro le ſtefi ſo pecca • Chi opera ingiu ftamentega ſe medeſimo nuô ce, rendendo maluagio ſe ſteſſo; è ingiuſto ſpeſſe volte, non ſolo chi opera alcuna co fa, ma ancora quegli, che nonfa qualche cosa. Basta la presente opinione apprensiua e la preſente operazione comunicativa e la presence disposizione, che fi compiace d'ogni cosa, che da principiocauſante prouen. ga; per iſcancellar l'immagi nazione arreſtar l'impeto de gli affetti, temprare gli appe titieper mantenere nella ſua facultà la parte principale. 6 Fra i bruti viuenti è diui:. ſå vnà fòl'anima: c tra i viuen. ti ragioneuoli è compartita vn’animà intellettuale: fico. M me COlle auch Tere vad COll ade bel oni qili? mi me a tutte le coſe terreftri è vna ſola terra, e tutti quanti habbiamo facultà di vedere e facultà diviuere, con vna lu cc vediamo, c d'un aria respiriamo. Tutti quelli, che partecipano d' vna coſa co mune a quella, che è del me deſimo genere, anſiofaniente fi portano. Ogni coſa terrc ſtre inchina alla terra. Tutto l'ymido va inſieme ſcorren do,ogniaereo ſimilmente: ſic chè biſogna diuidergli a for za. Il fuoco s'erge a cagione del fuoco elementare. Tutto il fuoco, ch'è quà giù, è così pronto ad ardere con l'elc mentare, come ogni materia le alquanto più ſecco è facile ad accenderſi pereſſere meno abbondante di quello, che impediſce l'accenderſi. Dun que  letes re CO me In 170 za que tutto quello che è parte cipe della comune natura in tellettuale, corre ſimilmente verſo il ſuo connaturale, anzi più;: perchè quanto è meglio degli altri, tanto è più diſpo fto à miſchiarſi inſieme col ſuo famigliare - Anticameji te dunque furono tra i bruti inuentati gli fciami, le greg ge > i pollai, e quaſi ynioni d'affetti; imperciocchè ancor? efli hanno animais ecosi la virtù congregatiua tra i min gliori ſpicca maggiormente, il che non è nell'erbe, non è ne faffi, non è ne’tegni. Ma tra gli animali ragioneuoli fi truouano leRepubbliche;lean micizie, le famiglie leraunan ze, e in tempo di guerra le paci, e le tregue. Anzi nelle coſe piùveccellenti, benchè M 2 ell fit 01 DINE TTO OSİ [ 7110 Fle 70 7e tra ſe lontane, in qualchemo do vi è vnione, come a dire, tra le ſtelle, così il deſiderio d'auanzarſi al meglio ha po tuto operare la ſimpatia ezian. dio tra le coſe diſtanti. Vedi dunque quello che ora ſi fa. Perchè foli gl'intellettuali ſi ſono ſcordati del conſenti mento, e dell'affetto tra loro; e queſto concorrimento in effi ſolamente non ſi vede; e nien tedimeno, ancorchè fuggano, reſtano accerchiati, e preſi, poichè la natura in ciò pre uale. E vedrai queſto, che di co, offeruando, che più preſto trouerai qualche coſa terre ftre non congiunta ad altra terreſtre, che vn'huomo dall' altr'huomo totalmente diſ giunto. 7 Producon fruttto e l'huomo dire deria apo 2126 Vedi fifa. alii enti. oro; mo, e Dio e il Mondo; e ſi pro duce ciaſcun frutto nelle ſue proprie ſtagioni; e ſe la con ſuetudine principalmente ſi ferue di queſto modo di dire nelle vitije altre ſimili piante, cið poco importa: però la ra gione produce il frutto si proprio, come il comune; e da quella fi propagano altre tali cofe, della condizione delle quali è ancora l'iſteffa ragione. 8 Se tu puoi, inſegna ſem pre il meglio a quelli, che er rano; e ſe non puoi, ricordati che per ciò fare t'è ſtata data l'amoreuolezza, e che gl'Id dij ſon amoreuoli verſo que? tali, e tanto ſon benigni in alcune coſe,ch'e'dan loro aiu to per la ſanità,per le ricchez ze, e per la gloria. E queſto a neft viera 2110 vrela pre edi ceſto erre Ultra dall ' dile 10 M 3 te lice, o ſeno, dichiara, chi te lo vieta? 9 Trauaglia, non come vn tapino, ne meno a fine di pro cacciarti compaſſione, o mara. uiglia: ma vn folo fia il tuo fine di muouerti, e di fermar ti, fecondo che la ragione ci uile richiede. 10 Oggi vſcij d'ogni mole ftia, anzi ſcacciai fuori tutte le moleſtie; poichè quelle non erano eſterne, ma couauano dentro nelle opinioni. 11 Tutte queſte coſe fami gliari per l'yſo di vn fol dì quanto al tempo, fordide per la materia, ſono ora tutte le medeſime, quali furono a tem po diquelli, che habbiamo ſepolti. 12 Le coſe ſtanno in ſe ſteſ ſe fuori, per così dire, delle por ch meni dipro mara il 2016 Amal onec 1270 tutte porte, е da per ſe medeſime, niente fanno del ſuo eſſere, e niente a noi fanno apparire. Che dunque è quello, che le diſcuopre? la ragione. Non nella perſuaſione, ma nella operazione conſiſte il bene,e'l male dell'animal ragionclio le ciuile: ſicome ancora la vir tù, e’lvizio di queſto non è nella perſuafione, ma nell'o perazione.Alla pietra fcaglia ta non ſuccede male ſe caſca, ne bene, tirandoſi in alto. 13 Entra più addentro nelle menti degli huamini, cſcor gerai quali giudici tu tcma, e quali ſieno elli giudici intorno a fe ſtelli. 14 Tutte le coſe ſtanno in continua mutazione, e tu ſtef fo in vna continua alterazio nc, c in vn certo modo cor jenon Lidlo fami Cold de pe urtel atem bilam ' efter dell corruzione, e così ancora tut to il Mondo. 15 L'errore d’yn altro biſo gna laſciarlo doue è. 16 Il finire della operazio ne, il ceffare dell'appetito, e dell'apprenſione, e quaſi la loro inorte, e nulla nuoce: Fa ora paſſaggio all'età,qual'è la pucrile, alladolcfcenza,al la giouentù, alla vecchiaia. Ogni ſcambiamento di cia ſcuna di queſte è morte. E per ciò ne auuiene danno? Paſ. fa adeſſo ricercando il tempo, che ſe’viuuto fotto l'auolo; appreſſo, quello, cheſotto la madre, dopo ſotto il padre, e trouando altre molte diuerſi tà, mutazioni, e termini, di manda a te medefimo, ſe ve alcun' nocumento. Dunque fimilmente pe manco nel finire, nel ceſſare, e nel mutarfi del total tuo viuere. 17 Rifletti alla propria tua mente, e a quella dellyniuer fo, e a quella d'altri; alla tua per farla giuſta, a quella del I'vniuerſo per rainmentarti di chi ſei parte, a quella d'altri per conoſcere, le viene da ignoranza, o da animo deli berato; e nell'iſteſſo tempo fa tua ragione, che colui e a te congiunto.Sicome tu ſe'ſtato fatto per dar compimento al la conſtituzione d’yn corpo ciuile, così ogni tua azione compia la vita ciuile, Dun que qualſiuoglia tua amone, che non iſtà in tal modo che o proſſimamente, o remo tamente non ſi riferiſca a quc. ſto comun fine, quella fcon certa la vita, ne le permette, che continui l'iſteſſa; ed è di M 5 più fedizioſa, quale è colui nel popolo, il quale diſtrae il fuo partito da fimile concor dia. 18 Riffc, e giuochi di figlio letti, e ſpiritelli foftenenti cadaueri; acciocchè con più efficacia fi rapprefenti il Dra ma del martorio. Applica alla qualità del la cagione; c conſiderala aftratta dalla matcria, dopo preferiui il tempo, in cuitale, è tal coſa in particolare ſia per più lungamente durare.: 20 Haiſofferto mille coſe per eſſerti nö ſoddisfatto del la tua mente operante quello, in ordine a cui ella fu fatta: ma queſto baſti. 21 Quando alcuno ti biafi ma, o t'odia, o con ſomiglian ticoncctri di te ſparla, rifletti all'animucce di cotoro pene tra 1 nione? 3 tra dentro, e ſcorgi quali quel. le filiano. Vedrai, che non bi ſogna trauagliarti per l'opi ch'elli hanno dite, ma è neceffario voler loro be ne, ftante che, ſecondo la na tura, foto amici, e gl’ladij in ogni manicra li foccorrono con fogni, e vaticinij, ancora in quelle coſe, nelle qualief fi difſentono. 22 Queſti fono i rivolgi menti fotto e fopra del Mon do, da vn ſecolo all'altro.. E la mente dell' vniuerſo oli applica alli particolari, e fe ciò è, riceir volentieri ciò che quella ti porta: ouero, ſe vna volta dette la molla, e l'al tre coſe camminano per con ſeguenza, e come vna è nell' altra; perchè queſti in qual che maniera o ſono atomi, a M 6 corpi indiuiſibili: e in fom ma, ſe ci è alcun Dio, ogni coſa ſta bene: ſe il tutto è a caſo, e tu non le'a caſo? Fra poco la terra naſcon derà tutti noi; appreſſo anco ra eſſa fi muterà, e quelle co fc, in cui eſſa s'è mutata, in in finito fi muteranno, e quelle di bel nuouo fi cambieranno in infinito. Perciò chi conſi dera queſti maroſi delle mu tazioni, e alterazioni, e la ve locità di quelle, diſprezzerà ogni coſa caduca. La caufa vniuerfale è vn torrente, che rapiſce il tut to. Quanto vilc e ancora queſta politicheria, e queſte faccende humane, ſe filoſo ficamente vno le conſidera, quanto ſono piene di mocci? O huomo fa yna volta quello che ora la natura richie de. Se ti da facultà accorriui, e non riguardare fe alcuno ſe n'accorge: ne hauere fperan-. za di vedere la Repubblica di Platone: ma contentati ſe la cofa, ancorchè mcnomiffima, ti rieſce profitteuole, e l'eſito di quella conſidera non come coſa piccola. Imperocchè chì mutcrà i loro deliberamenti? e ſenza la mutazione delli de. liberamenti, che altro farà che yna feruitù di lamentoſi, e di fimulanti di obbedire in Ora paffa auanti. Raccontami d'Aleſſandro, di Filippo, e di Demetrio il Falereo:vedran no eſſi ſe conobbero quel lo, che voleua la natura vni uerfale, e ſe inſtruirono bene ſe ſteſſi, o fe pure fecero da recitanti di Tragedia, Niu j -1 no m'ha condannato ad imi tarli: l'opere da Filoſofo fona fincerità, e modeftia; non mi traſportare alla faftoſa graui tà. 25 Conſidera per lo paſſato gregge d'Armenti fenza nu mero, innumerabili ſacrificij e nauigazioni d'ogni forte, e nelle procelle, e nelle bonac ce; e diuerſità di coſe, che fi fanno, che inſiemefi fanno, e che ſi disfanno. Conſidera ancora la vita già viuuta ſot to d'altri, e quella, che dopo te s'haurà da viuere, e quella, che oggidi fra barbare genti ſi viue. E quanti vifono, che non ſanno ne manco il tuo nome? Quanti pure prefto fe lo ſcorderanno? E quanti, che ora ti lodano, di qui a po. co t’incolperanno. E coine non è da fare ftima, ne della gloria, nc d'altro tal, qual a fia. Sij tu imperturbabile in torno a quello, che da cagio ne eſtrinfeca ti auuiene, ela giuſtizia fia nelle operazioni, delle quali tu ſela cagione, cioè a dire, che habbiano i moti dell'animo, ele aziciri da terminare nell'operare conforme al ben comune, co me quello, che a te appartie ne, fecondo la natura.1 526 Molte coſe fuperflue, che ti trauagliano, puoirife gare, le quali ſono ripoſte to talmente nella tua opinione: e così yn molto ampio cam po a te ftcffo dilaterai. 27 Concepifci nella tua mē te l ' vniuerfo Mondo, e va conſiderando il ſecolo, nel quale ſci; e medita la preſta mutazione di ciaſcuna cofa; e particolarmente come è bre. ue il tempo dalla naſcita al diſcioglimento; quanto è im menſo quello, che è ſtato a uanti al naſcere; e come pa rimente infinito è quello, che ha da ſeguire dopo il diſcio glimento. Tutte le coſe, che tu vedi periranno preſtiſſima mente, e quelli, che al pre fente le rimirano perire, pre ftiffimamente anch'eglino pe. riranno. E quegli, che nella decrepità fi muore, paſſerà a Atato pari con quegli, che muore immaturamente. 28 Quali ſono le menti di coloro, e a quali coſe atteſe rose per quali cagioni le ama no, ele onorano? Reputa 11!. de l'animucce di queſti tali; perchè hanno apparenza di C nuocere, mentre biaſimano, e di giouare,mentre lodano. O quanto è vana queſta im maginazione ! 29 Il perire non è altro che mutazione: e di queſta gode la natura vniuerfale, in con formità della quale tutte le coſe bene ſi fanno. Ab eter no tutte le coſe ſono ſtate dell'iſtetfa forma, e così in in finito altre coſe ſaranno. Per chè dunque tu dì, che tutte le coſc fatte, e tutte quelle, che ſi faranno ſempre faranno mali? E tra tanti Iddij non mai s'è trouato niuno di tanto va lore, che poteſſe vna volta correggere queſte coſe? ma è ſtato condennato il Mondo ad eſſere coſtretto da mali che mai non ceffano? 30 La putredine della materia, che è ſoggetta a ciaſcu na coſa, è acqua, poluere, of ficelli,immondezza, o pur cal li della terra, come i marmi; o feccia,comeè l'oro, e l'ar gento; o peli, come la veſte; o ſangue, come la porpora, e tutte le altre cofe fimili. Elo fpiritello,benchè altro, è tale, e di queſto in altre cofe ſi tra finuta. 31 Sc'viuato affai in queſta vita trauaglioſa, di mormora rione, e alla ſciiniatica. A che ti perturbiè che ci è di nuouoa che ti fa attonito. Lacaufiri, guardala. O forſe la nateriale riguarda quella, fuori di que fte non è cofa veruna: mna vna volta inuerfo gPIddij diuieni e migliore, e più piaceuole. 32 Il medefimo è, che tu habbi conoſciutoqueſte coſe per  CH sof cz. mi te; o 2,6 Elo tra per cent'anni, o per tre. 33 Se quegli peccò, egli ha ilmale, ma forſe non peccò. Certamente, come in yn corpo, da vna fonte intellet tuale tutte le coſe deriuanose non biſogna, che la parte fi quereli delle coſe fatte a pro del tutto; ouero fonoatomi, e nient'altro: ouero yn me ſcuglio, e diſſipazione, che ti conturbi dunque? Alla men. te tu dì ſe'morta, fe’perdutå, ſe'rigettata, ti congreghi, e a modo di armenti ti pafci? O gl’Iddij non poſſono far niente, o lo poſſono. Se non poſſono a che li preghi? ma ſe poſſono, perchè più preſto loro non dimandi, che ti concedino di non temere coſa alcuna, che ſi ſia di queſte, ne di bramare quella, ne di do clie 012 che 2012 VII CITI leer le dolerti di qualſiuoglia di effe più toſto, perchè eſſe non ſi habbiano, che acciò fi hab biano.Imperocchè,ſe nel tut to poſſono foccorrere agli huomini, poſſono ancora in torno a queſte coſe giouare. Ma forſe dirai. Poſero gl'Id dij queſte coſe in mio potere. Non è dunque meglio valerſi con libertà di quello, che de pende da te, che laſciarti di ſtrarre con feruitù, e baſſezza intorno a quello, che da te non depende? Machi ti diſſe, che gli Iddij non aiutano in quelle coſe, che ſono in no ſtro potere? Comincia dun que a pregargli intorno di effe e vedrai. Prega il tale diccn. do: come potrò io godere co. lei? tu anzi dì; come potrò io non deſiderar di goderla? vn altre dichi 11001 Thebe elcut e agli Ora in Quare 8 !!!! Orere valení hede altro: come mi libererò io da colui? tu dì: come non haurò biſogno di priuarmene? vn al. tro: come non perderò il fi gliolino? tu dì: come non temerò di perderlo? In ſom ma in queſta maniera indirizza le tue preghiere, c conſidera che ne ſuccede. 36 Dice Epicuro: Nella malattia i ſuoi diſcorſi non ef ſere ſtati intorno alli pati menti del corpicciuolo i ne meno con quelli, chelo viſi tauano hauer di coſe ſimili fa. uellato: ma hauer ragionato filoſofando ſopra la naturą delle coſe premeditate; tutto intento a queſto, cioè, come. partecipando la mente di co tali mozioni, ch'erano nella carnuccia, ſteſſe imperturbabi. le conſeruando il proprio be ortida lezza dar idilli 110 i in no dur dielli dicas reca troi tre ne. Ne hauer dato occa fiorea' medici, che ſi vantaſſero d'ha uer operato qualche coſa, ma che contuttociò ſe n'andaua tirando'auanti la vita tran quillamente,e bene.Il medeſi. mosch'egli fece in quella ma lattia, tu hai da fare, ſe ti ſen. tiffi male, o ſe ti trouaſſi in al. tro trauaglio. Poichè il non partirſi dallaFiloſofia in qual fiuoglia cofa, che vada acca dendo; e il non applicare alle bagattelle degl'idioti', e fofi fti è comune diqualſiuoglia fetta, è di ſtar fiffo ſolo nella coſa, che al preſente l'huomo fase nello ſtrumento permez zo del quale ſi opera:" ) 37 Se vienioffeſo dalla sfac. tiạtezza di alcuno, ſubito in: terroga te fteſfo: Può forſe il Mondo essere senza sfacciati non 0 ca fara ' cobs vanda ta tra ētiles trinal non può. Non ricercare dunque l'impoſſibile: poſcia chè queſti è yno di quelli sfacciati, i quali è neceſſario, che ſieno nel Mondo. L'ifter ſo ſia del macchinante, e del l'infedele, e di qualſiuoglia vizioſo. Habbi qucſto ſempre in pronto; Quando ancora ti ricorderai eſſere impollibile, che tal forte di gente non ſia, tu ſarai più placido iuuerfo ciaſcuno di eſſi. Sarà pari mente gioueuole il conſidera. re ſubito qual virtù habbia dato la natura all ' huomo contra di queſto vizio: men tre ha dato, come antidoto contra l'ingratitudine, lc mã, ſuetudine, come contra d'vn altro qualche altra virtù. E ſopra tutto t'è lecito di diſin gannare chi errò. Ora ogni aqual 1107 ve all chat uoghi JOMO m.cz sfac it feil nii 10,no,che erra, Si deuia da quel, che gli fu propoſto, e va va gando. E poi in che ſe'ſtato danneggiato? poſčiachè tro uerai,, che niuno di coloro, contro de'quali tu ſei eſacer bato, habbia operató tal fat to,dal quale la tua inenté po teiſe cffere peggiorata; men tre in queſto è ogni ſuſſiſten zadel tuo dannose malé.Che đi male, o di ſtrano è ſtato fatto, ſe vn'ignorante opera da ignorantc?Guarda,che tu non habbi più toſto a ripren dere te ſteſſo del non hauer hauuto riguardo, ch'egli for: fe per commettere tal man camento; done tu haueui i motiui della ragione à conſi derare, ch'era veriſimile; che quegli in tal modopeccaſſe: E nientedimeno ſcordato ti maAtato 170 1001 opo per ter marauigli, ch'egli fia caduto? quel principalmente quãdo tu l'ac. the cuſi, come d'infedele, o d'in. grato, rifetti in te ſteſſo:con cioſliecoſache più che manis oros feſtamente l'errore é tuo, ſe credeſti, che yno sin tal mort fue do diſpoſto, e haueſſe ad of feruare, la fede; e ſe facen dogli delle grazie, non le haidate coinpitamente, ne in che modo da riceuere dall'iſteſſa tua azione tutto il frutto ſu bito. Perchè qual coſa più deſideri, che di hauerbenefi cato vn'huomo? e ciò non ti baſta, che tu hai operato coſa conforme alla tua natura? e di quefto ricerchi lamercede? come ſe l'occhio domandafle la ricompenfa, perchè vede, ei piedi perchè camminano. E fi come queſti membri ſo N no 7210 Toy tell for 2014 alf che Te ! 2 ho farti a queſto effetto, e ſe condo la loro conſtituzione operando si ne ritraggono quello che è loro proprio: così l'huomo dalla natura pro dotto benefico, quando be nefica, o nelle coſe mezzane coopera, ha operato, ſecondo la fua condizione, e ottiene quello, che a lui ſpetta. Fine del Libro Nono. LI 10 291 180,CH tituziar TAGION propri cura on do be 70272 cond l’Anima ſarai tu mai Ovna volta buona, e ſemplice, e vna, e quda, più ſplendida del corpo, che ti circonda guſterai tu giammai della diſpoſizioneamicabile e caritatiua quando farai pienamente fornita,e von bi. fognofa, e di niente altro de fideroſa, e di niente o ani mato, o inanimato anida, per N 2 prender piaceri? ne di temo Po, nel quale più lungamen te habbi da fruire: ne di luo go, o paeſe, o buona tempe. rie d'aria: ne d'huomini au uenenti; ma ti compiacerai del preſente ſtato, e goderai di tutte le coſe a te preſenti, e inſieme perſuaderai a te Itefla, che tutto ciò, che ti fia dauanti, tutto bene ti ſtia, e che dagl'Iddij a te venga, e ti parrà bene tutto quello, che a loro piacerà', e quello, che da loro ſi concederà s'in riguardo della ſalute, e con ſeruazione d'vn animal per ferto, buono, e giuſto, ebel los é quello, chetutte le co fe genera; contiene, circon da, e abbraccia, le quali fi diſſoluono, generando altre cofe fimili. Sarai dunque finalmente talc, che tu ſij atta à viuere in cittadinanza con gl’Iddij, e con gli huoinini in modo che tu non c'habbi da dolere di quelli in coſa alcu na, ne quelli t'habbiano a condannare. 2 Oſſerua quello, che la na tura tua richiede in quanto dalla mera natura vien diret to: poſcia fa quello, cab ) braccialo, fe la natura tua, 7 come diviuente, per queſto non ſia da peggiorare • Ha urai daoferitare appreffo,che 1 coſa richieda la natura tua, come di viuénte, e tutto ciò f hai da riceuere, ſe da queſto la natura tua come quella d'un animal ragioneuole,, nó fia perdiucnirne peggiore, e'l ragioneuole, nell'iſteſſo tempo ancora ciuile. Ditali 01 N 3 regole ſeruendoti non andar cercando altro curioſamente. 3 Tutto ciò, che e ' auuie ne, o in modo ti fuccede che ſij per natura abile a com portarlo, o pure a non com portarlo. Se dunque t'accade nella maniera, che puoi fof. ferirlo, non l'haucre a male ma ſopportalo,fecondo chefe naturalmente idoneo'; fe poi non fe'idoneo per fofferirlo, aðn ti diſguſtare: perciocchè, confumando té, confumerà fe parimente. Niente dimet no ricordati, che tu ' se fatto per fofferirc ognicoſa; ' eche ſia in potere della tua opinio ne di farla tollerabile, cfof. feribile, fecondo il concerto che farai, che quello ti conferiſca, o che ti conuenga ſofferirlo. Se qualchuna erra man fueramente s'ha da inſtruire, e moſtrargli quello, ch'hab, bia traucduto. Però ſe ciò non ti rieſce, la colpa è di te ſteffo, anzi ne meno di te ſteſſo. 5 Qualunque coſa c'auuie ne, queſta ab eterno ti ſi prc. paraua, e l'intralciamento delle cauſe fin dall'eternità fi aggomitolaua inſieme con Peffer tuo, e con quelli au venimenti. 6 O fieno gli atomi, o ſia la natura, ftabiliſcafi primie ramente che io ſon parte dell'yniuerfo, che la natura gouerna; appreffo, che io ho vna famigliarità in vn certo modo con le parti della me deſima forte; pofciachè ricor dandomi di queſte coſe, in quan 40 TO ON ng N quanto io ſon parte,non pren derò a male coſa alcuna, che venga compartita dall'vni uerlo: concioffiecofache ni ente, che conferiſca all'vni. uerfale può nuocere alla par te:imperocche non vi è coſa, che all'vniucrfo non conferi ſca.E ciò hanno comune tutte le nature; e quella del Mondo ha queſto di più, che da niu na cagione eſtrinſeca può ef ſere forzata a produrre cofa alcuna a ſe nociua; e ſecondo quella ricordanza, che io fon parte di talvniuerfo, mi com piacerò ditutto ciò, che au uiene; e ſecondo che io ho fi fatta famigliarità colle parti, della medeſima forte, non o pererò coſa, che non ſia co municatiua con queſte, ma più toſto porrò mira alle parti della medeſima forte, e condurrò ogni mia inclina zione all'vtile del comune, e dal contrario me ne ritrarrò Queſte cofe così da te con dotte, ne ſegue neceffaria mente, che ci traſcorra la vi ta felice,quale ſtimereſti quel. la d'vn citttadino, che gui daſſe il ſuo viuere in azioni vtili a i cittadini, c.abbrac ciaſſe tutto quello, che dalla città a lui determinato viene. 7 A tutte le parti dell'vni uerſo, quelle dico, che il Mondo contiene, è di necel ſità il corromperſi,cioè a di re, l'alterarſi, ma ſe aggiungo, ciò, che loro è necellario, el fere dannoſo, non ſi gouerne rebbe bene l'yniucrfo, eſſen do le parti di lui nell'altere zione diſpoſte a corromperſi in diuerſe maniere Diremo N dunque, o che la natura ftef-. ſa intraprendeſſe a fabbricare il male alle ſue parti, e le fa ceffe fuggette al male, e che di neceſſità caſcaſſero a far il male, o'che inconſiderata mente non s'accorgeſſe, che le faceffe tali: ma ne I'vno', ne l'altro certamente è da credere. E ſe qualcheduno laſciando da yn canto la nas voleſſe dir, ch'effe ſom no così nate, quanto ſarebbe ridicolo nell'iſteſſo tempo il dire, che la naſcita loro le porta, come parti dellyni uerſo,alle mutazioni, e in ſieme marauigliarſi, e hauer ciò a male, come ſe auuenifs ſe fuori della natura dell'yni. uerfo? Tanto più, che la dif ſoluzione vien fatta in quel le coſe, delle quali ciaſcuna è compoſta, e conſiſte. Im perocchè, o è diſgregazione degli elementi, dequali le coſe eran permiſchiate, o conuerſione del folido nel terreſtre; o dello ſpirituale nell'acreo, in modo, che queſte coſe fi ritornino nella ragione dell'vniuerfo: o è che dopo più periodi di temu ро ſe ne vada in fuoco, o po re con perpetue viciffitudini fi rinnuoui. E queſto folido, e queſto ſpiritale, non t'im maginar, che fia dalla prima naſcita, perchè tutto queſto l'altro giorno, o al più tre di fa dall'alimento; e dall'aria attratta riceuè l'accreſcimen to. Dunque queſto, che ri ceuè fi muta, non quello che la madre partori; e,fupponi, che - quello ti riduce affai N 6 vicino alle qualità del ſug getto particolare, che a ri ſpettodi quello, che ora fi dice, ſecondo la mia opinio, ncé nicnte. 8 Quelli titoli, che ti se poſto dibuono, di modeſto, di verace, d'accorto, dipru dente, di magnanimo, au uerti che giammai non ti ſi cambino, e,ſe li perdi, ſolle citamente torna a ripigliarli. Ricordati, che col nome d'ac corto ti ſi ſignifica l'attenzio ne, che tu deiporre per com prendere diſtintamente ciaf cuna coſa ſenza abbarbagliar. ti la mente: con quel di pru dente, la ſpontanea approua zione delle coſe, che dalla natura comune vengono di Itribuite: con quel di magna. nimo, l'alcanzamento della particella del fenno ſopra i moti della carne, ſieno aſpri, o morbidi, intorno alla glo rietta, intorno al morire, o a coſe si farte. Se dunque tra queſti nomiriſtrigni te ſteſſo, e di riceuer queſti titolida al tri non ambirai, farai yn al tro, e darai principio a dif ferente vita. Concioſliecofa che il proſeguire d'eſſer come finora ſe'ſtato, e ſtraſcinarti in tal vita, e imbrattarti, è da troppo inſenſato, e da in namorato del viuere, e da fi mile a quelli che, combatten do colle beſtie, reſtano ſmoz zicati, i quali,pieni di ferite, e di marciumi, ſi raccoman dano ad eſſere riſerbati fin ål giorno ſeguente,per rigettar fi di nuouo, così come ſono alle medefime'vnghie, e zan ne. Interna dunque te fteffo nella confiderazione di queſti pochinomi, e ſe puoi man tenerti in quelli,fermati, qua fi traſportato a ſtanziar' inal cuna dell'Iſole Fortunate.Ma fe t'accorgi chetu ſcappi fuo. ra, e non reſti ſuperiorez riti. rati con ardimento in qual che cantone, doue fignoreg gerai, quero in tutto eper tut to eſci di vita, non iſdegnan doti, ma con ſemplicità, li bertà, e modeftia; mentre non hai pretefo altro in queſta vita che di cosi vſcirne. A conſeruarti peròla memo ria di queſti titoli grande mente t'aiuterà il rammentar. ti degl'Iddij; e come quelli non vogliono eſſere adulati, ma chei ragioneuoli tutti so afſomiglino a loro. E come ! 1 il fico fa quello, che appar tiene al fico, e'l cane opera da cane, e l'ape da ape, così Phuomo da huomo. 9 Il giullare, la guerra, lo, sbigottimento, il terrore, la feruicù ſcancelleranno coti dianamente da te que' ſacri decreti,che tu eſaminator del la natura ti fe'nella mente tra ſmeffo coll'immaginazione. Però abbiſogna conſiderare il tutto, e operare in modo che inſieme s'habbia da adempie re quello, che la congiuntura porta, e che nell'iſteſſo tempo ciò che s'è fpeculato ſi metta in opera; e la franchezza, che s'acquiſta dalla ſcienza in torno a ciaſcuna coſa, fi con ferui occulta sì, ma non - for terrata. Dunque quando go derai della ſemplicità? quai do della grauità d e quando della notizia di ciaſcuna coſa in particolare, quale ſecondo la ſua ſoſtanzia ella fi fia, e qual luogo habbia nel Mon do, e per quanto debba du rare, e di quali coſe ſia com poſta, e chifia' per hauerla, e chi fienoquelli che poſſono darla, e ritoglierla a · 10 Il ragnetto grandemen te s'infuperbiſce per hauer predato vna moſca: ma vna perſona pervn leprotto, altri per vn'alice prefa nella rete, e altri per i porcaftri,. vn'al tro per g’orſie altri per i Sar. mati. Non faranno queſti la droni fe eſaminerai i conce pimenti della mente loro? 11 Seruiti del metodo fpe culatiuo, oſſeruando, come tutte le coſe in fe RECIPROCAMENTE fi trafinutano, e di con. tinuo ſta applicato,e intorno a queſta parte eſercitati; im perocchè niuna coſa ti cagio nerà altrettanto la magnani mità. Del corpo ſi Spogliò. E conſiderando, come ben pre ſto partendo dagli huomini, gli biſognerà laſciar'il tutto, ſottopoſe intieramente ſe ſteſ ſo alla rettitudine ', nell'ope rar quello, che da luidepen de, e alla natura dell'vniuer ſo negli altri accidenti. Ma che dica alcun di lui, ouero creda, o faccia contro di lui, ne pur colla mente vi bada: contento di queſte due coſe, dell'operare giuſtamente ciò che al preſente opera; e di compiacerſi di quello, che a lui preſentemente vien diſtri buito, e libero da ogn'altra occupazione, e ſtudio, non altro vuole che paſſarſela dirittamente in vigor della legge e ſeguir Dio, che a dia rittura cammina. Perchè hai da vſare il ſoſpetto, quando ti è lecito di conſiderare quel che ſi dee operare e fe lo conoſci, proſeguirai in quel lo dibonariamente, e fenza mai voltarti indietro: ma fe tu non lo conoſci, trattieni il giudicio, e feraiti di confi glieri ottimi. Se poi ii ſucce dono in contrario di queſto altre coſe, cammina pruden temente fecondo l'occaſioni, che ti s'offerifcono,adcrendo al giuſto, che fecondo l'appa renza ti fi porge innanzi: per chè è boniffima coſa arriuare a quello, nel quale il non ac certare ſia caduta. Quegli, che in tutto ſegue la ragione è inſiememente agile, e poſa to, e vnitamente viuace, e co Itante. 12 Subito che dal forno ſe fuegliato interroga te fteffo, ſe hauratti a importare, che quello che è giuſto é, retto, da qualch'altro fi efeguiſca? Non t'haurà a importäre. Ti fe'forſe ſcordato, che queſti, i quali ſi vanagloriano nelle lodi, e ne biafimialtrui, tali ſono nel letto, e tali nella menfa: e quali coſc fanno, quali fuggono, quali ambi fcono, quali naſcondono quali rapiſcono', non con le mani, o'con i piedi, ma con la digniffima parte di loro, colla quale,volendo jacqui ftar potevano la fede, la mo deſtia, la verità, la legge, e'l buon genio. 13 Il ben diſciplinato, e modefto,dice alla natura,che da il tutto, e riceue: Da ciò che vroi,ritogli ciò chevuoi:ne queſto dirà con tracotanza, ma con pura obbedienza pienezza di gratitudine verſo quella. 14 Poco è quello che ti re ſta;paſſalo come tu ſteſſi in vn monte: imperocchè niente importa che qui, o lì fi ftia, quando doinunque fi fia, s'ha da viuere nel Mondo, come in vna Città. Veggano, eri conoſcano gli huomini yn huomo vero, che viua con forme alla natura. Se non lo ſopportano, l’ýccidino: per chèqueſto èmeglio che viuer nella maniera di quelli. !! 15 Tu non timpiegherai più tutto in difcorrere qual fia, l'huomo dabbene, ma proccurerai d'eſſer tale. 16 Conſidera del continuo tutto l'euo e la ſoſtanzia vni uerſa; e comeognicoſa par ticolare riſpetto alla ſuſtan zia è come vn granello di mi glio; e riſpettoal tempo vn roteare di trapano: e appli. candoti a ciaſcuna delle coſe prelenti, conſiderala già nel disfacimento, e nellamuta zione, e comenella putrefa zione,o diſlipazioncs o ſecon do che ciaſcuna coſa è ſtata fatta in ordine al finire. Con. ſidera quali fono quelli, che, mangiano,che dormono, che attendono alla generazione, che mandano fuori gli cſere menti, t. altre coſe fimili: appreſſo quelli cheſignoreg: giano gli huomini, e s'inſu perbiſcono, o li ſdegnano, e come fuperiori inſultano, e pure poco innanzi a quanti feruiuano, e per quali occa fioni, e di quì a poco in che fi ridurranno Ad ognuno conferiſce quello, che apporta a ciaſcu no la natura dell'vniuerfos, e allora conferiſce quando ella l'apporta. La terra ama-cer. tamente la pioggia, amaque ftaianco l'almo etera, amai Mondod’eſeguire quelloche ha da effere lo dico dun que al Mondo: '10 ti Tono compagno nell' amore. Non fi fa ancora queſto se fi dice; che s'ama di far quefto; 0 quello 18 O quà tu viui, e a queſta vita fei di già accoftumato, o elci di effa, e ciò era quello, che tu voleui, e hai finito l'officio tuo; fuori di queſto non c'è altro. Dunque ita di buon animo. 19 Habbi ſempre per cui dente, che ogni luogo è fi mile ad vna campagna, e che tutte le coſe rieſcono le me. deſime a chi ſtia fopra ad vn alto monte, o sul lido del mare, o douunque ti piaccia. Perchè chiaramente incon trerai da pertutto quello che diſie Platone: la greggia Ata torniata di fiepi? ful monte 501 Che coſa è in me la mérite mia 2 e quale ora io la fac cio? Ache di quella di pré fente mi ſerito a forfe, che è qualche coſa vacua d'ogni in telligenza? forſe è qualche cofa diſciolta, e diſtratta dalp accomunamento di forfu qualche coſa liquefatta,e me ſchiata nella carnuccia,ſicchè habbia da commutarſi con quella? 20 Chi fugge dal padrone chiamafi feruo fuggitiuo: la legge è la padrona, echi ope ra contro la legge, é fuggiti. uo. E inſieme, chi ſi da alla malinconia, o alla collera, o al timore, per qualche coſa delle ordinate, che già ſon fatte, o fi fanno, o ſono per farſi da quello, che governa il tutto, che è legge, così det ta dal diſtribuire a ciaſchedu no quello, che gli vienę. Chi dunque fi daal timore; o alla malinconia, oall'ira è feruo fuggitiuo 21 Depofto che alcuno ha lo ſperma nell'utero, fi dipar tegte appreſſo, qualch'altra cagione raccogliendolo, lo perfeziona, e compie il feto: di qual materia? è quale è? ſimilmente tramiſe l'alimento per la gola, e poi qualche altra cagione raccogliendolo, produce il ſentimento, l'ap petito, la vita, e la robuſtez za, e altre coſe (c quante, c quali? ) Biſogna dunque, che tu contempli quelle co fe, che ſotto tal copertura ſi fanno, e in queſta manicra ri conoſcere la facultà come noi vediamo, c quella cheaggra ua, e quella cheſolleua, non con gli occhi, ma non meno euidentemente. 22 Del continuo conſidera, come tutte le coſe ſono tali, quali ora ſi fanno, e già ſono ſtate; e conſidera quelle, che ſono per eſſere, erappreſen O tatele auanti agli occhi come intiere fauole, e ſcene, cun forme alle coſe le quali o per tua eſperienza, o per antichi racconti ti fono note. Verbi gratia tutta la Corte di Adria no, tutta la Corte di Antoni no, tutta la Corte di Filippo, di Alessandro, di Creso, poi chè tutte quelle erano l'iſteſ fe, che queſte, variando ſolo ne'perſonaggi. Immaginati, che que gli, il quale per qualſivoglia coſa ſi rammarica, e s'afflige, è fimile ad vn porcello, che fi macella calcitrante, e gru gnente; ne è diuerfo chì pian. ge solo ſopra il letto con si lenzio la noſtra dappocaggi ne; e immaginati, che al fo lo animal ragioneuole è con ccduto d'accomodarſi volon ta  hi volontariamente agli accidenti, e l' accomodarli ſemplicemen te è a tutti neceffario. In ciaſcuna delle coſe, bi che tu operi applicando a parte a parte la mente, in tcrroga te ſteſſo, le la morte 01 pare terribile a cagione, che habbiamo a reſtare priui di e quella tal cofa. 25 Subito, che tu ti offendi per l'altrui peccare,, rientran do in te ſteſo, fa tua ragione, 111 ſe in caſo fimilcru erri: come a dire giudicando, che ſia co fa buona la moneta, il piace re, e la glorietta, e altre co ſe sì fatte. Perciocchè con fi qneſta conſiderazione preſta mente ſmorzerai la collera, venendoti inſieme in mente, che colui opera forzatamen te. Che ha egli dunque da fare? ſe è in tuo potere, libe ralo dalla violenza. Vedendo Satirione, vno de Socratici, immaginati o Eutichete, o Himene: e ve dendo Eufrate, immaginati di vedere Eutichione, o Sil uano: e vedendo Alcifrone, di vedere Tropeoforo; e ve dendo Senofonte, immagi nati Critone, o Seuero: e ri mirando te ſteſſo, immagina ti qualcheduno de ' Ceſari, e in ciaſcun altro qualche coſa {imile a proporzione. Ap preſſo ti ſouuenga, doue ſo -no dunque quelli? o in nilt no, o in qualſiuoglia luogo. Così di continuo vedrai le coſe humaneeffer fummo, vn nulla; maſſime fe eandrai rammentando, che il mu tato vna volta per tutta l'infinità de'ſecoli non tornerà ad accadere. E tu quanto tem po ſtarai a mutarti? perchè dunque queſto breue tempo non ti baſta per degnamente paſſarlo? qual materia, e qual foggetto abborriſci? che al tro ſono tutte queſte coſe, che eſercizij della ragione, la quale accuratamente ha con fiderato, e diſcorſo ſopra la natura di quello, che è nella vita? Perſiſti dunque finchè tu ti renda famigliare queſti, in guiſa d'vn gagliardo ſtoma co che ognicofa abbraccia, e come il chiaro fuoco di qua lunque coſa, che tu gli butti dentro ne forma fiamına, e fplendore. Non poſſa alcun veritie ro dire di te, che tu non se {chietto, o huomo dabbene. Il Do le ai 0 3.ma mentiſca chiunque di te ha fimile opinione. E rutto queſto è in tuo potere. Per chè chi t'impediſce, che non fij huomo dabbene, c ſchiet to? A te folo ſta lo ftatuire di non voler viuer più, ſe tik pon farai tale: imperocche non comporta la ragione, che tu non ſij tale. Che coſa è, che ſi pora fa intorno a queſta materia rettiſſimamente operare, je dire? qualunque coſa queſta fia è lecito di farla, e dirla, e non metter préteſto d'effe re impedito. Non prima cef ſerai di lamentárti, che tu ſij ridotto a queſto, che quale è agli huomini voluttuoſi il luſſo, queſto è a te l'operare nella ſoggetta, e ſommini Itrata materia, conneniente alla conſtituzione humana Imperocchè s'ha da concepi re perdelicia tutto quello, che farà lecito d'operare con forme alla propria natura, e queſto è lecito in ogni luogo. Perchè al cilindro non è con ceduto di portarſi per qualſi uoglia luogo col proprio mo. to, come ne meno all'acqnas ne al fuoco, ne ad altre coſe, le quali ſono rette dalla na tura, o dall'anima irragione uole; eſſendo molti li rat tenimenti, e gli oſtacoli:ma la mente, e la ragione può. penetrare pertutti gl'impedi menti, ſecondo la ſua natura, e a ſuo beneplacito. Queſta facultà, poſta che tu te Phai innanzi gli occhi, fecondo la quale la ragione potrà portar fi per tutto, come il fuoco in 04 alto, come la pietra al baſſo, come il cilindro per dio, nicnt'altro ricerca. Per chè gli altri impedimenti che. procedono o dal corpo, ch'è yn cadauero, o ſenza l'opi nione, e inchinamento dell' iſteffa ragione, non fanno. leſione, ne apportano danno alcuno, altrimente a yn trat toil patiente di quello diuer rebbe cattiuo: perciocche in tutti gli altri apparatid'opera, quel danno, che ad alcuno auuiene rende peggiore quel lo, che lo patiſce. Ma quì, le è lecito il dirlo, ſi fa l'huo. mo migliore, e più degno di lode, ſeruendoſi rettamente di queſti incontri. In ſomma ricordati, che a colui, il quale è per natura cittadino, nien te nuoce, che alla Città non 1 nuoca: e a queſta non fa dan no chi alla legge non fa dan no. E niuna di queſte, che chiamano difgrazie offende la legge. Quello dunque che non offende la legge, non offende ne la Città, ne il cittadino, - 29 A quello che gia è toc co da veri dogmi, è fuficien te ogni piccoliffimo, e ordi nario incontro per ricordarli di sbandire ogni dolore, e ti more. Quale è queſto? Delle foglie altre il vento a terra abbatte, Altre produce il verdegiante bosco; Quando la primauera fa ritorno. Cosi ſuccede alla natura lumana', Che mentre Spriiita l’vil, l'altro; dien em. Fogliucce fono i tuoi figlio lini: fogliucce ancora que fti, alle acclamazioni de qua 70 ol 70. di ite yle 00 05 322 quali ſi da tanto credito, e che parlano bene del fatto tuo; o pure per lo contrario quelli, che maledicono, o tacitamente biafimano, o di leggiano:fogliucce ſimilmen te ſono quelli, i quali aderi ranno alla tua fama dopo la tua morte. Perchè tutte que fte coſe naſcono al tempo della primavera, dopo il ven to le butta a terra, e appref fola felua in luogo loro altre produce. La breuità del tem po'è a tutti comune. Ma tu ogni coſa fuggi, e appetiſci tutte le cose, quafi chefoffero per eſſer perpetue. Tra poco tu ferrerai gli occhi, e vn al tro piangerà quello, che ben preſto ti porterà alla ſepoltu. 30 L'occhio fano è dime ra. Itie ftiere, che veda tutte le coſe viſibili; e non dire: Amo ve dere il verde, che queſto è perchi patiſce di viſta; e l'v dito fano, o l'odorato biſo gna, che ſieno pronti a tutte le coſe da vdirſi, e da odorar fi; e lo ſtomaco ſano a tutte le cofe, che nudriſcono: pa rimente, come yna macina dee eſfer ammannita per tuta te le coſe da macinare, nell' ifteſſo modo la mente ſana dee effer difpoſta a tutti gli auuenimenti; maquella, che dice: Sieno faluii figliolini, e tut ti lodino quello, che io farò; fono occhio, che cerca il verde, o denti, che cercano il tenero. Niuno è talmente feli. ce, che qualcuno di quelli, che ſi truouano alla ſua morte O 6 non ſia per godere di qucl. cattivo accidente. Era egli di valore, era fauio? non fa rà alla fine chi del medeſimo fra feſteffo dica? reſpireremo pur una volta da queſto pedante, Non era faſtidioſo con alcuni di noi, ma io m'accorſi, che tacitamente ci riprendeua. E queſto d'vn huo mo di valore;main noi quan te altre coſe ci ſono, per le quali molti bramano liberarſi da noi? queſto dunque confi dererai nel punto del morire; e meno trauaglioſo ti riuſcirà diſcorrendo come ſegue. Da quella vita io parto, dalla quale quelli, che meco co municano, e per li quali ho trauagliato intante cofe, ho pregato, m'ho preſo tanti penſieri, quegl'iſteſſi deſide rano ich DO 100 Ilo son O le rano, che io me ne vada, fpe randone facilmente da que ſto qualche ſollieuo. Chi dunque non saccomoderà a non far più lunga dimora in queſte parti? Non partirai per ciò da quelli men verſo foro benigno; majconſeruando il proprio tenore, amoreuole, beneuolo, e propizio: e non come ſe foſli per forza ſtrap pato, ma come a quegli, che felicemente trapaſſa, facil mente l'animuccia ſi diſtacca dalcorpo, così biſogna, che fi faccia queſta ſeparazione. dalle coſe preſenti; giacchè la natura con quelle ci vnì, e congiunte. Doue ora ti diſ giugne? mi diſgiungo perciò, come da famigliari, non già con renitenza,ma fpontanea mente; poichè queſto anco rfi [ rà 12 y 0 0 ti ra è vna delle coſe conformi alla natura. 32 In tutti gli atti, che da ciaſcuno ſi fanno, cerca d'af fuefarti, per quanto c'è poſsi bile, di ricercar dentro di te: Il tale fa quefto, per qual ca gione? comincia però da te medeſimo, e printieramente eſamina te fteſso. Ricordati, che, comequelle cordicine, che tirano i bambocci, non appaiono, così quello, che t'addolora, è dentro nafco fto. Quello è la perfuafiga, quello è la vita, quello, ſe conuiene cosi dirlo, è l'huo mo.Non fantaſticar dunque di quello, chea guiſa di vafo ti circonda, e di queſti inſtru mengucci, che attorno a te fono formati; poichè queſti ſono ſimili all'aſcia, folo in 1 1 ciò diffcrenti, che ſono con naturali. Mentre ſenza la ca gione, che gli muoue, e rat ticne, non è maggior l'vtile, che da queſti membri s'ha, di quello, che ne ha la teſli trice dalla fpola, gli ſcrittori dalla penna, e dalla fruſta i ! cocchicro. E proprietà dell'anima ragioneuole ſono, il ri mirare ſe ſteſſa, ſe ſteſſa minu tamente ricercare, fare fe fter ſa quale più a lei piace:il frut to,ch'ella produce lo produce a ſe ſteſſa (giacchèi frutti del. le piante, e ſimilmente quelli degli animali, altri godono ) in qualunque luogo le ſoprau uenga il termine della vita, arriua ella al fuo proprio fine: non come ne i balli, e nelle rappreſentazioni, e in fimili coſe, nelle quali, ſe qualche impedimento s'intrapone,tut ta l'azione rimane imperfetta: ma ella in qualſiuoglia parte, e douunque s'interrompa,ren de tutto quello che ſe le pro pone innanzi perfetto, e non biſognoſo di coſa alcuna; ſic chè può dire; lo poſſiedo il mio. In oltre, traſcorre per tutto il Mondo, e per lo va cuo, ch'è intorno ad eſſo, e al la di lui figura: ella s'eſtende nell'infinità de'ſecoli, eleri generazioni di tutte le coſe, che a certi giri de' tempi ſi fanno, comprende, intende, e diuiſa, che niente più di nuouo ſono per vedere i po ſteri, e niente di più videro i. noftri aſtepaſſati: ma in certo modo chi haurà quaranta an ni, s'ha fior d'ingegno, haurà veduto tutte le coſe paffare, future, per la ſomiglianza tra effe. Di più è proprio del l'anima ragionevole amare il proſſimo, effer verace, mo deſta, e non iftimare niuna co. ſa più di ſe ſteſſa. Il che è proa prio ancor della legge. In queſta maniera tra laretta ra giòne, e tra la ragione del la giuſtizia non è differen za. 2 Sprezzerai il canto Infin gheuole, il faltare, e'l pan crazio, cioè l'eſercizio degli atleri: ſe tu ſpartirai la voce armoniofain ciaſcuno de'tuor ni, e in qualſiuoglia di quelli interroga te fteffo: Se da quel lo tu refti vinto; perchè in ve ro te ne vergognerai. Nell' eſercizio del ſaltare farai l'i ſteſſo a proporzione, a cia ſcun moto, egefto; il medefi mointorno al pancrazio. In ſomma, in tutto quello, che e fuori della virtù, o da quel la non deriua, ricordati di traſcorrerlo a parte a parte; e con la diuiſione di quelle ver rai a vilipenderlo. E queſto l'hai da traſportare allvſodi tutta la vita 3 Quale è l'anima, che ſta pronta, fe già bifognaffe, a fcioglierſi dal corpo, o eſtin guerſi, o diſliparfi, o a rima nerui? pronta, dico, ma che tal prontezza prouenga da vn particolare diſcernimento di mente,non da vna nudacapar. bietà, comeè quella de'Chri ſtiani, mi conprudente diſ corſo, e maturità da poter ciò perfuadere ad altri ſenza tragica impreſione, 4 Operai qualche cofa ap partenente al comune? Dun que n'ho ritratto dell'vtile. Queſto ſia fempre alla mano in ogni occorrenza,fenza mai traſcurarlo. Qual'è il tuome ſtiere? l'eſſer buono; ma que fto non ſi fa bene, ſe non per mezzo delle fpeculazioni, e maſſime, o intorno la natura. dell'vniucrfo, oltero intorno la propria conſtituzione della huomo. 5. Al principio furono in trodotte le Tragedie, per rammemotar agli huomini gli accidenti; e che queſti così naturalmente, loro fogliono auuenire. E acciocchè quelle coſe, che ſu le ſcene vi ricre aſſero l'animo, non vi contri-, ftal ila NO jai 76 il Her e ftaffero nella ſcena maggio re, Perchè vedete eſſer così neceſſario che queſte coſe in cotal modo ſi terminino; e così le comportano quelli, che eſclamano:Oh CitheroneE fi dicono alcune coſe vtil mente da quelli, che com pongono ii Drami, quale è particolarmente quella. Che di me cura, ne de’mieifigli uoli. Non ſi prendan gl'Iddi ragion il vuole E parimente Che con le coſe diſdegnar non lice. E Cheſi mieta la vita,come ſuole Matura spiga. 119 e altre coſe ſimili. Pure dopo la Tragedia fu introdotta l'antica Commedia hauente vna libertà di maeſtreuol 10 2 Blo cer li si 0 mente correggere, rammen tando non inutilmente col fuo retto parlare la modera zione del faſto; al quale me defimo fine in qualche modo Diogene ſe ne valeua. Dopo queſta conſidera quale è la Commcdia mezzana; e ap preſſo la nuoua, a che fine fu poſta in vſo, o come a poco a poco per l'arte, e applica zione dell'imitare ſubcntrò; mentre ſi ſa, che anco da que TE fte fi dicono alcunecoſe gio fe ueuoli; ma l'vniuerſale inten to di tal forte di poeſia, o rappreſentazione mimica a qual ſegno hebbe la mira? C 6 Come truouafi euidente non ci eſſer altro modo di vi PE vere tanto a propoſito per fi po loſofare di queſto, nel quale VE tu se'di preſente? to ta 7 II zenu co TIE • H 0 - Mode 7 Il ramo non ſi può ſchian tare dal vicino ramo, ſe non fi diſtacca inſieme da tutta la pianta; cosìyn huomo non ſi può difceuerare da vn altro huomo, ſe non ſi ſepara dalla comunione. Il ramo dunque Jo diuide vn altro, ma l'huo mo li ſegrega da per ſe ſteſſo dal proſſimo, con odiarlo, e renderſigli auuerſo. Però non ſi auuede, come dalla gene rale cittadinanza ha ſeparato ſe ſteſſo E nulladimeno quella è yn dono particolare di Gioue il quale ha conſtitui to queſta comunicazione. Concioffiecolache è lecito di nuouo ricongiugnerſi col proſſimo, e dinuouo incor porarſi colla perfezione dell' vniuerſo; ma ſe ſimile ſepa razione fi fpeſſeggia, fi rende ľu più niC di le ds.81 tra tutduqunat più dificile il riunirſi, e'l tor nar a rallignarſi. In ſomma il ramo, che da principio ger minò con l'altro, e como conſpirando conſiſte, non é fimile a quello, che dopo il taglio vn altra volta è ſtato inneſtato. Il che pur dicono gliagricoltori. Biſogna effe re dell'iſteſſo germoglio, ma non dell'iſteſſa lembianza. Quelli, che ad impedirti ti ſi frappongono, quando tu cammini conformealla retta ragione, ſi come non ti po - tranno trauolgere dalla fana operazione, così non t'han no da ritirare dalla buona vo lontà verſo di loro: ma cuſto diſci te ſteſſo egualmentenel I'vno, e nell'altro; ne folo colcoſtante giudicio, ecol l'azione, ma col portarti per9 all anttö ting allaOr? allo tejla -1 man zumail coloro, che ſtudiano d'impe manſuetamente ancora verſo 1 tor ger COM 1100 opo il Stato, ma d. dirti dirri, o in altro modo ti mo leſtano Imperocchè così è da animo iinpotente lo sde gnarſi contro di quelli comeil tralaſciar di operare, e abbat cono i tuto arrenderſi. Perchè amen. effe due abbandonano il poſto, queſti intimorito, quegli alie nato dal congiunto, camico per natura, 9 Niuna natura è inferiore retta all'arte; concio liecofache le arti imitano le nature. Sc pe Cana rò queſto è, la natura perfet tiffima tra tutte l'altre, e che il tutto abbraccia, non cederà Ao alla più atificioſa induſtria. Ora da tutte le arti in ordine alle coſe migliori ſi fanno le inferiori.Dunque anco dal la natura comune; donde é, P che Jo tu ipo han vo nel ! olo 04 arti  ſo et 11 re M che da quella deriua la giu ſtizia, e da queſta poi tutte le virtù hanno la ſua ſufiften za. Perchè non ſi conferucrà il giuſto, fe o alle coſe di mez zo troppo attribuirem'o, o fa remo facili a prender errore, ead cſſer temcrarij, e muta bili. 10 Se non vengono a te le coſe, delle quali il proſegui mento, o la fuga ri perturba 110, ma tu in certo inodo a quelle ti conduci, dunque il giudicio intorno ad eſſe s'ac quieri, e quelle rimanghino immote, e tu non ſarai vedu to, neappetirle, ne fuggirle. La sfera dell'anima è luminosa, quando ella non ſi eſtende fuori a qualche co fa, ne dentro ſi ritira, o fr conſtipa, ma riſplende con P d d. a 0 fc PE 9 mi ch ch quel a Giv tutti Tilter TUOTI Legii proccurerò di eſſer manſueto, quel lume, col quale ſcorge la verità di tutte le coſe, e quella, che è in lei medesima.Mi fprezzerà talvno? ſe n'accorgerà cgli. Io mi guarderò bene, che niſſuno mi truoui o opcrare, o parla re coſa degna di diſprezzo Miodierà? guardiſi egli. Io mez ot TOTE, MUT tele urb.2 do 1 quei rhino reche e di eſſer di buon volere verſo di ognuno, e con queſto me deſimo ancora pronto a farlo accorgere detfuo trauedere, non per modo di rinfacciare, o di far moſtra della mia fof. ferenza; ma con ingenuità, e probità, nell'iſteſſo modo di quel Focione, ſe pure non fi mulaua. Perchè così biſogna, che ſieno le coſe interiori, e che l'huomo ſia veduto dag! P 2 Iddij irle 1.2 € 1101 CO 0 h C011 I iddij, così diſpoſto a non ri ceucre coſa alcuna con iſde. gno, con querele. Poſcia. chè di che danno è a te, ſe tu fteſſo fai al presére quello, che e proprio della tua natura? non accetterai tu ciò, che ora è opportuno alla natura dell' vniucrlo, o huomo ordinato per far qucllo, che conferiſce al comune 13 Quelli, che l'vn l'altro fi difprezzano, l'un l'altro fi luſingano: e quelli, che cer cano diſoprauanzar l’yn l'al tro, l'vn all'altro ſi ſottomci tono. Quanto rancido, e non ſincero èil dire: Miſono propoſto di portarmi teco ſchiettamente. Che fai, o huomo? non è di me ftiere far queſto prologo: apparirà da per ſe. Nella fronte iſtekla dce eſſere ſcrit ta la voce. Quello, che hai dentro, ſubito viene eſpref fo negli occhi, come nel lo ſguardo degli amanti il tutto fubitamente conoſce Pamato. Tale inſomma biſo gna, che ſia il fincero, e buo no, che ſappia vn poco di ca prino; acciocchè chi ſe gli ac coſta, nell'iſteſſo primo in contro voglia, o non voglia, al fiuto lo riconoſca. L'affet tazione della femplicità è vn ferro traditore. Niuna coſa è più brutta, che l'amicizia lu pina. Fuggila più di ogni al tra. Gli occhi del buono del ſemplice, del manfueto han no queſto chenicite in quel li ſi naſconde. 15 La facultà di vinere ot timamente è poſta nell’anima. Se pur le coſe indifferen ti le piglia indifferentemente: e le prenderà indifferente merte, ſe ciafcuna di quelle contemplerà ſeparatamente, e con riguardo al tutto ricor dandoſi, che niuna di quelle può formae in noi l'opinione di ſe ſteſſa, ne a noi venire: ma quelle ſtanno ferme,e noi fiamo quelli, che formiamo i giudici di quelle, come in noi dipignendole; mentre è lecito laſciar di dipigaerle, è lecito ancora,ſe furtivamente s'infinuaffcr, o di ſubito ſcan cellarle. Che queſta attenzio ne ſarà per corto tempo, e appreffo terminerà la vita. E che difficultà ci è in ben pi gliar queſte coſe concioſie cofache ſe ſono ſecondo la naturai, habbile care, e ti 8 a I rega antes cate uck Ente; ca uelle vant 1 enoi moi ne if färanno facili; ſe ſono contro la natura, cerca quello, che ſia ſecondo la tua natura, e intorno a queſto ſtudiati, an corchè ſia ſenza gloria, eſſen đo da vſare indulgenza con chi cerca il proprio bene. 16. Conſidera donde ciaſcu na coſa è venuta, e di quali fubbietti ciaſcuna conſiſta, e in quali ſi muti, e mutandoſi quale ſarà, c come non ſog opere di giacerà a dannoniuno. E pri ma qualabitudine ſia in me verſo di quelli, eſſendo che ſiamo nati vno a prò dell'al tro; e ſecondo vn altra 'ragio ne ſon fatto per preſedere a quelli, come ariete al greg: ge, o toro all'armento. Poida queſto paſſa a raziocinar più alto ', che ſe non è vn concor fo diatomi, è la natura, che: legi ente car Slicet ndo ed P4 il tutto regge; e ſe ciò è, l'infe. riori coſe ſono fatte per le mi gliori, e queſte l'vna per l'altra. Secondo offerua, quali ſie no nella menfa, quali nel letticciuolo, e in altri luo ghi, ma ſpezialmente quali neceſſità apportino loro i dog mi, che effi fi ſono profiſſi, e con quanta preſunzione met tino in opera quegl' ifteffi lo ro decreti. Per terzo. Se quelli retta mente queſte coſe operano, non è da diſpiacerci; ma fe non rettamente, chiara co fa è, che operano per for za, o per ignoranza; perchè ogni anima dimala ſua voglia reſta priua come del vero,co sì di comportarſi con ciaſcu no fecondo la ſua conucneuo lezza; e perciò prendono a ma, afe ml 12 fit re 110 cal 105 et FO male l'eſſer chiamati ingiuſti, ingrati,auari,e al tutto procli ui al peccarecótra de proſſimi. In quarto luogo. Che tu ancora fai di molti errori, e come yn aftro di loro pecchi; ſe da alcuni errori ti aſtieni, tuttauia hai l'abito di com mettergli, quantuinquc per cagione di tinore, o di glo ria, o d'altro ſimile vizio tu ti rattenghi da si fatti crrori. Per Quinto. Che manco hai ben penetrato, ſe errano: auuenendo molte volte, che lo fanno diſpenſatiuamente; c in ſomma è neceffario d'ap prendere molte coſe auanti di pronunciare aſſeuerante mente delle azionialtrui. Per feſto.Che quando fuor di miſura tir ti degni,o da im pazienzia fei prcfo,fouuenga DI H ľ ¿ 2 P 5 tia 346 [ f fi ti, che la vita humana è mo montanea; e che tra poco tut ti ſtaremo diſteſi. Settimo. Che non ſono l'o perazioni loro ', che ci pertur bano; imperocchè eſſe ſono nelle menti di quelli, ma ben sì i noſtri apprendimenti. Deponili dunque, e conten tati di laſciarne il giudicio, come di coſa a te graue; e la collera farà ſùanita. Or bene in qual maniera li deporrò? diſcorrendo;che non té inter. venuto niente di diſdicevo le; poichè ſe non foſſe fe nori quel ſolo ', ch'è diſdice uole,male', néceſſario fareb be, che tu in molti modi pec cafſi, diuenendo ladro, e af fatro ſcelerato. Qttauo. Quanto fono coſe più graui quelle, che apport tano C t t C te al more f per le 30 tano per cagionc loro i cor rucci, e languſtie dell'animo, che non ſono le coſe i, quali ci contriftiamo, c adi riamocon quelli. Che la manſuetudine.è inuincibile, quando ſia fincera, e non affettata fimulata. Che ti farà vno per fouerchieuoliſſimo, che cgli fi fia:, ſe tu perfeueri d'eſſere con lui piaceuolc? E, ſe così t'auueniffe, placidamente l'aer uertirai ', e meglio l'inſegne rai', attendendo a ciò quieta mente in quell'iſteſſo tempo ni che colui fi ftudia di fare a re il male, dicendogli tu:: Non figliuolo, noi ſiamoprodottiat altre coſe. Io non rimarrà l'offeſo, ma tu bon fi,figliuolo; e con de ſtrezza e fommariamente gli moſtrerai, che la cofa paf P 6 ſa cosi. E che ne le api ciò fanno, ne niuno di quegli animali, che per lor natu ra inſieme ſi congregano E però di biſogno, che ciò ſi faccia lontano dall'irriſione, o dall'improperio; ma ami cheuolmente, e ſenza mor dergli l'animo, e non come nelle ſcuole, ne acciocchè altri, chepreſente ſia, faccia delle marauiglie, ma a ſolo a ſolo, quantunque alcuni altri vi ficno intorno. Queſti noue capitoli tiengli a mente, come doni a te fatti dalle Muſe: e yna volta, men. tre se'in vita, da principio ad eſſer huomo. Però biſogna guardarſi egualmente, come di non adirarti contro quelli, così di non adularli; perchè l'vno, e l'altro ſono contro l'hu D. l'humana comunione, e tira no al danno. Ti ſia in pronto, mentre ti traſporta la collera, che non è da prode huomo l'adirarſi; ma la placidezza, e la manſuetudine, quanto più fono da huomo, tanto più hanno del maſchio; poichè. queſti partecipa più della for tezza, e della neruoſità, e det vigore, ma non già chi è ſdegnofo, e diſamoreuole. Perché quanto più queſtoè proprio della tranquillità dell' animo, altrettanto è ancora del vigore. E come la triſtez za è de deboli, così è la col lera. Poſciachègli vni, e gli altri ſono feriti, e ſi arrendo no. E ſe ti piace, dal principe delle muse riccuiancora que ſto Decimo dono: Che è da furioſo il non volere j, che i cit 350 1 cattiui pecchino, concioffie colache in ciò fi pretenda l'impoſſibile.Ora il concede re, che verſo gli altri ſieno tali, e il volere, che contro di te non pecchino", è cofa da: huomo- ftolido, c.da tiranno. S'ha del continuo da of ſeruare', eſfer principalmente quattro i moti dell'anima. E quando tu li ſcoprirai, gli hai da ſcancellare; dicendo fra te ſteſſo ſopra ciaſcuno. Queſta immaginazione non è necef-. ſaria: Queſto diſcioglie la co -- munanza: Queſto non lo di rai di capo tuo;perché il non dirlo da fenno, reputalo tra le coſe ſtrauagantiſſime: II quarto è, che tu a te ſteſſo rimprouererai queſto eſſere yn dare per vinta la portione più diuina, che in te è, e fot to و in te è, bench cometterla alla parte più i gnobile,e mortale del corpo, e alle ſuematcriali voluttà. Il tuo spiritello e tutto quello d'igncos che è in te miſchiato,diſua natura tende 1 in alto', nondimeno per ob bedire all'ordinanza dell'vni uerſo dentro del miſto ficon tiene. Ancora', tutto quanto di terreſtre, e d'humido, che tuttauia refta ſollevato', e ſta non ſecondo il natural ſuo ſito. Così gli elementi ancora obbediſcono alle cofe vni verfali, quando, douunque fieno traſportati, reſtano per forza,finchè dinuouo lorven. ga fignificata la facultà di di fciorli. Dunque non è egli mal fatto che la ſola tua par ce intellettuale ſia dura all'obbedire, e che ſdegni la ſua re gione? e pure non ſe le ordi na niente di violento, ma ſo lo quello, che é ſecondo la natura fua; tuttauia non vi s'accomoda, ma corre al con trario. Concioffiecofache on gni commozione verſo l'in giuſtizie, le lafciuie, i ran cori, c i terrori non è altro che vna riuolta contro la natura. E quando la mente piglia mal volentieri qualche coſa di quelle, cheauuengono,allo ra abbandona il ſuo poſto; giacchè quella è fata diſpoſta all'equanimità, e pietà verſo gl’Iddij, non meno, che alla giuſtizia; perchè queſte ſono d'yna tal forte, che tendono alla buona comunanza, e fo no più antiche delle iſtelle opere giuſte. A cui non è ſempre vno, e'l medeſimo fine della vira, non può eſſer vno, e'l medeſi mo per tutto il tempo della fua vita.Ma non baſta quefto, che s'è detto, ſe non aggiu gni à quello, quale dee effere queſto fine. Imperocchè co me non è ſimile l'apprendi mento di tutte le coſe, che in qualſiuoglia modoalli più pa iono buone, ma di quelle di vna tal forte, cioè di quelle, che ſon volte al comune, così anco il fine dee eſſere diretto alla vita comune, e ciuile. Perchè chi a queſto indirizza - tutti i proprij appetiti, rende rà vniformi tutte le azioni, ed egli in tal modo farà ſempre il medeſimo. Conſidera il topo nion tagnolo, el domeſtico, e la 4 Vand S vana paura, e fuga di queſto. Così l'opinioni del volgo chia. maua Socrate lamie, e spaventacchi de'putti. I Lacedemonij negli ſpettacoli poneuano i fora ſtieri ne ſedili all'ombra; effi ſedeuano doue a forte loro toccaua.. 22. Socrate riſpondendo a Perdicca, perchè non andaua da lui, diſfc; Acciò io. non periſca di così infame morte; mentre non po teſſi corriſpondere alla grazia, che riceueſji. Tra gli ſcrittide gli E feij taua vn auuertimento y che ſpeſſe volte ſi ricordaſſero di qualcheduno degli anti chi, i quali haueſſero eſſerci-. tato la virtù. I pitagorici ordinavano, che di mattino si riguardatſe: ili 8 po fe BE il Cielo; acciocchè ſempre ci ricordaſſimo di quelli, che ſempre ſimilmente, e nell'i ſteifa maniera compiono l'o pere loro e dell'ordine, e del la purità, e difuelamento; im perocchè niun velo hanno le feller 25 Ti fouuenga quale cra Socrate cinto d'vna pelle, quando Santippe coperta del la di lui veſte vſcila fuori di caſa; e' rammentati quello, che diffé Socrate alli compa. gni, che fi vergognauano, e ſi ritirauano, quando lo vidde ro in tal'abito: 26 Non far il maeſtro di fcriuere, e leggere ad altri, in nanzi che ſij ammacſtrato ciò è da oſſeruare molto più nella vita. Seruo tu Lei peròparlar non dei. Allora io di buon cuo re me ne riſto Rampognan la virtù con aſpri det ti. E' da pazzo domandar i fichi l'imerno. Tale è chì quando non è più tempo d'ha: uerne, deſidera yn figlioli no. Epitteto ammoniua quc gli, che baciaua il figliolino, che diceſſe tra di fe: domanefor fi morrà. Sono parole di mal augurio coteſte? Non è, di ceua cglig parlar di male au gurio vſar parole ſignificanti qualch' opera conforme alla natura: altrimente il mietere le ſpighe, ſarebbe yn cattivo augurio, L'vua è prima agre ſto, poi matura, e poi paſla. Ogni coſa foggiace a mu tarſi, non nel non eſſere, ma in quello, che di preſente non è. Detto è d'Epitetto, che Ninno è ladro della volonti. Vn arte, diſſe egli,s'ha da ritro uare d'aggiuſtar gli affenfi, e in materia degli appetiti biſo gna conſeruare l'attenzione, acciocchè ſieno con eccezio ne, e che s'indirizzino al be. ne comune, e ſecondo la con ueneuolezza e totalmente aſtenerſi dall' auide voglie e non iſchifare coſa alcuna, che non ſia in noſtro arbitrio. Non è dunque, diſſe egli, la conteſa intorno ad vna coſa ordinaria; ma intorno all'ef fer pazzo, o ſauio. Diceua Socrate, che anime volete ha uere, de'ragioncuoli, o degl'ir. ragioncuoli de'ragioneuoli. Di quali ragioneuoli, de’lani, o de’deprauati? de'fani. Per chè dunque non le cercate? perché le habbiamo:dunque a'che contraſtate, e diſcor date? Fine del Libro Vndecimo, CO b pa te fa fa PI all ace Vie LI 359 INO cercarei curse dike op. G là fta in tuo potere di poſſeder tutte quelle coſe, alle quali anſioſamente bramafti con aggiramenti di peruenire, ſe tu non inuidij a te ſteſſo: cioè a dire, ſe tu non farai più caso di tutto il passato, e 1 futuro laſcerai alla pronuidenza,e'l preſente ſolo bu indirizzerai alla ſantità, e alla giuſtizia. Alla ſantità, acciò tu ami quello, che ti vien deſtinato; concioffieco C1 facció 0 li fache la natura ha portato quello a te, comc te a quel to. Ma alla giuſtizia liberamente fuori d'auuilup pamenti tu dica parlando la verità, c operi ſecondo la leg fi ge, e la conueneuolezza. E non ti ſia d'impedimento ne l'altrui maluagità, ne l'opi nione, ne le ciarle, ne meno ti il ſenſo della carnuccia teco connutrita. Però, chi pati- re. ſce, cipenſi. Se tu dunque tú quando in qualſiuoglia tem po t'approſſimi all’yſcita, ab bandonando tutte l'altre co ſe, solo stimerai la tua mente, e quello che di divino è in te; e non temerai il cessar vna volta dal vivere, ma il non haper cominciato giammai a vivere secondo la natura, ſa rai huomo degno del Mondo, che le TOLE to mi che wani DI110 ne Oi 70 c0 ti chet ha generato, e nonſarai più foreſtiere nella patria, e non ti marauiglierai,come di coſe inopinate, di quelle, che alla giornata auuengono,'e finiraidi rimaner ſoſpeſo per queſta, o per quell'altra co fa. 2 Iddio ſcorge tuttelemen. ti diſpogliate de’yaſi materia li, delle corteccie e lordu re. Poichè con la ſua ſola vir tù intellettuale attigne quel le coſe, che da eſſo ſcaturi rono, e deriuarono in queſte eofe materiali. Il che,ſe tu ti auuezzerai di fare, ti liberc rai da molti ſpafimi. Percioc chè chiriguardo non haalle carnucce chelo circondano,fi tratterrà forfi a badare al ve ſtito alla caſa, alla gloria, é a fimili abbigliamentie arredi? Tre ſono le coſe, delle qualitu fe conpofto, 'il cor picciololo fpiritello, vela mente. Di queſte le prime duefono cue, finche ta dilo To habbi cora. La terza fo la è propria rerire, tua. Setu fequeſtrerai da te, cioè dalla tua confiderazione in tutte quelle coſe che alla faccia no, o dicano, e quelle,'che Tu hai-detto e fatro, e que te,'che,comefe falfero per auucnire, ti- boiterbhojne quelle ancora cheper lo cort picciuolo, che ti circondala per Minneſtæto " piritello tohi tro tua vogliati fuccedchos de quelle, che intenten einer hohen mente con vina contratttváre tiğine ſi rivolgonoi, fieche; rendendo la potenza santé fertuale efente delle cofejohe fono inſieme fatali, pura, eili ibera viuerà in fe fteſfa', ope rando: le cofe " giufte, te rice uendo volentieri gli auueni menti, e proferendo la veri tà: Se tu ſeparerai, dicdi, da quefta potenzaquefte. cofend elfæaderentiper graditimpa zia, edaltempo, quelleche hanno da auuenire appreffo.. pilepaffate, etiformerairale, qualeè la palla sfericadiem pedocle; Chestutta titanda guide della-poluere, ch'attornojpelte rigiza, attenderai ſolo alviuere, the gu viui, cioè al preſente, e po tmisfio alla morte viuendo trapalaretuttoquello che ti reſta imperturbato gencroſa mente si emanſuetamente, fet condo il tuo genio. Speffo miſonimarauiglia TO:, come ciaſcuno più di tut Q:2 ti  ti ami ſe ſteſſo; e come non dimeno tenga in minor conto l'opinione propria intorno a ſe medeſimo, di quella degli altri. Se dunque Dio ſoprau uenendo, o vn macſtro pru dente, comandi ad alcuno, che nulla dentro dife penfi, o diſcorra, che ſubito l'ha conceputo, non lo palefi, non lo razterrebbe ne pure per vn giorno. Cosìpiù temiamo di quello, che i proſſimi giudi cano di noi, che di quello, che noi medeſimi giudichia mo.: 5 Come farà mai, cheha uendo ordinato il tutto gl'Id dij bene, e con carità verſo l'huomo, queſto folo habbia no traſcurato,che alcuni degli huomini, e molto buonije che colla diuinità hāno tenuto co me  01 700 011 22 TU 101 olis ha On di me ſpeſſi commercij, e che ſouentemente per l'opere fan te, e ſacrificij ſi ſono reſi à quella famigliari, queſti, vna volta morti, non ſi facciano ritornare, ma rimangano del tutto eſtinti? Queſto, ſe pu re così ſta, tu hai da ſapere, che fc altrimente biſognaſſe, che foffe; l'haurebbero fat to. Concioffiecoſa che ſe era giuſto, era poſſibile, e ſe era ſecondo la natura, l'haureb be prodotto la natura. Dal non eſſer così, ſe così non è, tu ti hai da perſuadere non eſſere ſtato neceſſario, che al trimente fi faceſſe. Imperoc chè tu ſteſſo t'auuedi, che ciò ricercando, tu entri a con tendere in giudicio con Dio. Ma noi non diſcorreremmoco sì con gl’Iddij, ſe ottimi, e Q 3 giufillimi non foſſero. E ſe così è, nicnte ingiuſtamente hanno traſcurato, e irragio nevolmente negletto nellab Tellimento dell'vniuerſo.. 6 Afſucfatti ancora a quel le coſe, delle quali non bene ſperi.Imperocchè la mano fi miltia inabile per non eſſere aylata all'altre coſe, reggeil freno più fortemente, che la deſtra, e queſto perchè vi s'e ZUL Czzata. Penſa quale biſogna, che tú ti truoui,e del corpo,e del Panima, ſopraggiunto che fą rai dalla morte: la breuità della vita, la vaſtità de'ſecoli ayanti, e dopo, la debolez za d'ogoi materia. Content pla ſpogliate d'ognicorteccia le caufalità, le relazioni dold' opere; che fią la fatica, che'l piacere, che la morte, chela gloria: chi ſia a ſe ſteſſo cagio ne deltrauaglio, e coine niu nofią impeditodaaltrise che ognicoſa lia opinione. et Nell'vſo delle tue maffime è neceffario, che tų fij, limi le non all'accoltellatore, ma al combattente maneſcamen. te con le pugną. Concioſſie cofache quegli, ſe pone giù la 1pada, della quale ſi ſerue, re fta vcciſo, ma queſti ſempre ha la mano, nę gli biſogna nient'altro, che ſerrarla. 9. Di queſta fatta s'hanno a riguardar le coſe, diuidendo ke in materia, forma, e rela zione Quanto potere hą l'huomo a non faraltro, faluo quello, che Dio ſia per gradi re, e riceuere tutto quello, che Dio gli diſtribuiſca, con Q 4 forme all'ordine della natu ra. To Non s'ha da querelarſi degl'Idij, mentre non ſono, nevolendo, ne non volendo, ſoggetti ad errori; ne meno ſono da áccufare gli huomi ni; perchè non peccano, fe non contra voglia, Diniuno dunque s'hanno da far querele. Quanto è ridicolo, e ftra niero chi s'ammira di qualſi uoglia coſa, che nella vita occorre! Oviè la neceſſità fatale e ordinazione inuiolabile, o prouuidenza piegheuole, o confuſione temeraria ſenza gouerno. Se è neceflità iné witabile, a che ti contraponi? ſe è prouvidenza che ammet tc eſſer piegata, fa degno te ſteffo del fuſſidio diuino: ſe è confuſione ſenza reggimen to, rallegrati, chein queſta tempefta tu medeſimo hai in te ſteſſo per gouernatrice qualche mente: e ſe la tem peſta t'aggira, fia traportata la carnuccia, lo ſpiritello, e l'altre coſe, ma la mente non farà traportata. Il lume della lucerna, finché fi ſpenga, 'ri luce sì, e non perde lo ſplen. dore: ma la verità, che è in te, e la giuſtizia, e la tempe ranza, anticipatamente s'e ſtingueranno? Dove l'immaginazione concepiſca, che vno ha peca cato, rifletterò donde ho,che queſto fia peccato, e ſe que gli peccò, ſe fi fia egli reſo reo per quell'atto? perchè ciò ſa rebbe quali vn lacerarſi il proprio volto. Poſcia rifletti, che chì non vuole, che'l cattivo, pecchi; è da raſſomigliarſi ad VCO, che voglia, che l'arbo re de i fichi non produca il lattificio, e i bambini non piangano, ei cauallinon ani triſching, e altre coſe taliche feguono di neceſſità. Pero, che coſa ha da fare, hauen do contratto " va cotal mal abito? Dunque, ſe ti ſenti da ciò, riſanalo. Se non conuiene, non do fare. Se non è vero, non lo dire, ma l'appetito dia fox, to dite per conſiderare il gut to che è quello, che fa im preſſione nella tua immaginas zione, e diſcutilo, diuidenz dolo nel formale, nel mate, riale nella relazione neltem po, dentro al quale quello ha da Vis petto? forſe cupidigia a forfe da finiie. Riconoſci una vol ta, che in ce è vna coſa più eccellente, e più diuina di quelle, che te paffioni in te cagionano. E in ſomma,quan te cofefono,che in qràge in la in guiſa d'un bamboccio con de cordicelle ti abburattano. Che’çoſà è ora il mio penfie rodforfe timore? forfe for. cofa alia fimile: 15 Primieramente penfais che niente è a caso e niente, senza relazione. Secondaria mente chea niun altro fine, che a quello della focictà fi riduc. Che non molto dopo niūno in niun loco farai, ne pur cofa alcuna fari di tutte quelle, che orá vedi, ne al cuno di quello che ora: vi -91 I Qo NOuono; conciofficcofache tut te le coſe ſono nate per mu tarſi, trasformarſi, e perire, acciò altre per ſucceſſione ſe guano. Ogni cosa è opinione,e queſta depende da te. Togli dunque, quando tu vuoi, l’opinione; e, come chi volge al ridoſſo d'vn promontorio trouerai ferenità ferma di tutte le coſe, e vn ſeno tran quillo.: -18 Vna, e qualſiuoglia fi fia operazione che a ſuo tem po finiſce, nonpariſce danno niuno, perchè finì; ne l'ope rator di quella, per hauer finito, patiſce mal alcuno. In ſimil modo dunque il ſiſte ma, o fabbrica ditutte l'ope razioni, che è la vita, ſe in qualche tempo finiſce, non rice etut or me erine Quel one, Togh oila ageal torio ma Stra / di riceue alcun danno, percioca chè fini; ne quegli, che in tal tempo terminò queſta ſerie, fu malamente trattato. Il tempo, e'l termine fono dále la natura conſtituiti, talvolta dalla propria,come nella vec chiaia; ma generalmente dal I'vniuerſale, le cui parti con tinuamente mutandoſi, reſta tutto il Mondo ſempre nouel. lo, e vigoroſo. Tutto ciò del continuo è buono, e oppor tuno, che all'yniuerfo.confe riſce. Dunque il finir del vi uere a chiunque tocchi, non è coſa cattiua, perchè non è vergognofa, come non de pende dal noſtro volere, ne contraria al comun bene del l'yniuerſo. Anzi è buono quando è opportuno, e con ferente all' vniucrſo, e con quel elial tem dan l'ope verf olfille 12 l'ope ſe i non. lo 1 quello è inheme portato Concioffiecofache è portato da Dio quegli, che fi perta vnitamente con Dio, e a quel le ifteffe cofe collintendimen to fi conduce.Queſte tre coſe hanno da cflere fempre in pronto.. Primieramente in ciò, che tu fai, non fia niente inuano, ne altrimente fi facciay.che felis fefla giuſtizia haveſſe,opera to: ma nelle cofe, che anlı uengono di fuori, mentre quelle o fono procedurea ca fo, o fecondo la prouuidenza non s ' ha da querelarſidel ca fe, ne accufare la prouuiden za Secondariamente qual cofa faccia ciafcuro dal non effene, fino all'animazione, e dall'animazione, fino al ren dimento dell'anima, e da qua. li coſe da fatto l'adunamento, e in quali il diſcioglimentos Terzo come ſe ſoprad'yu’ers minenza follcuato tu rimiral G le coſe humane', e dopo ha. ụer compreſa, la lor gran va rietà inſiemeconoſcelli quan to ci ſia dell'abitato, e nel l'acre, e nell'etera, e çoine quante volte cu foffi cosi fol leuato, vedreſti le medeſime, l'iſteſſa ſpecie, la breue dura ta. Ed in queſte éla noſtra ſu perbia, 29. Gitta fuori l' opinio ne, ſarai ſaluo. Chi dunque e’impediſce il gittarla. Quando perqualche co ſa ti prendi diſguſto,ti ſe (cor dat, che ogni coſa li fa', le condo la natura yniuerſale, che quel peccato è d'altri. E oltre queſto, che tutto ciò, che pure, che ſi fa,cosìſempre's'è fatto, e li farà, e di preſente ſi fa per tutto: ancora, quanta è la co gnazione dell'huomo con l'o niuerſo human genere; per chè non è la comunione del fanguccio, ò della poca ſe menza; ma della mente. Ti fcordaſti che la mente di ciaſcheduno è Dio, e che da lui ſcaturì, non eſſendoui coſa alcuna propria di niuno, anzi il figliolino, e'l corpic ciuolo, e l'iſteſſo ſpiritello in di vennero. E ancora ti ſcor daſti, che ogni coſa è opinio ne, e parimente, che ciaſche duno il preſente ſolo viue, e che queſto ſolo ſi-perde. Del continuo riuolgi nell'animo quelli, che per qualche coſa li corrucciarono, e quelli, che in grandiſſime glorie, o calamità, o inimicia zie, o in alcuni altri auueni menti li ſegnalarono. Dopo medita, doue fono al preſente tut te queſte coſe?in fummosin cenc re, c fauole, e ne meno favole. Tiſouuenga di tutto queſto', cioè, come furono Fabio Catullino in Villa, e Lucio Lupo, e Stertinio a Baia, e Tiberio a Caprise à Velia Rutfo; e in ſomma di chi ha fatto con l'apprenſione gran caſo di qualunque ſia cofa: ecome ſia di vil prezzo turto, che in tentamente appreſe, e finala mente quanto più foffe da Fi loſofo nella materia toccata gli, portarſi da giuſto, e da fa uio e da ossequioso schietta mente agl'iddii. Imperocchè la superbia, che sotto velo di umiltà si nasconde è la più l’intolerabile daograbra. Agudligiche dimanda nosperchè vonsrigť Iddij acat me turgli habbi vechutia e dom de tu habbi appreso, che vi freno Primieramente risponde, che sono visibili agl’occhi, e poi a benchè io, non abbia veduta la mia anima, tuttavia l'onoro. Così dunque è degl'iddii, la potenza de’ quali mentre ogni giorno io pruqyosda questo comprendo, che ci sono, e gli venero. La salvezza della vita consiste, che ciascuno riguar di che cosa sia il tutto, il materiale, il formal, che con tutto l'animo FACCIA IL GIUSTO, DICA IL VERO.  Che resta altro, che goder della vita, aggiugnendo un ben fatto all'altro, sicche ne pur si perda un brevissimo spazio di tempo? Il lume del Sole, è uno a benchè venga interrotto dal: o e pareti, dai monti, e da altre mille cose. Una è la sostanzia comune, ancorchè ſia di partita tra migliaia di corpi, qualificati dalle loro proprietà. Una è l'anima con tutto che si distribuisca a mille e mille nature con ſsngolari circonscrizioni. Una è l'anima all'intelligente, se bene apparisce, che si divida. L'altre parti dunque delle cose dette: s, com! me gli spiriti, ei subbietti; so no senza senso, ne famigliarmente si uniscono insieme. Questi nondimeno contiene LA MENTE UNIVERSALE e poi la propensione, che al congiugnere gli spinse. Ma l'intelletto propriamente propende all'istesso suo genere, è s’unisce, ne fi può fradicare l'affetto al ben comune. Che cerchi? Di campare? o'pur di sentire, d’appetire, di crescere, e poscia diterminare? Di valersi della voce di DISCORRERE con la mente? Qual cosa di queste ti pare degna d'essere desiderata Male que ste una ad una non sono da frezzare, portati alla conclusione d'ossequiare la ragione e gl’iddei. Ma li fa contro alla stima di queste cotrammaricar si di rimaner perla morte privo d'alcune di queste. Quanta parte dell'immensa e infinita durata a cia. founo é compartita? Poichè ben prestissimo si dilegua nell' eternità. Quanta parte di tutta la sostanzia? Quanta parte di tutta l'anima? In quanta zolletta di tutta la terra ferpendo tu vai? A tutte coteste cose applicando l'animo, non t'immaginare niente di grande o questo solo se tu operi come la tua natura ti conduce, e soffri come la natura universale portage comeliva. le di se stessa la parte tua reggitrice; polciachè in cio il tutto consiste. Tutte le altre cose, o sieno nel tuo arbitrib. no fuori di quello. Sono cadaveri, e fummo: om.svisli! Efficacissimo è il rifletterre, per eccitarci al disprezzo della morte, che quelli ancora, che stimano essere il bene nella voluttà, e'l male nel dolore, nondimeno quella disprezzarono. A chi quel so. Lo che è opportuno è bene je a chì tanto è l'aver molte azioni fatte. Secondo la ragione retta, quanto poche. Ie a chì non iinporta contemplare il mondo in maggiore, o minor spazio di tempo, nemanco la morte è terribile. O huomo sosti cittadino in que sta gran città che ti fa te per cinque anni mentre quello. Che è conforme alle leggi ad ognuno è dellistesso peso. Perchè dunque ti ègraine, se dalla città ti manda via non il tiranno, o un ingiusto giudice, ma da natura, che vi t'introdulfezlic come dalla see, na licenzialse vas comico il capo della truppai che l'han keva, condotto. Però tu dii, non vappresentaii i cinque atti, ma solo tre. Tu dibeneze a proposito mentre che nella vita anche tre atti compiono tutto il drama. Conciossieco fache quegli impone il termine, dove abbia da finire, che allora ordina l'adunamento, cora fa lo scioglimento, nel li quali tu non ci hai avuto parte. Vattene dunque placido. Poichè quegli che ti licenzia, è placido. Dal mio avolo, Vero, la gentilezza del costume, e il non adirarmi. Dalla fama e dalla memoria del  mio genitore, l’esser verecondo e  maschio. Dalla madre, l’esser pio, il donar volentieri, l’astenermi non solo  dal fare il male ma anche dal venirne in pensiero. [Ancora, l’esser  Sottintendi, come nei paragrafi seguenti,  il verbo ‘imparai’, ovvero ‘riconosco’, nel senso di iono riconoscente ili aver ricevuto chessia, cosa, o esempio di qualsivoglia cosa o virtù), o altra espressione che riempia  acconciamente le ellissi. ‘Maschio’: intendi forte costante, non molle ed effeminate], frugale nel vitto e alienissimo dall’usanze dei ricchi. Dal mio bisavolo il non essere andato alle pubbliche scuole, l’avere avuto di buoni maestri per casa e  il conoscere che in siffatte cose non  si vuol guardare alla spesa. Dal mio aio: il non essere stato nè di parte prasina nè di parte veneta, nè parmulario, nè scuta  [Il bisavolo paterno di Antonino e Aunio Vero. Il bisavolo materno e Catilio Severo. Non è  chiaro di quale dei due si parli nel testo. Intendi: la scola elementare. Poiché ognun sa che Antonino frequenta assiduamente come ‘scolaro’ le varie ‘scuole’ dei fìlosofi a Roma. Non si conosce il nome dell’aio] [elio morendo lascia grande desiderio di sè in Antonino. Sono i colori che distingueno i due  grandi partiti degli aunghi del circo, che  non sono piccola parte nella storia delle follie dell’impero. Nunc favent panno, pannum amant,’ disse energicamente Plinio il  giovane. Lucio Vero, collega d’Antonino, la pensava altrimenti, secondo le  parole di Capitolino. Rio]. Il reggere alla fatica, l’aver bisogno di poco, il saper fare da me, il non intromettermi nelle faccende altrui e il non porger facilmente orecchio ai delatori. Da Diogneto imparai il non occuparmi d’inezie, il non dar fede a ciò che  i magi e i fattucchieri dicono intorno alle malie, allo scongiurare gli spiriti e altre cose di tal fatta, il non avere atteso a nutrir quaglie nè essermi dilettato di simili cose, il  patire ehe altri mi parli francamente.    [Parmularius e il gladiatore  armato di un piccolo scudo di cuoio detto ‘parma’ o parmula, e ‘scutarius’ quegli che porta lo ‘scutum’, grande e lungo. Questo Diogneto era non solamente filosofo, ma anche pittore, secondo Capitolino, ed avea dato intorno a quest' arte alcune  lezioni ad Antonino. Si allude ad un giuoco dei romani  aveano prego dai greci,. Si faceano combattere fra loro questi uccelli, o dai casi del combattimento si traevano presage]. L’ESSERMI DATO ALLA FILOSOFIA. L’avere udito primieramente Bacchio, poi Tandaride e Marciano. L’avere scritto dialoghi da ragazzo. L’ avere voluto il lettuccio con la pelle sopravi e le altre cose che vanno appresso nella educazione greca. Da Rustico: l’esser venuto in  pensiero che i miei costumi avean bisogno di correzione e di coltura. Il  non essermi sviato dietro ad un’ambizione di sofista, o scrivendo su materie speculative, o declamando orazioncelle esortatorie, o facendo, per dar nell’occhio altrui, 1’uomo austero e benefico e l’avere abbandonato la rettorica e la poetica e il bel favellare, e il non passeggiare togato per casa e altre tali cose e lo scriver le lettere semplicemente [Era uno stoico come quell’altro romano fatto uccidere da Domiziano per aver  lodato Trasea Peto] e naturalmente, come quella ch’egli scrisse da la citta di Sinuessa a mia madre, e il non serbar rancore verso le persone che si son, meco adirate e m’ hanno offeso e rappacificarmi volentieri con loro tosto eh’ elle si voglion ricredere, e e il leggere con attenzione e non contentarmi di capire così air ingrosso, nè assentire troppo di leggieri a quel che i circostanti dicono, e lo avere avuto contezza  dei ‘Ricordi’ d’Epitteto che Rustico mi dona di suo proprio moto. Da Apollonio: la libertà dell’animo e la fermezza nel proposito senza dar mai nulla al caso, il non  guardare ad altro mai, nè anche per poco, che alla ragione, l’esser sempre uguale, nei sommi dolori, nella perdita del figlio, nelle lunghe malattie, l’aver veduto ad evidenza nel vivo esempio di lui siccome può  la stessa persona essere gagliardissima ad un’ ora e rimessa e il non impazientarsi nello spiegare e l’aver conosciuto un uomo che manifestamente tene pel minimo de’ suoi  pregi la pratica e la facilità ch’egli ha del comunicare altrui la scienza, e l’avere imparato come convenga liceverc fivelli che il volgo chiama benefizi dagli amici, senza  diventai, e loro divoto per ciò nè per altra parte, lasciando correre la  ('osa senza saperne grado. Da Sesto: l’amorevolezza e l’esempio del governare da buon padre una casa e il concetto di vivere “secondo natura” e la gravità non affettata, e l’indagare con sollecitudine quello di die gli amici  hanno uopo, e il sopportare gl’ignoranti e il sapersi adattare a  Nello spiegare. [Intendi: nel dare altrui  tutte le spiegazioni di die possa aver d’nopo per ben capire le cose]. [Intendi: senza diventar loro obbligato in modo che nìccia alla Ina libertà]  tutti per modo ch’il CONVERSARE con esso lui era più dolce cosa che l’adulare di chicchessia ed e egli nondimeno in quello stesso punto ed  appo quelle stesse persone in venerazione grandissima, e la chiarezza  di mente e la sagacità con cui trovava ed ordinava le verità filosofiche necessarie alla vita, e il non aver dato mai indizio di collera nè d’altra passione, ma essere stato ad un’ ora il più impassibile uomo ed il più tenero, e il dir volentieri liene d’altrui, senza menar remore per ciò, e la molta dottrina senza  che paresse.  Da Alessandro: il non isgridare e il non riprendere ingiuriosamente chi faccia un barbarismo o un solecismo o un cattivo accozzamento di suoni, parlando; ma  profferire destramente ciò che quegl’avrebbe dovuto dire, per modo di risposta, o di conferma, o come volendo esaminar con esso la cosa, non già la parola, o per qualsivoglia *altro modo di suggerimento indiretto* [IMPLICATURA], garbatamente. Da Frontone: quanta invidia, quanta malizia, quanta simulazione, sia nella tirannide. E siccome questi da noi chiamati ‘patrizi’ son cattivi padri anzi che no. Da Alessandro, il platonico: il non dir sovente nè senza necessità a nessuno, nè scriver per lettera, ch’io sono occupato, nè contrarre r abito di disimpegnarmi in  tal modo dei doveri verso le persone con le quali io vivo, allegando per iscusa le faccende. Da Catulo: il non tener poco conto delle doglianze di un amico, quand’ anche si dolga fuor di ragione. [Secondo Filostrato e un segretario di  Antonino]. [Cinna Catulo, filosofo stoico, menzionato da Capitolino] ma anzi sforzarmi di ricondurlo alle  maniere di prima, e il parlar bene e volonterosamente dei maestri, come si narra di Domizio e di Atenodoto, e l’amar i figli con vero affetto. Dal mio fratello, Severo, l’affezione ai dimestici, l’amor del vero e del giusto, l’avere, per mezzo  di lui, avuto contezza di Trasea, d’Elvidio, di Catone Uticense, di Dione, di Marco Bruto, ed essere venuto in pensiero di un reggimento civile dove la legge sia una per tutti e pari i [Neppure l’eruditissimo e diligentissimo  Qataker potè chiarire chi fosse questo Severo che Antonino chiama fratello. A tutto quello che ci è dimestico] [Una delle più illustri vittime della crudeltà di Nerone] [Genero di Trasea, esiliato da Nerone]. [L'illustre stoico Catone Uticense] [L' amico di Platone, l’avversario di Dionigi tiranno di Siracusa, la cui vita fu scritta da Plutarco] [Marco Bruto, la cui vita fu pure scritta da Plutarco] diritti di ciascheduno, e di un governo regio che sovra ad ogni altra cosa tenga conto della libertà dei governati. Ancora quel suo tenor costante ed uniforme nel culto della filosofia e la beneficenza e il far  parte altrui volentieri e senza risparmio delle proprie sostanze; e lo sperar bene; e l’aver fede nell’amicizia degli amici e quel suo non infìngersi con le persone quando disapprova alcuna cosa in loro; e il  non aver mai avuto bisogno gl’amici di lui di andare indovinando che cosa egli volesse o non volesse, sendo l’animo di lui sempre aperto. Da Claudio Màssimo: il contener sè medesimo, e non lasciarsi andare in nulla malgrado suo, l’esser di buon  animo nelle malattie e negli altri casi avversi e quella temperatezza  di costume, soave ad un tempo e  [Clandio Massimo filosofo stoico] dignitoso e l’eseguir prontamente senza querimonia qualunque cosa gli accadesse di dover fare e la credenza che tutti avevano di lui, ch’egli  pensas tutto che dicee fa a  lìn di bene tutto che fa; e il non istupir di nulla, non isgomentarsi di nulla, non esser mai nè frettoloso nò tardo, nè imbarazzato, nè sfiduciato, nè infingardo, nè ripentito del consiglio preso, nè sospettoso e il  beneficare e il perdonar volentieri, e l’esser veritiero e il parer  piuttosto uomo per natura incontaminato che non per arte emendato e siccome nessuno fu mai che o si credesse dispregiato da lui, o ardisse riputar sè migliore di lui; e quel suo piacevoleggiare a proposito. Da mio padre adottivo: l’imperatore Antonino Pio]: l’esser bonario, e irremovibilmente fermo nondimeno nei partiti pi'esi dopo accurata disamina, il non trar vanità da  quelli che il volgo chiama onori, l’amore al lavoro e l’assiduita; il  dare ascolto a chiunque avesse da  proporre qualche cosa di utile al comune; il non lasciare che nessuna considerazione lo distornasse dal retribuire a ciascuno secondo il merito, il conoscere dove bisognasse esser rigido e dove indulgente, L’AVER POSTO FINE AGL’AMORI DE’ RAGAZZI e il  sentire modestamente di sè e volere stare ad uno stesso ragguaglio con gl’altri, il permettere agli amici di non cenar punto con lui, e di non accompagnarlo nei viaggi, e lo accoglier con gli stessi modi di prima chi per qualche sua bisogna non lo avea potuto seguire; e la diligenza e la persistenza con che esamina le cose  nei consigli, non come quell’altro di cui è stato detto che tòsto lascia la deliberazione contentandosi dei primi pensieri che gli furon venuti, e il conservar gli amici, non recandosi a fastidio nessuno, nè incapricciandosi di nessuno; e il sopperire  a sè stesso, sempre; e la serenità del volto; e l’antivederei da lontano e pral ovvedere senza scliifiltà anche alle rnenome cose e l’aver dato bando alle acclamazioni e alle adulazioni d’ogni genere e il tenere allestito  sempre quanto era necessario per le  occorrenze dello stato, moderando le spese e sopportando di buon animo  la taccia che alcuni gli davano per ciò, e l’essere alieno e dalla superstizione verso gli dei e dalla piagenteria verso gli uomini, non curandosi di acquistar grazia appo il  popolo o con le larghezze, o con le1 Luogo intricato. Nota due modi condannevoli e vani: di  acquistar grazia appo gli Dei, con pratiche  superstiziose; appo gli nomini, con l’andar loro a genio e secondarli anche a costo del  dovere lusinglie, o con lo imitare i modi  di quello] ma sobrio in ogni cosa e saldo, e non mai altro che dilicato e gentile e osservatore della convenienza e del costume stabilito, 0 il servirsi seifza boria e senza scrupolo di tutte quelle cose che conferiscono agli agi della vita, delle quali la fortuna è larga a’ suoi pari, per modo che delle presenti ei si giova senza farne casa e le assenti non desidera; e siccome nessuno  avria mai detto di lui ch’egli fosse un sofista o un dileggino o un pedante, ma sibbene un uom maturo,  perfetto, nemico dell’adulazione, capace a governar sè medesimo ed altri. Eri inoltre quel suo onorare i filosofi veri e non fare scherno de’ falsi, non lasciandosi nulla dimeno facilmente ingannare da loro  e il conversare sciolto, e quella sua grazia Come tanti imperatori die It) avevano  preceduto. che non ristuccava; e il tener cura  del proprio corpo, non tanta da parer tenero deliavita, o damerino, nè tanto poca da parere trascurato, ma quanta  basta per non avere quasi punto bisogno di medicine o simili cose. E sovratutto quel suo cedere senza invidia a chi avesse acquistato abilità in qualche cosa, come nell’eloquenza o nella conoscenza delle leggi e dei costumi de’ popoli, e altro di cotal fatta e lo adoprarsi insieme con essi  perchè ottenessero fama, ciascuno nell’arte in che primeggia e quel  suo fare ogni cosa secondo gl’institnti d’ maggiori, senza dare a divedere che avesse nessuno intento particolare, nè anche quello di volere conservare essi institnti. Ancora il  non esser nè randagio nè avventato, ma continuar volentieri a star nel medesimo luogo e ad occuparsi delle  medesime cose; e dopo passati gli  accessi del dolor di capo, ritornar   iU^teu Aurelio. fresco e vigoroso ai lavori solidi; e il non aver di molti segreti, ma anzi pochissimi, e di rado, e solamente  nelle cose di stato; e la prudenza e la misuratezza nel dare spettacoli, nell’ intraprendere opere pubbliche, nel far distribuzioni ai soldati, e simili cose; siccome uomo che riguardava a quello che conveniva fare, e non alla fama che gli sarebbe venuta dalle cose fatte. Non al bagno fuor d’ora, non la smania del fabbricare, non ricercatezza nel cibo o nella tessitura de’ panni o tintura, o nell’appariscenza de’ servi. La toga dalla villa inferiore e da quelle di  Lanuvio il più sovente; i modi che tenne col pubblicano in Tusculo, che supplica; e altre sue simili maniere. Nulla di men che umano, nulla d’ immisericorde, nulla di violento, nè, come direbbe taluno, siìw al su dove; tutte le cose di lui, pensate, distintamente avvertite, con pacatezza, con ordine, con vigore, e d’accordo le une con le altre, come se  le avesse premeditate per ozio. Ed  a lui si potrebbe applicare ciò che VIEN DETTO DI SOCRATE, che egli poteva e astenersi e godere colà dove a gran parte degli uomini manca la forza per 1’uno e la temperanza per l’altro. E il saper reggere con fortezza e con sobrietà ad ambedue non  appartiene se non a colui che ha  l’animo sano ed invitto, quale egli il dimostrò nella malattia di Massimo. Dagli dei: l’avere avuto buoni  avoli, buoni genitori, buona sorella,  buoni maestri, domestici, congiunti, amici, tutti, a un dipresso, buoni. E il non avere offeso mai nessun di loro, benché talmente disposto di 1 Claudio Massimo menzionato] natura, che io l’avrei fatto forse, ove fosse venuto il caso: ma per  bontà degli dei non incontra mai tal concorso di cose che mi ponesse a  repentaglio. Il non essere statò più lungamente allevato appresso la concubina del mio avolo; l’avere serbato nel fior degli anni la purezza del costume e non aver dato saggio di età virile prima del tempo, anzi avere soprastato anche più in là, l’essere  stato sottoposto ad un principe e padre il quale doveva sgombrar da me ogni sorta di boria e farmica pace come egli si può vivere in corte  e non aver bisogno nè di guardie nè di vesti screziate nè di fiaccole nè di statue, come s’usa, nè d’altre  simili pompe; ma anzi, che egli v’ha un modo di ristrignersi quasi alla  ondizione di private e non perder  nulla però nè della dignità nè del nerbo necessario al trattar le cose dello stato, l’essermi tocco in sorte il fratello ch’io ho il quale se è  d’incitamento a me co’ suoi costumi, ad invigilare sui miei, mi consola  nondimeno e mi rallegra con la riverenza e con l’amore ch’egli mi  porta, l’avere avuto figli nè ottusi d’ ingegno nè contraffatti di corpo, il non aver fatto maggiori progressi  nella rettorica nè nella poetica nè  nelle altre arti, dove sarei forse rimasto allacciato s’ io mi fossi accorto ch’io vi riusciva, l’eessermi sbrigato di costituire in dignità i miei educatori, come parve a me ch’essi  bramassero e non avere indugiato con  la speranza del potere far cotesto di poi, sendo essi ancor giovani, l’avere conosciuto Apollonio, Rustico, Massimo. Lo aver concepito chiaramente e più volte qual sia la vita  [Lucio Vero fratello per adozione, uomo  in vero viziosissimo, più assai, probabilmente, che non fosse noto ad Antonino; ma devotissimo e affezionatissimo a Ini] secondo natura: s'i che per gli dei non manca, nè per aiuti e suggerimenti ed ispirazioni loro, ch’io non  vivessi a quel modo; manca bensì  por me, il quale non osservai gli  avvisi e, sto per dire, gli insegnamenti che essi mi dano, l’aver potuto reggere della persona durante cotanto tempo in cotal vita. Il non  aver avuto a fare ne con Benedetta  nè con TEODOTO e che di poi, CADUTO novamente nella PASSION D’AMORE passion d’amore, io abbia potuto guarirne. Che, essendomi adirato più volte con Rustico,  io non abbia fatto nulla di che avessi  poi a pentirmi; che, dovendo mia  madre morir giovane, abbia nondimeno vissuto con me gli ultimi suoi anni; e che, ogni volta eh io volli soccorrere alcuno, o povero o  altrimenti bisognoso, non mi fu mai  detto ch’io non avessi danari per  farlo e il non essermi trovato mai  io medesimo in simigliante occorrenza, da dovere aver ricorso ad altri, l’avere la moglie ch’io ho, così docile, così amorevole, così alla buona; il non essermi mancato acconci educatori pe’ miei figli, l’essermi stati dati rimedi in sogno, e, fra gli altri, contro lo sputo di sangue e contro le vertigini, e il non  essere caduto nelle mani di un qualche sofista, quando io venni in desiderio della filosofia, nè essermi posto a far lo scrittore, o a risolver sillogismi, o a speculare sui fenomeni del  cielo. Le quali cose tutte richiedono  l’aiuta degli dei e della fortuna.  Fra i Quadi,  ulle sponde del Or amia. A FauRtiiia non dovè esser diffìcile il celare coir astuzia o colla fìnta tenerezza! [Suoi pessimi portamenti ad un nomo di sì  poco sospettosa natura qual era Antonino, massime verso dii mostravagli affeziono]. Al mattino, fa’ che tu dica a te stesso. Avrò da fare con un curioso, con un ingrato, con un soperchiatore, con un furbo, con un invidioso, con un insociale. Tutti questi difetti han per causa la ignoranza dei beni  e dei mali. Ma io, il quale conosco la natura del bene, e so ch’egli è l’onesto; e quella del male, e so  cb’egli è l’inonesto; e quella di lui  medesimo che pecca, e so ch’egli è  mio congiunto; non perch’egli sia d’ uno stesso sangue o d’uno stesso seme con me, ma perchè partecipa  «r una stessa mente e d’ una stessa  origine divina. Io non posso ricever danno da nessun di loro. Giacché  nessuno mi farà incappar mai nell’inonesto malgrado mio; nè adirarmi posso col mio congiunto, nè diventargli inimico; perchè NOI SIAM NATI PER COOPERARE L’UN COLL’ALTRO, siccome i piedi, siccome le mani, siccome le palpebre, siccome i denti di sopra e i denti di sotto. E però l’andare a ritroso l’ un dell’altro è cosa contro natura, ed è uno andare a ritroso lo adirarsi l’un coll’altro e l’aversi in dispetto. Questo checchessia, che io mi sono, è un composto di carni, di fiato, e della parte sovrana. Lascia  stare i libri; non travagliartene più;  non ne hai più il tempo. Ma, come quegli che sei presso a morire, metti le carni in non cale; elle non sono  altro che sangue, ossicini, e una rezza, per così dire, di nervi, di vene  [La parte sovrana, cioè la ragione o la  mente e d’arterie. Vedi anche il fiato che  cos’è: imvento; e non sempre il  medesimo, ma di continuo rigettato  e rinnovellato. Rimane la parte sovrana. A questa hai da badare. Tu sei vecchio. Non lasciare che ella serva più oltre. Non lasciare che ella sia tirata più oltre, quasi fantoccino, da appetizioni insociali; non lasciare  che ella contraddica più oltre al destino, 0 crucciandosi delle cose presenti o respignendo da sè le cose  avvenire. Le opere degli dei sono ripiene di  provvidenza. Le opere della fortuna  non sono infuori della natura, cioè  di quella coordinazione e connessione di cause cui la provvidenza  governa. Tutto scaturisce di là. Aggiugni che quanto è, di necessità è, ed è utile all’ universo di che tu sei parte. Ora, ad ogni parte della natura è buono ciò che porta la natura comune e che è sostentativo di quella. E sostentano il mondo, siccome  le mutazioni degli elementi, cosi ancora le mutazioni dei composti di essi  elementi. Queste cose ti bastino, queste sieno sempre mai le tue ferme credenze. E caccia via quella tua sete di libri, affinchè tu non muoia morando, ma sereno e ringraziando gli dei sinceramente e di cuore. Ricordati da quanto tempo tu vai differendo queste cose, e quante volte, avendo ricevuto opportunità  dagli dei, non te ne sei valuto. E convien pure che tu riconosca una  volta di qual mondo fai parte e da quale reggitor del mondo sei emanato; e siccome un tempo ti è prefìsso, del quale se tu non fai uso per  acquistare la tranquillità dell’ animo, egli passerà, e tu passerai, e non sarà  più. per ritornare. Sii sempre INTENTO AD OPERAR GAGLIARDAMENTE DA ROMANO E DA MASCHIO QUAL SEI, quel che hai por le mani, con serietà diligente e non punto affettata, con amorevolezza, con libertà, con integrità; e sgom-bra l’animo tuo da ogni altra cui*a. Lo sgombrerai, se farai ciascuna tua azione come se fosse l’ultima della tua vita, scevra affatto di leggerezza, e di avversione appassionata ai consigli della ragione, e di doppiezza, e di amor proprio, e di scontentezza  per le cose condestinate ab eterno con te. Vedi quanto poco ci vuole perchè altri possa vivere una vita  avventurosa e accetta agli dei! Chè  di fatti gli dei non richiederanno  nulla più da chi osserva cotesto. Disonorati su, disonorati, o anima; d’onorarti poi, non ti rimarrà  più tempo. Perchè tanto di bene ha ciascheduno, quanto la sua vita glie  ne arreca; e tu hai pressoché consumato la tua, non già rispettando. Con/’ala/ia, disse CICERONE usando anch’egli una voce ignota sinallora ai latini. 2t)   te medesima, ma riponendo nelle  anime altrui la tua felicità. Se’ tu svagato dalle impressioni  del di fuori? Concedi agio a te stesso  di imparare alcun che di buono, o cessa dall’errare qua e là. Ornai anche hai da guardarti da un  secondo svagamento. Perchè vaneggiano anche con le azioni gli uomini  stanchi della vita e non aventi uno scopo a cui dirigano ogni loro sforzo  ed ogni lor pensiero qualunque. Per non avere avvertito ciò che  succede nell’anima d’un altro, di  rado l’uomo fu mai veduto infelice, ma chi non avverte i moti dell’ anima  propria, è infelice di necessità. Queste ione conviene avere a  mente sempre. Quale è la natura dell’universo e quale la mia. Qual relazione ha questa con quella. Qual parte è del tutto e di qual tutto. E come nessuno può impedirti dal far sempre E DIRE ciò che è consentaneo alla natura di che sei parte.  Filosoficamente Teofrasto, nel  paragone ch’ei fa dei peccati, secondo che volgarmente si suole,  afferrna esser più gravi le colpe che  si commettono PER CONCUPISCENZA  che  non quelle che si commettono PER IRA. Imperocché non senza un certo dolore e raggricchiamento segreto  deir animo mostra l’uomo adirato ch’egli si torca dalla ragione; laddove CHI PECCA PER CONCUSPISCENZA, VINTO DAL PIACERE, sembra, in un certo modo, più intemperante e più EFFEMINTATO nel fallo. Rettamente adunque e con molta filosofia dice egl’essere maggiore la colpa di chi PECCA CON PIACERE che non di chi pecca con  dolore. Ed infine,’ uno rassomiglia  piuttosto a persona ingiustamente  [volgarmeutu: detto por opposiziono al dettato stoico, essere i peccati uguali. olTesa, che il dolore abbia sforzato a  sdegnarsi. Ma l’altro si muove spontaneo e da per sè all’ingiustizia, recandosi PER CONCUPISCENZA  a far checchessia. Convien pensare ed operare  ogni cosa come se tu dovessi uscir di vita in quell’ ora. Uscir di vita, se ci sono gli Dei, non è punto cosa tremenda. Da che non è possibile ch’essi ti vogliano fare incappar nel male e se non ci sono, o se non  curano le cose umane, a che vivere  in un mondo orbo di provvidenza e d’Iddei? Ma e ci sono gl’iddei, e si  piglian cura dell’uomo; e perch’egli  non inciampasse nei mali veri, posero in arbitrio di lui la cosa; dei  rimanenti se alcun fosse male, a  quello ancora avrian provveduto, sì  che potesse ognuno guardarsene. Ma  quello che non fa peggiore l’uomo,  come farebbe peggiore la vita dell’uomo? Oltre che la natura dell’ universo non saria stata mai trascurata A TAL SEGNO non, perdi ella non sapesse; non, perchè sapendo non potesse); non saria mai, dico, nè per  impotenza nè per disavvedutezza incorsa in tanto errore da lasciare che  i beni e i mali toccassero del pari  e senza differenza nessuna ai buoni  ed ai tristi. E pur noi veggiamo che  la morte e la vita, la gloria e l’infamia, il dolore e il piacere, le ricchezze o la povertà, cose tutte che  non sono nè oneste nè inoneste, toccano senza differenza ai tristi ed ai  buoni. Adunque, nè benf olle sono  nè mali. Come tosto svanisce e va a perdersi ogni cosa, nel vortice del mondo i corpi, e nello avvicendarsi del  tempo la memoria di quelli! quali  sono tutte le cose sensibili, e massimamente quelle clic adescano col  piacere o atterriscono col dolore o  sono dalla vanità degli uomini celebrate! quanto son vili, dispregevoli,  sucide, corrottibili, morte! questo è . da considerare per una facoltà intellettiva: che cosa son coloro le opinioni dei quali e le voci distribuiscono la fama; che cosa è il morire;  e siccome, chi lo considera solo da  per sè, separandolo con la mente da  tutto ciò che la fantasia v’ ha aggiunto, non se ne fa più concetto se  non come di operazione della natura:  ora il temere un’ operazione della natura è cosa da fanciullo. E questa  non solo è operazione della natura,  ma operazione utile a quella. In  che maniera 1’ uomo comunica con  Dio, e per qual parte di sè; e come  disposta debb’ essere allora questa  parte dell’ uomo. Non v’ ha misero al pari di  colui che va esplorando in giro ogni  cosa, come disse quell’ altro, anche  le cose di sotterra, e vuol penetrare,  per via di congetture, ciò che sta nell’ animo del vicino, senza accorgersi che gli basterebbe pure tenersi  accanto al genio che è in- lui, e servir quello di cuore. Servire il genio  che è in noi,' vuol dire mantenerlo  netto di passione, di operar temerario, e di scontentezza per cosa che  venga dagli Dei o dagli uomini. Perchè quel che viene dagli Dei è venerabile, per la virtù eh’ è in loro:  quel che vien dagli uomini è amichevole, per la parentela che abbiam  con loro; e talvolta anche compas- 1  sionevole per l’ ignoranza in che '  sono de’ beni e dei mali; cecità non  minore di quella che impedisce di  scernere il bianco dal nero.  Quand’ anche tu avessi a vivere  tre migliaia d’ anni ed altrettante  diecine di migliaia, sovvengati nondimeno che r uomo non perde altra  vita che quella eh’ egli vive, nè vive   Inteudi la ragione.   altra vita che quella ch’egli perde.  Ad uno stesso fine adunque riescono  e la più lunga vita e la più breve.  Perchè il presente è uguale per tutti,  se bene non è uguale lo spazio di  vita insino allora trascorso; e così  appare che il tempo che l’ uom perde  è un momento indivisibile. Nè il passato di fatti nè il futuro non può  perdere egli mai; come perdere ciò  che non ha? Di questi due punti  adunque ti hai da ricordare; l’uno,  che il mondo va eternalmente sempre ad un modo, ravvolgendosi come  in un cerchio, e che non v’ ha differenza dal vedere le stesse cose per  cento anni al vederle per dugehto o  per la infinità dei secoli; l’ altro, che  ugual vita perde e chi muor decrepito  e chi muore'per tempissimo; perchè  il presente è la sola vita che venga  lor tolta, essendo la sola che ciascun  d’ essi abbia, e nessuno non potendo  perdere quel che non ha. Siccome tutto è opinione. È noto il detto di Monimo il cinico. E  nota anche V utilità di quello, chi ne  colga il midollo per insino ai confini  del vero. L’anima umana fa onta a sè  stessa, primieramente quando ella;  diventa, per quanto sta in lei, come  chi dicesse un apostema o tumore  del mondo, ritraendosi da quello come fan gli umori guasti dal corpo. Perchè il crucciarsi di un accidente  qualunque è un ritrarsi dalla natura  univei-sale, dentro alla quale son  contenute, siccome parti di quella,  tutte le nature degli altri. In secondo  luogo, quando ha avversione a un  [Diceva che] [Ogni nostra opinione è fumo e boria. “Apostema” in greco vuol dire ad un tempo  ed apostema e ritiramento. È solenne agli  stoici il torre esempi, nelle cose morali,  dalla natura fisica, siccome quella in cui è  contenuta, secondo loro, ancho la natura  morale. qualche uomo, od anche se gli volge  contro per nuocergli, come le anime  degli adirati. In terzo luogo ella fa  onta a sè stessa quando si lascia vincere dal piacere o dal dolore. Quarto,  quando ella s’ infinge ed opera o  parla con simulazione e contro la  verità. Quinto, quando ella non indirizza a nessuno scopo una qualche  sua azione o una qualche sua determinazione di volontà, ma opera a  caso e senza sapere che cosa si faccia; laddove nè anche le minime cose  non (iovrian farsi mai se non con relazione al fine. E il fine degli animali ragionevoli è il conformai'si alla ragione  e legge della più antica fra le città e  le repubbliche e della più veneranda. Della vita umana, la durata è  un punto; la materia, fluente; il  senso, tenebre; la compagine di tutto  il corpo, corruzione; l’anima,* un   La città e repubblica del mondo. Per anima qui non s' intendo certamente  ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa  mala a prevedere; la fama, cosa  senza giudizio. E a dirla in breve, ciò che riguarda il corpo, è un torrente; ciò che riguarda l’ anima, sogno e fumo; la vita tutta intera,  guerra e pellegrinaggio; e la rinomanza che le vien dopo, oblio. Che i  adunque v’ ha a cui tu ti possa attenere? Sola ed unica una cosa; la  filosofia. E questa consiste nel custodire per tal modo il genio interno,  eh’ egli non riceva nè onta nè danno,  sia superiore al piacere e alla pena,  non operi nulla a caso, nè infìntamente 0 con animo d’ ingannare, nè  abbia bisogno mai che altri faccia o  non faccia checchessia; inoltre accetti ogni avvenimento a lui desti r anima ragionevole, nè la mente, o la parte  sovrana, o il genio interno menzionato nelle,  linee segnenti; ma solamente il principio della vita animale [Una distinzione è fatta distinzione fra corpo, anima e mente. nato siccome cosa che gli viene di  colà d’ onde è venuto egli stesso;  sovra tutto poi, aspetti la morte con  mente serena, siccome nulla più che  dissoluzione degli elementi onde ogni  animale è composto; ai. quali se non  è grave lo essere trasmutati di continuo r uno nell’ altro, per qual cagione si avrà ella a temere la trasmutazione e la dissoluzione d’ essi  tutti in una volta? Ella è cosa secondo natura; e nulla che sia secondo natura non è mai un male. Tn Carnvnto,  Non solamonte è da considerare che la vita si va consumando  ogni dì, e che sempre ce ne riman  meno, ma eziandio che egli è incerto, ove ancor l’uomo viva lungamente, s’egli avrà sempre vigor 'di  mente che basti per la intelligenza  degli affari e la contemplazione che  ha per iseopo la conoscenza delle  cose divine ed umane. Perchè, quando egli incominci a vaneggiare, non  cesserà però, egli è vero, nè di traspirare, nè di nudrirsi, nè di avere  immaginazioni, nè appetiti, nè altre cose di tal fatta; ma valersi di sè  stesso, ma avvertire distintamente  tutti i numeri * del dovere, ma chiarire i propri concetti, ma, quel che  importerebbe allora, deliberare se  sia già tempo per lui di andatene,®  e quante altre cose richieggono una  raziocinativa molto bene esercitata,  cotesto non potrà egli più, chè la  facoltà sarà spenta anzi tempo. Conviene adunque affrettJirsi, non solamente perchè ci facciamo ognora  più vicini alla morte, ma ancora  perchè cessano in noi anzi il finir  della vita la intelligenza e la comprensione delle cose. È degno pure d’ osservazione  che anche quelle cose le quali sono  un mero accompagnamento necessario  [‘Onesto’ chiamano gli stoici il perfetto  bene per lo avere esso tutti i numeri che la  natura richiede.] [Secondo gli stoici non dovea rimanere  in vita r nomo che non potea più adempire  gli uffici d’uomo] d’ ima operazione della natura  hanno un non so che di grazioso e  di dilettevole. Per esempio, cocendosi il pane, si screpola in certi luoghi. Or bene, anche quelle così fatte  screpolature che stan là, per così  dire, fuori dell’ intenzione del fornaio, hanno un certo garbo o muovono r appetito in un certo modo  lor proprio. Ancora i fichi, quando  sono ben maturi, si aprono. E nelle  ulive lasciate lunga pezza in su V albero, quello stesso essere già vicine  a corrompersi, aggiugne al frutto  una certa bellezza particolare. E le  spighe che s’ inchinano, e la guardatura del leone, e la schiuma che  esce fuori di bocca al cinghiale, e  molte altre cose le quali, considerate  da per sè, sono lontane da ogni bellezza, nondimeno, perch’ elle accompagnano necessariamente un’ opera  della natura, aggiungono a quella  ornamento e dilettano altrui. Di maniera che, chi avesse altezza d’ ingegno e considerasse ad una ad una  le cose che accadono nell’ universo  mondo, nessuna ne troverebbe per  avventura, anche di quelle che sono  mera conseguenza- necessaria delle  altre, la quale non gli paresse farsi  con una certa grazia. Costui vedrebbe la gola spalancata d’ una fièra viva  con non meno piacere che quando  gli scultori o i pittori glie la fan  vedere imitata; e nelle vecchiarelle  e nei vecchi scorgerebbe un certo  che di finito e di maturo non meno  piacevole ai casti occhi di lui che  là venustà dei fanciulli; e molte altre  cose gl’ incontrerebbe di vedere, che  non fan senso in tutti, ma solamente  in chi s’ è veramente addimesticato  con la natura e con le opere di  quella. Ippocrate cura di molti ammalati. Poi s’ammala egli stesso, e muore. I caldei predicono a molti la morte, e poi venne anche per loro  la morte. Alessandro e Pompeo e Giulio Caio Cesare, i quali distrussero dalle fondamenta le tante città, e tagliarono a pezzi in giornata campale le tante migliaia di cavalli e di fanti, usceno poi anch’essi di vita, alla  fine. Eraclito, dopo avere con tanta sapienza e ragioni naturali discorso intorno alla conflagrazione del mondo, gonfiatosegli d’acqua il corpo,  coperto di letame se ne muore. DEMOCRITO e spento da’ pidocchi, SOCRATE da pidocchi d’ un’ altra sorta. Che è ciò? Ti se’ imbarcato, hai navigato, sei giunto; esci di nave. Se  per andare ad un’altra vita, nessun  luogo è vuoto di iddii, e nè anche [Diogene Laerzio narra che Democrito  mori di vecchiaia. LUCREZIO, che nscì spontaneamente di vita, perchè sente il suo  spirito indebolirsi per effetto degli anni. Non trovasi nota alcuna  tradizione che concordi con ciò che qui dice Antonino] quello dove vai; se per rimanere  senza sentimento, avrai finito di soffrire i dolori E I PIACERI e di dovere andare a versi ad un vaso che è di  tanto inferiore a quel che gli serve. Perchè l’ uno è mente e genio, e l’altro è terra e sangue. Non consumare quella porzione  che ti rimane di vita nel pensare ai  fatti altrui, ogni volta che tu noi  faccia con un fine di comune utilità. Cioè nello andar fantasticando che cosa opera il tale e per qual cagione, e che dice, e che pensa, e che macchina, e somiglianti cose, le quali  tutte ti fan deviare dalla custodia  della tua parte sovrana. Conviene adunque guardarsi, nella succession  dei pensieri, dall’ozioso e dal vano, ma molto ancora^più dal curioso e dal maligno; ed avvezzar sè stesso a pensar solo tali cose che, quando  altri, all’improvviso ti domandasse, che pensi ora? Tu possa risponder tosto e senza tema. Questo, o quest’altro. Onde appaia subito manifestamente non avervi nulla in te  che non sia schietto e benevolo,  nulla che non convenga ad animai  socievole; il quale non si compiace  nelle immaginazioni di piacere o di  godimento qual eh’ ei sia, o di gaiti  o d’invidia o di sospetto, o di qualunque altra cosa ti facesse arrossire  quando tu avessi a confessare che  l'avevi in mente. Un uomo di tal  fatta, il quale non indugia d’ oggi in  domani a por sè nel novero degli  ottimi, è come un sacerdote e un  ministro degli Dei, devoto, non meno  che agli altri, a quello che ha il suo  tempio in lui medesimo; per virtù  del quale l’ uomo diventa incontaminabile ad ogni jiiacere, invulnerabile ad ogni dolore, inviolabile ad  ogni ingiuria, insensibile ad ogni  malizia, sostenitore in campo della  massima fra le imprese, quella del non essere abbattuto da nessuna  passione, imbevuto di giustizia insino al fondo, disposto ad accogliere  con tutta r anima quanto accàSe e  gli vien destinato, e non occupantesi se non di rado nè mai senza  una grande e pubblica necessità, di  CIÒ che altri fa o dice o pensa; perch’ egli non ha altre azioni in sua  balìa che le proprie, e pensa continuamente alle cose che il fato delr universo gli arreca; per far si che  le prime sieno oneste, siccome ha  fede che le seconde sien buone;  quando la sorte attribuita all’ uomo  procede dalla stessa causa che l’ uomo e concorre insieme con 1’ uomo  ad un medesimo fine. Sa inoltre che  tutti gli esseri ragionevoli han parentela fra loro; che è quindi conforme alla natura dell’ uomo il tener  cura di tutti; benché non sia da far  conto deir opinione di tutti, ma solo  di coloro che vivono secondo natura. Quanto a quelli che vivono altramente, egli tien sempre a memoria  che sorta cT uomini sono, e quali, e  in casa e fuor di casa, e di notte e di  giorno, si dimostrano, e con quali  praticano; non ha quindi in pregio  nessuno la lode che gli può venire  da tallente, la quale nè anche a sè  stessa non piace.   5. Non operar mai nè contro al  tuo volere, nè senza relazione al  bene della società, nè senza avere  esaminato la cosa, nò con renitenza;  non adornare con isquisitezza di frasi  il tuo pensiero: non esser uomo nè  di molte parole, nè di molte faccende.' Ancora, fa’ che il Dio tuo interno abbia a governare in te un  animale maschio, attempato, cittadino, romano, imperatore, apparecchiato di tutto punto, siccome quegli  che non aspetta ornai se non il suono Di molte faccende in cattivo senso, come  chi dicesse faccendone, o faccendiere. della tromba* per uscir della vita,  e non occorre sforzarlovi nè col giuramento, nè con la testimonianza  (f altr’uomo; nel lieto aspetto del  quale ben si scorge non avere egli  bisogno nè dell’ aiuto che vien dal  di fuori, nè della tranquillità che gli  altri procurano. Conviene adunque  esser ritto in piedi già, e non rizzarui solamente. Se tu trovi qualche cosa di meglio nella vita dell’ uomo che la giustizia, che la verità, che la temperanza. che la fortezza, e, in una parola, che quella disposizione della  mente per cui ella si appaga di sè  medesima nelle cose die ti fa operare secondo la retta ragione,, e del  fato, nelle cose che senza partecipazione della tua volontà ti vengono  distribuite; se, dico, tu trovi alcun  che di meglio che questo, a quello   1 Similitudine tolta dagli ordini della  milizia appo i Romani. voiti con tutta l’ anima e godine  siccome di cosa che hai ritrovato  esser l’ottima. Ma se nulla ti si presenta di meglio che il genio stesso  tuo interno, quando si è fatto signore  de’ propri moti, e rivoca ad esame  le proprie immaginazioni, e si è sottratto^ come dice SOCRATE, dalle  passioni del senso, e vive sottomesso . agli Dei e pigliandosi cura degli uomini. Se, a paragone di questa, tutte . le rimanenti cose ti paion picciole  e vili, non dar più luogo appresso  te a nessuna altra, alla quale una  volta che tu ti sentissi propendere,  più non potresti senza repugnanza  preferire a tutti quel bene che è proprio di te ed è il tuo; perchè al  bene j’azionale ed efficiente non  vien contrapposto impunemente mai  nulla che sia di natura diversa, come  le lodi della moltitudine, o il comandare, o i piaceri del senso; tutte  queste cose, per poco che le si paiano   Ò1   adattare,' ti sopralfamio in un attimo  e ti strascinano. Or tu, dico io, scegli schiettamente e liberamente il  meglio, e a quello ti attieni. — Ma  il meglio è l’utile. Se l’utile all’uomo in quanto è ragionevole, bene  sta, quello procura: se l’ utile all’ uo mo in quanto animale, dillo su apertamente e vivi di poi senza boria nò  fasto, secondo quella determinazione. Ma bada, ve’, che non ti inganni  nell’ esame. Non riguardare giammai come i [Par ch’Antonino alluda qui alla teoria dell’adattare le nozioni generali alle cose  particolari, o, del concetto alla rappresentazione, che è ciò in che  consisto il giudizio]. Dillo spiattellatamente, se ardisci, senza  avvolgerti in parole coperte: e ammetti poi  tutte le conseguenze di quel tuo detto: cioè,  vivi poi da animale mero e puro, senza ingerirti a parlare nè di moralità nè di virtù  nè di giustizia, nè d* altro simile, che in  quel caso sarebbero un vano fasto di parole. E provocazione al senso intimo dell'uomo. Utile a te nulla che sia per isforzarti  un dì a violar la fede, abbandonare  il pudore, odiare alcuno sospettare,  maledire, simulare, desiderar cosa j  che abbia bisogno di pareti e di velame. Chi ha posto innanzi ad ogni  altra cosa la sua mente e genio, e  il culto della virtù eh’ è propria di  quello, non fa tragedie, non geme,  non ha bisogno di solitudine, non  di frequenza d’ uomini; quel che più  impoita, vive senza ricercar nulla  nè fuggire; abbia ad esser lungo o,  abbia ad esser corto Tintèrv^allo di  tempo durante il quale sarà contenuta nel corpo l’ anima con che egli  lia a fare,' non se ne piglia nè anclic il minimo pensiero; e quando Con che egli ha a fare. Non veggo che  cosa abbia voluto dire l’ornato. [Il senso letterale del testo è: sia lungo o sia breve  il tempo, eh' egli avrà a far uso dell' anima contenuta nel corpo. Il che, parrai, equivale a dire: sia lungo, o sia breve il tempo  ch'egli ha a vivere. L’è giunta l’ora dello sgombrare, cosi  spiccio se ne va, come se imprendesse un’ altra qualunque di quelle  azioni che si possono con verecondia  e con dignità operare; da questo  solo guardandosi per tutta la vita,,  che veruno dei moti della sua mente non sia mai men che convenevole ad animale intelligente o sociabile.  Nella mente dell’ uom castigato  e puro non troverai nulla di marcio,  nè tampoco nulla di contaminato o  che paia sano al di fuori e noi sia.  La vita di lui, a qualsivoglia ora lo  sorprenda la morte, non è mai imperfetta, come tu diresti quella tragedia d’onde un attore si fosso ritirato prima d’ aver condotto a fine  la sua parte. Ancora non è in lui  nulla di villano, nè nulla di artatamente gentile; nulla che il leghi  alle cose esteriori nè nulla che lo  separi da quelle; nulla onde egli sia palesemente ripreso,' nè nulla che  covi addentro nascosto.  Abbi in rispetto la facoltà giudicativa.^ Per lei sta che non si generi nella tua parte sovrana nessuna  opinione che non sia consona alla  natura o al fine per che 1’ uomo è  ordinato. Ed essa promette la infallibilità, e l’amicizia con gli uomini  e l’ubbidienza agli Dei. Messe adunque da banda tutte  le altre cose, queste poche sole abbi  in mente; ed ancora ricordati che i  r uomo non vive altro tempo che  questo presente, cioè un attimo; il  rimanente o lo ha vissuto o non sa  se il vivrà. Picciola cosa pertanto è  [Intendi: nulla che appaia manifestamente vizioso. Ossia la virtù del non cadere in errore; che vien definita da Zenone la  scienza del quando conviene assentire ad i  un' apparenza, e quando no. Questa accompagna sempre il giudizio comprensivo,  che è il criterio della verità appo gli  stoici. 0 Digitizedh, Cnoi^li:    il tempo che l’ uom vive, picciola cosa rangoletto della terra dov’egli vive. Picciola cosa la fama anche la  più lunga eh’ egli lascerà dietro sè,  e questa tramandantesi per successione d’ omiciattoli in omiciattoli, morti quasi appena nati, ed ignari  anche di sè medesimi, non che di  colui il quale moriva è già gran  pezza.   li. Agli avvertimenti dati sin qui  s’ aggiunga ancora quest’uno, di definir sempre o descrivere l’oggetto  che cade sotto al tuo senso, si che  tu lo scorga a parte a parte distintamente e tutt’ insieme quale egli è  nella sua essenza nudo, e dir teco  stesso il nome proprio di quello e  il nome delle cose di che è composto e in che s’ ha da risolvere. Perchè non v’ ha nulla che sublimi  cotanto l’animo quanto il potere arguire per la diritta via e con verità  ciascuna delle cose che incontrano  nella vita, e saperle vedere per ino»  do da conoscere nello stesso tempo  di qual uso sendo questa tal cosa  al mondo, e a qual mondo, qual  valore ha rispetto al tutto e quale  rispetto air uomo, che è cittadino  della suprema fra le città, della  quale le altre città sono' come altrettante famiglie. Che cosa è, e di  che cosa è composto, e quanto tempo  è por duiare ij cesto che fa impressione ora sul mio senso; di che virtù  s’ ha da far uso con esso, per esempio, della mansuetudine, della fortezza, della veracità, della fede, della  semplicità, della frugalità, o simili.  Però, intorno a ciascuna cosa, convien dire: questa mi viene da Dio. Questa dalla sorte, dalla complicazione delle cause condestinate, e somiglianti cose; quest’ altra dal mio  consorto, dal mio congiunto, dal  partecipe d’ una stessa società con  me, il quale ignora nondimenò ciò  che è secondo natura per lui. Ma   10 non lo ignoro; e però mi governo  con lui secondo la legge naturale  della società, con benevolenza e giustizia; e ad uno stesso tempo ho  riguardo, nelle cose mezzane,' al  valore di ciascheduna. Se tu operi secondo la retta  ragione quel che hai fra mano, studiosamente, c vigorosamente, placidamente, e non t’ occupi d’ altra cosa  tra via, ma conservi puro ed intatto   11 genio tuo, come se tu dovessi già  rassegnarlo; se a lui ti tieni stret Si chiamai! còse mezzane appo gli stoici  quelle che non sono nè ben nè male, cioè  nè virtù nè vizio. Le quali, comecché da  per sè non meritino d' esser cercato nè fuggite, si accettano nondimeno o si rigettano  per r aiuto o disainto che elle possono arrecare alla vita secondo natura. Quelle che  arrecan più aiuto, han più valore: quelle  che più disainto, più disvalore. Di questò  ha da tener conto il savio, ed accettare,  quando gli è data la scelga, quelle che han  più valore, o che han meno disvalore. 0.  Sottintendi « a chi tol diede. » to, nulla aspettando, da nulla rifuggendo, contentandoti dell’ azion tua  presente secondo natura e della eroica verità d’ ogni cosa che tu dica:  felicemente vivrai. Ora non v’ ha  nessuno' che ti possa questo impedire. Come i medici han pronti sempre i loro ferri e strumenti per le  cure inopinate, così abbi tu alla mano  i principi! * per la cognizione delle  cose divine ed umane; e non far  nulla mai, per poco che sia, senza  ricordarti del legame che unisce  queste con quelle. Perchè nulla di  umano farai tu bene se non lo riferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando; perchè non sei per rileggere oramai nè  i tuoi ricordi, hè le azioni degli antichi romani e greci, nè gli estratti  Punti fondamentali di credenza, credenze prime, dommi: decreta. appo CICERONE. d’ autori che riserbavi per la vecchiaia. Studiati dunque d’ arrivare  al fine, e poste da banda le speranze vane, soccorri a te stesso, se  pur ti cale di te, mentre che il puoi.   15. Non sanno * quanti significati  abbiano le parole rubare, seminare,  comperare, riposare, veder quel che  sia da fare, il che non si reca ad  effetto con gli occhi, ma con un’altra sorta di vista. Corpo, anima, mente; del corpo  son le sensazioni, deh’ anima le appetizioni, della mente le credenze.^  Ricevere impressioni nella fantasia  è cosa anche da giumento; esser  mosso da appetiti è cosa anche da  fiera, anche da androgino, anche  da Falaride, anche da Nerone; avere  per iscorta la mente a quello che  ci pare nostro ufficio, è cosa anche    I Sottintendi c gli nomini del volgo. Dommi, decréta. Intendi, a quello che ci par eg$ere noda chi non crede che v’ abbiano  Dei, da chi abbandona la patria, da  chi fa, quando ha chiuso le porte,  ogni opera nefanda. Se adunque  tutte queste cose abbiam comuni  cogli anzidetti, resta che sia proprio  dell’ uomo dabbene lo amare ed abbracciare gli accidenti ad esso condestinati e guardarsi dal macchiare  e turbare con immaginazioni sconce  il genio che risiede nel petto di lui,  ma conservarlo propizio, seguendolo  modestamente* come un Iddio, non  dicendo mai nulla che sia contro  al vero, nè dicendo mai nulla che  sia contro al giusto. Che se nissuno    ttro interene. Questo è il significato generale della parola ufficio appo gli stoici. Solo allor quando le si aggingne l'epiteto di  perfetto denota essa il dovere^ che è come  V intereae iublime dell' uomo. Noto questo  perchè alcuni degli interpreti, e per ultimo  anche il Corai, hanno maravigliosamente  scompaginato - e interpolato questo passo;  frantendendolo. V. Diog. Laerz.; Stobeo; Cic.  de Officiùt otc. degli uomini non gli vuol credere  eh’ egli viva con semplicità, con verecondia, e di buon animo; nè s’adira  egli contro costoro, nè si svia dalla  strada che conduce al fine della yita.  al quale si vuol giunger puro, tranquillo, spedito, e conformato di volontà col proprio destino. La parte che dentro di noi regna, quando è nel suo stato naturale, ha tal disposizione verso gli  accidenti, che senza difficoltà si rivolge sempre al possibile e al dato.  Perch’ella non ama nessuna materia determinata; ma si porta con  eccezione* a quello che si ha proposto, e quando alcun che se le  viene ad attraversare per via, ella  si fa di quello stesso materia; come  il fuoco, quando s’ impadronisce delle  [La parte sovrana o dominante.  [Eccezione: vocabolo stoico. Indica limitazione del proponimento al possibile]. Farò  la tal cosa, se non sarò impedito] cose die incontra, dalle quali una  picciola lampana sarebbe spenta. Ma lo splendido fuoco assimila a sè tosto ogni cosa che se gli butti dentro, e  la consuma, e per quella stessa s’innalza più in su.   2. Nessuna azione sia fatta a caso  mai, nè altrimente che secondo una  delle regole costitutive dell’arte. Van cercando ritiri, alla campagna, alla marina, sui monti; e tu  stesso suoli desiderare siffatti luoghi.  Ma cotesto è da uomo ignorantissimo, potendo tu, a quell’ ora che tu  vuoi, ritirairti in te stesso. Perchè [Ad ogni caso della vita corrispondo  una virtù da esercitare (vedi sopra, III, 11,  e più abbasso, IX, 11, 42): ed ogni virtù è  appo gli stoici nna scienza nello stesso  tempo ed un’ arte: parlo delle virtù propriamente dette. Come scienza quindi e  come arte consta di certo proposizioni o regole, ciascuna delle quali è parte integrante  di quella, e tutto insieme" la costituiscono. Ogni ufficio consta di corti numeri. inroRDi.«4   in nessuno altro luogo si ritira l’ uomo con più tranquillità e con meno  brighe che nell’ anima sua; massimamente chi ci ha dentro tanto  alti oggetti di contemplazione che  il solo affacciarsi a loro procaccia  tosto ogni sorta di agevolezza. Quando dico agevolezza, non voglio dir  altro che buon ordine. Concedi adunque sovente a te questo ritiro e rinnovella quivi te stesso. Breve sia  r espressione ed elementare la forma  di quelle verità contemplative che  avran forza di rasserenare al primo  incontro V anima tua c. rimandarti  senza corruccio alle cose alle quali  ritorni. Perchè, di che cosa ti coi'rucci? Della malizia degli uomini?  Rammentati di quella sentenza, che  gli esseri ragionevoli son fatti gli uni  per gli altri; che il sofferire è parte  della giustizia; che malgrado loro  peccano; che tanti si son già inimicati, sospettati, odiati,  perseguitatisi  a morte, i quali ora sono spenti, son  fatti cenere; e te ne darai pace. 0  ti crucci tu di quella parte che a te  Vien compartita dell’ universale destino? Rinnovella il dilemma. 0 è  la provvidenza o son gli atomi,' oppure gli argomenti con che s’ è dimostrato che il mondo è come una  città. Ma forse tu ti contristi delle  affezioni del corpo? Pensa che non  han più nulla che fare con la mente  i moti o sieno soavi o sieno aspri  del senso, ogni volta che questa s’ è raccolta in sè medesima ed ha conosciuto la sua propria potenza; al che  potrai aggiugnere quelle altre cose  che intorno al piacere e al dolore  hai apparato ed accettato per vere. 0 sarà forse T amor di gloria quello  che ti turba? Considera come è ratto   Si allude al  sistema atomistico di- Epicuro, il quale negava la previdenza, e attribuiva il mondo e  tutti i fenomeni del mondo ad una causa  non intelligente. l’oblio d'ogni cosa, interminato dal runa parte e dall’ altra* il caos della  età, vana cosa il rumore, mutabile,  e inconsiderato chi in apparenza ti‘  esalta, angusto il luogo dove è circoscritto il suo dire. Perchè tutta la  t.erra' è un punto: e qual parte di  essa è l’angoletto che tu abiti? e  quivi ancora quanti avrai lodatori, e  quali? D’or innanzi adunque sovvengati di ritirarti in questa tua villetta di te medesimo; e sopra tutto,  non. t' affannare, non t’agitare, ma  sii libero e vedi le cose da uomo, da ‘  maschio, da cittadino, da mortale.  Ed abbi in pronto, fra le verità alle  quali dovrai far ricprso, queste due  principalmente: 1’ una, che le cose  non arrivano sino all’ anima, anzi  stanno al di fuori immobili;* e i  turbamenti nascono dalla sola opinione [A parte ante e a parte pott come dice  la scuola. [nione, che è dentro. L’ altra, che  quanto tu vedi già già si muta e più  non è quel desso; e rivolgi in mente  ciascuna delle mutazioni alle quali  tu stesso sei inten'enuto. Il mondo^ alterazione. La vita, opinione.  Se la intelligenza ci è comune  a tutti, anche la ragione per cui  siam ragionevoli ci è comune; se  cotesto è, anche la ragione imperativa di ciò che si dee fare o non fare  ci è comune; adunque anche la legge  ò comune; aifunque siam concittadini; adunque partecipiamo tutti ad  una specie di reggimento civile;  adunque il mondo è come una città.  Perchè qual altro direm noi che sia  quel reggimento civile di cui tutto  il genere umano partecipa? Di colà,  da quella città comune, viene a noi  r intelligenza, la ragione, la legge,  o d’ onde verrebbon esse? perchè,  siccome quanto v’ ha in me di terreo viene da una certa terra di cui fa  parte; e quanto v’ ha in me d’umido,  da un altro elemento; e quanto v’ha  di caldo e d’ igneo, da una certa  sorgente propria (nulla venendo mai  dal nulla nè ritornando nel nulla);  così anche la intelligenza dee venire  da qualche cosa.  La morte è come la nascita, un  mistero della natura. Composizione  e risoluzione di certi elementi in  quegli elementi medesimi. Ad ogni  modo non è cosa di  che1’ uomo  debba arrossire; perchè non è cosa  che repugni alla natura dell’ animale  intellettivo o disconsegua al principio della formazione di quello. Tali cose debbono di necessità  farsi in tal modo da questi tali; chi  le vuole altrimente, vuole che il fico  non abbia lattificcio. Del tutto, sovvengati che in brevissimo tempo e  Intendi ripugni, non aia conforme. !'•   tu e costui sarete morti: e che, poco  dopo, non rimarrà più di voi nè anche il nome. Togli via r opinione, ed è tolto  via il « sono stato offeso: » togli via  il « sono stato offeso, » ed è tolta via  r offesa.  Quello che non fa peggiore l’uomo non fa nè anche peggiore la vita  di lui, nè le nuoce, nè esternamente  nè internamente. È necessitata dall’ utile ‘ la natura a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade,  giustamente accade; il che, se tu  osserverai con attenzione, troverai   1 Comune. Più letteralmente: « È necessitata la natura deir utile a far cotesto.» La natura  deir utile, cioè il principio sostanziale dell’utile (chè vuol esser presa sostanzialmente  in questo luogo la voce natura), il quale  evolvendosi, come ragion seminale, successivamente nel tempo, fa che ogni cosa sia  bene. Perchè non conviene dimenticar mai  che, appo gli stoici, l'utile non è altro che  il bene. sempre vero: non solamente, dico,  secondo l’ordine di conseguenza, ma  ancora secondo l’ordine di giustizia;  come se le cose procedessero da tale  che distribuisse a ciascuno secondo il  merito. Osserva adunque, come hai  cominciato; ed ogni cosa che tu fai,  falla con questa condizione, che tu  sia uom dabbene, nel vero significato della parola dabbene. Questo  carattere conserva in ogni tua azione. Non concepir le cose quali le  giudica colui che fa ingiuria, o quali  egli vuole che tu le giudichi; ma  vedile quali sono in realtà. Conviene esser sempre pronto  a queste due cose; fai' solamente  quello che la ragion dell’ arte regia  e legislativa ti suggerisce per 1’ utilità degli uomini; e cangiar partito,  quando altri viene a raddrizzarti e  rimuoverti da una qualche falsa opinione. Ma questo cangiamento dee  farsi sempre per un qualche motivo plausibile, come di giustizia, o  d’ utilità comune, o somigliante; e  non mai perchè la cosa ti piaccia o  sia per arrecarti gloria. Hai la ragione? Si. Che  dunque non 1’ adoperi? Perchè, se  essa fa quanto le spetta, che ti resta  a desiderare? Sei venuto al mondo qual parte; disparirai dentro al tuo generatore. 0, piuttosto, ti raccoglierai nella  ragion seminale di lui, per via di mutazione. Molti grani d’ incenso su uno  stesso altare: l’uno è caduto prima  e l’altro dopo. È lo stesso.  Tra dieci giorni parrai un Dio  a coloro, ai quali pari ora una bestia  e una scimmia, se fai ritorno ai principii e al culto della ragione.  Non come se tu avessi a vivere molte migliaia d’ anni. La morte  ti sovrasta: mentre vivi, mentre ti è  dato, fa’ che tu sia uom dabbene.  Di quante brighe si libera chi  non bada a quello che ha detto il vicino, o ha fatto, o ha pensato, ma solo  a quello eh’ egli stesso fa, affinchè  r opera sua sia giusta, e santa, e  qual si richiede dall’ uomo dabbene !   Non andar guatando attorno i neri  costumi, ma corrér diritto in sulla  linea senza volgersi a destra nè a  manca. Chi vive abbagliato dal  pensiero di lasciar fama dopo morte,  non considera come ciascun di quelli  che si ricordano di lui morrà tosto  aneli’ egli, e poi ancora chi sarà a  costui succeduto, sinattantochè, passando da abbagliato in abbagliato e  da morente in morente, venga a spegnersi affatto ogni memoria. Ma supponi anche immortale chi s’ ha a ricordare di te, ed immortale la fama;  che fa ssi abbia, e nessuno non potendo  perdere quel che non ha. Siccome tutto è opinione. È   «   noto il detto di Monimo il cinico. E  nota anche l’utilità di quello, chi ne  colga il midollo per insino ai confini  del vero. L’anima umana fa onta a sè  stessa, primieramente quando ella;  diventa, per quanto sta in lei, come  chi dicesse un apostema o tumore  del mondo, ritraendosi da quello come fan gli umori guasti dal corpo. Perchè il crucciarsi di un accidente  qualunque è un ritrarsi dalla natura  univei-sale, dentro alla quale son  contenute, siccome parti di quella,  tutte le nature degli altri. In secondo  luogo, quando ha avversione a un   * Diceva che   «Ogni nostra opinione è fumo e boria. Apostema in greco vuol dire ad un tempo  ed apostema e ritiramento. È solenne agli  stoici il torre esempi, nelle cose morali,  dalla natura fisica, siccome quella in cui è  contenuta, secondo loro, ancho la natura  morale. qualche uomo, od anche se gli volge  contro per nuocergli, come le anime  degli adirati. In terzo luogo ella fa  onta a sè stessa quando si lascia vincere dal piacere o dal dolore. Quarto,  quando ella s’ infinge ed opera o  parla con simulazione e contro la  verità. Quinto, quando ella non indirizza a nessuno scopo una qualche  sua azione o una qualche sua determinazione di volontà, ma opera a  caso e senza sapere che cosa si faccia; laddove nè anche le minime cose  non (iovrian farsi mai se non con relazione al fine. E il fine degli animali ragionevoli è il conformai'si alla ragione  e legge della più antica fra le città e le repubbliche e della più veneranda. Della vita umana, la durata è  un punto; la materia, fluente; il  senso, tenebre; la compagine di tutto  il corpo, corruzione; l’anima,* un   [La città e repubblica del mondo. Per anima qui non s' intendo certamente   ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa  mala a prevedere; la fama, cosa  senza giudizio. E a dirla in breve,  ciò che riguarda il corpo, è un torrente; ciò che riguarda l’ anima, sogno e fumo; la vita tutta intera,  guerra e pellegrinaggio; e la rinomanza che le vien dopo, oblio. Che i  adunque v’ ha a cui tu ti possa attenere? Sola ed unica una cosa; la  filosofia. E questa consiste nel custodire per tal modo il genio interno,  eh’ egli non riceva nè onta nè danno,  sia superiore al piacere e alla pena,  non operi nulla a caso, nè infìntamente 0 con animo d’ ingannare, nè  abbia bisogno mai che altri faccia o  non faccia checchessia; inoltre accetti ogni avvenimento a lui desti r anima ragionevole, nè la mente, o la parte  sovrana, o il genio interno menzionato nelle,  linee segnenti; ma solamente il principio ’  della vita animale. Vedi il § 16 del lib. Ili |  dei Bicordi, ove è fatta distinzione fra corpo,  anima c mente. P. I    nato siccome cosa che gli viene di  colà d’ onde è venuto egli stesso;  sovra tutto poi, aspetti la morte con  mente serena, siccome nulla più che  dissoluzione degli elementi onde ogni  animale è composto; ai. quali se non  è grave lo essere trasmutati di continuo r uno nell’ altro, per qual cagione si avrà ella a temere la trasmutazione e la dissoluzione d’ essi  tutti in una volta? Ella è cosa secondo natura; e nulla che sia secondo natura non è mai un male. Tn Carnvnto,   Non solamonte è da considerare che la vita si va consumando  ogni dì, e che sempre ce ne riman  meno, ma eziandio che egli è incerto, ove ancor 1’ uomo viva lungamente, s’egli avrà sempre vigor 'di  mente che basti per la intelligenza  degli affari e la contemplazione che  ha per iseopo la conoscenza delle  cose divine ed umane. Perchè, quando egli incominci a vaneggiare,* non  cesserà però, egli è vero, nè di traspirare, nè di nudrirsi, nè di avere  immaginazioni, nè appetiti, nè altre cose di tal fatta; ma valersi di sè  stesso, ma avvertire distintamente  tutti i numeri * del dovere, ma chiarire i propri concetti, ma, quel che  importerebbe allora, deliberare se  sia già tempo per lui di andatene e quante altre cose richieggono una  raziocinativa molto bene esercitata,  cotesto non potrà egli più, chè la  facoltà sarà spenta anzi tempo. Conviene adunque affrettJirsi, non solamente perchè ci facciamo ognora  più vicini alla morte, ma ancora  perchè cessano in noi anzi il finir  della vita la intelligenza e la comprensione delle cose.  È degno pure d’ osservazione  che anche quelle cose le quali sono  un mero accompagnamento neces [“Onesto” chiamano (gli stoici) il perfetto  bene per lo avere esso tutti i numeri che la  natura richiede. Secondo gli stoici non dovea rimanere  in vita r nomo che non potea più adempire  gli uffici d’uomo, 0. ] sario d’ ima operazione della natura  hanno un non so che di grazioso e  di dilettevole. Per esempio, cocendosi il pane, si screpola in certi luoghi. Or bene, anche quelle così fatte  screpolature che stan là, per così  dire, fuori dell’ intenzione del fornaio, hanno un certo garbo o muovono r appetito in un certo modo  lor proprio. Ancora i fichi, quando  sono ben maturi, si aprono. E nelle  ulive lasciate lunga pezza in su V albero, quello stesso essere già vicine  a corrompersi, aggiugne al frutto  una certa bellezza particolare. E le  spighe che s’ inchinano, e la guardatura del leone, e la schiuma che  esce fuori di bocca al cinghiale, e  molte altre cose le quali, considerate  da per sè, sono lontane da ogni bellezza, nondimeno, perch’ elle accompagnano necessariamente un’ opera  della natura, aggiungono a quella  ornamento e dilettano altrui. Di maniera che, chi avesse altezza d’ ingegno e considerasse ad una ad una  le cose che accadono nell’ universo  mondo, nessuna ne troverebbe per  avventura, anche di quelle che sono  mera conseguenza- necessaria delle  altre, la quale non gli paresse farsi  con una certa grazia. Costui vedrebbe la gola spalancata d’ una fièra viva  con non meno piacere che quando  gli scultori o i pittori glie la fan  vedere imitata; e nelle vecchiarelle  e nei vecchi scorgerebbe un certo  che di finito e di maturo non meno  piacevole ai casti occhi di lui che  là venustà dei fanciulli; e molte altre  cose gl’ incontrerebbe di vedere, che  non fan senso in tutti, ma solamente  in chi s’ è veramente addimesticato  con la natura e con le opere di  quella.  Ippocrate curò di molti ammalati, e poi s’ ammalò egli stesso e  muore. I caldei predissero a molti la morte, e poi venne anche per loro  la morte. Alessandro e Pompeo e Caio Cesare, i quali distrussero dalle  fondamenta le tante città, e tagliarono a pezzi in giornata campale le  tante migliaia di cavalli e di fanti,  uscirono poi anch’ essi di vita, alla  fine. Eraclito, dopo avere con tanta  sapienza e ragioni naturali discorso  intorno alla conflagrazione del mondo, gonfiatosegli d’acqua il corpo,  coperto di letame se ne morì. DEMOCRITO e spento da’ pidocchi, SOCRATE da pidocchi d’ un’ altra sorta.  Che è ciò? Ti se’ imbarcato, hai navigato, sei giunto; esci di nave. Se  per andare ad un’ altra vita, nessun  luogo è vuoto di Iddii, e nè anche   [Diogene Laerzio narra che Democrito  mori di vecchiaia; Lncrezio, che nscì spontaneamente di vita, perchè sentiva il suo  spirito indebolirsi per effetto degli anni.  Non trovasi nell' antichità a noi nota alcuna  tradizione che concordi con ciò che qni dice  Antonino. P.    quello dove vai; se per rimanere  senza sentimento, avrai Unito di soffrire i dolori e i piaceri, e di dovere  andare a versi ad un vaso che è di  tanto inferiore a quel che gli serve.  Perchè l’ uno è mente e genio, e  r altro è terra e sangue. Non consumare quella porzione  che ti rimane di vita nel pensare ai  fatti altrui, ogni volta che * tu noi  faccia con un fine di comune utilità;  cioè nello andar fantasticando che  cosa opera il tale e per qual cagione,  e che dice, e che pensa, e che macchina, e somiglianti cose, le quali  tutte ti fan deviare dalla custodia  della tua parte sovrana. Conviene  adunque guardarsi, nella succession  dei pensieri, dall’ ozioso e dal vano,  ma molto ancora^più dal curioso e  dal maligno; ed avvezzar sè stesso  a pensar solo tali cose che, quando  altri, all’ improvviso ti domandasse,  che pensi ora? tu possa risponder tosto e senza tema: questo, o quest’ altro; onde appaia subito manifestamente non avervi nulla in te  che non sia schietto e benevolo,  nulla che non convenga ad animai  socievole; il quale non si compiace  nelle immaginazioni di piacere^ o di  godimento qual eh’ ei sia, o di gaiti  o d’invidia o di sospetto, o di qualunque altra cosa ti facesse arrossire  quando tu avessi a confessare che  l'avevi in mente. Un uomo di tal  fatta, il quale non indugia d’ oggi in  domani a por sè nel novero degli  ottimi, è come un sacerdote e un  ministro degli Dei, devoto, non meno  che agli altri, a quello che ha il suo  tempio in lui medesimo; per virtù  del quale l’ uomo diventa incontaminabile ad ogni jiiacere, invulnerabile ad ogni dolore, inviolabile ad  ogni ingiuria, insensibile ad ogni  malizia, sostenitore in campo della  massima fra le imprese, quella del non essere abbattuto da nessuna  passione, imbevuto di giustizia insino al fondo, disposto ad accogliere  con tutta r anima quanto accàSe e  gli vien destinato, e non occupantesi se non di rado nè mai senza  una grande e pubblica necessità, di  CIÒ che altri fa o dice o pensa; perch’ egli non ha altre azioni in sua  balìa che le proprie, e pensa continuamente alle cose che il fato delr universo gli arreca; per far si che  le prime sieno oneste, siccome ha  fede che le seconde sien buone;  quando la sorte attribuita all’ uomo  procede dalla stessa causa che l’ uomo e concorre insieme con 1’ uomo  ad un medesimo fine. Sa inoltre che  tutti gli esseri ragionevoli han parentela fra loro; che è quindi conforme alla natura dell’ uomo il tener  cura di tutti; benché non sia da far  conto deir opinione di tutti, ma solo  di coloro che vivono secondo natura.   Quanto a quelli che vivono altramente, egli tien sempre a memoria  che sorta cT uomini sono, e quali, e  in casa e fuor di casa, e di notte e di  giorno, si dimostrano, e con quali  praticano; non ha quindi in pregio  nessuno la lode che gli può venire  da tallente, la quale nè anche a sè  stessa non piace. Non operar mai nè contro al  tuo volere, nè senza relazione al  bene della società, nè senza avere  esaminato la cosa, nò con renitenza;  non adornare con isquisitezza di frasi  il tuo pensiero: non esser uomo nè  di molte parole, nè di molte faccende.' Ancora, fa’ che il Dio tuo interno abbia a governare in te un  animale maschio, attempato, cittadino, romano, imperatore, apparecchiato di tutto punto, siccome quegli  che non aspetta ornai se non il suono   Di molte faccende in cattivo senso, come  chi dicesse faccendone, o faccendiere. della tromba* per uscir della vita,  e non occorre sforzarlovi nè col giuramento, nè con la testimonianza  (f altr’ uomo; nel lieto aspetto del  quale ben si scorge non avere egli  bisogno nè dell’ aiuto che vien dal  di fuori, nè della tranquillità che gli  altri procurano. Conviene adunque  esser ritto in piedi già, e non rizzarui solamente.   6. Se tu trovi qualche cosa di me- •  glio nella vita dell’ uomo che la giustizia, che la verità, che la temperanza. che la fortezza, e, in una parola, che quella disposizione della  mente per cui ella si appaga di sè  medesima nelle cose die ti fa operare secondo la retta ragione,, e del  fato, nelle cose che senza partecipazione della tua volontà ti vengono  distribuite; se, dico, tu trovi alcun  che di meglio che questo, a quello [Similitudine tolta dagli ordini della  milizia appo I ROMANI. 0Virco \urcIio. rivolgiti con tutta l’ anima e godine  siccome di cosa che hai ritrovato  esser V ottima. Ma se nulla ti si presenta di meglio che il genio stesso  tuo interno, quando si è fatto signore  de’ propri moti, e rivoca ad esame  le proprie immaginazioni, e si è sottratto^ come diceva Socrate, dalle  passioni del senso, e vive sottomesso . agli Dei e pigliandosi cura degli uomini; se, a paragone di questa, tutte . le rimanenti cose ti paion picciole  e vili, non dar più luogo appresso  te a nessuna altra, alla quale una  volta che tu ti sentissi propendere,  più non potresti senza repugnanza  preferire a tutti quel bene che è proprio di te ed è il tuo; perchè al  bene j’azionale ed efficiente non  vien contrapposto impunemente mai  nulla che sia di natura diversa, come  le lodi della moltitudine, o il comandare, o i piaceri del senso; tutte  queste cose, per poco che le si paiano adattare,' ti sopralfamio in un attimo  e ti strascinano. Or tu, dico io, scegli schiettamente e liberamente il  meglio, e a quello ti attieni.  Ma  il meglio è l’utile. Se l’utile alr uomo in quanto è ragionevole, bene  sta, quello procura: se l’ utile all’ uomo in quanto animale, dillo su apertamente® e vivi di poi senza boria nò  fasto, secondo quella determinazione. Ma bada, ve’, che non ti inganni  nell’ esame.  Non riguardare giammai come    i [Par che Antonino alluda qui alla teoria  dello adattare le nozioni generali alle cose  particolari, o, come diremmo noi, del concetto alla rappresentazione, che è ciò in che  consisto il giudizio. Dillo spiattellatamente, se ardisci, senza  avvolgerti in parole coperte: e ammetti poi  tutte le conseguenze di quel tuo detto: cioè,  vivi poi da animale mero e puro, senza ingerirti a parlare nè di moralità nè di virtù  nè di giustizia, nè d* altro simile, che in  quel caso sarebbero un vano fasto di parole. E provocazione al senso intimo dell'uo-mo. Utile a te nulla che sia per isforzarti  un dì a violar la fede, abbandonare  il pudore, odiare alcuno sospettare,  maledire, simulare, desiderar cosa j  che abbia bisogno di pareti e di velame. Chi ha posto innanzi ad ogni  altra cosa la sua mente e genio, e  il culto della virtù eh’ è propria di  quello, non fa tragedie, non geme,  non ha bisogno di solitudine, non  di frequenza d’ uomini; quel che più  impoita, vive senza ricercar nulla  nè fuggire; abbia ad esser lungo o,  abbia ad esser corto Tintèrv^allo di  tempo durante il quale sarà contenuta nel corpo l’ anima con che egli  lia a fare,' non se ne piglia nè anclic il minimo pensiero; e quando   [Con che egli ha a fare. Non veggo che  cosa abbia voluto dire Ornato. Il senso letterale del testo è: sia lungo o sia breve  il tempo, eh' egli avrà a far uso dell' anima contenuta nel corpo. Il che, parrai, equivale a dire: sia lungo, o sia breve il tempo  ch'egli ha a vivere. è giunta V ora dello sgombrare, cosi  spiccio se ne va, come se imprendesse un’ altra qualunque di quelle  azioni che si possono con verecondia  e con dignità operare; da questo  solo guardandosi per tutta la vita,,  che veruno dei moti della sua mente non sia mai men che convenevole ad animale intelligente o sociabile. Nella mente dell’ uom castigato  e puro non troverai nulla di marcio,  nè tampoco nulla di contaminato o  che paia sano al di fuori e noi sia.  La vita di lui, a qualsivoglia ora lo  sorprenda la morte, non è mai imperfetta, come tu diresti quella tragedia d’onde un attore si fosso ritirato prima d’ aver condotto a fine  la sua parte. Ancora non è in lui  nulla di villano, nè nulla di artatamente gentile; nulla che il leghi  alle cose esteriori nè nulla che lo  separi da quelle; nulla onde egli sia palesemente ripreso,' nè nulla che  covi addentro nascosto.  Abbi in rispetto la facoltà giudicativa.^ Per lei sta che non si generi nella tua parte sovrana nessuna  opinione che non sia consona alla  natura o al fine per che 1’ uomo è  ordinato. Ed essa promette la infallibilità,* e l’amicizia con gli uomini  e r ubbidienza agli Dei.Messe adunque da banda tutte  le altre cose, queste poche sole abbi  in mente; ed ancora ricordati che i  r uomo non vive altro tempo che  questo presente, cioè un attimo; il  rimanente o lo ha vissuto o non sa  se il vivrà. Picciola cosa pertanto è   1 Intendi: nulla che appaia manifestamente vizioso. Ossia la virtù del non cadere in errore; che vien definita da Zenono « la  scienza del quando conviene assentire ad i  un' apparenza, e quando no. > Questa accompagna sempre il giudizio comprensivo,  che è il criterio della verità appo g-li  stoici. 0.  Digitizedh, Cnoi^li:   il tempo che l’ uom vive, picciola  cosa rangoletto della terra dov’egli  vive; picciola cosa la fama anche la  più lunga eh’ egli lascerà dietro sè,  e questa tramandantesi per succes- sione d’ omiciattoli in omiciattoli,  morti quasi appena nati, ed ignari  anche di sè medesimi, non che di  colui il quale moriva è già gran  pezza.   li. Agli avvertimenti dati sin qui  s’ aggiunga ancora quest’ uno, di definir sempre o descrivere l’oggetto  che cade sotto al tuo senso, si che  tu lo scorga a parte a parte distintamente e tutt’ insieme quale egli è  nella sua essenza nudo, e dir teco  stesso il nome proprio di quello e  il nome delle cose di che è composto e in che s’ ha da risolvere. Perchè non v’ ha nulla che sublimi  cotanto l’animo quanto il potere arguire per la diritta via e con verità  ciascuna delle cose che incontrano nella vita, e saperle vedere per ino»  do da conoscere nello stesso tempo  di qual uso sendo questa tal cosa  al mondo, e a qual mondo, qual  valore ha rispetto al tutto e quale  rispetto air uomo, che è cittadino  della suprema fra le città, della  quale le altre città sono' come altrettante famiglie. Che cosa è, e di  che cosa è composto, e quanto tempo  è por duiare ij cesto che fa impressione ora sul mio senso; di che virtù  s’ ha da far uso con esso, per esempio, della mansuetudine, della fortezza, della veracità, della fede, della  semplicità, della frugalità, o simili.  Però, intorno a ciascuna cosa, convien dire: questa mi viene da Dio;  questa dalla sorte, dalla complicazione delle cause condestinate, e somiglianti cose; quest’ altra dal mio  consorto, dal mio congiunto, dal  partecipe d’ una stessa società con  me, il quale ignora nondimenò ciò  che è secondo natura per lui. Ma   10 non lo ignoro; e però mi governo  con lui secondo la legge naturale  della società, con benevolenza e giustizia; e ad uno stesso tempo ho  riguardo, nelle cose mezzane,' al  valore di ciascheduna. Se tu operi secondo la retta  ragione quel che hai fra mano, studiosamente, c vigorosamente, placidamente, e non t’ occupi d’ altra cosa  tra via, ma conservi puro ed intatto   11 genio tuo, come se tu dovessi già  rassegnarlo;  se a lui ti tieni stretSi chiamai! còse mezzane appo gli stoici  quelle che non sono nè ben nè male, cioè  nè virtù nè vizio. Le quali, comecché da  per sè non meritino d' esser cercato nè fuggite, si accettano nondimeno o si rigettano  per r aiuto o disainto che elle possono arrecare alla vita secondo natura. Quelle che  arrecan più aiuto, han più valore: quelle  che più disainto, più disvalore. Di questò  ha da tener conto il savio, ed accettare,  quando gli è data la scelga, quelle che han  più valore, o che han meno disvalore. 0.   ^ Sottintendi « a chi tol diede. » to, nulla aspettando, da nulla rifuggendo, contentandoti dell’ azion tua  presente secondo natura e della eroica verità d’ ogni cosa che tu dica:  felicemente vivrai. Ora non v’ ha  nessuno' che ti possa questo impedire. Come i medici han pronti sempre i loro ferri e strumenti per le  cure inopinate, così abbi tu alla mano  i principi! * per la cognizione delle  cose divine ed umane; e non far  nulla mai, per poco che sia, senza  ricordarti del legame che unisce  queste con quelle. Perchè nulla di  umano farai tu bene se non lo riferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando; perchè non sei per rileggere oramai nè  i tuoi ricordi, hè le azioni degli antichi romani e greci, nè gli estratti   * Punti fondamentali di credenza, credenze prime, dommi: decreta.appo Cicerone. d’ autori che riserbavi per la vecchiaia. Studiati dunque d’ arrivare  al fine, e poste da banda le speranze vane, soccorri a te stesso, se  pur ti cale di te, mentre che il puoi. Non sanno * quanti significati  abbiano le parole rubare, seminare,  comperare, riposare, veder quel che  sia da fare, il che non si reca ad  effetto con gli occhi, ma con un’altra sorta di vista. Corpo, anima, mente; del corpo  son le sensazioni, deh’ anima le appetizioni, della mente le credenze.^  Ricevere impressioni nella fantasia  è cosa anche da giumento; esser  mosso da appetiti è cosa anche da  fiera, anche da androgino, anche  da Falaride, anche da Nerone; avere  per iscorta la mente a quello che  ci pare nostro ufficio,* è cosa anche  Sottintendi c gli nomini del volgo.  Dommi, decréta. Intendi, a quello che ci par eg$ere noda chi non crede che v’ abbiano  Dei, da chi abbandona la patria, da  chi fa, quando ha chiuso le porte,  ogni opera nefanda. Se adunque  tutte queste cose abbiam comuni  cogli anzidetti, resta che sia proprio  dell’ uomo dabbene lo amare ed abbracciare gli accidenti ad esso condestinati e guardarsi dal macchiare  e turbare con immaginazioni sconce  il genio che risiede nel petto di lui,  ma conservarlo propizio, seguendolo  modestamente* come un Iddio, non  dicendo mai nulla che sia contro  al vero, nè dicendo *mai nulla che  sia contro al giusto. Che se nissuno    ttro interene. Questo è il significato generale della parola ufficio appo gli stoici. Solo  allor quando le si aggingne l'epiteto di  perfetto denota essa il dovere^ che è come  V intereae iublime dell' uomo. Noto questo  perchè alcuni degli interpreti, e per ultimo  anche il Corai, hanno maravigliosamente  scompaginato - e interpolato questo passo;  frantendendolo. Diog. Laerz.; Stobeo; Cic.  de Officiùt otc. 0. degli uomini non gli vuol credere  eh’ egli viva con semplicità, con verecondia, e di buon animo; nè s’adira  egli contro costoro, nè si svia dalla  strada che conduce al fine della yita.  al quale si vuol giunger puro, tranquillo, spedito, e conformato di volontà col proprio destino.  La parte che dentro di noi regna,* quando è nel suo stato naturale, ha tal disposizione verso gli  accidenti, che senza difficoltà si rivolge sempre al possibile e al dato.  Perch’ella non ama nessuna materia determinata; ma si porta con  eccezione* a quello che si ha proposto, e quando alcun che se le  viene ad attraversare per via, ella  si fa di quello stesso materia; come  il fuoco, quando s’ impadronisce delle   [La parte sovrana o dominante.   [Eccezione: vocabolo stoico. Indica limitazione del proponimento al possibile. Farò  la tal cosa, se non sarò impedito. cose die incontra, dalle quali una  picciola lampana sarebbe spenta; ma  lo splendido fuoco assimila a sè tosto  ogni cosa che se gli butti dentro, e  la consuma, e per quella stessa s’innalza più in su.   [Nessuna azione sia fatta a caso  mai, nè altrimente che secondo una  delle regole costitutive dell’arte.*   3. Van cercando ritiri, alla campagna, alla marina, sui monti; e tu  stesso suoli desiderare siffatti luoghi.  Ma cotesto è da uomo ignorantissimo, potendo tu, a quell’ ora che tu  vuoi, ritirairti in te stesso. Perchè   * Ad ogni caso della vita corrispondo  una virtù da esercitare (vedi sopra, III, 11,  e più abbasso, IX, 11, 42): ed ogni virtù è  appo gli stoici nna scienza nello stesso  tempo ed un’ arte: parlo delle virtù propriamente dette. Come scienza quindi e  come arte consta di certo proposizioni o regole, ciascuna delle quali è parte integrante  di quella, e tutto insieme" la costituiscono. Ogni ufficio consta di corti nu meri. 0.  inroRDi. «4 in nessuno altro luogo si ritira l’uomo con più tranquillità e con meno  brighe che nell’ anima sua; massimamente chi ci ha dentro tanto  alti oggetti di contemplazione che  il solo affacciarsi a loro procaccia  tosto ogni sorta di agevolezza. Quando dico agevolezza, non voglio dir  altro che buon ordine. Concedi adunque sovente a te questo ritiro e rinnovella quivi te stesso. Breve sia  r espressione ed elementare la forma  di quelle verità contemplative che  avran forza di rasserenare al primo  incontro V anima tua c. rimandarti  senza corruccio alle cose alle quali  ritorni. Perchè, di che cosa ti coi'rucci? Della malizia degli uomini?  Rammentati di quella sentenza, che  gli esseri ragionevoli son fatti gli uni  per gli altri; che il sofferire è parte  della giustizia; che malgrado loro  peccano; che tanti si son già inimicati, sospettati, odiati, ^perseguitatisi   a morte, i quali ora sono spenti, son  fatti cenere; e te ne darai pace. 0  ti crucci tu di quella parte che a te  Vien compartita dell’ universale destino? Rinnovella il dilemma. 0 è  la provvidenza o son gli atomi,' oppure gli argomenti con che s’ è dimostrato che il mondo è come una  città. Ma forse tu ti contristi delle  affezioni del corpo? Pensa che non  han più nulla che fare con la mente  i moti o sieno soavi o sieno aspri  del senso, ogni volta che questa s’ è.  raccolta in sè medesima ed ha conosciuto la sua propria potenza; al che  potrai aggiugnere quelle altre cose  che intorno al piacere e al dolore  hai apparato ed accettato per vere.   0 sarà forse T amor di gloria quello  che ti turba? Considera come è ratto   [Si allude al  sistema atomistico d’Epicuro, il quale nega la previdenza, e attribuisce il mondo e tutti i fenomeni del mondo ad una causa  non intelligente.. l’oblio d'ogni cosa, interminato dal runa parte e dall’ altra* il caos della  età, vana cosa il rumore, mutabile,  e inconsiderato chi in apparenza ti‘  esalta, angusto il luogo dove è circoscritto il suo dire. Perchè tutta la  t.erra' è un punto: e qual parte di  essa è l’angoletto che tu abiti? e  quivi ancora quanti avrai lodatori, e  quali? D’or innanzi adunque sovvengati di ritirarti in questa tua villetta di te medesimo; e sopra tutto,  non. t' affannare, non t’agitare, ma  sii libero e vedi le cose da uomo, da ‘  maschio, da cittadino, da mortale.  Ed abbi in pronto, fra le verità alle  quali dovrai far ricprso, queste due  principalmente. L’una, che le cose  non arrivano sino all’anima, anzi  stanno al di fuori immobili  e i  turbamenti nascono dalla sola opinione [A parte ante e a parte pott come dice  la scuola], che è dentro. L’ altra, che  quanto tu vedi già già si muta e più  non è quel desso; e rivolgi in mente  ciascuna delle mutazioni alle quali  tu stesso sei inten'enuto. Il mondo, alterazione. La vita, opinione. Se la intelligenza ci è comune  a tutti, anche la ragione per cui  siam ragionevoli ci è comune; se  cotesto è, anche la ragione imperativa di ciò che si dee fare o non fare  ci è comune; adunque anche la legge  ò comune; aifunque siam concittadini; adunque partecipiamo tutti ad  una specie di reggimento civile;  adunque il mondo è come una città. Perchè qual altro direm noi che sia  quel reggimento civile di cui tutto  il genere umano partecipa? Di colà,  da quella città comune, viene a noi  r intelligenza, la ragione, la legge,  o d’ onde verrebbon esse? Perchè,  siccome quanto v’ha in me di terreo viene da una certa terra di cui fa  parte; e quanto v’ ha in me d’umido,  da un altro elemento; e quanto v’ha  di caldo e d’ igneo, da una certa  sorgente propria (nulla venendo mai  dal nulla nè ritornando nel nulla);  così anche la intelligenza dee venire  da qualche cosa. La morte è come la nascita, un  mistero della natura; composizione  e risoluzione di certi elementi in  quegli elementi medesimi. Ad ogni  modo non è cosa di che 1’ uomo  debba arrossire; perchè non è cosa  che repugni alla natura dell’ animale  intellettivo o disconsegua* al principio della formazione di quello.   6. Tali cose debbono di necessità  farsi in tal modo da questi tali; chi  le vuole altrimente, vuole che il fico  non abbia lattificcio. Del tutto, sovvengati che in brevissimo tempo e   [Intendi: ripugni, non aia conforme. !'• tu e costui sarete morti: e che, poco  dopo, non rimarrà più di voi nè anche il nome. Togli via r opinione, ed è tolto  via il « sono stato offeso: » togli via  il « sono stato offeso, » ed è tolta via  r offesa. Quello che non fa peggiore l’ uomo non fa nè anche peggiore la vita  di lui, nè le nuoce, nè esternamente  nè internamente. È necessitata dall’ utile ‘ la natura a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade,  giustamente accade; il che, se tu  osserverai con attenzione, troverai   [Comune. Più letteralmente: « È necessitata la natura deir utile a far cotesto.» La natura  deir utile, cioè il principio sostanziale dell’utile (chè vuol esser presa sostanzialmente  in questo luogo la voce natura), il quale  evolvendosi, come ragion seminale, successivamente nel tempo, fa che ogni cosa sia  bene. Perchè non conviene dimenticar mai  che, appo gli stoici, l'utile non è altro che  il bene. sempre vero: non solamente, dico,  secondo l’ ordine di conseguenza, ma  ancora secondo 1’ ordine di giustizia;  come se le cose procedessero da tale  che distribuisse a ciascuno secondo il  merito. Osserva adunque, come hai  cominciato; ed ogni cosa che tu fai,  falla con questa condizione, che tu  sia uom dabbene, nel vero significato della parola dabbene. Questo  carattere conserva in ogni tua azione. Non concepir le cose quali le  giudica colui che fa ingiuria, o quali  egli vuole che tu le giudichi; ma  vedile quali sono in realtà. Conviene esser sempre pronto  a queste due cose; fai' solamente  quello che la ragion dell’ arte regia  e legislativa ti suggerisce per 1’utilità degli uomini; e cangiar partito,  quando altri viene a raddrizzarti e  rimuoverti da una qualche falsa opinione. Ma questo cangiamento dee  farsi sempre per un qualche motivo plausibile, come di giustizia, o  d’ utilità comune, o somigliante; e  non mai perchè la cosa ti piaccia o  sia per arrecarti gloria.  Hai la ragione? Si. Che  dunque non 1’ adoperi? Perchè, se  essa fa quanto le spetta, che ti resta  a desiderare? Sei venuto al mondo qual parte; disparirai dentro al tuo generatore. 0, piuttosto, ti raccoglierai nella  ragion seminale di lui, per via di mutazione. Molti grani d’ incenso su uno  stesso altare: l’uno è caduto prima  e l’altro dopo. È lo stesso.   16. Tra dieci giorni parrai un Dio  a coloro, ai quali pari ora una bestia  e una scimmia, se fai ritorno ai principii e al culto della ragione. Non come se tu avessi a vivere molte migliaia d’ anni. La morte  ti sovrasta: mentre vivi, mentre ti è  dato, fa’ che tu sia uom dabbene. Di quante brighe si libera chi  non bada a quello che ha detto il vicino, o ha fatto, o ha pensato, ma solo  a quello eh’ egli stesso fa, affinchè  r opera sua sia giusta, e santa, e  qual si richiede dall’ uomo dabbene !   Non andar guatando attorno i neri  costumi, ma corrér diritto in sulla  linea senza volgersi a destra nè a  manca. Chi vive abbagliato dal  pensiero di lasciar fama dopo morte,  non considera come ciascun di quelli  che si ricordano di lui morrà tosto  aneli’ egli, e poi ancora chi sarà a  costui succeduto, sinattantochè, passando da abbagliato in abbagliato e  da morente in morente, venga a spegnersi affatto ogni memoria. Ma supponi anche immortale chi s’ ha a ricordare di te, ed immortale la fama;  che fa egli a te cotesto? E non dico.   a te quando sarai morto, ma a te  mentre sei vivo: che è la lode, se  on forse talora un mezzo per una  qualche dispensazione? Lascia stare ora, che sarebbe inopportuna, la  considerazione dello essere secondo  natura o no e cosa quindi che non  ha pregio se non per rispetto d’ una  qualche altra. Tutto che è bello,  qual che egli sia, è bello da per sè,  ha il termine della sua bellezza dentro di sè, nè annovera tra le sue parti  la lode, e lodato, non diventa nè peggiore, nè migliore. Dico, anche i belli  volgari, le cose belle per materia o  per lavoro artificioso (perchè, in  quanto al bello per essenza, ha egli  mai bisogno di lode alcuna? No,  niente più che la legge, niente più  che la verità, niente più che la benevolenza o la verecondia). Quale di  esse è bella per venir lodata o perde  per venir biasimata? Lo smeraldo  diventa egli peggiore, se non si loda?  E l’oro, l’avorio, la poi^pora, una cetra, una spada; un fiorellino, un arboscello?  Se le anime sussistono dopo  morte, come può, dalla eternità in  qua, contenerle in sè l’aria? E  come contiene la terra i corpi che  da tanti secoli vi sono seppelliti?  Perchè nell’ istesso modo che questi,  dopo essersi conservati alcun tratto  di tempo, col mutarsi di poi e col dissolversi dan luogo ad altri cadaveri:  cosi le anime che passano nell’ aria,  soffermatevisi un certo tempo, si mutano si struggono e accendono, e venendo accolte nella ragion seminale  dell’universo, fan luogo alle altre che  lor vengono appresso. Questo si può  rispondere nella ipotesi che le anime  sussistono dopo morte. E convien  recarsi a mente il numero non solo  dei corpi seppelliti a questo modo,  ma anche di quelli che ogni di e da  noi e dagli altri animali si mangiano. Perchè quanti se ne consuma egli e  se ne seppellisce, per così dire, nei  corpi di coloro che se ne cibano! E  pur nondimeno li cape uno stesso  luogo, pel convertirsi, eh’ essi fanno,  in sangue, pel trasmutarsi loro in  aria od in fuoco. Come giugnere, intorno a ciò, alla  cognizione del vero? Col distinguere  in materia ed in causa. Non isviarti; ma fa’ sì che ogni  atto della tua volontà rappresenti il  giusto e che ogni tuo giudizio serbi  il carattere di comprensivo.  Tutto a me conviene quel che  a te conviene, o mondo. Non è immatura per me nè tardiva nessuna  cosa che sia opportuna per te. Tutto  è frutto per me quel che portano le  tue stagioni, o natura. Da te viene. 0il tutto, in te è il tutto, a te ritorna  il tutto. Queir altro dice: 0 amica  città di Cecrope! ‘ e tu non dirai:  0 amica città di Giove?  Fa’ poche cose » dice colui, se vuoi viver contento. Non era meglio il dire, fa’ le cose che son necessarie, quelle che vuol la ragione d’un animai socievole, e a quel modo ch’ella le vuole? Cosi acquisterai la  contentezza non solo che nasce dal  far bene le cose, ma quella ancora  dell’ averne a far poche. Perchè, se  dalle cose che diciamo e facciamo lu  tronchi via le non necessarie, che  sono il maggior numero, assai più  agio ti rimarrà ed assai brighe avrai  meno. Quindi, ad ogni cosa che sei  per fare, domanderai a te stesso:  Non è questa una di quelle che non   [Aristofane, nella commedia de' contadini [DEMOCRITO, in un frammento conservatoci dallo Stobeo] sono necessarie? E conviene troncar via, non solo le azioni che non  son necessarie, ma anche i pensieri;  perchè in questo modo non avrai nè  anche più* a temere che azioni soverchie li seguano.   Fa’ un po’ il saggio dei  come ti riesce la vita dell’ uomo dabbene, dell’ uomo che accetta con piacere ogni cosa che gli venga compartita dal tutto ed a cui basta che  r azion sua propria sia giusta e la  disposizione dell’ animo suo benevola. Hai tu veduto quelle cose? Vedi  anco queste. Non turbar te medesimo. Fa’ che tu sia semplice. Pecca  egli, un tale? A sè medesimo pecca.  T’ è accaduto qualche cosa? Bene sta;  ab eterno era stato destinato per te,  destinato insieme con te, tutto ciò  che ti accade. Al postutto, breve è  la vita: conviene far guadagno del   [seguendo la ragione ed il  giusto] Sii in te anche quando ti ricrei.  il mondo o è ordinato da una  mente, o è un accozzamento fortuito  di cose, venute d’ ogni parte, sì, ma  non di meno ordinate. 0 credi tu  che possa avervi un cotal ordine in  te e che nell’ universo alberghi il  disordine? massimamente quando ci  vedi, le cose cosi distinte le une dalr altre, così mescolate le une con  r altre e cosi intimamente collegate  tutte insieme col vincolo di reciproca  dipendenza?   28. Neri costumi, eiremminati costumi, costumi duri, brutali, pecorini, puerili, infingardi, falsi, buffoneschi, taverneschi, tirannéschi.   29. Se è uno estraneo nel mondo  chi non sa che cosa c’ è nel mondo,  non è meno un estraneo chi non sa  che cosa vi si fa; un fuoruscito chi  esce fuori della ragion civile; un cieco chi chiude gli occhi della mente; un mendico chi abbisogna d’ altrui e non ha in sè quanto gli fa  d’uopo alla vita: un apostema' del  mondo chi si separa é allontana dalla  ragione della natura comune, avendo  a male ciò che accade; perchè quella  te lo arreca la quale arrecò te* medesimo ancora; una smozzicatura di  città chi distacca la propria anima  dall’ anima comune degli esseri intelligenti, che è una.  Chi filosofa senza tunica, e chi  senza libro. Quest’altro, mezzo ignudo. Non ho pane, die’ egli, e pure  sto fermo nella ragione. Ed io non  ho il cibo della dottrina, e pur ci sto fermo anch’io. Ama l’arte che hai apparato;  in essa ti acqueta; e vivi il rimanente  della tua vita come quegli che ha  accomandato le cose sue con tutta l’anima agli Dei, e che di nessun  uomo non vuol essere ne tiranno nè  servo. Figurati, per esempio, i tempi  di Vespasiano; vedrai le stesse cose  che adesso: uomini che s'accasano,  che educan figli, che s’ammalano,  che muoiono, che fan guerra, che fan  festa, che mercatano, che coltivan la  terra, che adulano, che presumon di  sè, che sospettano, che tendono insidie, che desideran la morte di alcuno,  che mormorano del presente, che  fanno all’amore, che ammassan tesori, che voglion diventar consoli,  diventar principi. Or tutta quell età  è sparita. Passa ai tempi di Traiano] le stesse cose di nuovo. Quella età  è spenta anch’ essa. Considera nello  stesso modo le altre generazioni d’ uomini e le nazioni tutte intere, e vedi  quanti si travagliarono e straziarono  per morir poi poco stante e risolversi negli elementi. Massimamente ricorderai coloro i quali hai veduto  a’ tuoi di aiTaticarsi per cose da nulla  e trascurare quello per che eran nati,  dove era da attendere a questo unicamente e non cercare altra cosa.   Qui è pur necessario il rammentarti che a ciascuna azione corrisponde un certo valore e un grado  di applicazione proporzionato.* Perchè allora solamente eviterai il rincrescimento e la noia, quando non  ti occuperai più di quel che convenga, nelle cose da poco.   33. Le voci che altre volte erano  in uso, or sono antiquate; così an [Termine stoico. Un grado di applicazione (dovutale per  parte deir uomo) proporzionato al valore,  cioè air importanza di essa. E vuol dire che  dobbiamo attendere e applicarci a ciascuna  azione secondo il valore o l' importanza di  essa azione, cioè molto a quelle che hanuo  un gran valore, e meno a quelle che ne hanno  un minore; e fra due di valore ineguale,  attendere piuttosto alla più importante, che  alla meno importante. che i nomi di coloro che una volta  furon celebri, or sono, per cosi dire,  antiquati; Cammillo, Cesene, Voleso,  Leonnato; e poco dopo, Scipione, Catone; poscia Augusto, poscia Adriano  c Antonino. Incerti e favolosi presto  diventano; presto ancora son sepolti  nell’ oblio universale. Parlo di coloro che in un qualche modo furon  chiari e ammirati; perchè, quanto  agli altri, appena han reso l’ ultimo  soffio. «Nessun ne parla più, nessun  ne chiede. Ma che è ella poi,  alla fin fine, la. eternità del nome? Vanità pura. Che è dunque quello  a cui dobbiamo seriamente badare?  Questo solo: che le_ nostre intenzioni  sien giuste; le azioni, utili alla società; le parole, non mai menzognere; e r animo, disposto ad accettare  tutto che accade, siccome cosa necessaria, siccome cosa amica, siccome cosa derivante dallo stesso principio e dallo stesso fonte che noi. Volontario i’ abbandona nelle  mani del Fato, lasciando eh’ egli ti  destini a quelle cose eh’ ei vuole.  E il ricordante e il ricordato,  ambidue han la vita d’ un giorno.  Osserva di continuo coipe ogni  cosa nasce per via di mutazione; ed  avvezzati a pensare che nulla ama  tanto la natura dell’universo, quanto  di mutar le cose che esistono e farne  dell’ altre simili. Perchè ogni cosa  che esiste è seme, in un certo modo,  di quella che per essa esisterà. Ma  tu ti immagini come semi quelli solamente che si gittano nella terra  0 nell’utero. Cotesto è da uomo rozzo  assai. Or ora moirai, e non sei giunto  per anche ad esser semplice, nè imperturbato, nè senza sospetto che le  cose esterne ti possano nuocere, nè  sereno inverso tutti, nè a riporre la  prudenza nel solo operar con giustizia, Guarda alle menti di costoro,  e dei prudenti fra loro; quali cose  fuggono, e quali cercano!   39. Nella mente d’ un altro non  istà il tuo male; nè tampoco in un i  qualche cambiamento o alterazione   di quello che ti circonda. Dove sta  egli adunque?  In quella parte di  te, che giudica intorno ai mali. Quella  parte adunque non giudichi, e tutto  andrà bene. Ancorché la cosa a lei  più vicina, io voglio dire il corpo,  sia tagliata, sia abbruciata, marcisca,  infracidisca, stiasi nondimeno quieta  la pjirte che giudica di siffatti accidenti; cioè giudichi non esser nè j  male nè bene ciò che può accadere !  ugualmente al tristo ed al buono.  Perchè quello che accade ugualmente e a chi vive contro natura e  a chi vive secondo quella, non è cosa  nè secondo natura nè contro. Avvezzati a considerare il mondo come un animale unico, avente  un corpo unico ed un’ anima unica;  e come ad un senso unico, che è il  senso di lui, ogni cosa risponda;  come con un impulso unico - ogni  cosa operi; come ogni cosa concorra  alla produzione d’ogni cosa; e qual  sia la connessione e il concatenamento di tutte.   Sei una animuccia che porta  un cadavero, come diceva Epitteto.  Non è punto un male il venire a mutazione, come non è punto  un bene l’esser nato da mutazione. L’età è come un fiume di cose  che accadono, e una corrente rovinosa; ' appena vedi 1’ una, ed è già  passata ed un’ altra passa, ed un’altra passerà. Tutto quel che accade è cosa  tanto solita e tanto familiare quanto  le rose nella primavera e le frutta  [Intendi rapidissima e non cagione di  rovine, il che sarebbe nn disordine nel mondo,  che è 1' ordine per eccellenza. sa   nella state; nè son da riguardare  altramente la malattia, la’ morte, le  calunnie, le insidie, e tutto quello  che allegra o attrista gli sciocchi. Nella successione dei casi,  quelli che seguitano han sempre relazione di parentela con quelli ché  li han preceduti. Perchè non è già  quivi come un novero di cose indipendenti r una dall' altra, cui la sola  necessità * insieme costringa, ma  sibbene una connessione ragionevole; e come negli enti si ravvisa una  coordinazione armonica degli uni  con gli altri, cosi negli accidenti si  manifesta, non già semplicemente  la successione, ma un certo modo  di parentela mai'aviglioso.   4C. Abbi a mente ognora il detto  di Eraclito; che la morte della terra  è il diventar acqua, la morte delr acqua è il diventare aria, la morte    I Intendi «necessità esterna.» dell’ aria il diventar fuoco e viceversa.* Ricordati ancora di colui che  non sa dove inette la via; e siccome la ragione con la quale gli uomini conversano il più assiduamente,  e che governa ogni cosa, è quella  per r appunto con che essi non van  d’ accordo; e le cose in che s’ imbattono ogni dì, son quelle che ad essi  paiono più strane. E siccome non  conviene fare nè dire a guisa di dormienti; perchè anche dormendo ci  par di fare e di dire; nè come fanciulli che van dietro ai lor padri,  cioè nudamente e semplicemente a  quel modo che abbiamo appreso.   47. Come se un Dio ti avesse detto  che domani sarai morto, o posdomani [Pasfio famoso di ERACLITO, rammentato  da Diog. Laorzio, Plutarco, Massimo Tirio,  Clem. Aless. Filone, ecc., allegati tutti da Gataker a questo luogo]. Anche questo, come i seguenti, pare un  detto di ERACLITO. Vi fa allusione, credo,    al più, tu non ti cureresti gran fatto  dell’ avere a morire posdomani piuttosto che domani, ove tu non sia il  più codardo degli uomini; perchè,  quanto sarebbe il divario? così non  ti paia nè anche gran fatto l’avere  a morire piuttosto in capo a molte  diecine d’anni che domani.   48. Pensa di continuo quanti medici son morti, che sovente in su  gli ammalati le ciglia aggrottarono;  quanti astrologi, che la morte altrui,  come un gran caso, predissero; quanti filosofi, che intorno alla morte o  alla immortalità migliaia di discorsi  fecero; quanti prodi, che molti ammazzarono; quanti tiranni, che con  orribil ferocia, quasi non avessero  essi mai a morire, la podestà in sulle  vite esercitarono; quante città tutte  intere, per dir così, son morte. Elice, Pompei, Ercolano, altre senza  fine. Rammemora ancora quanti hai  conosciuto, l’ un dopo V altro: questi  fece a colui la sepoltura, e poi morì  egli, e queir altro la fece a lui; tutto  ciò in breve. La somma è, che le  cose umane son da riguardare come  di nessuna durata nè pregio; un po’ di  moccio, ieri; mummia o ceneri, domani. E quindi, questo attimo presente  di tempo, si vuol passarlo conforme  la natura richiede, e finirsela in  pace; come oliva matura che cada,  benedicendo la terra che la portò,  e ringraziando l’ albero da cui fu generata.   49. Sii simile ad un promontorio,  contro al quale incessantemente s’infrangono fonde, e quegli sta saldo,  e s’abbonacciano intorno a lui i  gorgogli dell’ acque. Sventurato  me, che la tal cosa ra’ è accaduta. Anzi, avventurato, che, la tal  cosa essendomi accaduta, me ne sto  nondimeno senza cruccio, nè angosciato del presente nè pauroso delf avvenire. Ad ogni altro poteva accadere; ma ogni altro non l’avria  senza angoscia sopportata. Perchè  adunque sarà quello una sventura  piuttosto che questo una ventura.*  E poi, chiami tu. sventura per l’ uomo quello che non defrauda punto  la natura dell’uomo? E ti par egli  che defraudi la natura dell’ uomo  quello che non va contro al volere  di quella? E che? il volere della  natura tu il sai; forse che questo  accidente ti impedirà dall’ esser giusto, magnanimo, temperante, prudente, cauto, veritiero, verecondo, libero, fornito, in somma, di tutte  quelle doti che. unite insieme appagano e soddisfano intieramente la  natura dell’ uomo. Sovvengati adunque, ogni volta che una qualche  cosa ti contristerà, di ricoiTere a   1 Cioè a dire: c perchè chiameresti dunque sventura V esserti accaduta la tal cosa,  piuttosto che chiamare avventura felice  r aver tu saputo sopportarla con imperturbata costanza? » questo pensiero: che non solamente essa non è sventura, ma anzi  il sopportarla da forte. è una buona  ventura.  Volgare aiuto, sì, ma nondimeno efficace per disprezzar la morte  è il rimembrar coloro che durarono  lentamente vivendo sino all’ età più  decrepita. Che hanno essi ora di più  che gli spenti di morte immatura?  Kcco, son buttati là in un qualche canto essi pure e Cadiciano e Fabio  e Giuliano e Lepido e quanti altri ve n’ebbe di cotal fatta, i quali accompagnarono molti alla tomba, e  poi ci furono accompagnati essi alla  fine. Breve, ad ogni modo, è l’intervallo che l’uom vive, e questo  breve, tra quali cose, con quali uomini, in qual corpicciuolo conviene  stentarlo! Non farne adunque gran  caso. Vedi, dietro a te, una eternità  senza fondo, e un’altra eternità innanzi a te: posto così in mezzo, che  divario fai tu,da una vita di tre  giorni ad una di tre secoli?  Fa’ che tu vada sempre per la  più corta via. E la più corta via è  la via secondo natura. Seguirai quindi, in ogni cosa che tu abbia da fare  o da dire, il più sano partito. Questo proponimento ti libera dai travagli, dai combattimenti interni, e  da ogni sorta di dispensazioni* e  d’astuzie. Al mattino, quando con difficoltà  ti svegli, abbi in pronto questo pensiero: Mi sveglio all’ufficio d’uomo;  come adunque m’ incresce, s’ io vo  a far quello per che son nato e in  grazia di che sono stato messo al  mondo? 0 sono io stato fbrmato  forse per riscaldarmi giacendo in  sul letto? Ma quest© mi dà più  gusto. Per pigliarti gusto adunque  sei nato? e non anzi per operare?  per essere attivo? Non vedi le piante, le passere, le formiche, i ragni,   [Intendi: cO il fine a cui nacqui è forse di giacermi a godere questo tepore del  letto?»   le pecchie, far ciascheduna l’ ufficio  suo, concorrer, ciascheduna all’ordinamento di quel mondo che le è  proprio? E tu non vuoi-far l’ufficio d’uomo? Non intendi a quello che  è secondo natura per te?  Ma è  necessario poi anche il riposo. È  necessario, è vero; ma la natura vi  ha posto un limite; ve n’ ha posto  anche al mangiare ed al bere; e tu  nondimeno varchi quei limiti, vai al  di là del bisogno; quando si tratta  di fare, poi, la è un’altra cosa, tu  stai sempre al di qua del possibile. Gli è perchè tu non ami te .stesso. Se tu amassi te stesso, ameresti anche* la natura tua, e la volontà di lei.* Gli artisti, che amano  l’arte loro, si consumano in sui lavori di quella, dimenticando il bagno ed il cibo: ma tu, fai men caso  della tua natura che il tornitore del  [Intendi agire, operare, essere attivo, e  non infingardo] torniare, che il ballerino del ballare,  che r avaro della moneta, che il vanitoso della gloriuzza. Quando la  passione ha preso. piede in costoro,  lascian piuttosto di mangiare e di  bere che di attendere ad avanzare  la cosa a che son portati. E a te, le azioni sociali paiono esse cosa di  men pregio, cosa men degna di applicazione?   Come è facile il respingere e  il cancellare ogni immaginazione  turbolenta o disconvenevole, e trovarsi tosto in piena calma! Reputa degna di te ogni parola  ed azione che sia secondo natura;  e non ti persuada il biasimo od il  garrire che ne seguirà di taluni; ma,  se è onesto il farla o il dirla, credi  eh’ ella è anche cosa da te. Perchè  quei tali hanno una mente lor propria per guida, ed operano per una  lor propria volontà; alle quali tu  non badare, ma va’ innanzi per la  diritta, seguendo la natura comune  e la tua. La via dell* una e dell’ altra è una sola.  Vo per la carriera delle cose secondo natura, sino a tanto che  cadendo io trovi requie; esalando lo  spirito in quello di che ogni giorno  respiro; giacendo su quello di che  mio padre raccolse il seme, mia madre il sangue, la balia il latte; di  che da cotanti anni mi pascolo e mi  abbevero, che sopporta me il quale  lo calpesto e in tanti e sì vari modi  lo adopro. Non s’ ammirerà la prontezza  del tuo ingegno. E sia. Molte altre [Intendi: «Vo per la via per cui vanno  tutte le cose che sono secondo natura, insino a che cadendo io trovi requie; esalando lo spirito in quest' aria che ogni  giorno respiro, per essere sepolto in questa terra onde mio padre raccolse il seme  dell* esser mio, mia madre il sangue, la balia il latte; dalla quale da tanti anni io  traggo di che nutrirmi e abbeverarmi, che  mi sostiene mentre ora la calco coi piedi  0 ne uso ed abuso in tanti modi.» P.  cose ei sono, delle quali non puoi  dire, la natura non mi ci ha dato  disposizione. In quelle adunque ti  esercita, le quali dipendono interamente da te: la sincerità, la gravità,  r amore al lavoro, l’ indifferenza al  piacere, la rassegnazione, la frugalità, la mansuetudine, la libertà dello  spirito, r incuriosità, la serietà, la  generosità. Non vedi quante cose  puoi acquistare, dove certo non ha  luogo la scusa dello esserci disadatto, e tralasci per colpa tua? 0 è ella  forse la tua mala disposizione naturale quella che ti sforza a mormorare, a star neghittoso, a piaggiare,  ad accagionare il corpo, a lusingare,  a millantare, a passare per tanti e  tanti turbamenti dell’animo? No, per  gli Dei ! Da lungo tempo tu potevi  esser libero da tutto cotesto; ma  solo avevi a cuore, se pur l’avevi,  di non farti scorgere per uno ottuso  e di poca penetrativa! E questo [Antonino ancora si vuol correggere col por  mente alle cose, e non istar sopra  pensiero, nè compiacerti nella tua  propria infingardaggine.  V’ ha chi, quando ha prestato un  rpialclie servigio ad alcuno, è pronto  anche a domandargliene il contracambio. Un altro non domanda contraccambio veramente, ma riguarda  colui come suo debitore nel suo segreto,, e sa quello che lia fatto. Un  terzo poi, non sa, per cosi dire, nè  anclie quello che ha fatto, ma somiglia ad una vite che ha portato  un grappolo, e non cerca nulla più  in là, messo eh’ ella ha fuoià il frutto  a lei proprio. Il cavallo die ha galoppato, il cane che lia ormato, l’ape  che ha fatto il miele, e cosi Tuomo 1 Intonili: e questo t/t/'cf/o ancora si vuol  nondimeno correggere, quello cioè dell’ essere ottuso e di poca penetrativa. Il testo  in questo luogo, e nelle linee che precedono, è molto ellittico e poco chiaro, e diversamente spiegato dagli interpreti. che ha prestato un servigio, non  Lschiamazza,' ma passa atl altro, come passa la vite a portar di nuovo un  grappolo d’ uva nella stagione. S’ha  egli adunque ad essere un di coloro  che fanno il bene, per così dire,  senza saperlo? Sì Ma convien  pure che 1’ uom sappia quello che  fa: sendo proprio dell’ animai sociabile il conoscere ch’egli opera socialmente, e, per Giove, il votere  che anche colui, con chi egli ha a  fare, lo conosca. Tu di’ il vero:  ma non. pigli pel lor verso lo mie  parole; quindi sarai anche tu un di  coloro di che ho fatto menzione  quassù. Perchè anche essi son tratti  in errore da una qualche apparenza  di ragione. Ma se vorrai intendere  che cosa è quello eh’ io dico, vivi sicuro che non avrai a lasciare indietro nessuna azione sociale per questo.  Cioè non dee schiamazzare, ma passuire  ad altro ecc. Preghiera degli A.teniesi: «Piovi, piovi, o amico Giove, sui campi  degli Ateniesi e sui prati. )> 0 non  s’ha da pregare, o così alla buona  s’ ha da pregare e con libertà di parole. Come s’ usa di dire, Esculapio  ordinò a colui il cavalcare, o il bagnarsi nell’ acqua fredda, o l’andare  a piè nudi, si dice del pari, e con  locuzione non diversa, la natura ordinò a colui una malattia, una storpiatura, una perdita, o altro simile.  In quella prima frase, di fatti, la  parola « ordinò » vuol dire assegnò  la tal cosa a colui siccome correlativa alla salute; e in questa, i casi  che avvengono all’ uomo gli sono assegnati, in un certo modo, come  correlativi al destino. Così ancora si  dice « i casi (die avvengono a come  son dette dagli artefici « avvenii*si »  le pietre quadre nelle mura o nelle  piramidi quando elle s* adattano l’ una air altra secondo un disegno determinato. Perchè del tutto l’armonia  è una. E siccome di tutti i corpi  presi insieme è composto il gran  corpo del mondo, cosi di tutte le  c,ause prese insieme è composta la  gran causa del fato. Intendono ciò  eh’ io voglio dire anche i più rozzi,  quando dicono: * ella è toccata a lui.  Adunque ella andava a lui, adunque  era ordinata per lui. Riceviamo pertanto gli ordinamenti della natura  come facciamo quei d’Esculapio. Anche in questi v’ ha molto dell’ amaro,  e pur gli accettiamo di buon grado  per la speranza della sanità. Or bene, r adempimento di ciò che la  natura ha voluto sia lo stesso per te  che la tua sanità. Accetta di buon  grado, per dura che ti paia, ogni  cosa che accade,- pensando che ella  conferisce alla sanità del mondo e  [Vale a dire: « itiostrauo di intendere] quando dicono ecc. al buon successo dei disegni di Giove. Perchè ella non sarebbe venuta  a qualcheduno, se non fosse convenuta al tutto: sendo questo il proprio d’ogni natura, e poni anche la  più infima, che quanto ella arreca  sia sempre acconcio al governato da  iei. Per due ragioni adunque dèi  tu aver caro ciò che accade: Tuna,  che questo accade a te, è ordinato  per te, ha attinenza in un certo  modo con te, essendo stato condestinato di lassù con te dalla più antica delle cause e dalla più veneranda; l’altra, che quanto tocca in sorte  a ciascuno, concorre, come causa particolare, alla prosperità, alla perfe-  zione, e, sto per dire, alla perma-  nenza istessa del reggitore del tutto.  Perchè diventa mozzo l’intero quando  tu tronchi via un minimo che, sia  dalla continuità delle parti, sia dalla  concatenazione delle cause. E tu lo  tronchi,- per quanto sta in te, e lo distruggi, per così dire, quando ti  corrucci di quel di’ è accaduto.  Non dèi indispettirti, nè per-  derti d’ animo, nè impazientirti teco  stesso, se la non ti riesce cosi per be-  ne ogni volta il governarti secondo i  retti principii in quello che tu fai;  ma, uscito di via, ritornarci; quando  la maggior parte delle tue azioni  sono passabilmente degne d’un uo-  mo, contentartene; ed amare quello  a che ritorni; RITORNANDO ALLA FILOSOFIA, non come ad un pedagogo, ma come  un eh’ abbia mal d’occhi alla spugna  ed all’uovo, un altro al cataplasma o alla doccia. Così non ti darà più  fastidio il dovere ubbidire alla ragione, ma anzi troverai in quella il  riposo. E ricordati che la filosofia  vuole quello solamente -che la tua  natura vuole; e che sei tu quegli il  quale volevi altro, che non era secondo natura. Ma pure, che v’ha  egli di piii liisingliiero? E il piacere, non t’ inganna egli appunto  perchè è lusinghiero? Ma vedi se  non fossero cosa più lusinghiera la  magnanimità, la libertà, la sempli-  cità, la bonarietà, la santità. Quanto  alla prudenza poi, v’ ha egli cosa più  lusinghiera di quella? se tu badi allo  andar esente da ogni fallo e all' avere  a seconda ogni cosa, che è il proprio della virtù comprensiva e intellettiva?  Le cose stanno immerse, per  cosi dire, dentro a un buio tanto  folto, che a filosofi non pochi, e non  dei più volgari, elle son parate del  tutto incomprensibili. E gli stoici  essi medesimi tengono che elle sieno -  comprensibili sì, ma difficilmente:  e che ogni nostro assentimento sia  mal certo;* perchè, dove è fuomo [Questa ed altri Inoghi dei Ricordi provano che gli Stoici dopo Crisippo venivan.<»i  facondo sempre più scettici, ed aveano essi  medesimi il sentimento della debolezza scientìfica della loro scuola. che non si sia mai ricreduto? Prendi quindi a considerare gli og-  getti in sè stessi; come poco dura-  no, come poco valgono, come possono  - cader nelle mani d’ un bagascione,  d’ una cortigiana, d’un malandrino. “- Passa ai costumi degli uomini  con chi tu vivi; il più gentile dei  quali appena si può tollerare, per  non dire che appena v’ ha fra loro  chi possa tollerar sè medesimo. In  tanta caligine adunque, in tanto lez-  zo, in un tal flusso continuo e della  materia e del tempo, e del moto e  di quanto è in moto, qual cosa v’ ab-  bia mai che meriti la nostra stima,  o anche pur solo la nostra premura,  io noi so immaginare nè vedere.  Che anzi ci bisogna confortar noi  medesimi con l’aspettativa della dissoluzion naturale, e non adirarci  dell’indugio, ma acquietarci in queste sole due cose: T una, che nulla  mi può accadere che non sia secondo la natura dell’ universo; l’ altra, che  è in mia potestà il non far nulla  contro il Dio e il Genio mio. Perchè  nissuno y’ ha che mi possa sforzare  mai ad offenderlo.   il. Che uso fo io ora della mia  anima? cpiesta interrogazione convien fare a sè medesimo in ogni  circostanza, ed esaminar sè stesso,  che v’ ha egli ora in quella parte di  me la quale è detta sovrana? e che  sorta d’ anima è ella ora la mia? Non  è un’ anima di fanciullo? o di giovinetto? o di donnicciuola? di tiranno? di giumento? di fiera. Quali sieno quelli die al volgo  })aion beni, tu il potrai conoscere  anche da questo. Chi ha preconcepito nella mente, qual bene, alcuna  di quelle cose che sono un bene  davvero, come, per esempio, la prudenza, la temperanza, la giustizia. la fortezza, non può, sincliè un tal  concetto gli dura, pre^star più orecchio a chi venga a dire in sulla scena,   «Tanta ho di ben dovizia.... eco. I   perchè questo ripugnerà al bene al  (juale egli pensa. Ma chi ha preconcepito alcun dei beni volgari, ascolterà ed accoglierà con piacere siccome arrecato a proposito, quello  che il comico dice. Così persino il  volgo s’accorge della differenza. Altrimenti non rigetterebbe nell' un .de’ casi quel motto, che accoglie poi,’  siccome calzante e faceto, nell’altro,  quando lo vede applicato alle ricchezze o a quelle altre cose che fomentano la effemminatezza o l’ambizione. Fàtti innanzi adunque e  domanda se si hanno da stimare e  [Verso di tm autor comico, che dovea  esser famigerato in sul teatro a quei tempi; il senso del quale, benché Tautore noi  citi intero, appare dall' ultime linee di questo paragrafo]  da riguardar come beni quelle cose  rispetto alle quali può molto acconciamente venir soggiunto, che al  possessor loro, per la soverchia abbondanza, non riman più luogo ove  fare i suoi agi.  Sono un composto di causa e  di materia. Ora nè questa nè quella  non è per ridursi a nulla mai; come neppure non è venuta dal nulla.  Adunque ciascuna parte di me diventerà per via di mutazione una  qiìalche parte del mondo, e quella  poi ancora un’ altra parte del mondo, e così all’ infinito. Da una simigliante mutazione ho avuto io resistenza, e la ebbero i miei genitori, e  così risalendo, sino ad un^altro infinito; perchè nulla osta che si favelli a questo modo, quand’ anche  vogliamo stabilire che il mondo si  regga a periodi determinati.'   1 Allusione alla c conflagrazione del mondo »  domma Eraolitico, la quale doveva accadere. La ragione e V arte ragionativa  sono facoltà che si contentano unicamente di sè medesime e delle  operazioni lor proprie. Piglian le  mosse dal principio peculiare a loro;  vanno dirittamente al fine proposto;  ondechè son nomate catortosi le  azioni di cotal sorta, significando col  nome la rettitudine della via. Non è da dire che sia dell’uomo nessuna di quelle cose che non  ispettano all' uomo in quanto uomo.  Non sono punto requisiti dell’uomo,  nè le promette la natura dell’ uo a certi tempi, e distruggersi allora tutto  r ordine esistente delle cose, per dar luogo  ad un nuovo. Fu accettato dagli stoici anteriori, modificato e cangiato dai posteriori:  tra i quali non volle decider nulla Antonino.  por essere consumato ivi  dal fuoco, se T universo va soggetto a conflagrazioni periodiche, o per servire con  vicenda perpetua al rinnovamento di lui  s'egli dura eterno o incorrotto. Beota effectio appo Cicerone, lib. Ili de  Fin., cui vedi. Ciò che in questo § è nomato catortoei è l'aziono conforme al dovere,  ed è voce solenne alla scuola.  lYio o attende complemento da quelle. Adunque non istà nè anche in  loro 11 fine dell’uomo, nè iLbene. per conseguenza, che è parte integrante del fine. Ancora, se alcuna  di queste coso spettasse all’ uomo,  non ispetterebbe a lui il dispregiarle  o r opporsi ad esse; nè sarebbe lodevole chi mostrasse non averne  bisogno; nè sarebbe buono chi se  ne disdice alcuna, se buone elle  fossero, f^ppure, quanto più Tuoino  si priva di queste cotali cose, o sostiene d’ esserne privato, tanto più  buono è tenuto.'   IG. Quali saranno i tuoi pensieri  abituali, tale sarà la tua mente:  perché si tigne dai pensieri la mente.^ Tignila adunque con l’ abitudine   ' Dunque queste cotali cose non sono veri  beni per l' uomo in quanto è uomo, cioè ragionevole. [Questa conclusione è sott' intesa]. [Demostene più di una volta nelle sue  Filipj iche disse che quali sono le azioni in    (li pensieri come questo, per esempio: Dove si può vivere, quivi si può  anche ben vivere. Nella corte si può  vivere; adunque anclie nella corti;  si può ben vivere. K come quest’ altro: Una cosa eh’ ò fatta a contemplazione d' un’ altra, è fatta per quclr altra; se è fatta per quell’ altra, a  quella ò portata; se a quella c portata, quivi è il suo fine; se quivi è  il suo fine, quivi è anche il suo utile  e il suo bene. Adunque il bene delr animai ragionevole è la comunità;  sendo dimostrato già da lunga pezza  che per la comunità siam nati> O  non era evidente forse, che gli esseri men degni son fatti a contemplazione dei più degni, e i più degni, a contemplazione gli uni degli  altri? che gli esseri animati son più  degni che gli inanimati, e i ragionevoli più degni che gli animati?   cui sogliono versare gli uomini, tali sogliono pur essere i sentimenti deU’animo loro, Andar dietro all’ impossibile è  cosa da stolto. Ora è impossibile  che i malvagi non facciano cose di  questa sorta. Nulla accade a nessuno, che  egli non sia nato per sopportare.  Le stesse cose accadono a un altro,  il quale, o ignorando eh’ elle sieiio  accadute, o volendo dar a divedere  grandezza d’ animo, sta inaltérabile  e non se ne duole. Tristo a noi, se  la ignoranza o il rispetto umano  avran più forza che la prudenza. Le cose, per sè stesse, non  toccano l’ anima punto; nè hanno  accesso all’ anima; nè posson volger  r anima nè muoverla. Si volge ella  e si muove da per sè sola; e quali  sono i giudizi di che ella si reputa  degna, tali ella fa che sieno per lei  gli oggetti che le stan presso. Cioè, quali io le vedo fare a costui,  ora. Cioè a dire: «quali sono i giudizi che    Per un riguardo, l’ uomo è di  quelle cose che ci toccano il più  strettamente, in quanto convien far  del bene agli uomini e sopportarli;  ma in quanto si oppongono alcuni  alle azioni debite, diventa per me  cosa indifferente 1’ uomo, non meno  che il sole, non meno che il vento,  non meno che le bestie. Dalle quali  cose può benissimo venir impedita  una qualche azione; ma la volontà,  ma la disposizione interna non incontrano impedimento mai, per l’ eccezione ‘ con che l’anima accompagna  i suoi conati e pel rimovere, eh’ ella  fa, l’ostacolo. Perchè l’anima ha  facoltà di rivolgere al suo scopo ogni  cosa che s’ opponga alla attività di  lei; e serve quindi ad un’ azione ciò  che impediva quella certa azione, e   ella stima degno di sè il fare delle cose  esteriori, cotali ella fa che per lei sieno le  dette cose. diventa una via ciò che le sbarrava  quella certa via.  Di quanto v’ lia al mondo, onora  r eccellentissimo. L’ eccellentissimo  ò quello che si vale di tutto il resto  e che tutto il resto governa. E così  ancora, di quanto v’ ha in te, onora  l’eccellentissimo. L’eccellentissimo  in te è quello che v’ ha in te di  congenere a quel primo. Di fatti esso  si vale in te di tutto il resto, e da  esso è governata la tua vita. Quello che non offende la città,  non offende il cittadino. Ad ogni  pensiero di offesa che ti paia aver  ricevuto applica questa regola; se la  città non è offesa da costui, non  sono offeso nè anche io. Che se la  città è offesa, non conviene adirarsi,  ma insegnare ‘ a chi l’ha offesa  dove sta il mancamento. Do il mio pieno voto alla correzione  dello Schultz, preceduto dal Gatakero, benché questi non sapesse così bono porro al  suo luogo le pardo scadute. Considera sovente la rapidità  con die passa e si dilegua tutto  quello che esiste e che nasce. Perchè la materia, a guisa d’ un fiume,  è in un flusso perpetuo; le azioni,  in uno avvicendarsi continuo; le  cause, in mille determinazioni diverse; nulla, per cosi dire, che stia;  e questo infinito che presso presso  t’incalza, del passato e del futuro,  è un abisso dentro al quale si sprofonda ogni cosa. Come adunque non  è uno stolto chi, fra questi termini,  si gonfia, o si travaglia, o guaisce,  per cosa che minimamente il molesti, come s’ ella avesse pure a durare un buon tratto di tempo? Pensa a tutta quanta la materia, della quale per una minima  parte partecipi; e a tutta quanta la  età, della quale un breve e momentaneo intervallo ti è assegnato; e  all’ universale destino, del quale che  parte aliquota sei?  /Ucuno pecca. A me che fa?  Tocca a lui il pensarci; sua è la  volontà, sua 1’azione. Io ho adesso  quel che la natura comune vuol che  adesso io abbia, e fo quello che la  natura mia propria vuol che adesso  io faccia. La parte sovrana e dominante  deir anima tua stia salda ai moti  della carne, o sien piacevoli o ingrati, e non vi partecipi, ma circoscriva sè stessa e tenga confinate  nelle membra quelle passioni. Che  se elle penetrano ciò nondimeno  sino alla mente, per la simpatia involontaria che han fra loro le parti  d’ uno stesso tutto; allora, al senso,  che è cosa naturale, non -si vuol  tentar di resistere; ma si guardi la  parte sovrana dallo aggiungervi del  suo r opinione che quello sia un  bene od un male.  Vivere con gli Dei. E quegli vive con gli Dei, il quale di continuo appresenta loro T anima sua  disposta di tal maniera che élla si  contenti di quanto le vien distribuito e faccia quanto vuole il Genio cui  Giove distaccò da sè stesso e diede  a lei per reggitore e per guida. Questo è la mente e la ragione di  ciascheduno.  T’adiri tu con quello che sa  di caprino? T’adiri tu con quello a  cui pute la bocca? Che vuoi tu che  ci faccia? Egli ha la bocca a quel  modo, egli ha le ascelle a quel modo,  di necessità debbono uscirne esalazioni a quel modo. Ma, odo chi  dice, r uomo ha la ragione, e può  scorgere, rillettendo, in che pecca. Egregiamente. E anche tu, dunque,  hai la ragione; eccita, con la disposizione razionale, in lui la disposizione  razionale; ammaestralo; ammoniscilo. Perchè, s’egli ti ascolta, lo guarirai, e non c’ è più uopo di collera. Nè eroe di tragedia, nè putta. Come fai conto di vivere uscito  di qua,^ puoi vivere in quello stesso  modo anche qua. Che se non tei  permettono, allora esci pur anche  <lalla vita: ma come quegli a cui  non incontra nulla di male. C’è del  fumo qua, io me ne vado. Perchè  stimi questo gran cosa? Ma sin [Queste parole nella vulgata stanno alla  fine del § precedente; ma, se non sono corrotte, debbono essere separate e formare da  por sè sole un paragrafo.   2 Cioè, non camminar sui trampoli, e non  istrascinartì per terra: non tanto alto da  parer gonfio o affettato, non tanto basso da  muovere a schifo altrui. Cioè, dalla corto. Allude, secondo che ci avverte il Gatakero, al proverbio:« tre esserle cose che ci  caccian fuori dì casa; il fumo, il pioverci  dal tetto, e la moglie astiosa.» Vuol dunque che r uomo esca di vita con quella indifferenza con che uscirebbe dalla camera  dove vi avesse fumo. tantoché nulla di somigliante non  mi sforza a partire, me ne rimango  libero, e nessuno m’ impedirà dal  fare le cose eh’ io vorrò; e vorrò secondo la natura d’un animai ragionevole e sociabile.  La mente dell’ universo ama la  comunanza. Perciò ha fatto gli esseri  men degni in grazia dei più degni,  e i più degni ha conciliato gli uni con  gli altri. Tu vedi come essa gli ha  subordinati, coordinati, dato a ciascuno secondo il suo grado, e ridotto  a mutuo consenso i primi tra loro. Come ti sei portato sinora con  gli Dei, co’ genitori, coi fratelli, con  la moglie, coi figli, coi maestri, cogli educatori, con gli amici, coi famigliari, co’ servi; se, riguardo a  tutti, puoi dire insino ad ora:   « Nè d’ opre mai nè di parole oltraggio A nullo io fea.* »  Omero, Odiss. Kanimenta per quali traversie sei  passato e quali hai avuto la forza  di tollerare: e siccome è piena ornai  per te la storia della vita e terminato r incarico. Che cosa s’ è potuto scorgere in te di bello; quanti  piaceri e quanti dolori hai dispregiato; quante occasioni di gloria hai  negletto; a quanti sconoscenti ti sei  dimostrato amorevole. Forse tutto il paragrafo sarà più chiaro,  e il pensiero di Antonino meno ambiguamente espresso se diremo: < Qual fosti  infino ad ora verso gli Iddii, i parenti, i  fratelli, la moglie, i figlinoli, i maestri, gli  educatori, gli amici, i servi? Puoi tu dire,  rispetto a tutti: nè d'opra mai, ni di parole  oltraggio a nullo io /«a? De' passati tuoi  casi e delle passate fortune, quante hai  saputo tollerare da uomo? Conchiuso per te  oramai è il dramma della vita, finita la parte  che ti era assegnata. Ebbene, quante sono le  buone azioni che di te puoi ric-ordare?  Quanti piaceri, quanti dolori hai saputo  disprezzare? quante cose stimate gloriose, non curare? a quanti ingrati essere benefico e amorevole?» In questo paragrafo il  Pierron ed altri dei migliori interpreti presero alcuni grossi granchi; 1' Ornato intese   Per qual cagione certe anime  inesperte ed ignare confondono esse  una esperimentata e sapiente? Qual è dunque l’ anima esperimentata e sapiente? Quella che sa il principio ed il fine, e conosce la ragione  che penetra la materia delle cose e  governa, secondo cicli determinati,  per tutta la eternità 1’ universo.  Oramai sei cenere, e scheletro, e un nome, o nè anco un nome; e il nome è strepito e rimbombo  mero. Le cose di che si fa gran  conto nella vita son vuote, fracide,  picciòle, cagnolini che si mordono,  fanciullini astiosi che ridono e poco  stante guaiscono. E la fede, e la verecondia, é la giustizia, e la verità,   oc Air Olimpo, la terra abbandonando  Dalle vie spaziose. »    meglio di tutti; ma troppo fedele alla lettera del testo, non fu chiaro abbastanza  nello esprimerne il senso. Esiodo, opere e giorni, v. 195. Sottin Che dunque ti può trattenere qui  ancora? quando le cose sensibili sono  senza costanza nè sussistenza; gli  organi del senso, ottusi- e pronti a  impressionarsi del falso; l’animuccfa  tua stessa, non altro che una  esalazione del sangue; e 1’ aver fama  appo cotali, cosa del tutto vuota.  Che dunque aspetti? Con pazienza  il tuo qual eh’ ei sia o spegnimento  0 traslocamento. Ed intanto che quello viene, che cosa ti basta? Che  altro, se non venerar gli Dei e benedirli, beneficar gli uomini e sopportarli e astenerti con loro,^ ricordandoti che quanto è fuor dei limiti del  tuo corpicciuolo e della tua aniinuccia non è nè in tuo potere nè tuo?    tendi un verbo, recaronsi o altro che più  ti piaccia. P.   t Per antniuccta, intende* spesso Antonino  il principio animale mero, comune anche ai  bruti, vedi la nota  in fino del volume. Cioè nelle tue relazioni con loro. Tu puoi prosperar sempre,  giacché puoi andar per la diritta  sempre, giacché puoi giudicare dirittamente sempre ed operare. Due  proprietà son queste, comuni all’anima e di Dio ' e dell’ uomo e  d’ogni animai ragionevole: il non  potere essere impedito da altrui, e  lo avere il proprio bene interamente riposto nella disposizione interna  e nella azione conforme alla giustizia, senza che il desiderio arrivi  più oltre. Comuni all'anima e di Dio e dell'uomo. Secondo il concetto stoico Iddio ora  un corpo o un essere vivente ed eterno,  non simile all' uomo, ma composto tuttavia,  come rnomo. d’anima e di corpo. L’unità  del corpo divino coll’anima divina ora per  essi il mondo, e quindi si accordavano a  dire che Dio è il mondo, cioè la materia,  dotata di una certa qualità e forma, colla  forza attiva in essa immanente. L'anima  di Dio sarebbe dunque questa forza attiva  immanente nel mondo, cioè nel corpo divino. Se cotesto non è malizia mia, nè azione procedente da malizia mia, '  nè riceve danno la società, perchè  me ne do io fastidio? E qual danno per la società v’ ha egli? Non lasciarti portar via dalla  immaginazione al primo incontro;  porgi aiuto altrui, sì, a tuo potere  e secondo l’ importanza.del caso,  qiiand’ anche lo scapito non sia se  non di cose mezzane;  ma guardati •  dall’ immaginare che sia un danno.  Perchè è una cattiva abitudine. Come quel vecchio che nel partirsi  domandava la trottola del suo allievo, sapendo bene che ella era solo  una trottola: così hai da fare anche tu * sui rostri. L’uomo, hai tu  dimenticato che cose son queste? No. Mma costoro ne fanno gran caso. E per questo hai da diventare  stolto anche tu? Dovunque il   colga la morte, uomo avventurato. E avventurato vuol dire che ha dato  buona ventura a sè stesso; e buona  ventura sono i buoni moti dell’ animo, le buone volontà, le buone  azioni. La materia delle cose è arrendevole e piglia volentieri ogni  forma. E la ragione che 1’ amministra non ha in sè nessuna causa di  mal fare, non avendo malizia, e non  fa (juindi male a nulla, nè nulla è  dannificato da lei. Ed ogni cosa avviene ed ha compimento per essa.  Non ti curare che tu stia al  freddo o che tu stia al caldo, quando  fai il tuo dovere; che tu caschi di  sonno 0 che tu abbia a sufficienza  dormito; che te ne venga biasimo o  che te ne venga lode; che tu muoia,  o che tu attenda ad un’ altra azione  qualunque. Perchè ella è anche una delle azioni pertinenti alla vita,  quella per cui si muore; e basta  anche quivi, per conseguenza, ben  disporre del presente.   3. Vedi addentro; nè la qualità  propria di nessuna cosa nè il valore  ti sfugga.  Tutti gli oggetti in brevissimo  tempo si mutano; ed o avvampe-  ranno, se la materia è unificata, o si  disperderanno. La ragione governatrice sa bene  con qual intenzione e che cosa opera,  e su qual materia. Il miglior modo di vendicarsi  d’ una ingiuria è il non rassomigliare  a chi r ha fatta. D’ una sola cosa prendi piacere,  è di quella ti soddisfa; del passare  dall’ una azion sociale all’ altra azion  sociale, ricordandoti di Dio. [Intendi per aziono sociale una aziono  utile alla comunità dogli uomini, e qual si  conviene ad un animalo socievole qual è l’uomo. La parte sovrana è quella che  eccita e volge sè medesima; che fa  sè quale ella vuole, e fa parere a  sè quali ella vuole tutte le cose che  aw^engono. Secondo la natura dell’ universo  ogni cosa si fa; non potendosi fare  secondo una qualche altra natura la  (piale 0 conterrebbe in sè quella, o  sarebbe contenuta in quella, o sta-  rebbe separata al di fuori di quella. 0 confusion d’ ogni cosa, accozzamento d’atomi, e disperdimento; o unità nel tutto, ordine, prov-  videnza. Se- il primo supposto ha  luogo, come desidero io di rimanere [Cioè che ha il potere di modificare sè  stessa come ella vuole. Se contenesse in sè la prima, non sa-  rebbe più questa la natura universale, ma  r altra; se fosse contenuta in essa, quel  che si farebbe secondo lei sarebbe fatto, a  fortiori, secondo l' altra: e se stesse separata al di fuori, ci sarebbe qualche cosa  fuori dell* universo, il che è assurdo. più.a lungo in un guazzabuglio di  quella fatta e lordume? Che altro  mi debbe star a cuore che il « diventare terra a qualunque modo? » E di  che mi turbo io? Verrà il disperdimento a me, checché io mi faccia. Ma se è vero il secondo, adoro il  reggitore dell’universo, e in lui sto  fermo e confido. Quando vieni sforzato punto  punto dalle circostanti cose a turbarti, rientra subitamente in te stesso, e non istar fuori del ritmo ’ pili  di quello che la necessità ti costringa.  Perchè ti farai più valente nella  misura col ritornare ad essa di continuo. Se tu avessi la matrigna e la  madre nel tempo istesso, alla prima  faresti onore, ma torneresti pur nondimeno sempre accanto alla madre.  Cotali son per te la corte e la filosofia [Paragona la vita alla mimica. 0.  Ifarco Aurelio]. Torna sovente alla seconda e in essa ti riposa, la quale fa a te  sopportabil la corte, e te sopportabile in quella. Come ti fai concetto di tale  o tal altra vivanda, dicendo teco  stesso: è un cadavero di pesce, è  un cadavero d’ uccello o di porco;  e del falerno, è succo di grappoletti  d’uva; e della porpora, son peluzzi  di pecora intinti nel sangue d’ una  conchiglia; e del congiugnimento, è  attrito di membrane ed escrezione di  moccio con un po’ di spasmo; come  tu giudichi allora, penetrando col  concetto sino alle cose esse medesime e rappresentandole nella essenza loro quali sono; così hai da  fare in tutte le occorrenze della vita;  e quando le cose ti si fanno innanzi  con molta appariscenza, denudarle,  e scorgerne la bassezza, tolto che  avrai d' intorno a loro la pompa onde  si fan magnifiche. Imperocché gran  madre illusioni è la boria; e quando  tu credi più fermamente eh’ elle sieno  serie le cose a cui attendi, allora sei  più affascinato. Vedi che cosa dice Cratete di Senocrate stesso.’  Le cose che il volgo apprezza  sono per la maggior parte di estremo  genere ed infimo, di quelle cioè che  dall’ abito  o dalla natura son governate: pietre, legni, fichi, viti, ulivi,  (rii uomini un po’men rozzi tengono  in pregio quelle che son governate  dall’anima: greggio, per esempio, e  mandre. Gli uomini ancor più còlti,  quelle che son governate dall’anima  ragionevole; non tuttavia in quanto  è universale, ma in quanto è artificiosa o, come che sia, ingegnosa.    1 StìTi Socrate tu discepolo di Platone, e  famoso per l’austerità del suo carattere,  (guanto al Cratete qui menzionato, ignorasi se fosse il filosofo Cratete di Atene, oppure  il cinico di Tebe; come ignorasi pariraentn  qual fosse il detto a cui si acceuna in questo luogo.  1 m2 ricordi.   V   od anche senza relazione a nulla, '  come il possedere semplicemente  una moltitudine di schiavi.* Quegli  poi che fa stima dell’anima ragionevole universale e sociale, non si  cura delle altre cose più punto; ma  si studia di consolidare in istati ed  in moti conformi alla ragione e  volti al bene della società 1’ anima  sua, ed aiuta il suo congenere a far  lo stesso. Una cosa s’affretta a nascere,  iin’ altra a venir meno, e di quella  stessa che nasce ima qualche parte  è già spenta; il flusso e l’alterazione  ringiovaniscono ad ogni ora il mondo,  come lo scorrere non interrotto del  tempo fa sempre nuova 1’ eternità.  Tn tal fiumana di cose che vengono  e passano, che v’ ha egli che altri   1 Intendi che costoro ameranno possedere*  nn gran numero di schiavi come i detti  pocanzi ameranno possedere nna mandra  numerosa. debba aver caro, quando,su nulla  può' far fondamento? Gli è come se  imprendesse ad amare uno degli uccelletti che volano, e quegli è già  sparito via.   La vita di ciascheduno è non altrimenti che una esalazione del sangue o una respirazione dell’aria. Pei>  chè non v’ lia differenza, che tu tragga   a te l’aria una volta e la renda, il  che tu fai tuttodì, o che tu renda  tutta insieme colà d’ onde l’ hai tratta  la facoltà respiratrice che ieri o ier  l’altro nascendo acquistavi. Non il traspirare, come le  piante, è degno di stima, non il respirare, come i giumenti e le bere,  non il. ricevere impressioni nella  fantasia, non Tesser mosso dagli appetiti, non l’adunarsi in branco, non  il nutricarsi; cosa non dissimile dal  mandar fuori il soverchiò del nutrimento. Che è degno di stima adunque? lo strepito? No. K per conseguenza nè anche lo strepito delle  lingue. Ora le acclamazioni del volgo  non sono altro che strepito delle  lingue. Anche la gloriuzza hai posto  adunque da banda. Che rimane, che  s«i degno di stima? Il muoversi, pare  a me, e il ristarsi  secondo il principio della propria costituzione, al  che conducono ancora le arti e le  culture diverse. Perché ogni arte ha  questo per iscopo, che il formato da  lei sia acconcio alPopra per la quale  è formato; e il vignaiuolo che coltiva  la vite, e il cavallerizzo, e il canattiere, cercano pur questo. E le educazioni, e le scuòle, a che tendono?  Questo adunque è il degno di stima.  E se questo vien condotto a bene,  non occorre procacciar più altro. Non finisci di stimare ancora molte  altre cose?* Nè libero adunque sarai   1 L'operare e il non operare. Cioè, non cesserai dallo avere in pregio molte altre cose?  tu mai, nè bastevole a te, nè impassibile; perchè ti sarà mestieri  invidiare, ingelosire, sospettare chi  ti può tórre le cose che stimi, macchinar contro a chi le ha; in fine,  conturbato convien che sia chi  d’ alcuna di quelle è privo, ed oltracciò, che mormori contro agli Dei  bene' spesso; laddove la riverenza  della propria mente e la stima ti  farà accetto a te medesimo, accomo devole agli uomini e consonante agli  Dei,* io voglio dire, contento di tutto  che essi distribuiscono e di tutto che  hanno ordinato.  Air insù, all’ ingiù, a cerchio  intorno, son le mosse degli elementi.  La virtù non si muove in nessuna cDi modo che ciascheduno che procaccia di desiderare e fuggire solamente quello  che è da essere desiderato e fuggito, procaccia al tempo medesimo di esser pio -- Epitteto, Manuale, traduz. di  G. Leopardi. Vedi tutto questo capitolo del  Manuale. di queste guise, ma in una certa sua  più divina, e per via mal compren- . sibile procedendo va di bene in  meglio. Che cosa è mai quel che fanno !  Ai loro contemporanei, che insieme  con essi vivono, non voglion dar lode;  ed essi medesimi poi agognano di aver  lode dai posteri i quali non videro  mai, nè vedranno. Gli è come se tu  ti dolessi del ' non aver lode anche  da’ tuoi antenati.  Non ogni volta che una cosa  è malagevole a te, hai da credere  però eh’ ella sia impossibile all’uomo;  anzi, ogni volta ch’ella è possibile  all’ uomo e dimestica, credi ch’ella  è conseguibile anco da te.  Nell’ esercizio della lotta alcuno talora ci graffia, o venendoci  addosso ci percote malamente col   [Merico Casaabono cita qui, siccome  un bel comento a questo §, il saggio di Giobbe, che vuol leggersi tutto  intero. capo. Ma noi diamo a divedere, e  non ce ne tenghiamo olfesi, nè stiamo  in apprensione di lui quindi innanzi,  come se ci insidiasse; ce ne guardiamo, sì, ma non come da nemico, nè  con. animo sospettoso; lo scansiamo  con piacevolezza. Questo medesimo  s’ha da fare in tutte le altre parti  della vita: molte cose lasciar correre,  come tra persone che lottano. Perch’egli si può, come ho detto, schivare altrui, e non averlo però a sospetto nè odiarlo.Se altri mi può convincere  e far capace eh’ io penso ed opero  non rettamente, di buon grado son  per ricredermi; perchè io cerco la  verità, la quale non noeque mai a  nessuno. Nuoce bensì altrui il limanere nell’ inganno e nell’ ignoranza propria. Quanto a me, io so l’ufficio mio;  le altre cose non me ne distolgono;  perchè o sono inanimate, o irragionevoli, o vanno errate e non conoscon  la via. Gli animali irragionevoli e le  cose in generale a te sottoposte,  quando esse non han la ragione e  tu r hai, usa senza riguardi alteramente; gli uomini, che han la ragione, usa come vuol la legge di compagnia. In ogni cosa poi, invoca gli  Dei. E non curarti del più o men  tempo che tu durerai a far cotesto:  perchè bastano anche tre sole ore  cotali. Alessandro il Macedone e il  mulattiere di lui si ridussero, morendo, alla medesima stregua. Perchè,  o furon ricevuti ambidue nelle stesse  ragioni seminali del mondo,' o si  dispersero del pari in atomi. Pensa quante cose, in un  medesimo istante, dentro a ciascuno Nel caso che sia vero il sìsteina atomistico di Epicuro. di noi han luogo, relative al corpo  nello stesso tempo ed all’ anima; e  non istupirai che molte più, anzi  tutte quelle che avvengono, coesistano simultanee in quel tutto ed  uno a cui diamo il nome di mondo.   Se qualcheduno ti domanda  come si scriva il nome d’ Antonino,  proferirai tu forse con isforzo di voce  ogni sillaba? E se quegli s’adira,  t’adirerai alla tua volta anche tu?  Non annovererai tu piuttosto, pacatamente procedendo, l’una dopo  l’altra le lettere? Cosi hai da fare  anche adesso. Ricordati che ogni  ufficio* consta di certi numeri; colr osservare i quali, e non col turbarti, e non coll’ adirarti con chi  s’adira, arriverai direttamente al fine,  proposto.  Come è crudele il non permettere agli uomini che seguano quel che sembra a loro convenevole  ed utile? E tu noi permetti, in un  certo modo, quando ti corrucci del  loro fallire. Perchè del tutto e’ non  vi si indifcono se non in quanto il  credono convenevole ed utile a loro.  Ma non è così. Dunque ammaestrali e falli capaci, senza corrucciarti.  La morte è una pausa alla impressione dei sensi, allo stimolo degli  appetiti, al discorrer della mente èd  alla servitù verso la carne.  È un vituperio che in quella  vita dove non ti s’è stancato ancora  il còrpo, ti si sia stancata innanzi  tempo r anima.  Bada a non incesarirti,* a non  imbrattarti; chè cosi suole avvenii-e.  Conservati adunque semplice, buono, Intendi: sebbene tu sia stato adottato  nella famiglia dei Cesari, bada a non t«ccsarirli, cioè cadere nei costumi viziosi di  molti dei Cesari o imperatori che. ti hanno,  preceduto. intemerato, grave, ingenuo, amico  del giusto, pio, mansueto, amorevole, saldo nell’ adempire al tuo ufficio. Combatti per mantenerti tale, quale  ti ha voluto fare la filosofìa. Venera  gli Dei, fa’del bene agli uomini. Breve  è la vita; e l’unico frutto di questa  esistenza terrena è la santa disposizione deir animo e 1’ opere indirizzate al comun bene. Ogni cosa da  vero discepolo di Antonino quel  suo vigor costante in ciò che operava  secondo ragione, e 1 umor sempre  uguale, e la santità della condotta,  e la serenità del volto, e la soavità  dei modi, e il dispregio della vana  gloria, e l’ ardore nel voler comprender le cose, e come non avrebbe lasciato andar nulla mai, ch’egli non  avesse ben bene considerato in prima  e chiarito; e come sopportava quelli  che si dolevano di lui ingiustamente,  [Antonino Pio, suo padre di adozione. senza ridolersi egli di loro; come  non faceva mai nulla in furia; come  non dava adito ai delatori; come era  diligente esploratore dei costumi e  delle azioni, non maldicente nè temente i rumori, non sospettoso,  non sofistico; come si contentava di  poco, in materia d’abitazione, per  esempio, di letto, di vestito, di cibo,  di servidori; come era operoso, longanime, e di tal tempra da poter  durare in uno stesso luogo sino alla  sera, senza aver uopo, per la frugalità del vitto, nè anche di uscire ai  bisogni del corpo fuor dell’ ora consueta; e la costanza e il tenor sempre  uguale nelle amicizie; e il sopportare  che altri contraddicesse con libertà  di parole al suo parere, e rallegrai’si  quando glien era mostro un migliore;  e come era religioso senza superstizione; affinchè, con una buona coscienza pari alla, sua, tu incontri  come egli incontrò l’ultima ora. Esci dall’ ebrezza, ritorna in  te; e cacciato via il sonno, e veduto  ch’eran sogni quelli che ti turbavano, risvegliati una seconda volta,  e guarda le cose della vita come tu  guardavi quelle altre. Son composto di un corpicciuolo e d’un’ anima. Al corpicciuolo  tutte le cose sono indilferenti; non  potendo egli nè manco far differenza.  Air anima sono indifferenti tutte  Qui r Ornato volea fare una nota, come  è indicato nel manoscritto, ma non la fece.  Verosimilmente egli volea gìnstiiicare e ilInstrare la sna interpretazione di questo  luogo, alquanto diversa da quella degli altri interpreti. La traduzione letterale di  tutto il § è cEsci d'ebrezza, richiama te  stesso; e cacciato via il sonno, e veduto che  eran sogni quelli che ti turbavano, desto  una seconda volta, guarda queste cose, come tu guardasti quelle altre.  Intendi anima razionale, la quale per  gli Stoici non era altro che ragione e volontà, esclusa la sensibilità appartenente  solo airantmwccta, mero principio animale  comune anche ai bruti. quelle che non sono azioni di lei. E  quelle che sono azioni di lei, stantìo  tutte in balia di lei. E di queste ancora, quelle sole che riguardano il  presente. Perchè le azioni future  e le passate sono pure indififerenti  per lei. Il lavoro non è cosa contro  natura nè per la mano nè pel piede,  sintantoché il piede fa le cose del  piede, e la mano le cose della mano..  Quindi non è nè anche cosa contro  natura per V uomo, in quanto uomo,  fìnch’egli fa le cose dell’uomo. E  se non è cosa contro natura per lui,  non è nè anche per lui un male. Quanti piaceri non godono i  malandrini, i bagascioni, i parricidi,  i tiranni? Non vedi come gli artisti mec- *  canici condiscendono bene in.qualSottintendi; € hanno importanza per  lei. che cosa agli imperiti, ma non  seguitai! meno però la ragione dell’arte, e da quella non si vogliono  distaccare? Non è ella una vergogna  che l’architetto e il medico abbiano  più rispetto per la ragion dell’ arte  loro propria, che l’ uomo per la sua, la quale egli ha in comune con gli dei?   L’Asia e l’Europa son cantucci  del mondo; tutto il mare, una gocciola del mondo; l’ Athos, una zolletta  del mondo; ciascuno degl’istanti presenti del tempo, un punto dell’ eternità. Tutto è piccola cosa, mutabile,  peritura. Tutto vien di colà, da quella  mente comune, o voluto da lei, o per  concomitanza.* E quindi la gola del  leone, e il veleno, ed ogni cosa malefica, come le spine ed il loto, sono  un accompagnamento e quasi una  produzion necessaria di quanto v’ha d’eccelso e di bello. 'Non immaginai ti  adunque che sien cose aliene da  quello che tu veneri; ma pensa alla  sorgente del tutto. Chi ha veduto le cose d’ adesso,  ha veduto tutte le cose, quante per  gl’ infiniti secoli furono e per gli  jiltri infiniti saranno; perch’ elle son  tutte d' uno stesso genere e d’ uno  stesso coloi'e.  Considera sovente la concatenazione di tutte le cose nel mondo  e la relazione dell’ una all’altra. Perdi’ elle son tutte intrecciate, dirò  così, r una colf altra, e tutte, per  (piesto motivo, amiche l’ una dell’altra. Di fatti all’ una vien sempre  dietro 1’ altra; del che è cagione iJ  moto tonico e consenso di tutte e  r unità della rnateiia prima.  Alle cose che ti sono date in  sorte, ti devi adattare; e gli uomini,  coi quali hai comune la sorte, li devi  amai'e, ma amar veramente. Uno strumento, un ordigno,  un arnese qualunque, se è atto, a  tutto quello per che è stato formato,  va bene; ancorché non ci sia più  chi r ha formato. Ma negli esseri  governati dalla natura è immanente  dentro e continua la virtù che li  formò; per lo che conviene ancor  più venerarla, e stimare.che, ove  secondo il voler di quella tu viva,  sia per riuscirti secondo il tuo intento ogni cosa. E questo ò quello  che succede all’ universo, che gli  riesce secondo il suo intento ogni  cosa.   il. Quale che sia la cosa dove tu  riponi il tuo bene o il tuo male,  s’ ella è una di quelle che non dipendono dalla tua volontà, di necessità debbe accadere che, incorrendo  tu in quel male, o non conseguendo  quel bene, tu accusi gli Dei, e che  tu odii inoltre gli uomini, i quali ti  saran causa, o i quali tu sospetterai avere ad esserti causa del non  conseguir 1’ uno o dell’ incorrer nell’altro; e molte iniquità, certo, commettiam noi, per non essere indifferenti a siffatte cose. Ma se noi  tenghiamo per beni o per mali quelle  cose soltanto che dipendono da noi,  nessuna causa rimane più nè di accusare Iddio, nè di stare in ostilità  verso l’uomo. ANBEDUE COOPERIAMO AD UN MEDESIMO FINE. Gl’uniscienti e intelligenti, gl’altri alla cieca; per modo che anche i dormienti, come disse  Eraclito, se non erro, lavorano e  COOPERANO a ciò che si fa nel mondo. L’ uno ci lavora in una guisa, l’altro in un’altra; e ancorché senza  suo prò, ci lavora e coopera anche  colui che si va querelando e fa prova   ' Vedi il § 16 di questo medesimo libro.  Con questo § finisce il volgarizzamento delr Ornato, e col § seguente incomincia il volgarizzamento rifatto da me. di resìstere e distruggere l’opera  altrui: perchè anche di questi ha  bisogno il mondo. Rimane dunque  che tu vegga nel novero di quali tu  ti vuoi porre: perchè chi governa  il tutto, saprìi ben valersi di te in  ogni modo, ricevendoti in questa o  in queir altra banda de’ suoi lavoratori e cooperatori. Se non che hai  da badare che tu non sia tal parte  della brigata, qual è del dramma  quel povero e ridicolo verso di cui  parla Crisippo. Il sole vuol egli fare le veci  della pioggia? o Esculapio quelle di  Cerere? E gli astri non hanno essi  i loro uffici diversi, ciascuno il suo,    1 Plutarco {de comm. adv. Stoicot) cita le  parole di Crisippo, alle quali allude Antonino: «In quel modo che le commedie hanno  talvolta dei versi ridicoli e facezie che non  hanno alcun valore in sè, ma giovano nondimeno all'effetto generale del poema; parimente il vizio è certamente riprovevole  in sè, ma non è inutile a tutto il rimanente  delle cose.» ma COOPERANTI AMBI AD UN MEDESIMO FINE?  Se gli Dei hanno deliberato  intorno a me ed alle cose che debbono incontrarmi, hanno bene deliberato e provveduto: perchè un Dio  senza senno e improvvido non possiamo neppure immaginare. E farmi  del male, per qual motivo l’ avreb-  bero essi voluto? Qual pio ne sa-  rebbe venuto ad essi o al tutto di  che prendono sì gran cura? Che se  non hanno deliberato intorno a me  in particolare, essi hanno al certo  deliberato universalmente intorno a  tutto il complesso delle cose. Io  debbo quindi accettare e aver caro  tutto che mi accade, come conse-  guenza necessaria di quella loro ge-  nerale determinazione. Che se poi  non pensano nè provvedono a nulla  (è una empietà il crederlo; o vera-  mente non facciam più sacrifici, nè  preghiere, nè alcuna di quelle cose che suppongono presenti gli Dei e  viventi con noi); ’ se, dico non pen-  sano nè provvedono in. alcun modo  a niuna delle cose mie; posso io  almeno pensare e provvedere a me  stesso: e mio primo pensiero debbe  essere di conoscere in che consiste  Futile mio. Ora egli è utile ad un  essere qualsivoglia ciò chcs è con-  forme alla costituzione e natura di  lui. La mia costituzione è ragionevole e socievole: la mia società e  LA MIA PATRIA, come Antonino, è ROMA; come uomo, è il mondo. Ciò solo adunque che giova a queste  due patrie, ò utile a me. Ciò che avviene a ciascheduno, è utile al tutto. Questo solo basta. Ma tu osserverai ancora, so  tu ci badi, che per F ordinario ciò  che succede ad un uomo, è utile an-  cora agli altri uomini. Intendo ora   ^ Intendi: «che suppongono la presenza J  e la provvidenza divina.»  r utile nel senso volgare, cioè attri-  buendo utilità alle cose medie. Quello effetto che fanno in te  gli spettacoli degli anfiteatri e di  simili luoghi, chè per essere sem-  pre le medesime cose, ti rechi a  noia il vederle, quello effetto me-  desimo facciano in te tutte le cose  della vita: perchè esse sono, dalla  cima al fondo, sempre le stesse, e  nate sempre dalle stesse. K fino a  quando adunque?  Non cessare di rappresentarti  al pensiero uomini’ trapassati di ogni  fatta 0 di ogni sorta di condizioni,  discendendo anche a Filistione, a  Febo e a Origanione;* passa di poi  ad altri generi di viventi. Colà dob I[Vi fu un Filistione poeta comico, contemporaneo di Socrate; vi fu ancora un  Filistione di Locri, il quale era medico, e  da alcuni creduto autore dei libri sulla  dieta che fanno parte della collezione ippocratica. Quanto a Febo e Origanione ci  sono al tutto incogniti. biamo andare anche noi dove sono  iti tanti valenti oratori, tanti gravi  filosofi, Eraclito, Pitagora, Socrate;  tanti eroi prima di loro, tanti capitani dopo, tanti tiranni; e insieme  con loro EUDSOSSO, IPPARCO, ARCHIMEDE altri acuti ingegni, uomini  magnanimi, laboriosi, scaltri, arroganti, beffardi, schernitori di questa  povera vita di un giorno, siccome fu MENIPPO ed altri simili a lui.  Pensa che tutti costoro sono spenti. II celebro matematico discepolo di Platone, il cui sistema è esposto nel XII della  Metafisica di Aristotele; e che insieme cou  Speusippo assorbì tutto il Platonismo nella  teoria dei numeri. A lui si applica, non  meno che a Speusippo,!' osservazione di Aristotele: «la matematica è divenuta tutta  la filosofia del nostro tempo. [Matematico contemporaneo di Tolomeo  Filadelfo, nato in Nicea] [Filosofi» cinico nato a Gadara, dal quale  un certo genere di satiro che furono dette menippee: orasi beffato dei filosofi e delio  loro dispute scrivendo con uno spirito e  una vena inesauribile, che gli fu invidiata,  come pare, anche da Luciano. da gran tempo. Ora che male per  essi? che male per coloro dei quali  non resta pure il nome? Solo una  cosa è qui da avere in gran pregio:  r osservar sempre la veracità e la  giustizia, comportandoci benevolmente anche verso i bugiardi e gli  ingiusti.   48. Quando vorrai rallegrare te  stesso, rappresentati al pensiero le  migliori qualità degli uomini coi  quali tu vivi: per esempio, l’operosità efficace di questo, la verecondia di quello, la liberalità di quelr altro, e cosi via via. Perciocché  non è cosa che tanto rallegri, quanto le sembianze della virtù espresse nei costumi delle persone colle  quali viviamo, e quanto più esser  possa, accumulate e frequenti. Vuoisi dunque averle pronte alla memoria.  Ti quereli tu del pesare solo  cotante libbre e non tre cento? Così non ti querelare dello aver a vivere  solo tanti anni e non più. Come ti  tieni per pago e lieto della quantità  di materia che ti fu assegnata, così  accontentati del tempo. Fa’ prova di persuaderli; ma  non lasciar di operare anchh malgrado loro, quando ragione di giustizia il richieda. Che se altri ti  impedisce colla forza, volgiti alla  rassegnazione, e serba la serenità  dell’anima, facendo uso di quello  impedimento per l’ esercizio di un’altra virtù. E ricordati che tu vuoi  condizionalmente,* e che non si richiede da te r impossibile. Ora che  si richiede adunque? Una cotale determinazione di volontà. E questa  [ La volontà giusta è solo scopo e termine di sè medesima, sia o non sia ella  efficace, cioè a dire, sia o non sia seguita  dall' effetto esteriore, il che dipende dalle  circostanze esterne. tu l’hai: il fine a cui sei venuto  nel mondo è conseguito. L’ambizioso ripone il ben suo  nell’ azione altrui; il voluttuoso nelle  proprie passioni; ' il savio nella sua  propria azione. Io posso astenermi dal fare  concetto alcuno intorno a ciò, e non  turbarme nell’anima. Non le cose,  ma noi siamo gli autori dei nostri  giudizi. Fa’ di avvezzarti ad ascoltare  senza distrazioni ciò che altri dice,  e ad entrare quanto più puoi nell’animo di chi favella. Ciò che non giova allo sciame,  non giova neppure alla pecchia. Quando i naviganti mormorano   contro al nocchiero, o gli infermi. Meno stoicamente direbbesi nel soddisfacimento delle proprie passioni, » cioè  nel piacere procurato da questo soddisfacimento. Perchè il piacere stesso è per gli  Stoici una passione, un patire e non un  agire dell' anima. Di  contro al medico,' qual motivo può  moverli a ciò se non se il modo  con che il medico e il nocchiero  procacciano la sanità e la salvezza  loro? Quanti di coloro, coi quali io  venni al mondo, se ne sono già andati!  Agli itterici sembra amaro il  miele, l’acqua è spaventevole alr idrofobo, pel fanciullo è bellissimi  una palla. A che dunque mi adiro?  Stimi tu men potente una falsa opinione che la bile nell’itterico, o il  veleno nell’idrofobo?  Niuno può recarti impedimento  al vivere secondo la legge della tua  natura; nulla accaderti contro la  legge della natura comune. Che è il vizio? è ciò che tu  spesso hai veduto. E ad ogni accidente che t’ intervenga abbi apparecchiato questo pensiero, che è cosa  da te spesso veduta. Su e giù, a  dritta e a manca troverai pur sempre le stesse cose, di che sono piene  le antiche storie, le mezzane e le  moderne; di che ora son piene le  città e le case. Nulla di nuovo: tutto  consueto e di poca durata. La fede nei domini come può  venir meno se non se collo spegnersi  di quei pensieri che sogliono alimentarla? i quali sta in te jl ride«^tar di continuo. Posso pensare di una cosa quel che ne debbo pensare:  se questo è in mia facoltà, a che  mi turbo? Ciò che è fuori ilella mia  mente, non ha nulla che fare colla  mia mente. Fa’ di essere cosi disposto e sei ritto. Il risorgere sta in  poter tuo: vedi di nuovo le cose a  quel modo che tu le vedevi: sarà il  tuo risorgimento.'   3. Pompe, trionfi, vani apparati,  drammi che si recitano in sulla scena, greggi, armenti umani, scaramucce, ossicciuolo gittate al cagnolino, tozzo di pane ai pesci nel vivaio,  affanni e lavorar di formiche,, discorrimenti qua e là di topi spaventati,  fantoccini mossi da un filo. È mestieri  assistere a codeste cose con viso  benevolo e non burbero, ma non  però dimenticare che tanto vale ciaPare che ad Antonino in un momento di  sconforto sombrasse aver perduta la fede  nei domrai della filosofia. E si conforta a ricuperarla. Bello e profondo paragrafo, stoicamente considerate] scuno quanto vaglion le cose cui dà  le sue cure. Conviene por mente parola per  parola a ciò che si dice, e atto per  atto a ciò che si fa. E veder tosto  nell’ una cosa qual è lo scopo; nell’altra, qual è il significato. Basta, o non basta il mio ingegno a proccurare questo effetto? Se basta, io ne fo uso come di uno  stromento che la natura dell’ universo mi diede. Se non basta, ove  non osti il dover mio, lascio fare  r opera a chi può condurla a fine  meglio di me; ovvero io la fo come posso, giovandomi dell’aiuto di  tale, che possa, scorto dal mio proprio consiglio, recare ad effetto ciò  che è utile ed opportuno alla comunità. Perchè questo deve esser  sempre il fine di ciò che io faccia,  sia da per me solo, sia coll’aiuto altrui: l’utile e il convenevole al  comune. Quanti lodatissimi sono già stati  dati all’oblio! e quanti che li lodarono sono scomparsi, già è gran  tempo! Non ti vergognare dell’essere  aiutato. Tu ci sei per fare quello che  tocca a te, come un soldato ad una  battaglia murale. Ora se tu, offeso  in una gamba, non potessi solo salire  in sui merli, e ti venisse fatto colr aiuto di un compagno? Non ti mettere affanno delle cose  future. Tu arriverai ad esso, se il  dovrai, recando teco quella medesima ragione di che fai uso nelle  cose presenti.   D, Tutte le cose sono reciprocamente collegate fra loro; sacro è il  legame che le unisce, e niuna cosa  può dirsi estranea ad un’altra. Esse  sono tutte coordinate insieme e concorrono ad ornare lo stesso mondo. Perchè uno è il mondo che è formato  di esse tutte, uno Iddio che penetra  tutto, una la materia prima, una la  legge, una la ragione comune a tutti  t?li esseri intellettivi, una la verità:.  essendo pur anche una sola la perfezione di tutti gli esseri congeneri  e partecipi della stessa ragione. Presto svanisce ogni corpo, risolvendosi nella sostanza universale;  presto svanisce ogni causa, rientrando nella ragione universale; e la  memoria di ciascheduna cosa è presto  inghiottita nell’abisso del tempo. Per l’animale ragionevole, la  stessa azione che è secondo natura,  è anche secondo ragione.  Se non sei ritto, dirizzati. Quella relazione che hanno fra loro le membra del corpo nell’animale individuo, hanno fra loro gli  esseri intelligenti nel corpo collettivo della società: tutti sono fatti per  cooperare insieme ad uno scopo comune. E per meglio ricordartene  avrai cura di ripetere. spesso a te  medesimo: io sono un membro del  sistema degli esseri intelligenti. Ma  se tu di’ solamente: io sono una  parte, tu non ami ancora di cuore  gli uomini; il beneficarli non è  ancora per te cosa che per se medesima ti diletti e ti contenti: tu il  fai tuttavia per pretto dovere, non  perchè tu senta di beneficare ad un  tempo te stesso.  Accada che vuole al di fuori a  quelle parti che possono ricevere  nocumento da cotali accidenti: se  ne dorranno esse che patiscono,’ se  il vogliono. Quanto si è a me, ove  io non faccia concetto di siffatti accidenti come di un male, non ne  ricevo nocumento veruno. E sta in  mia facoltà il non fare cotali concetti. Che che altri faccia o dica, a  ine conviene essere uomo dabbene:  per appunto come se V oro, o la  porpora, o lo smeraldo dicesse: che  che altri faccia o dica, a me conviene  essere smeraldo, e avere il mio proprio colore. La parte sovrana non dà  mai noia a sè stessa, vale a dire, non  è mai cagione nè di tristezza, nè di  timore, nè di concupiscenze a sè  stessa. Se altro v’ ha che possa moverla a ciò, vi si adoperi. Quanto a  lei, operando razionalmente, non  sarà mai a sè stessa cagione di cotai  moti. Provveda il corpo, se può, al  non avere a soffrire; e se soffre, lo  dica. Quanto si è all’animuccia, nella  (filale veramente cade la tristezza e  il terrore, basterà solo che la parte  ove si formano i giudizi* del terribile   [Animuccia; intendi il principio della  &dìoi&1o   e del tristo, non dia luogo a quelli:  essa animuccia non ha attitudine a  formare giudizi cotali. La parte sovrana, considerata in sè, non ha mai  manco di nulla, ove ella non venga  meno a sè stessa: e similmente non  è mai turbata nè impedita, ove non  turbi o impedisca ella sè medesima. Beatitudine vuol dire buon  genio, vuol dire mente buona. Che  fai dunque tu qui, o immaginazione?  Va’ via, te ne prego per gli Dei, vattene come sei venuta: non ho bisogno  di te. Tu sei venuta secondo l’usanza  tua vecchia. Non mi adiro teco; ma  vattene.  V’ha chi teme il mutamento?  Ma che può farsi mai senza mutamento e trasformazione? E che v’ha  di più caro, di più proprio e consueto  alla natura dell’universo? E puoi tu  stesso prendere un bagno se le legna  non si trasformano? puoi tu nutrirti,  se non si trasformano i cibi? E v’ha egli alcuna delle altre cose necessarie  alla vita che possa elfettuarsi senza  trasformazione? Non vedi tu dunque  che il dovere tu ancora essere trasformato, va del pari con tutte le  altre trasformazioni,, ed è parimente  necessario alla natura dell* universo?   19. Per entro la sostanza dell' universo, come per entro a un torrente,  passano tutti i corpi connaturati a  (jiiello, siccome sono connaturate a  noi, e cooperano con noi le nostre  membra. Quanti Crisippi ha già inghiottiti il tempo, quanti Socrati,  quanti Epitteti! Lo stesso sovvengati  (l;ogni altro uomo, o cosa qualsivoglia.  Una sola cosa mi turba: la tema  di far cosa che la natura dell’ uomo  non voglia, o come essa non voglia,  o quando essa non voglia. Presto avrai tutto obliato, e  presto ancora sarai obliato da tutti. È proprio dell’ uomo l’ amare anche colui che ci offende. Il che ti  verrà fatto se tu penserai che egli è  pur tuo congiunto,^ che ha peccato  per ignoranza e suo malgrado, che  fra poco sarete morti ambidue, e sopra tutto che egli non ti ha nociuto:  perchè non fece peggiore che olla  prima si fosse la tua parte sovrana. La materia comune di tutte le  cose è nelle mani della natura universale, come la cera in quelle dello  scultore.^ Ora ella ne fa un cavallo,  poi, rifusa la materia del cavallo, ne  fa uso alla produzione di un albero,  poi a quella di un omiciattolo, poi  a quella di qualche altra cosa, e  ciascuna di queste cose dura un  brevissimo spazio di tempo. Ma e'non  è oggi più tremendo pel forzierino  r essere sconficcato e disfatto, che  non fu ieri 1’ esser fatto. Il quale si serve di essa cera per fare  i modelli delle sue statue. II livore in sul viso è cosa  contro natura, da che spesso vi altera anche il colore che naturalmente   10 abbellisce, e che alla fine vi si  spegne in modo da non potervisi più  ravvivare. Questo ti provi che è cosa  eziandio contro ragione: perchè se  anche la coscienza del peccare si  perde, qual motivo di più vivere? Tutte le cose che vedi, già già  le viene mutando la natura reggitrice  del tutto, la quale ne farà altre della  materia loro, e poi altre della materia di queste, affinchè il mondo  sia sempre giovane.   Quando altri ti offende in che  che sia, considera tosto qual cosa  egli abbia dovuto estimare come un  bene o come un male perchè fosse  così mosso ad offenderti. La qual  cosa scorto che tu abbia, tu avrai  compassione airuomo, e cesserai dal maravigliarti e dallo adirarti. Perdiè  o tu stesso stimerai tuttavia come  un bene o come un male quella  medesima cosa od altra somigliante;  e allora gli si vuol perdonare; o tu  farai altra estimazione ch’egli non  fece, e più facilmente benigno sarai  a chi travide malgrado suo.  Non pensare alle cose che tu  ancora non hai come se tu g»à le  avessi. ^Ma facendo piuttosto il novero delle più comode tra quelle che  liai, sovvengati quale studio porresti  in procacciarle se tu non le avessi.  Bada nondimeno che questo tuo  averle in grado non ti venga avvezzando a stimarle in modo da turbartene poi quando elle ti mancassero. Ravvolgiti in te stesso. La parte sovrana e ragionevole dell’ uomo ha  natura tale che basta a sè quando  agisce rettamente e sa trovare in  ciò la sua quiete.   29. Cancella le immaginazioni, raffrena gli appetiti, circoscrivi il presente del tempo. Conosci ciò che  accade a te e ad altrui. Dividi e risolvi ne’ suoi elementi, la parte  causale c la parte materiale, ogni  oggetto di appetizione o di aversione. Pensa all’ ultima ora. Lascia  stare il peccato altrui colà dove ò  nato.   no. Segui col pensiero le altrui  parole. Penetra coll’ acume della  mente nelle cose che si fanno e nelr animo di coloro che le fanno.   31. Adornati di verecondia, di semplicità e di indifferenza verso tutte  le cose che non sono nè virtù nè  vizio. Ama il genere umano. Obbedisci a Dio. Tutto le cose, disse  colui, si fanno secondo una legge  immutabile. 0 gli Dei, o gli atomi. Ma basta il ricordare che tutto si fa   [Cioè a dire: o v' ha una provvidenza  divina, o non v' ha, secondo il sistema atomistico di Epicuro. secondo una legge. Ma troppo è anche  il poco già detto. Quanto alla morte, o essa a un disperdimento, se la vita ò un  accozzamento fortuito di atomi o altra  aggregazione qualsiasi. Ovvero essa è uno spegnimento, ovvero un  traslocamento. Quanto al dolore, se è intollerabile, ti uccide. Se dura, è tollerabile. E la mente conserva la sua tranquillità se si raccoglie in sè stessa:  e la parte dominante non si è fatta  peggiore. Quanto alle parti che sono  offese dal dolore, ce lo dicano se il  possono. Quanto alla gloria, vedi le menti  loro, quali cose fuggono e quali cose  ricercano. E ancora, che a quel modo  stesso che gli strati di arena novellamente gittati in sul lido ricoprono  i precedenti; similmente nella vita  le cose nuove ricoprono, sovrapponendosi, per così dire, ad esse, e fanno dimenticare quelle a cui succedono.   Di Platone: Ad uomo di  eccelsa mente, al quale sia dato di  abbracciar col pensiero tutta la serie  dei tempi e l’ università degli esseri,  credi tu che la vita sia per sembrare  un gran che? Impossibile, disse  quegli. E la morte, per conseguenza. non sarà punto stimata da  lui una tremenda cosa. — No certo. »   Di Antistene: Operar bene  ed essere lacerate è cosa da re.  È vergogna che il volto ubbidisca alla mente e si componga ed  assesti come ella vuole; e che la  mente poi non sappia comporre e«l  assestar sè medesima.  Contro le cose lo adirarsi è vano,  Ch'esse non se ne curano. 1 Fiat. Rep. lib. VI. [Lacerato, intendi, dai maldicenti. Plutarco negli Apoftegmi attribuisce questo detto ad Alessandro]. [Tratto dal ‘Bellorofonte’, tragedia perduta di Euripide. E gli immortali e noi di te fa lieti. Mieter la vita  Come spica matura, e morir l' uno,   E viver l’altro. Sed ime vède’nii eigl’ilddii non curano,  Ciò pure ha sua ragione. Che il bene e il dritto è dalla mia. Non pianger con altrui nè esultare.  (Di Platone). A chi mi favellasse in colai guisa, potrei con giustizia rispondere: Tu erri dal vero,  o amico, se tu credi che un nonio  di qualche vaglia debba, quando imprende a far che che sia, computare  le probabilità dello avere a morire  0 a vivere; e non piuttosto considerare unicamente se ciò ch’egli im t Nel testo è un verso esametro, ma ignorasi onde 1' abbia tratto Antonino. P.   2 Due versi dell' Isipile, tragedia perduta  di Euripide. II primo di questi due versi è citato  anche al § 6 del lib. XI, come verso di un  tragico; ma il nome del poeta non è noto. D’ ARISTOFANE negli Acarnesi. P.   5 I §§ 44 e 45 sono tratti dall’Apologia  di SOCRATE; il § 46 dal ‘GORGIA’] prende a fare sia giusto od ingiusto, se  azione da uomo dabbene, o da tristo. Perchè così è veramente, o  Ateniesi: quale che sia il posto che altri scelse nell’ordinanza, giudicatolo  il migliore, o in che sia stato collocato  dal capitano; egli vi dee perseverare,  secondo che mi pare, e sostenervi tutti i pericoli, non avendo in conto di  nulla la morte ne altro checchessia,  in paragone della disonestà e vergogna che sarebbe lo abbandonarlo.   Ma bada bene, o valentuomo,  che altra cosa non sia la gentilezza,  d’animo e la virtù, ed altra il procacciare salvezza asèe ad altrui; e  che ufficio deir uomo, dico chi voglia  essere uomo veramente, non sia per  avventura, anziché lo ingegnarsi di  campar lungo tempo avendo cara  sopra ogni altra cosa la vita, il rimettersene piuttosto a Dio; e prestando fede a ciò che dicono le femmine. essere inevitabile il destino di ciascheduno, studiare il modo di vivere, il più virtuosamente ch’ei può quel tempo che ha a vivere. Contemplai’e il giro degli astri  accompagnandoli, per cosi dire, nel  loro corso; e ripensare di continuo  al perpetuo tramutarsi degli elementi da una in altra forma. Cotali pensieri purgano l’anima dalle lordure  di questa vita terrestre.   48. Bello è quel luogo di Platone:  « Chi ragiona* degli uomini, deve anche osservare, come da un’ alta vedetta, tutte queste cose terrene:  adunanze popolari, eserciti campeggianti, agriculture, nozze, divorzi,  nascimenti',’ morti, strepiti di tribunali, contrade inabitate, varietà di  nazioni, feste, lutti, mercati, e questo miscuglio di tutti i contrari, e  l’ordine di questo miscuglio di che  si compone il mondo. Questo brano di Platone non si trova  nelle opere che ci rimangono di lui. E’ giova il rimembrare le cose  che furono prima di noi: tanti mutamenti, tanti e sì grandi rivolgimenti di stati. Puoi anche considerare le cose che seguiranno in futuro,  perchè esse saranno pur sempre  ti’ un taglio, e non è possibile che  escano mai del tenore usato infino  ad ora. Onde che tanto vale il ricercare gli eventi di che si compone  il vivere umano ^ in un periodo di  t^uarant’ anni, quanto in uno di dieci  mila. Che potresti trovare di più? E questo. Ciò die fu terreo torna alla terra;   Ciò die d’ etereo seme è germoglio.   Del deio etereo torna allo sfere. Che vuol dir ciò? Separazione degli  atomi terrei che erano insieme aggregati, e somigliante separazione  degli elementi attivi. Intendi il vivere dell' umanità, o non  deir individuo umano. Gli elementi attivi erano, secondo gli  dE con cibi il torrente e con bevande  £ con incanti di stornar proccnra  Perchè a morte noi tragga. Con quel vento   Che Dio ne manda navigar ci è d'uopo,  £ non spargere inutile lamento.»  Pili valente nella lotta, ma  non piò devoto al ben comune, non  piò verecondo, non piò indulgente  e piò benevolo verso il prossimo  che ha peccato. Ogni volta che può condursi a  fine una impresa secondo i precetti  della ragione comune agli Dei e agli  uomini, non hai nulla da temere:  perchè dove sta in te lo avvantaggiarti coir esercizio libero della tua  operosità, procedendo secondo la  costituzione dell’ uomo, quivi non è  luogo a timore di avere a soffrire  alcun danno.   stoici, Paria e il fuoco, con che intendevano il freddo e il caldo; i passivi, la terra  e l’acqua. In ogni luogo e in ogni tempo  è in tua facoltà lo acconciarti di  buon grado e con pia rassegnazione  all’ evento che ti occorre; e il portarti con rettitudine verso gli uomini  coi quali ti trovi; e il vegliare diligentemente con quelli spedienti che  tu sai sopra ogni tuo pensiero presente, affinchè non v’entri inavvertitamente nulla che tu non abbia  perfettamente compreso.  Non andare investigando in  qual modo credano di doversi governare gli altri, ma guarda dritto  . Non andare investigando gli altri. [Intendo: non curarti di ciò che le menti  degli altri approvano o disapprovano; bada  dirittamente a ciò che approva la tua. Noto  questo perchè altri non creda essere il qui  detto da Antonino cosa contraria a ciò che  disse in molti altri luoghi, e segnatamente  nell’ Vili, 61: entrare nella parte sovrana di  ognuno. Le sono due cose diverse. In quanto  al tuo operare, non badare a ciò che le menti  degli altri prescrivono, bada a ciò che prescrive la tua. In quanto ai giudizi che tu fai degli altri, entra il più che puoi nelle menti loro,  per vedere quai motivi li spingano. allo scopo verso il quale ti scorge  la natura universale per mezzo degli  eventi che essa ti manda; e la tua  propria natura per mezzo dei doveri  che essa ti impone. E dovere di ciascheduno sono quelle azioni che corrispondono al fine pel quale è stato  formato. Ora gli esseri non ragionevoli sono stati formati per gli esseri ragionevoli (come universalmente tutte le cose che hanno minor  valore, per quelle che ne hanno un  maggiore); e gli esseri ragionevoli,  gli imi per gli altri. Primo dovere  adunque dell’ uomo, in conseguenza  della sua costituzione, è di cooperare  al bene di tutti i suoi simili. Il secondo è lo star saldo contro gl’appetiti e le AFFEZIONE DEL CORPO. Essendo  proprio della forza razionate e intellettiva il serbarsi pura e distinta,  circonvallando, come a dire, sè stessa, e noh essere vinta mai dalla  t Vale a dire che non deve ammettere in forza sia sensitiva sia appetitiva. Perchè queste due forze sono animalesche, e sopra di esse quella vuole  aver primato e signoria, e non lasciarsi signoreggiare da esse. E con  ragione: quella essendo fatta per  servirsi di queste. Terzo dovere delr uomo \i è il procedere cautamente  ne’ suoi giudizi, per non cadere in  errore. A queste cose applicandosi  la parte tua sovrana, compia per la  diritta via il suo corso; ed ha tutto  ciò che le spetta. Come se tu avessi dovuto morire testé e fornito già tutto il corso  della tua vita; vivi secondo natuia  (piei giorni che ti rimangono, considerandoli come un soprappiù che  tu non avessi sperato.’   se alcuna mistura di elementi estranei alla  sua natura,. e apparir quindi distinta con  taglio nettissimo da tutto ciò che ha natura diversa dalla sua. [A  quel modo che se ci trovassimo al punto della Cari ti sieno quelli eventi soltanto che t’ incontrano, e sono quindi come a dire contesti insieme collo  stame della tua vita. Che potresti  desiderare di più accomodato a te? Ad ogni accidente che ti occorre abbiti davanti agli occhi coloro  ai quali incontrarono le stesse cose;  ed essi se ne adirarono, parve loro  strano, se ne querelarono. Ora dove  sono coloro? In niun luogo. Perchè  vuoi tu dunque rassomigliar loro? e  non lasci piuttosto a chi li vuole  quei moti alieni da te, e non badi  unicamente all’ uso che devi fare  deir accidente intervenuto? Perchè  tu ne farai buon uso, e ti sarà nuova  materia a virtuosamente operare,  solo che tu intenda ad esser uomo   morte senza speranza di riaverci e considerassimo la nostra vita trascorsa; ci dorremmo di averla male impiegata, e vorremmo caldamente impiegarla meglio per  l’avvenire, scampando; cosi dobbiamo volere ora ec. dabbene agli occhi tuoi propri, sia  qual si voglia la cosa che tu faccia; e  ti sovvenga di queste due verità: importare assai quale sia l’ azione, e non importare nulla in che cada razione. Guarda dentro di te. Ivi è la  fonte del bene, la quale non sarà  esausta mai, solo che tu ci vada  scavando di continuo.   60. Anche il corpo, e nel camminare e nello stare, serbi un contegno  egualmente alieno dalla avventatezza  e dalla mollezza. Imperocché siccome l’anima si rivela nel volto, imprimendovi un certo che di assennato  e di composto; così ella dee rivelarsi  anche nel rimanente del corpo. Ma  ciò vuoisi fare naturalmente, senza  che vi appaia studio nè affettazione.  La volontà giusta è per gli Stoici solo  scopo e termine di sè medesima, sia, o non  sia ella efficace, cioè a dire sia o non sia  seguita dall' effetto esteriore, il che dipende  dalle circostanze esterne. La virtù sola è  huona.essa sola basta alla beatitudino. L’arte del vivei e virtuosamente  rassomiglia piuttosto all’arte della  lotta che a quella della danza, in  quanto bisogna essere apparecchiati  ad ogni accidente non preveduto, e  saldi per non cadere. Non cessare di recarti a mente  le qualità di coloro dai quali vorresti essere lodato, e quelle delle menti  loro. Così non ti avverrà di trascorrere all’ ira contro uomini che fallano  malgrado loro, nè ti curerai dell’essere da loro lodato o biasimato, vedendo qual sia la fonte onde moiVono  i giudizi loro e le loro azioni. Non per sua elezione, dicea  quegli, ma sempre malgrado suo, è l’anima umana priva del vero.' E   [La sentenza è di Platone, ed è citata anche da Epitteto (Dissert.),  il quale nomina l’autore. Nel Sofista particolarmente, Platone intende a provare che  r ignoranza è sempre involontaria, e che  sempre malgrado suo è l’uomo privo della cognizione del vero. parimente malgrado suo è priva della  giustizia, della temperanza, della  mansuetudine e di tutte le altre cose  cotali. Sommamente importa che tu  r abbi sempre a mente: sarai più  mite c be_nigno inverso di ognuno.   Oi. In ogni caso di dolore abbi  apparecchiato questo pensiero, che  non è cosa disonesta, non tale da  far peggiore la mente che ti governa: perocché non le nuoce nè in  quanto ella è ragionevole, nè in quanto ella è socievole. Nel maggior numero dei casi troverai soccorso efficace anche in quel detto di Epicuro:  il dolore non esser mai nè intollerabile nè di lunga durata, solo che  tu non lo ingrandisca colla tua immaginativa, nia lo vegga ne' limiti  suoi naturali. Avverti ancora che  molte cose ci muovono ad atti di  impazienza senza quasi che vi ponghiaino mente, le quali non sono  pur altro che dolore: siccome lo  aver sonno quando vorremmo vegliare, r essere travagliati dal caldo, o  r avere inappetenza. Ora quando tu  sostieni malvolentieri alcuna di queste cotali cose, di’ a te medesimo  che tu hai ceduto al dolore.*   65. Bada a non comportarti mai  verso i disumani, come i disumani si  comportano verso gli altri uomini. Come sappiamo noi che Telauge, quanto alle disposizioni dell’animo, non soprastasse a SOCRATE? [Intendi che non basta reggere ai dolori  gravi, ma conviene saper vincere anche i  leggieri: coi quali sovente non ci pigliani  briga di combattere, perchè la loro piccioIczza fa che non ci badiamo; o ci troviamo  vinti senza accorgercene. In quei casi, dico  r autore, di’ a te stesso: « ho ceduto al dolore: » qnasi volendo, col rammentare quel  nome, che è il vero, faro a sò stesso parere  più gravo il caso,o destare cosi la sua attenzione. [Filosofo del quale Eschine Socratico  diede il nome ad uno de' suoi dialoghi].  Imperocché non basta che la morte  di SOCRATE Socrate sia stata più famosa, nè  eh’ egli abbia fatto prova di maggiore sagacità nel disputar coi sofisti, di maggiore fortezza col passare la notte in sul ghiaccio, di più  nobile coraggio col disobbedire al  comando di andare a prendere quelr uomo di Salamina,' nè eh’ egli  camminasse per le vie con altero  contegno: la qual cosa sarebbe massimamente da considerare quando  fosse vera. Ma vorrebbesi vedere  quale intimamente fosse l’animo di  Socrate. Se egli potea contentarsi  dell’ esser giusto verso gli uomini e  [Quest’ nomo chiamavasi Leone e possedea grandi ricchezze. Delle quali i trenta  tiranni sperando poter fare lor preda, aveano comandato a Socrate che andasèe, accompagnato da altri quattro, ad arrestarlo.  Socrate, con pericolo della sua vita, disubbidì al comando. Questo fatto è ricordato nell’ Apologia di Platone, da Eschine  il Socratico, da Diogene Laerzio e da Epitteto. santo verso gli Dei se non gli accadesse mai di adirarsi ciecamente  contro il vizio, nè di servire all’altrui  ignoranza, nè di accogliere come  strana o incomoda o intollerabile  veruna delle cose che gli venivano  compartite dal tutto,* nè di lasciare  che la mente sua partecipasse delle  affezioni della carne. Cioè [8’ egli riponeva in ciò solo, nella  santità e nella giustizia, la sua felicità,  Renza nulla desiderare di più. Da queste parole di Antonino non bassi  ad inferire che egli particolarmente dubitasse della grandezza mórale di Socrate;  ma esse vogliono piuttosto esser prese in un  senso generale, servendosi Antonino del nome illustre di SOCRATE, come di un esempio,  por avvertire quanto sia malagevole il giudicare del valore morale degli uomini da  alcune loro azioni esteriori, sieno buone o  sieno cattive; e come l’eccellenza morale  non consista solamente nel compiere esteriormente qualche grande atto di virtù, ma  richiegga inoltre tutte quelle disposizioni  intime e abituali di cui fa la rassegna. Detto di Fociono. La mente non fu dalla natura  mescolata per modo e confusa insieme col corpo che essa non possa  distinguersi da esso e come a dire circonvallare sò medesima, ed esercitare libera signoria sopra ciò che  è ‘suo; sendo che possa darsi benissimo che un uomo sia sommamente buono, e che nissùno il vegga. Questo abbiti a mente, e ancora, che  in pochissime cose consiste il vivere Ecco come intendo io questo luogo: Noi  conosciamo altrui dalle azioni e dalle parole, quindi sempre per qualche organo corporeo, quindi dal corpo. Ora può benissimo  immaginarsi il caso che un uomo moralmente eccellente sia posto in tali condizioni, o per malattia, o per estrema povertà,  0 altra forza esteriore, da non poter usare  in verun modo del corpo per compiere alcuno di quelli atti che sono la manifestazione esteriore delle disposizioni virtuose  deir animo. In questo caso esse non potranno essere conosciute. E però quando  Antonino dice: «esercitare libera signoria  sopra ciò che è suo, non vuol dire sopra  il corpo, ma sulle facoltà stesse della mente. felice. E per ciò che tu abbia disperato di dover essere mai eccellente  nella dialettica o nella fìsica, non  disperare medesimamente di dover  esser libero, e verecondo, e socievole, e obbediente a Dio. Vivere non vinto da alcuna  forza esteriore e colla più grande  contentezza d’animo, ancora che tutti  gli uomini schiamazzino a posta loro  contro di te, e le fiere mettano in  brani le membra di codesta congeriedi carne e d’ ossa che ti è venuta  crescendo intorno; sì' tu lo puoi. E  che v’ ha in fatti in tutti questi co [tali casi, che possa impedire la mente  tua dal serbarsi mai sempre imperturbata, dal fare sempre giusta estimazione delle cose circostanti e uso  ragionevole degli accidenti che intervengono? Per tal modo che la tua  facoltà giudicativa dica all’ oggetto  presente: « secondo T opinione tu sei  altra cosa; ma Tessere tuo vero, è  cotale. E la tua facoltà operativa  dica immantinente all’ accidente intervenuto: « te appunto io cercava:  perchè io non ho altro intento che  di operare razionalmente e socievole  mente, e tutto che accada me ne  porge occasione, tutto può essere  materia ad esercitare questa virtù,  quest’ arte umana e divina. Perchè  qualsiasi cosa che intervenga, ha qualche relazione di convenienza o con  Dio 0 con l’uomo, e può questi acconciarvisi, e non è mai nuova nè difficile, ma sempre nota e consueta, e facile 1’ uso che hassene a fare. Perfettamente costumato è colui il quale vive ciascun giorno come se quello fosse l’ ultimo. Non mai  affannosamente operoso, non neghittoso, non infinto mai.  Gli Dei che sono immortali,  non indispettiscono d’ avere del continuo a tollerare, e per tanta durata  di tempo, tanti e cotali dappochi: ed oltre a ciò prendono ogni cura di  loro. E tu che oramai sei per finire,  tu rinneghi la pazienza, e quando sei  tu medesimo uno di quel novero? È cosa da ridere che l’uomo  non voglia fuggire la propria malizia,  il che è possibile e voglia poi fuggire la malizia, il che è  impossibile. Tutto ciò che la ragione speculativa e civile non vede essere ragionevole e socievole, è da lei giudicato inferiore a sè stessa. Quando tu fai del bene ed io ricevo quel bene, che vai tu cercando, come gli stolti,  una terza cosa di più, cioè, che si sa che tu fai del bene, o che te ne sia reso il contraccambio? Nissuno si stanca del ricevere giovamento ed è a giovamento nostro  [Cioè del novero di quei dappochi, anche per la ragione appunto che tu non sai tollerarli, come sarebbe tuo dovere di fare] e d’altrui ogni azione conforme alla natura. Non istancarti dunque di giovare a te medesimo col giovare ad altrui. La natura universale produsse il mondo. Ora o tutte le cose che succedono nel mondo sono conformi  alla intenzione di quella natura; ovvero sarebbero *sragionevoli*, cioè dilformi dalla detta intenzione, anche talune delle cose principali che si fanno  pel ministero particolare della mente che governa il mondo. In molti casi sarai più tranquillo se avrai questo a mente. A ritrarti dal vano amore della gloria giove anche il considerare come non è più in poter tuo il fare che tu sia vissuto da FILOSOFO tutta la tua vita, cioè insino dalla giovanezza: cioè anzi molti si ricordano di un tempo, e te ne ricordi benissimo tu stesso, nel quale tu eri LONTANO DALLA FILOSOFIA. Sicché tu sei contaminato. Non è dunque più facil cosa per te l’acquistar rinomanza di FILOSOFO al che si oppone anche  la condizione del tuo stato. E però, se tu hai veramente scorto dove batta il punto, lascerai da banda il pensiero dell’opinione che altri sia per avere di te, e ti contenterai di vivere conforme alla tua natura quel rimanente di vita che ti è conceduto. Pensa adunque che cosa vuole la tua natura, e niuna altra cura ti  distragga da ciò. Perchè tu sai bene di quante altre cose hai voluto fare esperimento e in nissuna di esse hai TROVATO LA BEATITUDINE. Non nei sillogismi, non nelle ricchezze, non nella  gloria, non NEL GODIMENTO DEI PIACERI, in niun luogo, insomma. Dove sta  essa adunque? Nel fare ciò che richiede la natura dell’uomo. E come fai tu cotesto? Lo fai, se hai la credenza che e produttrice di quella azione. Quale credenza? Quella intorno al buono ed al malo. Non essere il buono per l’uomo ver una cosa che non lo faccia essere giusto, temperante, forte  e libero. Non essere il malo veruna cosa che  non lo faccia essere il contrario. Cioè non lo contamini del vizio opposto alla VIRTÙ. Ad ogni tuo atto interrogate  medesimo. Che relazione ha esso con me? Non avrò io da pentirmene? Ancora un poco e son morto e  tutto è finito. Se ciò che so ora è  conforme alla natura di un essere  intelligente, socievole e avente le stesse leggi che gli’idei, che cerco io di più? Alessandro, o Caio, o Pompeo, che e rispetto a Diogene, Eraclito, o Socrate? Diogene, o Eraclito, o Socrate conosce la cosa e la causa e la materia de la cosa;  e la parte sovrana e in Diogene, o Eraclito, o Socrate, veramente sovrana. Ma quelli, che cosa Giulio Cesare. seppero prevedere? E di quante non sono schiavi? Credi pure che non cesseranno di fare la medesima cosa quando pure tu avessi a scoppiare predicando il contrario. In primo luogo non turbarti. Ogni cosa succede secondo la natura dell'universo. E tra breve tu non ci sarai più in nissun luogo, siccome non ci *sono* più. Nè Adriano  nè Augusto. Di poi affisando lo sguardo nella cosa, vedi che è. E rammentando che ti bisogna essere uomo dabbene e quello che richiede la natura dell’uomo, fallo senza guardarti indietro, e favella ciò che a te *sembra* esser giusto, ponendo  mente soltanto che questo tu faccia e dica sempre con amorevolezza, con verecondia e senza simulazione. Intendi la cosa che ti turba. Questa faccenda ha la natura  dell’universo. Trasportare colà le cose che sono qui, cangiarle, tramutarle da uno in altro luogo. Tutto è mutazione. Non però in modo che s’abbia a temere nulla di nuovo. Tutto  è cosa solita ed anche tutto è distribuito egualmente. Ogni natura qualsiasi è contenta di sè, quando procede libera  nella propria via. E la natura ragionevole procede libera nella sua via, quando non assente ad alcuna rappresentazione falsa od oscura, quando indirizza i suoi sforzi verso la sola cosa che e utile al comune, quando non ischifa nè appetisce se non la cosa che e in nostro potere, quando si accomoda. Il tutto non è che un giro; onde che non v' ha nulla di nuovo da temere. Di buon grado ad ogni cosa che le venga compartita dalla natura comune. Perchè essa è parte di questa, a quel modo stesso che la natura della foglia è parte della natura della pianta. Se non che la natura della  foglia è parte di una natura senza senso e senza ragione, e che può  essere impedita. Dove che la natura  dell’*uomo* è parte di una natura che non è sottoposta a ricevere impedimento ed è intelligente e giusta. Poiché distribuisce egualmente, e secondo i meriti di ciascheduno, il tempo, la sostanza, la causa, razione, l’accidente. La quale egualità di distribuzione potrai osservai e se tu paragm. r^rai non già separatamente l’una cosa di questo con l’una  cosa di quello, ma *complessivamente* ogni cosa di questo con ogni cosa di quell’altro. Non puoi leggere. Ma reprimere ì moti insolentì dell’animo, tu il puoi. Ma non lasciarti SIGNOREGGIARE DAL PIACERE o dal dolore, tu il puoi. Ma essere disprezzatore della gloriuzza. Tu il puoi. Ma non adirarti contro gli stolti e gl’ingrati ed anche pigliar cura  di loro, questo ancora tu il puoi. Fa che ninno t’oda più quind’ innanzi querelarti della vita in corte nè della tua. Il pentirsi è un rampognare se stesso dell’aver trascurato qualche cosa di utile. Ora il bene conviene di necessità  che sia qualche cosa di utile, e però l’uomo onesto deve averne gran cura. Ma l’uomo onesto non si pentirà mai dell’aver trascurato un piacere. Adunque IL PIACERE non è il buono o cosa utile. Che è questa cosa considerate. Sottintendi: e questa è la ragione per cui l’uomo onesto si pente di aver trascurato di far del bene. In se stessa e nell’essere suo proprio? che v’ha in essa di sostanziale e di materiale? che v’ha di causale? Che fa essa nel mondo? Quanto tempo è per durare? Quando peni a riscuoterti dal  sonno, sovvengati essere particolar mente conforme all’esser tuo e alla natura dell’uomo il fare opere socievoli. Dove che il DORMIRE ti è comune cogli animali irragionevoli. Ora ciò che è più particolarmente conforme alla nostra natura, è anche più particolarmente accomodato a  noi, più facile e ancora più giocondo a fare. Non ommetter in verun caso li esaminare, per quanto è possibile, ogni cosa, facendo uso degl’ammaestramenti della FISICA, di quelli dell’ETICA e di quelli della LOGICA. Divisioni principali della filosofia appo gli stoici. In chiunque tu ti avvenga, di’tosto a te medesimo. Che opinioni  ha costui intorno al buono? Perchè se egli ha intorno al PIACERE piacere o alla cosa che e produttrice del PIACERE, e intorno alla gloria e all’ infamia, alla  morte e alla vita, certe cotali opinioni, non mi pare rnaraviglioso nè strano che faccia certe cotali cose. E mi ricordo sempre lui essere sforzato ad operare in tal guisa. Ricordati che siccome è da vuol dire. Esamiua ogni oggetto, riferendolo alla natura generale, e vedendo, secondo il precetto della fisica, elio relazione  ha col tutto. Riferendolo a te stesso, in quanto sei capace di felicità, la quale non può mai andare disgiunta dalla VIRTÙ ed è sostanzialmente identica  con essa, e vedendo a che cosa ti giova,  secondo il precetto dell'etica; paragonando il giudìzio che tu ne fai con altri giudizi anteriori, e vedendo se non ìstà in contraddizione con quelli; esaminando inoltre le conseguenze che si possono dedurre da  questo giudizio: tutto ciò secondo il precetto della LOGICA. stolto il maravigliarsi che la ficaia  produca il fico, così è il maravigliarsi  che il mondo produca quelle cose che è destinato a produrre. Non altrimenti che stolti sarebbero quel  medico e quel pilota i quali si maravigliassero che altri avesse la febbre e che il vento fosse contrario. Non dimenticare essere da uomo libero anche il mutar parere e seguire il consiglio di chi propone un avviso migliore del tuo. Perchè egli è pur sempre tua l’azione che tu fai coir esercizio della tua volontà, della tua facoltà giudicativa, e secondo il tuo intendimento. Se la cosa sta in poter tuo, perchè la fai? Se sta in potere altrui, di chi ti lagni? Degli atomi o degli dei? E di questi e di quelli il [Se sta in te il fare o non fare yna cosa, o l’impedire che si faccia da altri, perchè la fai, o lasci che ai faccia per dolertene poi? lagnarsi è pazzia. Non occorre lagnarsi di nissuno. Perchè se il puoi, hai a correggere l’uomo. Se non puoi l’uomo, hai a correggere la cosa. E se anche questa non puoi, il lagnarti a che giova? Non vuoisi far nulla a caso e senza scopo. Fuori del mondo non può cadere chi muore. E se riman quivi, quivi anche e non altrove si trasforma e si risolve ne’ suoi principi, che sono gl’elementi del mondo e tuoi. E questi ancora si trasmutano d’una  in altra forma, e non mormorano. Non è cosa che non sia nata ad un certo fine: il cavallo, la  vite ecc. Qual meraviglia? Anche il Sole Febo Apollo dice. Io nacqui ad un certo fine e similmente gl’altri iddii. E tu a che sei nato? A darti bel tempo? Vedi se ciò concorda col concetto  che tu fai dell’uomo. Non meno che il cominciare. Cioè nel mondo e crescere delle cose la natura ha in mira il loro decrescere e finire,  non altrimenti che il giocatore che gitta la palla. Ora c^ual bene per questa il salire o il discendere, od anche il cadere a terra? e qual bene per la bolla d’aria il formarsi e qual  male il dileguarsi? Il medesimo puoi  dire della lucerna. Arrovescialo codesto corpo e vedi qual è: e qual diventa invecchiando, e ammalandosi e depravandosi.Di corta vita sono e il laudante e il laudato, il ricordante e il ricordato; ed anche ciò accade in un [Il qual giocatore non lancia la palla  perchè abbia solo ad andare in alto, ma ancora perchè abbia a discendere. La quale si accende, arde e si spegne, o tutto è naturale egualmente.  S Àrroveciato codc lo corpo. Mettendo coir immaginazione al di fuori ciò che sta al di dentro. Depravandosi coll’ABUSO DEI PIACERI SENSUALI. angolo di questa contrada, nè quivi  pure sono tutti d’accordo, e v’ha  tale che non è neppure d’accordo con sè medesimo: e tutta la terra  non è poi altro che un punto. Applicati all’oggetto, o al  domma, o all’azione, o al significato. È tua colpa se questo ti accade. Tu vuoi piuttosto diventare domani  che essere oggi uomo dabbene. So io una cosa? La so riferendola al bene degli uomini. Mi accade una cosa? La ricevo riferendola agli dei e alla fonte di tutte  le cose, dalla quale procedono inCioè fa' che la tua attenzione sia sempre rivolta ad una di queste quattro cose. O all'oggetto su che tu operi, esaminando che è in realtà: o al domma o credenza per virtù della quale tu operi, esaminando se  ella è vera; o all’azione tua stessa, esaminando se tu la fai come vuoi farla; o al SIGNIFICATO della parole, cioè riferendo il particolare al generale, per capire l’ESSENZA della COSA SIGNIFICATA. sieme conserte le une colle altre tutte le. cose che accadono. Che ti pare che sia il lavarsi? Olio, sudore, sudiciume, acqua fecciosa, cose tutte stomachevoli. Tali  sono tutte le singole parti della vita,  tutti li oggetti esteriori. Lucilla fe il corrotto a Vero, poi altri a Lucilla; Seconda a Massimo, poi altri a Seconda; Epitincano a Diotiino, poi altri a Epitincano. Antonino a Faustina, poi altri ad Antonino; Celere ad Adriano. Poi altri a Celere. Sempre e in tutto il medesimo tenore. E quei belli  spiriti, quelli antiveditori dell’avvenire, quei burbanzosi dove sono eglino? Come per esempio, fra i belli spiriti, Carace, Demetrio il Platonico, Eudemone e simili? Tutti sono vissuti un giorno, tutti son morti da  lunga pezza; di alcuni non si è fatta  più menzione nè anche per un poco. Altri sono passati nelle favole, e alcuni di essi scomparvero già anche dalle favole! Sovvengati dunque come  bisognerà pure che o si dissolva codesto tuo composto, o si spenga codesto tuo spirito vitale, o sia tramutato altrove e vengagli assegnato un  altro posto. È letizia dell’uomo il fare ciò che è proprio dell’ uomo. E proprio  dell’ uomo è il voler bene a’ suoi congeneri, disprezzare i moti del senso, distinguere fra le rappresentazioni quelle che sono degne di fede, contemplare la natura dell’universo e le cose che conformemente a quella si producono. Tre relazioni. L’una colla causa  circostante. L’altra colla causa divina, dalla quale procede tutto che  accade ad ognuno. La terza cogli  uomini che vivono con noi. O il dolore è un male pel corpo, e se questo è, il corpo ce lo dica. O è un male per l’anima. Ma  questa ha in poter suo il conservar  sempre la sua calma e serenità, e il non fare concetto del dolore come  di un male. Imperocché ogni giudizio, ogni volizione, ogni appetizione o avversione qualsivoglia è un atto del tuo principio interno, e niun male  può salire insino ad esso. Rimovi da te le false rappresentazioni dicendo continuamente a  te stesso. Ora sta in poter mio il  fare che in questa mia anima non  sia veruna malizia, veruna concupiscenza, veruna perturbazione, in  somma; e vedendo le cose nel vero  esser loro, fare uso di ciascheduna  secondo il valore di essa. Nel senato e con chicchessia  parla compostamente, fuggendo il soverchio delle parole, e il tuo ragionare sia senza orpello. Corte di Augusto. Moglie, figlia,  nipoti, progenitori, sorelle. Agrippa,  congiunti, famigliari, amici. Ario,  mecenate, medici, sacrificatori. Tutta  una corte che è morta. Procedi innanzi e considera il venir meno non  delle persone ad una ad una, ma,  per esempio, della famiglia Pompeia. E quella scritta che si legge sui sepolcri. L’ultimo della sua schiatta; w  e pensa quanto s’ebbero a travagliare gli antenati di colui perchè non mancasse loro un successore. Nondimeno è pur forza che qualcheduno sia l’ultimo, ed ecco allora la morte di una intera prosapia. Colla bontà delle singole azioni  vuoisi procacciare di ben comporre  la vita. E se ciascuna di esse, per quanto è possibile, fa quelli effetti che dee fare, ti basti. Nè ciò  può essere impedito mai da checchessia. Sorgerà qualche impedimento esteriore. Ninno impedimento  che possa toglierti di operar giustamente, temperantemente, razionalmente. Tale o tale altra opera  potrà essere impedita. Ma se tu accetti di buon animo quello impedimento, e passi alacremente a far buon uso della nuova occasione che  ti vien data, ecco posta nella serie  degli atti di che si compone la vita,  in luogo di quella che ti avevi proposta, un’ altra azione la quale non  è meno acconcia a quella buona  composizione della vita di che si favella. 33. Ricevi senza boria, lascia andare senza ripugnanza. Vedesti mai una mano tronca.    t Cioè i beni della fortuna. Gli è come  se dicesse: Non tenerti per da più, quando  la fortuna ti viene a trovare; non tenerti  per da meno, quando ella se ne va. o un piede, o una testa giacenti  lungi dal corpo onde furono recisi?  Cotale si rende, per quanto sta in  lui, chi ripugna ad accomodarsi r  ciò che accade, e si separa a questo  modo dalla società comune, o fa  qualche atto contrario al bene di  quella. Tu te ne stai là gittate in un  canto, fuori dell’ unione naturale  degli esseri. Perchè tu eri nato parte  di quella, e te ne sei spiccato. Se  non che tu puoi sempre rappiccarviti di nuovo, usando della facoltà a  te concessa da Dio, e non concessa  a veruna altra parte di checchessia,  che spiccata una volta dall’ intero  potesse rappiccarvisi.Evedi di quanta  eccellenza volle Iddio adornare la  costituzione dell'uomo: chè, primieramente, egli pose in potestà di lui  il non separarsi punto dal tutto; e  poi il rapprendersi e compigliarsi di  nuovo con quello, quando se ne fosse  spiccato, e riprendere il suo posto e le condizioni sue come parte aderente qual era da prima. Dalla natura degli intelligenti  ha ricevuto ciascuno di noi,’ come  tutte le altre facoltà (e sono tante  quasi e tali, quante e quali quella  medesima ne avea ricevute*), e così  anche quest’ una: che a somiglianza  di lei, la quale volge e dispone nella  serie del fato, facendone cosa sua e  quasi parte di sè medesima, tutto  che a lei si venga ad attraversare e  a resisterle; così può T animai ragionevole far cosa sua di ogni impedimento, pigliandone materia al  suo operare e all’ esercizio della  propria virtù; sia pur qualsivoglia  la cosa nella quale venisse impedito. Non ti turbi il pensiero, quale [Intendi: in qnanto siani ragionevoli]. [Sottintendi: da chi è maggioro di lei. sia per essere tutta la tua vita, e  non darti pena e sconforto coll’andare fantafticando quanti e quali  travagli avrai forse ancora a sostenere: ma ad ogni caso presente interroga te stesso col dire: che v’ha  in ciò d’impossibile a sopportare?  Perchè avrai vergogna di rispondere  affermando che v’ abbia alcun che  di tale. E poi ricorda a te medesimo, non essere mai nè il futuro nè  il passato quello che ti grava, ma  pur sempre solo il presente. E questo presente s’ impicciolisce assai  quando tu il consideri ne’ suoi propri confini, chiedendo poi alla tua  mente, se anche così impicciolito  ella non sia buona da sopportarlo. Pantea o Pergamo stansi forse  tuttavia seduti presso alla tomba di  Vero? o Cauria e Diotiino presso a  quella di Adriano? è follia il chiederlo. Ma quando pure stessero tuttavia colà seduti, forse che ai loro signori ne giungerebbe notizia? e  quando ciò fosse, forse che ne avrebbero diletto? e quando ne avessero,  sarebbero Pantea e Pergamo e Caiirio e Diotimo immortali? non era  egli destino che anche questi invecchiassero e poi morissero? e morti  che fossero, che rimarrebbe a fare  ai loro signori? fetore è tutto cotesto, e marciume in un sacco. Se hai la vista acuta, dice egli, '  adoprala, giudicando saviamente delle cose. Una virtù che si opponga alla  giustizia non veggo nella costituzione deir animai ragionevole; ma una  che si opponga al piacere veggo io  bene: la temperanza. Togli via il tuo concetto in 1 Epitteto. P.  Intendi: se hai P ingegno sottile, fa'  che la tna condotta il dimostri, cioè non  contentarti di dire le belle cose, falle. Dai  giudizi dipendono, secondo gli stoici, necessariamente le azioni. torno alle cose che sembrano darti  noia, e tu ti troverai al sicuro. Ma  chi è questo tu a cui favelli? La  ragione. Ma io non sono ragione. Sta bene. La ragione non dia  dunque noia a se stessa. E se poi  v’ ha altro in te che si dolga, faccia  egli concetto di quel suo dolore. Un male per la natura animale è r impedimento del senso. Ancora un male per lei è ciò che può  impedire la soddisfazione dell’appetito. Medesimamente v’ hanno impedimenti alla natura vegetale, e  sono quindi un male per essa. Adun(jue ciò'che può recare impedimento  alla mente è un male per la natura  intellettiva. Fa’ l’ applicazione di questo ragionamento a te stesso. Il dolore ti tocca o il piacere? lascia che  ci badi il senso. Qualche ostacolo è  sorto ad impedire un effetto da te  voluto? se tu volesti senza la debita  riserva, questo invero fu un male per te, in quanto sei animale ragionevole. Ma se fu una appetizione  nel significato comune, tu non hai  ricevuto nocumento nè impedimento  alcuno. Perocché tutto che è proprio della mente non può essere  impedito che da lei stessa; non  è dato nè a fuoco, nè a ferro, nè  a tiranno, nè a maldicenza il giungere insino ad essa: quando si è  fatta sferica, permane liscia e rotonda. Allusione ad alcuni versi d’Empedocle, il quale considerava la  sfera come la più perfetta delle figure; onde  che appo Orazio la rotondità potè anche  essere immagine a significare l’eccellenza  morale, Sat.; «Quisnara igitur liber?  Sapiens, sibique imperiosus: Quera neque  pauperies, neque mors, neque vincula terreni: Responsare cupidinibus, contemnere  bonores Fortis, et in seipso totus teres,  atque rotundus: etc. » Ai quali versi di  Orazio alludeva pur forse Antonino in questo luogo. Anche a Dante piacque una figura  geometrica come immagine di una virtù  morale quando disse: < Ben tetragono ai  colpi di ventura. Non debbo, io, che non ho mai  voluto contristare altrui, voler contristare me stesso. Chi piglia piacere ad una cosa,  chi ad un’ altra. A me fa piacere se  ho una mente sana, che non abbia  avversione a verun uomo, nè a veruna delle cose che sogliono accadere all’ uomo, ma guardi ed accetti  ogni cosa con sereno occhio, facendo  uso di ciascheduna secondo il valore  di essa. Pigliati questo tempo presente:  chi vuol piuttosto darsi pensiero  della fama che lascerà dopo sè, non  considera che i posteri saranno tali  tuttavia quali sono i contemporanei  eh’ egli ha in fastidio, e mortali essi  pure. A te che rileva al postutto che  dalle bocche loro s’ oda echeggiare  tale piuttosto o tal altro suono, e  che essi abbiano di te tale piuttosto  o tale altra opinione? Toglimi di qua e gittami dove vuoi. Colà ancora* avrò meco il mio  genio propizio, vale a dire pago di  sè medesimo, quando le disposizioni.  sue sieno conformi alla sua propria  natura.   Ciò  vale il pregio che la mia anima se ne turbi e voglia farsi peggiore di sè, essere travagliata da  desiderii e timori, sconfortata, immiserita? E qual cosa troverai tu '  che lo valga?   4G. Air uomo non può nulla accadere che non sia un accidente  umano, nè al bue che non sia accidente’ proprio del bue, nè alla vite  che non sia accidente proprio della  vite, nè alla pietra che non sia accidente proprio della pietra. Ora se  a ciascheduno accade quello che è  solito accadergli e gli è connatura- Intendi: colà ancora dove mi avrai gittato, e dove-che sia, avrò meco ec. Intendi: ciò che ora mi accade, o checché altro di somigliante. le, a che ti crucceresti? la natura  comune non può arrecarti nulla che  tu non sia fatto per tollerare. Se ti attristi per alcuna cosa  esteriore, non è la cosa esteriore  quella che ti turba, ma si il giudizio  che tu ne fai. E lo annullare quel  giudizio sta in te. Se ti attristi per  alcun che del tuo stato interiore,  chi ti impedisce che tu non raddrizzi l’opinione onde deriva quel  tuo stato? Che se ti attristi perchè  non fai tale o tal altra cosa che ti  par buona, chè non ti volgi al farla  anzi che attristarti? Ma sorse ostacolo più potente di me. Non attristarti adunque se tua non è la colpa  del non fare. Ma non porta il pregio di vivere, se questo non posso fare. Esci dunque pacatamente di  vita (dacché muore anche colui cui  vien fatta la cosa che imprende), o  con animo benevolo verso chi ti ha  contrariato. Sovvengati come divenga inespugnabile la parte sovrana dell’ uomo  quando rinchiusa in sè stessa non  abbia altro proponimento'che di non  lasciarsi indurre a far cosa che essa  non voglia, anche nei òasi in' che  quel suo ostinarsi a non volere fosse  fuor di ragione. Ora che non sarà  quando la sua risoluzione proceda  da sano e ben ponderato consiglio?  La mente scevra da passioni è dunque una eccelsa rócca, nè 1’ uomo  ha luogo più validamente munito  ove raccogliersi per non esser vinto  mai. Chi non conosce questo- rifugio, è un ignorante; chi lo conosce  e non vi ricovera, è uno sciagurato.   49. Non dire tu a te stesso più  che non siati annunciato dalla percezione immediata. Ti si annuncia  che il tale sparla di te. Questo ti si  annuncia; ma che tu ne riceva nocumento, non ti è annunciato. Vedo  che il figliuolo è ammalato. Questo veggo io; ma ch’egli sia in pericolo  non vedo. Fa’ dunque di attenerti  sempre a ciò che ti dice la percezione immediata, non aggiungendovi  nulla del tuo, e così non ti accadrà  nulla mai.' Anzi aggiiignivi pur qualche cosa, e siano le riflessioni di un  uomo che conosce le relazioni e le  con»lizioni vere di tutte lé cose che  accadono nel mondo. Il cocomero è amaro? non mangiarlo. V’hanno sterpi nella via? fa  di non inciamparvi. Tanto ti basti.  Non farti a dire: che bisogno ci avea  anche di cotali cose nel mondo?  perchè ne avresti le beffe dell’ uomo  versato nella scienza della natura,  come avresti quelle del legnaiuolo Nulla di male, intendi, perchè tutto  quello che sarà oggetto immediato della  percezione, senza alcuna aggiunta del tuo,  non sarà mai gran male. Cioè che tutto che accade è nell' ordine  della natura, e vuol essere accettato di  buon grado. e del calzolaio se ti facessi a biasimarli del trovarsi trucioli e ritagli  nelle loro botteghe.' E nondimeno  per costoro v’ha luogo ove gittarli  fuori delle loro officineT mentre la  natura dell’ universo non ha fuori  dell’ universo alcun luogo. Ma questo è appunto il mirabile dell’ arte  di costei, che essendo essa circoscritta da quei limiti che ella pose  a sè stessa, tutto ciò che nella sua  officina sembra guasto, vieto, non  più utile a nulla, ella riprende in  sè stessa e ne fa materia alla produzione di cose nuove. Perchè ella  non vuole aver bisogno mai nè di  estranea materia, nè di luogo esteriore ove gittare il vietume, e a  lei basta il suo proprio luogo, la  sua propria materia e l’arte sua propria.  Fa’ di non essere molle o negligente nell’ operare, non confuso  nel favellare, non vagante qua e là  senza scopo nel pensare; fuggi, in  quanto si è agli affetti, lo scoramento  e la subitanea gioia, e nel tenore  della vita lo impigliarti in troppe  faccende. Ammazzano, tagliano a  pezzi, fanno imprecazioni. Che vale  tutto questo ad impedire che la tua  mente non si conservi pura, assennata, temperante e giusta? Se alcuno fattosi vicino ad una fontana limpida e dolce si ponesse a maledirla,  forse che da quella cesserebbe di  scaturire acqua potabile? Vi gittasse  ancor dentro fango e sterco, essa lo  avrebbe sciolto ed espulso in poco  d’ ora, e non ne rimarrebbe contaminata. Come avrai tu dunque in te  una fontana limpida e perenne, e  non un pozzo? Col non cessare di  rivendicarti in libertà, serbandoti  sempre mansueto, schietto e verecondo. Chi non sa che cosa è il mondo,  non sa dove sia egli stesso. E chi  non sa a che il mondo e stato fatto,  non sa nò qual sia egli stesso, nè  che cosa sia il mondo. E chi ignoia  r una di queste due cose, non può  neppur dire a che fine egli stesso  sia nato. Ora che ti pare di colui  che ambisce esser lodato da tali che  non sanno nè dove essi sono, nè   quali essi sono?^   53. Vuoi tu essere lodato dall’uomo che tre volte all’ora maledice  se stesso? Vuoi tu piacere all uomo  il quale non piace egli stesso a sè  medesimo? Piace egli a se medesimo  chi si ripente quasi di ogni cosa die  va facendo? Oramai non ti basti' più sola E chi non so o che il mondo..... nè  che cosa sto il mondo. StiU" interpretazione  di questo luogo diversamente inteso dagli  interpreti, si può vedere la nota nell' edi-zione di Torino. [Intendi quali ^ieno le loro condizioni. mente il respirare* con l’aria* che  ti circonda, ma fa’ eziandio di pensare e di volere con l’ intelligenza  universale* che in sè contiene ogni  cosa. Perchè la potenza intellettiva  si diffonde e penetra per ogni dove,  chi voglia attingere da essa, non   [Respirare: intendi vivere la vita sensitiva per mezzo della respirazione. Il verbo “respirare” e il corrispondente nel testo hanno  nelle dne lingue rispettive oltre al senso proprio, quello di vivere. [Con “l’aria”: intendi coll’ aiuto e cooperazione dell’aria, conformemente - alla natura di essa aria, e insieme con essa; chè  essa pure vive è spira, o respira. La preposizione con e la corrispondente in greco esprìmono nelle due lingue rispettive, oltre  alla relazione di compagnia, quella ancora di conformità, aiuto reciproco o COOPERAZIONE', esprimono ancora il rapporto di causa sia istrumentale, sia materiale. Tutte queste relazioni di compagnia, conformità, aiuto e causa  materiale, vogliono intendersi come simultaneamente espresse, confuse insieme in una  idea complessa, nelle dette preposizioni, così  in questa come nella frase seguente.  Coll’intelligenza universale: intendi  coir aiuto di ossa, conformemente ad essa e  insieme con essa. meno che l’aria rispetto a chi la  aspira. Il vizio, universalmente, non  nuoce al mondo; e singolarmente,  non nuoce ad altrui. Nuoce solo a  colui al quale è dato di potersene  liberare al primo momento che il  voglia. Alla mia volontà la volontà  del vicino ò cosa tanto indifferente  quanto la anim uccia di lui e il corpicciuolo di lui. Perchè, sebbene  siam nati tutti gli uni per gli altri,  la parte sovrana di ciascuno di noi  ha nondimeno il suo proprio dominio separato; altrimenti la malvagità  del vicino potrebbe essere un male  per me. Il che non fu voluto da Dio,  affinchè non fosse in potestà altrui  il far me infelice. Il sole sembra versarsi per  ogni dove, e effettivamente si diffonde   ' Cioè alPuomo vizioso, che può cessare  di esser tale tosto che il voglia. da tutti i lati, ma non però si effonde.* Quel suo diftbndersi è uno estendersi: e però gli splendori di lui si  chiamano actines (raggi) da ecteinesthai (estendersi).* Tu puoi vedere  che cosa è un raggio guardando la  luce del sole che penetra per un  piccol buco in una camera oscura:  ella si allunga in diritta linea e va  come ad applicarsi sul corpo opaco  qual siasi, che le si fa incontro e  intercetta 1’ aria al di là.* Quivi si  ferma senza sdrucciolare giù nè cadere. Cosi dee pure diffondersi la  mente, non effondersi, ma estendersi; e quando s’ appresenta un  ostacolo, applicarvisi senza violenza  nè urto, nè tampoco cader giù, ma Non si versa fuori in modo eh' egli abbandoni il luogo onde parte la sua luce. [Falsa etimologia, simile a tante altre  che puoi incontrare presso' gli antichi. Vale a dire intercetta come corpo opaco  il passaggio della luce agli strati d' aria  che sono al di là. star ferma e- illuminare 1’ obb ietto  che la riceve. Che se questo non  vorrà trasmettere la luce, tal sia  di lui se rimarrà privo di essa.Chi teme la morte, teme o di  non dover più aver sentimento, o  di dover avere un sentimento diverso dal presente. Ma se tu non avrai  più sentimento, non sentirai verun  male; e se tu avrai un sentimento  diverso, sarai un animale diverso, e  non avrai cessato di vivere. Gli uomini sono nati gli uni  per gli altri. Ammaestrali dunque,  o sopportali.  Altro è il moto della freccia,  altro quello della mente. Perchè la  mente anche quando procede cautamente e s’ aggira* nel deliberare, va   1 Intendi: non vorrà lasciarsi penetrare  da essa luce, dandole passaggio nelle parti  più interne. Cioè illuminato solo esteriormente, ma  al buio nell' interno. nondimeno per la diritta via verso  Io scopo.   61. Entrare nella parte sovrana  di ciascheduno, e far sì che ognuno  possa penetrare nella parte sovrana  di noi medesimi. Chi fa ingiuria ad altrui, è reo  d’ empietà. Perchè la natura universale avendo fatto gli animali ragionevoli gli uni per gli altri, affinchè  r uno giovi air altro, secondo il merito, e non gli noccia; il trasgredire le intenzioni di lei, è manifestamente un peccare contro la più  veneranda fra le Dee. Chi mente, è  pur reo di quel medesimo peccato.  Perchè la natura universale è natura  degli enti, e gli enti hanno relazione  di parentela con tutti gli esistenti. [Secondo il merito; frase stoica. Di tutti gl'interpreti anteriori all’ornato il Kmtz è il solo che intendesse bene   Oltre che ella è nomata la verità,  ed è la causa prima di tutti i very. E però *chi MENTE CON INTENZIONE*, è  reo verso di lei, in quanto fa torto  ad altrui ingannando; e chi mente  senza intenzione,' in quanto che ad  ogni modo discorda dalla natura  universale, e turba V ordine andando a ritroso della natura del mondo; * perchè va a ritroso di essa  non senza sua colpa anche colui  che insciente va a ritroso del vero; sendo che non per altro che  per non aver profittato di quelli  indirizzi e sussidi di cui gli fu provvida la natura, non è egli più in  grado di distinguere il vero dal falso.  Ancora è reo di empietà chi segue  il piacere come un bene e schifa il  dolore come un male. Perchè non   questo luogo, ancora che un po' troppo platonicamente. Vedi la nota dell' Ornato nell'edizione di Torino. Cioè per ignoranza, o a caso. Che è l'ordine per eccellenza. può essere che costui non mormori  spesso contro la natura comune, quasi ’ ella non abbia riguardo al  merito nelle dispensazioni che va  facendo ai buoni ed ai tristi, veggendosi spesso i tristi vivere nei  piaceri e nella abbondanza di tutte  le cose che li procurano, quando i  buoni cadono nel dolore e van soggetti a tutti gli accidenti che ne  sono cagione. Oltre che chi teme il  dolore, temerà pure talvolta alcune  delle cose che sono per accadere  nel mondo: il che è già da per sè  cosa empia;* e chi va in cerca del  piacere non si asterrà dal far torto  agli altri. Del resto, chi viiol seguire  la natura, dee consentire colla natura [Epitteto, Manuale, Di modo che ciascuno che procacci di  desiderare e fuggire solamente quello che è  da essere desiderato e fuggito, procaccia al  tempo medesimo di esser pio » (traduz. di  Leopardi). Cfr. Manuale. ed essere indifferente rispetto a tutte  quelle cose rispetto alle quali ella si  dimostra indifferente col far che succedano egualmente nel mondo. K •  però chi non fa eguale stima del  dolore e del piacere, della morte e  della vita, dell’ infamia e della gloria, delle quali cose fa uso egualmente la natura universale, è manifestamente reo di empietà: dico che  la natura ne fa uso egualmente, volendo significare che sono accidenti  a cui sono deipari sottoposti secondo  la legge di anteriorità e posteriorità,'  tutti gli esseri che nascono e si succedono gli uni agli altri per conseguenza necessaria di.quello impulso  primordiale con cui la previdenza  concependo in sè certe ragioni del  futuro, e determinando virtù generatrici di esistenze, di cangiamenti   1 Abbiamo seguito l' emenda^siono del Cerai. Ragioni seminali. e di successioni conformi a quelle,'  diè principio a questo ordinamento  di cose.   2. Certo meglio era per te serbarti  puro di menzogna e di ogni sorta di  finzione e di boria sino al punto  della tua dipartenza dagli nomini.  Ora il partire nauseato di queste  cose è, dopo quello, il miglior partito che ti rimanga. 0 hai tu forse  deliberato di marcir sempre nel vizio,  e r esperienza stessa non ti persuade ancora a fuggire dalla peste?  Perchè è peste la corruzione della  mente ancor più che lo infettarsi c  corrompersi di quest’ aria che ne  circonda. L’ una è peste degli animali in quanto sono animali; l’altro  è peste degli uomini in quanto sono  uomini.   3. Non disprezzare la morte, ma  accettala di buon grado, siccome  Conformi a quelle ragioni seminali. quella che è una delle cose che la  natura vuole. Perchè quale è il giungere alla adolescenza, alla vecchiaia,  il crescere, il giungere alla virilità,  il mettere i denti e la barba, il generare figliuoli, portarli, partorirli,  e tutti gli altri effetti che arrecano  le stagioni della vita, tale è ancorji  il dissolversi. Appartiensi dunque ad  uomo assennato il non procedere alla  cieca colla morte, nè all’ avventata  nè con superbia, ma aspettarla come  uno dei tanti effetti naturali: come  aspetti l’ora che dall’utero della moglie esca il feto, a quello stesso modo  aspetta l' ora in che l’ anima tua  uscirà di codesto suo invoglio. Che  se ti è bisogno anche di uno empiastro da idiota il quale s’ applichi  al cuore,' ti gioverà il considerare  Che se ti è bisogno anche appli chi al cuore. Le parole del testo, chi ben  le intenda, non sono, a parer mìo, senza  una certa ironia. Perchè a far riguardare quali sieno le cose onde t’ hai a  dipartire, e gli umori degli uomini  tra i quali l’anima tua non sarà più  impigliata. Non che tu abbia a recarteli a noia, chè anzi hai da averne  cura e sopportarli con amore; ma  potrai ricordare che non sei per dipartirti da uomini che la pensino  come te. Perchè, se ci avesse cosa   con indifferenza la morte, la ragione speculativa data già innanzi dovrebbe, secondo l’autore, bastare al filosofo, al quale non  dovrebbero abbisognare argomenti che ai  indirizzino alla sensibilità, e che Antonino  chiama “empiastri da idiota che s’ applicano al cuore”. Ornato traduce  questo luogo come segue: Che se vuoi  inoltre uno espediente da nomo materiale  che ti muova sensibilmente:» notando al margine: c anzi tutto conveniva far capire  il senso, e qui era maggior fedeltà il lasciare la lettera. Il primo mezzo, dice Antonino, era da filosofo: questo secondo da  illetterato: e però quello era speculativo,  questo pratico. Ma vedi se puoi dir meglio,  chè sono scontento assai. Per dir meglio  io ho stimato che fosse da conservare il  linguaggio figurato e l'ironia del testo, non  tanto difficile poi a capire anche nella traduzione. che dovesse affezionarci alla vita,  questa sarebbe fuor di dubbio; lo  averla a passare con chi sente e  giudica come noi.  Chi pecca, pecca a suo danno:  chi commette ingiustizia, fa ingiuria  a sè medesimo, facendo sè malvagio. È ingiusto soventi volte non  solo chi fa, ma ancora chi non fa.  Se il giudizio che tu fai nel  momento presente è vero; se l’azione  che tu fai nel momento presente si  riferisce al ben comune; se la disposizione in che sei nel momento presente è di accettare di buon grado  quanto avviene per virtù della causa  esteriore; non ti abbisogna più  altro. Togli via le false immaginazioni; contieni i moti dell’ animo;  spegni i desiderii troppo accesi; fa’  che la mente sia padrona di sè. Una è l’anima distribuita fra tutti gli animali irragionevoli; una  la ragione compartita a tutti i ragionevoli come una è la terra di  tutte le cose terree, una la luce per  cui veggiamo, ed una 1 aiia che respiriamo tutti quanti abbiamo vista! e respiro.  Tutte le cose che hanno alcun  che di comune fra loro, tendono  l’una verso dell’altra. Il terreo  tende verso la terra, V umido s accosta all’umido, l’aereo all’aereo.   Il fuoco va in su per cagione del  fuoco elementare; e quaggiù è così  pronto ad unirsi con altro fuoco, che  ogni materia un po’ secca s accende  di leggieri per lo esservi mescolata  dentro minor quantità di ciò che  impedisce l’unione, h sunilmente  ciò che partecipa della natura intellettiva tende verso il suo congenere, e con più forza eziandio: perchè  quanto ha più eccellenza delle altre  cose, tanto ha maggiore inclinazione ad unirsi con chi ha somigliante  natum, e a confondersi con esso. E però tu trovi appo gli animali  privi di ragione sciami, mandre, nidiate, e come chi dicesse amori:  sono già anime in essi, e la virtù  unitiva, più intensa nel più perfetto, vi si manifesta quale non è ancora nelle piante, nelle pietre o nei  legni. Ed appo i ragionevoli tu vedi  città, amicizie, famiglie, radunanze  pubbliche; e anco nelle guerre patti  e tregue. E appo gli esseri ancora  più eccellenti l’unione ha luogo in  certo modo anche fra i disgiunti e  lontani, come puoi vedere negli astri.'  Cosi un più alto grado di eccellenza  può generare scambievole corrispon-. Molti degli  Dei popolari riferivano gli stoici ai gran  corpi celesti, al sole, alla luna, alle stelle.  Gli Dei medesimi non sono pure, agli occhi degli stoici, ciascnno per sò medesimo;  ma tutti sono per tutti, per la loro comunità, pel Dio supremo, pel mondo ecdexiza negli esseri anche a mal grado  della distanza che è tra mezzo. Ma  vedi ora a che siamo: soli i ragionevoli sembrano talora aver posto  in oblio la loro qualità che li chiama  ad unirsi reciprocamente gli uni cogli altri, e quivi solo pare che non si  trovi sempre concorso reciproco.  Nondimeno con tutto che essi fuggano a poter loro, e’ sono da ogni  parte arrestati; chè la natura è. più  potente di loro. Tu vedrai manifesto  (j nello che io dico, se tu saprai osservare. Perchè ti verrà più agevolmente fatto di trovar terra scompagnata dalla terra, che non uomo  scompagnato dall’ uomo. Porta il suo frutto anche l’ uomo, ed anche Dio, ed anche il mondo: e ogni cosa nella sua stagione  porta il suo frutto. Che se l’uso applica questo modo di dire propriamente alla vite e alle altre cose di  simil fatta, non monta nulla. La ragione poi porta un frutto c per gli  altri e per sè stessa, e nascono da  lei cose che hanno natura e qualità  simili alle sue proprie. Se tu il puoi, fa’ che si ricreda; se non puoi, sovvengati che la  benignità ti è stata data per questo.*  Anche gli Dei sono benigni a questi  tali; e in certe cose eziandio li aiutano, come a conservare e ricuperare la sanità, ad acquistare fama e  ricchezza: cotanto sono essi amorevoli. Il medesimo puoi fare.tu ancora; o veramente di’ chi ti impedisce che tu noi faccia. Lavora non già come un tapino nè come chi voglia farsi commiscrare o ammirare; ma intendi a  ciò solamente: operare e astenerti. Cioè per tollerare amorevolmente anche chi erra e non vuole o non può ricredersi. Intendi « agire o non agire, » frase solenne appo gli stoici, non traducibile. secondo che la ragion civile * richiede. Oggi sono uscito d’ ogni mia  noia, 0 per dir più vero, ho cacciato  fuori ogni mia noia, perchè non era  fuori di me, ma dentro, nelle mie  opinioni. Sion tutte cose, in quanto al  numero delle volte che si sono ripetute, consuete; in quanto alla durata,  transitorie; in quanto alla materia,  sordide. Tutte sono ora quali erano  al tempo di coloro che abbiam seppelliti.  Le cose stan fuori dell’ uscio, ^  dapersè, nulla sapendo disè, nè giudicando. Chi è dunque che giudica  intorno a loro? la parte sovrana. Intendi il bene della società. Intendi fuori di noi, e non hanno adito  a noi nè potenza di turbarci, se noi non  apriamo loro l’uscio, facendo stima di loro  disuguale al vero. Ho creduto di dover conservare l'espressione figurata del testo greco. Cioè la ragione. Non nella passione, ma nella  razione sta il bene e il male dell’animai ragionevole e socievole;  come non istà nella passione ma  nell’ azione la virtù di lui e il vizio. Alla pietra scagliata in aria  non è punto un male lo andare in  giù, nè un bene lo andare in su.  Penetra nell’interno delle menti  loro, e vedrai che gente è quella di  cui tu temi il giudizio, e che sorta  di giudici sono anche verso di sè medesimi. L’esistenza delle cose è un  passare incessante da una in altra  forma. E tu stesso non perduri un  istante nel medesimo stato, ma ti  vai di continuo alterando e come a  dire dissolvendoti.  E l’universo  parimente. Cioè iniqui anche verso sè stessi, non  che verso gli altri; dannando essi la lo(o  parte sovrana a servire alla inferiore. Il fallo altrui coiivien lasciarlo  dov’è. Il finire di una azione, il cessare di una volontà o di un pensiero  e, per così dire, il morir loro, non  è punto un male. Considera ora le  diverse età: l’infanzia, L’ADOLESCENZA, la giovinezza, la vecchiaia. Il cessare di quella che precede per dar  luogo a quella che segue, è ancora, come a dire, una morte. È egli un  male? Passa a considerare la vita  che vivesti sotto 1’ avolo, poi quella  sotto la madre, e rammenta ancora  molte altre diversità di stati, e mutamenti dall’ uno in un altro, e cessazioni; e interroga te stesso; è egli  cotesto un male? Adunque nò anco   il cessare e concludersi della vita,  nè il totale mutamento di essa non  è punto un male. Cioè in chi n’è autore, il quale non  nuoce che a sè medesimo. Bada alla tua parte sovrana,  a quella dell’ universo, a quella di  costui. Alla tua, per ridurla giusta  ed imparziale; a quella dell’ universo, per non dimenticare di che  sei parte; a quella di costui, per  chiarire s’ egli operò per ignoranza ovvero con intenzione, e ricordati ad un tempo che egli ti è congiunto. Come tu medesimo sei parte  del corpo sociale, così anche ciascuna delle tue azioni è parte integrante della vita di quello. Adunque  se una qualsivoglia di esse non ha  per iscopo, o immediato o mediato,  il bene della società, ella turba la  vita comune rompendone l’ unità,  ed è sediziosa come è sedizioso chi  parteggia in una città e guasta,  per quanto è in lui, la comune concordia. Sdegni fanciulleschi, bambolate, animucce che portano cadaveri, cose che rappresentano al vivo  ciò che narra Omero delle anime  degli spenti. Considera la qualità della causa,  e separando quella dalla materia, fa’  di contemplarla distintamente in sè  stessa; di poi vedi anche e circoscrivi  distintamente entro i suoi confini il  tempo che, al sommo, possa cotal  cosa per la natura sua durare. Hai sofferto mille travagli per  non aver voluto appagarti unicamente  del far quello a che sei stato ordinato: ma basti. Quando altri ti lacera o ti odia,  o che schiamazzano contro di te,  come fanno ora, pensa alle animucce Farla di tutte le cose di questo mondo. L’Odissea, lib. XI, discesa di Ulisse all’Inferno. Intendi: per non aver riposto unicamente il tuo bene nel far quello ohe ec.Come schiamazzano ora; relativo a  qualche caso particolare. di questi tali, penetra loro addentro e osserva che uomini sono. Vedrai che non ti conviene il dar;(:i  briga perchè essi abbiano di te piuttosto tale che tale altra opinione.  Hai nondimeno a voler loro bene:  chè sono per natura amici tuoi. IC  anche gli Dei non lasciano di giovar  loro in ogni modo, per mezzo di  sogni, di oracoli, sebbene in quelle  cose soltanto che da costoro si pregiano. Cotale è il perpetuo giro delle  cose mondiali; all’ insù all’ ingiù,  d’ età in età. 0 la mente dell’ universo determina con atti particolari  di volontà ciascuna cosa; e se questo è, tu hai da ricevere con amore  il voluto da lei: o ella ha voluto e  determinato una volta per sempre, o  tutto pende e procede da quella determinazione; e allora a che il ricalcitrare? Egli è, in certo modo,  come se non ci avesse altro che atomi e indivisibili. Al postutto, o  egli v’ ha un Dio intelligente e provvido, e tutto sta bene; o le cose si  governano dal caso; e tu almeno non  governare a caso te stesso. Oramai  la terra ci ricoprirà tutti quanti siamo; e poi anche la terra si trasformerà; e poi si trasformerà quello  ancora in che si sarà trasformata la  terra; e quest’ altro ancora di nuovo,  air infinito. Davvero chi ripensa a  un cotale incalzarsi di mutamenti e  di moti e alla rapidità con che si succedono, non può essere che al tutto  non disprezzi ogni cosa mortale. La causa universale è un torrente che trae seco ogni cosa. E questi omicciuoli che al parer loro maneggiano secondo filosofia gli affari  «li Stato, come son piccioli! Veri  bimbi in culla.* 0 uomo, attendi a  Letteralmento: « pieni,di moccio, mocciosi, » cioè « bimbi col moccio al naso.  far quello, che che sia, che la natura richiede da te nel momento  presente, e non andar guardando attorno se altri il saprà. Non isperare  la repubblica di Platone, e sii contento ad ogni po’ di progresso che  tu vegga; pensando che anche il ridurre questo ad- effetto non è piccola cosa. Perchè le opinioni degli  uomini chi può mutarle? E senza  correggere le opinioni, che puoi tu  avere se non ischiavi che gemono e  s’infingono di obbedire? Or va’, non  istar più ad allegarmi Alessandro,  Filippo, Demetrio Falereo. Buon per loro, se conobbero che cosa vuol la  natura comune, e seppero raffrenare  e governar sè medesimi. Che se operarono solo per parere,' nissuno ha   moT'oeuXy direbbero i Francesi. Dal novero  di questi bimbi non pare che Antonino intendesse escludere sè medesimo. Fare il bene per amor del bene piuttosto che della lode, voler essere piuttosto  che parere ottimo, è il tratto più essenziale condannato me ad imitarli. Semplice  e modesta è l’opera della filosofia.  Non indurmi ad ostentazione di gravità. Contempla, come da un’ alta  vetta, mandre infinite d’uomini, usi  di religione innumerevoli, e un navigar da ogni banda, in tempesta,  in bonaccia, e diversità di nascenti,  di conviventi, di morenti; pensa ancora alla vita che si vivea per lo  addietro, e a quella che si vivrà dopo  te, e a quella che tra le nazioni  barbare si vive ora, e quanti v’ ha  che di te ignorano anche il nome,   dì un gran carattere morale, dipinto da  Eschilo con tre versi sublimi nei Sette a  Tebe parlando di Amfiarao, in parte frantesi dal Belletti; e la cui traduzione letterale, per quanto è possibile, sarebbe: « non  sembrare, ma essere ottimo ei vuole, facendo fruttificare il fertile terreno della  sua mente, ove germinano gli assennati pensieri. [ Bellissimo e nobilissimo paragrafo !  quanti insegnamenti, e per quanti, si compendiano in esso! P e quanti che sono per dimenticarlo  in breve, e quanti che ti lodano  forse ora, e ti biasimeranno tantosto:  e come non è da fare stima nè della  ricordanza, nè della gloria, nè di veruna cosa quaggiù.  Imperturbabilità rispetto alle  cose che procedono dalle cause esteriori; rettitudine nelle cose di che  tu stesso sei causa: vale a dire, determinazioni ed azioni non aventi  altro fine che sè medesime, cioè d’operare socievolmente, siccome cosa  che è secondo la tua natura.  Fra le cose che ti molestano,  molte le quali hanno sede nella tua  opinione, tu puoi sgombrare da te, o  darai cosi campo ed agio a te stesso.   Fa’ di abbracciar colla mente l’universo mondo, e concepir nel pensiero r eternità dei secoli, e considera  la rapida trasformazione di ciascuna  cosa particolare, e quanto è breve  l’intervallo dalla nascita alla dissoluzione, e infinito il tempo che precedette la nascita, e infinito del pari quello  che terrà dietro alla dissoluzione.  Tutte le cose che tu vedi si  tlissolverannò tra breve, e coloro che  le vedranno dissolversi, si dissolveranno tra breve anch’essi. E chi  morrà d'estrema vecchiezza, si troverà ad un medesimo ragguaglio  con chi mori anzi tempo. Che menti son quelle di costoro ! e per che motivi amano e  onorano altrui! abbi in uso diveder  nude le loro animucce. Quando si  credono nuocere biasimando, o giovare lodando, che vanità! Una perdita di che che sia non è altro che una trasformazione. Edi '  questo si compiace la natura dell’universo, conforme alla quale tutto   [Intendi: qual vanissimo errore!] Perchè la lode e il biasimo di chi che sia noii  aggiunge e non toglie nulla al valor vero  degli uomini o dello cose. si fa bene. Per secoli innumerevoli  le cose si sono fatte a questo modo,  e continueranno a farsi' a questo  modo per altri secoli innumerevoli. Che dirai dunque? Che sempre sensi  fatte male, e che continueranno a  farsi male per l’avvenire? Or nissuno dunque s’ è mai trovato fra cotanti Iddìi, il quale avesse potestà di correggere tutto questo? E il mondo è egli condannato a mali che  non avranno mai fine? Vedi il marcio della materia  che sottosta alle cose: acqua, polvere, ossicini, sudiciume. Il  marmo, callosità della terra; l’oro  e r argento, capomorto di quella;  la veste, peli; la porpora, sangue:  cosi di tutto il rimanente. E la materia organica vivente, altrettale: di  La conclusione è che le perdite, i mutamenti, e tante coso allo quali il^ volgo  dà il nome di mali, non sono mali veri. quei medesimi ingredienti si compone, e in quelli si risolve.  Abbastanza hai tapinato, abbastanza hai mormorato, abbastanza  hai fatto la scimmia. Che ti turba?  Che t’interviene di nuovo? Che è  ciò che ti trae dal senno? La causa?  vedila. La materia? vedi la materia.  Da queste cose in fuori non v’ ha  nulla. Ma anche fa’ di essere più pio  verso gli Dei e più semplice.   Lo stare a veder queste cose tre  o cento anni è tutt’uno.  Se egli ha peccato, in lui sta  il male. Ma forse non ha peccato. 0 da una sola fonte intelligente, come in corpo organato procedono tutte le cose; e se ciò è, non  appartiensi alla parte il querelarsi  di ciò che fassi ad utilità comune  del tutto; o sono gli atomi. E tutto che esiste, accozzamento del caso,  vien dissipato dal caso. A che dunque ti turbi?   Di’ alla parte sovrana: sei tu morta? sei tu fradicia? sei tu altra cosa  che te? sei tu imbestiata? sei tu  giumento? sei tu pecora?  gli Dei non possono far nulla, o possono. Se non possono; a  che li preghi? Ma se possono, che  non li preghi piuttosto perchè ti  concedano di non temere nè desidarare alcuna di queste cose, nè di  rattristarti per esse, anzi che pregarli che tu possa ottenerle o evitarle? perchè ad ogni modo, se e’ possono aiutare gli uomini, debbono  poterli aiutare anche in questo. Dirai forse: cotesto gli Dei hanno posto  in mia facoltà. 0, non è dunque  meglio valerti con altezza d’ animo  indipendente di ciò che sta in poter  tuo, anzi c he affannarti abbiettamente e servilmente per ciò che non  dipende da te? E poi chi ti ha detto  che gli Dei non ci aiutino anche  nelle cose che stanno in poter nostro? provati di pregarli, e vedrai.  Altri prega: fa’ che io possa giacere  con colei. E tu prega: fa’ che io non  desideri di giacere con colei. Altri:  fa’ che io mi possa liberare dal tale. E tu: fa’ che io non abbia bisogno li liberarmi dal tale. Altri ancora:  fa’ che io non perda il figliuolo. E  tu: fa’ che io non tema di perderlo.  In somma raddrizza cosi le tue preghiere, e sta’ a vedere che ne segue.   4L Dice Epicuro: « Ammalato, io  non facea mai parola delle affezioni  del mio corpicciuolo nè d’altre cotali cose, quali sogliono essere quelle  di che amano gli infermi inti’attenersi con coloro che li vengono a  visitare. Ma attendeva tuttavia a ragionare intorno ai punti principali  della filosofia naturale, soprasUmdo   ad investigare e dimostrare ciò appunto: come possa V anima, ancora  che partecipe dei moti del corpo,  serbarsi nondimeno imperturbata, e  conservare in sè quel bene che è  proprio di lei: nè dava, aggiunge  egli, materia ai medici d’insupeibire, come se facessero gran che:  chè la mia vita, anche in quello  stato, non era senza calma e giocondità. » Ora fa’ tu altrettanto, sia,  ponghiamo caso, che tu ammali, o  t’ intervenga qualsivoglia altra molestia: perchè"' il dover serbar fede  alla filosofia in ogni congiuntura  qualsiasi, e non delirare con lo stolto  e con l’ignaro, è precetto comune  a tutte le sètte. Bada unicamente a ciò che tu fai  nel momento presente, e all’ istrornento con che il fai. Quando ti senti offeso dall’impudenza di alcuno, interroga tosto  te n'iedesimo: ò egli possibile che  non ci abbia impudenti nel mondo?  Non è. Non voler dunque l’impossibile: questo è uno di quelli impudenti che di necessità hanno ad essorci. Lo stesso hai da dirti e del  furbo e del disleale, e di qualunque  altro vizioso che pecchi in qualsivoglia modo. Perchè ricordandoti  essere impossibile che tal sorta di  gente non sia, tu ti farai più mite  verso ciascuno. Giova ancora il pensare subito. Qual virtù ha dato all’uomo la natura contro questo peccato'? Ha dato, per modo di eseni [Intendi: tosto che ci sentiamo offesi por  tale 0 tal altro fatto biasimevole di chicchessia. Intendi: contro al sentirsi offeso da  questo peccato del vicino. Perchè colle stesse  parole in altro luogo potrebbesi anche significare: qual virtù diede all'uomo la natura.per combattere in sè medesimo questo  peccato e serbarne puro sè stesso. pio, contro all’ ingrato la mansuotudino, 0 contro a ciascuno altro vizio,  altre virtù. Ad ogni modo tu puoi  far prova di ravviare quel traviato;  perchè chi fallisce, fallisce Io scopo  a cui mirava, ed è quindi traviato.'  E ancora tu hai a pensare qual danno  te ne viene: eli è troverai nissuno  di costoro, contro ai quali ti adiri,  aver fatto cosa per cui la mente tua  sia. per divenir peggiore. Ed ogni tuo  male, ogni tuo danno, ben sai, non  poter essere altrove che in quella.  E poi che male ci ha, o che v’ ha  egli di strano se l’indotto fa cose  da indotto?- Vedi piuttosto che tu  non abbia a rampognar te medesimo, il quale non hai aspettato da  colui tal sorta di fallo. Perchè a te  la ragione porgeva argomenti a prevedere che costui fallirebbe probabilmente in quella guisa; ’ e tu non  badasti, ed ora ti vai maravigliando  eh’ egli abbia fallito. Massimamente  (juando parratti aver rimproveri a  fare a un disleale, a un ingrato, fa’  che tu rivolga contro te medesimo  r accusa: sendo manifestamente tuo  r errore se hai creduto che un uomo  in cotale disposizione d’animo fosse  ' per mantenere la fede; o,se facendo  tu del bene ad altrui, non l’hai fatto  senza un rispetto al mondo ad altra  cosa che al bene che volevi fare, nè  con r intento di avere a raccogliere  immediatamente e unicamente dal  fatto stesso dello aver compiuta una  buona azione, tutto ed intero il frutto  di essa. Nel vero quando tu hai  beneficato un uomo, che vuoi tu ancora di più?^ Non ti basta aver fatto II saggio, diceano gli stoici, avrà amici, ma li amerà per utile loro, e non di sè  stesso. un’azione che è conforme alla tua  natura, e vuoi inoltre ima mercede,  come se gli occhi avessero ad esser  pagati perchè vedono, e i piedi perchè camminano? Perchè siccome  queste membra furono così conformate affinchè avessero a fare cotali  uffici, e quando hanno fatto i servigi a che furono ordinate, hanno  ricevuto tutto ciò che è dovuto loro;  cosi l’uomo, per 'natura benefico,  quando ha operato alcun che di bene, o semplicemente aiutato altrui nelle cose medie, ha fatto quello a che  è stato ordinato ed ha ricevuto tutto  quello che gli è dovuto. E quando mai, o anima, sarai  tu buona, o schietta, ed una, e ignuda, e più appariscente ' del corpo  che ti (àrconda? Quando gusterai tu  di quello stato che è tutto dilezione  ed amore? Quando sarai tu fornita  di tutto punto, non mancante di  nulla, non agognando nè desiderando  nissuna cosa, sia animata o sia inanimata, per pigliarne diletto? nè  tempo perchè il diletto più duri? nè '  luogo od opportunità di paese o di  clima, nè conformità d’uomini che  ti vadano a genio? ma sarai paga   [Intendi visibile, chè questo senso ha  pure il vocabolo appariscente] del tuo stato presente, facendo piacer  tuo di tutte le cose presenti, e persuadendo a te stessa che tu hai tutto  e che tutto va bene, e che tutto li  viene dagli Dei e tutto andrà bene,  checché piaccia ad essi d’ inviarti  per la salute di quello animale perfetto e buono e giusto e bello, il  quale genera tutte le cose, e tutte  le contiene ed abbraccia e riceve allorché si dissolvono per la riproduzione di altre simiglianti? Quando  mai sarai tale che, vivendo in una  società con gli' Dei e con gli uomini, non ti accada mai né di dolerti  di loro, né di essere condannato da  loro? Vedi quello che richiede la tua  natura in quanto sei governato dalla  sola natura,’ e fàllo o accettalo ogni  volta che non sia per patirne danno  la tua natura d’animale; Di poi osCioè a dire in quanto soi organismo viventi. serva quel che richiede la tua natura d’ animale, e questo ancora riduci ad atto ogni volta che non sia  per patirne danno la tua natura razionale. Ma il razionale importa,  qual conseguenza immediata, il socievole. Metti in pratica queste regole, e non darti pensiero più d’altro. Checché ti accada, è o non è  comportabile alla tua natura. Se è,  non hai motivo di crucciartene, ma  Adunque Antonino, come già gli stoici  antichi, come i fllosofl moderni (vedi particolarmente Burdach, Antropologia), tre diverse nature, o per dire più propriamente,  tre diversi gradi simultanei di vita distingueva nell' uomo: la vita plastica o vegetativa, la vita animale, e la vita razionale.  Quanto al principio unico, o moltiplico di  queste tre vite, le idee degli stoici erano  confuse. E Antonino errava lungi dal vero  quando diceva, parlando della vita plastica  o vegetativa, questa essere « governata dalla  sola natura, » se con ciò intendea che a  produrne, o a spiegarne tutti i fenomeni  bastassero quelle leg^ che i moderni chiamano « leggi generali della natura. attendi a portartelo in pace, essendo  tu nato a ciò. Se non è, ancora non  crucciartene; perchè verrà meno  come prima ti avrà consunto. Ma  sovvengati che sei tale per natura  da poter tollerare tutto ciò che sta  in potere della tua mente di rendere  tollerabile col persuaderti che ti  giovi 0 sia dover tuo il tollerarlo. Se falla, correggilo amorevolmente, e mostragli in che ha fallato. Se noi puoi, incolpane te stesso,  o veramente nè anche te stesso. Qualunque accidente ti occorra, egli ti era da secoli innumerevoli predestinato, e la serie fatale  delle cause  avea connesso insieme  quello accidente colla tua esistenza. Atomi, o nature, quale che fosse  dei due, io pongo per fermo  in primo luogo che io sono parte di   ^ Concatenazione delle cause, o serie delle  cause è appo gli stoici la definizione stessa  del fato. un tutto governato da una natura;  e- in secondo luogo che io ho relazione di affinità con tutte le parti a  ine congeneri. Avendo ferme nel-r animo queste due cose, in quanto  io sono parte, non avrò a grave nulla  di ciò che mi viene compartito dal  tutto, non essendo nocevole alla  parte quello che al tutto è giovevole; nè potendo il tutto aver nulla in  sè che non conferisca al bene di  lui; primieramente perchè questa è  proprietà generale di tutte le nature, e poi perchè la natura delr universo ha questo ancora di più,  che non è càusa alcuna esteriore da  cui possa essere necessitata a produrre mai cosa la quale sia per nuocerle. Ricordandomi adunque che io  sono parte di un tutto cotale, avrò  caro ogni cosa che avvenga. E in  quanto ho relazione di affinità colle  parti a me congeneri, attenderò a  non far nulla mai che non si riferisca a quelle; ma anzi mirando sempre a» miei simili, rivolgerò tutte le  mie forze a procacciare il ben comune, e mi asterrò da tutto che  possa ridondare in altrui danno. E  così governandomi' non può essere  che la vita non abbia un corso felice; come felice stimeresti il corso  della vita del cittadino il quale procedesse d’ una in altra opera giovevole ai suoi compagni di patria, e  avesse caro tutto quello che fosse  voluto dal comune. Alle parti del tutto, quante per  natura contengonsi nell’ universo, è  necessità il corrompersi: questo sia  •detto per significare lo alterarsi di  esse. Il quale alterarsi se fosse per  natura un male, come è una necessità, poco felici sarebbero le condizioni del tutto, le parti di lui essendo, come a dire, avute in odio  da chi governa, e da lui fatte tali  da doversi chi in uno, chi in altro modo corrompere. Dove converrebbe  dire o che la natura avesse' voluto  nuocere ella stessa alle proprie sue  parti (20), sottoponendole al male, e  facendole tali che dovessero necessariamente incappare ' nel male, o  che ciò sia avvenuto senza che sia  stato voluto nè avvertito da lei. Delle  quali cose nè V una nè 1’ altra ò da  credere. Che se taluno, messa da  canto la natura, presumesse esplicare il nodo affermando le cose essere  nate a ciò, non sarà punto meno  strano il dire essere le parti del  tutto nate ai mutamenti, e ad un  tempo il maravigliarsi e dolersi quando questi mutamenti si compiono:  massimamente quando noi veggiamo  che esse risolvonsi sempre in quei  medesimi elementi di che è composta ciascuna. Avvegnaché la corruzione o dissoluzione delle cose altro  non possa essere e non sia in effetto che una disgregazione e dispersione di quegli elementi, del cui aggregato esse si compongono, o vogliam dire un ritorno al terreo di  I ciò che v’ ha in esse di solido, e alr aereo di ciò che v’ha in esse di  vitale,' di modo che la ragione seminale dell’universo riprenda di nuovo in sè questi elementi, perchè alr ultimo sieho consunti dal fuoco, se  r universo è sottoposto a conflagrazioni periodiche, o servano con perpetua vicenda al continuo rinnovellamento di lui, se egli dura eterno  ed incorrotto.* E questo solido e questo vitale non darti già a credere  I che sia quello che tu avesti dalla  madre nascendo: perchè ieri, e ier  r altro è venuto ad aggregarsi in te [Ricorda siccome appo gli stoici la vita  consiste nella respirazione, e quindi T essenza di quella è 1' aria. Opinione degli stoici più antichi: Zenone, Cleante, Crisippo. Opinione di molti stoici posteriori: Zenone da Tarso, Boeto, Posidouiu, Panezio. e tiai cibi, e (-l’aria die hai respi rata. Questo adunque che ti si è  assrefiato ora si trasforma, e non   oo o   più. quello che partoriva la madre.  Fa’ che tu vi sottoponga col pensiero  quel che ti lega sì strettamente a  ([ueste tali e tali altre cose, le quali  sono un nulla, cred’ io, jrispetto a  quello di che io ragiono Avendo tu imposto a te medesimo questi nomi di buono, di mcciosto, di veritiero, di assennato, di,  consenziente, di magnanimo, fa’ che  non abbiansi a mutare nei loro contrari; e ove mai ti accadesse di perdere quelli, fa’ che tu non tardi a ricuperarli. E ricordati che con la parola assennata, tu volevi significare  r attenzione discernitiva a ciascuna  cosa presente, e il non pensare ad  altro in quel mentre. Con la parola  consenziente, l’accettazione volontaria di quanto ti viene compartito  dalla natura comune; e con la parola ma(filammo, la elevazione dello  spirito al di sopra di ogni moto soave  o insoave della carne, e al di sopra  I della gloriuzza, della morte c di simili cose. Se adunque tu ti assicurerai il possesso di quei nomi senza  bramare che ti vengano dati da altrui, sarai un alti ò uomo ed entrerai  in ima vita nuova. Percìiè il continuare ad essere per lo innanzi quale  sei stato infino ad ora, e il continuare a voltolarti fra le brutture e  I Je angosce di una vita cotale, troppo  è da uomo stupido e codardo, simile  a quei bestiari ' mezzo rosi dalle  fiere, i quali pieni di ferite e contaminati di sangue e di loto, pregano pure di essere conservati infine  al domani, ancora che.consapevoli  di dover essere di nuovo esposti,  conci in quel modo, alle medesiCosi chiamavano i Romani quelli accoltollatori che negli spettacoli combattevano contro le fiere. me unghie e ai medesimi denti.  Gittati adunque con animo deliberato in su quei pochi nomi, e se  puoi tenertivi saldo ed eretto, tientivi, non altrimenti che se tu fossi  venuto ad abitare in qualche isola  fortunata; se ti accorgi che tu vi  tentenni, e non possa vincere la  prova, vattene animoso in qualche  cantuccio ove tu sia certo di vincerla; od anche esci al tutto di vita,  senza adirarti, ma semplicemente,  liberamente, modestamente contento  di aver fatto pure una cosa nella  vita: Tesserne uscito in cotal modo.*  E al farti ricordare di quei nomi gioverà non poco il ricordarti degli Dei,  i quali non vogliono essere adulati; *  ma bensì che tutti gli esseri ragionevoli facciano di assomigliarsi a   Epitteto, Manuale. La pietà  verso gli Dei consiste massimanientG in  avere sane e rette opinioni intorno a quelli (traduz. del Leopardi).  loro, e che il fico faccia le cose che  s’appartengono al fico, il cane quelle  che si appartengono al cane, e Tuomo  quelle che s’appartengono all’ uomo.  Il teatro, la guerra, lo sbigottimento, la torpidezza, la servilità  andranno in te cancellando di giorno  in giorno quelle sante massime, le  quali tu apprendi bensì colla immaginativa e confidi alla memoria, ma  senza dar loro fondamento nè fermarle colla considerazione del tuttto 022). Egli ti bisogna vedere le cose  e fare in modo che e il particolare  che è intorno a te, sia bene osservato, e la relazione di quello al tutto  sia contemplata, e quella compiacenza di sè medesimo che nasce  dalla scienza di ciascuna cosa si conservi nell’ interno tuo, segreta, ma  non celata. Altrimenti quando godrai  i frutti della semplicità? quando  quelli della gravità e sodezza? quando quelli della conoscenza di ciascuna cosa, quale ella è per essenza, che posto occupa nel mondo,  quanto tempo è per sussistere, di  che è composta, in quali obbietti si  può trovare, e chi sono coloro che  possono darla o toglierla. Il ragno superbisce se ha preso  una mosca; altri, se un lepratto;  altri, se un’ acciuga; altri, se un  cinghiale o un orso; altri, se fece  prigioni alcuni Sarmati. Non sono  dunque assassini costoro se tu consideri i principii che li movono?  Fa’ che tu impari il modo acconcio di contemplare come tutte le  cose si mutano le ime nelle altre,  e attendi senza ristare a questa parte  della filosofìa, e vienti esercitando  in essa. Perchè nuli’ altro è che  tanto innalzi 1’ animo. Chi è assiduo  in questa contemplazione si spoglia,  sto quasi per dire, del corpo, e considerando siccome in poco d’ ora gli  converrà lasciare tutte le cose di qua e partirsi dagli uomini, non attende più ad altro che a conformarsi  alla. giustizia e alla natura dell’ universo in tutto che egli fa o patisce.  Che dirà un tale, che opinione avrà  di lui 0 che farà contro di lui uìi  tal altro, egli non se ne dà un pensiero al mondo, pago e contento di  queste sole due cose; se egli fa con  giustizia ciò che egli fa nel momento presente, e s’ egli ha caro  qualsiasi cosa presentemente gli accada. Tutte le altre cure e negozi  lascia andare, e d’ altro non gli calo  che di camminare perla diritUivia,  tenendo dietro a chi sempre cammina per la diritta via, a Dio. A che il sospetto quando tu  puoi ricercare che cosa è da fare  nella congiuntura presente? Che se  tu il vedi, mettiti a ciò, e va’ innanzi alacremente per quella via,  senza guardarti dietro; se noi vedi,  sospendi il giud^io, e aiutati del consiglio degli ottimi. Se insorgono  ostacoli al compiere quello che hai  deliberato, governati razionalmente  secondo la nuova occasione che si  presenta,* attenendoti sempre a quello che ti par giusto. Perchè questa  è r ottima cosa da conseguire, sendo  che lo scostarsi dalla giustizia è un  decadere dalla natura umana. Egli  è un certo che di lento e posato e  insieme di mobile ed alacre, di ilare  e sereno e insieme di serio e grave,  colui che segue la ragione in ogni  cosa. Appena riscosso dal sonno  chiedi a te medesimo se ti importerà che da altri anzi che da te  si faccia quello che sta bene ed è  giusto. Non te ne importerà: o avresti tu dimenticato quali sono costoro  che superbiscono nel farsi dispensa M   t Cioè volgi l'ostacolo a profitto, servendoti di Ini come di nuova materia ad  azione. tori della lode e del biasimo, quali  nel letto, quali a mensa; e quali  cose facciano e quali fuggano, a quali  intendano, e quali rubino e quali  rapiscano ' non colle mani o coi piedi: ma colla parte più nobile di loro,  la quale può diventare, solo ch’ella  il voglia, fede, verecondia, verità,  legge, buon genio. Alla natura che dà e ritoglie  tutte le cose, 1’ uomo bene instituito  e modesto dice: « Da’ quello che vuoi,  togli quello che vuoi, o natura.  E questo dice non già con baldanza  orgogliosa, ma con intimo senso di  alfettuosa obbedienza verso di lei. Appo gli stoici imà virtù è la parte sovrana deir anima talmente modificata. [‘Natura’ per gli stoici è lo stesso che ‘Dio’. Queste parole di Marc’aurelio corrispondono perfettamente a quelle di Giobbe:  Dominui dedita Dominus abstulit, osserva  qui bouissimo il Pierron. Poco^ è questo che ti rimane  a vivere. Vivi dunque come in sulla  montagna. Perchè a qui, o colà,  nulla monta, se, dove che tu sii, tu  vivi sempre nel mondo come in una  città. E veggano e conoscano pure gli uomini un uomo davvero, il quale  vive secondo natura. Se noi possono  tollerare, uccidanlo. Meglio questo  che vivere com’ essi fanno. 1(». Non è più tempo di far parola  intorno a ciò che deve essere Tiiomo  dabbene, ma di incominciare ad esserlo.  Il pensiero del tempo universo  e della materia universa ti sia del  continuo presente, e che tutte le  cose particolari sono, rispetto a questa, un granello di miglio, e rispetto  a quello, un batter d’ occhiò. Considerando ciascuno degli  obbietti che offronsi alla tua osserLetteralmente: un volger di trapano. vazione, fa’ di rappresentartelo come  già in atto di dissolversi e trasformarsi; d’ infradiciare, per esempio,  o dileguarsi in fumo, o altro, secondo  il genere di morte a cui nacque. Vedili quando mangiano, quando dormono, quando usano con femmina, quando sono al cesso, o fanno  altre cose tali. Vedili poi (piando  stanno in sussiego o fan cipiglio,  quando van tronfi e pettoruti, o s'adirano, rabbuffano altrui con alterigia.  E poco innanzi servivano pure come  schiavi a tante cose, e per quali  motivi ! E poco dopo ritorneranno  a quelle medesime cose.  Giova a ciascuno ciò che arreca a ciascuno la natura comune.  Ed allora giova, quando essa lo arreca. La terra ama la pioggia; e l’ama ancora 1’etere venerando. E il mondo ama far quello che è  per accadere. Dico adunque al mondo: Io amo con te. E non dicesi egli  parimenti che una tal cosa ama accadere?  0 tu vivi qua, e ci sei già avvezzo; 0 vai fuori, e questo tu desideravi; 0 muori, ed hai finito il tuo  compito. Fuori di questi tre casi non  v’ ha altro. Adunque stattene di buona  voglia.  Abbiti sempre per certo che  quel tuo vivere in villa non è punto  diverso da questo, e che tutte son  qui le cose come in sulla cima del  monte, o sulla spiaggia del mare, o  dove che tu voglia. Perchè ti si parerà davanti a bella prima il detto  di Platone: « Egli sta nella reggia  come in una capanna sul monte,  mugnendo l’armento. Che è in questo istante la mia  parte sovrana? e quale la fo io? A  che Tadop ro io? Non è ella per av 8Ìde«nd^‘°R sognando o deventura vuota di ragione? Non è ella  separata, divelta dalla comunità?  Non è ella cosi congiunta, conglutinata col corpo, da doverne seguire  tutti i moti? Chi fugge dal suo signore, è  servo fuggitivo. Ma la legge è signora: chi trasgredisce la legge, è  dunque un servo fuggitivo. E similmente chi s’ attrista, o teme, o non  vorrebbe che fosse accaduta o accadesse 0 fosse per accadere alcuna  qualsivoglia di quelle cose che ha  ordinato il reggitore di ogni cosa,  cioè la legge distributrice di quello  che tocca a ciascheduno. Adunque  Bene rammenta qnì ìi Gataker ciò che  Platone avea già.detto nel Fedone: «Ciascun piacere e ciascun dolore, non altrimenti che un chiodo confìgge l'anima al  corpo e con esso la unifica per modo che  ella, accetta per vero tutto che è affermato  dal corpo. La legge di cui qui parla Antonino è la  legge universale, quella della natura, di  Dio. chi teme, o s’ attrista, o s’ adira, è  nn servo fuggitivo.   2(ì. Chi introdusse il seme nella  matrice, se ne va; un’ altra causa  sottentra immantinente, e lavora e  conduce a termine il feto. Qual cosa  e da quale? Ancora, egli manda giù  il cibo per la gola: e tosto un’ altra  causa sottentrando produce senso,  moto, vita, vigore, eccetera. Quante  e quali cose? Queste maraviglie, che  si compiono sotto un velo si impenetrabile, sianti spesso subbietto di  contemplazione, e sappi fare  concetto della potenza operatrice di  ({uelle, come facciamo della causa che  fa gravitare i corpi o li spinge in alto, la quale non vediamo cogli occhi,  ma non però meno certamente. Non dimenticare che tutte  queste cose, che ora si fanno, si  sono fatte prima d’ ora: e pensa che  si faranno per l’avvenire. Pònti davanti agli occhi quanti drammi o scene vedesti tu stesso, o leggesti  nelle antiche storie: come, verbigrazia, tutta intera la Corte di Adrian  no, tutta intera quella di Antonino,  tutta intera quella di Filippo, di  Alessandro, di Creso: perchè erano  tutte la stessa cosa che adesso, solamente erano diversi gli attori.  Fa’ ragione che colui il quale  si attrista d’ alcuna cosa, o l’ ha a  male, non è punto dissomigliante  dal porcellino percosso dal ferro del  sagrifìcatore, il quale ricalcitra e  grida. Non altro concetto hai da  farti di chi lamenta solitario sul suo  lettuccio le catene che ne stringono. E pensa come al solo animale  ragionevole è dato seguire volontario gli eventi: che in quanto al seguirli ad ogni modo, è forza di necessità per tutti.   1 Lettuccio è qui come chi dicesse il  canapè su cui l’uomo lavora e studia. Cosi,  bene il Casaubono. Considera segregatamente in  sè stessa ciascuna delle cose che vai  facendo, e interroga te medesimo se  la morte è un male perchè ti priverà del potere di farla. Quando per l’ altrui fallo ti  senti montare la collera, rivolgiti  tosto sopra te stesso ed esamina in  qual cosa simile a quella tu pecchi:  stimando, per esempio, che le ricchezze siano un bene, o il piacere,  o la gloria; secondo il genere dell’altrui peccato che ti sprona all’ira. Perchè se tu badi a ciò, presto  cesserà la tua collera. E ancora considererai che colui è forzato.* E in  vero che farebbe egli? Ovvero, se tu  il puoi, rimovi da lui ciò che lo  sforza. Cioè a dire, rimovi dalla sua mente  l’errore, il falso giudizio; perchè gli stoici  deriTavano interamente il bene morale dal  giudizio razionale, e riferivano quindi unicamente alla luce della ragione le risoln- [Veggendo Satirione, immagina  di vedere Socratico o Imene: veggendo Eufrate, immagina Eutichione  0 Silvano: quando vedi Alcifrone,  immagina Tropeoforo. Qquando vedi  Senofonte, immagina Oritene o Severo; e in te stesso figurati di vedere qualcheduno dei Cesari; e così  via via. Poi ti occorra alla mente:  ora dove sono costoro? In nissun  luogo, 0 chi sa dove. Di questa maniera tu verrai avvezzandoti a considerare le cose umane come un fumo  ed un nulla: massimamente se ti  rammenterai come ciò che fu mutato una volta, non riprenderà mai  più quella forma in tutto il tempo  infinito. E tu in qual tempo? Che  non ti basta adunque il passare cozioni virtuose della volontà: secondo essi il  giudizio determina la volontà necessariamente. Intendi: se gli altri non ci ritornano  mai più, ti credi tu di averci a ritornare  tu solo? 0, stumatamente questo poco che ti è  dato? Da qual materia d’ azione, da  quale impresa rifuggi? Tutte queste  cose che ti accadono, sono esse altro  che occasioni di esercizio alla ragione, la quale abbia diligentemente, e come si addice allo studioso  della natura, considerate le cose che  avvengono nella vita? Rimanti adunque finché tu abbia assimilato a te  medesimo ancor questo,' come il  valente stomaco assimila a sè tutti  i cibi, come lo splendido fuoco fa  fiamma e luce di tutto che tu getti  in esso. Nissuno sia veritiero il quale dica di te che non sei semplice e schietto, che non sei uomo  dabbene: ma menta chiunque faccia di te un tal giudizio. E tutto  ciò sta in poter tuo. Perchè chi è  [Intendi: ciò che ora ti è dato per materia di azione f frase solenne ad Antonino. quegli che ti possa impedire che  tu non sii schietto e dabbene? Solo che tu abbia fermo nell’ animo  di non voler più vivere quando tu  non sii tale. Nè la ragione il vorrebbe. Che è ciò che in questa occasione che mi è data si può fare o  dire per lo meglio? Checché egli sia,  è in mia facoltà il farlo, o il dirlo.  Non iscusarti col dire che ne sei impedito. Non prima cesserai dai lamenti che non sii fatto tale, che  r operare conforme air istituzione  tua in (jualsivoglia caso non sia  per te la stessa cosa che è pel sensuale la voluttà. Perocché ciò appunto vuoisi dall’ uomo avere in  conto di vero godimento. L’operare. In questa occasione - in qualsivoglia  caso.» Chi preferisse la frase stoica dica:  « in questa materia — in qualunque materia a te sottoposta » come disse Ornato. A me parve troppo alieno dall’ uso, ed anche poco chiaro in italiano. conformemente alla propria natura.  E questo può egli in ogni caso. Al  cilindro in tutti i casi non è dato  potersi muovere in quella forma di  moto che gli è propria, nè all’acqua,  nè al fuoco, nè a nissuna delle cose  che sono governate o da natura inanimata, 0 da anima irrazionale: molti  sono gli impedimenti che loro si  frappongono, molte le resistenze. Ma  la mente, la ragione può seguire,  solo che il voglia, la sua propria via  vincendo tutti gli ostacoli. Questo  potere e agevolezza che ha la ragione di seguire la sua via in tutte  le direzioni, all’alto, al basso, per   10 declive, come il fuoco, la pietra, il cilindro, pònti davanti agli occhi,  e non cercare più oltre. Tutti gli  ostacoli che tu puoi incontrare non  hanno relazione se non se al corpo  che è cosa morta; o veramente, se  non sottentra l’ opinione, e se la  mente non cede, non possono nuocere nè far male veruno. Altrimenti  chi ne patisse, dovrebbe eziandio patire deterioramento, come veggiamo  di tutte le altre produzioni sia della  natura sia dell’ arte; le quali tutte  trovansi deteriorate ove incolga loro  alcun male; ma, qui al contrario,  r uomo, se ho a dirlo, si fa migliore  e più degno d’ encomio, quando fa  retto uso degli accidenti, quali essi  sieno, che gli incontrano. In somma ricordati che non offende il vero cittadino ciò che non offende  la città; che non offende la città  ciò che non offende la legge; e  che nissuna di tutte queste così  dette avversità offende la legge. E  se non offende la legge, non offende adunque nè la città nè il citadino.  A colui che fu ben penetrato  dalle vere credenze, basta il più breve  detto, anche di quelli che sono a  tutti i più noti, a sgombrargli dall’animo la tristezza o il timore. Per  esempio. Quali sono le foglie, e tali sono  Le schiatte degli umani. Quelle il vento  A terra sparge, ed altre ne produce  La germogliante selva a primavera.   Cosi le schiatte degli umani: questa Or nasce, or quella muore. Foglie sono i tuoi figliuoli, foglie tutti  costoro che ti acclamano, e schiamazzano sì forte da far credere che  dicano il vero; foglie questi altri che  altamente ti maledicono, o ti vilipendono e lacerano in segreto. Foglie  sono ancora quelli che ricorderanno  il tuo nome dopo la tua morte. Tutte  queste cose spuntano fuori alla verde  stagione, poi fi vento le sparge a  terra, e(i altre in loro vece ne riproduce' la germofjliante selva. Il  durar poco è comune a tutte. Ma tu  le fuggi 0 le cerchi come se avessero a durar sempre. Ancora un poco  e chiuderai gli occhi; e a quello che ti comporrà sul rogo, altri farà il  corrotto.   35. L’ occhio sano deve essere disposto a vedere tutto ciò che è visibile, e non dire: io voglio vedere  solamente il verde; perchè ciò è da  occhio ammalato. L’ orecchio sano  e r odorato debbono essere disposti  a udire tutti i suoni e a sentire tutti  gli odori. E lo stomaco sano deve  essere preparato a digerire tutti i  cibi, non altrimenti che la macina è  pronta a macinare tutto quello che  ella fu fatta per macinare. E così  pure la mente sana deve essere  pronta ad accettare tutto quello che  accade. Colui il quale dice: « sieno  salvi i figliuoli » e « tutti lodino le  mie azioni » è come 1’ occhio che  vuol vedere solamente il verde, o  come i denti che vogliono masticare  sol cose tenere.   36. Nissuno è tanto avventurato  che al suo morire non sia per avere intorno a sè chi si rallegrerà del  male che gli incontra. Savio e dabben uomo sia stato; non mancherà  all’ ultimo chi in sè stesso dirà. Respireremo una volta da questo  pedagogo. A nissuno di noi diede  noia con rampogne, è vero; ma ci  siam pure avveduti che in cuor suo  ci condannava. » Questo si dirà delr uom savio. E di noi, quante altre  cose possono fare a molti desiderare  che ce ne andiamo! A questo penserai quando sarai per morire, e la  tua partenza ti verrà fatta più facile.  Ragionerai teco stesso: me ne vo  da questa vita, dalla quale questi  miei concittadini, pei quali ho in  essa tanti travagli sostenuto, tante  preghiere fatto, tante cure avuto,  vogliono ora essi medesimi. eh’ io me  ne vada, sperando forse che debba  seguirne loro qualche profitto. Chi  dunqu e potrebbe desiderare d’avere  a starci più lungamente? Non per questo partirai tu men benevolo  verso di quelli, ma, serbando inaiterato il costume e 1’ indole tua,  amico loro tuttavia qual fosti, propizio e amorevole a tutti, e non  però mesto nè ripugnante. Ma come veggiamo in chi muore di facile morte V anima soavemente sciogliersi dal corpo, cosi conviene che  si faccia la tua separazione da coloro. Perchè la natura ti avea pure  congiunto e complicato con essi. Ora me ne disgiunge? Ed io mi  lascio disgiungere come da amici  e carissimi congiunti, non però turbato nè ripugnante, ma tranquillo  e di mio buon grado. Perchè anche  questa è una delle cose volute dalla  natura.  A ciascuna cosa che tu vegga  fare a chicchessia, vienti avvezzando,  per quanto è possibile, a ricercare,  ragionando teco medesimo: costui  a che riferisce quello che sta facendo? E incomincia da te, esaminando te stesso il primo.   38. Ricordati che chi dà V impulso  e muove, per cosi dire, le fila del  fantoccino, è il celato nel di dentro.  Quello è il dicitore che persuade,  t|uello è la vita, quello è, se vogliam  dire il vero, V uomo propriamente.  Guardati dal figurartelo come una  sola cosa con esso il vaso le cui pareti lo circondano, o con questi ingegni che songli cresciuti intorno.*  Questi somigliano alla scure; se non  che gli sono per natura aderenti.   Si capisce facilmente che per ingegni bassi qui ad intendere ordigni, cioè gli organi e le membra del corpo. Gli Inglesi e i Francesi  presero dai classici Italiani questa parola  ingegno con questo senso, e dicono quelli  engine e questi engin; come ne presero  tante altre bellissime o utilissime dello  quali si servono quotidianamente; e di tali  ancora che noi abbiamo interamente dimenticato: e per significar poi quelle cose di  cui abbiamo dimenticato i nomi italiani, andiamo ad accattar vocaboli dai forestieri, E in effetto, allontanata la causa che  li muove, non è uso alcuno di essi  pili che non sia della spola, senza  la mano, al tesserandolo, nè della  penna allo scrittore, nè della frusta  al cocchiere. È proprio deir anima razionale'  il veder sè medesima; il conoscere  partitamente sè medesima; il far sè  meilesima quale ella vuole: il cogliere essa medesima il frutto che  ella produce, laddove i frutti delle  piante e i portati degli animali sono  colti da altrui; il giugnere sempre  allo scopo che è proprio di lei, in  qualsivoglia punto arrivi il termine  della vita: perchè 1’ azione di lei, in  qualsiasi momento ne sia arrestato  il corso, non rimane imperfetta, co [Razionale per distinguerla da quella  dei bruti, che dagli stoici è chiamata anima semplicemente. me nelle rappresentazioni sceniche  o nel hallo, o in simili cose; ma  anzi in qualsivoglia istante, in qualsivoglia luogo le sopravvenga la morte, ella compie nondimeno interamente, e in modo soddisfacente a sè  stessa, quanto si avea proposto (28),  e può dir sempre: io ho tutto il mio.  Ancora ella va spaziando colla speculazione per tutto il mondo e il  vuoto che lo circonda, e contempla  la forma di quello, e si estende nella  infinità dei secoli, e abbraccia col  pensiero i rinascimenti periodici della  università delle cose; e contemplandoli si fa capace che non rimane da  vedere nulla di nuovo ai nostri posteri, siccome nulla di più videro i  nostri antichi; chè anzi 1’ uomo  giunto all’età di quaranf anni, per  poco che abbia di buon discorso, ha   1 Tutto il mondo: intendi ciò che noi diremmo tntto il creato. Ma l'idea di creazione era aliena dagli stoici. in certo modo veduto e conosciuto  tutto ciò che fu e tutto ciò che sarà  per la somiglianza che hanno le  cose fra loro. Ancora è proprio delr anima razionale l’ amore del prossimo, la veracità e la verecondia, e  il non anteporre nulla a sè medesima: * il che è proprio eziandio della  legge. Onde segue che la retta ragione e la ragione di giustizia sono  una sola cosa.  I canti aggradevoli e le danze  e gli esercizi ginnastici ti cadranno  Bene avverte qui il Gataker come an-che la legge cristiana ci prescrive di non  avere a nulla maggior rispetto che alla propria anima (confer. s. Matt. Evang.;  s. Marco Vili, ). E san Gregorio Nazianzeno: c nulla, disse, è più prezioso a ciascuno  che la propria anima» riproducendo quasi  nella sua prosa il verso 301 dell’Alceste di  Euripide. [Esercizi ginnastici, letteralmente il  pancrazio. Ognuno sa che i romani per mezzo  della ginnastica voleano esercitata la forza del corpo con signiftcazione di leggiadria. E quindi i giuochi ginnastici erano pur uno  degli spettacoli più graditi ad un popolo,   in disprezzo, se tu dividi, per esempio, la cantilena melodiosa in ciascuno dei suoni di che ella si compone, e ad uno ad uno considerandoli, domandi a te stesso, è egli  questo quel che mi vince? » perchè  ne avrai vergogna. E similmente intorno alla danza, considerando separatamente ciascuno dei moti, ciascuno degli atteggiamenti; e così  per gli esercizi ginnastici. E generalmente in tutto ciò che non è  virtù, o che non procede da virtù, i  sovvengati di ricorrere alla divisione  delle cose nelle parti loro, si che  divise a quel modo elle ti cadano in  dispregio. Fa’ l’applicazione di ciò  anche alla vita intera. Quale debba essere 1’ anima   in tutto r ordine della cui vita regnava  sovranamente l'idea della bellezza. Cioè, dividi la vita umana in tante piccole porzioni, per disprezzarla tutta insieme. Sottintendi ronsi'lera, o ricordati. apparecchiata a sciogliersi, ove occorra, immantinente dal corpo, a spegnersi o a dissiparsi, o ad entrare in  una nuova condizione di esistenza. E questa disposizione proceda da  giudizio particolare della mente, non  da sola pervicacia di volontà, come nei Cristiani; sia scevra da ogni  tragica ostentazione, non però senza  dignità, da poter anche persuadere  gli altri. Ho io fatto qualche cosa che  giovi alla società? Adunque ho gio0 ad entrare eiUtenta; letteralmente: 0 a perdurare. Ornato traduce: o a rimanere ancora dopo morte  Non mi piacque, ma la mia versione, che  svolge il pensiero dell’ autore, ha un coloro  troppo moderno.  I Cristiani erano ancora comunemente  mal conosciuti, e creduti settari fanatici,  nemici dell’ impero. Cioè a dire; sia tale, non solo intimamente. ma anche pe’ suoi caratteri esteriori,  da poter persuadere altrui che essa procede  da ben ponderato giudizio,* nòn da codardia  0 vanità o da intemperata esaltazione o  concitazione di mente.  vate a me stesso.' Questo pensiero  ti occorra sempre pronto alla mente,  e ti conforti a perseverare.  Qual è r arte tua? L’esser buono. E quest’ arte come altrimenti s’acquista, se non per le buone dottrine,  le une intorno alla natura dell’universo, le altre intorno alla costituzione propria dell’ uomo?  Da prima fu istituita la tragedia  a ricordare i casi che sogliono avvenire e come essi sieno così fatti  per natura, e ad avvertirci nel medesimo tempo essere una contraddizione il pigliarne diletto quando  li vediamo sulla scena del teatro e  dolercene poi quando accadono sopra  una scena maggiore. Voi vedete di   [Sono le parole di' Salomone, Prov. XI,  17: « Benefacit sibi ipsi vir beneficus. Epitteto svolgo il medesimo concetto, dissert. I, 19; Seneca, epist. 48, disse: «Non  potest beate degere qui se tantum intuetur,  qui omnia ad utilitates suas couvertit: alteri viVas oportet, si vis tibi vivere.»  fatti essere pur forza che 1’ azione si  compia a quel modo (30), e che debbono ad ogni modo soffrirlo anche  coloro che esclamano: « 0 Citerone,  ahi lasso. w E invero alcune cose  diconsi utilmente dagli autori di tragedie siccome questa:   Che se gli Iddìi   Di me nè de’ miei tigli non han cura,   Ragion pur anco a ciò li move. E quest’ altra. Contro alle cose lo adirarsi è vano. »   E ancora quest’ altra:   € Mieter la vita   Come spiga matura  E le altre di cotal fatta. Dopo la tragedia fu introdotta hi   t Parole di Edipo. Vedi Sofocle, Edipo re,  vers. 1391. Ecco, secondo la traduzione del  Belletti, i tre versi che formano il periodo  intero di cui quelle parole sono il cominciamonto:   Oh Citeron! perchè raccormi? o tosto  Perchè morte non darmi, ond' io giammai  L'origin mia non rivelassi al mondo! vecchia commedia, la quale, con  quella sua libertà, facesse come da  aio al popolo, e con quel suo chiamare le cose coi nomi loro, ne ricordasse agli uomini la vanità: i  quali modi assunse poi Diogene eziandio ad un fine somigliante. Dopo la vecchia, quale sia stata la mezzana  commedia, ed ultimamente poi la  nuova, e quale scopo abbia questa,  che a poco^a poco si è ridotta ad, essere puro artificio di imitazione,  lascio a te il considerare. Che anche  da costoro si dicano alcune cose  utili, non è da negare: ma l’intenzione generale di un tal genere di  poesia e di composizioni drammatiche, qual è ella mai?  Come vedi tu chiaro nissun’ altra setta' essere così acconcia al 1 Setta, intendo della setta illosodca in  che Marco vivea, e non dello stato o- condizione sociale. Ho qualche dubbio, e parrai che il 3iou filosofare, come quella in che sei ora?  Un ramo spiccato da un altro  ramo non può non essere separato  dalla pianta intera. Parimente un  uomo diviso da un altro uomo è scaduto dalla società intera degli uomini. Il ramo vien divelto per mano  d’altri. L’uomo si separa egli stesso  dal suo vicino, quando egli l’ odia,  quando lo ha in dispetto; e non  s’ avvede eh’ egli si distacca ad un,  tempo dalla intera comunità. Se non  che, per dono di Giove autore dplla  comunità, può ciascuno di noi che  siasi distaccato dal prossimo, riap ÙTTóOeo'.y potrebbe anche voler dire qualche  cosa che non fosse nè la condizione sociale-y  nè la setta filosofica^ ma bensi il modo e  r ordine ili vita adottato da Antonino nella  condizione sociale in cui vivea: e cosi l’intesero anche il Gatakero e lo Schultz, i  quali_ tradussero vitee genus. Ma siccome  rOrriato pare che fosse ben fermo in quella  sua opinione, ho conservato la sua parola  fetta. P, piccarvisi e farsi di nuovo parte integrante del tutto. Vero è che quando ciò accade più volte, più diffìcile  diviene la riunione o il ristabilimento a suo luogo della parte staccata. E ad ogni modo egli è diverso  il ramo che crebbe da principio insieme cogli altri e sempre rimase  unito con essi, dal ramo che vi fu  innestato dopo esserne stato divelto:  checche ne dicano i giardinieri, fa  un albero solo cogli altri rami, ma  non un solo disegno. La vegetazione è una, ma la forma non  è una. Questo potrebbe dirsi di un ramo di pesco, p. es,, che fosse innestato in quello di  un noce; ma quando un ramo del uoco che  ne fosse stato spiccato fosse innestato in  un altro ramo del noce medesimo, sarebbe  una la vegetazione cd una ancora la forma.  Mi è anco sospetto quello ófJioJoyjjiaTetv  parlandosi di piante. Io propendo a credere,  coi migliori critici, questo luogo corrotto o  manchevole nel testo. Alcuni di quest' ultima frase fanno un paragrafo separato: e  remato stesso non era ben risoluto. Chiunque voglia avversarti in  cosa che tu faccia secondo la retta  ragione, siccome non avrà forza dà  distoglierti dall’ azione incominciata,  cosi ancora non ti riinova dal sentimento di benevolenza che devi avere  per lui: ma fa’ che tu ti serbi costante nel giudicare e nell’ operar  rettamente, e ad un tempo amorevole verso chi cerca di impedirti o  in qualsivoglia modo ripugni a ciò  che tu fai. Perchè non sarebbe minore fiacchezza lo adirarti contro  questi tali, che il ritrarti dall’ impresa e dar luogo per paura; essendo  egualmente disertore chi teine e  fugge dall’ ordinanza, e chi s’ allontana dal congiunto e dall’ amico suo  naturale.   IO. Non è natura alcuna la quale  sia da meno dell’ arte che ne è imitatrice; nè la più perfetta fra le nature, quella che comprende in sè  tutte le nature, può essere da meno di un’ arte qualsivoglia. Ora le arti  tutte fanno le parti inen nobili di  ciascuna delle opere loro per amore  delle più nobili;' adunque anche la  natura comune. Quindi ha origine la  giustizia, e da questa procedono tutte  le altre virtù. Perchè mal potrà  conservarsi giusto colui, il quale o  non sarà indiflerente verso le cose  medie, o si lascierà facilmente ingannare dalle apparenze, o sarà preCome, per esempio, un pittore farà ciò  che pone nel fondo di un suo quadro per  dare maggior risalto a ciò che ne è il soggetto principale. E (la questa procedono tutte le altre virtù.  Intendo che dallo aver la natura voluto che  si osservasse la giustizia, procedette che  essa natura istituisse le altre virtù; quelle  cioè di cui parla poco dopò; le quali sono  necessarie alla pratica della giustizia e furono dalla natura istituite per amore di  essa giustizia, còme un artefice fa le parti  men nobili di una sua opera per amore delle  più nobili. Ricordi il lettore che appo gli  stoici posteriori parte sovrana della filosofia  era la morale: la logica, anche per gli stoici  antichi, era subordinata alla morale.  cipitoso nel giudicare, o mal fermo  nel giudizio fatto. Non le cose, il cui desiderio  o timore ti turba, vengono alla volta  tua; ma tu in certo modo vai alla  volta loro.' Ora fa’ che il tuo giudizio intorno a quelle stia cheto, e  quelle rimarransi quete del pari, e  tu non sarai veduto desiderar nulla  nè temere.  La sfera dell’anima ha la forma che è propria di lei, quando ella  nè si estende al di fuori verso checchessia, nè si ritrae al di dentro, nè  si dissipa, nè si accascia,* ma splende  di una luce per la quale ella vede  la verità che è nell’ universo e quella  che è in lei.  Un tale mi disprezza?  Tal sia  di lui. A me basta parlare e operare Inteudi che l' anima è nello stato conforme a natura, quando ella non ha nè desiderio, nè timore, nè piacere, nè dolore. in modo che nissun mio detto o fatto  meriti disprezzo. Mi odierà? Tal sia  di lui. Quanto si è a me, io mi serberò mansueto e benevolo verso ognuno, pronto a chiarire dell’ error suo  anche colui che mi odia, non con  parole di rimprovero nè ostentando  pazienza, ma cortesemente e con sincera amorevólezza, come Focione solea fare (31), supposto che non s’infingesse. Perchè la mansuetudine vuol  essere interna, sì che gli Dei veggano in te un uomo disposto a non  ricevere nulla con isdegno nè a malincuore. Qual malej in fatti, per te,  se tu fai ora quel che s’ addice alla  tua natura e ricevi ciòcche ora è giudicato opportuno dalla natura universale, tu uomo ordinato a questo  fine che sempre si faccia il comun  bene, sia qualsivoglia lo strumento  per cui si faccia? Si disprezzano l’un l’altro, e  si vanno piaggiando l’un 1’altro. L'uno vuol essere da pii» che l’altro,  e s’inchinano 1’uno all’ altro scawibievolmente. Che fradiciume e che doppiezza non è il dir di taluno: a Io ho  deliberato di trattar teco schiettamente. » 0 uomo che fai? Non è  bisogno' di questo preambolo. Alla  prova si vedrà. Sulla fronte conviene  ti si legga immantinente ciò che tu  di’, perchè è cosa di tal natura che  tosto si manifesta negli occhi, come  nello sguardo dell’ amante ogni cosa  conosce immantinente l’ amato. L’uomo schietto e buono dev’ essere come  chi sa di caprino, sì che al solo accostarsegli altri il senta, voglia o  non voglia. La schiettezza simulata  è un’ arme da traditore. Non è cosa  più turpe che l’amicizia del lupo. L’ amicizia del lupo espressione proverbiale presso i romani, ed era allusione a  quella favola di Esopo, nella quale i lupi  persuadono le pecore a dar loro i cani come  ostaggi, e ad accettare alcuni giovani lupi   A tutto potere fuggi cotesto. Alfuom  dabbene, all’ uomo schietto, all’ uom  benevolo sono appariscenti negli occhi tjuelle qìialità loro, e non è bisogno di parole a manifestarle. Vivere beatamente è cosa che  sta in potere dell’anima, solo ch’ella  voglia essere indifferente verso le  cose indifferenti. E questo le succederà se ella considererà ciascheduna di esse nelle sue parti e nelle  sue relazioni col tutto, non dimenticando che nissuna di esse viene  alla volta nostra nè ci sforza a fare  di lei tale o tal altro concetto; ma •  anzi elle si stanno tutte immobili  dove sono, e noi siamo quelli che  facciamo i. giudizi intorno ad esse,  e li scriviamo, per così dire, dentro  di noi, potendo non farlo; e ancora. come gaardiatii in luogo di quelli; e divorano poi le infelici che lascìaronsi gabbare  dalle belle parole e dalle belle promesse. Cioè le cose fuori di noi. quando ciò ne venga fatto inavvertitamente e senza avvedercene, potendoli cancellare immediatamente e rammentando inoltre che pocd^ha  a durare questa fatica di considerare  le cose in tal modo, e saremo poi  fuori della vita per sempre. E che  v’ha poi di tanto arduo in esse? Se  sono secondo natura, pigliane piacere, e ti diverranno facili; se sono  contro natura, vedi tu che cosa è  secondo la tua natura, e a quello  attendi, ancora che sia senza gloria.  È sempre degno di scusa chi va in  traccia del proprio bene. Donde sia venuta ciascuna  cosa, di che elementi sia composta,  ed in che si trasformi, e qual divenga trasformata, e siccome non è  per soffrire alcun male per la trasformazione. E in primo luogo,* quale rela [Sottintendi: Considera] [Sottintendido considerare, o altra  zione io abbiaceli essi e come siam  nati gli uni per gli altri, ed io, per  altri rispetti sono nato per essere  loro guida, come l’ariete della greggia e il toro deir armento. Risali più  in alto: se gli atomi non sono, la  natura è quella che governa l’universo; e se questo è, gli esseri meno  perfetti sono nati pei più perfetti, e  questi gli uni per gli altri. Quali essi sono a mensa, a letto,  negli altri momenti della vita. E massimamente a che sorta di azioni siano necessitati per le credenze che  essi hanno, e con quanta presunzione di sapere fanno essi ciò che  fanno. Che se essi fanno ciò a buon  diritto, e’ non ti bisogna avertelo a  male; se a torto, essi il fanno indubitatamente malgrado loro, non sapendo quel che si fanno. Perciocché   frase cotale; e cosi al principio di ciascuno  degli otto capi seguenti. siccome è involontaria negli uomini  la privazione del vero, così involontario è ancora il non portarsi verso  altrui secondo le norme del giusto:  il che provano collo adirarsi quando  sono chiamati ingiusti, ingrati, cupidi dello altrui, o rei di qualsivoglia colpa verso il vicino. Che tu ancora pecchi non di  rado, e sei pur uno del numero loro;  e se da certi peccati ti astieni, hai  nondimeno la disposizione a commetterli, benché, sia per difetto di  audacia, sia per vanità o per altro  cotal vizio, tu noi faccia. Ancora, che tu non sai di certa  scienza che essi pecchino: perchè  molte azioni, che paiono malvage  si fanno talora a fin di bene o per  meno male: e ad ogni modo è mestieri sapere di molte cose a poter  sentenziare convenientemente sulle  azioni altrui.   6® Quando senti che sìa per occuparti r ira od anche solo l’ impazienza; che la vita umana dura un momento, e poi saremo tutti sotterra. Che non sono le azioni loro  quelle che ti turbano, standosi quelle  nei loro autori, ma bensì le nostre  opinioni. Adunque togli via, sappi  rimovere da te il concetto che tu  fai di quelle, e l’ ira se ne andrà  parimente. E come rimovere quel  concetto? Col considerare che le  azioni altrui non hanno nulla di disonesto per te. Che se il male tutto  non consistesse nella sola disonestà  dell’agente, di necessità peccheresti  tu ancora, e saresti tu pure assassino, e macchiato di ribalderie d’ogni  forma.  Siccome le ire, i rammarichi  intorno a siffatte cose arrecano seco  troppo più gravi danni che non siano  quelli di che ci adiriamo e rammarichiamo. Che r amorevolezza è sempre vittoriosa, quando sia schietta, e non  sia una affettazione o una parte che  tu reciti. E in vero che ti può egli  fare 1’ uomo il più iracondo e insolente, se tu ti mostri a lui tuttavia  amorevole e se, venendo il caso, tu  lo ammonisci cortesemente e cerchi  di farlo ricredere in quel tempo medesimo che egli intende ad offenderti? No, figliuol mio; noi  siamo nati ad altro. A me tu non  nuoci; a te bensì, figliuol mio. E gli dimostri e fai toccar con mano  che la cosa sta COSI universalmente;  e come nè le pecchie si comportano  in quella guisa, nè alcun altro animale che sia nato a vivere in comunanza. Le quali cose vogliono esser dette senza ombra alcuna di  ironia nè di rimprovero, ma bensì  con amorevolezza, e senza amaritudine alcuna nell’animo; nè ancora  come si direbbero da un maestro in  iscuola, nè per farsi ammirare dai  circostanti; ma da solo a solo, e se  v’ha altri presente, Di questi nove capi fa’ che tu ti  ricordi come se tu li avessi ricevuti  in dono dalle muse; e incomincia  pure una volta ad esser uomo mentre hai vita.* E’ ti conviene ad un  tempo guardarti dallo adulare gli  uomini non mejio che dallo adirarti  contro di essi: perchè le sono cose  egualmente antisociali e nocive.  Quando ti sentirai provocato all’ira,  ti occorra alla mente questo pensiero: non esser punto cosa virile  lo adirarsi; ma anzi la pacatezza, la  mansuetudine, siccome sono cose  più umane, così sono anche più virili; e che la costanza, il vigore, la  fortezza sono nel mansueto, non in  [Ornato collo Schultz, anzi più risoIntamento che lo Schultz, stimò che qui il  testo fosse manchevole.  Seneca, De ira, 111,43,  disse. Humanitatem colamns, dnm inter  homines snmus. »  chi si adira o s’impazientisce. Perchè più quegli si avvicina alla impassibilità, tanto più partecipa della  forza; laddove l’ ira, siccome il dolore, è propria del debole: lo adirato  e lo addolorato furono egualmente  piagati e ambidue cedettero egualmente.   E un decimo ricordo ancora ricevi, se vuoi, dal Musagete: * essere  da pazzo il volere che i malvagi non  pecchino, perch’ egli è un voler l’impossibile. Il voler poi che essi portinsi da pari loro verso tutti gli altri  e noi facciano con te, è da stolto e da tiranno. Contro quattro specie di determinazioni* della parte tua principale ti bisogna sopra tutto stare in  guardia, e tosto che una ti venga   [Conduttor delle muse, o Apollo, o se  vuoi. Ercole. Piuttosto quello che questo. Vedi il Gatakero] nsieri, moti, determinazioni, volonavvertita, cancellarla, ragionando teco medesimo intorno a ciascuna di  esse in questa guisa: Intorno a  quelle della prima specie: questo  pensiero non è necessario. Intorno  a quelle -della seconda: questo pensiero tende a sciogliere la società.  Intorno a quelle della terza: tu stai  ora per dire cose che intimamente  non credi: e il dir cose che intimamente non credonsi è da essere  annoverato fra le massime assurdità. Intorno a quelle finalmente della quarta specie, rampognerai te  medesimo dicendo: tu lasciasti che  fosse vinta la parte più divina di  te, e sottoposta a quella che è  men nobile e mortale, cioè a dire al corpo e ai grossi piaceri di  quello. Quattro cose da prevenire od allontanare. Pensieri inutili oziosi. Volontà od azioni ingiuste, dove sono  anche compresi i moti di irascibilità;  Quanto è in te di aereo e di  igneo, benché abbia naturale tendenza ad innalzarsi, acconciandosi  nondimeno all’ordinamento del tutto  si rimane quaggiù nel tuo corpo. E similmente le parti terree é le acquose, benché tendano naturalmente allo '  ingiù, tengonsi non pertanto sollevate ed erette in una forma che non  é loro naturale: tanto anche gli elementi sono obbedienti alla legge  dell’ universo, e facendo forza a sé  medesimi serbano costantemente il  posto in che furono collocati, finché  da quella medesima legge sia dato  il segno dello scioglimento. Ora non  é egli singolarmente strano che sola  la parte intelligente dell’ esser tuo  non voglia obbedire e si rammarichi  del posto che le fu assegnato? e  pure nulla di violento le è comandato  [Disaccordo della mente e delle parole;  cioè falsità voluta, o non avvertita. Moti di concupiscenza], ma cose soltanto che sono secondo la natura di lei. Con tutto ciò  non vi si vuole acconciare, e vuole  andare a ritroso. Perchè le ingiustizie, le dissolutezze, l’ira, la tristezza, il timore, sonò tutti moti a  ritroso della natura. E ancora allorquando r anima non s’ acconcia di  buon grado agli avvenimenti, ella  abbandona il suo posto, essendo ella  stata instituita alla santità, alla  pietà, non meno che alla giustizia,  poiché quelle non meno di questa  fanno parte della sociabilità: chè  anzi gli atti di giustizia succedono  piuttosto (-he non precedano a quelli  della pietà e della santità. Intendi la pietà religiosa, o la pietà  verso Dio o la natura, che è tutt’uno presso  gli stoici, e non dimenticare che il rassegnarsi volentieri a tutti i casi esteriori, è  atto religioso appo gli stoici. Cioè Tnomo ha relazioni con Dio prima  che con gli nomini, e le sue relazioni con  questi hanno per fondamento le sue relazioni con quello. Chi non ha sempre il medesimo proposito, il medesimo istituto  di vita, non può essere in tutta la  vita il medesimo uomo. Ma ciò non  basta se non aggiungi ancora quale  esser debba questo proposito o istituto di vita. Perchè siccome non di  tutti quelli che al volgo paiono beni  è invariabile negli uomini il giudizio,  ma di quelli soltanto che sono universali e comuni; ' così lo scopo comune  e civile dell’ umana famiglia, è quello  che l’uomo dee proporre a sè stesso.  Colui adunque il quale indirizzerà a  questo scopo comune l’esercizio di  tutte le sue facoltà, quegli farà che  tutte le sue azioni sieno fra loro  somiglianti, e per tal guisa sarà egli  costantemente il medesimo uomo. Intendi che T idea del bene privato varia  nella stessa persona, secondo che varia la  sensibilità; laddove l'idea del bene pubblico  è costante e invariabile, siccome quella che  dipende solo dalla ragione, la quale non  varia. Rammenta il topo di montagna e il topo di casa, e lo spavento di questo e il correre precipitoso.  Socrate chiamava befane le  credenze del volgo, spauracchi di  fanciulli. I Lacedemoni nella loro solennità ponevano pei forestieri i sedili  all’ ombra, ed essi sedevano dovunque.   A Perdicca, che gii chiedea  perchè non andasse a lui, Socrate  rispondea, Per non morire di pessima morte » cioè a dire, « per non  ridurmi alla condizione di non poter  ricambiare beneficii eh’ io avessi ricevuti.  Nelle lettere degli Epicurei era  una esortazione all’ aver sempre presente al pensiero alcuno di quelli  antichi che praticarono la virtù. I Pitagorici prescriveano che  [Gli interpreti allegano Orazio, sat. VI,  lib. II. Ma riscontra in Esopo, fav. 301.  Ogni giorno di buon mattino si dovesse volgere gli sguardi al Cielo,  affinchè per la contemplazione di  quelli esseri che sempre percorrono  le medesime vie e sempre compiono  a un modo il loro ufficio, l’ uomo  avesse ad ìfver sempre vivo in sè il  pensiero dell’ordine, della purità e  della nudità.' Perchè le stelle non  hanno velo che le ricovera. Qual fu a vedere Socrate cinto di una pelliccia, allorché uscì fuori  Santippe colla veste di lui; e le  cose che egli disse agli amici i quali  arrossivano e si ritraevano indietro,  vedendolo assettato in quel modo. Nell’arte dello scrivere nè in  quella del leggere non puoi essere  maestro se prima non fosti discepo [Il diligentissimo ed ernditissimo Gatalcer  non seppe egli pnre trovare qual fosse il caso particolare della vita di Socrate, e il  detto di Ini, ai quali fa qui allusione A. Meno amcora lo potrai nell’arte  (Iella vita.   Sei servo, a te concesso  favellar non è. Ed il mio cor ne rise. E la virtute   Àccuseran con rigido parole. Pazzo chi vuole aver fìchf di  verno; pazzo ancora chi desidera  aver iigliolanza quando non è più  tempo da ciò.  Quando tu baci un tuo figliuolo, esortava Epitteto, fa' che tu dica  teco medesimo: domani sarà forse  morto. Cattivi augurii, cotesti. Nulla è cattivo augurio di ciò  che accenna ad un effetto naturale. Agresto, uva, zibibbo, tutte   [Nei testo è un verso iambico di autore incognito a noi. È la fine del verso 413, lib. I  dell'Odissea.  Nel testo è un verso esametro che ha  qualche somiglianza con un verso di Esiodo mutazioni; non dall’ essere al non  essere, ma dall’ essere ciò che è  all’ essere ciò che ora non è.  Assassini della volontà non ci  sono; sentenza di Epitteto. Diceva ancora (Epitteto) dovensi procacciare V arte dello assentire; stare all’ erta coi moti della  volontà, affinchè tutti sieno condizionali, sempre indirizzati ad un fine,  al bene universale, sempre proporzionati in intensità al valore intrinseco delle cose; astenerci in tutto  dalla appetizione, e non dare luogo  mai all’ avversione per cose che non  sieno in nostra potestà. Piccolo adunque, diceva egli,  non è il frutto della vittoria o il  danno della sconfìtta; ma l’ esser  savio, o r esser pazzo.   39. Socrate dicea: che volete voi! Vuol dire Antonino che il libero esercizio della volontà non può esserci tolto da  nìssuna forza esteriore. avere anime di animali ragionevoli,   0 di irragionevoli? Di ragionevoli. Di quali ragionevoli? di sani o di  corrotti? Di sani. Perchè dunque non le cercate? Perchè già  le abbiamo. Perchè dunque battagliate fra voi e siete discordi? Anche il Gataker non potè trovare da  quale opera socratica abbia tratto Antonino  questa argomentazione: ma moltissimi scritti  della scuola socratica non abbiamo più noi, i quali esistevano ai tempi di Marco nostro. Tutte quelle cose, alle quali tu . studi di pervenire per mille andirivieni, tu puoi avere immediatamente,  se tu non vuoi male a te stesso. E  ciò sarà, se tu metti da banda il passato e lasci alla Provvidenza la cura  del futuro, e attendi solo ad usare  il presente, secondo le norme della  santità e della giustizia: della santità, coir accettare volonterosamente  i casi tutti che ti intervengono, essendo essi dalla natura prodotti per  te, e tu per essi; della giustìzia,  col dire liberamente e senza ambagi la verità e far ciò che è conforme alla legge e alla dignità delle l'ose,’ non lasciandoti frastornare mai  nè da malizia altrui, nè da opinione,  nè da discorso di chi che sia, nè da  affezione veruna di quel corpicciuolo  che ti è venuto crescendo all’ intorno: sta a lui che è il paziente a pensarci. Or dunque, prossimo o lontano  sia per essere il termine della tua  vita, se tu, deposto ogni altro pensiero, non attenderai che ad onorare  la parte principale e divina dell’ossei’ tuo, e tuo solo timore sarà, non  già di dover cessare quando che sia  di vivere, ma di non aver per anco  incominciato a vivere secondo natura; tu sarai uomo degno del mondo  che ti ha generato, non sarai più  [Le prescrizioni della l^igge sono generali; la dignità delle cose esteriori serve  di guida nell' applicazione della legge. Ta  altro modo si potea dire: « ciò che è conforme alla legge nelle circostanze particolari  in che ti’ trovi.» Ma quello è più stoicamente detto. Per dignità delle cose intendi il loro valore ret»tivo. straniero nella tua patria, non ti  maraviglierai più di ciò che accade  tutto dì come di cosa insolita; non  sarai più dipendente da chi nè da  che che sia. Iddio vede tutte le menti denudate di questi vasi materiali e involucri e sudiciumi. Quelle solo egli  attinge colla pura sua intelligenza,  le quali da lui scaturite sono deri-^  vate in essi. Se ti avvezzi a far tu  pure il medesimo, tu avrai meno di  molte distrazioni e perturbazioni.  Perchè chi non guarda all’ involucro  della carne, si lascierà egli turbare  o distrarre alla vista dell’abito, o  delle case, o della riputazione, o di  altri cosi fatti involucri e addobbi?  Di tre cose sei composto: il  corpicciuolo, il soffio vitale e la  mente. Delle quali le due prime non  sono tue se non in quanto tu hai a  prenderne cura; la terza, questa  sola è tua veramente. Laonde se tu rimovi da te, o per dir più proprio  dal tuo pensiero, tutte le cose che  altri fa e dice in presente, e le passate che tu facesti e dicesti, e le  future delle quali 1’ aspqttamento ti  turba, e quelle che riferendosi al  corpo onde sei circondato e al soffio  vitale congenito con esso, sono in  te involontarie, e quelle che il vortice di fuori va agitando intorno a  te, si che pura e sciolta da ogni  esterna fatalità la potenza intellettiva se ne viva libera da sè, operando il giusto, avendo caro ogni  evento qualsiasi, e dicendo il vero;  se, dico, tu rimovi da codesta parte  dell’ esser tuo tutto ciò che presentemente le sta come a dire appiccato  per mezzo dello appetito sensitivo,  e tutto r avvenire e tutto il passato, e ti fai siccome quella di Empedocle da GIRGENTU ri tonda   Sfera che posa e in suo posar s’ appaga, e attendi solo a vivere quel tempo  che vivi, cioè il presente; ti verrà  fatto di passare tranquillamente, nobilmente e in pace col genio tuo,  quello che ti rimane ancora insino  al morire. Soventi volte mi sono maravigliato che ciascuno arai sè stesso  più che non arai qualunque altro  uomo, e faccia poi minor conto dei  propri giudizi intorno a sè medesimo, che di quelli degli altri.' Perchè se a taluno fosse da un Dio che  gli apparisse, o da qualche savio  maestro comandato che non pensasse e non volgesse nulla in mente  che tosto, appena ne fosse conscio   ' Anche i Pitagorici, benché non ne facessero nn precetto assoluto, raccomandavano che ciascuno avesse massimamente rispetto a sè medesimo, cioè ai propri giudizi  intorno a sè stesso. Tra i versi dorati attribuiti a Pitagora, ecco la traduzione di  quello che compendiosamente esprime la  detta raccomandazione. Più che di chiunque altro abbi vergogna di te ste.««so. »  a sè stesso, noi manifestasse; noi  sosterrebbe pure un solo giorno.  Tanto abbiamo noi maggiore rispetto  a ciò che di noi potrà pensare il vicino, che a ciò che ne pensiamo  noi stessi. Come mai avendo gli Dei propizi all’uomo ottimamente ordinato ogni cosa, questo solo lasciarono  passare inavvertito, che anco i migliori fra gli uomini, quelli i quali  entrarono, sto per dire, in più stretta  alleanza colla divinità, e per la pietà  e santità loro vissero in più intimo commercio con essa, quando una volta sian morti, non abbiano più mai a rivivere, ma sieno spenti per sempre? Se tale è veramente la  condizione di tutti gli uomini indistintamente, abbi per indubitato, che  ove avesse dovuto essere altrimenti,  avrebbero gli Dei altrimenti ordinato: perchè se un ordine diverso  fosse stato giusto, sarebbe anche Stato possibile; e se fosse stato secondo natura, la natura lo avrebbe  recato ad effetto. Ora dal non essere  le cose in questi termini, supposto  che veramente non sieno, tu hai a  trarre argomento che non dovea essere altrimenti da quello che è. Perchè tu vedi pure che mentre tu  vai facendo queste investigazioni, tu.  disputi del diritto con Dio; la qual  cosa non faremmo con gli Dei, se  essi non fossero ottimi e giustissimi;  e tali essendo, non possono aver  mai tollerato nè lasciato correre  inavvertitamente nell’ ordinamento  del tutto, nulla che fosse ingiusto  0 irragionevole.  Vienti esercitando anche in ciò  a che tu credi aver poca attitudine. La mano sinistra, la quale per difetto di esercizio è disadatta ad altri  uffici, tiene il freno più saldamente  che noi faccia la destra, perchè a  ciò fu esercitata.  In che stato debba essere l’uomo, e rispetto al corpo e rispetto all’ anima, al sopraggiungere della  morte; ' la brevità della vita, l’abisso  del tempo passato e del tempo avvenire, la debolezza di tutta la materia. Osservare le cause denudate  della loro corteccia; il fine delle  azioni; che sia il dolore, che il piacere, che la morte, che la gloria;  chi sia quegli che è cagione di travagli a sè stesso; siccome nissuno  è mai impedito da altrui; che tutto  è opinione. Nel far uso dei precetti della  filosofia, fa’ di rassomigliare piuttosto al pugillatore che al gladiatore;  perchè questi, lasciata cadere la  spada, vien morto; ma quegli ha la  destra sempre, e non gli è mestieri  d’altro che di chiudere e scagliare  il pugno. Sottintendi: contidera. Vedere quali sono le cose  in sè stesse, risolvendole nei loro  elementi, la materia, la causa, il  fine. Che potere ha l’uomo ! di non  fare se non ciò solamente che Iddio  sia per approvare, e di accettare  tutto che Iddio sia per inviargli. Ciò che è conforme alla natura. Non ti dolere degli Dei, perchè gli Dei non peccano nè volontariamente nè involontariamente;  nè degli uomini, perchè gli uomini  non peccano mai se non malgrado loro. Di nessuno dunque ti devi doere. Quanto è mai ridicoloso e nuovo colui che si maraviglia di alcuna delle cose che accadono nella  vita! In tutte le edizioni che io conosco si  incomincia con questa frase il paragrafo seguente; ma non si fa alt^o che guastarvi  il senso. O necessità fatale e ordine di  cose impreteribile, o‘ provvidenza  esorabile, o confusione a caso e senza  governo. Se necessità inflessibile *, a  che resisti? Se provvidenza esorabile; fa’ che tu sia degno dell’ aiuto  divino. Se confusione senza governo;  pur beato che in tanta tempesta tu  hai dentro di te una mente governatrice. Che se la bufera ti rapisce  seco, rapisca a sua posta il corpicciuolo e la parte animale di te e  cotali altre cose; non potrà rapir  seco la mente.  Che? il lume della lampada,  fmch’ ella non si estingue, risplende  e non perde della sua luce; e in te,  prima che la vita si spegneranno la  verità, la giustizia, la temperanza? Quando altri ti dà materia a supporre che egli abbia permeato, di’teco stesso: come so io che ciò  sia un peccato? E se è peccato, ch’egli  non siasi già condannato da per sè? il che h come nn graffìarsi il proprio volto. ' Pensa ancora che il non  volere che il dappoco erri, è un non  volere che il fico acerbo abbia lattifìcìo, che i bambini vagiscano, che  il cavallo annitrisca, ed altri simili  effetti naturali e necessari. E che  può egli fare in cotale disposizione?  Se tu sei da tanto, incomincia a curar quella.  Se non è giusto, noi fare; se  non è vero, noi dire: perchè la tua  volontà è libera.  Esaminare in ogni incontro  che è la cosa che fa impressione in  te, ed esplicarla distinguendovi la  causa, la materia, il tempo entro il  quale avrà a cessare. Seneca, De ira. Nulla maior  pccna neqnìtiie est-, quiim quod sibi displicet. Con questo paragrafo finisco Pinterpro' taziono lasciata dalPOrnato, la quale, tranne i luoghi indicati, io ho fodcljnonto.seguita  noi mio volgarizzamento dal § 42 del lib. VI,  Accorgiti finalmente che tu hai  in te stesso alcun che di più potente,  di più divino che non sia ciò da cui  si generano gli affetti e che al tutto  ti trac qua e là come per ima funicella. Che è ora la mia mente?  Non è ella timore? Sospetto? Cupidità, 0 altra cosa cotale?  Primieramente nulla si faccia  a caso, nè senza uno scopo. Poi,  nulla sia riferito ad altro fine che a  quello universale e civile di tutta l’umanità. Che in breve tu non sarai più,  nè alcuna delle cose che vedi, nè  alcuno di quelli che ora vivono. Perchè ogni cosa nacque per alterarsi,  mutarsi o morire, affinchè altre possano nascere secondo l’ordine di  successione. fin qni. Quanto all' interpretazione dei paragrafi che seguono, l'Ornato lasciò solamente due otre note delle quali sarà parlato  al loro luogo. Che tutto è opinione, e questa  è in poter tuo. Adunque togli via,  quando ti piaccia, l’opinione, e come  navigante che appena superato il  passo di un promontorio, trovasi in  acque tranquille; così tu ti troverai  in perfetta calma e, come a dire,  entrato in un seno non agitati) da .alcun flutto. Una azione qualsivoglia, quando  cessa a suo tempo, non patisce alcun male per la cessazione. Ancora  r autore dell’ azione, per la medesima cessazione, non patisce alcun  male. Medesimamente il complesso,  0 vogliasi dire la serie di tutte le  azioni, che è quanto dire la vita, quando cessa a suo tempo, non patisce alcun male per la cessazione,, nè ancora chi cessa da questa serie  di azioni, soffre per ciò alcun male.  Il tempo proprio poi è determinato  dalla natura: talvolta dalla natura .particolare, quando avviene nella vecchiezza, ma ad ogni modo dalla  natura dell’ universo: le cui parti  trasformandosi e rinnovandosi del  continuo, ne segue che sempre nuovo  e sempre giovane si conserva nella  sua totalità il mondo. E bello sempre e tempestivo è ciò che profitta  al tutto. Adunque la cessazione della  vita non è un male all’ uomo individuo, poiché non è cosa disonesta,  come quella che non dipende dal-r arbitrio di lui, nè ripugna al fine  universale e sociale della umanità;  ed è in sé stessa un bene, perchè è  tempestiva e profittevole al tutto e  armonizzante con esso. E similmente  è divino r uomo che è mosso nella  medesima direzione e verso i medesimi fini che Iddio, ed ha caro di  essere mosso verso questi fini e in  questa medesima direzione. Tutto questo periodo è nel testo greco oscurissimo e diversamente inteso dai  comontatori. Chi è grecista vegga nella  Queste tre cose non dimenticare. In primo luogo, per rispetto a  ciò che tu fai, che nulla sia fatto a  caso nè altrimenti che si farebbe  dalla giustizia in persona; e per  rispetto agli avvenimenti esteriori,  sieno essi effetti del caso o della  Provvidenza, che non vuoisi mai nè  incolpare il caso, nè mormorare contro la Provvidenza. In secondo luogo, qual sia ciascun vivente dal momento della fecondazione sino a  quello della animazione, e da quello  della animazione fino a quello in cui  cessa la vita,' e di che elementi sia    nota a questo paragrafo nell' edizione di Torino le ragioni della nostra interpretazione  diversa da tntte le precedenti. Bene ricorda qui Gatakero com'egli  era opinione degli stoici il feto non essere  animato fino al momento in cui ^sce dal  seno materno. Fino a quel momento essi  consideravanlo come parte del corpo della  iinadre, come un ramo vegetante sul tronco  dell'albero a cui appartiene. Abbiamo veduto (vedi la nota (26) in fine del volnme)  composto e in quali sia per risolversi. In terzo luogo, che se tu levato in altissima parte vedessi di là  tutte le cose umane e la grande  varietà loro, e vedessi ad un’ ora  quanta sia la moltitudine degli esseri aerei ed eterei che popolano  gli spazi all’ intorno; per quante  volte che tu venissi cosi levato in  alto, vedresti pur sempre le medesime cose, la somiglianza che  sempre hanno fra loro e la breve  durata di tutte. Di cotali cose insuperbisci? Espelli da te T opinione, e sei  salvo. Chi dunque ti impedisce questa espulsione? Quando stai di mala voglia per  cagione di qualsisia cosa o persona,  tu dimentichi che tutto succede se  come gli stoici fossero ignoranti di anatomia: lo erano ancora più di fisiologia. Intendi le succedenti rispetto allo antecedenti. condo la natura dell’ imiverso; che  l’altrui colpa è male altrui; e inoltre che le cose che avvengono sono  sempre. avvenute e sempre avverranno, e avvengono ora in ogni luogo al modo stesso; e ancora tu dimentichi quanto intima sia la parentela che ha ciascun uomo con  tutta la famiglia umana: perocché  non di sangue o di seme, ma è comunanza di mente. Tu dimentichi  ancora che la mente di ciascun uomo  è divina e da Dio scaturita; che nulla  è proprio di nissuno, ma e il figliolino, e il corpicciuolo e Tanimuccia  stessa, tutto venne da quello. Tu dimentichi finalmente che tutto è opinione; che ciascuno vive solo il momento presente, e perde solo il  momento presente.  Recati spesso al pensiero coloro i quali di alcun che fieramente  adiraronsi, coloro che per grandissimi onori, o sventure, o inimicizie, o altre fortune quali si fossero, divennero illustri; poi- chiedi a te  stesso; ora dove sono? Fumo, cenere, languido romore di” fama, o  neppur questo. Poi ti occorrano alla  mente tutti questi cotali; Fabio CatullinOjin villa, Lucio Lupo negli .orti, Stertinio a Baia, Tiberio nelr isola di Capri, Rufo a Velia, e, per  dire in somma, tutte queste diverse  inclinazioni verso checchessia generate dall’ opinione; e quanto sieno  di poco pregio in sè medesime tutte  queste cose che con tanto studio si  ricercano; e quanto sia più da filosofo il saper far buon uso delle circostanze qualunque esse sieno, o per  dir più proprio, della materia quale ci è data, serbandoci sempre giusti,  temperanti e con semplicità obbedienti a Dio. Perchè 1’orgoglio dell’umiltà è di tutti il più abbominevple. A colóro che ti chiedono dove tu iibbia veduto gli Dei e donde  avuto certa otizia dell’ esser loro,  perchè tu abbia a venerarli - rispondi  primieramente. Anche alla vista  sono percettibili. E poi. Nè ancora la mia mente veggo io, e nondimeno io l’ho in onore: e così da  quelli effetti che mi rivelano la loro  potenza argomentando che essi sono,  venero io gli Dei. Salvezza di tutta la vita è il  vedere ciascuna cosa quale sia in sè  stessa, quale la materia di essa, quale  la ' causa; e attendere con tutta  r anima a operare il giusto e a dire  il vero. Poi, che ti rimane a faie, se  non se godere della vita, facendo  senza ristare che un bene succeda Opportunamente avverto qui il Gatakero  come A. potesse, stoicamente, dire  benissimo, gli Dei essere visibili anche alr occhio, poiché il mondo primieramente  era per essi il Dio supremo; e poi fra gli  Dei generati essi veneravano il sole, gli  astri, gli elementi eo.  immediatamente ad un altro, non  lasciando fra due neppure un menomo intervallo? Una è la luco del sole, ancora  che divisa all’ infinito da pareti, da  •monti, da altri obbietti innumerevoli.  Una è la materia comune, ancora  che divisa in una moltitudine innumerevole di corpi, ciascuno dei quali  ha le proprie qualità. Una è la vita,  ancora che distribuita in una moltitudine innumerevole di nature particolari. Una è r anima intelligente, '  ancora che sembri divisa in tante  unità. Ora tutte le altre cose soprascritte, esseri organici viventi ed esseri privi di vita; non hanno comunanza. [Intendi: Quando tu sia ben risolato di  non attendere ad altro chò ad operare il  giusto e a dire il vero, non avrai più briga  alcuna, e non avrai che a godere della vita;  il qual godimento consiste appunto nel dire  il vero e praticare la giustizia; e il godimento.sarà continuo, se tu non cessi un  momento dalle azioni virtuose che sono il  vero bene. nanzà fra loro nè corrispondenza  alcuna di sensibilità, sebbene anche  ad esse il respirare e il gravitare  verso un centro sia a tutte comune.’  Ma alla mente è proprio il tendere  verso ciò che le è congenere, e con esso ella si unisce, nè può essere  esclusa da lei questa corrispondenza  di affetti e di sensi. Che brami? Campare? Non  questo. Che dunque? Aver sensazioni, moto, incremento, appetiti? Far uso della facoltà della parola, di quella del raziocinio? E che  di tutto ciò ti sembra degno da desiderare? Se ciascuna di queste cose  ti sembra dunque in sè poco pregevole, volgiti à quella che sola rimane, al seguire la ragione e Dio. Ma  a questo culto ripugna eh’ e’ ti gravi   [Il testo in questo luogo è certamente  corrotto. Chi ' vuol vedere come sia stato  emendato e quindi interpretato dair Ornato  in una lunga sua nota, ricorra all' Adizione  di Torino] il dover essere per la morte escluso dalle cose dette dianzi. Qual particella del tempo infinito fu assegnata a ciascuno? Tosto  perderassi nell’eternità. Qual particella di tutfii la materia? Qual particella di tutta l’anima? Sopra qual  particella di tutta la.terra ti vai  strascicando? Questi pensieri ti ricordino che non hai a fare gran  caso di nulla, fuori l’operare secondo che la natura ti guida, e tollerare tuttociò che la natura comune  ti arreca.  Che uso fa di sè stessa la  mente? Questo è il tutto per te.  Tutto il rimanente, sia o non sia  sottoposto alla tua volontà, è per te  cadavere e fumo. A farti disprezzare la morte  gioverà il pensare come anche coloro che ebbero il piacere per un  bene e il dolore per un male, non  di meno la disprezzarono. A colui al quale ciò solo che  è tempestivo è un bene, poco importandogli il maggiore o minor  numero di azioni virtuose che saràgli concesso di compiere, a colui, dico, la morte non ha nulla di  pauroso. L’ uomo, facesti le tue parti di  cittadino in questa grande città. Che  rileva a te se per cinque o solo tre anni? Ciò che è secondo la legge, è  giusto ed equo per tutti. Come puoi  dunque rammaricarti se sei rimandato, non da un tiranno, non da un  giudice iniquo, ma dalla natura che ti avea introdotto, non altrimenti che un attore è rimandato dalla scena  dal direttore della commedia che ve  lo avea chiamato? Ma io non ho  recitato i cinque atti. Bene dicesti. Ma nella vita anche tre atti bastano a compiere il dramma. Perciocché chi ne determina il fine, è  quel medesimo che allora fu autore  della plasmazione, cd ora ò della  dissoluzione. Tu non fosti autore nè dell’ una nè dell’altra. Vattene dunque in pace e contento, chè quegli  ancóra che ti accommiata è contento e propizio.  Epistle of Marcus Aurelius to the senate, in which he testifies that the Christians were the cause of his victory.1919 The Emperor Cæsar Marcus Aurelius Antoninus, Germanicus, Parthicus, Sarmaticus, to the People of Rome, and to the sacred Senate greeting: I explained to you my grand design, and what advantages I gained on the confines of Germany, with much labour and suffering, in consequence of the circumstance that I was surrounded by the enemy; I myself being shut up in Carnuntum by seventy-four cohorts, nine miles off. And the enemy being at hand, the scouts pointed out to us, and our general Pompeianus showed us that there was close on us a mass of a mixed multitude of 977,000 men, which indeed we saw; and I was shut up by this vast host, having with me only a battalion composed of the first, tenth, double and marine legions. Having then examined my own position, and my host, with respect to the vast mass of barbarians and of the enemy, I quickly betook myself to prayer to the gods of my country. But being disregarded by them, I summoned those who among us go by the name of Christians. And having made inquiry, I discovered a great number and vast host of them, and raged against them, which was by no means becoming; for afterwards I learned their power. Wherefore they began the battle, not by preparing weapons, nor arms, nor bugles; for such preparation is hateful to them, on account of the God they bear about in their conscience. Therefore it is probable that those whom we suppose to be atheists, have God as their ruling power entrenched in their conscience. For having cast themselves on the ground, they prayed not only for me, but also for the whole army as it stood, that they might be delivered from the present thirst and famine. For during five days we had got no water, because there was none; for we were in the heart of Germany, and in the enemy’s territory. And simultaneously with their casting themselves on the ground, and praying to God (a God of whom I am ignorant), water poured from heaven, upon us most refreshingly cool, but upon the enemies of Rome a withering1920hail. And immediately we recognised the presence of God following on the prayer-a God unconquerable and indestructible. Founding upon this, then, let us pardon such as are Christians, lest they pray for and obtain such a weapon against ourselves. And I counsel that no such person be accused on the ground of his being a Christian. But if any one be found laying to the charge of a Christian that he is a Christian, I desire that it be made manifest that he who is accused as a Christian, and acknowledges that he is one, is accused of nothing else than only this, that he is a Christian; but that he who arraigns him be burned alive. And I further desire, that he who is entrusted with the government of the province shall not compel the Christian, who confesses and certifies such a matter, to retract; neither shall he commit him. And I desire that these things be confirmed by a decree of the Senate. And I command this my edict to be published in the Forum of Trajan, in order that it may be read. The prefect Vitrasius Pollio will see that it be transmitted to all the provinces round about, and that no one who wishes to make use of or to possess it be hindered from obtaining a copy from the document I now publish. Spurious, no doubt; but the literature of the subject is very rich. See text and notes, Milman’s Gibbon, Literally, “fiery.” I recognised this stone in the Vatican, and read it with emotion. I copied it, as follows:  “Semoni Sanco Deo Fidio Sacrvm Sex. Pompeius. S. P. F. Col. Mussianvs. Quinquennalis Decur Bidentalis Donum Dedit.” The explanation is possibly this: Simon Magus was actually recognised as the God Semo, just as Barnabas and Paul were supposed to be Zeus and Hermes (Acts), and were offered divine honours accordingly. Or the Samaritans may so have informed Justin on their understanding of this inscription, and with pride in the success of their countryman (Acts viii. 10.), whom they had recognised “as the great power of God.” See Orelli,  Insc., . (The Thundering Legion.)     The bas-relief on the column of Antonine, in Rome, is a very striking complement of the story, but an answer to prayer is not a miracle. I simply transcribe from the American Translation of Alzog’s Universal Church History the references there given to the Legio Fulminatrix: “Tertull., Apol.; Ad Scap.; Euseb.; Greg. Nyss. Or., II in Martyr.; Oros.; Dio. Cass. Epit.: Xiphilin.; Jul. Capitol, in Marc. Antonin.] Antonino. Aurelio. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Marc'Aurelio e Frontino,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Antonino.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Antonio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A friend of Porfirio. It is assumed that he shared his friend’s interest in philosophy and perhaps also became a student of Plotino. Antonio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Aosta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di dio in gioco -- logica e sovversione – la scuola d’Aosta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aosta). Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aosta. Grice: “I like Aosta; my favuorite piece of his philosophising is strangely nott he one on paronymy – or the worn-off paralogism on God’s existence; rather, the more obscure “De casu primi angeli,’ on the fall of the most beautiful angels of all! And more seriously – the previous ‘de casu diaboli’ – his rambles on ‘Dialectica’ – or dialettica, as the Italians prefer; you see axioma was Elio Gelliio thinks in “Notti attiche’ – and Varrone – the ‘proloquium,’ from ‘proloquor’ of course – the ‘pro’ suggests something like a ‘prae-miss’ – This is all very stoic, but we are not sure if Aosta knew this!”  Grice: “Aosta would of course be familiar with Augustin’s De Dialectica, where ‘proloquium’ means ‘pro-positio,’ something Quine abhorred!” -- Anselmo d'Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (Aosta– Canterbury), è stato un teologo, filosofo e arcivescovo cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale di area cristiana. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell'esistenza di Dio; specialmente il cosiddetto argomento ontologico ebbe una significativa influenza su gran parte della filosofia successiva.  Nato da una nobile famiglia di Aosta, se ne allontanò poco più che ventenne per seguire la vocazione religiosa; divenne monaco nell'abbazia di Notre-Dame du Bec e, grazie alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne divenne presto priore, e quindi abate. Si rivelò un abile amministratore e, avendo intrattenuto alcune relazioni con il regno d'Inghilterra, all'età di 60 anni ricevette l'importante carica di arcivescovo di Canterbury. Negli anni successivi, dapprima sotto il regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I, ricoprì un ruolo rilevante nella lotta per le investiture che vedeva contrapposti i sovrani d'Inghilterra e il papato. Grazie al suo lavoro politico e diplomatico, svolto in accordo con il programma riformista gregoriano e finalizzato a garantire alla Chiesa l'autonomia dal potere politico, la questione si risolse infine con un compromesso piuttosto vantaggioso per i religiosi.  La riflessione filosofica e teologica di Anselmo, caratterizzata dal primario ruolo riconosciuto alla ragione nell'approfondimento e nella comprensione dei dati di fede, si articolò su diversi problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori dell'esistenza di Dio, indagini sui suoi attributi, analisi di questioni di dialettica e di logica sulla verità e sulla conoscibilità di Dio, studio di problemi dottrinali come quello circa la Trinità o quelli legati al libero arbitrio, al peccato originale, alla grazia e in generale al male.  Anselmo venne canonizzato e proclamato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI. Sant'Anselmo d'Aosta Anselm statue canterbury cathedral outside Una statua di Anselmo d'Aosta collocata all'esterno della cattedrale di Canterbury.   Arcivescovo di Canterbury, santo e dottore della Chiesa    Nascita Aosta MorteCanterbury Venerato da Chiesa cattolica e Chiesa anglicana Canonizzazione Autorizzazione all'elevazione del corpo concessa da Papa Alessandro III Attributibastone pastorale[1] e nave. Anselmo d'Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (Aosta – Canterbury), è stato un teologo, filosofo e arcivescovo cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale di area cristiana. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell'esistenza di Dio; specialmente il cosiddetto argomento ontologico ebbe una significativa influenza su gran parte della filosofia successiva.  Nato da una nobile famiglia di Aosta, se ne allontanò poco più che ventenne per seguire la vocazione religiosa; divenne monaco nell'abbazia di Notre-Dame du Bec e, grazie alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne divenne presto priore, e quindi abate. Si rivelò un abile amministratore e, avendo intrattenuto alcune relazioni con il regno d'Inghilterra, all'età di 60 anni ricevette l'importante carica di arcivescovo di Canterbury. Negli anni successivi, dapprima sotto il regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I, ricoprì un ruolo rilevante nella lotta per le investiture che vedeva contrapposti i sovrani d'Inghilterra e il papato. Grazie al suo lavoro politico e diplomatico, svolto in accordo con il programma riformista gregoriano e finalizzato a garantire alla Chiesa l'autonomia dal potere politico, la questione si risolse infine con un compromesso piuttosto vantaggioso per i religiosi.  La riflessione filosofica e teologica di Anselmo, caratterizzata dal primario ruolo riconosciuto alla ragione nell'approfondimento e nella comprensione dei dati di fede, si articolò su diversi problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori dell'esistenza di Dio, indagini sui suoi attributi, analisi di questioni di dialettica e di logica sulla verità e sulla conoscibilità di Dio, studio di problemi dottrinali come quello circa la Trinità o quelli legati al libero arbitrio, al peccato originale, alla grazia e in generale al male.  Anselmo venne canonizzato nel 1163[2] e proclamato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI (1649–1721). Una targa a memoria di Anselmo è collocata sulla sua presunta casa natale ad Aosta, via Sant'Anselmo.Anselmo nacque a (o nei pressi di) Aosta, allora parte del regno di Arles  al confine con la Lombardia. La sua era una famiglia nobile, anche se in declino,[9] imparentata con la casa Savoia[10] e con ampi possedimenti terrieri. Suo padre, Gundulfo (o Gandolfo),[11] era un longobardo, apparentemente molto dedito agli affari e non particolarmente affettuoso verso il figlio; sua madre, Ermemberga (o Eremberga),[11] apparteneva a un'antica famiglia nobile burgunda ed era legata da rapporti di parentela a Oddone di Savoia; risulta che fosse una madre di famiglia pia e virtuosa. Fin da bambino Anselmo espresse un forte sentimento religioso e un'altrettanta forte sete di conoscenza; il suo biografo Eadmero di Canterbury riferisce che, vivendo in una zona montuosa, il giovinetto si formò l'ingenua convinzione che il paradiso, in cui Dio stesso doveva risiedere, si trovasse in cima alle montagne.A. venne affidato a un istitutore, suo parente, che però si rivelò tanto severo da produrre in lui uno stato di infermità, dal quale guarì lentamente grazie alle cure materne. La sua educazione successiva venne affidata ai benedettini di Aosta.[1] All'età di quindici anni Anselmo espresse il desiderio di diventare monaco; il padre tuttavia, fermamente intenzionato a fare del ragazzo il proprio erede, si oppose a questa decisione e i monaci del convento locale, non volendo contrariare Gandolfo, respinsero la domanda d’A. La delusione e la frustrazione per il rifiuto causarono una forte reazione nel giovane, che, sempre secondo il biografo, pregò Dio di ammalarsi in modo tale da impietosire i monaci e convincerli così ad accoglierlo; una crisi psicosomatica effettivamente si verificò, ma questo non bastò a far sì che Anselmo venisse accettato nel monastero.[12] In seguito l'ardore religioso del giovane si raffreddò e, benché egli rimanesse intenzionato a ottenere il suo scopo in un futuro più o meno lontano, poco alla volta le passioni mondane lo coinvolsero e, soprattutto dopo la morte della madre (che avvenne nel 1050),[5] si dedicò sempre più spesso a interessi di carattere materiale.[12] Nel frattempo i suoi rapporti con il padre si facevano sempre più tesi, e infine, all'età di ventitré anni,[8] Anselmo partì, accompagnato da un servo, con l'intenzione di oltrepassare il colle del Moncenisio alla volta della Francia. Superate le Alpi, Anselmo e il suo compagno girovagarono per tre anni tra la Burgundia e la Francia prima di giungere ad Avranches, in Normandia, nel 1059;[8] qui Anselmo venne a sapere dell'abbazia benedettina che era stata fondata a Bec nel 1034, dove insegnava il famoso dialettico Lanfranco di Pavia; attirato dalla fama di Lanfranco vi si recò, riuscendo nel 1060 ad esservi ammesso come novizio.[Il ventisettenne Anselmo si sottometteva così alla regola benedettina, che nel corso del decennio successivo ne avrebbe influenzato significativamente il pensiero. L'abbazia di Notre-Dame du Bec. Da Bec a Canterbury I progressi di Anselmo negli studi furono rapidi e brillanti e il giovane entrò presto nelle grazie del maestro, tanto che, quando nel 1063 Lanfranco venne nominato abate dell'abbazia di Saint-Étienne di Caen, Anselmo (pur avendo intrapreso la vita monastica da appena tre anni) venne eletto a succedergli quale priore dell'abbazia di Bec.Alcuni dei monaci più anziani, ritenendosi maggiormente in diritto di ricoprire la carica di priore, si considerarono offesi dalla sua promozione; tuttavia ben presto le sue doti di cortesia, il suo senso della misura nel gestire la carica e le sue competenze di insegnante gli valsero l'affetto di tutta la comunità monastica.[12]  Nei quindici anni in cui fu priore a Bec, diviso tra i doveri derivanti dalla sua carica e l'aspirazione all'isolamento e alla contemplazione, Anselmo era solito rimanere desto durante la notte, impegnato nella preghiera o nella scrittura. Risale infatti a quegli anni (a partire dal 1070) l'inizio della sua attività di scrittore, che aveva principalmente il fine di munire i suoi allievi all'interno del monastero (ma anche alcune nobildonne laiche al di fuori di esso) di testi su cui meditare e pregare. La composizione di due delle sue opere teologiche più rilevanti, il Monologion (Soliloquio) del 1076 e il Proslogion (Colloquio) del 1078, avvenne proprio in quel periodo. Nel 1078, alla morte del fondatore dell'abbazia di Bec, Erluino, Anselmo gli succedette come abate venendo consacrato il 22 febbraio 1079 dal vescovo di Évreux. Fu con riluttanza che Anselmo accettò la carica, che avrebbe comportato ulteriori responsabilità e doveri sottraendogli tempo alla riflessione e alla preghiera; la resistenza di Anselmo fu vinta dalle insistenze unanimi dei confratelli.[1]  Anselmo fu molto apprezzato come abate per via del suo acume, della virtuosità con cui conduceva la sua vita e della sua capacità di rapportarsi con gentilezza con tutti dentro e fuori il monastero; la nuova carica lo portò a stringere rapporti con l'Inghilterra, dove l'abbazia normanna aveva alcuni possedimenti; viaggiò fino a Canterbury, di cui Lanfranco era diventato arcivescovo nel 1070, ed ebbe modo di farsi conoscere e apprezzare dalla nobiltà e dalla corte inglesi, oltre che dallo stesso re Guglielmo il Conquistatore; divenne così il candidato naturale a succedere a Lanfranco come arcivescovo di Canterbury.[17] A. fu anche costretto a battersi per conservare l'indipendenza dell'abbazia di Bec dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Nonostante la rilevanza dei suoi impegni di amministratore e di guida, e la puntualità con cui li assolveva, Anselmo rimase per tutta la vita innanzitutto un intellettuale:[3] nel periodo in cui fu abate di Bec portò avanti una significativa attività pedagogica e didattica e, tra il 1080 e il 1085, compose il De grammatico (Sul significato della parola "grammatico") e i tre dialoghi sulla libertà, il De veritate (Sulla verità), il De libertate arbitrii (Sulla libertà della volontà) e il De casu diaboli (La caduta del diavolo).[19] Sotto Anselmo, Bec divenne uno dei centri di studio e insegnamento più importanti d'Europa, attirando studenti da tutta la Francia, dall'Italia e da altri Paesi. La cattedrale di Canterbury, sede dell'arcivescovato di Canterbury, in un'incisione del 1821. Quando, nel 1089, morì Lanfranco di Pavia, Guglielmo II d'Inghilterra confiscò i possedimenti e le rendite della sede arcivescovile di Canterbury e si astenne dal nominare un successore di Lanfranco. Anselmo, che pure desiderava tenersi lontano dall'Inghilterra per non far pensare che aspirasse al ruolo vacante di arcivescovo di Canterbury, accettò l'invito di Ugo d'Avranches a recarsi oltremanica nel 1092. Fu costretto a trattenervisi per quasi quattro mesi, e in un'occasione, giungendo in Canterbury alla vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, venne salutato entusiasticamente dalla folla come prossimo arcivescovo; quando ebbe esaurito i suoi impegni, il re gli negò il permesso di rientrare in Francia. Nel 1093, però, Guglielmo cadde gravemente malato ad Alveston e, desideroso di fare ammenda per la condotta peccaminosa alla quale attribuiva la causa del suo male, ordinò che Anselmo venisse nominato arcivescovo di Canterbury all'inizio di marzo. Nei mesi successivi, tuttavia, Anselmo tentò di rifiutare la carica sostenendo di non essere adatto, in quanto monaco, a occuparsi di affari secolari[17] e adducendo come scuse anche l'età e alcuni problemi di salute. Il 24 agosto Anselmo sottopose a Guglielmo le condizioni alle quali avrebbe accettato l'arcivescovato (condizioni peraltro in linea con il programma della riforma gregoriana): che Guglielmo restituisse le terre confiscate; che accettasse la preminenza di Anselmo sul piano spirituale; che riconoscesse Urbano II come Papa, in opposizione all'antipapa Clemente III. Guglielmo era estremamente riluttante ad accettare tali richieste e, benché la situazione favorisse Anselmo, il re era disposto ad accondiscendere solo alla prima. Arrivò al punto di sospendere i preparativi per l'investitura di Anselmo, ma infine, sotto la pressione della volontà pubblica, fu costretto a portare a termine l'assegnazione della carica. Riuscì tuttavia ad accordarsi con Anselmo raggiungendo un compromesso vantaggioso per la monarchia: la restituzione delle terre rimase l'unica concessione fatta dal re all'arcivescovato. A. ottenne dunque il consenso dei suoi ex confratelli ad essere dispensato dai doveri che lo legavano all'abbazia di Bec, rese l'omaggio feudale a Guglielmo, e il 25 settembre 1093 si insediò a Canterbury, ricevendo le terre precedentemente confiscate all'arcivescovato; il 4 dicembre dello stesso anno venne consacrato arcivescovo di Canterbury.[24]  È stato messo in dubbio che la riluttanza di Anselmo ad accettare la carica fosse sincera: mentre studiosi come R. W. Southern sostengono che avrebbe davvero preferito rimanere a Bec, altri, come Sally Vaughn, sottolineano che una certa recalcitranza nell'accettare importanti posizioni di potere ecclesiastiche era d'uso nel Medioevo, dal momento che se per esempio Anselmo avesse espresso il desiderio di succedere a Lanfranco come arcivescovo sarebbe stato considerato un ambizioso carrierista; inoltre, sostiene sempre Vaughn, Anselmo comprendeva gli obiettivi di Guglielmo e agì in modo da ottenere i massimi vantaggi per il suo eventuale arcivescovato oltre che per il movimento riformista gregoriano.[26]  Arcivescovo di Canterbury sotto Guglielmo II Scena raffigurante Anselmo costretto quasi a forza ad accettare il bastone pastorale, simbolo della carica di vescovo, da Guglielmo II d'Inghilterra gravemente malato. Prima ancora della fine di quello stesso anno 1093 ebbe luogo uno dei primi conflitti tra Anselmo e Guglielmo: il re era in procinto di avviare una spedizione militare contro suo fratello maggiore, Roberto II di Normandia, e avendo bisogno di fondi aspettava una donazione dall'arcivescovo di Canterbury; Anselmo mise a disposizione 500 sterline, che il re rifiutò chiedendo una somma due volte maggiore. Più tardi, un gruppo di vescovi convinse Guglielmo ad accettare la cifra originale, ma Anselmo fece loro sapere di aver già donato il denaro ai poveri. Quando si recò ad Hastings per benedire la spedizione che si accingeva a salpare per la Normandia, Anselmo rinnovò le pressioni volte a tutelare gli interessi di Canterbury e della Chiesa inglese, oltre che, più in generale, a riformare il rapporto tra Stato e Chiesa secondo la visione della «teocrazia pontificia» espressa da papa Gregorio VII: Anselmo concepiva la Chiesa come un'entità universale, con la sua autonomia e autorità, dalla quale lo Stato doveva dipendere per la sua missione e per la sua investitura; questo andava in direzione opposta rispetto alla visione di Guglielmo la quale, in continuità con quanto già sostenuto dal suo predecessore, attribuiva al re il controllo sia sullo Stato che sulla Chiesa. La figura di A., in effetti, è vista dagli storici tanto come quella di un monaco assorto nella contemplazione quanto come quella di un politico intelligente e capace, determinato a conservare i privilegi della sede episcopale di Canterbury. Nuovi attriti sorsero subito dopo, quando, come era tradizione, Anselmo avrebbe dovuto ottenere il pallio dalle mani del Papa per rendere definitiva la consacrazione: in quel periodo, infatti, la legittimità di papa Urbano II era messa in discussione dall'antipapa Clemente III. Quest'ultimo, nel 1074, aveva rifiutato esplicitamente l'autorità di papa Gregorio VII e, con il supporto di Enrico IV di Franconia, si era fatto eleggere Papa nel 1080, venendo qualificato da coloro che rimasero fedeli a Gregorio e ai suoi successori come "Antipapa". Guglielmo vietò ad Anselmo di partire per Roma, dove si trovava la sede di Urbano II, riconosciuto dal regno di Francia così come da Anselmo stesso; non sembra che il re d'Inghilterra fosse incline a riconoscere l'autorità di Clemente III, ma insisteva affinché la decisione dell'arcivescovo di Canterbury di partire per Roma fosse subordinata al suo riconoscimento ufficiale di Urbano II, riconoscimento che si faceva attendere. Per dirimere la questione venne convocato a Rockingham, nel marzo 1095, un consiglio del regno in cui Anselmo, tenendo un discorso che rimane una testimonianza memorabile della dottrina della supremazia papale, ribadì la sua fedeltà a Urbano II come unico vero successore di Pietro. Il concilio nazionale di Rockingham, che fu un momento di grande tensione tra i vescovi, i nobili e la monarchia dell'Inghilterra, fu per Anselmo una vittoria morale, ma per il momento la questione dell'investitura rimase insoluta. Anselmo, allora, inviò in segreto a Roma alcuni messaggeri. Urbano II, in risposta, mandò a Canterbury un suo legato, Gualterio di Albano, per consegnare il pallio ad Anselmo in sua vece.[34] Guglielmo e Gualterio negoziarono in privato la questione, e infine il re acconsentì a riconoscere Urbano II come Papa in cambio del diritto di autorizzare o negare agli ecclesiastici la possibilità di ricevere lettere del papato; ottenne inoltre che Urbano non gli inviasse più alcun legato se non su esplicita richiesta. Guglielmo avrebbe anche voluto che Anselmo venisse deposto, ma finì per riconoscere l'autorità di papa Urbano II senza che ci fosse alcun avvicendamento per la carica di arcivescovo di Canterbury. Il re tentò allora di avere del denaro da Anselmo in cambio del pallio, ma senza esito; cercò anche di ottenere di poter consegnare personalmente il pallio all'arcivescovo, ma anche questo gli venne negato: si raggiunse un compromesso facendo in modo che Gualtiero, in rappresentanza del Papa, deponesse l'oggetto sacro sull'altare della cattedrale anziché consegnarlo ad Anselmo con le sue mani; Anselmo indossò quindi da solo il pallio nel corso di una cerimonia solenne che si tenne nella cattedrale di Canterbury nel giugno 1095. Nei due anni successivi non ci furono aperte dispute tra Anselmo e il re, anche se questi fece del suo meglio per impedire che Anselmo portasse avanti una riforma della Chiesa in senso gregoriano. Nel frattempo, nel 1094, Anselmo aveva ultimato la composizione dell'Epistola de incarnatione Verbi (Lettera sull'incarnazione del Verbo), il cui dedicatario era proprio Urbano II. Dopo l'insuccesso di una campagna militare diretta a sedare una rivolta in Galles, Guglielmo accusò Anselmo di avergli fornito una quantità insufficiente di truppe e gli ordinò di comparire presso il tribunale reale;[12] Anselmo rifiutò e chiese al re di potersi recare a Roma per chiedere consiglio al Papa, ma ciò gli venne negato. Nel corso di un negoziato che si tenne a Winchester, Anselmo venne messo di fronte a due possibilità: partire, ma in questo caso non avrebbe più potuto fare ritorno al suo incarico di arcivescovo, o rimanere, ma avrebbe dovuto pagare un risarcimento a Guglielmo e rinunciare a ogni ulteriore appello a Roma. Anselmo, deciso a difendere la visione di una Chiesa non sottomessa ad alcuna autorità terrena,[30] scelse l'esilio, e nell'ottobre 1097 lasciò l'Inghilterra diretto a Roma. Guglielmo si impossessò immediatamente delle rendite della sede arcivescovile di Canterbury, anche se formalmente Anselmo conservò la carica di arcivescovo. Primo esilio  Ritratto di Anselmo nel Salone ducale del municipio di Aosta. Anselmo giunse a Cluny in dicembre, e passò il resto dell'inverno a Lione, presso il suo amico Ugo di Romans; nella primavera del 1098 riprese il viaggio, e attraversò il Moncenisio in compagnia di due confratelli. All'arrivo a Roma, Anselmo fu salutato dal Papa con grandi manifestazioni di stima e simpatia. Urbano II, che non voleva essere coinvolto più del necessario nelle vicende che contrapponevano Anselmo a Guglielmo II, non poté fare altro che indirizzare al sovrano inglese una lettera di rimostranze e l'invito a reintegrare l'arcivescovo nella carica. Anselmo passò l'estate a Sclavia, presso il suo amico (già monaco a Bec e ora abate del monastero di Telese) Giovanni di Telese; qui terminò la sua opera Cur Deus homo (Perché Dio [si è fatto] uomo), che aveva iniziato in Inghilterra.  Incisione della prima metà del XVI secolo raffigurante Anselmo d'Aosta. Anselmo trascorse quindi un periodo presso Capua, dove fu raggiunto da papa Urbano II. Questi, nell'ottobre 1098, indisse a Bari un concilio destinato a risolvere una questione dottrinale posta dalla Chiesa greca a proposito della processione dello Spirito Santo; più in generale, tra gli obiettivi del sinodo era quello di ricondurre a una comune posizione teologica i due grandi ceppi ecclesiastici venutisi a formare con lo scisma del 1054. Ad Anselmo, che già si era espresso sull'argomento nell'Epistola de incarnatione Verbi, fu chiesto di partecipare alla discussione e il Papa gli assegnò un ruolo importante nella disputa: espose infatti la posizione della Chiesa latina, secondo la quale lo Spirito Santo procede tanto dal Padre quanto dal Figlio, in modo così convincente da risolvere la disputa e persuadere i rappresentanti della Chiesa greca (i suoi argomenti in seguito sarebbero stati raccolti nel testo De processione Spiritus Sancti, Sulla processione dello Spirito Santo). Anche il caso individuale di Anselmo venne sottoposto all'attenzione dell'assemblea, la quale avrebbe scomunicato Guglielmo se non fosse stato per l'intercessione di Anselmo stesso. Anselmo e i suoi compagni, a questo punto, sarebbero volentieri rientrati a Lione, ma venne loro ordinato di trattenersi in Italia per partecipare a un altro concilio, che doveva tenersi a Roma verso il periodo di Pasqua del 1099. Durante questo sinodo venne nuovamente ed energicamente sottolineata la posizione della Chiesa contro l'investitura del potere spirituale da parte dei laici, contro la simonia e contro il concubinato dei religiosi. A Roma si verificarono ulteriori attriti tra Urbano II e Guglielmo di Warelwast, rappresentante di Guglielmo II d'Inghilterra, con nuove minacce di scomunica al re se Anselmo non avesse riottenuto la sua carica; tuttavia, ancora una volta, la questione venne rimandata e, a causa della morte di Urbano in luglio, rimase di fatto insoluta. Infine, nel corso dello stesso anno 1099, Anselmo poté tornare a Lione; durante il soggiorno in questa città portò a compimento il trattato De conceptu virginali et originali peccato (Sull'Immacolata Concezione e sul peccato originale) e la Meditatio de humana redemptione (Meditazione sulla redenzione dell'uomo). Ritorno in Inghilterra sotto Enrico I Guglielmo II rimase ucciso durante una partita di caccia il 2 agosto dell'anno 1100. Gli succedette il fratello minore, Enrico I, il quale invitò Anselmo a tornare in Inghilterra e si impegnò a farne un suo consigliere. Enrico cercava di ottenere l'appoggio di Anselmo nella propria rivendicazione del trono, a discapito, tra gli altri, del fratello maggiore Roberto.  Di ritorno, in settembre, Anselmo fu accolto con calore, ma il problema delle investiture si pose subito e in modo grave: il re, che pure inizialmente era stato del tutto conciliante, esigeva che Anselmo gli rendesse l'omaggio feudale e che si assoggettasse a ricevere da lui l'investitura ad arcivescovo di Canterbury.[40] Anselmo non poteva tuttavia sottomettersi a queste richieste, dal momento che il papato (proprio con il recente concilio di Roma) aveva vietato agli ecclesiastici di rendere l'omaggio ai laici e di ricevere da questi l'investitura a cariche religiose. Enrico e Anselmo inviarono messaggeri a Roma a richiedere un'esenzione che consentisse al re di investire personalmente l'arcivescovo e di ottenerne l'omaggio. Nel frattempo i due riuscirono a collaborare: Anselmo contribuì a rimuovere gli ostacoli al matrimonio di Enrico con Matilde di Scozia, l'erede dei sovrani di Sassonia, ostacoli dati dal fatto che Matilde era entrata in convento per qualche tempo pur senza prendere i voti; diede poi la sua personale benedizione a tale matrimonio e rimase sempre in contatto epistolare con la nuova regina.[11] Inoltre, mentre l'Inghilterra era minacciata d'invasione da parte delle truppe di Roberto II di Normandia, Anselmo si schierò pubblicamente a favore di Enrico e, minacciando Roberto e i suoi sostenitori di scomunica, contribuì a volgere la situazione in favore del sovrano inglese, causando la ritirata del rivale.[12][41]  Papa Pasquale II, succeduto a Urbano II, non era intenzionato a derogare ai divieti del suo predecessore riguardo all'investitura da parte del potere laico e l'omaggio feudale. Un nuovo gruppo di legati (due uomini di Anselmo e tre di Enrico) lasciò l'Inghilterra diretto verso la sede pontificia, nonostante alcuni ritardi dovuti all'impegno del re nel sedare la rivolta di Roberto II di Bellême; al loro ritorno i legati di Enrico, pur recando una lettera che continuava a sostenere le posizioni iniziali del pontefice, affermarono che Pasquale aveva acconsentito a un'eccezione nel caso di Enrico e Anselmo e che non aveva messo per iscritto questa decisione onde evitare di offendere gli altri sovrani europei. Tutto ciò fu però negato dai legati di Anselmo, il quale continuò a rifiutarsi di consacrare i vescovi investiti dal re.[11] Enrico chiese allora ad Anselmo di recarsi a Roma personalmente e questi, pur conscio di essere prossimo a un nuovo esilio, decise di partire per discutere la questione con il Papa.[12] Accompagnato dal funzionario del re Guglielmo di Warelwast, A. lascia l'Inghilterra. Secondo esilio A. si trattenne a Bec sino quasi alla fine dell'estate per evitare di trovarsi a Roma nel periodo più caldo dell'anno; quando giunse nella sede pontificia e discusse con Pasquale II la questione dei rapporti tra potere temporale e spirituale, ottenne dal Papa ancora una volta una netta opposizione all'investitura degli ecclesiastici da parte dei laici e all'omaggio; l'ambasciatore del re d'Inghilterra, Guglielmo di Warelwast, non ebbe miglior successo. Sulla via del ritorno, a Lione, tra la fine del 1103 e l'inizio del 1104, A. ricevette un messaggio di Guglielmo che interpretò come un invito a non tornare in Inghilterra se non con l'intenzione di (e l'autorizzazione a) ripristinare le pratiche dell'investitura degli ecclesiastici da parte dei laici e dell'omaggio. Anselmo dunque rimase a Lione, dove stese il De processione spiritus sancti. A. si trattenne a Lione fino al marzo 1105, quando il Papa scomunicò Roberto di Beaumont, consigliere di Enrico I, che aveva insistito affinché il re continuasse a praticare l'investitura da parte di laici, insieme ad altri prelati investiti da Enrico o da altri rappresentanti del potere temporale, mentre si limitò, per il sovrano, a minacciare la scomunica. A., che non sperava più in un aiuto concreto del Papa, si recò in Normandia per incontrare Enrico e minacciarlo personalmente di scomunica, con lo scopo di costringerlo una volta per tutte a raggiungere un accordo sulla questione delle investiture. Anche grazie alla mediazione della sorella di Enrico, Adele d'Inghilterra, che Anselmo aveva assistito durante una malattia, l'arcivescovo e il re riuscirono a incontrarsi a l'Aigle nel luglio 1105 e raggiunsero un compromesso: la scomunica di Roberto di Beaumont e degli altri funzionari di Enrico I venne revocata (cosa che A. fece grazie alla sua sola autorità, e di cui dovette poi rendere conto a papa Pasquale II) a patto che essi tenessero sempre conto della volontà della Chiesa nel consigliare il re; inoltre Enrico avrebbe rinunciato al diritto di investire gli ecclesiastici se Anselmo avesse ottenuto dal Papa che agli ecclesiastici venisse consentito l'omaggio ai nobili laici; le entrate della sede arcivescovile di Canterbury furono restituite alla Chiesa e venne confermato il divieto per i sacerdoti di prendere moglie. Prima di tornare in Inghilterra, comunque, Anselmo volle che l'accordo fosse approvato dal Papa; questi, con una lettera del 23 marzo 1106, ratificò il compromesso: nonostante la rinuncia da parte del re al diritto di investitura costituisse un'importante vittoria per la Chiesa,[47] sia Anselmo che Pasquale consideravano il compromesso di l'Aigle come un accordo temporaneo, in vista di ulteriori azioni che, perseguendo gli obiettivi della riforma gregoriana, avrebbero dovuto abolire anche la pratica dell'omaggio degli ecclesiastici ai laici. La lettera del Papa autorizzava A. anche a revocare la scomunica di coloro che erano stati investiti da laici o che a laici avevano reso l'omaggio feudale, e lo invitava ad assolvere il re e la regina d'Inghilterra da tutti i loro peccati. Il ritorno di A. a Canterbury comunque fu rimandato, anche a causa di alcuni problemi di salute dell'anziano arcivescovo; il 15 agosto A. incontrò Enrico a Bec; il re aggiunse alle concessioni fatte anche la restituzione delle chiese confiscate a suo tempo da Guglielmo II e promise di risarcire il clero inglese dei danni economici patiti a causa della lotta per le investiture. Così, i due si riappacificarono. Ritorno in Inghilterra e ultimi anni Anselmo fece trionfale ritorno in Inghilterra nel 1107. Da un'assemblea dei vescovi e dei principi inglesi tenuta il 1º agosto risultò il "concordato di Londra", che formalizzava e annunciava pubblicamente il compromesso tra Enrico e A.: nessun vescovo avrebbe dovuto ricevere l'investitura da un laico, ma il fatto di aver reso l'omaggio a un laico non avrebbe impedito a nessuno di ricoprire la carica di vescovo. Le sedi vescovili e abbaziali vacanti (alcune delle quali erano vacanti ancora dai tempi di Guglielmo II) vennero assegnate, e Anselmo, riprese le funzioni di arcivescovo di Canterbury, consacrò tutti i nuovi vescovi. Anche nella fase finale della sua vita Anselmo continuò ad occuparsi dei doveri di arcivescovo e, contemporaneamente, a meditare e a scrivere testi di teologia, come il De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio (Sulla compatibilità della prescienza, della predestinazione e della grazia di Dio con il libero arbitrio). A. lavorò per innalzare il livello spirituale del regno e, in particolare, delle regioni dell'Irlanda e della Scozia; fu inoltre coinvolto in una disputa circa il primato dell'arcidiocesi di Canterbury su quella di York, disputa che non sarebbe stata superata (con la riaffermazione della supremazia di Canterbury) se non dopo la sua morte. Anselmo morì il 21 aprile 1109, mercoledì santo, e venne sepolto nella cattedrale di Canterbury. Le sue spoglie vennero però esumate durante i disordini a sfondo religioso che ebbero luogo durante il regno di Enrico VIII d'Inghilterra e se ne persero le tracce.  La tomba di A. all'interno della cattedrale di Canterbury. Il processo di canonizzazione di Anselmo fu avviato da Tommaso Becket (uno di coloro che ne continuarono l'opera volta a garantire l'indipendenza della Chiesa inglese dal potere politico) e venne portato a termine da papa Alessandro III nel 1163. Anselmo fu dichiarato dottore della Chiesa da papa Clemente XI il 3 febbraio 1720.  Pensiero Oltre ad aver svolto un importante ruolo politico nella disputa sulle investiture in Inghilterra, A. d'Aosta fu anche un pensatore di grande spessore nell'ambito della filosofia cristiana medievale, considerato uno dei principali esponenti della riflessione di area europea[3], il principale filosofo dell'XI secolo e il primo grande pensatore del Medioevo dopo Giovanni Scoto Eriugena.  Influenze Il lavoro di Anselmo è caratterizzato da una grande originalità e sono rari, nella sua opera, i riferimenti a pensatori del passato: ciò rende difficile identificare le influenze che hanno contribuito a dar forma al suo pensiero. Posto che la fonte principale della riflessione di Anselmo è l'autorità della Bibbia, è tuttavia ugualmente possibile riconoscere nel neoplatonismo cristiano di Agostino d'Ippona un importante punto di riferimento; l'importanza dell'influenza di pensatori come Giovanni Scoto Eriugena e lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, un tempo considerata significativa, è oggi giudicata tutto sommato trascurabile, mentre si tende a evidenziare l'importanza rivestita da Aristotele e dal suo traduttore e commentatore Severino Boezio nel determinare certi aspetti dialettici della filosofia di Anselmo, oltre che, tra le altre cose, la sua concezione del male come privo di positività ontologica e la teoria dei futuri contingenti che garantiscono la compatibilità della prescienza di Dio con la libertà umana. L'influenza del maestro Lanfranco probabilmente non fu, se non forse per l'interesse alla dialettica, determinante.  Rapporto tra ragione e fede Nella riflessione di Anselmo, che pure ha un carattere prevalentemente teologico, la ragione svolge un ruolo di fondamentale importanza: nella concezione anselmiana del rapporto che, per un buon filosofo cristiano, dovrebbe sussistere tra la ragione e la fede (cioè, sostanzialmente, tra la filosofia e la teologia) la dimensione della ricerca razionale ha infatti un posto molto rilevante.  A. riteneva che il presupposto di ogni sapere dovesse essere necessariamente la fede nella rivelazione delle sacre scritture, e che, quindi, si dovesse credere per comprendere piuttosto che comprendere per credere ("credo ut intelligam"); in altre parole sosteneva, ispirandosi alle parole di Isaia, se non hai fede, non capirai» ("nisi credideritis, non intelligetis"), che il fondamento di ogni conoscenza dovesse provenire dalla fede, e che solo su di essa potesse innestarsi il lavoro della ragione, volto all'approfondimento e alla comprensione dei dogmi.  Anselmo tuttavia riponeva grande fiducia nella capacità della ragione di portare avanti con successo questo suo ruolo di chiarificazione e comprensione dei dati di fede: come disse il medievista francese Étienne Gilson, egli giudicava «presunzione non mettere per prima cosa la fede, negligenza non fare successivamente appello alla ragione. Dunque, benché fosse per lui impensabile sottomettere o subordinare i misteri della fede alla dialettica, cioè alla logica, Anselmo riteneva che fondandosi saldamente sulla rivelazione fosse possibile usare la ragione per approfondire la comprensione di tali misteri o, anche, per dimostrare inconfutabilmente la necessità di accettarli come tali. In effetti per lui esistevano dogmi non suscettibili di esatta comprensione razionale, come ad esempio quello della Trinità, ma riteneva che fosse ugualmente possibile raggiungere, tramite ragionamenti per analogia, una parziale comprensione di tali dogmi e che, inoltre, fosse possibile provare razionalmente la necessità di abbracciarli. Una significativa espressione anselmiana, che può essere considerata il suo motto filosofico, è «la fede in cerca della comprensione. Con ciò A. intendeva riaffermare la priorità della fede e, parallelamente, l'opportunità di tentare di rischiarare i contenuti della rivelazione per mezzo della riflessione razionale, senza che la ragione prendesse il posto della fede e senza che la fede soffocasse la ragione. Nella concezione anselmiana della fede aveva molta importanza la dimensione affettiva (cioè legata all'ambito della volontà): l'amore di Dio che alimenta la fede è in gran parte assimilabile a un amore per la conoscenza di Dio stesso, e dunque viene attribuita una notevole importanza alla ragione, in quanto veicolo di questa ricerca di conoscenza[8]. Alcuni commentatori evidenziano come nella riflessione di Anselmo gli elementi esistenziali e legati all'ambito morale siano strettamente interconnessi con quelli teoretici e legati all'ambito della ricerca razionale.  Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati a posteriori: il Monologion Monologion. Benché concepisse la fede come fondamento di ogni conoscenza, Anselmo riteneva che un argomento razionale potesse convincere anche un non credente.[8] Nel suo primo scritto filosofico importante, il Monologion, Anselmo si pone dalla prospettiva di chi ignori la rivelazione cristiana o non vi creda e, adottando tale prospettiva, intende dimostrare l'esistenza di Dio e dedurre alcuni dei suoi attributi per mezzo di procedimenti razionali a posteriori (cioè basati su evidenze tratte dal mondo sensibile e sviluppate con procedimenti razionali). La dimostrazione dell'esistenza di Dio proposta da A. nel Monologion è di ascendenza platonica, ed è ispirata almeno in parte al neoplatonismo di Agostino d'Ippona. Il fondamentale presupposto di tale prova infatti, a parte la constatazione che le cose del mondo sono caratterizzate da gradi diversi di perfezione, è la convinzione che se le cose sono più o meno perfette (o comunque presentano una certa caratteristica positiva con grado maggiore o minore di intensità), ciò dipende dal fatto che tali cose partecipano in maniera più o meno diretta di un ente assolutamente perfetto (o che comunque possiede quella certa caratteristica positiva al massimo grado). Iniziale miniata da un manoscritto del Monologion risalente al XII secolo. Tale idea viene sviluppata, per esempio, a proposito del bene: dal momento che possiamo constatare che esistono nella realtà molti beni, diversi tra loro e buoni in grado maggiore o minore, dobbiamo secondo Anselmo dedurne con certezza che essi sono buoni in virtù di un solo principio del bene assoluto, cioè a causa della loro partecipazione in diverso modo e in diverso grado di un unico sommo bene; tale bene è buono in sé e per sé, mentre ogni altra cosa è buona riferendola a quel bene che si colloca a un livello gerarchicamente superiore a ogni altro bene.[58]  Dopodiché, avendo dimostrato che deve esistere un ente che corrisponde al sommo bene, Anselmo applica il medesimo procedimento ad attributi come la perfezione e la stessa esistenza, così da provare che deve esistere qualcosa caratterizzato da assoluta perfezione e assoluta pienezza d'essere (e dal quale tutte le creature finite ricavano la loro misura di perfezione e di esistenza). Secondo Anselmo, tanto l'ente sommamente buono, quanto quello caratterizzato dal sommo grado di esistenza, quanto quello sommamente perfetto, coincidono con il Dio della rivelazione cristiana, la cui esistenza è quindi provata a partire da dati di esperienza come la gradazione del bene e della perfezione, e come il processo di causazione degli enti da un essere primo. La seconda parte, quantitativamente preponderante, del Monologion è dedicata all'analisi degli attributi, cioè delle caratteristiche, di Dio. Alcuni di questi attributi divini (come la bontà, la perfezione e il ruolo di causa incausata di tutti gli esseri finiti) sono conseguenze immediate dell'argomento appena esposto. Tuttavia Anselmo intende spingersi oltre nella definizione degli attributi di Dio, e sostiene che la perfezione divina implica, per esempio, anche le caratteristiche di eternità e intelligenza. Alla luce del carattere creativo di Dio, dal quale dipende tutto l'esistente, Anselmo propone poi una rielaborazione della dottrina del Logos (Verbo), tradizionalmente inteso come corrispondente alla seconda persona della Trinità (il Figlio) e come intermediario tra Dio e il Mondo, così come nella filosofia neoplatonica era intermediario tra l'Uno e il Mondo. A. giunge alla conclusione che ogni ente creato dal nulla esisteva, prima di essere creato, nella mente di Dio. Pertanto Anselmo sostiene che nella mente di Dio esistono i modelli ideali su cui sono costruiti tutti gli enti finiti che risultano dalla creazione, e che la creazione consiste nell'atto con cui Dio pronuncia fra sé e sé il Verbo che è fondamento di tutte le creature. Anselmo, discutendo dell'analogia che sussiste tra il Verbo divino e il pensiero (o Logos) umano, sostiene che gli uomini conoscono le cose per mezzo di immagini delle cose stesse, e che tali immagini sono tanto più veritiere quanto più aderiscono alla cosa; simmetricamente, in Dio esiste il Verbo, che costituisce l'essenza delle cose, e le cose sono modellate su di esso. La terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, viene identificata con la facoltà umana dell'amore. In Dio, afferma Anselmo, sussistono tre distinte persone che formano una sola essenza e una sola divinità; questo può essere reso più comprensibile alla ragione per mezzo di un'analogia di origine agostiniana: come l'anima umana, pur essendo assolutamente unitaria, si compone di tre facoltà (memoria, intelligenza e volontà), così Dio, pur essendo assolutamente unitario, si compone di tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo). L'autore analizza poi altri modi per descrivere la sostanza divina, e propone di considerarla come ciò che c'è di più grande, di sommo, cioè maggiore di tutte le creature; o, ancora, come ciò che presenta tutte e sole le caratteristiche che è meglio avere piuttosto che non avere. Con ciò, Dio comunque possiede tali caratteristiche in virtù di sé stesso, e non di altri principi; inoltre la molteplicità di tali caratteristiche non significa che Dio sia composito, dal momento che nell'essenza divina ogni attributo coincide con tutti gli altri e con la stessa essenza divina in una suprema unità e semplicità. Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati a priori: il Proslogion Proslogion e Argomento ontologico.  Statua di A. ad A., in via Xavier de Maistre. Sullo sfondo, i campanili della cattedrale di A.; a destra si intravede il seminario maggiore. Domine, non solum es quo maius cogitari nequit, sed es quiddam maius quam cogitari possit. Quoniam namque valet cogitari esse aliquid huiusmodi: si tu non es hoc ipsum, potest cogitari aliquid maius te; quod fieri nequit.» «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande, ma sei più grande di tutto quanto si possa pensare; poiché infatti è lecito pensare che esista qualcosa di simile. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile.»  (A., Proslogion seu alloquium de Dei existentia) Anselmo rimase parzialmente insoddisfatto della dimostrazione dell'esistenza di Dio e dell'indagine sulle sue caratteristiche per come esse erano state condotte nel Monologion: egli aspirava infatti a costruire un argomento più semplice e interamente autosufficiente in grado di portare alle stesse conclusioni. Un simile argomento, ricercato affannosamente e infine trovato, venne esposto nel Proslogion (il cui titolo, originariamente, era stato Fides quaerens intellectum, cioè «la fede in cerca della comprensione»)L'argomento del Proslogion (noto anche, secondo una denominazione attribuitagli da Immanuel Kant, come argomento ontologico) è del tipo a priori: è cioè basato su una definizione di Dio ricavata dalla fede e sviluppata secondo un procedimento razionale che aspira ad essere valido in sé, anteriormente a ogni dato di esperienza.  Schema logico dell'argomento ontologico Chi nega l'esistenza di Dio (come lo stolto del Salmo: «che disse in cuor suo: Dio non esiste».) deve avere il concetto di Dio non si può infatti negare la realtà di qualcosa che non si pensa neppure, per negarla devo pensarla avere il concetto di Dio significa: pensare un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore ("aliquid quo nihil maius cogitari possit") ma poiché «si potrebbe pensare un ente che, oltre agli attributi riconosciuti proprî di Dio, possedesse anche quello dell'esistenza, e quindi fosse maggiore di lui.» questa, allora, sarebbe un'idea maggiore di quella di Dio quindi, ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore, essendo il maggiore di tutti gli enti, non può non avere la caratteristica dell'esistenza: esistere senza dubbio sia nell'intelletto sia nella realtà ("existit ergo procul dubio aliquid quo maius cogitari non valet, et in intellectu et in re"). L'argomentazione di Anselmo prende dunque le mosse dalla definizione di Dio come «ciò di cui non può essere pensato niente di maggiore». Egli sostiene che chiunque, incluso lo «stolto» che, secondo i Salmi  «disse in cuor suo: Dio non esiste», comprende tale definizione, anche se non comprende che l'oggetto di tale definizione esiste; comunque, nel comprenderla, si forma mentalmente il concetto di un ente sommamente grande, del quale sia impossibile pensare qualcosa di maggiore.  Ora, sostiene Anselmo, il concetto di «ciò di cui non può essere pensato niente di maggiore» esiste nella mente dello «stolto» (o di chiunque altro) come nella mente del pittore esiste l'immagine di qualcosa che egli è in procinto di disegnare, ma che ancora non esiste al di fuori del suo pensiero.  Tuttavia, qualcosa che esiste solamente nella mente di qualcuno non è tanto grande quanto qualcosa che esiste anche nella realtà esterna, nel mondo effettivo delle cose: pertanto ciò di cui non può essere pensato nulla di maggiore non sarebbe tale se non fosse dotato di un'esistenza effettiva anche fuori dalla mente di chi si forma quel concetto. Il che conduce alla conclusione per cui esiste necessariamente qualcosa di cui non può essere pensato niente di maggiore, e che non può essere pensato se non come esistente. Si tratta in fondo di una dimostrazione per assurdo[69], basata in gran parte sull'approccio apofatico della teologia negativa, in base al quale è doveroso per la mente umana riconoscere l'esistenza di Dio come suo limite.  Sic ergo vere es, Domine, Deus meus, ut nec cogitari possis non esse; et merito. Si enim aliqua mens posset cogitare aliquid melius te, ascenderet creatura super Creatorem.» «Dunque esisti in modo così vero, o Signore, mio Dio, che non si può neppure pensare che non esisti. E giustamente. Se infatti una mente potesse pensare qualcosa migliore di te, la creatura si eleverebbe sopra il Creatore.»  (A., Proslogion seu alloquium de Dei existentia) Come il Monologion, il Proslogion contiene numerosi capitoli nei quali l'autore indaga gli attributi di Dio: partendo dalla definizione della divinità come ciò di cui non può essere pensato il maggiore, A. conclude che Dio deve essere necessariamente l'essere supremo, e quindi supremamente buono, giusto e felice. Sempre in relazione al Monologion, risulta ora tanto più giustificata l'idea che Dio debba essere caratterizzato da tutte le peculiarità che è preferibile avere piuttosto che non avere. In effetti risulta che un Dio come questo, che (in accordo anche con gli insegnamenti della Bibbia) è necessariamente onnipotente, deve essere impossibilitato a fare il male perché è anche assolutamente benevolo; questo non è però contraddittorio dal momento che, per Anselmo, la capacità di fare il male non è in realtà una vera potenza, quanto piuttosto un'impotenza (il che è coerente con la sua interpretazione del male come privazione, cioè come pura negazione dell'essere e del bene, non dotata di un'autonoma positività ontologica). Non deve quindi stupire, secondo lui, che Dio non possa fare il male o contraddirsi.  Nei capitoli conclusivi del testo, Anselmo ribadisce e approfondisce l'analisi degli attributi divini iniziata nel Monologion, aggiungendo inoltre un accenno all'identità di esistenza ed essenza in Dio il quale prefigurava, anche se da lontano, i risultati che avrebbe raggiunto più tardi AQUINO (si veda).  Le critiche di Gaunilone all'argomento ontologico e la risposta di Anselmo. Gratias ago benignitati tuae et in reprehensione et in laude mei opusculi. Cum enim ea, quae tibi digna susceptione videntur, tanta laude extulisti, satis apparet, quia, quae tibi infirma visa sunt, benevolentia, non malevolentia reprehendisti.» «Ringrazio della tua benevolenza, sia per le critiche sia per le lodi del mio opuscolo. Poiché infatti hai tanto lodato quelle parti che ti sembravano degne d'essere accettate, risulta chiaro che hai censurato per benevolenza, non per malevolenza, quelle che ti sono apparse deboli.»  (A., Sancti Anselmi liber apologeticus contra Gaunilonem respondentem pro insipiente) Schema logico delle obiezioni di Gaunilone e la risposta di Anselmo nel suo Libro a difesa dello sciocco il monaco Gaunilone obietta:  in realtà l'ateo ha in mente solo la parola Dio non l'idea di Dio di cui è impossibile per la sua infinitudine avere una conoscenza sostanziale: ma anche ammesso di avere un'idea perfetta questo non significa che poi vi debba necessariamente corrisponderne l'esistenza: se così fosse basterebbe pensare alle mitiche perfette Isole Fortunate perché poi queste esistessero nella realtà. S.Anselmo controbatte che il suo argomento vale solo per quella realtà perfettissima che è Dio, in grado cioè non solo di riempire, ma di trascendere il pensiero stesso che lo ospita. Dio infatti non è soltanto «ciò di cui non si può pensare nulla di più grande» (id quo maius cogitari nequit), ma è anche «più grande di quel che si possa pensare» (quod maior sit quam cogitari): l'ammissione dei propri limiti costringe l'intelletto umano a riconoscere una realtà ontologica che lo sovrasta. Per spiegare come sia possibile che lo «stolto» neghi l'esistenza di Dio, nel Proslogion Anselmo afferma che chiunque dica «Dio non esiste» in realtà proferisce suoni completamente vuoti, parole di cui non comprende il senso, fermandosi ai segni senza cogliere i significati. Gaunilone, un monaco benedettino contemporaneo di Anselmo, usò un argomento simile a questo per attaccare la prova a priori del Proslogion[78] in un testo intitolato Liber pro insipiente (Libro a difesa dello stolto); a Gaunilone Anselmo rispose nel Liber apologeticus adversus respondentem pro insipientem (Libro apologetico contro la risposta in difesa dello stolto) e da allora, per volontà dello stesso Anselmo, il Proslogion venne sempre riprodotto con il corredo di questa doppia appendice, L'argomentazione del Liber pro insipiente, articolata su diversi punti e accompagnata da alcuni esempi, si può sintetizzare nell'osservazione di Gaunilone secondo cui il fatto di avere nell'intelletto un concetto come quello di «ciò di cui non può essere pensato il maggiore», e di pensarlo come esistente, è profondamente diverso dal fatto che ciò di cui non può essere pensato il maggiore effettivamente esista: egli cioè sostiene che non si può passare direttamente dal piano del pensiero al piano dell'esistenza. Aggiunge inoltre che quello di «ciò di cui non può essere pensato il maggiore» è un concetto inaccessibile a un intelletto umano, sostanzialmente superiore alle sue forze: chi ascolta e comprende tale concetto, afferma Gaunilone, non lo comprende in realtà più di quanto secondo Anselmo lo «stolto» comprende l'espressione «Dio non esiste»[78]; quindi pensare Dio come ciò di cui non può essere pensato il maggiore è possibile solamente a posteriori, e cioè questa concezione di Dio (di per sé giudicata legittima) deve essere sviluppata a partire da argomenti simili, per esempio, a quelli platonizzanti del Monologion[80].  Nella sua risposta alle obiezioni di Gaunilone (il quale peraltro loda il Monologion e tutte le parti del Proslogion diverse dall'argomento ontologico) Anselmo si stupisce di ricevere critiche da qualcuno che è uno stolto ma un cattolico. Rispondendo quindi «al cattolico», Anselmo ravvisa nelle parole di Gaunilone una certa confusione tra «ciò di cui non può essere pensato il maggiore», limite innegabile del pensiero, e «la cosa più grande di tutte», che essendo un concetto impreciso può ancora essere negato senza cadere in contraddizione. Nella parte principale della sua replica alla replica Anselmo aggiunge che «ciò di cui non può essere pensato il maggiore» non è un concetto incomprensibile per l'intelletto umano, a meno di fingere di non capire il concetto stesso che si vuole negare, «perché se anche ci fosse qualcuno abbastanza sciocco da dire che ciò di cui non si può pensare il maggiore non è niente, non sarà così impudente da dire di non riuscire a capire o pensare quel che sta dicendo. O se invece si trovasse qualcuno di questo genere, non solo il discorso è da respingere (respuendus), ma lui stesso da coprire di sputi (conspuendus)». L'esperienza delle cose del mondo, del resto, rende evidente che gli enti posseggono le diverse perfezioni in diversi gradi e che, dunque, è possibile stabilire una gerarchia di grandezza in cui di ogni cosa è possibile pensare qualcosa di maggiore finché si giunge a qualcosa di cui, appunto, non si può pensare niente di maggiore. È stato fatto notare che con questa operazione, però, Anselmo dà parzialmente ragione a Gaunilone e riconduce la prova a priori del Proslogion alla prova a posteriori del Monologion, ammettendo che il concetto di «ciò di cui non può essere pensato il maggiore» si origina dall'esperienza. In tal modo l'autosufficienza della prova del Proslogion può risultare compromessa, ma viene stabilita tra esso e il Monologion una continuità che fa delle due opere altrettanti momenti di un unico argomento per l'esistenza di Dio, in cui tale esistenza viene dimostrata inizialmente a partire da osservazioni empiriche, assicurando nel contempo la legittimità della definizione di Dio come «ciò di cui non può essere pensato il maggiore», e quindi viene dimostrato che a partire da tale definizione risulta che Dio non è concepibile se non come dotato dell'esistenza.  Anselmo dialettico: il De grammatico e gli altri scritti logici L'aspetto del pensiero di A. legato alla logica (la quale nel Medioevo era indicata indifferentemente come dialettica o anche come grammatica, in una prospettiva paragonabile a quella della moderna filosofia del linguaggio) ha un'importanza non trascurabile, anche se tale importanza è stata rivalutata solo dalla critica della seconda metà del XX secolo.   A. ritratto in una vetrata inglese. Anselmo considerava la logica uno strumento utile per il teologo: già nel Monologion il suo approccio si era caratterizzato per l'attenta disamina delle possibili ambiguità legate a espressioni come «[esistenza] per sé» e «[creazione dal] nulla», e anche nel Proslogion Anselmo aveva compiuto operazioni simili; ora, nel De grammatico, egli analizza nello specifico il problema della paronimia, ossia dello scambio di due parole dal suono simile ma prive di attinenza nel significato: si trattava di capire se la parola "grammatico" (così come tutti gli altri «denominativi», cioè quelle parole che derivano da una radice da cui differiscono solo per la desinenza, in questo caso "grammatica"), corrispondano a sostanze o qualità.  In effetti, sostiene Anselmo, pare ugualmente possibile sostenere che "grammatico" sia sostanza (essenza) o che sia qualità (accidente):nel primo caso perché "grammatico" indica un uomo, e a ogni uomo corrisponde una sostanza; nel secondo perché "grammatico" indica una particolare caratteristica dell'uomo in questione. A. afferma però che non ci troviamo di fronte a una contraddizione, dal momento che i due modi di intendere la parola si riferiscono a due punti di vista ben diversi: è infatti necessario, prosegue, distinguere la significatio di un termine, cioè il piano del suo significato, dalla sua appellatio, cioè il piano del suo riferimento. Pertanto "grammatico" è una significazione della grammatica, ma il suo riferimento è all'uomo. Inoltre, aggiunge Anselmo, per se (cioè in modo diretto, cioè sul piano della significazione) la parola "grammatico" significa una qualità, ma può anche fare riferimento per aliud (cioè in modo indiretto, cioè sul piano del riferimento) a una sostanza. Alcuni commentatori hanno rilevato che, con questo, Anselmo prefigurava la teoria della suppositio che sarebbe stata approfondita dai dialettici del XIII secolo e successivi.  In altre opere di carattere logico, abbozzate da Anselmo ma mai stese in forma compiuta, egli analizzava altre possibili ambiguità linguistiche legate all'uso di certe parole in filosofia e teologia: considerò con particolare attenzione i concetti e i termini necessitas ("necessità"), potestas ("potenza", "capacità"), voluntas ("volontà"), facere ("fare", ma anche "far fare", "patire") e aliquid ("qualcosa")[89].  Il problema del male, dell'onnipotenza divina e del libero arbitrio nella trilogia sulla libertà Nella cosiddetta «trilogia della libertà», composta dai dialoghi De veritate, De libertate arbitrii e De casu diaboli, Anselmo analizza le questioni etiche legate alla rettitudine[19] da un punto di vista teologico-dogmatico (analogo a quello che avrebbe adottato anche nelle opere successive) piuttosto che strettamente filosofico (come era stato invece quello adottato nei testi precedenti).  La scelta della forma dialogica, debitrice in qualche misura della tradizione platonica ma non priva di una sua originalità d'interpretazione, era dovuta all'esigenza di rendere più vivace la discussione dei problemi teologici e al vantaggio di poter risolvere dialetticamente le difficoltà che via via si presentavano; essa inoltre corrispondeva al modo in cui Anselmo teneva le sue lezioni, le quali consistevano sostanzialmente in conversazioni tra gruppi ristretti di discenti legati da rapporti reciproci di confidenza che facilitavano il confronto di idee. Il De veritate De veritate (A.). Il De veritate (primo in ordine logico, anche se non è chiaro in che ordine cronologico furono composte le tre opere) analizza in particolare il rapporto sussistente tra la virtù morale, la verità e la giustizia. A. propone una teoria della verità in cui sono compresenti una matrice platonica (per cui la verità delle cose e delle affermazioni particolari risiede nella loro partecipazione alla verità in sé) e la tesi della verità come corrispondenza tra discorso e realtà (per cui la verità sta nell'aderenza delle asserzioni allo stato delle cose); la nozione di verità per come la intende Anselmo, quindi, è particolarmente ampia proprio perché per l'appunto essa è ricondotta sia alla corrispondenza di linguaggio e realtà sia all'aderenza di un'azione al suo fine teleologicamente proprio (che nel caso del linguaggio è esattamente quello di significare la realtà); traducendosi in un più ampio concetto di rettitudine, la verità può quindi essere propria anche della volontà (la volontà vera è volontà retta) e delle azioni (le azioni vere sono azioni buone), oltre che dei sensi, delle essenze stesse delle cose eccetera. Tuttavia, aggiunge Anselmo, dal momento che tutte le cose veridiche devono trarre la loro verità da una verità suprema che, evidentemente, viene identificata con Dio, e dal momento che Dio è ugualmente fonte di tutta la verità e di tutto l'essere, tutto ciò che esiste deve esistere veridicamente e, quindi, rettamente; è qui che, data l'esperienza comune a tutti dell'esistenza del male, la questione acquisisce la sua importanza sul piano etico, dal momento che sorge per l'appunto il problema del male. La questione di come sia possibile che qualcosa di male accada a causa di (o nonostante) un Dio buono è risolta nel De Veritate osservando che, se i due termini opposti vengono considerati sotto rispetti diversi, l'apparente contraddizione tra l'esistenza del male e la bontà di Dio non è realmente problematica: Dio può permettere che il male esista senza causare il male, e d'altro canto quello che risulta malvagio in una prospettiva umana non è necessariamente malvagio in senso proprio. Anselmo sostiene che, come è possibile che un uomo riceva a buon diritto delle percosse benché per un certo altro uomo sia illegittimo somministrargliele, così è in generale possibile che essere l'oggetto passivo di un'azione sia male mentre esserne il soggetto attivo sia bene o viceversa; e, quindi, il problema di conciliare l'esperienza del male con un Dio onnipotente e buono si risolve se si considera che Dio e il male vengono considerati da due differenti punti di vista. In conclusione, Anselmo chiama verità quel particolare tipo di rettitudine che è percettibile solo alla mente; benché infatti in generale i concetti di verità, giustizia e rettitudine siano interscambiabili la verità ha un carattere proprio di retta intellezione, mentre la giustizia è legata più strettamente alla rettitudine della volontà. La rettitudine della volontà è poi direttamente collegata con l'aderenza del volere dell'uomo a quello di Dio, e la verità stessa ha la sua unità garantita dalla sua relazione con la verità suprema e assoluta di Dio: l'apparenza di molte verità particolari separate e indipendenti non toglie che ciascuna di esse sia vera unitamente a tutte le altre nella partecipazione a Dio. Il De libertate arbitrii De libertate arbitrii. Il De libertate arbitrii è il testo della trilogia dedicato specificamente alla libertà della volontà dell'uomo in relazione alla sua facoltà di compiere il bene o di peccare e, in generale, al problema della grazia e del male. Fin dalle prime pagine dell'opera Anselmo rifiuta la definizione della libertà come la possibilità di scegliere senza condizionamenti se peccare o non peccare: se, infatti, la facoltà di peccare rientrasse in tale definizione, la libertà vedrebbe irrimediabilmente compromesso il suo valore positivo (se, cioè, fosse la libertà a rendere possibile il peccato, essa non sarebbe più un carattere buono); e ne risulterebbe inoltre la conclusione assurda che Dio, non potendo fare il male (cioè non potendo peccare), non sarebbe libero. A. sostiene al contrario che il peccato è dovuto non tanto alla libertà in sé quanto a una degenerazione della libertà; e aggiunge, alla luce di queste considerazioni, che la più opportuna definizione di libertà sarebbe quella per cui essa è «potere di conservare la rettitudine della volontà per amore della rettitudine stessa». La libertà è dunque sostanzialmente la facoltà che ci consente non di perseguire ciò che vogliamo senza condizionamenti, ma di adeguare la nostra volontà a ciò che è giusto che noi vogliamo (a ciò che, in altre parole, sarebbe nostro dovere volere).La libertà dunque è tanto più libera (tanto più corrispondente all'ideale di libertà) quanto più è retta. Questo comunque non toglie che la volontà possa cedere a una tentazione: in questo caso essa si rivolgerà al peccato anziché alla grazia e lo farà non per costrizione da parte dei condizionamenti esterni, ma in modo autonomo; tuttavia, stante la definizione che si è data sopra, questo non sarà un esempio di libertà ma un esempio di corruzione della libertà.  Infine A. spiega che, in ogni caso, il modo in cui la libertà della volontà ci consente di volere ciò che è giusto che noi vogliamo (e di volerlo unicamente in virtù del fatto che è giusto che lo vogliamo) è legato strettamente all'intervento divino: in seguito alla caduta, infatti, all'uomo è preclusa la possibilità di agire bene in modo disinteressato con le sue sole forze (e, più in generale, un peccatore è incapace di risollevarsi senza aiuto) ed è dunque solo con l'intercessione della grazia di Dio che la libertà si può esplicare al massimo delle sue potenzialità e può realmente condurre l'uomo verso Dio. In conclusione l'autore propone una distinzione tra la libertà increata e interamente autonoma che è propria di Dio e la libertà creata che gli angeli e gli uomini ricevono da Dio; e ribadisce che la libertà pur imperfetta dell'uomo, aiutata dalla grazia, può e dovrebbe elevarsi a Dio. Il De casu diaboli De casu diaboli. Il De casu diaboli tratta dei problemi legati alla rettitudine e alla libertà con particolare riferimento, come da titolo, alla caduta del diavolo – cioè al momento della narrazione biblica in cui l'angelo Lucifero, avendo ricevuto da Dio una certa misura di esistenza (e dunque di bontà) e una volontà libera (cioè quella facoltà che gli avrebbe consentito di raggiungere la sua piena realizzazione adeguando la sua volontà a quella di Dio) scelse di non perseverare nel conservare la sua volontà aderente a quella divina, lasciò che la sua libertà si corrompesse e abbandonò quindi la rettitudine per tentare di assomigliare a Dio più di quanto fosse suo diritto. Anselmo dunque prende tale esempio come questione paradigmatica per un'analisi dell'origine e della natura del male.La sua ricerca prende le mosse ancora una volta da un'attenta analisi logico-linguistica, volta in questo caso a chiarire il significato del termine nihil ("nulla"): afferma A. che tale termine non indica, per il semplice fatto di esistere, una realtà positiva, e che anzi esso significa per negazione (sottraendo una proprietà e non aggiungendola). Il nulla dunque è un ente puramente razionale, perché "nulla" indica non tanto una realtà quanto la negazione di una realtà; ciò avviene, secondo un esempio riportato da Anselmo stesso, analogamente al modo un cui si dice di qualcuno che è cieco anche se la cecità non è tanto una facoltà quanto la negazione della facoltà della vista. A. fa così propria la concezione, già espressa da un Agostino che l'aveva a sua volta mutuata dal neoplatonismo di Ambrogio, del male come privazione, ovvero nega la positività ontologica del male stesso: come bisogna parlare del nulla come negazione dell'esistente e della cecità come negazione della vista, bisogna parlare del male come mancanza di bene. Dunque Lucifero, cui Dio aveva dato la facoltà di scegliere se perseguire la giustizia (adeguandosi alla volontà divina) o se perseguire la felicità (ribellandosi e tentando di sostituirsi a Dio) abbandonò la rettitudine e compì un moto di allontanamento da Dio; compì cioè un'ingiustizia che, però, non era nient'altro che una negazione della giustizia. Prendendo le mosse dall'esempio del diavolo, Anselmo dunque sviluppa la sua riflessione relativamente all'uomo: l'essere umano è creato da Dio ed è dotato da Dio stesso di una volontà libera, la cui piena realizzazione si ha nella conservazione della rettitudine – cioè nell'adesione alla legge che Dio, con un atto di grazia, dona all'uomo. Tuttavia al momento del peccato originale anche l'uomo, come già il diavolo, corrompe la sua libertà; e non gli è possibile tornare ad agire rettamente se non grazie a un nuovo dono di grazia da parte di Dio. Come A. avrebbe approfondito nel De concordia la volontà, che essendo libera ha facoltà (in potenza) di perseguire la rettitudine, non può di fatto (in atto) perseguire tale rettitudine se non in virtù del fatto di essere retta, e dunque il ruolo della grazia concessa da Dio è fondante. Un capolettera decorato da un manoscritto del Cur Deus homo. La necessità di un Dio-uomo redentore: il Cur Deus homo Cur Deus homo. Nel dialogo in due libri Cur Deus homo A. spiega come, malgrado l'impossibilità dell'uomo di riparare al peccato di Adamo ed Eva contro Dio, Dio stesso si è riconciliato con l'umanità facendosi uomo. Il testo contiene anche, come è reso inevitabile dal suo soggetto, un'apologia del dogma cristiano dell'incarnazione di Dio (che, per l'appunto, si è fatto uomo in Gesù) contro le critiche di ebrei e musulmani; tuttavia non è questo il suo tema principale, e in effetti il Cur Deus homo è un testo di ampio respiro che di fatto conclude, insieme al successivo De concordia, l'esposizione della visione teologica di Anselmo.Il testo si apre con una chiarificazione metodologica, in cui Anselmo ribadisce la sua posizione sul rapporto tra ragione e fede: come già si era riscontrato nel Monologion, e in accordo con la consueta dinamica dell'intellectus fidei (comprensione della fede), egli tratta sempre la fede come il necessario punto di partenza di ogni riflessione teologica ma giudica «negligenza» astenersi poi dal portare a compimento razionalmente tale riflessione. Dopodiché, Anselmo procede a spiegare il carattere necessario della volontà divina: Dio, sostiene l'autore, è dotato di una volontà spontanea e autonoma (non è cioè soggetto né a costrizioni né a impedimenti) ma tale volontà è talmente rigida nella sua assoluta immutabilità da far sì che essa possa essere considerata necessaria; si può dire, ad esempio, che è necessario che Dio non menta perché la volontà di Dio, tesa per sua stessa natura verso la verità (e da cui anzi la verità stessa trae la sua natura) è invariabile e incorruttibile nella sua costanza, e non può in alcun modo rivolgersi verso la menzogna. Si è già visto che questa non può secondo A. essere considerata una limitazione della potenza divina.  È proprio per via della necessità e assoluta immodificabilità del piano che Dio aveva predisposto per l'uomo all'inizio del tempo che, in seguito alla perdita dell'immortalità dovuta alla caduta di Adamo ed Eva, si è reso necessario un intervento di Dio per redimere l'uomo dal peccato originale e ripristinare tale immortalità (sotto forma della possibilità di vivere in eterno nell'altra vita). Dopodiché, risulta necessario che la remissione da parte di Dio dei peccati dell'uomo passi attraverso un'effettiva espiazione: se infatti Dio si riconciliasse con l'uomo con un atto di pura misericordia, senza che il peccato ricevesse una giusta e proporzionata punizione, il disordine generato dal peccato non verrebbe ricondotto all'ordine e, in generale, la legalità dell'universo morale umano e divino risulterebbe compromessa. Bisogna dunque che l'uomo restituisca a Dio l'onore che peccando gli ha negato – anche se resta inteso che le azioni dell'uomo non aggiungono né tolgono nulla a Dio, dato che è impossibile privare dell'onore un Dio che coincide con lo stesso onore e con tutte le altre qualità positive: restituire a Dio l'onore che gli è dovuto significa semplicemente ripristinare la sottomissione, venuta meno con il peccato originale, della volontà umana a quella divina. Tuttavia l'uomo, che anche prima della caduta in quanto creatura era incapace di compiere il bene se non in virtù della partecipazione al bene supremo di Dio, non può espiare la sua colpa da solo: gli è impossibile rendere a Dio la giusta soddisfazione, perché la bontà di ogni azione di riparazione sarebbe comunque dovuta a Dio. È così che Anselmo dimostra che il salvatore dell'uomo deve necessariamente essere di natura divina; quindi egli procede ad argomentare che, per la precisione, egli deve essere un Dio-uomo. Risulta infatti che a rendere soddisfazione a Dio non può essere qualcuno che sia inferiore a Dio, e d'altra parte è necessario che ad espiare il peccato dell'uomo sia un uomo: pertanto le caratteristiche che le scritture attribuiscono a Gesù, vero uomo e vero Dio, partecipe in ugual modo e nello stesso tempo di entrambe le nature, sono esattamente quelle necessarie a spiegare razionalmente la redenzione dell'umanità dal momento che, come scrive il filosofo Giuseppe Colombo, «Dio (per sé preso) non deve nulla a nessuno e l'uomo (per sé preso) non può nulla». Dunque Gesù, non macchiato dal peccato in virtù della sua natura divina e perciò privo di doveri e di debiti nei confronti di Dio, offrì volontariamente e liberamente la sua vita innocente a Dio stesso e così facendo, essendo uomo, espiò il peccato originale dell'umanità. La compatibilità di prescienza divina e libertà umana: il De concordia Il De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio, l'ultima opera di Anselmo, è volto a dimostrare la compatibilità della prescienza divina, oltre che della predestinazione e della grazia, con il libero arbitrio dell'uomo. Un manoscritto del nord della Francia del De concordia, risalente alla metà del XII secolo. Il problema dell'apparente inconciliabilità della prescienza e della predestinazione divina con la libertà umana, che risulta dal fatto che pare impossibile prevedere (e a maggior ragione predeterminare) un fatto senza far venir meno il suo carattere libero e non necessario, è risolta da Anselmo con un duplice argomento. In primo luogo, egli osserva, bisogna distinguere la necessità ontologica da quella logica, dal momento che quella ontologica ha una priorità su quella logica: se infatti qualcosa è necessario ontologicamente (come il sorgere del sole) allora lo è anche logicamente (nel momento in cui il sole sorge, sorge necessariamente); tuttavia se qualcosa è necessario logicamente (nel momento in cui avviene, avviene necessariamente) può anche non essere necessario ontologicamente (è il caso, ad esempio, di una rivolta popolare). In secondo luogo A. propone una tesi già affermata da Agostino e da Boezio: la nostra concezione di predestinazione e predeterminazione è limitata alla nostra coscienza temporale delle priorità cronologiche, ma Dio si colloca in un'eternità al di fuori e al di sopra del tempo, in cui non «nulla è passato o futuro, ma tutto è simultaneamente e senza divenire»; pertanto, Dio conosce e determina gli eventi che per noi sono passati, presenti e futuri da una prospettiva sovratemporale in cui tali eventi sono tutti simultanei; stando così le cose, non c'è contraddizione tra il fatto che egli conosca o determini un evento libero in quanto libero (allo stesso modo di come vede o determina eventi necessari in quanto necessari). Il problema di conciliare la grazia di Dio con il libero arbitrio invece sorge dalla contrapposizione di coloro che da un lato, «superbi», considerano la virtù e quindi la salvezza suscettibili di essere raggiunte dalla sola libera volontà dell'uomo; e di coloro che, dall'altro lato, attribuiscono così tanta importanza alla grazia divina nella redenzione dell'uomo da negare addirittura la sua libertà. A. assume nella controversia una posizione intermedia, in cui cioè grazia e libertà vengono armonizzate: egli sostiene infatti che, come si era già visto nel De casu diaboli, per agire rettamente è necessario volere rettamente, e per volere rettamente è necessaria una retta volontà; tuttavia l'uomo non può darsi da solo tale rettitudine della volontà, poiché (mentre si può autonomamente conservare la rettitudine della volontà quando la si ha) non si può volere la rettitudine con il solo libero arbitrio quando non si ha una volontà retta;[118] e dunque se è vero che è Dio, per grazia, a dare all'uomo questa facoltà, è vero anche che sta alla libertà dell'uomo conservarla – i due aspetti non sono quindi contraddittori, bensì complementari.  Il testo prosegue con un'analisi dei significati della parola "volontà" e delle sue interazioni con il concetto di giustizia, e si conclude con una ricapitolazione dei punti già trattati: l'autore ribadisce che la volontà, creata come ente positivo e quindi di per sé orientata a Dio e alla conservazione della sua originaria bontà, è stata corrotta dalla deviazione del volere dell'uomo per un cattivo uso della libertà; pertanto la volontà umana ha perso la rettitudine necessaria a volere rettamente, e ha bisogno che tale rettitudine sia ripristinata dalla grazia divina prima di poter ricominciare ad agire con giustizia, preservando grazie alla libertà la rettitudine della sua volontà. Altri scritti  Miniatura inglese del XII secolo di un capolettera delle Orationes sive meditationes. Anselmo d'Aosta fu autore di diversi altri scritti di carattere teologico, ma pur sempre animati da uno spirito filosofico: l'Epistola de incarnatione Verbi e il successivo De processione Spiritus Sancti trattavano del problema della processione dello Spirito Santo e delle modalità della sua incarnazione; il De conceptu virginali et de peccato originali analizzava le questioni dottrinali dell'Immacolata Concezione e del peccato originale, e inoltre ripercorreva ragionamenti già portati avanti nelle opere precedenti; a ciò si aggiungono meditazioni, preghiere e opuscoli minori, oltre a una serie di frammenti provenienti da un'opera non conclusa e a un De moribus (Sui costumi [morali]) in parte spurio che tratta delle affezioni dell'anima. Le preghiere scritte da Anselmo sono raccolte in un'opera nota come Orationes sive meditationes (Preghiere ovvero meditazioni); esse, scritte lungo tutta la vita dell'autore dal periodo di Bec all'episcopato inglese, costituiscono un ulteriore esempio dell'ideale anselmiano di comprensione della fede: benché orientate più alla contemplazione e al raccoglimento spirituale che alla vera e propria filosofia o teologia, il loro scopo è infatti quello di suscitare nel lettore quel sentimento rivolto verso la verità e la rettitudine che è necessario presupposto tanto della teoresi quanto della stessa vita buona. Di A. si è poi conservato un epistolario particolarmente significativo, che testimonia in modo efficace sia della sua personalità che della sua figura pubblica: risulta infatti chiaramente, da una parte, l'affetto, la carità, la sensibilità e la ferma pazienza che Anselmo infondeva nelle lettere ai monaci suoi amici e suoi discepoli; e dall'altra la sua determinazione nelle faticose e a volte frustranti questioni politiche legate alla sua posizione di arcivescovo. Esercita un'influenza estremamente significativa sulla storia della filosofia sia. La sua riflessione giunse a livelli di estrema profondità in tutti i campi in cui si espresse, anche se è forse vero che tali campi furono relativamente pochi. Infatti alla sua filosofia, estremamente raffinata dal punto di vista dialettico, fa difetto un'approfondita analisi del campo della filosofia della natura – la quale sarebbe stata necessaria per poter dire che le riflessioni di Anselmo formano un sistema forganico e completo. La discussione di Anselmo di certi problemi come quelli della libertà e del male, ebbe la sua risonanza nella filosofia, venendo ripresa ad esempio da Riccardo di San Vittore. L’'attenzione di Anselmo per la dimensione logico-dialettica della filosofia fa poi di lui, secondo alcuni critici, un precursore della filosofia scolastica. D'altra parte le pagine più famose della sua opera sono certamente quelle in cui, nel “Proslogion” egli espone il suo argomento a priori per la dimostrazione dell'esistenza di Dio. Esse, considerate un punto di riferimento di importanza capitale per la storia della filosofia, genera una mole di saggi sia critici che apologetici. A  proposito della rilevanza dell'argomento di Anselmo, le sue implicazioni sono tanto ricche che il solo fatto di averle ammesse o rifiutate è sufficiente a determinare il gruppo a cui una filosofia appartiene. Ciò che è comune a tutti coloro che l'ammettono è l'identificazione dell'essere reale con l'essere intelligibile concepito col pensiero. Ciò che è comune a tutti coloro che ne condannano il principio è il rifiuto di porre un problema d'esistenza separato da un dato esistente empiricamente. Dopo Gaunilone, che fu praticamente l'unico a mostrare interesse per il cosiddetto argomento ontologico durante la vita di Anselmo, esso venne citato da Guglielmo d'Auxerre e ripreso criticamente da diversi altri filosofi, tra cui i più degni di nota sono AQUINO (si veda) e FIDANZA (si veda). Aquino contesta la validità di tale dimostrazione, Fidanza la difese. Oltre a Fidanza, altri dottori della Chiesa, tra cui Enrico di Gand e Alberto Magno, accettarono la prova anselmiana. Nel Medioevo anche Alessandro di Hales e Duns Scoto si espressero sull'argomento, entrambi condividendolo, anche se Duns Scoto sostenne che la formulazione sarebbe stata più appropriata se anziché dal concetto di dio A. fosse partito dal concetto d’ente. Cartesio riprese a sua volta l'argomento, considerandolo valido e apprezzando la sua indipendenza da considerazioni di carattere empirico, disinteressandosi però di quegli aspetti della prova anselmiana che implicavano la necessaria trascendenza di Dio come fondamento del suo argomentare. Passando tramite Cartesio, una dimostrazione simile alla prova a priori d’A. entrò anche nel sistema metafisico dell'Ethica di Spinoza, il quale dimostrava l'esistenza della sostanza (poi identificata con Dio stesso) sulla base del fatto che, per la definizione stessa della sostanza, la sua essenza implica l'esistenza. Leibniz sostenne la validità in sé della dimostrazione, ma contesta un'apparente leggerezza da parte d’A. Leibniz riconosce infatti che l'autore del Proslogion in effetti dimostra che, SE Dio (inteso come l'essere massimamente perfetto) è possibile, allora è necessario, ma sosteneva che non avesse dimostrato che è possibile se non con argomenti a posteriori. L’argomento fu oggetto di critiche da parte di Hume e soprattutto di Kant: quest'ultimo in particolare, nella Critica della ragion pura, evidenzia che l'esistenza non può essere considerata un predicato (non senza cadere nelle contraddizioni messe in evidenza dai filosofi della scuola di Velia) e che, dunque, non si può dire che l'esistenza è un predicato positivo che un Dio di cui non può essere pensato il maggiore non potrebbe non avere. Hegel torna a difendere la dimostrazione d’A. affermando che in Dio essenza ed esistenza coincidono, e che la distinzione tra le due è tipica esclusivamente del mondo materiale. Secondo Russell, l'argomento è ancora alla base del sistema di Hegel e dei suoi seguaci, e riappare nel principio di Bradley. Ciò che può essere e dev'essere, è. La dimostrazione anselmiana piacce inoltre a Gioberti e Rosmini, che se ne appropriarono modificandola. La critica si è rivolta soprattutto all'analisi del rapporto tra fede e ragione negli scritti d’A. e si è interrogata sulla misura in cui le singole opere dovrebbero essere considerate filosofiche. Si è inoltre discusso sul valore della logica costruita da Anselmo e sono state analizzate le implicazioni esistenziali, con particolare riferimento al problema del peccato e della salvezza e al concetto di rettitudine. Barth vede A. tra i suoi principali punti di riferimento, ed è stato un attento studioso della sua filosofia. Sono altresì degne di nota le rivisitazioni della prova anselmiana, con l'intento di emendarla da aporie ed equivoci logici, operate da Hartshorne e Malcolm. Di diverso tenore l'analisi di Findlay, che ha mosso una critica serrata, sotto il profilo linguistico, alla nozione di dio come ente assoluto utilizzata da Anselmo. In occasione dell'ottavo centenario della morte di A., Pio X promulgò l'enciclica Communium Rerum in cui ne celebra la figura e ne promuoveva il culto. Papa San Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et ratio guardava alla prova ontologica di Anselmo come a un modello di quella complementarità imprescindibile tra fede e ragione, grazie a cui l'armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta. Altre opere: “Monologion”; “Proslogion”; “De grammatico”; De veritate”; “De libertate arbitrii”; “De casu diaboli”; “Epistola de incarnatione Verbi”; “Cur Deus homo”; “De conceptu virginali et de peccato originali”; “Meditatio de humana redemptione”; “De processione Spiritus Sancti”; “Epistola de sacrificio azymi et fermentati”; “Epistola de sacramentis Ecclesiae”; “De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio”; “De potestate et impotentia, possibilitate et impossibilitate, necessitate et libertate:; “Orationes sive meditationes Epistolae. Arduino, A., in Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei santi, santiebeati. Probabilmente ad opera dell'arcivescovo Tommaso Becket su delega d’Alessandro III  (in Inos Biffi, Anselmo d'Aosta e dintorni: Lanfranco, Guitmondo, Urbano II, Editoriale Jaca, Simonetta, A., in Trabattoni, Vergata, Simonetta, Filosofia, cultura, cittadinanza – La filosofia antica e medievale, Firenze, La Nuova Italia, Gilson, La filosofia nel Medioevo, Firenze, La nuova Italia, 1973,290.  Anselmo d'Aosta, La caduta del diavolo, a cura di Elia Giacobbe, Giancarlo Marchetti, Milano, Bompiani, Butler's Lives of the Saints, a cura di Michael Walsh, New York, HarperCollins Publishers, St. Anselm's Proslogion, a cura di M. J. Charlesworth, Notre Dame, University of Notre Dame Press, Sadler, Saint Anselm, su Stanford Encyclopedia of Philosophy. King, (St.) A, of Canterbury, su TUTORweb, Southern, St. Anselm: Portrait in a Landscape, Cambridge University Press, 1992,8.  Tullio Gregory, Franziskus S. Schmitt, Anselmo d'Aosta, Santo, su Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Kent, St. Anselm – Catholic Encyclopedia, su  URL Southern,32.  Charlesworth,10. Thomas Williams, St. Anselm of Canterbury, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Sally Vaughn, St Anselm of Canterbury: the philosopher-saint as politician, in Journal of Medieval History, Charlesworth, Vaughn Giacobbe, Marchetti,7.  Charlesworth,15. Frank Barlow, William Rufus, University of California. Vaughn, St. Anselm: Reluctant Archbishop?, in Albion: A Quarterly Journal Concerned with British Studies, 6Vaughn, Vaughn 1975,286.  Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Robert of Meulan and Raison d'État in the Anglo-Norman State, in Albion: A Quarterly Journal Concerned with British Studies, Gilson, Vaughn Sally Vaughn, Anselm: Saint and Statesman, in Albion: A Quarterly Journal Concerned with British Studies, Clemente III antipapa, su Enciclopedia Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vaughn, Vaughn.  La Catholic Encyclopedia riporta la data del 10 giugno; l'enciclopedia Treccani riporta la data del 6 giugno.  Vaughn, Vaughn, Vaughn, St. Anselm and the English Investiture Controversy Reconsidered, in Journal of Medieval History, n. 6, 1980,63. C. Warren Hollister, The Making of England, Lexington, Heath, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Charlesworth, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Giuseppe de Novaes, Elementi della storia de' sommi pontefici, Rossi, Siena, Vigorelli, Anselmo d'Aosta. In Cioffi, Luppi, O'Brien, Vigorelli, Zanette, Diálogos – La filosofia antica e medievale, Milano, Mondadori, Giacobbe, Marchetti, Gilson, Armstrong, Storia di Dio. 4000 anni di religioni monoteiste, Milano, CDE, non esistente.  Gilson, Colombo, Invito al pensiero d’A., Milano, Mursia, Colombo, Simonetta, Gilson, Gilson, Williams, Introduction to the Monologion and Proslogion, su University of South Florida. Tale interpretazione nacque dalla sintesi neoplatonico-cristiana operata da Agostino. Si veda Simonetta,440.  Simonetta, Colombo,44.  Gilson, Simonetta.  G. C., Enciclopedia Italiana, alla voce "argomento ontologico"  Proslogion. Che l'argomento d’A.consista principalmente in una reductio ad absurdum è stato evidenziato soprattutto da Alvin Plantinga, esponente della filosofia analitica, in A. Plantinga, The nature of necessity, Oxford Karl Barth fa notare in proposito che Anselmo non attribuisce a Dio alcun contenuto positivo, enunciando il suo argomento più che altro come regola del pensiero, come divieto di pensare in modo inappropriato (K. Bart, Filosofia e rivelazione, trad. Vinay, Silva, Milano).  Coloman Étienne Viola, Anselmo D'Aosta: fede e ricerca dell'intelligenza,58-80, Senso della formula dialettica del Proslogion, Jaka, Simonetta. Colombo. A proposito della disputa sull'esistenza di Dio, avuta col benedettino Gaunilone.  Proslogion, Opera Omnia. Cfr. Coloman Étienne Viola, Anselmo D'Aosta: fede e ricerca dell'intelligenza, Senso della formula dialettica del Proslogion, Jaka Book, Colombo. Simonetta. Colombo, Colombo.  Per A,, infatti, anche il sole non è fissabile direttamente dallo sguardo, eppure attraverso la luce del giorno riusciamo benissimo a vedere la sua stessa luce (cfr. Monologio e Proslogio, a cura di Sciuto,2 Bompiani).  «Nam etsi quisquam est tam insipiens, ut dicat non esse aliquid, quo maius non possit cogitari, non tamen ita erit impudens, ut dicat se non posse intelligere aut cogitare, quid dicat. Aut si quis talis invenitur, non modo sermo eius est respuendus, sed et ipse conspuendus» (Liber apologeticus contra Gaunilonem respondentem pro insipiente).  Colombo, Colombo, Simonetta, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Giacobbe, Marchetti, Colombo. Tale definizione era stata proposta da Giovanni Scoto Eriugena. Si veda Simonetta, Colombo, Simonetta, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Giacobbe, Marchetti,10.  Colombo,77.  Il quale l'aveva a sua volta ricavata da Plotino e Porfirio. Si veda Simonetta.  Colombo. Su questi argomenti Anselmo si esprimeva anche nel De concordia. Si veda Colombo,Colombo, Colombo, Colombo, Colombo,Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Simonetta Colombo, Colombo, Colombo, Colombo.  Gilson, Gilson, Colombo, Colombo.  Gilson Abbagnano, Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Torino, Paravia, FUSARO (si veda), A., su Filosofico.net. Colombo, Tomatis, L'argomento ontologico: l'esistenza di Dio da Anselmo a Schelling, Città Nuova: mentre A. intendeva mostrare la contraddizione logica di chi rinnega la fede in Dio, la preoccupazione di Cartesio è garantire l'autonomia interna del pensiero privandolo di sbocchi al trascendente. È stato rilevato come Cartesio sia caduto in fondo nello stesso errore di Gaunilone, concependo Dio soltanto in termini positivi come «il più grande di tutti» (maius omnibus), anziché in maniera negativa (nihil maius, «niente di più grande»): cfr. Melchiorre, La via analogica, Vita e Pensiero, Nello stesso equivoco sarebbe caduto Hegel (A. Molinaro, Anselmo, Hegel e l'argomento ontologico, L'argomento ontologico, «Archivio di filosofia», Emanuela Scribano, Guida alla lettura dell'"Etica" di Spinoza, Roma-Bari, Laterza, Colombo, Piergiorgio Odifreddi, Il diavolo in cattedra – La logica da Aristotele a Gödel, Torino, Einaudi, Russell, Storia della filosofia occidentale, traduzione di Luca Pavolini, Milano, Longanesi, Rossignoli, Disegno storico-teorico della filosofia, Torino, Società Editrice Internazionale, Colombo, Potter, Barth and the Ontological Argument, in The Journal of Religion, Caretta e Samarati, Introduzione al pensiero d’A., in A., Una scorciatoia all'assoluto: Proslogion, Novara, Europía, non esistente. Communium Rerum, su Papal Encyclicals, Giovanni Paolo II, Fides et ratio. Eadmero di Canterbury, Vita et conversatio Anselmi, Edimburgo, Vita di S. Anselmo, Milano, Eadmero di Canterbury, Historia novorum in Anglia, Londra, Southern e Franziskus S. Schmitt (a cura di), Memorials of St. Anselm, London, Oxford, Opere di Anselmo Opera omnia, a cura di Franziskus S. Schmitt, Edimburgo, Thomas Nelson and Sons, Franciscus Salesius Schmitt, Ein neues unvollendetes Werk des heilige A., Beiträge zur Geschichte der Philosophie und Theologie des Mittelalters, Munster, Aschendorf, Traduzioni italiane Opere filosofiche, a cura di Sofia Vanni Rovighi, Bari, Laterza, De potestate et impotentia, possibilitate et impossibilitate, necessitate et libertate, in Linguistica medievale, traduzione di Francesco Corvino, a cura di Francesco Corvino et al., Bari, Adriatica, Introduzioni generali Catalani e Filippis (cur.), A. e il pensiero monastico medievale, Turnhout, Brepols Publishers, Caretta e Samarati, Introduzione al pensiero d’A., A., Una scorciatoia all'assoluto: Proslogion, Novara, Europía, non esistente. Giuseppe Colombo, Invito al pensiero d’A., Milano, Mursia, Gilson, La filosofia nel Medioevo, Firenze, La nuova Italia, Rosa, A., Enciclopedia Biografica Universale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Simonetta, A., in Franco Trabattoni, Antonello La Vergata, Stefano Simonetta, Filosofia, cultura, cittadinanza – La filosofia antica e medievale, Firenze, La Nuova Italia, Rovighi, Introduzione ad A., Bari, Laterza, Barth, Anselmo d'A.. Fides quaerens intellectum, a cura di Vergottini, Brescia, Morcelliana, Girard, L'Argument ontologique chez A. et chez Hegel, Amsterdam-Atlanta, Rodopi, Levasti, S. Anselmo, vita e pensiero, Bari, Laterza, Maragliano, Anselmo d'Aosta, Milano, Ancora, Poletti, A. filosofo mistico, Faenza, tipografia F.lli Lega, Italo Sciuto, La ragione della fede. Il Monologion e il programma filosofico di A., Genova, Southern, A.: ritratto su sfondo, Milano, Jaca, Bisogno, A. in Italia: tra Mario Dal Pra e Sofia Vanni Rovighi, in «Dianoia. Rivista di filosofia del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell'Università di Bologna», Kienzler, International Bibliography: Anselm of Canterbury, Lewiston, New York, Mellen, Miethe, The Ontological Argument: A Research Bibliography, in The Modern Schoolman, Voci correlate Agostino d'Ippona Chiesa cattolica Cristianesimo Eadmero di Canterbury Filosofia medievale Gaunilone Libero arbitrio Lotta per le investiture Problema del male Prova ontologica Anselmo d'Aosta, su sapere, De Agostini. A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. A., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Anselmo d'Aosta, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. A., su Find a Grave.Opere d’A,, su openMLOL, Horizons Unlimited srl.Opere di Anselmo d'Aosta / Anselmo d'Aosta (altra versione), su Open Library, Internet Archive.Anselmo d'Aosta, su Goodreads. Bibliografia su Anselmo d'A. / Anselmo d'A. 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PredecessoreArcivescovo di CanterburySuccessoreArchbishcantarms.png Lanfranco di Pavia Ralph d'Escures Anselmo d'Aosta Padri e dottori della Chiesa cattolica Ordine di San Benedetto Santi della Legenda Aurea di Iacopo da Varagine WorldCat Identitieslccn Biografie Portale Biografie Cristianesimo Portale Cristianesimo Filosofia Portale Filosofia Medioevo Portale Medioevo. Categorie: Teologi franchi Filosofi franchiArcivescovi cattolici franchi Nati ad A. Morti a Canterbury Arcivescovi di CanterburyDottori della Chiesa cattolicaMonaci cristiani franchiPersonaggi citati nella Divina Commedia (Paradiso) Santi benedettini Santi Santi franchi Santi per nome Abati benedettini Scrittori medievali in lingua latina. anselmo  “I would call him ‘Canterbury,’ only he was an Italian!”H. P. Grice. Saint, called Anselm of Canterbury, philosopher theologian. A Benedictine monk and the second Norman archbishop of Canterbury, he is best known for his distinctive method  fides quaerens intellectum; his “ontological” argument for the existence of God in his treatise Proslogion; and his classic formulation of the satisfaction theory of the Atonement in the Cur Deus homo. Like Augustine before him, Anselm is a Christian Platonist in metaphysics. He argues that the most accessible proofs of the existence of God are through value theory: in his treatise Monologion, he deploys a cosmological argument, showing the existence of a source of all goods, which is the Good per se and hence supremely good; that same thing exists per se and is the Supreme Being. In the Proslogion, Anselm begins with his conception of a being a greater than which cannot be conceived, and mounts his ontological argument that a being a greater than which cannot be conceived exists in the intellect, because even the fool understands the phrase when he hears it; but if it existed in the intellect alone, a greater could be conceived that existed in reality. This supremely valuable object is essentially whatever it is  other things being equal  that is better to be than not to be, and hence living, wise, powerful, true, just, blessed, immaterial, immutable, and eternal per se; even the paradigm of sensory goods  Beauty, Harmony, Sweetness, and Pleasant Texture, in its own ineffable manner. Nevertheless, God is supremely simple, not compounded of a plurality of excellences, but “omne et unum, totum et solum bonum,” a being a more delectable than which cannot be conceived. Everything other than God has its being and its well-being through God as efficient cause. Moreover, God is the paradigm of all created natures, the latter ranking as better to the extent that they more perfectly resemble God. Thus, it is better to be human than to be horse, to be horse than to be wood, even though in comparison with God everything else is “almost nothing.” For every created nature, there is a that-for-which-it-ismade ad quod factum est. On the one hand, Anselm thinks of such teleology as part of the internal structure of the natures themselves: a creature of type F is a true F only insofar as it is/does/exemplifies that for which F’s were made; a defective F, to the extent that it does not. On the other hand, for Anselm, the telos of a created nature is that-for-which-God-made-it. Because God is personal and acts through reason and will, Anselm infers that prior in the order of explanation to creation, there was, in the reason of the maker, an exemplar, form, likeness, or rule of what he was going to make. In De veritate Anselm maintains that such teleology gives rise to obligation: since creatures owe their being and well-being to God as their cause, so they owe their being and well-being to God in the sense of having an obligation to praise him by being the best beings they can. Since every creature is of some nature or other, each can be its best by being that-for-which-God-made-it. Abstracting from impediments, non-rational natures fulfill this obligation and “act rightly” by natural necessity; rational creatures, when they exercise their powers of reason and will to fulfill God’s purpose in creating them. Thus, the goodness of a creature how good a being it is is a function of twin factors: its natural telos i.e., what sort of imitation of divine nature it aims for, and its rightness in exercising its natural powers to fulfill its telos. By contrast, God as absolutely independent owes no one anything and so has no obligations to creatures. In De casu diaboli, Anselm underlines the optimism of his ontology, reasoning that since the Supreme Good and the Supreme Being are identical, every being is good and every good a being. Two further conclusions follow. First, evil is a privation of being, the absence of good in something that properly ought to have it e.g., blindness in normally sighted animals, injustice in humans or angels. Second, since all genuine powers are given to enable a being to fulfill its natural telos and so to be the best being it can, all genuine metaphysically basic powers are optimific and essentially aim at goods, so that evils are merely incidental side effects of their operation, involving some lack of coordination among powers or between their exercise and the surrounding context. Thus, divine omnipotence does not, properly speaking, include corruptibility, passibility, or the ability to lie, because the latter are defects and/or powers in other things whose exercise obstructs the flourishing of the corruptible, passible, or potential liar. Anselm’s distinctive action theory begins teleologically with the observation that humans and angels were made for a happy immortality enjoying God, and to that end were given the powers of reason to make accurate value assessments and will to love accordingly. Anselm regards freedom and imputability of choice as essential and permanent features of all rational beings. But freedom cannot be defined as a power for opposites the power to sin and the power not to sin, both because neither God nor the good angels have any power to sin, and because sin is an evil at which no metaphysically basic power can aim. Rather, freedom is the power to preserve justice for its own sake. Choices and actions are imputable to an agent only if they are spontaneous, from the agent itself. Creatures cannot act spontaneously by the necessity of their natures, because they do not have their natures from themselves but receive them from God. To give them the opportunity to become just of themselves, God furnishes them with two motivational drives toward the good: an affection for the advantageous affectio commodi or a tendency to will things for the sake of their benefit to the agent itself; and an affection for justice affectio justitiae or a tendency to will things because of their own intrinsic value. Creatures are able to align these drives by letting the latter temper the former or not. The good angels, who preserved justice by not willing some advantage possible for them but forbidden by God for that time, can no longer will more advantage than God wills for them, because he wills their maximum as a reward. By contrast, creatures, who sin by refusing to delay gratification in accordance with God’s will, lose both uprightness of will and their affection for justice, and hence the ability to temper their pursuit of advantage or to will the best goods. Justice will never be restored to angels who desert it. But if animality makes human nature weaker, it also opens the possibility of redemption. Anselm’s argument for the necessity of the Incarnation plays out the dialectic of justice and mercy so characteristic of his prayers. He begins with the demands of justice: humans owe it to God to make all of their choices and actions conform to his will; failure to render what was owed insults God’s honor and makes the offender liable to make satisfaction; because it is worse to dishonor God than for countless worlds to be destroyed, the satisfaction owed for any small sin is incommensurate with any created good; it would be maximally indecent for God to overlook such a great offense. Such calculations threaten certain ruin for the sinner, because God alone can do/be immeasurably deserving, and depriving the creature of its honor through the eternal frustration of its telos seems the only way to balance the scales. Yet, justice also forbids that God’s purposes be thwarted through created resistance, and it was divine mercy that made humans for a beatific immortality with him. Likewise, humans come in families by virtue of their biological nature which angels do not share, and justice allows an offense by one family member to be compensated by another. Assuming that all actual humans are descended from common first parents, Anselm claims that the human race can make satisfaction for sin, if God becomes human and renders to God what Adam’s family owes. When Anselm insists that humans were made for beatific intimacy with God and therefore are obliged to strive into God with all of their powers, he emphatically includes reason or intellect along with emotion and will. God, the controlling subject matter, is in part permanently inaccessible to us because of the ontological incommensuration between God and creatures and our progress is further hampered by the consequences of sin. Our powers will function best, and hence we have a duty to follow right order in their use: by submitting first to the holistic discipline of faith, which will focus our souls and point us in the right direction. Yet it is also a duty not to remain passive in our appreciation of authority, but rather for faith to seek to understand what it has believed. Anselm’s works display a dialectical structure, full of questions, objections, and contrasting opinions, designed to stir up the mind. His quartet of teaching dialogues  De grammatico, De veritate, De libertate arbitrii, and De casu diaboli as well as his last philosophical treatise, De concordia, anticipate the genre of the Scholastic question quaestio so dominant in the thirteenth and fourteenth centuries. His discussions are likewise remarkable for their attention to modalities and proper-versus-improper linguistic usage. Fin dagli esordi della filosofia medievale, la dottrina dei segni riguarda la questione dell’interpretazione, o addirittura dell'intero mondo reale, inteso come insieme di segni attraverso i quali l’assoluto di Bradley si fa manifesto, e attraverso i quali ci indirizza alla verità. Siamo agli albori di una logica del segno, con Alenino, lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, Scoto Eriugena, Beda il Venerabile. Al principio dell'xi secolo iniziano la vera e propria logica e la semantica medievali. Sant'Anselmo d'Aosta elabora una dot- trina della verità finalizzata alla dimostrazione dell'esistenza di Dio. È convinto, infatti, che la fede possa essere confermata dal- la ragione, anche se la sua origine -vieneprima della ragione stes- sa. Nelle sue opere {Monologion, Proslogion, De veritate) vengo- no articolate così le prove dell'esistenza dell’Assoluto, che costituiscono un momento di notevole interesse semiotico. Nel “Proslogion”, Anselmo d’Aosta sostiene la differenza fra linguaggio (o segno, segnante) e realtà (segnato). Se, secondo il linguaggio si può dire che l’Assoluto non esiste, non lo si può però pensare secondo il reale. Si tratta della cosiddetta "prova ontologica", importante perché distingue fra una verità referenziale e una verità *proposizionale*. La verita proposizionale è limitata a una pura asserzione di *esistenza*, che ha valore indipendentemente dall'*essenza* della cosa. Nel dialogo “De veritate”, la dicotomia fra segno (segno, segnante) e referente (relatum, segnatum) è maggiormente sviluppata, su base aristotelica, distinguendo fra verità di un segno (del segnato) -- la significazione -- e verità stretta della proposizione. Una cosa o avvenimento – l’alpha e beta -- determina la verità o falsita (il valore di verita) della proposizione ‘l’alpha e beta’ Fido is shaggy, ma non costituisce la sua verità. La verita IN-tensionale della proposizione e, infatti, data a priori, analiticamente, da una propria legge logica interna. Dunque, la verità di quello ‘segnato’, ‘comunicato’ o impiegato o impicato (la significazione) non è mai certa o provata. Questa dipende dalla realtà -- o livello ontologico -- con la quale non può essere coerente. Dunque, la verità della significazione, che può essere detta "semantica" o del segno, non si applica che al comunicato o impiegato della conversazione o discorso umano, che riflette piti o meno la cosa, evvento, o situazione (l’alpha e beta), mentre il verbum dell’assoluto  è con-sustanziale alla natura, ed è, alla Velia, Uno e Indivisibile. MAESTRO: Quando una proposizione, “Fido is shaggy”, è vera? DISCEPOLO: Quando esiste realmente ciò che essa enuncia affermandolo (il fatto che Fido e shaggy) o negandolo (il fatto che non e shaggy). Voglio dire che *esiste* -- una x che e Fido e che e shaggy -- ciò che essa *enuncia* *anche* se essa nega l'esistenza di ciò che non è. E questo perché, così, essa, “l’alpha e beta”, enuncia, in un certo modo, che una cosa è (“l’alpha e – Ex Kx e Bx). M: Ti sembra dunque che la cosa *enunciate* sia la verità della proposizione? DISCEPOLO. No!. MAESTRO: Perché? DISCEPOLO: Perché *nulla* -- cf. Heidegger -- è vero che per partecipazione alla verità, ed è così che la idea della verità sta nel vero. Ma la cosa enunciata (che Fido e shaggy) non sta nella proposizione vera. Perciò, non deve essere detta la sua verità, ma la *causa* (ragione) della verità della proposizione. MAESTRO. Vedi allora se il tuo *discorso* (il segnante) stesso o il segnato (la significazione del segnante) o qualche elemento della definizione della proposizione non siano ciò che tu cerchi. DISCEPOLO. Non lo penso! MAESTRO: Perché? DISCEPOLO. Perché se fosse così, *ogni* discorso –il discorso, la proposizione -- sarebbe vero o vera, poiché tutti gli elementi della definizione della proposizione – l’alpha e beta -- restano gli stessi, che ciò che essa enuncia esista o meno. Il discorso, la  è lo stesso; la signi-ficazione (lo segnato) anche e vero, e così tutto il resto. MAESTRO: Che cosa ti sembra essere dunque il vero? DISCEPOLO: Non ne so nulla, se non che, quando essa signi-fica esistere ciò che realmente è, ha in sé della verità, ed è vera. La prova dell'esistenza dell’Assoluto bradleyiano consiste nella discussione sul linguaggio che Aosta considera un vero e proprio rispecchiamento della natura, un po' come il logos platonico o il verbum agostiniano. La differenza fra il segno da natura (dell’assoluto) e il segno d’arte umana sta nel fatto che il segno dalla natura è cons-ustanziale alla natura, ne è l'esatta immagine, e per questo è perfetto (“If those spots mean measles, he has measles”). Invece, il segno dall’arte permette solo di "pensare alle cose", ed è pertanto necessariamente imperfetto: 1 Anselmo d'Aosta, Deventate. Questo basta per la verità della significazione di cui abbiamo cominciato a parlare. In effetti, la stessa ragione di verità che noi scopriamo in un segno dall’arte è applicabile a ogni segno che si fanno per affermare o negare qualcosa, come gli scritti, il linguaggio o i gesti. Ogni segno dall’arte e con l'aiuto del quale noi diciamo le cose, cioè di quel ci serviamo per pensar le cose, e una rassomiglianze o immagine (fantasma, manifestazione) della cose che il segno de-nota. Ora, ogni rassomiglianza o immagine è più o meno vera a seconda della sua maggiore o minore fedeltà alle cose che essa rappresenta. La logica o dialettica è, di norma, considerata come la solida roccia cui ancorare la filosofia. Infatti nella dialettica riteniamo di trovare garanzia di chiarezza, verità, comprensibilità. Ma quanto è affidabile questa garanzia? Parrebbe non molto, stando a quel che argomenta in modo provocatorio Anselmo d’Aosta. Colla sua dialettica e sovversione – dialettica sovversiva – Aosta rivela l’altra faccia della dialettica, quella perturbatrice, una dialettica che non è stabile e chiara, bensì ingannevole e torbida. Aosta propone, come caso di studio di una dialettica sovversiva che svia l’umana ragione, la argomentazione addotta a sostegno della prova ontologica dell’esistenza di dio. L’intento anselmiano e quello di stilare una ricetta dagli ingredienti ben poco amalgamabili – ragione, dialettica, e fede – per sfornare la ciambella del “credo ut intelligam”, da servire al posto di quella del “credo quia absurdum” di Tertulliano. Infatti, è da presumere che Aosta non fosse assillato da alcun dubbio circa il suo credo. Quindi cercava solo di *intelligere* la sua fede [credenza] senza ricorrere ad alcuna sua demonstratio. In soldoni, Aosta, con il suo argomento ontologico  forne all’insipiente -- che nel Salmo 13 sentenzia, in ebraico, “Dio non c’è” (dio non e) -- una prova cogente dell’esistenza di dio oppure Aosta credente vuole convincersi e convincere gl’altri credente, ancor di più dell’oggetto del loro credo? Ma da un attento e diffidente esame dell’intero corpus del fondatore della scolastica, con un’irritante, ma utile, tattica vuol risvegliare nel destinatario il memento che, sicuramente l’uso della ragione può combattere l’eresia. Ma, al contempo, un *abuso* dell’argomentare può sottilmente minare la stessa ortodossia. Infatti, nel progetto d’Aosta la ragione dialettica svolge ruoli differenti a livelli differenti. La ragione dialettica, da un lato, per la sua natura normativa, impone limiti a ogni eccesso. All’altro lato, però, la ragione dialettica apre un vasto spazio di sperimentazione in cui non si raggiunge mai un limite. Il programma di natura tipicamente dialettica impostato d’Aosta perché possa farci pensare più correttamente al signore ineffabile di tutte le cose anziché schiarire l’orizzonte crea una selva di interrogative. Nell’arco di un dialogo, Aosta è costretto a ricorrere al punto di domanda per ben 19 volte). L’illusione del possibile conseguimento di una perfezione morale e logica che sa tanto di viaggio verso l’isola che non c’è, fa diventare il problema dell’illuminazione razionale oggetto di una ermeneutica del sospetto alla Ricoeur. Pertanto, è più che naturale chiedersi che senso ha seguire l’incoraggiamento d’Aosta a cercar di raggiungere quel che è fuori portata. Come possiamo tracciare un percorso se non ne conosciamo la meta? Non è che forse stiamo in realtà facendo qualcos’altro quando cerchiamo’ così? Pur ammettendo la necessità delle considerazioni dialettico-razionali d’Aosta, che trovano il loro punto di partenza nella “fides quaerens intellectum”, c’è da chiedersi se nello “Proslogion” Aosta non avesse intenzione di convertire gli infedeli per mezzo di un sillogismo. A tal proposito, vale la pena riportare quanto ebbe a filosofare Newman in “Un saggio per aiuta di una grammatical dell’assentimento. La logica fa una triste retorica colla multitude. Il primo tiro, il colpo alla cieca, accircola le quadre, ma tu non despera da convertirte da un sillogismo! Infatti, usando la metafora del far partire il colpo alla cieca, Newman implica che bisogna partire dalla fede e dalla rivelazione – teologia revelata no naturale. Solo quando si accetta l’esistenza di Dio per revelazione, fede revelata, assiomaticamente, per assunzione, senza alcun tipo di dimostrazione, prova, presupposizione, o premessa, solo allora si è pronti a una conversione mediante un argomento dialettico-razionale. Pertanto, esistono dunque buoni motivi per cui il “gioco” d’Aosta debbe essere ristretto al suo destinatario gia credente. La chiave di lettura dell’argomentazione d’Aosta è da individuare, tramite la citazione di quello Salmo ebraico, numero 13, in ebreo, “Dio non c’e” -- nella figura dello stultus et “insipiens”. Certa critica ha sostenuto che Aosta ha messo in scena lo stolto per meglio promuovere la sua tesi. In un certo senso potrebbe essere cosi. Ma la caratterizzazione del *miscredente* come uno stolto è sfruttata sottilmente per dimostrarci che è possibile individuare un argomento *razionale* che consenta di affermare che *deum esse*, che dio e. Giungere a possedere un tale argomento dialettico razionale che concluse ‘Dio c’e” non serve solo nel caso in cui se ci imbattessimo in uno stolto sapremmo come comportarci. E che il destinatario di Aosta e stolto (discepolo, non maestro) in certa misura. La ricerca di trasparenza suggerita d’Aosta contribute a renderci – a rendere il destinatio – *meno* stolti. Lo stolto non è tale perché non vede che l’esistere di Dio è analiticamente, a priore, di manire intensionale, a priori, per se notum, per se notificatum, per se segnatum, per se segnatum per il segnante, ma lo è perché egli *sbaglia* nell’usare o proffirere una profferenza della forma logica, “dio e” – non-ente, ‘dio’ come suggeto di una enunciazione della forma “il S e P”. E stolto perche persevera in questo modo di *esprimersi* -- a negazione ‘non c’e’ del salmo interpretata per implicatura come interna – cf. ‘il re di Francia non e calvo, dato che ‘il presente re di Francia’ e una descrizione vacua – ‘Pegaso vuola’ – Grice, “Nomi vacuii”. Se il profferente usa correttamente l’espressione ‘dio’, riconosce che deve dire che dio esiste -- il ‘Deum esse’ di d’Aquino. Ma con questa affermazione (dio e – l’esistenza non e un predicato ma la copola) non puo pretendere di avere afferrato l’essenza di Dio (il ‘Dei esse’ d’Aquino– quello che dio e, s’e. ). Infatti, per Aosta la prova dell’esistenza di ‘dio’ (o dell’assoluto della scuola di Velia e di Bradley) può funzionare solo se dio o l’assoluto (o Assoluto, come preferisce Croce) è inteso (=df, alla Peano) come “id, quo nihil majus cogitari possit”. Tanto è che anche chi, vestendo i panni dello stolto, dice in cuor suo “non esiste alcun Dio” può *pensare* concivere il concetto di “quello da che niente maggiore puo essere cogitato”. Perché altrimenti non potrebbe neanche *formularne* la negazione. L’espressione soggeto “quello da che niente maggiore puo essere cogitato” diventa per Aosta una vera e propria macchina-generante-attributi-divini – il dio dei filosofi della filosofia naturale --. L’assoluto (quello da che niente maggior puo essere cogitato) deve essere onnipotente. Se non lo fosse, tu possi concepire un essere maggiore di lui. Ma l’assoluto è, per definizione, quello da che ninente maggiore puo essere cogitato. Quindi, l’assoluto deve essere onnipotente. Allo stesso modo, l’assoluto deve essere giusto, misericordioso, eterno, immutabile e così via. Se mancasse solo di una di queste qualità, non sarebbe più quello che l’assoluto e per definizione, =df – quello da cui niente maggiore puo essere cogitato, il che è impossibile. La semplicità teoretica di questa impostazione è fuorviante. L’apparente successo nel generare molteplici attributi divini per mezzo dell’argomento ontologico comporta un problema che innesca una reazione a catena. Si deve dimostrare che gli attributi divini siano non contraddittori l’uno con l’altro – in altri termini, dimostrare la possibilità della loro compresenza in un solo identico ente. Ecco il punto: il filosofo con la sua ratio argomentativa può rintracciare tutte le possibili relazioni intercorrenti, per esempio, fra bontà, giustizia e misericordia, ed è in grado anche di dimostrare che Dio non solo *può* -- il diamante dellla logica modale -- ma anche *deve* -- il quadrato della logica modale -- possedere tutti e tre questi attributi, pur tuttavia non esiste animale razionale al mondo che possa dar conto del perché l’assoluto si mostri giusto e misericordioso proprio nel modo in cui lo fa. L’algoritmo nel programma d’Aosta o porta all’output. Dunque, Signore, tu non sei solo colui di cui non può pensarsi il maggiore. Tu sei anche qualcosa di maggiore di tutto ciò che può essere pensato. Questa proposizione molecolare richiamano tutte le argomentazioni circa gli esiti di impossibilità della logica contemporanea. Tu possi pensare che esista qualcosa di maggiore di qualsiasi cosa io possa pensare, quindi ciò di cui non posso pensare il maggiore deve essere tale che non posso pensarlo” (p. 109). Anselmo ben sapeva di iniziare una partita impossibile – la razionalizzazione della fede – nella quale un ruolo chiave era svolto dalla inaccessibilità di Dio, pur tuttavia impostando come limite ultimo il concetto di quello di cui non puo pensarsi il maggiore, tenta di procurarsi una giustificazione razionale per l’inevitabile fallimento della ragione! Una mossa azzardata che dava in questo *gioco* la possibilità all’antagonista (l’infedele, la stessa ragione che è negativa per vocazione) di contrattaccare arrecando danno con una manciata di domande ben azzeccate, che possono trovarci pronti a fornire comunque una risposta o in subordine occuparci la coscienza con la loro presenza importuna. Possiamo, dunque, senz’altro dire che Aosta ha svolto egregiamente una ricognizione dell’aporia della ragiona trovando anche addentellati significativi circa l’esercizio della libertà intellettuale con un efficace richiamo a Bruno e Turing. Alcune perplessità sorgono dai commenti approntati dall’autore sull’argomento ontologico. Per esempio, vengono riportate queste parole d’Aosta. Così quando si *dice* ‘ente di cui non si può pensare il maggiore’, senza dubbio queste parole possono essere capite e pensate, anche se la cosa stessa di cui non si può pensare nulla di maggiore non può essere pensata o compresa. Subito si attribuisce ad Aosta l’utilizzo di una via negativa per giungere alla comprensione dell’assoluto. Non si sa veramente un gran che di qualcosa se si sa solo ciò che quella cosa *non* è. Ma non bisogna farsi confondere da questa limitazione. Non si tratta qui di avere un’intuizione dell’assoluto, ma di fornire un fondamento razionale per la verità di una proposizione. E tale operazione, lo sappiamo, spesso può essere compiuta per via puramente negativa – prova ne siano le argomentazioni attraverso reductio ad absurdum. Sull’argomento della reductio, si cita un passo tratto dalla Responsio d’Aosta. Si può pensare a cio di cui non si puo pensare il maggiore. Quindi, c’è un mondo m (pensabile) dove cio di cui non si puo pensare il maggiore esiste. Ora supponiamo che cio di cui non si puo pensare il maggiore non esista nel mondo reale. Allora *è* possibile pensare, in m, qualcosa di maggiore di cio di cui non si puo pensare il maggiore. Ma questa è una falsità logica. L’argomentazione è una reductio ad absurdum e la terza premessa è la premessa da dimostrare *assurda*, il che la rende indisputabile. Riterra  che l’argomentazione funziona se almeno stabilisce che l’assoluto esiste, senza renderlo molto incomprensibile o inconcepibile di quanto fosse prima dell’argomentazione. Dalla combinazione di questi due passi si ricava che si ritenga che la reductio sia particolarmente adatta per rendere accetta l’esistenza di cose inconcepibili. Rivisitando l’abusato sillogismo su “Socrate è ….”, si supponga che Socrate non è mortale; che Socrate è un uomo, e tutti gli uomini sono mortali; sicché Socrate è sia mortale che non mortale. Ma la terza premessa è necessariamente falsa e la seconda premessa è vera. Perciò la prima premessa è falsa. La seconda premessa non assume riguardo a Socrate una forma puramente negative. Pertanto in questo caso la reductio ad absurdum non può essere addotta in difesa dell’uso della via negativa. Perciò, anche se vi sono reductiones ad absurdum che possono essere formulate con premesse del tipo via negativa, non si spiega cosa di speciale vi sia nell’argomentazione per reductio ad absurdum da renderla adatta per esprimersi per via puramente negativa, e quindi la legittimità della reduction ad absurdum non suffraga l’accettabilità della via negativa. P(φ) φ è positivo (o φ P) ASSIOMA 1. P(φ). P(ψ) P(φ. ψ) ASSIOMA 2. P(φ) P(φ) (Disgiunzione esclusiva) DEFINIZIONE 1. G(x) ≡ (φ) [ P(φ) φ(x) ] (Dio) DEFINIZIONE 2. φ Ess.x ≡ (ψ) [ ψ(x) N(y) [ φ(y) ψ(y) ]] (Essenza di x) p Nq = N(p q) (Necessità) ASSIOMA 3. P(φ) NP(φ) P(φ) N P(φ) Poiché ciò segue dalla natura della proprietà. TEOREMA. G(x) G Ess.x DEFINIZIONE 3. E(x) = (φ) [φ Ess. x N (x) φ(x) ] (Esistenza necessaria)  ASSIOMA 4. P(E) TEOREMA. G(x) N(y) G(y) quindi (x) G(x) N(y) G(y) quindi M(x) G(x) MN(y) G(y) sibilità) (M = pos- M(x) G(x) significa che il sistema di tutte le proprietà positive è compatibile. Ciò è reso grazie a: ASSIOMA 5. P(φ). φ Nψ: P(ψ) x = x è positivo x ≠ x è negative. Anselmo d’Aosta. Aosta. Keywords: L’implicatura sovversiva.: Grice, “Anselmo’s “De grammatico” and paronymy.” Speranza, “Grice and Anselm on paronymy: a ‘quaestio subtilissima.’” Implicatura sovversiva, cio di cui non si puo pensare il maggiore, semantica, concetto, pensare, Turing, Bruno, Il programma Le critiche al programma La revisione del programma Ciò di cui non si può pensare il maggiore Appendici La logica di un’illusione Dottrine esotericheil programma sovversivo di Anselmo, eresia.  Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Aosta” – The Swimming-Pool Library. Aosta.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apella: la scessi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. According to Diogene Laerzio, a follower of the Scesi and writes an essay entitled “Agrippa.” Apella.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apelle: il pentateismo a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A gnostic who advances a complicated theology claimed by Ippolito di Roma to postulate *five* and five only gods. Keyword: pentateismo. Apelle.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonide: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Porch, and a friend and companion of CATONE (si veda) Minore. He is present at the latter’s death. Apollonide.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonide: la scessi a Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Nizza). Filosofo italiano. He writes commentaries on lampoons composed by Timone di Flio and dedicates them to TIBERIO, the prince of Rome. He is presumably a member of the Scessi himself. Apollonide.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A  member of the Porch, a friend of Cicerone, and like him, had been tutored by Diodoto. Apollonio.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonio: l’oracolo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A celebrated teacher of rhetoric. CICERONE and GIULIO CESARE are among hi pupils. He writes an essay on philosophy in which he argues that the oracle at Delphi had NOT declared Socrates to be the wisest person alive because the pronouncement in question did not conform to the correct format of Delphic utterances.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonio: il tutore del principe -- il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A  member  of the Porch who teaches two Roman princes, Commodo and Antonino. He is regarded with some suspicion by Antonino Pio, who thinks he charges too much – but ANTONINO (si veda) came to admire him greatly. In his “Ad seipsum”, Antonino describes A. as someone full of energy who knows how to relax, as someone who teaches him how to deal with pain and rely on reason, and as someone whose teachings are a model of clarity. Apollonio.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollonio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). FIlosofo italiano. He belongs to the Porch and teaches in Rome. Apollonio

 

Luigi Speranza -- Grice ed Apollofane: l’orto a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He is in Pergamo, and sent on a mission to Rome on the city’s behalf. A follower of the Garden. Apollofane.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Appio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del primo filosofo inglese, il primo filosofo romano – Roma – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Murford. Appio Claudio Cieco politico e letterato romano. Appio Claudio Cieco Project Rome logo Clear. png Console della Repubblica romana Appio Claudio Cieco in Senato. jpg Appio Claudio Cieco accompagnato dai senatori nella Curia, simbolo del potere di Roma nell'epoca repubblicana Nome originaleAppius Claudius Caecus Gens: Claudia Consolato. Appio Claudio Cieco. Politico e letterato romano, nato di nobili origini in quanto membro dell'antica gens Claudia. Secondo la leggenda, la sua cecità, da cui gli deriva il cognomen "il cieco", e dovuta all'ira degli dèi per la sua idea di unificare il pantheon greco romano con quello celtico e quello germanico. E un personaggio particolarmente significativo, caratterizzato da una marcata sensibilità verso la società greca, che lo porta ad intendere la fusione tra di essa e il mondo romano come un profondo arricchimento per l'urbe. E il primo intellettuale latino, dedito all'attività letteraria e interessato alla filosofia, nella tradizione romana arcaica considerate attività infruttuose ed indegne di un civis.  Placca commemorativa ad Appio Claudio Cieco (Museo della Civiltà, Roma) Percorse un brillante cursus honorum, in quanto riveste quasi tutte le più importanti cariche pubbliche e militari. Censore quando ri-distribuì i nullatenenti, originariamente presenti nelle IV tribù cittadine, tra tutte le tribù allora esistenti.  Console sempre con Lucio Volumnio Flamma Violente come collega. Mentre a Voluminio e toccata la campagna nel Sannio, ad A. tocca quella in Etruria, dove i popoli etruschi si sono nuovamente sollevati, in seguito all'arrivo di un grosso esercito Sannita. Dopo aver fronteggiato gl’eserciti nemici in piccole scaramucce di poco conto, all'esercito romano in Etruria arriva l'aiuto di quello condotto da Volumnio, arrivato dal Sannio, dove si e inizialmente recato. Nonostante l'inimicizia tra i due consoli, l'esercito romano riunito ha la meglio su quello etrusco-sannita. Con poteri proconsolari, insieme all'altro proconsole Lucio Volumnio Flamma Violente, sconfide quanto resta dell'esercito sannita, scampato alla battaglia del Sentino, in uno scontro in campo aperto, nei pressi di Caiatia. E inoltre dittatore. Ha un ruolo rilevante nelle guerre contro etruschi, latini, sabini e sanniti, che sconfide in battaglia. A lui si deve la costruzione del primo acquedotto, l'Aqua Appia, della via Appia, che da lui prese nome e che rappresenta una chiara traccia dell'interesse d’A. per un'espansione romana verso la Magna Grecia, e del tempio di Bellona. Pur essendo un patrizio appartenente all'alta aristocrazia romana, apre in qualità di censore il senato ai cittadini di bassa estrazione sociale e ai figli di liberti. Combattendo l’istanze più conservatrici della società romana, decide anche di ri-partire i cittadini tra le classi previste dall'ordinamento centuriato tenendo in considerazione i beni mobili oltre che le proprietà terriere. Permise, inoltre, agl’abitanti humiles di Roma di iscriversi alle tribù rustiche, che erano precedentemente controllate dai membri dell'aristocrazia terriera.  Di lui si ricorda la grande abilità oratoria. E una sua orazione in senato a dissuadere i Romani dall'accettare le proposte di pace di Pirro. Secondo la testimonianza di CICERONE (si veda), questa orazione e il primo testo letterario latino ad essere trascritto e conservato. Per sua iniziativa e pubblicato a cura del suo segretario Gneo Flavio il civile ius, il testo delle formule di procedura civile -- legis actiones -chiamato Ius Flavianum e il calendario in cui sono distinti i dies fasti e dies ne-fasti.  E punito con la cecità e l'estinzione della famiglia, per avere ceduto allo stato romano il diritto di officiare al culto d’Ercole tradizionalmente attribuito ai membri della Gens Potitia. Letteratura Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Età preletteraria latina. A suo nome ci è giunta una raccolta di Sententiae, massime a carattere moraleggiante e filosofeggiante particolarmente apprezzate dal filosofo greco Panezio. Secondo un'informazione fornita da CICERONE, A. risente dell'influenza della dottrina pitagorica, mentre risulta più probabile che le sue massime siano da collegarsi ai versi sentenziosi della contemporanea commedia nuova. Nell'opera, di cui ci sono giunti esclusivamente III frammenti, A. sviluppa argomenti vari di carattere sapienziale; particolarmente importante risulta la risoluzione che egli propose per alcuni problemi dell'ortografia latina, quali l'applicazione del rotacismo, ovvero la trasformazione della "s" intervocalica in "r", e l'abolizione dell'uso della "z" per indicare la "s" sonora. Risulta probabile che l'intera opera e scritta in versi saturni, come II dei III frammenti di cui disponiamo. ÆQVI ANIMI COMPOTEM ESSE NE QVID FRAVDIS STVPRIQVE FEROCIA PARIAT. AMICVM CVM VIDES OBLIVISCERE MISERIAS INIMICVS SI ES COMMENTVS NEC LIBENS ÆQVE. Il III frammento ci è giunto per tradizione indiretta tramite lo Pseudo Sallustio, e risulta dunque alterato rispetto alla sua forma originale. FABRVM ESSE SVA QVEMQVE FORTVNA. Un'altra opera attribuita ad A. è il “De usurpationibus”. Su questo punto, però, si registra nella letteratura romanistica un generale scetticismo. Il cognomen era uno dei tria nomina che componevano i nomi di persona nella Roma antica: il praenomen, cioè quello che oggi chiamiamo primo nome ("A."); il nomen, o gentilizio, che identificava la famiglia (gens) di appartenenza ("Claudio"); e infine il cognomen, che non era obbligatorio, ma veniva attribuito alle persone in seguito ad atti significativi compiuti vita, nel qual caso venivano detti cognomina ex virtute: per esempio, Gneo Marcio venne detto Coriolano per le sue gesta nella guerra contro Corioli; ovvero, Publio Cornelio Scipione e detto Africanus perché sconfisse i cartaginesi in Africa. I cognomina potevano essere attribuiti in base a determinate caratteristiche di una persona, e Appio Claudio ottenne il proprio, appunto, dalla sua cecità. Romano Impero: APPIO CLAUDIO CIECO. Clemente; Livio, Ab Urbe condita; Conti, Letteratura Latina, Dalle Origini All'Età di Silla, Sansoni; Compendio delle antichità romane ossia leggi, costumi, usanze, e cerimonie dei romani; Miglio; CICERONE Tusculanae disputationes; Epistula ad Caesarem. in carminibus A. ait fabrum esse suae quemque fortunae. Masiello, Corso di Storia del Diritto Romano, Clemente, Basi sociali e assetti istituzionali nell'età della conquista in AAVV, Storia Einaudi dei Romani. Repubblica imperiale. L'età della conquista, Einaudi; Garzetti, A. nella storia politica del suo tempo, in Athenaeum, Humm, A.: la République accomplie, Paris, BEFRA; Pontiggia, M.C. Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, Aqua Appia Via Appia Appio Claudio (Roma) Marcius Vates. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Sanctis, A. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. sapere.it, De Agostini. A. su Enciclopedia Britannica, A. su Musisque Deoque; A. PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute; A. Open Library, Internet Archive. Portale Antica Roma  Biografie  Lingua latina. Quinto Fabio Massimo Rulliano politico romano  Terza guerra sannitica conflitto tra Roma e i Sanniti. Lucio Volumnio Flamma Violente politico e militare romano. Appio Claudio Cieco. Keywords: Faber, fortuna. Appio.

 

Luigi Speranza -- Gride ed Apuleio: Roma antica – filosofia italiana – Luigi Speranza. He studies in Rome, where he practices as a lawyer.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Aquilino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A philosopher of considerable learning and eloquence. In Rome, he debates with members of the Accademia of his day, although it is unclear what his own philosophical views are. He is a close friend of FRONTONE (si veda). Giulio Aquilino. Aquilino.

 

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