Luigi
Speranza -- Grice e Canio: la filosofia romana sotto il principato di Caligola
-- il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Porch philosopher, martyred in the reign of CALIGULA (si veda) and
mentioned by BOEZIO in his Consolazione della filosofia. Member of the Porch.
One of those who opposed Caligola. When Caligola ordered C. to be executed, C.
is said to to have thanked him, and to have gone to meet his death calmly and
without apparent concern. He is admired for his exemplary demeanour by Seneca
and BOEZIO Giulio Canio. Canio.
Luigi Speranza -- Grice e Cantoni:
il Kant fascista – filosofia italiana – Luigi Speranza (Gropello Cairoli). Filosofo
italiano. “Kant”. Filosofia fascista.
Luigi Speranza -- Grice e Cantoni:
l’implicatura conversazionale delle literae humaniores -- Romolo e Remo;
ovvero, il mito e la storia – scuola di Milano – filoofia milanese – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “You gotta love
Cantoni; I call him the Italian Hampshire! Cantoni philosophises on
‘anthropology’ and he has not the least interest in past philosophies, -- only
contemporary! – Oddly, he reclaimed the good use of ‘primitive,’ meaning
‘originary,’ and he has philosophised on pleasure and com-placent – also on
‘seduction,’ and eros. It is most interesting that he reclaimed the concept of
‘umano,’ when dealing with anthropology, as he considers the ‘disumano’, and
the ‘crisi dell’uomo,’ and also the ‘desagio dell’uomo’ – He has philosophised
on the complex concept of the ‘tragic’ alla Nietzsche – and he dared translate
my métier and Fichte’s bestimmung as ‘la missione dell’uomo’! – Like other
Italian philosophers they joke at trouser words and he has philosophised on
‘what Socrates actually said’! My favourite is his treatise on Remo and Romolo
in ‘mito e storia’. In opposizione alla tradizione storicista, idealistica
crociana si occupa di cultura e storia usando contaminazioni sociologiche e
antropologiche. Per queste aperture venne considerato uno dei maggiori
promotori dell'antropologia culturale in Italia. Nel solco del maestro Banfi e uno
dei maggiori esponenti della scuola di Milano. Oltre ai numerosi volumi
pubblicati fonda le riviste Studi filosofici e Il pensiero critico. Fu
allievo di Banfi, amico di Sereni e Formaggio. Nella cerchia di amicizie di
Banfi conobbe Antonia Pozzi che di lui si innamorò di amore non corrisposto. In
una lettera a Sereni ella scrisse. Non riesco nemmeno a trarre un senso da
tutti questi giorni che abbiamo vissuto insieme: sono qui, in questa pausa di
solitudine, come un po' d'acqua ferma per un attimo sopra un masso sporgente in
mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora. Vivo come se un torrente
mi attraversasse; tutto ha un senso di così immediata fine, e è sogno che sa
d'esser sogno, eppure mi strappa con così violente braccia via dalla realtà. Sempre
così smisuratamente perduta ai margini della vita reale: difficilmente la
vita reale mi avrà e se mi avrà sarà la fine di tutto quello che c'è di meno
banale in me. Forse davvero il mio destino sarà di scrivere dei bei libri per i
bambini che non avrò avuti. Povero Manzi: senza saper niente, mi chiamava Tonia
Kröger. E questi tuoi occhi che sono tutto un mondo, con già scritta la tua
data di morte. Un'ora sola in cui si guardi in silenzio è tanto più vasta di
tutte le possibili vite. C. define come primitivo quel pensiero sincretico che
non distingueva nettamente tra mito e realtà tra affezione e razionalità. In
questo senso "primitivo" assume una valenza psicologica più che
antropologica. Il pensiero mitico, scrive in "Pensiero dei primitivi,
preludio ad un'antropologia", non è "arbitrario e caotico", ma pervaso
di una razionalità, una razionalità fusa in un crogiuolo affettivo. Yna delle
differenze fondamentali tra il pensiero moderno e quello primitivo consiste nel
fatto che il pensiero moderno ha una chiara coscienza della relazione e
dell'intreccio delle varie forme culturali tra loro e può sempre transitare da
una all'altra quando lo voglia; mentre noi sappiamo, ad esempio, che v'è un
conflitto tra la scienza e la religione, l'arte e la morale, il sogno e la
realtà, il pensiero logico e la creazione mitica, i primitivi mantengono tutte
queste forme su di un piano indistinto per cui fondono e confondono ciò che noi
non sempre distinguiamo, ma possiamo pur sempre distinguere. Questa mancanza di
distinzioni nette è uno dei caratteri più salienti della mentalità primitive.
Quindi sogno e realtà trapassano uno nell'altro e costituiscono nella loro
saldatura un continuum omogeneo. Si ocupa occupò con prefazioni, traduzioni, curatele e
altro di Kierkegaard, Dostoevskij, Nietzsche, Kafka, Spinoza, Fichte, Renan,
Hartmann, Huxley, Balzac, Jaspers, Banfi, Durkheim, Sofocle e Musil.
Altre saggi: “Il pensiero dei primitivi, Milano: Garzanti); Estetica ed etica
nel pensiero di Kierkegaard, Milano: Denti); Crisi dell'uomo: il pensiero di
Dostoevskij, Milano: Mondadori, Milano: Il Saggiatore); La coscienza inquieta:
Soren Kierkegaard, Milano: Mondadori, Milano: Il Saggiatore; Mito e storia,
Milano: Mondadori); La vita quotidiana: ragguagli dell'epoca, Milano:
Mondadori, (articoli apparsi su
"Epoca"); n. ed. Milano: Il Saggiatore); La coscienza mitica, Milano:
Universitarie, (lezioni dell'anno
accademico) Umano e disumano, Milano: IEI); Il pensiero dei primitivi, Milano:
La goliardica, Il tragico come problema filosofico, Milano: La goliardica); La
crisi dei valori e la filosofia contemporanea: con appendice sullo storicismo,
Milano, Goliardica; Filosofia del mito, Milano: La goliardica); Il problema
antropologico nella filosofia contemporanea, Milano: La goliardica, Tragico e senso comune, Cremona: Mangiarotti;
Società e cultura, Milano: Goliardica, Filosofie della storia e senso della
vita, Milano: La goliardica, Scienze umane e antropologia filosofica, Milano:
La goliardica, Illusione e pregiudizio:
l'uomo etnocentrico, Milano: Saggiatore, Storicismo e scienze dell'uomo,
Milano: La goliardica, Personalità, anomia e sistema sociale, Milano: Goliardica);
Che cosa ha veramente detto Kafka, Roma: Ubaldini); Il significato del tragico,
Milano: La goliardica, Introduzione alle scienze umane, Milano: La goliardica);
Che cosa ha detto veramente Hartmann, Roma: Ubaldini, Robert Musil e la crisi dell'uomo europeo,
Milano: La goliardica, Milano: Cuem); Persona, cultura e società nelle scienze
umane, Milano: Cisalpino-Goliardica); Antropologia quotidiana, Milano:
Rizzoli); Il senso del tragico e il piacere, prefazione di Abbagnano, Milano: Nuova,
Kafka e il disagio dell'uomo contemporaneo, con una nota di Montaleone, Milano:
Unicopli). Attiva tra 1950 ed il 1962 e
edita dall'Istituto Editoriale Italiano
Lettere d'amore di Antonia Pozzi Carlo Montaleone, Cultura a Milano nel
dopoguerra. Filosofia e engagement in Remo Cantoni, Torino: Bollati
Boringhieri, Genna, «Il pensiero critico» di C., Firenze: Le Lettere,
Massimiliano Cappuccio e Alessandro Sardi, Remo Cantoni, Milano: Cuem, Reda,
L'antropologia filosofica di Remo Cantoni. Miti come arabeschi, Fondazione Ugo
Spirito, Antonia Pozzi Antonio Banfi Scuola di Milano Altri progetti Collabora
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Commons contiene immagini o altri file su Remo Cantoni sito di Antonia Pozzi, su antoniapozzi. Filosofia
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Milano MilanoStudenti dell'Università degli Studi di MilanoProfessori
dell'Università degli Studi di Cagliari Professori della SapienzaRomaProfessori
dell'Università degli Studi di PaviaProfessori dell'Università degli Studi di
Milano Fondatori di riviste italiane Direttori di periodici italiani. Haverfield. The Study of Philosophy at Oxford A LECTURE
DELIVERED TO UNDERGRADUATES READING FOR THE LITERAE
HUMANIORES SCHOOL. Lectures are seldom published singly unless they have
been read on ceremonial occasions to a general audience and to which their
style and subject are suitable. My present lecture is not of that kind, since
it is addressed to mere pupils, or ‘under-graduates’ – those below the minimum
qualification here at Oxford, the B. A. But I am delivering it to
undergraduates beginning the study of philosophy at Oxford, since H. P.
Grice thought it would be a good idea, especially for those pupils coming from,
of all places, Italy. The purpose of my lecture, then, is to set out in the
plainest words the main features of that study. It aims at emphasising
three points. First, the need well known to all, but realised by few, of the
chronology of philosophy (e. g. Locke – Hume – Berkeley) -- and still more of geography (Cambridge
to the south-west of Oxford), as geography is now understood, in any
study of philosophy (where is Koenigsberg?). Second, the character of the
Oxford philosophy course as a study of rather short periods – say,
philosophical analysis between the two world wars, to echo the title of J. O.
Urmson’s essay -- based on a close reading of the authorities: H. P.
Grice, and his followers. Third, the relation between Italian and Oxonian
philosophy – none -which by their very differences supplement each other
to an extent which learners and even teachers do not always see what is
not there to be seen. At the end I will say a word or two – but not in Italian!
-- about the connection between this course and the training of
future researchers. Some of my colleagues, who kindly read the lecture in
typescript, told me that, if published, it would help “those Italian pupils”
and interest others elsewhere who have to do with the study of philosophy. I
once had a pupil who began his Oxford course by reading for Classical
Honour Moderations. Reasons which I have forgotten made him change his plans
after a term or so. He took up Pass Moderations instead and I had
to teach him for that examination! He was very confident that he could
surmount the Pass hedges with complete ease, but I had soon to tell him
that the work he had done for Honours would lead him straight to a
heavy fall. He could translate Berkeley alright, or most parts of them. But
he had just no idea whatever of getting up its content – what Berkeley
meant --, and when one asked him the usual question, 'He meant what? ',
he was beaten. The difference which my pupil found to exist between
Pass and Honour Moderations is almost exactly the difference which, even
after recent changes, still divides Honour Moderations from “Literae
Humaniores”. This difference is not so much, as the language of our
Oxford statutes might suggest, a contrast between the classics on the one
hand and Ordinary-Language Philosophy on the other. It is, rather, a
variety of the old difference between Aoyoy and e'pyoz/, between
the language which is the form, and the fact, which is the content. I am
told that, in reading for Honour Moderations, a man learns how to
translate Cicero – or “Cicerone,” as the Italians miscall him -- and to
imitate his style. I know, by my own experience, that he hardly ever
learns what Cicero MEANT. A pupil may scramble through any page of the ACCADEMICA
with whih he shall be confronted, and you’ll soon find out that he is utterly unable
reproduce the matter of what CICERONE meant for any purpose whatever, and
if you ask him in detail why Cicerone called the thing “Accademica”, the
chances are that he does not know – or worse, care. In reading for
Greats, a man goes almost to the *other* extreme. Whether he can
translate CICERONE into reasonable Oxonian becomes a trite point. What he
has to know and what, I think, in general he does know, is what
Cicero MEANS – not just in ACCADEMICA, but in the concept of the ‘probabile’.
He may not know it with all the refinements and shades of meaning that an
accurate scholar such as Grice shall detect, but he does get a sound
general idea of Cicero's meaning – if not his ‘implicature,’ as I say. His danger now is that he neglects the
form. He is bidden to compose ‘the essay’ on a philosophical topic every week
for FIVE years! These essays are only too often ayamV/zara e? rb
irapaxpfjpa, agonised efforts at the eleventh hour, and, even if they rise
superior to such human frailty and are result of exhaustive and deliberate
reading in the dark chambers of the Sheldonian, both teacher and taught
tend to set more value on the essay’s *content* than on its *form* -- or
deliverance: lots of ‘ums’ to be expected. Sixty or eighty years ago the “Literae
Humaniores” School was considered to give a special training in lucidity
of language and in logical arrangement of matter. That has gone into the
background. Of the three great intellectual excellences which this School
might develop, powerful thought and profound knowledge and clear style,
the third now counts as least, if you can believe me. It is not a good resul, but
it is a natural one in a course which is so closely connected with concepts
and facts. Facts are the first need of the student of philosophy: who
wrote the Critique of Pure Reason, and why? Why did he choose such an obscure
Teutonic idiom to express his vague idea? He must know 'who did what when,’ and
hopefully, ‘where.’ Indeed, if he knows the facts of philosophy in the
order which they occurred (Anassagora after Anassimandro), he can often
reconstruct and interpret the long history of philosophy for himself.
There is a vast deal more value in dates than the most early Victorian
schoolmistress ever suggested to her classes. Half the mistakes and
misunderstandings in our current notions of modern Oxonian philosophy arise
from some belief that events – i. e. the publication of books, etc. -- happened
at OTHER than their actual dates. Much, for example, has been written
about the causes of the decline and fall of the Roman Empire, but why did
Marcus Aurelius addressed his memories to HIS SELF? Among these causes the
depopulation of Italy and of the Roman Provinces has been quoted as one
of the most important reasons for the creation of Oxford. But, when one
comes to examine the facts, it appears that a great deal that is urged
under this head is a transference to the Empire of an agrarian evil
which belonged to the Republican period and which probably lasted
only for three or four generations. Those who hold this evil wholly responsible
for the fall of the Empire, start with a chronological blunder, and
naturally do not reach even a plausible solution of their problem, as
Nerone would! So again in smaller problems. The critics of the Roman
Emperor CLAUDIO, the ancient parallel (as is generally said) to James I
(who reined over Oxford) usually omit to notice what sorts of events
occurred in what parts of his reign. As it happens, dates show that he,
or maybe his ministers, began with an active and excellent
policy. They boldly faced foreign frontier questions which had been
neglected or mismanaged by their immediate predecessors. They took steps
to amalgamate the Empire by romanizing the provincials. They
carried out numerous and useful public works. Dates also show that,
after some six or seven years of good administration, they fell
intelligibly enough into evil ways. We might indeed apply to Claudius the
idea of a quinquennium of five years' wise rule which is usually
ascribed to Nero. And curiously enough, if we go to the bottom of the
facts about Nero, we find that the outset of his rule was marked by no
want of unwisdom and crime and that the notion of a happy first five
years is a modern misinterpretation of an ancient writer who meant
something quite different. Begin history therefore with the plain task of
knowing dates and facts. Write them out large if you will, and stick them
up over your bed and your bath. There is another simple-seeming
subject which students of history, and above all of ancient
history, must not neglect. I have mentioned the old question, ' who
did what when ? ' There is an equally important question, 'who did what
where?' It is no good studying history, and above all ancient history,
without studying geography, and geography of the right sort. The
subject is, of course, held in little honour even at some Universities.
Cambridge lately issued a small series of maps to illustrate an
elaborate work on mediaeval history. On the first, or it may be the
second, of these maps, London is shown to be 33 miles from York and 43 miles
from Paris, while the sea passage from Dover to Calais is about 4 miles
long. This is, no doubt, an exceptional view of the world. But our
ordinary attitude to geography is little more satisfactory. Very often, when we
admit the subject at all, we confine it to lists of place-names and of
political boundaries, which are mere abstractions and convey
nothing definite to the average student. Or else, under the title of
geography, we bring in the important, but quite distinct study, of the topography
of battle-fields, a study which is not really geographical, which
is specialist in character, and which is suited properly to those
who are particularly interested in the details of ancient tactics and
strategy. If we are to make anything of geography, we must get beyond this.
We must treat it as the science which tells us about the influence
(in the widest sense) of the surface of the earth on the men who dwelt
upon it. In the earlier ages of mankind this influence was
enormous. It was far greater than it is in the present day : it was
greater even than in the Middle Ages. In the youth of the world, in the
days which we are still apt to picture to ourselves as the ages of
innocence and unconstrained simplicity and pastoral happiness, mankind
lived in fear. He knew he was weak, weak alike in his conflict with
nature and his conflict with the violence of other men. Whenever he
advanced a little in civilization, in wealth, in comfort, he was beset
by terror lest hostile outside forces should break in and destroy
him and his civilization together. If he looked back over preceding ages,
he found one long tale of wreckage, of nations that went down whole to a
disastrous death, of towns stormed at midnight and destroyed utterly
before dawn, of unquenchable plagues, of consuming famines. These evils came
from many causes. But among the causes the character of the earth's
surface is by no means the least potent, though it may not seem the most
obvious. Man had not then learnt to tunnel through mountains and traverse
the worst and widest seas, and thus ride superior to the great
barriers which nature has set between human intercourse. Nor had he
acquired that coherence of political government and social system which can
sometimes defy mountains or seas and successfully battle with pestilence
and hunger. He was ruled by his geographical environment. The
form in which this environment affected him was very definite. It was the
broad features of the earth's surface which then especially influenced
mankind that is, the general distribution of hills and of plains, of
mountain heights and mountain passes, of river valleys and of gorges
breaking these valleys up, of harbours and rocky coasts, of trade winds which
brought or failed to bring rain. All the simple and general physical
conditions which affect comparatively large areas in a more or less
uniform way, were felt to the full by the Greek and Roman world.
Illustrations of their influence are strewn broadcast over the shores of
the Mediterranean. That sea itself provides perhaps as good an
example as any. To-day it is a sea that belongs to many nations ;
one dominant power in it is not even a Mediterranean state. Under the
Roman Empire, it was the basis of one state whose capital lay in its centre
and whose provinces lay all around it like a ring-fence. The cause
is to be found in geography. The Mediterranean is not merely, as its name
implies, a sea in the middle of the land : it has more notable features.
Though it is the largest of all inland seas, it is also the most
uniform. Its climate is the same throughout its length and breadth
; its coasts are equally habitable in almost every quarter ; therefore,
it easily attracts round it a more or less uniform population and men
move freely to and fro upon it. It is no mere epigram that Algeria is the
south coast of Europe. Moreover, as modern strategists have noted,
it is dominated, as no other sea is, by the lands which surround it and by
the peninsulas and islands which mark it. Therefore, it was singularly
fitted to form the basis of any Empire strong enough to control so
large an area. It aided the formation of the Roman Empire. It determined
parts of its constitution, notably its semi-federal provincial system. It
provided the unity needful for its trade and language and intercourse.
We can mark the influence of this sea even in pre-Roman politics.
Though it was then divided up between Greeks, Persians, Carthaginians,
none of them were able to hold a part of it without at least aspiring to
extend their sway over the whole. Only in the present day, when
political unions have become stronger and more coherent, is it possible
for geography to be put in the background. Let me give two
more illustrations. To-day Italy is a south-eastern power: she looks to
Tripoli and the Levant, she finds her outlets and she passes on her
traffic from Brindisi eastwards, and her sons are scattered over the
eastern Mediterranean. But geographically if I may repeat a saying which is
trite but nevertheless valuable ' Italy looks west and Greece looks
east', and in the Graeco-Roman world this fact counted. Thanks to it, the
earlier Roman Empire, the Empire of Augustus and Claudius and Trajan, was
a west- European realm, and its greatest achievements of conquest and of
civilization lay in the western lands which we still call Latin or
Romance. That French is spoken in France to-day is (if indirectly) a
result of geography. Once more, under the normal conditions of
to-day food is brought to our great towns from considerable distances
along railways or good roads. We are not much troubled by geographical
obstacles; we find human nature a much worse impediment, and a
strike hinders far more than any mountain or river. In the ancient world
as indeed in parts of the mediaeval world when food was carried along
ill-made roads in / ill-made carts, towns were impossible unless
food-stuffs could be grown close by, and landed estates could not
be worked at a profit unless markets lay within easy reach. Throughout,
we see the Greeks and the Romans face to face with an external nature
which dominated them as it does not dominate us. If they were not,
like the prehistoric races, living in ceaseless dread, they were
slaves to rudimentary difficulties. It is these natural circumstances of
geography that we cannot omit from our study of ancient history. Hang up
your maps beside your tables of dates ; draw maps of your own, and
if you would remember them properly, measure the distances upon
them. I venture to recommend this method of studying
geography along with history for a further reason. It is the best way of
studying geography itself which ordinary students can use. The pure
geographer too often wishes to teach the facts of the earth's
surface as facts by themselves. He wishes, for instance, that the
student should know the whole configuration of France, its mountains,
rivers, geology, minerals, before he proceeds to realize the effects of
these various features on the history of the world. That is all
very well for the specialist. But, as one who has taught geography
in Oxford for a good many years, I am convinced that applied geography is
far more easily learnt by the ordinary man than this more
theoretical and abstract science. By applied geography I mean the
geography of a district studied in definite relation to its history, with
definite recognition of which geographical features mattered in one age, and
which in another, and which in none at all. This method involves
that association of ideas, that learning of things in connexion with other
things, which is in truth the most stimulating and helpful of all aids to
knowledge. Here, as elsewhere, the motto of the teacher should be
o-vv re 8v epxo/jLvc, not in the sense of the teacher marching
along with the taught, but of two kinds of knowledge helping one
another. 4. From these preliminaries of time and space I pass
to the actual study of ancient history in Oxford. The chief
characteristic of that study is its limitation to short and strictly
defined periods. Among these periods several alternative choices are
intentionally left open to the student. In Greek history he may read, as
most men do, the Making of Greece and the Great Age of the fifth
century. Or he may combine the fifth century with the story of
Epaminondas and Demosthenes and that curiously modern figure, Phocion,
though, for some reason, he will here find few companions in his
studies. In Roman history he may study the death-agony of the
Republic and the beginnings of the Empire under the strange
Julio-Claudian dynasty. Or he may confine himself to the Empire and
follow its fortunes till the end of Trajan's wars. Or thirdly he may read
though few care to do so the tale of the conquest of Italy and of
Carthage, the days which formed the great age of the Republic and the
glory of the Senate. In any case he is confined to one definite epoch of
no excessive length. Secondly, he will read this epoch
carefully with many and certainly all the most important of
the original literary authorities, and these he will read in the
original tongues. The study of a period of history through the medium of
translations is one which finds no place, at least in theory, in our
Oxford ancient history. This is a point, perhaps, which deserves
some notice in passing. In the present condition of classical
studies there is a strong tendency for men not merely to study ancient
history but even to research, with a very slight knowledge of the
classical languages. In the local archaeology of our own country this
tendency has existed for centuries, and' it has been usual to work
at Roman Britain without any knowledge at all of Latin. Abroad, the tendency
has been growing of late years. I have had lately to write for a foreign
publication a paper in Latin on some Roman inscriptions and I have been a
little surprised at the Ciceronian words which the editor of the
publication has pointed out to me as too likely to puzzle present-day
students of Latin epigraphy. Now, it is probable that an educational
course which studied Greek and Roman history through translations might
have a distinct, though obviously a limited, educational value. But it is
idle to pretend to go beyond a somewhat elementary course without
knowing the ancient languages. This Oxford course has been made the
subject of many criticisms. We are told that history is one and
indivisible, and that fragments cut out of their context not only lose
their educational value but become meaningless. We are told secondly that
it is absurd to omit all the momentous occurrences which lie
outside our limited areas. We are told also that by confining
students to one or even two periods we prevent them from acquiring a
variety of distinct interests and discussing their various periods together and
widening their respective outlooks. Of the first of these I shall say
something in a moment. The other two in my judgement amount to very
little. It is quite true that our system omits a great deal. But there
are after all only two ways of learning. You can learn a little of many
things or you can learn much of one thing. Unless you are a genius
or a reformer you cannot learn a great deal about many things. All
education is in a sense selective. Here, as so often, much good may be
done by the free lance. He prevents our selections from being
clogged by pedantry. In the end, however, there must be selection.
Lastly, the third criticism, that the use of limited periods limits the
total width of interest and discussion among the body of students, does
not I believe apply in the very least to our own system with its
alternative periods and its extraordinary range of general knowledge.
Moreover, I am clear that, if a limitation of periods has its
evils, it has also solid merits. It has been generally the English
tradition to prefer the plan of learning much about one subject to that
of learning a little about many, and the warning Cave hominem unius
libri used often to be quoted by Oxford scholars of forty or fifty years
ago. It is a good maxim. For it does not simply warn us against the
tortoise who hides in his shell ; it points out that the dangerous enemy
is he who knows one subject with exceeding thoroughness, who controls
one weapon with absolute mastery and precision. The student who really
works out one short period of history, knows one part at least of the
ways of human nature. It is impossible to over-rate the practical
value of such a bit of accurate knowledge of how men move and think and
act. Moreover, as educationalists are constantly and rightly
observing, the power of thoroughly getting up a limited subject,
the complete mastery of all the relevant details, is a very valuable
power in actual life. It may be obtained in other ways than through a
brief period of ancient history; it could not be gained by a study of
ancient history at large. 5. Ancient History is singularly
suited to this method of the intensive culture of a small plot. If the
period chosen be not very long or very ill-chosen, it is here
possible to combine the following advantages. First, we can bring the
student into touch with periods of the highest importance, periods which
are full of the most diverse interests and which allow the most
different minds to expand on political or constitutional or
economic or geographical or military problems. Secondly, we let him
come to close quarters with the great mass of the original authorities,
whether written or unwritten, so that he can compare the account of any
event or problem which is given him by Grote, or Bury, or his own
tutor, with the actual evidence on which it ought to be based. Thirdly,
he can work at historical writings written in the great style and really
worth reading as literature. There is no part of mediaeval or
modern history of which all this can be said with complete truth.
There we have to face multitudes of charters, family papers, legal
documents, broadsides, which are far too vast a chaos for a student to
overhaul in the course of his University career, and to compare with
the conclusions based on them. There, too, our authorities are for the most
part not even literature by courtesy. When we ask for original
authorities, we are given not a Gibbon but a mass of matter which has no
value save as the husk, too often the tasteless husk, outside a
grain of fact. In ancient history, when all is said and done, when
the longest list of ' books to read ' has been made out that the most
conscientious tutor can devise, the total will not exceed the powers of a
reasonable student. You will find, indeed, when it comes to lists of '
books to read', that the philosophical teachers, not the historical
teachers, will go to the greatest length. 6. I have only one
criticism of my own to make : our limited period does ignore the unity of
history. We ought to do something for a view of history as a whole.
Let me quote a historian who is not, I fear, as much admired in Oxford as
he used to be, the late Mr. E. A. Freeman. He was a writer of the old
school, on the one hand much too fond of battles, sensations,
emotions, and even rhetoric, and on the other hand much too
dependent on written sources and too cold to the charms of archaeology.
Perhaps his true greatness lay in the realism with which he taught some
of the greater general historical ideas even though he hammered
them home with a wearying emphasis. One such idea of his was the unity of
history, on which I will quote one of his utterances: We are
learning that European history, from its first glimmerings to our own
day, is one unbroken drama, no part of which can be rightly understood
without reference to the other parts which come before it and after
it. We are learning that of this great drama Rome is the centre, the
point to which all roads lead and from which all roads lead no less. The
world of independent Greece stands on one side of it ; the world of
modern Europe stands on another. But the history alike of the great
centre itself and of its satellites on either side, can never be fully
grasped except from a point of view wide enough to take in the whole
group and to mark the relations of each of its members to the centre and to
one another. These are true words ; how can they be
reconciled with our limited periods ? It may occur to some that we
lecturers should prefix or add to our ordinary courses some special hours
on universal history. Time, however, would hardly allow for more than
eight or ten such lectures ; the lectures themselves could hardly be
other than in some sense popular, and it is possible that they
would be better read in a book than delivered as a dictation lesson.
There is another remedy in each man's hand who cares at all for the
historical side of his Schools' work. He can read what he likes of
other and later periods of history in such books as may suit his
own taste. Even on the lowest plane of motives such reading would not be
wasted. It may be less true than it was, that Greats is concerned de
rebus omnibus et quibusdam aliis. But it is still true that there is
very little knowledge which does not at some point or other help in
the understanding of Greats' work. It is a School in which a man can '
improve his class ' by not reading directly for it. Let me now pass
to the two individual topics of Greek and Roman History with which Oxford
students are concerned. People are apt to think that they are just
the same. The educational system which has dominated Western Europe for
the last three centuries sets the Greek and Latin, language, literature,
and history, side by side, as subjects which may be studied and
taught by the same men and the same methods. Even now it is supposed in some
places of instruction, that a man who is competent, perhaps extremely
competent, to teach Greek History, will be equally competent to
teach any part of Roman History. But we are beginning to learn that Greece and
Italy are not the twins which they seemed to our forefathers. We know
that the Greek and Latin languages stood in their origins far apart
; that Latin, for example, comes nearer to Celtic than to Greek ; and we
shall have to recognize something of the sort in reference to Greek and
Roman History. But here fortune favours us in a remarkable and
indeed quite undeserved fashion. For these two subjects are in reality so
dissimilar that their very differences form a rare and splendid
combination. Each supplies what the other lacks. Together, they
remedy many of the evils which arise from the limitation of the
periods studied. They differ, firstly, in the character of the original
authorities for the two subjects and in the different historical methods
which the student is constantly required to use. They differ, secondly,
in the actual events which they record and in the kinds of lessons
which they teach. The one shows us character and the other genius. The
one confronts us with the city state, the other with the full range
of problems of a world empire. The one exhibits the different forms of
political development proper to the brief life of Greece, the other the
principles of constitutional growth which was gradually unrolled in the
long history of Rome. 8. First, as to the authorities. Alike
in his Greek and in his Roman history, the Oxford learner has to
deal with a large part of the original authorities for the periods which
he is studying; he has to study those periods with definite reference to
the evidence of the authorities, to appraise their general value
and to criticize in detail the meaning of their various assertions.
But these authorities are by no means uniform. On the contrary, those
which he meets in Greek History and those which he meets in Roman
History are startlingly unlike. The history of Greece, at least during
the great age of the fifth century, depends on two first-rate historians,
whose works have reached us intact, and who form the predominant
and often the only authorities for the series of events which they
describe, Herodotus and Thucydides. Everything else that we know of this
age can be hung by way of comment or criticism, foot-note or appendix, on
their narratives. The evidence of lesser writers, of geographical facts,
of inscriptions or sculptures or pottery, may be and often is very
valuable, but it is always subsidiary. This is especially true of Greek
inscriptions, which I mention here partly because I shall have presently
to say something of the very different character of Roman inscriptions.
By far the largest and the most important sections of Greek inscriptions
are lengthy legal or financial or administrative documents, such as
in modern times would be engrossed on parchment or printed on paper. They
are, indeed, just like those documents which the student of early English
History finds selected and edited for him by Bishop Stubbs. There
are, no doubt, other Greek inscriptions, such as tombstones. But the
epitaphs of Hellas can rarely be dated ; they rarely belong to the
historical periods studied in Oxford, and they rarely say enough
about the careers or official positions of the dead, or of their
heirs and kinsfolk, to be used for historical inductions. Like Stubbs*
charters, therefore, Greek inscriptions are best suited to provide the
foot-notes and technical appendices to connected literary narratives. It is a
curious and a pleasant chance which has given us for a unique
period of history both admirable narratives and a copious supply of
supplementary inscriptions. Turn now to Roman History. The Roman
historian has a different and more difficult task than his Greek
colleague. In the long roll of centuries which form his subject, the
literary narrative and the subsidiary evidence are often defective and
seldom united. Not one single writer is at the same time a great writer
and contemporary and continuous. The Republic has been described
for us by authors who either, like Livy, wrote long after most of the
events which they describe, or who lived at the time, like Cicero, but
wrote no continuous history, while it is painfully true that most of the
ancient writers on the Republic have little claim to be called good
historians. Nor is this all. These writers, good or bad, Polybius or Livy
or Appian, are very imperfectly preserved ; our stuff is
fragmentary. We have to deal with a mosaic that has been shaken in
pieces : we have to form our picture out of patchwork. Nor, lastly, is
there supplementary evidence to aid us. Archaeology throws singularly
little light upon the history of the Republic. Excavations, like those
of Adolf Schulten at Numantia, have shed some light, and there is
no doubt more to come when Spain has been better opened up : more also
may perhaps be gleaned some day from southern Gaul. But the Republic
was one of those states which mark the world, but not individual sites,
by their achievements. Such in Greece was Sparta : and, as Thucydides saw
long ago, the history of such States must always lack
archaeological evidence. The Roman Empire was in many ways a new
epoch. It is natural that the authorities on which our knowledge
rests should be in some respects unlike those of the Republic. Continuous
literary narratives are still few, and their value is not very great. Like
many important political organizations, the Roman Empire was only
half understood by the men who lived in and under it or perhaps, as
Kipling says of the English, those who understood did not care to speak.
Not even the greatest of the Imperial historians, Tacitus, appreciated
the state which he served and described. He gives his readers, for
home politics, a backstairs view of court intrigues, and, for foreign
affairs, a row of picturesque or emotional pictures of distant and
difficult campaigns described with a total absence of technical detail
and a surfeit of ethical or rhetorical colouring. All the real
history of the centuries of the Empire was ignored by almost every
one of those Romans or Romanized Greeks who essayed to describe it.
Moreover, this literary material, like that of the Republic, is broken by
all manner of gaps. We have painfully to reconstruct our narrative
out of detached sentences and chance fragments and waifs and strays from works
which have perished. On the other hand and here the
difference between Republic and Empire comes out clearest the
archaeological evidence for the Empire is extensive and extraordinary. No state
has left behind it such abundant and instructive remains as the Roman
Empire. Inscriptions by hundreds of thousands, coins of all dates and
mints, ruins of fortresses, towns, country-houses, farms, roads,
supply the great gaps in the written record and correct the great
misunderstandings of those who wrote it. Most of this evidence has been
uncovered in the last two generations : the Empire, misdescribed by its
own Romans, has risen from the earth to vindicate itself before us.
The largest part of this new material is supplied by the inscriptions. A
few of these are documents, such as form the bulk of the Greek
inscriptions which I have mentioned already, and of those few some five
or six at least are perhaps of greater importance than any other
inscription, Greek or Roman, that has yet been found. But the great mass
are not in themselves individually striking. Their value depends not on
any special merits of their own, but on the extent to which they can be
combined with some hundreds of other similar inscriptions. If Roman
History is the record of extraordinary deeds done by ordinary men, it is
also a record of extraordinary facts proved by the most ordinary and
commonplace evidence. The details directly commemorated in the
tombstones or the dedications or similar inscriptions which come before
us seldom matter much. It is no great gain to learn that water was laid on
to one fort in one year and a granary rebuilt in another fort a
dozen years later. But if you tabulate some hundreds or thousands of
these inscriptions, they reveal secrets. Take, for instance, the
birth-places of the soldiers, which are generally mentioned on their
tombstones. Each by itself is a trifle. It is quite unimportant that a
man came from Provence to die in Chester or from Asia Minor to
serve at York. But, taken together, these birth-places tell us the whole
relation of the imperial army to the Roman Empire. We can see the state
gradually drawing its recruits from outer and yet outer rings of
population. We can see the provincials beginning to garrison
their own provinces. We can see the growth of that barbarization which
befell the Empire when it was compelled, in its long struggle against its
invaders, to enlist barbarians against themselves. From similar evidence
we can deduce the size of each provincial army ; we can even
catalogue the regiments which composed it at various dates and the
fortresses which it occupied, and can trace the strengthening or the
decay of the system of frontier defence. It is true, indeed, that
inscriptions of this character are not very easy for students to deal
with. For they have to be taken in unmanageable masses, and they
often involve remote problems of dating and interpretation. But
selections, such as those of Wilmanns or Dessau, will help the learner through,
and the short courses on Roman Epigraphy which are now given in
Oxford will start him on his road. I do not know whether I shall seem an
unbending conservative or a hopeless optimist or a liberal who is
trying to make the best of a bad business. But the facts which I have
just stated suggest to me that, in respect of the training which they
give x in historical method, Greek and Roman History, as studied in
Oxford, fit into each other and supplement each other in a most
happy manner. . Almost every form of authority, the first-rate narrative,
the second-rate abridgement, the stray fragment, the long legal document,
the brief inscription of whatever kind, all the varieties of uninscribed
evidence, come before him in turn. He has to consider and weigh these,
and, whether he proposes in after life to research in history or prefers
the active business of trade or politics, he will gain much by the
criticism which this task imposes on him. To survey many statements made
by fairly intelligent men, many accounts of complicated and obscure
incidents, is to train the judgement for practical life quite as much as
for a learned career. We talk somewhat professionally of
archaeological evidence. It is well to remember that, if that evidence
had happened to refer to the present, instead of the past, we should call
it economic and not archaeological : so much of it refers to just the
things which engage the reader of an ordinary social pamphlet. If
Greek and Roman History thus supplement each other in respect of
historical methods, they do so still more in respect of the historical
problems of political life and of human nature which they bring
before us. In one or the other of them we find most of our modern
difficulties somehow raised, and in many cases one aspect is raised in
Greek History, another in Roman. In the first place, there is the
contrast of character and genius, which is really the twofold contrast of
individualism as opposed to common action and of intellect as opposed to
practical common sense. Greek History is a record of men who were
extraordinarily individual, extraordinarily clever, extraordinarily disunited.
Our Oxford study of Greek History, divorced as it is by chance or
necessity from the study of Greek poetical literature and of Greek art,
lets us forget how amazingly clever the Greeks were and the place
which intellect and language and writing played in their world.
Roman History, on the other hand, is the record of men who
possessed little ability and little intellect, but great force of
character and great willingness to com- bine for the good of their
country to produce a result which was not the work of any one of them.
The history of the Roman Republic in its best period, in the great
age of the Punic wars, is in very truth ' a long roll of extraordinary deeds
done by ordinary men '. This aspect of it is, of course, less prominent
in the later Republic, the period of revolution, than in the
greater epoch which we here so seldom study. But it reappears with the
Empire. Though the historians of the Principate generally talk of nothing
but the Princeps, we can detect throughout a background of
hard-working, capable, probably rather stupid governors and generals in
the provinces. If any one wishes to study the conflict of genius and
character, that conflict which a hundred years ago the English waged
with Napoleon, and to realize the defects of being clever and the
advantages of being stupid defects and advantages which (I am bound to
say) are overrated by the average Englishman he will find this in his
Greek and Roman History. There are few lessons for guidance in
practical life and politics which are so valuable as an under-
standing of this simple-seeming subject. Again, in respect of
constitutional history, Greece and Rome supplement one another in a
useful way. The history of Greece, and especially of Athens, is too
short to include a long and orderly constitutional development. But it
does teach a good deal about the nature and value of those paper
constitutions which are in reality political rather than constitutional,
but which play their part more particularly in the acuter crises of
almost all ages. Rome, too, in the earlier part of the death-agony of the
Republic, in the generation which began with the Gracchi and ended with
-Sulla, saw several of these pseudo-constitutions. But the Athenian
examples teach us most, if only because they are the work of an
intellectual race, which believed firmly in the value of things which
could be written down on paper. Rome, on the other hand,
shows that slow growth, here a little and there a little, of
constitutional life on which true constitutional philosophy is based.
Nowhere can we find so near a parallel to our English constitu-
tion as meets us in the flexible order of the Roman Republic and Empire.
Nor is this all. Of most con- stitutions, as of our own, we know the
maturer years, but not the details of the birth and infancy. But
the Roman Empire is, as it were, born before our eyes. The cold unostentatious
caution of Augustus may, no doubt, have left his contemporaries a little
doubtful whether the old had really died and the new been born, and
the scanty records which have survived shed an uncertain light. Yet the
fact is plain, and the manner in which it happened. ii. And
thirdly, Greek history sets forth the successes and failures of small
states and of ' municipal republics ', while Rome exhibits the complex
government of an extensive Empire. For the present day the second
matters most. Perhaps the world will never see again a dominion of
city-states. The fate of the Polis was sealed when Plato wrote his
Politeia and called for philosopher-kings. It was more decisively settled
when the Romans discovered that men could be at once citizens of a
nation and citizens of a town. The failures of the mediaeval Republics of
Italy and Germany to maintain themselves against the stronger powers
of Emperors and Tyrants simply emphasized the result. The world
will have to supply otherwise that intellectual and artistic splendour
which has been the finest fruit of the city-states. But the
administration of a great Empire concerns many men to-day and in a very
vital manner. Our age has not altogether solved the pro- blems
which Empires seem to raise by their very size the gigantic assaults of
plague and famine, the stubborn resistance of ancient civilizations and
nationalities to new and foreign ideals, the weakness of far-flung
frontiers ; it can hardly find men enough who are fit to carry on
the routine of government in distant lands. The old world was no better
off. Too often, its Empires quickly perished ; too often, they survived
only through cruelty and massacre and outrage. Rome alone did not
wholly fail. It kept its frontiers unbroken for centuries. It
spread its civilization harmoniously over western and central Europe and
northern Africa. It passed on the classical culture to new races and to
the modern world. It embraced in its orderly rule the largest extent
of land which has ever enjoyed one peaceable and civilized and
lasting government. It was the greatest experiment in Free Trade and Home
Rule that the world has yet beheld. I have limited myself in the
preceding remarks to ordinary matters which come in the way of
ordinary students. I am well aware that we can add to the Oxford
ancient history course other and more delightful vistas down the by-ways
of folk-lore and religion, of anthropology and geology. We can trace in
Herodotus, quite as plainly as in the Oedipus Tyrannus, that sub-
stratum of savagery which underlies all ancient and most modern life, and
which lay closer to the Greek, despite his intellectual refinement, than
to the less humane but more disciplined Roman. We can plunge into
the labyrinths of 'Middle Minoan' and classify 'protos' from all the
coasts of the Aegean and the Levant. We can trace from geological ages the
growth of the continents and seas and climates which made up the
background of the older Europe. These things are full of interest, and
for some minds they are both a relaxa- tion and a stimulus. They are not,
I fear, so well suited to all of us. There is, indeed, enough in the
nearer fields of ancient history for any student to fill his time
with the more obvious subjects of politics and geography and
economics and archaeology. He may even, if he wishes, find in his
prescribed books an opportunity of beginning to prepare himself for
research. He cannot, indeed, as in the Modern History School, offer as
part of his degree examination a dissertation on a subject chosen by
him- self, and I am not quite clear that, if he did, his thesis
would be worth very much. But his study of original authorities may teach
him not only how to weigh the statements of men for practical purposes,
but also to note how history is built up out of such statements. He
can even carry his examination of original authorities far enough to
approach the region of independent work, and to go through some of the
processes which are connected with the august name of the Seminar.
But, let me add, this historical course which gives the man who
wishes it a glimpse of what research work means, is not, and cannot be, a
full preparation for it. For that a further training is indispensable,
whether it be in archaeology or in any other subject, and that
training cannot be included in the ordinary curriculum, since it is only
a tiny fraction of the whole body of students which intends to, and is
fit to, pass on to research. The ordinary course lays the foundation
of general knowledge, without which it is useless to attempt any
advanced study. The advanced work prepares a few competent men for
original and inde- pendent research, and the function of the
Seminar in Oxford would seem to be to train such men, if they will
stay here, after they have finished the ordinary course. I had once a
pupil, an American, who wished to work for a ' research degree ' by
offering a disserta- tion on a subject in Roman History. He asked to
be allowed to attend two courses of my lectures, one a general
sketch of the early Empire, the other a some- what more advanced
treatment of Roman inscriptions. After a while, he asked if- he might
drop the latter course ; he had, he said, already heard a good deal
of it in his own American University. When I replied that in that
case he had better drop the elementary course also, he told me that this
was mostly new to him. It appeared, on inquiry, that his teachers had
given him no training in general Roman History ; they had taken him
through a series of important inscriptions, had explained to him the
persons and things which happened to be mentioned therein, and had said
nothing of other persons and things which chanced not to be
mentioned. This is, of course, not a fair specimen of University
education in America. It is, unfortunately, a rather good example of the
mistakes often made by those who are too eager to encourage advanced
study. I am told that I ought to conclude such a lecture as
this by practical hints on the way in which men should 1 read their books
'. The one hint I care to give is to attend to the matter and not only to
the manner. There are many devices which will help in this. It is,
for instance, an aid to some students to read their ancient texts
twice, in two different languages, first in the originals and then in
some translation, in English or French or German, using these translations
not as ' cribs ' but as continuous and (in a sense) independent
narratives. But different men work by different methods, and it is not
always easy to give sound general advice. An individual teacher may aid
indi- vidual men by advice suited to them personally, and his
personality may inspire whole classes. But general advice, a panacea for
every learner, is a rather dan- gerous thing. It is not, indeed, always
much use to give it. I remember a friend of mine who once attended
such a lecture as this. When I asked him what prac- tical good he had got
out of it, he told me that the lecturer advised his hearers to buy
pencils with blue chalk at one end and red chalk at the other and to
mark their Herodotus in polychrome. He bought the pencil : the day
after his examinations were over, he found the pencil still uncut. Remo
Cantoni. Keywords: Romolo e Remo; ovvero, il mito e la storia, Carlo Cantoni,
filosofo, Remo Cantoni filosofo, mito e storia, implicatura mitica, la morte di
Remo, prejudices and predilections, umano, preludio a un’antropologia, umano,
umanismo, literae Humaniores – literæ
Humaniores – Lit. Hum. il primitivo. Il
mito di Remo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cantoni” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Capella: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza. Africano di Cartagine, di religione
pagana, scrive il "De nuptiis Philologiae et Mercurii" in nove
libri. Il titolo dell’opera (che è una mescolanza di prosa e di versi e
perciò è simile a una satira menippea), si applica propriamente ai due primi
libri introduttivi, in cui si parla delle nozze del Dio dell'attività
intellettuale (Mercurio = Hermes) con la personificazione della erudizione
enciclopedica. Principale fonte di questi libri si ritengono gli scritti
teologici di Varrone, mediati probabilmente da | Cornelio Labeone. Il
contenuto vero dell’opera, che è un'enciclopedia, è costituito dai libri III-IX,
in cui, sono trattate le sette arti liberali considerate dall'autore
(grammatica, dialettica, retorica, geometria, aritmetica, astronomia e musica),
presentate come donne che accompagnano la Filologia. Marziano ricorda
altre due discipline incluse da Varrone nella sua enciclopedia (medicina è
architettura), ma non vuole considerarle.Può darsi non sia stato il primo a
procedere così, ma è probabile che da lui il Medio Evo abbia preso la
distinzione delle arti del trivium e del quadrivium. Marziano deve avere preso
a modello l'enciclopedia varroniana, che gli è anche servita sino a un certo
punto come fonte; ma è probabile che abbia attinto principalmente a lavori spe-
ciali più tardi. Sebbene sia una compilazione priva di valore intrinseco e
piena di cose male intese e anche di contraddizioni, l’opera di Marziano fu
studiata appas- sionatamente nel Medio Evo che l’usò anche come testo
scolastico, la commentò e la tradusse. Per la storia della filosofia hanno
importanza, più della trattazione della dialettica (1. IV), ciò che dice il
libro VII (De arithmetica) sulla sacra monade, identificata a Giove e quali-
ficata altrove pater ultra mundaniis. Essa è il padre di ogni essere, è il
seme degli altri numeri e da essa sono.procreate tutte le altre cose. La monade
è prima che siano le cose esistenti e permane quando esse si
distruggono, perciò deve essere eterna. È così presentato un monismo
che dalla forza causatrice di quella realtà ideale e in- telligibile, fa
provenire sia i puri numeri che gli esseri numerabili che si collegano a
quelli. In tal modo dal- l’unità prima sono generate la diade, che è riferita
alla materia procreante, e la triade che conviene alle forme ideali e all'anima
(in quanto, secondo Platone, include tre parti); e dalla diade provengono gli
elementi che in- sieme costituiscono il mondo, che come tale ha per nu- mero il
cinque. Questa derivazione dall'unità è molto confusa, ma si collega
evidentemente alle teorie del- Neo-Pitagorismo. Secondo Macrobio univa in
sè il sapere di Carneade (neo-accademico), di Diogene (stoico) e di Critolao
(peripatetico) ; aveva conosciuto tutte le scuole, ma seguiva la più credibile
: ciò fa pensare che aderisse al probabilismo di Carneade. Marziano
Capella Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Retorica, illustrazione del
De Nuptiis Philologiae et Mercurii, Biblioteca Apostolica Vaticana ms. Urb.
lat. 329 f 64v (seconda metà del XV secolo) Marziano Minneio Felice Capella (in
latino: Martianus Mineus Felix Capella; Madaura) è stato un grammatico romano,
noto per il suo trattato didattico De nuptiis Philologiae et Mercurii che ebbe
grande fortuna nel Medioevo. Indice 1Biografia 2De nuptiis
Philologiae et Mercurii 3Riconoscimenti 4Edizioni e traduzioni 5Note
6Bibliografia 7Voci correlate 8Altri progetti 9Collegamenti esterni Biografia
Le informazioni disponibili sulla vita di Marziano, che si faceva chiamare
Felice o Felice Capella, sono molto scarse e in parte dubbie, ricavate da
allusioni autobiografiche presenti nelle sue opere. Mancano informazioni
cronologiche e nella ricerca sono state espresse opinioni molto diverse sulle
date della sua vita; le congetture hanno oscillato tra la fine del III e
l'inizio del VI secolo, e oggi si ipotizza di solito il V o l'inizio del VI
secolo. Marziano nacque probabilmente a Madaura (secondo quanto riferisce
Cassiodoro). In ogni caso, sembra che abbia trascorso la maggior parte della
sua vita a Cartagine. Anche le ipotesi sulla sua professione e sulle sue
origini sociali sono speculative. Si è ipotizzato che provenisse da un ambiente
contadino e fosse autodidatta. Secondo un'altra opinione, più diffusa nella
ricerca, egli apparteneva alla classe superiore. Da una formulazione poco
chiara, si è dedotto che fosse un proconsole in Africa. Non è inoltre
chiaro se Marziano fosse cristiano. È da notare che la sua opera non contiene
alcuna allusione al cristianesimo. Questo silenzio e alcuni altri indizi, tra
cui la descrizione dei luoghi abbandonati degli oracoli del dio Apollo,
suggeriscono che egli fosse un seguace dell'antica religione, i cui contenuti
principali volle riassumere nella sua opera. I ricercatori hanno persino
sospettato una velata spinta anticristiana.[1]. De nuptiis Philologiae et
Mercurii Ci è noto per il trattato didattico indirizzato a suo figlio, Le nozze
di Filologia con Mercurio, noto anche come "De septem disciplinis" o
"Satyricon", scritto in forma di prosimetro, ossia un misto di prosa
e versi di vari metri. L'opera è peculiare per il suo impianto allegorico, con
l'ascesa al cielo di Filologia accompagnata dalle arti liberali per sposare
Mercurio, ovvero l'Eloquenza. I nove libri dell'opera sono così
intitolati: Liber I: De nuptiis Philologiae et Mercurii Liber II: De nuptiis
Philologiae et Mercurii Liber III: De arte grammatica Liber IV: De arte
dialectica Liber V: De rhetorica Liber VI: De geometria Liber VII: De
arithmetica Liber VIII: De astronomia Liber IX: De harmonia Le arti liberali
sono ridotte dall'Autore da nove a sette, poiché, dopo le dotte esposizioni
delle arti del Trivio - Grammatica, Dialettica, Retorica - e del Quadrivio -
Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica - alle ultime due, Medicina e
Architettura, non viene permesso di parlare alla festa nuziale, che si è
prolungata troppo. L'autore utilizza varie fonti nella compilazione della
sua opera, fra cui Varrone Reatino e Apuleio. Il suo non è certo un latino
molto raffinato: la prosodia talvolta lascia a desiderare e molte metafore
appesantiscono la narrazione. In età medievale e rinascimentale vennero
effettuate aggiunte e rettifiche di ogni tipo al testo originario. Essa
risulta, in effetti, una specie di enciclopedia dell'erudizione classica
diffusissima nel Medioevo cristiano. Un noto commento fu pubblicato dal
grammatico neoplatonico Remigio d'Auxerre che lesse Boezio alla luce del consimile
filosofo Scoto Eriugena. Riconoscimenti Il cratere C., sulla Luna, è
stato battezzato in suo onore. Edizioni e traduzioni C. Afri Carthaginiensis, De Nuptiis
Philologiae et Mercurii et de septem artibus liberalibus Libri novem, edidit
Ulricus Fridericus Kopp. Francofurti ad Moeunum: apud F. Varrentrapp, Martianus
Capella, accedunt scholia in Caesaris Germanici Aratea, Franciscus Eyssehardt
(a cura di), Lipsiae in aedibus B. G. Teubneri, 1866. (LA) De Nuptiis
Philologiae et Mercurii, ed. Adolfus Dick, Stuttgart Martianus Capella, ed. J.
Willis, Leipzig . Le nozze di Filologia e Mercurio. Introd., trad., comment. e
appendici di Ilaria Ramelli, Milano, Bompiani Martianus C. and the Seven Liberal Arts, edd. W.H.
Stahl, R. Johnson, E.L. Burge, The Marriage of Philology and Mercury, New
York-London, Columbia, Martianus Capella. Die Hochzeit der Philologia mit
Merkur, ed. Hans Günter Zekl, Würzburg Martianus Capella. Les noces de
Philologie et de Mercure. Livre I, ed. critica e traduzione di Jean-Frédéric
Chevalier, Parigi, Les Belles Lettres, .
Martianus C,. Les noces de Philologie et de Mercure. : la dialectique, ed. critica e traduzione di
M. Ferré, Parigi, Les Belles Lettres, .
Martianus Capella. Les noces de Philologie et de Mercure. Livre VI : la
géométrie, ed. critica e traduzione di M. Ferré, Parigi, Les Belles Lettres,
Martianus Capella. Les noces de Philologie et de Mercure : l'arithmétique, ed.
critica e traduzione di J.-Y. Guillaumin, Parigi, Les Belles Lettres. C,. Les
Noces de Philologie et de Mercure. Livre IX : L'harmonie, ed. critica e
traduzione di Jean-Baptiste Guillaumin, Parigi, Les Belles Lettres, C. De
nuptiis Philologiae et Mercurii liber IX, introd. trad. e comm. di L.
Cristante, Padova, Antenore Le nozze di Filologia e Mercurio, a cura di Ilaria
Ramelli, Milano, Bompiani, Scoto Eriugena, Remigio di Auxerre, Bernardo
Silvestre e Anonimi, Tutti i commenti a Marziano Capella. Testo latino a
fronte, a cura di Ilaria Ramelli, Milano, Bompiani, . Note ^ William H. Stahl,
To a Better Understanding of Martianus Capella, in "Speculum", Bovey,
Disciplinae cyclicae: L'organisation du savoir dans l'œuvre de Martianus
Capella, Trieste, Edizioni Università di Trieste, . Brigitte Englisch, Die
Artes liberales im frühen Mittelalter. Das Quadrivium und der Komputus als
Indikatoren für Kontinuität und Erneuerung der exakten Wissenschaften zwischen
Antike und Mittelalter, Stuttgart Glauch, Die Martianus-Capella-Bearbeitung
Notkers des Deutschen, Tübingen (Münchener
Texte und Untersuchungen) (Max-Weber-Preis der BADW 1Sabine Grebe, Martianus
Capella, De Nuptiis Philologiae et Mercurii. Darstellung der Sieben Freien
Künste und ihrer Beziehungen zueinander, Stuttgart-Leipzig Fanny Lemoine,
Martianus Capella: a literary re-evaluation, München . Claudio Leonardi, I Codici
di Marziano Capella, Milano . R. Schievenin, Nugis ignosce lectitans. Studi su
Marziano C,, Trieste . D. Shanzer, A Philological and Philosophical Commentary
on Martianus Capella's De Nuptiis Philologiae et Mercurii Book I, Berkeley-Los
Angeles, University of California Publications, . William Harris Stahl, Richard
Johnson and E. L. Burge, Martianus Capella and the Seven Liberal Arts, The
Quadrivium of Martianus Capella: Latin Traditions in the Mathematical Sciences
(Columbia University Press: Records of Civilization: Sources and Studies), New
York . Mariken Teeuwen, Harmony and the Music of the Spheres. The Ars Musica in
Ninth-Century Commentaries on Martianus Capella, Leiden Voci correlate Agogica
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Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1930. Modifica su
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Letteratura Categorie: Grammatici romaniRomani del IV secoloRomani del V
secoloNati nel IV secoloMorti nel V secoloScrittori africani di lingua
latina[altre]. Marziano Minneo Felice Capella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Capella” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Capitini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Perugia –
filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Perugia). Filosofo
perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love
Capitini: his idea (or ‘paradigma,’ as he prefers, echoing Plato and Kuhn) of
‘compresenza conversazionale’ is genial and Griceian! Capitini abbreviates all
my pragmatics in the ‘tu’ – or ‘noi,’ – “I am born when I say ‘thou’’ –
translated alla Buber – what more conversationally implicaturish can THEE be? (I’m
using West-Country puritan patois!”). Fu uno tra i primi in Italia a cogliere e
a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere chiamato il
Gandhi italiano. Nato in una famiglia modesta, Capitini si dedica
dapprima agli studi tecnici, per necessità economiche e, in seguito, a quelli
letterari, come autodidatta. La madre lavora come sarta e il padre era
impiegato comunale, custode del campanile municipale di Perugia. Ritenuto
inabile al servizio militare per ragioni di salute, non partecipa alla Prima
guerra mondiale. Dopo gli studi della scuola tecnica e dell'istituto per
ragionieri, dai diciannove ai ventuno anni si dedica alla lettura dei classici
latini e greci, studiando da autodidatta anche dodici ore al giorno, dando così
inizio al suo ininterrotto lavoro di approfondimento interiore e filosofico.
In questi anni legge autori e libri molto diversi tra loro, su cui forma la
propria cultura letteraria e filosofica: Annunzio, Marinetti, Boine,
Slataper, Jahier, Ibsen, Leopardi, Manzoni, la Bibbia, Gobetti, Michelstaedter,
Kant, Kierkegaard (profondamente influenzato dal Vangelo), Assisi, Mazzini,
Tolstoj e Gandhi. In questo periodo aderisce quindi al pensiero nonviolento del
politico indiano. Vince una borsa di studio presso la Scuola Normale
Superiore di Pisa, nel curriculum universitario di Lettere e Filosofia. C.
critica aspramente il Concordato con la Chiesa cattolica, da lui giudicato una
"merce di scambio" per ottenere da Pio XI e dalle gerarchie
ecclesiali un atteggiamento "morbido" nei confronti del fascismo. In
uno dei suoi libri arriva ad affermare che «...se c'è una cosa che noi dobbiamo
al periodo fascista è di aver chiarito per sempre che la religione è una cosa
diversa dall'istituzione. Nominato segretario della Normale di Pisa. Durante il
periodo trascorso a Pisa, C. matura la scelta del vegetarianismo come
conseguenza della scelta di non uccidere, e ogni suo pasto alla mensa della
Normale diventa un comizio efficace e silenzioso, un'affermazione della
nonviolenza in opposizione alla violenza del regime fascista. Insieme a Baglietto,
suo compagno di studi, promuove tra gli studenti della Scuola Normale riunioni
serali dove diffonde e discute scritti sulla nonviolenza e la nonmenzogna.
Allorché Baglietto, recatosi all'estero con una borsa di studio, rifiuta di
tornare in Italia in quanto obiettore di coscienza al servizio militare,
scoppia lo scandalo e il direttore della Scuola Normale Gentile, per reazione,
chiede a C. l'iscrizione al partito fascista. C. rifiuta e Gentile ne decide il
licenziamento. Sergio Romano scriverà: «Gentile e C. si separarono poco
tempo dopo nella sala delle adunanze del palazzo dei Cavalieri. Il filosofo
disse di sperare che "le future esperienze gli facessero vedere la vita e
la realtà delle cose sotto un aspetto diverso"; e C. rispose che non
poteva fare altro che contraccambiare l'augurio. Fu certamente una
rottura. Ma non appena il giovane pacifista uscì dalla sala, il filosofo si
voltò verso Arnaldi, che aveva assistito a questo scambio di battute, e disse
"Abbiamo fatto bene a mandarlo via perché, oltre tutto, è un galantuomo. Croce;
in riferimento a lui C. scriverà: «dal Croce può venire il servizio ai
valori. Croce è greco-europeo, perché la
civiltà europea porta al suo sommo l'affermazione dei valori». A questo punto C.
torna a Perugia nella casa paterna, vivendo di lezioni private. Compie
frequenti viaggi a Roma, Firenze, Bologna, Torino e Milano per incontrare
numerosi amici antifascisti e intessere in questo modo una fitta rete di
contatti. A Firenze, a casa di Russo, ha modo di conoscere Croce, a cui
consegna un pacco di dattiloscritti che Croce apprezza e fa pubblicare nel
gennaio dell'anno seguente presso l'editore Laterza di Bari con il titolo
Elementi di un'esperienza religiosa. In poco tempo gli Elementi diventano uno
tra i principali riferimenti letterari della gioventù antifascista. In
seguito alla larga diffusione del suo libro, C. promuove assieme a Calogero un
movimento culturale che negli anni successivi cercherà di trasformare in un
progetto politico atto a realizzare le idee di libertà individuale e di
uguaglianza sociale contenute negli "Elementi". Nasce così il
Movimento Liberalsocialista, in un anno segnato dall'assassinio dei Fratelli
Rosselli, dalla morte di Gramsci e da
una forte ondata di violenza repressiva contro l'opposizione antifascista. Alle
attività del movimento collaborano, tra gli altri, Ugo La Malfa, Amendola, Bobbio e Ingrao. La polizia
fascista effettua una retata nel corso di una riunione del gruppo dirigente
liberalsocialista, in seguito alla quale C. e gli altri partecipanti alla
riunione vengono rinchiusi nel carcere fiorentino delle Murate. Dopo quattro
mesi C. viene rilasciato, grazie alla sua fama di religioso. Quale tremenda
accusa contro la religione, se il potere ha più paura dei rivoluzionari che dei
religiosi», commenterà più tardi. Nasce il Partito d'Azione, la cui
dirigenza proviene direttamente dalle file del liberalsocialismo. C. rifiuta di
aderire a qualsiasi partito, poiché a suo giudizio il rinnovamento è più che
politico, e la crisi odierna è anche crisi dell'assolutizzazione della politica
e dell'economia. Per il suo rifiuto di collocarsi all'interno delle logiche dei
partiti, C. rimane escluso sia dal Comitato di Liberazione Nazionale, sia dalla
Costituente, pur avendo lui dato un'impronta indelebile alla nascita della
Repubblica con il suo lavoro culturale, politico, filosofico e religioso di
opposizione morale al fascismo. C.viene nuovamente arrestato e rinchiuso,
questa volta, nel carcere di Perugia; viene definitivamente liberato. C.
cerca di realizzare un primo esperimento di democrazia diretta e di
decentralizzazione del potere, fondando a Perugia il primo Centro di
Orientamento Sociale, un ambiente progettuale e uno spazio politico aperto alla
libera partecipazione dei cittadini, uno spazio nonviolento, ragionante, non
menzognero, secondo la definizione data dallo stesso C.. Durante le riunioni
del COS i problemi di gestione delle risorse pubbliche vengono discussi
liberamente assieme agli amministratori locali, invitati a partecipare al
dibattito per rendere conto del loro operato e per recepire le proposte
dell'assemblea, con l'obiettivo di far diventare "tutti amministratori e
tutti controllati". A Partire da Perugia, i COS si moltiplicano in diverse
città d'Italia: Ferrara, Firenze, Bologna, Lucca, Arezzo, Ancona, Assisi,
Gubbio, Foligno, Teramo, Napoli e in moltissimi altri luoghi. Aldo C.
nel 1929 I Centri di Orientamento Sociale si sono diffusi sul territorio
nazionale, scontrandosi tuttavia con l'indifferenza della Sinistra e con
l'aperta ostilità della Democrazia Cristiana, che impediscono l'affermazione su
scala nazionale dell'autogoverno e della decentralizzazione del potere
sperimentati con successo nelle riunioni dei COS. Nel secondo dopoguerra C.
diventa rettore dell'Università per stranieri di Perugia (come Commissario), un
incarico che sarà costretto ad abbandonare a causa delle fortissime pressioni
della locale Chiesa cattolica. Si trasferisce a Pisa, dove ricopre il ruolo di
docente incaricato di Filosofia morale presso l'università degli Studi.
Parallelamente all'attività didattica, politica e pedagogica, C. prosegue la
sua attività di ricerca spirituale e religiosa, promuovendo il Movimento di
religione insieme a Tartaglia, singolare figura di sacerdote scomunicato ed
audace teologo, che però se ne allontanerà. Il Movimento di religione organizza
una serie di convegni con cadenza trimestrale, che culminano con il "Primo
congresso per la riforma religiosa" (Roma). Pinna, dopo aver
ascoltato C. in un convegno promosso a Ferrara dal Movimento di religione,
matura la sua scelta di obiezione di coscienza: è il primo obiettore del
dopoguerra. Pinna è processato dal tribunale militare di Torino e a nulla serve
la testimonianza a suo favore di C.. Pinna subisce una serie di processi,
condanne e carcerazioni, fino al definitivo congedo per una presunta
"nevrosi cardiaca". Si dimetterà dal suo impiego in banca per
raggiungere Danilo Dolci in Sicilia e dopo un anno si trasferirà a Perugia per
diventare il più stretto collaboratore di C.. Dopo l'arresto di Pinna, C.
promuove una serie di attività per il riconoscimento dell'obiezione di
coscienza, convocando a Roma il primo
convegno italiano sul tema. Il Centro di Orientamento Religioso
(COR) In occasione del quarto anniversario dell'uccisione di Gandhi, C. promuove un convegno internazionale e fonda il
primo Centro per la nonviolenza. C. affianca ai Centri di Orientamento Sociale
il Centro di Orientamento Religioso (COR), fondato a Perugia con Emma Thomas
(una quacchera inglese di ottant'anni). Il COR è uno spazio aperto, in cui
trova espressione la religiosità e la fede di tutte le persone, i movimenti e i
gruppi che non trovavano posto nel Cattolicesimo preconciliare. Lo scopo dei
COR era quello di favorire la conoscenza delle religioni diverse dalla
cattolica, e di stimolare i cattolici stessi ad un approccio più critico e impegnato
alle questioni religiose. La Chiesa locale vieta la frequentazione del
Centro di Orientamento Religioso, e quando C. pubblica Religione Aperta il
libro viene immediatamente inserito nell'Indice dei libri proibiti. Nonostante
l'ostracismo delle alte gerarchie ecclesiali, C. stabilisce ugualmente degli
efficaci rapporti di collaborazione con alcuni cattolici come Milani e Mazzolari.
C. organizza a Perugia un convegno su La nonviolenza riguardo al mondo animale
e vegetale e, insieme a Edmondo Marcucciautore di Che cos'è il vegetarismo e,
al pari di C., mai iscritto al partito fascistafonda la prima organizzazione
nazionale di coordinamento delle tematiche del vegetarianismo, la "Società
vegetariana italiana". La polemica tra C. e la Chiesa Cattolica
continua anche dopo il Concilio Vaticano II, con la pubblicazione del libro
Severità religiosa per il Concilio. C. insegna all'Cagliari come docente
ordinario di Pedagogia e ottiene un definitivo trasferimento a Perugia. Tra i
fondatori dell'ADESSPI, l'Associazione di Difesa e Sviluppo della Scuola
Pubblica in Italia. C. arriva a chiedere al proprio vescovo di non essere più
annoverato nella Chiesa, lui profondamente religioso, della quale non
condivideva più i metodi e le idee. La prima Bandiera della
pace Bandiera della pace portata da C. nella prima marcia Perugia-Assisi,
attualmente custodita presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni del comune
di Perugia. C. organizza la Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli, un
corteo nonviolento che si snoda per le strade che da Perugia portano verso
Assisi, una marcia tuttora proposta in media ogni due/tre anni dalle
associazioni e dai movimenti per la pace. In questa occasione viene per la
prima volta utilizzata la Bandiera della pace, simbolo dell'opposizione
nonviolenta a tutte le guerre. C. descrive l'esperienza della marcia nel libro
Opposizione e liberazione: «Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza,
non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in
lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle
solidarietà che suscita e nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle
denunce aperte, è un grande risultato della Marcia». Aderiscono molte
personalità, tra cui lo scrittore Calvino. L'impegno di C. per la pace
infranazionale e internazionale (con particolare attenzione al pericolo
atomico) lo coinvolse sempre più in una collaborazione con Bobbio, il quale
raccoglierà tali riflessioni nell'opera Il problema della guerra e le vie della
pace. Negli ultimi anni della sua vita C. fonda e dirige un periodico
intitolato Il potere di tutti, sviluppando i principi di quella che lui definì
"omnicrazia", la gestione diffusa e delocalizzata del potere da lui
contrapposta al centralismo dei partiti. In questi anni C. promuove anche il Movimento nonviolento per la
Pace e il mensile "Azione nonviolenta", l'organo di stampa del
movimento, che attualmente viene pubblicato a Verona. Dedito
completamente al suo lavoro di divulgatore della nonviolenza, C. non si sposò
mai, per scelta, in modo da poter dedicare tutte le proprie energie alla sua
attività. C. muore circondato da amici e allievi, dopo aver subìto un
intervento chirurgico che consuma le sue ultime energie. Il leader socialista
Nenni scrive una nota sul suo diario: «È morto C..” Una eccezionale figura di
studioso. Fautore della nonviolenza, disponibile per ogni causa di libertà e di
giustizia. Mi dice Longo che a Perugia e isolato e considerato stravagante. C'è
sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e C. e andato contro corrente all'epoca del fascismo
e nuovamente nell'epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma
bello». È sepolto a Perugia nella tomba di amici del C.O.R., insieme a Thomas.
Il pensiero Religione e laicità Il Mahatma Gandhi C. aveva l'abitudine di
definirsi un religioso laico. Egli accomunava la religione alla morale in
quanto essa critica la realtà e la spinge al cambiamentoin positivo. Quella di C.
era un'opposizione religiosa al fascismo. Il sentimento religioso, inoltre,
nasce nei momenti di difficoltà e sofferenza, in particolare nel rapporto
individuale con la morte. L'idea di laicità nasceva dal distacco di C. dalla
Chiesa cattolica, complice del regime: egli sosteneva che col Concordato la
Chiesa avesse legittimato il potere di Mussolini, dimenticando le violenze
squadriste e, in tal modo, lo sostenesse garantendo la sua moralità di fronte
alla maggior parte della popolazione che riponeva fiducia nell'istituzione
religiosa. C. è molto distante dalla religione istituzionalizzata. Dio, come
Ente, non esiste per C.: per evitare ogni equivoco e marcare la distanza della
sua concezione religiosa da quella corrente, C. preferirà parlare di
compresenza piuttosto che di Dio; per la stessa ragione, per indicare la vita
religiosa così intesa non parla di fede, ma riprende da Michelstaedter il
termine persuasione. C. si dichiara post-cristianoevidente anche dal suo
"sbattezzo"e non cattolico, ma ama e si ispira alle figure religiose.
Ogni figura con una profonda credenza, anche laica, è per lui un
"religioso". Egli nega con decisione la divinità di Gesù Cristo:
convinzione senza la quale non si può essere cristiani. Contesta, come Tolstoj,
tutti gli aspetti leggendari e non dimostrabili dei Vangeli, compresa la
Risurrezione. Ciò che apprezza sono le Beatitudini, il modello spirituale di un
agire verso gli ultimi. Gesù ha insegnato dove può giungere una coscienza
religiosa, è stato più di un uomo: "fu anche lui, come tutti, un essere
con certi limiti; ma d'altra parte fu in lui, come in ogni altro essere, la
qualità della coscienza che va oltre i limiti, che è in lui come in un
mendicante" scrive negli Elementi. L'imitazione di Cristo secondo C. non è
altro che realizzazione della propria realtà umana. Si potrebbe ugualmente
parlare di una imitazione del Buddha, d’Assisi, di Gandhi, di Tolstoj e molti
altri. Persuasione, apertura, compresenza, omnicrazia Col termine
"persuasione", ripreso da Michelstaedter e da Gandhi, C. indica la
fede, sia in senso laico sia religioso, la profonda credenza in determinati
valori ed assunti, e tramite essa, la capacità di persuadere gli altri della
bontà del proprio ideale. L'apertura è l'opposto della chiusura
conservatrice ed autoritaria del fascismo, e l'elevazione dell'anima verso
l'alto e verso Dio. Un concetto chiave nella filosofia C.ana era la
compresenza di tutti gli esseri, dei morti e dei viventi, legati tra loro ad un
livello trascendente, uniti e compartecipi nella creazione di valori.
Nella vita sociale e politica la compresenza si traduce in omnicrazia, o
governo di tutti, un processo in cui la popolazione tutta prende parte attiva
alle decisioni e alla gestione della cosa pubblica. La nonviolenza e il
liberalsocialismo Non può mancare il concetto di nonviolenza, un ideale nobile,
sinonimo di amore, coerenza di mezzi e fini, la forza in grado di sconfiggere
il fascismo, che non è solo un regime, ma anche un modo di essere violento e
autoritario. Il liberalsocialismo di C. e di Calogero si sviluppa in modo
autonomo dal socialismo liberale di Carlo Rosselli. Si forma infatti in un
periodo posteriore, quando il regime fascista è vicino al collasso,
nell'ambiente dei giovani crociani che hanno studiato ed insegnato alla Normale
di Pisa, mentre il pensiero di Rosselli, che lo precede temporalmente, essendosi
forgiato nel fuoco della lotta antifascista, in Italia e in Europa, già a
partire dagli anni Venti, si iscrive in modo diretto nella tradizione
socialista. C. per liberalismo intende il libero sviluppo personale, la libera
ricerca spirituale e la produzione di valori. Il socialismo è invece nei suoi
intendimenti la realizzazione nel lavoro, l'assistenza fraterna dell'umanità
lavoratrice soggetto corale della storia. Anche se «...il socialismo liberale
di Rosselli è una delle eresie del socialismo, mentre il liberalsocialismo è
un'eresia del liberalismo» (Piane), si può affermare tuttavia che entrambi
condividessero la critica ai totalitarismi,sia di destra che di sinistra, una
visione laica della politica e l'obiettivo di una profonda riforma morale e
sociale dell'Italia distrutta dalla guerra. L'educazione e la civiltà
L'educazione "profetica" è quella di colui che, con uno sguardo al
futuro, è capace di criticare la realtà sulla base di valori morali, anche a
costo di sembrare fuori dal suo tempo. Con l'espressione "civiltà
pompeiana-americana" intende biasimare la mentalità materialista che vede
nel lusso e nel possesso la realizzazione delle persone. Il "tempo
aperto" è il tempo libero che ognuno potrebbe destinare alla discussione,
alla socializzazione, al raccoglimento, all'elevazione spirituale. A C. sono
intitolate strade in molte città di Italia: Perugia, Firenze, Roma, Pisa,
Milano, ecc Riconoscimenti A C. sono oggi intitolati un Istituto di
istruzione tecnica economica e tecnologica, un centro congressi a Perugia,
un'Aula magna all'interno dell'Cagliari, presso la Facoltà di Studi umanistici. Altre
opere: “Esperienza religiosa” Laterza, Bari); “Vita religiosa, Cappelli,
Bologna); “Atti della presenza aperta, Sansoni, Firenze); “Saggio sul soggetto
della storia, La Nuova Italia, Firenze); “Esistenza e presenza del soggetto in
Atti del Congresso internazionale di Filosofia (II ), Castellani, Milano); “La
realtà di tutti, Arti Grafiche Tornar, Pisa); “Italia nonviolenta, Libreria
Internazionale di Avanguardia, Bologna); “Nuova socialità e riforma religiosa,
Einaudi, Torino); “L'atto di educare, La Nuova Italia, Firenze); “Religione
aperta, Guanda, Modena); “Colloquio corale, Pacini Mariotti, Pisa); “Discuto la
religione di Pio XII, Parenti, Firenze); “Aggiunta religiosa all'opposizione,
Parenti, Firenze); "Danilo Dolci", Piero Lacaita Editore, Manduria);
“Battezzati non credenti, Parenti, Firenze); “Antifascismo tra i giovani,
Celebes editore, Trapani); “La compresenza dei morti e dei viventi, Saggiatore,
Premio Viareggio Speciale); “Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli, Milano
(rist. Linea D'Ombra, Milano 1989; rist. Edizioni dell'asino, Roma);
“Educazione aperta” La Nuova Italia, Firenze); “Il potere di tutti,
introduzione di N. Bobbio, prefazione diPinna, La Nuova Italia, Firenze); “Scritti
sulla nonviolenza, L. Schippa, Protagon, Perugia); “Scritti filosofici e
religiosi, M. Martini, Protagon, Perugia); “Il potere di tutti, Guerra
Edizioni, Perugia); “Opposizione e liberazione: una vita nella nonviolenza,
Piergiorgio Giacché, Napoli, L'ancora del Mediterraneo. Le ragioni della
nonviolenza. Antologia degli scritti, Martini, ETS, Pisa scheda; Lettere; "Epistolario di Aldo C., 1"con
Walter Binni, L. Binni e L. Giuliani, Carocci, Roma (intr.di Martini). Lettere,
"Epistolario di C., 2"con Dolci, Barone e Mazzi, Carocci, Roma); La
religione dell'educazione: scritti pedagogici, Piergiorgio Giacché, La
meridiana, Molfetta); Lettere; "Epistolario di C., 3"con Calogero,
Casadei e Moscati, Carocci, Roma. L'atto
di educare, M. Pomi, Armando editore, Roma.
Lettere, "Epistolario di Aldo C., 4"con Edmondo Marcucci, A.
Martellini, Carocci, Roma. Religione
Aperta, M.Martini, Laterza, Roma-Bari.
Lettere; "Epistolario di C., 5"con Bobbio Polito, Carocci,
Roma. Lettere familiari,
"Epistolario di C., 6"M. Soccio, Carocci, Roma. Un'alta passione, un'alta visione. Scritti
politici; L. Binni e M. Rossi, Il Ponte Editore, Firenze. Attraverso due terzi del secolo, Omnicrazia:
il potere di tuttiL. Binni e Rossi, Il Ponte Editore, Firenze. La mia nascita è quando dico un tu, quaderno
per la ricercaLanfranco Binni e Rossi, Il Ponte Editore, Firenze. Antifascismo tra i giovani, collana «Opere di
Aldo C.», Il Ponte Editore, coedizione con Fondo Walter Binni e Fondazione
Centro studi C., Firenze. Nuova
socialità e riforma religiosa, collana «Opere di C.», Il Ponte Editore,
coedizione con Fondo Walter Binni e Fondazione Centro studi C., Firenze. La compresenza dei morti e dei viventi,
collana «Opere di Aldo C.», Il Ponte Editore, coedizione con Fondo Walter Binni
e Fondazione Centro studi Aldo C., Firenze.
Educazione aperta collana «Opere di C.», Il Ponte ditore, coedizione con
Fondo Binni e Fondazione Centro studi C., Firenze. Note Incontro con il "Gandhi" italiano,
La Stampa; Il Gandhi Italiano, Panorama, Tale soprannome è condiviso con altri,
come Dolci e Corbelli C. ricorderà:
«Gentile era impaziente che io sistemassi le cose e me ne andassi, perché ero
divenuto di colpo vegetariano (per la convinzione che esitando davanti
all'uccisione degli animali, gli italianiche Mussolini stava portando alla
guerraesitassero ancor di più davanti all'uccisione di esseri umani): e a
Gentile infastidiva che io, mangiando a tavola con gli studenti, come
continuavo a fare, fossi di scandalo con la mia novità». (citato in
Guadagnucci, Restiamo animali, Milano, Terre di mezzo); Romano, C. e il
pacifismo alla Scuola Normale, Corriere della Sera; C., La compresenza dei
morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano; Da Le lettere di religione in. C. Marcucci,
Che cos'è il vegetarismo?, Società vegetariana italiana; Angioni, Tutti dicono
Sardegna, Cagliari, Edes. Dal sito del COS fondato da C. Testimonianza di
Luciano C., figlio del cugino di primo grado Piero, il parente più stretto di C.;
Vigilante, Religione e nonviolenza in C.; Martini, C. e le possibilità
religiose della laicità, Nuova antologia, Firenze (FI): Le Monnier,. Aveva
reso visita a Martinetti, ritiratosi nella sua villa di Spineto a
Castellamonte, con le cui concezioni religiose aveva una grande sintonia. Per un approfondimento, vedi i seguenti
testi: G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo, Marzorati, Milano; Bovero,
Mura, Sbarberi, I dilemmi del liberalsocialismo, La Nuova Italia Scientifica,
Roma; C., Liberalsocialismo, e/o, Roma, che raccoglie una serie di scritti; Premio
letterario Viareggio-Rèpaci, su premio letterario viareggiore paci; Craveri, C.
Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Bobbio, La filosofia di C., Religione e politica in C., in Id.,
Maestri e compagni, Firenze, Passigli Editori, Areddu, La via italiana al
gandhismo in “Il Manifesto”, Antonio Areddu, Non violenza e utopia. C. ed
Bloch, in “Behemoth”, trimestrale di cultura politica; Zanga, C.. La sua vita, il suo pensiero,
Torino, Bresci; Capanna, Speranze, Rizzoli, Mario Martini, L'etica della nonviolenza e
l'aggiunta religiosa, in "Il Ponte", Martini, C. ispiratore di
Bucchi. La sintesi di pensiero del Colloquio corale, in "Esercizi Musica e
spettacolo", Antonio Vigilante, La realtà liberata. Escatologia e
nonviolenza in C., Foggia, Edizioni del Rosone; Martini, I limiti della
democrazia e l'aggiunta religiosa all'opposizione, in G. B. Furiozzi, C. tra
socialismo e liberalismo, Milano, Franco Angeli, 2001. Pietro Polito, L'eresia
di Aldo C., prefazione di N. Bobbio, Aosta, Stylos, Moscati, La presenza alla
persona nell'etica di Aldo C.: considerazioni in alcuni scritti minori, in
"Kykeion", n. 7, Firenze; Tuscano, Pasquale, Poetica e poesia di C.,
Critica letteraria. Napoli: Loffredo; Martini, Mazzini, C., Gandhi: una
religione umanitaria per la democrazia, in "Il Pensiero Mazziniano", Rocco
Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Biografia intellettuale di C., 1ª ed. BFS;
Pisa, BFS; Martini, Laicità religione nonviolenza, in M. Soccio, Convertirsi
alla nonviolenza?, Verona, Il Segno dei Gabrielli; Martini, Religiosità, ateismo e laicità: la
religione aperta, in D. Tessore, L'evoluzione della religiosità nell'Italia
multiculturale, Roma, Settimo Sigillo, 2003. Federica Curzi, Vivere la
nonviolenza. La filosofia di Aldo C., Assisi, Cittadella; Sanctis, Il
socialismo morale di C. Firenze, CET; Pedretti, Spirito profetico ed educazione
in C.. Prospettive filosofiche, religiose e pedagogiche del post-umanesimo e
della compresenza, Milano, Vita e Pensiero; Pomi, Al servizio dell'impossibile.
Un profilo pedagogico di Aldo C., Firenze, La Nuova Italia, Tortoreto, La
filosofia di Aldo C.. Dalla compresenza alla società aperta, Firenze, Clinamen;
Cavicchi, C.. Un itinerario di vita e di pensiero, Bari, Piero Lacaita; Martini, La nonviolenza e il pensiero di C.,
in, La filosofia della nonviolenza, Assisi, Cittadella; Zazzerini, di Scritti su C., Perugia, Volumnia. Caterina
Foppa Pedretti, primaria e secondaria di
C., Milano, Vita e Pensiero, Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della
nonviolenza di Aldo C., Torino, EGA, Vigorelli, La nostra inquietudine.
Martinetti, Banfi, Rebora, Cantoni, Paci, De Martino, Rensi, Untersteiner, Dal
Pra, Segre, C., Milano, Bruno Mondadori; Martini, Lo stato attuale degli studi C.ani,
in "Rivista di storia della filosofia", Paolini Merlo, La teoria
della compresenza di Aldo C.. Fisionomia logica di una categoria religiosa, in
"Itinerari"; 'Erba, C., in Id., in "Intellettuali laici",
Padova, Martini, C. oltre il quarantennio della sua scomparsa. Una rassegna, in
"Quaderni dell'Associazione Diomede", n. 2,. Mario Martini, C.,
maestro di rigore intellettuale e politico, in "Il Ponte"; Martini, C.
e le possibilità religiose della laicità, in "Nuova Antologia",
Furiozzi, C. e Matteotti, Nuova antologia. APR. GIU; Rigano, Religione aperta e
pensiero nonviolento: C. tra d'Assisi e
Gandhi, Mondo contemporaneo: rivista di storia(Milano: Franco Angeli). Polito,
Pietro, editor; Impagliazzo, Pina, editor, Bobbio: testimonianze e ricordi su
Aldo C., Nuova antologia: (Firenze (FI): Le Monnier). Martini, C. e le
possibilità religiose della laicità, Nuova antologia: (Firenze (FI): Le Monnier). C. (Lanfranco
Binni e Marcelo Rossi), Numero speciale di “Il Ponte” n.4, luglio-agosto. Danilo Dolci Pietro Pinna Calogero Mahatma
Gandhi Nonviolenza; Abate; C. Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana; C. in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. C., su
sapere, De Agostini. Opere di C.,.
Associazione "Amici di C.", su citinv. Puntata de "La
grande storia", su rai; Tesi di laurea: Calogero, C., BobbioTre idee di democrazia per tre proposte
di pace, su peacelink. Predecessore Rettore dell'Università per Stranieri di
Perugia Successore Lupattelli commissario
Sforza Filosofia Politica Politica Filosofo
Politici italiani Antifascisti italiani Perugia PerugiaAccademici italiani del
XX secolo Attivisti italiani Educatori italiani Nonviolenza Pacifisti Persone
legate alla Resistenza italiana Poeti italiani Politici del Partito
d'AzioneSostenitori del vegetarianismoTeorici dei diritti animali. con C.
Questo disegno di mani intrecciate in una stretta che cancella ogni differenza
di razza. Guttuso l'ha inviato a C. con l'augurio che la marcia della pace sia
un gesto che faccia profondamente riflettere gli uomini e dia loro
quel senso di responsabilità che non hanno. :he la "Normale" a Pisa.
Dopo la laurea e assistente ri... di. Momigliano, quin- co- di
segretario del collegio te, universitario. Ma Giovan- al- ni
Gentile mi ordina di pa- iscrivermi al partito fascista:cia e io rifiutai.
Venne cacciarle to. Torna a Perugia e visse on dando lezioni private. Il
suo ìon studio e uno sgabuzzino me della torre: i fascisti (coin-
me poi faranno anche i ele¬ vo- ricali ) cominciarono a chiamarlo il gufo.
Ma era un gufo che da fastidio, che tene contatti con antifascisti
come Pintor, Banfi, Flora, Alicata, Ingrao, Corona, Bufalini,.
Ragghianti, Dessi, Natta, Spinella, Casagrande, Agnoletti, Ramat, Calogero.
Allora eravamo entrambi radicai-socialisti — dice Calogero —: ma lui
in senso laburista, io rivoluzionario. Venne arrestato e portato a
Firenze. C’era una trama in tutta Italia, ricorda, ma non riuscirono a
scoprirla. Dopo tre mesi di carcere, e rimesso in libertà. Con l’aiuto
di Croce pubblica “Elementi di un'esperienza religiosa,” che, come
scrìve un giornale e allora letto e meditato da non pochi giovani che poi
si ritrovano nella guerra partigiana contro la repubblica di Salò e i tedeschi.
E di nuovo arrestato. Dopo la liberazione, pensa di iscriversi ai
Partito d'azione. poi non ne fece nulla . Ha un programma troppo
limitato, di tipo radical-repubblicano, che non della non-violenza. In
Inghilterra ne fanno una ogni anno, a Pasqua, ricorda, da Aldermaston a
Londra. Il corteo e lungo 5 chilometri: camminano in silenzio assoluto, soltanto
un tamburo batte le lettere “d” e “ n,” disarmo nucleare, in alfabeto morse.
Addirittura, le marce sono state due. Una è partita da Aldermaston, Tal
tra da Wetherfields, dove si trova una base della Nato. I due cortei
si sono fusi a Londra: c'è stata un'imponente manifestazione davanti al
ministero della Difesa. I dimostranti erano migliaia,
rappresentavano europei tutti uniti contro la guerra del nostro
inviato MAGAGNINI rale alTuniversità di Cagliari. Parlate il meno
possibile di me dice —. Non è che
io sia modesto, ma ho paura delle contraddizioni. Sono su con gli
anni, non posso camminare per tanti chilometri. E’ seccante, ma è
così. Organizzo la marcia è non vi partecipo. Quand’ero giovane, invece. Cera
un pretore ad Assisi, un amico mio, un anti-fascista. Ogni giorno,
si può dire, lo andavo a trovare a piedi. Parla svelto: a prendere
appunti, quasi si fatica a stargli dietro. Piccolo, grassoccio,
nasconde gl’occhi vivi sotto uno spesso paio di lenti: tutto in lui
è passione, energia, vitalità. A Perugia abita in un attico, con un
grande terrazzo, che superando la parte nuova della città guarda
verso Perugia, settembre
PARTIRÀ’ da Perugia, il 24 settembre, la prima « marcia della pace
italiana. È una marcia breve, 23 chilometri in tutto, fino ad
Assisi. Ma non per questo avrà minor significato, un minor valore.
Vi parteciperanno migliaia di persone: verranno da tutta l’Umbria, dal Lazio,
dalla Toscana, dalla Liguria, dall’altre regioni d'Italia. Cammineranno quasi
in fila indiana, sul lato sinistro della strada, per non turbare il
traffico, perché da noi solo per le processioni la polizia si
mostra larga di maniche e di vedute. Cammineranno in silenzio. Per
loro, parleranno i cartelli. Tutto per la pace, niente per la guerra. Più scuole
niente bombe. Viva la coesistenza pacifica. Libertà per i popoli coloniali. No
all’imperialismo. Liquidiamo il razzismo. Per la pace e la sicurezza
disarmare la Germania. Scuòle, case, ospedali : non armamenti. Fianco
a fianco, inarceranno comunisti, democristiani, socialisti,
repubblicani, socia 1 democratici, radicali, uomini di ogni partito e di
ogni condizione. Da Genova, persino Un terziarie francescano ha inviato
la sua commossa adesione : verrò anch'io, non si può soltanto
pregare..Padre delTiniziativa è C., filosofo. ALTRI nomi? Rossi, Donini,
Ragghianti, Peretti Griva, Gavazzani, Spini, Jemolo, Segre, Lombarde
Radice, Borghi, Bucchi, Carocci, Benedetti, Arpino, Guaita, Butitta,
Zavattini. Sono uomini politici, giornalisti, musicisti. scrittori, pittori,
giuristi, docenti universitari : sano tanti, non posso ricordarli
tutti... Non credevo che la iniziativa venisse subito cosi compresa :
persino dalla India mi hanno scritto, persino protestanti,
quacqueri, obiettori di coscienza. C. non ha avuto una vita facile.
Perugino della generazione di Gobetti », come ama definirsi, nacque da
una povera famiglia. Suo padre era il custode delia torre del campanile. Ero
tanto povero dice -rry che studiai in ritardo il latino. Frequenta
Anche in Olanda, nella Germania occidentale, negli Stati Uniti, nel
Canada, nella Nuova Zelanda fanno marce della pace. Da noi, in
Italia, niente. Così alcuni mesi or sono, durante un incontro fra amici, l'idea
divenne decisione. Ora, per raggravata situazione internazionale, essa
sta per essere finalmente realizzata. Quando parla delle adesioni, C.
si commuove. Sono tante, tante: ho ricevuto centinaia di lettere. Un
ragazzo mi ha chiesto se può portare un cartello con una frase di
Anna Frank. Benissimo, benissimo, gli ho risposto. E' lo spirito giusto.
Mi scrive gente del popolo operai contadini. Questa invece è di Guttuso (e
mostra una lette- campagna incredibilmente verde. Vive con la
vedova del fratello. Il suo studio è una stanza nuda, quasi un solaio,
con una stufa a legna e enormi finestre: alle pareti, grezzi scaffali carichi
di libri. Si dice socialista, ma non è iscritto ad alcun partito. E' uno
studioso di questioni religiose, ha pubblicato numerose opere, una delle
quali (Religióne aperta) è stata messa all'indice. Anti-cattolico, ha
fatto di Gandhi e San Francesco i suoi maestri. L'idea della marcia
gli venne molti anni fa, quando fondcPil Centro italiano. C., docente di
filosofìa morale a Cagliari, è l’organiziatore della marcia della pace, che
parte da Perugia, 11 24, alla volta di Assisi. à 15. Aldo Capitini.
Keywords: il noi, l’io, il tu, un tu, la compresenza conversazionale – il noi
conversazionale – il noi duale – la diada conversazionale – praesentis –
praesentia – presenza -- diada e compresenza – “io” e “non-io” – io e tu –
Hegel. Du, Thou, I and Thou, Buber, The ‘we’, -- the dual ‘us’ – both, entrambi
noi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Capitini” – The Swimming-Pool Library. Capitini.
Luigi
Speranza -- Grice e Carbonara – l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza. Carbonara Avant, do lutter pour la
libertà de penser et pour l'indépendance de sa patrie, il avaiti pour
s'assurer le pain du jour, endnré toutes les rigueurs matórielles et sociales;
et de tant d’èpreuves diverses, il était sorti plus vigoureux, plus courageux,
plus convaiucu de ce que peut et vaut la noblesse d’àme. Ausai ne
saurait-ou contempler, sans ètre à la foia touchó et fortifié, le tableau de
ses souffrauces et de ses victoires, na'ivemeut et inodesteraeut trace dans
cette Vie et correspondance, qu’a publiée lo lils qui porte si
eonvenablemeut son illustre nom. con tutti i suoi difetti, i suoi errori e,
diciamolo pure, la sua oscurità — un vero sistema. In esso
trovi subito un’idea che l’ha generato tutto quanto, che ne è il centro,
l’anima e ne fa l’unità: idea ovunque presente e ovunque feconda, da cui
nascono il metodo, le divisioni, gli svolgimenti, le applicazioni, e da cui
germogliano in ogni direzione soluzioni, buone o cattive, a tutti i problemi
teoretici e pratici. Carbonara.
Luigi Speranza -- Grice e Capizzi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della topografia di
Velia – scuola di Genova – filosofia genovese – filosofia ligure -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Genova). Filosofo
genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You
gotta love Capizzi; he is the type of philosophical intellectual we do not have
at Oxford, where it is clever to be dumb! Capizzi knows almost everything! His
‘Parmenids’s door’ is genial – and so is his philosophy on Roman philosophy
(‘il colosso romano,’ ‘Catone,’ ‘Roma madre,’ ‘Roma e Sparta,’) – but my
favourite is his tract on conversational implicature which he entitles, in a
most Italianate manner, ‘Per l’attualismo del dialogo’.” Insegna a Villa
Mirafiore, Roma. Si contraddistinse per l'accurato studio storico e filologico
dei filosofi italici (Velia, Crotone, Girgentu, Roma). Contesta radicalmente le
ricostruzioni ottocentesche del pensiero occidentale del VI e V secolo a.C.,
che attribuiscono validità storica alle interpretazioni di Aristotele e alla
dossografia dipendente da Teofrasto. A questo scopo collabora con il circolo
urbinate di Gentili nello sforzo di inserire i sapienti italici nelle tematiche
concernenti le città, il pubblico, il committente, l'evoluzione delle strutture
sociali, il trapasso dalla tradizione orale alla società della scrittura. Si
forma alla scuola di Carabellese. Ben presto entra nei circoli degli studiosi
che gravitavano intorno ai filosofi Spirito e Calogero. Insegna a Frosinone e
Roma. Si evidenziandosi per l'originalità delle vedute e la radicalità del
temperamento. Coltiva due interessi paralleli. Uno, da storico, per
la sapienza italica arcaica, che lo portò a contestare la narrazione dei
italici fatta da Aristotele. Questi, secondo lui, scrisse per esigenze di insegnamento
del proprio pensiero nell'ambito del Liceo, e non con lo scopo di ricostruire quanto
realmente accaduto. Dopo di lui, per un colossale equivoco, Teofrasto, i
grammatici alessandrini, Hegel, Zeller, Gomperz e Burnet protrassero una
sistematica falsificazione. Riprese, per contro, la lezione di Diels,
Reinhardt, Cherniss, McDiarmid e Kirk, i quali dimostrarono che Aristotele ha
avuto solo interessi speculativi. Aristotele, come tutti i filosofi, parla
sempre e soltanto del suo tempo, della cultura del suo tempo, dei problemi del
suo tempo. Approfondendo gli studi di Calogero sul “pre-logismo” italico, di Detienne
sul mito antropomorfico, di Havelock sulla diffusione della filosofia e di Colli
sulla sapienza pre-filosofica, fu il primo storico di formazione filosofica a
scoprire l'importanza della dimensione politica negli enigmatici frammenti dei
sapienti italici. Ritenne che, ogni volta che si studiano filosofi italici,
occorra privilegiare il rapporto tra ogni singolo autore e la sua singola
città: Velia, Crotone, Roma, Girgentu. L'altro interesse, preminentemente
teoretico, si svolse sui temi dell'attualismo, che tenta di superare
liberandolo dal presupposto interioristico e cogitativistico e proponendo di
passare alla interosggetivita della comunicazione, in particolare a quella
comunicazione protesa verso una risposta futura che è il dialogo o la
conversazione. Intransigente oppositore dell’assoluto hegeliano, nei sui saggi
di maggior rilievo filosofico, distinse la filosofia in "comica" e
"tragica". Per filosofia comica intende quella che presuppone una
struttura unitaria a priori della realtà, che pertanto analizza cose come
l'essere, l'uomo, la conoscenza, la ragione, che ignora i modi di essere delle
singole diada conversazionale, i tipi di uomo, i modi di conoscere legati ai
modi di vivere, le ragioni dei singoli gruppi esistenti in vari luoghi e in
vari momenti. L'altra filosofia, ampiamente minoritaria e controcorrente, è
quella che presuppone la pluralità delle culture, dei costumi, dei pensieri, e
che, avendo a che fare, nei vari momenti storici, con incontri e scontri di
alcune culture, alcuni costumi e alcuni pensieri, entra nell'età adulta del
dilemma tragico, della scelta tra due opzioni contrarie le quali, in assoluto,
non rappresentano il bene o il male, ma ciascuna il bene in un determinato
sentire che spesso coincide con il male di un sentire opposto. Altre saggi:
“Protagora. Le testimonianze e i frammenti); “Il libero arbitrio”; “Per un
attualismo del dialogo”; “Dall'ateismo all'umanismo: correnti incredule del
dopoguerra e loro prospettive dialogiche”); “Socrate e i personaggi filosofi di
Platone: uno studio sulle strutture della testimonianza platonica e un'edizione
delle testimonianze contenute nei dialoghi, Roma); “Impegno e disponibilità: la
doppia morale degli intellettuali di oggi); “I Presocratici. Antologia di testi,
Firenze, La Nuova Italia); “Introduzione a Velia”, Roma-Bari, Laterza); “La
porta a Velia: per una lettura del poema”; “I Sofisti. Antologia di testi,
Firenze, La Nuova Italia); “Sinfonia patriarcale. Storia antologica dela
filosofia maschile” Roma, Savelli editore); “La radice ideologica del fascismo:
il mito della libertà” (Roma, Savelli); “Socrate. Antologia di testi, Firenze,
La Nuova Italia); “Eraclito e la sua leggenda. Proposta di una diversa lettura
dei frammenti); “La repubblica cosmica. Appunti per una storia non-peripatetica
della nascita della filosofia” (Roma, Edizioni dell'Ateneo); Platone e il suo
tempo, Roma, Edizioni dell'Ateneo); Forme del sapere nei presocratici, Roma,
Edizioni dell'Ateneo); L'uomo a due anime. Il comico-tragico adolescenziale”
)Firenze, La Nuova Italia); Il tragico in filosofia, Roma, Edizioni
dell'Ateneo); I sofisti ad Atene. L'uscita retorica dal dilemma tragico” (Bari,
Levante Editori); “Paradigma, mito, scienza” (Gruppo editoriale
internazionale); “Platone nel suo tempo. L'infanzia della filosofia e i suoi
pedagoghi”; “Corpo ed anima”, “Veleatismo”; Il 'mito di Protagora' e la
polemica sulla democrazia”; "A proposito di Parmenide e di Socrate
demistificati", in Il demistificatore"; "I italici furono ‘filosofi’?
L’origine dello specifico filosofico"; "Tracce di una polemica sulla
scrittura in Eraclito e Parmenide", "Cerchie e polemiche filosofiche
del V secolo", in Storia e civiltà dei Greci, III, Milano) "Veliadi Eliadi Meleagridi
Pandionidi: la metafora mitica in Parmenide" "Eraclito e Parmenide,
un tipico luogo comune"; "Parmenide", "Eschilo e
Parmenide", "Sono/fui;
sum-fui: oysia/physis; eimi/phyo: due concetti”; "Mente elevata e mente
profonda" in Il Sublime: contributi
per la storia di un'idea (Napoli); "Trasposizione del lessico omerico in
Parmenide ed Empedocle", in "Quattro ipotesi veleatiche/eleatiche",
"Di Pitodoro, di Omar, di Don Ferrante e anche degli aristotelici
attuali", Platone, Protagora, Firenze, La Nuova Italia.Partecipa con una
delegazione di professori ad un'assemblea a Roma. La discussione si fa animata
soprattutto con Rosario Romeo, professore di Storia Moderna, che prima lo
accusa di fiancheggiare gli "squadristi rossi" e poi lo schiaffeggia.
Gli Indiani metropolitani rincorrono Romeo al grido di "Compagno Capizzi,
te lo giuriamo, ogni Romeo preso te lo schiaffeggiamo" In actual fact,
Odysseus and the charioteer are complete opposites.4 Antonio Capizzi thinks
that the journey is through the streets of Velia, out of the northern gates of
the city and down to the inlet where the Velians moored their ships.5 This...
I Romani, nel cui alfabeto figurava la V, non ebbero problemi di
trascrizione: influenzati probabilmente dalla Velia o Veliae del Palatino24,
modificarono in tal senso il Vele... Dichtersprache und geistige Tradition des studi sul pensiero italico, IPOTESI ELEATICHE.
Elea: nascita di un nome In epoca romana la città di Parmenide e di Zenone era
detta Velia o Veliae dagli scrittori latini (a partire da Cicerone ), Eléa da
quelli.. La porta di Parmenide. Due saggi per una nuova lettura del poema (=
Filologia e Critica). Edizioni dell ' Ateneo, Roma Diese Arbeit hat zwei
Kapitel, die mit „ Il proemio di P. e gli scavi di Velia “ bzw Giovanni
Casertano Antonio Capizzi. Tuttavia, Alcmeone fu... 132; Catalano, '
L'Asklepeion di Velia ', estratto dagli Annali del Pontificio Istituto
Superiore di Scienze e Lettere Santa
Chiara , Napoli, a pag la homoiòtes e l'atrékeia, proponendosi di trasformare
Velia (prima aggregato di corn, di villaggi autonomi ) in una polis compatta e
stabile. L'uomo. IL CARTESIO DI GIANNONE. Un grande storico della filosofia C.,
La porta di Parmenide. Une interprétation nouvelle de certains passages du
poème de Parménid à la lumière des fouilles de Velia. Eléa commencées par
Napolil'uscita retorica dal dilemma tragico C.. feste quinquennali Zenone
ricomparve in città, e il...Pozzi PAOLINI, Problemi della monetazione di Velia
nel V secolo a. C., La parola del passato” e ritiene l'argomento c irrilevante
in quanto Parmenide poteva essersi ispirato alla Velia reale anche in una
metafora (p.... che si preoccupa di riu- -- nire una città sotto una
costituzione aristocratica, omogenea e proposta di una diversa lettura dei
frammenti C.... del corpo sociale, doveva conoscere bene anche quei gruppi di
cittadini che usavano la scrittura nelle loro ricerche scientifiche, come la
scuola medico - astronomica di Velia. 1 tra le vie e le porte di Velia,
recentemente dissepolte; e i " mortali ignoranti ” del fr. 6 tra i nemici
non metafisici, ma politici, che insidiavano la libertà della polis velina. C.,
incaricato di filosofia teoretica presso l'Università un superdio chi siede di
fronte a te e ogni moeclittico è già il proemio: di recente C. (La porta di...MACCHIONI
Velia, e Renzo Vitali (Una ricostruzione del Jodi ). poema, Faenza ) una
allegorica e... da dove nasce l’idea di un ciclo di convegni sulla figura
di Parmenide proprio qui dove Parmenide è vissuto? Mi pare di non potermela
cavare con due parole appena. Consideri solo questo, che i riflettori su Velia
si accesero quando Napoli pervenne a identificare la strada e la porta di
Parmenide e, contemporaneamente, Gigante pubblica sulla rivista “La Parola de
Passato” una nota, Parmenidee, che attira l’attenzione su due iscrizioni
anch’esse emerse grazie agli scavi condotti da Napoli. Si gettarono allora le
premesse per una progressiva riscoperta della patria di Parmenide e Zenone. L’emozione
dei visitatori colti venne alimentata dalla memorabile foga con cui C. si dedica
a proclamare che non può capire Parmenide chi non ha visto gli scavi. La
scoperta del sistema viario che collega il quartiere meridionale con quello
settentrionale, di cui fanno parte la porta rosa e la porta arcaica, con il
conseguente disvelamento della topografia del sito, stimolano C., a una
rilettura affascinante del “Sulla Natura” parmideo. C., La porta di Parmenide,
Roma, e, dello stesso autore,
Introduzione a Parmenide, Bari. Il lavoro qui proposto è il risultato di anni
di confronto con il testo e la letteratura parmenidei, sollecitato dalla
discussione con Rossetti, cui sono riconoscente per stimoli, idee ed esempio, e
alla cui vivacità e intelligenza d’approccio alla filosofia italica sono
debitore di non pochi elementi di riflessione. Per rintracciare nel tempo le
origini di questo specifico interesse su Velia, devo invece risalire agli anni
universitari pisani, alle lezioni di COLLI (si veda), nel periodo in cui i
volumi della “Sapienza italica” stano vedendo la luce presso l’editore Adelphi.
Il primo impatto con il filosofo velino avvenne infatti nei riferimenti alla
discussione intorno alla natura della dialettica arcaica e all’origine della
filosofia, nonché attraverso la lettura del “Parmenide” platonico, proprio in
occasione di un corso seguito, tra gli altri, anche da due affermati studiosi e
recenti editori dell’opera del sapiente di Velia: Tonelli e Giuseppe. Prima
dell’impegnativo lavoro di esegesi che ha richiesto una paziente frequentazione
delle interpretazioni classiche e contemporanee, la mia fatica si è concentrata
sulla restituzione di un testo che tenesse conto dei contributi originali degli
editori più recenti, conservando tuttavia, a dispetto delle molte suggestioni,
una coerenza complessiva. La traduzione non ha alcuna pretesa di conservare le
qualità letterarie del verso epico, puntando piuttosto alla massima prossimità
possibile ai termini e alla costruzione dei versi stessi. Il mio sforzo non
attende quindi riconoscimenti per originalità ed efficacia nella resa del testo
parmenideo: esso ha puntato piuttosto, sin dall’inizio, a ricostruire la fi-
sionomia di un’opera complessa, cercando di strapparla alle ipoteche
metafisiche da cui è stata spesso condizionata la lettura. Ho già avuto modo di
proporre le mie idee sulla posizione del “Sulla nautra” nel quadro della storia
della sapienza arcaica in due saggi stesi in parallelo alla composizione della
presente edizione: Parmenide e la tradizione del pensiero arcaico (ovvero,
della sua eccentricità), in Il quinto secolo. Studi di filosofia antica in
onore di Rossetti, a cura di Giombini e Marcacci (Aguaplano, Perugia). Parmenide
e la περὶ φύσεως ἱστορία, in Elementi eleatici, a cura di Pozzoni, Limina
Mentis, Villasanta (MB). Il lettore trova nel commento ai frammenti e nella
introduzione generale un’ampia difesa della lettura cosmologica del “Sulla
natura,” ma, allo stesso tempo, attenzione per le tracce delle interazioni di
Parmenide con la cultura del suo tempo: un campo d’indagine che ritengo ancora
del tutto aperto a nuove suggestioni. Nel presentare il risultato del mio
lavoro mi sia concesso ringraziare i miei genitori per il sostegno che non mi
hanno fatto mai mancare e che ha reso possibile le mie ricerche e i mei studi,
e Umbi e Gigì per la loro pazienza. Nonostante tutto. A loro questa fatica è
dedicata. Secondo quanto ci attesta Diogene Laerzio, Parmenide e autore di
un'unica opera, “οἱ δὲ κατέλιπον ἀνὰ ἓν σύγγραμμα· Μέλισσος, Π., Ἀναξαγόρας. Parmenide lascia un unico scritto (DK). “Sulla
natura” e un poema in esametri, cui la tradizione posteriore attribuisce la
titolazione di “Περὶ φύσεως”: ἢ ὅτι Περὶ φύσεως ἐπέγραφον τὰ συγγράμματα καὶ
Μέλισσος καὶ Π.... καὶ μέντοι οὐ περὶ τῶν ὑπὲρ φύσιν μόνον, ἀλλὰ καὶ περὶ τῶν
φυσικῶν ἐν αὐτοῖς τοῖς συγγράμμασι διελέγοντο καὶ διὰ τοῦτο ἴσως οὐ παρηιτοῦντο
Περὶ φύσεως ἐπιγράφειν. Parmenide intitola il suo poema “Sulla natura”. E certo
in questo poema tratta non solo di ciò che è oltre la natura. Tratt anche delle
cose naturali. Per questo non disdegna di intitolarli “Sulla natura”
(Simplicio; DK). Che in effetti tale intestazione puo risalire a Parmenide è
sostenuto da Guthrie, sulla scorta della parodia che ne fa Gorgia con il suo “Περὶ
τοῦ μὴ ὄντος ἢ περὶ φύσεως”. E comune la convinzione che, prima dei sofisti, la
designazione di un testo avvenne attraverso la citazione dell’incipit, che dove
risultare particolarmente incisivo, con l'indicazione del contenuto, preceduta
dal nome dell'autore sulla prima riga del testo. Analogamente a quanto
registriamo nel caso di Erodoto. Il trattato ippocratico Sull'antica medicina
riferisce la formula indentificativa -- “περὶ φύσεως” sulla natura -- almeno ai
testi -- Ἐμπεδοκλῆς ἢ ἄλλοι οἳ περὶ φύσιος γεγράφασιν. Empedocle di Girgenti, e
gli altri che scriveno sulla natura (De prisca medicina). È opinione ampiamente
condivisa che essa funziona, a posteriori, da etichetta per classificare una
certa tipologia di scritti, manifestandone il tema. In questa direzione è
possibile che, in particolare, la “Συναγωγή” di Ippia contribusce a fissare un
certo numero di categorie storiografiche tradizionali, tra cui appunto la
nozione unificante di “φύσις”. La denominazione “Περὶ φύσεως”, il termine
generico “φυσιόλογος”. Si tratta, infatti, di uno dei primi sforzi
dossografici, un'opera molto utilizzata da Platone e Aristotele intesa a
selezionare, raccogliere, mettere in relazione e commentare gl’enunciati
trovati in ogni genere testuale (poetico e [Guthrie, The Sophists, Cambridge, Naddaf,
The Greek Concept of Nature, SUNY, Leszl, Parmenide e l’Eleatismo, Dispensa per
il corso di Storia della filosofia antica, Università degli Studi di Pisa. Balaudé,
Hippias le passeur, in La costruzione del discorso filosofico nell’età dei
Presocratici, a cura di Sassi, La Normale, Pisa. Gorgia ne avrebbe portato
avanti uno analogo, ma connotato più in senso critico, per sottolineare gli
insolubili contrasti tra filosofie. Gorgia influenza direttamente Isocrate,
Platone e lo stesso Aristotele..]6 in prosa), di ogni epoca, per coglierne
convergenze e stabilire linee di continuità. In ogni caso, al di là della
discussione sull'attendibilità storica di quel *titolo*, non è contestato il
fatto che fosse individuabile un gruppo di autori περὶ φύσεως, impegnato, in
altre parole, in ricerche sulla natura delle cose. Sebbene risulti problematico
accertare se coloro che chiamiamo filosofi fossero consapevoli di contribuire a
una specifica impresa culturale, sottolineandola nell'intestazione o incipit
dei propri contributi, è tuttavia difficile negare che si fosse diffusa la
convinzione dell'esistenza di una tradizione di ricerca sulla natura la “φυσιολογία”
-- iniziata con Talete. A quali contenuti ci si intendeva riferire con
l'etichetta “περὶ φύσεως”? Quale significato è da attribuire a tale
espressione? Secondo Naddaf, che al problema ha dedicato un'ampia indagine, con
ἱστορία περὶ φύσεως si dove intendere una storia dell'universo, dalle origini
alla presente condizione: una storia che abbraccia nel suo insieme lo sviluppo
del mondo, naturale e umano, dall'inizio alla fine. In effetti, origini e
sviluppo sono etimologicamente implicati in “φύσις” o “natura” di “natio”. Nella
forma attiva-transitiva, “φύω”, o “natio” “nazione” --, il radicale del
sostantivo significa crescere, produrre, generare. In quella medio-passiva-intransitiva,
“φύομαι,” (nascior), invece, crescere, originare, nascere. La prima occorrenza
del termine sostantivo astratto femmile “φύσις” cf. “natura” --, nell’Odissea, si
registra nell'ambito delle istruzioni, da parte da Mercurio a Ulisse, per la
preparazione di una pozione efficace (φάρμακον 5 Balaudé, Leszl, Aristoteles on
the Unity of Presocratic Philosophy. A Contribution to the Reconstruction of
the Early Retrospective View of Presocratic Philosophy, in La costruzione del
discorso filosofico nell’età dei Presocratici.] ἐσθλόν) contro gli effetti
delle pozioni velenose (φάρμακα λύγρα) di Circe. Ulisse racconta come Mercurio,
estratta dalla terra (ἐκ γαίης ἐρύσας) una pianta medicamentosa, “μῶλυ,” ne illustrasse la natura “καί μοι φύσιν αὐτοῦ ἔδειξε.”
Per un verso, in quel contesto, il sostantivo astratto “natura” o “φύσις” può
apparire immediatamente sinonimo di εἶδος, μορφή, φύη, termini ricorrenti in
Omero indicanti la forma: è per altro evidente, tuttavia, che quanto Mercurio
rivela non riguarda semplicemente l'aspetto esteriore, identificativo della
pianta, piuttosto le sue effettive qualità e la costituzione interna da cui
esse discendono. In particolare Mercurio si riferisce alla radice, nera, da cui
cresce il fiore dal colore opposto, bianco. Omero o Ulisse utilizzano il
termine astratto “natura,” quindi, per denotare non tanto la forma fenomenica,
né propriamente quella che potremmo anacronisticamente definire l'essenza della
pianta, quanto la sua origine (la radice), differente da quel che appare (il
fiore, che ne è comunque sviluppo). In questo senso il termine astratto
“natura” that Austin hated (“The De deorum natura, -- what else can CICERONE
(vedasi) speak, and in what way is this different from De dei?) “natura”, o φύσις
occorre nelle più antiche citazioni della sapienza: τοῦ δὲ λόγου τοῦδ’ ἐόντος ἀεὶ
ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι καὶ πρόσθεν ἢ ἀκοῦσαι καὶ ἀκούσαντες τὸ πρῶτον· γινομένων
γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι, πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων
τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει.
τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους λανθάνει ὁκόσα ἐγερθέντες ποιοῦσιν, ὅκωσπερ ὁκόσα εὕδοντες
ἐπιλανθάνονται. Di questo logos che è sempre gli uomini si rivelano senza
comprensione, sia prima di udirlo, sia subito dopo averlo udito. Sebbene tutto
infatti accada secondo questo logos, si mostrano privi di esperienza, mentre si
misurano con parole e azioni quali quelle che io presento, analizzando ogni
cosa SECONDO NATURA [KATA PHYSIN] e mostrando come è. Ma agli altr’uomini
rimane celato [sfugge] quello che fanno da svegli [dopo essersi destati], così
come sono dimentichi di quello che fanno dormendo (Sesto Empirico; DK) φύσις δὲ
καθ’ Ἡράκλειτον κρύπτεσθαι φιλεῖ [la natura, secondo Eraclito, ama è solita
nascondersi (Temistio; DK). Sebbene nell'incipit dello scritto di Eraclito
l'espressione “κατὰ φύσιν” sia per lo più resa dagli interpreti moderni
intendendo φύσις come natura, essenza, incrociando i due frammenti eraclitei è
inevitabile pensare al passo omerico sull'erba moly: l'origine che si cela
dietro il fenomeno. In questa accezione la natura o φύσις secondo l'Efesio ama
nascondersi. Kahn ha marcato, invece, come la formula del frammento di Eraclito
attesti già un uso tecnico a ozioso del termine “natura” nel linguaggio
contemporaneo, per designare il carattere essenziale di una cosa, unitamente al
processo da cui scaturirebbe. La comprensione della natura di una cosa e non la
comprensione della cose -- passerebbe attraverso la ricostruzione del suo
processo di sviluppo. Analogamente Naddaf valorizza la dimensione dinamica
implicita nella “natura” o φύσις: la costituzione reale di una cosa così come
si realizza dall'inizio alla fine con tutte le sue proprietà Se ora torniamo al
trattato ippocratico sull'Antica medicina, da cui abbiamo tratto conferma
dell'esistenza di una produzione a posteriori classificata come περὶ φύσιος,
possiamo evincere dal contesto alcuni elementi del modello: Λέγουσι δέ τινες καὶ
ἰητροὶ καὶ σοφισταὶ ὡς οὐκ ἔνι δυνατὸν ἰητρικὴν εἰδέναι ὅστις μὴ οἶδεν ὅ τί ἐστιν
ἄνθρωπος·ἀλλὰ τοῦτο δεῖ καταμαθεῖν τὸν μέλλοντα ὀρθῶς θεραπεύσειν τοὺς ἀνθρώπους.
Τείνει δὲ αὐτέοισιν ὁ λόγος ἐς φιλοσοφίην, καθάπερ Ἐμπεδοκλῆς ἢ ἄλλοι οἳ 8 M.L.
Gemelli Marciano, Lire du début. Quelques observations sur les incipit des
présocratiques, Philosophie Antique (Présocratiques), Kahn, Anaximander and The Origins of Greek
Cosmology, Hackett, Naddaf] περὶ φύσιος γεγράφασιν ἐξ ἀρχῆς ὅ τί ἐστιν ἄνθρωπος,
καὶ ὅπως ἐγένετο πρῶτον καὶ ὅπως ξυνεπάγη. Ἐγὼ δὲ τουτέων μὲν ὅσα τινὶ εἴρηται
σοφιστῇ ἢ ἰητρῷ, ἢ γέγραπται περὶ φύσιος, ἧσσον νομίζω τῇ ἰητρικῇ τέχνῃ
προσήκειν ἢ τῇ γραφικῇ. Νομίζω δὲ περὶ φύσιος γνῶναί τι σαφὲς οὐδαμόθεν ἄλλοθεν
εἶναι ἢ ἐξ ἰητρικῆς. Alcuni medici e sapienti [sofisti] sostengono che nessuno
possa conoscere la medica a meno di non sapere che cosa sia l'uomo, ma che ciò
debba conoscere colui che intenda curare correttamente gl’uomini. Il loro
discorso verte dunque sulla filosofia, proprio come NEL CASO DI EMPEDOCLE DI
EMPEDOCLE DI GIRGENTI E DEGL’ALTRI FILOSOFI COME PARMENIDE CHE SCRIVENO SULLA
NATURA: che cosa sia dal principio l'uomo, come sia stato dapprima generato e
come costituito. Io ritengo che quanto è stato scritto da medici [FISICI] e
filosofi sulla natura abbia più a che fare con il disegno che con la medicina
[L’ARTE DEI FISICI]. Ritengo che in nessun altro modo si possa conoscere
qualcosa di chiaro sulla natura se non attraverso la medicina (De prisca
medicina). L'autore, evidentemente polemico, marca in effetti lo scarto tra
indagine medica da parted ai fisici -- e indagine περὶ φύσιος: nell'apertura
dell'opera contrappone all'approccio di coloro che ricorrevano a postulazioni e
ipotesi (ὑποθέμενοι) cioè speculazioni - per l'indagine dei fenomeni celesti e
terrestri (περὶ τῶν μετεώρων ἢ τῶν ὑπὸ γῆν), il principio e il metodo (ἀρχὴ καὶ
ὁδὸς) della medicina (ARTE FISICA), in altre parole le scoperte (τὰ εὑρημένα)
avvenute nel corso del tempo e l'osservazione. Per avere un'idea più precisa
dell'impostazione alternativa che egli anda criticando, possiamo leggere un
altro trattato ippocratico il De carnibus il cui estensore sottolinea di
prendere le mosse da convinzioni condivise (κοινῇσι γνώμῃσι): Περὶ δὲ τῶν
μετεώρων οὐδὲ δέομαι λέγειν, ἢν μὴ τοσοῦτον ἐς ἄνθρωπον ἀποδείξω καὶ τὰ ἄλλα ζῶα,
ὁκόσα ἔφυ καὶ ἐγένετο, καὶ ὅ τι ψυχή ἐστιν, καὶ ὅ τι τὸ ὑγιαίνειν, 11 Naddaf,
op. cit.,24-25. 10 καὶ ὅ τι τὸ κάμνειν, καὶ ὅ τι τὸ ἐν ἀνθρώπῳ κακὸν καὶ ἀγαθὸν,
καὶ ὅθεν ἀποθνήσκει. Non devo parlare di questioni celesti se non per quanto
necessario a mostrare, rispetto all'uomo e a tutti gli altri viventi, come si
sono generati e sviluppati, che cosa sia l'anima, che cosa la salute e la
malattia, che cosa sia cattivo e buono nell'uomo, e perché muoia (De carnibus
1). Il passo rivela quelle che dovevano essere le comuni assunzioni (le ὑποθέσεις
contro cui polemizza l'Antica medicina ARS FISICA) nella tradizione della ἱστορία
περὶ φύσεως: lo schema adottato è infatti il seguente: Originaria caoticità e
indistinzione di tutte le cose; Processo di discriminazione degli elementi
(etere, aria, terra); Formazione dei corpi. Centrale risulta il parallelo tra
formazione dei viventi e formazione del cosmo che deve aver effettivamente
costituito un asse portante nella cultura arcaica, sin dalla produzione
teogonica. Ciò risulta confermato dall'autore anonimo del “Della dieta”, De diaeta: Φημὶ δὲ δεῖν τὸν μέλλοντα ὀρθῶς
ξυγγράφειν περὶ διαίτης ἀνθρωπίνης πρῶτον μὲν γνῶναι καὶ διαγνῶναι· γνῶναι μὲν ἀπὸ
τίνων συνέστηκεν ἐξ ἀρχῆς, διαγνῶναι δὲ ὑπὸ τίνων μερῶν κεκράτηται· εἴ τε γὰρ τὴν
ἐξ ἀρχῆς σύστασιν μὴ γνώσεται, ἀδύνατος ἔσται τὰ ὑπ’ ἐκείνων γιγνόμενα γνῶναι·
εἴ τε μὴ γνώσεται τὸ ἐπικρατέον ἐν τῷ σώματι, οὐχ ἱκανὸς ἔσται τὰ ξυμφέροντα τῷ
ἀνθρώπῳ προσενεγκεῖν Affermo che colui che intenda scrivere correttamente sul
regime di vita dell'uomo deve prima conoscere e riconoscere LA NATURA a di
tutto l'uomo: conoscere allora da quali cose è composto dal principio,
riconoscere da quali parti è governato. Se non conosce infatti quella
composizione originaria, sarà incapace di conoscere quanto da essa generato; se
poi non conosce quel che prevale nel corpo, non sarà in grado di prescrivere
all'uomo il trattamento adeguato (De diaeta) Conoscere la natura di tutto
l'uomo (παντὸς φύσιν ἀνθρώπου) è condizione del corretto intervento medico. Ciò
implica evidenemente conoscere quanto
costituisce originariamente l'uomo (ἀπὸ τίνων συνέστηκεν ἐξ ἀρχῆς), per
rintracciarne e riconoscerne gli effetti (τὰ ὑπ’ ἐκείνων γιγνόμενα), e le componenti che lo governano (ὑπὸ τίνων μερῶν
κεκράτηται). Conoscere LA NATURA comporta, insomma, risalire alla composizione
originaria e al successivo processo. Significativamente questa riduzione al
principio riconduce tutte le cose a due elementi originari, fuoco e acqua:
Ξυνίσταται μὲν οὖν τὰ ζῶα τά τε ἄλλα πάντα καὶ ὁ ἄνθρωπος ἀπὸ δυοῖν, διαφόροιν
μὲν τὴν δύναμιν, συμφόροιν δὲ τὴν χρῆσιν, πυρὸς λέγω καὶ ὕδατος I viventi e
tutte le altre cose e anche l'uomo sono composti da due elementi, l'uno ha il
potere di differenziare, l'altro il temperamento che combina: intendo il fuoco
e l'acqua (De diaeta I, 3) L'analogia tra formazione biologica dell'individuo
umano (nel senso dell'odierna embriologia) e processi di strutturazione
dell'universo (cosmogonia), è un dato riscontrato anche nelle testimonianze
relative ad Anassimandro e autori pitagorici, oltre che nei precedenti mitici
12: l'antropologia non poteva prescindere dalla antropogonia, come la
cosmologia dalla cosmogonia. Altre tracce antiche del modello Se queste
indicazioni - ricavate dalla letteratura scientifica risalente plausibilmente
al V-IV secolo a.C. consentono di farsi un'idea circa la ricezione antica della
περὶ φύσεως ἱστορία e dunque dell'argomento cui i pensatori arcaici avevano
dedicato le loro opere, alle origini della letteratura filosofica, prima che il
modello si affermasse e consolidasse definitivamente nella narrazione
peripatetica, un primo abbozzo ne era stato tracciato in un celebre passo del
Fedone platonico: Naddaf, ἐγὼ γάρ, ἔφη, ὦ Κέβης, νέος ὢν θαυμαστῶς ὡς ἐπεθύμησα
ταύτης τῆς σοφίας ἣν δὴ καλοῦσι περὶ φύσεως ἱστορίαν· ὑπερήφανος γάρ μοι ἐδόκει
εἶναι, εἰδέναι τὰς αἰτίας ἑκάστου, διὰ τί γίγνεται ἕκαστον καὶ διὰ τί ἀπόλλυται
καὶ διὰ τί ἔστι Io, Cebete, da giovane ero straordinariamente affascinato da
quella sapienza che chiamano indagine sulla natura. Mi sembrava fosse magnifico
conoscere le cause di ogni cosa, perché ogni cosa si generi, perché si corrompa
e perché esista (96a). Il filosofo racconta la storia della fascinazione
esercitata (non è chiaro se effettivamente sul protagonista Socrate o sullo
stesso autore) da una forma di sapere evidentemente già riconoscibile e dunque
assestato, come rivela la formula impiegata (che chiamano, ἣν δὴ καλοῦσι) - in
grado di rispondere agli interrogativi sulla generazione e corruzione, e così
di dar ragione dell'esistenza di ciascuna cosa. Anticipando lo schema del primo
libro della Metafisica aristotelica, Platone disegna una storia della sapienza
incentrata sull'efficacia della esplicazione causale, nella quale intende
marcare la svolta radicale rappresentata dalla propria seconda navigazione
(δεύτερος πλοῦς): il filosofo non discute la necessità di ricondurre le cose
alla loro ragion d’essere; contesta invece la riduzione limitata all’orizzonte
delle cause fisiche, per Platone insufficienti a dar adeguatamente conto del
perché della disposizione del tutto. È probabile che, pur attingendo a raccolte
dossografiche organizzate in ambito sofistico, egli ne adottasse il materiale
in modo creativo, allo scopo di giustificare e valorizzare una prospettiva
filosofica peculiare13. Un'ulteriore attestazione dell'originaria accezione
dell'espressione περὶ φύσεως ἱστορία ritroviamo, tra i contemporanei di
Platone, nel riscontro accidentale di un non-specialista come Senofonte:
Adomenas, Plato, Presocratics and the Question of Intellectual Genre, in La
costruzione del discorso filosofico nell’età dei Presocratici, οὐδεὶς δὲ πώποτε
Σωκράτους οὐδὲν ἀσεβὲς οὐδὲ ἀνόσιον οὔτε πράττοντος εἶδεν οὔτε λέγοντος ἤκουσεν.
οὐδὲ γὰρ περὶ τῆς τῶν πάντων φύσεως, ᾗπερ τῶν ἄλλων οἱ πλεῖστοι, διελέγετο σκοπῶν
ὅπως ὁ καλούμενος ὑπὸ τῶν σοφιστῶν κόσμος ἔχει καὶ τίσιν ἀνάγκαις ἕκαστα
γίγνεται τῶν οὐρανίων Ma nessuno mai vide o sentì Socrate fare o dire alcunché
di irreligioso o empio. Egli infatti non si interessava della natura di tutte
le cose, alla maniera della maggior parte degli altri, indagando come è fatto
ciò che i sapienti chiamano "cosmo" e per quali necessità si produca
ciascuno dei fenomeni celesti (Senofonte, Memorabili). Non solo appare assodata
- a livello di opinione diffusa - la
sostanziale equivalenza tra sapienza e ricerca sulla natura di tutte le cose
(περὶ τῆς τῶν πάντων φύσεως), ma anche
la funzionalità di cosmogonia e cosmologia (ὅπως κόσμος ἔχει), e ulteriormente (iii)
l'attenzione per la spiegazione di fenomeni specifici (ὅπως τίσιν ἀνάγκαις ἕκαστα γίγνεται τῶν οὐρανίων).
Una "istantanea" che aiuta a fissare, dall'esterno, i caratteri del
naturalismo presocratico è infine costituita dal frammento dell’Antiope di
Euripide (fr. 910 Nauck)14: ὄλβιος ὅστις τῆς ἱστορίας ἔσχε μάθησιν, μήτε πολιτῶν
ἐπὶ πημοσύνην μήτ’ εἰς ἀδίκους πράξεις ὁρμῶν, ἀλλ’ ἀθανάτου καθορῶν φύσεως
κόσμον ἀγήρων, πῇ τε συνέστη καὶ ὅπῃ καὶ ὅπως. τοῖς δὲ τοιούτοις οὐδέποτ’ αἰσχρῶν
ἔργων μελέδημα προσίζει 14 A. Laks, Philosophes Présocratiques. Remarque sur la
construction d’une catégorie de l’historiographie philosophique, in A. Laks et
C. Louguet, Qu’est-ce que la Philosophie Présocratique? What is Presocratic
Philosophy?, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq (Nord)
Beato è colui che alla ricerca ha dedicato la sua vita; egli né i suoi
concittadini danneggerà né contro di loro compirà atti malvagi, ma, osservando
della immortale natura l'ordine che non invecchia, ricercherà da quale origine
fu composto e in che modo. Tali individui non saranno mai coinvolti in atti
turpi. In questo caso, addirittura, abbiamo il privilegio di veder sottolineato
dal poeta il nesso tra contemplazione (καθορᾶν) dell'ordine che non invecchia
(κόσμον ἀγήρων) della natura immortale (ἀθανάτου φύσεως) e ricostruzione delle
sue modalità di formazione. A dispetto degli aggettivi coinvolti - ἀθάνατος e ἀγήρως
(di uso omerico ed esiodeo) evidentemente il κόσμος oggetto d'attenzione l'ordinamento
attuale dei fenomeni è percepito come il risultato di un processo di
composizione (πῇ τε συνέστη καὶ ὅπῃ καὶ ὅπως), e il suo studio non può
prescindere dall'indagine (speculativa) sulle sue tappe. Il modello
peripatetico Della περὶ φύσεως ἱστορία la storiografia peripatetica ha
certamente fissato il canone interpretativo che ha pesato su tutta la
tradizione: nella ricostruzione aristotelica delle origini della filosofia,
infatti, si attribuisce alla maggioranza di coloro che per primi filosofarono
(τῶν δὴ πρώτων φιλοσοφησάντων οἱ πλεῖστοι) la convinzione che principi di tutte
le cose (ἀρχὰς πάντων) fossero solo quelli nella forma di materia (τὰς ἐν ὕλης
εἴδει μόνας), così argomentando: ἐξ οὗ γὰρ ἔστιν ἅπαντα τὰ ὄντα καὶ ἐξ οὗ
γίγνεται πρώτου καὶ εἰς ὃ φθείρεται τελευταῖον, τῆς μὲν οὐσίας ὑπομενούσης τοῖς
δὲ πάθεσι μεταβαλλούσης, τοῦτο στοιχεῖον καὶ ταύτην ἀρχήν φασιν εἶναι τῶν ὄντων,
καὶ διὰ τοῦτο οὔτε γίγνεσθαι οὐθὲν οἴονται οὔτε ἀπόλλυσθαι, ὡς τῆς τοιαύτης
φύσεως ἀεὶ σωζομένης 15 ciò da cui, infatti, tutte le cose derivano il loro
essere, e ciò da cui dapprima si generano e verso cui infine si corrompono,
permanendo per un verso la sostanza, per altro invece mutando nelle affezioni,
questo sostengono essere elemento e questo principio delle cose, e per questo
credono che né si generi né si distrugga alcunché, dal momento che una tale
natura si conserva sempre. (Metafisica I, 3 983 b8-13) Nella lettura di
Aristotele, la specificità del contributo dei primi filosofi risiederebbe nella
riduzione degli enti (ἅπαντα τὰ ὄντα) soggetti a divenire alla stabilità della
φύσις soggiacente, ovvero, come lo stesso Aristotele precisa: ὥσπερ φασὶν οἱ
μίαν τινὰ φύσιν εἶναι λέγοντες τὸ πᾶν, οἷον ὕδωρ ἢ πῦρ ἢ τὸ μεταξὺ τούτων come
affermano coloro che sostengono che il tutto [l'universo] è una certa, unica
natura, quale l'acqua o il fuoco o qualcosa di intermedio (Fisica), all'unità
di una sostanza materiale originaria, elemento (στοιχεῖον) e principio (ἀρχή)
delle cose (τῶν ὄντων). Il quadro si definisce ulteriormente nella
ricostruzione che Teofrasto propone delle origini in Anassimandro: [A.] ἀρχήν τε καὶ στοιχεῖον εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον,
πρῶτος τοῦτο τοὔνομα κομίσας τῆς ἀρχῆς. λέγει δ’ αὐτὴν μήτε ὕδωρ μήτε ἄλλο τι τῶν
καλουμένων εἶναι στοιχείων, ἀλλ’ ἑτέραν τινὰ φύσιν ἄπειρον, ἐξ ἧς ἅπαντας
γίνεσθαι τοὺς οὐρανοὺς καὶ τοὺς ἐν αὐτοῖς κόσμους· ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι τοῖς
οὖσι͵ καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεών· διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην
καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν [B 1], ποιητικωτέροις
οὕτως ὀνόμασιν αὐτὰ λέγων. δῆλον δὲ ὅτι τὴν εἰς ἄλληλα μεταβολὴν τῶν τεττάρων
στοιχείων οὗτος θεασάμενος οὐκ ἠξίωσεν ἕν τι τούτων ὑποκείμενον ποιῆσαι, ἀλλά
τι ἄλλο παρὰ ταῦτα· οὗτος δὲ οὐκ ἀλλοιουμένου τοῦ στοιχείου τὴν γένεσιν ποιεῖ, ἀλλ’
16 ἀποκρινομένων τῶν ἐναντίων διὰ τῆς ἀιδίου κινήσεως. Anassimandro affermò l’infinito principio e elemento delle
cose che sono, adottando per primo questo nome di “principio”. Egli sostiene,
infatti, che esso non sia né acqua né alcun altro di quelli che sono detti
elementi, ma che sia una certa altra natura infinita, da cui originano tutti i
cieli e i mondi in essi: è secondo necessità che verso le stesse cose, da cui
le cose che sono hanno origine, avvenga anche la loro distruzione; esse,
infatti, pagano la pena e reciprocamente il riscatto della colpa, secondo
l’ordine del tempo. Così si esprime in termini molto poetici. È evidente allora
che, avendo considerato la reciproca trasformazione dei quattro elementi, non
ritenne adeguato porre alcuno di essi come sostrato, preferendo piuttosto
qualcos’altro al di là di essi. Egli poi non fa discendere la generazione dalla
alterazione dell’elemento, ma dalla separazione dei contrari, a causa del
movimento eterno (Simplicio; DK). Senza
scendere nel dettaglio dell'analisi, la testimonianza e la citazione lasciano
intravedere chiaramente alcuni punti su cui si sarebbe concentrata l'indagine
del Milesio: l'individuazione di un principio-origine delle cose (ἀρχή τῶν ὄντων)
sottoposte a generazione (γένεσις) e corruzione (φθορά); la formazione nel linguaggio peripatetico
della testimonianza - degli elementi (στοιχεία), costitutivi materiali da cui (ἐξ
ὧν, dalle quali cose) le cose hanno la loro generazione, e verso cui (εἰς ταῦτα,
verso quelle stesse cose) si produce (γίνεσθαι) la loro corruzione; (iii) le
modalità del processo dalla natura originaria, attraverso gli elementi, agli
enti: secondo necessità (κατὰ τὸ χρεών), secondo l’ordine del tempo (κατὰ τὴν
τοῦ χρόνου τάξιν); (iv) il perché, la causa del processo: il costante e
compensativo confronto conflittuale tra i contrari (διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ
τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας). Le osservazioni di Teofrasto documentano quindi,
agli albori dell'indagine περὶ φύσεως, un'attenzione che non si esaurisce nella
determinazione della materia originaria (secondo l'interpretazione 17 di
Burnet15), ma si rivolge almeno anche ai processi di formazione delle cose che
sono (come pensava Jaeger, accostando φύσις e γένεσις 16 ). Complessivamente
ciò doveva conferire alla ricerca quella caratteristica impronta speculativa da
cui l'autore dell'Antica medicina prendeva le distanze. Che l'interesse non
dovesse comunque risolversi in una mera dimensione archeologica e abbracciare
invece anche i risultati dei processi, e dunque l'ordinamento dei fenomeni, è
suggerito da varie fonti. Aristotele, per esempio, marca in modo sufficientemente
netto il focus cosmologico: οἱ μὲν οὖν ἀρχαῖοι καὶ πρῶτοι φιλοσοφήσαντες περὶ
φύσεως περὶ τῆς ὑλικῆς ἀρχῆς καὶ τῆς τοιαύτης αἰτίας ἐσκόπουν, τίς καὶ ποία
τις, καὶ πῶς ἐκ ταύτης γίνεται τὸ ὅλον, καὶ τίνος κινοῦντος, οἷον νείκους ἢ
φιλίας ἢ νοῦ ἢ τοῦ αὐτομάτου, τῆς δ’ ὑποκειμένης ὕλης τοιάνδε τινὰ φύσιν ἐχούσης
ἐξ ἀνάγκης, οἷον τοῦ μὲν πυρὸς θερμήν, τῆς δὲ γῆς ψυχράν, καὶ τοῦ μὲν κούφην, τῆς
δὲ βαρεῖαν. Οὕτως γὰρ καὶ τὸν κόσμον γεννῶσιν. Gli antichi, che per primi
filosofarono intorno alla natura, indagarono, circa il principio materiale e la
causa siffatta, che cosa e quale fosse, e in che modo da questa si generasse
l'intero, e da che cosa il movimento, ad esempio dall'odio o dall'amore, o
dall'intelletto, o dal caso, poiché la materia sostrato ha una certa siffatta
natura per necessità, ad esempio calda quella del fuoco, fredda quella della
terra, una leggera, l'altra pesante; in questo modo, infatti generano anche il
cosmo. (Aristotele, Le parti degli animali, Trad. Carbone, BUR Rizzoli,
Milano). La ricerca περὶ φύσεως degli antichi primi filosofi (ἀρχαῖοι καὶ πρῶτοι
φιλοσοφήσαντες) sarebbe stata variamente modulata intorno a: 15 J. Burnet,
Early Greek Philosophy, Black, London, Jaeger, La teologia dei primi pensatori
greci, La Nuova Italia, Firenze natura e
proprietà del principio materiale (περὶ τῆς ὑλικῆς ἀρχῆς); individuazione della
causa del movimento (καὶ τίνος κινοῦντος); modalità di generazione dell'intero
(πῶς ἐκ ταύτης γίνεται τὸ ὅλον) ovvero del cosmo (τὸν κόσμον γεννῶσιν).
Parmenide e la φύσις Tornando ora alla titolazione del Poema parmenideo, le
testimonianze di coloro che hanno contribuito a trasmetterne citazioni sopra
tutti Sesto Empirico e Simplicio (il secondo molto probabilmente disponeva di
copia dell'opera, il primo plausibilmente) sono univoche nell'attribuirgli
l'intestazione Περὶ φύσεως. Abbiamo già letto le affermazioni di Simplicio (ἢ ὅτι
Περὶ φύσεως ἐπέγραφον τὰ συγγράμματα καὶ Μέλισσος καὶ Π.), in linea con quelle
di Sesto: ὁ δὲ γνώριμος αὐτοῦ Παρμενίδης ἐναρχόμενος γοῦν τοῦ Περὶ φύσεως
γράφει τοῦτον τὸν τρόπον Il discepolo di lui (= Senofane), Parmenide iniziando appunto il Peri physeōs scrive in
questo modo (Adv. Math.). Si tratta ora di capire entro quali schemi avvenisse
la ricezione dell'opera e del pensiero di Parmenide nella tradizione περὶ
φύσεως. Parmenide nella περὶ φύσεως ἱστορία Prescindendo dagli inquadramenti
della produzione per noi frammentaria di Gorgia e Ippia, alla collocazione e al
ruolo di Parmenide nel quadro della sapienza antica pensò per primo Platone. Delineando
in un lungo passo del Sofista, che costituisce indubbiamente l'antecedente
diretto della disamina 19 dossografica aristotelica, il panorama delle teorie
dell’essere, egli introduce di fatto alcune categorie destinate a grande
fortuna storiografica: l'occasione è fornita proprio da un rilievo su
Parmenide: Εὐκόλως μοι δοκεῖ Παρμενίδης ἡμῖν διειλέχθαι καὶ πᾶς ὅστις πώποτε ἐπὶ
κρίσιν ὥρμησε τοῦ τὰ ὄντα διορίσασθαι πόσα τε καὶ ποῖά ἐστιν Mi sembra che con
leggerezza si siano rivolti a noi Parmenide e tutti coloro che a un certo punto
si sono impegnati a determinare gli enti: quanti e quali enti esistano. L’opposizione
tra pensatori pluralisti e unitari, e la battaglia di giganti (γιγαντομαχία)
tra coloro che riducono tutto a corpo (εἰς σῶμα πάντα) e coloro che, al
contrario, pongono l'essere (οὐσία) nelle idee (ἐν εἴδεσιν), sono fatte
scaturire proprio dai problemi (πόσα τε καὶ ποῖά ἐστιν, quanti e quali enti
esistano) sollevati (anche) dal Poema. L'ottica "ontologica" adottata
non può nascondere, nel contesto, il riferimento all'indagine περὶ φύσεως, e,
in particolare, l'equivalenza tra ὄντα e ἄρχαί17: Μῦθόν τινα ἕκαστος φαίνεταί
μοι διηγεῖσθαι παισὶν ὡς οὖσιν ἡμῖν, ὁ μὲν ὡς τρία τὰ ὄντα, πολεμεῖ δὲ ἀλλήλοις
ἐνίοτε αὐτῶν ἄττα πῃ, τοτὲ δὲ καὶ φίλα γιγνόμενα γάμους τε καὶ τόκους καὶ τροφὰς
τῶν ἐκγόνων παρέχεται· δύο δὲ ἕτερος εἰπών, ὑγρὸν καὶ ξηρὸν ἢ θερμὸν καὶ
ψυχρόν, συνοικίζει τε αὐτὰ καὶ ἐκδίδωσι Mi sembra che ognuno racconti una
storia, come fossimo bambini: l'uno [racconta] che gli esseri sono tre, alcuni
di essi talvolta sono in qualche modo in lotta reciproca, talvolta al
contrario, diventano amici, si sposano, fanno figli e procurano nutrimento alla
progenie; un altro, invece, sostiene che [gli esseri] sono due - umido 17 Su
questo punto Cordero nel suo commento a Platon, Le Sophiste, traduction et
presentation par Cordero, Flammarion, Paris; Palmer, Plato's Reception of
Parmenides, Clarendon Press, Oxford. e secco ovvero caldo e freddo -, li fa
convivere e li unisce in matrimonio. È appunto all'interno di questo ampio
disegno di ricostruzione della tradizione di pensiero precedente che Platone fa
della stirpe eleatica (Ἐλεατικὸν ἔθνος) 18 il prototipo del “monismo”. È chiaro
nel contesto come esso sia, tuttavia, da intendere non ingenuamente - non come
se esistesse una sola cosa -, ma in riferimento alla discussione sulla realtà
fondamentale: alcuni pongono tre principi, altri due, gli Eleati uno solo: τὸ δὲ
παρ’ ἡμῖν Ἐλεατικὸν ἔθνος, ἀπὸ Ξενοφάνους τε καὶ ἔτι πρόσθεν ἀρξάμενον, ὡς ἑνὸς
ὄντος τῶν πάντων καλουμένων οὕτω διεξέρχεται τοῖς μύθοις da noi la stirpe
eleatica - che ha avuto inizio da Senofane e anche prima riferisce le proprie
storie secondo cui ciò che è chiamato "tutto" [tutte le cose] non è
che un solo essere (Sofista). Nell'intenzione di Platone, ricondurre
l'eleatismo a Senofane era probabilmente funzionale alla sua collocazione entro
un dibattito culturalmente definito19: nella prospettiva di questa ricerca, in
particolare, risulta significativa la scelta di non isolare il contributo di
Parmenide dallo sfondo d'indagine sui principi (τὰ ὄντα διορίσασθαι). In
termini analoghi il Parmenide (180a) delinea le posizioni di Parmenide e
Zenone: σὺ μὲν γὰρ ἐν τοῖς ποιήμασιν ἓν φῂς εἶναι τὸ πᾶν, καὶ τούτων τεκμήρια
παρέχῃ καλῶς τε καὶ εὖ· ὅδε δὲ αὖ οὐ πολλά φησιν εἶναι, τεκμήρια δὲ καὶ αὐτὸς
πάμπολλα καὶ παμμεγέθη παρέχεται. τὸ οὖν τὸν μὲν ἓν φάναι, τὸν δὲ μὴ 18 È
probabile che la genealogia sfumata del gruppo eleatico (ἀπὸ Ξενοφάνους τε καὶ ἔτι
πρόσθεν ἀρξάμενον) fosse motivata dall'intenzione di accentuare la
"profondità" (l'antichità) della dottrina di Parmenide in direzione
delle origini. Su questo il commento di Fronterotta in Platone, Sofista, a cura
di F. Fronterotta, BUR Rizzoli, Milano; Palmer, πολλά, καὶ οὕτως ἑκάτερον λέγειν
ὥστε μηδὲν τῶν αὐτῶν εἰρηκέναι δοκεῖν σχεδόν τι λέγοντας ταὐτά Tu [Parmenide],
infatti, nel tuo poema affermi che il tutto [l'universo] è uno, e porti prove
di ciò in modo brillante ed efficace; questi [Zenone], invece, sostiene che i
molti non esistono, e anche lui porta prove molto numerose e consistenti. Il primo
dice quindi che esiste l'uno, l'altro che i molti non esistono: così ciascuno
parla in modo che sembri che non sosteniate alcunché di simile, mentre in
realtà affermate le stesse cose, mentre il Teeteto sottolinea la continuità tra
Parmenide e Melisso: καὶ ἄλλα ὅσα Μέλισσοί τε καὶ Παρμενίδαι ἐναντιούμενοι πᾶσι
τούτοις διισχυρίζονται, ὡς ἕν τε πάντα ἐστὶ καὶ ἕστηκεν αὐτὸ ἐν αὑτῷ οὐκ ἔχον
χώραν ἐν ᾗ κινεῖται e le altre [dottrine] che i vari Melissi e Parmenidi
propongono con convinzione, opponendosi a tutti costoro [i sostenitori della
dottrina del flusso universale], secondo cui tutte le cose sono uno e questo
rimane stabile in se stesso, non avendo luogo in cui muoversi. Ciò che questi
passi confermano è almeno nell’elaborazione della maturità di Platone - la
riduzione della dottrina di Velia alla formula ἓν τὸ πᾶν (ovvero ἕν πάντα), con
un’implicita valenza cosmologica che si affaccia, oltre che in Parmenide, nel
Sofista: Εἰ τοίνυν ὅλον ἐστίν, ὥσπερ καὶ Παρμενίδης λέγει, πάντοθεν εὐκύκλου
σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ, μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντῃ· τὸ γὰρ οὔτε τι μεῖζον οὔτε τι
βαιότερον πελέναι χρεόν ἐστι τῇ ἢ τῇ, [Sulle fasi della ricezione platonica di
Parmenide è oggi fondamentale J. Palmer, Plato's Reception of Parmenides, cit..
22 τοιοῦτόν γε ὂν τὸ ὂν μέσον τε καὶ ἔσχατα ἔχει, ταῦτα δὲ ἔχον πᾶσα ἀνάγκη
μέρη ἔχειν Se allora è un intero, come sostiene anche Parmenide: da tutte le
parti simile a massa di ben rotonda palla, a partire dal centro ovunque di
ugual consistenza: è necessario infatti che esso non sia in qualche misura di
più, o in qualche misura di meno, da una parte o dall’altra, essendo tale ciò
che è avrà un centro e dei limiti estremi, e, avendoli, necessariamente avrà
parti, e che il Timeo sembra esplicitare21, riferendo l'opera di produzione del
cosmo da parte del demiurgo: σχῆμα δὲ ἔδωκεν αὐτῷ τὸ πρέπον καὶ τὸ συγγενές. τῷ
δὲ τὰ πάντα ἐν αὑτῷ ζῷα περιέχειν μέλλοντι ζῴῳ πρέπον ἂν εἴη σχῆμα τὸ περιειληφὸς
ἐν αὑτῷ πάντα ὁπόσα σχήματα· διὸ καὶ σφαιροειδές, ἐκ μέσου πάντῃ πρὸς τὰς
τελευτὰς ἴσον ἀπέχον, κυκλοτερὲς αὐτὸ ἐτορνεύσατο, πάντων τελεώτατον ὁμοιότατόν
τε αὐτὸ ἑαυτῷ σχημάτων, νομίσας μυρίῳ κάλλιον ὅμοιον ἀνομοίου. λεῖον δὲ δὴ κύκλῳ
πᾶν ἔξωθεν αὐτὸ ἀπηκριβοῦτο πολλῶν χάριν. ὀμμάτων τε γὰρ ἐπεδεῖτο οὐδέν, ὁρατὸν
γὰρ οὐδὲν ὑπελείπετο ἔξωθεν, οὐδ’ ἀκοῆς, οὐδὲ γὰρ ἀκουστόν· πνεῦμά τε οὐκ ἦν
περιεστὸς δεόμενον ἀναπνοῆς, οὐδ’ αὖ τινος ἐπιδεὲς ἦν ὀργάνου σχεῖν ᾧ τὴν μὲν εἰς
ἑαυτὸ τροφὴν δέξοιτο, τὴν δὲ πρότερον ἐξικμασμένην ἀποπέμψοι πάλιν. ἀπῄει τε γὰρ
οὐδὲν οὐδὲ προσῄειν αὐτῷ ποθεν - οὐδὲ γὰρ ἦν - αὐτὸ γὰρ ἑαυτῷ τροφὴν τὴν ἑαυτοῦ
φθίσιν παρέχον καὶ πάντα ἐν ἑαυτῷ καὶ ὑφ’ ἑαυτοῦ πάσχον καὶ δρῶν ἐκ τέχνης
γέγονεν E gli diede una figura a sé congeniale e congenere. Ma la figura
congeniale al vivente che doveva contenere in sé 21 Secondo le indicazioni di
Palmer sulla concentrazione di termini parmenidei nel dialogo. 23 tutti i
viventi non poteva essere che quella che comprendesse in sé tutte le figure
possibili; per cui, lo tornì come una sfera, in una forma circolare in ogni
parte ugualmente distante dal centro alle estremità, che è la più perfetta di
tutte le figure e la più simile a se stessa, giudicando il simile assai più
bello del dissimile. E ne rese perfettamente liscio l'intero contorno esterno
per molte ragioni. Infatti, non aveva bisogno di occhi, perché nulla era
rimasto da vedere all'esterno, né di orecchie, perché nulla era rimasto da
sentire; né vi era intorno aria, che dovesse essere respirata, né aveva bisogno
di un organo per ricevere in sé il nutrimento o per eliminarlo in seguito, dopo
averlo assimilato. Nulla, del resto, poteva da esso separarsi e nulla a esso
aggiungersi da nessuna parte, perché nulla vi era al di fuori; infatti, è stato
prodotto in modo da offrire a se stesso, come nutrimento, la propria corruzione
e da avere in sé e da sé ogni azione e ogni passione. Indizi lessicali che
invitano a supporre che Platone vedesse nell'Essere di Parmenide una sorta di
entità cosmica23, nell'interpretazione platonica modellata secondo il
precedente della divinità cosmica di Senofane24. Come ha prospettato Brisson25,
la stessa discussione del Parmenide potrebbe essere imperniata
sull'alternativa: (a) tutte le cose (l'universo) costituiscono una realtà unica
(ἓν εἶναι τὸ πᾶν) come sarebbe stato affermato da Parmenide; la molteplicità
degli enti è solo apparente, dal momento che la loro pluralità reale
condurrebbe a paradossi: in questo senso i molti non esistono (οὐ πολλά εἶναι)
- secondo quanto argomentato da Zenone; 22 Platone, Timeo, introduzione,
traduzione e note di F. Fronterotta, BUR Rizzoli, Milano. Passa, Parmenide.
Tradizione del testo e questioni di lingua, Edizioni Quasar, Roma 200924. 24 Su
questo punto Palmer, Brisson, Introduction a Platon, Parménide, présentation et
traduction par L. Brisson, Flammarion, Paris. esistono realmente molteplici
realtà sensibili, esse sono componenti dell'universo a loro volta costituite da
componenti elementari26. Eccentricità di Parmenide nella περὶ φύσεως ἱστορία
Nel terzo capitolo del primo libro della Metafisica, Aristotele, riprende uno
schema platonico, contrapponendo coloro che sostennero che uno solo è il
sostrato (οἱ ἓν φάσκοντες εἶναι τὸ ὑποκείμενον) a coloro che ammettono più
principi (τοῖς δὲ δὴ πλείω ποιοῦσι), ribadendone poi (nel quinto capitolo) le
implicazioni cosmologiche, in conclusione della discussione sui Pitagorici: τῶν
μὲν οὖν παλαιῶν καὶ πλείω λεγόντων τὰ στοιχεῖα τῆς φύσεως ἐκ τούτων ἱκανόν ἐστι
θεωρῆσαι τὴν διάνοιαν· εἰσὶ δέ τινες οἳ περὶ τοῦ παντὸς ὡς μιᾶς οὔσης φύσεως ἀπεφήναντο,
τρόπον δὲ οὐ τὸν αὐτὸν πάντες οὔτε τοῦ καλῶς οὔτε τοῦ κατὰ τὴν φύσιν. Da queste
cose è possibile intendere a sufficienza il pensiero degli antichi che
sostenevano la pluralità di elementi della natura. Ci sono poi coloro che
parlarono del tutto [dell'universo] come di un'unica natura, ma non tutti allo
stesso modo, né per convenienza né per conformità alla natura, Evidentemente in
relazione a Parmenide e ai suoi seguaci, Aristotele osserva: εἰς μὲν οὖν τὴν νῦν
σκέψιν τῶν αἰτίων οὐδαμῶς συναρμόττει περὶ αὐτῶν ὁ λόγος (οὐ γὰρ ὥσπερ ἔνιοι τῶν
φυσιολόγων ἓν ὑποθέμενοι τὸ ὂν ὅμως γεννῶσιν ὡς ἐξ ὕλης τοῦ ἑνός, ἀλλ’ ἕτερον
τρόπον οὗτοι λέγουσιν· ἐκεῖνοι μὲν γὰρ προστιθέασι κίνησιν, γεννῶντές γε τὸ 26
Ivi 21. 25 πᾶν, οὗτοι δὲ ἀκίνητον εἶναί φασιν)· οὐ μὴν ἀλλὰ τοσοῦτόν γε οἰκεῖόν
ἐστι τῇ νῦν σκέψει. Una discussione intorno a costoro esula dall’esame attuale
delle cause: essi, infatti, non parlano come alcuni dei naturalisti, i quali,
posto l’essere come uno, fanno comunque nascere [le cose] dall’uno come da
materia; essi parlano, invece, in altro modo. Mentre quelli, in effetti,
aggiungono il movimento, facendo nascere il tutto [l’universo], questi, al
contrario, sostengono che [il tutto] sia immobile. Almeno quanto [segue],
tuttavia, è appropriato alla presente ricerca. Nell'ambito di una indagine
sulle cause e sui principi primi, il confronto con le dottrine eleatiche non
avrebbe dovuto trovare spazio: in questo senso è marcata una radicale
differenza rispetto alla ricerca dei naturalisti (ἔνιοι τῶν φυσιολόγων).
Essendosi espressi sull'universo [sul tutto] come fosse un'unica natura
[realtà] (περὶ τοῦ παντὸς ὡς μιᾶς οὔσης φύσεως), immobile (ἀκίνητον) e
immutabile, gli Eleati, in effetti, lo avevano pensato incausato27. In De Caelo
si sottolinea ulteriormente la peculiare posizione di Parmenide e Melisso: Οἱ μὲν
οὖν πρότερον φιλοσοφήσαντες περὶ τῆς ἀληθείας καὶ πρὸς οὓς νῦν λέγομεν ἡμεῖς
λόγους καὶ πρὸς ἀλλήλους διηνέχθησαν. Οἱ μὲν γὰρ αὐτῶν ὅλως ἀνεῖλον γένεσιν καὶ
φθοράν· οὐθὲν γὰρ οὔτε γίγνεσθαί φασιν οὔτε φθείρεσθαι τῶν ὄντων, ἀλλὰ μόνον
δοκεῖν ἡμῖν, οἷον οἱ περὶ Μέλισσόν τε καὶ Παρμενίδην, οὕς, εἰ καὶ τἆλλα λέγουσι
καλῶς, ἀλλ’ οὐ φυσικῶς γε δεῖ νομίσαι λέγειν· τὸ γὰρ εἶναι ἄττα τῶν ὄντων ἀγένητα
καὶ ὅλως ἀκίνητα μᾶλλόν ἐστιν ἑτέρας καὶ προτέρας ἢ τῆς φυσικῆς σκέψεως. Ἐκεῖνοι
δὲ διὰ τὸ μηθὲν μὲν ἄλλο παρὰ τὴν τῶν αἰσθητῶν οὐσίαν ὑπολαμβάνειν εἶναι,
τοιαύτας δέ τινας νοῆσαι πρῶτοι φύσεις, εἴπερ ἔσται τις γνῶσις ἢ φρόνησις, οὕτω
μετήνεγκαν ἐπὶ ταῦτα τοὺς ἐκεῖθεν λόγους 27 Perplessità analoghe sono espresse
e discusse da Aristotele nei primi capitoli della Fisica (I, 2 e 3). 26 Coloro
dunque che dapprima filosofarono intorno alla verità sono stati in disaccordo
sia rispetto ai discorsi che noi proponiamo, sia reciprocamente. Gli uni,
infatti, eliminarono completamente generazione e corruzione: sostengono in vero
che nessuna delle cose che sono si generi o si corrompa, ma semplicemente che
ciò sembra a noi. Così i seguaci di Melisso e Parmenide, i quali, anche se si
esprimono adeguatamente sulle altre cose, tuttavia non si deve credere che
parlino da un punto di vista fisico, dal momento che l'essere alcuni degli enti
ingenerati e completamente immobili è proprio piuttosto di un'indagine diversa
e prima rispetto a quella fisica. Costoro, invece, da un lato non ritenevano
esistesse altro oltre la sostanza dei sensibili, dall'altro per primi pensarono
delle nature di tale specie, se doveva esserci una qualche forma di conoscenza
o intelligenza: così trasferirono su questi enti [sensibili] i ragionamenti
riferiti a quell'ambito(Aristotele, De Caelo III, 1 298 b12-24). Alludendo
esplicitamente a Melisso e Parmenide, Aristotele ne disloca il contributo
rispetto a una ricerca incardinata sulla ricostruzione dei processi di
generazione e corruzione (γένεσις καὶ φθορά): considerare gli enti ingenerati (ἀγένητα)
e completamente immobili (ὅλως ἀκίνητα) è proprio di un'indagine diversa e
prima rispetto a quella fisica (μᾶλλόν ἐστιν ἑτέρας καὶ προτέρας ἢ τῆς φυσικῆς
σκέψεως). Eppure l'analisi della Metafisica rivela come, secondo Aristotele,
l’eleatismo presentasse al proprio interno incrinature e fratture che
l'appiattimento operato dalla dossografia sofistica doveva aver coperto o
trascurato28. Nel primo libro (Ι, 3 984 a27-b4) dopo aver discusso l'opinione
circa la natura (περὶ τῆς φύσεως ἡ δόξα) dei pensatori orientati a ricercare la
causa prima (περὶ τῆς πρώτης αἰτίας) in ambito materiale (di cui Talete sarebbe
stato i- 28 J. Palmer, Parmenides et Presocratic Philosophy, OUP, Oxford 2009 35
giustamente sottolinea come i raggruppamenti operati da Gorgia nel suo Sulla
natura o sul non essere avessero incoraggiato l'assimilazione
"riduttiva" di Parmenide e Melisso. Aristotele avrebbe avuto il
merito di recuperare le differenze tra le relative posizioni. 27 niziatore, ἀρχηγὸς)
lo Stagirita marca una discontinuità nel contributo di Parmenide, capace di
individuare la causa specifica del mutamento (τῆς μεταβολῆς αἴτιον): οἱ μὲν οὖν
πάμπαν ἐξ ἀρχῆς ἁψάμενοι τῆς μεθόδου τῆς τοιαύτης καὶ ἓν φάσκοντες εἶναι τὸ ὑποκείμενον
οὐθὲν ἐδυσχέραναν ἑαυτοῖς, ἀλλ’ ἔνιοί γε τῶν ἓν λεγόντων, ὥσπερ ἡττηθέντες ὑπὸ
ταύτης τῆς ζητήσεως, τὸ ἓν ἀκίνητόν φασιν εἶναι καὶ τὴν φύσιν ὅλην οὐ μόνον κατὰ
γένεσιν καὶ φθοράν (τοῦτο μὲν γὰρ ἀρχαῖόν τε καὶ πάντες ὡμολόγησαν) ἀλλὰ καὶ
κατὰ τὴν ἄλλην μετα βολὴν πᾶσαν· καὶ τοῦτο αὐτῶν ἴδιόν ἐστιν. τῶν μὲν οὖν ἓν
φασκόντων εἶναι τὸ πᾶν οὐθενὶ συνέβη τὴν τοιαύτην συνιδεῖν αἰτίαν πλὴν εἰ ἄρα
Παρμενίδῃ, καὶ τούτῳ κατὰ τοσοῦτον ὅσον οὐ μόνον ἓν ἀλλὰ καὶ δύο πως τίθησιν αἰτίας
εἶναι· Coloro, dunque, che fin dall’inizio aderirono completamente a tale
tipologia di ricerca e sostennero che uno solo è il sostrato, non si resero
conto di questa difficoltà, ma alcuni di coloro che affermano tale unicità,
quasi sopraffatti da questa ricerca, sostengono che l’uno è immobile e che lo è
anche la natura nel suo complesso, non solo rispetto a generazione e corruzione
- questa è, infatti, [convinzione] antica, su cui tutti concordavano -, ma
anche rispetto a ogni altro genere di mutamento. Questa è loro peculiarità. A
nessuno, pertanto, di coloro che affermarono che il tutto [l’universo] è uno è
capitato di scoprire tale tipologia di causa, tranne, forse, a Parmenide, e a
costui nella misura in cui pone non solo l’uno, ma anche che le cause sono in
un certo modo due. È significativo che, illustrando queste affermazioni di
Aristotele nel proprio commento (in Metaphys. Ι, 3 984 b3), Alessandro di
Afrodisia citi Teofrasto: τούτωι δὲ ἐπιγενόμενος Π. Πύρητος ὁ Ἐλεάτης (λέγει δὲ
[καὶ] Ξενοφάνην) ἐπ’ ἀμφοτέρας ἦλθε τὰς ὁδούς. καὶ γὰρ ὡς ἀίδιόν ἐστι τὸ πᾶν ἀποφαίνεται
καὶ γένεσιν ἀποδιδόναι πειρᾶται τῶν ὄντων, οὐχ ὁμοίως περὶ 28 ἀμφοτέρων
δοξάζων, ἀλλὰ κατ’ ἀλήθειαν μὲν ἓν τὸ πᾶν καὶ ἀγένητον καὶ σφαιροειδὲς ὑπολαμβάνων,
κατὰ δόξαν δὲ τῶν πολλῶν εἰς τὸ γένεσιν ἀποδοῦναι τῶν φαινομένων δύο ποιῶν τὰς ἀρχάς,
πῦρ καὶ γῆν, τὸ μὲν ὡς ὕλην τὸ δὲ ὡς αἴτιον καὶ ποιοῦν. Venuto dopo costui (si
riferisce a Senofane), Parmenide - figlio di Pyres, velino da Velia - percorse
entrambe le strade. Dichiara infatti che il tutto è eterno, e cerca anche di
spiegare la generazione degli enti, pur non affrontando entrambe allo stesso
modo: piuttosto sostenendo, secondo verità, che il tutto è uno e ingenerato e
di aspetto sferico; ponendo invece, secondo l’opinione dei molti allo scopo di
spiegare la generazione dei fenomeni [delle cose che appaiono] - che i principi
siano due, fuoco e terra, l'una come materia, l'altro come causa e agente (DK
28 A7). Condizionata dalla stessa ricezione schematica, in entrambi i casi la
valutazione del contributo di Parmenide è chiaramente orientata dalla
prospettiva della περὶ φύσεως ἱστορία: non solo per l'attenzione alla natura
nel suo complesso (τὴν φύσιν ὅλην), al tutto uno (ἓν τὸ πᾶν), ma soprattutto
per l'evidenza della ricerca dell'altro principio (τὸ τὴν ἑτέραν ἀρχὴν ζητεῖν),
cioè del principio del movimento (ἡ ἀρχὴ τῆς κινήσεως), per spiegare la
produzione dei fenomeni (εἰς τὸ γένεσιν ἀποδοῦναι τῶν φαινομένων). In questo
senso Teofrasto poteva proporre Parmenide al centro di una delle due serie di
pensatori affrontati sistematicamente: quella che collegava i primi a rivelare
ai Greci l’indagine intorno alla natura (τὴν περὶ φύσεως ἱστορίαν τοῖς Ἕλλησιν ἐκφῆναι)
29 agli atomisti30. 29 G. Colli, La sapienza greca, Vol. II, Milano 1978,
Adelphi 247. Teofrasto, in effetti, prospetta Parmenide discepolo di Senofane -
come riferiscono Diogene Laerzio (IX, 21, DK 28 A1), e i commentatori
aristotelici Alessandro e Simplicio (DK 28 A7) - e di Anassimandro (secondo
quanto attesta sempre Diogene Laerzio), associandolo poi a Empedocle -
ammiratore (ζηλωτής) e imitatore (μιμητής) di Parmenide (DK 28 A9) - e Leucippo
- unito a Parmenide nella filosofia (κοινωνήσας Παρμενίδηι τῆς φιλοσοφίας, DK
28 A8). 29 Per quanto possa apparire inverosimile da un punto di vista
cronologico, l’accostamento ad Anassimandro non è tuttavia sorprendente31 e
rivela il modus operandi di Teofrasto nelle sue ricostruzioni: egli insegue le
tracce di problemi che sarebbero giunti ad adeguata formulazione solo
successivamente, cogliendone lo sviluppo attraverso la connessione tra le
principali personalità (per altro all’interno di rigide categorie
aristoteliche)32. In questa prospettiva, allora, Parmenide, come abbiamo sopra
registrato, avrebbe compiuto quanto da Anassimandro solo impostato: non si
sarebbe limitato a mantenere la prospettiva del divenire distinta da quella del
sostrato materiale, ma ne avrebbe anche individuato chiaramente i principi
diversi33. Un secondo elemento di discontinuità all'interno dell'eleatismo è da
Aristotele individuato nella concezione dell'unità dell'universo (περὶ τοῦ παντὸς
ὡς μιᾶς οὔσης φύσεως), di cui si sottolineano le ricadute interessanti anche
sull'indagine in corso intorno alle cause (εἰς τὴν νῦν σκέψιν τῶν αἰτίων).
Parmenide, infatti, avrebbe inteso l’uno secondo la nozione [forma] (κατὰ τὸν
λόγον), ovvero come unità finita (essendo la finitezza espressione di
determinatezza); Melisso, da parte sua, secondo la materia (κατὰ τὴν ὕλην), come
unità indeterminata e quindi infinita. Senofane - il primo tra costoro a essere
partigiano dell'Uno (πρῶτος τούτων ἑνίσας) e per ciò ancora una volta
riconosciuto maestro di Parmenide si sarebbe invece limitato, volgendosi
all'universo nel suo 30 L’altra doveva raccogliere Anassimandro, Anassimene,
Anassagora, Archelao, Empedocle, Diogene di Apollonia. Determinante il ruolo
riconosciuto complessivamente ad Anassimandro. 31 Nella ricerca contemporanea è
stata sottolineata la dipendenza della cosmologia del poema Sulla natura dalla
cosmologia e cosmogonia attribuite al Milesio: si veda in particolare Naddaf 138.
D’altra parte, a dispetto di singoli elementi di convergenza, David Furley ha
opportunamente marcato la distanza tra the centrifocal universe del poema e
quello lineare delle cosmologie milesie (D. Furley, The Greek
Cosmologists.Volume I: The formation of the atomic theory and its earliest
critics, C.U.P., Cambridge 1987 53 ss.). 32 Un’ampia discussione della
storiografia teofrastea sui presocratici si trova in G. Colli, La natura ama
nascondersi. Physis kruptesthai philei, a cura di E. Colli, Adelphi, Milano
1998, cap. II (Storicismo peripatetico). 33 G. Colli, La sapienza greca, Vol.
II, cit. 327. 30 insieme (εἰς τὸν ὅλον οὐρανὸν), ad affermarne la divinità (τὸ ἓν
εἶναί φησι τὸν θεόν). Ribadendo un giudizio di valore già espresso nel Teeteto
platonico (183e), lo Stagirita registra l'acutezza del contributo di Parmenide,
a dispetto della sua eccentricità rispetto al focus "aitiologico".
Messi da parte Melisso e Senofane come un po’ troppo grossolani (μικρὸν ἀγροικότεροι),
egli infatti sottolinea: Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ που λέγειν· παρὰ γὰρ
τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν, καὶ ἄλλο οὐθέν
(περὶ οὗ σαφέστερον ἐν τοῖς περὶ φύσεως εἰρήκαμεν), ἀναγκαζόμενος δ’ ἀκολουθεῖν
τοῖς φαινομένοις, καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν αἴσθησιν ὑπολαμβάνων
εἶναι, δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ
καὶ γῆν λέγων· τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν.
Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con maggiore perspicacia: dal
momento che, ritenendo che, oltre all’essere, il non-essere non esista affatto,
egli crede che l’essere sia di necessità uno e nient’altro. Costretto tuttavia
a seguire i fenomeni, e assumendo che l’uno sia secondo ragione, i molti invece
secondo sensazione, pone, a sua volta, due cause e due principi, chiamandoli
caldo e freddo, ossia fuoco e terra. E di questi dispone il caldo sotto
l’essere, il freddo sotto il non-essere (986 b27-987 a1). Nella ricostruzione
aristotelica due sarebbero i cardini della dottrina parmenidea: la convinzione circa l'unità dell'essere (ἓν
οἴεται εἶναι) - da un punto di vista razionale (κατὰ τὸν λόγον) necessaria (ἐξ ἀνάγκης),
imposta dalla disgiunzione e mutua esclusione tra essere e non-essere: non
esiste ciò che non è al di là di ciò che è (παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν οὐθὲν εἶναι); la presa d'atto dell'evidenza fenomenica:
così, secondo noi, è da intendere l'espressione greca ἀναγκαζόμενος ἀκολουθεῖν
τοῖς 31 φαινομένοις (letteralmente costretto a essere guidato dai fenomeni
[cose che appaiono]). Proprio l'ineludibile rilievo empirico della molteplicità
(πλείω κατὰ τὴν αἴσθησιν) avrebbe imposto un nuovo campo d'indagine, inducendo
Parmenide a introdurre due cause e due principi (δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς),
ciò legittimando la sua rilevanza per la discussione aristotelica. Si tratta di
una lettura che trova conferma nella dossografia successiva, anche in un
autore, Plutarco, che attingeva probabilmente a una tradizione accademica,
relativamente autonoma rispetto alla linea teofrastea: ὁ δ’ ἀναιρεῖ μὲν οὐδετέραν
φύσιν, ἑκατέρᾳ δ’ ἀποδιδοὺς τὸ προσῆκον εἰς μὲν τὴν τοῦ ἑνὸς καὶ ὄντος ἰδέαν
τίθεται τὸ νοητόν, ὂν μὲν ὡς ἀίδιον καὶ ἄφθαρτον ἓν δ’ ὁμοιότητι πρὸς αὑτὸ καὶ
τῷ μὴ δέχεσθαι διαφορὰν προσαγορεύσας, εἰς δὲ τὴν ἄτακτον καὶ φερομένην τὸ αἰσθητόν.
ὧν καὶ κριτήριον ἰδεῖν ἔστιν, ‘ἠμὲν Ἀληθείης εὐπειθέος ἀτρεκ < ὲς ἦτορ
>’, τοῦ νοητοῦ καὶ κατὰ ταὐτὰ ἔχοντος ὡσαύτως ἁπτόμενον, ‘ἠδὲ βροτῶν δόξας αἷς
οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής’ (Parmen. B 1, 29. 30) διὰ τὸ παντοδαπὰς μεταβολὰς καὶ
πάθη καὶ ἀνομοιότητας δεχομένοις ὁμιλεῖν πράγμασι. καίτοι πῶς ἂν ἀπέλιπεν αἴσθησιν
καὶ δόξαν, αἰσθητὸν μὴ ἀπολιπὼν μηδὲ δοξαστόν; οὐκ ἔστιν εἰπεῖν. [Parmenide]
non elimina alcuna delle due nature, ma a ognuna conferendo ciò che le è
proprio, pone l'intelligibile nella classe dell'uno e dell'essere, definendolo
"essere" in quanto eterno e incorruttibile, e ancora uno per
uguaglianza a se stesso e per non accogliere differenza; il sensibile invece in
quella di ciò che è disordinato e in mutamento. Il criterio di ciò è possibile
vedere: il cuore preciso della Verità ben convincente, che raggiunge
l'intelligibile e quanto è sempre nelle medesime condizioni, e le opinioni dei
mortali in cui non è vera certezza [B1.29-30], perché esse sono congiunte con
cose che accolgono ogni forma di mutamento, di affezioni e disuguaglianze. Come
avrebbe potuto allora conservare sensazioni e opinione, non conservando il
sensibile e 32 l'opinabile? Non è possibile sostenerlo (Plutarco, Adversus
Colotem 1114 d-e). Le osservazioni di Plutarco sono particolarmente
significative perché intervengono a correggere l'interpretazione
"melissiana" di Parmenide (proposta da Colote), secondo cui Parmenide
cancella ogni cosa postulando l'essere uno (πάντ’ ἀναιρεῖν τῷ ἓν ὂν ὑποτίθεσθαι
τὸν Παρμενίδην): è appunto contro questo fraintendimento che il platonico
attribuisce anacronisticamente all'Eleate l'articolazione della realtà in
intelligibile (τὸ νοητόν) e sensibile (τὸ αἰσθητόν), avendo in precedenza
ricordato lo sforzo del Poema di produrre un sistema del mondo (διάκοσμον), in
conformità con quanto ci si poteva attendere da un naturalista arcaico (ὡς ἀνὴρ
ἀρχαῖος ἐν φυσιολογίαι): ὅς γε καὶ διάκοσμον πεποίηται καὶ στοιχεῖα μιγνὺς τὸ
λαμπρὸν καὶ σκοτεινὸν ἐκ τούτων τὰ φαινόμενα πάντα καὶ διὰ τούτων ἀποτελεῖ· καὶ
γὰρ περὶ γῆς εἴρηκε πολλὰ καὶ περὶ οὐρανοῦ καὶ ἡλίου καὶ σελήνης καὶ γένεσιν ἀνθρώπων
ἀφήγηται· καὶ οὐδὲν ἄρρητον ὡς ἀνὴρ ἀρχαῖος ἐν φυσιολογίαι καὶ συνθεὶς γραφὴν ἰδίαν,
οὐκ ἀλλοτρίας διαφθοράν, τῶν κυρίων παρῆκεν Ha costruito anche un sistema del
mondo e mescolando come elementi la luce e la tenebra, fa derivare tutti i
fenomeni da questi e mediante questi. Ha detto in effetti molte cose sulla
terra, e sul cielo e sul sole e sulla luna e tratta anche dell'origine degli
uomini: nulla ha taciuto circa le cose più importanti, come si addice a uomo
arcaico nello studio della natura e che ha composto uno scritto proprio non
distruzione di un altro (Adversus Colotem 1114b, DK 28 B10). Questa
testimonianza rafforza la convinzione che - sia per la tradizione dossografica
antica, sia per la posteriore (in gran parte però dipendente da quella) - il
tema del Poema parmenideo fosse anche la φύσις (nel senso sopra sommariamente
ricostruito), seb- 33 bene se ne registrasse la "eccentricità" 34 e
quindi la problematica riducibilità al paradigma della περὶ φύσεως ἱστορία. Tra
ricerca περὶ φύσεως e ricerca περὶ τῆς ἀληθείας Aristotele, introducendo
l’indagine sull’essere in quanto essere (περὶ τὸ ὂν ᾗ ὂν), su ciò che
appartiene a tutte le cose in quanto enti (ᾗ ὄντα ὑπάρχει πᾶσι), la differenzia
rispetto a ricerche più specifiche: ciò che la connota è, infatti, accanto alla
eziologia propria di ogni sapere, l'apertura alla totalità della realtà.
Riguardo alla περὶ φύσεως ἱστορία, tuttavia, la sua posizione è più sfumata:
l'originale speculazione sull’essere in quanto essere è proposta, infatti, in
continuità con la precedente tradizione: ἐπεὶ δὲ τὰς ἀρχὰς καὶ τὰς ἀκροτάτας αἰτίας
ζητοῦμεν, δῆλον ὡς φύσεώς τινος αὐτὰς ἀναγκαῖον εἶναι καθ’ αὑτήν. εἰ οὖν καὶ οἱ
τὰ στοιχεῖα τῶν ὄντων ζητοῦντες ταύτας τὰς ἀρχὰς ἐζήτουν, ἀνάγκη καὶ τὰ στοιχεῖα
τοῦ ὄντος εἶναι μὴ κατὰ συμβεβηκὸς ἀλλ’ ᾗ ὄν· διὸ καὶ ἡμῖν τοῦ ὄντος ᾗ ὂν τὰς
πρώτας αἰτίας ληπτέον Dal momento che ricerchiamo i principi e le cause
supreme, è evidente come esse riguardino necessariamente una certa natura
[realtà] in quanto tale. Se dunque coloro che ricercano gli elementi delle cose
ricercavano questi principi, è necessario che fossero anche gli elementi
dell'essere non per accidente ma in quanto essere. Per questo motivo dobbiamo
comprendere le cause prime dell'essere in quanto essere (Metafisica IV, 1 1003
a26-32). Gli elementi costitutivi delle cose che sono (τὰ στοιχεῖα τῶν ὄντων) nella
misura in cui sono intesi come principi di tutte 34 Ci siamo occupati di questo
aspetto in Parmenide e la tradizione del pensiero arcaico (ovvero della sua
eccentricità), in Il quinto secolo. Studi di filosofia antica in onore di Livio
Rossetti, a cura di S. Giombini e F. Marcacci, Aguaplano, Perugia] risultano in
effetti elementi dell'essere in quanto tale (τὰ στοιχεῖα τοῦ ὄντος ᾗ ὄν),
costitutivi di tutto ciò che è. In questo senso la cifra sapienziale comune
alla scienza dell'essere in quanto essere (ἐπιστήμη ἣ θεωρεῖ τὸ ὂν ᾗ ὂν) e
all'indagine dei φυσικοί è data, in definitiva, dalla convergente modalità di
realizzazione: ricercare i principi e le cause prime (τὰς ἀρχὰς καὶ τὰς ἀκροτάτας
αἰτίας ζητεῖν) della realtà. Più avanti nello stesso libro, infatti, Aristotele
rileva come alcuni dei fisici (τῶν φυσικῶν ἔνιοι) si fossero mostrati
evidentemente consapevoli di ricercare sulla natura [realtà] nella sua
interezza e sull’essere (περί τε τῆς ὅλης φύσεως σκοπεῖν καὶ περὶ τοῦ ὄντος,
Metafisica IV, 3 1005 a32- 33), intendendo quindi la natura come una totalità
omogenea (dal punto di vista dell'essere), cui ineriscono determinate proprietà
riconducibili a principi universali. Ritenendo così che φύσις e τὸ ὂν
coincidessero, che la φύσις cioè costituisse tutta la realtà, quei fisici
avrebbero manifestato interesse per gli assiomi (ἀξιώματα), i principi più
generali di tutti, quelli che appartengono a tutti gli enti (ἅπασι ὑπάρχει τοῖς
οὖσιν), la cui discussione non è di competenza dello specialista (che si limita
ad applicarli) ma appunto della ricerca del filosofo (τῆς τοῦ φιλοσόφου
[σκέψεως]). Il riferimento è indeterminato ed è stato precisato in modo diverso
dagli interpreti: noi riteniamo che esso coinvolga direttamente Eraclito (per
la riflessione sul logos) e in particolare Parmenide, soprattutto in
considerazione del lessico dei frammenti B2 e B8. Un lessico che effettivamente
sembra istituire la riflessione ontologica, sia con l'analisi dei segni (σήματα),
delle proprietà che manifestano τὸ ἐόν, sia con l'insistenza sulla reciproca
implicazione di verità ed essere. Natura, essere, verità Lo Stagirita, in
effetti, rilegge la tradizione anche alla luce di un'intenzione veritativa di
fondo: 35 ὅμως δὲ παραλάβωμεν καὶ τοὺς πρότερον ἡμῶν εἰς ἐπίσκεψιν τῶν ὄντων ἐλθόντας
καὶ φιλοσοφήσαντας περὶ τῆς ἀληθείας consideriamo comunque anche coloro che
prima di noi hanno proceduto alla ricerca intorno agli enti e hanno filosofato
intorno alla verità (Metafisica I, 3 983 b1), Espressioni come coloro che
dapprima filosofarono intorno alla verità (οἱ μὲν οὖν πρότερον φιλοσοφήσαντες
περὶ τῆς ἀληθείας, De Caelo III, 1 298 b12), ovvero che indagarono la verità
intorno agli enti (περὶ τῶν ὄντων μὲν τὴν ἀλήθειαν ἐσκόπουν, Metafisica IV, 5
1010 a1), rivelano come Aristotele intendesse l'indagine sulla natura come
indagine sulla verità, la prima comportando una presa di posizione circa ciò
che è Realtà 35. In questo senso i primi filosofi avevano contribuito
all’indagine sugli enti (εἰς ἐπίσκεψιν τῶν ὄντων): in quanto convinti che la
natura fosse la realtà fondamentale, ricercando sulla natura [realtà] nella sua
interezza (περί τε τῆς ὅλης φύσεως) essi avevano offerto anche riflessioni
sull’essere (περὶ τοῦ ὄντος): ζητοῦντες γὰρ οἱ κατὰ φιλοσοφίαν πρῶτοι τὴν ἀλήθειαν
καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων ἐξετράπησαν οἷον ὁδόν τινα ἄλλην ἀπωσθέντες ὑπὸ ἀπειρίας,
καί φασιν οὔτε γίγνεσθαι τῶν ὄντων οὐδὲν οὔτε φθείρεσθαι διὰ τὸ ἀναγκαῖον μὲν εἶναι
γίγνεσθαι τὸ γιγνόμενον ἢ ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος, ἐκ δὲ τούτων ἀμφοτέρων ἀδύνατον
εἶναι· οὔτε γὰρ τὸ ὂν γίγνεσθαι (εἶναι γὰρ ἤδη) ἔκ τε μὴ ὄντος οὐδὲν ἂν
γενέσθαι· ὑποκεῖσθαι γάρ τι δεῖν. καὶ οὕτω δὴ τὸ ἐφεξῆς συμβαῖνον αὔξοντες οὐδ’
εἶναι πολλά φασιν ἀλλὰ μόνον αὐτὸ τὸ ὄν. Coloro che per primi hanno ricercato
secondo filosofia, indagando la verità e la natura degli enti, furono sviati
come su una certa altra strada, sospinti dall'inesperienza: essi sostennero che
delle cose che sono nessuna si generi o si distrugga, poiché ciò che si genera
origina o da ciò che è o da ciò che non è; ma ciò è 35 W. Leszl, Parmenide e
l’Eleatismo, Dispensa per il corso di Storia della filosofia antica, Università
degli Studi di Pisa, Pisa 1994 16. 36 impossibile da entrambi i punti di vista.
Ciò che è, infatti, non si genera (dal momento che è già); né da ciò che non è
è possibile si generi alcunché: è richiesto in effetti qualcosa che funga da
sostrato. E aggravando in questo modo la conseguenza immediata, affermarono che
non esistano i molti ma che esista solo l'essere stesso (Fisica I, 8 191 a25
ss.). Il passo è di grande interesse: nell'ambito di una discussione sui
principi (il primo libro della Fisica compare nei cataloghi antichi come Περὶ ἀρχῶν),
Aristotele intende la riflessione dei
primi filosofi (οἱ κατὰ φιλοσοφίαν πρῶτοι) come indagine a un tempo sulla
natura e sulla verità (ζητοῦντες τὴν ἀλήθειαν καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων), e attribuisce il loro "sviamento", la
loro erranza, a una precoce analisi ontologica condotta con imperizia (ὑπὸ ἀπειρίας).
Benché spesso riferita dai commentatori specificamente agli Eleati, la
difficoltà segnalata potrebbe intendersi rivolta a coloro che avevano operato
la riduzione a elementi base (questo appare il significato nel contesto di τὰ ὄντα)
36. In tal caso Aristotele riconoscerebbe all'indagine dei fisici un filo
conduttore ontologico, che in Parmenide sarebbe stato pienamente esplicitato. È
significativo che dalle intestazioni attribuite (probabilmente sin
dall'antichità 37) alle opere di Melisso e Gorgia (di una generazione posteriore
a quella di Parmenide) emergesse già la consapevolezza dell'inadeguatezza del
tradizionale repertorio Περὶ φύσεως, con la proposta di Περὶ φύσεως ἢ περὶ τοῦ ὄντος,
nel primo caso, e Περὶ τοῦ μὴ ὄντος ἢ περὶ φύσεως nel secondo; e che in ambi-
36 Su questo in particolare Palmer, Parmenides et Presocratic Philosophy,
cit.130 ss.. 37 È tradizionalmente riconosciuto che l'intenzione dello scritto
gorgiano era di ribaltare le tesi eleatiche (per esempio, W.K.C. Guthrie, The
Sophists, C.U.P., Cambridge 1971270-271). I due resoconti dell'opera quello di
Sesto Empirico (che ci fornisce anche la titolazione completa) e quello
dell'Anonimo del De Melisso, Xenophane et Gorgia (forse I secolo d.C.) potrebbero
dipendere da Teofrasto ed essere stati semplicemente elaborati in modo diverso.
In alternativa, per la seconda redazione, si è supposta la mano di un
peripatetico antico (si veda la nota di M. Untersteiner in Sofisti,
Testimonianze e frammenti, a cura di M. Untersteiner, con la collaborazione di
A. Battegazzore, Bompiani, Milano 2009 234). 37 to sofistico proliferassero
opere sulla Verità (Περὶ τῆς ἀληθείας e Ἀλήθεια sono le titolazioni attribuite
alle opere principali rispettivamente di Antifonte e di Protagora). Aristotele,
in ogni caso, con la formula indagine sulla verità intende un’indagine sulla
realtà genuina, tesa ad accertare quale essa sia, spingendosi oltre le
apparenze che la occultano38. Illuminante un passo di De generatione et
corruptione: Ἐκ μὲν οὖν τούτων τῶν λόγων, ὑπερβάντες τὴν αἴσθησιν καὶ
παριδόντες αὐτὴν ὡς τῷ λόγῳ δέον ἀκολουθεῖν, ἓν καὶ ἀκίνητον τὸ πᾶν εἶναί φασι
καὶ ἄπειρον ἔνιοι· τὸ γὰρ πέρας περαίνειν ἂν πρὸς τὸ κενόν. Οἱ μὲν οὖν οὕτως καὶ
διὰ ταύτας τὰς αἰτίας ἀπεφήναντο περὶ τῆς ἀληθείας· ἐπεὶ δὲ ἐπὶ μὲν τῶν λόγων
δοκεῖ ταῦτα συμβαίνειν, ἐπὶ δὲ τῶν πραγμάτων μανίᾳ παραπλήσιον εἶναι τὸ
δοξάζειν οὕτως A partire dunque da questi ragionamenti, e spingendosi oltre la
sensazione e ignorandola, dal momento che si dovrebbe seguire il ragionamento,
alcuni dicono che il tutto [l'universo] è uno, immobile e infinito: il limite,
infatti, confinerebbe con il vuoto. Costoro, dunque, in questo modo e per
queste ragioni si sono espressi sulla verità: ora, alla luce dei ragionamenti
sembra che queste cose accadano così; alla luce dei fatti, invece, il pensare
così sembra quasi follia (Aristotele, De generatione et corruptione I, 8 325
a13ss.). Qui Aristotele stigmatizza, per la sua paradossalità (sintomatico il
riferimento alla follia), una forma di razionalismo eleatico 39 che, nel
riferimento all'infinito, appare sostanzialmente melissiano40: il contributo
all'indagine sulla verità scaturisce da una 38 Leszl 17. 39 Così Migliori,
Aristotele, La generazione e la corruzione, traduzione, introduzione e commento
di M. Migliori, Loffredo Editore, Napoli 1976 200. 40 Non è un caso che Reale
abbia accolto le prime righe del passo aristotelico come un vero e proprio
frammento di Melisso: Melisso, Testimonianze e frammenti, traduzione,
introduzione e commento di G. Reale, Firenze 1970, La Nuova Italia98-104. 38 ricerca
volta alla comprensione della realtà naturale nel suo insieme (τὸ πᾶν). Una
ricerca, dunque, a un tempo "ontologica" ed
"epistemologica" (in senso lato), nella misura in cui la
determinazione della realtà genuina dipende da considerazioni di ordine gnoseologico
(delineate nella contrapposizione ἐπὶ μὲν τῶν λόγων - ἐπὶ δὲ τῶν πραγμάτων).
Ora, nei frammenti parmenidei non mancano indizi (come rivelano le letture
antiche) della possibilità che l'espressione τὸ ἐόν (ciò che è ovvero
l'essere), di cui si definiscono proprietà strutturali - senza nascita (ἀγένητον)
senza morte (ἀνώλεθρον), tutto intero (οὖλον), uniforme (μουνογενές), saldo (ἀτρεμές)
(B8.4-5) si riferisca a quel che Aristotele indica come τὸ πᾶν, il Tutto
dell’universo41: Parmenide, nel suo sforzo di evitare le incongruenze colte
nelle coeve indagini sull'origine e sulla struttura del mondo naturale42,
avrebbe trasfigurato lo spazio cosmico nel compiuto, omogeneo, immutabile campo
dell’essere, così spingendo la filosofia naturale ai limiti di logica e
metafisica43. Né, d'altra parte, mancano tracce di una trattazione περὶ τῆς ἀληθείας44:
la prima sezione del Poema si apre e si chiude con chiare menzioni della Verità
intesa come la Realtà oggetto dell'esposizione stessa, mentre l'impianto dicotomico
dell'opera tràdita riflette la tensione tra il resoconto genuino di quella
realtà e una sua accettabile ricostruzione a partire dall'esperienza che gli
uomini ne hanno. 41 Interpreta in questo senso D. Furley, The Greek
Cosmologists, cit. 54. Conche in Parménide, Le Poéme: Fragments, texte grec,
traduction, présentation et commentaire par M. Conche, PUF, Paris 1996 182 osserva
come l’essere abbia a che fare con il Tutto, con l’insieme di ciò che è, e sia
dunque coestensivo al mondo. Una prospettiva analoga a quella che proponiamo è
espressa da M. Kraus, "Sein, Raum und Zeit im Lehrgedicht des
Parmenides", in G. Rechenauer (Hg.), Frügriechisches Denken, Vandenhoeck
et Ruprecht, Göttingen 2005252-269. Di particolare rilievo le pagine 260-1. 42
Lasciamo qui indeterminati i bersagli possibili, da ricercare comunque in
ambito ionico e pitagorico. 43 D.W. Graham, “Empedocles and Anaxagoras:
Responses to Parmenides”, in The Cambridge Companion to Early Greek Philosophy,
edited by A.A. Long, C.U.P., Cambridge 1999 175. 44 Leszl 19. 39 Natura e
verità in Parmenide In effetti, nel caso del poema di Parmenide, presumendone
unitarietà e coerenza, possiamo registrare:
lo squilibrio di struttura: la (seconda) sezione dedicata
all'esposizione dell'ordinamento [del mondo] del tutto appropriato (διάκοσμον ἐοικότα
πάντα, B8.60) doveva essere assai più consistente di quella (la prima) relativa
al percorso di Persuasione, che si accompagna a Verità (Πειθοῦς κέλευθος - Ἀληθείῃ
γὰρ ὀπηδεῖ, B2.4); il costante richiamo,
nell'introduzione del διάκοσμος, a un lessico di conoscenza: B10 appare, in
questo senso, un vero e proprio programma di istruzione cosmologica e
cosmogonica, tra l'altro in sintonia con il modello poetico esiodeo della
Teogonia45: εἴσῃ δ΄ αἰθερίαν τε φύσιν τά τ΄ ἐν αἰθέρι πάντα σήματα καὶ καθαρᾶς
εὐαγέος ἠελίοιο λαμπάδος ἔργ΄ ἀίδηλα καὶ ὁππόθεν ἐξεγένοντο, ἔργα τε κύκλωπος
πεύσῃ περίφοιτα σελήνης [5] καὶ φύσιν, εἰδήσεις δὲ καὶ οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα ἔνθεν
ἔφυ τε καὶ ὥς μιν ἄγουσ΄ ἐπέδησεν Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων. Conoscerai la
natura eterea e nell’etere tutti i segni e della pura fiamma dello splendente
sole le opere invisibili e donde ebbero origine, e le opere apprenderai
periodiche della luna dall’occhio rotondo, e la [sua] natura; conoscerai anche
il cielo che tutto intorno cinge, donde ebbe origine e come Necessità
guidandolo lo vincolò a tenere i confini degli astri. 45 L’accostamento è
naturale in Aristotele, quando, in apertura di Metafisica I, 4, introduce
l’analisi della causalità efficiente, rinviando proprio ai precedenti di Esiodo
e Parmenide sul ruolo cosmogonico di Amore. 40 Che l'articolata indagine
prospettatavi possa essere rubricata come περὶ φύσεως ἱστορία sembra, alla luce
delle considerazioni introduttive, indiscutibile, così come appare chiara la
sua intenzione cognitiva: nella costruzione del Poema, è allora possibile
rintracciare una corrispondenza tra la ricerca della seconda sezione e l'impegno
ontologico-veritativo dei frammenti B2-B8. L'obiettivo dichiarato (nel proemio)
della comunicazione divina è compiutamente conoscitivo, scandito da espressioni
verbali dalla inequivocabile valenza cognitiva, in relazione tanto a Ἀληθείη
quanto ai δοκοῦντα: χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι ἠμέν Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ
ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής. ἀλλ΄ ἔμπης καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς
τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα Ora è necessario che
tutto tu apprenda: sia di Verità ben rotonda il cuore fermo, sia dei mortali le
opinioni, in cui non è reale credibilità. Nondimeno anche questo imparerai:
come le cose accolte nelle opinioni era necessario fossero effettivamente,
tutte insieme davvero esistenti (B1.28b-32). La Dea sottolinea il proprio
impegno a rivelare la realtà genuina (Ἀληθείη),
tradizionale appannaggio divino, e
denunciare le infondate (senza reale credibilità, πίστις ἀληθής)
opinioni dei mortali (βροτῶν δόξας), in ciò riflettendo il canonico pessimismo
sulla condizione e comprensione umana che aveva trovato espressione nella
poesia e nella sapienza antica: τοὔνεκά τοι ἐρέω, σὺ δὲ σύνθεο καί μευ ἄκουσον·
οὐδὲν ἀκιδνότερον γαῖα τρέφει ἀνθρώποιο [πάντων, ὅσσα τε γαῖαν ἔπι πνείει τε καὶ
ἕρπει.] οὐ μὲν γάρ ποτέ φησι κακὸν πείσεσθαι ὀπίσσω, ὄφρ’ ἀρετὴν παρέχωσι θεοὶ
καὶ γούνατ’ ὀρώρῃ· ἀλλ’ ὅτε δὴ καὶ λυγρὰ θεοὶ μάκαρες τελέωσι, 41 καὶ τὰ φέρει ἀεκαζόμενος
τετληότι θυμῷ. τοῖος γὰρ νόος ἐστὶν ἐπιχθονίων ἀνθρώπων, οἷον ἐπ’ ἦμαρ ἄγῃσι
πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε. Per questo io ti dico e tu ascolta e comprendi: nulla
è più inconsistente dell'uomo tra tutte le cose che nutre la terra, e sulla
terra camminano e si muovono. Egli sostiene che nulla di male mai gli accadrà,
fin quando gli dei concedono forza e le membra sono in movimento. Quando invece
gli dei beati infliggono anche dolori, pure questi sopporta, suo malgrado, con
animo paziente. Tale è la comprensione degli uomini che vivono sulla terra,
quale il giorno che manda il padre degli dei e degli uomini (Odissea XVIII,
129-137) θνατὰ χρὴ τὸν θνατόν, οὐκ ἀθάνατα τὸν θνατὸν φρονεῖν il mortale deve
pensare cose mortali, non cose immortali (Epicarmo, DK 23 B20) ἄρα θεὸς μὲν οἷδε
τὴν ἀλήθειαν δόκος δ’ ἐπὶ πᾶσι τέτυκται soltanto dio conosce la verità, a tutti
è dato solo opinare (Senofane, DK 21 A24). Ma il programma non si esaurisce
nella contrapposizione tra comprensione divina e incomprensione umana, pur
limpidamente e criticamente evocata. La rivelazione della realtà autentica -
per la quale Parmenide ricorre a una perifrasi, impiegando due immagini:
letteralmente cuore che non trema (ἀτρεμὲς ἦτορ) di Verità ben rotonda (Ἀληθείης
εὐκυκλέος ovvero, secondo altri codici, ben convincente, εὐπειθέος) - è
certamente occasione per condannare di fronte al giovane poeta (κοῦρος)
l’inattendibilità delle convinzioni umane. Essa, nell'economia del poema,
appare tuttavia funzionale anche alla presentazione di un resoconto
alternativo, plausibile (δοκίμως), del mondo dell'esperienza (τὰ δοκοῦντα): a
dispetto dell'inaffidabilità delle correnti opinioni mortali, è possibile
delinearne una sintesi compatibile con la lezione di verità della prima
istruzione. Difficile credere che Parmenide non fosse in qualche misura
convinto della bontà del punto di vista espresso negli attuali frammenti,
ovvero della ἱστορία περὶ φύσεως tracciatavi, anche perché i rilievi del testo
richiamano puntualmente i divieti di B2-B8: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται
καὶ τὰ κατὰ σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος
καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν Ma poiché tutte le
cose luce e notte sono state denominate, e queste, secondo le rispettive
proprietà, [sono state attribuite] a queste cose e a quelle, tutto è pieno
ugualmente di luce e notte invisibile, di entrambe alla pari, perché insieme a
nessuna delle due [è] il nulla (B9). Discorso affidabile e ordinamento
verosimile Eppure il passaggio tra le due sezioni è marcato in modo
inequivocabile: ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης· δόξας δ΄ ἀπὸ
τοῦδε βροτείας μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων A questo punto pongo
termine per te al discorso affidabile e al pensiero intorno a Verità; da questo
momento in poi opinioni mortali impara, l’ordine delle mie parole ascoltando
che può ingannare (B8.50-2). 46 Lesher 240. 43 In questi versi si incrociano le
due prospettive che Parmenide tenta di salvaguardare all'interno della
tradizionale opposizione tra umano e divino:
da un lato la "superiore" ottica della divinità, che si
esprime in un logos degno di fiducia: svolgendo rigorosamente la propria
disamina dall'alternativa è e non è possibile non essere-non è ed è necessario
non essere, esso riconosce che: ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν, οὖλον
μουνογενές τε καὶ ἀτρεμὲς ἠδ΄ ἀτέλεστον· οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν
ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές senza nascita è ciò che è e senza morte, tutto intero,
uniforme, saldo e senza fine; né un tempo era né [un tempo] sarà, poiché è ora
tutto insieme, uno, continuo (B8.3b-6a),
dall'altro i punti di vista umani, molteplici e concorrenti, insidiosi e
potenzialmente dispersivi: è esplicitamente all'interno di questo orizzonte che
la Dea introduce la seconda sezione: τόν σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα
φατίζω, ὡς οὐ μή ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ Questo ordinamento, del
tutto appropriato, per te io espongo, così che mai alcuna opinione dei mortali
possa superarti. Nessun resoconto cosmologico, nella misura in cui si riferisca
alle vicende di una molteplicità di enti in divenire (instabili e mutevoli),
può essere considerato completamente affidabile, come, invece, il discorso su
ciò che è (τὸ ἐόν), sulla realtà colta come totalità (unitaria, immutevole,
essendo nel suo complesso tutto ciò che è). Per valutare correttamente
l'impresa parmenidea dobbiamo tenere conto di due elementi: 44 (a) del
contributo scientifico47 (prevalentemente in campo cosmologico48) riconosciuto
a Parmenide nell’antichità: ancora una volta è interessante soprattutto il
fatto che Teofrasto (DK 28 A44) gli attribuisse la scoperta della sfericità
della Terra: ἀλλὰ μὴν καὶ τὸν οὐρανὸν πρῶτον ὀνομάσαι κόσμον καὶ τὴν γῆν
στρογγύλην, ὡς δὲ Θεόφραστος [Phys. Opin. 17] Παρμενίδην, ὡς δὲ Ζήνων Ἡσίοδον
[in riferimento a Pitagora] ma fu anche il primo a chiamare il cielo cosmo e la
terra sferica; per Teofrasto fu invece Parmenide, per Zenone Esiodo, e che
altre fonti risalissero all’Eleate per osservazioni sulla identità di Espero e
Lucifero (DK 28 A40a): Π. πρῶτον μὲν τάττει τὸν Ἑῶιον, τὸν αὐτὸν δὲ νομιζόμενον
ὑπ’ αὐτοῦ καὶ Ἕσπερον, ἐν τῶι αἰθέρι· μεθ’ ὃν τὸν ἥλιον, ὑφ’ ὧι τοὺς ἐν τῶι
πυρώδει ἀστέρας, ὅπερ οὐρανὸν καλεῖ Parmenide pone come primo nell'etere Eos,
lo stesso da lui chiamato anche Espero; dopo di esso pone il Sole, sotto
questo, nella parte ignea che chiama cielo, gli astri, e sulla natura solare
della luce della Luna: Π. ἴσην τῶι ἡλίωι [sc. εἶναι τὴν σελήνην]· καὶ γὰρ ἀπ’ αὐτοῦ
φωτίζεται 47 Per una recente valorizzazione di questo aspetto G. Cerri, La
riscoperta del vero Parmenide, introduzione a Parmenide di Elea, Poema sulla
natura, introduzione, testo, traduzione e note a cura di G. Cerri, Milano 1999,
BUR Rizzoli (in particolare pp. 52-57); D.W. Graham, Explaining the Cosmos.The
Ionian Tradition of Scientific Philosophy, Princeton University Press,
Princeton and Oxford 2006179-182. 48 Naddaf ha d’altra parte segnalato come il
modello cosmogonico della seconda sezione del poema dovesse essere influenzato
da una prospettiva biologica e ricordato opportunamente le tracce di una
antropogonia, attestata da Diogene Laerzio (DK 28A1). Si veda G. Naddaf, The
Greek Concept of Nature, cit.137-138. 45 Parmenide [dice che] la luna è uguale
al sole: da esso è infatti illuminata (DK 28 A42); (b) dell'evidente contrasto
tra la condanna della confusione "mortale" tra le due vie: οἷς τὸ
πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν νενόμισται κοὐ ταὐτόν, πάντων δὲ παλίντροπός ἐστι
κέλευθος per i quali esso è considerato essere e non essere la stessa cosa e
non la stessa cosa: ma di [costoro] tutti il percorso torna all'indietro
(B6.8-9) οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ εἶναι μὴ ἐόντα Mai questo sarà forzato: che
siano cose che non sono (B7.1), ovvero dell’irrisolta opposizione nelle
cosmogonie correnti (ioniche? pitagoriche?): μορφὰς γὰρ κατέθεντο δύο γνώμας ὀνομάζειν·
τῶν μίαν οὐ χρεών ἐστιν - ἐν ᾧ πεπλανημένοι εἰσίν Presero la decisione,
infatti, di dar nome a due forme, delle quali l’unità non è [per loro]
necessario [nominare]: in ciò sono andati fuori strada (B8.53-4), e la
sottolineatura (nel già citato B9) della riduzione omogenea all'essere delle
forme introdotte per il διάκοσμος ἐοικώς: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται
καὶ τὰ κατὰ σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος
καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν Ma poiché tutte le
cose luce e notte sono state denominate, e queste, secondo le rispettive
proprietà, [sono state attribuite] a queste cose e a quelle, tutto è pieno
ugualmente di luce e notte invisibile, di entrambe alla pari, perché insieme a
nessuna delle due [è] il nulla (B9). 46 La distinzione tra i due momenti
dell'istruzione divina sembra quindi consapevolmente delineare due distinte
forme di conoscenza: (a) la certezza della comprensione razionale evocata dalla
reiterazione di νοεῖν (comprendere, concepire, pensare) e νόος (intelligenza,
pensiero), nonché di espressioni come κρῖναι δὲ λόγῳ (giudica con il
ragionamento) - degli attributi universali di ciò che è (τὸ ἐόν, il complesso
della realtà colto come tutto-intero); (b) la plausibilità di una conoscenza l'uso
di verbi di conoscenza è indiscutibile nei frammenti attribuiti alla seconda
sezione - che possiamo definire "empirica", dal momento che si concentra
sulla natura delle cose che incontriamo nella nostra esperienza49. In realtà il
quadro è più complesso, perché fortemente condizionato da una cornice religiosa
che deve indurre cautela. Intanto, quella che abbiamo indicato come conoscenza
razionale (via d'accesso privilegiata alla Verità) è proposta come contenuto
diretto di una rivelazione (B1) che costituisce il contesto dell'intera
esposizione del Poema, e che pone immediatamente (B2) le premesse da cui
dipendono i ragionamenti successivi. Come avremo modo di sottolineare nel
commento, tale rivelazione non appare un semplice escamotage poetico,
estrinseco rispetto alla comunicazione di verità, ma, al contrario, il vero
nucleo propulsivo dell’opera, la condizione di continuità entro cui le due sezioni
assumono il loro senso e il loro statuto50. Un elemento andato perduto nella
ricezione di Parmenide nel IV secolo a.C. (che, infatti, non ci ha conservato
citazioni dal proemio), ma in sé di grande interesse per la collocazione
culturale dell'Eleate e per la valutazione del suo contributo. L'oggetto di
tale conoscenza - τὸ ἐόν appare, a sua volta, nei frammenti sia come risultato
di una costruzione logica: 49 Lesher 241. 50 Su questo punto insiste Lambros
Couloubaritsis, nella nuova edizione (La pensée de Parménide, Éditions Ousia,
Bruxelles 2008) del suo Mythe et Philosophie chez Parménide. 47 ἡ δὲ κρίσις τούτων
ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν· κέκριται δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη, τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον
ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός - τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι Il
giudizio in proposito dipende da ciò: è o non è. Si è dunque deciso, secondo
necessità, di lasciare l’una [via] impensabile [e] inesprimibile (poiché non è
una via genuina), e che l’altra invece esista e sia reale (B8.15b-18), sia come
concrezione di una sintesi intuitiva, a partire dallo sguardo rivolto alla
molteplicità degli enti: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως· οὐ γὰρ ἀποτμήξει
τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι οὔτε σκιδνάμενον πάντῃ πάντως κατὰ κόσμον οὔτε συνιστάμενον
Considera come cose assenti siano comunque al pensiero saldamente presenti; non
impedirai, infatti, che l’essere sia connesso all’essere, né disperdendosi
completamente in ogni direzione per il cosmo, né concentrandosi (B4). In questo
secondo caso, la costante presenza dell'essere è giustapposta alla
presenza-assenza degli enti, prefigurando l'opposizione tra l'immutabile
presente dell'uno: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν,
συνεχές né un tempo era né [un tempo] sarà, poiché è ora tutto insieme, uno,
continuo (B8.5-6a) e il divenire - scandito da passato, presente e futuro degli
altri: οὕτω τοι κατὰ δόξαν ἔφυ τάδε καί νυν ἔασι 48 καὶ μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε
τελευτήσουσι τραφέντα Ecco, in questo modo, secondo opinione, queste cose
ebbero origine e ora sono, e poi, in seguito sviluppatesi, avranno fine
(B19.1-2). Ciò può suggerire che i due momenti del discorso divino riflettano
l'originale rielaborazione parmenidea della tensione, implicita nella cultura
delle origini, tra la dimensione temporale delle cose in divenire (τά τ’ ἐόντα
τά τ’ ἐσσόμενα πρό τ’ ἐόντα, le cose che sono, le cose che sono state e le cose
che saranno, Iliade I, 70) e quella peculiare alla concezione arcaica del
divino (θεοὶ αἰὲν ἐόντες, dei che sono sempre, Iliade I, 290)51. La distinzione
ben delineata nei frammenti tràditi, come abbiamo visto, è quella tra: la certezza (πίστιος ἰσχύς) che scaturisce
dal giudizio razionale su τὸ ἐὸν: χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ
εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν Dire e pensare: ciò che è è, è necessario: essere è
infatti possibile, il nulla, invece, non è (B6.1-2a); la verosimiglianza del resoconto cosmologico,
che pur legittimato dalla parola divina: τόν σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα
φατίζω, ὡς οὐ μή ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ Questo ordinamento, del
tutto appropriato, per te io espongo, così che mai alcuna opinione dei mortali
possa superarti (B8.60-1) si rivolge all'origine e sviluppo di fenomeni
prodotti dall'azione celeste: εἴσῃ δ΄ αἰθερίαν τε φύσιν τά τ΄ ἐν αἰθέρι πάντα
51 Ivi 102. 49 σήματα καὶ καθαρᾶς εὐαγέος ἠελίοιο λαμπάδος ἔργ΄ ἀίδηλα καὶ ὁππόθεν
ἐξεγένοντο, ἔργα τε κύκλωπος πεύσῃ περίφοιτα σελήνης καὶ φύσιν Conoscerai la
natura eterea e nell’etere tutti i segni e della pura fiamma dello splendente
Sole le opere invisibili e donde ebbero origine, e le opere apprenderai
periodiche della Luna dall’occhio rotondo, e la [sua] natura (B10.1-5a), e,
ulteriormente, ai fondamenti cosmogonici e cosmologici (in questo senso alle
condizioni generali del mondo naturale): εἰδήσεις δὲ καὶ οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα ἔνθεν
ἔφυ τε καὶ ὥς μιν ἄγουσ΄ ἐπέδησεν Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων conoscerai anche
il cielo che tutto intorno cinge, donde ebbe origine e come Necessità guidando
lo vincolò a tenere i confini degli astri (B10.5b-7). La certezza è prodotto
del percorso di Persuasione (Πειθοῦς κέλευθος) associato a Verità (Ἀληθείη) ed
essere (τὸ ἐὸν): Parmenide insiste sulla necessità di tale sapere, chiaramente
correlata a immutabilità, identità e stabilità del suo oggetto. La
ricostruzione del διάκοσμος ἐοικώς riflette, d'altra parte, la mutevolezza dei
fenomeni fissati dall'arbitrio delle denominazioni umane: in questo senso,
rispetto all'affidabilità del percorso di Persuasione che manifesta la genuina
realtà (la Verità), essa è proposta dalla Dea come κατὰ δόξαν, secondo
opinione. Essere e natura in Parmenide Nel proprio schema (Metafisica I, 5 986
b27-987 a1) - che già abbiamo commentato - Aristotele aveva dunque colto
sostanzialmente nel segno: 50 Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ που λέγειν· παρὰ
γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν, καὶ ἄλλο
οὐθέν (περὶ οὗ σαφέστερον ἐν τοῖς περὶ φύσεως εἰρήκαμεν), ἀναγκαζόμενος δ’ ἀκολουθεῖν
τοῖς φαινομένοις, καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν αἴσθησιν ὑπολαμβάνων
εἶναι, δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ
καὶ γῆν λέγων· τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν.
Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con maggiore perspicacia: dal
momento che, ritenendo che, oltre all’essere, il non-essere non esista affatto,
egli crede che l’essere sia di necessità uno e nient’altro. Costretto tuttavia
a seguire i fenomeni, e assumendo che l’uno sia secondo ragione, i molti invece
secondo sensazione, pone, a sua volta, due cause e due principi, chiamandoli
caldo e freddo, ossia fuoco e terra. E di questi dispone il caldo sotto
l’essere, il freddo sotto il non-essere. La lettura aristotelica suggerisce,
infatti, che l'oggetto apparentemente diverso - delle due sezioni del Poema sia
in verità identico, sebbene prospettato secondo differenti modalità
gnoseologiche: secondo ragione (κατὰ τὸν λόγον) e secondo sensazione (κατὰ τὴν
αἴσθησιν). Una considerazione puramente razionale fa emergere la realtà
(naturale) come uno-tutto; il riferimento all'esperienza manifesta la pluralità
dei fenomeni: nel primo caso il livello di astrazione fa perdere di vista i
connotati fenomenici e risaltare i tratti di fondo della realtà; nel secondo
l'urgenza di dar conto dei fenomeni spinge all'individuazione di efficaci
principi esplicativi. Come non è possibile parlare di due oggetti diversi, così
non può sfuggire nei frammenti il tentativo di Parmenide di ripensare il
problema dei principi in termini ontologici, attribuendo cioè ai principi
alcune caratteristiche dei segni di τὸ ἐὸν: ἀντία δ΄ ἐκρίναντο δέμας καὶ σήματ΄
ἔθεντο χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων, τῇ μὲν φλογὸς αἰθέριον πῦρ, ἤπιον ὄν, μέγ΄ ἐλαφρόν, ἑωυτῷ
πάντοσε τωὐτόν, 51 τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν· ἀτὰρ κἀκεῖνο κατ΄ αὐτό Scelsero
invece [elementi] opposti nel corpo e segni imposero separatamente gli uni
dagli altri: da una parte, della fiamma etereo fuoco, che è mite, molto
leggero, a se stesso in ogni direzione identico, rispetto all’altro, invece,
non identico; dall’altra parte, anche quello in se stesso, le caratteristiche
opposte: notte oscura, corpo denso e pesante (B8.55-9) τἀντία νύκτ΄ ἀδαῆ, πυκινὸν
δέμας ἐμϐριθές τε αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται καὶ τὰ κατὰ
σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου
ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν Ma poiché tutte le cose luce e notte
sono state denominate, e queste, secondo le rispettive proprietà, [sono state
attribuite] a queste cose e a quelle, tutto è pieno ugualmente di luce e notte
invisibile, di entrambe alla pari, perché insieme a nessuna delle due [è] il
nulla (B9). Questo autorizza l'ipotesi che la prima sezione pur compiuta,
autosufficiente e autonoma fosse effettivamente intesa come preparatoria alla
seconda, con la quale l'autore entrava in competizione (come sottolineato anche
dalle parole della divinità) con altre cosmologie. È plausibile che il modello
esplicativo del mondo naturale che vi si delinea abbia profondamente
influenzato quello, fondato sulla nozione di mescolanza, adottato da Empedocle
e Anassagora52, sensibili, tra l'altro, ai rilievi “ontologici” di 52 In modo
diverso giungono a sostenere questa ipotesi P. Curd, The Legacy of Parmenides. Eleatic
Monism and Later Presocratic Thought, Princeton University Press, Princeton
1998; P. Thanassas, Parmenides, Cosmos, and Being. A Philosophical
Interpretation, cit.; D.W. Graham, Explaining the Cosmos, cit.. 52 Parmenide53 come
risulterebbe da una serie di frammenti (DK 31 B8, B9, B11, B12; DK 59 B17). 53
D.W. Graham, “Empedocles and Anaxagoras: Responses to Parmenides”, in The
Cambridge Companion to Early Greek Philosophy, cit. 167. Per una più meditata e
articolata riflessione sullo stesso tema, si può ora consultare D.W. Graham,
Explaining the Cosmos, cit.. Si ipotizza che la consistenza dell'unica opera di
cui la tradizione sostiene Parmenide sia stato autore, fosse
approssimativamente di un migliaio di versi, 160 (circa) dei quali abbiamo
ricevuto attraverso posteriori citazioni da parte di altri autori. Essi
riferivano in qualche caso direttamente da una copia del poema, in altri
indirettamente da selezioni antologiche ovvero da citazioni altrui. Riflettendo
sulla storia di queste citazioni testuali, possiamo concludere che il poema di
Parmenide sia stato oggetto di due distinti momenti di attenzione, a distanza
di 4 secoli l’uno dall’altro, prima di scomparire definitivamente54. Il
materiale del Poema Possiamo supporre che una prima diffusione di copie del
Poema avvenisse sotto il controllo dell'autore e che forme di controllo sul
testo e sulla sua circolazione fossero esercitate dagli allievi nel periodo
immediatamente successivo alla sua morte. È plausibile che nel mondo greco
occidentale si conservasse una memoria testuale autonoma, da collegare forse ad
ambienti pitagorici 55, e che, analogamente, tradizioni del testo si
affermassero anche in altre aree di civilizzazione greca, come l'Asia Minore,
dove il poema sembra essere stato conosciuto abbastanza presto. Si tratta solo
di congetture, dal momento che non disponiamo di evidenze di questa fase
pre-platonica, ma, secondo Passa56, non è da escludere che a una di queste
tradizioni abbia attinto Sesto Empirico. La prima attestazione del Poema risale
a Platone, che cita per cinque volte Parmenide: nel Teeteto (180d a proposito
della tesi dell’unità e della immobilità dell’Uno-Tutto), nel Simposio (178b 54
N.-L- Cordero, L’histoire du texte de Parménide, in Études sur Parménide, sous
la direction de P. Aubenque, t. II, Problèmes d’interpretation, Vrin, Paris
1987 4. 55 E. Passa, Parmenide. Tradizione del testo e questioni di lingua,
Edizioni Quasar, Roma 2009 143. 56 . 54 a proposito del primato di Eros), tre
volte nel Sofista (237a e 258d a proposito del parricidio; 244e a proposito
della struttura e indivisibilità del Tutto). Aristotele, a sua volta, replica
la descrizione del Tutto già citata da Platone (Fisica 207 a18), cita il verso
su Eros (Metafisica 984 b26) e trascrive l'attuale frammento 16 (Metafisica IV,
5 1009 b22). L’ultima citazione della prima "esistenza postuma" del
Poema è in Teofrasto, che riprende tre volte il fr. 16 (in una versione diversa
da quella aristotelica). È probabile che le citazioni del frammento 8 nello
pseudo-aristotelico Su Melisso, Senofane e Gorgia e in Eudemo derivino da
Platone 57. Dopo un lungo silenzio - segnale, secondo Cordero58, non
propriamente di scomparsa del testo parmenideo, piuttosto di mancato utilizzo -
il platonico Plutarco (I secolo d.C.) torna a fare uso abbondante dei frammenti
del poema, aprendo di fatto la seconda stagione d’attenzione per l'opera - la
più ricca di citazioni testuali - che dura fino a tutto il VI secolo.
Caratteristica di questa fase è il ricorso al Poema non per illustrare la
posizione dell'autore, ma per confermare o chiarire il tema oggetto di analisi
da parte dei commentatori: è probabile che le citazioni non siano di prima
mano, ma dipendano in gran parte da Platone, Aristotele e Teofrasto. A
Simplicio, l’ultimo autore conosciuto che abbia usato un manoscritto
dell’intera opera di Parmenide 59, dobbiamo la citazione (in gran parte come
unica fonte) dei due terzi dei 160 versi tràditi del poema: egli cita
estensivamente anche perché consapevole della rarità del testo già nella sua
epoca (clamorosamente quella in cui aumenta il numero di autori che direttamente
o indirettamente citano Parmenide: Damascio, Filopono, Asclepio, Boezio,
Olimpiodoro60): καὶ εἴ τωι μὴ δοκῶ γλίσχρος, ἡδέως ἂν τὰ περὶ τοῦ ἑνὸς ὄντος ἔπη
τοῦ Παρμενίδου μηδὲ πολλὰ ὄντα τοῖσδε 57 Cordero, op. cit.4-5. 58 Ivi 5. 59
A.H. Coxon, The Fragments of Parmenides, Van Gorcum, Assen/Maastricht 1986 1. 60
Cordero 6. 55 τοῖς ὑπομνήμασι παραγράψαιμι διά τε τὴν πίστιν τῶν ὑπ’ ἐμοῦ
λεγομένων καὶ διὰ τὴν σπάνιν τοῦ Παρμενιδείου συγγράμματος anche a costo di
sembrare insistente, vorrei aggiungere a questi miei appunti i non molti versi
di Parmenide sull'essere uno, sia per il credito delle cose da me dette, sia
per la rarità dello scritto parmenideo (DK 28 A21). Cordero giudica molto
probabile sulla scorta del lavoro filologico di Diels l'utilizzazione da parte
di Proclo (V secolo) e Simplicio (VI secolo) di due differenti versioni del
poema di Parmenide61. Damascio (V-VI secolo d.C.) cita sulla scorta del
commento perduto di Giamblico (III-IV secolo d.C.) al Parmenide platonico.
Altri autori antichi (V e VI secolo d.C.) come Ammonio, Filopono, Olimpiodoro e
Asclepio potrebbero non aver avuto la possibilità di accedere direttamente a
copia dell’intero poema62. Le fonti e i loro problemi Da un punto di vista
culturale, possiamo rileggere questa storia disponendo le fonti in tre
raggruppamenti63: Platone, Aristotele,
Teofrasto e Eudemo (tutti del IV secolo a.C.), gravitanti intorno alle due
principali istituzioni filosofiche ateniesi: Accademia e Liceo; figure eterogenee appartenenti a centri di
cultura ellenistico-romana: Plutarco (I sec.), Galeno (II sec.), Clemente
Alessandrino e Sesto Empirico (II-III sec.), Diogene Laerzio (III sec.); (iii)
figure cronologicamente e geograficamente distanti, ma unite culturalmente dal
fondamentale neoplatonismo: Plotino (III sec.), Giamblico (III-IV sec.), Proclo
(IV-V sec.), Damascio e Ammonio (V-VI sec.): Simplicio è loro discepolo. 61
Cordero 5. 62 Coxon 2. 63 Seguiamo Passa 21. 56 Fonti attiche Possiamo supporre
che le fonti del primo gruppo abbiano avuto accesso a copie del poema: secondo
Passa64, si può facilmente dimostrare, tuttavia, che in molti casi esse citano
a memoria, ma è probabile che sfruttassero anche la prima sistemazione del
materiale presocratico a opera dei sofisti. Si ritiene, infatti, che Platone e
Aristotele ricorressero alle selezioni approntate nella seconda metà del V
secolo a.C. da Ippia (che nella sua Συναγωγή aveva estratto, messo in relazione
e commentato tesi presenti in opere poetiche e in prosa65) e Gorgia (che, a sua
volta, aveva estrapolato dalla prima produzione filosofica enunciati teorici
che potevano essere organizzati per contrapposizioni, così sottolineando gli
insolubili contrasti tra filosofie: un'impostazione che certamente ha lasciato
tracce ancora nelle opere ippocratiche, in Senofonte e Isocrate). Platone e
Aristotele, che rivelano nelle loro opere di combinare i due approcci, pur
avendo modo di consultare direttamente almeno una parte delle opere attribuite
ai primi filosofi, sarebbero stati comunque condizionati dagli schemi sofistici
nella loro lettura66. Se è plausibile, dunque, che le nostre fonti più antiche
- Platone, Aristotele e i suoi discepoli Teofrasto e Eudemo - avessero accesso
a copie dell’intero poema, è tuttavia significativo che Teofrasto e Eudemo non
siano fonti primarie dei versi che citano e che lo stesso Aristotele citi (3
volte su 4) probabilmente sulla scorta dei dialoghi platonici (per altro poco
accurati nel riportare il testo parmenideo)67. La disponibilità, inoltre, di
differenti versioni dello stesso frammento (B16) in Aristotele e Teofrasto può
essere indizio dell’esistenza, già nel IV secolo a.C., di almeno due distinte
tradizioni manoscritte. Nonostante sia praticamente impossibile per noi
risalire oltre la redazione attica del poema pos- 64 Ivi 25. 65 J.-F. Balaudé,
Hippias le passeur, in La costruzione del discorso filosofico nell’età dei
Presocratici, a cura di M.M. Sassi, Edizioni della Normale, Pisa 2006288 ss.. 66
J. Mansfeld, Sources, in The Cambridge Companion to Early Greek Philosophy,
cit.26-27. 67 Ivi2-3. 57 seduta dall'Accademia e dal Peripato, è dunque almeno
ipotizzabile discriminare al suo interno tra il testo usato (o citato a
memoria) da Platone e Aristotele e quello usato da Teofrasto. Né, come abbiamo
in precedenza segnalato, si può escludere che redazioni alternative autonome
siano sopravvissute nella tradizione più tarda68. La recente ricerca
linguistica69 sottolinea come Platone citi da una versione già in parte
"atticizzata" del Poema, che aveva dunque sopportato interventi
simili a quelli operati (nello stesso periodo) sul testo omerico: modificazioni
del vocalismo e introduzione di aspirazioni (in origine il testo doveva essere
psilotico). Il testo riportato da Platone è nel complesso accurato, sebbene,
secondo Passa, proprio a Platone si possa far risalire la spiccata propensione
a interpretarlo, che diventerà poi norma per i neoplatonici, con conseguenti
gravi alterazioni nelle loro redazioni. Da Platone e dalla sua scuola deriverà,
fino a Proclo, quella tradizione "accademica" da cui è tratta la
maggioranza delle citazioni del Poema disponibili. In considerazione di quanto
sopra osservato, è plausibile che Aristotele, a sua volta, dipenda da Platone,
mentre Teofrasto potrebbe aver attinto da fonte alternativa: è dalla ricerca
dell'allievo di Aristotele che si sarebbe formata, in ambiente peripatetico, la
tradizione "dossografica", quella delle fonti che derivano le proprie
citazioni da compilazioni70. 68 Passa 26. 69 . 70 La tradizione dossografica si
apre in effetti con le Φυσικαὶ Δόξαι (nella tradizione per lo più indicato come
Physicorum Opiniones) di Teofrasto (in 16 libri): integrata in periodo
ellenistico, l’opera sarebbe stata poi utilizzata dagli Epicurei, Cicerone,
Varrone, Enesidemo (fonte di Sesto Empirico, seconda metà II secolo), dal
fisico Sorano (I-II secolo), Tertulliano (II-III secolo). Diels denominò questa
revisione Vetusta Placita. Essa sarebbe stata ulteriormente rivisitata,
abbreviata e integrata nel I secolo da un autore indicato come Aëtius, la cui
raccolta, per noi perduta, è stato ricostruita da Diels. Il filologo tedesco ha
mostrato come i Placita attribuiti a Plutarco (in realtà pseudo-Plutarco, II
secolo) fossero una sintesi dell’opera di Aëtius (e il De historia philosophica
di Galeno un’ulteriore riduzione di pseudoPlutarco) e soprattutto come da
Aëtius (anche attraverso il materiale riassunto da pseudo-Plutarco)
dipendessero la monumentale antologia (solo 58 Fonti ellenistico-romane
Plutarco (esponente di punta della Media Accademia) è il primo autore, dopo il
lungo silenzio dell'età ellenistica, a citare passi del Poema: gli attuali
frammenti B1.29-30, B8.4, B13, B14, B15 hanno Plutarco come fonte; degli ultimi
due egli è la nostra unica fonte. Sebbene dichiari di ricorrere ad appunti (ὑπομνήματα),
alcune varianti di testo fanno supporre che egli citi da fonti attendibili71. È
probabile attingesse a una tradizione vicina o identica a quella
"accademica" (le sue citazioni presentano coincidenze con varianti
trasmesse da Proclo), prima, tuttavia, delle alterazioni intervenute nella
successiva tradizione neoplatonica. La redazione plutarchea di B1.29, infatti,
coincide con quella di Sesto Empirico e Diogene Laerzio, ed è alternativa a
quelle di Proclo e Simplicio72. Indicativo della validità della fonte plutarchea
è soprattutto il caso di B13 (trasmesso anche da Platone, Aristotele, Sesto
Empirico, Simplicio, Stobeo): Plutarco è l'unico testimone in grado di
menzionare chiaramente soggetto e contesto del frammento, con l'indicazione
della sezione cui la citazione apparteneva (un unicum nelle fonti)73.
Dimestichezza con il Poema, secondo Coxon74, mostrerebbe nel complesso Clemente
Alessandrino (per noi fonte più antica di quasi tutto ciò che cita75: B1.29 s.,
B3, B4, B8.3 s., B10), ma il fatto che di B8.4 egli sia l'unico a riportare la
variante ἀγένητον (nella dossografia impiegata per sottolineare l'accordo di
Parmenide con Senofane) - dove Simplicio presenta ἀτέλεστον - fa suppore, nella
ricezione del testo, un condizionamento da parte di in parte conservata) di
Stobeo (V secolo), Eclogae physicae, e la Graecarun affectionum curatio di
Teodoreto (V secolo). A Teofrasto sarebbero in ultimo da ricondurre anche la
Refutatio omnium haeresium di Ippolito (III secolo), gli Stromateis di altro
pseudo-Plutarco (conservato da Eusebio), i capitoli dedicati ai primi filosofi
greci nelle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio (III secolo). Su questo
Mansfeld, op. cit.23-24. 71 Passa 27. 72 Ivi27-28. 73 Ivi 28. 74 Coxon 5. 75
Ivi 3. 59 versioni dossografiche. Più recisa la valutazione di Passa76, secondo
cui gli atticismi delle citazioni rivelerebbero come Clemente lavorasse su un
testo fortemenete modificato, di fonti atticizzate. Il livello di corruttela
farebbe escludere (contro l'ipotesi di Coxon) la disponibilità di copia
integrale del Poema. La ricerca di Passa ha evidenziato la peculiarità del
contributo di Sesto Empirico nella storia del testo del Poema: egli sarebbe, in
effetti, il solo a conservare nelle proprie citazioni tracce di una tradizione
testuale alternativa a quella attica77. In particolare è Sesto - cui dobbiamo
anche la citazione di B7.2-7 e B8.1-2) l'unica fonte del Proemio (B1.1-30) e
una sua interpretazione allegorica: in genere si afferma che esse dipendano da
fonte intermedia, probabilmente di ambiente vicino a Posidonio, ma lo studioso
italiano ha avanzato l'ipotesi che Sesto abbia utilizzato fonti diverse per il
testo del proemio e per la sua parafrasi78. Questa dipenderebbe effettivamente
da commento stoico; nel caso del testo del Proemio, tuttavia, Sesto è l'unico a
conservare traccia dell'antica redazione psilotica del poema: probabile,
dunque, che egli disponesse di una buona copia del Proemio, verosimilmente da
esemplare di tutto il poema79. Che Sesto (ovvero la sua fonte) possa aver
attinto a una terza tradizione testuale, è ipotesi che anche Cordero80 avanza,
sebbene la citazione di B1.29-30 in tre lezioni differenti non ne possa
costituire prova conclusiva. A tradizione testuale molto vicina a quella
sestana (quindi non attica), potrebbe aver attinto anche Diogene Laerzio, che
fornisce identica redazione di B1.29 e, con Sesto, una buona porzione di B7
(vv. 3-5)81. Fonti neoplatoniche La prima fonte neoplatonica ovviamente dopo lo
stesso Plotino (III secolo d.C.), che cita solo di passaggio frammenti isolati:
76 Passa 32. 77 Passa 29. 78 Ivi 31. 79 . 80 Cordero 5. 81 Coxon (op. cit.2-3)
presume invece, nel caso di Sesto e di Diogene, fonti peripatetiche e stoiche.
60 B3, B8.5, B8.25, B8.43 - è costituita da Proclo, che fu scolarca
dell'Accademia fino alla morte (fine V secolo). A lui dobbiamo un consistente
numero di citazioni: gli attuali B1.29-30, B2, B3, B4.1, B5, B8.4, B8.5, B8.25,
B8.26, B8.29-32, B8.35-36, B8.43- 45, che rivelano la sua familiarità con
l’opera parmenidea82, ciò suggerendo la possibilità che avesse accesso a testo
completo. Oggi si concorda83 sostanzialmente sulla notevole approssimazione dei
suoi riferimenti, probabilmente risultato di citazioni a memoria, eppure si
conviene che, in considerazione delle coincidenze non casuali con la versione
di Plutarco, il testo di Proclo dovesse essere antico almeno quanto quello di
Plutarco, e derivare dalla medesima tradizione testuale accademica84, sebbene
ormai modificata dall'interpretazione neoplatonica di Parmenide. Nella propria
edizione del Poema (1897)85 Hermann Diels attribuì a Simplicio - come fonte per
la ricostruzione dell'opera di Parmenide - enorme valore. A conclusione della
propria introduzione, il filologo tedesco da un lato assumeva che l'esemplare
di Simplicio dovesse essere di qualità eccellente (im Ganzen vortrefflich),
forse (vermutlich) risalente alla stessa biblioteca della scuola di Platone86,
di cui egli fu uno degli ultimi esponenti prima della chiusura a opera di
Giustiniano (529 d.C.); dall'altro, però, riconosceva anche come Simplicio e
Proclo non potessero aver ricavato dalla stessa copia le rispettive citazioni.
Così, nonostante risultassero legati alla stessa istituzione, secondo Diels i
due commentatori neoplatonici avrebbero utilizzato codici diversi87, esemplari
di versioni testuali alternative all'interno della stessa tradizione
accademica. L'impostazione dielsiana nello specifico è stata di recente
discussa con acribia da Passa88, secondo il quale è difficile credere 82 Coxon,
op. cit.2-3. 83 Coxon, op. cit.5-6; Passa, op. cit.38-39. 84 Passa 39. 85 H.
Diels, Parmenides Lehrgedicht, Academia Verlag, Sankt Augustin 2001225-26. 86
Ivi 26. 87 . 88 Op. cit.35 ss. 61 che Simplicio potesse derivare la propria
copia dalla biblioteca dell'Accademia, dal momento che: dopo la chiusura decretata nel 529 dall'editto
di Giustiniano, i filosofi neoplatonici (il diadoco Damascio e l'allievo
Simplicio) prima si recarono in esilio presso il re persiano Cosroe (531), per
ritirarsi poi (532) entro i confini dell'impero bizantino, a Harran
(Mesopotamia) o in Siria; tutti i
trattati simpliciani furono stesi dopo il ritorno dalla Persia, secondo questo
ordine: de caelo, in physicam, (iii) in categorias, (iv) de
anima89. Simplicio cui dobbiamo citazioni degli attuali B1.28-32, B2.3-8, B6,
B7.1-2, B8, B10, B11, B12, B13, B20 - è stato, in effetti, generalmente
considerato fonte attendibile anche dagli editori successivi: ancora Coxon90
giudicava l'esemplare a disposizione di Simplicio a rare and excellent copy.
Nonostante si possa registrare come un certo numero di sue citazioni sia
ricavato da testi platonici, e plausibilmente sospettare che sia ricorso a ὑπομνήματα
e/o compilazioni antologiche (conosce infatti due redazioni di B8.4, di cui una
molto vicina all'esemplare di Plutarco e Proclo)91, a favore dell'affidabilità
dell'attestazione di Simplicio depongono l'esplicito impegno a trasmettere
documenti del pensiero antico ritenuti fondamentali e il fatto che egli mostri
di padroneggiare la struttura del Poema sin dal primo commento aristotelico (de
caelo) 92. Soprattutto hanno pesato, nella valutazione del suo contributo, i
suoi espliciti rilievi, in precedenza citati: vorrei aggiungere a questi miei
appunti i non molti versi di Parmenide sull'essere uno, sia per il credito
delle cose da me dette, sia per la rarità dello scritto parmenideo (DK 28 A21).
Passa93 ha tuttavia messo in dubbio l'attendibilità della redazione
simpliciana, facendo leva in particolare su un indizio: citando iB8.53-59,
Simplicio (in physicam 31, 3) segnala: 89 Ivi 36. 90 Coxon 6. 91 Passa p. 40.
92 . 93 Ivi41-43. 62 καὶ δὴ καὶ καταλογάδην μεταξὺ τῶν ἐπῶν ἐμφέρεταί τι ῥησείδιον
ὡς αὐτοῦ Παρμενίδου ἔχον οὕτως· ἐπὶτῶι δέ ἐστι τὸ ἀραιὸν καὶ τὸ θερμὸν καὶ τὸ
φάος καὶ τὸ μαλθακὸν καὶ τὸ κοῦφον, ἐπὶ δὲ τῶ ι π υ κ ν ῶ ι ὠ ν όμασται τὸ ψυχρὸν
καὶ τὸ ζόφος καὶ σκληρὸν καὶ βαρύ· ταῦτα γὰρ ἀπεκρίθη ἑκατέρως ἑκάτερα tra i
versi si riferisce un passo in prosa come dello stesso Parmenide, che dice
così: per questo ciò che è raro è anche caldo, e luce e morbidezza e
leggerezza; per la densità invece il freddo è indicato come oscurità, durezza e
pesantezza. Dopo B8.57, evidentemente, nella copia utilizzata da Simplicio, uno
scolio era stato incorporato (da un copista che non si era reso conto trattarsi
di καταλογάδην τι ῥησείδιον, di un passo in prosa) all'interno del testo del
Poema. Il commentatore, tuttavia, nel citare il passaggio, non sembra
preoccuparsene, riferendolo sostanzialmente allo stesso Parmenide (ὡς αὐτοῦ
Παρμενίδου)! Whittaker94 ne ha inferito che:
l'esemplare simpliciano del Poema doveva presentarsi come the product of
unintelligent transcription from an annotated source; la competenza del commentatore (che non si
avvede dell'inquinamento del testo) in relazione al testo parmenideo doveva
essere discutibile. Una valutazione che dovrebbe far riflettere sulla
problematica situazione testuale del Poema, soprattutto accreditando l'ipotesi
di Deichgräber95 che tutta la copia di Simplicio fosse corredata di scolii.
Passa ha proposto un'interessante spiegazione dell'atteggiamento del
commentatore neoplatonico: il mancato allarme di fronte all'inserto in prosa
nel corpo esametrico del Poema deriverebbe dalla piena assimilazione del quadro
proposto nel Sofista platonico (237a): 94 J. Whittaker, God, Time, Being. Two
Studies in the Transcendental Tradition in Greek Philosophy, Osloae Citato da
Passa 41-2. 95 K. Deichgräber, "Xenophanes' περὶ φύσεως", Rheinisches
Museum Τετόλμηκεν ὁ λόγος οὗτος ὑποθέσθαι τὸ μὴ ὂν εἶναι· ψεῦδος γὰρ οὐκ ἂν ἄλλως
ἐγίγνετο ὄν. Παρμενίδης δὲ ὁ μέγας, ὦ παῖ, παισὶν ἡμῖν οὖσιν ἀρχόμενός τε καὶ
διὰ τέλους τοῦτο ἀπεμαρτύρατο, πεζῇ τε ὧδε ἑκάστοτε λέγων καὶ μετὰ μέτρων - Οὐ
γὰρ μή ποτε τοῦτο δαμῇ, φησίν, εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ σὺ τῆσδ’ ἀφ’ ὁδοῦ διζήμενος
εἶργε νόημα [B7.1-2] Questo discorso ha osato ammettere che il non essere sia:
il falso, in effetti, non potrebbe darsi diversamente. Il grande Parmenide,
invece, caro figliolo, a noi che eravamo ragazzi testimoniava contro ciò
dall'inizio alla fine, ribadendo ogni volta, nelle sue parole e nei suoi versi,
che: Mai, infatti, questo sarà forzato: che siano cose che non sono. Ma tu da
questa via di ricerca allontana il pensiero. Platone documentava una pratica di
insegnamento in cui si intrecciavano la memorizzazione dei contenuti
fondamentali del Poema, l'esposizione dettagliata del maestro, l'approfondimento
e il chiarimento di temi attraverso la comunicazione di informazioni
supplementari96: è possibile che in tal modo egli recuperasse un modello
effettivamente operante in ambito eleatico97. Non va inoltre dimenticato che,
proprio a partire da questa "testimonianza" platonica, nella
tradizione tarda (come attesta Suda, X secolo) si diffuse la convinzione che
Parmenide avesse composto, oltre al Poema, anche opere in prosa: Παρμενίδης
Πύρητος Ἐλεάτης φιλόσοφος, μαθητὴς γεγονὼς Ξενοφάνους τοῦ Κολοφωνίου, ὡς δὲ
Θεόφραστος Ἀναξιμάνδρου τοῦ Μιλησίου. ἔγραψε
δὲ φυσιολογίαν δι’ ἐπῶν καὶ ἄλλα τινὰ καταλογάδην, ὧν μέμνηται Πλάτων 96 Passa 25.
97 Ne sono sostanzialmente convinti sia Cerri sia Passa, che richiamano questo
punto. 64 Parmenide, figlio di Pireto, filosofo eleate, fu discepolo di
Senofane di Colofone; secondo Teofrasto, al contrario, di Anassimandro di
Mileto. Scrisse di scienza della natura in versi e di altri argomenti in prosa,
come ricorda Platone (DK 28 A2). Non sorprenderà, quindi, che Simplicio, poco
avveduto sul piano filologico, potesse frettolosamente ricondurre l'inserto in
prosa a commento dello stesso autore. Queste considerazioni contribuiscono a
ridimensionare la fiducia nell'attendibilità dell'attestazione simpliciana, che
Passa98 giudica fondamentale ma sopravvalutata: [Simplicio] mancava infatti sia
della capacità di inquadrare correttamente Parmenide nel suo vero contesto
storico-culturale, sia di strumenti critici in grado di smascherare i vizi
dell'esemplare in suo possesso. Quel che però risulta più preoccupante per
l'editore del Poema parmenideo è la prospettiva che nelle citazioni simpliciane
si riflettano interventi diretti sul testo, operati all'interno della scuola
platonica, perché rispondesse alle sue aspettative teoriche: proprio il caso di
Simplicio potrebbe essere esemplare, se accettiamo la ricostruzione di Passa99.
Nell'ambiente siriaco in cui Simplicio avrebbe sviluppato tutta la sua opera di
commento, si era radicata, a partire dal II secolo, una tradizione che, da
Numenio a Giamblico (III secolo), aveva puntato a una rilettura della storia
della filosofia (Φιλόσοφος ἱστορία era il titolo della grandiosa ricostruzione
del maestro di Giamblico, il neoplatonico Porfirio, allievo diretto di Plotino)
imperniata sulla rivelazione della Verità: la filosofia vi era infatti
interpretata come recupero, con gradi variabili di approssimazione, di una
verità eterna, di cui Pitagora (erede delle antiche dottrine di Zarathustra,
Anassimandro, Egizi, Fenici, Caldei ed Ebrei) prima, 98 Passa 145. 99 Ivi 35
ss.. 65 e poi soprattutto Platone sarebbero stati i più lucidi testimoni100.
Caratteristica dell'interpretazione siriaca di Giamblico (cui si deve un
importante "canone" di lettura tematico-gerarchica dell'opera
platonica101) rispetto all'interpretazione porfiriana102 era la valorizzazione
dell'essenza "pitagorica" del pensiero di Platone (e Aristotele), che
finiva per coinvolgere, in prospettiva, anche i pensatori presocratici: così,
per esempio, Parmenide figurava nel catalogo dei pitagorici103. È in tale
ambiente che Simplicio avrebbe recuperato in genere gli strumenti necessari al
ripensamento di Platone e Parmenide (visto come anello di congiunzione104) e il
materiale per le proprie citazioni. Le citazioni di Simplicio rimangono
comunque fondamentali (in particolare per la possibilità del commentatore di
ricorrere direttamente a esemplare del Poema, che consente di conservare
caratteristiche formali autentiche, perdute in altri settori della
tradizione105), ma non senza riconoscimento e consapevolezza della presenza -
all'interno delle citazioni stesse - di
un evidente processo di adattamento linguistico (contrazioni, crasi) al
modello attico; un possibile intervento
sul lessico per impreziosire il testo106; (iii) una probabile
"normalizzazione"107 del testo sul piano dei contenuti, alla luce
della chiave di lettura neoplatonizzante e pitagorizzante. 100 Molto utili per
la ricostruzione di questo quadro il saggio introduttivo di G. Girgenti,
Interpetazione filosofica della Vita di Pitagora, in Porfirio, Vita di
Pitagora, a cura di A.R. Sodano e G. Girgenti, Rusconi, Milano 1998, e
l'introduzione dello stesso Sodano alla sua edizione di Porfirio, Storia della
filosofia, Rusconi, Milano 1997. 101
Platone-etico: Alcibiade Primo, Gorgia e Fedone; Platone-logico: Cratilo, Teeteto; (iii)
Platone-fisico: Sofista e Politico; (iv) Platone-teologo: Fedro, Simposio,
Filebo (per il sommo bene). Il tutto era poi ricomposto nella lettura di Timeo
e Parmenide, che riassumevano tutto l'insegnamento platonico sulla natura e la
teologia. 102 Girgenti 11. 103 Passa 37. 104 Ivi 145. 105 Ivi 42. 106
Operazione caratteristica del Neopitagorismo secondo Passa, . 107 . Edizioni
del testo consultate Per il testo e la traduzione ho tenuto conto delle
seguenti edizioni contemporanee: H. Diels W. Kranz, Die Fragmente der
Vorsokratiker, Weidmannsche Verlagsbuchhandlung, Berlin 19526 [indicheremo
l'edizione come Diels-Kranz ovvero DK. Per la traduzione italiana, quando non
abbiamo personalmente tradotto, abbiamo utilizzato quella, a cura di Reale, “I
presocratici” (Bompiani, Milano). P. Albertelli, Gli Eleati. Testimonianze e
frammenti, Laterza, Bari [indicheremo
l'edizione come Albertelli] I presocratici. Frammenti e testimonianze. I. La
filosofia ionica. Pitagora e l’antico pitagorismo. Senofane. Eraclito. La
filosofia elatica, introduzione, traduzione e note a cura di A. Pasquinelli,
Einaudi, Torino 1958 [indicheremo l'edizione come Pasquinelli] Parmenide,
Testimonianze e frammenti, Introduzione, traduzione e commento a cura di M.
Untersteiner, La Nuova Italia, Firenze 1958 [indicheremo l'edizione come Untersteiner]
G.S. Kirk, J.E. Raven, The Presocratic Philosophers. A Critical History with a
Selection of Texts, C.U.P., Cambridge 1963 [indicheremo l'edizione come
Kirk-Raven] Parmenides. A Text with Translation, Commentary and Critical
Essays, by L. Tarán, Princeton University Press, Princeton 1965 [rimane, per i
problemi testuali e la loro discussione, una edizione di riferimento. La
indicheremo com Tarán] Parmenides, Über das Sein, übersetzt von J. Mansfeld,
herausgegeben von H. von Steuben, Reclam, Stuttgart 1981 Les deux chemins de
Parménide, édition critique, traduction, études et bibliographie par N.-L.
Cordero, Vrin, Paris [da 67 integrare
con l’opera interpretativa aggiornata - dello stesso autore By Being, It Is,
Parmenides Publisher, Las Vegas 2004: complessivamente offrono un grande
contributo testuale, grazie alla discussione delle difficoltà e al confronto
costante con la tradizione dei manoscritti. Indicheremo lo studio del 2004 come
Cordero] Parménide, Le poème, présenté par J. Beaufret, PUF, Paris (edizione originale 1955) A.H. Coxon, The
Fragments of Parmenides, Van Gorcum, Assen/Maastricht 1986 [fondamentale, anche
per i riferimenti alla tradizione testuale e ai manoscritti, nonostante le
riserve di O’Brien. La indicheremo come Coxon] Études sur Parménide, sous la
direction de P. Aubenque, t. I, Le Poème de Parménide, texte, traduction, essai
critique par D. O’Brien, Vrin, Paris 1987 [strumento molto utile per la
discussione delle difficoltà testuali, ma anche per la doppia traduzione,
francese e inglese, con le scelte conseguenti. Lo indicheremo come O'Brien]
Parmenides of Elea, Fragments. A Text and Translation with an Introduction by
Gallop, University of Toronto Press, Toronto 1987 [indicheremo l'edizione come
Gallop] Parmenide, Poema sulla Natura. I frammenti e le testimonianze
indirette, presentazione, traduzione e note a cura di G. Reale, saggio
introduttivo e commentario filosofico a cura di L. Ruggiu, Rusconi, Milano 1991
[non si distingue tanto come strumento filologico, quanto per l’ampio
commentario filosofico di corredo. Indicheremo la traduzione come Reale e il
commento come Ruggiu] Parmenides, Die Fragmente, herausgegeben von E. Heitsch,
Artemis et Winkler, Zürich 1995 [indicheremo l'edizione come Heitsch]
Parménide, Sur la nature ou sur l’étant. La langue de l’être?, présenté,
traduit et commenté par B. Cassin, Éditions du Seuil, Paris 1998 [indicheremo
l'edizione come Cassin] Parménide, Le Poéme: Fragments, texte grec, traduction,
présentation et commentaire par M. Conche, PUF, Paris 1999 (edizione originale
1996) [indicheremo l'edizione come Conche] 68 Parmenide di Elea, Poema sulla
Natura, introduzione, testo, traduzione e note di commento di G. Cerri, BUR,
Milano 1999 [strumento essenziale pur trattandosi di edizione tascabile - per
la discussione dei principali problemi testuali, e la chiarificazione dei nessi
con la letteratura greca arcaica. Lo indicheremo come Cerri] H. Diels,
Parmenides Lehrgedicht mit einem Anhang über griechische Türen und Schlösser,
mit einem neuen Vorwort von W. Burkert und einer revidierten Bibliographie von
D. De Cecco, Academia Verlag, Sankt Augustin 20032 (edizione originale 1897)
[rimane opera fondamentale, soprattutto per la comprensione dell’ambiente
culturale e i motivi del poema. La indicheremo come Diels] Parmenide, Poema
sulla natura, a cura di V. Guarracino, Edizioni Medusa, Milano 2006 Parmenide,
Sull’Ordinamento della Natura. Per un’ascesi filosofica, a cura di Raphael,
Edizioni Asram Vidya, Roma 2007 Die Vorsokratiker, Band II (Parmenide, Zenon,
Empedokles), Auswahl der Fragmente und Zeugnisse, Übersetzung und Erläuterung
von M. Laura Gemelli Marciano, Artemis et Winkler Verlag, Düsseldorf 2009
[indicheremo l'edizione come Gemelli Marciano] Le parole dei Sapienti.
Senofane, Parmenide, Zenone, Melisso, traduzione e cura di A. Tonelli,
Feltrinelli, Milano 2010 [indicheremo l'edizione come Tonelli] The Texts of
Early Greek Philosophy. The Complete Fragments and Selected Testimonies of the
Major Presocratics, translated and edited by D.W. Graham, Part I, C.U.P.,
Cambridge 2010 [indicheremo l'edizione come Graham] Per specifici problemi
testuali risulta ancora illuminante A.P.D. Mourelatos, The Route of Parmenides.
A Study of Word, Image and Argument in the Fragments, Yale University Press,
New Haven London 1970 (ora in edizione aggiornata presso Parmenides Publisher,
Las Vegas 2008) [indicheremo l'opera genericamente come Mourelatos]. 69 Molto
utili per la discussione di singoli problemi interpretativi J. Mansfeld, Die
Offenbarung des Parmenides und die menschliche Welt, Van Gorchum, Assen 1964
[indicheremo l'opera genericamente come Mansfeld] e W. Leszl, Parmenide e
l’Eleatismo, Dispensa per il corso di Storia della filosofia antica, Università
degli Studi di Pisa, Pisa 1994 [indicheremo l'opera genericamente come Leszl].
In generale, per lo status interpretativo fino alla seconda metà degli anni
Sessanta, è strumento di inquadramento l’aggiornamento, a cura di G. Reale, di
E. Zeller R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I,
Volume III: Eleati, La Nuova Italia, Firenze 1967 (ora ristampato come E.
Zeller, R. Mondolfo, G. Reale, Gli Eleati, Bompiani, Milano 2011, con
aggiornamento bibliografico a cura di G. Girgenti). Per una dettagliata analisi
del frammento B8 e delle sue premesse è davvero illuminante la lettura di R.
McKirahan, “Signs and Arguments in Parmenides B8”, in The Oxford Handbook of
Presocratic Philosophy, edited by. P. Curd D.W. Graham, O.U.P., Oxford 2008 189-229.
Per la storia e lo stato del testo di rilievo, insieme al fondamentale Les deux
chemins de Parménide cit., il recente lavoro di E. Passa, Parmenide. Tradizione
del testo e questioni di lingua, Edizioni Quasar, Roma [che indicheremo come Passa]. Letteratura
critica consultata J.E. Raven, Pythagoreans and Eleatics. An account of the
interaction between the two schools during the fifth and early fourth centuries
B.C., Cambridge University Press, Cambridge 1948 J. Zafiropulo, L’Ecole Eléate,
Les Belles Lettres, Paris 1950 J.H.M.M. Loenen, Parmenides Melissus, Gorgias. A
Reinterpretation of Eleatic Philosophy, Van Gorchum, Assen W. Jaeger, La teologia dei primi pensatori
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Verdenius, Parmenides. Some Comments on His Poem, Hakkert, Amsterdam 1964
Parmenides, herausgegeben von K. Riezler, Vittorio Klostermann, Frankfurt a.M. (edizione
originale 1934) M.C. Stokes, One and Many in Presocratic Philosophy, The Center
for Hellenic Studies, Washington 1971 M. Pellikaan-Engel, Hesiod and
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Anaximander, Anaximenes, Pythagoras und die Pythagoreer, Xenophanes, Heraklit),
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Gemelli Marciano, Artemis et Winkler Verlag, Düsseldorf 2007 [indicheremo
questa edizione come Gemelli Marciano] A. Bernabé y F. Casadesús (coords.),
Orfeo y la tradicíon órfica. Un reencuentro, 2 voll., Akal, Madrid 2008 The
Oxford Handbook of Presocratic Philosophy, edited by. P. Curd D.W. Graham,
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Wöhrle (Hrsg.), Die Milesier: Thales, De Gruyter, Berlin 2009 [Traditio
Praesocratica] Die Vorsokratiker, Band III (Anaxagoras, Melissos, Diogenes von
Apollonia, die antiken Atomisten), Auswahl der Fragmente und Zeugnisse,
Übersetzung und Erläuterung von M. Laura Gemelli Marciano, Artemis et Winkler
Verlag, Düsseldorf Il quinto secolo. Studi
di filosofia antica in onore di
Rossetti, a cura di S. Giombini e F. Marcacci, Aguaplano, Perugia 2011
La Sagesse Présocratique. Communications des Savoirs en Grèce Archaïque: des
Lieux et des Hommes, sous la direction de M.-L. Desclos et F. Fronterotta,
Armand Colin, Paris Con la sigla LSJ
indichiamo Liddell, Scott, Greek English Lexicon, revised and augmented
throghout by Jones, Clarendon, Oxford. Frammenti testo greco e traduzione
italiana. Le note al testo si riferiscono a problemi di determinazione del
testo originale; quelle alla traduzione, invece, a problemi di resa del testo
greco e di interpretazione. DK B1 ἵπποι
ταί με φέρουσιν, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι, πέμπον, ἐπεί μ΄ ἐς ὁδὸν βῆσαν
πολύφημον ἄγουσαι δαίμονος1, ἣ κατὰ †... †2 φέρει εἰδότα φῶτα· τῇ φερόμην· τῇ
γάρ με πολύφραστοι φέρον ἵπποι ἅρμα
τιταίνουσαι, κοῦραι δ΄ ὁδὸν ἡγεμόνευον. ἄξων δ΄ ἐν χνοίῃσιν ἵ < ει >3
σύριγγος ἀυτήν αἰθόμενος - δοιοῖς γὰρ ἐπείγετο δινωτοῖσιν κύκλοις ἀμφοτέρωθεν
-, ὅτε σπερχοίατο πέμπειν Ἡλιάδες κοῦραι, προλιποῦσαι δώματα Nυκτός εἰς φάος, ὠσάμεναι
κράτων5 ἄπο χερσὶ καλύπτρας. ἔνθα πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός εἰσι κελεύθων, καί
σφας6 ὑπέρθυρον ἀμφὶς ἔχει καὶ λάινος οὐδός· αὐταὶ δ΄ αἰθέριαι πλῆνται
μεγάλοισι θυρέτροις· τῶν δὲ Δίκη7 πολύποινος ἔχει κληῖδας ἀμοιϐούς. [ τὴν δὴ
παρφάμεναι κοῦραι μαλακοῖσι λόγοισιν 1 Diels-Kranz (ma non Diels nella sua
originaria edizione del poema parmenideo) accolgono la correzione (Stein, 1867)
del genitivo δαίμονος nel nominativo δαίμονες, di cui oggi si riconosce
l'arbitrarietà. Non si tratta di lacuna testuale, ma di testo presumibilmente
corrotto: KATAPANTATH, trasmesso nei codici come κατὰ πάντ’ ἄτη (N), κατὰ πάντἀτη
(L), κατὰ πάντα τη (E), κατὰ πάντα τῆ (codices deteriores). Diels legge: κατὰ
πάντ’ ἄ < σ > τη (partendo dall'errore di decodifica del codice N da
parte di Mutschmann). Per il resto gli editori hanno fatto ricorso a congetture
plausibili nel contesto: Cerri: κατὰ πάντ’ ἃ τ’ ἔῃ; Cordero: κατὰ πάν ταύτῃ;
Coxon suggerisce κατὰ πάντ’ ἄ < ν > τη < ν >. Per la traduzione si
veda nota relativa. 3 χνοίῃσιν ἵ < ει > è correzione di Diels (1897) a
χνοῖησινι del codice N, χνοιῆσιν (codici EL). 4 Scegliamo, seguendo Diels, di
considerare Νύξ nome proprio della divinità, così come nel caso del successivo Ἦμαρ.
Il genitivo κρατερῶν dei codici è stato emendato in κρατῶν da Karsten e il
κράτων da Diels. 6 La forma pronominale greca σφας è evoluzione dell'accusativo
plurale di terza persona in uso nell'epica arcaica (σφε) all'interno della
aedica ionica: la presenza della forma in Parmenide è considerata notevole da
Passa (pp. 99-100). La forma Δίκη è degli editori moderni: nei codici δίκην. πεῖσαν
ἐπιφράδέως, ὥς σφιν βαλανωτὸν ὀχῆα ἀπτερέως ὤσειε πυλέων8 ἄπο· ταὶ δὲ θυρέτρων
χάσμ΄ ἀχανὲς ποίησαν ἀναπτάμεναι πολυχάλκους ἄξονας ἐν σύριγξιν ἀμοιϐαδὸν εἰλίξασαι
γόμφοις καὶ περόνῃσιν ἀρηρότε9 · τῇ ῥα δι΄ αὐτέων10 ἰθὺς ἔχον κοῦραι κατ΄ ἀμαξιτὸν
11 ἅρμα καὶ ἵππους. καί με θεὰ πρόφρων ὑπεδέξατο, χεῖρα δὲ χειρί δεξιτερὴν ἕλεν,
ὧδε δ΄ ἔπος φάτο καί με προσηύδα ὦ κοῦρ΄ ἀθανάτοισι συνάορος12 ἡνιόχοισιν, ἵπποις θ’ αἵ 13 σε φέρουσιν ἱκάνων ἡμέτερον δῶ,
8 La forma del genitivo πυλέων trasmessa dai codici potrebbe rivelare (Passa)
la familiarità di Parmenide con la dizione epica, manifestando in particolare
la vicinanza a Esiodo. Si tratta comunque di un caso dubbio di metatesi
quantitativa. Diels, nell'edizione del poema, si interroga sull'opportunità di
conservare πυλέων in vece di πυλῶν. La forma duale ἀρηρότε è stata restaurata
da Bergk e generalmente accolta dagli editori. Si distingue CORDERO (vedasi),
che conserva la forma del participio plurale ἀρηρότα dei codici NE e
deteriores. Il genitivo in αὐτέων,
accolto per lo più dagli editori, è conservato dal solo codice N; gli altri (LE
e deteriores) riportano αὐτῶν. Sarebbe esemplare dello stile solenne (di
ascendenza epica ionica) adottato da Parmenide. Diels, in verità, nell'edizione
del poema, opta per αὐτῶν, come oggi fa CORDERO (vedasi). Effettivamente si
possono trovare precedenti omerici (Iliade XII, 424) e esiodei (Scutum) nella
formula ὑπὲρ αὐτέων: rimane comunque il sospetto (Passa 85) che la lezione
apparentemente superiore del codice N, copia di uno scriba doctus, rifletta un
tentativo di "omerizzazione" del poema. 11 Si veda la successiva nota
a θ’ αἵ del v. 20. 12 I codici di Sesto Empirico attestano unanimemente
συνάορος, il cui vocalismo - ᾱορος appare fuori posto in un poema in esametri,
composto da un autore ionico. In Omero è attestato συνήορος, preferito da
Brandis e, nel nostro secolo, da Coxon (ἀθανάτῃσι συνήορος). Diels (1897)
rifiutò la correzione, seguito dalla quasi totalità di editori successivi. La
scelta di Diels è stata di recente difesa, su diverse basi interpretative, da
Passa (pp. 132-137), che vede nel vocalismo - ᾱορος il segno di una incidenza
della lirica corale nella letteratura arcaica e tardo-arcaica: συνάορος non è
lezione dei codici attici del poema (che dovevano riportare συνήορος), ma
probabilmente è la forma voluta dallo stesso Parmenide, che se ne appropriava
appunto in quanto forma di successo nella poesia contemporanea. 78 χαῖρ΄, ἐπεὶ
οὔτι σε Μοῖρα14 κακὴ προὔπεμπε νέεσθαι τήνδ΄ ὁδόν - ἦ γὰρ ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς
πάτου ἐστίν -, ἀλλὰ Θέμις τε Δίκη16 τε. χρεὼ 17 δέ σε πάντα πυθέσθαι ἠμέν Ἀληθείης
εὐκυκλέος19 ἀτρεμὲς 20 ἦτορ 13 I codici LE riportano ταί; N riproduce θ’ αἵ; i
codices deteriores τε. Come osserva J. Palmer (Parmenides et Presocratic
Philosophy, O.U.P., Oxford 2009 378): the postpositive connective is required
here. La presenza di ταί nei codici si giustifica probabilmente per l'eco quasi
letterale del v. 1, che può aver confuso i copisti: i codici, infatti,
riproducono per B1.1 la stessa lezione data in B1.25 (Passa 59). Passa fa
tuttavia osservare come il passaggio da un originale ΘΑΙ (nella scriptio
continua dei codici) al ταί della copia non sia facilmente spiegabile, mentre è
più naturale ipotizzare che, meccanicamente, ΤΑΙ sia stato reso come ταί. È
probabile che il copista di N abbia corretto (come ha fatto in altri punti) il
testo che aveva di fronte (ΤΑΙ), allineando la lezione dei versi 1 e 25, ovvero
rilevando una sintassi difettosa: introducendo l'aspirazione, l'originale ΤΑΙ
sarebbe stato copiato appunto come θ’ αἵ. Secondo Passa, è probabile invece che
la tradizione di Sesto Empirico riportasse ΤΑΙ, da rendere come τ’ ἄι, senza
aspirazione: θ’ αἵ sarebbe forma normalizzata di τ’ ἄι (congiunzione τε seguita
dal pronome relativo ἄι senza aspirazione), che conserverebbe traccia di
psilosi, la mancanza di aspirazione, comune nel dialetto ionico in cui il poema
fu originariamente composto. A conferma lo studioso italiano porta, sempre nel
proemio, il caso di κατ΄ ἀμαξιτὸν del v. 20, conservato dai migliori codici di
Sesto Empirico (NLE), in luogo della forma aspirata καθ΄ ἁμαξιτὸν, da
attendersi. È possibile, dunque, che la redazione del proemio da cui discende
la tradizione sestana fosse psilotica. Scegliamo, a differenza degli altri
editori, di considerare Μοῖρα nome proprio, coerentemente con il contesto
divino. La scelta della maiuscola è solo di alcuni editori. Secondo Pellikaan-Engel,
Hesiod and Parmenides. A new view on their cosmologies and on Parmenides’
Proem, Hakkert, Amsterdam, l'uso della minuscola in questo caso sarebbe
legittimo, in quanto non ci troveremmo di fronte alla nozione concreta di Δίκη
incontrata al v. 14. Un caso di metatesi: χρεώ forma epica da χρήω. L'epica
conosce anche la forma più antica χρειώ (Passa). È interessante segnalare che
in questo caso, nelle vecchie edizioni (Diels 1897; Diels-Kranz), il testo
greco riporta il maiuscolo Ἀληθείη, evidentemente classificando Verità tra le
rappresentazioni divine. In considerazione della posizione - che, seguendo
Passa, si potrebbe definire di ipostasi divina - riconosciutale anche in B2.4,
reintroduciamo la maiuscola iniziale. La stessa scelta è stata compiuta da
Marciano] ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής. ἀλλ΄ ἔμπης καὶ ταῦτα
μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα21 χρῆν δοκίμως22 εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα23. 19
Degli ultimi versi del proemio abbiamo, oltre a quella di Sesto Empirico,
diverse citazioni: Simplicio cita nel commentario al De Caelo aristotelico;
Diogene Laerzio cita 28b-30, mentre Plutarco, Clemente di Alessandria, Proclo e
ancora Sesto (nella discussione) citano 29-30. Il testo di Simplicio riporta εὐκυκλέος
(ben rotonda), accolto da Diels in forza della qualità e interezza (presunte)
del manoscritto di Simplicio. Il filologo tedesco è stato in passato seguito
(tra gli altri) da Untersteiner, Guthrie, Tarán, Hölscher, e oggi da Cordero,
Reale, Cerri, Ferrari, Tonelli, Palmer. I manoscritti ellenistici (quello di
Plutarco, Sesto Empirico e Diogene Laerzio), tuttavia riportavano εὐπειθέος
(che viene tradotto come ben convincente), che i più (tra gli altri Mansfeld,
Mourelatos, Coxon, Conche, O'Brien, Gallop, Curd, Gemelli Marciano, Passa)
preferiscono. Solo Proclo usa εὐφεγγέος (risplendente), poco attendibile. Come
in altri casi, si è rivelata decisiva la convinzione della affidabilità della
redazione di Simplicio. Passa è certamente colui che, con maggiore acribia, ha
argomentato, in tempi recenti, la propria opzione (pp. 55 ss.), tra l'altro
all'interno di una ricostruzione delle tradizioni testuali del poema che mette
in discussione proprio l'affidabilità della versione di Simplicio, che
risentirebbe pesantemente di adattamenti platonizzanti (come quella di Proclo).
Di diverso avviso Cerri (p. 184), per il quale Simplicio sarebbe invece molto
attento alla conservazione del testo e del lessico parmenidei. Buone
osservazioni a difesa della lezione εὐκυκλέος, si trovano ora in Palmer. 20
Plutarco, Diogene Laerzio e Sesto Empirico (in math. 7.111) trasmettono ἀτρεκές
(non torto). Sulla lezione ἀτρεκές ha pesato la liquidazione di Diels (1897 54
ss.), che vi ha colto una trivializzazione, riconoscendo, invece,
nell'alternativa ἀτρεμὲς un predicato caratteristico dell'Ἐόν parmenideo. A
contestare la liquidazione dielsiana, riproponendo la lezione ἀτρεκές, è stato
di recente Passa (pp. 53 ss.), il quale ha dimostrato come l'aggettivo non
implichi alcuna trivialità, vantando invece precedenti illustri in Omero e
Pindaro. Come tutto il verso, anche ἀτρεκές sarebbe stato vittima di un
rimaneggiamento secondario. 21 Passa (p. 121) segnala come la forma contratta
δοκοῦντα sia molto probabilmente un atticismo nella tradizione del testo: egli
esclude che δοκοῦντα (come anche φοροῦνται in B6.6) sia lezione autentica. La
lezione δοκοῦντα sarebbe stata sostituita a δοκέοντα o δοκεῦντα. 22 Nella sua
edizione del poema Diels propose di leggere δοκίμως εἶναι come δοκιμῶσ(αι) εἶναι.
Tra gli editori novecenteschi Untersteiner è tra i pochi ad aver rilanciato
tale lezione, seguito di recente da R. Di Giuseppe Sesto Empirico, Adversus Mathematicos VII,
111;28b-32 Simplicio, In Aristotelis De Caelo 557-558; 28b30 Diogene Laerzio
IX, 22; 29-30 Plutarco, Adversus Colotem 1114 d-e; Clemente Alessandrino,
Stromata V, 9 (II, 366); Proclo, In Platonis Timaeum I, 345; Sesto Empirico,
Adversus Mathematicos VII, 114] Le Voyage de Parménide, Orizons, Paris, che
documenta ampiamente, anche nella tradizione latina, le ragioni della propria
scelta. 23 La lezione dei codici DEF di Simplicio è πάντα περ ὄντα, che
accogliamo, mentre il solo codice A riporta πάντα περῶντα (tutte le cose
pervadendo), per lo più preferito dagli editori, sulla scorta del precedente
omerico (Iliade XXI.281 ss.). Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili.
Parmenide e il cosmo dei presocratici, Aracne, Roma) osserva che la forma περῶντα
(da περάω) non ha riscontri nelle parti del poema che ci sono pervenute. Passa
(p. 127-8), incerto sulla lezione, ritiene che, accettando l'opzione περ ὄντα,
si debba comunque correggere la forma attica del participio di εἰμί in quella
ionica ἐόντα: in rapporto a un verbo fondamentale, nell'uso e nella frequenza,
all'interno del poema, è plausibile che Parmenide abbia voluto usare sempre la
stessa forma, quella propria del suo dialetto. 81 Le cavalle1 che mi portano2
fin dove il [mio] desiderio3 potrebbe giungere4, 1 Il testo greco riporta ἵπποι
ταί, con il sostantivo dunque al femminile (come in Pindaro, Bacchilide e
Sofocle). Il tema del tiro di cavalle sarebbe di origine omerica: secondo Tarán
sarebbe forzato cogliervi prova di una influenza orfica. 2 Il verbo φέρουσιν è
al presente, che, come tempo verbale, si alterna nel proemio all’imperfetto
(che indica abitualmente azioni continuate) e all’aoristo (impiegato
normalmente per azioni puntuali). Secondo Coxon (p. 14) l’uso del presente
sottolineerebbe come il poeta sia ancora sul carro, con un viaggio ancora
davanti a sé. È possibile, invece, che Parmenide intendesse effettivamente
marcare delle sequenze temporali, costruendo un proemio in cui nel canto
(presente) del poeta fosse rivissuta un'esperienza di rivelazione (passato):
rivelazione con cui il poeta stesso giustificherebbe la propria attività, la
scelta della via poetica (ὁδός πολύφημος, via ricca di canti). G.A. Privitera
("La porta della Luce in Parmenide e il viaggio del Sole di
Mimnermo", Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di
scienza morali, storiche e filologiche s. 9, v. 20, 2009 447- 464) osserva come
il Proemio sia fondato sulla memoria e autobiografico: Parmenide avrebbe
elevato alla dignità di proemio una sua lontana esperienza. A proposito
dell'uso dei tempi verbali, il presente mi portano indicherebbe in particolare
che sono state le solite cavalle di adesso e di sempre ad averlo indirizzato
nel viaggio; il successivo imperfetto πέμπον che l'azione è avvenuta nel passato;
il sostantivo κοῦρος (v. 24) segnalerebbe l'età in cui il viaggio fu
intrapreso. Traduciamo θυμός come desiderio, ritenendo che il termine greco,
nel contesto dinamico in cui è inserito, abbia il valore di slancio, ovvero ma
il significato appare più generico - di animo. È plausibile che θυμός si
riferisca non alle cavalle (ἵπποι) ma al poeta che parla: il termine, tuttavia,
può essere simbolicamente collegato anche allo sforzo della corsa delle cavalle
(Coxon). Secondo Chiara Robbiano (Becoming Being. On Parmenides’ Transformative
Philosophy, Academia Verlag, Sankt Augustin), che interpreta come se i primi
versi rinviassero all'inizio del viaggio verso la rivelazione, la scelta di
θυμός nell’apertura del poema suggerirebbe come la guida possa dirigere
all’obiettivo solo se si è già motivati e disposti ad assumere un ruolo attivo
nel perseguirlo. 4 L’ottativo ἱκάνοι è stato considerato (Tarán, Coxon)
iterativo, indicante cioè un’indefinita frequenza (dunque: giunge), ma nella
poesia omerica è attestato un uso potenziale (senza ricorso alla particella ἄν:
Robbiano 65-6, n. 189), che autorizza la traduzione che proponiamo. Anche
Mourelatos (The Route of Parmenides. A Study of Word, Image and Argument in the
Fragments, Yale London mi guidavano5, dopo che, conducendomi, mi ebbero
avviato6 sulla via7 ricca di canti sottolinea sulla scorta di precedenti omerici
- che la modalità rilevante è quella della possibilità. Cerri (p. 166) segnala
come la metafora del moto del pensiero, paragonato al moto traslatorio, sia
molto radicata nell’immaginario greco arcaico. 5 Il verbo greco è
all’imperfetto (πέμπον): l'uso di imperfetto durativo e participio presente
(φερόμην v. 4, τιταίνουσαι v.5, ἡγεμόνευον v. 5) denoterebbe che l'apertura del
proemio proietta al centro dell'azione in corso; le forme dell'aoristo (βῆσαν
v. 2, προλιποῦσαι v. 9), secondo uno schema ricorrente in Omero (O’Brien 8),
indicano, per contrapposizione, quanto precede. Conche interpreta πέμπον come
“imperfetto storico”, optando dunque per una traduzione con il presente
indicativo. Ferrari, nella sua analisi del proemio (F. Ferrari, La fonte del
cipresso bianco. Racconto e sapienza dall’Odissea alle lamine misteriche, Pomba,
Torino 2007 104; ora anche Il migliore dei mondi impossibili. Parmenide e il
cosmo dei Presocratici, Aracne, Roma 2010 162), ha sottolineato come
l’intreccio dei verbi al presente e all’imperfetto sembri evidenziare la
continuità tra il presente e il ritorno dall’oltretomba. 6 Ferrari (La fonte
del cipresso bianco, cit. 102) coglie in questo passaggio un’eco
dell'iniziazione poetica di Esiodo: ciò che Parmenide intenderebbe suggerire è
che le cavalle (figure dello slancio interiore del poeta) del suo θυμός lo
hanno avviato sulla via poetica (connotata come ὁδός πολύφημος, via ricca di
canti), che gli permetterebbe di comunicare la rivelazione ricevuta nell’Ade.
Parmenide porrebbe in primo piano il risultato dell’incontro con la divinità
iniziatrice. 7 La ὁδὸς πολύφημος δαίμονος, ἣ κατὰ †... † φέρει εἰδότα φῶτα è
contrapposta secondo Cerri (p. 170) alla strada pubblica, frequentata da tutti
(secondo precedente omerico). Possiamo individuare nel rilievo la possibile eco
di un precetto pitagorico riferito da Porfirio: τὰς λεωφόρους μὴ βαδίζειν (non
percorrere le strade popolari). Maria Michela Sassi ("Parmenide al
bivio", in La Parola del Passato, vol. XLIII, 1988 383- 396) accostando
sistematicamente il Proemio ai frammenti di letteratura orfica, alle laminette
e ai miti escatologici platonici interpreta l'espressione come indicante la via
che precede la porta dell'oltretomba, oltre la quale Parmenide troverà la dea
(p. 387): simbolicamente vi si potrebbe cogliere il riferimento al processo di
iniziazione (donde poi il coinvolgimento di termini "tecnici" come εἰδώς
φώς o κοῦρε. Questo potrebbe spiegare anche la presenza di guide divine: come
rivelano i miti platonici (Fedone 107 ss.), le anime devono percorrere un certo
cammino per giungere propriamente nell'Ade; cammino non agevole, per il quale è
richiedo l'intervento di δαίμονες come ἡγεμόνες. 83 della divinità9 che10 porta
†... †11 l’uomo sapiente12. Ma l'espressione potrebbe più semplicemente
riferirsi all'attività poetica intrapresa (con eco esiodea), proposta in un
contesto pubblico (come suggerirebbe l'eco omerica di πολύφημος). O ancora,
come sostiene con buoni argomenti Palmer (J. Palmer, Parmenides et Presocratic
Philosophy, O.U.P., Oxford 2010 56) in relazione al contesto, essa potrebbe
designare il percorso che il carro del Sole deve tracciare ogni giorno. 8 Il
termine πολύφημος è qui reso in senso attivo, a indicare l’abbondanza di canti,
leggende, ma anche voci, suoni e informazioni: si tratta del valore più antico,
omerico, riferito per esempio a una piazza (che risuona di voci e rumori), come
di recente ribadito da Ferrari (La fonte del cipresso bianco, cit. 102). Diels
e altri decidono invece di tradurre, sottolineandone il valore passivo, come
molto celebrata. 9 Il termine δαίμων (maschile o femminile, secondo i contesti)
potrebbe riferirsi al successivo (v. 22) θεά: alla Dea interlocutrice del
poeta. Di diverso avviso Ferrari (La fonte del cipresso bianco, cit. 106-7):
riferendo il successivo pronome ἣ alla divinità (e non alla via), egli osserva
che il ritmo stesso del verso suggerisce di considerare la relativa come una
perifasi che sollecita l’identificazione della daimôn. In tal senso, essa non
coinciderebbe né con la divinità in genere (come crede invece Cerri, il quale
traduce ὁδὸν δαίμονος come strada divina), né con Dike, né con la θεά del v.
22: i paralleli omerici ed esiodei inducono a credere che questa divinità
femminile, che guida su un carro condotto dalle figlie del Sole l’uomo
sapiente, sia da identificare con Ἡμέρη, la figlia di Notte, ovvero Ἠώς,
Aurora. In Odissea XXIII.241-246 troviamo Aurora condotta attraverso l’Etere
dai cavalli che portano luce ai mortali, un possibile modello per Parmenide. Il
genitivo è da considerare possessivo. Un’alternativa suggestiva richiamata dal
successivo coinvolgimento delle figure mitiche delle Eliadi (vedi v. 9) - è
quella secondo cui l’allusione sarebbe al Sole, sul cui carro il poeta starebbe
viaggiando (Leszl 147). 10 Mantengo l’ambiguità di riferimento del relativo ἣ:
alla Dea o alla via (ὁδός): l’analisi convincente di Ferrari spinge nella prima
direzione, ma la nostra soluzione lascia aperta la possibilità che il relativo
possa riferirsi a un tempo alla divinità Helios, il Sole e al tracciato celeste
che essa percorre quotidianamente. 11 Abbiamo già segnalato in nota al testo
greco il problema della corruzione del passo. Le principali proposte degli
editori: κατὰ πάντ’ ἄ < σ > τη (Diels, seguito da molti), per tutti i
luoghi ovvero, letteralmente, per tutte le città; κατὰ πάν ταύτῃ (Cordero), là
riguardo a tutto; Conche, che accoglie la proposta di Cordero, interpreta
tuttavia ταύτῃ non come forma avverbiale, bensì come dativo del dimostrativo
femminile, riferito a ὁδός; κατὰ πάντ’ ἄ < ν > τη < ν > (Coxon),
through every stage straight onwards; 84 Su questa via13 ero portato14, su
questa via mi portavano15 molto avvedute16 cavalle, κατὰ πάντ’ ἃ τ’ ἔῃ (Cerri),
per tutte le cose che siano. Ferrari (op. cit., nota p. 114) ha sostenuto a più
riprese l’opportunità di recuperare la lettura κατὰ πάντ’ ἄ < σ > τη,
come emendamento anche se non più come lezione tramandata. In questo caso
sarebbe tuttavia necessario tenere ben distinta la ὁδός πολύφημος δαίμονος
dell'apertura del proemio da quella di cui proprio la Dea sottolinea il fatto
che è ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου (lontana dalla pista degli uomini). 12
L’espressione greca εἰδὼς φώς si riferisce, per alcuni (Bowra, Untersteiner,
Burkert), alla figura dell’iniziato, secondo la terminologia propria della
tradizione misterica: espressione quasi tecnica in tal senso, come nota la
Sassi (op. cit. 387), attestata nei frammenti orfici (fr. 233 Kern). Per altri
(Fränkel, Tarán), invece, all’uomo che già conosce la via per averla percorsa;
Coxon e Cerri insistono sul riferimento alle competenze e conoscenze
preventivamente richieste per la piena conquista della verità. Di diverso
avviso Mansfeld (J. Mansfeld, Die Offenbarung des Parmenides und die
menschliche Welt, Van Gorchum, Assen 1964 226-7), il quale, partendo da
Senofane B34, sottolinea come εἰδώς abbia un valore legato all’esperienza
visiva, che si conserverebbe in Parmenide: la conoscenza che il poeta rivendica
è dunque legata a un esperire, vedere, diretto. Il termine εἰδώς dovrebbe
rendersi allora come [l’uomo] che ha visto ovvero che ha conoscenza. Nella
stessa direzione si è mosso Ferrari (op. cit. 102 ss.), il quale sottolinea come
la qualifica di sapiente, che indirettamente viene attribuita al poeta
narrante, presupponga che l'incontro con la Dea e la rivelazione siano già
avvenuti. La qualifica di εἰδώς indica, infatti, ancora in Aristofane e
Euripide, la condizione del miste, di colui che ha ormai superato la prova
dell’iniziazione. L’immagine del sapiente che per il mondo diffonde con la
paola poetica la verità conquistata, suggerirebbe dunque di riferire la
situazione (e la condizione del poeta) a un tempo successivo all’incontro con
la θεά. 13 Intendo la forma avverbiale τῇ (ταύτῃ), ribadita nello stesso verso,
come se si riferisse non a un luogo determinato ma alla via lungo la quale il
poeta è condotto: lungo questa via, dunque, o al limite qui. Scegliendo di
tradurre in questo modo e non come per lo più si fa (là), intendo marcare
questa sequenza concentrata sul viaggio-missione del poeta - dalla successiva,
che si apre (v. 11) con un altro locativo (ἔνθα) e che propriamente introduce
alla rivelazione. La traduzione in questo caso ha un peso: dal momento che τῇ
può rendersi tanto con qui che con là, le indicazioni di luogo, analogamente ai
tempi verbali, possono avere un'incidenza nell’interpretazione complessiva.
Abbiamo scelto una perifrasi, cercando di conservare, anche in questa
occasione, l'ambiguità: questa via 85 [5] trainando il carro17: fanciulle18
mostravano la via. Nei mozzi emetteva un sibilo acuto19 l’asse, può riferirsi
alla via su cui al momento si muove il poeta nella sua missione pubblica,
ovvero la via al centro del successivo racconto. 14 Le due forme verbali del
verso φερόμην e φέρον sono imperfetti in diatesi passiva e attiva: sottolineano
l'azione di trasporto (delle cavalle) e il privilegio di essere trasportato
(del poeta). 15 Si tratta dell’ennesima ripetizione di una forma del verbo φέρω
nei versi iniziali. Tale ripetizione, sottolineata dagli interpreti, è intesa
da alcuni (Mourelatos 35) come un difetto, un limite della poesia di Parmenide,
da altri (P. Kingsley, In the Dark Places of Wisdom, Duckworth, London 1999 135),
invece, come mezzo per incidere sull’audience: la ripetizione sarebbe una
tecnica per creare un effetto incantatorio. Secondo Chiara Robbiano (op. cit. 124),
essa avrebbe essenzialmente una funzione retorica: preparerebbe l’audience al
concetto di guida, centrale nel second journey, cioè nel viaggio intrapreso,
appunto sotto la direzione della Dea, verso la verità. 16 L’aggettivo
πολύφραστοι, riferito alle cavalle, significa letteralmente che hanno molto da
dire: supponendo che πολύ comporti intensità, si può rendere con molto
avvedute, molto sagge. Parmenide vuole forse sottolineare le affinità tra le
cavalle e le guide cui si allude ai 5 e 9. 17 Cerri (pp. 96-7) ricorda come il
carro trainato da cavalle o cavalli sia chiara metafora della poesia, impiegata
spesso nella lirica corale: il poeta sul carro guidato dalle Muse è avviato
all’itinerario espressivo più adeguato all’occasione. D’altra parte anche lo
sciamano mediatore tra uomini e dei, come sottolinea Mourelatos (pp. 42-3), ha la
capacità di lasciare in trance il proprio corpo e viaggiare in cielo o
nell’oltretomba, per accompagnare altre anime o ricevere istruzioni mediche o
cultuali da una divinità. Il suo viaggio, pericoloso, avviene talvolta su un
carro volante: frequentemente accostata a certi animali, come i cavalli, la
figura dello sciamano - spesso poeta o cantore - narra in prima persona le sue
esperienze celesti. L’associazione con le Ἡλιάδες κοῦραι (v. 9) e i riferimenti
(v. 9) alla dimora della Notte (δώματα Νυκτός) e (v. 11) alla porta dei
sentieri di Notte e Giorno (πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός κελεύθων) suggeriscono
un nesso tra il carro (ἅρμα) di cui si parla e il carro del Sole. La possibile
contestualizzazione oltremondana del viaggio fa pensare, d'altra parte, al
carro di Hades. 18 Si tratta, come risulta dal v. 9, delle Eliadi. 19 Così
traduciamo σύριγγος ἀυτήν, letteralmente lamento di siringa [organetto a
canne]. Ferrari rende con sibilo di zufolo. Si tratta del sibilo prodotto
dall’asse nella sua rotazione all’interno delle sedi (χνοῖαι) che lo fissano al
carro. Kingsley (op. cit. 89 ss.) ha rilevato che le fonti antiche (Ippolito,
Plutarco, Giamblico) collegano l’esperienza del suono della σῦριγξ a 86
incandescente20 (poiché era mosso da due rotanti cerchi da ambo i lati), mentre
si affrettavano21 a scortar[mi]22 le fanciulle Eliadi 23, avendo abbandonato24
la dimora25 della Notte resoconti di incubation, cioè a esperienze di trance:
uno dei segni che accompagnano il passaggio a un diverso stadio di consapevolezza
(tra sonno e veglia) sarebbe appunto il fischio della σῦριγξ. 20 L’aggettivo αἰθόμενος
letteralmente infiammato, ma anche surriscaldato. 21 L’ottativo σπερχοίατο
avrebbe, secondo Coxon (p. 161) e altri, valore iterativo (come ἱκάνοι, v. 1).
O’Brien (p. 10), invece, ne rileva sulla scorta di analoghe espressioni
omeriche l’uso per designare semplice concomitanza di azioni. 22 Il testo greco
non riporta alcun complemento pronominale, ma è ovviamente da sottintendere,
come nel precedente v. 4, che πέμπειν si riferisca al poeta. Coxon (p. 161) fa
osservare come il soggetto di πέμπειν - e quindi anche della conduzione del
carro del poeta - a questo punto non siano più le cavalle ma le Eliadi. 23
L'espressione greca Ἡλιάδες κοῦραι determina il precedente (v. 5) uso
indefinito di κοῦραι: si tratta delle Eliadi, le figlie del Sole. In Omero
(Odissea XII.127-36) esse attendono all'immortale bestiame del genitore, ma nel
mito, cantato in un frammento esiodeo (fr. 311 Merkelbach-West) e ripreso in
un'opera perduta (Ἡλιάδες, appunto) di Eschilo (alla cui rappresentazione in
Siracusa Parmenide potrebbe aver presenziato, secondo quanto ipotizza A.
Capizzi, "Quattro ipotesi eleatiche", La Parola del Passato, XLIII,
1988 42-60; il riferimento a p. 52), sono direttamente coinvolte nella
drammatica vicenda del fratello Fetonte, al quale consegnano il carro del Sole,
all'insaputa del padre. In questo modo esse sono corresponsabili della sua
impresa punita dall'intervento di Zeus con la morte di Fetonte. Per punizione
Zeus le mutò in pioppi: le loro lacrime si trasformarono in ambra. Nel contesto
è significativo ricordare che la prole del Sole è connotata nell’universo
mitico in termini sapienziali (Cerri 173), e, d'altra parte, appariva
funzionale all'economia del racconto, del viaggio e della rivelazione. 24 Il
participio aoristo προλιποῦσαι secondo il precedente omerico - indica il punto
di partenza dell'azione corrente (la conduzione del poeta da parte delle
Eliadi). La dimora della Notte - luogo di soggiorno alternato di Notte e Giorno
è, dunque, naturale luogo di destinazione delle Eliadi che accompagnano il
poeta. 25 Il termine δώματα è al plurale (case), probabilmente per accentuare
le dimensioni della casa della Notte. L’espressione δώματα Nυκτός richiama
l’analoga Nυκτός οἰκία esiodea (Teogonia, 744) e fa pensare, dunque, a una
collocazione nell’abisso del mondo infero (che in Esiodo domina sulla 87 [10]
verso la luce26, rimossi con le mani i veli dal capo27. prigione dei Titani):
la casa della Notte - in cui alternativamente soggiornano Notte e Giorno è
probabilmente situata, oltre la porta presso cui essi si danno il cambio, nel
χάσμα sottostante. In questo senso potrebbe leggersi l'indicazione del v. 11 a
i battenti dei sentieri di Notte e Giorno (πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός
κελεύθων). Mantenendo il riferimento esiodeo, sembrerebbe quindi che Parmenide
alluda in questi passaggi non a una locazione genericamente ai limiti
occidentali della Terra, ma a una direzione sotterranea, verso le regioni del
Tartaro e dell’Ade (Cerri 173). Nella letteratura orfica (fr. 105 Kern) abbiamo
attestata l'espressione ἐν τοῖς προθύροις τοῦ ἄντρου τῆς Νυκτὸς (sulla porta
dell'antro della Notte). Da notare che, in questo caso, l'antro è sorvegliato
da Dike, Adrasteia e Nomos. D’altra parte, le porte di Notte e Giorno
potrebbero intendersi come le omeriche porte del cielo (Iliade V.754 ss.),
sorvegliate dalle Ore: Dike - in Esiodo - è proprio una di loro (Mourelatos 15).
È possibile, tuttavia, che sia Esiodo sia Parmenide in realtà si appoggino a
una tradizione mesopotamica: W. Heimpel ("The Sun at Night and the Doors
of Heaven in Babylonian Texts", Journal of Cuneiform Studies, 38, 127-51)
ha mostrato come i testi sumerici e accadici presentassero esattamente lo stesso
immaginario celeste e infero, con analogo ruolo dei cancelli del cielo rispetto
al passaggio del Sole, analoga descrizione dei loro meccanismi di apertura,
analogo soggiorno notturno presso un dimora locata tra mondo celeste e mondo
infero (il Sole in effetti avrebbe svolto anche funzioni di giudice
oltremondano). Su questo Palmer 55-6. 26 L’espressione εἰς φάος può essere
riferita a πέμπειν (v. 8), nel senso di scortare verso la luce, ovvero, come è
più naturale, a προλιποῦσαι (v. 9), scelta preferibile, anche per la prossimità
del collegamento. Quindi: [le fanciulle Eliadi] abbandonata la dimora della
notte [muovendo] verso la luce. In ogni caso la costruzione appare
intenzionalmente ambigua e l'interpretazione è stata spesso condizionata dalla
punteggiatura: DielsKranz, per esempio, inserivano la virgola prima di εἰς
φάος, forzando il suo riferimento a πέμπειν. L’espressione è ricca di implicite
possibilità simboliche: un viaggio verso il regno della luce è metafora
appropriata per una esperienza di illuminazione (Mourelatos 15) ovvero di
rivelazione; ma potrebbe richiamare il fatto che il poeta accede all’αἰθήρ,
alla estrema regione di fuoco dell’universo fisico, di cui la dea innominata
successivamente (v. 22) citata sarebbe personificazione (Coxon). Ma la luce potrebbe
anche rappresentare il nostro mondo, se interpretiamo il racconto come
resoconto di un νόστος, di un periglioso viaggio di ritorno dal mondo dell’Ade,
dove il poeta ha ricevuto la rivelazione (così Ruggiu 162-3). Cerri (p. 173)
segnala come l’espressione ricorra in altri testi arcaici, per indicare
l’azione portentosa del riemergere dall’Ade. Ferrari (op. cit. 101-2) con buoni
argomenti sostiene questo tipo di lettura: nel 88 Là28 sono i battenti29 dei
sentieri30 di Notte e Giorno: proemio il tempo del racconto scorrerebbe a
ritroso: il ritorno finale alla luce precederebbe il racconto della catabasi
nel regno della Notte. Secondo Privitera (op. cit. 460), invece, proprio
l'indicazione προλιποῦσαι δώματα Nυκτός εἰς φάος rappresenterebbe precisazione
inequivocabile e scoglio funesto, contro cui è destinata a naufragare ogni
interpretazione catabatica del viaggio di Parmenide. 27 Esiodo descrive la
dimora della Notte avvolta nelle tenebre: καὶ Νυκτὸς ἐρεμνῆς οἰκία δεινὰ ἕστηκεν
νεφέλῃς κεκαλυμμένα κυανέῃσι E di Notte oscura la casa terribile s’innalza di
nuvole livide avvolta (Teogonia 744-745). Nella stessa opera, le Muse sono
introdotte come figure notturne: ἔνθεν ἀπορνύμεναι κεκαλυμμέναι ἠέρι πολλῷ ἐννύχιαι
στεῖχον Di là levatesi, nascoste da molta nebbia, notturne andavano (Teogonia
9-10). I due passi, che non sono sfuggiti a Cerri (p. 174), potrebbero
concorrere a illustrare il moto e i gesti delle Eliadi nel dettaglio fornito da
Parmenide. Anche Palmer (op. cit. 57) suggerisce l'accostamento. Cerri segnala come l’avverbio locativo ἔνθα
ricorra nella tradizione epico-teogonica in relazione all’Ade come connotazione
aggiuntiva. Nella lettura di Ferrari, a questo punto comincia il resoconto
dell’esperienza oltremondana (p. 103). 29 Il testo greco presenta il plurale
πύλαι, letteralmente piloni ovvero i pilastri che sorreggono un grande portale
a due battenti (su questo punto si leggano le osservazioni di O’Brien 11, e
Conche 49). Altri (Cordero 1984 180, Coxon 161-2) riferiscono il plurale a due
porte distinte, una in faccia all’altra: Coxon, per esempio, seguendo le
letture neoplatoniche di Simplicio e Numenio, crede che le porte si riferiscano
a quelle celesti, per le quali le anime sono condotte, rispettivamente, a
discendere εἰς γένεσιν (alla generazione, incarnazione) e ad ascendere εἰς
θεούς (verso le divinità), in altre parole a viaggi di genere opposto. Il verso
successivo sembra tuttavia smentire tale lettura. In Omero è attestata
l'espressione πύλαι Ἀΐδαο (Iliade V, 646; IX, 312; Odissea XIV, 156) per
indicare i cancelli che immettono al mondo infero; uso analogo (Ἄιδου πύλαι)
nella tragedia eschilea. Secondo Privitera (op. cit. 453), che ricostruisce
l'immagine del mondo nel mito arcaico attraverso i versi di Omero, Esiodo,
Mimnermo e Stesicoro, Parmenide avrebbe rinnovato il quadro che 89 architrave e
soglia31 di pietra li incornicia32; emergeva dalla tradizione unificando quelle
che erano in precedenza due porte distinte: la Porta dell'Ade (attraverso cui
si davano il cambio Notte e Giorno) e la Porta del Sole (attraversando la
quale, a occidente, l'astro trascorreva, sul bordo dell'Oceano, verso una porta
orientale, per tornare a risplendere all'alba). Secondo lo studioso italiano,
Parmenide avrebbe trasferito la Porta della Notte e del Giorno sulla Terra e
l'avrebbe unificata con la Porta del Sole (sdoppiandola dunque in una porta
occidentale e in una orientale): la Porta varcata dalle Eliadi riassumerebbe
allora la doppia funzione nella tradizione distribuita tra Porta del Giorno e
della Notte e Porta del Sole. 30 Già negli usi omerici e nella tragedia
eschilea, il termine κέλευθος può indicare, secondo il contesto, via, sentiero,
strada, ma anche ciò che viene effettuato lungo quella via, cioè viaggio ovvero
spedizione. Il plurale κέλευθα potrebbe rendersi in questo caso, mediando tra i
due significati segnalati, come percorsi, come suggerisce anche Ferrari (op.
cit. 109): si tratta in effetti degli itinerari compiuti da Giorno (Ἡμήρη) e
Notte (Νύξ). La Sassi (op. cit. 388) fa notare come la porta, presso cui si
incontrano e attraverso cui accedono alternativamente al cosmo Giorno e Notte,
dia accesso a un luogo mitico, analogo al Tartaro, dove, come in Esiodo
(Teogonia 736 ss.) è situata la dimora della Notte. 31 L’Olimpica VI di Pindaro
si apre con un analogo riferimento alla soglia (οὐδός), a indicare l’esordio
del canto. In relazione alla espressione πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός κελεύθων è
probabile che οὐδός sia da intendere come entrata del mondo infero, accettando
il suggerimento di Cerri (p. 175) di accostare il passo parmenideo ai versi
esiodei di Teogonia: ὅθι Νύξ τε καὶ Ἡμέρη ἆσσονἰοῦσαι ἀλλήλας προσέειπον ἀμειβόμεναι
μέγαν οὐδὸν χάλκεον· ἡ μὲν ἔσω καταβήσεται, ἡ δὲ θύραζε ἔρχεται, οὐδέ ποτ’ ἀμφοτέρας
δόμος ἐντὸς ἐέργει, ἀλλ’ αἰεὶ ἑτέρη γε δόμων ἔκτοσθεν ἐοῦσα γαῖαν ἐπιστρέφεται,
ἡ δ’ αὖ δόμου ἐντὸς ἐοῦσα μίμνει τὴν αὐτῆς ὥρην ὁδοῦ, ἔστ’ ἂν ἵκηται là dove
Notte e Giorno incontrandosi si salutano, al momento di varcare la grande
soglia di bronzo, l’uno per scendere dentro, l’altra per la porta se ne va, né
mai entrambi a un tempo la casa trattiene dentro di sé, ma sempre l’uno, fuori
della casa, la terra percorre, l’altra, dentro casa, attende la propria ora di
viaggio, finché non giunga. 90 essi, alti nell’aria33, sono agganciati34 a
grande telaio35. Nel poema di Parmenide troviamo λάινος οὐδός invece di χάλχεος
οὐδός, come appunto in Esiodo e Omero (Iliade VIII, 15). Secondo Cerri (p. 176)
la correzione nell’uso dell’aggettivo potrebbe essere dettata dalla finalità
del poema fisico dell’Eleate: la collocazione nelle viscere della terra avrebbe
consigliato pietrigna piuttosto che bronzea. 32 Rendiamo ἀμφὶς ἔχειν come
incorniciare: il poeta intende segnalare i limiti verticali (la soglia e
l'architrave appunto) della struttura, che, così descritta non può essere
propriamente un cancello ma un vero e proprio portale. Sembra da escludere
anche la possibilità delle due porte. 33 L’aggettivo αἰθέριαι si riferirebbe,
secondo una certa tradizione interpretativa (Deichgräber, Coxon), alla
collocazione della porta nella regione estrema del cielo; per altri, più
semplicemente, il poeta sottolineerebbe la dimensione in altezza del portale
(Cerri: battenti che toccano il cielo; Ferrari: alta fino al cielo). Alcune
traduzioni (Tarán, O’Brien) privilegiano il valore materiale dell’aggettivo,
dunque la natura eterea della porta: è vero però che Parmenide marca che essa è
di pietra. Proprio con l’incrocio lessicale di pietra ed etere egli potrebbe
allora suggerire che la porta è punto di incontro di terra e cielo (Leszl 151).
La scelta dell'aggettivo sarebbe significativa, secondo Privitera (op. cit. 453),
perché rivelerebbe come la porta che le Eliadi stanno per varcare non è quella
dell'Ade, la cui volta è descritta da Esiodo come sottostante il soffitto del
Tartaro. Al contrario, la PellikaanEngel (op. cit. 57) ritiene che
l'espressione αἰθέριαι πύλαι potrebbe essere ripresa sintetica del verso
esiodeo: τῶν πρόσθ’ Ἰαπετοῖο πάις ἔχει οὐρανὸν εὐρὺν Di fronte a essa il figlio
di Iapeto tiene il cielo ampio (Teogonia 746). Il riferimento ad Atlante, che
con i piedi piantati per terra solleva il cielo con testa e braccia, potrebbe
(come vuole Burkert) essere avvalorato proprio dall'uso di λάινος οὐδός (soglia
di pietra) in relazione a αἰθέριαι πύλαι, quasi a indicare gli estremi (terra e
cielo) dello sforzo del titano. Parmenide potrebbe dunque aver avuto Esiodo
come modello per la sua porta dei sentieri di Notte e Giorno, replicando
l'analogo portale di Atlante (Pellikaan-Engel 57-8). 34 La strana (Passa 100)
forma verbale πλῆνται ha ingannato gli editori: normalmente la si riferisce a
πίμπλημι (riempire), ma, come ha con acribia dimostrato Passa (pp. 100-4), va
ricondotta a πίλναμαι (avvicinarsi), di cui rappresenterebbe forma
"corta" del perfetto medio (πέπλημαι). Rendiamo, come suggerito dallo
stesso Passa per il nostro contesto. 91 Dike36, che molto castiga37, ne38
detiene le chiavi dall’uso alterno39. [15] Placandola40, le fanciulle, con
parole compiacenti, 35 Anche in questo caso molti editori sono stati imprecisi,
lasciandosi sfuggire il significato tecnico del termine θύρετρα, che è plurale
tantum usato anche come variante di θύρα (porta), ma il cui valore primario è
telaio [della porta], come correttamente inteso da Coxon e recentemente
ribadito da Passa. 36 Nella tradizione omerica ed esiodea, Dike era, con
Eunomia e Irene, una delle Ore, sorelle delle Moire, figlie di Zeus e Temi:
compito delle Ore (Iliade V, 749; VIII, 393) era quello di sorvegliare le porte
del Cielo. È significativo che anche Eraclito (DK B94) alluda a Dike e alle
coadiutrici Erinni come garanti del corretto percorso del Sole. Secondo
Robbiano (p. 155), la figura di Dike è tradizionalmente introdotta in relazione
al rispetto dei confini: non a caso la ritroviamo a sorvegliare il cancello che
discrimina i percorsi di Giorno e Notte. Essa sarebbe responsabile delle
divisioni e distinzioni all’interno di natura e società (dei confini tra parti
e gruppi): in questo senso sarebbe garante di equilibrio (p. 157). Tuttavia,
come la studiosa correttamente segnala (p. 158), l’ordine cui sovrintende la
Dike parmenidea, rivelato nei versi successivi, non è quello tradizionalmente
inteso. 37 L’espressione Díkh πολύποινος è attestata nella letteratura orfica
(fr. 158 Kern), ma la datazione è incerta (Coxon 163). D'altra parte, come
abbiamo già avuto modo di segnalare, Dike compare nella stessa tradizione (fr.
105 Kern) come sorvegliante (con Adrasteia e Nomos) dell'antro della Notte.
Molto critico su questa prospettiva orfica Cerri (p. 104). Certamente, come osserva
Mourelatos (p. 15), la figura di Δίκη πολύποινος, che tiene le chiavi (delle
retribuzioni?), ricorda quella di una divinità infernale. Ferrari nella stessa
direzione traduce come Dike sanzionatrice. Nell'economia del racconto
proemiale, accettando l'ipotesi di una katabasis, la funzione di Dike sarebbe
quella di permettere al poeta di accedere, vivo, alla realtà oltremondana
(Sassi 389). 38 L'interpunzione dell'edizione Diels-Kranz autorizza a intendere
il genitivo pronominale iniziale τῶν riferito (come il pronome αὐταί, nella
stessa posizione del verso precedente) a πύλαι. 39 L’aggettivo ἀμοιϐός raro sembrerebbe
indicare successione: potrebbe riferirsi al fatto che le chiavi consentono
l’apertura alternata della porta (Coxon 164) ovvero al loro uso complementare
(O’Brien 11). Nel contesto è probabile che il riferimento sia all’alternanza di
Notte e Giorno: Dike regolerebbe con la propria sorveglianza il passaggio del
Sole. Questo potrebbe spiegare la situazione drammatica di seguito descritta:
non era in effetti plausibile che Dike potesse lasciar passare il mortale
viaggiatore. 40 Il verbo πάρφημι (παράφημι) ha un valore simile al successivo
πείθω, ed è spesso associato all'inganno (come segnalato da LSJ). In questo
senso forse 92 [la] persuasero41 sapientemente affinché per loro la barra del
chiavistello togliesse rapidamente dai battenti42. E questi43 nel telaio vuoto
enorme44 produssero aprendosi, i bronzei cardini nelle cavità in senso inverso
facendo ruotare, [20] applicati per mezzo di ferri e chiodi45. Per di là46,
anche la scelta del complemento μαλακοῖσι λόγοισιν, per sottolineare la
gentilezza dell'espressione. 41 Il racconto della (possibile) catabasi,
introdotto con la descrizione del portale al v. 11, ha qui il suo effettivo
inizio, segnalato dall’uso del primo aoristo (βῆσαν al v. 2 era stato
utilizzato all’interno di una subordinata), cui seguono quelli ai 18, 22, 23.
Il racconto, secondo Ferrari cui si devono queste osservazioni (op. cit. 105),
è prospettato come premessa e ragione del “ritorno”, cui sono stati dedicati i
versi iniziali del proemio. 42 Un analogo repertorio di immagini, movimenti,
meccanismi di chiusura e apertura di portali, così come analogo superamento
divino dello stesso portale che discrimina mondo celeste e mondo infero a opera
del Sole è documentato negli antichi testi sumerici (per i quali si rinvia
ancora a Heimpel e Palmer 55-6). 43 Anche in questo caso, come nei precedenti
ai 13-14, il pronome ταί si riferisce a πύλαι. 44 L’espressione χάσμ΄ ἀχανὲς
sembra evocare il χάσμα μέγα esiodeo (in entrambi i casi χάσμα è in relazione
con il genitivo πυλέων), il baratrochaos che Esiodo nella Teogonia (740) pone
al di là della soglia della porta di Giorno e Notte: si tratta della voragine
al fondo della quale è collocata la prigione in cui, al termine della
titanomachia, furono rinchiusi i titani sconfitti. Leszl fa notare (p. 151),
comunque, come non si abbia l’impressione che la porta di cui parla Parmenide
sia la porta di accesso alla casa della Notte. La Robbiano (p. 150), invece,
rileva la funzione drammatica dell’immagine, che si frappone, con la soglia
petrigna, tra la quotidiana esperienza mortale del viaggiatore e l’incontro con
la divinità. A rendere estremamente probabile la diretta evocazione di Esiodo
da parte di Parmenide contribuisce un dato significativo: il termine χάσμα non
ricorre in letteratura almeno fino alla metà del V secolo a.C. (M.E.
Pellikaan-Engel 53). 45 A struttura e dinamica della “porta” dedicano spazio i
commenti di Diels e Conche, che si servono anche di opportune illustrazioni a
sostegno della spiegazione. 46 Seguiamo Ferrari nel rendere in italiano la
formula greca τῇ ῥα δι΄ αὐτέων, costruita con la particella avverbiale locativa
e il complemento di (moto attraverso) luogo. Letteralmente si dovrebbe
tradurre: Là, attraverso quella [porta]. 93 dritto condussero le fanciulle
lungo la via maestra47 carro e cavalli. E la Dea48 benevola mi accolse: con la
mano [destra] la [mia] mano 47 L'aggettivo (qui in forma sostantivata) ἀμαξιτός,
comunemente associato a ὁδός, indica la strada attrezzata per il passaggio dei
carri, quindi, derivatamente, una strada principale. Secondo la Pellikaan-Engel
(op. cit. 54), la scelta del termine segnalerebbe che dalla porta al luogo
dell'incontro con la Dea il percorso non è breve. In questo senso potrebbe
dunque approfondirsi la dimensione sotterranea del viaggio. 48 Traduco θεά con
la Dea per accentuarne il valore religioso: mi pare plausibile alla luce del
suo ruolo personale di interlocutrice privilegiata, che guida, sollecita,
espone, proibisce ecc.. Per l'identificazione dell’anonima divinità, tra le
proposte degli ultimi decenni è interessante l’indicazione di Cerri (pp.
180-1): nelle città della Magna Grecia (Locri, Posidonia e varie altre) erano
diffuse iscrizioni alla dea infera, ninfa infera o semplicemente alla dea, in
cui il riferimento era chiaramente a Persefone. A conclusioni analoghe è
giunto, indipendentemente, Kingsley (op. cit. 93 ss.). Anche Passa (p. 53) ha
di recente riconosciuto in Persefone la dea rivelatrice del poema. Secondo West
(M.L. West, La filosofia greca arcaica e l'Oriente, Il Mulino, Bologna 1993 289
n. 57), la θεά alluderebbe a Θεία (Tia), in Esiodo (Teogonia 135) una delle
Titanidi (come Temi), figlie di Urano e Gea, e madre di Sole, Luna e Aurora
(371-4). Anche in Pindaro (Istmiche V.1) Θεία è invocata come Madre del Sole.
Pugliese Carratelli (“La Θεά di Parmenide”, La Parola del Passato XLIII, 1988 337-346)
ha proposto sulla scorta di una laminetta orfica dedicata a Μνημοσύνη,
ritrovata nel 1974 a Ipponio l'identificazione della dea appunto con Mnemosyne
(a sua volta una Titanide). La stessa ipotesi è avanzata su basi analoghe da
Sassi (op. cit. 393). Ferrari (op. cit. 107-8), sulla scia di J.S. Morrison
("Parmenides and Er", Journal of Hellenic Studies, 75, 1955 59-68) e
W. Burkert ("Das Proömium des Parmenides und die Katabasis des
Pythagoras", Phronesis, 14, 1969 1-30), ha di recente concluso che la non
meglio definita divinità del v. 22 altri non sarebbe che Νύξ (Notte),
variamente attestata nella tradizione oracolare e orfica. In particolare egli
ha osservato come, nella tradizione epica, l’uso di θεά senza ulteriori
determinazioni sia anaforico: nel contesto, a parte Dike guardiana del portale,
l’unica divinità nominata è appunto Νύξ. Anche Palmer (op. cit. 58-61),
seguendo Morrison e Mansfeld (pp. 244-7), è tornato a insistere su Νύξ,
giustificando la propria opzione non solo nel contesto del proemio, ma
rinviando anche all'ambiente culturale orfico, in particolare al poema oggetto
di commento nel Papiro di Derveni, e alle funzioni oracolari associate alla
figura di Notte nel mondo greco. A suo tempo la Pellikaan- 94 destra prese49, e
così parlava e si rivolgeva50 a me: O giovane51, che, compagno52 a immortali
guide53 Engel (op. cit. 61-2) aveva opposto a questa proposta di
identificazione l'osservazione sensata che la compresenza di Eliadi e Notte era
quanto mai improbabile, proprio alla luce del precedente esiodeo. In
alternativa, quindi, aveva suggerito l'esiodea Ἡμέρη (il Giorno), da Parmenide
evocata come Ἤμαρ. A Πειθώ, invece, ha pensato Mourelatos (op. cit. 161). Di
recente, riprendendo il suggerimento di Hermann Fränkel, Privitera (op. cit. 461-2)
ha proposto la Musa, portando sostanzialmente tre argomenti: la ricorrenza del termine θεά all'interno del
proemio di un poema epico; l'analogia
con Iliade, nel cui primo verso la Musa è allusa appunto come θεά; (iii) il
costume che prevedeva una invocazione alla Musa per poema "epico" di
argomento sapienziale. In ogni caso, è significativo che questa δαίμων subito
interpelli il poeta: ciò ha riscontro nell'immaginario viaggio oltremondano
tratteggiato nelle laminette orfiche conservate, dove l'iniziato è interrogato
da custodi (φύλακες) presso la palude di Mnemosine (Sassi, op. cit 390). 49
Kingsley (op. cit. 93 ss.) rinvia a testimonianze vascolari che ritraggono
Persefone nell'atto di accogliere nell'Ade Eracle e Orfeo, offrendo loro
appunto la mano destra. 50 Il verbo greco προσηύδα è all’imperfetto, come il successivo
προὔπεμπε (v. 26: spingeva): i verbi che esprimono l’idea di un ordine o di una
missione sono impiegati all’imperfetto perché implicano uno sforzo e indicano
il punto di partenza di uno sviluppo. Così per i verbi che significano dire
(O’Brien 8): la forma epica φάτο, in effetti, può essere anche imperfetto. 51
Il termine vocativo κοῦρε non si riferisce necessariamente alla giovinezza del
poeta, potrebbe piuttosto marcare lo scarto tra la natura divina e quella umana
degli interlocutori. Il termine κοῦρος (forma epica e ionica di κόρος),
relativamente raro nei testi arcaici, indica sia il giovane contrapposto
all’anziano, sia il figlio, sia il ragazzo contrapposto alla ragazza. Esso può
implicare anche un legame particolare con la divinità, dal momento che κοῦρoι
erano chiamati i giovani addetti ai sacrifici, ma anche i figli degli dei
(negli inni omerici a Hermes e Pan, e in Pindaro Olimpiche VI): in ogni caso,
il termine sarebbe titolo di onore (Coxon e Kingsley). Conche (p. 59) fa notare
come l’appellativo sia coerente con il contesto educativo, giustificando la
disponibile e benevola accoglienza della dea. La Sassi (op. cit. 387) associa
l'appellativo κοῦρε a εἰδὼς φώς, come espressione legata a una prospettiva
iniziatica. 52 Il termine συνάορος non significa semplicemente accompagnato da,
ma associato a, collegato a: la traduzione compagno è sufficientemente ambigua
da accoglierne le sfumature. Etimologicamente è connesso a συναείρω
(aggiogare), con il significato immediato di aggiogato insieme: anche in questo
caso, dunque, è evidente il debito del proemio 95 [25] e cavalle che ti
conducono, giungi alla nostra casa54, rallegrati, poiché non Moira55 infausta
ti spingeva a percorrere questa via56 (la quale è in effetti lontana dalla
pista degli uomini57), ma Temi58 e Dike 59. Ora60 è necessario61 che tutto62
tu63 apprenda64: parmenideo all'immaginario dell'ippica (Passa 137). Da
sottolineare il fatto che la formula utilizzata dalla Dea fa del κοῦρος in
questo modo un compagno delle Eliadi, a loro volta presentate (v. 5) come κοῦραι.
Secondo Couloubaritsis (Mythe et Philosophie chez Parménide, Ousia, Bruxelles
1986 93), il rilievo della Dea si riferirebbe alla comune giovinezza delle
Eliadi κοῦραι - e del poeta - κοῦρος. 53 Il sostantivo maschile ἡνίοχος designa
chi guida un carro, l'auriga; derivatamente è utilizzato anche per indicare chi
governa e indirizza una nave, e, in senso lato chi guida e governa. Nel
contesto il termine si riferisce alle Eliadi. 54 Secondo Ferrari (op. cit. 107),
l'espressione ἡμέτερον δῶ (la nostra casa) richiamerebbe δώματα Nυκτός (la
dimora della Notte) del v. 9, spingendo alla conclusione che la Dea sia da
identificare appunto con Νύξ. 55 In Esiodo abbiamo tre Moire, figlie di Zeus e
Temi. L’espressione μοῖρα κακή ricorre in Iliade XIII, 602 per indicare la
morte: nel contesto, dunque, essa potrebbe alludere a un luogo preciso
dell’incontro con la divinità: l’oltretomba. In questo senso Cerri e Ferrari
traducono come sorte maligna: i traduttori, in effetti, per lo più preferiscono
associare al termine, nel nostro contesto, il valore di fato o destino. Così
intende anche la Sassi (op. cit. 389). 56 L'espressione τήνδ΄ ὁδόν sottolinea,
con il dimostrativo, il privilegio del κοῦρος: a partire dalla prima evocazione
(vv. 2-3) della ὁδός πολύφημος δαίμονος, il tema della strada/via è rimasto
dominante sullo sfondo del racconto, che si è sviluppato lungo l'itinerario del
poeta. 57 Conche (p. 60) osserva che il riferimento coinvolge costumi,
abitudini, modi di pensare diffusi tra gli uomini. È probabile ritrovare in
questo passaggio un’eco del precetto pitagorico conservato da Porfirio (e sopra
citato proprio in relazione alla ὁδός πολύφημος δαίμονος dei 2-3): τὰς
λεωφόρους μὴ βαδίζειν (non percorrere le strade popolari). 58 In alternativa:
norma divina, ovvero legge (θέμις). Temi era una delle Titanidi, figlie di
Urano e Gea, madre delle Moire e delle Ore, nonché una delle spose di Zeus. 59
Complessivamente il coinvolgimento di Temi e Dike sembrerebbe essere proposto a
garanzia della eccezionalità dell’evento rivelativo. Il riferimento a Temi
potrebbe giustificare l’intervento delle Eliadi presso Dike per persuaderla ad
aprire una porta che avrebbe altrimenti dovuto rimanere 96 sia di Verità65 ben
rotonda66 il cuore67 fermo68, serrata per un mortale (in vita), e il rilievo
della associazione delle due dee nelle parole della divinità innominata.
Tenendo conto della associazione delle due dee con la norma e la giustizia
divine, il loro coinvolgimento proietta e impone sulla successiva “rivelazione”
una forte impronta d’ordine e di necessità (cosmici). In questo senso Tonelli,
nella sua edizione dei frammenti (p. 116), rileva come Moira, Temi e Dike,
unitamente ad Ananke (Necessità), rappresenterebbero la divinità femminile
nella sua dimensione di norma cosmica. 60 Pochi traduttori traducono la
particella δέ. Ferrari le riconosce valore avversativo (Ma), altri
continuativo: Diels (so), Gemelli Marciano (also), Tonelli (e). L'introduzione
della particella non è legata forse solo a ragioni di equilibrio metrico, ma
anche al senso della rassicurazione iniziale della Dea: ella dapprima
tranquillizza il poeta circa il suo destino, quindi sottolinea il compito che
lo aspetta. 61 Il termine χρεώ è associato nell'epica a χρειώ, che nelle fasi
antiche dell'epica era utilizzato come vero e proprio nome femminile: nel corso
del tempo esso fu trattato come un neutro. Analogamente χρεώ, che, preso il
posto di χρειώ, finì per diventare un sinonimo di χρή (Passa 77-8). La formula
(con copula sottintesa) χρεώ rende una necessità soggettiva, dunque
opportunità, convenienza, piuttosto che una costrizione oggettiva: si potrebbe
rendere anche con è giusto, è opportuno. In ogni modo, l’uso di tale formula
implica che quanto la Dea sta per esprimere è parte del compito, del dovere che
il viaggiatore deve assumere (Robbiano 75). Ferrari (op. cit. 104) giustamente
osserva come il kouros per la dea sia in fondo solo un apprendista (apostrofato
appunto come κοῦρε). 62 La scelta del pronome neutro plurale πάντα (tutto, ovvero
tutte le cose) è significativa perché garantisce al programma della
comunicazione (rivelazione) della Dea un orizzonte di verità piena, totale,
giustificandone le articolazioni annunciate negli ultimi versi. 63 L'insistenza
sui pronomi personali è confermata anche nei frammenti successivi (soprattutto
la polarità tu e io, in contrapposizione ai mortali). 64 Il verbo πυνθάνομαι ha
il valore di imparare per sentito dire (raccogliendo informazioni) ovvero
imparare per indagine. Può implicare dunque sia un atteggiamento di passiva
ricezione, sia di attiva ricerca (di tutto fare esperienza). 65 Secondo Coxon
(p. 168) il sostantivo ἀληθείη e l’aggettivo ἀληθής non significherebbero nel
contesto del poema verità e vero, ma realtà e reale. Di recente Palmer (op.
cit. 89-93) ha rilanciato con buoni argomenti. Anche Ferrari traduce con
Realtà. Nel suo Parmenides und die Anfänge der Erkenntniskritik und Logik
(Auer, Donauwörth 1979 33 ss.), E. Heitsch mostra, sulla scorta della
preistoria del termine, come 97 ἀλήθεια etimologicamente (non occultamento e
non dimenticanza) suggerisca una originaria affinità tra il senso oggettivo e
soggettivo di verità: ἀλήθειαν εἰπεῖν verrebbe per esempio a significare
riportare nel discorso qualcosa che nel mondo si mostra come non nascosto. In
effetti, in Omero ἀληθείη e ἀληθέα compaiono in dipendenza da verba dicendi:
Gloria Germani ("ΑΛΗΘΕΙΗ in Parmenide", in La Parola del Passato,
vol. XLIII, 1988 177-206) ha sottolineato in questo senso la peculiarità
sintattica del termine nella individuazione del processo unitario che connette
soggetto e oggetto (p. 181). Tipico di ἀληθείη sarebbe infatti il riferimento a
chi parla: l'oggetto si manifesta solo se c'è un soggetto a cogliere tale
manifestazione. Il termine designerebbe dunque una relazione in cui conoscere e
realtà si completano e si realizzano a vicenda (p. 185). In effetti, già
Aristotele, riferendosi ai pensatori presocratici (Metafisica IV, 5 1010 a1-3),
poteva sottolineare: αἴτιον δὲ τῆς δόξης τούτοις ὅτι περὶ τῶν ὄντων μὲν τὴν ἀλήθειαν
ἐσκόπουν, τὰ δ’ ὄντα ὑπέλαβον εἶναι τὰ αἰσθητὰ μόνον la causa di questa
opinione presso di loro è che essi certamente ricercavano la verità intorno
agli esseri, ma supponevano che gli enti fossero solo quelli sensibili.
L'accostamento verità-realtà (sensibile) proprio in relazione ai pensatori
presocratici è ribadito in Aristotele, per esempio: ζητοῦντες γὰρ οἱ κατὰ
φιλοσοφίαν πρῶτοι τὴν ἀλήθειαν καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων Coloro che per primi
hanno ricercato secondo filosofia, indagando la verità e la natura degli enti
(Fisica I, 8 191 a25). Ma rispetto al nostro contesto è significativo, come ha
fatto notare Leszl (p. 16), il fatto che, a un certo punto, in relazione alle
opere di Melisso e Gorgia (seconda metà V secolo a.C.), siano state utilizzate,
accanto alla corrente indicazione περὶ φύσεως, rispettivamente le formule περί
τοῦ ὄντος e περί τοῦ μὴ ὄντος (rivelando una certa consapevolezza della
inadeguatezza della tradizionale titolazione). Passa (p. 53), che interpreta il
proemio come itinerario dell'iniziato verso la Verità, sostiene che esso
contiene la rappresentazione poetica di esperienze sciamaniche vissute da
Parmenide: Ἀληθείη, in questo senso, sarebbe figura del contenuto essenziale
rivelato dalla dea, assurto esso stesso a ipostasi divina. Come segnala
l'autore, per altro, Verità ritorna, "ipostatizzata", anche nei
reperti archeologici (placche d'osso) recuperati a Olbia Pontica. 98 È allora
da soppesare con attenzione l'ipotesi interpretativa che fa della figura divina
appena introdotta il perno simbolico della ripresa e della soluzione parmenidea
del problema della verità, dopo la profonda incrinatura dell'orizzonte arcaico,
soprattutto a opera di Senofane: il tema dell'accesso alla verità potrebbe
fungere da chiave di lettura generale (oltre che, specificamente, dello stesso
proemio). Su questo punto ancora la Germani 186-7. 66 Accogliendo la lezione εὐκυκλέος
rendiamo letteralmente con [Verità] ben rotonda. Effettivamente ci sarebbero
buone ragioni per l'adozione di εὐπειθέος, se si potesse senza problemi
tradurre come persuasiva (o ben persuasiva). Nel verso successivo si rileverà
come nelle opinioni dei mortali (βροτῶν δόξας) non vi sia vera credibilità
(πίστις ἀληθής): con una inversione, Parmenide passerebbe da una verità (ἀληθείη)
persuasiva [credibile] (εὐπειθής) a una vera (ἀληθής) credibilità (πίστις). In
B2.4, la Dea rimarcherà come la via che è (ὅπως ἔστιν) sia sentiero di
Persuasione (Πειθοῦς κέλευθος), in quanto a Verità si accompagna (ἀληθείῃ ὀπηδεῖ).
In conclusione della sua esposizione della verità, la stessa Dea sottolineerà
(B8.50-1): ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης A questo punto
pongo termine per te al discorso affidabile e al pensiero intorno alla verità.
È indiscutibile l'insistenza parmenidea sul nesso tra ἀληθείη e πειθώ, che in
B2 sono proposte sostanzialmente come ipostasi divine. Il vero problema
dell'opzione εὐπειθέος è che il significato antico dell'aggettivo εὐπειθής attestato
ancora in Platone e Aristotele - è quello di obbediente disponibile/pronto
all'obbedienza: il significato di persuasivo è posteriore. Nell'economia del
poema, anche l'aggettivo εὔκυκλος attestato sia in Pindaro sia in Eschilo è
comunque denso di implicazioni, soprattutto in relazione ai versi del poema più
citati in assoluto nell'antichità (vv. B8.43-5), dove ritroviamo il ricorso a
un'immagine: εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ (simile a massa di ben rotonda
palla). 67 Il sostantivo ἦτορ era impiegato prevalentemente per animali,
uomini, dei, quindi in senso non astratto: il suo significato sarebbe vicino a
quello di θυμός, per veicolare l’idea di un’attività intellettuale emotivamente
tonalizzata. In Omero il termine ἦτορ (insieme a κραδίη), come θυμός,
sembrerebbe coinvolgere soprattutto la sfera degli affetti, dei sentimenti. È
significativo che Parmenide opti di correlare Ἀληθείη a ἦτορ, la verità
all’uomo che la deve conoscere (Stemich 78-80): nella letteratura arcaica ἦτορ
è piuttosto 99 [30] sia dei mortali le opinioni69, in cui non è reale
credibilità70. connesso al corpo (Passa 52). Il termine ἦτορ può indicare la
coscienza vigile (un cuore di bronzo, in Omero), da cui la fermezza rilevata da
Parmenide, ma anche la parte essenziale dell’uomo: in riferimento al Tutto, la
verità ben rotonda, compiuta, perfetta (Ruggiu 199). R.B. Onians (The Origins
of the European Thought, C.U.P., Cambridge 1951 106) vi vede racchiusa la
sostanza della coscienza, cui è associata la sede del linguaggio. Questo può
significare che all'espressione Ἀληθείης ἦτορ Parmenide intendesse far
corrispondere la sostanza conoscitiva e insieme linguistica del messaggio in
esso [poema] contenuto (Passa 53). 68 L'aggettivo ἀτρεμές (letteralmente che
non trema), variamente tradotto (per adeguarlo al contesto) come intrepido
(Ferrari), saldo (Reale), incrollabile (Cerri, che rende però la formula ἀτρεμὲς
ἦτορ come il sapere incrollabile), suggerisce immobilità, saldezza (e in questo
senso lo ritroveremo annoverato tra i σήματα in B8.4). 69 Contrapposte alla
Verità, la Dea propone βροτῶν δόξας (opinioni dei mortali), insistendo sia sul
tradizionale discrimine tra sapere divino e ignoranza umana, sia sulla
opposizione tra l’uomo che sa (εἰδώς φώς, v. 3) e i mortali che nulla sanno
(βροτοὶ εἰδότες οὐδέν B6.4): a dispetto dei mortali che non hanno conoscenza,
il kouros deve conoscere tutto. Per connotare il punto di vista dei mortali, la
dea (Parmenide) ricorre a un termine δόξαι che, a differenza del mero
manifestarsi (φαίνεσθαι) e di una passiva registrazione empirica, implica
giudizio e accettazione (ancorché affrettati e scorretti), opinione assunta
attraverso una decisione, di cui, dunque, i mortali non sono vittime ma responsabili.
In questo senso Couloubaritsis, per esempio, traduce con considerazioni. È
allora opportuno il rilievo di Conche (p. 66): Parmenide evita di contrapporre
la sua verità a quella degli altri, un punto di vista ad altri alternativi. Il
poeta, invece, è presentato come portavoce di una divinità anonima, scevra
della soggettività dei mortali, impersonale: ella non è altro che la Verità
stessa. Significativo l’accostamento a Eraclito: οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας
ὁμολογεῖν σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι non me, ma il logos ascoltando, è saggio
convenire che tutto è uno (DK 22 B50). Interessante il rilievo di Leszl (p.
37), in conclusione di un lungo esame della nozione di ἀληθεια: δόξα
indicherebbe a un tempo l’opinione che abbiamo circa le cose e il modo in cui
le cose si presentano a noi. 70 Il termine greco πίστις conserverebbe secondo
Heitsch (Parmenides, Die Fragmente 95) il valore di prova, dimostrazione per
credibilità o 100 Nondimeno71 anche questo72 imparerai73: come le cose accolte
nelle opinioni74 fiducia o semplicemente di prova, dimostrazione (Beweis) sia
negli oratori attici, sia in Platone e Aristotele. Egli propone di utilizzare
questo valore anche nel contesto di B1. Palmer (op. cit. 92) osserva, invece,
come πίστις sia in questo passaggio impiegato con valore soggettivo, dunque nel
senso di trustworthiness: tale (non genuina) credibilità si riferirebbe,
tuttavia, non direttamente alle βροτῶν δόξαι, ma alla loro esposizione nel
resoconto della Dea. 71 Come segnala LSJ, la formula ἀλλ΄ ἔμπης - composta da
congiunzione avversativa (ἀλλά) e avverbio (ἔμπης) è impiegata nel greco
omerico come sinonimo di ὅμως (all the same, nevertheless, nondimeno), più
tardi con valore più debole (at any rate, yet, tuttavia, comunque). Cordero (p.
32) osserva come la formula ἀλλ΄ ἔμπης sia utilizzata in Omero per introdurre
una restrizione di senso rispetto a quanto appena enunciato: nel nostro
contesto, dunque, secondo lo studioso argentino, la Dea intenderebbe
sottolineare il fatto che, a dispetto della loro non-verità, il kouros dovrà
essere informato sulle opinioni. La stessa convinzione era stata espressa da un
altro grande interprete di Parmenide, Tarán: i 31-32 del frammento show the
purpose that the goddess has in mind in asking Parmenides to learn the opinions
of men in spite [rilievo nostro] of the fact that they are false (p. 211). 72
Il pronome ταῦτα (letteralmente queste cose) può indicare quanto precede
immediatamente, quindi riferirsi alle opinioni dei mortali, ovvero specificare
ulteriormente πάντα (tutto, v. 28), riferendosi a quanto segue (in funzione
prolettica rispetto a quanto introdotto con ὡς). La prima soluzione appare più
naturale rispetto all'uso corrente, tuttavia è possibile la lettura dei due
versi finali con un futuro programmatico (μαθήσεαι) e una proposizione
dipendente introdotta per definirne gli obiettivi. In effetti, come nota Cerri,
nell’uso corretto greco, per anticipare quanto segue sarebbe stato più naturale
τάδε; ma, come dimostra M.C. Stokes (One and Many in Presocratic Philosophy,
The Center for Hellenic Studies, Washington 1971 302 nota 27) con paralleli in
Erodoto, l'uso contemporaneo non escludeva un valore prolettico del pronome.
Nella nostra lettura, la Dea, effettivamente, si riferisce ancora alle opinioni
dei mortali (βροτῶν δόξαι), i cui contenuti (le cose accolte nelle opinioni, τὰ
δοκοῦντα) intende riscattare: ταῦτα, quindi, a un tempo (e ambiguamente) evoca
quel che precede, precisandone il senso, e introduce l’ultimo punto del
programma della rivelazione (corrispondente alla seconda grande sezione del
poema). 73 Il verbo μανθάνομαι ha il valore di imparare per esperienza o studio
(analogamente a πυνθάνομαι), ma anche di comprendere, discernere. 101 Patricia
Curd (The Legacy of Parmenides. Eleatic Monism and Later Presocratic Thought,
Princeton University Press, Princeton 1998 113-4) ha marcato le differenti
implicazioni semantiche rispetto al precedente πυνθάνομαι: πυνθάνομαι
suggerisce che si raccolga informazioni e apprenda per esperienza, mentre
μανθάνω suggerisce piuttosto apprendimento e comprensione acquisiti con un atto
di giudizio. 74 Abbiamo scelto questa traduzione faticosa per τὰ δοκοῦντα,
cercando di salvarne le implicazioni semantiche. L'espressione participiale τὰ
δοκοῦντα indica le cose accettate nella opinione di qualcuno, ovvero che sono
accolte nel giudizio di qualcuno. Non si tratta di punti di vista soggettivi,
quanto del loro contenuto, delle cose cui ci si riferisce (che si manifestano)
in quei punti di vista, delle cose (plurale), di quelle che sono dette anche τὰ
ἐόντα (Ruggiu 207). Cordero (p. 33) rende come ciò che appare nelle opinioni,
le cose che sembrano, che sono pensate, tra i mortali: il mondo come è visto
dai mortali. Conche (p. 64) parla, a proposito di τὰ δοκοῦντα, di correlati
intenzionali (nel senso della fenomenologia) delle doxai. Mourelatos (p. 204),
che ha scritto pagine illuminanti sul significato dei termini greci in radice
dok-*, marca l’ambiguità del valore di τὰ δοκοῦντα: le cose che i mortali
ritengono accettabili, ma anche le cose come i mortali [le] ritengono
accettabili. Parmenide intenderebbe, insomma, suggerire che i termini con cui i
mortali accettano o riconoscono le cose costituiscono l'identità propria
dell’oggetto della accettazione dei mortali. Brague (Études sur Parménide, t.
II, Problèmes d'interpretation 54-5) ricorda come in Simplicio ricorra la
formula τὸ δοκοῦν ὄν, l’essere apparente, ciò che sembra [essere] ente in
contrapposizione a τὸ ὄν ἁπλῶς, l’essere in senso pieno, assoluto. Una
formulazione senza paralleli, che potrebbe quindi essere eco di una espressione
autenticamente parmenidea. Couloubaritsis (op. cit. 267 ss.), ribadendo il
doppio registro semantico di τὸ δοκοῦν (τὰ δοκοῦντα) - in una direzione rivolto
al discorso, in altra alla cosa - segnala il posteriore accostamento
aristotelico (Confutazioni sofistiche, 33, 182 b38) di τὰ δοκοῦντα a τὰ ἔνδοξα
e in genere la convergenza insistita in ambito peripatetico tra τὸ δοκοῦν ἑκάστῳ
e τὸ φαινόμενον ἑκάστῳ. La specificità di τὸ δοκοῦν rispetto all'altro termine
sarebbe tuttavia da rintracciare proprio nell'aspetto opinativo,
nell'implicazione di un giudizio. Il nesso con δοξάζειν (considerare) si
preciserà in relazione all'atto del nominare: è in quanto legata alla parola e
all'imposizione di nomi, che la via della doxa viene sviluppata nel poema. In
questo senso Couloubaritsis (op. cit. 269-270) crede che l'espressione τὰ δοκοῦντα
rimandi alle cose in quanto designate dai mortali piuttosto che da loro
percepite. Più puntualmente: le cose che i mortali hanno designato per spiegare
il mondo in divenire. 102 era necessario75 fossero effettivamente76, tutte
insieme77 davvero esistenti78. 75 L’imperfetto χρῆν seguito dall’infinito può
indicare un tempo reale del passato (pensando soprattutto all’origine delle
erronee opinioni mortali e all'alternativa proposta esplicativa di Parmenide),
ovvero un tempo irreale, del passato o del presente. Nel contesto, come segnala
Robbiano (p. 180), la forma verbale può riferirsi a un requisito nel passato
che o è stato o non è stato ottemperato. Ricordiamo che nel greco arcaico il
verbo esprime piuttosto convenienza che necessità logica (quindi è giusto,
opportuno). La concomitante presenza di δοκίμως rende, secondo noi, più logico
pensare che Parmenide intendesse contrapporre alle opinioni dei mortali una
prospettiva esplicativa alternativa e plausibile rivolta agli stessi oggetti di
quell'opinare: questo passaggio del testo è colto efficacemente nella resa di
Palmer (op. cit. 363): Nonetheless these things too will you learn, how what
they resolved had actually to be . 76 L’avverbio δοκίμως è qui usato come
complemento dell’infinito εἶναι: il predicato in effetti può essere espresso da
un avverbio, facendo così assumere al verbo essere il suo valore pieno di
esistenza. L’avverbio può tradursi sia con plausibilmente, accettabilmente
(Mourelatos 204), sia con realmente, genuinamente (secondo l’uso eschileo).
Rendendo l’imperfetto (χρῆν) come forma di irrealtà, si determina una
costruzione ambigua, che afferma e nega a un tempo (come irreale) un’esistenza
qualificata come reale ovvero plausibile. Ne deriva una sorta di gioco
espressivo, del tipo rintracciabile nei frammenti di Eraclito (O’Brien 13- 4).
Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 43) cita in proposito DK 22
B28: δοκέοντα γὰρ ὁ δοκιμώτατος γινώσκει, φυλάσσει... (anche) l'uomo più
considerato conosce e custodisce cose apparenti [ovvero opinioni]. Secondo lo
studioso italiano, proprio la relazione tra τὰ δοκοῦντα e δοκίμως comporterebbe
un cortocircuito etimologico: il participio sostantivato, con le sue
potenzialità semantiche negative (parvenze), è coniugato con un avverbio dal
significato positivo di accettabilità, plausibilità. δοκίμως deriva da δόκιμος
(accettabile, approvato, stimato); il verbo δοκιμάζω conferma il senso di
mettere alla prova e approvare: l'avverbio ha dunque in sé implicite le
sfumature di come conviene e di realmente, veramente. La sua radice indoeuropea
*dek- evidenzierebbe il senso di adeguazione, conformità (Couloubaritsis 271).
Accettando, invece, la vecchia lezione di Diels (δοκιμῶσ(αι) εἶναι), ripresa,
tra gli altri, da Untersteiner e recentemente da Di Giuseppe, il senso di ὡς τὰ
103 δοκοῦντα χρῆν δοκιμῶσ(αι) εἶναι sarebbe: come era necessario acconsentire
(riconoscere) che le cose che appaiono ai mortali sono. 77 Traduco in questo
modo il testo greco, intendendo διὰ παντὸς πάντα come una formula, secondo il
suggerimento di Mourelatos (p. 204), il quale fa leva su paralleli testuali che
vanno dalla letteratura ippocratica a quella platonica. Essi suggeriscono la
traduzione tutte [le cose] insieme (all of them together), ovvero tutte [le
cose] continuamente. Sulla scorta dell’uso platonico (Repubblica, 429b-430b),
Mourelatos (p. 205) propone di leggere in διὰ παντὸς il riferimento alle prove
sopportate nel corso di una competizione. In alternativa si traduce διὰ παντὸς
come in ogni senso (Tonelli), in un tutto (Cerri), dappertutto (Ferrari),
mantenendo autonomo il significato e la funzione di πάντα (tutte le cose). 78
Si è dato notizia, in nota al testo greco, delle due lezioni (περ ὄντα e περῶντα)
dei codici di Simplicio. Come ha giustamente fatto notare la Curd (op. cit. 114,
nota 52), entrambe le letture rendono complessivamente lo stesso significato.
Traduciamo ὄντα come participio e non come sostantivo (manca, in effetti,
l’articolo τὰ), ricordando, tuttavia, come il termine, in Omero e Esiodo,
designasse le realtà che esistono davvero e nei filosofi ionici l’oggetto della
ricerca, la realtà permanente del mondo (Brague 61-2). 104 DK B2 εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν
1 ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ
μὲν ὅπως ἔστιν2 τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς 3 ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ
4 γὰρ ὀπηδεῖ -, ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ
ὡς χρεών5 ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα6 ἔμμεν ἀταρπόν7 · οὔτε γὰρ
ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν8 - 1 Coxon, invece di ἄγ΄ ἐγὼν
(proposto come emendazione dei codici di Proclo da Karsten e accolto da
Diels-Kranz e dagli editori posteriori), legge con i codici εἰ δ΄ ἄγε, τῶν
(orsù, parlerò di queste cose), difendendo la propria scelta con la
consuetudine epica del genitivo di argomento in dipendenza da verba dicendi. La
proposta di Karsten non solo è considerata più naturale dal punto di vista
paleografico, ma valorizza anche l’opposizione ἐγώ - σύ, che nel testo pare
significativa. La forma ἐγών riflette l'uso omerico, che dissimulava l'antico
digamma perduto nel dialetto degli aedi ionici: per eliminare gli iati creatisi
nella dizione, fu introdotto –ν nel testo omerico (Passa 74 nota). Qui il –ν di
ἐγὼν supplisce il digamma iniziale di ἐρέω. 2 Come segnala Cordero (N.L. Cordero,
"Histoire du texte de Parménide", in Études sur Parménide, cit., t.
II: Problèmes d'interprétation 21), ἔστιν è correzione di Mullach: la
tradizione manoscritta conserva ἔστι. Il codice moscovita W di Simplicio è
l'unico a presentare la forma similare ἐστίν. Passa (p. 97) osserva come i sei
casi, in Parmenide, di ἐστιν con ν efelcistico davanti a consonante
rappresentino una vistosa innovazione rispetto alla dizione omerica. 3 Come in
casi precedenti, intendo Πειθώ come nome personale. 4 Seguiamo Gemelli Marciano
(II 14) nell'intendere il sostantivo greco maiuscolo. I codici di Proclo e
Simplicio riportano ἀληθείη: ἀληθείῃ è proposta degli editori. 5 La formula
χρεών ἐστι è tipica della prosa: nella tragedia e in Pindaro si trova solo
l'uso assoluto dell'accusativo χρεών, nel senso di χρή (Passa 79). 6 I codici
di Proclo riportano παναπειθέα e παραπειθέα; quelli di Simplicio παναπευθέα,
forma corretta, come rivela il confronto con Odissea III, 88. Secondo Passa, è
evidente che in questo caso Proclo cita a memoria. 7 Si tratta della forma
ionica - ἀταρπός dell'attico ἀτραπός (da τρέπω). 8 I codici di Proclo riportano
ἐφικτόν (che si può raggiungere, da ἐφικνέομαι), quelli di Simplicio ἀνυστόν.
La lezione di Proclo, che presenta paralleli in Empedocle (B133) e Democrito
(B58, B59), ha una sua 105 οὔτε φράσαις· [vv. 1-8 Proclo, In Platonis Timaeum
I, 345; 3-8 Simplicio, In Aristotelis Physicam 116-7; 5b-6 Proclo, In Platonis
Parmenidem, 1078, 4-5] plausibilità, ma la forma ἀνυστόν (che può essere
compiuto) ha riscontri "eleatici" in Melisso (B2 e B7), e si trova
ancora in Anassagora (B5). In questa occasione Proclo potrebbe nuovamente aver
fatto ricorso alla citazione a memoria: il significato di οὐ ἐφικτόν è prossimo
a quello di οὐ ἀνυστόν: risultato che non si può raggiungere. 106 Orsù1, io
dirò - e tu2 abbi cura3 della parola4 una volta ascoltata5 - 1 La formula εἰ δ΄
ἄγε per orsù è ampiamente attestata nell’epica, anche in relazione al pronome ἐγώ
(Cerri p. 187 - cita a esempio un verso formulare che ricorre identico in molti
luoghi di Iliade e Odissea). 2 Il pronome personale tu (σύ) si riferisce al
poeta\filosofo, cui la Dea si rivolge. Questa interpretazione dà continuità a
B1 e B2. Untersteiner (p. LXXX) ipotizza, invece, che a parlare sia lo stesso Parmenide:
alcune espressioni che ricorrono nei frammenti (in relazione ai mortali)
confermano la lettura tradizionale. 3 Il senso dell’imperativo aoristo κόμισαι
è quello di ricezione e cura (come di cosa preziosa), forse anche di
trasmissione (come vuole Mansfeld 95-6). Tonelli (p. 119) rende questo
complesso di significati con accompagna la mia parola. Ferrari (Il migliore dei
mondi impossibili, cit. 135) recupera, invece, da Kingsley il senso di take
away e traduce come riporta con te. 4 Il termine greco è μῦθος, che nella
lingua greca tarda significa (come il latino fabula) una narrazione
meravigliosa, in origine indicava qualcosa di completamente diverso: la parola,
la parola che esprime ciò che è realmente, effettivamente accaduto, implicando
quindi la dimensione della oggettività: la parola che dà notizia del reale, che
stabilisce qualcosa, e, in questo senso, è autorevole (W.F. Otto, Il mito e la
parola (1952-3), in W.F. Otto, Il mito, a cura di G. Moretti, Il Melangolo,
Genova 1993 30-32). Parola, quindi, intesa non come termine isolato, ma come
discorso, comunicazione di verità. Mourelatos (p. 94, nota) contesta la
traduzione di Tarán (word), preferendole nel contesto di B2.1 account, quanto
la Dea ha da dire, la sua comunicazione. In questo senso egli si appoggia a
Omero, in cui il valore del termine è quello di discorso, pensiero o consiglio.
Solo progressivamente, nell’uso post-omerico, il significato di discorso
sarebbe sfumato in quello di resoconto, finendo poi per indicare mito. Anche
alla luce di tale evoluzione, altri autori (Coxon, Robbiano, Curd) hanno
preferito tradurre con story. Morgan (K. Morgan, Myth and Philosophy From the
Presocratics to Plato, C.U.P., Cambridge 2000 17-18) distingue tra l’uso di ἔπος
per parola o genericamente affermazione e quello di μῦθος, che, come
rivelerebbero alcune ricorrenze omeriche, si riferirebbe a un authoritative
speech act. In questo senso, di recente Couloubaritsis, nella nuova edizione
del suo volume su Parmenide, ha insistito su una resa poco familiare ma attenta
a conservare un aspetto essenziale del valore originario del termine greco:
egli traduce (La pensée de Parménide,, Ousia, Bruxelles, 2008 541) come ma
façon de parler autorisée. Una traduzione di compromesso potrebbe essere: e tu
abbi cura delle mie parole dopo averle ascoltate. 5 Tutto il verso ha una forte
assonanza con Odissea XVIII, 129: 107 quali sono le uniche6 vie7 di ricerca8
per pensare9: τοὔνεκά τοι ἐρέω, σὺ δὲ σύνθεο καί μευ ἄκουσον Per questo io ti
dico e tu ascolta e comprendi. 6 Il valore di μοῦναι è stato da alcuni
interpreti relativizzato, intendendolo nel senso debole di le sole legittime
(Conche 76), da altri reso in senso forte, come se le vie di ricerca indicate
costituissero le due sole possibilità per pensare (Cordero 39). In effetti è
difficile scindere il valore di μοῦναι dal successivo infinito e dal relativo
significato. 7 È interessante segnalare come il termine ὁδός che, nota Cerri
(p. 60), ossessivamente ritorna nel versi parmenidei non abbia solo il valore
metaforico di metodo, cioè del percorso lungo il quale si sviluppa un’indagine
per giungere alla verità: esso può suggerire anche l’idea di direzione di vita,
linea di condotta (Stemich 199), come è possibile riscontrare in Eraclito,
letteralmente e metaforicamente (in riferimento al comportamento da assumere
nella ricerca della verità). In Parmenide, tuttavia, nel ricorso a ὁδός
prevarrebbe la suggestione di un peculiare metodo di pensiero e ricerca. La
Stemich in questo senso indica (op. cit. 200-1) una convergenza tra
l’illustrazione parmenidea del metodo per giungere alla conoscenza dell’essere inteso
come via che conduce oltre l’ambito sensibile in un ambito metafisico - e il
percorso di ascesi filosofica all'idea del Bello nel Simposio di Platone. 8
Coxon (p. 173) osserva come l’espressione ὁδοὶ διζήσιος occorra solo in
Parmenide (e in un frammento orfico di dubbia congettura), forse per
sottolineare la peculiarità della propria ricerca rispetto a quella ionica.
Secondo Kahn (Ch.H. Kahn, Essays on Being, O.U.P, Oxford 2009 147) δίζησις
costituirebbe equivalente poetico del termine ionico ἱστορίη (ricerca
scientifica). Oggetto di investigazione è (B6-B8) l’essere (τὸ ἐόν), ovvero
(B1.29 e B8.51) la realtà (ἀληθείη): vie di ricerca, dunque, perché hanno come
obiettivo la verità. Leszl (pp. 124-5) rileva come il verbo δίζημαι, corrente
in Omero nel significato di ricercare una persona o cosa scomparsa, ovvero
ricercare per identificare qualcuno, assuma il senso definito di indagare (e
anche interrogare) in Eraclito e Erodoto. L’espressione δίζησις sottolineerebbe
così che la ricerca riguarda qualcosa che non è manifesto o accessibile fin
dall’inizio. Secondo Chiara Robbiano (op. cit. 125) il termine suggerisce anche
l’attiva partecipazione richiesta per l’indagine stessa. 9 Come puntualmente
rileva Cordero (p. 40), l’infinito aoristo νοῆσαι ha valore di infinito finale
o consecutivo, ma è spesso stato letto con valore passivo, come se εἰσι (sono)
avesse a sua volta valore di possibilità (siano [possibili] da pensare,
logicamente pensabili). La scelta del valore attivo 108 l’una10: [che11] è12 e
[che] non è possibile13 non essere14 comporta che sia più facile spiegare la
presenza delle successive congiunzioni dichiarative (ὅπως, ὡς), che possono
corrispondere alla attività di pensare (l’una per pensare che …, l’altra per
pensare che …). È possibile inoltre trovare un riscontro nel poema Sulla natura
di Empedocle, dove il frammento DK 31 B3.12 presenta costruzione analoga: ὁπόσηι
πόρος ἐστὶ νοῆσαι (dove ci sia passaggio per conoscere). O’Brien (pp. 153-4) fa
dipendere invece νοῆσαι da μοῦναι ovvero dall’unità sintattica μοῦναι + εἰσι:
Je dirai quelles sont les voies de recerche, les seuls à concevoir. La Robbiano
(op. cit. 82) valorizza l’ambiguità nell’espressione di Parmenide, e propone,
di conseguenza, di accettare contestualmente entrambe le interpretazioni:
quella che fa delle vie l’oggetto del νοεῖν (da pensare) e quella che fa del
νοεῖν la meta delle vie (per pensare). Contro la resa attiva e finale dell’infinito
le osservazioni di Sellmer (S. Sellmer, Argumentationsstrukturen bei
Parmenides. Zur Methode des Lehrgedichts und ihren Grundlagen, Peter Lang,
Frankfurt a.M. 1998 11-12), in particolare il problema dell’impraticabilità
della seconda via per il pensiero. Contro la lettura potenziale di εἰσι νοῆσαι
Kahn, Essays on Being, cit. 146, nota 4. Abbiamo reso νοεῖν genericamente con
pensare, ma come suggerito da vari interpreti - si potrebbe scegliere una
espressione più specifica, come comprendere, o anche afferrare, che ancora
conservano traccia dell'originario valore di percezione mentale, capace di
vedere in profondità e più lontano, nel tempo e nello spazio (su questo punto
Mourelatos 68 ss.). Vero è che nei frammenti ci si riferisce a νόος (πλακτὸν
νόον, B6.6) anche per designare una intelligenza offuscata, confusa: ciò
potrebbe indicare che Parmenide non si senta vincolato a un uso di νοεῖν e
derivati nel loro significato cognitivo più forte, che, a nostro giudizio,
rimane, tuttavia, l'unico a giustificare l'alternativa che la Dea qui propone.
Recentemente Palmer (op. cit. 69 ss.), nel tentativo di mediare tra una resa
generica e una più specifica, ha proposto understanding ovvero achieving
understanding. Tonelli, invece, rende direttamente come intuire, per la
continuità tra il verbo greco e l'intueor latino, che implica un vedere che
attraversa e penetra l'oggetto di conoscenza
facendosi tutt'uno con esso (p. 118). 10 L’indicazione delle uniche vie
è introdotta (v. 3 e v. 5) dalla formula ἡ μὲν - ἡ δέ: si tratta di una
alternativa ulteriormente delineata con coerente corrispondenza anche nella
costruzione sintattica. 11 Consideriamo in questo contesto ὅπως e il successivo
ὡς congiunzioni che introducono una dichiarativa (retta da un sottinteso: per
pensare ovvero che pensa, che dice). In questo senso, suggeriamo la possibilità
di 109 di Persuasione15 è il percorso16 (a Verità17 infatti si accompagna) leggere
il verso come: l’una: è e non è possibile non essere (analogamente il v. 5:
l’altra: non è ed è necessario non essere). L’uso di ὅπως e ὡς per introdurre
le due vie sarebbe secondo Chiara Robbiano (op. cit. 82) - illuminante: esso
suggerisce che esse sono due modi di guardare alle cose, due prospettive: ὡς
sarebbe, infatti, preferito a ὅτι quando si voglia accentuare una affermazione
come opinione, ovvero introdurre qualcosa intorno a cui esistano opinioni
differenti. Per la studiosa italiana (p. 83), insomma, ὅπως\ὡς, con le loro
implicazioni avverbiali, servirebbero a esprimere uno stato di cose da una
certa prospettiva, manifestando dunque il proprio punto di vista. Analogamente
Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 40), il quale rende in
entrambi i casi con secondo cui. 12 La terza persona singolare ἔστιν - del
presente di εἶναι, essere, è qui resa letteralmente, senza decidere del suo
valore (esistenziale, copulativo, veritativo), per conservarle tutte le
sfumature. Tra i traduttori moderni, Tarán sceglie di renderla con exists,
Conche con il y a, per sottolineare l’idea di presenza. In coerenza con il
testo greco, non attribuiamo un soggetto al verbo, lasciandolo sottinteso: si
rinvia al commento per un chiarimento. Coxon ricorda che l’omissione del
pronome indefinito come soggetto sia ampiamente diffusa nell’epica e nel greco
posteriore (p. 175). 13 Letteralmente ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι si potrebbe rendere
come che non [c’]è/esiste non essere, ovvero, sostantivando il μὴ εἶναι finale,
che il non-essere non è, cui corrisponderebbe, simmetricamente ὡς χρεών ἐστι μὴ
εἶναι: che, come necessario, il non essere è. Ma, proprio considerando
l’emistichio 5b (dove la traduzione è necessario che… appare più naturale),
optiamo per attribuire a ἔστι valore potenziale e considerare μὴ εἶναι come
infinitiva: che non è possibile non essere (più ambigua), ovvero che non è
possibile che non sia. Si tratta, in ogni caso, di un passaggio controverso,
anche per le sue implicazioni logiche, per le quali è molto lucida l’analisi di
Leszl (pp. 131 ss.). 14 La nostra traduzione è vicina a quella di Heitsch: Der
eine, (der da laPomba) “es ist, und Sein ist notwendig”. Frère (J. Frère,
Parménide ou le Souci du Vrai. Ontologie, Théologie, Cosmologie, Kimé, Paris
2012) rende: Le premier chemin énonçant: est, et aussi: il n’est pas possible
de ne pas être. 15 Come divinità, Persuasione è nella cultura arcaica (Pindaro)
collegata ad Afrodite, alla dea dell'Amore, in quanto esercita fascinazione e
seduzione. È dunque originale e significativa la connessione stabilita da
Parmenide, in apertura della comunicazione divina, tra Πειθώ e Ἀληθείη: nel suo
caso i legami persuasivi saranno il risultato del rigore e della coerenza
logica 110 [5] l’altra: [che] non è e [che] è necessario18 non essere19.
Proprio20 questa ti dichiaro21 essere sentiero22 del tutto privo di
informazioni23: impliciti nella affermazione appena introdotta:è e non è
possibile non essere. 16 Il termine κέλευθος viene da Coxon distinto da ὁδός
come il viaggio lungo la via, contribuendo in questo modo a determinare
successivamente (Platone) la nozione di μέθοδος, e di filosofia appunto come
viaggio (p. 174). 17 Abbiamo già segnalato in nota a B1, come nel poema ἀληθής
(e ἐτήτυμος) significhino reale e ἀληθείη realtà. Heitsch (p. 97) argomenta a
favore di una resa più esplicita, che ricava dai contraddittori caratteri
negativi di μὴ ἐὸν (verso 7): egli traduce, infatti, con evidenza (Evidenz).
Palmer ricorre a una formula inequivocabile: true reality. Pur concordando che
la Dea si riferisce alla realtà, insistiamo nel tradurre con il nostro verità e
con la maiuscola, intendendo Verità come entità divina. In ogni modo, come nel
linguaggio omerico, anche in Parmenide il contrario di ἀληθείη non sarà il
falso, indicato da ψεῦδος o ψεύδεσθαι, ma l'assenza di ἀληθείη, la mancata
manifestazione della realtà (su questo Germani 183-4). 18 Colleghiamo, come
appare naturale, l’espressione greca χρεών al verbo ἔστι, traducendo con è
necessario, conservando il valore modale. Come segnala Leszl (p. 136), χρεών
può stare da solo, inteso come un participio (χρή ἐόν), che, preceduto da ὡς,
assume valore avverbiale: ὡς χρεών potrebbe essere dunque inciso avverbiale in
una frase il cui significato complessivo non sarebbe modale (come conveniente).
Il termine è usato nella cultura greca arcaica (e non) in espressioni come κατὰ
τὸ χρεών (Anassimandro DK 12B1: that which must be secondo LSJ), ma per lo più
nell'espressione χρεών [ἐστι] con il significato di χρή (è necessario). 19
Considerato μὴ εἶναι come infinito sostantivato e interpretato ὡς χρεών
avverbialmente, la traduzione del secondo emistichio potrebbe essere: e, come
conveniente, il non-essere è. Si tratta di una possibilità, che suona tuttavia
piuttosto improbabile. Così come la traduzione proposta da Ferrari (Il migliore
dei mondi impossibili, cit. 137-8): l'una (via) secondo cui è lecito e non è
possibile che non sia lecito... l'altra secondo cui non è lecito ed è
necessario che non sia lecito. Coerentemente con la scelta del v. 3, Heitsch
traduce: Der andere, (der da laPomba) “es ist nicht, und Nicht-Sein ist
notwendig”; Frère (J. Frère, Parménide ou le Souci du Vrai…, cit.) rende:
L’autre chemin énonçant: n’est pas, et aussi: il est nécessaire de ne pas être.
20 Traduciamo avverbialmente la particella δή, che molti decidono di non
rendere ovvero di rendere come congiunzione (e) per marcare una 111 poiché non
potresti conoscere ciò che non è24 (non è infatti cosa fattibile25), né
potresti indicarlo26. transizione nel discorso della Dea. In effetti, δή è
frequentemente posposto a un pronome (nel nostro contesto τὴν con funzione
pronominale), con il risultato di accentuare il rilievo nella frase. 21 Coxon
osserva che il verbo φράζω, che in epica significa indicare, evidenziare, è
usato da Parmenide con oggetto diretto o accusativo e infinito nel senso (poi
regolare) di spiegare (p. 177). 22 Il termine ἀταρπός è contrapposto a ὁδός e
κέλευθος, impiegati in B1 (vv. 2 e 11) e qui ai 2 e 4: mentre in B1.21 eravamo
informati del fatto che il poeta viaggiava κατ΄ ἀμαξιτὸν lungo la via maestra,
in questo passaggio, accennando alla seconda via, Parmenide ricorre a
un’espressione che veicola l'idea di sentiero, tracciato secondario,
scorciatoia. 23 L’aggettivo παναπευθής può indicare attribuendogli senso
passivo - ciò che è del tutto ignoto, ovvero, in senso attivo, appunto ciò che
è del tutto privo di informazioni, ovvero imperscrutabile (Tonelli p. 119),
come la via che pensa che non è. Si tratta, nell'economia del discorso divino
(e del poema), di un punto essenziale: la seconda via delineata non è proposta
come falsa, non è scartata come follia (non è prodotto di un πλακτὸς νόος, come
si sottolinea in B6.6 a proposito della presunta ὁδος διζήσιός inventata da
coloro che sono apostrofati come βροτοὶ εἰδότες οὐδέν); di essa si afferma che
è sentiero lungo il quale non si possono raccogliere informazioni, che non può
manifestare la realtà, come chiarisce immediatamente il verso successivo. 24
L’espressione τό μὴ ἐὸν si potrebbe rendere anche come il non essere. Secondo
Coxon (p. 177) essa si riferisce al soggetto della seconda via, di non è, come
manifestato in B6.2 dall’uso del pronome indefinito μηδέν (nulla). In effetti
l'espressione τό μὴ ἐὸν è introdotta a giustificazione della dichiarazione del
verso precedente, dunque per identificare il presunto contenuto della seconda
via, necessariamente priva di informazioni. 25 L’aggettivo verbale ἀνυστόν è
attestato in Simplicio: con la precedente negazione (οὐ), il valore da ἀνύω
(fare, compiere) - è quello di cosa che non è possibile compiere. Nel suo
commento (p. 220), Ruggiu sottolinea come il valore di οὐ ἀνυστόν sia prossimo
a quello del termine ἀμηχανίη: esprime una impossibilità che scaturisce da
ontologica impotenza. Mourelatos (p. 100) insiste sull'idea di impraticabilità
che οὐ ἀνυστόν porta con sé: that which cannot be consummated. 26 La traduzione
di φράζω con indicare vuol rendere il senso di manifestare in segni (anche a
parole): ciò che non è non può rendersi (e essere reso) manifesto attraverso
tracce, come saranno i σήματα dell’ἐόν in B8. 112 Mourelatos (p. 76) segnala
che φράζω è impiegato nell’Odissea all’interno del motivo del viaggio, in
riferimento al gesto di una guida che mostri a un viaggiatore il luogo o il
percorso della sua destinazione. Si potrebbe rendere οὔτε φράσαις, restringendo
il campo semantico del verbo, con né potresti parlarne. 113 DK B3... τὸ γὰρ αὐτὸ
νοεῖν ἐστίν1 τε καὶ εἶναι. [Clemente Alessandrino, Stromata VI, 2.23 (II, 440);
Plotino, Enneadi V, 1.8; V, 9.5; Proclo, In Plat. Parm. 1152, Theologia
platonica I, 66 (ed. Saffrey, Westerink)] 1 Il codice di Clemente riporta ἐστί;
il testo di Plotino, in due luoghi diversi, ἐστί e ἔστι. ἐστίν è correzione
degli editori. 114 La stessa cosa, infatti, è1 pensare2 ed essere3. 1 Zeller,
seguito da Burnet, Cornford, Raven e altri, rende i due infiniti come
dipendenti da ἔστιν (non ἐστίν) con valore potenziale (analogamente a B2.3: εἰσι
νοῆσαι), quindi con denn dasselbe kann gedacht werden und sein. Tarán, che
accetta il suggerimento di Zeller, rende con for the same thing can be thought
and can exist. Anche per O’Brien (pp. 19-20) i due infiniti sono complementi
del pronome (τὸ αὐτὸ) o dell’unità sintattica pronomeverbo. Quest’uso
completivo dell’infinito (νοεῖν) ammetterebbe che lo si traduca come un passivo
o equivalente: C'est en effet une seule et même chose que l'on pense et qui est
(For there is the same thing for being thought and for being). Il fatto che,
optando per questa soluzione interpretativa, il soggetto di uno dei due
infiniti (εἶναι) diventi oggetto dell’altro (νοεῖν), non rappresenterebbe un
problema, essendo già attestato nei poemi omerici. È un fatto, comunque, come
osserva Conche (op. cit. 89), che Parmenide ha scritto νοεῖν e non νοεῖσθαι.
D’altra parte, seguendo Plotino, la resa più fedele (Heitsch 144), il senso
ovvio del greco (Conche 89) sarebbe pensare ed essere sono la stessa cosa, con
τὸ αὐτὸ predicato, νοεῖν e εἶναι soggetti della frase. Un’alternativa sensata,
che tiene conto di analoghe costruzioni nei frammenti sopravvissuti e
soprattutto del senso dei 34-36a di B8: ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν ἔστι
νόημα. [35] οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐν ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν
è quella di Coxon (for the same thing is for conceiving as is for being),
variata nella recente resa di Palmer (op. cit. 122): for the same thing is
(there) for understanding and for being. 2 Secondo Cerri (p. 194), qui per la
prima volta νοεῖν assumerebbe il significato specifico di capire razionalmente,
significato che, tuttavia, non si può regolarmente attribuire a νοεῖν (e νόος)
nei frammenti. In una sua classica ricerca filologica, von Fritz (K. von Fritz,
“Νοῦς, νοεῖν and Their Derivatives in Presocratic Philosophy (Excluding
Anaxagoras). I: From the Beginnings to Parmenides”, Classical Philology 40,
1945 223-242) osserva come νοεῖν in Omero significhi comprendere una situazione
e come questo valore sia ancora presente nel poema di Parmenide, indicando
qualcosa di diverso da un processo di deduzione logica: sarebbe ancora sua
funzione primaria essere in contatto con la realtà ultima (p. 237). Abbiamo
sopra ricordato come Tonelli renda νοεῖν come intuire, cogliendo la continuità
tra il verbo greco e l'intueor latino, nella percezione che 115 attraversa e
penetra l'oggetto di conoscenza
facendosi tutt'uno con esso (p. 118). 3 Gallop (p. 8) e Heitsch (p. 144)
osservano che, sebbene la continuità di B3 con B2 sia incerta, metricamente B3
costituirebbe con B2.8 una perfetta linea di testo. Calogero (op. cit. 22-23)
aveva in effetti già proposto di leggere B3 come prosecuzione di B2, integrando
il testo tràdito in questo modo: οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν
- οὔτε φράσαις· [B2.7-8] τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι < ὅσσα νοεῖς
φάσθαι >, Ché quel che non è non lo puoi né pensare né dire: pensare infatti
è lo stesso che dire che è quel che pensi!. 116 DK B4 λεῦσσε δ΄ ὅμως1 ἀπεόντα
νόῳ παρεόντα βεϐαίως· οὐ γὰρ ἀποτμήξει2 τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι οὔτε
σκιδνάμενον πάντῃ πάντως κατὰ κόσμον οὔτε συνιστάμενον. [vv. 1-4 Clemente
Alessandrino, Stromata V, 2 (II, 335); v. 1 Proclo, In Platonis Parmenidem
1152; Teodoreto, Graecarum Affectionum Curatio I, 72 (22); v. 2 Damascio,
Dubitationes et Solutiones de Primis Principiis in Platonis Parmenidem I, 67]
La proposta e l'integrazione sono state poi ancora rilanciate da Giannantoni. 1
Due codici di Teodoreto con la citazione di Clemente riportano ὁμῶς
(ugualmente) in vece di ὅμως. Tra gli editori moderni solo Hölscher e
Untersteiner preferiscono quella lezione. 2 I manoscritti di Clemente riportano
ἀποτμήξει, quelli di Damascio ἀποτμήσει: ἀποτμήξει sarebbe effetto di una
atticizzazione del testo parmenideo, probabilmente antica (come evidenziato
dall'unanimità dei manoscritti). Secondo Passa (pp. 34-5), come avevano colto
gli editori ottocenteschi che correggevano ἀποτμήξει in ἀποτμήξεις, la forma
verbale corretta sarebbe quella della seconda persona singolare del futuro
medio (ἀποτμήξῃ) nella probabile trascrizione di un esemplare attico. 117
Considera1 come cose assenti 2 siano comunque3 al pensiero4 saldamente5
presenti6; 1 Il verbo λεῦσσω è già impiegato da Omero (Couloubaritsis 336-7)
per indicare la capacità di considerare simultaneamente passato e avvenire per
comprendere il presente: capacità associata alla maturità dell’anziano, al suo
discernimento, contrapposto alla precipitazione dei giovani. Molti traduttori
optano per una resa che ne accentui il valore percettivo: osserva, guarda.
Etimologicamente, d’altra parte, il verbo deriva dall’aggettivo λευκός, che nel
linguaggio omerico significa chiaro, limpido: porta con sé, dunque, l’idea di
chiarezza, luminosità, trasparenza, come nell’italiano chiarire, rischiarare. 2
Ovvero cose lontane. Il verbo ἄπειμι, come il successivo πάρειμι, ha un valore
a un tempo materiale e mentale, indicando la distanza (πάρειμι la vicinanza)
nel tempo e nello spazio. Manteniamo in traduzione un senso indefinito. 3
Traduciamo così la congiunzione ὅμως: nelle varie versioni, il suo valore
oscilla tra l’avversativo e il concessivo, secondo i contesti. Dal momento che
è possibile legare il termine sia al verbo iniziale, sia a ἀπεόντα, Ruggiu (p.
238) suggerisce che la collocazione sia intenzionalmente polisignificante,
secondo lo stile attestato anche in Eraclito. 4 A chi debba essere
immediatamente riferito il dativo νόῳ è oggetto di discussione: è possibile
infatti accostarlo direttamente a lεῦσσε, nel senso di chiarisci con
intelligenza\intendimento, ovvero lasciarlo legato a παρεόντα, sottolineando
come il nesso ἀπεόντα-παρεόντα dipenda dalla visione dell’intelligenza:
l’espressione νόῳ παρεῖναι avrebbe appunto il valore di essere presente alla
mente, allo spirito. 5 L’avverbio βεϐαίως (saldamente) può essere collegato direttamente
al verbo, come suggerisce Coxon (p. 188): gaze steadily with your mind…. Lo
studioso giustifica la proposta per il parallelo con il verso di Empedocle DK
31 B17.30: τὴν σὺ νόωι δέρκευ, μηδ’ ὄμμασιν ἧσο τεθηπώς Guardala con
intelligenza, non restare con sguardo esterefatto. La collocazione
dell’avverbio fa pensare tuttavia a un rapporto stretto con παρεόντα, di cui
esprimerebbe il modo d’essere, la solidità, la permanenza. L’avverbio veicola
infatti l’idea di stabilità, ma anche quella di costanza e lealtà. Robbiano
(op. cit. 130) rileva la connessione con ἀτρεμὲς ἦτορ 118 non impedirai7,
infatti, che l’essere8 sia connesso all’essere, (B1.29): βεϐαίως esprimerebbe
l’attitudine dell’uomo che ricerca sulla via della verità; un modo di guardare,
ma anche un modo d’essere. 6 Ovvero prossime. Sulla struttura del verso (lεῦσσε
δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως) ha richiamato di recente l’attenzione
Graham (Explaining the Cosmos. The Ionian Tradition of Scientific Philosophy,
Princeton University Press, Princeton and Oxford 2006 151), il quale ne ha
rilevato la struttura a chiasmo, che ricorderebbe quella di alcuni frammenti
eraclitei, per esempio DK 22 B25: μόροι γὰρ μέζονες μέζονας μοίρας λαγχάνουσι
destini di morte più grandi ottengono sorti più grandi. 7 La forma verbale ἀποτμήξει
può essere terza persona singolare del futuro indicativo attivo (così intendono
per lo più gli editori moderni, sottintendendo νόος come soggetto), ovvero,
considerando la probabile atticizzazione del testo parmenideo, come forma
(attica appunto) della seconda persona singolare dell’indicativo futuro medio:
tu non impedirai…. Secondo Passa (pp. 34-5) sarebbe questa, in coerenza con
analoghe espressioni del poema (εἶργε, allontana B7.2b; μάνθανε, impara B8.52;
εὑρήσεις, troverai B8.36), l'interpretazione corretta del passo. 8 Traduciamo
il participio ἐόν preceduto dall’articolo (τὸ ἐόν) come l’essere, senza
articolo come ciò che è: per noi si tratta di espressioni sinonime, ma la
formula con articolo è più astratta. Come nota Cordero (By Being, It is, cit. 169),
Parmenide molto raramente usa l’articolo τò davanti al participio ἐόν; in
effetti participio senza articolo cattura più precisamente il carattere
dinamico della presenza denotata da ἐστί: essendo, è. Il problema della
traduzione del termine è comunque complesso: Heidegger (M. Heidegger, Was
heisst Denken, Niemeyer, Tübingen 1954 133) richiamò l’attenzione sul duplice
valore di questo participio: nominale (ciò che è) e verbale (l’Essere di ciò
che è), per sostenere la tesi che già con Parmenide la filosofia sarebbe
scivolata nell’oblio dell’Essere, non riuscendo a mantenere distinti i due
valori, confondendo quindi Essere e enti. Di recente Thanassas (pp. 44-5) ha
insistito sul fatto che Parmenide avrebbe impiegato ἐόν esclusivamente in senso
verbale, come equivalente semantico di ἐστί. Il rischio di intendere il
participio nel valore nominale sarebbe quello di riconoscerne implicitamente
l’esistenza come unico ente, negando dunque la pluralità del mondo. Il che
sarebbe contraddetto dall’uso frequente di plurali (ἐόντα) nella sezione sulla Ἀληθείη
(B4.1-2, B8.25, B8.47-8). L’identità semantica e la sinonimia tra ἐόν e ἐστί
sarebbe inoltre 119 né disperdendosi9 completamente10 in ogni direzione per il
cosmo11, né concentrandosi. confermata da Parmenide nel poema stesso (B6.1-2).
Thanassas sostiene che ἐόν possa identificarsi estensionalmente con la totalità
degli enti che appaiono; intensionalmente (dal punto di vista del suo contenuto
concettuale), invece, ἐόν sembrerebbe distinto da essa: il suo significato
verbale, insomma, non si limiterebbe ad abbracciare la totalità degli enti, ma
farebbe del loro Essere il proprio obiettivo. 9 Il participio σκιδνάμενον, come
il successivo συνιστάμενον, si riferisce a τὸ ἐόν. 10 La funzione dell’avverbio
πάντως (interamente, completamente) sarebbe, in congiunzione con l’altro
avverbio πάντῃ (dappertutto, ovunque), quella di intensificarne valore
spaziale. 11 L’espressione κατὰ κόσμον appare come uno dei più antichi passi presocratici
in cui il termine κόσμος assume il valore di ordinamento del mondo, cosmo
(Cerri 199). Tarán, tuttavia, contesta che la nostra espressione possa tradursi
(così come abbiamo fatto) con un complemento di moto nel mondo (o per il
mondo), preferendo renderla letteralmente come in order, con il significato,
dunque, di conformità a un ordine. Analogamente la Stemich (p. 190) sottolinea
come dalla Dea il kouros sia chiamato a non alterare l’essere secondo l’ordine
delle cose, attribuendo quindi alla formula valore normativo. Coxon sottolinea
il precedente omerico, traducendo in regular order. Noi preferiamo attribuirgli
il valore cosmico, considerando κατὰ κόσμον insieme alla forma avverbiale
precedente (πάντῃ πάντως). 120 DK B5 ξυνὸν δέ μοί ἐστιν, ὁππόθεν1 ἄρξωμαι· τόθι
γὰρ πάλιν ἵξομαι αὖθις. [Proclo, In Platonis Parmenidem 708] 1 La forma ὁππόθεν
è correzione degli editori: i codici di Proclo riportano ὅπποθεν. 121
Indifferente1 è per me da dove cominci, dal momento che là, ancora una volta,
farò ritorno. 1 Bicknell (“Parmenides, DK 28 B5”, Apeiron) ha proposto di
tradurre ξυνὸν come a basic point: It is a basic point from which I shall
begin: I shall come back to it repeatedly. Collocando il frammento subito prima
di B2, il senso complessivo effettivamente è assicurato e, come è stato notato
(Gallop 37), suggestivo. Difficile però avere un riscontro della traduzione
proposta per ξυνὸν. 122 DK B6 χρὴ τὸ λέγειν τò1 νοεῖν τ΄ ἐὸν 2 ἔμμεναι· ἔστι γὰρ
εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν· τά σ΄ ἐγὼ 3 φράζεσθαι ἄνωγα. πρώτης γάρ σ΄4 ἀφ΄ ὁδοῦ
ταύτης διζήσιος †... † 5, 1 I codici di Simplicio riportano unanimente τό; nel
1835 Karsten congetturò invece τε νοεῖν, ripreso poi da Diels. Il testo
corretto, dopo la riscoperta a opera di Tarán e la ripresa da parte di Cordero,
è tuttavia accolto solo da una minoranza di editori contemporanei. 2 I codici D
e E di Simplicio riportano τὸ ὂν, il codice F τεὸν: τ΄ ἐὸν è correzione degli
editori. 3 Il testo greco in DK è τά σ΄ ἐγὼ, secondo la lezione di Bergk.
Cordero (pp. 101-2) preferisce la versione del codice D di Simplicio
(considerato il più affidabile dallo stesso Diels 1897): τά γ΄ ἐγὼ. Il codice E
riporta: τοῦ ἐγὼ; il codice F: τά γε. 4 Il codice D di Simplicio riporta σ΄
(così come E e F); B e C, invece, τ΄. 5 La tradizione manoscritta presenta a
questo punto una lacuna: la proposizione manca del verbo. Congettura Diels,
tradizionalmente accettata: εἴργω (tengo lontano, distolgo), sulla scorta di
B7.2 (ἀλλὰ σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος εἶργε νόημα - ma tu da questa via di
ricerca allontana il pensiero). Congettura Mourelatos: εἷργον (tenevo lontano),
in riferimento al rifiuto della seconda via di B2. Congettura Cordero: ἂρξει
(comincerai). Congettura Nehamas: ἂρξω (comincerò), ripresa di recente anche da
Patricia Curd, che la preferisce alla precedente in quanto mantiene il
baricentro del discorso sulla divinità, coerentemente con gli altri versi del
poema. La Curd insiste in particolare sul parallelismo con i versi B8.50-52: ἐν
τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης· δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας
μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων A questo punto pongo termine al
discorso affidabile e al pensiero intorno alla Verità; da questo momento in poi
opinioni mortali impara, ascoltando l’ordine delle mie parole che può
ingannare. L’espressione pongo termine corrisponderebbe a comincerò per te
appunto di B6.3, così come da questo momento in poi a da questa via di ricerca.
A più riprese (cominciando da B1.28-30) la dea sarebbe ritornata sulla 123 αὐτὰρ
ἔπειτ΄ ἀπὸ τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν [5] < πλάσσονται > 6,
δίκρανοι· ἀμηχανίη γὰρ ἐν αὐτῶν στήθεσιν ἰθύνει πλακτὸν 7 νόον· οἱ δὲ φοροῦνται
κωφοὶ ὁμῶς τυφλοί τε, τεθηπότες, ἄκριτα φῦλα, οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν
νενόμισται κοὐ ταὐτόν, πάντων δὲ παλίντροπός ἐστι κέλευθος. [vv. 1-2a
Simplicio, In Aristotelis Physicam 86; 1b-9 Simplicio, In Aristotelis Physicam
117; 8-9a Simplicio, In Aristotelis Physicam 78] propria strategia, enunciando
i suoi principi fondamentali (B2), ribadendoli (B6.3-4) e ricontestualizzando
la propria esposizione in B8.50-52 (Curd, The Legacy of Parmenides, cit. 58).
Tarán, che pur accetta la congettura Diels, suppone una lacuna successiva, tra
i versi 3 e 4. 6 La tradizione manoscritta di Simplicio riporta πλάττονται,
dichiarato corrotto in apparato da Kranz. In effetti πλάττονται sarebbe,
secondo Cordero e Cerri (p. 210), atticizzazione (intervenuta nella tradizione
manoscritta stessa) di πλάσσονται, da πλάσσομαι (mi invento). Dello stesso
avviso O'Brien e Gemelli Marciano (II 82). Coxon (p. 183) sostiene la
derivazione (per corruzione) da πλάζονται (vagano). Diels fa della espressione
una corrutela medievale di πλάσσονται, variante dialettale di πλάζονται,
utilizzato nel poema (e in altri autori) per indicare sbandamento
intellettuale, errore. Una recente messa a punto della questione testuale si
trova in Passa (pp. 104 ss.), il quale ha con acribia sostenuto, su basi
parzialmente diverse, la soluzione dielsiana con precoce corruzione di
πλάσσονται in πλάττονται. Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 47
nota) ha contestato tale ricostruzione, preferendo tornare alla vecchia
correzione πλάζονται, coerente con πλακτὸν νόον e φοροῦνται (v. 6). Accogliamo
la correzione πλάσσονται, pur considerando l'emendazione πλάζονται, come
sinteticamente insegna Ferrari, una valida alternativa. 7 I codici DE di
Simplicio riproducono πλακτὸν, il codice F πλαγκτὸν, forma preferita da diversi
editori (Coxon, O'Brien, Conche, Cerri, Gemelli Marciano, Palmer). 124 Dire e
pensare1: ciò che è è2 , è necessario3; essere4 è infatti possibile, 1
Accogliendo la restituzione del testo originale di Simplicio proposta da
Cordero (su indicazione di Tarán), abbiamo qui due infiniti (λέγειν, νοεῖν)
introdotti da τό, da intendere: come
articolo determinativo (sarebbe allora più corretto rendere con il [fatto di]
dire e il [fatto di] pensare), ovvero
come pronome dimostrativo (dire questo e pensare questo). Nella nostra
traduzione abbiamo seguito la prima soluzione: i due infiniti articolari
costituiscono soggetto congiunto del quasi impersonale χρή, come suggerisce
Palmer (Parmenides et Presocratic Philosophy, cit. 111; ma si devono registrare
le riserve di Cassin 146). Costruzioni alternative: (a) χρή regge direttamente ἔμμεναι,
di cui λέγειν e νοεῖν sono soggetti; τό è il loro articolo e ἐόν il loro
complemento oggetto (è necessario che dire e pensare ciò che è sia): così, per
esempio, Fränkel e Untersteiner. Una variante interessante è quella sostenuta
da Tarán e Cordero (Les deux chemins de Parménide, Vrin, Paris 1984 111-2):
essi suppongono la costruzione χρὴ εἶναι (ἔμμεναι) τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν (è
necessario dire e pensare ciò che è. Cordero, tuttavia, nella revisione (2004)
della sua opera, traduce diversamente: It is necessary to say and to think that
by being, it is. (b) χρή regge direttamente ἔμμεναι, di cui λέγειν e νοεῖν sono
soggetti; τό è articolo e ἐόν nome del predicato di ἔμμεναι (dire e pensare è
necessario che siano un essere): così, per esempio, Diels (1897), Heidel,
Verdenius. Coxon (pp. 181-2) sostiene l'uso predicativo di ἐόν, supportandolo
con paralleli (ἐὸν εἶναι) in autori influenzati da Parmenide (Gorgia, Leucippo,
Platone, Aristotele). La sua traduzione (che accoglie il testo emendato da
Karsten) è, di conseguenza: it is necessary to assert and conceive that this is
Being. Soggetto della proposizione sarebbe τό, pronome (che Coxon riferisce a τὸ
αὐτὸ di B3). (c) χρή regge direttamente ἔμμεναι, di cui τό...ἐόν è soggetto, da
cui dipendono λέγειν e νοεῖν (ciò che è da dire e pensare è necessario che
sia): così, tra gli altri, Burnet e Raven. 2 Traduciamo ἔμμεναι con essere, per
mantenere l'ambiguità che a nostro avviso caratterizza il testo, attribuendogli
tuttavia valore decisamente esistenziale. 3 L’impersonale χρή è formula di
necessità ma anche di opportunità: il valore del vincolo implicato può variare
in intensità, dal necessario, al corretto, all’opportuno. Ha insistito su
questo punto Patricia Curd (1998 53), 125 il nulla5, invece, non è6. Queste
cose7 io ti esorto a considerare8. riducendo così l’impianto modale dei primi
due versi del frammento. Ma il nesso con B2 suggerisce la forma di necessità. 4
Nel caso di B6.1b, l'impegno per l'interprete è doppio. Si ripresenta infatti
il problema di traduzione di ἔστι e si aggiunge quello della traduzione
dell’infinito εἶναι in questo contesto: si tratta di due problemi correlati.
Se, come scelgono di fare alcuni traduttori, si considera εἶναι come infinito
sostantivato, soggetto di ἔστι, avremmo: l'"essere" esiste (Cerri);
infatti l'essere è (Reale), denn Sein ist (Kranz), for there is Being (Tarán).
Analogamente intende la Germani (op. cit. 191). Questa lettura potrebbe essere
avvalorata dal fatto che due codici (BC) di Simplicio riportano τò εἶναι
(Cordero, Les deux chemins de Parménide, cit. 24). Nel caso si accolga tale
soluzione, in 6.1b-6.2a avremmo la piena esplicitazione dei soggetti delle vie
di B2.3 e B2.5: rispettivamente εἶναι e μηδὲν. Per certi versi questa
traduzione appare naturale, sebbene non risulti del tutto perspicuo l'uso di γὰρ,
a meno di privarlo del suo valore esplicativo per riconoscergli una funzione
confermativa. Se, invece, si intende εἶναι come infinito retto da ἔστι, allora
è naturale attribuire a questo valore di possibilità (che sembrerebbe dare un
senso alla particella γάρ). Alcuni sottintendono ἐὸν come soggetto, traducendo:
solo esso infatti è possibile che sia (Pasquinelli); For it is for being
(Coxon); è possibile, infatti, che sia (Giannantoni); perché può essere
(Tonelli, Ferrari). Altri, come O'Brien e Cordero, optano per una formula
impersonale: car il est possible d'être; for it is possibile to be. 5 Secondo
Coxon (p. 182) μηδέν conserverebbe in questo caso il suo significato più
stretto, quello di non una cosa. L’intera frase, dunque, asserirebbe che ciò
che non ha essere, non è per niente una cosa. Kranz (in apparato) riteneva che
μηδέν equivalesse a μὴ ἐόν (citando in questo senso B8.10: τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον).
Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 46 nota) considera possibile
un rimando al non-essere, intendendo la lezione (corrotta) del codice greco di
Simplicio (Phys. 117) come μὴ δ’ ἐόν. 6 Anche in questo caso conserviamo
l'ambiguità dell'essere, intendendolo comunque in senso esistenziale: la
necessità di affermare l’esistenza dell’essere sarebbe giustificata incrociando
la possibilità dell’essere e l'inesistenza del nulla. Guthrie decide di
attribuire al verbo essere nell’intera formula valore di possibilità: for it is
possible for it to be, but impossible for nothing to be. Analogamente Mansfeld:
denn dieses (sc. Das Seiende) kann sein, ein Nichts hingegen kann nicht sein.
O’Brien (p. 27) è convinto che i due indicativi ἔστι e οὐκ ἔστιν abbiano valore
potenziale, con l’infinito in funzione completiva, e suppone un secondo
infinito per completare l’espressione negativa μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν: il n’est pas
possible 126 Per prima, infatti, da questa via di ricerca 9 ti 10, e poi da
quella11 che appunto12 mortali che nulla sanno13 (οὐκ ἔστιν) que (εἶναι) ce qui
n’est rien (μηδὲν). L’alternativa, seguita da alcuni, è quella di rimanere
fermi, in entrambi i casi, al valore esistenziale, affermando (Tarán): for
there is Being, but nothing is not. È possibile, tuttavia, attribuire senso
potenziale a ἔστι e senso esistenziale alla negazione οὐκ ἔστιν, come fanno
Cordero (2004) e, seguendo Colli, Tonelli, a dispetto delle obiezioni di
O’Brien, che ritiene improbabile la soluzione. Per conservare il senso modale
di B2.3, Palmer (p. 113) propone di considerare ἐόν unico soggetto sottinteso
di B6.b-2a (ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν), e rendendo μηδέν con valore
predicativo: (What is) is to be, but nothing it is not. Letteralmente più
aderente al greco la traduzione senza articolo: nulla [ovvero niente] non è. 7
Il pronome τά (accusativo neutro plurale) difficilmente può essere riferito
esclusivamente al contenuto dei 1-2a: è invece probabile che esso alluda a
quanto seguiva B2 precedendo immediatamente B6, cioè la esclusione della via
che non è e che è necessario non essere come effettivo percorso di indagine. 8
La formula τά σ΄ ἐγὼ φράζεσθαι ἄνωγα è mutuata da Omero ed Esiodo: richiama
l’attenzione sull’esclusione della via che non è e che è necessario non essere.
9 Concordiamo con Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 49) nel
considerare questo riferimento alla prima via di ricerca (πρώτη ὁδός διζήσιος)
vincolato alla discussione di cui B6.1-2a costituisce la conclusione, e che
doveva vertere sul non-essere. Si tratta della discussione cui allude Simplicio
nel contesto della citazione di B8.1-52: ἔχει δὲ οὑτωσὶ τὰ μετὰ τὴν τοῦ μὴ ὄντος
ἀναίρεσιν Le cose stanno in questo modo dopo l'eliminazione del non essere. Per
evitare confusione, alcuni traduttori hanno fatto ricorso a costruzioni meno
ambigue: this is the first way of inquiry from which I hold you back
(Kirk-Raven-Schofield); Questa è la via di ricerca da cui ti distolgo per prima
(Cerri); Questa è la prima via di ricerca da cui ti tengo lontano (Tonelli).
Come quella che proponiamo, si tratta di soluzioni interpretative, che
indubbiamente forzano la resa più naturale. In ogni caso, per rimanere più
aderenti alla costruzione greca, abbiamo considerato πρώτης in funzione
predicativa. 10 Manteniamo, pur con prudenza, la congettura Diels. 127 [5],
uomini a due teste14: impotenza15 davvero nei loro petti16 guida la mente
errante17. Essi sono trascinati18, 11 Il compemento ἀπὸ τῆς riferisce il
pronome a ὁδοῦ διζήσιος: questo porta Coxon a concludere che nel contesto
Parmenide si riferisca a filosofi, ricercatori. 12 Normalmente si lascia cadere
in traduzione δή, che pure, seguendo un pronome relativo, ne enfatizza la
posizione nella frase. L'uso nel contesto potrebbe alludere alla discussione
che precede B6. 13 L’espressione greca βροτοὶ εἰδότες οὐδέν riprende il
tradizionale contrasto tra sapienza divina e ignoranza umana, riferendolo in
particolare a una tipologia di errore che nasce dal fraintendimento della
κρίσις di B2. La ἀκρισία delle schiere scriteriate (ἄκριτα φῦλα) manifesta la
loro impotenza (ἀμηχανίη). Nell’epica e nella lirica l’espressione βροτοὶ εἰδότες
οὐδέν ritorna frequentemente per caratterizzare il fatto che i mortali non
conoscono la totalità del passato, né possono prevedere il futuro, ristretti
alla limitatezza del loro presente (Ruggiu p. 259). Nello specifico,
l’ignoranza dei mortali è implicitamente contrastata dalla conoscenza che
Parmenide ha rivendicato per sé in B1.3 (εἰδότα φῶτα). 14 Il greco δίκρανοι si
riferisce alla condizione di coloro che manifestano una sorta di schizofrenia e
in questo senso hanno una testa (una mente) divisa in due: affermano a un tempo
essere e non-essere, fingendo di poter incrociare due vie in realtà (verità)
incompatibili. Robbiano (op. cit. 104-5) segnala come nella lirica arcaica il
tema della indecisione-confusione propria della condizione umana fosse espresso
nel riferimento a un νόος diviso (Teognide) o a una sorta di doppia mente
(Saffo). 15 Il sostantivo greco ἀμηχανίη segnala la mancanza di mezzi, di aiuti
per risolvere una situazione di difficoltà: insomma, una condizione di
impotenza. In Omero gli dei possiedono σοφία, un saper fare (abilità nella
costruzione di oggetti) che garantisce loro una vita facile, mentre gli uomini,
ignoranti, conducono una esistenza dura. In Esiodo è grazie a Prometeo che gli
uomini hanno potuto strappare agli dei alcuni dei loro segreti, facendo fronte
alla propria impotenza. 16 L’espressione ἐν αὐτῶν στήθεσιν rinvia a Omero, dove
è marcato il nesso tra ἀμηχανίη e θυμός, la cui sede è appunto nel petto. Coxon
(p. 184) assume che nel contesto ciò possa alludere a un ruolo di θυμός
distinto da νόος, secondo il modello pitagorico ripreso nell’immagine iniziale
del carro (e poi reso celebre nel mito del Fedro platonico). 17 L’espressione
πλακτὸς νόος sottolinea lo sbandamento, l’erramento in primo luogo della mente
(così traduciamo in questo caso νόος) e quindi del pensiero: la mente, invece
di essere guida sicura, conduce fuori strada. 128 a un tempo sordi e ciechi19,
sgomenti, schiere scriteriate20, per i quali esso21 è considerato22 essere e
non essere la stessa cosa e non la stessa cosa: ma di [costoro] tutti23 il
percorso torna all'indietro24. 18 La forma verbale φοροῦνται rafforza il senso
di sbandamento, deriva, cui conduce la mente dissennata dei mortali che nulla
sanno. 19 L’espressione greca κωφοὶ ὁμῶς τυφλοί vuol marcare una condizione di
disorientamento, a un tempo (ὁμῶς) di isolamento uditivo e visivo. Anche
Eraclito utilizzava l’aggettivo kwfój denunciare la stoltezza manifestata dalle
opinioni correnti. 20 Il greco ἄκριτα φῦλα sottolinea l’incapacità, da parte di
un gruppo numeroso (φῦλόν indica razza, tribù, classe, genia), di giudicare, di
discernere. Evidentemente la Dea intende marcare, per contrasto, la prospettiva
di ricerca aperta in B2 con l'alternativa delle vie di ricerca per pensare: in
questo caso, la mente erra, e i mortali non conoscono alcunché. Alcuni
ritengono (tra gli altri anche Cerri 212), che Parmenide si riferisca qui ai
seguaci di Eraclito. 21 Traduciamo in questo modo il pronome τό, che, come
aveva a suo tempo rilevato Burnet (seguito poi da Coxon e ora da Palmer),
potrebbe fungere da articolo per sostantivare πέλειν, ma non οὐκ εἶναι. Nel
contesto del frammento τό è da riferire a ἐόν del v. 1. Palmer (Parmenides et Presocratic
Philosophy 115-6), oltre a ricordare il frequente impiego da parte di Parmenide
dell'articolo come dimostrativo (secondo l'uso arcaico), ha segnalato una
costruzione analoga in B8.44b-45: τὸ γὰρ οὔτε τι μεῖζον οὔτε τι βαιότερον
πελέναι χρεόν ἐστι τῇ ἢ τῇ è necessario, infatti, che esso non sia in qualche
misura di più, o in qualche misura di meno, da una parte o dall’altra, in cui
τό rinvia a τὸ ἐόν del v. 37. 22 Il perfetto medio-passivo νενόμισται ha
attirato l’attenzione di Jaeger (La teologia dei primi pensatori greci, cit. 170,
n. 36), il quale lo riferisce non all’opinione di un uomo o di qualche
individuo, ma alla malignità del νόμος dominante (costume, tradizione), alla
opinio communis degli uomini. Leszl in questo senso osserva (p. 230) come il
passivo di νομίζω abbia il significato di è pratica corrente. Il ricorso a
νομίζω, con la soggettività implicata, fungerebbe, secondo Coxon (p. 185), da
contrasto ai positivi (e oggettivi) λέγειν e νοεῖν. 129 23 Il genitivo plurale
πάντων può essere qui inteso come neutro, riferito dunque a tutte le cose,
ovvero come maschile, riferito quindi ai mortali, come il precedente relativo οἷς,
per i quali. Coxon traduce: and for all of whom; analogamente O'Brien, Palmer,
Gemelli Marciano, che abbiamo seguito. La Gemelli Marciano (II 83) segnala la
composizione ad anello, con cui nell'ultimo emistichio Parmenide riprenderebbe
il v. 4. 24 Secondo Mourelatos (p. 100), il senso dell’aggettivo παλίντροπός
sarebbe da vedere in connessione con οὐ γὰρ ἀνυστόν (B2.7), indicando
l’infinita regressione della ricerca lungo la via dei mortali. Potremmo dire
che la Dea in questo modo stigmatizzi la inconcludenza della presunta via di
ricerca inventata dai mortali, e quindi il destino di erranza che colpisce chi
pretenda di seguirla. Secondo coloro che propendono per una interpretazione del
frammento in chiave anti-eraclitea, qui avremmo una eco di DK 22 B51: Οὐ ξυνίασι
ὅκως διαφερόμενον ἑωυτῷ ὁμολογέει· παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης
non capiscono che ciò che è differente concorda con se stesso, armonia di
contrari, come l’armonia dell’arco e della lira. Contro questa interpretazione,
tra gli altri, di recente A. Nehamas (“Parmenidean Being/Heraclitean Fire”, in
Presocratic Philosophy, edited by V. Caston et D.W. Graham, Ashgate, Aldershot
2002 55-6), il quale sottolinea come il termine παλίντροπός si riferisca qui in
realtà ai mutamenti sequenziali delle cose reali l'una nell'altra (come nella
cosmologia milesia); in Eraclito, invece, esso sarebbe impiegato in riferimento
a un equilibrio statico. 130 DK B7 οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ 1 εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ
σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος2 εἶργε νόημα· μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ
τήνδε βιάσθω, νωμᾶν ἄσκοπον ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ γλῶσσαν, κρῖναι δὲ λόγῳ
3 πολύδηριν4 ἔλεγχον ἐξ ἐμέθεν ῥηθέντα. [vv. 1-2 Platone, Sofista, 237 a 8-9, 258
d 2-3; Simplicio, In Aristotelis Physicam 135, 143-144; v. 1 Aristotele,
Metafisica 1089 a; 2-6 Sesto Empirico, Adversus Mathematicos VII, 111; v. 2
Simplicio, In Aristotelis Physicam 78, 650; 3-5 Diogene Laerzio IX, 22] 1
Alcuni codici di Aristotele (EJ) e Simplicio (DE) riportano τοῦτο δαμῇ, quelli
di Platone τοῦτ’ οὐδαμῇ. Sono attestate anche le forme τούτου οὐδαμὴ (Simplicio
F), τοῦτο μηδαμῇ (Simplicio D), τοῦτο δαῇς (Aristotele recc.). 2 I codici di
Sesto e Simplicio riportano διζήσιος (nelle varianti dialettali διζήσεος,
διζήσεως), quelli di Platone il participio διζήμενος. 3 Nonostante i codici di
Sesto e Diogene Laerzio riportino la forma del dativo λόγῳ, Kingsley (P.
Kingsley, Reality, The Golden Sufi Center, Inverness (CA) 2003 139-140),
all'interno di una lunga discussione sul valore da attribuire al termine (prima
di Platone), propone (seguito da Gemelli Marciano) di leggere, in alternativa,
il genitivo λόγου. 4 Il testo di Diogene Laerzio riporta πολύδηριν, quello di
Sesto πολύπειρον. 131 Mai, infatti1, questo2 sarà forzato3: che siano cose che
non sono4. Ma tu da questa via di ricerca5 allontana il pensiero6; 1 Coxon (p.
190) osserva giustamente che la presenza di γὰρ presuppone un'asserzione da
giustificare, per noi mancante: questo solleva dubbi sull'effettivo riferimento
del successivo τοῦτο. 2 Cerri (p. 215) osserva l’uso apparentemente irregolare
di τοῦτο in funzione prolettica (per la quale sarebbe stato naturale piuttosto
τόδε): nel contesto il pronome sembra in realtà riferirsi anche a quanto
precede (per noi perduto). 3 Seguiamo Tarán (e Diels) nel preferire questa resa
a quelle suggerite da O’ Brien e Conche: Jamais, en effet, cet énoncé ne sera
dompté (Mai, infatti, questo enunciato sarà domato) ovvero Car jamais ceci ne sera
mis sous le joug (Poiché mai questo sarà posto sotto il giogo). Secondo
l’indicazione di Diels (Parmenides Lehrgedicht 74), il senso dell’aoristo
congiuntivo passivo di δαμάζω \ δάμνημι è da ricavare dalle citazioni
platoniche del Teeteto (196b: viene usato ἀναγκάζειν) e del Sofista (241 d5-
7): Τὸν τοῦ πατρὸς Παρμενίδου λόγον ἀναγκαῖον ἡμῖν ἀμυνομένοις ἔσται
βασανίζειν, καὶ βιάζεσθαι τό τε μὴ ὂν ὡς ἔστι κατά τι καὶ τὸ ὂν αὖ πάλιν ὡς οὐκ
ἔστι πῃ. Ci troviamo di fronte alla necessità, per difenderci, di mettere alla
prova il pensiero del padre, Parmenide, e di forzarlo [biázesqai] col dire che
il non-essere è, sotto un certo aspetto; e che, per converso, l’essere, in un
certo senso, non è (traduzione M. Vitali, Bompiani, Milano 1992). A rafforzare
questo valore, c’è anche il βιάσθω del v. 3. Interessante anche il suggerimento
specifico di Liddell-Scott-Jones, di rendere il verbo in senso lato come sarà
provato, che Cerri (p. 215) difende, pur apprezzando l’interpretazione del
passo offerta da O’Brien. Contro la scelta di Diels e LSJ argomenta tuttavia in
modo convincente Coxon (p. 190). A suo tempo Calogero (Studi sull’eleatismo,
cit. 24-5, nota) aveva puntualmente contestato l'ipotesi τοῦτο δαμῇ,
preferendole τοῦτο δαῇς (l'emistichio risultava così: Non ti lasciar mai
insegnare questo). Alle osservazioni di Calogero si richiama oggi la Gemelli
Marciano (II 84). 4 Il non-essere è in questo caso espresso con il participio
plurale μὴ ἐόντα, cose che non sono. Secondo Tarán (p. 75), ciò si
collegherebbe alla successiva polemica contro il dato dei sensi. 132 né
abitudine7 alle molte esperienze8 su questa strada ti faccia violenza9, 5
Simplicio (Fisica 78, 2) sembra riferire l’espressione τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος
- questa via di ricerca - alla seconda via: ὅτι δὲ ἡ ἀντίφασις οὐ συναληθεύει,
δι’ ἐκείνων λέγει τῶν ἐπῶν δι’ ὧν μέμφεται τοῖς εἰς ταὐτὸ συνάγουσι τὰ ἀντικείμενα·
εἰπὼν γὰρ [B6.1b-2] < ἐπάγει > [B6.3-9] μεμψάμενος γὰρ τοῖς τὸ ὂν καὶ τὸ
μὴ ὂν συμφέρουσιν ἐν τῶι νοητῶι [B6.8-9] καὶ ἀποστρέψας τῆς ὁδοῦ τῆς τὸ μὴ ὂν
ζητούσης [B7.2], ἐπάγει [B8.1 ss.] sostiene che la contraddizione non sia vera
[cioè: le proposizioni contraddittorie non siano vere] a un tempo in quei versi
in cui biasima coloro che mettono insieme gli opposti: dice infatti [citazione
B6.1b-2a] e aggiunge [citazione B6.3-9]. (In Aristotelis Physicam 117, 2) Dopo
aver biasimato infatti coloro che congiungono l'essere e il non-essere
nell'intelligibile [citazione B6.8-9] e aver allontanato dalla via che ricerca
il non-essere [citazione B7.2], soggiunge [citazione B8.1 ss.]. Secondo
Simplicio, insomma, B7.2 alluderebbe alla via che conduce al nonessere; inoltre
B7.1-2 seguirebbero B6.8-9, precedendo B8.1. Come fa osservare Tarán (p. 76),
Simplicio sembra distinguere anche tra l’obiettivo polemico di B6 e quello di
B7. 6 Il sostantivo νόημα è qui impiegato probabilmente nel significato già
omerico - di mente, intelligenza, organo del pensiero e della comprensione. I
primi due versi del frammento sono citati da Platone e Simplicio: essi
costituiscono un primo blocco testuale. Diogene cita isolatamente i 3-5,
secondo blocco. Sesto consente di cucire i due blocchi, citando i 3-6 dopo il
verso 2. nella sua citazione, tuttavia, non c’è posto per il verso 1. Non
sorprenderà, dunque, che nella storia delle interpretazioni il frammento abbia
subito vari smembramenti e montaggi. Noi scegliamo di conservare l’ordinamento
che si può ricavare da Simplicio, l’ultimo autore che si ha fondato motivo di
ritenere disponesse di una copia del poema (ancorché non esente da rielaborazioni
linguistiche e contenutistiche). 7 Coxon (p. 191) legge ἔθος in
contrapposizione a νόημα (abitudine versus analisi intellettuale): la prima
forzerebbe, la seconda condurrebbe in modo persuasivo. 8 Dal momento che ἔθος
si connoterebbe autonomamente in contrasto a νόημα, secondo Coxon (p. 191)
πολύπειρον sarebbe da riferire a ὁδὸν: contribuirebbe a determinarne il valore
rispetto a τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ del verso 133 a dirigere10 l’occhio che non vede,
l’orecchio risonante11 [5] e la lingua12. Giudica13 invece con il
ragionamento14 la prova15 polemica16 precedente. Cerri (p. 216) giudica
tuttavia inaccettabile la proposta (anche) per ragioni metriche. Robbiano (p.
97) segue Coxon, insistendo sull’abitudine generata lungo la via di cui i
mortali hanno molta esperienza. Anche Nehamas (op. cit. 59 nota 50) preferisce
riferire πολύπειρον a ὁδὸν, ma suggerisce la possibilità che Parmenide
intendesse riferirlo anche a ἔθος. Per quanto riguarda la traduzione, abbiamo
optato per una resa che sottolinei nell’aggettivo il riferimento all’origine
dalle molte esperienze; altri scelgono, invece, di marcare l’effetto implicito
in esse, rendendo quindi con molto esperta, molto abile. 9 Il verbo βιάσθω si
potrebbe rendere anche con induca: come informa Cerri (p. 217), esso ricorre
frequentemente nella poesia tra fine VI secolo e inizi del V (Simonide,
Pindaro, Bacchilide, Eschilo) nel senso di violenza esercitata dalla menzogna
sulla verità. 10 Cerri (p. 217) osserva che νωμᾶν nel linguaggio epico
significa muovere, dirigere con abilità e destrezza. 11 Cerri (p. 217) rileva
la natura ossimorica del verso: ἄσκοπον ὄμμα e ἠχήεσσαν ἀκουήν evocano le
metafore eraclitee. Lo studioso giustamente le collega a B6.7, trovandosi però
in difficoltà nell’interpretazione. In B6, infatti, esse sarebbero riferite
agli eraclitei, qui, invece, recuperate (nella stessa prospettiva eraclitea)
contro il sapere tradizionale. 12 Coxon (p. 192) sottolinea come l’epiteto ἠχήεσσαν
qualifichi tanto ἀκουήν quanto γλῶσσαν: la lingua replicherebbe la confusione
degli occhi e delle orecchie. La sua proposta è contestata, per ragioni
semantiche (il significato dell’aggettivo - risuonante - mal si accorderebbe
nel contesto con γλῶσσα), da Tarán (p. 77), il quale suggerisce invece di
considerare ἄσκοπον riferito tanto a ὄμμα quanto a ἀκουήν e γλῶσσαν, con il
valore avverbiale di senza scopo, a caso. Come riconosce lo stesso Tarán,
tuttavia, la lettera del verso 4, con i due aggettivi immediatamente riferiti
ai due sostantivi, rende più plausibile la solitudine di γλῶσσαν: il termine,
in relazione a ἔθος πολύπειρον, indica il linguaggio ordinario. Heitsch (p.
161) suggerisce che, nel contesto, senza ulteriori predicazioni, γλῶσσα non sia
da porre sullo stesso piano degli altri organi di senso: qui, dunque, il
termine indicherebbe non l’organo del gusto ma l’organo del linguaggio, come
riconosce anche Robbiano (pp. 97-98), insistendo sull’organo che produce nomi
che non sono in grado di riflettere la verità. 13 Kingsley (Reality, cit. 140)
rende κρῖναι come judge in favor of, nel senso di scegli (opzione adottata
anche da Ferrari, Il migliore dei mondi impossibili, cit. 50); la Gemelli
Marciano (II 19) preferisce entscheide dich für (deciditi per). 134 14 Secondo
Cerri (p. 218), del termine λόγος corradicale di λέγω (dire) e dunque
originariamente sinonimo di μῦθος - qui sarebbe valorizzato l’aspetto semantico
del ragionamento mentale (emergente anche in Eraclito), mentre nella seconda
occorrenza nel poema (B8.50) l’aspetto semantico del discorso che verbalizza il
ragionamento (λόγος è in tal caso complementare a νόημα). Tonelli (p. 126),
insistendo sul parallelo con il contemporaneo Eraclito, mantiene una stretta
connessione tra λόγος e νόος: λόγος non indicherebbe qui il raziocinio ma la
facoltà umana di cogliere il senso. A suo tempo Conche (p. 122) aveva
sottolineato come, a differenza del νόος che può errare (B6.6), il λόγος non si
allontani dalla verità, evidentemente intendendo con il termine la facoltà
razionale. Ma di recente Kingsley (Reality, cit. 129-50) ha lungamente
argomentato che tale significazione è solo platonica e post-platonica, mentre
in Parmenide λόγος avrebbe ancora il valore di discorso o discussione: in
questo senso, egli preferisce (come segnalato in nota al testo greco) emendare
il dativo in genitivo, facendone dunque una specificazione di ἔλεγχος. Contro
la tendenza a contrapporre, in Parmenide, il λόγος all'esperienza, si esprime
anche Cordero (By Being, It Is, cit. 136-137), convinto che il significato base
sia ancora quello di discorso. A noi pare che la resa con ragione sia forzata,
e che l'invito espresso dalla Dea sia quello di valutare discorsivamente,
argomentativamente: il suggerimento di Cerri, insomma, evitando
l'identificazione di una facoltà (la ragione appunto) e limitandosi a evocare
un esercizio di controllo della discussione (λόγος, ἔλεγχος), pare prudente e
funzionale. 15 Si tratta di una delle prime attestazioni del termine ἔλεγχος.
Liddell-ScottJones, con esplicito riferimento al nostro testo, indica come
significato argument of disproof, refutation. Di recente, Chiara Robbiano (pp.
106- 107) che legge B7 e B8 come costituissero un testo continuo - ha ricordato
come ἔλεγχος debba riferirsi non solo alla contestazione già implicita nei
versi precedenti, ma anche agli argomenti di B8, che hanno la forma di un
elenchos. In B8.1-49 la dea metterebbe alla prova varie strategie
tradizionalmente ritenute in grado di condurre alla conoscenza. Interpretando
correttamente il suo (della dea) logos, l’audience non solo sarebbe stata
completamente persuasa dal non seguire la seconda via, ma avrebbe anche
riconosciuto alcuni dei caratteri dell’Essere che concorrono all’obiettivo
della prima via: la comprensione (insight) dell’Essere. 16 L’aggettivo
πολύδηρις sarebbe, secondo Coxon (p. 192), di conio parmenideo, e si
riferirebbe alla polemica contro la fisica ionica e pitagorica, poi ripresa da
Zenone. In πολύδηρις come osserva Conche (p. 123) - c’è l’idea di lotta, di
combattimento (δῆρις): la forza della ragione opposta alla forza
dell’abitudine. Liddell-Scott-Jones con esplicito riferimento al nostro testo -
rende con una espressione di senso passivo: molto contestata. 135 da me
enunciata17. Interessante l'analisi di Patricia Curd (The Legacy of Parmenides,
cit. 104): The elenchos (testing) is poludēris (rich in strife) because it must
repeatedly fight against habit and experience; it is a battle to be won over
and over. Efficace la resa di A. Nehamas (“Parmenidean Being/Heraclitean Fire”,
cit. 59), il quale traduce κρῖναι δὲ λόγῳ πολύδηριν ἔλεγχον come giudica con la
ragione l'argomento che molto contesta. 17 Mentre Diels e Calogero riferiscono
la prova (che così sarebbe genericamente annunciata) alla sezione sulla Doxa,
Verdenius, Tarán e Mourelatos la intendono riferita ai passaggi precedenti (il
participio va allora tradotto più opportunamente con enunciata), in cui la Dea
ha introdotto le due vie e argomentato contro la presunta terza via. Si tratta
della posizione prevalente tra gli interpreti, tenuto conto dell’uso del participio
aoristo ῥηθέντα, che proietta il termine cui si riferisce (ἔλεγχος) verso un
passato appena compiuto. Preferiamo lasciare sospeso il riferimento, tenendo
conto anche del suggerimento di R.J. Hankinson ("Parmenides and the
Metaphysics of Changelessness", in Presocratic Philosophy, cit. 76) di
tradurre in questo caso il participio aoristo come when it has been spoken by
me. 136 DK B8 1-49 μόνος1 δ΄ ἔτι2 μῦθος3 ὁδοῖο λείπεται ὡς ἔστιν· ταύτῃ δ΄ ἐπὶ
σήματ΄ ἔασι πολλὰ μάλ΄, ὡς ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν, οὖλον μουνογενές
τε4 καὶ ἀτρεμὲς ἠδ΄ ἀτέλεστον5 · 1 È possibile, sulla scorta della citazione di
Sesto (Adversus Mathematicos VII, 111), che il verso iniziale di B8 costituisse
il secondo emistichio (b) di B7.6a (ἐξ ἐμέθεν ῥηθέντα). Il testo dei codici di
Sesto - μόνος δ΄ ἔτι μῦθος ὁδοῖο - è tuttavia improbabile in epica, dove si
attenderebbe μοῦνος, forma (presente nei codici DE di Simplicio) che, in
effetti, alcuni editori preferiscono; d'altra parte, rettificandola, l'intero
verso non reggerebbe metricamente. Di recente Passa (p. 87) si è espresso per
la continuità tra B7 e B8, ritenendo di dover accettare μόνος come forma
autenticamente parmenidea. 2 In vece di δ΄ ἔτι, i codici DEF di Simplicio e LEV
di Sesto riportano δέ τι; il codice C di Sesto δέ τοι. Il contesto, tuttavia,
suggerisce l’adozione largamente prevalente tra gli editori dell'attuale
versione. 3 Sesto in vece di μῦθος riporta θυμὸς. 4 L'emistichio οὖλον
μουνογενές τε è lezione attestata in Simplicio (commento alla Fisica 120.23,
145.4, 30.2, 78.13, 87.21 e al De Caelo 557.18), Clemente e Teodoreto (che
tuttavia non è considerato fonte indipendente), originariamente accolta anche
da Diels e per lo più ripresa dagli editori contemporanei. Nella V edizione dei
Vorsokratiker a cura di Kranz, tuttavia, essa fu sostituita dalla trascrizione
dei codici di Plutarco (Contro Colote 1114 c) ἔστι γὰρ οὐλομελές (è infatti
intero [nelle sue membra]), accolta tra gli altri anche da O’Brien e Reale.
Come segnala Coxon (p. 195), ἔστι γὰρ potrebbe essere formula introduttiva di
Plutarco: Passa fa notare, tuttavia, come la stessa formula sia ripetuta in
B8.33. Proclo cita (commento al Parmenide 6.1007.25, 6.1084.29-30) in un caso
solo οὐλομελές, ma, quando riporta l'intero verso (nello stesso commentario,
6.1152.25), il testo del primo emistichio è οὖλον μουνομελές τε. Si ha quindi
l'impressione di una citazione a memoria (in effetti il testo è per il resto
identico a quello citato da Simplicio). La forma οὐλομελές, come suggerisce
Passa (p. 63), potrebbe essersi insinuata nella tradizione testuale parmenidea
a partire dall'atmosfera pitagoreggiante dell'Accademia, tra II sec. a. C. e I
sec. d. C.. Analogamente, deformazione del testo a noi tramandato dai codici
simpliciani potrebbe essere anche μοῦνον μουνογενές, attestato in
PseudoPlutarco, Teodoreto ed Eusebio. 5 La ricostruzione del testo di questo
secondo emistichio è molto controversa. La versione più attestata nelle fonti
antiche è: καὶ ἀτρεμὲς ἠδ΄ ἀγένητον. 137 [5] οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν
ὁμοῦ πᾶν 6, ἕν, συνεχές7 · τίνα γὰρ γένναν διζήσεαι αὐτοῦ; πῇ πόθεν αὐξηθέν; οὔτ΄
ἐκ μὴ ἐόντος ἐάσω8 φάσθαι σ΄ οὐδὲ νοεῖν· οὐ γὰρ φατὸν οὐδὲ νοητόν ἔστιν ὅπως οὐκ
ἔστι. τί δ΄ ἄν μιν καὶ χρέος9 ὦρσεν [10] ὕστερον ἢ πρόσθεν, τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον,
φῦν; οὕτως ἢ πάμπαν πελέναι χρεών10 ἐστιν ἢ οὐχί. Tuttavia Simplicio presenta
anche (nel commentario alla Fisica 30.2, 78.13, 145.4) la variante ἠδ΄ ἀτέλεστον.
La forma ἠδ΄ ἀγένητον non pare sostenibile, in quanto ripetizione di ἀγένητον
del verso precedente. Sulla variante esistono comunque dubbi e non mancano le
trascrizioni alternative nei codici: ἢ δ’ ἀτέλεστον, ἢ ἀτέλεστον, ἤδ’ ἀτέλεστον,
ἢ δι’ ἀτέλεστον. Il testo potrebbe dunque essere corrotto, dal momento che il
suo senso appare contraddetto da οὐκ ἀτελεύτητον (v. 32) e τετελεσμένον...
πάντοθεν (vv. 42-3). Accettando la variante di Simplicio e volendone evitare le
implicazioni contraddittorie, Karsten propose di emendare il testo come ἠδὲ
τελεστόν (quindi e perfetto), seguito poi da Tarán e Cordero. Owen e altri
(Kirk-Raven-Schofield, McKirahan, sostanzialmente Mourelatos e Coxon) hanno
proposto ἠδὲ τέλειον (e completo). Una minoranza (ma significativa: Hölscher,
Cassin, Leszl, Gemelli Marciano) ha ripreso la versione di Brandis: οὐδ’ ἀτέλεστον.
6 Del verso esiste una variante attestata (con leggere differenze) in Ammonio,
Asclepio, Filopono, Olimpiodoro: οὐ γὰρ ἔην οὐκ ἔσται ὁμοῦ πᾶν ἔστι δὲ μοῦνον.
A seconda della punteggiatura potrebbe rendersi come: poiché non era, non sarà,
tutto intero insieme, ma è solamente, ovvero: poiché non era, non sarà, ma è
solamente, tutto intero insieme. 7 I codici di Simplicio riportano ἕν, συνεχές;
in Asclepio è attestato invece οὐλοφυές (di natura intera), lezione difesa e
preferita da Untersteiner. 8 Alla forma ἐάσσω, riportata da alcuni codici di
Simplicio, è da preferire ἐάσω, presente nei codici omerici e per lo più anche
in quelli di Simplicio (che presentano anche la variante ἐασέω). 9 Nell'epica
χρέος è forma recente di χρεῖος: essa è attestata in Odissea nel significato
originario di debito e in quello secondario di bisogno (che ha riscontri in
lirica e tragedia), come sottolinea Passa. 10 I codici attestano qui
unanimemente χρεών ἐστιν; al v. 45, dove troviamo formula analoga, le lezioni
si dividono: alcuni codici riportano χρεόν ἐστι. Passa (pp. 80 ss.) ha discusso
specificamente il rapporto tra le forme χρεών e χρεόν, sottolineando come sia
accettabile in Parmenide (analogamente a quanto riscontriamo nel caso di
Erodoto) la forma ionica recente χρεόν,
οὐδὲ ποτ΄ ἐκ < τοῦ ἐ > όντος11 ἐφήσει πίστιος ἰσχύς γίγνεσθαί τι
παρ΄ αὐτό· τοῦ εἵνεκεν οὔτε γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν,
[15] ἀλλ΄ ἔχει· ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν· κέκριται
δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη, τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός -
τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι. πῶς δ΄ ἂν ἔπειτα πέλοι τὸ ἐόν12; πῶς δ΄ ἄν
κε γένοιτο; εἰ γὰρ ἔγεντ΄13, οὐκ ἔστι, οὐδ΄
εἴ ποτε μέλλει ἔσεσθαι. τὼς γένεσις μὲν ἀπέσϐεσται καὶ ἄπυστος14 ὄλεθρος. οὐδὲ
διαιρετόν ἐστιν, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν ὁμοῖον· οὐδέ τι τῇ μᾶλλον, τό κεν εἴργοι μιν
συνέχεσθαι, οὐδέ τι χειρότερον, πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος. [25] τῷ ξυνεχὲς πᾶν
ἐστιν· ἐὸν γὰρ ἐόντι πελάζει. mentre χρεών sarebbe atticismo: a confermare un
meccanismo di atticizzazione parallelo a quello operante sul testo omerico. 11
Il codice di Simplicio riporta ἐκ μὴ ὄντος (da ciò che non è): l’emendazione
proposta da Karsten - ἐκ τοῦ ἐόντος consente di concludere la dimostrazione
come si trattasse di dilemma: l’essere non può avere origine dal non-essere (v.
7), né dall’essere, dunque è senza origine (ἀγένητον). La necessità
dell’emendazione è analiticamente sostenuta da Tarán (pp. 95-102), ma
combattuta con buone osservazioni da Coxon (pp. 200-201). Accogliamo, con
qualche riserva sia relativamente alla fonte emendata i codici di Simplicio
rendono sostanzialmente in modo unanime il testo emendato sia alle implicazioni
teoriche, la correzione, in considerazione soprattutto del senso della
successiva proposizione γίγνεσθαί τι παρ΄ αὐτό. 12 I codici DE di Simplicio
riportano πέλοι τὸ ἐόν, generalmente accettato; il codice F rende πέλοιτο ἐόν
(potrebbe essere ciò che è, essendo, potrebbe essere), che una minoranza di
editori (tra gli altri Coxon e Cassin) fanno proprio. Karsten propose di
emendare il testo come ἔπειτ’ ἀπόλοιτο ἐόν (potrebbe poi perire ciò che è),
soluzione accolta da Kranz (Vorsokratiker, V edizione), ma oggi
abbandonata. La forma [εἰ γὰρ] ἔγεντ΄ è
correzione (Preller) non attestata nei manoscritti simpliciani della edizione
di Simplicio, che riportano invece ἔγενετ΄ (EF) e ἔγετ΄ (D). 14 Qui, in vece di
ἄπυστος (De Caelo A e Fisica F), nei codici DE del commento al De Caelo abbiamo
ἄπαυστος (incessante), nel commento alla Fisica (ed. aldina) ἄπιστος
(incredibile), in Fisica DE il testo corrotto ἄπτυστος. 139 αὐτὰρ ἀκίνητον
μεγάλων ἐν πείρασι δεσμῶν ἔστιν ἄναρχον ἄπαυστον, ἐπεὶ γένεσις καὶ ὄλεθρος τῆλε15
μάλ΄ ἐπλάχθησαν, ἀπῶσε δὲ πίστις ἀληθής. ταὐτόν τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον16 καθ΄ ἑαυτό
τε κεῖται [30] χοὔτως ἔμπεδον αὖθι μένει· κρατερὴ γὰρ Ἀνάγκη πείρατος ἐν δεσμοῖσιν
ἔχει, τό μιν ἀμφὶς ἐέργει, οὕνεκεν οὐκ ἀτελεύτητον τὸ ἐὸν θέμις εἶναι· ἔστι γὰρ
οὐκ ἐπιδεές· μὴ ἐὸν 17 δ΄ ἂν παντὸς ἐδεῖτο. ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν
ἔστι νόημα. [35] οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐν ᾧ 18 πεφατισμένον19 ἐστίν, 15
Cordero ha restituito τῆλε sulla base dei codici EW di Simplicio (Phys.); i
codici DF riportano τῆδε (τῆ δὲ E a ). 16 Della prima parte del verso abbiamo
due redazioni: i codici di Simplicio (Phys.) riproducono (con varianti) ταὐτόν
τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον; quelli di Proclo (in Parmenidem 1134.22, 1177.5/6) ταὐτόν
δ’ ἐν ταὐτῷ μίμνει (identico, resta in un identico [luogo]). 17 La prima parte
del verso è trasmessa con varianti nei manoscritti di Simplicio (Phys.): ἐπιδευές·
μὴ ἐὸν (30, 10, 40, 6 Ea F) ovvero ἐπιδεές· μὴ ἐὸν (30, 10. 40, 6 DE); ἐπιδευές·
μὴ ὂν (146, 6 EF) o ἐπιδεές· μὴ ὂν (146, 6 D). Da un punto di vista metrico, ἐπιδευές·
μὴ ἐὸν non regge; d'altra parte ἐπιδεές non è forma epica: Cerri (pp. 234-5),
che discute ampiamente i problemi connessi con la scelta del testo greco più
plausibile, propende con riserve per l’adozione della soluzione ἐπιδεές,
accettabile appunto per la misura del verso. Analogamente Coxon (p. 208). Vari
editori (Tarán, O'Brien, Palmer, Graham), invece, seguendo la proposta di
Bergk, espungono μὴ, conservando la forma epica ἐπιδευές. Passa (pp. 112 ss.)
ha con buoni argomenti suffragato la scelta di Cerri, marcando come ἐπιδεές
riflettesse in origine, prima ancora dell'atticizzazione del testo, l'adozione
da parte di Parmenide, autore tardo-ionico, di forme dello ionico parlato, in
cui già era caduta la più antica forma indoeuropea [w]: egli avrebbe preferito
all'ἐπιδεῖς parlato la sinizesi ἐπιδεές, la sola grafia adeguata a un testo
scritto. Preferiamo, pertanto, evitare di ricorrere alla espunzione proposta da
Bergk, conservando ἐπιδεές· μὴ ὂν. 18 I manoscritti di Simplicio riportano ἐν ᾧ,
quelli di Proclo ἐφ’ ᾧ, dal significato sostanzialmente equivalente. O'Brien
(p. 55) ipotizza che in origine la formula di Proclo dovesse essere glossa per
precisare il senso di ἐν ᾧ. La lezione di Proclo è adottata da Cordero, seguito
da Couloubaritsis. 19 I codici di Proclo e Simplicio (Phys. 146, 8; 87, 15 F;
143, 23-24 EF) riportano πεφατισμένον, privilegiato dagli editori; altri
manoscritti di 140 εὑρήσεις τὸ νοεῖν· οὐδὲν γὰρ < ἢ > ἔστιν20 ἢ ἔσται ἄλλο
πάρεξ τοῦ ἐόντος, ἐπεὶ τό γε Μοῖρ΄ ἐπέδησεν οὖλον21 ἀκίνητόν τ΄ ἔμεναι22· τῷ
πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται 23, ὅσσα βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ, [40]
γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι, εἶναί τε καὶ οὐχί, Simplicio (Phys. 87, 15 DE; 143,
23-4 D) presentano invece πεφωτισμένον (è illuminato). 20 Il testo del codice
di Simplicio (Phys. 146, 9) riporta οὐδ’ εἰ χρόνος ἐστὶν (nemmeno se il tempo
esiste), che, metricamente accettabile, appare poco sensato nel contesto. Coxon
(seguito da Conche) ha accolto la variante οὐδὲ χρόνος (And time is not), che,
a sua volta, non risulta però illuminante. Tra le proposte per aggiustare il
senso del verso troviamo quella di Bergk - οὐδ’ ἦν γὰρ (né esisteva infatti) e
soprattutto quella di Preller (la più adottata), che (con qualche perplessità)
seguiamo: οὐδὲν γὰρ ἔστιν [+ ἢ ἔσται]. Essa riprende (integrandola con la
congiunzione ἢ) una citazione di Simplicio (Phys. 86, 31) οὐδὲν γὰρ ἔστιν –. Va
dato comunque atto a Coxon che il suo argomento a favore della lezione χρόνος
di Simplicio in Phys. 146, 9 è buono: essa si trova, in effetti, nel contesto
della citazione continua dei primi 52 versi del frammento (B8), quasi a
garanzia di uno sforzo di attenta trascrizione dell’originale, mentre l’altra
lezione (Phys. 86, 31) ha più l’aria di una libera parafrasi. Le difficoltà di
questo passaggio potrebbero dunque suffragare l'ipotesi di interventi di
montaggio sulla copia del poema disponibile a Simplicio. 21 I manoscritti EF di
Simplicio (Phys. 146, 11; 87, 1) riportano οὖλον (D ὅλον); l'Anonimo (In
Theaet.) οἶον (solo); Platone (Teeteto 180 e1), Eusebio, Teodoreto οἷον (come).
22 I manoscritti di Simplicio riportano τ΄ ἔμεναι (Phys. 146, 11) ovvero τ΄ ἔμμεναι
(Phys. 87, 1 EF; D τ΄ ἔμμενε); quelli di Platone, Eusebio, Teodoreto (e
Simplicio Phys. 29, 18; 143, 10) τελέθει; l'Anonimo τε θέλει. 23 Il secondo
emistichio è di difficile decifrazione nei manoscritti. Nei codici di Simplicio
prevalgono tuttavia due lezioni, prevalentemente adottate dagli editori: πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται (Diels-Kranz, Tarán,
Cordero, Coxon, O'Brien, Conche, Cassin, Reale, Cerri); πάντ΄ ὀνόμασται (Mourelatos, Casertano,
Kirk-Raven-Schofield, Gallop). Gli accertamenti più recenti sui manoscritti
sembrerebbero suffragare questa seconda lettura, che ha un riscontro anche in
B9.1. Accanto a varianti secondarie, abbiamo come lezione alternativa il testo
di Platone (Teeteto 180 e1), seguito dal commentatore anonimo del Teeteto,
Eusebio, Teodoreto: παντὶ ὄνομ (α) εἶναι. Abbiamo mantenuto la lezione
Diels-Kranz perché, nel contesto, ci sembra più naturale il senso che se ne può
ricavare, anche in traduzione. 141 καὶ τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν.
αὐτὰρ ἐπεὶ πεῖρας πύματον, τετελεσμένον ἐστί πάντοθεν, εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον
ὄγκῳ, μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντῃ· τὸ γὰρ οὔτε τι μεῖζον [45] οὔτε τι βαιότερον
πελέναι χρεόν24 ἐστι τῇ ἢ τῇ. οὔτε γὰρ οὐκ ἐὸν 25 ἔστι, τό κεν παύοι μιν ἱκνεῖσθαι26
εἰς ὁμόν, οὔτ΄ ἐὸν 27 ἔστιν ὅπως εἴη κεν28 ἐόντος τῇ μᾶλλον τῇ δ΄ ἧσσον, ἐπεὶ πᾶν
ἐστιν ἄσυλον· οἷ 29 γὰρ πάντοθεν ἶσον, ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει30. [Fonti
principali: 1-52 Simplicio, In Aristotelis Physicam 145-146, 1-14 id. 78] 24 Si
veda l'annotazione a χρεών, v. 11. In questo caso i manoscritti riportano sia
la forma χρεών, sia la forma χρεόν (sul piano filologico lectio difficilior),
che, come sottolinea Passa (p. 81) difficilmente può intendersi come corruzione
di χρεών. Manteniamo dunque la forma χρεόν, consapevoli dell'improbabilità del
fatto che Parmenide impiegasse la stessa formula πελέναι... ἐστιν, ricorrendo
ora a χρεών ora a χρεόν. 25 La lezione dei codici di Simplicio è οὔτε γὰρ οὔτε ἐόν
(ovvero ὄν): l’edizione aldina emendò οὔτε ἐόν in οὐκ ἐὸν, per lo più
accettato. Diels (1897) preferì l’alternativa οὔτεον (= οὔ τι), forma rara
dell’indefinito. 26 La forma ἱκνεῖσθαι è attestata in Simplicio (Phys. DE),
accolta dagli editori. Simplicio F riporta invece κινεῖσθαι. 27 Il testo dei
codici di Simplicio è οὔτε ὄν, emendato da Karsten in οὔτ΄ ἐὸν. 28 La forma κεν
è emendazione di Karsten: i codici DEF di Simplicio riportano καὶ ἓν;
l'edizione aldina κενὸν. 29 La lettura οἷ (dativo del pronome personale) si è
affermata nel corso dell’ultimo secolo, a partire dalla proposta di Diels, il
quale però intendeva οἷ come un relativo (verso cui). I manoscritti (DEF) di
Simplicio riportano οἱ (articolo determinativo ovvero dimostrativo), emendato
nell’edizione aldina come ἦ (espressione omerica per in effetti, certo). 30
Così già leggeva Diels; i manoscritti di Simplicio riportano in effetti κυρεῖ
(EF), ovvero κυροῖ (D): κύρει è emendazione degli editori. 142 Unica1 parola2
ancora, della via3 che4 è, rimane; su questa [via] sono5 segnali6 1 Il
complesso della costruzione greca (aggettivo, avverbio, sostantivo e verbo)
μόνος δ΄ ἔτι μῦθος ὁδοῖο accentua la connessione logica del frammento con
quanto precede: prospettate le due vie, esclusa una delle due come
impercorribile, discusse le contaminazioni dei mortali, rimane una sola via da
esaminare, quella, appunto, ὡς ἔστιν. Sebbene chiaramente l’aggettivo mónoj si
riferisca a μῦθος, molti traduttori di fatto lo applicano a ὁδοῖο: One path
only is left for us to speak of (Burnet), ovvero So bleibt nur noch Kunde von
Einen Wege (Diels), One way only is left to be spoken of (Raven). 2 Ricordiamo
che il termine μῦθος ricorreva già in B2.1, qualificato dalla fonte divina: la
parola (ovvero il discorso) proferita dalla Dea doveva essere accolta, meditata
e custodita dal kouros. Il valore del termine sembrerebbe dunque nel contesto
quello di parola, discorso di Verità. Nella relativa nota di B2.1 abbiamo
richiamato alcune recenti posizioni interpretative: Morgan (K. Morgan, Myth and
Philosophy From the Presocratics to Plato, cit. 17-18) sottolinea nell’uso di
mythos il valore di authoritative speech act; Couloubaritsis (La pensée de
Parménide, cit. 541) insiste sullo stesso valore con una traduzione poco
familiare: ma façon de parler autorisée. 3 Il genitivo ὁδοῖο è per lo più reso
come genitivo oggettivo, di argomento, in relazione a μῦθος, di cui
specificherebbe il contenuto. Cerri (p. 219) difende una sua interpretazione
“partitiva” (di via, resta soltanto una parola), riferendolo alle vie prese in
esame. 4 Il valore della congiunzione ὡς sarebbe secondo Mansfeld (p. 93) complesso:
non significherebbe semplicemente che, ma anche come. Per tale valore si veda
il parallelo di B1.31. 5 Coxon (p. 194) sottolinea la contrapposizione tra
σήματ΄ ἔασι e il successivo (v. 55) σήματ΄ ἔθεντο (posero segni): alla
convenzionalità dell’imposizione umana è opposta l'oggettività delle evidenze
dell’Essere. 6 Il greco σήματα può rendersi nel contesto come indizi, segnali,
anche evidenze (monuments, Coxon p.194). Essi possono essere intesi anche come
i riferimenti che consentono di mantenere la propria direzione lungo una via:
essi garantirebbero, in altre parole, al pensiero di non perdersi. Così,
secondo Cordero (By Being, It Is, cit. 168), i σήματα sarebbero indicazioni,
prove del carattere necessario e unico del fatto di essere: pietre miliari e segnavia
che indicano che il pensiero sta seguendo la via giusta. Thanassas (p. 44), a
sua volta, ritiene che i σήματα rigorosamente parlando non siano da intendere
come segni dell’Essere, ma della sua via, con la funzione, quindi, di guidare
lungo il percorso di conoscenza dell’Essere: il concetto di ἐόν assicurerebbe
alla via la determinazione 143 specifica. A Thanassas (pp. 54-5) si deve
soprattutto un rilievo: i segni fungerebbero essenzialmente da monito contro
possibili deviazioni dalla via dell’Essere, quindi non tanto da attributi
positivi, piuttosto da segnali negativi, che escludono ogni sovrapposizione con
il Non-Essere. Un aspetto valorizzato anche da Scuto (G. Scuto, Parmenides’
Weg. Vom WahrScheinenden zum Wahr-Seienden. Mit einer Untersuchung zur
Beziehung des parmenideischen zum indischen Denken, Academia Verlag, Sankt
Augustin 2005 142): tutti i segni ricavati da Parmenide sarebbero conseguenze
necessarie e inconfutabili della applicazione del principio di fondo secondo
cui l’essere non può sorgere dal non-essere. La Stemich (pp. 211-2) propone di
analizzare i segni in quanto indicatori e a un tempo strumenti di orientamento
per il kouros, segnavia ma anche descrittori della sua condizione spirituale
nel momento in cui attinga la conoscenza. Da ricordare, in ogni caso, che il
termine designa anche i segni augurali interpretati dagli indovini (Cerri p.
219); per Mansfeld (p. 104) σῆμα è il mezzo di rivelazione di una potenza
superiore. L’eco religiosa potrebbe essere deliberatamente evocata dall’autore
anche per predisporre la propria audience (interna ed esterna) alla disamina
successiva. Sempre Mansfeld segnala (p. 104) come σῆμα sia sinonimo poetico di
σημεῖον, termine che ritroviamo in Melisso (B8) e negli usi giuridici.
Mourelatos (p. 94) inserisce l’interpretazione dei σήματα all’interno del
motivo della quest: per raggiungere il fine della quest è necessario percorrere
la strada è; per fare ciò è necessario tenere d’occhio i segnavia. Rimanendo
fedele all’immaginario epico, Mourelatos propone di leggere i segnavia come
imperativi del tipo: cerca sempre ciò che è ….. Di recente Chiara Robbiano (pp.
108-9) ha segnalato il nesso tra ἔλεγχος e σήματα: essi, in effetti, come
rivela la letteratura arcaica, possono essere usati per provare, mettere alla
prova (sottoporre a elenchos) l’identità di una persona. Robbiano si riferisce
all’episodio del riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope, dove il
termine σήματα è messo in relazione alla verifica dell’identità del mendicante:
è offrendo segni che Odisseo persuade della propria identità. Sempre alla
Robbiano (pp. 125-6) dobbiamo il rilievo circa il nesso tra σήματα e loro
interpretazione. La dea guida attraverso σήματα, che l’audience deve
interpretare. La consapevolezza della necessità di interpretare segni per
giungere alla verità richiamerebbe Eraclito DK 22 B93: ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι
τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει Il signore che ha il suo
oracolo in Delfi non dice, non nasconde, ma dà segni. Il modello che la dea in questo
caso evocherebbe sarebbe, dunque, quello di un dio che invia segnali ai
mortali, per far loro conoscere cose normalmente 144 molto numerosi: che7 senza
nascita8 è ciò che è9 e senza morte10, fuori della loro portata. La Robbiano,
per altro, concorda con Cerri (p. 214) sul fatto che σήματα non si riferirebbe
ai predicati enumerati in B8.2-6, ma ai successivi argomenti. A una funzione
essenzialmente argomentativa dei σήματα ha pensato invece Colli (Gorgia e
Parmenide, cit. 146): i segni costituirebbero gli argomenti della
dimostrazione, coincidendo di fatto con gli attributi fondamentali dell’essere.
Essi sarebbero in parte dimostrati nel seguito, in parte assunti senza
dimostrazione, fungendo da medi aristotelici e contribuendo al carattere
razionale della dimostrazione. 7 Della proposizione introdotta da ὡς (ἀγένητον ἐὸν
καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν) esistono varie traduzioni possibili: (a) intendendo ὡς
come congiunzione dichiarativa: Being is ungenerable and imperishable (Tarán p.
85); whatis is ungenerable and imperishable (Mourelatos p. 94); (b) intendendo ὡς
come congiunzione causale: since it exists it is unborn and imperishable
(Guthrie p. 26); étant inengendré, est aussi impérissable (O’Brien 171);
analogamente Colli (Gorgia e Parmenide, cit. 146). La costruzione σήματa … ὡς
può (e probabilmente intende nel nostro contesto) indicare sia la
significazione del come (dell’Essere) in senso descrittivo, sia il che
(dell’Essere) in senso dichiarativo. I segni devono rivelare l’ἐόν e dunque la
loro funzione può sembrare quella di indicare il che; al contempo,
manifestandolo, consentono di prendere consapevolezza della sua natura (per cui
il come potrebbe essere giustificato). Da apprezzare (secondo Mourelatos 95),
infine, la struttura che viene introdotta a partire da questo punto: Parmenide
annuncia programmaticamente tutti i segnavia, quindi procede a una loro
giustificazione. 8 Il greco ἀγένητον ricorre in pensatori contemporanei o di
poco posteriori a Parmenide, come Eraclito (citazione di Ippolito di B50): Ἡ. μὲν
οὖν φησιν εἶναι τὸ πᾶν διαιρετὸν ἀδιαίρετον, γενητὸν ἀγένητον, θνητὸν ἀθάνατον,
λόγον αἰῶνα, πατέρα υἱόν, θεὸν δίκαιον· ‘οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν
σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι’ ὁ Ἡ. φησι. Eraclito sostiene che il tutto è diviso
indiviso, generato ingenerato, mortale immortale, logos eterno, padre figlio,
dio giusto, e afferma: énon me ascoltando, ma il logos, è saggio convenire che
tutto è uno, ed Empedocle (B7, dal Lessico di Esichio): ἀ γ έ ν η τ α: στοιχεῖα.
παρ’ Ἐμπεδοκλεῖ Ingenerati: gli elementi secondo Empedocle. 145 L'aggettivo
indica dunque ciò che è ingenerato in contrapposizione a ciò che ha nascita
(Eraclito), ovvero gli elementi primordiali, che non sono generati da altro ma
che tutto generano. Diogene Laerzio sostiene (IX, 19) che Senofane sarebbe
stato il primo ad affermare che tutto ciò che è generato è corruttibile (πρῶτός
τε ἀπεφήνατο, ὅτι πᾶν τὸ γινόμενον φθαρτόν ἐστι). Secondo Coxon (p. 195), il
termine potrebbe essere di conio parmenideo. Della stessa idea Mourelatos (p.
97), secondo cui esso ricorrerebbe qui per la prima volta nella letteratura
greca, assumendo un significato più forte del semplice ingenerato: ἀγένητον in
Parmenide escluderebbe ogni forma di processo in cui qualcosa venga all’essere.
Possiamo qui notare di passaggio che la caratteristica essenziale dei segni
parmenidei è quella di presentarsi come negazioni (alfa privativo + aggettivo)
di qualcosa di significante all’interno del linguaggio e della esperienza dei
mortali (Ruggiu p. 277). 9 Come già segnalato, traduciamo ἐόν come ciò che è,
segnalando invece τὸ ἐόν come l’essere: per noi si tratta di espressioni
sinonime, ma la seconda, con l’articolo, è la formula più astratta. Nel
contesto ἐόν, come forma participiale, potrebbe essere reso con valore verbale
(come fa, per esempio Leszl 171): essendo ingenerato è anche imperituro. In tal
caso, però, le altre determinazioni rischierebbero di essere subordinate alle
prime due. Si può segnalare in questo contesto quanto sottolineato da Scuto
(op. cit. 141), secondo cui in Parmenide assisteremmo al passaggio da un valore
ancora temporale del participio a un significato atemporale: si tratterebbe di
una netta correzione nella direzione dell'astrazione, con cui dall’esperienza
della costante mutevolezza degli enti si concluderebbe nella certezza di un
essere sottratto al tempo. 10 L’espressione ἀνώλεθρόν, come la precedente - ἀγένητον
- formata con l’alfa privativo, indica letteralmente ciò che è senza
distruzione [morte] (ὄλεθρος). Si tratta di termine veramente raro nella
letteratura arcaica: prima di Parmenide ricorre una volta in Omero (Iliade
XIII.761); dopo Parmenide ricompare per la prima volta solo in Platone (Cerri 220).
Nella testimonianza di Aristotele (Fisica III, 4 203 b13, DK 12 A15; 12 B3), in
riferimento ad Anassimandro, abbiamo: καὶ τοῦτ’ εἶναι τὸ θεῖον· ἀθάνατον γὰρ καὶ
ἀνώλεθρον [B 3], ὥς φησιν ὁ Ἀναξίμανδρος καὶ οἱ πλεῖστοι τῶν φυσιολόγων E tale
sembra essere il divino; è infatti immortale e imperituro, come dicono
Anassimandro e la maggior parte dei filosofi della natura. Ciò potrebbe
significare che l’aggettivo era stato effettivamente impiegato dai pensatori
arcaici: Conche (p. 131) è convinto che il termine sia anassimandreo. In ogni
caso, i due aggettivi ingenerato e imperituro corrispondono alle tradizionali
connotazioni degli dei come sempre esistenti, immortali. 146 tutto intero11,
uniforme12, saldo13 e senza fine14; 11 Il termine οὖλον (che rendiamo come
tutto intero per dar ragione sia della totalità sia della integrità implicite)
è di diretta eco senofanea: οὖλος ὁρᾶι, οὖλος δὲ νοεῖ, οὖλος δέ τ’ ἀκούει Tutto
intero vede, tutto intero pensa, tutto intero ode (DK 21 B24). 12 Nonostante le
difficoltà rilevate (Kranz, poi ripreso da Reale) nell'uso di μουνογενές dopo ἀγένητον
(v. 3), Tarán (p. 92) ha buon gioco nel marcare il valore derivato
dell’aggettivo, che anche in Eschilo (Agamennone 808) non ha significato
letterale di unigenito, ma quello di unico. Cerri (p. 221), collegando
μουνογενές all’epiteto sacrale di Ecate (secondo Esiodo, Teogonia 426, 488),
valorizza la metafora arditissima proprio nella contraddizione sarcastica ad ἀγένητον.
In realtà la radice *γεν esprime sia la nozione di “nascere”, “divenire”, sia
quella di “essere”, “esistere”. Il termine μουνογενές potrebbe alludere a γένος
piuttosto che a γίγνεσθαι e dunque veicolare l’idea di unicità. Mourelatos (pp.
113-4) suppone che Parmenide usi μουνογενές in diretta opposizione alla formula
tradizionale per esprimere distinzioni, familiare da Esiodo: Οὐκ ἄρα μοῦνον ἔην
Ἐρίδων γένος, ἀλλ’ ἐπὶ γαῖαν εἰσὶ δύω Non c’era dunque un solo genere di Eris;
sulla τerra ce ne sono due (Opere e giorni 11-12). L’aggettivo μουνογενές si
contrapporrebbe a μορφὰς δύο (B8.53): dietro οὖλον μουνογενές ci sarebbe dunque
il rifiuto della contrarietà. Alcuni interpreti (Barnes, per esempio) associano
μουνογενές a ἀτρεμὲς: "monogeneity" e immobilità sarebbero poi
contestualmente riprese ai 26-33. Secondo R.J. Hankinson ("Parmenides and
the Metaphysics of Changelessness", in Presocratic Philosophy…, cit. 73)
questa soluzione è grammaticalmente più consona rispetto alla associazione
alternativa a οὖλον, sebbene rimanga preferibile considerare l'aggettivo
indipendentemente, nel significato di uniforme. 13 L’aggettivo ἀτρεμές esprime
stabilità, solidità, immutabilità: Conche (p. 133) vi coglie la calma
dell’Essere, in contrasto con l’inquietudine degli enti. Coxon (p. 195) associa
l’aggettivo alle successive espressioni ἀκίνητον (vv. 26 e 38: immobile), ταὐτόν
τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον (v. 29: identico e nell’identica condizione perdurando) e ἔμπεδον
αὖθι μένει (v. 30: stabilmente dove è rimane): esse denoterebbero identità
esente da mutamento temporale. Alle stesse connessioni rinvia anche McKirahan
(R. McKirahan, “Signs and Arguments in Parmenides B8”, in The Oxford 147 [5] né
un tempo15 era16 né [un tempo] sarà, poiché17 è ora18 tutto insieme19, Handbook
of Presocratic Philosophy, edited by. P. Curd D.W. Graham, Oxford), il quale
però insiste nel suggerire che l’aggettivo sia inteso a esprimere il fatto che
ciò-che-è è pienamente e non può cessare di essere pienamente, effetto dei
limiti che costringono la sua natura. Esso sarebbe, quindi, impiegato per
indicare qualcosa di più e di diverso dalla mera assenza di cambiamento e movimento
fisico. Colli (Gorgia e Parmenide, cit. 147), tra gli altri, leggendo il verso
come ἔστι γὰρ οὐλομελές τε καὶ ἀτρεμὲς, lo avvicina a Platone, Fedro 250 c3: ὁλόκληρα
δὲ καὶ ἁπλᾶ καὶ ἀτρεμῆ καὶ εὐδαίμονα φάσματα μυούμενοί integralmente perfette e
semplici e senza tremore e felici erano le visioni cui eravamo iniziati. Si
tratterebbe di un riferimento ai misteri eleusini, dove ὁλόκληρα (integralmente
perfette) corrisponderebbe a οὐλομελές, indicando la completezza di struttura
fisica, mentre ἀτρεμές ritorna identico, evocando di Verità ben rotonda il
cuore fermo (Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ B1.29). La ripresa platonica
suggerirebbe allora una direzione interpretativa alternativa: uno sguardo sul
mondo della alētheia indimostrato, il cui apprendimento è intuitivo, tanto da
essere paragonato alla conoscenza misterica. 14 Leggo ἠδ΄ ἀτέλεστον con DK,
Coxon, O’Brien, Conche, Reale, Heitsch e altri attestato da Simplicio. Il
valore da attribuire a ἀτέλεστον dovrebbe essere, nel contesto, quello di senza
fine, senza termine. Cerri (pp. 222- 3) interpreta l’aggettivo letteralmente
come incompiuto, riferendolo, senza interpunzione, alla riga successiva:
incompiuto mai fu un tempo, né sarà, poiché è ora tutto omogeneo. Da notare che
Simplicio (Phys. 30, 4), volendo accostare Parmenide a Melisso, asserisce che
l’essere di Parmenide è ἄπειρον, con ciò intendendo probabilmente ἀτέλεστον
(Tarán 93). 15 Intendendo οὐδέ ποτe come formula avverbiale, avremmo non mai,
giammai. Abbiamo preferito conservare πότe come avverbio separato dalla
negazione, riferendolo sia a ἦν sia a ἔσται. Ruggiu (p. 283) interpreta πότε
come indicatore della generale dimensione temporale, cui Parmenide
contrapporrebbe l’ἔστιν rafforzato dal νῦν, a esprimere il presente atemporale.
16 In questo verso, come ha fatto giustamente osservare O’Brien (“L’Être et
l’Éternité”, in Études sur Parménide, sous la direction de P. Aubenque, Tome II
Poblèmes d’interprétation 149), gli avverbi (πότε, νῦν) sono fondamentali come
le tre forme verbali di εἶναι (ἦν, ἔσται, ἔστιν). 148 17 Non è chiaro se ἐπεί
si riferisca immediatamente solo a νῦν ἔστιν o anche a ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές,
cioè se anche questi attributi concorrano alla determinazione delle due
affermazioni iniziali del v. 5: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται: appare, in effetti,
più semplice escludere la possibilità che ciò che è (ἐόν) sia stato (e in
qualche modo non sia più) o debba essere in futuro (e in qualche modo non sia
ancora) per il fatto che esso è ora tutto insieme, uno e compatto, cioè che è
pienamente, senza mancare di alcunché che coinvolga in qualche modo non è (McKirahan
207). 18 L’avverbio νῦν, come giustamente sottolinea Coxon (p. 196), non denota
un istante o una unità temporale, ma la simultaneità. Secondo Conche (p. 136),
l’essere è, “ora”, irriducibile a un istante senza durata, o a una durata
temporale, che implichi successione di prima e poi. Così l’ora indicherebbe una
durata senza successione (come il durare di Dio secondo Tommaso). O’Brien
(Études, II 335-362) sottolinea il nesso con ἀγένητον e ἀνώλεθρόν: la Dea
intenderebbe escludere generazione e corruzione e dunque, in quanto
ingenerabile e indistruttibile, l’Essere sarebbe eterno. Secondo Cordero (By
Being, It Is, cit. 171) Parmenide usa il tempo presente ἔστιν per marcare la
presenza propria dell’ora (νῦν), cioè il permanente presente dell’essere:
l’essere non avrebbe nulla a che fare con il tempo strutturato in momenti
temporali. A queste letture si contrappongono tradizionalmente quelle che, nel
rilievo dell’avverbio temporale νῦν e nella contestuale negazione di passato e
futuro, colgono la presenza di una concezione ardita e profonda: l’Essere
sarebbe presente eterno, fuori dal tempo. Privilegiano questa dimensione della
“atemporalità” dell’Essere parmenideo, tra gli altri, Calogero, Mondolfo,
Gigon, Untersteiner, Reale (e Ruggiu nel suo commento). Mourelatos (pp. 103
ss.) ritrova nell’uso parmenideo dell’ἔστι il richiamo a una pratica
consolidata in ambito matematico: proposizioni senza implicazioni temporali
(tenseless) sono le verità necessarie - definizioni, verità classificatorie e
implicazioni logiche cui la predicazione speculativa di Parmenide si sarebbe
ispirata. In B8.5 l’enfasi è ancora su νῦν ἔστιν, che suggerirebbe un
condizionamento temporale. Il senso del verso, tuttavia, sarebbe, secondo
Mourelatos: né mai era, né sarà, né è ora, dal momento che semplicemente è. In
direzione analoga si muove Thanassas (p. 47), per il quale l’intenzione di
Parmenide in B8.5 sarebbe quella di marcare l’irrilevanza dello sviluppo del
tempo in passato, presente e futuro per il suo progetto ontologico: l’Essere
non è nel tempo, non ha storia né futuro, risultando estraneo a ogni mutamento.
Tarán (p. 95) insiste, a sua volta, per intendere il verso nel senso di una
continua durata temporale. È significativo, comunque, che sia assente una
esplicita argomentazione di νῦν ἔστιν, che per McKirahan (p. 206) sarebbe
conseguenza di ciò-che-è è (B2.7-8, B6.1-2) e riconducibile all’essenziale
pienezza dell’essere di ciò-che-è. Hankinson ("Parmenides and the
Metaphysics of Changelessness", cit. 73) propone una lettura 149 uno20,
continuo21. Quale nascita22, infatti, ricercherai di esso? originale: in forza
degli attributi che τὸ ἐόν possiede ora (completezza, autosufficienza ecc.),
non ha senso supporre che possa non esistere in qualche momento del passato o
del futuro. 19 Conche (pp. 137-8), che valorizza il nesso con l’avverbio
precedente, traduce ὁμοῦ πᾶν come tout entier à la fois, accostandolo al tota
simul con cui Boezio (e poi Tommaso) caratterizzava l’eternità. 20 Tra i segni
destinati a gravare sul destino del pensiero parmenideo, questo è senz’altro il
più importante. Nel contesto, tuttavia, ἕν è solo uno dei segni, inserito in
una sequenza - ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές in cui l’autore sembra insistere sulla
compiutezza, integrità e omogeneità dell’essere piuttosto che sulla sua
unicità. Come opportunamente marcato da McKirahan (p. 215), infatti, è
probabile che μουνογενές e ἕν fossero sostanzialmente intesi come sinonimi, in
relazione al gruppo di attributi οὖλον, ὁμοῦ πᾶν, συνεχές, la cui
giustificazione argomentativa ritroviamo ai 22-25. Come giustamente rileva
Conche (p. 138), l’essere è uno, non l’Uno della posteriore tradizione
platonica-neoplatonica. Alla lezione ἕν, συνεχές di Simplicio, Untersteiner
preferisce quella alternativa di Asclepio: οὐλοφυές, un tutto naturale. Coxon
osserva (p. 196) che questo è l’unico luogo in cui sia usato da Parmenide il
termine ἕν, il cui posto sarà poi preso da oὐδὲ διαιρετόν (v. 22), con cui qui
e in v. 25 συνεχές è virtualmente sinonimo. Mourelatos legge come un unico
blocco ὁμοῦ πᾶν ἕν, interpretando ἕν come predicato modificato dall’avverbio ὁμοῦ
e dal pronome πᾶν: il senso complessivo sarebbe all of it together one. Secondo
Cordero (By Being, It Is, 177), Parmenide
intenderebbe marcare come il fatto d’essere sia denominatore comune a tutte le
cose, affermando che esso è unico, non che tutte le cose sono uno ovvero che
l’essere è l’Uno. Ruggiu (p. 286), pur non accettando la variante οὐλοφυές,
ritiene che l’Essere valga come intero: esso non espungerebbe il molteplice,
ricomprendendolo piuttosto in sé. 21 L’aggettivo συνεχές, in relazione con il
precedente ἕν, sottolinea il fatto che ciò che è è uno con se stesso (Conche p.
139). Non è del tutto perspicua la connessione di questa ultima serie di
attributi con quella introdotta ai 3-4: si tratta di implicazioni dei
precedenti ovvero di nuovi attributi? In ogni caso, qui termina l’elenco dei
segni. Da questo momento in avanti si apre la loro discussione argomentativa,
che altri (per esempio Heitsch, Leszl, Plamer) fanno iniziare dal v. 5. 22 Il
termine γέννα potrebbe tradursi più semplicemente con origine, ma, seguendo il
suggerimento di Coxon (p. 197), insistiamo sul valore biologico della
espressione. È possibile che come nota la Stemich (Parmenides’ Einübung in die
Seinserkenntnis, cit. 214) in questo passaggio il filosofo contrapponga alla
comune accezione religiosa (per cui le divinità sono sì 150 Come23 e donde
cresciuto24? Da ciò che non è non permetterò25 che tu dica e pensi; non è
infatti possibile dire e pensare26 che non è27. Quale bisogno28, inoltre29, lo
avrebbe spinto30, [10] originando31 dal nulla, a nascere32 più tardi o33
prima34? immortali, ma non senza nascita) la sua concezione dell’essere,
appunto senza nascita e senza morte. 23 La formula interrogativa πῇ πόθεν
potrebbe rendersi (con O’Brien e Cassin): verso dove e da dove?, accentuandone
le implicazioni spaziali, insistendo cioè su direzione e verso della crescita.
Anche Mourelatos (p. 98, nota), attribuisce senso locale a πῇ. 24 Il passaggio
dal sostantivo (γέννα) al participio aoristo (αὐξηθέν), con relativo cambio di
sintassi, e il successivo implicito riferimento all’infinito aoristo αὐξηθῆναι
(essere cresciuto) in relazione agli infiniti φάσθαι e νοεῖν, evocherebbero,
secondo Coxon (p. 197) una tipica situazione di dibattito (quindi di oralità).
McKirahan (p. 193) ha sottolineato le implicazioni tra le tre domande:
assumendo che generazione e crescita siano equivalenti (come ragionevolmente
attestato dai successivi 9-10), la seconda e la terza domanda possono essere
interpretate come riferentesi alle sue condizioni necessarie: la generazione è
un processo (come) che richiede un’origine (donde). 25 La formula οὔτ΄ … ἐάσω
(futuro preceduto dalla negazione) vuol marcare la proibizione logica imposta e
fatta rispettare dalla razionalità della Dea. 26 Letteralmente οὐ γὰρ φατὸν οὐδὲ
νοητόν dovrebbe rendersi come non è infatti dicibile e pensabile, con la
proposizione introdotta da ὅπως come soggettiva. I due aggettivi - φατόν e
νοητόν hanno dunque complessivamente il senso di cosa che si possa dire e
pensare. 27 Hankinson ("Parmenides and the Metaphysics of
Changelessness", cit. 77) suggerisce come soggetto implicito di οὐκ ἔστι
the potential generator: è la generazione dal non-essere che è impensabile. 28
La formula τί χρέος; è corrispettivo poetico dell’ordinario interrogativo τί
χρήμα; quale circostanza? (Coxon p. 198). Gemelli Marciano (II 87) rinvia a
Pindaro e Eschilo per la sua traduzione (Verpflichtung, dovere, servizio). 29
Come segnalato da O'Brien nel suo commento (p. 50), la funzione di καί in
questo caso non è solo avverbiale: esso rinforza l'interrogazione. 30 Rendiamo
in questo modo la forma irreale dell’interrogativo (che suggerisce una risposta
negativa) veicolata da ἄν + l’aoristo. 31 Rendiamo in questo modo il participio
aoristo ἀρξάμενον, che in realtà dovrebbe implicare anteriorità rispetto
all'azione espressa dall'infinito φῦν: altri preferiscono ricorrere a
perifrasi: se comincia dal nulla (Pasquinelli), se fosse nato dal nulla
(Cerri), se trae inizio dal nulla (Tonelli). 151 Così35 è necessario36 sia per
intero o non sia per nulla37. 32 L'infinito aoristo φῦν può essere reso come
nascere\sorgere o crescere: i traduttori si dividono. 33 La particella ἢ può
avere funzione disgiuntiva (o), ovvero esprimere una comparazione (= quam). 34
Traduco letteralmente ὕστερον ἢ πρόσθεν. Le versioni più diffuse sono: früher
oder später (Diels), prima o poi (Calogero), later or sooner (Tarán), dopo o
prima (Reale), dopo piuttosto che prima (Cerri), later or before (Coxon), plus
tard, plutôt qu’ auparavant (O’Brien). In effetti ὕστερον è comparativo
dell’avverbio, ma πρόσθεν no: quindi, letteralmente più tardi che [\o] prima,
sebbene la costruzione possa sembrare asimmetrica. Nei versi 9-10 avremmo una
delle prime applicazioni del cosiddetto principio di ragion sufficiente: nulla
si verifica senza una ragione sufficiente a spiegare perché si verifichi così e
non altrimenti. Secondo Conche (p. 141), si tratterebbe della seconda
applicazione, dopo quella di Anassimandro (per dimostrare la centralità
immobile della Terra nel cosmo), e dominerebbe nel complesso il pensiero
dell’essere di Parmenide. Una opinione diversa in proposito è espressa da Leszl
(pp. 182-5), che interpreta come se Parmenide intendesse marcare l’assenza di
una ragione (causa) perché l’essere si generi in un qualsiasi momento: il
non-essere, nella sua completa negatività, non potrebbe offrirne alcuna. In
realtà, come viene rilevato acutamente da McKirahan, delle due possibili
traduzioni di ὕστερον ἢ πρόσθεν, più tardi o più presto ovvero più tardi piuttosto
che più presto, la prima evidenzia come manchi una ragione per cui ciò che è
debba generarsi, cioè non ce ne sia in alcun momento; la seconda, invece, in
modo più sofisticato e coinvolgendo il “principio di indifferenza”,
sottolineerebbe come non ci sia ragione perché esso si generi in un momento
qualsiasi piuttosto che in un altro. Sempre McKirahan osserva come l’argomento
sia formulato in termini di domanda retorica, che presuppone una risposta del
tipo: in nessuna circostanza, da ciò che non è potrebbe generarsi qualcosa. 35
McKirahan (p. 194) ha contestato la tradizionale traduzione di οὕτως come così,
perciò, che introdurrebbe la conclusione di un'argomentazione. Secondo lo
studioso, infatti, in tal caso il senso del v. 11 appare nel contesto -
problematico: πάμπαν πελέναι è più naturalmente collegato all'analisi dei
successivi 22 ss., piuttosto che a quel che immediatamente precede. La sua
proposta è dunque quella di tradurre l’avverbio οὕτως collegandolo alla
alternativa ἢ πάμπαν πελέναι ἢ οὐχί: il suo valore sarebbe allora in questo
modo (cioè essendo ingenerato). La sua funzione sarebbe prolettica: quanto
detto nel contesto sarebbe rilevante per la discussione successiva. A noi pare,
comunque, che B8.11 concluda un passaggio (esclusione della generazione)
dell'argomento avviato nei versi precedenti. In questo senso confermiamo la
traduzione più comune. 152 Né mai 38 concederà forza di convinzione39 36
McKirahan (p. 194) traduce χρεών ἐστιν come è giusto: il suo significato - nel
contesto dell’alternativa ἢ πάμπαν πελέναι ἢ οὐχί - sarebbe quello di
prospettarne i corni come le uniche possibilità da considerare relativamente a
ciò che è. 37 Come segnala Coxon (p. 199) la formula ἢ οὐχί sta per ἢ οὐ χρεών ἐστι
πάμπαν πελέναι o non deve essere per niente. Parmenide sottolinea la
contraddizione e l’esclusione di una terza via (adottando di fatto il principio
del terzo escluso): la via dell’essere esclude non solo la via del non-essere,
ma anche un'impossibile combinazione tra essere e non-essere (Conche p. 142).
Secondo Mourelatos (p. 101), questo verso non costituisce elemento della prova
successiva, ma serve solo a ricordare la krisis radicale, la decisione, operata
in connessione con le due vie. 38 Avendo accolto con cautela la correzione di
Karsten del testo tràdito, dobbiamo comunque osservare che lo stesso Simplicio,
parafrasando due volte il nostro passo (Phys. 77, 9; 162, 11), offre il senso
della emendazione: καὶ γὰρ καὶ Παρμενίδης ὅτι ἀγένητον τὸ ὄντως ὂν ἔδειξεν ἐκ
τοῦ μήτε ἐξ ὄντος αὐτὸ γίνεσθαι (οὐ γὰρ ἦν τι πρὸ αὐτοῦ ὄν) μήτε ἐκ τοῦ μὴ ὄντος
Anche Parmenide infatti sosteneva che l'essere in senso pieno è ingenerato:
mostrava che esso non si genera né dall'essere (poiché non c'è qualche essere
oltre a esso), né dal non essere (162, 11). D'altra parte, analoga impostazione
dilemmatica è attestata anche da Aristotele in un celebre passo della Fisica
(I, 8 191 a28-33), con chiara allusione anche agli Eleati (Palmer Parmenides et
Presocratic Philosophy, cit. 129- 133 - ha contestato, con buoni argomenti, che
il testo si riferisca esclusivamente agli Eleati): Ὅτι δὲ μοναχῶς οὕτω λύεται
καὶ ἡ τῶν ἀρχαίων ἀπορία, λέγωμεν μετὰ ταῦτα. ζητοῦντες γὰρ οἱ κατὰ φιλοσοφίαν
πρῶτοι τὴν ἀλήθειαν καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων ἐξετράπησαν οἷον ὁδόν τινα ἄλλην ἀπωσθέντες
ὑπὸ ἀπειρίας, καί φασιν οὔτε γίγνεσθαι τῶν ὄντων οὐδὲν οὔτε φθείρεσθαι διὰ τὸ ἀναγκαῖον
μὲν εἶναι γίγνεσθαι τὸ γιγνόμενον ἢ ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος, ἐκ δὲ τούτων ἀμφοτέρων
ἀδύνατον εἶναι· οὔτε γὰρ τὸ ὂν γίγνεσθαι (εἶναι γὰρ ἤδη) ἔκ τε μὴ ὄντος οὐδὲν ἂν
γενέσθαι· ὑποκεῖσθαι γάρ τι δεῖν. καὶ οὕτω δὴ τὸ ἐφεξῆς συμβαῖνον αὔξοντες οὐδ’
εἶναι πολλά φασιν ἀλλὰ μόνον αὐτὸ τὸ ὄν. 153 che nasca qualcosa40 accanto41 a
esso42. Per questo43 né nascere né morire concesse Giustizia44, sciogliendo le
catene45, Che così solamente si risolva anche la difficoltà dei pensatori
antichi, lo diremo in quel che segue. Coloro, infatti, che per primi hanno
indagato in modo filosofico la realtà e la natura delle cose furono sviati come
spinti lungo una via diversa dalla loro inesperienza. Essi sostengono in
effetti che degli enti nessuno né si genera né si distrugge: poiché ciò che si
genera, necessariamente, si genera o da ciò che è o da ciò che non è, ma è
impossibile che ciò accada in entrambi i casi. L'essere, infatti, non si genera
(perché è già) e nulla può generarsi dal non essere, dal momento che qualcosa
deve fungere da sostrato. E sviluppandone ulteriormente le conseguenze,
affermavano allora che non esiste il molteplice, ma solo l'essere stesso. 39
L’espressione πίστιος ἰσχύς è variamente tradotta: la forza di una certezza
(Reale), forza di prova, ovvero forza di argomentazione (Cerri). In ogni caso,
come osserva Cerri (p. 224), è chiaro dal contesto che πίστις è termine da
Parmenide impiegato nel valore di convinzione razionale. Coxon (p. 199) rileva
come l’Eleate scelga di esprimersi come se la certezza (πίστις, appunto) avesse
un potere attivo e non solo critico. 40 Nel τι Conche (p. 145) coglie un
riferimento all’ente: dall’essere non può essere generato né l’essere né un ente
qualunque (esso non potrebbe che essere generato da un altro ente). 41
Attribuiamo a παρά valore locativo. In alternativa gli interpreti propongono
oltre a, ovvero in addizione a. 42 L'infinitiva γίγνεσθαί τι παρ΄ αὐτό
sembrerebbe giustificare la scelta della variante di Karsten - ἐκ τοῦ ἐόντος.
Difficile, infatti, trovare altrimenti un senso. Per chi assume la lezione dei
codici - ἐκ μὴ ἐόντος è più naturale cogliere in αὐτό un riferimento al
non-essere, che appare però problematico: si dovrebbe ammettere che la Dea
introduca ipoteticamente l'esistenza del non-essere (contraddicendo i
precedenti divieti), per marcare come da esso nulla di diverso possa derivare
ovvero nulla accanto, oltre a esso possa sorgere. Mourelatos (pp. 101-2), che
segue il testo greco non emendato, riferisce comunque il pronome a ciò che è:
nella sua lettura l’espressione che da ciò-che-non-è qualcosa venga a essere
accanto a esso - interpretata come equivalente a προσγίγνεσθαι (accrual,
accretion) - suggerisce l’idea di crescita come addizione (accretion) a
qualcosa già esistente. 43 La preposizione εἵνεκεν, con il τοῦ dimostrativo,
introduce quel che segue come conseguenza di quel che precede (Conche p. 146).
44 Intendo Δίκη come nome personale: Conche (p. 146), invece, nega consistenza
mitica al riferimento, riconoscendolo come metafora della legge dell’essere.
Dike svolge in questo contesto quel tradizionale ruolo 154 [15] ma [lo]
tiene46. Il giudizio47 in proposito48 dipende da ciò: è o non è. Si è dunque
deciso, secondo necessità49, di lasciare l’una [via] impensabile [e]
inesprimibile50 (poiché non è una via genuina51), e che l’altra invece esista e
sia reale52. equilibratore, di preservazione delle distinzioni e dei limiti,
che abbiamo notato nel proemio. In questo caso come osserva Robbiano (p. 163) il
limite che la dea deve rigidamente sorvegliare è quello che (al v. 42) è
definito πεῖρας πύματον, limite estremo, all’interno del quale riposa sicura
l’intera realtà. L’effetto è allora quello di fungere, in quanto rigorosa
garante della separazione (tra essere e non-essere), da sorvegliante
dell’interezza e integrità dell’essere. 45 I termini impiegati da Parmenide
(Δίκη, πέδῃσιν, nella riga successiva κρίσις) insistono sul lessico
giudiziario, probabilmente per rendere con efficacia la forza della necessità
logica. In effetti, come sottolinea Cordero (By Being, It Is, cit. 171), Dike,
con Ananke e Moira, assicura a un tempo l'immutabile identità di ciò che è e
l’inesorabilità della via. 46 Intendiamo ἐόν come oggetto sottinteso di ἔχει,
per analogia a quanto sotto (verso 26) affermato, appunto a proposito di ἐόν.
47 Il termine greco κρίσις così come il successivo verbo κέκριται veicola
ancora, insieme alla formalità del giudizio, l’autorevolezza della decisione: a
marcare la forza razionale del passaggio nella dimostrazione della Dea. È
esplicito nel contesto il riferimento all'alternativa di B2: ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν.
In questo senso, Mourelatos ritiene che i 17-18 abbiano la funzione di
richiamare (come il v. 11) la decisione tra le due vie. 48 Letteralmente: a
proposito di queste cose, ovvero sulla questione della generazione e della
corruzione o della nascita e della morte. 49 Letteralmente come necessità:
rendiamo ἀνάγκη (preceduto da ὥσπερ) con il suo valore generico, non personale.
50 La coppia di aggettivi ἀνόητον ἀνώνυμον (proposti senza congiunzione) sono,
a nostro avviso, da intendersi congiuntamente come connotazione
dell’impalpabilità della seconda via (ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι).
51 L’espressione οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός si riferisce al fatto che la via che
non è (ὡς οὐκ ἔστιν) non conduce in vero da nessuna parte e, in questo senso,
non è una via genuina (vera). Conche (p. 147) insiste piuttosto sul fatto che
non si tratti della vera via: in altre parole, di una via che conduca alla
Verità. A conclusione del verso troviamo, invece, l’espressione τὴν δ΄ ὥστε
πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι, che sottolinea come l’altra [via] invece esista e
sia reale, cioè una via che conduce effettivamente a una destinazione. Coxon (p.
168) ricorda come nelle occorrenze del poema, ἀληθείη (B1.29) e ἀληθής (B8.17,
39) si riferiscano non al pensiero o al 155 E come potrebbe esistere53 in
futuro l’essere54? E come potrebbe essere nato55? [20] Se nacque, infatti, non
è56, e neppure [è] se57 dovrà essere58 in futuro. linguaggio ma alla realtà
oggettiva. Cordero (By Being, It Is) sostiene che per Parmenide la verità è
prerogativa di un logos presentato da una via: solo per illegittima
generalizzazione, la via stessa sarebbe da considerare vera. La verità risiede
in un logos che, se valido, ha il privilegio di essere accompagnato dalla
verità: così B2.4 recitava: Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ (di
Persuasione è percorso a Verità, infatti, si accompagna). Più avanti (B8.51)
Parmenide, introducendo la sezione del poema dedicata alla Doxa, utilizzerà la
formula [νόημα] ἀμφὶς Ἀληθείης (pensiero intorno alla Verità). Anche per la
Wilkinson (Parmenides and To Eon…, cit. 87 ss.) impropriamente una “via” può
definirsi vera: seguendo Mourelatos, ella suggerisce che ἀληθείη nel poema si
riferisca non alla via ma alla dea: la verità è connessa a Persuasione, Πειθώ,
che sarebbe la dea stessa del poema; al centro del poema ci sarebbe il
riferimento al discorso della dea; la via è potrebbe intendersi come il mio
discorso è. 52 Il valore di ἐτήτυμος (vero, genuino, reale) è sostanzialmente
coincidente con quello di ἀληθής: i due termini sono impiegati sostanzialmente
come sinonimi. Per le differenze Germani. Coxon difende il testo del codice F: πῶς
δ΄ ἂν ἔπειτα πέλοιτo ἐόν, e, rilevando in πῶς δ΄ ἂν ἔπειτα formula ricorrente
(tre volte) in Omero, in cui l’avverbio ἔπειτα si riferisce alle asserzioni che
seguono, rende diversamente l’intero verso: And how could what becomes have
being, how come into being?. Il senso sarebbe quello di contestare che ciò che
diviene (what becomes) possa essere Essere o diventare Essere. La variante
(oggi trascurata) di Karsten - πῶς δ΄ ἂν ἔπειτ’ ἀπόλοιτο ἐόν (potrebbe poi
perire ciò che è) - invece, introdurrebbe un argomento contro la corruzione. 54
Qui Parmenide usa eccezionalmente l’espressione τὸ ἐόν. 55 Ovvero venuto a
essere o divenuto, essere stato. 56 Tarán (p. 105) ritiene che il senso
dell’affermazione si colga nella contrapposizione tra il passato ipotetico di εἰ
γὰρ ἔγεντο aoristo che può riferirsi sia al processo compiuto di venire ad
essere, sia a una condizione remota (fu) - e il presente di οὐκ ἔστι: dunque,
se è venuto a essere, è ora diverso da come fu (Tarán p. 105). Analogamente per
il secondo emistichio: se sarà, se avrà da essere, ora è diverso da ciò che
sarà. Anche Mourelatos (pp. 102-3) richiama l’attenzione sulla scelta dei modi
e dei tempi verbali di questo passaggio: γένοιτο, ottativo, non porta
riferimento al tempo; ἔγεντo, 156 Così è estinta59 nascita e morte oscura60.
aoristo, si riferisce a una azione puntuale nel passato; ἔστι, presente,
veicola durata e continuità: se x è in un certo momento, allora non è in senso
continuo e assoluto. O’Brien (“L’Être et l’Éternité”, in Études sur Parménide,
cit., Tome II 153) osserva come il presente οὐκ ἔστι non si riferisca al
momento fuggevole intercalato tra passato e futuro, ma a un presente logico: al
nulla anteriore a ogni possibilità di nascita (più tardi o prima). Analogamente
Cerri, che parafrasa: se è nato (rinato), non esiste (nel momento in cui non è
ancora nato\rinato) (p. 227). 57 Qui
dovremmo intendere se [è vero che]. 58 Il verbo μέλλω seguito da infinito
futuro (ἔσεσθαι) può rendersi come essere sul punto di, avere l’intenzione di.
Si suppone che l’azione o la condizione indicata dall’infinito debba ancora
avvenire. La presenza dell’avverbio (ποτε) rafforza questo aspetto temporale
dell’espressione (O’Brien, “L’Être et l’Éternité”, in Études sur Parménide,
cit., t. II 139). McKirahan (p. 196) interpreta i 19-20 come rivolti contro la
generazione nel futuro, a completamento dell’argomento di B8.5-6, per cui ciò
che è non può essere in futuro. Era rimasta aperta la possibilità che qualcosa
che non è ora possa venire a essere in futuro: B8.19-20 negherebbero questa
possibilità. Mourelatos (pp. 106-7) parafrasa diversamente il verso: ciò che
una cosa arriva a essere non è ciò che la cosa realmente è, nella sua essenza o
natura. Egli vi coglie un contrasto non tra arrivare a essere e essere durevolmente,
piuttosto tra tempo e atemporalità. 59 O’Brien e Cerri pongono ἀπέσϐεσται (è
estinta\spenta) come complemento verbale sia di γένεσις (genesi, nascita) sia
di ὄλεθρος (distruzione, morte). Soluzione che abbiamo preferito a quella,
adottata da molti, che invece sottintende il verbo essere nel secondo
emistichio e fa di una due proposizioni coordinate: Così generazione è estinta
e distruzione ignorata. Secondo Thanassas (p. 46), l’analisi del primo segno
intreccia intenzionalmente divenire e tempo, anticipando la correlazione
aristotelica di tempo e mutamento. Gli enti individuali certamente sono
sottomessi al divenire incessante: Parmenide non negherebbe ciò, dedicando al
problema la parte più consistente del suo poema; ma nella Alētheia i segni non
si riferiscono a enti particolari, bensì unicamente al loro Essere: solo questo
Essere può rivendicare la estraneità a ogni forma di mutamento (pp. 48-9). 60
Cerri (pp. 227-8) osserva come sulla scorta di assonanze omeriche l’espressione
ἄπυστος ὄλεθρος possa essere resa come morte oscura (ma anche ignorata, oggetto
di oblio). Molto diversa la resa di McKirahan: Thus generation has been
extinguished and perishing cannot be investigated (p. 196). Egli insiste (p.
223) sul legame tra ἄπυστος e il verbo πυνθάνεσθαι (imparare, investigare,
cercare), da cui anche παναπευθέα ἀταρπόν (B2.6), la via di ricerca scartata
perché impossibile da investigare, da cui era impossibile, dunque, ricavare
informazioni. In B8.21 ἄπυστος 157 Né è divisibile61, poiché62 è tutto
omogeneo63; né c’è qui qualcosa di più64 che possa impedirgli di essere
continuo65, conserverebbe lo stesso valore: la corruzione, la morte non possono
essere oggetto di indagine, in quanto, come la generazione, impongono di
seguire una via che non può assolutamente essere investigata. Si tratta di una
osservazione già proposta da Mourelatos (p. 97), secondo il quale Parmenide non
avrebbe ritenuto necessario argomentare contro la corruzione, rubricandola
all’interno della via negativa: ciò spiegherebbe appunto l’uso di aggettivi
come παναπευθής e ἄπυστος, riferiti alla via negativa e a ὄλεθρος. 61
L'espressione διαιρετόν ἐστιν può rendersi (ed è effettivamente tradotta) sia
come è divisibile, sia come è diviso: come osserva Leszl (p. 202),
concettualmente la prima possibilità dipende dalla seconda, dal momento che
l’operazione intellettuale della divisione non fa che rivelare divisioni già
oggettivamente presenti (come attestato anche dagli argomenti di Zenone). Anche
Thanassas (p. 50) rileva come, nella discussione del secondo segno, Parmenide
punti a escludere la precondizione per ogni discriminazione interna dell’eon:
esso non ha parti in cui possa essere articolato. Ne seguirebbe che,
considerando ogni ente non come questa o quella cosa ma come Essere, non sarebbe
possibile riconoscere differenze: ogni determinatezza svanirebbe all’interno
della uniforme prospettiva dell’Essere. 62 Coxon (p. 203) sottolinea come da ἐπεί
dipendano tutte le asserzioni successive (vv. 22-25). 63 Traduciamo così
l’aggettivo ὁμοῖον, che altri rendono come uguale: ci sembra logicamente più
efficace rispetto alla indivisibilità (οὐδὲ διαιρετόν). È possibile anche una
lettura avverbiale e non predicativa di ὁμοῖον, da rendere (come fanno Owen,
Guthrie, Stokes e Gallop): esiste tutto allo stesso modo. Tarán e Mourelatos
hanno tuttavia, con buoni argomenti, contestato tale lettura. McKirahan intende
sia πᾶν sia ὁμοῖον con valore avverbiale: ciò-che-è non avrebbe dunque
l’attributo di essere tutto uguale (o omogeneo), piuttosto ciò-che-è è in un
certo modo, cioè tutto uguale, interamente e uniformemente (v. 11: πάμπαν
πελέναι). È l’omogeneità che rende impossibile ogni discriminazione e divisione
di ciò che è. Mourelatos (p. 114) ritiene che Parmenide sostenga logicamente πᾶν
ἐστιν ὁμοῖον con πάμπαν πελέναι. In ogni caso la fondatezza della premessa di
omogeneità è stata molto discussa: mancherebbe un argomento a sostegno nei
versi precedenti. 64 Traduciamo l’espressione τι μᾶλλον genericamente come
qualcosa di più: Coxon accentua il valore intensivo del comparativo (any more
in degree). 65 McKirahan (p. 197) sottolinea come συνέχεσθαι suggerisca non
tanto continuità quanto holding together, tenersi insieme, e accosta il significato
158 né [lì] qualcosa di meno66, ma è 67 tutto pieno68 di ciò che è69. [25] È
perciò tutto continuo70: ciò che è si stringe71 infatti a ciò che è72. del
verbo a quello dell’attributo ὁμοῦ πᾶν (v. 5), che egli traduce come all
together. Robbiano (p. 130) segnala come συνέχεσθαι possa riferirsi a unioni
strette: l’unione sessuale di individui o le estremità annodate di una cintura.
Il senso è comunque quello di estrema coesione. 66 Rendiamo τι χειρότερον come
qualcosa di meno, per rimanere coerenti con la scelta effettuata traducendo τι
μᾶλλον. Coxon (p. 204) sottolinea ancora il valore intensivo dell’aggettivo:
Parmenide in questo senso avrebbe usato χειρότερον (inferiore) e non *hsson
(meno). 67 Intendiamo ἐόν come soggetto sottinteso; altri intendono πᾶν come
soggetto (but all is full of Being, Tarán). 68 L’espressione πᾶν ἔμπλεόν ἐόντος
vuol marcare come ciò che esiste è solo l’essere, quindi esso è continuo,
omogeneo, “denso” d’essere (uguale in tutto e per tutto a se stesso). Tarán (p.
108) osserva come la continuità sia dedotta dalla omogeneità. Coxon (p. 204) parafrasa:
Being is adjacent to Being, che implica l’assenza di qualsiasi cosa di diverso
dall’Essere. McKirahan (p. 197) insiste invece sulla completa pienezza di ciò
che è, che consegue dal bando di non è. Si tratterebbe, nella sua lettura
complessiva di B8, di un “segno” fondamentale, che riformulerebbe πάμπαν
πελέναι del v. 11, cui essenzialmente si riferirebbero molti altri attributi.
Thanassas (Parmenides, Cosmos, and Being…, cit. 50), sottolineando come il
contesto non sia quello di un’analisi fisica, ma di una considerazione
ontologica (condotta alla luce della distinzione fondamentale tra Essere e
Non-Essere), insiste nell’intendere l’espressione πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος
come rilievo della pienezza ontologica (ontological plenitude) che non ha nulla
da condividere con spazialità fisica, vuoto e massa. 69 McKirahan (p. 197)
sottolinea il nesso tra πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος e πᾶν ἐστιν ὁμοῖον (v. 22):
egli, infatti, intende in entrambi i casi πᾶν avverbialmente (come nel
successivo v. 25 ξυνεχὲς πᾶν ἐστιν), così che ἔμπλεόν ἐόντος risulterebbe
equivalente a ὁμοῖον. 70 Ovvero coeso. Riformulazione dell’inziale
indivisibilità: Coxon (p. 204) osserva giustamente che, a parte la solitaria
occorrenza di ἕν nel v. 6, ξυνεχὲς è l’unico termine parmenideo per uno.
McKirahan traduce diversamente il greco: dal suo punto di vista (p. 224), la
relazione con συνέχεσθαι suggerisce di valorizzare il fatto che ciò che è si
tiene insieme (holds together); così in vece di continuo, con la sua ambiguità
spazio-temporale, egli preferisce usare per ξυνεχὲς la formula, di difficile
resa italiana, holding together. 71 Il verbo πελάζω suggerisce l’idea di
avvicinamento. In questo senso potrebbe essere tematicamente collegato tanto
alla via quanto al viaggio che trascorre 159 Inoltre73, immobile74 nei vincoli75
di grandi catene76, lungo la via, seguendo i suoi segni. Robbiano (p. 133)
insiste nel cogliere nella immagine ἐὸν ἐόντι πελάζει la suggestione
dell’ultimo passo di un viaggio che si avvicina alla sua meta: l’Essere. 72
Abbiamo qui un passaggio in cui è dato intravedere come, facendo leva sui due
"assiomi" di B2 - è e non è possibile non-essere, non è ed è
necessario non-essere - e dunque escludendo sistematicamente il ricorso al
non-essere, Parmenide abbia potuto superare, nella nozione di τὸ ἐόν, la
molteplicità dispersa degli enti, uniti e omogenei nell'essere. In effetti
Colli (Gorgia e Parmenide, cit. 153) osserva come questi versi documentino il
continuo, dimostrando razionalmente il contatto di ciò che è con ciò che è:
l’unità dell’essere sembrerebbe non escludere una sorta di molteplicità. Egli
pone giustamente in relazione questo passo con B4. McKirahan (p. 197)
sottolinea invece il valore figurato dell’espressione: una interpretazione
letterale susciterebbe difficoltà. 73 Improbabile che nel contesto αὐτὰρ abbia
valore avversativo: preferiamo attribuirgli valore progressivo (vedi Curd, The
Legacy of Parmenides, cit. 83-4). 74 L’aggettivo verbale ἀκίνητον può
discendere dalla voce attivo-passiva o da quella media di κινέω: nel primo caso
il suo significato sarebbe non suscettibile di essere mosso dal proprio luogo;
nel secondo non capace di muoversi dal proprio luogo (Mourelatos 117-120).
Tarán giustamente sottolinea il nesso tra ἀκίνητον e ἀτρεμὲς (v. 4).
L’aggettivo ἀκίνητον si riferirebbe sia alla immobilità sia, più in generale,
alla immutabilità. Su questo si veda il commento. Una nuova, convincente luce
sulla questione è stata a nostro avviso proiettata dalla lettura di McKirahan
(p. 200), il quale insiste sul contesto immediato: immobile ha a che fare con i
limiti dei grandi legami piuttosto che con assenza di generazione e corruzione.
I 27-28 ricavano dai precedenti 6-21 due ulteriori conseguenze dell’essere
ingenerato e incorruttibile, cioè senza inizio o fine, di ciò-che-è (ἐόν).
Attributi che non hanno in alcun modo a che vedere con l’assenza di moto. Nel
contesto l’espressione immobile coinvolgerebbe l’idea della natura fissa,
limitata e costretta di ciò-che-è. In questa prospettiva rimane aperta la
questione circa le convinzioni parmenidee sul movimento o cambiamento di
ciò-che-è. Thanassas (p. 51) privilegia nella propria lettura un’immobilità
fondata nell’assenza di relazioni con il Non-Essere: Parmenide escluderebbe il
movimento ontologico che avvicina Essere e Nulla. 75 Ovvero nei limiti
(πείρασι). Mourelatos (pp. 117-9) mostra efficacemente come alla nozione
omerica di κινεῖν fosse associata non la nostra idea di traslazione rispetto a
un punto di riferimento stazionario, ma quella di uscita, allontanamento da una
posizione originaria e dai suoi limiti: il caso paradigmatico sarebbe, insomma,
quello di "e-gresso", concettualmente 160 è senza inizio e senza
fine77, poiché nascita e morte sono state respinte78 ben lontano79: convinzione
genuina80 [le] fece arretrare. contrastante con la nozione di ὁδός (via).
Mentre il viaggiatore lungo la via raggiunge il luogo di destinazione, colui
che si muove, invece, abbandona il suo luogo, supera, appunto, i suoi limiti.
Il concetto di via è centripeto, quello di κινεῖν è centrifugo. La locomozione,
in questo senso, sarebbe qualcosa di simile a un autoestraniamento: muoversi è
essere oltre sé stessi, essere dove uno non è: è questa nozione di locomozione
a essere oggetto di attacco nel paradosso della freccia di Zenone. Si esprime
l’idea arcaica, ma ancora operante in Aristotele (la teoria dei luoghi
naturali) che il luogo di una cosa, con i suoi limiti-confini, sia parte della
sua identità. La relazione tra ἀκίνητον e πείρατα escluderebbe dunque la
locomozione intesa come moto assoluto, "e-gresso" dal proprio luogo
specifico. 76 Giustamente Cerri (p. 229) segnala il cambiamento nel registro
espressivo dell’autore, il cui linguaggio torna alle movenze epiche del
proemio. Questo passaggio, in particolare, è evocativo del mito prometeico,
così come giuntoci nel dramma eschileo. Della relativa, breve discussione di
Cerri, sembra opportuno valorizzare la possibilità che Parmenide e Eschilo
(evitando improbabili contatti diretti) si ispirassero, per il tema dell’incatenamento
e della conseguente immobilità, a un modello già presente nella cultura
mitico-filosofica della tarda arcaicità. Non è chiaro, tuttavia, il senso
preciso dell’aggettivo mitico-filosofica. Mourelatos (p. 115, nota), a sua
volta, evoca un passo omerico (Odissea), che costituirebbe buon parallelo per
l’immaginario parmenideo: ἀμφὶ δὲ δεσμοὶ τεχνήεντες ἔχυντο πολύφρονος Ἡφαίστοιο,
οὐδέ τι κινῆσαι μελέων ἦν οὐδ’ ἀναεῖραι e tutto intorno le catene ingegnose
chiuse, dell’astuto Efesto, ed essi non potevano più muoversi né sollevarsi. 77
Gli aggettivi ἄναρχον ἄπαυστον marcano la peculiare immutabilità dell’Essere,
diversa dalla immobilità di ciò che si genera e corrompe. Per questo potrebbero
implicare se si accetta la lezione adottata la formula ἠδ΄ ἀτέλεστον del v. 4.
Coxon vi coglie un’eco delle affermazioni di Anassimandro (DK 12 A15): οὐ
ταύτης ἀρχή, ἀθάνατον γὰρ καὶ ἀνώλεθρον
di esso non c'è principio immortale e
indistruttibile. 161 Identico e nell’identica condizione81 perdurando82, in se
stesso83 riposa84, All’aoristo ἐπλάχθησαν
è possibile associare sia un significato attivo (Coxon: becoming and perishing
have strayed very far away), sia un significato passivo (indicato in questo
caso da Liddel-Scott): come suggerisce O’Brien (p. 53), il secondo emistichio
del verso giustifica la resa passiva. 79 Coxon ricorda (p. 207) come
l’espressione τῆλε μάλa occorra una sola volta in Omero ed Esiodo, dove si
allude alla distanza del Tartaro: Parmenide potrebbe usarla per marcare analoga
distanza dall’Essere di generazione e corruzione. 80 Traduco πίστις ἀληθής non
con reale credibilità - come in B1.30: il diverso contesto in particolare la
sua impronta argomentativa, autorizza una differente accentuazione del valore
di πίστις, intesa come convinzione, convincimento che scaturisce dall’esame
condotto correttamente. In effetti il termine ha un suo specifico uso
giudiziario (Heidel citato da Tarán p. 113), in cui designa l’evidenza o la
prova addotta in tribunale. Il legame con la Realtà\Verità, espresso dall'aggettivo
ἀληθής (reale, vera, veritiera, genuina), tuttavia, suggerisce di privilegiare
il significato di convinzione. 81 L’espressione greca ἐν ταὐτῷ μένει è
idiomatica, con valore variabile tra restare nello stesso luogo e restare nello
stesso stato (Cerri p. 231). Heitsch e Coxon insistono piuttosto sulla
condizione, Coxon escludendo il significato locale (come confermerebbe l’uso
analogo dellespressione in Epicarmo, Sofocle, Euripide, Aristofane). Abbiamo
privilegiato la seconda lettura per la sua portata più generale rispetto ai
fenomeni del mutamento che Parmenide intende escludere dall’essere. McKirahan
(p. 201) interpreta tutto il passo come una nuova sottolineatura del
fondamentale rilievo della pienezza di ciò-che-è, riformulato nel linguaggio del
limite, dei legami e della costrizione: in questo senso identico e
nell’identico sarebbero implicazioni di è pienamente. Anche le scelte verbali -
perdurare, rimanere, riposare - supporterebbero questa lettura: ciò-che-è è
pienamente e non può cessare di essere in quel modo. 82 L'intero verso 29
sembra evocare il frammento DK 21 B26 di Senofane: αἰεὶ δ’ ἐν ταὐτῶι μίμνει
κινούμενος οὐδέν οὐδὲ μετέρχεσθαί μιν ἐπιπρέπει ἄλλοτε ἄλληι Sempre nello
stesso posto permane, e per nulla si muove, né gli si addice spostarsi ora in
un posto ora in un altro. 83 McKirahan (p. 201) rileva come καθ΄ ἑαυτό possa
significare sia per sé, solo, solitario, ma anche indipendente (prossimo al
valore che gli darà Platone in riferimento alle Idee). Nella sua prospettiva si
tratta di una 162 [30] e, così, stabilmente85 dove è86 persiste87: dal momento
che Necessità88 potente89 espressione plausibile per descrivere qualcosa che è
pienamente e non può cessare di essere in quel modo. Opportunamente Conche richiama, per
contrasto, le posizioni di Eraclito e, soprattutto, nell’accentuazione dello
spirito eracliteo, di Epicarmo DK 23 B2.9: ὃ δὲ μεταλλάσσει κατὰ φύσιν κοὔποκ’ ἐν
ταὐτῶι μένει ora ciò che muta non rimane mai nel medesimo posto. I versi 29-30
sembrano riecheggiare, in negativo, quella concezione. Mourelatos (p. 119)
osserva come la formula καθ΄ ἑαυτό τε κεῖται manifesti noninterazione: il v.
29, dunque, esprimerebbe a un tempo, nella sua prima parte, autocontenimento e
autoconsistenza, nella seconda parte isolamento, risultando complementare
all’attributo ἀδιαίρετον. Thanassas (p. 52) valorizza il nesso tra ἐόν e
identità: la saldezza dell’eon non si ridurrebbe alla semplice immobilità, al
rifiuto di ogni relazione con il Non-Essere, ma scaturirebbe anche dal rilievo
della identità (sameness) dell’eon con se stesso. 85 Rendiamo avverbialmente ἔμπεδον,
che indica stabilità, fissità: come correttamente osserva McKirahan (p. 200),
il termine nei suoi valori copre complessivamente le tre condizioni elencate al
v. 29. 86 Traduciamo in questo modo αὖθι per evitare qui, là, che appaiono
limitativi e troppo immediati (anche se non è da escludere a priori che proprio
tale immediatezza fosse ricercata dall’autore). Conche (p. 156), invece,
preferisce qui, che indicherebbe in parallelo con νῦν che è un ora non
temporale un qui non spaziale. 87 Come segnalano i commentatori, ἔμπεδον αὖθι
μένει è formula epica, che richiama il celebre episodio in cui Odisseo si fa
legare all’albero maestro della nave per resistere al canto delle Sirene
(Odissea XII, 160-2): ἀλλά με δεσμῷ δήσατ’ ἐν ἀργαλέῳ, ὄφρ’ ἔμπεδον αὐτόθι
μίμνω, ὀρθὸν ἐν ἱστοπέδῃ, ἐκ δ’ αὐτοῦ πείρατ’ ἀνήφθω ma con funi saldissime
dovete legarmi, perché io resti immobile, ritto alla base dell’albero ad esso
siano fissate le corde. Nel nostro contesto il valore della espressione non è
tanto locale quanto temporale: segnala l’esenzione dell’essere da qualsiasi
variazione temporale (Coxon p. 208). Ruggiu (p. 299) sottolinea il carattere
militare di ἔμπεδον μένει: stare saldo in battaglia. In gioco sarebbe non la
stabilità spaziale o 163 nelle catene del vincolo90 [lo] tiene, che tutto
intorno lo rinserra91. temporale, ma l’esclusione di ogni alterità e il
radicamento dell’identità. Come già segnalato in relazione a ἀτρεμὲς, McKirahan
(p. 210) suggerisce una sostanziale sinonimia tra i due aggettivi: entrambi
esprimerebbero il fatto che ciò-che-è è pienamente e non può cessare di essere
pienamente, effetto dei limiti che costringono la natura di ciò-che-è. 88
Intendiamo Ἀνάγκη come nome proprio. Come Giustizia e Moira, Necessità è figura
tradizionale e incarnazione della ineluttabile legge del destino (Tarán p.
117). Mourelatos, che identifica Necessità, Fato, Giustizia e Persuasione,
traduce come Constraint: l’immagine della Costrizione che tiene ciò-che-è nel
suo luogo rafforza la sua tesi secondo cui ἀκίνητον escluderebbe la locomozione
intesa come moto assoluto, egresso dal proprio luogo specifico. Dalla
triangolazione Giustizia, Fato (Moira), Costrizione risulterebbe che in
Parmenide il concetto di rettitudine (Giustizia) assimila il concetto di necessità
(Mourelatos p. 120). In un classico lavoro dedicato al concetto (W. Gundel,
Beiträge zur Entwicklungsgeschichte der Begriffe Ananke und Heimarmene, Giessen
1914), Gundel individuò il significato di Ἀνάγκη nel passo in questione come
Naturnotwendigkeit. Schreckenberg (H. Schreckenberg “Ananke. Untersuchungen zur
Geschichte des Wotgebrauchs“, Zetemata 36, München 1964 1-188, cap. I) ne ha
invece marcato la connessione tematica con altri termini, come giogo, catene,
corde, con l’idea di legame, imprigionamento, schiavitù, rilevando così come
sotto ananke non si sia in grado di scegliere che cosa fare. L’immagine platonica
di σύνδεσμος τοῦ οὐρανοῦ avrebbe origine proprio in ambiente pitagorico, come
Schreckenberg cerca di provare appoggiandosi alla testimonianza di Aëtius Πυθαγόρας
ἀνάγκην ἔφη περιεχεῖσθαι τῷ κόσμῳ - e collegandola alla nozione pitagorica di ἄντυξ
κόσμου (limite del cosmo) e all’abbraccio cosmico di Ananke. In questo senso
essa avrebbe la funzione di “destino” o “legge di natura”: qualcosa che si può
esprimere in termini di legami che vincolano, l’uomo o l’universo (pp. 75-6).
89 L’espressione κρατερὴ γὰρ Ἀνάγκη richiama l’esiodea (Teogonia 517 ss.)
κρατερῆς ὑπ’ ἀνάγχης, nella descrizione di Atlante che sostiene l’ampio cielo
per una potente necessità ai confini della terra, come segnalano vari
commentatori. Ovvero nelle catene del
limite (πείρατος ἐν δεσμοῖσιν). Ancora l’insistenza sui vincoli, ancora da
intendere sostanzialmente in senso logico, nonostante la tendenza da parte di
alcuni interpreti a insistere sui limiti spaziali. L’associazione di Giustizia
(v. 14) e Necessità suggerisce in effetti a McKirahan (p. 200) che in gioco
siano soprattutto forza e\o costrizione. Nel riferimento ai vincoli e alle
catene Barbara Cassin (“Le chant des Sirènes dans le Poème de Parménide.
Quelques remarques sur le fr. 8.34", in 164 Per questo92 non incompiuto93
l’essere [è] lecito che sia94: Études sur Parménide, cit., t. II 163-169) ha
colto un’eco di Odissea XII, 158-162: Σειρήνων μὲν πρῶτον ἀνώγει θεσπεσιάων
φθόγγον ἀλεύασθαι καὶ λειμῶν’ ἀνθεμόεντα. οἶον ἔμ’ ἠνώγει ὄπ’ ἀκουέμεν· ἀλλά με
δεσμῷ δήσατ’ ἐν ἀργαλέῳ, ὄφρ’ ἔμπεδον αὐτόθι μίμνω, ὀρθὸν ἐν ἱστοπέδῃ, ἐκ δ’ αὐτοῦ
πείρατ’ ἀνήφθω Per prima cosa ci impone delle Sirene di evitare il canto e il
loro prato fiorito. Posso ascoltarlo solo io, ma con fune saldissima dovete
legarmi, così che io resti immobile, ritto alla base dell’albero ad esso siano
fissate le funi. 91 Il confinamento da parte di Necessità-Costrizione è
paradigmatico della concezione tradizionale greca per cui giustizia è mantenere
il proprio luogo specifico, rispettare il proprio ruolo (Mourelatos 119). 92 La
congiunzione οὕνεκεν ha etimologicamente (οὗ ἕνεκεν) il significato di ragion
per cui, cosa a causa della quale; ha anche il significato di poiché, a causa
del fatto che (privilegiato da Fränkel), e può essere usata come ὅτι con il
valore di che, il fatto che. Nel contesto preferiamo la resa etimologica
(privilegiata da Diels), ritenendo che la perfezione dell’essere sia
giustificata in quel che precede, ancorché con il ricorso a un’immagine (la
costrizione delle catene di Necessità) di probabile matrice letteraria. 93
Secondo Coxon (p. 208), Parmenide impiegherebbe ἀτελεύτητον nella sua valenza
omerica di unfinished. Rendiamo con incompiuto, imperfetto. Mansfeld sottolinea il nesso tra l’essere vincolato e
l’essere compiuto e perfetto, recuperando come implicito nel greco anche il
valore di realizzazione e, di conseguenza, l’idea di un vincolo che legherebbe
la cosa alla propria realizzazione. Si veda per questo R.B. Onians, The Origins
of European Thought about the Body, the Mind, the Soul, the World, Time and
Fate, C.U.P., Cambridge. Mourelatos
sottolinea come il verbo τελέω sia collegato al motivo del viaggio e
abbia un'importante relazione con il verbo ἀνύω (consumare) e forse con l’idea
di πεῖρας, come legame circolare. Nell’epica in generale il verbo esprime
compimento, realizzazione di promesse, desideri, predizioni e compiti
(comprensivi di viaggi). È in relazione a questa idea di compimento che il
termine ammetterebbe il valore - più debole - di fine, nel senso di estremità o
termine. 94 Abbiamo cercato di conservare la costruzione del verso greco,
forzando la costruzione italiana. 165 non è, infatti, manchevole [di alcunché];
il non essere95, invece, mancherebbe di tutto. La stessa cosa96 invero è
pensare97 e il pensiero98 che99 è: 95 Intendiamo l’espressione μὴ ἐὸν come
participio sostantivo, in contrapposizione al precedente τὸ ἐὸν: quindi il non
essere ovvero ciò che non è (espressione tuttavia meno felice nel contesto). Ci
troveremmo in presenza di una articolazione del discorso imperniata su essere
(τὸ ἐὸν) e non-essere (μὴ ἐὸν): non è lecito che l’essere sia incompiuto: in
effetti non manca di niente; il non-essere, invece, mancherebbe di tutto.
D'altra parte, μὴ ἐὸν può essere reso in senso verbale: letteralmente la Dea
ipotizzerebbe: se [l’essere] non fosse [non-manchevole], mancherebbe di tutto.
96 A questo punto avrebbe inizio secondo Mansfeld (p. 101) un excursus che
impegnerebbe Parmenide fino al verso 41. Dello stesso orientamento anche
Guthrie e Kirk-Raven, cui si oppone, per esempio, Mourelatos (p. 165). Molto
convincente la lettura di McKirahan (p. 202): i 34-41 esplorerebbero le
implicazioni del precedente (B2.7-8) non potresti conoscere ciò che non è né
indicarlo. Se qualcosa è possibile conoscere o affermare, deve trattarsi non di
ciò-che-non-è, ma (come conseguenza dell’alternativa) di ciò-che-è. Esiste una
proposta (originariamente suggerita da Calogero) di restauro del testo greco da
parte di Theodor Ebert ("Wo beginnt der Weg der Doxa? Eine Textumstellung
im Fragment 8 des Parmenides", Phronesis, 34, 1989 121-138), secondo il
quale il blocco di versi 34-41 andrebbe rilocato dopo il verso 52. Come ha di
recente sottolineato anche J. Palmer (Parmenides et Presocratic Philosophy,
cit. 352-4), il testo guadagnerebbe in coerenza sia nel blocco centrale del
frammento, sia in quello conclusivo. Dello stesso avviso Ferrari (Il migliore
dei mondi impossibili, cit. 32 ss.). Ciò significherebbe, tuttavia, mettere in
discussione l'affidabilità della redazione del poema utilizzata da Simplicio
(che Diels riteneva im Ganzen vortrefflich): come ha sostenuto Passa nella
prima parte del suo lavoro, il testo simpliciano ha alle spalle, in misura più
accentuata rispetto ad altre fonti, un'interpretazione del poema di Parmenide
in chiave neoplatonizzante e pitagorizzante, che può averne alterato la
ricezione. Passa si limita tuttavia a indicare scelte espressive, mentre
l'ipotesi Ebert (e ora Palmer e Ferrari) implica un vero e proprio montaggio
del testo, aprendo una serie di possibili altri problemi testuali relativi ad
altri passaggi dei codici manoscritti. A Ebert va dato atto, nello specifico,
di aver sollevato un problema serio: nessun'altra fonte antica cita il v. 34
dopo il v. 33 o il v. 42 dopo il v. 41. 97 Rendiamo ἐστὶ νοεῖν letteralmente.
Sulla traduzione, tuttavia, esiste grande discordanza. Prevalgono due orientamenti,
che optano per una resa diversa:
thinking is (Owen, Sedley); is to
be thought (Mourelatos), is there to be thought (Kirk-Raven-Schofield), is for
thinking (Curd). McKirahan (p. 203) traduce is to be thought of intendendo
l’espressione 166 [35] giacché non senza l’essere, in cui100 [il pensiero] è
espresso101, come un richiamo di B2.2: ciò che è disponibile per il pensiero
(ovvero “per essere pensato”). 98 Intendiamo il verso nel suo insieme come una
ricapitolazione di B3 (a sua volta conclusione di B2): ciò che è è l’unico
reale oggetto del pensiero. Solo ciò che è è disponibile come oggetto del
pensiero e non esiste altro oltre ciò che è: quindi solo ciò che è può essere
pensato (McKirahan 203-4). Sulla scorta di questa interpretazione, McKirahan
suggerisce di interpretare anche l’affermazione di B5: indifferente è per me
donde debba iniziare: là, infatti, ancora una volta farò ritorno. 99 Intendiamo
οὕνεκεν, in questo caso, come congiunzione equivalente a ὅτι (che), come, tra
gli altri, Calogero (La stessa cosa è il pensare e il pensiero che è), Guthrie
(What can be thought [apprehended] and the thought that “it is” are the same),
Tarán (It is the same to think and the thought that [the object of thought]
exists), O’Brien (C’est une même chose que penser, et la pensee: “est”), Conche
(C’est le même penser et la pensée qu’il y a), Cassin (C'est la même chose
penser et la pensée que "est"). L'alternativa è rendere οὕνεκεν come
formula pronominale, composta dal pronome neutro (caso genitivo) + preposizione.
Questa lettura è difesa tra gli interpreti recenti - da Reale (Lo stesso è il
pensare e ciò a causa del quale è il pensiero), Coxon (The same thing is for
conceiving as is cause of the thought conceived), Heitsch (Dasselbe aber ist
Erkenntnis und das, woraufhin Erkenntnis ist), Cerri (La stessa cosa è capire e
ciò per cui si capisce), Cordero (Thinking and that because of which there is
thinking are the same), Gemelli Marciano (Dasselbe ist zu denken und das, was
den Gedanken verursacht). Diels, intendendo come τὸ οὗ ἕνεκα con valore finale
(ciò in vista di cui), aveva reso: Denken und des Gedankens Ziel ist eins. Lo
ha seguito Beaufret («Or c’est le même, penser et ce à dessein de quoi il y a
pensée). Lunga disamina critica in Tarán 120-3. Di recente McKirahan (p. 203)
ha difeso la lettura causale di οὕνεκεν, ma ha avanzato l’ipotesi suggestiva
che l’espressione abbia contemporaneamente anche una sfumatura finale. 100 Per
evitare la difficoltà di una traduzione che sottolinea come il pensiero sia
espresso nell’essere, sono state proposte varie alternative. Zeller, Burnet,
Cornford, Raven (tra gli altri) preferiscono rendere ἐν ᾧ con una perifrasi: a
soggetto del quale, in riferimento al quale, rispetto al quale. A conclusione
di una lunga discussione (pp. 123-8), Tarán (seguendo Albertelli e Mondolfo)
propone in what has been expressed. A questa traduzione (cui ricorre anche Sedley)
sono state tuttavia opposte obiezioni di ordine grammaticale (si veda Robbiano 170).
La Robbiano (pp. 169-170) intende ἐν ᾧ come equivalente a ἐν τούτῳ ἐν ᾧ,
proponendo τὸ νοεῖν come soggetto di πεφατισμένον ἐστίν. Il passo in traduzione
risulta quindi: for without Being you will not find understanding in that where
understanding 167 troverai il pensare. Né102, infatti, esiste, né esisterà
altro oltre103 all’essere104, poiché105 Moira lo ha costretto106 a essere
intero e immobile107. Per esso108 tutte le cose saranno nome109, has been given
expression. In questo caso ἐν ᾧ non si riferirebbe a τὸ ἐόν, ma a una formula
implicita per le mie parole, i versi del mio poema. La dea spiegherebbe,
insomma, che non si può trovare νοεῖν in ciò che esprime νοεῖν, se non si trova
l’Essere (τὸ ἐόν): per raggiungere la comprensione non è sufficiente ascoltare
le parole della dea, ma si deve trovare l’Essere. Preferiamo, come versione più
naturale, la traduzione (per lo più adottata dagli interpreti recenti) che
risale a Diels (denn nicht ohne das Seiende, in dem sich jenes ausgesprochen
findet, kannst Du das Denken antreffen). 101 Secondo Ruggiu (p. 303, nota),
πεφατισμένον indicherebbe non solo che il pensiero è manifestativo dell’Essere,
ma che l’Essere è tale in quanto fondamento di ogni manifestabilità. In questo
senso, πεφατισμένον sarebbe equivalente a φατὸν e νοητόν (B8.8) e οὔτε γὰρ ἂν
γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις (B2.7-8). 102 Rendiamo le
due congiunzioni < ἢ >... ἢ precedute da οὐδὲν come né…né. 103 La formula
ἄλλο πάρεξ è adattamento di analoga formula epica (ἄλλα παρὲξ). 104 Secondo
Mansfeld (p. 101) Parmenide affermerebbe in questo passaggio l’identità di
pensiero e essere, implicando che il pensiero non possa essere qualcosa di
altro, indipendente, contrapposto all’essere o comunque estraneo a esso. 105
Anche in questo caso è la costrizione della divinità di turno (Moira) a
giustificare compiutezza e unicità dell’essere parmenideo. 106 Si ripete, con ἐπέδησεν,
la suggestione dell’incatenamento, della costrizione (da intendere, fuor di
metafora, in senso logico). La formula μοῖρ΄ ἐπέδησεν è epica. 107 Le due connotazioni
- οὖλον ἀκίνητον marcano l’integrità e immutabilità, reiteratamente richiamate
nel frammento. Per ἀκίνητον, tuttavia, vale quanto segnalato sopra: la sua
comprensione, come suggerisce McKirahan, è probabilmente da collegare alla
metafora dei legami e della costrizione. Così, l’integrità di ciò che è
(espressa da οὖλον) è sostenuta dall’immagine della costrizione a essere
pienamente ciò che è. 108 Seguiamo Palmer (op. cit. 171-2) nell'intendere τῷ
come pronome relativo (riferito a τὸ ἐόν): dal momento che egli accoglie la
lettura πάντ΄ ὀνόμασται del secondo emistichio, la sua traduzione risulta: to
it all things have been given as names. Lo studioso si appoggia a una
costruzione analoga presente in Empedocle B8.4: φύσις δ’ ἐπὶ τοῖς ὀνομάζεται ἀνθρώποισιν
168 quante i mortali stabilirono110, persuasi che fossero reali111: [40]
nascere e morire, essere e non essere, cambiare luogo112 e mutare luminoso
colore113. natura è data come nome a questi [processi di mescolanza e
separazione] dagli uomini. La resa pronominale di τῷ è comunque assolutamente
compatibile anche con la lezione Diels-Kranz da noi adottata: τῷ πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται
Per esso [τὸ ἐόν] tutte le cose saranno nome. Per lo più gli editori hanno reso
τῷ con valore assoluto come perciò. 109 Il greco ὄνομα è singolare, per marcare
l’identità nominale dei neutri plurali πάντα e ὅσσα: genericamente cose,
eventi, fenomeni, la cui natura mutevole si rivela solo nome. La lezione
alternativa dei codici di Simplicio - τῷ πάντ΄ ὀνόμασται - è variamente tradotta:
wherefore it has been named all things (Gallop), attribuendo a τῷ valore
avverbiale, ma anche With reference to it [the real world], are all names given
(Woodbury), intendendo τῷ come un dimostrativo riferentesi a τὸ ἐὸν, ovvero
(Leszl p. 231) in relazione a questo è assegnato, come nome. Da osservare che
una lunga tradizione risalente a Diels, ha tradotto l’emistichio introducendo
un implicito aggettivo peggiorativo (blosser, ovvero mero) al sostantivo nome,
assolutamente assente nel testo greco. Una diversa tendenza si è manifestata
nelle versioni degli ultimi decenni. 110 Il verbo κατέθεντο ricorre tre volte
nei frammenti del poema (qui, in B8.53 e B19.3): sottolinea la matrice
linguistica della ordinaria comprensione del mondo. 111 Il greco è ἀληθῆ.
McKirahan (p. 202) ha, secondo noi, correttamente colto il senso complessivo
del passo: i 34-38 argomentano che l’unico possibile oggetto di pensiero e
linguaggio è ciò-che-è; i 38-41 ricavano la conclusione che, a prescindere da
ciò cui i mortali pretendano di riferirsi nei loro pensieri e discorsi, ciò cui
essi realmente (veramente) pensano e possono pensare è ciò-che-è. Ciò-che-è è
l’oggetto dei loro pensieri, anche di quei pensieri che ricorrono a formule
proibite come generazione e corruzione. Leszl (p. 231) osserva come la tesi di
Parmenide sarebbe che i mortali applicano all'essere commettendo un errore tutte
le designazioni: il loro errore consisterebbe dunque nell'imporre nomi
all'essere stesso, non nell'applicarli alle cose. 112 Tarán (pp. 138-9) ammette
che, nella espressione τόπον ἀλλάσσειν, il sostantivo τόπος molto probabilmente
significa spazio vuoto. Parmenide, tuttavia, non sarebbe qui interessato a una
polemica nei confronti dei 169 Inoltre, dal momento che [vi è]114 un limite115
estremo116, [ciò che è] è compiuto117 da tutte le parti118, simile119 a
massa120 di ben rotonda121 palla122, sostenitori della esistenza del vuoto, ma
solo a rilevare la contraddittorietà del fenomeno del moto locale. 113 Il
secondo emistichio - διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν è variamente tradotto. Coxon
(pp. 211-2) rende con change their bright complexion to dark and from dark to
bright. Come Reinhardt, egli coglie un'allusione alla successiva teoria (DKB9)
della composizione degli enti. Le differenze nelle traduzioni dipendono
soprattutto dall’intendere χρόα accusativo di χρώς, colore - come χροιά ovvero
χρόα, superficie. O’Brien (p. 56) sottolinea come al significato di
complessione (cui si riferisce anche Coxon) sia nel contesto da preferire
quello più generico di colore. 114 La proposizione introdotta da ἐπεί può
omettere ἐστι: la traduzione può renderlo in questo caso come predicato verbale
(come abbiamo fatto) ovvero come copula: il limite è estremo. 115 Mourelatos
(pp. 128-9) nota come l’immagine dei legami e dei limiti si faccia
progressivamente più plastica e concreta man mano che B8 procede, per
raggiungere il proprio culmine appunto in questo passaggio. 116 L’aggettivo
πύματος significa estremo, ultimo: in Omero indica, per esempio, il bordo
estremo di uno scudo, ciò che lo limita e oltre il quale non c’è più scudo
(Conche p. 176). 117 L’espressione τετελεσμένον πάντοθεν indica la completezza
di ciò che è, risultando equivalente di πάμπαν πελέναι. Come ha
convincentemente marcato McKirahan (pp. 212-213), le indicazioni spaziali,
letteralmente disseminate nei 42-49, possono essere intese anche in senso
metaforico. Si tratta di naturali sviluppi della nozione di πέρας, le cui prime
occorrenze, anche in ambito filosofico, hanno a che fare con i limiti spaziali,
ma che presto è usata anche per altre finalità, non spaziali (come attesta il
contemporaneo di Parmenide Eschilo). Thanassas (pp. 53-4), dal canto suo,
valorizza una interessante implicazione: il limite che abbraccia e conserva
l’interezza del reale (preservandola dal Non-Essere), consente da un lato di
riconoscere l’eon completo da ogni lato, dall’altro di intendere tutte le
apparenze (appearances) come equivalenti, come esseri. Ciò richiamerebbe
l’affermazione conclusiva della dea nel proemio, che nella versione accolta da
Thanassas e da noi condivisa suona: διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα, tutte insieme
davvero esistenti. 118 L’avverbio πάντοθεν, sia che lo si intenda riferito a
τετελεσμένον ἐστί (come nel nostro caso), sia che lo si riferisca, invece, a εὐκύκλου
σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ, sembra esprimere comunque un punto di vista, una
prospettiva “esterna” (Mourelatos p. 126). Come, d’altra parte, per lo più 170
suggeriscono anche le altre immagini del frammento (lacci, legami, catene che
rinserrano tutto intorno). 119 L’aggettivo ἐναλίγκιον introduce indubbiamente
una comparazione, che tuttavia non si riferisce, si badi bene, direttamente a
σφαῖρη (palla, sfera), ma a ὄγκος (massa, estensione). 120 Il termine ὄγκος può
tradursi come massa, volume fisico (Coxon p. 214): in tal senso è da intendersi
dunque la ben rotonda palla. Parmenide si riferisce probabilmente
all'estensione fisica, tridimensionale, e alla forma geometrica compiuta.
Conche suggerisce grosseur o corps. Di recente McKirahan (pp. 213-4), riprendendo
la questione, ha ritenuto significativo che Parmenide non dica che ciò-che-è è
una sfera o simile a una sfera, ma simile al corpo di una sfera, una
espressione giudicata inaspettatamente elusiva. Non si tratterebbe, infatti, né
di massa (nel senso di peso) della sfera, né della sua misura, né di altre
qualità fisiche, né, pur avendo a che fare con la forma della sfera, di forma o
superficie. L’espressione potrebbe approssimativamente tradursi come estensione
fisica: fisica per suggerire che non si tratta di astratta nozione geometrica;
estensione, in vece di misura, per evitare la tentazione di pensarla come una
quantità determinata. Mourelatos (p. 126) aveva a suo tempo segnalato il fatto
che ὄγκος è espressione parmenidea per estensione tridimensionale e che il
carattere che essa accentua rispetto alla sfera è la forma. 121 Come suggerisce
Mourelatos (p. 127), intendendo πάντοθεν riferito a εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον
ὄγκῳ, l’aggettivo εὔκυκλος definirebbe un oggetto che, osservato da tutte le
parti, ha il contorno di un cerchio perfetto. Come abbiamo in precedenza
ricordato, Tonelli ha sottolineato il nesso tra εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ
- riferito a τὸ ἐὸν e ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ (B1.29): la forma sferica
è forma archetipica della perfezione e della totalità. 122 Seguo Leszl (p. 211)
nel tradurre σφαῖρη come palla, analogamente all’omerico σφαίρῃ παίζειν
(giocare a palla). Ciò rende più efficace l’accostamento: Leszl osserva che se
l’essere fosse detto simile a una sfera, l’implicazione potrebbe essere che
esso non è veramente una sfera, mentre se è detto simile a una palla, la
giustificazione per quest’affermazione può essere precisamente che è una sfera.
L’espressione εὐκύκλου σφαίρης ὄγκῳ rivelerebbe invece, secondo Coxon (p. 214),
che Parmenide qui non intende genericamente un corpo a palla, ma proprio la
sfera (σφαῖρη), la cui perfetta rotondità è sottolineata dall’epiteto εὐκύκλου.
In ogni caso è ancora da osservare con Mourelatos (p. 126) - come la
comparazione proposta non sia direttamente tra ciò-che-è e una palla, piuttosto
tra la completezza di ciò-che-è e l’espansione-estensione di una palla
perfetta, ben-rotonda. L’analogia si riferirebbe alla curvatura esterna della
sfera. 171 a partire dal centro123 ovunque di ugual consistenza124: giacché è
necessario che esso non sia in qualche misura di più, Diels e Brehier hanno
voluto cogliere dietro l’espressione l’influenza pitagorica: essa alluderebbe,
quindi, a una immagine geometrica. Conche (p. 177) ribatte marcando come, in tal
caso, non avrebbe senso precisare εὐκύκλου. L’immagine sarebbe invece fisica.
Il sostenitore più coerente della natura geometrico-spaziale dell’Essere
parmenideo è De Santillana (Le origini del pensiero scientifico, Sansoni,
Firenze 1966): l’Essere sarebbe il risultato di un processo di astrazione in
cui Parmenide avrebbe tenuto presenti spazio del matematico e spazio del
fisico. L’Essere sarebbe dunque un plenum, un'estensione corporea densa,
cristallina: la realtà fisica non sarebbe illusoria, ma avrebbe luogo nello
spazio geometrico, occupandolo. Coerentemente con la propria interpretazione
dei segni come indici della consapevolezza cognitiva del kouros, la Stemich
(op. cit. 212) ritiene che l’immagine della sfera, cioè della più perfetta di
tutte le forme, attesti che la conoscenza dell’essere è la forma più pura del
pensiero: la somma facoltà di pensiero del kouros, nel momento della conoscenza
dell’essere, è completamente conchiusa in se stessa, coincidendo a tutto tondo
con la verità della Dea. 123 Dal momento che è difficile attribuire parti
all’essere, il termine μεσσόθεν è stato spesso volto in senso metaforico.
Concordiamo con Conche (p. 180), che il centro cui si riferisce la Dea sia
quello del mondo e che ella sottolinei come in ogni parte dell’universo
l’essere sia lo stesso. Coxon (p. 217), invece, sottolinea come l’equilibrio
cui Parmenide allude con μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντῃ sia di carattere non-fisico, e
funga da complemento alla nozione di perfezione universale (somiglianza con il
volume della sfera), marcando la sussistenza in se stessa di questa perfezione,
la sua totale ed eguale dipendenza dal suo proprio centro. 124 Intendiamo
l’espressione μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντῃ come un rilievo della compattezza
dell’Essere: ἰσοπαλές concorda con il neutro ἐόν\τὸ ἐόν, non con il maschile ὄγκος
(o il femminile σφαῖρη), dunque con il soggetto sottinteso (ciò che è), non con
massa di ben rotonda palla. Dal centro alla superficie della sfera si esprime
la stessa forza (Diels, Tarán), ovvero lo stesso peso, lo stesso equilibrio, la
stessa spinta. Ruggiu (p. 309), riprende (da Calogero, Vlastos, Mourelatos e
Guthrie) l’idea che l’immagine della sfera esprima una uguaglianza dinamica:
forza e potenza dell’Essere si estendono in modo uguale dal centro alla periferia
e dalla periferia al centro, senza possibilità di differenza alcuna in
intensità o potenza d’essere. O’Brien e Conche preferiscono rendere come uguale
a se stesso, privilegiando l’aspetto della omogeneità a quello dinamico
dell’aggettivo: è in particolare rilevante la sottolineatura, da parte di
Conche (p. 180), di un fatto che nel contesto può sfuggire: ἰσοπαλές si
riferisce all’Essere e non alla sfera. Secondo Mourelatos (p. 127) avremmo qui,
invece, la definizione 172 [45] o in qualche misura di meno 125, da una parte o
dall’altra126. Non vi è, infatti, non essere127, che possa impedirgli di
giungere a omogeneità128, né ciò che è esiste così che ci sia - di ciò che è
129 - qui più, lì meno130, poiché131 è tutto inviolabile132. di equidistanza: ἰσοπαλές
esprimerebbe l’idea di espansione uguale in ogni direzione. 125 Rendiamo in
questo modo οὔτε τι μεῖζον οὔτε τι βαιότερον, per sottolineare l’omogeneità
dell’Essere in senso intensivo: non c’è un più o un meno d’essere. Si vedano
anche i successivi τῇ μᾶλλον τῇ δ΄ ἧσσον (v. 48). 126 Ruggiu (pp. 309-10)
osserva come perfezione e stabilità dell’Essere non dipendano da vincoli
esterni, ma dalla simmetrica distribuzione delle forze interne e dall’assoluta
uguaglianza che sussiste tra le parti. 127 Traduciamo letteralmente οὔτε γὰρ οὐκ
ἐὸν ἔστι. Cerri (p. 239) osserva che, in questo caso, οὐκ ἐὸν significa né più
né meno che “vuoto”, “spazio vuoto”, “assenza di essere\materia”. 128
Traduciamo così l’espressione εἰς ὁμόν: il non-essere potrebbe teoricamente
interrompere e discriminare l’identità e l’uguaglianza con se stesso di ciò che
è. In questa direzione anche le traduzioni di O’Brien (à la similitude ) e
Conche (à l’egalité à soi-même). 129 Utilizziamo la forma dell’inciso
(traducendo ἐόντος come di ciò che è), per facilitare la lettura in italiano.
Avremmo potuto impiegare il pronome di esso, ma abbiamo scelto di rimanere
aderenti alla ripetizione greca. 130 L’espressione τῇ μᾶλλον τῇ δ΄ ἧσσον
ribadisce sostanzialmente omogeneità e uniformità già argomentate, e dunque la
pienezza d’essere di ciò che è. Come ha osservato McKirahan (p. 213), Parmenide
ha ogni motivo per concludere la trattazione di ciò-che-è sottolineando
l’importanza della tesi che ciò-che-è è pienamente, esprimendola in modi
differenti per catturare l’attenzione del suo pubblico e condurlo a comprendere
il suo punto più chiaramente. 131 Recentemente Palmer (op. cit. 157-8) per
evitare di fare del v. 49 (οἷ γὰρ πάντοθεν ἶσον, ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει) la
ragione (γὰρ) dell'affermazione di v. 48b (πᾶν ἐστιν ἄσυλον), a sua volta
proposta a giustificazione (ἐπεὶ) dei 47-48a, che contengono una delle ragioni
a sostegno di quanto affermato ai 44b-45, rischiando così la circolarità ha
proposto di inserire un punto prima di ἐπεὶ, legando quindi il v. 48b al v.
49b: Poiché è tutto inviolabile dal momento che è a se stesso da ogni parte
uguale uniformemente entro i suoi limiti rimane. In questo modo 173 A se
stesso, infatti, da ogni parte uguale133, uniformemente entro i suoi limiti
rimane. ἐπεὶ introdurrebbe la ragione per l'affermazione (riassuntiva) finale:
uniformemente entro i [suoi] limiti rimane. Il termine ἄσυλον evoca uno sfondo
religioso: ἀσυλία è concetto del linguaggio giuridico religioso e indica la
condizione di inviolabilità di persone o luoghi sacri, associati al culto, la
violenza nei confronti dei quali era perseguita, come sacrilegio, con la
condanna capitale. Secondo Colli (Gorgia e Parmenide, cit. 150) l’allusione
religiosa andrebbe posta in relazione con la rivelazione del proemio. Nel
contesto l’inviolabilità può intendersi come altra faccia della costrizione che
tiene insieme ciò che è, che gli impedisce di essere diversamente da come è:
impossibilità che gli siano sottratti i suoi attributi o gliene siano imposti
altri che non ha (McKirahan p. 213). 133 Parmenide afferma l’eguaglianza
dell’essere con se stesso (οἷ πάντοθεν ἶσον) - che esclude non-essere e
possibili gradi d’essere in relazione ai suoi limiti. Come osserva Coxon (p.
216), l’Essere è universalmente uguale a se stesso nel senso che è
uniformemente confinato da un limite (ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει), il quale, essendo
estremo, non lo divide da qualcos’altro ma lo determina a essere quello che è e
identifica la sua perfezione. Mourelatos (p. 127) suggerisce una lettura
diversa: in riferimento alla sfera, si valorizzerebbe il fatto che è un oggetto
sempre uguale a se stesso, da qualsiasi prospettiva lo si guardi. 134 Così
rendiamo ὁμῶς, che si dovrebbe più letteralmente tradurre come ugualmente, allo
stesso modo. Mourelatos (p. 127) sottolinea come dire di qualcosa che è
presente ugualmente entro i suoi limiti sia un modo di affermare che è
simmetrico. Colli (Gorgia e Parmenide,
cit. 150) traduce κύρει come tende: il verbo introdurrebbe un elemento
dinamico, in tensione con la precedente connotazione statica dell’essere,
presentando l’essere quasi fosse un organismo vivente, che tende a espandersi
come un respiro verso i suoi limiti. In questo modo l’essere sarebbe presentato
dall’interno: dall’esterno ne sarebbe dunque accentuata l’immobilità,
dall’interno il dinamismo. 174 DK B8 50-61 [50] ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ
νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης1 · δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν
ἀκούων. μορφὰς γὰρ κατέθεντο δύο γνώμας2 ὀνομάζειν· τῶν μίαν οὐ χρεών ἐστιν - ἐν
ᾧ πεπλανημένοι εἰσίν -· [55] ἀντία3 δ΄ ἐκρίναντο δέμας καὶ σήματ΄ ἔθεντο χωρὶς ἀπ΄
ἀλλήλων, τῇ μὲν φλογὸς αἰθέριον πῦρ, ἤπιον ὄν 4, μέγ΄ ἐλαφρόν5, ἑωυτῷ πάντοσε
τωὐτόν, τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν· ἀτὰρ κἀκεῖνο κατ΄ αὐτό τἀντία νύκτ΄ ἀδαῆ, πυκινὸν
δέμας ἐμϐριθές τε. [60] τόν6 σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα φατίζω, ὡς οὐ μή
ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη 7 παρελάσσῃ 8. 1 Come in B1.29 indendiamo Ἀληθείη come
nome divino. 2 I codici DEEa F di Simplicio Phys. 39, 1 riportano γνώμας, forma
per lo più accolta dagli editori; i codici DEF di Phys. 30, 23 e DEF2 di Phys.
180, 1 riportano invece γνώμαις. 3 Ι codici DE di Simplicio riportano ἐναντία;
alcuni editori leggono τἀντία. 4 Nei codici DE di Simplicio ritroviamo ἤπιον τὸ
in vece di ἤπιον ὄν. 5 I codici delle tre citazioni di Simplicio riproducono il
verso 57 con evidenti irregolarità metriche, per la presenza di ἀραιόν
(rarefatto) prima di ἐλαφρόν. Il testo risulterebbe dunque: che è mite, molto
rarefatto e leggero..... Si è per lo più ritenuto che uno dei due aggettivi
fosse glossa dell'altro, con conseguente espunzione. La versione del testo che
suggeriamo è quella per lo più adottata. Cerri, che sceglie di conservare il
testo dei codici, senza espunzioni, in una lunga nota testuale, con grande
acribia ricostruisce la probabile fisionomia del testo di Simplicio in questa
forma:ἤπιον ἀραιόν ἐλαφρόν, ἑωυτῷ πάντοσε τωὐτόν. Da osservare che il termine ἀραιόν
(raro, rarefatto) è probabilmente da considerare un termine tecnico della
cosmogonia milesia (Anassimandro DK 12 A22, Anassimene DK 13 B1). Al contrario,
il termine ἐλαφρόν non è attestato nel linguaggio fisico presocratico. Coxon
(p. 223) considera ἀραιόν certamente parmenideo, in quanto utilizzato come
opposto di πυκνόν da Melisso e Anassagora e nella tradizione dossografica sulla
fisica di Parmenide. 6 L'aggettivo dimostrativo τόν è concordato con διάκοσμον.
Karsten propose di correggere il testo dei codici con τῶν. Il senso sarebbe
allora: relativamente a queste cose, io ti espongo ordinamento del tutto
verosimile. 175 [Fonti principali: 1-52 Simplicio, In Aristotelis Physicam
145-146; 50-61 Simplicio, In Aristotelis Physicam 38-39] 7 Nella trascrizione
dei codici, alcuni editori (Stein, tra i contemporanei seguito tra gli altri da
Coxon, O'Brien) intendono γνώμῃ. Il significato complessivo del verso cambia di
poco: così che nessuno dei mortali possa esserti superiore nell'opinione ovvero
nel giudizio (o practical judgement Coxon). 8 I codici Ea F di Simplicio
riportano παρελάσση, i codici DE παρελάση: gli editori hanno corretto in
παρελάσσῃ. 176 [50] A questo punto pongo termine per te al discorso affidabile1
e al pensiero intorno a Verità2; da questo momento3 in poi opinioni4 mortali5
impara6, l’ordine7 delle mie8 parole9 ascoltando10, che può ingannare11. 1
L'aggettivo πιστὸν è immediatamente riferito a λόγον, ma può riferirsi anche a
νόημα: in qualche caso le traduzioni scelgono questa strada. Qui abbiamo
preferito mantenere distinti i due oggetti - πιστὸν λόγον e νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης
che ci sembrano reiterare e rafforzare lo stesso concetto. 2 Si potrebbe
rendere νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης e si deve comunque intendere - anche come pensiero
intorno alla realtà. 3 I due versi 50-51 segnano il passaggio tra una sezione
l'altra: la conclusione della Verità è segnalata da ἐν τῷ σοι παύω, l'attacco
della Doxa da ἀπὸ τοῦδε μάνθανε. 4
Ovvero convinzioni o considerazioni. 5 L'espressione δόξας βροτείας in
considerazione del soggetto divino della comunicazione - potrebbe forse
rendersi semplicemente con opinioni umane. 6 L'imperativo μάνθανε riprende,
nell'introdurre la sezione sulla Doxa, il programmatico futuro μαθήσεαι di
B1.31. Cerri (p. 242) sottolinea il valore "scientifico" che il verbo
venne ad assumere all'epoca, non indicando il mero ascoltare e memorizzare, ma
l'essere fatto partecipe di una elaborazione scientifica, di una dimostrazione
rigorosa ed esaustiva. Interessante soprattutto ritrovare un verbo come μανθάνω,
senza dubbio positivamente connotato in termini gnoseologici, nell'imminenza
dell’esposizione della Doxa: B10 presenterà ancora εἴσῃ (conoscerai), πεύσῃ
(apprenderai), εἰδήσεις (conoscerai). Lo stesso B11 doveva esordire con
un'esortazione simile. Tutti indizi di consistenza, evidentemente riconosciuta
dalla divinità al sapere che andava a esporre. 7 Si potrebbe forse rendere
κόσμον ἐπέων come costrutto verbale, sintassi verbale. In ogni modo è da
preferire una resa letterale del sostantivo κόσμος (come suggerisce O' Brien 57:
arrangement) nel senso di τάξις (Anassimandro). Mourelatos (p. 226) indica come
possibilità anche forma. Nella cultura arcaica l'espressione ricorre tra
l'altro in Solone (κόσμον ἐπέων ὠιδὴν fr. 2.2 Diels); nel V-IV secolo in
Democrito (DK 68 B21): in entrambi i casi si sottolinea la composizione,
l'artificio poetico. Coxon (p. 218), che rende il greco come composition,
sostiene che il termine sarebbe stato scelto per la sua congruità con il
successivo διάκοσμος, sistema, che la composizione deve esporre. Una
interpretazione radicalmente diversa è quella di J. Frère ("Parménide et
l'ordre du monde: fr VIII, 50-61", in Études 177 sur Parménide cit., vol.
II 199-200), che legge il genitivo ἐμῶν ἐπέων come complemento indiretto (dalle
mie parole) di ἀκούων, e κόσμον come ordine del mondo. Robbiano (op. cit. 182)
avanza l'ipotesi che κόσμος mantenesse in Parmenide il suo valore omerico
(disposizione ordinata che è conveniente, che funziona e che è anche bella da
vedere: il prodotto di un essere intelligente), precedente al riferimento (che
per altro conservava aspetti della accezione originaria) all'universo (per la
prima volta forse in Eraclito B30). Nello specifico, secondo la studiosa,
kosmos si riferirebbe a prodotto della mente e della parola umana: a ciò che
vediamo da una certa prospettiva (umana) e non a ciò che (e come) le cose sono
nell'ottica divina. Nehamas ("Parmenidean Being/Heraclitean Fire",
cit. 60) ha invece ipotizzato che κόσμος significhi nel contesto il mondo di
cui la dea parla: da questo punto in avanti, impara le opinioni mortali,
venendo a conoscere (attraverso l'ascolto) il mondo ingannevole cui le mie
parole si riferiscono. È possibile che le affermazioni di cui consta la Doxa,
la teoria che essa contiene, non siano di per sé erronee, che descrivano
correttamente un mondo di per sé ingannevole, in quanto mascherato da realtà
quando è solo apparenza. 8 L'uso dell'aggettivo possessivo sottolinea
l'autorità della comunicazione e l'assunzione di responsabilità nell'introduzione
della sezione sulla Doxa: analogamente ai pronomi personali ἐγὼν (B2.1), μοί
(B5.1), ἐγὼ (B6.2), ἐγὼ (v. 60). 9 Coxon (p. 218) segnala l'opposizione di
κόσμον ἐπέων a λόγος: discorso poetico sarebbe contrapposto a discorso
razionale. D'altra parte la cultura del V secolo riconosceva un nesso tra ἔπη e
δόξα (come risulta da Euripide, Eracle 111). Cerri (p. 243) non è, tuttavia,
disposto a esagerarne, nel contesto, le implicazioni: in particolare,
l'irrazionalità e l'ingannevolezza delle parole che seguono sarebbero solo
relative. Tarán (p. 221) sottolinea come la Dea, pur impiegando parole secondo
le regole della grammatica e della poesia, non potrà evitare che il suo
discorso risulti decettivo. 10 Nuovamente (dopo B2.1) il κοῦρος viene invitato
ad ascoltare, a manifestare con la disponibilità all'ascolto la propria
aspirazione alla conoscenza. 11 Dobbiamo a J. Frère (op. cit. 201) il rilievo
circa il significato antico di ἀπατηλός: che non sarebbe, come per il
corrispettivo moderno, ingannevole, piuttosto suscettibile di ingannare. La sua
resa francese è la seguente: [un ordre du monde], où l'on peut se trompeur. Lo
studioso propone in effetti di collegare κόσμον e ἀπατηλὸν, senza fare di ἐμῶν ἐπέων
un genitivo dipendente da κόσμον, ma vedendovi un complemento di ἀκούων (p.
199). Reale sceglie di rendere l'aggettivo con seducente: Ruggiu nel suo
commento (pp. 313) sottolinea come il senso dell'aggettivo vada colto nella
relazione di apertura alla verità e all'errore (come sarebbe proprio di ogni
seduzione), alla luce del suo oggetto, l'apparire. Mourelatos (p. 227) ha
valorizzato le potenziali ambiguità della formula κόσμον ἐπέων 178 Presero12 la
decisione13, infatti14, di dar nome15 a due16 forme17, ἀπατηλὸν: è la stessa
combinazione di parole a celare la tensione di idee contrarie. L'espressione
κατὰ κόσμον indica, in effetti, parlare veritativamente, appropriatamente: la
polarità κόσμος-ἀπάτη segnalerebbe sia che le δόξαι sono decettive, sia che
l'ordinamento delle parole della dea o il loro contesto può suggerire
molteplici e\o confliggenti significati. In questo senso Mourelatos invita a
tenere a mente la formula esiodea ἐτύμοισιν ὁμοῖα (simili a cose vere, Teogonia
27) e l'espressione ἀμφιλλογία (da tradursi come come double talk, Teogonia
229), che Esiodo intenderebbe deliberata e maliziosa. Affascinante
l'accostamento omerico all'episodio di Odisseo e Polifemo. Lo studioso ne
ricava (p. 228) nel contesto una lezione di ironia da parte di Parmenide: i
mortali praticano "anfilogia" innocentemente (senza saperlo), cadendo
quindi in errore; la dea usa l'anfilogia in modo pienamente consapevole,
svelando quindi la verità sulle opinioni umane! 12 Anche chi, come Coxon (p.
219), ritiene che il modello dualistico proposto nella Doxa possa risalire al
pitagorismo antico, è convinto che κατέθεντο abbia comunque come soggetto
genericamente gli esseri umani, cogliendo una connessione tra lo stabilire nomi
di questo verso e quanto sostenuto nei 34-41. Tuttavia il problema del soggetto
del verbo si pone: Frére (p. 203), per esempio, osserva come sia difficile
pensare che tutti i mortali possano essere assunti come dualisti, e decide di
indicare come soggetto alcuni (certains). Seguendo la proposta di Ebert
("Wo beginnt der Weg der Doxa? Eine Textumstellung im Fragment 8 des
Parmenides", cit.) di leggere la sequenza dei 34-41 dopo il v. 52, il
soggetto di κατέθεντο (e dei successivi ἐκρίναντο e ἔθεντο) diventerebbe
βροτοί. Ma quali? Couloubaritsis (Mythe et philosophie, cit. 261) ritiene, per
esempio, che, diversamente dai mortali (senza discernimento, che nulla sanno)
di B6, i βροτοί di cui la Dea parla negli ultimi versi di B8 si siano smarriti
solo su un punto preciso (B8.54). 13 Secondo Cerri (p. 245), la sequenza di
aoristi (κατέθεντο, ἐκρίναντο, ἔθεντο) rivelerebbe un riferimento del discorso
della Dea a un lontano passato. Secondo Diels (Parmenides Lehrgedicht, cit. 92)
γνώμη κατατίσθεσθαι sarebbe da considerare formula abituale: Liddell-Scott
traducono nel nostro caso κατέθεντο γνώμας ὀνομάζειν come recorded their
decision, decided to name. Si potrebbe rendere come si decisero a nominare. In
alternativa si potrebbe costruire il verso facendo dipendere da κατέθεντο
(stabilirono) μορφὰς δύο (due forme) e attribuendo all'infinito ὀνομάζειν
valore finale (per dar nome), con γνώμας come oggetto diretto: stabilirono due
forme per dar nome ai loro punti di vista (soluzione vicina a quella adottata
da Cerri). O ancora, considerare (come Deichgräber) sia γνώμας sia μορφὰς come
oggetti retti da κατέθεντο (posero due forme 179 [come] principi per nominare).
Cordero fa, invece, di δύο γνώμας l'oggetto diretto di κατέθεντο e traduce
quindi: They estabilished two viewpoints to name external forms. Couloubaritsis
(Mythe et philosophie cit. 278-9) propone una soluzione analoga, intendendo γνώμας
come marque signifiante; ne risulta: En effect, ils proposèrent deux formes
pour nommer les marques signifiantes. Pur essendo la struttura della frase
molto diversa, nella sostanza il significato non muterebbe, come sottolinea
anche Conche (p. 190). Frére (p. 203), invece, sottolinea come κατέθεντο non
possa in questo caso essere costruito con il complemento diretto. Tenendo conto
del fatto che· i vari significati del
termine γνώμη sono riconducibili essenzialmente a giudicare, pensare e
(conseguentemente) decidere; nel contesto
γνώμας si dovrebbe rendere con opinioni, giudizi, punti di vista; (iii) esiste
nei codici DEF la variante γνώμαις: se accolta, la traduzione dovrebbe
risultare: [Uomini] stabilirono, infatti, due forme per nominare sulla base
delle [loro] opinioni; (iv) in alternativa γνώμας potrebbe essere inteso come
accusativo di relazione (Frére: en leurs jugements) tutto ciò considerato,
optiamo per la soluzione più lineare: quella di intendere κατέθεντο γνώμας come
risolvettero i [loro] punti di vista e dunque tradurre presero la decisione, si
decisero a. Va menzionata l'analisi di Mourelatos (pp. 228-9), che riscontra
nel verso una costruzione a conferma della sua lettura "anfilogica"
della sezione: l'effetto sarebbe quello di far avvertire all'uditore/lettore la
tensione tra γνώμην κατέθεντο (essi decisero) e κατέθεντο δύο γνώμας (l'opposto:
essi erano di due opinioni, vacillavano; situazione che può richiamare quanto
espresso da δίκρανοι, B6.5). 14 Palmer (Parmenides et Presocratic Philosophy,
cit. 354) ha di recente sottolineato come γὰρ qui abbia poco senso nel
contesto, in quanto quel che segue non sembra giustificare le affermazioni
della dea nei 51-2: assumerebbe altro valore accettando la proposta di Ebert di
"restaurare" i 34-41 dopo il v. 52. In realtà la Dea, in quel che
segue, illustra proprio come e dove possa annidarsi la distorsione nel punto di
vista umano che va a presentare. 15 La decisione di nominare implica
un’arbitrarietà che Parmenide ha già stigmatizzato in B8.38b-39: τῷ πάντ΄ ὄνομ΄
ἔσται, ὅσσα βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ Perciò tutte le cose
saranno nome, quante i mortali stabilirono, convinti che fossero reali. Sullo
stesso motivo ancora in B19: 180 οὕτω τοι κατὰ δόξαν ἔφυ τάδε καί νυν ἔασι καὶ
μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε tελευτήσουσι τραφέντα· τοῖς δ΄ ὄνομ΄ ἄνθρωποι κατέθεντ΄ ἐπίσημον
ἑκάστῳ. Così appunto, secondo opinione, queste cose ebbero origine e ora sono,
e poi, a partire da ora, sviluppatesi, moriranno. A queste cose un nome gli
uomini imposero, particolare per ciascuna. Se teniamo conto della proposta di
restauro del testo (vv. 34-41 dopo v. 52) da parte di Ebert, potremmo
effettivamente concludere che l'arbitrio della convenzione linguistica è
indissociabile dalla concezione parmenidea della Doxa. Leszl (p. 230) ha colto
in questo un’anticipazione della distinzioneopposizione tra nomos e physis. 16
Interessante la proposta di Leszl (p. 230): egli suppone infatti che δύο abbia
una doppia associazione, traducendo: i mortali con doppia mente hanno dato nome
a due forme. La descrizione dei mortali corrisponderebbe così a quella di
B6.4-5. 17 Il valore di μορφαί sarebbe nel contesto, secondo Cerri (p. 246)
quello di strutture categoriali, create dall'uomo in funzione delle sue (due)
sensazioni più urgenti, sulla base delle quali si costruirebbe successivamente
la trama complessa delle parole. Un parallelo in Platone, che sembra evocare
direttamente il verso parmenideo: θῶμεν οὖν βούλει, ἔφη, δύο εἴδη τῶν ὄντων, τὸ
μὲν ὁρατόν, τὸ δὲ ἀιδές vuoi che stabiliamo, disse, due categorie di tutto ciò
che è, l'una del visibile, l'altra dell'invisibile? (Fedone). Nella stessa
direzione Robbiano, che vede nelle due forme opposte la possibilità di ridurre
il molteplice dell'esperienza to a minimal number of categories. Per rimanere
vicino all'uso arcaico del termine, Cordero (By Being, It Is, cit. 156) insiste
per rendere μορφαί come external forms. Analogamente Frére (p. 204) che opta
per figures, anche alla luce del successivo riferimento a δέμας, che designa
corpo e aspetto fisico - e Mourelatos, che rende con perceptible forms. Granger
(“The Cosmology of Mortals”, in Presocratic Philosophy, cit. 112) osserva come
la scelta di μορφαί (che significa appunto anche forme esteriori, apparenze per
un osservatore) potrebbe segnalare il fatto che la dea si è volta dalla realtà
alle apparenze. 181 delle quali l’unità18 non è [per loro]19 necessario
[nominare]20: in ciò sono andati fuori strada21. 18 L'interpretazione del
valore di τῶν μίαν è stata oggetto di interminabile dibattito (che origina
nell'antichità!). La traduzione più fortunata è quella (proposta tra gli altri
da Zeller e alla fine accolta anche da Diels, inizialmente critico) che intende
rilevare come, delle due forme imposte dai mortali, una non avrebbe dovuto
essere introdotta, una è di troppo (ci si riferisce spesso alle due forme come
repliche di Essere e Non-Essere: la seconda non avrebbe dovuto essere
nominata); ciò costituirebbe l'errore dei mortali secondo la Dea. Si tratta di
fatto dell’interpretazione di Aristotele; essa è stata oggetto di critica, in
quanto: da un punto di vista linguistico
intende μίαν come se fosse ἑτέρην (non si potrebbe leggere in μίαν il
significato di una delle due); da un
punto di vista interpretativo accosta arbitrariamente essere e luce e
non-essere e tenebra. Una seconda linea di lettura (proposta tra i
contemporanei in particolare da Kirk-Raven) sottolinea come i mortali abbiano
stabilito di nominare due forme, di cui non si deve nominare una sola (cioè una
senza l'altra), come specificato da Raven: two forms, of which it is not right
to name one only (i.e. without the other). Coxon segue la stessa linea. Una
terza esegesi (anticipata da Reinhardt e Kranz e poi seguita Verdenius,
Deichgräber, Untersteiner, Pasquinelli, Schofield) fu proposta da Cornford,
intendendo τῶν μίαν οὐ = οὐδετέραν: i mortali hanno errato nell'introdurre
(oltre all'essere) due forme: nessuna delle due avrebbe dovuto essere nominata:
mortals have decided to name two Forms, of which it is not right to name (so
much as) one. La Curd l'ha riproposta all'interno della sua analisi delle due
forme come enantiomorfe. Tarán (p. 219) ha sottolineato come tale resa
sottintenda qualcosa (οὐδὲ μίαν) che il testo greco non propone. Una quarta
possibile interpretazione è quella che abbiamo seguito: si può ritrovare già
nell'edizione del poema di Diels (1897), ma è stata soprattutto ripresa e
approfondita da H. Schwabl ("Sein und Doxa bei Parmenides", Wiener
Studien, 1953 53 ss.) e poi adottata da Tarán (for they decided to name two
forms, a unity of which is not necessary), Couloubaritsis e da Reale. Gli
uomini pongono due principi che non si possono ridurre a unità, in ciò cadendo
in errore. Il genitivo del pronome (τῶν) non può essere partitivo (in tal caso
avremmo ἑτέρην) ma collettivo, e riferirsi a entrambe le μορφαί. Conclusione:
μία (da intendere in senso numerico) deve essere una unità delle δύο μορφαί.
Insomma l'errore consisterebbe nel porre due forme e nel non cogliere che sono
riconducibili a un'unica realtà (l'essere). Fondamentale dunque l'accurata
traduzione di Schwabl dei 53-4, che alcuni ritengono l'unica grammaticalmente
accettabile (Mansfeld 126): denn sie legten ihre Meinung dahin fest, zwei
Formen zu benennen, 182 von denen die Eine (d.h. eine einheitliche, die beiden
zusammenfassende Gestalt) nicht notwendig ist; in diesem Punkte sind sie in die
Irre gegangen. Si tratta di una lettura sollecitata dallo stesso commento di
Simplicio (Fisica 31, 8-9): τοὺς τὴν ἀντίθεσιν τῶν τὴν γένεσιν συνιστώντων
στοιχείων μὴ συνορῶντας [si sono ingannati] coloro che non colgono l'unità
nella opposizione degli elementi che producono la generazione. Su queste
esegesi si diffonde Reale nel suo aggiornamento a Zeller-Mondolfo, Eleati, cit.
244 ss.. Di recente Palmer (op. cit. 169-170) ha contestato la soluzione di
Schwabl, ribadendo che il significato di τῶν μίαν è one of these, portando a
esempio un testo di Erodoto (IX, 122), dove, però τῶν μίαν è riferito a una
pluralità di luoghi (πολλαὶ ἀστυγείτονες) e non all'alternativa tra due
elementi (che richiederebbe appunto ἑτέρην). 19 Importante per il senso
complessivo stabilire se la mancata postulazione è tesi della Dea ovvero parte
della sua analisi dell'errore dei mortali. Abbiamo scelto di seguire questa
seconda opzione, che ci sembra suggerita anche dalla relativa seguente. Dello
stesso avviso J.H.M.M. Loenen, Parmenides Melissus, Gorgias. A Reinterpretation
of Eleatic Philosophy, Van Gorchum, Assen 1959 117-120. 20 L'espressione con
valore modale χρεών ἐστιν richiede l'infinito: sottintendiamo ὀνομάζειν. Nei
precedenti (B2.5; B8.11, B8.45) Parmenide utilizza εἶναι o πέλεναι, ma
l'accusativo μίαν suggerisce nel contesto ὀνομάζειν. 21 Il perfetto
medio-passivo πεπλανημένοι εἰσίν equivale a si sono sbagliati: conserviamo il
valore implicito in πλανάομαι. Coxon (p. 220) osserva come l'uso del perfetto
distingua l'allusione storica ai pensatori ionici dall'analisi dello status
delle due forme espresso dall'aoristo κατέθεντο. In particolare, πεπλανημένοι εἰσίν
richiamerebbe B6.4-6, per l'uso di πλάζονται (la variante che Coxon accoglie in
vece di πλάσσονται) e dell'espressione πλακτὸν νόον. In questo modo si
chiarisce anche che le allusioni di quel frammento erano ai pensatori ionici.
La natura dell'errore cui si allude dipende dalla lettura dell'emistichio
precedente: aver posto due principi, distruggendo il monismo ontologico, ovvero
aver posto due principi senza coglierne l'unità; aver posto un solo principio.
Secondo Patricia Curd (The Legacy of Parmenides…, cit. 104 ss.) l'errore dei
mortali sarebbe da ravvisare nel fatto che essi hanno fondato la Doxa su due
opposti di genere speciale: enantiomorphs, oggetti che sono immagini speculari
l'uno 183 [55] Scelsero22 invece23 [elementi]24 opposti25 nel corpo26 e segni27
imposero dell'altro definiti in termini
di ciò che l'altro non è (p. 107), dunque in una sorta di intreccio di essere e
non-essere. Thanassas rimarca la connessione tra κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν e ἐν
ᾧ πεπλανημένοι εἰσίν: la formula in questo essi si sono ingannati concorrerebbe
a restringere la validità del termine ingannevole alle opinioni mortali
criticate in 8.54- 9, così da aprire la possibilità di una nuova comprensione
della relativa incidentale (τῶν μίαν οὐ χρεών ἐστιν). Essa esprimerebbe
esattamente l’errore denunciato in quel che segue, poi corretto dalla
appropriata Doxa divina (p. 65). 22 Seguiamo Coxon (p. 221) nel rendere secondo
il consueto uso epico di κρίνεσθαι - ἐκρίναντο come scelsero. Anche in questo
caso si pone il problema del soggetto: si tratta dello stesso soggetto di
κατέθεντο? Ovvero, come crede Frére (p. 204), di altro soggetto, per cui alcuni
presero la decisione di dar nome a due forme e alcuni invece scelsero... e
segni imposero? Optiamo per la continuità di un soggetto indefinito. 23
Traduciamo δέ attribuendogli valore avversativo (per lo più non è tradotto o
gli viene aatribuito valore copulativo), nella convinzione che la Dea, faccia
seguito al proprio rilievo critico del verso precedente. 24 Forzando
l'interpretazione, sottintendiamo elementi (e non genericamente cose) nel
neutro plurale ἀντία. Simplicio in effetti parla di ἀρχαί e στοιχεία. Mansfeld
(p. 140), sulla scorta di Deichgräber, sostiene che i segni con cui sono
connotate le due forme concorrano a definire la nozione di elemento, con cui,
nella sua trattazione, sostituisce il termine forma. 25 Alcuni interpreti (per
esempio O' Brien e Frère) intendono ἀντία come avverbio (in modo contrario,
oppositivamente) riferendolo alle due forme nominate, relativamente al corpo
(δέμας, accusativo di relazione). Altri, invece, pongono δέμας come oggetto
diretto di ἐκρίναντο e pongono l'avverbio in relazione a esso. Coxon, dal canto
suo, fa di πῦρ e νύκτα gli oggetti diretti e di ἀντία un predicativo.
Intendiamo ἀντία come neutro plurale. 26 Il termine δέμας è sempre riferito a
corpi viventi: secondo Coxon (p. 221) ciò rivelerebbe che Parmenide considera
le due forme come divinità. Conche (pp. 194-5) ritiene che il significato
omerico di forma corporea non possa funzionare nel contesto: risalendo al
valore di δέμω (che indicherebbe un certo modo di costruire, per
sovrapposizione di linee uguali), egli individua struttura come resa più
sensata. 27 Il termine σήματα avrebbe, secondo Cerri (p. 248), qui il valore di
segni di lingua, parole. Nella scelta di ἐκρίναντο e di σήματα, Mansfeld (p.
131) 184 separatamente28 gli uni dagli altri: da una parte, della fiamma etereo
fuoco29, che è mite30, molto leggero, a se stesso in ogni direzione identico31,
coglie una ripresa della disgiunzione (κρίσις) di B2 e delle proprietà
dell’essere (B8). 28 Rendiamo χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων come espressione avverbiale,
per ribadire l'opposizione (ἀντία δ΄ ἐκρίναντο). 29 Coxon (p. 221) ritiene che
Parmenide, pur concordando nella sostanza con Eraclito sul fatto che il fuoco è
costituente ultimo del mondo fisico, nella scelta della coppia luce-notte
rivelerebbe come sua fonte immediata la tavola degli opposti pitagorica.
Charles Kahn, invece - nel suo fondamentale Anaximander and the Origins of
Greek Cosmology, Hackett, Indianapolis 1994 (originariamente Columbia U.P., New
York 1960) 148 -, ha mostrato come l'espressione φλογὸς αἰθέριον πῦρ risenta
della omerica connotazione di αἰθέρ (da αἴθω, accendere, infiammare) come
celestial light, originariamente indicante una condizione del cielo e solo
derivatamente l'elemento luminoso e raggiante connesso alla regione superiore
dell'atmosfera, a contatto con la copertura celeste (οὐρανός): nel tempo,
insieme al correlato ἀήρ, avrebbe modificato il proprio significato, finendo
nel V secolo a.C. per indicare una regione di puro fuoco (come ancora attesta
Anassagora in DK 59 B1, B2, B15). I sostantivi πῦρ e νύκτα (accusativi)
sottintendono un verbo reggente: nella nostra traduzione si tratta di ἐκρίναντο.
30 L'aggettivo ἤπιος è per lo più tradotto con mite, che nel contesto, dopo il
richiamo a φλογὸς αἰθέριον πῦρ, potrebbe apparire insensato: in alternativa
Cerri (p. 249) propone utile o propizio. Ma anche questa soluzione, soprattutto
nel confronto oppositivo con i segni di notte oscura, appare poco convincente.
Manteniamo mite, nel senso fisico, suggerito da Frére (pp. 207-8), di non intenso.
31 La due forme - fuoco etereo e notte oscura - sono poste a un tempo con la
caratteristica identità uniforme dell'essere e con la non-identità rispetto
alla forma opposta. Si tratta di caratteri fondamentali per l'interpretazione
della cosmologia parmenidea: il sistema di spiegazione adottato riflette
proprietà emerse dall'analisi della Verità. Su questo punto in particolare
Graham (pp. 170-1). Couloubaritsis (Mythe et philosophie cit. 281 ss.) vede in
questo rilievo una sorta di indulgenza della Dea nei confronti dei mortali in
questione, i quali si attengono parzialmente alla legge dell'essere: ciò
consentirebbe di riconoscere i Pitagorici dietro alle espressioni parmenidee.
Come abbiamo sopra ricordato, Mansfeld (p. 140) individua nei segni con cui Parmenide
connota le due forme la nascita della nozione di elemento: 185 rispetto
all’altro, invece, non identico32; dall’altra parte, anche quello in se
stesso33, le caratteristiche opposte34: notte oscura35, corpo denso e pesante36.
proprio auto-identità e non-identità rispetto alla forma contraria ne sarebbero
i costitutivi concettuali decisivi. 32 Forse è proprio questo rilievo a
segnalare il limite della posizione criticata: come suggerisce Couloubaritsis
(Mythe et philosophie cit. 288) non aver saputo cogliere fino in fondo la legge
della identità e non aver posto, per la conoscenza, l'orizzonte dell'unità. È
possibile che il gioco di τωὐτόν - μὴ τωὐτόν richiami le schiere scriteriate (ἄκριτα
φῦλα) di cui in B6.8-9a si dice: οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν
νενόμισται κοὐ ταὐτόν per i quali esso è
considerato essere e non essere la stessa cosa e non la stessa cosa. A questo
ha di recente prestato attenzione Granger ("The Cosmology of
Mortals", in Presocratic Philosophy, cit. 111). Mansfeld (pp. 133-4) ha
osservato come l’identità dell’essere sia differente da quella delle due forme:
l’auto-identità dell’essere è identità nella quiete. L’auto-identità delle
forme, inoltre, è auto-identità di aspetto che non esclude ma anzi concede allo
stesso tempo una contraria auto-identità di aspetto. Nehamas (“Parmenidean
Being/Heraclitean Fire”, in Presocratic Philosophy, cit. 55) ha invece
sottolineato come i due principi della Doxa - separati l'uno dall'altro, ognuno
completamente identico a sé e differente dall'opposto - non si mescolino in
alcun modo l'uno con l'altro: la loro separazione radicale sarebbe dunque,
linguisticamente e filosoficamente, contraria alla pervasiva confusione di
essere e non-essere denunciata in B6. 33 Diels (DK vol. I 240) legge κατ΄ αὐτό
τἀντία come se αὐτό avesse valore avverbiale (gerade) e κατὰ reggesse τἀντία
(all'opposto). 34 L'espressione τἀντία è qui intesa come τά + ἀντία (gli
opposti, le cose opposte), come oggetto indeterminato del verbo reggente (ἐκρίναντο),
utilizzato per introdurre il vero oggetto (νύκτα) e le sue connotazioni. 35
L'aggettivo ἀδαής indica l'impossibilità di discernere, percepire, conoscere
(costruzione con alfa privativo del verbo δάω, imparare, conoscere, percepire):
absence de sens, secondo O'Brien (p. 60), ma anche absence de lumière (δαίω).
Liddell-Scott indica come secondo valore oscuro, proprio in questa occorrenza
nel poema di Parmenide. Coxon (p. 186 [60] Questo ordinamento37, del tutto38
appropriato 39, per te40 io41 espongo42, 223) preferisce rendere l'aggettivo in
senso attivo come unintelligent. O'Brien in francese rende con l'obscure nuit,
in inglese offre una versione più sfumata: dull mindless night. È da notare
come questa connotazione di Notte possa essere intesa in senso epistemico
negativo (impenetrabilità conoscitiva): ciò potrebbe aver spinto
all'accostamento aristotelico tra Notte e non-essere. Su questo si veda Granger
(op. 113). Da osservare inoltre che
alcune delle caratteristiche qui associate a νύξ (in particolare oscurità e
densità) richiamano quelle arcaiche di ἀήρ, connotata come nebbia densa,
oscura, fredda (per esempio Esiodo, Opere e giorni 547-556). Sulla origine e
sui caratteri degli elementi nella cultura greca arcaica è ancora essenziale il
contributo di Kahn 119-165. A proposito di ἀήρ le evidenze testuali mostrano
come in origine il termine non designasse una regione o un elemento specifico,
ma una condizione: la condizione che rende invisibili le cose, assimilabile
dunque sia a νέφος (nuvola) sia all'oscurità, intesa come positiva realtà. 36
Mansfeld (pp. 132-3) vede nella corrispondente sequenza di segni delle due
forme tre distinti aspetti: denominativo
(αἰθέριον πῦρ/νύξ), teoreticoconoscitivo
(ἤπιον/ἀδαῆ), fisico (μεγ’ ἀραιὸν/πυκινὸν
δέμας ἐμϐριθές τε). Una quarta corrispondenza è ritrovata nel rilievo della
comune autoidentità e etero-differenza delle due forme. 37 Mourelatos (p. 230)
coglie nell'uso di διάκοσμος un aspetto decettivo. Esso può indicare ordine del
mondo, ma suggerire anche attività: un ordinamento in divenire nel tempo, una
cosmogonia. Inoltre, in relazione a τἀντία e τ΄ ἐναντίον (B12.5),
l'implicazione di ordine (κόσμος) di διάκοσμος sarebbe rovesciata nel senso di
segregazione, divisione: il κόσμος dei mortali sarebbe dunque, in realtà, un
campo di battaglia. Il termine è tuttavia impiegato anche in Aristotele per
indicare l'ordinamento cosmico pitagorico e in genere anche nella forma verbale
διακοσμεῖν conserva una valore positivo. Robbiano, riprendendo la propria
interpretazione del termine κόσμος, osserva come διάκοσμος sia qui utilizzato
per ribadire all'audience che il kosmos non è un aspetto della realtà, non
esiste oggettivamente; che vedere un kosmos è vedere ed esprimere la realtà
usando parole. Thanassas (Parmenides, Cosmos, and Being…, cit. 64-5) osserva,
invece, come il termine diakosmos implichi un intreccio delle due forme, che
prelude alla introduzione della nozione di mescolanza, impiegata per la Doxa
“appropriata”. In questo senso, le espressioni ordine ingannevole delle mie
parole e ordinamento del mondo del tutto appropriato denoterebbero due diversi
livelli e obiettivi della Doxa: è importante che essi non siano confusi (pp.
67-8). 187 38 Mourelatos e Couloubaritsis intendono πάντα come aggettivo,
concordato con τόν διάκοσμον: this whole ordering [system, framework];
l'ordonnance totale. 39 Il significato del participio ἐοικώς usato con valore
assoluto è secondo Liddell-Scott seeming like, like ovvero fitting, seemly. La
verosimiglianza è qui da intendere in relazione ai caratteri attribuiti alle
due forme, in analogia con quelli dell'essere. Ruggiu osserva come, per
connotare la doxa, Parmenide ricorra ad aggettivi, con caratterizzazione
positiva, che hanno radice nell'apparire: ἐοικώς e δοκίμως (B1.32). RealeRuggiu
scelgono comunque di rendere ἐοικώς come veritiero, seguendo Schwabl e il suo
suggerimento di leggere l'aggettivo sulla base del linguaggio spontaneo di
Omero (p. 323), piuttosto che con quello della (posteriore) sofistica. In Omero
effettivamente il significato prevalente di εἰκώς è appropriato, adeguato.
Untersteiner (pp. CLXXVII ss.), in questo senso, insiste sul nesso con Senofane
B35 (ἐοικότα τοῖς ἐτύμοισιν), marcando l'accordo e la coerenza con i fatti.
Anche Couloubaritsis (Mythe et Philosophie chez Parménide, cit. 264-5)
sottolinea la positività del termine, optando per il valore di conveniente,
adeguato, analogo a quello (appunto) dell'avverbio δοκίμως. La dea segnalerebbe
al giovane la propria intenzione di esporre l'ordinamento delle cose che
conviene, cioè tenendo conto della critica rivolta ai mortali (B8.54). Di
diverso avviso Mourelatos (p. 231), per il quale anche ἐοικότα manifesterebbe
lo stesso gioco di positività e negatività che in genere impronta la Doxa
parmenidea: per i mortali non iniziati ἐοικότα significherebbe adeguato,
appropriato, probabile, per la dea e il kouros apparente. Per Robbiano (op.
cit. 183), la dea ricorrerebbe qui a ἐοικότα per correggere l'impressione
negativa che l'audience poteva associare al precedente κόσμον ἀπατηλὸν. Leszl
osserva (p. 223) come in questo verso di solito si renda διάκοσμον ἐοικότα come
ordine (disposizione di cose) conveniente, ritenendo che ἐοικώς non possa qui
valere come simile (a qualcosa), in quanto sarebbe assente il termine di
paragone. Ammettendo tuttavia che in questo verso vi sia un richiamo al v. 52
(κόσμος-διάκοσμος) e che la descrizione tradizionale (omerico-esiodea) della
falsità sia quella di dire cose simili a quelle vere (ἐτύμοισιν ὁμοῖα), in
effetti il termine di paragone risulterebbe introdotto indirettamente:
l'essere, concepito come la realtà genuina. 40 Si susseguono i due pronomi
personali σοι ἐγὼ: abbiamo di nuovo ben marcato nell'interlocutore diretto il
destinatario dell'esposizione ancora rivendicata dalla dea. Qui il dativo è di
interesse (Coxon p. 223). 41 Coxon (p. 223) rileva come, nonostante la dea
attribuisca la decisione di nominare due forme e la scelta di luce e notte agli
esseri umani, considerandole integrali alla natura dell'esperienza umana, ella
invece sottolinea con ἐγώ che il sistema del mondo (caratterizzato come ἐοικώς)
è 188 così che mai alcuna opinione43 dei mortali possa superarti44. suo. Un
aspetto rilevato anche da Thanassas (op. cit. 71): il pronome personale ἐγώ, in
greco non necessario, sarebbe impiegato per enfatizzare il carattere rivelativo
di quel che segue, così segnando il passaggio dalla Doxa ingannevole a quella
appropriata. 42 Coxon (p. 224) intende φατίζω come io dichiaro, modificando la
struttura della frase: This order of things I declare to you to be likely in
its entirety. Couloubaritsis (Mythe et philosophie, cit. 262-3) sottolinea
come, nel linguaggio corrente, φατίζω fosse utilizzato per indicare una
promessa, un impegno. Come se la scelta verbale di Parmenide impegnasse la Dea
nella esposizione che segue. Interessanti le implicazioni lessicali: il
sostantivo φάτις in effetti significa parola, in particolare la parola di un
dio o di un oracolo; ma anche ciò che si dice di qualcuno, una voce e, di
conseguenza, la rinomanza. Si tratta, dunque, di espressione ambigua, il cui
valore oscilla tra verità e discorso inverificabile. Utilizzato dalla Dea,
φατίζω viene da un lato a significare parola vera (B8.35), che dovrà permettere
al giovane di acquisire rinomanza, così da risultare credibile come uomo divino
(θεῖος ἀνήρ). Questo spiegherebbe, secondo Couloubaritsis, il passaggio alla
proposizione conclusiva: nessun sapere umano potrà superare quello così
acquisito dal giovane. In ogni caso, anche per una valutazione complessiva
della sezione sulla Doxa, è opportuno marcare (seguendo Frère 209) come φατίζω
rinvii, all'interno di questo frammento, alla parola che manifesta l'Essere
(vv. 35-36a: οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐν ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν).
43 Il termine γνώμη ha uno spettro semantico piuttosto ampio, che spazia da
pensiero, giudizio, opinione, a decisione, massima pratica, proposito.
Reale-Ruggiu (pp. 316-7) interpretano l'espressione βροτῶν γνώμη come se non
indicasse semplicemente altre opinioni, altri giudizi dei mortali, ma una forma
di "saggezza" (come quella veicolata attraverso gli enunciati
"gnomici" appunto, massime di saggezza pratica) tutta umana, che si
riduce a mere parole. Tarán traduce in effetti come wisdom e Couloubaritsis
come savoir. 44 Il verbo παρελαύνω ha il significato di passare, superare.
Mourelatos (p. 226 nota) osserva che il verbo appartiene al vocabolario delle
corse di carri. Il senso sarebbe dunque da rintracciare nel
superamento/sorpasso (outstrip), ma anche nel rivelarsi superiore in ingegno
(outwit). Untersteiner ha sottolineato anche il valore di portare fuori strada,
sviare, seguito da Reale-Ruggiu e anche da Cerri. Manteniamo la traduzione più
comune. Su questa conclusione ha fatto per molto tempo leva l'interpretazione
"dialettica" della Doxa parmenidea: uno strumento, il migliore
possibile, per concorrere con successo con cosmologie rivali. Ma pur sempre
"ingannevole"! Una recente ripresa, ben argomentata, è quella di 189
Granger (op. cit. 102-3): l'impegno della Dea sarebbe stato quello di fornire
il miglior strumento per individuare l'inganno che si annida nelle cosmologie.
Nella misura in cui il giovane allievo fosse stato in grado di riconoscere i
difetti del pensiero dei mortali nella cosmologia che la Dea aveva approntato,
nessuna opinione mortale avrebbe più potuto sorprenderlo: la cosmologia più
ingannevole, in effetti, è quella più vicina alla realtà. Tarán (p. 207) aveva
marcato come i due versi finali del frammento non affermino che la ragione per
esporre il διάκοσμος sia che esso è il migliore, ma solo che l’intero
ordinamento è offerto perché nessuna sapienza umana possa superare Parmenide.
190 DK B9 αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται1 καὶ τὰ κατὰ σφετέρας
δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων
ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν. [Simplicio, In Aristotelis Physicam 180] 1
La forma verbale ὀνόμασται è in realtà nei codici DEF2 ὠνόμασται, corretta
dagli editori per ragioni metriche. 191 Ma poiché tutte le cose luce e notte
sono state denominate1, e queste2, secondo le rispettive3 proprietà4, [sono
state attribuite] a queste cose e a quelle5, tutto6 è pieno ugualmente7 di luce
e notte invisibile8, 1 Coxon difende l'inversione tra soggetto e predicato: dal
momento che in B8.53-59 si parla di nominare due forme, luce e notte dovrebbero
essere soggetto della proposizione, mentre tutte le cose diventerebbe
predicativo. I due nomi sarebbero, insomma, la sostanza della molteplicità di
enti fisici. 2 Il pronome dimostrativo neutro plurale τά secondo Tarán (p.
161), seguito da Conche, si riferisce a φάος καὶ νὺξ; Diels, invece, seguito da
altri (per esempio Pasquinelli, Coxon), lo intende riferito a ὀνόματα. Gigon,
Fränkel, Raven rendono il verso come espressione semplice: le cose in accordo
con le qualità di luce e notte sono state attribuite a queste cose e a quelle.
3 L’aggettivo possessivo σφετέρας può essere tradotto con valore riflessivo
(proprie) o meno: il valore dipende dalla decisione circa il significato da
attribuire a τά. 4 Il termine δυνάμεις avrebbe qui, secondo Tarán (p. 162) e
Coxon (p. 233) un valore analogo a quello di σήματα. Conche (p. 199), a nostro
avviso giustamente, interpreta come le qualità opposte associate a luce e
notte. Untersteiner (p. CLXXXIV, nota 66) vi coglie invece sinonimia con φύσις.
In effetti il termine dovrebbe nel contesto significare proprietà, qualità
essenziale. È vero però che la dimensione entro cui Parmenide inserisce la Doxa
è certamente anche linguistica, donde la scelta di Tarán di tradurre con
meanings. Coxon sottolinea nella implicazione tra δύναμις e μορφή un carattere
della posteriore associazione tra δύναμις e ἰδέα o εἶδος. 5 L'espressione ἐπὶ
τοῖσί τε καὶ τοῖς si riferisce agli enti fisici, con i loro opposti caratteri.
6 Il pronome πᾶν può essere riferito al Tutto ovvero a tutte le cose, alla
totalità delle cose: nel secondo caso, è l'insieme delle cose a essere pieno di
luce e tenebra, non ogni singola cosa. B12.1 sembra avvalorare la seconda
lettura, così come Teofrasto in DK 28 A46. Tra gli altri, Tarán (p. 162), Coxon
(p. 233), e Gallop (p. 77) la sostengono. Conche (p. 200) esplicitamente
contesta questa lettura: come è possibile che la totalità delle cose sia
ripiena a un tempo di luce e notte se non non lo sono anche le singole cose?
Guthrie (vol. II 57) e Cerri (p. 255) insistono sulla equipollenza
quantitativa. Ruggiu (p. 328) esplicitamente sottolinea come ogni cosa sia
costituita insieme e ugualmente di Luce e Notte. 192 di entrambe alla pari9,
perché insieme a nessuna delle due [è] il nulla 10. 7 L'avverbio ὁμοῦ può
rendersi come insieme, allo stesso tempo, egualmente. Se il valore sia da
intendere nel senso di una rigorosa misura quantitativa, dipende da come si
interpreta πᾶν. 8 L'aggettivo ἀφάντου è usato per marcare come, benché
invisibile, la notte, opposta alla luce, è pur qualcosa (Coxon p. 233). 9
All'espressione ἴσων ἀμφοτέρων si può riconoscere valore quantitativo - come
fanno Diels e Reinhardt e di recente, per esempio, Cerri (p. 255), per il quale
Parmenide preciserebbe come i due principi debbano essere quantitativamente
equipollenti ovvero, come preferisce Tarán (p. 163), interpretare nel senso di
una equivalenza funzionale, ovvero di status o potere, come vuole Coxon (p.
233). Empedocle (DK 31, B17.27): ταῦτα γὰρ ἶσά τε πάντα καὶ ἥλικα γένναν ἔασι
questi sono infatti tutti uguali e coevi, sembra alludere a una equivalenza
(non quantitativa) di funzioni delle quattro radici. Le due forme concorrono
alla composizione del mondo: la loro complicità nell'opposizione assicura la
stabilità del mondo (Conche 201). L'idea di un equilibrio di forze, tuttavia,
sembra comportare una interpretazione quantitativa. 10 L'espressione ἐπεὶ οὐδετέρῳ
μέτα μηδέν è stata variamente tradotta, ciò comportando una diversa
accentuazione del suo senso complessivo:
Diels, Burnet, Reinhardt, Cornford, Riezler, Untersteiner: poichè
nessuna delle due ha potere sull'altra;
H. Gomperz, Coxon: con nessuna delle due c'è il vuoto; (iii) Schwabl,
Kirk-Raven, Beaufret, Hölscher, Mourelatos, Kirk-Raven-Schofield, Austin, Reale,
Palmer: poiché insieme a nessuna delle due è il nulla (ovvero, Mourelatos:
since nothingness partakes in neither); (iv) Zafiropulo, Casertano: perché non
esiste alcunché che non dipenda dall'una e dall'altra; (v) Fränkel, Calogero,
Verdenius, Tarán, O' Brien:·perché non c'è nulla che non appartenga all'uno o
all'altro dei principi; (vi) Guthrie, Conche, Pasquinelli, O'Brien, Tonelli:
poiché niente partecipa di nessuna delle due. Abbiamo preferito la terza
soluzione, in quanto sembra marcare con decisione la svolta rispetto all'errore
imputato alle opinioni mortali criticate in B8.53- 59: come sottolinea Ruggiu
(p. 329), il rilievo della Dea ribadisce come tutte le cose siano, come in esse
si manifesti l'Essere. La lettura di Simplicio sembra corroborante: καὶ μετ’ ὀλίγα
πάλιν εἰ δὲ μηδετέρωι μέταμη δέ ν καὶ ὅτι
ἀρχαὶ ἄμφω καὶ ὅτι ἐναντίαι δηλοῦται 193 e poco dopo ancora [citazione B9]; e
se insieme a nessuna delle due è il nulla, egli dice chiaramente che entrambi
sono principi e che sono opposti. Da segnalare come Gomperz e Coxon (suo
allievo) ritornino sulla questione dell'equazione nulla-vuoto: in un contesto
fisico secondo lo studioso anglosassone (p. 234) μηδέν significherebbe spazio
vuoto, la cui esistenza Parmenide avrebbe rigettato implicitamente (in B8,
insistendo sul pieno), Melisso esplicitamente. 194 DK B10 εἴσῃ δ΄ αἰθερίαν τε
φύσιν τά τ΄ ἐν αἰθέρι πάντα σήματα καὶ καθαρᾶς εὐαγέος ἠελίοιο λαμπάδος ἔργ΄ ἀίδηλα
καὶ ὁππόθεν1 ἐξεγένοντο, ἔργα τε κύκλωπος πεύσῃ περίφοιτα2 σελήνης [5] καὶ
φύσιν, εἰδήσεις δὲ καὶ οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα ἔνθεν3 ἔφυ τε4 καὶ ὥς μιν ἄγουσ΄ ἐπέδησεν
Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων. [Clemente Alessandrino, Stromata V, 14 (419)] 1 Si
tratta di correzione degli editori; il codice di Clemente riporta ὁπόθεν. 2 Gli
editori moderni hanno corretto la forma περὶ φοιτά del codice di Clemente in
περίφοιτα. 3 Il codice di Clemente riporta, dopo ἔνθεν, μὲν γὰρ, poi espunto
dagli editori. 4 La forma ἔφυ τε è correzione moderna: il codice di Clemente
riporta ἔφυγε. 195 Conoscerai1 la natura2 eterea3 e nell’etere tutti i segni4 e
della pura5 fiamma dello splendente6 Sole le opere invisibili7 e donde ebbero
origine8, 1 La forma del futuro εἴσῃ, come la successiva εἰδήσεις, è epica. Da
sottolineare il valore positivo del verbo: insieme a πεύσῃ e εἰδήσεις
sottolinea la natura programmatica del frammento e la sua funzione di cerniera
nell'opera. 2 Il termine φύσις è stato in questo contesto tradotto (Coxon,
Conche) come nascita: Parmenide non si proporrebbe di esporre la costituzione o
l'essenza (Diels traduceva con Wesen) dell'etere o della luna, analizzarne la
composizione, ma di spiegare il loro venire a essere, la generazione dei
costituenti del mondo e la genesi dei fenomeni (Conche 204-5). Non pare
tuttavia naturale rendere l'espressione αἰθερίαν φύσιν come la nascita
dell'etere, né necessario intendere natura come essenza: il riferimento alla
costituzione dei fenomeni implica, nel caso della cosmogonia della Doxa,
illustrarne l'origine. 3 Dalla testimonianza di Aezio (DK 28 A37) possiamo intravedere
come Parmenide intendesse αἰθήρ come l'atmosfera più pura, rarefatta, nella
quale si muovono gli astri, e ἀήρ, invece, si riferisse all'atmosfera
sublunare, dislocata a ridosso della superficie terrestre, più densa, meno
pura. 4 In questo caso σήματα assume il suo valore comune nella lingua greca
arcaica (Omero): gli astri intesi in generale come segni per l'orientamento. 5
Il termine καθαρή, pura, ha un valore prossimo a una delle accezioni di εὐᾰγής
(con alfa breve), utilizzato in questo verso nel senso di splendente (εὐᾱγής
con alfa lunga): si tratta di purezza anche in senso religioso. 6 Abbiamo già
detto di εὐᾱγής (con alfa lunga) con valore di splendente, da preferire
all'altra forma, εὐᾰγής (con alfa breve), per ragioni metriche (Cerri 260). 7
L'espressione ἔργ΄ ἀίδηλα è attestata in Omero, dove significa azioni odiose
(Iliade V, 897): in questo contesto si potrebbe rendere come fanno molti
traduttori - come operazioni distruttive. Ma l'aggettivo ἀΐδηλος costruito con
alfa privativo e la radice ἰδ- di vedere - può indicare tanto la capacità di
far sparire, rendere invisibile (dunque distruttivo), quanto la indisponibilità
alla vista (quindi oscuro, ignoto). Nell'insieme il significato di invisibile
appare più convincente. Ricordiamo, inoltre, come fa notare Cerri (p. 260), che
in B8.57 la Dea aveva connotato il fuoco come ἤπιον (mite, utile). Conche (pp.
205-7) sostiene la sua traduzione les oeuvres destructrices du pur flambeau du
brillant soleil rinviando alle funzioni cosmogoniche di Fuoco e Notte: la loro
unione implica generazione del mondo, la loro dissociazione distruzione del
mondo. Nella misura in cui il fuoco solare si purifica al punto di liberarsi
dalla componente notturna, 196 e le opere apprenderai periodiche9 della Luna
dall’occhio rotondo10, [5] e la [sua] natura11; conoscerai anche il cielo che
tutto intorno cinge12, donde ebbe origine13 e come Necessità14 guidando lo
vincolò15 a tenere16 i confini degli astri. esso diviene funesto e dunque
dissociatore della mescolanza e distruttore della realtà. 8 Il verbo (aoristo
medio) ἐξεγένοντο, alla terza persona, è riferito a tutti i termini elencati in
precedenza, e non semplicemente al neutro plurale ἔργ΄ ἀίδηλα: si troverebbe
altrimenti alla terza persona singolare. 9 Seguiamo Conche (pp. 207-8) nel
tradurre ἔργα περίφοιτα come opere periodiche, evitando vaganti, troppo
generico e fuorviante rispetto al senso implicito nell'aggettivo (che LSJ
traducono nel contesto come revolving): quello di una ripetizione costante: già
nell'ambito del pitagorismo, infatti, la lunazione sarebbe stata fissata in 4
periodi di 7 giorni. Il senso del rilievo parmenideo sarebbe allora quello di
sottolineare la periodicità dell'azione lunare. Tonelli (p. 137) preferisce
riferire a senso περίφοιτα a σελήνης (della luna errante). 10 Qui κύκλωψ ha il
valore di occhio rotondo (LSJ round-eyed) e non si riferisce ovviamente al
gigante dall'occhio solo, il Polifemo omerico. 11 In questo caso, come scelgono
di fare alcuni traduttori (per esempio Coxon, Conche), φύσις potrebbe rendersi
con il suo valore etimologico di origine, nascimento. 12 L'espressione οὐρανὸν ἀμφὶς
ἔχοντα (letteralmente cielo che tiene intorno) si riferisce alla funzione del
cielo nel sistema astronomico di Parmenide: quella di racchiudere in sé
l'universo, l'insieme di etere (contenente gli astri) e di aria (che fascia la
Terra). 13 L'espressione interrogativa ἔνθεν ἔφυ rivelerebbe l'insistenza sulla
spiegazione a partire dall'origine (Conche 209). 14 Ritroviamo Ἀνάγκη, a
governare (ἄγουσα) il cielo e soprattutto a costringere entro i limiti (ἐπέδησεν
πείρατ΄ ἔχειν). In B8 Ἀνάγκη costringeva l'Essere alla identità e immutabilità;
qui garantisce l'ordine dell'universo e la sua costanza. Coxon (pp. 229-230)
sottolinea la relazione di somiglianza, analoga a quella che intercorre (in
conclusione di B8) tra le due forme e l'Essere. 15 Letteralmente legò (ἐπέδησεν):
torna anche in questo luogo l'eco prometeica che il verbo porta con sé (Cerri 262).
16 Significativo il fatto che il Cielo abbia una doppia funzione: avvolgente (ἀμφὶς
ἔχοντα) e limitante rispetto alla marcia astrale (πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων). 197 DK
B11 πῶς γαῖα καὶ ἥλιος ἠδὲ σελήνη αἰθήρ τε ξυνὸς γάλα τ΄ οὐράνιον καὶ ὄλυμπος ἔσχατος
ἠδ΄ ἄστρων θερμὸν 1 μένος ὡρμήθησαν γίγνεσθαι2. [Simplicio, In Aristotelis De
Caelo 559] 1 I codici DE di Simplicio riportano θερμῶν. 2 I codici AF riportano
γίνεσθαι. 198 come Terra e Sole e Luna,
l'etere comune1 e la Via Lattea2 e l'Olimpo estremo3 e degli astri l'ardente
forza4 ebbero impulso5 a generarsi6. 1 L'espressione αἰθήρ ξυνὸς si riferisce
probabilmente al fatto che tutti gli astri sono immersi nello spazio etereo. 2
La formula greca - γάλα οὐράνιον significa letteralmente latte celeste. L'uso
dell'aggettivo potrebbe autorizzare a pensare (Conche 211) che per Parmenide la
Via Lattea fosse composta di stelle. 3 Nel contesto l'espressione ὄλυμπος ἔσχατος
- Olimpo ultimo o Olimpo estremo - si riferisce chiaramente a quanto sopra
abbiamo trovato indicato come οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα, il cielo che tutto attorno
cinge. Esso costituisce l'estremo limite dell'universo, così forzando in
circolo il corso degli astri. 4 In Empedocle (DK 31 B115.9) abbiamo
un'espressione analoga: αἰθέριον μένος. Il valore di μένος sarebbe quello di
forza vitale. L'impiego dell'aggettivo θερμός si spiega con la natura ignea
degli astri. 5 Significativo nel contesto il ricorso al verbo ὁρμᾶν, che
sottolinea la spinta, l'impulso interiore: è tale impulso a guidare il processo
di costituzione delle cose. In B12.4 Parmenide lo attribuirà alla potenza immanente
di una δαίμων. 6 Come sottolinea la scelta espressiva (ὡρμήθησαν γίγνεσθαι), il
contenuto del frammento è comunque in continuità con il tema
cosmogonico-cosmologico del precedente. 199 DK B12 αἱ γὰρ στεινότεραι πλῆντο1
πυρὸς ἀκρήτοιο2, αἱ δ΄ ἐπὶ ταῖς νυκτός, μετὰ δὲ φλογὸς ἵεται αἶσα· ἐν δὲ μέσῳ
τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· 3 γὰρ στυγεροῖο τόκου καὶ μίξιος ἄρχει [5]
πέμπουσ΄ ἄρσενι θῆλυ μιγῆν τό τ΄4 ἐναντίον αὖτις5 ἄρσεν θηλυτέρῳ. [vv. 1-3
Simplicio, In Aristotelis Physicam 39; 2-6 Simplicio, In Aristotelis Physicam
31] 1 I codici di Simplicio riportano παηντο (Ea ), πάηντο (D1 ), πύηντο (D2E),
ποίηντο (edizione aldina). Bergk ipotizzò prima (1842) πλῆντο (adottato da
Diels), quindi (1864) πλῆνται, per ragioni metriche. Gli editori contemporanei
sono divisi: alcuni (Tarán, Kirk-Rave-Schofield, O'Brien) preferiscono πλῆνται,
che risulta tuttavia più improbabile dal punto di vista paleografico; altri la
forma da noi adottata, πλῆντο, che presenta difficoltà metriche. 2 La forma ἀκρήτοιο
è correzione di Bergk: i codici riportano ἀκρήτοις (DEa ), ἀκρίτοις (EF), ἀκρίτοιο
(edizione aldina). 3 Il testo greco dei manoscritti DEF è πάντα γὰρ στυγεροῖο,
problematico a livello metrico. Karsten e Diels propongono l'introduzione del
pronome ἣ dopo γὰρ. Così ancora Cordero e Reale. Mullach preferì correggere
πάντα in πάντηι, seguito da alcuni editori (Tarán, Coxon, O' Brien). Altri,
appoggiandosi al manoscritto W, ignoto a Diels, leggono πάντων: così molti
editori contemporanei: Mansfeld, Kirk-Raven-Schofield, Conche, Gallop. Si
tratterebbe comunque, secondo Franco Ferrari (Il migliore dei mondi
impossibili), di congettura bizantina. 4 La forma μιγῆν τό τ΄ è correzione di
Bergk: i codici riportano μιγέν τότε (DE), μιγέν τότ΄ (F). 5 La forma αὖτις si
trova nel codice F: DE riportano αὖθις. 200 Quelle1 più strette2, infatti, si
riempirono3 di fuoco non mescolato; le successive4 [si riempirono] di notte, ma
insieme si immette5 una porzione6 di fuoco; 1 L'articolo αἱ, qui usato con
valore pronominale, e l'aggettivo στεινότεραι si riferiscono probabilmente a
στεφάναι, come insegna Cicerone (DK 28 A37), il quale traduce il termine come
corona e orbis. Coxon (p. 235) osserva giustamente come i versi che precedevano
le citazioni di Simplicio dovessero vertere sugli elementi e sulla struttura
delle sfere, evocate senza dettagli o nomi qualificanti in apertura. 2
Simplicio, nel contesto della citazione, si limita a dire che i versi seguivano
un passo sui due elementi, e non chiarisce quindi a quale sostantivo
l'aggettivo si riferisse: si intende comunemente στεφάναι. In questo senso
στεινότεραι qualificherebbe quelle più strette, ovvero quelle interne, dunque
le corone più vicine al centro del sistema. Nell'interpretazione complessiva
che Diels proponeva già nell'edizione del poema (1897), il riferimento sarebbe
alle corone interne di una doppia coppia, che costituirebbe centro e periferia
del sistema cosmico: la coppia di corone
non mescolate (quindi una esterna di pura Notte, una interna di puro Fuoco)
posta al centro costituirebbe la struttura terrestre con la sua crosta solida e
il suo interno infuocato (fuoco vulcanico);
quella alla periferia corrisponderebbe alla solida (di pura Notte)
parete esterna contenente (indicata anche come ὄλυμπος ἔσχατος in B11, ovvero
come cielo che tiene tutto intorno, οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα, in B10), e alla
corona di puro Fuoco, evocata in B11 come αἰθήρ τε ξυνὸς. 3 L'aoristo (πλῆντο)
di πίμπλημι significa decisamente divennero\furono riempite: Parmenide sta
dunque alludendo alla formazione delle corone (Coxon 237). 4 L'espressione αἱ
δ΄ ἐπὶ ταῖς significa letteralmente quelle sopra [ovvero dopo] queste: per
mantenere l'ambiguità di riferimento, abbiamo deciso di rendere con le
successive (così Tonelli). I due pronomi dimostrativi (αἱ e ταῖς) si intendono
riferiti sempre a στεφάναι: il problema è capire esattamente a quali corone si
alluda. Nell'ipotesi di Diels, di recente rilanciata da Ferrari, si tratterebbe
delle corone comprese tra la coppia centrale e quella periferica (composte di
"elemento puro", di Fuoco all'interno, di Notte all'esterno); corone
"miste" di Notte e Fuoco. 5 Si passa dal passato (πλῆντο) al presente
(ἵεται), forse per marcare la perduranza degli effetti cosmogonici: il valore
dei versi è dunque sia cosmogonico sia cosmologico. 201 in mezzo a queste7 la
Dea8 che tutte le cose governa9. 6 Letteralmente αἶσα termine omerico - si
dovrebbe tradurre con parte. Parmenide preferisce l'espressione poetica, rara
negli autori presocratici, a μέρος. 7 L'espressione ἐν δὲ μέσῳ τούτων è
ambigua, come fa notare tra gli altri Tarán (p. 248): essa può riferirsi al
centro dell'universo o al centro delle corone miste. Nel contesto la seconda
sembrerebbe la soluzione più naturale. 8 Aëtius esplicitamente identifica la
δαίμων con una delle corone miste: τῶν δὲ συμμιγῶν τὴν μεσαιτάτην ἁπάσαις < ἀρχήν
> τε καὶ < αἰτίαν > κινήσεως καὶ γενέσεως ὑπάρχειν, ἥντινα καὶ δαίμονα
κυβερνῆτιν καὶ κληιδοῦχον ἐπονομάζει Δίκην τε καὶ Ἀνάγκην Delle corone
frammiste [di fuoco e oscurità], quella centrale è principio e causa di
movimento e generazione: [Parmenide] la indica anche come Divinità che governa
e Giustizia che tiene le chiavi e Necessità (DK 28A37), facendola coincidere
con Δίκη e Ἀνάγκη. In tal modo egli salda nella teogonia e cosmogonia della
Doxa i riferimenti sparsi in B1, B8 e B10 a Δίκη e Ἀνάγκη. Ma Simplicio,
evidentemente interpretando diversamente da Aëtius il riferimento di ἐν δὲ μέσῳ
τούτων, intende la dea come collocata al centro dell'universo: καὶ ποιητικὸν αἴτιον
ἐκεῖνος μὲν ἓν κοινὸν τὴν ἐν μέσωι πάντων ἱδρυμένην καὶ πάσης γενέσεως αἰτίαν δ
α ί μ ο ν α τίθησιν Egli pone la causa efficiente una e comune, la dea che sta
in mezzo al tutto ed è causa di ogni generazione (contesto di B12). Qualcuno ha
suggerito che ciò avvenisse in quanto il commentatore accostava la δαίμων
parmenidea alla Hestia pitagorica: si veda, per esempio Filolao B7: τὸ πρᾶτον ἁρμοσθέν,
τὸ ἕν, ἐν τῶι μέσωι τᾶς σφαίρας ἑστία καλεῖται la prima cosa ben composta,
l'uno, nel mezzo della sfera si chiama Hestia (DK 44 B7). 9 L'espressione
δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ sarebbe, secondo Tarán (pp. 248-9), probabilmente
connessa con l'idea, più o meno corrente all'epoca di Parmenide, di una
divinità suprema che governa l'universo. Coxon
Di tutte le cose ella sovrintende 10 all'odioso 11 parto e all’unione12,
[5] spingendo l’elemento femminile a unirsi al maschile13, e, al contrario, il
maschile al femminile. vi ha voluto cogliere un'analogia con Eraclito, per cui
il potere razionale del fuoco governa ogni cosa (DK 22B41). 10 Il senso più
appropriato di ἄρχει, in un contesto in cui si parla dell'azione della Dea che
tutto governa (δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ), sembra essere quello di presiede,
sovrintende. Si potrebbe rendere anche come è principio di ovvero è all'origine
di. 11 L'uso di στυγερός (da στυγέω, avere in orrore) rivelerebbe il pessimismo
di fondo di Parmenide, eco della Stimmung della sua epoca, come riscontrato
soprattutto nella poesia, epica e lirica. Da notare (Conche 225 ss.) che in
questo caso il riferimento non è esclusivamente alla nascita umana, ma alla
genesi di tutte le cose: la condanna del filosofo sarebbe rivolta al divenire
come tale (p. 227). Altri, tuttavia, attenuano il senso negativo dell'aggettivo
proprio in relazione al sostantivo τόκος, traducendo doloroso [ovvero duro]
parto (Reale), riferendolo quindi esclusivamente alla pena del travaglio, non
ai suoi effetti. 12 Il greco μῖξις è reso, alla luce del verso successivo, come
unione sessuale, coito (Cerri), amplesso (Tonelli). In realtà non si deve
dimenticare che qui il poeta si riferisce non solo all'unione sessuale di
maschio e femmina, ma in genere all'unione dei due principi. 13 Le forme
aggettivali sostantivate τό ἄρσεν (il maschile) e τό θῆλυ (il femminile)
alludono forse - come nella tradizione pitagorica (secondo quanto attesta
Aristotele) - alla riduzione del primo elemento alla luce e del secondo alla
notte. 203 DK B13 πρώτιστον μὲν Ἔρωτα θεῶν μητίσατο πάντων… [v. 1 Platone,
Simposio, 178b; Plutarco, Amatorius 13; Sesto Empirico, Adversus Mathematicos
IX, 9; Stobeo, Anthologium I, 9, 6; Simplicio, In Aristotelis Physicam 39; v.
1b Aristotele, Metafisica, 1, 4 984 b 23] 204 Primo tra gli dei tutti ella1
concepì2 Amore. 1 La δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ di B12. 2 Traduciamo in questo modo
(ambiguamente) μητίσατο: il senso nel contesto garantito dalle testimonianze di
Platone e Aristotele (che pur lasciano incerto il riferimento al soggetto),
Plutarco (che riferisce il verbo a Afrodite) e Simplicio (che invece
esplicitamente identifica il soggetto nella δαίμων di B12) - dovrebbe essere
quello di generare, ma il significato del verbo μητιάω è meditare, deliberare,
pianificare. Il verbo qualifica dunque la dea come una potenza razionale (Coxon
243). 205 DK B14 νυκτιφαὲς 1 περὶ γαῖαν ἀλώμενον ἀλλότριον φῶς… [Plutarco,
Adversus Colotem 1116 A] 1 La forma νυκτιφαὲς è correzione dello Scaligero: il
codice di Plutarco riporta νυκτὶ φάος.
di notte splendente1, vagando intorno alla Terra2, luce d'altri3 1 Il
composto greco νυκτιφαὲς significa letteralmente di notte visibile\splendente.
Come fa notare Cerri (p. 274), in tutti i composti del tipo νυκτι- il primo
elemento ha valore di determinazione temporale (di notte). Questo è il senso
che anche Conche (pp. 234-5) attribuisce al composto νυκτιφαὲς: brillant la
nuit, contestando la poco convincente resa di Coxon (shining like night?!).
L'aggettivo ricorre solo un'altra volta in Orphica, Hymnii 54, 10: ὄργια
νυκτιφαῆ, in relazione ai riti dionisiaci, che si tenevano (evidentemente) alla
luce delle torce. Aristotele documenta analoga interessante costruzione in
riferimento al Sole: νυκτικρυφές, di notte nascosto. Rivendicato da Jaeger come
citazione parmenidea, l'aggettivo è stato accolto come frammento nella edizione
Untersteiner. Lo facciamo seguire come B14a. 2 L'espressione περὶ γαῖαν ἀλώμενον
riferisce alla Luna il moto di rivoluzione intorno alla Terra: in B10.4
Parmenide aveva usato la formula ἔργα τε κύκλωπος περίφοιτα σελήνης (le opere
periodiche della luna dall'occhio rotondo), alludendo già con περίφοιτα al
regolare movimento (e quindi all'azione periodica) dell'astro. L'espressione
sembrerebbe poi implicare la sfericità della Terra, come attestato anche da
Teofrasto (Diogene Laerzio): πρῶτος δὲ οὗτος τὴν γῆν ἀπέφαινε σφαιροειδῆ καὶ ἐν
μέσωι κεῖσθαι questi [Parmenide] fu il primo a sostenere che la Terra ha forma
di sfera e giace al centro [dell'universo] (DK 28 A44). 3 L'espressione ἀλλότριον
φῶς, da intendere letteralmente come luce altrui, si riferisce alla luce
riflessa della luna (luce presa in prestito, come traduce Conche). Parmenide
consapevolmente gioca sull'assonanza con l'omerico ἀλλότριον φώς (straniero).
Come osserva Cerri (p. 275), tale formula era evidentemente opposta a ἴδιον φῶς,
luce propria. Espressione analoga in Empedocle (DK 31 B45): κυκλοτερὲς περὶ γαῖαν
ἑλίσσεται ἀλλότριον φῶς in forma di cerchio introno alla Terra si aggira luce
non propria (ovvero straniera). 207 B14a [...ἥλιος,... τὸ περὶ γῆν ἰὸν ἢ]
νυκτικρυφές [Aristotele, Metafisica, VII, 15 1040 a31] 208 [... il Sole,...
colui che va intorno alla Terra o] il di notte nascosto1 1 Secondo l'editore
della Metafisica - W.D. Ross in questo caso Aristotele non avrebbe citato
Parmenide, ma forgiato il termine νυκτικρυφές in analogia con Parmenide
(νυκτιφαὲς). 209 DK B15 αἰεὶ παπταίνουσα πρὸς αὐγὰς ἠελίοιο. [Plutarco,
Quaestiones Romanae 282 B; Plutarco, De facie in orbe lunae 929 B] 210 sempre
volta e attenta1 ai raggi2 del sole. 1 Il participio παπταίνουσα dovrebbe
letteralmente tradursi come guardando attentamente. Come segnala Cerri (p.
276), è qui molto probabile che Parmenide giochi sulle implicazioni della
relazione tra i due termini, maschile (ἥλιος) e femminile (σελήνη): la Luna
innamorata volge il suo sguardo intenso verso il Sole. Immagine analoga in
Empedocle (DK 31 B47): ἀθρεῖ μὲν γὰρ ἄνακτος ἐναντίον ἁγέα κύκλον contempla di
fronte a sé il fulgido disco del suo signore. 2 Come osserva Cerri (p. 276), αὐγὰς
vale non solo raggi ma anche sguardi. 211 DK B15a [Π. ἐν τῆι στιχοποιίαι] ὑδατόριζον
[εἶπειν τὴν γῆν] [Scolio a Basilio di Cesarea] 212 [Parmenide nei suoi versi
dice che la Terra] ha radici nell'acqua1 1 Secondo Conche (p. 242), che si
sofferma a lungo a chiarire l'affermazione di Basilio, la Terra cui si allude è
quella ricoperta di flora e fauna, la Terra vivente, di cui l'acqua è
effettivamente fonte di nutrimento. Non vi sarebbe dunque alcuna implicazione
genetica: alla luce delle testimonianze, non è l'acqua all'origine della Terra,
semmai il contrario. Coxon (pp. 246-7) ritiene, invece, che il riferimento sia
alla massa di terre emerse (forse per spiegare fenomeni come i terremoti). Di
diverso avviso, in passato Paula Philippson (Origini e forme del mito greco,
Torino 1949 269 ss.), che riscontra in questo riferimento all'acqua una
allusione al mito di Okeanos, che avrebbe circondato la Terra. 213 DK B16 ὡς γὰρ
ἑκάστοτ’ 1 ἔχῃ 2 κρᾶσιν3 μελέων πολυπλάγκτων4, τὼς νόος ἀνθρώποισι παρέστηκεν5
· τὸ γὰρ αὐτό ἔστιν ὅπερ φρονέει μελέων φύσις ἀνθρώποισιν καὶ πᾶσιν καὶ παντί·
τὸ γὰρ πλέον ἐστὶ 6 νόημα. [vv. 1-4 Aristotele, Metafisica IV, 5 1009 b21;
Teofrasto, De sensu, 3; 1-2a Alessandro di Afrodisia, In Aristotelis
Metaphysicam (parafrasi del testo) IV, 5; Asclepio, In Aristotelis Metaphysicam
(parafrasi) 277; 3-4 Alessandro di Afrodisia, In Aristotelis Metaphysicam
(parafrasi del testo) IV, 5] 1 Αlcuni codici aristotelici riportano ἕκαστος
(ciascuno), preferito da DielsKranz; altri ἕκαστοι o ἑκάστῳ. Il codice di
Asclepio ἕκαστον. Gli editori contemporanei (Tarán, Coxon, Conche, O'Brien,
Cerri) hanno optato per la versione di Teofrasto e di autorevoli codici
aristotelici (i più antichi) della Metafisica: ἑκάστοτε (lectio difficilior). 2
Seguiamo Coxon e Cerri nel preferire ἔχῃ - attestata da un solo codice (E)
aristotelico a ἔχει (per lo più accolta dagli editori) o ἔχειν: come spiega
Cerri (p. 280), il congiuntivo ἔχῃ è non solo lectio difficilior, ma anche
scelta più sensata nel contesto. Passa (p. 48) sottolinea l'opportunità della
scelta di Cerri e Coxon, trovando riscontri nell'uso omerico delle comparative.
3 La forma κρᾶσιν è attestata in Aristotele e Teofrasto (in unione a ἔχει o ἔχειν).
Estienne modificò in κρᾶσις, ancora accolto da alcuni editori (Tarán,
KirkRaven-Schofield, O'Brien, Conche). A κρᾶσιν alcuni (Coxon, Palmer)
preferiscono la forma ionica κρῆσιν. Passa (p. 120) avanza perplessità in proposito.
4 Il testo aristotelico, Alessandro e Asclepio riportano πολυκάμπτων (dai
molteplici movimenti). Il testo di Teofrasto πολυπλάγκτων, preferito dagli
editori. 5 I codici aristotelici (insieme a quelli di Alessandro e Asclepio)
riportano il presente παρίσταται, accolto da Diels-Kranz (e di recente ancora
difeso da Passa 48-51), di cui tuttavia è stata segnalata l'impossibilità
metrica. La tradizione teofrastea propone invece il perfetto παρέστηκε (che ha
esattamente lo stesso valore), metricamente accettabile. La forma παρέστηκεν è
degli editori. 6 I codici di Aristotele e Teofrasto riportano ἐστὶ; quello di
Alessandro λέγεται. 214 Come, infatti, di volta in volta si ha1 temperamento2
di membra3 molto vaganti4, così il pensiero5 si presenta agli uomini6: poiché è
precisamente la stessa cosa 1 Attribuiamo al verbo valore impersonale. Per
l'alternativa costruzione personale sono state proposte diverse possibili
candidature al ruolo di soggetto del verbo: νόος del v. 2 (Diels 1897: l'unico
soggetto rafforzerebbe la correlazione ὡς... τὼς), ovvero, adottando il testo
greco di Diels-Kranz, ἕκαστος, o ancora un soggetto implicito (Cerri: qualcuno,
ciascuno, l'uomo) o sottinteso (Ferrari: τις βροτῶν Β8.61). Altri, emendando κρᾶσιν
in κρᾶσις, hanno fatto della mescolanza il soggetto. 2 Il termine κρᾶσις ha un
valore più forte di μῖξις: quello di perfetta fusione, mescolanza in cui non
sia più possibile discernere le componenti (come invece accade in una μῖξις,
semplice mescolanza). La κρᾶσις trasforma gli elementi in una nuova entità
unitaria e armonica: per questo il termine viene reso con fusione (Ferrari)
ovvero impasto (Cerri), unione (Tonelli). Va tuttavia osservato che, sulla
scorta della testimonianza di Teofrasto (DK 28 A46), anche tale amalgama presuppone
una composizione variabile dei due elementi base. Traduciamo quindi come
temperamento, anche in considerazione della lezione che giunge dalla tradizione
della medicina ippocratica, dove l'idea di κρᾶσις era associata a quella di
riconduzione del molteplice a unità (Stemich 157 ss.). 3 Ricordiamo che nei
poemi omerici il termine σῶμα non indica mai ciò che noi comunemente intendiamo
con corpo, bensì il suo contrario, il cadavere. Omero non rappresenta il corpo
dell’uomo come unità di una molteplicità: impiega infatti termini per lo più al
plurale, come μέλεα (o γῦια) appunto, che noi traduciamo con membra. Ciò cui
qui Parmenide intenderebbe riferirsi con il termine μέλεα non sono dunque gli
organi di senso (Diels) o gli elementi (Schwabl), ma il corpo, come ha ben
rilevato Tarán (p. 170). È tuttavia interessante la proposta di Cassin-Narcy
(B. Cassin M. Narcy, “Parménide Sophiste”, in Études sur Parménide, cit., II 289)
di mantenere al termine la doppia significazione, riferendolo sia immediatamente
al corpo, sia mediatamente alle componenti universali. 4 Traduciamo
l'espressione κρᾶσις μελέων πολυπλάγκτων come temperamento di membra molto
vaganti [erranti], intendendola riferita all'unità del corpo umano, che è
articolata appunto in appendici mobili, che si agitano in molte direzioni. 5
Rendiamo il termine νόος con pensiero ritenendo che in questo caso Parmenide
non si riferisca genericamente alla facoltà (mente), ma alla sua 215 ciò che
pensa7 negli uomini, la costituzione8 del [loro] corpo9, condizione in
relazione alla situazione del corpo. La costruzione dei primi due versi e il
loro contenuto propongono un'eco omerica: τοῖος γὰρ νόος ἐστὶν ἐπιχθονίων ἀνθρώπων,
οἷον ἐπ’ ἦμαρ ἄγῃσι πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε tale è il pensiero degli uomini che
vivono sulla terra, quale il giorno che manda il padre degli uomini e degli dei
(Odissea XVIII, 136-7). 6 È significativo che in questo contesto la Dea non
ricorra a un'espressione come βροτοί ma a ἄνθρωποι: il termine assume un valore
descrittivo, marcando l'identica natura degli esseri umani tutti (καὶ πᾶσιν καὶ
παντί). 7 Ricostruzione letterale dei 2b-4a: perché è la stessa cosa ciò che
pensa (τὸ γὰρ αὐτό ἔστιν ὅπερ φρονέει) la natura del corpo (μελέων φύσις) negli
uomini, in tutti e in ciascuno (ἀνθρώποισιν καὶ πᾶσιν καὶ παντί). Nella
letteratura recente si è distinta la proposta (Thanassas, Meijer e ora anche
Marcinkowska-Rosół) di tradurre linearmente il testo greco, supponendo νόος
come soggetto (sottinteso) di ἔστιν: ὅπερ sarebbe complemento oggetto e φύσις
soggetto del verbo (φρονέει): perché [esso (il pensiero)] è precisamente la
stessa cosa che la costituzione del corpo pensa negli uomini, in tutti e in
ciascuno. Un'alternativa classica (Verdenius, ripreso da Vlastos e, tra gli
altri, da Hölscher, Barnes, Bormann, Mansfeld) è quella di fare di φύσις a un
tempo il soggetto di ἔστιν e φρονέει: la natura delle membra è negli uomini la
stessa cosa che [essa] pensa. Tarán, Heitsch, Mourelatos, Gallop, O'Brien,
Gadamer (tra gli altri) hanno avanzato a loro volta una traduzione letterale,
che fa di φύσις μελέων il soggetto di φρονέει, di ὅπερ un accusativo, e di τὸ αὐτό
il soggetto di ἔστιν: la stessa cosa, infatti, è ciò che la natura delle membra
pensa negli uomini. In questo modo si lega τὸ αὐτό a ἀνθρώποισιν καὶ πᾶσιν καὶ
παντί, marcando quindi l'identità dell'oggetto del pensiero. 8 Intendiamo in
questo contesto φύσις come natura, costituzione (μελέων φύσις: costituzione del
corpo). Giorgio Colli (Gorgia e Parmenide, cit. 189) intende φύσις come essenza:
il νόος, come elemento della struttura dell'uomo, operebbe una fusione nella
molteplicità delle membra. Tonelli riprende nella sua traduzione queste
indicazioni. 9 Rendiamo il plurale μέλεα come corpo, secondo l'uso omerico
segnalato sopra. 216 in tutti e in ciascuno: ciò che prevale10, infatti, è il
pensiero11. 10 In questo caso intendiamo πλέον come comparativo di πολύ
(molto): τὸ πλέον non vale dunque il pieno (πλέος aggettivo: pieno), ma il più,
quanto prevale, riferito, a quanto si ricava dal contesto della citazione
teofrastea, agli elementi (Fuoco-Notte, ovvero caldo e freddo). Teofrasto
interpreta infatti: la conoscenza si produce secondo l'elemento che prevale
(κατὰ τὸ ὑπερβάλλον ἐστὶν ἡ γνῶσις). Tra coloro che interpretano τὸ πλέον come
il pieno, interessante la posizione di Tarán (pp. 256-60), che argomenta a
lungo a partire dallo stesso contesto teofrasteo. Teofrasto, infatti, citerebbe
il frammento per marcare come determinante per il pensiero non tanto l'elemento
che prevale, ma una certa proporzione tra i componenti (συμμετρία). Così,
quando una certa proporzione delle componenti di Luce e Notte è presente nel
corpo, ne risulterebbe lo stesso pensiero, dal momento che il pensiero è il
risultato dell'intera mescolanza. Coxon (p. 87) interpreta the plenum come the
subject whose nature has been expounded in the Way of Truth: esso sarebbe il
solo contenuto del pensiero. Recentemente M. Marcinkowska-Rosół, in Die
Konzeption des "Noein" bei Parmenides von Elea, De Gruyter,
Berlin-New York 2010 187, ha proposto di leggere τὸ come pronome dimostrativo
(= τοῦτο) in funzione prolettica, πλέον come avverbio, e ipotizzando una
relativa in funzione di completamento: [denn dies ist mehr das Denken], was in
der Mischung jeweils überwiegt. 11 Qui νόημα è decisamente il risultato
dell'atto di pensare. 217 DK B17 δεξιτεροῖσιν1 μὲν κούρους, λαιοῖσι δὲ 2
κούρας… [Galeno, In Hippocr. Epid. VI, 48 (XVII, 1002)] 1 La forma δεξιτεροῖσιν
è intervento degli editori: il codice di Galeno riporta δεξιτεροῖσι. 2 Il testo
di Galeno riporta δ’ αὖ: per ragioni metriche è stato emendato in δὲ
(Scaligero, poi Karsten). Cerri (pp. 283-4) ha contestato tale emendazione come
inutile banalizzazione. 218 a destra1 i maschi, a sinistra le femmine. 1 Le due
forme dative δεξιτεροῖσιν e λαιοῖσι sono riferite nel contesto del discorso di
Galeno (che cita) alle parti dell'utero: τὸ μέντοι ἄρρεν ἐν τῶι δεξιῶι μέρει τῆς
μήτρας κυΐσκεσθαι καὶ ἄλλοι τῶν παλαιοτάτων ἀνδρῶν εἰρήκασιν. ὁ μὲν γὰρ Π. οὕτως
ἔφη Molti altri tra gli antichi hanno sostenuto che il maschio sia concepito
nella parte destra dell'utero. Parmenide infatti afferma.... Gli aggettivi
andrebbero dunque riferiti alle parti dell'utero. 219 DK B18 Femina virque
simul Veneris cum germina miscent, Venis informans diverso ex sanguine virtus
Temperiem servans bene condita corpora fingit. Nam1 si virtutes permixto semine
pugnent Nec faciant unam permixto in corpore, dirae Nascentem gemino vexabunt
semine sexum. [Celio Aureliano, Tardarum sive chronicarum passionum libri IV,
9] 1 Nella tradizione si trova At come alternativa a Nam. 220 Quando femmina e
maschio mescolano insieme i semi1 di Venere, la potenza2 formatrice nelle vene3,
che [deriva] da sangue4 opposto5, conservando la giusta misura plasma corpi ben
fatti. Se, infatti, una volta mescolato il seme, le forze confliggono [5] e non
diventano un'unica potenza nel corpo prodotto dalla mescolanza, malefiche
affliggeranno il sesso nascente con il [loro] duplice seme6. 1 Dalla parafrasi
di Celio Aureliano troviamo conferma della tradizione dossografica secondo cui
Parmenide credeva che esistessero semi maschili e femminili, e che giocassero
entrambi un ruolo nella riproduzione. Tale convinzione risale probabilmente ad
Alcmeone di Crotone, ma fu contestata nell'antichità da Anassagora e Diogene di
Apollonia. 2 Il latino virtus traduce il greco δύναμις (potenza, forza,
qualità, proprietà). 3 L'ablativo venis deve riferirsi o alle vene dei genitori
o a quelle dell'embrione: la costruzione, con l'uso di diverso ex sanguine
suggerisce che la seconda alternativa sia più probabile (Coxon 254). 4
Evidentemente per Parmenide i semi deriverebbero dal sangue, rispettivamente
maschile e femminile. Coxon (pp. 254-5) segnala come ciò differenzi la
posizione di Parmenide da quella di Alcmeone (che faceva derivare il seme dal
cervello), mentre al sangue pare rinviasse Pitagora. 5 Come suggerito da Conche
(p. 262), diversus non ha qui valore generico, ma, in relazione al sangue
maschile e femminile, il significato di opposto, contrario. 6 Si allude alla
situazione in cui l'individuo generato risulti possessore sia del seme maschile
sia di quello femminile, caratteristici normalmente di uomini e donne
separatemente (Coxon 255). 221 DK B19 οὕτω τοι κατὰ δόξαν ἔφυ τάδε1 καί νυν2 ἔασι
καὶ μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε τελευτήσουσι τραφέντα· τοῖς δ΄ ὄνομ΄ ἄνθρωποι κατέθεντ΄
ἐπίσημον ἑκάστῳ. [Simplicio, In Aristotelis De Caelo 558] 1 I codici DE di
Simplicio, in vece di ἔφυ τάδε, riportano ἐφύτα δὲ. 2 I codici di Simplicio
riportano καὶ νῦν· καί νυν è correzione degli editori. 222 Ecco, in questo
modo1, secondo opinione2, queste cose3 ebbero origine4 e ora5 sono6, 1 La
formula οὕτω τοι è impiegata per riassumere quanto detto: introduce quindi una
ricapitolazione ovvero la "lezione" che si ricava dal discorso
precedente (Conche 265). 2 In conclusione della seconda sezione del poema,
nella quale la Dea affrontava come recita B8.51 - δόξας βροτείας, appare
legittimo tradurre κατὰ δόξαν come secondo opinione. In realtà, molti scelgono
di insistere sulla radice in δοκέω, traducendo l'espressione come secondo
parvenza, secondo apparenza (Tonelli), selon ce qui semble (Conche), according
to belief (Coxon). Il senso della formula a noi pare comunque salvaguardato: la
Dea conclude la propria trattazione della realtà dal punto di vista dell'esperienza
umana, cioè di quel punto di vista che matura a partire da τὰ δοκοῦντα (le cose
che appaiono e sono assunte sulla base della esperienza: Simplicio, a proposito
di tale punto di vista parla di διακόσμησις τῶν αἰσθητῶν), ribadendo il
carattere che contraddistingue i fenomeni che registriamo (τάδε): nascita (ἔφυ),
sviluppo (τραφέντα), morte (tελευτήσουσι). Nella sua interpretazione
introduttiva, Simplicio impiega una formulazione platonico-aristotelica: egli
parla di ὑπόστασις τοῦ γινομένου τοῦ αἰσθητοῦ ma anche di δοκοῦν ὄν. Come ha
fatto osservare Coxon (p. 256), i due versi B19.1-2 mettono in contrasto la
natura delle cose che appaiono nell'esperienza umana con la natura attribuita
all'Essere in B8.5: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν. 3 Il
pronome dimostrativo τάδε è qui impiegato per designare l'insieme dei fenomeni
cosmici oggetto della trattazione (διακόσμησις τῶν αἰσθητῶν nel linguaggio di
Simplicio) precedente. Secondo Conche (p. 265) si riferisce alle cose che i
mortali hanno sotto gli occhi: queste cose qui, di cui il discorso cosmogonico
ha spiegato l'origine, la natura e il destino. 4 Il testo greco riporta una irregolarità
nell'uso del verbo: il plurale neutro τάδε regge sia la terza persona singolare
ἔφυ, sia la terza plurale ἔασι e τελευτήσουσι: il passaggio da singolare a
plurale nell'ambito di una stessa frase esistono comunque precedenti in Omero e
Senofane (DK 21 B29). 5 La formula καί νυν, come segnalano Diels e Coxon, è
comune in Pindaro (e Omero). 6 Come abbiamo già segnalato, è chiaro come in
questo passo queste cose siano connotate da un punto di vista temporale in
senso opposto rispetto a τὸ ἐόν: i tempi verbali (passato, presente futuro),
gli avverbi (νυν, μετέπειτα), le scelte verbali (φύω, τρέφω, τελευτάω) contrastano
la determinazione dell'essere come οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ
πᾶν di B8.5. 223 e poi, in seguito7 sviluppatesi, avranno fine8. A queste cose,
invece9, un nome gli uomini10 imposero11, distintivo12 per ciascuna. 7 La
formula avverbiale μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε (letteralmente dopo, a partire da ora)
contrasta la labile puntualità di νυν ἔασι. Leggiamo ἀπὸ τοῦδε collegato al
participio τραφέντα. 8 La costruzione greca - τελευτήσουσι τραφέντα consente
diverse soluzioni nella traduzione (Cerri 289):
la combinazione di futuro medio e participio aoristo può intendersi nel
senso del compimento dell'azione indicata dal participio, quindi: porteranno a
termine la propria crescita; ovvero nel
senso di una cessazione di quell'azione, quindi: cesseranno di crescere (si
interromperà il oro sviluppo); o ancora (iii) subordinando l'azione indicata
dal futuro a quella indicata dal participio: una volta cresciuti/sviluppati,
avranno fine. 9 Sottolineiamo il valore avversativo di δέ, seguendo Untesteiner
e Ruggiu: ciò contribusce a conferire senso critico al rilievo successivo. 10
Anche in questo caso, come in B16, il poeta opta per ἄνθρωποι: la Dea ricorre
insomma a una designazione diversa rispetto alla diminutiva βροτοί. Sintomo,
forse, del fatto che in questo contesto la polemica è stata abbandonata per
lasciare il posto a una ricostruzione oggettiva. 11 L'espressione ὄνομ΄ ἄνθρωποι
κατέθεντο richiama puntualmente B8.38b-39a: πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται, ὅσσα βροτοὶ
κατέθεντο e B8.53: μορφὰς γὰρ κατέθεντο δύο γνώμας ὀνομάζειν secondo quella che
Cerri (p. 289) definisce la più tipica movenza della "composizione ad
anello". 12 L'aggettivo ἐπίσημος si riferisce alla funzione (in questo
caso attribuita a ὄνομα) di distinguere, contraddistinguere (ἐπί-σημαίνω).
All'instabilità del nascere, crescere, morire è sovrapposta la relativa
stabilità del nome. Sesto Empirico, unica nostra fonte per i primi trenta versi
del poema Περὶ φύσεως (Sulla natura), ne contestualizza il proemio in questi
termini: ὁ δὲ γνώριμος αὐτοῦ Παρμενίδης τοῦ μὲν δοξαστοῦ λόγου κατέγνω, φημὶ δὲ
τοῦ ἀσθενεῖς ἔχοντος ὑπολήψεις, τὸν δ’ ἐπιστημονικόν, τουτέστι τὸν ἀδιάπτωτον, ὑπέθετο
κριτήριον, ἀποστὰς καὶ < αὐτὸς > τῆς τῶν αἰσθήσεων πίστεως. ἐναρχόμενος
γοῦν τοῦ Περὶ φύσεως γράφει τοῦτον τὸν τρόπον Il discepolo di lui (= Senofane),
Parmenide, svalutò il discorso opinativo intendo quello che ha concezioni
deboli -, e assunse come criterio quello scientifico, cioè quello infallibile,
avendo preso le distanze anche lui dalla fiducia nelle sensazioni. Iniziando
appunto il Peri physeōs scrive in questo modo … (Adv. Math.). Il successivo
commento, nel quale Sesto identifica il viaggio del poeta con lo studio
filosofico (τὴν κατὰ τὸν φιλόσοφον λόγον θεωρίαν), ha nei secoli condizionato
la ricezione del proemio, sia nel senso di proporlo come mera approssimazione
metaforica all’istruzione filosofica del poema, sia, conseguentemente, nel
senso di misconoscerne il rilievo teoretico, riducendolo a orpello poetico (in
fondo trascurabile): ἐν τούτοις γὰρ ὁ Παρμενίδης ἵππους μέν φησιν αὐτὸν φέρειν
τὰς ἀλόγους τῆς ψυχῆς ὁρμάς τε καὶ ὀρέξεις [1], κατὰ δὲ τὴν πολύφημον ὁδὸν τοῦ
δαίμονος πορεύεσθαι τὴν κατὰ τὸν φιλόσοφον λόγον θεωρίαν, ὃς λόγος προπομποῦ
δαίμονος τρόπον ἐπὶ τὴν ἁπάντων ὁδηγεῖ γνῶσιν [2. 3], κούρας δ’ αὐτοῦ προάγειν
τὰς αἰσθήσεις [5], ὧν τὰς μὲν ἀκοὰς αἰνίττεται ἐν τῶι 226 λέγειν ‘δοιοῖς...
κύκλοις’ [7. 8], τουτέστι τοῖς τῶν ὤτων, τὴν φωνὴν δι’ ὧν καταδέχονται, τὰς δὲ ὁράσεις
Ἡλιάδας κούρας κέκληκε [9], δώματα μὲν Νυκτὸς ἀπολιπούσας [9] ‘ἐς φάος < δὲ
> ὠσαμένας’ διὰ τὸ μὴ χωρὶς φωτὸς γίνεσθαι τὴν χρῆσιν αὐτῶν. ἐπὶ δὲ τὴν
‘πολύποινον’ ἐλθεῖν Δίκην καὶ ἔχουσαν ‘κληῖδας ἀμοιβούς’ [14], τὴν διάνοιαν ἀσφαλεῖς
ἔχουσαν τὰς τῶν πραγμάτων καταλήψεις. ἥτις αὐτὸν ὑποδεξαμένη [22] ἐπαγγέλλεται
δύο ταῦτα διδάξειν ‘ἠμὲν ἀληθείης εὐπειθέος ἀτρεμὲς ἦτορ’ [29], ὅπερ ἐστὶ τὸ τῆς
ἐπιστήμης ἀμετακίνητον βῆμα, ἕτερον δὲ ‘βροτῶν δόξας... ἀληθής’ [30], τουτέστι
τὸ ἐν δόξηι κείμενον πᾶν, ὅτι ἦν ἀβέβαιον. In questi versi Parmenide dice che
le cavalle lo portano, [intendendo] gli impulsi e i desideri irrazionali
dell'anima, e che esse avanzano lungo la via ricca di canti della divinità,
[intendendo] nella ricerca secondo la ragione filosofica; la quale ragione
guida a guisa di divinità, per la conoscenza di tutte le cose (2, 3); le
fanciulle che lo precedono sono le sensazioni (5): di esse accenna all'udito
laddove dice due rotanti cerchi (7, 8), cioè i cerchi delle orecchie,
attraverso cui esse ricevono il suono. Chiama gli occhi fanciulle Eliadi (9),
che avendo abbandonato la dimora della Notte (9) vanno verso la luce> (10),
poiché senza luce non può esservi uso di essi. Dice che procedono verso la
Giustizia che molto punisce e che tiene le chiavi dall'uso alterno (14),
[intendendo] la ragione che possiede una conoscenza certa delle cose. Essa lo
accoglie e promette di insegnare queste due cose: il cuore saldo di verità ben
persuasiva (29), che è il fondamento immutabile della scienza, e l'altra le
opinioni dei mortali in cui non è reale credibilità (30), cioè tutto quanto
ricade nell'opinione, che non è saldo. In realtà, sin dalla fine del XIX secolo
dall'edizione (1897) del poema a opera di Hermann Diels - si è reagito al
rischio di una banale allegoresi della poesia parmenidea, recuperando, proprio
nel proemio, uno sfondo frastagliato di prospettive e possibili suggestioni
culturali, che hanno in comune l’effetto di renderne la relazione con i
successivi frammenti molto più complessa. Dobbiamo alla competenza del filologo
tedesco l’inquadramento dell’opera di Parmenide all’interno di un’articolata
cornice di plausibili precedenti (e motivi) poetici, che appaiono rilevanti per
apprezzarne l’originalità. Nella consapevolezza che la conoscenza della
tradizione poetica intermedia (secoli VII-VI a.C.) tra le fonti omeriche ed
esiodee e il poema parmenideo è, per noi, in gran parte compromessa, Diels
valorizzava in particolare1: il modello
della speculazione cosmogonica e cosmologica di Esiodo, che avrebbe improntato
soprattutto la seconda sezione del Περὶ φύσεως, ma da cui dipenderebbe la sua
stessa struttura bipartita - corrispondente all'iniziale sottolineatura delle
Muse in Teogonia, 27-28: ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα, ἴδμεν δ’ εὖτ’
ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι sappiamo dire molte menzogne simili al vero, ma
sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare, insieme al motivo della
“doppia via” (verità ed errore), che evocherebbe l’analoga alternativa tra
miseria morale (κακότης) e valore morale (ἀρετή) in Opere e giorni (vv. 287
ss.); il modello della poesia orfica, di
cui nel poema riecheggerebbero termini e immagini: nel riconoscerne
l’importanza, le connessioni con altre correnti religiose contemporanee
(misteri) e il radicamento nella tradizione più antica, lo studioso ne marcava
l’ampia incidenza nella cultura greca in genere, rilevando tracce del
pessimismo (Pessimismus) di questo movimento di riforma (Reformation) anche nel
razionalismo (Rationalimus) della filosofia ionica. 1 H. Diels, Parmenides
Lehrgedicht mit einem Anhang über griechische Türen und Schlösser, mit einem
neuen Vorwort von W. Burkert und einer revidierten Bibliographie von D. De
Cecco, Academia Verlag, Sankt Augustin 20032 (edizione originale 1897) 12 ss.
228 In tale prospettiva, Diels richiamava l’attenzione sulla tradizione dei
leggendari profeti del misticismo greco arcaico (Epimenide, Onomacrito, Museo)
che avrebbe ancora trovato espressione nei Καθαρμοί di Empedocle: nel caso
della forma poetica (rivestimento poetico, poetische Einkleidung) privilegiata
da Epimenide per la propria rivelazione (Offenbarung), ritroveremmo, per
esempio, il prototipo della narrazione in prima persona (Icherzählung) di
un’esperienza di Incubation, quale riferita da Alessandro di Tiro: ἦλθεν Ἀθήναζε
καὶ ἄλλος Κρὴς ἀνὴρ ὄνομα Ἐ.· οὐδὲ οὗτος ἔσχεν εἰπεῖν αὑτῶι διδάσκαλον ἀλλ’ ἦν
μὲν δεινὸς τὰ θεῖα, ὥστε τὴν Ἀθηναίων πόλιν κακουμένην λοιμῶι καὶ στάσει
διεσώσατο ἐκθυσάμενος· δεινὸς δὲ ἦν ταῦτα οὐ μαθών, ἀλλ’ ὕπνον αὑτῶι διηγεῖτο
μακρὸν καὶ ὄνειρον διδάσκαλον. ἀφίκετό ποτε Ἀθήναζε ἀνὴρ Κρὴς ὄνομα Ἐ. κομίζων
λόγον οὑτωσὶ ῥηθέντα πιστεύεσθαι χαλεπόν· < μέσης γὰρ > ἡμέρας ἐν
Δικταίου Διὸς τῶι ἄντρωι κείμενος ὕπνωι βαθεῖ ἔτη συχνὰ ὄναρ ἔφη ἐντυχεῖν αὐτὸς
θεοῖς καὶ θεῶν λόγοις καὶ Ἀληθείαι καὶ Δίκηι. Venne ad Atene anche un altro
Cretese, di nome Epimenide: nemmeno costui seppe dire chi gli sia stato
maestro, ma era straordinariamente competente nelle questioni divine, tanto
che, facendo offrire sacrifici, riuscì a salvare la città degli Ateniesi,
afflitta dalla peste e dalla discordia civile. Ed era così esperto in questa materia
non perché l'avesse imparata, ma si diceva che suo maestro fosse stato un lungo
sonno con un sogno. Arrivò un tempo ad Atene un Cretese, di nome Epimenide,
portando un racconto difficile da credere, formulato nei seguenti termini:
disse che, sdraiatosi a mezzogiorno nella grotta di zeus Ditteo, rimase immerso
in un sonno profondo per molti anni, e si intrattenne in sogno con dèi e
discorsi di dèi, con la Verità e con la Giustizia (contesto DK 3 B1. Traduzione
di I. Ramelli e G. Reale). 229 Proprio Epimenide (nei suoi Καθαρμοί, in
particolare) sarebbe figura esemplare di uno sciamanismo, presente nelle
credenze religiose elleniche (in associazione con fenomeni rilevanti, anche a
livello letterario, come le epifanie, i sogni, i sacrifici), in cui, rispetto
al più generale tema della purificazione e della relativa iniziazione, decisivo
diventa il motivo del “viaggio” ultraterreno, del contatto con una realtà
trascendente: in questa direzione la poesia genericamente orfica avrebbe
incrociato l’elemento “estatico”, di cui appunto il viaggio celeste
(Himmelreise) costituirebbe frammento. All’interno di tale orizzonte culturale,
il Περὶ φύσεως si propone in una luce diversa, tale da suggerire maggiore
cautela ermeneutica nella riduzione dei suoi contenuti ai moduli del dibattito
contemporaneo (come accade negli approcci analitici ai frammenti). Nel caso del
suo proemio, in particolare, si rischia il fraintendimento proponendolo come
mera introduzione d’occasione o tributo formale, in cui il sapiente (un filosofo!),
per opportunità letteraria e compiacenza verso il proprio pubblico, avrebbe
optato per un mascheramento allegorico della propria concettualità (assumendo
l’implausibile veste del poeta!): è necessario invece conservare al testo la
sua polisemia e al complesso dell’impresa teorica di Parmenide uno spessore
originale2. 2 Ogni edizione del poema e ogni saggio su Parmenide si
intrattengono su questo nodo interpretativo: la sintesi più recente del lungo
dibattito si può leggere in L. Couloubaritsis, La pensée de Parménide [si
tratta delle terza edizione di Mythe et philosophie chez Parménide], Ousia,
Bruxelles 2008, cap. II "Le Proème comme producteur de chemins".
Molto utile anche l’introduzione (“Parmenides and His Predecessors”) di M.J.
Henn al suo Parmenides of Elea: A Verse Translation with Interpretative Essays
and Commentary to the Text, Praeger Publishers, Westport 2003, che si apre la
propria introduzione sul tema “The Poet as Shaman and Singer of Mysteries in
the Homeric Style”, dedicando molto spazio all’analisi della struttura
dell’esametro parmenideo. Una riconsiderazione complessiva della poesia del Περὶ
φύσεως è proposta da L.A. Wilkinson, Parmenides and To Eon. Reconsidering
Muthos and Logos, Continuum International Publishing, London New York 2009: le
pagine 69-79 sono dedicate al problema del proemio. Un’ampia e sostenuta
lettura del proemio come chiave per l’interpretazione del poema è oggi proposta
in R. Di Giuseppe, Le Voyage de Parménide, Orizons, Paris 2011. 230 Come di
recente ha ricordato Maria Laura Gemelli Marciano3, il proemio parmenideo non è
inutile orpello o artificio letterario: esso è invece fondamentale per
comprendere carattere, metodo e finalità del poema. Nel contesto
storico-geografico, sociale e religioso in cui si muoveva Parmenide, cantare
un’esperienza eccezionale, rappresentare, nel ritmo e nella musicalità proprie
delle forme esametriche, un viaggio nell'aldilà, evocando un linguaggio
iniziatico e performativo, era cosa ben diversa dall’erudita esercitazione che
l’allegoresi di Sesto presuppone: il poeta Parmenide si rivolgeva a
un’audience, un pubblico convenuto per ascoltare le parole di una dea e
partecipare all’esperienza evocata in versi. È significativo, per la
comprensione storica del poema, che del proemio non resti traccia nelle
citazioni antiche, che esso sia stato ignorato da coloro (Platone e Aristotele)
che hanno contribuito a fissare i contorni della figura di Parmenide per la
tradizione successiva. Perché la poesia? Il problema della natura e portata del
proemio è strettamente connesso a quello, più generale, della scelta di fondo da
parte di Parmenide - del medium poetico, di cui la narrazione riflette alcuni
motivi tradizionali, culturalmente di grande significato teoretico anche nella
prospettiva specifica del poema. Ci si riferisce in particolare all’intimo
nesso tra poesia, rivelazione e mito, certamente una chiave per decifrare
l’impianto creativo del Περὶ φύσεως, in cui si intrecciano racconto,
comunicazione divina della parola (μῦθος) e verità (Ἀληθείη). Rimane ancora
molto utile il vecchio aggiornamento, a cura di G. Reale, di E. Zeller R.
Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I, Volume III:
Eleati, La Nuova Italia, Firenze 1967. 3 "Lire du début. Quelques
observations sur les incipit des présocratiques", Philosophie Antique, 7,
2007 (Présocratiques) 7-37. l'osservazione è alle pp. 11-12. 231 Poesia, mito,
verità In un frammento (fr. 12 Bowra) del perduto Inno a Zeus di Pindaro,
contemporaneo di Parmenide, noi troviamo una sorta di autointerpretazione
mitica del ruolo del poeta e della poesia nella società greca tra VI e V secolo
a.C.. Pindaro racconta come, dopo aver ordinato il mondo e il regno degli dei,
Zeus avesse loro domandato se, per caso, mancasse ancora qualcosa alla sua
fatica: essi, allora, lo avevano pregato di creare alcune divinità per
celebrare con parole e musica quelle grandi opere e l’intero suo ordinamento4.
A tale scopo, per onorare la bellezza dell’edificio cosmico, e manifestarlo
nella sua totalità, Zeus introduce nuove divinità, le Muse: così la sua opera
si compie con la nascita della parola, del canto (originariamente identici),
espressioni divine che ne rivelano l’essere. Per il grande filologo tedesco
Walter Friedrich Otto, il supremo evento del mito è che l’essere delle cose si
riveli nella parola con la sua divinità5: ogni mito genuino si rivolge alla
totalità del reale, come uno sguardo complessivo sulla sua manifestazione
originaria. In questa prospettiva, l’esperienza del mito è intesa come esperienza,
a un tempo, della bellezza e della verità: da cui l’impressione arcaica che il
poeta possa avvicinare, più degli altri uomini, l’essere delle cose; che la sua
parola possa afferrare la realtà in profondità in forza della sua
“ispirazione”. L’invocazione alle Muse dell’antica poesia greca palesa la
recettività del poeta: l’ osserva Otto - non si apre con la superbia
(tipicamente moderna) di una coscienza creatrice, ma con la modestia di chi
ascolta. È la divinità a cantare, il poeta è solo suo mediatore: in questo
senso la poesia è un’ombra dell’essenza del mito. Eppure il poeta (tipicamente
per noi il poeta omerico), sebbene non sia riconosciuto autore di ciò che
canta, rimane in ogni caso il recettore dello spirito delle Muse: egli si
distingue dalla massa degli altri uomini ed è più vicino agli dèi in quanto sua
è la voce 4 Citato in W.F. Otto, Il mito e la parola (1952-3), in Id., Il mito,
a cura di G. Moretti, Il Melangolo, Genova 1993 43-44. 5 W.F. Otto, Il mito
(1955), ivi 60. 232 attraverso cui le Muse si esprimono. Egli è un maestro di
verità (Detienne), le cui parole proclamano piuttosto che suggerire: per questo
poeti come Senofane e Parmenide (che compongono entro la tradizione omerica)
rivendicano una condizione privilegiata rispetto a quella dei “mortali”. Donde
il carattere spesso esoterico della filosofia antica 6. Parmenide e la poesia
Nella scelta poetica di Parmenide questi elementi, come si avrà opportunità di
rilevare, si ricompongono in modo originale, soprattutto nel plasmare
l’atteggiamento del destinatario della comunicazione divina: è un fatto,
tuttavia, che essi siano presenti nel Περὶ φύσεως, che il mito assuma la forma
del manifestarsi di ciò che è originario, di quanto viene altrimenti designato
come il divino (τό θεῖον). Significativamente, la θεά introdurrà (B2)
l’assiomatica della sua istruzione intorno alla Verità ricorrendo proprio alla
formula e tu abbi cura della parola, una volta ascoltata (κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας):
il giovane (κοῦρος) è esplicitamente sollecitato a prendersi cura (κόμισαι) del
μῦθος divino, che dischiude la comprensione della realtà. Dei termini greci
arcaici per parola ritroviamo dunque nel poema:
μῦθος (B2.1; B8.1), la forma primitiva per esprimere ciò che è
realmente, effettivamente accaduto: la parola che dà notizia del reale, che
stabilisce qualcosa, e, in questo senso, è autorevole; λόγος (B7.5), che ha il valore di di ciò che
è stato ponderato, che serve a convincere (donde il valore di ragione) 7, della
parola ragionevole. In questo senso, in B7.5, la Dea innominata inviterà il κοῦρος
a valutare razionalmente (κρῖναι λόγωι, giudica con il ragionamento)
l’argomento proposto. 6 L. Atwood Wilkinson, Parmenides and To Eon Otto, Il
mito e la parola, in Id., Il mito, cit. 30-32. 233 Già nel registro verbale è
possibile intravedere l’intervento creativo di Parmenide sulla tradizione. Nel
rilevare la contrapposizione apparente del poema di Parmenide con la
razionalità ionica sul terreno dei contenuti e dello stile, Ruggiu8 ha colto
nella ripresa della forma e del metro epico una modalità espressiva appropriata
alla parola come μῦθος: il contenuto dell’epica è costituito, insieme, da le
cose che sono, quelle che sono state e quelle che saranno (τά τ’ ἐόντα τά τ’ ἐσσόμενα
πρό τ’ ἐόντα, Calcante in Iliade I, 70) e τά ἀληθέα (le Muse in Teogonia 28),
da intendere come sinonimi. Dal momento che, anche per Parmenide, valore
primario è la Verità (Realtà), attribuire a una divinità la rivelazione del
contenuto dell’opera sarebbe dunque escamotage espressivo coerente con la
tradizione sapienziale arcaica: il disvelarsi del reale si palesa come
manifestazione del divino stesso9. È questo, allora, il motivo che induce
all'adozione della forma e del metro epico? Parmenide è ancora persuaso che il
discorso cantato come pratica comunicativa garantisca la possibilità di una
“comunicazione vera”, di un autentico contatto (Vernant) con il divino10?
Proprio il proemio, in effetti, sembra giustificare le scelte di Parmenide alla
luce dei suoi possibili modelli di riferimento:
l’inno alla divinità in funzione di proemio rapsodico (nel campo della
poesia epica), ovvero l’invocazione alle Muse in funzione di protasi; i proemi delle opere di Esiodo, Epimenide e
Aristea (nel campo della poesia cosmogonica), che celebrano l’investitura
poetica e la rivelazione da parte della divinità11. Non vi è dubbio che, optato
per il medium della rivelazione, l’adozione della forma poetica fosse scontata
e il metro dell’epica tradizionalmente 8 Parmenide, Poema sulla Natura. I
frammenti e le testimonianze indirette, presentazione, traduzione e note a cura
di G. Reale, saggio introduttivo e commentario filosofico a cura di L. Ruggiu,
Rusconi, Milano 1991 155- 156. 9 Ivi 160. 10 Wilkinson 67. 11 Parmenide di
Elea, Poema sulla Natura, introduzione, testo, traduzione e note di commento di
G. Cerri, BUR, Milano 1999 109-110. 234 funzionale all’istruzione 12; ma è
anche vero che la scelta dell’epica avrebbe a suo modo naturalmente comportato
quel medium (almeno nella forma dell'ispirazione) tradizionale. Si tratta di
due prospettive distinte e complementari, che potremmo così schematicamente
caratterizzare: la prima opzione sottolinea l’orizzonte della verità in cui si
iscrivono i contenuti del poema, che la divinità garantisce con la propria
autorità e autorevolezza; la seconda richiama soprattutto la sua efficacia
comunicativa, un aspetto spesso trascurato, ma che di recente ha assunto grande
rilievo nella letteratura critica13. Poesia, educazione e vita Proprio
considerando i plausibili modelli che si celano dietro le scelte e i moduli
espressivi di Parmenide, non pare azzardato sostenere che il proemio annunci un
processo di trasformazione della persona (il κοῦρος istruito dalla Dea), in cui
il momento cognitivo tradizionalmente privilegiato dagli interpreti è in realtà
funzionale a una modificazione radicale dell’esistenza di colui che è destinato
a ricevere la comunicazione divina. Non a caso esso è stato spesso accostato in
passato ai miti escatologici di Platone: in particolare il mito conclusivo
della Repubblica (mito di Er) e quello centrale del Fedro (mito dell’auriga).
Almeno alcuni elementi fanno in questo senso indiscutibilmente riflettere: la ripresa di un motivo, quello del viaggio, centrale
non solo nella letteratura omerica ma anche in quella religiosa; la meta del viaggio: l’incontro con la
divinità; (iii) la scenografia cosmica dell’incontro; (iv) le modalità della
rivelazione divina. Gli interpreti sostanzialmente concordano nel riconoscere
nella scelta parmenidea del metro (esametro) dell’epica 12 Parmenides. A Text
with Translation, Commentary and Critical Essays, by L. Tarán, Princeton
University Press, Princeton 1965 31. 13 Mi riferisco, in particolare, ai
contributi di Chiara Robbiano (2006) e Martina Stemich (2008). 235
un’intenzione didascalica, l’interesse al recupero di uno strumento culturale
ed educativo essenziale della tradizione. Possiamo allora considerare tale
opzione come un facilitatore per la comunicazione del sapiente: come i poemi
epici di Omero ed Esiodo, il poema di Parmenide tratta della verità e offre
educazione. Chiara Robbiano ha giustamente rilevato come scrivere in versi
fosse la soluzione espressiva più naturale per chi intendesse affrontare una
materia del massimo rilievo: evocando alcune categorie epiche familiari al
pubblico, era poi possibile rimodellarle in una nuova prospettiva filosofica14.
Nel caso di Parmenide si trattava di suscitare aspettative, soprattutto se -
ammettendo la circolazione di idee nel complesso del mondo greco, orientale e
occidentale - interpretiamo la scelta poetica come alternativa ai modelli in
prosa provenienti dalla Ionia. Da un poema in esametri il pubblico poteva
aspettarsi: una comunicazione di verità; la proposta di un modello di comportamento15.
A conferma, è significativo il fatto che, nella cultura tra VI e IV secolo
a.C., a più riprese, Senofane, Eraclito e Platone abbiano attaccato Omero ed
Esiodo, così denunciando l’incidenza (e l’efficacia) dell’epica arcaica su
mentalità e costumi. Non va trascurata la possibilità che Parmenide abbia
valutato l’impatto “didattico” della performance poetica, la forza comunicativa
della recitazione pubblica, caratteristica di un contesto culturale ancora
decisamente segnato dalla tradizione orale. Anche in questo senso Parmenide
avrebbe potuto sfruttare i vantaggi che garantiva il richiamo alla sapienza del
canto poetico omerico ed esiodeo (facilitare diffusione e memorizzazione della
propria scrittura, attingere a un repertorio di immagini e analogie di sicuro
effetto), con la possibilità, poi, di dar forma in piena autonomia a nuovi
concetti e formule astratte16. 14 C. Robbiano, Becoming Being. On Parmenides’
Transformative Philosophy, International Pre-Platonic Studies, Academia Verlag,
Sankt Augustin 2006 42. 15 . 16 M. Stemich, Parmenides’ Einübung in die
Seinserkenntnis, Ontos Verlag, Frankfurt 2008 30-31. 236 Della poesia greca
arcaica17, il Περὶ φύσεως, nel suo proemio, conserva senz’altro il riferimento
paradigmatico al mito come memoria per recuperare creativamente temi e motivi
della tradizione in funzione didascalica, insieme al rilievo dell’ispirazione
divina (donde l’istituto stesso del proemio, cioè l’abitudine di far cominciare
il canto - epico o lirico - con l’invocazione alle Muse o ad altre divinità) e
alla (probabile) destinazione performativa pubblica, collegata alla scelta
della forma metrica (esametro), secondo le indicazioni interne alla stessa
tradizione omerica (l’aedo Demodoco nell’ottavo libro dell’Odissea). Gentili
segnala18 come alla fine del VI sec. (504-501) il rapsodo Cineto di Chio fosse
il primo a recitare Omero a Siracusa (in un’area geografica non remota dalla
Magna Grecia di Elea: pare che Parmenide soggiornasse presso la corte di
Ierone, che aveva richiamato artisti e intellettuali da tutta la Grecia19),
inserendo nell’ordito dei poemi omerici originali versi epici. Non va
dimenticato come, in un sistema culturale quale quello greco arcaico - fondato
quasi esclusivamente sull’oralità della comunicazione del messaggio poetico, il
cantore epico fosse destinato a trasmettere, attraverso la narrazione,
l’enciclopedia del sapere (tecnico, giuridico, scientifico) in cui, per secoli
(nel caso dell’epos omerico), si era riconosciuta (e intorno a cui si era
venuta organizzando) la società ellenica20. Per la comprensione del testo di
Parmenide, che noi oggi leggiamo, è quindi essenziale la contestualizzazione,
non solo per le trame teoriche, ma anche per quelle formali: ciò consente -
rispetto a quelle arcaiche forme enciclopediche, in cui tutta la saggezza era
incorporata nella concretezza della narrazione - di apprezzarne la specifica
natura, l'originalità dell’impianto e l’audacia dei suoi assunti (astratti e
sistematici). 17 Ricavo questi elementi dal primo capitolo (Oralità e cultura
arcaica) di B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V
secolo, Feltrinelli, Milano 2006. 18 Ivi 22. 19 Su questo A. Capizzi,
"Quattro ipotesi eleatiche", in La Parola del Passato, XLIII, 1988 42-60;
riferimento alle pp. 52-53. 20 Gentili 69. 237 Non va comunque trascurato il
fatto che la scelta espressiva probabilmente condizionata da esigenze di
diffusione e trasmissione (non ultima la stessa memorizzazione) implicava, in
quello sfondo culturale, la dimensione “spettacolare” (recitazione e canto)
della sua ricezione21, che Parmenide non poteva ignorare. Questa
considerazione, da un mero punto di vista formale, aiuta a comprendere la
solennità dell’esordio poetico del Περὶ φύσεως e l’insieme drammatico del
proemio (viaggio, difficoltà, incontro con la divinità), così come la sua
intenzione di coinvolgere il pubblico destinatario, non solo a livello
intellettuale, ma anche emozionale, incoraggiandolo a seguire l’esperienza
trasformativa del poeta, convertito dal contatto con la verità22. In questo
senso, rispetto alla tradizione, è opportuno osservare come il poema
suggerisca: una diversa modalità di
approccio alla Verità: nella poesia omerica, la presenza del divino era evocata
e invocata attraverso la Musa e i versi originavano dalla memoria divina 23;
nel poema in generale, e nel proemio soprattutto, l'invocazione è sostituita da
un incontro divinamente garantito e da una diretta comunicazione divina, che
fanno del poeta qualcosa di più di un semplice tramite ispirato; una probabile integrazione della dimensione
performativa: l'invito alla valutazione razionale (κρῖναι δὲ λόγῳ) fa pensare a
una relazione educativa del tipo delineato dal Sofista platonico (237a): come
ha di recente sottolineato Passa24, la rievocazione, per bocca dello Straniero
di Elea, di una lezione tenuta da Parmenide ai discepoli potrebbe essere
indicativa oltre che dello stesso modello pedagogico dell'Accademia di
un'originale impronta dell'Eleate: Τετόλμηκεν ὁ λόγος οὗτος ὑποθέσθαι τὸ μὴ ὂν
εἶναι· ψεῦδος γὰρ οὐκ ἂν ἄλλως ἐγίγνετο ὄν. Παρμενίδης δὲ ὁ 21 Ivi 49. 22
Robbiano 49. 23 Wilkinson 32. 24 E. Passa, Parmenide. Tradizione del testo e
questioni di lingua, Edizioni Quasar, Roma 2009 25. 238 μέγας, ὦ παῖ, παισὶν ἡμῖν
οὖσιν ἀρχόμενός τε καὶ διὰ τέλους τοῦτο ἀπεμαρτύρατο, πεζῇ τε ὧδε ἑκάστοτε
λέγων καὶ μετὰ μέτρων Οὐ γὰρ μή ποτε τοῦτο δαμῇ, φησίν, εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ σὺ
τῆσδ’ ἀφ’ ὁδοῦ διζήμενος εἶργε νόημα [B7.1-2] Questo discorso ha osato supporre
che ciò che non è sia; il falso, infatti, non potrebbe prodursi in altro modo.
Il grande Parmenide, tuttavia, figlio mio, a noi che eravamo ancora bambini,
cominciando e fino alla fine testimoniava contro questo discorso, ribadendo
ogni volta con le sue parole e i suoi versi che: Questo infatti mai sarà
forzato: che siano cose che non sono; Ma tu da questa via di ricerca allontana
il pensiero. Si tratta di un fotogramma di interno scolastico25: la
memorizzazione dei contenuti fondamentali (cui la scelta dei versi sarebbe
stata funzionale) era affiancata dal commento e dall'argomentazione dettagliata
del maestro, che approfondiva e chiariva i temi (comunicando probabilmente
informazioni supplementari, non divulgabili all'esterno). Il poema potrebbe
essere, almeno in parte, un reperto di tale situazione didattica: donde le sue
asperità e l'impressione che fosse probabilmente rivolto a una cerchia
ristretta26. Parmenide poeta È significativo che, in quella che potrebbe essere
la più antica allusione a Parmenide, egli sia annoverato tra i poeti: 25 Cerri 94.
26 Questo rilievo in M.L. Gemelli Marciano, "Le contexte culturel des
Présocratiques: adversaires et destinataires", in A. Laks et C. Louguet
(éds), Qu’estce que la Philosophie Présocratique? What is Presocratic
Philosophy?, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq (Nord)
2002 89-90, che accosta in questo senso Parmenide a Eraclito. 239 ἆρα ἔχει ἀλήθειάν
τινα ὄψις τε καὶ ἀκοὴ τοῖς ἀνθρώποις, ἢ τά γε τοιαῦτα καὶ οἱ ποιηταὶ ἡμῖν ἀεὶ θρυλοῦσιν,
ὅτι οὔτ’ ἀκούομεν ἀκριβὲς οὐδὲν οὔτε ὁρῶμεν; Mi chiedo se vista e udito abbiano
una qualche verità per gli uomini, oppure se queste cose stiano proprio come
sempre ci ripetono i poeti: che non udiamo né vediamo alcunché di preciso.
(Fedone 65b), a dispetto di una tradizione che avrebbe poi, a più riprese,
manifestato un certo disappunto di fronte ai versi dell’Eleate: τὰ δ’ Ἐμπεδοκλέους
ἔπη καὶ Παρμενίδου καὶ θηριακὰ Νικάνδρου καὶ γνωμολογίαι Θεόγνιδος λόγοι εἰσὶ κιχράμενοι
παρὰ ποιητικῆς ὥσπερ ὄχημα τὸ μέτρον καὶ τὸν ὄγκον, ἵνα τὸ πεζὸν διαφύγωσιν. I
poemi di Empedocle e Parmenide, le Teriache di Nicandro e le Sentenze di
Teognide sono discorsi che, servendosi della poesia come di un veicolo, ne
prendono il metro e la dignità, per evitare la prosa [il prosaico]. (Plutarco;
DK 28 A15) μέμψαιτο δ’ ἄν τις Ἀρχιλόχου μὲν τὴν ὑπόθεσιν, Παρμενίδου δὲ τὴν
στιχοποιίαν Ad Archiloco si potrebbe
rimproverare il soggetto, a Parmenide il modo di fare versi (Plutarco; DK 28
A16) ὁ δέ γε Π. καίτοι διὰ ποίησιν ἀσαφὴς ὢν ὅμως καὶ αὐτὸς ταῦτα ἐνδεικνύμενός
φησιν Parmenide, pur risultando oscuro a causa della poesia, espone e afferma a
sua volta le stesse cose. (Proclo; DK 28 A17). La forza del pensiero sarebbe
stata, insomma, artificiosamente costretta in una forma espositiva inadeguata,
producendo un duplice effetto negativo: l’oscurità dell’espressione e la
scadente qualità dei versi. Scontato, per la tradizione platonica, che
Parmenide avesse elaborato il proprio contributo indipendentemente dal 240
medium espressivo, cui si sarebbe applicato in un secondo momento, valutandone
l’impatto comunicativo: donde i compromessi e le incongruenze cui accenna
Proclo: αὐτὸς ὁ Π. ἐν τῆι ποιήσει· καίτοι δι’ αὐτὸ δήπου τὸ ποιητικὸν εἶδος χρῆσθαι
μεταφοραῖς ὀνομάτων καὶ σχήμασι καὶ τροπαῖς ὀφείλων ὅμως τὸ ἀκαλλώπιστον καὶ ἰσχνὸν
καὶ καθαρὸν εἶδος τῆς ἀπαγγελίας ἠσπάσατο. δηλοῖ δὲ τοῦτο ἐν τοῖς τοιούτοις [B
8, 25. 5. 44. 45] καὶ πᾶν ὅ τι ἄλλο τοιοῦτον· ὥστε μᾶλλον πεζὸν εἶναι δοκεῖν ἢ
ποιητικὸν < τὸν > λόγον. Lo stesso Parmenide, nel poema, pur essendo
costretto, certamente a causa della forma poetica, a far ricorso a metafore,
figure e tropi, privilegiò tuttavia una forma d’esposizione disadorna,
controllata e semplice. Mostra ciò in questi versi [B8.25, 5, 44, 45] e in
tutti gli altri di questo tenore, così che il suo discorso sembra piuttosto
prosa che poesia. (Proclo; DK 28 A18). Sembra rivendicare invece l’originaria e
originale intenzione poetica dell’opera parmenidea Genetlio: φυσικοὶ [sc. ὕμνοι]
δὲ ὁποίους οἱ περὶ Παρμενίδην καὶ Ἐμπεδοκλέα ἐποίησαν [vgl. 31 A 23]. εἰσὶν δὲ
τοιοῦτοι, ὅταν Ἀπόλλωνος ὕμνον λέγοντες ἥλιον αὐτὸν εἶναι φάσκωμεν καὶ περὶ τοῦ
ἡλίου τῆς φύσεως διαλεγώμεθα καὶ περὶ Ἥρας ὅτι ἀήρ, καὶ Ζεὺς τὸ θερμόν· οἱ γὰρ
τοιοῦτοι ὕμνοι φυσιολογικοί. καὶ χρῶνται δὲ τῶι τοιούτωι τρόπωι Π. τε καὶ Ἐμπεδοκλῆς
ἀκριβῶς... Π. μὲν γὰρ καὶ Ἐμπεδοκλῆς ἐξηγοῦνται, Πλάτων δὲ ἐν βραχυτάτοις ἀναμιμνήισκει.
Inni fisici, come quelli composti da Parmenide, Empedocle e dai loro seguaci
Essi sono tali quando, levando un inno ad Apollo, diciamo che è il sole e
discutiamo della natura del sole, e di Era diciamo che è l’aria, di Zeus che è
il calore: inni di questo tipo infatti riguardano l’indagine sulla natura. Si
servono di questa forma d’espressione Parmenide ed Empedocle in modo rigoroso
Parmenide ed Empedocle infatti fanno da 241 guida e Platone lo ricorda brevemente.
(Genetlio; DK 28 A20). Parmenide ed Empedocle sarebbero stati campioni in un
genere, quello dei poemi fisici (φυσικοὶ ὕμνοι), vere e proprie indagini sulla
natura (φυσιολογικοί), riconosciuto nell’antichità (Platone). Simplicio
suggerisce, dal canto suo, un ulteriore interessante accostamento: εἰ δ’‘εὐ κύκλουσφαίρης
ἐν αλίγκιον ὄγκωι ’τὸ ἓν ὄν φησι [Β 8, 43], μὴ θαυμάσηις· διὰ γὰρ τὴν ποίησιν
καὶ μυθικοῦ τινος παράπτεται πλάσματος. τί οὖν διέφερε τοῦτο εἰπεῖν ἢ ὡς Ὀρφεὺς
[fr. 70, 2 Kern] εἶπεν ‘ὠεὸν ἀργύφεον’; Se [Parmenide] afferma che l’essere uno
è simile a massa di ben rotonda palla [B8.43], non ci si deve meravigliare: a
causa della poesia, infatti, egli ricorre anche a qualche finzione mitica. Che
differenza c’è dunque tra questo modo di esprimersi e quello di Orfeo: uovo
d’argento? (Simplicio; DK 28 A20). La ricerca contemporanea ha documentato la
matrice omerica praticamente dell’intero lessico del poema (Coxon27), e
rilevato la raffinatezza della sua composizione ritmica e musicale (Henn), a dispetto
della complessità della sua materia (rispetto ai precedenti di riferimento,
Omero ed Esiodo), rivendicando quindi la dimensione poetica dell’opera di
Parmenide e soprattutto la sua formazione di rapsodo (Schwabl28), riconoscendo,
in altre parole, che Parmenide era un bardo omerico, erede dei tesori di secoli
di recitazione orale (Henn29), impegnato a comporre all’interno della
tradizione epica e non contro di essa. Parmenide, insomma, era (come Empedocle,
probabilmente) in primo luogo un poeta, interessato a sperimentare le
potenzialità 27 A.H. Coxon, The Fragments of Parmenides, Van Gorcum,
Assen/Maastricht 1986 9-13. 28 H. Schwabl, “Hesiod und Parmenides, Zur Formung
des parmenideischen Prooimions (28 B1)”, Reinisches Museum, 106 (1963) 134-142.
29 M.J. Henn, Parmenides of Elea…, cit., p.5. 242 del verso nel campo
d’indagine della natura: i modelli epici potrebbero tuttavia non ridursi ai
poemi omerici ed esiodei, e comprendere anche (soprattutto per la seconda parte
del poema) la produzione orfica, soprattutto teogonica e cosmogonica30,
attribuita a Museo, Epimenide e Onomacrito31. La rivelazione di Parmenide La
scelta di una portavoce divina esprimerebbe per alcuni il desiderio di
Parmenide di marcare l'oggettività del suo metodo32: se l’esito della ricerca
fosse stato avanzato semplicemente come la sua verità, avrebbe finito per
riproporsi come un punto di vista, l’opinione di un mortale in concorrenza con
le opinioni degli altri (mortali)33. Secondo il modulo epico, invece, il
poeta-pensatore non è che portavoce della Dea e della Verità: come il
contemporaneo Eraclito rimarcava che: οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν
σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι non me, ma il logos ascoltando, è saggio convenire
che tutto è uno (DK 22 B50), così Parmenide non intende riferire la verità
immediatamente a un soggetto, ma alla divinità, per garantirne l’assolutezza34.
30 Sull’orfismo in generale si vedano ora i numerosi e preziosi saggi contenuti
in A. Bernabé y F. Casadesús (coords.), Orfeo y la tradicíon órfica. Un
reencuentro, 2 voll., Akal, Madrid 2008. In particolare, nel primo volume A. Bernabé,
Caraterísticas de los textos órficos 241-246; M. Herrero, Tradición órfica y
tradición homérica, cit. 247-278. 31 Per questi aspetti R.B. Martínez Nieto,
Otros poetas griegos próximos a Orfeo, ivi 549-576. 32 Tarán 31. 33 Parménide,
Le Poéme: Fragments, texte grec, traduction, présentation et commentaire par M.
Conche, PUF, Paris 1999 (edizione originale 1996) 66. 34 Ivi 65. 243 Questa
plausibile spiegazione della cornice religiosa non può tuttavia non tenere
conto proprio della natura argomentativa della prima sezione del poema -
indicata dalla Dea come discorso affidabile e pensiero intorno alla Verità
(πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης B8.50-1) - che la stessa Dea evoca come ἔλεγχος
(disamina, prova), invitando il κοῦρος a giudicare razionalmente (κρῖναι δὲ λόγῳ):
consapevolezza che sembrerebbe contraddire l’urgenza di un pegno divino per il
logos proferito. Rivelazione e verità In realtà Parmenide, come Senofane,
sembra per lo più aderire alla concezione pessimistica della condizione umana
espressa tradizionalmente nella poesia arcaica. Leszl, in proposito, cita il
contemporaneo Teognide (vv. 139-41): οὐδέ τωι ἀνθρώπων παραγίνεται, ὅσσα
θέληισιν· ἴσχει γὰρ χαλεπῆς πείρατ’ ἀμηχανίης. ἄνθρωποι δὲ μάταια νομίζομεν εἰδότες
οὐδέν· θεοὶ δὲ κατὰ σφέτερον πάντα τελοῦσι νόον Nessuno degli uomini ottiene
quanto è nei suoi desideri; si scontra infatti con i limiti postigli dalla dura
inettitudine. Uomini come siamo, coltiviamo illusioni, senza sapere nulla,
mentre gli dei pervengono alla realizzazione di tutto quanto hanno in mente35.
È significativo che proprio dalla poesia Parmenide ricavi i tratti con cui, in
B6 e B7, caratterizzerà l’impotenza dei mortali (βροτοί): essi sono apostrofati
come εἰδότες οὐδέν (che nulla sanno, come in Omero, Teognide, Mimnermo,
Semonide); la loro incapacità di realizzare ciò che è nei loro intenti è
stigmatizzata 35 W. Leszl, Parmenide e l’Eleatismo, Dispensa per il corso di
Storia della filosofia antica, Università degli Studi di Pisa, Pisa 1994 162.
244 come ἀμηχανίη (impotenza, inettitudine, come in Teognide e nell’Inno
Omerico ad Apollo, 189-193); la loro attitudine cognitiva liquidata come πλακτὸν
νόον (mente errante, con paralleli in Archiloco fr. 58)36. A dispetto di questo
quadro, del fatto che l’uomo, con le sole sue forze, non possa pervenire alla
conoscenza piena della realtà, il proemio narra come l’intervento e la
benevolenza delle divinità consentano almeno al poeta di ricevere e partecipare
di quel sapere che è appannaggio divino37. Non sorprende che tale rivelazione
investa in primo luogo le premesse (B2) della successiva disamina razionale
(B6-8), che il kouros è invece sollecitato a valutare, come se ormai, grazie
alla comunicazione dei principi, potesse concludere autonomamente; né che, alla
luce delle tradizioni evocate nello stesso proemio, essa si sostanzi
essenzialmente in termini contemplativi (B3-4), facendo quasi coincidere la
percezione intelligente (νοεῖν) con il proprio oggetto (εἶναι) 38. La specifica
cornice letteraria e l’implicito motivo della comunicazione divina sarebbero
allora sfruttati, consapevolmente e strumentalmente, allo scopo di certificare
verità e disponibilità dei principi dell’argomentazione: Parmenide, insomma,
avrebbe attribuito i fondamenti della propria enciclopedia a un’anonima docenza
divina, per assicurarne incontestabilità e universalità. Ovvero, come intende
Conche, il sapiente-poeta avrebbe conservato, nella finzione della Dea, l’idea
tradizionale dell’onniscienza divina, idea di un sapere che tocca la realtà nel
suo insieme: avremmo in questo senso, come già nel caso di Senofane, non più
una divinità religiosa ma filosofica39. 36 Ivi 163-4. 37 Ivi 166. 38 Su questo
ancora Leszl 168. 39 Conche 66. 245 Il problema della verità Nella pratica
poetica sembrava dunque risolversi un cruciale problema cognitivo40: dal
momento che gli esseri umani, nella loro impotenza, sono soggetti a illusoni,
come può il sapiente riconoscere la verità, sottrarsi a quella condizione di
diffusa deficienza (cognitiva) e pretendere di sapere? Nella cultura greca
arcaica, solo un dio poteva essere fonte di verità, e il linguaggio della
comunicazione divina era quello dei versi: Omero ed Esiodo validavano la loro
poesia marcando il fatto che essa annunciava la verità, la cui conoscenza
(sovrumana) era garantita dalla Musa epica41. In questo senso, il motivo
poetico della comunicazione divina è in Parmenide pervasivo, abbracciando
entrambe le sezioni del poema42: l’intero campo del sapere è esplicitamente
ricondotto alla lezione della Dea, tanto le tesi intorno all’essere, quanto
l’enciclopedia del sistema cosmico (διάκοσμος), senza alcuno spazio per una
piena rivendicazione autoriale da parte del poeta. Se consideriamo la struttura
dell'opera delineata in conclusione del proemio, e i passi superstiti della
prima sezione, risulta evidente, nella narrazione, come il rilievo della
lezione divina sia funzionale alla focalizzazione del problema dell'accesso
alla veri- 40 Su questo punto è fondamentale il contributo di G.W. Most,
"The poetics of early Greek philosophy", in The Cambridge Companion
to Early Greek Philosophy, edited by A.A. Long, C.U.P., Cambridge 1999 332-362.
Nello specifico rinvio a p. 353. 41 Ivi 343. 42 Sulla scorta delle indicazioni
del testo (DK 28 B8.50-52): ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης·
δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας μάνθανε A questo punto pongo termine per te al
discorso affidabile e al pensiero intorno a Verità; da questo momento in poi
opinioni mortali impara le due sezioni sono tradizionalmente designate come Verità
e Opinione. 246 tà43. Veridicità ed essenzialità44, in effetti, erano
fondamentali obiettivi poetici che le opere di Omero ed Esiodo si proponevano e
rivendicavano (implicitamente o esplicitamente): gli inni teogonici, per
esempio, articolavano il pantheon riconducendolo all’origine del cosmo, così
assicurando, in forza della rivelazione della Musa, una conoscenza superumana
di cose distanti nel tempo e nello spazio45. Quando le Muse di Esiodo
dichiarano: ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα, ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα
γηρύσασθαι sappiamo dire molte menzogne simili al vero, ma sappiamo anche,
quando vogliamo, il vero cantare (Teogonia 27-28), l’intenzione non è di
mettere in guardia dal contenuto della buona poesia, piuttosto dalla
comprensione della maggioranza degli uomini, così scadente da non poter
discernere il vero dal falso46. Senofane, probabilmente nello stesso ambiente
culturale di Parmenide47, aveva già chiaramente manifestato segni di
scetticismo nei confronti del mito e di quella tradizione poetica: πάντα θεοῖσ’
ἀνέθηκαν Ὅμηρός θ’ Ἡσίοδός τε, ὅσσα παρ’ ἀνθρώποισιν ὀνείδεα καὶ ψόγος ἐστίν,
κλέπτειν μοιχεύειν τε καὶ ἀλλήλους ἀπατεύειν ogni cosa agli dei attribuirono
Omero ed Esiodo, 43 Su questo punto G. Germani, "ΑΛΗΘΕΙΗ in
Parmenide", in La Parola del Passato Most 343. 45 K. Algra, "The beginnings of
cosmology", in The Cambridge Companion to Early Greek Philosophy, cit. 45-65.
Il passo cui ci riferiamo è a p. 49. 46 Most 343. 47 La tradizione dossografica
antica costantemente associa Parmenide a Senofane: tale relazione è stata
conservata nella tradizione fino al XX secolo, nel corso del quale essa è
risultata profondamente scossa. Con buoni argomenti ha di recente rilanciato la
dipendenza di Parmenide dal pensatore di Colofone John Palmer (Plato's
Reception of Parmenides, Clarendon Press, Oxford 1999 186 ss.; Parmenides et Presocratic
Philosophy, cit. 324 ss.). 247 quanto presso gli uomini è cosa riprovevole e
censurabile: rubare, commettere adulterio e vicendevolmente imbrogliarsi (DK 21
B11) Ὅμηρος δὲ καὶ Ἡσίοδος κατὰ τὸν Κολοφώνιον Ξενοφάνη ὡς πλεῖστ(α) ἐφθέγξαντο
θεῶν ἀθεμίστια ἔργα, κλέπτειν μοιχεύειν τε καὶ ἀλλήλους ἀπατεύειν Omero ed
Esiodo, secondo Senofane di Colofone: Numerosissime azioni illegittime hanno
narrato degli dei: rubare, commettere adulterio e vicendevolmente imbrogliarsi
(DK 21 B12). Egli (come Eraclito) prende apertamente posizione contro la
falsità dei contenuti di quella poesia, contro la distorsione della corretta
concezione del divino: è significativo, in questo senso, che proprio a cavallo
tra VI e V secolo a.C. si sviluppi la più importante misura di recupero48 a
protezione dei poeti: l'interpretazione allegorica. A Teagene di Reggio
dovremmo, in effetti, il tentativo di sanare la frattura tra le fonti
tradizionali dell'autorità poetica e i più recenti criteri di argomentazione
concettuale49. Certamente la critica di Senofane rischiava di accentuare il
divario tra piano umano e piano divino, come emerge da alcuni dei frammenti
conservati, rendendo conseguentemente problematico l'accesso alla verità: οὔτοι
ἀπ’ ἀρχῆς πάντα θεοὶ θνητοῖσ’ ὑπέδειξαν, ἀλλὰ χρόνωι ζητοῦντες ἐφευρίσκουσιν ἄμεινον
non è vero che dal principio tutte le cose gli dei ai mortali svelarono, ma nel
tempo, ricercando, essi trovano ciò che è meglio (DK 21 B18) 48 L'espressione è
di Most 339. 49 . Sulla relazione tra Senofane, Paremnide e Teagene si veda A.
Capizzi, "Quattro ipotesi eleatiche", in La Parola del Passato, cit..
248 καὶ τὸ μὲν οὖν σαφὲς οὔτις ἀνὴρ ἴδεν οὐδέ τις ἔσται εἰδὼς ἀμφὶ θεῶν τε καὶ ἅσσα
λέγω περὶ πάντων· εἰ γὰρ καὶ τὰ μάλιστα τύχοι τετελεσμένον εἰπών, αὐτὸς ὅμως οὐκ
οἶδε· δόκος δ’ ἐπὶ πᾶσι τέτυκται davvero l'evidente verità nessun uomo conobbe,
né mai ci sarà sapiente intorno agli dei e alle cose che io dico, su tutte: se,
infatti, ancora gli capitasse di dire la verità compiuta in sommo grado, lui
stesso non lo saprebbe: opinione è data su tutte le cose (DK 21 B34). Benché
testo e significato dell'ultimo frammento rimangano ancora controversi50, esso
sembra anticipare la conclusione scettica per cui non esiste criterio per
stabilire una verità evidente e del tutto affidabile. Analogamente si
esprimeva, tra i contemporanei di Parmenide, Alcmeone: Ἀλκμαίων Κροτωνιήτης
τάδε ἔλεξε Πειρίθου υἱὸς Βροτίνωι καὶ Λέοντι καὶ Βαθύλλωι· περὶ τῶν ἀφανέων,
περὶ τῶν θνητῶν σαφήνειαν μὲν θεοὶ ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις τεκμαίρεσθαι καὶ τὰ ἑξῆς
Alcmeone di Crotone, figlio di Piritoo, ha detto queste cose a Brotino, Leonte
e Batillo: sulle cose invisibili, sulle cose mortali gli dei possiedono la
certezza, ma a noi, in quanto uomini, è dato solo trovare degli indizi51 (DK 24
B1). La scelta di Parmenide - di far ruotare intorno a una figura divina la
comunicazione del poema - potrebbe allora simboleggiare 50 J.H. Lesher, "Early
interest in knowledge", in The Cambridge Companion to Early Greek
Philosophy, cit. 225-249. Il riferimento a p. 229. 51 Dal passo iniziale del
frammento vero e proprio (περὶ τῶν ἀφανέων, περὶ τῶν θνητῶν) la Gemelli
Marciano propone di espungere la virgola, offrendo quindi la seguente
traduzione: sulle cose invisibili che riguardano i mortali ("Lire du
début. Quelques observations sur les incipit des présocratiques",
Philosophie Antique, 7, 2007 [Présocratiques] 19). 249 la ripresa e la
soluzione parmenidea del problema della verità52. Non va quindi trascurata la
possibilità di cogliere, negli echi della poesia religiosa e della stessa
poesia esiodea (con la ripresa di elementi cosmologici della Teogonia), la
specificità dell'esperienza narrata nel proemio come prefigurazione del
complesso dei contenuti dell’opera. Motivi poetici e suggestioni In uno studio
molto innovativo per l’attenzione alla forma poetica del Περὶ φύσεως,
Mourelatos 53 individuò alcuni motivi 54 dell’epica chiaramente presenti nel
poema. Tra questi appaiono di particolare interesse quello del viaggio, certamente il più
importante, anche per le possibili implicazioni (in precedenza segnalate) con
la poesia religiosa; quello
dell’istruzione, marcata dall’uso della seconda persona nella comunicazione
divina, e dal ricorso a formule programmatiche (χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι;
μαθήσεαι; κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας; πεύσῃ; εἰδήσεις), memori di Esiodo (Le
opere e i giorni) e Omero. Viaggio ed erramento Dei cinque aspetti rilevati55
nella struttura di questo motivo (motif) omerico - progresso nel viaggio di ritorno, regresso ed erramento; (iii) navigazione
esperta; (iv) azione folle; (v) ricerca di informazioni sul ritorno da parte
dei parenti a casa i 52 Germani 187. 53 A.P.D. Mourelatos, The Route of
Parmenides. A Study of Word, Image and Argument in the Fragments, Yale London Non mi addentro nella distinzione, proposta
dallo studioso, tra tema o concetto, per cui le pure forme poetiche fungono da
veicolo (oggetto della iconografia), e motivo o significato complessivo, valore
simbolico (oggetto della iconologia). 11-12.
55 Ivi 18. 250 primi quattro appaiono marcatamente sfruttati nel poema. La
compiuta circolarità del viaggio nell'Odissea pone in primo piano il ritorno a
casa (νόστος), per cui esiste una specifica impresa di ricerca (νόστον
διζήμενος): nel proemio si alluderebbe esplicitamente o implicitamente a
seconda delle interpretazioni alla stessa situazione (viaggio alla dea e
ritorno tra gli uomini). In ogni caso centrali risulterebbero, nell’economia
del poema, la conduzione (πομπή) delle guide (divine) di scorta al viaggiatore
e per contrasto l’erramento (πλάνη) dei mortali: analogamente, l’eroe omerico -
accorto e istruito dalle divinità - sa di dover osservare un certo
comportamento, mentre i suoi compagni, privi di lungimiranza, si rendono
colpevoli di azioni irresponsabili, d’ostacolo al viaggio di ritorno56. Così,
al kouros la Dea non manca di riferire le coordinate (i segni, σήματα) della
via corretta (B8.1-2: μῦθος ὁδοῖο ὡς ἔστιν), mettendolo in guardia dalle
insidie della abitudine nata dalle molte esperienze (B7.3: ἔθος πολύπειρον);
alla cui deriva, invece, come i compagni di Odisseo, si abbandonano i mortali
che nulla sanno (B6.4: βροτοὶ εἰδότες οὐδέν), connotati come uomini a due teste
(δίκρανοι). Ma il motivo del viaggio non riconduce solo al paradigma omerico: è
probabile ne esistesse una variante letteraria nella poesia apocalittica 57,
diffusa nei circoli pitagorici, a partire dai Καθαρμοί del leggendario
Epimenide sopra ricordato. Non è solo Diels a crederlo; tra gli specialisti del
XX secolo, Guthrie58, per esempio, coglie, almeno a livello verbale, echi
orfici, che tuttavia non dimostrerebbero altro che il radicamento nella
tradizione della poesia più antica e in quella contemporanea (Pindaro,
Bacchilide, Simonide), mentre ritiene più consistente la possibilità di una
influenza dello sciamanesimo, proprio sulla scorta dei precedenti di Epimenide
e altri (Aristea, Abari, Ermotimo). 56 Ivi 18-21. 57 Uso l’aggettivo come Diels
nel suo significato etimologico da ἀποκαλύπτω (scoprire, rivelare appunto). 58
W.K.C. Guthrie, A History of Greek Philosophy. II. The Presocratic Tradition
from Parmenides to Democritus, C.U.P., Cambridge 1965 10 ss.. 251 Esperienze
dell'altro mondo Come segnalato in nota ai versi del proemio, alcune scelte
espressive di Parmenide per esempio il vocativo κοῦρε (con cui la δαίμων
apostrofa il viaggiatore giunto al suo cospetto) e soprattutto la formula εἰδὼς
φώς (con cui è indirettamente designato il poeta) hanno fatto pensare a un
esplicito richiamo a modelli misterici, destinati a fortunate riprese in
particolare da parte di Platone59. Rivestono in questo senso un notevole
interesse le laminette funerarie classificate come "orfiche" (le più
antiche risalenti al VIV secolo a.C.) e altri frammenti riconducibili a
quell'ambiente religioso, sia per il motivo del viaggio (per giungere all'Ade:
non agile, non lineare; dunque bisognoso di guida) e della connessa esperienza
che propongono (il giudizio della anime a opera di Dike), sia per specifici
elementi che presuppongono (l'iniziazione) e impongono (la necessità di operare
una scelta di fronte a un bivio). Di recente Ferrari è tornato a segnalare come
l'itinerario del poeta nel proemio, con la sua destinazione infera, abbia molto
in comune con quegli itinerari iniziatici che i defunti percorrevano
nell'oltretomba, seguendo più o meno puntuali istruzioni60. Non si tratterebbe
solo di dettagli di contorno (come segnaliamo in nota) che Parmenide avrebbe
recuperato per garantire solennità alla propria composizione, ma di suggestioni
che l'avrebbero informata, fornendo il nesso profondo tra il racconto del proemio
e il resto del poema, saldando il tema dell'iniziazione alla fondazione logica
del sistema61. Così sarebbe possibile ricostruire la topografia del viaggio
parmenideo: percorso privilegiato (sotto la conduzione delle EliaEliadi: κοῦραι
δ΄ ὁδὸν ἡγεμόνευον, v. 5) di un "iniziato" (εἰδὼς φώς) lungo la via
che conduce alla porta dell'oltretomba (ὁδός 59 Per questi aspetti è ancora
molto utile M.M. Sassi, "Parmenide al bivio. Per un'interpretazione del
proemio", La Parola del Passato, cit. 383-396. 60 F. Ferrari, La fonte del
cipresso bianco. Racconto e sapienza dall'Odissea alle lamine misteriche, Pomba,
Torino 2007 115. 61 Sassi 386. 252 πολύφημος δαίμονος, 2-3)62 sorvegliata da
Dike, la quale non solo consentirà al poeta l'accesso al mondo dei morti (per
testimoniarne), ma soprattutto l'incontro con la δαίμων e, conseguentemente, la
sua istruzione. Un tragitto che, a suo tempo, in uno studio pionieristico,
Morrison aveva connotato come quello del poeta-sciamano in cerca di
conoscenza63, accostandolo all'esperienza del platonico Er. In modo
sorprendentemente simile, le istruzioni (incise su laminetta aurea) per l'anima
del defunto nel sepolcro di Ipponio (circa 400 a.C.) prevedono: ἐπεὶ ἂμ
μέλληισι θανεῖσθαι εἰς Ἀΐδαο δόμους εὐήρεας Quando ti toccherà di morire andrai
alle case ben costrutte di Ade64, dove, presso la palude di Mnemosine
(Μναμοσύνη λίμνη), l'anima sarebbe stata affrontata e interpellata dai custodi
(φύλακες): [ h ] οι δέ σε εἰρήσονται ἐν φραςὶ πευκαλίμαισι ὄττι δὴ ἐξερέεις Ἄιδος
σκότους ὀλοέεντος che ti chiederanno nel loro denso cuore Cosa vai cercando
nelle tenebre di Ade rovinoso65. Ma le laminette propongono soprattutto
un'altra suggestione, che potrebbe emergere in Parmenide (per giungere poi ai
miti dell'aldilà platonico) come riflesso di un fondo escatologico comune 66:
la possibilità che una tappa nell'itinerario tracciato da 62 La Sassi (pp.
387-8) ricorda come nel mito oltremondano del Fedone (107d ss.) le anime dei
defunti, per coprire il cammino verso l'Ade, abbiano bisogno di δαίμονες che le
conducano come ἡγεμόνες. 63 J.D. Morrison, "Parmenides and Er",
Journal of Hellenic Studies, 75, 1955 59-68. La citazione è a p. 59. 64 G.
Colli, La sapienza greca, vol. I, Adelphi, Milano 1977 172-3. 65 Colli 172-3.
66 Sassi 390-1. 253 Parmenide sia costituita dal bivio dell'oltretomba ben
attestato nelle laminette (e nei testi platonici): ἔστ’ ἐπὶ δ < ε > ξιὰ
κρήνα, πὰρ δ’αὐτὰν ἐστακῦα λευκὰ κυπάρισσος
ταύτας τᾶς κρᾶνας μηδὲ σχεδὸν ἐνγύθεν ἔλθηις· πρόσθεν δὲ [ h ] ευρήσεις
τᾶς Μναμοσύνας ἀπὸ λίμνας ψυχρὸν ὔδωρ προρέον c'è alla destra una fonte, e
accanto a essa un bianco cipresso diritto
A questa fonte non andare neppure troppo vicino; ma di fronte troverai
fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine (laminetta di Ipponio) εὑρήσσεις
δ’ Ἀίδαο δόμων ἐπ’ ἀριστερὰ κρήνην πὰρ δ’ αὐτῆι λευκὴν ἑστηκυῖαν κυπάρισσον
ταύτης τῆς κρήνης μηδὲ σχεδὸν ἐμπελάσειας. εὑρήσεις δ’ ἑτέραν, τῆς Μνημοσύνης ἀπὸ
λίμνης ψυχρὸν ὕδωρ προρέον E troverai alla sinistra delle case di Ade una
fonte, e accanto a essa un bianco cipresso diritto: a questa fonte non
accostarti neppure, da presso. E ne troverai un'altra, fredda acqua che scorre
dalla palude di Mnemosine (laminetta di Petelia, circa 350 a.C.) εὑρήσεις Ἀίδαο
δόμοις ἐνδέξια κρήνην, πὰρ δ’ αὐτῆι λευκὴν ἑστηκυῖαν κυπάρισσον ταύτης τῆς
κρήνης μηδὲ σχεδόθεν πελάσηιςθα. πρόσσω εὑρήσεις τὸ Μνημοσύνης ἀπὸ λίμνης ὕδωρ
προ < ρέον > Troverai alla destra delle case di Ade una fonte, e accanto
a essa un bianco cipresso diritto: a quella fonte non accostarti neppure, da
presso. E più avanti troverai la fredda acqua che scorre 254 dalla palude di
Mnemosine (laminetta di Farsalo, circa 330 a.C.)67. Così come l'iniziato è
preventivamente istruito di fronte all'alternativa delle fonti cui attingere
per placare la propria sete, la Dea di Parmenide, conclusa la propria
allocuzione introduttiva e richiamata l'attenzione del κοῦρος: εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν ἐρέω,
κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας Orsù, io dirò - e tu abbi cura della parola, una
volta ascoltata (B2.1), evoca (B2.2) l'immagine delle vie di ricerca,
evidentemente biforcate: ἡ μὲν ὅπως ἔστιν
τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι (B2.3); ἡ δ΄
ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι (B2.5); per trattenerlo dal
tentativo di percorrere la seconda, come invece accade (analogamente alle anime
che si gettano verso l'acqua della prima fonte) ai mortali che nulla sanno
(βροτοὶ εἰδότες οὐδέν, B6.4)68. Sono stati compiuti, negli ultimi anni,
tentativi per individuare un modello unitario per tutto il materiale funerario
di questo tipo (che si riferisce a reperti risalenti ai secoli V-II a.C.),
giungendo addirittura a fissare la serie di stazioni che farebbero da sfondo
alle istruzioni per le anime dei defunti69. Più prudentemente, riferendosi alle
laminette di Ipponio, Petelia, Farsalo e Entella (fine V- fine IV secolo a.C.),
Ferrari ha sottolineato come ci si trovi di fronte a una traccia poetica
sostanzialmente unica e unitaria, ma altresì che le rimodulazioni dei vari
testimoni risultano a tratti 67 Colli 172-7. 68 Sassi 392-3. 69 Il tentativo
più sistematico è quello di A. Bernabé, Poetae epici Graeci. Testimonia et
fragmenta, II: Orphicorum et Orphicis similium testimonia et fragmenta, II,
K.G. Saur, Münche-Leipzig 2005 13. di ciò dà conto Ferrari in La fonte del
cipresso bianco, cit. 115-6. 255 importanti e complesse70. In ogni caso, un
elemento risulta nel nostro contesto significativo: il fatto che nelle
laminette (pur recuperate in località diverse e in qualche caso distanti: si va
dalla Magna Grecia per le prime due laminette, alla Tessaglia per la terza,
alla Sicilia per l'ultima) si faccia ripetuta menzione di Mnemosine come
divinità che dispensa il dono di ricordare71, e che rivelerebbe l'appartenenza
dei defunti a circoli pitagorici, a quella cultura, in altre parole, che
appunto alla memoria assegnava un ruolo cruciale nel processo di ascesi e di
perfezionamento della persona72. Non è un caso che Pugliese Carratelli, editore
delle laminette, proponga, in relazione all'ambiente e allo specifico richiamo
del proemio di Parmenide a quella temperie, Mnemosine come la δαίμων innominata
di Parmenide. Esperienze sciamaniche Abbiamo citato Morrison a proposito del
suo accostamento del viaggio di Parmenide al tragitto di un poeta-sciamano: la
figura dello sciamano - il cui rilievo nell’ambito della cultura arcaica era
stato notato, qualche anno prima del contributo di Morrison, da Dodds, in una
delle opere più originali sulla civiltà greca73 - è quella di un mediatore tra
uomini e dei, che ha la capacità di lasciare in trance il proprio corpo e di viaggiare
in cielo o nell’oltretomba, per accompagnare altre anime o ricevere istruzioni
mediche o cultuali da una divinità. Egli è spesso poeta o cantore e tipicamente
narra in prima persona dei suoi viaggi celesti e delle sue esperienze: il suo
viaggio (il mezzo di trasporto è talvolta un carro volante) è difficoltoso e
può presentare momenti di erramento prima del desiderato confronto con la
divinità. 70 Ivi 119. 71 Ivi 124. 72 . 73 E.R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale,
La Nuova Italia, Firenze 1959 (edizione originale 1951), capitolo V (Gli
sciamani e le origini del puritanesimo). 256 Anche Mourelatos 74 riconosce le
somiglianze tra l’itinerario del kouros e il complesso di elementi focalizzati
da Dodds e ripresi, in relazione a Parmenide, da Guthrie. Se concediamo la
presenza di certi tratti sciamanici nella Grecia arcaica, il riferimento, nel
proemio, al viaggio del protagonista e alla sua scorta divina (Guthrie parla di
odissea spirituale dello sciamano) avrebbe allora potuto immediatamente
evocare, nell’immaginazione di un ascoltatore "iniziato" a tali
pratiche, i segni dell’esperienza sciamanica. In questo senso appare ancor più
significativo l’accostamento a Odisseo. In particolare, Mourelatos è convinto
che, dietro o sotto la poesia di Parmenide, si possa rintracciare, oltre a
Omero (e a Esiodo), un consistente corpo di poesia cultuale e profetica del
VII-VI secolo a.C.. Il problema in proposito è la mancanza di esemplari per
valutarne la reale incidenza, forse più importante di quella omerico-esiodea. È
probabile, tuttavia, che l’importanza di questo retroterra dipenda in larga
misura da motivi e temi condivisi dall’epica precedente, sebbene impiegati in
una nuova prospettiva e con una nuova contestualizzazione. Parmenide avrebbe
così usato il complesso del viaggio sciamanico come modello per il suo viaggio
speculativo. Nonostante l’assenza di evidenze testuali che autorizzino a
parlare di un “motivo” letterario, allusioni al paradigma dell'esperienza
sciamanica sarebbero rintracciabili, secondo Kingsley 75, proprio nel proemio,
quasi a inquadrare la successiva dottrina in una cornice sapienziale
indiscutibile. Anche per l'autore inglese, infatti, il modo di presentarsi del
poeta (come uomo che sa, εἰδὼς φώς) costituirebbe uno standard nel mondo greco
arcaico per indicare l’iniziato76, colui che, in virtù delle proprie
conoscenze, poteva giungere dove ad altri era proibito. Analogamente
l’espressione κοῦρος con cui la Dea si rivolge al poeta denoterebbe una figura
al limite (e tramite) tra mondo umano e divino77: l’esperienza descritta,
infatti, sarebbe quella di un’eccezionale 7444-5. 75 P. Kingsley, In the Dark
Places of Wisdom, Duckworth, London 1999. 76 Ivi 62. 77 Ivi 72. 257 κατάβασις,
autorizzata da Dike (divinità associata al mondo infero78). Qui è plausibile
che Parmenide si rifacesse a modelli letterari, che coniugavano il tema della
discesa nell’Ade in quanto luogo della rivelazione (Odissea XI), a un
determinato contesto cosmologico (Teogonia 736-774) e a particolari figure di
predestinati, come l’eroe Eracle79 o il leggendario poeta Orfeo (in questo
senso da leggere, analogamente a Dodds80, come sciamano). A conferma della
propria lettura (che in realtà si regge su tradizioni posteriori), Kingsley
porta testimonianze ricavate dall’arte vascolare dell’epoca e della regione di
Elea, che ritraggono l’incontro di Eracle con Persefone secondo lo schema
ripreso da Parmenide, ovvero quello di Orfeo con la stessa dea infera, e la
presenza sullo sfondo di Dike81. In questo modo sarebbe attestato, se non un motivo
poetico-letterario, almeno un retroterra culturale, tradizionale e locale, in
cui il poeta poteva inserire i propri riferimenti, permettendosi l'anonimità
della dea82. In effetti, che il ruolo di divina interlocutrice sia ricoperto da
Persefone, è suggerito dalla stessa accoglienza del kouros da parte della θεά:
non una sorte infausta (la morte?) lo ha allontanato dal mondo degli uomini, ma
un destino di conoscenza sotto l’egida della giustizia divina. Come se,
appunto, ella fosse preoccupata di rassicurare il poeta circa la sua presenza
nel mondo dei morti. D’altra parte, è assai probabile che il poeta si attenesse
a norme compositive, ricorrendo a scelte espressive non improvvisate e per lo
più funzionali a un determinato obiettivo. Kingsley richiama esemplarmente il
ricorso alla ripetizione costante del verbo φέρω nei primi versi, la cui
frequenza sarebbe difficilmente tollerabile, da un punto di vista poetico, se
non per l’effetto “performativo” (immaginando la recitazione), di incantamento
e trasporto. L’attenzione per alcuni dettagli fa inoltre pensare che Parmenide
evocasse precisi riferimenti cultuali (se non poetici), così inquadrando la
propria rivelazione in uno sfondo comprensibile ai 78 Ivi 62-3. 79 Ivi 61. 80 186-7.
81 94. 82 Ivi 97. 258 propri ascoltatori (iniziati): potrebbe dunque non essere
casuale il particolare rilievo iniziale del suono (sibilo acuto, σῦριγξ) emesso
dall’asse del carro nei mozzi incandescente, dal momento che esso ritorna nella
posteriore tradizione dei papiri magici greci, associato proprio al silenzio
della incubazione e al viaggio cosmico83. Maria Laura Gemelli Marciano84 ha
inoltre richiamato l'attenzione sullo spazio (21 versi) dedicato nel proemio
(che consideriamo conservato integralmente) alla descrizione del viaggio e
sull’acribia con cui ne viene resa l'esperienza sensoriale (acustica e ottica),
nonché la topografia: ricchezza di dettagli che sembra escludere il mero
impiego simbolico, tanto più considerando85 la stretta relazione tra suoni
(sibilo, σῦριγξ), movimenti rotatori (i cerchi rotanti δινωτοῖσιν κύκλοις dei 7-8)
segnali di alterazione dello stato di coscienza - e il manifestarsi delle
figure divine86. Indizi che possono autorizzare la lettura del poema come
resoconto di un viaggio estatico. Alcuni elementi esteriori concorrono in
effetti a collegare Parmenide a questo retroterra apocalittico. Nel 1962 fu
ritrovata a Velia (l’antica Elea) un'iscrizione su blocco marmoreo che
recita87: Πα[ρ]μενείδης Πύρητος Οὐλιάδης φυσικός. Parmenide, figlio di Pireto,
è riconosciuto come Ouliades, seguace di Apollo Oulios (venerato nell’area
anatolica, da cui provenivano i profughi focesi che fondarono nel VI secolo
a.C. Elea), e physikos, a un tempo ricercatore della natura e medico: dal
momento che ad Apollo Oulios era riconducibile la tecnica dei guaritori, è
possibile che la figura del filosofo fosse ufficialmente associata alla
iatromantica (di cui l’archeologia conferma la pratica in Velia), nel solco
dello sciamanesimo (Epimenide) attestato dalla tradizione testuale. Nella
stessa direzione punta un’altra evidenza dossografica: 83 Ivi 129-130. 84 Die
Vorsokratiker, II 54. 85 Sulla scia dello stesso Kingsley. 86 Gemelli Marciano,
Die Vorsokratiker, cit., II 55. 87 Kingsley 139 ss.. 259 ἐκοινώνησε δὲ καὶ Ἀμεινίαι
Διοχαίτα τῶι Πυθαγορικῶι, ὡς ἔφη Σωτίων, ἀνδρὶ πένητι μέν, καλῶι δὲ καὶ ἀγαθῶι.
ὧι καὶ μᾶλλον ἠκολούθησε καὶ ἀποθανόντος ἡρῶιον ἱδρύσατο γένους τε ὑπάρχων
λαμπροῦ καὶ πλούτου, καὶ ὑπ’ Ἀμεινίου, ἀλλ’ οὐχ ὑπὸ Ξενοφάνους εἰς ἡσυχίαν
προετράπη. Parmenide, come affermò Sozione, ebbe familiarità anche con Aminia,
figlio di Diochete, pitagorico, uomo povero, ma nobile e retto, ciò che tanto
più ne favorì l’influenza. Quando questi morì, Parmenide, che era di famiglia
illustre e ricca, eresse per lui un monumento funebre. Fu proprio Aminia, non
Senofane, a volgerlo alla tranquillità di una vita di studio (Diogene Laerzio;
DK 28 A1). Il termine ἡσυχία - qui tradotto come tranquillità di una vita di
studio - avrebbe in realtà un valore molto diverso, soprattutto riferito allo
stile di vita esemplare del pitagorico Aminia: qualcuno parla di vita
contemplativa, ovvero di vita filosofica, ma letteralmente il significato è
quello di quiete, riposo, silenzio, immobilità. L’ascetico Aminia sarebbe stato
maestro di incubazione, avrebbe cioè avviato Parmenide alle tecniche di
concentrazione già in uso presso i gruppi pitagorici88. Come ha rilevato la
Gemelli Marciano89, l'incubazione può fornire la chiave per collegare la
iatromantica, riferita all'Eleate dalle evidenze archeologiche, all'attività di
legislatore attribuitagli sempre da Diogene Laerzio (sulla scorta di
Speusippo): almeno secondo lo schema che Platone ricorda nelle Leggi (624b) in
relazione al mitico Minosse, ma che abbiamo ritrovato in Epimenide e che potrebbe
emergere anche nel caso di Zaleukos, legislatore di Locri, di cui si sosteneva
avesse ricevuto le leggi direttamente dagli dei. Sebbene non sia dato cogliere
in quale modo questo insieme di elementi potesse costituire un “motivo”
letterario, è possibile ipotizzare una sua codifica in una qualche forma
recitativa (come nel 88 Kingsley II 45-6.
260 caso delle Purificazioni di Epimenide), cui Parmenide potrebbe essersi
ispirato (viaggio, incontro con Giustizia e Verità ecc.), evocando situazioni e
particolari significativi in una società ancora legata a quelle pratiche
(importate, come crede Kingsley, dalla patria di origine, Focea, sulle coste
dell’Asia Minore). La cornice cosmologica: Esiodo Il motivo del viaggio e della
sua destinazione divina con le diverse, possibili suggestioni - risulta
comunque proiettato, nel proemio, all’interno di uno sfondo cosmico
(parzialmente delineato nelle allusioni del testo) modulato su un terzo grande
modello poetico, probabilmente decisivo nell’elaborazione letteraria di
Parmenide: la Teogonia di Esiodo. Sulla sua incidenza pochi hanno dubbi, anche
quando, come Mourelatos 90, privilegino il confronto con Omero. Sommariamente,
infatti, possiamo rilevare: le analogie
tra il proemio del poema e l’inno alle Muse91 della Teogonia; in particolare la possibile criticità del già
citato rilievo delle Muse in Teogonia 27-28: ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν
ὁμοῖα, ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι sappiamo dire molte menzogne
simili al vero, ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare -, rispetto
al programma didattico proposto in conclusione di B1, con l'opposizione tra
verità e incerto opinare umano; (iii) la presenza strutturale di dettagli dello
scenario cosmologico dell'opera esiodea nel proemio, oltre alla chiara
intenzione cosmogonica (e teogonica) della seconda sezione del poema. Su
questo, tra gli altri, concordano Leszl, Couloubaritsis, e soprattutto M.
Pellikaan-Engel, Hesiod and Parmenides. A New View on Their Cosmologies and on
Parmenides’ Proem, Hakkert, Amsterdam 1974. 261 Quasi Parmenide volesse
sovrapporre o contrapporre la propria verità a quella del poeta di Ascra. A
livello formale, lo sforzo da parte di Parmenide di utilizzare creativamente il
precedente esiodeo appare evidente. Egli si muove in effetti all’interno delle
novità da questi introdotte nella tradizione aedica: il riferimento dell’autore
a se stesso nell’esordio dell’opera e la funzionalità del proemio rispetto al
poema. In relazione all'originalità esiodea del primo aspetto, Arrighetti ha
colto, nel modo di proporsi del poeta rispetto alla memoria letteraria, il
doppio risvolto della contrapposizione polemica e, soprattutto, del distacco
critico, garantito dalla rivelazione delle Muse 92: l’investitura poetica e il
dono divino della verità, come proposti in apertura della Teogonia,
giustificano la pretesa di una poesia diversa dalla tradizionale, in cui
l’autore fondatamente rivendica una visione unitaria del cosmo. D’altra parte,
anche la risorsa proemiale è da Esiodo sfruttata in modo peculiare, nella
misura in cui essa non si riduce ad artificio estrinseco rispetto al canto
poetico vero e proprio, a inno propiziatorio da recuperare nel repertorio di
evocazioni dedicate, sul tipo degli inni tramandati come omerici: il nesso tra
proemio e poema è, nel caso della Teogonia, molto stretto, sia per il
coinvolgimento diretto del poeta e della sua esperienza personale, sia, in
particolare, perché tale esperienza illumina la sostanza complessiva
dell’opera: il proemio, con il racconto della epifania delle Muse, costituisce
la garanzia del carattere di veridicità del contenuto del poema93. A richiamare
l’attenzione dell'interprete sul precedente esiodeo sono tuttavia soprattutto
alcuni elementi di contenuto, in primo luogo lo scenario complessivo del
proemio parmenideo, con un viaggio che conduce, lungo la direttrice del
sentiero di Notte e Giorno (il percorso lungo cui essi si alternano), a un
imponente portale (a protezione della dimora divina), il quale, aprendosi,
rivela un vuoto enorme (χάσμ΄ ἀχανὲς), eco delle porte (πύλαι) che chiudono (e
dischiudono) l’oscuro Tartaro esiodeo: 92 Esiodo, Teogonia, a cura di G.
Arrighetti, BUR, Milano. ἔνθα δὲ γῆς
δνοφερῆς καὶ ταρτάρου ἠερόεντος πόντου τ’ ἀτρυγέτοιο καὶ οὐρανοῦ ἀστερόεντος ἑξείης
πάντων πηγαὶ καὶ πείρατ’ ἔασιν, ἀργαλέ’ εὐρώεντα, τά τε στυγέουσι θεοί περ·
χάσμα μέγ’, οὐδέ κε πάντα τελεσφόρον εἰς ἐνιαυτὸν οὖδας ἵκοιτ’, εἰ πρῶτα πυλέων
ἔντοσθε γένοιτο, ἀλλά κεν ἔνθα καὶ ἔνθα φέροι πρὸ θύελλα θυέλλης ἀργαλέη· δεινὸν
δὲ καὶ ἀθανάτοισι θεοῖσι. τοῦτο τέρας· καὶ Νυκτὸς ἐρεμνῆς οἰκία δεινὰ ἕστηκεν
νεφέλῃς κεκαλυμμένα κυανέῃσι. τῶν πρόσθ’ Ἰαπετοῖο πάις ἔχει οὐρανὸν εὐρὺν ἑστηὼς
κεφαλῇ τε καὶ ἀκαμάτῃσι χέρεσσιν ἀστεμφέως, ὅθι Νύξ τε καὶ Ἡμέρη ἆσσον ἰοῦσαι ἀλλήλας
προσέειπον ἀμειβόμεναι μέγαν οὐδὸν χάλκεον· ἡ μὲν ἔσω καταβήσεται, ἡ δὲ θύραζε ἔρχεται,
οὐδέ ποτ’ ἀμφοτέρας δόμος ἐντὸς ἐέργει, ἀλλ’ αἰεὶ ἑτέρη γε δόμων ἔκτοσθεν ἐοῦσα
γαῖαν ἐπιστρέφεται, ἡ δ’ αὖ δόμου ἐντὸς ἐοῦσα μίμνει τὴν αὐτῆς ὥρην ὁδοῦ, ἔστ’ ἂν
ἵκηται· ἡ μὲν ἐπιχθονίοισι φάος πολυδερκὲς ἔχουσα, ἡ δ’ Ὕπνον μετὰ χερσί,
κασίγνητον Θανάτοιο, Νὺξ ὀλοή, νεφέλῃ κεκαλυμμένη ἠεροειδεῖ. ἔνθα δὲ Νυκτὸς παῖδες
ἐρεμνῆς οἰκί’ ἔχουσιν, Ὕπνος καὶ Θάνατος, δεινοὶ θεοί· οὐδέ ποτ’ αὐτοὺς Ἠέλιος
φαέθων ἐπιδέρκεται ἀκτίνεσσιν οὐρανὸν εἰσανιὼν οὐδ’ οὐρανόθεν καταβαίνων. τῶν ἕτερος
μὲν γῆν τε καὶ εὐρέα νῶτα θαλάσσης ἥσυχος ἀνστρέφεται καὶ μείλιχος ἀνθρώποισι,
τοῦ δὲ σιδηρέη μὲν κραδίη, χάλκεον δέ οἱ ἦτορ νηλεὲς ἐν στήθεσσιν· ἔχει δ’ ὃν
πρῶτα λάβῃσιν ἀνθρώπων· ἐχθρὸς δὲ καὶ ἀθανάτοισι θεοῖσιν Là della terra nera e del
Tartaro oscuro, del mare infecondo e del cielo stellato, di seguito, di tutti
vi sono le scaturigini e i confini, luoghi penosi e oscuri che anche gli dèi
hanno in odio, voragine enorme; né tutto un anno abbastanza sarebbe per
giungere al fondo a chi passasse dentro le porte, 263 ma qua e là lo porterebbe
tempesta sopra tempesta crudele; tremendo anche per dèi immortali è tale
prodigio. E di Notte oscura la casa terribile s'inalza, da nuvole livide
avvolta. Di fronte a essa il figlio di Iapeto tiene il cielo ampio reggendolo
con la testa e con infaticabili braccia, saldo, là dove Notte e Giorno venendo
vicini si salutano passando alterni il gran limitare di bronzo, l'uno per
scendere dentro, l'altro attraverso la porta esce, né mai entrambi ad un tempo
la casa dentro trattiene, ma sempre l'uno fuori della casa la terra percorre e
l'altro dentro la casa aspetta l'ora del suo viaggio fin che essa venga; l'uno
tenendo per i terrestri la luce che molto vede, l'altra ha Sonno fra le sue
mani, fratello di Morte, la Notte funesta, coperta di nube caliginosa. Là hanno
dimora i figli di Notte oscura, Sonno e Morte, terribili dèi; né mai loro Sole
splendente guarda coi raggi, sia che il cielo ascenda o il cielo discenda. Di
essi l'uno la terra e l'ampio dorso del mare Tranquillo percorre e dolce per
gli uomini, dell'altra ferreo è il cuore e di bronzo l'animo, spietata nel
petto; e tiene per sempre colui che lei prende degli uomini, nemica anche agli
dèi immortali.94 (vv. 736-766). Come ci ricorda Privitera95, abbiamo nella
cultura greca arcaica due prospettive sull'alternanza di luce e oscurità: una
fisica, rintracciabile nell'Odissea, l'altra mitica, presente invece in Esiodo,
ma con riscontri anche nell'Iliade. La prima sarebbe "orizzontale",
dal momento che i fenomeni coinvolti (il movimento del Sole, nel suo
trascorrere celeste da oriente a occidente, e il suo 94 Esiodo, Teogonia, cit. 111-3.
95 G.A. Privitera "La porta della Luce in Parmenide e il viaggio del Sole
in Mimnermo", Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, s. 9, v. 20,
2009 447-464. 264 tragitto di ritorno a oriente navigando su Oceano intorno
alla Terra) hanno luogo sulla Terra e nel cielo sovrastante. La seconda, al
contrario, "verticale", in quanto i fenomeni terrestri e celesti sono
radicati nel mondo "infero"96. Non si tratta di prospettive
incompatibili, come puntigliosamente dimostra lo studioso: nel caso di
Parmenide (come nel precedente di Stesicoro97) registreremmo un originale
tentativo di inquadrare il rapporto tra Luce-Sole-Notte entro una cornice
cosmica in cui si completano le due prospettive tradizionali98. Nella lettura
di Privitera, ciò avrebbe comportato concentrare strutturalmente il baricentro
del proemio sul percorso solare, trasferendo la Porta del Giorno e della Notte
dall'Ade sulla Terra: sarebbe in questo senso esclusa qualsiasi forma di
katabasis verso il regno dei morti. Eppure i versi esiodei, a dispetto delle
divergenze che pur ne caratterizzano le interpretazioni cosmologiche 99, si
prestano a suggestioni diverse, proiettando decisamente verso il mondo infero
la ripresa proemiale di Parmenide. Dopo la narrazione della Titanomachia (665
ss.), della sconfitta dei Titani (713 ss.) e della loro segregazione in un
remoto luogo infero (720 ss.), Esiodo ci informa che sopra quella prigione,
nelle profondità sotterranee, si sviluppano le radici del mare e della terra
(729): come intendesse garantire sulla sicurezza della detenzione, il poeta
fornisce particolari sulle modalità di reclusione dei Titani (immobilizzati da
lacci tremendi 718), e sulla località di carcerazione (un'oscura regione,
all'estremo della terra prodigiosa, cintata tutta intorno e assicurata da
portali di bronzo, e guardiani infernali, 731-5). La descrizione del mondo
sotterraneo è dunque organicamente inserita nel contesto teogonico,
sottolineando la rassicurante distanza infera delle ostili forze titaniche: ἔνθα
δὲ γῆς δνοφερῆς καὶ ταρτάρου ἠερόεντος πόντου τ’ ἀτρυγέτοιο καὶ οὐρανοῦ ἀστερόεντος Si vedano, per esempio la discussione
specifica in Pellikaan-Engel (op. cit., capp. II-III), ma anche le annotazioni
di Arrighetti (op. cit. 151-2). 265 ἑξείης πάντων πηγαὶ καὶ πείρατ’ ἔασιν, ἀργαλέ’
εὐρώεντα, τά τε στυγέουσι θεοί περ. ἔνθα δὲ μαρμάρεαί τε πύλαι καὶ χάλκεος οὐδός,
ἀστεμφὲς ῥίζῃσι διηνεκέεσσιν ἀρηρώς, αὐτοφυής· πρόσθεν δὲ θεῶν ἔκτοσθεν ἁπάντων
Τιτῆνες ναίουσι, πέρην χάεος ζοφεροῖο. Là della terra oscura e del Tartaro
tenebroso, del mare infecondo e del cielo stellato, di seguito, di tutti, sono
le scaturigini e i confini, luoghi squallidi e oscuri, che anche gli dèi hanno
in odio. Là sono le porte splendenti e la bronzea soglia, inconcussa, su radici
infinite commessa, nata spontaneamente; davanti, lontano da tutti gli dèi, i
Titani hanno la loro dimora, di là dal caos tenebroso100 (vv. 807-814). In questa
sua intenzione, è possibile che Esiodo effettivamente giustapponesse (come
vogliono Privitera e Arrighetti) prospettiva orizzontale e verticale,
oscillando tra una dislocazione occidentale e una sotterranea dell'al di là,
ma, come ha puntualmente indicato nella sua analisi la Pellikaan-Engel101, va
presa seriamente in considerazione l'ipotesi che il poeta alludesse a un quadro
cosmologico diverso da quello (sostanzialmente emisferico) della tradizione
omerica. La Terra vi comparirebbe come un disco piatto (ancorché ondulato sulle
due superfici), immobile, circondato dalla solida, rotante sfera celeste, il
cui emisfero sovrastante sarebbe stato designato propriamente come cielo;
quello sottostante avrebbe invece costituito quella regione infera in cui proiettare
la minaccia titanica e localizzare il sistema di tutele contro la sua
risorgenza. In questo senso, allora, è possibile che, alla luce del ruolo e del
corso cosmico e mitico del Sole, Esiodo incrociasse, rispetto all'esperienza
terrestre, il tradizionale orientamento orizzontale (estovest, secondo la
direzione quotidiana dell'astro), con la prospet- 100 Teogonia, cit. 115. 101
Op. cit.. Si veda in particolare il capitolo II. 266 tiva verticale
rappresentata dalle opposte estremità, a ridosso della sfera celeste
avvolgente, dell'Olimpo e del Tartaro. Una certa confusione (stridente in
qualche dettaglio) si avrebbe semmai, secondo quanto rileva la
Pellikaan-Engel102, tra fenomeni (diurni e notturni) e loro personificazione
(Giorno e Notte). Così, nel quadro che possiamo ricostruire dai versi citati,
all'estremo limite occidentale della Terra, dove Atlante (il figlio di Iapeto)
sorregge la sfera celeste (per impedirle di gravare direttamente sulla
superficie terrestre e impedire il passaggio del Sole), si incontrano e danno
il cambio Giorno e Notte, i quali, alternativamente, discendono verso il mondo
infero per soggiornare nella casa della Notte, e ascendere poi, quando giunge
il loro turno, verso il mondo terrestre (che quindi passa regolarmente dal regime
diurno a quello notturno). A tale ciclo e struttura cosmici si riferirebbero i
versi del proemio: i battenti dei sentieri di Notte e Giorno avrebbero la
funzione di discriminare i due mondi, attraverso cui si succedono i passaggi
delle due divinità, consentendo l'accesso al mondo infero, in cui sarebbe
locata la dimora della Notte (δώματα Nυκτός). Ad accentuare tale prospettiva
"verticale" la possibile associazione tra tale sito e l'accesso
all'Ade, proprio come nella poesia esiodea: ἔνθα θεοῦ χθονίου πρόσθεν δόμοι ἠχήεντες
ἰφθίμου τ’ Ἀίδεω καὶ ἐπαινῆς Περσεφονείης ἑστᾶσιν Lì davanti del dio degli
inferi la casa sonora, del possente Ade e della terribile Persefoneia, s'inalza
103 (vv. 767-769a) Sebbene possano essere sollevati dubbi circa l'esatta
struttura cosmologica che fa da sfondo al racconto parmenideo, le analogie con
il modello esiodeo potrebbero dunque autorizzare l'ipotesi che il superamento
della soglia sorvegliata da Dike apra al poeta non genericamente uno spazio
oltremondano, ma propriamente la 102 Ivi 38. 103 Teogonia, cit. 113. 267
direzione dell’oltretomba, in altre parole del luogo tradizionalmente
privilegiato per le rivelazioni. Parmenide e la poesia: conclusioni provvisorie
È probabilmente questa la cornice entro cui Parmenide decide di concentrare gli
altri elementi della propria creazione, elaborando, consapevolmente e in modo
originale, materiali tradizionali, significativi nella comprensione dei
contemporanei. Questo non implica che egli abbia semplicemente puntato
all’effetto comunicativo, curandosi essenzialmente dell’impatto persuasivo
dell’immaginario così plasmato. Accogliendo le suggestioni di Kingsley (e
ancora della Gemelli Marciano) circa il radicamento del pensatore all’interno
di un sistema di credenze e pratiche ereditate dai costumi e culti del suo
popolo, potremmo ipotizzare che l’intenzione di Parmenide fosse quella di
veicolare, nelle forme ispirate della tradizionale poesia epica, arricchite
dell’eco suggestiva (suoni, movimenti ecc.) di una straordinaria esperienza sciamanica,
un nuovo punto di vista, maturato nella ricerca personale e nel confronto con
la cultura ionica e pitagorica, e la conseguente condotta di vita. Una
prospettiva interpretativa che, a partire dalla centralità dell’elaborazione
poetica, impone il problema di determinare il nesso tra gli elementi di
immediatezza ed emotività di quello sfondo culturale e l'indiscutibile impianto
logico del Περὶ φύσεως. Anticipando le conclusioni delle successive analisi, è
da rilevare come la difficoltà dell’interprete, nel caso di Parmenide, risieda
proprio nella determinazione della continuità tra esperienze religiose, il cui
retroterra emerge nell’espressione poetica, e razionalità scientifica, che
prende corpo nelle due sezioni del poema. Le strade per lo più battute nella
storia delle interpretazioni sono, in realtà, quelle (maggioritarie) che
scorporano i frammenti successivi dal proemio, quasi si trattasse di corpo
estraneo all’originale comunicazione parmenidea, ovvero quelle (minorita- 268
rie) che unilateralmente insistono sull’evento rivelativo (e sui suoi
contorni), trascurando poi il fatto che il tutto cosmico era l’oggetto di
analisi (anche dettagliata) nell’opera, come attestato dalla titolazione
tradizionale e, soprattutto, dalla sua consistente seconda sezione. È
plausibile, al contrario, che il complesso del proemio prefiguri le tesi del
filosofo e che queste non siano estranee a un intento trasformativo (Robbiano),
indistricabilmente connesso alle esperienze evocate. In questo senso, si può
condividere il suggerimento (Robbiano e Stemich) di cogliere nella sapienza
comunicata nel poema essenzialmente uno “stile di vita”, prefigurante
l’accezione di filosofia poi affermatasi (secondo la lezione di Hadot104) nel
socratismo e soprattutto nella cultura ellenistica. In dissenso da Mourelatos,
per il quale, invece, gli imperativi della dea sono tutti rivolti a un’attività
di tipo cognitivo, non al bios o al prattein105. D'altra parte,
contestualizzando la lettura del proemio, è prudente rigettare un approccio
meramente allegorico, rintracciandovi piuttosto l’espressione di un’esperienza
vissuta. Appare fondata l’osservazione di Leszl106, secondo cui
un'interpretazione allegorica - come quella fornita da Sesto Empirico - si
scontra con il fatto che la pratica dell’allegoresi era, al tempo (fine VI
secolo a.C.), solo agli inizi, con Teagene di Reggio (forse, come Parmenide,
legato all’ambiente pitagorica107. Possiamo supporre108, allora, che, nella
narrazione del viaggio del poeta Parmenide, siano confluiti elementi eterogenei
- il resoconto di una genuina esperienza visionaria, allusioni cosmologiche,
intenzioni didascaliche: il poeta avrebbe plasmato, nel modulo espressivo più
vicino alla sua formazione rapsodica, immagini e contenuti a un tempo adeguati
a manifestare le sue conquiste spirituali, ed efficaci per co- 104 P. Hadot,
Exercices spirituels et philosophie antique, Albin Michel, Paris 20022. 105 45.
106 144. Allegoristi dell’età classica,
Opere e frammenti, a cura di I. Ramelli, Bompiani, Milano Come fanno lo stesso Leszl 145, e Coxon 156.
269 involgere (emotivamente e intellettualmente) il pubblico destinatario
(plausibilmente un gruppo ristretto di discepoli109). Ciò comportava,
naturalmente, anche consapevoli opzioni simboliche, per le quali egli poteva
attingere all’immaginario dell’epica e, probabilmente, della stessa poesia
apocalittica: il poema appare in effetti concentrato sull’effetto (il mutamento
della prospettiva cognitiva e la correlata trasformazione dell’attitudine
personale) dell’impatto con la verità, della scoperta del reale assetto del
tutto cosmico. Il viaggio e la sua esperienza L’esplicita indicazione di Sesto
Empirico ci attesta come abbiamo riscontrato introduttivamente - la tradizione
integrale dell’incipit del poema in quello che è classificato, nella edizione
Diels-Kranz, come frammento B1: il privilegio di disporre dell’esordio nella
sua originale interezza offre l’opportunità di valutarne costruzione, impronta
e ufficio all’interno dell’impresa complessiva di Parmenide. Comunque se ne
interpreti il messaggio, è chiaro come il poeta intenda marcare l’eccezionalità
dell'esperienza cantata, che abbiamo sottolineato - non appare mera, scontata
formula di indirizzo, sebbene, prendendo in considerazione i contenuti
dell’opera conservati nei frammenti successivi, l’aura del mito possa
superficialmente risultare stridente con gli incoraggiamenti alla ponderazione
razionale (B7 e B8) e con le fatiche argomentative di B8. Come abbiamo già
rilevato, è plausibile, infatti, che il preambolo proponesse quella veste
proprio in funzione di quei contenuti e degli obiettivi educativi che il
filosofo-poeta si prefiggeva. 109 Questa è l'impressione della Gemelli Marciano
(M.L. Gemelli Marciano, "Le contexte culturel des Présocratiques:
adversaires et destinataires", in A. Laks et C. Louguet (éds), Qu’est-ce
que la Philosophie Présocratique? What is Presocratic Philosophy?, Presses
Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq (Nord) 2002 83-114. Il
riferimento alle pp. 89-90. 270 Nel segno dell’eccezione Nonostante i
particolari sfumati della rappresentazione d’insieme - dettagliata in alcuni
passaggi (descrizione del carro e della apertura della porta) e molto
indeterminata in altri (tragitto oltre la porta)110 - abbiano dato adito a vari
tentativi di contestualizzazione del viaggio, il suo carattere straordinario è
segnalato da due momenti ben evidenziati nei versi parmenidei: l’intervento delle Eliadi (Ἡλιάδες κοῦραι)
presso Dike, austera (πολύποινος, che molto punisce) guardiana del portale, per
persuaderla a consentire il passaggio del carro che conduce il poeta: le
fanciulle devono placarla con parole compiacenti (μαλακοῖσι λόγοισιν) e
sapientemente (ἐπιφράδεως) convincerla a concedere una possibilità
evidentemente non garantita ad altri mortali;
la formula di accoglienza della Dea, la quale rileva che: (a) non è
stata Moira infausta (Μοῖρα κακὴ, destino infausto) a spingere il giovane (κοῦρος)
al suo cospetto; la via (ὁδός) per cui è
stato guidato è lontana dal percorso degli uomini (ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου).
Incrociando i rilievi, si evince che l’esperienza di cui è protagonista il
poeta eccede i limiti dell’umano e che ciò accade secondo un disegno cui
concorrono le aspirazioni (θυμός) del filosofo (v. 1): ἵπποι ταί με φέρουσιν, ὅσον
τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι Le cavalle che mi portano fin dove il [mio] desiderio
potrebbe giungere, e il decisivo ausilio divino (vv. 8b-9a): ὅτε σπερχοίατο
πέμπειν Ἡλιάδες κοῦραι mentre si affrettavano a scortar[mi] le fanciulle
Eliadi. 110 Leszl 141. 271 L’eccezione coinvolge in particolare due aspetti. Il
poeta ha chiaramente l’opportunità: di
spingersi oltre i confini stabiliti per le ambizioni mortali, e, in tal
modo, di accedere non semplicemente alla
rivelazione della verità, ma più esattamente a una lezione articolata, che lo
informerà circa (a) la natura della realtà (vv. 28b-29): χρεὼ δέ σε πάντα
πυθέσθαι ἠμέν Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ Ora è necessario che tutto tu
apprenda: sia di Verità ben rotonda il cuore fermo, (b) la natura del comune
fraintendimento (v. 30): ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής sia dei
mortali le opinioni, in cui non è reale credibilità, (c) fornendo soprattutto
(pensando alla struttura del poema), alla luce di quegli errori, gli strumenti
corretti di comprensione del mondo della nostra esperienza (vv. 31-2): ἀλλ΄ ἔμπης
καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα
Eppure anche questo imparerai: come le cose accolte nelle opinioni era
necessario fossero realmente, tutte insieme davvero esistenti. A sancire tale
eccezione registriamo, insomma, un triplice avallo divino: la scorta delle Eliadi, che si muovono a
sostenere e realizzare lo sforzo del poeta\filosofo; la condiscendenza di Dike, che veglia sulle
infrazioni ed è garante dei limiti; 272 (iii) la comunicazione della θεά senza
nome - che può offrire la chiave per giungere alla Verità - meta del viaggio
cui viene finalizzata l’aspirazione del poeta\filosofo. Il quadro è,
nell’insieme, una modulazione di quello arcaico tradizionale: sotto protezione
divina al poeta è permesso accostarsi a una condizione sovrumana111, che
descriveremmo in termini di ispirazione, illuminazione e rivelazione. In altre
parole, il privilegio della conoscenza superiore costituisce una sorta di
trascendimento dello status mortale: nel rispetto, tuttavia, dell’indiscutibile
primato del divino. Come anticipato nelle pagine precedenti e nelle annotazioni
al testo del frammento, le indicazioni del proemio sembrano dislocare tale
trascendimento nel mondo infero. In tal senso si può interpretare il
riferimento della dea a Moira infausta (ovvero destino infausto) e,
soprattutto, alludendo a δώματα Nυκτός, all’abisso del Tartaro descritto
meticolosamente da Esiodo (Teogonia 736- 745)112, con la prossimità della
dimora della Notte (scortata nel suo corso da Sonno e Morte) alla porta del
possente Ade e della terribile Persefoneia (vv. 758-778). In analoga direzione
concorrono vari elementi esteriori (rilievi archeologici113, dati storici114),
cui abbiamo sopra accennato, che confermano, nel caso di Parmenide e di Elea,
la probabile relazione con il culto di Persefone, che potrebbe dunque essere la
θεά, innominata in quanto scontato referente. D’altra parte il viaggio nel
regno dei morti, anche senza voler fare eccessivo affidamento sulle credenze
sciamaniche, già in Omero (Odissea XI) risultava cruciale per la conoscenza
della verità. La stessa figura di Δίκη πολύποινος - l’aggettivo πολύποινος
ricorre solo in un altro testo, un poema attribuito a Orfeo (fr. 158 Kern), in
cui Dike affianca 111 Leszl 167. 112 Cerri 173. 113 Kingsley conferma che
figurazioni vascolari rappresentano Persefone che accoglie nell’Ade Eracle e
Orfeo, stringendo loro la mano destra, proprio come la dea innominata fa con il
kouros del proemio. 93-100. 114 Elea era centro di un culto dedicato a Demetra
e Persefone (Cerri 108). 273 Zeus nell’atto di relegare i Titani nel Tartaro115
- troverebbe in tale scenario la propria naturale collocazione: nell’Ade i
morti subiscono il giudizio divino e ricevono, conseguentemente, la punizione
delle colpe commesse in vita. La plausibile destinazione individuata per il
viaggio del poeta avrebbe, tuttavia, anche un secondo e non meno rilevante
risvolto nella prospettiva del poema. Il percorso indicato, infatti, richiama
la visione mitica del cosmo espressa in Esiodo e Omero, in cui i confini del
mondo coincidono con quelli della terra (la cui superficie è piatta), sui cui
limiti estremi poggia il cielo-cupola116: in questo senso, nel caso
dell’Odissea, la katabasis non è intesa tanto come discesa sotto la superficie
della terra, piuttosto come raggiungimento di un luogo oltre i limiti della
superficie terrestre117. La nozione del limite (e del suo superamento) è poi
significativamente evocata dal vettore e dalla scorta, che richiamano
l’immagine del carro del Sole e il mito di Fetonte118. In effetti, la
conduzione delle Eliadi (figlie di Helios, il Sole appunto) e il tragitto verso
i battenti dei sentieri di Notte e Giorno (πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός κελεύθων,
v. 11), che complessivamente tracciano i contorni celesti, se da un lato
sembrano insistere sul punto di vista privilegiato garantito al poeta,
dall’altro, indirettamente, attraverso l’implicita rievocazione di Fetonte
(fratello delle Eliadi, la cui imperizia nel condurre il carro, sottratto di
nascosto al padre Sole, richiese l’intervento riparatore di Zeus), suggeriscono
anche l’idea della regolarità e della misura cosmica, rafforzata dalla presenza
severa di Dike. Come in Esiodo e in altri pensatori arcaici (Anassimandro e il
contemporaneo Eraclito), la processualità della natura l’alternanza di notte e
giorno ai confini del cosmo - si svolge in conformità con le prescrizioni della
giustizia119. Al poeta è dunque attribuito garante Dike il favore 115 Cerri 104-5.
116 Leszl 149. 117 Ivi 144. 118 Benché in genere l’accostamento non sia
sfuggito ai commentatori, mi pare particolarmente felice la lettura che ne
propone Leszl (p. 147). 119 . 274 di seguire il corso del Sole, abbracciando
così nel tragitto mitico l’intera realtà cosmica e accedendo ai misteri
dell’oltremondo. Al di là dell'esperienza quotidiana L’eccezionalità
dell'esperienza del poeta, sottolineata nel suo indirizzo dalla θεά, non
sarebbe allora riducibile semplicemente a una discesa (κατάβασις) agli inferi,
ovvero a una ascesa (ἀνάβασις) celeste: quanto risulta marcato nei versi del
proemio è la distanza della via seguita nel corso del viaggio dal percorso
degli uomini (ἦ γὰρ ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου ἐστίν, v. 27). La porta del Sole,
identificata con la Porta dell’Ade (Iliade VIII, 13- 16; Odissea XXIV, 11-14;
Esiodo, Teogonia 740 ss; 744-757; 811-814), è, in effetti, miticamente situata
nell’occidente estremo, lontanissima quindi dalle regioni abitate: poggia sulla
superficie terrestre, al di sotto della quale si radica nel profondo, mentre i
suoi pilastri si elevano tanto da toccare il cielo. Oltre essa l’abisso, il
mondo dei morti, il regno di Ade e Persefone120. Come ricorda Cerri, si tratta
di una porta cosmica, sia in quanto discrimina il percorso del sole e quindi
giorno e notte, sia in quanto separa il mondo dei vivi e quello dei morti121.
Ciò che, in realtà, viene sottolineato nel resoconto parmenideo non è
l’allontanamento dalla terra per pervenire alla porta del cielo, superare i
confini del mondo e incontrare, nell’etere celeste, la dea rivelatrice
(Mansfeld), né propriamente il viaggio nell’oltretomba (Burkert) ovvero verso
il centro del cosmo (Pellikaan-Engel). Il poeta, scortato dalle Eliadi sul
carro solare, perviene presso e oltrepassa la porta cosmica, raggiungendo,
dunque, il punto privilegiato che è accesso, a un tempo, all’Ade e al cielo
(con la duplice valenza, quindi, di rivelazione e illuminazione). In ogni caso,
la tradizionale oscurità dell’Ade appare, per la meta del viaggio, più giustificata
nel contesto rispetto alla luce 120 Cerri 98. 121 Ivi 99. 275 celeste122: sono
le Eliadi a doversi portare verso la luce, muovendo dalla dimora della Notte
(dove hanno soggiornato durante la pausa notturna: il loro viaggio comincia,
dunque, presumibilmente all’alba), a cui ritornano, con la compagnia del poeta,
percorrendo, plausibilmente, il consueto tragitto solare (cioè al tramonto,
quando Notte ha nuovamente abbandonato la propria dimora per dar cambio a
Giorno). In questo senso, pur ribadendo la convinzione che a Parmenide prema
soprattutto evidenziare l’oltrepassammento dell'esperienza quotidiana e la
distanza dell’accesso alla Verità rispetto all’ordinario spazio delle relazioni
umane, la katabasis certamente offre al poeta un paradigma influente. Al nodo
della “direzione” del viaggio è poi legato quello dei suoi tempi. Il poema si
apre con il presente: ἵπποι ταί με φέρουσιν, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι Le
cavalle che mi portano fin dove il [mio] desiderio potrebbe giungere (v. 1),
quasi a marcare un’abitudine123 ovvero, all’interno della narrazione, un
elemento di sfondo, indipendente dallo sviluppo del racconto, come i successivi
rilievi (sempre riferiti al presente) sulla strada della divinità: ἣ κατὰ †...
† φέρει εἰδότα φῶτα che porta †... † l’uomo sapiente (v. 3), sulla struttura
della “porta cosmica” e sul ruolo di Dike: ἔνθα πύλαι Νυκτός τε καὶ Ἤματός εἰσι
κελεύθων, καί σφας ὑπέρθυρον ἀμφὶς ἔχει καὶ λάινος οὐδός· αὐταὶ δ΄ αἰθέριαι πλῆνται
μεγάλοισι θυρέτροις· τῶν δὲ Díkh πολύποινος ἔχει κληῖδας ἀμοιϐούς. Là sono i
battenti dei sentieri di Notte e Giorno: architrave e soglia di pietra li
incornicia; 122 Ciò a dispetto delle osservazioni di G.A. Privitera, op. cit..
123 Guthrie 7. 276 essi, alti nell’aria, sono agganciati a grande telaio. Dike,
che molto castiga, ne detiene le chiavi dall’uso alterno (vv. 11-14). Nel primo
caso sarebbe accentuato il tratto sciamanico della figura del poeta, avvezzo a
straordinarie escursioni; nel secondo valorizzata, invece, la sua disposizione
al sapere, la sua aspirazione (θυμός, desiderio) alla verità124, condizione
dell'esperienza di conoscenza annunciata nel poema quanto la successiva
rivelazione della Dea. In ogni caso, l’uso del presente comporta che le
cavalle, soggetto della relativa, abbiano una relazione non episodica con il
poeta-narratore e dunque siano irriducibili a mero vettore in una esperienza
eccezionale, che continuino, cioè, a operare nella contemporaneità, siano parte
di un’esperienza di verità che possa ripetersi (a cui altri, al limite, possano
essere avviati125). Nel senso allegorico proposto da Coxon126, il poeta è
ancora sul carro, con un viaggio ancora davanti a sé, con le cavalle che
continuano a essere le sue forze motrici: il viaggio diverrebbe allora figura
del conseguimento metodico della filosofia, secondo la lezione ricevuta; le
cavalle figura della forza (θυμός) che lo spinge a filosofare. Nel passaggio al
secondo verso, al contrario, appare chiara l’intenzione di Parmenide di
raccontare, nelle sue sequenze, la vicenda che lo ha visto privilegiato
discepolo della Dea: πέμπον, ἐπεί μ΄ ἐς ὁδὸν βῆσαν πολύφημον ἄγουσαι δαίμονος, ἣ
κατὰ †... † φέρει εἰδότα φῶτα· 124 Martina Stemich, nella sua ricerca su
Eraclito (Heraklit. Der Werdegang des Weisen, Grüner, Amsterdam 1996 41 ss.), rintraccia
una precondizione filosofica analoga nel frammento DK 22 B18: Se uno non spera,
non potrà trovare l’insperabile, perché esso è difficile da trovare e impervio.
In questo senso ingressivo la Stemich (Parmenides’ Einübung in die
Seinserkenntnis, cit. 39-40) interpreta l’intera esperienza del proemio:
sebbene il percorso verso la Dea sia già stato compiuto, esso in quanto motivo
connesso a una trasformazione comprensibile solo come sviluppo sistematico diventerebbe
emblematico della graduale approssimazione alla conoscenza ricercata dal
filosofo. 126 Coxon 14. 277 τῇ φερόμην· τῇ γάρ με πολύφραστοι φέρον ἵπποι ἅρμα
τιταίνουσαι, κοῦραι δ΄ ὁδὸν ἡγεμόνευον [Le cavalle] mi guidavano, dopo che,
conducendomi, mi ebbero avviato sulla via ricca di canti della divinità che
porta †... † l’uomo sapiente. Su questa via ero portato, perché su questa via
mi portavano molto avvedute cavalle, trainando il carro: fanciulle mostravano
la via (vv. 2- 5). L’uso dei tempi verbali impone sia la prospettiva dello
sviluppo e della continuità dell’azione nel passato (imperfetto, che, comunque,
qualcuno127 interpreta come “imperfetto storico” traducendolo con il presente),
sia quella delle sue successive e puntuali sequenze compiute (aoristo),
rafforzata, nel verso 2, anche dal ricorso alla congiunzione ἐπεί (dopo che).
L’intero proemio è costruito intorno a questo ordito temporale che, se
valorizziamo l’opposizione presente-passato, potrebbe alludere come intendono
Mansfeld128 e Ferrari129 - al presente della condizione sapienziale del poeta,
conseguita grazie alla rivelazione della Dea e dunque giustificata dalla
narrazione, dal passato. Nel presente della performance recitativa il poeta
evoca l’avventura della conoscenza che lo ha visto fortunato protagonista al
cospetto della divinità, del cui dono si propone di far partecipi gli altri
mortali: il sapiente, l’uomo che sa (εἰδὼς φώς), è tale per essere stato
guidato, condotto lungo la via della divinità (il genitivo δαίμονος ha valore
soggettivo e oggettivo a un tempo: della divinità perché a essa appartiene
ovvero a essa conduce); il canto poetico documenta quel privilegio. Questa
prospettiva temporale, che collegherebbe al presente dei versi 1 e 3 una
condizione di conoscenza giustificata dall'e- 127 Conche 44.. 128 J. Mansfeld,
Die Offenbarung des Parmenides und die menschliche Welt, Van Gorchum, Assen
1964 228-229. 129 F. Ferrari, La fonte del cipresso bianco…, cit., cap. VIII
"Il ritorno del kouros"; id., Il migliore dei mondi impossibili.
Parmenide e il cosmo dei Presocratici, Aracne, Roma 2010, capitolo V "Il
ritorno". 278 sperienza (εἰδώς implica etimologicamente l’esperienza
visiva) narrata in quelli successivi 130, può essere messa in discussione
partendo dall’uso che, dell'espressione εἰδὼς φώς, si sarebbe fatto, nella
ritualità misterica, per indicare l’iniziato (analogamente, come sappiamo,
potrebbe intendersi anche il ricorso a κοῦρος al v. 24), e che potrebbe dunque
designare una minoranza predisposta, per intelligenza e tirocinio, alla
scoperta della verità131. Il termine εἰδώς si potrebbe allora riferire alla
conoscenza pregressa di Parmenide: in relazione all’obiettivo da raggiungere,
ciò garantirebbe un senso anche a θυμός (v. 1), allo slancio dell’animo del
poeta verso il contatto con la verità. Nulla vieta, tuttavia, di mantenere
distinte le qualità necessarie per accedere alla verità che il poeta\sapiente
avrebbe evocato con il paradigma iniziatico dell’εἰδὼς φώς dalla piena
cognizione di essa, disponibile all’interno del tradizionale modello oppositivo
tra conoscenza umana e conoscenza divina in virtù dell’eccezionale prerogativa
di una rivelazione divina. In tal caso la condizione che consente al poeta di
annunciare la verità (presente) è conseguita grazie alla comunicazione divina
(passato), in cui si realizza comunque la sua originaria aspirazione.
Accentuando (arbitrariamente) la significazione e composizione simbolica nel
racconto, si potrebbero identificare due movimenti quello del poeta sul carro
tirato dalle cavalle e quello delle Eliadi che intervengono a scortarlo presso
le divinità come rievocazione della tensione religiosa del κοῦρος verso
l’esperienza della rivelazione ovvero figurazione della ricerca di un accesso
alla piena conoscenza della realtà. Ancora sul nodo delle divinità Abbiamo già
avuto modo di portare l’attenzione nell’economia complessiva del frammento B1 e
nello specifico 130 Si tratta appunto della proposta di Mansfeld 226-7. 131
Cerri 169-170. 279 rilievo dell'eccezionalità dell'esperienza celebratavi sul
ruolo delle figure divine proposte nel proemio:
l’incarico di direzione, guida e tutela delle Eliadi; la funzione di garanzia e sanzione di Dike;
(iii) l’ufficio rivelativo della θεά anonima, rispetto a cui, globalmente,
nella vicenda cantata, gli altri due risultano subordinati. In un contesto già
popolato da molte altre potenziali132 entità divine (Notte, Giorno, Temi,
Moira, Verità), il loro rilievo non può essere meramente narrativo, ma,
nell'insieme dell'esperienza che il poeta intendeva comunicare, doveva
probabilmente celare anche una valenza simbolica. Riprendiamo brevemente la
questione. Dike deve essere persuasa dalle Eliadi ad accondiscendere
all’eccezione, proprio per consentire la rivelazione: la dea è evocata in una
mansione che il pensiero arcaico le riconosce, come ipostasi mitica della legge
della physis 133, che vincola elementi e fenomeni nell’equilibrio del tutto. È
significativo che anche in Eraclito essa si esplichi in relazione al movimento
solare e in genere alla regolare alternanza di giorno e notte (che tanto
rilievo cosmologico hanno nel proemio): Ἥλιος γὰρ οὐχ ὑπερβήσεται μέτρα· εἰ δὲ
μή, Ἐρινύες μιν Δίκης ἐπίκουροι ἐξευρήσουσιν le Erinni che troveranno Helios,
qualora egli oltrepassi le sue misure, sono ministre di Dike (DK 22 B94).
Incrociando nell’universo mitico la sua figura con quella delle Eliadi
(divinità solari dell'illuminazione)134, Parmenide si rifaceva al mito di
Fetonte, che esse, in una variante della storia (ripresa in una perduta
tragedia eschilea le Eliadi appunto -, alla cui rappresentazione a Siracusa
Parmenide potrebbe aver presenziato135) aiutarono nell’impresa di guidare il
carro del Sole. Alla luce di 132 Se se ne accetta la personificazione,
giustificata dall’insieme dell’indirizzo e del tono religioso del poema. 133
Cerri 104-5. 134 Come ricorda Cerri 173. 135 Capizzi, op. cit 52. 280 questa
circostanza, che i versi dell’esordio poetico possono richiamare, Parmenide si
proporrebbe come una sorta di nuovo Fetonte, sebbene, nel suo caso, come
ricorda la Dea, il viaggio proceda (vv. 26-8) sotto buoni auspici136: di questo
le Eliadi devono convincere Dike, perché autorizzi il passaggio lungo la
traiettoria solare. Se accettiamo questo accostamento, la divinità allusa nei 2-3
potrebbe essere proprio il Sole: il carro su cui viaggia il poeta potrebbe
essere allora il suo, così come la via quella che il Sole percorre, e che
conduce ai confini del mondo. Ma l’associazione tra Eliadi e Dike è evocatrice
anche in un’altra direzione: abbiamo ricordato come, nella cosmologia mitica
esiodea ricostruita puntualmente dalla Pellikaan-Engel, la dimora della Notte
sia collocata nelle profondità del Tartaro (il mondo infero), in prossimità
dell'accesso all'Ade (il mondo dei morti), in una regione in cui hanno le loro
radici la terra, il mare, il cielo, abisso senza fine (caos), luogo
terrificante anche per gli dei137. In tale dimora soggiornano alternativamente
Notte e Giorno: da essa muovono e a essa conducono le Eliadi. Esse, uscite
dalla porta cosmica del Giorno e della Notte (su questo punto in Esiodo c'è
un'incongruenza: dovrebbero essere due, collocate alle estremità orientali e
occidentali), prelevano Parmenide (all’alba: si tolgono i veli notturni) e lo
guidano alla stessa porta, alta tra la terra e il cielo, seguendo verso
occidente il percorso del Sole. Al di là c’è il mondo infero: il suo vestibolo
è a livello della superficie terrestre (descrizione omerica), ma immediatamente
dopo si spalanca il baratro immenso. Parmenide ha il privilegio (come iniziato,
εἰδὼς φώς) di varcarne, ancora vivo, la soglia, per attingere la conoscenza:
Dike è al suo posto, nella misura in cui deve giudicare i requisiti; le Eliadi
tutelano il poeta viaggiatore in qualità di patrocinatrici (impiegano parole
suasive per ammansire la inflessibile sorvegliante dei confini)138. Gli
elementi che abbiamo riassunto suggeriscono che l’eccezionalità dell’impresa
cantata coincida con il massimo pri- 136 Leszl 146. 137 Ivi 147. 138 Cerri vilegio previsto per un mortale nell’universo
mitico: come Odisseo e Orfeo, al poeta è concesso di accedere (anche se non
forse propriamente “discendere”) all’Ade, per incontrare la divinità che vi è
regina, Persefone. In questo senso, probabilmente, Parmenide insiste
inizialmente sull’uso del presente contrastato da quello del passato: per
marcare lo straordinario esito della sua esperienza, la cui specifica
difficoltà consiste proprio nel ritorno alla luce, tra i vivi, al presente
della condizione umana. Prima di concludere su questo punto, è ancora
necessario chiarire un aspetto. Abbiamo continuato a interpretare il proemio in
un senso prossimo alla sua lettera, come si trattasse del resoconto di un
viaggio dal poeta effettivamente compiuto, rigettando, quindi, le letture
allegoriche secondo il prototipo proposto dallo stesso Sesto Empirico. Questo
non comporta trascurare il valore simbolico delle scelte espressive di
Parmenide, evitare di attendere alle implicazioni che certe immagini o
situazioni concrete dovevano già avere assunto nella attività poetica all’epoca
di Parmenide: la pratica allegorica stava compiendo solo i primi passi, ma è
possibile che il simbolismo avesse un peso nella cultura pitagorica cui si
dovrebbe, secondo alcuni139, ricondurre la formazione di Parmenide. Il
contemporaneo Pindaro, per esempio, nella Olimpica VI, faceva ricorso al motivo
del viaggio con intento manifestamente metaforico, sebbene l’accostamento a
Parmenide risulti difficile (il viaggio di costui appare ben più complesso). In
ogni caso, è forse la natura stessa dell’eccezione evocata a rendere plausibile
un’intenzione simbolica del proemio: l'esperienza liminare (un viaggio oltre i
confini del mondo) compiuta dall'anima del poeta (spiritualmente), prefigurava,
nell'insegnamento della Dea, una vicenda conoscitiva di cui altri avrebbero
potuto fruire. Così, sfruttando al massimo l’incidenza dei dettagli concreti
della scena cosmica, Parmenide avrebbe, con la propria "odissea",
delineato un modello per le avventure dell’anima nel grande mito del Fedro
platonico140. 139 Coxon 14. Su questo
punto ampia è la convergenza degli interpreti.
La sequenza del racconto e il progressivo (non casuale) coinvolgimento
di quelle divinità fanno comunque apparire poco convincenti le letture che
marcano nel proemio la mera figurazione allegorica di opzioni gnoseologiche o
la semplice legittimazione, in chiave di illuminazione superiore, di una
proposta filosofica. L’autore, invece, proprio attraverso la narrazione in
prima persona del viaggio, ha la possibilità di coinvolgere il suo pubblico in
un'esperienza di trasformazione radicale della persona, che richiede
l’identificazione con il protagonista (donde l’adozione della prospettiva del
viaggiatore)141. È la futura condotta di vita il vero obiettivo delle
istruzioni della dea: il viaggio, in tal senso, sarebbe rappresentazione di una
forma di κάθαρσις142. Lo sciamanesimo di Parmenide potrebbe leggersi in questa
prospettiva: non traduzione poetica di una trance onirica (incubazione), ma
assunzione della pervasività emotivo-esistenziale (forse direttamente esperita)
di quella prova al servizio di uno sforzo di profondo riorientamento teorico e
pratico nella realtà quotidiana. Alla concretezza di un fenomeno culturale (la
pratica sciamanica), forse radicato nell’ambiente eleatico143, Parmenide
associa un percorso di conoscenza, proposto esemplarmente ai propri uditori, in
cui la dimensione di estraneazione dalle distorsioni della quotidianità è
funzionale a un processo di trasformazione spirituale e a una prassi di vita.
Il corso delle Eliadi ai limiti del mondo, la sanzione di Dike e la verità di
Persefone scandiscono evidentemente una ricerca destinata a modificare l’intera
personalità: in un contesto in cui il sapere salvifico era appannaggio di
iniziazioni e incubazioni, il filosofo avrebbe così fatto ricorso, in termini
simbolici, all'efficacia coinvolgente (da cui l’attenzione per alcuni 141 La
Robbiano (pp. 65 ss.) dedica ampio spazio a questo punto, individuando due
elementi che, da un lato, favoriscono l’identificazione tra pubblico e
viaggiatore, dall’altro contribuiscono alla costruzione di una nuova attitudine
mentale: la focalizzazione e
l’invenzione della autobiografia: le strategie dell’Io; il ritratto e le strategie del tu. 142 Coxon
(op. cit. 15-6) parla di katharsis pitagorica. 143 Come confermerebbero i
rilievi di Kingsley e le osservazioni della Gemelli Marciano. 283 dettagli
riconducibili, secondo Kingsley, all'esperienza dello sciamano) di una forma di
ascesi estatico-religiosa. La rivelazione e il suo programma Con il concorso
delle Eliadi e la condiscendenza di Dike (guadagnata proprio grazie
all’intervento persuasivo delle figlie del Sole), il poeta superata la porta
cosmica in cui si incontrano i sentieri di Giorno e Notte giunge infine presso
la Dea: che ella rappresenti la meta degli sforzi sottolineati nei primi 23
versi, è chiaro nelle parole con cui la stessa θεά accoglie e rincuora
(rallegrati!) l’attonito visitatore. Esse rivelano come viaggio e
accompagnamento non siano né casuali, né naturali, ma risultato di un disegno: ἐπεὶ
οὔτι σε Μοῖρα κακὴ προὔπεμπε νέεσθαι τήνδ΄ ὁδόν - ἦ γὰρ ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς
πάτου ἐστίν -, ἀλλὰ Qémij τε Díkh τε Non Moira infausta, infatti, ti spingeva a
percorrere questa via (la quale è in effetti lontana dalla pista degli uomini),
ma Temi e Dike (vv. 26-28). Non è stata la morte, un disgraziato destino, a
condurre il poeta al cospetto della dea infera, per una via ben lungi dai
sentieri comunemente battuti: la rassicurazione divina sottintende che quella
distanza dai mortali sia da considerare un privilegio e non un accidente, e che
lo straordinario incontro non sia da ascrivere tanto all'iniziativa del
protagonista (che è stato piuttosto spinto da Moira) quanto all’eccezionalità
della scorta. La via (ὁδός) che gli consente di raggiungere la residenza divina
(ἡμέτερον δῶ la nostra casa) probabilmente la stessa ὁδὸς πολύφημος δαίμονος
(via ricca di canti della divinità 2- 3), lungo la quale le cavalle conducevano
il poeta all’esordio: in 284 ogni caso una strada principale, come chiarisce
l'indicazione κατ΄ ἀμαξιτὸν (lungo la via maestra) è percorsa sotto l’egida
della giustizia, in compagnia di immortali guide (ἀθανάτοισι ἡνιόχοισιν). Le scelte espressive
di Parmenide il vocativo κοῦρε (giovane) e il nominativo in funzione vocativa
συνάορος (compagno) apparentemente descrittive della condizione giovanile del
poeta e della sua scorta, potrebbero alludere, in realtà, alla sua dedizione
religiosa, sottolinearne l’iniziazione, e dunque legittimarne il privilegio.
Imparare tutto L’eccezionalità della situazione si riflette anche nella
completa disponibilità della Dea, nella sua accoglienza e nell’informazione
successiva: rilevando didascalicamente - secondo il tradizionale paradigma144
oppositivo tra conoscenza umana e conoscenza divina - l’opportunità per il
giovane di tutto apprendere (πάντα πυθέσθαι), ella propone un programma
articolato in due momenti, chiaramente scanditi in greco (vv. 29-30) dalle
congiunzioni ἠμέν …. ἠδὲ (sia … sia), in conclusione ulteriormente precisati
(v. 31) ricorrendo alla formula ἀλλ΄ ἔμπης (congiunzione avversativa +
avverbio), da rendere come nondimeno, eppure anche così. L’interpretazione di
questo passaggio è molto controversa, ma anche decisiva, dal momento che
all'articolazione programmatica presumibilmente corrisponde poi la struttura
del poema (cioè la successiva esplicitazione dei contenuti della rivelazione),
e dunque dall'interpretazione di quella dipende la comprensione di questo. Il
kouros apprenderà, imparerà, sarà informato su tutto: ἠμέν Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς
ἦτορ 144 Secondo Cerri (p. 182) la fraseologia dell’incontro tra il poeta e la
dea riprende tipicamente quella delle scene di incontro tra dei e mortali in
Omero. 285 ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής sia di Verità ben
rotonda il cuore fermo, sia dei mortali le opinioni, in cui non è reale
credibilità (vv. 29-30). Si tratta dell’opposizione fondamentale, che genera
tutti i contenuti del poema: il nucleo essenziale (ἦτορ, cuore) di Verità (Ἀληθείη),
di ogni verità (εὐκυκλέος, ben rotonda), la sua necessità immanente (ἀτρεμὲς ἦτορ,
letteralmente cuore che non trema); le incerte opinioni dei mortali (βροτῶν
δόξαι), che non sono veramente credibili: esse risultano, letteralmente,
inaffidabili, in esse non risiede πίστις ἀληθής (reale fiducia). La
qualificazione umana delle doxai giustifica la loro debolezza, assumendo per
scontato che la proposta della Verità sia divina. Il modello è ancora quello di
Teogonia 27-28: ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα, ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν
ἀληθέα γηρύσασθαι sappiamo dire molte menzogne simili al vero, ma sappiamo
anche, quando vogliamo, il vero cantare, sebbene in Parmenide l'opposizione tra
proferire menzogne (ψεύδεα λέγειν), cioè contraffazioni del genuino stato delle
cose, ed esprimere le cose reali (ἀληθέα γηρύσασθαι) sia rimodulata nella
tensione tra la salda stabilità nella relazione con la realtà (di Verità il
cuore fermo) illustrata dalla Dea, da un lato, e l'incredibilità dei punti di
vista mortali, dall'altro. Nel poema non vi è propriamente traccia
dell'esplicita e secca contrapposizione verofalso: così l’oscillazione esiodea
tra cose false (ψεύδεα) e cose vere (ἀληθέα) diventa nel contesto parmenideo
opposizione determinata oggettivamente da una norma (esplicitata in B2). La
divinità di Parmenide è meno volubile delle Muse esiodee: la sua rivelazione è
vincolata alla manifestazione della realtà (Verità) e, conseguentemente, alla
denuncia dell'origine degli sviamenti umani nelle molteplici opinioni. In
questo senso, allora, possiamo leggere la conclusione del programma: 286 ἀλλ΄ ἔμπης
καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα
Eppure anche queste cose imparerai: come le cose accolte nelle opinioni era
necessario fossero effettivamente, tutte insieme davvero esistenti (vv. 31-32).
Nell’impegno a tutto insegnare, la Dea non si limita attraverso l'illustrazione
della norma di verità a denunciare l’inattendibilità delle convinzioni umane
(come vedremo, rintracciandone la distorsione genetica), ma intende proporre
una ricostruzione affidabile (δοκίμως) della totalità degli enti che quelle
opinioni travisavano. Il ricorso a δοκίμως suggerisce, nel contesto,
l'intenzione della Dea di riconsiderare comunque il materiale delle
inverosimili δόξαι βροτῶν, così da fornirne un quadro attendibile (credibile
alla luce della verità). Possiamo dunque articolare il programma della Dea in
tre momenti145: l’esplicitazione della
norma immanente (le vie di ricerca per pensare), dell'intima necessità della
verità (B2, B6), con la conseguente manifestazione della struttura essenziale
della realtà (B8); la denuncia
dell’errore di base delle opinioni dei mortali (B6, B7); (iii) la
riformulazione dei contenuti di quelle opinioni (quindi del mondo della
esperienza umana) conformemente a quella norma (B9 ss.). Tale scansione ha
dunque risconto nella struttura del poema: (a) una prima sezione (primo logos),
indicata convenzionalmente come “Verità” (Ἀλήθεια) dalla formula: πιστὸν λόγον ἠδὲ
νόημα ἀμφὶς ἀληθείης (discorso affidabile e pensiero intorno alla verità
B8.50-51), in cui, in successione e strettamente connessi, sono affrontati i
momenti e : i principi del corretto
ricercare e le origini dell'errore dei mortali; 145 Ruggiu 196. 287 (b) una
seconda sezione (secondo logos, considerevolmente più consistente), convenzionalmente
nota come “Opinione” (Δόξα) e nel poema denotata per i suoi contenuti: δόξας
βροτείας (opinioni mortali): in essa si concentrava il punto (iii) del
programma, naturalmente più composito (riferendosi al complesso
dell'esperienza). Variante di questa prospettiva di lettura è quella di
Coxon146, secondo cui, invece, Parmenide, in conclusione di B1, rievocherebbe
le posizione espresse da Senofane e Alcmeone nei passi sopra citati: καὶ τὸ μὲν
οὖν σαφὲς οὔτις ἀνὴρ ἴδεν οὐδέ τις ἔσται εἰδὼς ἀμφὶ θεῶν τε καὶ ἅσσα λέγω περὶ
πάντων· εἰ γὰρ καὶ τὰ μάλιστα τύχοι τετελεσμένον εἰπών, αὐτὸς ὅμως οὐκ οἶδε·
δόκος δ’ ἐπὶ πᾶσι τέτυκται davvero l'evidente verità nessun uomo conobbe, né
mai ci sarà sapiente intorno agli dei e alle cose che io dico, su tutte: se,
infatti, ancora gli capitasse di dire la verità compiuta in sommo grado, lui
stesso non lo saprebbe: opinione è data su tutte le cose (DK 21 B 34). Ἀλκμαίων
Κροτωνιήτης τάδε ἔλεξε Πειρίθου υἱὸς Βροτίνωι καὶ Λέοντι καὶ Βαθύλλωι· περὶ τῶν
ἀφανέων, περὶ τῶν θνητῶν σαφήνειαν μὲν θεοὶ ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις
τεκμαίρεσθαι καὶ τὰ ἑξῆς Alcmeone di Crotone, figlio di Piritoo, ha detto
queste cose a Brotino, Leonte e Batillo: sulle cose invisibili, sulle cose
mortali gli dei possiedono la certezza, ma a noi, in quanto uomini, è dato solo
trovare degli indizi147 (DK 24 B1). 146 169. 147 Dal passo iniziale del
frammento vero e proprio (περὶ τῶν ἀφανέων, περὶ τῶν θνητῶν) la Gemelli
Marciano propone di espungere la virgola, offrendo quindi la seguente
traduzione: sulle cose invisibili che riguardano i mortali ("Lire du
début…", cit. 19). 288 Sarebbe dunque ribadita la contrapposizione omerica
tra incerte convinzioni umane (elaborate inferenzialmente nel caso di Alcmeone)
e conoscenza divina: Parmenide si limiterebbe semplicemente a riformularla nel
senso di un contrasto tra forme cognitive: una affidabile perché in grado di
manifestare il reale, l’altra opinabile e convenzionale, espressione di meri
punti di vista. Solo riconoscendo l’insufficienza dell'esperienza ordinaria,
gli uomini hanno la possibilità della certezza: ciò che Parmenide avrebbe
tentato nella seconda parte del poema è appunto una ridefinizione del campo
delle doxai in termini non contraddittori. Questa interpretazione si scontra,
tuttavia, con una lunga tradizione che attribuisce valore diverso alle parole
della Dea, per lo più assimilando i punti
e (iii): alla saldezza (razionale) della verità , Parmenide
contrapporrebbe l’incertezza (empirica) dell’opinare umano , di cui offrirebbe
comunque, a scopo esemplificativo e\o critico, esposizione (o ricostruzione)
coerente. Leszl 148 ritiene, in effetti, che la distinzione verità-opinioni,
che chiude la comunicazione della dea nel proemio, corrisponda alla
distinzione, enunciata dalle Muse esiodee, tra verità e falsità: in entrambi i
casi le divinità si rivelano in dominio completo dell’ambito del vero e di
quello dell’ingannevole (da Esiodo considerato tale perché simile al vero),
sebbene, a differenza delle Muse che si limitano a esporre il vero, la dea di
Parmenide espone anche ciò che non è vero, nell’intento di coprire tutto, di
offrire un sapere globale che non ritroviamo in Esiodo. Lo stesso parallelismo
con l’inno alle Muse della Teogonia è sfruttato da Mansfeld149, il quale
riscontra, nel doppio resoconto prospettato dalla Dea, l’analoga pretesa delle
Muse di dire verità e menzogne: in questo modo, evidentemente, tutto quanto si
riferisce all’ambito della doxa è stigmatizzato come ingannevole, con il
risultato paradossale di ridurre proprio la sezione cosmogonica e teogonica,
più vicina al modello divinamente ispirato del poema 148 153-4. 149 33. 289
esiodeo, a occasione per repertare gli errori dei mortali (sottolineando come τὰ
δοκοῦντα dovrebbero essere ma non sono). Non è da escludere, invece, che
proprio il secondo logos rappresentasse il nucleo centrale e originario del
progetto di Parmenide, quello in continuità con la riflessione arcaica περὶ
φύσεως (donde la titolazione tradizionale), di cui la sezione sulla Doxa
riprodurrebbe anche la logica di riduzione di τὰ δοκοῦντα, delle cose accettate
nelle opinioni, a principi, forme (μορφαί) nel lessico parmenideo (B8.53); ma
che l’elemento di originalità (da cui l’attenzione tra gli antichi e la
conservazione nelle testimonianze) fosse costituito dalle premesse ontologiche
contenute nel primo logos, che forniscono la cornice e le condizioni di una
coerente enciclopedia del mondo naturale, denunciando a un tempo le debolezze
delle ricostruzioni alternative151. 150 Ivi 210. 151 Il dibattito sulla natura
della doxa parmenidea è sterminato: a parte il vecchio aggiornamento di G.
Reale a E. Zeller R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte I, Volume III: Eleati, cit., la questione è stata sistematicamente
ripresa nello specifico da P.A. Meijer, Parmenides Beyond the Gates. The Divine
Revelation on Being, Thinking and the Doxa, Brill Academic Publishers,
Amsterdam 1997. Molto utili J. Frere, "Parménide et l'ordre du monde: fr.
VIII, 50-61", in Études sur Parménide, sous la direction de P. Aubenque,
t. II Problèmes d'interprétation, Vrin, Paris 1987 192-212; R. Brague, "La
vraisemblance du faux (Parménide, fr. 1, 31-32)", ivi 44-68; A. Nehamas,
Parmenidean Being/Heraclitean Fire in Presocratic Philosophy, edited by V.
Caston et D.W. Graham, Ashgate, Aldershot 2002 45-64; H. Granger, "The
Cosmology of Mortals", ivi 101-116; P. Curd, The Legacy of Parmenides. Eleatic
Monism and Later Presocratic Thought, Princeton University Press, Princeton
1998, cap. III: "Doxa and Deception"; le pagine di D.W. Graham,
Explaining the Cosmos. The Ionian Tradition of Scientific Philosophy, Princeton
U.P., Princeton 2006 dedicate all'argomento (pp. 169-184). 290 Opinioni:
credibili e non Secondo uno dei più accreditati studiosi ed editori
contemporanei di Parmenide - Cordero152 - la Dea prospetterebbe,
introduttivamente, il contenuto del suo corso di filosofia nell’ambizioso
riferimento alla totalità delle cose, precisato in due oggetti
complementari: il cuore della verità
e le opinioni dei mortali. A
completamento del suo programma, ella avrebbe poi illustrato anche un possibile
modello per le opinioni: la verità è assente dalle opinioni, ma riconoscere che
le opinioni non sono vere è vero153. Ciò che rende, a nostro avviso,
implausibile questa proposta di lettura è soprattutto l’estensione e
l’articolazione che supponiamo il secondo logos dovesse avere, configurandosi
come poema didascalico, manuale o trattato scientifico, a carattere
enciclopedico154. È necessario dunque intendersi preliminarmente sul valore
delle opinioni155. Una prima indicazione ci giunge dalle testimonianze dei
lettori antichi: Aristotele, per esempio, osserva: Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ
που λέγειν· παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι,
τὸ ὄν, καὶ ἄλλο οὐθέν ἀναγκαζόμενος δ’ ἀκολουθεῖν
τοῖς φαινομένοις, καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν αἴσθησιν ὑπολαμβάνων
εἶναι, δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ
καὶ γῆν λέγων· τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν
152 N.-L. Cordero, By Being, It Is. The Thesis of Parmenides, Parmenides
Publishing, Las Vegas 2004 30. 153 Ivi 32. 154 G. Cerri, Testimonianze e
frammenti di scienza parmenidea, in Parmenide scienziato?, a cura di L. Rossetti
e F. Marcacci, Academia Verlag, Sankt Augustin 2008 80. 155 Torneremo
sull'argomento commentando l'ultima parte di B8 e i frammenti del "secondo
logos". 291 Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con maggiore
perspicacia: ritenendo, infatti, che non esista affatto, oltre all’essere, il
non-essere, egli crede che, di necessità, l’essere sia uno e nient’altro.
Costretto tuttavia a tener conto dei fenomeni, e assumendo che l’uno sia
secondo ragione, i molti invece secondo sensazione, pone, a sua volta, due
cause e due principi, chiamandoli caldo e freddo, ossia fuoco e terra. E di
questi dispone il caldo sotto l’essere, il freddo sotto il non-essere
(Aristotele, Metafisica I, 5 986 b27 - 987 a1; DK 28 A24). A sua volta,
Teofrasto (secondo quanto attestato da Alessandro di Afrodisia) rileva: Π.
Πύρητος ὁ Ἐλεάτης ἐπ’ ἀμφοτέρας ἦλθε τὰς ὁδούς. καὶ γὰρ ὡς ἀίδιόν ἐστι τὸ πᾶν ἀποφαίνεται
καὶ γένεσιν ἀποδιδόναι πειρᾶται τῶν ὄντων, οὐχ ὁμοίως περὶ ἀμφοτέρων δοξάζων, ἀλλὰ
κατ’ ἀλήθειαν μὲν ἓν τὸ πᾶν καὶ ἀγένητον καὶ σφαιροειδὲς ὑπολαμβάνων, κατὰ
δόξαν δὲ τῶν πολλῶν εἰς τὸ γένεσιν ἀποδοῦναι τῶν φαινομένων δύο ποιῶν τὰς ἀρχάς,
πῦρ καὶ γῆν, τὸ μὲν ὡς ὕλην τὸ δὲ ὡς αἴτιον καὶ ποιοῦν. Parmenide figlio di
Pyres, da Elea percorse entrambe le strade. Mostra, infatti, che il tutto è
eterno, e cerca anche di spiegare la generazione delle cose che sono, non
avendo sulle due vie le stesse convinzioni: piuttosto, secondo verità egli
sostiene che il tutto è uno e ingenerato e di aspetto sferico; secondo
l’opinione dei molti, invece, al fine di spiegare la generazione delle cose che
appaiono, pone due principi, fuoco e terra, l'uno come materia, l'altro invece
come causa e agente (DK 28 A7). Il problema dei due logoi era già delineato
come incrocio tra due forme diverse di esplorazione della realtà, che potremmo
sbrigativamente indicare come razionale ed empirica: la seconda parte del poema
avrebbe così riproposto un approccio alla physis, dai fenomeni ai loro
principi, analogo a quello ionico; la prima 292 parte, originale, avrebbe
invece introduttivamente messo a fuoco le implicazioni ontologiche a priori
dell’indagine156. Certamente il programma della Dea prevede un momento critico,
che investe indiscutibilmente le opinioni dei mortali, in cui non risiede reale
credibilità: individuare la norma di verità comporta necessariamente denunciare
l’origine di erronee convinzioni circa il mondo dell’esperienza, senza
escludere tuttavia la possibilità che la stessa materia sia passibile di una
trattazione diversa, rigorosa e plausibile. Questo il senso della precisazione
introdotta dal restrittivo ἀλλ΄ ἔμπης: tra la saldezza della Verità
(illustrazione della realtà) annunciata dalla Dea e la (contraddittoria, come
vedremo) inconsistenza delle diffuse, illusorie convinzioni umane, si annuncia
la possibilità di una credibile (in quanto coerente con i presupposti che
fondano la ricerca) ricostruzione dei fenomeni. Benché l’intervento divino sia
teso a legittimare la norma di verità (che non può giustificarsi
empiricamente), l’impianto educativo del poema, la scelta del kouros e la
sollecitazione critica nei suoi confronti sembrerebbero autorizzare
un'interpretazione positiva dei versi conclusivi del proemio. Ciò che colpisce,
nell’articolazione della lezione divina, è, in ogni caso, soprattutto il punto
(iii) del programma, che risulta nel contesto meno scontato: comunque si
intenda, infatti, la direzione del viaggio cantato nei versi parmenidei,
indiscutibilmente la sua meta è rappresentata dalla rivelazione divina, che
presuppone, con l’esito veritativo, l’opposizione tra il sapere che la Dea può
manifestare e quello che gli esseri umani possono attingere. Così la compiuta
(εὐκυκλέος, ben rotonda), salda consistenza (ἀτρεμὲς ἦτορ, cuore fermo) di
Verità è (naturalmente e tradizionalmente) contrapposta alla debole (οὐκ ἀληθής,
«non reale 156 Si tratta di una relazione che potrebbe ancora trovare riscontro
nell’organizzazione del poema Sulla natura di Empedocle, nei cui frammenti (DK
31 B8, 9, 11) troviamo l’eco della ontologia di Parmenide chiaramente saldata
alla prospettiva di una positiva indagine della physis. 157 Per la lettura che
proponiamo, sarebbe più naturale accogliere la variante εὐπειθέος (ben
convincente) della versione di Plutarco, Clemente, Sesto Empirico e Diogene
Laerzio, prevalentemente accolta dagli editori moderni, di cui diamo notizia in
nota al testo greco. 293 [genuina]) credibilità (πίστις) riconosciuta alle βροτῶν
δόξαι: nondimeno, a proposito di queste opinioni, il poeta apprenderà,
dall’istruzione della Dea, anche come le cose accolte nelle opinioni (τὰ δοκοῦντα:
il contenuto empirico di tali opinioni) siano da intendere effettivamente
(δοκίμως: realmente, genuinamente), considerandole tutte insieme davvero
esistenti (διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα), in altre parole riconducendole
rigorosamente alla via di ricerca lungo la quale è effettivamente possibile
procedere (B2.3). Senza questa precisazione il percorso formativo destinato al
kouros sarebbe incompleto: la formula (χρεὼ) che lo introduce sottolinea come
esso sia opportuno, adeguato a conseguire una nuova consapevolezza della
realtà158. A tale scopo non è sufficiente (almeno non per la formazione del
kouros) conoscerne l’essenza e dunque prendere coscienza della genesi delle
opinioni erronee: per il poeta, destinato a tornare tra gli uomini e a
rivaleggiare con altri presunti sapienti, è necessario saper affrontare i
contenuti dell’esperienza umana. Non pare come invece molti sostengono159 - che
la vera novità parmenidea sia rappresentata dal fatto che la Dea offra agli
uomini la possibilità di imparare e la verità e le opinioni, se per doxai si
intendono quelle illusorie dei mortali: esse saranno sbrigativamente liquidate
(B6-7) in conseguenza della enunciazione (B2) dei criteri di verità. Ciò che,
invece, risulta originale nella rivelazione della Dea del poema, a dispetto
della tradizionale frattura tra sapere umano e sapere divino, è l’ardita
combinazione di rigorosa affermazione (B2, B8) di una realtà non immediatamente
manifesta all’esperienza umana, e articolata esposizione di un accettabile
ordinamento (διάκοσμος, B8.60) dei fenomeni naturali. La comunicazione
dell’anonima divinità avrebbe insomma abbracciato sia quanto tradizionalmente
considerato appannaggio esclusivo del dio (la verità), sia l’oggetto della
contemporanea ricerca (περὶ φύσεως ἱστορίη): in questo modo, il poema avrebbe
ridefinito, nel suo insieme, il quadro cosmologico (e cosmogonico) della
Teogonia esiodea. 158 Robbiano 77. 159 Tra gli altri Robbiano 51-2. 294 Verità
e opinione Sul programma introdotto dalla dea innominata in conclusione del
proemio, possiamo ancora osservare come, a livello espressivo, l’articolazione
su cui abbiamo insistito emerga chiaramente nelle scelte verbali: χρεὼ δέ σε
πάντα πυθέσθαι ἠμέν Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι
πίστις ἀληθής. ἀλλ΄ ἔμπης καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι
διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα. Intanto risultano essenziali due verbi - πυθέσθαι e
μαθήσεαι il cui valore è quello di apprendere per esperienza, imparare per
indagine, ma anche discernere: essi possono veicolare, dunque, sia l’idea di
ricettività, sia quella di ricerca, perfettamente in contesto laddove la
docenza (divina: θεά) guida il processo di apprendimento, marcando a un tempo i
temi su cui verterà la lezione impartita (Ἀληθείης ἦτορ; βροτῶν δόξαι; τὰ δοκοῦντα)
e l’urgenza di comprensione da parte dell’allievo (κοῦρος). La prima formula
didattica sottolinea l’opportunità che tutto tu apprenda: come in precedenza
rilevato, è netta la costruzione oppositiva dei 29-30, in cui la saldezza della
Verità è contrastata esplicitamente dalla incertezza delle opinioni, e la
garanzia di verità del nesso θεά-κοῦρος implicitamente alla inaffidabilità dei
mortali: la rivelazione del cuore fermo di Verità ben rotonda comporterà la
contestazione della consistenza delle loro convinzioni. La seconda formula
introduce gli ultimi due versi, testualmente molto tormentati: il fatto di
ribadire imparerai sembra implicare che questa sezione della lezione divina sia
ulteriore e autonoma rispetto alla prima opposizione (verità e credenza non
vera), sebbene il complemento oggetto - anche queste cose - plausibilmente
rinvii al contenuto delle opinioni dei morta- 295 li160 e soprattutto sia
evidente il vincolo lessicale rappresentato dalla comune radice (δοκ) di δόξας,
δοκοῦντα e δοκίμως. Come Mourelatos 161 ha chiarito nella sua ricerca, il verbo
δοκέω può significare sia (a) aspettarsi, pensare, supporre, sia (b) sembrare,
nel senso di pensare, ma anche di apparire: presenta dunque a
subject-oriented sense e an objectoriented sense. Mentre δόξα e δοκίμως
sarebbero riconducibili al primo valore e alla sua funzione criteriologica, il
ricorso al termine δοκοῦντα rivela piuttosto le implicazioni oggettive di (b),
nonostante la derivazione da δοκέω lo renda irriducibile a una funzione
fenomenologica (quella dei derivati di φαίνομαι). In δόξα
(opinione-convinzione) e δοκίμως (rendendo l’avverbio come plausibilmente)
troveremmo allora coinvolta l’idea di valutazione e accettazione, di
approvazione; di conseguenza in τὰ δοκοῦντα (o τὸ δοκοῦν ὄν, come in Simplicio)
le cose ritenute accettabili ovvero le cose come sono accettate. Ma l’avverbio
δοκίμως è impiegato dal contemporaneo Eschilo con il valore di realmente
(Liddell-Scott) e quindi potrebbe a sua volta rinviare all’accezione oggettiva,
a una situazione di fatto, a come stanno effettivamente le cose (così lo
abbiamo inteso nella nostra traduzione). In ogni caso, le βροτῶν δόξαι - che
vengono denunciate come non fededegne - non rappresentano mere impressioni ma
punti di vista assunti, condivisi e diffusi, con cui ha evidentemente senso
ingaggiare polemica: è alla soggettività di tali punti di vista che viene
contrapposta la verità comunicata dalla dea. Gli ultimi due versi del proemio
ritornano sulla materia di quelle confuse assunzioni, per riproporla in modo
adeguato: in questo caso Parmenide impiega non il termine δόξαι ma τὰ δοκοῦντα:
non i punti di vista ma le cose che in essi sono accolte. A τὰ δοκοῦντα collega
la complessa (e testualmente controversa) espressione participiale διὰ παντὸς
πάντα περ ὄντα, che abbiamo reso come tutte insieme davvero esistenti. La
scelta appare non 160 In funzione prolettica, Parmenide avrebbe di norma -
dovuto impiegare τάδε, non ταῦτα, che sembra invece riferito a quanto precede.
161 195 ss.. 296 quella di ricostruire la genesi dell’errore dei mortali,
ovvero quella di proporne una versione più coerente, piuttosto quella di
mostrare come le cose accolte nelle opinioni avrebbero dovuto (era necessario\opportuno,
con possibile valore di irrealtà) essere intese nella loro totalità come ὄντα
(esistenti), in altre parole considerate alla luce della Verità, ovvero come
genuina realtà. La precisazione di Parmenide, con le sue scelte lessicali (δοκοῦντα,
ὄντα), e la struttura del poema, con un secondo logos di natura enciclopedica,
suggeriscono di considerare positivamente il terzo punto del programma della
dea, ben distinto dal secondo (che riceve indiscutibilmente una connotazione
negativa), di cui tuttavia sembra condividere due elementi essenziali: il contenuto materiale, costituito dalla
pluralità delle cose che accogliamo sulla base della esperienza; la prospettiva (espressa dall’insistenza
sulle forme in δοκ), il punto di vista mortale, che è appunto quello che passa
attraverso l’esperienza, ma che, non per questo, deve essere giudicato
inaffidabile. La Dea procederà quindi: in
primo luogo, a introdurre quella verità di cui è esplicitamente (e
tradizionalmente) garante (B2): si tratta delle premesse (B2.3, B2.5) da cui è
possibile procedere per manifestare la struttura della realtà (B8); poi, a stigmatizzare (sbrigativamente), sulla
scorta della forma (logica) di quelle premesse (necessità dell’essere e
impossibilità del non-essere), l'infondatezza dei comuni assunti circa le cose
e il loro divenire; (iii) infine, a illustrare, attraverso una ricostruzione
coerente con i parametri veritativi della Dea, l'ordine del mondo (διάκοσμος),
vero obiettivo dell'opera. In questo modo, il poema contiene, complessivamente,
la rivelazione di tutta la Verità: della sua natura intrinseca (cuore fermo),
fraintesa nel comune, superficiale pregiudizio, e della sua adeguata
applicazione al campo dell’esperienza umana. Parmenide si riferisce a due
ambiti distinti, divino e umano, che nella rivelazione si sovrappongono: la
meditazione della parola (μῦθος) della Dea, che segnala la traccia che conduce
ad Ἀληθείη, 297 assicurerà al κοῦρος la consapevolezza degli errori comuni tra
gli uomini e dunque un'avveduta prospettiva sul mondo della sua esperienza. In
questo senso, le due sezioni (Verità e Opinione) hanno lo stesso oggetto (non
potrebbe essere diversamente per la logica del poema): la realtà, manifestata
nella sua unitotalità essenziale dall'intelligenza, e nella pluralità dei
processi naturali dall’esperienza. La scansione di tale programma nei moduli
della tradizionale istruzione poetica è significativa: lo scarto tra sapere
umano e sapere divino, proposto nella cornice dell'eccezionale tragitto ai
limiti del cosmo, dove cielo e terra, notte e giorno, mondo dei vivi e mondo
dei morti si incontrano, è ribadito non solo nella relazione didascalica tra
θεά e κοῦρος, ma anche nella complementarità dei loro due diversi sguardi sulla
realtà. Quello della Dea si rivolge impassibile (logicamente coerente e
inattaccabile) all’essere, alla totalità razionalmente afferrata nella sua
omogeneità e identità ontologica; quello dei mortali è invece condizionato (e
per lo più sviato) dal filtro dell’esperienza. Compito del poema condannare le
distorsioni e produrre con la lezione divina una consapevole mediazione. Per
via Prima di concludere l’esame del proemio e dopo averne considerato gli
ultimi versi e il programma contenutovi, è opportuno ritornare riassumere i
nostri risultati. Parmenide compone nei moduli della tradizione epica, evocandone
il rilievo veritativo e educativo e sviluppandone in particolare il tema del
viaggio, centrale non solo per l’epica omerica ma anche, in generale, per
l’esperienza culturale e religiosa arcaica (sciamanesimo). Modulando tali
paradigmi, il poeta insiste sull’eccezionalità della propria esperienza, sia
per gli auspici che ne assicurano lo svolgimento, sia per la meta oltremondana,
sia, infine, per l’incontro con la dea rivelatrice: ciò comporta, da parte sua,
valorizzare, con la lezione divina, anche il percorso del viag- 298 gio, la via
(ὁδός πολύφημος δαίμονος) che la dea innominata ci informa essere lontana dalla
pista degli uomini. A sancire tale percorso e la legittimità della percorrenza,
Parmenide colloca Dike e Temi, giustizia e norma divina: l’accesso alla verità,
dunque, non è casuale, accidentale, ma risultato di uno slancio educato (il
poeta in apertura evoca la spinta del proprio desiderio, θυμός), forse di una
iniziazione (come rivelerebbe, in particolare, l’uso della espressione εἰδὼς
φώς). La lezione della Dea non si limita a manifestare la Verità (di cui rileva
la saldezza, il nucleo inattaccabile), mediandola a un mortale, ancorché
favorito, ma è attenta anche a dar conto del mondo dell’esperienza, delle
convinzioni umane, sia per denunciarne gli stravolgimenti, sia per offrirne
un’illustrazione adeguata, coerente, nei suoi principi esplicativi, con la
realtà annunciata (l'essere). I modelli e i temi interessati suggeriscono che
la comunicazione di verità, certamente centrale nei frammenti disponibili, non
fosse fine a se stessa, ma costituisse l’elemento intorno a cui realizzare un
profondo ri-orientamento della esperienza umana e una radicale
ri-determinazione del rapporto tra soggetto umano e realtà (come cercheremo di
dimostrare in B3 e B8)162. La formazione alla verità porterà il kouros a vedere
il mondo in una prospettiva lontana dalla quotidianità, ma soprattutto a
scegliere diversamente dalla società163. 162 Analizzando il valore di ἀλήθεια
nella cultura arcaica, la Stemich (op. cit. 84-6), convinta che in Parmenide
non si possa delimitarne nettamente la prospettiva oggettiva (che insiste sul
referente, sull’entità data al di fuori dell’individuo) da quella soggettiva
(come nelle espressioni dire vero, fare vero, in cui è sottolineata la
relazione dell’uomo alla verità), osserva comunque che Parmenide (come già
Eraclito) insista piuttosto sulla seconda, ovvero sulla condizione che consente
all’uomo di superare il senso comune quotidiano. 163 È significativo che, di
recente, oltre a Martina Stemich anche Chiara Robbiano (op. cit. 56) abbia
richiamato l’attenzione su questo punto: la ἀλήθεια rivelata, prioritaria nel
programma educativo della Dea, sarebbe il risultato di un punto di vista (che
il kouros deve maturare), e dunque soggettiva, ma, dal momento che esso svela
l’essenza della realtà, allo stesso tempo oggettiva. In questo senso il poema
riguarderebbe una trasformazione 299 Che si tratti di percorso astrale quello
solare che conduce alla porta cosmica, chiave di volta non solo dell’alternanza
giorno-notte ma anche dell’accessibilità al mondo infero, ovvero di itinerario
celeste, verso una trascendenza extra-cosmica (come vuole Mansfeld), o ancora
di discesa verso il mondo infero, il viaggio verso la divinità è comunque
destinato a un impatto che sarebbe riduttivo considerare esclusivamente sotto
il profilo conoscitivo, come per lo più si è fatto nella tradizione. L’evento è
decisivo non solo per quello che consentirà di conoscere ma per come consentirà
di condursi nell’esistenza: questa è forse la ragione della scelta comunicativa
di Parmenide, con le sue potenzialità performative (la recitazione) e le
allusioni a esperienze (rivelazioni, illuminazioni ecc.) note soprattutto per
la loro incidenza esistenziale. Non a caso, dunque, il poema si apre con
riferimenti allo θυμός, all’εἰδὼς φώς, alla accortezza delle cavalle di scorta,
e all’egida divina di Temi e Dike, per procedere all’incontro con una dea (che
potrebbe essere Persefone) la quale introdurrà la propria rivelazione (B2) con
l’evocazione dell’immagine di un bivio, di fronte al quale il kouros è chiamato
a scegliere. del punto di vista tale da investire non solo l’oggetto della
comprensione, ma anche - alla fine del viaggio - il soggetto (p. 37). Nonostante
i vari problemi di traduzione e interpretazione suscitati dai versi di B2, con
certezza possiamo asserirne, come nel caso del precedente B1, la collocazione:
all’inizio della prima sezione del poema1, a ridosso del proemio (se non
addirittura in continuità e contiguità con esso). Possiamo inoltre
ragionevolmente ritenere che B2 costituisca, con i successivi B3, B6, B72, un
blocco argomentativo continuo: l’introduzione dei presupposti per manifestare
(B8) i segni (σήματα), le proprietà della Realtà concepita come un tutto,
ovvero di quanto anticipato (B1.29) come Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ (di
Verità ben rotonda il cuore fermo). All’interno di uno schema espositivo che
esplicitamente richiama l’attenzione sul rilievo fondativo dei versi B2.2-8 (la
Dea, infatti, marca la significatività del proprio μῦθος, sollecitando
l’interlocutore a prenderne nota e averne cura), alcuni hanno voluto
valorizzare la condizionante presenza dei principi della logica occidentale3,
altri invece vi hanno colto le premesse dell'ontologia4. Dire, ascoltare La
continuità con B1 è segnata proprio dalla modalità direttiva della
comunicazione, in cui esortazione e insegnamento marcano lo scarto tra il ruolo
della Dea (ἐγὼν ἐρέω, io dirò) e la ricezione (l’ascolto attento) del poeta
(κόμισαι δὲ σύ μῦθον, e tu abbi cura 1 Ricordiamo che, nella cesura di B8.50-1,
la Dea si riferisce a quel che precede come πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης;
B2.4 sembra riferirsi alla stessa materia con l'espressione Πειθοῦς κέλευθος. 2
Coxon 173: la sequenza proposta è, nella numerazione DK (diversa da quella
ricostruita dall’autore), B2, B3, B6, B4, B7. 3 Per esempio Heitsch in
Parmenides, Die Fragmente, griechisch-deutsch, herausgegeben, übersetzt und
erlaütert von Ernst Heitsch, Sammlung Tusculum, Artemis et Winkler, Zürich
19953. 4 Per esempio Leszl 85. 301 della parola), destinata, a sua volta, a
trasformarsi, attraverso il canto, nella mediazione della verità a un
discepolo: il σύ (tu) impiegato dalla divinità è rivolto tanto da questa al
poeta, quanto da questi al proprio ascoltatore. La Dea sottolinea: ti dirò e tu
ascolta e riferisci. Al poeta, giunto alla meta del viaggio (infero), non sono
riservate privilegiate visioni o rivelazioni immediate; lo attendono, invece,
parole, di cui si raccomanda l'ascolto5. La sua ricerca della Verità dovrà
dunque muovere da esse: parole con cui la Dea non nomina se stessa, non
descrive se stessa o la casa in cui risiede, non designa neppure puntualmente
un soggetto6. Un solo impegno è stato assunto e quindi fa da sfondo alla sua
parola: è necessario che tutto tu apprenda (χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι). Come
sarà sottolineato in altro luogo (B7.5), l’espressione κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας
(e tu abbi cura della parola una volta ascoltata) certamente sollecita
attenzione per la verità del messaggio (μῦθος), ma implica anche nella
ricezione\cura - la sua valutazione e trasmissione. Sintomatica nel contesto la
scelta del termine μῦθος, la parola divinamente ispirata del poeta, la parola
che veicola, attraverso il poeta, il canto delle Muse, e dunque sancisce, a un
tempo, il vincolo di dipendenza del mortale dall’immortale, ma anche
l’eccezionale rilievo del poeta, la sua peculiare posizione sociale, la sua
σοφίη 7. 5 L. Atwood Wilkinson, Parmenides and To Eon… cit. 89-90. 6 Ivi 79. 7
Su questo punto in particolare la Wilkinson (pp. 40 ss.), che richiama
Senofane, DK 21 B2.11-14: ῥώμης γὰρ ἀμείνων ἀνδρῶν ἠδ’ ἵππων ἡμετέρη σοφίη. ἀλλ’
εἰκῆι μάλα τοῦτο νομίζεται, οὐδὲ δίκαιον προκρίνειν ῥώμην τῆς ἀγαθῆς σοφίης
Migliore è infatti della forza di uomini e cavalli la nostra sapienza. Ma si
valuta questo in modo veramente dissennato: e invece non è giusto preferire la
forza alla buona sapienza. Lo stesso Senofane aveva così introdotto la propria
sapienza: 302 Io, tu La polarità comunicativa ἐγώ-σύ introduce anche la
dialettica del testo parmenideo: essa, in effetti, sottolinea l’urgenza di
illustrare la forza persuasiva del messaggio al destinatario (B2.4: Πειθοῦς ἐστι
κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ: di Persuasione è il percorso - a Verità infatti
si accompagna) e dunque la dimensione argomentativa (che si impone soprattutto
in B8). A dispetto del tono e della situazione solenni, è progressivamente sul
piano della (co)stringente discussione (ἔλεγχος) che si sviluppa la rivelazione
della Dea, quasi assumendo il tu come muto interlocutore, di cui B8 sembrerebbe
confutare il punto di vista ordinario. In questa prospettiva, la dialettica
comunicativa esprime l’intenzione educativa anche nella forma di una lezione
sull’uso degli strumenti razionali. B2 proporrebbe allora, in modo originale,
le premesse di base della successiva trattazione: Mansfeld, in particolare, ha
sostenuto che il ruolo condizionante della divinità e della sua rivelazione si
manifesterebbe nei due passaggi introdotti dalle forme verbali in prima
persona8, negli asserti imposti dall’autorità di ἐγώ (io): εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν ἐρέω
Orsù, io dirò (B2.1a) χρὴ δὲ πρῶτον μὲν θεὸν ὑμνεῖν εὔφρονας ἄνδρας εὐφήμοις
μύθοις καὶ καθαροῖσι λόγοις bisogna che in primo luogo celebrino il dio uomini
assennati, con racconti adeguati e puri discorsi (B1.13-14); e: ἀνδρῶν δ’ αἰνεῖν
τοῦτον ὃς ἐσθλὰ πιὼν ἀναφαίνει, ὥς οἱ μνημοσύνη καὶ τόνος ἀμφ’ ἀρετῆς da
lodare, poi, tra gli uomini, colui che, bevendo, pronuncia belle parole,
conformemente a memoria e aspirazione alla virtù (B1.20-1). 8 61-2. 303 τὴν δή
τοι φράζω Proprio questa ti dichiaro (B2.6a). Il primo momento coinciderebbe
con l’enunciazione (B2.2) delle uniche vie di ricerca per pensare (solo A e B
sono per pensare, A e B sono immediatamente incompatibili), in questi termini
(letterali): ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι l’una che è e che non
è [possibile] non essere (B2.3) ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι
l’altra che non è e che è necessario non essere (B2.5). Il secondo con
l’asserzione dell'impercorribilità della seconda via: τὴν δή τοι φράζω
παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν Proprio questa ti dichiaro essere sentiero del tutto
privo di informazioni (B2.6). Che è e
non è rappresentino alternative incompatibili e che τό μὴ ἐὸν non sia effettivamente disponibile
per un'autentica ricerca, costituirebbero le matrici (garantite dall'iniziativa
divina) della successiva discussione, come evidenziato dall'invito all’ascolto9:
il poeta paleserebbe in questo modo sia il proprio proposito argomentativo sia
la consapevolezza del suo articolarsi. Anche non condividendo la tesi di
Mansfeld, appare comunque indiscutibile l’intenzione di Parmenide di sfruttare
la presenza della Dea per muovere da una verità fondamentale. Altri, invece,
riconoscendo l’uso didascalico del mito, vi hanno colto la rivendicazione di
una verità indiscutibile (che non è mera opinione umana) 10, ovvero
l’espressione della matura consapevolezza dell’oggetto e dei mezzi propri della
filosofia11: non sarebbe stato 9 Ivi 86. 10 Conche 79-80. 11 La tesi secondo
cui Parmenide sarebbe il primo filosofo ad argomentare, a dare ragioni a
supporto della propria posizione, a elaborare consapevolmente 304 più
sufficiente enunciare la verità; era necessario assicurarla con la costrizione
del logos. Forse, più semplicemente, per il sapiente-poeta, che componeva
all'interno di una cultura in cui, in un modo o nell'altro, ogni sapere era
radicato nella sfera della comunicazione divina12, era scontato rispettare la
convenzione e fondare le premesse dei propri argomenti sulla parola della Dea.
Uniche vie di ricerca per pensare All'esortazione di apertura che l’io della
Dea rivolge al tu del poeta (v. 1), invitandolo ad aver cura di (κόμισαι) ovvero
prender nota, meditare e trasmettere quanto ella sta per rivelare, fa
immediatamente seguito (v. 2), sintatticamente retto dall’impegnativa
espressione omerica ἐρέω (dirò, proclamerò), la prima indicazione concreta sul
contenuto della rivelazione: αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι che abbiamo
reso come: quali sono le uniche vie di ricerca per pensare. Il verso presenta
alcune difficoltà, non indifferenti per l'interpretazione relativa e
complessiva. Quale valore riconoscere a ὁδοὶ διζήσιός? Quale a μοῦναι? Come
rendere εἰσι? Come νοῆσαι? La Dea, riferendosi a ὁδοὶ διζήσιός, ritorna (dopo
averlo già fatto in B1.2, B1.5 e soprattutto B1.26-7) sul tema della via,
impiegando un'espressione di nuovo conio, che rientra tuttavia a pieno titolo
nel motivo omerico del viaggio13. Il termine parmeni- il proprio ragionamento
con metodo, è di Cordero (By Being, It Is, cit. 38). 12 Su questo aspetto della
cultura greca, è interessante la messa a fuoco di L. Brisson, "Mito e
sapere", in Il sapere greco. Dizionario critico, a cura di J. Brunschwig e
G.E.R. Lloyd, vol. I, Einaudi, Torino Mourelatos 67. 305 deo δίζησις è infatti
di derivazione epica, essendo δίζημαι utilizzato in Omero per ricercare persone
o animali perduti ovvero nel senso lato di concepire: esso implica desiderio
del e interesse nell’oggetto ricercato (la cui esistenza quindi non sarebbe in
discussione). La formula ὁδοὶ διζήσιός alluderebbe allora a un investigare
impegnato a raccogliere informazioni che conducano all’oggetto desiderato. È
significativo che il contemporaneo Eraclito usi δίζημαι nel senso di ricercare
in profondità: χρυσὸν γὰρ οἱ διζήμενοι γῆν πολλὴν ὀρύσσουσι καὶ εὑρίσκουσιν ὀλίγον
Quelli che cercano oro rivoltano molta terra, ma trovano poco [oro] (DK 22
B22), marcando la propria direzione d’indagine verso quanto nascosto e
inaccessibile ai più: la ricerca della φύσις, in contrapposizione alla
πολυμαθία di poeti e sapienti tradizionali. Eraclito, tuttavia, sottopone il
verbo a un’ulteriore, originale, torsione: ἐδιζησάμην ἐμεωυτό ho indagato me
stesso (DK 22 B101), che Mourelatos14 legge in relazione a: ψυχῆς πείρατα ἰὼν οὐκ
ἂν ἐξεύροιο, πᾶσαν ἐπιπορευόμενος ὁδόν· οὕτω βαθὺν λόγον ἔχει i limiti
dell’anima non potrai mai trovarli, sebbene tu ti spinga per tutte le strade:
tanto profondo è il suo logos (DK 22 B45). L’uso arcaico di δίζημαι sottolinea,
insomma, il fatto che si ricerca intorno a qualcosa che non è manifesto o
accessibile fin dall’inizio. In questo senso il nesso stabilito nei versi 3-4
tra la prima ὁδός e Ἀληθείη: 14 Mourelatos 68. 306 Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ
γὰρ ὀπηδεῖ di Persuasione è il percorso - a Verità infatti si accompagna. È
necessario un percorso di ricerca per appalesare quanto è immediatamente
nascosto: la via conduce alla scoperta della realtà, e in questo senso alla
verità. La verità richiede dunque una specifica ricerca: solo seguendo una
pista (termini come πάτος, κέλευθος, ἀταρπός sono ricorrenti nei primi due
frammenti) non casuale è possibile cogliere ciò che è genuinamente reale.
Parmenide sceglie di ricorrere all'espressione vie di ricerca proprio per dare
risalto al fatto che esse hanno come obiettivo essenziale la realtà (verità)15.
La Dea proclama dunque solennemente: αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι
(letteralmente: quali vie uniche di ricerca sono per pensare). La costruzione
greca ha autorizzato sia la lettura che
insiste sulla concepibilità delle vie (εἰσι νοῆσαι in senso potenziale, da
rendere come: sono possibili da pensare, possono essere pensate, sono
pensabili/concepibili), sia quella che,
come pare corretto nel contesto, facendo leva (a) sul valore finaleconsecutivo
dell’infinito, (b) sul suo nesso con μοῦναι, e (c) sulla successiva
determinazione delle ὁδοί con formule introdotte da ὅπως e ὡς, esprime il lato
attivo del pensare (dunque: quali sono le uniche vie per pensare), introducendo
due modi di pensare (pensare che...). Qualcuno16 ha ipotizzato che Parmenide
intendesse evocare entrambi i valori, intenzionalmente giocando sull’ambiguità
(in analogia con le modalità di comunicazione del contemporaneo Eraclito): una
chiave interpretativa che potrebbe applicarsi ad altri passaggi del testo. 15
Leszl 124. 16 Robbiano 81-2. 307 Ma il testo pone anche il problema della resa
di νοῆσαι: generico pensare, o, secondo l’uso arcaico, apprendere, conoscere17?
La traduzione in questo caso impone un'opzione interpretativa: pensare rischia
di risultare troppo indefinito rispetto all'unicità conclamata delle vie,
consentendo, per esempio, di ammettere, oltre alle razionalmente legittime,
anche le vie dell’irrazionale (illuminazioni, rivelazioni, ispirazioni ecc.),
illegittime agli occhi della ragione18, come in effetti alcuni frammenti del
poema (soprattutto B6 e B7) sembrano suggerire. D’altra parte, si potrebbe
obiettare che, rendendo in senso forte νοεῖν con apprendere\conoscere, come pur
giustificato dalla conclusione del proemio19, risulterebbe poi problematica la
comprensione della via introdotta in B2.5 (letteralmente): ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς
χρεών ἐστι μὴ εἶναι che non è e che è necessario non essere. Di essa, in
effetti, la Dea si affretta subito a osservare: τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν
ἀταρπόν οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις·
Proprio questa di dichiaro essere sentiero del tutto privo di informazioni:
poiché non potresti conoscere ciò che non è (non è infatti cosa fattibile), né
potresti indicarlo (B2.6-8); sottolineatura ripresa e accentuata ancora in
B8.17-8: ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός 17 Mourelatos 70. Tra gli
editori contemporanei, anche Heitsch opta per erkennen. Per una discussione
aggiornata si veda ora Palmer 69 ss.. 18 Come nel caso di Conche 77. 19 Ch.H.
Kahn, “The Thesis of Parmenides”, in Id., Essays on Being, Oxford. 308
impensabile [e] inesprimibile (poiché non è una via genuina). Eppure è proprio
questa difficoltà a risultare illuminante rispetto alla natura e alla funzione
delle uniche vie di ricerca per pensare (ὁδοί μοῦναι διζήσιός νοῆσαι): solo la
nozione di νοεῖν come pensare del tutto intellettuale, capace di prescindere
dalle sembianze sensibili e afferrare ciò che è realmente dato, appare in grado
di giustificare l'alternativa (ἡ μὲν... ἡ δὲ...) prospettata nei versi B2.3 e
B2.5. Intendendo νοεῖν come un pensare generico, si può ridurre il paradosso di
una via di ricerca per pensare connotata come sentiero del tutto privo di
informazioni (παναπευθέα ἀταρπόν) e, addirittura, come impensabile e
inesprimibile (ἀνόητον ἀνώνυμον), ricorrendo alla distinzione tra la sua
prospettazione a priori e l'effettiva (a posteriori) sua praticabilità.
Crediamo, tuttavia, che sia solo la comprensione di νοεῖν secondo la
prospettiva omerica (improntata all'analogia con il vedere) di una relazione
percettiva immediata con l'oggetto20, a dare senso alla disgiunzione è-non è:
essa allora esprimerà, per quella funzione ricettiva, l'alternativa radicale
tra necessità di rivolgersi a una realtà che è, e impossibilità di afferrare
ciò che non è. La Dea annuncia nel contesto quali siano le uniche vie di
ricerca per pensare: tre sono gli elementi da considerare: la ricerca (δίζησις), i percorsi lungo per cui essa si sviluppa,
(iii) la finalità che essa intende realizzare, designata dall'infinito aoristo
νοῆσαι: pensare, svelare la realtà (verità), ovvero, come suggerisce Palmer21,
comprendere, giungere a comprensione. Il contesto di B2 suggerisce palesemente
anche l'obiettivo conclusivo delle ricerca, che traduce in risultato la
finalità dell'unico effettivo percorso di ricerca: come abbiamo già osservato,
della prima via di ricerca (ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι) la Dea
sottolinea che (a) è percorso di Persuasione (Πειθοῦς κέλευθος), 20 Germani 189.
21 72-3. 309 in quanto (b) attende alla Verità (Ἀληθείῃ ὀπηδεῖ). L'apertura di
B6 preciserà (letteralmente): χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι è
necessario il dire e il pensare che ciò che è è, fissando quindi in quanto
espresso da ἐόν l'oggetto specifico di comprensione. D'altra parte, le vie
annunciate sono uniche (μοῦναι) in forza di ciò che esse si propongono di
pensare: in B8.16 sinteticamente proposto come ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν (è o non è),
esso è in B2 rinforzato da due formule modali: ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι
μὴ εἶναι l’una che è e che non è [possibile] non essere (B2.3) ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν
τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι l’altra che non è e che è necessario non essere
(B2.5). Lungo la prima via (per pensare), la ricerca si sviluppa riflettendo a
partire dall'immediata evidenza: è (ἔστιν), rimanendo saldamente sul terreno
dell'essere (escludendo cioè la possibilità del non-essere). La seconda
modalità, invece, prospetta una ricerca che si svolga a partire dalla negazione
di quella evidenza: non è (οὐκ ἔστιν), pretendendo di svilupparsi
conseguentemente sul terreno del non essere. Delineata come alternativa alla
precedente, essa si rivela di fatto impercorribile, dal momento che il pensiero
non avrebbe alcunché da afferrarvi e manifestarvi: τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν
ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις
Proprio questa ti dichiaro essere sentiero del tutto privo di informazioni:
poiché non potresti conoscere ciò che non è (non è infatti cosa fattibile), né
potresti indicarlo. 310 Per pensare Prima di procedere alla determinazione
delle vie, è opportuno, tuttavia, in relazione al verso 2, soffermarsi ancora
sulle implicazioni dell’annuncio della Dea: εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν ἐρέω αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι.
Comunque si valutino queste parole, è evidente come in esse Parmenide anticipi
il senso di un messaggio (divino) che investe indiscutibilmente la dimensione
cognitiva del νοεῖν: si tratterà di riassumere, nella schematica astrazione di
due forme (vie), le modalità di fondo del ricercare, del portare a
conoscenza22, discriminandole rispetto all'ampia fenomenologia di tentativi e
sviamenti mortali (le δόξαι βροτῶν). Se si può riconoscere alla narrazione del
proemio anche un'intenzione simbolica, ricordiamo come la θεά, accogliendo il
κοῦρος, rilevasse (B1.27): τήνδ΄ ὁδόν γὰρ
ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου ἐστίν. Il filo che lega l’esordio della comunicazione
della θεά (B1.24 ss.) alla rivelazione di B2 è costituito dal tema della ὁδός:
la Dea dapprima (B1.27) con riferimento alla via che, grazie all’intervento di
eccezionali coadiutrici, ha condotto al suo cospetto - segnala come essa sia
lontana dalla pista degli uomini (ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου); in B2 ella ne
rievoca il tema nelle ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός, precisando in modo rigoroso i
criteri per valutare la fondatezza di ogni punto di vista. In gioco è
esplicitamente (B1.29) la Verità: nella
sua “essenza” (Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ); nella sua manifestazione 22 Come ricordato in
nota al testo, Kahn (Ch.H. Kahn, “The Thesis of Parmenides”, cit. 147) ha
sostenuto che δίζησις costituirebbe equivalente poetico del termine ionico ἱστορίη
(ricerca scientifica). 311 all’esperienza umana (τὰ δοκοῦντα); (iii) nella sua
diffusa distorsione (βροτῶν δόξαι). La realtà da scoprire (Verità) rimane, in
effetti, al centro anche di B2, come abbiamo in precedenza sottolineato a
proposito della espressione δίζησις e della sua derivazione dall’omerico
δίζημαι, alimentando un possibile ulteriore paradosso. Secondo una corrente
interpretazione dei primi versi del proemio, la Dea è stata raggiunta a
conclusione di un viaggio lungo la strada ricca di canti (ἐς ὁδὸν πολύφημον)
che conduce l’uomo che sa: ella rivela di non essere la fonte diretta da cui
attingere la Verità; suo compito è solo quello di indicare il (nuovo) percorso
per conseguirla23. È questo decentramento della verità dalla Dea che
giustifica, per esempio, la lezione di Untersteiner, il quale fa coincidere la
verità con la via stessa. In ogni caso, nell’economia complessiva del testo, il
riferimento al νοεῖν del poeta e del lettore\ascoltatore è essenziale per
coglierne l’intenzione pedagogica. Il discorso si snoderà a partire dalla
comprensione delle implicazioni di due enunciati divini, insistendo sulla
centralità della relazione tra νοεῖν e εἶναι: tale comprensione risulterà
ugualmente vincolante per la Dea e per i mortali (manifestando un decisivo,
comune denominatore razionale):
legittimando, da un lato, il taglio argomentativo di alcuni dei
frammenti della prima sezione (segnatamente B8, parzialmente B6) e l’ἔλεγχος
adottato dalla divina interlocutrice per istruire il κοῦρος; contribuendo dall’altro a determinare
l’oggetto intorno a cui verte il discorso, indicato dallo stesso Parmenide
(nella formula più astratta) come τὸ ἐόν. Le vie e i loro problemi: natura e
articolazione della ricerca Le uniche vie di ricerca per pensare, come abbiamo
visto, sono proposte letteralmente come: 23 Ruggiu 211. 312 ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε
καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι l’una che è e che non è [possibile] non essere (B2.3) ἡ
δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι l’altra che non è e che è
necessario non essere (B2.5) ovvero, volendo risolvere le infinitive in una
soggettive esplicite (come appare più naturale): l’una che è e che non è
possibile che non sia l’altra che non è e che è necessario che non sia. La nostra
preferenza per la resa infinitiva è legata alla possibilità di rimanere più
aderenti alla costruzione greca e soprattutto di sfruttarne gioco espressivo e
ambiguità. In apparenza, l’alternativa (ἡ μὲν... ἡ δὲ...) reitera pur senza
sovrapposizione, come vedremo - lo schema oppositivo già impiegato dalla Dea
nella propria allocuzione di saluto, quando aveva sottolineato al κοῦρος
l’esigenza di tutto apprendere: ἠμέν ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ ἠδὲ βροτῶν
δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής sia di Verità ben rotonda il cuore fermo, sia
dei mortali le opinioni, in cui non è vera credibilità (B1.29-30). L'una -
l’altra Ammettendo la sostanziale continuità tra B1 e B2, le due opposizioni,
cariche di significato in forza delle reciproche introduzioni (nel primo caso -
B1.28 l’urgenza di χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι; nel secondo l’interrogativo
implicito in αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι), appaiono evidentemente
collegate, 313 anche se non (come vorrebbe qualcuno24) nel senso di una
puntuale correlazione. Nel caso di B2, l’opposizione emerge non solo, sul piano
espressivo, nella scelta della costruzione (ἡ μὲν ὅπως... ἡ δ΄ ὡς), ma
soprattutto, sul piano logico, nella peculiare costruzione degli enunciati, che
possiamo rispettivamente articolare nei due emistichi dei versi 3 e 5, quindi: ἡ
μὲν ὅπως ἔστιν (B2.3a) ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν (B2.5a) καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι
(B2.3b) καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι (B2.5b). Letteralmente dovremmo tradurre,
attribuendo (come prevalentemente si fa) a ὅπως e ὡς il valore di congiunzioni
(subordinanti) dichiarative (sottintendendo, dunque che dice ovvero che pensa):
l’una [che pensa] che è25 (B2.3a) l’altra [che pensa] che non è (B2.5a), e che
non è [possibile] non essere (B2.3b) e che è necessario non essere (B2.5b).
L'alternativa più credibile a questa costruzione dichiarativa non pare tanto
quella avverbiale discussa da Mourelatos26: l’una come è e come non sia non
essere l’altra come non è e come sia necessario non essere, 24 In modo coerente
per esempio Cordero. 25 Il virgolettato vuol sottolineare il contenuto
dichiarato. 26 49.51. Untersteiner rende in modo apparentemente analogo, ma in
realtà con valore interrogativo: come una esista e che non è possibile che non
esista (p. LXXXVI). 314 quanto quella proposta da Ferrari27, almeno per quel
che concerne la resa di ὅπως e ὡς con secondo cui, che ben suggerisce l'idea
delle diverse prospettive di ricerca. Il rilievo oppositivo delle vie può
essere rafforzato se come è possibile e per certi versi naturale nel contesto B2.3b
(καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι) è reso con espressione modale; avremmo così: e che:
non è possibile non essere [ovvero: che non sia] (B2.3b) e che: è necessario
non essere [ovvero: che non sia] (B2.5b). In questo caso, sarebbe evidente come
Parmenide abbia deliberatamente costruito le vie di ricerca facendo leva sulle opposizioni
è non è e non è [possibile] non essere - è necessario non essere: la Dea per
acclarare αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι - ricorre a due formule
coordinate 28: [pensare] che A e che B
per la prima via; [pensare] che non-A e
che non-B per la seconda. In greco abbiamo: A = ἔστιν; non-A = οὐκ ἔστιν; B = οὐκ
ἔστι μὴ εἶναι; non-B = χρεών ἐστι μὴ εἶναι. Nello schema che così si delinea,
da un punto di vista logico non-B dovrebbe corrispondere alla negazione di non
è possibile non essere e dunque a è possibile non essere, non a è necessario
non essere. In questo senso, è stato giustamente osservato (Kahn, Mourelatos,
Lloyd, Leszl) che, alla luce della posteriore logica aristotelica, gli
enunciati 2.3a e 2.5a sarebbero effettivamente contraddittori29, mentre gli
enunciati 2.3b e 2.5b (costruiti sulla opposizione non è possibile...-è
necessario...) solo contrari30, e che dunque la formulazione alternativa non
sarebbe esaustiva. Eppure nell'insieme appare chiara (Aubenque, 27 Il migliore
dei mondi impossibili, cit. 135 ss.. 28 Proposta da Cordero, By Being, It Is…,
cit. 43. 29 Ammettendo, ovviamente, l'identità di soggetto: uno necessariamente
vero, l’altro necessariamente falso. 30 Non potrebbero essere, quindi, veri
entrambi, ma potrebbero essere entrambi falsi. 315 Heitsch) l’intenzione di
Parmenide di esprimersi attraverso alternative esclusive (quindi in termini di
espressioni incompatibili)31. In questo senso la nostra scelta di rendere il
testo greco con subordinate implicite: l’una: è e non è possibile non essere
l’altra: non è ed è necessario non essere, quasi la Dea puntasse ad associare
all’immediato rilievo dello stato d’essere (ἔστιν) la forma infinitiva32 (essere),
in altre parole ad anticipare, nel gioco verbale, i due oggetti al centro della
disamina (B3, B4, B6, B7, B8): ἐόν, τό ἐὸν, τό μὴ ἐὸν. Una volta delineata la
formulazione oppositiva delle vie d’indagine, due questioni delicate (da un
punto di vista interpretativo complessivo) si impongono: a chi o che cosa si
riferiscono affermazione e negazione (quale il loro soggetto)? Quale valore
(esistenziale, copulativo, veritativo) attribuire al verbo essere? È - non è Il
primo interrogativo è ovviamente suscitato dall'assenza, in greco, di un
soggetto per ἔστιν-οὐκ ἔστιν: dal momento che le principali lingue moderne
richiedono che esso sia in qualche modo esplicitato, la traduzione del testo ha
sopportato svariati tentativi di completamento: dalla scelta dell'assoluta
indeterminatezza33, a quella della forma impersonale34, dal ricorso a pronomi35
31 Si veda la discussione in Cordero 71. 32 Heitsch rende ancora più
esplicitamente questa situazione: Der eine, (der da laPomba) es ist, und Sein
ist notwendig Der andere, (der da laPomba) es ist nicht, und Nicht-Sein ist
notwendig. 33 Tipicamente Calogero. 34 Fränkel. 35 Si tratta della soluzione
più frequente. 316 (it, es, on), sostantivi (l’essere36, la via37, la Verità38,
il mondo reale39, il corpo40), all'uso di intere formule sottintese - whatever
can be thought and talked about41 (come viene da alcuni tradotto il primo
emistichio di B6.1), whatever we inquire into42. Da un punto di vista
filologico l’ipotesi di una lacuna relativa al soggetto - azzardata per esempio
da Cornford43 e Loenen44, i quali propongono rispettivamente ἐόν (l'essere) e
τι (qualcosa) appare forzata: i codici conservati di Proclo e Simplicio,
infatti, presentano lo stesso identico testo45 e l’operazione sul verso
risponde quindi a un'esigenza essenzialmente interpretativa. Parmenide,
evidentemente, ha scelto di esprimere i suoi enunciati in questo passaggio del
poema senza un soggetto esplicito. Può essere in questo senso provocatorio il
suggerimento della Wilkinson, la quale, in considerazione della naturale
destinazione recitativa del poema, considera l’assenza di un soggetto definito
per ἔστιν come una modalità intenzionale per esaltarne, nella ripetizione, la
formula: la sua rarità nella poesia arcaica fa supporre che per l’audience di
Parmenide il termine (soprattutto senza soggetto o come soggetto esso stesso)
fosse una novità46. D’altra parte, l’esame del frammento consente di
individuare un soggetto implicito: la stessa logica di costruzione delle vie
comporta, infatti, che, nel momento stesso in cui la Dea sottolinea: 36
Tipicamente Cornford. 37 Untesteiner. 38 Verdenius. 39 Casertano. 40 Burnet. 41
Russell, Owen. 42 Barnes. Cornford, Plato and Parmenides, Routledge et Kegan
Paul, London 1939. 44 J.H.M.M. Loenen, Parmenides, Melissus, Gorgias: A
Reinterpretation of Eleatic Philosophy, Van Gorcum, Assen 1959. 45 Come osserva
Cordero (By Being, It is), è curioso che le citazioni di questi versi (in
Proclo e Simplicio) siano posteriori al poema di un millennio. 46 Wilkinson 93
ss.. 317 οὔτε … ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις non
potresti conoscere ciò che non è (non è infatti cosa fattibile), né potresti
indicarlo (B2.7-8), conoscibilità ed esprimibilità negate a τό μὴ ἐὸν - debbano
essere riferite a un ancora implicito [τὸ] ἐόν 47, come chiarito in B6.1-2a
(letteralmente): χρὴ τὸ λέγειν τὸ νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν
δ΄ οὐκ ἔστιν è necessario il dire e il pensare che ciò che è è; è infatti
[possibile] essere, [il] nulla, invece, non è. Se è vero, come segnala Coxon48,
che l’omissione del pronome indefinito (denotante la cosa in questione) come
soggetto è ampiamente diffusa nell’epica e nel greco posteriore, nel contesto
dell’attuale B2, in altre parole all’esordio della comunicazione divina, è
tuttavia assai probabile che Parmenide rinunciasse intenzionalmente al soggetto
(per altro non immediatamente desumibile e quindi difficile da sottintendere
per l’ascoltatore), insistendo piuttosto sull’impatto espressivo dell’intreccio
oppositivo ἔστινοὐκ ἔστιν (con relative formule modali), per catturare progressivamente l’attenzione
dell’ascoltatore e coinvolgerne
l’impegno intellettuale, lungo le due vie delineate, nell’enucleazione della
verità. Saremmo, in questo senso, in presenza di un’ambiguità ricercata a scopo
pedagogico. Se, come per lo più si conviene, l’ordinamento DK dei frammenti
della prima parte del poema è relativamente plausibile, allora, da B2 a B8,
assisteremmo a una graduale manifestazione del 47 Questo rilievo in R.
Mondolfo, “Discussioni su un testo parmenideo (fr.)”, Rivista critica di storia
della filosofia, 19 (1964) 311. Si veda anche Coxon 177. 48 175. 318 soggetto
sottinteso49 in B2.3: dalla pura affermazione ἔστιν si passerebbe, in B6.1, a
un soggetto (ἐόν) sotto forma di participio ricavato dallo stesso verbo εἶναι,
determinato poi, in B.8, come vera e propria nozione (τὸ ἐόν), con relative
proprietà50. La scelta espressiva di Parmenide (rinunciare a un esplicito
soggetto per ἔστιν-οὐκ ἔστιν) che imbarazza il traduttore moderno, spesso
costretto a ricorrere al pronome neutro come mero soggetto grammaticale51 - ha
l’effetto di porre in risalto nei versi (per il lettore), ovvero nella
recitazione (per l’ascoltatore) l’assolutezza di ἔστιν (οὐκ ἔστιν) 52, una
ricorrenza insistente nel poema53. L'impertinenza linguistica di Parmenide54 si
sarebbe concentrata deliberatamente su una forma verbale esposta all’ambiguità,
per la rottura dello schema sintattico soggettopredicato verbale, e l’uso (di
conseguenza incondizionato) della terza persona singolare indicativa (ἔστιν).
Con l’effetto di richiamare l’attenzione sull’esperienza del reale55 implicita
nel linguaggio ordinario: l'evidenza del puro fatto d’essere56. Come verbo
assoluto, senza vincoli grammaticali e logici (soggetto, predicato), ἔστιν
esprimerebbe immediatamente lo stato puro57 della realtà, 49 Su questa proposta
convengono alcuni recenti interpreti: Couloubaritsis, Cassin, Aubenque, Ruggiu.
50 O’Brien 164. 51 Che preannuncia il vero (reale) soggetto: Conche 79. 52
Grazie al supporto delle formule modali οὐκ ἔστι μὴ εἶναι e χρεών ἐστι μὴ εἶναι.
53 Su questo aspetto, in particolare, Wilkinson 94. 54 P. Thanassas,
Parmenides, Cosmos, and Being. A Philosophical Interpretation, Marquette
University Press, Milwaukee (Wisconsin USA) 2007 35: l’enfasi sull’è sorgerebbe
da una certa awareness of language, e sarebbe in realtà funzionale al rilievo
delle implicazioni dell’uso pre-filosofico del verbo essere. Giuseppe, Le
Voyage de Parménide, cit. 89. 56 Convincente per questo aspetto la lettura di
Cordero, By Being, It Is, cit. 61 ss.. Va per altro osservato come Parmenide
coniughi il rilievo ἔστιν con la formula οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, che certamente lo
rafforza: è a partire dalla sua assolutezza che si potrà procedere
all'estrazione (B6-B8) di un soggetto (con l’introduzione di τὸ ἐόν o εἶναι).
57 R. Di Giuseppe, Le Voyage de Parménide, cit. 93. 319 presupposto in ogni
affermazione58. Per questo l’aggiunta di un pronome indefinito (qualcosa, τι in
greco) tradirebbe (attenuandola) la radicalità dell’indicazione della Dea, che
potrebbe piuttosto essere intesa come veicolo dell’originario stupore per,
della primitiva attenzione al fatto d’essere. Nella lettura che proponiamo,
infatti, all’immediata rilevanza dell’ἔστιν la Dea farebbe seguire, con una
sequenza verbale ad effetto59, οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, cioè l’estrazione e
l’affermazione (attraverso la doppia negazione) di εἶναι. Per quanto si
valorizzino le implicazioni linguistiche (come segnalato da Calogero, e da
altri poi in vario modo ribadito60), il contesto della dichiarazione della Dea
rimane comunque quello della determinazione di vie di ricerca per pensare, nel
senso di percorsi prospettati per giungere a comprensione della realtà:
Parmenide intende dunque riferirsi in ultima analisi alla realtà sottesa a
quelle espressioni, delineata nella sua assolutezza (non è possibile non
essere). Così, quando afferma (letteralmente): χρὴ τὸ λέγειν τὸ νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι·
è necessario il dire e il pensare che ciò che è è (B6.1a), ἐόν emerge come
espressione concettuale, consapevole sviluppo astratto, dell’immediato
contenuto di ἔστιν, denotando, a un tempo, la totalità degli enti (di ognuno
dei quali si dice che è ciò 58 In questa prospettiva, è forse ancora utile
l'indicazione di Calogero, rilanciata da Giannantoni (G. Giannantoni, "Le
due 'vie' di Parmenide", La Parola del Passato), circa la scelta dell'è in
quanto puro elemento logico e verbale dell'affermazione (G. Calogero, Studi
sull’eleatismo, La Nuova Italia, Firenze 19772 20-2). 59 L’effetto musicale in
greco della sequenza verbale in ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι
non è facilmente riproducibile in traduzione, mantenendo il valore potenziale
di οὐκ ἔστι. 60 Riflessione intorno all’uso della copula (Thanassas, op. cit.,
p.32; Cerri 60), alla sua funzione speculativa nel rivelare il predicato
essenziale di un soggetto (la copula funzionerebbe da conveyer verso la realtà
della cosa: Mourelatos 59); riflessione sul fatto che, in greco, il linguaggio
quotidiano indica le cose come ὄντα (Cordero 60.). 320 che è, ἐόν/ὄν), ma
richiama anche la attenzione sull’essere (ἐόν, εἶναι) di quegli enti61.
[Pensare] che è, [pensare] che non è La seconda questione suscitata dalla
formulazione delle vie di ricerca per pensare è relativa al valore da attribuire
al verbo essere negli enunciati: ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι
l’una che è e che non è [possibile] non essere (B2.3) ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς
χρεών ἐστι μὴ εἶναι l’altra che non è e che è necessario non essere (B2.5).
L'insistenza sull’incrocio oppositivo di ἔστι e εἶναι risalta sia in lettura
sia all’ascolto: è\non-è, non è [possibile] nonessere-è necessario non-essere.
A partire da questo dato testuale è aperta la discussione tra gli interpreti su
come intendere le espressioni verbali. Nella conclusione dell’esame precedente
abbiamo posto in relazione l’affermazione di B2.3 con il primo emistichio di
B6.1: χρὴ τὸ λέγειν τὸ νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι. All'interno del verso, essere (qui
nella forma epica ἔμμεναι) è riferito a un esplicito soggetto, il participio ἐόν,
con un valore che appare, naturalmente, esistenziale (predicato verbale:
esiste). Ora, volgendoci 62, senza forzature, a B8, possiamo ulteriormente
rilevare due passi chiaramente significativi: 61 Thanassas 45. Interessante il
rilievo secondo cui l’ἐόν di Parmenide sarebbe in questo senso direttamente
comparabile alla espressione aristotelica τὸ ὂν ᾗ ὂν. 62 Seguendo l’esempio di
O’Brien 170 ss.. 321 ὡς ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν che senza nascita è
ciò che è e senza morte (B8.3), οὕνεκεν οὐκ ἀτελεύτητον τὸ ἐὸν θέμις εἶναι per
questo non incompiuto l’essere è lecito che sia (B8.32). In questi casi si
individua ancora esplicitamente il soggetto nel participio ἐόν (B8.3) e nel
participio sostantivato63 τὸ ἐόν (B8.32), mentre ἐστιν e εἶναι sono impiegati
con valore copulativo64. Più complessa la situazione di B8.5-6: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄
ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές· né un tempo era né [un tempo]
sarà, poiché è ora tutto insieme, uno, continuo (B8.5-6), dove soggetto
sottinteso è ἐόν di cui sopra (B8.3), e ἔστιν ha un duplice ruolo: a un tempo
valore esistenziale (con l’avverbio: è ora) e funzione copulativa65. Se poi
guardiamo alla ricostruzione delle premesse dell’argomento della Dea
(B8-15-18), dove Parmenide rievoca la κρίσις (decisione) intorno a è o non è,
il senso dell’ἔστιν in B2 si approfondisce: ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν
ἢ οὐκ ἔστιν· κέκριται δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη, τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ
ἀληθής ἔστιν ὁδός - τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι. Il giudizio in
proposito dipende da ciò: è o non è. Si è dunque deciso, secondo necessità, 63
Che certamente comporta valore esistenziale. 64 In realtà per B8.3 la
situazione è più complicata, in quanto il testo greco potrebbe rendersi diversamente:
essendo, è ingenerato e indistruttibile; essendo ingenerato, l’essere è anche
indistruttibile. 65 O’Brien 177. 322 di lasciare l’una [via] impensabile [e]
inesprimibile (poiché non è via genuina), e che l’altra invece esista e sia
reale (B8.15-18). La via (ὁδός) che pensa che non-è [e che è necessario non
essere] è abbandonata, in quanto impensabile [e] inesprimibile, perché non
genuina (οὐ ἀληθής). In B2.6-7 si parla di sentiero del tutto privo di
informazioni: conoscere ciò che non è ovvero indicarlo non è in effetti cosa
fattibile. L’altra si è invece deciso (κέκριται) sia\esista (πέλειν) e sia
reale\genuina\vera (ἐτήτυμον εἶναι). Se in B2, nell’economia della lezione
divina, è essenziale soprattutto focalizzare l’attenzione sul valore decisivo
della espressione verbale ἔστιν, preparando il terreno alla comprensione delle
implicazioni nella formulazione delle vie, in B8, al contrario, riscontriamo
gli effetti della sistematica applicazione alla prima via, con altrettanto
sistematica esclusione della seconda. La prima via per pensare (comprendere)
afferma ἔστιν; la seconda lo nega (οὐκ ἔστιν). La prima via completa e
assolutizza l’affermazione con la negazione del non-essere (οὐκ ἔστι μὴ εἶναι),
ovvero della possibilità del non-essere. La seconda via assolutizza la
negazione affermando la necessità del non-essere (ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι). Con
la prima via, attraverso l’esplicito (e incondizionato) rilievo di ἔστιν e
dell’impossibilità di μὴ εἶναι, viene implicitamente imposto l’oggetto
pienamente positivo della ricerca (ἐόν, εἶναι); con la seconda, che nega quanto
la prima afferma, viene, di conseguenza, delineato l’oggetto alternativo,
radicalmente negativo, indicato come τό μὴ ἐὸν, dichiarato al v. 7 come oggetto
indisponibile alla conoscenza o alla manifestazione. In B6.1-2a: χρὴ τὸ λέγειν
τὸ νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν 323 è necessario il
dire e il pensare che ciò che è è: poiché è possibile essere, il nulla, invece,
non è. con la piena esplicitazione del contenuto delle due vie, avrà poi inizio
la disamina critica. Se questa prospettiva è corretta, allora in B2 le formule
della pura affermazione (ἔστιν) e della pura negazione (οὐκ ἔστιν) - sostenute
dalle relative formule modali, possono generare, in quanto vie di ricerca (le
sole per pensare), due soggetti diversi e due espressioni tautologiche, su cui
appunto Parmenide fa leva in B6. La necessità di dire e pensare che ciò che è (il
participio ἐόν) è, esiste fonda la propria legittimità sulla duplice
premessa: che essere (εἶναι) è possibile
(ἔστι); che il nulla (μηδέν) non è (οὐκ ἔστιν).
Il comune errore dell’opinare umano si accompagna proprio al fraintendimento
della portata di queste tautologie, nella contraddizione generata
dall’affermazione incrociata (ancorché solo implicita) di essere e non-essere.
Alla luce di questa considerazione ribadendo quanto sopra a proposito della
deliberata opzione parmenidea per forme verbali (ἔστιν - οὐκ ἔστιν), nel
contesto immediatamente impersonali (senza soggetto e predicato) e dal valore
(esistenziale, copultativo, veritativo) ambiguo appare insostenibile il
tentativo di attribuire τὸ ἐόν come soggetto comune sottinteso (in B2.3 e
B2.5). Dalle due formule saranno ricavati due soggetti distinti: uno reale (τὸ ἐόν,
appunto, l’essere), l’altro fittizio, pura espressione verbale e funzione
logica (τό μὴ ἐὸν, il non-essere, μηδέν il nulla), segnavia di una pista che la
ragione riconosce subito impraticabile. In questo senso possiamo parlare di due
vie: una manifesta la realtà (Ἀληθείη)
di ciò che è (necessariamente); l'altra
spinge a riconoscere (come evidenzia l'intervento della Dea) l'indisponibilità
effettiva di ciò che non è (necessariamente), che pertanto andrà
sistematicamente escluso dall'orizzonte dell'umano indagare. 324 Non pare che
alla seconda delle vie di ricerca si debba attribuire la contraddizione che,
invece, viene denunciata nelle opinioni dei mortali: condivisibile su questo
punto quanto sottolineato da Mansfeld66. L’identificazione della seconda via
con quella del mondo dell’esperienza è errata: ricordiamo come la seconda via è
ancora connotata in B8.17-18: τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν
ὁδός - τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι. [Si è deciso] di lasciare l’una
[via] impensabile [e] inesprimibile (poiché non è via genuina). Della via non è
non si può concepire un contenuto reale: essa è allora ἀνόητον, ma anche ἀνώνυμον
(letteralmente senza nome: non si può indicare ciò che non è in senso
assoluto). Ma sono proprio i nomi a caratterizzare il mondo fenomenico, come
sottolinea la stessa divinità (B8.38b.41): τῷ πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται, ὅσσα βροτοὶ
κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ, γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι, εἶναί τε καὶ οὐχί,
καὶ τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν Per esso tutte le cose saranno
nome, quante i mortali stabilirono, convinti che fossero reali: nascere e
morire, essere e non essere, cambiare luogo e mutare luminoso colore. A
rimanere senza nome è definitivamente ciò che (necessariamente) è nulla, quanto
appunto espresso nella formulazione della seconda via, e designato come τό μὴ ἐὸν.
Le due enunciazioni divine (affermativa e negativa) in quanto vie di ricerca,
le uniche per pensare - devono essere reciprocamente alternative ma in sé
incontraddittorie, e tracciare i percorsi (κέλευθος, ἀταρπός) per i quali: generare le nozioni di essere e
non-essere; valutare, in relazione al
coerente ri- 66 55. 325 spetto dell’alternativa concettuale prodottasi, la
consistenza dei punti di vista umani. D’altra parte, il motivo
dell’intransitabilità della seconda via è non il suo carattere contraddittorio
- come accade appunto nel caso della “presunta” via (B6.5-9) che i mortali che
nulla sanno (βροτοὶ εἰδότες οὐδέν, uomini a due teste - δίκρανοι), si fingono
-, ma il fatto che (B2.6-8) non potresti conoscere ciò che non è, né potresti
indicarlo, in quanto cosa non fattibile. Prospettata (con la negazione οὐκ ἔστιν)
come alternativa a ἔστιν, la via che pensa che non è e che è necessario non
essere è percorso (ἀταρπός) assolutamente privo di contenuti, e quindi indicato
come τό μὴ ἐὸν. L’unica via, per la piena consistenza dei suoi contenuti,
effettivamente accessibile e percorribile per pensare (cioè per afferrare la
realtà) è, di conseguenza, la prima, il cui soggetto sarà esplicitato come ἐόν
(B6.1) ovvero τὸ ἐὸν (B8.32), ma già implicitamente individuabile, nella forma
oppositiva di B2, come formula contraddittoria rispetto a τό μὴ ἐὸν. Si è
detto67 che l’unico modo per rispettare il valore oppositivo delle vie che la
Dea propone è di mantenere lo stesso soggetto per entrambe: abbiamo, però,
ipotizzato che la linea di pensiero di Parmenide sia stata in realtà un’altra,
che in B2 si lascia intravedere. Attraverso l'asseverazione della tesi è (ὅπως ἔστιν),
pura espressione dell’immediata esperienza della realtà, coniugata con la
contestuale negazione modale dell’antitesi (non è possibile non essere, ὡς οὐκ ἔστι
μὴ εἶναι), la divinità pone le premesse per l'estrazione della nozione positiva
di τὸ ἐὸν, che indicherà ovviamente ciò che è in senso pieno e necessario, il
soggetto ontologico di cui si manifesteranno le proprietà in B8: la prima via è
in questa prospettiva percorso di Persuasione (Πειθοῦς κέλευθος). Nei versi
5-8, invece, dall’altrettanto pura negazione (ὡς οὐκ ἔστιν) di quell’originaria
esperienza, coniugata con la relativa formula modale (è necessario non essere, ὡς
χρεών ἐστι μὴ εἶναι), ella ricava la nozione di τό μὴ ἐὸν, marcandone subito
l'in- 67 Cordero (pp. 44-5), Ruggiu (p. 221). 326 disponibilità facendo leva su
un’ulteriore, immediata evidenza: non è cosa fattibile (ἀνυστόν) conoscere e
indicare il nonessere (τό μὴ ἐὸν). Il percorso di Persuasione La rivelazione
divina delle vie di ricerca è accompagnata da due rilievi. Relativamente alla
via che è e che non è possibile non essere, la Dea osserva che: Πειθοῦς ἐστι
κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ - di Persuasione è il percorso (a Verità infatti
si accompagna) (B2.4), marcando, dunque, con un genitivo a un tempo oggettivo e
soggettivo, come il viaggio per tale via conduca a scoprire la realtà (Ἀληθείη):
essa appare, allora, come un'istruzione (affermazione d'essere e sistematica
esclusione del non-essere) da seguire nell'indagine. Nella stessa prospettiva,
le formule modali di B2.3 e B2.5 possono essere intese come ammonimenti divini,
affinché siano evitati gli sviamenti tipici dei mortali che nulla sanno: il
percorso (κέλευθος) lungo la ὁδός anticipa effettivamente l’idea della μέθοδος
che Platone introduce68, prospettando poi la filosofia (dialettica) come
viaggio69. 68 In Fedone 79e: Πᾶς ἄν μοι δοκεῖ, ἦ δ’ ὅς, συγχωρῆσαι, ὦ Σώκρατες,
ἐκ ταύτης τῆς μεθόδου, καὶ ὁ δυσμαθέστατος, ὅτι ὅλῳ καὶ παντὶ ὁμοιότερόν ἐστι
ψυχὴ τῷ ἀεὶ ὡσαύτως ἔχοντι μᾶλλον ἢ τῷ μή Mi sembra disse - che chiunque,
Socrate, anche il più tardo, muovendo da questa via [ἐκ ταύτης τῆς μεθόδου],
debba convenire che l'anima è, in tutto e per tutto, più simile a ciò che è
sempre che a ciò che non lo è. 69 Coxon 174. Il passo di Repubblica (532b) è il
seguente: 327 L’insistenza sul processo (la via, il percorso) è importante
perché sottolinea come la Dea prospetti, nell’immediato, essenzialmente la
direzione di una ricerca, aperta al coinvolgimento razionale del κοῦρος. In
questo senso, la dimensione della (progressiva) scoperta della realtà autentica
(Verità), che culminerà in B8, se da un lato conferma l’associazione
(heideggeriana) tra ἀληθείη e disvelamento (non-nascondimento), dall’altro
accentua gli aspetti di attivo condizionamento del ricercare, donde il rilievo
della “cognizione critica” (B7.5: giudica con il ragionamento, κρῖναι δὲ λόγῳ)
e il ruolo riconosciuto (B3, B4) a νόος e νοεῖν. La realtà (Verità) è obiettivo
del percorso di Persuasione (che a Verità, osserva la Dea, si accompagna,
ovvero tien dietro, ὀπηδεῖ), proposto come oggetto di apprendimento, conoscenza
e discorso70: il percorso sarà genuino, vero, nella misura in cui svela la
realtà. Che essa (Verità) si manifesti (a colui che ricerca con intelligenza)
lungo la via (che pensa o afferma) che è e che non è [possibile] non essere è
ulteriormente marcato come abbiamo più volte rilevato dall'indicazione con cui
la Dea stigmatizza l'alternativa, seconda via (B2.6-8): Τί οὖν; οὐ διαλεκτικὴν
ταύτην τὴν πορείαν καλεῖς; Ebbene, non è proprio questo itinerario che chiami
dialettica? Poche righe sotto (532 d-e), Glaucone invita Socrate a determinare
la natura della dialettica: λέγε οὖν τίς ὁ τρόπος τῆς τοῦ διαλέγεσθαι δυνάμεως,
καὶ κατὰ ποῖα δὴ εἴδη διέστηκεν, καὶ τίνες αὖ ὁδοί· αὗται γὰρ ἂν ἤδη, ὡς ἔοικεν,
αἱ πρὸς αὐτὸ ἄγουσαι εἶεν, οἷ ἀφικομένῳ ὥσπερ ὁδοῦ ἀνάπαυλα ἂν εἴη καὶ τέλος τῆς
πορείας Devi dirci allora quale sia il modo della facoltà della dialettica,
quali siano le specie in cui è divisa, e quali le vie; queste infatti, come
pare, sono le vie che potranno condurre là dove, pervenuti, potrà esservi riposo
dal cammino e fine del viaggio. 70 Mourelatos 66. 328 τὴν δή τοι φράζω
παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε
φράσαις Proprio questa ti dichiaro essere sentiero del tutto privo di
informazioni: poiché non potresti conoscere ciò che non è (non è infatti cosa
fattibile), né potresti indicarlo. Si tratta di un rilievo decisivo: la
divinità mette in gioco l'autorevolezza del proprio “io” (τοι φράζω, ti
dichiaro) per rivelare, della via che non è e che è necessario non essere, che
essa è un sentiero (ἀταρπός, tracciato secondario) per cui non si accede alla
realtà, lungo il quale non si può fare esperienza o imparare raccogliendo
informazioni. Ciò-che-non-è È in questo contesto che la Dea introduce la
formula τό μὴ ἐὸν (participio sostantivato). Nella cornice di un processo di
indagine che evoca il tradizionale motivo omerico del viaggio71, la
precisazione è netta: il ricercatore che pretendesse lasciarsi guidare
dall'assunto non è ed è necessario non essere, non potrebbe propriamente
incontrare, né indicare (φράζειν) qualcosa. Pensare che non è e che è
necessario non essere non porta da nessuna parte: nemmeno la guida divina può
tracciare concretamente tale via, portando a casa un risultato conoscitivo: οὔτε
γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν poiché non potresti conoscere ciò
che non è - non è infatti cosa fattibile (B2.7). Possiamo allora, per
contrasto, confermare che, lungo la via imboccata seguendo l'assunto è e non è
[possibile] non essere, 71 Mourelatos 76. 329 ci si muove verso ciò-che-è
(verso la realtà-Verità), e che tale percorso può essere compiuto (cioè è
fattibile - ἀνυστόν a differenza dell'altro): la guida divina, in effetti,
potrà fornire i segni o i criteri della via72. Dal momento che come rivela la
dea senza nome - non è in assoluto possibile (cosa fattibile) conoscere, ovvero
determinare ciò che (necessariamente) non è, solo la prima via, che pensa e
afferma che è e che non è possibile non essere, che muove dalla evidenza è, è
in grado di manifestare la verità, di estrarre dall’è indicazioni positive e
ultimative riguardo alla realtà (donde il successivo impiego delle nozioni
equivalenti di ἐόν e τὸ ἐὸν). I dati fondamentali su cui il κοῦρος è invitato a
riflettere sono dunque: l'esclusività
delle vie di ricerca per pensare [comprendere] (in questo senso esse sono
appunto designate come ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός νοῆσαι: l'infinito per pensare ne
specifica la natura); la loro reciproca
incompatibilità (sottolineata dal ricorso combinato alla negazione e alle
formule modali - su cui ancora tra breve); (iii) l’impercorribilità della
seconda via: non è possibile conoscere o indicare ciò che non è; (iv) la loro
(conseguente) natura ontologica, ovvero, propriamente, il loro annunciare
opposti modi d'essere: la modalità dell'essere necessario e quella del
necessario non-essere73. B2 attesta un ricorso precoce al surrogato τό μὴ ἐὸν
per nonessere, probabilmente dandone per scontata l’immediata evidenza per il
lettore\ascoltatore. Nella contrapposizione delle vie, ciò induce ad anticipare
le formule opposte (ἐόν e τὸ ἐὸν). In questo senso, l’argomentazione di
Parmenide appare sollecitata dalla preoccupazione di istituire e fondare la
contrapposizione tra τὸ ἐὸν (essere) e τό μὴ ἐὸν (non-essere)74, marcando (a)
la loro reciproca incompatibilità, (b) l’intransitabilità del non-essere, così
da 72 Ivi. 78. 73 Su questo punto è oggi da valutare quanto scrive Palmer 83
ss.. 74 Leszl 105. 330 concludere (letteralmente) nella onto-logia. Ciò
comporta riconoscere, con Cordero75, che l'assolutizzazione del concetto di
essere è ottenuta da Parmenide attraverso la negazione della contraddittoria
nozione di non-essere. Il focus ontologico del poema (sinteticamente ribadito
con formula ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν: è [possibile] infatti essere,
il nulla invece non è) è così proposto contestualmente all’unico, fondamentale
rilievo sul non-essere: non è [possibile] non essere. Due formule: non è
possibile non essere, è necessario non essere Torniamo allora ancora una volta
alla formulazione delle due vie per concentrarci sulla loro struttura formale: ἡ
μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι l’una: è e non è [possibile] non
essere (B2.3) ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι l’altra: non è ed
è necessario non essere(B2.5). La presentazione di ognuna consiste (nella
nostra traduzione) in un verbo semplice (enunciato non modale), in forma
impersonale, coniugato con un enunciato modale: è, non è possibile non essere;
non è, è necessario non essere76. Ogni verso è articolato in due coppie di
emistichi corrispondenti, (a) e (b); la prima coppia (a): ἡ μὲν ὅπως ἔστιν
l’una [che pensa] che è, ἡ δ΄ ὡς οὐκ ἔστιν l’altra [che pensa] che non è; 75 64-5.
76 O’Brien 182. 331 la seconda coppia (b): τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι e che
non è [possibile] non essere [ovvero: che non è possibile non sia], τε καὶ ὡς
χρεών ἐστι μὴ εἶναι e che è necessario non essere [ovvero: che è necessario che
non sia]. La formula della prima coppia (primo emistichio) propone
l'opposizione tra affermazione e negazione: la traduzione, supponendo la
dipendenza di ὅπως e ὡς da νοῆσαι (le uniche per pensare: l’una che pensa che
…, l’altra che pensa che…) ovvero (come spesso si è fatto) da verba dicendi
(l’una che dice che…, l’altra che dice che…), non presenta particolari problemi
di resa a parte quelli (essenziali) già ricordati, relativi al soggetto
inespresso e al valore da attribuire al verbo essere. Nel caso della seconda
coppia (secondo emistichio) si impongono invece difficoltà nella resa dal
greco. Il greco οὐκ ἔστι può essere predicato verbale (non esiste, non c’è),
ovvero, come può apparire naturale alla luce del corrispondente uso
dell'espressione χρεών ἐστι (è necessario) in B2.5b, e della (comune) relazione
con lo stesso infinito (μὴ εἶναι), può tradursi con epressione modale (non è
possibile). Se, in questo caso, seguendo Aubenque77, interpretiamo la formula
modale οὐκ ἔστι come sinonima di ἀδύνατον (impossibile), traspare allora
l’intenzione parmenidea di proporre l’alternativa in termini netti:
nell’enunciare la tesi della prima via (l’affermazione è), Parmenide marca,
indirettamente, la sua necessità sottolineando l’impossibilità della antitesi
(la negazione non è). Quanto affermato nella tesi non può essere negato, non
può rovesciarsi nella antitesi: nella argomentazione della Dea, l’affermazione
è collegata strettamente alla posizione della necessità logica e della
impossibilità logica78. Resa italiana in 77 P. Aubenque, "Syntaxe et
Sémantique de l’Être dans le Poème de Parménide", in Études sur Parménide,
cit., vol. II 109. 78 Ruggiu 218. 332 questo senso più efficace potrebbe
essere: è e non è possibile che non sia. A sua volta la formula della seconda
via, οὐκ ἔστιν (non è), vede accentuata la propria forza di negazione da
un’espressione - χρεών ἐστι μὴ εἶναι che ribadisce l’intensità della antitesi
(è necessario che non sia). L'enunciazione delle vie evidenzia, quindi, per un
verso, la loro assolutezza, per altro la loro reciproca incompatibilità. Non si
deve tuttavia perdere di vista il fatto che la Dea, nel mettere in guardia il
κοῦρος rispetto alla seconda via, si riferisca a essa con l'espressione τό μὴ ἐὸν,
stigmatizzando l’impossibilità di afferrarne e determinarne la negatività (οὐ γὰρ
ἀνυστόν, non è infatti cosa fattibile, in cui spicca come nel termine epico ἀμηχανίη
- la strutturale impotenza)79. Le vie non hanno, quindi, una mera consistenza
logica, ma finiscono per enucleare due distinte nozioni ontologiche. 79 Ivi. 220.
333 PENSARE ED ESSERE [B3] Il frammento (è proprio il caso di usare il termine)
ha assunto nel corso dei secoli il valore di sintetica espressione dell’essenza
della filosofia di Parmenide1: esito paradossale dell’elaborazione della
tradizione, dal momento che, oggettivamente, esistono difficoltà per la sua
contestualizzazione all’interno del poema, e dunque anche per la sua
intellezione. A ciò si aggiunga che, da parte degli interpreti, sono talvolta
considerati con sospetto contesto e cotesto delle testimonianze di Clemente2 e
Plotino3, che citano il verso parmenideo: anzi, soprattutto a causa della
citazione delle Enneadi, quella che appare la traduzione più naturale è stata
spes- 1 Tarán 41. 2 Il contesto di Clemente riporta: Ἀριστοφάνης ἔφη· δύναται γὰρ
ἴσον τῷ δρᾶν τὸ νοεῖν, καὶ πρὸ τούτου ὁ Ἐλεάτης Παρμενίδης· τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστί
< ν > τε καὶ εἶναι Aristofane ha detto: il pensare ha lo stesso potere
dell'agire, e prima di lui Parmenide: [B3]. 3 Il contesto di Plotino (Enneadi
V, I, 8) è il seguente: οὖν καὶ Παρμενίδης πρότερον τῆς τοιαύτης δόξης καθόσον
εἰς ταὐτὸ συνῆγεν ὂν καὶ νοῦν, καὶ τὸ ὂν οὐκ ἐν τοῖς αἰσθητοῖς ἐτίθετο “τὸ γὰρ
αὐτὸνο εῖν ἐστί τε καὶεἶναι ” λέγων. Καὶ ἀκίνη τον δὲ λέγει τοῦτο - καίτοι
προστιθεὶς τὸ νοεῖν - σωματικὴν πᾶσαν κίνησιν ἐξαίρων ἀπ’ αὐτοῦ, ἵνα μένῃ ὡσαύτως,
καὶ ὄ γ κ ῳ σ φ α ί ρ α ς ἀπεικάζων, ὅτι πάντα ἔχει περιειλημμένα καὶ ὅτι τὸ
νοεῖν οὐκ ἔξω, ἀλλ’ ἐν ἑαυτῷ Già Parmenide aveva in precedenza aderito a una
opinione simile a questa, quando riconduceva a unità essere e pensiero, e non
poneva l'essere nell'ambito delle cose sensibili, affermando: [B3]. E dice
anche che è immobile, dal momento che avendo aggiunto il pensare gli toglie
ogni movimento corporeo, affinché rimanga nell'identico stato, definendolo
simile alla massa di una palla, in quanto raccoglie tutto in sé e il pensare
non gli è esterno ma interno. 334 so rifiutata, a favore di altre meno
immediate e più tormentate dal punto di vista grammaticale, in quanto si è
intravisto il rischio di fare di Parmenide un neoplatonico ante litteram4. La
collocazione Nel tentativo di offrire contesto e senso al frammento si è per lo
più operato in due direzioni, che appaiono legittime: ricondurlo a complemento di B2.7-8 5 e quindi
proporlo a sostegno (γάρ) dell'indicazione secondo cui il non-essere non può
essere né indicato né conosciuto6;
proiettarlo verso B6.1-2 e B8.34-37, come in particolare oggi propone
Cordero7, con argomenti convincenti. B3 e B2 Nel primo caso si insiste
soprattutto sulla compatibilità metrica e logica8 con l’ultimo verso di B2: i
termini coinvolti νοεῖν e εἶναι sono chiaramente correlati nella prospettazione
delle due vie (le uniche per pensare), mentre in B2.7 Parmenide utilizza
l’espressione τό γε μὴ ἐὸν per indicare l’oggetto su cui andrebbe a vertere la
seconda via: oggetto che non può essere conosciuto e indicato. B3, dunque, non
farebbe che esplicitare il nesso identita- 4 O’Brien 19. D’altra parte il senso
della citazione di Proclo (Theol. plat. I, 66) appare indiscutibile: ταὐτόν ἐστι
τὸ νοεῖν καὶ τὸ εἶναι, φησὶν ὁ Παρμενίδης 5 Come fanno più o meno decisamente Giannantoni,
Ruggiu, Coxon, Sellmer, Heitsch, Gallop, e, in passato, Calogero. Scettici
Tarán, Conche, O’Brien. 6 Ruggiu 233. Secondo Calogero (p. 19), B3 andrebbe
congiunto a B2.8, con l’aggiunta dι ὅσσα νοεῖς φάσθαι: si avrebbe così: perché
pensare è lo stesso che dire che quello che tu pensi esiste. 7 E a suo tempo
propose Giorgio Colli. 8 Coxon (p. 180); Sellmer (p. 33); Gallop (p. 8). 335
rio tra εἶναι e νοεῖν: le relative nozioni si implicherebbero inscidibilmente9.
Questa conclusione non è in discussione: essa appare effettivamente il perno
della tesi di Parmenide anche in B6.1 e B8.34- 37, sebbene le traduzioni
possano diversamente modulare la relazione tra i due termini. In discussione è,
invece, il fatto che l’impossibilità di afferrare il nulla (B2.7-8) abbia
bisogno della dimostrazione introdotta da γάρ (B3): non è immediatamente chiaro
che nel nulla non c’è nulla da conoscere, concepire, pensare10? D’altra parte,
l’implicazione tra essere e pensare non sembra, a sua volta, aver bisogno della
mediazione di un argomento: è stato giustamente osservato come, nell’uso greco
arcaico, il verbo νοεῖν non veicolasse la possibilità di immaginare qualcosa di
non esistente, denotando fondamentalmente un atto di riconoscimento
immediato11. Concepito in analogia con la percezione sensibile, νοεῖν
comportava nell’uso che si pensasse appunto qualcosa di dato indipendentemente
dall'attività stessa del pensare, e che il rapporto con l’oggetto fosse del
tutto immediato, una sorta di contatto con esso12. È possibile che la Dea, in
B2.7, si limiti a rilevare come τό μὴ ἐὸν non possa essere conosciuto,
osservando semplicemente: οὐ γὰρ ἀνυστόν, non è infatti cosa fattibile, quasi a
richiamare un'evidenza, per cui non è necessario ulteriore argomento. A questo
corrisponderebbe il rilievo di B3, secondo cui εἶναι si identifica con νοεῖν:
leggendo in continuità i due frammenti, non dovremmo riconoscere alla
congiunzione γάρ un valore esplicativo, piuttosto intenderne nel contesto la
presenza a conferma della tesi di fondo. Dovremmo inoltre, in traduzione,
attribuire a νοεῖν non il generico significato di pensare, ma, come suggerito
da vari interpreti, quello specifico di conoscere o comprendere (capire13,
Erkennen 14, Erfassen 15 o ancora, più debolmente, 9 Heitsch 144. 10 Conche 87.
11 Guthrie 17-8. 12 Leszl 67. 13 Cerri. 336 conceiving16). L’uso arcaico di νοεῖν
evoca effettivamente funzioni analoghe a quelle del verbo γιγνώσκω (normalmente
tradotto con conoscere), sebbene suggerisca in primo luogo il riconoscimento,
la capacità di penetrazione intellettuale17. B3, B6.1 e B8.34-7 Anche Cordero
ammette che in B2 si stabilisca una relazione tra un oggetto (l’essere), il
pensare quell’oggetto e l’esprimerlo in un discorso: i versi B2.7-8 mirerebbero
a marcare il carattere assoluto e necessario di tale oggetto, essendo la sua
negazione impossibile. Come conseguenza, pensare e parlare non possono fare a
meno di questo oggetto18. Ma per lo studioso è rilevante la connessione con
B6.1, inteso a dimostrare la necessità di quella relazione: χρὴ τὸ λέγειν τò
νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι·(B6.1a) è necessario dire e pensare che essendo - è 19; e
soprattutto B8.34-7, in cui Parmenide attribuirebbe al pensiero una sola
causa20: il fatto d'essere: ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν ἔστι νόημα. oὐ
γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐφ’ [invece di ἐν] ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν·(B8.34-36a)
pensare e ciò a causa del quale c’è il pensiero sono la stessa cosa dal momento
che senza l'essere, grazie a 21 cui è espresso, 14 Heitsch. 15 Sellmer. 16
Coxon. 17 Leszl 68. 18 Cordero, By Being, It Is, cit. 83. 19 Usiamo, traducendo
in italiano, la versione dello stesso Cordero. 20 Come si vedrà, noi
interpretiamo il passo in modo diverso. 21 Cordero utilizza la versione ἐφ’
(invece di ἐν), unanimente attestata nei manoscritti di Proclo. 337 non
troverai il pensare22. Cordero osserva come nei due versi successivi si precisi
che senza l'essere (τὸ ἐόν) non troverai il pensare, ciò comportando che τὸ ἐόν
designi sinteticamente quanto introdotto come οὕνεκεν ἔστι νόημα (ciò a causa
del quale c’è il pensiero). Senza τὸ ἐόν, νοεῖν risulta privo di fondamento,
poiché (γάρ), come osserva Parmenide, c’è solo l'essere (B8.36-7)23: οὐδ΄ ἦν γὰρ
< ἢ > ἔστιν ἢ ἔσται ἄλλο πάρεξ τοῦ ἐόντος Né, infatti, esiste, né
esisterà altro oltre all’essere. È chiaro come ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν (B8.34)
equivalga a τὸ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν (B3) e quindi è plausibile che τε καὶ οὕνεκεν ἔστι
νόημα (B8.34) articoli la formula più secca τε καὶ εἶναι (B3). In forza di
questo accostamento, difficile sostenere l’interpretazione idealistica che
vorrebbe l’essere dipendente dal pensiero: senza l'essere (ἄνευ τοῦ ἐόντος), il
pensiero non esiste; ovvero, positivamente, esso esiste solo quando esprime
qualcosa su ciò che è24. Da B2 a B3 Mantenendo aperte le due prospettive e
dunque collocando B3 concettualmente tra B2, B6 e B8, il frammento andrebbe
tematicamente inquadrato tra l’esclusione della concreta possibilità di
riferirsi al nulla nel pensiero e nel discorso (quindi della via che non è), la
conseguente affermazione della via alternativa alla precedente (che è), e
l’esplicitazione delle sue implicazioni per il pensiero e il linguaggio.
L’estrapolazione non consente di stabilire se B3 fosse effettivamente parte di
un argomento ovvero, come sopra abbiamo prospettato, semplice precisazione a
sostegno della tesi di B2. Certamente in B8 l’implicazione tra pensiero 22 Come
per B6.1, traduciamo il testo di Cordero. 23 Cordero, By Being, It Is, cit. 85.
24 Ivi 88-9. 338 (νοεῖν, con il suo specifico valore conoscitivo) e essere è
inserita in una cornice argomentativa. Un elemento testuale deve far riflettere
l’interprete: Clemente, Plotino e Proclo citano B3 senza collegarlo in alcun
modo a B225. In altre parole, le tre fonti del frammento vi leggono
l’asserzione dell’identità di pensare (o conoscere) ed essere,
indipendentemente dalla discussione sulle vie di ricerca26. Plotino, in
particolare, mostra di intendere B3 chiaramente nell’orizzonte di B8,
insistendo sulla riduzione a unità di pensiero ed essere e sulla posizione
dell’essere al di fuori del campo sensibile (non poneva l’essere nell’ambito
delle cose sensibili), e parafrasando in tal senso proprio B8. Le ricostruzioni
peripatetiche (Teofrasto e Eudemo) del logos di Parmenide (secondo Simplicio
che riferisce in proposito la testimonianza di Alessandro di Afrodisia) fanno
tuttavia intravedere il nesso tra B2 e B3: τὸ παρὰ τὸ ὂν οὐκ ὄν· τὸ οὐκ ὂν οὐδέν·
ἓν ἄρα τὸ ὄν ciò che è oltre l’essere, non è; ciò che non è, è nulla; dunque,
l’essere è uno (Teofrasto; DK 28 A28) τὸ παρὰ τὸ ὂν οὐκ ὄν, ἀλλὰ καὶ μοναχῶς
λέγεται τὸ ὄν· ἓν ἄρα τὸ ὄν ciò che è oltre l’essere, non è; ma l’essere si
dice in un solo senso, dunque l’essere è uno (Eudemo; DK 28 A28). Nel citare i
versi 3-8 di B2, Simplicio precisa che essi contengono le premesse (προτάσεις)
del discorso di Parmenide: εἰ δέ τις ἐπιθυμεῖ καὶ αὐτοῦ τοῦ Παρμενίδου ταύτας
λέγοντος ἀκοῦσαι τὰς προτάσεις, τὴν μὲν τὸ παρὰ τὸ ὂν οὐκ ὂν καὶ οὐδὲν
λέγουσαν, ἥτις ἡ αὐτή ἐστι τῆι τὸ ὂν μοναχῶς λέγεσθαι, εὑρήσει ἐν ἐκείνοις τοῖς
ἔπεσιν 25 Un punto richiamato da Mansfeld 73. 26 Coxon 179. 339 Se invece
qualcuno desidera ascoltare da Parmenide stesso queste premesse, quella che
dice che ciò che è oltre l’essere non è ed è nulla, che è la stessa di quella
che dice che l’essere si dice in un modo solo, le troverà in questi versi
[B2.3-8]. Significativamente Diels annota che B3 si connette a questo: in
effetti, l’espressione peripatetica τὸ ὂν μοναχῶς λέγεσθαι, che chiaramente
Eudemo propone come premessa del sillogismo27, comporta la determinazione
dell’essere come κατὰ τὸν λόγον ἕν (uno secondo il concetto), versione
aristotelica di B3. Come rilevato da Mansfeld28, l’unità concettuale
dell’essere funge logicamente da assioma nella ricostruzione peripatetica di
B2: un assioma indipendente, implicito, che Aristotele non introduce formalmente
nella sua ricostruzione: Παρμενίδης μὲν γὰρ ἔοικε τοῦ κατὰ τὸν λόγον ἑνὸς ἅπτεσθαι
παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν,
καὶ ἄλλο οὐθέν Parmenide sembra aver inteso l’uno secondo la forma (il
concetto) Poiché egli ritiene che oltre l’essere non ci sia affatto il non
essere, necessariamente deve credere che l’essere sia uno e null’altro
(Aristotele, Metafisica I, 5 986 b18, 986 b27; DK 28 A24). La congettura
adottata da Mansfeld, per giustificare a un tempo l’uso implicito di B3 come
assioma nella tradizione peripatetica, e la sua autonomia da B2 attestata dalla
tradizione neoplatonica, è quella di proporlo come modificazione della
conclusione dell’argomento di B2, per noi solo implicita29: solo l’essere (ciò
che è) vi è allora per pensare e dire. 27 Mansfeld 78-9. 28 Ivi 73. 29 Ivi 82-4.
340 Solo l’essere può essere oggetto per pensare: con τὸ ἐόν Parmenide avrebbe
introdotto qualcosa che manca nella enunciazione della prima premessa (la prima
via) del sillogismo di B2 (la cui conclusione, quindi, avrebbe dovuto essere:
solo la prima via che è e che non è possibile non essere è per pensare).
L’introduzione del soggetto τὸ ἐόν sarebbe giustificata proprio da B3: nel
testo tradito di B2 ci si limita a rilevare l’impossibilità (non è infatti cosa
fattibile) di procedere lungo la seconda via, designata dalla espressione τό γε
μὴ ἐὸν; B3 potrebbe rinviare immediatamente come precisazione - alla
conclusione formale, in cui essere e pensiero sarebbero stati esplicitamente
correlati. La Dea allora sottolineerebbe in B3 quella che dal suo punto di
vista è una evidenza: l’identità di essere e pensiero (vi ritornerà in B8.34 ss.
con una più articolata riflessione). Essere e pensare Nella nostra traduzione
abbiamo scelto di mantenere la struttura sintattica più naturale del verso
greco, cercando, allo stesso tempo, di preservarne l’ambiguità: la Dea di
Parmenide didascalicamente reitererebbe, in positivo, l’implicito (nei nostri
frammenti) risultato dell’argomento delineato in B2: da un lato per marcare il nesso tra νοεῖν e εἶναι
e la sua natura intellettuale - così preparando la nota discriminante rispetto
all’ἔθος πολύπειρον, all'abitudine alle molte esperienze (B7.3); dall’altro per richiamare l’attenzione del κοῦρος
sul contenuto della prima via (altrimenti espresso con ἐόν ovvero τὸ ἐόν). Il
pensare è introdotto in B2 come esercizio avulso da riscontri empirici;
un’attività in cui si è semplicemente chiamati a riconoscere un'evidenza: che pur
considerando la possibile alternativa per pensare e conoscere la verità c’è una
sola via da percorrere. Nello stesso tempo, l’identità affermata in B3
sottolinea lo stretto rapporto tra il percorso (la sola via di ricerca che effettivamente
è possibile seguire) e il suo esito: la via è in qualche modo impo- 341 sta
dalla realtà stessa (cui si allude forse con l'infinito εἶναι). La via (o il
metodo) è concepita come la via del discorso (λόγος) che ha l’essere (ovvero la
realtà) come contenuto30. Quale identità? Nel suo commento Cerri 31 ha
segnalato, nell'identificazione dei due verbi, stranezza apparente e
sinteticità paradossale: νοεῖν, infatti, evidenzia un atto della mente (che
viene reso come capire), εἶναι uno stato delle cose. L’atto intellettivo
sarebbe dunque solo l’aspetto soggettivo dell’identità tra due cose (esse
sembrano diverse, essendo in realtà la stessa cosa); quell’ identità, invece,
l’aspetto oggettivo dell’atto intellettivo. Ruggiu32 sottolinea, da un lato, l’aspetto
linguistico dell’identità, la connessione immediata tra termini nel linguaggio
ordinario non considerati identici; dall’altro l’aspetto che potremmo definire
“dialettico” della relazione: l’identità è anche distinzione e si costituisce
come rapporto di reciproca implicazione. Thanassas, infine, rileva come
l’identità tra essere e pensiero non sia da intendere in senso matematico: il
testo greco con τε καὶ suggerisce un’interazione, una mutua connessione e
reciproca referenza. Nessun pensare senza essere, nessun essere senza pensare33.
Dall’incrocio con B2, B6 e B8 abbiamo ricavato segnali abbastanza definiti
circa la relazione cui allude la sintetica formula del frammento: rilevata l’impossibilità di percorrere un
corno della disgiunzione tra le vie (è e non è possibile non essere - non è ed
è necessario non essere), in quanto non si può conoscere (γιγνώσκειν) né
indicare (φράζειν) ciò che non è, e
probabilmente integrato il rilievo con la necessaria conclusione
positiva circa la effettiva praticabilità della via alternativa (conoscere e
indicare ἐόν, ciò che è), la Dea (iii) estrae quella che nella sua ot- 30 Leszl
64. 31 Op. cit., p.193. 32 233 ss.. 33 Thanassas 39. 342 tica è un’evidenza
basilare, implicita nella impostazione di B2, espressa in termini astratti,
generali, con due infiniti. Il verbo νοεῖν non è più assunto a designare
genericamente un'operazione intellettuale, ma connotato specificamente per
veicolare un atto di riconoscimento (che riassuma sostanzialmente lo spettro
degli altri due verbi, γιγνώσκειν e φράζειν); εἶναι, impiegato per denotare
quanto si ritrova, come suo oggetto necessario, al fondo di un pensare che sia
riconoscere-esprimere-indicare: il fatto d’essere. Ma nell’identità accennata
da τὸ αὐτό, la Dea non si riferisce semplicemente alla connessione tra pensare
e essere, ma soprattutto alla reciproca implicazione: non solo il pensiero deve
avere come oggetto ciò che è, ma l’essere deve essere espresso, manifestato nel
pensiero. In apertura di una comunicazione di verità, questa osservazione è
capitale: pur prospettato (più avanti, in B8.34) come causa del pensiero
(Cordero), l’essere deve svolgersi completamente davanti al pensiero34, deve
essere pensabile (il che non comporta che dipenda dal pensiero). Dal punto di
vista della Dea, almeno, nulla, di diritto, sfugge al pensiero: il sapere che
la Dea comunica al filosofo (e di cui questi è tramite rispetto ai propri
discepoli e al pubblico di ascoltatori\lettori) è un sapere assoluto35. Ancora
su pensare e essere Abbiamo insistito, nel commentare il frammento, sul rilievo
della sua collocazione per una corretta attribuzione di significato; in
particolare, proponendolo come sentenza con cui la Dea, ellitticamente, svela
un principio fondamentale della sua rivelazione, dell’esposizione della Verità.
B3 è l’occasione per interrogarsi sul valore di νοεῖν e εἶναι. Abbiamo già
colto indicazioni in tal senso: ipotizzando la prossimità testuale e logica di
B2 e B3, abbiamo determinato il campo semantico di νοεῖν in relazione a
γιγνώσκειν e φράζειν, in- 34 Conche 90. 35
343 tendendolo come atto di riconoscimento immediato; in εἶναι abbiamo
individuato la forma verbale con cui Parmenide esprime l’evidenza presupposta
per ogni attività di pensiero: quanto possiamo indicare come essere ovvero il
fatto di esistere. Una certa tensione sussiste tra B2 e B3 riguardo al valore
di νοεῖν. Mentre in apertura della propria comunicazione la Dea salda
l’alternativa delle vie di ricerca a νοεῖν (esse, ribadiamolo, sono le uniche
per pensare), dunque collegando al verbo non solo la via positiva, ma anche
quella negativa - non solo quella che avrà il proprio soggetto in τὸ ἐόν
(B8.32), ma anche quella che (non) lo trova (B2.7) in τό γε μὴ ἐὸν -, nella
formula sintetica del nostro frammento il pensare sembra vincolato all’essere,
addirittura si afferma che pensare ed essere sono la stessa cosa. In che senso,
allora, è possibile sostenere la relazione tra νοεῖν e la via: che non è?
Abbiamo già osservato in sede di traduzione come i curatori delle edizioni dei
frammenti abbiano spesso optato per determinare νοεῖν in modo da evitare di
renderlo genericamente come pensare; ma non è facile aggirare la difficoltà, a
meno di non decidere di mantenere il valore generico in B2.2 e introdurne uno
specifico (comprendere, capire) in B3. Operazione legittima ma un po’ forzata.
Secondo Leszl 36, invece, B2.2 presenterebbe νοεῖν come atto puramente
intellettuale (implicitamente da contrapporre all’immediatezza del riscontro
sensibile), che coglie l’alternativa delle vie in quanto possibilità del tutto
astratte. Tale atto, tuttavia, sarebbe in ultima analisi riconducibile a un caso
di intellezione immediata dell’oggetto, consistendo di fatto nel riconoscimento
(intuitivo) della validità del principio del terzo escluso. In attesa di trovar
sottolineato in B4 un ulteriore, essenziale carattere della facoltà indicata
come νοεῖν - la capacità di rendere presente qualcosa che può essere lontano
nello spazio e nel tempo -, possiamo provvisoriamente concludere che: 36 69.
Leszl intende B2.2 (αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι) come quali sono le
vie di ricerca, le uniche che sono da pensare, quindi attribuendo a noēsai
valore passivo. 344 νοεῖν è inizialmente
introdotto in relazione alle due vie di ricerca, come loro finalizzazione (le
uniche per pensare) - evidentemente designando un atto di comprensione che dà
senso all’indagine -, ovvero, intendendo diversamente il testo greco, come loro
condizione di possibilità (le uniche da pensare\pensabili), quindi accentuandone
il significato logico; νοεῖν pur non
ancora esplicitamente contrapposto ai sensi riceve una connotazione
metaempirica: le vie sono per pensare, non sono fatte per essere esperite
percettivamente; νοεῖν è in grado di evidenziare quanto celato o sfocato nella
percezione; (iii) νοεῖν è dunque attività che si spinge oltre l’immediato
sensibile, nel nostro contesto probabilmente oltre la complessità dei dati
empirici, per ridurli al loro essenziale, al loro comune denominatore
(fondamento) ontologico: nello specifico, il fatto d’essere (condizione del
pensare stesso) e la nozione (opposta) di τό μὴ ἐὸν. In questo senso è giusto
designarne la facoltà come penetrazione intellettuale37. D’altra parte νοεῖν è
costantemente riscontrato su εἶναι o termini connessi: le vie sono determinate
come l’una che è (e che non è possibile non essere), l’altra che non è (e che è
necessario non essere); l’oggetto della seconda è ulteriormente ripreso come
ciò che non è; attraverso la formula τὸ αὐτὸ ἐστίν, νοεῖν è sovrapposto a εἶναι.
All’acume e intelligenza di sguardo del νοεῖν corrispondono dunque la
profondità e comprensione della nozione di εἶναι, che appare designare, nel
contesto, analogamente al termine Ἀληθείη, ciò che genericamente indicheremmo
come la realtà, ciò che accomuna le cose che sono. Nell’uso quotidiano essere è
sempre oscurato da questa o quella cosa, sempre presupposto in ogni possibile
predicazione (è): il νοεῖν riconosce come proprio oggetto specifico e
condizione appunto questo presupposto, questa realtà. 37 Ivi 68. Conservatoci
nella sua interezza dalla sola citazione di Clemente di Alessandria, il
frammento ha sempre costituito una croce per gli interpreti, divisi sul
problema della sua collocazione assoluta e relativa: incerti riguardo alla sua
appartenenza alla prima o alla seconda sezione del poema e (ulteriormente) alla
sua posizione e funzione all’interno di esse. In proposito abbiamo due proposte
estreme: (a) Diels, nella sua edizione del 1897, presentava il nostro testo
come primo frammento della prima sezione, collocandolo subito dopo il Proemio
(che in quella edizione, tuttavia, includeva anche B7.2-6); (b) Bicknell1 e
Hölscher2, al contrario, lo hanno considerato conclusione dell’opera
(collocandolo, quindi, dopo B19)3, quindi nella seconda sezione. Possiamo
considerare intermedie tutte le altre proposte, variamente schierate, che fanno
registrare convergenze su un punto da valorizzare, anche perché potrebbe
spiegare la oggettiva difficoltà degli interpreti: il ruolo di cerniera di B4.
Secondo Ruggiu, per esempio, esso collegherebbe i contenuti propri
dell’Opinione (τὰ δοκοῦντα), al tema primario della Verità (τὸ ἐόν), marcando
il radicamento del molteplice nell’Essere4. Che cosa rende di così difficile
contestualizzazione, all’interno del poema, i versi del frammento? Che cosa
contribuisce al disorientamento degli interpreti arrivati con Fränkel a negare
piena intelligibilità a B4? Si possono agevolmente individuare tre questioni: 1
P.J. Bicknell, “Parmenides' Refutation of Motion and an Implication”,
Phronesis, 1, 1967 1-6. 2 U. Hölscher, Parmenides von Wesen des Seienden. Die
Fragmente, Frankfurt a.M. 1969. 3 In questo sono stati seguiti anche da L.
Couloubaritsis (Mythe et Philosophie chez Parménide, Ousia, Bruxelles 1986), il
quale, tuttavia, nell'ultima edizione della sua opera (La Pensée de Parménide,
Ousia, Bruxelles 2008), ha optato per un inserimento all'interno di B8 (tra i 41
e 42). 4 245. 346 il ruolo del νόος e la
probabile valenza gnoseologica del frammento;
il nesso tra ἀπεόντα - παρεόντα e τὸ ἐόν (vv. 1-2) e l’ulteriore
implicazione tra gnoseologia e ontologia; (iii) i possibili riferimenti
cosmogonici e relativi obiettivi polemici (vv. 3-4). Il noos e il suo operare
Per decidere del significato del frammento è importante il contesto della
citazione di Clemente Alessandrino (V, 15): ἀλλὰ καὶ Π. ἐν τῶι αὑτοῦ ποιήματι
περὶ τῆς ἐλπίδος αἰνισσόμενος τὰ τοιαῦτα λέγει· [B4], ἐπεὶ καὶ ὁ ἐλπίζων
καθάπερ ὁ πιστεύων τῶι νῶι ὁρᾶι τὰ νοητὰ καὶ τὰ μέλλοντα. εἰ τοίνυν φαμέν τι εἶναι
δίκαιον, φαμὲν δὲ καὶ καλόν, ἀλλὰ καὶ ἀλήθειάν τι λέγομεν· οὐδὲν δὲ πώποτε τῶν
τοιούτων τοῖς ὀφθαλμοῖς εἴδομεν, ἀλλ’ ἢ μόνωι τῶι νῶι. Ma anche Parmenide, nel
suo poema, alludendo alla speranza, sostiene cose di questo genere:
[citazione], in quanto anche colui che spera, come colui che ha fede, con il
pensiero vede le cose intelligibili e quelle a venire. Se ora affermiamo che
c'è qualcosa di giusto, diciamo anche che c'è qualcosa di bello, ma anche che
c'è qualcosa di vero: nessuna di queste cose, tuttavia, mai vediamo con gli
occhi, ma solo con il pensiero. L’autore alessandrino sottolinea come quel che
Parmenide afferma in B4 alluda enigmaticamente (questo il senso del verbo αἰνίσσομαι:
adombrare, alludere per enigmi) alla ἔλπις (e alla πίστις) cristiana: il saper
rappresentare (rendere presente) il futuro da parte dell’intelligenza (νόος).
In questo senso, Parmenide riconoscerebbe al νόος la capacità di rendere
presenti enti assenti e 347 lontani 5. La prospettiva appare certamente
gnoseologica, investendo una facoltà cognitiva che Clemente decisamente
caratterizza rispetto all’organo di senso: un vedere (εἴδομεν) con il pensiero
(τῶι νῶι) contrapposto (con l’avversativa) al vedere con gli occhi (τοῖς ὀφθαλμοῖς).
Ad accentuare l’opposizione troviamo anche l’indicazione di oggetti specifici
(τὰ νοητὰ) per l’intelligenza, diversi (significativo l’accostamento a τὰ
μέλλοντα, le cose a venire) da quelli immediatamente colti sensibilmente: si
osserva, infatti: οὐδὲν δὲ πώποτε τῶν τοιούτων τοῖς ὀφθαλμοῖς εἴδομεν, ἀλλ’ ἢ
μόνωι τῶι νῶι nessuna di queste cose mai vediamo con gli occhi, ma solo con il
pensiero. Cose assenti presenti Ora, se passiamo alla citazione, possiamo
effettivamente intravedere la ragione del suo recupero da parte di Clemente: λεῦσσε
δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως· Considera come cose assenti siano
comunque al pensiero saldamente presenti (B4.1). La Dea, che ha la parola,
invita il κοῦρος a osservare e prendere in considerazione come cose assenti (o
lontane) (ἀπεόντα) possano risultare al pensiero (νόῳ) a un tempo presenti (o
prossime) (παρεόντα). Precisando ulteriormente: οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος
ἔχεσθαι non impedirai, infatti che l'essere sia connesso all'essere (B4.2). 5
Per l’analisi della testimonianza di Clemente è essenziale e convincente il
contributo di C. Viola, “Aux origines de la gnoséologie: Réflexions sur le sens
du fr. IV du Poéme de Parménide , in Études sur Parménide, cit., t. II 69-101. 348
È chiaro come la possibilità di pensare (rappresentare) cose assenti o lontane
come presenti o prossime passi attraverso la consapevolezza dell’omogeneità di
τὸ ἐόν: il νόος raccoglie e supera, nella omogeneità di τὸ ἐόν, le differenze
che si impongono sul piano empirico. Il νόος, in questo modo, si impone come
uno sguardo altro rispetto a quello dei sensi, in grado di superarne le
discriminazioni alla luce di una realtà che solo l’intelligenza stessa
dischiude. È indicativo il fatto che Parmenide scelga un verbo λεῦσσω etimologicamente
legato a λευκός (nel linguaggio omerico chiaro, limpido), che porta con sé
dunque l’idea di chiarezza, luminosità, trasparenza6. Un verbo che può essere
direttamente messo in relazione con νόος (νόῳ), per assumere il valore di
chiarire con il pensiero [l'intelligenza]. I primi due versi di B4, quindi, si
prestano alla curvatura gnoseologica che il contesto della citazione di
Clemente implica, senza tuttavia comportarne necessariamente le opposizioni;
senza imporre, in particolare, l’opposizione tra due inconciliabili visioni,
sensibile e spirituale, come ha correttamente rilevato la Stemich,
sottolineando come in λεῦσσε νόῳ siano a un tempo coinvolti entrambi gli
elementi 7. Possiamo inoltre marcare come il frammento non autorizzi a
retroiettare in Parmenide una teoria dei due mondi (sensibile e intelligibile,
ovvero presente e futuro), ma semplicemente registri due distinte modalità di
guardare alla realtà: l’immediato sguardo sensibile e la più accorta
considerazione dell’intelligenza, che ne supera le contraddizioni. Con il
risultato (che traspare in B4.1-2) di offrire, della stessa realtà, due
prospettive, una soggetta a distorsioni, l’altra corretta (che nell’economia
del poema sono accentuate come opinioni dei mortali e Verità). È nostra
convinzione (che presuppone una complessiva interpretazione del pensiero di
Parmenide) che proprio da questo frammento possano ricavarsi preziose
indicazioni riguardo alla capacità dell’intelligenza di superare la
frammentazione del dato 6 Viola 80. 7 Stemich 178. 349 empirico, raccogliendone
pluralità e differenze nella unità e compattezza dell’Essere. L’uso del plurale
ἀπεόντα-παρεόντα, quindi del singolare τὸ ἐόν, segnalerebbe appunto come ἀπεόνταπαρεόντα
siano (-εόντα), in quanto τὸ ἐόν mantiene l’unità e la compattezza
(nell’Essere) di tutti i suoi momenti8. Elementi che puntano in direzione della
seconda sezione del poema. I due versi iniziali autorizzano, dunque, ad
associare a νόος (e νοεῖν) due distinte ma coordinate operazioni: superare i vincoli spazio-temporali
“presentificando” la pluralità dispersa (spazio-temporalmente), rappresentando
presenti cose assenti; cogliere la loro
connessione (veicolata dal verbo ἔχεσθαι) in τὸ ἐόν (ovvero il fatto che τὸ ἐόν
è connesso a τὸ ἐόν). La seconda operazione è propriamente “ontologica”, nel
senso che riconosce e traduce in termini di τὸ ἐόν la molteplicità espressa nei
due plurali del primo verso (ἀπεόντα-παρεόντα): la si è voluta leggere anche
come un portare le cose lontane-assenti alla presenza dell’essere9. Lo spessore
gnoseologico (ed epistemologico) del passaggio consiste nel fatto che l’oggetto
(τὸ ἐόν) cui il νόος è riferito, direttamente10 o indirettamente11, è diverso
dagli oggetti molteplici ai sensi (senza tuttavia trasformarsi in una entità
che neghi la molteplicità del mondo12): li abbraccia e li raccoglie
interamente, senza dislocarsi su un piano di realtà altro. Come nota
puntualmente Leszl, ciò fa di νοεῖν un’attività che si spinge oltre l’immediato
sensibile, rendendo presente l’assente, senza la sua preliminare evidenza
percettiva: un pensare del tutto intellettuale, che ha per oggetto qualcosa che
si impone 8 Ruggiu 241. 9 Couloubaritsis, Mythe et Philosophie, cit. 336. 10 Se
accettiamo che ἀποτμήξει sia terza persona singolare dell’indicativo futuro,
con νόος appunto soggetto sottinteso del verbo. 11 Nel caso si legga (come
facciamo noi, ma di recente anche Palmer e Tonelli) lo stesso verbo in seconda
persona singolare futuro indicativo medio, e la Dea quindi si limiti a esortare
il κοῦρος a non ostacolare la connessione di τὸ ἐόν. 12 Thanassas 43. 350 all’intelligenza13.
Non deve però essere trascurato un aspetto del passaggio: il movimento dalla
assenza alla presenza rivela che l’uomo è comunque radicato nel mondo, legato
allo spazio\tempo14. Così, nel contesto di un discorso che verte sulle vie di
ricerca, che focalizza il percorso di Persuasione (Πειθοῦς κέλευθος), non può
sfuggire il fatto che il νόος sia connotato dinamicamente, attraverso quel
movimento, che porta con sé anche la potenzialità del suo errare15: la sua
conoscenza è esposta alla distorsione. È possibile che l’operare del νόος
riceva ulteriore significazione dall’accostamento a λεῦσσω, che Omero
utilizzava per indicare la capacità di considerare simultaneamente passato e
avvenire per comprendere il presente 16. Una capacità associata alla maturità
dell’anziano, al suo discernimento rispetto alla precipitazione dei giovani, e
che nel poema potrebbe avere un riscontro nella relazione didascalica tra θεά e
κοῦρος. …saldamente presenti Ritornando sull’apertura di B4, è chiaro che l’uso
dell’avverbio βεϐαίως (saldamente) nel primo verso, e l’intero contenuto del
secondo contribuiscono a determinare νόος come un pensiero che conduce alla
continuità e stabilità dell’essere: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως·
οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι Considera come cose assenti siano
comunque al pensiero saldamente presenti; non impedirai, infatti, che l'essere
[ciò che è] sia connesso all'essere (B4.1-2). 13 68. 14 Couloubaritsis 340. 15
Viola 94-5. 16 Couloubaritsis 336-7. 351 Effetto dell’operare del νόος è la
solidità della connessione degli enti (-εόντα), al di là delle loro coordinate
spazio-temporali, e il riconoscimento del loro comune denominatore nell’Essere
(τὸ ἐόν). Più precisamente: il νόος è quello sguardo che, da una parte,
illumina e unifica ἀπεόντα e παρεόντα (nell’ἐόν), dall’altra si vieta di
introdurre discriminazioni (spazio-temporali) in τὸ ἐόν 17. Alla luce di B3,
esso aderisce completamente all’ἐόν: l’avverbio βεϐαίως veicolerebbe allora
l’idea di stabilità, costanza, caratteristica dell’oggetto (τὸ ἐόν, appunto),
ma suggerirebbe pure qualcosa circa l’atteggiamento di chi è sulla strada della
verità: la certezza e affidabilità (ricordiamo ἀτρεμὲς ἦτορ di B1.29) di un
modo di vedere, corrispondente a un modo d’essere; a un νόος saldo e pieno di
fiducia18. Dal momento che manca una specifica argomentazione a sostegno della
affermazione di B4.2, alcuni interpreti (Kirk-Raven, West, Gallop) hanno messo
in relazione B4 con B8.22-5: οὐδὲ διαιρετόν ἐστιν, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν ὁμοῖον· οὐδέ
τι τῇ μᾶλλον, τό κεν εἴργοι μιν συνέχεσθαι, οὐδέ τι χειρότερον, πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν
ἐόντος. Τῷ ξυνεχὲς πᾶν ἐστιν· ἐὸν γὰρ ἐόντι πελάζει Né è divisibile, poiché è
tutto omogeneo; né c’è qui qualcosa di più che possa impedirgli di essere
continuo, né [lì] qualcosa di meno, ma è tutto pieno di ciò che è. È perciò
tutto continuo: ciò che è si stringe infatti a ciò che è. Questa indicazione,
concettualmente apprezzabile, non comporta inevitabilmente una presa di
posizione sulla collocazione del frammento nel complesso del poema. Non
implica, in altre parole, necessariamente la dipendenza di B4 da B8 e dunque a
una sua dislocazione nella sezione sulla Doxa (o addirittura all’interno dello
stesso B8, dopo i versi 22-5). Forse, accettandone le impli- 17 Viola 100. 18
Robbiano 130. 352 cazioni cosmologiche, la funzione di B4 potrebbe essere stata
prolettica, nella introduzione del discorso della Dea, che poi B8 avrebbe
articolato e precisato. È significativo che nella sua prima edizione del poema
(1897), come abbiamo sopra ricordato, Diels proponesse l’attuale B4 come B2,
dunque all’inizio sostanzialmente della prolusione divina. Rimane comunque
l'impressione che il frammento possa aver svolto, nell'economia
dell'esposizione divina, un ufficio di raccordo, tra le due sezioni,
analogamente a B9. In alternativa, valutando soprattutto il contesto della
citazione di Clemente e la sua intenzione di marcare la differenza tra visione
percettiva e visione spirituale, e convenendo con Coxon19 che Parmenide non sia
in questo frammento interessato alla natura dell’Essere (la cui indivisibilità
sarà argomentata proprio in B8.22-5), ma alla natura del νόος come capacità
intellettuale, potremmo ipotizzare il posizionamento di B4 in relazione ai
rilievi di B6 e B7 sui rischi della abitudine alle molte esperienze (ἔθος
πολύπειρον). L’espressione kata kosmon e le implicazioni cosmologiche Sono
comunque gli ultimi due versi (3-4) del frammento a rappresentare il maggior
cruccio per gli interpreti, soprattutto per la determinazione del valore del
greco κατὰ κόσμον e del senso della dinamica imperniata intorno ai due
participi σκιδνάμενον e συνιστάμενον, che indicano dispersione e raccoglimento.
Essi sono riferiti immediatamente a τὸ ἐόν, della cui connessione interna
(rilevata dal νόος) costituiscono una alternativa: οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος
ἔχεσθαι οὔτε σκιδνάμενον πάντῃ πάντως κατὰ κόσμον οὔτε συνιστάμενον 19 187. 353
non impedirai, infatti, che l'essere sia connesso all'essere, né disperdendosi
completamente in ogni direzione per il cosmo, né concentrandosi (B4.2-4).
Parmenide si limita a stigmatizzare la prospettiva di un moto ordinato
(conforme a un ordine) - di disseminazione e concentrazione degli enti, quale
potrebbe essere rappresentato dalle cosmogonie ioniche, ovvero, più
specificamente si riferisce a un modello, intenzionalmente impiegando il
termine κόσμος per designare l’assetto complessivo della realtà? Il noos e il
cosmo Che egli possa aver imboccato tra i primi - questa seconda direzione, è
suggerito dai passi paralleli - segnalati dagli editori - in Empedocle
(B17.18-21; riferimento già in Clemente) e Anassagora (B8), in cui la
dimensione cosmologica è indiscutibilmente centrale, implicando un’ontologia
influenzata da Parmenide: πῦρ καὶ ὕδωρ καὶ γαῖα καὶ ἠέρος ἄπλετον ὕψος, Νεῖκός
τ’ οὐλόμενον δίχα τῶν, ἀτάλαντον ἁπάντηι, καὶ Φιλότης ἐν τοῖσιν, ἴση μῆκός τε
πλάτος τε· τὴν σὺ νόωι δέρκευ, μηδ’ ὄμμασιν ἧσο τεθηπώς Fuoco e Acqua e Terra e
l’altezza immensa dell’Aria, e Contesa, disgiunta da essi ma di pari peso, ovunque,
e Amore, in essi, uguale in lunghezza e larghezza. Osservala con
l’intelligenza, non restare con sguardo stupito (Empedocle; DK 31 B17.18-21). οὐ
κεχώρισται ἀλλήλων τὰ ἐν τῶι ἑνὶ κόσμωι οὐδὲ ἀποκέκοπται πελέκει οὔτε τὸ θερμὸν
ἀπὸ τοῦ ψυχροῦ οὔτε τὸ ψυχρὸν ἀπὸ τοῦ θερμοῦ Nell’unico universo non si trovano
separate le cose, le une dalle altre, e non risultano tagliati a scure né il
caldo dal freddo né il freddo dal caldo (Anassagora; DK 59 B8). 354 Nel suo
commento a B4, Cerri ha invece richiamato l’attenzione sulla pagina iniziale
del trattato Sul cosmo per Alessandro attribuito ad Aristotele (ma più
probabilmente di autore genericamente peripatetico20), che contiene passaggi
che sembrano effettivamente riecheggiare i versi parmenidei: Πολλάκις μὲν ἔμοιγε
θεῖόν τι καὶ δαιμόνιον ὄντως χρῆμα, ὦ Ἀλέξανδρε, ἡ φιλοσοφία ἔδοξεν εἶναι,
μάλιστα δὲ ἐν οἷς μόνη διαραμένη πρὸς τὴν τῶν ὄντων θέαν ἐσπούδασε γνῶναι τὴν ἐν
αὐτοῖς ἀλήθειαν, καὶ τῶν ἄλλων ταύτης ἀποστάντων διὰ τὸ ὕψος καὶ τὸ μέγεθος, αὕτη
τὸ πρᾶγμα οὐκ ἔδεισεν οὐδ’ αὑτὴν τῶν καλλίστων ἀπηξίωσεν, ἀλλὰ καὶ
συγγενεστάτην ἑαυτῇ καὶ μάλιστα πρέπουσαν ἐνόμισεν εἶναι τὴν ἐκείνων μάθησιν. Ἐπειδὴ
γὰρ οὐχ οἷόν τε ἦν τῷ σώματι εἰς τὸν οὐράνιον ἀφικέσθαι τόπον καὶ τὴν γῆν ἐκλιπόντα
τὸν ἱερὸν ἐκεῖνον χῶρον κατοπτεῦσαι, καθάπερ οἱ ἀνόητοί ποτε ἐπενόουν Ἀλῳάδαι, ἡ
γοῦν ψυχὴ διὰ φιλοσοφίας, λαβοῦσα ἡγεμόνα τὸν νοῦν, ἐπεραιώθη καὶ ἐξεδήμησεν, ἀκοπίατόν
τινα ὁδὸν εὑροῦσα, καὶ τὰ πλεῖστον ἀλλήλων ἀφεστῶτα τοῖς τόποις τῇ διανοίᾳ
συνεφόρησε, ῥᾳδίως, οἶμαι, τὰ συγγενῆ γνωρίσασα, καὶ θείῳ ψυχῆς ὄμματι τὰ θεῖα
καταλαβομένη, τοῖς τε ἀνθρώποις προφητεύουσα. Τοῦτο δὲ ἔπαθε, καθ’ ὅσον οἷόν τε
ἦν, πᾶσιν ἀφθόνως μεταδοῦναι βουληθεῖσα τῶν παρ’ αὑτῇ τιμίων Ho più volte
pensato che la filosofia sia cosa veramente divina e sovrumana, o Alessandro, e
soprattutto in quell'aspetto per cui essa, da sola, innalzandosi alla
contemplazione dei componenti della realtà nella loro totalità, si è impegnata
a conoscere la verità che è in essi. E, mentre tutte le altre scienze si
tennero lontane da questa verità a motivo della sua altezza e grandezza, la
filosofia non temette l'impresa e non si reputò indegna delle cose 20 Rivendica
la paternità aristotelica dell’opera G. Reale, A.P. Bos, Il trattato Sul cosmo
per Alessandro attribuito ad Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996. 355 più
belle, e, anzi, ritenne che la conoscenza di quelle cose fosse in sommo grado
congenere alla propria natura e massimamente conveniente. Infatti, poiché non
era possibile col corpo raggiungere i luoghi celesti, lasciare la terra e
contemplare quelle sacre regioni, come follemente tentarono gli Aloadi,
l'anima, mediante la filosofia, preso l'intelletto come conduttore, varcò il
confine e abbandonò l'ambiente che le è familiare, avendo trovato una via che
non stanca. E le cose più lontane fra loro nello spazio essa riunì insieme nel
pensiero, con facilità, credo, perché riconobbe le cose che le sono congeneri e
con il divino occhio dell'anima colse le cose divine, rivelandole poi agli
uomini. E questo le accadde perché desiderava, nella misura in cui era
possibile, far partecipi senza restrizione tutti gli uomini dei suoi tesori21.
Quello che risulta interessante - in chiave eleatica è, nei versi empedoclei e
nelle righe peripatetiche, il nesso tra lo sguardo del pensiero (νόος, διάνοια)
e la dimensione del tutto - le quattro radici in Empedocle, il riferimento agli
elementi della totalità nello pseudo-Aristotele; nel frammento anassagoreo,
invece, l’uso di κόσμος nel senso evidentemente di universo, complesso del
mondo (e non genericamente di ordine), come rivelato dal riferimento ai
tradizionali contrari cosmogonici caldo-freddo, unitamente alla negazione della
separazione delle cose nella unità del κόσμος. Lo stesso Empedocle (DK 31
B26.5) impiega κόσμος nella formula εἰς ἕνα κόσμον (in un unico mondo)
nell’ambito della descrizione degli effetti cosmogonici dell’alternanza ciclica
di Amore e Contesa; mentre in Eraclito (B30: κόσμον τόνδε), il termine è
presente in senso già prossimo al valore cosmico, per indicare cioè l’ordine
delle cose. L’espressione del pensatore agrigentino osservala con
l'intelligenza (τὴν σὺ νόωι δέρκευ) sembra effettivamente ricalcare il
parmenideo λεῦσσε νόῳ, così come la pseudo-aristotelica le cose più lontane fra
loro nello spazio essa riunì insieme nel pensiero (τὰ πλεῖστον ἀλλήλων ἀφεστῶτα
τοῖς τόποις τῇ διανοίᾳ 21 Ivi 175. 356 συνεφόρησε) richiama complessivamente
B4.1 (λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως). L’impressione è che i versi
del Περὶ φύσεως, i loro cenni al κόσμος, alle cose lontane e vicine, assenti e
presenti, allo sguardo del νόος, fossero chiaramente significativi in
prospettiva cosmologica già nel V secolo (Empedocle, Anassagora), a ridosso
della sua composizione: forse perché estrapolati dalla sezione cosmologica del
poema, forse perché in quel senso andava inteso l’insieme dell’impegno
parmenideo (come si evincerebbe in particolare dalla ripresa peripatetica, che
risente tuttavia della lezione aristotelica). La possibile (probabile)
implicazione cosmica, l’accenno alla dinamica di concentrazione-dispersione
(eco plausibile della cosmogonia di Anassimene), e, in relazione a τὸ ἐόν, il
rilievo della funzione omogeneizzante del νόος potrebbero suggerire ancora una
posizione introduttiva del frammento rispetto alla revisione cosmologica
proposta dall’Eleate (sulla scorta della lezione di B8): premessa, dunque, alla
vera e propria esposizione fisicocosmologica della seconda sezione.
Disperdendosi, concentrandosi I versi 3-4 alludono a qualche specifico
precedente cosmologico-cosmogonico, ovvero dobbiamo pensare a un riferimento
generico? Gli interpreti sono divisi anche su questo punto: qualcuno, come
Coxon22, vi coglie una polemica nei confronti della teoria di una sostanza
prima soggetta a condensazione e rarefazione (Anassimene23, pur non escludendo
il coinvolgimento polemico di Eraclito DK 22 B9124); altri, come Guthrie25,
ritengono Parmenide 22 189. 23 Su questo concordano Reinhardt, Gigon,
Albertelli. 24 Il frammento recita: ποταμῶι γὰρ οὐκ ἔστιν ἐμβῆναι δὶς τῶι αὐτῶι
καθ’ Ἡράκλειτον οὐδὲ θνητῆς οὐσίας δὶς ἅψασθαι κατὰ ἕξιν < τῆς αὐτῆς >· ἀλλ’
ὀξύτητι καὶ τάχει μεταβολῆς σκίδνησι καὶ 357 alluda a Eraclito (B91)26; altri
ancora, come Conche27, valorizzando l’intenzione ontologica del frammento,
dubitano che possa riferirsi a fenomeni di condensazione-rarefazione,
giudicando tale lettura “obiettivista”, superficiale e banale. In realtà, se si
prende sul serio l’interesse cosmologico del poema di Parmenide, pare corretto
individuarne un obiettivo polemico, da cui il filosofo avrebbe preso le
distanze: nella logica dell’opera si potrebbe ipotizzare che la riflessione più
strettamente ontologica offra gli strumenti concettuali per contestare
alternativi modelli esplicativi della natura e fondare una più consapevole e coerente
teoria fisica. Schematicamente convincente la lezione di Graham28, il quale,
ammiccando a Thomas Kuhn, individua tre “paradigmi” scientifici,
successivamente attivi tra VI e V secolo a.C.:
quello con cui originariamente si ricercò la scaturigine (φύσις) degli
enti, il loro principio (ἀρχή), e si tentò di inquadrare i fenomeni naturali,
indicato come Generating Substance Theory (GST); quello che avrebbe, secondo l’autore, radici
nella seconda parte del poema parmenideo e sarebbe poi stato sviluppato, più o
meno coerentemente, dai pensatori tradizionalmente designati come “pluralisti”
(Empedocle, Anassagora, atomisti), definito come Elemental Substance Theory
(EST); πάλιν συνάγει (μᾶλλον δὲ οὐδὲ πάλιν οὐδ’ ὕστερον, ἀλλ’ ἅμα συνίσταται καὶ
ἀπολείπει) καὶ πρόσεισι καὶ ἄπεισι Non è possibile scendere due volte nello
stesso fiume, secondo Eraclito, né si può toccare due volte una sostanza
mortale nell'identico stato; ma, per lo slancio e la velocità del mutamento, si
disperde e di nuovo si raccoglie (piuttosto, non di nuovo né dopo, ma a un
tempo si riunisce e si separa), viene e va. 25 32. 26 Su questo concordano
Diels, Nestle, Cornford, Vlastos, Calogero, Mondolfo. 27 94. 28 D.W. Graham,
Explaining the Cosmos. The Ionian Tradition of Scientific Philosophy, Princeton
University Press, Princeton and Oxford 2006. 358 (iii) quello espresso
pienamente nei frammenti di Diogene di Apollonia, riconosciuto come Material
Monism (MM). Il primo corrisponde al programma scientifico ionico, così
riassunto per punti29: a) esiste una sostanza originaria da cui tutto il resto
è sorto; b) esiste un processo per cui gli elementi costitutivi del cosmo
scaturiscono dalla sostanza originaria; c) tali elementi si dispongono negli
strati materiali del cosmo; d) le strutture e i materiali del cosmo si
stabilizzano nell’ordine che conosciamo; e) emergono gli esseri viventi; f)
un’ampia varietà di fenomeni è spiegabile secondo il modello. Rispetto a questo
paradigma (modulato da Anassimene nel senso di una vera e propria teoria del mutamento30),
Eraclito (cui è dedicata da Graham un’analisi convincente31) avrebbe
abbandonato l’idea di primato della sostanza generatrice a vantaggio di quella
di processo universale, regolato da una legge di scambio di masse elementari
(fuoco, terra, acqua). È alla luce di questi precedenti, in particolare
dell’impatto della lezione di Eraclito32, che Graham interpreta l’ontologia di
Parmenide. La prima parte del Περὶ φύσεως metterebbe in campo tutti gli
strumenti concettuali per negare il divenire come generazione dal non-essere e
affermare una concezione di ciò che è che l’autore ritiene compatibile con il
pluralismo di sostanze ingenerate, incorruttibili, omogenee, immutabili e
complete (Graham parla di Eleatic Substantialism): la seconda sezione (Doxa) avrebbe
quindi proposto una cosmologia basata sulle proprietà focalizzate nella
Aletheia, coerente con i principi della metafisica di Parmenide33. Lasciando
per il momento in sospeso altre valutazioni, la collocazione della riflessione
dell’Eleate proposta da Graham appare 29 Ivi 8-9. 30 Ivi 45-84. La
rivalutazione del contributo del “terzo” milesio è uno degli aspetti più
interessanti dell’opera. 31 Ivi 113-147. 32 Ivi 148-162. 33 Ivi 182-5. 359
sensata e potrebbe aiutare a leggere correttamente anche il nostro frammento.
Da un lato, infatti, i versi attestano un ruolo del νόος chiaramente inteso a
ricondurre gli ἀπεόντα alla presenza di τὸ ἐόν, negando quindi lo spazio del
non-essere potenzialmente implicito nel movimento assenza-presenza; dall’altro
anticipano (ovvero sottintendono) i rilievi di B8 sull’omogeneità dell’essere,
per rifiutare quelle proposte esplicative che sembravano comportare, di fatto,
accanto all’essere del principio\natura, l’implicita ammissione del non-essere.
Anassimene (DK 13 B1), in effetti, sulla base di quanto espone Plutarco,
avrebbe sostenuto: τὸ γὰρ συστελλόμενον αὐτῆς καὶ πυκνούμενον ψυχρὸν εἶναί
φησι, τὸ δ’ ἀραιὸν καὶ τὸ χ α λ α ρ ὸ ν (οὕτω πως ὀνομάσας καὶ τῶι ῥήματι)
θερμόν [Anassimene] dice infatti che la parte dell’aria che si contrae e si
condensa è fredda, mentre la parte che è dilatata e “allentata” (è proprio
questa l'espressione che usa) è calda (DK 13 B1). Eraclito, a sua volta:
σκίδνησι καὶ πάλιν συνάγει καὶ πρόσεισι
καὶ ἄπεισι si disperde e di nuovo si raccoglie viene e va (DK 22 B91). Il
frammento di Parmenide un breve passaggio nelle centinaia di versi complessivi
del poema potrebbe dunque essere risultanza di una più o meno esplicita
evocazione dei precedenti ionici, per marcare l'originalità del contributo
eleatico soprattutto in termini di coerenza come attesterebbe l’insistenza sul
νόος e sul suo operare - con i presupposti taciti nella stessa concezione della
realtà della φύσις- ἀρχή ionica. Proprio questa possibile funzione critica
farebbe di B4 una sorta di passe-partout per il poema: 360 come controparte gnoseologica
dell’argomentazione di B8 e dunque degli effetti paradossali di una coerente
riflessione ontologica rispetto ai dati del senso comune; come trait d'union tra la sezione ontologica
e quella cosmologica, a sottolinearne la continuità, cioè nell’ambito di una
positiva interpretazione della φύσις sulla scorta della Verità, come vuole
Ruggiu34. 34 251. 361 UN’ESPOSIZIONE CIRCOLARE [B5] Il breve frammento ci è
conservato in una citazione di Proclo, che lo connette a B8.25 (ἐὸν γὰρ ἐόντι
πελάζει, ciò che è si stringe infatti a ciò che è) e B8.44 (μεσσόθεν ἰσοπαλὲς
πάντῃ, a partire dal centro ovunque di ugual consistenza), riferendolo dunque
all’Essere. In realtà, come spesso è stato riconosciuto, è difficile sfuggire
all’impressione di una decontestualizzazione disorientante. Se l’indicazione di
Proclo può suggerire un suo significato ontologico, in linea, per altro, con la
relazione tra νοεῖν e εἶναι che emerge da B3 e la dinamica ἀπεόντα-παρεόντα-τὸ ἐόν
di B4, è forte tuttavia tra gli interpreti l’opzione metodologica, che appare
in qualche lettura particolarmente convincente1. Anche nel caso di B5, la
questione del suo significato è decisiva per la sua collocazione. Laddove
prevalga il rilievo del suo senso ontologico, l’attuale sequenza può essere
mantenuta2. Laddove, al contrario, sia privilegiato il senso metodologico del
frammento, il suo posizionamento nell’attuale ordinamento del materiale
andrebbe rivisto (come fanno, tra gli altri, Pasquinelli e Coxon), a ridosso di
B1 e prima di B2, come preliminare della esposizione divina. Registrata la
ricorrenza dell’immagine del cerchio all’interno delle citazioni del poema - la
verità ben rotonda (B1.29); l'analogia tra τὸ ἐόν e εὐκύκλου σφαίρης ὄγκος
(massa di ben rotonda palla, B8.43); il discorso sulla verità indicato come ἀμφὶς
Ἀληθείης (B8.51); il concetto di limite estremo (πεῖρας πύματον, B8.42) appare
comunque forzata la conclusione di Ruggiu3, secondo cui B5 esporrebbe la forma
nella quale l’Essere esprime la propria natura. Soprattutto se teniamo conto
della possibilità che il materiale conservato rappresenti solo una quota
minoritaria dei versi del poema integrale. Nell’ambito della comunicazione
della Dea, invece, il passo potrebbe essere inteso e marcare lo scarto tra 1 È
il caso dell’analisi di Coxon e di quella di Conche. 2 Ovvero, ipotizzando una
(improbabile) lacuna in B8 (Cornford), potrebbe essere accettato il suo
inserimento tra i due riferimenti di Proclo. 3 253. 362 sapere divino e sapere
umano: la necessità di un ordine espositivo rivolto al κοῦρος e la sua
indifferenza rispetto alla conoscenza di chi lo propone. Conche4 ha giustamente
messo in relazione il frammento con il programma di insegnamento annunciato
dalla Dea: χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι È necessario che tutto tu apprenda
(B1.28). La verità che il κοῦρος apprenderà è la verità del Tutto, un sapere
compiuto: i limiti dell’uomo non consentono tuttavia che tale sapere sia acquisito
tutto in una volta. È necessario un ordine, corrispondente alle tappe di una
ricerca, modalità tipicamente umana di accedere alla conoscenza. Il percorso,
la via da seguire (affermazione di una via ed esclusione di un’altra, ecc.)
rappresentano un escamotage didattico che ha senso solo per il discepolo, non
per la Dea: per lei il punto di partenza e l’ordine di esposizione sono
indifferenti. In relazione a una verità definita nel poema εὐκυκλής (ben
rotonda), Cerri valorizza, a sua volta, la prospettiva didascalica del
frammento5, rafforzata dal possibile accostamento a Eraclito (DK 22 B1036 ) e
dall’eco nel Sofista platonico (237a7 ): Parmenide implicherebbe una sorta di
circolarità della ricerca scientifica e del discorso che la espone8. 4 98. 5
Pur non escludendo, a priori, la possibilità di un suo coinvolgimento
all’interno di una (in vero implausibile) specifica argomentazione geometrica.
6 Il frammento recita: ξυνὸν γὰρ ἀρχὴ καὶ πέρας ἐπὶ κύκλου περιφερείας Comune
è, in effetti, nella circonferenza del cerchio il principio e la fine. 7 Il
passo è il seguente: Τετόλμηκεν ὁ λόγος οὗτος ὑποθέσθαι τὸ μὴ ὂν εἶναι· ψεῦδος
γὰρ οὐκ ἂν ἄλλως ἐγίγνετο ὄν. Παρμενίδης δὲ ὁ μέγας, ὦ παῖ, παισὶν ἡμῖν οὖσιν ἀρχόμενός
τε καὶ διὰ τέλους 363 In ogni caso, alla luce della successiva trattazione
dell’Essere e del mondo della natura, sembra difficile poter insistere su tale
circolarità, come ha opportunamente segnalato Coxon9: nel primo caso, infatti,
lo sviluppo argomentativo procede in una direzione lineare; nel secondo
l’esposizione delle opinioni dei mortali doveva diffondersi sul piano
storico-descrittivo. Né è plausibile che la circolarità indifferente possa
riferirsi al complesso delle due esposizioni, dipendendo la comprensione della
seconda dalle analisi della prima10. Indifferente e circolare, invece, potrebbe
essere considerata la discussione delle possibili vie di ricerca, non
necessariamente legata a un ordine di sequenza e in questo senso indifferente
rispetto all’argomento da articolare. Come segnala Coxon11, la circolarità di
quella preliminare discussione sarebbe contrapposta alla linearità degli
argomenti sviluppati lungo la via imboccata verso la Verità (B8). Una variante
interessante è quella avanzata da Bicknell12, che abbiamo registrato nelle
annotazioni alla traduzione: intendendo ξυνὸν come a basic point, B5 potrebbe
essere immediatamente anteposto alla κρίσις di B2, per marcare come a essa
l’argomentazione della Dea avrebbe dovuto ripetutamente richiamarsi. τοῦτο ἀπεμαρτύρατο,
πεζῇ τε ὧδε ἑκάστοτε λέγων καὶ μετὰ μέτρων [DK 28 B7.1-2] Questo discorso ha
osato supporre che sia ciò che non è: il falso, in effetti, non potrebbe
generarsi in altro modo. Il grande Parmenide, invece, ragazzo mio, a noi che
eravamo ragazzini proprio contro questo discorso testimoniava dall'inizio alla
fine, in prosa e in versi, che [citazione B7.1-2]. 8 Cerri 202. 9 171-2. 10 In
questo senso non convince il rilievo di Pasquinelli (I presocratici 396) sulla
presunta comunanza di tutti i punti del discorso della Dea. 11 171-2. 12 P.J.
Bicknell, “Parmenides, DK 28 B5”, cit. 9-11. 364 ESSERE E NULLA [B6] Il
frammento, ricostruito a partire dalle sole sparse citazioni di Simplicio
(quindi, come osserva Cordero1, ricomparso a un millennio dalla stesura del
poema), è dallo stesso commentatore per un verso direttamente connesso a B22,
per altro proiettato su B7 e B8: ὅτι δὲ ἡ ἀντίφασις οὐ συναληθεύει, δι’ ἐκείνων
λέγει τῶν ἐπῶν δι’ ὧν μέμφεται τοῖς εἰς ταὐτὸ συνάγουσι τὰ ἀντικείμενα· εἰπὼν γὰρ
[B6.1b-2] < ἐπάγει > [B6.3-9] μεμψάμενος γὰρ τοῖς τὸ ὂν καὶ τὸ μὴ ὂν
συμφέρουσιν ἐν τῶι νοητῶι [B6.8-9] καὶ ἀποστρέψας τῆς ὁδοῦ τῆς τὸ μὴ ὂν
ζητούσης [B7.2], ἐπάγει [B8.1 ss.] Sostiene che le proposizioni contraddittorie
non siano a un tempo vere [letteralmente: la contraddizione non sia vera] in
quei versi in cui biasima coloro che mettono insieme gli opposti: dice infatti
[citazione B6.1b-2a] e aggiunge [citazione B6.3-9]. (In Aristotelis Physicam
117, 2) Dopo aver biasimato infatti coloro che congiungono l'essere e il
non-essere nell'intelligibile [citazione B6.8-9] e aver allontanato dalla via
che ricerca il non-essere [citazione B7.2], soggiunge [citazione B8.1 ss.] (In
Aristotelis Physicam 78, 2). È dunque introduttivamente importante, per una
valutazione del senso e della posizione del testo, ricordare che la citazione
di Simplicio è intesa a confermare l’uso condizionante del principio di
contraddizione3 (donde l’accostamento a B2) come premessa 1 By Being, It Is,
cit. 90. 2 Simplicio cita B6.1b-9 subito dopo aver citato B2.3-8. 3 In questo
senso Simplicio ne confermava l’implicita attribuzione a Parmenide da parte di
Aristotele (Metafisica IV, 3 1005 a28-35): 365 che lo stesso Simplicio salda
esplicitamente all’argomento ontologico successivo (B8). In effetti, il primo
verso e il primo emistichio del secondo sono richiamati dal commentatore, in
altro contesto, proprio per marcare il nesso tra pensiero ed essere: ἀλλὰ καὶ τὸ
πάντων ἕνα καὶ τὸν αὐτὸν εἶναι λόγον τὸν τοῦ ὄντος ὁ Παρμενίδης φησὶν ἐν
τούτοις [B6.1-2a]. εἰ οὖν ὅπερ ἄν τις ἢ εἴπῃ ἢ νοήσῃ τὸ ὄν ἐστι, πάντων εἷς ἔσται
λόγος ὁ τοῦ ὄντος Ma che la nozione di tutte le cose sia una e la stessa,
quella dell'essere, Parmenide sostiene in questi versi: [B6.1-2a] Se proprio
l'essere è ciò di cui è possibile dire e pensare, di tutte le cose vi sarà una
sola nozione, quella dell'essere (In Aristotelis Physicam 86, 25-30). Per la
sua discussa interpretazione è corretto e inevitabile rinviare al complesso
B2-B3, a maggior ragione ipotizzando che gli attuali B4 e B5 siano fuori posto
(in particolare che B5 possa precedere immediatamente B2 e B4 trovarsi a
cavaliere tra prima e seconda sezione). È possibile, infatti, intravedere nei
versi e nel contesto della citazione la centralità del riferimento critico a τό
μὴ ὥστ’ ἐπεὶ δῆλον ὅτι ᾗ ὄντα ὑπάρχει πᾶσι (τοῦτο γὰρ αὐτοῖς τὸ κοινόν), τοῦ
περὶ τὸ ὂν ᾗ ὂν γνωρίζοντος καὶ περὶ τούτων ἐστὶν ἡ θεωρία. διόπερ οὐθεὶς τῶν
κατὰ μέρος ἐπισκοπούντων ἐγχειρεῖ λέγειν τι περὶ αὐτῶν, εἰ ἀληθῆ ἢ μή, οὔτε
γεωμέτρης οὔτ’ ἀριθμητικός, ἀλλὰ τῶν φυσικῶν ἔνιοι, εἰκότως τοῦτο δρῶντες·
μόνοι γὰρ ᾤοντο περί τε τῆς ὅλης φύσεως σκοπεῖν καὶ περὶ τοῦ ὄντος Così, in
quanto è chiaro che [gli assiomi] appartengono a tutte le cose in quanto sono
(l'essere è infatti ciò che è comune a tutti), è proprio di colui che indaga
l'essere in quanto essere anche lo studio di questi [assiomi]. Perciò, nessuno
di coloro che si limitano all'indagine di una parte si cura di dire qualcosa di
essi, se siano veri o no: non il geometra, né il matematico. Ne parlarono,
tuttavia, alcuni dei fisici, e a ragione: credevano in effetti di essere gli
unici a ricercare sul complesso della natura e sull'essere. 366 ἐὸν (Simplicio:
τὸ μὴ ὂν), formula estratta dalla seconda via di ricerca di B2, che
evidentemente aveva costituito il preliminare oggetto di discussione nella
parte mancante del primo logos della Dea. Come rivela l’ampio dibattito intorno
alla traduzione del testo greco e alla sua intellezione, il frammento è
decisivo per determinare: la natura
delle vie di ricerca per pensare; il
numero di tali vie; (iii) l’obiettivo della polemica parmenidea. In
particolare, relativamente all’ultimo punto, è dall’Ottocento oggetto di
contesa l’attribuzione esatta dei riferimenti a βροτοὶ εἰδότες οὐδέν (mortali
che nulla sanno), δίκρανοι (uomini a due teste), e ἄκριτα φῦλα (schiere
scriteriate), che molti hanno inteso come allusioni a Eraclito e seguaci,
trovando nelle espressioni degli ultimi versi un possibile riscontro verbale
(come abbiamo segnalato in nota): οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν
νενόμισται κοὐ ταὐτόν, πάντων δὲ παλίντροπός ἐστι κέλευθος per i quali esso è
considerato essere e non essere la stessa cosa e non la stessa cosa: ma di
[costoro] tutti il percorso torna all'indietro (B6.8-9). La natura delle vie Il
primo verso e il primo emistichio del secondo, che sembrano fornire
nell’insieme un asserto e le condizioni che lo giustificano (come evidenziato
dal ricorso all’indicatore di premessa γάρ), introducono il primo problema
interpretativo: χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν δ΄
οὐκ ἔστιν che può rendersi letteralmente come: 367 È necessario il dire e il
pensare che ciò che è è; poiché è possibile essere [ovvero, come preferiamo: è
possibile infatti essere], il nulla, invece, non è. La nostra traduzione4
ricava due formule modali (è necessario, è possibile) dal testo greco, che
appare invece immediatamente costruito su tre formule tautologiche: ἐὸν ἔμμεναι
(letteralmente: ciò che è [l'essere] è), ἔστι εἶναι (che si potrebbe rendere
letteralmente: è essere ovvero [l']essere è), μηδὲν οὐκ ἔστιν (letteralmente:
ni-ente non è). L’essere dell’ente Il primo emistichio è costituito da tre
blocchi testuali: l’espressione verbale
χρή, che abbiamo reso come è necessario: si tratta di una formula con cui la Dea
rileva un passaggio significativo della propria comunicazione, proposto come
conclusione di un argomento (le premesse introdotte dall'indicatore γάρ); le due forme verbali all’infinito λέγειν e
νοεῖν precedute da τό, con valore di articolo sostantivante (il [fatto di]
dire, il [fatto di] pensare), ovvero, come crede qualcuno, di dimostrativo in
funzione prolettica (dire questo e pensare questo: ….); in ogni caso è evidente
che la Dea (Parmenide) coinvolge due verbi particolarmente pregnanti nel
contesto della sua rivelazione: νοεῖν richiama immediatamente B3 e B2.2 (νοῆσαι),
mentre λέγειν può collegarsi a φράζω (B2.6-8); (iii) l’insieme verbale ἐὸν ἔμμεναι,
formato dal participio presente del verbo essere (ἐόν, forma ionica di ὂν:
essente, ovvero ente o ancora ciò che è e quindi anche essere) e dall’infinito
dello stesso verbo (ἔμμεναι nella forma epica), che 4 Per le costruzioni e
traduzioni alternative rinviamo alle note testuali al frammento. 368 abbiamo
reso, come appare naturale, come proposizione infinitiva (dichiarativa) retta
da λέγειν e νοεῖν: si tratta della prima formulazione ambigua (per la
multivocità del verbo essere) della tautologia centrale (μηδὲν οὐκ ἔστιν non fa
che esprimerla in negativo: da una lato l’ente di cui si afferma l’essere,
dall’altro il ni-ente di cui si nega lo stesso essere). Nel contesto la
traduzione proposta appare plausibile, ed evidenzia la difficoltà di
interpretazione dell’ultimo blocco: la scelta di Parmenide è chiaramente quella
di sfruttare la densità semantica della coppia participio-infinito dello stesso
essere, per marcare l’identità di soggetto e verbo. L’effetto ricercato
potrebbe essere quello su cui giustamente insiste la lettura heideggeriana di
Beaufret 5 e Conche 6 - di richiamare l’attenzione sull’εἶναι (ἔμμεναι) dell’ἐόν,
sull’essere di ciò che è; ovvero, più semplicemente, sul fatto d’essere,
sull'evidenza dell'esistenza. È da tener presente che, in B2.7-8, la Dea aveva
denunciato come: οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε
φράσαις· poiché non potresti conoscere ciò che non è (non è infatti cosa
fattibile), né potresti indicarlo. B6 si apre appunto sostituendo
all’espressione negativa τό μὴ ἐὸν di B2.7 il positivo ἐόν; al rilievo
dell’impossibilità di conoscere e indicare (esprimere) ciò che non è, quello
della necessità di dire e pensare l’essere dell’ἐόν. Nel passaggio interviene
l’importante novità dell’introduzione del soggetto di εἶναι (ἔμμεναι), ἐόν
appunto: l’affermazione è e non è possibile non essere (B2.3: ὅπως ἔστιν τε καὶ
ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι) che caratterizzava il Πειθοῦς κέλευθος, percorso di
Persuasione, trova in B6.1a ἐόν come proprio naturale soggetto di referimento.
Nella sequenza B2-B6, possiamo intendere ἐόν come formula concettuale scaturita
dalla riflessione sull'espressione della prima via di 5 Parménide, Le poème,
présenté par J. Beaufret, cit. 81. 6 102. 369 ricerca per pensare7: formula che
manifesta l’essere di ciò di cui si afferma ἐστίν, ovvero come formula
sintetica riassumente la totalità delle cose che si manifestano nella
esperienza (come ricorda Thanassas8, è frequente l’uso del plurale ἐόντα nella
sezione sulla Alētheia) di cui ἐστίν focalizza il fatto d’essere: ciò che è,
l’ente, la “cosa”, è, esiste. Siamo portati decisamente a credere che, nel
contesto, il valore di ἔμμεναι sia esistenziale, pur avendolo reso ambiguamente
con essere. L’uso dell’iniziale χρή anche senza volergli attribuire il
significato forte di necessità logica è funzionale alla ripresa della
conclusione negativa di B2 riguardo a τό μὴ ἐὸν, integrata dal rilievo di B3: τὸ
γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι La stessa cosa, infatti, è pensare ed essere.
Delle due vie di ricerca di B2 le uniche per pensare - quella che pensava che
non è è di fatto indisponibile, perché, come abbiamo ricordato, ciò che non è
non è conoscibile né esprimibile; questo porta la Dea in B3 a rilevare il nesso
tra νοεῖν e εἶναι, tra il pensiero che svela (νοεῖν) e l’unico suo reale
oggetto possibile (εἶναι) alla luce dell’iniziale alternativa tra le vie.
Nell’apertura di B6, ai due infiniti (λέγειν e νοεῖν) viene esplicitamente
attribuito un oggetto: la dichiarativa ἐὸν ἔμμεναι (ciò che è è). La Dea non si
limita in questo modo a riprendere ed esplicitare la propria tesi: sottolinea
anche come pensiero e discorso debbano correttamente ammetterla9. A tale scopo,
in B6.1b-2a, ella reitera nella sostanza le risultanze di B2: ἔστι γὰρ εἶναι,
μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν essere, infatti, è possibile, 7 Thanassas p. 45. 8 Ivi 44.
B4.1-2, B8.25, B8.47-8. 9 Cordero 92. Preferiamo attenuare il carattere di
necessità logica che Cordero attribuisce a χρή. 370 il nulla, invece, non è. La
formula ἔστι εἶναι può estrarsi positivamente dall'insieme di affermazione e
proibizione nella prima via di ricerca per pensare: ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι
μὴ εἶναι. L'espressione μηδὲν οὐκ ἔστιν, a sua volta, ribadisce l'assolutezza
della seconda via: ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, attribuendo
coerentemente a οὐκ ἔστιν un adeguato soggetto logico. La traduzione dei due
emistichi e la loro interpretazione sono comunque particolarmente controverse.
Essere, non-essere Traducendo letteralmente: ἔστι γὰρ εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν
abbiamo almeno tre possibili costruzioni e relative plausibili soluzioni: intendere il precedente ἐὸν come soggetto del
primo emistichio e μηδὲν del secondo: poiché [ovvero: infatti] è essere, il
nulla, invece, non è; intendere ἐὸν come
soggetto di entrambi, con μηδὲν predicato (come εἶναι): poiché [ovvero:
infatti] è essere, e non è nulla; 371 (iii) intendere εἶναι come soggetto del
primo emistichio e μηδὲν del secondo: poiché [ovvero: infatti] l'essere è, il
nulla, invece, non è. Nell'ultimo caso, esplicitamente ritroveremmo la
disgiunzione ἐστί\οὐκ ἔστι, accompagnata dai due soggetti logici (il primo εἶναι,
il secondo μηδέν) che la trasformano in una duplice asserzione tautologica
(quindi vera). Per molti versi si tratta della versione più naturale10, ma ha
lo svantaggio di non dare del tutto ragione dell’uso di γάρ. Seguendo una
affermazione (χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι), esso dovrebbe introdurre
le proposizioni in grado di giustificarla: ora la doppia tautologia (si tratta
dell’aspetto che rende più perplessi) sembra semplicemente riformulare la
dichiarativa (εἶναι funge da soggetto in sostituzione di ἐόν), negando l’essere
al soggetto contrario ([il] ni-ente). La Dea, dunque, sosterrebbe la propria
tesi direttamente, marcando la non esistenza del non-essere: oggetto del dire e
del pensare non può allora che essere ciò che è, perché solo ciò che è [l’essere]
è [esiste]. Il vantaggio di questa soluzione è quello di mettere in valore la
possibile struttura delle due vie di B2: come abbiamo osservato, la
disgiunzione ἐστί\οὐκ ἔστι è riformulata in termini tautologici, dunque
investirebbe in realtà due verità, in questo senso proposte come le uniche vie
di ricerca per pensare11, una delle quali (sviluppare coerentemente la premessa
che è) feconda, l’altra (sviluppare coerentemente la premessa che non è)
assolutamente improduttiva. Questo spiegherebbe il tono del discorso della Dea,
che cambia e si fa sprezzante solo quando denuncia la confusione dei βροτοί che
incrociano le due vie: come fa osservare Giorgio 10 Tra l'altro potrebbe essere
suffragata dal fatto che due codici (BC) di Simplicio riportano τò εἶναι. 11 In
questo senso la lettura della Germani 191. 372 Colli12, la via enunciata in
B2.5 non era stata rifiutata con disprezzo, perché volgare, come accade invece
con quella formulata a partire da B6.4. Le altre due soluzioni, in fondo, non
si allontanano concettualmente dalla precedente, trovando comunque nel contesto
dei frammenti una loro sensata giustificazione. Nel primo caso (poiché è
essere, il nulla, invece, non è) sarebbe messo in valore l'essere di ciò che è
(ἐόν), dell'ente, ribadendo la non esistenza del nulla, del
"ni-ente"; nel secondo (la costruzione appare meno naturale) la Dea
otterrebbe lo stesso risultato sottolineando che ciò che è è essere e non è
nulla. È necessario, è possibile, non è possibile Un’interessante soluzione
alternativa alla traduzione letterale è quella proposta da O’Brien: essa,
rendendo ἔστι\οὐκ ἔστι con valore potenziale, ricava da B6.1-2a tre espressioni
modali: necessità (χρή), possibilità (ἔστι), impossibilità (οὐκ ἔστιν): Il faut
dire ceci et penser ceci: l’être est; car il est possible d’être, il n’est pas
possible que ce qui n’est rien. Poiché è possibile essere ed è impossibile che
il ni-ente sia, dire e pensare (presupposti nel ragionamento) dovranno
riconoscere come loro oggetto necessario l’ente. Come ricorda l’autore13,
infatti, i candidati a essere oggetto di tali attività sono ἐόν e μηδέν: il
primo può esistere, il secondo no. La difficoltà di questa interpretazione è
principalmente legata alla lingua greca, in cui ἔστι assume valore potenziale
in relazione con un infinito: è dunque legittima la traduzione del secondo
emistichio del v.1, problematica la traduzione di B6.2a, nella quale, 12 Gorgia
e Parmenide. Lezioni 1965-1967, a cura di E. Colli, su appunti di E. Berti,
Adelphi, Milano 2003 175. 13 O’Brien, Études sur Parménide, cit., vol. I 214. 373
non a caso, O’Brien sottintende un infinito (μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν < εἶναι
>). Anche Mansfeld14 opta per una (diversa15) resa potenziale in entrambi i
casi, proprio per garantire la corrispondenza, pur riconoscendo ininfluente la
traduzione con valore esistenziale di B6.2a (come abbiamo scelto di fare).
Parmenide potrebbe dunque aver derivato, dall’affermazione della possibilità
dell’essere e dalla negazione del nulla, la necessità che l'essere sia16. Resta
comunque valida l’obiezione, avanzata da Leszl 17, per cui, attribuendo alle
due ricorrenze di ἔστι valori diversi, verrebbe meno la simmetria e soprattutto
l'uniformità nell’impiego del verbo. Le due vie di B2 in B6 In apertura di B6,
insomma, la Dea ritorna sull’alternativa delineata in B2, precisandola:
sottolinea la necessità (correttezza) del riconoscimento dell’ἐόν come oggetto
di λέγειν e νοεῖν, escludendo che μηδέν (τό μὴ ἐὸν di B2.7), teorico contenuto
della via di ricerca non è ed è necessario non essere, esista. In pratica ci
troviamo di fronte a una riproposizione in positivo della conclusione di B2. La
puntualizzazione riguarda le uniche vie di ricerca per pensare: alla pura
formulazione oppositiva ὅπως ἔστιν\ὡς οὐκ ἔστιν si sostituiscono le espressioni
tautologiche ἐὸν ἔμμεναι, ἔστι εἶναι, e μηδὲν οὐκ ἔστιν, con l’esplicitazione,
dunque, di adeguati soggetti logici. 14 90. 15 Traduce: denn dieses (das
Seiende) kann sein, ein Nichts hingegen kann nicht sein. 16 Colli (Gorgia e
Parmenide, cit. 174) ha osservato come l'affermazione iniziale di B6.1 (ἐὸν ἔμμεναι)
sia l'enunciazione della prima via di B2, mentre B6.2 enuncerebbe la seconda.
Ciò confermerebbe, secondo Colli, i soggetti delle due vie: ciò che è, ciò che
non è. Questa lettura fa cogliere un nuovo aspetto: nel frammento 6 ci sarebbe
una congiunzione delle due vie. Tra la possibilità che l’essere sia e la
necessità che il nulla non sia, dovremmo scegliere la possibilità, che così
diventerebbe a sua volta necessità. 17 133. 374 In B2 la Dea aveva prospettato
due potenziali percorsi di indagine gli unici per pensare: l'uno, ricercava pensando ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς
οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, in pratica sviluppando le implicazioni dell'affermazione di
esistenza - è - e negando possibilità al non-essere: valorizzando il
significato arcaico di νοεῖν (come un vedere che coglie immediatamente il
proprio oggetto), si potrebbe sostenere che lungo questa pista di indagine il
focus era destinato a concentrarsi assolutamente sull'essere; l’altro, al contrario, tentava la ricerca
imboccando la direzione opposta, pensando cioè ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι
μὴ εἶναι, nello sforzo di ricavare le implicazioni della negazione non è
rinforzata dal vincolo di necessità: in tal modo la seconda via di ricerca per
pensare tracciava un percorso verso il nulla, subito inibito in quanto in tale
direzione non vi era ni-ente (μηδὲν) da vedere e riferire. La seconda via
poteva essere delineata solo come radicale alternativa alla prima e
sostanzialmente per confermarne la necessità: non è possibile νοεῖν, nel senso
originario di percezione mentale, se non di ciò che è. La Dea, infatti, aveva
immediatamente connotato la prima via come Πειθοῦς κέλευθος, in quanto capace
di condurre alla vera realtà (Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ): un convincente chiarimento
in merito era giunto però solo nei versi successivi, quando, a proposito della
via alternativa, ella aveva ammonito che τό μὴ ἐὸν è indisponibile
all’effettiva conoscenza ed espressione. In B2.7 la Dea aveva dunque estratto
l'oggetto della seconda via, implicitamente ponendo quello della prima. In
B6.1-2a, abbiamo l'indicazione in positivo dell'oggetto della ricerca: χρὴ τὸ
λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι e l'esplicitazione dei soggetti logici adeguati
delle formule delle vie: ciò che è è (ovvero l'essere è) e il nulla [ovvero,
letteralmente: ni-ente] non è. A questa lettura che ha conseguenze, come
vedremo, sull'interpretazione dell’intero frammento - si contrappone in
particolare 375 quella di Cordero (ma condivisa da altri), secondo cui nel
complesso 6.1b-6.2a si registrerebbe la presentazione della prima via18: il
nulla non esiste di B6.2a sarebbe una semplice riformulazione di 2.3b: non è
possibile non essere, riferendosi quindi alla prima via19. In questo senso si è
orientato di recente anche Palmer20. Alla seconda via, a detta di Cordero, la
Dea alluderebbe invece subito dopo, connotando l'indiscriminata combinazione di
essere e non-essere: le cose dovrebbero essere e non essere allo stesso tempo,
come segnalato da B7.1 (εἶναι μὴ ἐόντα che esistano cose che non sono). La
struttura argomentativa, tuttavia, suggerisce che quanto è necessario
riconoscere (dire e pensare) - ἐὸν ἔμμεναι è la compiuta, esplicita espressione
della formula per la prima via; a sua giustificazione sono addotte la
possibilità dell'essere e l'inesistenza del nulla. È decisivo soprattutto
questo rilievo. In B2.6-8 la Dea aveva infatti sottolineato il nesso tra la
seconda via e τό γε μὴ ἐὸν: essa era sentiero del tutto privo di informazioni
(παναπευθής ἀταρπός) in quanto ciò che non è è inconoscibile e indiscernibile.
La sua negatività è ora tradotta nella tautologia μηδὲν οὐκ ἔστιν, come
elemento dimostrativo per richiamare l’attenzione sulla necessità dell'opposto ἐὸν
ἔμμεναι. Il guadagno teorico su B2 riguarda sia la riconsiderazione critica
(argomentativa) del Πειθοῦς κέλευθος (percorso di Verità), inizialmente
introdotto in forma direttiva, sia la definizione ufficiale del suo oggetto: ἐόν.
Il numero delle vie È indicativa la formula utilizzata per valorizzare
l’argomento proposto in apertura di B6: la Dea, infatti, con espressione
caratteristica dell’epica omerica ed esiodea, insiste: 18 By Being, It Is, cit.
99. 19 Ivi 105. 20 Parmenides et Presocratic Philosophy, cit. 112-3. Palmer
offre comunque un'interpretazione diversa delle vie. 376 τά σ΄ ἐγὼ φράζεσθαι ἄνωγα
Queste cose io ti esorto a considerare, che sembra richiamare l’invito iniziale
di B2: εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας Orsù, io dirò - e tu
abbi cura della parola, una volta ascoltata. Come in quel caso, la Dea
sottolinea il rilievo dell’alternativa tra le due vie per la corretta
comprensione della realtà: il fraintendimento della loro natura, in effetti, è
all’origine della confusione dei mortali che nulla sanno, come appureremo tra
breve. Analogamente, dopo aver presentato la via è ed è necessario non essere, la Dea si
premura di osservare (B2.6): τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν Questa
ti dichiaro essere sentiero del tutto privo di informazioni; in B6.3, allora,
ella ribadisce (immediatamente dopo aver affermato che il nulla invece non è):
πρώτης γάρ σ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ ταύτης διζήσιος < εἴργω > Da questa prima via di
ricerca, infatti, ti < tengo lontano >. Questa versione del testo greco,
con l’integrazione della lacuna dei codici assunta da Diels (sulla base di una
tradizione che risale alla edizione aldina del 1526), è stata vigorosamente
avversata da Cordero e abbandonata anche da Nehamas21 (e dalla Curd22), i quali
propongono, rispettivamente, di integrare con il verbo ἄρχω-ἄρχομαι (forma
media), cominciare: 21 A. Nehamas, “On Parmenides’ Three Ways of Inquiry”,
Deucalion, 33-34, 1981 197-211. 22 Di ciò diamo conto in nota al testo greco.
377 πρώτης γάρ τ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ ταύτης διζήσιος < ἄρξει > since you < will
begin > with this first way of investigation, πρώτης γάρ σ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ ταύτης
διζήσιος << ἄρξω > For, first, < I will begin > for you from
this way of inquiry. L’esigenza di mettere in discussione la lezione
tradizionale, sebbene giustificata da un punto di vista filologico dalla
oggettiva corruzione del testo dei manoscritti (con l’ulteriore possibilità che
la lacuna si estenda a più versi), è dettata soprattutto dalla incoerenza cui
si va incontro interpretando i primi due versi del frammento come ripresa della
sola via che è e che non è possibile non essere, da cui, ovviamente la Dea non
potrebbe trattenere ovvero tenere lontano23, bensì solo cominciare o invitare a
cominciare. Pur segnalando la lacuna e riconoscendo la coerenza degli argomenti
filologici di Cordero, non crediamo necessario integrare secondo la sua lezione
24, ma offrirla solo come possibilità. L’interpretazione che proponiamo è
coerente con la lettura tradizionale, dal momento che consente di riferire il
complemento iniziale e il dimostrativo ταύτης alla formula μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν.
Essa evocava l'unica indicazione desumibile dalla via di indagine che non è e
che è necessario non essere: l'oggetto che se ne può estrarre in verità non
esiste. È probabile che dopo l'enunciazione delle due vie la Dea avesse
condotto la discussione a partire dalla seconda, mettendo in guardia dal suo
coinvolgimento: B6 e B7 rappresenterebbero la conclusione di tale disamina,
mirata ad affermare la necessità del riconoscimento che ἐὸν ἔμμεναι. In questo
23 Noto, per inciso che, nel caso del verso B6.3, Cordero preferisce la lezione
τ’ dei codici BC a quella σ’ (pronome personale) di D (con E e F), di cui si
era sottolineata, per la lezione del verso precedente, la bontà. Traducendo con
il personale ti, l’integrazione proposta risulterebbe impraticabile nel caso di
Cordero, meno naturale nel caso di Nehamas (comincerò per te). 24 Che appare
comunque plausibile, dal momento che la costruzione ἄρχεσθαι + ἀπό è
caratteristica nella letteratura greca arcaica. 378 senso, la seconda via
prospetta diventa prima nell’ordine espositivo. Da questa prima via di ricerca,
poi da quella…. Per chi (come Cordero, come noi e come altri) fa leva su B2 per
sostenere un modello duale per le vie parmenidee, B6.4-5 propone una
difficoltà, che la soluzione di Cordero e Nehamas effettivamente sembra risolvere,
indicando una sequenza nell’esposizione della Dea. Adottando la congettura di
Cordero avremmo: πρώτης γάρ τ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ ταύτης διζήσιος < ἄρξει > αὐτὰρ ἔπειτ΄
ἀπὸ τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν < πλάσσονται > con questa prima via
di ricerca comincerai, poi con quella che mortali che nulla sanno s’inventano.
Una sequenza che potrebbe alludere alle due sezioni del poema, e richiamare
B8.50-52, considerato passaggio conclusivo della Alētheia e introduzione alla
Doxa: ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης · δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε
βροτείας μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων A questo punto pongo termine
per te al discorso affidabile e al pensiero intorno alla Verità; da questo
momento in poi opinioni mortali impara, l’ordine delle mie parole ascoltando,
che può ingannare. 379 Nella tradizione interpretativa, è stata decisiva (come
per altri aspetti) la presa di posizione di Karl Reinhardt25, il quale, dal
confronto tra B2 e B6, ricavò l’indicazione di tre vie: quella che affermerebbe l'essere è (ricavata
da B2); quella che affermerebbe (a)
l'essere non è (ricavata da B2) ovvero (b) il nonessere è (ricavata da B7.1);
(iii) infine quella che affermerebbe l'essere sia è sia non è ovvero sia
l'essere sia il non-essere sono. La prima via da evitare (nella lettura
tradizionale di Diels di B6.3) sarebbe la seconda via di B2; l’altra via da
evitare (B6.4) sarebbe allora una terza via rispetto alle due menzionate in B2:
dal momento che essa esplicitamente coinvolge la condizione dei mortali, Reinhardt
concludeva che dovesse concernere l’ambito dell'opinione26. È proprio per
precisare questo passaggio classico delle interpretazioni parmenidee che il
nodo delle vie richiede di essere affrontato e risolto (per quanto è possibile)
in questa sede. A noi appaiono indiscutibili alcuni punti: B2 delinea in modo netto una alternativa (ἡ μὲν
ὅπως... ἡ δ΄ ὡς), marcando l’esaustività (le uniche per pensare ) delle vie di
ricerca prospettate; B2 offre con le
uniche vie di ricerca per pensare due direzioni d'indagine lungo le quali
dirigersi: (a) la prima muove dall’immediata evidenza: è (ἔστιν), estraendone
essere (εἶναι) e respingendo la possibilità della sua antitesi (οὐκ ἔστι μὴ εἶναι);
(b) la seconda dalla connessa negazione: non è (οὐκ ἔστιν), marcando la necessità
del non-essere (χρεών ἐστι μὴ εἶναι); (iii) lo stesso B2 registra
immediatamente l'asimmetria delle due vie indicate: l'indagine, infatti, non
potrà in realtà procedere lungo la seconda, in quanto non potrebbe discernervi
alcunché: non è possibile conoscere né indicare ciò che non è; (iv) le vie di
ricerca per pensare sono introdotte come vere e proprie premesse della
complessiva esposizione della Dea: le sue 25 Nel suo epocale K. Reinhardt,
Parmenides und die Geschichte der griechischen Philosophie, Vittorio
Klostermann, Frankfurt a.M. 1916. 26 Sulla questione molto chiara la
ricostruzione di Leszl 120-1. 380 parole (io dirò - e tu abbi cura della
parola, una volta ascoltata) suggeriscono il rilievo cruciale dell'alternativa
per il kouros (e dunque anche per il discepolo, l’ascoltatore e il lettore);
(v) difficile quindi ipotizzare che Parmenide attribuisca alla Dea la
responsabilità di sostenere come possibile via di indagine (per pensare!) la
tesi contradditoria: οὐκ ἔστιν ἐόν - via dell'errore, come vorrebbe Cordero27:
è vero, piuttosto, che alla seconda via si alluderà (B8.17-8) come οὐ ἀληθής ὁδός
(via non genuina), percorso di indagine che non può concretizzarsi in
conoscenza; (vi) dalle due vie, invece, potranno essere estratte due verità
basilari per le successive argomentazioni: l'essere è necessariamente, il
non-essere non esiste. Mentre si potrà procedere ulteriormente a determinare la
prima via (seguendo i σήματα di B8), nulla potrà dirsi di più della seconda,
evocata solo per marcare la necessità della direzione d'indagine alternativa.
Come segnala la Germani 28 (e, in una prospettiva diversa, Cordero29 ),
potrebbe in questo senso non essere casuale l'eco parmenidea della formulazione
aristotelica del principio del terzo escluso: τὸ μὲν γὰρ λέγειν τὸ ὂν μὴ εἶναι ἢ
τὸ μὴ ὂν εἶναι ψεῦδος, τὸ δὲ τὸ ὂν εἶναι καὶ τὸ μὴ ὂν μὴ εἶναι ἀληθές dire che
l'essere non è o che il non essere è è infatti falso; [dire] che l'essere è e
il non essere non è è invece vero (Metafisica IV, 7 1011 b26-27). B6.1-2 costituirebbe,
quindi, lo sviluppo della conclusione di B2: la Dea, rievocando
(implicitamente) l'alternativa tra le vie, afferma la necessità di riconoscere
che ciò che è è (ἐὸν ἔμμεναι), attraverso il rilievo della possibilità di
«essere (ἔστι 27 By Being, It Is…, cit. 73. 28 193. 29 By Being, It Is…, cit. 105
nota. 381 εἶναι), e dell’inesistenza del nulla (μηδὲν οὐκ ἔστιν) 30. In
B8.15-18 il passaggio sarà richiamato: ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν ἢ
οὐκ ἔστιν· κέκριται δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη, τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ
ἀληθής ἔστιν ὁδός - τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι Il giudizio in
proposito dipende da ciò: è o non è. Si è dunque deciso, secondo necessità, di
lasciare l’una [via] impensabile [e] inesprimibile (poiché non è una via
genuina), e che l’altra invece esista e sia reale. Il testo è significativo,
secondo noi, perché scandisce efficacemente le sequenze del procedimento
parmenideo: (a) introduzione (logica: le vie sono per pensare) della
disgiunzione è\non è; (b) esclusione della via che non è in quanto ἀνόητον e ἀνώνυμον
(che richiamano le connotazioni di B2.7-8); (c) riconoscimento dell’unica via
praticabile per la ricerca: essa esiste è vera\reale (ἐτήτυμον), mentre l’altra
non lo è (non è genuina, ἀληθής), non può costituirsi, per sua natura, come
effettivo percorso di ricerca. Liquidata la via ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι
μὴ εἶναι in quanto percorso di ricerca impraticabile (il nulla non è), prima
ancora di dedicarsi al sondaggio dell’unica via genuina (ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ
ἔστι μὴ εἶναι), la Dea si sofferma sull’erronea invenzione dei mortali che
nulla sanno (βροτοὶ εἰδότες οὐδέν), effetto del colpevole misconoscimento delle
implicazioni nell’alternativa ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν. Ancorché prospettata come ὁδὸς
διζήσιος, la strada imboccata dai βροτοὶ εἰδότες οὐδέν è chiara- 30 L’argomento
sarebbe quindi: ἔστι εἶναι, μηδὲν οὐκ ἔστιν ® ἐὸν ἔμμεναι. 382
mente caratterizzata, nelle scelte espressive dell’autore, come illusione31.
L’impotenza dei mortali Il registro linguistico all’interno dei frammenti del
poema muta sensibilmente, per assumere i toni della risentita disapprovazione:
αὐτὰρ ἔπειτ΄ ἀπὸ τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν < πλάσσονται >,
δίκρανοι· ἀμηχανίη γὰρ ἐν αὐτῶν στήθεσιν ἰθύνει πλακτὸν νόον e poi da quella
che appunto mortali che nulla sanno, uomini a due teste: impotenza davvero nei
loro petti guida la mente errante (B6.4-6). Questi versi assumono una grande
importanza soprattutto per lo sfondo culturale che sembrano evocare: Gigon,
Verdenius, Pasquinelli, Fränkel sottolineano come la terminologia parmenidea,
ricavata da formule consolidate dell’epica e della lirica greca arcaica,
veicoli un senso tragico dell’esistenza. Non a caso Jaeger32 richiama i versi
del Prometeo eschileo (probabilmente di pochi decenni posteriore al poema Sulla
natura): λέξω δὲ μέμψιν οὔτιν’ ἀνθρώποις ἔχων, ἀλλ’ ὧν δέδωκ’ εὔνοιαν ἐξηγούμενος·
οἳ πρῶτα μὲν βλέποντες ἔβλεπον μάτην, κλύοντες οὐκ ἤκουον, ἀλλ’ ὀνειράτων ἀλίγκιοι
μορφαῖσι τὸν μακρὸν βίον ἔφυρον εἰκῆι πάντα 31 Soprattutto se intendiamo il
verbo retto da βροτοί come forma di πλάσσομαι, mi invento e non di πλάζω vado
errando, come interpreta Diels, seguito da molti altri. 32 W. Jaeger, La
teologia dei primi pensatori greci, cit. 155. L’autore osserva: par di sentire
l’eco di un’esortazione religiosa. 383 Parlerò senza disprezzo per gli uomini,
narrando solo del favore dei miei doni. Dapprima essi, pur avendo occhi, in
vano osservavano; avendo orecchi non ascoltavano; solo di sogni simili alle
forme, la lunga vita impastavano tutta senza disegno (Eschilo, Prometeo
incatenato 445-50). Non vi è dubbio che Parmenide, nei versi di B6, sia
impegnato a stigmatizzare una condizione mortale, facendo riecheggiare spunti
della tradizione letteraria che si possono ancora riscontare nella produzione
filosofica del V secolo in Eraclito ed Empedocle. La ἀμηχανίη segna la
costituzione dei βροτοί (ricordiamo che è una divinità a parlare, ribadendo un
consolidato stereotipo già impiegato dal poeta nel proemio): l’impotenza si
traduce in una sorta di paralisi della comprensione, in una confusa percezione
della realtà e in un vano orientamento. Proprio come denunciato da Prometeo.
Ma, rispetto al luogo comune fissato nel mito, Parmenide pone l’accento
sull'incapacità di discriminare tra le due vie, e dunque su un intreccio
perverso di essere e non-essere: l’obiettivo polemico appare dunque una falsa
interpretazione del mondo reale, dell’esperienza, di cui si sottolineerà
l’inconsapevole consolidamento nel linguaggio del sentire comune, in una vera e
propria “seconda natura” (ἔθος di B7.3)33. La Dea riferisce ai mortaliuna prima
serie di caratteristiche negative. Li qualifica come εἰδότες οὐδέν, che nulla
sanno, una formula frequentemente impiegata nell’epica e nella lirica per
indicare la limitatezza dell’orizzonte umano34 (concentrato sul presente,
immemore del passato e ignorante del futuro)35. Li connota come δίκρανοι,
uomini a due teste, coniando un termine ad hoc per alludere allo specifico
deficit di comprensione: la mancata discriminazione tra le due vie comporta che
quei mortali guardino contemporaneamente in due direzioni. Attribuisce loro la
“finzio- 33 Su questo Ruggiu 257. 34 Ivi 259. 35 A questa situazione mortale
era stata contrapposta la conoscenza rivendicata in B1.3 (εἰδώς φώς). 384 ne”
(πλάσσονται, si inventano) di una via: invenzione evidentemente frutto della
confusione delle uniche vie di ricerca per pensare. Denuncia la loro ἀμηχανίη,
la debolezza per cui la loro mente (νόος) cede all’attrazione del non-essere -
alla vertigine del nulla, come si esprime Conche36. In tal modo ella collega a
un impulso irrazionale la chiave dell’erranza dei mortali: ἐν αὐτῶν στήθεσιν,
nei loro petti, potrebbe riferirsi a una localizzazione dello θυμός che
consenta di differenziarne la funzione rispetto al νόος. Queste determinazioni
negative sono ulteriormente accentuate con espressioni che sottolineano la
fenomenologia del disorientamento: οἱ δὲ φοροῦνται. κωφοὶ ὁμῶς τυφλοί τε,
τεθηπότες, ἄκριτα φῦλα Essi sono trascinati, a un tempo sordi e ciechi, sgomenti,
schiere scriteriate (B6.6-7). I mortali, dunque, non sono in controllo di sé;
il loro atteggiamento ne svela la radicale incomprensione, che si manifesta a
tre livelli: nella perdita di contatto
con la realtà: gli organi di senso deputati (la vista e l’udito) producono nel
loro caso dei mortali isolamento, distorsione;
nella conseguente tonalità emotiva della sorpresa37, da intendere nel
contesto non come positiva apertura alla comprensione, bensì come sintomo della
condizione contraria: profonda confusione; (c) nella mancanza di giudizio38, di
discernimento (κρίσις, κρινεῖν), con cui spregiativamente la Dea connota le
schiere (φῦλα) dei βροτοί, cioè la loro massa, il loro insieme indistinto, come
confusa è la loro percezione della realtà. 36 108. 37 Con formula omerica
(τεθηπότες): in Omero (Odissea) lo sgomento era attribuito allo θυμός e
localizzato nel petto (ἐνι στήθεσσι). 38 Si tratta, a nostro avviso,
dell’indicazione più importante nell’insieme del frammento. 385 Le due sequenze
su cui ci siamo concentrati sono interessanti perché mostrano lo sforzo di
Parmenide, per bocca della divinità, di ridefinire lo stereotipo tradizionale
della fragilità mortale: così nel poeta-sapiente non troviamo alcuna condanna
dell’uomo in quanto tale, semmai, sin dal proemio, il tentativo di individuare
la norma razionale che vincoli umano e divino (Untersteiner). In questo senso
la posizione di Parmenide appare vicina a quella del contemporaneo Eraclito: τοῦ
δὲ λόγου τοῦδ’ ἐόντος ἀεὶ ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι καὶ πρόσθεν ἢ ἀκοῦσαι καὶ ἀκούσαντες
τὸ πρῶτον· γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι,
πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν
διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει. τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους λανθάνει ὁκόσα ἐγερθέντες
ποιοῦσιν, ὅκωσπερ ὁκόσα εὕδοντες ἐπιλανθάνονται Di questo logos che è sempre
gli uomini si rivelano senza comprensione, sia prima di udirlo, sia subito dopo
averlo udito; sebbene tutto infatti accada secondo questo logos, si mostrano
privi di esperienza, mentre si misurano con parole e azioni quali quelle che io
presento, analizzando ogni cosa secondo natura e mostrando come è. Ma agli
altri uomini rimane celato [sfugge] quello che fanno da svegli [dopo essersi
destati], così come sono dimentichi di quello che fanno dormendo (Sesto
Empirico; DK 22 B1) ὧι μάλιστα διηνεκῶς ὁμιλοῦσι λόγωι τῶι τὰ ὅλα διοικοῦντι,
τούτωι διαφέρονται, καὶ οἷς καθ’ ἡμέραν ἐγκυροῦσι, ταῦτα αὐτοῖς ξένα φαίνεται
proprio dal logos con cui hanno sempre costantemente rapporto, essi discordano,
e quelle cose in cui si imbattono quotidianamente appaiono loro estranee (Marco
Aurelio; DK 22 B72) ἀξύνετοι ἀκούσαντες κωφοῖσιν ἐοίκασι·φάτις αὐτοῖσιν μαρτυρεῖ
παρεόντας ἀπεῖναι 386 ascoltando senza comprensione assomigliano a sordi; di
loro è testimone il detto: pur presenti sono assenti (Clemente Alessandrino; DK
22 B34) ὁ Ἡ. φησι τοῖς ἐγρη γορόσιν ἕνα καὶ κοινὸν κόσμον εἶναι, τῶν δὲ
κοιμωμένων ἕκαστον εἰς ἴδιον ἀποστρέφεσθαι E. dice che per coloro che sono
desti il mondo è unico e comune, invece ciascuno di coloro che dormono ritorna
a un proprio mondo privato (Plutarco; DK 22 B89) ξὺν νόωι λέγοντας ἰσχυρίζεσθαι
χρὴ τῶι ξυνῶι πάντων, ὅκωσπερ νόμωι πόλις, καὶ πολὺ ἰσχυροτέρως. τρέφονται γὰρ
πάντες οἱ ἀνθρώπειοι νόμοι ὑπὸ ἑνὸς τοῦ θείου· κρατεῖ γὰρ τοσοῦτον ὁκόσον ἐθέλει
καὶ ἐξαρκεῖ πᾶσι καὶ περιγίνεται Coloro che vogliono parlare con intendimento
devono fondarsi su ciò che a tutti è comune, come la città sulla legge, e
ancora più fermamente. Tutte le leggi umane, infatti, si alimentano dell’unica
legge divina: poiché quella domina quanto vuole, basta per tutte le cose e
avanza (Stobeo; DK 22 B114). Senza voler entrare nel dettaglio
dell’interpretazione del pensiero di Eraclito, è sufficiente osservare come
nelle citazioni sia marcato l’isolamento del sapiente rispetto alle opinioni
condivise dai più: il suo discorso consapevole (λόγος) che annuncia come tutto
accada secondo il logos (che manifesta dunque la struttura stabile del
mutamento) è contrapposto all’incomprensione (mancanza di intelligenza della
realtà) degli altri (uomini). Le espressioni impiegate denunciano chiaramente
una condizione di inversione: pur essendo il logos alla base della realtà (in
Eraclito abbiamo una delle prime attestazioni di κόσμος come ordine del mondo)
che li circonda, gli uomini (ἄνθρωποι) ne ignorano la normatività; essi vivono
così non da desti (ἐγρήγοροι) in una condizione di torpore, stordimento: una
sorta di sonnambulismo. L’adesione al logos è adesione a ciò che è comune (τὸ
ξυνόν) e quindi sensato, oggettivo, diversamente dall’ottusità della incon- 387
sapevole esperienza quotidiana, che convince falsamente di un mondo
frammentario, discontinuo, caotico (il tema dell’estraneità). L’io della Dea di
Parmenide e l’io personale di Eraclito sono come correttamente segnalato da
Conche39 - dalla stessa parte, in quanto cooperatori del vero; dall’altra ci
sono coloro che non giudicano con la ragione: il segreto dell’erranza dei
mortali è nel loro stesso pensiero40. A noi pare che lo studioso francese abbia
colto nel segno sottolineando come l’espressione ἄκριτα φῦλα evochi l’uomo
collettivo, incapace di assumere la decisione (κρίσις) riguardo alle due vie:
in questo senso, analogamente a quanto registriamo nei frammenti dell’Efesio,
giudicare con intelligenza è possibile solo all’individuo che si distacchi
intellettualmente dalle credenze collettive41. Una via “inventata” Per
riassumere e concludere sulle vie di B6, ribadiamo la convinzione che Parmenide
reiteri, in apertura del frammento, l’alternativa di B2, introducendo poi, in
relazione a essa, il tema specifico dell’errore di fondo dei mortali. Il
passaggio alla confusa combinazione delle vie è accompagnato nel testo dal
recupero del motivo tradizionale dell’impotenza umana (tanto più
significativamente in quanto affidato alle parole di una divinità), che viene
tuttavia “curvato” per corrispondere alle peculiari esigenze polemiche
dell’autore. Il linguaggio parmenideo sembra insistere soprattutto sulla natura
illusoria di una ὁδὸς διζήσιος (via di ricerca), scaturita in realtà dalla
presunzione e debolezza cognitiva dei mortali. In questo senso esso non avalla
alcuna “terza via”, non le riconosce alcuna consistenza, nemmeno sul piano
strettamente logico: mentre la via che pensa che non è e che è necessario non
essere si presentava come uno dei corni della alternativa 39 Non a caso editore
sia dei frammenti parmenidei, sia di quelli eraclitei! 40 Conche 107. 41 Ivi 108.
388 fondamentale e, pur impercorribile, poteva almeno essere prospettata
correttamente, questa presunta “terza via” è stigmatizzata come “invenzione” di
coloro che nulla sanno, dunque come logicamente insostenibile. Le due vie di B2
possono essere ritradotte in forma tautologica in apertura di B6: ἐὸν ἔμμεναι e
μηδὲν οὐκ ἔστιν; anche per la seconda via, dunque, a dispetto della sua
negatività, è possibile, dunque, estrarre un soggetto, ancorché puramente
formale (μηδέν, ovvero τό γε μὴ ἐὸν). Dei βροτοὶ εἰδότες οὐδέν - che nel loro
scorretto argomentare e confuso parlare “si fingono” un commercio delle due vie
alternative - si rileva invece: οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν
νενόμισται κοὐ ταὐτόν per i quali esso è considerato essere e non essere la
stessa cosa e non la stessa cosa (B6.8-9). È opportuno ricordare che Simplicio
cita B6.1b-3 (dopo B2), tralasciando l’esordio del nostro frammento e
concentrandosi sulla disgiunzione essere-non essere: ὅτι δὲ ἡ ἀντίφασις οὐ
συναληθεύει, δι’ ἐκείνων λέγει τῶν ἐπῶν δι’ ὧν μέμφεται τοῖς εἰς ταὐτὸ
συνάγουσι τὰ ἀντικείμενα Sostiene che le proposizioni contraddittorie non siano
a un tempo vere [letteralmente: la contraddizione non sia vera] in quei versi
in cui biasima coloro che mettono insieme gli opposti (In Aristotelis Physicam
117, 2). Precisa inoltre: μεμψάμενος γὰρ τοῖς τὸ ὂν καὶ τὸ μὴ ὂν συμφέρουσιν ἐν
τῶι νοητῶι Dopo aver biasimato coloro che congiungono l’essere e il non-essere
nell’intelligibile (Simplicio, Phys. 78, 2; DK 28 B6). 389 Pur non concordando
con l’analisi specifica di Leszl (vicina a quella di Cordero), mi sembra
inoppugnabile la sua osservazione: Simplicio intende rilevare la contraddizione
in cui cadono i mortali combinando termini incompatibili (essere e non-essere).
Dei mortali che nulla sanno la Dea parmenidea denuncia essenzialmente
l’incapacità di discriminare πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι (essere e non essere), ταὐτὸν
κοὐ ταὐτόν (la stessa cosa e non la stessa cosa), che finiscono per essere
contraddittoriamente riferiti a ἐόν. Nella loro finzione, secondo la Dea, essi
indifferentemente assumono e combinano termini in realtà contraddittori, senza
rendersi evidentemente conto della loro incompatibilità: proprio nella
contestazione di tale ingiustificata, infondata assunzione, in questo come nei
due successivi frammenti, si appalesa l’accanimento verbale di Parmenide.
L’obiettivo della polemica Ma chi sono i mortali cui si rivolge l’attacco
parmenideo? È possibile individuare un obiettivo specifico, ovvero dobbiamo
pensare a una generica presa di posizione? Parmenide si limita a marcare la
strutturale, originaria impotenza umana (come vuole Reinhardt), magari per
legittimare la funzione rivelatrice della divinità (come vuole Mansfeld),
oppure dobbiamo intravedere nei versi di B6 (come nei successivi di B7) la
condanna di un errore determinato? Più precisamente: le assonanze espressive giustificano
il coinvolgimento di Eraclito (e di suoi non meglio precisati seguaci) come
oggetto delle critiche (come credono in molti), o dobbiamo piuttosto supporre
che Parmenide prenda posizione in generale rispetto allo sfondo complessivo (e
grandioso) della sapienza milesia (come sostengono, tra gli altri e in modo
diverso, Untersteiner e Gadamer)? In un certo senso, citando a conferma della
nostra lettura i frammenti eraclitei, abbiamo indirettamente già preso
posizione, almeno rispetto ad alcune posizione consolidate del dibattito
interpretativo. 390 Quella che mortali che nulla sanno s’inventano Se da un
lato è corretta l’osservazione di Coxon, per cui in B6.4 il complemento
pronominale (ἀπὸ τῆς) si riferisce alla ὁδὸς διζήσιος del verso precedente, e
dunque a “ricercatori”, è dall’altro possibile che Parmenide abbia colto
l’occasione per polemizzare nei confronti di coloro (il greco indica
genericamente βροτοί, mortali) che propongono un punto di vista ordinario, teoreticamente
ingenuo, in una veste ispirata o sapienziale. Nel linguaggio della Dea
sarebbero allora apostrofati (nulla sanno, εἰδότες οὐδέν) presunti sapienti che
esprimono, in verità, solo opinioni volgari. L’errore ascritto la mancata
discriminazione delle due vie di B2 - potrebbe genericamente riferirsi
all’incapacità di offrire una coerente (con le uniche vie di ricerca per
pensare) spiegazione dei processi naturali, preoccupazione esplicitata in
B8.38-41 e soprattutto nella seconda sezione del poema. Ricordiamo che anche
Eraclito ha modo di sviluppare, nei frammenti pervenutici, una polemica
analoga: la sua nuova nozione di saggezza da un lato lo spinge a rifiutare i
modelli della tradizione, discutendone lo spessore (il caso di Omero) o la
competenza (Esiodo), dall’altro a contestare l’enciclopedismo dei
contemporanei: τόν τε Ὅμηρον ἔφασκεν ἄξιον ἐκ τῶν ἀγώνων ἐκβάλλεσθαι καὶ ῥαπίζεσθαι
καὶ Ἀρχίλοχον ὁμοίως Sosteneva che Omero fosse degno di essere cacciato dagli
agoni e frustato e analogamente Archiloco (Diogene Laerzio; DK 22 B42) διδάσκαλος
δὲ πλείστων Ἡσίοδος· τοῦτον ἐπίστανται πλεῖστα εἰδέναι, ὅστις ἡμέρην καὶ εὐφρόνην
οὐκ ἐγίνωσκεν· ἔστι γὰρ ἕν Maestro dei più è Esiodo costui credono sapesse una
gran quantità di cose, lui che non aveva conoscenza di giorno e notte: sono
infatti la stessa cosa (Ippolito; DK 22 B57) 391 πολυμαθίη νόον ἔχειν οὐ
διδάσκει· Ἡσίοδον γὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτίς τε Ξενοφάνεά τε καὶ Ἑκαταῖον
l'apprendimento di molte cose non insegna la sapienza, altrimenti l'avrebbe
insegnata a Esiodo e Pitagora e ancora a Senofane e Ecateo (Diogene Laerzio; DK
22 B40) Πυθαγόρης Μνησάρχου ἱστορίην ἤσκησεν ἀνθρώπων μάλιστα πάντων καὶ ἐκλεξάμενος
ταύτας τὰς συγγραφὰς ἐποιήσατο ἑαυτοῦ σοφίην, πολυμαθίην, κακοτεχνίην.
Pitagora, figlio di Mnesarco, esercitò la ricerca più di tutti gli uomini e
raccogliendo questi scritti ne produsse la propria sapienza, il saper molte
cose, cattiva arte (Diogene Laerzio; DK 22 B129). L’obiettivo, nel caso di
Parmenide, potrebbe dunque essere generale, e coinvolgere le alternative al
modello di sapienza filosofica che proprio la Dea interveniva a delineare,
sollecitando il kouros a meditare le sue parole e a giudicare con intelligenza.
Sul terreno filosofico è difficile pensare che le posizioni della tradizione
milesia potessero meritare un'attenzione così critica e sprezzante. Il quadro
offerto da Parmenide appare per molti versi analogo a quello delineato a
Mileto, con la fondamentale differenza che, nel suo caso, non si punta a
riscattare l’instabilità del divenire nella permanenza della φύσις-ἀρχή: nel
complesso dei frammenti si può cogliere, semmai, la denuncia della debolezza
degli schemi interpretativi ionici, come abbiamo già registrato nel commento a
B4. Una polemica, aspra nei toni, come quella di B6 e B7 apparirebbe comunque
eccessiva se rivolta effettivamente verso la cultura scientifica di Mileto
(sempre ammettendo la praticabilità, all’epoca, di confronti del genere).
L’impressione è che essa si rivolga piuttosto a una volgare contraffazione del
sapere: Conche ha probabilmente ragione a cogliervi un riferimento alla massa
di non filosofi, sordi e ciechi quando si tratta di intendere la parola della
Dea, la parola della Verità. Anche in questo caso, potrebbe valere l’analogia
con Eraclito. 392 Uomini a due teste All’inizio del secolo scorso Döring42
propose di leggere i versi B6.4-9 come polemica antipitagorica: una prospettiva
rilanciata dall’adesione di una quota minoritaria degli specialisti (tra i più
autorevoli certamente Raven43). Tra gli assunti di Döring44, soprattutto la convinzione
che i primi pitagorici asserissero l’esistenza del vuoto, considerato identico
al non-essere: posizione che Parmenide avrebbe riaffermato nella sua terza via,
combinando essere e non-essere. Si tratta, evidentemente, di tesi discutibili,
che speculano su una materia molto controversa, non solo per le carenze
documentarie, ma anche per la complessità di quel movimento culturale, con la
sua tendenza a retroiettare verso l’origine conquiste teoriche maturate nel
tempo. È vero, d’altra parte, che proprio queste difficoltà non consentono di
escludere che Parmenide, sulle cui relazioni con ambienti pitagorici si è molto
insistito, potesse attaccarne posizioni specifiche, immediatamente
comprensibili nel contesto storico-culturale in cui erano avanzate, a un
pubblico essenzialmente di uditori o discepoli. Raven, in particolare, ha
ravvisato in B6.4-9 un riferimento al modello dualistico pitagorico45, in cui
lo studioso riconosce un'impronta antica, pre-parmenidea. Esso troverebbe
espressione nella tavola degli opposti attestata da Aristotele, riconducibile
alla originaria opposizione di limite (πέρας) e illimite (ἄπειρον), cooperanti
nella generazione di tutti gli enti46. 42 A. Döring, Geschichte der
griechischen Philosophie, vol. I, Leipzig 1903. Dello stesso autore “Das
Weltsystem des Parmenides”, Zeitschrift für Philosophie und philosophische
Kritik, Raven, Pythagoreans and Eleatics. An Account of the Interaction between
the Two Opposed Schools during the Fifth and Early Fourth Centuries B.C.,
Cambridge University Press, Cambridge 1948. 44 Si veda Tarán 68. 45 Sebbene
nella successiva opera con Kirk tale riferimento cada, a favore della
possibilità del tradizionale coinvolgimento di Eraclito. 46 Aristotele,
Metafisica: τοῦ δὲ ἀριθμοῦ στοιχεῖα τό τε ἄρτιον καὶ τὸ περιττόν, τούτων δὲ τὸ
μὲν πεπερασμένον τὸ δὲ ἄπειρον, τὸ δ’ ἓν ἐξ 393 In questo senso, gli uomini a
due teste (δίκρανοι) cui allude Parmenide potrebbero essere genericamente
pitagorici oppure i pitagorici responsabili dell’elaborazione di quel modello dualistico:
la testimonianza aristotelica, infatti, a dispetto dell’accenno a un contributo
specifico dedicato all’argomento, rivela, (come nel ricorso all’espressione i
cosiddetti pitagorici, οἱ καλούμενοι Πυθαγόρειοι), incertezze di documentazione
e difficoltà di determinazione, ricostruendo un percorso di ricerca (dallo
studio matematico all'applicazione dei suoi principi a tutta la realtà) che
potrebbe implicare un'evoluzione delle posizioni interne alla scuola. In ogni
caso è per noi significativo il riferimento ad Alcmeone (contempoaneo di
Parmenide) in relazione alla tavola delle due serie di contrari: ὅνπερ τρόπον ἔοικε
καὶ Ἀλκμαίων ὁ Κροτωνιάτης ὑπολαβεῖν, καὶ ἤτοι οὗτος παρ’ ἐκείνων ἢ ἐκεῖνοι παρὰ
τούτου παρέλαβον τὸν λόγον τοῦτον· καὶ γὰρ [ἐγένετο τὴν ἡλικίαν] Ἀλκμαίων [ἐπὶ
γέροντι Πυθαγόρᾳ,] ἀπεφήνατο δὲ παραπλησίως τούτοις· φησὶ γὰρ εἶναι δύο τὰ πολλὰ
τῶν ἀνθρωπίνων, λέγων τὰς ἐναντιότητας οὐχ ὥσπερ οὗτοι διωρισμένας ἀλλὰ τὰς
τυχούσας In tal modo pare pensasse anche
Alcmeone Crotoniate, sia che questi prendesse tale dottrina da quelli, sia
quelli da questo; poiché, quanto a età, Alcmeone fiorì quando Pitagora era
vecchio, e si espresse in modo molto simile a costoro. Sosteneva, infatti, che
la maggior parte delle cose umane sono dualità, pur non determinando, come
fanno questi, le opposizioni, ma proponendole a caso (Metafisica I, 5 986a 27-34). ἀμφοτέρων εἶναι
τούτων (καὶ γὰρ ἄρτιον εἶναι καὶ περιττόν), τὸν δ’ ἀριθμὸν ἐκ τοῦ ἑνός, ἀριθμοὺς
δέ, καθάπερ εἴρηται, τὸν ὅλον οὐρανόν [Essi pongono] come elementi del numero
il pari e il dispari; di questi, il primo è illimitato, l'altro limitato. L’Uno
deriva da entrambi questi elementi (è, infatti, insieme, e pari e dispari).
Dall’Uno, poi, deriva il numero; e i numeri, come s’è detto, costituirebbero l’intero
universo. 394 Secondo la Timpanaro Cardini47, dalla testimonianza aristotelica
si può concludere che, come alla fisica ionica andava probabilmente ricondotta
l'originaria dualità pitagorica (ἄπειρον-πέρας), così alla cultura scientifica
milesia dovevano risalire quelle opposizioni (riscontrate poi nella pratica
medica) che Alcmeone contribuì a introdurre nell'ambiente pitagorico, dove
avrebbero ricevuto una elaborazione sistematica. Insomma, non è da escludere, a
livello teorico, che le allusioni critiche dei versi parmenidei possano
investire temi e figure di una tradizione che doveva risultare riconoscibile
nello humus locale: in un’epoca per la quale è difficile valutare l’incidenza
della distanza degli ambienti culturali, non vi è dubbio che appaia plausibile
una referenza pitagorica. Sul rapporto con la tradizione pitagorica avremo
comunque modo di tornare nel commento a B8. Il percorso torna all'indietro Sin
dall’Ottocento (Bernays) è maturata tra un numero consistente di accreditati
interpreti (Diels, Kranz, Mondolfo, Guthrie, Tarán, Couloubaritsis,
Giannantoni, Cerri, Graham, tra gli altri) la convinzione che il vero obiettivo
della polemica di B6.4-9 sia Eraclito (o, in alternativa, suoi presunti
seguaci). Si va dalla supposizione motivata da considerazioni di contenuto
(Guthrie48), alla lettura sostenuta dall'attenzione per la forma logica dei
frammenti (Tarán e Couloubaritsis), alle conclusioni giustificate da assonanze
espressive (per esempio Cerri). Sono spesso impiegati, come possibili evidenze
testuali, le seguenti citazioni eraclitee: οὐ ξυνιᾶσιν ὅκως διαφερόμενον ἑωυτῶι
ὁμολογέει· παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης 47 Pitagorici antichi,
Testimonianze e frammenti, a cura di M. Timpanaro Cardini, Bompiani, Milano
2010 (edizione originale 1958-1964) 134- 135. 48 23. 395 non capiscono che ciò
che è differente concorda con se medesimo: armonia di contrari, come l’armonia
dell’arco e della lira (Ippolito; DK 22 B51) συνάψιες ὅλα καὶ οὐχ ὅλα,
συμφερόμενον διαφερόμενον, συνᾶιδον διᾶιδον, καὶ ἐκ πάντων ἓν καὶ ἐξ ἑνὸς πάντα
congiungimenti: intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico,
da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose (Pseudo-Aristotele [de mundo 5
396 b7]; DK 22 B10) ποταμοῖς τοῖς αὐτοῖς ἐμβαίνομέν τε καὶ οὐκ ἐμβαίνομεν, εἶμέν
τε καὶ οὐκ εἶμεν Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo
(Eraclito; DK 22 B49a) ποταμῶι γὰρ οὐκ ἔστιν ἐμβῆναι δὶς τῶι αὐτῶι non si può
discendere due volte nel medesimo fiume (Plutarco; DK 22 B91a). Nel testo di
Parmenide si valorizzano per il confronto gli ultimi due versi (per lo più
tradotti diversamente49): οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν νενόμισται κοὐ
ταὐτόν, πάντων δὲ παλίντροπός ἐστι κέλευθος per i quali esso è considerato
essere e non essere la stessa cosa e non la stessa cosa: ma di [costoro] tutti
il percorso torna all'indietro. 49 La resa italiana più frequente è la
seguente: per i quali l’essere e il non essere sono considerati la stessa cosa
e non la stessa cosa: di tutte le cose c’è un percorso che torna indietro. 396
Secondo Tarán, la sottolineatura parmenidea riferirebbe a Eraclito (DK 22 B10)
l’identità dei contrari come identità-nelladifferenza, secondo un modello del
“sì e no”50, che l’Eleate ricondurrebbe all'opposizione fondamentale essere-non
essere (per cui appunto l’essere e il non essere sono considerati la stessa
cosa e non la stessa cosa). In questo senso, secondo Couloubaritsis, l’attacco
di Parmenide sarebbe rivolto a una impostazione (quella eraclitea) ancora
prossima alla logica ambivalente del mito, in cui la complementarità degli
opposti suppone un legame indissociabile. Eppure lo studioso belga, nella
modalità eraclitea di pensare gli opposti, riconosce già una presa di distanze
da quella ambivalenza, soprattutto per l’introduzione di un’opposizione più
inglobante, comune a tutti, quella appunto di essere e non-essere (DK 22 B49a,
B91)51. Proprio la rottura radicale di quella logica caratterizzerebbe la
κρίσις della Dea parmenidea, discriminante dunque allo stesso tempo anche rispetto
alla posizione di Eraclito52. Ancora di recente, Graham53 ha proposto di
leggere l’ontologia parmenidea come reazione prodotta dall’impatto dell’opera
di Eraclito, la cui provocazione sarebbe consistita nella esasperazione della
polarità presente nel modello ionico, con l’abbandono dell’idea di primato di
una sostanza generatrice a vantaggio di quella di processo universale, regolato
da una legge di scambio di masse elementari (fuoco, terra, acqua). A questi
elementi di contenuto o struttura, si aggiunge poi il riscontro di un’eco
espressiva eraclitea, quasi Parmenide intendesse colpire un avversario
evocandone le parole. Sebbene Tarán, a proposito del conclusivo πάντων δὲ
παλίντροπός ἐστι κέλευθος, metta in guardia dalla tentazione di leggervi un
puntuale riferimento alle parole di Eraclito (DK 22 B51)54, altri hanno molto
insistito su questo punto: tra i contemporanei, per esempio, Cerri 50 Tarán 71.
51 Couloubaritsis 199. 52 Ivi 200. 53 Per esempio, sia in Explaining the
Cosmos, sia in The Texts of Early Greek Philosophy. 54 Semmai vi si dovrebbe
ravvisare la caratterizzazione delle vedute degli assertori dell’identità dei
contrari (p. 72). 397 trova conferma in B6.9 di una vera e propria tecnica
della citazione, già emersa nel proemio con la evocazione del mito di Fetonte e
delle Eliadi55. Come Tarán e Couloubaritsis, anche lo studioso italiano marca
vicinanza e distanza specifica della posizione di Parmenide rispetto a
Eraclito, il quale, pur avendo anticipato la teoria dell'identità nella
(apparente) differenza, manifestò nei suoi enunciati paradossali viva
consapevolezza della problematicità di tale verità, delle oggettive
contraddizioni insite nella realtà naturale e umana 56. Così non vi è dubbio,
secondo Cerri, che siano proprio le formule scelte da Eraclito, del tipo è e
non è, a essere imputate da Parmenide: il filosofo di Efeso avrebbe infatti
praticato quella (presunta) “terza via” denunciata dall’Eleate57. Lo studioso
italiano, inoltre, sottolinea come le scelte lessicali di Simplicio, nel citare
B6, mostrino come egli avesse inteso che la (presunta) “terza via” del
frammento non si riferisse a un ingenuo atteggiamento ordinario della mente
umana, ma alla tesi specifica di un indirizzo filosofico: il linguaggio
impiegato dal commentatore, infatti, sarebbe quello con cui la tradizione
peripatetica connotava inequivocabilmente la dottrina eraclitea58. Questa
osservazione, tuttavia, non comporta alcunché riguardo all'identificazione del
referente dell’attacco di Parmenide: tra gli specialisti è noto, infatti, come
le ricostruzioni platonica e aristotelica propongano un’anomalia di fondo, che
si ritiene effetto dei peculiari canali nella ricezione delle opinioni dei
pensatori arcaici. Le prime collezioni delle loro tesi, infatti, sarebbero da
attribuirsi, nella seconda metà del V secolo a.C., ai sofisti Ippia59, che
avrebbe approntato una selezione per temi, e Gorgia, che invece avrebbe
disposto il materiale per contrapposizioni teoriche: è dunque molto probabile
che la versione offerta da chi (Platone e 55 Cerri 208. 56 Ivi 206. 57 . 58 Ivi
208. 59 J. Mansfeld, “Aristotle, Plato and the Preplatonic doxography and
chronography”, in G. Cambiano (ed.), Storiografia e dossografia nella filosofia
antica, Torino 1986 1-59. A. Patzer, Der Sophist Hippias als
Philosophiehistoriker, Münich 1986. 398 Aristotele appunto) diede inizio alle
prime forme di storiografia filosofica risentisse profondamente di quegli
schemi riduttivi60. Mansfeld61 ha marcato come ciò risulti particolarmente
evidente proprio nel caso di Eraclito e di Parmenide: del primo sarebbero stati
esasperati la dottrina del flusso universale e della diversità (a scapito delle
affermazioni su unità e stabilità); del secondo il motivo dell’Uno e
dell’immobilità62. In realtà, come abbiamo già avuto modo di rilevare in
precedenza, è possibile leggere i frammenti di Eraclito in una prospettiva
alternativa, tale da rendere problematici le facili schematizzazioni. L’Efesio,
in effetti, proprio nelle citazioni sopra riportate, potrebbe essere impegnato
in un'operazione analoga a quella parmenidea: considerare i modelli cosmologici
e cosmogonici della prima riflessione ionica e delle teogonie poetico-religiose
per estrapolarne gli schemi ricorrenti, sviluppando così la prima indagine
sistematica sulle forme della razionalità applicata alla ricerca. Concretamente
questo si sarebbe tradotto nel rilievo di tre aspetti essenziali: i)
l'universale pervasività del divenire; ii) la forma inerente al divenire; iii)
la stabilità persistente nel divenire. Significativa anche l’altra convergenza
già segnalata: Eraclito esplicitamente polemizza con alcune figure della
tradizione - Omero, Esiodo, Archiloco - e intellettuali contemporanei -
Pitagora, Senofane, Ecateo - dalla cui sapienza egli si proponeva,
evidentemente, di prendere le distanze, per delinearne, consapevolmente, quasi
marcandone la novità, una propria. Eraclito manifesta una verità relativa alla
costituzione del mondo fisico e umano - a cui, pur avendone potenzialmente
accesso attraverso esperienza e riflessione, la maggioranza degli uomini -
indicata spregiativamente con l’espressione i molti (οἱ πολλοὶ) - rimane
estranea. In questo senso, analogamente al kouros privilegiato dalla
rivelazione della Dea, egli avverte e marca il proprio isolamento,
sottolineando lo scarto tra una visione che va 60 Sebbene sia plausibile che
Platone e Aristotele (e i suoi discepoli Teofrasto e Eudemo) avessero accesso a
un manoscritto dell’intero poema. 61 F. Mansfeld, “Sources”, in A.A. Long
(ed.), The Cambridge Companion to Early Greek Philosophy, C.U.P., Cambrdige 199
22-44. 62 Ivi 27. 399 al fondo delle cose afferrandone la natura e la semplice,
superficiale erudizione (πολυμαθίη) o la percezione parziale e distorta che
impronta le credenze degli uomini (δοξάσματα). La pluralità delle cose è da lui
colta come unitaria connessione cosmica, all’interno di due limiti essenziali:
i) il logos che è sempre (τοῦ δὲ λόγου τοῦδ’ ἐόντος ἀεὶ); ii) la totalità degli
enti che sempre divengono secondo questo logos (γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν
λόγον τόνδε). Eraclito sottolinea il valore di norma del λόγος rispetto a ogni
accadere, con allusioni all’unità della legge civile (νόμος) - cui si riconduce
la identità della polis - e alla unicità della legge divina (cui si riducono
quelle umane), e ne afferma la funzione strutturante all’interno dei singoli
enti. Così, con riferimento al λόγος, tutto è uno 63, sia nel senso che le cose
sono tra loro unitariamente organizzate secondo il suo piano, sia nel senso che
nella natura di ogni singola cosa si riflette il suo schema. Il λόγος è la
legge che regola il prodursi e il divenire degli enti nel mondo, pur rimanendo
natura nascosta allo sguardo superficiale. È in considerazione di questi
elementi teorici (al di là dei problemi di cronologia relativa, di non facile
risoluzione64) che la supposizione di una polemica specificamente antieraclitea
appare esagerata, a meno di non insistere su un atteggiamento in realtà più
complesso (come sembrano fare Graham, Cerri e Couloubaritsis). Cerri, per
esempio, riconoscendo come a Eraclito sia da attribuire un ruolo decisivo (da
archegeta) nella ricostruzione della dottrina dell’essere, giustifica l’attacco
di Parmenide come effetto dell’irritazione di fronte a un’incongruenza (la
combina- 63 DK 22 B50: οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν σοφόν ἐστιν
ἓν πάντα εἶναι non me ascoltando, ma il logos, è saggio convenire che tutto è
uno. 64 Su questo tra gli altri Conche (p. 108) e Colli (p. 178).] [zione di è
e non è), che rischiava di vanificarne l’intuizione scientifica65. In questo
senso, però, le battute parmenidee sembrano destinate a stigmatizzare un errore
ovvero un'incoerenza che il sapiente poteva cogliere non solo nelle espressioni
della cultura tradizionale, ma anche nelle posizioni della stessa sapienza
ionica. Ipotizzando per le opere degli autori presocratici come ha fatto di
recente Maria Laura Gemelli Marciano66 - un contesto culturale e pragmatico
molto concorrenziale, e concedendo quindi una circolazione sufficientemente
ampia delle idee nel bacino del Mediterraneo, potremmo attribuire alla polemica
parmenidea un riferimento generico e specifico a un tempo: agli ignoranti colpevoli di fondamentali
fraintendimenti dei propri dati sensoriali (da cui l’insistenza sull’ottundimento
degli organi percettivi: cecità, sordità);
ai poeti responsabili della divulgazione di quel volgare stravolgimento
della realtà; (iii) ai pensatori ionici, che non avevano evitato un’ambiguità
di fondo, riconoscendo la forza del principio a un elemento a scapito degli
altri, concentrando l’essere in un’area della realtà, piuttosto che in
un’altra; (iv) al limite allo stesso Eraclito, essenzialmente per le sue
provocatorie enunciazioni di un logos che, per altri versi, Parmenide avrebbe
dovuto apprezzare: formule in cui, pericolosamente dal punto di vista eleatico,
essere e non-essere si trovavano accostati. Al centro dell’attacco dell’Eleate come
confermerà B7 sono gli “uomini della contraddizione”, coloro che implicano consapevolmente
o meno67 l’assurdo: che siano cose che non sono; in altre parole coloro
(schiere senza giudizio) che, affidandosi acriticamente al dato empirico,
condizionati dai meccanismi irriflessi dell’abitudine, avanzano una
inaccettabile terza via. 65 Cerri 209. 66 M.L. Gemelli Marciano, "Le
contexte culturel des Présocratiques: adversaires et destinataires", in A.
Laks et C. Louguet (éds), Qu’est-ce que la Philosophie Présocratique? What is
Presocratic Philosophy?, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve
d’Ascq (Nord) 2002 83-114. 67 In questo senso la lettura di Gallop (pp. 11-12),
che attribuisce alle convinzioni dei mortali riguardo a pluralità e divenire
l’assurda implicazione che essere e non-essere sono la stessa cosa e non la
stessa cosa. 401 Come osserva Coxon68, la formulazione τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι
ταὐτὸν νενόμισται κοὐ ταὐτόν è da leggere in opposizione alla tesi di B6.1a: χρὴ
τὸ λέγειν τε νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι: il verbo νομίζω, con la sua soggettività, è
contrastato dai positivi (e oggettivi) λέγειν e νοεῖν. Conche giustamente può
marcare come l’espressione mortali che nulla sanno si riferisca alla massa di
non filosofi, che Parmenide trova sordi e ciechi quando tenta di far intendere
la parola della Dea, la parola della Verità69. Né va dimenticato un rilievo di
Jaeger: νενόμισται evocherebbe non l’opinione di un uomo o di qualche
individuo, ma la communis opinio, la perversione del nomos dominante (cioè
della tradizione)70. A questa ignoranza, tuttavia, è possibile fossero
associate nella condanna anche quelle espressioni scientifico-filosofiche in
cui il discrimine tra le uniche vie di ricerca per pensare appariva debole o
confuso: un fronte potenzialmente ampio, dai Milesi a Eraclito, passando per i
pitagorici, la cui reale presenza polemica è comunque solo ipotetica. 68 185.
69 109. 70 W. Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, cit. 170, nota
36. [B7] Il frammento, ricostruito nel
corso delle successive edizioni Diels e Diels-Kranz, è un collage di diverse
citazioni: Platone (Sofista 237 a 8-9) e
Simplicio (In Aristotelis Physicam 143, 31–144, 1) riportano il secondo
emistichio del primo verso e l’intero secondo verso; Aristotele (Metafisica XIV, 2 1089 a)
riproduce l’intero primo verso; (iii) Sesto Empirico (Adversus Mathematicos
VII, 111) trascrive i versi 2-6, citandoli di seguito a B1.28-32 e
completandoli con B8.1b-2a; (iv) Diogene Laerzio (IX, 22) ci conserva i versi
3-5. Le sovrapposizioni sembrano quindi assicurare la plausibilità dell’attuale
ricostruzione e la ragionevole unitarietà del frammento1, nonché la sua
probabile saldatura con B8, in considerazione del fatto che il secondo
emistichio dell’ultimo verso di B7 citato da Sesto corrisponde al primo verso
della citazione dell’attacco di B8 in Simplicio. Anche da un punto di vista
argomentativo appare piuttosto stretto il nesso tra B6, B7 e B82 e la loro
dipendenza logica da B2 e B3. Coxon3 ritiene possibile che B7 seguisse B4, a
causa dell’uso iniziale del plurale μὴ ἐόντα che richiamerebbe ἀπεόντα-παρεόντα
(B4.1). Mansfeld4 - che propone la sequenza di tre blocchi logici (B2-B3,
B6-B7, B8) riconosce la possibilità che B5 si collochi tra il primo e secondo
blocco. Rispetto all'attuale ricomposizione del frammento, rimane aperto il
problema della (parziale) citazione sestiana in continuità con il proemio (e
per questo accolta originariamente da Diels nel primo frammento del poema5 ),
cui possiamo aggiungere anche quello linguistico e metrico, ipotizzando
l'ulteriore continuità di 1 Tarán 76. 2 Mansfeld 91-2. 3 Op. cit., p 189. 4 92.
5 Di recente Ferrari (Il migliore dei mondi impossibili, cit. 49 ss.), che è
sostanzialmente tornato a riproporre l'originale versione dielsiana. 403
B7.6[a] con B8.1[b]6. Attribuire l'origine delle difficoltà a una libera
citazione antologica da parte di Sesto, ovvero a una sua citazione da antologia
poco affidabile7, non appare del tutto convincente, soprattutto alla luce del
fatto che da Sesto abbiamo l'unica citazione dell'intero proemio, con tracce
della redazione psilotica originaria (quindi di una tradizione alternativa a
quella attica): è possibile, dunque, che egli disponesse di una buona copia del
proemio, derivata verosimilmente da un esemplare di tutto il poema8. Nel caso
della sua citazione sarebbe semmai da valutare l'intenzione teoretica di fondo:
mentre Simplicio esplicitamente si impegnava a documentare passi di un'opera
ormai irreperibile, Sesto potrebbe aver consapevolmente "montato"
parti del poema originariamente distinte, in funzione di un assunto generale:
respingere la validità della sensazione come vero strumento di conoscenza9.
Nonostante perduranti perplessità, negli ultimi decenni la critica si è
mostrata tuttavia propensa a riconoscere la fondatezza della ricostruzione di
Diels-Kranz anche riguardo al presente frammento. Non è in discussione, in ogni
caso, il suo ruolo critico, per noi condizionato dalla ricezione di B6 e dalla
soluzione del problema delle “vie”. Una via che è impossibile addomesticare
L’attacco del frammento, infatti, ci proietta ancora sulla krisis di B2,
ribadita all’inizio di B6: 6 Nella citazione di Sesto, il verso iniziale di B8
costiuisce il secondo emistichio di
B7.6a (ἐξ ἐμέθεν ῥηθέντα). Ma la forma tràdita - μόνος δ΄ ἔτι μῦθος ὁδοῖο - è
improbabile in epica, dove si troverebbe μοῦνος (in vece di μόνος); d'altra
parte, rettificandola, l'intero verso non reggerebbe metricamente. 7 Per
esempio Plamer, Parmenides et Presocratic Philosophy, cit. 380. 8 E. Passa,
Parmenide. Tradizione del testo e questioni di lingua, Edizioni Quasar, Roma. 9
Ivi 30. 404 οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ
διζήσιος εἶργε νόημα· Mai, infatti, questo sarà forzato: che siano cose che non
sono. Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero (B7.1-2). Il senso
del primo verso coincide con la reiterazione della condanna della
contraddizione, da cui la Dea mette in guardia il kouros, con scelte espressive
(ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος, ma anche εἶργε νόημα, se accettiamo l’integrazione Diels
per la lacuna di B6.2) che richiamano evidentemente il frammento precedente. Il
nume sembra ancora impegnato a denunciare gli uomini a due teste (δίκρανοι),
uomini della contraddizione appunto, formalizzandone in questo passaggio, nei
termini delle uniche vie di ricerca per pensare (ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός νοῆσαι
B2.2), l’assurdità. Un pensare “selvaggio” Due elementi spingono in questa
direzione: l’espressione introduttiva (oὐ
γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ) secondo cui è inammissibile che cose che non sono (μὴ ἐόντα)
sono [esitono] (εἶναι); il sostantivo
νόημα, che, come vedremo, può essere messo in relazione sia con la formula κρῖναι
δὲ λόγῳ, (giudica invece con il ragionamento ovvero valuta discorsivamente,
attraverso l'argomentazione), sia, per contrasto, con ἔθος πολύπειρον,
l’abitudine nata dalle molte esperienze. Per quanto riguarda il primo aspetto,
la traduzione che abbiamo adottato è sostanzialmente quella tradizionale, che
Diels suggerì sulla scorta della lezione platonica e Tarán ha difeso per la sua
sensatezza. Da O’Brien e Conche ne è stata proposta una versione più letterale
(di cui si è data notizia in nota alla traduzione), che aiuta a comprendere il
valore dell’affermazione εἶναι μὴ ἐόντα: Jamais, en effet, cet énoncé ne sera
dompté, For never shall this [wild saying] be tamed (O’Brien); Car jamais ceci
se- 405 ra mis sous le joug (Conche). Ciò che la Dea vuol manifestare è
l’insostenibilità, l’illegittimità della tesi che può ricavarsi dalla confusa
posizione dei mortali che nulla sanno. La contraddittoria commistione delle due
vie (che si fondano sull’immediata evidenza è e sulla sua negazione), il
mancato apprezzamento della loro disgiunzione, si traducono in una “selvaggia”
(bestiale) contaminazione, che è impossibile “domare”, “aggiogare”, ricondurre
a norma. Liddell-Scott-Jones propongono per damázw, in questo caso, proprio in
relazione a questa attestazione parmenidea, lo specifico valore di to be
proved. La durezza della presa di posizione della Dea, che reitera le formule
sprezzanti del frammento precedente, non si giustifica come semplice messa in
guardia rispetto alla inconcludenza della “seconda via” (ὡς οὐκ ἔστιν), il cui
statuto, ricordiamolo, era stato immediatamente definito in termini
inequivocabili10: τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης
τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις· Proprio questa ti dichiaro essere
sentiero del tutto privo di informazioni: poiché non potresti conoscere ciò che
non è (non è infatti cosa fattibile), né potresti indicarlo (B2.6-8). Ciò che
viene stigmatizzato è piuttosto il fraintendimento corrente, consapevole o
meno: il nume si riferisce a quelle posizioni che assumono esplicitamente o
comunque implicano l’esistenza del non-essere. 10 Insiste su questo punto, in
diversi passaggi del capitolo 5 (Parmenides’ Poem), la Wilkinson; in
particolare pp. 77-8. 406 Cose che non sono Non è ovviamente sfuggito agli
interpreti il fatto che in questi versi Parmenide utilizzi il plurale - εἶναι μὴ
ἐόντα (una infinitiva, per altro, con soggetto senza articolo, così da
lasciarlo indeterminato). Si è per lo più voluto cogliere in questa scelta un
rilievo polemico nei confronti dell'esperienza sensibile11, di una “via” dei
sensi che cerca di attribuire esistenza a cose che non esistono. Anzi, secondo
Cordero12, la critica delle attestazioni sensibili salderebbe gli ultimi versi
di B6 all’intero B7, in un complessivo attacco al πλακτὸς νόος dei mortali.
Insomma, l’infinitiva iniziale (εἶναι μὴ ἐόντα), riassumendo B6.8-9,
denuncerebbe l’esito di un modo di pensare quello di mortali che nulla sanno
(βροτοὶ εἰδότες οὐδέν) condizionato, dalla fiducia nel dato sensibile e dalla
guida di un intelletto instabile, a credere che esistano cose che non sono13.
Parmenide avrebbe impiegato il plurale (μή ἐόντα) e non il singolare (μή ἐόν)
perché il pensiero "selvaggio" di chi si allontana dalla strada
dell’essere è esercitato a partire dalle cose che si presentano
nell’esperienza14. In questo passaggio il filosofo non intenderebbe, tuttavia,
riferirsi al non-essere, non sarebbe impegnato a rigettare la seconda via15, ma
a rilevare la contraddizione indotta dal fraintendimento dell’esperienza16.
L’insistenza su questo punto nei due frammenti che precedono (secondo le
ipotesi di ricostruzione cui abbiamo introduttivamente accennato) la lunga
analisi della “prima via” in B8.1-49, rivela come esso sia cruciale nella
economia del discorso di Parmenide, soprattutto in funzione della seconda
sezione del poema. 11 Tarán 77. 12 By Being, It Is. 14 Ruggiu 263. 15 Come
ritengono Cordero e Tarán. 16 Conche 117. 407 Una posizione diversa e più
specifica in proposito è quella espressa da Coxon17, secondo cui il contesto di
B7 sarebbe quello di una critica non genericamente condotta nei confronti
dell'esperienza sensibile o del suo fraintendimento, ma delle teorie fisiche
precedenti e contemporanee. Ciò sarebbe confermato da Simplicio (In Aristotelis
Physicam 650, 11-2), che cita il verso 2 proiettandolo nella discussione
aristotelica degli argomenti del V secolo a favore o contro l’esistenza dello
spazio vuoto: καὶ τὸ κενὸν οὐκ ἔχει χώραν ἐν τῷ παντελῶς ὄντι, ὥσπερ οὐδὲ τὸ μὴ
ὄν non può esservi il vuoto in ciò che è in senso pieno, così come non può
esservi il non-essere. Nella sottolineatura parmenidea dell'inesistenza di cose
che non sono, avremmo allora una contestazione delle teorie ioniche (i processi
di condensazione-rarefazione cui alluderebbe anche B4, i cui ἀπεόντα-παρεόντα
sarebbero evocati appunto da μὴ ἐόντα), e probabilmente delle posizioni di
alcuni pitagorici sul vuoto: logicamente B7.1-2 dipenderebbe da B2 e B4, in
quanto a essere coinvolta nell’attacco sarebbe appunto la supposizione che
esista il vuoto (equiparato al non-essere), condizione per discriminare
l’Essere in ἐόντα. In pratica la Dea richiamerebbe il kouros (in questa
prospettiva essenziale l’enfasi sul tu personale) dalla tentazione di seguire
coloro che asseriscono l’esistenza del non-essere (vuoto)18. In effetti, come
ci ricorda anche la Wilkinson19, il concetto di non-essere sarebbe associato
nella riflessione arcaica al termine e alla nozione pitagorica di ἄπειρον
(illimitato): come risulta dalla testimonianza aristotelica, i Pitagorici
sostenevano che, dall'esterno illimitato soffio (ἐκ τοῦ ἀπείρου πνεύματος), il
vuoto (τὸ κενόν) fosse penetrato nell'universo (οὐρανός) come respiro (πνεῦμα),
costituendo lo spazio discriminante e distanziante le cose: εἶναι δ’ ἔφασαν καὶ οἱ Πυθαγόρειοι κενόν, καὶ
ἐπεισιέναι αὐτὸ τῷ οὐρανῷ ἐκ τοῦ ἀπείρου πνεύματος ὡς ἀναπνέοντι καὶ τὸ κενόν, ὃ
διορίζει τὰς φύσεις, ὡς ὄντος τοῦ κενοῦ χωρισμοῦ τινὸς τῶν ἐφεξῆς καὶ [τῆς]
διορίσεως· καὶ τοῦτ’ εἶναι πρῶτον ἐν τοῖς ἀριθμοῖς· τὸ γὰρ κενὸν διορίζειν τὴν
φύσιν αὐτῶν Anche i Pitagorici affermavano che esistesse il vuoto e che esso
dall'illimitato soffio penetrasse nell'universo come se questo respirasse, e
che è il vuoto a delimitare le nature, quasi il vuoto fosse una sorta di
separatore e divisore delle cose che sono in successione. Questo accade in
primo luogo tra i numeri: il vuoto, infatti, distingue la loro natura (Aristotele,
Fisica IV, 6 213 b22-27). Come abbiamo osservato commentando B6, l’ipotesi di
un confronto con le tesi pitagoriche è suggestiva, anche per l’ambiente
culturale cui si rivolgono i versi di Parmenide: le indicazioni di Coxon, in
effetti, sono supportate dall’uso di aggettivi come ἔμπλεόν (B8.24) riferito a ἐόν
- ovvero πλέον (B9.3) per pieno: Οὐδὲ διαιρετόν ἐστιν, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν ὁμοῖον· οὐδέ
τι τῇ μᾶλλον, τό κεν εἴργοι μιν συνέχεσθαι, οὐδέ τι χειρότερον, πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν
ἐόντος Né è divisibile, poiché è tutto omogeneo; né c’è qui qualcosa di più che
possa impedirgli di essere continuo, né [lì] qualcosa di meno, ma è tutto pieno
di ciò che è. (B8.22-24). Αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται καὶ τὰ κατὰ
σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου
ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν Ma poiché tutte le cose luce e notte
sono state denominate, 409 e queste, secondo le rispettive proprietà, a queste
cose e a quelle, tutto è pieno ugualmente di luce e notte invisibile, di
entrambe alla pari, perché insieme a nessuna delle due [è] il nulla. (B9). Nei
due diversi contesti la sezione sulla Verità per B8, e, quasi certamente,
quella sulla Opinione, per B9 -, Parmenide associa a ἐόν e πᾶν omogeneità e pienezza,
evidenziando, nel secondo caso, l’assenza del nulla. Ciò farebbe supporre
implicito il rifiuto del vuoto (τὸ κενόν) e la sua identificazione con il
nonessere (μηδέν, nulla appunto), che solo Melisso avrebbe esplicitamente
sostenuto: οὐδὲ κενεόν ἐστιν οὐδέν· τὸ γὰρ κενεὸν οὐδέν ἐστιν· οὐκ ἂν οὖν εἴη
τό γε μηδέν Né esiste alcunché di vuoto: il vuoto, infatti, è nulla; e ciò che
è nulla non può esistere (DK 30 B7.7). Coxon20 nota come Aristotele nella
discussione sul vuoto commentata da Simplicio (In Aristotelis Physicam 650,
11), cui si riferisce la citazione di B7.2 coinvolga sul tema, oltre a Leucippo
e Democrito, solo i Pitagorici: essi avrebbero appunto attribuito al vuoto una
funzione discriminante, all’origine della pluralità (in primo luogo dei
numeri). La proposta di Coxon non è, tuttavia, del tutto convincente nello
specifico, in quanto non è sufficiente a spiegare il ricorso a μὴ ἐόντα per
indicare il vuoto. Forse giustificato per designare i supposti enti molteplici,
effetto dell’assunzione del vuoto-nulla, l’uso del plurale come conferma anche
il lessico di Melisso - sembra improprio in riferimento a qualcosa che è in sé
indiscriminabile e inconsistente. Appare dunque più probabile che l’apertura
dell’attuale B7 riprenda la polemica aperta in B6 contro gli uomini a due teste,
formalizzandola in relazione alla krisis di B2: il γὰρ del primo verso
sottolinea una continuità argomentativa che potrebbe trova- 20 Coxon 189-190.
410 re, nella formula contraddittoria εἶναι μὴ ἐόντα, la possibilità di
stigmatizzare con rigore l’assurdità implicita nelle assunzioni di βροτοὶ εἰδότες
οὐδέν. Forse la lettura di Mansfeld 21 è incauta nell’assumere la validità
dell’integrazione εἴργω di Diels per B6.3, ma la proposta complessiva è di
grande interesse: i primi due versi di B7 riformulerebbero B6; εἶργε (B7.2)
richiamerebbe εἴργω (B6.3), completandone il senso con un chiaro esempio di
composizione ad anello. L’attacco ai mortali che nulla sanno sarebbe dunque
compreso tra il primo richiamo alla disgiunzione fondamentale (B6.1-2: ἔστι γὰρ
εἶναι, μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν) e l’invito a giudicare con il ragionamento (κρῖναι δὲ
λόγῳ): due modi per evocare la krisis di B2, prima e dopo la descrizione del
mondo umano22. Che siano cose che non sono La Dea mette in guardia il kouros: a
dispetto dell’alternativa rappresentata dalle uniche vie di ricerca per pensare
e dunque contro una coerente considerazione razionale della realtà, si tenta di
far accettare l’esistenza di cose che non sono. In gioco è la presunta
pluralità di “non-enti” (μὴ ἐόντα) in qualche modo associata, nei versi
successivi a ἔθος πολύπειρον, abitudine alle molte esperienze, un costume
mentale scaturito dal commercio quotidiano con il mondo. B4.1-2 può essere su
questo di aiuto alla comprensione: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως·
οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι Considera come cose assenti siano
comunque per la mente saldamente presenti; non impedirai, infatti, che l’essere
sia connesso all’essere. 21 91. 22 . 411 Ciò che non è immediatamente percepito
è comunque razionalmente raccolto nell’essere (τὸ ἐὸν), perché il νόος
impedisce di considerare l’essere a “intermittenza”, quasi fosse alternato al
non-essere. Sono i sensi ad attestare presenza e assenza immediate degli enti;
è l’abitudine a tale oscillante attestazione empirica a tradire la corretta comprensione:
una superficiale lettura dei dati empirici spinge a riscontravi la successione
di essere (presenza) e non-essere (assenza). I sensi, in verità, non rilevano
(né potrebbero) il non-essere, come giustamente ricorda Ruggiu23: essi
attestano la presenza di qualcosa, quindi la sua assenza; mai, però,
propriamente il nulla. Ciò che la Dea contesta è dunque una superficiale
inferenza condotta dai mortali a partire dalla loro esperienza: in Parmenide,
come in Eraclito, non è in discussione il valore dei sensi, ma quello dei
giudizi dei mortali24. Ma tu … Leggiamo ancora una volta l’attacco di B7: Οὐ γὰρ
μήποτε τοῦτο δαμῇ εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος εἶργε νόημα
Mai, infatti, questo sarà forzato: che siano cose che non sono. Ma tu da questa
via di ricerca allontana il pensiero (B7.1-2). La Dea esorta il kouros a
trattenere il pensiero (εἶργε νόημα) dall'incosciente illusione che esistano
cose che non sono (εἶναι μὴ ἐόντα). Ritorna il riferimento alla via di ricerca
(τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος), che richiama B6.4-5: ἀπὸ τῆς [ὁδοῦ διζήσιος], ἣν δὴ
βροτοὶ εἰδότες οὐδέν 23 266. 24 Conche 122. 412 < πλάσσονται >, δίκρανοι
da quella [via di ricerca] che mortali che nulla sanno < s’inventano >,
uomini a due teste Nel frammento precedente si era iniziato a costruire lo
stereotipo degli sprovveduti mortali, impaniati nella contraddizione: il loro,
in fondo, era solo un “preteso” percorso d’indagine, in realtà forgiato
indebitamente (πλάσσονται, s’inventano). In B7, invece, si punta su due
elementi: (a) la dura presa di posizione (οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ) rispetto
alla pretesa che siano cose che non sono; (b) l’appello personale (ἀλλὰ σὺ) a
trattanersi - evidentemente contrapposto con enfasi agli ἄκριτα φῦλα, alle
schiere scriteriate (B6.7), impotenti a discriminare essere e non-essere.
Questo richiamo personale segue:
l’iniziale allocuzione di saluto della dea al kouros (B1.24- 28) con
l’illustrazione del suo programma di istruzione (B1.28b: χρεὼ δέ σε πάντα
πυθέσθαι); l’invito ad aver cura della
comunicazione introduttiva sulle due vie alternative di ricerca, da cui dipende
la possibilità di accedere alla Verità (B2.1: εἰ δ΄ ἄγ΄ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ
μῦθον ἀκούσας); (iii) l’esortazione ad atteggiare coerentemente la propria
intelligenza (B4.1 e B6.2: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως; τά σ΄ ἐγὼ
φράζεσθαι ἄνωγα); (iv) la dissuasione dalla tentazione irriflessa di adeguarsi
a uno stile di pensiero (e comportamento) diffuso ma logicamente
contraddittorio (B6.3-4: πρώτης γάρ σ΄25 ἀφ΄ ὁδοῦ ταύτης διζήσιος < εἴργω
>, αὐτὰρ ἔπειτ΄ ἀπὸ τῆς...). In B7 registriamo dunque il compimento dello
sforzo dissuasivo della dea nei confronti del kouros, esplicitamente
sollecitato a marcare il proprio atteggiamento intellettuale rispetto
all’impotenza dei mortali, a condividere razionalmente la disamina critica
della Dea. La presunta "terza via" è delineata es- 25 Il codice D di
Simplicio riporta σ΄ (così come E e F); B e C, invece, τ΄. 413 senzialmente per
distogliere da essa: B6 e B7 svolgono, in questo senso, l'ufficio critico di
liberare la mente dell'allievo (e dell'uditorio) da presupposti invalsi e
premesse fallaci per concentrarla sul compito arduo di riconoscere i segni scaglionati
lungo la Via dell'essere26. Chiara Robbiano, interessata a valorizzare in
chiave performativa l’efficacia comunicazionale del poema, ha sottolineato lo
specifico effetto identificativo sull’audience. Essa è stata incoraggiata a
immedesimarsi nel destinatario della comunicazione divina: un uomo che sa
(B1.3), partner degli dei (B1.24) sotto l’egida di Themis e Dikē (B1.28).
All’audience è stata prospettata quindi la scelta tra le alternative per
pensare proposte dalla Dea: la via lungo la quale è lei stessa a condurre alla
manifestazione dei segni della realtà genuina, e l’altra, da cui ella mette in
guardia, dal momento che, come abbiamo sopra ricordato: οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό
γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις. Ora, le vie dei mortali, nel loro
sforzo di comprensione della realtà, implicano il nulla: così in B7.4-5 la Dea
metterebbe sull’avviso la propria audience contro il modo comune di guardare
alle cose e di esperirle27, insistendo a stigmatizzarne confusione e
distorsione. In questo senso, rispetto alla marcata contrapposizione del tu ai
mortali (e alle loro vie confuse), il riferimento della Robbiano allo schema
dissuasivo dell’antimodello28: tra B6 e B7 la Dea connoterebbe uno stereotipo
negativo (un antimodello, appunto), così da condizionare nella scelta la
propria audience interna (il kouros) ed esterna. Imboccare la via sbagliata
impliche- 26 Ferrari, Il migliore dei mondi impossibili, cit. 48-9. 27 Robbiano
97. 28 Secondo la lezione di Ch. Perelman et L. Olbrechts-Tyteca, Traité de
l’argumentation. La nouvelle rhétorique, Paris 1958, §80: le modèle et
l’antimodèle. 414 rebbe, infatti, essere assimilati a una tipologia umana con
cui nessuno intende identificarsi29. Da questa via di ricerca… Come abbiamo
segnalato in nota, nella testimonianza di Simplicio (forse direttamente dal
testo del poema) la via di ricerca da cui la Dea inviterebbe a tenersi alla
larga (B7.2) sarebbe la seconda di B2 (ὡς οὐκ ἔστιν), diversa da quella evocata
in B6.4, inventata da mortali che nulla sanno: μεμψάμενος γὰρ τοῖς τὸ ὂν καὶ τὸ
μὴ ὂν συμφέρουσιν ἐν τῶι νοητῶι [B6.8-9] καὶ ἀποστρέψας τῆς ὁδοῦ τῆς τὸ μὴ ὂν
ζητούσης [B7.2], ἐπάγει [B8.1 ss.] Dopo aver biasimato infatti coloro che
congiungono l'essere e il non-essere nell'intelligibile [citazione B6.8-9] e
aver allontanato dalla via che ricerca il non-essere [citazione B7.2],
soggiunge [citazione B8.1 ss.] (In Aristotelis Physicam 78, 2). Certamente la
“seconda via” è coinvolta nel rilievo della Dea, ma non nel senso che a essa
immediatamente ci si riferisca: essa, piuttosto, risulta implicata nella
posizione espressa dai mortali che combinano indiscriminatamente essere e
non-essere. Ed è per questo motivo che B7.1 denuncia l'insostenibile
contraddizione: εἶναι μὴ ἐόντα, dove, come abbiamo già segnalato, il neutro
plurale plausibilmente si salda alla prospettiva del fraintendimento empirico
di cui si renderebbero colpevoli i mortali. Condividiamo dunque la lettura di
B7.2 che Conche30 (e altri) hanno avanzato: la via di ricerca incriminata
sarebbe quella che βροτοὶ εἰδότες οὐδέν illusoriamente si forgiano, quella
appunto che pretende che i non-enti siano. Si tratta impropriamente di una 29
Robbiano 103-4. 30 120. 415 terza via, illegittima dal punto di vista della
Dea: in B2 sono definite le uniche vie legittime da un punto di vista razionale
(quello della Dea). Il pensiero e l’abitudine I versi che seguono l’avviso
della Dea contribuiscono probabilmente a chiarire l’origine dello sviamento dei
mortali che nulla sanno: μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω, νωμᾶν ἄσκοπον
ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ γλῶσσαν né abitudine alle molte esperienze su
questa strada ti faccia violenza, a dirigere l’occhio che non vede e l’orecchio
risonante e la lingua (B7.3-5). Appena invitato il kouros a trattenere il
pensiero (νόημα) dalla fittizia via di indagine lungo la quale si trascinano i
(o meglio certi) mortali, il nume richiama l’attenzione sulle insidie
dell’abitudine (ἔθος), che allignano nella irriflessa consuetudine quotidiana,
con l’effetto di stravolgerne il quadro: i termini in gioco sono appunto ἔθος, che guadagna la sua forza dal contrasto
con νόημα. Il linguaggio dei versi 4-5
riprende chiaramente la fenomenologia degli ἄκριτα φῦλα (B6.7): l’abitudine è
contrastata con la valutazione intellettuale implicita in νόημα, che può
dissolvere le illusorie (perché in sé contraddittorie) certezze empiriche.
Costume irriflesso Di quale abitudine si tratta? La Dea la qualifica come
πολύπειρον, probabilmente per marcarne l’origine dalle frequenti 416
esperienze, e ne rileva l’azione a un tempo dispotica e insidiosa:
evidentemente il quotidiano rapporto sensibile con le cose, quanquando non è
guidato dall'intelligenza, può indurre assuefazione e spingere,
inconsapevolmente, a ritenere che siano cose che non sono. La nuova messa in
guardia è giustificata dai meccanismi irriflessi che condizionano il nostro
orientamento: proprio per questo i sensi non possono essere separati dalla
ragione31. È sufficientemente chiaro che la condanna è rivolta al cattivo uso
dei sensi per effetto dell’abitudine e non ai sensi stessi: è infatti marcato
nel testo come sia l’ἔθος πολύπειρον a “forzare” (βιάσθω) la percezione.
D’altra parte, se la Dea esorta a giudicare con la ragione è perché lungo la
via sconsigliata la ragione non è impiegata, sotto l’effetto appunto
dell’abitudine32. Costantemente sottoposti a input sensibili che
richiederebbero di essere correttamente analizzati, i mortali sviluppano una
acritica dimestichezza con le cose, progressivamente avviluppandosi in una
spirale di incomprensioni. Eraclito aveva espresso forse lo stesso punto di
vista: κακοὶ μάρτυρες ἀνθρώποισιν ὀφθαλμοὶ καὶ ὦτα βαρβάρους ψυχὰς ἐχόντων
Cattivi testimoni per gli uomini sono occhi e orecchi, se essi hanno anime
barbare [balbettanti] (Sesto Empirico; DK 22 B107). L’Efesio riconosce
all’anima una funzione intellettuale la presenza a sé stessi, la consapevolezza
- testimoniata da prontezza di direzione, controllo sui gesti e in genere sul
corpo (si vedano, per esempio, i frammenti B85 e B118) integrata dalla capacità
di discernimento, senza la quale, sostiene il filosofo, i sensi sono
fuorvianti. I dati sensoriali in sé considerati sono insufficienti, richiedendo
il vaglio critico della psychē, proposta come istanza indipendente rispetto
alla sensibilità. Interessante, nella prospettiva parmenidea, l’uso
dell’aggettivo barbaro, in cui è stata ravvisata la probabile implicazione
linguistica: il termine si riferisce, 31 Ruggiu 267. 32 Conche 121. 417
infatti, o al balbettare di chi non ha un buon controllo della lingua (gli stranieri)
o alla incomprensione di chi non conosce il linguaggio. A sottolineare
l’essenziale ruolo dell’anima come facoltà di raccolta, decifrazione e
intellezione dei dati empirici. In Parmenide, come in Eraclito, non è in gioco
il valore dei sensi, ma quello dei giudizi e del linguaggio dei mortali: i
sensi, in effetti, non fanno che attestare presenza e assenza; il resto è
frutto del giudizio e del linguaggio umani, che attribuiscono ai dati
sensoriali una consistenza ontologica che essi non rivendicano33. L’erramento
dei mortali è marcato dalla Dea (come in B6.4-9) come erramento del pensiero,
intellettuale: se consideriamo il contesto del suo discorso, assicurato da B1,
potremmo convenire con Conche che, se la via della Dea è discosta dalla pista
degli uomini (ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου B1.27), l’abitudine, al contrario, pare
proprio trattenere e intrattenere su quel percorso34. In questa prospettiva
l’esortazione rivolta al kouros in B7.2 (ἀλλὰ σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄ ὁδοῦ διζήσιος εἶργε
νόημα) può essere letta di nuovo in parallelo con il frammento B1 di Eraclito
(già utilizzato nel commento a B6): l’isolamento del sapiente rispetto alle
opinioni condivise dagli altri uomini (τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους) si rivela
nella tensione tra il suo discorso consapevole - che annuncia il dominio del
logos su tutta la realtà - e l’incomprensione degli uomini (nei frammenti
connotata come torpore, stordimento, una sorta di sonnambulismo) per le cose
che li circondano, tanto più grave in quanto essi pure si muovono nell’ambito
di quella legge universale e eterna, cui è improntato il divenire di tutti gli
enti. Ramnoux35 preferisce allora al termine abitudine il termine costume, per
evidenziarne un effetto: esso ci spinge a giudicare come tutti gli altri, ad
assumere un punto di visto ordinario, come se il nostro sguardo fosse privo di
una propria identità. Per questo, dunque, l’appello personale della Dea al
discepolo affinché valuti 33 Ivi 122. 34 Ivi 121. 35 C. Ramnoux, Parménide et
ses successeurs immédiats, Monaco, Ed. du Rocher, 1979 111. La referenza è di
Conche 121. 418 ragionando. Conche 36 ne ricava un'indicazione suggestiva:
l’abitudine esercita il suo potere in modo insidioso, facendo leva sulla
pressione sociale, con il risultato di alienare il giudizio personale nel
giudizio collettivo. La via ordinaria è la via “collettiva” dei mortali; la via
della Dea, la via della Verità, è la via “singolare” del kouros37. Sempre in
relazione a Eraclito, ma all’interno del più generale quadro di riferimento
della cultura arcaica, Cerri 38 valorizza l’espressione ἔθος πολύπειρον, il
vezzo di molto sapere. I termini πολύπειρος e πολυπειρία (in greco sinonimo di
πολυμαθία e ἱστορία) indicherebbero l’attitudine alle molte esperienze, a
collezionare notizie, denotando in ultima analisi una forma di cultura
nozionistica, nell’antichità attribuita per esempio a Solone39, impartita con
la memorizzazione scolastica, che Platone (Leggi 7.811 a-b) esplicitamente
condanna (come πολυπειρία e πολυμαθία), ma già duramente stigmatizzata, come in
precedenza ricordato, da Eraclito (DK 22 B40; B129). Appoggiandosi a Gemelli
Marciano40, anche Chiara Robbiano ha di recente ricordato come nel contesto
presocratico (in particolare in Senofane, Eraclito ed Empedocle) sia costante
la polemica nei confronti di altri filosofi ma soprattutto di altre autorità in
campo culturale e sapienziale. In questo senso sarebbero da leggere le aspre
critiche di Parmenide in B7: il riferimento sarebbe alla πολυμαθίη come
sapienza tradizionale, che raccoglie e accumula conoscenza intorno a molte
cose41. 36 Che, ricordiamolo, è anche editore di Eraclito. 37 Conche 122. 38 61-2.
39 Il quale (Plutarco, Sol. 2.1) avrebbe compiuto viaggi in giovinezza a scopo
di esperienza molteplice e di indagine conoscitiva. Gemelli Marciano, “Le
contexte culturel des Présocratiques: adversaires et destinataires”, cit. 83-114.
41 Robbiano Occhio, orecchio e lingua La “forza” della consuetudine è dunque
contrastata dalla “persuasività” (B2.4) che caratterizza il viaggio lungo la
via autentica42: il logos deve rettificare l’eco confusa della comune ricezione
empirica, la cui cifra è, ribadiamolo, essenzialmente la distorsione: μηδέ σ΄ ἔθος
πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω, νωμᾶν ἄσκοπον ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ
γλῶσσαν né abitudine alle molte esperienze su questa strada ti faccia violenza,
a dirigere l’occhio che non vede e l’orecchio risonante e la lingua (B7.3-5).
Parmenide recupera un motivo tradizionale, che ha riscontri in Omero43 e nei
lirici e ritornerà ancora in Empedocle (DK 31 B3), ma soprattutto, come abbiamo
già ricordato a proposito di B6.7, in Eschilo: οἳ πρῶτα μὲν βλέποντες ἔβλεπον
μάτην, κλύοντες οὐκ ἤκουον, ἀλλ’ ὀνειράτων ἀλίγκιοι μορφαῖσι τὸν μακρὸν βίον ἔφυρον
εἰκῆι πάντα Dapprima essi [gli uomini], pur avendo occhi, in vano osservavano;
avendo orecchi non ascoltavano; solo di sogni simili alle forme, la lunga vita
impastavano tutta senza disegno (Eschilo, Prometeo incatenato 447-50).
Couloubaritsis ritiene che i μὴ ἐόντα (analogamente a τὰ δοκοῦντα) sarebbero da
identificare con le “cose”, cui Parmenide 42 Coxon 191. 43 Coxon (p. 192)
sottolinea la risonanza omerica (non l’uso che se ne fa ) dell’intero verso 4.
420 negherebbe lo statuto di essere, attribuendo al commercio quotidiano con
esse, all’esperienza multipla, quella violenza sul pensiero che si traduce nella
identificazione del reale con il divenire44. In verità, la Dea insegnerebbe che
il loro statuto è quello di nome (ὄνομα): svuotate di ogni consistenza
ontologica, le “cose” sono così destinate a sparire. Secondo l’autore belga,
dunque, questa prima forma di “nominalismo” condannerebbe ogni tentativo di
attribuire realtà alle cose come vuoto parlare, parlare per non dire niente45.
Noi riteniamo che in B7 Parmenide rilanci la propria denuncia contro il modo
comune di guardare alle cose e di esperirle: i mortali implicano il non-essere
nel tentativo di comprendere la realtà attraverso il dato sensibile: dunque,
per riprendere una osservazione della Robbiano46, la Dea ammonisce la propria
audience che quando si coinvolge il non-essere, non si troverà la verità. Per
riprendere una formulazione, che ci pare efficace, della Wilkinson47, la Dea
non critica i mortali perché percepiscono in modo scorretto, piuttosto critica
i mortali perché nominano in modo scorretto quello che percepiscono48. Logos e
elenchos Il frammento si chiude con una esortazione notevole: κρῖναι δὲ λόγῳ
πολύδηριν ἔλεγχον ἐξ ἐμέθεν ῥηθέντα Giudica invece con il ragionamento la prova
polemica da me enunciata (B7.5-6). L’interesse del passo è legato alla
connessione tra vocaboli destinati a diventare tecnici nelle filosofie
posteriori - λόγος e 44 Mythe et Philosophie…, cit. 201. 45 Ivi 201-2. 46 97.
47 105. 48 Enfasi dell’autrice. 421 ἔλεγχος: il kouros è invitato a valutare, a
sottoporre a scrutinio, con il logos (con il discorso, con l'argomentazione)
l’elenchos (qualificato come πολύδηριν, polemico, ma anche molto contestato)
appena proposto (sulle implicazioni temporali del participio aoristo ῥηθέντα si
veda la nota alla traduzione). La Dea, con trasparenza, sollecita il proprio
interlocutore a prendere piena coscienza della forza (razionale) della
contestazione condotta: ogni distanza
(tra umano e divino) è così annullata sul terreno dell’argomentazione: il
potere del logos può accomunare docente e discente; giudicare e discriminare appaiono come
operazioni implicanti il logos e riferentesi a una prova destinata a
contestare: in senso aristotelico, un argomento che intende accertare una
contraddizione. Il termine λόγος indicava originariamente l’attività e il
risultato del raccogliere (λέγειν), donde una prima associazione semantica alla
numerazione e le successive due linee di sviluppo: enumerazione e racconto (inteso appunto come
raccolta e ordinamento di fatti), quindi discorso; conteggio, calcolo, stima, ragionamento. Nel
nostro contesto, e nella associazione con κρίνω, λόγος è espressione di
operatività razionale: argomentazione, riflessione. Nel contemporaneo Eraclito,
λόγος risulta polivalente, designando a un tempo il discorso, la sua espressione
scritta, il suo significato; con una forte valenza ontologica, nella misura in
cui viene utilizzato per designare la struttura della realtà, la sua misura
interna. Secondo Ruggiu49, anche in Parmenide, come in Eraclito B1, λόγος
indicherebbe quella peculiare forma di conoscenza razionale che (analogamente
al νόος) consente di penetrare il senso profondo delle cose. A determinarne
l’accezione è proprio l’associazione con ἔλεγχος: il valore etimologico
originario del verbo ἐλέγχω (da cui discende il sostantivo ἔλεγχος) è provocare
vergogna, una vergogna che scaturisce dalla cattiva figura; collegato a esso è
il significato di smentire una menzogna, riuscire a provare che qualcuno è
colpevole di una menzogna. È possibile che in questo 49 267. 422 modo il verbo abbia
assunto il senso di mettere alla prova, verificare, accertare qualcosa.
L’espressione πολύδηρις ἔλεγχος sembra dunque riferirsi proprio alla critica,
sviluppata tra B6 e B7, nei confronti della presunta sapienza tradizionale,
probabilmente delle tesi di pensatori ionici e forse pitagorici. Una vera e
propria confutazione, se consideriamo che la polemica è consistita
essenzialmente nel denunciare la contraddizione implicita in quelle posizioni.
La Dea dapprima (B2.3a; B2.5a) propone l’espressione diretta della semplice e
immediata esperienza della realtà, ἔστιν, contrapponendole la negazione (οὐκ ἔστιν):
da questa alternativa fondamentale e radicale, può ulteriormente ricavare τό μὴ
ἐὸν (B2.7) e τὸ ἐὸν (B42; ἐὸν B6.1) come soggetti (ancorché il primo solo
logico, il secondo reale) delle due coerenti vie per pensare. Quindi, dopo aver
riformulato (B6.1-2) in termini tautologici (ἐὸν ἔμμεναι; μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν)
il contenuto delle vie, ella si concentra (B6.4-9; B7) sul cortocircuito
prodotto nel pensiero (νόος) dei mortali dalla loro contraddizione50, cioè
dall’incauta contravvenzione delle norme: οὐκ ἔστι μὴ εἶναι (B2.3b); χρεών ἐστι
μὴ εἶναι (B2.5b). In questo senso la prova intorno a cui la Dea invita il
kouros a meditare è, nella posteriore accezione aristotelica, una confutazione
(ἔλεγχος), deduzione di una contraddizione (ἀντίφασις), cioè procedimento
dialettico per eccellenza 51. 50 Heitsch 161. 51 Su questo si vedano in
particolare i contributi di Enrico Berti, ora raccolti in E. Berti, Nuovi studi
aristotelici. I Epistemologia, logica e dialettica, Morcelliana, Brescia 2004.
Il frammento B8 ci è interamente conservato da Simplicio, in due passi del suo
commento alla Fisica aristotelica, ma brevi citazioni (per lo più di singoli
versi) sono riscontrabili nello stesso commentatore, in Platone, Aristotele,
Pseudo Aristotele, Aetius, Plutarco, Clemente, Eusebio, Plotino, Teodoreto,
Proclo, Ammonio, Filopono, Asclepio, Damascio. La collazione dei codici ha
creato, almeno in alcuni casi, non pochi problemi per la ricostruzione del
testo originale, con conseguenti, profonde divergenze interpretative, come
abbiamo già documentato nelle note. L’acribia nella discussione critica si
giustifica per il rilievo del lungo frammento, attestato dalla stessa messe di
citazioni e comunque dalla sua eccezionale tradizione (B8 rimane uno dei più
lunghi passi superstiti della sapienza greca arcaica): con tutta probabilità in
questi versi Simplicio ci ha conservato (consapevole della rarità dell’opera)
l’intera comunicazione di verità del poema - dopo le premesse (B2, B3) e un
primo esame critico (B6 e B7) - insieme con l’introduzione della sezione
convenzionalmente designata come Doxa (che, secondo i calcoli contemporanei, da
sola doveva coprire i 2\3 dell’opera): καὶ εἴ τῳ μὴ δοκῶ γλίσχρος, ἡδέως ἂν τὰ
περὶ τοῦ ἑνὸς ὄντος ἔπη τοῦ Παρμενίδου μηδὲ πολλὰ ὄντα τοῖσδε τοῖς ὑπομνήμασι
παραγράψαιμι διά τε τὴν πίστιν τῶν ὑπ’ ἐμοῦ λεγομένων καὶ διὰ τὴν σπάνιν τοῦ
Παρμενιδείου συγγράμματος. ἔχει δὲ οὑτωσὶ τὰ μετὰ τὴν τοῦ μὴ ὄντος ἀναίρεσιν
anche a costo di sembrare insistente, vorrei aggiungere a questi miei appunti i
non molti versi di Parmenide sull'essere uno, sia per il credito delle cose da
me dette, sia per la rarità dello scritto parmenideo. Dopo l'esclusione del non
essere, le cose stanno così: [B8.1-52] (Simplicio, Commentario alla Fisica 144,
25-29). Nella nostra edizione e nel nostro commento abbiamo deciso di dividere
i due segmenti, ma solo per ragioni di omogeneità: abbiamo in altre parole
preferito concentrare l’attenzione prima 424 sulla presunta ontologia del
poema, per passare poi in modo più sistematico a discuterne i principi
interpretativi della natura. La via che è e la Verità Diogene Laerzio (IX.22),
a proposito delle tesi di Parmenide, afferma: δισσήν τε ἔφη τὴν φιλοσοφίαν, τὴν
μὲν κατὰ ἀλήθειαν, τὴν δὲ κατὰ δόξαν Disse che la filosofia si divide in due
parti, l’una secondo verità, l’altra secondo opinione. Alla luce di quanto
risulta dalla nostra analisi di B1, tale struttura emerge dal programma
annunciato dalla Dea in B1.28b ss.: χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι ἠμέν ἀληθείης εὐκυκλέος
ἀτρεμὲς ἦτορ ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής. ἀλλ΄ ἔμπης καὶ ταῦτα
μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα Ora è
necessario che tutto tu apprenda: sia di Verità ben rotonda il cuore fermo, sia
dei mortali le opinioni, in cui non è reale credibilità. Nondimeno anche questo
imparerai: come le cose accolte nelle opinioni era necessario fossero
effettivamente, tutte insieme davvero esistenti. Nella prima sezione (dopo il
proemio) indicata - per antica consuetudine, sulla scorta di tale programma -
come Verità1, ritroveremmo dunque - concentrato essenzialmente in B8 -
l’insegnamento (πυθέσθαι, anche imparare) del cuore fermo di 1 E che ricordiamolo
- Parmenide in B2.4 designa come Πειθοῦς κέλευθος - percorso di Persuasione.
425 Verità ben rotonda (ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ), correlato alla
denuncia (B6, B7 e ancora B8) dell’errore insito nelle opinioni dei mortali
(βροτῶν δόξας). La sezione indicata come Opinione sarebbe (nella nostra
interpretazione) da mettere invece in relazione all’ultimo punto del programma:
conterrebbe cioè una lezione (μαθήσεαι, apprenderai) adeguata su τὰ δοκοῦντα,
sui contenuti dell’esperienza. È significativo dell'originalità della sezione
sulla Verità soprattutto di B8 - il fatto che le citazioni relative siano più
numerose e consistenti. Dei tre blocchi testuali in cui supponiamo fosse
articolato il poema Proemio, Verità, Opinione - l’apertura proemiale, che si
prestava all’allegoresi, dovette riscuotere particolare attenzione in età
ellenistica: probabilmente da una tradizione stoica dipende, infatti, la sua
interpretazione da parte di Sesto Empirico, che è anche l'unico a riprodurne
integralmente il testo (forse da fonte non attica2 ). In genere, però, già la
produzione del V secolo a.C. attesta l’incidenza del modello argomentativo e
della concettualità della Verità, che doveva costituire novità rispetto
all'arcaica elaborazione ionica, sebbene, come vedremo, sia molto probabile che
i "naturalisti" posteriori, da Empedocle agli atomisti3, abbiano
adottato uno schema interpretativo desunto dalla Opinione. Anche la consistente
eco parmenidea in Platone e Aristotele è per lo più riferita alla Verità e solo
subordinatamente (so- 2 Secondo Passa (op. cit. 31), infatti, Sesto avrebbe
utilizzato fonti diverse per il testo del proemio e per la sua parafrasi: nel
secondo caso, la fonte potrebbe effettivamente essere stoica; nel primo caso,
invece, la tradizione sestana è l'unica a conservare traccia dell'antica
redazione psilotica del poema. Passa ne conclude che è plausibile che Sesto
disponesse di una buona copia del proemio, derivata verosimilmente da un
esemplare dell'intero poema. 3 Alexander Nehamas ("Parmenidean Being/Heraclitean
Fire", in Presocratic Philosophy. Essays in Honour of Alexander
Mourelatos, edited by V. Caston and D.W. Graham, Ashgate, Aldershot 2002 51-2)
sottolinea come, nonostante i presocratici posteriori avessero mutuato le
caratteristiche ontologiche illustrate da Parmenide, nessuno si sentisse in
dovere di sostenere l'introduzione di una pluralità di elementi giustificandola
argomentativamente. Quasi non ce ne fosse bisogno: un segno, forse, di
continuità con il poema. D'altra parte, Melisso, che non attribuisce
esplicitamente a Parmenide le proprie posizioni, si impegnò a giustificare il
proprio numerical monism: un segno, forse, di discontinuità con il poema. 426
prattutto in Aristotele) alla Opinione, cioè a quella che doveva presentarsi
come una più tradizionale trattazione peri physeōs. È inoltre interessante
osservare come, anche da un punto di vista “musicale”, dell’esperienza di
ascolto dell’intero poema, B8 si distacchi dal resto, deviando spesso dalla
cadenza del verso omerico: solo nei versi nella terza sezione il linguaggio
ritorna alla semantica convenzionale e ordinaria e alle relazioni sintattiche
caratteristiche del proemio4. La reiterazione di ἔστιν (senza soggetto)
produce un’interruzione di ritmo (suono)
e una dissociazione di significato5,
come se Parmenide intenzionalmente rompesse la sintassi, le regolari relazioni
semantiche e le relazioni logiche o strutturali: sia che il poema si legga in
silenzio, sia che si ascolti in lettura, in B2 e B8 “è” (senza soggetto)
incombe, con eco amplificata dal ritorno al ritmo poetico consueto nei due
terzi finali del discorso della dea6. La via che è L’attacco del frammento (vv.
1-3a) non sembra lasciare dubbi sul contenuto: μόνος δ΄ ἔτι μῦθος ὁδοῖο
λείπεται ὡς ἔστιν· ταύτῃ δ΄ ἐπὶ σήματ΄ ἔασι πολλὰ μάλ΄, ὡς… Unica parola
ancora, della via che è, rimane; su questa via sono segnali molto numerosi:
che... Esplicito il richiamo a B2 (μῦθος; ὁδός) e ai suoi esiti: rimane
un’unica parola da ascoltare, dopo che si è riconosciuto l’impraticabilità di
alternative. È giunto dunque il momento di in- 4 L.A. Wilkinson, Parmenides and
To Eon…, cit. 107. 5 Ivi 96. 6 Ivi 107. 427 camminarsi lungo la via che
appartiene a Πειθώ e Ἀληθείη. Su questo Parmenide è ancora più netto nei 15-18:
ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν· κέκριται δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη,
τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός - τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ
ἐτήτυμον εἶναι. Il giudizio in proposito dipende da ciò: è o non è. Si è dunque
deciso, secondo necessità, di lasciare l’una [via] impensabile [e]
inesprimibile (poiché non è una via genuina), e che l’altra invece esista e sia
reale. Nel sottolineare la bontà del proprio argomento, la Dea ricostruisce
sinteticamente la ratio per cui μόνος δ΄ ἔτι μῦθος λείπεται (unica parola
ancora rimane B8.1-2), evocando l’alternativa dilemmatica - ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν
(espressione sincopata delle ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός νοῆσαι di B2.2) e la
conseguente, necessaria esclusione della via che non è (B2.7-8): non è
fattibile (οὐ ἀνυστόν) conoscere (γνῶναι) e indicare (φράζειν) ciò che non è
(τό μὴ ἐὸν). In questo senso va intesa la coppia di aggettivi impensabile (ἀνόητον)
e indicibile (senza nome, ἀνώνυμον): la via ὡς οὐκ ἔστιν (τε καὶ ὡς χρεών ἐστι
μὴ εἶναι) è effettivamente impalpabile (B2.6), sentiero del tutto privo di
informazioni (παναπευθέα ἀταρπόν). La decisione (il giudizio, κρίσις) è
conseguente: come destino (necessità, ἀνάγκη), ricorda la Dea, si è
riconosciuto che non si tratta di via genuina (οὐ ἀληθής ἔστιν ὁδός), lungo la
quale sia realmente possibile inoltrarsi e incontrare qualcosa. All’inizio di
B8, delle uniche vie di ricerca per pensare, non rimane quindi che imboccare
quella reale (ἐτήτυμον), quella, appunto, ὡς ἔστιν (τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι):
muoversi sul terreno di è e non è possibile non essere, rinunciando a dare 428
consistenza a non-è ed è necessario non essere, garantisce intelligibilità e
comprensione della realtà7. Una sola parola L’eco inziale del μῦθος che la Dea
aveva invitato il kouros ad accogliere e conservare - e che dunque propone i
tratti di un authoritative speech act (Morgan) è funzionale alla successiva
notifica della vanità del nominare mortale (B8.38b-39): τῷ πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται, ὅσσα
βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ Per esso tutte le cose saranno nome,
quante i mortali stabilirono, persuasi che fossero reali, ma anche al rilievo
della svolta introdotta in conclusione del frammento (vv. 50 ss.), con una
formula indicativa: ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης· δόξας
δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων. A questo punto
pongo termine per te al discorso affidabile e al pensiero intorno a Verità; da
questo momento in poi opinioni mortali impara, l’ordine delle mie parole
ascoltando, che può ingannare (B8.50-52). La parola (il discorso) di Verità
della Dea traccia i contorni della realtà attraverso l’esclusione sistematica
di ciò che, nella propria inconsistenza (τό μὴ ἐὸν), si rivela ἀνόητον ἀνώνυμον.
Si tratta della rigorosa applicazione argomentativa della formula della prima
via: 7 Sul rapporto tra il tema della “via” e l’unicità del discorso in
apertura di B8 si veda in particolare L. Couloubaritsis, Les multiples chemins
de Parménide, in Études sur Parménide, cit., t. II 29-30. 429 ἡ μὲν ὅπως ἔστιν
τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι l’una: è e non è possibile non essere. In questo
senso, in B7.5 ella aveva chiaramente esortato a valutare discorsivamente (κρῖναι
δὲ λόγῳ) la prova polemica (πολύδηριν ἔλεγχον) fornita: donde forse ipotizzando
una sostanziale continuità tra B7 e B8 (come attesterebbero le citazioni e il
commento di Sesto Empirico, Adversus mathematicos VII, 111 e 114) l’apertura
con l’espressione μόνος δ΄ ἔτι μῦθος λείπεται. Tale μόνος μῦθος è relativo alla
via: è (ὁδός ὡς ἔστιν), di cui la Dea informa (vv. 2b-3a): ταύτῃ δ΄ ἐπὶ σήματ΄ ἔασι
πολλὰ μάλ΄… su questa [via] sono segnali molto numerosi. Il discorso è uno,
perché una sola è in effetti la via riconosciuta percorribile; molti i segni
(σήματα) che consentono di identificarla8, molti gli argomenti che possono
essere addotti per metterla alla prova: di qui il nesso tra πολύδηρις ἔλεγχος,
μόνος μῦθος e σήματα. Come rivela il precedente epico del riconoscimento di
Odisseo da parte di Penelope, essi, infatti, possono essere usati per provare
(sottoporre a elenchos) l’identità di una persona9. Sarà allora lo stesso
intreccio dei segni a rivelare unità e omogeneità di τὸ ἐόν e dunque a mostrare
l’alterità tra il μῦθος della Dea e i discorsi dei mortali: essi ipostatizzano
quanto, in vero, è solo nome; assumono come evidenza ultimativa la molteplicità
di enti, senza ricondurla all’identità dell’essere. Il μόνος μῦθος che la θεά
articola in B8.1-49 corrisponde a quanto annunciato (B2.4) come Πειθοῦς
κέλευθος (percorso di Persuasione) in quanto Ἀληθείῃ ὀπηδεῖ (tien dietro a
Verità): lungo la 8 Secondo gli interessanti rilievi di Robbiano 108-9. 9 430 via: è e non è possibile non essere si
esprime non solo per l’autorevolezza dell'indicazione divina, ma per
l’intrinseca costruzione razionale quella πίστις ἀληθής (B8.28) che era stata
negata (B1.30) alle opinioni dei mortali (ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής, in cui
non è reale credibilità). Con una differenza significativa: nel proemio il
kouros doveva semplicemente registrare un annuncio; la πίστις ἀληθής
rappresentava quella credibilità che la Dea disconosceva alle convinzioni
correnti. In B8 è lo stesso convincimento, maturato argomentativamente, a
trattenere dalla distorsione tipica dei mortali che nulla sanno: considerare
(νομίζειν) (B8.27-28): ἐπεὶ γένεσις καὶ ὄλεθρος τῆλε μάλ΄ ἐπλάχθησαν, ἀπῶσε δὲ
πίστις ἀληθής poiché nascita e morte sono state respinte ben lontano:
convinzione genuina [le] fece arretrare. Analogamente, in B6.4-9 e B7.1-5 la
Dea aveva duramente stigmatizzato la confusione teorica corrente, mettendo in
guardia il kouros: ἀπὸ τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν < πλάσσονται > ἄκριτα
φῦλα, οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ εἶναι ταὐτὸν νενόμισται κοὐ ταὐτόν [ti tengo
lontano] da quella [via] che appunto mortali che nulla sanno, schiere
scriteriate, per i quali esso è considerato essere e non essere la stessa cosa
e non la stessa cosa οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῇ εἶναι μὴ ἐόντα· ἀλλὰ σὺ τῆσδ΄ ἀφ΄
ὁδοῦ διζήσιος εἶργε νόημα· μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω Mai,
infatti, questo sarà forzato: che siano cose che non sono. 431 Ma tu da questa
via di ricerca allontana il pensiero; né abitudine alle molte esperienze su
questa strada ti faccia violenza. In B8.38 ss. è lo stesso μόνος μῦθος
(articolato in relazione ai σήματα) a svelare in che cosa effettivamente
consista quello stravolgimento: perdere di vista il fatto che, prescindendo
dall’unico referente reale (l’essere), i vari nomi con cui designiamo i
fenomeni della nostra esperienza sono, in realtà, solo simboli: τῷ πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται,
ὅσσα βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ, γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι, εἶναί
τε καὶ οὐχί, καὶ τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν Per esso tutte le
cose saranno nome, quante i mortali stabilirono, persuasi che fossero reali:
nascere e morire, essere e non essere, cambiare luogo e mutare luminoso colore.
L’essere (τὸ ἐόν), ovvero ciò che è (ἐόν), è la sola cosa che possa essere
pensata ed espressa nel linguaggio: a qualsiasi cosa i mortali pensino o di
qualsiasi cosa i mortali parlino e in qualsiasi modo ne pensino o parlino, essi
in realtà pensano o parlano di ciò-che-è 10. Questa è la lezione che si ricava
dalla parola della Dea: trasfigurazione del linguaggio dell’esperienza, della
rappresentazione ingenua, ma anche della (contestata) cosmologia ionica. Una
lezione che discende, dunque, dalla krisis (ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν), condotta
escludendo τό μὴ ἐὸν: l’unica via praticabile troverà manifestazione rigorosa
attraverso i segnali che possono identificarla per la ragione. In questa
prospettiva i 50-52 marcano effettivamente un passaggio, dal momento che
spostano l’attenzione (e l’istruzione) del kouros da quella manifestazione il
discorso affidabile (πιστὸν λόγον) che esprime la Verità (νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης)
all’ambito delle nostre convinzioni empiriche (τὰ δοκοῦντα 10 R. McKirahan,
“Signs and Arguments in Parmenides B8”, cit. 205. 432 B1.31), da ridurre a uno
schema interpretativo adeguato (χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα
B1.32). È la stessa divinità a connotare la propria comunicazione (μῦθος): a
rilevarne con formule (κέκριται ὥσπερ ἀνάγκη) la cogenza, la dipendenza dalla
κρίσις (ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν),·e, attraverso figure (Δίκη, Ἀνάγκη, Μοῖρα), lo
statuto trascendentale. La parola, infatti, nel suo procedere argomentativo,
appalesa, della realtà (τὸ ἐόν), ordine e superiore garanzia: Giustizia [lo]
tiene (ἔχει), Necessità potente [lo] tiene (ἔχει), Moira (Destino) lo ha
costretto (ἐπέδησεν). La nuova sezione, introdotta al v. 50, è, a sua volta,
esplicitamente determinata: è sempre la divinità a sottolinearne la materia diversa
conseguenza dell’adozione di un punto di vista che potremmo definire “umano”:
δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας μάνθανε (da questo momento in poi opinioni mortali
impara B8.51-2). Contestualmente, nell’abbandonare la parola garantita e il suo
oggetto immutabile (τὸ ἐόν e i suoi σήματα), è la Dea stessa a mettere in
guardia sul passaggio dal rigore del discorso affidabile (πιστὸν λόγον), del
pensiero intorno alla Verità (νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης), alla ricostruzione
potenzialmente fuorviante (κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων, ascoltando
l’ordine delle mie parole che può ingannare). Il poeta segnala il cambio di
registro anche a livello espressivo, tornando, come abbiamo in precedenza
ricordato, alla semantica convenzionale e alle relazioni sintattiche
caratteristiche del proemio: in questo senso, rispetto ai versi centrali della
Verità, ἀπατηλὸν (passibile di inganno) appare effettivamente l’organizzazione
stessa delle parole11. L’attuale frammento B19 confermerà la natura “umana”
della prospettiva (κατὰ δόξαν) adottata, e la sua peculiare costruzione
linguistica: οὕτω τοι κατὰ δόξαν ἔφυ τάδε καί νυν ἔασι καὶ μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε
tελευτήσουσι τραφέντα· τοῖς δ΄ ὄνομ΄ ἄνθρωποι κατέθεντ΄ ἐπίσημον ἑκάστῳ 11 L.A.
Wilkinson, Parmenides and To Eon Ecco, in questo modo, secondo opinione, queste
cose ebbero origine e ora sono, e poi, in seguito sviluppatesi, avranno fine. A
queste cose, invece, un nome gli uomini imposero, distintivo per ciascuna. La
via e i suoi segnali La Dea si affretta a osservare (B8.2-3), riguardo alla ὁδός
(ὡς ἔστιν), come: ταύτῃ δ΄ ἐπὶ σήματ΄ ἔασι πολλὰ μάλ΄ su questa [via] sono
segnali molto numerosi. Il rilievo è importante perché sottolinea la fondatezza
della comunicazione divina, sottraendola all’arbitrio, e la sua intenzione
razionale: essa allude a segni, proprietà, evidentemente da riconoscere come
genuini indicatori della realtà, e implicitamente è introdotta la loro
discussione. La presenza di segnavia lungo un percorso (κέλευθος) è naturale,
così come la loro funzione di orientamento: trattandosi di Πειθοῦς κέλευθος, il
compito educativo della Dea diventa quello di illustrarli e, così facendo, di
sviluppare la conoscenza della via, di guidare alla comprensione dell’essere. I
σήματα si riferiscono immediatamente alla ὁδός, non a τὸ ἐόν, ma la loro
discussione, il riconoscimento della loro funzione, contribuisce a determinare
e far prendere consapevolezza della nozione di τὸ ἐόν: la via, in effetti, è
indicata come ὡς ἔστιν. In questo caso la natura descrittiva dei segnali
rispetto al percorso di conoscenza si fa ancora più netta. Simplicio (Phys. 78,
11) parla di τὰ τοῦ κυρίως ὄντος σημεῖα, che potremmo tradurre come
connotazioni dell’essere che veramente è. 434 Segnali La Dea ne propone un
catalogo, nel seguito utilizzato (anche se non integralmente) per l’analisi: ὡς
ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν, οὖλον μουνογενές τε καὶ ἀτρεμὲς ἠδ΄ ἀτέλεστον·
οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές che senza nascita
è ciò che è e senza morte, tutto intero, uniforme, saldo e senza fine; né un
tempo era né [un tempo] sarà, poiché è ora tutto insieme, uno, continuo. Dei
molti problemi testuali abbiamo dato notizia in nota. Qui interessa tentare di
comprendere che cosa i σήματα rappresentino per l’autore. Una prima risposta
possiamo ricavare dalla versione che abbiamo proposto (una delle possibili): la
via ὡς ἔστιν è tradotta in termini proposizionali, con un soggetto (ἐόν, lo
stesso emerso in B6.1) e, apparentemente12, due serie di predicati: ἀγένητον, ἀνώλεθρόν, οὖλον, μουνογενές, ἀτρεμὲς,
ἀτέλεστον; νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν,
συνεχές. I segnali molto numerosi sulla via ὡς ἔστιν sarebbero dunque
caratteristiche che si possono legittimamente riferire a ciò che è, sulla
scorta come risulterà più chiaramente nel corso della esposizione divina (e
come abbiamo anticipato) - della κρίσις: ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν. Formulando
diversamente lo stesso concetto: predicati essenziali di τὸ ἐόν, implicati (e
deducibili) dalla 12 Come segnalato in nota, Leszl, Heitsch e di recente Palmer
(tra gli altri), fanno iniziare l’analisi dei segni dal v. 5, con ciò
considerando gli attributi dei 5-6 già parte della discussione e non
propriamente σήματα. 435 stessa nozione di ἔστιν (τε καὶ οὐκ ἔστι μὴ εἶναι), con esclusione di οὐκ ἔστιν
(τε καὶ χρεών ἐστι μὴ εἶναι); attribuiti
all’essere, essi ne manifestano la natura. È plausibile nel contesto che la Dea
intenda σήματα e ἔλεγχος non disgiuntamente, in altre parole che l’orientamento
conoscitivo richieda non semplicemente il catalogo, ma l’argomentazione che lo
sostiene. Anzi, dal punto di vista della lezione divina, la valutazione
razionale del giovane allievo appare preoccupazione primaria, come marcato in
B7.5-6: κρῖναι δὲ λόγῳ πολύδηριν ἔλεγχον ἐξ ἐμέθεν ῥηθέντα Giudica invece con
il ragionamento la prova polemica da me enunciata. I segnali potrebbero dunque
costituire il materiale concettuale su cui esercitare la razionalità del
kouros, con un duplice scopo: fargli prendere
confidenza con τὸ ἐόν; fargli prendere
coscienza delle inconsistenze di altre posizioni teoriche (ioniche, forse
pitagoriche). Si tratta ovviamente di due risvolti della stessa strategia,
nella misura in cui il riconoscimento della natura di ciò che è comporta, per
un verso, la presa di distanza dalla superficiale lettura del dato sensibile,
per altro la contestazione di lezioni concorrenti. Così ritroveremo riaffermato
(B8.34-36a) il nesso tra pensiero (addirittura nella formulazione astratta τὸ
νοεῖν) e essere: ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν ἔστι νόημα. Οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ
ἐόντος, ἐν ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν La stessa cosa invero è
pensare e il pensiero che è: giacché non senza l’essere, in cui [il pensiero] è
espresso, troverai il pensare. Un rilievo che ribadisce appunto l’equazione di
B3: τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι La stessa cosa, infatti, è pensare ed
essere, 436 e soprattutto richiama la funzione “ontologica” del νόος di B4.1-2:
λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως· οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος
ἔχεσθαι Considera come cose assenti siano comunque al pensiero saldamente
presenti; non impedirai, infatti, che l’essere sia connesso all’essere.
L’aspetto che appare tuttavia peculiare nella relazione tra σήματα e νοεῖν è il
fatto che alcuni dei segnali fondamentali siano evidentemente costruiti - sul
piano linguistico con l’uso dell’alfa privativo, mentre su quello argomentativo
(attraverso ἔλεγχος, confutazione) tutti siano sostenuti ribaltando il dato di
senso comune (nascita e morte, accrescimento e diminuzione, mobilità ecc.). Un
risultato che a loro modo anche la sapienza ionica aveva ottenuto, ma, come
rivelerebbe la discussione parmenidea, in modo contraddittorio. In questo
senso, i σήματα possono essere letti come elementi concettuali espressamente
rivolti a contestare i metodi tradizionali di interpretazione dell’universo13.
Il catalogo e la relativa discussione investirebbero direttamente alcuni
contributi della elaborazione cosmologica arcaica14: il paradigma di fondo della cosmogonia
(B8.6-21); il modello esplicativo per
successive differenziazioni quale è possibile intravedere nelle testimonianze
su Anassimandro e Anassimene (B8.22-25); (iii) la riflessione sul mutamento cui
possono ricondursi in parte i frammenti di e le testimonianze su Anassimene e
Eraclito (B8.26-31); (iv) il modello biologico di sviluppo dell’universo, che
possiamo ritrovare nelle testimonianze su Anassimandro (B8.32-49). È allora
possibile che la natura dei σήματα non fosse quella di predicati astratti,
concettualmente dedotti dalla nozione di esse- 13 Robbiano 109. 14 . 437 re, bensì
quella di contrafforti dialettici scaturiti dal confronto con specifiche
dottrine, e, in questo senso, storicamente, culturalmente determinati. La loro
funzione “segnica” rispetto alla via consisterebbe nell’evitare che essa possa
essere abbandonata, seguendo il richiamo di assunzioni acritiche ovvero di
presunte, scorrette, teorie. Donde l’impronta discutiva e confutatoria
dell’analisi di Parmenide. La via, i segnali e la guida D’altra parte è
evidente nel testo come la Dea scelga di riferirsi ai segnali nel contesto
della propria istruzione al kouros, del proprio esercizio di guida. Anzi: ella
guida attraverso σήματα, che impegnano razionalmente. La tradizione li
conosceva come segni augurali che gli indovini dovevano interpretare15, come
mezzi di rivelazione di una potenza superiore16. In questo senso il
contemporaneo Eraclito evocava lo stesso modello: ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι τὸ
ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει Il signore, di cui è
l'oracolo in Delfi, non dice, non nasconde ma dà un segno (Plutarco; DK 22
B93). Anche la dea di Parmenide invia segnali ai mortali, per far conoscere
cose normalmente oltre la loro portata: Robbiano e Cerri hanno probabilmente
ragione nel sottolineare come il termine σήματα non si riferisca allora tanto
ai predicati enumerati in B8.2- 6, quanto ai successivi argomenti, risultando
essenziale nella relazione tra l’umano e il divino il momento
dell'interpretazione dei segni per giungere alla verità. In questa prospettiva come
rilevato da Mourelatos17 - σήματα e ὁδός (ὡς ἔστιν) si salderebbero nel motivo
della quest: per raggiungere il fine della ricerca è necessa- 15 Cerri 219. 16
Mansfeld 104. 17 94. 438 rio percorrere la strada che è; per fare ciò è
necessario tenere d’occhio i segnavia. L’accostamento al modello oracolare -
giustificato non solo dalle implicazioni tra σήματα e σημαίνειν, ma pure dal
nesso lessicale tra σήματα e σημεῖον, termine per segno divinatorio (di
qualsiasi tipo), e responso oracolare (testo verbale) è ricco di risvolti
significativi nel contesto. Il segno divinatorio, infatti, proviene dalla sfera
divina: nel segno la sapienza divina irrompe nell'ambito umano, per condensarsi
poi nel responso,: la parola del responso è umana come suono, ma rivela una
conoscenza che separa l'uomo dal dio18. Ora, non vi è dubbio che Parmenide
rielabori, in forme originali, questi elementi: la rivelazione, lo scarto
conoscitivo e il suo rilievo esistenziale, la comunicazione di verità come
evento privilegiato. Come ricorda la Robbiano19, la dea di Parmenide evoca un
dio che manda segnali ai mortali per far loro conoscere cose normalmente fuori
della loro portata: non dobbiamo dimenticare che in Omero la divinazione
comporta la conoscenza delle cose che sono, di quelle che saranno e di quelle
che sono state in passato: τοῖσι δ’ ἀνέστη Κάλχας Θεστορίδης οἰωνοπόλων ὄχ’ ἄριστος,
ὃς ᾔδη τά τ’ ἐόντα τά τ’ ἐσσόμενα πρό τ’ ἐόντα, καὶ νήεσσ’ ἡγήσατ’ Ἀχαιῶν Ἴλιον
εἴσω ἣν διὰ μαντοσύνην, τήν οἱ πόρε Φοῖβος Ἀπόλλων Si alzò allora Calcante,
figlio di Testore, di gran lunga il migliore degli indovini, il quale conosceva
le cose che sono, le cose che saranno, le cose che furono, e aveva guidato le
navi degli Achei fino a Ilio grazie all’arte profetica che gli donò Febo Apollo
(Iliade I, 68-72). 18 Su questo punto si veda G. Manetti, Le teorie del segno
nell'antichità classica, Bompiani, Milano 1987. 19 126. 439 In Parmenide è la
divinità stessa a indicare i segnali che tracciano la via al pieno
dispiegamento della realtà (Verità) nella conoscenza, e a interpretarli per il
kouros; è la divinità stessa a tradurre la propria sapienza in immagini e
discorsi: essa riassorbe in sé, insieme alla funzione rivelativa, anche quella
di μάντις e προφήτης, marcando l’eccezionalità del privilegio concesso. Il
colpo d’occhio [del dio] che conosce ogni cosa (Pindaro), la visione simultanea
di passato, presente e futuro, si presenta nei segni che l’indovino deve
riversare in parole (enigmatiche) e l’interprete chiarire per i mortali. In
questo senso la divinità di Parmenide ha un ruolo simile a quello delle Muse
(le quali garantiscono al poeta la trasposizione della loro sinossi nello
sviluppo del canto), ma “laicizzato”: analoga l’intenzione pedagogica, comunque
diversamente declinata. La Dea, infatti, propriamente non ispira un canto, piuttosto
insegna argomentando; pur marcando lo scarto tra umano e divino, ella comunica
razionalmente, insistendo sulla forza di convinzione (πίστιος ἰσχύς), sulla
convinzione genuina (ovvero reale credibilità, πίστις ἀληθής), per illustrare i
σήματα al proprio interlocutore (cui è richiesto di non accogliere supinamente,
ma riflettere su quanto comunicato): interpretarli significa, nel nostro
contesto, giustificarli razionalmente alla luce dei principi (le vie)
introdotti in B2. Alla ripresa del motivo tradizionale segue, dunque, una
sostanziale revisione: è attraverso ἔλεγχος che la Dea sviluppa il tracciato
della via che "è"; è contestando ed escludendo errate assunzioni di
senso comune e contributi teorici concorrenti che ella viene determinandola
dialetticamente. È indicativo del retroterra culturale il fatto che Parmenide
scelga di proporre in prima istanza un catalogo (memorizzabile) di segni,
quindi un prolungato sforzo argomentativo un unicum nel panorama della
produzione arcaica –, sostenuto da una serie di immagini plastiche (catene,
legami, sfera) e figure (divine). Ritroviamo sapientemente intessuti ἔλεγχος,
metafora e mito, quasi costituissero ancora tre aspetti inscindibili di una
stessa esperienza comunicativa. Segnavia 440 L’attacco di B8 sottolinea dunque
una volta di più il ruolo della guida divina e la centralità del tema della
via: è la Dea, infatti, a ricordare come rimanga ancora solo la possibilità di
un μῦθος; è la Dea ad annunciare i segnavia (σήματα) e quindi che il percorso
sarà discorsivo. È la Dea, insomma, che non solo anticipa al kouros l’identità
della via che resta (ὡς ἔστιν), ma prospetta pure la prova (ἔλεγχος) che il
giovane discepolo deve sostenere. Come opportunamente osservato da Coxon20, B8
è introdotto da un resoconto delle evidenze lungo la via, sulla quale, nella
narrazione, il kouros deve ancora viaggiare: gli argomenti di B8 valgono quindi
come guida (filosofica), grazie a cui è possibile mantenere la direzione e
percorrere fino in fondo la via genuina (ὁδός ἀληθής), in B2.4 connotata come
Πειθοῦς κέλευθος. Come anticipato, Parmenide sembra articolare un doppio
registro di evidenze da sottoporre all’attenzione; in effetti il testo recita
(vv. 3-6): ὡς ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν, οὖλον μουνογενές τε καὶ ἀτρεμὲς
ἠδ΄ ἀτέλεστον· οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές
che senza nascita è ciò che è e senza morte, tutto intero, uniforme, saldo e
senza fine; né un tempo era né [un tempo] sarà, poiché è ora tutto insieme,
uno, continuo. Ne abbiamo sopra estratto due liste di attributi di ἐὸν: ἀγένητον, ἀνώλεθρόν, οὖλον, μουνογενές, ἀτρεμὲς,
ἀτέλεστον; νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν,
συνεχές. L’argomento di B8 pur coinvolgendoli complessivamente sembra costruito
per privilegiare questi enunciati: 20 193. 441 γένεσις μὲν ἀπέσϐεσται καὶ ἄπυστος
ὄλεθρος è estinta nascita e morte oscura (B8.21) πᾶν ἐστιν ὁμοῖον è tutto
omogeneo (B8.22) ταὐτόν τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον καθ΄ ἑαυτό τε κεῖται χοὔτως ἔμπεδον
αὖθι μένει Identico e nell’identica condizione perdurando, in se stesso riposa,
e, così, stabilmente dove è persiste (B8.29-30) οὐκ ἀτελεύτητον τὸ ἐὸν θέμις εἶναι·
ἔστι γὰρ οὐκ ἐπιδεές non incompiuto l’essere [è] lecito che sia: non è,
infatti, manchevole [di alcunché] (B8.32-33). In questo senso appare plausibile
la ricostruzione di Mourelatos21 (ripresa di recente anche da Robbiano22),
elaborata tenendo conto delle convergenze tra gli interpreti sui seguenti
blocchi testuali e relativi sÔmata di riferimento: B8.6-21: ἀγένητον
(ingenerato) e ἀνώλεθρόν (imperituro); B8.22-25: συνεχές (continuo) e\o ἀδιαίρετον
(indiviso); B8.26-31: ἀκίνητον (immobile, immutabile); B8.32-33: οὐκ ἀτελεύτητον
(non incompiuto); B8.42-49: τετελεσμένον (compiuto). Possiamo precisare
leggermente questo schema e privilegiare la discussione (ἔλεγχος) di quattro
σήματα di base, riferibili, in quanto segnavia, direttamente a ὁδός (ma, nella
nostra traduzione, predicati di τὸ ἐόν), cui è poi possibile ricollegare gli
altri: senza nascita e morte (ἀγένητον, ἀνώλεθρόν
B8.5-21); tutto omogeneo (πᾶν ὁμοῖον
B8.22-25); (iii) immobile 21 95. 22 108. 442 (ἀκίνητον B8.26-31); (iv) compiuto
(οὐκ ἀτελεύτητον, τετελεσμένον B8.32-49). Di recente McKirahan23 ha proposto un
elenco più minuzioso, classificando con una più articolata suddivisione in
gruppi tutti i predicati: A: ἀγένητον (ingenerato) ἀνώλεθρόν (imperituro) B: οὖλον
(intero) τέλειον24 (completo) ὁμοῦ πᾶν (tutto insieme) συνεχές (che si tiene
insieme) C: οὐδέ ποτ΄ ἦν (né un tempo era) οὐδ΄ ἔσται (né sarà) νῦν ἔστιν (è
ora) D: ἀκίνητον (immobile) ἔμπεδον (immutabile) E: ἀτρεμὲς (stabile) F:
μουνογενές (unico25) ἕν (uno). Nella nostra esposizione seguiremo lo schema di
Mourelatos che abbiamo precisato, integrandolo con le osservazioni desumibili
dall’elenco di McKirahan. Ingenerato (e imperituro) Il vero e proprio attacco
argomentativo del frammento è formulato come interrogazione (vv. 6-7)26: τίνα γὰρ
γένναν διζήσεαι αὐτοῦ; πῇ πόθεν αὐξηθέν; Quale nascita, infatti, ricercherai di
esso? Come e donde cresciuto? 23 “Signs and Arguments in Parmenides B8”, in The
Oxford Handbook of Presocratic Philosophy, edited by. P. Curd D.W. Graham,
O.U.P., Oxford 2008 191. 24 McKirahan legge hdè téleion in vece di ἠδ΄ ἀτέλεστον.
25 Noi abbiamo preferito rendere come uniforme. 26 Ma alcuni sostengono che
l'argomentazione cominci al verso precedente con οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται.
L’implicita opzione discutiva impronterà lo sviluppo discorsivo: la Dea non si
limiterà a ragionare con il proprio (muto) ascoltatore, ma mimerà un autentico
confronto dialettico, attribuendogli le convinzioni teoriche (o di senso
comune) che è necessario confutare per dimostrare la propria tesi. Un possibile
modello argomentativo I versi 7-15 nella versione (a dire il vero tormentata)
che abbiamo accolto e tradotto27 - possono esemplificare efficacemente la
struttura del procedimento razionale di Parmenide: οὔτ΄ ἐκ μὴ ἐόντος ἐάσω
φάσθαι σ΄ οὐδὲ νοεῖν· οὐ γὰρ φατὸν οὐδὲ νοητόν ἔστιν ὅπως οὐκ ἔστι. τί δ΄ ἄν
μιν καὶ χρέος ὦρσεν ὕστερον ἢ πρόσθεν, τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον, φῦν; οὕτως ἢ
πάμπαν πελέναι χρεών ἐστιν ἢ οὐχί. οὐδὲ ποτ΄ ἐκ < τοῦ ἐ > όντος ἐφήσει
πίστιος ἰσχύς γίγνεσθαί τι παρ΄ αὐτό· τοῦ εἵνεκεν οὔτε γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε
Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει· Da ciò che non è non permetterò che tu dica e
pensi; non è infatti possibile dire e pensare che non è. Quale bisogno,
inoltre, lo avrebbe spinto, originando dal nulla, a nascere più tardi o prima?
Così è necessario sia per intero o non sia per nulla. Né mai concederà forza di
convinzione che nasca qualcosa accanto a esso. Per questo né nascere né morire
concesse Giustizia, sciogliendo le catene, ma [lo] tiene. 27 Come risulta dalle
annotazioni al testo greco, abbiamo accettato l'emendazione proposta da Karsten
della forma ἐκ μὴ ὄντος attestata dai codici, in ἐκ < τοῦ ἐ >
όντος.L’argomento insieme agli interrogativi che lo introducono - ha come
soggetto sottinteso (nella nostra traduzione) ἐόν (v. 3): per escluderne
generazione (τίνα γένναν αὐτοῦ; - quale nascita di esso?) e derivazione (πῇ
πόθεν αὐξηθέν; - come e donde cresciuto?), la Dea non concede: che esso possa nascere (φῦν) originando dal
nulla (τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον) - da ciò che non è (ἐκ μὴ ἐόντος); che esso origini (γίγνεσθαi) dall’essere (ἐκ
< τοῦ ἐ > όντος). Non rimanendo alternative, ella conclude il proprio
ragionamento (a dimostrazione della tesi: ὡς ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν)
appoggiandosi alla superiore garanzia di Dike (il nume tutelare dei limiti e
delle prerogative a essi associate), la quale vincola ciò che è a essere ἀγένητον
(e ἀνώλεθρόν). La struttura dell’argomento risulterebbe dilemmatica, come
segnalato dall'uso di οὔτε e οὐδέ (v.
12): non è vero questo, e neppure è vero quest’altro, dove questo e quest’altro
rappresentano le uniche due possibilità concepibili in proposito28, appunto ἐκ
μὴ ἐόντος (v. 7) e ἐκ < τοῦ ἐ > όντος (v. 12 emendato). Di questa
struttura si trova conferma nello scritto Sul non-essere di Gorgia (versione
Sesto Empirico, Adversus mathematicos VII, 71): καὶ μὴν οὐδὲ γενητὸν εἶναι
δύναται τὸ ὄν. εἰ γὰρ γέγονεν, ἤτοι ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος γέγονεν. ἀλλ’ οὔτε ἐκ
τοῦ ὄντος γέγονεν· οὔτε ἐκ τοῦ μὴ ὄντος·
οὐκ ἄρα οὐδὲ γενητόν ἐστι τὸ ὄν E ancora, l'essere non può neppure essere
generato: se è stato generato, infatti, certamente è stato generato o
dall'essere o dal non-essere; ma non è stato generato né dall'essere né dal non essere . L'essere, di conseguenza,
non è stato generato; 28 Leszl 177. 445 e in Aristotele (Fisica I, 8 191 a23
ss.), con chiara allusione anche agli Eleati29: Ὅτι δὲ μοναχῶς οὕτω λύεται καὶ ἡ
τῶν ἀρχαίων ἀπορία, λέγωμεν μετὰ ταῦτα. ζητοῦντες γὰρ οἱ κατὰ φιλοσοφίαν πρῶτοι
τὴν ἀλήθειαν καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων ἐξετράπησαν οἷον ὁδόν τινα ἄλλην ἀπωσθέντες
ὑπὸ ἀπειρίας, καί φασιν οὔτε γίγνεσθαι τῶν ὄντων οὐδὲν οὔτε φθείρεσθαι διὰ τὸ ἀναγκαῖον
μὲν εἶναι γίγνεσθαι τὸ γιγνόμενον ἢ ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος, ἐκ δὲ τούτων ἀμφοτέρων
ἀδύνατον εἶναι· οὔτε γὰρ τὸ ὂν γίγνεσθαι (εἶναι γὰρ ἤδη) ἔκ τε μὴ ὄντος οὐδὲν ἂν
γενέσθαι· ὑποκεῖσθαι γάρ τι δεῖν. καὶ οὕτω δὴ τὸ ἐφεξῆς συμβαῖνον αὔξοντες οὐδ’
εἶναι πολλά φασιν ἀλλὰ μόνον αὐτὸ τὸ ὄν. Che così solamente si risolva anche la
difficoltà dei pensatori antichi, lo diremo in quel che segue. Coloro, infatti,
che per primi hanno indagato in modo filosofico la realtà e la natura delle
cose furono sviati come spinti lungo una via diversa dalla loro inesperienza.
Essi sostengono in effetti che degli enti nessuno né si genera né si distrugge:
poiché ciò che si genera, necessariamente, si genera o da ciò che è o da ciò
che non è, ma è impossibile che ciò accada in entrambi i casi30. L'essere,
infatti, non si genera (perché è già) e nulla può generarsi dal non essere, dal
momento che qualcosa deve fungere da sostrato. E sviluppandone ulteriormente le
conseguenze, affermavano allora che non esiste il molteplice, ma solo l'essere
stesso. Lo stesso Simplicio, parafrasando due volte il testo (Phys. 77, 9; 162,
11), offre questo senso: 29 Palmer (Parmenides et Presocratic Philosophy cit. 129-133)
ha contestato, con buoni argomenti, che il testo si riferisca esclusivamente
agli Eleati. 30 Enfasi nostra. 446 καὶ γὰρ καὶ Παρμενίδης ὅτι ἀγένητον τὸ ὄντως
ὂν ἔδειξεν ἐκ τοῦ μήτε ἐξ ὄντος αὐτὸ γίνεσθαι (οὐ γὰρ ἦν τι πρὸ αὐτοῦ ὄν) μήτε ἐκ
τοῦ μὴ ὄντος Anche Parmenide infatti sosteneva che l'essere in senso pieno è
ingenerato: mostrava che esso non si genera né dall'essere (poiché non c'è
qualche essere oltre a esso), né dal non essere (162.11). Accettando questa
lezione, ritroveremmo Parmenide impegnato a elaborare una dimostrazione
dialettica rigorosa31: gli interrogativi
(retorici: τίνα γένναν διζήσεαι αὐτοῦ;)
introducono l’ipotesi contraddittoria alla tesi che l’autore intende dimostrare
(nella forma gorgiana: εἰ γὰρ γέγονεν), in questo modo delineando la struttura
dilemmatica di base: ciò che è è ingenerato (ἀγένητον ἐὸν) - ciò che è è
generato (Gorgia: γενητόν ἐστι τὸ ὄν);
tale ipotesi viene articolata in un nuovo dilemma: nascita e crescita
implicano necessariamente un’origine o (a) ἐκ μὴ ἐόντος o (b) ἐκ < τοῦ ἐ
> όντος (secondo lo schema citato da Simplicio); (iii) dal momento che
entrambe le possibilità sono razionalmente insostenibili, l’ipotesi (nascita e
crescita di ciò che è) si rivela infondata, e la sua contraddittoria, la tesi
difesa da Parmenide, è dimostrata: che ciò che è è ingenerato (ὡς ἀγένητον ἐὸν
… ἐστιν). Come abbiamo già segnalato, anche il contesto appare implicitamente
dialettico: viene (monologicamente) mimato il dibattito tra un sostenitore (che
pone gli interrogativi) e un oppositore (di cui si anticipano le risposte
possibili) della tesi di Parmenide. Compito (retorico-persuasivo) della Dea
rispetto al kouros (e al pubblico di ascoltatori e lettori di Parmenide) è di
illustrare i passaggi della (virtuale) discussione, marcando il nesso tra forza
di 31 Contro questa ricostruzione, che presume l’introduzione (consapevole) di
un modello argomentativo dilemmatico da parte dell’autore, può valere
l’osservazione di Leszl (p. 178) secondo cui la sequenza di tre argomenti (vv.
7b-9a; 9b-11; 12-13a) rende improbabile una struttura dilemmatica. 447
convinzione (πίστιος ἰσχύς), giudizio (κρίσις), necessità (ὥσπερ ἀνάγκη).
Appare trasparente nella confutazione della prima possibilità: οὔτ΄ ἐκ μὴ ἐόντος
ἐάσω φάσθαι σ΄ οὐδὲ νοεῖν· οὐ γὰρ φατὸν οὐδὲ νοητόν ἔστιν ὅπως οὐκ ἔστι Da ciò
che non è non permetterò che tu dica e pensi; non è infatti possibile dire e
pensare che non è il riferimento a B2.7-8 e B6.1: οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν
- οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις poiché non potresti conoscere ciò che non è
(non è infatti cosa fattibile), né indicarlo χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι
È necessario il dire e il pensare che ciò che è è. Questo comporta che quanto
leggiamo a livello frammentario fosse in realtà organizzato in una costruzione
argomentativa complessa, che il discorso della Dea in B8 presuppone (e talvolta
richiama esplicitamente): in particolare il μῦθος di B2. Il modello delle
uniche vie di ricerca per pensare ricavate dall’alternativa è-non-è, il rifiuto
del secondo corno sulla scorta della sua inconsistenza (assenza di contenuto da
pensare, dire e indicare) e dunque la piena accettazione della prima via di
indagine (che è), insieme alla conseguente esclusione di una effettiva “terza
via” (B6.4-5, 8-9; B7.1), consentono a Parmenide di operare di fatto con i
principi di non-contraddizione e del terzo escluso32: donde l’impossibilità di
sostenere che ciò che è non sia, ovvero 32 Conche 142. 448 ammettere qualcosa
che possa comportare che ciò che è non sia33. D’altra parte la pervasiva
presenza della Dea - che pone domande e risponde (vv. 6b-7a: τίνα γὰρ γένναν
διζήσεαι αὐτοῦ; πῇ πόθεν αὐξηθέν;), che sottolinea i passaggi (v. 7b: οὔτ΄... ἐάσω;)
e richiama le condizioni (v. 15b: ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν...), che
complessivamente ribadisce il rigore del procedimento seguito (v. 16b: κέκριται
δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη...) e ne conferma i risultati con il proprio commento
(l’inciso ai 17b-18a: οὐ γὰρ ἀληθής ἔστιν ὁδός) ci ricorda che il contesto
narrativo entro cui si inserisce il ragionamento è comunque quello di una
rivelazione. Il fatto che alcune premesse rimangano implicite si giustifica
forse proprio con la forma apodittica della comunicazione divina: come osserva
Mansfeld34, i segni sono ricavati - immediatamente o mediatamente - dalla
disgiunzione di B2, le cui premesse sono garantite dal μῦθος della Dea. Questo
potrebbe anche spiegare la scelta dell’espressione σήματα, il mezzo di
comunicazione di una potenza superiore: Parmenide sceglie di lasciare la parola
della Dea a fondamento di tutti i processi (e progressi) del pensiero in B835.
Ella sollecita l’autonomia del discepolo, ma lo invita a registrare e ad aver
cura di un μῦθος contrapposto a quanto comunemente assunto dai mortali: il suo
ruolo pedagogicamente “eccede” lo stesso esercizio razionale, assicurandone i
principi, così come le altre divinità evocate nel frammento (Dike, Ananke,
Moira) “trascendono” (garantendolo) τὸ ἐὸν, ciò che, secondo l’istruzione
razionale, pretende di dominare di fronte al pensiero senza eccezione36. 33
McKirahan 192. 34 103-4. 35 Mansfeld 106. 36 Su questo in particolare la terza
edizione dell’opera di Couloubaritsis, più volte citata, Mythe et Philosophie
chez Parménide, ora con nuova titolazione: La pensée de Parménide (en appendice
traduction du Poème), Éditions Ousia, Bruxelles 2008, per esempio p. 247. 449
Nascita e crescita Abbiamo sottolineato come la prima sezione argomentativa si
apra con tre interrogativi, che offrono alla Dea l’opportunità di dimostrare ὡς
ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν ἐστιν; essi sono così formulati (vv. 6b-7a): τίνα γὰρ
γένναν διζήσεαι αὐτοῦ; πῇ πόθεν αὐξηθέν; Quale nascita, infatti, ricercherai di
esso? Come e donde cresciuto? È possibile intenderli come introduzione ai tre
successivi argomenti: 7b-9a: ἐκ μὴ ἐόντος
ἐάσω φάσθαι σ΄ οὐδὲ νοεῖν· οὐ γὰρ φατὸν οὐδὲ νοητόν ἔστιν ὅπως οὐκ ἔστι Da ciò
che non è non permetterò che tu dica e pensi; non è infatti possibile dire e
pensare che non è; 9b-10: τί δ΄ ἄν μιν
καὶ χρέος ὦρσεν ὕστερον ἢ πρόσθεν, τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον, φῦν; Quale necessità
lo avrebbe mai spinto, originando dal nulla, a nascere più tardi o prima? (iii)
12-13a: οὐδὲ ποτ΄ ἐκ < τοῦ ἐ > όντος ἐφήσει πίστιος ἰσχύς γίγνεσθαί τι
παρ΄ αὐτό Né mai concederà forza di convinzione che nasca qualcosa accanto a
esso. 450 Le relative risposte negative sarebbero formulate espressamente ai 13b-15a:
τοῦ εἵνεκεν οὔτε γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει
Per questo né nascere né morire concesse Giustizia, sciogliendo le catene, ma
[lo] tiene. Piuttosto che sollevare problemi diversi (ancorché collegati) e
rinviare a distinti argomenti, la progressione delle domande, il ricorso a
interrogativi retorici (vv. 9-10) e la possibile articolazione dilemmatica
sembrano evocare l’incalzare dialettico di un confronto, i cui termini di
riferimento il sostantivo γέννα (nascita, generazione) e il participio αὐξηθέν
(cresciuto, da αὐξάνω, crescere, incrementare) puntano direttamente al problema
dell’origine, come esplicitamente rivelato dall’uso di due espressioni verbali
indicative: ἀρξάμενον (da ἄρχω, iniziare, cominciare, dare origine, da cui ἀρχή,
principio) e φῦν (da φύω, generare, produrre, ma anche sorgere, nascere, da cui
φύσις, natura). In questo senso le tre formule inquisitive (τίνα γένναν, πῇ αὐξηθέν,
πόθεν αὐξηθέν) potrebbero essere assunte come equivalenti: la seconda e la
terza, in particolare, come riferentesi alle condizioni necessarie alla
nascita: essa è un processo (questo spiega il come?) che richiede un’origine
(donde?)37. Analogamente gli argomenti possono essere letti come momenti della
stessa progressione negativa contro l’ipotesi di γένεσις di τὸ ἐόν: le domande
ne articolerebbero le implicazioni per consentire di confutarne più
efficacemente le condizioni di possibilità. 37 McKirahan 193; Robbiano 112. 451
Nascita e morte oscura Proprio la connessione tra γέννα e φύσις (di cui nascita
esprimerebbe uno dei significati originari) ha fatto supporre38 che Parmenide
nel nostro passo discuta il senso stesso della nozione di φύσις, scomponendola
nei suoi originari termini costitutivi, di fatto attaccando la riduzione
dell’Essere a φύσις. Obiettivi della confutazione sarebbero, in particolare,
Esiodo (il quale aveva posto il problema: chi venne per primo?) e i pensatori
ionici (per la ricerca della ἀρχή) 39. Esemplari in questa prospettiva i
frammenti di Anassimandro: ἀρχὴn... τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον... ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι
τοῖς οὖσι͵ καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεών· διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην
καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν. principio delle cose
che sono è l’infinito... è secondo necessità che verso le stesse cose, da cui
le cose che sono hanno origine, avvenga anche la loro distruzione [ovvero
letteralmente: le cose dalle quali invero le cose che sono hanno la loro
origine, verso quelle stesse cose avviene la loro distruzione secondo
necessità]; esse, infatti, pagano le une alle altre pena e riscatto della
colpa, secondo l’ordinamento del tempo (Simplicio; DK 12 B1) ταύτην (sc. φύσιν
τινὰ τοῦ ἀπείρου ) ἀίδιον εἶναι καὶ ἀ γ ή ρ ω che essa [una certa natura
dell’infinito] è eterna e non invecchia (Hippolitus; DK 12 B2) ἀθάνατον.. καὶ ἀνώλεθρον
(τὸ ἄπειρον = τὸ θεῖον) immortale.... e indistruttibile (Aristotele; DK 12 B3).
38 Per esempio a Ruggiu 289. 39 Ivi 290. 452 Il frammento B1 ci è conservato
nella testimonianza di Simplicio, il quale nel suo commento alla Fisica
aristotelica si serve del prezioso contributo di Teofrasto (uno degli ultimi a
disporre probabilmente dell’opera del Milesio) nelle sue Opinioni dei fisici:
la citazione, che appare sostanzialmente accurata40, è inserita in una
presentazione delle opinioni di Anassimandro che è necessario non perdere di
vista per intenderne correttamente le parole: [A.] ἀρχήν τε καὶ στοιχεῖον εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον,
πρῶτος τοῦτο τοὔνομα κομίσας τῆς ἀρχῆς. λέγει δ’ αὐτὴν μήτε ὕδωρ μήτε ἄλλο τι τῶν
καλουμένων εἶναι στοιχείων, ἀλλ’ ἑτέραν τινὰ φύσιν ἄπειρον, ἐξ ἧς ἅπαντας
γίνεσθαι τοὺς οὐρανοὺς καὶ τοὺς ἐν αὐτοῖς κόσμους· ἐξ ὧν δὲ... τάξιν [B 1],
ποιητικωτέροις οὕτως ὀνόμασιν αὐτὰ λέγων. δῆλον δὲ ὅτι τὴν εἰς ἄλληλα μεταβολὴν
τῶν τεττάρων στοιχείων οὗτος θεασάμενος οὐκ ἠξίωσεν ἕν τι τούτων ὑποκείμενον
ποιῆσαι, ἀλλά τι ἄλλο παρὰ ταῦτα· οὗτος δὲ οὐκ ἀλλοιουμένου τοῦ στοιχείου τὴν
γένεσιν ποιεῖ, ἀλλ’ ἀποκρινομένων τῶν ἐναντίων διὰ τῆς ἀιδίου κινήσεως. dichiarò l’apeiron principio e elemento delle
cose che sono, adottando per primo questo nome di “principio”. Egli sostiene,
infatti, che esso non sia né acqua né alcun altro di quelli che sono detti
elementi, ma che sia una certa altra natura infinita, da cui originano tutti i
cieli e i mondi in essi: [B1], parlando di queste cose così in termini
piuttosto poetici. È evidente allora che, avendo considerato la reciproca
trasformazione dei quattro elementi, non ritenne adeguato porre alcuno di essi
come sostrato, ma qualcosa di diverso, al di là di essi. Egli poi non fa
discendere la generazione dall'alterazione dell’elemento, ma dalla separazione
dei contrari, a causa del movimento eterno.
(Simplicio; DK 12 A9). 40 Per l’analisi relativa si rinvia al
fondamentale contributo di Ch. Kahn, Anaximander and the Origins of Greek
Cosmology, Hackett, Indianapolis 19943, in particolare alla prima parte,
dedicata alla documentazione dossografica. 453 Dal complesso di testimonianza e
citazione possiamo in effetti intravedere nel testo di Anassimandro sei aspetti
su cui si sarebbe concentrata la sua indagine:
l’ἄπειρον come principio delle cose che sono (ἀρχή τῶν ὄντων); le cose che sono (τὰ ὄντα), la totalità degli
enti della nostra esperienza41, sottoposti ai processi di generazione (γένεσις)
e corruzione (φθορά); (iii) le cose dalle quali (ἐξ ὧν) le altre (le cose che
sono) hanno origine: nel contesto molto probabile il riferimento agli elementi
(στοιχεία) nel linguaggio peripatetico della testimonianza; più plausibile
intendere i contrari (τὰ ἐναντία) da cui esse si fomerebbero direttamente, come
documentato da PseudoPlutarco: φησὶ δὲ τὸ ἐκ τοῦ ἀιδίου γόνιμον θερμοῦ τε καὶ
ψυχροῦ κατὰ τὴν γένεσιν τοῦδε τοῦ κόσμου ἀποκριθῆναι καί τινα ἐκ τούτου φλογὸς
σφαῖραν περιφυῆναι τῶι περὶ τὴν γῆν ἀέρι ὡς τῶι δένδρωι φλοιόν [Anassimandro]
sostiene anche che ciò che, derivato dall’eterno, è produttivo di caldo e
freddo fu separato alla generazione di questo mondo, e da esso una sfera di
fiamma si sviluppò intorno all'aria che circonda la terra, come la scorza
intorno all'albero (DK 12 A10); (iv) le cose verso cui (εἰς ταῦτα) si produce
(γίνεσθαι) la corruzione delle altre cose: gli elementi (ovvero i contrari) cui
esse si riducono; (v) il come tale processo si sviluppa: secondo necessità (κατὰ
τὸ χρεών), secondo l’ordine del tempo (κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν) 42; 41 Su
questo punto la nostra interpretazione diverge da quella di Kahn (pp. 180 ss.),
che costituisce ancora un riferimento imprescindibile. 454 (vi) il perché, la
causa del processo: il costante e compensativo confronto conflittuale tra i
contrari (διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας). Da un punto
di vista filologico, Kahn43 ha convincentemente insistito sulla probabile
genuinità della citazione, rilevando, con riscontri nella letteratura del
periodo, le ascendenze ioniche e arcaiche del lessico del frammento: è per noi
di particolare interesse la conferma addirittura nella costruzione sintattica dell’uso
omerico di γένεσις nel senso di generazione ma anche di origine causale e -
accanto alla plausibile autenticità di φθορά (termine non attestato prima di
Erodoto e Eschilo), come in Parmenide impiegato nella letteratura ippocratica
in contrapposizione a αὔξη (crescita) - la possibilità di τελευτή (morte),
presente, con forme verbali derivate (τελευτᾶν), in Senofane (τελευτᾶι B27) e
appunto in Parmenide (τελευτήσουσι B19). Secondo quanto attesta Ippolito: οὗτος
ἀρχὴν ἔφη τῶν ὄντων φύσιν τινὰ τοῦ ἀπείρου, ἐξ ἧς γίνεσθαι τοὺς οὐρανοὺς καὶ τὸν
ἐν αὐτοῖς κόσμον. ταύτην δ’ ἀίδιον εἶναι καὶ ἀγήρω [B 2], ἣν καὶ πάντας
περιέχειν τοὺς κόσμους. λέγει δὲ χρόνον ὡς ὡρισμένης τῆς γενέσεως καὶ τῆς οὐσίας
καὶ τῆς φθορᾶς [Anassimandro] disse che principio delle cose che sono è una
certa natura dell'apeiron, da cui si generano i cieli e l'ordine [il mondo] che
è in essi. Essa è eterna e non invecchia, e inoltre circonda tutti i mondi.
parla poi del tempo in quanto la generazione, l'esistenza e la dissoluzione
risultato ben delimitate (DK 12 A11), 42 Secondo S.A. White ("Thales and
the Stars", in Presocratic Philosphy cit. 4) l'espressione rifletterebbe
le conquiste astronomiche di Talete. Sullo stesso tema l'autore è tornato più
diffusamente in "Milesian Measures: Time, Space and Matter", in The
Oxford Handbook of Presocratic Philosophy cit. 89-133). 43 168 ss.. 455 di
quella certa natura dell’infinito (φύσιν τινὰ τοῦ ἀπείρου) Anassimandro avrebbe
inoltre sostenuto che è eterna (ἀίδιον)
e non invecchia (ἀγήρω). Predicati
analoghi a quelli - senza morte (ἀθάνατον, immortale) e senza distruzione (ἀνώλεθρον)
- che Aristotele, riferendosi esplicitamente anche ad Anassimandro, aveva a sua
volta citato, nel discutere dell’ἄπειρον come principio: non a caso marcandone
il nesso con il divino (τὸ θεῖον). Ora, è possibile che Parmenide, nel
complesso della sezione B8.6-21, tenesse presenti proprio il modello se non
addirittura lo scritto di Anassimandro: le assonanze verbali (ovviamente per
quanto la filologia ha potuto ricostruire del testo del Milesio) appaiono
esplicite, così come l'esigenza di escludere che da ciò che non è (ἐκ μὴ ἐόντος) qualcosa
possa essere cresciuto (αὐξηθέν) ovvero che qualcosa possa nascere (φῦν)
originando dal nulla (τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον); appare chiaro soprattutto il
disegno di sistematica contestazione di nozioni come γένεσις e γέννα (cui si
deve aggiungere ὄλεθρος) e dell’idea stessa che
da ciò che è (ἐκ < τοῦ ἐ > όντος) possa generarsi qualcosa accanto
[o oltre] a esso (τι παρ΄ αὐτό). È una evidenza che la Dea, nella propria
confutazione, insista sulla γένεσις, senza produrre, in effetti, una specifica
argomentazione a supporto dell’incorruttibilità (ἀνώλεθρόν): sebbene poi
sottolinei (vv. 14 e 21) di averlo fatto. Dobbiamo concludere44 che Parmenide
giudicasse gli argomenti a sostegno di ἀγένητον sufficienti anche per ἀνώλεθρόν
(considerando l’affermazione dell’indistruttibilità dell’essere implicita
nell’esclusione della sua generabilità45); ovvero che non ritenesse necessario
confutare la corruzione in quanto processo analogo, ancorché opposto, al
precedente; o ancora che la rubricasse tra le espressioni della via negativa.
Significativamente, egli connota ὄλεθρος (morte, distruzione) come ἄπυστος
(oscura, oggetto di oblio) come aveva fat- 44 Con McKirahan 193. 45 Tarán 106.
456 to per la via negativa con παναπευθής (del tutto privo di informazioni
B2.6)46. D’altra parte, l’idea di forze elementari a un tempo immortali e
tuttavia generate era parte della tradizionale concezione del mondo omerica ed
esiodea (donde il genere teogonico) 47. Lo schema della testimonianza
teofrastea ribadita da Simplicio potrebbe confermarne il residuo nella
distinzione anassimandrea tra: principio
- τὸ ἄπειρον, pensato eterno e stabile, in contrapposizione all’instabilità
degli elementi (στοιχεία); contrari (τὰ ἐναντία:
di base caldo e freddo) che scaturiscono per separazione (ἀποκρινομένων τῶν ἐναντίων),
a causa del movimento eterno (διὰ τῆς ἀιδίου κινήσεως), e che producono con il
proprio conflitto il processo cosmogonico (ovvero, più correttamente, la
cosmo-gono-phthoria48); (iii) cose (τὰ ὄντα) sottoposte alla vicissitudine di
generazione e corruzione. Il resoconto della Dea avrebbe dimostrato come,
secondo ragione, ciò-che-è, oltre a implicare la stessa incorruttibilità
abitualmente attribuita al divino e a quanto a esso immediatamente connesso (i
cieli), escludesse in ogni modo la possibilità stessa di generazione, nel
duplice senso di derivazione da qualcosa di altro dall'essere o di produzione
di altro essere. Aristotele, i Milesi e Parmenide Possiamo trovare un'eco della
discussione arcaica sulla generazione nella ricostruzione aristotelica delle
origini della filosofia (Metafisica I, 3): a proposito della posizione della
maggioranza di coloro che per primi filosofarono (τῶν δὴ πρώτων φιλοσοφησάντων
οἱ πλεῖστοι), secondo cui principi di tutte le co- 46 Mourelatos 97. 47 . 48 A.
Laks, Introduction à la philosophie présocratique, PUF, Paris 2006 10. 457 se (ἀρχὰς
πάντων) sarebbero solo quelli nella forma di materia (τὰς ἐν ὕλης εἴδει μόνας),
Aristotele osserva: ἐξ οὗ γὰρ ἔστιν ἅπαντα τὰ ὄντα καὶ ἐξ οὗ γίγνεται πρώτου καὶ
εἰς ὃ φθείρεται τελευταῖον, τῆς μὲν οὐσίας ὑπομενούσης τοῖς δὲ πάθεσι μεταβαλλούσης,
τοῦτο στοιχεῖον καὶ ταύτην ἀρχήν φασιν εἶναι τῶν ὄντων, καὶ διὰ τοῦτο οὔτε γίγνεσθαι
οὐθὲν οἴονται οὔτε ἀπόλλυσθαι, ὡς τῆς τοιαύτης φύσεως ἀεὶ σωζομένης ciò da cui,
infatti, tutte le cose derivano il loro essere, e ciò da cui dapprima si
generano e verso cui infine si corrompono, permanendo per un verso la sostanza,
per altro invece mutando nelle affezioni, questo sostengono essere elemento e
questo principio delle cose, e per questo credono che né si generi né si
distrugga alcunché, dal momento che una tale natura si conserva sempre (983 b8-
13). Nello schema interpretativo di Aristotele, dunque, alle origini della
tradizione filosofica ritroveremmo, per dar conto del divenire degli enti,
l’applicazione di un principio: nulla si genera (dal nulla) e nulla si
distrugge (nel nulla). Ciò avrebbe di fatto imposto una forma di monismo
materialistico49, di riduzione del molteplice empirico all'unità soggiacente
del principio materiale. Il movimento dal principio e verso il principio, cioè
verso quella natura che si conserva sempre (τῆς τοιαύτης φύσεως ἀεὶ σωζομένης),
richiama quasi letteralmente (il complemento di origine è espresso al singolare
e non al plurale) il frammento anassimandreo. Più avanti, precisando tale
posizione che riconosce unico il sostrato (ἓν τὸ ὑποκείμενον), Aristotele si
riferisce implicitamente agli Eleati in questi termini: ἀλλ’ ἔνιοί γε τῶν ἓν
λεγόντων, ὥσπερ ἡττηθέντες ὑπὸ ταύτης τῆς ζητήσεως, τὸ ἓν ἀκίνητόν φασιν εἶναι
καὶ τὴν φύσιν ὅλην οὐ μόνον κατὰ γένεσιν καὶ φθοράν (τοῦτο μὲν γὰρ ἀρχαῖόν τε
καὶ πάντες ὡμολόγησαν) 49 Secondo l'acuta lettura di Graham, Explaining the
Cosmos ἀλλὰ καὶ κατὰ τὴν ἄλλην μεταβολὴν πᾶσαν· καὶ τοῦτο αὐτῶν ἴδιόν ἐστιν ma
alcuni di quelli che sostengono l’unità, come sopraffatti da una tale ricerca,
affermano che l’uno è immobile e così anche l'intera natura, non solo rispetto
alla generazione e alla corruzione (questa è infatti convinzione antica, su cui
tutti concordavano), ma anche rispetto a ogni altro mutamento: e questo era
loro peculiare (984 a29-984 b1). L’inciso nel passo rende ancora più evidente
l’assunto aristotelico secondo cui già i primi filosofi accettarono la doxa che
è impossibile che qualcosa sia generato da ciò che non è, sviluppando sistemi
in coerenza con essa: la peculiarità della posizione eleatica (a Parmenide si
accenna esplicitamente due righe sotto) è risultato della “estremizzazione”
della stessa doxa adottata dagli Ionici50. In pratica, Aristotele da un lato
avalla una sorta di continuità tra la posizione ionica e quella eleatica -
nella condivisione del principio esplicativo di fondo, dall’altro rileva lo
scarto alla base della deviazione eleatica dall'indagine peri physeōs nella
radicalizzazione dell’applicazione di quel principio, che avrebbe condotto alla
negazione di ogni forma di divenire e dunque fuori dell’ambito della filosofia
della natura. Torneremo più sotto sul modello cosmogonico e cosmologico milesio
e sullo schema interpretativo aristotelico. È tuttavia opportuno anticipare come
il complesso delle testimonianze (di matrice essenzialmente peripatetica)
faccia in realtà intravedere la possibilità di una lettura diversa: dalla
natura individuata come origine (ἀρχή) si sarebbero generate, per effetto in
ultima analisi del moto intrinseco, alcune realtà elementari indipendenti
(connesse ai contrari: Pseudo-Plutarco accenna a fuoco, aria e terra), da cui
deriverebbe tutto il resto. Un modello pluralistico, che 50 Sulla ricostruzione
aristotelica delle origini della filosofia sono molto interessanti le
osservazioni di Leszl in W. Leszl, “Aristoteles on the Unity of Presocratic
Philosophy. A Contribution to the Reconstruction of the Early Retrospective
View of Presocratic Philosophy”, in La costruzione del discorso filosofico
nell’età dei Presocratici, a cura di M.M. Sassi, Edizioni della Normale, Pisa
2006 355-380, in particolare pp. 362 ss.. 459 ancora risentirebbe del
politeismo teogonico esiodeo51, e che avrebbe suscitato dunque almeno due
ordini di problemi di "second'ordine" (metacosmologici) per la
riflessione posteriore: perché una
realtà dovrebbe avere una precedenza, un primato (ontologico) sulle altre? come è possibile che una natura ne produca
altre? Da ciò che non è... Tornando ora al testo, per mostrare l’insensatezza
degli interrogativi sull’origine di ciò che è espressi all’inizio della
sezione: τίνα γὰρ γένναν διζήσεαι αὐτοῦ; πῇ πόθεν αὐξηθέν; Quale nascita,
infatti, ricercherai di esso? Come e donde cresciuto?, la Dea, come abbiamo già
osservato, procede a considerare una prima eventualità: che ἐόν sia scaturito
(nato e cresciuto) ἐκ μὴ ἐόντος. Tale possibilità è scartata sulla base di due
successive argomentazioni: la prima si richiama alla linea di pensiero
sviluppata nei frammenti precedenti: ἐκ μὴ ἐόντος ἐάσω φάσθαι σ΄ οὐδὲ νοεῖν· οὐ
γὰρ φατὸν οὐδὲ νοητόν ἔστιν ὅπως οὐκ ἔστι Da ciò che non è non permetterò 51 Su
questo schema interpretativo si veda in particolare Graham, Explaining the
Cosmos…, cit., capp. 3 e 4. Il tema era già stato affrontato dall'autore in
saggi precedenti: per esempio in "Heraclitus' criticism of Ionian
philosophy", Oxford Studies in Ancient Philosophy, 1997, 15 1-50. A.
Nehamas ("Parmenides Being/Heraclitean Fire", in Presocratic
Philosophy, cit. 45-64), con qualche distinguo, accetta lo schema proposto da
Graham. Elabora un modello analogo S.A. White, “Milesian Measures: Time, Space,
and Matter”, in The Oxford Handbook of Presocratic Philosophy, cit. 112 ss.. 460
che tu dica e pensi; non è infatti possibile dire e pensare che non è. (vv.
7b-9a). Abbiamo sopra rilevato in questo caso la ripresa delle tesi di B2.7-8 e
B6.1, e dunque di quanto immediatamente rivelato dalla Dea: esistono solo due vie di ricerca per pensare
(B2.2); una: è (B2.3), l’altra: non è
(B2.5); (iii) la seconda è di fatto impercorribile, in quanto παναπευθής ἀταρπός
(sentiero del tutto privo di informazioni B2.6); (iv) è allora necessario che
ciò che è sia (cρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι B6.1). Il primo argomento
dipende direttamente dall’autorevolezza (e dall’autorità) del μῦθος divino, per
escludere, con le sue logiche implicazioni (la formula χρή, con le sue
sfumature di cogenza, correttezza e opportunità), un percorso di ricerca che
coinvolga la via negativa, cioè comporti concettualmente a qualunque titolo il
ricorso a ciò che non è. A questa contestazione fa seguito un secondo, più
discusso, argomento (vv. 9b-10): τί δ΄ ἄν μιν καὶ χρέος ὦρσεν ὕστερον ἢ
πρόσθεν, τοῦ μηδενὸς ἀρξάμενον, φῦν; Quale bisogno lo avrebbe mai spinto,
originando dal nulla, a nascere più tardi o prima? Come abbiamo segnalato nel
commento, il testo greco lascia adito a due possibili interpretazioni. Perché mai, in un momento qualsiasi, ciò che
è dovrebbe generarsi? Nel nulla, in effetti, manca una ragione per cui esso
debba sorgere. Per quale circostanza ammettendo
che sia generato - ciò che è dovrebbe generarsi in un momento dato piuttosto
che in un altro (più tardi piuttosto che prima)? In realtà - originando dal
nulla - non c’è ragione per cui un momento debba essere privilegiato rispetto a
un altro: non vi è affatto ragione, dunque, per la sua generazione. In entrambi
i casi ci troviamo in presenza dell’applicazione del principio di ragione, per
cui un evento determinato è necessario 461 che abbia la propria ragione, cioè
la propria causa, in una situazione che possa produrlo (e quindi anche
spiegarlo). La più antica, esplicita formulazione del principio è in Leucippo
(dalle fonti ellenistiche supposto discepolo di Zenone e dunque considerato
vicino alla concettualità eleatica): οὐδὲν χρῆμα μάτην γίνεται, ἀλλὰ πάντα ἐκ
λόγου τε καὶ ὑπ’ ἀνάγκης nulla accade invano, ma tutto da ragione e necessità
(DK 67 B2). In questo senso, la risposta di Parmenide agli interrogativi
sull’origine di ciò che è è netta: nel nulla non è possibile rintracciare tale
causa; non c’è ragione per cui ciò che è debba nascere (φῦν) dal nulla. Ma
nella seconda interpretazione, al comune terreno rappresentato dal principio di
ragione si aggiungerebbe un’ulteriore implicazione: il ricorso consapevole all'indifferenza
rispetto al tempo52, per cui nulla si verifica senza che vi sia una ragione
sufficiente a spiegare perché è così e non altrimenti. La nascita in un momento
piuttosto che in un altro non è casuale, ma conseguenza necessaria di una causa
determinata53: affinché ciò che è si
possa generare, è necessario si generi in un certo momento; ma, derivando dal nulla, non c’è ragione per
cui si generi in un momento piuttosto che in un altro; (iii) non essendoci
ragione per cui esso si generi in un qualche momento, esso non potrà mai
generarsi. Insomma: deve esserci qualcosa che faccia la differenza: il
non-essere non può fare differenza. È qui possibile ancora un’eco di
Anassimandro, nel cui scritto sarebbe stata presente una particolare
applicazione cosmologica del principio, per giustificare l’immobilità e la
centralità della Terra all’interno della sfera celeste: 52 Leszl 183. 53
Conche, op, cit. 140. 462 τὴν δὲ γῆν εἶναι μετέωρον ὑπὸ μηδενὸς κρατουμένην,
μένουσαν δὲ διὰ τὴν ὁμοίαν πάντων ἀπόστασιν La Terra è sospesa, da nulla
dominata: rimane nel suo luogo a causa della equidistanza da tutto [da tutti i
punti della circonferenza celeste?] (Ippolito; DK 12 A11) μέσην τε τὴν γῆν κεῖσθαι
κέντρου τάξιν ἐπέχουσαν la terra giace in mezzo, occupando la posizione
centrale (Diogene Laerzio; DK 12 A1) εἰσὶ δέ τινες οἳ διὰ τὴν ὁμοιότητά φασιν αὐτὴν
μένειν, ὥσπερ τῶν ἀρχαίων Ἀναξίμανδρος· μᾶλλον μὲν γὰρ οὐθὲν ἄνω ἢ κάτω ἢ εἰς τὰ
πλάγια φέρεσθαι προσήκει τὸ ἐπὶ τοῦ μέσου ἱδρυμένον καὶ ὁμοίως πρὸς τὰ ἔσχατα ἔχον·
ἅμα δ’ ἀδύνατον εἰς τὸ ἐναντίον ποιεῖσθαι τὴν κίνησιν· ὥστ’ ἐξ ἀνάγκης μένειν
vi sono alcuni, come Anassimandro tra gli antichi, che sostengono che essa [la
terra] rimanga in posizione a causa della equidistanza: una cosa stabilita al
centro, infatti, e equidistante rispetto agli estremi, non conviene si porti
verso l’alto piuttosto che verso il basso o orizzontalmente; ma poiché è
impossibile muoversi contemporaneamente in direzioni opposte, necessariamente
rimane in posizione (Aristotele, De Caelo 295 b11-16; DK 12 A26). Nel caso del
Milesio l’indifferenza (e quindi l’assenza di “ragione” per il movimento in una
direzione o nell’altra) è espressa in relazione ai limiti celesti; Parmenide
l’avrebbe applicata al tempo, nel senso di negare la possibilità che nel nulla
si dia ragione per fare differenza, ai fini di un’ipotetica generazione
dell’essere, tra un momento e l’altro. Appare tuttavia più plausibile che il
filosofo intendesse semplicemente marcare la mancanza di una ragione per cui,
originando dal nulla, ciò che è si possa formare in un qualsiasi momento: nella
completa negatività del non-essere non può tro- 463 varsi alcuna necessità che
possa generarlo, nulla che possa fungere da ragione (causa) per la sua
generazione54. Al termine del secondo argomento, al v.11, abbiamo un rilievo: οὕτως
ἢ πάμπαν πελέναι χρεών ἐστιν ἢ οὐχί Così è necessario sia per intero o non sia
per nulla. Insistendo sul valore avverbiale di οὕτως, qui non ritroveremmo la
conclusione del ragionamento ma solo una sottolineatura importante: ciò che è
deve essere integralmente ingenerato ovvero assolutamente non essere. In
pratica la Dea ribadirebbe l’alternativa fondamentale della propria
rivelazione, escludendo che tra le due vie possa darsi una via intermedia e
dunque un commercio tra essere e non-essere. Come indicato in nota al testo,
McKirahan55 ha riconosciuto al verso una funzione prolettica: segnalerebbe che
quanto stabilito è rilevante per la successiva discussione. In effetti, πάμπαν
πελέναι appare plausibile parafrasi di tutto omogeneo (πᾶν ὁμοῖον), tutto pieno
d’essere (πᾶν ἔμπλεόν ἐόντος) - discussi a partire dal v. 22 piuttosto che di
ingenerato o ingenerato e incorruttibile. Se invece, come per lo più si
riscontra tra gli interpreti, si attribuisce a οὕτως valore conclusivo
(perciò), il verso risulterebbe comunque anticipare la krisis dei 15-16 (Il
giudizio in proposito dipende da ciò: "è" o "non è"),
ribadendo l’assoluta incompatibilità di essere e non-essere e dunque negando un
passaggio dal non-essere all’essere (e viceversa): nel contesto questo
significa bandire definitivamente la possibilità di generazione dal nulla,
ovvero che ci possa essere una diversità dell’essere nel tempo56. Leszl, in
particolare, convinto che l’uso degli avverbi sottolinei nei 9-10 la
preoccupazione parmenidea rispetto alla generazione nel tempo, interpreta: in
ogni momento l’essere c’è tutto o non c’è per nulla57. In questo senso la
conclusione e- 54 Leszl 185. 55 194. 56 Leszl 185-186. 57 Ivi 185. 464
scludendo il variare nel tempo di ciò che è effettivamente diventa anche
funzionale alla successiva discussione della sua omogeneità. Né mai
dall’essere... Accettando l’emendazione di Karsten, i 12-13a risultano: οὐδὲ
ποτ΄ ἐκ < τοῦ ἐ > όντος ἐφήσει πίστιος ἰσχύς γίγνεσθαί τι παρ΄ αὐτό Né
mai concederà forza di convinzione che nasca qualcosa accanto a esso. In
pratica, dopo aver eliminato la possibilità di una derivazione di ciò che è dal
non-essere, la Dea si sbarazza rapidamente anche della possibilità alternativa:
che ciò che è si generi da altro essere. In che senso, infatti, qualcosa (τι)
potrebbe generarsi (γίγνεσθαί) dall’essere (ἐκ < τοῦ ἐ > όντος)?
Parmenide assume che la nozione di γένεσις ἐκ < τοῦ ἐ > όντος introduca
implicitamente la prospettiva di qualcosa di diverso dall’essere, cioè che
accanto [o oltre] a esso (παρ΄ αὐτό) possa prodursi altro. È plausibile che
anche qui egli si confronti direttamente con la riflessione sull’ἀρχή: nella
misura in cui si riconosca l’ἀρχή come ciò che è e si tenga fermo il principio
di esclusione del nonessere, che cosa potrebbe generarsi accanto [oltre] a
esso? In pratica ammettere la generazione dall’essere comporterebbe riconoscere
che: εἶναι μὴ ἐόντα siano cose che non sono (B7.1). La Dea in proposito può
ricorrere a una formula di divieto diversa da quella “personale” utilizzata in
B8.7 (ἐάσω... οὐδὲ non permetterò che...): in questo caso la proibizione
risulta più astratta, vincolata a una considerazione razionale (οὐδὲ ποτ΄...
465 ἐφήσει πίστιος ἰσχύς Né mai concederà forza di convinzione [certezza], B8.12),
alla linea di pensiero espressa nel testo precedente. Una versione alternativa
dell’ultimo argomento è quella tradizionalmente accolta sulla scorta
dell’autorevolezza del codice di Simplicio: οὐδὲ ποτ΄ ἐκ μὴ ἐόντος ἐφήσει
πίστιος ἰσχύς γίγνεσθαί τι παρ΄ αὐτό Né mai dal non essere concederà forza di
convinzione che nasca qualcosa accanto a esso. (B8.12-3) Si tratterebbe di un
ulteriore sostegno (il terzo) alla negazione della possibilità di generazione
dal nulla, che presenta tuttavia una difficoltà: il riferimento, nel contesto,
dell’espressione παρ΄ αὐτό. Coxon58, per esempio, traduce: Nor will the
strength of conviction ever impel anything to come to be alongside it from
Not-being, riconoscendo a παρ΄ αὐτό valore locativo e riferendolo all’essere. In
modo analogo intendono il passo, tra gli altri, Mansfeld59, per sottolineare
come ogni origine dal nulla sia impossibile (il nulla è l’assoluto nihil), e
Cerri60, che vi intravede addirittura la dimostrazione che l’Essere è οὖλον
μουνογενές e ἕν, συνεχές. Altri, come Leszl61 esplicitamente, riferiscono αὐτό
a μὴ ἐόντος, e colgono una (nuova) giustificazione del principio di ragione (ex
nihilo nihil fit): il non-essere, per la sua negatività, non può essere la
causa di qualcosa. Conche62 segnala, in questo caso, come risulti
incomprensibile attribuire valore comparativo ad αὐτό (autre chose que
lui-mêmê), dal momento che così la Dea implicherebbe l’esistenza del
Non-essere. 58 197. 59 95. 60 224. 61 187. 62 143. 466 Alcuni 63 di coloro che
mantengono la lezione dei codici di Simplicio - e quindi non riconoscono
struttura dilemmatica all’argomentazione parmenidea, rilevandovi piuttosto tre
successive, insistite contestazioni contro la possibilità della genesi e
dell’accrescimento dal non-essere - colgono nel passo un riferimento al
concetto pitagorico di vuoto (= non-essere), così attestato in Aristotele: εἶναι
δ’ ἔφασαν καὶ οἱ Πυθαγόρειοι κενόν, καὶ ἐπεισιέναι αὐτὸ τῷ οὐρανῷ ἐκ τοῦ ἀπείρου
πνεύματος ὡς ἀναπνέοντι καὶ τὸ κενόν, ὃ διορίζει τὰς φύσεις, ὡς ὄντος τοῦ κενοῦ
χωρισμοῦ τινὸς τῶν ἐφεξῆς καὶ [τῆς] διορίσεως· καὶ τοῦτ’ εἶναι πρῶτον ἐν τοῖς ἀριθμοῖς·
τὸ γὰρ κενὸν διορίζειν τὴν φύσιν αὐτῶν Anche i Pitagorici affermarono ci fosse
il vuoto, e che esso penetrasse, dall’infinito soffio, nel cielo [universo]
come se [questo] respirasse, e che fosse il vuoto che delimita le realtà, quasi
essendo il vuoto qualcosa di separato delle cose successive e di distinzione;
affermarono anche che questo avvenga dapprima nei numeri: il vuoto, infatti,
distingue la loro natura (Aristotele, Fisica IV, 6 213 b) οἱ μὲν οὖν
Πυθαγόρειοι πότερον οὐ ποιοῦσιν ἢ ποιοῦσι γένεσιν οὐδὲν δεῖ διστάζειν· φανερῶς
γὰρ λέγουσιν ὡς τοῦ ἑνὸς συσταθέντος, εἴτ’ ἐξ ἐπιπέδων εἴτ’ ἐκ χροιᾶς εἴτ’ ἐκ
σπέρματος εἴτ’ ἐξ ὧν ἀποροῦσιν εἰπεῖν, εὐθὺς τὸ ἔγγιστα τοῦ ἀπείρου ὅτι εἵλκετο
καὶ ἐπεραίνετο ὑπὸ τοῦ πέρατος Non si deve allora essere per nulla esitanti
circa la questione se i Pitagorici non assumano o assumano la generazione:
essi, infatti, affermano chiaramente che, una volta costituito l’uno sia da superfici,
sia da un piano, sia da un seme, sia da cose che sono in difficoltà a indicare subito
la parte prossima dell’infinito fu attirata e delimitata dal limite
(Aristotele, Metafisica XIV, 3 1091 a13-18). 63 Cornford, Raven, Untersteiner,
Mondolfo, per esempio. 467 Mondolfo64, in particolare, nel complesso della
sezione B8.5- 21 non coglie semplicemente la negazione del divenire come
processo di generazione e corruzione, in antitesi ai modelli cosmogonico e
teogonico, ma l’attacco a una concezione determinata, di cui lo studioso
ritiene si possano tracciare i contorni definiti: una dottrina che affermava la
molteplicità in connessione con la discontinuità; che introduceva la
generazione dell’essere, senza precisarne processo e necessità, e, soprattutto,
suscitava il problema dell’inizio, suscettibile di accrescimento in relazione
al nonessere. Come risulta appunto dall'attestazione aristotelica, si sarebbe
trattato della cosmologia pitagorica, l’evocazione della quale spiegherebbe
convincentemente anche la sequenza di interrogativi ai 6-7 e in genere la
scelta dei σήματα dell’essere da parte di Parmenide. Pur non escludendo le due
possibilità - che la versione dei codici
di Simplicio sia quella corretta e che
l’allusione sia effettivamente alla “respirazione cosmica”, che avrebbe
lasciato anche altre tracce antiche (in Senofane e Pindaro, secondo Mondolfo65)
l’impressione è che in realtà l’insistenza del poeta sia essenzialmente su
γενέσθαι e ὄλλυσθαι e che l’eventuale riferimento dottrinale sia da individuare
all’interno di una discussione più ampia, in cui per Parmenide era fondamentale
attaccare le posizioni che in qualche misura ancora implicavano γένεσις e ὄλεθρος.
In questa prospettiva, l’emendazione che abbiamo accolto e la connessa
ricostruzione argomentativa (in cui οὐδέ al v. 12 richiama οὔτε al v. 7)
appaiono più convincenti. Sarebbe forse praticabile un’altra strada66 per
l’interpretazione di ἐκ μὴ ἐόντος, tuttavia più complessa e meno plausibile:
ammettere che l’espressione abbia un senso, nella lettura parmenidea, proprio
in relazione alle nozioni di περιέχον, ἄπειρον e ἀρχή, quasi 64 E. Zeller R.
Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte Prima, vol.
II: Ionici e Pitagorici, a cura di R. Mondolfo, La Nuova Italia, Firenze 1967 652-3.
65 Ivi 653. 66 Su questo Conche che alle concezioni dei pensatori milesi e
pitagorici fosse connaturato il non-essere. Aristotele è ancora prezioso: διό,
καθάπερ λέγομεν, οὐ ταύτης ἀρχή, ἀλλ’ αὕτη τῶν ἄλλων εἶναι δοκεῖ καὶ περιέχειν ἅπαντα
καὶ πάντα κυβερνᾶν per questo diciamo che di esso [riferimento all’ἄπειρον] non
c’è principio, ma che esso stesso sembra essere principio di tutte le cose e
tutte comprendere [abbracciare] e tutte governare (Fisica IV, 4 203 b10-12; DK
12 A15). Marcando l’origine degli enti nel loro complesso da un ἄπειρον-ἀρχή
che è anche περιέχον (avvolge tutte le cose), Anassimandro così come i
pensatori che ne ereditarono a vario titolo lo schema cosmogonico - ne avrebbe
fatto un “non-ente”, qualcosa di diverso dagli enti di cui sarebbe stato
principio. È chiaro, comunque, che in questa accezione l’ἄπειρον-ἀρχή
difficilmente avrebbe potuto essere inteso propriamente come nulla e appare
dubbia la possibilità che in questo senso Parmenide vi si possa rivolgere
polemicamente. Giustizia e le sue catene A questo punto del suo ragionamento -
una volta esclusa la possibilità di γένεσις sia dal non-essere sia dall’essere
e ribadito che ciò che non è non è dicibile e pensabile - la Dea può concludere
provvisoriamente (vv. 13-15a): τοῦ εἵνεκεν οὔτε γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε
Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει Per questo né nascere né morire concesse
Giustizia, sciogliendo le catene, ma [lo] tiene. 469 L’interesse del rilievo è
legato al fatto che Parmenide sceglie, nel contesto della narrazione avviata
con il proemio, all’interno del discorso che la Dea rivolge al proprio
interlocutore, e in particolare di un passaggio argomentativo, di riconoscere a
Dike e poi a Ananke e Moira - un ruolo di garanzia: esso si presta a una
lettura simbolica, quasi che la citazione della figura (e della funzione)
mitica fosse semplice metafora67. Così intendono molti interpreti, per i quali
i tre numi tradizionali, proprio per il loro intrinseco riferimento al rispetto
dei limiti, sottolineerebbero la ineluttabile legge dell’Essere 68: in altre
parole, come l’Essere debba sempre essere identico a se stesso. La questione è,
in realtà, più complessa, sia dal punto di vista della costruzione del poema,
sia da quello delle specifiche implicazioni:
Δίκη πολύποινος è elemento strutturale della narrazione: le sono
espressamente attribuite una collocazione liminare e, in relazione a essa, una
(tradizionale) mansione di sorveglianza;
essa, tuttavia, sin dal proemio, è anche parte dell’azione: persuasa
dall’intervento delle Eliadi, Giustizia vien meno al proprio compito di tutela
del mondo infero e dei confini, consentendo l’accesso a un mortale; (iii) Θέμις
e Δίκη sono espressamente evocate dall'anonima divinità all’esordio del suo
discorso: il viaggio del poeta si compie non sotto l’impulso di Μοῖρα κακὴ, ma
sotto l’egida della Giustizia. Le figure del mito (Dike, Ananke, Moira),
insieme allo schema del cammino (ὁδός) - ovvero pista (πάτος) o via (κέλευθος),
costituiscono la struttura portante nell'architettura dell’opera69, elementi di
continuità nella sua articolazione, le sue condizioni “trascendentali”: il
contesto entro cui le specifiche trattazioni su ciò che è e sulla Doxa assumono
il proprio senso e statuto. Certamente le tre figure svolgono la propria mansione
di 67 Ivi 146. 68 Tarán 117. 69 Un aspetto, questo, registrato da
Couloubaritsis nelle prime edizioni della sua opera e accentuato nell’ultima
edizione, La pensée de Parménide, cit.. 470 garanzia “trascendendo” ciò che è (ἐόν),
ovvero danno l’impressione, nelle parole della Dea, di sovrintendere
(problematicamente) all’Essere dall’esterno70, a dispetto della sua
assolutezza. In questa prospettiva, Dike, in particolare, assume nel poema una
posizione peculiare: essa protegge τὸ ἐόν da γένεσις e ὄλεθρος avvolgendolo e
trattenendolo in catene, in altri termini preservandone il perfetto equilibrio
attraverso l’esclusione della coppia oppositiva nascita-morte71. Se nel proemio
il suo ruolo era stato, secondo costume, quello di consegna al portale discriminante
del mondo infero, di salvaguardia dei confini tra mondo della vita e mondo
della morte, nel nostro passo tale connotazione si modifica nel senso che la
garanzia passa per la discriminazione tra essere e non-essere, con conseguente
immobilizzazione e omogeneizzazione dell’essere stesso: oltre l’essere non si
dà un mondo altro. Possiamo solo registrare alcune espressioni indicative: οὔτε
γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει né nascere né
morire concesse Giustizia, sciogliendo le catene, ma [lo] tiene (B8.13-15a)
κρατερὴ Ἀνάγκη πείρατος ἐν δεσμοῖσιν ἔχει Necessità potente nelle catene del
laccio [lo] tiene (B8.30-31) Μοῖρ΄ ἐπέδησεν Moira [lo] ha costretto... (B8.37).
La Robbiano ha accostato, su questo punto, la posizione di Parmenide a quella
di Anassimandro, per cui, come sappiamo, l’ἄπειρον circonda e governa ogni
cosa: Parmenide, reagendo 70 Robbiano 166-7. 71 Ivi 174-5. 471 forse a questa
soluzione e all’idea pitagorica di confine cosmico, avrebbe introdotto il
riferimento a un limite estremo della realtà, sorvegliato da figure di
garanzia. A dispetto delle differenze, entrambi gli autori avrebbero inteso
marcare immutabilità ed equilibrio dell’universo, che nulla può giungere a
turbare dall’esterno. Mentre l’ἄπειρον, tuttavia, appare come ipostatizzazione
della causa dell’equilibrio, Dike, Ananke e Moira, pur sovrintendendo
all’Essere dall’esterno (come l’ἄπειρον), non hanno consistenza ontologica, ma
solo l’ufficio di orientare, guidare la comprensione dell’audience cui il poema
si rivolgeva72. In realtà, il recupero del mito nel contesto, con la sua
“eccedenza” rispetto al dato argomentativo, e la conseguente (apparente) messa
in questione dell’assolutezza dell’essere, potrebbe segnalare, come vuole
Couloubaritsis73, la difficoltà di Parmenide a giustificare argomentativamente
uno stato limite o ultimo: nell’argomentazione sviluppata, infatti, nulla
autorizzerebbe a ricavare non-miticamente la limitazione dell’essere. Il mito,
attraverso l’uso che ne fa la dea, supplirebbe a questa mancanza, rivelando che
il logos non ha autonomia assoluta: utilizzate per significare l’essere come se
lo trascendessero, le figure delle tre divinità tradizionali acquisirebbero
così uno statuto trascendentale e sarebbero il segno di un'integrazione,
all’interno del poema, tra discorso significante e discorso mitico74. Giudizio
ed essere D’altra parte, che la tutela di Giustizia sia essenzialmente logica
si mostra nei 15b-18: ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν· ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν·
κέκριται δ΄ οὖν, ὥσπερ ἀνάγκη, τὴν μὲν ἐᾶν ἀνόητον ἀνώνυμον - οὐ γὰρ ἀληθής 72
Ivi 166-8. 73 Mythe et philosophie…, cit. 217. 74 Ivi 250. 472 ἔστιν ὁδός - τὴν
δ΄ ὥστε πέλειν καὶ ἐτήτυμον εἶναι Il giudizio in proposito dipende da ciò: è o
non è. Si è dunque deciso, secondo necessità, di lasciare l’una [via]
impensabile [e] inesprimibile (poiché non è una via genuina), e che l’altra
invece esista e sia reale. Il linguaggio e le immagini insistite - sciogliendo
le catene (χαλάσασα πέδῃσιν v. 14), nei vincoli di grandi catene (μεγάλων ἐν
πείρασι δεσμῶν v. 26), nelle catene del vincolo [lo] tiene (πείρατος ἐν δεσμοῖσιν
ἔχει v. 31) puntano, da un lato, direttamente alla pratica razionale della
decisione giudiziaria, dall’altro alla conseguente restrizione di libertà: il
vincolo che Giustizia impone non è arbitrario; la condizione che essa prescrive
è logicamente incontrovertibile, donde la formula secondo necessità (ὥσπερ ἀνάγκη).
Come abbiamo sopra ricordato, il passaggio evoca sinteticamente le ragioni
della scelta dell’ἔστιν: ripresa
dell’alternativa tra le formule contraddittorie ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν; esclusione della via οὐκ ἔστιν: in quanto non
genuina (οὐ ἀληθής), essa è anche ἀνόητον ἀνώνυμον; (iii) conseguente
concentrazione su ἔστιν: che l’altra esista e sia reale (τὴν δ΄ ὥστε πέλειν καὶ
ἐτήτυμον εἶναι). Sulla scorta di premesse individuabili negli esordi della sua
comunicazione (B2), e di cui era stato opportunamente segnalato il rilievo, la
Dea può ribadire l’impraticabilità del non-essere e delle nozioni che in
qualche misura lo implichino, come appunto γενέσθαι e ὄλλυσθαι. Con una
precisazione interessante: delineata come alternativa tra formule
contraddittorie, ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν, in verità la krisis di B2 è tale solo
apparentemente, dal momento che - la Dea deve riconoscere - la via οὐκ ἔστιν
non è genuina, è via solo in teoria, in quanto costruita sulla contraddizione
con l’unica realtà: ἔστιν. È da escludere, dunque, che la stessa divinità possa
in qualche misura servirsene, per esempio nella seconda sezione del poema, come
qualche interprete vorrebbe. 473 Essere e tempo I versi che seguono e
concludono la prima sezione argomentativa del frammento sono ancora di
controversa interpretazione: πῶς δ΄ ἂν ἔπειτα πέλοι τὸ ἐόν; πῶς δ΄ ἄν κε
γένοιτο; εἰ γὰρ ἔγεντ΄, οὐκ ἔστι, οὐδ΄ εἴ ποτε μέλλει ἔσεσθαι. τὼς γένεσις μὲν ἀπέσϐεσται
καὶ ἄπυστος ὄλεθρος E come potrebbe esistere in futuro l’essere? E come
potrebbe essere nato? Se nacque, infatti, non è, e neppure [è] se dovrà essere
in futuro. Così è estinta nascita e morte oscura. Che la dimensione temporale
sia centrale è chiaro nell’uso dei tempi verbali e degli avverbi, così come è
esplicita la connessione tra temporalità e γένεσις-ὄλεθρος. Il testo e la sua
resa presentano difficoltà, di cui abbiamo dato notizia in nota. A un primo livello
di lettura, appare evidente come Parmenide giochi sulla contrapposizione tra
forme del verbo essere (εἶναι: ἔστι, ἔσεσθαι, τὸ ἐόν, ma anche πέλοι) e forme
di venire a essere (γίγνεσθαι: γένοιτο, ἔγεντo, γένεσις). La convinzione da
veicolare con tale costruzione verbale è che se l’essere (τὸ ἐόν) è coinvolto
in processi (nacque ovvero dovrà essere [in seguito]), e dunque diviene, esso
propriamente non è (ovvero non è sempre allo stesso modo75), così
contraddicendo l’immediata evidenza della via: è - che comportava l’altrettanto
immediata ammissione: non è possibile non essere (ἔστι καὶ οὐκ ἔστι μὴ εἶναι).
Ciò che è propriamente (τὸ ἐόν) è sempre uguale a se stesso, come suggerisce
l’uso (durativo) di ἔστι; ciò che diviene (γένεσις può valere genericamente
come venire a essere), come tale, è instabile, è e non-è (non è più o non è
ancora). Già a livello verbale, dunque, Parmenide intende rilevare la reciproca
incompatibilità delle condizioni designate dai due verbi. 75 Leszl 190. 474 Se
τὸ ἐόν è venuto a essere, è ora diverso da come fu; se verrà a essere in
seguito, ora è diverso da ciò che sarà76: il mutamento che implichiamo nelle
espressioni temporali è inconciliabile con la natura dell’Essere (ingenerato e
immortale). Interpretando, potremmo affermare, con Conche77, che quel che vale
per la temporalità degli enti della nostra esperienza irriflessa non vale per
l’essere di cui la Dea traccia i contorni: l’essere è ora, nel senso che è
sempre uguale a se stesso. In alternativa, in vece della polarità passato-presente
ovvero venire a essere-essere (εἰ γὰρ ἔγεντ΄, οὐκ ἔστι), è possibile
valorizzare l'implicazione tra venire a essere e non-essere: ogni venire
all'esistenza, in effetti, presuppone sempre - indipendentemente dalla
prospettiva temporale (passato remoto o futuro prossimo: εἰ ἔγεντo - εἴ ποτε
μέλλει ἔσεσθαι) - una non-esistenza (οὐκ ἔστι). In ogni caso, appare a questo
punto evidente il nesso dell’argomento nel suo complesso con i 5-6: οὐδέ ποτ΄ ἦν
οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές né un tempo era né [un tempo]
sarà, poiché è ora tutto insieme, uno, continuo. Negare il passaggio da
non-essere a essere e viceversa come nei 6-18 ovvero l’eventualità di un
mutamento dell’essere nel tempo, significa riconoscere che in ogni momento
l’essere c’è tutto o non c’è per nulla78 (ἢ πάμπαν πελέναι χρεών ἐστιν ἢ οὐχί
v. 11), e dunque collegare il ragionamento che porta a escludere γένεσις e ὄλεθρος
al rilievo dell’identità di ciò che è con se stesso e alla problematica
caratterizzazione di ἐόν rispetto alla temporalità che ritroviamo nei 5-6.
Interessante la ripresa del nesso in Melisso: 76 Tarán 105. 77 148 78 Leszl 186.
475 ἀεὶ ἦν ὅ τι ἦν καὶ ἀεὶ ἔσται. εἰ γὰρ ἐγένετο, ἀναγκαῖόν ἐστι πρὶν γενέσθαι
εἶναι μηδέν· εἰ τοίνυν μηδὲν ἦν, οὐδαμὰ ἂν γένοιτο οὐδὲν ἐκ μηδενός Sempre era
ciò che era [qualsiasi cosa era] e sempre sarà. Se, infatti, fosse nato, è
necessario che, prima di nascere, non fosse nulla; ora, se non era nulla, in
nessun modo nulla potrebbe nascere dal nulla (DK 30 B1) εἰ γὰρ ἑτεροιοῦται, ἀνάγκη
τὸ ἐὸν μὴ ὁμοῖον εἶναι, ἀλλὰ ἀπόλλυσθαι τὸ πρόσθεν ἐόν, τὸ δὲ οὐκ ἐὸν γίνεσθαι.
εἰ τοίνυν τριχὶ μιῆι μυρίοις ἔτεσιν ἑτεροῖον γίνοιτο, ὀλεῖται πᾶν ἐν τῶι παντὶ
χρόνωι se diventa altro, infatti, è
necessario che l’essere non sia uguale, ma che si distrugga ciò che era prima e
si generi ciò che non è. Se allora si alterasse di un solo capello in diecimila
anni, si distruggerebbe tutto quanto per tutto il tempo (DK 30 B7, §2) La
stessa preoccupazione, di marcare l’indifferenza dell’essere rispetto al tempo,
negare, in altre parole, la possibilità che il tempo possa comportare una
differenza per l’essere, è espressa chiaramente in termini più lineari e
immediati, sottolineando soprattutto la durevole identità temporale
dell’essere. In questo senso, la sintetica connotazione melissiana di τὸ ἐὸν -
è eterno, infinito, uno, tutto uguale (ἀίδιόν ἐστι καὶ ἄπειρον καὶ ἓν καὶ ὅμοιον
πᾶν, DK 30 B7, §1) - interpreterebbe la formula parmenidea è ora tutto insieme,
uno, continuo (νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές), in cui è necessario
considerare l’avverbio unitamente agli attributi, per intendere correttamente
il primo emistichio del v. 5: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται. Ciò che la Dea sembra
negare è la possibilità di pensare coerentemente: τὸ ἐόν [in] un tempo [passato]
era ovvero [in] un tempo [a venire] sarà. Accettando la nostra traduzione,
espressioni verbali come era e sarà sono rifiutate in quanto modificate
dall’avverbio ποτε (un tempo, una volta). Il verso manifesterebbe allora il
proprio senso nella contrapposizione tra tempi 476 verbali e forme avverbiali
temporali: da un lato né un tempo era (οὐδέ ποτ΄ ἦν) e né [un tempo] sarà (οὐδ΄
ἔσται), dall’altro è ora (νῦν ἔστιν). Le due proposizioni coordinate sono a
loro volta subordinate da un nesso causale - poiché (ἐπεὶ) alla terza (è ora
tutto insieme, uno, continuo): in altre parole è il rilievo della completezza,
omogeneità e integrità (ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές) di ciò che è a escludere
qualsiasi forma di discontinuità e dunque di autentica discriminazione
temporale. Questa costruzione si rifletterebbe anche nell’argomento complessivo
dei 6-21: la Dea dapprima si concentra sull’eventualità che ciò che è sia
divenuto (nato e cresciuto), quindi (v. 19) considera interrogativamente che τὸ
ἐόν possa esistere in futuro: πῶς δ΄ ἂν ἔπειτα πέλοι τὸ ἐόν; πῶς δ΄ ἄν κε
γένοιτο; εἰ γὰρ ἔγεντ΄, οὐκ ἔστι, οὐδ΄ εἴ ποτε μέλλει ἔσεσθαι E come potrebbe
esistere in futuro l’essere? E come potrebbe essere nato? Se è nato, infatti,
non è, e neppure [è] se dovrà essere in futuro. Se riscontriamo i 5 e 20: οὐδέ
ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν εἰ γὰρ ἔγεντ΄, οὐκ ἔστι, οὐδ΄ εἴ
ποτε μέλλει ἔσεσθαι possiamo notare come la Dea insista a marcare
l'incompatibilità tra esistenza passata e\o esistenza futura (che implicano οὐκ
ἔστι) e quella condizione presente (νῦν) che si esprime nell’è79 e ne riflette
il valore stativo80. 79 Ma come insegna Palmer, ἔστιν è forma riassuntiva di ὅπως
ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι; o, come preferiamo, ἔστιν esprime
immediatamente l’evidenza, di cui οὐκ ἔστι μὴ εἶναι è contestuale inferenza. 80
R. Di Giuseppe, Le Voyage de Parménide, cit. 94. Sulla questione lo studioso
italiano richiama i numerosi lavori di Kahn, ora riuniti in Ch.H. Kahn, Essays
on Being, O.U.P, Oxford 2009. 477 Isolando (e assolutizzando) le espressioni
verbali (ἦν, ἔσται, ἔστιν, ἔγεντο, μέλλει ἔσεσθαι), si è avvertito in queste
battute il delinearsi di un punto di vista ardito: l’idea dell’eternità come
atemporalità, totale estraneità dell’essere al tempo. Valorizzando, invece, le
funzioni avverbiali (ποτε, νῦν), è forse più prudente limitarsi a segnalare
come pur sempre all’interno di una prospettiva temporale (che privilegia il
presente) la Dea rifiuti di riconoscere, in relazione a τὸ ἐόν, la validità
(sensatezza) del riferimento alle dimensioni temporali del passato e del
futuro. L’impressione che Parmenide insista sul presente per sottolineare
l'identità dell’essere è rafforzata dalla reiterazione di formule di
persistenza (e stabilità) già ricordate: τοῦ εἵνεκεν οὔτε γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι
ἀνῆκε Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει· né nascere né morire concesse
Giustizia, sciogliendo le catene, ma [lo] tiene (vv. 13-15a) κρατερὴ Ἀνάγκη
πείρατος ἐν δεσμοῖσιν ἔχει Necessità potente nelle catene del laccio [lo] tiene
(vv. 30-31), cui possiamo aggiungere quella che è forse la formulazione più
pregnante: ταὐτόν τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον καθ΄ ἑαυτό τε κεῖται χοὔτως ἔμπεδον αὖθι
μένει Identico e nell’identica condizione perdurando, in se stesso riposa, e,
così, stabilmente dove è persiste (vv. 29-30), dove la costruzione verbale
(μένον, κεῖται, μένει) e avverbiale (ἔμπεδον ma anche le espressioni ἐν ταὐτῷ,
καθ΄ ἑαυτό) segnala nuovamente la preoccupazione di fondo dell’autore circa
identità 478 e immutabilità di ciò che è, e sua estraneità a processi che
possano contraddirle. Al v. 21 si conclude il lungo argomento, con l’esplicita
esclusione dei due indicatori fondamentali del divenire (e, per quel che
abbiamo potuto notare, della temporalità): τὼς γένεσις μὲν ἀπέσϐεσται καὶ ἄπυστος
ὄλεθρος Così è estinta nascita e morte oscura. In entrambi i casi,
l’accettazione di un venire a essere ovvero di una distruzione dell’essere
comporterebbe l’implicita ammissione di ciò che non è, il riferimento a un
impraticabile passaggio dal o verso il nulla. Comunque sia tradotto il verso
(si vedano le annotazioni al testo), sulla scorta delle argomentazioni
precedenti, Parmenide chiude la propria esposizione relativamente a un punto
essenziale nel quadro della cultura contemporanea: ὡς ἀγένητον ἐὸν καὶ ἀνώλεθρόν
ἐστιν che senza nascita è ciò che è e senza morte (v. 3). L’estinzione dei
processi veicolati dai termini γένεσις e ὄλεθρος passa attraverso la decisione tra è e non-è, l’inaccettabilità della loro commistione,
(iii) il riconoscimento che il nulla è inindagabile: donde forse la
caratterizzazione della morte (distruzione) come ἄπυστος, inaudita,
inconcepibile. Omogeneo e continuo I 22-25 costituiscono un nuovo blocco a
giustificazione dei σήματα: οὖλον (intero), μουνογενές (uniforme), ὁμοῦ πᾶν
(tutto insieme), συνεχές (continuo): οὐδὲ διαιρετόν ἐστιν, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν ὁμοῖον·
οὐδέ τι τῇ μᾶλλον, τό κεν εἴργοι μιν συνέχεσθαι, οὐδέ τι χειρότερον, πᾶν δ΄ ἔμπλεόν
ἐστιν ἐόντος. τῷ ξυνεχὲς πᾶν ἐστιν· ἐὸν γὰρ ἐόντι πελάζει. 479 Né è divisibile,
poiché è tutto omogeneo; né c’è qui qualcosa di più che possa impedirgli di
essere continuo, né [lì] qualcosa di meno, ma è tutto pieno di ciò che è. È
perciò tutto continuo: ciò che è si stringe infatti a ciò che è. Impermeabile
al non-essere, ciò che è non può che essere omogeneo (πᾶν ὁμοῖον letteralmente
tutto uguale), pieno (ἔμπλεόν), continuo (ξυνεχὲς): in altre parole, è tutto (πᾶν,
termine ripetuto tre volte in quattro versi) identico a se stesso (uniforme).
In questo senso, esiste indubbiamente, tra questo gruppo di σήματα, il
precedente e i successivi, la forte connessione garantita dai versi sopra
citati: ταὐτόν τ΄ ἐν ταὐτῷ τε μένον καθ΄ ἑαυτό τε κεῖται χοὔτως ἔμπεδον αὖθι
μένει Identico e nell’identica condizione perdurando, in se stesso riposa, e,
così, stabilmente dove è persiste (vv. 29-30). L’indivisibilità,
l’irriducibilità dell’essere seguono alla sua omogeneità, alla sua densità, in
ultima analisi al bando della via non è: nulla può inframezzarsi a ciò che è.
In poche battute la Dea sottolinea coerentemente tale omogeneità con una serie
di espressioni: non c’è alunché che
possa impedirgli di essere continuo; è
tutto pieno di ciò che è; (iii) è tutto continuo; (iv) ciò che è si stringe a ciò
che è. Ora, è chiaro che centrale risulta la : πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος; una
affermazione che sembra ricavata direttamente dalla enunciazione della tesi di
fondo di B2 (ἔστιν τε καὶ οὐκ ἔστι μὴ εἶναι),
esplicitata in B6.1-2a: χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ εἶναι,
μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν. Dal riconoscimento dell’identità dell’essere con se stesso
(ἐὸν ἔμμεναι· ἔστι γὰρ εἶναι), e dal contestuale bando del nulla (μηδὲν δ΄ οὐκ ἔστιν),
seguono sia che tutto pieno è di ciò che è, sia che nulla possa impedirgli di
essere continuo, e, ulteriormente, le due caratterizzazioni equivalenti del
verso finale del passo: è tutto continuo e ciò che è si stringe a ciò che è.
Tutto intero, uniforme Parmenide suggerisce compattezza, coesione e identità,
in forza di scelte espressive che escludono la possibilità di distinzione,
riduzione, separazione: πᾶν ὁμοῖον, συνέχεσθαι, ἔμπλεόν, ξυνεχὲς πᾶν, πελάζει.
Le implicazioni materiali e psicologiche della pienezza e dei vincoli evocati
sono state messe in valore nell’analisi di Mourelatos81, il quale ha marcato la
presenza sullo sfondo di due elementi:
la semplicità inqualificata di ciò-che-è; la negazione di dualismi. Questo consente di
collegare il passo in questione con l’iniziale rilievo dell’espressione tutto
intero, uniforme (οὖλον μουνογενές), che, sempre secondo Mourelatos, anticiperebbe
l’argomento a sostegno dell'indivisibilità, anche grazie all’amplificazione di
B8.5b-6a: ὁμοῦ πᾶν, ἕν, συνεχές. Come abbiamo segnalato in nota al testo, per
il significato della formula μουνογενές lo studioso richiama un importante
precedente esiodeo, che Parmenide avrebbe avuto ben presente e in opposizione
al quale avrebbe coniato la propria espressione: Οὐκ ἄρα μοῦνον ἔην Ἐρίδων
γένος, ἀλλ’ ἐπὶ γαῖαν εἰσὶ δύω· τὴν μέν κεν ἐπαινήσειε νοήσας, ἣ δ’ ἐπιμωμητή·
διὰ δ’ ἄνδιχα θυμὸν ἔχουσιν Non vi era dunque un solo genere di Eris [Contesa],
ma sulla terra ce ne sono due: l’una potrebbe onorare chi la comprenda; 81 111-2.
82 Ivi 95. 481 l’altra è da riprovare; hanno animo diverso e opposto (Le opere
e i giorni 11-13). Il segnavia μουνογενές indicherebbe dunque un'identità di
genere, di natura, un’uniformità tale da escludere qualsiasi forma di
potenziale discriminazione all’interno dell’essere: in questo senso sarebbe
impiegato nel nostro frammento in antitesi alla dicotomia che il filosofo pone
al fondo delle opinioni mortali (δόξας βροτείας v. 51), costruite intorno a una
coppia di forme (μορφὰς δύο v. 53) distinte oppositivamente (τἀντία δ΄ ἐκρίναντο
v. 55), e reciprocamente separate (σήματ΄ ἔθεντο χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων 55b-56a).
Accettando la lettura di Mourelatos, risulta ancora più evidente il ruolo
decisivo della κρίσις richiamata al v. 16: ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν. È sulla scorta di
essa, infatti, che la Dea può marcare l’inesorabile “uni-genericità” (o meglio
uniformità) di ciò che è, escluderne differenziazioni, proporlo come un blocco
compatto nell’essere. Concentrandosi su ἔστιν ed escludendo οὐκ ἔστιν, è
possibile affermare (di τὸ ἐόν): πᾶν ἐστιν ὁμοῖον. Una piena applicazione della
formula della prima via di B2.3: ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι.
È possibile che l’insistenza su coesione e omogeneità dell’essere riveli ancora
un'intenzione polemica nei confronti del modello cosmogonico ionico: come
abbiamo già avuto modo di ricordare, le testimonianze su Anassimandro e
Anassimene supportano uno schema di base, per cui l’origine del processo di
formazione del mondo coinciderebbe con un atto di separazione da uno stato
primitivo di indifferenziazione: φησὶ δὲ τὸ ἐκ τοῦ ἀιδίου γόνιμον θερμοῦ τε καὶ
ψυχροῦ κατὰ τὴν γένεσιν τοῦδε τοῦ κόσμου ἀποκριθῆναι [Anassimandro] sostiene
che ciò che, derivato dall’eterno, è produttivo di caldo e freddo fu separato
alla 482 generazione di questo mondo (Pseudo-Plutarco; DK 12 A10) Ἀ. δὲ Εὐρυστράτου
Μιλήσιος, ἑταῖρος γεγονὼς Ἀναξιμάνδρου, μίαν μὲν καὶ αὐτὸς τὴν ὑποκειμένην
φύσιν καὶ ἄπειρόν φησιν ὥσπερ ἐκεῖνος, οὐκ ἀόριστον δὲ ὥσπερ ἐκεῖνος, ἀλλὰ ὡρισμένην,
ἀέρα λέγων αὐτήν· διαφέρειν δὲ μανότητι καὶ πυκνότητι κατὰ τὰς οὐσίας. καὶ ἀραιούμενον
μὲν πῦρ γίνεσθαι, πυκνούμενον δὲ ἄνεμον, εἶτα νέφος, ἔτι δὲ μᾶλλον ὕδωρ, εἶτα γῆν,
εἶτα λίθους, τὰ δὲ ἄλλα ἐκ τούτων. κίνησιν δὲ καὶ οὗτος ἀίδιον ποιεῖ, δι’ ἣν καὶ
τὴν μεταβολὴν γίνεσθαι Anassimene, figlio di Euristrato, milesio, discepolo di
Anassimandro, afferma, come quello, che unica e infinita è la natura
soggiacente, non indefinita, tuttavia - come sosteneva quello - ma determinata,
chiamandola aria. Afferma inoltre che essa si differenzia nelle sostanze per
rarefazione e condensazione. Rarefacendosi, infatti, diventa fuoco,
condensandosi invece vento, poi nuvola, e quando più condensato acqua, poi
terra, poi pietre. Tutto il resto deriva da queste cose. Anch’egli pone eterno
il movimento per cui si produce il mutamento. (Simplicio; DK 13 A5). Ἀ. δὲ καὶ
αὐτὸς ὢν Μιλήσιος, υἱὸς δ’ Εὐρυστράτου, ἀέρα ἄπειρον ἔφη τὴν ἀρχὴν εἶναι, ἐξ οὗ
τὰ γινόμενα καὶ τὰ γεγονότα καὶ τὰ ἐσόμενα καὶ θεοὺς καὶ θεῖα γίνεσθαι, τὰ δὲ
λοιπὰ ἐκ τῶν τούτου ἀπογόνων. (2) τὸ δὲ εἶδος τοῦ ἀέρος τοιοῦτον· ὅταν μὲν ὁμαλώτατος
ἦι, ὄψει ἄδηλον, δηλοῦσθαι δὲ τῶι ψυχρῶι καὶ τῶι θερμῶι καὶ τῶι νοτερῶι καὶ τῶι
κινουμένωι. κινεῖσθαι δὲ ἀεί· οὐ γὰρ μεταβάλλειν ὅσα μεταβάλλει, εἰ μὴ κινοῖτο.
(3) πυκνούμενον γὰρ καὶ ἀραιούμενον διάφορον φαίνεσθαι· ὅταν γὰρ εἰς τὸ ἀραιότερον
διαχυθῆι, πῦρ γίνεσθαι, ἀνέμους δὲ πάλιν εἶναι ἀέρα πυκνούμενον, ἐξ ἀέρος <
δὲ > νέφος ἀποτελεῖσθαι κατὰ τὴν πίλησιν, ἔτι δὲ μᾶλλον ὕδωρ, ἐπὶ πλεῖον
πυκνωθέντα γῆν καὶ εἰς τὸ 483 μάλιστα πυκνότατον λίθους. ὥστε τὰ κυριώτατα τῆς
γενέσεως ἐναντία εἶναι, θερμόν τε καὶ ψυχρόν
Anassimene, anche lui milesio, figlio di Euristrato, disse che il
principio è aria infinita, da cui si generano le cose che nascono e le cose che
sono nate e quelle che nasceranno e gli dei e le cose divine, mentre le altre
cose derivano da quanto è da essa prodotto. (2) L’aspetto dell’aria è questo:
quando è del tutto uniforme, essa risulta invisibile; si mostra invece con il
freddo e il caldo e l’umidità e il movimento. Si muove sempre: le cose che
mutano, infatti, non muterebbero, se essa non si muovesse. (3) Quando è
condensata e rarefatta, infatti, appare in modo diverso: quando si dirada fino
a essere molto rarefatta, diventa fuoco; mentre i venti, a loro volta, sono
aria condensata; dall’aria poi, per compressione, si formano le nuvole, e,
crescendo ancora la condensazione, l’acqua, e, crescendo di più, la terra, e,
crescendo al massimo, le pietre. Così gli elementi fondamentali della
generazione sono contrari, il caldo e il freddo (Ippolito; DK 13 A7). La fonte
comune di Pseudo-Plutarco, Simplicio e Ippolito è Teofrasto, un teste
affidabile: ricorrente - a dispetto della convinzione che di tutto unica sia la
scaturigine in una φύσις ἄπειρος - è l’idea che: fondamentale per la cosmogonia sia l’azione
dei contrari (Ippolito lo afferma chiaramente: τὰ κυριώτατα τῆς γενέσεως ἐναντία):
essa si dispiega, in Anassimandro, a partire da ciò che è produttivo di, ovvero
ciò che può generare (γόνιμον) caldo e freddo, ovvero, in Anassimene, dai
processi di rarefazione e condensazione;
la separazione del principio generativo degli opposti (γόνιμον), nel primo
caso, ovvero la doppia azione esercitata sull’aria, nel secondo, sarebbero a
loro volta effetto di un movimento eterno (κίνησις ἀίδιος) nella φύσις ἄπειρος,
da Simplicio riconosciuto (per entrambi) come causa diretta del mutamento
(μεταβολή). Il lessico peripatetico delle testimonianze fa intravedere la
possibile sovrapposizione di due schemi esplicativi, che potrebbero
ambiguamente essere stati compresenti nelle cosmologie (e cosmogonie) ioniche.
Il primo delineato dalle affermazioni di Simplicio su Anassimene secondo cui la
natura soggiacente (ὑποκειμένη φύσις) si differenzia nelle sostanze per
rarefazione e condensazione (διαφέρειν δὲ μανότητι καὶ πυκνότητι κατὰ τὰς οὐσίας),
e confermato da qualche passaggio di Ippolito (condensata e rarefatta, infatti,
appare in modo diverso πυκνούμενον γὰρ καὶ ἀραιούμενον διάφορον φαίνεσθαι;
ovvero i venti, a loro volta, sono aria condensata ἀνέμους δὲ πάλιν εἶναι ἀέρα
πυκνούμενον) è quello che prevale in Aristotele (e che è possibile ritrovare
esplicitato in Diogene di Apollonia): la materia originaria ed eterna subisce
alterazioni a causa del suo interno moto incessante, presentandosi così in
varie forme fenomeniche. In questo schema le sostanze della lista proposta83
(fuoco, venti, nuvole, acqua, terra, pietre) non sarebbero realtà indipendenti,
ma semplici stadi di passaggio nel ciclo di trasformazione dell’unico principio
materiale. Conseguentemente, in questa prospettiva “monistica”, tutte le cose
si ridurrebbero ad aria84. Il secondo è espressamente sottolineato da Simplicio
in Anassimandro (citato in precedenza):
οὗτος δὲ οὐκ ἀλλοιουμένου τοῦ στοιχείου τὴν γένεσιν ποιεῖ, ἀλλ’ ἀποκρινομένων
τῶν ἐναντίων διὰ τῆς ἀιδίου κινήσεως
Egli poi non fa discendere la generazione dall'alterazione
dell’elemento, ma dalla separazione dei contrari, a causa del movimento eterno
(DK 12 A9), 83 Che ha l’aria di essere citazione dall’originale teofrasteo: in
questo caso non ritroveremmo una semplice parafrasi, con la proiezione della
dottrina peripatetica dei 4 elementi, ma forse il riferimento a un elenco
effettivamente anassimeneo. Su questo punto Kahn, Anaximander and the Origins
of Greek Science cit. 149-150. 84 Secondo un paradigma riduttivo già presente
nel mito greco di Proteo, come segnala Kahn 151. 485 ma rilevabile anche nelle
testimonianze su Anassimene, dove si marca la generazione di tutte le altre
cose da un nucleo di sostanze (fuoco, vento, nuvola, acqua, terra, pietre).
Secondo questo schema (pluralistico, con probabile eco del politeismo teogonico
esiodeo), dal principio materiale (ἀέρα ἄπειρον ἔφη τὴν ἀρχὴν εἶναι) si
sarebbero generate, come effetto di compressione e rarefazione, alcune realtà
elementari indipendenti (le sostanze elencate), da cui risulterebbero tutte le
altre cose. Una possibile, analoga oscillazione tra i due schemi si lascia
cogliere anche nel contemporaneo Eraclito: κόσμον τόνδε, τὸν αὐτὸν ἁπάντων, οὔτε
τις θεῶν οὔτε ἀνθρώπων ἐποίησεν, ἀλλ’ ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον, ἁπτόμενον
μέτρα καὶ ἀποσβεννύμενον μέτρα Questo mondo ordinato, lo stesso per tutti,
nessuno degli dei o degli uomini produsse, ma fu sempre, è e sarà fuoco sempre
vivo, che si accende secondo misura e si estingue secondo misura (Clemente
Alessandrino; DK 22 B30) πυρός τε ἀνταμοιβὴ τὰ πάντα καὶ πῦρ ἁπάντων ὅκωσπερ
χρυσοῦ χρήματα καὶ χρημάτων χρυσός Tutte le cose sono scambio con fuoco e il
fuoco scambio con tutte le cose, come i beni sono scambio con oro e l’oro
scambio con beni (Plutarco; DK 22 B90) ψυχῆισιν θάνατος ὕδωρ γενέσθαι, ὕδατι δὲ
θάνατος γῆν γενέσθαι, ἐκ γῆς δὲ ὕδωρ γίνεται, ἐξ ὕδατος δὲ ψυχή per le anime è
morte diventare acqua, per l’acqua, invece, è morte diventare terra, ma dalla
terra si genera l’acqua, dall’acqua a sua volta [si genera] l’anima (Clemente
Alessandrino; DK 22 B36) ζῆι πῦρ τὸν γῆς θάνατον καὶ ἀὴρ ζῆι τὸν πυρὸς θάνατον,
ὕδωρ ζῆι τὸν ἀέρος θάνατον, γῆ τὸν ὕδατος 486 Il fuoco vive la morte della
terra e l’aria vive la morte del fuoco, l’acqua vive la morte dell’aria, la
terra la morte dell’acqua (Massimo di Tiro; DK 22 B76). Da un lato, soprattutto
i primi due frammenti suscitano l’impressione che Eraclito riduca ogni cosa a
fuoco, la natura originaria che si cela dietro ogni trasformazione; dall’altro
il lessico (γενέσθαι, γίνεται, ζῆι, θάνατος) di B36 e B76 suggerisce l’idea di
un ciclo di produzione di elementi, che scaturiscono gli uni dagli altri, senza
una reale identità di base85. I limiti di documentazione (anche nel caso dei
frammenti eraclitei) e il lessico e l’impostazione peripatetici delle
testimonianze non consentono di stabilire con certezza quale schema fosse
effettivamente operante negli autori ionici: in ogni modo è chiaro che,
rispetto all’impegno argomentativo di Parmenide, essi potrebbero far sentire la
loro presenza da due punti di vista. Intanto, come in precedenza segnalato,
nell’insistenza parmenidea sul nesso γένεσις- ὄλεθρος e nell’eco biologica di
molti termini ed espressioni ricorrenti nel poema (γενέσθαι, ὄλλυσθαι, γένναν,
αὐξηθέν, ἀρξάμενον, φῦν), che potrebbero evocare la centralità della dimensione
generativa decisiva nel secondo modello. Un lessico “biologico” è attribuito
chiaramente, nelle testimonianze, in particolare ad Anassimandro, come rivelano
l’uso del termine γόνιμον per indicare il nucleo originario dei processi
reattivi che conducono alla formazione di un mondo (una sorta di base seminale
del mondo stesso), e la scelta di un verbo - ἀποκριθῆναι (da ἀποκρίνεσθαι) che
evoca attività di secrezione. L’ἄπειρον stesso sarebbe stato proposto, allora,
come fertile, feconda matrice, una sorta di “genitore” (in senso letterale),
cui imputare in ultima analisi l’origine. In secondo luogo è evidente, nel
poema, la riflessione sulle implicazioni “ontologiche” dei due possibili
paradigmi esplicativi che possiamo cogliere nello schema attribuito dalle
testimonianze ad Anassimene: esiste una
natura soggiacente (ὑποκειμένη 85 Graham, Explaining the Cosmos…, cit. 124 ss..
487 φύσις), unica e infinita (μία ἄπειρος), dalla quale, a causa di movimento eterno (κίνησις ἀίδιος),
(iii) si produce il mutamento (τὴν μεταβολὴν γίνεσθαι), consistente nel (iv)
suo differenziarsi in sostanze (διαφέρειν κατὰ τὰς οὐσίας), (v) da cui
discenderebbero tutte le altre cose (τὰ δὲ ἄλλα ἐκ τούτων). A Parmenide non
sarebbero sfuggiti: (a) la difficoltà di coniugare la consistenza d’essere
della ὑποκειμένη φύσις, la sua eterna irrequietezza, e la realtà sostanziale
delle altre cose; (b) il fatto che l’attività discriminante (differenziare,
διαφέρειν) riferita alla realtà originaria ne minasse la compattezza (portando
con sé la nozione di non-essere); (c) il problema della giustificazione dello
stesso processo di generazione dal principio e\o della sua trasformazione. In
effetti si tratta delle questioni di fondo che abbiamo ritrovato commentando i
primi 25 versi di B8. Immobile e identico È probabile che allo stesso contesto
rinviino i versi successivi (26-31), che sottolineano immobilità e immutabilità
di ciò che è: αὐτὰρ ἀκίνητον μεγάλων ἐν πείρασι δεσμῶν ἔστιν ἄναρχον ἄπαυστον, ἐπεὶ
γένεσις καὶ ὄλεθρος τῆλε μάλ΄ ἐπλάχθησαν, ἀπῶσε δὲ πίστις ἀληθής. ταὐτόν τ΄ ἐν
ταὐτῷ τε μένον καθ΄ ἑαυτό τε κεῖται χοὔτως ἔμπεδον αὖθι μένει· κρατερὴ γὰρ Ἀνάγκη
πείρατος ἐν δεσμοῖσιν ἔχει, τό μιν ἀμφὶς ἐέργει, Inoltre, immobile nei vincoli
di grandi catene, è senza inizio e senza fine, poiché nascita e morte sono
state respinte ben lontano: convinzione genuina [le] fece arretrare. Identico e
nell’identica condizione perdurando, in se stesso riposa, e, così, stabilmente
dove è persiste: dal momento che Necessità potente 488 nelle catene del vincolo
[lo] tiene, che tutto intorno lo rinserra. L’uso del termine ἀκίνητον non deve
ingannare: ciò che è in gioco in questo passaggio non è tanto, nello specifico,
il movimento, quanto il mutamento in generale, come suggerito da: accostamento tra ἀκίνητον e altri due
aggettivi senza inizio (ἄναρχον) e senza fine (ἄπαυστον) esplicitamente
giustificati dalla precedente esclusione di γένεσις e ὄλεθρος; insistenza su identità durevole, fissità di
stato e persistenza di τὸ ἐόν; (iii) variazione nel registro espressivo, con la
reiterazione di immagini che suggeriscono certamente anche inabilità al moto,
ma, nel contesto, soprattutto impossibilità di sviluppo, di cambiamento della
propria situazione. Nell’identica condizione Insomma, Parmenide appare
interessato a escludere dall’essere la possibilità di intrinseca motilità
(connaturata invece, secondo le testimonianze, alla φύσις milesia) - donde
forse l’aggettivo ἀτρεμὲς del v. 4 - e dunque, rispetto allo schema esplicativo
che abbiamo riscontrato, di trasformazione (μεταβολή): da un punto di vista
linguistico sono dominanti le espressioni che accentuano saldezza (stabilmente
dove è persiste ἔμπεδον αὖθι μένει) e staticità (in se stesso riposa καθ΄ ἑαυτό
τε κεῖται), figurativamente accompagnate dalla suggestione dei vincoli di
grande catene (μεγάλων δεσμῶν πείρατα), e del rinserramento dell’essere (τό μιν
ἀμφὶς ἐέργει) a opera di Necessità potente (κρατερὴ Ἀνάγκη). Come abbiamo
segnalato in nota al testo, il passo è ricco di echi letterari e riflette su un
nodo (mutamento) ben documentato anche nella cultura filosofica arcaica: - ἀλλ’
ἀεί τοι θεοὶ παρῆσαν χὐπέλιπον οὐ πώποκα, τάδε δ’ ἀεὶ πάρεσθ’ ὁμοῖα διά τε τῶν
αὐτῶν ἀεί. 489 - ἀλλὰ λέγεται μὰν Χάος πρᾶτον γενέσθαι τῶν θεῶν. - πῶς δέ κα; μὴ
ἔχον γ’ ἀπό τινος μηδ’ ἐς ὅ τι πρᾶτον μόλοι. - οὐκ ἄρ’ ἔμολε πρᾶτον οὐθέν; —οὐδὲ
μὰ Δία δεύτερον τῶνδέ γ’ ὧν ἁμὲς νῦν ὧδε λέγομες, ἀλλ’ ἀεὶ τάδ’ ἦς A. Ma sempre
gli dei furono presenti e mai vennero meno: queste cose sono sempre uguali e
sempre per sé stesse. B. Eppure si dice che Caos primo venne all’essere degli
dei. A. Come possibile? Come primo non aveva da cosa derivare né verso cosa
procedere. B. Nulla allora procedette per primo? A. Nemmeno per secondo, per
Zeus,, almeno delle cose di cui ora stiamo discorrrendo in questo modo, ma esse
furono sempre . (Epicarmo; DK 23 B1) — ὧδε
νῦν ὅρη καὶ τὸς ἀνθρώπως· ὁ μὲν γὰρ αὔξεθ’, ὁ δέ γα μὰν φθίνει, ἐν μεταλλαγᾶι δὲ
πάντες ἐντὶ πάντα τὸν χρόνον. ὃ δὲ μεταλλάσσει κατὰ φύσιν κοὔποκ’ ἐν ταὐτῶι
μένει, ἕτερον εἴη κα τόδ’ ἤδη τοῦ παρεξεστακότος Così ora considera anche gli uomini: l’uno
cresce, l’altro, invece, deperisce: tutti sono in mutamento durante tutto il
tempo. Ora, ciò che muta per natura e non mai nella stessa condizione permane,
sarebbe già diverso da quel che era
(Epicarmo; DK 23 B2) αἰεὶ δ’ ἐν ταὐτῶι μίμνει κινούμενος οὐδέν οὐδὲ
μετέρχεσθαί μιν ἐπιπρέπει ἄλλοτε ἄλληι 490 sempre nella stessa condizione
permane, e per nulla si muove, né gli si addice spostarsi ora in un luogo ora
in un altro (Senofane; DK 21 B26). Le citazioni di Senofane ed Epicarmo
attestano, nella elaborazione contemporanea, la preoccupazione per il mutamento
in associazione al tempo: tradizionalmente riferite al rapporto tra l’umano e
il divino (Epicarmo), esse complessivamente contrastano i processi di crescita
e deperimento, l’instabilità sostanziale degli esseri umani, con l’immota
identità delle realtà divine (uguali e sempre per sé stesse ὁμοῖα διά τε τῶν αὐτῶν
ἀεί), connotata sia rispetto al tempo (sempre gli dei furono presenti e mai
vennero meno, ἀεί τοι θεοὶ παρῆσαν χὐπέλιπον οὐ πώποκα), sia rispetto allo
stato (ciò che muta per natura, e mai nella stessa condizione permane, ὃ δὲ
μεταλλάσσει κατὰ φύσιν κοὔποκ’ ἐν ταὐτῶι μένει) 86. Significativamente, nel suo
breve frammento Senofane sembra giustificare l’immobilità divina con una
considerazione di opportunità: né gli si addice [ἐπιπρέπει] spostarsi ora in un
luogo ora in un altro. La Dea di Parmenide, da parte sua, coniuga immobilità,
immutabilità e identità sulla base di tre considerazioni: generazione e corruzione sono state
allontanate dallo scenario dell’essere con argomento conclusivo (convinzione
genuina [le] fece arretrare ἀπῶσε δὲ πίστις ἀληθής): τὸ ἐόν è dunque
indiscutibilmente sottratto alla linearità della relazione inizio-fine a causa
della contraddizione che essa comporta; è ἄναρχον ἄπαυστον nel senso che non
diviene; ingenerabilità,
incorruttibilità, pienezza, omogeneità e continuità (sottolineate nei versi
precedenti) pongono l’accento sull’identità di τὸ ἐόν con se stesso: essa
appare il nuovo baricentro del discorso divino. La Dea, tuttavia, non propone
un argomento a sostegno, né esplicitamente si appoggia al precedente, 86 È da
osservare, in particolare, l’uso in entrambi gli autori dell’espressione ἐν ταὐτῶι
μένει (in Senofane l’equivalente poetico ἐν ταὐτῶι μίμνει), nella duplice
valenza (locativa e di stato) che ritroviamo in Parmenide. 491 limitandosi
invece a citare la garanzia della vigilanza di Ἀνάγκη (Necessità-Costrizione)
e, per due volte, dei suoi vincoli e catene; (iii) l’immobilità è collegata,
attraverso la sottrazione dei processi di generazione e corruzione e il rilievo
dell’identità di stato, all’argomento complessivo: il movimento viene
assimilato a un mutamento di condizione dell’essere e quindi escluso87. Non
incompiuto... Anche l’argomento a sostegno dell’immutabilità di ciò che è
dipende dunque, in ultima analisi, dalla κρίσις dei 15-16: ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν.
Su quel giudizio, in effetti, poggia saldamente la πίστις ἀληθής che esclude,
dall’orizzonte della riflessione sull’essere, γένεσις e ὄλεθρος. Tale
immutabilità è, a sua volta, utilizzata (vv. 32-33) come prova a favore della
perfezione di τὸ ἐὸν 88: οὕνεκεν οὐκ ἀτελεύτητον τὸ ἐὸν θέμις εἶναι· ἔστι γὰρ οὐκ
ἐπιδεές· μὴ ἐὸν δ΄ ἂν παντὸς ἐδεῖτο. E per questo non incompiuto l’essere [è]
lecito che sia: non è, infatti, manchevole [di alcunché]; il non essere,
invece, mancherebbe di tutto. Interessante nel passaggio il fatto che Parmenide
ricorra a una congiunzione (οὕνεκεν, per questo) che riferisce l’affermazione
successiva a quel che immediatamente precede: l’argomento si sostiene quindi
sia sulla κρίσις e le sue conseguenze, sia sulle immagini di vincoli e catene,
immobilizzanti ma anche identitarie. La suggestione divina di Ἀνάγκη opera a
garanzia della compiutezza dell’essere, sorvegliandone e salvaguardandone la
pienezza (πᾶν ἐστιν ὁμοῖον; πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος). 87 Leszl 209. 88 Su
questo passaggio P. Curd, Eleatic Arguments, in Methods in Ancient Philosophy,
edited by J. Gentzler, Clarendon Press, Oxford 1998 18. 492 La Dea, insomma,
annoda immobilità, immutabilità, identità e perfezione: οὐκ ἀτελεύτητον come οὖλον
μουνογενές (intero, uniforme), ὁμοῦ πᾶν (tutto insieme), συνεχές (continuo,
coeso) discende dal rigetto della via ὡς οὐκ ἔστιν, e rivela dunque un
carattere essenziale dell’essere. L’alternativa radicale ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν, con
l’invito a valutare discorsivamente la robustezza degli argomenti (B7.5) e a
concentrarsi su ἔστι e sui suoi segnali (B8.1- 2), comporta, infatti, la
progressiva sottrazione di ogni negatività che potrebbe attentare all’integrità
dell’essere, come manifesto nel v. 33, comunque lo si intenda: l’essere non può essere in difetto in alcun
modo (poiché deve essere per intero o non essere per nulla); il non-essere,
invece, sarebbe totale assenza di realtà;
traducendo diversamente, invece, avremmo: ἔστι γὰρ οὐκ ἐπιδεές· μὴ ἐὸν
δ΄ ἂν παντὸς ἐδεῖτο non è, infatti, manchevole [di alcunché]; se non fosse
[non-manchevole], invece, mancherebbe di tutto (v. 33); se l’essere fosse in
qualche misura o per qualche aspetto carente, porterebbe con sé non-essere e ne
sarebbe distrutto, come già marcato (o anticipato) al v. 11: ἢ πάμπαν πελέναι
χρεών ἐστιν ἢ οὐχί deve essere per intero o non essere per nulla. Se ora
consideriamo, nel suo complesso, il nodo di questi versi centrali del
frammento, possiamo forse cogliervi una presa di posizione nei confronti delle
tesi che avevano delineato a un tempo il primato di un principio e i suoi
sviluppi o le sue trasformazioni: che lo avevano considerato divino,
attribuendogli eterna durata e vitalità, per garantire gli enti nella loro
totalità; proteiforme (l’aria di Anassimene?) per giustificarne le traduzioni
fenomeniche; infinitamente fecondo per sostenere gli incessanti processi di
generazione e corruzione. 493 Essere e pensiero È appunto nella discussione di
questo nodo che Parmenide inserisce (vv. 34-38a) quanto appare come un
excursus, oggetto di un articolato dibattito, filologico e interpretativo, cui
abbiamo accennato in nota al testo: ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν ἔστι
νόημα. οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐν ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν·
o;udèn γὰρ < ἢ > ἔστιν ἢ ἔσται ἄλλο πάρεξ τοῦ ἐόντος, ἐπεὶ τό γε Μοῖρ΄ ἐπέδησεν
οὖλον ἀκίνητόν τ΄ ἔμεναι La stessa cosa invero è pensare e il pensiero che è:
giacché non senza l’essere, in cui [il pensiero] è espresso, troverai il
pensare. Né, infatti, esiste né esisterà altro oltre all’essere, poiché Moira
lo ha costretto a essere intero e immobile. Accettando la nostra traduzione del
v. 34, in effetti qui la Dea recupererebbe affermazioni avanzate in precedenza:
τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι La stessa cosa, infatti, è pensare ed
essere (B3) χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι Dire e pensare: ciò che è è,
è necessario (B6.1a). Ribadendo la connessione, che fa da sfondo a tutta
l’esposizione divina, tra νοεῖν e εἶναι - e dunque anche l’impossibilità che
ciò che non è (μὴ ἐὸν) possa realmente essere oggetto del pensiero89, secondo
le indicazioni di B2.7-8: οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε
φράσαις 89 Questo è quanto i versi in questione mostrerebbero secondo Curd,
Eleatic Arguments, cit. 19. 494 poiché non potresti conoscere ciò che non è
(non è infatti cosa fattibile), né indicarlo - l’obiettivo sarebbe quello di
escludere che possa darsi per l’intelligenza della realtà oggetto diverso
dall’essere (ἄλλο πάρεξ τοῦ ἐόντος), che possa in altre parole essere assunto
come realtà quanto si manifesta a livello di senso comune. Questa lettura
sembra confermata da quel che segue immediatamente (vv. 38b-41): τῷ πάντ΄ ὄνομ΄
ἔσται, ὅσσα βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ, γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι,
εἶναί τε καὶ οὐχί, καὶ τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν Per esso [ciò
che è] tutte le cose saranno nome, quante i mortali stabilirono, convinti che
fossero reali: nascere e morire, essere e non essere, cambiare luogo e mutare
luminoso colore. Gli eventi che i mortali (βροτοί) registrano quotidianamente e
che in modo irriflesso interpretano come fenomeni di mutamento (nascere e
morire, cambiare luogo e mutare luminoso colore) designandoli, illusi
(πεποιθότες) della loro genuina consistenza (ἀληθῆ) - si rivelano,
all'intelligenza critica sollecitata dalla Dea, per quello che in verità sono:
nome. Gli uomini, in altre parole, utilizzano una pluralità di espressioni -
dalla Dea già esplicitamente proibite: nascere e morire, essere e non essere,
cambiare luogo - per articolare e cadenzare una realtà che, correttamente
valutata, risulta essenzialmente estranea a ogni accadere e mutare. L’unico
genuino (vero) oggetto di intelligenza e linguaggio è ciò-che-è:
indipendentemente da quel che i mortali pretendono di riferire nei loro
pensieri e discorsi, ciò cui essi realmente pensano e possono pensare è τὸ ἐὸν
90. 90 McKirahan 202. 495 Prima di tornare a discutere i segnali lungo la via ὅπως
ἔστιν in particolare prima di riprendere e ulteriormente determinare il nodo
cruciale dell’immobilità, immutabilità e compiutezza dell’essere la Dea di
Parmenide richiama l’attenzione su quanto implicito nelle sue affermazioni
iniziali (B2-B3): per un pensare intelligente, capace cioè di afferrare
consapevolmente il proprio oggetto, non può darsi altro orizzonte che ἐόν, dal
momento che ciò che non è (μὴ ἐὸν) è intrinsecamente inconsistente. Molto
discussa la formula impiegata (vv. 34-36a): ταὐτὸν δ΄ ἐστὶ νοεῖν τε καὶ οὕνεκεν
ἔστι νόημα. οὐ γὰρ ἄνευ τοῦ ἐόντος, ἐν ᾧ πεφατισμένον ἐστίν, εὑρήσεις τὸ νοεῖν
La stessa cosa è pensare e e il pensiero che è: giacché non senza l’essere, in
cui [il pensiero] è espresso, troverai il pensare. Rispetto ai due enunciati
(B3 e B6.1a) sopra ricordati, qui non si tratta semplicemente di
un’affermazione di identità (generica) tra pensare ed essere (B3) ovvero di una
presa d’atto della necessità per il pensiero di ammettere che ciò che è è
(B6.1a). Qui la Dea si spinge a delineare a un tempo due relazioni - di
identità (ταὐτὸν ἐστὶ) e di dipendenza (espressa da οὕνεκεν, che traduciamo
come equivalente a ὅτι che91) - i cui membri risultato da un lato νοεῖν,
dall’altro appunto il pensiero (νόημα) che "è". Non c’è altro oltre
all’essere, quindi l’essere non può che essere l’oggetto del pensiero: la Dea
sottolinea, infatti, come l’essere sia propriamente ciò in cui il pensiero è
espresso, il campo entro cui necessariamente il pensiero si manifesta. Dal
momento che τὸ ἐὸν è in verità il solo contenuto realmente pensato ed espresso
nel linguaggio, qualsiasi cosa i mortali pensino o dicano e in qualsiasi modo
la pensino o dicano, essi stanno parlando di ciò-che-è 92. C’è tensione,
dunque, tra quanto essi sono convinti di nominare e 91 Ma che altri scelgono di
rendere come a causa di. 92 McKirahan 205. 496 quanto in realtà essi nominano:
sebbene non ne siano consapevoli, ogni nome afferma l’essere. All’orizzonte
(trascendentale) dell’essere non può sottrarsi il nominare dei mortali93. Nel
contesto, insomma, a dispetto di una lunga tradizione interpretativa,
intenzione della Dea sarebbe non tanto aprire una parentesi per discutere
dell'inattendibilità dell’esperienza umana, quanto rilevare l’illusione che
altro (dall’essere e dai suoi segnali) possa essere l’ambito del pensare. In
questione sarebbe allora la consistenza del mondo attestato empiricamente, ma
non in quanto di per sé illusorio, risultato di un inganno dei sensi, piuttosto
perché non inquadrato coerentemente, da un punto di vista logico, nell'unitaria
cornice d’essere, e dunque frainteso. In quest'ottica, al linguaggio inadeguato
dei mortali è contrapposto il linguaggio della verità dell’essere94. A chi si
riferisce il termine βροτοί? Agli esseri umani in genere, evocando il
tradizionale rilievo della loro debolezza cognitiva (rispetto alla conoscenza
divina) e dunque accentuando la natura eccezionale dell'esperienza del poeta?
Ovvero a un gruppo o a gruppi di sapienti rivali? Osservando le scelte
espressive di Parmenide (γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι, εἶναί τε καὶ οὐχί, καὶ
τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα φανὸν ἀμείϐειν), potremmo riconoscere sia una
generica allusione alle modalità ordinarie di lettura della realtà (cambiamento
di luogo, mutamento qualitativo), sia l’accenno a un linguaggio più specifico
(nascere e morire, essere e non essere): quello che sopra abbiamo individuato
nelle testimonianze relative agli schemi cosmologici (e cosmogonici) milesi e
nei frammenti eraclitei. A noi sembra, tuttavia, che questo passo -
apparentemente una pausa nella sequenza argomentativa del frammento faccia
emergere un aspetto peculiare dell’approccio di Parmenide, una nuova dimensione
speculativa. Ipotizzando che l’Eleate abbia preso le mosse dall’analisi delle
implicazioni (ontologiche) di affermazioni relative alla φύσις o all'ἀρχή,
denunciando le incongruenze delle lezioni cosmologiche (e cosmogoniche)
circolanti, è 93 Ruggiu 307-8. 94 . 497 possibile si sia a un certo punto
concentrato sulle condizioni di comprensione della realtà (dunque sulla stessa
attività di νοεῖν): questione di secondo livello 95 (meta-cognitiva), intesa a
far prendere consapevolezza, oltre che dei segni dell’essere, anche dei
presupposti del pensare. L’ontologia che viene delineata traccia così a un
tempo i requisiti necessari (stabilità, identità) alla conoscenza: la comprensione
(νοεῖν) esige determinate condizioni formali (proprietà) per l’intelligibilità
del proprio oggetto; condizioni che Parmenide potrebbe aver fatto emergere nel
confronto serrato (meta-critico) con le teorie della natura della tradizione
ionica96. Moira lo ha costretto... Per la terza volta nel frammento, la Dea
assicura il proprio ragionamento ricorrendo a un’immagine mitica (e a una
formula epica): Moira ha costretto (ἐπέδησεν) ἐόν a essere intero e immobile (οὖλον
ἀκίνητόν τ΄ ἔμεναι). È in forza di tale “destino” che nulla esiste o esisterà (ἔστιν
ἢ ἔσται) oltre all’essere (πάρεξ τοῦ ἐόντος): ciò, in primo luogo, comporta
ancora (come nel caso di Giustizia e Necessità) che la garanzia di Moira
risulti formalmente essenziale per affermare integrità, unicità e immutabilità
dell’essere (e dunque per sostenere come i nomi dei mortali si riferiscano in
vero sempre e solo all’essere). Ma la superiore tutela di Moira impone, in
secondo luogo, anche l’identità di essere e pensiero, nel momento in cui marca,
appunto, come non possa esistere ἄλλο πάρεξ τοῦ ἐόντος (altro oltre
all’essere). In questo senso, rispetto a νοεῖν e ἐόν, essa riveste una funzione
“trascendentale”: richiamando implicitamente le immagini dei legami (πείρατα) e
delle catene (δεσμοί) ed esplicitamente la fissi- 95 G.E.R. Lloyd usa
l’espressione second’ordine, per esempio nel suo Le pluralisme de la vie
intellectuelle avant Platon, in A. Laks et C. Louguet (éds), Qu’est-ce que la
Philosophie Présocratique?..., cit. 44. 96 Graham, Explaining the Cosmos…, cit.
166. 498 tà (ἐπέδησεν - ἔμπεδον) dei ceppi (πέδαι), con la figura di Moira la
Dea, da un lato, ribadisce la stabilità dell’essere, dall’altro indica in
quella invariabilità un carattere fondamentale della conoscenza. Questa
connessione tra saldezza di ciò che è e costanza del νόημα che la coglie è la
stessa allusa in B4.1-2: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως· οὐ γὰρ ἀποτμήξει
τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι Considera come cose assenti siano comunque al
pensiero saldamente presenti; non impedirai, infatti, che l’essere sia connesso
all’essere. La Dea le contrappone la precarietà tutta umana e artificiale
(saranno nome ὄνομ΄ ἔσται) di quanto (πάντ΄
ὅσσα) i mortali stabilirono (βροτοὶ κατέθεντο), lasciandosi poi traviare
(πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ). Compiuto e omogeneo I versi (42-49) che concludono la
sezione sulla Verità ne riassumono l’ontologia, insistendo particolarmente su
compiutezza e omogeneità di ciò che è, attraverso un ampio ricorso a metafore
“spaziali”: αὐτὰρ ἐπεὶ πεῖρας πύματον, τετελεσμένον ἐστί πάντοθεν, εὐκύκλου
σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ, μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντῃ· τὸ γὰρ οὔτε τι μεῖζον οὔτε τι
βαιότερον πελέναι χρεόν ἐστι τῇ ἢ τῇ. οὔτε γὰρ οὐκ ἐὸν ἔστι, τό κεν παύοι μιν ἱκνεῖσθαι
εἰς ὁμόν, οὔτ΄ ἐὸν ἔστιν ὅπως εἴη κεν ἐόντος τῇ μᾶλλον τῇ δ΄ ἧσσον, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν
ἄσυλον· οἷ γὰρ πάντοθεν ἶσον, ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει. Inoltre, dal momento che
[vi è] un limite estremo, [ciò che è] è compiuto da tutte le parti, simile a
massa di ben rotonda palla, 499 a partire dal centro ovunque di ugual
consistenza: giacché è necessario che esso non sia in qualche misura di più, o
in qualche misura di meno, da una parte o dall’altra. Non vi è, infatti, non
essere, che possa impedirgli di giungere a omogeneità, né ciò che è esiste così
che ci sia - di ciò che è - qui più, lì meno, poiché è tutto inviolabile. A se
stesso, infatti, da ogni parte uguale, uniformemente entro i [suoi] limiti
rimane. I versi propongono contestualmente due diverse prospettive:
l’accostamento alla massa di ben rotonda palla (εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ)
presuppone infatti un punto di vista “esterno”, per comunicare un’impressione
ottica (“da fuori”) della compatta estensione dell’essere, della sua compiuta
integrità; d’altra parte, la sottolineatura dell’equa distribuzione (ἰσοπαλὲς
πάντῃ) a partire dal centro (μεσσόθεν), manifesta piuttosto un punto di vista
“interno” (dal centro alla superficie perimetrale). Complessivamente il testo
vuol riproporre ἐόν come totalità piena, densa, uniforme, e a tale scopo fa
leva sulla nozione di limite estremo (πεῖρας πύματον), di un confine che rende
plasticamente l’assoluto discrimine tra ἐόν e μὴ ἐὸν, logicamente essenziale a
tutto il ragionamento della Dea. C’è un limite estremo Anche in questo caso come
in altri passaggi del poema appare evidente il debito nei confronti
dell’immaginario epico: ἔνθα δὲ γῆς δνοφερῆς καὶ ταρτάρου ἠερόεντος πόντου τ’ ἀτρυγέτοιο
καὶ οὐρανοῦ ἀστερόεντος ἑξείης πάντων πηγαὶ καὶ πείρατ’ ἔασιν, ἀργαλέ’ εὐρώεντα,
τά τε στυγέουσι θεοί περ· χάσμα μέγ’, οὐδέ κε πάντα τελεσφόρον εἰς ἐνιαυτὸν 500
οὖδας ἵκοιτ’, εἰ πρῶτα πυλέων ἔντοσθε γένοιτο, ἀλλά κεν ἔνθα καὶ ἔνθα φέροι πρὸ
θύελλα θυέλλης ἀργαλέη· δεινὸν δὲ καὶ ἀθανάτοισι θεοῖσι.] [τοῦτο τέρας· καὶ
Νυκτὸς ἐρεμνῆς οἰκία δεινὰ ἕστηκεν νεφέλῃς κεκαλυμμένα κυανέῃσι Là della terra
nera e del Tartaro oscuro, del mare infecondo e del cielo stellato, di seguito,
di tutti vi sono le scaturigini e i confini, luoghi penosi e oscuri che anche
gli dei hanno in odio, voragine enorme; né tutto un anno abbastanza sarebbe per
giungere al fondo a chi passasse dentro le porte, ma qua e là lo porterebbe
tempesta sopra tempesta crudele; tremendo anche per gli dei immortali è tale
prodigio. E di Notte oscura la casa terribile s’inalza, da nuvole livide
avvolta (Teogonia 736-745. Traduzione di G. Arrighetti). Il passo esiodeo è di
un certo rilievo nel nostro contesto, in quanto lega il tema delle scaturigini
e dei confini di tutte le cose (πάντων πηγαὶ καὶ πείρατ’ ἔασιν) a uno scenario
infero in cui è inserito il riferimento alla casa terribile di Notte oscura
(Νυκτὸς ἐρεμνῆς οἰκία δεινὰ), probabile prototipo della dimora della Notte
(δώματα Nυκτός) evocata nel proemio di Parmenide. Né va dimenticato che la Dea
promette nel poema di tutto informare (B1.28): almeno didascalicamente,
l’ottica della sua comunicazione è situata effettivamente al limite del
dicibile (dell’essere). Agli interpreti non è sfuggito il peso peculiare che
nello sviluppo argomentativo di B8 progressivamente assumono le immagini che
afferiscono al limite (πεῖρας) vincolante per l’essere: τοῦ εἵνεκεν οὔτε
γενέσθαι οὔτ΄ ὄλλυσθαι ἀνῆκε Δίκη χαλάσασα πέδῃσιν, ἀλλ΄ ἔχει Per questo né
nascere né morire concesse Giustizia, sciogliendo le catene, ma [lo] tiene (vv.
13b-15a) 501 ἀκίνητον μεγάλων ἐν πείρασι δεσμῶν immobile nei vincoli di grandi
catene (v. 26) ἐπεὶ τό γε Μοῖρ΄ ἐπέδησεν οὖλον ἀκίνητόν τ΄ ἔμεναι poiché Moira
lo ha costretto a essere intero e immobile (vv. 37b-38a) κρατερὴ γὰρ Ἀνάγκη
πείρατος ἐν δεσμοῖσιν ἔχει, τό μιν ἀμφὶς ἐέργει dal momento che Necessità
potente nelle catene del vincolo [lo] tiene (vv. 30a-31b) ἐπεὶ πεῖρας πύματον,
τετελεσμένον ἐστί dal momento che [vi è] un limite estremo, [ciò che è] è
compiuto (v. 42). Sono i legami variamente evocati a impedire all’essere di
essere esposto a generazione e corruzione (ἀγένητον καὶ ἀνώλεθρoν), ovvero al
mutamento (ἀκίνητον), e a garantirne integrità (o%ulon μουνογενές) e perfezione
(οὐκ ἀτελεύτητον, τετελεσμένον). Come abbiamo in precedenza osservato,
significativamente alle immagini di catene e vincoli sono associate figure di
garanzia: Giustizia, Necessità, Moira. L’idea è quella di costrizione come
destino ovvero legge dell’essere97, ma nel contesto, in relazione al
pronunciamento circa l'esistenza di un confine estremo (πεῖρας πύματον),
all'accostamento al corpo di una palla ben rotonda (εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον
ὄγκῳ) e alle altre formule spaziali (πάντοθεν, μεσσόθεν) utilizzate, potremmo
trovarci in presenza di una suggestione cosmologica. Secondo Schreckenberg98,
l'idea di un estremo vincolo cosmico sarebbe antica e avrebbe avuto origine in
ambiente pitagorico, come documenterebbe Aëtius: 97 H. Schreckenberg,
"Ananke. Untersuchungen zur Geschichte des Wotgebrauchs", Zetemata
36, München 1964 75-6. Citato in Robbiano 141. 98 103 ss.. Citato in Robbiano 140.
502 Π υ θ α γ ό ρ α ς ἀνάγκην ἔφη περικεῖσθαι τῷ κόσμῳ Pitagora affermò che la
necessità circonda il cosmo99, e confermerebbe la nozione pitagorica di ἄντυξ
κόσμου (limite del cosmo). In effetti, Aëtius attribuisce proprio a Pitagora
l'introduzione del termine cosmo per indicare il tutto: Π. πρῶτος ὠνόμασε τὴν τῶν
ὅλων περιοχὴν κ ό σ μ ο ν ἐκ τῆς ἐν αὐτῶι τάξεως Pitagora per primo chiamò
l'insieme di tutte le cose cosmo, per l'ordine che vi regna (DK 14 A21)
Ricordiamo, inoltre, come il tema dell’equilibrio del cosmo garantito dal
confine cosmico si colleghi ad Anassimandro, del cui principio (l’apeiron)
Aristotele afferma: διὸ καθάπερ λέγομεν,
οὐ ταύτης ἀρχή, ἀλλ’ αὕτη τῶν ἄλλων εἶναι δοκεῖ καὶ περιέχειν ἅπαντα καὶ πάντα
κυβερνᾶν per questo motivo diciamo che
di esso [principio] non vi sia principio, ma che sembra essere esso stesso
principio di tutte le altre cose, e comprenderle [abbracciarle] tutte e tutte
governarle (DK 12 A15). A suo modo Parmenide avrebbe potuto dunque fare proprio
dall'ambiente culturale del tardo VI secolo il motivo dell'immutabilità e della
stabilità dell’universo, espresso soprattutto nell'ultimo verso (v. 49) di
questa sezione: οἷ γὰρ πάντοθεν ἶσον, ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει A se stesso,
infatti, da ogni parte uguale, uniformemente entro i [suoi] limiti rimane.
Rispetto alla tradizione, tuttavia, muta profondamente l'ottica adottata:
all'interno della sezione sulla Verità, l'Eleate rivolge il proprio sguardo alla
realtà cosmica rilevando la dimensione d'es- 99 H. Diels, Doxographi Graeci, De
Gruyter, Berlin 1965, 321 b4. 503 sere (ἐόν), rispetto alla quale svaniscono
tutti gli elementi di discriminazione spaziale (così come erano stati
neutralizzati tutti i riferimenti temporali)100. Nell'essere si riassumono
omogeneamente tutte le cose: ciò che è si stringe infatti a ciò che è (v. 25: ἐὸν
γὰρ ἐόντι πελάζει). In considerazione dell'alternativa radicale è-non è, ciò
che è risulta compatto (v. 19: πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος), coeso (v. 25:
ξυνεχὲς πᾶν ἐστιν), compiuto (v. 27: οὐκ ἀτελεύτητον τὸ ἐὸν θέμις εἶναι): οὔτε
γὰρ οὐκ ἐὸν ἔστι, τό κεν παύοι μιν ἱκνεῖσθαι εἰς ὁμόν Non vi è, infatti, non
essere, che possa impedirgli di giungere a omogeneità (vv. 46-47a). La
proibizione di percorrere la via che pensa che non è fa sentire ancora la
propria forza coinvolgente, nel determinare i contorni della realtà. In
effetti, la recisa affermazione della Dea: vi è un confine estremo (πεῖρας
πύματον) sebbene ancora formalmente giustificata, a questo punto,
dall'insistenza (mitica e\o metaforica) su vincoli e catene, e dalla
sorveglianza dei relativi numi (Dike, Ananke, Moira) - interviene a completare
il quadro ontologico, marcando in particolare l'integrità di ciò che è come
totalità (v. 4: οὖλον μουνογενές; v. 5: ὁμοῦ πᾶν), di cui non a caso si
enuncia: è tutto inviolabile (πᾶν ἐστιν ἄσυλον). La reiterazione di un avverbio
connette inizio e fine del passo: τετελεσμένον ἐστί πάντοθεν [ciò che è] è
compiuto da tutte le parti (vv. 42b-43a) 100 Su questo punto il saggio di M.
Kraus, Sein, Raum und Zeit im Lehrgedicht des Parmenides, in Frühgriechisches
Denken, a cura di G. Rechenhauer, Vandenhoeck et Ruprecht, Göttingen 2005 252-269,
in particolare pp. 260-1 e 267-8. 504 οἷ γὰρ πάντοθεν ἶσον, ὁμῶς ἐν πείρασι
κύρει a se stesso, infatti, da ogni parte uguale, uniformemente entro i [suoi]
limiti rimane (v. 49). La compiutezza (in ogni direzione) di ciò che che è è
sostenuta sulla base della sua "densità" ontologica: οὔτ΄ ἐὸν ἔστιν ὅπως
εἴη κεν ἐόντος τῇ μᾶλλον τῇ δ΄ ἧσσον né ciò che è esiste così che ci sia - di
ciò che è - qui più, lì meno (vv. 47b-48a). Nulla può alterarne l'equilibrio,
ovvero impedirne l'omogeneità (τό κεν παύοι μιν ἱκνεῖσθαι εἰς ὁμόν): affermare
l'essere comporta escluderne (con il non-essere) ogni possibile deficienza e
dunque equivale ad affermarne eguaglianza, uniformità, totale identità con se
stesso, in altre parole la inviolabilità (πᾶν ἐστιν ἄσυλον). Simile a massa...
Estremamente controversa a livello interpretativo è la similitudine introdotta
dalla Dea all'inizio del nostro passo (ma in conclusione della sua
comunicazione di Verità!): εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκῳ, μεσσόθεν ἰσοπαλὲς
πάντῃ simile a massa di ben rotonda palla, a partire dal centro ovunque di
ugual consistenza (vv. 43b-44a). Come abbiamo rilevato in nota al testo, tre
punti sono criticamente determinanti: il
soggetto (sottinteso) della similitudine è ἐόν (con cui concorda ἐναλίγκιον); ἐναλίγκιον (simile) si riferisce non a «palla
(σφαῖρα) ma a «massa (ὄγκος); 505 (iii) ἰσοπαλὲς («di ugual consistenza) è
attributo del soggetto sottinteso («ciò che è) della affermazione iniziale, non
di «massa di ben rotonda palla. Se è da escludere l'equazione tra «ciò che è e
corpo sferico, è difficile tuttavia proprio in forza dell'eco spaziale di
questi versi e dei successivi sottrarsi all'impressione che Parmenide stia
parlando di qualcosa comunque esteso: il tutto indifferenziato e omogeneo di
cui si parla potrebbe dunque coincidere con la realtà universale (τὸ πᾶν, come
suggerisce Furley101), colta "in quanto essere", in altre parole
intuita appunto come ἐόν («ciò che è), ovvero più astrattamente come τὸ ἐόν
(«l'essere), con le relative conseguenze logiche. La novità della sezione sulla
Verità (che culmina nei versi in esame) sarebbe, allora, non quella di volgersi
a una realtà diversa da quella cosmica, ma quella di concentrarsi sul «tutto (πᾶν,
πάντοθεν, πάντῃ) - come già documentato negli autori ionici in una prospettiva
diversa dalla cosmologia milesia: le scelte espressive di Parmenide ci
suggeriscono di definirla "ontologica". Essa consiste nel
trasfigurare la realtà la stessa realtà attestata dall’esperienza alla luce di
rigorose esigenze razionali, che la Dea introduce assiomaticamente in B2 e
ribadisce in B8.15 (ἡ δὲ κρίσις τούτων ἐν τῷδ΄ ἔστιν). Parmenide indica questa
attitudine con formule che evocano sia l'esame e la fatica argomentativa (B7.5:
«valuta con il ragionamento la prova polemica, κρῖναι δὲ λόγῳ πολύδηριν ἔλεγχον),
sia lo sguardo logicamente educato a evitare la contraddizione (B4.1: la
possibile connessione tra λεῦσσε e νόῳ). Il risultato di questa considerazione
originale della realtà cosmica è l'abbandono degli schemi esplicativi cosmologici
e cosmogonici milesi e la riduzione del «tutto alla compatta uniformità di τὸ ἐόν:
nella sua identità logicamente garantita dall’effettiva indisponibilità di μὴ ἐὸν,
ogni divenire e ogni discriminazione temporale sono sospesi, nell’eterna,
continua gia- 101 D. Furley, The Greek Cosmologists. Volume 1: The formation of
the atomic theory and its earliest critics, CUP, Cambridge 1987 54. 506 cenza
di «ciò che è in se stesso (dunque nel presente); analogamente sono superate
tutte le distinzioni di luogo, nella sua compiuta, omogenea, coesa estensione.
Insomma, del cosmo milesio (e probabilmente pitagorico) sono evaporati i fattori
cosmogonici - i contrari, la natura-principio, le masse elementari - ed è
rimasto τὸ ἐόν, espressione che solo in questo senso designa qualcosa di
astratto, non immediatamente riconducibile ai sensi: un intero
indiscriminato102, in cui si riassume la realtà dell'universo, la totalità
delle cose considerate appunto come essere103. Solo in coerenza con l'esigenza
di permanenza, stabilità e identità incarnata da questa realtà-verità sarà
possibile ripensare il mondo della esperienza. Se è vero che Parmenide non
propone nella Via della Verità una propria cosmologia, ne fissa certamente le
condizioni di possibilità, come la riflessione posteriore, da Empedocle agli
atomisti, avrebbe mostrato. La similitudine con la «massa di ben rotonda palla
è introdotta per illustrare plasticamente un nodo decisivo della esposizione
della Dea: ἐπεὶ πεῖρας πύματον, τετελεσμένον ἐστί πάντοθεν dal momento che [vi
è] un limite estremo, [ciò che è] è compiuto da tutte le parti (vv. 42-43a).
L'impressione è che Parmenide cerchi di utilizzare l'immagine della massa
sferica per confermare l'intuizione della compiuta integrità dell'essere senza
ricorrere a una tutela esterna, come avvenuto nei versi precedenti grazie alle
figure divine (Dike, Ananke, 102 Kraus (p. 261) evoca in proposito una forma di
esperienza immediata descritta da Ernst Mach, in cui l'universo nella sua
interezza si sarebbe rivelato come massa indiscriminata e coesa. Thanassas (Parmenides, Cosmos, and Being)
sottolinea in proposito come l'ἐόν di Parmenide sia direttamente comparabile
alla espressione aristotelica tò $on *h? $on, in quanto denoterebbe la totalità
degli enti (tò $on), richiamando tuttavia l'attenzione (nel secondo $on)
sull’Essere di quegli enti. 507 Moira) e ai loro vincoli immobilizzanti,
piuttosto attraverso il riferimento al carattere ultimo dell’estremità entro
cui l’essere uniformemente nei limiti rimane (ὁμῶς ἐν πείρασι κύρει) 104. Il
limite è estremo: come in Esiodo si dà, rispetto all'abisso spalancato (χάος,
χάσμ’ ἀχανές), una barriera insormontabile in cui tutte le cose hanno radice
(πάντων πηγαὶ καὶ πείρατα), in Parmenide oltre il confine non c’è nulla, al di
qua tutto l’essere, di conseguenza perfetto, compiuto (τετελεσμένον) da ogni
parte (πάντοθεν) 105. La similitudine insiste sull’estensione compatta e sulla
tensione uniforme: sull’uguale consistenza, dal centro al perimetro della
sfera. Mourelatos ha osservato106 come la sfera si prestasse, tra le varie
figure, all'estrazione di criteri di completezza, dal momento che è quella che
ha estensione sempre identica con se stessa. Che questi versi (i più citati del
poema nell'antichità) fossero destinati a un forte impatto cosmologico, è
rivelato soprattutto dalle riprese platoniche: come hanno puntualmente
confermato le ricerche di Palmer107, la rappresentazione della grandiosa
creazione del cosmo fisico da parte del demiurgo, sulla scorta del modello del
vivente intelligibile, nel Timeo platonico propone un’impressionante
concentrazione di allusioni (e parole) parmenidee: σχῆμα δὲ ἔδωκεν αὐτῷ τὸ
πρέπον καὶ τὸ συγγενές. τῷ δὲ τὰ πάντα ἐν αὑτῷ ζῷα περιέχειν μέλλοντι ζῴῳ
πρέπον ἂν εἴη σχῆμα τὸ περιειληφὸς ἐν αὑτῷ πάντα ὁπόσα σχήματα· διὸ καὶ
σφαιροειδές, ἐκ μέσου πάντῃ πρὸς τὰς τελευτὰς ἴσον ἀπέχον, κυκλοτερὲς αὐτὸ ἐτορνεύσατο,
πάντων τελεώτατον ὁμοιότατόν τε αὐτὸ ἑαυτῷ σχημάτων, νομίσας μυρίῳ κάλλιον ὅμοιον
ἀνομοίου. λεῖον δὲ δὴ κύκλῳ πᾶν ἔξωθεν αὐτὸ ἀπηκριβοῦτο πολλῶν χάριν. ὀμμάτων
τε γὰρ ἐπεδεῖτο οὐδέν, ὁρατὸν γὰρ οὐδὲν ὑπελείπετο ἔξωθεν, οὐδ’ 104
Couloubaritsis, Mythe et philosophie cit. 249. 105 Ruggiu 309. 106 127-8. 107
J. Palmer, Plato's Reception of Parmenides Oxford ἀκοῆς, οὐδὲ γὰρ ἀκουστόν· πνεῦμά
τε οὐκ ἦν περιεστὸς δεόμενον ἀναπνοῆς, οὐδ’ αὖ τινος ἐπιδεὲς ἦν ὀργάνου σχεῖν ᾧ
τὴν μὲν εἰς ἑαυτὸ τροφὴν δέξοιτο, τὴν δὲ πρότερον ἐξικμασμένην ἀποπέμψοι πάλιν.
ἀπῄει τε γὰρ οὐδὲν οὐδὲ προσῄειν αὐτῷ ποθεν—οὐδὲ γὰρ ἦν E gli diede una figura a sé congeniale e
congenere. Ma la figura congeniale al vivente che doveva contenere in sé tutti
i viventi non poteva essere che quella che comprendesse in sé tutte le figure
possibili; per cui, lo tornì come una sfera, in una forma circolare in ogni
parte ugualmente distante dal centro alle estremità, che è la più perfetta di
tutte le figure e la più simile a se stessa, giudicando il simile assai più
bello del dissimile. E ne rese perfettamente liscio l'intero contorno esterno
per molte ragioni. Infatti, non aveva affatto bisogno di occhi, perché nulla
era rimasto da vedere all'esterno, né di orecchie, perché nulla era rimasto da
sentire; né vi era bisogno di un organo per ricevere in sé il nutrimento o per
eliminarlo in seguito, dopo averlo assimilato. Nulla, del resto, poteva da esso
separarsi e nulla a esso aggiungersi da nessuna parte, perché nulla vi era al
di fuori (Timeo 33b-c7) Traduzione da
Platone, Timeo, a cura di F. Fronterotta, BUR, Milano 2003. [B8 50-61] Sin dalla antichità si è
presentato il poema di Parmenide come suddiviso in un proemio e due sezioni, di
diversa ampiezza: Verità (o via della Verità) e Opinione (o via della Opinione),
secondo lo schema attestato da Diogene Laerzio: δισσήν τε ἔφη τὴν φιλοσοφίαν, τὴν
μὲν κατὰ ἀλήθειαν, τὴν δὲ κατὰ δόξαν Disse che la filosofia si divide in due
parti, l’una secondo verità, l’altra secondo opinione. (DK 28 A1). È plausibile
che Proemio e prima parte complessivamente risultassero marcatamente più brevi
rispetto alla seconda, di cui però abbiamo conservati soltanto quaranta versi
(dei 150 circa complessivamente superstiti: 32 del solo B1 e 61 di B8!): 1/10,
secondo le stime tradizionali, dell’intera sezione, che doveva coprire i 2/3
del poema1. Su questo elemento strutturale avremo modo di riflettere ancora più
avanti. Discorso affidabile e opinioni mortali Gli ultimi 12 versi del
frammento 8 DK, conservatici da Simplicio, segnano evidentemente il passaggio
tra le due sezioni (Verità e Opinione), come rivela il contesto delle
citazioni: συμπληρώσας γὰρ τὸν περὶ τοῦ νοητοῦ λόγον ὁ Π. ἐπάγει ταυτί [vv.
50-61] μετελθὼν δὲ ἀπὸ τῶν νοητῶν ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ ὁ Π. ἤτοι ἀπὸ ἀληθείας, ὡς αὐτός
φησιν, ἐπὶ δόξαν ἐν οἷς λέγει [vv. 50-52], τῶν γενητῶν ἀρχὰς καὶ αὐτὸς
στοιχειώδεις μὲν τὴν πρώτην ἀντίθεσιν ἔθετο, ἣν φῶς καλεῖ καὶ σκότος < ἢ
> πῦρ καὶ γῆν ἢ πυκνὸν καὶ 1 L. Atwood Wilkinson, Parmenides and To Eon…,
cit. 104. 510 ἀραιὸν ἢ ταὐτὸν καὶ ἕτερον, λέγων ἐφεξῆς τοῖς πρότερον
παρακειμένοις ἔπεσιν [vv. 50-59] Concluso infatti il discorso intorno
all'intelligibile, Parmenide aggiunge [citazione 50-61] (Simplicio, Phys. 38,
28) Passando dagli intelligibili ai sensibili, o dalla verità, come lui si
esprime, all'opinione, Parmenide, in quei versi in cui afferma [citazione 50-52],
pone a sua volta i principi elementari delle cose generate, secondo la prima
antitesi che egli chiama luce e tenebra o fuoco e terra o denso e raro o
identico e diverso, affermando, subito dopo i versi in precedenza citati,
[citazione 50-59] (Simplicio, Phys. 30, 13). Pur ipotizzando la posteriorità
della suddivisione e sottotitolazione (Verità e Opinione) delle sezioni, non
rimangono dubbi circa la funzione di cerniera di questo passo. Il linguaggio
peripatetico del commentatore riflette in effetti un'altra celebre
testimonianza sulla Doxa parmenidea, proposta nel primo libro della Metafisica
aristotelica: Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ που λέγειν· παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ
ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν, καὶ ἄλλο οὐθέν , ἀναγκαζόμενος
δ’ ἀκολουθεῖν τοῖς φαινομένοις, καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν
αἴσθησιν ὑπολαμβάνων εἶναι, δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν
καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ καὶ γῆν λέγων τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει
θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν. Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con
maggiore perspicacia: dal momento che, ritenendo che, oltre all’essere, il
non-essere non esista affatto, egli crede che l’essere sia di necessità uno e
nient’altro. Costretto, tuttavia, a seguire i fenomeni, e assumendo che l’uno
sia secondo ragione, i molti invece secondo sensazione, pone, a sua volta, due
cause e due principi, chiamandoli caldo e freddo, ossia fuoco e terra. E di
questi 511 dispone il caldo sotto l’essere, il freddo sotto il non-essere
(Metafisica I, 5 986 b 31- 987 a 2). Verità e opinioni Il testo del frammento
è, d'altra parte, a sua volta esplicito nel rilevare la svolta nell'esposizione
divina: ἐν τῷ σοι παύω πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης· δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε
βροτείας μάνθανε κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων. A questo punto pongo
termine per te al discorso affidabile e al pensiero intorno a Verità; da questo
momento in poi opinioni mortali impara, l’ordine delle mie parole ascoltando,
che può ingannare (vv. 50-52). Da un lato la Dea sottolinea al proprio
interlocutore la conclusione della comunicazione attendibile (πιστὸν λόγον) e
della riflessione sulla verità (νόημα ἀμφὶς ἀληθείης) e, insieme,
l'introduzione di punti di vista mortali (δόξας βροτείας), mettendolo
sull'avviso: la costruzione verbale (κόσμον ἐμῶν ἐπέων) potrà risultare
fuorviante (ἀπατηλὸν). Dall'altro, è comunque la Dea a tenere lezione (donde
l'esortazione al kouros: μάνθανε), e le stesse scelte espressive richiamano
puntualmente il programma educativo del prologo del poema. La rivelazione della
dea innominata comprevedeva tre momenti distinti (ma concettualmente
correlati): l'indiscutibile Verità, le inaffidabili opinioni dei mortali, (iii)
un adeguato resoconto dei contenuti di quelle opinioni, τὰ δοκοῦντα - le cose
accettate nelle opinioni, ovvero le cose che appaiono. Nostra convinzione è che
le premesse di B2 consentano di individuare espressamente in B8.1-49 la
trattazione del primo punto, e complessivamente in B6, B7, B8 allusioni al
secondo, non fatto oggetto di riscontro puntuale, ma solo genericamente di
rilievi di fondo 512 (che poi gli interpreti proiettano in una direzione o
nell'altra). Quella che tradizionalmente è chiamata Doxa doveva invece svolgere
l'ufficio positivo di rileggere il quadro dell'esperienza in termini
compatibili con le indicazioni della Verità: in pratica secondo il costume dei
precedenti ionici offriva cosmogonia, cosmologia e zoogonia, probabilmente con
dovizia di contributi, come risulta limpidamente dalla preziosa testimonianza
di Plutarco (Contro Colote 1114b; DK 28 B10): ὅς γε καὶ διάκοσμον πεποίηται καὶ
στοιχεῖα μιγνὺς τὸ λαμπρὸν καὶ σκοτεινὸν ἐκ τούτων τὰ φαινόμενα πάντα καὶ διὰ
τούτων ἀποτελεῖ· καὶ γὰρ περὶ γῆς εἴρηκε πολλὰ καὶ περὶ οὐρανοῦ καὶ ἡλίου καὶ
σελήνης καὶ γένεσιν ἀνθρώπων ἀφήγηται· καὶ οὐδὲν ἄρρητον ὡς ἀνὴρ ἀρχαῖος ἐν
φυσιολογίαι καὶ συνθεὶς γραφὴν ἰδίαν, οὐκ ἀλλοτρίας διαφθοράν, τῶν κυρίων παρῆκεν
Ha costruito anche un sistema del mondo e mescolando come elementi la luce e la
tenebra, fa derivare tutti i fenomeni da questi e mediante questi. Ha detto in
effetti molte cose sulla terra, e sul cielo e sul sole e sulla luna e tratta
anche dell'origine degli uomini: nulla ha taciuto circa le cose più importanti,
come si addice a uomo arcaico nello studio della natura e che ha composto uno
scritto proprio non distruzione di un altro. È significativo il fatto che di
questo διάκοσμος così poco sia stato conservato: come documenta anche l'urgenza
della citazione di B8 da parte di Simplicio, è plausibile che fossero gli
elementi più originali del poema soprattutto premesse ed esposizione della
Verità - ad attrarre l'attenzione dei compilatori: καὶ εἴ τωι μὴ δοκῶ γλίσχρος,
ἡδέως ἂν τὰ περὶ τοῦ ἑνὸς ὄντος ἔπη τοῦ Παρμενίδου μηδὲ πολλὰ ὄντα τοῖσδε τοῖς ὑπομνήμασι
παραγράψαιμι διά τε τὴν πίστιν τῶν ὑπ’ ἐμοῦ λεγομένων καὶ διὰ τὴν σπάνιν τοῦ
Παρμενιδείου συγγράμματος anche a costo di sembrare insistente, vorrei
aggiungere a questi miei appunti i non molti versi di Parmenide 513 sull'essere
uno, sia per il credito delle cose da me dette, sia per la rarità dello scritto
parmenideo (DK 28 A21). La seconda parte, in fondo, rientrava nei canoni della
produzione cosmogonico-cosmologica milesia: non è un caso che di essa siano
state tramandate, probabilmente, apertura e conclusione. ...l'ordine delle mie
parole... Come abbiamo sottolineato in precedenza, la Dea mette sull'avviso il
proprio giovane interlocutore circa il mutamento di registro: ἐν τῷ σοι παύω
πιστὸν λόγον ἠδὲ νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης · δόξας δ΄ ἀπὸ τοῦδε βροτείας μάνθανε
κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων. A questo punto pongo termine per te al
discorso affidabile e al pensiero intorno a Verità; da questo momento in poi
opinioni mortali impara, l’ordine delle mie parole ascoltando, che può
ingannare (vv. 50-52). Due dati risultano fuori discussione: l'abbandono dell'esposizione della
Verità; il passaggio alla considerazione
di punti di vista mortali (δόξας βροτείας), in altri termini di una prospettiva
diversa rispetto a quella divina. Nel contesto della narrazione ciò comporta da
parte della Dea che si rivolge a un essere umano adeguare il proprio registro
espressivo: pur continuando la propria lezione, ella avverte circa il
potenziale disturbo (alla corretta intelligenza della realtà) conseguenza
dell'adozione di un lessico adeguato a quei punti di vista. Come im precedenza
denunciato (B8.38b-42), il linguaggio della pluralità e del divenire è
virtualmente foriero di contraddizione e il relativo correlato oggettivo, il
mondo delle cose in mutamento, è, dal punto di vista dell’essere, apparenza.
Dal momento che nonostante le denunce di B6, B7 e dello stesso B8 la 514 Dea
insiste perché il kouros apprenda (μάνθανε) quei contenuti, possiamo inferire
che la sua esposizione: (a) non si concentrasse su opinioni che il giovane
allievo potesse da sé ricavare dall'esperienza; (b) né, diffondendosi (secondo
quanto ci attesta Plutarco) sugli aspetti fondamentali della realtà naturale,
avallasse opinioni erronee (per circa i 2\3 del poema!); (c) piuttosto
riconducesse l'esperienza umana all'interno della cornice della verità. A
sostegno di questa lettura possiamo addurre i versi conclusivi del frammento
(vv. 60-61): τόν σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα φατίζω, ὡς οὐ μή ποτέ τίς σε
βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ Questo ordinamento, del tutto appropriato, per te io
espongo, così che mai alcuna opinione dei mortali possa superarti. Si tratta in
pratica dell'osservazione finale di un inciso lungo 12 versi, a cavallo tra Verità
e Opinione, in cui la Dea (e il poeta attraverso la Dea) offre indicazioni sul
passaggio tra le due sezioni. Le scelte lessicali sottolineano che
l'esposizione successiva riguarderà l'organizzazione di una pluralità: così al
κόσμον ἐμῶν ἐπέων del v. 52 corrisponde, al v. 60 l'espressione διάκοσμον ἐοικότα
πάντα. Che si tratti dell'ordine verbale ovvero dell'ordinamento cosmico, è
comunque implicito il rinvio a una molteplicità di elementi da sistemare: è
possibile che Parmenide giocasse proprio sulla doppia valenza semantica di
κόσμος, costrutto, disposizione, ma anche mondo, accentuando i rischi della
costruzione verbale (che può risultare ingannevole, ἀπατηλόν). L'enunciazione
divina è comunque connotata positivamente: il rilievo dei pronomi personali
(σοι, ἐγὼ, σε) marca l'impegno e la responsabilità della Dea, nei confronti del
kouros, di fornire in ogni modo una ricostruzione almeno relativamente
plausibile del quadro complesso dei fenomeni naturali. L'adozione di un'ottica
mortale implica la dimensione qualitativa dell'esperienza (in questo senso
sembrerebbe scontato il ri- 515 chiamo a τὰ δοκοῦντα), come rivelano in
particolare le connotazioni delle due forme (μορφαί δύο), e dunque
l'adeguamento della prospettiva della comunicazione divina: donde l'urgenza di
ridefinire i tradizionali strumenti (il modello oppositivo) di illustrazione
dei fenomeni naturali, così da evitare le contraddizioni stigmatizzate nei
frammenti precedenti. Complessivamente la preoccupazione è quella di fornire
una spiegazione del mondo naturale (διάκοσμος) comunque superiore a quella
della concorrenza. Rispetto alla sezione sulla Verità, in cui era essenziale
determinare, con lo sguardo dell'intelligenza, la compatta fisionomia
dell'essere (attraverso i segni di B8), l'urgenza avvertita nelle parole della
Dea è quella di non abbandonare all'insignificanza il mondo dell'esperienza. Un
ordinamento verosimile Può essere utile, per comprendere le movenze
intellettuali di Parmenide, richiamare il testo di B4: λεῦσσε δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ
παρεόντα βεϐαίως· οὐ γὰρ ἀποτμήξει τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος ἔχεσθαι οὔτε σκιδνάμενον
πάντῃ πάντως κατὰ κόσμον οὔτε συνιστάμενον. Considera come cose assenti siano
comunque al pensiero saldamente presenti; non impedirai, infatti, che l’essere
sia connesso all’essere, né disperdendosi completamente in ogni direzione per
il cosmo, né concentrandosi. Se B4, la cui collocazione nel poema rimane molto
discussa, mostrava come per il νόος la molteplicità dispersa degli enti (ἀπεόντα)
nel cosmo (κατὰ κόσμον) si riconducesse alla identità di τὸ ἐὸν, alla sua
inscindibile connessione (τὸ ἐὸν τοῦ ἐόντος 516 ἔχεσθαι), a partire dalla
conclusione dell'attuale B8, dopo aver illustrato quell’identità in cui tutte
le cose si riassumono e averne analizzato le proprietà, la Dea percorre in un
certo senso la direzione opposta. Ella indica, infatti, come quella molteplicità
che si manifesta all'esperienza, in cui l'intelligenza riconosce l'identità
dell'essere, possa essere correttamente intesa nelle sue dinamiche, senza
pregiudizio per la realtà annunciata dall'intelligenza. Parmenide non annuncia
una distinzione di piani di realtà (anticipando Platone), ma rileva come
all'unica realtà si possa guardare nell'ottica immediata dell'esperienza,
ovvero attraverso il sondaggio dell'intelligenza, ricavandone due immagini
sostanzialmente diverse: nel primo caso il quadro multiforme e plurale di dati
mutevoli, nel secondo la sua estrema rarefazione negli attributi di B8.1-49, in
cui molteplicità, differenza, movimento ecc. sono evaporati nella compattezza
dell'essere. A partire dalle consuetudini empiriche (richiamate in B7.3
nell'espressione ἔθος πολύπειρον, abitudine alle molte esperienze) si è spinti
a considerare reale una molteplicità di enti in divenire, che si rivelano in
contraddizione con gli esiti dell'esame cui l'intelligenza sottopone ciò che è
(ἐὸν). Si tratterebbe, in fondo, di una diversa, più coerente e radicale
modulazione del progetto di indagine ionico, almeno dando credito alla
interpretazione peripatetica delle origini, con la riduzione di tutti gli enti
(ἅπαντα τὰ ὄντα) all'unità di una sostanza soggiacente (οὐσία ὑπομενούσα), a un
tempo principio (ἀρχή), elemento (στοιχεῖον) e natura (φύσις) delle cose (τῶν ὄντων):
ἐξ οὗ γὰρ ἔστιν ἅπαντα τὰ ὄντα καὶ ἐξ οὗ γίγνεται πρώτου καὶ εἰς ὃ φθείρεται
τελευταῖον, τῆς μὲν οὐσίας ὑπομενούσης τοῖς δὲ πάθεσι μεταβαλλούσης, τοῦτο
στοιχεῖον καὶ ταύτην ἀρχήν φασιν εἶναι τῶν ὄντων, καὶ διὰ τοῦτο οὔτε γίγνεσθαι
οὐθὲν οἴονται οὔτε ἀπόλλυσθαι, ὡς τῆς τοιαύτης φύσεως ἀεὶ σωζομένης ciò da cui,
infatti, tutte le cose derivano il loro essere, e ciò da cui dapprima si
generano e verso cui infine si corrompono, permanendo per un verso la sostanza,
per altro invece mutando nelle affezioni, questo sostengono 517 essere elemento
e questo principio delle cose, e per questo credono che nulla né si generi né
si distrugga, dal momento che una tale natura si conserva sempre (Aristotele,
Metafisica I, 3 983 b8-13). Da un lato Parmenide riconosce nel fatto d'essere
la dimensione omogeneizzante che raccoglie a identità gli enti, ricavandone attraverso
l'esclusione del non-essere le proprietà. Dall'altro, dopo aver denunciato le
contraddizioni di fondo che minavano le cosmologie contemporanee, offre nella
Doxa una ricostruzione che colloca quanto si manifesta nell'esperienza (τὰ δοκοῦντα)
in un sistema esplicativo (διάκοσμος) adeguato (ἐοικότα) in esplicita coerenza
con le indicazioni dei segni (σήματα) della via che è (ὡς ἔστιν), come
evidenzia ancora B9: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται καὶ τὰ κατὰ
σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς, πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου
ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν Ma poiché tutte le cose luce e notte
sono state denominate, e queste, secondo le rispettive proprietà, [sono state
attribuite] a queste cose e a quelle, tutto è pieno egualmente di luce e notte
invisibile, di entrambe alla pari, perché insieme a nessuna delle due [è] il
nulla, impiegando un lessico che è indiscutibilmente quello della conoscenza e
non dell'errore, come conferma B10: εἴσῃ δ΄ αἰθερίαν τε φύσιν τά τ΄ ἐν αἰθέρι
πάντα σήματα καὶ καθαρᾶς εὐαγέος ἠελίοιο λαμπάδος ἔργ΄ ἀίδηλα καὶ ὁππόθεν ἐξεγένοντο,
ἔργα τε κύκλωπος πεύσῃ περίφοιτα σελήνης καὶ φύσιν, εἰδήσεις δὲ καὶ οὐρανὸν ἀμφὶς
ἔχοντα ἔνθεν ἔφυ τε καὶ ὥς μιν ἄγουσ΄ ἐπέδησεν Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων 518
Conoscerai la natura etereα e nell’etere tutti i segni e della pura fiamma
dello splendente sole le opere invisibili e donde ebbero origine, e le opere
apprenderai periodiche della luna dall’occhio rotondo, e la [sua] natura; conoscerai
anche il cielo che tutto intorno cinge, donde ebbe origine e come Necessità
guidandolo lo vincolò a tenere i confini degli astri. Diagnosi di un errore
Dopo aver annunciato il passaggio dalla riflessione intorno a Verità (νόημα ἀμφὶς
Ἀληθείης) alle opinioni mortali (δόξας βροτείας) e il mutamento di registro -
dalla necessaria enunciazione di ciò che è è (χρὴ τὸ λέγειν τò νοεῖν τ΄ ἐὸν ἔμμεναι,
B6.1) all'ascolto dell’ordine delle mie parole che può ingannare (κόσμον ἐμῶν ἐπέων
ἀπατηλὸν ἀκούων, B8.52) la Dea concentra la propria attenzione, con una formula
non priva di ambiguità, su uno schema linguistico di cui riscontra e
stigmatizza, in un verso dal significato molto discusso, il limite concettuale:
μορφὰς γὰρ κατέθεντο δύο γνώμας ὀνομάζειν· τῶν μίαν οὐ χρεών ἐστιν - ἐν ᾧ
πεπλανημένοι εἰσίν - · Presero la decisione, infatti, di dar nome a due forme,
delle quali l’unità non è [per loro] necessario [nominare]: in ciò sono andati
fuori strada (B). Di che cosa si tratta e a chi è riferita la decisione? Abbiamo
indicato in nota al testo le principali opzioni interpretative contemporanee:
in estrema sintesi, gli studiosi hanno individuato i destinatari della
contestazione o genericamente nei mortali, intendendo l'universale approccio
umano al mondo naturale, o specificamente in una determinata posizione teorica
(per lo più nel pitagorismo antico). Ma non appare plausibile che il modello
dualistico cui la Dea allude possa essere fatto valere in generale per gli
esseri umani, né che esso, in particolare, possa univocamente riferirsi alla
riflessione cosmologica milesia (sebbene lo schema polare vi svolga un ruolo
rilevante). D'altra parte, la scelta di lasciare implicito il riferimento
potrebbe spiegarsi all'interno della cultura aurale in cui matura l'opera di
Parmenide con la possibilità da parte dell'audience di individuare facilmente
il soggetto: in questo senso potrebbe considerarsi credibile, a dispetto delle
nostre incertezze circa la sua fisionomia antica, la candidatura pitagorica.
Riteniamo, in ogni caso, che il poeta intenda contestare non ogni possibile
approccio "mortale", ma quello di un certo gruppo di pensatori, da
cui evidentemente egli ha interesse a prendere le distanze, per introdurre poi
un resoconto appropriato, in relazione al quale impiega (in B9-10, come abbiamo
sopra segnalato) espressioni indiscutibilmente positive, difficilmente
riferibili a posizioni giudicate erronee. Due forme e la loro unità L'errore
fuorviante (ἐν ᾧ πεπλανημένοι εἰσίν: in ciò sono andati fuori strada) che viene
imputato dalla Dea è delineato dapprima in termini formali, distinguendone due
momenti per focalizzare esattamente la sua genesi: (a) μορφὰς γὰρ κατέθεντο δύο
γνώμας ὀνομάζειν Presero la decisione, infatti, di dar nome a due forme. τῶν
μίαν οὐ χρεών ἐστιν delle quali l’unità non è [per loro] necessario [nominare]
(v. 54a). I due versi, come risulta anche dalla nostra rapida sintesi in nota
al testo, sono stati oggetto di tormentate analisi linguistiche, per decidere
della costruzione del primo e del significato del se- 520 condo. La nostra
traduzione tiene conto delle diverse proposte interpretative (e filologiche),
senza pretendere di fare chiarezza: è probabile, come suggerito da Mourelatos2,
che il costrutto verbale fosse intenzionalmente ambiguo, se non addirittura
ironico, forse concepito per un efficace attacco ad hominem. La diagnosi ruota
intorno al punto (b): la Dea, in altre parole, stando alla nostra ricostruzione
del significato dei versi parmenidei, censura (senza addebito esplicito) il
mancato riconoscimento dell'unità nelle due forme introdotte per dar conto dei
fenomeni. Una lettura nell'antichità già proposta da Simplicio: καὶ πεπλανῆσθαι
δέ φησι τοὺς τὴν ἀντίθεσιν τῶν τὴν γένεσιν συνιστώντων στοιχείων μὴ συνορῶντας
si sono ingannati coloro che non colgono l'unità nella opposizione degli
elementi che producono la generazione (Fisica 31.8-9). Per quanto ci è dato
ricostruire dallo scarso materiale conservato, nelle battute che segnano il
passaggio alla Doxa la Dea si intrattiene dapprima su un errore che
evidentemente Parmenide considerava strutturale almeno in certi resoconti
cosmologici: ciò per assumerne un modello (pitagorico?), evitandone a un tempo
le implicazioni contraddittorie con l'insegnamento della Alētheia. La
preoccupazione di rilevare con precisione (ἐν ᾧ, in ciò...) la natura
dell'erranza è probabilmente indice dell'esigenza di procedere comunque con lo
schema dualistico, tenendo lontano lo spettro del non-essere. Si spiegherebbe
così la cautela della Dea, la sua segnalazione delle potenzialità fuorvianti
del proprio discorso sulle opinioni mortali: non a caso, dello schema adottato,
subito si denuncia un impiego improprio, per poi (B9) marcare la corretta
impostazione ontologica: πᾶν πλέον ἐστὶν
ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων ἀμφοτέρων, ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν tutto è pieno egualmente di luce e notte
invisibile, 2 228-9. 521 di entrambe alla pari, perché insieme a nessuna delle
due [è] il nulla (B9.3-4). Il riscontro tra il passo conclusivo di B8 e B9 che
doveva seguire dappresso, secondo le indicazioni di Simplicio (contesto di B9:
καὶ μετ’ ὀλίγα πάλιν..., poco dopo aggiunge...) può autorizzare la lettura di
Thanassas, secondo il quale l'aggettivo ἀπατηλὸν andrebbe riferito alle
opinioni dei mortali criticate in B8.54-9, in stretta relazione con la formula
in questo si sono ingannati (ἐν ᾧ πεπλανημένοι εἰσίν): essa esprimerebbe
l’errore delle ingannevoli δόξαι βροτείαι, preparando la correzione della
appropriata (ἐοικότα) Doxa divina3. In effetti la Dea così passa a determinare
il modello dualistico introdotto al v. 53: ἀντία δ΄ ἐκρίναντο δέμας καὶ σήματ΄ ἔθεντο
χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων, τῇ μὲν φλογὸς αἰθέριον πῦρ, ἤπιον ὄν, μέγ΄ ἐλαφρόν, ἑωυτῷ
πάντοσε τωὐτόν, τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν· ἀτὰρ κἀκεῖνο κατ΄ αὐτό τἀντία νύκτ΄ ἀδαῆ,
πυκινὸν δέμας ἐμϐριθές τε Scelsero invece [elementi] opposti nel corpo e segni
imposero separatamente gli uni dagli altri: da una parte, della fiamma etereo
fuoco, che è mite, molto leggero, a se stesso in ogni direzione identico,
rispetto all’altro, invece, non identico; dall’altra parte, anche quello in se
stesso, le caratteristiche opposte: notte oscura, corpo denso e pesante (vv.
55-59). Rispetto alle precedenti allusioni agli errori dei mortali, qui
indubbiamente la situazione si presenta molto diversa. Confrontiamo, per
esempio, questa analisi con la requisitoria contro la ὁδός διζήσιός richiamata
ai versi B6.4-9: 3 65. 522 αὐτὰρ ἔπειτ΄ ἀπὸ τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν
πλάττονται, δίκρανοι· ἀμηχανίη γὰρ ἐν αὐτῶν στήθεσιν ἰθύνει πλακτὸν νόον· οἱ δὲ
φοροῦνται. κωφοὶ ὁμῶς τυφλοί τε, τεθηπότες, ἄκριτα φῦλα, οἷς τὸ πέλειν τε καὶ οὐκ
εἶναι ταὐτὸν νενόμισται κοὐ ταὐτόν, πάντων δὲ παλίντροπός ἐστι κέλευθος poi da
quella [via] che mortali che nulla sanno s’inventano, uomini a due teste:
impotenza davvero nei loro petti guida la mente errante. Essi sono trascinati,
a un tempo sordi e ciechi, sgomenti, schiere scriteriate, per i quali esso è
considerato essere e non essere la stessa cosa e non la stessa cosa: ma di
[costoro] tutti il percorso torna all'indietro. Nel contesto delle citazioni
(DK 28 B6), Simplicio indica l'errore contestato: i mortali che nulla sanno
hanno trascurato la κρίσις (decisione, scelta) tra τὸ ὂν καὶ τὸ μὴ ὂν,
imponendo così di fatto l'identità (εἰς ταὐτὸ συνάγουσι) tra essere e
non-essere. Diverso il discorso a proposito delle opinioni mortali criticate in
B8, ancora secondo Simplicio: καὶ πεπλανῆσθαι δέ φησι τοὺς τὴν ἀντίθεσιν τῶν τὴν
γένεσιν συνιστώντων στοιχείων μὴ συνορῶντας si sono ingannati coloro che non
colgono l'unità nella opposizione degli elementi che producono la generazione
(Fisica 31, 8-9). In questo caso, ciò che viene censurato è sostanzialmente
l'errore opposto: il mancato rilievo dell'unità delle forme nell'essere. Si può
notare, allora, accostando l'attenzione descrittiva di B8.55-59 alla dura
requisitoria contro la confusione dei δίκρανοι di B6, come nella conclusione di
B8 la Dea manifesti una diversa indulgenza per quelle convinzioni, di cui
sembra rilevare pregi e difetti. Ella in pratica parrebbe, a un tempo,
insistere sullo schema oppositivo e prendere le distanze, per i criteri
ontologici della Alētheia, da una sua specifica applicazione. In questo senso,
in parti- 523 colare, l'insistenza su una opposizione i cui membri risultano
interamente separati e indipendenti: ἀντία δ΄ ἐκρίναντο δέμας καὶ σήματ΄ ἔθεντο
χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων ἑωυτῷ πάντοσε τωὐτόν,
τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν· ἀτὰρ κἀκεῖνο κατ΄ αὐτό τἀντία Scelsero invece [elementi] opposti nel corpo
e segni imposero separatamente gli uni dagli altri a se stesso in ogni direzione identico,
rispetto all’altro, invece, non identico; dall’altra parte, anche quello in se
stesso, le caratteristiche opposte . Diventa allora difficile credere che in
B8.60-61, laddove afferma che: τόν σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα φατίζω, ὡς οὐ
μή ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ Questo ordinamento, del tutto adeguato,
per te io espongo, così che mai alcuna opinione dei mortali possa superarti, la
dea si riferisca alle erronee concezioni dei mortali appena determinate 4,
mentre si rafforza l'impressione che il materiale frammentario della Doxa
costituisca il residuo di uno sforzo positivo di comprensione del mondo
naturale, definitosi proprio in relazione alla revisione di quello schema
oppositivo (come confermerebbe B9). 4 Su questo punto in particolare J.H.
Lesher, Early interest in knowledge, cit. 239. 524 Un modello elementare
Abbiamo inizialmente utilizzato il contesto della citazione dei versi
conclusivi di B8 da parte di Simplicio per osservare come il commentatore
segnalasse il passaggio tra le due sezioni del poema. Ora dobbiamo riprendere quel
contesto per determinare il modello proposto nella Doxa: συμπληρώσας γὰρ τὸν
περὶ τοῦ νοητοῦ λόγον ὁ Π. ἐπάγει ταυτί μετελθὼν δὲ ἀπὸ τῶν νοητῶν ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ
ὁ Π. ἤτοι ἀπὸ ἀληθείας, ὡς αὐτός φησιν, ἐπὶ δόξαν ἐν οἷς λέγει [vv. 50-52], τῶν
γενητῶν ἀρχὰς καὶ αὐτὸς στοιχειώδεις μὲν τὴν πρώτην ἀντίθεσιν ἔθετο, ἣν φῶς
καλεῖ καὶ σκότος < ἢ > πῦρ καὶ γῆν ἢ πυκνὸν καὶ ἀραιὸν ἢ ταὐτὸν καὶ ἕτερον,
λέγων ἐφεξῆς τοῖς πρότερον παρακειμένοις ἔπεσιν [vv. 50-59] Concluso infatti il
discorso intorno all'intelligibile, Parmenide aggiunge [citazione 50-61]
(Simplicio, Phys. 38, 28) Passando dagli intelligibili ai sensibili, o dalla
verità, come lui si esprime, all'opinione, Parmenide, in quei versi in cui
afferma [citazione 50-52], pone a sua volta i principi elementari delle cose
generate, secondo la prima antitesi che egli chiama luce e tenebra o fuoco e
terra o denso e raro o identico e diverso, affermando, subito dopo i versi in
precedenza citati, [citazione 50-59] (Simplicio, Phys. 30, 13). La Dea prende
dunque le mosse da uno schema in cui due μορφαί sono selezionate come opposti
nel corpo (ἀντία δ΄ ἐκρίναντο δέμας) e connotate con proprietà reciprocamente
ben distinte (σήματ΄ ἔθεντο χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων): i segni fisici erano essenziali
e funzionali evidentemente alla concreta esplicazione dei fenomeni: τῇ μὲν φλογὸς
αἰθέριον πῦρ, 525 ἤπιον ὄν, μέγ΄ ἐλαφρόν, ἀτὰρ τἀντία νύκτ΄ ἀδαῆ, πυκινὸν δέμας
ἐμϐριθές τε da una parte, della fiamma etereo fuoco, che è mite, molto leggero
dall’altra parte le caratteristiche opposte: notte oscura, corpo denso e
pesante. Dalla testimonianza aristotelica sappiamo che, tra i primi seguaci di
Pitagora, qualcuno produsse un sistema seriale di opposizioni entro cui è
possibile riscontrare anche quella sfruttata da Parmenide: ἕτεροι δὲ τῶν αὐτῶν
τούτων τὰς ἀρχὰς δέκα λέγουσιν εἶναι τὰς κατὰ συστοιχίαν λεγομένας, πέρας [καὶ]
ἄπειρον, περιττὸν [καὶ] ἄρτιον, ἓν [καὶ] πλῆθος, δεξιὸν καὶ ἀριστερόν, ἄρρεν
[καὶ] θῆλυ, ἠρεμοῦν [καὶ] κινούμενον, εὐθὺ [καὶ] καμπύλον, φῶς [καὶ] σκότος, ἀγαθὸν
[καὶ] κακόν, τετράγωνον [καὶ] ἑτερόμηκες· ὅνπερ τρόπον ἔοικε καὶ Ἀλκμαίων ὁ
Κροτωνιάτης ὑπολαβεῖν, καὶ ἤτοι οὗτος παρ’ ἐκείνων ἢ ἐκεῖνοι παρὰ τούτου
παρέλαβον τὸν λόγον τοῦτον· καὶ γὰρ [ἐγένετο τὴν ἡλικίαν] Ἀλκμαίων [ἐπὶ γέροντι
Πυθαγόρᾳ,] ἀπεφήνατο [δὲ] παραπλησίως τούτοις· Altri di questi stessi
[Pitagorici] sostengono che i principi sono dieci, disposti in serie di
opposti: limite e illimite, dispari e pari, uno e molti, destro e sinistro,
maschio e femmina, fermo e mosso, diritto e curvo, luce e tenebra, buono e
cattivo, quadrato e rettangolo. Analogamente sembra pensasse Alcmeone, sia che
egli recuperasse da loro questa dottrina, sia che quelli la prendessero da lui:
Alcmeone, infatti, fiorì quando Pitagora era vecchio e professò una teoria
simile alla loro (Metafisica I, 5 986 a22-31). Non è chiaro da dove Aristotele
- che, secondo la tradizione dossografica, avrebbe sviluppato specifiche
ricerche sui Pitagorici (Diogene gli attribuisce nel suo elenco delle opere sia
un Πρὸς 526 τοὺς Πυθαγορείους sia un Περὶ τῶν Πυθαγορείων) abbia ricavato
quella tavola degli opposti, la cui antichità sarebbe attestata solo dal vago
accostamento alle idee del contemporaneo di Parmenide Alcmeone. Gli specialisti
sono divisi: Schofield5 ritiene che non ci siano in realtà elementi per
stabilirne l'originalità pitagorica, ipotizzando piuttosto una sua dipendenza
dal modello parmenideo. Più plausibile allora l'associazione con l'ambiente di
Filolao (seconda metà del V secolo a.C.)6. Ma di recente Kahn7, pur rilevando
nella doppia lista la possibilità di un'eco accademica, osserva come la
modalità con cui opposti astratti e concreti, matematici ed estetico-morali
sono combinati potrebbe rinviare effettivamente a uno schema arcaico. Essendo
implausibile (a causa dell’espliito riferimento a una «decisione: κατέθεντο ὀνομάζειν)
che la fisica dualistica proposta rispecchiasse una prospettiva genericamente
umana, e che si riferisse direttamente solo alle cosmologie milesie (in cui il
dualismo oppositivo indubbiamente agisce), ammettendo che essa dovesse
risultare in ogni caso perspicua agli originari destinatari del poema, la
considerazione del contesto geografico e culturale entro cui Parmenide operò, e
le tenui indicazioni della tradizione dossografica: di; meno affidabile
Giamblico DK 28 A4): Ξενοφάνους δὲ διήκουσε Παρμενίδης Πύρητος Ἐλεάτης (τοῦτον
Θεόφραστος ἐν τῆι Ἐπιτομῆι Ἀναξιμάνδρου φησὶν ἀκοῦσαι). ὅμως δ’ οὖν ἀκούσας καὶ
Ξενοφάνους οὐκ ἠκολούθησεν αὐτῶι. ἐκοινώνησε δὲ καὶ Ἀμεινίαι Διοχαίτα τῶι
Πυθαγορικῶι, ὡς ἔφη Σωτίων, ἀνδρὶ πένητι μέν, καλῶι δὲ καὶ ἀγαθῶι. ὧι καὶ μᾶλλον
ἠκολούθησε καὶ ἀποθανόντος ἡρῶιον ἱδρύσατο γένους τε ὑπάρχων λαμπροῦ καὶ
πλούτου, καὶ ὑπ’ 5 Nel suo rifacimento dei capitoli pitagorici di Kirk-Raven
(nel capitolo su Filolao): G.S. Kirk, J.E. Raven, M. Schofield, The Presocratic
Philosophy, C.U.P., Cambridge 19832 339. 6 Una indicazione analoga si può
ricavare dal saggio di C.A. Huffman, The Pythagorean tradition, in Early Greek
Philosophy cit. 78 ss.. 7 Ch.H. Kahn, Pythagoras and the Pythagoreans, Hackett,
Indianapolis 2001 65-6. 527 Ἀμεινίου, ἀλλ’ οὐχ ὑπὸ Ξενοφάνους εἰς ἡσυχίαν
προετράπη Parmenide Eleate, figlio di Pireto, fu discepolo di Senofane
(Teofrasto nella Epitome dice che costui fu discepolo di Anassimandro).
Tuttavia, pur essendo stato discepolo anche di Senofane, non lo seguì. Secondo
quanto ha affermato Sozione, egli si associò al pitagorico Aminia, figlio di
Diochete, un uomo povero ma di grande valore. Costui preferì seguire, e quando
morì, dal momento che Parmenide era di una distinta casata e ricco, gli eresse
un monumento funebre. E da Aminia, non da Senofane, egli fu avviato alla
tranquillità [della vita contemplativa] (Diogene Laerzio; DK 28 A1) Ζήνωνα καὶ
Παρμενίδην τοὺς Ἐλεάτας· καὶ οὗτοι δὲ τῆς Πυθαγορείου ἦσαν διατριβῆς Anche gli
eleati Zenone e Parmenide appartenevano alla scuola pitagorica (Giamblico; DK
28 A4), può suggerire l'ipotesi che l'Eleate abbia ricavato da contemporanee
correnti pitagoriche lo schema cui sommariamente riferirsi8. In alternativa,
sfruttando il prezioso lavoro di Charles Kahn sull'origine degli
"elementi" nel mondo greco arcaico, si potrebbe rintracciare in
Parmenide l'eco di una tradizione che aveva fatto di Gaia (γαῖα) e Urano (οὐρανός)
i progenitori di tutti gli esseri, come si può ancora cogliere in Esiodo:
χαίρετε τέκνα Διός, δότε δ’ ἱμερόεσσαν ἀοιδήν· κλείετε δ’ ἀθανάτων ἱερὸν γένος
αἰὲν ἐόντων, οἳ Γῆς ἐξεγένοντο καὶ Οὐρανοῦ ἀστερόεντος, Νυκτός τε δνοφερῆς, οὕς
θ’ ἁλμυρὸς ἔτρεφε Πόντος Salve, figlie di Zeus, datemi l'amabile canto;
celebrate la sacra stirpe degli immortali, sempre viventi, 8 Dobbiamo tuttavia
ricordare, con Patricia Curd, che non si conosce alcuna cosmogonia presocratica
che cominci con Luce e Notte (The Legacy of Parmenides…, cit. 117). che da Gaia nacquero e da Urano stellato, da
Notte oscura e quelli che nutrì il salso Mare (Teogonia 104-107, traduzione
Arrighetti), e più tardi nelle laminette orfiche (V-IV secolo a.C.): ὐιὸς
Βαρέας καὶ Οὐρανοῦ ἀστερόεντος sono figlio della Greve e di Cielo stellante
(laminetta di Ipponio) Γῆς παῖς εἰμι καὶ Οὐρανοῦ ἀστερόεντος sono figlio di
Terra e Cielo stellante (laminetta di Petelia)9. Un’opposizione ricorrente
nella cultura arcaica, intrecciata a quella tra regione celeste (οὐρανός), e
regione della oscurità (Ade, Notte), in cui, come mostra ancora Kahn10, αἰθήρ
avrebbe poi sostituito οὐρανός, e ἀήρ assorbito i caratteri della oscurità
(come rivela, anche etimologicamente, la formula omerica ζόφος ἠερόεις,
oscurità nebbiosa). In Parmenide, insomma, sarebbe possibile rintracciare
un’estrema essenzializzazione e concentrazione del lessico delle teogonie e
cosmogonie, nell'alveo della riflessione cosmologica dei Milesi, la quale, in
estrema sintesi, aveva ricostruito gli opposti elementari disponendo da un lato
caldo, secco, luminoso e raro, dall'altro freddo, umido, oscuro, denso. In
questo senso egli avrebbe estratto le sue due serie di proprietà (δυνάμεις)
fondamentali: αἰθέριον (etereo), [ἀραιόν]
11 (rarefatto), ἤπιον (mite), μέγ΄ ἐλαφρόν (molto leggero) sono riferiti a φλογὸς
πῦρ (fuoco di fiamma); ἀδαῆ (oscura) è
attributo diretto di núx (notte), mentre πυκινὸν (denso), ἐμϐριθές (pesante)
concordano con δέμας (corpo), a sua volta in apposizione a νύξ. 9 Testo greco e
traduzione di G. Colli, La sapienza greca, vol. I, Adelphi, Milano 1977 172-175.
10 Anaximander and the Origins of Greek Cosmology, Hackett, Indianapolis 1994 152.
11 Secondo alcuni codici di Simplicio. 529 Se consideriamo nel complesso le due
liste, e riscontriamo l'incidenza di quelle connotazioni nella tradizione delle
opposizioni e degli elementi, non abbiamo in realtà bisogno di coinvolgere
indefiniti gruppi pitagorici: di quella tradizione Parmenide avrebbe
semplicemente riferito alla polarità πῦρ\νύξ i poteri (δυνάμεις) cosmogonici
essenziali, che altri avevano concentrato in sole e terra e che Anassagora
fisserà in αἰθήρ e ἀήρ. È significativo che ancora in Empedocle, colui cui
generalmente si riconosce l'introduzione del modello elementare (le quattro
radici), l'opposizione luce-oscurità giochi un ruolo rilevante: ἀλλ’ ἄγε, τόνδ’
ὀάρων προτέρων ἐπιμάρτυρα δέρκευ, εἴ τι καὶ ἐν προτέροισι λιπόξυλον ἔπλετο μορφῆι,
ἠέλιον μὲν λευκὸν ὁρᾶν καὶ θερμὸν ἁπάντηι, ἄμβροτα δ’ ὅσσ’ εἴδει τε καὶ ἀργέτι
δεύεται αὐγῆι, ὄμβρον δ’ ἐν πᾶσι δνοφόεντά τε ῥιγαλέον τε· ἐκ δ’ αἴης προρέουσι
θελεμνά τε καὶ στερεωπά. Orsù, considera questa attestazione delle cose dette
prima, se mai anche nelle cose dette prima è mancato qualcosa alla forma: il
sole splendente a vedersi e caldo dappertutto, quante cose imperiture sono
immerse nel calore e nella luce irradiante, la pioggia in tutte le cose oscura
e gelida; e la terra da cui sorgono cose compatte e solide (DK 30 B21.1-6). In
ogni modo, come sappiamo, Parmenide intervenne a correggere quello schema
cosmogonico su un punto essenziale: l'assoluta posizione della separazione
delle due forme: ἀντία δ΄ ἐκρίναντο δέμας καὶ σήματ΄ ἔθεντο χωρὶς ἀπ΄ ἀλλήλων ἑωυτῷ πάντοσε τωὐτόν, τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν·
ἀτὰρ κἀκεῖνο κατ΄ αὐτό τἀντία 530
Scelsero invece [elementi] opposti nel corpo e segni imposero separatamente gli
uni dagli altri a se stesso in ogni
direzione identico, rispetto all’altro, invece, non identico; dall’altra parte,
anche quello in se stesso, le caratteristiche opposte (vv. 55-59a), emendata con la sottolineatura
del fatto che esse sono e sono nell'essere: τῶν μίαν οὐ χρεών ἐστιν - ἐν ᾧ
πεπλανημένοι εἰσίν - · delle quali l’unità non è [per loro] necessario
[nominare]: in ciò sono andati fuori strada (v. 54). Complessivamente il
recupero e la correzione vanno nella direzione della determinazione di due
elementi-principi, qualitativamente connotati in funzione della spiegazione dei
fenomeni, di cui si rimarca che non sono frutto di una indebita confusione tra
essere e non-essere: in questo senso, come ha rilevato Nehamas12, essi danno
ragione di molteplicità e cambiamento nel mondo sensibile mescolandosi in
proporzioni differenti, senza che nessuno dei due si trasformi nell'altro.
Identico, non identico Comunque sia stato ricavato, dalla lezione di
contemporanei pitagorici, come alcuni credono, ovvero distillando un modello
dalla tradizione, come abbiamo ipotizzato, lo schema che Parmenide introduce ai
53 ss. rivela, una volta sottoposto all'esame dei criteri ontologici di
B8.1-49, la propria falla. Inquadrate all'interno della fondamentale
alternativa è-non è, le polarità oppositive, nella loro identità con sé stesse
(ἑωυτῷ τωὐτόν) e reciproca 12 A. Nehamas, “Parmenidean Being/Heraclitean Fire”,
in Presocratic Philosophy, cit. 61-62. 531 non-identità (τῷ δ΄ ἑτέρῳ μὴ τωὐτόν),
ovvero nella mutua esclusione, appaiono foriere di potenziale contraddizione:
donde l'esigenza di denunciare il rischio13. La situazione appare paradossale,
perché da un lato Parmenide, di fronte al compito di spiegare τὰ δοκοῦντα,
avrebbe recuperato il dualismo giudicandolo più coerente con i criteri
ontologici, rispetto, per esempio, alla cosmologia ionica che cerca di dar
ragione dei fenomeni facendo appello alle trasformazioni di un singolo
principio di base14; dall'altro, però, avrebbe avvertito l'implicita debolezza
del modello. Come abbiamo sopra sottolineato, il lessico dei frammenti
superstiti che è lessico di conoscenza (B10: εἴσῃ conoscerai, πεύσῃ
apprenderai, εἰδήσεις conoscerai) - segnala che in qualche modo tale debolezza
era stata aggirata. La nostra lettura, tuttavia, non sembra aver superato il
paradosso: perché introdurre due forme e poi insistere sulla loro unità?
Aristotele, come abbiamo inizialmente avuto occasione di ricordare, interpreta
a suo modo: Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ που λέγειν· παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ ὂν
οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν, καὶ ἄλλο οὐθέν , ἀναγκαζόμενος
δ’ ἀκολουθεῖν τοῖς φαινομένοις, καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν
αἴσθησιν ὑπολαμβάνων εἶναι, δύο τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν
καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ καὶ γῆν λέγων· τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει
θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν. Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con
maggiore perspicacia: dal momento che, ritenendo che, oltre all’essere, il
non-essere non esista affatto, egli crede che l’essere sia di necessità uno e
nient’altro. 13 In questo senso la Curd riferisce correttamente la natura
enantiomorfa del modello delineato nei versi conclusivi di B8, ma secondo noi
sbaglia ad attribuirlo a Parmenide, il quale, invece, lo propone per
sottolinearne il limite. 14 Nehamas 61-62. 532 Costretto tuttavia a seguire i
fenomeni, e assumendo che l’uno sia secondo ragione, i molti invece secondo
sensazione, pone, a sua volta, due cause e due principi, chiamandoli caldo e
freddo, ossia fuoco e terra. E di questi dispone il caldo sotto l’essere, il
freddo sotto il non-essere (Metafisica I, 5 986 b27 - 987 a1). Solo per dar
ragione dei fenomeni, Parmenide avrebbe recuperato due principi (secondo i
precedenti cosmologici) e solo analogicamente avrebbe accostato la loro
opposizione a quella di essere e non-essere15: Simplicio ne coglie il senso
citando B9: καὶ μετ’ ὀλίγα πάλιν εἰ δὲ
"μη δετέρωιμέτα μηδέν " καὶ ὅτι ἀρχαὶ ἄμφω καὶ ὅτι ἐναντίαι δηλοῦται
e poco dopo ancora [citazione B9]; e se "insieme a nessuna delle due è il
nulla", egli dice chiaramente che entrambi sono principi e che sono
opposti. Il commentatore rileva l'interesse del passo parmenideo
nell’esplicitazione del duplice aspetto di φῶς e νύξ: per le loro proprietà
costitutive - che condensano le tradizionali opposizioni elementari e nella
misura in cui escludano il nulla, esse possono fungere da ἀρχαὶ. Pur opposte
nei loro segni, entrambe sono: luce è e notte è. Insomma, l'Eleate avrebbe
conservato un consolidato schema esplicativo del mondo fenomenico, emendandone
le implicazioni inaccettabili sul piano ontologico: la mutua esclusione degli
opposti doveva evitare la trasformazione dell'uno nell'altro, senza spingersi
tuttavia fino alla loro assolutizzazione. Presero la decisione di dar nome...
Il passaggio dalla prima alla seconda sezione del poema è sottolineato dalla
antitesi tra pensiero intorno a Verità (νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης)·e opinioni
mortali (δόξας βροτείας): come già 15 Così interpreta Mansfeld 137-139. 533
indicato nei versi che precedono, una componente essenziale dell'opinare umano
è riscontrata nel linguaggio, o, meglio, nell'arbitrio delle convenzioni
linguistiche. In questo senso era stata netta la presa di posizione di
B8.38b-41: τῷ πάντ΄ ὄνομ΄ ἔσται, ὅσσα βροτοὶ κατέθεντο πεποιθότες εἶναι ἀληθῆ,
γίγνεσθαί τε καὶ ὄλλυσθαι, εἶναί τε καὶ οὐχί, καὶ τόπον ἀλλάσσειν διά τε χρόα
φανὸν ἀμείϐειν Per esso [ciò che è] tutte le cose saranno nome, quante i
mortali stabilirono, convinti che fossero reali: nascere e morire, essere e non
essere, cambiare luogo e mutare luminoso colore. Alla necessità (unica parola
ancora rimane, μόνος δ΄ ἔτι μῦθος λείπεται) con cui, in apertura di B8, si
erano imposti la prospettiva della via che è (ὁδοῖο ὡς ἔστιν) e il
riconoscimento della relativa sequenza di segni (su questa [via] sono segnali
molto numerosi: che..., ταύτῃ δ΄ ἐπὶ σήματ΄ ἔασι πολλὰ μάλ΄, ὡς...), la Dea ha
modo di contrapporre, introducendo le opinioni mortali, la decisione di
nominare (κατέθεντο ὀνομάζειν), ovvero la scelta di opposti (ἀντία ἐκρίναντο
δέμας) e l'imposizione di segni (σήματ΄ ἔθεντο). Non sorprende, dunque, che
ella metta sull'avviso il kouros circa le potenzialità fuorvianti
dell'espressione di quelle convinzioni umane (κόσμον ἐμῶν ἐπέων ἀπατηλὸν ἀκούων).
Il passaggio fa registrare dunque una significativa svolta nell'atteggiamento
intellettuale proposto all'interno dell’esposizione divina. Da una
considerazione puramente razionale della realtà, che abbraccia con
l'intelligenza il tutto come tale, omogeneizzandolo nell'essere e guadagnandone
argomentativamente le proprietà, nella seconda sezione l'attenzione si sposta
sul complesso dei fenomeni e quindi non può prescindere dal dato sensibile:
questo non comporta comunque una forma di "empirismo", come
confermano appunto i rilievi circa la rielaborazione "umana" della
Doxa attraverso lo schema degli opposti. La posizione introdotta non è assimilabile
a quella stigmatizzata in B7.3- 5a: 534 μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε
βιάσθω, νωμᾶν ἄσκοπον ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ γλῶσσαν né abitudine alle
molte esperienze su questa strada ti faccia violenza, a dirigere l’occhio che
non vede e l’orecchio risonante e la lingua. L'operazione di riduzione dei
fenomeni naturali alla coppia luce-notte è certamente altra cosa rispetto alla
meccanica e irriflessa assuefazione al dato empirico (ἔθος πολύπειρον), pur
avendo di mira la stessa realtà attestata e accettata sulla scorta
dell'esperienza (τὰ δοκοῦντα). La rielaborazione è valorizzata da Parmenide
soprattutto nella sua dimensione linguistica e\o categoriale: l'insistenza su
formule verbali che implicano valutazione (κατέθεντο, ἐκρίναντο) e disposizione
(ἔθεντο) è infatti associata al rilievo del nominare (ὀνομάζειν). Così la Dea
attribuisce il compito di ordinare il campo dei fenomeni all'umana risorsa del
classificare (attraverso i nomi), sebbene ella individui esplicitamente nei
nomi l'origine di un potenziale fraintendimento della realtà (come denuncia
B8.38b-41). Anche questo contribuisce a spiegare il cambiamento di registro
all'interno del poema e il richiamo ai rischi impliciti nella comunicazione
della Doxa. Questi rilievi non devono spingere a concludere che il mondo della
Doxa sia appunto un mondo puramente "verbale", inconsistente,
illusorio: non condividiamo l'opinione di Nehamas, secondo cui la Doxa
proporrebbe una descrizione accurata di apparenze, la quale, per quanto
accurata, rimarrebbe pur sempre descrizione di apparenze, dunque di un mondo
falso16. È vero piuttosto che Parmenide aveva denunciato tale illusione
nell'immagine della realtà - in sé contraddittoria caratteristica di coloro che
in B6.4-5 sono apostrofati come βροτοὶ εἰδότες οὐδέν e δίκρανοι. La seconda
sezione del poema, al contrario, era probabilmente intesa 16 A. Nehamas,
“Parmenidean Being/Heraclitean Fire”, cit. 63. 535 come alternativa alle
cosmologie ioniche17: una grande sintesi enciclopedica che avrebbe dovuto
illustrare la superiorità della sua analisi ontologica. L'orgoglio dell'impresa
potrebbe ancora riflettersi nelle battute conclusive del frammento: τόν σοι ἐγὼ
διάκοσμον ἐοικότα πάντα φατίζω, ὡς οὐ μή ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ
Questo ordinamento, del tutto verosimile, per te io espongo, così che mai
alcuna opinione dei mortali possa superarti (vv. 60-61). D'altra parte, se
l'intelligenza applicata alla riflessione su ciò che è, alla totalità
dell'essere, manifestava proprietà rigorosamente riconducibili all'alternativa
è-non-è, risulta invece evidente, nei versi tràditi della seconda sezione,
l'impegno a dare conto dell'impianto della realtà fenomenica, delle strutture
portanti del cosmo dell'esperienza umana. L'eco, nelle parole della Dea, del
tradizionale motivo dell'opposizione di sapere umano e divino, nonché l'uso di
espressioni, come δοκίμως (B1.32, realmente, ma anche plausibilmente) e ἐοικότα
(B8.60, appropriato, adeguato, ma anche verosimile, probabile) potrebbero
segnalare, da parte di Parmenide, la consapevolezza dei limiti della περὶ
φύσεως ἱστορία. Spesso nella letteratura si è, su questo punto, evocato il
possibile esempio di Senofane: καὶ τὸ μὲν οὖν σαφὲς οὔ τις ἀνὴρ ἴδεν οὐδέ τις ἔσται
εἰδὼς ἀμφὶ θεῶν τε καὶ ἅσσα λέγω περὶ πάντων· εἰ γὰρ καὶ τὰ μάλιστα τύχοι
τετελεσμένον εἰπών, αὐτὸς ὅμως οὐκ οἶδε· δόκος δ’ ἐπὶ πᾶσι τέτυκται Davvero
l'evidente verità nessun uomo la conosce, né mai ci sarà 17 Come ipotizza
Graham (Explaining the Cosmos…, cit. 184), è forse possibile che la sfida fosse
lanciata anche a Esiodo, considerato alla stregua di un cosmologo. 536 chi
sappia intorno agli dei e alle cose che io dico, su tutte: se, infatti, ancora
gli capitasse di dire la verità compiuta in sommo grado, lui stesso non lo
saprebbe; opinione è data su tutte le cose (DK 21 B34) ταῦτα δεδοξάσθω μὲν ἐοικότα
τοῖς ἐτύμοισι Siano queste cose credute simili a cose vere (DK 21 B35) ὁππόσα δὴ
θνητοῖσι πεφήνασιν εἰσοράασθαι Tutte le cose che essi [gli dei] hanno mostrato
ai mortali perché le osservassero (DK 21 B36) οὔ τοι ἀπ’ ἀρχῆς πάντα θεοὶ θνητοῖσ’
ὑπέδειξαν, ἀλλὰ χρόνωι ζητοῦντες ἐφευρίσκουσιν ἄμεινον Gli dei dall'inizio non
hanno rivelato tutte le cose ai mortali, ma nel tempo ricercando essi trovano
ciò che è meglio (DK 21 B18). Graham18 ha di recente rilanciato l'accostamento,
rilevando come i frammenti di Senofane avrebbero presentato, tra VI e V secolo,
qualcosa di simile a uno status quaestionis, una prima meditazione sui limiti
della conoscenza del mondo naturale, concludendo che essa non sarebbe sicura.
Posizione analoga a quella del giovane contemporaneo Alcmeone: περὶ τῶν ἀφανέων,
περὶ τῶν θνητῶν σαφή- νειαν μὲν θεοὶ ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις τεκμαίρεσθαι Sulle
cose invisibili, sulle cose mortali gli dei possiedono la certezza, ma gli
uomini devono imparare per inferenza (DK 24 B1)19. 18 Explaining the Cosmos…,
cit. 176. 19 Come abbiamo in precedenza ricordato, del testo greco esiste oggi
una versione proposta da M.L. Gemelli Marciano (“Lire du début…, cit. 7- 37),
che ha espunto la virgola tra i due complementi iniziali, offrendo quindi un
senso profondamente diverso: Il pensatore di Crotone (che Diogene Laerzio vuole
discepolo di Pitagora e dunque proveniente dalla stessa area geografica e
culturale di Parmenide) avrebbe ripreso la tradizionale opposizione (μὲν θεοὶ...
δὲ ἀνθρώποις) per precisare come gli uomini abbiano solo la possibilità di
procedere per evidenze sensibili e relative inferenze. Parmenide potrebbe aver
reagito alle provocazioni di Senofane indicando come in realtà fosse possibile
una conoscenza dimostrativa sicura di ciò che è, sforzandosi poi, negli ultimi
versi del nostro frammento, di rintracciare delle linee di stabilità che
consentissero di riordinare il campo fenomenico alla luce delle indicazioni
ontologiche, come rivelerebbero chiaramente i segni attribuiti alle due forme.
περὶ τῶν ἀφανέων περὶ τῶν θνητῶν σαφή- νειαν μὲν θεοὶ ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις
τεκμαίρεσθαι sulle cose mortali gli dei possiedono la certezza, ma a noi, in
quanto uomini, è dato solo di trovare degli indizi.Simplicio offre, nel caso di
B9, un'indicazione preziosa, ancorché approssimativa, circa la sua collocazione
nel poema parmenideo. Afferma infatti il commentatore (contesto DK 28 B9): καὶ
μετ’ ὀλίγα πάλιν [citazione B9] εἰ δὲ ‘μη δετέρωι μέτα μηδέν ’ καὶ ὅτι ἀρχαὶ ἄμφω
καὶ ὅτι ἐναντίαι δηλοῦται e dopo poco aggiunge ancora: [citazione B9]. E se
"con nessuna delle due è il nulla", egli dice chiaramente che
entrambi sono principi e che sono opposti. Dal momento che il rilievo è posto
subito dopo la citazione di B8.53-59, è facile concludere che i quattro versi
di B9 seguissero dappresso la conclusione di B8, anche se non necessariamente
come prosecuzione (come ipotizza Cerri1 ). Appare di conseguenza discutibile la
scelta di alcuni editori (Coxon, Collobert) di collocarli dopo B10 e B11
(ovvero di ipotizzare la successione B11- B10-B9, come fa O' Brien), o
addirittura, dopo altri intervalli testuali, subito prima di B19 (Mansfeld),
nonostante l'evidenza di una relazione tra B9, 10 e 11, come introduzione
generale all'esposizione cosmologico-cosmogonica della Doxa. Tutte le cose sono
state denominate In effetti, dopo l'esordio di B8.50-61, B9 condivide con B19
l'importante riferimento agli ὀνόματα e all'attività di ὀνομάζειν, che abbiamo
visto essere centrale nella costruzione della cosmologia parmenidea. In
particolare, nelle prime battute di B9 troviamo un accenno al ruolo d'ordine
delle due μορφάι: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται καὶ τὰ κατὰ
σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς 1 255. 539 Ma poiché tutte le cose luce
e notte sono state denominate, e queste, secondo le rispettive proprietà, [sono
state attribuite] a queste cose e a quelle (vv. 1-2). Nella dimensione plurale
delle cose (πάντα) attestate dall’esperienza e che l'intelligenza ha riassunto
nell’omogeneità dell'essere, il compito di φάος καὶ νὺξ è quello di
classificare e discriminare: secondo il modello che abbiamo riscontrato nel
commento al frammento precedente, lo schema oppositivo distribuisce sul
complesso dei fenomeni le proprietà (δυνάμεις, potenze), i σήματα che
accompagnano le due μορφάι, così riordinando, attraverso un'articolazione
elementare, il mondo empirico. Dopo aver messo a fuoco la nozione di τò ἐόν,
comune denominatore che contraddistingue la realtà, raccogliendo a unità la
totalità degli enti, e averne approfondito le implicazioni (alla luce della
κρίσις: ἔστιν ἢ οὐκ ἔστιν), Parmenide delinea una strategia conseguente di
recupero del cosmo dell’esperienza umana: Luce e Notte dovranno spiegare
l'apparire senza che venga ammesso come principio il nulla2. Alcuni
accostamenti verbali manifestano questa operazione. Al verso B8.24b la Dea
aveva sottolineato : πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν ἐόντος ma tutto pieno è di ciò che è,
dopo aver ricordato : οὐδέ τι τῇ μᾶλλον, τό κεν εἴργοι μιν συνέχεσθαι, οὐδέ τι
χειρότερον né c’è qui qualcosa di più che possa impedirgli di essere continuo,
né [lì] qualcosa di meno (B8.23-24a), e soprattutto (iii): 2 Ruggiu, op.cit. 326.
540 οὐδὲ διαιρετόν ἐστιν, ἐπεὶ πᾶν ἐστιν ὁμοῖον Né è divisibile, poiché è tutto
omogeneo (B8.22). A questa rappresentazione della omogeneità e compattezza
dell'essere possiamo far corrispondere l'affermazione centrale del nostro
frammento: πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου ἴσων ἀμφοτέρων tutto è
pieno ugualmente di luce e notte invisibile di entrambe alla pari (B9.3-4a),
dove l'originario nesso ontologico di totalità e pienezza (πᾶν δ΄ ἔμπλεόν ἐστιν
ἐόντος) è declinato al duale (πᾶν πλέον ἐστὶν φάεος καὶ νυκτὸς), salvaguardando
comunque l'esigenza di uniforme densità e continuità veicolata in B8 da
espressioni come ὁμοῦ πᾶν (B8.5), πᾶν ἐστιν ὁμοῖον (B8.22), oltre che da
συνεχές (B8.6) e συνέχεσθαι (B8.23) e ribadita in B9 dalla formula πᾶν πλέον ἐστὶν
ὁμοῦ e dalla precisazione incidentale ἴσων ἀμφοτέρων. Insieme a nessuna delle
due è il nulla Ma, al di là di queste convergenze che paiono indiscutibili, il
διάκοσμος proposto dalla Dea esplicitamente rileva il dato discriminante
rispetto alle narrazioni cosmogoniche, la preoccupazione ontologica essenziale
a tutela della fondatezza della ricostruzione: ἐπεὶ οὐδετέρῳ μέτα μηδέν perché
insieme a nessuna delle due [è] il nulla (B9.4). Per quanto orientata a
ordinare ciò che è registrato a livello empirico e che τὸ νοεῖν (il pensare)
ovvero il νόος (l'intelligenza) o ancora il λόγος (il discorso argomentativo)
confermano nell'unità di τò ἐόν, la scelta del modello oppositivo e della
relativa disposizione seriale (l'aristotelica συστοιχία) di δυνάμεις
(proprietà) riba- 541 disce l'assoluta esclusione del nulla (μηδέν). Insomma,
il linguaggio della doxa ripropone quello della alētheia, sottolineando, sul
terreno dell'apparire, la propria continuità con il νόημα ἀμφὶς Ἀληθείης, quasi
che la doxa, nel suo insieme e a dispetto dell'insidia degli ὀνόματα, ne
costituisse la diretta prosecuzione3. Perché, ci si potrebbe chiedere,
Parmenide avrebbe dovuto affiancare alla Verità il resoconto plausibile di una
realtà già ridotta, nei suoi tratti caratterizzanti, ai σήματα di B8? B9 può
contribuire a una risposta, soprattutto considerandone la collocazione a ridosso
della dichiarazione conclusiva di B8: τόν σοι ἐγὼ διάκοσμον ἐοικότα πάντα
φατίζω, ὡς οὐ μή ποτέ τίς σε βροτῶν γνώμη παρελάσσῃ Questo ordinamento, del
tutto appropriato, per te io espongo, così che mai alcuna opinione dei mortali
possa superarti. L'orizzonte dell'esperienza è ineludibile per un mortale; così
l'insegnamento divino della verità è proceduto di pari passo con una puntuale
disamina degli errori umani, in larga misura condizionati da scriteriate
assunzioni empiriche: μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω, νωμᾶν ἄσκοπον
ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ γλῶσσαν né abitudine alle molte esperienze su
questa strada ti faccia violenza, a dirigere l’occhio che non vede e l’orecchio
risonante e la lingua (B7.3-5a). Proprio per la sua ineludibilità, la Dea si
impegna a fornire gli strumenti per una ricostruzione adeguata di
quell'orizzonte, che ne conservi la fisionomia pluralista e qualitativa, senza
contraddire nella sostanza le indicazioni della Verità. B9 si inserisce appunto
in questo contesto, con le sue "istruzioni" circa l'ordinamento lin-
3 . 542 guistico del mondo dell'esperienza e il suo "riempimento" a
opera delle due forme nominate, con opportuno esorcismo del nulla. Una
soluzione per garantire in ogni senso la superiorità del discente dalla
concorrenza di potenziali resoconti alternativi. In questa prospettiva, la
probabile ampia articolazione della Doxa ancora attestata come sappiamo - da
Plutarco (Contro Colote 1114b; DK 28 B10): ὅς γε καὶ διάκοσμον πεποίηται καὶ
στοιχεῖα μιγνὺς τὸ λαμπρὸν καὶ σκοτεινὸν ἐκ τούτων τὰ φαινόμενα πάντα καὶ διὰ
τούτων ἀποτελεῖ· καὶ γὰρ περὶ γῆς εἴρηκε πολλὰ καὶ περὶ οὐρανοῦ καὶ ἡλίου καὶ
σελήνης καὶ γένεσιν ἀνθρώπων ἀφήγηται· καὶ οὐδὲν ἄρρητον ὡς ἀνὴρ ἀρχαῖος ἐν
φυσιολογίαι καὶ συνθεὶς γραφὴν ἰδίαν, οὐκ ἀλλοτρίας διαφθοράν, τῶν κυρίων παρῆκεν
Ha costruito anche un sistema del mondo e mescolando come elementi la luce e la
tenebra, fa derivare tutti i fenomeni da questi e mediante questi. Ha detto in
effetti molte cose sulla terra, e sul cielo e sul sole e sulla luna e tratta
anche dell'origine degli uomini: nulla ha taciuto circa le cose più importanti,
come si addice a uomo arcaico nello studio della natura e che ha composto uno
scritto proprio non distruzione di un altro, può far sorgere il sospetto che la
relativamente più contenuta trattazione della Verità fosse funzionale al
coerente consolidamento della trattazione cosmologica e cosmogonica. Tutto è
pieno di luce e notte Se osserviamo la costruzione del frammento, possiamo
notare un passaggio significativo per la complessiva interpretazione della
Doxa: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται
πᾶν πλέον ἐστὶν ὁμοῦ φάεος καὶ νυκτὸς ἀφάντου 543 Ma poiché tutte le
cose luce e notte sono state denominate,
tutto è pieno ugualmente di luce e notte invisibile. La consistenza del
mondo della nostra esperienza dipende dalla coerenza della sua costruzione
linguistica: dopo aver rifiutato le
interpretazioni che pretendevano coniugare essere e nonessere (B6 e B7), aver individuato un modello (linguistico) di
base, imperniato sullo schema polare delle nozioni luce-notte (B), averne rilevato i limiti (B8.55-59), e (iv)
bandito esplicitamente l'implicazione del nulla (B9.4), Parmenide se ne serve
(v) distribuendone le rispettive proprietà su tutte le cose. In altre parole,
egli procede a connotare, attraverso gli ὀνόματα delle due μορφάι e i relativi
σήματα -, i vari aspetti fenomenici: la luce è associata a caldo, leggero,
raro; la notte a freddo, pesante, denso, come possiamo evincere da B8.56-9 e
dallo scolio a B8 di Simplicio: καὶ δὴ καὶ καταλογάδην μεταξὺ τῶν ἐπῶν ἐμφέρεταί
τι ῥησείδιον ὡς αὐτοῦ Παρμενίδου ἔχον οὕτως· ἐπὶτῶι δέ ἐστι τὸ ἀραιὸν καὶ τὸ
θερμὸν καὶ τὸ φάος καὶ τὸ μαλθακὸν καὶ τὸ κοῦφον, ἐπὶ δὲτῶιπυκνῶι ὠνόμασται τὸ
ψυχρὸν καὶ τ ὸ ζ ό φ ο ς καὶ σκληρὸν καὶ βαρύ· tra i versi è riportato un passo
in prosa come fosse dello stesso Parmenide; esso afferma: per questo ciò che è
raro è anche caldo, e luce e morbidezza e leggerezza; per la densità invece il
freddo è indicato come oscurità, durezza e pesantezza. Quanto è stato
denominato conformemente a tale strategia assume lo spessore di un mondo
comune, condiviso: non a caso, dopo aver impiegato in premessa l'espressione
πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται, al v. 3 la Dea conclude che πᾶν πλέον ἐστὶν φάεος
καὶ νυκτὸς. 544 Le due forme concorrono alla composizione del mondo: la loro
complicità nell'opposizione assicura la stabilità del mondo4. Il fatto che
entrambe siano parte dell'Essere rende possibile una fisica della mescolanza
(κρᾶσις) 5. La κρᾶσις funge così da principio di costituzione di tutte le cose:
l'uguaglianza delle due forme e la presenza delle rispettive potenze spiega
come ogni cosa sia costituita insieme (anche se non nella stessa misura) di
Luce e Notte6. È tuttavia necessario ricordare con Conche 7 - che le due μορφάι
parmenidee non sono assimilabili agli elementi di Empedocle o degli atomisti:
non si tratta di principi eterni e immutabili, ma di forme nominate dai
mortali, di cui la Dea si serve ad hoc, per una adeguata spiegazione dell'universo
delle opinioni mortali. Ciò deve rendere cauti rispetto a una loro
ontologizzazione: nulla ne giustifica l'assolutizzazione al di fuori di questo
mondo. 4 Conche. 5 Ruggiu. I tre frammenti B10-11-12 sono conservati da due
fonti diverse: Clemente Alessandrino (II-III secolo d.C .) e Simplicio (tuttavia B11 in un passo del
commento al De caelo, B12 in due passi del commento alla Fisica): solo il
secondo ci fornisce, per B12, un’indicazione approssimativa circa la
collocazione relativa: μετ’ ὀλίγα δὲ πάλιν περὶ τῶν δυεῖν στοιχείων εἰπὼν ἐπάγει
καὶ τὸ ποιητικὸν λέγων οὕτως poco più
avanti [B8.61], dopo aver parlato dei due elementi, introduce la causa
efficiente, dicendo così [B12.1-3]
Ricordiamo che con analoga approssimazione (poco dopo) era stata
introdotta la citazione di B9, il cui testo avrebbe seguito dappresso B8.59.
Almeno i versi di B12, dunque, dovevano trovarsi a ridosso di B8 e B9:
certamente dopo B8. Il contesto delle altre due citazioni e il loro contenuto
concorrono a suggerire una stretta relazione di B12 con B10 e B11, e,
ulteriormente, dei tre frammenti con B9, anche se sono state proposte diverse
soluzioni circa la loro effettiva sequenza. B13, infine, conservato da varie
fonti (Platone, Aristotele, Plutarco, Sesto Empirico, Stobeo, Simplicio), viene
citato da Simplicio in stretta connessione con B. Clemente (autore che rivela
dimestichezza con il poema, risultando unica fonte di quasi tutto quello che
cita) introduce e accompagna B10 con queste parole: ἀφικόμενος οὖν ἐπὶ τὴν ἀληθῆ
μάθησιν ὁ βουλόμενος ἀκουέτω μὲν Παρμενίδου τοῦ Ἐλεάτου ὑπισχνουμένου ‘ε ἴ σ η
ι... ἄ σ τ ρ ω ν ’ pervenuto alla vera conoscenza di Cristo, chi vuole ascolti
Parmenide di Elea che promette tu conoscerai... degli astri. Il commentatore
neoplatonico, a sua volta, ci informa che: 546 Π. δὲ περὶ τῶν αἰσθητῶν ἄρξασθαί
φησι λέγειν·[citazione B11] καὶ τῶν γινομένων καὶ φθειρομένων μέχρι τῶν μορίων
τῶν ζώιων τὴν γένεσιν παραδίδωσι. Parmenide intorno alle cose sensibili afferma
di aver intenzione di dire [citazione B11] e descrive l'origine delle cose che
si generano e si corrompono, fino alle parti degli animali. Evidentemente la
funzione dei due testi citati era prolettica rispetto alla vera e propria
descrizione cosmogonica e cosmologica: dal momento che Plutarco (Contro Colote
1114b, contesto di DK 28 B10) ci documenta l'articolazione della Doxa
parmenidea, utilizzando ancora la sua testimonianza possiamo tracciare una loro
plausibile posizione: ὅς γε καὶ διάκοσμον πεποίηται καὶ στοιχεῖα μιγνὺς τὸ
λαμπρὸν καὶ σκοτεινὸν ἐκ τούτων τὰ φαινόμενα πάντα καὶ διὰ τούτων ἀποτελεῖ· καὶ
γὰρ περὶ γῆς εἴρηκε πολλὰ καὶ περὶ οὐρανοῦ καὶ ἡλίου καὶ σελήνης καὶ γένεσιν ἀνθρώπων
ἀφήγηται· καὶ οὐδὲν ἄρρητον ὡς ἀνὴρ ἀρχαῖος ἐν φυσιολογίαι καὶ συνθεὶς γραφὴν ἰδίαν,
οὐκ ἀλλοτρίας διαφθοράν, τῶν κυρίων παρῆκεν Ha costruito anche un sistema del
mondo e mescolando come elementi la luce e la tenebra, fa derivare tutti i
fenomeni da questi e mediante questi. Ha detto in effetti molte cose sulla
Terra, e sul Cielo e sul Sole e sulla Luna e tratta anche dell'origine degli
uomini: nulla ha taciuto circa le cose più importanti, come si addice a uomo
arcaico nello studio della natura e che ha composto uno scritto proprio non
distruzione di un altro. Plutarco offre diversi spunti per il nostro
orientamento nella seconda parte del poema, suggerendo almeno tre cose
fondamentali sulla sua struttura:
intanto che la costruzione del sistema del mondo, annunciata in
conclusione di B8, è, per quanto consta all'autore, chiaramente responsabilità
di Parmenide: διάκοσμον πεποίηται sottoli- 547 nea l'originalità dell'impresa
scientifica. Ciò è ribadito in conclusione: ha composto uno scritto proprio non
distruzione di un altro (συνθεὶς γραφὴν ἰδίαν, οὐκ ἀλλοτρίας διαφθοράν); poi che la scelta degli elementi (στοιχεῖα) è
funzionale al progetto scientifico: la ricognizione cosmologica (διάκοσμον)
implica la ricostruzione comogonica; la struttura del cosmo la sua produzione.
Con la proposta di due principi il filosofo assicura la spiegazione fenomenica
(conclusione di B8 e B9): mescolando come elementi la luce e la tenebra (στοιχεῖα
μιγνὺς τὸ λαμπρὸν καὶ σκοτεινὸν), egli produce il suo διάκοσμος. Da e per mezzo
di quegli elementi (ἐκ τούτων καὶ διὰ
τούτων) ricava (ἀποτελεῖ) tutti i fenomeni (τὰ φαινόμενα πάντα); (iii) infine
che il progetto scientifico doveva essere ambizioso, dire molto (molte cose,
πολλὰ) sulla Terra, e sul Cielo e sul Sole e sulla Luna: si tratta
evidentemente del tema cui alludono programmaticamente B10-11 e che B12
sviluppa. Doveva poi procedere a delineare l'origine degli uomini (γένεσις ἀνθρώπων):
ne abbiamo tracce in B13 (e successivi). Potremmo così avere conferma della
bontà dell'attuale successione, ovvero supporre una sistemazione leggermente
diversa. La natura programmatica di B10 e B11, attestata dalla ricorrenza di
formule illocutorie (εἴσῃ, πεύσῃ, εἰδήσεις) che ricorda la protasiinvocazione
alle Muse della Teogonia esiodea1, unitamente alla considerazione che B9 ne
costituisce il fondamento (funzione dei principi), potrebbe suggerire una
posposizione dello stesso B92. A ciò osta sostanzialmente l'indicazione
(comunque approssimativa) di Simplicio, nel contesto di B9, circa la prossimità
della citazione alla conclusione della precedente (B8.53-9). D'altra parte è
chiaro come B10 costituisca una sorta di indirizzo della Dea a Parmenide,
analogo a quello che chiude il proemio: ci troveremmo in questo senso in
presenza di un "secondo" 1 Cerri 263. 2 Ruggiu 332. 548 proemio3. B10
e B11 annunciano Clemente parla di Parmenide che promette (ὑπισχνούμενος) - e
descrivono sommariamente il programma scientifico (spiegazione cosmogonica e
cosmologica) che B12 contribuisce a realizzare. Con B10 e B11 siamo, insomma,
ancora al prologo, al profilo preliminare; con B12 alla descrizione dei
processi e della struttura del cosmo, che Aëtius e Cicerone (DK 28 A37) ci
aiutano a ricostruire. B9, in questo contesto, sembra effettivamente, più che
una tessera programmatica vera e propria, un rilievo delle conseguenze
immediate, sul piano cosmologico e cosmogonico, dell'opzione per le due forme
(B8.53-59), e quindi fungere solo in questo senso da cerniera introduttiva.
O'Brien4, in alternativa, vi ha colto, dopo l'annuncio degli argomenti
principali (B11) e il passaggio alle opere del Sole e della Luna (B10), una
precisazione sulla natura delle due forme, prima dell'introduzione della δαίμων
che le governa (la sequenza sarebbe dunque: B11-B10-B9- B12). La disposizione
proposta da Diels-Kranz appare comunque credibile e soprattutto compatibile con
le indicazioni di Simplicio. Conoscere la natura La Dea dunque preannuncia
(promette) al proprio discepolo un grandioso disegno scientifico: εἴσῃ δ΄ αἰθερίαν
τε φύσιν τά τ΄ ἐν αἰθέρι πάντα σήματα καὶ καθαρᾶς εὐαγέος ἠελίοιο λαμπάδος ἔργ΄
ἀίδηλα καὶ ὁππόθεν ἐξεγένοντο, ἔργα τε κύκλωπος πεύσῃ περίφοιτα σελήνης καὶ
φύσιν, εἰδήσεις δὲ καὶ οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα ἔνθεν ἔφυ τε καὶ ὥς μιν ἄγουσ΄ ἐπέδησεν
Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων. 3 Per questo in passato Bicknell propose di
integrare i versi di B10 nel prologo del poema (P.J. Bicknell, Parmenides,
fragment 10, Hermes 95, 1968 629.631). 4 Études sur Parménide, cit., I 246-7
(in particolare nota 33). 549 Conoscerai la natura eterea e nell’etere tutti i
segni e della pura fiamma dello splendente Sole le opere invisibili e donde
ebbero origine, e le opere apprenderai periodiche della Luna dall’occhio
rotondo, e la [sua] natura; conoscerai anche il cielo che tutto intorno cinge, donde
ebbe origine e come Necessità guidandolo lo costrinse a tenere i confini degli
astri. La promessa è quella di: far
conoscere (εἰδέναι) la natura eterea (αἰθερίαν φύσιν) e tutti i segni (πάντα
σήματα) nell'etere; e le opere
invisibili (distruttive) (ἔργ΄ ἀίδηλα) del Sole e ciò da cui (ὁππόθεν) esse si
generarono (ἐξεγένοντο); far apprendere
(πεύθεσθαι) le opere (ἔργα) della Luna e la [sua] natura (φύσιν); (iv) far
conoscere (εἰδέναι) il cielo (οὐρανὸν) che tiene tutto intorno (ἀμφὶς ἔχοντα) e
da che cosa (ἔνθεν) scaturì (ἔφυ); (v) far conoscere come Necessità (Ἀνάγκη)
incatenò (ἐπέδησεν) il cielo a mantenere nei loro limiti (πείρατ΄ ἔχειν) gli
astri. Il contesto della citazione di B11 (nel commento di Simplicio al De
caelo) conferma questo disegno di Parmenide: Π. δὲ περὶ τῶν αἰσθητῶν ἄρξασθαί
φησι λέγειν·[citazione B11] καὶ τῶν γινομένων καὶ φθειρομένων μέχρι τῶν μορίων
τῶν ζώιων τὴν γένεσιν παραδίδωσι. Parmenide intorno alle cose sensibili afferma
di aver intenzione di dire [B] e descrive l'origine delle cose che si generano
e si corrompono, fino alle parti degli animali.
Conche5 ha osservato, a proposito di questi rilievi, come Simplicio
evidenzi l'ampiezza e la verticalità dell'indagine parmenidea, evocando nelle
scelte verbali (generazione-corruzione, parti degli animali) i temi poi
trattati da Aristotele, e la centralità dei processi naturali nell'esplicazione
dei fenomeni: il mondo è opera della natura. D'altra parte non è sfuggita agli
studiosi l'eco di questo indirizzo cosmogonico di B10 in Empedocle (DK 31 B38):
εἰ δ’ ἄγε τοι λέξω πρῶθ’ † ἥλιον ἀρχήν †, ἐξ ὧν δῆλ’ ἐγένοντο τὰ νῦν ἐσορῶμεν ἅπαντα,
γαῖά τε καὶ πόντος πολυκύμων ἠδ’ ὑγρὸς ἀήρ Τιτὰν ἠδ’ αἰθὴρ σφίγγων περὶ κύκλον ἅπαντα.
Orsù, ti dirò delle cose prime e; da cui divenne manifesto tutto quanto ora
vediamo, terra e mare dalle molte onde e aria umida e il Titano etere che cinge
in cerchio tutte le cose. L'impressione è che Empedocle si sia direttamente
ispirato al modello parmenideo introducendo la sezione astronomica del proprio
poema 6. Le opere della natura Di questo programma scientifico (abbiamo già
osservato, nel commento di B8.50-61, l'insistenza della Dea sulle formule di
conoscenza di B10) sono da notare in particolare: (a) il nesso ribadito tra
φύσις e ἔργα, e l'uso di espressioni
come ὁππόθεν ἐξεγένοντο (che abbiamo reso come donde ebbero origine) e
l'equivalente ἔνθεν ἔφυ. Al centro della comunicazione della Dea ritroviamo
dunque un modello di sapere che si definisce per la capacità di ricostruire la
generazione dei fenomeni, con l'esplicito accostamento di φύσις e γένεσις: nel
contesto il primo termine Cerri 259. 551
che abbiamo per lo più tradotto come natura - designa appunto ciò che dà
origine (φύω, dare origine), la cui attività generatrice si traduce in ἔργα.
Conoscere la natura significa allora riconoscere i processi di formazione, il
manifestarsi dell'origine (φύσις, γένεσις) nei segni (σήματα), nei fenomeni
celesti; Parmenide evidentemente non allude con φύσις a un’immota identità, a
un'essenza che con la propria stabile determinatezza consenta di classificare i
fenomeni 7: in questo senso la formula donde ebbero origine (ὁππόθεν ἐξεγένοντο)
riprende e rilancia la ricerca milesia dell'ἀρχή8. Nell'indirizzo della Dea è
allora possibile intravedere una doppia direzione di indagine: quella che dai σήματα, dagli ἔργα, dai
fenomeni astronomici risale alla natura che li esprime; quella che dalla φύσις discende ai relativi ἔργα
9. Nella stessa direzione, precisando il disegno, B11: πῶς γαῖα καὶ ἥλιος ἠδὲ
σελήνη αἰθήρ τε ξυνὸς γάλα τ΄ οὐράνιον καὶ ὄλυμπος ἔσχατος ἠδ΄ ἄστρων θερμὸν
μένος ὡρμήθησαν γίγνεσθαι. come Terra e
Sole e Luna, l'etere comune e la Via Lattea e l'Olimpo estremo e degli astri
l'ardente forza ebbero impulso a generarsi. In questo caso, di alcuni elementi
essenziali del quadro cosmologico si prospetta la genesi marcandone lo spunto
immanente: a conferma del fatto che Parmenide non intende semplicemente
descrivere un ordine cosmico, stabilire ruoli e posizioni relative, ma produrre
una cosmogonia. La combinazione di ὁρμᾶν e γίγνεσθαι è indicativa della sua
nozione di φύσις: essa in ogni fenomeno è la 7 In questa direzione anche la
lettura di Conche 204-5. A noi pare, tuttavia, che Parmenide intenda esporre
anche la costituzione dell'etere o della luna, analizzarne la composizione. 8
Su questo punto si veda Ruggiu 333-5. 9 . 552 δύναμις che si esprime in segni e
opere. Ovvero, richiamando l'attacco di B9: αὐτὰρ ἐπειδὴ πάντα φάος καὶ νὺξ ὀνόμασται
καὶ τὰ κατὰ σφετέρας δυνάμεις ἐπὶ τοῖσί τε καὶ τοῖς Ma poiché tutte le cose
luce e notte sono state denominate, e queste, secondo le rispettive proprietà
[δυνάμεις], [sono state attribuite] a queste cose e a quelle (vv.1-2), potremmo
concordare con Ruggiu10 che le due forme originarie Luce e Notte si manifestano
come δυνάμεις nella φύσις di ogni cosa: esse, sotto questo profilo,
costituirebbero l'unica natura delle cose. Opere invisibili, opere periodiche
Quello che, nei versi del poema che ci sono conservati, ancora possiamo
"catturare" della grandiosa sintesi cosmologica cui allude Plutarco è
lo sforzo di elaborazione cosmogonica. Essa traspare, come abbiamo rilevato,
nella insistenza sulla γένεσις, nella centralità del tema della φύσις, ma anche
nelle scelte verbali che tendono a marcare - si veda, per esempio, il passaggio
dal passato11 di πλῆντο al presente di ἵεται in B12.1-2 - gli effetti durevoli
dei processi generativi nella struttura cosmica: αἱ γὰρ στεινότεραι πλῆντο πυρὸς
ἀκρήτοιο, αἱ δ΄ ἐπὶ ταῖς νυκτός, μετὰ δὲ φλογὸς ἵεται αἶσα Quelle più strette
[interne], infatti, si riempirono di fuoco non mescolato; le successive [si
riempirono] di notte, ma insieme si immette una porzione di fuoco.Sia nella
forma, da noi accolta, dell'aoristo, sia in quella del perfetto medio (πλῆνται),
proposta in alternativa. 553 È infatti probabile che B12 alluda proprio alla
formazione e articolazione dello spazio cosmico (come vedremo meglio più
avanti), delineando costituzione del centro terrestre del sistema (sfera
terrestre e suo interno infuocato), della periferia celeste (sfera solida
esterna e sfera ignea interna), e dello spazio intermedio in cui si muovono i
corpi celesti. Esplicita in B12.3 è anche l'introduzione della Dea che tutto
governa (δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ) e della sua funzione "copulatrice": ἐν
δὲ μέσῳ τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· πάντων γὰρ στυγεροῖο τόκου καὶ μίξιος ἄρχει
πέμπουσ΄ ἄρσενι θῆλυ μιγῆν τό τ΄ ἐναντίον αὖτις ἄρσεν θηλυτέρῳ in mezzo a
queste [corone] la Dea che tutte le cose governa. Di tutte le cose ella
sovrintende all'odioso parto e all’unione, spingendo l’elemento femminile a
unirsi al maschile, e, al contrario, il maschile al femminile (B12.3-6). Ma che
lo sguardo del poeta nei versi superstiti - non sia rivolto tanto alla
contemplazione di un ordine da cui ricavare o in cui riscontrare armonie ed equilibri
strutturali, ovvero modelli geometrici, quanto al compiaciuto rilevamento della
fecondità, dell'impeto (μένος) generativo che nell'universo manifesta la
natura, emerge nei versi in cui la Dea riferendosi a Sole e Luna insiste non
sulla loro posizione relativa nel sistema o sulla loro relazione reciproca (a
Parmenide dobbiamo il riconoscimento della riflessione lunare della luce
solare), ma sulle loro opere, rispettivamente invisibili (ovvero distruttive) e
periodiche, cioè sul loro contributo ai processi cosmici. Articolando il
programma scientifico annunciato in B10, B11 si riferisce al come (πῶς) Terra,
Sole, Luna e etere ebbero impulso a generarsi (ὡρμήθησαν γίγνεσθαι), dunque al
processo di formazione del cosmo a partire dalle due potenze originarie. Il
legame con B9, infatti, doveva essere molto stretto, perché, come abbiamo già
ricordato, la citazione dei primi 3 versi di B12 è registrata nel seguente
contesto: μετ’ ὀλίγα δὲ πάλιν περὶ τῶν δυεῖν στοιχείων εἰπὼν ἐπάγει καὶ τὸ
ποιητικὸν λέγων οὕτως poco più avanti
[B8.61], dopo aver parlato dei due elementi, introduce la causa efficiente,
dicendo così [vv. 1-3]. Se è valida la ricostruzione per lo più accettata, i
versi di B12 dovevano seguire di poco B9, e dunque l'introduzione degli
elementi materiali (στοιχεία); d'altra parte essere dappresso anche a un primo
riferimento alla struttura delle corone (στεφάναι) cosmiche, di cui ci dà
notizia Aëtius (A37), dal momento che a esse rinviano implicitamente in
apertura: αἱ γὰρ στεινότεραι πλῆντο πυρὸς ἀκρήτοιο, αἱ δ΄ ἐπὶ ταῖς νυκτός, μετὰ
δὲ φλογὸς ἵεται αἶσα· ἐν δὲ μέσῳ τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· Quelle più
strette [interne], infatti, si riempirono di fuoco non mescolato; le successive
[si riempirono] di notte, ma insieme si immette una porzione di fuoco; in mezzo
a queste la Dea che tutte le cose governa. Corone cosmiche Il processo cui
alludono i versi doveva fornire le coordinate essenziali per la comprensione
dell'universo parmenideo, relati- 555 vamente alla sua configurazione e
composizione. La scarsità (nei numeri e nella consistenza) dei frammenti
superstiti, purtroppo, non ci consentono di delinearle se non in modo
estremamente approssimativo: così sappiamo (B10.5-7) del cielo che tutto
intorno cinge (οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα) e di come esso sia stato vincolato da
Necessità (ἄγουσ΄ ἐπέδησεν Ἀνάγκη) a tenere i confini degli astri (πείρατ΄ ἔχειν
ἄστρων); B11 conferma la presenza di un Olimpo estremo (ὄλυμπος ἔσχατος) il
cielo di cui sopra, umschliessende Firmament come lo definisce Diels12 - e di uno
spazio etereo (αἰθήρ τε ξυνὸς), con esso (ma la relazione è indefinita nel
testo) nominando Terra (che secondo la tradizione delle testimonianze antiche
consideriamo il centro del sistema) e pianeti; B12 poi, come abbiamo ricordato,
sintatticamente sembra sottendere il riferimento a una struttura ad anelli o
corone (στεφάναι) concentrici. Un senso complessivo a questi cenni cosmologici
riusciamo a garantirlo grazie alla preziosa (quanto discussa) testimonianza di
Aëtius, che fornisce, partendo da Teofrasto, il quadro d'insieme entro cui
collocarli: Π. στεφάνας εἶναι περιπεπλεγμένας, ἐπαλλήλους, τὴν μὲν ἐκ τοῦ ἀραιοῦ,
τὴν δὲ ἐκ τοῦ πυκνοῦ· μικτὰς δὲ ἄλλας ἐκ φωτὸς καὶ σκότους μεταξὺ τούτων. καὶ τὸ
περιέχον δὲ πάσας τ ε ί χ ο υ ς δίκην στερεὸν ὑπάρχειν, ὑφ’ ὧι πυρώδης στεφάνη,
καὶ τὸ μεσαίτατον πασῶν στερεόν, περὶ ὃ πάλιν πυρώδης [sc. Στεφάνη]. τῶν δὲ
συμμιγῶν τὴν μεσαιτάτην ἁπάσαις < ἀρχήν > τε καὶ < αἰτίαν >
κινήσεως καὶ γενέσεως ὑπάρχειν, ἥντινα καὶ δαίμονα κυβερνῆτιν καὶ κληιδοῦχον ἐπονομάζει
Δίκην τε καὶ Ἀνάγκην. καὶ τῆς μὲν γῆς ἀπόκρισιν εἶναι τὸν ἀέρα διὰ τὴν
βιαιοτέραν αὐτῆς ἐξατμισθέντα πίλησιν, τοῦ δὲ πυρὸς ἀναπνοὴν τὸν ἥλιον καὶ τὸν
γαλαξίαν κύκλον. συμμιγῆ δ’ ἐξ ἀμφοῖν εἶναι τὴν σελήνην, τοῦ τ’ ἀέρος καὶ τοῦ
πυρός. περιστάντος δ’ ἀνωτάτω πάντων 12 Parmenides Lehrgedicht, cit. 104. 556
τοῦ αἰθέρος ὑπ’ αὐτῶι τὸ πυρῶδες ὑποταγῆναι τοῦθ’ ὅπερ κεκλήκαμεν οὐρανόν, ὑφ’ ὧι
ἤδη τὰ περίγεια. Parmenide [afferma che] ci sono corone, l'una intorno
all'altra in successione, una costituita dal raro, l'altra dal denso; tra
queste ve ne sono altre miste di luce e oscurità. Ciò che tutte le avvolge è
solido come un muro, sotto il quale è una corona ignea; solido è anche ciò che
è al centro di tutto, intorno al quale è, ancora, una corona ignea13. Delle
corone miste [di fuoco e oscurità], quella più centrale è per tutte principio e
causa di movimento e generazione: [Parmenide] la indica anche come Divinità che
governa e Giustizia che tiene le chiavi14 e Necessità. L'aria è secrezione
della Terra, evaporata a causa della sua [della Terra] compressione più
intensa, e il Sole e la Via Lattea sono esalazioni del fuoco; la Luna
mescolanza di entrambi, dell'aria e del fuoco. L'etere poi avvolge tutto
dall'esterno [dalla posizione superiore], e al di sotto di esso è disposto
quell'elemento igneo che abbiamo chiamato cielo; sotto di questo le regioni
intorno alla Terra (Aëtius; DK 28 A37). Parmenide avrebbe introdotto una
cosmologia fondata sulla nozione di στεφάνη, da intendere probabilmente come
anello cilindrico (Cicerone traduce coronae similem). Secondo Teofrasto,
dunque, il cosmo celeste dell'Eleate era costituito da στεφάναι concentriche,
anelli alternativamente di rado» (ἐκ τοῦ ἀραιοῦ) e 13 Il testo greco καὶ τὸ
μεσαίτατον πασῶν στερεόν, περὶ ὃ πάλιν πυρώδης sarebbe in realtà interpolato:
come sottolinea Franco Ferrari (nel suo recente Il migliore dei mondi
impossibili. Parmenide e il cosmo dei presocratici, cit. 88-9), στερεόν è
infatti una integrazione, e περὶ ὃ un emendamento. Il testo alternativo
restaurato sarebbe: καὶ τὸ μεσαίτατον πασῶν περι < ι > όν πάλιν πυρώδης,
e la circonferenza al centro di tutte [le corone] è di nuovo [una corona]
ignea». 14 Il greco stabilito da Diels - κληιδοῦχον Δίκην è emendazione del
testo dei manoscritti: κληροῦχον Δίκην, Giustizia che indirizza le sorti».
Simplicio, dopo aver citato B13, osserva in effetti: καὶ τὰς ψυχὰς πέμπειν ποτὲ
μὲν ἐκ τοῦ ἐμφανοῦς εἰς τὸ ἀειδές, ποτὲ δὲ ἀνάπαλίν φησιν, [Parmenide sostiene
che la dea] invia le anime talora dal visibile all'invisibile, talora in senso
opposto». 557 di denso» (ἐκ τοῦ πυκνοῦ), che presentavano quindi la purezza
degli elementi-principi. Tra questi (μεταξὺ τούτων) erano poi dislocate altre
corone miste di luce e oscurità» (μικτὰς ἐκ φωτὸς καὶ σκότους), con una
evidente corrispondenza nei segni»: ἐκ τοῦ ἀραιοῦ/ἐκ φωτὸς, ἐκ τοῦ πυκνοῦ/ἐκ
σκότους. Il cosmo finito era avvolto da una sfera solida (τὸ περιέχον δὲ πάσας
τ ε ί χ ο υ ς δίκην στερεὸν ὑπάρχειν), secondo quanto indicato in B10.5: οὐρανὸν
ἀμφὶς ἔχοντα, altrimenti evocato (B11.2-3) come ὄλυμπος ἔσχατος. L'espressione
conclusiva τὰ περίγεια suggerisce che al centro del sistema cosmico si trovasse
la Terra, come confermano, sempre sulla scorta di Teofrasto, Diogene Laerzio e
Aëtius (DK 28 A1, A44): πρῶτος δὲ οὗτος τὴν γῆν ἀπέφαινε σφαιροειδῆ καὶ ἐν
μέσωι κεῖσθαι questi [Parmenide] fu il primo a sostenere che la Terra ha forma
di sfera e giace al centro [dell'universo] Π., Δημόκριτος διὰ τὸ πανταχόθεν ἴσον
ἀφεστῶσαν [τὴν γῆν] μένειν ἐπὶ τῆς ἰσορροπίας οὐκ ἔχουσαν αἰτίαν δι’ ἣν δεῦρο μᾶλλον
ἢ ἐκεῖσε ῥέψειεν ἄν· διὰ τοῦτο μόνον μὲν κραδαίνεσθαι, μὴ κινεῖσθαι δέ
Parmenide e Democrito sostengono che la Terra, essendo a uguale distanza da
tutte le parti, rimane in equilibrio, non avendo causa per cui debba inclinare
da una parte piuttosto che dall'altra. Per questo trema soltanto e non si
muove. La struttura del cosmo Seguendo le indicazioni di Teofrasto riferite da
Aëtius, analogamente al centro sferico (τὴν γῆν
σφαιροειδῆ καὶ ἐν μέσωι κεῖσθαι) dobbiamo supporre sferica almeno la
solida parete esterna (τ ε ί χ ο υ ς δίκην στερεὸν) del cosmo - ciò che tutto
avvolge (τὸ περιέχον δὲ πάσας). Qui incontriamo una prima difficoltà: la 558
consistenza attribuita al contenitore cosmico (appunto la parete solida esterna
cui allude Aëtius) dovrebbe comportare per rispettare i σήματα associati alle
due μορφάι la sua natura densa e oscura; d'altra parte Aëtius sottolinea come
l'etere avvolga tutto dall'esterno [ovvero dalla posizione superiore]
(περιστάντος δ’ ἀνωτάτω πάντων τοῦ αἰθέρος). Diels identifica tale muro (Mauer)
con una sfera di pura Notte, esterna a una sfera di puro Fuoco, che
complessivamente costituivano la coppia di στεφάναι concentriche periferiche,
contrastate, al centro del sistema, da una coppia corrispondente: una sfera
esterna di Notte densa (la superficie terrestre) e una interna di puro fuoco
(fuoco vulcanico). Di recente Franco Ferrari 16 ha ribadito questo modello, tra
l'altro proponendo una revisione del testo greco di Aëtius che rende coerente
l'ipotesi di Diels con le indicazioni che giungevano da Teofrasto. Anche
Tarán17 sottolinea la corrispondenza tra τὸ περιέχον στερεὸν (A), οὐρανὸν ἀμφὶς
ἔχοντα (B) e ὄλυμπος ἔσχατος (B), riducendolo a una solida sfera di Notte,
sebbene poi la sua struttura cosmica diverga in parte da quella dielsiana, per
una diversa interpretazione delle στεινότεραι στεφάναι (coincidenti, secondo lo
studioso americano, con gli anelli che contengono le stelle). Altri, tuttavia,
hanno contestato questa ricostruzione. Coxon18, per esempio, pur rilevando che
la testimonianza di Aëtius appare parafrasi dei versi di B12, e concedendo che
l'accostamento al muro di una città (τ ε ί χ ο υ ς δίκην) potrebbe essere stato
dello stesso Parmenide (dal momento che ricorre in un contesto pitagorico alla
fine di un saggio di Massimo di Tiro, II secolo), denuncia come l'asserzione su
τὸ περιέχον στερεὸν risulti fraintendimento di ὄλυμπος ἔσχατος: l'οὐρανὸς di
Parmenide non sarebbe dunque solido (cioè composto di Notte), ma etereo, come
si ricaverebbe dall'incrocio delle attestazioni di Aëtius e Cicerone: 15 Nella
sua edizione, cit. 104. 16 Il migliore dei mondi impossibili περιστάντος δ’ ἀνωτάτω
πάντων τοῦ αἰθέρος ὑπ’ αὐτῶι τὸ πυρῶδες ὑποταγῆναι τοῦθ’ ὅπερ κεκλήκαμεν οὐρανόν,
ὑφ’ ὧι ἤδη τὰ περίγεια. L'etere poi avvolge tutto dall'esterno [dalla posizione
superiore], e al di sotto di esso è disposto quell'elemento igneo che abbiamo
chiamato cielo; sotto di questo le regioni intorno alla Terra (Aëtius; DK 28
A37) nam P. quidem commenticium quiddam: coronae simile efficit (στεφάνην appellat),
continentem ardorum < et > lucis orbem qui cingit caelum, quem appellat
deum Parmenide elabora qualcosa di
fittizio: simile a una corona (egli la chiama στεφάνην), una sfera di fuoco e
di luce che avvolge il cielo e che egli denomina dio (Cicerone; DK 28 A37). L'orbis lucis di
Cicerone coinciderebbe con l'αἰθήρ di Aëtius: Parmenide distinguerebbe il fuoco
dall'etere: l'etere secondo Aëtius costituirebbe in Parmenide la regione
estrema dell'universo, governando il cielo delle stelle fisse (οὐρανὸς) 19.
Ruggiu20 interpreta le indicazioni dei frammenti e delle testimonianze in modo
analogo. Il termine στεφάνη nel pensiero arcaico designerebbe una formazione di
tipo circolare sviluppata intorno a un punto centrale: dal momento che al
centro delle στεφάναι in Parmenide sta la Terra, concepita come sferica, la
struttura dei cieli sarebbe sferica: la periferia sarebbe occupata da una sfera
di fuoco; l'elemento che tutto contiene, ancora igneo, sarebbe della
consistenza di un solido muro. D'accordo sostanzialmente Cerri21: nel complesso
delle στεφάναι corone sferiche concentriche la più esterna, il confine limite
dell'universo visibile, sarebbe formata da uno strato di etere rigido,
avvolgente un'altra corona di etere rarefatto e igneo, denominata οὐρανός.
Parmenide avrebbe previsto, nel suo cosmo, una doppia funzione per il cielo,
che ancora può intravedersi nei frammenti: esso è, per un verso, οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα, quindi fisicamente
limitante, circoscrivente; per altro
vincolante: Necessità guidando lo vincolò a tenere i confini degli astri
(ἄγουσ΄ ἐπέδησεν Ἀνάγκη πείρατ΄ ἔχειν ἄστρων). Il cielo, dunque, è anche legame
per tutti gli elementi celesti: gli astri, dislocati sulle στεφάναι, con i
rispettivi moti, immersi al suo interno nell'etere (ἐν αἰθέρι) 22. In effetti
risulta evidente, nelle testimonianze, il nesso tra cielo ed etere. Parmenide
avrebbe indicato due aree nell'etere celeste:
l'etere che si estende tutto intorno al cosmo, libero da astri; l'etere popolato da astri, condensazioni di
fuoco23. A questo alluderebbero le espressioni ἐν τῶι αἰθέρι·e ἐν τῶι πυρώδει
di Aëtius A40a: Π. πρῶτον μὲν τάττει τὸν Ἑῶιον, τὸν αὐτὸν δὲ νομιζόμενον ὑπ’ αὐτοῦ
καὶ Ἕσπερον, ἐν τῶι αἰθέρι· μεθ’ ὃν τὸν ἥλιον, ὑφ’ ὧι τοὺς ἐν τῶι πυρώδει ἀστέρας,
ὅπερ ο ὐ ρ α ν ὸ ν καλεῖ Parmenide dispone per primo nell'etere Eos,
considerato da lui identico a Espero. Dopo quello dispone il Sole, sotto il
quale sono gli astri nella zona ignea che chiama cielo. Alla luce delle
indicazioni che si possono ricavare dai frammenti e soprattutto da Aëtius,
l'etere si estenderebbe tra la fascia più interna del sistema cosmico - densa
di aria secreta dalla Terra (τῆς μὲν γῆς ἀπόκρισιν εἶναι τὸν ἀέρα A37) - e la
volta esterna (ὄλυμπος ἔσχατος), che tuttavia potrebbe essere stata concepita a
sua volta come etere rigido. Il termine οὐρανὸς appare nelle testimonianze di
Aëtius con i significati correnti nella tradizione peripatetica (Teofrasto):
molto chiaramente la struttura celeste delineata e il lessico adottato
riflettono la lezione di Aristotele:
Ruggiu 336. 23 Conche 213. 561 Εἴπωμεν δὲ πρῶτον τί λέγομεν εἶναι τὸν οὐρανὸν
καὶ ποσαχῶς, ἵνα μᾶλλον ἡμῖν δῆλον γένηται τὸ ζητούμενον. Ἕνα μὲν οὖν τρόπον οὐρανὸν
λέγομεν τὴν οὐσίαν τὴν τῆς ἐσχάτης τοῦ παντὸς περινὸν περιφορᾶς, ἢ σῶμα φυσικὸν
τὸ ἐν τῇ ἐσχάτῃ περιφορᾷ τοῦ παντός· εἰώθαμεν γὰρ τὸ ἔσχατον καὶ τὸ ἄνω μάλιστα
καλεῖν οὐρανόν, ἐν ᾧ καὶ τὸ θεῖον πᾶν ἱδρῦσθαί φαμεν. Ἄλλον δ’ αὖ τρόπον τὸ
συνεχὲς σῶμα τῇ ἐσχάτῃ περιφορᾷ τοῦ παντός, ἐν ᾧ σελήνη καὶ ἥλιος καὶ ἔνια τῶν ἄστρων·
καὶ γὰρ ταῦτα ἐν τῷ οὐρανῷ εἶναί φαμεν. Ἔτι δ’ ἄλλως λέγομεν οὐρανὸν τὸ
περιεχόμενον σῶμα ὑπὸ τῆς ἐσχάτης περιφορᾶς· τὸ γὰρ ὅλον καὶ τὸ πᾶν εἰώθαμεν
λέγειν οὐρανόν. Τριχῶς δὴ λεγομένου τοῦ οὐρανοῦ, τὸ ὅλον τὸ ὑπὸ τῆς ἐσχάτης
περιεχόμενον περιφορᾶς ἐξ ἅπαντος ἀνάγκη συνεστάναι τοῦ φυσικοῦ καὶ τοῦ αἰσθητοῦ
σώματος διὰ τὸ μήτ’εἶναι μηδὲν ἔξω σῶμα τοῦ οὐρανοῦ μήτ’ ἐνδέχεσθαι γενέσθαι.
Prima dobbiamo dichiarare che cosa diciamo essere il cielo e in quanto modi lo
diciamo, perché diventi più chiaro l'oggetto d'indagine. In un senso dunque
diciamo cielo la sostanza dell'estrema volta del tutto, cioè il corpo naturale
nell'estrema volta del tutto; è appunto la regione estrema e più elevata che
siamo soliti chiamare cielo, in cui affermiamo aver sede tutto quanto è divino.
In altro senso [diciamo cielo] il corpo contiguo all'estrema volta del tutto,
in cui sono la Luna e il Sole e alcuni degli astri; anche questi, in effetti,
affermiamo essere nel cielo. In un altro senso ancora, diciamo cielo il corpo
abbracciato [compreso] dall'estrema volta; siamo soliti, infatti, definire
cielo l'universo e il tutto [ovvero: l'intero universo]. Essendo inteso il
cielo in questi tre modi, l'intero abbracciato dall'estrema volta consiste di
necessità di tutto il corpo naturale e sensibile, poiché nessun corpo esiste,
562 né è possibile si generi fuori del cielo (Aristotele, De caelo I, 9 278
a9-25). È plausibile che nella propria sintesi Aristotele tenesse conto anche
della cosmologia parmenidea ovvero di un modello analogo o condiviso
(pitagorico?) dall'Eleate: in effetti il corpo naturale nell'estrema volta del
tutto (σῶμα φυσικὸν τὸ ἐν τῇ ἐσχάτῃ περιφορᾷ τοῦ παντός) richiama sia il cielo
che tutto intorno cinge (B10.5 οὐρανὸν ἀμφὶς ἔχοντα) sia l'Olimpo estremo
(B11.2- 3 ὄλυμπος ἔσχατος), anche per la sua associazione al divino (ἐν ᾧ καὶ τὸ
θεῖον πᾶν ἱδρῦσθαί φαμεν). È per altro chiaro che quando Aëtius (A40a) parla di
astri nella zona ignea che [Parmenide] chiama cielo (ἐν τῶι πυρώδει ἀστέρας, ὅπερ
οὐρανὸν καλεῖ) si riferisce a ciò che Aristotele indicava come il corpo
contiguo all'estrema volta del tutto, in cui sono la Luna e il Sole e alcuni
degli astri (τὸ συνεχὲς σῶμα τῇ ἐσχάτῃ περιφορᾷ τοῦ παντός, ἐν ᾧ σελήνη καὶ ἥλιος
καὶ ἔνια τῶν ἄστρων). Interessante il rilievo aristotelico circa l'accezione
"cosmica" di οὐρανός: l'intero abbracciato dall'estrema volta
consiste di necessità di tutto il corpo naturale e sensibile, poiché nessun
corpo esiste, né è possibile si generi fuori del cielo. La tentazione di una
lettura "cosmica" di Parmenide B8 è molto forte: la compiutezza
dell'essere manifestata dalla sfericità, traduceva in immagine ontologica la
perfezione che la doxa poteva riscontrare nell'universo compiuto e intero (τὸ ὅλον
καὶ τὸ πᾶν) di cui parla Aristotele. In conclusione non si può dunque non
ribadire la difficoltà nella ricostruzione del quadro cosmologico del poema:
troppo frammentarie le citazioni e troppo condizionate dal lessico e dalla
concettualità della posteriore tradizione le testimonianze. Come abbiamo
constatato, sono pochi i dati certi sulla struttura cosmica: la forma complessivamente sferica del centro
(Terra) e della periferia (τὸ περιέχον, ovvero ὄλυμπος ἔσχατος, Olimpo
estremo), pensata come una parete solida (τὸ περιέχον δὲ πάσας τείχους δίκην
στερεὸν); 563 l'esistenza di una prima
fascia celeste superiore eterea, composta cioè di corone, anelli cilindrici, di
puro Fuoco; di una seconda fascia intermedia di corone in cui Fuoco e Notte
sono compresenti; di una terza fascia a ridosso della superficie della Terra,
corrispondente a una atmosfera aerea prodotta dalle evaporazioni terrestri;
(iii) la distribuzione dei corpi celesti tra le prime due fasce (sulla loro
disposizione le indicazioni non sono concordi). La δαίμων e il cosmo Il
contesto e la citazione di B12, insieme alla relativa testimonianza di Aëtius,
pongono un ulteriore problema interpretativo: quello relativo alla posizione e
al ruolo della δαίμων che lì viene evocata: μετ’ ὀλίγα δὲ πάλιν περὶ τῶν δυεῖν
στοιχείων εἰπὼν ἐπάγει καὶ τὸ ποιητικὸν λέγων οὕτως ‘αἱ γὰρ... κυβερνᾶι ’. καὶ ποιητικὸν δὲ αἴτιον οὐ σωμάτων μόνον τῶν ἐν
τῆι γενέσει ἀλλὰ καὶ ἀσωμάτων τῶν τὴν γένεσιν συμπληρούντων σαφῶς παραδέδωκεν ὁ
Π. λέγων· ‘αἱδ ’ ἐπὶ... θηλυτέρωι ’. καὶ
ποιητικὸν αἴτιον ἐκεῖνος μὲν ἓν κοινὸν τὴν ἐν μέσωι πάντων ἱδρυμένην καὶ πάσης
γενέσεως αἰτίαν δαίμονα τίθησιν. poco dopo [B8.61], dopo aver parlato dei due
elementi, introduce la causa efficiente, dicendo così [vv. 1-3]. La causa efficiente non solo dei corpi
soggetti a generazione, ma anche degli incorporei che concorrono alla generazione,
Parmenide ha esposto chiaramente, dicendo [vv. 2-6] Egli pone la causa efficiente una e comune,
la dea che sta in mezzo al tutto ed è causa di ogni generazione ἐν δὲ μέσῳ
τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· πάντων γὰρ στυγεροῖο τόκου καὶ μίξιος ἄρχει 564
πέμπουσ΄ ἄρσενι θῆλυ μιγῆν τό τ΄ ἐναντίον αὖτις ἄρσεν θηλυτέρῳ in mezzo a
queste [corone] la Dea che tutte le cose governa. Di tutte le cose ella
sovrintende all'odioso parto e all’unione, spingendo l’elemento femminile a
unirsi al maschile, e, al contrario, il maschile al femminile (B12.3-6) τῶν δὲ
συμμιγῶν τὴν μεσαιτάτην ἁπάσαις < ἀρχήν > τε καὶ < αἰτίαν >
κινήσεως καὶ γενέσεως ὑπάρχειν, ἥντινα καὶ δαίμονα κυβερνῆτιν καὶ κληιδοῦχον ἐπονομάζει
Δίκην τε καὶ Ἀνάγκην Delle corone miste [di fuoco e oscurità], quella più
centrale è per tutte principio e causa di movimento e generazione: [Parmenide]
la indica anche come Divinità che governa e Giustizia che tiene le chiavi e
Necessità (Aëtius; DK 28 A37). Il neoplatonico Anatolio di Laodicea (III secolo
d.C.) offre un'ulteriore indicazione: πρὸς τούτοις ἔλεγον περὶ τὸ μέσον τῶν
τεσσάρων στοιχείων κεῖσθαί τινα ἑναδικὸν διάπυρον κύβον, οὗ τὴν μεσότητα τῆς
θέσεως καὶ Ὅμηρον εἰδέναι . ἐοίκασι δὲ κατά γε τοῦτο κατηκολουθηκέναι τοῖς
Πυθαγορικοῖς οἵ τε περὶ Ἐμπεδοκλέα καὶ Παρμενίδην καὶ σχεδὸν οἱ πλεῖστοι τῶν
πάλαι σοφῶν, φάμενοι τὴν μοναδικὴν φύσιν ἑστίας τρόπον ἐν μέσωι ἱδρῦσθαι καὶ διὰ
τὸ ἰσόρροπον φυλάσσειν τὴν αὐτὴν ἕδραν Oltre a queste cose [i Pitagorici]
sostenevano che nel mezzo dei quattro elementi sta un cubo unitario di fuoco,
la cui posizione centrale era nota anche a Omero . Sembra che abbiano in questo
seguito i Pitagorici i discepoli di Empedocle e Parmenide e per lo più i
[lett.: quasi la maggioranza dei] sapienti antichi, dal momento che affermano
che la natura monadica è posta al centro come focolare [Estia], e che conserva
la stessa sede in 565 forza dell'equiposizione [dell'equilibrio rispetto alla
perimetro del sistema] (DK 28 A44). Indubbiamente il cosmo parmenideo presenta
affinità con quello filolaico, quale possiamo ricostruire da frammenti e
testimonianze: ὁ κόσμος εἷς ἐστιν, ἤρξατο δὲ γίγνεσθαι ἀπὸ τοῦ μέσου καὶ ἀπὸ τοῦ
μέσου εἰς τὸ ἄνω διὰ τῶν αὐτῶν τοῖς κάτω. ἔστι < γὰρ > τὰ ἄνω τοῦ μέσου ὑπεναντίως
κείμενα τοῖς κάτω. τοῖς γὰρ κατωτάτω τὰ μέσα ἐστὶν ὥσπερ τὰ ἀνωτάτω καὶ τὰ ἄλλα
ὡσαύτως. πρὸς γὰρ τὸ μέσον κατὰ ταὐτά ἐστιν ἑκάτερα, ὅσα μὴ μετενήνεκται Il
cosmo è uno; iniziò a formarsi dal mezzo e dal mezzo verso l'alto, e attraverso
gli stessi passaggi verso il basso. Le cose che sono al di sopra del mezzo
giacciono in senso opposto a quelle che sono al di sotto. In effetti le cose
che sono in mezzo si trovano rispetto a quelle sotto come rispetto a quelle
sopra e le altre in modo simile: dal momento che rispetto al mezzo entrambe si
trovano nella stessa relazione, solo capovolte (DK 44 B17) Φ. πῦρ ἐν μέσωι περὶ
τὸ κέντρον ὅπερ ἑστίαν τοῦ παντὸς καλεῖ [B 7] καὶ Διὸς οἶκον καὶ μη τέραθεῶν
βωμόν τε καὶ συνοχὴν καὶ μέτρον φύσεως. καὶ πάλιν πῦρ ἕτερον ἀνωτάτω τὸ
περιέχον. πρῶτον δ’ εἶναι φύσει τὸ μέσον, περὶ δὲ τοῦτο δέκα σώματα θεῖα
χορεύειν, [οὐρανόν] < μετὰ τὴν τῶν ἀπλανῶν σφαῖραν > τοὺς ε πλανήτας,
μεθ’ οὓς ἥλιον, ὑφ’ ὧι σελήνην, ὑφ’ ἧι τὴν γῆν, ὑφ’ ἧι τὴν ἀντίχθονα, μεθ’ ἃ
σύμπαντα τὸ πῦρ ἑστίας περὶ τὰ κέντρα τάξιν ἐπέχον. τὸ μὲν οὖν ἀνωτάτω μέρος τοῦ
περιέχοντος, ἐν ὧι τὴν εἰλικρίνειαν εἶναι τῶν στοιχείων, ὄλυμπον καλεῖ, τὰ δὲ ὑπὸ
τὴν τοῦ ὀλύμπου φοράν, ἐν ὧι τοὺς πέντε πλανήτας μεθ’ ἡλίου καὶ σελήνης
τετάχθαι, κόσμον, τὸ δ’ ὑπὸ τούτοις ὑποσέληνόν τε καὶ περίγειον μέρος, ἐν ὧι τὰ
τῆς φιλομεταβόλου γενέσεως, 566 ο ὐ ρ α ν ό ν. καὶ περὶ μὲν τὰ τεταγμένα τῶν
μετεώρων γίνεσθαι τὴν σ ο φ ί α ν, περὶ δὲ τῶν γινομένων τὴν ἀταξίαν τὴν ἀ ρ ε
τ ή ν, τελείαν μὲν ἐκείνην ἀτελῆ δὲ ταύτην. Filolao definisce il fuoco in mezzo
attorno al centro focolare del tutto [dell'universo] e casa di Zeus e madre
degli dei, altare e vincolo e misura della natura; l'altro fuoco in alto invece
l'involucro. Sostiene che primo per natura sia quello in mezzo, intorno a cui
si muovono dieci corpi divini, primo il cielo delle stelle fisse, poi i cinque
pianeti, poi il Sole, quindi la Luna, poi la Terra, poi l'Antiterra; dopo
queste cose il fuoco del focolare, che risiede intorno al centro. Chiama la
parte più alta dell'involucro, in cui ritiene risieda la purezza degli
elementi, Olimpo; quella che porta sotto l'Olimpo, in cui sono collocati i 5
pianeti con il Sole e la Luna, cosmo; dopo queste, poi, la parte sublunare e
circumterrestre, entro cui sono le cose della generazione mutevole, cielo. E
intorno alla disposizione delle cose celesti verte la sapienza, intorno al
disordine delle cose in divenire verte la virtù: quella perfetta, questa
imperfetta (Aëtius; DK 44 A16). È probabile che alcuni particolari delle
concezioni pitagoriche siano stati utilizzati per ricostruire a posteriori il
quadro del cosmo parmenideo, sempre che quegli elementi non fossero sullo
sfondo della stessa elaborazione eleatica, almeno come tratti consolidati di
una tradizione. Aëtius (che si appoggia alla lezione di Teofrasto) riferisce
come anche Filolao definisse ὄλυμπος la parte più alta dell'involucro, in cui
ritiene risieda la purezza degli elementi, distribuendo poi gli astri in due
regioni κόσμος e οὐρανός compatibilmente con la rappresentazione parmenidea. La
citazione filolaica sottolinea la preoccupazione per la struttura sferica, che
potrebbe riflettersi nell’insistenza delle testimonianze sul modello arcaico
delle corone, probabilmente di matrice anassimandrea, in Parmenide: al
pensatore di Mileto punta anche l'argomento per la centralità della Terra,
precoce applicazione del principio di ragion sufficien- 567 te, impiegato da
Parmenide anche in sede ontologica, nella sezione sulla Verità (vv. B8.9 ss.):
Π., Δημόκριτος διὰ τὸ πανταχόθεν ἴσον ἀφεστῶσαν [τὴν γῆν] μένειν ἐπὶ τῆς ἰσορροπίας
οὐκ ἔχουσαν αἰτίαν δι’ ἣν δεῦρο μᾶλλον ἢ ἐκεῖσε ῥέψειεν ἄν· Parmenide e
Democrito sostengono che la Terra, essendo a uguale distanza da tutte le parti,
rimanga in equilibrio, non avendo causa per cui debba inclinare da una parte
piuttosto che dall'altra (Aëtius; DK 28 A44). L'accostamento alla posteriore
cosmologia (e cosmogonia) filolaica - in cui si depositava e sistemava
plausibilmente la primitiva lezione pitagorica - è utile, tuttavia, soprattutto
nella determinazione del ruolo cosmico della δαίμων parmenidea. Simplicio,
nelle due citazioni che costituiscono B12, sembra interessato a rilevare come
Parmenide postulasse nella sua fisica una potenza distinta dalla forma Fuoco
come causa efficiente (ποιητικὸν αἴτιον): la dea che governa tutte le cose».
Secondo Coxon24, il rilievo del commentatore sarebbe stato diretto contro il
modello interpretativo della doxa proposto da Alessandro sulla scorta di
Teofrasto, secondo il quale al Fuoco spettava il ruolo di ποιητικὸν αἴτιον e
alla terra (Notte) quello di ὕλη: καὶ ποιητικὸν αἴτιον ἐκεῖνος μὲν ἓν κοινὸν τὴν
ἐν μέσωι πάντων ἱδρυμένην καὶ πάσης γενέσεως αἰτίαν δ α ί μ ο ν α τίθησιν Egli
pone la causa efficiente una e comune, la dea che sta in mezzo al tutto ed è
causa di ogni generazione. D'altra parte in B12 leggiamo che: ἐν δὲ μέσῳ τούτων
δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ al centro di queste [corone] la Dea che tutte le cose
governa, 24 234. 568 e Aëtius sottolinea come: τῶν δὲ συμμιγῶν τὴν μεσαιτάτην ἁπάσαις
< ἀρχήν > τε καὶ < αἰτίαν > κινήσεως καὶ γενέσεως ὑπάρχειν, ἥντινα
καὶ δαίμονα κυβερνῆτιν καὶ κληιδοῦχον ἐπονομάζει Δίκην τε καὶ Ἀνάγκην Delle
corone miste [di fuoco e oscurità], quella più centrale è per tutte principio e
causa di movimento e generazione: [Parmenide] la indica anche come Divinità che
governa e Giustizia che tiene le chiavi e Necessità, mentre Plutarco, citando
B13, osserva: διὸ Π. μὲν ἀποφαίνει τὸν Ἔρωτα τῶν Ἀφροδίτη ς ἔργων πρεσβύτατον ἐν
τῆι κοσμογονίαι γράφων ‘πρώτιστον... πάντων’ perciò Parmenide mostra Eros come
la prima delle opere di Afrodite scrivendo nella cosmogonia [B13]». Le
testimonianze e i frammenti superstiti consentono di affermare che
effettivamente Parmenide attribuiva alla δαίμων una funzione cosmogonica (πάντων
γὰρ στυγεροῖο τόκου καὶ μίξιος ἄρχει, di tutte le cose ella sovrintende
all'odioso parto e all’unione» B12.4). Evidentemente aperta è invece la
questione della sua collocazione cosmologica e della sua identificazione. La
dislocazione cosmica della δαίμων L'indicazione di Plutarco è un punto di
partenza: oggi si è infatti convinti che Plutarco non solo avesse accesso a una
copia del poema di Parmenide, ma potesse attingere a una versione
attendibile25. Il passo propone di fatto l'identificazione della δαίμων con
Afrodite: Simplicio sottolinea come la dea sia causa efficiente 25 Su questo
punto è molto importante la messa a fuoco di Passa, op. cit 27- 28. 569 non
solo dei corpi soggetti a generazione, ma anche degli incorporei che concorrono
alla generazione» (ποιητικὸν δὲ αἴτιον οὐ σωμάτων μόνον τῶν ἐν τῆι γενέσει ἀλλὰ
καὶ ἀσωμάτων τῶν τὴν γένεσιν συμπληρούντων); Plutarco fa di Afrodite la
generatrice di Eros e dunque nomina la δαίμων. Ovviamente non possiamo
stabilire se l'identificazione fosse per lui scontata o solo una speculazione
ovvero riscontrata invece nel testo, ma la precisazione: nella cosmogonia» (ἐν
τῆι κοσμογονίαι) - sembra avvalorare l'ultima possibilità. In ogni caso, nella
misura in cui B12 assegna alla δαίμων il governo di tutto, B13 sembra suggerire
che ciò avvenga attraverso la generazione di Eros e il controllo
dell'accoppiamento26. D'altra parte, poiché la testimonianza di Aëtius colloca
la dea al centro degli anelli misti di Notte e Fuoco, assimilandola di fatto a
uno di essi, è possibile, incrociando le due testimonianze, ipotizzare che essa
coincidesse con un'entità astrale concreta, fonte fisica dell'influenza
cosmogonica, Afrodite appunto. Parmenide, il primo a identificare Eos (Ἕως
ovvero Fosforo/Φωσφόρος, la stella del mattino) e Espero (Ἕσπερον, la stella
della sera): Π. πρῶτον μὲν τάττει τὸν Ἑῶιον, τὸν αὐτὸν δὲ νομιζόμενον ὑπ’ αὐτοῦ
καὶ Ἕσπερον, ἐν τῶι αἰθέρι Parmenide per primo pone nell'etere Eos, considerato
da lui identico a Espero (DK 28 A40a), potrebbe aver dato per primo il nome di
Afrodite all'astro27. Contro questa identificazione e collocazione si pongono
le informazioni che giungono dal contesto delle citazioni di Simplicio, che
chiaramente parla a favore della centralità cosmica della δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ:
in effetti, l'espressione parmenidea - ἐν δὲ μέσῳ τούτων - con cui essa viene
introdotta, è ambigua, potendosi riferire sia al centro delle corone miste
(come appare più probabile nel contesto) sia al centro dell'universo. Difficile
pensare, tuttavia, che il commentatore, che certamente disponeva di una 26
Cerri 267-268. 27 . 570 copia del poema, potesse fraintenderne il testo su
questo punto; né la sua indicazione contraddice quella di Plutarco, il quale si
limita a identificare la δαίμων come Ἀφροδίτης. La testimonianza di Anatolio di
Laodicea è dello stesso tenore, marcando in particolare la continuità con le
cosmologie e cosmogonie pitagoriche: la natura monadica (τὴν μοναδικὴν φύσιν) è
posta da Parmenide (ed Empedocle) al centro (ἐν μέσωι) al modo di un focolare (ἑστίας
τρόπον). I riscontri delle citazioni di Filolao e delle relative testimonianze
confermano che nella tradizione pitagorica del V secolo il fuoco in mezzo
attorno al centro (πῦρ ἐν μέσωι περὶ τὸ κέντρον) coincideva con il divino focolare
del tutto (ἑστίαν τοῦ παντὸς), ovvero dimora di Zeus (Διὸς οἶκον) o madre degli
dei (μητέραθεῶν), connotazione che ritorna anche negli Inni orfici: [Ἑστία] ἣ
μέσον οἶκον ἔχεις πυρὸς ἀενάοιο Hestia
che hai dimora al centro del fuoco eterno (Orphica, Hymnii 84.1-2) ἐκ
σέο [Ἑστία] δ’ ἀθανάτων τε γένος θνητῶν τ’ ἐλοχεύθη, da te [Hestia] ebbe
nascita la stirpe degli immortali e dei mortali (Orphica, Hymnii 27.7)28, e che
ritroviamo nel contesto simpliciano della citazione di B13: ταύτην [δαίμων ἣ
πάντα κυϐερνᾷ] καὶ θεῶν αἰτίαν εἶναί φησι λέγων [B13] la [dea che tutto
governa] considera causa anche degli dei, affermando [B13]. La collocazione
della δαίμων al centro del sistema cosmico, le possibili convergenze con il
pitagorismo del V secolo sul motivo della Hestia divina, potrebbero avvalorare
il modello cosmologico 28 F. Ferrari, Il migliore dei mondi impossibili, cit. 104-5.
571 proposto da Diels, per cui il nucleo centrale dell'universo risulterebbe
una sfera di puro Fuoco, circondata dalla superficie terrestre (sfera di pura
Notte). Coxon29, rilevando le difficoltà implicite nelle testimonianze di
Aëtius e Simplicio, ha sostenuto, sulla scorta di Cicerone (A37), una diversa
soluzione circa natura e collocazione della divinità. Come abbiamo già riscontrato,
in Cicerone, infatti, la dea appare come una sfera di fuoco e di luce che
avvolge il cielo: coronae simile efficit (στεφάνην appellat), continentem
ardorum < et > lucis orbem qui cingit caelum, quem appellat deum immagina
una corona (egli la chiama στεφάνην), cioè una sfera di fuoco e di luce che
avvolge il cielo e che egli denomina dio; incrociando il dato cosmologico con
quello fornito da Aëtius: περιστάντος δ’ ἀνωτάτω πάντων τοῦ αἰθέρος ὑπ’ αὐτῶι τὸ
πυρῶδες ὑποταγῆναι τοῦθ’ ὅπερ κεκλήκαμεν οὐρανόν, ὑφ’ ὧι ἤδη τὰ περίγεια.
L'etere poi tutto avvolge dall'esterno [dalla posizione superiore] e al di
sotto di esso è posto proprio l'elemento igneo che abbiamo chiamato cielo
(Aëtius; DK 28 A37), si potrebbe concludere come abbiamo visto - che l'orbis
lucis (secondo Cicerone, indicata da Parmenide come dio), la corona ignea e
luminosa che abbraccia il cielo, coincida con l'αἰθήρ di Aëtius, che avvolge οὐρανόν.
Questa identificazione sarebbe compatibile sia con la tradizione peripatetica
(che attribuiva al fuoco il ruolo di principio efficiente), sia con i dati
relativi alla tradizione ionica: ἅπαντα γὰρ ἢ ἀρχὴ ἢ ἐξ ἀρχῆς, τοῦ δὲ ἀπείρου οὐκ
ἔστιν ἀρχή· εἴη γὰρ ἂν αὐτοῦ πέρας. ἔτι δὲ καὶ ἀγένητον καὶ ἄφθαρτον ὡς ἀρχή
τις οὖσα· τό τε γὰρ 29 Op. cit., pp.239 ss.. 572 γενόμενον ἀνάγκη τέλος λαβεῖν,
καὶ τελευτὴ πάσης ἐστὶ φθορᾶς. διὸ καθάπερ λέγομεν, οὐ ταύτης ἀρχή, ἀλλ’ αὕτη τῶν
ἄλλων εἶναι δοκεῖ καὶ περιέχειν ἅπαντα καὶ πάντα κυβερνᾶν, ὥς φασιν ὅσοι μὴ
ποιοῦσι παρὰ τὸ ἄπειρον ἄλλας αἰτίας οἶον νοῦν ἢ φιλίαν. καὶ τοῦτ’εἶναι τὸ θεῖον·
ἀθάνατον γὰρ καὶ ἀνώλεθρον, ὥς φησιν ὁ Ἀναξίμανδρος καὶ οἱ πλεῖστοι τῶν
φυσιολόγων Ogni cosa, in effetti, è o principio o [deriva] da principio;
dell'apeiron però non v'è principio, dal momento che vi sarebbe un limite di
esso [apeiron]. E ancora, esso è ingenerato e incorruttibile, in quanto è un
principio: è necessario, infatti, che ciò che è generato abbia una fine, e vi è
un termine finale di ogni corruzione. Proprio per questo motivo diciamo che di
esso [principio] non vi sia principio, ma che sembra essere esso stesso
principio di tutte le altre cose, e comprenderle [abbracciarle] tutte e tutte
governarle, come affermano quanti non pongono oltre all'infinito altre cause,
per esempio Intelligenza o Amore. E questo è il divino: è infatti senza morte e
senza distruzione, come sostengono Anassimandro e la maggioranza degli studiosi
della natura. (Aristotele; DK 12 A15) Ἀ. Εὐρυστράτου Μιλήσιος ἀρχὴν τῶν ὄντων ἀέρα
ἀπεφήνατο· ἐκ γὰρ τούτου πάντα γίγνεσθαι καὶ εἰς αὐτὸν πάλιν ἀναλύεσθαι. 'οἶον ἡ
ψυχή, φησίν, ἡ ἡμετέρα ἀὴρ οὖσα συγκρατεῖ ἡμᾶς, καὶ ὅλον τὸν κόσμον πνεῦμα καὶ ἀὴρ
περιέχει' (λέγεται δὲ συνωνύμως ἀὴρ καὶ πνεῦμα). Anassimene, figlio di
Euristrato, milesio, affermò che principio delle cose è l'aria: da essa tutto
si genera e in essa di nuovo si risolve. Dice: come la nostra anima, che è
aria, ci governa, così soffio e aria abbracciano l'interno universo (aria e
soffio sono utilizzati come sinonimi) (Aëtius; DK 13 B2) εἶναι γὰρ ἓν τὸ σοφόν,
ἐπίστασθαι γνώμην, ὁτέη ἐκυβέρνησε πάντα διὰ πάντων esiste una sola sapienza: riconoscere la
ragione, che governa tutto attraverso tutto (Diogene Laerzio; DK 22 B41) [λέγει
δὲ καὶ τοῦ κόσμου κρίσιν καὶ πάντων τῶν ἐν αὐτῶι διὰ πυρὸς γίνεσθαι λέγων οὕτως]
τὰ δὲ πάντα οἰακίζει Κεραυνός, τουτέστι κατευθύνει, κεραυνὸν τὸ πῦρ λέγων τὸ αἰώνιον.
λέγει δὲ καὶ φρόνιμον τοῦτο εἶναι τὸ πῦρ καὶ τῆς διοικήσεως τῶν [ὅλων αἴτιον]
[Eraclito sostiene anche che abbia luogo un giudizio sul mondo e su tutto ciò
che si trova in esso, attraverso il fuoco, in tal modo:] il fulmine dirige il
tutto, ossia il dio lo guida col fulmine, intendendo con fulmine il fuoco
eterno. Dice anche che questo fuoco è dotato di intelligenza, e che esso è
[causa] dell'ordinamento [dell'universo] (Ippolito; DK 22 B64). Le assonanze
espressive potrebbero avvalorare la convergenza parmenidea sulle posizioni di
coloro che, alle origini della speculazione cosmologica, avevano accennato alla
divinità della naturaprincipio (καὶ τοῦτ’εἶναι τὸ θεῖον), assegnandole anche un
compito direttivo sui processi cosmici: abbracciare e pilotare tutte le cose
(Anassimandro: περιέχειν ἅπαντα καὶ πάντα κυβερνᾶν), ovvero abbracciare
l'universo (Anassimene: ὅλον τὸν κόσμον περιέχει), in analogia con il controllo
dell'anima sulle nostre funzioni vitali (ἡ ψυχή συγκρατεῖ ἡμᾶς). In B12.4, in
effetti, ritroviamo il verbo ἄρχει, che, come vuole Coxon30, potrebbe alludere
direttamente ad Anassimandro (cui Teofrasto riconosce il merito di aver
introdotto il termine tecnico di ἀρχὴ). È tuttavia possibile che la parmenidea
δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ, da Plutarco identificata come Ἀφροδίτης, sia in realtà
solo l'espressione mitica della potenza generatrice cui alluderanno Empedocle e
Lucrezio, il quale - ci ricorda Ferrari31 - utilizzava espressioni analoghe a
quelle del filosofo greco (quae... rerum naturam sola gubernas, I.21). A
insistere per questa lettura è so- 30 Ivi 242. 31 Ferrari 106 nota. 574
prattutto Ruggiu32, per il quale la δαίμων sembra essere la personificazione
della stessa forza vivificatrice (mana) presente in tutte le cose: l'impulso
immanente alla generazione (B11.3-4 ὡρμήθησαν γίγνεσθαι). Nel senso di una
attribuzione ad Afrodite della forza demiurgica è orientato anche il
commentatore (IV secolo) della teogonia (V secolo) del papiro Derveni, e
conferme ulteriori si potrebbero cogliere nel riferimento alla nascita di Eros,
che potrebbe coinvolgere il complesso sfondo delle presunte teogonie orfiche,
documentate negli Uccelli (vv. 695-9) di Aristofane. La funzione
cosmo-teogonica della δαίμων B12 allude quindi chiaramente a un processo
cosmogonico e, in relazione a esso, al ruolo direttivo (κυϐερνᾷ, ἄρχει) della
δαίμων, la quale spinge all'unione (πέμπουσα μιγῆν)·di femminile (θῆλυ) e
maschile (ἄρσεν): ἐν δὲ μέσῳ τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· πάντων γὰρ στυγεροῖο
τόκου καὶ μίξιος ἄρχει πέμπουσ΄ ἄρσενι θῆλυ μιγῆν τό τ΄ ἐναντίον αὖτις ἄρσεν
θηλυτέρῳ in mezzo a queste [corone] la Dea che tutte le cose governa. Di tutte
le cose ella sovrintende all'odioso parto e all’unione, spingendo l’elemento
femminile a unirsi al maschile, e, al contrario, il maschile al femminile (B).
Un ruolo, come sappiamo, ben documentato nel linguaggio peripatetico di
Simplicio (contesto B12): 32 344. 575 μετ’ ὀλίγα δὲ πάλιν περὶ τῶν δυεῖν
στοιχείων εἰπὼν ἐπάγει καὶ τὸ ποιητικὸν λέγων οὕτως ‘αἱ γὰρ... κυβερνᾶι ’. καὶ
ποιητικὸν δὲ αἴτιον οὐ σωμάτων μόνον τῶν ἐν τῆι γενέσει ἀλλὰ καὶ ἀσωμάτων τῶν τὴν
γένεσιν συμπληρούντων σαφῶς παραδέδωκεν ὁ Π. λέγων· ‘αἱδ’ἐπὶ... θηλυτέρωι
’. καὶ ποιητικὸν αἴτιον ἐκεῖνος μὲν ἓν
κοινὸν τὴν ἐν μέσωι πάντων ἱδρυμένην καὶ πάσης γενέσεως αἰτίαν δ α ί μ ο ν α
τίθησιν. poco dopo [B8.61], dopo aver parlato dei due elementi, introduce la
causa efficiente, dicendo così [vv. 1-3].
La causa efficiente non solo dei corpi soggetti a generazione, ma anche
degli incorporei che concorrono alla generazione, Parmenide ha esposto
chiaramente, dicendo [vv. 2-6] Egli pone
la causa efficiente una e comune, la dea che sta in mezzo al tutto ed è causa
di ogni generazione, e connesso a una (probabilmente correlata) analoga
funzione teogonica: ταύτην καὶ θεῶν αἰτίαν εἶναί φησι λέγων ‘πρώτιστον...
πάντων ’ κτλ. καὶ τὰς ψυχὰς πέμπειν ποτὲ μὲν ἐκ τοῦ ἐμφανοῦς εἰς τὸ ἀειδές, ποτὲ
δὲ ἀνάπαλίν φησιν. sostiene che questa stessa [la dea] sia causa anche degli
dei, dicendo [B13], e sostiene che invia le anime talora dal visibile
all'invisibile, talora in senso opposto (Simplicio; contesto). L'indicazione di
Simplicio suggerisce una prossimità almeno tematica tra B12 e B13: πρώτιστον μὲν
Ἔρωτα θεῶν μητίσατο πάντων… Primo tra gli dei tutti ella concepì Amore,
confermata dalla testimonianza di Plutarco (contesto B): διὸ Π. μὲν ἀποφαίνει τὸν τῶν Ἀφροδίτης ἔργων
πρεσβύτατον ἐν τῆι κοσμογονίαι γράφων ‘πρώτιστον πάντων ’ perciò Parmenide
mostra Eros come la prima delle opere di Afrodite scrivendo nella cosmogonia
[B13]. Un'ulteriore cerniera tra i due frammenti si può cogliere nel contesto
della citazione aristotelica di B13 (Metafisica I, 4 984b23-7): ὑποπτεύσειε δ’ ἄν
τις Ἡσίοδον πρῶτον ζητῆσαι τὸ τοιοῦτον, κἂν εἴ τις ἄλλος ἔρωτα ἢ ἐπιθυμίαν ἐν
τοῖς οὖσιν ἔθηκεν ὡς ἀρχὴν οἷον καὶ Π.· οὗτος γὰρ κατασκευάζων τὴν τοῦ παντὸς
γένεσιν ‘πρώτιστον μέν, φησίν Ἔρωτα … πάντων’ Si potrebbe sospettare che Esiodo
per primo abbia ricercato una causa del genere, anche se qualcun altro pose
negli enti, come principio, amore o desiderio, per esempio Parmenide. Questi,
infatti, ricostruendo la genesi del tutto, affermò: [B13]. Ancora utile,
sebbene condizionata dall'esplicita liquidazione (e incomprensione) della
strategia parmenidea, è anche la testimonianza di Cicerone (DK 28 A37): nam P.
quidem commenticium quiddam: coronae simile efficit (στεφάνην appellat),
continentem ardorum < et > lucis orbem qui cingit caelum, quem appellat
deum; in quo neque figuram divinam neque sensum quisquam suspicari potest.
multaque eiusdem < modi > monstra: quippe qui B e l l u m, qui Discordiam,
qui Cupiditatem [B 13] ceteraque generis eiusdem ad deum revocat, quae vel
morbo vel somno vel oblivione vel vetustate delentur; eademque de sideribus,
quae reprehensa in alio iam in hoc omittantur Parmenide immagina qualcosa di
fittizio: una corona (egli la chiama στεφάνην), una sfera di fuoco e di luce
che avvolge il cielo e che egli chiama dio; in cui non si 577 può supporre ci
sia figura divina né sensibilità alcuna. Inoltre, indica moltre altre assurdità
di tale specie: riferisce infatti dio a Guerra, Discordia, Passione [B13] e
tutte le altre cose del genere, le quali sono distrutte o da malattia o dal
sonno o dall'oblio o dalla vecchiaia. Le medesime cose sono dette anche degli
astri: essendo già state criticate in altro luogo, possiamo ometterle in
questo. Quelli che abbiamo elencato sono i testi che complessivamente
autorizzano la speculazione sulla cosmo-teogonia parmenidea. Pochi gli elementi
sufficientemente certi: la testimonianza
di Simplicio che pone la funzione della δαίμων in relazione diretta con i due
elementi (περὶ τῶν δυεῖν στοιχείων) Fuoco e Notte insiste decisamente sulla
divinità come causa efficiente (ποιητικὸν αἴτιον) una e comune (ἓν κοινὸν),
origine di ogni generazione (γένεσις);
la sua causalità efficiente appare come impulso alla mescolanza
(πέμπουσα μιγῆν) dei due contrari: la divinità è causa comune in quanto,
attraverso la mescolanza delle δυνάμεις di Fuoco e Notte, rende possibile
quanto i mortali definiscono generazione e corruzione33; (iii) a nascita e
morte allude probabilmente Simplicio quando osserva che [la dea] invia le anime
talora dal visibile all'invisibile, talora in senso opposto (τὰς ψυχὰς πέμπειν
ποτὲ μὲν ἐκ τοῦ ἐμφανοῦς εἰς τὸ ἀειδές, ποτὲ δὲ ἀνάπαλίν); allo stesso fenomeno
si riferisce Parmenide in B12.4 con l'espressione: πάντων γὰρ στυγεροῖο τόκου
καὶ μίξιος ἄρχει di tutte le cose sovrintende al doloroso parto e all'unione.
Conche (tra gli altri) si è soffermato34 sull'uso di στυγερός (da στυγέω, avere
in orrore), che a suo credere rivelerebbe il pessimismo di fondo di Parmenide,
portato di una Stimmung riscontrata soprattutto nella poesia arcaica: un
pessimismo proiettato nel 33 Ivi 340. 34 225 ss.. suo caso, rispetto alla poesia, dalla
condizione umana al divenire nel suo complesso; (iv) la mescolanza (μῖξις) è
ulteriormente connotata come (o almeno accostata a) una forma di unione
sessuale: questo spiega probabilmente il ruolo di Eros. Simplicio, infatti,
introducendo B13, precisa che la δαίμων è anche causa degli dei (θεῶν αἰτία),
mentre Aristotele esplicitamente attribuisce al concepimento di Eros una
funzione cosmogonica (ricostruendo la genesi del tutto, κατασκευάζων τὴν τοῦ
παντὸς γένεσιν); (v) a dire di Cicerone, altre figure divine (Guerra, Discordia,
Passione) dovevano cooperare all'attività direttiva della δαίμων: evidente
l'analogia con le forze cosmogoniche di Empedocle (che, ribadiamo, potrebbe
essersi ispirato direttamente al modello parmenideo). In quella che Plutarco
chiama κοσμογονία, è possibile dunque che Parmenide impiegasse un doppio
registro: l'esposizione propriamente cosmogonica era accompagnata e intrecciata
a una versione immediatamente teogonica. Ciò è suggerito, da un lato, dall'uso,
in B11.3-4, della formula ebbero impulso a generarsi (ὡρμήθησαν γίγνεσθαι), che
sembra implicare una spinta immanente, dall'interno della natura stessa del
cosmo, dall'altro, dalla attribuzione aristotelica a Eros di una funzione
analoga. Secondo Ruggiu35 l'impulso (cosmogonico) a congiungersi e mescolarsi (e
quindi il processo di costituzione delle cose) sarebbe guidato dalla potenza
immanente, da quella forza vivificatrice denominata δαίμων (o forse Ἀφροδίτης),
di cui Eros (insieme alle altre divinità cui allude Cicerone) sarebbe
espressione teogonica e cosmogonica a un tempo, nella misura in cui l'unione
sessuale rientra tipicamente nelle forme di congiunzione\mescolamento,
essenziali, nello schema parmenideo che prevedeva due principi elementari di
base, per produrre generazione e corruzione. Sarebbe, insomma, in vista
dell'odioso parto e dell'unione che la dea avrebbe concepito (letteralmente
meditato, pensato) Eros36. Si può dunque osservare ulteriormente che: 35 340.
36 Coxon 242. 579 (vi) la δαίμων, di cui si sottolineano, con linguaggio
nautico (κυϐερνάω: pilotare, timonare), sia il ruolo di governo, sia l'azione
di dare inizio ai processi, sembra dominarli in ultima analisi attraverso il
pensiero (μητιάω: meditare, deliberare, ma anche concepire, inventare). A
dispetto del contesto e della tradizione teogonica evocata, il poeta
intenderebbe così rilevare un rapporto di pura filiazione concettuale37. 37
Cerri 273. I quattro frammenti sono propriamente delle schegge del testo del
poema (B14a, per altro, normalmente non considerato frammento autentico ma
imitazione aristotelica), di difficile contestualizzazione, e il cui valore è
discusso. È significativo, in particolare, il fatto che B14 e B15 siano citati
da Plutarco non per documentare il sistema astronomico di Parmenide, ma,
strumentalmente, per illustrare altre relazioni (B14) ovvero (B15) per le
implicazioni etiche (obbedienza volontaria a un superiore)1: οὐδὲ γὰρ ὁ πῦρ μὴ
λέγων εἶναι τὸν πεπυρωμένον σίδηρον ἢ τὴν σελήνην ἥλιον, ἀλλὰ κατὰ Παρμενίδην
[B14: νυκτιφαὲς περὶ γαῖαν ἀλώμενον ἀλλότριον φῶς] ἀναιρεῖ σιδήρου χρῆσιν ἢ
σελήνης φύσιν. nemmeno chi nega che il ferro incandescente sia fuoco o la Luna
Sole, ma come Parmenide: di notte splendente, vagando intorno alla Terra, luce
d'altri elimina l'uso del ferro o la natura della Luna. τῶν ἐν οὐρανῶι τοσούτων
τὸ πλῆθος ὄντων μόνη φωτὸς ἀλλοτρίου δεομένη περίεισι κατὰ Π. αἰεὶ παπταίνουσα
πρὸς αὐγὰς ἠελίοιο. Nell'abbondanza di tali entità nel cielo la sola [Luna] va
in giro bisognosa di luce altrui, secondo Parmenide....sempre rivolta verso i
raggi del sole. Nella tradizione è stato a essi attribuito sostanzialmente un
significato poetico e solo subordinatamente astronomico. Si è insistito sulla
costruzione ritmica2 ovvero sull'immaginario sentimentale cui ricorre Parmenide:
la Luna come donna innamorata rivolta a contemplare il proprio amante (il
Sole), illuminata dai suoi sguardi (raggi). Situazione e immagine che Empedocle
avrebbe poi puntualmente ripreso, come abbiamo segnalato in nota al testo. 1
Coxon 244-5. 2 Cerri 274. 581 Dai pochi versi si possono tuttavia ricavare
anche interessanti indicazioni cosmologiche:
la conferma della natura circolare del moto di rivoluzione della Luna
(vagante intorno alla Terra, περὶ γαῖαν ἀλώμενον); donde l'inferenza circa la probabile
sfericità della stessa, confermata dalle testimonianze teofrastee; (iii)
l'attestazione della relazione di dipendenza della luce lunare dalla luce
solare (ἀλλότριον φῶς). Su questo punto è necessario precisare che, attraverso
Aëtius, siamo informati della origine e composizione di Luna e Sole: Π. τὸν ἥλιον
καὶ τὴν σελήνην ἐκ τοῦ γαλαξίου κύκλου ἀποκριθῆναι, τὸν μὲν ἀπὸ τοῦ ἀραιοτέρου
μίγματος ὃ δὴ θερμόν, τὴν δὲ ἀπὸ τοῦ πυκνοτέρου ὅπερ ψυχρόν. Parmenide sostiene
che il Sole e la Luna si siano formati per distacco dal cerchio della Via
Lattea: il primo è costituito dalla mescolanza più rarefatta, che è calda;
l'altra dalla più densa, che è fredda (DK 28 A43) συμμιγῆ δ’ ἐξ ἀμφοῖν εἶναι τὴν
σελήνην, τοῦ τ’ ἀέρος καὶ τοῦ πυρός La luna è mescolanza di entrambi, di aria e
di fuoco (DK A) Π. πυρίνην [sc. εἶναι τὴν σελήνην]. Π. ἴσην τῶι ἡλίωι [sc. εἶναι
τὴν σελήνην]· καὶ γὰρ ἀπ’ αὐτοῦ φωτίζεται. Θαλῆς πρῶτος ἔφη ὑπὸ τοῦ ἡλίου
φωτίζεσθαι. Πυθαγόρας, Παρμ.... ὁμοίως Parmenide sostiene [che la Luna è] di
fuoco. Parmenide sostiene [che la Luna è] simile [per grandezza] al Sole: è in
effetti illuminata da esso. Talete per primo disse che [la Luna] è illuminata
dal Sole; analogamente Pitagora, Parmenide...... È la diversa commisurazione
degli elementi base, pur derivando Sole e Luna dalla stessa fascia celeste (la
Via Lattea), a produrre, nel caso della seconda, effetti fisici (fenomenici)
più deboli 582 rispetto a quelli del Sole (giustificandone così la dipendenza):
il pallore della Luna è connesso al fatto che il fuoco non riesce a renderla
calda e quindi neppure splendente3. 3 Conche 235-6. Frammento di
interpretazione estremamente controversa, B16 costituisce effettivamente una
sfida per il traduttore: accanto ai problemi di determinazione del testo
all'interno della tradizione manoscritta, troviamo nello specifico difficoltà
per quanto concerne la sua comprensione. In assenza del contesto immediato,
infatti, la costruzione sintattica non è del tutto perspicua e univoca, e le
possibili, diverse soluzioni producono per lo più significati diversi. Incerta
risulta anche la sua collocazione all'interno della struttura del poema.
Prevalente è l'orientamento di Diels, che considerò i versi come appartenenti
alla sezione sulla Doxa, ma non sono mancate - in passato e tra gli studiosi
contemporanei (Mourelatos, Robinson, Stemich, Ferrari) le proposte di
assegnarlo alla sezione sulla Verità, analogamente a B4: per gli uni il
frammento esprimerebbe una concezione soggettivistica del comune pensare umano,
costantemente condizionato dalla situazione fisiologica dell'individuo
pensante; per gli altri, invece, esso affermerebbe la stretta relazione tra
pensiero e realtà. L'esame del contesto delle citazioni può aiutare a
comprendere il senso dei versi parmenidei e a decidere del suo posizionamento
nell'opera. Il contesto peripatetico Abbiamo di B16 due citazioni integrali
peripatetiche - in Aristotele (Metafisica IV, 5 1009 b21) e Teofrasto (De sensu
3) e due parafrasi Alessandro di Afrodisia e Asclepio nei loro commenti al
testo aristotelico. Aristotele Aristotele cita il frammento all'interno di una
disamina critica delle dottrine relativistiche di stampo protagoreo (tutte le
opinioni sarebbero egualmente vere ed egualmente false), che lo Stagirita 584
fa derivare dalla combinazione di un assunto teorico di fondo e di due assunti
specifici. Per quanto riguarda il primo, lo scenario entro cui il filosofo
posiziona gli autori citati, egli osserva (a più riprese): ἡ περὶ τὰ φαινόμενα ἀλήθεια
ἐνίοις ἐκ τῶν αἰσθητῶν ἐλήλυθεν la verità circa le cose che appaiono ad alcuni
è derivata dalle cose sensibili (Metafisica IV, 5 1009 b1) αἴτιον δὲ τῆς δόξης
τούτοις ὅτι περὶ τῶν ὄντων μὲν τὴν ἀλήθειαν ἐσκόπουν, τὰ δ’ ὄντα ὑπέλαβον εἶναι
τὰ αἰσθητὰ μόνον causa di questa convinzione per costoro è che essi ricercavano
sì la verità intorno agli enti, ma supponendo che gli enti fossero solo quelli
sensibili (1010 a1-3). Il discorso aristotelico che coinvolge anche Parmenide
verte, dunque, in generale, su una ontologia "materialistica" e sulla
conoscenza associata all'esperienza sensibile. Le assunzioni specifiche
riguardano invece la sensazione (αἴσθησις): essa è intesa come pensiero (φρόνησις), ovvero processo di alterazione fisica (ἀλλοίωσις).
La citazione di B16 avviene appunto in questo contesto: ὅλως δὲ διὰ τὸ ὑπολαμβάνειν
φρόνησιν μὲν τὴν αἴσθησιν, ταύτην δ’ εἶναι ἀλλοίωσιν, τὸ φαινόμενον κατὰ τὴν αἴσθησιν
ἐξ ἀνάγκης ἀληθὲς εἶναί φασιν· ἐκ τούτων γὰρ καὶ Ἐμπεδοκλῆς καὶ Δημόκριτος καὶ
τῶν ἄλλων ὡς ἔπος εἰπεῖν ἕκαστος τοιαύταις δόξαις γεγένηνται ἔνοχοι. καὶ γὰρ Ἐμπεδοκλῆς
μεταβάλλοντας τὴν ἕξιν μεταβάλλειν φησὶ τὴν φρόνησιν· “πρὸς παρεὸν γὰρ μῆτις ἐναύξεται
ἀνθρώποισιν.” καὶ ἐν ἑτέροις δὲ λέγει ὅτι “ὅσσον < δ’ > ἀλλοῖοι μετέφυν,
τόσον ἄρ' σφισιν αἰεὶ | καὶ τὸ φρονεῖν ἀλλοῖα παρίστατο”. καὶ Παρμενίδης δὲ ἀποφαίνεται
τὸν αὐτὸν τρόπον·[B16] Generalmente,
poiché pensano che la sensazione sia pensiero e che sia una alterazione,
sostengono che ciò che appare secondo la sensazione di necessità sia vero. È
partendo in vero da queste considerazioni che Empedocle, Democrito e, per così
dire, ciascuno degli altri [naturalisti] si sono ritrovati soggetti a tali
opinioni. Empedocle, infatti, afferma che, mutando la condizione, muti il
pensiero: in relazione alla situazione presente, in vero, agli uomini cresce la
mente; e altrove dice che: per quanto mutano diventando diversi, di tanto
sempre a loro si presenta il pensare cose diverse. Anche Parmenide si esprime
nello stesso modo: [B]. È interessante notare come Aristotele interpreti
Empedocle: Empedocle, infatti, afferma che, mutando la condizione
(μεταβάλλοντας τὴν ἕξιν), muti il pensiero (μεταβάλλειν τὴν φρόνησιν), prima di
citarlo (due volte), facendo corrispondere ἕξις e φρόνησις, come, a suo dire,
Parmenide avrebbe fatto nei suoi versi: καὶ Παρμενίδης δὲ ἀποφαίνεται τὸν αὐτὸν
τρόπον anche Parmenide si esprime nello stesso modo. In effetti i primi due
versi del frammento parmenideo sono costruiti sulla connessione ὡς.... τὼς: ὡς
γὰρ ἑκάστοτ’ ἔχει 1 κρᾶσιν μελέων πολυπλάγκτων, τὼς νόος ἀνθρώποισι παρίσταται2
come, in effetti, di volta in volta, si ha temperamento di membra molto
vaganti, 1 È questa la forma verbale prevalente nei codici: nello stabilire il
testo abbiamo accolto tuttavia la lectio difficilior ἔχῃ (congiuntivo). 2 Nella
versione greca del frammento abbiamo accolto la versione παρέστηκεν dei codici
di Teofrasto. 586 così il pensiero si presenta agli uomini, così che la
citazione, nel contesto del discorso aristotelico, suggerisce di riscontrare la
correlazione precedente (ἕξιςφρόνησις): si è spinti, insomma a leggere
l'espressione ἔχει κρᾶσιν μελέων come corrispettivo di ἕξις, e νόος come
corrispettivo di φρόνησις. A ciò va aggiunto che la seconda citazione
empedoclea: ὅσσον < δ’ > ἀλλοῖοι μετέφυν, τόσον ἄρ' σφισιν αἰεὶ καὶ τὸ
φρονεῖν ἀλλοῖα παρίστατο per quanto mutano diventando diversi, di tanto sempre
a loro si presenta il pensare cose diverse, richiama, nella formulazione, a sua
volta i primi due versi parmenidei, in particolare per l'espressione νόος ἀνθρώποισι
παρίσταται, in cui il comune verbo παρίστημι è riferito in un caso a τὸ φρονεῖν
nell'altro a νόος. Indubbiamente, anche evitando il commento diretto,
Aristotele imponeva di fatto le coordinate di lettura di B. Al medesimo nodo
teorico, lo stesso Aristotele si richiama ancora in De Anima: Ἐπεὶ δὲ δύο
διαφοραῖς ὁρίζονται μάλιστα τὴν ψυχήν, κινήσει τε τῇ κατὰ τόπον καὶ τῷ νοεῖν καὶ
φρονεῖν καὶ αἰσθάνεσθαι, δοκεῖ δὲ καὶ τὸ νοεῖν καὶ τὸ φρονεῖν ὥσπερ αἰσθάνεσθαί
τι εἶναι (ἐν ἀμφοτέροις γὰρ τούτοις κρίνει τι ἡ ψυχὴ καὶ γνωρίζει τῶν ὄντων),
καὶ οἵ γε ἀρχαῖοι τὸ φρονεῖν καὶ τὸ αἰσθάνεσθαι ταὐτὸν εἶναί φασιν—ὥσπερ καὶ Ἐμπεδοκλῆς
εἴρηκε ‘πρὸς παρεὸν γὰρ μῆτις ἀέξεται ἀνθρώποισιν’ καὶ ἐν ἄλλοις ‘ὅθεν σφίσιν αἰεὶ
καὶ τὸ φρονεῖν ἀλλοῖα παρίσταται’, τὸ δ’ αὐτὸ τούτοις βούλεται καὶ τὸ Ὁμήρου
‘τοῖος γὰρ νόος ἐστίν’, πάντες γὰρ οὗτοι τὸ νοεῖν σωματικὸν ὥσπερ τὸ αἰσθάνεσθαι
ὑπολαμβάνουσιν, καὶ αἰσθάνεσθαί τε καὶ φρονεῖν τῷ ὁμοίῳ τὸ ὅμοιον, ὥσπερ καὶ ἐν
τοῖς κατ’ ἀρχὰς λόγοις διωρίσαμεν 587 L'anima è per lo più definita in base a
due elementi: il movimento locale e il pensare, il riflettere e il sentire.
Sembra che il pensare e il riflettere siano qualcosa come il sentire (in
entrambi i casi, infatti, l'anima discrimina e conosce qualcosa degli enti), e
del resto gli antichi sostengono che il pensare e il sentire siano la stessa
cosa. Così Empedocle affermò: in relazione alla situazione presente, in vero,
agli uomini cresce la mente; e altrove: per quanto mutano diventando diversi,
di tanto sempre a loro si presenta il pensare cose diverse. La stessa cosa
intende l'affermazione di Omero: tale è infatti la mente. Tutti costoro, in
effetti, sostengono che il pensare sia qualcosa di corporeo come il sentire, e che
sentire e pensare siano del simile attraverso il simile, come abbiamo detto
inizialmente nel nostro discorso (De Anima III, 3 427 a17-29). Benché non
evocato direttamente, Parmenide rimane coinvolto doppiamente: perché
l'equazione aristotelica tra pensare e percepire/sentire (τὸ φρονεῖν καὶ τὸ αἰσθάνεσθαι)
è genericamente rivolta agli antichi (οἵ ἀρχαῖοι), analogamente alla
connotazione conclusiva del pensare come qualcosa di corporeo come il sentire
(τὸ νοεῖν σωματικὸν ὥσπερ τὸ αἰσθάνεσθαι), attribuita a tutti costoro (πάντες οὗτοι,
cioè, ancora, gli antichi). Significativi il costante riferimento a Empedocle e
la citazione omerica (in Metafisica IV, 5 1009 b28-30 si evocava Iliade XXIII,
698), di cui molti studiosi ritrovano eco in B16: τοῖος γὰρ νόος ἐστὶν ἐπιχθονίων
ἀνθρώπων, οἷον ἐπ’ ἦμαρ ἄγῃσι πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε tale è il pensiero degli
uomini che vivono sulla terra, quale il giorno che manda il padre degli uomini
e degli dei (Odissea XVIII, 136-7). Il testo di Omero, in effetti, intende
marcare la costitutiva debolezza della comprensione umana e la sua totale
dipendenza dall'operare divino. Esso riflette un punto di vista che circolava
nella poesia arcaica: il νόος dell'uomo come ἀμήχανος (impotente) rispetto a
quello divino. Possiamo rintracciare lo stesso motivo in Archiloco (fr. Diehl),
Simonide (fr. 1.1-5) e Teognide (vv. 1171-4). Teofrasto Secondo Coxon3,
Teofrasto avrebbe avuto chiaramente presenti l'argomento e la citazione del
maestro, pur utilizzando il frammento per motivi diversi e ricavandolo da un
testo indipendente: non si comprenderebbe altrimenti su quali basi B16
troverebbe collocazione all'interno di una riflessione περὶ αἰσθήσεως (De
Sensu) e come potrebbe riferirsi al dibattito sull'origine della sensazione
(dal simile o dai contrari), se non appunto per la precedente (incrociata)
lettura aristotelica: περὶ δ’ αἰσθήσεως αἱ μὲν πολλαὶ καὶ καθόλου δόξαι δύ’ εἰσιν·
οἱ μὲν γὰρ τῶι ὁμοίωι ποιοῦσιν, οἱ δὲ τῶι ἐναντίωι. Π. μὲν καὶ Ἐμπεδοκλῆς καὶ
Πλάτων τῶι ὁμοίωι, οἱ δὲ περὶ Ἀναξαγόραν καὶ Ἡράκλειτον τῶι ἐναντίωι. Π. μὲν γὰρ ὅλως οὐδὲν ἀφώρικεν ἀλλὰ μόνον, ὅτι
δυοῖν ὄντοιν στοιχείοιν κατὰ τὸ ὑπερβάλλον ἐστὶν ἡ γνῶσις. ἐὰν γὰρ ὑπεραίρηι τὸ
θερμὸν ἢ τὸ ψυχρόν, ἄλλην γίνεσθαι τὴν διάνοιαν, βελτίω δὲ καὶ καθαρωτέραν τὴν
διὰ τὸ θερμόν· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ ταύτην δεῖσθαί τινος συμμετρίας· ‘ὡς γὰρ ἑκάστοτε,
φησίν, ἔ χ ε ι... ν ό η μ α ’ (B 16). τὸ γὰρ αἰσθάνεσθαι καὶ τὸ φρονεῖν ὡς ταὐτὸ
λέγει· διὸ καὶ τὴν μνήμην καὶ τὴν λήθην ἀπὸ τούτων γίνεσθαι διὰ τῆς κράσεως· ἂν
δ’ ἰσάζωσι τῆι μίξει, πότερον ἔσται φρονεῖν ἢ οὔ, καὶ τίς ἡ διάθεσις, οὐδὲν ἔτι
διώρικεν. ὅτι δὲ καὶ τῶι ἐναντίωι καθ’ αὑτὸ ποιεῖ τὴν αἴσθησιν, φανερὸν ἐν οἷς
φησι τὸν νεκρὸν φωτὸς μὲν καὶ θερμοῦ καὶ φωνῆς οὐκ αἰσθάνεσθαι διὰ τὴν ἔκλειψιν
τοῦ πυρός, ψυχροῦ δὲ καὶ σιωπῆς καὶ τῶν ἐναντίων αἰσθάνεσθαι. καὶ ὅλως δὲ πᾶν τὸ
ὂν ἔχειν τινὰ γνῶσιν. οὕτω μὲν οὖν αὐτὸς ἔοικεν ἀποτέμνεσθαι τῆι φάσει τὰ
συμβαίνοντα δυσχερῆ διὰ τὴν ὑπόληψιν. 3 247. 589 Riguardo alla sensazione le
opinioni più numerose e diffuse sono due: gli uni la fanno derivare dal simile,
gli altri dal contrario. Parmenide, Empedocle e Platone dal simile, i seguaci
di Anassagora e Eraclito dal contrario... Parmenide, in effetti, nell’insieme
non ha precisato alcunché, ma solo che, essendo due gli elementi, la conoscenza
si produce secondo l'elemento che prevale: qualora infatti prevalga il caldo o
il freddo, il pensiero cambia [diventa altro], ma migliore e più puro è
comunque quello secondo il caldo. Anche questo, tuttavia, richiede una certa
proporzione. [citazione B16]. Parla del percepire e del pensare come della
stessa cosa: perciò anche la memoria e l'oblio derivano da queste cose
attraverso la mescolanza. Non precisa ulteriormente invece circa l'eventualità
che gli elementi siano equivalenti nella mistione: se ci sarà pensiero o no, e
quale la sua costituzione. Che egli faccia dipendere la percezione anche dal
contrario in sé considerato [cioè dal freddo], è evidente laddove afferma che
il morto non percepisce né luce, né caldo, né suono, per la perdita del fuoco,
ma che percepisce freddo, silenzio e i contrari. Nel complesso sostiene che
tutto l'essere abbia una qualche capacità conoscitiva. Così, dunque, egli
sembra eliminare in apparenza le difficoltà che derivano dalla sua teoria. A
differenza della discussione aristotelica dei presunti presupposti ontologici
materialistici e del conseguente sensismo soggettivistico di marca protagorea,
il contesto teofrasteo è quello di un'analisi decisamente gnoseologica.
Dobbiamo tuttavia trattenerci dall'intendere il frammento in chiave di gnoseologia
generale4: né Aristotele né Teofrasto utilizzano i termini parmenidei νόος e
νόημα, limitandosi a correlare τὸ αἰσθάνεσθαι e τὸ φρονεῖν ovvero i derivati αἴσθησις
e φρόνησις. È possibile, dunque, che nessuno dei due intendesse realmente
attribuire a Parmenide la riduzione della conoscenza a percezione5, riferendosi
entrambi piuttosto alla sua teoria della conoscenza del mondo sensibile. 4
Cerri 277-8. 5 Coxon 251. 590 In ogni caso, Teofrasto introduce il riferimento
a Parmenide all'interno dell'esame delle due opinioni prevalenti (secondo lo
schema delle testimonianze aristoteliche che doveva già risultare
condizionante6 ): la prima novità rispetto all'indicazione del maestro,
infatti, interviene proprio su questo punto: περὶ δ’ αἰσθήσεως αἱ μὲν πολλαὶ καὶ
καθόλου δόξαι δύ’ εἰσιν· οἱ μὲν γὰρ τῶι ὁμοίωι ποιοῦσιν, οἱ δὲ τῶι ἐναντίωι. Π.
μὲν καὶ Ἐμπεδοκλῆς καὶ Πλάτων τῶι ὁμοίωι, οἱ δὲ περὶ Ἀναξαγόραν καὶ Ἡράκλειτον
τῶι ἐναντίωι Riguardo alla sensazione le opinioni più numerose e diffuse sono
due: gli uni la fanno derivare dal simile, gli altri dal contrario. Parmenide,
Empedocle e Platone dal simile, i seguaci di Anassagora e Eraclito dal
contrario. Parmenide viene classificato tra i sostenitori della derivazione
della percezione dall'azione del simile sul simile, sebbene all'inizio della
trattazione specifica Teofrasto segnali come: Π. μὲν γὰρ ὅλως οὐδὲν ἀφώρικεν
Parmenide, in effetti, nell’insieme non ha precisato alcunché . La seconda
novità della testimonianza teofrastea è che, immediatamente di seguito, essa
valorizza un particolare trascurato da Aristotele: ἀλλὰ μόνον, ὅτι δυοῖν ὄντοιν
στοιχείοιν κατὰ τὸ ὑπερβάλλον ἐστὶν ἡ γνῶσις ma solo che, essendo due gli
elementi, la conoscenza si produce secondo l'elemento che prevale. Si tratta
probabilmente di un riferimento proprio alla conclusione di B16: 6 Su questo B.
Cassin-M. Narcy, "Parménide sophiste. La citation aristotélicienne du fr. XVI",
in Études sur Parménide τὸ γὰρ πλέον ἐστὶ νόημα ciò che prevale, infatti, è il
pensiero. Dal punto di vista di Teofrasto è questa la peculiarità del
contributo parmenideo in campo conoscitivo: il principio della dipendenza del
pensiero dall'elemento che prevale nella mescolanza. Il terzo rilievo
interessante della testimonianza è quello conclusivo: καὶ ὅλως δὲ πᾶν τὸ ὂν ἔχειν
τινὰ γνῶσιν Nel complesso [sostiene] anche che tutto l'essere abbia una qualche
capacità conoscitiva. La convinzione espressa potrebbe discendere dai fondamenti
della "fisica" parmenidea: i due costitutivi "materiali"
(Fuoco e Notte) presenti in tutte le cose hanno proprietà (δυνάμεις) per cui
funzionano anche come principi di movimento e conoscenza. Possiamo così
riassumere le preziose informazioni teofrastee sulle concezioni gnoseologiche
di Parmenide: due sono gli elementi
coinvolti nella conoscenza (γνῶσις): il caldo (τὸ θερμὸν) e il freddo (τὸ
ψυχρόν); essa si produce con il
prevalere di uno dei due (κατὰ τὸ ὑπερβάλλον ἐστὶν ἡ γνῶσις): a seconda della preponderanza,
il pensiero cambia [diventa altro] (ἄλλην γίνεσθαι τὴν διάνοιαν); (iii) il
pensiero (διάνοια) qualitativamente migliore (βελτίω δὲ καὶ καθαρωτέραν) è
quello secondo il caldo (τὴν διὰ τὸ θερμόν); (iv) una certa proporzione [degli
elementi] è tuttavia sempre implicata (δεῖσθαί τινος συμμετρίας); (v) percepire
e pensare sono considerati la stessa cosa (τὸ αἰσθάνεσθαι καὶ τὸ φρονεῖν ὡς ταὐτὸ);
(vi) la percezione è del simile attraverso il simile (evidentemente Teofrasto
ha presente una parte del poema per noi perduta): ὅτι δὲ καὶ τῶι ἐναντίωι καθ’
αὑτὸ ποιεῖ τὴν αἴσθησιν, φανερὸν ἐν οἷς φησι τὸν νεκρὸν φωτὸς μὲν καὶ θερμοῦ καὶ
φωνῆς οὐκ αἰσθάνεσθαι διὰ τὴν 592 ἔκλειψιν τοῦ πυρός, ψυχροῦ δὲ καὶ σιωπῆς καὶ
τῶν ἐναντίων αἰσθάνεσθαι Che egli faccia dipendere la percezione anche dal
contrario in sé considerato [cioè dal freddo], è evidente laddove afferma che
il morto non percepisce né luce, né caldo, né suono, per la perdita del fuoco,
ma che percepisce freddo, silenzio e i contrari; (vii) tutta la realtà è dotata
di capacità di conoscere (καὶ ὅλως δὲ πᾶν τὸ ὂν ἔχειν τινὰ γνῶσιν): è chiaro
nel contesto, dove ripetutamente si accenna ai due elementi, che Teofrasto
riferisce questa asserzione agli enti sensibili, al mondo fisico. Al centro
dell'esposizione della dottrina parmenidea sono comunque i punti e (iii), che giustificano la citazione di
B16: Teofrasto ritrova evidentemente nel poema il rilievo esplicito
dell'incidenza della κρᾶσις μελέων sulla qualità del pensiero, ma solo sotto il
profilo della prevalenza di uno dei due elementi (στοιχεία), sottolineando
invece l'assenza in Parmenide di una perspicua considerazione degli effetti
dell'eventuale loro equilibrio. L'impressione è che il frammento parmenideo sia
impiegato non tanto per sostenere una prospettiva rigorosamente conoscitiva
(non per marcare la relazione tra il pensiero e il suo oggetto), quanto
piuttosto per rimarcare la relazione psico-fisica che vi è tematizzata7.
Ricostruzione dei 1-2a I primi due versi del frammento sono di interpretazione
relativamente più agevole rispetto agli ultimi due: nonostante le divergenze
nella ricostruzione sintattica, il senso generale non cambia di molto: ὡς γὰρ ἑκάστοτ’
ἔχῃ κρᾶσιν μελέων πολυπλάγκτων, 7 M. Marcinkowska-Rosół, Die Konzeption des
"Noein" bei Parmenides von Elea, De Gruyter, Berlin-New York 2010 181.
593 τὼς νόος ἀνθρώποισι παρέστηκεν Come, in effetti, di volta in volta, si ha
temperamento di membra molto vaganti, così il pensiero si presenta agli uomini.
Come abbiamo segnalato in nota al testo, esistono varie soluzioni per il
soggetto del primo verbo (ἔχῃ) e per il suo valore (transitivo, intransitivo).
Complessivamente, tuttavia, si conferma un'indicazione fondamentale: la
condizione mentale degli uomini è correlata alla loro situazione fisiologica.
Negli esseri umani in generale (ἀνθρώποισι), alle variazioni (ὡς ἑκάστοτ’ ἔχῃ)
dell'amalgama corporea (κρᾶσιν μελέων πολυπλάγκτων), corrisponde il
manifestarsi (τὼς παρέστηκεν) del pensiero (ovvero della mente, νόος). Come
abbiamo registrato, è quanto Aristotele rendeva con la correlazione ἕξις-φρόνησις.
Si tratta di una tesi di antropologia generale che trova indirettamente
conferma nella tradizione dossografica: δύο τε εἶναι στοιχεῖα, πῦρ καὶ γῆν, καὶ
τὸ μὲν δημιουργοῦ τάξιν ἔχειν, τὴν δὲ ὕλης. γένεσίν τε ἀνθρώπων ἐξ ἡλίου πρῶτον
γενέσθαι· αὐτὸν [?] δὲ ὑπάρχειν τὸ θερμὸν καὶ τὸ ψυχρόν, ἐξ ὧν τὰ πάντα
συνεστάναι. καὶ τὴν ψυχὴν καὶ τὸν νοῦν ταὐτὸν εἶναι, καθὰ μέμνηται καὶ
Θεόφραστος ἐν τοῖς Φυσικοῖς, πάντων σχεδὸν ἐκτιθέμενος τὰ δόγματα. Disse che
due sono gli elementi fuoco e terra e che l'uno ha funzione di artefice,
l'altro di materia. Disse che la generazione degli uomini deriva in primo luogo
dal Sole e che a quello [uomo] spettano come elementi il caldo e il freddo, da
cui tutte le cose sono costituite. Disse anche che l'anima e l'intelligenza
sono la stessa cosa, come ricorda anche Teofrasto nella sua Fisica, dove espone
le dottrine di quasi tutti [i filosofi] (Diogene Laerzio; DK 28A1). Parmenides
ex terra et igne [sc. animam esse]. Π. δὲ καὶ Ἵππασος πυρώδη. Π. ἐν ὅλωι τῶι
θώρακι τὸ ἡγεμονικόν. Π. καὶ Ἐμπεδοκλῆς καὶ Δημόκριτος 594 ταὐτὸν νοῦν καὶ
ψυχήν, καθ’ οὓς οὐδὲν ἂν εἴη ζῶιον ἄλογον κυρίως Parmenide dice che l'anima è
costituita di terra e fuoco (Macrobio; DK 28 A45) Parmenide e Ippaso dicono che
l'anima è ignea. Parmenide dice che in tutto il petto ha sede l'egemonico. Parmenide
ed Empedocle e Democrito dicono che l'intelligenza e l'anima sono la stessa
cosa; secondo loro nessun animale sarebbe completamente senza ragione (Aëtius;
DK 28 A45). Parmenide avrebbe ricondotto rigorosamente ai suoi principi (Fuoco
e Notte, ovvero Fuoco e Terra) la natura umana, attribuendo alla loro
interazione la stessa attività percettiva e conoscitiva. In particolare, la
scelta di κρᾶσις potrebbe rivelare la vicinanza di Parmenide alle scuole
mediche (il termine ritorna in Alcmeone ed Empedocle, nonché in Democrito):
l'idea trasmessa sarebbe quella del temperamento delle componenti in
un'amalgama coesa. Nel testo, comunque, il genitivo μελέων (πολυπλάγκτων) non
si riferirebbe (se non indirettamente) agli elementi, ma immediatamente alle
membra corporee, secondo il costume omerico di designare il complesso fisico
con il rinvio alle parti. L'Eleate pare dunque, in primo luogo, attento a
rilevare, nella relazione psicofisica, l'interdipendenza tra disciplina delle
membra e condizione della mente 8: in tal caso, il tradizionale motivo poetico
dell'instabilità ed eteronomia9 della comprensione umana risulterebbe
decisamente piegato all'esigenza di marcare non tanto una generica dipendenza
del pensiero (νόος) umano dalle circostanze esterne - come nella formula
omerica sopra ricordata (ed evocata anche da Aristotele in De Anima): τοῖος γὰρ
νόος ἐστὶν ἐπιχθονίων ἀνθρώπων, οἷον ἐπ’ ἦμαρ ἄγῃσι πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε
tale è il pensiero degli uomini che vivono sulla terra, 8 Su questo M. Stemich 139-142.
9 Riprendo l'espressione da Marcinkowska-Rosół 162. 595 quale il giorno che
manda il padre degli uomini e degli dei, quanto il suo condizionamento da parte
del mutevole equilibrio fisiologico corporeo10. L'attenzione di Parmenide
sembrerebbe allora, in secondo luogo, tesa a marcare proprio la mutevolezza,
l'instabilità della situazione psico-fisica, come rivelerebbe la scelta
dell'avverbio ἑκάστοτε (ogni volta, di volta in volta) e dell'aggettivo
composto πολυπλάγκτων (molto vaganti, dai molteplici movimenti, volubili). Nel
complesso, quindi, nella prospettiva antropologica adottata nei versi in esame,
non v'è dubbio che sia proposta una concezione del pensare come attività (e del
pensiero come prodotto: νόημα) che sopravviene (anche in questo caso la scelta
espressiva è indicativa: παρέστηκεν, si presenta) dall'esterno, dal
temperamento cangiante di membra che molto si agitano (μελέων πολυπλάγκτων), di
cui, insomma, il soggetto non sembra essere in controllo11. Ricostruzione dei 2b-4
Il frammento prosegue: τὸ γὰρ αὐτό ἔστιν ὅπερ φρονέει μελέων φύσις ἀνθρώποισιν
καὶ πᾶσιν καὶ παντί· τὸ γὰρ πλέον ἐστὶ νόημα perché è precisamente la stessa
cosa ciò che pensa negli uomini, la costituzione del [loro] corpo, in tutti e
in ciascuno: ciò che prevale, in vero, è il pensiero. 10 Ivi 176. 11 Ivi 162-3. Si tratta di uno dei passaggi più controversi
dell'intero poema sopravvissuto. Nella nostra ricostruzione sintattica del
testo greco, la Dea, riferendosi alla propria asserzione secondo cui la qualità
del pensiero dipende dal temperamento delle membra (vv. 1-2a), precisa dapprima
come ciò accada in virtù del fatto che ciò che pensa negli uomini (ὅπερ φρονέει
ἀνθρώποισιν) coincide (τὸ αὐτό ἔστιν) con la costituzione del loro corpo
(μελέων φύσις). La soluzione interpretativa seguita nella traduzione è, nella
sostanza, quella proposta originariamente da Diels (1897), che appare, rispetto
all'insieme del frammento, la più equilibrata, a dispetto del limite denunciato
nella tradizione critica (Fränkel, Hölscher): la costruzione richiesta, con
μελέων φύσις come apposizione (con valore esplicativo12), risulta un po'
artificiosa13. A questo chiarimento la Dea fa seguire una puntualizzazione: il
pensiero (νόημα, qui da intendere come contenuto di pensiero) coincide con ciò
che prevale (τὸ πλέον). Il senso è chiarito nella testimonianza teofrastea,
come abbiamo avuto modo di registrare: ὅτι δυοῖν ὄντοιν στοιχείοιν κατὰ τὸ ὑπερβάλλον
ἐστὶν ἡ γνῶσις essendo due gli elementi,
la conoscenza si produce secondo l'elemento che prevale. Il lessico di
Teofrasto è lessico di "conoscenza" (γνῶσις); quello del frammento
appare piuttosto lessico di "pensiero" (νόος, νόημα): in assenza del
contesto, è la determinazione del pensiero attraverso gli equilibri fisiologici
che sembra posta al centro dell'attenzione. La Dea, secondo costume (Omero,
Archiloco), informa il κοῦρος, destinatario diretto della comunicazione, circa
l'inevitabile condizionamento del pensiero umano: in altre parole, all'interno
della complessiva illustrazione della realtà cosmica e 12 Come spiegano nel
loro contributo B. Cassin e M. Narcy (p. 290). 13 Per una aggiornata disamina
della discussione critica in merito alle possibili soluzioni nella traduzione
si veda ora Marcinkowska-Rosół dei suoi
processi di formazione, ella inserisce un resoconto dei meccanismi fisiologici
alla base delle attività spirituali. In realtà, la sua è una modalità
didascalica per mettere in guardia la propria audience. Soprattutto se
consideriamo che, a differenza di quel che accadeva nella rappresentazione
omerica che teneva unite dimensione corporea e dimensione spirituale, il
ricorrente impiego di νόος, νόημα, νοεῖν (B) suggerisce, nel caso di Parmenide,
una consapevole distinzione delle nozioni di corpo (μέλεα) e spirito/pensiero
(νόος) e la conseguente valutazione delle loro implicazioni reciproche. Il κοῦρος
è stato invitato a: sottrarsi al giogo
della assuefazione empirica: μηδέ σ΄ ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω νωμᾶν
ἄσκοπον ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν καὶ γλῶσσαν né abitudine alle molte esperienze
su questa strada ti faccia violenza a dirigere l’occhio che non vede e
l’orecchio risonante e la lingua (B),
tenersi lontano dalla strada per lo più battuta dai mortali: una strada
che disorienta, ottundendo i loro sensi e la loro comprensione della realtà: ἀπὸ
τῆς, ἣν δὴ βροτοὶ εἰδότες οὐδέν < πλάσσονται >, δίκρανοι· ἀμηχανίη γὰρ ἐν
αὐτῶν στήθεσιν ἰθύνει πλακτὸν νόον· οἱ δὲ φοροῦνται. κωφοὶ ὁμῶς τυφλοί τε,
τεθηπότες, ἄκριτα φῦλα da quella [via di ricerca] che appunto mortali che nulla
sanno, uomini a due teste: impotenza davvero nei loro petti guida la mente
errante. Essi sono trascinati, a un tempo sordi e ciechi, sgomenti, schiere
scriteriate (B6.4-5a), (iii) imparare
attivamente, giudicando criticamente la comunicazione della Dea: κρῖναι δὲ λόγῳ
πολύδηριν ἔλεγχον Giudica invece con il ragionamento la prova polemica (B7.5b),
(iv) riflettere sulla specifica capacità di attualizzazione del pensiero: λεῦσσε
δ΄ ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως Considera come cose assenti siano comunque
al pensiero saldamente presenti (B4.1), (v) e sulla effettiva natura del suo
oggetto: τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι La stessa cosa, infatti, è
pensare ed essere (B3). In B16, infine, la Dea esplicitamente ricorda come il
prodursi del pensiero sia da inquadrare all'interno di un'ineludibile cornice
psico-fisica: averne cognizione e coscienza comporta, in prospettiva, potersene
avvantaggiare, garantendo al pensiero le condizioni ideali14. Potrebbe allora
non essere casuale la relazione lessicale tra mente errante (πλακτὸν νόον,
B6.5b-6a): ἀμηχανίη γὰρ ἐν αὐτῶν στήθεσιν ἰθύνει πλακτὸν νόον impotenza davvero
nei loro petti guida la mente errante, e membra molto vaganti (μελέων
πολυπλάγκτων, B16): ὡς γὰρ ἑκάστοτ’ ἔχῃ κρᾶσιν μελέων πολυπλάγκτων, τὼς νόος ἀνθρώποισι
παρέστηκεν come, in effetti, di volta in volta, si ha temperamento di membra
molto vaganti, 14 Così la Stemich così il pensiero si presenta agli uomini.
Forse proprio il disordine e l'agitazione del corpo, espressi da πολυπλάγκτα
μέλεα, possono spiegare la confusione che domina il pensiero dei mortali. Per
converso, possiamo ipotizzare che ai segni di stabilità e compattezza del νόημα
ἀμφὶς ἀληθείης (B8) dovesse corrispondere il miglior temperamento degli
elementi corporei: nella testimonianza teofrastea il pensiero secondo il caldo
(διάνοια διὰ τὸ θερμόν). Forse l'illustrazione dei meccanismi fisiologici
condizionanti aveva (direttamente o indirettamente) la specifica funzione di
guidare il kouros a una loro corretta gestione: difficile, infatti, immaginare
che il νόημα ἀμφὶς ἀληθείης potesse essere affidato a un accidentale equilibrio
psico-fisico, su cui il destinatario non avesse opportunità di controllo15.
Queste supposizioni assumono maggiore consistenza se accettiamo i riscontri
giunti dalla ricerca archeologica16, i quali, dopo i ritrovamenti dell'ultimo
mezzo secolo, fanno intravedere la possibilità che la scuola eleatica fosse
qualcosa di molto diverso da un cenacolo di filosofi razionalisti17:
probabilmente un sodalizio consacrato ad Apollo Οὔλιος (guaritore, risanatore),
dunque una scuola di medicina, istituita forse dallo stesso Parmenide, il quale
è evocato in un’iscrizione recuperata a Velia (l'odierno sito dell'antica Elea)
come Πα[ρ]μενείδης Πύρητος Οὐλιάδης φυσικός (Parmenide, figlio di Pyres, medico
di Apollo Guaritore). Altre iscrizioni recuperate nello stesso luogo confermano
l'esistenza di una tradizione locale di guaritori - apostrofati come Οὖλις ἰατρός
φώλαρχος, letteralmente risanatore medico signore della caverna -, che
onoravano un Οὐλιάδης ἰατρόμαντις, un medico- 15 A meno di non interpretare il
discorso della Doxa, come si è fatto tradizionalmente, come una messa in
guardia nei confronti di una elaborazione segnata strutturalmente dall'illusione
e dall'inganno: abbiamo visto, però, che ci sono motivi per credere che non
fosse questa l'intenzione del pensatore di Elea. 16 In precedenza richiamati
nel commento al proemio. Passa 17. 600
indovino sacerdote di Apollo, da identificare probabilmente con lo stesso
Parmenide. È possibile, dunque, che egli praticasse un'arte che si collocava
tra medicina e mantica vera e propria, ricorrendo al φωλεύειν, cioè a una sorta
di "incubazione", analoga alla letargia invernale dell'animale nella
tana (φωλεός). Non dovrebbe allora sorprendere il rilievo circa la relazione
psico-fisica all'interno della esposizione della Doxa. Il medico-indovino, in
effetti, diagnosticava il male in uno stato di trance, decifrando segni e
ricavandone indicazioni terapeutiche idonee19. Nel caso dell'incubazione,
l'esperienza avveniva, dopo una adeguata preparazione cultuale, rimanendo
immobili in assoluto silenzio, in un luogo consacrato, inaccessibile ai
profani: il sonno avrebbe portato con sé il manifestarsi del dio in sogni e visioni,
che lo iatromantis poteva interpretare. Parmenide potrebbe aver suggerito al
kouros una trasformazione della condizione psicofisica, così da garantire,
attraverso il suo controllo, la perfetta amalgama dei dati percettivi, la loro
omogenea fusione nel pensare corretto.
Per queste notizie Kingsley, In the Dark Places of Wisdom;
Gemelli-Marciano, Die Vorsokratiker, cit., II 42 ss.; Ferrari, Il migliore dei
mondi impossibili Kingsley . MASCHI E FEMMINE [B17 E B18] I due frammenti
(B18 può essere solo impropriamente definito tale) trattano della
differenziazione dei sessi (B) e della trasmissione dei caratteri sessuali
(somatici e psichici), delineando un abbozzo di spiegazione embriogenetica. Non
a caso sono il risultato di citazioni scientifiche: a Galeno dobbiamo quella di
B17, che doveva corroborare la sua opinione circa l'originaria formazione del
feto maschile: τὸ μέντοι ἄρρεν ἐν τῶι δεξιῶι μέρει τῆς μήτρας κυΐσκεσθαι καὶ ἄλλοι
τῶν παλαιοτάτων ἀνδρῶν εἰρήκασιν. ὁ μὲν γὰρ Π. οὕτως ἔφη Molti altri tra gli
antichi affermarono che il maschio sia concepito nella parte destra dell'utero.
Parmenide in effetti dice [B]. Proprio l'intenzione di confermare le proprie
convinzioni biologiche e l'assenza di indicazioni che attestino il rimando
diretto al poema hanno fatto avanzare dubbi sull'attendibilità di quella che
rimane comunque una "scheggia" testuale1. A Celio Aureliano (V
secolo?), traduttore di opere della tradizione medica greca - in particolare,
nel caso specifico, delle due parti del monumentale Περὶ ὀξέων καὶ χρονίων παθῶν
(Sulle malattie acute e croniche) di Sorano di Efeso - dobbiamo invece la
parafrasi in versi che Diels-Kranz hanno classificato come B18. La citazione è
proposta nel seguente contesto: Parmenides libris quos de natura scripsit,
eventu inquit conceptionis molles aliquando seu subactos homines generari.
cuius quia graecum est epigramma, et hoc versibus intimabo. latinos enim ut
potui simili modo composui, ne linguarum ratio misceretur. ‘femina... sexum ’.
Parmenide, nei libri Sulla natura, afferma che, secondo le modalità di
concezione, si generano talvolta 1 Conche 258. 602 uomini molli e sottomessi.
Dal momento che il suo testo greco è in versi, lo proporrò io pure in versi: ho
composto, infatti, versi latini di tenore analogo, per quanto mi è stato
possibile, per non confondere il carattere specifico delle due lingue. [B18].
Celio Aureliano mette dunque sull'avviso: la sua non è citazione letterale, ma
traduzione-rielaborazione2, sebbene, come ha osservato Coxon3, la facilità con
cui si possono volgere in greco i suoi versi latini attesta la loro fedeltà al
greco (come segnalato dalla precisazione: ut potui simili modi). Per mettere a
fuoco il nodo cui i passaggi del poema evocati dalle citazioni si riferivano,
sono essenziali le testimonianze di Aëtius e Censorino: Ἀναξαγόρας, Π. τὰ μὲν ἐκ
τῶν δεξιῶν [sc. Σπέρματα] καταβάλλεσθαι εἰς τὰ δεξιὰ μέρη τῆς μήτρας, τὰ δ’ ἐκ
τῶν ἀριστερῶν εἰς τὰ ἀριστερά. εἰ δ’ ἐναλλαγείη τὰ τῆς καταβολῆς, γίνεσθαι
θήλεα igitur semen unde exeat inter sapientiae professores non constat. P. enim
tum ex dextris tum e laevis partibus oriri putavit Anassagora e Parmenide
sostengono che i semi della parte destra sono gettati nella parte destra
dell'utero, quelli della sinistra nella parte sinistra. Se la fecondazione è
invertita, si generano femmine. Tra i cultori della sapienza non vi è certezza
circa la provenienza del seme [lett.: da dove esca il seme]. Parmenide,
infatti, credeva che provenisse ora dalla parte destra, ora dalla parte
sinistra (DK A53). Evidentemente Parmenide prendeva posizione nel confronto
scientifico circa natura e meccanismi del concepimento, e loro effetti sul
sesso dell'embrione. In particolare, la testimonianza di Aëtius interviene a
integrare e correggere l'indicazione di Galeno. Questi richiama Parmenide come
uno dei primi sostenitori della 2 Cerri . 3 253 603 tesi secondo cui il maschio
sarebbe concepito nel lato destro dell'utero: tesi attribuita da Aristotele (De
generatione animalium IV, 1 763 b30 ss.) ad Anassagora e altri fisiologi (ἕτεροι
τῶν φυσιολόγων): φασὶ γὰρ οἱ μὲν ἐν τοῖς σπέρμασιν εἶναι ταύτην τὴν ἐναντίωσιν
εὐθύς, οἷον Ἀναξαγόρας καὶ ἕτεροι τῶν φυσιολόγων· γίγνεσθαί τε γὰρ ἐκ τοῦ ἄρρενος
τὸ σπέρμα, τὸ δὲ θῆλυ παρέχειν τὸν τόπον, καὶ εἶναι τὸ μὲν ἄρρεν ἐκ τῶν δεξιῶν
τὸ δὲ θῆλυ ἐκ τῶν ἀριστερῶν, καὶ τῆς ὑστέρας τὰ μὲν ἄρρενα ἐν τοῖς δεξιοῖς εἶναι
τὰ δὲ θήλεα ἐν τοῖς ἀριστεροῖς Alcuni sostengono che tale opposizione si trovi
già in origine nei semi, come Anassagora e altri fisiologi. Il seme, infatti,
origina dal maschio, la femmina invece fornisce il luogo; e il maschio viene da
destra, la femmina da sinistra, e i maschi si formano nelle parti destre
dell'utero, le femmine nelle parti sinistre, e associata a quella secondo cui
il carattere sessuale preesiste nel seme (fornito esclusivamente dal genitore
maschio) al concepimento: il seme che trasmette carattere maschile proviene
dalla parte destra, quello che trasmette carattere femminile dalla sinistra.
Integrando Galeno, si può fondatamente avanzare l'ipotesi che Parmenide facesse
derivare i maschi e le femmine rispettivamente dalla parte destra e dalla parte
sinistra dei genitali maschili e femminili. La versione latina di Celio
Aureliano aiuta in particolare a chiarire la posizione di Parmenide circa il
contributo al concepimento: Femina virque simul Veneris cum germina miscent,
Venis informans diverso ex sanguine virtus Temperiem servans bene condita
corpora fingit. Quando femmina e maschio mescolano insieme i semi di Venere, la
potenza formatrice nelle vene, che [deriva] da sangue opposto, 604 conservando
la giusta misura plasma corpi ben fatti (B18.1-3). Il testo (di tenore
parmenideo4 ) offre, in effetti, alcune informazioni importanti: i semi originano dal sangue (maschile e
femminile); esistono quindi due
tipologie di semi, rispettivamente maschile e femminile: essi sono opposti come
il sangue da cui provengono5 (da sangue opposto, diverso ex sanguine); (iii) i
due semi, maschile e femminile, cooperano nella riproduzione. Incrociando
queste informazioni con i riferimenti delle testimonianze e dei contesti delle
citazioni, possiamo così ricostruire la probabile posizione parmenidea sulla
relazione genetica dei figli ai genitori6: entrambi i semi delle parti
(genitali) destre generano maschi simili ai padri; entrambi i semi delle parti
sinistre generano femmine simili alle madri; negli altri due casi (semi delle
parti sinistra e destra, maschile e femminile), maschi simili alle madri o
femmine simili ai padri. Parmenide probabilmente riteneva che dalla corretta
mescolanza di seme maschile e seme femminile dovesse scaturire un'equilibrata
costituzione psico-fisica: le due tipologie di seme, infatti, conferivano
specifiche proprietà (virtutes, δυνάμεις), che, mescolandosi i semi, erano
destinate a combinarsi in un'unica potenza formatrice (informans virtus). È
quanto si ricava dal rilievo in negativo che chiude B18: Nam si virtutes
permixto semine pugnent Nec faciant unam permixto in corpore, dirae Nascentem
gemino vexabunt semine sexum. Se, infatti, una volta mescolato il seme, le
forze confliggono e non diventano un'unica potenza nel corpo prodotto dalla
mescolanza, malefiche 4 Conche 262. 5 . 6 Coxon 253. 605 affliggeranno il sesso
nascente con il [loro] duplice seme (B18.4-6), e dal commento di Celio
Aureliano alla sua citazione: vult enim seminum praeter materias esse virtutes,
quae si se ita miscuerint, ut eiusdem corporis faciant unam, congruam sexui
generent voluntatem; si autem permixto semine corporeo virtutes separatae
permanserint, utriusque veneris natos adpetentia sequatur Pretende infatti che
i semi abbiano, oltre a materia, anche virtù formatrici (virtutes), le quali se
si mescolano così da produrre dello stesso corpo una sola virtù, generano
carattere (voluntatem) conforme al sesso; nel caso in cui, invece, una volta
mescolato il seme corporeo, le virtù siano rimaste separate, deriva ai nati
desiderio di entrambi i tipi di amore. Se la misura nella opposizione dei semi
fosse stata rispettata (temperiem servans) nella loro mescolanza (permixto
semine), si sarebbe realizzata complementarità nelle loro proprietà, garantendo
così un'unione equilibrata e armoniosa (unam permixto in corpore). In caso
contrario la disarmonia si sarebbe instaurata nei corpi, producendo disagio
sessuale e psichico7: lo sviluppo coerente della personalità sessuale (congruam
sexui voluntatem) era funzione dell'armonia dei contrari nella costituzione
dell'essere umano. Le presunte tesi biologiche di Parmenide presentano
certamente affinità con quanto attestato del pensiero del contemporaneo
Alcmeone, nella tradizione dossografica proposto come discepolo di Pitagora
(Diogene Laerzio; 24 DK A1). Nel frammento B4 del suo Περὶ φύσεως leggiamo
infatti: Ἀ. τῆς μὲν ὑγιείας εἶναι συνεκτικὴν τὴν ἰ σονομίαν τῶν δυνάμεων, ὑγροῦ,
ξηροῦ, ψυχροῦ, θερμοῦ, πικροῦ, γλυκέος καὶ τῶν λοιπῶν, τὴν δ’ ἐν αὐτοῖς
μοναρχίαν νόσου ποιητικήν· φθοροποιὸν γὰρ 7 Ivi 254. 606 ἑκατέρου μοναρχίαν. .
τὴν δὲ ὑγείαν τὴν σύμμετρον τῶν ποιῶν κρᾶσιν Ciò che mantiene la salute,
afferma Alcmeone, è l'equilibrio di forze: umido, secco, freddo caldo, amaro,
dolce e così via; la supremazia di una di esse, invece, è foriera di malattia:
micidiale è, in effetti, il predominio di ognuno degli opposti. La salute, invece, è mescolanza misurata
delle qualità. Sono evidenti le consonanze lessicali (δυνάμεις, κρᾶσις) ed è
probabile l'accordo sulla tesi fondamentale di Alcmeone: che la salute del
corpo sia funzione della isonomia degli elementi contrari, e la malattia
espressione di uno squilibrio. Le testimonianze accentuano le convergenze anche
nello specifico: ex quo parente seminis amplius fuit, eius sexum repraesentari
dixit A. Alcmeone afferma che il feto ha il sesso di quello, tra i genitori, il
cui seme è stato più abbondante (Censorino; DK 24 A14). Alcmeone condivideva
con Parmenide la convinzione che entrambi i genitori contribuissero con semina
(σπέρματα) al concepimento, pur avendo sull'origine dello sperma un'opinione
diversa: Ἀ. ἐγκεφάλου μέρος (sc. εἶναι τὸ σπέρμα) Alcmeone sosteneva che [il
seme fosse] parte del cervello (Aëtius; DK 24 A13). Mentre Coxon8 nota in
questo senso come Parmenide seguisse Alcmeone, Ruggiu9 tende a rovesciare la
relazione, convinto che nello specifico l'influenza sia stata esercitata da
Parmenide su Alcmeone. La questione è in effetti complessa. È probabile che Alcmeone
ricavasse le proprie opposizioni (umido-secco, freddo-caldo, amaro-dolce ecc.)
dalla più antica 8 252. 9 366. 607 tradizione ionica, la stessa che dovette
ispirare le tavole pitagoriche, ma anche il modello parmenideo: l'orizzonte
fisico appare ancora quello delle origini e non va dimenticato che le
osservazioni biologiche di Parmenide sono inquadrate all'interno di una
complessiva interpretazione del mondo naturale in chiave oppositiva
(Fuoco-Notte). Il primo riferimento all'unione sessuale e alla riproduzione che
abbiamo registrato nell'analisi dei frammenti (B12) le introduceva direttamente
in chiave cosmica: ἐν δὲ μέσῳ τούτων δαίμων ἣ πάντα κυϐερνᾷ· πάντων γὰρ στυγεροῖο
τόκου καὶ μίξιος ἄρχει πέμπουσ΄ ἄρσενι θῆλυ μιγῆν τό τ΄ ἐναντίον αὖτις ἄρσεν
θηλυτέρῳ. in mezzo a queste la Dea che tutte le cose governa. Di tutte le cose
ella sovrintende all'odioso parto e all’unione, spingendo l’elemento femminile
a unirsi al maschile, e, al contrario, il maschile al femminile (B12.3-6). È
possibile, come abbiamo in precedenza argomentato, che Parmenide abbia
effettivamente elaborato il proprio sistema (διάκοσμος) misurandosi con le
proposte pitagoriche proprio sul terreno decisivo della cosmogonia e
cosmologia; probabile che ciò sia avvenuto comunque tenendo ben presenti le
soluzioni ioniche. Dal momento che le testimonianze, soprattutto i recenti
rilievi archeologici, fanno supporre uno specifico interesse medico, non deve
sorprendere la possibilità che un confronto sia intervenuto anche in ambito
biologico. Il tema dell'opposizionericomposizione degli elementi risulta per
altro ricorrente: come sottolineava Maria Timpanaro Cardini a proposito di
Alcmeone: come alla fisica ionica si ricollegava probabilmente la primitiva
dualità pitagorica ἄπειρον-πέρας , così da quella stessa fisica trasse
verosimilmente Alcmeone 608 alcune opposizioni
le cui potenze egli constatava nella pratica della medicina10. Su questo
sfondo piuttosto sfumato è possibile parlare di comuni obiettivi scientifici
nella ricerca di Parmenide e Alcmeone, di convergenze nei risultati, sulla
scorta di paradigmi esplicativi condivisi, forse anche pitagorici. A Crotone
una fiorente scuola medica preesisteva all'arrivo di Pitagora, a testimoniare
l'autonomia dell'indagine e della pratica medica, sebbene poi esse siano
documentate anche nell'ambito della tradizione pitagorica antica, a conferma
che la medicina fu avvertita come μάθημα essenziale M. Timpanaro Cardini,
Pitagorici antichi. Testimonianze e frammenti, Bompiani, Milano 2010 (edizione
originale 1958-1964) 134-5. 11 Ivi 133.
B19 Il frammento B19 ci è conservato esclusivamente da Simplicio (In
Aristotelis de caelo 558), in un contesto particolare (557-8), in cui si
susseguono in poche righe tre citazioni del poema parmenideo (B1.28-32, B8.50-53
e appunto B19): οἱ δὲ ἄνδρες ἐκεῖνοι διττὴν ὑπόστασιν ὑπετίθεντο, τὴν μὲν τοῦ ὄντως
ὄντος τοῦ νοητοῦ, τὴν δὲ τοῦ γινομένου τοῦ αἰσθητοῦ, ὅπερ οὐκ ἠξίουν καλεῖν ὂν ἁπλῶς,
ἀλλὰ δοκοῦν ὄν· διὸ περὶ τὸ ὂν ἀλήθειαν εἶναί φησι, περὶ δὲ τὸ γινόμενον δόξαν.
λέγει γοῦν ὁ Παρμενίδης [B1.28-32]. ἀλλὰ καὶ συμπληρώσας τὸν περὶ τοῦ ὄντως ὄντος
λόγον καὶ μέλλων περὶ τῶν αἰσθητῶν διδάσκειν ἐπήγαγεν [B8.50-53]. παραδοὺς δὲ τὴν
τῶν αἰσθητῶν διακόσμησιν ἐπήγαγε πάλιν [B]. πῶς οὖν τὰ αἰσθητὰ μόνον εἶναι
Παρμενίδης ὑπελάμβανεν ὁ περὶ τοῦ νοητοῦ τοιαῦτα φιλοσοφήσας, ἅπερ νῦν περιττόν
ἐστι παραγράφειν; πῶς δὲ τὰ τοῖς νοητοῖς ἐφαρμόζοντα μετήνεγκεν ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ ὁ
χωρὶς μὲν τὴν ἕνωσιν τοῦ νοητοῦ καὶ ὄντως ὄντος παραδούς, χωρὶς δὲ τὴν τῶν αἰσθητῶν
διακόσμησιν ἐναργῶς καὶ μηδὲ ἀξιῶν τῷ τοῦ ὄντος ὀνόματι τὸ αἰσθητὸν καλεῖν;
Quegli uomini [Parmenide, Melisso] posero una duplice ipostasi: quella
dell'essere che è veramente, dell'intelligibile, e quella dell'essere che
diviene, del sensibile, il quale essi non ritennero opportuno chiamare essere
in senso assoluto, ma essere che appare. Per questo afferma[no] che la verità
riguarda l'essere, l'opinione il divenire. Parmenide, infatti, dice: [B]. Ma
anche una volta completato il ragionamento intorno all'essere che è veramente,
e sul punto di introdurre [la trattazione sul]l'ordinamento delle cose
sensibili, aggiunse: [B8.50- 53]. Dopo aver fornito esposizione sistematica
delle cose sensibili, aggiunse ancora: [B19]. Ma come ha potuto Parmenide
supporre esistessero solo le cose sensibili, lui che intorno alle cose
intelligibili era stato in grado di condurre riflessioni di tale consistenza e
mole da non 610 poter ora essere riportate qui? Come ha potuto trasferire le
caratteristiche proprie delle cose intelligibili alle cose sensibili, lui che
con chiarezza distingue tra l'unità dell'intelligibile e del vero essere e
l'ordinamento delle cose sensibili e non ritiene opportuno indicare il
sensibile con il nome di essere? Riflettendo sulle indicazioni qui fornite da
Simplicio, e incrociandole con le sue stesse citazioni, dovremmo concludere
che: il poema si articolava in due
sezioni principali, per le quali il commentatore trova conferma in
B1.28b-32; il passaggio tra le due
sezioni avviene ai vv. B8.50-53; (iii) il nostro B19 era apposto a compimento
di quella che il commentatore designa come διακόσμησις τῶν αἰσθητῶν (sulla
scorta del διάκοσμος di B8.60): ciò non autorizza tuttavia la deduzione che
esso chiudesse il poema1. Ancora sulla doxa parmenidea Il contesto ci fornisce
dunque una prospettiva d'insieme - ovviamente quella culturalmente e
teoreticamente condizionata dell'intellettuale neoplatonico del VI secolo -
sulla struttura del poema. Il proemio, in effetti, avrebbe, secondo Simplicio,
delineato nel programma espositivo della Dea (B1.28-32) due ambiti: il primo dedicato al discorso/ragionamento
sul vero essere (περὶ τοῦ ὄντως ὄντος λόγος), in altre parole alla verità
riguardo all'essere (περὶ τὸ ὂν ἀλήθεια): nel lessico della tradizione
platonico-aristotelica si tratta dell'ambito dell'intelligibile (τὸ νοητόν),
che costituisce l'essere in senso assoluto (ὂν ἁπλῶς); l'altro, relativo all'illustrazione
sistematica dell'ordinamento sensibile (διακόσμησις τῶν αἰσθητῶν, ma anche περὶ
τῶν αἰσθητῶν διδάσκειν), si riferisce all'essere in divenire (τὸ γινόμενον), il
cui statuto ontologico è quello di essere che 1 Non tutti concordano su questo
punto: Conche (op. cit. 265), per esempio, non concede che il frammento naturale
conclusione della cosmologia del poema ne costituisse anche la vera e propria
chiusa. 611 appare (δοκοῦν ὄν): Simplicio insiste sulla sua natura sensibile (τὸ
αἰσθητόν), dunque sul suo manifestarsi nell'esperienza. La trattazione
specifica è designata in contrapposizione alla verità che concerne l'essere in
senso pieno - come opinione riguardo all'essere in divenire (περὶ τὸ γινόμενον
δόξα). È chiara, nel contesto del discorso, l'interpretazione di Simplicio dei
versi conclusivi (28b-32) del proemio: χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι ἠμέν Ἀληθείης
εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής. ἀλλ΄ ἔμπης
καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ὄντα.
La struttura effettiva del poema doveva, dopo l'introduzione, prevedere: la rivelazione circa di Verità ben rotonda il
cuore saldo (Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ):
si tratta di ciò cui allude Simplicio con περὶ τοῦ ὄντως ὄντος λόγος; la ricostruzione effettiva (δοκίμως) di τὰ
δοκοῦντα, delle cose che appaiono, ovvero delle cose accettate nelle opinioni,
che corrispondono a quanto il commentatore designa come δοκοῦν ὄν: la
rivelazione della Dea avrebbe dunque investito anche l'ambito sensibile,
proponendo appunto una διακόσμησις τῶν αἰσθητῶν. Il contesto delle citazioni fa
intravedere come, per Simplicio, l'articolazione del Περὶ φύσεως fosse
essenzialmente positiva, non prevedendo una specifica sezione riservata
all'esame degli errori umani alle opinioni dei mortali, in cui non è reale
credibilità (βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής) -, che doveva invece
essere distribuito nelle altre due. Negli interrogativi retorici che seguono la
citazione di B19, troviamo conferma di una linea di lettura del poema che,
all'interno della tradizione platonica, ha per noi un importante precedente in
Plutarco: ὁ δ’ ἀναιρεῖ μὲν οὐδετέραν φύσιν, ἑκατέρᾳ δ’ ἀποδιδοὺς τὸ προσῆκον εἰς
μὲν τὴν τοῦ ἑνὸς καὶ ὄντος 612 ἰδέαν τίθεται τὸ νοητόν, ὂν μὲν ὡς ἀίδιον καὶ ἄφθαρτον
ἓν δ’ ὁμοιότητι πρὸς αὑτὸ καὶ τῷ μὴ δέχεσθαι διαφορὰν προσαγορεύσας, εἰς δὲ τὴν
ἄτακτον καὶ φερομένην τὸ αἰσθητόν. ὧν καὶ κριτήριον ἰδεῖν ἔστιν, ‘ἠμὲν Ἀληθείης
εὐπειθέος ἀτρεκ< ὲς ἦτορ >’, τοῦ νοητοῦ καὶ κατὰ ταὐτὰ ἔχοντος ὡσαύτως ἁπτόμενον,
‘ἠδὲ βροτῶν δόξας αἷς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής’ διὰ τὸ παντοδαπὰς μεταβολὰς καὶ
πάθη καὶ ἀνομοιότητας δεχομένοις ὁμιλεῖν πράγμασι. καίτοι πῶς ἂν ἀπέλιπεν αἴσθησιν
καὶ δόξαν, αἰσθητὸν μὴ ἀπολιπὼν μηδὲ δοξαστόν; οὐκ ἔστιν εἰπεῖν. [Parmenide]
non elimina alcuna delle due nature, ma a ognuna conferendo ciò che le è
proprio, pone l'intelligibile nella classe dell'uno e dell'essere, definendolo
essere in quanto eterno e incorruttibile, e ancora uno per uguaglianza a se
stesso e per non accogliere differenza; il sensibile invece in quella di ciò
che è disordinato e in mutamento. Il criterio di ciò è possibile vedere: il
cuore preciso della Verità ben convincente, che raggiunge l'intelligibile e
quanto è sempre nelle medesime condizioni, e le opinioni dei mortali in cui non
è vera certezza, perché esse sono congiunte con cose che accolgono ogni forma
di mutamento, di affezioni e disuguaglianze. Come avrebbe potuto allora
conservare sensazioni e opinione, non conservando il sensibile e l'opinabile?
Non è possibile sostenerlo (Plutarco, Adversus Colotem), e nella dossografia
peripatetica (Teofrasto): Π. Πύρητος ὁ Ἐλεάτης ἐπ’ ἀμφοτέρας ἦλθε τὰς ὁδούς. καὶ
γὰρ ὡς ἀίδιόν ἐστι τὸ πᾶν ἀποφαίνεται καὶ γένεσιν ἀποδιδόναι πειρᾶται τῶν ὄντων,
οὐχ ὁμοίως περὶ ἀμφοτέρων δοξάζων, ἀλλὰ κατ’ ἀλήθειαν μὲν ἓν τὸ πᾶν καὶ ἀγένητον
καὶ σφαιροειδὲς ὑπολαμβάνων, κατὰ δόξαν δὲ τῶν πολλῶν εἰς τὸ γένεσιν ἀποδοῦναι
τῶν φαινομένων δύο ποιῶν τὰς ἀρχάς, πῦρ καὶ γῆν, τὸ μὲν ὡς ὕλην τὸ δὲ ὡς αἴτιον
καὶ ποιοῦν. Parmenide figlio di Pyres,
da Elea percorse entrambe le strade. Mostra, infatti, che il tutto è eterno, e
cerca anche di spiegare la generazione delle cose che sono, non avendo sulle
due vie le stesse convinzioni: piuttosto, secondo verità egli sostiene che il
tutto è uno e ingenerato e di aspetto sferico; secondo l’opinione dei molti,
invece, al fine di spiegare la generazione delle cose che appaiono, pone due
principi, fuoco e terra, l'uno come materia, l'altro invece come causa e agente
(DK 28 A7). Ma chiaramente all'origine di questa valutazione delle prospettive
(in termini di contenuto e struttura) del poema parmenideo troviamo l'analisi
aristotelica: Παρμενίδης δὲ μᾶλλον βλέπων ἔοικέ που λέγειν· παρὰ γὰρ τὸ ὂν τὸ μὴ
ὂν οὐθὲν ἀξιῶν εἶναι, ἐξ ἀνάγκης ἓν οἴεται εἶναι, τὸ ὄν, καὶ ἄλλο οὐθέν ἀναγκαζόμενος δ’ ἀκολουθεῖν τοῖς φαινομένοις,
καὶ τὸ ἓν μὲν κατὰ τὸν λόγον πλείω δὲ κατὰ τὴν αἴσθησιν ὑπολαμβάνων εἶναι, δύο
τὰς αἰτίας καὶ δύο τὰς ἀρχὰς πάλιν τίθησι, θερμὸν καὶ ψυχρόν, οἷον πῦρ καὶ γῆν
λέγων· τούτων δὲ κατὰ μὲν τὸ ὂν τὸ θερμὸν τάττει θάτερον δὲ κατὰ τὸ μὴ ὄν
Parmenide, invece, sembra in qualche modo parlare con maggiore perspicacia: dal
momento che, ritenendo che, oltre all’essere, il non-essere non esista affatto,
egli crede che l’essere sia di necessità uno e nient’altro. Costretto tuttavia
a seguire i fenomeni, e assumendo che l’uno sia secondo ragione, i molti invece
secondo sensazione, pone, a sua volta, due cause e due principi, chiamandoli
caldo e freddo, ossia fuoco e terra. E di questi dispone il caldo sotto
l’essere, il freddo sotto il non-essere (Metafisica). Possiamo leggere il passo
aristotelico proprio come un tentativo di sottrarsi agli schemi della
originaria ricezione sofistica (giorgiana in particolare) del pensiero
eleatico: Aristotele intende marcare, nello specifico, l'opzione teorica di
Parmenide da quella di Melisso, il monismo rispetto alla definizione (ovvero
ragione) (κατὰ τὸν λόγον) dell'uno, da quello rispetto alla materia (κατὰ τὴν ὕλην)
dell'altro. Anticipando l'argomento di fondo della polemica plutarchea contro
l'epicureo Colote, lo Stagirita poteva sottolineare come «ciò che è (τὸ ὄν) è
«uno (ἓν) «secondo ragione (appunto κατὰ τὸν λόγον), «molteplice (πλείω)
«secondo la sensazione (κατὰ τὴν αἴσθησιν). Si evitava in questo modo di fare
di Parmenide il sostenitore di un mero «uno-tutto ovvero «essere-uno (ἓν τὸ πᾶν,
ἓν τὸ ὄν) - formule cui era stata ridotta l'essenza della filosofia eleatica
soprattutto in alcuni dialoghi della maturità di Platone (Teeteto, Parmenide,
Sofista, Timeo) 2 che avrebbero ridotto il mondo molteplice e cangiante
dell'esperienza a pura illusione. Come rivela il caso di Colote (e la risposta
di Plutarco), si trattava effettivamente di una ricezione diffusa,
probabilmente proprio sulla scorta dello schema gorgiano del Περὶ τοῦ μὴὄντος ἢ
Περὶ φύσεως. Ripercorrendo le testimonianze e valutando gli interrogativi
retorici che Simplicio faceva seguire alla propria citazione di B e dunque al riferimento
al complesso della doxa parmenidea, appare giustificata una lettura
"costruttiva" della seconda sezione del poema. In Teofrasto e
Simplicio che certamente disponevano di copie diverse del poema, trasmesse da
tradizioni testuali almeno parzialmente alternative 3 - si conferma, in
particolare, la prospettiva aristotelica di un doppio resoconto della stessa
realtà: secondo ragione e secondo esperienza. Parmenide, in altre parole, pur
avendo coerentemente messo a fuoco i caratteri dell'oggetto dell'intelligenza e
quindi correttamente distinto tra i due ambiti (τὴν μὲν τοῦ ὄντως ὄντος τοῦ
νοητοῦ, τὴν δὲ τοῦ γινομένου τοῦ αἰσθητοῦ) -, avrebbe poi mancato di
individuarne la specifica realtà intelligibile: come sottolinea Simplicio, egli
di fatto «proiettò sugli enti sensibili quanto adeguato agli enti intelligibili
(τὰ τοῖς νοητοῖς ἐφαρμόζοντα μετήνεγκεν ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ). Su questo in
particolare Passa, Parmenide. Tradizione del testo e questioni di lingua. Per
questa linea interpretativa si veda Palmer, Parmenides et Presocratic
Philosophy, B19 e la doxa I tre versi del nostro frammento, poco più di una
scheggia testuale, ribadiscono sinteticamente i termini della discussione: come
abbiamo indicato in nota, la formula οὕτω τοι introduce effettivamente la
ricapitolazione del discorso sulle cose «fisiche considerate nel loro insieme
(e ne traggono, in questo senso, la lezione «metafisica5 ): οὕτω τοι κατὰ δόξαν
ἔφυ τάδε καί νυν ἔασι καὶ μετέπειτ΄ ἀπὸ τοῦδε tελευτήσουσι τραφέντα· τοῖς δ΄ ὄνομ΄
ἄνθρωποι κατέθεντ΄ ἐπίσημον ἑκάστῳ Ecco, in questo modo, secondo opinione,
queste cose ebbero origine e ora sono, e poi, in seguito sviluppatesi, avranno
fine. A queste cose, invece, un nome gli uomini imposero, distintivo per
ciascuna. Il punto di vista adottato - κατὰ δόξαν giustifica l'insistenza sulla
dimensione temporale delle forme verbali impiegate: ἔφυ, νυν ἔασι, τελευτήσουσι
τραφέντα. Non è difficile intravedere la corrispondente prospettiva del νόημα ἀμφὶς
Ἀληθείης, espressa in B8.5: οὐδέ ποτ΄ ἦν οὐδ΄ ἔσται, ἐπεὶ νῦν ἔστιν ὁμοῦ πᾶν.
Il rilievo del divenire passa, in vero, attraverso scelte espressive ben
ponderate: a) il passato espresso con ἔφυ richiama etimologicamente (φύω) la
centralità della φύσις (B10) nella ricerca condotta (διάκοσμος) nella seconda
sezione del poema; il presente connotato
avverbialmente (νυν) limpidamente evoca, per contrasto, il νῦν di B8.5,
caricandosi, rispetto all'immutabile stabilità di quel contesto, di un senso di
precarietà e sfuggente puntualità; c) lo sviluppo, il mutamento e la caducità
sono resi come τελευτήσουσι τραφέντα, marcando, insomma, il nesso tra fine e
compimento, con la ripresa di una forma verbale τελευτάω - de- 5 Conche rivata da τέλος e τελέω, ma, nuovamente, con
un valore diverso rispetto a quello di analoghi derivati in B (ἀτέλεστον; οὐκ ἀτελεύτητον;
τετελεσμένον): il senso è qui quello di concludersi in quanto giunto al proprio
fine e al proprio compimento6. Per la terza volta, dopo B8.38b-41 e B8.53, i
versi del poema insistono sullo spessore linguistico della doxa: e ancora, come
nei due precedenti, essenzialmente per rilevarne gli effetti distorcenti.
L'origine dell'erranza umana, dello sviamento che gli uomini perpetrano e
perpetuano nel linguaggio, risiede nell'ordinamento dei contenuti fenomenici
all'interno di una determinata cornice linguistica, in cui appare implicita la
possibilità di qualcosa di diverso dall'essere stesso7. Non a caso
l'interpretazione κατὰ δόξαν parmenidea si era aperta stabilendo principi (B)
di cui esplicitamente si escludeva la partecipazione al nulla. In questo senso,
Ruggiu8 ha colto nel linguaggio di Parmenide - in particolare in questo
passaggio - il tentativo di elaborare un lessico più vicino alla verità delle
cose; come in B4, dove l'apparire era stato proposto non nei termini ontologici
dell'essere e del non-essere, ma in quelli della presenza e dell'assenza. Un
sforzo che ancora ci riporterebbe ad Aristotele, che ne avrebbe colto alcuni
aspetti nella sua polemica antieleatica: ζητοῦντες γὰρ οἱ κατὰ φιλοσοφίαν πρῶτοι
τὴν ἀλήθειαν καὶ τὴν φύσιν τῶν ὄντων ἐξετράπησαν οἷον ὁδόν τινα ἄλλην ἀπωσθέντες
ὑπὸ ἀπειρίας, καί φασιν οὔτε γίγνεσθαι τῶν ὄντων οὐδὲν οὔτε φθείρεσθαι διὰ τὸ ἀναγκαῖον
μὲν εἶναι γίγνεσθαι τὸ γιγνόμενον ἢ ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος, ἐκ δὲ τούτων ἀμφοτέρων
ἀδύνατον εἶναι· οὔτε γὰρ τὸ ὂν γίγνεσθαι (εἶναι γὰρ ἤδη) ἔκ τε μὴ ὄντος οὐδὲν ἂν
γενέσθαι· ὑποκεῖσθαι γάρ τι δεῖν. καὶ οὕτω δὴ τὸ ἐφεξῆς συμβαῖνον αὔξοντες οὐδ’
εἶναι πολλά φασιν ἀλλὰ μόνον αὐτὸ τὸ ὄν. Ruggiu. Coloro che per primi hanno
ricercato secondo filosofia, indagando la verità e la natura degli enti,
dall'inesperienza furono spinti su una via diversa: essi sostengono che delle
cose che sono nessuna si generi o si distrugga, poiché ciò che si genera origina
o da ciò che è o da ciò che non è; ma è impossibile da entrambi i punti di
vista. Ciò che è, infatti, non si genera (dal momento che è già); né da ciò che
non è è possibile si generi alcunché: è richiesto in effetti qualcosa che funga
da sostrato [soggiacia]. Così si spinsero, aggravando le cose, ad affermare che
non esistano i molti ma che esista solo l'essere (Fisica). Verb fīō
(present infinitive fierī, perfect active factus sum); third conjugation,
semi-deponent (passive form of) faciō (copulative) I become, am made Vōs
ōrāmus ut discipulī ācerrimī fīātis. We are begging you so that you may
becomevery keen students I happen, take place, result, arise quotations, synonyms.
Synonyms: interveniō, ēveniō, expetō, obtingō, incurrō, accēdō, incidō, accidō,
contingō ut fit as happens usually/as is customary fit ut it happens that LIVIO,
Ab Urbe Condita: silentium et repentina fit quies A stillness and a
sudden hush took place I appear quotations: Titus Livius, Ab Urbe Condita I,
10: fit obvius cum exercitu Romulus Romulus appeared with his army Conjugation
Edit While it does have a fourth conjugation pattern when conjugated, this verb
has an irregular infinitive (fierī), and is therefore third
conjugation. Conjugation of fīō (third conjugation iō-variant, irregular
long ī, suppletive in the supine stem, semi-deponent) indicative singular
plural first second third first secondthird activepresent fīō fīs fit fīmus fītis fīunt imperfect
fīēbam fīēbās fīēbat fīēbāmus fīēbātis fīēbant future fīam fīēs fīet fīēmus fīētis fīent perfect
factus + present active indicative of sum pluperfect factus + imperfect active
indicative of sum future perfect factus + future active indicative of sum
subjunctive singular plural first second thirdfirstsecondthird active present
fīam fīās fiat fīāmus fīātis fīant imperfect fierem fierēs fieret fierēmus
fierētis fierent perfect factus + present active subjunctive of sum pluperfect
factus + imperfect active subjunctive of sum imperative singular plural first
second third first secondthird activepresent— fī fīte — future—fītō fītō—fītōte fīuntō
non-finite formsactivepassive presentperfect future presentperfect future
infinitives fierī factumessefactum īrī participles factus verbal
nounsgerundsupine genitivedative accusativeablativeaccusativeablative
fiendīfiendō fiendum fiendō factum factū Usage notes Edit This verb ousted
Facior, Facī in the sense of "to be made". Verb Edit fīō
first-person singular present passive indicative of faciō Related terms Edit
faciō fīat lūx fīat jūstitia ruat cælum Descendants Edit Vulgar Latin: *fiō
(see there for further descendants) English: fiat References Edit fio in
Charlton T. Lewis and Charles Short A Latin Dictionary, Oxford: Clarendon fio
in Lewis An Elementary Latin Dictionary, New York: Harper et Brothers fio in
Gaffiot, Félix Dictionnaire illustré Latin-Français, Hachette. Eliadi,
Meleagridi, Pandionidi. Osservazioni sulla metafora mitica in Parmenide C.
Source: Quaderni Urbinati di Cultura Classica, Published by: Fabrizio Serra
Editore. JSTOR is a not-for-profit service that helps scholars, researchers,
and students discover, use, and build upon a wide range of content in a trusted
digital archive. We use information technology and tools to increase
productivity and facilitate new forms of scholarship. For more information
about JSTOR. Accademia Editoriale, Fabrizio Serra Editore are collaborating
with JSTOR to digitize, preserve and extend access to Quaderni Urbinati di
Cultura Classica UTC Eliadi, Meleagridi, Pandionidi. Osservazioni sulla metafora
mitica in Parmenide. Non posso fare a
meno di ringraziare Fajen per la dura critica che ha rivolto alia mia
interpretazione dei frammenti di Parmenide. Devo ringraziarlo perche, a
differenza di altri critici non meno duri, prima di giudicare il mio saggio lo
ha letto da cima a fondo e lo ha compreso assai bene, dato che i punti da lui
attaccati sono in effetti gl’argomenti portanti della mia dimostrazione. Ma
soprattutto devo essergli grato perche, attaccando quei punti, mi ha costretto
ad approfondirli, e conseguentemente a scoprire nuovi e piu validi argomenti in
loro favore. A questo punto, pero, i ringraziamenti finiscono. Gli argomenti di
Fajen colpiscono i bersagli giusti, ma li colpiscono assai debolmente.
Vediamoli in breve uno per uno. a) lo ritengo che la mia intera interpretazione
del frammento 1, e cio? la lettura realistica e topografica del viaggio di
Parmenide sulla "via del nume", poggi sui solido pilastro dei tempi
verbali “Sulla natura”; sui fatto cio? che, nei due punti in cui il viaggio si
localizza, in quanto vengono nominate prima la via e poi la porta, la
narrazione passa dai tempi storici ai tempi principali. Fajen invece del parere
che, in qualunque modo la narrazione venga considerata, sia come preparatoria
ad una specie di rivelazione o simili, sia come esposizione di un viaggio
storico, i tempi sono comunque privi di un qual siasi peso. Premetto che il “Sulla
natura”, formalmente parlando, in ogni caso "preparatorio ad una specie di
rivelazione". Il contenuto del “Sulla natura” viene presentato come il
discorso di una dea, Dike, a Parmenide, cosi come il contenuto della Teogonia
una rivelazione che altre dee, le muse, hanno fatto ad Esiodo. E la divergenza
tra le varii interpretazioni verte sulla localizzazione dell’incontro tra la
divinita e il poeta, localizzazione inesistente nelle letture mistiche e [Gymnasium,
La porta di Parmenide, Roma] allegoriche, esistente nel mondo celeste nelle
esegesi astronomiche, e infine esistente in una citta reale di questo mondo -- certamente
Velia -- nella mia interpretazione. Ora, Fajen puo pensare cio che meglio crede
sui significato dei tempi verbali nei vari tipi di narrazione; ma tanto il suo
parere quanto il mio restano inverificabili se non si basano su esempi
concreti. Concretamente parlando, i filosofi precedenti Parmenide, o a lui
contemporanei, non ci forniscono esempi di narrazioni allegoriche in prima
persona. E, per quanto concerne viaggi nel Pal di l? (celeste, infero o mistico
che sia questo al di l?), non ci danno che la Nekyia omerica. Ma anche la sola
Nekyia, analizzata strutturalmente, ? assai significativa per il nostro
problema. Essa si compone di tre parti: il passaggio di Ulisse e dei suoi
compagni per l’ultimo agglomerato umano, abitato da esseri viventi e definibile
come un 8?po<; e come una toXic 3, e cio? per il paese dei Cimmerii {k
1-19); il loro inoltrarsi nei luoghi indicati da Circe4, e cio? nel bosco di
Persefone, dove viene scavata una fossa alla quale le ombre dei morti giungono
uscendo fuori dalPErebo 5 (k 20-565); infine la penetrazione di Odisseo
(preannunciata da un intermezzo in cui Al cinoo assicura il suo ospite che ci?
che dira verra creduto 6 anche se narrera "avvenimenti
straordinari"7) nella casa stessa di Ade8, dove pu? vedere anche
personaggi (Minosse, T?ntalo, Sisifo) impos sibilitati ad uscire dalPErebo. La
seconda parte, la pi? lunga, si svolge tutta presso la fossa, in mezzo ad una
nebbia che a mala pena lascia vedere i contorni delle persone, ed ? quindi
priva di localizzazioni; la prima e la terza, invece, contengono localizzazioni
e descrizioni rispettivamente di cose del nostro mondo (appunto la citt? e la
terra dei Cimmerii) e del mondo dei morti (il lago e Palbero di T?ntalo, il
monte e il macigno di Sisifo). Ora, parlando dei Cim merii il poeta interrompe
la serie degli aoristi e degli imperfetti, che punteggiano il viaggio della
nave, con un presente (xccTaS?pxETai, v. 16) e con un perfetto equiparabile ad
un presente (Texaxai, v. 19); mentre ci? non avviene per i luoghi delPErebo, e
cio? per il lago (Xlexvtq-Tzpoff?Tzko?^z, v. 583; uSwp anokzcrxzio), per la 3
Evfra 8? KiujXEptcov ?vSpcov 5?p?<; te tc?Xic te (0?. XI 14). 4 ocpp' e<;
x&pov a^xou-eft' ov cppacTE K?pxiQ (, 22). 5 ai 5' ?y?povTo ipuxai ?rc??
'Epa?eix; (, 36-37). 6 J??,. 7 dicrxzka spy a (, 374). 8 xoct' E?puTCuX??
"A?5w? 565 Eliadi, Meleagridi, Pandionidi 151 terra lasciata scoperta dal
ritirarsi del lago {ycda piXaiva cp?vECXE, v. 587), per gli alberi (S?vSpea ..
. x&, v. ), per il macigno (tot' ?-Koo-zpityaaxz xpotTout;, v. 597), e
soprattutto per la cintura di Era cle, la cui descrizione ? an?loga a quella
parmenidea della porta (fr. 1, vv. 11-13), ma ne differisce appunto perch? alP
dai iniziale si sosti tuisce un Tjv. II processo, per cui i tempi storici di
una nar razione si interrompono e lasciano il posto ai tempi principali ogni
volta che il narratore vuole localizzare con precisione il racconto rea
l?stico, non ? limitato all'inizio della Nekyia: molti dei numerosi rac conti
contenuti nelPultima parte dtWOdissea vi fanno ricorso9; ed ? presente anche
nei tragici, come nella narrazione della sconfitta di Salamina fatta in Eschilo
dal messaggero persiano 10, allorch? questi vuole localizzare un'isola n e un
fiume 12, o l? dove il "pedagogo" di Euripide, riferendo di av?re
udito la gente parlare di un decreto di Creonte, allude a una fontana ben nota
(come la porta e la via di Parmenide) ai suoi ascoltatori. b) Pi? centrata ?
Posservazione di Fajen a proposito del termine aorxu: per me la oS??
TO^?cpirpoc Sai[jiovo<; r\ xax?c tc&vt' ?cron, cp?psi elS?toc cpwTa ? la
via principale della citt?, che congiunge tutti i quar tieri cittadini; Fajen
mi osserva che acnu non significa "quartiere cit tadino", ma la
citt?, o una sua parte composta di pi? quartieri. Fin qui il critico ha
probabilmente ragione: "quartiere" implica un cen tro compatto,
magari diviso in quattro parti come nelle citt? nate da accampamenti; e
xgct<x tuocvt' ?o*TT] significa "attraverso tutte le cit 9 Tra i molti
racconti che punteggiano la storia di Odisseo approdato ad Itaca ve ne sono
due, quello di Eumeo a Odisseo e l'altro di Odisseo a Penelope che ancora non
lo ha riconosciuto (XIX 165-202), che sem brano ricalcati su uno stesso clich?:
entrambi infatti contengono un'introduzione, nella quale l'oratore acconsente a
parlare e spiega le ragioni del suo as senso; una localizzazione, in cui
vengono descritte rispettivamente le isole di Siria e di Creta; e la narra zione
vera e propria, legata alia localizzazione in entrambi i casi dal ricordo di un
re che regnava nelle terre descritte. La localiz zazione ? sempre
caratterizzata da tempi principali, la narrazione da tempi sto rici; e ci?
avviene anche in altri racconti deH'ultima parte d?iVOdissea Pers. .. . Med.
ta" (in quanto forse la Via del Nume non aveva solo un tratto citta
dino, ma congiungeva Velia a Posidonia e alle altre citt? costiere) o
"attraverso tutti i nuclei abitati" (nel senso che la strada univa i
due porti, Pacropoli e magari la fortezza di Moio della Civitella, avam posto
velino verso il retroterra 14. Ma, anche concedendo la corre zione, non ci
ritroviamo sempre in una lettura topogr?fica, e cio? pro prio in quella lettura
che Fajen ritiene inammissibile? Dato che Fajen non propone interpretazioni
alternative, devo supporre che egli opti per le interpretazioni non
topografiche ten?ate fino ad oggi. Ora, se si accetta la lettura che fa del
proemio un'allegoria speculativa simbo leggiante il viaggio delPintelletto
verso la conoscenza (Fr?nkel, Bowra, Deichgr?ber), gli occttt) sono le province
del sapere; se si propende per Piniziazione religiosa o mist?rica (Diels,
Mondolfo, Zafiropulo, Jaeger, Verdenius, Untersteiner, Mansfeld, ecc), dobbiamo
intendere per ?o-rr] i gradi delPilluminazione; se infine si sceglie
Pesplorazione c?smica, e cio? la corsa sui carro del sole lungo le orbite celes
ti (Gil bert, Kranz, Capelle), i "centri abitati" simboleggiano i
segni dello zodiaco o qualcosa di simile. Fajen, cosi scrupoloso nel consultare
gli autori antichi in cerca delPesatto significato di acrru, ha trovato in
qualche scrittore traslati di questo genere? Se si, sar? lieto di saperlo.
Diels ritiene che il izk?-zTovai = -rcXoco-crovTai di Parm. non sia una forma regolare di rcXacrcrG), ma
una forma an?mala di izka?u, e puntella la sua ipotesi con esempi tratti dal
tarantino; Fajen mi concede il diritto di rifiutare gli esempi, non essendo
plausibile un dorismo in quel contesto, ma non di invalidare Pipotesi, essendo
Pipotesi stessa {Tzkavvovzai per TcXa?ovTcci) fondata su "un'intera se rie
di verbi in -o"o*co invece del -?w che ci si aspetterebbe" citata
nella grammatica greca di Schwyzer 15. Non credo che sia necessario rileg gere
le grammatiche per sapere ehe in greco le reg?le sulla formazione del presente
dal tema verbale sono alquanto precarie: ma icX?Cco ha un presente regolare
attestato da numerosi scrittori, e Diels non lo ha certo negato. Diels ipotizza
un hapax, e cio? una forma irrego lare che sarebbe attestata dal solo
Parmenide, e solo in quel passo; e non devo essere io a ricordare al collega
che un'ipotesi di hapax (cosi corne anche un emendamento) viene a cadere appena
si dimostri che 14 Si veda in proposito E. Greco, 'Il (ppo?piov di Moio della
Civite?V, Riv. studi salern. Schwyzer,
Griechische Grammatik I, M?nchen il
passo ha senso compiuto senza di essa. Anche se Fajen trovasse non una serie di
presenti irregolari o di doppi present? (come quelli elen cati da Schwyzer), ma
addirittura una serie di hapax analoghi a quello presunto da Diels, Poner?
della prova resterebbe sempre a lui. Alla fine della sua breve ma densa
recensione Fajen mi accusa "di non essere al servizio della scienza",
e non posso dargli torto: se scienza ? quella che traspare dalle sue
argomentazioni, essa consiste nelPaccettare il vecchio perch? vecchio e nel
rifiutare il nuovo perch? nuovo; e scienziato ? chi (come Cesare Cremonini)
rifiuta di guardare nel cannocchiale se il cannocchiale non mostra Puniverso
descritto da Aristotele. II servizio di questo tipo di scienza lo lascio
volentieri al mio c?rtese obiettore. Ho tralasciato volutamente il primo
argomento di Fajen, quello riguardante la mia interpretazione delle
"fanciulle Eliadi", citate in Parm. come pioppi fiancheggianti la
strada, dato che in tutte le fonti, tranne che in Omero, le 'HXi?S?<;
compaiono trasformate in pioppi o in altri alberi: Fajen obietta che in questi
autori vi ? sempre (tramite il nome di Fetonte o Paccenno al pianto delle
fanciulle) al lusione al mito metamorfico, allusione che in Parmenide viene a
man care. Se accettiamo il criterio qui proposto, ci troviamo al di fuori di
ogni possibilit? interpretativa: le Eliadi non possono essere a?YSi?poi come in
Eschilo perch? Parmenide non si riferisce al mito di Fetonte, ma neanche
possono essere v?^cpai come in Omero perch? Parmenide non accenna al mito di
Odisseo. Se poi cerchiamo di completarlo con altri criteri, Pallusione al mito
di Fetonte ? preferibile non solo per la quantit? delle fonti, e per la contemporaneit?
tra Parmenide ed Eschilo che ? la pi? antica di esse, ma anche e soprattutto
perch? Pespressione 'HXi?SEc (a volte accompagnata da xo?pai e a volte no) ci
risulta esclusivamente nelle narrazioni del mito metamorfico. Ma anche
ammettendo che la mia lettura incontri qualche difficolt?, Pin terrogativo ? lo
stesso che ci siamo posti a proposito di rcavi' ?crn}: quai ? Palternativa, e
che cosa ? stato proposto fino ad oggi? Ancora una volta: se optiamo per la
lettura speculativa, le Eliadi sono forze intellettuali; se riprendiamo
Pipotesi mistica, sono potenze divine; se ripieghiamo sull'interpretazione
astron?mica, sono ?nergie cosmi che. In quale mito troviamo le Eliadi come
equivalenti di cose del genere? E quali riferimenti di Parmenide ci riportano a
miti consimili? Ci? che Fajen sembra trascurare ? il fatto che fino ad oggi nes
suno ha letto il proemio di Parmenide come una narrazione mitica mai esistito
un mito di cui fosse protagonista lo scrittore che lo nar rava) : i moderni
fautori delle tre interpretazioni menzionate pi? sopra hanno visto tutti nelle
Eliadi una met?fora; quanto agli antichi (il cui giudizio Fajen mi rimprovera
di trascurare), Sesto Emp?rico, P?nico che abbia tentato un'interpretazione del
proemio, riduce anch'egli a met?fora le figlie del sole (che simboleggerebbero
le sensazioni)I6, mentre Proclo 17 attesta il continuo uso di metafore
(xp^oflai [XETacpo pa??) da parte di Parmenide, e il retore Menandro 18 precisa
che fece uso di quelle particolari metafore mitiche consistenti nel dire
"Apol lo" per sole, "Era" per aria, "Zeus" per
calore, ecc. Si tratta di metafore comunissime in tutta la letteratura antica,
da Omero in poi, e costruite proprio nel modo che io propongo per le Eliadi
parme nidee e che Fajen ritiene inammissibile: il personaggio m?tico viene
nominato al posto delPoggetto cui ? associato, senza alcun riferimento al mito
che giustifica Passociazione. Queste considerazioni sarebbero sufficienti per
rispondere alie contestazioni di Fajen; ma, come ho detto, la mia inveterata
abitudine di rimettere in questione le mi? tesi mi ha spinto a fare ulteriori
ri cerche sulle strutture della met?fora mitica. Ho osservato, ad esempio, che
questo tipo di met?fora, pur essendo forse il pi? fr?quente nel Pantichit?,
compare assai di rado nel lungo elenco di metafore poe tiche e retoriche
fornitoci da Aristotele, e il fatto non mi ? sembrato casuale: Panomalia
dipende, a mio avviso, "dal carattere sincr?nico e non diacronico
delPindagine aristot?lica, alia quale ? estraneo il pro blema della genesi e
dell’evoluzione della lingua e dei suoi modi. Aristotele scrive in un'epoca
nella quale i poeti cominciavano gi? a comporre pensando ad altri poeti, i
retori in pol?mica con altri re tori, cosicch? le metafore erano soprattutto
preziosismi stilistici (?cTTEia): tutta Pindagine aristot?lica valuta le
metafore a seconda del loro valore est?tico, e non c'? una volta che il
filosofo di Stagira si ponga il problema del rapporto tra efficacia e
comprensibilit?. Per Aristotele la met?fora ? letteraria, non popolare; ed ?
per questo che lo interessano assai poco le metafore mitiche, che sono
allusioni dei 16 Sext. Adv. Math.
Parm. Rhet. Poet. ; Rhet.
Morpurgo Tagliabue, Ling?istica e stilistica di Aristotele, Roma poeti e degli
oratori a modi di dire gi? esistenti e diffusi tra la gente del pop?lo che (in
?poca di viva tradizione orale) li ascolta diretta mente. Aristotele, insomma,
non pensava mai che gli aedi omerici dovevano farsi capire dalla gente delle
citt? che visitavano; e che i poeti e gli oratori del sesto e del quinto sec?lo
avevano un ben pre ciso uditorio 21, nel quale le loro met afore dovevano
suscitare reazioni immediate. Nessun cantore o parlatore avrebbe detto Ares per
indicare la guerra se non av?sse saputo che i suoi ascoltatori usavano gi? la
stessa met?fora; e le metafore mitiche erano popolari prima di essere
letterarie. La popolarit? delle metafore cui pi? sopra ho accennato era senza
dubbio estesa all'intero mondo di lingua greca, e la ragione ? f?cil mente
intuibile: si tratta di metafore o gi? presenti nei poemi ome rici, o da essi
der?vate. Ma esistevano metafore mitiche popolari di origine postomerica o
extraomeriea: GIRGENTI (vedasi), che subi fortemente la suggestione stilistica
di Parmenide, e che gi? il retore Menandro accomunava a Parmenide proprio per
Puso di metafore mitiche22, usa per i suoi elementi tre nomi di divinit?
omeriche, Zeus, Era e Edoneo (= Ade), ma per il quarto elemento, Pacqua, si
serve di Nesti, una divinit? siciliana24; e abbiamo qui un chiaro esempio di
met?fora po? tica che riproduce una met?fora mitica popolare locale, e cio? di
poesia adattata ad un uditorio limitato, come era anche quella di Parmenide. Le
Eliadi pero, pur non essendo un mito omerico, non sono neanche un mito locale
campano, o pi? in gen?rale italiota: sono, nel momento in cui Parmenide compone
il suo poema, un mito tr?gico. I miti metamorfiei e i miti dionisiaci sono i
due pi? importanti gruppi di miti non omerici, ed hanno entrambi la stessa
origine: i sa tiri e i sileni della mitografia dionisiaca, le donne-uccello e
le donne albero della mitografia metamorfica, derivano tutti certamente dai
riti di caccia, raccolta e agricoltura in cui i danzatori o le danzatrici si
camuffano con pelli di animali o con fronde vegetali per mimare Rinvio, per lo sviluppo di questa prospettiva
storica, a Gentili, 'Aspetti del rapporto poeta committente uditorio nella
lirica c?rale greca', Stud. urb. Menand. 23 Emp. fr. 6, v. 3; fr. , v. 2. Un altro
personaggio facente parte di un mito siceliota, Baub?, la nutrice di Persefone,
viene nominato da Empedocle (fr.) metaf?ricamente per indicare il ventre. Lo attestano Eustazio e Fozio (s.v.
N^ctttic). appunto le operazioni di sostentamento collettivo e propiziarne la
buona riuscita. Tali miti hanno dunque, fin dalle origini, uno stretto l?game
con la tragedia ^ ?(che ricorda nel suo stesso nome il travesti mento con pelli
di capra): non c'? dunque da meravigliarsi se fu la tragedia a renderli
popolari in tutta la Grecia, man mano che le com pagnie girovaghe li
rappresentavano. Le metafore popolari nate da questi miti sono chiaramente di
origine tr?gica. I miti metamorfici hanno scarse metafore, ed ? facile capire
il perch?: nella maggioranza di essi (Aracne, Dafne, Cieno, Atlante, Aretusa,
ecc.) il personaggio che si trasforma ha gi? il nome della cosa nella quale si
trasformer?, essendo costruito solo in funzione della metamorfosi. Ma spesso si
tratta in vece di personaggi gi? no ti fuori del mito metamorfico, o comunque
dotati di nomi propri, e allora la met?fora ? possibile: ? questo appunto il
caso delle Eliadi, gi? pre sent? in Omero in una narrazione non metamorfica, e
che rientrano nella tipolog?a delle "sorelle trasformate mentre piangono
la morte di un congiunto". Una variante del mito delle Eliadi ? la storia
delle Meleagridi, anch'esse "sorelle piangenti", che differiscono
dalle Elia di per il nome del fratello morto (Meleagro anziehe Fetonte) e per
il tipo di metamorfosi (uccelli anziehe pioppi), ma ad esse strettamente si l?gano
per il fatto che dopo la metamorfosi piangono lacrime d'am bra: in effetti
Plinio il vecchio cita entrambe le favole nella sua lunga elencazione delle
opinioni sulPorigine dell'ambra, e ne mette anche in evidenza la comune origine
tr?gica, attestando come la storia delle Eliadi derivi dalPomonimo dramma di
Eschilo 26 e quella delle Me leagridi dal Meleagro di Sofocle. Ma la leggenda
delle Meleagridi presenta analogie anche con quella delle Pandionidi, figlie di
un m? tico re di Atene, che probabilmente nella versione originaria erano 25
Questo l?game ? ancora rintracciabile, ad esempio, nel Prometeo inca tenato,
dove lo, fanciulla trasformata in vacca cui continuamente si allude anche nelle
Supplici, viene d?fini ta ?ouxepcoc irapdevoc (v. 588): ? chiaro che ancora in
Eschilo il personaggio trasformato in animale compariva sulla scena con una
maschera atta a ricordare l'animale stesso. ? probabile che anche negli Uccelli
di Aristofane Procne entrasse in scena con qualche attributo legato alla sua me
tamorfosi in uccello: alla maschera animalesca alludono chiaramente i due per
sonaggi che commentano la sua comparsa (vv. 672-674). 26 ?piufumi po?tae
dixere, primique, ut arbitror, Aeschylus, etc." {N.H.). "Super omnis est Sophocles po?ta
tragicus Hic ultra Indiam fieri dixit e
lacrimis meleagridum avium Meleagrum deflentium. Eliadi, Meleagridi, Pandionidi
state trasformate in rondini mentre piangevano anch'esse un parente morto (e ce
lo suggerisce il fatto che tanto Esiodo28 quanto Saffo29, due poeti vissuti
assai lontani Puno dalPaltra nel tempo e nello spa zio, chiamino IIav8iovi<;
la rondine): divenute uccelli corne le Melea gridi, esse esprimono il loro
dolore non con lacrime, ma con strid?i. Nei tragici, prima in forma allusiva
nel primo coro delle Supplici di Eschilo, poi per esteso nel Tereo di Sofocle,
troviamo questo mito gi? contaminate (probabilmente per la somiglianza tra i
patronimici Ilav Siovi? e navSapTQi?) con quello di Aedone, figlia di Pandareo,
che uc cide per errore il proprio figlio Itilo e si trasforma in usignolo M,
oltre che con la truce storia (variante tessala del mito di Medea) della
vendetta di Procne su Tereo: ne vien fuori un complesso mito meta morfico, dove
le Pandionidi si sono prec?sate nelle due sorelle Procne e Filomela, mutate
Puna in usignolo e Pa?tra in rondine, mentre Tereo si trasforma in upupa;
tuttavia anche in questo caso il mito diventa popolare (e ce lo attesta perfino
Aristofane)31 quando si rappresenta pubblicamente la tragedia sofoclea che
narra la metamorfosi. Tutti e tre questi miti diedero luogo a metafore
popolari, e Ate ne, proverbialmente ricca di uccelli, appunto la sua attenzione
sui due miti sofoclei, ritrovando le Pandionidi e le Meleagridi nelle colonie
avicole locali: la rondine dovette essere chiamata abitualmente Filo mela, se
tutti compresero a vol? quando Gorgia ne apostrofo una con questo nome (una
met?fora famosissima, evidentemente, se perfino Aristotele, che abbiamo visto
cos? restio a citare metafore mitiche, la ritenne degna di menzione); e
Meleagridi furono chiamati, pi? in gen?rale, gli uccelli che nidificavano
numerosi nelPAcropoli e che ri chiamavano con immediatezza agli Ateniesi le
immagini e i cori del Meleagro. A Velia, ricca di pioppi, suscito invece
maggiore im 28 . Probabile reminiscenza esiodea in Mnesalc. Anth. Palat. Fr.
Bergk. Od.; Apollod. IToia?Ta
uivToi Eo<poxX??}? )apa?v?Tai ?v to?? TpaY^Siaiciv ?ui t?v Trjp?a. Rhet. .
Hesych.: MeXeocyp?Se? opv?i?, ai ?v?u-ovco ?v t^ ?xpoitoXei. 5W.: M?
X?aYP?8?c * opv?a, ?citep ?v?p,ovTO ?v xfi ?xporcoXei X?Youca 8? o? uiv tgc?
?SfiXcp?? toO M?X?aYPOu [xz-zct?aXzl^ ?i? tgc? u-?X?aYp?8a<; apvida? xtX. Phot.
s.v. = Sud. 34 Cfr. L# porta di Parmenide cit. pp. 33-34. C. pressione la
metamorfosi delle Eliadi messa in scena da Eschilo: gli abitanti del centro
campano cominciarono a chiamare "fanciulle Elia di" gli alberi che
fiancheggiavano la Via del Nume, tanto che Par menide utilizz? Pimmagine
mitizzata degli alberi per caratterizzare la "famosa via". Ma il
fatto significativo ? che chiunque alludesse alle metafore popolari locali non
mancava di riferirsi anche, pi? o meno apertamente, alle trag?die cui il suo
uditorio riallacciava le metafore. Gorgia lo fece da oratore, dato che si
rivolse alla rondine-Filomela "col pi? elevato tono dei tragici"35;
Parmenide invece si comporto anche in questo da poeta, illuminando la met?fora
popolare di origine eschilea con altre metafore tratte dai testi stessi di
Eschilo, come Tuso di "xaX?-rcTpi?]" per "?ocpo?" e di
"x??P" per "o?o?" e l'?vidente gioco sui doppio significato
di "x?pa" ("testa" e "cima"36 che ritroviamo
nella splendida immagine del verso 10: "xaX?-rcTpa" per "velo di
t?n?bre" ? in effetti accertato come espressione eschilea37, mentre le
immagini della trasformazione delle braccia in rami e della testa in cima
frondosa sono anche nei versi dedicati aile Eliadi da Ovi dio 38, versi che
nella parte finale (allorch? le sorelle si lamentano tutte insieme con un
andamento che richiama i cori tragici) sembrano fortemente influenzati dalle
Eliadi di Eschilo, dove le figlie del Sole costituivano appunto il coro. ?
anche significativo come queste metafore popolari abbiano dato, in epoca pi?
tarda, esiti assai simili: mentre i mitografi conti nuavano a narrare la
metamorfosi senza discostarsi molto dalla versione tr?gica, gli scienziati
attingevano ai nomi mitici per denominare ani mali o piante poco conosciuti. Il
nome di Filomela, che i latini usa 35 aplata twv TpaYixwv (Arist. loe. cit.).
Aristotele aveva coito bene l'al lusione perch? conosceva il testo del Tereo
(cfr. Poet.). Per x?pa significante cima
d'albero" cfr. Soph. fr. 23 Nauck. 37 Cfr. Choeph. &14. Ma va chiarito
che i versi di Parmenide risentono con tinuamente di quelli di Eschilo: si cfr.
per es. Eum. con Parm.; Eum. con Parm. 1,14; Prom. con Parm. 8,53-54; Prom. con Parm.; ecc. Tertia cum crines manibus laniare pararet,
avellit frondes. Haec stipite crura teneri, ilia dolet fieri longos sua brachia
ramos (Met.). Parce, precor, mater,
quaecumque est saucia clam?t, parce precor: nostrum laniatum in arbore corpus
vano come sin?nimo di "uccello" o pi? specificamente di "ron
dine", venne dato dai naturalisti greci prima ad una specie di cuculo (la
"filomela maggiore")42, poi per estensione al pesce-cuculo (trigla
cuculus)43, cosi detto perch? si diceva emettesse un suono simile al canto
delPuccello omonimo; e Pequivalenza tra "rondine" e "Pan
dionide" fece si che la celidonia (la comune "erba da porri"),
detta dai Greci per la sua forma "x^S?viov pi?Ya" {= "rondinella
mag giore") venisse detta a volte anche "tcocvSlo? pt?oc",
certamente, come ben vide Wellmann, corruzione di un originario "IlavSiovic;
pi?a". "Uccello meleagride" fu, a cominciare da Aristotele45, e
so prattutto dal suo discepolo Clito da Mileto, che ne fece una minuziosa
descrizione46, il nome dato dagli ornitologi alla gallina faraona, e cio? a
quello, tra gli uccelli comuni nelPAcropoli, che si riteneva ori ginario
dall'Etolia48, sede del mito di Meleagro. Non ce dunque da stupirsi se, con un
processo del tutto id?ntico, i botanici chiamarono "pioppo eliade"49
una certa variet? di quella pianta. L'unica differenza tra i miti di questo
gruppo sta dunque nel fatto che i glossari e i trattati di retorica ci hanno
trasmesso le meta fore popolari zoologiche di Atene e non quelle botaniche di
Velia; e la ragione ? quella che deduciamo da Diogene Laerzio ^: la maggior
notoriet? e anche la maggior presunzione (\xzyaka\)yi*v<) della metr?poli
attica rispetto alia piccola e poco nota polis italiota, "capace solo di
allevare uomini di valore". Ci? non ci impedisce pero di ritrovare 40
Qualis populea moerens philomela sub umbra amissos queritur fetus, quos durus
ara tor observans nido implumes detraxit (Verg. Georg.). Mortalium penatibus
fiducialis nidos philomela suspendit, et inter commanentium turbas pullos
nutrit intr?pida" (Cassiod. Var.). 42 Mey<xXtq (piXou//)Xa
(Ptochoprodr. Ms. c. Hegumen.). Aristot. Hist. anim. IV 9; Lexicon Ms. Cyrill.
s.v.; Gloss, ad Oppian. Hal. s.v. K?xxuyEc. 44 [Diosc] De mat. med. II . Hist. anim. Riportata testualmente da
Athen. B-E. 47 Diod. Ill ,2; Paus.;
Pollux, V 90; Plin. N.H. X 26,74. 48 Menodot. Sam. ap. Athen. A. ttqv T?pa?5a ai'YEipov (Philostr. V.
Apoll. T. V). quelle metafore nei versi
del pi? illustre figlio di Velia, n? di rico noscerle come tali anche se in
quei versi essa compare disgiunta dalla nota narrazione cui fa evidente
riferimento. Antonio Capizzi. Keywords:
Velia, la scuola di Velia. Zenone, sono/fui, il latino no necesita il verbo
divenire, perche usa la radice de fui-. +l’adolescenziale, conversazione,
calogero, veliatichi, veliadi meleagridi, pandionidi veliatico, eliadico,
meleagride, pandionide, fieri, in esse,
in fieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Capizzi” The Swimming-Pool Library. Capizzi.


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